Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Legge elettorale, il presidente della Consulta avverte Meloni: “Rispettare le sentenze”


Il presidente della Corte Costituzionale Amoroso è tornato su premio di maggioranza, ballottaggio e candidature a liste bloccate

Il presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso

(Francesco Grignetti – lastampa.it) – Il messaggio ai naviganti, a volerlo capire, c’è stato. Forte e chiaro. Ed ora è ben difficile ignorarlo. Ci ha pensato il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, nel corso della conferenza stampa di qualche giorno fa, parlando di leggi elettorali. Discorso che vale per quelle del passato come per quella in discussione in queste ore. Il presidente Amoroso ha infatti citato le due sentenze con cui la Consulta nel 2004 demolì il Porcellum, di Roberto Calderoli, e poi nel 2017 inibì in via preventiva l’Italicum, a firma di Matteo Renzi. «Nella prima sentenza del 2004 – ha detto – ma direi forse ancor di più nella seconda sentenza del 2017, sono affermati dei principi che riguardano sia il premio di maggioranza, sia l’eventuale ballottaggio, sia le candidature a liste bloccate».

Tre paletti che il Parlamento non potrà ignorare, pena una sicura nuova bocciatura. «Sono quelli i principi che la Corte ha affermato e che quindi non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale», ha concluso.

Ebbene, quasi dieci anni sono trascorsi dall’ultima pronuncia, i giudici costituzionali sono tutti cambiati nel frattempo, ma il presidente Amoroso ha avvertito: quei capisaldi non si abbandonano.

Ha anche fatto capire, nell’intervista che apre l’Annuario 2026, che c’è particolare attenzione ai possibili effetti distorsivi di ogni eventuale nuova legge elettorale. Si riferiva all’Italicum, la legge elettorale che non fu mai applicata proprio perché bocciata in un ricorso preventivo. La legge fu dichiarata incostituzionale nella parte sul turno di ballottaggio. «Perché mancava la previsione di una soglia minima di voti ottenuta al primo turno. Una lista poteva accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo e ciò nonostante ottenere il premio, vedendo in ipotesi notevolmente incrementato il numero di seggi rispetto a quelli che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno».

Occhio ai paletti della Corte costituzionale, dunque. Il legislatore deve sapere che non c’è soltanto un limite per il premio di maggioranza, su cui la sentenza del 2017 è stata particolarmente chiara (è ammissibile un premio di maggioranza per una coalizione che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti, consegnandogli al massimo il 55% dei seggi). La Corte ha fissato anche un secondo principio, vietando le lunghe liste bloccate, perché va restituita all’elettore la possibilità di scegliersi quale eletto vuole.

«Il parametro non è aritmetico», spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, entrato però in rotta di collisione con il suo partito sul referendum appena celebrato perché spingeva per il Sì. «Mentre sul premio hanno disposto il parametro chiaro, i giudici costituzionali non hanno messo un numero “magico” sulle liste bloccate. Hanno solo detto al legislatore: non devi fare liste bloccate troppo lunghe».

Che cosa potrebbe significare oggi? «Non è una indicazione verso il proporzionale o verso le preferenze. È chiaro comunque che il principio enunciato nel 2017 potrebbe entrare in conflitto con la questione dei collegi, ma anche con il premio di maggioranza. Dipende tutto da come si costruirà la legge. Dal punto di vista della Costituzione, l’importante è dare la possibilità di scelta all’elettore».

Aggiunge il professor Gaetano Azzariti, costituzionalista anche lui, che si è speso per il No al referendum: «Si gioca con il fuoco – avverte – perché la Corte costituzionale è stata esplicita nell’affermare il principio che affidare alle segreterie di partito la scelta sugli eletti, attraverso lunghe liste bloccate, è incostituzionale». Che siano le preferenze su una lunga lista di candidati, o che siano collegi uninominali, o ancora piccole liste bloccate, «il principio che vale è l’individuabilità dei candidati».

Il professor Azzariti personalmente preferirebbe il sistema dei collegi uninominali. «Non è l’unico, ma il migliore per rispettare quanto dice la Corte costituzionale. A quel punto tutto è chiaro». In subordine c’è il ritorno alle preferenze. “Una lunga lista e l’elettore sceglie. Forse non è il sistema migliore, ma è compatibile con quanto dice la Corte».

E poi c’è la terza via. Quella delle liste bloccate e del potere di vita e di morte delle segreterie di partito. «La terza, chissà perché, o forse senza chissà perché, è la più delicata sotto il profilo costituzionale ma è anche quella più perseguita dai partiti», commenta con tono sarcastico. «Ecco perché dico che oggi si sta giocando col fuoco. Con la scelta delle liste bloccate, ci si sta allontanando terribilmente da quanto la Corte costituzionale ha stabilito».

A volere imporre di nuovo le liste bloccate, la partita sarà sulla loro lunghezza. Se fossero 3 o massimo 4 candidati, le si può ritenere ammissibili dalla Corte. Se fossero 10 candidati, molto difficile. Ancor di più se si arrivasse a 12 candidati come vogliono alcuni boatos. «Già la legge elettorale vigente – dice ancora il professor Azzariti -, ovvero il Rosatellum rivisto e corretto alla luce del taglio dei parlamentari, secondo alcuni è a rischio di incostituzionalità. Ovvio: con la riduzione del numero di parlamentari, automaticamente si sono allungate le liste dei candidati. E se si continua ad allungare la lista bloccata, è evidente che la Corte a un certo punto interverrà».

Insomma, il presidente Amoroso nei giorni scorsi ha lanciato il suo “alert”. Si vedrà presto se e quanto sarà ascoltato.


Tucker Carlson compra “The Bibi files”, il documentario su Netanyahu vietato in Israele. “Ecco l’uomo che trascina gli Usa in guerra”


Il giornalista, vicino alla galassia Maga e schierato contro l’interventismo militare della Casa Bianca, compra i diritti del doc bandito in Israele che mostra il lato oscuro del potere del premier: regali di lusso, pressioni sui media e le accuse di aver messo a rischio la sicurezza nazionale

Tucker Carlson compra “The Bibi files”, il documentario su Netanyahu vietato in Israele. “Ecco l’uomo che trascina gli Usa in guerra”

(di Eleonora Bianchini – ilfattoquotidiano.it) – “Mentre gli Stati Uniti vengono trascinati in un’altra guerra all’estero, vale la pena conoscere l’uomo che ci ha costretti a entrarvi. Guarda il film talmente rivelatore da essere stato bandito in Israele. The Bibi Files è ora disponibile in streaming su TCN”. Acronimo di Tucker Carlson Network, il canale del giornalista vicino alla galassia Maga, già anchorman di Fox e critico accanito del governo di Netanyahu, oltre che in prima linea contro l’interventismo militare di Donald Trump. Un cambio di rotta del presidente, che per diversi esponenti vicini al capo della Casa Bianca nasconde la mano di Israele, inclusa la spinta verso il conflitto con TeheranCarlson ha comprato i diritti di “The Bibi Files“, diretto da Alexis Bloom e prodotto da Alex Gibney, che attraverso oltre mille ore di filmati trapelati – registrati tra il 2016 e il 2018 – mostrano, tra gli altri, gli interrogatori di Netanyahu, di sua moglie Sara e del figlio Yair. Un documentario che è stato bandito in Israele e che con Carlson è diventato virale. Molte delle dichiarazioni più incisive provengono da Raviv Drucker, giornalista investigativo e produttore del documentario, e da Uzi Beller, un amico d’infanzia che si è poi schierato apertamente contro di lui.

“Questo film – scrive Carlson su X – svela anni di storie che il governo Netanyahu vuole tenere nascoste. Accuse di corruzione esagerate, loschi accordi sottobanco, le manovre geopolitiche anti-americane del primo ministro e molto altro ancora”, mostrando “un lato del potere che i cittadini comuni non avrebbero mai dovuto vedere. Mentre l’America – sottolinea – si addentra sempre più nella guerra con l’Iran, capire chi tira le fila è più importante che mai”. Al centro le accuse di frode, corruzione e abuso di ufficio (noti come Casi 1000, 2000 e 4000), suggerendo un legame diretto tra i problemi legali del premier e le sue decisioni politiche e militari, che che sarebbero funzionali a distogliere l’attenzione dai processi. La proiezione del film è attualmente vietata in Israele a causa di restrizioni legali che impediscono la pubblicazione di filmati di interrogatori di polizia senza autorizzazione del tribunale.

The Bibi Files scava nel fitto intreccio di favori che lega Netanyahu ad alcuni dei più influenti miliardari del globo – tra cui anche il produttore hollywoodiano Arnon Milchan, il quale, secondo l’accusa, aveva fatto regali ai Netanyahu per centinaia di migliaia di dollari – con un focus particolare sulla coppia israelo-statunitense formata da Miriam e Sheldon Adelson. Il film fa emergere anche una strategia di lungo periodo nei confronti di Hamas: secondo le tesi esposte, il sostegno economico e logistico garantito negli anni dal premier non sarebbe stato un errore di calcolo, ma una precisa tattica volta a frammentare il fronte palestinese, indebolendo Fatah (ritenuta un interlocutore politico più pericoloso e credibile a livello internazionale) per rendere impossibile la soluzione a “due Stati”. Sul fronte giudiziario, spicca l’accusa di aver ricevuto beni di lusso da Milchan e i presunti accordi con l’editore Arnon Mozes per ottenere una copertura benevola sul quotidiano Yedioth Ahronoth, screditando sistematicamente gli oppositori. Un dettaglio cruciale riguarda l’attualità politica: a novembre 2025, Netanyahu ha presentato ufficialmente al Presidente Herzog una richiesta di grazia, un tentativo di chiudere i conti con la giustizia che è tuttora oggetto di aspro dibattito (lo stesso Trump, in passato, aveva invitato Herzog a concederla).

La strategia nei confronti di Hamas

Il film riporta testimonianze e analisi sul fatto che Netanyahu abbia indirettamente incoraggiato il finanziamento al gruppo islamista che governa Gaza (attraverso fondi provenienti dal Qatar, “miliardi di dollari nell’arco di una decina di anni” per il New York Times) con l’obiettivo di mantenere i palestinesi divisi. Sebbene l’afflusso di denaro fosse ufficialmente destinato a scopi umanitari, la critica è che sia servito a “comprare la calma” permettendo ad Hamas di consolidarsi militarmente. Drucker documenta come il premier abbia utilizzato lo stato di conflitto permanente per ritardare i propri processi, rendendo la presenza di Hamas funzionale a una narrativa di “sicurezza”. Diversi commentatori nel film definiscono il 7 ottobre come la conseguenza indiretta di questa politica: il più grande fallimento della sicurezza israeliana, causato dalla convinzione di poter “gestire” Hamas anziché contrastarlo.

Gli Adelson e il rapporto con Sara e Bibi

A colpire, nelle centinaia di ore di filmato, sono anche gli spezzoni degli interrogatori a Miriam Adelson e al marito, Sheldon, il magnate degli hotel e dei casinò scomparso nel 2021. Lei, invece, è ancora attivissima nella galassia del presidente Usa: è la miliardaria-ombra che più di tutti ha fatto pressione su Trump affinché si arrivasse a un accordo per liberare gli ostaggi israeliani rapiti da Hamas dopo il 7 ottobre. Nata a Tel Aviv, cresciuta a Haifa e naturalizzata americana, è una delle principali finanziatrici dell’attività politica pro-Israele e una donatrice per le cause ebraiche, oltre che essere l’editrice del diffusissimo foglio Israel Hayom, secondo giornale più diffuso nel Paese dopo Haaretz. Proprio la sua attività di editrice è al centro anche di alcuni spezzoni, dai quali emerge che la coppia Netanyahu esigesse un atteggiamento di favore sul suo quotidiano. Pessimo il giudizio di Sheldon nei confronti di Sara, che durante un interrogatorio sembrava volesse prendere le distanze dalla coppia (“Il Paese starebbe meglio se lei non si intromettesse. È intransigente… non credo che gli sarò ancora amico”). I filmati rivelano come la coppia Netanyahu pretendesse regali di lusso: sigari da cento dollari l’uno o gioielli di Tiffany. Vengono descritte anche le sfuriate telefoniche della première dame per foto non gradite sul giornale e l’accusa paradossale rivolta agli Adelson: se l’Iran avesse attaccato, la colpa sarebbe stata loro perché non difendevano abbastanza il governo del marito. “Se questo filmato venisse fuori, sarei morta”, dice Miriam in un passaggio, consapevole della gravità delle rivelazioni. Il rapporto tra le due coppie, seppur di lunga data, divenne insostenibile.

La tesi del film è che, attraverso metodi, favoritismi e pretese di regali di lusso, Netanyahu abbia messo a repentaglio la sicurezza di Israele. Per bloccare la diffusione del documentario, il premier ha invocato il segreto processuale. Ma quello che mostrano le immagini non è solo la cronaca di un processo, ma il ritratto di una rete capillare di relazioni illecite tra finanza, media e istituzioni. È la storia di come il Primo Ministro più longevo nella storia d’Israele abbia costruito e mantenuto il proprio potere.


Potere economico e intrecci con la politica: ecco come funziona il sistema Senese


La vicenda che ha coinvoltoDelmastro è rivelatrice di un meccanismo criminale che ha imparato sempre più a mimetizzarsi

Michele Senese

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – A Roma il potere non è mai solo politica. È denaro, è relazione, è capacità di entrare nei circuiti giusti senza farsi vedere. E dentro questo sistema Michele Senese resta uno dei nomi che contano. Uno dei re di Roma. Non è più l’uomo delle pistole e delle guerre di mafia. Non è solo quello. È diventato altro: un imprenditore criminale globale, uno che ha capito prima degli altri che il vero potere non è controllare una piazza di spaccio, ma i soldi che quella piazza produce.

Si muove sottotraccia, dentro i flussi di denaro, nei rapporti tra politici, imprenditori e faccendieri, nelle relazioni che tengono insieme pezzi di economia legale e capitale criminale. È in questo spazio opaco che continua a esistere, e a contare, Michele Senese. È in questo spazio che il denaro cambia pelle e i nomi si nascondono dietro prestanome, che il sistema di questo boss incrocia anche pezzi della politica. Non con relazioni dirette, quasi mai. Ma attraverso società, quote, intestazioni formali.

È il caso della vicenda che ha coinvolto Andrea Delmastro Delle Vedove: una società creata a Biella, “Le 5 Forchette”, proprietaria della “Bisteccheria d’Italia” a Roma, dove, secondo l’accusa, sarebbero stati reinvestiti capitali del clan Senese tramite la famiglia Caroccia, già condannata per intestazione fittizia legata alla stessa organizzazione. Il meccanismo è sempre lo stesso: una giovane incensurata come schermo, capitali che arrivano da altrove, soci che entrano ed escono, formalmente inconsapevoli, sostanzialmente inseriti in una catena economica che ha una regia. Non è necessario che la politica sappia. È sufficiente che entri. Perché il potere mafioso, oggi, non chiede appartenenza: chiede accesso.

La storia di Michele Senese è nota. Meno evidente è la sua trasformazione. Oggi lui non è più soltanto il capo di una struttura radicata nelle piazze di spaccio. È il regista (nonostante si trovi detenuto continua a impartire ordini) di un sistema economico criminale che ha imparato a mimetizzarsi. La violenza resta, ma è una risorsa residuale. Il vero potere è altrove: nella capacità di produrre, spostare, ripulire denaro.

Le carte giudiziarie descrivono un modello stabile. Il clan interviene nelle crisi finanziarie delle imprese, offre liquidità, rileva debiti. Non è assistenza, è acquisizione di controllo. L’imprenditore salvato diventa dipendente. Le aziende entrano in una rete che consente di reimmettere nel circuito economico i proventi del traffico di droga. Non c’è settore escluso: ristorazione, edilizia, commercio, immobiliare. Il denaro si muove e, muovendosi, si legittima. Questo sistema non si interrompe con la detenzione del capo. Al contrario, si rafforza. Senese continua a dirigere e monitorare gli investimenti, a impartire indicazioni operative, a orientare le scelte dei familiari. In particolare del figlio Vincenzo, che svolge una funzione di cerniera tra la “casa madre” e le articolazioni territoriali del gruppo.

È un potere che si esercita per delega, ma resta centralizzato. La famiglia, allargata e coesa, garantisce continuità. Moglie, figli, uomini fidati: ciascuno ha un ruolo nella gestione dei capitali, nella cura delle relazioni, nella tenuta del sistema.

La dimensione romana, tuttavia, non basta più. Gli atti giudiziari indicano con chiarezza una proiezione nazionale e internazionale. Milano è uno dei nodi principali. Qui il gruppo non si impone con metodi tradizionali. Non serve. Si insinua nell’economia, utilizza società, professionisti, strumenti finanziari. È una presenza silenziosa, ma strutturata, capace di movimentare decine di milioni attraverso società formalmente pulite.

La gestione del riciclaggio

Il salto di qualità è nella gestione del riciclaggio. E qui emerge una figura chiave: Tonino Leone. Secondo le autorità svizzere, Leone avrebbe operato come intermediario finanziario del clan, costruendo architetture societarie funzionali al trasferimento e alla pulizia dei capitali.

Società registrate a Ginevra, conti bancari aperti presso istituti di primo livello, operazioni di trasferimento verso entità italiane riconducibili alla rete Senese. Le cifre non sono episodiche: centinaia di migliaia di euro, fino a importi milionari. Il denaro attraversa confini, cambia intestazione, si ricolloca in nuovi investimenti.

Non si tratta di episodi isolati. L’indagine evidenzia una struttura stabile: immobili acquistati per conto di esponenti del clan, società utilizzate per fornire copertura lavorativa e residenziale, fondi trasferiti anche verso l’est Europa. Una parte delle risorse viene investita in Romania, altra prova di una strategia di diversificazione e protezione del capitale.

Questa è la nuova forma del potere criminale. Non più visibile, non immediatamente percepibile. Non ha bisogno di territori esclusivi, ma di accesso ai mercati. Non impone, si insinua.

E tuttavia, il fondamento resta invariato. Il denaro nasce ancora dalle attività tradizionali: traffico di stupefacenti, estorsioni, usura. È lì che si genera la liquidità che alimenta il sistema. La differenza è che oggi quella liquidità non resta nei circuiti criminali. Viene trasformata.

Il punto di equilibrio è proprio questo: la capacità di tenere insieme economia illegale ed economia legale senza soluzione di continuità. Un imprenditore che entra nel circuito Senese può continuare a operare formalmente nella legalità, ma diventa parte di un sistema che risponde ad altre logiche.

In questo senso, il nome di Senese conserva una funzione decisiva. Non è solo un riferimento operativo. È una garanzia. Nel mercato criminale, dire di essere “in affari con Senese” equivale a esibire una protezione, una forza finanziaria, una capacità di intervento. È qui che si coglie la natura del suo potere attuale. Non nella presenza fisica, ma nella reputazione. Non nella violenza esercitata, ma nella possibilità che venga esercitata. Non nel controllo diretto dei territori, ma nella gestione delle relazioni che li attraversano.

Roma resta il centro simbolico e operativo. Ma il sistema non è più circoscritto. Si espande dove il denaro può essere investito e moltiplicato.In questo scenario, Michele Senese appare per ciò che è diventato: non soltanto un capo criminale, ma un operatore economico illegale capace di muoversi tra mercati, ordinamenti e confini. Un soggetto che ha accompagnato, e in parte anticipato, la trasformazione della criminalità organizzata in un fenomeno finanziario.

Il dato, più di ogni altro, è questo: il potere non si è ridotto. Si è raffinato.


Cinque governi dell’UE (tra cui l’Italia) sono stati accusati di smantellare “sistematicamente” lo stato di diritto


Esclusiva: Bulgaria, Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia perseguono attivamente politiche regressive, secondo quanto rilevato da un organismo di controllo.

“Attacco alla giustizia”: come gli attacchi dell’estrema destra minacciano lo stato di diritto in Europa

(Jon Henley – theguardian.com) – Secondo quanto avvertito dalla principale organizzazione europea per le libertà civili, i governi di cinque Stati membri dell’UE stanno erodendo “in modo sistematico e intenzionale” lo stato di diritto, mentre gli standard democratici si stanno deteriorando in altri sei, comprese democrazie storicamente solide.

Basandosi su prove fornite da oltre 40 ONG in 22 paesi, l’Unione per le libertà civili in Europa (Liberties) ha descritto i governi di Bulgaria , Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come “smantellatori” che stavano attivamente indebolendo lo stato di diritto.

Il rapporto del gruppo per il 2026 , pubblicato lunedì, afferma che lo stato di diritto ha subito una regressione in tutti i settori – giustizia, lotta alla corruzione, libertà di stampa e meccanismi di controllo e bilanciamento della società civile – in Slovacchia sotto il governo populista, autoritario e filo-russo di Robert Fico.

Il quadro era altrettanto desolante in Bulgaria, mentre l’Ungheria , dove i 16 anni di potere di Viktor Orbán potrebbero concludersi dopo le elezioni del 12 aprile, “rimane in una categoria a sé stante, continuando a perseguire leggi e politiche sempre più regressive senza alcun segno di cambiamento”.

In altri contesti, Liberties ha identificato Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Svezia, tutti paesi con solide tradizioni democratiche, come paesi “in declino”: luoghi in cui lo stato di diritto è in declino in alcune aree, senza che tale erosione faccia parte di una strategia politica complessiva.

Secondo il rapporto di 800 pagine, la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Grecia, l’Irlanda, la Lituania, i Paesi Bassi, la Romania e la Spagna sono state classificate come “paesi stagnanti”, ovvero paesi in cui le condizioni dello stato di diritto non mostravano né miglioramenti né peggioramenti.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán parla a un comizio elettorale con una bandiera ungherese che sventola davanti a lui.

Anche la Polonia rientra in questa categoria: il primo ministro, Donald Tusk, sta cercando di ripristinare elementi chiave dello stato di diritto, come l’indipendenza della magistratura, smantellati dal precedente governo di Diritto e Giustizia (PiS), ma è ostacolato dal veto presidenziale.

Secondo Liberties, i limitati progressi compiuti finora dalla Polonia “dimostrano quanto possa essere difficile e fragile ripristinare un’indipendenza istituzionale compromessa”. Solo la Lettonia si è meritata lo status di “paese che si impegna a fondo”, con un governo che sta attivamente migliorando gli standard dello stato di diritto.

Il rapporto afferma inoltre che i meccanismi dell’UE per affrontare l’erosione dello stato di diritto sono in gran parte inefficaci, e che la maggior parte degli Stati membri non riesce a tradurre le linee guida in azioni concrete, nonostante diversi anni di raccomandazioni da parte della Commissione europea .

Giustizia

È emerso che il 93% di tutte le raccomandazioni contenute nella relazione sullo stato di diritto del 2025, redatta dalla stessa Commissione europea, erano ripetute rispetto agli anni precedenti, molte delle quali senza alcuna modifica nella formulazione, mentre il numero di nuove raccomandazioni si era dimezzato rispetto al 2024.

Delle 100 raccomandazioni della commissione valutate da Liberties, 61 non hanno mostrato alcun progresso, mentre altre 13 erano in peggioramento. “Il rapporto della commissione aveva lo scopo di stimolare azioni concrete”, ha affermato Ilina Neshikj, direttrice esecutiva di Liberties.

Ma dopo sette edizioni annuali, i risultati di Liberties evidenziano “non solo una regressione, ma anche sforzi continui e deliberati per minare lo stato di diritto. Ripetere le raccomandazioni senza un seguito significativo non invertirà questa tendenza”, ha affermato.

Il rapporto ha inoltre criticato le istituzioni dell’UE in generale, affermando che nel 2025 non solo avevano “rispecchiato molti dei problemi riscontrati negli Stati membri”, ma non erano riuscite ad applicare e difendere in modo coerente i diritti fondamentali.

“Hanno normalizzato l’uso di procedure legislative eccezionali e accelerate, smantellato importanti tutele dei diritti fondamentali e condotto una campagna concertata contro le organizzazioni di controllo”, ha affermato Kersty McCourt, consulente senior per la difesa dei diritti presso Liberties.

Quando ciò accade, ha aggiunto McCourt, le istituzioni “minano la credibilità dell’UE e dei suoi stessi rapporti sullo stato di diritto”.

Secondo Liberties, nel 2025 le condizioni dello stato di diritto si sono deteriorate maggiormente nel pilastro democratico dei “controlli e contrappesi”: la capacità delle ONG indipendenti e della società civile di organizzarsi, contestare le decisioni e chiedere conto ai governi.

Uno striscione mostra l'immagine di Orbán in un segnale di stop durante una parata del Pride a Budapest.

Secondo la ricerca, si sta assistendo a un aumento delle leggi regressive e delle pene severe per la partecipazione a manifestazioni vietate, anche in Ungheria, dove gli eventi del Pride sono stati proibiti e i loro organizzatori, tra cui il sindaco di Budapest, sono stati sottoposti a indagini formali.

In Italia è stato adottato un decreto di sicurezza estremamente restrittivo che criminalizza i blocchi stradali e altre forme di dissenso, ma rafforza le garanzie per le forze dell’ordine. In diversi Stati membri, i manifestanti per il clima e a favore della Palestina hanno subito divieti e sono stati criminalizzati.

Anche il pilastro della giustizia ha mostrato una mancanza di progressi, ha affermato Liberties, evidenziando in particolare quella che ha definito “una tendenza emergente di discorso politico sempre più critico o ostile nei confronti della magistratura e delle istituzioni per i diritti umani”.

Anche nella lotta alla corruzione si sono registrati scarsi progressi. E in materia di libertà di stampa, solo un numero limitato di Stati ha compiuto progressi tangibili. Gli attacchi contro i giornalisti sono aumentati in Bulgaria, Croazia, Italia, Paesi Bassi e, soprattutto, in Slovacchia .


Se ci fosse un referendum sulla politica estera, gli italiani saprebbero come votare


Il referendum appena svolto ha mostrato ancora una volta l’estrema capacità dei cittadini di cogliere il nocciolo di temi

(Marco Politi – ilfattoquotidiano.it) – C’è un referendum che non si farà mai: sulla politica estera dell’Italia. La Costituzione (saggiamente) ha previsto che siano soltanto i deputati e i senatori scelti dal popolo a valutare e decidere su certe materie come ad esempio trattati internazionali e leggi di bilancio. Per sottrarle a stati d’animo momentanei e far sì che le scelte siano ben ponderate dopo un approfondito dibattito.

E tuttavia il referendum appena svolto ha mostrato ancora una volta l’estrema capacità dei cittadini di cogliere il nocciolo di temi, che toccano equilibri profondi della società e dello Stato. Sarebbe bene che di questa lucidità le forze politiche tenessero conto anche nell’ambito della politica estera: soprattutto in un momento in cui il nuovo corso della presidenza americana ha inaugurato a livello internazionale una stagione segnata dal caos e dal “grande bastone”.

Capire ciò che pensano gli italiani non è difficile, i dati ci sono tutti, basta non far finta di niente e considerare scema la popolazione. Sull’Ucraina, ad esempio, la grande maggioranza degli italiani ha sempre condiviso un moto di solidarietà e di sostegno con la nazione aggredita da Mosca. Approvando aiuti economici e finanziando l’invio di armi per Kyiv per una guerra difensiva. Allo stesso tempo l’intuito popolare ha condiviso da subito la visione di papa Francesco, che ha colto nel conflitto uno scontro tra imperi, avvertendo che non si trattava della “favola di Cappuccetto Rosso”.

Sbeffeggiato spesso da commentatori come “pacifintista”, ingenuo o peggio utile idiota di Putin, questo popolo maggioritario ha sempre avuto l’idea che si possa arrivare ad una pace giusta con l’Ucraina fuori dalla Nato e dentro l’Unione europea e i russofoni del Donbass liberi di scegliere la loro strada come gli albanesi del Kosovo o come i “tedescofoni” dell’Alto Adige, ancorati all’Italia ma dotati di autonomia amministrativa, finanziaria e culturale. Non è un caso se le manifestazioni per la pace a Roma in piazza San Giovanni riunivano centomila persone mentre le manifestazioni a Milano di appoggio sic et simpliciter al nazionalismo ne mettevano insieme cinquemila.

E’ lo stesso popolo maggioritario che ha sempre respinto istintivamente le censure contro artisti ed esponenti culturali russi, condividendo quanto disse nel dicembre del 2022 il presidente Mattarella alla prima alla Scala del Boris Godunov: la cultura russa è parte integrante della cultura europea, un “elemento che non si può cancellare. Mentre la responsabilità della guerra va attribuita al governo di quel Paese, non certo al popolo russo”.

La volontà popolare, facilmente misurabile, vuole adesso con chiarezza la fine della guerra, senza manovre dilatorie di “volonterosi”, perché non porta nessuno alla vittoria e sta costando centinaia di miliardi di euro agli italiani e agli europei. Uno studio del centro Polidemos dell’Università Cattolica ha appena evidenziato che il 53 per cento degli intervistati non sta “né con Mosca né con Kyiv”: con un realismo che gli storici potrebbero definire bismarckiano.

Secco è stato anche l’immediato responso degli italiani sull’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran. Un sondaggio realizzato per La7 ha mostrato l’orientamento contrario del 70 per cento degli intervistati. L’animo popolare ha colto ciò che i veterani della diplomazia, dei servizi segreti, degli stati maggiori sapevano da subito: l’Iran non stava “minacciando” nessuno, non è a un passo dall’avere la bomba atomica e soprattutto è stato Israele a progettare l’attacco trascinando Trump dietro a sé.

Perché questa non è la Terza guerra del Golfo, ma la Guerra d’Israele per il predominio nell’area mediorientale. D’altronde il governo Netanyahu ha già occupato nuovi pezzi di terra siriani, sta occupando un vasto spazio nel Libano e si è installato – nonostante il “cessate il fuoco” – in più della metà della Striscia di Gaza.

L’animo popolare ha le idee ben chiare: alla vista di un milione di sfollati nel Libano, scacciati come mandrie di bestiame dall’esercito israeliano, vorrebbe lo stop ad ogni collaborazione nel settore degli armamenti con Netanyahu. Mentre i governi europei si limitano a flebili e contorti comunicati, la maggioranza degli italiani ha capito che il governo israeliano ha deciso di cancellare ogni idea di Stato palestinese.

Intanto prosegue incessante l’ondata di devastazioni operata dai coloni ebrei in Cisgiordania con la complicità dell’esercito. Palestinesi aggrediti, feriti, uccisi, case e auto incendiate, bestiame massacrato, campi e uliveti devastati. Le vittime palestinesi sono oltre mille (quasi quanto le vittime ebree per causa del barbaro attacco di Hamas il 7 ottobre 2023). I bambini palestinesi uccisi più di trecento. I nazionalisti ebrei vogliono cacciare i palestinesi dalle loro terre.

Il cardinale Pizzaballa, bloccato arrogantemente domenica davanti al Santo Sepolcro, ricorda il peggioramento costante della situazione e la paura che cresce in Cisgiordania tra cristiani e musulmani. Ci fosse un referendum, gli italiani saprebbero come votare.


Il vero problema di Giorgia Meloni è l’economia, ed è il motivo per cui vuole andare a votare ora


Se Giorgia Meloni sta pensando di andare a elezioni anticipate è perché la prossima legge di bilancio, tra regole europee, spread, promesse a Trump e crisi economica sarà un vero problema.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – C’è un numero che agita i sonni di Giorgia Meloni e che, probabilmente, è la causa di tutte le riflessioni su possibili elezioni anticipate.

Quel numero è il tre. O meglio, è il 3%, la percentuale di deficit rispetto al PIL che il governo italiano non deve superare per uscire dalla procedura d’infrazione dell’Unione Europea e non essere soggetto alle regole stringenti del nuovo patto di stabilità e crescita.

Tradotto per i non addetti ai lavori: se sta sotto quella soglia, il governo può fare una legge di bilancio, la prossima, molto generosa, diciamo pure elettorale: taglio delle tasse, bonus a pioggia, eccetera. Altrimenti, anche a questo giro, non c’è trippa per gatti.

Fino a qualche mese fa, Meloni & co erano sicuri di stare sotto al 3%, ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole, proprio nei giorni in cui il No trionfava al referendum sulla giustizia, hanno rifatto i conti è hanno scoperto che – ahia – il rapporto deficit/Pil dovrebbe assestarsi attorno al 3,1%.

Dire che è un bel problema è poco.

Perché i soldi sono meno proprio quando, a causa della guerra in Iran di Trump e Netanyahu, le emergenze sono di più. Con una crisi economica molto pesante in arrivo, il governo, ora come ora, avrebbe bisogno di un sacco di risorse per tagliare le accise, per calmierare le bollette, per aiutare le imprese che già stanno cominciando a tagliare posti di lavoro o chiudere bottega.

Non solo: al problema si aggiunge problema. Perché allo stesso Trump, l’amico Trump che ci ha messi nei guai, abbiamo promesso che avremmo comprato armi fino a raggiungere – ecco che torna il maledetto 3 – il 3% del prodotto interno lordo. Stando sotto il 3% del rapporto deficit più potremmo accedere al programma europeo di finanziamento del riarmo, indebitandoci a tassi agevolati per raggiungere questo obiettivo e scorporando le spese militari dai vincoli di bilancio. Senza, ci tocca farlo con tassi d’interesse molto più elevati, quelli del nostro debito pubblico. Che, complice la congiuntura, stanno ricominciando a salire.

Per Meloni non ci sono molte strade, da qui all’autunno.

O disubbidisce all’Europa e viola il patto di stabilità che lei stessa ha firmato, facendo impennare lo spread.

O disubbidisce a Trump e si rimangia la promessa di comprare armi americane, compromettendo il suo rapporto col presidente Usa.

O si rimangia le promesse, e va al voto con una legge di bilancio senza aiuti a imprese e famiglie e senza tagli di tasse, facendo arrabbiare il suo elettorato.

Oppure, ultima possibilità, evita tutti questi problemi con una bella crisi di governo, andando a votare prima. Rimandando al dopo voto le scelte complicate. O passando la patata bollente agli altri.

Capito, adesso, perché si parla di elezioni anticipate?


Crisi, elezioni anticipate senza vincitori, governo tecnico: ipotesi sull’anno che verrà


Giorgia Meloni tace. Interviene per solidarizzare con il Cardinal Pizzaballa, esalta il decreto sicurezza, ma di politica non parla. Forse sente, come tutti, la propria maggioranza che scricchiola.

(di Jacopo Tondelli – glistatigenerali.com) – Nei palazzi della politica e sui giornali serpeggia un fantasma, ed è il fantasma della crisi di governo, anticamera del voto anticipato. I giorni infatti passano e Giorgia Meloni tace. Dopo il video con gli uccellini, diffuso a sconfitta referendaria ormai certa, una settimana fa, interrompe il silenzio nel fine settimana, per accodarsi alla solidarietà espressa da tutti, proprio tutti, al Cardinal Pizzaballa, tenuto fuori dal Santo Sepolcro di Gerusalemme dalle autorità israeliane: lei che sulla guerra di Trump in Iran non aveva “abbastanza elementi” per dirsi d’accordo o in dissenso. Come a dire che quando in campo c’è l’amico Trump si tace, se ci sono l’amico Netanyahu e il Vaticano, in Italia, si sa, si sceglie il Vaticano, per non rischiare. Subito dopo interviene di nuovo, sui social, per dire che “il decreto sicurezza funziona”, alla faccia di “certa sinistra” sventolando il fermo preventivo di novantuno persone.

Un lungo divagare e parlar d’altro per non riferire in parlamento, cioè al Paese, della crisi tutta politica che si è aperta con la sconfitta nelle urne. Pensa, lei, di aver parlato coi fatti, dimissionando Delmastro, Bartolozzi e soprattutto Santanchè: sperando così di ripartire col piatto pulito, avendo eliminato dal suo campo la malapianta, avendo sottratto agli avversari, ai giornalisti, a “certa sinistra”, i pretesti per nuovi attacchi e critiche e i punti di frattura che possono allargarsi. Chissà se non sa, o non vuole credere, che gli incidenti che oggi non si immaginano sono dietro l’angolo, gli scandali possono spuntare dove non ce li si aspetta, i capri espiatori di ieri – da che mondo e mondo – sono bombe parlanti in giro per la città, cioè il contrario dell’antidoto ai problemi di domani.

Poi ci sono i sondaggi, tanto disprezzati e sempre compulsati. I primi del dopo-referendum potrebbero essere anche letti mentre si tira un sospiro di sollievo, nelle stanze frequentate da Giorgia Meloni, sua sorella, suo cognato e gli altri politicamente intimi. Il calo c’è, ovvio, ma niente di spaventoso. C’è un indicatore che va tenuto al centro dei pensieri, però: ed è la fiducia nella presidente del Consiglio. Cala di qualche punto, un calo abbastanza netto. Dentro a una china discendente lenta ma continua, che non è iniziata ieri. Bisogna solo capire se finirà domani o se, invece, una goccia dopo l’altra, questa fiducia fredda, quest’apatia di fondo, continuerà a mangiarsi pezzettini dell’Italia che a Meloni aveva dato fiducia, per convinzione, per assenza di alternative, per conformismo. Magari, chissà, se la discesa continua, potrebbe essere proprio lei a voler cercar la “bella morte”, a interrompere il dissanguamento e a far cadere il suo governo per provare ad andare a votare. Come? Certo, non è facile immaginarlo. Come si costruisce una dimissione, con quali pretesti, sulla base di quali sconfitte parlamentari, senza che queste segnino un punto sfavorevole in vista del voto? Il voto, già, e con quale legge elettorale? Quella attuale che, stante l’attuale perimetro delle coalizioni, e immaginando una situazione non sostanzialmente cambiata, in termini di consenso, consegnerebbe il Paese a un parlamento confuso e senza maggioranze? Oppure un’altra, quella di cui si parla da mesi, immaginata per dare stabilità ai governi sacrificando un altro po’ di rappresentanza?

Non sappiamo naturalmente il futuro, ma possiamo fare qualche ipotesi. Non sembra impossibile o irrealistico che alla fine la legislatura finisca prima del previsto. In teoria mancherebbe un anno abbondante, alla scadenza naturale, ma riempire quattrocento giorni in queste condizioni non è certo facile. Bisogna fronteggiare una recessione che gli osservatori di mezzo mondo vedono sempre più vicina. Il responsabile principale è uno, si chiama Donald Trump, e Meloni ha paura anche di dire che è biondo, perché a lui potrebbe non piacere. Una Confindustria finora umbratile e paziente se la prende col Governo che cambia le regole sugli incentivi. Altro segnale. L’obiettivo sarebbe appunto cambiare la legge elettorale pro domo propria. Ma se non si riesce, che si fa? Se si capisce – cosa probabile – che in questo finale di legislatura travagliato non ci sono le condizioni per mettersi d’accordo, mentre la crisi economica continua a mordere, si sale al Colle, magari dopo uno, due, cinque incidenti parlamentari, e si racconta la storia del “non son qui per vivacchiare, ma per cambiare il Paese”.

A quel punto, Sergio Mattarella dovrà verificare la possibilità di una sopravvivenza della legislatura, cioè di una maggioranza che sostenga un nuovo governo. In questo quadro, visti gli equilibri interni ai partiti e la vicinanza temporale del termine naturale della legislatura, è abbastanza improbabile che ci siano i numeri e la voglia. E quindi si potrebbe tornare a votare, magari, ancora una volta, come nel 2022, in autunno, lasciando “a chi verrà dopo” l’onere di fare una manovra di bilancio difficile. E chi verrà dopo? Chi lo sa. Ma non sembra improbabile immaginare, a sistema elettorale inalterato, che non ci siano i numeri per nessuno dei due campi larghi, in entrambi i rami del Parlamento, E quindi? Chi vorrà farà parte di un accordo per far partire la legislatura lo troverà. Con davanti cinque anni, non ci sono impegni e promesse solenni fatte in campagna elettorale che i parlamentari non siano in grado di interpretare, anche se le hanno fatto loro stessi. Poi saranno cinque anni importanti, nei quali inizierà il dopo Mattarella. Questa volta sarà vero ed è, in fondo, la vera posta in gioco.


Da Capaccio Paestum un modello per far risorgere le aree interne della Campania


Il Presidente della Fondazione Super Sud Giovanni D’Avenia: “Le aree interne non sono periferie, ma territori con una propria identità: puntare su diversità, cultura e giovani è la chiave per uno sviluppo duraturo e condiviso”

“Innovazioni possibili per lo sviluppo delle aree interne”, l’evento promosso dalla Fondazione Super Sud presso il NEXT – Ex Tabacchificio di Paestum, ha rappresentato un momento strategico per discutere come le aree interne della Campania possano diventare protagoniste di uno sviluppo sostenibile, innovativo e integrato. La giornata ha riunito istituzioni, università, imprese e comunità locali, con l’obiettivo di promuovere progetti concreti che valorizzino identità dei territori, biodiversità, cultura e giovani, creando opportunità di crescita condivisa e duratura. Ad aprire i lavori, i saluti istituzionali del Presidente della Fondazione Super Sud Giovanni D’Avenia, del Sindaco di Capaccio Paestum Gaetano Paolino, dell’assessore regionale Vincenzo Maraio e del Consigliere provinciale Elio Guadagno.

“Le aree interne non sono periferie, ma territori con una propria identità e caratteristiche uniche – ha dichiarato Giovanni D’Avenia – Puntare sulla diversità, sulla cultura e sui giovani significa costruire le basi di uno sviluppo duraturo e condiviso”.

La giornata è proseguita con tavoli tematici su innovazione tecnologica, sociale, economica e ambientale, coordinati da esperti. La Professoressa Genoveffa Tortora ha guidato il confronto sull’innovazione tecnologica, con focus su digitalizzazione, infrastrutture intelligenti, telemedicina e smart working, mentre il Professore Gianpaolo Basile ha coordinato l’innovazione sociale, affrontando welfare di comunità e partecipazione civica. L’innovazione economica, con l’analisi di filiere produttive, turismo sostenibile e attrazione di investimenti, è stata condotta dal Professore Salvatore Farace, e Giovanni Moccia ha guidato il dibattito su innovazione ambientale e transizione ecologica, con attenzione a comunità energetiche, risorse naturali e resilienza territoriale. Tra i relatori e partecipanti ai tavoli sono intervenuti anche il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Salerno Emmanuel Ruggiero, il Direttore Generale della Banca Monte Pruno Cono Federico e il Direttore della BCC Capaccio Paestum e Serino.

L’Assessore regionale Vincenzo Maraio ha sottolineato come investire sulle aree interne significhi collegarle al litorale e valorizzare attrattori culturali e naturali, costruendo un’offerta turistica integrata e competitiva in grado di generare opportunità per le comunità locali. Claudia Pecoraro, Assessora all’Ambiente della Regione Campania, ha evidenziato che parlare di aree interne significa sviluppare progetti sostenibili, compatibili con la biodiversità e le caratteristiche dei territori, in cui economia verde, smart economy e resilienza delle infrastrutture diventano strumenti concreti di crescita e qualità della vita. Il Rettore dell’Università degli Studi di Salerno, Virgilio D’Antonio, ha ribadito l’importanza di coinvolgere i giovani nello sviluppo dei territori, affinché le competenze acquisite possano tradursi in innovazione concreta e opportunità occupazionali.

Raffaele Sibilio ha evidenziato come lo sviluppo delle aree interne richieda cooperazione tra territori, istituzioni e operatori economici, sottolineando che valorizzare la diversità dei territori significa trasformarla in una forza competitiva e sostenibile. Corrado Matera, Presidente della Commissione Bilancio in Consiglio regionale, ha ricordato le criticità ancora presenti: sanità, trasporti e istruzione, pur rappresentando punti di forza teorici a livello nazionale, restano punti deboli nella pratica a causa di carenze di organico, collegamenti insufficienti e rischi di accorpamento scolastico. Nonostante ciò, le aree interne possiedono un patrimonio culturale, naturalistico e gastronomico che può diventare un motore di sviluppo se sostenuto da strategie condivise e infrastrutture adeguate.

Nel pomeriggio la restituzione dei lavori dei tavoli ha aperto la sessione plenaria tecnico-istituzionale, con confronto diretto con i rappresentanti delle aree SNAI: Girolamo Auricchio per il Cilento Interno  e Giovanni Caggiano per il Sele Tanagro. La plenaria è proseguita con interventi tecnici e scientifici di Carmelo Petraglia, Amedeo Lepore e Antonio Visconti, e con la partecipazione del Presidente dell’Intergruppo parlamentare Alessandro Caramiello, moderata dai giornalisti Barbara Landi e Ernesto Pappalardo. Caramiello ha dichiarato: “Sostenere le aree interne significa costruire opportunità concrete per i cittadini e valorizzare le identità locali. È fondamentale che le politiche pubbliche siano integrate e che le esperienze di successo, come quella di Paestum, possano diventare modello per altre regioni”.

A chiudere la giornata, Giovanni D’Avenia ha rilanciato la visione strategica della Fondazione: “Paestum deve diventare un modello replicabile per tutte le aree interne della Campania. Valorizzando la loro identità, coinvolgendo i giovani e creando reti tra comunità e istituzioni, possiamo trasformare territori marginali in centri di innovazione, cultura e sviluppo sostenibile. Tutti gli spunti emersi oggi saranno raccolti e inclusi in un documento finale che sarà inviato a tutte le istituzioni e ai Presidenti delle aree SNAI, per consolidare un percorso condiviso e tradurre le riflessioni in azioni concrete”.


Vomero, scale di via Scarlatti: degrado e abbandono


Un pessimo biglietto da visita anche per i turisti

            ” Al Vomero, quartiere collinare partenopeo dove, anche a ragione dell’orografia che caratterizza la città di Napoli,  esistono numerosi antichi percorsi con la presenza di scale, a partire da quelle che collegano la parte bassa con la collina, come le scale delle rampe del Petraio o della salita della Pedamentina o della calata San Francesco, per citarne alcune, mentre altre servono solo come collegamenti all’interno dello stesso quartiere, come le scale in via Luca Giordano, in via Cimarosa o in via Scarlatti, si registrano sempre più numerose segnalazioni sullo stato d’incuria nel quale vengono lasciati i suddetti percorsi, a ragione della mancanza di un’idonea quanto costante manutenzione “. A intervenire sul problema, molto avvertito dai residenti, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero.

            ”  Le ultime segnalazioni, pervenute in questi giorni – puntualizza Capodanno -, riguardano le scale di via Scarlatti al Vomero, che collegano detta strada con via Morghen, che versano da diverso tempo a questa parte in un grave stato di abbandono e di degrado “.

           “ Tale degrado – sottolinea Capodanno – riguarda entrambe le rampe che hanno bisogno di urgenti e non più differibili lavori di manutenzione e di riqualificazione. I muri laterali sono in diversi tratti o privi d’intonaco o con intonaco ammalorato e fatiscente, compromettendo sia l’aspetto estetico che principalmente  quello strutturale “.

            ” Da sottolineare – continua Capodanno – che le suddette scale sono utilizzate non solo dai tantissimi residenti della zona ma anche dalle persone che utilizzano la funicolare Montesanto o che si devono recare presso la sede comunale oltre che dalle migliaia di turisti che vengono ad ammirare i beni storici e artistici presenti nell’area di San Martino “

            Capodanno al riguardo sollecita l’immediato intervento degli uffici comunali competenti, affinché vengano eseguiti, in tempi rapidi, tutti i lavori necessari per restituire dignità e decoro alle antiche scale di via Scarlatti, montando nel contempo apparecchiature mobili, allo stato assenti, atte a favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche.


Casillo: “Caro carburante, l’allarme, la regione Campania intervenga presso il governo per tutelare l’autotrasporto”


Napoli, 30 marzo 2026 – “La situazione che stanno vivendo le imprese dell’autotrasporto è sempre più critica a causa dell’impennata del prezzo del gasolio”, dichiara Raffaele Lastra di F.lli Lastra Sas Trasporti e Spedizioni. “Negli ultimi giorni, il costo del carburante ha superato in molte zone d’Italia la soglia dei 2 euro al litro, mettendo in seria difficoltà migliaia di aziende. Molte realtà non riescono a trasferire i maggiori costi sui committenti e stanno progressivamente esaurendo la liquidità necessaria per operare”.

Senza un intervento rapido, il rischio concreto è il fermo dei mezzi nei piazzali, con conseguenze pesanti per l’intera filiera logistica e per l’economia nazionale, che dipende in larga misura dal trasporto su gomma.

Le richieste delle imprese

Per garantire la sopravvivenza del settore, le imprese chiedono al Governo misure concrete, tra cui:

  • Svincolo immediato del credito derivante dal rimborso trimestrale delle accise, senza attendere i 60 giorni previsti;
  • Sospensione temporanea di imposte, contributi e versamenti previdenziali per preservare la liquidità;
  • Introduzione di un credito d’imposta straordinario sull’acquisto dei carburanti;
  • Maggiore valorizzazione della clausola di fuel surcharge nei contratti scritti.

“Le misure adottate finora dal Governo sono insufficienti”, continua Lastra. “In particolare, il credito d’imposta calcolato sui costi primaverili rispetto a febbraio non è adeguato a compensare l’impatto reale dei rincari. Di fatto, non abbiamo beneficiato in modo significativo della riduzione delle accise”.

L’impatto economico

L’analisi della redditività mostra scenari allarmanti: il costo del gasolio incide mediamente per il 30-35% su un nolo. Un aumento repentino di 30 centesimi al litro si traduce in un incremento del 10% del costo totale del trasporto.

In termini monetari, per un’impresa con un fatturato mensile tra i 10.000 e i 15.000 euro, tale aumento comporta un aggravio di circa 1.500-2.000 euro al mese. Poiché questi rincari non vengono ribaltati sui committenti, l’aumento finisce per erodere completamente i margini di guadagno.

“Chiediamo al Vicepresidente in Regione Campania, on. Mario Casillo, di farsi promotore presso il Governo Meloni per attivare d’urgenza tavoli di confronto e misure atte a contenere questa emergenza”, conclude Raffaele Lastra.

Info: Raffaele Lastra


Il centrodestra e il rischio dell’accelerazione elettorale


La coalizione a guida meloniana non sembra più pronta dei propri avversari al voto anticipato

Il centrodestra e il rischio dell’accelerazione elettorale

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – La vittoria del No al referendum ha avuto una portata eccezionale, soprattutto per effetto di una affluenza molto elevata, ma era tutt’altro che imprevedibile. Tuttavia, la maggioranza di governo è apparsa impreparata a gestire una sconfitta alla quale non era abituata, e ha trasformato una partita che inizialmente non voleva nemmeno politicizzare in un vero psicodramma.

Oggi si parla addirittura di voto anticipato: una mossa che mirerebbe a contenere la disgregazione del centrodestra, acuita anche dall’uscita di Vannacci, e a cogliere impreparato il centrosinistra. La coalizione a guida meloniana, d’altro canto, non sembra più pronta dei propri avversari a questa evenienza, come possiamo osservare in questi giorni. Gode senz’altro di una leadership salda, che però con questa sconfitta ha perduto un’aura di invincibilità sulla quale aveva edificato parte della propria credibilità. Ma i veri problemi della maggioranza sono altri: con Futuro nazionale, il partito del generale, all’interno del perimetro di coalizione, l’alleanza conservatrice sarebbe troppo spostata a destra, prestando il fianco a polemiche e attacchi; con Futuro nazionale al di fuori, rischierebbe attacchi dal centro e da destra per tutta la campagna elettorale.

Un ulteriore elemento critico è rappresentato da Forza Italiache ha mostrato preoccupanti segnali di implosione improvvisa nell’ultima settimana. Gli azzurri hanno un ruolo non irrilevante nella stabilità della coalizione, e rappresentano la forza attrattiva per i mondi centristi, senza i quali in Italia è difficile vincere le elezioni.

Inoltre, il voto del 22 e 23 marzo ha evidenziato uno scontento in realtà già emerso nei sondaggi d’opinione: il gradimento del governo si attesta sotto il 35%. Un dato che può bastare a vincere le elezioni con un’affluenza bassa, ma in un contesto di partecipazione in ascesa questo dato difficilmente garantirà consensi trionfali: il voto potenziale del centrodestra oggi è più limitato.

Senza contare lo scollamento con la maggioranza mostrato dal Mezzogiorno che, senza un cambio di legge elettorale rapido (e inopportuno, se non condiviso), può trasformarsi in una sconfitta netta nei collegi uninominali previsti dal Rosatellum, con il rischio concreto di cappotto.

Insomma, un tentativo di contropiede potrebbe in realtà mostrare invece un segnale di debolezza della coalizione oggi al governo.

Certo, il Campo largo non ha ancora un perimetro definito e una leadership condivisa, ma nel breve termine può compensare con un entusiasmo rinnovato e con un lavoro mirato su un voto potenziale importante: se il centrodestra dovesse cercare di sorprendere gli avversari convocando il voto anticipato, questa mossa potrebbe ritorcerglisi contro.

Sarà una campagna elettorale molto lunga: una mossa a sorpresa oggi può facilmente rivelarsi un errore di valutazione nel medio termine.


Di Battista torna. Viaggi, fundraising e il sogno Di Matteo


L’ex deputato del Movimento 5 stelle vuole muoversi con cautela senza affrettare i tempi. Il ritorno della mischia pianificato dopo l’estate. Puntando su nomi di richiamo come quello del pm

(Francesco Mitridati – editorialedomani.it) – Per Alessandro Di Battista la stagione lontano dai palazzi del potere si avvia alla conclusione: dopo spettacoli e talk show, l’ex deputato sta preparando il rientro nella mischia. Non subito, però. La strategia è tracciata in ottica elettorale. In autunno, con la sua associazione “Schierarsi”, darà il via alla campagna elettorale in vista delle politiche del 2027.

Obiettivo: tornare in Parlamento dopo l’addio del 2018 e la decisione di non ricandidarsi con i 5 Stelle. La scelta di attendere la fine dell’estate sarebbe una precauzione tattica per evitare l’errore secondo lui commesso da Roberto Vannacci. Chi parte troppo presto rischia di arrivare con il fiato corto, è la convinzione di Di Battista. Meglio non bruciarsi.

Di Battista sta cercando di incassare un importante “sì” al progetto politico: una possibile candidatura del pm Nino Di Matteo. Il tempo che lo separa dal ritorno nell’agone politico lo occuperà con la ricerca dei finanziatori, con la vita da freelance e un viaggio solitario a Cuba.


Anna Foa: “Pizzaballa? I suprematisti ebraici ora minacciano tutti, non solo i palestinesi”


Anna Foa: “Pizzaballa? I suprematisti ebraici ora minacciano tutti, non solo i palestinesi”

(estr. di Riccardo Antoniucci – ilfattoquotidiano.it) – […] Non è rimasta stupita del trattamento subito dal Cardinal Pizzaballa a Gerusalemme da parte della polizia israeliana, Anna Foa: “Ricordiamoci che l’esercito israeliano a Gaza ha bombardato la Chiesa della Sacra Famiglia, e Pizzaballa non è ben visto dal governo Netanyahu, per le sue parole su Gaza e la scelta di non abbandonare la Striscia”. La storica torinese, premio Strega per Il suicidio di Israele, nel suo nuovo saggio Mai più riflette sulla deriva che ha portato la destra suprematista ebraica a confondere la memoria storica della Shoah con le critiche alle politiche dello Stato di Israele. “I fatti di ieri dimostrano che il fanatismo dei suprematisti ebraici non si ferma solo ai palestinesi”.

Non crede alla versione dell’errore giustificato da ragioni di sicurezza?

Il punto è che l’esercito e la polizia sono pieni di fanatici, che io definirei con termine storico ‘zeloti’. Cinque o sei anni fa non avremmo visto l’Idf schierarsi in modo così evidente dalla parte dei coloni. Il suprematismo ebraico non si ferma ai palestinesi, è un’ideologia che si scaglia contro tutti i non ebrei, ritenuti (non dovrei dirlo, ma è così) esseri inferiori. E che oggi permea non solo le istituzioni di sicurezza ma anche il rabbinato: un rabbino membro della Knesset ha detto che i neonati palestinesi non sono da ritenere innocenti. Era solo questione di tempo prima che ciò si estendesse ai cristiani.

Lei sottolinea come questa ideologia si basi su una rilettura in chiave identitaria della memoria dell’Olocausto…

Nel dopoguerra l’elaborazione della Shoah è stata tesa ad assicurare che non accadesse ‘mai più per il mondo’, mentre ora la memoria viene promossa come esclusivamente ebraica: il ‘mai più’ dei fanatici è il ‘mai più per gli ebrei’. Sono le tesi del rabbino Meir Kahane che fu cacciato dalla Knesset perché razzista, e i cui seguaci hanno ucciso Isaac Rabin. Sono inaccettabili perché invece di salvaguardare gli ebrei contribuisce a isolarli dal resto del mondo, che è l’obiettivo dei fanatici.

“Mai più” è anche uno slogan usato da Netanyahu nella guerra all’Iran…

Netanyahu cerca la guerra permanente e punta a espandere i confini di Israele, che sono indefiniti perché non è mai stata fatta una pace con i vicini se non con Egitto e Giordania. E questo espansionismo riguarda territori, come il sud del Libano o la Cisgiordania soggetta a un processo di annessione latente, che il diritto internazionale non ha mai assegnato a Israele. La guerra di Netanyahu è giustificata con la propaganda della minaccia nucleare iraniana, ma al fondo è un progetto di suprematismo ebraico sul Medio oriente.

[…]

C’è una responsabilità dei leader di Usa ed Europa nel legittimare il progetto estremista del governo israeliano?

Non direttamente, ma certo la battaglia che in alcuni Paesi europei come la Germania e l’Italia per assimilare per legge antisionismo e antisemitismo va in questa direzione. Negli Stati Uniti, c’è una spaccatura nel movimento Maga tra chi sostiene la politica della guerra e chi è scettico per convinzioni di ultradestra isolazioniste e anche antisemite. E con le loro accuse a Netanyahu di aver trascinato Trump in guerra non fanno che scatenare l’antisemitismo.

Quando ha scritto “Il suicidio di Israele” la guerra all’Iran non c’era, oggi si sente di confermare quell’analisi?

Il modo in cui si stanno sviluppando le relazioni in Medio oriente porterà a una forte crisi non solo di Israele, ma anche del mondo ebraico in generale. Oggi per gli ebrei non suprematisti è estremamente difficile ritrovarsi da una parte con una politica del governo israeliano che rifiutano, e dall’altra con una marea crescente di persone che non sono antisemite in partenza, ma che reagendo alle politiche del governo israeliano sono portate a reazioni estremamente negative che corrono il rischio di convertirsi in critiche al mondo ebraico in generale. Il dato drammatico è che questa situazione non si limiterà a distruggere l’etica di Israele, ma in generale il pensiero ebraico e la sua capacità di influenza.


Dal Paese reale una richiesta di connessione


La sonora sconfitta è un messaggio chiaro a Meloni. E per l’opposizione arriva adesso la parte più difficile

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Quella che doveva essere la prima grande riforma portata a termine dal suo governo si è trasformata nella più clamorosa sconfitta di Giorgia Meloni. Perché questo referendum, che il governo ha provato a confinare nel recinto tecnico di una riforma della giustizia, è stato vissuto dagli elettori come un segnale da inviare alla premier. E quel segnale è arrivato, forte e chiaro: fermati. La prima verità che emerge dal voto è dunque che il rapporto tra la presidente del Consiglio e il suo elettorato non è più quello di una investitura piena. Meloni resta la figura più solida del panorama politico, ma non dispone più di quel margine di credito che le consentiva di trasformare ogni proposta in una prova di forza vinta in partenza. Impressiona, in questo contesto, la geografia del voto: persino il Sud le ha voltato le spalle.

La seconda verità riguarda il tempo lungo della politica, quello che si misura nelle generazioni. I giovani, che nel 2022 avevano guardato con curiosità – se non con favore – alla novità rappresentata da Fratelli d’Italia, oggi voltano lo sguardo altrove. Significa che il racconto della premier, fondato su identità, nazione, sicurezza, non intercetta più le inquietudini di una fascia di cittadini che vive immersa in un orizzonte globale, attraversato da paure diverse e da aspettative nuove.

La terza verità è forse la più insidiosa, perché riguarda la collocazione internazionale del governo. L’allineamento con Donald Trump, finché restava sul piano simbolico, poteva essere liquidato come una scelta di campo ideologica, persino come una forma di affinità personale. Ma quando la politica estera produce conseguenze tangibili – crisi, instabilità, timori diffusi – allora entra nel corpo dell’elettorato e ne orienta le scelte. Punendo, in questo caso, una premier troppo schiacciata su un Trump destabilizzatore e guerrafondaio. Di fronte a questo scenario, Meloni sa che non può fermarsi, ma sa anche che non può continuare come prima. Dovrà correggere il percorso, rinunciare a qualche ambizione – a cominciare dal premierato, che oggi si presenta come un azzardo politico difficilmente sostenibile – e ridefinire i rapporti dentro la sua maggioranza. Lo si vedrà presto, prestissimo, quando arriverà al pettine il nodo della legge elettorale. Il centrodestra aveva un progetto ben delineato, ma il risultato del referendum consiglia o addirittura impone di cercare un’intesa anche con l’opposizione, sui due punti-chiave del premio di maggioranza e delle liste bloccate (o dell’assenza del voto di preferenza). E tuttavia il significato più profondo di questo passaggio non riguarda soltanto il destino del governo. Riguarda anche, e forse soprattutto, l’opposizione. Che fino a ieri appariva dispersa, incerta, incapace di offrire un’alternativa credibile, e che oggi intravede improvvisamente la possibilità di una competizione reale. Ma unirsi attorno a un No è facile, farlo attorno a un Sì – a un programma – è assai più difficile. Servono leadership, visione, coesione. Servono, soprattutto, parole capaci di parlare a quel Paese che oggi ha detto No non tanto per aderire a un’idea alternativa, quanto per esprimere un dubbio, una distanza, una inquietudine.

E qui si apre il vero problema del cosiddetto “campo largo”. Perché se è vero che il risultato referendario ha riacceso una speranza, è altrettanto vero che quella speranza resta fragile, esposta al rischio di dissolversi se non trova rapidamente una forma politica riconoscibile. Non basta evocare l’unità, bisogna costruirla. E costruirla significa innanzitutto affrontare i nodi che finora hanno diviso profondamente le forze dell’opposizione.

Il primo riguarda la politica internazionale, e in particolare il sostegno all’Ucraina. Su questo terreno le distanze tra le diverse anime del centrosinistra sono evidenti: c’è chi rivendica senza ambiguità il sostegno militare a Kiev e chi lo considera un errore, chi vede nel riarmo una necessità e chi lo interpreta come una deriva pericolosa. Non sono sfumature, sono differenze fondamentali. E senza una sintesi chiara, difficilmente si può presentare agli elettori un’immagine di governo credibile. Certo, le proposte sociali hanno un peso. Il salario minimo, il congedo paritario e il rafforzamento della sanità pubblica – i tre punti in comune con il M5S evocati da Schlein – sono temi importanti. Ma non bastano. Non bastano a definire un programma di governo, non bastano a tenere insieme una coalizione, non bastano a convincere chi si è allontanato che questa volta la politica ha davvero qualcosa di nuovo da dire.

Poi c’è il tema della leadership. Le primarie vengono indicate come lo strumento per sciogliere il nodo, per trasformare la competizione interna in una risorsa. Ma non possono colmare le divisioni, né creare dal nulla quella coesione che serve per governare. Bisognerà capire come saranno organizzate, chi potrà partecipare, con quali regole. E soprattutto bisognerà vedere se la competizione si limiterà a un duello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, oppure se emergeranno altre candidature, altre ambizioni, altri tentativi di ridefinire gli equilibri.

Sul fondo resta una domanda: è possibile trasformare un voto di reazione in un progetto di governo? È possibile passare dal No a qualcosa che sia riconoscibile come un Sì, come una proposta capace di tenere insieme il Paese? È a questa domanda che devono rispondere adesso i vincitori del 23 marzo


Conte: “Sì alle primarie, leader e programma coinvolgendo i giovani”


Il presidente dei 5S: “A Schlein e agli alleati dico di non chiuderci nelle segreterie per stabilire il futuro premier”

Giuseppe Conte

(di Francesco Bei – repubblica.it) – ROMA – Dopo il referendum, come chiedeva, sono arrivate le dimissioni di Santanchè, oltre a quelle di Delmastro e Bartolozzi. È soddisfatto presidente Conte?

«Quelli di Meloni sono spregiudicati calcoli elettoralistici: Santanchè, fino al giorno prima, l’hanno lasciata al suo posto nonostante fosse da tempo pluri-indagata. La verità è che, dalla Sicilia al Piemonte, FdI sta dimostrando di avere una seria questione morale, che si aggiunge alla incapacità che hanno dimostrato nel governare».

Sembra che Meloni stia ipotizzando anche un voto anticipato a giugno. Vi coglierebbe impreparati, senza programma comune e senza leader?

«Se servirà accelerare il percorso unitario, lo faremo. E poi guardi che non partiamo da zero, in questi quattro anni di legislatura abbiamo portato avanti battaglie comuni, quella è già una base da cui partire».

Insisto: lei aveva immaginato una fase lunga di consultazione per il programma. Non è il caso di mettervi subito intorno a un tavolo di coalizione?

«Al momento mi sembra che tutte le forze siano giustamente alle prese con una fase di ascolto della propria base per definire i propri programmi. Come M5S saremo a breve in cento piazze aperte a tutti, non solo alla nostra comunità, e da lì verranno fuori idee e progetti che porteremo al tavolo con le altre forze progressiste. Questo non significa perdere tempo, significa dare più forza alle nostre proposte».

Con il premierato nel cassetto Meloni torna a parlare di legge elettorale. Per voi si può fare o il referendum ha archiviato anche questa discussione?

«Hanno scritto una legge con un premio di maggioranza che è una supertruffa, non scherziamo».

Ma, nel caso, quali sarebbero i vostri paletti sul Meloncellum?

«Noi siamo tradizionalmente per le preferenze e poi non potremmo mai accettare premi di maggioranza che stravolgono i risultati delle urne».

Lei è sembrato giocare d’anticipo sulle primarie. Lo sa che si dice? Che avrebbe già un accordo con qualcuno nel Pd che non vede l’ora di mettere Schlein da parte…

«A essere precisi, sono mesi che tutti parlano di primarie, ben prima del sottoscritto. Ho detto che sono e siamo disponibili come M5S, però prima bisogna avere un programma condiviso e solo dopo si cerca l’interprete migliore per quel progetto. Farlo prima ridurrebbe tutto a una scelta leaderistica, individualistica e allora sì che alimenteremmo le divisioni e fantasiose ricostruzioni».

Primarie online o con i gazebo? Con quali regole?

«Il risultato referendario ci dice che il leader va scelto nella maniera più democratica possibile. Se pensiamo di rispondere a questa onda chiudendoci nelle segreterie di partito o affidandoci agli apparati di partito significa che non abbiamo capito la portata e il significato di questo risultato».

Non sarebbe più semplice e meno divisivo, come sostiene Silvia Salis, un accordo tra i leader su chi deve correre contro Meloni?

«Metodo vecchiotto, verticistico. Il referendum ci dice che le persone, specie i giovani, vogliono dire la propria, ignorarli sarebbe un errore».

Ecco, come coinvolgere quei due milioni di giovani che hanno votato no?

«Vorrei lanciare loro un appello: auto organizzatevi dal basso, costituite dei gruppi identificabili con un logo, magari con un richiamo alla “democrazia in azione”, e incontriamoci e confrontiamoci in ogni parte d’Italia. Diteci quali sono le vostre idee, i vostri obiettivi. Io ci sono e sono convinto che anche Schlein, Fratoianni, Bonelli e altri esponenti politici di questo progetto progressista che stiamo costruendo, saranno disponibili».

I giovani non sembrano muoversi per gli appelli dei leader. Perché dovrebbe essere diverso?

«Perché se domattina dovessimo andare noi al governo, non sarà facile rivedere gli accordi sottoscritti da Meloni: patto di stabilità, piano di riarmo europeo, spese Nato al 5%. Se invece dietro di noi ci fossero le richieste delle nuove generazioni, avremmo la possibilità di ridiscutere quegli impegni».

Sta dicendo che potreste non onorare impegni sottoscritti a nome dell’Italia?

«Dovremo fare di tutto per modificarli. Allora dico ai giovani: se ci darete questa forza democratica, non ci sarà Trump o Von der Leyen che tengano, non ci potranno più inchiodare a firme che la Meloni ha messo a titolo personale».

Uno degli ostacoli a un accordo nel centrosinistra è l’Ucraina. Una convergenza è impossibile?

«La strategia di Meloni di puntare sulla vittoria militare contro la Russia si è rivelata fallimentare. Occorre imprimere una svolta negoziale, come diciamo da tempo, e l’Europa deve essere capofila di questa iniziativa. Sono convinto che su questo approccio ci potremo ritrovare tutti».