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Quale futuro per l’Europa?


Un commento sul summit sulla competitività

(Stefano Sylos Labini – lafionda.org) – Al summit informale sulla competitività dell’Unione Europea, al castello di Alden-Biesen nelle Fiandre, si sono confrontate due visioni dell’Europa. Quella di Mario Draghi che spinge verso una centralizzazione decisionale sul modello federale degli Stati Uniti con debito comune e investimenti pubblici europei e quella di Merz e Meloni che puntano sulla Confederazione in cui ogni Stato conserva maggiore autonomia politica ed economica.

Entrambi gli approcci hanno dei punti deboli insuperabili.

Il modello federale di Mario Draghi oltre ad essere osteggiato dalla Germania, richiederebbe una Costituzione europea e un assetto politico – istituzionale equivalente a quello degli Stati Uniti con un Presidente eletto dal popolo, un ministro dell’Economia, degli Esteri, della Difesa. Una prospettiva impensabile nel breve periodo. Inoltre la costituzione di un bilancio federale implica anche tasse europee: chi è disposto a versare dei soldi ad un organismo senza legittimità democratica? In questa fase il percorso verso l’Europa federale si dovrebbe fondare sulle cooperazioni rafforzate tipico termine del fanatismo tecnocratico. Si tratta di un’idea impraticabile.

Il modello confederale di Merz e Meloni invece può andare molto bene per la Germania che ha ampi margini di intervento essendo il rapporto debito/Pil circa la metà di quello italiano, ma non serve all’Italia che è strangolata dalle politiche di austerità imposte dal Patto di Stabilità e dunque non ha nessun margine di intervento.

E qui entra in gioco la proposta della Moneta Fiscale che è stata concepita perché:

1. L’Europa federale è irrealizzabile e le cosiddette cooperazioni rafforzate lo dimostrano.

2. La rottura dell’euro oggi non è un’opzione politica.  

3. Le regole europee per ridurre il debito pubblico affossano l’economia.

La Moneta Fiscale dovrebbe essere una scelta naturale per chi punta ad una Confederazione di Stati e non ad una Federazione. Ma il centrodestra che si è schierato per la Confederazione non ha capito l’importanza della Moneta Fiscale che permette di avere maggiore autonomia nella politica economica. Ciò perché l’emissione di crediti fiscali a libera circolazione sul mercato è una prerogativa dei singoli Stati nazionali e permette di finanziare l’economia senza chiedere soldi in prestito sui mercati.

Diversa è la posizione del PD che continua a sostenere l’Europa federale e l’agenda Draghi.

Infine c’è il M5S che era concentrato solo sul superbonus, non ha nessuna visione macroeconomica e ora sta spingendo per gli Eurobond che richiedono la costruzione dell’Europa federale.

In questo quadro, la Moneta Fiscale rappresenta l’unica opzione che possiamo sfruttare in una situazione che non è destinata a cambiare in tempi brevi e che sta mettendo sotto pressione l’economia italiana. A livello aggregato siamo in stagnazione, a livello industriale siamo precipitati in una recessione che dura ormai da tre anni mentre la crescita dell’occupazione ha riguardato lavoratori anziani, a basso salario e a bassa produttività. Dobbiamo agire in fretta e con la Moneta Fiscale è possibile farlo.

La valuta fiscale viene distribuita secondo diversi criteri di allocazione, sotto forma di certificati di credito d’imposta trasferibili e negoziabili che comportano riduzioni fiscali a scadenze predeterminate e scaglionate.

Questi certificati diventano moneta solo se liberamente trasferibili e possono circolare nell’economia. In questo modo, possono stimolare la crescita economica attraverso un effetto moltiplicatore aumentando il gettito fiscale per compensare la diminuzione del gettito derivante dall’esercizio degli sconti fiscali.

In questa forma, l’utilizzo della valuta fiscale emessa rientra in una politica pubblica volta a incoraggiare gli investimenti e la spesa privata ​​e si esaurisce attraverso una compensazione alla scadenza fissata.

Se si specifica che il credito d’imposta, quando non utilizzato interamente come compensazione fiscale, non è rimborsabile in moneta legale da parte dello Stato, allora, in conformità con i principi contabili europei e internazionali, è “non pagabile” in euro e non costituisce un obbligo di pagamento alla data di emissione.

In questo caso, il suo impatto sul bilancio pubblico si farà sentire solo quando verrà utilizzato come credito d’imposta. Ciò significa che questo tipo di credito d’imposta non dovrebbe essere registrato come un aumento del deficit al momento della sua emissione.

L’esperienza storica più importante di questo tipo di credito d’imposta trasferibile e non pagabile è quella italiana delle ristrutturazioni edilizie del settore privato in un’ottica di transizione energetica ed ecologica.

L’operazione è stata lanciata nel 2020 dal governo M5S – PD guidato da Giuseppe Conte ed era stata presentata nel 2014 dal Gruppo della Moneta Fiscale costituito da Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e dal sottoscritto, con la partecipazione del compianto Luciano Gallino e il contributo di Enrico Grazzini e Giovanni Zibordi.

Analogamente, nel 2022, negli Stati Uniti sono stati introdotti crediti d’imposta trasferibili per finanziare la transizione ecologica attraverso il Clean Energy Inflation Reduction Act (IRA).

I crediti d’imposta italiani sono stati oggetto di una vera e propria battaglia politico-istituzionale, sia a livello nazionale che europeo, che ho descritto nel libro pubblicato nel 2022 dal Ponte editore e intitolato La battaglia della Moneta Fiscale. L’idea, i rapporti politici, gli allegati, le prime applicazioni, le prospettive.

Infatti, sebbene gli effetti dei Certificati di Credito Fiscale si siano dimostrati economicamente significativi in ​​termini di stimolo agli investimenti e riduzione del debito pubblico che è crollato di 20 punti % nel periodo 2020/23, i governi conservatori di Mario Draghi e Giorgia Meloni, che si sono succeduti al potere dal 2021 in poi, non hanno fatto altro che smantellarli anziché cercare di migliorarli correggendone i difetti di attuazione (dovuti principalmente a un controllo insufficiente sulla distribuzione dei crediti fiscali, sull’entità degli incentivi e sulla qualità delle opere).

Oggi la Moneta Fiscale andrebbe rilanciata facendo tesoro dell’esperienza passata. Il problema è che si tratta di un progetto politico trasversale che richiede un’ampia collaborazione tra le forze politiche e il coinvolgimento delle forze produttive e delle istituzioni finanziarie. Per questo è un compito arduo. L’alternativa è quella di continuare ad affondare inesorabilmente.


Per il Quirinale il confine è superato


Per il Quirinale il confine è superato

(Ugo Magri – lastampa.it) – Tutti d’accordo col presidente della Repubblica, anzi di più. A giudicare dalle reazioni entusiastiche, la politica non si aspettava altro: un intervento forte, deciso, definitivo che spegnesse sul nascere l’incendio delle polemiche referendarie. Dunque applausi da sinistra e da destra, in qualche caso ipocriti. Addirittura c’è chi nei palazzi ha giocato sull’equivoco sostenendo che Sergio Mattarella, nel suo blitz di ieri mattina al Csm, non ce l’avesse con nessuno in particolare e che il suo obiettivo fosse quasi di stampo ecumenico, un richiamo generalizzato a 360 gradi nel nome del rispetto reciproco. «State buoni, se potete», per dirla col titolo di un celebre film. In realtà le cose stanno diversamente perché il richiamo del presidente aveva e ha un palese destinatario: il ministro Guardasigilli. È a lui in primo luogo che il discorso è rivolto. Senza le scomposte accuse di Carlo Nordio all’organo di autogoverno dei magistrati, definito nientemeno che «paramafioso», si può star certi che Mattarella non avrebbe ritenuto necessario, tantomeno urgente, rimettere le cose a posto.

Di parole grosse se ne sono udite parecchie nelle ultime settimane, alcune francamente ingiuriose. Se n’è reso protagonista il capofila delle toghe, Nicola Gratteri, quando ha equiparato ai criminali chi voterà a favore di carriere separate nella magistratura. Un’esagerazione, senza ombra di dubbio. Non si è tirata indietro nemmeno la premier, Giorgia Meloni, imputando ai giudici di ostacolare la lotta contro i trafficanti di esseri umani: altro colpo sotto la cintura. Gli attacchi vengono scambiati da entrambi i fronti e Mattarella, che non è nato ieri, riconosce il diritto di sostenere ciascuno i propri argomenti, anche sopra le righe, perché siamo un Paese libero (e finché lo siamo). Mette però un limite invalicabile, ribadito ieri: le istituzioni, perlomeno quelle, non debbono farsi guerra tra loro. Le delegittimazioni reciproche non sono tollerabili. Il governo, nella persona del ministro di Grazie e giustizia, è tenuto ad astenersi dalle aggressioni verbali nei confronti del Csm, istituito dalla Costituzione a garanzia dei magistrati e a tutela della loro autonomia dal potere politico. Tanto più se a presiedere il Csm è il capo dello Stato in persona.

Quel confine Nordio l’ha travalicato in un’intervista mai ritrattata e anche volendo Mattarella non poteva far finta di niente. Il ruolo gli imponeva di mettere un freno, sebbene esporsi comportasse dei rischi. Ad esempio di essere frainteso. Oppure di venire arruolato e strumentalizzato nel fronte del No. O ancora di non risultare sufficientemente persuasivo, il che sarebbe il pericolo senza dubbio peggiore. Tuttavia tacere, a fronte di palesi strappi al galateo istituzionale, avrebbe reso ancora più inevitabile farsi sentire tra qualche giorno o tra qualche settimana, magari a ridosso del voto referendario, perché quando si imbocca una china ripida è poi difficile fermare la corsa. Ecco perché il presidente non le ha mandate a dire segnalando egli stesso l’eccezionalità del proprio intervento davanti al Csm: mai in undici anni si era fatto vivo a Palazzo dei Marescialli per presiedere una riunione ordinaria, con un paio di nomine minori all’ordine del giorno.

Una severità necessaria. Tanto più se le intemerate del ministro Guardasigilli, come in molti sospettano, fanno parte di un piano più ampio e dietro gli assalti al Csm c’è un disegno politico di cui Nordio è solo l’esecutore, la testa d’ariete. Motivo di più per mandare da subito un avviso ai naviganti: ulteriori forzature non saranno ammesse. Mattarella se ne fa garante da presidente della Repubblica. Proprio in questa sua veste è intervenuto al Csm e lo ha fatto pesare, certo non per caso. Anche questo è un segnale di determinazione. Vuol dire che Mattarella mette in gioco il prestigio di presidente e la sua vasta popolarità perché nessuno possa immaginare, per imporsi nel referendum del 22 e 23 marzo, di ridurre le istituzioni a un cumulo di macerie fumanti su cui piantare la propria bandiera.


Guardie rosse e parole nere


di Michele Serra – repubblica.it) – Della triste e sanguinosa vicenda francese (il pestaggio mortale del giovane estremista di destra Quentin Deranque) mi ha colpito un dettaglio che forse non è un dettaglio: il nome del movimento antifascista accusato del pestaggio, la Jeune Garde, la giovane guardia.

Ha origini militari, specificamente napoleoniche: un corpo speciale di cavalleria al diretto servizio dell’imperatore, che lo istituì nel 1813 per la sua personale protezione. Lo si ritrova poi, più di un secolo dopo (gli anni Trenta del Novecento) prima in una tonante marcetta rivoluzionaria, incisa su disco dallo chansonnier Monthéus e inneggiante all’imminente vittoria della vigorosa gioventù proletaria sui flaccidi borghesi; poi in una fresca derivazione del 2010, sempre tonante, sempre marcetta e sempre rivoluzionaria. Tamburi e trombe (come nella tremenda e meravigliosa Canzone dei cannoni di Brecht-Weill: «soldati e bombe, tamburi e trombe») e testi decisamente bellicosi.

Detto che anche la Marsigliese, e in genere gli inni politici di tutte le risme, non sono affatto pacifici e spesso grondano sangue (e sempre grondano retorica) mi sono domandato perché mai, nel 2018 quando è nato, un movimento antifascista debba darsi un nome militaresco, che potrebbe tranquillamente appartenere a un movimento fascista. Jeune Garde: non sarebbe perfetto per un nuovo squadrismo?

Domanda: non si potrebbe storicizzare un po’? Provare a segnare una differenza — dopo due secoli di gloriose lotte proletarie, tamburi e trombe — tra il linguaggio delle armi e dell’ardimentosa gioventù (giovinezza! giovinezza!) e quello che dovrebbe essere il linguaggio della liberazione — anche dalle armi, tra l’altro? Forse che è più “di lotta” usare un linguaggio otto-novecentesco e richiamarsi di continuo alla logica di guerra? E se fosse invece molto più “di lotta” trovare nuovi nomi e nuove parole che la fanno finita, con il gusto del sangue e il suono orribile delle teste rotte?


Giustizia, se il limite è stato superato


Il commento. L’intervento di Mattarella è come quello di un arbitro che assiste sbigottito a una rissa tra squadre avversarie e interviene per richiamare al rispetto delle regole

Il presidente Sergio Mattarella al Csm

(di Gian Luigi Gatta – repubblica.it) – Il gesto e il messaggio del presidente Mattarella, che per la prima volta si è recato nella sede del Consiglio superiore della magistratura per presiedere una riunione ordinaria del plenum, hanno un grande valore per la nostra democrazia, che merita di essere colto e sottolineato. Il presidente della Repubblica è il garante della Costituzione e, quale capo dello Stato, rappresenta l’unità nazionale. Se ha avvertito «la necessità e il desiderio» di sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm» e «il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione», pur nella libertà di criticarne «difetti, lacune ed errori», è perché i toni della campagna referendaria, quando manca ancora più di un mese al voto, hanno superato la soglia del tollerabile.

La polarizzazione e, spesso, l’imbarbarimento della comunicazione, possono creare fratture nella società e nelle istituzioni – tra le istituzioni – pericolose per la solida tenuta dell’edificio della Repubblica, che ha le sue radici nella Carta costituzionale della quale il presidente è, per l’appunto, il garante, in posizione terza rispetto alla contrapposizione politica e referendaria. L’intervento di Mattarella è come quello di un arbitro che assiste sbigottito a una rissa tra squadre avversarie e interviene, con un sonoro fischio, per richiamare al rispetto delle regole. Mattarella ha avvertito «la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica». Lo scontro tra politica e magistratura, tra sostenitori del sì e del no, ha spesso superato nei toni il limite di una pur fisiologica contrapposizione referendaria. E ciò è ancor più grave perché la consultazione popolare riguarda proprio la modifica della Costituzione, l’ordinamento della magistratura e gli equilibri tra le istituzioni e i poteri dello Stato. Se non se ne ha cura, anche nel dibattito e, specialmente, nella comunicazione da parte di chi riveste ruoli e responsabilità istituzionali, si rischia di scassare la democrazia costituzionale: la casa comune della Repubblica, il bene più prezioso che ci è stato affidato dai costituenti dopo il fascismo e le lacerazioni civili e sociali conseguenti alla sua caduta.

Non è un caso se le parole del presidente, che richiama al rispetto reciproco tra le istituzioni e al valore del Csm, giungono a breve distanza da quelle del ministro della giustizia Nordio, che riferendosi allo stesso Csm ha parlato di «meccanismo para-mafioso», di «mercato delle vacche», di «verminaio correntizio» e di «padrini», in assenza dei quali il magistrato sottoposto a procedimento disciplinare sarebbe «morto». La continenza verbale, nella critica, è stata evidentemente superata, in questo come in altri casi, da parte di altri protagonisti del dibattito pubblico, su entrambi i fronti. Si rischia così di lacerare e di infangare le istituzioni, di far venire meno la fiducia sociale nella magistratura e nella giustizia. Le istituzioni devono collaborare in democrazia, non prendersi a picconate. La democrazia costituzionale ne esce indebolita se si associa a una cosca il Csm, che nomina tra l’altro il procuratore nazionale antimafia. Così anche se si accusano i magistrati di essere politicizzati, adusi solo a logiche spartitorie, non terzi e imparziali come giudici perché sottomessi ai pm, irresponsabili, impuniti e persino destinatari, per la campagna elettorale, di finanziamenti non trasparenti. Vogliamo dire che è troppo? Ecco, lo ha detto il garante della nostra Costituzione.


Da oggi il referendum sulla giustizia è un voto su Giorgia Meloni


L’attacco scomposto di GIorgia Meloni contro i giudici che “continuano a ostacolarci” è il segnale: da ora in poi la premier entra attivamente nella campagna del referendum sulla giustizia. Sarà la mossa vincente per il Sì, o un boomerang per il governo?

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Avete presente quei martelletti accanto all’estintore? Quelli dove c’è scritto “rompere solo in caso di emergenza”?

Ecco: ieri Giorgia Meloni ha metaforicamente impugnato il martelletto e rotto il vetro, rompendo gli indugi ed entrando a piedi uniti nella campagna per il referendum sulla giustizia.

L’ha fatto in modo scomposto, un po’ come quando  ad Atreju aveva detto di votare Sì per evitare una nuova Garlasco. Stavolta ha preso il caso del migrante condannato 23 volte che non si riesce a rimpatriare, per addossare le colpe alla magistratura – “continuano a ostacolarci”, ha detto – e promettere che la riforma della giustizia risolverà in un colpo solo il problema della sicurezza e quelle delle migrazioni, gli unici due temi che mobilitano davvero l’elettorato di destra.

Al netto delle argomentazioni un po’ così – che confermano una volta di più quanto la vera posta in gioco della riforma sia la volontà del governo di controllare e orientare l’attività giudiziaria – è stato un ingresso nell’agone salutato con gioia da chi vuole che passi la riforma. Che finora si era dovuto accontentare, come testimonial, del ministro-gaffeur Carlo Nordio e dell’ex magistrato Antonio Di Pietro.  Non esattamente un parterre de roi. 

La discesa in campo di Meloni, tuttavia, ha un rovescio della medaglia non secondario: che per gli elettori, da oggi, è un referendum su di lei. Se ti esponi, se metti in gioco la tua credibilità politica su questa campagna, una vittoria è una tua vittoria, una sconfitta è una tua sconfitta.

Meloni, finora, si era tenuta alla larga dalla campagna referendaria proprio per questo. Perché i primi sondaggi erano rassicuranti, perché poteva starne fuori e vincere comunque, perché poteva capitalizzare politicamente una vittoria quasi certa senza rischiare nulla.

Ora invece che diversi sondaggi dicono che Sì e No sono praticamente pari, la carta Meloni è l’ultima arma, a un mese dal voto, per provare a invertire il trend. Se Meloni ci riesce, ha vinto lei. Se Meloni non ci riesce, ha perso lei.

La domanda è una sola: questa scelta mobiliterà l’elettorato in suo sostegno o chi vuole mandarla a casa, un po’ come accadde con Matteo Renzi e la sua riforma istituzionale il 4 dicembre di dieci anni fa? Allora, il desiderio di mandarlo a casa fu più forte di una riforma che prevedeva il taglio delle poltrone dei parlamentari. Oggi?

Per avere una risposta, toccherà aspettare il 22 e 23 marzo. Ma ormai il vetro è rotto, e il dado è tratto.


Meloni in fallo (di reazione)


Meloni dovrebbe chiedersi se il compito dei magistrati è far rispettare la legge o avallare a prescindere le decisioni del governo

Meloni in fallo (di reazione)

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Deve essere seriamente preoccupata, Giorgia Meloni, per l’esito sempre più incerto (stando ai sondaggi) del referendum sulla giustizia. Al punto che neppure l’intervento del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che dopo undici anni è tornato a presiedere il Consiglio superiore della magistratura per rimarcare il valore “di rilievo costituzionale” dell’organo che la riforma Nordio punta a demolire e per esigere il rispetto che occorre “nutrire e manifestare… nei confronti di questa istituzione”, è riuscito a fermare l’ennesimo attacco alle toghe da parte della premier.

Un’iniziativa, quella del Presidente della Repubblica, non casuale nella scelta dei modi (la solennità dell’esercizio di una prerogativa costituzionale) e dei tempi (a stretto giro dall’ultimo affondo di Meloni contro i magistrati che remano contro il governo). Ma che non è bastata evidentemente a placare il nervosismo della presidente del Consiglio che vede, con l’avanzata dei No, l’esito della consultazione sempre più a rischio. Così, nonostante il fallo fischiato da Mattarella, è tornata ad attaccare la magistratura con il pretesto del risarcimento da oltre 76mila euro, per i danni patrimoniali causati dal fermo amministrativo della nave Sea Watch 3 nel 2019.

“La mia domanda – si chiede Meloni – è: il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?”. Anche se il quesito più calzante sarebbe un altro: il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di avallare a prescindere le decisioni del governo? Un altro motivo per votare No al referendum.


Meloni attacca di nuovo e lavora per levare la polizia giudiziaria ai pm


Nonostante la richiesta di abbassare i toni, la premier critica la sentenza sulla Sea Watch. Destra al lavoro per togliere il controllo della polizia giudiziaria alla magistratura in stile Fbi

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – Chi pensava che il discorso del presidente della Repubblica al Csm avrebbe fermato i bombardamenti contro la magistratura è rimasto deluso. Come se fosse ormai un appuntamento fisso, Giorgia Meloni sui social ha lanciato un’altra stoccata ai giudici e sempre nella materia a lei più cara: l’immigrazione.

In questo caso ha contestato la «decisione» del tribunale di Palermo sulla Sea Watch che l’ha «lasciata letteralmente senza parole». «Lo Stato italiano – ha detto Meloni – è stato condannato a risarcire con 76mila euro, sempre degli italiani, la ong proprietaria della nave capitanata da Carola Rackete, perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata giustamente trattenuta e posta sotto sequestro».

Una dichiarazione, quella della presidente del Consiglio, che, come la precedente riferita a un cittadino algerino risarcito per volere di un magistrato, arriva nel pieno della campagna sul referendum della Giustizia e ha il sapore della propaganda e della sua definitiva scelta di metterci la faccia.

Eppure, di propaganda a favore del «Sì», ad analizzare le mosse del ministero di via Arenula, non ce ne sarebbe bisogno. Non solo le bozze già pronte dei decreti attuativi della riforma. Al dicastero guidato da Carlo Nordio si è così sicuri di avere la vittoria in tasca che si sta concretamente lavorando a un’altra rivoluzione, a tratti anticipata nei giorni scorsi dal numero uno della Farnesina Antonio Tajani. Il forzista ha infatti parlato della necessità di «aprire un dibattito sull’ipotesi di togliere la polizia giudiziaria al controllo dei pubblici ministeri».

Ma più che di un’«ipotesi» o di una mera congettura, a Domani risulta che si tratti di un dato di fatto: una vera e propria riforma bis che i tecnici ministeriali stanno mettendo a punto, cercando un modo per non intaccare ulteriormente la Costituzione, dopo dibattiti andati avanti per oltre un anno.

La fuga in avanti di Tajani, dal palco su cui era stato chiamato a parlare, non ha però fatto piacere all’esecutivo. Risulta a questo giornale che la mossa ha suscitato diversi malumori. Tuttavia sul progetto di una polizia giudiziaria separata dalla magistratura sono tutti d’accordo: diverse le riunioni alla presenza della premier, del sottosegretario Alfredo Mantovano, dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. E, naturalmente, di Nordio e Tajani.

Modello Fbi

Il modello a cui il guardasigilli aspira sarebbe, dunque, assai simile a quello della polizia americana: il Federal Bureau of Investigation, più conosciuta come Fbi, è la principale agenzia governativa di polizia federale degli Stati Uniti, operante sotto la giurisdizione del dipartimento di Giustizia. Così, anche in Italia, la polizia, secondo il progetto di Nordio, passerebbe sotto il controllo del ministero che, pertanto, potrebbe anche negare le risorse, sempre più specializzate, ai magistrati alle prese con grandi inchieste e lunghe indagini. In barba, tra l’altro, e in contrasto con l’articolo 109 della Costituzione, secondo cui «l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria».

Il progetto sarebbe giustificato dalla volontà di arginare proprio gli effetti della riforma qualora vincesse il «Sì». Per Nordio in questo modo si andrebbe a tamponare il rischio di un Csm che, post referendum, potrebbe essere troppo potente. Lo stesso sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove aveva paventato il timore di «avere pm come superpoliziotti». Inoltre, secondo quanto trapela dal dicastero guidato da Nordio, non si tratterebbe di modificare la riforma costituzionale della separazione delle carriere.

L’articolo 104 della Costituzione non verrebbe toccato: per evitare l’allungamento dei tempi, il progetto verrebbe inserito nel disegno di legge che dovrà dare attuazione alla riforma stessa. Insomma, quasi un ritorno al passato e al Codice Rocco di epoca fascista: il pm diventerebbe un avvocato, quello dell’accusa, che dialogherebbe poco con chi in concreto realizzerebbe le indagini. Pm, quindi, senza potere di impulso o coordinamento.

Arriva la zarina

Nel frattempo Nordio sembra pronto alle critiche che una riforma di questo tipo potrebbe suscitare. Non sarebbero le prime. L’ultima querelle affrontata dal ministro riguarda quella sulle recenti dichiarazioni sul «sistema para-mafioso all’attuale Csm».

«Non capisco tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni sulle correnti del Csm – aveva dichiarato – . Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra», aveva concluso.

Il ministro ha rivendicato la paternità seppure presa in prestito da un pm antimafia, tuttavia nei corridoi di via Arenula circolano altre versioni: l’idea di far citare Di Matteo pare sia stata suggerita dalla ministra ombra, Giusi Bartolozzi. La capa di gabinetto avrebbe dato questo suggerimento a Nordio, poi travolto dalle critiche. Dunque l’ennesimo scivolone provocato dalla zarina, di cui Nordio si fida ciecamente. Un’altra mossa sbagliata che ha contribuito ancora una volta ai malumori conseguenza della sua gestione accentratrice.

Ora però in campo è scesa a premier. Che ha iniziato a martellare sui giudici che liberano i migranti. Alla quale non dispiace il modello Fbi sul quale stanno riflettendo in via Arenula.


Politico.eu: “Giorgia Meloni sta correndo un grande azzardo”


(di Hannah Roberts – politico.eu) – La premier italiana di destra Giorgia Meloni sta correndo un grande azzardo convocando per il prossimo mese un referendum sulla riforma della giustizia che potrebbe incrinare la sua aura di invincibilità.

Per ora, Meloni appare come una forza inarrestabile a Roma e a Bruxelles, alla guida del governo più stabile che l’Italia abbia visto da anni.

Proprio per questo il referendum del 22-23 marzo rappresenta una manovra ad altissimo rischio. Una vittoria consoliderebbe la sua presa sul potere e rafforzerebbe la sua immagine di leader politicamente invulnerabile, ma il voto potrebbe anche ritorcersi contro di lei.

In Italia i referendum possono facilmente trasformarsi in voti di fiducia sul governo, e Meloni è ben consapevole che l’ex premier Matteo Renzi fu costretto a dimettersi dopo il fallimento del referendum sulla riforma costituzionale nel 2016.

Cercando di rivedere il sistema giudiziario, Meloni si avventura in uno degli ambiti più esplosivi del Paese, esponendosi alle accuse di interferire con una magistratura fieramente indipendente, che la destra ha spesso attaccato accusandola di parzialità di sinistra.

È un dibattito amaro con una lunga eredità politica. La destra italiana non ha mai superato del tutto i grandi processi per corruzione che negli anni Novanta spazzarono via l’establishment democristiano, e l’ombra di Silvio Berlusconi — l’ex premier playboy e magnate dei media morto nel 2023 — incombe sul voto. Berlusconi sosteneva che i 35 procedimenti penali a suo carico fossero motivati da giudici e magistrati di sinistra, da lui definiti un «cancro della democrazia».

Per decenni, tuttavia, la maggior parte dei governi è stata cauta nell’affrontare una ristrutturazione profonda del sistema giudiziario. Ora Meloni è pronta a farlo.

I suoi sostenitori affermano che le riforme proposte nel referendum di marzo modernizzeranno un sistema giudiziario spesso criticato come lento, politicizzato e poco responsabile, avvicinandolo maggiormente ai modelli europei.

In pratica, le modifiche sono molto tecniche. Riguardano le modalità di governo, reclutamento e disciplina di giudici e pubblici ministeri, separandone le carriere e ristrutturando gli organi di autogoverno della magistratura.

Elevando queste questioni a causa simbolo e portandole alle urne, Meloni ha trasformato un intervento tecnico in un test diretto della sua autorità.

Modernizzazione o vendetta?

Per il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, la riforma è attesa da tempo. Separare giudici e pubblici ministeri, sostiene, rafforzerebbe l’equità e la fiducia pubblica nei tribunali.

«Un imputato che entra in aula sapendo che il suo giudice non ha legami con il pubblico ministero sarà rassicurato», ha dichiarato Sisto a POLITICO. «Non ho mai visto un arbitro provenire dalla stessa città di una delle squadre».

I critici, però, vedono qualcosa di più insidioso. Ritengono che la riforma assomigli meno a una spinta neutrale verso la modernizzazione e più a un tentativo di indebolire l’indipendenza della magistratura e aumentare il controllo politico sui pubblici ministeri.

Questa percezione è rafforzata dalla retorica sempre più conflittuale del governo nei confronti dei tribunali.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha accusato parti della magistratura di agire come «opposizione» politica al governo, mentre il vicepremier Matteo Salvini, più volte finito sotto processo per le sue politiche migratorie intransigenti, descrive abitualmente i giudici come politicamente motivati e distanti dal sentimento popolare.

La stessa Meloni ha spesso presentato le decisioni giudiziarie come ostacoli alla sua agenda. In una conferenza stampa di gennaio ha attribuito alle sentenze dei tribunali il fatto di aver minato i suoi tentativi di introdurre misure più severe in materia di ordine pubblico, chiedendo: «Come si può difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa pensata per farlo viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?».

Per i suoi oppositori, questo è proprio il tipo di linguaggio che alimenta l’impressione che la riforma serva più a imporre una supremazia in una lotta di potere pluridecennale che a migliorare l’efficienza dei tribunali.

La tensione tra magistratura e politica in Italia risale all’inchiesta Mani Pulite dei primi anni Novanta, quando i pubblici ministeri portarono alla luce una vasta rete di corruzione che cancellò un’intera generazione di politici. A destra, quella stagione si è trasformata in un risentimento duraturo: la convinzione che la magistratura sia un attore politico non eletto, investito di un’autorità morale indebita.

Questa percezione si è ulteriormente rafforzata con le interminabili vicende giudiziarie di Berlusconi.

L’ex magistrato Piercamillo Davigo, membro del pool di Mani Pulite, non ha dubbi che la riforma sia un tentativo politico di addomesticare la magistratura. «È un tentativo di controllare la magistratura, che in Italia è forte e davvero indipendente, non governata dai politici», ha dichiarato a POLITICO. «Questa riforma danneggerà l’indipendenza e indebolirà il potere dei tribunali, dando più potere al governo, che controlla l’organo disciplinare».

Davigo ha respinto l’accusa del governo secondo cui i giudici ostacolerebbero le politiche per fini politici, sostenendo invece che i tribunali si limitano a far rispettare i vincoli di legge, compreso il diritto europeo, su iniziative governative come il piano di trasferire migranti in centri di trattenimento in Albania.

I leader dell’opposizione fanno eco a questa critica. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha affermato che la riforma non affronta i ritardi cronici della giustizia e rappresenta invece parte di una più ampia concentrazione di potere istituzionale.

«Il vero obiettivo è dividere per comandare», ha dichiarato Conte a POLITICO, accusando il governo di voler costruire un sistema giudiziario «che non disturbi più chi è al comando».

Invincibile o vulnerabile?

Il rischio per Meloni non è giuridico o procedurale, ma politico. La riforma della giustizia la mette contro una categoria vocale e ben organizzata, con radici profonde nello Stato. Proposte simili avanzate durante il primo governo Berlusconi a metà degli anni Novanta provocarono proteste e contribuirono alla caduta della sua coalizione. I successori ne trassero una lezione: evitare lo scontro.

La decisione di Meloni, non imposta da Bruxelles, dai mercati o da una crisi, può essere spiegata in parte dal suo percorso personale. È entrata in politica durante le turbolenze degli anni Novanta e non porta con sé il bagaglio personale di quell’epoca. Oggi opera da una posizione di forza, alla guida di un governo stabile e con buoni consensi nei sondaggi.

I sondaggi suggeriscono che la scommessa sia in bilico. Rilevazioni recenti mostrano gli oppositori della riforma leggermente in vantaggio, anche se la conoscenza dei dettagli resta bassa. Un sondaggio YouTrend prevede una vittoria dei contrari in caso di bassa affluenza, con il 51 per cento di voti contro, mentre con un’alta partecipazione vincerebbero i sostenitori, con il 52,6 per cento contro il 47,4. Un sondaggio SWG indica il 38 per cento dell’elettorato favorevole alla riforma, il 37 per cento contrario e il 25 per cento indeciso.

Lorenzo Pregliasco, dell’istituto YouTrend, ha definito il voto una «sfida senza precedenti» per Meloni. Mobilitare l’opposizione, ha osservato, è spesso più facile che costruire consenso per una riforma complessa, e gli elettori di centrosinistra storicamente partecipano con maggiore affidabilità ai referendum.

Meloni potrebbe tentare di politicizzare il voto, trasformandolo in un plebiscito sulla sua leadership. Ma questa strategia comporta rischi propri. Ha invece cercato di prendere le distanze dall’esito, sottolineando che non si dimetterebbe in caso di sconfitta.

Ciononostante, dovrà assumersi la responsabilità del risultato. «Se sei presidente del Consiglio e porti una riforma a referendum, inevitabilmente è anche un voto sul tuo governo», ha detto Pregliasco.

Se dovesse vincere, il governo potrebbe capitalizzare lo slancio e persino tentare di forzare elezioni anticipate, secondo analisti politici ed esperti di sondaggi come Pregliasco. Meloni ha dichiarato a gennaio che le elezioni anticipate «non sono nel suo radar».

Ma allo stesso modo, una sconfitta potrebbe ridare fiato all’opposizione, riaprendo la partita in vista delle elezioni previste per il 2027. Se Meloni dovesse perdere, non sarebbe più percepita come «invincibile», ha osservato Pregliasco.

«La sua immagine di leader efficace e vincente ne uscirebbe danneggiata, e il clima politico cambierebbe».


A forza di fare il “maggiordomo” di Casa Meloni, l’“osservatore” Tajani è finito in cul de sac


(dagospia.com) – Quel merluzzo lesso di Antonio Tajani si è messo in una posizione difficilissima. Sarà lui il volto dell’Italia alla riunione del “Board of peace”, che si terrà domani a Washington.

Il paciarotto di Ferentino, che si è sempre vantato del suo europeismo senza limitismo, sarà circondato da dittatori, monarchi assoluti, autocrati d’ogni foggia, sancendo l’ingresso dell’Italia, seppure come “osservatore” (ma osservatore de che, non s’è ancora capito) nel club privato con cui Trump sogna di archiviare l’Onu.

Tajani, si diceva, è in una posizione difficilissima, per almeno due motivi. Il primo, e più evidente, è l’imbarazzo personale di fronte ai suoi elettori e “danti causa”. Chi vota Forza Italia, infatti, non guarda con simpatia a Donald Trump e ai suoi tentativi di demolire il multilateralismo che, dal dopoguerra, ha sempre governato il mondo.

Multilateralismo tanto caro anche a Silvio Berlusconi che al dialogo tra le potenze ha dedicato un po’ di tempo sottratto con difficolta’ alle cene eleganti. Il Cav fu l’artefice dell’incontro, nel 2002, a Pratica di Mare tra George W. Bush e Putin, in una prospettiva di dialogo e concerto globale dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’anno prima.

Che a Forza Italia non piaccia il trumpismo-senza-limitismo, è confermato dalle dichiarazioni tonitruanti di Marina Berlusconi che, in un’intervista al “Corriere della Sera”, una settimana fa, sferzava lo “Sceicco” di Mar-a-Lago: “Sono sempre più preoccupata.

Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.

E ancora: “Legge del più forte, prevaricazione, affarismo… Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e controllo? E che dire dell’uso della violenza contro il dissenso?”

Le parole di Marina sono state rinfacciate a Tajani anche alla Camera, ieri pomeriggio, dal Pd, che le ha utilizzate per “incastrare” il ministro degli Esteri di fronte all’evidenza delle sue contraddizioni.

Perdere la faccia di fronte a Marina Berlusconi, “proprietaria” del partito di cui è segretario, però, non è l’unica preoccupazione di Tajani. In pochi ricordano, infatti, che quel “Cuor di melone” del capo della Farnesina è ancora il vicepresidente del Partito popolare europeo. E per il Ppe, saldamente a guida tedesca, il “Board of peace” è una cagata pazzesca.

Lo ha fatto capire chiaramente la trimurti crucca al vertice del PPE: Manfred Weber, Friedrich Merz e Ursula von der Leyen.

Il primo è stato Weber, presidente del PPE e amico personale di Tajani. In un’intervista a “Repubblica”, che anticipava il discorso di Friedrich Merz alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, Weber è stato chiarissimo: “I pilastri fondamentali dell’ordine mondiale stanno cambiando in modo radicale e a una velocità vertiginosa. […]

C’è troppo affidamento su Washington. La speranza che torni la vecchia America. E lo dico chiaramente, sono un transatlantico, voglio il partenariato con l’America. Ma la vecchia America che conoscevamo non tornerà più. L’Europa deve affrontare questa realtà e acquisire finalmente consapevolezza di sé”.

Il giorno stesso, il 13 febbraio, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è salito sul palco di Monaco e ha tenuto un discorso durissimo contro gli Stati Uniti. Parole inedite con cui Berlino archivia la storica alleanza con gli Usa: “Tra di noi e l’America c’è una frattura. L’Ue deve diventare più sovrana. La nostra vacanza dalla storia mondiale è finita”.

Infine, la sempre pavida Ursula, che non ha proferito parola, ma ha voluto precisare che la scelta di inviare la Commissaria croata Dubravka Suica a Washington, alla riunione del Board of Peace, non significa che l’Ue aderirà alla congrega di puzzoni messa in piedi da Trump: “Ci saremo ma non come partecipanti e nemmeno come osservatori”.

“Insomma una vera e propria dissociazione ammantata con un velo di diplomazia. Non solo non ci sarà von der Leyen, ma nemmeno uno dei sei vicepresidenti della Commissione”, commenta Claudio Tito su “Repubblica”

E dire che Giorgia Meloni e il Governo hanno provato in tutti i modi a cavalcare la presenza di Dubravka Suica e degli altri Paesi europei alla riunione di Washington.

Giorgia Meloni voleva a tutti i costi volare fra le braccia di Trump e ha provato fino all’ultimo a convincere Merz ad aderire. Ma lo spilungone crucco ha risposto, seccamente, “Nein”, ribadendo come i valori europei siano in contraddizione con l’ideologia “Maga”, e rivendicando il suo pragmatismo diplomatico. Della serie: Io parlo con Trump, ma non vuol dire che aderisco alla sua politica. Del Board of Peace non condivido la forma e i metodi…

L’ex commissario Ue Mario Monti si è spinto oltre sostenendo che l’ideologia “Maga” dei vari Trump e Bannon sia incompatibile persino con la Costituzione italiana. 

Ci sarebbe stato anche un colloquio tra il consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio, e il suo omologo tedesco, Günter Sautter. L’italiano avrebbe provato a sondare il collega, che per chiudere la questione avrebbe invece tirato in ballo nientemeno che il Vaticano.

Sautter avrebbe infatti riferito a Sautter che le perplessità tedesche sul Board of Peace sono condivise in toto dalla Santa sede.

Una settimana fa, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che conosce bene il Medioriente essendo il Patriarca latino di Gerusalemme, ha definito l’iniziativa di Trump una ”operazione colonialista”, ribadendo quello che ha già detto più volte: “Non si può decidere per i palestinesi senza i palestinesi”.

Una presa di posizione così forte da parte di un cardinale molto in vista non può che essere stata pronunciata senza un “imprimatur” del segretario di Stato, Pietro Parolin. Lo stesso Parolin ieri ha voluto confermare che il Vaticano “non parteciperò al Board of Peace”: “Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”.

La diplomazia vaticana si muove in sincrono, come non succedeva da tempo. Parolin si sente molto a suo agio con Leone XIV: i due si muovono sulla stessa linea strategica, a differenza di quanto avveniva con Bergoglio, considerato troppo “tattico” e imprevedibile in politica estera. 

Non a caso oggi è stato lo stesso Papa Prevost a “scomunicare” indirettamente, con molta diplomazia, il nuovo ordine trumpiamo: “Noi oggi possiamo sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra:

le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.    


Non vado nel merito ma nel metodo: questo referendum può consegnare la Costituzione a una minoranza


Se vincesse il Sì, la Costituzione, da baluardo a garanzia contro la volontà della maggioranza politica, potrebbe essere convertita nello strumento di un partito politico

Non vado nel merito ma nel metodo: questo referendum può consegnare la Costituzione a una minoranza

(di Enza Plotino – ilfattoquotidiano.it) -Il fatto che sia già stato tentato non toglie gravità all’atto! Non entro nel merito dei quesiti del referendum costituzionale del 22/23 marzo perché penso che sia la procedura ad essere inaccettabile: affidare a colpi di maggioranza la modifica della Costituzione è quanto di più sconsiderato ci sia, politicamente e istituzionalmente. Rendere la Carta costituzionale non un patrimonio comune del Paese, ma l’espressione di scelte di parte, nelle quali i partiti che ne rimangono fuori, e il loro elettorato, non si riconoscono, è un atto destabilizzante dell’ordine sociale, politico o statale costituito, che ha governato il percorso condiviso dell’Italia verso una democrazia compiuta.

Il partito vincitore – arrivato al potere per la prima volta con una premier di chiara espressione del postfascismo e delle forze che lo sostengono e con una scarsa rappresentatività (per questo governo ha votato il 20% di chi è andato a votare) che l’ha trasformato nella “minoranza politica più votata nella forza parlamentare di maggioranza assoluta” – potrebbe essere in grado di cambiare da solo la Costituzione e stravolgere il modello fatto proprio dai Costituenti: una casa comune, un punto di riferimento per tutti, modificabile soltanto con un ampio consenso, dato per scontato anche alla luce del sistema proporzionale all’epoca vigente. Questo impianto potrebbe essere scardinato da forze minoritarie nel Paese, sia pure con l’àncora di salvezza del referendum oppositivo.

Svuotare dall’interno le garanzie offerte dalla rigidità costituzionale della nostra Carta, superiore a tutte le altre fonti dell’ordinamento. Una riforma costituzionale, ripeto, proposta da una minoranza nel Paese, potrebbe far diventare la Carta un orpello, un artificio inutile che qualsiasi forza politica di maggioranza potrebbe ritoccare a piacimento. Questo modificherebbe il significato proprio della Carta costituzionale, come progetto condiviso sulla base del quale i Padri e le Madri costituenti volevano costruire il futuro di un popolo.

Se la riforma entrasse in vigore superando lo scoglio referendario, la Costituzione, da baluardo a garanzia contro la volontà della maggioranza politica, potrebbe essere convertita in uno strumento utilizzato da un partito politico, che, come detto, è minoranza nel Paese, per imporre con maggiore forza le proprie decisioni a coloro che non le condividono. Trasformare la Costituzione da patrimonio comune del popolo italiano a instabile terreno di scontro tra le forze politiche, destinato a essere riconformato con l’avvento di ogni nuova maggioranza è il rischio e il pericolo che stiamo attraversando.

Per questo dico NO al referendum sulla riforma dei magistrati.


Il Board dei Servi e la dignità


(Tommaso Merlo) – Questo governo passerà alla storia per l’infamia di essere stato complice del genocidio del secolo. Per tutto il resto verrà archiviato come la più mediocre ed inutile esperienza governativa di sempre. Ma se in Italia non hanno combinato nulla, all’estero non ne azzeccano una neanche per sbaglio. Altro che sovranismo, servilismo. Hanno svenduto la sovranità italiana all’internazionale nera guidata da Trump e quindi al sionismo. Una delle pagine più squallide della nostra storia moderna. Dopo due anni di assordanti silenzi e complicità nello sterminio del popolo palestinese, eccoci alla vergognosa adesione ad un Board dei Servi. Tutte le democrazie più avanzate lo hanno schifato perché contrario ai loro valori fondanti e a quelli della comunità internazionale. E anche l’Italia avrebbe dovuto farlo. La nostra illuminata Costituzione nata sulle ceneri di una guerra devastante, non permette certi obbrobri. Ma il servilismo governativo camuffato da sovranismo, non si è rassegnato. Prima hanno accettato di servile istinto l’adesione, poi hanno ricevuto una telefonatina dal Quirinale che li ha rimessi in riga e quindi si sono inventati il ruolo di osservatori. Non potendo cioè baciare le chiappe di Trump, vogliono fargli capire che lo avrebbero fatto come sempre molto volentieri. Facile prevedere la scena da brividi. Con la delegazione italiana seduta in disparte con un falso sorriso stampato in faccia che annuisce a prescindere ad ogni delirio trumpiano e poi nei corridoi si precipita a scusarsi sentitamente dando magari la colpa alla Costituzione scritta da qualche comunista e ribadendo ossequiosi di rimanere a completa disposizione. Davvero da brividi. Avrebbero voluto anche loro alzare il braccio al cielo come quel pazzoide camerata di Milei, quel vecchio fascistone di Orban e la manciata di sceicchi e ducetti minori. Avrebbero voluto sedersi accanto a quel ricercato per crimini contro l’umanità di Netanyahu e dargli una bella pacca sulla spalla. Quel macellaio sanguinario che invece di marcire in una cella presiederà di fatto il Board dei Servi dato che alla Casa Bianca sul Medioriente comanda lui, comanda la lobby sionista e pure col pugno di ferro. Sia il genero di Trump Jared Kushner che l’immobiliarista e amico di Trump Steve Witkoff alfieri del Board, sono entrambi ebrei sionisti e di lavoro fanno pure gli speculatori edilizi. Davvero un obbrobrio che si occuperà del futuro dei bambini palestinesi superstiti offrendogli le solite tre opzioni dal 1948: la fuga per disperazione, la schiavitù o la morte. Già, nel Board non ci sono palestinesi, a comandare a casa loro saranno i loro carnefici ed estranei leccapiedi degli americani leccapiedi dei sionisti. Davvero scandaloso. Invece di accorrere in massa a fermare un genocidio ancora in corso ed alleviare le immani sofferenze del popolo palestinese, invece di condannare ed isolare il regime sionista di Tel Aviv costringendolo a farsi da parte in modo da tornare al buonsenso e al dialogo, invece di pretendere il rispetto del diritto internazionale e sostenere l’ONU nella ricostruzione materiale e sociale di Gaza, invece di obbligare Israele a pagare tutti i danni di guerra in modo che la famiglie palestinesi possano ricostruire le loro case e la loro vita, invece di pretendere un processo di Norimberga che consenta di girare pagina storica, siamo di fatto ad una indecente operazione colonialista e negazionista che distrugge quello che resta della comunità internazionale e priva il popolo palestinese di ogni dignità. Davvero una vergogna epocale. L’unica bella notizia è che le condizioni di salute di Trump stanno deteriorando notevolmente, ormai sbava e non ci sta più con la testa. Le ambulanze potrebbero arrivare a prelevarlo prima delle volanti. E politicamente è messo ancora peggio. I sondaggi confermano che sta battendo ogni record negativo, è il presidente di gran lunga più detestato di sempre e il suo neofascismo oligarchico sta clamorosamente fallendo su ogni fronte. Un disastro casalingo ma anche internazionale dove ha sparso un caos senza senso e a dargli retta ormai sono rimasti solo i quattro leccapiedi dell’internazionale nera. Davvero buone notizie perché quando cade un duce cade anche il suo regime e quindi anche un obbrobrio come il Board dei Servi lo seguirà nella fossa anche solo politica. A quel punto anche noi della colonia italica potremmo superare una delle pagine più squallide della nostra storia moderna. Abbandonando il servilismo camuffato da sovranismo e schierandoci fermamente dalla parte della nostra Costituzione, della comunità internazionale e della dignità del popolo palestinese che è anche la nostra.


Cosa ha spinto Mattarella a scendere dal Colle per andare a presiedere, per la prima volta, un plenum del CSM?


(dagospia.com) – Cosa ha spinto Sergio Mattarella, dopo 11 anni al Quirinale, a scendere dal Colle per andare a presiedere, per la prima volta, un plenum del CSM?

La decisione del Capo dello Stato è una chiara conseguenza dell’escalation di invettive del Governo nei confronti della magistratura: un “clima infame”, di veleni, attacchi sguaiati e polarizzazione ben oltre il livello di guardia.

La misura è diventata colma con il video pubblicato ieri sera sui social da Giorgia Meloni: “Un cittadino algerino irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, non potrà essere trattenuto in un CPR né trasferito nel centro di Albania per il rimpatrio.

Per lui alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione”.

Ma come, sono sobbalzati al Quirinale? La Ducetta aveva promesso di togliere lo spritz al ministro della Giustizia Carlo Nordio, invitandolo ad abbassare i toni, e poi lei stessa rinfocola la polemica contro le toghe?

Da qualche giorno a Palazzo Bachelet, dove ha sede il Consiglio Superiore della Magistratura, l’allerta era massima.

Dopo le vergognose parole di Nordio sul CSM “para-mafioso” (una sparata che ha infastidito Sergio Mattarella, il cui fratello, Piersanti, è stato ucciso da Cosa Nostra nel 1980), il telefono del vicepresidente dell’organo di autogoverno della magistratura, Fabio Pinelli, è diventato bollente.

Prima ci sono stati i contatti con molti politici di destra, area da cui proviene Pinelli (è stato nominato in quota Lega il 25 gennaio 2023), poi c’è stato un colloquio telefonico con Ugo Zampetti, potente segretario generale del Quirinale.

Pinelli, pur provenendo dalla destra, non poteva permettere che l’attacco indecente al CSM passasse sotto silenzio.

Insieme a Zampetti ha pregato Mattarella di intervenire al plenum, come mai prima d’ora era successo.

Non c’è voluta troppa insistenza per convincere il Capo dello Stato, che stamani ha rifilato una rampogna a Nordio e Meloni: “Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del CSM”.

E poi ancora: “Avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della repubblica”.

Mattarella ha sottolineato “il ruolo di rilievo costituzionale del Csm” e “soprattutto la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte di altre istituzioni nei confronti di questa istituzione”

Successivamente, prima dell’ora dell’aperitivo, Carlo Nordio ha risposto cospargendosi di cenere il cranio pelato, con tanto di plurale maiestatis (forse parla anche a nome della sua capa di gabinetto, la “Zarina” Giusi Bartolozzi): “Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del Presidente della Repubblica. E’ stata un’esortazione opportuna in questo momento in cui i toni si sono scaldati al di là della ragionevolezza” (Ma a scaldarli è stato lui!).

Poi la promessa: “Mi adeguerò, ovviamente. Cercherò di essere il più possibile aderente, come penso di essere stato in passato”.

Abbassare i toni è fondamentale anche in vista del 24 marzo. Come scriveva oggi Massimo Franco sul “Corriere della Sera”: “Il tema è proprio questo: il dopo referendum. Bisogna chiedersi se sarà possibile ricostruire un dialogo tra governo e magistratura, sul cumulo di macerie istituzionali che la campagna per ‘sì’ e ‘no’ sta creando.

La prospettiva di una gara a colpi di forzature come prolungamento di quanto si sta vedendo in queste settimane è un presagio di conflitti e di immobilismo, non di soluzione dei problemi. E, sullo sfondo, rimane l’incognita di un’astensione che promette di delegittimare qualsiasi risultato. Ma sarà difficile darne la colpa all’elettorato”.

NORDIO, ‘APPREZZO PAROLE MATTARELLA SU RISPETTO TRA ISTITUZIONI’

(ANSA) -“Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del Presidente della Repubblica il quale, da custode della Costituzione, avverte l’esigenza di un rispetto vicendevole tra istituzioni, specie in un momento in cui i toni del confronto politico tendono ad esacerbarsi”. Lo afferma in una nota il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. “Faremo la nostra parte nel mantenere la dialettica referendaria nei limiti di una contrapposizione sana, pacata e rispettosa, seppur nel convinto sostegno delle nostre ragioni”, aggiunge il Guardasigilli.

NORDIO, ‘OPPORTUNA L’ESORTAZIONE DI MATTARELLA, TONI SIANO PIÙ PACATI’

(ANSA) –  “L’esortazione del presidente Mattarella è estremamente apprezzata e totalmente condivisa” dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, oggi a Perugia per il convegno “Referendum Giustizia – Le ragioni del Sì”, organizzato dal Comitato nazionale per il Sì alla riforma. “E’ stata un’esortazione che ritengo anche opportuna in questo momento in cui i toni si sono scaldati al di là della ragionevolezza” ha aggiunto. “Ho sempre sostenuto e auspicato – ha detto ancora Nordio -, dal primo giorno, che il dibattito sul referendum venga tenuto su temi pacati e razionali”.

NORDIO, ‘LE PAROLE DI MATTARELLA? MI ADEGUERÒ’ 

(ANSA) – “Mi adeguerò, ovviamente. Cercherò di essere il più possibile aderente, come penso di essere stato in passato”. Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio a Perugia ha risposto a chi gli chiedeva delle parole del capo dello Stato Sergio Mattarella al Csm. “Certe espressioni che ho usato – ha aggiunto – non erano mie. Ho citato parole altrui ma diamo per conclusa questa fase polemica. Entriamo in una fase di dialogo costruttivo, che sia contenutistico. Ci sono delle ragioni per essere critici nei confronti della riforma e ho sempre sostenuto ce ne sono di migliori per sostenerla. Auspico che il dialogo venga mantenuto”.

NORDIO, ‘HO REAGITO QUANDO MI HANNO DATO DEL PIDUISTA’

(ANSA) – “Condivido al 101 per cento quello che ha detto il presidente della Repubblica e se leggete le mie prime interviste è quello che ho sempre detto io, mantenere il dialogo in termini contenuti.

Certo, ci sono stati momenti in cui mi hanno detto che ero un pidduista, revanchista e che ero addirittura contiguo con la camorra o altro e allora qualche reazione magari c’è”: lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio rispondendo ai giornalisti a Perugia. “Ma se come auspico manteniamo il dialogo in un ambito civile, pacato e razionale – ha concluso – i toni si abbasseranno. E finalmente ragioneremo sul contenuto della riforma”.


Olimpiadi, come il grande affare si è mangiato gli ideali


Olimpiadi, come il grande affare si è mangiato gli ideali

(di Milena Gabanelli, Andrea Priante e Francesco Tortora – corriere.it) – Un’edizione superlativa! Alle Olimpiadi di Milano Cortina gli atleti azzurri stanno regalando emozioni bellissime con il pieno delle medaglie. Più controverso il bilancio dell’organizzazione: i costi complessivi si attesteranno tra 5,7 e 5,9 miliardi di euro. Meno di un terzo è servito per le competizioni sportive, il resto se n’è andato in infrastrutture: dalle strade, alle piste, ai villaggi per gli atleti. L’impatto ambientale complessivo, inclusi gli spostamenti degli spettatori, è calcolato in 2,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, che causeranno la perdita di 5,5 km quadrati di manto nevoso. (Qui). A eccezione dei miglioramenti effettuati sulla viabilità, secondo gli analisti di S&P Global i Giochi «non lasceranno un’eredità economica significativa a lungo termine». E il lungo termine lascia spesso strutture abbandonate. Ricordiamo tutti i resti di «Torino 2006», con impianti come la pista da bob di Cesana Torinese costata 110 milioni di euro e che ora ne costerà altri 9 per essere demolita. Ma non è sempre stato così. Quella delle Olimpiadi è la storia di una metamorfosi che vale la pena riassumere.

Dalle Olimpiadi antiche a quelle moderne

I giochi Olimpici nascono nell’antica Grecia nel 776 a.C.: lo scopo è quello di onorare il dio Zeus con una grande festa durante la quale ogni guerra viene interrotta per permettere a tutti di partecipare alle gare. Sospesi in epoca romana, rinascono ad Atene nel 1896 per volere del barone francese Pierre de Coubertin, storico presidente del Comitato Olimpico Internazionale. I princìpi fondanti restano immutati: 1)promuovere la pace tra i popoli
2) puntare sullo sport amatoriale.
 Valori che però non hanno retto alla prova del tempo. Vediamo perché.

Pacifismo o propaganda

Il pacifismo è inciso nel simbolo stesso delle Olimpiadi: i cinque cerchi rappresentano i 5 continenti uniti dallo sport. La politica è dunque esclusa dai giochi che però diventano presto il palcoscenico ideale per conflitti sabotaggi. Già ad Anversa 1920 il Cio esclude le nazioni sconfitte nella Prima guerra mondiale per evitare la presenza tedesca. Nel 1936 Hitler sfrutta i Giochi di Garmisch e Berlino per propagandare l’ideologia nazista, anche se il presidente del Cio Henri de Baillet-Latour riesce a far rimuovere i cartelli «Vietato l’ingresso a cani e ad ebrei»
A Melbourne 1956 triplo boicottaggio: da parte della Cina per la presenza di TaiwanEgitto, Libano e Iraq contro la crisi di SuezOlanda, Spagna e Svizzera per l’invasione sovietica dell’Ungheria. Nel 1972 Monaco irrompe il gruppo terroristico palestinese Settembre nero con il massacro di 11 atleti israeliani. Il Sudafrica dell’apartheid resta il Paese più a lungo escluso: da Tokyo 1964 fino al ritorno ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992. Tra i boicottaggi più celebri, quello degli Stati Uniti e degli alleati contro Mosca 1980 per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, a cui l’Urss risponde nel 1984 disertando le Olimpiadi di Los Angeles. Più recenti e blandi i boicottaggi di Sochi 2014ObamaCameron Merkel evitano la cerimonia di apertura per le leggi omofobe russe. Pechino 2022: assente la diplomazia americana per le violazioni dei diritti degli uiguri. Xi Jinping non si scompone e ottiene da Putin il rinvio dell’invasione dell’Ucraina per garantire lo svolgimento dei Giochi. Milano Cortinaatleti russi e bielorussi partecipano senza bandiera, ma nessuna tregua olimpica: la Russia continua a bombardare l’Ucraina e leforze israeliane a sparare su Gaza. Ma il culmine dell’ipocrisia il Cio lo scatena sul campione ucraino di slittino Vladyslav Heraskevyč: voleva gareggiare con i volti dei compagni uccisi sul casco. È stato squalificato.

60 anni di sola gloria

Lo sport amatoriale, praticato per passione e non per guadagno, è l’unica attività sportiva ammessa alle Olimpiadi moderne. Da qui il celebre motto: «L’importante non è vincere, ma partecipare». E chi si mantiene con lo sport è escluso. Il caso più noto è quello di Carlo Airoldi, ex operaio di una fabbrica di cioccolato, specializzato nelle gare di lunghe distanze. Nel 1896 parte a piedi da Saronno per disputare la prima maratona della storia. Alla domanda se abbia mai vinto premi in denaro, Airoldi rivendica i successi ottenuti, tra cui una Milano-Marsiglia-Barcellona di 1.050 chilometri valsa 2.000 pesetas. L’esclusione è immediata. Anche dopo i successi olimpici, i campioni tornano a fare i loro mestieri. Jesse Owens, quattro ori a Berlino 1936, rientrato negli Stati Uniti deve accettare lavori modesti, da istruttore di giochi all’aperto a esibizioni in cui gareggia contro cavalli, cani o motociclette. Dagli anni ’60 il Cio allenta i confini e proliferano gli escamotage per aggirare le regoleL’Urss inquadra gli atleti come militari funzionari, gli Usa li reclutano nelle università con borse di studio, in Italia entrano nei corpi militari come i Carabinieri. Il campione austriaco di sci Karl Schranz si spinge troppo in là accettando contratti con i produttori di sci: squalificato dalle Olimpiadi di Sapporo 1972. La svolta arriva a Seul nel 1988: i professionisti vengono ammessi apertamente e da allora gli atleti amatoriali sono quasi spariti. E si comincia a incassare

Il «prezzo» delle medaglie

Il Cio continua a distribuire le medaglie agli atletimentre ogni Paese è libero di assegnare un premio economicoPer Milano Cortina il Coni ha previsto 180 mila euro per chi vince l’oro, 90 mila per l’argento, 60 mila per il bronzo. Negli Usa 32 mila euro per l’oro, a Singapore 665 mila, in Nuova Zelanda 2.500, nella Corea del Sud 175 mila euro più esenzione militare. In Polonia, l’oro vale 240 mila euro, ma lo Stato offre anche un’automobile e un appartamento, la Macedonia del Nord dà un vitalizio mensile di 1.100 euroGli atleti che vincono le medaglie poi fanno il pieno con gli sponsor.

L’arrivo dei diritti tv  

Per i primi 50 anni le Olimpiadi si finanziano con sussidi pubblicirisorse dei comitati locali e contributi del Cio, ottenuti tramite vendita dei biglietti, lotterie e monete commemorative. Nel 1932, per finanziare il viaggio via mare e raggiungere le Olimpiadi di Los Angeles, il comitato del Brasile imbarca anche 50 mila sacchi di caffè da vendere durante il tragitto. Gli sponsor restano sullo sfondo. Coca-Cola, legata alle Olimpiadi fin dagli anni ’20, fornisce bevande spettatori atleti, ma non finanzia l’organizzazione né offre compensi agli sportivi. I diritti tv sbarcano per la prima volta ai Giochi di Londra del 1948la Bbc paga 1.000 ghinee (circa 70 mila dollari di oggi) per trasmettere le gare nelle case di 80 mila possessori di televisoreDa allora il mercato tv è via via esploso: nel 1964 la Nbc paga 1,5 milioni per i Giochi di Tokyo, nel ’68 la Abc ne sborsa 4,5 per Città del Messico ’6825 per Montréal ’76, arriva a 225 milioni per Los Angeles nell’84

Il business si ingrossa  

Con l’esplosione dei Giochi nelle tv di tutto il mondo crescono anche i costi. A Città del Messico le proteste di migliaia di cittadini contro la repressione del governo e le spese olimpiche eccessive culminano nel massacro di 300 manifestantiMontréal ci ha messo 30 anni per estinguere un debito di 1,6 miliardi di dollari. La sterzata arriva nel 1984 con il presidente del Cio Juan Antonio Samaranch: i Giochi di Los Angeles sono finanziati da fondi privati, sponsorizzazioni, e la vendita dei diritti tv raggiunge una cifra recordIl ruolo degli sponsor diventa sempre più centrale: dal 1994, per garantire ritorni economici più elevati, i Giochi invernali ed estivi si fanno in anni diversi, in modo da avere un grande evento ogni due anni. Nel 1996 le corporation riescono addirittura ad imporre l’assegnazione dell’Olimpiade estiva ad Atlanta, sede della Coca-Cola, battendo Atene che avrebbe dovuto ospitare il centenario dei GiochiLe entrate del Comitato Olimpico Internazionale derivate da diritti tv e grandi sponsor sono passate dagli 1,5 miliardi del ciclo 1993-96, ai 7,7 miliardi di dollari del quadriennio 2021-2024.

Parallelamente crescono anche gli incassi dei campionigrazie a sponsorizzazioni e accordi milionari con grandi marchi. Al momento la più gettonata dagli sponsor è la stella dello sci acrobatico Eileen Gu con 23 milioni di dollari all’anno. Degli antichi principi olimpici ne è rimasto vivo solo uno: la promozione dello sport come strumento di unione dei popoli. E speriamo che almeno questo resti immutato nei secoli.

dataroom@corriere.it


Come sbiancare la storia


(di Michele Serra – repubblica.it) – La goffa cancel culture coltivata, con scellerata ottusità, negli ambienti della sinistra radicale americana, è stata una prova di puro dilettantismo rispetto alla sontuosa capacità censoria dei Maga. Ora la volontà di cancellare tutto ciò che disturba è tornata a scorrere, trionfalmente, nel suo alveo naturale, che è la destra reazionaria.

Le liste di proscrizione di libri “negativi”, l’ostilità all’insegnamento di Darwin, il fastidio per la voce delle minoranze, il pregiudizio antiscientifico che ha radici nel fondamentalismo religioso, prosperano nella base trumpista tanto quanto ai vertici (ecco un caso in cui la politica può vantare una forte capacità di rappresentanza: il popolino scomposto che diede l’assalto al Congresso può ben riconoscersi nello spregio dell’amministrazione Trump per la cultura, le regole democratiche e il rispetto degli altri. Trump non è più colto e nemmeno più gentile dell’ultimo dei suoi supporter, è solo centomila volte più ricco).

È di ieri la notizia (bella) che una giudice federale ha ordinato il ripristino dei pannelli sullo schiavismo nel piccolo museo di Philadelphia dedicato a George Washington. Quei pannelli raccontano dei nove schiavi neri al seguito di Washington: né poteva essere altrimenti, essendo lo schiavismo un connotato fondativo della nascita di quella Nazione.

L’amministrazione Trump, poche settimane fa, aveva mandato il National Park Service a rimuoverli, adoperando un’agenzia pubblica come una specie di polizia culturale. Parlare di schiavismo offende le orecchie dei suprematisti bianchi. Salvo che poi ci sono ancora dei giudici, in America.


Centro in Albania, 203 agenti per 25 migranti


In quattro anni spesi 670 milioni, ma la struttura è semivuota. Il conto 250 milioni per i viaggi, 133 per cibo e pulizia. Mentre il governo è impegnato nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, giocata con colpi bassi e mistificazioni di cui nemmeno uno come Nordio si riteneva capace, ci è preso l’uzzolo di verificare se i centri in Albania stanno fun-zio-nan-do, come assicurato dalla Meloni al momento della firma del protocollo d’intesa con l’Albania nell’ottobre 2024, quando la propaganda batteva sull’immigrazione.]…]

Albania, nel Centro-Meloni 203 agenti per 25 migranti. In quattro anni spesi 670 milioni, ma la struttura è semivuota

(estratto di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Mentre il governo è impegnato nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, giocata con colpi bassi e mistificazioni di cui nemmeno uno come Nordio si riteneva capace, ci è preso l’uzzolo di verificare se i centri in Albania stanno fun-zio-nan-do, come assicurato dalla Meloni al momento della firma del protocollo d’intesa con l’Albania nell’ottobre 2024, quando la propaganda batteva sull’immigrazione.

Allora il governo ha indicato l’obiettivo di circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno. Attualmente, secondo nostre fonti sul posto, nel centro di Gjadër sono presenti 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. […]

Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni sono per i soli costi di viaggio, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro. Già: la quasi totalità dei trasportati delle prime tornate (66 persone in tutto) è stata ricondotta in Italia. A ottobre 2024, di 16 persone trasferite 4 sono state riportate subito in Italia perché vulnerabili o minorenni. Gli altri 12 sono tornati dopo pochi giorni a causa della mancata convalida del trattenimento da parte del Tribunale di Roma.

[…]A febbraio ’25, 43 migranti sono stati riportati a Bari perché i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti. Ad aprile ’25, 7 persone sono state fatte rientrare per ordine dei tribunali o per “inidoneità sanitarie”. Questo avanti e indrè a spese nostre (ogni rientro costa 80mila euro) è stato fatto passare dal governo come un sabotaggio delle “toghe rosse” (“Assurdo! In aiuto della sinistra parlamentare arriva quella giudiziaria”, dai social di FdI). In caso di migranti da Paesi con cui l’Italia non ha stipulato accordi per i rimpatri (come Africa Subsahariana, alcuni Paesi dell’Asia, Siria), questi vengono fatti sostare nel limbo di Gjadër per un mesetto, poi riportati in Italia, dove verranno rilasciati con l’intimazione di lasciare il Paese entro 30 giorni.

Il centro di Gjadër è un trittico di fortini circondati da un recinto di cemento armato e metallo. Dentro, c’è un padiglione in cui gli ospiti dormono in moduli provvisori; sono liberi di muoversi entro un recinto, ma non di uscire dalla struttura (nei dintorni della quale, comunque, ci sono solo montagne e sterpaglie). C’è anche un carcere, vuoto; finora vi ha soggiornato un solo detenuto, che poi è stato riportato in Italia. La cooperativa che si occupa dei pasti e della pulizia è l’italiana Medihospes, che si è aggiudicata il bando da 133 milioni per la gestione di Gjadër e Shengjin, che è l’hotspot di arrivo e identificazione.[…]

A Gjadër ci sono medici e infermieri (uno a turno) e, se occorre, psicologi. I migranti non hanno particolari esigenze, solo qualche mal di denti; al momento non ci sono epidemie. Come detto, i fragili o malati sono stati riportati ex lege in Italia.

Le forze di sicurezza sono composte da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza italiani per un totale di 183 persone, più 20 agenti della Polizia penitenziaria. Per oggi o domani è previsto l’arrivo di 35 nuovi ospiti e di un’altra trentina per il fine settimana. Da giugno, entrando nella campagna elettorale, si prevede l’arrivo di un centinaio di persone a settimana; di conseguenza raddoppierà il personale di polizia. Lo stipendio medio di un agente è di 2 mila euro al mese più una diaria di 100 euro al giorno (a cui si sommano 80 euro al giorno per albergo e pasti).

Il lavoro consiste nella vigilanza per i fermati e nella logistica: rifornimenti di carburante, riparazione dei mezzi, etc., per turni di 6 ore al giorno. È vero che ci sono cani randagi dentro alla struttura: sono 4, di piccola taglia, “adottati” dagli agenti.

Non risultano rivolte né risse, a parte quando un ospite staccò un pezzo di ferro dalla struttura dei moduli per usarlo come pugnale.

Ogni tanto si affaccia qualcuno del governo, con fotografi al seguito: viene intrattenuto nella “sala benessere” in attesa che un dirigente lo raggiunga e lo porti in visita al centro; più spesso si vedono europarlamentari di sinistra. Una macchina per la Tac modello base costa 200 mila euro: al costo dell’Operazione Albania lo Stato italiano avrebbe potuto comprare 620 Tac ogni anno, 29 per regione, diminuendo sensibilmente i tempi d’attesa per esami salvavita nella Sanità pubblica. […]