
(ANSA) – WASHINGTON, 09 MAR – Eric Trump e Donald Trump Jr., i figli del presidente americano Donald Trump, stanno finanziando una nuova azienda produttrice di droni che punta a soddisfare la nuova domanda del Pentagono emersa dalla guerra contro l’Iran e a colmare il vuoto lasciato dal divieto imposto dall’amministrazione Usa sui nuovi droni cinesi negli Stati Uniti.
Lo riporta il Wall Street Journal, secondo cui Powerus, un’azienda produttrice di droni con sede a West Palm Beach, in Florida, si sta fondendo con una holding di campi da golf quotata in borsa sostenuta dai Trump.
Lo schema, riferito dai dirigenti di Powerus, si basa su una fusione inversa che porterà la compegnia hi-tech, fondata lo scorso anno, a essere quotata al Nasdaq nei prossimi mesi.
Powerus ha spiegato di voler acquisire la tecnologia ucraina per i droni da vendere all’esercito statunitense e accedere alle ricche commesse del Pentagono.

TELESE TERME (BN) – In una sala Goccioloni gremita, si è tenuto ieri, domenica 8 marzo, l’incontro “Le Ragioni del Sì – Per una battaglia di libertà”, un dibattito di alto profilo tecnico e politico volto a fare chiarezza sulla riforma costituzionale della giustizia in vista del prossimo appuntamento referendario del 22-23 marzo.
L’apertura dei lavori, affidata alla moderatrice Fiorenza Ceniccola (Segreteria Nazionale Forza Italia Giovani), ha voluto sottolineare il valore simbolico della data: “Oggi è l’8 marzo e non è un caso. Se oggi le donne possono occupare spazi nelle istituzioni, lo devono a chi ha trasformato il diritto in una battaglia di libertà. Il Referendum non è un voto tecnico, ma l’esercizio massimo della democrazia conquistata nel 1946. Riformare la giustizia significa onorare quel percorso.”
Un fronte trasversale contro la paralisi ideologica
L’incontro ha visto la partecipazione di esponenti di diversi orientamenti politici, dimostrando che la battaglia per una giustizia giusta non ha colore. L’On. Francesco Maria Rubano ha posto l’accento sulla necessità di allineare l’Italia ai grandi sistemi liberali, liberando la magistratura dal peso soffocante delle correnti.

I punti chiave: Separazione delle carriere e indipendenza del PM
Il cuore del dibattito si è sviluppato attraverso un serrato “botta e risposta” volto a smontare i principali pregiudizi del fronte del “NO”:
• La coerenza della Sinistra Garantista: L’On. Pina Picierno (Vicepresidente del Parlamento Europeo – PD) ha sostenuto con forza la necessità di non cedere ad allarmismi privi di fondamento, ricordando come la separazione delle carriere sia la naturale evoluzione del sistema accusatorio voluto dal partigiano Giuliano Vassalli. La Picierno ha evidenziato l’incoerenza di chi oggi ostacola l’Alta Corte, nonostante fosse un punto presente nei programmi elettorali della stessa sinistra.
• Indipendenza del PM: L’Avv. Simona Barbone (Giunta Unione Camere Penali) ha confutato il mito della “sottomissione all’esecutivo”. La riforma mira a garantire un arbitro neutrale, garantendo che accusa e difesa giochino ad armi pari, senza che il Pubblico Ministero goda di una “vicinanza” strutturale al Giudice che deve decidere.
• Fine del Mercato delle Correnti: L’Avv. Benedetta Masone ha difeso il sistema del sorteggio per i membri del CSM: “Non è una lotteria che offende la Costituzione, ma l’unico strumento per restituire dignità ai magistrati liberi, sottraendo il governo della giustizia alle logiche spartitorie che hanno umiliato il merito negli ultimi anni.”
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Le Conclusioni: Verso una Giustizia Giusta
Il dibattito è stato arricchito dai contributi del Prof. Ranieri Razzante e dagli interventi di magistrati di primo piano come Catello Maresca, che hanno sottolineato l’urgenza di una riforma che dia certezze ai cittadini.
Le conclusioni sono state affidate a Francesca Scopelliti (Presidente Fondazione “Enzo Tortora”), che ha ricordato il debito di civiltà che l’Italia ha verso le vittime della mala giustizia, e al Viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto. Sisto ha ribadito che la riforma non è un attacco alla magistratura, ma un atto d’amore verso la Costituzione, per garantire che ogni cittadino possa trovarsi davanti a un giudice davvero “terzo” e imparziale.
L’evento di Telese Terme segna l’inizio di una mobilitazione capillare nella provincia, con l’obiettivo di riportare il merito della riforma al centro del dibattito pubblico, lontano dal rumore degli slogan.
La politica democratica non può limitarsi ad amministrare le conseguenze dei conflitti. Deve anche interrogarsi sul proprio silenzio

(di Paolo Gallo – ilfattoquotidiano.it) – Ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto. Con queste parole, nel 1955, Bertrand Russell e Albert Einstein concludevano il celebre Manifesto Russell-Einstein, scritto nel pieno della Guerra fredda per mettere in guardia il mondo dal rischio di un conflitto nucleare. Era un appello semplice e radicale: prima di ogni ragione di Stato, prima di ogni alleanza, prima di ogni strategia militare, viene l’umanità.
Settant’anni dopo, quella frase suona meno come un monito storico e più come un interrogativo rivolto al nostro presente. Mentre il Medio Oriente torna a essere attraversato da un’escalation che coinvolge direttamente gli Stati Uniti, Israele e l’Iran, il dibattito politico europeo, e italiano in particolare, appare sospeso in una zona grigia fatta di cautela, rinvii, dichiarazioni misurate fino alla neutralità retorica.
Ma la storia del pensiero europeo è piena di intellettuali che, proprio nei momenti più oscuri, hanno rifiutato il silenzio. “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, scriveva Carl von Clausewitz nel suo trattato Della guerra. Una formula spesso citata per giustificare la logica dei conflitti, ma che in realtà contiene una verità più inquietante: ogni guerra è sempre una decisione politica. Non un destino, non una fatalità storica. Una scelta.
E se la guerra è politica, allora anche il silenzio lo è. Lo sapeva bene George Orwell quando, nel romanzo 1984, immaginò uno Stato capace di rovesciare il senso stesso delle parole fino allo slogan paradossale: “La guerra è pace”. In quel mondo distopico, la guerra permanente serviva a mantenere l’ordine interno e a disciplinare le società. Non è necessario credere alla distopia per riconoscere quanto la retorica bellica contemporanea giochi spesso con lo stesso paradosso.
In Italia, un’altra voce scomoda fu quella di Lorenzo Milani. Nella sua celebre lettera ai cappellani militari, poi raccolta nel testo L’obbedienza non è più una virtù, scrisse parole che ancora oggi risultano difficili da digerire: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, io reclamo il diritto di dividerlo in oppressi e oppressori”. Per lui la fedeltà morale non coincideva con la fedeltà nazionale, ma con la difesa della giustizia.
C’è un filo che lega queste voci lontane nel tempo: l’idea che la responsabilità morale non possa essere delegata interamente agli Stati. Gli intellettuali del Novecento — da Russell a Orwell, da Einstein a don Milani — non avevano illusioni sulla complessità del mondo. Ma avevano una convinzione: che la neutralità, quando la guerra avanza, rischia di trasformarsi in una forma di complicità.
Oggi non si tratta di pretendere risposte semplici a crisi geopolitiche intricate. Né di ignorare le responsabilità e le tensioni che attraversano il Medio Oriente. Si tratta piuttosto di ricordare ciò che gli intellettuali europei hanno ripetuto per tutto il secolo scorso: la politica democratica non può limitarsi ad amministrare le conseguenze dei conflitti. Deve anche interrogarsi sul proprio silenzio. Perché se la storia insegna qualcosa è proprio questo: il momento in cui le parole mancano è spesso quello in cui la guerra ha già cominciato a vincere.

(dagospia.com) – Nelle stanze dei board della Silicon Valley circola da anni un incubo ricorrente: folle di disoccupati, impoveriti dall’automazione e dall’intelligenza artificiale, che marciano armate verso i campus di Google, Amazon e Meta, decise a fare giustizia contro i miliardari che hanno rubato loro il futuro.
Non è uno scenario da film di fantascienza ma una preoccupazione concreta che esprimono da tempo futurologi, imprenditori tech e analisti. Molti ne parlavano già prima dell’esplosione dell’AI generativa.
Queste visioni apocalittiche richiamano i luddisti del XIX secolo – quegli operai inglesi che tra il 1811 e il 1816 distrussero i telai meccanici contro i padroni delle fabbriche che li usavano per licenziare e abbassare i salari. La storia, avvertono questi osservatori, sta per ripetersi su scala globale, con conseguenze potenzialmente catastrofiche.
Nel 2017, il documentarista britannico Jamie Bartlett per la BBC realizzò “The Secrets of Silicon Valley”, penetrando dietro le quinte del mondo tech californiano. Una delle testimonianze più inquietanti venne da “Antonio”, pseudonimo di un imprenditore della Bay Area, che delineò uno scenario da incubo: entro trent’anni, stimava, metà della forza lavoro mondiale sarà sostituita da robot e software intelligenti.
“Ogni volta che incontro qualcuno che lavora fuori dalla Silicon Valley, mi vengono immediatamente in mente dieci aziende che stanno lavorando per togliergli il posto”, confessava Antonio, con un misto di fascinazione e terrore.
Le sue previsioni non lasciavano spazio all’ottimismo: scioperi massivi che si diffondono da un settore all’altro, unendosi in un fronte comune di resistenza; persone letteralmente “spinte in strada” dalla disperazione economica; e negli Stati Uniti – dove le armi da fuoco sono ubique – una rivolta armata inevitabile.
“Ci saranno giorni molto, molto oscuri”, avvertiva, paragonando la situazione alla rivoluzione industriale ma “decisamente peggiore”. Antonio dipingeva un futuro distopico ma inevitabile, dove le big tech diventano i nemici pubblici numero uno, con le loro sedi aziendali trasformate in fortezze assediate da eserciti di disoccupati furibondi.
Sempre al 2017 risalgono le prime notizie sui bunker di lusso dei miliardari della Silicon Valley: case, fortezze sotterranee, rifugi acquistati principalmente in Nuova Zelanda e Hawaii, con investimenti che oscillavano tra i dieci e i cinquanta milioni di dollari ciascuno.
Peter Thiel, cofondatore di PayPal e primo investitore di Facebook, aveva già ottenuto la cittadinanza neozelandese come “piano B”. Sam Altman, CEO di OpenAI (l’azienda che avrebbe poi creato ChatGPT), ammise in interviste di possedere “armi, oro, antibiotici e terra” per ipotetici scenari da fine del mondo.
La motivazione esplicita dietro questi preparativi era, ed è, il timore di “una rivolta contro coloro che sono responsabili” della disoccupazione tecnologica di massa.
Douglas Rushkoff, critico dei media e teorico della tecnologia, ha vissuto in prima persona la paranoia di queste élite. Anni fa venne convocato nel deserto da cinque miliardari tech che, anziché farlo salire su un palco per una conferenza, lo interrogarono in una green room su questioni binarie: “Bitcoin o Ethereum? VR o AR? Nuova Zelanda o Alaska?” – dove posizionare i bunker per “l’evento”.
Per “evento” intendevano il collasso: impulso elettromagnetico, cambiamento climatico, disastro nucleare, o “disordini economici che rendono il mondo invivibile per tutti, tranne loro”.
Rushkoff rimase scioccato: “Questi erano gli uomini più ricchi e potenti con cui mi fossi mai seduto nella stessa stanza, eppure si sentivano completamente impotenti a influenzare il futuro. Il meglio che potevano fare era prepararsi al collasso inevitabile e resistere.”
La maggior parte del tempo venne spesa su una domanda ossessiva: come mantenere il controllo delle guardie di sicurezza private dopo che il denaro diventerà inutile? Stavano “giocando” con scenari post-apocalittici usando lo stesso modello individualista che avevano sempre applicato – dove vincere significa salvarsi da soli, abbandonando il resto dell’umanità.
Rushkoff, marxista dichiarato, notò l’assurdità: “Il punto del marxismo è guardare alle condizioni materiali di persone reali in luoghi reali. Per questi tizi, in parte a causa della loro tecnologia e della loro comprensione distorta del capitalismo, l’obiettivo del gioco è raggiungere quel punto omega, quell’attrattore strano alla fine del tempo, per letteralmente lasciarci indietro.” Ray Kurzweil, futurologo di Google, vuole caricare la sua coscienza su un chip e “salire interamente dalla crisalide della materia nell’etere come dati”.
Già nel 2013, uno studio dell’Università di Oxford condotto dagli economisti Carl Benedikt Frey e Michael Osborne calcolava che il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti era a rischio di automazione nei successivi dieci-vent’anni.
L’OCSE nel 2018 raffinò la stima al 14% nei paesi sviluppati, ma sottolineando impatti fortemente asimmetrici: autisti, cassieri, operai manifatturieri, operatori di call center, contabili – tutte categorie destinate a una contrazione drastica. In Italia, rapporti dell’ISTAT tra il 2015 e il 2018 indicavano tra i cinque e i sette milioni di posti di lavoro potenzialmente a rischio, con il Mezzogiorno particolarmente esposto.
L’accelerazione dell’intelligenza artificiale dopo il 2022, con l’avvento di ChatGPT e sistemi simili, ha drammaticamente peggiorato queste proiezioni. McKinsey nel 2023 stimava che entro il 2030 fino a 800 milioni di posti di lavoro a livello globale potrebbero essere eliminati dall’automazione, con Stati Uniti e Cina in prima linea.
Goldman Sachs nel 2023 calcolava che l’AI generativa potrebbe automatizzare l’equivalente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Nel 2025, Amazon da sola ha tagliato oltre 30.000 posizioni sostituendole con sistemi AI per gestione magazzini e customer service.
Ma i dati più allarmanti riguardano la disuguaglianza. Secondo la Federal Reserve, nel 2025 l’1% più ricco degli americani detiene il 32% della ricchezza nazionale, una concentrazione che non si vedeva dall’età dorata dei baroni rapinatori di fine Ottocento.
I CEO delle big tech incarnano questa disparità: Elon Musk vale circa 400 miliardi di dollari, più del PIL di nazioni intere. Mark Zuckerberg ha speso 270 milioni per costruire un bunker sotterraneo nel suo compound hawaiano, completo di scorte alimentari per anni e sistemi di filtraggio dell’aria anti-radioattivi. Jeff Bezos e Larry Page hanno investito in ranch fortificati nelle zone più remote degli Stati Uniti.
Per comprendere la natura di queste paure, bisogna tornare ai luddisti originali. Ned Ludd e i suoi seguaci non erano tecnofobici irrazionali: erano tessitori qualificati che vedevano i telai meccanici distruggere non solo i loro lavori, ma l’intero tessuto sociale che garantiva dignità e sussistenza.
Come scrive Brian Merchant nel suo libro del 2023 “Blood in the Machine”, “sostenere che un tessitore è deluso nel riconoscere che una macchina distrugge il suo lavoro è ‘contrario’ ai suoi interessi sembra l’eclissante illusione. Se una persona deve lavorare per sopravvivere, e il suo lavoro viene automatizzato, dovresti essere o deluso o volontariamente disonesto per sorprenderti quando combatte per mantenerlo.”
Attaccavano le macchine perché quelle macchine erano nelle mani di padroni che le usavano come armi economiche contro i lavoratori, per abbassare i salari e imporre condizioni disumane. Il vero nemico, più che la tecnologia in sé, era il potere che la controllava.
I luddisti non erano contrari al progresso tecnologico in sé – erano artigiani qualificati con una storia di incorporazione di nuove tecnologie nella loro professione.
La specifica tecnologia che opponevano (il telaio meccanico) era destinata a distruggere la loro industria e sostituirli con fabbriche piene di bambini lavoratori, che avrebbero inondato il mercato con merci di prezzo inferiore e qualità inferiore.
Merchant ricostruisce minuziosamente come i luddisti furono criminalizzati, processati e impiccati come terroristi dal governo britannico, che schierò più truppe contro di loro che contro Napoleone. La ribellione durò quindici mesi – dal 1811 al 1816 – e fu massiccia in scala.
Ma fu anche futile, perché lo Stato era governato dai ricchi e avrebbe continuato a sorvegliare e reprimere la popolazione fino a proteggere gli interessi della ricchezza e della proprietà.
Ma ciò non significa che la resistenza luddista non abbia fatto alcuna differenza. Nel decennio dopo la repressione della rivolta, l’Inghilterra abrogò il Combination Act, segnando uno dei primi passi importanti verso la formazione della classe lavoratrice e del movimento operaio moderno. Lo spettro della resistenza luddista influenzò anche la cultura popolare, in particolare il romanzo di Mary Shelley “Frankenstein”.
Come osserva Dave Karpf nella sua recensione del libro di Merchant, “quando tutte le vie legittime per esprimere resistenza e dissenso sono precluse, le persone si rivolgono a tattiche illegittime.”
I tessitori avevano richieste ragionevoli – salari equi, protezioni per l’industria professionale esistente, condivisione dei profitti che queste nuove tecnologie avrebbero generato – ma furono ignorate dallo Stato. Così presero di mira le macchine stesse: distrussero telai meccanici, bruciarono fabbriche, imposero costi diretti agli industrialisti nel tentativo di ottenere condizioni di lavoro migliori.
Rushkoff definisce “The Mindset” l’ideologia comune alle élite tech: la fede che possano in qualche modo isolarsi usando denaro e tecnologia dai danni che stanno creando, come “costruire un’auto che va abbastanza veloce da sfuggire al proprio scarico”.
Questa mentalità include uno scientismo ateo (la coscienza umana è solo un’illusione perpetrata dal DNA), aderenza ai pregiudizi del codice digitale, comprensione di tutte le relazioni umane come fenomeni di mercato, paura delle donne, della natura, dei neri e degli indigeni, e comprensione del progresso come linee rette verso il futuro.
“The Mindset” richiede una vera fede nella tecnologia, e nel fatto che essa possa solo portare a una evoluzione in positivo della società: che le macchine possano costruire innovazioni sufficienti per mantenere l’economia in crescita esponenziale indefinitamente.
Ma come nota Rushkoff, “il cambiamento climatico è già avvenuto; è già cotto. Siamo già oltre l’orizzonte degli eventi in una catastrofe lenta e crescente.” Eppure le élite tech continuano a plasmare la realtà attuale per i loro guadagni futuri immaginati, cercando disperatamente le chiavi per lasciare il pianeta – quantum computing, intelligenza artificiale, esperienza Web 3.
Rushkoff sottolinea l’assurdità della “strategia bunker”: “Potrebbe funzionare per settimane o mesi, ma poi cosa succede quando hai bisogno di un nuovo riscaldatore per la jacuzzi, o la lampadina nel proiettore si spegne e non hai una di riserva? Questi tizi stanno costruendo sale di proiezione, piscine sotterranee, e roba semplicemente bizzarra – e hanno bisogno di chef, bagnini e dentisti.” La sopravvivenza umana dipende dalla sopravvivenza della società, non dall’isolamento individuale.
Nel 2025, a San Francisco, diversi robotaxi di Waymo (controllata da Google) sono stati vandalizzati, tagliati e persino incendiati da gruppi che si autodefiniscono “neo-luddisti” e protestano contro la disoccupazione nell’industria dei trasporti.
In Europa, la Francia ha visto scioperi violenti contro le piattaforme gig economy; in Italia, proteste contro l’algoritmo INPS nel 2024 hanno visto manifestanti scandire slogan che richiamavano esplicitamente il luddismo contro “il digitale che licenzia”. In Cina, dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 20% nel 2025 (parzialmente attribuita all’automazione), le proteste sono state represse duramente ma continuano a covare sotto la cenere.
Un reportage di Wired del 2018 contava oltre venti miliardari americani con rifugi anti-apocalittici, motivati specificamente dalla “job apocalypse”. Un’inchiesta del New Yorker rivelava che dal 2018 oltre cinquanta bunker di lusso sono stati venduti in California e Nuova Zelanda, con prezzi che vanno da tre a cento milioni di dollari, dotati di protezione anti-EMP (impulso elettromagnetico), sistemi idroponici per cibo autonomo e arsenali privati.
Rushkoff collega “The Mindset” alla filosofia del “longtermismo” di Nick Bostrom: l’idea che ci saranno trilioni di esseri umani sparsi nell’universo tra mille o duemila anni. “Quando pensi ai bisogni di quei trilioni di persone, cosa importa il dolore e la sofferenza di meri otto miliardi di umani sulla Terra oggi? Siamo solo lo stadio larvale, e le larve muoiono. Molte larve moriranno per le mosche che effettivamente sopravvivono, e dovremmo semplicemente accettarlo.”
Questa visione dipende dalla presunzione capitalista di crescita esponenziale eterna. Come nota Rushkoff, “stanno sfruttando o ipotecando la nostra realtà attuale – quella in cui tu e io viviamo in questo momento – per questo guadagno futuro immaginato, se solo possono ottenere abbastanza tecnologia. Ma non funziona davvero – siamo ancora confinati dalle leggi della fisica e della materia. Non ci sono davvero abbastanza unità di energia sul pianeta per portare a trilioni di unità di felicità nell’universo.”
Come sottolinea Karpf nella sua recensione di “Blood in the Machine”, i neo-luddisti moderni non sono persone che rifiutano la tecnologia e vivono fuori dalla rete. Sono persone come Chris Smalls (organizzatore Amazon Workers Union) e Timnit Gebru (ricercatrice AI licenziata da Google per aver criticato i bias algoritmici) – persone che organizzano resistenza e chiedono che i guadagni dalla tecnologia beneficino lavoratori e comunità.
“I neo-luddisti moderni, in altre parole, sono tecnologi critici”, scrive Karpf. “Per la maggior parte, fanno uso di sbocchi legittimi per la resistenza (quelli che non erano disponibili 200 e più anni fa). Non sono contrari al progresso tecnologico; stanno sfidando definizioni pigre e autocompiacenti di progresso tecnologico.”
Karpf conclude con un appello potente: “Non devi rifiutare la tecnologia per essere un luddista. Quella è sempre stata una truffa. Merchant dimostra in modo convincente che un luddista è qualcuno che pensa al potere, e che chiede che costruiamo un futuro digitale dove prendiamo seriamente come la ricchezza e la prosperità aumentate saranno distribuite. Prendiamolo come un appello alle armi: dovremmo essere tutti luddisti ora.”
PERCHÉ L’ASSALTO POTREBBE DAVVERO AVVENIRE

Le condizioni per una rivolta luddista moderna stanno convergendo.
Primo: l’automazione sta accelerando senza che vi siano alternative occupazionali equivalenti. La World Bank nel 2025 ha confermato che l’AI non crea posti di lavoro netti – distrugge più di quanto costruisce.
Secondo: la fiducia nelle istituzioni democratiche è ai minimi storici. L’Edelman Trust Barometer del 2025 registra solo il 42% di fiducia globale nei governi e nel settore privato.
Terzo: la concentrazione geografica dell’industria tech rende obiettivi fisici facili da identificare. Il 40% del venture capital mondiale passa attraverso la Bay Area californiana; i campus di Google, Apple, Meta e Tesla sono tutti nel raggio di cinquanta chilometri.
Quarto: la diffusione di armi negli Stati Uniti (oltre 400 milioni di armi da fuoco in circolazione) rende plausibile che una rivolta assuma caratteri militari. Antonio, l’insider intervistato dalla BBC, non esagerava: in America, una folla disperata è potenzialmente una folla armata.
Quinto: i precedenti storici mostrano che quando le disuguaglianze superano certe soglie, la violenza diventa statistica. La Rivoluzione francese esplose quando il 2% della popolazione controllava oltre il 60% della ricchezza; oggi negli USA l’1% controlla il 32%, una traiettoria pericolosamente simile.
Rushkoff è chiaro sulla soluzione: “Il modo in cui sopravviviamo non è isolandoci ma attraverso l’azione collettiva: rendendo le nostre città più resilienti, promuovendo economie circolari che distribuiscono prosperità a più persone, avvicinandoci alle nostre fonti di cibo, incontrando i nostri vicini – facendo l’opposto di costruire un bunker personale.”
Citando sopravvissuti dell’Idaho, nota: “La cosa più importante è assicurarsi che i tuoi vicini non stiano bussando alla tua porta per cibo. Il modo per essere un prepper è preparare tutto il tuo blocco e quartiere. Ma se prepari il mondo intero, allora non hai bisogno di un prepper. Una volta che siamo tutti preparati e resilienti, allora il mondo non finirà affatto.”
Esistono alternative teoriche: tasse sui robot, come proposto da Bill Gates nel 2017; Reddito universale di base, sperimentato in Finlandia tra il 2017 e il 2018 con risultati misti ma promettenti; regolamentazione AI stringente, come l’EU AI Act del 2024; programmi massicci di riqualificazione professionale finanziati pubblicamente. Ma tutte queste soluzioni richiedono volontà politica e cooperazione internazionale che, per ora, sono largamente assenti.
La Silicon Valley stessa è divisa: mentre figure come Sam Altman sostengono retoricamente l’UBI, le big tech lobbiano ferocemente contro tasse più alte e regolamentazioni vincolanti. Il risultato è un limbo politico dove tutti parlano di “transizione giusta” ma nessuno agisce concretamente. Nel frattempo, il risentimento accumula. I sondaggi mostrano che la percezione pubblica delle big tech è precipitata: dal 71% di opinioni positive nel 2015 al 38% nel 2025 negli USA; in Europa la sfiducia è ancora maggiore.
Paradossalmente, i preparativi degli stessi miliardari tech potrebbero accelerare la crisi che temono. Quando Zuckerberg costruisce un bunker da 270 milioni, quando Musk accumula oro e armi, quando Thiel fugge in Nuova Zelanda, inviano un messaggio inequivocabile: sanno che il sistema è destinato a crollare e hanno scelto di salvare se stessi anziché riformarlo. Questo cinismo alimenta la rabbia popolare, trasformando le big tech da simboli di progresso a emblemi di tradimento sociale.
Gli storici del luddismo notano che Ned Ludd divenne un mito solo dopo che le élite decisero di reprimere anziché negoziare. Se i governi e le corporation tech continueranno a ignorare i segnali di allarme – vandalismo crescente, proteste, crollo della fiducia – la “rivolta luddista 2.0” potrebbe materializzarsi non come delirio di futurologi, ma come inevitabile conseguenza storica.
Non sarebbe composta da folli tecnofobi, ma da masse razionali che vedono nei data center e nei campus della Silicon Valley i nuovi telai da distruggere, perché quelle macchine hanno distrutto loro.
Come conclude Rushkoff: “Il vero punto di partenza è essere in grado di ridere di queste persone. Queste sono storie su quanto siano divertenti e patetiche molte delle nostre eroi aziendali e culturali.”
La risposta non è costruire bunker, ma incontrare i vicini, imparare a condividere, realizzare che “non è nostro compito servire l’economia, è compito dell’economia servirci. E se un’economia basata sulla crescita esponenziale si rivela incompatibile con la vita, come non c’è nulla che cresce esponenzialmente in natura – tranne il cancro, che uccide il suo ospite – se realizziamo questo, rifacciamo un’economia che serve gli esseri umani.”
Le profezie di Antonio del 2017 non erano fantasie: erano calcoli di chi conosce i meccanismi che ha contribuito a creare. E la storia dei luddisti insegna una lezione semplice: ignorare chi perde tutto nel progresso significa invitare il sangue nelle macchine.
La Silicon Valley ha ancora tempo per scegliere se essere ricordata come l’élite che condivise la ricchezza o quella che costruì bunker mentre il mondo bruciava. Ma quella finestra si sta rapidamente chiudendo.

(Andrea Zhok) – Chi difende oggi le ragioni dei paesi aggrediti a vario titolo dagli USA (la lista è infinita) viene frequentemente tacciato di essere “antioccidentale”. Etichettature del genere come altre simili (es.: “rossobruno”, “no-vax”, ecc.) hanno il grosso vantaggio di essere sufficientemente vaghe e confuse da pensare che chi le formula abbia in mente qualcosa, mentre di norma ha solo una marmellata di “sentito dire”.
Tecnicamente io credo che oggi un abitante del continente europeo che abbia rispetto di sé stesso DEBBA avere una disposizione “antioccidentale”, purché ci si intenda chiaramente sul termine.
L’Occidente non è un luogo geografico, né culturale. L’Occidente è una categoria di valore geopolitico che evita ogni riferimento ad una specifica tradizione culturale. Al posto di tradizioni culturali ha una tradizione geopolitica radicata nelle varie forme dell’imperialismo anglosassone (dall’impero britannico a quello americano). “Occidente” è ciò che accomuna Europa e Commonwealth nella fase del trionfo capitalista. E ciò che accomuna queste aree del mondo è il fatto di essere state dominate negli ultimi due secoli da una politica asservita all’economia, e da un’economia asservita ad oligarchie finanziarie. Il suo principale esito geopolitico è stato l’imperialismo di tipo talassocratico, cioè un imperialismo fondato sul dominio marittimo, che è dominio delle rotte commerciali, un dominio volto non ad “espandere una civiltà”, ma ad espandere il proprio potenziale di sfruttamento di luoghi remoti – rimanendone estranei.
Un grave fraintendimento – presente tanto in chi parteggia per questo Occidente quanto, in parte, in chi lo contesta, è immaginare che essere “antioccidentali” significhi dichiararsi estranei alle tradizioni culturali e religiose dell’Europa. Questa è una sciocchezza clamorosa. È una sciocchezza innanzitutto perché il PRIMO nemico di OGNI tradizione culturale e religiosa, incluse tutte quelle europee, è l’Occidente.
L’Occidente – in quanto istanza di dominio a motore economico – è profondamente estraneo ad ogni spiritualità, ad ogni religione, ad ogni forma filosofica o artistica. I personaggetti, spesso con investitura politica, che vaneggiano di “Occidente cristiano” non capiscono che l’Occidente è non semplicemente secolare o ateo, ma è fondamentalmente alieno da ogni concezione che travalichi il calcolo costi-benefici.
Se un politico occidentale deve spiegare alla propria popolazione che una guerra, una violazione del diritto internazionale, una strage sono una cosa cattiva si impegnerà a spiegare che ne subiremo un danno economico, e questo è quanto. Un argomento è di successo non se spiega che un’abiezione è un’abiezione, ma che “sarà un boomerang”, “finiremo per perderci”, “ci sta costando troppo”, ecc. Possiamo aver appena visto i cadaveri straziati di donne e bambini, ma questo lascia l’Occidente perfettamente freddo: lo scalda capire se questa cosa metterà in crisi le borse.
Per capire che cos’è oggi l’Occidente, l’Occidente reale, non quello onirico della “donna-madre-italiana-cristiana”, può essere utile esaminare tre esternazioni, di questi ultimi giorni, di leader occidentali.
1) Peter Hegseth, Segretario alla Difesa statunitense:
“L’America, a prescindere da ciò che affermano le cosiddette istituzioni internazionali, sta lanciando l’attacco aereo più letale e preciso della storia. Tutto accadrà alle nostre condizioni, sotto il nostro dettato. Nessuna stupida regola di guerra, nessuna trappola volta a costruire nazioni, niente esercizi sulla costruzione della democrazia, nessuna guerra politicamente corretta. Combattiamo per vincere, non intendiamo sprecare tempo o vite.”
2) Il Cancelliere tedesco Merz
“Il diritto internazionale non si applica più efficacemente all’Iran” “Non è il momento per l’Europa di fare la predica agli Stati Uniti e a Israele sulla legalità delle loro azioni.” “Anni di sanzioni e condanne contro Teheran non hanno prodotto risultati tangibili. La posizione di debolezza dell’Europa non ha fatto che aggravare il problema.”
3) Il presidente francese Emmanuel Macron
ieri ha chiamato il Presidente della Repubblica iraniano Pezeshkian per chiedere all’Iran di “smettere di attaccare i paesi regionali”.
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• Hegseth è la schietta voce degli USA nella loro essenza più profonda: basta con tutte le chiacchiere intorno alle regole internazionali, la costruzione di nazioni, l’esportazione della democrazia, le regole di guerra, noi facciamo quello che facciamo perché vogliamo farlo e possiamo farlo. Non c’è nessuna possibile simmetria tra noi e gli altri. Noi esprimiamo la nostra potenza e gli altri devono subirla. Si noti di passaggio che se uno va a prendersi i discorsi in Germania del noto imbianchino austriaco, nonostante egli sia considerato univocamente il Male, non troverà mai dichiarazioni in cui non ci sia almeno un tentativo di spiegare (capziosamente) le proprie istanze come “giuste”. Qui siamo oltre. Rispetto al presente, anche Hitler sembra politicamente corretto. (Va notato, peraltro, come Hegseth applichi la nozione di “politicamente corretto” spostandolo dalle parole alle armi da fuoco, senza accorgersi della differenza.)
• Merz è la voce di quell’Europa che si ritiene primariamente Occidente: la voce del doppio standard diventato seconda natura.
Anche Merz non si accorge minimamente di quello che dice e della sua portata. Parla dell’inutilità di aver comminato sanzioni all’Iran per anni (inutilità per quale fine? Per ricondurli alla vostre regole?), e sostiene che vista la loro inutilità si può passare ai bombardamenti, e che NON SAREMO NOI A “FARE LA PREDICA”. Cioè, per capirci: prima ricattate un paese per decenni perché, a VOSTRO insindacabile giudizio, avrebbe violato le VOSTRE “regole internazionali”. Poi con quelle regole decidete di pulirvi il deretano e ai vostri compagni di merende che le violano non fate neppure una “predica” (figuriamoci delle sanzioni). Il deflagrante doppio standard manco viene notato.
L’Occidente è quel luogo dove anche i doppi standard hanno doppi standard.
• Infine Macron, che è la voce dell’Europa pienamente trasformata in Occidente, ma che continua a recitare la parte di essere legata alla tradizione europea, di avere qualcosa nell’anima di diverso dalla trimestrale di cassa.
Macron, modello di steatopigia facciale, come al solito sceglie di dimenticare tutti gli antecedenti e di far cominciare la storia dal punto desiderato: “Sì, sì, dai paesi del Golfo partono attacchi al vostro paese, sì, sì, sono basi extraterritoriali di un paese che vi sta bombardando senza preavviso e senza dichiarazione di guerra, per la seconda volta in 9 mesi, sì, sì, le loro truppe sono stanziate in hotel per preservarle dai colpi sulle basi,… bla bla bla chemmenefotte a me…, MA INSOMMA, SMETTETELA DI ATTACCARE I PAESI REGIONALI!.
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Ecco, la morale conclusiva è molto semplice. Oggi un cittadino europeo, un cittadino che si ritenga decente, passabilmente umano, o addirittura animato dall’amore della propria tradizione culturale e/o della religione e/o delle arti, non ha altra opzione che essere, e dichiararsi, antioccidentale.
L’Occidente non è l’Europa, non è l’Italia, non è il Cristianesimo, non è Dante, Cervantes, Bach, non è niente di tutto questo.
L’Occidente è il nome di un movimento storico e geopolitico degenerativo, un movimento che forse vincerà tutte le battaglie, ma perderà l’ultima guerra.
La finanziarizzazione è la causa principale della deindustrializzazione statunitense. In tal senso, se questa dinamica non viene attenuata, la strategia di Trump – reindustrializzare il paese con dazi e conflitti – rischia di essere del tutto inefficace. E all’orizzonte non mancano i rischi, tra cui il balzo dell’inflazione

(Guglielmo Forges Davanzati – editorialedomani.it) – Il principale obiettivo economico esplicitamente perseguito dall’amministrazione Trump risiede, come è noto, nella reindustrializzazione degli Stati Uniti. Un obiettivo per il cui conseguimento si ritiene che lo strumento dei dazi sia essenziale. Il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Stephen Miran, consigliere di Trump, ex presidente del Council of Economic Advisers, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera Usa. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno -– gli shock geopolitici che le guerre producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni, per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, possono spingere imprese statunitensi a tornare in patria.

A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il cosiddetto “friendshoring” – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in paesi politicamente non ostili.
Questa impostazione di politica commerciale si imbatte in due rischi. Il primo rischio è l’aumento dell’inflazione, come, del resto, è accaduto durante la prima amministrazione Trump. Su fonte Bureau of Labor Statistics ed Eurostat, il tasso di inflazione si è ridotto di circa 6 punti percentuali dal 2022 al 2025 negli Usa, secondo una dinamica simile a quella europea.
L’aumento della spesa pubblica per scopi militari, in un’economia con basso tasso di disoccupazione, combinato con l’incremento dei dazi può generare nuovi incrementi dei prezzi, in particolare per i beni difficilmente sostituibili (per esempio i beni intermedi nella catena globale del valore). Il secondo rischio è che i cambi di regime rafforzino l’uso del dollaro come riserva di valore e mezzo di scambio internazionale.

Disporre, da parte degli Stati Uniti, della valuta di riserva internazionale (a partire dagli accordi di Bretton Woods del 1944) costituisce un «esorbitante privilegio» – così ebbe a definirlo il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing – dal momento che consente a quel paese di emettere i titoli di Stato più sicuri perché denominati nella moneta più domandata al mondo e, dunque, di garantirsi l’egemonia finanziaria su scala globale.
Si consideri, a riguardo, che i due conflitti armati più recenti portati avanti dagli Usa lo dimostrano: sebbene in contesti molto diversi, Venezuela e Iran condividono lo status di paesi ricchi di petrolio e inclini a sostituire il dollaro come valuta utilizzata negli scambi internazionali.
L’aumento del peso del dollaro negli scambi internazionali accresce i flussi di capitale in arrivo negli Stati Uniti e questi incentivano i processi di finanziarizzazione.
La finanziarizzazione – ovvero il fenomeno per il quale la produzione di beni e servizi diventa progressivamente subordinata ai mercati finanziari – si è sviluppata storicamente soprattutto negli anni Novanta, a partire dall’abolizione da parte dell’amministrazione Clinton del Glass-Steagall Act (un provvedimento emanato nel 1933 per separare le banche commerciali dalle banche di investimento).

La possibilità di destinare capitali nell’attività finanziaria di breve periodo con rendimenti elevati ottenibili in tempi brevi disincentiva gli investimenti produttivi, determinando una condizione per la quale all’espandersi della sfera finanziaria si riduce il peso dell’industria.
La Banca Mondiale stima che, negli Stati Uniti, l’incidenza delle transazioni in Borsa sul Pil è passata dal 42 per cento del 1975 al 153 per cento del 2025. L’incidenza del settore “finanza e assicurazioni” è più che raddoppiata dagli anni Cinquanta a oggi (dal 10 per cento al 22 per cento).
La Banca Mondiale fa anche registrare che, parallelamente, la quota della produzione manufatturiera Usa sul Pil si è contratta di 5 punti percentuali negli ultimi trent’anni. È rilevante considerare che la finanziarizzazione è da considerarsi la causa principale della deindustrializzazione statunitense. In tal senso, se questa dinamica non viene attenuata, la strategia di Trump – reindustrializzare il paese con dazi e guerre – rischia di essere del tutto inefficace.
‘Le toghe hanno perso autorevolezza. Vogliamo modernizzare l’Italia ma la sinistra si oppone. Andate e votate SI, riguarda tutti’

(ansa.it) – “Il 22 e il 23 marzo sarete chiamati a votare il referendum per confermare o meno la riforma della giustizia che il governo ha proposto.
Si è creato un clima di forte confusione, polemiche, semplificazioni slogan e talvolta informazioni parziali o peggio completamente distorte. Per questo ho provato a spiegare i punti della riforma e perché è importante andare a votare e votare sì, a favore della riforma. E’ una riforma che riguarda tutti gli italiani”. Lo dice la premier Giorgia Meloni che ha postato un video sui social con l’obiettivo di spiegare “cosa c’è davvero nella riforma della Giustizia: 13 minuti per fare chiarezza e rispondere alle banalizzazioni e alle troppe bufale messe in circolazione”, sottolinea.
“Il vero problema che ha la sinistra con questa riforma è che noi liberiamo i magistrati dal controllo e dal condizionamento, perché la sinistra ha sempre usato la giustizia quando non riusciva a vincere le elezioni e questa riforma rompe quel meccanismo ma non per sostituirlo con magistrati controllati dalla destra ma con magistrati liberi da tutti e che potranno fare carriera perché sono bravi”. Così Meloni sui social. La tesi secondo cui la riforma della giustizia aumenta il “controllo dell’esecutivo” sui magistrati è “fantascienza, è una menzogna perché la riforma fa l’esatto contrario è stata fatta per liberare i magistrati dalla politica”, aggiunge.
“Vi dicono andare a votare per mandare a casa il governo, non conta quello che dice la riforma dicono. Consiglio di non cadere nella trappola: usano lo scudo del governo perché non vogliono una riforma che considero sacrosanta. Ma il governo non si dimetterà in caso di vittoria del No. Abbiamo scritto che avremmo fatto una serie di riforme ma ora aspetta agli italiani decidere, noi vogliamo arrivare al fine della Legislatura e essere giudicati dagli italiani allora. Oggi si vota sulla giustizia e non sulla politica”, aggiunge.
VideoMeloni: ‘Referendum per modernizzare l’Italia ma la sinistra si oppone’https://www.ansa.it/sito/video/incorporaVideo.html?video=//vs.ansa.it/sito/video_mp4_export/i20260309124744603.mp4&photo=https://www.ansa.it/webimages/img_621x414/2026/3/9/a9f613ed206d807a75c366c341a2e920.jpg&title=TITLE

(di Marcello Veneziani) – L’Europa, lo dicono ormai tutti, compresi gli europeisti più convinti, è un colabrodo e una gelatina che non si tiene in piedi. L’Occidente è in declino da cent’anni e forse più, c’è una sterminata letteratura e diagnostica a decretarlo. Una sera infinita e un annuncio permanente della notte che sta per venire. L’asse su cui regge, gli Stati Uniti e l’Unione europea, vacilla come non mai, tra dazi e strazi reciproci, e da quando c’è Trump è riemerso in Europa e nel mondo un anti-americanismo che non si vedeva nemmeno ai tempi di Nixon, cioè da mezzo secolo fa o di Reagan e dei Bush. L’asse vacilla e i due poli che compongono l’ovest sono considerati in caduta libera e ormai divaricati. E allora la domanda si fa inevitabile: se viene meno il perno della globalizzazione, l’occidentalizzazione del mondo, ci salverà allora l’Oriente o ci affosserà? È riposta lì l’ultima speranza di saggezza del destino del mondo e di un suo possibile equilibrio? Ma dici Oriente e ti appare davanti agli occhi uno sterminato continente, sovrappopolato da più della metà della popolazione mondiale.
Se l’Occidente è composto almeno da tre mondi, gli Stati Uniti, l’America latina e l’Europa, uniti bene o male da una religione e da una civiltà cristiana e umanistica, incentrata sull’individuo e infine uniti nella modernità dalla tecnica, dire Asia significa indicare mondi vicini e lontanissimi, non legati da una koiné, da un filo comune e da un orizzonte condiviso. Asia vuol dire Russia, vuol dire Cina, vuol dire India, vuol dire Giappone, vuol dire Medio Oriente o Asia Minore, vuol dire sud-est asiatico e Corea. È difficile trovare un comun denominatore tra questi vasti mondi, se non paradossalmente, l’influenza tecnico-culturale dell’Occidente. È un bazar in cui sono confusi non solo induismo, buddismo, islamismo, cristianesimo russo-bizantino, confucianesimo e altro ancora; ma anche marxismo, tecnocrazia, capital-collettivismo e ogni altro genere di incroci. Non c’è una storia comune, non c’è un pensiero comune, non c’è una fede comune, come invece è stato in Occidente, pur tra guerre e lunghi conflitti; tutto si disperde in un calderone e un caleidoscopio in cui è impossibile orientarsi, un verbo che pure nasce e serba in seno la matrice orientale. La bussola, invenzione asiatica, cinese e poi araba, impazzisce quando si tratta di orientarci in oriente. Sarà, come dice Kitarō Nishida, che a differenza dell’Occidente incentrato sull’essere, il pensiero in oriente è incentrato sul nulla; il filo comune è il nulla, o la negazione del principio d’individuazione e del soggetto individuale, perno dell’occidente. O sarà come sostiene Kehiji Nishitani che “Anche gli orientali consideravano l’Oriente inferiore all’Europa-Occidente” perfino sotto il profilo razziale. Anche all’interno dell’Asia era vigente una rigida gerarchia razziale tra popoli (cinesi e giapponesi, ma non solo loro) e perfino all’interno degli stessi popoli (si pensi alle caste indiane), che stabiliva distinzioni tra inferiori e superiori. Col sottinteso che al di sopra degli asiatici vi fossero gli europei. La colonizzazione occidentale si sposava con una convinzione degli stessi asiatici che esistesse una differenza a favore delle popolazioni che provenivano dall’ovest. Discorso che riguardava meno la Russia, con le popolazioni caucasiche, che si sentiva l’erede della civiltà greco-romana-cristiana; o l’Iran-Persia e l’India che erano mondi a parte, collegati però all’origine indoeuropea.
Molti di questi temi vengono affrontati in un libro, uscito di recente, Post-Europa (Castelvecchi editore) da Yuk Hui, filosofo di Hong Kong che si è formato in Europa e si dedica allo studio della tecnologia in relazione al pensiero. La sua idea è che l’Europa e l’Occidente debbano essere superati attraverso la stessa eredità euro-occidentale, come la modernità va superata attraverso la modernità, la tecnica mediante la tecnica e il nichilismo attraverso il nichilismo. Tesi all’apparenza bizzarra, ma a pensarci bene, quel che sostiene Yuk Hui (e il suo maestro Berard Stiegler), lo diceva pure Martin Heidegger: la fine della filosofia significa che inizia la civilizzazione del mondo su basi tecnico-scientifiche, fondata sul pensiero occidentale. Il pensiero fornisce lo strumento che lo cancellerà, come l’uomo costruisce l’androide che lo sostituirà.
È come se il pensiero universalista occidentale si riversasse dalla filosofia alla tecnoscienza e dall’Occidente al vasto Oriente, per organizzare il mondo intero. Il caso della Cina è esemplare: gli ingredienti del suo sistema sono di marca occidentale; il marxismo, il capitalismo, la tecnica, il commercio globale, uniti alla capacità imitativa del mondo asiatico, al collettivismo in un sistema sorvegliato dall’alto, in cui il totalitarismo nato in Occidente incrocia il dispotismo asiatico. In tutto questo si perde l’idea di libertà, il senso della trascendenza, della storia, del pensiero critico e della fede religiosa. Ma poi c’è l’India, c’è il Giappone, ci sono i paesi islamici, c’è la Russia…
Il pianeta oggi sembra una maionese impazzita che si sparge in varie direzioni. Ma l’unico tratto che lo unisce è la Tecnica. E l’unico Impero possibile rischia di essere l’IA, un Impero Artificiale, come l’Intelligenza Artificiale…
Altro non si vede all’orizzonte, però se crediamo alle energie reattive dell’umanità, agli imprevisti della storia, alle incursioni degli dei o della Provvidenza, non è detta l’ultima.
IRAN: TRUMP, DECISIONE SU FINE GUERRA SARÀ CONDIVISA CON NETANYAHU

(LaPresse) – La decisione di porre fine alla guerra con l’Iran sarà “condivisa” con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Lo ha assicurato il presidente americano, Donald Trump, nel corso di un’intervista al Times of Israel.
“Ne abbiamo parlato. Prenderò una decisione al momento giusto, ma tutto sarà preso in considerazione”, ha spiegato Trump, facendo capire che – in ogni caso – se Netanyahu avrà voce in capitolo, l’ultima parola spetterà a Washington.
“L’Iran avrebbe distrutto Israele e tutto ciò che lo circondava. Abbiamo lavorato insieme. Abbiamo distrutto un Paese che voleva distruggere Israele”, ha sottolineato Trump. Rispondendo a una domanda sulle capacità dello Stato ebraico di portare avanti da solo la guerra nel momento in cui gli Stati Uniti dovessero decidere di interrompere i loro attacchi, Trump ha detto: “Non credo sarà necessario”.
IRAN: MEDIA, WITKOFF E KUSHNER DOMANI IN ISRAELE, VEDRANNO NETANYAHU
(Adnkronos) – L’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e il consigliere del presidente americano Donald Trump Jared Kushner saranno domani in Israele. Lo scrive Axios citando fonti ben informate a condizione di anonimato. Witkoff e Kushner incontreranno il premier israeliano Benjamin Netanyahu, aggiungono le fonti.

(ANSA) – NEW YORK, 08 MAR – Dall’invasione di Panama per catturare Manuel Noriega all’evacuazione dell’ambasciata americana di Bengasi, passando per il raid in Siria che si è tradotto nella morte di Abu Bakr al-Baghdadi. La lista delle operazioni ad alto rischio e top-secret della Delta Force, l’unità di elite dell’esercito americano, è lunga nonostante la sua breve vita. E, se Donald Trump lo deciderà, potrebbe estendersi ulteriormente con l’ingresso in Iran per ‘pulire’ i siti nucleari.
Formata nel 1977 dal colonnello Charles Beckwith, che ne è stato il primo comandante, la Delta Force è nata per affrontare la crescente minaccia del terrorismo. Dopo aver lavorato fianco a fianco con la Sas britannica (Special Air Service), Beckwith ha spinto sul Pentagono per la creazione di una forza specializzata in grado di compiere raid di precisione.
Una volta superate le resistenze del Dipartimento delle Difesa, il colonnello si è messo subito a lavoro stilando il ‘Robert Redford Paper’, un documento di quattro pagine in cui spiegava quali sarebbero state le quattro fasi di selezione ed addestramento. Per renderla completamente operativa ci sono voluti alcuni anni, e alla fine la Delta Force è stata pronta giusto in tempo per la crisi degli ostaggi del 1979.
L’unità è suddivisa in diversi squadroni che la rendono flessibile e le consentono di dispiegare squadre specializzate in missioni ad alto rischio che vanno dall’azione diretta alla guerra cyber, dalla raccolta di intelligence al supporto strategico.
I componenti della Delta Force hanno a disposizione le armi più avanzate e affidabili, che consentono loro di agire in ogni situazione anche se non sempre con successo, come avvenuto a Mogadiscio nel 1993. Molte delle operazioni della divisione speciale, che opera sotto la direzione del Joint Special Operations Command, sono top-secret e solo alcune sono note al grande pubblico. Fra queste la cattura di El Chapo nel 2016, ma anche l’assalto a Saddam Hussein.

(ANNA FOA – lastampa.it) – Si discute in questi giorni su chi ha deciso di attaccare l’Iran, Trump o Netanyahu, su chi ha spinto l’altro verso il conflitto. La fotografia, pubblicata anche sulla Stampa di venerdì, di Trump che nello Studio Ovale prega per la vittoria sull’Iran circondato dai leaders evangelici, come è noto i suoi principali sostenitori, che gli impongono le mani, è particolarmente significativa e inquietante. La foto infatti, non a caso diffusa dalla Casa Bianca, tende non solo a sottolineare il ruolo prevalente di Trump, ma anche a caratterizzare questa guerra come una guerra religiosa. In una delle sue ultime dichiarazioni sugli sviluppi della guerra, interrogato se prevedesse un cambio del regime iraniano, Trump ha risposto che non era quello l’obiettivo, e ha negato di avere obiezioni al mantenimento di una leadership religiosa in Iran, aggiungendo anche di conoscere nel mondo molti leader religiosi del tutto degni di guidare un paese. L’importante era che non svolgessero politiche contrarie agli Stati Uniti o ad Israele. D’altronde, è recentissima la dichiarazione del capo del Pentagono Hegseth che gli Stati Uniti stanno difendendo la civiltà occidentale cristiana.
Il fatto che la guerra abbia smesso di avere come suo obiettivo un cambio di regime potrà probabilmente ampliare il fronte dei suoi oppositori, di quanti di loro almeno erano trattenuti dall’opporsi senza esitazioni alla guerra dal desiderio di veder crollare il sanguinario regime iraniano.
Ma l’ipotesi che gli Stati Uniti siano stati trascinati ad attaccare l’Iran da Netanyahu affiorava già due giorni dopo l’inizio delle operazioni militari in una affermazione di Mark Rubio, subito smentita da Trump, che ha dichiarato che semmai era stato lui a trascinare Netanyahu in guerra. È però una tesi emersa già nelle settimane precedenti lo scoppio delle ostilità, in cui molti analisti prospettavano la possibilità di un attacco preventivo della sola Israele. Una tesi condivisa da una larga parte dei democratici, ma non solo. Infatti anche Steve Bannon, già grande sostenitore di Trump e negli ultimi anni allontanatosi dalle sue posizioni su una linea populistica estrema, ha preso le distanze dalla scelta trumpiana della guerra, richiamandosi alle posizioni isolazioniste su cui Trump ha ottenuto il secondo mandato. Insomma il MAGA è spaccato al suo interno, ed una delle linee di frattura è l’antisemitismo dei suoi estremisti di ultra destra. Così Bannon, seguace di Julius Evola, ma così anche Tucker Carlson, già collaboratore di primo piano di Fox News, razzista, sostenitore della tesi della sostituzione etnica, suprematista bianco. E anche antisemita e contrario al sostegno politico e militare ad Israele. Così i seguaci di Charlie Kirk, l’estremista trumpiano assassinato nel settembre 2025.
Il fatto che i più radicali tra gli estremisti del MAGA siano anche antisemiti li pone in conflitto col mondo dei sostenitori evangelici di Trump, di quei sionisti cristiani che vedono nel presidente uno strumento divino per avvicinare l’Apocalisse finale. Un ritorno di Cristo in terra che però prevede necessariamente anche la conversione finale di tutti gli ebrei al cristianesimo. Conseguenza che non piace certo ai loro alleati in Israele, ma che è stata opportunamente messa da parte in attesa dell’avvento del Messia, o per i sionisti cristiani dell’Apocalisse finale.
Il paradosso di questo clima è che Trump ha finora usato e sembra proprio che continuerà a farlo la scusa dell’antisemitismo per attaccare non i veri antisemiti alla Bannon ma gli oppositori del governo Netanyahu, cioè sia quell’ampia parte del mondo ebraico americano che manifesta contro la politica di Netanyahu sia in generale docenti e studenti delle Università. Quello che è certo, è che l’attribuzione ad Israele del ruolo decisivo nell’entrata in guerra degli Stati Uniti non potrà che sollevare una vasta ondata di antisemitismo a destra, fra gli isolazionisti e i sostenitori dell’America first. Mentre fra gli attivisti filopalestinesi e in generale nel mondo della sinistra diventerà più difficile distinguere fra il governo di Netanyahu e gli israeliani, e fra loro e gli ebrei.
La premier: “Saltate le regole del diritto internazionale ma non prendo posizione”. L’opposizione: “Complice”

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – Giorgia Meloni utilizza questa formula: «Non condivido né condanno» la decisione di Usa e Israele di attaccare l’Iran. La presidente del Consiglio parla a Rete 4, dice che ci troviamo in un quadro «nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale» ma che «non penso che siano saltate con questo episodio ma già con l’attacco della Russia all’Ucraina». Una posizione pilatesca ribadita così: «Non ho elementi necessari per prendere una posizione categorica, ma al netto del premier spagnolo nessuno in Europa ha condannato l’iniziativa e nessuno sta prendendo parte al conflitto».
L’Italia però «non è parte del conflitto e non intende esserlo, ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran ma solo a scopo difensivo». Sul fronte della sicurezza interna invece Meloni rassicura che non ci sono particolari allarmi in questo momento, «ma a scopo di prevenzione siamo mobilitatissimi». L’impegno del nostro Paese adesso è quello di «far valere la diplomazia e riaprire i negoziati internazionali».
Dichiarazione che arrivano dopo quelle di Donald Trump al Corriere della Sera: il presidente americano aveva detto che «l’Italia cerca sempre di aiutare» rispetto all’intervento e all’aiuto possibile nella guerra contro l’Iran scatenata per l’appunto da Stati Uniti e Israele. E se per lui il riferimento al ruolo italiano era una frase a costo zero, nella politica interna del nostro Paese invece non sono mancate le ripercussioni.
Qual è l’aiuto che si sta offrendo agli Usa? La presidente del Consiglio risponde, in sostanza, “nessuno”.
Le opposizioni vogliono saperne di più. Vanno al contrattacco. Dal M5S il vicepresidente Stefano Patuanelli commenta come «davanti alla più grave crisi internazionale degli ultimi decenni, davanti a uno scenario che lo stesso ministro della Difesa ha definito “sull’orlo dell’abisso”, il governo italiano semplicemente alza le spalle. Non so. Boh. Non ho gli elementi. Potrei essere a favore e potrei essere contro. È semplicemente incredibile». A Pd, Avs e +Europa che avevano chiesto chiarimenti sulle parole di Trump il ministro degli Esteri Antonio Tajani replica che non c’era nulla da chiarire. Il leader di Forza Italia sminuisce le critiche dell’opposizione spiegando che quella del tycoon Usa era «una dichiarazione più politica». Ancora, assicura l’assoluta trasparenza dell’esecutivo sulla crisi. E liquida: «Tutto quello che si sta facendo, si è fatto e si farà è stato detto in Parlamento, quindi non c’è null’altro da aggiungere». Gli dà ragione, con tono sarcastico, Angelo Bonelli di Avs perché, dice, «c’è poco da chiarire. Trump e Meloni non sono soltanto amici, sono complici di una stessa linea politica».
“Globalizzazione e legge della giungla sono la nostra tenaglia”

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] Professor Pons, da storico le chiedo: quanto misura il salto all’indietro che stiamo compiendo nella civiltà dei rapporti tra Stati, nel rispetto del diritto interno, nell’uso della forza come ultima istanza?
Mi sembra che siamo tornati all’età degli imperi.
È il periodo che precede la prima guerra mondiale segnato dall’imperialismo europeo, la spartizione di Africa e Asia e la seconda rivoluzione industriale.
La democrazia è regredita al punto che oggi è stata messa in discussione ciò che per anni era una verità indiscutibile.
[…]
Che la democrazia portasse pace?
L’unico sistema in grado di portare prosperità, ricchezza. L’unica speranza di allargare il benessere anche delle fasce più deboli. Un equalizzatore orizzontale di parità tra diversi.
Ora il diritto internazionale è divelto dal trumpismo.
Da un lato la legge del più forte, dall’altro gli effetti della globalizzazione hanno costruito questa tenaglia dentro cui siamo finiti.
Lei presiede l’Istituto Gramsci. La sinistra però prende colpi da chiunque.
Perché è stretta, quasi immobilizzata, dentro questo nuovo sistema di relazione. Il nazionalismo che avanza ovunque e brucia ogni concetto di solidarietà.
La destra avanza al punto che si sviluppano fenomeni, penso al partito di Vannacci, di proliferazione all’estrema destra di movimenti e gruppi politici. Come se lì risiede un consenso inesauribile, sempre più largo.
La destra ha buon gioco a banalizzare e a radicalizzare il discorso politico. Allinea una logica molto riconoscibile seppure superficiale.
Si dice che la sinistra perde perché internet ha svuotato le piazze, creato tante solitudini e tolto al partito che fu di Berlinguer l’organizzazione politica e culturale delle masse ora sparite.
Internet lo vedo come uno strumento. Sviluppa un sistema fenomenale: rende tutte le questioni molto più semplici perché radicalizza e banalizza.
Accresce i tifosi, li spinge da una parte o dall’altra.
Li spinge dove c’è meno complicazione.
Ha visto come la sinistra italiana ha esultato per il modo con cui Pedro Sanchez, il premier spagnolo e leader socialista, ha replicato a Trump? La sinistra è affamata di signor No.
Mi sembra anche naturale.
Però in Italia il Pci di Enrico Berlinguer era il partito della diversità e un modello per il resto d’Europa.
Era un modello e la diversità uno stile di vita non una pratica propagandistica.
Con gli occhi e le parole di oggi definiremmo populista l’idea che il bene sia di qua, il male di là.
Resto dell’idea che il Partito comunista italiano era davvero diverso da tutti gli altri, in antitesi con il socialismo reale dei paesi dell’Est, e anche naturalmente distante dal capitalismo americano dal profilo imperialista. Era infatti un modello di studio di tanti osservatori, di qua e di là dell’Atlantico.
Chissà cosa sarebbe accaduto se Berlinguer e Craxi non si fossero fatti la guerra.
Resta la domanda: quale forza la sinistra ha perduto in quella lotta intestina?
Il fisico Carlo Rovelli dice che alla fine dei conti l’autocrazia, tipo quella cinese, vince la gara rispetto alle invecchiate democrazie occidentali.
Lui dice questo?
Rovelli ricorda che il regime di Pechino ha tolto dalla fame un miliardo di persone e dato un futuro di benessere a un Paese poverissimo.
La democrazia ha le gambe più robuste e la storia lo dimostra. Naturalmente dobbiamo prendere atto che mai come in questo momento nelle società occidentali esiste una crisi di sistema. Trump ne è l’espressione.
[…]
Trump è l’infezione?
Abbiamo accettato l’idea che i mercati sono più importanti della democrazia. Che è legittimo l’obiettivo del dominio e dunque praticabile l’uso della forza.
Il dominio come prospettiva lecita, e la forza come mezzo utile per rappresentare la supremazia.
Ricorda la massima di Carl von Clausewitz? “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”.
Eccolo, è Trump!
Direi proprio di sì. […]

(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – L’ansia per il controllo delle riserve petrolifere, coerentemente con quanto accaduto in Venezuela, potrebbe essere uno dei fattori più plausibili alla base del conflitto. L’Iran possiede infatti tra le maggiori riserve di petrolio al mondo, e una destabilizzazione del Golfo Persico farebbe inevitabilmente salire i prezzi dell’energia, favorendo gli Stati Uniti in quanto esportatori netti.
Inoltre, una guerra prolungata e dagli esiti imprevedibili penalizzerebbe molto la Cina, grande importatrice di petrolio e principale destinataria delle esportazioni iraniane e, prima, venezuelane. In questa prospettiva, l’operazione in Iran potrebbe inserirsi in una più ampia strategia di contenimento di Pechino, incidendo sulla stabilità delle sue forniture energetiche e rafforzando la pressione sull’asse russo-cinese.
Se l’Iran avesse accettato di interrompere o ridurre fortemente le forniture alla Cina, sullo stile venezuelano, forse gli USA avrebbero avuto qualche possibilità in più per resistere a quelle che sembrano essere sempre più follie teocratiche fondamentaliste di Israele[1].
Tuttavia, il coacervo di relazioni e di prospettive geopolitiche esistenti tra Stati Uniti e Israele – di cui si ignora la profondità ma si può ben immaginare anche alla luce della vicenda Epstein – impediscono ad oggi l’esatta comprensione dei moventi reali dell’ingiustificata aggressione contro la Repubblica iraniana, e il quadro si riempie sempre più di elementi molto inquietanti se davvero è bastata una telefonata di Netanyahu a Trump per sconvolgere il Medio Oriente[2].
Però da questa ulteriore vicenda provocata dai due alleati emerge il consolidarsi di due elementi, di cui uno perfettamente conosciuto e che di nuovo si manifesta, e cioè l’importanza della narrazione della realtà.
Il secondo è invece il definitivo imporsi di un modello di gestione delle relazioni internazionali basato sull’eliminazione fisica dei vertici politici e militari di Stati sovrani, fatto definitivamente normalizzato come strumento di intervento.
L’assassinio della Guida Suprema iraniana, Alì Khamenei, avvenuto attraverso un bombardamento mirato proprio mentre si stavano sviluppando canali negoziali tra le parti, assume un significato politico particolarmente rilevante. L’attacco si è verificato nel momento in cui la leadership iraniana stava promuovendo incontri ai più alti livelli per sostenere il processo negoziale. La risposta a quegli sviluppi ha invece colpito direttamente il nucleo decisionale dello Stato, con lo scopo di alterare profondamente il quadro istituzionale e strategico iraniano.
Per decenni, l’equilibrio tra le grandi potenze ha avuto come fine ultimo il contenimento dell’escalation entro un determinato limite oltre il quale ci sarebbe stato il reale rischio di compromettere l’intero sistema internazionale. Quindi mai i vertici politici degli Stati sarebbero potuti diventare bersagli diretti. Il conflitto poteva essere tollerato entro determinati confini, e colpire fisicamente la leadership veniva considerato un passaggio capace di produrre costi sistemici superiori ai possibili vantaggi. Gli avvenimenti recenti sembrano indicare che quella soglia non esiste più, e il negoziato e la diplomazia perdono di ogni significato.
Lo schema è chiaramente sovrapponibile a quello della narrazione da film western: quando lo sceriffo arriva, identifica i cattivi e li elimina per ristabilire l’ordine[3].
La legittimazione di fatto dell’eliminazione di un leader al vertice di uno Stato si trasforma non solo in un obiettivo ritenuto accettabile, ma perfino in un episodio oggetto di ironia pubblica. In questo senso non può non suscitare particolare sconcerto la reazione del presidente argentino Javier Milei, che ha diffuso un video dai toni provocatori, fortemente inappropriati rispetto alla gravità degli eventi, ed anche indicatori di un suo malessere psichico[4].
Nel modo particolarmente indecoroso con cui Javier Milei si è espresso, tanto più grave considerando il ruolo istituzionale che ricopre alla guida di un Paese rilevante, emerge anche il tema della narrazione al pubblico e della reazione di quest’ultimo, espressa nella forme più volgari e triviali.
La costruzione narrativa degli eventi da parte dei governi, finalizzata a legittimare le proprie scelte politiche o a delegittimare l’avversario, costituisce un elemento costante nella storia delle relazioni umane e politiche. Tuttavia, tra la fine del Novecento e il primo quarto del XXI secolo, essa ha assunto una funzione particolarmente delicata e di fatto più pericolosa, operando in un contesto privo di quei contrappesi politici, ideologici e istituzionali che in passato ne limitavano almeno in parte gli effetti.
In questo senso va riconosciuta al cancelliere tedesco Friedrich Merz una franchezza che appare disarmante. La sua chiarezza nell’argomentare l’adesione a questo schema dovrebbe far riflettere. Merz ha affermato che Stati Uniti ed Europa devono iniziare a pianificare il futuro dell’Iran e dell’intera regione dopo che i raid congiunti di Washington e Tel Aviv hanno ucciso la Guida Suprema iraniana e, sostenendo esplicitamente gli obiettivi statunitensi di porre fine al programma nucleare di Teheran, ha chiarito che “non è questo il momento di fare la morale a partner e alleati”[5]. La sua è una posizione netta, l’azione è stata compiuta, si è eliminato il vertice iraniano e ora si tratta di gestirne le conseguenze e di disegnare il “giorno dopo” per quel popolo.
Per altro verso, le parole di Ursula von der Leyen rivelano tutta l’ipocrisia della narrazione europeista, basata su un falso moralismo. In un suo post su X ha invocato i diritti umani e le “aspirazioni democratiche del popolo iraniano” immediatamente dopo l’uccisione del vertice politico di uno Stato sovrano. La retorica radicata sulla “transizione credibile” per il futuro assetto politico dell’Iran declassa l’assassinio della leadership di un Paese sovrano a mero passaggio tecnico verso la democrazia[6].
Kaja Kallas come al solito non ha perso l’occasione per fare sfoggio della sua irresponsabile pochezza, e all’inizio dei bombardamenti da parte della coalizione Epstein[7], ha usato un linguaggio fortemente accusatorio nei confronti di Teheran, parlando di “regime”, di minaccia globale e di responsabilità dirette per migliaia di morti. Si è ormai imposto come formula ricorrente il richiamo alla presunta repressione sanguinosa delle proteste iraniane, spesso accompagnato da cifre presentate in modo sensazionalistico ma prive di qualsiasi solido supporto probatorio che non siano le veline anglo-sioniste. I numeri cambiano infatti con estrema disinvoltura, da 32.000 a 42.000 persone uccise, a seconda del giornale che le presenta o del talk show in cui vengono evocati senza un minimo di riscontro indipendente.
Quindi Kaja Kallas ha definito la morte della Guida Suprema iraniana “un momento decisivo” e “un cammino aperto a un Iran diverso”, sancendo la liceità dell’eliminazione violenta del vertice di uno Stato e trasformandola in un’opportunità storica[8].
Il livello di follia che si è radicato in Occidente lo ha ben compreso lo stesso Zelensky, che lo sfrutta senza alcuna remora. Nel suo messaggio natalizio ha evocato la fine del presidente della Federazione Russa e la sua uscita è stata accolta con normalità e compiacimento dall’establishment europeo, come perfettamente allineata al clima politico che oggi domina nel Vecchio Continente[9].
Le parole di Zelensky sull’uccisione di Khamenei confermano questa linea e la rendono ancora più esplicita. Ha considerato l’uccisione di Khamenei “un’opportunità di cambiamento” per l’Iran che deve essere “usata correttamente”, sottolineando che l’intelligence ucraina e il ministero degli Esteri stanno monitorando ogni sviluppo e coordinandosi con i partner, al fine di inserirsi attivamente nella dinamica di ridefinizione degli equilibri regionali.
Lo stesso Zelensky – si potrebbe dire con grande faccia tosta – descrive il regime iraniano come responsabile di repressioni interne e, ovviamente, il sostegno militare fornito alla Russia ha “determinato” il destino di quel Paese, mentre adesso si apre un’opportunità “a sostegno delle persone e della vita” (sic!) [10].
Davvero, sul piano della distorsione narrativa, sembra difficile immaginare qualcosa di più efficace di quanto stiamo vedendo. Orwell avrebbe riconosciuto immediatamente il meccanismo: la guerra che diventa pace e positivo cambiamento, l’eliminazione di una leadership che si trasforma in “opportunità democratica”, la destabilizzazione che viene raccontata come apertura alla libertà.
Proprio in quest’ottica Giorgia Meloni non solo si è ovviamente astenuta dal rivolgere qualsiasi lieve critica all’operato di Israele e USA ma è arrivata, in maniera alquanto grottesca e insultando l’intelligenza di chi ascolta, ad imputare l’aggressione all’Iran alla responsabilità di Putin[11], tanto per non dimenticare che all’inizio di tutto c’è un aggressore e un aggredito. Però, così facendo ha evitato di parlare della pochezza del suo governo, plasticamente rappresentata dalla vicenda che ha coinvolto il ministro alla difesa Guido Crosetto. Quando sarà il momento, non negheranno l’uso delle basi USA in Italia.
Più significativa, in questo quadro, appare la posizione assunta dal premier spagnolo Pedro Sánchez, che sembra rivelare una capacità strategica forse non pienamente attesa, mostrando in questa circostanza una autonomia decisionale del proprio Paese e un non irrilevante richiamo alla sua sovranità politica. In un primo momento Pedro Sánchez, anch’egli consapevole del peso della narrazione nel linguaggio politico contemporaneo, nel definire l’aggressione di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran come “un colpo alla legalità internazionale”, ha ritenuto necessario aggiungere il solito leitmotiv, calcato sullo stile “premesso che c’è un aggressore e un aggredito”, che si tratta comunque di un regime totalitario e crudele specialmente contro le donne.
In quel primo momento, tuttavia, la portata della sua voce critica verso la violazione della legalità internazionale risultava inevitabilmente compromessa dal fatto che, proprio nelle stesse ore, i bombardamenti israeliani e statunitensi avevano colpito una scuola elementare a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, causando la morte di 185 bambine tra i sette e i dodici anni: un dato che rendeva drammaticamente evidente la sproporzione tra il richiamo ai principi occidentali e la realtà dei fatti sul terreno[12].
In effetti Pedro Sánchez rappresenta oggi, nel panorama europeo e anche all’interno della sinistra europea, una posizione fortemente eretica considerando che si tratta di un premier e non di un leader di opposizione, tanto più per aver assunto la decisione di non autorizzare l’utilizzo delle basi militari statunitensi in Spagna per operazioni dirette contro l’Iran, decisione per cui ha subito le volgari minacce della Casa Bianca[13]. Tale scelta richiama non solo il tema della sovranità nazionale, ma anche la consapevolezza dei gravi rischi che posizionamenti di questo tipo potrebbero comportare per la sicurezza del Paese[14].
Per adesso invece la cosiddetta sinistra (?) italiana per voce di Elly Schlein, pur definendo «sbagliate e pericolose» le azioni militari unilaterali che violano il diritto internazionale e scavalcano le sedi multilaterali, non può fare a meno di dire che «Khamenei era un dittatore sanguinario di cui non sentiremo la mancanza» [15].
Il fatto è che non si chiede certo di sentire la mancanza per qualcosa o qualcuno che, per vari motivi, ci è indigesto, ma anche in questo caso l’avversario viene sistematicamente ridotto a mostruosa caricatura: Maduro è un tiranno affamatore, eletto tramite elezioni truccate, Khamenei un assassino sanguinario protettore del terrorismo mondiale (facendo di sunniti e sciiti qualcosa di indistinto), Putin un autocrate oppressore e imperialista.
I buoni sempre da una parte e i cattivi dall’altra, in uno schema morale semplice, rassicurante, ma profondamente ideologico.
Se si guarda bene però, si capisce che i “cattivi” alla fine sono tali perché hanno commesso un peccato preciso: hanno rivendicato il proprio diritto alla sovranità. Ed è esattamente questo che, per i “buoni”, diventa intollerabile.
Alla narrazione del sanguinario si aggiunge il tema del nucleare e così uno “Stato canaglia” per definizione deve essere strangolato economicamente e poi bombardato. Il nucleare per lo Stato canaglia non ha mai implicazioni civili ma solo militari, anche se non c’è lo straccio di una prova[16]. Non solo: si mette in discussione persino il suo diritto di dotarsi di armamenti convenzionali, perché Israele, che lo ha preso di mira da tempo immemore, non gradisce. In altre parole, la sovranità vale per alcuni, mentre per altri diventa una pretesa inaccettabile.
Siamo evidentemente in un chiaro contesto di guerra psicologica orientata principalmente a mantenere le opinioni pubbliche inerti e consenzienti, e quando emergono elementi che parlano di forti interferenze occidentali, di strategie di destabilizzazione, di tentativi di regime change del gennaio scorso in Iran (pianificati e agiti da CIA e Mossad[17]) o di rivoluzioni colorate pianificate o teorizzate dalla Rand Corporation[18], il dibattito si chiude: magari non per imbarazzo, ma si chiude perché si assume che sia giusto così. Il suprematismo occidentale resta un assioma.
Come ha osservato recentemente il professor Andrea Zhok in un post sul suo canale Telegram, non è possibile continuare a ridurre l’Iran alla caricatura di una dittatura monolitica fondata esclusivamente sulla figura del leader. È una realtà istituzionale complessa, dotata di organi elettivi, meccanismi di cooptazione, centri di potere plurimi e dinamiche interne stratificate che vanno ben oltre la personalizzazione del sistema dipinta dall’Occidente. La Guida Suprema rappresenta certamente un vertice decisivo, ma non esaurisce la struttura dello Stato[19].
Pensare che l’eliminazione del capo comporti automaticamente il collasso dell’intero sistema significa applicare uno schema semplicistico e personalistico che ignora le articolazioni costituzionali, religiose e politiche su cui si regge la Repubblica Islamica.
Una interessante intervista al professor Seyed Marandi, voce iraniana molto autorevole, descrive una situazione di guerra vissuta direttamente a Tehran, dove i bombardamenti condotti da Israele e Stati Uniti colpiscono in modo continuativo infrastrutture civili e istituzioni sociali, come ospedali, scuole, sedi della Iranian Red Crescent Society, commissariati, abitazioni private e il complesso della radiotelevisione pubblica iraniana. Parla di attacchi ripetuti sugli stessi obiettivi durante i soccorsi, i cosiddetti “double tap strikes”.
Nonostante queste criminali brutalità, il funzionamento dello Stato iraniano prosegue regolarmente e in moltissime città si sono svolte imponenti manifestazioni – basta fare un giro su molti canali Telegram per rendersene conto – a sostegno delle forze armate e dello Stato e in memoria di Ali Khamenei.
Secondo gli aggressori, sostenuti dalla narrazione occidentale, gli attacchi avrebbero invece prodotto un rafforzamento del sentimento antiamericano e antiisraeliano nella società iraniana.
Il mondo come ci viene raccontato dai trombettieri occidentali è in realtà la gretta espressione di una visione fondata su razzismo e suprematismo, mentre la risposta iraniana anche e soprattutto a livello di società civile sta mostrando una capacità di tenuta inattesa, e dopo i bombardamenti indiscriminati anche coloro che erano più esposti alla narrativa occidentale stanno modificando la propria percezione. Tuttavia, tale enorme complessità viene celata o minimizzata dai media occidentali.
Si preferisce invece dare spazio mediatico a un personaggio politicamente improbabile e ormai grottesco come Reza Pahlavi, che – in una videochiamata rivelatasi poi uno scherzo organizzato dai comici russi Vovan e Lexus – ha accolto con entusiasmo l’idea di bombardare l’Iran, come proposto da un sedicente collaboratore del cancelliere tedesco Friedrich Merz, addirittura travestito da Hitler[20]. L’episodio, oltre al carattere farsesco della messa in scena, ha messo in luce la fragilità politica e la sorprendente leggerezza con cui il figlio dello Shah si presta a discutere pubblicamente di scenari di guerra, confermando che la narrazione utilizza, con grande sprezzo del ridicolo, figure inconsistenti costruite mediaticamente.
Come già avvenuto nel 2020 con la pandemia e successivamente con il conflitto tra NATO e Russia in Ucraina, anche la guerra in Iran ripropone interrogativi che dovrebbero investire direttamente la sinistra – se ancora la si vuole chiamare così –, qualora intendesse tornare a essere una forza storica e non limitarsi alla mera amministrazione dell’esistente. Non è semplicemente una questione di recupero elettorale, obiettivo di per sé meschino, ma si tratta della necessità di ricostruire una rappresentanza politica, sociale e culturale reale, dopo quarant’anni di trasformazioni neoliberali che hanno progressivamente svuotato intere società di potere, identità e capacità critica, riducendole a masse frammentate e passive.
Ma questo richiederebbe un salto di qualità che oggi appare ancora assente: il coraggio politico e culturale di mettere in discussione le narrative dominanti, sottraendosi al conformismo geopolitico che governa il presente. Perché continuare ad accettare come inevitabile ciò che viene imposto quale unico orizzonte possibile significa esporsi, ogni giorno di più, a una escalation in cui non è più soltanto in gioco l’ordine internazionale, ma la stessa possibilità di sopravvivenza collettiva della specie umana.
[1] https://www.bbc.com/news/articles/cn5gkkgdzkyo
[2] Interessantissimo articolo di Axios di cui si consiglia la lettura https://www.axios.com/2026/03/03/trump-netanyahu-call-iran-war-israel-coordination
[3] https://www.politico.eu/newsletter/berlin-bulletin/theres-a-new-sheriff-in-town/
[4] https://www.cnnbrasil.com.br/internacional/milei-posta-video-de-ia-com-trump-fazendo-maduro-e-ali-khamenei-desaparecer/#goog_rewarded
[5] https://www.reuters.com/world/europe/germanys-merz-calls-plan-day-after-iran-2026-03-01/
[6] https://www.politico.eu/article/ursula-von-der-leyen-regime-change-democracy-iran/
[7] https://x.com/s_m_marandi/status/2028441892992451041
[8] https://www.europapress.es/internacional/noticia-kallas-destaca-muerte-jamenei-camino-abierto-iran-distinto-20260301123519.html
[9] https://www.independent.co.uk/news/world/europe/ukraine-zelensky-christmas-speech-putin-b2890574.html
[10] https://www.ukrinform.net/rubric-polytics/4096932-zelensky-irans-chance-for-change-must-be-used-correctly.html
[11] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/02/meloni-crisi-iran-ucraina-diritto-internazionale-notizie/8311118/
[12] https://www.aljazeera.com/news/2026/2/28/israel-strikes-two-schools-in-iran-killing-more-than-50-people
[13] https://www.bbc.com/mundo/articles/c9v0x9zgy7yo
[14] https://www.nytimes.com/es/2026/03/02/espanol/mundo/espana-ejercito-trump.html
[15] https://www.corriere.it/politica/26_marzo_01/iran-schlein-attacca-le-premier-meloni-amica-di-trump-ma-neanche-sapeva-dell-attacco-888d2416-ce02-460f-b8ba-5c3efe73dxlk.shtml
[16] https://www.rfi.fr/en/international/20260302-iaea-finds-no-evidence-of-hits-on-iran-nuclear-facilities-urges-restraint
[17] https://www.aljazeera.com/video/quotable/2026/1/12/mossad-agents-are-hiding-among-iranian; https://www.middleeastmonitor.com/20260124-in-1953-the-cia-walked-the-streets-of-tehran-today-they-walk-with-mossad-and-mi6/
[18] https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html
[19] https://web.telegram.org/k/#@andreazhok
[20] https://www.timesnownews.com/world/reza-pahlavi-pranked-russian-comedians-vovan-and-lexus-pose-as-german-chancellor-friedrich-merz-advisors-for-fake-interview-article-153754127
Il ministro Tajani aveva affermato: “Il diritto internazionale esiste fino a un certo punto”. Con un certo sgomento, lunedì scorso abbiamo assistito alla popolare trasmissione Otto e mezzo, nella quale brillanti analisti e diplomatici ripetevano in modo un tantino più sofisticato lo stesso concetto, ostentando contenti il loro cinico realismo e contraddicendosi subito […]

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Il ministro Tajani aveva affermato: “Il diritto internazionale esiste fino a un certo punto”. Con un certo sgomento, lunedì scorso abbiamo assistito alla popolare trasmissione Otto e mezzo, nella quale brillanti analisti e diplomatici ripetevano in modo un tantino più sofisticato lo stesso concetto, ostentando contenti il loro cinico realismo e contraddicendosi subito dopo, con esternazioni in base alle quali l’attacco all’Iran sarebbe una conseguenza del 7 ottobre e troverebbe la sua giustificazione nel finanziamento iraniano al terrorismo. Di fatto, il terrorismo è stato soprattutto sunnita e gestito dalla Cia: Hamas non è stato finanziato solo dall’Iran, ma dallo stesso Netanyahu, per sua pubblica ammissione in versione anti Autorità Palestinese. E si potrebbe continuare all’infinito, con gli alleati Pakistan e Qatar, oppure con l’ex terrorista Al Jolani posto dall’Occidente a capo della Siria.
[…] Mi sembrerebbe importante chiarire che, sebbene il diritto internazionale non sia avulso dalla Storia, ma radicato nella realtà geopolitica, e dunque capace di tradurre in norme la narrativa dei vincenti (ma così scopriamo solo l’uovo di Colombo), nel dopoguerra l’Occidente vittorioso aveva creato un sistema multilaterale e un insieme di norme che avrebbero potuto guidare un rapporto civilizzato tra gli Stati. Nel corso della guerra fredda, cadute ve ne sono state, ma il sistema ha nel complesso tenuto. Come ho tentato di illustrare in Approdo per noi naufraghi (saggio che continua a ricevere molta attenzione da parte della società civile, meno da parte del mainstream), dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, l’impero americano al colmo della sua potenza decise di sostituire l’ordine multilaterale, che aveva i suoi pilastri nell’Onu e nell’Osce, con la Nato, alleanza militare aggressiva, impiegata a 360 gradi per le guerre di “esportazione della democrazia”.
È triste notare come la sottocultura imperversi e persino stimati analisti e diplomatici possano non denunciare, trincerandosi dietro un relativismo astorico, un fenomeno che appartiene agli ultimi 30 anni (bombardamenti a Belgrado, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Gaza, Venezuela, Iran) e vede la hybris occidentale, cominciata con Clinton, Bush jr., Obama, Biden e culminata con Trump, distruggere le regole del diritto internazionale da noi creato mentre decantiamo farsescamente i “valori occidentali”, i diritti umani e la nostra civiltà in uno scimmiottamento dell’antico colonialismo.
[…]
L’aggressione all’Iran per trasformare un Paese dalla storia millenaria, con un’élite colta (magari ce l’avessimo noi) e una società civile dinamica, in una zona balcanizzata al servizio degli interessi israelo-americani, è l’incarnazione dell’Occidente brutale e selvaggio a cui i media e la classe di servizio, con una propaganda demenziale, stanno cercando di far abituare la popolazione europea. Potenza geopolitica occidentale, contenimento della Cina e militarizzazione del dollaro fanno da sfondo a questa guerra illecita che ha già sterminato centinaia di civili iraniani e causato le rappresaglie di Teheran, in grado di provocare un conflitto regionale, la chiusura dello stretto di Hormuz con conseguenze catastrofiche per l’economia europea. Israele e la sua potentissima lobby, che condiziona pesantemente la politica statunitense ed europea (concetto semplice e mai evidenziato dai media) da almeno un decennio cerca di trascinare Washington in una guerra contro Teheran. I pretesti del nucleare, della minaccia missilistica, del finanziamento del terrorismo non sono fondati. Sono strumenti di propaganda purtroppo ripetuti fino alla noia da diplomatici e accademici.
[…] Si ricorda che l’Iran con Hezbollah, Houti e Hamas, è l’unico Stato ad aver reagito contro il genocidio dei gazawi (ammesso dal tribunale onusiano Cgi e platealmente negato nelle tv europee), mentre Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Russia e Cina, a prescindere dalla retorica a uso interno, hanno mantenuto la cooperazione militare ed economica con Israele, esattamente come l’Europa. Nel mondo orwelliano a cui ci stiamo abituando, le destre e parte del centrosinistra in Europa sostengono il figlio dello scià che terrorizzava il popolo con la Savak, approvando un piano di sirianizzazione dell’Iran attraverso l’utilizzo delle minoranze etniche: curdi, beluci, milizie sunnite irachene.
Tutto normale, suvvia, siamo realisti! Eppure se lo fossimo ci domanderemmo dove sono gli interessi europei, geopolitici, economici e energetici in queste sporche guerre in Ucraina come in Iran. L’Europa continentale e mediterranea, se avesse una leadership funzionale al bene comune, riporterebbe in agenda la cooperazione e la mediazione con Russia, Cina e Iran. La sicurezza geopolitica e energetica dell’Europa è in gioco.