Selezione Quotidiana di Articoli Vari

In piazza la rabbia dei poliziotti: “Anche noi beffati dal governo”


In manovra nessuna risorsa per la pensione dedicata, su cui Piantedosi si era impegnato. Agenti pronti ad abbassare gli scudi: “Garantiamo sicurezza, basta promesse disattese”

In piazza la rabbia dei poliziotti: "Anche noi beffati dal governo”

(di Alessandra Ziniti – repubblica.it) – Pronti ad abbassare gli scudi, a togliere caschi e divise. E a scendere in piazza. Questa volta non per fronteggiare o contenere chi manifesta contro il caro vita, ma per rivendicare il loro diritto ad una pensione dignitosa. «Saremo in piazza sicuramente per lo sciopero generale del 20 novembre», annuncia Pietro Colapietro, segretario generale del Silp Cigil.

Un nuovo sabato di cortei

Alla vigilia di un nuovo sabato di cortei che, da Torino a Bologna a Genova, porta con sè i timori di tensioni e scontri, esplode la protesta dei poliziotti italiani contro il governo. «Legge di stabilità, la grande beffa. Impegni totalmente disattesi, nessuna traccia delle risorse promesse.Stavolta nelle piazze manifesteranno i poliziotti.Sarà una stagione di proteste senza precedenti», promette il volantino del Siulp, il sindacato di polizia più rappresentativo che chiama a raccolta le forze dell’ordine deluse dall’assenza nella manovra delle norme e dei finanziamenti sulla previdenza dedicata su cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si era impegnato già l’anno scorso.

In chat la rivolta dei poliziotti

La rivolta dei poliziotti corre sulle chat: «Avrei voglia di togliere la divisa e manifestare insieme alla gente che sta vedendo il proprio lavoro andare a rotoli». E ancora: «Come posso ferrare un camionista che a causa del caro del gasolio non riesce più ad andare avanti?». «I giovani vanno in corteo perché non hanno futuro. E hanno ragione, qui stiamo tutti nella stessa barca». «La benzina la facciamo anche noi, la spesa la facciamo anche noi». E così a centinaia. Nessuna solidarietà con i violenti e con chi sfascia le vetrine e saccheggia ovviamente, ma con chi protesta perché non ce la fa più sì.

La beffa sulla pensione a 60 anni

«Sapete quanto prenderanno di pensione, a 60 anni, questi poliziotti che stanno in trincea, pronti a prendersi pietre, sputi, calci e pugni dalle frange violente dei cortei? Non più di 1200-1300 euro, il 65 per cento di stipendi da 2.000 con i quali già si fa fatica a campare», dice Felice Romano, segretario del Siulp.

Nella legge di stabilità le forze dell’ordine contavano di trovare ben altro: le norme che – così come era stato assicurato loro già nel 2025 al tavolo delle trattative con il governo – avrebbero previsto una previdenza dedicata al comparto in cui l’età pensionabile, fissata a 60 anni, legata al sistema contributivo dà una grossa sforbiciata alle pensioni che, con un pensionamento a 65 anni, salirebbero mediamente di 500 euro al mese.

Le assunzioni degli agenti ausiliari

E non è una questione di risorse. A fare inferocire il comparto sono i soldi che il governo ha invece trovato per le assunzioni degli ausiliari. «Sfruttamento e precariato di Stato – denuncia ancora il Siulp -si assumono agenti ausiliari con uno stipendio più basso di quello effettivo e solo per un anno. E poi li si manda a casa, costo 251 milioni di euro. Dunque i soldi c’erano, questione di priorità. Il governo ha scelto di non mettere in sicurezza chi la sicurezza la fa veramente».

Protesta a cui si associano sindacati militari e vigili del fuoco: «Il governo ci riceva, senza soluzioni scenderemo in piazza anche noi»


Sondaggi, il M5S spinge il campo largo al 45%: il centrodestra perde terreno


La nuova Supermedia YouTrend/AGI evidenzia la crescita del Movimento 5 Stelle, che guadagna un punto netto salendo al 13,1% e spinge il campo largo al 45,0%. Fratelli d’Italia resta solida al 27,9%, mentre si ferma il declino di Futuro Nazionale e il centrodestra scende al 42,5%.

(di Francesca Moriero – fanpage.it) – La fotografia scattata dall’aggiornamento del 5 novembre della Supermedia YouTrend per l’agenzia AGI descrive uno scenario parlamentare complessivamente consolidato, ma segnato da uno scossone rilevante nell’area delle opposizioni. Al netto di oscillazioni minime per gran parte degli schieramenti, a catalizzare l’attenzione è l’impennata del Movimento 5 Stelle, che guadagna un punto pieno rispetto alla rilevazione di due settimane fa. Un balzo che consente all’intero campo progressista di allargare il divario rispetto alla coalizione di maggioranza, mentre al vertice Fratelli d’Italia conferma una tenuta granitica e si arresta la parabola discendente di Futuro Nazionale, che trova un punto di equilibrio a ridosso della soglia del 7%.

M5S trascina le opposizioni, tiene FdI e si assesta Vannacci
Entrando nel merito dei singoli partiti, la variazione più marcata riguarda proprio il Movimento 5 Stelle, che compie un salto in avanti di un punto percentuale netto e raggiunge il 13,1%. Una crescita robusta che risente in modo decisivo dell’effetto traino di una rilevazione particolarmente favorevole targata Ipsos, senza la quale il dato pentastellato sarebbe rimasto in linea con i valori precedenti. Nel medesimo schieramento il Partito Democratico accusa una limatura quasi impercettibile di un decimo, posizionandosi al 20,2%, mentre Alleanza Verdi e Sinistra cede due decimali e si ferma al 6,3%. Chiudono il fronte progressista +Europa, che sale all’1,5%, e Italia Viva, in lieve calo al 2,3%.

Sul versante governativo, la vetta resta saldamente nelle mani di Fratelli d’Italia, perfettamente stabile al 27,9%.All’interno dell’alleanza di maggioranza si registrano movimenti contenuti ma divergenti: Forza Italia lascia sul campo tre decimi e scivola al 7,0%, mentre la Lega mette a segno un piccolo recupero salendo al 5,7% (+0,1%) e Noi Moderatiregistra l’1,0% (-0,1%). Nelle formazioni d’area conservatrice si interrompe intanto la fase critica di Futuro Nazionale: il movimento guidato da Roberto Vannacci guadagna un decimo e si attesta al 6,9%, fermando un’emorragia di consensi che proseguiva da settimane. Fuori dai due schieramenti maggiori, Azione flette leggermente al 3,2%.

Il confronto tra coalizioni e il distacco nel campo largo
La spinta impresso dal Movimento 5 Stelle si riflette direttamente sui rapporti di forza complessivi. Il campo largoprogressista compie un deciso passo in avanti guadagnando sette decimi, che portano l’alleanza a quota 45,0%. Una prestazione che allarga la forbice sul centrodestra, il quale nel suo perimetro tradizionale di governo arretra di quattro decimi e scende al 42,5%.

A completare il quadro dei raggruppamenti concorrono Futuro Nazionale, rilevato in solitaria al 6,9%, e l’area di Centro, che perde otto decimali collocandosi al 3,2%. Per questa tornata di rilevazioni non figurano invece le stime relative a Sud chiama Nord e ai LiberalDemocratici, escluse dal computo per insufficienza di basi statistiche. L’analisi odierna della Supermedia scaturisce dall’elaborazione ponderata dei dati raccolti tra il 22 ottobre e il 4 novembre da sei istituti demoscopici di primo piano: SWG, Only Numbers, Ipsos, Youtrend ed Eumetra.


Il Carroccio orientato al Sud!



(dagospia.com) – Alberto da Giussano si starà rivoltando nella tomba. Al di là del nuovo simbolo della Lega, presentato da Salvini lo scorso 25 ottobre, che vede lo spadone del cavaliere caro all’epica “lumbard” e sotto la dicitura, gigante, Federale, il Carroccio del fu “Truce del Papeete” resta fortemente orientato verso il Sud. Non basta sbianchettare la scritta “Salvini PREMIER” per far tornare la Lega a essere il partito nordista di Bossi e Maroni.

Per capire che l’attenzione per il Mezzogiorno di Salvini è sempre alta, basta guardare le nomine. Nella ghiotta spartizione degli incarichi, infatti, la partecipazione della componente pugliese all’ interno della Lega emerge netta, riuscendo a progredire senza particolari qualità, ma con forte determinazione verso i propri interessi.

Si è appena assistito al tentativo (non riuscito) di piazzare Trifone Altieri all’ANAC. Altieri, pugliese di Conversano, è l’ex portavoce, al ministero della Difesa, di Antonio Martino, ex deputato forzista convertito al leghismo salviniano in salsa “orecchiette e cime di rapa”.

Altro fulgido esempio è la spinta impressa da Salvini per la promozione del barese Gianpiero Strisciuglio, prima da amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana (gestore), poi da amministratore delegato di Trenitalia (operatore), fino al ruolo di massimo vertice dell’ intero gruppo Ferrovie dello Stato Italiane (nomina celebrata il 13 luglio 2026 in sostituzione di Stefano Donnarumma), nonostante l’indagine della Procura di Ivrea sul tragico incidente (4 morti bianche) di Brandizzo.

Nella stessa partecipata statale (Fs è 100% controllata dal Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti) c’è Giuseppe Inchingolo, come Vicedirettore Generale. Inchingolo, from Andria, è un altro fedelissimo di Salvini, che in pochi anni ha allargato incredibilmente la sua sfera di influenza.

Prima assommando la direzione comunicazione alla direzione affari istituzionali, poi ottenendo il ruolo di vice direttore generale del gruppo.

Prima di finire in Ferrovie, Inchingolo era un consulente di Salvini per la “propaganda” (la famosa “Bestia”), che con la sua piccola srl avrebbe contribuito al successo leghista dei bei tempi pre-Papeete.

Non finisce qui. Pare che il barese Gianpiero Strisciuglio abbia chiuso con il Ministro delle Infrastrutture e il senatore leghista Roberto Marti, rigorosamente pugliese anche lui, gli incastri delle ambite nomine delle partecipate delle FS.

In RFI andrebbero Manolo Cipolla (presidente di Cotral) come presidente, in quota FDI, e Dario Lo Bosco come AD, in quota Lega.

Fabio Massimo Saldini (indagato insieme ad Elisabetta Pellegrini dalla Procura della Repubblica di Belluno per il reato di turbata libertà di gara d’appalto per la realizzazione della cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina) andrebbe, in quota Lega, al timone di FS Engineering (hanno recentemente cambiato il nome di ITALFERR).

In Trenitalia si è celebrato un duello tra il pugliese (aridaje) Raffaele Fitto, Vicepresidente esecutivo della Commissione europea nonché testimone di nozze dell’Altieri nominato-con-dietrofront all’ ANAC, e il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.

Trasversale ed eternamente vincitrice, la corrente pugliese ha imposto il nome di Simone Gorini come Amministratore delegato e direttore generale di Trenitalia, relegando l’influenza del Ministro dell’ Agricoltura alla duplice riconferma di Sabrina De Filippis quale AD di Fs Logistic e del pugliese (n’altra volta) Matteo Colamussi come vertice di FS Sistemi Urbani.

“Quando l’anguria è rossa, tutti vogliono una fetta”. È l’unico proverbio pugliese che piace ai governatori del Nord, deliberatamente esclusi dalle influenze nella tornata delle nomine, che con spirito sarcastico e ad attenta distanza dai microfoni, continuano a ripetersi che se continua così Salvini, in stile Lino Banfi, arriverà a lasciarsi influenzare anche per spostare la sede storica della Lega da via Bellerio alla trafficata via Sparano di Bari…


I conti in tasca e i problemi finanziari di Leonardo Maria Del Vecchio


(di Giovanni Pons – la Repubblica) – Alla fine Leonardo Maria Del Vecchio non ce l’ha fatta a trattenersi e ha comprato il 2% della Seif, la società che controlla Il Fatto Quotidiano e su cui aveva prima annunciato un’Opa per ritirarla poco dopo. L’investimento di per sè non è così consistente, 144 mila euro ai valori di Borsa di ieri, ma bisogna vedere cosa Lmdv vorrà farci. Probabilmente un’azione di disturbo per mettere in difficoltà un concorrente.

Sì perché da inizio anno Lmdv è anche editore, attraverso la Lmdv Media controllata interamente dal family office Lmdv Capital, settore nel quale ha finora investito 115 milioni: 85 per comprare dalla famiglia Riffeser l’Editoriale Nazionale che pubblica Qn, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, e circa 30 milioni per il 30% de Il Giornale.

Il problema è quanto riuscirà a investire sui media, come sugli altri 6 settori su cui ha già riversato circa 500 milioni di denaro liquido, visto che al momento la Lmdv Capital si trova in mezzo al guado. Nel complesso il gruppo brucia cassa per circa un milione al mese, a sentire le persone che lavorano a vario titolo al fianco di Leonardo Maria, e ha bisogno di almeno altri 50-70 milioni per cercare di completare i piani di rilancio.

Nessuna società del gruppo è infatti in attivo e produce cassa positiva. Nell’ospitalità (Lmdv Hospitality, Twiga, Triple sea food) ha finora investito 50 milioni (più i debiti che si è accollato) e preso impegni per 70 milioni. Nelle acque minerali (Fiuggi, Atf, Fiuggi Beuty) ha riversato 20 milioni (più i debiti), ha fatto un piano di rilancio per 40 milioni di cui 20 mancano all’appello nonostante la società sia arrivata a fatturare 30 milioni.

C’è poi il settore tecnologia, dove Lmdv Capital ha investito nella Esa Nanotech, start up specializzata nella produzione di grafite, bloccando 15 milioni e impegnandosi per 30 di cui versati solo 15. L’unico settore in salute è quello immobiliare, grazie alla tumultuosa crescita dei prezzi a Milano. In totale investiti 140 milioni più il debito in palazzi di prestigio come Turati, Smeraldo, Garibaldi, Via Montenapoleone, che valgono sicuramente di più di quando sono stati acquistati.

Altri 14 milioni sono confluiti nel settore entertainment, nel 19,45% della Leone Film group e nel 49% della library cinemtografica Vice Pictures. Poi si sono due partecipazioni finanziarie in società industriali, l’1,1% nella Ima della famiglia Vacchi, e il 34% di Rina, azienda di certificazioni, nelle quali sono immobilizzati 55 milioni.

La ragnatela di società nell’orbita Lmdv non finisce qui. Impegnando altri 50 milioni il family office ha diversificato in quote di minoranza di una trentina di società, start up e fondi di venture capital che però finora non hanno dato soddisfazioni.

Come la Boem, società di bevande fondata da Fedez e Lazza che nel 2024 ha perso più di 3 milioni, in cui Lmdv è entrato prima con il 54% e poi ha rilevato tutto, portandola sotto l’ombrello di Fiuggi. Oppure Dynamita, società di cosmetica lanciata dalla popstar Shakira. Ci sono poi i fondi Mangusta e Sound Ventures (Ashton Kutcher e Guy Oseary), il vetro di Atriu, i servizi di art advertising di Outdoora, il crowdfunding sociale di Wishew. Tutte partecipazioni difficili da dismettere. Ma ora Leonardo Maria deve trovare altra liquidità per uscire dal guado, anche se non è facile.

I dividendi Delfin sono al minimo (15 milioni all’anno) e le banche non finanziano più senza garanzie reali in cambio. Ad aprile 2027 il 12,5% di Lmdv in Delfin, che vale circa 5 miliardi, verrà trasferito nella Lmdv Fin e le azioni di quest’ultima saranno offerte in pegno alle banche per ottenere altri prestiti. Ma di fronte a performance economiche del gruppo non certo esaltanti bisognerà vedere se i cordoni della borsa si apriranno nuovamente.


Nascosti nelle pagine interne della manovra spuntano 10,9 miliardi per il riarmo


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Nei meandri della Manovra per il 2027 si nasconde un consistente aumento delle risorse destinate alla Difesa e alla sicurezza. Si tratta, nello specifico, di 4,8 miliardi aggiuntivi nel prossimo anno e di 10,9 miliardi nell’intero triennio 2027-2029. La maggior parte degli stanziamenti non compare tra le disposizioni più discusse della Legge di Bilancio, ma nelle tabelle dei rifinanziamenti ministeriali. I fondi serviranno ad acquistare armamenti, rafforzare l’operatività delle Forze armate, finanziare infrastrutture NATO e sostenere altri programmi militari. A favorire questa accelerazione è la clausola europea che consente, entro determinati limiti, di aumentare il deficit per le spese della difesa.

Le cifre si ricavano dai tre tomi del disegno di legge, presentato alla Camera il 30 ottobre: 1.782 pagine suddivise tra norme e tabelle contabili. Come illustrato da un’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore, è soprattutto nella seconda sezione, dedicata alle variazioni degli stanziamenti già iscritti nei bilanci dei ministeri, che si concentra l’incremento. Circa l’85% delle risorse aggiuntive è previsto per il 2027 e il 2028, entro cui sarà possibile sfruttare la clausola europea che permette di finanziare maggiori spese militari in deficit, derogando temporaneamente ai vincoli ordinari di bilancio.

La voce più consistente è quella riferita al finanziamento dei programmi pluriennali di investimento per la difesa nazionale: circa 2,6 miliardi nel 2027 e altrettanti nell’anno successivo. Sul versante del funzionamento, cioè delle attività quotidiane e della manutenzione, sono previsti un miliardo per il primo anno e 844 milioni per il secondo. Al dispositivo interforze Joint Rapid Response Force, concepito per intervenire rapidamente nelle situazioni di crisi, andranno 534 milioni nel biennio. Il Nato Security Investment Programme riceverà invece 331,5 milioni, destinati alle infrastrutture dell’Alleanza atlantica. Per rinnovare l’Arma dei Carabinieri sono previsti 164,3 milioni, 100,6 dei quali nel primo anno.

Altre risorse compaiono nella prima sezione, dove le cifre fanno riferimento all’indebitamento netto e non al saldo netto da finanziare. Sono 104 milioni in due anni per l’ammodernamento infrastrutturale delle Forze armate, 47,9 milioni per il Global Combat Air Programme, il caccia di nuova generazione sviluppato da Leonardo con Bae Systems (Regno Unito) e Jaiec (Giappone), e 1,47 miliardi in tre anni, in gran parte risorse nazionali, per “interventi normativi in materia di difesa”. Le assunzioni e gli straordinari dei Carabinieri valgono 174,9 milioni nel triennio, mentre “Strade sicure”, il programma caro alla Lega con i militari nelle città, riceve 4,7 milioni ed è prorogato fino a tutto il mese di marzo. Si aggiungono le missioni internazionali, che passano dal ministero dell’Economia ma fanno parte del bilancio integrato della Difesa: 368,7 milioni l’anno prossimo e 558,9 nel 2028.

A ogni modo, l’esecutivo Meloni si è mostrato estremamente convinto della sua linea. Proprio in queste ore, a fronte dei continui allarmi bomba che interessano tutt’Europa, la Presidente del Consiglio ha cercato di giustificare la piega presa dalla Manovra: «Non siamo in grado oggi di dire se l’attacco al plasma in Francia, i finti allarmi bomba sugli aerei, l’aggressione nei confronti dei generi alimentari siano tutti collegati, però ci dicono sicuramente tutti la stessa cosa: che oggi a essere sotto attacco sono infrastrutture civili», ha detto la premier, secondo cui questo «riporta a un ragionamento che cerco di fare da diverso tempo: quando noi parliamo di spese di difesa e sicurezza in un tempo come questo, non stiamo parlando semplicemente di armi». A ridimensionare le sue parole sono tuttavia i numeri: secondo l’Osservatorio Milex, nel 2027 ben 17,2 dei 40 miliardi complessivi di spesa militare diretta, pari al 43%, saranno destinati all’acquisizione di nuovi armamenti. Ancora più significativo è il dato riferito alle risorse aggiuntive introdotte dalla manovra: dei 4,5 miliardi destinati al Ministero della Difesa, ben 2,67 miliardi, pari al 59%, finanzieranno proprio gli armamenti.


La candidatura del gruppo Di Battista


(Tommaso Merlo) – Se confermata, la candidatura del gruppo Di Battista è una bella sorpresa alla faccia del destino avverso. E se impostata bene, potrà superare lo striminzito 3 percento dato dai sondaggisti. Il bacino da cui il gruppo può potenzialmente pescare è infatti immenso, la metà dei cittadini italiani che schifa la partitocrazia al punto da ignorarla perfino il giorno del voto. Perché delusi troppe volte e senza proposte nuove, credibili e soprattutto che incarnino l’ansia di cambiamento “radicale”. Parola chiave perché “moderato” è sinonimo di perbenismo, pensiero unico e poltronite inconcludente. Serve una proposta che ambisca a fare politica in modo diverso e cioè senza cravatta e frasi fatte e che sia fermamente “anti sistema”. Altra parola chiave perché di forze politiche che si mettono in coda per spartirsi le briciole di un sistema fallito non se ne sente proprio il bisogno. La democrazia italiana è in stallo perché il sistema è marcio e per cambiare bisogna cambiare il sistema ed un sistema si cambia solo da fuori. Gli abbracci col diavolo beneficano solo quest’ultimo. Come ha dimostrato anche questo governo di presunta destra radicale che nonostante le roboanti premesse ha tradito le promesse elettorali e persino la sua presunta ideologia sovranista finendo nel calderone nullafacente e nullapensante del sistema. Servono forze politiche esterne e quindi libere da lacci lobbistici e partitocratici ma anche mentali e che hanno il coraggio di sfidare le ipocrisie dello status quo e di fare scelte nette e controcorrente. Quanto alle cose da fare, il principale tema casalingo non può che essere l’ingiustizia sociale. Occuparsi dei milioni di poveri ridotti alla fame perché i paesi civili non lasciano indietro nessuno, ma occuparsi anche della mitologica classe media tradita dal sistema e precipitata nella povertà per salari e pensioni vergognosi. Ridistribuire la ricchezza è compito dello stato e i soldi vanno presi dove ci sono. Dalle nuove oligarchie e dalle classi privilegiate, ed evitando sprechi, privilegi e spese folli come quelle belliche. Neanche un centesimo deve essere speso in armi o in fasulle missioni di pace che devono tutte rientrare in Italia. Mega risparmi ma senza intaccare servizi pubblici essenziali come istruzione e sanità ed investendo in sviluppo soprattutto giovanile in modo da creare ricchezza ma diffusa e non elitaria. La politica non deve servire la mafia lobbistica ma i cittadini, deve servire gli interessi di tutti e non di pochi. E in modo umile e trasparente. Politica come servizio e addirittura sacrificio e non carriera egoistica. Cittadini al servizio di altri cittadini e non élite al servizio di altre élite coi media mainstream a fare da palo. Basta propaganda camuffata da giornalismo e a spese del contribuente. L’onestà intellettuale della politica e dei media è una fondamentale questione di igiene democratica. E basta mafia civile generalizzata e promozione del merito in ogni ambito perché la politica è importante ma la storia la fanno i popoli e per salvarci dal baratro bisogna trattenere i migliori invece che farli scappare in paesi più evoluti e dargli le redini con fiducia. I giovani vanno valorizzati e non schiavizzati e l’Italia deve tornare un paese vivibile anche psicologicamente. Ma in un mondo sempre più interconnesso, il gruppo Di Battista dovrà posizionarsi con nettezza anche sulle questioni internazionali. Tipo sulla pace come scelta di fondo con l’articolo 11 della Costituzione che diventi realtà e non resti un vano proposito. Bisogna emanciparsi dalla mafia bellica che spadroneggia in Occidente. La neutralità taglierebbe la testa al toro e avrebbe enormi vantaggi anche economici per paesi come l’Italia che ha nella sua bellezza e ricchezza anche culturale la sua vera miniera d’oro. Ma se è chiedere troppo, che almeno si proponga di uscire da quella organizzazione a delinquere di stampo bellico che è la Nato oramai diventata la nostra principale minaccia. Vanno anche rivisti i trattati con la Comunità Europea perché come l’hanno impostata non funziona. Serve una fase di riflessione in modo da non finire mai più in mano a psicopatici guerrafondai e sanguisughe. Bisogna siglare una immediata pace con la Russia e il ristabilimento di rapporti diplomatici e commerciali con Mosca a tutti i livelli, anche contro la volontà di Bruxelles e di Washington e il piano di riarmo va buttato nel cesso e tirata l’acqua. Quanto agli Stati Uniti, servono rapporti di amicizia franca smettendola col penoso servilismo. Non c’è più nessuna ragione per la massiccia presenza militare americana in Italia e va rigettata al mittente ogni interferenza politica. Siamo uno stato sovrano e in democrazia il sovrano è il cittadino mentre la mafia lobbistica di qualunque genere e specie sia, è il vero male del nostro tempo. Poi c’è la questione palestinese e con Di Battista su questo si va sul sicuro. Oltre all’immediato riconoscimento dello Stato Palestinese serve un embargo economico e militare totale contro Israele per fermare il genocidio ancora in corso, favorire una soluzione sudafricana e bandire il sionismo come le ideologie del secolo scorso. I sondaggisti danno il gruppo solo al 3 percento ma senza cravatta e frasi fatte e con una credibile proposta radicale e anti sistema, potrebbero esserci belle sorprese alla faccia del destino avverso.


La bimba di Taranto


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – La storia della bambina a cui di colpo viene sbarrata la mensa scolastica perché il padre è in ritardo coi pagamenti per poche decine di euro. (Lui dice 12,80; il Comune 38,40). La questione finirà in tribunale e non vogliamo rubare il mestiere ai giudici o ai loro principali epigoni: i social. Però un paio di cose si possono dire, ed entrambe hanno a che fare con lo stupore. Intanto si rimane strabiliati dinanzi alla dimostrazione di zelo offerta dal comune di Taranto. Immaginiamo, persino con una punta di invidia, l’efficienza svizzera di cui darà quotidianamente prova quell’amministrazione: se è stata così implacabile con un piccolo debito, chissà con quale feroce attenzione monterà la guardia a ogni pratica, a ogni spreco, a ogni appalto.

A completare lo stupore c’è poi la scomparsa della corda emotiva che un tempo avremmo chiamato «senso di umanità», e che dovrebbe vibrare nel burocrate di turno un attimo prima di dare esecuzione a provvedimenti del genere, inducendolo a chiedersi quali conseguenze potrebbero avere sulla psiche del minore. Perché i debiti si onorano, su questo siamo d’accordo tutti (tranne gli ultimi sessanta governi della Repubblica, ma questo è un altro discorso). Però forse si possono esigere dagli adulti senza coinvolgere l’autostima di una bimba di nove anni, esponendola al rischio di una discriminazione più o meno esplicita nei confronti dei suoi compagni («Loro sì, tu no»), che fa male a qualsiasi età, ma soprattutto a quella.


Due guerre e i rischi dell’anatra zoppa


Il popolo americano non ha cognizione del reale stato della sicurezza e dell’economia globale. E il presidente Trump, una volta sconfitto, dà l’impressione di sentirsi sollevato: ora può fare ciò che vuole

Due guerre e i rischidell’anatra zoppa

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] L’esito delle elezioni americane è stato definito uno tsunami, e molti ne rivendicano il merito.

Può essere vero, ma probabilmente le ragioni sono diverse da quelle sostenute dal Partito Democratico e dai suoi fan che negli Usa e in Europa si scoprono improvvisamente coabitanti della grande tenda blu. Più che un successo del Partito Democratico e dei suoi valori liberal, è stato un successo della gente che non vota candidati che promettono pace e cambiamento e non mantengono. La forza della democrazia si è espressa con l’afflusso alle urne e con il voto dato per due cose: punire Trump e salvare l’America dalla crisi. La democrazia americana (o qualsiasi altra) si riconosce a quattro livelli: il primo è la scelta dei candidati, il secondo la loro elezione, il terzo la rappresentanza al Congresso e il quarto l’effettivo controllo del Congresso sull’esecutivo. Il Partito Democratico è intervenuto poco e male al primo livello e la gente, i comitati di quartiere, i porta a porta dei giovani, le singole comunità etniche e confessionali, hanno prevalso sulle incertezze del partito. Al secondo livello, il partito ha sostenuto i propri candidati con centinaia di milioni di dollari, ma poca convinzione e, forse, con la speranza che non fossero eletti.

[…] Sembra che neanche i soldi abbiano funzionato. Né quelli dati dagli oligarchi repubblicani e democratici, né quelli promessi da Trump a tutti se avesse vinto lui. Era la prima volta che un presidente faceva una simile proposta delinquenziale ed è stata la prima volta che una parte maggioritaria del popolo votante ha sputato sui soldi. Ma oltre a questi due livelli, ora bisognerà vedere come si comporteranno i nuovi eletti e il nuovo Congresso di fronte agli allettamenti delle centinaia di lobbisti che bivaccano ai piedi del monumento a Lincoln. Gli stessi che hanno partecipato al sistema corruttivo di Trump, Biden e altri prima di loro. Bisognerà vedere come accoglieranno i briefing delle varie amministrazioni a partire da quelle del Tesoro e della Guerra. Cosa diranno loro i vari direttori delle agenzie d’intelligence. Molte promesse elettorali nel passato sono crollate ai primi briefing. Di solito, per le lobby, i nuovi arrivati sono facili prede, non sanno niente e si accontentano di poco. Crescendo, rimangono incapaci di resistere, ma diventano esosi e si scopre che “tengono famiglia”. A quel terzo livello la voce della gente arriva affievolita mentre quella delle oligarchie tuona, blandisce e minaccia. Il potere di Trump all’interno del suo partito ha subito un duro colpo e i Democratici sono ansiosi di usare il loro nuovo controllo del Congresso per limitarlo ulteriormente. Intendono indagare sulla corruzione personale, familiare e dei soci in affari del presidente. Stanno inoltre pianificando una “corsa legislativa d’impatto”, con proposte di legge che, oltre ad affrontare questioni interne come il finanziamento dell’assistenza sanitaria, cercheranno di abolire i dazi di Trump e di forzare una votazione sulla guerra in Iran. E qui si arriva al quarto livello: l’effettiva capacità dei membri del Congresso di condizionare il presidente. “Su queste ambizioni – osserva il New York Times, i Democratici potrebbero non andare molto lontano. Questo è il problema dei presidenti uscenti. Trump potrebbe essere indebolito, ma resta pur sempre il comandante in capo. Su questioni interne, il Congresso potrebbe essere in grado di contenerlo in qualche modo. Ma anche se le nuove maggioranze dei Democratici sono relativamente ampie, non sono sufficienti a ribaltare i veti di Trump. In politica estera – conclude il Nyt – la situazione è ancora più complessa. I presidenti americani godono di un’enorme autonomia”. I Democratici, come da noi, vogliono la prosecuzione della guerra in Ucraina e le associazioni pro-Israele hanno già cantato vittoria. Hanno piazzato i loro candidati dappertutto e potrebbe essere proprio Trump a vendicarsi della sconfitta in casa e della gioia europea cessando la guerra in Ucraina e continuando quella contro l’Iran sostenendo le velleità belliche di Israele, con o senza Netanyahu. Molti evocano un’azione di forza anche nucleare. Questo Congresso l’approverebbe, il prossimo potrebbe impedirlo? Ogni giorno che passa è una vittoria per l’Iran e gli amici, anche nucleari, si fanno più stretti. A partire dal Pakistan fino a Russia e Cina.

In Ucraina, la vera crisi post elettorale la sta soffrendo il presidente Zelensky: gode della sconfitta di Trump, spera che si prolunghi la guerra fino al possibile ritorno dei suoi sostenitori democratici, ma due anni sono lunghi. Dovrà continuare a implorare Trump, la first lady, la Nato, l’Ue e il Papa. Intanto la Russia sta bombardando incessantemente con droni e missili. Gli effetti dei tanto reclamizzati attacchi ucraini alle raffinerie russe o le “offensive musicali” (op. Vivaldi) non bilanciano nemmeno minimamente quelli degli attacchi russi. E l’offensiva di Mosca non sembra fine a se stessa: ha tutta l’aria di una preparazione a un’offensiva aerea con bombardieri strategici e tattici. […]

Anche la Nato e l’Ue, con funzionari e generali già allineati con l’Ucraina, festeggiano la sconfitta di Trump. Cercheranno sponde nel Congresso per riesumare la politica delle oligarchie democratiche e armare l’Ucraina fino alla sua estinzione. Ma per Trump e gli americani la situazione va bene così fintanto che incassano soldi a profusione dagli europei che fanno debiti per armare l’Ucraina e comprare armi ed energia dagli Usa. L’Europa di fatto è cobelligerante con gli Usa e se essi si sfilassero, come potrebbero fare, sarebbe l’unica a essere sottoposta agli stessi rischi e alle stesse misure punitive previste per coloro che perdono le guerre.

Nato ed Europa si muovono in ordine sparso e Finlandia e Norvegia si sono fatte avanti per saggiare la disponibilità di Mosca a una de-escalation. La risposta telefonica è stata probabilmente educata, quella sul campo è stata drammatica. Bombardamenti. La premier della Danimarca si è scandalizzata dell’iniziativa dei colleghi e alleati. Fa la dura, sostenuta dall’inflessibilità della burocrazia europea e intanto ha ceduto la Groenlandia a Trump. La preferivamo quando faceva ridere il suo Parlamento con la storia di aver adottato un elefante e due cammelli. La maggioranza democratica al Congresso rinuncerà ai bottini trumpiani in Groenlandia, Venezuela e nel resto del mondo sottoposto a ricatti e dazi usurai? La guerra in Ucraina potrebbe finire prima che i nuovi deputati e senatori subentrino e comunque non finirà per merito degli Usa o dell’Europa. Recenti studi pubblicati in Finlandia riducono di molto le stime sulle perdite russe e aumentano quelle ucraine smentendo clamorosamente quanto ufficialmente dichiarato dai vertici Ue e Nato. Iniziano a filtrare dall’Ucraina episodi brutali di torture a civili. Episodi isolati? Propaganda russa? Forse, ma ciò che filtra è dovuto alla disobbedienza civile degli stessi ucraini. Un fenomeno che di solito è il primo segno del crollo interno di uno Stato. Non sarà merito nemmeno dei volenterosi europei e della Nato. La strategia della claudicante alleanza conta sullo schianto della Russia e sul suo presunto bluff nucleare. Le provocazioni nel Baltico e nel Mar Nero fanno parte di questo azzardo: e se non fosse un bluff? Ci salveremo dicendo “scusate abbiamo sbagliato”? La rivista The Atlantic di questo mese ha ricostruito il coinvolgimento della Cia nella questione ucraina a partire dagli anni 90. Non c’è niente di ibrido: è belligeranza pura. E anche questo viene confermato dai viaggi “segreti” del direttore dell’agenzia Ratcliffe a Mosca. Latore di minacce e avvertimenti muscolari? Balle. Più verosimilmente ha chiesto garanzie sulla sicurezza dell’ambasciata a Kiev, delle strutture, le fabbriche e gli “operatori e consiglieri” americani in Ucraina. La Russia conta sulla parola di Trump, perché il conflitto si risolva a tavolino, ma è già pronta a fare da sola. Il popolo americano non ha cognizione del reale stato della sicurezza e dell’economia globale. Non conosce le difficoltà del Pentagono nel mantenere due conflitti contemporanei in un ambiente internazionale che non sopporta più l’egemonia degli Usa, a prescindere dal colore dominante al Congresso. Trump ha ancora un anno e mezzo prima di diventare veramente un’anatra zoppa. E adesso dà l’impressione di sentirsi sollevato. Può fare ciò che vuole. Perso per perso


Ora serve un bilancio su quanto ha pagato l’Italia per il trumpismo servile di Meloni


Oggi dobbiamo chiederci quali effetti reali questa linea ha avuto sia nella condotta del paese sul piano internazionale, sia su quello nazionale. La vicenda più profonda è quella della subalternità ai poteri esterni. In parlamento di dovrebbe aprire una discussione, a partire dalle commissioni Esteri

(Rino Formica – editorialedomani.it) – Il voto del 3 novembre, l’onda blu che ha investito il potere di Trump, ha determinato effetti negli Stati Uniti e in larga parte del mondo. Negli Usa, Trump aveva minacciato la guerra civile, l’invalidazione delle elezioni, poi ha rinunciato alle soluzioni estreme e ha annunciato che avrebbe messo il veto ad ogni provvedimento avanzato dalla nuova maggioranza del Parlamento. Poi anche l’annuncio dell’ostruzionismo è venuto meno quando ha visto quanto vasto, profondo, inappellabile era venuto fuori dal voto, dove un ventaglio di posizioni, di interessi, di una parte profonda della società ha aperto la strada ad una nuova politica, non solo dei democratici che hanno guidato l’offensiva nelle elezioni, ma anche delle quelle minoranze vitali e innovative, tanto da fare affiorare un partito politico delle nuove generazioni. Trump ha allora moderato ulteriormente l’ostilità, si è detto disposto anche a collaborare. Naturalmente tra un despota battuto e una maggioranza popolare parlamentare c’è poco da collaborare, se il despota è disposto solo alla clemenza.

La sfida dell’America al potere degli oligarchi: sei lezioni dal voto di midterm

Gli effetti italiani del trumpismo fervente

Gli effetti di questa forza ostativa al despotismo di Trump, dicevamo, trasmette effetti imprevedibili sulle relazioni tra gli Stati Uniti e gli altri paesi del mondo. Soprattutto con quei paesi come l’Italia che avevano mostrato nei confronti di Trump l’accettazione servile delle sue decisioni e dei suoi orientamenti. Il governo italiano, all’indomani dell’impetuosa ondata blu, ha detto che rispettava il voto, ma che non avrebbe modificato la linea che tenuta in passato. A parte l’illogicità dell’affermazione – non si capisce come si può rispettare quello che è stato profondamente distrutto – questo pone un problema: il trumpismo era stato introdotto in Italia come una furbata, la corta iniziativa di adeguarsi senza pagare il costo del despotismo. Oggi dobbiamo chiederci quali effetti reali questa linea ha avuto sia nella condotta del paese sul piano internazionale, sia su quello nazionale.

In missione al Congresso per conto di Dio, l’America che ha fede nei “Talarico”

L’Italia è presente in 39 missioni nel mondo, con 7 mila connazionali sparsi nei cieli, nei mari e nella terra. Le aree geopolitiche e geografiche di mezzo mondo sono state tutelate? In parlamento non c’è cenno di un’analisi su ciò che è avvenuto. I presidenti delle commissioni Esteri, Tremonti e Gasparri, non hanno sollevato interrogativi. E invece ci aspettiamo non solo l’apertura di una discussione parlamentare, ma una presa di posizione da parte del massimo garante della vita democratica del paese, il presidente della Repubblica. L’Italia non deve solo rispettare le elezioni di un paese alleato: deve schierarsi secondo Costituzione, se si troverà di fronte a decisioni contraddittorie tra Trump e il Parlamento Usa.

Per l’Europa un’anatra zoppa è ancora più imprevedibile

La servente servile

Davanti a noi abbiamo due occasioni importanti. Prima, la scadenza elettorale, dove speriamo che ci sarà uno tsunami che spazzerà via il fervente trumpismo italiano. Seconda, la vicenda più profonda della subalternità ai poteri esterni. Sulla prima, dobbiamo iniziare da oggi a preparare la manifestazione di protesta organizzata per il 20 novembre dalla Cgil, e creare il movimento di sostegno annunciato presentando i ricorsi alla legge elettorale, fondato su una grande alleanza politica e sociale, fondata sul trinomio Costituzione-Europa-Pace: la Carta va resa nuovamente centro elaborativo di una trasformazione profonda della società italiana.

Provenzano: «La nostra destra? Trumpiani minori. Il campo largo vince se è radicale»

Dunque dobbiamo affrontare la campagna contro la degenerazione del trumpismo in Italia attraverso il melonismo. Perché con il suo silenzio, la servente servile Meloni, a lungo rispettosa della volontà di un despota, si prende burla del nostro Stato. La spinta del voto americano serva da spinta agli Stati uniti d’Europa, forza di unità politica, rinnovamento e trasformazione. La parola d’ordine deve essere «Un secolo di pace».

Dopo il trionfo la vera sfida è l’unità del partito democratico americano

È tornata l’America

Gli Stati uniti hanno fatto riconquistare al popolo americano la forza e il prestigio che negli ultimi due secoli ha avuto. Certo, l’America ha appoggiato regimi, personaggi e forze illiberali o autoritarie. Ma in questi due secoli, quando si è trattato di scegliere fra il fronte mondiale della libertà e quello della sua negazione, è stata sempre alla parte della difesa universale della libertà.

Il popolo americano si è riappropriato dei suoi diritti. Noi, in Italia, alla scelta dell’antitrumpismo dobbiamo aggiungere la liquidazione di tutto ciò che è stato asservimento alle illusioni antidemocratiche del melonismo. Il popolo che si è ribellato in America, dall’America ha voluto dare un segnale a tutto il mondo.


Di Battista valuta la corsa alle Politiche. “Schierarsi è sopra il 3 per cento”


Sondaggio Ipsos: l’associazione può arrivare fino al 13 %. Il presidente Di Giuseppe: “Candidatura? Non escludiamo nulla”

Di Battista valuta  la  corsa alle Politiche “Schierarsi è sopra  il 3 per cento”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Tutti guardano il dito, cioè le primarie, e magari si sono scordati di una possibile luna: ovvero, dell’associazione di Alessandro Di Battista, Schierarsi. Indipendente da tutto e da tutti, se corresse alle Politiche potrebbe prendere almeno il 3 per cento. E da qui a salire, stando almeno a un sondaggio Ipsos Doxa commissionato dal movimento. Sufficiente per far venire qualche altra preoccupazione al Campo largo, e per far sorgere più di qualche domanda nel fronte delle destre. Perché è vero, da alcune settimane le priorità per l’ex deputato del Movimento sono (purtroppo) cambiate. Ma la sua lotta contro il tumore non gli ha tolto la voce, e la voglia di farla sentire. E figuriamoci agli iscritti di Schierarsi, in gran parte ragazzi. Un progetto che era partito come una sfida quasi da carbonari, e che invece è silenziosamente cresciuto, tra raccolta di firme – e di sostegno – per Gaza e battaglia per un referendum contro il finanziamento pubblico ai giornali, boicottato ovviamente da quasi tutti i mezzi di informazione.

Da qui le stime di Ipsos, secondo cui l’associazione partirebbe dal 3,2 per cento, per arrivare a una punta massima del 13 per cento dei voti validi (7,7 di quelli effettivamente espressi). Un elettorato potenziale che per i due terzi si dichiara contrario al sostegno militare all’Ucraina e favorevole a un negoziato con la Russia, e che chiede il rafforzamento dei servizi pubblici e la legalizzazione della cannabis e si dice contrario al nucleare. Un consenso trainato innanzitutto da Di Battista: conosciuto dall’85 per cento degli italiani, il 41 per cento dei quali afferma di nutrire “molta o abbastanza fiducia” nei suoi confronti. Dato che supera il 50 per cento al Sud, nelle grandi periferie urbane e tra le fasce economiche più in difficoltà. Elettorato in buona parte sovrapponibile a quello dei progressisti e innanzitutto del Movimento, a cui un’eventuale discesa in campo di Schierarsi creerebbe ovvi problemi, anche per la sua capacità attrattiva rispetto a militanti storici e a ex elettori 5Stelle che il M5S spera di poter recuperare. Ma Di Battista può davvero correre?

Appena tornato da Cuba, l’ex deputato lo aveva detto alle persone più vicine: “Con questo quadro politico alle Politiche avremmo grandi possibilità”. Nelle settimane precedenti aveva contattato diverse personalità per saggiare la loro disponibilità a candidarsi. L’opzione della corsa alle Politiche era concreta. Ora sarebbe tutto più complicato: non solo per i suoi problemi di salute, ma anche dalla norma che le destre hanno calato nella legge elettorale per imporre la raccolta di 6mila firme a collegio ai partiti senza rappresentanti in Parlamento. Ostacolo che però verrebbe a cadere se la Consulta tra febbraio e marzo cancellasse almeno quella parte del Melonellum (assolutamente possibile, secondo molti costituzionalisti). Nell’attesa il presidente di Schierarsi, Luca Di Giuseppe, spiega al Fatto: “Abbiamo commissionato un sondaggio per comprendere meglio la forza di Schierarsi, il suo radicamento e le prospettive che abbiamo. In questi anni abbiamo costruito dal basso una comunità che si è conquistata la libertà di decidere il proprio futuro”. Anche quello di correre alle Politiche? Di Giuseppe non si sbilancia ma non chiude, affatto: “L’associazione non è nata per candidarsi alle elezioni, ma per riportare i cittadini alla partecipazione politica e per costruire una comunità capace di incidere da Nord a Sud. Ma non abbiamo mai escluso nessuna strada, e non intendiamo farlo oggi”.

Tradotto: Di Battista e i suoi devono ancora decidere. E la tentazione è forte. Come la spinta della base “composta da giovani e giovanissimi che partecipano e decidono”, aggiunge ancora Di Giuseppe. Oggi si ritroveranno nel tardo pomeriggio a Roma al teatro Don Orione, per una raccolta fondi per gli ospedali cubani. E il Movimento, che ne pensa? “Vediamo cosa farà Alessandro” allarga le braccia un big. Nessun commento ufficiale dai vertici. Ma nelle chat interne ieri il sondaggio è circolato parecchio, sollevando timori. Un Di Battista elettorale potrebbe picchiare parecchio contro il M5S, che oggi manderà una delegazione con il deputato Francesco Silvestri e i consiglieri comunali – tranne Virginia Raggi – al lancio della ricandidatura a sindaco del dem Roberto Gualtieri, a Roma. Ieri, invece, Giuseppe Conte era a Rieti per la presentazione della rivista Rinascita, assieme al suo direttore Goffredo Bettini e all’assessore romano Massimiliano Smeriglio.

E proprio Bettini ha ribadito i suoi dubbi sulle primarie: “Sono un po’ demoniache: arrivare allo scontro con la destra avendo prima fatto una competizione che può risultare anche pericolosa non è una cosa che tutti capiscono”. Di certo oggi alle 14 partirà il sospirato tavolo per il programma del centrosinistra, con una conference call tra i capigruppo dei vari partiti. Sarà una prima riunione per fissare un metodo di lavoro. L’idea resta quella di creare tavoli tematici, ma prima vanno chiariti diversi problemi pratici. “Se riguardo a un argomento c’è uno stallo tecnico, chi va chiamato?” faceva notare ieri un deputato. Se ne discuterà, con l’obiettivo di arrivare a una quadra entro fine mese: in qualche modo.


Popolo stanco delle élites: ecco la lezione delle urne


(Flavia Perina – lastampa.it) – Brasile, Serbia, Israele, Stati Uniti, e infine Paraguay: la sequenza di sconfitte delle leadership sovraniste negli ultimi sei mesi è impressionante e segnala – al di là degli errori capitali dei singoli personaggi – la costanza di un sentimento molto specifico: la rabbia popolare contro le élites, che si è ormai estesa dai ceti deboli al ceto medio trasformando ogni elezione in una indecifrabile polveriera. E’ un moto che incorona sovrani e poi li esautora, insedia nuovi establishment e poi li cancella, abbraccia figure di riferimento salvo chiederne la testa quando le loro promesse sbiadiscono. Una Bastiglia a intermittenza di cui il sovranismo ha beneficiato nella sua scalata al potere, ovunque, salvo scoprire che ogni rivoluzione ha il suo Termidoro, con le ghigliottine che cambiano di segno.

È questa la fase che si è aperta per i movimenti sovranisti d’Occidente dopo la plateale sconfitta di Donald Trump e del movimento Maga. Con una differenza sostanziale: in Francia, in Germania, in Spagna, l’onda della protesta può ancora favorirli, non governano, non hanno mai governato, potrebbero comunque beneficiare dei risentimenti della figura politica universale che da un decennio impegna le democrazie: il forgotten man, l’uomo inchiodato dalla crisi, deluso nelle sue aspettative, deciso ad avere la testa di un potere che – ne è convinto – minaccia il suo presente e il suo futuro. In Italia questo non è possibile.

In Italia la destra governa. Il mondo degli esclusi è stato una parte importante del suo racconto e del suo bacino elettorale, ma oggi non è più una platea arrabbiata da affascinare: è l’insieme di persone e categorie a cui deve rispondere.

Si ride e si discute molto della distanza da Trump espressa in queste ore dalla maggioranza italiana, del “Trump chi?” pronunciato un po’ da tutti, ma andrebbe giudicato un buon segnale. Rivela che la destra è consapevole, persino nelle espressioni ultra-sovraniste di Matteo Salvini e Roberto Vannacci, che quel modello è spacciato, inutilizzabile, con tutti i suoi corollari: la retorica dell’uomo forte che fa il bene del popolo oltre lacci e lacciuoli, l’istinto antieuropeo, l’imbroglio dell’immigrazione come freno al benessere dei cittadini doc, il disprezzo delle cerchie accademiche e intellettuali, l’elogio del free speech che trasforma in insulto ogni confronto. Erano le specialità di Trump, non solo non gli sono bastate ma l’hanno reso insopportabile a una parte del suo stesso elettorato.

Trasformare il “Trump chi?” in una offerta politica che tenga conto della lezione americana è il problema del momento. La destra meloniana, sulla carta, ne avrebbe la possibilità: nella sua storia ha macinato le più diverse suggestioni, è stata sociale e liberale, amica di Washington ma anche appassionata alla causa dei popoli, tradizionalista, cattolica ma anche libertaria, affascinata dai Teocon e poi dai Maga e persino da miliardari come Elon Musk, pur conservando nella sua libreria saggi come “Il male americano”. Pescare dal suo bagaglio una nuova suggestione non le sarebbe impossibile. L’europeismo, soprattutto, è stato una sua antica cifra e potrebbe diventare il vero bene rifugio di questa fase, insieme alla difesa del modello di welfare – e quindi di sicurezza personale e collettiva – che l’Unione dovrebbe incarnare e ha a lungo incarnato.

Un nuovo racconto sembra indispensabile anche perché Brasile, Serbia, Israele, Stati Uniti, hanno incrinato pure un’altra convinzione delle destre, quella di poter confidare sempre sulla fragilità degli avversari e sulla loro proposta di personaggi divisivi, scarsamente organizzati, facili da attaccare in nome della stabilità.

Sulla carta il movimento degli studenti serbo sembrava un’armata squinternata, senza leader ne’ progetto. La sinistra brasiliana di Lula era un Vietnam di ambizioni divergenti. L’opposizione israeliana risultava inchiodata da veti insormontabili. E la tenda larga Usa, figuriamoci: islamici, nativi americani, predicatori evangelici, donne ispaniche, gay dichiarati… Vista “prima” del voto appariva un’accozzaglia di proposte. Ma i risultati hanno premiato tutti quanti, e bisognerà tenere conto anche di questo.


Il campo largo degli americani


(di Michele Serra – repubblica.it) – Pare di capire, al netto del profluvio di analisi e commenti post-elettorali, che negli Stati Uniti ciò che noi chiamiamo “campo largo” non è un’ipotesi, non un’ardita costruzione politica. È un dato di fatto. Si scrive “Partito democratico” e si legge una galassia di persone anche molto differenti, il musulmano e l’evangelico, la nativa americana e l’ispanico, il socialista, la femminista, il moderato, la radicale. L’attore di Hollywood e l’operaio che paga il prezzo della guerra (ennesima).

Se si cerca di individuare il solo tratto comune, però decisivo, e alla fine vincente: la fiducia nel potere di rappresentanza e di cambiamento della democrazia. L’idea che la politica appartenga a tutti, e il concetto stesso di oligarchia, fondata sui quattrini e sul disprezzo delle regole, vada appassionatamente contrastato. Per questo — non per altro — ha perso Trump. Perché l’idea del capo che decide lui non è democratica. E per contrastarla, si vota democratico.

Alla luce di questa macro-ragione, diventano un poco meno rilevanti le ragioni, tutte rispettabili ma da sole insufficienti, dei singoli interpreti. Comprese le ragioni economiche (l’economia è molto, ma non è tutto). La scelta non è tra liberismo e socialismo, tra moderazione e radicalità, tra campo dei diritti e campo della giustizia sociale. La scelta è tra democrazia e oligarchia, tra partecipazione e autoritarismo. Convivono, dentro questa scelta, molte anime. Ciò che le unisce è più importante di ciò che le divide.

E in Italia?


Ma che vita è senza tutto il bendidio che ci fa male?


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) ci informa su una serie di cibi e di procedure che nella loro elaborazione possono indurre il tumore e altre gravi patologie. Vediamoli: carne rossa processata o conservata, gli affettati come prosciutto, salame, capocollo, mortadella, würstel, quindi processi come salatura, affumicatura, stagionatura, aggiunta di conservanti e cottura alla brace (addio alle grigliate con gli amici). Ci sono poi, ma questi erano già stra noti, i divieti di fumo e alcol. Aggiungiamoci i limiti di velocità imposti alle automobili per evitare incidenti spesso mortali.

[…] Tutto questo appare ragionevole, forse troppo ragionevole. Perché non si tiene conto di altri fattori che possono indurre non solo il tumore, ma anche malattie cardiovascolari. Al di là dei verboten segnalati dallo Iarc, noi mangiamo carni di animali stabulati che vivono sotto la luce dei riflettori ventiquattro ore al giorno e che sviluppano le stesse malattie degli esseri umani: ictus, diabete, nevrosi che, in un moto circolare, ritrasmettono all’uomo.

Bisognerebbe tornare ai vecchi metodi: all’alpeggio per esempio o alla filiera corta che trasmette i cibi direttamente dalla campagna alla città, scansando così tutte le aggiunte endogene e artificiali. Bisognerebbe poi che gli stessi animali venissero nutriti come si sono sempre nutriti, senza forzature per aumentarne il peso e quindi la rendita economica. Molti ricorderanno, forse, la storia della “mucca pazza”. La mucca è un animale ecologicamente meraviglioso. Bruca erba, la trasforma in latte, caga come dio comanda e poi ricomincia il ciclo. Si è voluto nutrirla con carne per aumentarne il peso e sfruttarla meglio economicamente e la mucca è giustamente impazzita. Sono carni malate quelle che mangiamo. E poi c’è l’ambiente. In città noi respiriamo un’aria mefitica, piena di miasmi e questo non fa certamente bene al nostro apparato respiratorio. Se osservate, e vi osservate, noi in città respiriamo al minimo cercando di inalare meno aria possibile. I grandi respiri li facciamo in campagna dove l’aria è più pulita e più salubre.

Insomma se non possiamo che mangiare carni selezionatissime e, nonostante questo, dubbie, se non possiamo respirare a pieni polmoni, non possiamo sfrecciare con le nostre automobili come meglio ci pare e piace, se non possiamo godere di quelli che una volta, non tanto tempo fa, erano i normali piaceri dell’esistenza, che cosa ci resta se non l’infelicità del vivere? […]

Inoltre è indubbio che tutte queste patologie colpiscano particolarmente i soggetti cosiddetti “fragili”, cioè gli anziani. Ed è altrettanto noto che gli anziani aumentano in modo esponenziale, perché soprattutto in Occidente non facciamo più figli. È una vita degna di essere vissuta questa, dove ci sono negati anche quei piccoli piaceri che una volta ci erano così naturali? Secondo me no. In un sistema come questo dovremmo vivere da malati quando siamo ancora sani, da vecchi quando siamo ancora giovani. Menandro afferma: “Caro agli dei è chi muore giovane”. Fino a non molto tempo fa la vita media dell’uomo era intorno ai settant’anni. Quando padre Dante scrive nella Commedia “Nel mezzo del cammin di nostra vita…” ha 35 anni. Pensa cioè che una vita normale duri fino a settant’anni. E anche il biblista scrive: “Settanta sono gli anni della vita dell’uomo”. Ammettiamo pure che la medicina moderna abbia allungato quest’età a 75 anni. A rigore, nella vita moderna, non dovrebbero esserci più anziani. Abbiamo cercato di negare la tragedia dell’invecchiamento con le parole. Dopo la ‘terza età’ ci siamo inventati anche la ‘quarta età’. Ricordo un vecchio savonese, ottantenne, che mi diceva: “Nu capisciu, non si vedono più in giro vegi”. Evidentemente considerava ‘vegi’ solo quelli che avevano un’età superiore alla sua. Secondo me invece la vecchiaia inizia quando diventa un problema mettersi le mutande.

[…]

Per quello che riguarda la mia persona, il mio problema è che non sono mai riuscito ad accettare la vecchiaia, nemmeno concettualmente e per evitarla ho fatto una vita sciagurata: notti bianche, mai vista l’alba, sex, drugs and rock’n’roll (per la verità le droghe non le ho mai toccate) e invece eccomi ancora qua a rompere i coglioni grazie all’indulgenza di Marco Travaglio, a tutti coloro che hanno l’arroganza di voler arrivare a concludere qualcosa (non a caso a calcio giocavo “libero”). E ad ammorbare i lettori con tutte le mie tristizie.


La società civile vince gli autocrati


È ovvio che Donald Trump è il primo responsabile del suo fallimento. Ma se questo succede dipende dal fatto che l’America si è ribellata. Non è stata a guardare in silenzio i crimini e i misfatti della Casa Bianca. La democrazia siamo noi, cittadini ed elettori

Austin (Texas), 3 novembre: la festa degli elettori democratici

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Nulla fa più sorridere della solerzia con la quale le marionette del teatrino politico tricolore celebrano la disfatta dello Sceriffo di Washington alle elezioni di Midterm solo come una «rivincita della democrazia». I «panciafichisti in pantofole» (per dirla con quel genio di Gramsci) che al tepore del loro caminetto “moderato” irridono quelli che da anni ne denunciano l’aggressione. Le anime belle che ora canzonano quelli che l’avevano data prematuramente per morta, gridando «al lupo, al lupo» senza capire che i Trump e i Bolsonaro, come gli Orbán e i Vucic, erano solo agnelli.

Per costoro — e sono tanti, nelle istituzioni e nelle redazioni — la democrazia è come “un’entità”, intangibile e astratta, che vive di vita propria, quasi a prescindere dagli umani e dalle loro azioni. Per questo non è mai in pericolo, neanche quando ad aggredirla sono i moderni tiranni che rivendicano l’idea dello «Stato illiberale».

Sono tutte foglie di fico, che un certo establishment fintamente terzista coltiva solo per giustificare il suo naturale collateralismo con le destre al potere, cui tutto è sempre concesso perché niente è davvero così tecnicamente eversivo, rispetto allo Stato di diritto e alle Costituzioni formali e materiali. E quelle foglie di fico, utili a schermare l’ignavia o l’interesse di chi le usa, servono poi a delegittimare chi si mobilita per proteggerla, la democrazia. A liquidarlo come un pericoloso sovversivo o un fumoso “sinistrello”.

A leggere certe analisi sul voto americano, pare che il pazzotico palazzinaro newyorchese abbia perso solo per colpa sua. Che ad abbattere rovinosamente il suo totem miliardario non siano stati Clinton e Obama che sono scesi in campo. Ocasio-Cortez che ha chiuso con la stagione del wokismo da combattimento e ha aperto finalmente il cantiere dei diritti sociali. I candidati dem, che dopo 38 anni e un secolo si sono ripresi rispettivamente il Texas grazie a un seminarista presbiteriano e il Kansas con un pastore metodista, che hanno espugnato il Michigan con un musulmano socialista e il New Hampshire con un gay dichiarato, che hanno eletto governatrice la prima donna nera in Georgia e la prima donna nativa in New Mexico. Non il Partito Democratico, insomma, che pure ora domina il Senato con 54 seggi e la Camera con 237.

È come se l’Asinello non avesse alcun merito, in questa clamorosa riconquista. Come se questo “Blunami” che sommerge gli Stati Uniti, in fondo, l’avesse causato solo la fragorosa caduta dell’Elefante repubblicano. Come se non contassero niente tutte le manifestazioni fatte in questi due anni da milioni di americani, scesi in piazza nelle Sanctuary Cities sfidando i miliziani dell’Ice, per protestare contro gli ordini esecutivi e gli arresti di massa, l’esecuzione in strada di Renée Good e di Alex Pretti, la grazia ai golpisti di Capitol Hill e ai medici no vax, l’attacco sistematico ai giudici federali e agli organi di informazione, il genocidio a Gaza e la guerra in Iran, i tagli selvaggi all’UsAid e al Medicare, la benzina e il gasolio a 4 dollari al gallone, la stangata sui prezzi dei beni alimentari, l’impennata dei mutui e dei costi delle case.

È ovvio che The Donald è il primo responsabile del suo fallimento. Basta confrontare i deliri velleitari e totalitari del suo primo discorso all’Inauguration Day del 20 gennaio 2025 con la penosa realtà dell’America di oggi, per capirlo. Nel “Nuovo Mondo” e in quello vecchio, l’Architetto del Caos ha portato solo l’expertise in cui davvero eccelle: il dis-ordine. Oggi raccoglie i frutti della sua semina velenosa.

Ma se questo succede, e oggi ci fa benedire la resilienza democratica degli States, dipende dal fatto che l’America si è ribellata. Non è stata a guardare in silenzio i crimini e i misfatti di una Casa Bianca ridotta a comitato d’affari e salone da ballo.

E non l’ha fatto solo il forgotten man del profondo Midwest, il maschio bianco dimenticato e devastato dalla globalizzazione al quale lui stesso due anni fa aveva promesso il riscatto, poi ripagato con l’oblio. Con gli scandali sessuali degli Epstein Files, i conflitti di interesse del suo clan e l’arricchimento incessante del kombinat militare-industriale-digitale che lo sostiene, da Musk a Zuckerberg. Con l’assedio permanente alla Corte Suprema, alla Federal Reserve e a tutti gli organi di garanzia e le autorità indipendenti.

La società civile ha reagito e ruggito, contro tutta questa macelleria etica e politica. Lo hanno fatto alcuni giornali, gli scrittori e gli intellettuali, le star del cinema, della musica, dello sport. I democrats hanno intercettato questi fiumi di rabbia e di paura, ma non li hanno ingrossati e cavalcati, come sempre fanno le destre populiste: li hanno invece convogliati verso il mare della speranza, del cambiamento e del bene comune, come sempre dovrebbero fare le sinistre riformiste.

E così hanno trionfato, coniugando radicalità e inclusione, identità e capacità d’ascolto, progressismo e pragmatismo. Da Talarico che dice «questa vittoria è più grande di noi, la gente è stanca d’odio e risentimento», a El-Sayed che grida «i soldi fuori dalla politica, i soldi ai cittadini». Così hanno riacciuffato il 60% del voto cattolico e il 67% di quello ebraico, il 91% del voto afro e il 69% di quello dei latinos. Hanno rinverdito la famosa «strategia del fischio» predicata trent’anni fa da Anthony Giddens, teorico del New Labour: mantieni i tuoi elettori, ma richiama i delusi del fronte avverso. In questo la Grande Tenda sarebbe un esempio prezioso per il Campo Largo.

Dunque sì, ha vinto la democrazia, come ci ricorda anche Yascha Mounk. Ma perché qualcuno l’ha difesa. Ci ha messo il corpo e la faccia. Perché la democrazia non è «l’allegro carnevale» intorno a un leader, come diceva Gobetti. La democrazia è lotta di ogni giorno, contro chi la vuole svilire a capocrazia o democratura. E su questo non ci possono essere compromessi. Come la Costituzione — che per Calamandrei era solo «un pezzo di carta», se gli italiani non l’avessero fatta vivere nel loro quotidiano — anche la democrazia sta in piedi e cammina solo sulle gambe degli uomini.

La democrazia siamo noi, cittadini ed elettori. E torno alle anime belle e ai panciafichisti di cui sopra: nel suo Ventennio, Berlusconi non prese i pieni poteri e non trovò la strada per il Colle anche perché ci fu chi nutrì gli “anticorpi”, scuotendo la coscienza del Palazzo e del Paese con la battaglia delle idee, le inchieste giornalistiche, le “10 domande”.

E allora chiedo: dove siete voi, oggi, di fronte alla destra meloniana, non meno illiberale di quella dei tycoon di Arcore e di Mar-a-Lago? Il bipolarismo tribale di questi decenni è una iattura, come lo è la pretesa diversità antropologica tra i due poli. Ma ci sono confini quasi pre-politici, costituzionali e valoriali, che vanno presidiati sempre.

Siamo tutti felici per le buone notizie arrivate dall’Ungheria, dal Brasile, dalla Serbia e ora dall’America. Speriamo che ne arrivino altre nei prossimi mesi, dalla Spagna, dalla Francia, dall’Italia. Ma la prima delle lezioni americane, per me, rimane questa: se anche gli autocrati cadono, è perché c’è chi si batte perché i popoli conservino cuori desti.


Altieri “trifolato” tra politica e armi


(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Trifone Altieri, detto Trifolato perché un tempo si occupava di funghi, aveva un sogno: un trullo in regalo. Lo aveva messo nella lista nozze, anno 2019, sperando nella generosità degli invitati alla sua festa, a Polignano. Poi ha incontrato Matteo Salvini, e in regalo gli è appena arrivato un palazzo intero, quello dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, incaricata di vigilare sugli appalti pubblici, gli sprechi, gli imbrogli, le mani lunghe della politica. Un lavoro delicato, che richiede competenza, autonomia, rigore. Tutte qualità che il governo Meloni ha individuato nel curriculum politico di Altieri, prima berlusconiano, poi fittiano, infine leghista, secondo l’antico principio che le idee passano, le poltrone restano.

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Carriera prodigiosa la sua, cominciata coltivando champignon, prataioli e pioppini. Per poi voltarsi negli incarichi pubblici. Il primo con titolarità sul patrimonio immobiliare dello Stato, presidente di Invimit. Poi le armi, entrando nel consiglio di amministrazione di Leonardo. Adesso l’Anticorruzione. Dai funghi ai palazzi, dai palazzi ai cannoni, dai cannoni alla legalità. Una specializzazione per ogni stagione, questa volta coniugando l’etica alla migliore politica. Perché proprio la Lega può vantare l’ineguagliata vergogna dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali finiti nello scandalo giudiziario. Somma che la Cassazione ha stabilito di restituire a rate di 100mila euro ogni sei mesi, per i prossimi 80 anni. Un mutuo alla memoria. Che Palazzo Chigi intende valorizzare: chi meglio di un leghista può riconoscere un bilancio fantasioso, un borseggio contabile?

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Dunque addio al presidente uscente Giuseppe Busia, che aveva il brutto vizio di contestare gli appalti, i conflitti d’interessi, le concessioni autostradali, persino la voragine contabile del Ponte sullo Stretto, tanto caro a Salvini. Adesso arriva Trifolato che conosce i partiti, i ministri, i sottosegretari, gli amici degli amici. Vigilerà lui anche sui 49 milioni da restituire un po’ alla volta. Magari non tutti in euro, forse in funghi, forse in trulli.