“Incredibile che un ministro per una missione privata viaggi con la scorta e che non lo sappia nessuno”. L’affondo del diplomatico

(ilfattoquotidiano.it) – “Il caso del ministro Crosetto che era a Dubai durante gli attacchi americani e israeliani all’Iran? Da diplomatico, dico che si tratta di una procedura irrituale. Per i telespettatori, uso un termine più chiaro: incredibile, proprio nel senso etimologico della parola, cioè la vicenda ha tratti di poca credibilità“. Così a Omnibus (La7) l’ambasciatore Piero Benassi, già sottosegretario con delega ai servizi segreti nel governo Conte Due ed ex rappresentante permanente d’Italia nella Unione Europea, commenta la vicenda che ha visto protagonista il ministro della Difesa Guido Crosetto, che si è trovato bloccato a Dubai con la famiglia durante l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Benassi spiega: “Se, per esempio, il ministro della Difesa va anche a fare una missione in Tunisia, in un momento in cui tutta la situazione internazionale è tranquilla, comunque viaggia con la scorta. E il fatto che il ministro della Difesa per una missione privata non solo viaggi con la scorta, ma che non lo sappia nessuno, mi sembra incredibile. Che ha fatto? Si è comprato il biglietto aereo da solo? A questo punto – continua – non solo manifesto molta sorpresa, ma credo che questa vicenda incredibile evidentemente metta il governo in imbarazzo, tanto più con la motivazione del ministro, ‘Non pensavo che ci sarebbe stata questa accelerazione’. È una cosa che aumenta l’imbarazzo“.
L’ambasciatore poi si sofferma sul tweet pubblicato ieri da Crosetto, quando ha annunciato che per il volo militare dell’Aeronautica con cui sarebbe rientrato ha bonificato di tasca propria un importo triplo rispetto alla tariffa prevista per ospiti su voli di Stato. Il tutto per scongiurare accuse di uso improprio di risorse pubbliche.
Tranchant il commento di Benassi: “Io trovo che la politica nostrana paghi 15 anni di populismo e di social: i politici cercano ogni volta il consenso dei populisti, diventando poi vittime di se stessi. In questo caso, c’era una situazione oggettivamente complicata: io devo recuperare istituzionalmente il mio ministro della difesa, quindi mando un aereo militare, il che è tutto logico e legittimo. Il fatto che il ministro Crosetto abbia sentito l’esigenza di dire che ha pagato di tasca sua il triplo è proprio una cosa ridicola proprio dal punto di vista della dignità istituzionale. Non si può sentire”.
E conclude sarcasticamente: “Lo dico proprio da romano. Perché paghi il triplo? Cioè se lo devi pagare, paghi quello che devi pagare”.
IRAN: PASDARAN, COLPITO IN ATTACCO UFFICIO DI NETANYAHU

(LaPresse) – Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dichiarato che i missili balistici iraniani Kheibar hanno colpito l’ufficio del primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu. Lo riporta Iran International.
PAESI ARABI DEL GOLFO, ‘ATTACCHI IRAN INTOLLERABILI, PRONTI A RISPOSTA’
(ANSA) – I paesi arabi del Golfo alleati degli Stati Uniti si dicono uniti nel valutare ipotesi di risposta militare all’Iran in nome del diritto all’autodifesa dopo gli attacchi iraniani nei loro rispettivi territori.
Lo riferisce la tv panaraba al Jazira, che riporta le dichiarazioni, tra gli altri, del portavoce del ministero degli esteri del Qatar, secondo cui gli attacchi iraniani in corso “non possono essere lasciati senza rappresaglia”.
In un documento congiunto, Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti affermano “il diritto di autodifesa” contro questi attacchi per “difendere i nostri cittadini”
KUWAIT, ‘DIVERSI JET MILITARI USA SCHIANTATI NEL PAESE, PILOTI ILLESI’
(ANSA) – Diversi aerei da guerra americani si sono schiantati in Kuwait questa mattina: lo ha dichiarato il ministero della Difesa del Paese citato dal Guardian. Tutti i piloti si sono lanciati con il paracadute sani e salvi e sono sottoposti a controlli in ospedale, secondo il ministero. Sono tutti in condizioni stabili.
Non è immediatamente chiaro cosa abbia causato lo schianto degli aerei da guerra statunitensi. Il ministero della Difesa ha affermato di continuare le indagini sulle “cause dell’incidente”. In precedenza, i media iraniani avevano riferito dell’abbattimento di un jet statunitense F-15 in Kuwait.
IRAN: CNN, ESPLOSIONI UDITE A DOHA
(Adnkronos) – “Sei o sette forti esplosioni” sono state udite stamani a DOHA, in Qatar. Lo riferisce la Cnn.
IRAN: MEDIA, SIRENE IN BAHRAIN E KUWAIT, ESPLOSIONI AD ABU DHABI
(LaPresse) – Sirene di allarme ed esplosioni in tutto il Medio Oriente, mentre proseguono gli attacchi di Israele e Usa contro l’Iran. Secondo quanto riferisce Al Jazeera, l Ministero dell’Interno del Bahrein ha dichiarato di aver attivato l’allerta antiaerea e di aver esortato i residenti a recarsi nel luogo più sicuro più vicino.
Il ponte Shaikh Khalifa bin Salman, che collega Manama alle città vicine, è stato chiuso e ha esortato “i residenti a utilizzare le strade principali solo quando necessario”.Segnalazioni di esplosioni sono state udite ad Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti. Una mezza dozzina di esplosioni sono state udite anche a Doha, la capitale del vicino Qatar.
È almeno la terza volta che gli allarmi suonano anche in Kuwait nelle ultime ore. Le autorità kuwaitiane avevano precedentemente riferito che le difese aeree del Paese avevano intercettato con successo la “maggior parte” dei droni che si erano avvicinati alla capitale oggi.Infine una mezza dozzina di forti esplosioni sono state udite nella capitale del Qatar, Doha, a indicare che gli attacchi iraniani continuano.
IRAN: TV, ‘CHIUSA RAFFINERIA DI RAS TANURA IN ARABIA SAUDITA’*
(Adnkronos) – “Chiusa temporaneamente” la raffineria di Ras Tanura, nei pressi di Dammam, in Arabia Saudita. E’ quanto riferisce l’emittente satellitare al-Jazeera rilanciando notizie della tv saudita.
“Alcune unità operative della raffineria” di Ras Tanura, gestita da Saudi Aramco, “sono state fermate come misura precauzionale, senza ripercussioni sulla fornitura dei prodotti petroliferi ai mercati locali”, scrive da parte sua l’agenzia ufficiale saudita Spa, citando una fonte del ministero dell’Energia che conferma che stamani intorno alle 7 ora locale “nella raffineria di Ras Tanura si sono registrati danni limitati a causa della caduta di pezzi di due droni intercettati nelle vicinanze”. Confermate le notizie che parlano di un “incendio limitato, immediatamente contenuto” e che escludono vittime.
MEZZALUNA ROSSA, 555 MORTI IN IRAN DALL’INIZIO DELLA GUERRA
(ANSA-AFP) – La Mezzaluna Rossa annuncia che 555 persone sono morte in Iran dall’inizio degli attacchi israelo-americani di sabato scorso.

(Tommaso Merlo) – Il piano sionista finora non ha funzionato, avevano preannunciato una guerra lampo di “regime change” ed invece è in fiamme l’intero Medioriente. Dai giorni sono passati alle settimane e la decapitazione dell’Ayatollah ha riempito le piazze di iraniani che chiedono vendetta, altro che rivoltosi. Il tutto mentre le ambasciate americane sono a ferro e fuoco in tutta la regione. Quello dell’Ayatollah è stato un martirio, ha atteso la morte nella sua residenza di Teheran sapendo di essere nel mirino. Invece di rinchiudersi in qualche bunker montano, ha scelto l’onore del sacrificio personale. Una decisione dal forte impatto politico e morale su tutto il mondo sciita mentre nelle stesse ore quel codardo criminale di Netanyahu si rifugiava a Berlino per mesta ironia della sorte. Altro che regime del male, l’Iran è diventato un eroico simbolo della resistenza al sionismo e ai loro arroganti sponsor occidentali per tutte le persone oppresse del pianeta e per tutti coloro che solidarizzano con la tragedia del popolo palestinese. Politicanti e circo mainstream possono falsificare fin che vogliono, ma perfino i cittadini americani festeggiano ogni volta che i missili ipersonici iraniani colpiscono Tel Aviv. Politicamente il sionismo ha già perso. Ha contro i popoli del mondo intero. Ormai sopravvive solo nei palazzi politici e mediatici occidentali che è riuscito ad infiltrare, ma è solo questione di tempo e sparirà anche da lì. Sono oltre settant’anni che perseguita brutalmente il popolo palestinese rubandogli terre e futuro, infiniti decenni a spargere dolore e distruzione in tutta la regione calpestando ogni legge e decenza. Fino a Gaza, dove vittime di deliri di onnipotenza, odio viscerale e accecante fanatismo, hanno superato ogni limite immaginabile segnando la loro storica condanna. Con infiniti decenni di diabolica propaganda e corruzione lobbistica affogati in un mare di sangue innocente. Del resto, l’umanità ha il diritto ma anche il dovere di rigettare tutti coloro che si macchiano di tali disumane atrocità. Chiunque le commetta. E contro chiunque . Quel criminale psicopatico di Netanyahu non ha smesso di massacrare civili nemmeno una volta siglato il cessate il fuoco a Gaza e anche in Libano ed ha fatto di tutto per provocare la guerra contro l’Iran. Una guerra che non voleva nessuno, nemmeno lo stesso Iran che per scongiurala ha continuato a trattare anche se tradito ed aggredito cercando di far emergere la verità. L’Ayatollah Khamenei era contro la bomba atomica e aveva emesso una fatwa che la proibiva e l’arsenale missilistico iraniano ha solo legittimi scopi difensivi ed infatti l’Iran vi è ricorso solo dopo una serie infinita di attentati terroristici israeliani e di attacchi. Ad aggredire per primi ed illegalmente sono solo i sionisti. Oggi come sempre. Con quel criminale psicopatico di Netanyahu che non poteva perdere la storica opportunità di un presidente americano compromesso anche di cervello per coronare deliri ideologici biblici anche nella loro assurdità. Le basi americane in Medioriente sono in fiamme, miliardi di dollari in radar e infrastrutture in fumo lasciano portaerei e aerei al buio e senza supporto. Basi militari e di spioni piazzate nei regnetti petroliferi dove i grattacieli tremano per i droni ma anche per le urla degli schiavi che inneggiano all’Iran. Con gli sceicchi mollaccioni che chiudono controvoglia le giostre dei loro lunapark, tra turisti del nulla consumistico in fuga e rischi di fallimento per mancanza di sicurezza anche esistenziale. Record mondiale di voli cancellati e miriade di petroliere incagliate nella sabbia del deserto mentre gli sciacalli del casinò finanziario globale si scervellano su come guadagnare comunque mentre i comuni mortali rischiano di pagare questa guerra anche sugli scaffali del supermercato. Nessuno si aspettava una reazione così vasta e repentina dell’Iran, ma ormai combattono per la propria sopravvivenza ed ora o mai più. L’obiettivo sionista è distruggerli per imporre il pugno di ferro sull’intera regione e gli iraniani daranno quindi fondo agli arsenali finché sono nelle condizioni di poterlo fare. Trump balbetta che vuole trattare ma dopo l’ennesima vigliaccata e il martirio dell’amato Ayatollah, è tutto un altro film e i tempi non li decide lui. Trump ha cacciato i generali che lo avvertivano dei rischi e adesso cominciano a cadere jet e marines coi cittadini americani esasperati da lui e dall’ennesima costosa guerra per conto dei sionisti. Davvero un brutto pasticcio con Israele che rischia di fare la fine di Gaza se i missili dovessero durare più di 12 giorni. E qui iniziano i rischi da terza guerra mondiale. Perché quel criminale psicopatico di Netanyahu non esiterà un istante a ricorrere alla bomba atomica che detiene illegalmente se Israele rischia di sparire dalle mappe. E questo porterebbe il conflitto da un livello regionale ad un livello globale con Cina e Russia che potrebbero non accontarsi più di fornire armi e tecnici all’Iran intervenendo direttamente per mettere la parola fine ad una piaga mediorientale che dura dal oltre settant’anni e che ha nella sconfitta storica dell’ideologia sionista, l’unica soluzione
Quindici anni dopo lo scandalo dell’esibizione alla kermesse neofascista con il suo ex gruppo musicale “SottoFasciaSemplice”, il governo lo ha ufficialmente nominato il più alto in grado rappresentante del nostro Paese a Tokyo

(di Paolo Berizzi – repubblica.it) – La notizia: Mario Vattani è il nuovo ambasciatore d’Italia in Giappone. Quindici anni dopo lo scandalo dell’esibizione alla kermesse neofascista di CasaPound con il suo ex gruppo musicale fasciorock SottoFasciaSemplice – all’epoca Vattani era console a Osaka, fu subito richiamato in Italia dalla Farnesina e sospeso dall’incarico; seguì un lungo periodo di purgatorio – il governo l’altro giorno lo ha ufficialmente nominato il più alto in grado rappresentante del nostro Paese a Tokyo. In quel Giappone che per Vattani è, da molti anni, una specie di seconda casa, oltre che una passione sulla quale il neoambasciatore si è cimentato anche con alcune pubblicazioni. La nomina e l’inizio della nuova missione – come ha raccontato lo stesso Vattani in un video social rilanciato dal Secolo d’Italia, house organ di FdI, nel quale viene elogiato l’impegno della premier Giorgia Meloni nel tessere rapporti con il potente Stato dell’Asia orientale – sono arrivati nel giorno del 160° anniversario dell’amicizia Italia-Giappone. Ma l’investitura di Vattani non è stata una sorpresa: era prevista da mesi. Più o meno da quando, a gennaio 2024, da commissario italiano per Expo 2025 a Osaka, il Consiglio dei ministri approvò la sua promozione a “ambasciatore di grado”: il riconoscimento più ambito per un diplomatico, il top di carriera della Farnesina. Che lo ha fatto entrare nell’empireo dei “magnifici” 24, tanti sono gli ambasciatori di grado italiani.
Cinquantanove anni (è nato il 7 luglio 1966 a Neuilly sur Seine in Francia), figlio del potente ex segretario generale della Farnesina Umberto Vattani che è stato anche consigliere diplomatico di Giulio Andreotti, nella storia e nella carriera di Mario Andrea Vattani ci sono state vicende balzate agli onori delle cronache. Dichiarate e mai rinnegate simpatie per l’estrema destra, negli anni di gioventù frequenta gli ambienti del neofascismo romano: il 9 giugno 1989 un gruppo di naziskin massacra di botte e sprangate due giovani all’uscita del cinema Capranica di Roma. Nel gruppo c’è anche Vattani. Che finisce agli arresti domiciliari ma verrà poi prosciolto dalle accuse. Fu l’unico che risarcì le due vittime con 180 milioni di vecchie lire, ottenendo in cambio il ritiro del processo di rito civile. Con il nome d’arte di Katanga, il figlio (allora) molto esuberante del segretario generale della Farnesina diventa il front man del gruppo musicale SotoFasciaSemplice. La band nel 2011 si esibisce sul palco di un raduno di CasaPound Italia: Vattani viene filmato mentre canta “Bandiera nera”, tra saluti romani, croci celtiche, simboli del Ventennio e l’entusiasmo dei camerati. Scoppia il caso. Vattani allora era console italiano ad Osaka. Un ruolo che stride con la plateale partecipazione a una kermesse neofascista. Per le cronache Katanga diventa il “console fascio-rock”.
L’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi richiama Vattani in Italia. Lo show con CasaPound gli costa una punizione (sospeso per quattro mesi), scie di carte bollate e un lungo stop. Le polemiche divampano: accuse di antisemitismo e richiami al fascismo. “Katanga”, mentre aspetta che il purgatorio passi, si dedica ad altro: produce olio nella sua tenuta in Toscana insieme alla moglie giapponese, si candida senza successo con la Destra d Francesco Storace, scrive romanzi ambientati in Estremo Oriente e una guida sul “suo” Giappone. Nel 2021 il governo Draghi riabilita il “console fascio-rock (fu Di Maio a caldeggiare) promuovendolo ambasciatore a Singapore, tra le polemiche di centrosinistra e Anpi. Ripulito, Katanga torna a indossare la grisaglia da diplomatico. A febbraio 2023 si materializza l’incarico di commissario Expo a Osaka. Vattani subentra al dimissionario Paolo Glisenti dopo un decreto legge che aumentò lo stipendio del commissario: da 240mila euro – il massimale della Pubblica amministrazione – a 360mila (più rimborsi spese), 120 mila in più.
Di Mario Vattani si torna a parlare a metà ottobre 2025. E sempre per i suoi passati rapporti con CasaPound. Il Partito democratico e Alleanza Verdi Sinistra si rivolgono con un’interrogazione al ministro degli Esteri Antonio Tajani chiedendo spiegazioni dopo le rivelazioni contenute nel libro-inchiesta “Il libro segreto di CasaPound”. Nel libro si da’ conto del fatto che negli anni scorsi Vattani ha fatto parte degli “Unici”, una ristretta cerchia formata da simpatizzanti, militanti, sostenitori vip del movimento neofascista, che – a partire dal 2017 – hanno portato a CasaPound idee, spunti e contributi economici spontanei in occasione di cene, incontri e iniziative di autofinanziamento. Il nome di Vattani fa parte di un elenco di una settantina di persone, manager, imprenditori, avvocati, docenti universitari, giornalisti. Un ambasciatore – Vattani appunto – e un generale dell’Aeronautica. Vattani – che ha smentito di avere avuto rapporti con CasaPound e di avere mai contribuito a sostenerla – ha partecipato a eventi a Roma organizzati dai “fascisti del terzo millennio” con l‘apposito scopo di raccogliere risorse finanziarie da destinare all’attività della stessa CasaPound e alle sezioni sui territori. “Davvero il ministro ritiene che un attivista di una formazione neofascista sia la persona giusta per rappresentare l’Italia in Giappone? – attacca la dem Lia Quartapelle -. Un ambasciatore d’Italia deve rappresentare i valori repubblicani nati dalla Resistenza e sanciti nella Costituzione. Il governo chiarisca come sia possibile che Vattani risulti tra i finanziatori di CasaPound, organizzazione dichiaratamente neofascista. Il finanziamento di un gruppo che si richiama apertamente al fascismo è incompatibile con il giuramento di fedeltà alla Costituzione che ogni diplomatico deve prestare – aggiunge Quartapelle -. Non è la prima volta che emergono simpatie di estrema destra riconducibili a questo ambasciatore, già sospeso in passato dal servizio diplomatico. Sorprende che l’attuale governo lo abbia invece promosso a una sede di così alto prestigio”. Avs, con un’interrogazione a firma Marco Grimaldi, aveva chiesto a Tajani: “Vogliamo sapere dal governo se non sia arrivato il momento di valutare l’opportunità che Vattani rappresenti ancora la Repubblica italiana in Giappone come ambasciatore”. Nessuna risposta da parte del ministro né di altri esponenti del governo. Nel frattempo la nomina di Vattani ad ambasciatore d’Italia a Tokyo è arrivata.
Dal caso Almasri ai guai della ministra Santanché: un estratto del nuovo libro di Sigfrido Ranucci sui protagonisti del palazzo

(di Sigfrido Ranucci – repubblica.it) – Dal caso Almasri ai guai della ministra Santanché: ecco un estratto del nuovo libro di Sigfrido Ranucci sui protagonisti del palazzo (“Il ritorno della Casta. Assalto alla giustizia”, edito da Bompiani, pp. 208).
Njeem Osama Almasri, generale libico accusato di crimini contro l’umanità e ricercato dalla Corte penale internazionale, è stato arrestato in territorio italiano il 19 gennaio 2025 ma il suo arresto non è stato convalidato, e il Viminale ha disposto il suo immediato rimpatrio con un volo di Stato.
Per questo il 26 gennaio 2026 l’Italia è stata ufficialmente deferita all’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale; al governo italiano, che non ha consegnato Almasri alla giustizia internazionale nonostante un mandato di cattura pendente, viene contestata la violazione degli obblighi internazionali di cooperazione (…).
Giorgia Meloni ha sempre difeso la gestione del caso, sostenendo che la scarcerazione di Almasri non è stata una scelta politica ma la conseguenza di una decisione tecnica della Corte d’appello di Roma, che non ha convalidato l’arresto per vizi procedurali, e che il rimpatrio immediato è stato stabilito per ragioni di sicurezza nazionale, per evitare rischi di ritorsioni o destabilizzazione nei rapporti con la Libia. Ma nel gennaio 2025, la premier è stata iscritta nel registro degli indagati dalla procura di Roma con l’ipotesi di favoreggiamento e peculato in relazione al rimpatrio di Almasri. Il caso Almastri ha coinvolto nel frattempo Giusi Bartolozzi, il capo di gabinetto del ministro della Giustizia, indagata per false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, due ministri e un sottosegretario.
La premier ha duramente attaccato la magistratura durante le fasi calde dell’indagine, affermando di «non essere ricattabile» e definendo l’iscrizione nel registro degli indagati un attacco politico al governo. Il 4 agosto 2025 il tribunale dei ministri di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’indagine per favoreggiamento e peculato aperta nei confronti della premier. Ad annunciarlo è lei stessa con un post sui social: «Oggi mi è stato notificato il provvedimento dal tribunale dei ministri per il caso Almasri: dopo oltre sei mesi dal suo avvio, rispetto ai tre mesi previsti dalla legge, e dopo ingiustificabili fughe di notizie. I giudici hanno archiviato la mia sola posizione, mentre dal decreto desumo che verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei Ministri Piantedosi e Nordio e del Sottosegretario Mantovano. Nel decreto si sostiene che io “non sia stata preventivamente informata e (non) abbia condiviso la decisione assunta”: e in tal modo non avrei rafforzato “il programma criminoso”. Si sostiene pertanto che due autorevoli Ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte. È una tesi palesemente assurda».
Ma la premier non deve preoccuparsi troppo a lungo: il 9 ottobre 2025, la Giunta per le autorizzazioni della Camera respinge la richiesta del tribunale dei Ministri di procedere contro Piantedosi, Nordio e Mantovano per i reati di favoreggiamento e abuso d’ufficio (…).
Nordio contesta la validità del mandato della Corte penale internazionale, definendolo un “atto eccentrico” con “nette incongruenze” interne. Piantedosi giustifica il rimpatrio immediato del generale in Libia come una necessità di sicurezza nazionale (…). Il caso è rimasto al centro del dibattito anche a causa del diverso comportamento delle autorità tedesche, che nel luglio 2025 hanno arrestato e successivamente consegnato alla Corte penale internazionale Khaled El Hishri, considerato il braccio destro di Almasri.
Ma i sassolini nella scarpa del governo non finiscono qui. C’è Daniela Santanchè, ministra del Turismo, che è stata iscritta nuovamente nel registro degli indagati per un’ipotesi di bancarotta relativa al fallimento di una società, la Bioera Spa. Inoltre è a processo per falso in bilancio nel caso Visibilia ed è indagata per truffa ai danni dell’Inps in merito alla gestione della cassa integrazione durante il periodo Covid.
C’è sempre la vicenda del sottosegretario alla Giustizia. Andrea Delmastro Delle Vedove, condannato in primo grado a 8 mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso relativo all’anarchico Alfredo Cospito. La sentenza prevede anche un anno di interdizione dai pubblici uffici, ma non è esecutiva fino al giudizio definitivo. E non dimentichiamo Augusta Montaruli, la sottosegretaria di Fratelli d’Italia condannata in via definitiva per le spese pazze in Piemonte: un anno e sei mesi per peculato. I 25.000 euro di acquisti illeciti con soldi pubblici di cui Montaruli è stata ritenuta responsabile in via definitiva comprendono vestiti griffati Hermès, articoli di pelletteria e cristalli Swarovski, ma anche 6.000 euro per uno studio sulla propria reputazione social e 4.000 per un corso sull’uso dei social network. Nonché spese che i giudici definiscono “stravaganti” ed “eccentriche”: come il libro Sexploration dal sottotitolo: Giochi proibiti per coppie. In seguito alla conferma della condanna, Montaruli si è dimessa dalla carica di sottosegretaria all’Università ma ha mantenuto il seggio in Parlamento. Successivamente è stata nominata vicepresidente della Commissione di vigilanza Rai nell’aprile 2023. Pur essendo stata condannata in via definitiva per un reato grave come il peculato, la durata della sua pena non è stata sufficiente a far scattare per lei l’allontanamento dai banchi della Camera secondo la Legge Severino.
Distruggere il processo rivoluzionario e teocratico iniziatosi nel 1979 con un potere coesivo e credibile a Teheran è un programma avvolto dalla nebbia della guerra di intelligence, che riporta dal comando dei cieli al comando in terra tutta la questione

(Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – La decapitazione degli attori principali della rivoluzione islamica in Iran rafforza, invece di vanificarlo, il quesito strategico principale del momento. Si può ottenere un cambio di regime, un regime che ha un papa islamico a capo di una teocrazia, che ha invaso l’insieme della società, dello stato, dell’economia e della sussistenza popolare con le sue strutture di repressione e di governo tramite la forza delle armi, dell’intelligence e dell’ideologia, un regime di egemonia ferrea del clero armato che dura da 47 anni, che ha superato una sconfitta campale nella lunga e disastrosa guerra con l’Iraq, si può ottenere il cambio di un simile regime con una o più campagne di bombardamenti, senza il coinvolgimento diretto sul terreno di eserciti combattenti? Trump e Netanyahu pensano di sì, e c’è da sperare che non si sbaglino. Ma è lecito dubitarne. L’Iran di Khamenei e dei pasdaran era nel punto massimo di debolezza in decenni, ora è arrivata la fase catastrofica.
Now or never, ora o mai più, è la parola d’ordine in base alla quale è stata accesa la scintilla di una possibile nuova guerra mediorientale, eliminando il capo supremo e lo stato maggiore dei pasdaran. A sorpresa, dopo mesi e anni di ostilità polemica e derisione verso il regime change e il nation building che ispirarono l’azione a Baghdad dell’amministrazione di George W. Bush nel 2003, dopo la rivendicazione della politica del piede di casa, America First!, e il rigetto del coinvolgimento in nuove guerre, tantomeno di liberazione e costruzione di una democrazia esportata, dopo la farsa del Nobel per la pace, Trump invoca con un intervento preventivo l’abbattimento della rivoluzione islamica di Khomeini del 1979 e fa appello alle risorse nazionali iraniane per l’insurrezione democratica. Un neocon venuto dal mondo alieno del Maga.
Lo strike di America e Israele è come si dice un atto dovuto, necessario perché inevitabile, inevitabile perché necessario. I suoi primi effetti dicono che certi risultati, sulla scia della guerra di luglio dei dodici giorni e oltre, possono essere molto rilevanti, misurabili su una scala storica di molti decenni. Una volta fissato e proclamato l’obiettivo del rovesciamento del potere rivoluzionario a Teheran, però, è evidente che o l’obiettivo viene acquisito con la più massiccia campagna aerea della nostra epoca oppure, per quanto indebolito ulteriormente, invalidato e devastato, quel che resta del regime sarà in grado di esibire la sua sopravvivenza come una vittoria strategica sul piccolo e sul grande Satana. Cinesi e russi stanno a guardare, per adesso. L’isolamento di fatto degli ayatollah è di estrema chiarezza anche su scala regionale, mediorientale. Una coalizione politica che comprende il mondo arabo è più o meno in piedi, fino a prova contraria. In questo senso non è vero che la guerra ha avuto inizio senza la delineazione dei suoi obiettivi e delle sue condizioni. Ma fare con Khamenei quanto Bush fece con Saddam, e distruggere il processo rivoluzionario e teocratico iniziatosi nel 1979 con un potere coesivo e credibile a Teheran, questo è un programma oggi avvolto dalla nebbia della guerra di intelligence, che riporta dal comando dei cieli al comando in terra tutta la questione. La divisione del regime che si cerca di cambiare e la trasformazione della furia antimullah in soggetto politico forte sono il fattore decisivo. E bisogna sempre ricordare quanto è stato cancellato dai registri della storia recente per effetto di propaganda e ideologia. L’Iraq saddamita rovesciato in una potenza regionale di stabilità, di equilibrio e di relativo sviluppo, con l’annullamento strategico delle ambizioni espansioniste del boia di Tikrit, è un caso di nation building e di regime change coronato dal successo, da un relativo successo, come si vede dall’evoluzione delle cose tanti anni dopo. Ma una campagna di bombardamenti non l’avrebbe consentito. Ci volle una guerra convenzionale lunga e costosa, costellata di errori e tragedie come tutte le guerre.

(Lorenzo Castellani – editorialedomani.it) – L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran non è il segnale di un ambiente internazionale sempre più inospitale per paesi come l’Italia, medie potenze fondate su un’economia di trasformazione e su catene del valore lunghe, aperte e fragili.
Nel Mediterraneo allargato questo elemento è subito evidente. Le tensioni nel Golfo e nello stretto di Hormuz colpiscono choke point da cui transitano quote decisive del petrolio e del gas liquefatto mondiali, con effetti immediati su prezzi energetici, costi di trasporto e premi assicurativi. Per un sistema manifatturiero come quello italiano – dove meccanica, auto, chimica e agroalimentare dipendono da input energetici importati – ogni shock erode competitività, margini e spazio fiscale, in un’economia che ha già consumato buona parte delle proprie rendite di posizione sul mercato interno.

La guerra investe anche la logistica mediterranea. Se l’area tra Mar Rosso, Suez e Golfo Persico diventa instabile e costosa da assicurare, le grandi compagnie riorganizzano rotte e catene di fornitura, deviando traffici su corridoi più lunghi ma più sicuri, spesso a Nord dell’Europa. I porti italiani rischiano di restare esposti ai rischi senza beneficiare appieno dei flussi, mentre si consolida un’Europa logistica che passa altrove, lungo assi ferroviari e marittimi che marginalizzano il Mediterraneo centrale.
In questo contesto, l’essere “media potenza di trasformazione” smette di essere una nicchia virtuosa e diventa una vulnerabilità sistemica. L’Italia non controlla le fonti energetiche, non presidia autonomamente i principali snodi marittimi extra-Nato, non detta standard tecnologici globali; eppure vive sempre più di export manifatturiero, basato su distretti che hanno prosperato nella stagione della globalizzazione aperta, dell’energia a buon mercato, delle rotte sicure.
Quando il sistema si organizza in blocchi attorno a nuove guerre, forniture energetiche e corridoi commerciali vengono politicizzati: ogni crisi produce un aumento dei costi, un restringimento degli sbocchi e una maggiore dipendenza dalle decisioni delle grandi potenze che garantiscono – o negano – la sicurezza delle rotte.

L’impatto politico interno del nuovo conflitto non sarà però immediato. Il governo Meloni ha pochi margini: sosterrà apertamente Stati Uniti e Israele, resterà nel solco atlantico e userà la retorica della responsabilità occidentale per giustificare il posizionamento. Nel breve periodo, la presenza italiana nella missione Aspides nel Mar Rosso – presentata come difesa della libertà di navigazione e degli interessi commerciali nazionali – offrirà visibilità a basso costo politico, una proiezione “tecnica” che consente di presidiare il Mediterraneo allargato senza dichiarare un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Nel medio periodo, però, l’ambiente strategico generato da questa guerra spingerà lo Stato a spendere di più in difesa, per impegni Nato e Ue e per proteggere rotte, infrastrutture e spazio aereo. In un paese con finanza pubblica fragile, ogni decimale di Pil aggiuntivo destinato al militare sottrae risorse ad altre politiche. Il punto di crisi potrebbe arrivare se Washington chiedesse non solo sostegno politico e missioni navali, ma un coinvolgimento più diretto in operazioni militari contro l’Iran: il governo italiano si troverebbe politicamente davanti a una “seconda Ucraina”, con relative ripercussioni in termini di consenso.
Nel lungo periodo, tuttavia, questo ambiente ostile apre alcune opportunità. Un Mediterraneo più conteso rende più rilevante la posizione geografica italiana: porti, basi, infrastrutture energetiche e logistiche diventano asset negoziali da far valere in Nato e in Ue in cambio di risorse, investimenti e maggiore voce sulle priorità strategiche. La pressione a spendere di più in difesa può trasformarsi in occasione per ricostruire una filiera industriale in aerospazio, cantieristica, elettronica, rafforzando il legame tra sicurezza e manifattura avanzata.
Allo stesso modo, la necessità di diversificare fonti e rotte energetiche può spingere l’Italia a giocare davvero la carta del Mediterraneo come piattaforma di rigassificazione, rinnovabili offshore e interconnessioni con Nord Africa e Medio Oriente.
Questa sfida, però, va oltre il governo Meloni. Il ciclo aperto dalla guerra all’Iran si misurerà in anni, non in mesi, e investirà le future maggioranze. Richiederà uno sforzo di consapevolezza e di azione di un’intera classe dirigente – politica, amministrativa, industriale, militare – oggi chiamata a ripensare l’Italia come una media potenza che deve difendere la propria base materiale di esistenza in mezzo a molteplici conflitti.

(Dott. Paolo Caruso) – Afghanistan e Iraq pare non abbiano insegnato nulla alle mire espansionistiche degli Usa tanto che oggi il Presidente Trump non curante degli errori del passato con lo spirito di guardiano del mondo è intervenuto militarmente bombardando insieme all’ alleato israeliano Teheran e diversi punti strategici in territorio iraniano. Per dirla alla Socrate “tanto tuono’ che piovve”. Infatti i segnali c’erano tutti e preludevano all’ imminente evento bellico. Ottantasette bambine e novantuno disperse, le vittime sacrificate per la morte della guida suprema Khamenei, il feroce dittatore che al suo attivo ha sulla coscienza migliaia di morti innocenti, desiderosi di libertà e soprattutto di dignità umana. La scuola bombardata distava maledettamente pochi metri da una caserma di pasdaran. Il bombardamento congiunto americano/israeliano ieri mattina ha causato una vera e propria ecatombe. Per far fuori il tiranno, molte vite incolpevoli sono state sacrificate. Ancora guerra, ancora sangue in Iran. Ma cosa sta dietro a tutto questo che l’ONU non possa dirimere diplomaticamente senza costringere a versare lacrime e sangue? Non si vuole proprio capire che la libertà non è esportabile? La follia umana dell’avere, e gli interessi del potere che pretende di dominare e governare non solo beni materiali, ma soprattutto le coscienze e… in nome di dio rappresentano solo un tardo oscurantismo. La Premier Meloni come al solito non pervenuta e il Presidente Mattarella tace. Questa è la strategia della politica estera italiana quando di mezzo ci sono gli States e il fido alleato israeliano. Mentre il Ministro Crosetto a Dubai ….. “Salvate il soldato Ryan”

(di Milena Gabanelli e Massimo Gaggi – corriere.it) – Si chiama Peter Thiel e il suo nome è poco noto al grande pubblico. È un imprenditore miliardario e influente convinto che la libertà sia incompatibile con la democrazia, anche perché l’allargamento del diritto di voto, in particolare quello alle donne, favorendo la tendenza verso lo sviluppo di un welfare state, ha reso impossibile una «democrazia capitalista» pienamente libertaria. Sostiene che la concorrenza è devastante per il progresso tecnologico e tiene conferenze a porte chiuse paventando l’arrivo dell’Anticristo. Secondo i tanti scettici non va preso troppo sul serio poiché le azioni e i giudizi di qualunque imprenditore hanno sempre il fine ultimo del profitto. Ma applicare questi criteri a uno come Thiel sarebbe un errore. La sua diversità emerge dalla storia personale e dal ruolo della sua principale impresa, Palantir, gigante segreto della raccolta e dell’analisi di quantità sterminate di dati presi ovunque ed elaborati a fini di sorveglianza, ed è il fornitore delle più sofisticate e penetranti tecnologie digitali a forze militari e servizi segreti Usa e di molti altri Paesi, fra cui Israele. Sapere chi è Thiel non è solo una curiosità. È una necessità.
Sostiene che la concorrenza è devastante per il progresso tecnologico e tiene conferenze a porte chiuse paventando l’arrivo dell’Anticristo.
Nato in Germania, ma cresciuto negli Stati Uniti, approda alla Stanford University, la più prestigiosa accademia tecnologica d’America, dove però non studia ingegneria, computer science o business. Fan di Tolkien e del suo «Il Signore degli Anelli», diventa un seguace della filosofia iperliberista di Ayn Rand, che celebra l’egoismo come grande forza di progresso. Si laurea in filosofia e poi consegue una seconda laurea con un dottorato in giurisprudenza. Negli anni del college fonda The Stanford Review, giornale universitario col quale vuole sfidare il pensiero dominante, creando al tempo stesso un gruppo di persone disposte a seguirlo su questa strada impervia: David Sacks e Alex Karp gli sono ancora vicini in ruoli di governo e nelle sue aziende. Già allora si oppone al politicamente corretto californiano, al femminismo, al multiculturalismo. In pratica agita con 35 anni di anticipo (siamo alla fine degli anni Ottanta) quelli che diventeranno i temi della campagna trumpiana anti woke. Idee che già allora lo mettono in luce nel mondo intellettuale della destra americana, dalla quale la rivista riceve i primi finanziamenti.
(…) agita con 35 anni di anticipo (siamo alla fine degli anni Ottanta) quelli che diventeranno i temi della campagna trumpiana anti woke.
La carriera di Thiel inizia come assistente di un giudice federale di Atlanta. Prova senza successo a lavorare alla Corte Suprema, poi entra in un prestigioso studio legale di New York. Dopo qualche anno (1993) abbandona la macchina della giustizia: gli pare lenta e allergica al cambiamento. Sceglie la finanza che gli pare molto più dinamica, oltre ad offrire possibilità di rapido arricchimento. Ma anche il nuovo datore di lavoro, Credit Suisse, lo delude. Allora prova la strada della politica: a Washington diventa l’assistente e il ghostwriter di William Bennett, un influente parlamentare conservatore, ex ministro del governo Reagan. Dal mondo dei tribunali, della finanza e della politica impara molto, affina il suo metodo e, alla fine, torna in California.
Nella Silicon Valley crea una sua società finanziaria con un milione di dollari raccolti attraverso la rete di contatti che si è creato. La prima operazione – Confinity – è una infrastruttura elettronica per gestire pagamenti in una valuta alternativa al dollaro.
Poi scopre che proprio di fronte al suo ufficio c’è la sede di un’altra start up che fa cose simili, guidata dal giovane Elon Musk. Inevitabile lo scontro, ma poi chi ha investito nelle due imprese li obbliga a collaborare. I due creano un’azienda comune: PayPal. Ma pur stimandosi continuano a farsi la guerra e, alla fine, vendono PayPal a eBay per un miliardo e mezzo.
Quel team iniziale di geni informatici diventerà un gruppo di potere (soprannominato PayPal Mafia) molto influente nella Silicon Valley, con la sua filosofia di una corsa a perdifiato per far progredire la tecnologia senza limiti né cautele. Thiel però disprezza Google, Apple e le altre aziende della Silicon Valley che producono servizi per i consumatori: guadagnano miliardi, ma indeboliscono la nazione trasferendo produzioni all’estero e cedendo tecnologia alla Cina. Con il suo family office, Thiel Capital, crea un fondo d’investimenti, Founders Fund, con il quale finanzia progetti che considera di sostanza: dalla biologia allo spazio. E poi nel 2003 amplia la tecnologia di PayPal, usata per individuare chi cerca di truffare il sistema di pagamenti elettronici, creando una sofisticatissima piattaforma di raccolta e analisi dei dati estesa a tutti i campi. Nasce così Palantir, fondata insieme ad un fedele e ristretto gruppo di amici: Alex Karp, Nathan Gettings, Joe Lonsdale e Stephen Cohen. L’azienda attrae l’attenzione della Cia, sempre alla ricerca di tecnologie di osservazione e spionaggio più avanzate, e tramite la start up In-Q-Tel diventa socio di minoranza di Palantir che, in questo modo, acquista credibilità davanti ai governi. E si vede aprire gli archivi del governo americano.
Con il compagno di università Alex Karp, tuttora gestore e amministratore delegato di Palantir, Thiel ha una intesa perfetta: anche lui è un imprenditore-ideologo che vive la sua missione come una crociata. La prima missione di Palantir è quella di raccogliere ovunque e processare dati in funzione antiterrorismo. Un’attività che poi si allarga, entra nei dati privati di cittadini e la linea di confine tra la legittima lotta contro i terroristi e le violazioni della privacy sparisce in una nuvola di polvere.
La volontà di Thiel di sfidare il sistema emerge per la prima volta, agli occhi del grande pubblico, nel 2016: già miliardario di grande successo, è l’unico leader della Silicon Valley a schierarsi con l’outsider Trump. Da allora in poi non si vedrà più insieme al tycoon, preferisce lavorare nell’ombra. Nel 2022 investe 15 milioni di milioni di dollari per far diventare senatore dell’Ohio una sua creatura, JD Vance, che aveva cominciato la carriera proprio nel fondo di Thiel. E infine, insieme a Musk, ha convinto Trump a scegliere Vance come vice: è il suo uomo per il futuro dell’America.
Riesce anche a destinare alcuni suoi collaboratori e alleati a ruoli chiave nell’amministrazione Trump: Jacob Helberg, sottosegretario per la Crescita economica, Energia e Ambiente; Jim O’Neill, viceministro della Sanità; Michael Kratsios, direttore dell’ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche; David O. Sacks, consigliere speciale per le criptovalute e l’intelligenza artificiale. Per Thiel la soluzione non è cambiare la politica, ma scavalcarla, affidando le decisioni a sistemi tecnici e a pochi decisori-amministratori che agiscono per il proprio interesse. E dalla Casa Bianca ha ottenuto per Palantir un ruolo sempre più centrale nell’amministrazione civile e militare del governo federale.
Palantir, con la sua capacità di incrociare informazioni tratte da un gran numero di fonti (patenti, assistiti con la sanità Medicaid, informazioni commerciali, acquisti online o con carta di credito, dati fiscali, cellule telefoniche e Gps per individuare percorsi, lettura di targhe e molto altro), fornisce avanzati strumenti di analisi e predittivi al Pentagono, alla Cia, Fbi, Nsa, Forze armate Usa e servizi segreti di Paesi alleati, a partire da Israele, con il sistema che individua i bersagli da colpire a Gaza.
Palantir non rivela come funziona e dove viene impiegata la sua tecnologia, ma afferma che è stata essenziale per combattere il terrorismo. Non ci sono conferme, però si ritiene che molte missioni, da quella con la quale gli americani hanno eliminato Osama bin Laden, al colpo inferto dai servizi israeliani alla dirigenza hezbollah in Libano facendo esplodere simultaneamente i cellulari di centinaia di capi, siano state basate su tecnologia Palantir. Nella società americana l’Ice fa un uso a tappeto di Palantir per individuare persone sospettate di essere immigrati clandestini, incrociando dati sui loro comportamenti. Sappiamo che la tecnologia Palantir, insieme a quella del partner Anthropic, è stata utilizzata per catturare Maduro e individuare la guida suprema Khamenei, poi ucciso dagli Israeliani.
Sappiamo che la tecnologia Palantir, insieme a quella del partner Anthropic, è stata utilizzata per catturare Maduro e individuare la guida suprema Khamenei, poi ucciso dagli Israeliani
La tecnologia Palantir è utilizzata anche dalle agenzie sanitarie: dalla Food and Drug Administration al Servizio Sanitario pubblico inglese per la gestione dei dati clinici, e ha una partnership con il Policlinico Gemelli per applicazioni di AI. Ha contratti con industrie di 40 Paesi: dal gruppo farmaceutico tedesco Merck, alla francese Sanofi, Boeing, Airbus, Google, Walmart, Nvidia, Ferrari, Unicredit.
E i profitti di Palantir crescono (oggi capitalizza 335 miliardi di dollari), così come il potere di Thiel. Quando un software diventa indispensabile in settori cruciali, smettere di usarlo è complicato. E se uno Stato o le sue istituzioni basano le decisioni su quel software, chi lo fornisce ha un peso reale sulla scelta.
La sua ricchezza personale, benché enorme, lo colloca nelle retrovie dei miliardari trumpiani: ha chiuso il 2025 con un patrimonio di circa 25 miliardi di dollari e Forbes lo mette al 40esimo posto tra i miliardari Usa.
La società di venture capital di Peter Thiel, Founders Fund, è l’investitore di riferimento di Anduril Industries: la start up che sviluppa armi autonome, governate dall’intelligenza artificiale. Ma anche azionista di Anthropic, il cui sistema di AI Claude può essere usato per sviluppare armi in grado di uccidere senza controllo umano. Scenario a cui l’amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei ha detto no, rimettendoci i contratti con Pentagono. Founders Fund è presente in Arkham Intelligence, una piattaforma che fonde la tecnologia blockchain con la sorveglianza: la missione è quella di indentificare chi c’è dietro ai portafogli digitali per trasformare le informazioni in prodotti commerciali. «Nella logica di Thiel la privacy è una risorsa, chi la controlla detiene il potere» scrive Luca Ciarrocca in «L’anima nera della Silicon Valley – la vera storia di Peter Thiel», edito da Fuoriscena.
Attraverso un labirinto di veicoli societari investe in progetti come il Seasteading Institute, che promuove comunità autonome fuori dalla sovranità statale, nel mezzo dell’oceano. In Unity Biotechnologies finanza progetti legati alle trasfusioni di sangue da donatori giovanissimi, e terapie geniche per allungare la vita fino a 120 anni. Per Thiel la morte è solo un complicato problema ingegneristico. Del resto il personaggio è anche pieno di ossessioni e contraddizioni.

La copertina del libro di Luca Ciarrocca su Peter Thiel, edito da Fuoriscena
Omosessuale, sposato il suo compagno, ma appartenente a un mondo conservatore che non ha mai digerito i matrimoni gay. E quando il sito Gawker scrisse per primo della sua omosessualità, condusse una campagna (segreta) fatta di cause legali che hanno portato alla chiusura di quell’organo d’informazione.
Thiel persegue i suoi disegni rivoluzionari anche al di là dell’attività «emersa». Fin dal 2006 Thiel ha creato, attraverso una sua fondazione, Dialog. È un cenacolo nel quale periodicamente si riuniscono per discutere nella più assoluta riservatezza un centinaio di esponenti influenti di vari mondi: politici, uomini d’affari, tecnologi, giuristi, anche qualche esponente dei media. Più probabilmente è qualcosa di simile a commissioni che si riuniscono con un certo grado di riservatezza come la Bilderberg o la Trilateral. Solo più selezionata e segreta (chi ha rotto questo vincolo è stato estromesso). Presto Dialog potrebbe uscire dall’ombra: ha comprato un terreno a Washington e pare intenzionata a dotarsi per la prima volta di una sede fisica.
Ossessionato dalla sicurezza, è diventato cittadino anche della Nuova Zelanda perchè pensa che, in caso di vittoria del Sud del mondo, questa isola remota e autosufficiente sia sul piano energetico che nella produzione di cibo, potrebbe diventare l’ultimo rifugio dei ricchi dell’Occidente. È già In buona compagnia: hanno scelto la residenza in Nuova Zelanda anche Jack Ma (fondatore di Alibaba) e Larry Page, co-fondatore di Google. Difficile coniugare queste visioni «pagane» col suo cristianesimo stralunato fino all’ultima ossessione, quella dell’Anticristo, declinata nei mesi scorsi nelle sue conferenze «segrete». E, infatti, il suo Anticristo può essere una persona, come Greta Thunberg, o un fenomeno che lui paventa: l’irruzione di un’autorità che impone un governo oppressivo mondiale. Ruolo al quale Thiel vede candidati coloro che vogliono introdurre limiti e regole: da chi vuole proteggere il pianeta con la riduzione delle emissioni, a chi chiede controlli e regole sugli sviluppi della tecnologia nel timore che l’intelligenza artificiale sfugga di mano all’uomo.
dataroom@corriere.it

(ANNA FOA – lastampa.it) – Israele si scopre fragile. La morte di nove persone e il ferimento di altre sessanta nel rifugio di una sinagoga a Bet Shemesh, presso Gerusalemme, in seguito alla sua totale distruzione ad opera di un missile iraniano, ha suscitato nel Paese una forte emozione. Questo genere di rifugio era considerato abbastanza sicuro. Il maggior problema era il tempo brevissimo, uno o due minuti, consentito per ripararvi. Ora questo drammatico episodio sembra rimettere in discussione la possibilità stessa di trovare scampo al lancio di missili e di droni da parte di Teheran, continuato senza interruzione nel primo giorno di guerra, dove gli allarmi rilanciati dalle sirene e dai telefonini sono suonati senza quasi interruzione, e diminuiti di intensità ma ancora frequentissimi la domenica, quando appunto si è verificata la strage di Bet Shemesh. Già nel giugno, nella guerra con l’Iran, era apparsa evidente la possibilità che missili e droni, soprattutto se lanciati in gran numero, riuscissero a sfuggire allo scudo protettivo. Ora l’idea che neanche i rifugi concedano protezione crea nel paese un forte stato di insicurezza. L’Idf ha dovuto ribadire che scendere in un rifugio è il mezzo più sicuro per ripararsi dall’attacco dei missili. Ma il mezzo più sicuro non vuol dire il rimedio in assoluto. Nei rifugi si può anche morire.
Le immagini dell’edificio di Bet Shemesh distrutto ci richiamano alla mente le immagini della Striscia di Gaza distrutta dai bombardamenti, delle macerie sotto cui continuano a giacere, dopo mesi e mesi, cadaveri insepolti. A Bet Shemesh, fortunatamente, i soccorsi sono stati tempestivi, i feriti tratti rapidamente fuori dalle macerie, ci sono stati ospedali vicini e attrezzati in cui curarli senza indugio. Ma questo non rende più sicuro il cittadino di Israele che ormai sa che neanche il fatto di correre velocemente in un rifugio vicino può essere davvero decisivo per la sopravvivenza sua o dei suoi famigliari.
Che i rifugi, di cui gode solo il 33% della popolazione israeliana, non abbiano il grado di sicurezza necessario è un elemento che azzera la distanza fra le case israeliane, in maggioranza, almeno quelle nuove, munite di un rifugio, e le abitazioni dei palestinesi di Cisgiordania, privi di qualunque protezione. Ma non sembra che la diminuzione della differenza fra i cittadini di Israele, difesi per quando possibile dalle conseguenze della guerra, e i palestinesi dei territori occupati, privi di ogni difesa, possa essere per gli israeliani una buona notizia, rendendo le loro possibilità di sopravvivere ai bombardamenti più vicine a quelle dei palestinesi. Non sappiamo se questa nuova insicurezza diminuirà il generale consenso ad una guerra contro il nemico per eccellenza, l’Iran, il nemico che mira a possedere l’atomica e che può diventare in grado di usarla contro Israele. Oppure ne uscirà rafforzato il consenso intorno a questa guerra, un consenso già trasversale, da subito estesosi all’opposizione a Netanyahu, o almeno ad una sua grossa parte, che ha dichiarato, per bocca di Yair Lapid, di non voler intralciare la gestione governativa della guerra? È forse troppo presto per dirlo.
Quello che è certo è che la notizia domenica pomeriggio del richiamo di oltre centomila riservisti non contribuisce a rassicurare il paese. Allo stato d’animo di euforia seguito alla notizia della morte di Khameini subentra così la sensazione che la guerra che si è aperta non sarà una guerra lampo, che non neutralizzerà tanto facilmente il nemico di sempre, e che si preparano altre giornate segnate dal suono delle sirene, altre morti.
Il premier israeliano ce l’ha fatta ad avere la “sua” guerra Così la superpotenza americana prende ordini, ubbidiente, dal Paese più guerrafondaio della scena internazionale

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Finalmente l’ha avuta la “sua’’guerra, grande, intera, apocalittica, la resa o niente, non i raid chirurgici, gli omicidi mirati, le bombe episodiche e flebilmente intimidatorie: la guerra contro l’Iran, tutto il vicino oriente che vibra di fiamme ed esplosioni, le città sotto le bombe mentre suonano le trombe di Gerico.

Finalmente ce l’ha fatta! Attenti. Questa non è la guerra di Trump, il pasticcione. È una guerra tutta di Netanyahu, il maccabeo del terzo millennio. Sentitelo con voce solenne e quasi sacerdotale, da mistagogo, pare che si ascolti quando invita quei poltroni di persiani a darsi da fare. Il cerchio di fuoco sciita, le alleanze letali di hezbollah e dei briganti delle montagne dello Yemen, i sicari di Hamas: tutte fesserie, fronti secondari, premesse. il tempio della paura israeliana, anche atomica, la minaccia vitale, era a Teheran e sta crollando. Forse. È il capolavoro della vita politica di Netanyahu, il compendio di venti anni di bugie, raggiri, minacce realizzate con feroce cinismo. non si sbaglia se si azzarda che questa è la premessa di rielezioni oceaniche. Nel suo manifesto elettorale scorreranno le facce di un cimitero: Sinwar: defunto; Nasrallah: sbriciolato; Kameney: estinto. Senza contare sottocapi, luogotenenti, portaborse, generali, killer di medio e basso livello. Gli effetti collaterali non contano. Null’altro: fatti, non gli slogan di una critica mercialoia di diritti ma taccagna di cannonate. E i vicini arabi, anime timorose e infingarde? Tremano, aspettano ordini, parlano sottovoce. Gaza, i massacri, la indignazione del mondo, l’isolamento: tutto archiviato. Le somme della violenza da queste parti si tirano ogni giorno, non si può lasciar fuori niente. Il nuovo Davide con gli F-35, ha appena cancellato l’incubo degli ayatollah che sognavano l’atomica. Chi può rammaricarsi? in fondo erano dei maomettani fanatici che governavano non con il terrore, peggio: nel terrore! Quello che conta è che tutti hanno capito la lezione, sono avvisati: inutile negoziare, fare promesse… Israele non tentenna, non esita, non sbaglia: sopprime. Unica strada, diventare vassalli per non essere raddrizzati a cannonate. Una lezione universale per i tempi che corrono.
Eppure quanta fatica ha dovuto spremere Netanyahu con i cari amici della Casa Bianca, quanta pazienza, quante bugie: per ottenere la SUA guerra. Il male assoluto era l’Iran, erano gli ayatollah, non i ridicoli tirannelli arabi, i quaranta ladroni dei Paesi vicini, sempre con l’aereo pronto a decollare e nella stiva i lingotti per la pensione, con gli eserciti fatti di cartone, altro che Guerra santa. Quella persiana non era una dittatura utile, “il nostro miglior nemico’’ come dicevano a Tel Aviv del ratto di Damasco, Bashar Assad, eliminato poi da altre imprevedibili circostanze. I dittatori arabi, le loro piccole sporcizie sono da decenni la vera cintura di sicurezza di Israele. Ma quelli a Teheran erano di altra pasta, erano eredi di Khomeini, un profeta che aveva arruolato dio come mezzo di potere innescando la più pericolosa bomba atomica del terzo millennio, quella del fanatismo teologico. Una questione di vita o di morte, dunque, non una questione di politica ma di darwinismo: o noi o loro.
Eppure a Washington non capivano, sordi, ottusi… Reagan faceva baratti, loschissimi, e quindi molto impegnativi, con Teheran. Bush era ossessionato da Saddam, il micro Satana, e niente altro. E Obama? Il riassunto di tutti gli errori, la coniugazione della miopia occidentale: firmare accordi con il Nemico, credere che l’uranio fosse un soprammobile ad uso civile! Il premier israeliano, un antiErcole che si industria a riportare le immondizie nelle ripulite stalle di Augia, da solo non poteva farcela. L’Iran è grande, troppo, bisognava risucchiare nel Golfo di nuovo l’alleato americano. Da domenica stringe in mano il capolavoro: il gigante americano, le portaerei, i missili, le informazioni, tutto al servizio del suo “attacco preventivo’’. Una superpotenza che prende ordini, ubbidiente, dal Paese più guerrafondaio della scena internazionale. Non fatevi ingannare dai modi riguardosi: è lui che comanda.
Israele tentava da anni. Sempre i presidenti americani hanno risposto no: troppo pericoloso, è un posto dove basta una scintilla… Ai tempi della guerra del golfo un ordine di Washington costrinse Israele a subire senza rispondere gli Scud di Saddam Hussein. Netanyahu aveva bisogno di un accolito come Trump, uno che appartiene alla razza dei naufragatori e facitori di relitti, un uccello rapace e immorale, un dilettante di carnai su cui sghignazzare via Truth. Il presidente di Mar-a-lago ha persino copiato il linguaggio millenaristico dell’alleato, per cui il nemico di oggi sembra uscito dalle guerre contro gebusei e cananei. Erano gli antenati dei palestinesi: se ne sono perse le storiche tracce, inquietante precedente. Con un sorrisetto sghembo i due soci, per giustificare bombe preventive, ripropongono l’appassito armamentario di bugie di Bush: continuano a lavorare all’atomica, ci sono vicini… Non c’è neppure la patetica fialetta di Powell da esibire all’Onu. Bastano le chiacchiere della “intelligence’’ a cui si adeguano subito obbedienti incensieri della camorra informativa. Terribile questa faccenda di non rinnovare neppure i trucchi, le accuse false. Riassume tutto.
E poi: ancora il vuoto di idee e di uomini per il dopo, una sorta di piacevole indolenza che potrebbe precipitare chi esce dal khomeinismo nella guerra civile e nell’economia da bottino. Nella stiva delle portaerei c’è per ora solo un degno erede dei quisling di Baghdad e di Kabul, dalle poderose ganasce di sciacallo: il pretendente, un Palhevi tirato fuori immagino per disperazione da muffe tipo emigrati di Coblenza.
Siamo chiari prima che si avvii l’atto finale: a Israele delle plebi strapazzate e massacrate di Teheran non importa nulla. Anzi: l’avvento di una vera democrazia in Iran sarebbe il peggior nemico di Netanyahu e nostalgici della grande Sion. Dio ci scampi! Può fare scuola, innescare tentazioni nei popoli vicini. Si civetta così bene con canaglie come Al Sisi e i petromonarchi! Meglio un Iran che precipita nel caos, o si frantuma in tignosi separatismi curdi e beluci…Il modello siriano insomma. In caso di pericolo niente paura…si può sempre bombardare radere al suolo ripulire. In Occidente guarderanno tra una pubblicità e l’altra, prima di spegnere la luce e andare a dormire. È la lezione di Gaza, una specie di prova generale. Il Mossad prepara i piani per il prossimo raid: il Pakistan. Può diventare uno stato jihadista, una replica talebana. E lì l’atomica la hanno già.
Scrivo mentre i giornaloni titolano sulla commozione di Sanremo per le vittime di Crans Montana. Una commozione umanissima: ma non abbastanza da estendersi alle decine e decine di migliaia di vittime del genocidio di Gaza, che è ancora in corso con la complicità anche della celebratissima Repubblica italiana. Lo Humanwashing di Sanremo è affidato a una canzone […]

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) -[…] Scrivo mentre i giornaloni titolano sulla commozione di Sanremo per le vittime di Crans Montana. Una commozione umanissima: ma non abbastanza da estendersi alle decine e decine di migliaia di vittime del genocidio di Gaza, che è ancora in corso con la complicità anche della celebratissima Repubblica italiana. Lo Humanwashing di Sanremo è affidato a una canzone dal tono patetico (al di là delle ottime intenzioni dell’autore), mentre una consegna del silenzio bandisce dal palco la parola “Palestina”, quasi che quella bambina stella-stellina sia morta naturalmente, e non assassinata da Israele. È questo il tema di uno dei libri più importanti dedicati a Gaza: quello di Didier Fassin (che insegna sociologia all’Institute for Advanced Study di Princeton e al Collège de France) uscito da Feltrinelli con il titolo Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza. Il titolo ne riprende uno di Marc Bloch dedicato alla “strana disfatta” dell’esercito francese, travolto nel 1940 da quello nazista: “la disfatta di allora fu militare – nota Fassin in apertura–, quella di oggi è morale. Richiede un esame lucido”. […] Le pagine che seguono tengono fede all’impegno, vivisezionando con impalcabile pensiero critico la nostra collettiva disfatta morale. Quest’ultima, argomenta l’autore, coincide sostanzialmente con la totale identificazione con Israele e i suoi interessi, e con la simmetrica indifferenza per la sorte del popolo palestinese: una regola che l’eccezione delle mobilitazioni occidentali per Gaza (cruciali, ma sempre minoritarie e oggi sopite nella loro dimensione di massa) non basta a ribaltare. Mille spie nel discorso pubblico svelano questo assetto ideologico. A partire dalla pacifica identificazione di Israele con l’ordine, e di Hamas con il terrorismo: “il fatto più rilevante di ciò che chiamiamo terrorismo è la labilità di una simile categorizzazione: da un lato, permette a certi stati di criminalizzare i loro nemici, anche se altri stati riconoscono la legittimità della loro lotta; dall’altro, può essere capovolta nel tempo nella coscienza morale internazionale, con alcuni dei terroristi di ieri che diventano gli eroi di oggi. In Sudafrica, l’African National Congress — la cui ala paramilitare, Umkhonto we Sizwe, ha compiuto una serie di attentati che hanno causato la morte di membri delle forze di sicurezza, ma anche di civili — è stato a lungo considerata dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica, mentre nella maggior parte dei Paesi del mondo era visto come una lotta contro l’oppressione del regime suprematista bianco. Il fondatore dell’Anc e leader del suo braccio armato, Nelson Mandela, artefice della transizione pacifica verso la democrazia e primo presidente del paese dopo la fine dell’apartheid, compariva nella lista dei terroristi degli Stati Uniti fino al 2008, ovvero fino a diciotto anni dopo la sua uscita di prigione e quindici dopo l’assegnazione del premio Nobel per la pace”. Tutto questo dovrebbe suggerire uno sguardo profondo, educato dalla storia, capace di legare passato, presente e futuro: ma il potere occidentale fa esattamente il contrario, perché manipola il passato al servizio del presente, cercando di impedire un futuro diverso. […] Fassin cita l’Orwell di 1984: “‘Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”. Il che spiega l’accanimento politico e mediatico contro chi ha detto, e dice, che il re è nudo: «”a distruzione di Gaza e di una parte della sua popolazione – dice Fassin – in fondo era un male minore per eliminare un male ben più grande, ovvero la scomparsa dello stato ebraico voluta da Hamas. In queste condizioni, fare riferimento ai crimini commessi dagli israeliani equivaleva alla forma più sospetta di razzismo, ovvero l’antisemitismo, soprattutto se riguardo al massacro della popolazione palestinese si parlava di genocidio, poiché era intollerabile che i discendenti di un popolo vittima del più grande dei genocidi venissero a loro volta accusati di perpetrarne uno”. Il grottesco ruolo di ‘osservatore’ che l’Italia si è ritagliata (calpestando la propria Costituzione) al ‘Board of colonialism’ di Trump rappresenta terribilmente bene la disfatta morale dell’opinione pubblica occidentale, che ha accettato il male minore di essere moralmente corresponsabile del genocidio che osserva in diretta: e che in fondo riguarda arabi, non bianchi, e (quasi tutti) non cristiani. Quel che ci manca è la dignità che, nota Fassin nelle sue ultime parole, è invariabilmente presente nella sempre più debole, eppure ancora udibile, voce delle palestinesi e dei palestinesi. […]
In attesa di mosse che possono ulteriormente complicare il quadro, sia in Medio Oriente sia nello scacchiere globale

(adnkronos.com) – C’è un filo conduttore che lega l’intervento americano in Venezuela e l’operazione congiunta con Israele in Iran. E’ il peso e il ruolo che spetta alla Cina nella geopolitica e nell’economia globale. Una questione cruciale che riguarda le rotte del petrolio ma anche, se non soprattutto, le decisioni che Pechino deve prendere in queste ore. Perché più la guerra in Medio Oriente si allarga, come sta avvenendo, più la partita non si gioca solo tra Washington, Tel Aviv e Teheran. Perché è difficile fare finta che colpire l’Iran non voglia dire indirettamente colpire la Cina.
Di fronte a questa evidenza, Pechino si trova di fronte a un dilemma difficile da sciogliere. Se un conflitto con gli Stati Uniti sembra una strada da escludere, la via del silenzio e un sostanziale ‘lasciar fare’ significherebbero accettare un ridimensionamento delle proprie proiezioni strategiche. E su questo piano il petrolio resta una chiave di lettura irrinunciabile. Per la Cina perdere le forniture iraniane dopo quelle venezuelane, entrambe a costi bassissimi, vorrebbe dire lasciarsi solo l’opzione del petrolio russo. Troppo poco e troppo pericoloso.
Soprattutto, abbandonare l’alleato iraniano, che è anche fornitore di petrolio a basso prezzo, farebbe perdere a Pechino la possibilità di fronteggiare nel mondo l’egemonia americana, con ripercussioni evidenti anche nell’altra partita aperta, quella del Pacifico con il dossier Taiwan sempre pronto a deflagrare. D’altra parte, sostenere apertamente l’Iran esporrebbe la Cina al rischio di una escalation militare e alla certezza di dover subire dazi ulteriori e sanzioni.
A complicare il quadro c’è la Russia di Vladimir Putin. Ragionando ancora secondo gli schemi che propone la struttura del mercato petrolifero, la Cina si pone come il compratore forte che impone il prezzo più basso possibile a due fornitori, Iran e Russia, che hanno uno sbocco obbligato a causa delle sanzioni. In altre parole, la Cina non è un partner commerciale di Russia e Iran ma una controparte che impone condizioni in ragione di un rapporto di forza chiaro. Un rapporto di forza che si può leggere anche in un’altra direzione. Russia e Iran sono alleati contro l’Occidente, nella versione attuale Stati Uniti e Israele, ma sono in competizione tra loro quando devono faticosamente piazzare il loro petrolio sanzionato, con una corsa al ribasso dei prezzi che favorisce proprio la Cina.
Tutto questo, sotto le bombe, con i missili che partono e che arrivano ovunque nel Golfo Persico, con lo Stretto di Hormuz chiuso, assume le proporzioni di un intricato rebus strategico. Per ora, con la Russia completamente impegnata sul fronte dell’Ucraina, è il relativo silenzio della Cina a fare più rumore. In attesa di mosse che possono ulteriormente complicare il quadro, sia in Medio Oriente sia nello scacchiere globale. (Di Fabio Insenga)
Crisi del credito privato e timori sull’intelligenza artificiale: Teheran può essere il detonatore

(Fabrizio Goria – lastampa.it) – La tregua è forse finita. L’attacco all’Iran potrebbe essere il detonatore capace di impattare sui mercati finanziari nelle stesse ore in cui i timori scuotono il cuore di Wall Street attraverso il private credit. Mentre i listini continuano a correre su aspettative spesso insensate legate all’intelligenza artificiale, i nodi di un’industria che ormai sfiora i duemila miliardi di dollari stanno arrivando al pettine.
«È un momento da canarino nella miniera», avverte Mohamed El-Erian, già numero uno di Pimco, osservando le crepe che si aprono nei giganti del settore come Blue Owl Capital. Non si tratta solo di rimborsi bloccati, ma del segnale di un sistema che ha smesso di nascondere i propri eccessi sotto il tappeto della liquidità facile, pronto ora a scontrarsi con la realtà dei bilanci.
L’industria del debito privato, cresciuta a dismisura nell’ombra dei regolatori dopo la crisi del 2008, affronta oggi una crisi di identità che rischia di trasformarsi in un dissesto sistemico. Al centro della tempesta si trova Blue Owl Capital, colosso del settore che ha recentemente scosso i mercati annunciando restrizioni ai riscatti per uno dei suoi fondi principali.
Sebbene i vertici della società abbiano tentato di rassicurare la platea definendo l’operazione «un fatto inequivocabilmente e decisamente positivo per i nostri investitori» e sostenendo che la società stia semplicemente «accelerando il ritorno del capitale», la percezione degli analisti è opposta. Il fondo incriminato, progettato per investitori retail ad alto patrimonio, ha rimosso l’opzione di prelievo trimestrale, trasformando un investimento presentato come flessibile in una trappola di illiquidità.
La natura stessa del private credit, che acquista attività difficili da liquidare nel breve periodo, mal si concilia con la psicologia dei piccoli risparmiatori, meno pazienti e prevedibili rispetto alle istituzioni. Johannes Moller, vicepresidente di Moody’s Ratings, sottolinea come «gli investitori retail tendano a essere meno costanti dei grandi player istituzionali», un fattore che sta generando pressioni senza precedenti sui veicoli di prestito non quotati.
Il risultato è visibile sui listini: le azioni di Blue Owl Capital hanno perso il 29% da inizio anno, trascinando verso il basso concorrenti come Blackstone, Apollo Global Management e Ares Management, con cali superiori al 25% che segnalano una sfiducia generalizzata verso le valutazioni correnti.
A rendere il quadro ancora più fosco è il sospetto di manipolazioni contabili volte a nascondere lo stato reale di salute dei fondi. Rubric Capital, hedge fund da tre miliardi di dollari guidato da David Rosen, ha inviato una lettera ai propri investitori che suona come un atto d’accusa durissimo verso il settore delle Business Development Companies (BDC). Secondo Rubric Capital, alcuni operatori starebbero mettendo in atto «giochi contabili in stile Enron», utilizzando prestiti simili ai “repo” concessi da una banca d’investimento per spostare i debiti fuori bilancio alla fine di ogni trimestre.
Questa pratica permetterebbe di apparire meno indebitati agli occhi del mercato, salvo poi far riapparire i passivi pochi giorni dopo la chiusura delle rendicontazioni. «La nostra conclusione principale da questo comportamento è che i tagli alle distribuzioni di dividendi sono così temuti che alcuni cattivi attori stanno giocando con la contabilità», si legge nel documento.
La spinta verso comportamenti definiti «ambigui» deriverebbe dall’incapacità di accettare la realtà: invece di ridurre i dividendi a fronte di un mercato più difficile, i gestori preferiscono aumentare la leva finanziaria, sperando di navigare la tempesta senza ammettere le perdite. I default nel settore sono ormai una realtà tangibile, attestandosi tra il 3% e il 5%, mentre l’uso di finanziamenti paid-in-kind (PIK) – in cui gli interessi vengono capitalizzati anziché pagati in contanti – ha raggiunto i livelli massimi del periodo post-pandemico.
Questo deterioramento della qualità del credito si scontra con una delle scommesse più rischiose dell’ultimo decennio: l’esposizione massiccia verso il comparto tecnologico e le promesse dell’intelligenza artificiale. Molti prestiti privati hanno finanziato acquisizioni di società software da parte di fondi di private equity, ipotizzando una crescita indefinita garantita dalla rivoluzione digitale. Tuttavia, i mercati stanno iniziando a dubitare che tali aspettative siano fondate.
Gli analisti di Bridgewater Associates, per esempio, mettono in guardia su un fattore finora ignorato: «Non è chiaro se le cose siano cambiate radicalmente, ma esiste l’idea che ci sia un rischio tecnologico che potrebbe non essere stato pienamente prezzato o contemplato fino a sei o dodici mesi fa». Se l’intelligenza artificiale non dovesse produrre i ritorni sperati, o se dovesse rendere obsoleti i modelli di business delle aziende finanziate, le garanzie collaterali su cui poggiano miliardi di dollari di debiti rischierebbero di perdere valore rapidamente.
La corsa dei listini, alimentata da una narrazione messianica sull’AI, ignora che gran parte di questo ecosistema è sorretto da un debito privato che oggi fatica a essere onorato. Molte aziende tech non generano più la cassa necessaria per coprire il servizio del debito, restando in vita solo grazie alla disponibilità di prestatori che non possono permettersi di dichiarare il default dei propri debitori.
Il rischio di contagio verso il sistema bancario tradizionale completa un mosaico di fragilità che Wall Street non può più ignorare. Nonostante il private credit sia nato per separare il rischio dai depositi bancari, i legami tra i due mondi sono diventati simbiotici e potenzialmente destabilizzanti. Le grandi banche statunitensi hanno erogato miliardi di dollari in forma diretta ai provider di private credit, agendo sia come concorrenti sia come finanziatori dietro le quinte.
JPMorgan Chase ha ammesso una perdita di 170 milioni di dollari legata ai prestiti verso Tricolor, prestatore subprime finito in bancarotta insieme al fornitore di componenti auto First Brands pochi mesi fa. Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, ha usato una metafora efficace per descrivere la situazione: «Quando vedi uno scarafaggio, è probabile che ce ne siano molti altri».
Il nervosismo è palpabile anche tra i vertici operativi della banca. Troy Rohrbaugh, co-CEO della divisione Commercial & Investment Bank, si è detto «scioccato dal fatto che le persone siano scioccate» dalle attuali turbolenze, aggiungendo che, in un ambiente volatile e alla fine di un ciclo economico, questo esito era ampiamente prevedibile. La preoccupazione è che l’interconnessione tra fondi e istituti di credito crei un effetto domino.
Se il mercato del debito privato dovesse bloccarsi a causa della scarsità di liquidità o di uno scandalo contabile, come prospettato anche da Citrini Research, le banche si ritroverebbero con centinaia di miliardi di esposizioni deteriorate. Secondo Moody’s, le grandi banche statunitensi hanno erogato circa 300 miliardi di dollari in prestiti a istituti di credito privati, contribuendo ad alimentare l’espansione del settore: una cifra rilevante, forse eccessiva secondo gli hedge fund più pragmatici.
Gli stessi fondi d’investimento riconoscono che l’era d’oro del private credit — che ha consentito rendimenti assimilabili a quelli azionari con una stabilità solo apparente — potrebbe essere giunta al termine. Gli analisti di PitchBook osservano che «i giorni in cui si generavano rendimenti di tipo equity potrebbero essere finiti», poiché la scala raggiunta dal settore ha inasprito la competizione e indebolito i criteri di selezione. Con un mercato potenziale che State Street valuta in 40 trilioni di dollari, la massa critica rischia di diventare un nemico della qualità.
La scommessa sull’intelligenza artificiale come motore perpetuo di crescita appare sempre più come l’ultima leva narrativa per giustificare valutazioni che non trovano riscontro nei flussi di cassa reali. Mentre i grandi gestori, come Michael Arougheti di Ares Management, tentano di rassicurare parlando di una «posizione di forza» all’inizio del 2026, la realtà dei riscatti bloccati e delle accuse di bilanci opachi racconta una storia diversa.
Wall Street si trova di fronte a un bivio. Accettare una correzione dolorosa che ridimensioni le ambizioni sull’AI e sulla leva finanziaria, oppure continuare ad alimentare un’ombra che rischia di compromettere la stabilità dei mercati globali. In un contesto geopolitico dettato dall’incertezza legata a Teheran, l’apertura dei mercati di domani sarà il primo test per la resistenza degli investitori.
Il magistrato: “La mafia ha bisogno che agli occhi del popolo la magistratura risulti delegittimata”

(repubblica.it) – “Io sono perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri per un motivo fondamentale: assieme alle persone perbene che voteranno sì” al referendum, “voteranno sì i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”. Lo ha detto il magistrato Nino Di Matteo durante la presentazione del libro di Marco Travaglio “Perché No. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole”.

E ciò accadrà, prosegue Di Matteo, “per un motivo fondamentale: gli autori della riforma – in questo momento la campagna referendaria per il sì – partono dal quotidiano esercizio di una denigrazione della magistratura. Quando ci bombardano di giudizi negativi sulla magistratura – dal caso Garlasco a quello Tortora – parlano male della magistratura, la delegittimano agli occhi del popolo. Parlano alla pancia di coloro i quali hanno interesse per la loro stessa essenza, ad una delegittimazione della magistratura. E questi sono i massoni, i mafiosi, coloro i quali temono il controllo della magistratura”.
“La mafia ha bisogno che agli occhi del popolo la magistratura risulti delegittimata – prosegue -. Ci saranno le persone perbene che voteranno sì, ci mancherebbe. Ma io credo che proprio sulla base di questo presupposto i mafiosi e i grandi criminali voteranno sì”.