Pressing su La Russa e Fontana: “Scarpinato e De Raho interrogati in Antimafia”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) -[…] Il mandato è insistere innanzitutto contro il primo nemico, Giuseppe Conte, su un tema su cui è facile toccare la pancia della gente come l’acquisto di mascherine in piena pandemia. Un bombardamento continuo, su di lui e su tutto il Movimento, anche per provare a distrarre almeno in parte dai continui guai di politica estera del governo. Ecco perché Fratelli d’Italia rilancia sullo scontro in commissione Covid e in Antimafia, andando in scia a un appello di Daniele Capezzone, direttore del Tempo, il quotidiano del deputato leghista Antonio Angelucci. In un comunicato congiunto, i capigruppo di FdI in Parlamento si rivolgono ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, chiedendo loro di trovare il modo di ascoltare Giuseppe Conte come testimone nella commissione Covid, di cui pure è membro.
[…] E lo stesso invocano in Antimafia per Roberto Scarpinato e Federico Cafiero de Raho, entrambi componenti di quella Bicamerale. “La prassi è volta a non consentire l’audizione da parte delle commissioni d’inchiesta di propri componenti” riconoscono La Russa e Fontana tramite apposite fonti. Ma il punto è che i due presidenti non chiudono all’ipotesi: “L’audizione di un parlamentare in carica da parte di una commissione parlamentare di inchiesta non risulta preclusa in via generale e astratta”. Quindi, proseguono, “stante la situazione di stallo venutasi a creare nelle commissioni Antimafia e Covid, i presidenti confermano la disponibilità a convocare le Giunte per il regolamento per un necessario approfondimento”. D’altronde, fanno notare, ci sarebbe anche una scappatoia normativa: “Ove emergesse la disponibilità dei componenti delle commissioni a dimettersi per il tempo necessario a essere auditi, le presidenze sarebbero fin da ora pronte a rinominare gli interessati non appena concluse le loro audizioni”. Così La Russa e Fontana.
[…] Se non una porta spalancata, più di uno spiraglio alle richieste dei meloniani, pochi giorni dopo la lettera in cui avevano tirato le orecchie al presidente della commissione Covid Marco Lisei (FdI), esortandolo a “coinvolgere le opposizioni” nel decidere quali attività delegare all’esterno, dopo il caso dei due testimoni sentiti in un commissariato di polizia all’insaputa dei commissari. Nel Movimento prendono nota. In mattinata, i capigruppo del Movimento Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini avevano già replicato al Tempo: “Gli attacchi dei giornali di Angelucci, deputato di maggioranza mai visto dentro la Camera, sono la dimostrazione di come la tecnica di questa destra sia ormai sempre la stessa: usare il fango per coprire il proprio. Conte ha già dato più volte la disponibilità a essere ascoltato sulle scelte fatte in pandemia”. Poi arriva la nota di La Russa e Fontana. E parlando con il Fatto, il capogruppo del M5S in commissione Covid, Alfonso Colucci, riparte da lì: “Conte aveva chiesto di essere sentito in commissione con una lettera ai presidenti delle Camere, e lo aveva ripetuto anche durante i lavori. Non gli hanno mai risposto”. Ma ora nelle giunte cosa potrebbe accadere? “Vedremo se vorranno decidere a maggioranza rispetto a una prassi che è chiara, creando un rischioso precedente. Ma la certezza è che questa commissione e il suo presidente Lisei, di cui attendiamo ancora le dimissioni, sono ormai totalmente delegittimati”. Di sicuro l’eventuale audizione dei tre 5Stelle sarebbe un salto di qualità anche politico, avendo le Bicamerali – ognuna creata con apposita legge – gli stessi poteri e gli stessi limiti dell’autorità giudiziaria. Ma c’è anche un evidente tema mediatico.
Con i 5Stelle che temono come un’audizione di Conte possa trasformarsi in una corrida, vista anche la frattura totale con Lisei. Invece il deputato del Pd Federico Fornaro, membro della giunta del regolamento a Montecitorio, prova ad allargare lo sguardo: “Penso che il tema possa anche essere oggetto di approfondimento in giunta. Ma come già avvenuto per la riforma del regolamento della Camera, sarebbe opportuno utilizzare un ‘lodo’ in base a cui le modifiche dovrebbero valere solo dalla prossima legislatura, per non dare la sensazione di una misura ad personam”.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Si pensava che la fiera romana dei piccoli e medi editori “Più libri più liberi” avesse rinunciato a imporre il “patentino antifascista”, dopo le polemiche e le risate suscitate dal suo annuncio. Invece ce l’ha recapitato per PaperFirst con tutti i papelli burocratici da compilare per essere ammessi alla kermesse di dicembre alla Nuvola dell’Eur. E ci ha chiesto di: “aderire ai valori e ai principi espressi nella Costituzione […]
A riportare la frase del ministro dei Trasporti e leader della Lega è Giacomo Francesco Saccomanno, riferimento del Carroccio in Calabria. Negli atti anche le conversazioni dell’ad Pietro Ciucci: “Abbiamo vinto al Totocalcio”

(di Giuliano Foschini e Andrea Ossino – repubblica.it) – Matteo ha detto: «Se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia». Giacomo Francesco Saccomanno, storico riferimento della Lega in Calabria, racconta così la reazione del suo segretario, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, dopo la bocciatura della delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto da parte della Corte dei Conti. La frase compare nell’informativa dei carabinieri del Ros depositata ieri dalla procura di Roma nell’inchiesta sui presunti tentativi di influenzare il controllo di legittimità sulla delibera relativa all’opera da 13,5 miliardi di euro. Al centro ci sono Saccomanno, l’imprenditore reggino Vincenzo Virgiglio e l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele. I primi due, secondo l’accusa, avrebbero promesso incarichi e altri vantaggi a Miele per favorire il via libera al provvedimento. Le cose sono andate diversamente: la delibera è stata bocciata e i tre sono oggi indagati, a vario titolo, per corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio.
Per capire, bisogna tornare al 2 ottobre. Mancano ventisette giorni al verdetto della Corte dei Conti. La tensione è alta, ma Saccomanno appare fiducioso. Alle 12.13 parla al telefono con Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina (non indagato). «Ho una buona notizia da darti», gli dice. «Abbiamo vinto al totocalcio», scherza Ciucci. «Ancora no, ma potremmo vincere», replica Saccomanno, insistendo per un incontro riservato.
Per gli investigatori quella «buona notizia» potrebbe riguardare informazioni che avrebbero dovuto restare segrete e che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbero potuto provenire da Miele o da altri componenti della Corte. Un sospetto che si rafforza in un’altra conversazione. Il 10 ottobre Virgiglio si mostra sicuro: «Ho altri due membri… molto importanti, molto importanti», facendo evidentemente riferimento a giudici contabili. Ma il piano non produce i risultati sperati. Il 29 ottobre la Corte dei Conti respinge la delibera, proprio ventiquattro ore prima dell’evento «Un ponte per crescere», organizzato a Roma.
Doveva essere una giornata di celebrazione, con la possibile presenza di Salvini, ma la decisione della Corte cambia tutto. La delusione emerge chiaramente nelle telefonate intercettate. «È stato un provvedimento eversivo, la Corte dei Conti non può entrare nel merito del progetto», dice Saccomanno parlando con un giornalista. Il cronista gli fa notare un dettaglio che gli investigatori evidenziano in maiuscolo nelle informative: «Eh, la cosa strana: non avete avuto il presidente che assisteva sempre al…». «Lì hanno deciso undici presidenti, quindi lo avranno messo in minoranza», risponde Saccomanno. Per gli investigatori il riferimento sarebbe proprio a Miele. La conversazione prosegue. Il leghista dice che all’incontro si sarebbero «accreditati» anche altri due magistrati contabili. Il giornalista chiede se all’evento parteciperà Salvini.
«Non me l’ha comunicato ancora… d’altro canto, con la rabbia che ha addosso, figurati se…però penso che alla fine verrà perché è importante». Poi aggiunge: «Mi ha scritto comunque. Ha detto: “Se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia…”. Ti ho già detto tutto». «La Corte dei Conti – dice Saccomanno – vuol far pagare a questo governo la riforma che si sta facendo sulla Corte dei Conti, che limiterà moltissimo i poteri della Corte. E questa è la risposta».
Orfana del suo dante causa Trump, ha fatto un certo effetto vedere Meloni in Francia scherzare con l’odiato Macron. Povera Giorgia!

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Diciamoci la verità. Noi che dalle colonne di questo giornale non abbiamo risparmiato critiche, anche dure, all’operato del suo governo, proviamo un senso di cristiana pietà per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. E pensare che la fine del suo fantomatico idillio con Donald Trump è iniziata proprio quando la donna, madre e, ovviamente, pure cristiana non ha potuto fare a meno di prendere le difese del Papa dagli attacchi dell’adorato Donald. Anche lui, quando si dice il caso, cristiano sebbene di un’altra parrocchia.
Scaricata dall’alleato-padrone, Meloni le ha provate tutte per ricurcire con il presidente Usa. Che per tutta risposta l’ha ripagata non solo scaricandola, ma addirittura ridicolizzandola sulla scena internazionale quando l’ha descritta, al telefono con un giornalista di La7, implorante pur di strappargli una foto da esibire, probabilmente, come prova dell’avvenuta riconciliazione. Il sospetto che ormai circola a Palazzo Chigi, è che dietro le dichiarazioni con le quali il segretario generale della Nato Mark Rutte – quello che si rivolgeva a Trump chiamandolo daddy – ha rivelato i 500 voli militari a supporto logistico dell’intervento militare Usa in Iran che sarebbero decollati dalle basi italiane ad operazione Epic Fury in corso, ci sarebbe il tentativo di accreditarsi proprio agli occhi di Trump.
Risultato: l’Iran ci ritiene direttamente responsabili insieme alla Nato e al pari degli Stati Uniti degli attacchi illegali – diritto internazionale alla mano – patiti. E ormai orfana del suo dante causa, ha fatto un certo effetto vederla ieri, ad un bilaterale in Francia, scherzare con l’odiato Macron. E’ proprio il caso di dire, povera Giorgia!
RUTTE MOSTRA GRAFICI PER ELOGIARE TRUMP: GRAZIE A LUI 200MILA POSTI DI LAVORO IN PIÙ NEGLI USA
(Agenzia Vista) – “Poi, quando si tratta di posti di lavoro, guardate qui. In totale, 195.000 posti di lavoro sostenuti da investimenti. Investimenti da parte di aziende europee negli Stati Uniti: 83.000 posti di lavoro sostenuti da questo. 112.000 posti di lavoro creati dal fatto che gli europei acquistano in modo massiccio – circa la metà di tutta la loro spesa per la difesa, quando si tratta di produzione dell’industria della difesa, viene spesa negli Stati Uniti. 112.000 posti di lavoro.
L’anno scorso hanno speso 54 miliardi di dollari in produzione dell’industria della difesa statunitense. C’è attualmente un portafoglio ordini, un arretrato di ordini, di 300 miliardi.
Quindi 300 miliardi di dollari di spesa per la difesa da parte degli europei per acquistare negli Stati Uniti nei prossimi due anni, che sono già nel registro degli ordini. L’anno scorso 54 miliardi, un totale ora nel registro degli ordini di 300 miliardi, per un totale di quasi 200.00″, così il Segretario Generale della Nato Mark Rutte alla Casa Bianca.
Con Macron la premier lancia iniziativa comune per il post Unifil in Libano. Sostegno dei Governi a Bromo, l’alleanza europea per i satelliti

(Manuela Perrone – ilsole24ore.com) – “L’Italia non ha partecipato al conflitto in Iran. Rutte ha confuso la tipologia dei voli autorizzati, ha corretto e poi puntualizzato”. Giorgia Meloni parla al termine del 36esimo vertice intergovernativo Italia-Francia che va in scena ad Antibes. Facendo sue le dichiarazioni dure del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che poco prima aveva parlato di “parole a caso” del segretario generale della Nato, la premier chiarisce che Rutte si è lasciato prendere “dall’entusiasmo”, equivocando. Perché Roma ha mantenuto gli impegni e gli accordi sull’uso delle basi, senza però andare oltre.
A Villa Eilenroc, sotto un sole torrido, si sblocca il Trattato del Quirinale firmato nel 2021 da Mario Draghi, con l’opposizione di Fdi. I tempi sono cambiati e, nonostante quattro anni costellati di dissidi e incomprensioni, Meloni ed Emmanuel Macron provano a siglare la tregua. “Senza Italia e Francia l’Europa non sarebbe la stessa”, dice Meloni. Rafforzare la cooperazione bilaterale è d’altronde un passo indispensabile in tempi di disimpegno Usa in Europa e attacchi scomposti di Donald Trump agli alleati, continuati anche ieri.
“Siamo due persone che difendono il loro interesse nazionale, a volte non siamo stati d’accordo ma le nostre relazioni non sono state glaciali”, risponde Meloni a chi chiede ai due leader la temperatura del loro rapporto. E anche Macron stempera, ricordando l’ottima salute della collaborazione anche economica tra i due Paesi.
Prima la premier rinnova a Macron i complimenti per il G7 “molto ben riuscito in uno scenario particolarmente complesso”. Poi ricorda i tanti appuntamenti comuni delle ultime settimane per sottolineare l’importanza del rapporto bilaterale. “Vogliamo concentrarci sulle materie più strategiche. Innanzitutto la difesa. Penso al programma Samp T, unico sistema di difesa aerea e antimissile a lungo raggio interamente europeo”, dice la premier.
Lo spazio è il secondo ambito di collaborazione evidenziato anche da Macron: entrambi i leader tengono a chiarire il supporto dei Governi che guidano al progetto Bromo, l’alleanza europea per i satelliti tra Leonardo, Airbus e Thales che si appresta a cercare il via libera dell’Antitrust Ue.
“Lanciamo una coalizione internazionale per il post Unifil”, annunciano Meloni e Macron. “Un meccanismo post Unifil in collaborazione con Ue e Onu per difendere la sovranità del Libano ed evitare nuove escalation regionali”.
Oltre al sostegno all’Ucraina e alla partecipazione a programmi congiunti di armamenti, come il Samp T difeso da Meloni come eccellenza europea, Meloni e Macron potenziano la cooperazione anche sul nucleare. “Il processo legislativo in corso in Italia tende a far ripartire il nucleare e voglio rallegrarmi del progetto del piccolo reattore nucleare”, dice Macron.
Dopo mesi di pressioni da parte di Washington, con sette voti a favore e due contrari, i giudici stabiliscono che il la società non doveva apporre alcun avvertimento sui rischi dell’erbicida Roundup

(di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano.it) – La Corte Suprema si schiera a favore di Bayer in una sentenza che potrà bloccare migliaia di cause intentate da persone che sostengono di aver sviluppato il linfoma non-Hodgkin a causa del Roundup, erbicida a base di glifosato venduto dall’ex Monsanto. In migliaia hanno accusato il colosso (che ha acquistato Monsanto per oltre 60 miliardi di dollari) per le mancate avvertenze sui rischi del prodotto. Con sette voti a favore e due contrari, quelli di Ketanji Brown Jackson e Neil Gorsuch, la Corte Suprema ha stabilito che i consumatori non possono fare a causa a Bayer per la mancata apposizione di un’avvertenza sul rischio di cancro, dato che l’Epa, l’autorità di regolamentazione federale aveva stabilito che tale avvertenza non fosse necessaria. Le cause per il Roundup, tra l’altro, sono già costate negli anni a Bayer oltre 10 miliardi di dollari. In Borsa, dopo la sentenza, il titolo è decollato registrando un balzo del 17%.
La Corte Suprema ha esaminando il caso di John Durnell, un uomo che ha sviluppato un linfoma non-Hodgkin dopo anni di contatto con l’erbicida Roundup, venduto dall’ex società Monsanto, ora di proprietà della tedesca Bayer. Durnell ha fatto causa all’azienda, accusandola di non aver adeguatamente avvertito i consumatori sui potenziali rischi cancerogeni legati all’uso del diserbante. Una giuria del Missouri gli ha dato ragione nel 2023, ma a gennaio 2026 la Corte Suprema ha accettato il ricorso dell’azienda. Bayer si è difesa sostenendo che l’Epa (l’agenzia ambientale Usa) ha ripetutamente stabilito che il glifosato non è cancerogeno, approvando etichette dei prodotti senza la relativa avvertenza e che la legge federale sulla disciplina dei pesticidi (Fifra, Federal Insecticide, Fungicide, and Rodenticide Act) già preveda la prevalenza federale. Gli Stati, dunque, non potrebbero imporre avvertenze sui rischi di cancro se l’Epa non le ritiene necessarie. Nella sentenza, la Corte Suprema ha confermato questa argomentazione: “In conformità con l’opinione dell’Epa, secondo cui il glifosato non è probabile che causi il cancro negli esseri umani, l’agenzia non ha richiesto etichette sui pesticidi a base di glifosato come Roundup, per includere un avviso di cancro”. Due i giudici contrari. “La Fifra limita espressamente l’autorità degli Stati di regolamentare le etichette dei pesticidi, ma non elimina tale autorità” ha scritto il giudice Jackson nel suo parere contrario. Di fatto, però, la decisione della Corte significa un blocco per tutte le diverse migliaia di cause pendenti contro la Monsanto, che partivano proprio dalla denuncia del mancato avviso sui rischi del prodotto.
“Il fatto che l’Epa abbia approvato un’etichetta di pesticidi – ha commentato Patti Goldman, avvocato senior l’organizzazione no-profit ambientale Earthjustice – non significa che un prodotto sia sicuro e non dovrebbe diventare uno scudo per le aziende che non riescono ad avvertire dei rischi di cancro, danni neurologici e altri gravi pericoli”. La sentenza arriva dopo mesi di polemiche e pressioni. L’amministrazione di Donald Trump ha spinto perché si arrivasse alla tutela della Bayer, che ha investito molto nell’attività di lobbying, più di 9 milioni di dollari nel 2025. D’altronde l’azienda tedesca aveva raggiunto nel 2020 un patteggiamento da 10,5 miliardi di dollari, per chiudere circa 95mila cause negli Stati Uniti. A febbraio 2026, poi, ha proposto un nuovo accordo da 7,3 miliardi di dollari per chiudere altri contenziosi legati al glifosato. Nello stesso mese, Trump ha firmato un ordine esecutivo, sostenendo che il glifosato è fondamentale per la difesa nazionale e invocato il Defence Production Act del 1950. E facendo infuriare attivisti ambientali e sostenitori del movimento ‘Make America Healthy Again’, perché il provvedimento non solo mira a garantire una fornitura stabile di erbicidi, ma fornisce anche una forma di protezione limitata alle aziende.
Non una lite fra comari ma la cartina di tornasole, l’ennesima, del distacco programmato (politico e militare) degli Stati Uniti dal vecchio alleato

(Renzo Parodi – ilfattoquotidiano.it) – Vorrei provare a sfrondare il caso Trump-Meloni dagli orpelli della propaganda, pro o contro la premier italiana, dalle moine, dai pettegolezzi, dai ditini alzati e subito abbassati con la coda fra le gambe per non compromettere i rapporti fra l’Italia e gli Stati Uniti. Vorrei insomma andare al cuore politico della vicenda perché di politica si tratta, non di personali simpatie o antipatie, né di presunti assi speciali transatlantici, peraltro definitivamente naufragati sulle macerie della querelle fra i due leader.
Al netto delle notissime impennate caratteriali del presidente Usa che detesta chiunque non lo onori come il boss del mondo e osi, magari, eccepire sulle sue decisioni, lo showdown innescato dalle pur caute prese di distanza di Meloni non racconta tutta la verità. Rischia semmai di nasconderla se viene ridotto ad una lite fra comari anziché, come è, la cartina di tornasole, l’ennesima, del distacco programmato (politico e militare) degli Stati Uniti dal vecchio alleato: l’Europa.
Provo a raccontarla dalla prospettiva coltivata coerentemente, va detto, da Donald Trump fin dal suo secondo insediamento alla Casa Biana. Donald II detesta l’Europa, lo ha fatto sapere ripetutamente. La ritiene una palla al piede degli Usa, un costoso e inutile lascito della seconda guerra mondiale. L’Europa in 80 anni ha drenato una montagna di miliardi dalle casse americane, in cambio di che cosa?, si chiede Trump. Della difesa militare assicurata all’America al vecchio Continente minacciato dall’Unione Sovietica. Quello scenario oggi è tramontato, secondo Trump la Russia non rappresenta una minaccia per l’Occidente, al contrario piò trasformarsi in un partner commerciale e strategico per gli Usa che difatti producono il massimo sforzo diplomatico per impedire che Putin stringa legami politici con la Cina, il nemico individuato da Washington.
Sulla strada della normalizzazione dei rapporti con Putin si staglia ancora l’enorme ostacolo della guerra in Ucraina. Per neutralizzare questa spina nel fianco, Trump ha deciso di tagliare i viveri (ossia armi e denari) a Zelensky. Provvedano gli europei se ci tengono, ci ha avvisati il presidente Usa. L’Europa ha subito risposto: “Presente!”. Continuerà a sanzionare la Russia (è in preparazione il pacchetto numero 22) e armare l’Ucraina con i denari dei suoi cittadini contribuenti spesi per acquistare armi americane. Conoscete un paradosso più… paradossale?
Nel frattempo Trump aumenta le distanze da Bruxelles e coglie al volo il pretesto della mancata assistenza delle nazioni europee alla sua guerra all’Iran. L’Italia ovviamente entra nel mazzo dei “traditori” della causa americana. Meloni un’amica? Ma quando mai… Per bocca di Steve Bannon, ideologo del primo Trump, la premier viene platealmente scaricata: “Mai stata nostra amica. Mai stata il pontiere fra noi e l’Europa”. L’intera costruzione retorica, innalzata in questi anni da Meloni crolla in un turbine di macerie. “L’Italia e la Germania con noi si sono comportate male” rincara la dose Trump dallo studio ovale. Basta assistenza militare ai fedifraghi alleati europei. Se la sbrighino a soli: parole e musica del segretario di Stato Marco Rubio.
Il ritiro dei primi contingenti stanziati in Europa è cominciato e proseguirà. Trump ha scelto di rafforzare la presenza Usa sul fronte orientale del Pacifico, vis à vs con la Cina. Maschera penosamente la sconfitta partita nella guerra all’Iran, che tenta di rivendere come una vittoria militare degli Usa. Contro tutte le evidenze. Non ha il coraggio di scaricare il premier israeliano Netanyahu, il vero responsabile della scellerata avventura bellica che sta mandando all’aria non soltanto gli equilibri in Medio Oriente, ma l’Intera impalcatura mondiale delle alleanze. Sovvertendo alla base scenari geopolitici consolidati i da decenni attorno al totem americano.
In questo enorme tritacarne in movimento forsennato l’Italia e L’Europa continuano a recitare la parte delle comparse. Nessuna iniziativa politica vera per far cessare la guerra in Ucraina. La recente riunione dei tre presunti grandi (Francia, Germania, Uk) si è risolta nell’ennesimo bluff. Intanto i partiti sovranisti incalzano, salendo nei sondaggi: da Londra a Parigi, passando per Berlino. In Gran Bretagna Starmer ha dovuto rassegnare le dimissioni da inquilino del numero 10 di Downing Street, sconfitto da un coup orchestrato dal suo stesso partito il Labour. Gli appelli all’unità europea suonano come fastidiose giaculatorie recitate da leadership delegittimate che si reggono per forza d’inerzia, in attesa della tempesta che le schianterà.
L’America è sempre più lontana e alle prese con i suoi guai: deficit federale alle stelle, Trump a picco nei sondaggi e sullo sfondo l’incubo per i repubblicani e il presidente delle elezioni di MidTerm a novembre. Che volete che interessi l’Europa al cinico sultano della Casa Bianca?
La commissione Affari costituzionali ha licenziato il testo dopo aver fatto scattare la “tagliola”: dal 26 giugno il provvedimento arriva alla Camera. Addio collegi uninominali, premio di maggioranza, liste bloccate: ecco quali sono i punti cardine

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – Un sistema proporzionale con premio di maggioranza, liste bloccate, indicazione del candidato premier. La legge elettorale si prepara ad approdare in Aula (domani, 26 giugno, il testo arriverà alla Camera), dopo il via libera della commissione Affari costituzionali con la cosiddetta “tagliola”, cioè il voto sul provvedimento anche senza l’esame di tutti gli emendamenti. Il nodo principale su cui anche nel centrodestra non c’è accordo è quello delle preferenze, oltre a quello sui fuori sede: elementi che finora sono stati accantonati in commissione e che verranno affrontati una volta che la discussione entrerà nel vivo a Montecitorio (e poi a Palazzo Madama). C’è anche una questione di tempi: da luglio, in base al regolamento, l’esame della legge elettorale potrà essere affrontato con tempi contingentati.
Ma cosa prevede il “Melonellum”? E quali sono le differenze con il “Rosatellum”, la legge elettorale oggi in vigore?
Addio ai collegi uninominali
La novità più rilevante riguarda l’architettura del sistema. Il Melonellum elimina i collegi uninominali e introduce un sistema integralmente proporzionale corretto da un premio di maggioranza. Con il Rosatellum, invece, circa un terzo dei parlamentari viene eletto nei collegi uninominali con il sistema maggioritario: in ciascun collegio viene eletto il candidato che ottiene un voto in più degli avversari. I restanti seggi sono assegnati con metodo proporzionale attraverso liste bloccate. Con la riforma, quindi, scompare la componente maggioritaria del sistema attualmente in vigore e tutti i seggi vengono attribuiti attraverso il meccanismo proporzionale.
Il premio di maggioranza
Il cuore della riforma è rappresentato dal premio di maggioranza. Il testo prevede l’assegnazione di 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, alla lista o alla coalizione che ottiene il maggior numero di voti e supera la soglia del 42% dei consensi. Nella prima versione della proposta la soglia era fissata al 40%, ma durante l’esame parlamentare è stata elevata. Il Rosatellum non prevede alcun premio di maggioranza. La distribuzione dei seggi dipende dalla combinazione tra quota proporzionale e vittorie nei collegi uninominali. Una coalizione può ottenere una maggioranza parlamentare molto ampia, come avvenuto nel 2022, ma ciò è effetto del risultato elettorale e del funzionamento dei collegi, non di un premio previsto dalla legge.
Il tetto massimo dei seggi
Per evitare che il premio determini una sovrarappresentazione eccessiva della coalizione vincente, il Melonellum introduce anche un limite massimo ai seggi ottenibili. La coalizione premiata non potrà superare i 220 deputati alla Camera, pari al 55% dell’assemblea, e i 113 senatori a Palazzo Madama. Nelle versioni precedenti del testo il tetto era più alto e successivamente è stato ridotto durante l’esame in commissione. Nel Rosatellum non esiste alcun tetto di questo tipo: il numero dei seggi dipende esclusivamente dall’esito del voto nei collegi e nella quota proporzionale.
Niente ballottaggio
Tra le modifiche introdotte nel corso dell’iter parlamentare c’è anche la soppressione del ballottaggio. La prima versione della riforma prevedeva un secondo turno tra le due coalizioni più votate nel caso in cui nessuna avesse raggiunto la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza. Questa ipotesi è stata eliminata. Sotto questo aspetto, il nuovo testo si avvicina al Rosatellum, che non contempla alcun secondo turno e assegna i seggi sulla base del risultato del voto espresso al primo turno.
Liste bloccate e preferenze
Il Melonellum mantiene, almeno nella versione approdata in Aula, il sistema delle liste bloccate. Gli elettori continueranno quindi a scegliere una lista senza poter esprimere preferenze sui singoli candidati. L’ordine degli eletti sarà determinato dai partiti al momento della presentazione delle liste. Anche il Rosatellum utilizza liste bloccate per la quota proporzionale e non consente l’espressione delle preferenze. Si tratta dunque di uno degli elementi di maggiore continuità tra i due sistemi. Proprio sulle preferenze, tuttavia, il confronto politico nella maggioranza rimane aperto e il tema potrebbe riemergere durante l’esame parlamentare.
L’indicazione del candidato premier
Un’altra novità riguarda l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio. Le coalizioni e le liste saranno tenute a indicare formalmente, contestualmente alla presentazione del programma, il nome della persona proposta come premier. Si tratta di un elemento assente nel Rosatellum. Dal punto di vista giuridico non modifica le prerogative del presidente della Repubblica, che resta il soggetto titolare della nomina del presidente del Consiglio, ma introduce un’indicazione politica esplicita agli elettori già al momento del voto.
La soglia di sbarramento
Resta confermata la soglia di sbarramento al 3% per le liste che intendono entrare in Parlamento. Si tratta di una delle disposizioni che il Melonellum eredita direttamente dal Rosatellum. L’obiettivo dichiarato è evitare una frammentazione eccessiva della rappresentanza parlamentare. Restano inoltre le regole per le coalizioni, con la possibilità per i partiti di presentarsi insieme sotto un unico schieramento.
Camera e Senato dovranno andare nella stessa direzione
Una delle novità introdotte dal cosiddetto “testo bis” riguarda il coordinamento tra le due Camere. Il premio di maggioranza scatterà soltanto se la stessa lista o coalizione risulterà prima sia alla Camera sia al Senato e supererà la soglia prevista in entrambe le elezioni. Se dovessero emergere maggioranze differenti nei due rami del Parlamento, il premio non verrebbe assegnato e i seggi sarebbero distribuiti proporzionalmente. Nel Rosatellum non esiste un simile meccanismo di coordinamento: Camera e Senato seguono regole parallele ma autonome e i risultati possono divergere.
VANNACCI,MELONI PROIBISCA AD ALLEATI DI CHIEDERE VOTO SEGRETO SU PREFERENZE

(ANSA) – “Se veramente Meloni e Fratelli d’Italia vogliono le preferenze e vogliono una politica di destra che ridia sovranità al popolo, chiami i capigruppo degli altri partiti della coalizione e proibisca loro di chiedere il voto segreto quando l’emendamento verrà discusso in aula. Metteteci la faccia ogni tanto e fate vedere agli elettori chi di voi non vuole restituire la sovranità al popolo e la dignità al Parlamento”.
Lo afferma il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, in un video su Instagram riferendosi al nodo delle preferenze nella legge elettorale che divide la maggioranza.
Nel filmato il generale ricorda la posizione della premier e del suo partito, da sempre favorevole alla possibilità che gli elettori esprimano preferenze alle elezioni, attraverso due estratti video (datati 2014 e 2019) in cui Meloni dice di essere pro preferenze.
Poi aggiunge: “Quando le preferenze arriveranno in aula ci sarà un gruppetto tipo Noi moderati o Azione di Calenda, al quale hanno già pagato la marchetta evitandogli di raccogliere i voti, oppure la Lega o Forza Italia, che chiederanno il voto segreto e così il Parlamento votera contro le preferenze senza esporsi”.
Teheran punta il dito anche contro la Romania e, parlando degli aerei Usa partiti dalle basi europei, aggiunge: “Si tratta di una chiara e schiacciante ammissione della complicità attiva della Nato in una guerra di aggressione illegale”

(lespresso.it) – Dopo le parole di Mark Rutte sui 500 voli statunitensi che sarebbero decollati dalle basi militari in Europa, l’Iran accusa l’Italia di complicità nell’aggressione di Washington a Teheran. “L’Italia e la Romania sono esplicitamente nominate dal segretario generale della Nato come partecipanti all’aggressione contro l’Iran. Essi, insieme a tutti gli altri Paesi europei che hanno sostenuto l’aggressione americano-israeliana contro l’Iran, devono spiegare ai propri cittadini e al mondo perché hanno scelto di colludere in questo palese atto di aggressione e nella commissione di atrocità di massa contro le popolazioni iraniane a Minab, Lamerd, Teheran, Isfahan, Sanandaj, Hamadan, Tabriz, Shiraz, Bandar Abbas”, ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqei.
“Si tratta di una chiara e schiacciante ammissione della complicità attiva della Nato in una guerra di aggressione illegale contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni Unite: una flagrante violazione delle norme imperative del diritto internazionale e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. L’Organizzazione e i suoi singoli Stati membri che hanno partecipato a tale processo decisionale – ha aggiunto il portavoce – devono essere ritenuti responsabili di tutte le conseguenze”.
Da una parte c’è l’Iran, che accusa l’Italia di complicità; dall’altra gli Stati Uniti di Donald Trump, che accusano l’Italia di pavidità. Parlando con lo stesso Rutte, ieri (24 giugno) il presidente Usa è tornato ad attaccare Roma e gli altri partner europei: “Sono rimasto deluso dall’Italia, sono rimasto deluso dal Regno Unito, siamo delusi dalla Germania e dalla Francia, siamo delusi dalla maggior parte di loro. La Spagna poi è un disastro. La Spagna è terribile, anche dal vostro punto di vista. Voglio dire, non vogliono pagare nulla, pensano di farla franca”.
Ma l’intervista di Rutte a Fox News ha avuto anche conseguenze sulla politica italiana. Con le opposizioni che hanno subito incalzato il governo, che ha sostenuto – ed è stato anche il principale elemento di frizione con Trump – di aver sempre negato l’utilizzo delle basi americane in Italia per le operazioni di guerra contro l’Iran. Ma qui c’è una distinzione sostanziale da fare, quella tra voli cosiddetti logistici e cinetici, più strettamente militari: per i primi non è necessaria alcuna autorizzazione governativa, per i secondi sì.
Ed è proprio su questo punto che, nella tarda mattinata di ieri, è intervenuta una nota del ministero della Difesa per provare a gettare acqua sul fuoco e chiarire le parole di Rutte: “Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati – ha affermato il dicastero di Guido Crosetto -. Sarebbe bastato un approfondimento alla fonte per poter avere la reale rappresentazione di ciò che è avvenuto (ed avviene ogni giorno): l’Italia autorizza esclusivamente i voli che sono previsti dai trattati e che escludono totalmente le attività cinetiche. Come sempre ha fatto e come continuerà a fare in vigenza degli attuali accordi”. In ogni caso, dai registri del ministero risulterebbero 200 voli (e non 500), tutti legati a interventi manutentivi o di rifornimenti.
Nella polemica è intervenuta anche Meloni. Non esplicitamente – ieri, dopo aver partecipato a Foggia alla cerimonia per l’anniversario della fondazione della Guardia di finanza, è volata a Berlino per il vertice E5 con Germania, Francia, Regno Unito e Polonia – ma, come riportano diverse indiscrezioni, con una chiamata direttamente a Rutte, alla Casa Bianca per un incontro con Trump. In cui gli aggettivi utilizzati per definire le parole del segretario Nato sarebbero stati “illogiche” e “insensate”.
Le interpretazioni che sono circolate sulle uscite di Rutte sono due. Da una parte c’è chi dice che dietro potrebbe esserci uno “sgambetto” di Trump. Dall’altra, c’è chi sostiene che – in fondo – con le sue parole il segretario Nato volesse aiutare gli europei, sotto il fuoco del tycoon per il poco supporto che, secondo lui, avrebbero prestato nella guerra contro l’Iran. Ne è emerso un caso difficile da sminare. Di politica interna tutta italiana, innanzitutto. Ma anche estera, con gli ultimi attacchi di Teheran.

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Roma, 25 giu – I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno dato il via libera formale all’accordo commerciale negoziato l’anno scorso con gli Stati Uniti. L’intesa potrà quindi entrare in vigore prima della scadenza del 4 luglio fissata da Donald Trump.
Il Parlamento europeo, la cui approvazione era parimenti necessaria, aveva avallato l’accordo la scorsa settimana, pur non senza aver negoziato con gli Stati membri alcune misure di salvaguardia volte a tutelare meglio gli interessi europei. Lo comunica il Consiglio europeo in una nota.
«Siamo impegnati a mantenere un partenariato transatlantico solido e aperto con il nostro storico alleato, ma l’apertura deve andare di pari passo con la tutela dei nostri interessi. Queste misure consentono di raggiungere entrambi gli obiettivi: favoriscono flussi commerciali stabili e prevedibili con gli Stati Uniti, garantendo al contempo all’Ue la possibilità di reagire in modo rapido e proporzionato qualora l’accordo non venga rispettato o siano in gioco i suoi interessi.
Lanciamo un segnale forte: l’Europa è aperta al mondo, ma è anche determinata a proteggere le proprie imprese e i propri lavoratori», ha dichiarato Michael Damianos, ministro dell’Energia, Commercio e Industria di Cipro, Paese che ha la presidenza di turno dell’Ue.
In particolare, si spiega nella nota, il Consiglio ha adottato formalmente due regolamenti che attuano gli impegni in materia di dazi stabiliti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa del 21 agosto 2025. «Tale adozione conclude l’iter legislativo e conferma l’impegno dell’Ue a favore di relazioni commerciali transatlantiche stabili, prevedibili e reciprocamente vantaggiose, preservando al contempo le necessarie tutele per salvaguardare gli interessi economici europei», si sottolinea.
I due regolamenti eliminano i dazi doganali Ue residui sui prodotti industriali statunitensi, introducono un accesso preferenziale per determinati prodotti ittici e agricoli non sensibili provenienti dagli Stati Uniti ed estendono la sospensione dei dazi sulle importazioni di astici, compresi quelli trasformati (da tutti i paesi, sulla base della clausola della nazione più favorita).
I regolamenti prevedono inoltre meccanismi rafforzati di salvaguardia e di sospensione. Ovvero, essi istituiscono un meccanismo di salvaguardia dedicato che consente alla Commissione di intervenire tempestivamente in caso di forti aumenti delle importazioni che causino, o minaccino di causare, un grave pregiudizio agli operatori dell’Ue, e rafforzano la capacità dell’Unione di sospendere le preferenze tariffarie qualora gli Stati Uniti non rispettino i propri impegni, compromettano gli obiettivi della Dichiarazione congiunta o perturbino in altro modo relazioni commerciali equilibrate, anche attraverso misure discriminatorie.
I due regolamenti saranno ora firmati e pubblicati nella Gazzetta ufficiale, entrando in vigore il giorno successivo alla loro pubblicazione. L’applicazione del regolamento principale cesserà alla fine del 2029. Entro il 30 giugno 2029, la Commissione presenterà una valutazione complessiva del loro impatto sui flussi commerciali Ue-Usa, sulle entrate doganali e sugli effetti economici — compresi quelli sulle Pmi — e la accompagnerà con una proposta legislativa volta a prorogare l’applicazione dei regolamenti, ove opportuno.
Invece, il regolamento relativo alle importazioni di astici si applicherà retroattivamente a decorrere dal primo agosto 2025 e scadrà il 31 luglio 2030, salvo ulteriori interventi.
La sovranità dichiarata e la sovranità operativa

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Le dichiarazioni di Mark Rutte sui 500 aerei statunitensi decollati da basi americane in Italia per sostenere l’operazione contro l’Iran hanno un peso politico superiore al dato militare in sé. Non rivelano soltanto l’ampiezza del contributo logistico europeo alle operazioni americane in Medio Oriente. Mettono a nudo una contraddizione strutturale della politica estera italiana: il Paese continua a proclamarsi sovrano, ma una parte essenziale della sua funzione strategica è ormai integrata nella macchina militare statunitense e atlantica.
Il punto non è stabilire se l’Italia abbia bombardato direttamente l’Iran. Il punto è capire se, senza le infrastrutture italiane, senza le basi, senza gli aeroporti, senza i corridoi logistici, senza la rete di rifornimento, sorveglianza, ricognizione e supporto, l’operazione americana avrebbe avuto la stessa profondità. La risposta è evidente: no. L’Italia non è stata necessariamente un attore combattente in prima linea, ma è stata una piattaforma essenziale della proiezione di potenza americana.
Qui nasce il nodo politico. Il governo italiano può sostenere formalmente che l’utilizzo delle basi sia avvenuto nel quadro degli accordi esistenti e che Roma non abbia autorizzato operazioni offensive dirette. Ma la distinzione tra operazione cinetica e supporto logistico, in una guerra moderna, è sempre meno convincente. La guerra contemporanea non comincia soltanto quando cade una bomba. Comincia quando decolla un aereo cisterna, quando parte un velivolo da ricognizione, quando si apre un corridoio aereo, quando una base diventa snodo di carburante, manutenzione, intelligence e comando.
Il problema politico per Giorgia Meloni
Per Giorgia Meloni la questione è delicatissima. Da un lato, la presidente del Consiglio ha costruito una parte della sua legittimazione internazionale sulla fedeltà atlantica, sul rapporto privilegiato con Washington e sulla disponibilità a presentare l’Italia come alleato affidabile. Dall’altro lato, ha sempre bisogno di preservare davanti all’opinione pubblica interna l’immagine di un governo che non subisce decisioni altrui, che non consegna il territorio nazionale a una guerra decisa altrove, che non trasforma l’Italia in una retrovia inconsapevole.
Le parole di Rutte incrinano proprio questa narrazione. Se 500 aerei sono decollati dalle basi americane in Italia, il Parlamento italiano deve sapere in che forma, con quali autorizzazioni, entro quali limiti e con quale livello di consapevolezza politica. Non basta dire che gli accordi sono stati rispettati. Bisogna chiarire se quegli accordi siano ancora compatibili con il principio della piena sovranità decisionale italiana in caso di operazioni militari ad alto rischio.
La difficoltà del governo sta nel fatto che la linea difensiva appare formalmente solida ma politicamente fragile. È possibile che tutto sia avvenuto nel rispetto degli accordi bilaterali e delle procedure militari. Ma politicamente la domanda resta: il Parlamento è stato messo nelle condizioni di comprendere il livello reale di coinvolgimento italiano? Gli italiani sono stati informati del fatto che il territorio nazionale veniva usato come retrovia di una grande operazione militare contro l’Iran? La distinzione tra “non partecipazione alla guerra” e “supporto decisivo alla guerra” rischia di diventare una formula troppo sottile per reggere davanti alla realtà.
La NATO come vincolo e come copertura
Rutte non ha parlato da osservatore neutrale. Ha parlato da segretario generale della NATO, in un momento in cui l’Alleanza deve convincere Donald Trump che l’Europa non è un peso morto, ma un moltiplicatore della potenza americana. Il suo messaggio non era rivolto soltanto all’Italia. Era rivolto soprattutto agli Stati Uniti: guardate, gli europei servono; senza basi, aeroporti, logistica e spazio strategico europeo, anche la potenza americana avrebbe più difficoltà a proiettarsi verso il Medio Oriente.
In questo senso, Rutte ha detto ad alta voce ciò che spesso viene lasciato sullo sfondo: l’Europa non è autonoma, ma è indispensabile come infrastruttura dell’impero militare americano. L’espressione “piattaforma di proiezione della potenza” è politicamente brutale perché descrive esattamente la funzione assegnata al continente. Non un soggetto strategico pienamente sovrano, ma un territorio organizzato per consentire agli Stati Uniti di agire rapidamente su più teatri: Ucraina, Mediterraneo, Medio Oriente, Mar Rosso, Golfo Persico.
Per l’Italia questa funzione è ancora più marcata. La sua geografia la rende decisiva. Aviano, Sigonella, Vicenza, Napoli, Gaeta e gli altri nodi della presenza statunitense nel Paese non sono semplici residui della guerra fredda. Sono strumenti vivi della postura americana nel Mediterraneo allargato. L’Italia è il ponte naturale tra Europa, Nord Africa, Levante e Golfo. Per questo viene usata. Per questo conta. E per questo la sua sovranità è sempre sottoposta a tensione.
La crisi della trasparenza parlamentare
La polemica delle opposizioni non può essere ridotta a propaganda. Certo, ogni forza politica usa una vicenda di questo tipo per colpire il governo. Ma il tema esiste. Se una base sul territorio italiano contribuisce a un’operazione militare contro uno Stato terzo, anche solo in forma logistica, il Parlamento non può essere trattato come un notaio tardivo o come un destinatario di rassicurazioni generiche.
La democrazia parlamentare richiede controllo sulle decisioni che possono trascinare il Paese in una crisi internazionale. Nel caso iraniano, il rischio non era astratto. Un’operazione militare contro Teheran può generare rappresaglie, attacchi contro interessi occidentali, tensioni nel Mediterraneo, crisi energetiche, minacce alla navigazione nello Stretto di Hormuz, aumento dei prezzi del petrolio e del gas, pressioni migratorie e instabilità regionale. Dunque l’Italia, anche se non sgancia bombe, può subirne le conseguenze politiche, economiche e di sicurezza.
La questione democratica è quindi semplice: chi decide il grado di esposizione dell’Italia? Il governo? Gli accordi militari preesistenti? Washington? La NATO? I comandi operativi? Oppure il Parlamento, almeno nelle fasi in cui il supporto logistico si trasforma in partecipazione strategica?
L’ambiguità utile agli Stati Uniti
Dal punto di vista americano, l’ambiguità è funzionale. Gli Stati Uniti possono contare sulle infrastrutture alleate senza dover ogni volta trasformare il supporto logistico in un caso politico nazionale. Più la distinzione tra supporto e partecipazione resta elastica, più Washington mantiene libertà di manovra. È un vantaggio operativo enorme.
Per l’Italia, però, questa elasticità può diventare un problema. Roma rischia di trovarsi coinvolta in operazioni decise altrove senza poter incidere realmente sugli obiettivi politici della guerra. Nel caso dell’Iran, quali erano gli obiettivi ultimi? Punire Teheran? Ridurre capacità militari? Mandare un messaggio a Israele e agli alleati del Golfo? Difendere la libertà di navigazione? Rinegoziare da una posizione di forza? Se l’Italia fornisce basi e supporto, ma non partecipa alla definizione della strategia, allora assume rischi senza possedere piena capacità decisionale.
Questa è la vera asimmetria dell’alleanza. Gli Stati Uniti decidono la direzione politica della crisi. Gli alleati offrono spazio, basi, mezzi, legittimazione e copertura diplomatica. Poi, quando emergono tensioni interne, i governi nazionali spiegano che tutto è avvenuto nel rispetto degli accordi. Ma il rispetto degli accordi non esaurisce il problema politico della sovranità.
La debolezza dell’Europa
Il caso rumeno citato da Rutte è altrettanto significativo. Se un aeroporto commerciale come quello di Bucarest deve ridurre il traffico civile per fare spazio alle aerocisterne americane, significa che l’intero spazio europeo viene riconfigurato in funzione militare. Non si tratta più soltanto di basi militari isolate. Si tratta di infrastrutture civili che, in caso di crisi, vengono piegate alle esigenze della proiezione bellica.
Questo dimostra che l’Europa, pur parlando spesso di autonomia strategica, resta una retrovia organizzata dell’apparato militare statunitense. La guerra in Ucraina lo ha già mostrato. La crisi iraniana lo conferma. L’Europa aumenta la spesa militare, ma non costruisce una vera sovranità strategica. Acquista armi, rafforza la NATO, amplia le capacità logistiche, ma continua a muoversi dentro una cornice diretta dagli Stati Uniti.
Rutte, celebrando il “dividendo della difesa”, cerca di presentare l’aumento della spesa militare come occasione economica: più investimenti, più industria, più lavoro. Ma questa lettura nasconde un rischio: l’Europa può diventare più militarizzata senza diventare più autonoma. Può spendere di più senza decidere di più. Può rafforzare la NATO senza rafforzare se stessa come soggetto geopolitico.
Il rischio per l’Italia nel Mediterraneo allargato
Per l’Italia, la vicenda è particolarmente sensibile perché il Paese vive nel Mediterraneo. Qualunque escalation con l’Iran non resta confinata al Golfo Persico. Tocca il Libano, la Siria, l’Iraq, lo Yemen, il Mar Rosso, Israele, le monarchie del Golfo, le rotte energetiche e commerciali. L’Italia è esposta su tutti questi dossier: energia, traffici marittimi, presenza militare, sicurezza delle imprese, migrazioni, terrorismo, rapporti con il Nord Africa.
Usare il territorio italiano come piattaforma logistica per operazioni contro l’Iran significa collocare Roma dentro una linea di frattura che può allargarsi. Teheran e i suoi alleati osservano le basi, i porti, gli aeroporti e le catene di supporto. Anche se l’Italia non partecipa ufficialmente ai bombardamenti, può essere percepita come parte dell’architettura ostile. In geopolitica conta non solo ciò che si dichiara, ma ciò che l’avversario percepisce.
Questo è il punto che spesso manca nel dibattito interno. La sovranità non è soltanto una formula giuridica. È anche capacità di controllare la propria esposizione al rischio. Se l’Italia appare come piattaforma militare americana, deve chiedersi quali conseguenze questo produca sulla propria sicurezza nazionale.
Una maggioranza davanti alla prova atlantica
Meloni si trova davanti a un equilibrio difficile. Non può rompere con Washington, perché il suo governo ha bisogno della protezione politica americana e della piena legittimazione atlantica. Non può però nemmeno apparire come semplice amministratrice locale di decisioni prese altrove. La sua retorica patriottica e sovranista rischia di scontrarsi con la realtà materiale delle basi americane.
La destra italiana ha spesso criticato la cessione di sovranità verso Bruxelles, ma parla molto meno della cessione funzionale di sovranità verso Washington. Eppure, dal punto di vista strategico, la seconda è spesso più incisiva della prima. Bruxelles regola mercati, bilanci e procedure. Washington può usare infrastrutture militari che espongono il Paese a crisi internazionali. Il sovranismo, se vuole essere coerente, deve misurarsi anche con questo nodo.
Le opposizioni, a loro volta, hanno l’occasione di porre una questione reale, ma devono evitare l’ipocrisia. La presenza militare americana in Italia non nasce con Meloni. È una costante della Repubblica. Governi di ogni colore hanno accettato, gestito e spesso protetto questa architettura. Il punto non è trasformare la vicenda in una polemica contingente, ma aprire una discussione seria su trasparenza, limiti, autorizzazioni e controllo parlamentare.
La verità politica della vicenda
La verità è che l’Italia è sovrana in teoria, vincolata nella pratica e indispensabile nella geografia. Questa combinazione produce un paradosso: il Paese conta molto perché serve agli Stati Uniti, ma conta poco se non riesce a trasformare questa utilità in potere negoziale. Una vera politica estera dovrebbe partire da qui. Non dalla retorica dell’obbedienza atlantica né da un neutralismo impossibile, ma dalla domanda essenziale: che cosa ottiene l’Italia in cambio della propria funzione strategica?
Se il territorio italiano è decisivo per le operazioni americane, Roma dovrebbe pretendere consultazione preventiva, chiarezza sugli obiettivi, limiti d’impiego, garanzie di sicurezza, compensazioni industriali e un ruolo politico reale nelle decisioni che la coinvolgono. Altrimenti l’Italia resta un’infrastruttura: utile, esposta, ma politicamente subordinata.
Le parole di Rutte hanno dunque il merito involontario di rompere il velo. L’Italia non è marginale. È centrale. Ma è centrale come base, non come decisore. Ed è questa la questione politica più scomoda: essere una piattaforma strategica senza essere una potenza strategica. Il governo può difendersi richiamando gli accordi esistenti. Le opposizioni possono accusarlo di opacità. Ma il problema supera entrambi: riguarda la collocazione profonda dell’Italia nell’ordine atlantico e il prezzo politico della sua dipendenza militare.
In fondo, la vicenda dei 500 aerei non parla soltanto dell’Iran. Parla dell’Italia. Di un Paese che si scopre indispensabile ogni volta che gli altri fanno la guerra, ma che raramente riesce a decidere davvero quale guerra sostenere, quale evitare e quale prezzo pretendere per la propria disponibilità.

(Giancarlo Selmi) – È inutile girarci attorno: da qualunque punto di vista le si guardi, le dichiarazioni di Rutte smentiscono in pieno la narrazione del governo e di Meloni sulla effettiva partecipazione dell’Italia alla guerra illegale voluta da Trump e Netanyahu contro l’Iran.
Rutte parla di 4.000 voli partiti dalle basi militari europee e, tra questi, 500 dall’Italia. Numeri enormi, che bastano da soli a rendere ridicola l’idea che l’Italia sia rimasta “neutrale” o estranea a ciò che è accaduto. Non basterà certo una nota di agenzia del Ministero della Difesa a chiarire uno scenario che appare, a dir poco, oscuro e complicato.
L’11 marzo 2026 Meloni dichiarava in Parlamento, categoricamente, che le basi italiane non erano utilizzate per operazioni di guerra: “l’Italia non è in guerra e non intende entrarci”. Oggi le parole di Rutte la smentiscono punto per punto. La nota del Ministero della Difesa si rifugia nei trattati del ’54 e in un vago “supporto logistico”, gli stessi riferimenti usati da Meloni in Aula, con l’aggiunta misteriosa degli “aggiornamenti”.
E allora la domanda è semplice:
Cosa significa esattamente “aggiornamenti” ai trattati del ’54? Chi li ha decisi, quando, e con quale mandato politico e parlamentare? Di quanti e quali “aggiornamenti” è responsabile il governo Meloni? Perché i trattati che regolano l’uso delle basi americane escludono il loro utilizzo, anche solo logistico, in caso di attacco unilaterale, che è esattamente ciò che è avvenuto con l’attacco USA contro l’Iran. Dunque, siamo davanti a due sole possibilità:
Meloni ha mentito al Parlamento, sapendo di mentire. Oppure, ancora più grave, la sua totale subalternità a Trump l’ha spinta ad “adattare” i trattati pur di rendere più facile al “suo amico” l’uso delle basi italiane, senza informare né il Paese né il Parlamento. Delle due, una è vera. In entrambi i casi, però, cade definitivamente la favola della “vendetta di Trump” per la mancata concessione delle basi, in particolare quella di Sigonella. Perché la realtà, numeri alla mano, è che le basi italiane siano state usate eccome.
Meloni deve quindi chiarire, in modo dettagliato e pubblico: Cosa vuol dire “supporto logistico” nel concreto. Cosa include la definizione di “non cinetico”. Che caratteristiche avevano i 500 voli decollati dalle basi italiane: rotte, carichi, destinazioni, finalità. Che tipo di missioni sono state svolte, una per una.
Questo non sarebbe un favore che farebbe al Paese, è un dovere costituzionale. Nessuna elezione conferisce un potere assoluto, tanto meno il diritto di stravolgere la Costituzione, coprire accordi oscuri e mentire al Parlamento e ai cittadini sapendo di farlo. Chi governa deve rispondere delle proprie scelte. E stavolta, le domande sono troppe e troppo gravi perché basti una nota di poche righe e far finta di niente.
Attendiamo con ansia la solidarietà al popolo italiano, entrato in una guerra senza saperlo.