Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il futuro dell’Ue


Non esiste un meccanismo alternativo capace di garantire un quadro condiviso di legalità internazionale, che solo Ue e Onu possono esprimere.

Il futuro dell’Ue

(di Maurizio Delli Santi – lanotiziagiornale.it) – La ricorrenza del 9 maggio, “Giornata dell’Europa”, oggi non può passare inosservata, senza che sia messa a confronto con le scelte da compiere sul futuro dell’Europa. Il riferimento storico è alla Dichiarazione Schuman del 1950, con la quale si avviò il processo europeo grazie a una svolta radicale: si superò la tradizionale logica conflittuale tra Stati puntando a realizzare le prime forme di cooperazione istituzionalizzata. Dopo due guerre mondiali devastanti, Robert Schuman, Ministro degli Esteri francese, e Jean Monnet, economista e architetto delle politiche di integrazione, delinearono il primo progetto di cooperazione inter-statale, destinato a diventare modello delle relazioni internazionali in Europa.

L’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951 rappresentò quindi il primo ambito di attuazione di questo modello, che pose fine alla conflittualità dei rapporti tra Francia e Germania in quegli ambiti che erano stati all’origine dei conflitti mondiali. L’integrazione economica veniva così a configurarsi come strumento di prevenzione del conflitto, attraverso la creazione di vincoli giuridici e assetti istituzionali condivisi che di fatto, dai Trattati di Roma del 1957 al Trattato di Lisbona del 2007, hanno mantenuto lontano la guerra all’interno dell’Unione Europea.

L’integrazione europea si è dunque progressivamente configurata attraverso l’ ‘approfondimento’ di regole e procedure condivise e l’allargamento dell’Unione ai 27 Paesi (con un solo recesso, quello del Regno Unito, che sta ritornando sui suoi passi): i presupposti di fondo si sono consolidati in una “comunità politica” diventata riferimento per l’intero spazio europeo con il suo sistema dei diritti, anche in aderenza a modelli di giustizia sociale che hanno attenuato squilibri e diseguaglianze sistemiche. È bene dunque partire da queste premesse per valutare le sfide che attendono l’Europa. I movimenti sovranisti e populisti insistono sull’accusa di eccessiva burocratizzazione e iper-normativismo dei regolamenti europei. Si tratta però di una critica sterile, che trascura la possibilità di interventi correttivi e soprattutto la più ampia costruzione dello ‘Stato di diritto’ fondato su standard di legalità e giustizia sociale ancora unici nel mondo, su cui non a caso si è costruito un processo di costante allargamento, cui oggi guarda con interesse persino il Canada minacciato da Trump.

In sostanza non va persa di vista la questione oggi centrale: l’Europa può ancora rappresentare un modello politico da preservare e rendere attrattivo di fronte a questa fase di profonda crisi dell’ordine internazionale. Gli scenari sono noti. Il conflitto scatenato dalla Russia di Vladimir Putin contro l’Ucraina ha riportato nel cuore del continente europeo la “guerra di aggressione” come strumento politico, mettendo in discussione principi fondamentali del diritto internazionale quali l’inviolabilità delle frontiere e la sovranità degli Stati: L’ascesa globale della Cina vede progredire il suo modello controverso di potenza economica a scapito di standard produttivi sostenibili e libertà interne, oltre che dei debiti sovrani degli Stati destinatari dei suoi investimenti.

Atti di guerra

Ogni parte del mondo è sconvolta da logiche di guerra e derive autoritarie. Infine è arrivata la torsione irreparabile dell’amministrazione statunitense guidata da Trump rispetto al “rule of Law” e al senso comune che si riconosceva nell’Occidente liberale e democratico. È diventata crescente la divergenza tra Stati Uniti ed Europa: le controversie sono sorte sulla gestione della guerra in Ucraina, i conflitti a Gaza e in Cisgiordania, la pressione su Venezuela, Groenlandia e Canada, fino alle tensioni in Medio Oriente e alla guerra in Iran. Per ultimo, la guerra commerciale ripresa sui dazi e l’insistente prospettiva di un disimpegno americano dalla Nato – come contropartita alle riserve europee su una guerra non condivisa come quella all’Iran – hanno accentuando il distacco degli Stati Uniti dall’Europa, nonostante questa abbia sempre cercato la condivisione tra i due poli dell’Occidente.

Su questi fronti è bene smentire con forza le accuse di “parassitismo” rivolte da Trump e dal suo entourage agli europei, e va invece ribadita l’importanza del ruolo svolto dall’Europa nella sicurezza globale, come ha dimostrato con l’apertura data ai Paesi dell’est dopo la fine dell’Unione Sovietica, e oggi con il sostegno alla difesa dell’Ucraina. L’Europa non è mai venuta meno nell’assumere oneri nella gestione delle crisi internazionali quando queste hanno riguardato direttamente gli Stati Uniti: il contributo degli europei non è mancato proprio l’11 settembre 2001, quando gli attacchi alle Torri Gemelle colpirono gli Stati Uniti e non l’Europa. In quell’occasione la solidarietà europea si manifestò con i fatti: per la prima volta si fece ricorso all’articolo 5 del Trattato Nato, e Paesi come Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia si impegnarono nella difesa dello spazio aereo americano e nel supporto operativo alle missioni antiterrorismo in Afghanistan, Iraq e Siria, pagando anche il prezzo di tante vite umane, con centinaia di caduti e feriti tra i militari europei.

Sulle tracce di Schuman

Ecco allora che il percorso storico partito dalla Dichiarazione Schuman va reinterpretato sulle sfide attuali dell’Europa. Come sottolineato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’intervento all’Università di Salamanca il 19 marzo scorso, occorre “ritrovare l’ambizione dei leader del 1951”, convinti che “il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”. In questa visione occorre perciò riconsiderare le critiche che in maniera strumentale si sollevano sull’immobilismo e su una irreversibile divisione tra i leader europei. In uno scenario di ridefinizione profonda degli equilibri internazionali, c’è invece una leadership europea responsabile che converge su una forte tensione comune: la necessità di restituire all’Europa un ruolo strategico in un mondo che non è più garantito dalla prevedibilità dell’alleanza transatlantica.

Emmanuel Macron va riconosciuto il merito di aver sviluppato per primo il concetto di “autonomia strategica europea”, inteso non come slogan politico ma come esigenza strutturale. Oggi nessuno può più mettere in discussione la validità di quell’idea di fondo che ha convinto anche il premier tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer che sta proponendo una svolta post-Brexit: dopo le intemerate di Trump l’Europa non può più delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, perché sono proprio questi a contribuire oggi alla instabilità permanente. Lo spagnolo Pedro Sánchez ha collocato la questione della sicurezza europea dentro una dimensione più ampia, che intreccia stabilità internazionale, governance multilaterale, progresso sociale e difesa dei diritti. La sua impostazione è stata marcata rispetto alle pretese di coinvolgimento di Trump nella guerra in Iran, insistendo sul fatto che la sicurezza non può essere ridotta alla sola dimensione militare, ma deve includere la tenuta dell’ordine giuridico internazionale e la capacità dell’Europa di agire come attore normativo globale.

Pure il presidente finlandese Alexander Stubb ha espresso una prospettiva fiduciosa sul ruolo dell’Europa nel saggio “Il triangolo del potere, Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. È cruciale la sua tesi: nel “nuovo mondo del disordine” tra Occidente globale, Oriente globale e Global South, in cui la competizione tra blocchi è sempre più fluida, l’Europa ha necessità di sviluppare anche oltre le tradizionali alleanze la cooperazione, guardando principalmente al Global South rispetto a chi propone nuovi domini. E per questo sollecita la riforma dell’ ONU con l’allargamento del Consiglio di Sicurezza ad altri 5 membri permanenti: uno per l’America Latina, due per l’Africa, e due per l’Asia.

Ritorno alle origini

In questa lettura, ciò che emerge al di là delle differenze di accento è dunque una convergenza sostanziale su un punto decisivo su cui anche l’Italia si è unita a partire dalle Agende Draghi e Letta, ma soprattutto con le ultime posizioni di cautela assunte da Governo e Parlamento su Groenlandia e Iran: occorre porre fine all’illusione di un’Europa protetta da altri e senza che possa essere attore del proprio destino. In questo quadro, il dibattito sul passaggio del processo decisionale dall’unanimità a maggioranza, come sull’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato sull’Ue (che dovrà definire il meccanismo di solidarietà in caso di attacco a un Paese Ue) sul rafforzamento del pilastro europeo della Nato, sul processo di adesione dell’Ucraina e sulla costruzione di una base industriale della difesa comune rappresenterà il nucleo della politica europea contemporanea. Le riflessioni del filosofo recentemente scomparso Jürgen Habermas mantengono una straordinaria attualità: il futuro dell’Europa è legato al suo progetto originario di “costituzionalismo internazionale” (La costellazione post-nazionale, 1999; For Europe, 2025, Süddeutsche Zeitung).

Risposta necessaria

In definitiva, non esiste oggi un meccanismo alternativo capace di garantire ciò che è più necessario di fronte al disordine globale: un quadro condiviso multilaterale, per quanto imperfetto, di legalità internazionale, che solo l’Unione Europea e l’Onu sono in grado di esprimere e rinnovare su nuove basi. In questa prospettiva, il 9 maggio non rimane una data commemorativa, o un monito astratto. Se il progetto europeo saprà assumere fino in fondo consapevolezza, potrà ancora rappresentare la forma politica più appropriata in grado di tenere insieme sicurezza e diritto, potenza e cooperazione, interesse e giustizia. Non come eccezione storica, ma come scelta responsabile per un ordine internazionale meno cupo di quello che si sta delineando. In questo senso, l’Europa non è più una costruzione del passato, ma può rappresentare ancora una risposta necessaria per il futuro dell’umanità.

*Maurizio Delli Santi è membro dell’International Law Association


Nove maggio 2026, sveglia Europa…


(Dott. Paolo Caruso) – Il nove maggio ricorre, nell’ indifferenza quasi generale, il 76.mo anniversario dal giorno ( 9 maggio 1950) in cui sono state poste le basi dell’Unione europea con una straordinaria dichiarazione fondata su due principi essenziali: pace e solidarietà. I Paesi europei venivano dal periodo buio della seconda guerra mondiale e a cinque anni dalla sua fine, nel 1950, cercarono di risollevarsi dalle conseguenze distruttive e di riprendersi dalla devastazione umana ed economica causata dalla guerra. Un gruppo di politici europei, chiamati successivamente padri fondatori dell’Unione europea, condivise la visione di una Europa unita e per impedire il ripetersi di simili terribili conflitti, giunse alla conclusione che la fusione delle produzioni di carbone e acciaio avrebbe impedito una guerra tra Francia e Germania, storicamente rivali. Così facendo si pensò giustamente, che mettere in comune gli interessi economici avrebbe contribuito ad innalzare i livelli di vita dei popoli europei e quindi i governi di Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo compirono un passo storico verso un’ Europa unita. Il 9 maggio 1950, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman annunciò la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, sotto il controllo di una Autorità comune. Data l’importanza della dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, questo giorno è stato designato “Giornata dell’Europa”. Il sogno del manifesto di Ventotene per certi aspetti vide finalmente la luce. A 76 anni da quell’evento che avrebbe accomunato i destini dei popoli europei, molta strada è ancora da fare, infatti al di là della bandiera, dell’inno, della moneta unica (l’euro) è venuto a mancare un pilastro fondamentale, l’ integrazione. Questa nostra Europa ingabbiata da un rigido sistema economico finanziario dettato dalle lobby e dalle contingenze, è la copia svilita di quella ideata dai Padri fondatori. Il sogno di una Europa federata, “Casa comune” dei popoli, di una vera Unione politica, purtroppo è rimasto nel cassetto. Oggi la UE in profonda crisi di identità rappresenta una Organizzazione internazionale ibrida con tratti federali e elementi confederali che ne limitano fortemente l’ azione. Ondeggia sbattuta dai venti di guerra che soffiano dai suoi confini orientali, e che la spingono sempre più verso politiche belliciste. Pavida, servile verso il Tycoon statunitense non riesce a tenere la schiena dritta nel consesso internazionale. Del resto le donne che la governano, la Presidente von der Leyen e la Rappresentante alla politica estera Kallas appaiono inadatte al ruolo che ricoprono. Nessuna capacità di avviare un serio negoziato di pace tra Ucraina e Russia, nessuna presa di posizione sul genocidio di Gaza, nessuna ferma condanna a Netanyahu, nessuna adeguata politica economica per fronteggiare i dazi di Trump, ma una politica cieca priva di progettualità e rivolta contro la sua stessa storia. Insomma una Europa non pervenuta. Gli sbandamenti negli Stati dell’ Unione verso estremismi pericolosi e il ritorno a nazionalismi che sembravano essere scomparsi ne minano la stabilità e la sua stessa credibilità. Il ritrovato interesse per il riarmo fa sì che oltre a rinfocolare idee belliciste tende a creare insieme al caro energia problemi economici finanziari nei Paesi più fragili. Il costo delle armi infatti verrà a incidere nei bilanci delle singole Nazioni interessando in primis il welfare, la sanità e la scuola. Non è questa di sicuro l’ Europa disegnata dai Padri fondatori, non è questa la culla della civiltà, dove ideali di pace, libertà e solidarietà hanno forgiato il pensiero illuminista del vecchio Continente. Sveglia Europa! Oggi c’è poco da festeggiare…


Rievocazioni storiche, in Campania nasce una rete regionale


Nasce in Campania una nuova rete dedicata alla tutela e alla valorizzazione delle rievocazioni storiche. Dal mese di aprile è attiva l’Associazione Campana Rievocazioni Storiche, organismo regionale chiamato a rappresentare le realtà che, nei diversi territori, lavorano per custodire e raccontare il patrimonio culturale immateriale attraverso cortei, eventi tematici, ricostruzioni storiche e manifestazioni popolari.

L’iniziativa punta a dare una voce comune a un settore spesso sostenuto dal lavoro volontario, ma capace di produrre un impatto culturale, sociale ed economico rilevante. Le rievocazioni, infatti, non sono soltanto spettacolo: richiedono studio, ricerca, cura dei costumi, attenzione ai luoghi e partecipazione delle comunità.

Una rete per i territori

La nuova associazione nasce con l’obiettivo di coordinare gruppi e associazioni che operano in contesti differenti, ma condividono la stessa missione: preservare tradizioni, usanze e passaggi della storia locale che contribuiscono all’identità della Campania. Il lavoro dei rievocatori consente a borghi, città e comunità di recuperare memoria, trasformandola in occasione di incontro e promozione.

Il settore ha anche una ricaduta concreta sull’economia locale. Gli eventi storici richiamano visitatori, alimentano il turismo di prossimità, sostengono ristorazione, accoglienza, artigianato e attività commerciali. In molte aree interne o nei centri storici, una rievocazione può diventare un motore di visibilità e sviluppo.

Il direttivo e il dialogo con le istituzioni

Alla guida dell’Associazione Campana Rievocazioni Storiche c’è un direttivo presieduto da Giancarlo Sicuranza. Il vicepresidente è Giuseppe Serroni, il segretario Giuseppe Netti, il tesoriere Davide De Angelis. Fanno parte del consiglio anche Giuseppe Auriemma, Paolo Apicella e Alessio Fragnito.

La priorità indicata dalla nuova realtà associativa è costruire un rapporto stabile con le istituzioni regionali, affinché le rievocazioni storiche possano ottenere maggiore riconoscimento, strumenti di sostegno e una programmazione più strutturata. La parola chiave è fare rete: condividere esperienze, buone pratiche e strategie comuni per rafforzare la presenza del settore nel dibattito culturale e turistico.

Un movimento nazionale in crescita

La nascita dell’associazione campana si inserisce in un quadro nazionale già animato da esperienze regionali in Veneto, Toscana, Lazio, Umbria, Calabria, Sicilia, Emilia-Romagna e Marche, con ulteriori adesioni annunciate in altre aree del Paese. La presenza di gruppi storici attivi in Campania è documentata anche da repertori nazionali dedicati alle rievocazioni, mentre il confronto interregionale sul tema è stato rilanciato nelle ultime settimane anche in sede ministeriale.

Per la Campania, ricca di tradizioni civili, religiose, medievali, borboniche e popolari, la nuova associazione rappresenta un passaggio organizzativo significativo. L’obiettivo è evitare che un patrimonio affidato alla passione dei territori resti frammentato o marginale, trasformandolo invece in una risorsa condivisa per cultura, turismo e identità collettiva.

Per informazioni o iscrizioni :

associazionecampanars@gmail.com

info:3289056643

Associazione I Sedili di Napoli – ETS
Iscrizione RUNTS: Decr. n° 930 del 21/12/2023
80134 Napoli, Via Sedile di Porto, 33
80138 Napoli, Piazzetta del Grande Archivio, 5
isedilidinapoli@libero.it
isedilidinapoli@pec.it
+39 366 10 31 409
Sito web: http://www.isedilidinapoli.eu
FB: I Sedili di Napoli Custodi della Nostra Storia


Buttafuoco non è pericoloso ma è maestro a simulare il pericolo


Sembra estremo ma è rassicurante. Sembra eretico ma è compatibilissimo col buffet inaugurale della Biennale. Sembra un derviscio antioccidentale ma parla come uno che non farebbe mai saltare un invito a “Che tempo che fa”. La sua intera parabola racconta la trasformazione della destra italiana, da tragedia ideologica a lifestyle culturale. Nonostante sia un Pasolini compatibile con gli sponsor, un dandy antimoderno per rotocalchi evoluti, un democristiano esoterico. E forse il suo vero genio è proprio qui: nell’aver capito prima di tutti che in Italia la cultura non deve più produrre idee, ma atmosfera. Uno scrittore siciliano fa un ritratto onesto del siciliano che sta conquistando Venezia e spaccando il Ministero della Cultura

Buttafuoco non è pericoloso ma è maestro a simulare il pericolo restando perfettamente integrabile: ritratto del presidente della Biennale di Venezia (che oggettivamente sta spaccando)

(di Ottavio Cappellani – mowmag.com) – Pietrangelo Buttafuoco è il trionfo definitivo della cultura italiana trasformata in soprammobile. Non più l’intellettuale tragico, non più il corsaro ideologico, non più il monaco guerriero della destra esoterica: ma il suo derivato televisivo, commestibile, nazionalpopolare. Una specie di cardinale barocco progettato da Mediaset dopo una full immersion di Franco Battiato, Julius Evola e “Linea Verde”.

Per anni ci hanno venduto Buttafuoco come figura irregolare, scandalosa, quasi indecifrabile. In realtà è perfettamente leggibile. Anzi: perfettamente italiano. Dietro le citazioni arabe, i turbamenti mediterranei, le pose levantine e la dizione da ierofante etneo, c’è il più classico prodotto culturale italiano: il democristiano estetico. Non la Democrazia Cristiana dei congressi e delle correnti — troppo faticosa — ma quella atmosferica, antropologica. Quella delle casalinghe che vogliono sentirsi colte senza correre il rischio di capire davvero qualcosa.

Buttafuoco infatti non è realmente radicale. È ornamentale. È il radicalismo trasformato in tappezzeria culturale. Lo ascolti parlare e sembra sempre che stia per rivelarti un segreto custodito dai sufi nel deserto siriano. Poi, dopo venti minuti di Bisanzio, Ibn Khaldun e l’Etna metafisico scopri che il concetto finale era: “la Sicilia è complessa”.

Ed è qui che emerge il suo vero talento: la trasformazione della profondità in atmosfera. Buttafuoco non argomenta, aromatizza. È il diffusore per ambienti della cultura italiana.

Persino la sua conversione all’Islam, che poteva essere un gesto destabilizzante, in lui diventa immediatamente salottiera. Non spaventa nessuno. È un Islam da terrazza di Taormina, da aperitivo con intellettuali Rai, da spezia culturale da spolverare sopra la solita malinconia italiana. Non c’è mai davvero il rischio del conflitto. Buttafuoco rende innocuo tutto ciò che tocca perché lo trasforma in scenografia.

Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia

Ed è precisamente questo che il sistema culturale italiano ama. Perché l’Italia non premia quasi mai gli intellettuali veramente pericolosi. Premia quelli che simulano il pericolo restando perfettamente integrabili. Buttafuoco è ideale in questo senso: sembra estremo ma è rassicurante. Sembra eretico ma è compatibilissimo col buffet inaugurale della Biennale. Sembra un derviscio antioccidentale ma parla come uno che non farebbe mai saltare un invito a “Che tempo che fa”.

La sua intera parabola racconta la trasformazione della destra italiana da tragedia ideologica a lifestyle culturale. Negli anni Ottanta il militante missino aveva il senso della sconfitta storica, della marginalità, perfino della violenza autolesionista. Buttafuoco prende quel mondo e lo converte in prodotto da libreria d’aeroporto elegante. È la museificazione della retorica dello sconfitto attraverso la retorica siciliana.

Anche il suo linguaggio, apparentemente ricchissimo, spesso funziona come una macchina del fumo. Un lessico sontuoso che crea l’illusione della profondità. In Italia basta pronunciare “Mediterraneo”, “Oriente”, “Bisanzio”, “zolfo”, “misticismo”, “saraceni” con sufficiente gravità e metà del pubblico va in trance. Buttafuoco lo sa benissimo. È un professionista dell’incantamento semantico.

E infatti il suo pubblico ideale non è il lettore feroce, né il vero reazionario, né il rivoluzionario. È il pubblico che vuole sentirsi intelligente senza essere disturbato. La borghesia italiana che desidera il brivido dell’eresia in confezione regalo. Le famose “casalinghe di destra colte” che vogliono poter dire durante una cena: “Sai, Buttafuoco ha una visione mediterranea molto interessante”.

Pietrangelo Buttafuoco alla presentazione della Illy Art Collection (Biennale di Venezia, 2026)

In questo senso è profondamente nazionalpopolare. Nonostante le pose aristocratiche, Buttafuoco appartiene totalmente alla televisione italiana. Ne ha il ritmo, il compiacimento, la battuta preparata, la teatralità controllata. Anche quando cita René Guénon sembra stia facendo un provino permanente per un talk show del sabato sera.

Eppure — ed è questo il paradosso più irritante — rimane bravo. Perché possiede davvero cultura, memoria, stile. Non è un bluff totale. Sarebbe quasi più facile se lo fosse. Il problema è che usa quel talento soprattutto per costruire il personaggio Buttafuoco. Un personaggio perfetto per un Paese che ama gli intellettuali purché non diventino troppo intelligenti, i reazionari purché siano eleganti, i mistici purché facciano audience.

Così oggi Buttafuoco finisce naturalmente alla Biennale di Venezia, cioè nel luogo dove il sistema italiano consacra definitivamente i propri simulacri culturali. Ed è una nomina perfetta. Perché Buttafuoco è ormai questo: un simulacro riuscitissimo dell’intellettuale italiano. Una figura che dà continuamente l’impressione di custodire un segreto enorme mentre in realtà custodisce soprattutto il proprio personaggio.

È il Pasolini compatibile con gli sponsor. Il dandy antimoderno per rotocalchi evoluti. Il sufi da salotto Rai. Il democristiano esoterico. Il mistico televisivo. Il barocco prêt-à-porter.

E forse il suo vero genio consiste proprio qui: nell’aver capito prima di tutti che in Italia la cultura non deve più produrre idee. Deve produrre atmosfera.


Meloni in piena crisi di nervi? Il Deep State punta su Silvia Salis


Gli improbabili builder – dai Berlusconi brothers alla banda di cacicchi del PD e dintorni – del nuovo assetto governativo post destro-destro meloniano hanno scelto l’illustre sconosciuta

Meloni in piena crisi di nervi? Il Deep State punta su Silvia Salis

(Pierfranco Pellizzetti – ilfattoquotidiano.it) – Per capire l’attuale cambio d’umore della premier bisogna unire puntini come nel gioco da vecchia Settimana Enigmistica (“la pista cifrata” o “dot link”) e – così – ottenere l’immagine di ciò che le ha fatto perdere il sonno; il cui avvio non può che essere il disastroso esito referendario del 23 marzo. Il momento in cui si è iniziato a capire che ormai la puffetta mannara andava perdendo l’aura di vincente, mentre iniziano ad apparire le stigmate della perdente.

Dunque, comincia a risultare inefficace quale tutela degli equilibri considerati essenziali dal sistema di potere profondo che indirizza e governa il pensiero pensabile di una società sempre più opaca. Dal crollo del polo torinese, con la svendita della galassia Fiat da parte del liquidatore John Elkan, il Deep State nostrano ormai si circoscrive ai potentati mediatico-finanziari milanesi e al groviglio di relazioni informali romane, ai suoi alambicchi salottieri da cui distillare ricette gattopardesche (che tutto cambi perché nulla cambi). Quei luoghi del potere, sovente illusi di essere tali, da cui Meloni si era convinta di essere stata ripulita e cooptata grazie all’immediato allineamento atlantista (si trattasse di omaggiare Biden come Trump) e filo-banche, che contraddiceva gli assunti neo-fascismo sociale della sua prima giovinezza; tenuti in vita artificialmente grazie a un linguaggio ducesco e un inner circle creato circondandosi di antichi camerati e parenti da familismo amorale.

Quindi la percezione smarrente, per l’arrampicatrice ascesa dalla Garbatella a Palazzo Chigi, di un cambio di cavallo in corsa a suo danno. E qui il tratto che collega i fatidici puntini fa emergere l’attitudine pasticciona degli apprendisti stregoni al lavoro per il prossimo incantesimo italiano: gli improbabili builder – dai Berlusconi brothers alla banda di cacicchi del PD e dintorni (da Franceschini Dario a Matteo Renzi) – del nuovo assetto governativo post destro-destro meloniano come ennesima reiterazione della fanfaluca centro-centro. Ossia l’assemblaggio di una nuova maggioranza spacciata come “moderata” in quanto funzionale a bloccare qualsivoglia aspettativa di democrazia radicale, paventata come sovversiva: inclusione e lotta alla miseria, ispezionablità del potere e ricambio nel personale dirigente.

Ecco – dunque – il nuovo puntino per fare emergere il disegno simil-misterioso: l’illustre sconosciuta individuata come front-women dell’operazione restaurativa, tale da bloccare le candidature degli inaccettabili (perché inaffidabili) Elly Schlein e Giuseppe Conte: la sindaca di Genova. L’operazione mediatica che Marco Travaglio ha definito “il pompaggio di Silvia Salis”, realizzato attraverso la reiterazione a grancassa di tre leggende metropolitane mendaci: a) avrebbe strappato la città alla destra. Una sonora balla: il collegio elettorale genovese l’aveva spedita in minoranza già mesi prima nelle elezioni regionali (e Bucci candidato Governatore fu salvato dall’arrivo da Imperia dei cammellati di Scajola); b) avrebbe rivelato doti straordinarie di amministratrice quando in dieci mesi non ha combinato niente, oltre pronunciare slogan a pronta presa, cantare Bella Ciao e promuovere abbracci ad effetto (dall’ultimo fratello Cervi a Francesca Albanese); c) l’aggregazione promossa nella campagna comunale dalla sindaca bipartisan e certificata dalla sua giunta trasversale (l’assessora alla Sicurezza già nella precedente giunta Bucci, che aveva come consulente proprio l’attuale assessore alla Cultura, la calendiana assessora al Welfare e soprattutto il vice-sindaco, traslocato in precedenza da capogruppo PD a ben remunerato amministratore in quota Totigate di un’azienda portuale) la certificherebbe perfetta federatrice di un nuovo campo elettorale vincente.

E qui troviamo l’ultimo puntino da unire della Minetti graziata, quale definitiva redenzione della memoria di Silvio Berlusconi. Indispensabile per la ripulitura di Forza Italia, per il passaggio dalla corte di Meloni a quella di Salis. La perfetta dimostrazione che gli alambicchi del Deep State da noi producono scemenze. Perché il nuovo campo ipotizzato, oltre ai tagli di 5S e AVS ipotizzerebbe una scissione nel PD di Shlein, con il bel risultato di spaccare in tre parti la scena politica; come la Gallia di Giulio Cesare e altrettanto incapace di esprimere una guida. Dunque l’anticamera di nuovi governi tecnici alla Draghi e Monti: ossia la teatralizzazione dell’efficienza inconcludente.

Ma alla stampa padronale-deep tutto questo sembra il massimo e sbraita contro chi persegue l’alternativa democratica. Per loro vale la vecchia battuta comiziale di un liberale genovese nel PLI di Giovanni Malagodi: “ci hanno chiamato Cassandre. Ma se leggevano l’Iliade scoprivano che Cassandra diceva la verità… ed erano i figli di Troia a non darle retta”.


La Biennale fa litigare il governo, Salvini va a Venezia e si schiera contro il ministro Giuli: “Ha ragione Buttafuoco”


Il vicepresidente del Consiglio si schiera col presidente della Biennale. “Giuli assente all’inaugurazione? Ognuno fa ciò che crede”. Lo scontro per la presenza del padiglione della Russia

La Biennale fa litigare il governo, Salvini va a Venezia e si schiera contro il ministro Giuli: “Ha ragione Buttafuoco”

(ilfattoquotidiano.it) – “Continuo a ritenere che Pietrangelo Buttafuoco abbia ragione“. Con queste poche parole il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, si inserisce nello scontro tra il presidente della Fondazione La Biennale di Venezia e il ministro dello stesso governo di cui fa parte, vale a dire il titolare della Cultura, Alessandro Giuli, con tanto di relazione degli ispettori del Mic.

Il leader della Lega è appena sbarcato nel capoluogo veneto proprio per visitare La Biennale, la cui apertura al pubblico è prevista per domani, sabato 9 maggio. “Non penso che gli artisti americani, cinesi, israeliani o russi siano portavoce di conflitti in corso” ha detto ai giornalisti. “Godiamoci l’arte, godiamoci gli artisti al di là delle polemiche, delle bandiere, dei boicottaggi perché un giorno c’è quello sulla Russia, poi su Israele, poi c’è il boicottaggio sugli Stati Uniti”. Dopodiché, come detto, Salvini si è schierato con Buttafuoco: “Ha ragione lui. Penso che l’arte, come lo sport, visto che abbiamo appena finito le Olimpiadi, debbano essere esenti da conflitti“.

Nei giorni scorsi il ministro Giuli aveva contestato Buttafuoco per la decisione di aprire le porte della Laguna alla Russia, con un proprio padiglione, assente dal 2019. E soltanto ieri lo scrittore e giornalista, nonostante le accese polemiche, ha ringraziato lo stesso Giuli: “La Biennale non è un tribunale ma un giardino di pace. Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano” aggiungendo che “qui l’unico veto è l’esclusione preventiva“. Poi ha ringraziato “Alessandro Giuli e tutte le istituzioni dl territorio che in vario modo sostengono le iniziative della Biennale”.

Il leader del Carroccio ha risposto in merito all’assenza di Giuli all’inaugurazione di domani: “Sono qua per gli artisti. Il mio commento sugli assenti era sui cosiddetti artisti che boicottano altri artisti, non sui colleghi ministri, ognuno fa quello che ritiene”. E ha aggiunto: “Io rispetto la sensibilità degli altri, mi aspetto che gli altri rispettino la mia. Più che mandare ispezioni, verificare se è stata rispettata la legge, che è stata rispettata e basta. Poi io mi godo, sperando di coglierne l’essenza, quello che vedrò oggi”. L’intenzione del ministro dei Trasporti è di visitare il Padiglione Venezia, da cui è partito, e poi il Padiglione Italia e quelli degli Stati Uniti, della Russia, della Cina, di Israele e se “ho tempo – dice – mi piacerebbe vederne qualcun altro, penso a quello armeno, ad esempio”.


Napoli: Incontri jazz al Monastero delle Trentatré


Incontri jazz al Monastero delle Trentatré

Musica, convivialità e scoperta tra i grandi musicisti della storia del jazz

dal 16 maggio al 13 giugno

Sabato 16 maggio ritorna nella Sala Maria Lorenza Longo del Complesso monastico delle Trentatré, in Via Armanni 16 a Napoli, Incontri Jazz, la rassegna curata da Giulio Martino in collaborazione con l’Associazione L’Atrio delle Trentatrè e Dissonanzen. Un appuntamento consolidato per gli appassionati e per chi desidera avvicinarsi alla grande musica jazz attraverso un percorso di ascolto e racconto. Ogni serata non è solo un concerto, ma un vero e proprio viaggio nella storia del jazz, introdotto da brevi presentazioni, materiali audiovisivi e racconti che accompagnano il pubblico alla scoperta di artisti, epoche e linguaggi musicali.

La nuova edizione propone tre appuntamenti dedicati a temi centrali della cultura jazzistica, capace di attraversare il tempo e i confini geografici.

Il primo appuntamento, sabato 16 maggioalle ore 20:30, è dedicato a La fisarmonica nel jazz, uno strumento che per lungo tempo è stato considerato lontano dal linguaggio jazzistico e nel corso del Novecento ha conquistato uno spazio importante grazie a musicisti straordinari che ne hanno valorizzato la ricchezza timbrica e la versatilità espressiva.

Il concerto racconta l’evoluzione della fisarmonica nel jazz attraversando quattro grandi tradizioni musicali: l’Italia di Gorni Kramer, la Francia di Richard Galliano, l’Argentina di Astor Piazzolla e il Brasile di Hermeto Pascoal. Un itinerario sonoro che mostra come questo strumento abbia saputo dialogare con swing, tango nuevo, improvvisazione e musica popolare, diventando protagonista di una raffinata ricerca musicale.

Sul palco Rocco Zaccagnino alla fisarmonica e accordina, André Ferreira al contrabbasso e Cristiano De Pascale alla batteria, con la partecipazione speciale di Martina Lombardi alla voce.

Sabato 30 maggio il pubblico può scoprire uno dei momenti più importanti della storia della musica afroamericana con il concerto 1959, l’anno che ha cambiato il jazz.

Quest’anno è considerato da molti critici e musicisti quello più creativo e rivoluzionario per il jazz moderno: nascono dischi che cambiano radicalmente il linguaggio musicale e aprono nuove strade all’improvvisazione e alla composizione.

Da Kind of Blue di Miles Davis a Giant Steps di John Coltrane, da Time Out di Dave Brubeck a Mingus Ah Um di Charles Mingus, fino alle innovazioni di Ornette Coleman e Horace Silver, il concerto ripercorre le registrazioni che hanno segnato una svolta definitiva nella storia del jazz.

A raccontare questo momento sono Francesco Del Gaudio alla tromba, Mario Castellano al pianoforte, Matteo Errico al basso elettrico ed Emilio Pietropaolo alla batteria, in un omaggio alle sonorità e alle visioni che hanno ridefinito il jazz contemporaneo.

Il terzo appuntamento e ultimo, sabato 13 giugno, è dedicato a Round Midnight, uno dei film più belli e intensi mai realizzati sul jazz.

Ispirato alle figure leggendarie di Bud Powell e Lester Young, il film racconta la vita di un musicista jazz segnato dalla solitudine, dalla notte e dalla ricerca continua della bellezza attraverso la musica.

La serata propone racconti e musiche ispirati a questa pellicola straordinaria, capace di restituire tutta la poesia, la fragilità e la grandezza dell’universo jazzistico.

Sul palco Luigi Lombardi al pianoforte, Alessandro Vai al contrabbasso e Marco Gagliano alla batteria, con ospiti Sara Nannini alla voce e Fabrizio Di Vaio alla tromba.

Tutti gli appuntamenti iniziano alle ore 20.30 e sono preceduti da un momento conviviale con un calice di vino e uno stuzzichino di benvenuto nelle antiche cantine, per accogliere il pubblico in un’atmosfera intima e raffinata.

Biglietto intero 15 euro, ridotto 12 euro per i possessori della tessera Sostenitori de L’Atrio delle Trentatrè odv, per gli studenti del Conservatorio biglietto speciale 5 euro.

Info e prenotazioni 328 6690842 – latriodelletrentatre@gmail.com

INCONTRI JAZZ

Sabato 16 Maggio

La fisarmonica nel jazz

La fisarmonica nella sua evoluzione jazzistica attraversa l’Italia, la Francia, l’Argentina e il Brasile. Strumento inizialmente considerato agli antipodi del jazz, grazie a grandissimi musicisti ha avuto proprio in questo ambito un enorme riconoscimento. Le musiche di Gorni Kramer, Richard Galliano, Astor Piazzolla e Hermeto Pascoal per raccontarne la sua evoluzione.

Rocco Zaccagnino fisarmonica & accordina

André Ferreira contrabbasso

Cristiano De Pascale batteria

ospite Martina Lombardi voce

Sabato 30 maggio

1959, l’anno che ha cambiato il jazz

Il racconto dell’anno più creativo del jazz attraverso la musica e i dischi del 1959. Le registrazioni di Miles Davis, John Coltrane, Dave Brubeck, Charlie Mingus, Ornette Coleman, Horace Silver che hanno cambiato la storia del Jazz.

Francesco Del Gaudio, tromba

Mario Castellano, pianoforte

Matteo Errico, basso elettrico

Emilio Pietropaolo, batteria

Sabato 13 giugno

Round midnight

Ispirato alla figura di Bud Powell e Lester Young, racconti e musiche su uno dei film più belli dedicati al jazz.

Luigi Lombardi pianoforte

Alessandro Vai contrabbasso

Marco Gagliano batteria

ospiti

Sarà Nannini voce

Fabrizio Di Vaio tromba


Le confessioni dei soldati israeliani


Pensate se questa sera il TG1, il TG2, il TG5 e il TG de La7 aprissero tutti insieme con queste confessioni.

(Alessandro Di Battista) – 29 ottobre del 1956, villaggio di Kafr Qasim, Palestina. Quel giorno uomini del MAGAV, un corpo militare di gendarmeria della Polizia Israeliana, entrarono nel villaggio palestinese di Kafr Qasim e uccisero a bruciapelo 49 civili palestinesi totalmente disarmati, tra i quali un neonato di appena pochi giorni. Il plotone guidato dal tenente Gabriele Dahan in pochi minuti uccise 19 uomini, 6 donne, 10 ragazzi, 6 ragazze, 8 bambini e, come detto, un neonato. La scusa è che non avessero rispettato il coprifuoco imposto a tutti i villaggi palestinesi durante la crisi di Suez. Balle. Uccidevano per il gusto di uccidere. Come i nazisti. Ad ammetterlo è stato uno degli assassini, il soldato israeliano Shalom Ofer che, mosso dalla propria coscienza, ammise tutto: “Ci siamo comportati come tedeschi, automaticamente, senza pensare”. Come tedeschi intendeva come nazisti.

Sono passati 70 anni da allora ma non è cambiato nulla per i civili palestinesi. Anzi la situazione è dannatamente peggiorata. Allora in Palestina c’erano palestinesi armati che potevano provare a difendersi. Oggi i palestinesi armati non ci sono praticamente più. Non solo. Oggi le tecnologie in mano ai terroristi israeliani sono infinitamente più sofisticate di quelle utilizzate nel 1956. I massacri si possono fare a distanza, teleguidando droni che inseguono civili.

Ma i massacri si possono anche fare come avveniva allora, nel 1956. Si può sparare a bruciapelo sui civili, torturarli, sputare sui cadaveri o essere costretti dai superiori a vilipendere i corpi straziati dei trucidati palestinesi in caso di pentimento.

È quel che racconta del resto l’ultima inchiesta di Haaretz, giornale israeliano, che ha pubblicato le confessioni di alcuni riservisti israeliani che hanno operato a Gaza, in particolare a Khan Yunis. Sono confessioni sconvolgenti.

“Mi sentivo un mostro” ha detto ad Haaretz un soldato dell’IDF. “Alcuni di loro hanno ucciso civili a Gaza; altri hanno solo assistito, o sono stati testimoni di abusi e insabbiamenti in nome della vendetta. Ora stanno cercando di affrontare qualcosa di un po’ diverso dal semplice disturbo da stress post-traumatico” c’è scritto nell’inchiesta.

E ancora: “Abbiamo ucciso ragazzini, bambini e anziani disarmati. Al primo cenno di rimorso i comandanti ci spingevano a sputare sui cadaveri”.

E ancora: “Stavo usando un drone sopra i cieli di Salah al-Din Road, l’autostrada principale di Gaza. Un plotone ha notato delle figure ‘sospette’. Ho iniziato a sparare come un pazzo, come ti insegnano nelle esercitazioni durante l’addestramento di base. Mi sono avvicinato ai corpi caduti. Un vecchio e tre bambini, di dieci o dodici anni al massimo. I loro corpi erano colmi di proiettili; i loro organi interni si stavano riversando fuori”.

Il testimone racconta di aver avuto un momento di rimorso nel vedere i corpi di bambini dilaniati dai proiettili sparati dal drone israeliano. Ma in quel momento, in un momento di “debolezza”, di rimorso, di consapevolezza forse, il comandante dell’unità li ha spronati a sputare sui cadaveri. Lui stesso ha sputato sui cadaveri dei bambini dicendo questa frase: “questo accade a chi si mette contro Israele”.

E ancora: “Ci venivano incontro con le braccia alzate, vestiti di stracci, visibilmente disarmati. E ogni volta che questo accadeva avevamo l’ordine di sparare. Ci avvicinavamo ai corpi senza vita di ragazzini, donne e anziani senza provare eccessivo rimorso. Se uno di noi mostrava segni di titubanza o di disaccordo, il comandante dell’unità ci mostrava quel che andava fatto scalciando i cadaveri o sputando loro addosso” racconta un altro riservista.

Pensate adesso ai film sui nazisti, sulla Shoah, sui campi di concentramento, sul Ghetto di Varsavia. Pensate alle scene dei soldati della Wehrmacht che sparavano agli ebrei disarmati, poveri, magri, con le braccia alzate. I sionisti hanno fatto le stesse identiche cose, anzi hanno fatto peggio perché hanno utilizzato i droni che, essendo guidati a distanza, ti permettono un distacco mentale che favorisce gli eccidi.

Maya, una studentessa di filosofia all’Università di Tel Aviv che ha prestato servizio come riservista a Gaza, ha detto: “Un giorno, i soldati di guardia hanno notato cinque palestinesi che attraversavano una linea invalicabile, diretti verso il nord di Gaza. Allora il comandante del battaglione ha dato l’ordine di sparare, anche se non erano stati confermati come potenziali minacce. Un carro armato ha iniziato a scaricare su di loro centinaia di proiettili. Quattro dei cinque palestinesi sono morti. Poco dopo un bulldozer ha seppellito i corpi sotto la sabbia, perché non venissero mangiati dai cani e non diffondessero malattie”.

Adesso pensate se questa sera il TG1, il TG2, il TG5 e il TG de La7 aprissero tutti insieme con queste confessioni. Forse la Meloni sarebbe costretta a imporre sanzioni a chi ha fatto questo (e continua a fare questo) a decine di migliaia di civili. Per questo probabilmente gran parte dei media si voltano dall’altra parte.


Sondaggi politici, il centrodestra crolla al 43,8%: è il livello più basso dal 2022


Il centrodestra crolla al 43,9% il livello più basso dall’insediamento del governo Meloni. Dall’altra parte il campo largo passa in vantaggio. Ecco l’ultima Supermedia.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Il centrodestra crolla al 43,9% il livello più basso dall’insediamento del governo Meloni. Tutti i partiti della maggioranza sono in calo. Il campo largo invece continua a crescere e passa in vantaggio, al 45,8%. Vediamo nel dettaglio il risultato dell’ultimo sondaggio di Supermedia.

Calano tutti i partiti del centrodestra

Emerge un calo significativo del centrodestra con variazioni a livello dei singoli partiti. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito italiano, con il 27,8% delle preferenze, ma deve incassare un arretramento non trascurabile dello 0,4%. Il calo è più lieve per Forza Italia, che perde lo 0,1% e si assesta all’8,2%. Il vero “epicentro” della crisi della coalizione è rappresentato dalla Lega, che crolla al 6,6%, registrando in assoluto la perdita più consistente (-0,7%). Un calo che trascina verso il basso, complessivamente, i voti della maggioranza.

All’interno dell’area progressista, il Partito Democratico rafforza la sua posizione al 22,3%, in leggero aumento dello 0,1%. il Il Movimento 5 Stelle registra un balzo in avanti (+0,4%) che lo porta al 13,2%. A riportare un’ottima prestazione è anche Alleanza Verdi-Sinistra, che raggiunge il 6,5% incassando una crescita dello 0,3%. In questo momento Avs si posiziona allo stesso livello del Carroccio, distanziati da appena un decimo.

Scendendo più in basso nelle classifica troviamo forze centriste come Azione, quotata al 3%, stabile e movimenti indipendenti (per ora) ma riconducibili al centrodestra, come Futuro Nazionale di Vannacci, che consolida la sua posizione al 3,6% segnando un +0,1%. Seguono Italia Viva, che scivola al 2,4% (-0,2%) e +Europa, che perde uno 0,1% fermandosi all’1,4%. Chiude la classifica Noi Moderati, con un modesto 1,2%  (+0,1%).

Le coalizioni

La nuova configurazione “Supermedia Coalizioni 2026” certifica un clamoroso sorpasso del campo largo sul centrodestra. L’alleanza, composta da Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa, si attesta 45,8%, registrando peraltro una solda crescita di mezzo punto percentuale (+0,5%). Il centrodestra si ferma al 43,9% accusando un calo di un punto percentuale. Davanti alla progressiva erosione dei consensi il governo Meloni dovrà valutare quale strategia a attuare in vista delle politiche. L’alleanza con Vannacci potrebbe essere un’eventuale “via di fuga”, che riporterebbe nell’area della maggioranza una parte dei consensi persi in questi mesi. Ma dall’altra parte potrebbe indispettire gli alleati: da un lato Forza Italia, il polo più moderato della coalizione e in diverse occasioni critico nei confronti di Vannacci; dall’altro la Lega, reduce dalla dolorosa separazione con l’ex generale.


Ecco la Dementocrazia che chiede sudditi docili


(di Paolo Ercolani – ilfattoquotidiano.it) – “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra il vero e il falso, non esiste più”. A scrivere ciò era la filosofa tedesca, naturalizzata statunitense, Hannah Arendt, nella sua analisi magistrale dei regimi totalitari (1951). A conti fatti, questa frase parla più dell’oggi che non dei regimi di Hitler e Stalin. Sì, perché a quel tempo la maggior parte delle persone in fondo conosceva l’essenza violenta e liberticida dei regimi in cui viveva, ma chi per convenienza e chi costretto dal terrore della forza poliziesca, finiva col sottomettersi al Duce di turno e a un’ideologia totalizzante. A pensarci bene, la democrazia che si è sostituita a quei regimi infausti, ha significato anzitutto la formazione e l’informazione di cittadini liberi, soprattutto di studiare e conoscere, potendo giudicare i propri governanti con pensiero critico.

La costituzione di un’opinione pubblica capace di scegliere i governanti più credibili e preparati, ma anche di frenare gli istinti autoritari sempre dietro l’angolo, è stata possibile grazie a tre strumenti fondamentali: un sistema scolastico costituito da docenti validi perché selezionati; un’informazione composta da professionisti per quanto possibile liberi e competenti; una classe politica e dirigente istruita e autonoma – soprattutto rispetto al potere economico – quindi capace di coltivare quelle visioni a lungo termine che distinguono uno statista da un politicante.

Tale sistema, per comodità chiamato “democrazia”, è stato sostituito da un altro che ne rappresenta la versione trasfigurata. Possiamo definirlo “dementocrazia”, ed è sostenuto da tre pilastri distorti: un sistema di istruzione degradato e composto da docenti spesso mediocri, piazzati lì dal barone di turno; un sistema di informazione popolato da figure poco professionali e sottopagate, da editori a loro volta genuflessi al potere economico; una classe politica ignorante e incompetente, scelta appositamente con queste caratteristiche in modo da sentirsi miracolata e, così, eseguire senza fiatare i diktat del vero potere (quello tecno-finanziario).

Si tratta di un sistema coscientemente costruito almeno a partire dal 1975, quando negli Usa venne pubblicato uno studio – commissionato dalla Commissione trilaterale, think tank statunitense fondato dal plurimiliardario David Rockefeller – che si intitolava “Crisi della democrazia” (in italiano uscito con la prefazione di Gianni Agnelli). Perché crisi della democrazia? Calava già l’affluenza alle urne? I governi non facevano gli interessi dei popoli? Macché, crisi della democrazia perché – questo scrivevano gli autori del rapporto – c’erano troppe persone istruite e fornite di pensiero critico, specie nei confronti di un capitalismo che stava tornando predatorio. Nelle edicole c’erano troppe riviste culturali e giornali con inserti scientifici, nelle librerie troppi testi di livello elevato. Nelle università troppi professori alternativi e in televisione troppi programmi a carattere culturale. Del resto, il Sessantotto aveva messo in evidenza che la popolazione si stava radicalizzando in senso critico. Ma il potere, qualunque potere, ai cittadini critici preferisce sudditi docili. Quindi bisognava intervenire, sostanzialmente per abbassare il livello culturale e cognitivo dell’opinione pubblica, la stessa da cui poi emerge la classe politica.

Non è un caso che il quoziente intellettivo medio della popolazione, sempre salito dal 1907 – quando si iniziò a misurarlo – ha fatto registrare un calo costante dal 2009 (anno in cui sono comparsi gli smartphone), mentre ormai il 40% della popolazione soffre di analfabetismo funzionale (sa leggere, ma non coglie il messaggio contenuto in ciò che ha letto).

Quale realistica speranza di avere a che fare con una popolazione che nel suo complesso sappia distinguere tra vero e falso, quando l’informazione mainstream non tocca più i potenti, quando il sistema di istruzione è stato trasformato in distruzione delle menti e quando le principali figure politiche sono composte da individui ignoranti e imbarazzanti? Il totalitarismo incapace di distinguere vero e falso è stato sostituito dallo “spettacolo” di cui parlava Guy Debord: quello in cui il vero diventa un momento del falso e viceversa. In un futuro temo vicino, non ci saranno più libri di storia su cui leggere che la vicenda di Epstein – specchio in grande del bunga bunga italico – racconta di un Occidente al tramonto. Mentre l’aristocrazia finanziaria se la ride impunita e in sottofondo si ode la battuta del Marchese Grillo: “Perché io so’ io, e voi non siete un cazzo!”.

PhD Filosofia – Università di Urbino Carlo Bo


Pressing degli alleati su Roma, navi in partenza per lo Stretto


Parigi e Londra chiedono di avvicinarsi a Hormuz: mercoledì l’annuncio alle Camere. Poi servirà un altro voto del Parlamento

Pressing degli alleati su Roma, navi in partenza per lo Stretto

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – C’è una ragione riservata e politicamente scivolosa dietro alla decisione del governo di presentarsi all’inizio della prossima settimana in commissione Esteri e Difesa alle Camere, affidando ad Antonio Tajani e Guido Crosetto un’informativa sulla crisi di Hormuz. È legata a una richiesta informale, ma stringente, arrivata negli ultimi giorni ai comandi militari di Roma dagli alleati, ma discussa ovviamente anche dai vertici politici delle principali cancellerie europee. Gli stati maggiori di Parigi e Londra, che guidano la coalizione di volenterosi con l’obiettivo di organizzare una spedizione navale per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, hanno sollecitato i colleghi delle principali capitali continentali – tra cui l’Italia – a mettere in moto la macchina. O meglio, in navigazione le imbarcazioni, le fregate e i cacciamine. La sollecitazione dei partner è stata chiara: è necessario, oltreché urgente, avvicinarsi all’area del Golfo, perché nel caso in cui Stati Uniti e Iran dovessero effettivamente siglare una tregua, diventerebbe fondamentale essere operativi in tempi strettissimi.

Un chiarimento: non è ancora il momento di posizionarsi nel teatro scomodo e rischioso dello Stretto. Il suggerimento anglo-francese è però quello di attuare una sorta di “pre-posizionamento” delle imbarcazioni in acque limitrofe a quelle di Hormuz. La Francia lo sta già facendo, l’Italia ancora no.

Sono gli Stati maggiori a parlarsi, ma ovviamente tocca ai leader politici tracciare la rotta. E così, quando a Palazzo Chigi è stata consegnata la richiesta, la risposta di Giorgia Meloni è stata in un primo momento cauta: serve prima un passaggio parlamentare. Non solo per autorizzare la partecipazione attiva alla missione, ma anche solo per dare comunicazione ai gruppi parlamentari e al Paese che i nostri marinai sono salpati alla volta del quadrante di crisi. Ed è questo che verranno dunque a dire Crosetto Tajani mercoledì prossimo alle commissioni parlamentari.

C’è fretta, nel governo. Perché esiste un enorme nodo legato alla distanza che separa queste imbarcazioni dallo Stretto. Ci vogliono diversi giorni, in alcuni casi settimane, per presentarsi di fronte alle coste iraniane: è la ragione per cui Parigi ha già mosso la portaerei Charles De Gaulle, facendole attraversare il Canale di Suez, diretta verso Hormuz. E ha inviato a Gibuti i propri caccia-mine, in modo da trovarsi di fronte alle coste dello Yemen e dunque a pochi giorni di navigazione dal teatro del conflitto.

L’Italia, dunque: due navi di scorta potrebbero essere coinvolte. Una è già impegnata con Aspides nel Mar Rosso, una con Atalanta nell’oceano Indiano. Possono raggiungere in tempi relativamente rapidi lo Stretto. Il problema è per i due caccia-mine, fiore all’occhiello della Marina e asset richiestissimo per bonificare Hormuz: al momento sono ancorati in Italia – una è a La Spezia e – e servono quattro settimane per raggiungere il Golfo. Ecco perché a Palazzo Chigi, come alla Difesa e alla Farnesina, è scattato l’allarme: non c’è tempo da perdere, bisogna riferire in fretta al Parlamento per avvicinare le navi. E annunciare che gli scafi si stanno muovendo in direzione del Golfo. Anche a costo di andare incontro alle proteste delle opposizioni, che legano ogni impegno a una premessa: una tregua solida.

In realtà, è necessario distinguere: per autorizzare la partecipazione diretta alle operazioni difensive nello Stretto il governo si prepara a un vero e proprio voto in Aula su una risoluzione. L’obiettivo è organizzarlo presto, appena la diplomazia dirà che un primo patto tra Washington e Teheran è stato siglato. Nel frattempo, la Farnesina si muove per assicurare che l’impegno italiano sia chiaramente percepito come volto alla pace: ieri Tajani ha lanciato con altri 40 Paesi una “coalizione di Roma” per provare ad assicurare il flusso di fertilizzanti, fermi per il blocco dello Stretto, senza il quale rischia di finire in ginocchio l’Africa.


Hormuz, Iran e petrolio: la crisi che misura il declino della forza americana


Washington ha fretta, Teheran no

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La crisi iraniana va letta prima di tutto come una guerra del tempo. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un risultato rapido, visibile, spendibile sul piano politico interno e utile a ristabilire l’immagine di una potenza capace di imporre la propria volontà. L’Iran, invece, può permettersi una strategia più lenta, più logorante, più adatta alla sua storia recente: sopportare la pressione, assorbire sanzioni, usare la geografia e trasformare ogni negoziato in una prova di resistenza.

È questo il punto che spesso sfugge. Le proposte iraniane non nascono dalla paura di essere annientati. Nascono dalla convinzione di poter trattare da una posizione meno debole di quanto dicano i media occidentali. Teheran chiede il ritiro delle forze americane dal Golfo, la restituzione degli averi congelati, la fine — o almeno l’alleggerimento — delle sanzioni, il pagamento di riparazioni, un trattato di non aggressione e il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio nei limiti del Trattato di non proliferazione.

Non è il linguaggio di chi si arrende. È il linguaggio di chi ritiene di aver resistito abbastanza da poter dettare condizioni.

Trump, al contrario, appare prigioniero di una contraddizione. Vuole mostrarsi risoluto, ma non vuole una guerra lunga. Vuole piegare l’Iran, ma non vuole morti americani. Vuole proteggere la navigazione, ma non vuole trasformare Hormuz in un Vietnam navale. Vuole usare la forza, ma deve fare i conti con il Congresso, con i limiti giuridici interni all’uso della forza militare e con il rischio che un’operazione punitiva diventi un conflitto regionale ingestibile.

Il nodo giuridico e politico americano

La posizione americana non è solo militare. È anche istituzionale. Il presidente degli Stati Uniti può impiegare le forze armate in caso di emergenza, ma non può trasformare indefinitamente un’azione limitata in una guerra senza passare dal Congresso. Qui entra il problema dei sessanta giorni: una finestra temporale oltre la quale la Casa Bianca deve giustificare, rinnovare o chiudere l’operazione.

Ecco perché i cessate il fuoco, i piani negoziali, le formule intermedie e le dichiarazioni di “successo” hanno anche una funzione interna. Servono a dire: la fase è chiusa, abbiamo ottenuto un risultato, possiamo ripartire da un nuovo quadro. Ma l’Iran non si presta facilmente a questa scenografia. Se Teheran non accetta la narrazione americana della vittoria, Washington resta intrappolata tra due alternative sgradevoli: intensificare oppure riconoscere che la pressione non ha prodotto l’effetto sperato.

Hormuz come arma geoeconomica

Lo Stretto di Hormuz è molto più di un passaggio marittimo. È una leva strategica mondiale. Non controlla tutto il petrolio del pianeta, ma ne controlla abbastanza da condizionare prezzi, assicurazioni, noli, logistica, approvvigionamenti industriali e aspettative dei mercati.

L’Iran lo sa e usa Hormuz come un’arma geoeconomica. Non deve necessariamente chiuderlo del tutto. Basta renderlo incerto. Basta aumentare il rischio. Basta far salire i premi assicurativi. Basta costringere le compagnie di navigazione a domandarsi se convenga davvero mandare una petroliera in un’area dove ogni errore può diventare un incidente militare.

Qui sta la forza della strategia iraniana: non colpire soltanto il nemico, ma contaminare l’intero sistema che dipende dalla sicurezza marittima. Una petroliera che passa sotto minaccia costa di più. Una rotta insicura produce inflazione. Una compagnia assicurativa che arretra vale più di una cannonata.

I limiti della Marina americana

Gli Stati Uniti possono annunciare scorte, corridoi protetti, guida navale a distanza, missioni di sicurezza. Ma tra l’annuncio politico e la realtà operativa c’è una distanza enorme. Scortare il traffico commerciale attraverso Hormuz non significa semplicemente mandare qualche nave da guerra. Significa controllare un flusso continuo di petroliere, navi mercantili, rotte, comunicazioni, minacce missilistiche, droni, mine, barchini veloci, possibili incidenti.

Una grande petroliera non si ferma in pochi metri. Non si ispeziona come un’automobile. Non si devia senza conseguenze. Per bloccare, controllare o proteggere davvero una nave servono mezzi, uomini, intelligence, tempo e porti di appoggio. E se le navi sono molte, servono molte unità navali. È una forma di guerra costosa, lenta, logorante.

Washington, quindi, preferisce evitare lo scontro ravvicinato con gli iraniani. Può bombardare da lontano, colpire infrastrutture, usare droni e missili. Ma un confronto diretto nel Golfo aprirebbe un fronte molto più pericoloso: basi americane esposte, alleati arabi vulnerabili, traffico energetico compromesso, opinione pubblica interna inquieta.

La guerra economica contro l’Iran: arma spuntata?

La cosiddetta “furia economica” americana vuole soffocare l’Iran. Ma qui emerge il paradosso. L’Iran vive sotto sanzioni da decenni. La sua economia è meno efficiente, meno ricca, meno integrata; ma proprio per questo è più abituata alla pressione. Ha imparato a vendere attraverso canali indiretti, a commerciare con partner disposti ad aggirare le restrizioni, a sopravvivere in condizioni che per un Paese europeo sarebbero traumatiche.

Una nuova stretta economica può danneggiare Teheran, certo. Ma difficilmente la farà crollare. Al contrario, può colpire più rapidamente i Paesi che dipendono dalla stabilità dei mercati: Europa, Giappone, Corea del Sud, India, economie industriali importatrici di energia. L’Occidente immagina spesso che la propria vulnerabilità sia quella degli altri. Ma non è così. Una società abituata al benessere e alla fluidità commerciale soffre lo shock molto prima di una società addestrata alla scarsità.

Alla fine, il costo della guerra economica rischia di essere pagato anche da chi l’ha promossa: energia più cara, trasporti più costosi, inflazione, tensione industriale, rallentamento delle catene produttive.

Gli Emirati Arabi Uniti e la rottura della disciplina petrolifera

In questo quadro, la scelta degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’OPEC assume un valore enorme. Non è un dettaglio tecnico. È una frattura politica nel cuore del sistema petrolifero.

L’OPEC funziona come cartello solo se i membri accettano una disciplina comune: produrre entro certi limiti, sostenere i prezzi, non rompere la linea decisa dai grandi produttori, soprattutto dall’Arabia Saudita. Se un Paese importante come gli Emirati decide di muoversi autonomamente, il cartello si indebolisce.

Gli Emirati hanno ragioni precise. Primo: hanno bisogno di liquidità. Secondo: hanno un’economia più diversificata di quella saudita e quindi meno dipendente dal solo prezzo alto del petrolio. Terzo: dispongono di Fujairah, sbocco strategico sul Golfo di Oman, che permette di esportare senza passare direttamente da Hormuz. Quarto: vogliono maggiore libertà nel vendere petrolio a prezzi competitivi.

Per Trump, questa è una piccola vittoria. Se Abu Dhabi produce e vende di più, una parte della pressione sui prezzi può essere attenuata. Ma per l’Arabia Saudita è un segnale pericoloso. Riad ha bisogno di prezzi sostenuti per finanziare la propria trasformazione economica, il proprio bilancio pubblico, le proprie ambizioni di potenza. Una corsa al ribasso del petrolio danneggerebbe proprio chi ha costruito la propria stabilità sulla rendita energetica.

Il Golfo non è più un blocco compatto

La crisi rivela anche un’altra verità: il Golfo non è più un blocco compatto sotto tutela americana e regia saudita. Gli Emirati ragionano da potenza commerciale autonoma. L’Arabia Saudita cerca di difendere il proprio ruolo centrale. Il Qatar ha già mostrato in passato una capacità di muoversi fuori dagli schemi tradizionali. L’Oman conserva una funzione di mediazione. Il Kuwait e gli altri attori regionali valutano rischi e convenienze.

La protezione americana, inoltre, non appare più assoluta. Se l’Iran colpisce o minaccia, gli alleati del Golfo non sono sicuri che Washington voglia davvero arrivare fino in fondo. Questo produce un effetto strategico profondo: i Paesi arabi del Golfo cominciano a chiedersi se convenga affidarsi solo agli Stati Uniti o se non sia meglio diversificare alleanze, rotte, mercati e canali diplomatici.

Libano e Israele: il fronte che impedisce la pace

Il Libano entra nella crisi come detonatore permanente. Ogni volta che si apre una possibilità di tregua, il fronte libanese rischia di far saltare il tavolo. Israele vuole impedire che Hezbollah mantenga una posizione forte nel sud del Libano; vuole creare profondità strategica; vuole rendere inabitabile o comunque militarmente sterile l’area di confine.

Ma il risultato è una guerra di distruzione progressiva: villaggi colpiti, infrastrutture civili devastate, scuole e strutture sanitarie prese di mira o rese inutilizzabili, popolazioni spinte alla fuga. La logica è quella della fascia di sicurezza, ma il metodo produce radicalizzazione, odio, instabilità permanente.

Israele cerca sicurezza attraverso la forza, ma più amplia il raggio della distruzione, più moltiplica i fronti politici della propria insicurezza. Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran: tutto si tiene. La guerra non è più un episodio, ma un sistema.

Ucraina: l’Europa che parla di negoziato senza sapere cosa negoziare

L’altro grande fronte è l’Ucraina. Qui emerge la debolezza europea. Alcuni leader cominciano a parlare di negoziati con la Russia, ma l’Europa non ha ancora chiarito il proprio obiettivo politico. Vuole la sconfitta della Russia? Vuole il ritorno ai confini precedenti? Vuole una tregua armata? Vuole garanzie di sicurezza per Kyiv? Vuole guadagnare tempo per riarmarsi?

Dire “sostenere l’Ucraina” non è una strategia. È una formula morale e politica. Dire “indebolire la Russia” non basta. Indebolirla fino a che punto? Con quali strumenti? A quale prezzo per gli ucraini? E con quale uscita diplomatica?

La sensazione è che l’Ucraina venga usata anche come tempo strategico per l’Europa: Kyiv combatte, Mosca si logora, Bruxelles si riarma. Ma questo implica una domanda brutale: gli ucraini combattono per la propria sovranità o anche per consentire all’Europa di prepararsi a una guerra futura che nessuno sa davvero definire?

Valutazione militare complessiva

Sul piano militare, gli Stati Uniti conservano superiorità tecnologica, aeronavale e missilistica. Ma l’Iran dispone di vantaggi asimmetrici: profondità territoriale, missili, droni, reti regionali, capacità di disturbo navale, influenza su più fronti. Washington può vincere battaglie tattiche; Teheran può rendere il costo strategico della vittoria troppo alto.

Israele mantiene una formidabile capacità offensiva, ma rischia l’eccesso di estensione: Gaza, Libano, Iran, Cisgiordania, pressione diplomatica internazionale. La forza militare produce risultati immediati, ma non necessariamente stabilità.

L’Europa, invece, appare militarmente in ricostruzione e politicamente confusa. Vuole riarmarsi, ma non sa ancora per quale architettura strategica. Vuole contare di più, ma resta dipendente dagli Stati Uniti. Vuole negoziare, ma non ha una proposta.

Valutazione geopolitica e geoeconomica

Il centro della crisi è il passaggio dal mondo unipolare al mondo della resistenza diffusa. L’Iran non può battere gli Stati Uniti in uno scontro frontale, ma può impedire agli Stati Uniti di ottenere una vittoria pulita. Gli Emirati non sfidano apertamente l’ordine americano, ma cercano autonomia. L’Arabia Saudita difende il prezzo del petrolio, ma deve fare i conti con partner meno disciplinati. L’Europa invoca valori, ma subisce gli effetti materiali delle guerre che non controlla.

Il nuovo ordine non nasce da un grande trattato. Nasce da fratture: Hormuz, OPEC, Ucraina, Libano, sanzioni, rotte energetiche. La geografia torna a comandare. Chi controlla strettoie, porti, energia, assicurazioni, valute e materie prime possiede strumenti di potere superiori a molte dichiarazioni diplomatiche.

Hormuz, in questo senso, è il simbolo perfetto del nostro tempo: pochi chilometri di mare che possono mettere in crisi la globalizzazione, mostrare i limiti della potenza americana, dividere il Golfo, indebolire l’Europa e trasformare l’Iran da Paese assediato in attore capace di imporre costi al sistema mondiale.


Il Piano casa non c’è? Pazienza, le poltrone sono tutte già pronte


Al di là degli annunci il grande intervento esiste, per ora, solo sulla carta. Nel testo sono previsti due commissari. Costo nel biennio: 5 milioni

Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Tommaso Foti in conferenza stampa

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il Piano casa non c’è. Esiste solo sulla carta, ma le poltrone sono state già preparate da Matteo Salvini, nelle vesti di ministro delle Infrastrutture. Incarichi confezionati con un costo che sfiora i 5 milioni di euro solo nel primo biennio. E la stima è prudenziale, perché bisogna attendere i decreti attuativi.

Peraltro il progetto, nelle intenzioni di Giorgia Meloni, ha una durata decennale: nella speranza di portare a compimento il piano, l’esborso, solo per i commissari, potrebbe essere di (almeno) 25 milioni.

La premier ha parlato di 10 miliardi di euro e centinaia di migliaia di alloggi. Ma questo riguarda il futuro. Il presente è il provvedimento, approvato dal governo, che prevede stanziamenti incerti per risolvere l’emergenza abitativa in Italia.

Commissario ricognizione

La certezza è che Palazzo Chigi ha fatto ricorso allo strumento prediletto, ossia la moltiplicazione di incarichi e poteri attraverso l’istituzione di commissari straordinari.

Una specialità della casa, dalle carceri allo sport. Proprio nelle ultime ore alla Camera è stato approvato il decreto Commissari, provvedimento ad hoc, per cristallizzare le posizioni su varie opere, e per indicare il commissario sugli stadi. Il Piano casa raddoppia. Prevede infatti la figura due commissari. Il primo «per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi», indicato dal ministro delle Infrastrutture Salvini, e formalmente nominato dalla presidenza del Consiglio.

Il compenso sarà determinato da un decreto ad hoc. I super poteri sono stati già messi nero su bianco.

Tra i compiti base c’è quello di predisporre «l’elenco degli immobili su cui possono essere presentate iniziative di edilizia sociale» e definire «uno o più schemi-tipo di convenzione volti a disciplinare i rapporti tra gli enti proprietari e i soggetti attuatori».

Tutto questo ha un prezzo. Solo per la costituzione della struttura commissariale, il governo ha messo a disposizione 154mila euro per il 2026 e 265mila euro per l’anno prossimo con un conto iniziale di 419mila euro.

Non è l’unica spesa prevista dal governo su questo capitolo.

Nel testo spuntano altre risorse a disposizione. «Per l’esercizio delle proprie funzioni, compresa la stipula di eventuali convenzioni e la nomina di esperti per lo svolgimento dell’attività di indirizzo, coordinamento e monitoraggio al medesimo affidata, al commissario straordinario è riconosciuta una dotazione, nel limite di spesa di 500mila euro per l’anno 2026 e di 1 milione di euro per l’anno 2027», si legge nella bozza finale del decreto esaminato a Palazzo Chigi. Insomma, un altro milione e mezzo sul biennio, che si somma al resto.

La questione economica non passa inosservata. «Con questo cosiddetto Piano casa non vengono recuperate nemmeno le risorse tagliate annualmente a partire dall’insediamento di questo governo. Cambiano titoli e problemi di cui fingono di occuparsi ma con Meloni e Salvini crescono sempre solo le poltrone», osserva Andrea Casu, deputato del Partito democratico.

Per aggiungere un bel po’ di poltrone, il governo ha pensato di sfornare l’ennesima cabina di monitoraggio, guidata dalla presidente del Consiglio (o un delegato), insieme a un rappresentante del ministero delle Infrastrutture, quello delle Politiche di coesione, il commissario e gli enti locali.

Almeno in questo caso, non sono previsti stanziamenti. C’è giusto la possibilità di essere nel nuovo organismo.

«Il Piano casa di Meloni è un gioco di prestigio da quattro soldi, anzi da zero soldi, visto che non c’è l’ombra di un euro. Gli unici soldi certi sono destinati agli stipendi dei commissari nominati dal governo. Più che un piano casa, un piano poltrona», dice il segretario di +Europa, Riccardo Magi.

Esperti a chiamata

C’è un secondo commissario incluso nel pacchetto. Quello per il progetto di realizzazione dei «programmi infrastrutturali di edilizia integrale».

La struttura serve, scrive il governo, «per assicurare il coordinamento e l’azione amministrativa necessari per la tempestiva ed efficace realizzazione del programma di investimento individuato e dichiarato di preminente interesse strategico nazionale».

A sua disposizione c’è un plafond di 600mila euro all’anno. Una parte di questi finanziamenti può essere usata per reclutare esperti a chiamata diretta, da pagare fino a un massimo di 80mila euro.

Una corsia preferenziale per reclutare professionisti di fiducia in nome dell’emergenza.

C’è ancora una spesa, indiretta, affrontata dallo Stato: il commissario potrà contare su un contingente di «massimo di dieci unità di personale non dirigenziale delle amministrazioni pubbliche con oneri a carico delle amministrazioni di appartenenza».

Insomma, saranno gli altri a pagare i dipendenti della struttura, almeno fino a quando sarà in piedi.

In questo caso non esiste un onere calcolato con precisione, ma la stima del costo, per le casse pubbliche, è di almeno mezzo milione di euro all’anno. Mettendo insieme le varie voci, ecco che si arriva a un esborso di 5 milioni di euro. Il Piano casa, insomma, parte dalle poltrone.


Grazia Minetti, Cipriani diffida il Fatto: “Fermatevi e cancellate gli articoli o chiederemo 250 milioni”


La citazione. Uno studio legale di Wall Street ci accusa di aver pubblicato e diffuso “dichiarazioni false e altamente lesive”

Grazia Minetti, Cipriani diffida il Fatto: “Fermatevi e cancellate gli articoli o chiederemo 250 milioni”

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Rimuovere ogni traccia degli articoli sulla grazia concessa a Nicole Minetti, ma anche “cessare e desistere” dal portare avanti la nostra inchiesta giornalistica. Altrimenti ci verrà chiesto un risarcimento “in nessun caso inferiore” a 250 milioni di dollari. È una richiesta record quella che Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, ha indirizzato al nostro giornale. Non si tratta ancora di una causa, ma è probabile che lo diventerà presto visto che i legali di Cipriani ci hanno dato 48 ore per dare seguito alle loro richieste, francamente irricevibili. Un ultimatum che è già scaduto.

[…] Cipriani e Minetti non hanno mai voluto rispondere alle domande poste dal Fatto sin dall’11 aprile, quando abbiamo dato per la prima volta la notizia della grazia concessa a Minetti. Poi il 4 maggio, l’imprenditore ha rilasciato un’intervista al Corriere in cui ha dichiarato di voler chiedere i danni “quando le cose si saranno calmate”. Nel frattempo è arrivata al nostro giornale una mail da Reinhardt Savic Foley, studio legale con sede al Wall Street Plaza di New York. Sono sei pagine, la data è quella del 2 maggio ed essenzialmente accusano Il Fatto di aver “pubblicato e diffuso dichiarazioni false e altamente lesive nei confronti di Cipriani”. Gli avvocati dell’imprenditore non contestano un articolo specifico, ma varie informazioni riportate nei nostri pezzi che hanno acceso un faro sulla grazia concessa a Minetti. È solo dopo la nostra inchiesta che, il 27 aprile scorso, il Quirinale è intervenuto per chiedere al Ministero della Giustizia ulteriori approfondimenti in merito alla “supposta falsità degli elementi” indicati nell’istanza dei legali dell’ex igienista dentale, già condannata a 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby-bis e a un anno e un mese per peculato nella “rimborsopoli” lombarda.

La Procura generale di Milano ha riaperto le indagini, che sono tutt’ora in corso tra Ibiza e l’Uruguay. In attesa di capire quale sarà l’esito degli accertamenti dell’Interpol, dunque, Cipriani ci chiede di smetterla subito di scrivere, cancellando ogni traccia di quanto raccontato finora.

[…]

“La presente lettera costituisce una richiesta formale affinché il Fatto Quotidiano, insieme ai suoi proprietari, affiliati, redattori, giornalisti, collaboratori, agenti e tutte le persone che agiscono di concerto con esso (“Il Fatto”) cessino e desistano immediatamente dal pubblicare, ripubblicare, distribuire, diffondere, trasmettere, pubblicare o altrimenti diffondere dichiarazioni false e diffamatorie riguardanti Cipriani”, è l’incipit della lettera dei legali. Seguono poi tutta una serie di richieste. Ci viene chiesto di “rimuovere immediatamente da tutti i siti web, archivi, piattaforme di social media, canali video, newsletter, notifiche push e qualsiasi altro mezzo di comunicazione o canale di distribuzione” tutti gli “articoli, i post, i titoli, gli estratti, le immagini, le didascalie, i teaser, gli episodi, i clip e altri contenuti” relativi al caso.

[…] Ma i legali di Cipriani ci chiedono anche di “pubblicare e diffondere una ritrattazione e una rettifica complete” di quanto raccontato finora. Inoltre dobbiamo “cessare e desistere dal redigere, pubblicare, ripubblicare, trasmettere, postare, distribuire o diffondere in qualsiasi altro modo dichiarazioni, suggerimenti, allusioni o insinuazioni false, diffamatorie, fuorvianti o denigratorie”. La diffida ci impone pure di “conservare tutti i documenti, le comunicazioni, le note, le bozze, i materiali di riferimento, le registrazioni, i metadati, le e-mail, i messaggi di testo, le chat interne, i commenti editoriali e tutte le informazioni archiviate elettronicamente relative in qualsiasi modo alla creazione, alla ricerca delle fonti, alla revisione, all’approvazione, alla pubblicazione” degli articoli relativi a Cipriani, a Jeffrey Epstein, a Carlo Nordio, a Nicole Minetti ma pure a Punta del Este e “qualsiasi presunta richiesta di grazia”. Insomma dobbiamo imporci un bavaglio completo oppure Cipriani “chiederà un risarcimento danni per un importo da determinarsi in sede di giudizio, ma in nessun caso inferiore a 250.000.000 di dollari Usa”.

Grazia Minetti. nel 2021 in Usa il ‘normo-inserito’ Cipriani pagò per uscire da una causa per molestie sessuali

Le accuse. L’imprenditore veneziano fu citato da una dipendente: “I suoi locali erano diventati terreno di caccia di Weinstein”

Grazia Minetti. nel 2021 in Usa il ‘normo-inserito’ Cipriani pagò per uscire da una causa per molestie sessuali

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Nell’istanza per graziare Nicole Minetti, Giuseppe Cipriani viene descritto come una persona “normo-inserita e lontana da contesti di devianza”, capace di offrire alla compagna un ambiente stabile, equilibrato e rispettabile. È uno dei pilastri della richiesta firmata dall’avvocata Antonella Calcaterra per cancellare la pena residua di 3 anni e 11 mesi inflitta a Minetti per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Eppure, mentre quel documento prendeva forma, nei registri pubblici della giustizia americana era già stata depositata una causa civile per molestie sessuali che coinvolgeva direttamente l’imprenditore veneziano.

[…] Nel novembre 2020, a diecimila chilometri di distanza, la giustizia percorreva infatti due strade parallele. In Uruguay, un giudice concedeva a Giuseppe Cipriani, come lui ha fatto sapere, e Nicole Minetti l’affidamento temporaneo di un bambino presso la loro tenuta “Gin Tonic”, preferendoli a una coppia uruguaiana incensurata. Nello stesso periodo, a New York, Giuseppe Cipriani veniva citato personalmente nella causa federale numero 20-cv-09802 intentata da María Sol Larrea contro Cipriani Usa Inc. e lo stesso imprenditore. Negli atti della donna si legge che i suoi locali erano diventati “terreno di caccia” del suo amico Harvey Weinstein.

La causa si è chiusa il 30 luglio 2021 con un accordo economico transattivo riservato. Per la legge americana, la transazione non costituisce un’ammissione di colpa né un patteggiamento penale: significa soltanto che le parti hanno raggiunto un accordo rinunciando a proseguire il contenzioso. Resta però un atto giudiziario pubblico rilevante, se pure di parte, perché collide frontalmente con l’immagine di Cipriani restituita nell’istanza di grazia. Assunta nel settembre 2017 come addetta al servizio bottiglie al “Cipriani Downtown Socialista”, con obbligo di tacchi alti, minigonna nera e camicia bianca, María Sol Larrea denuncia di aver subito per due anni molestie sistematiche dal titolare. Nel fascicolo si legge che Cipriani, durante le visite al locale, la fissava con sguardi insistenti al seno e all’inguine. Insisteva perché bevesse shot di alcol durante il turno: ai rifiuti della donna rispondeva “I am your boss”, obbligandola a bere. Più volte, a fine serata, l’avrebbe invitata nel suo appartamento privato. Lei avrebbe sempre rifiutato. L’escalation fisica avviene a metà maggio 2019, un mese dopo che la condanna di Minetti per favoreggiamento della prostituzione era diventata irrevocabile. Cipriani invita la dipendente al nightclub “1Oak” dopo il lavoro. Lei accetta solo portando con sé la supervisora Silvia Porcu e una collega. Nel taxi, sostiene la denuncia, Cipriani “mette la mano sulla gamba della querelante, la fa scivolare sotto la minigonna e cerca di toccarle la vagina”. Racconta di averlo respinto più volte nel tragitto. Alla riapertura estiva del locale, la dipendente viene esclusa dai turni: secondo la causa, una ritorsione per aver respinto le avance.

[…]

Dall’atto d’accusa emerge poi un capitolo che collega i locali di Cipriani ad Harvey Weinstein, l’ex produttore oggi detenuto per aggressioni sessuali e stupro. I legali della dipendente scrivono che i due erano “close friends”, circostanza di cui parlavano anche i giornali americani. Secondo la causa, nel maggio 2019 – con il #MeToo esploso da quasi due anni – la direzione avrebbe permesso a Weinstein di usare il locale come “terreno di caccia per la sua devianza sessuale”. Per gli avvocati i convenuti avevano esposto le dipendenti alle sue avance e lui perseguitava la cameriera: “Vuoi diventare famosa?”. Lei chiede di non essere più assegnata al suo tavolo, ma la supervisora: “You have to serve him, it is your job”. Parole che ricompaiono anche in una mail del 2012 contenuta negli Epstein Files. Jeffrey Epstein, altro amico di Cipriani e frequentatore dei suoi locali a New York, scrive a un interlocutore: “Tutte le ragazze stanno andando da Cipriani, stasera dovresti andare a caccia”.

La difesa di Cipriani non ottiene l’archiviazione della causa e deposita una Answer to Complaint contestando integralmente le accuse. Il procedimento si chiude poi con un accordo riservato. Quando la Procura generale della Corte d’Appello di Milano viene chiamata a dar un parere sulla domanda di grazia, ritiene sufficienti gli elementi raccolti in Italia ed esprime parere favorevole. Il 18 febbraio il capo dello Stato firma il decreto. Solo il 27 aprile, dopo le inchieste del Fatto sulle omissioni e incongruenze dell’istanza, chiede verifiche urgenti e la Procura attiva nuovi approfondimenti. Eppure molte di quelle informazioni erano da anni nei registri pubblici della giustizia americana, accessibili a chiunque avesse deciso di cercarle nel luogo più ovvio: New York, centro degli affari di Giuseppe Cipriani.

[…] Cipriani ha diffidato formalmente il Fatto Quotidiano dal pubblicare altri articoli o minaccia di chiedere 250 milioni di dollari. Se il giornale avesse piegato la testa, tutto questo non l’avreste mai saputo.


Il diritto sta sopra le fazioni


(di Michele Serra – repubblica.it) – L’aperto sostegno di Pedro Sánchez a Francesca Albanese viene commentato con sollievo a sinistra e con toni ostili e beffardi a destra. Ma non dovrebbe funzionare così, perché la questione non è se Albanese sia politicamente simpatica o antipatica; se dica cose affini o contrarie alle opinioni del pubblico che fischia o applaude.

La questione è se le sanzioni del governo Usa (non simboliche: anche economiche) ai danni di una cittadina europea nonché funzionaria delle Nazioni Unite, e anche ai danni dei giudici della Corte Penale dell’Aja, sulla base di come hanno liberamente svolto il loro lavoro, siano lecite o illecite; se siano una comprensibile presa di posizione politica, oppure una intimidazione gravissima, e inaccettabile. In senso più lato, se l’intolleranza della Casa Bianca nei confronti di chiunque essa consideri non amico, non sottomesso, non docile, debba ricevere, in Europa, una risposta forte e decisa, o se si debba glissare e incassare il colpo in virtù degli ormai fantomatici “solidi rapporti di alleanza con gli Stati Uniti” (anche se l’atlantismo, dal punto di vista ideologico, è un concetto che nel 2026 ha già un sapore museale).

Non sono tempi, questi, per commentini da bar sulle disgrazie del “nemico” (tale risulta essere l’italiana Albanese per la destra politica e mediatica italiana). Sono tempi nei quali i princìpi del diritto internazionale barcollano, e si deve decidere se provare a tenerli in piedi o lasciarli crollare. Sánchez lo ha fatto. È questo che interessa, il resto è la ciancia risaputa delle fazioni.