
(Dott. Paolo Caruso) – Tre anni sono trascorsi dalla morte di Silvio Berlusconi, un Premier divisivo, una figura controversa adombrata dai legami con esponenti di spicco della mafia siciliana e con il suo amico fidato Marcello Dell’Utri condannato in via definitiva a sette anni dii reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e beneficiario con il suo silenzio di una eredità di 30 milioni di euro. I famosi trenta denari della Storia che si ripetono. Esce di scena non privo di polemiche ( 5 giorni di lutto nazionale, bandiere a mezz’asta) un personaggio dai mille risvolti, protagonista anche se spesso in negativo di un pezzo di storia d’ Italia degli ultimi trent’anni. Discusso leader nel palcoscenico internazionale, ebbe un rapporto privilegiato con il Presidente russo Putin, compagno di “merende” nella dacia sul mar Nero e nella sua mega villa in Sardegna, e anche con il dittatore libico Gheddafi cultore appassionato delle tante cavallerizze al seguito. Siamo lontani da quel mese di gennaio ’94, l’anno della discesa in campo, dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, e la voglia di rinascita della politica italiana dopo tangentopoli, una primavera di speranze che Berlusconi spense sul nascere senza alcuna esitazione. La storia del berlusconismo, del suo leader, del suo apparato politico, rappresentò allora una svolta tra quello che avrebbe dovuto essere il nuovo soggetto politico “Forza Italia” in linea con la tradizione popolare e i suoi valori, e quello che in effetti poi si è rivelato, cioè un partito senza anima, condizionato esclusivamente da una gestione padronale. L’ ascesa di Berlusconi nel mondo imprenditoriale, dapprima immobiliare successivamente delle televisioni e della comunicazione, comincia dieci anni prima della sua “discesa in campo”, al tramonto della prima repubblica, con i legami corruttivi con Craxi, e le concessioni televisive. Imprenditore smaliziato di indiscusso successo che ha scalzato il monopolio della televisione pubblica, uomo simpatico dal facile umorismo, dotato di enorme talento, al comando per anni di un impero che va dalle holding delle televisioni al calcio, Milan soprattutto e poi Monza, dalla Standa alle banche, all’editoria, un politico divisivo, amato e odiato in egual misura dagli italiani, che è riuscito a spaccare il Paese tra giustizialisti e garantisti, tra toghe rosse e magistrati affidabili. Fautore di leggi ad personam per salvarsi dai molti processi intentati a suo carico , tra cui molti prescritti, e una condanna definitiva per frode fiscale in 29 anni di politica la dicono lunga sul suo viatico parlamentare, un politico in palese conflitto di interessi vicino ad esponenti mafiosi, un corruttore seriale che è riuscito a comprare il silenzio, e le false testimonianze per salvarsi dalla scure della magistratura, un destabilizzatore conclamato della vita politica e istituzionale del Paese grazie anche alla spregiudicata campagna acquisti milionaria di alcuni senatori. Cavaliere per alcuni, Caimano per altri, di Berlusconi resta in eredità “il berlusconismo” con il suo devastante profilo etico, politico, culturale. La storia di questi trent’anni in maniera lucida fotografa le tante ombre di Silvio Berlusconi, dell’ uomo più potente della vita politica italiana, a cui hanno venduto l’ anima giornalisti, collaboratori e uomini delle Istituzioni, e non tralascia neppure la sua caduta etica con lo scandalo delle Olgettine, di Ruby ruba cuori nipote di Mubarak, della Minetti, la sua igienista dentale, compagna di tanti festini a Arcore, condannata in via definitiva per peculato e induzione alla prostituzione minorile, attualmente salita agli onori della cronaca per la grazia accordata dal Presidente Mattarella. L’ ombra del Caimano di Arcore a distanza di tre anni continua a pesare nelle scelte politiche dell Paese. Forza Italia, sua creatura, passata nelle mani dei figli e in particolare di Marina, resta un partito padronale gestito finanziariamente dalla Holding di famiglia, a cui anche esponenti non forzisti della maggioranza guardano, e non solo, con doveroso rispetto.

(Andrea Zhok) – Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.
1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.
2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.
3) Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accoglienza” rimane necessariamente sulla carta.
Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa.
4) Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori.
Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.
5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità.
Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica.
L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un’auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque).
Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.
6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile.
Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale.
Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.
Ma ci sono ora.
Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.
7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa.
Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando.
Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri.
Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia.
Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema.
Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile.

(Mario Catania – lindipendente.online) – Quarantuno miliardi e cento milioni di euro. È la cifra che l’Italia ha destinato alla difesa nel 2025, anno in cui il Paese ha raggiunto per la prima volta la soglia del 2% del PIL concordata, o meglio imposta, dalla NATO. Un numero così grande da risultare quasi privo di senso se non lo si decostruisce, pezzo per pezzo, per capire come questi soldi avrebbero potuto migliorare la vita concreta dei cittadini. Proviamo a farlo.
Un ospedale di medie dimensioni, tra i 200 e i 300 posti letto, costa in Italia tra i 150 e i 250 milioni di euro. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 ne avremmo potuti costruire oltre duecento: duecento ospedali nuovi, distribuiti su un territorio che ha liste d’attesa di anni e pronto soccorso al collasso. Il Servizio Sanitario Nazionale assorbe ogni anno circa 130 miliardi: la sola spesa militare del 2025 vale quasi un terzo di quel budget, lo stesso che negli ultimi anni si è cercato di comprimere e razionalizzare fino a svuotarlo.
L’Italia ha circa 40mila edifici scolastici. La maggior parte è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta, quando le norme antisismiche non esistevano. Secondo le stime degli esperti, la messa in sicurezza sismica dell’intero patrimonio edilizio scolastico richiederebbe tra i 40 e i 50 miliardi di euro: con la sola spesa militare del 2025 avremmo potuto completare quasi interamente quell’operazione. Invece, i bambini italiani continuano a studiare in edifici che in caso di terremoto non offrono garanzie. Nel frattempo, i 78 programmi di riarmo avviati in tre anni di governo Meloni pesano da soli 35 miliardi: l’equivalente di 7mila nuovi edifici scolastici al costo medio di 5 milioni ciascuno.
La carenza di asili nido pubblici è una delle emergenze sociali più silenziose d’Italia: poco più di un bambino su quattro sotto i tre anni ha accesso a una struttura pubblica, con distanze abissali tra nord e sud. Il PNRR ha stanziato 4,6 miliardi per creare 264mila nuovi posti nido. Con i 41 miliardi della difesa ne avremmo potuti finanziare quasi dieci volte tanti: un cambiamento strutturale capace di rimettere in moto l’occupazione e alleggerire il carico che oggi grava quasi interamente sulle famiglie, e in particolare sulle madri sole – circa 1,5 milioni in Italia secondo i dati ISTAT.
Nel 2023 vivevano in condizione di povertà assoluta circa 5,7 milioni di italiani, in 2,2 milioni di famiglie. Dividendo i 41 miliardi della spesa militare per il numero di famiglie coinvolte, otterremmo quasi 18.700 euro per nucleo familiare all’anno: non è uno sforzo finanziario inaccessibile per uno Stato, è una scelta politica. Il Reddito di Cittadinanza – la misura anti-povertà più ambiziosa tentata in Italia, poi smantellata – costava circa 7-8 miliardi l’anno. Con il budget della difesa 2025 lo avremmo finanziato per cinque anni consecutivi.
L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti al rischio idrogeologico: frane, alluvioni, smottamenti colpiscono ogni anno comunità su tutto il territorio, causando morti, sfollati e danni miliardari. ISPRA e il Consiglio Nazionale dei Geologi stimano in circa 40 miliardi il costo necessario per mettere davvero in sicurezza il Paese. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 avremmo potuto avviare e quasi completare quel piano. Invece, ogni autunno le stesse scene si ripetono: fiumi esondati, strade interrotte, case evacuate, stati di emergenza dichiarati. La manutenzione del territorio non produce scatti nei sondaggi, e si vede.
L’Italia conta circa 16 milioni di pensionati. Dividere i 41 miliardi per quel numero restituisce un calcolo semplice: oltre 2500 euro in più l’anno per ciascuno, circa 215 euro al mese. Per chi sopravvive con 600 o 700 euro di pensione minima non è un dettaglio: è la differenza tra pagare l’affitto e non pagarlo, tra comprare le medicine e rinunciarci. Sul fronte dei lavoratori, il Paese registra quasi due milioni di disoccupati e un tasso di inoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa: con 41 miliardi si potrebbero finanziare anni di politiche attive del lavoro, formazione, sostegno al reddito. Si potrebbero pagare gli stipendi di tutti gli 800mila insegnanti italiani per anni – oggi tra i più bassi d’Europa – o raddoppiare i fondi destinati alla non autosufficienza, che oggi lasciano sole centinaia di migliaia di famiglie con anziani e disabili a carico.
Tra le crisi che il dibattito politico italiano fatica a guardare in faccia c’è quella della casa. L’Italia ha uno dei tassi più bassi di edilizia residenziale pubblica in Europa: appena il 4% del totale delle abitazioni, contro una media UE che si avvicina al 9%. Le liste d’attesa per un alloggio popolare contano centinaia di migliaia di famiglie nelle principali città, e gli affitti privati nelle aree urbane crescono a un ritmo che i salari non hanno mai inseguito. Un alloggio di edilizia residenziale pubblica costa in Italia tra i 100mila e i 150mila euro. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 ne avremmo potuti costruire tra 270mila e 410mila: abbastanza da dimezzare le liste d’attesa delle grandi città e da rimettere in discussione le dinamiche speculative di un mercato immobiliare che da anni espelle dai centri urbani giovani, lavoratori precari e famiglie monoreddito. Altro che i 10mila alloggi previsti dall’ennesimo annuncio del “piano casa” del governo.
L’Italia investe in ricerca pubblica circa lo 0,5% del PIL, tra i valori più bassi dell’Europa occidentale, contro una media UE prossima allo 0,7%. Il risultato è un’emorragia silenziosa ma costante: ogni anno migliaia di ricercatori formati nelle università italiane – a spese dei contribuenti – lasciano il Paese perché non trovano contratti, laboratori finanziati, prospettive. È una perdita secca e difficile da quantificare, ma non da immaginare: formare un laureato in medicina o in ingegneria all’università pubblica costa allo Stato tra i 100mila e i 150mila euro. Ogni partenza è un investimento regalato ad altri Paesi. Aumentare di un punto percentuale il PIL destinato alla ricerca costerebbe circa 20 miliardi l’anno: con i 41 miliardi della difesa 2025 avremmo potuto raddoppiare per due anni l’intera spesa pubblica in ricerca e sviluppo, stabilizzare migliaia di precari accademici, costruire le infrastrutture scientifiche che mancano. Invece, l’Italia continua a formare talenti per l’estero e a importare tecnologia militare.
Questo è il paradosso più osceno, e anche il meno discusso. L’Italia paga ogni anno circa 80 miliardi di euro in interessi sul proprio debito pubblico: una cifra superiore all’intera spesa militare del 2025, pari a quasi il 4% del PIL. Ogni euro che lo Stato prende in prestito oggi si trasforma in un peso che le prossime generazioni porteranno per decenni. Eppure il piano di riarmo europeo che il governo Meloni sostiene è costruito esattamente su questo meccanismo: il fondo SAFE prevede prestiti agli Stati per finanziare i programmi militari, e la deroga al Patto di stabilità apre formalmente all’indebitamento per l’acquisto di armi. L’Italia ha già chiesto di accedere a quasi 15 miliardi da quel fondo. Significa missili comprati a rate, interessi pagati per anni, debito che cresce. E significa che tutti i paragoni fatti finora vanno riletti in una luce ancora più cruda: non si tratta solo di scegliere tra ospedali e carri armati oggi, ma di scegliere tra ospedali e rate dei carri armati da pagare per anni e anni.
La NATO ha concordato un innalzamento della soglia fino al 5% del PIL, il che significherebbe, secondo l’osservatorio Mil€x, altri 66 miliardi di euro all’anno da trovare. Non è un’ipotesi astratta: è l’orizzonte verso cui il governo Meloni sta orientando le politiche di bilancio. Sessantasei miliardi equivalgono a metà del bilancio sanitario nazionale, a più di sette volte la spesa annuale per l’intera istruzione universitaria pubblica, a quasi un anno di interessi sul debito. Riarmare l’Italia o curarla, metterla in sicurezza o venderla pezzo per pezzo per pagare i caccia di sesta generazione: la scelta è già stata fatta, e le conseguenze ricadranno, come sempre, su chi già oggi è in lista d’attesa per un alloggio o un’operazione sanitaria.

(dagospia.com) – Ormai l’ha capito anche Giorgia Meloni: i guai più temibili per la Thatcher della Garbatella non arrivano dall’opposizione di sinistra, ma dalla guerra tra bande interna al centrodestra.
Non bastasse lo psicodramma della Lega, che crolla nei sondaggi e deve assistere allo shopping compulsivo di parlamentari da parte dell’ex generale Vannacci, si aggiunge Forza Italia, alle prese con una lotta di potere interna degna del Trono di Spade, più che di House of Cards.
Una guerra fratricida che sta avvelenando il partito di Marina Berlusconi, e che è emersa fragorosamente soprattutto in Campania (che insieme a Sicilia e Calabria è uno dei serbatoi di consensi per gli azzurri).
Nella Regione dove un tempo se la comandavano Caldoro e Mara Carfagna ora il partito è nelle mani del “cacicco” tajaneo Fulvio Martusciello. Il corpulento raccatta-preferenze gestisce FI, come coordinatore regionale, con un piglio militaresco: non ammette “tradimenti” e pretende lealtà. Chi non si adegua, si mette in una posizione scomoda.
Una linea granitica, mai messa in discussione dai vertici nazionali, ma che nelle ultime settimane è deflagrata come una bomba a mano, complici i guai giudiziari dell’europarlamentare.
A inizio giugno 2026, la commissione Affari giuridici (JURI) dell’Europarlamento si è infatti espressa a favore della revoca dell’immunità parlamentare di Martusciello, coinvolto da mesi nello scandalo “Huaweigate” (mentre per l’altro eurodeputato di Forza Italia citato nelle carte, Salvatore De Meo, la richiesta è stata respinta).
Secondo l’accusa della procura belga, Martusciello avrebbe ricevuto almeno 6.700 euro in cambio del sostegno alla causa del colosso cinese della tecnologia; per questo, lo scorso anno era stata arrestata anche la sua assistente, Lucia Simeone.
Parallelamente, si sono quindi mossi quattro parlamentari e tre consiglieri regionali campani del partito, che hanno firmato un documento politico, intitolato “Per il ripristino della democrazia interna, dell’identità politica e della credibilità istituzionale”: nel testo, si denuncia un partito che “in più occasioni ha dato l’impressione di muoversi senza una bussola politica”.
Il primo firmatario di tale documento? Francesco Silvestro, proprio il senatore che un’agente di commercio accusa di violenza sessuale per un presunto abuso avvenuto a febbraio 2025. Ohibò: com’è che la signora denuncia solo adesso?
Già prima che la denuncia diventasse di dominio pubblico, comunque, il tentativo di estromettere Martusciello era finito in un nulla di fatto. Il documento firmato da Silvestro, insieme ai colleghi Annarita Patriarca e Pino Bicchielli, i senatori Francesco Silvestro e Raffaele De Rosa, e dai consiglieri regionali Susy Panico, Angela Parente e l’irpino Livio Petitto, era stato sì inviato ai vertici nazionali del partito, ma senza ottenere attenzione né risposta.
Come ha scritto Carlo Tarallo su Dagospia: “Silvestro & company indirizzano la lettera, tra gli altri, anche a Marina Berlusconi: in Campania e non solo si vantano degli ottimi rapporti con “Marina” e cercano di inserirsi nel famoso rinnovamento voluto, raccontano i retroscena, dalla primogenita di Silvio.
Ma arriva una legnata: il Fatto Quotidiano pubblica la durissima risposta del tesoriere del partito Fabio Roscioli, avvocato romano e figura di riferimento dei Berlusconi nella capitale. “Mi chiedo quale scopo possa avere”, scrive tra le altre cose Roscioli, “l’indirizzo della missiva a Marina Berlusconi, definita Presidente, riservando ad Antonio Tajani la veste di onorevole e non di segretario nazionale”. […]”.
Morale della fava: Silvestro sperava di farsi frontman del rinnovamento del partito e ha provato a far fuori Martusciello. È finito isolato e… indagato.
A Quarto Oggiaro con il suo popolo: ex candidati M5s, ex assistenti parlamentari di La Russa, il Barone nero Jonghi Lavarini: “Zelensky si fa di cocaina. Per Kyiv serve l’atomica”. Raccolti oltre 2 milioni con le tessere

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – “Zelensky è un cocainomane, non vedi come tira con il naso? Si fa di coca”. E l’Ucraina? “Se fossi Putin lancerei una bella atomica e la guerra finisce. Ma sai perché Putin non lo fa? Perché a Kyiv c’è la cattedrale cara agli ortodossi”, mi dice il Barone nero Jonghi Lavarini, il fascista neovannacciano, prima che la figlia, “Fiammetta”, lo porti via: “Oggi è il suo compleanno”. Sylvie Lubamba racconta che il generale è “ghiotto di branzino”. Sono la sporca dozzina di Vannacci. Non hanno la decima tatuata sul polpaccio e neppure il teschio ma lo stuzzicadenti , anche se Alessandro, 27 anni, avvisa, “la decima no, ma fai attenzione, qui i maranza girano con il machete. E zac!”.
Hanno trovato la parola d’ordine: la dozzina. Alle 19,30, un’ora prima che Vannacci si presenti da Lilli Gruber, individuo la sua “sporca dozzina” sotto un chiosco a Quarto Oggiaro, in questo Parco Verga che nessun autista conosce perché “non è più Milano, ma forse Villapizzone. Chi viene fin qui?”. Spaccio, omicidi, ovvio, erba alta, due grattacieli di colore nero che sembrano la scala per l’inferno. Si sono inventati “l’Aperi-Vannacci”, l’aperitivo per seguire in diretta Vannacci a La7, da Gruber, la prima volta, come la finalissima del Mondiale, e hanno girato l’invito alle televisioni, ai giornalisti, “venite”. Saranno dieci tavoli, pieghevoli, e sopra una botte c’è lo schermo che racconta Max Bastoni, ex consigliere regionale della Lega, un uomo alto e magro, uno di quelli che aveva pensato di rifare la Lega con l’ultimo Bossi, “ci sarebbe servito per seguire la nazionale, solo che la nazionale non c’è. Questa serata è un modo per conoscerci in vista di sabato e domenica, la grande assemblea costituente che si tiene a Roma. Ci sarai?”.
Ne parla come una San Sepolcro e come ne parlavano, nel 2009, i grillini, quelli del meet-up che pregavano sul web, scrivevano sul web, quelli del Parlamento da aprire come una scatoletta. C’è nell’aria l’allegria e lo spavento delle cose che iniziano. Vedo la curiosità negli occhi di Ranja una marocchina velata che è venuta ad ascoltare il generale e che domanda al marito, italiano, “vediamo se il generale ci remigra”. Con una voce lenta, il contrario dell’ardito, Bastoni indica Alessandro Foderaro che “faceva parte del M5s. E’ stato il loro candidato sindaco alle comunali poi anche lui è uscito e oggi eccolo qui, con Vannacci, come me”. La dozzina. Una donna con i capelli ricci sposta bicchieri, rilascia interviste, e il solito Bastoni informa: “E’ Ilaria Tempesta e anche lei è stata candidata sindaca a Sesto San Giovanni con Italexit di Paragone. E sai quanto ha preso? Il due per cento. Ti sembra poco?”. Alle politiche a quanto arriva il generale? E Bastoni: “La doppia cifra. Si stanno tesserando leghisti, ex di FdI ma è vero che stanno arrivando anche dal M5s”. Le televisioni accerchiano un uomo con l’occhio lui sì da ardito che rilascia dichiarazioni sul tradimento della destra, di Salvini, Meloni, e tutti lo chiamano: “Il Barone”.
E’ Jonghi Lavarini, il “Barone nero”, quello dell’olio di ricino come “digestivo”, del “fascismo come splendida epoca di riforme sociali”, scacciato, finito in tutte le inchieste sul fascismo spelacchiato e disperato. Lo avvicino e gli chiedo di Vannacci, di Ucraina, della coalizione, e il “Barone” comincia a spiegare che la guerra in Ucraina può finire, basta poco. Ci arrendiamo ai russi? “Vi siete chiesti perché Putin ha attaccato? Ha le sue ragioni e se non ci fosse Zelensky, la guerra si sarebbe già conclusa. Non finisce perché Zelensky è un tossico. Si fa di cocaina, ma tagliata male”. Vannacci deve stare dentro o fuori la coalizione? “Se Meloni vuole perdere lo tiene fuori, se Meloni vuole vincere, lo terrà dentro”. Parla allora di accordi di desistenza, “un’alleanza tecnica con Vannacci”, e come il Cesare Rossi di Mussolini spiega che l’obiettivo del generale “non è avere un ministero fra un anno, ma Palazzo Chigi fra cinque”. Fa ironia anche su Pozzolo, il protovannacciano, perché “diciamolo è un po’ balengo”. Si dispongono come allo stadio, le prime file con Bastoni, Foderaro, e Tempesta, i politici, mentre nelle retrovie, nella curva, siedono un ragazzo con il baffetto e la coppola e Samuele, barista, Valerio, magazziniere. In tutti saranno quaranta. Seguono il generale sui social, lo definiscono “logico”, mentre Salvini, dice Samuele, “era partito bene, ma si è perso”. Mi rivela di “avere paura quando torna a casa” e quando si accorge che lo guardo precisa: “E ti sembra che non mi sappia difendere? Mi hai guardato?”. La dozzina. Sono piccola comunità ma comunicano attraverso queste circolari che invia il generale in chat, questi dispacci numerici, nient’altro che fogli excel per avvertire che la cifra dei comitati cresce: leggere e obbedire.
Bastoni ripete che sono centomila iscritti e che “non si scherza con il denaro” e che “sono tutte tessere regolari, non come la vecchia Dc. Raccolgo le iscrizioni e poi bonifico la cifra su un conto Nexi”. Ogni iscritto versa la quota minima di 20 euro. Se sono tutte regolari, e sono centomila, come garantisce Vannacci, significa che Futuro Nazionale ha finora raccolto oltre due milioni di euro. Aggancio Foderaro, l’ex grillino e anche lui racconta che “c’era una corrente all’interno del M5s, quella vicina a Stefano Buffagni, te lo ricordi? Era la corrente di destra perché il M5s non è mai stato di sinistra. Oggi c’è Vannacci e quel mondo sta transitando in Futuro Nazionale”. Lavora in una società informatica e mastica di economia, loda le teorie di Paolo Savona, vorrebbe più moneta, proprio come Angelo Maria Rinaldi, il leghista a cui Salvini aveva proposto nientemeno che la presidenza di Eni, anche lui finito oggi in Futuro Nazionale. Ci accorgiamo quasi per caso che Vannacci si è presentato, seduto in studio da Gruber, con la sua camicia a righe, e lo capiamo dal primo applauso, da quel suo “io rappresento la destra autentica”, la parola che Meloni alla Camera ora rovescia su Pozzolo: “Per sei volte avete votato la fiducia contro questo governo, per mandare a casa questo governo. Non mi si parli di vera destra”. C’è qualcosa di angosciante nel silenzio, nelle mezze bocche aperte che ascoltano Vannacci. Non parla nessuno ma vedo le mani stringersi quando la giornalista del Sole, Lina Palmerini, prova ad attaccare il “generale” o quando Gruber gli chiede “ma lei è fedele?”.
Alla frase di Vannacci “la destra ha perso la trebisonda” scatta un altro applauso, il vero primo gol. Il secondo è quando risponde sul green deal, “le linee rosse”. Partono i “bravo” e si moltiplicano quando rovescia l’accusa di fellonia, “Salvini ha usato me per prendere 150 mila voti”. E’ fragorosa la risata quando Vannacci gigioneggia con Gruber sui clandestini, perché a “lei, signora Gruber, piacciono i clandestini e forse anche i suoi dati sono un po’ clandestini”. Ilaria Tempesta dice sottovoce a Foderaro: “E’ scorretta”, ma la verità è che anche Gruber subisce il fascino di questo generale. Come la Sarfatti con il Duce vuole testare la mascolinità, “e se lei fosse gay?”. E’ abile nel risponderle “non accamperei diritti”, ma è ancora più abile quando arruola Buttafuoco. I musulmani? “Se si assimilano vanno bene. Buttafuoco è musulmano”. Cerco immediatamente Ranja che prende la mano del marito e sono felici: “Hai visto? Non vuole cacciare nessuno. Vuole solo i migranti regolari. Tu lo sei. Tu sei italiana. Hai sposato me. Vannacci ha ragione. Lo possiamo votare”. Confonde il dizionario Zingarelli con Zingaretti ma nessuno se ne accorge come nessuno si accorge che la parola “deportazione” nel vocabolario del generale è solo “movimentazione coatta”. Neppure Gruber è consapevole del regalo che gli fa quando cerca di insidiarlo sui transfughi che sta caricando in questo partito, la schiuma della terra, i baroni, i travestiti dell’ideale. Chiude la partita non appena declama la preghiera del paracadutista, per di più in francese: “Donnez-moi, mon Dieu, ce quel es autres, ne veulent pas” e continua con: “Dammi mio dio quelli che gli altri non vogliono. I miei sono i rifiuti degli altri, quelli che gli altri non vogliono, io voglio la sporca dozzina, quelli bravi li lasciamo al Pd”. Ne trovo un altro della sporca dozzina. Si chiama Renato Maturo, è un avvocato, ex assistente parlamentare di Ignazio La Russa, e vorrebbe stracciare il “decreto flussi”, “nient’altro che una sanatoria” perché “se importi terzo mondo, diventi terzo mondo”; “mi sembra chiaro che ha vinto 3-0 il generale”.
Stanno imparando le frasi di Vannacci a memoria e si offrono al generale. Sylvie Lubamba l’attrice che ha scoperto Chiambretti, gli fa la rassegna stampa: “Ogni giorno segnalo gli articoli e propongo come intervenire. Il generale è un boomer”. Si vuole candidare? “Ci spero”. Andatelo da oggi a vedere sui social. La 7 è stata la sua Piazza Venezia e tutta la schiuma vuole farsi chiamare “dozzina”. Anche Chiara Appendino dichiara che “Vannacci si batte con la buona politica, dà risposte agli esclusi”. Le abbiamo provate tutte: manca solo il governo nero-verde-giallo… Vannacci potrebbe rivelarsi un fiasco e quell’ascolto del 9 per cento non equivale al 9 per cento alle urne. Non è la Decima la sua forza, ma la dozzina, la sporca. Si dice “datemi una dozzina di uomini…”, e “dozzinale” è lo scarso di valore, il mediocre. Dozzinale non è altro che l’uomo qualunque, l’uno vale uno di Grillo. C’è il chiosco, il silenzio di chi ascolta, le frasi a memoria… Non è fascismo. E’ il solito fegato guastato dei penultimi, di chi vede il controllore non chiedere più il biglietto per evitare una coltellata, di chi vuole ascoltare parole ridotte all’osso delle cose. In quella preghiera di Vannacci “dammi lo scarto” c’è la nuova discesa in campo dei Misérables.
Oltre 300mila euro annunciati a marzo scorso ma lavori mai partiti

Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della circoscrizione Vomero, il quale, dopo la notizia che i locali posti al piano terra del polifunzionale di via Morghen, 84, di proprietà del Comune di Napoli, sarebbero stati liberati da cose e persone, a seguito della diffida, inoltrata dall’ufficio patrimonio dell’amministrazione comunale, alla fondazione Francesco De Martino che, dal 2009, occupava quei locali, aveva auspicato che la biblioteca comunale “Benedetto Croce”, trasferita nel 2008 nei locali posti in via De Mura, al piano interrato dell’edificio scolastico Vanvitelli, locali chiusi al pubblico dal 2019, quindi da ben sette anni, potesse tornare in tempi rapidi nella sede che le era stata destinata fin dalla costruzione dell’edificio di via Morghen, dalla quale fu trasferita proprio per far posto alla succitata fondazione, esprime, anche a nome delle tante persone che, quando era aperta, frequentavano quest’unica biblioteca comunale a disposizione dei vomeresi, la più profonda delusione e un grande rammarico per il fatto che, nonostante siano trascorsi oltre due anni da quando i locali al piano terra di via Morghen sono stati liberati, l’importante presidio culturale del Vomero non sia stato ancora riaperto al pubblico nei nuovi locali. Al riguardo lo stesso Capodanno, risultati vani i numerosi appelli per la riapertura della biblioteca in questione, aveva, in più occasioni, chiesto l’intervento del sindaco di Napoli, Manfredi, senza però ricevere a tutt’oggi alcun riscontro operativo.
” Purtroppo – afferma Capodanno – anche dal sopralluogo effettuato in questi giorni, a seguito delle segnalazioni e delle proteste delle tante persone che, in passato, frequentavano la biblioteca vomerese, ho potuto constatare che nella è cambiato e che il trasferimento nella nuova sede non è stato ancora effettuato mentre i locali dell’attuale sede restano sbarrati e nel più totale degrado e abbandono “.
“ Quando ero presidente della circoscrizione, negli anni ’80 – puntualizza Capodanno -, intrapresi una vera e propria battaglia per trasferire la biblioteca Croce nella nuova sede comunale, posta in via Morghen, 84, in una palazzina strappata, dopo una lunga battaglia sostenuta dalla Circoscrizione e dai residenti, all’utilizzo originario, fissato dall’allora sindaco-commissario Valenzi, a silos multipiano per parcheggi. Successivamente, nel 2009, i locali della biblioteca, senza che venissero mai chiariti i motivi di una tale decisione, vennero destinati a sede di una delle tante fondazione che, negli ultimi anni, sono state create nel capoluogo partenopeo. Da qui scaturì il trasferimento della biblioteca comunale nell’attuale sede. Eppure il Vomero, con i suoi quasi 45mila residenti, avrebbe bisogno di più di una biblioteca pubblica, anche come luoghi d’incontro e di aggregazione, dopo la chiusura di diverse librerie, come Guida e Loffredo, e di numerose sale cinematografiche “.
” A questo punto – conclude Capodanno – lancio un nuovo pressante appello al sindaco di Napoli, Manfredi, affinché i fondi annunciati a marzo scorso, a seguito dell’approvazione del progetto esecutivo da parte della Giunta comunale, per un importo complessivo di 332mila euro, finalizzati all’ammodernamento degli spazi e per migliorare la fruibilità e l’efficienza dei servizi bibliotecari, garantendo al quartiere Vomero una struttura all’avanguardia, vengano immediatamente utilizzati dando inizio ai lavori di adeguamento dei locali vuoti e inutilizzati del polifunzionale in via Morghen, trasferendo, in tempi rapidi, la biblioteca Croce dagli attuali locali di via De Mura, al fine di restituire al quartiere Vomero una struttura storica fondamentale e di grande importanza non solo per la cultura ma anche come luogo d’incontro e d’aggregazione, segnatamente per i giovani “.

Tutto pronto per la 14esima edizione di Salerno Letteratura che quest’anno sarà dedicata al poeta Alfonso Gatto. Si parte alle 11 nella chiesa dell’Addolorata con il consueto incontro inaugurale, alla presenza delle istituzioni, dell’intero staff e della direzione artistica A seguire L’ETERNO RITORNO DEL TIRANNO, incontro con Goffredo Buccini, autore di Tyrannis (Neri Pozza). Conduce Gennaro Carillo Se l’esordio del terzo millennio si svolge tra le macerie del Ground Zero, l’ultimo atto del secondo va in scena nel 1999 a Seattle, tra le migliaia di manifestanti che protestano contro il meeting della World Trade Organization. In quel corteo c’è Madeleine, dieci anni: sarà lei l’interlocutrice di Goffredo Buccini, editorialista e inviato speciale del “Corriere della Sera”, nel viaggio attraverso il primo quarto del nuovo secolo, tra errori e orrori che hanno incrinato la democrazia. Lo scontro tra Stati Uniti e stati canaglia, il naufragio dell’illusione che la libertà si esporti, la nostalgia aggressiva della Grande Russia, il 7 ottobre, una Terra che brucia. Tirannidi veloci come gli eventi, che fanno leva sugli esclusi e riaprono la partita delle autocrazie, creduta chiusa col Novecento. Ma per Madeleine, oggi donna, il racconto può diventare scintilla per reagire, invito a non perdere quel filo d’argento di speranza che circonda le nuvole più scure. Ci sono buone ragioni per essere pessimisti, ma anche per non smettere di cercare la luce.
Alle 17.30 a Palazzo Fruscione il Premio De Sanctis: incontro con i vincitori Tonia Mastrobuoni e Roberto Battiston con la partecipazione di Dacia Maraini in collegamento. Conduce Paolo Di Paolo. Salerno Letteratura ospita i vincitori della XV Edizione del Premio De Sanctis letteratura: Roberto Battiston, insignito del Premio Saggistica per Energia. Una storia di creazione e distruzione (Raffaello Cortina Editore, 2025) e Tonia Mastrobuoni, che ha ricevuto il Premio Giornalismo con l’opera La Peste (Feltrinelli, 2025). A dialogare con gli autori sarà Paolo Di Paolo, membro della giuria dʼeccellenza che ha selezionato i libri vincitori insieme a Corrado Augias (Presidente), Dacia Maraini, Annalisa Cuzzocrea, Carla Mellidi e Loredana Lipperini.
Alle 18 alla chiesa dell’Addolorata LA ‘PANEMPATIA’ DI MICHELANGELO E LA SUA CONCEZIONE DELLA MATERIA VIVA. LA CAPPELLA SISTINA DI NUOVO: lectio magistralis di Horst Bredekamp, autore di Michelangelo (Castelvecchi). Introducono Maria Carmen Morese e Anna Onesti In collaborazione con il Goethe Institut di Napoli. L’opera di Michelangelo ha segnato in modo indelebile la storia dell’arte. In questa monumentale monografia Horst Bredekamp restituisce il suo genio, intrecciando biografia, ricostruzione storica e interpretazione critica. Con un approccio iconologico, ogni opera viene indagata non solo dal punto di vista stilistico ma, seguendo la lezione di Aby Warburg, anche nei suoi significati simbolici. Ne emerge un ritratto che rompe con le letture più consuete e introduce nuove categorie – “panempatia”, “eros proteiforme”, “inversione” – per rivelare un artista animato dal richiamo della materia e da una tensione costante a infrangere le convenzioni, capace di trasformare la propria esperienza della natura in un universo di forme sempre travolgenti e imprevedibili.
Alle 18.30 a Palazzo Fruscione, TANTI AUGURI, REPUBBLICA. Ottant’anni fra conquiste e promesse da realizzare. Incontro con Salvatore Romeo e Cinzia Sciuto, in collaborazione con Micromega. Andare a votare il 2 e 3 giugno 1946 fu un’emozione fortissima. Tutti erano consapevoli della responsabilità che implicava, le donne facevano ingresso nella piena cittadinanza politica per la prima volta e, in quelle giornate storiche fu scelta la forma di Stato da dare alla nuova democrazia antifascista. Da allora ad oggi però non tutte le intenzioni dei Padri e delle Madri Costituenti sono state realizzate. Partendo da Tanti auguri, Repubblica il volume 3/2026 di Micromega, insieme a Cinzia Sciuto, Direttrice della rivista, esamineremo questi ottant’anni come una sequenza di contraddizioni che attraversano il rapporto tra Costituzione formale e realtà materiale, mentre Salvatore Romeo mostrerà come il Mezzogiorno resti il luogo emblematico di un riscatto mancato, dove si condensano le incongruenze dello sviluppo nazionale.
Alle 19 alla Chiesa dell’Addolorata, PENSARE IL DISASTRO: incontro con Lucrezia Ercoli, autrice di La terra trema. Filosofia della catastrofe (Il Melangolo) Conduce Gennaro Carillo. Cosa resta quando il mondo crolla? La catastrofe segna una soglia irreversibile: dopo, nulla è più come prima, eppure tutto continua. Lucrezia Ercoli esplora macerie materiali e simboliche, in cui il terremoto ridefinisce ogni certezza. Interpretata dalla filosofia, spettacolarizzata dai media, trasfigurata dall’arte, la catastrofe rende visibili le fragilità strutturali che in tempi ordinari restano nascoste. Quando le coordinate abituali crollano, lʼessere umano è costretto a inventarne di nuove. Da Voltaire a Murakami, da Burri a Springsteen, arte e filosofia danno forma al tempo sospeso che segue il disastro: tempo di perdita e lutto, ma anche di memoria e rinascita.
Alle 19.15 al Museo Diocesano MINORI MA NON MINIMI: I COMPRIMARI MEMORABILI DI SHAKESPEARE- Incontro con Nadia Fusini, autrice di Rubare la scena (Einaudi) Conduce Flora de Giovanni. Nel teatro di Shakespeare capita spesso che i personaggi minori rubino la scena ai protagonisti aristocratici. Bernardino, in Misura per misura, si rifiuta di essere impiccato perché ha bevuto tutta la notte: vuole vivere e basta. Parolles, in Tutto è bene quel che finisce bene, tradisce il suo signore pur di salvarsi la pelle, segnalando così il tramonto dei valori cavallereschi. La balia Angelica, in Giulietta e Romeo, ha idee pragmatiche sull’amore e non esita a spadroneggiare sul padrone per aiutare la sua protetta. Lo stesso fanno il portiere di Macbeth, la cameriera di Desdemona, il giardiniere del Riccardo II: sono figure concrete, né eroiche né nobili, tutte impegnate nella lotta per la sopravvivenza. Sono loro, per Nadia Fusini, i primi cittadini moderni, capaci in poche battute di suggerire una visione alternativa del mondo. Precursori del romanzo borghese, nel teatro shakespeariano svolgono un ruolo preciso: interrompono l’azione, aprendo squarci di realtà.
Alle 19.30 a Largo Pomona per Spazio Ragazzi arriva Antiniska Pozzi, aautrice di Tanto domani muori (HarperCollins). Conduzione a cura delle Ragazze e Ragazzi del Liceo G. Da Procida e Daria Limatola. Anna ha sei anni e un rumore che le abita nella testa. Cresce al terzo piano di un edificio nella periferia nord di Milano, figlia di Nino, operaio che sognava il calcio, e di Adriana, segnata da una malinconia senza nome e dal terrore cronico della disgrazia presagita fin dall’infanzia da uno spettro di famiglia, la Canuta. La bambina introversa diventa un’adolescente piena di domande, in cerca di una voce propria, mentre gli anni Settanta trasformano il Paese. Finché le crepe del mondo si spalancano anche nella sua vita e la tragedia attesa diventa realtà. Tanto domani muori è un romanzo di formazione che diventa racconto universale, riflessione intima e politica sull’appartenenza, il lutto e il riscatto, simbolo di un’intera generazione sospesa tra sacrificio e desiderio di futuro. L’evento è realizzato in collaborazione con Liceo Scientifico G. Da Procida e con le studentesse e studenti che hanno seguito il Corso di Conduzione Eventi organizzato da Associazione Duna di Sale.
Alle 20.30 nell’Atrio del Duomo si terrà la prolusione. Gennaro Carillo come anticipato, sarà in dialogo con Paolo Di Paolo. Quest’anno la prolusione che apre Salerno Letteratura avrà una forma speciale e vorrà essere un tributo ad Alfonso Gatto, un cui verso è stato scelto come titolo dell’edizione 2026. Preceduti da una lettura scenica dall’opera del grande poeta salernitano, a cura di Marianna Esposito e in collaborazione con la Fondazione Gatto, i direttori artistici dialogheranno sul tema del festival. Che cosa significa un cuore desto? E soprattutto quali sono le parole che potrà e dovrà dire? Il verso custodisce forse un senso civile ed etico? Le parole e il loro rapporto con le cose, la perdita o la perversione del significato delle parole, sono uno dei grandi problemi di ogni età di crisi. E quella che stiamo vivendo lo è a pieno titolo.
Alle 21.30, sempre nell’Atrio del Duomo, A LEZIONE DI POLITICA CON DANIELA PREZIOSI. Conduce Gennaro Carillo. I linguaggi della politica sono profondamente cambiati. E le nostre categorie interpretative si rivelano sempre più inadeguate. L’oggetto stesso si fa sfuggente. Di qui, un sentimento diffuso di frustrazione e disaffezione, come si evince dalla contrazione drastica dei flussi elettorali. Eppure, la vicenda politica merita sempre di essere raccontata. Anzi, la qualità del modo in cui la si racconta è strettamente connessa alla qualità della democrazia (che non può prescindere da un’informazione libera). Ecco perché, tra gli esperimenti di Salerno Letteratura, quest’anno c’è la singolare ‹scuola’ di politica affidata a una maestra d’eccezione: Daniela Preziosi, tra le interpreti più acute delle vicende italiane. A lei il compito di fornire chiavi di comprensione della realtà e di mostrare alla ‘classe’ come funziona oggi il racconto della politica tra cronaca e commento.
Alle 21.15 al Museo Diocesano, CADAVERI ECCELLENTI- Proiezione del film di Francesco Rosi. Introducono Monica Trotta e Peppe D’Antonio In collaborazione con Linea d’ombra. Italia, anni Settanta. Uno dopo lʼaltro, i giudici più illustri del paese vengono assassinati. Lʼispettore Rogas indaga con metodo e ostinazione, seguendo una pista che lo conduce verso i vertici del potere: magistratura, politica, servizi segreti. Più si avvicina alla verità, più il sistema si chiude intorno a lui. Tratto dal romanzo Il contesto di Leonardo Sciascia, Cadaveri eccellenti è uno dei capolavori del cinema politico italiano. Francesco Rosi costruisce un thriller glaciale e visionario, con la fotografia di Pasqualino De Santis e un cast straordinario — Lino Ventura, Max von Sydow, Fernando Rey, Alain Cuny. Un film che non offre risposte rassicuranti: il potere è opaco, la giustizia è compromessa, e chi cerca la verità rischia di diventare l’ennesimo cadavere eccellente.
Alle 22.30 a Largo Pomona LE MANI SU GALILEO, incontro con Massimo Bucciantini, autore di Alla conquista di Galileo. Da Napoleone a Giovanni Paolo II (Laterza) Conduce Paolo Di Paolo. Il Galileo processato dallʼInquisizione diventa personaggio di un racconto globale, che è anche quello dei miti, della politica e della storia d’Italia: patriota e martire dellʼItalia risorgimentale, “genio italico” per la propaganda fascista, uomo e scienziato sinceramente pio e devotamente cattolico. Nel Novecento il partito cattolico proverà appunto ad arruolare Galileo nelle proprie fila come archetipo dello scienziato cristiano: la riconquista cattolica della società italiana passa anche attraverso la conquista della scienza. Il tentativo è riuscito? Quale Galileo è stato ‘riabilitato’ da Giovanni Paolo II?
Alle 22,30 all’Arco Catalano, Libera Durante e Eduardo Milone conducono una serata per festeggiare Francesco Durante. Lo faranno nel segno di un altro grande intellettuale scomparso nel luglio scorso, Goffredo Fofi. Di Fofi, la casa editrice Martin Eden ha ripubblicato Prima il pane, raccolta di saggi ora arricchita dalla prefazione di Paolo Di Paolo: non una semplice raccolta di saggi, ma una bussola militante per orientarsi nella cultura italiana. Un libro-manifesto che segnalava il salvabile degli anni Ottanta e indicava i nomi su cui scommettere nel decennio a venire: Celati, Starnone, Benni, Serra, Altan, Villaggio, Lerner. Fofi ragionava, elogiava, stroncava senza pietà, ma sempre con ragioni solide. Più di trent’anni dopo, Prima il pane non ha perso un grammo della sua energia: è ancora una fucina di stimoli, idee e provocazioni indispensabili non solo per chi crea cultura, ma soprattutto per chi la vive, la consuma e la abita ogni giorno. A seguire Incontro con Giuseppe Durante e Alessandro Basso, autori di Salerno Letterartura Festival quattordici edizioni meno una (Operaedizioni) Un festival deve avere una fisionomia specifica. Altrimenti si riduce a un ‘prodotto’ fra i tanti. Un contributo decisivo all’identità di Salerno Letteratura è venuto dall’opera grafica di Giuseppe Durante, che ogni anno ha saputo tradurre in immagini il tema del festival. Senza mai scadere nel banale o nel didascalico, ma trovando ogni volta una chiave sorprendente. Raccolte in volume, quelle immagini restituiscono l’esperienza di queste quattordici stagioni. Rendono leggibile la trama di un’utopia concreta.
Tra gli altri ospiti della giornata ci sono: Luigi La Rosa (ore 18.30 Largo Pomona) che in compagnia di Paolo Di Paolo presenterà il suo A Parigi con gli impressionisti (Perrone). L’arte può salvarci dalla solitudine? Incamminandosi lungo le tracce che la bellezza semina in noi, i lettori troveranno la risposta giusta. Con loro ci saranno gli studenti del corso di Pittura del Liceo Artistico Sabatini-Menna, autori di una performance dal vivo che accompagnerà l’incontro.
Anna Maria Zizza sarà alle 18.30 al Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana con il suo L’estate della dolciera Marlin). Con lei Brunella Caputo e Milena Plminteri. Sicilia, XVII° secolo. Maria, dolciera modicana, scopre di aspettare un figlio da Giuseppe, giovane lombardo di cui è innamorata. Trova impiego nelle cucine della nobildonna Anna Vassallo e dà alla luce Tommasino, in onore del benefattore Tommaso Campailla. Giuseppe, rientrato a Milano, parte riluttante per un lungo grand tour attraverso l’Italia come precettore del rampollo Galeazzo Beltrami, ignaro delle insidie che lo attendono.
Alle 19.30, nel Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana, MERIDIANO RAMONDINO. UN CLASSICO DEL NOVECENTO – Incontro con Mirella Armiero, autrice con Francesco Paolo Busco di Bagaglio leggero. Viaggio nei luoghi di Fabrizia Ramondino (Nutrimenti), e Ippolita Di Majo, curatrice di Teatro (Einaudi). Conduce e legge Marianna Esposito. Scrittrice dotata di una profonda vena civile e poetica, Fabrizia Ramondino (Napoli, 1936 – Gaeta, 2008) esordisce nel 1981 con Althénopis, imponendosi come una delle voci più originali ed eterogenee del Novecento italiano. Nelle sue pagine la memoria, il disagio sociale e l’identità femminile si fondono attraverso uno stile lirico e frammentario, con radici profonde nella Napoli degli oppressi. Alla vocazione letteraria unisce quella educativa, e nel 1970 fonda l’Associazione Risveglio Napoli: un progetto solidale di asilo gratuito per bambini e di scuola serale per i lavoratori.
Alle 19.30, presso la sede del comitato centro storico di via Da Procida, SALERNO RIMA D’ETERNO DAL MEDIOEVO ALL’ETÀ MODERNA – Incontro con Maria Carla Del Duca e Michele Rosco in collaborazione col Comitato Centro Storico Alto. Introduce Sabrina Prisco. Del Duca e Rosco, già autori di Salerno da leggere (D’Amato) sono ciceroni della prima tappa di un viaggio alla scoperta di Salerno, una città in cui i luoghi che hanno visto gli avvenimenti storici – tanti e importanti – sono ancora rintracciabili, riconoscibili. Attraverso le storie di alcuni dei personaggi che l’hanno abitata, Del Duca e Rosco ci portano su un percorso lungo quasi mille anni, dall’VIII secolo con Arechi, alla fase post-unitaria con Matteo Luciani. Con l’occasione, inauguriamo anche la nuova sede del Comitato Centro Storico Alto.
Alle 19.30 a Palazzo Fruscione, Incontro con Salvatore Giannella, autore di Al di là del bere e del mare (Orlotti). Conducono Erminia Pellecchia, Sabrina Prisco e Nevio Toti. Ispirato dalle celebri «interviste impossibili» e da incontri reali, Al di là del bere e del mare è un simposio senza tempo in cui il confine tra realtà e immaginazione si fa sfumato: in dialogo con lʼautore troviamo Dioniso, Parmenide, Leonardo da Vinci, Garibaldi, Caterina Sforza, Federico II, Fellini, Veronesi, Camilleri, Olmi e molti altri. Ogni incontro è il tassello di un mosaico che celebra la díaita, termine greco da cui deriva «dieta» ma che, in origine, indicava un modo di vivere fondato sullʼequilibrio mentale, sulla moderazione e sul contatto con la natura. Un invito a riscoprire la lentezza, il rito e la sapienza contadina come antidoti alla narcosi di una società frenetica e tecnologica, esteso a chi vuole “arrivare vivo alla morte”, assaporando ogni istante sapendo che bellezza e felicità sono doni che richiedono, prima di tutto, misura e rispetto.
Alle 21 al Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana incontro con Antonio Musarra, autore di Il mondo secondo Francesco d’Assisi (Il Mulino). Conduce Anna Rotunno. Un racconto in quattordici tappe che invita a leggere la realtà attraverso lo sguardo di Francesco d’Assisi: la città medievale segnata da faide, il sogno cavalleresco e le sue delusioni, il denaro come potere, la penitenza radicale, la Chiesa tra splendore e crisi, la costruzione d’una fraternità, la notte oscura dellʼanima. Lontano da agiografie e sentimentalismi, Musarra restituisce la forza di un uomo che fu segno di contraddizione, capace di attraversare i conflitti e disinnescarne le logiche. Attorno a lui prendono vita mercanti e lebbrosi, pellegrini ed eretici, papi e sultani. Il ritratto finale rivela un uomo dai molti volti – penitente, obbediente, folle di Dio, mistico – che costruisce unità dove cʼè divisione e annuncia pace dove regna il sospetto.
Alle 21.15 al Museo Diocesano Incontro con Franco Marcoaldi, autore di La disperanza (Einaudi). Conduce Barbara Cangiano. E se chi non crede in un mondo migliore avesse ragione? La speranza, osserva Marcoaldi, è un sentimento passivo e illusorio; la disperazione una resa vigliacca. Esiste però una terza via, antica e carica di energia: la disperanza. A questo concetto rimandano grandi voci del pensiero e della poesia – Caproni, Camus, Montaigne, Canetti — e, inconsapevolmente, anche molti giovani di oggi, spesso derisi per il loro vagabondare senza meta ma capaci di ribellarsi alle ingiustizie. Sono loro, forse, i migliori interpreti della disperanza: il sentimento di chi abbandona gli utopismi novecenteschi e, rinunciando a ideali armonici sempre rinviati, prova solo a limitare il Male e a costruire una società appena più giusta e decente. È vero: le ombre si allungano. Eppure anche nella penombra, diceva María Zambrano, resta una vena di allegria.
Alle 22 all’Arco Catalano, incontro con Gianfranco Di Fiore, autore di Bauhaus (readerforblind). Conduce Corrado De Rosa. In unʼIrlanda verde e silenziosa, un emigrato senza certezze osserva il mondo come fosse uno specchio della propria inadeguatezza. Ha un curriculum in tasca e la prospettiva di un lavoro che non desidera; trova rifugio solo nella scrittura. Vive in una villa sul mare, ospite di una famiglia numerosa la cui solidità è solo apparente: sotto la superficie affiorano umiliazioni e un’idea distorta di cura, elementi ordinari di una disfunzione interiorizzata. Bauhaus è la storia di una trasformazione silenziosa: attraverso la solitudine, il disincanto e l’esilio del quotidiano, il protagonista scopre che rinascere è possibile anche nei gesti più piccoli, nella reciprocità, nella scelta ostinata di restare.
Alle 21.30 a Pomona, incontro con Niccolò Zancan, autore di L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi). Conduce Serena Talento. L’ultimo operaio di Mirafiori, lo storico stabilimento torinese della FIAT, sta per andare in pensione. È lui l’ultimo ad aver indossato la tuta blu, ad aver visto l’Avvocato Agnelli e ad aver tifato Juventus per riconoscenza. Non è più Cipputi, il metalmeccanico protagonista delle strisce di Altan: è un operaio ancora più disilluso e solo, uscito persino dalle parole del mondo. Se ne va in dissolvenza, testimone dell’epoca in cui Mirafiori era la più grande fabbrica d’Europa. Oggi restano 4080 operai addetti alla produzione, quasi sempre in cassa integrazione. Fissano il vuoto dai palazzi costruiti per loro, che si spopolano come la città che li 28 29 SABATO 13 GIUGNO 2026 SABATO 13 GIUGNO 2026 aveva accolti. Niccolò Zancan, inviato del quotidiano “La Stampa”, è dovuto andare via da Torino per mettere a fuoco le cose, ed è dovuto tornare per trovare l’ultimo operaio e ascoltare la sua storia, prima che questo mondo novecentesco svanisca dietro la curva del secolo. Zancan racconta il nostro presente attraverso una poetica peculiare, che non si sottrae mai alla critica sociale e civile.
Il programma aggiornato è consultabile sul sito di Salerno Letteratura.
Francesco Acampora
Barbara Cangiano

(di Dan Diamond e Isaac Arnsdorf – washingtonpost.com) – Per il primo controllo medico di George H.W. Bush da presidente nel 1989, furono coinvolti cinque specialisti, riferì all’epoca la Casa Bianca. Suo figlio George W. Bush fu visitato da 12 specialisti nel suo primo controllo medico presidenziale, dissero funzionari della Casa Bianca una dozzina di anni più tardi.
Il presidente Donald Trump sembra aver stabilito un nuovo record: 22 specialisti medici lo hanno valutato nell’ambito del suo più recente controllo sanitario, secondo un referto medico recentemente diffuso dalla Casa Bianca.
Questa cifra è quasi il doppio del numero di specialisti che avevano valutato Trump nei suoi precedenti controlli medici da presidente, secondo una revisione delle dichiarazioni pubblicamente disponibili dei medici di Trump.
La cifra rappresenta inoltre il numero più elevato di specialisti medici che abbiano valutato un presidente in una singola visita, sulla base di una revisione di dichiarazioni e documenti pubblici, suscitando interrogativi da parte di medici esterni che hanno affermato di essere già scettici riguardo alle comunicazioni della Casa Bianca sullo stato di salute di Trump, che si avvicina agli 80 anni.
«È un numero straordinario», ha detto Jonathan Reiner, cardiologo di lunga data dell’ex vicepresidente Dick Cheney. «Quali specializzazioni rappresentano? Perché così tanti?» I funzionari della Casa Bianca hanno affermato che il numero era proporzionato alla necessità di effettuare una «valutazione completa e preventiva» del presidente. Sean Barbabella, il medico del presidente, ha dichiarato che la valutazione ha riscontrato che Trump gode di «ottima salute».
«Il coinvolgimento di numerosi specialisti riflette una valutazione completa e multidisciplinare, coerente con le migliori pratiche per l’assistenza medica a livello esecutivo», ha dichiarato la Casa Bianca in un comunicato. Un funzionario della Casa Bianca ha affermato che medici affiliati alla Harvard University, alla Duke University e ad altre importanti istituzioni hanno contribuito a effettuare la valutazione. Il funzionario ha inoltre dichiarato che alcuni medici generalisti sono stati inclusi nel conteggio di 22 specialisti effettuato dall’amministrazione.
«Non abbiamo nulla da nascondere», ha detto il funzionario. La Casa Bianca ha spesso rifiutato di rispondere a domande specifiche sulle valutazioni mediche di Trump, ad esempio cosa abbia spinto il presidente a sottoporsi a un secondo esame fisico presso il Walter Reed National Military Medical Center lo scorso anno. I presidenti di solito effettuano una sola visita annuale, salvo la presenza di una condizione urgente. Quasi tre mesi dopo quella visita, e dopo aver inizialmente detto ai giornalisti di essersi sottoposto a una risonanza magnetica, Trump e la Casa Bianca hanno chiarito che il presidente aveva ricevuto una TAC nell’ambito della valutazione.
I referti medici di Trump inoltre non includono più un comune farmaco per la prevenzione della caduta dei capelli che, secondo i suoi medici, egli assumeva abitualmente durante il suo primo mandato. I funzionari della Casa Bianca hanno rifiutato di commentare il precedente utilizzo del farmaco, la finasteride, da parte di Trump e se ne abbia interrotto l’assunzione.
L’attenzione sullo stato di salute di Trump arriva nel contesto di interrogativi più ampi sull’idoneità dell’attuale presidente e del suo predecessore, Joe Biden, a ricoprire il ruolo di comandante in capo. Biden, che aveva 82 anni quando ha lasciato l’incarico, e Trump, che compirà 80 anni il 14 giugno, sono i due uomini più anziani ad aver ricoperto la presidenza.
Karine Jean-Pierre, che ha ricoperto il ruolo di addetta stampa di Biden, ha dichiarato durante una conferenza stampa del febbraio 2024 che una squadra di «20 medici» aveva partecipato alla valutazione medica di Biden presso Walter Reed quell’anno.
Le amministrazioni precedenti hanno spesso scelto di non rendere noto il numero specifico di specialisti che partecipano alle valutazioni mediche del presidente, che tradizionalmente vengono effettuate presso Walter Reed.
I presidenti non sono tenuti a divulgare le proprie cartelle cliniche, sebbene parlamentari di entrambi i partiti abbiano chiesto maggiori controlli sui capi dell’esecutivo, come la creazione di una commissione indipendente che possa valutare lo stato di salute del presidente.
Tuttavia, documenti e dichiarazioni pubblicamente disponibili indicano che il numero di specialisti coinvolti nella valutazione della salute presidenziale sembra essere aumentato considerevolmente.
I cinque specialisti coinvolti nel controllo medico del presidente George H.W. Bush nel maggio 1989 includevano un oculista, un urologo, un dermatologo e due allergologi, secondo quanto dichiarò all’epoca la Casa Bianca. Bush, allora sessantacinquenne, consultò poi otto specialisti l’anno successivo, tra cui un radiologo, un cardiologo e un reumatologo, riferì la Casa Bianca.
Suo figlio, il presidente George W. Bush, fu visitato da 12 specialisti durante il controllo medico del 2001, secondo quanto dichiararono all’epoca funzionari della Casa Bianca. Mentre circolavano interrogativi sull’idoneità di Trump durante il suo primo anno in carica, Ronny Jackson, che fu medico di Trump durante il suo primo mandato e che oggi è membro repubblicano del Congresso per il Texas, organizzò la visita del presidente da parte di 13 specialisti, come ha scritto nelle sue memorie.
«Non ho effettuato questa visita da solo; sono stato assistito da un intero comitato di specialisti di altissimo livello presso Walter Reed, inclusi medici specializzati in dermatologia, ortopedia, gastroenterologia, oftalmologia, urologia, pneumologia, otorinolaringoiatria e cardiologia», ha scritto Jackson nel suo libro, «Holding the Line».
«Il cardiologo ha effettuato l’esame cardiaco. Lo pneumologo ha eseguito l’esame dei polmoni e i test della funzionalità respiratoria, il dermatologo ha effettuato l’esame della pelle e così via». Trump fu visitato da 11 specialisti per il controllo medico del 2019 e da 14 specialisti per quello dello scorso anno, secondo i precedenti referti medici diffusi dalla Casa Bianca.
I laureati che lavorano all’estero guadagnano il 60% in più rispetto a chi rimane in Italia. Il rapporto Almalaurea: sono le differenze retributive a spingere molti giovani a emigrare per lavorare

(Alessandro D’Amato – open.online) – I laureati italiani che vanno all’estero guadagnano il 60% in più rispetto a quelli che rimangono. Lo dice il “XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione”, presentato ieri all’università della Basilicata e illustrato dal Sole 24 Ore. Sono le differenze retributive a spingere molti giovani a emigrare per lavorare. Visto che a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio, si può arrivare a guadagnare quasi il 60% in più. Le due rilevazioni, condotte dal consorzio che raggruppa 81 università, hanno coinvolto, per i percorsi di laurea, 335 mila persone che hanno completato gli studi nel 2025 e quasi 700 mila per gli esiti occupazionali. Sono stati intervistati a uno, tre e cinque anni dal titolo.
In generale si laureano più donne che uomini (il 59,6%), che però nelle discipline Stem sono ferme al 40,5% da dieci anni. Arriva al traguardo in tempo il 60,4% del campione. Quattro su dieci diventano fuori corso. I laureati nei tempi hanno il 14,1% di probabilità in più di essere occupati. L’età media della laurea è 26,3 anni. Il voto medio è di 102,8 su 110. In generale, l’89,1% del campione esprime una soddisfazione «elevata» per l’esperienza universitaria e il 72,1% confermerebbe corso e ateneo. I laureati di primo e secondo livello che a un anno di distanza già lavorano aumentano rispettivamente del 2,6% e del 2,2% e toccano l’81,2% e l’80,8%.
A cinque anni di distanza gli occupati dopo una magistrale o una laurea a ciclo unico sono il 94,4%, che è il valore più alto degli ultimi 15 anni (+4,7 punti in un anno). L’occupabilità più elevata è quella dei laureati in medicina, sanità e farmaceutica. Poi ci sono ingegneria industriale e dell’informazione, informatica e tecnologie Ict, architettura e ingegneria civile. Le meno favorite sono le lauree psicologiche, artistiche/design e giuridiche. E le retribuzioni? A un anno dalla laurea la retribuzione mensile netta è in media di 1.491 euro per il primo livello e 1.495 per il secondo. Il calo registrato nel giro di 12 mesi è, al netto dell’inflazione, di -1,4% per le prime e -0,9% per le seconde.
Dopo cinque anni il guadagno netto è di 1.796 euro mensili per i laureati di primo livello e di 1.903 per quelli di secondo livello. Anche qui è importante il gruppo disciplinare. Ma ci sono anche i divari geografici e di genere. Gli uomini hanno il 13,7% di probabilità in più di essere occupati delle donne e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti mensili. Chi sta al Nord ha il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede nel Mezzogiorno. E guadagna di più. Chi espatria? Il 3,7% degli occupati a un anno dalla laurea con diploma ottenuto da noi e il 4,5% di quelli a cinque anni.
I paesi preferiti? Il 15,2% lavora in Germania, il 13,5% in Svizzera, il 9,6% in Spagna, il 9,5% in Francia, il 7,7% in Belgio, il 7,6% nei Paesi Bassi e il 7,3% nel Regno Unito. Soprattutto per lo stipendio: i nostri laureati di secondo livello oltreconfine percepiscono, a un anno dalla laurea, 2.290 euro mensili netti (+57,6% rispetto ai 1.452 euro di che resta in Italia). Dopo cinque anni arrivano a 2.941 euro (+59,9% rispetto ai 1.840 percepiti lungo la penisola). Per questo c’è un 37% che dichiara «molto improbabile» il rientro in Italia e un 31,5% che lo ritiene «poco probabile».
BENE LA RIAPERTURA DEL PRONTO SOCCORSO H24 DI BOSCOTRECASE. ORA TOCCA A SANT’AGATA DE’ GOTI

La riapertura del Pronto Soccorso H24 dell’Ospedale di Boscotrecase rappresenta una notizia importante per il diritto alla salute e per il rafforzamento della rete dell’emergenza-urgenza in Campania. Dopo anni di attesa, un presidio fondamentale torna finalmente operativo, restituendo ai cittadini un servizio essenziale e alleggerendo la pressione sugli altri ospedali del territorio.
Questa positiva esperienza dimostra che, quando c’è la volontà di investire sulla sanità pubblica, i risultati possono arrivare anche dopo anni di difficoltà.
Proprio per questo oggi è necessario aprire una riflessione seria sul futuro dell’Ospedale Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di Sant’Agata de’ Goti e, più in generale, sulla condizione sanitaria delle aree interne della provincia di Benevento.
I cittadini del Sannio non possono continuare a sentirsi utenti di serie B. Le distanze dai grandi centri ospedalieri, la carenza di collegamenti infrastrutturali e l’invecchiamento della popolazione rendono indispensabile il potenziamento dei servizi sanitari territoriali e ospedalieri.
Sant’Agata de’ Goti rappresenta un presidio strategico per un vasto comprensorio che comprende decine di comuni tra il Sannio e la Valle Caudina. Per questo è necessario programmare investimenti, rafforzare organici e servizi e garantire risposte adeguate ai bisogni di salute delle comunità locali.
Se per Boscotrecase si è riusciti a restituire ai cittadini un Pronto Soccorso H24 atteso da anni, oggi è legittimo chiedere la stessa attenzione per le aree interne della Campania.
La sanità deve unire i territori, non creare disuguaglianze. Garantire cure, emergenza e assistenza vicino ai cittadini significa difendere un diritto costituzionale e contrastare lo spopolamento delle nostre comunità.
Ora si proceda con coraggio anche per Sant’Agata de’ Goti.
Per Meloni non basterà la spericolata inversione ad U che ha tentato ieri in Parlamento per cancellare il disastro delle sue scelte

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Siamo alla mossa della disperazione. Quella di chi continua a spingere sulla necessità di “mantenere alta la pressione su Mosca” con le sanzioni all’aggressore Putin proprio nel giorno in cui persino i guerrafondai Macron, Merz e Starmer inviano i rispettivi ambasciatori a Mosca.
Dal Cremlino si alza una scontata fumata nera, ma il dato che pesa è l’assenza dell’Italia. Il meraviglioso Paese di Giorgia Meloni che, invece, spera con le sanzioni circoscritte ai coloni violenti – come se, tra chi occupa territori non suoi, ce ne fossero di diverso tipo – e al ministro Ben Gvir di far dimenticare la copertura politica che continua ad offrire al resto del governo criminale di Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aja al pari di Putin. è il due pesi e due misure elevato a linea di politica estera. “Unire la società civile israeliana con misure restrittive sarebbe non soltanto sbagliato, sarebbe controproducente”, ripete Meloni. Perché i governi e le popolazioni sono entità distinte. Giusto e condivisibile, se la distinzione non valesse solo per Israele.
Non valeva per gli artisti russi, parte della società civile mica della burocrazia del Cremlino, per i quali il governo ha lavorato per interdire perfino i padiglioni della Biennale di Venezia. Sullo sfondo c’è la crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran. Nell’analisi di Meloni manca un passaggio fondamentale sulle cause. Il conflitto scatenato dal suo (ex?) beniamino Trump a quattro mani con il degno compare di Tel Aviv. Un disastro totale che non basterà una spericolata inversione ad U a cancellare.
Inchiesta Ponte sullo Stretto: al giudice indagato Miele un incarico anche da Webuild e Rfi. Posto da 300mila €. Il magistrato indagato per corruzione nominato nell’organo di garanzia per la ferrovia Verona-Padova

(estr. di Vincenzo Bisbiglia – ilfattoquotidiano.it) – L’ormai ex presidente aggiunto della Corte dei conti, Tommaso Miele, sul finire del 2025 ha ottenuto un incarico da 300mila euro l’anno nel collegio consultivo tecnico dell’appalto per la realizzazione della ferrovia Verona-Vicenza-Padova. Il giudice è stato indicato nel ruolo dalla stazione appaltante, Rfi, e dalla società realizzatrice dell’opera, WeBuild. Miele si è dimesso ieri dall’incarico.
[…] La circostanza, va precisato, non è agli atti del fascicolo (e dunque non è oggetto di contestazione) che vede Miele – in pensione da febbraio 2026 – indagato dalla Procura di Roma per corruzione e rivelazione di segreto insieme all’ex consigliere della Stretto di Messina Spa, Giacomo Saccomanno e all’imprenditore Vincenzo Virgiglio. Ma rappresenta un elemento che gli investigatori potrebbero voler approfondire. Anche perché ci sono diverse coincidenze interessanti.
I pm infatti accusano il giudice di essersi adoperato, da settembre 2025 in poi, per indirizzare in senso positivo il parere della Corte dei conti sulla delibera Cipess con cui il governo Meloni ha approvato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina (parere che però è stato negativo). In cambio, secondo chi indaga, Miele accettava raccomandazioni e contatti per ottenere incarichi prestigiosi e remunerativi anche in vista dell’imminente pensionamento.
[…] Ed è proprio nel periodo su cui si concentra l’indagine – quando il giudice era ancora in carica alla Corte dei conti – che arriva l’incarico nel collegio tecnico per la realizzazione dell’Alta velocità tra Verona e Padova. Voluto da chi? Da Rfi, la società del gruppo Fs che detiene il 5,8% della società Stretto di Messina (Ferrovie possiede anche un altro 36% con Anas), e da Webuild, che è lo stesso colosso industriale che costruirà il ponte. “Quando andrò in pensione (…) io dovrei fare il presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto… c’ho l’imbarazzo della scelta”, diceva Miele, intercettato, l’11 dicembre 2025 “a un amico, sindaco di un comune del Veronese”. Non è chiaro chi coprisse il compenso del giudice per il suo ruolo nel collegio. Dal codice dei contratti pubblici si apprende però che il compenso “proporzionato al valore dell’opera” è “a carico delle parti”.
D’altronde Miele era abituato a ricoprire incarichi ben retribuiti. Un esempio su tutti: dal sito di Leonardo Spa scopriamo che Miele è stato il magistrato delegato della Corte dei conti al controllo della gestione finanziaria dell’ex Finmeccanica tra il 25 luglio 2022 e il 31 dicembre 2025. Il suo ruolo era assistere alle riunioni del Cda e del Collegio sindacale. Per ogni seduta, Leonardo – si legge nella relazione corporate governance del 2024 – aveva previsto un gettone di presenza di ben 1.000 euro.
[…]
La procura di Roma sta poi approfondendo anche la posizione, nella vicenda, del commercialista Alberto Dello Strologo (non indagato). Si tratta di un professionista che ha un lungo curriculum tra partecipazione a organismi di revisore dei conti e sindaco effettivo (anche nel club calcistico del Milan) e liquidatore giudiziale, anche della Nbi Spa del Gruppo Webuild. Il sospetto, su cui stanno lavorando i pm, è che Dello Strologo abbia predisposto e fornito a Miele un report sul Ponte, utile al giudice per condizionare i pareri della Corte dei conti. Il Fatto ha contattato Dello Strologo, che però non ha fornito risposte. Da fonti aperte compaiono diversi link tra i due professionisti. Uno su tutti: fino a dicembre 2025 Miele era il direttore della rivista della Corte dei conti, di cui Dello Strologo risulta membro del comitato scientifico. Tutto materiale per gli investigatori.

(di Eliana Silver – dailymail.com) – Un video diffuso dall’Afghanistan mostra un SUV che investe un gruppo di donne mentre camminano lungo una strada a Kabul. Nelle immagini si vede il veicolo dirigersi verso il gruppo: due donne riescono a scansarsi, mentre altre due vengono colpite. L’auto si allontana subito dopo l’impatto e alcuni passanti accorrono per prestare soccorso alle ferite.
Secondo quanto riportato da Aamaj News, citando fonti familiari, le donne stavano tornando da un seminario educativo nella capitale afghana. L’emittente sostiene che il conducente avrebbe legami con i talebani e che sarebbero state coinvolte nell’incidente quattro donne, una delle quali in condizioni critiche.
Il filmato è stato condiviso su X dall’attivista iraniana Masih Alinejad, che ha riferito di averlo ricevuto da una donna afghana accompagnato da un messaggio che chiedeva di attirare l’attenzione internazionale sulla situazione delle donne nel Paese e di non dimenticare le loro condizioni sotto il regime talebano.
Dall’agosto 2021, quando i talebani sono tornati al potere, sono state introdotte restrizioni sempre più severe che riguardano l’istruzione, il lavoro e la presenza delle donne nello spazio pubblico.
Di recente, decine di donne sono state arrestate a Herat per presunte violazioni delle rigide norme sull’abbigliamento imposte dalle autorità talebane. Almeno 21 arresti sono stati confermati in modo indipendente. Alcuni residenti hanno sostenuto che tra le fermate vi fossero anche donne che già rispettavano l’obbligo di coprire integralmente volto e corpo. Tra le persone arrestate ci sarebbe stata anche un’infermiera dell’ospedale regionale di Herat.
Il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha condannato gli arresti definendoli “illegali e inaccettabili” e ha chiesto il rilascio immediato delle donne detenute.
Le proteste contro gli arresti hanno portato martedì a una delle più significative manifestazioni pubbliche degli ultimi mesi contro le politiche dei talebani.
Secondo quanto riportato da Amu TV, durante la protesta nel quartiere di Jibrail, a Herat, si sono uditi numerosi colpi d’arma da fuoco mentre i manifestanti cercavano di fuggire. Nei filmati si vedono persone colpite con lunghi bastoni da uomini armati intenti a disperdere il corteo, al quale partecipavano anche donne completamente velate. Secondo le informazioni riportate nell’articolo, una persona è morta e altre sono rimaste ferite.
Il portavoce della polizia di Herat, Sayed Masoud Hosseini, ha dichiarato all’agenzia statale Bakhtar News Agency che il raduno aveva creato tensioni e turbato l’ordine pubblico con il pretesto di opporsi all’hijab islamico, definito dalle autorità un obbligo religioso.
Ma tra propaganda e nazionalismi il calcio non obbedisce ai potenti

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Per descrivere la geopolitica di questo mondiale dell’Altro Mondo bisognerà cibarsi in silenzio dei grevi fasti pappatori di Trump che vi officerà, state certi, baccanali sportivo-imperialisti. Parliamoci chiaro, rassegnamoci: questi sono i mondiali di Trump non di Mbappé. Ci sono già i precoci squittii deprecativi ed isterici di una torva Sicurezza per immigrazioni da Paesi che per Trump e soci sono suburre da riportare al paleolitico.
Eppure eppure… non è detto che le iliadi pallonare riescano nel miracolo di nascondere i pantani iraniani e il torbido brodo della inflazione. In fondo gli Stati Uniti sono e resteranno per il “soccer” terra di pertinaci infedeli. Sarebbe un miracolo se le partite dei mondiali diventassero teatro di politici soprassalti rivendicativi. E il presidente, si sa, adora ben altro: i finti virili eroi del wrestling, non a caso specialisti del lieto fine programmato un po’ come le sue vittorie inventate.
I lugubri pretoriani argentini di Videla montarono, è vero, un Mondiale subdolamente assolutorio. Ma avevano uno squadrone con Kempes e Ardiles a cui consegnare tra trombe e inni la coppa. Trump rischia di dover stringer la mano a qualche suddito di Paesi antipaticissimi che ne contestano le mattane. E nemmeno l’amico Infantino lo ha sollevato dalla insopportabile presenza dei Pasdaran in mutande.
Calcio e politica: percorsi tortuosi, non sempre a lieto fine. Nel 1922, tribolato dopoguerra, “L’Ordine Nuovo”, rivista rivoluzionaria e all’epoca quotidiana, fondata da Antonio Gramsci, consacrò una pagina intera dell’edizione del lunedì al “football”, così lo chiamavano allora, senza ovviamente dimenticare, ci mancherebbe, di attaccare lo sport “borghese”.
L’evento fu la sconfitta del Genoa nella finale del campionato dell’Italia del nord a cui avevano assistito ventimila persone. La città ligure ospitava contemporaneamente una Conferenza internazionale che doveva regolare i tremendi problemi economici del dopoguerra. Ma la città era in lutto calcistico e nessuno provò il minimo interesse per quella dozzina di notabili che pretendevano di ricostruire l’Europa in ginocchio!
«La passione della folla dunque esiste», concludeva tra l’ironico e lo speranzoso il quotidiano rivoluzionario.La Rivoluzione e Gramsci erano attenti a “the people game”. Il pensatore comunista tracciava il paragone tra le società che praticavano questo sport di squadra all’aria aperta e quelle, come l’Italia, che si dedicavano allo “scopone” in osterie fumose e puzzolenti.
Le prime secondo il fondatore del partito comunista erano quelle dove regnava il rispetto delle regole, l’iniziativa individuale e il liberalismo politico. Le seconde quelle dove prevaleva la astuzia truffaldina, il ritardo economico e il culto della incompetenza come regola. Insomma: il Calcio era la prova ontologica della egemonia culturale della borghesia anglosassone figlia della rivoluzione industriale e rifletteva con dribbling e pedate la modernità economica e politica dell’Occidente.
Dove lo ficchiamo allora il trumpismo, il movimento Maga nella doviziosa lotta di classe del football, in questa ecumenopoli incontinente, eccessiva? Gramsci, temo, dovrebbe aggiornare le sue teorie. Scorro l’elenco dei partecipanti al mondiale versione larga, alla Infantino, e i partecipanti sembrano una scorribanda nell’atlante De Agostini. Siamo al terzomondismo, all’ascesa dei Brics! L’economia mondo del football moderno tutto fenomeni, diritti televisivi e che stazza ormai tonnellaggi da petroliere non si conforma da tempo alla geopolitica novecentesca.
Lo spazio mondiale del calcio è stato dominato a lungo dalla Guerra Fredda tra America del sud e Europa dell’ovest. A livello di club si può dire che la seconda abbia conquistato ormai stabilmente il dominio economico e sportivo. Ma quando scendono in campo patriottismi e nazioni è un’altra musica. E lo spettacolo defluisce inesorabilmente verso il patriottismo e la guerra.
In un’epoca in cui i preti e i romanzieri non riescono più a commuovere le folle, l’arduo compito è rimasto in mano ai calciatori. Non usa più che gli uomini piangano. Ora urlano. E uno stadio è il luogo perfetto. Nelle banlieue furibonde o nei villaggi del deserto si tifa per squadre di città favolose come Shangri La o il paese del prete Gianni, Barcellona, Madrid, Manchester, che non saprebbero indicare sull’atlante del mondo.
L’Africa che al mondiale presenta dieci squadre, vibra di sogni di migranti che vogliono diventare campioni in Europa, che così ottengono il dannato, impossibile passaporto e gli applausi del protervo Nord benestante del mondo. Altra storia purtroppo, ma evocarla disturba, è che spesso invece di arrivare al Mondiale finiscono nelle tristi schiere di quelli che sono scesi penosamente dai barconi. Sì. Il calcio offre lo spettacolo stupefacente di gladiatori diventati milionari. Ma in caso di sconfitta il loro destino è di essere implacabilmente eliminati.
Inutile negarlo: in età ideologicamente letargiche il calcio delle nazionali è una ghiotta occasione da sfruttare, politicamente uno spettacolo di massa che ha fatto da supporto a tutto, fascismo, nazionalsocialismo, stalinismo, peronismo, mobutismo e… democrazie. In numerosi Palazzi di autocrazie obbligatorie e di democrazie facoltative già si almanacca come sfruttare al meglio la possibile vittoria. Ma la plasticità del football gli permette di rivestire gli stracci delle ideologie per poi sovvertirle allegramente. Quello che ci salverà dalla affranta età di Trump e da partite che sanno di gelato industriale sarà, come sempre, il modo di accarezzare il pallone di un argentino o di un brasiliano.
L’ex sindaca: «Demolire i tabù buon modo per essere alternativi alla destra»

(Francesca Schianchi – lastampa.it) – «Abbattere i tabù e non inseguire la destra sul suo terreno mi sembra un buon modo per essere alternativi». Nei giorni in cui riemerge l’antico dibattito sull’ipotesi di una patrimoniale per i super ricchi, l’ex sindaca di Torino e oggi deputata Cinque stelle Chiara Appendino prende la questione di petto e lancia un messaggio al suo stesso partito e al campo largo: lavoriamoci.
Dice la premier Giorgia Meloni che lei lavora perché gli italiani lo riescano ad accumulare, un patrimonio, voi pensate solo a tassarlo…
«Giorgia Meloni ha tassato tutto, dai pannolini alle accise sulla benzina, ha il record di pressione fiscale, con quale credibilità parla di tasse? La verità è che il suo governo, anziché occuparsi dei più fragili e del ceto medio, si occupa della difesa corporativa dei super paperoni, che si arricchiscono in tempo di crisi accumulando ricchezza a scapito della maggioranza degli italiani».
Lei sarebbe favorevole a una patrimoniale?
«Il termine patrimoniale non mi piace, ma andiamo oltre la questione semantica. È immorale non aggredire i super paperoni nel momento in cui le diseguaglianze esplodono e la forbice tra ricchi e poveri si allarga. Si deve fare».
Ha in mente una proposta?
«C’è quella di Oxfam, basta fare copia-incolla. Un’imposta sui patrimoni oltre i cinque milioni di euro, si stima che siano 50mila persone, lo 0, 1 per cento della popolazione. Si ricaverebbero 15 miliardi di euro. E io faccio un passo in più: bisognerebbe interpretarla come una tassa di scopo, e vincolare quei soldi a una spesa specifica».
Tipo?
«Per me sono risorse che dovrebbero servire ad abbattere le liste d’attesa. Con 15 miliardi si potrebbero fare mille ospedali di comunità, 16mila posti letto, 1500 nuove tac, si garantirebbe lo stipendio a 4mila nuovi medici per dieci anni e 10mila infermieri per dieci anni. Così sì che si abbattono le liste d’attesa, non con le proposte della destra utili solo a fare propaganda».
Il punto è che non è contraria solo la destra: anche il presidente del Movimento, Giuseppe Conte, non è favorevole.
«Conosco la posizione del presidente, ma dentro al Movimento il tema delle diseguaglianze è molto sentito. Molti la pensano come me: in questo periodo stiamo lavorando a Nova, il cantiere del programma: io ho partecipato a Torino, e al tavolo in cui si discuteva di temi economici, la tassa sui grandi patrimoni è emersa. Ed è successo anche in altre città. Non basta solo la tassazione degli extraprofitti».
Vuole dire che è un tema sentito dai vostri elettori?
«Tra gli elettori e anche nel nostro gruppo ci sono sensibilità diverse, ed è un bene che non la pensiamo sempre tutti allo stesso modo. Ma penso che la maggioranza dei cittadini sia favorevole a strumenti di redistribuzione della ricchezza: discutiamone e portiamo il tema al tavolo progressista, dove AVS è già favorevole».
Perché anche nell’area progressista ci sono tante resistenze?
«Io credo che la parola patrimoniale rappresenti uno stigma, io stessa preferisco parlare di Millionaire tax. Ma va fatto. Mettere le mani nelle tasche dei paperoni significa essere radicali? Sì. Ma solo così si è alternativi a una destra caviale e champagne».
Ha avuto modo di parlarne col presidente Conte?
«C’è stato un confronto qualche mese fa, nel corso di un’assemblea, dove io ho posto il tema della radicalità. Ora questo dibattito sta riaffiorando, mi auguro si possa riaprire la questione».
Tra i contrari a una tassa sui patrimoni c’è chi dice: sarebbe inutile, perché i ricchi scapperebbero subito da un’altra parte.
«Mi sembra una scusa per non fare quello che è giusto fare. In questo momento non mi preoccupano i ricchi che scappano, ma un ceto medio sempre più fragile che scappa da città sempre più costose. Il tema è esattamente il contrario».
Nel dibattito di ieri alla Camera il suo collega Riccardo Ricciardi ha denunciato «tasse di successione ridicole». Intervenire sulle eredità è un’altra ipotesi?
«È un altro strumento per affrontare il tema della redistribuzione. Parliamone, alimentiamo questo dibattito».
Meloni in Aula vi ha ricordato che a tassare le banche è stata lei.
«La solita mistificazione della realtà, come quando dice che l’economia va bene e la produzione industriale non ha problemi. Hanno ottenuto un miliardo su 150 di extraprofitti, di cosa stiamo parlando. Viviamo in un Paese dove si svolge una lotta di classe al contrario».
La destra oggi potrebbe rispondervi: perché non avete fatto una patrimoniale voi quando eravate al governo?
«Le diseguaglianze sono esplose negli ultimi anni, e la pandemia da questo punto di vista è stata un punto di non ritorno. La lotta alle diseguaglianze è talmente nel Dna del M5s che al governo abbiamo fatto il Reddito di cittadinanza. Ma la domanda giusta è: perché non farla ora? » .
La segretaria dem Elly Schlein dice che sarebbe bene farla a livello europeo, ha ragione?
«Non possiamo aspettare l’Europa, non è sufficiente. Fossimo noi ad aprire la strada, sarei orgogliosa della mia italianità»