Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La Russa, Bocchino e la politica nel pallone


La Russa, Bocchino e la politica nel pallone

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il dibattito sull’esclusione della Nazionale di calcio dai Mondiali chiarisce la vera aspirazione della maggior parte dei politici italiani: fare gli allenatori della medesima, o di ripiego i capi della Figc. È il solo tema di dibattito che galvanizza, il solo argomento su cui si esprimono opinioni precise, l’unico campo dove si rinuncia alla pilatesca noncuranza che avvolge tutto il restocompresa l’ultima intervista di Donald Trump con la conferma di un possibile addio americano alla Nato.

La felpata cautela è da tempo la cifra del nostro confronto pubblico. Si tronca, si sopisce, si allude, è tutto un “bivio” tra questo e quello, il no di Sigonella che forse è un segnale o forse un adempimento burocratico, le armi a Kiev che si spediscono ma senza dirlo (a destra), il disarmo di Kiev che un po’ è necessario e un po’ no (a sinistra), la legge elettorale che magari si fa tutti insieme e magari litigando, le cene con i Caroccia e i pranzi con Zampolli, l’agenda della ripartenza, le primarie: tutto un bisbiglio, un retroscena, un non condivido e non condanno.

Il coraggio della dichiarazione salta fuori solo davanti a un tal Alessandro Bastoni che si è fatto espellere in Bosnia, ed è uno spettacolo mirabolante vedere la politica finalmente parlare a chiare note, mobilitarsi, spendersi con franchezza. Parlano e pretendono immediate contromisure il presidente del Senato (“A tutto c’è un limite”), il capo dell’organizzazione di FdI (“serve meritocrazia!), il capogruppo della Lega alla Camera (“potere ai tifosi”), il vice-presidente forzista della Camera (“povera Italia”), vari ministri, capigruppo di Commissione (“repulisti completo”), esponenti di vaglia dell’opposizione, mentre si annuncia su richiesta dal partito di Giorgia Meloni una informativa parlamentare urgente, forse un’altra raccolta firme di Claudio Lotito (lui smentisce), un tavolo di discussione di Italia Viva (promosso da Matteo Renzi) e ognuno ha un nome per sostituire l’allenatore sconfitto, i giocatori imbelli, e ovviamente il presidente della Federazione Calcio, neanche fosse il repulisti post-referendario.

Anche le analisi sono tempestive e scintillanti. Il generale Roberto Vannacci non le manda a dire: “l’immigrazione ha distrutto il calcio italiano”Italo Bocchino va oltre: è stata la sinistra che ha indebolito l’orgoglio nazionale cosicché oggi i calciatori sognano la Ferrari anziché la maglia dell’Italia. In tanti rivendicano per i giovani l’imprescindibile diritto di vedere gli Azzurri al Mondiale almeno una volta prima dei trent’anni, che non è in Costituzione come altri diritti ma vai a vedere: sarebbe una riforma votatissima, altro che Csm e carriere.

Tanta assertività fa piacere. Conferma che, volendo, i partiti italiani hanno il coraggio della dichiarazione netta, a petto in fuori. E se tutti questi aspiranti allenatori o capi del calcio utilizzassero lo stesso stile nelle loro effettive carriere, se spiegassero le loro scelte e visioni politiche con lo stesso ardimento, sarebbe davvero un beneficio. Riusciremmo finalmente a capire con chi stiamo in Europa e nel mondo, cosa vogliamo, perché, e lo sapremmo dai diretti interessati, con facilità senza doverci chiedere l’un l’altro tra colleghi: ma questo, secondo te, che ha detto, dove va a parare?


Sulla relatività del tempo


(di Michele Serra – repubblica.it) – Trump potrebbe smettere di bombardare l’Iran fra tre settimane — ha detto. Quattro settimane fa aveva detto che la guerra sarebbe durata quattro settimane, ma probabilmente si riferiva alla settimana di Giove, che dura cinquantasei giorni, o al famoso “mese soggettivo” del pianeta Ork (quello di Mork), che dura il tempo necessario a ciascuna persona per poter dire, a seconda delle sue esigenze e delle sue preferenze: ecco, per quanto mi riguarda è finito anche questo mese.

E comunque le settimane e gli anni — in fin dei conti anche la vita — dipendono da come uno li vede. Certe volte non sembra anche a voi che la giornata non finisca mai, o al contrario che il tempo voli e non avete ancora cenato che è già ora di andare a dormire? E cosa è mai il tempo, se non una convenzione alla quale non è bene sottostare senza qualche salutare moto di ribellione, almeno ogni tanto? E che sarà mai, questa mania dei giorni, delle settimane e dei mesi?

La guerra, dice sempre Trump, comunque è già vinta, e gli iraniani distrutti e imploranti. Il fatto che la guerra prosegua ugualmente, nonostante gli iraniani siano sconfitti fin dal primo minuto e abbiano esaurito, dopo le bombe, anche i fucili, le scimitarre e le cerbottane, dipende da circostanze inspiegabili, e comunque non ascrivibili alla volontà di Trump, che la guerra — già vinta — la rivincerà comunque tra un paio d’ore, o un paio di mesi, o un paio di anni, a seconda di come gira la ruota. Perché non sta scritto da nessuna parte che una guerra si vinca una volta sola. Su Ork, per esempio, le guerre si vincono fino a ventotto volte, e ventinove negli anni bisestili.


Il pranzo di Conte fa scandalo, gli Usa con Crosetto invece no


(estr. di Marco Lillo – ilfattoquotidiano.it) – […] Un pranzo al ristorante con Conte vale più di un incontro di un ambasciatore e un senatore Usa al ministero con Crosetto. L’amministrazione Trump ieri ha avuto un saggio di come funziona in Italia la stampa e la politica. Due giornali hanno fatto due scoop in edicola. Il Fatto ha rivelato un documento non classificato ma sensibile (SBU) dell’ambasciata americana a Roma con foto del memo e della cartellina blu del governo americano con tanto di ‘bald eagle’, il gran sigillo Usa.

[…]

Su Libero invece è apparsa la foto di Conte che entrava al Sanlorenzo, un ristorante del centro di Roma con Paolo Zampolli, l’imprenditore amico di Trump, “inviato speciale” di Trump in Italia. Da un lato, un pranzo in luogo pubblico fotografato da un giornalista e dall’altro il memo scritto made in Usa su un incontro a porte chiuse nell’ufficio di un ministro italiano mai divulgato e al quale ha partecipato una delegazione del Congresso accompagnata dall’ambasciatore Usa a Roma e guidata dal presidente del potente comitato SASC, il senatore del Mississippi, Roger Wicker. I due scoop hanno avuto diversa fortuna: l’incontro del 17 febbraio al ministero con al centro un’agenda seria fatta di miliardi da spendere per le armi è stato ignorato. Nessun lancio di agenzia di stampa, nessun commento di maggioranza e nemmeno dell’opposizione che si conferma addormentata e bipartisan sulle spese della difesa. Sarà il diverso contenuto dei due incontri, svelato dai due giornali, a determinare la fortuna dello scoop del quotidiano di Mario Sechi? Effettivamente l’inviato al Sanlorenzo, Fausto Carioti, ha svelato una frase chiave per capire le strategie della Casa Bianca. La ripubblichiamo qui: “Però sei mio ospite”, così ha detto Zampolli a Conte mentre scendevano la scala a chiocciola. A chiocciola attenzione. Il punto sia chiaro non è negare la notizia altrui che c’era eccome. Il punto è sollecitare una riflessione sul livello del dibattito pubblico in Italia. […]

Il Fatto (con tutto il rispetto per Libero, Zampolli e il pesce squisito del ristorante Sanlorenzo) ieri ha trovato e pubblicato un documento che svela nell’ordine: un incontro segreto tra una delegazione Usa e il ministro della Difesa; le strategie Usa per spezzare l’unità europea facendo leva sulla coppia Merz-Meloni per frenare le politiche europeiste; le pressioni sull’Italia per appoggiare l’acquisto di armi americane con il piano Purl per l’Ucraina; le pressioni Usa per un piano che porti al 5% sul Pil il budget militare; il pressing Usa su Crosetto per stoppare le direttive europee che favoriscono il Made in Eu sul Made in Usa; le pressioni Usa per farci spendere 3 miliardi e mezzo in aerei Boeing, missili […] e radar Lokheed; le pressioni per ammorbidire chi (Crosetto?) nel governo e nell’industria resiste alle imprese statunitensi. Libero ha costruito tre pagine con editoriale del direttore sulla foto del pranzo, e ha fatto il suo. Una ventina di lanci di agenzia e decine di articoli sul web hanno giustificato le reazioni politiche. Stefano Benigni, vicesegretario di FI, ha denunciato ‘l’incoerenza totale’ del leader M5S. Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati, a Coffee Break ha tuonato contro il pranzo. Isabella De Monte (FI) ha paragonato Conte a tavola e Meloni al governo: “Su Sigonella il governo Meloni ha rispettato i trattati, salvaguardando gli interessi dell’Italia (…) Conte da un lato infiamma la piazza e dall’altro incontra l’emissario di Trump, Zampolli. Sono tornati i tempi di Giuseppi?”. Galeazzo Bignami, capogruppo FdI, ha portato il pranzo Conte-Zampolli in aula. E l’incontro della delegazione Usa che vuole influenzare la politica europea? Se ne occuperanno quando Wicker e Fertitta offriranno a Crosetto un pranzo al Sanlorenzo.


Il falso mito Sigonella citato a vanvera


Il falso mito Sigonella citato a vanvera

(di Maurizio Delli Santi – lanotiziagiornale.it) – La dottrina internazionalista e costituzionalista in materia è chiara: le basi Nato e ad uso degli Stati Uniti presenti in Italia rientrano nella piena sovranità nazionale, per cui essendo la Nato una alleanza difensiva possono essere utilizzate in concreto solo per uno scopo difensivo condiviso dall’Italia. Il principio è bene illustrato in un dossier del Servizio studi della Camera dove emerge la relazione di Natalino Ronzitti, centrata sul tema “Trattato Nato, Carta delle Nazioni Unite e azioni militari originate da basi site in territorio italiano” (Le basi militari della Nato e di paesi esteri in Italia, Camera dei Deputati, 1990). La Nato nasce come alleanza difensiva priva di un autonomo potere di ricorso alla forza.

Il Trattato del 1949 non crea un sistema di sicurezza collettiva alternativo a quello delle Nazioni Unite. Resta quindi valido il divieto generale dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, con due eccezioni: l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza o l’autodifesa individuale o collettiva prevista dall’Articolo 51, da esercitare in risposta a un comprovato ‘attacco imminente’ (reale) cui deve seguire il vaglio del Consiglio di Sicurezza. Sul punto è pacifico che l’intervento armato degli Stati Uniti e di Israele sia andato oltre le previsioni della Carta, trattandosi di un ‘preemptive strike’: è la ‘guerra preventiva’ che il diritto internazionale non riconosce come legittima.

La tesi è confermata dai giuristi dell’American Society of International Law: anche il fatto che siano state impiegate settimane per preparare la guerra dimostra l’assenza di giustificazioni per il mancato coinvolgimento del Congresso statunitense e la mancata richiesta all’Onu di un mandato. Ancora nella cornice del Trattato Nato, in base all’articolo 5 l’obbligo di concorrere alla difesa collettiva non può configurarsi in favore di uno Stato (oggi gli Usa) che si sia determinato autonomamente ad un attacco armato al di fuori della legittima difesa. Ciò significa che qualsiasi ruolo delle basi italiane, o anche solo il loro utilizzo logistico, comporta per l’Italia implicazioni dirette in termini di responsabilità internazionale e di possibili ritorsioni dell’Iran legittimato a reagire secondo lo ius ad bellum.

Gli accordi internazionali e bilaterali definiscono le condizioni d’uso delle basi, ma questi sono subordinati alle norme generali del diritto internazionale e alla Costituzione della Repubblica: di questa, assumono rilievo l’articolo 11 che impone il rifiuto della guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; e gli articoli 78 e 87 che richiedono deliberazioni formali del Parlamento e della Presidenza della Repubblica. In altre parole, le basi presenti sul territorio italiano non possono essere impiegate per operazioni offensive contro l’Iran senza che l’Italia si esponga a gravi conseguenze per concorso in atti di ‘aggressione’, in palese violazione del diritto internazionale, anche in riferimento allo Statuto della Corte penale internazionale. La casistica però è complessa, e in questo caso vanno considerate altre ipotesi. L’Iran potrebbe reagire con un attacco selettivo e proporzionato contro unità statunitensi dislocate in basi italiane, anche in assenza di un’azione offensiva lanciata da tali basi.

Precauzioni difensive

Sebbene non vi sia unanimità sul punto, interpretando gli studi di Roberto Ago (Annuaire de la Commission du Droit International, 1980) si può ritenere che uno Stato possa legittimamente intraprendere azioni mirate su basi straniere ovunque dislocate dello Stato aggressore se ciò fosse necessario a fermare un attacco preponderante (ad esempio coinvolgendo vittime civili, come avvenuto) che abbia violato il diritto internazionale. Si giustificano così gli allertamenti e le precauzioni difensive dell’Italia e dell’Europa, quali lo schieramento di unità navali o la predisposizione di sistemi difensivi a protezione di Cipro già colpita, dei paesi Nato o della sicurezza euro-mediterranea. Tuttavia è evidente che in questa logica è facile un incidente o una manovra interpretata come minaccia o provocazione: il rischio di escalation è inevitabile. L’Italia, insieme all’Europa, deve perciò adottare regole stringenti sull’utilizzo delle basi, ma soprattutto deve rilanciare con forza la diplomazia multilaterale. Governo e parlamento nazionali dovrebbero ora non fermarsi alla rivendicazione della ‘sovranità’: la scelta della de-escalation è avvertita come una necessità non più derogabile dalla stragrande maggioranza della cittadinanza italiana.

Citazione impropria

Un’ultima annotazione va fatta sul ‘caso Sigonella’, oggi narrazione imperante di un momento ‘glorioso’ di rivendicazione della sovranità nazionale del governo Craxi. La decisione concreta fu un rifiuto di consegnare agli Stati Uniti i terroristi palestinesi che durante il dirottamento della nave Achille Lauro avevano ucciso e gettato in mare Leon Klinghoffer, un cittadino statunitense di religione ebraica, paraplegico e costretto su una sedia a rotelle. Quattro terroristi furono arrestati e condannati in Italia a pene detentive da 15 a 30 anni, mentre Abu Abbas fu ritenuto il mediatore, mentre erano già emersi elementi per ritenerlo il principale organizzatore dell’azione, e quindi fu lasciato libero di prendere un volo per la ex Jugoslavia. Fu poi condannato in Italia in contumacia all’ergastolo, e finì per essere catturato da forze statunitensi in Iraq, dove poi morì.

Parallelismo Regeni

Quanto alla rivendicazione della sovranità giurisdizionale dell’Italia sulla base del fatto che i reati erano stati commessi a bordo di una nave italiana non è un dato assoluto: dal punto di vista del diritto penale internazionale, oltre al principio di territorialità, rileva il ‘principio di difesa’ o di protezione, che avrebbe consentito agli Usa di esercitare la propria giurisdizione perché coinvolti nell’ interesse fondamentale di tutelare i propri cittadini vittime di reati particolarmente gravi, come l’omicidio. È lo stesso principio con cui l’Italia cerca di processare i torturatori di Regeni, ucciso in territorio egiziano. La realtà è che per timore di ritorsioni del terrorismo si preferì rifiutare le richieste legittime di un alleato allora ritenuto affidabile come gli Stati Uniti. Meglio, dunque, archiviare il mito del ‘caso Sigonella’. Al di là della retorica sulla sovranità, è moralmente e politicamente più serio impegnarsi per la de-escalation.
*Membro International Law Association


Cosa dirà Trump nel discorso di stanotte?


(dagospia.com) – Le cancellerie europee stanno preparando le taniche di caffè (e Maalox). Alle 21 americane di stasera (le 3 di notte in Italia), Donald Trump terrà un discorso alla nazione lunghissimo, prolisso e pieno di rancore e livore. Cosa dirà? Essendo il tycoon uno spostato volubile, in grado di cambiare idea nel giro di pochi minuti, ogni previsione è impossibile.

Qualche indizio, però, lo ha dato lo stesso Trump oggi, tra concetti fatti trapelare alla stampa e dichiarazioni “in chiaro”.

Il presidente ha detto infatti a Reuters che durante il suo discorso “parlerà del disgusto nei confronti della Nato, per non aver aiutato gli Stati Uniti in Iran”. Ha poi voluto sottolineare di considerare “assolutamente” un possibile ritiro dall’alleanza: “Noi non ne abbiamo bisogno, interessa solo a quegli scrocconi degli europei. Anche dell’Ucraina, a noi che c’importa? Abbiamo un bell’Oceano a proteggerci, saranno cazzi dell’UE”, è il senso del ragionamento che frulla nella cofana platinata di Donald

In giornata Trump ha anche annunciato che l’Iran ha chiesto agli Usa un “cessate il fuoco”, notizia subito smentita da Teheran.

La Nato e l’Iran saranno indubbiamente al centro dello “speech” presidenziale. È facile immaginare che Trump dichiari precipitosamente vittoria e apra a un ritiro dal Medio Oriente. Del resto, non è una novità: la guerra è iniziata il 28 febbraio, e da allora, praticamente ogni giorno, da Washington sparano dichiarazioni sull’annichilimento delle strutture militari e nucleari iraniane. Si tratta di una strategia: Trump vuole “preparare” l’opinione pubblica alla Iran-exit, convincendola che gli Stati Uniti hanno “raggiunto tutti i loro obiettivi”.

Una falsità conclamata: è sotto gli occhi di tutti che il regime iraniano, nonostante la decapitazione e l’uccisione di tutta la prima linea di comando, sia vivo e vegeto: il suo sistema missilistico è ancora in piedi, e anche le infrastrutture nucleari, che Trump sosteneva di aver già devastato a giugno 2025, sono danneggiate ma non eliminate.

Trump dirà invece che l’Iran non potrà più dotarsi di armi atomiche (falso: finché non sarà portato via l’uranio arricchito da Teheran, e per farlo serve un blitz delle forze speciali sul campo, l’Iran resta a un passo dall’avere la bomba) e che il negoziato con il regime è a un ottimo punto, e che la guerra si può chiudere nel giro di qualche giorno.

Ps. Qualche giorno fa una delegazione di deputati russi è stata invitata a Washington dalla deputata repubblicana Anna Paulina Luna (la visita è stata autorizzata dal Dipartimento di Stato Usa): hanno fatto una visita a Capitol Hill, hanno posato in foto ufficiali e hanno ricevuto in dono vari gadget del merchandising trumpiano. L’ennesimo segnale di apertura a Mosca che non è passato inosservato alle cancellerie europee.

Così come non passa inosservato il fatto che a seguire i negoziati tra Ucraina e Russia è Steve Witkoff, immobiliarista e amico personale di Donald Trump, sempre molto incline a prendere per buona la propaganda russa. Lo stesso Witkoff gestisce le trattative con l’Iran, di cui Mosca, insieme alla Cina, è l’alleata numero uno: a Teheran fornisce armi tramite il Mar Caspio (dopo aver ricevuto per anni i droni iraniani Shahed, Putin li ha iniziati a produrre in casa “potenziati” e a rivenderli) e supporto logistico, finanziario e politico.

NEL DISCORSO ALLA NAZIONE TRUMP ESPRIMERÀ IL SUO ‘DISGUSTO’ PER LA NATO

(ANSA) –  Donald Trump durante il discorso alla nazione che terrà nella serata americana parlerà del suo “disgusto” nei confronti della Nato per non aver aiutato gli Stati Uniti in Iran. Lo ha detto lo stesso presidente a Reuters, sottolineando di considerare “assolutamente” un possibile ritiro dall’alleanza.

TRUMP, L’IRAN CI HA CHIESTO UN CESSATE IL FUOCO

(ANSA) – Donald Trump ha annunciato su Truth che l’Iran ha chiesto agli Usa “un cessate il fuoco”. “Ci penseremo quando lo stretto di Hormuz sarà aperto e libero”, ha detto il tycoon aggiungendo che nel frattempo gli attacchi continuano. (

TRUMP, RIPORTEREMO L’IRAN ALL’ETÀ DELLA PIETRA SE NON RIAPRE HORMUZ

(ANSA) –  “Il nuovo presidente del regime iraniano — molto meno radicalizzato e assai più intelligente dei suoi predecessori — ha appena chiesto agli Stati Uniti un cessate il fuoco!”, scrive Trump su Truth senza precisare chi sia il nuovo leader dell’Iran.    “Prenderemo la cosa in considerazione quando lo Stretto di Hormuz sarà aperto, libero e sgombro. Fino ad allora, ridurremo l’Iran in macerie o, come si suol dire, lo riporteremo all’Età della Pietra!!”, ha aggiunto il presidente americano.

IRAN RIBADISCE, LO STRETTO DI HORMUZ RESTERÀ CHIUSO AI ‘NEMICI’

(ANSA) – Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto di Hormuz rimarrà chiuso ai “nemici” del Paese. Lo hanno affermato in una dichiarazione trasmessa dalla TV di Stato. “La situazione nello Stretto di Hormuz è saldamente e pienamente sotto il controllo delle nostre forze navali”. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato che prenderebbe in considerazione un cessate il fuoco solo con l’apertura di Hormuz.


Il labirinto di Meloni


La presidente del Consiglio ha capito che Donald Trump è la sua kriptonite. Ogni cosa che il leader Usa fa è un colpo a quel ponte immaginario che aveva creduto di poter costruire con la nuova amministrazione americana

Giorgia Meloni e Donald Trump

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Giorgia Meloni ha capito che Donald Trump è la sua kriptonite. Ogni cosa che il presidente americano fa negli Stati Uniti, in Medio Oriente, in Europa, è un colpo a quel ponte immaginario che la presidente del Consiglio aveva creduto di poter contribuire a costruire con la nuova amministrazione americana. Un’immagine che le si è ritorta contro molto presto, già con l’imposizione dei nuovi dazi all’Europa; con un Board of peace che altro non è che un comitato d’affari perfetto per dare il via a nuove guerre; con i raid dell’Ice nelle città americane che hanno spaventato gli italiani poco inclini ad apprezzare l’idea di avere ronde naziste sulle proprie strade; e infine con le devastanti conseguenze della guerra in Iran.

Solo partendo da questi semplici dati di fatto, si comprende il goffo tentativo inscenato dal governo italiano per mostrare all’opinione pubblica che il nostro Paese è guidato da persone capaci di dire no, all’America di Trump, quando serve. Che non siamo succubi di ogni scelta, che non è solo Pedro Sánchez — il premier spagnolo — a saper rispondere a tono agli Stati Uniti. Peccato sia solo fumo negli occhi.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto non ha concesso un atterraggio a Sigonella ad aerei americani pronti per andare a bombardare l’Iran semplicemente rispettando gli accordi che regolano i rapporti tra Italia e Stati Uniti in relazione alle basi statunitensi presenti nel nostro Paese. Accordi secondo i quali da noi può arrivare supporto logistico, ma non possono partire azioni «cinetiche», cioè di attacco.

Un diniego quindi nient’affatto straordinario, che è trapelato come una sorta di atto di forza. Paragonato addirittura a quando Bettino Craxi schierò i militari italiani in difesa dei dirottatori palestinesi dell’Achille Lauro, per rispettare la parola data nella trattativa per la liberazione delle centinaia di ostaggi della nave.

Un piccolo passo, una piccola presa di distanza che nulla ha a che fare con le parole nette dette da Sánchez già allo scoppio della guerra, né con il divieto di sorvolo imposto dalla Spagna ai caccia americani. La rotta iberica è meno strategica, le basi sono meno utili delle nostre, ma resta un fatto: il premier spagnolo — guadagnando enormemente nei sondaggi — ha espresso una chiara condanna della guerra sferrata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran.

Non si è limitato, come ha fatto il nostro Paese, a chiedere a Teheran di non attaccare gli alleati del Golfo o a invocare una de-escalation. Ha politicizzato i suoi atti, ha accusato Trump e Netanyahu di un’azione illegale che non porterà in alcun modo sollievo alla popolazione iraniana già soffocata dal regime. Ha fatto qualcosa che il governo Meloni non ha voluto, o potuto fare.

La presidente del Consiglio sa che l’Italia sta pagando e pagherà un prezzo altissimo per questa guerra, dopo averne già pagato uno notevole per i dazi. Proprio ieri a Bruxelles il commissario all’Energia Dan Jorgensen ha fatto i conti: «Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente i prezzi nell’Unione europea sono aumentati di circa il 70% per il gas e del 60% per il petrolio. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno aggiunto 14 miliardi di euro alla già pesante fattura dell’Unione per i combustibili fossili». Anche se la guerra finisse domani, ha aggiunto, le conseguenze sui prezzi dell’energia continuerebbero a essere molto gravi a lungo.

È una crisi che colpisce più l’Europa e l’Asia degli Stati Uniti, ma anche lì la benzina a 4 dollari al gallone sta facendo crollare la credibilità del presidente. Ed è difficile che un balletto ridicolo con una spada in mano — l’ultima delle sue sceneggiate — possa arginare la caduta. Né che possano farlo i continui riferimenti alla cristianità della sua squadra — in uscita anche il libro di J.D. Vance sulla sua conversione al cattolicesimo — visto il giudizio netto che papa Leone ha dato delle sue azioni.

Vale la pena ricordarlo, a pochi giorni dalla Pasqua: il nostro è «un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei, le vostre mani grondano sangue”».

Da tutto questo Meloni ha bisogno di stare lontana come Superman dalla kriptonite, che era la pietra del suo pianeta natale così come il trumpismo è il vento che ha soffiato nelle vele della destra italiana fino a questo momento. Ma non è semplice. Anzi, forse è impossibile.

Quando il cancelliere tedesco Merz ha detto che l’ideologia Maga non può essere quella europea, la presidente del Consiglio si è affannata a correggerlo. Preoccupata di rimarcare che la sua famiglia politica e quella del presidente americano — e di Orbán, e di Vox — sono apparentate da valori comuni.

Ma il sovranismo portato all’estremo non consente vere alleanze, e così quest’anno al Cpac di Dallas Giorgia Meloni ha mandato una delegazione minore: l’europarlamentare Carlo Fidanza, il deputato Emanuele Loperfido, ma non è apparsa in videocollegamento a celebrare il legame profondo con l’ultradestra americana, i valori cristiani dell’Occidente e tutto l’armamentario retorico che aveva profuso solo un anno fa (nonostante quel meeting si fosse aperto con un saluto romano di Steve Bannon).

Capiremo giovedì 9 aprile — dal discorso che la presidente del Consiglio farà in aula — se il passetto di lato su Sigonella è l’inizio di una narrazione diversa o uno stratagemma di corto respiro. Ma non sarà semplice levarsi di dosso il vestito trumpiano così accuratamente cucito in tutti questi anni. Supposto che davvero questa destra lo possa fare.


L’Italia fuori dal mondiale e dalla storia


(Tommaso Merlo) – Siamo un paese ormai marginale. Viviamo di ricordi impantanati in un mesto stagno di mediocrità. Nel calcio come in politica, il pesce puzza dalla testa e l’aria si è fatta davvero irrespirabile in ogni angolo del paese. A devastare l’Italia è la scarsa qualità delle sue classi dirigenti, da noi emerge il peggio invece che il meglio del paese e una volta sul trono non li schiodi più. Una ristretta cricca di arrivisti senza scrupoli che invecchiano sugli scranni vellutati e davanti alle telecamere con la faccia ricoperta di cerone mentre tutto va in malora. E in un mondo che corre all’impazzata, stagnare vuol dire sprofondare. Non ci sono dubbi, se non contiamo nulla nel calcio come nel mondo, è perché la meritocrazia in Italia vale solo per i poveri cristi mentre più sali la scala sociale, più non rispondono nemmeno dei loro crimini, figuriamoci dei risultati. È mafia culturale, nepotismo, cameratismo, familismo, partitismo, arrivismo. Non prima il bene comune ma il proprio e quello del proprio clan. Con un boss che controlla un pezzo territorio, dei leccapiedi attorno, delle fazioni da sconfiggere per il potere, una curva di popolino da manipolare ed uno stato da mungere. Mafia culturale di matrice egoistica in cui personaggi senza scrupoli sgomitano per conquistare un posticino al sole fatto di potere, soldi, status sociale e magari pure visibilità e fama in modo da potersi pavoneggiare e sentirsi qualcuno col cerone spalmato in faccia. Miraggi di benessere materiale mentre dentro come fuori va tutto in malora. L’orchestrina del Titanic con la bagnarola italica pericolosamente inclinata da decenni senza che nessuno faccia nulla tranne promettere e chiacchierare a vanvera. È questo il dramma, se calpesti la meritocrazia e lo fai per decenni e in ogni angolo del paese, il risultato è uno tragico autolesionismo nazionale. Con personaggi incapaci e perfino delinquenziali che con la loro sola presenza danneggiano la collettività invece di servirla ed impediscono al popolo italiano di esprimere il meglio di sé. Un punto cruciale. Il ruolo di un leader non è solo svolgere bene i suoi compiti e dare il buon esempio, ma anche creare un ambiente sano in cui tutti si esprimano al meglio. È dare entusiasmo, è favorire uno spirito di squadra, è dare una visione comune per cui valga la pena impegnarsi, è mantenere alti gli standard anche morali. E tutto questo soprattutto in politica dove leader competenti, onesti anche intellettualmente ed illuminati devono motivare e stimolare il popolo. Perché è il popolo che fa la storia, non una esigua cricca di poltronari nei palazzi. In Italia il marciume è tale che il popolo ha perfino smesso di votare, stanco di tapparsi il naso e in parte perfino arreso. Del resto parlano i fatti. Siamo in fondo da decenni a tutte le classifiche europee e dietro a paesi in via di sviluppo in ambiti chiave come la libertà di stampa senza che nessuno faccia o dica nulla. Abbiamo una società sempre più dilaniata, uno stato sociale sempre più decadente e le tasche sempre più vuote. Abbiamo talenti che non riescono a fiorire o che scappano invece di impegnarsi nel loro paese perché non voglio sporcarsi o perché addirittura sfavoriti in quanto di valore. Perché la mediocrità premia la mediocrità e l’obiettivo principale di ogni sistema è la propria conservazione. Abbiamo davanti un futuro così cupo che nessuno fa più figli e chi nasce da queste parti alla prima occasione scappa verso paesi più evoluti che li valorizza o dove perlomeno si respira aria pulita. Davvero un tragico autolesionismo nazionale frutto della mafia culturale che è diventa una dannata normalità. Ed eccoci qui. Fuori dal mondiale come dalla storia impantanati in un mesto stagno di mediocrità. Nepotismo, cameratismo, familismo, partitismo, arrivismo e poltronismo esisteniziale. I propri miraggi egoistici e il proprio clan prima del bene comune coi potenti che incarnano il peggio del paese invece che il meglio. Una deriva culturale prima che politica con nessuno che dice o che fa nulla. Ed è inutile illudersi, la storia la fanno i popoli e se gli italiani vogliono uscire dallo stagno e salvare se stessi e il proprio paese, allora devono rimboccarsi le maniche e liberi da tifo partitico e rigurgiti ideologici dar vita dal basso ad una politica all’altezza dei tempi e delle sfide che abbiamo di fronte. E non c’è tempo da perdere, in un mondo che corre all’impazzata, stagnare vuol dire sprofondare.


Claudia Conte, la “relazione con Piantedosi” e la nomina lampo in Commissione sicurezza della Camera


La giornalista 34enne ha rivelato di avere una storia con il ministro dell’Interno al conduttore della radio di FdI. Il 12 febbraio l’incarico da consulente

Claudia Conte, la “relazione con Piantedosi” e la nomina lampo in Commissione sicurezza della Camera

(di Tommaso Ciriaco, Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Claudia Conte, la giornalista 34enne che oggi ha rivelato di avere una relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è stata nominata poco più di un mese fa, lo scorso 12 febbraio, come consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. Un organismo di Montecitorio, presieduto dal forzista Alessandro Battilocchio, che tra l’altro si interfaccia direttamente con il Viminale: lo stesso Piantedosi è stato audito dalla commissione il 2 luglio 2025.

Dagli atti in possesso di Repubblica, risulta che la nomina sia stata discussa nella seduta del 10 febbraio, effettiva dal 12. Nelle carte si parla di una consulenza “a tempo parziale e a titolo gratuito”. Come è nata la nomina? A leggere il documento, “sono pervenute due candidature per l’incarico della dottoressa Claudia Conte e Giampaolo Fortieri”. Entrambi arruolati “considerato il profilo professionale risultante dai curriculum trasmessi”.

È stata la stessa Conte a dare notizia della relazione con Piantedosi oggi in un’intervista al sito online Money.it. L’autore dell’intervista è Marco Gaetani, conduttore del principale podcast di Atreju, la kermesse di Fratelli d’Italia. È considerato vicinissimo ai vertici di FdI, è stato presidente di Gioventù nazionale di Lecce.


L’illusione strategica di Trump che soffia sul sentimento anti-occidentale


L’illusione strategica di Trump che soffia sul sentimento anti-occidentale

(di Maurizio Delli Santi – lanotiziagiornale.it) – Sulle scelte irresponsabili della nuova guerra del Golfo, occorre interrogarsi su un aspetto che è sicuramente inviso al vendicativo Netanyahu ed è ovviamente lontano dalla “cultura” di Trump, ma anche da quella parte d’Europa ancora cieca sulla logica dei due leader bellicisti: la natura profonda della società iraniana. È vero che ci sono nuove generazioni e classi sociali che hanno protestato contro la repressione e le diseguaglianze imposte dal regime, ma è una narrazione distorta pensare che tutto il popolo iraniano sia convinto che la Repubblica Islamica sia solo una teocrazia ottusa da abbattere. Un analista attento come Ishaan Tharoor sul New Yorker si interroga: Trump ha riflettuto sul finale in Iran?

Altri hanno bene evidenziato che l’appello iniziale di Trump agli iraniani contro il regime di fatto era una incitazione al massacro e alla guerra civile. Così il sociologo iraniano Asef Bayat rivendica un ‘avanzamento silenzioso’ degli iraniani che stavano conquistando i loro diritti ‘passo dopo passo’, mentre ora piangono le stragi di bambini. In questa prospettiva, l’aspetto religioso dello sciismo non rappresenta un elemento incidentale dell’identità nazionale iraniana. La storia dell’Islam sciita affonda le sue radici in una frattura originaria che non fu soltanto politica, ma anche sociale e simbolica: una contestazione dell’ordine costituito e delle élite dominanti emerse dopo la morte del Profeta. Le aspirazioni di ampi strati della popolazione si coagularono attorno alla figura degli Ahl al-Bayt, la famiglia del Profeta, ritenuta depositaria di una legittimità spirituale e politica non trasmissibile per via consensuale, ma fondata su una linea di discendenza eletta.

Da qui la convinzione che l’autorità autentica dovesse risiedere esclusivamente nei discendenti di ʿAlī, cugino e genero del Profeta. Questo nucleo dottrinale e identitario trovò la sua espressione più potente e drammatica nel 680 d.C., con la battaglia di Karbala, evento fondativo della memoria sciita. In quella circostanza, Husayn ibn ʿAlī, nipote del Profeta, fu accerchiato insieme alla sua famiglia e ai suoi sostenitori, privato di acqua e viveri e infine ucciso. Quel martirio è ricordato nella commemorazione annuale dell’Ashura – il decimo giorno del mese di Muharram nel calendario islamico – che rinnova quell’evento nella coscienza collettiva: trascende la dimensione rituale per costituire un vero e proprio codice etico e politico, attraverso cui si struttura un’identità fondata sul rifiuto dell’ingiustizia. In questa prospettiva, il martirio di Husayn non è simbolo di passività o rassegnazione, ma espressione suprema di dignità morale e capacità di opporsi alla tirannia e di sfidare ogni forma di sottomissione. Per Massimo Campanini esso rappresenta il paradigma costante e sempre attuale di una “alternativa islamica” in cui giustizia e resistenza contro ogni occupante si intrecciano indissolubilmente (M. Campanini L’alternativa islamica, 2012).

Rivoluzione e riscatto

Il mito dell’Ashura si riallaccia così con un’altra grande narrazione fondativa della contemporaneità iraniana: la Rivoluzione del 1979 che diede origine alla Repubblica Islamica. Guidata da Ruhollah Khomeini, essa fu vissuta come un riscatto nazionale e un movimento di emancipazione anti-imperialista, capace di attrarre anche l’interesse di intellettuali occidentali come Michel Foucault. In essa, religione e giustizia sociale si saldarono con una forte rivendicazione di sovranità. Anche in questo contesto, l’Islam politico sciita non può essere interpretato solo come regressione, ma come una forma di “modernità alternativa”, critica verso l’egemonia occidentale. La leadership iraniana riflette dunque questa complessità: accanto a figure ideologiche oscurantiste, vi sono esponenti con elevata formazione culturale, come l’ultima vittima delle esecuzioni mirate, Ali Larijani, implicato nelle lobby affaristiche del regime ma anche studioso di filosofia e conoscitore di Immanuel Kant.

Ciò rende problematica l’idea che l’eliminazione fisica delle élite possa favorire aperture democratiche: al contrario, tali strategie rischiano di rafforzare le componenti più radicali e di indebolire quelle potenzialmente riformiste. Un’escalation militare contro l’Iran potrebbe quindi consolidare il consenso interno al regime e alimentare un risentimento duraturo verso l’Occidente. Per l’Europa, i rischi sono concreti: dalla radicalizzazione al terrorismo, fino a forme di guerra ibrida che la potente Forza Quds può attivare attraverso reti già presenti sul territorio sviluppando intese anche con altri attori ostili. Senza contare che in questo scenario l’Occidente rischia di rafforzare proprio quell’immagine di imperialismo neocoloniale che intendeva superare. La crisi iraniana richiede dunque una risposta dell’Europa più responsabile con un’iniziativa diplomatica ampia, capace di coinvolgere attori globali e di valorizzare anche il dialogo culturale e religioso. Esperienze come il confronto tra la Chiesa cattolica e istituzioni quali Università di al-Azhar mostrano che un’alternativa allo “scontro di civiltà” è possibile. Non è utopia, ma realismo: in un mondo dominato dalla forza, recuperare la dimensione culturale e religiosa è una necessità politica per costruire condizioni durature di pace.

di Maurizio Delli Santi, Membro dell’Associazione Italiana di Sociologia


Quei tanti silenzi sul gioco d’azzardo


Il governo non ha ancora comunicato (come invece prescrive la legge) i dati ufficiali su quanto gli italiani hanno «buttato» nel 2025 nel gioco d’azzardo

(Gian Antonio Stella – corriere.it) – E niente. E niente. E niente. Non passa giorno senza che chi è preoccupato per la piaga della ludopatia, dopo aver inutilmente presentato più interrogazioni parlamentari, controlli se per caso il governo ha finalmente deciso di rispettare la legge e cioè di comunicare i dati ufficiali su quanto gli italiani hanno «buttato» nel 2025 nel gioco d’azzardo. Eppure quella legge non rispettata, ricordano i deputati democratici Virginio Merola e Stefano Vaccari, fu voluta e votata proprio dal governo Meloni: «In base all’articolo 23, comma 1, del decreto legislativo 25 marzo 2024, n. 41, recante disposizioni in materia di riordino del settore dei giochi, il Ministro dell’economia e delle finanze trasmette, entro il 31 dicembre di ogni anno, ai Presidenti delle Camere una relazione sul settore dei giochi pubblici, contenente, tra l’altro, dati sui progressi in materia di tutela dei giocatori e di legalità, sullo stato di sviluppo delle concessioni e delle relative reti di raccolta, sui volumi della raccolta e sui risultati economici della gestione del settore». Macché: zero carbonella. Tutti muti.

«Trapela» soltanto, come si dice in gergo, che il «monte del giocato» che già era schizzato nel 2023 a 147,728 miliardi di euro e nel 2024 a 157,453 sarebbe salito ulteriormente a 162,600. Per un totale, nei soli ultimi tre anni di esecutivi destrorsi, di 467 miliardi e 781 milioni di euro. Una somma da brividi. Appena inferiore ai 475 miliardi stimati dagli studiosi sulla base delle impennate precedenti. E in fragorosa contraddizione con le sparate di un tempo («A me piacerebbe un paese che non campa sul gioco d’azzardo, sulle slot machine, sui videopoker! Rottamiamo le slot machine e i videopoker che rovinano milioni di persone perché uno stato che campa sul gioco d’azzardo è uno stato fallito») dell’oggi vicepremier Matteo Salvini. Ma ancor più di Giorgia Meloni che sparava furente contro l’allora governo renziano reo d’aver fatto «buttare» nel azzardo 88 miliardi, la metà di oggi: «Ci fa schifo un Governo che fa cassa su una malattia gravissima come la ludopatia, che porta alla disperazione quasi due milioni di italiani. Renzi spieghi il perché di questo vergognoso pizzo pagato alle lobby del gioco d’azzardo». Ecco, restiamo a quella sua domanda: possiamo sapere, come dice la legge, quanto è stato «buttato» esattamente nel 2025 per incassare poi con l’erario solo il 7,31% dei soldi?


Netanyahu ha bisogno del conflitto perenne per sopravvivere


(ANSA) – Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha virato verso una “dottrina” fondata sull’azione preventiva e sull’uso sistematico della forza. Lo scrive il Financial Times in un approfondimento che raccoglie le valutazioni di attuali ed ex alti funzionari israeliani e americani, sottolineando che “anziché promettere una vittoria decisiva, il primo ministro ora parla del lungo arco della storia, delle minacce che si alzano e si abbassano, e del cambiamento degli equilibri di potere nella regione”, preparando”gli israeliani a un futuro in cui i pericoli sono costanti e il conflitto non ha fine”.

“Basta con il contenimento delle minacce – ha dichiarato Netanyahu in un recente discorso agli ufficiali in procinto di diplomarsi -. Basta con l’idea di una ‘villa nella giungla’. Se non andate nella giungla, la giungla verrà da voi”. Una visione che, evidenzia il foglio della City, punta a colpire le minacce prima che si concretizzino.

Si tratta di una “dottrina di sicurezza nazionale post-traumatica” forgiata in risposta al 7 ottobre, evidenzia Michael Milshtein, ex ufficiale dell’intelligence e oggi docente a Tel Aviv. Ma i critici evidenziano la mancanza di un’iniziativa diplomatica capace di offrire una prospettiva stabile. Il cambio di passo, si legge ancora nell’approfondimento, appare netto anche rispetto al passato dello stesso Netanyahu.

“La cautela” che lo aveva contraddistinto “sembra essere scomparsa”, osserva l’ex diplomatico Usa Dennis Ross. Per molti analisti, il nodo resta l’assenza di una traduzione politica dei successi militari. “Ovunque ci sia un problema, lui manda l’esercito”, osserva un ex funzionario. Il rischio, aggiunge, è che Israele appaia forte ma sempre meno come un attore stabilizzatore nella regione.


La guerra infinita di Donald


(Dott. Paolo Caruso) – Doveva durare due giorni. Poi si corresse, una settimana. È già trascorso il primo mese di guerra e ci si chiede se i consiglieri di Trump/Netanyahu fossero davvero informati? La loro scellerata impresa, a parte le Borse di mezzo Mondo, ha affossato la vita di tanti innocenti. Al suo esordio il bombardamento su Teheran uccise oltre 180 bambine della scuola vicina al covo di Khamenei. Non era in conto neppure lo Stretto di Hormuz, strategico per i carghi petroliferi, che oggi sta facendo impazzire le Borse in un altalenante su e giù con ulteriore arricchimento del Tycoon e dei suoi amici. L’economia dei Paesi dipendenti da quella energia (gas e petrolio), come l’Italia, si trova stamane ulteriormente squalificata da Moody ‘s. La scellerata improntitudine dell’ instabile Presidente americano, alleato succube del criminale Netanyahu, ha infiammato con la guerra all’ Iran i Paesi del Golfo Persico gettando il mondo nel terrore. La sua apparente nobile giustificazione, “quella di liberare il popolo iraniano dal regime teocratico degli Ayatollah”. Ma non sfugge, come nel caso del Venezuela, l’interesse al petrolio, il suo vero business. Ayatollah e Pasdaran ormai radicati in Iran da oltre cinquant’anni, con governi teocratici che hanno soffocato nel sangue qualsiasi protesta da parte degli oppositori, ben armati resistono fino ad oggi alla strategia farlocca di Trump, che millanta vittoria e cambiamento di regime in Iran. Il danno prodotto dalla guerra iniziata in maniera insensata e senza consultare preventivamente né l’ONU né la NATO, non può che avere conseguenze negative. Il danno è immane, in termini di vite umane e di economia, soprattutto se associato all’altro conflitto quadriennale di Russia-Ucraina, che soffoca speranze di pace planetaria a breve termine. E mentre il Mondo subisce uno dei momenti più bui, il Tycoon si diverte a presentare con soddisfazione cinica e irridente il nuovo salone delle feste, costato alle casse americane circa 400 miliardi di dollari. Ci conferma che “servirà alle grandi feste con i suoi amici, e gli sfarzosi festini da fare invidia a quelli settecenteschi del Re Sole a Versailles”. Così mentre il Titanic affonda, in coperta si balla! L’ opera intanto è stata bloccata dal giudice federale, Richard Leon, su richiesta del National Trust, ma il megalomane Tycoon, mentre il Mondo sta con il fiato sospeso per gli eventi bellici, non si arrende e cerca di manipolare il voto della commissione. L’ altra metà del pianeta prova a riorganizzarsi, la Cina strabuzza gli occhi verso Taiwan e Putin continua la sua affermazione nella guerra contro l’ Ucraina. L’ Europa o meglio il suo fantasma parla meno di quello di Macbeth. E l’ Italia senza schiena dritta risulta ondivaga in cerca di orientamento. La Premier Meloni con il ” non condivido né condanno ” mostra ambiguità colpevole di cui piange gli effetti in danni economici e politici. Trump infatti dalla sua ” Servetta italiana ” pretende tutto senza concedere nulla. Il berrettino rosso MAGA in mano al Ministro degli Esteri Tajani al ” Board of Peace ” è tra le stimmate più vergognose del nostro governo.


Incontro Conte-Zampolli, l’inviato Usa: “Giuseppi è un amico, mi ha chiesto di salutargli Trump”


L’ex premier replica a un articolo di Libero: “Nessuna segretezza”

Incontro Conte-Zampolli, l’inviato Usa: “Giuseppi è un amico, mi ha chiesto di salutargli Trump”

(repubblica.it) – “Illazioni e fantasmagoriche teorie sul mio incontro, avvenuto in un luogo pubblico, pensate, con l’inviato speciale del presidente Trump che me ne aveva fatto formale richiesta e, peraltro, nel corso di giornate in cui sta incontrando vari esponenti istituzionali in Italia”. Giuseppe Conte lo scrive su Facebook allegando la replica al direttore del quotidiano Libero – che, annota, “ha voluto dedicare un suo editoriale all’incontro che ho avuto con il sig. Paolo Zampolli” – per “informare i suoi lettori, che saranno rimasti confusi dalle sue offensive accuse e scorrette insinuazioni, che l’incontro non ha avuto nessuna aura di segretezza”.

L’ex premier scrive: “Mentre gli italiani sono schiacciati dal carovita e il governo è immobile, abbiamo 3 anni consecutivi di calo della produzione industriale e il governo toglie gli incentivi promessi alle imprese, oggi il direttore di Libero ed ex portavoce di Meloni Mario Sechi riempie la prima pagina del suo giornale, di proprietà di un deputato della maggioranza Meloni, con illazioni e fantasmagoriche teorie sul mio incontro, avvenuto in un luogo pubblico, pensate, con l’inviato speciale del presidente Trump che me ne aveva fatto formale richiesta e, peraltro, nel corso di giornate in cui sta incontrando vari esponenti istituzionali in Italia”.

“È avvenuto – precisa il presidente M5s – su precisa richiesta del sig. Zampolli, avanzata con lettera formale nella quale ha esibito le sue credenziali di ‘Special Envoy of the President Trump for Global Partnerships’. Quale leader di un partito di opposizione ho ritenuto di accettare l’invito a questo incontro e non avendo segreti di sorta ho preferito io stesso che avvenisse in un luogo pubblico, in un ristorante del centro di Roma”.

Conte, rivolgendosi a Sechi, prosegue: “Al ristorante era presente un suo giornalista. Mi spiace, non l’ho riconosciuto altrimenti l’avrei educatamente salutato. Quanto al merito dell’incontro non so se il suo giornalista ha potuto ascoltare sprazzi della nostra conversazione. Se lo avesse fatto lui si sarebbe fatto una cultura sulla legalità internazionale e lei si sarebbe risparmiato di scrivere sciocchezze. Anche al sig. Zampolli ho esposto le mie posizioni e del M5S in politica estera. Quindi nessun cambiamento di posizione. Anzi. Massima chiarezza: ho incaricato il sig. Zampolli di riferire al presidente Trump da parte mia che considero questi attacchi all’Iran completamente contrari al diritto internazionale, per cui vanno fermamente condannati e, per quanto sta in me, non potranno mai avere il sostegno dell’Italia”.

Il presidente dei 5 stelle aggiunge: “Ho detto che mi batterò perché le nostre basi non siano messe a disposizione non solo dei bombardieri americani di passaggio ma anche per qualsiasi attività logistica di sostegno a questi attacchi illegali. Se preferisce avere qualche dettaglio in più le aggiungo che gli ho esposto la mia convinzione che questa guerra vada immediatamente terminata, anche perché costituisce un completo fallimento in quanto non c’è alcun chiaro obiettivo che possa essere raggiunto. Ho anche precisato che è folle che gli Stati Uniti si lascino trascinare dal governo di Netanyahu e ho aggiunto che il presidente Trump continuando in questo modo riuscirà ad avere tutta la comunità internazionale contro e a distruggere qualsiasi principio di ordine internazionale”.

E ancora: “Le bastano queste precisazioni? Se lei e i trombettieri come lei, anziché incensare la presidente Meloni e sproloquiare per quattro anni sulla presunta centralità dell’Italia, aveste avuto la schiena dritta criticando tutte le insostenibili posizioni assunte dalla presidente Meloni, dal genocidio a Gaza all’attacco al Venezuela, all’Iran, all’acquiescenza sui dazi, forse chissà il governo italiano in tutti i tavoli internazionali (G7, G20, Ue) avrebbe potuto contribuire a ben altre posizioni che certo non avrebbero incoraggiato Trump a proseguire nei suoi errori”.

Zampolli: “Un piacere vedere Giuseppi, mi ha chiesto di salutargli Trump”

Dal canto suo, Zampolli commenta così l’incontro all’Adnkronos: “Con Conte siamo amici da tempo, quindi ci siamo visti ed è stato un incontro ‘very easy’, tra l’altro abbiamo mangiato molto bene, il menù era a base di pesce…”. L’inviato speciale di Trump prosegue: “Non ci vedevamo da un paio di anni, ma ogni tanto ci sentiamo e il nostro non era un incontro che fa parte della mia missione”.

“Fa sempre piacere poi vedere chi è stato premier, vorrei dire che è un un piacere vedere ‘Giuseppi'”, aggiunge. “Il mio ruolo -precisa – non è politico, delle cose politiche si occupa l’ambasciatore Fertitta”. Conte le ha espresso contrarietà alla guerra? “Guardi -risponde – anche Trump pensa che la guerra deve finire”. Come ci siamo lasciati? “Conte mi ha chiesto di salutargli il presidente Trump e io lo farò al più presto…”.

Scintille alla Camera sulla vicenda

Intanto è culminato con l’espulsione del deputato M5s Antonino Iaria il minidibattito che si sviluppa in Aula alla Camera dopo l’intervento del capogruppo FdI, Galeazzo Bignami, per chiedere un’informativa urgente di Guido Crosetto “perché abbiamo interesse a comprendere se nel periodo antecedente a quando lui è stato ministro della Difesa vi siano stati precedenti presidenti del Consiglio che abbiano chiesto di disattendere gli accordi che regolano l’uso delle basi militari americane dell’accordo del 1954, perché leggiamo che esimi esponenti dell’opposizione si stanno affrettando nel richiedere una revisione di quegli accordi”.

Un riferimento trasparente a Giuseppe Conte, che poi l’esponente FdI attacca direttamente osservando che “non farò il nome di Giuseppe Conte, magari in quell’occasione gli potremo chiedere altre cose, non gli chiederemo, a esempio, cosa faceva ieri a pranzo con l’emissario di Trump a Roma, chiuso come al suo solito in una stanza, a parlare di vicende esattamente opposte rispetto a quelle che poi quando va in piazza con i propal, con gli antagonisti, con chi prende a martellate questo e quell’altro”.

Alla richiesta si associa FI con la vicesegretaria Deborah Bergamini che domanda a M5s “come si possano conciliare l’anti-americanismo di facciata, il pacifismo teorico, gli attacchi violenti e volgari all’operato del governo italiano e alla sua alleanza con gli Stati Uniti d’America, con incontri al tavolo di qualche ristorante con persone di fiducia e anche emissari politici di quel presidente degli Stati Uniti”.

È a questo punto che nell’emiciclo è salita la tensione e la vicepresidente di turno, Anna Ascani, ha finito per espellere il deputato M5s Antonino Iaria. Da Avs è stato invece il vicecapogruppo alla Camera, Marco Grimaldi, a sottoscrivere la richiesta, non senza ironia (“vi stupirò ma sono favorevole a questa informativa”, osserva) rivendicando che “siamo forse l’unico gruppo parlamentare che ha depositato da tempo un’interrogazione sulle basi statunitensi” per chiedere “di desecretare e riscrivere quegli accordi.


Cari cittadini americani, inutile protestare con lo slogan ‘No Kings’: quel che c’è lo avete voluto voi


Dato che vi siete accorti che avete qualcosa da perdere, la vostra società violenta e individualista si sta svegliando solo adesso. Beh. Buongiorno, America!

(di Alessandro D’Ambrosio – ilfattoquotidiano.it) – Cari cittadini americani,

ma come?! Proprio adesso, sul più bello, alla resa dei conti, decidete di manifestare in pubblica piazza inneggiando lo slogan “No Kings”? E per quale motivo, poi? Forse perché un tiranno cattivo e prepotente si sta imponendo sulle volontà del popolo americano e sta giocando a battaglia navale usando come pedine i soldati dell’Us Army? Soltanto perché vi ritrovate l’Ice in città che sta eseguendo diligentemente quei rastrellamenti a tappeto che voi avevate richiesto? Sì, avete capito bene, siete stati voi a richiederli, quando per ben due volte avete democraticamente eletto l’uomo che in questo momento state accusando soltanto di eccessiva coerenza, a questo punto.

Vi racconto la storia del mio paese, l’Italia. C’era una volta un paese dilaniato dalla seconda guerra mondiale, che fu liberato fortunatamente dal nazifascismo dalle truppe americane. Era situato nella linea di confine tra l’Europa “libera” e “occidentale” e i paesi comunisti dell’Urss. Gli americani, vecchie volpi, intuirono immediatamente la collocazione strategica di questa nazione che affacciava sul Mediterraneo, e così si inventarono la Nato per farci digerire soldati, basi e armi nucleari americane sul nostro e su altri territori, pronte ad attaccare la Russia in qualsiasi momento, si insediarono nelle nostre istituzioni, deviarono il corso della nostra storia politica mediante stragi di stato mai davvero risolte, perché i comunisti non dovevano mai salire al potere (vedi Gladio e altre belle avventure). Insomma, da quel giorno, avevamo il prepotente in casa che ci diceva cosa dovevamo votare, quali prodotti era meglio comprare al “supermarket” e come ci dovevamo soffiare il naso.

Amici americani, non vi siete accorti che è passato quasi un secolo da quando avete iniziato a presentarvi al mondo come “gran salvatori di stoc***o”?

Ma erano le belle facce pulite di Clinton, Bush, Obama a non farvi accorgere delle malefatte che combinavate in giro per il mondo? Guardate che Trump, dalla nostra prospettiva, è solo la vera faccia dell’America. Ma dalla prospettiva degli altri non avete mai visto niente, eravate troppo concentrati su voi stessi. Non esisteva il movimento No Kings quando volevate esportare la democrazia in Iraq o in Afghanistan? E dove eravate quando c’era da difendere Julian Assange, che di quelle guerre vi ha raccontato delle torture sistematiche che i vostri soldati applicavano spesso e volentieri anche sui civili?

Sapete, non avevo dubbi sull’ipocrisia della società americana, quella che voi ora vivete come una crisi interna a causa della decadenza del vostro impero, che oramai deve accettare di scendere a patti con la Cina se non vuole essere spazzato via per sempre, vista dall’esterno non ha proprio nulla di nuovo: c’è un dittatore, prepotente e sovrappeso, che mette la zampa sulla testa dei suoi sudditi impedendogli di muoversi.

A questo noi siamo abituati da quasi un secolo. A questo voi non eravate abituati. Non finché la cosa non vi abbia toccato individualmente. E forse, dato che vi siete accorti che avete qualcosa da perdere, la vostra società violenta e individualista si sta svegliando solo adesso. Beh. Buongiorno, America!


Terremoto all’Università di Palermo: indagati docenti, ricercatori e imprenditori…


(ANSA) – La Procura Europea indaga su una presunta truffa all’Ue che coinvolgerebbe 23 tra docenti universitari palermitani, ricercatori e imprenditori. Al centro dell’indagine, coordinata dai pm Gery Ferara e Amelia Luise, ci sono il professor Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei progetti di ricerca Bythos e Smiling, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto Giovani e della associazione Più Servizi Sicilia. 

Per 17 indagati i pm avevano chiesto misure cautelari ma dopo un anno e tre mesi e dopo gli interrogatori preventivi, il gip ha respinto l’istanza sostenendo che, pur sussistendo i gravi indizi, non ci fossero le esigenze cautelari in virtù del tempo trascorso dai fatti. La Procura Europea ha fatto ricorso al tribunale del Riesame.   

L’indagine, che ipotizza a vario titolo i reati di truffa aggravata, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, corruzione e falso materiale, secondo gli inquirenti, avrebbe svelato che nell’ambito del programma di scientifico Bythos, finanziato con fondi Ue, venivano rendicontati costi relativi ad attività di ricerca dei docenti e all’ acquisto di attrezzature scientifiche in realtà mai sostenuti.

L’inchiesta è nata dalle dichiarazioni di due ricercatori che hanno fatto nomi e cognomi di professori che, pur pagati per lavorare al progetto Bythos, non avrebbero mai realmente contribuito alla ricerca. Lo scopo sarebbe stato far risultare costi mai sostenuti per gonfiare le spese e di conseguenza aumentare il contributo percepito dall’Ue. Oltre a “caricare” i costi per l’attività dei professori (mai svolte) venivano simulati acquisiti mai fatti con la complicità di alcuni titolari di imprese in modo da creare fondi neri da cui poi attingere.

“Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università. – ha dichiarato ai magistrati uno dei ricercatori che hanno dato input agli accertamenti – Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi di tale progetto da apporre sul materiale acquistato. Una volta realizzate queste etichette, ci disse di rimuovere da alcune scatole le etichette di un altro progetto (Deliver) e di apporre quelle del progetto Bythos.

In pratica, il materiale acquistato nell’ambito del progetto Deliver è stato fatto figurare come se fosse stato acquistato nell’ambito del progetto Bythos”. Per i pm tra Arizza e Fabbrizio, inoltre, sarebbe esistito un patto corruttivo per cui il docente, in cambio di lavori assegnati ma mai svolti dal figlio, avrebbe fatto aggiudicare alla società di Fabbrizio servizi previsti in un altro progetto europeo denominato Smiling.