Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il misterioso safari di Lavitola in Zimbabwe due settimane dopo la bomba a Ranucci


Il faccendiere guardava già all’Africa prima dell’inchiesta sull’attentato al giornalista di Report. Un socio racconta i progetti tra caccia, terreni e carbon credit. Nei documenti anche un permesso speciale rilasciato due settimane dopo l’attentato

Il misterioso safari di Lavitola in Zimbabwe due settimane dopo la bomba a Ranucci

(di Andrea Ossino – repubblica.it) – Prima ancora che il suo nome finisse dentro l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Prima che emergessero i progetti in Camerun e il business del carbon credit. E prima, soprattutto, che l’Africa diventasse la possibile via di fuga, Valter Lavitola guardava già verso il Sud del mondo. E aveva scelto lo Zimbabwe.

Non per affari, almeno all’inizio. Per la caccia. Per i safari. Sono diverse le fotografie che lo ritraggono accanto a elefanti, leoni e bufali appena abbattuti. Lavitola è sempre con il fucile in mano, accanto all’animale ucciso.

In Zimbabwe c’era anche il suo socio, Benjamin Chimutengo, a cui Lavitola si era presentato sbandierando potenti amicizie. È stato lui, alcune settimane fa, a raccontare al magazine Mov i progetti del faccendiere italiano. Secondo Chimutengo, Lavitola avrebbe voluto investire “nel settore della caccia, safari e voleva acquistare un terreno agricolo di circa 5.000 acri”.

Un progetto che, nel tempo, avrebbe lasciato spazio a un affare considerato più remunerativo: il carbon credit. Ma intanto, nei documenti recuperati dal magazine, compare anche un permesso speciale emesso dalla Parks and Wildlife Management Authority dello Zimbabwe. Un’autorizzazione che consentiva la caccia di elefante, leopardo e leone nella concessione di Mutema, oltre a un ulteriore elefante a Chibuwe. Il documento era stato emesso il 30 ottobre 2025. Due settimane dopo l’attentato a Ranucci. Tutto legale, in Zimbabwe. Ma tutt’altro che economico.

“Lavitola mi aveva chiesto di pagare, con fondi della società, il proprio safari di caccia personale, circa 9.300 dollari. Gli feci notare che quei fondi erano destinati ai progetti sul carbonio, non a spese personali – ha detto Chimutengo a Mov – Mi rispose che un medico in Italia gli aveva dato pochi mesi di vita e che voleva andare a caccia per “vivere più a lungo”, cosa che mi è parsa poco credibile, trattandosi comunque di un uso improprio di fondi societari”.

Gli affari tra i due comunque non sono andati a buon fine. Chimutengo avrebbe fatto congelare i conti dell’azienda perché la triangolazione di denaro che arrivava nelle casse della società rispecchiava un classico giro di riciclaggio e lui non voleva avere problemi.


Il comunicato degli inviati di Report: “Siamo pronti ad abbandonare in blocco il programma”


La decisione assunta dalla Rai è per noi completamente irricevibile. È inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report.

Dal momento che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che, nel caso in cui la Rai non intenda tornare sui propri passi, abbandoneremo in blocco il programma.


Financial Times: Trump è un egomane rincoglionito che compie decisioni cruciali in base a come si sveglia


(di Janan Ganesh – il Financial Times) – Su Wiktionary, il dizionario online, esiste una voce per “Trumpsplain” (verbo all’infinito, tempo presente). Fare Trumpsplaining significa «spiegare o razionalizzare Donald Trump . . . le sue azioni, dichiarazioni, politiche o la sua popolarità».

Che parola inelegante. Come alternativa, Wiktionary propone “sanewash” (minimizzare gli aspetti radicali, incoerenti o bizzarri di una persona o di un’idea per farli sembrare logici e normali a un pubblico più ampio, ndR), che non è certo molto meglio. Per fortuna, non avremo bisogno ancora a lungo né dell’una né dell’altra.

Non voglio dire che Trump sia ormai un uomo del passato. Comanderà le più potenti forze armate del mondo fino al 20 gennaio 2029, qualunque cosa facciano gli elettori alle elezioni di metà mandato di novembre. Potrebbe persino salvare la faccia che ha perso in Iran con un’altra guerra o due. Ma ultimamente qualcosa è morto, ed è la tesi controcorrente a favore della sua presidenza: l’insistenza sul fatto che possieda doti strategiche impercettibili agli snob liberal.

L’Iran è stato un fiasco troppo grande per poter conciliare i fatti con quella tesi. Ha lanciato la guerra in un impeto di euforia dopo precedenti vittorie militari e perché (secondo il racconto di Marco Rubio) Israele avrebbe attaccato comunque.

Da allora, Trump non è riuscito a definire, tanto meno a conseguire, la vittoria, che nella sua mente sembra spaziare dalla «resa incondizionata» dell’Iran alla semplice riapertura dello Stretto di Hormuz, altrimenti nota come ritorno allo status quo ante.

Non è nemmeno chiaro se avesse compreso la portata delle concessioni all’Iran che ha sottoscritto nel memorandum d’intesa di giugno. La sua ultima mossa è esercitare pressioni economiche sul regime. Ciò implica uno scontro con le aziende cinesi che sostengono l’Iran, proprio mentre Trump cerca di distendere i rapporti con Xi Jinping.

Il punto non è soltanto che la sua guerra sia andata male — anche una guerra ben pianificata avrebbe potuto incontrare difficoltà — ma che contraddice gli altri suoi obiettivi, come evitare coinvolgimenti all’estero, e non reca alcun segno di una preparazione dettagliata.

In altre parole, è stata priva di strategia. È stata tutto ciò che i Trumpsplainer hanno sempre negato che lui fosse. La loro unica possibilità, adesso, è liquidare la guerra come uno scivolone fuori dal comune. Più probabilmente, Trump ha agito d’impulso per tutti questi anni, e soltanto la pura fortuna lo ha salvato dal disastro.

Il cuore del Trumpsplaining, la presunta spiegazione razionale di tutte le strane azioni del presidente, è la Cina. Il classico Trumpsplainer è un falco anti-Pechino che dà per scontato che Trump condivida la sua monomania. In realtà, è difficile pensare a un presidente che abbia alternato in misura maggiore atteggiamenti tanto concilianti quanto ostili in un rapporto bilaterale così importante.

Consideriamo l’idea secondo cui Trump nega il sostegno all’Ucraina perché la vera minaccia è la Cina, non la Russia. Anche in teoria, ha poco senso. (Affrontiamo la Cina favorendo un esito della guerra gradito alla Russia e che Pechino chiaramente desidera?) Inoltre, nella pratica, Trump fa continuamente cose che contraddicono la sua reputazione di falco anticinese.

Il suo grande amico in Europa era l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, che era l’uomo di Xi in quel continente. Per quanto riguarda la postura militare americana — la distribuzione delle basi avanzate e così via — sotto Trump non c’è stato praticamente alcun riequilibrio verso l’Asia.

In realtà, le democrazie asiatiche […] sono lasciate costantemente nel dubbio sul suo impegno nei loro confronti. La scorsa settimana Trump ha chiesto al Pentagono di interrompere anticipatamente una serie di esercitazioni militari con la Corea del Sud. Il motivo di questo affronto, che avrà incoraggiato la Cina e la parte comunista della penisola? «Il mio ottimo rapporto con Kim Jong Un della Corea del Nord». Così parlò il Metternich di South Ocean Boulevard.

Non c’è alcun filo conduttore, nessun grande piano. Trump non lesina il sostegno all’Ucraina per liberare risorse da destinare all’Indo-Pacifico. Lo lesina perché così gli va.

Agisce sulla base delle simpatie personali, dell’interesse commerciale personale, di alcune convinzioni che nutre da tutta la vita e, sì, della strategia. È solo che l’ultimo di questi elementi tende a essere sopravvalutato nell’insieme. […]

Quindi, chi è rimasto tra i Trumpsplainer? Chi, persino dopo l’Iran, strizza gli occhi nel tentativo di scorgere un ordine nel caos? C’è Elbridge Colby, responsabile della politica del Pentagono, la cui razionalizzazione delle azioni casuali del suo capo è creativa, nel senso in cui è creativo un uomo che vede continuamente volti nelle nuvole.

Per esempio, ciò che le democrazie asiatiche considerano un sostegno americano intermittente, Colby lo definisce «realismo flessibile», il genere di gergo da think tank che potrebbe adattarsi a qualsiasi politica immaginabile. Ma lui fa parte dello staff. Chi fa parte dello staff deve umiliarsi. La domanda è come persone che non hanno alcuna carriera in gioco — i Trumpsplainer lavorano spesso nella finanza e nella tecnologia — siano arrivate a vedere Trump come qualcuno dotato di un genio strategico sottovalutato.

Una risposta è che a spingerli in quella direzione sia stato il dileggio dei liberal. Una generazione fa, accadde qualcosa di simile con George W Bush. Poiché non era, come sostenevano i bien-pensants, un idiota, era forte la tentazione di esagerare nella confutazione e suggerire che fosse, in realtà, insolitamente scaltro. Chiamiamola scala dell’escalation.

La verità, cioè che, pur avendo un’intelligenza più che adeguata, si trovava comunque alle prese con qualcosa più grande di lui, si perse nel fuoco incrociato della contrapposizione politica.

L’altra risposta è l’autoprotezione emotiva. Questo è un mondo inquietante, ed è più facile sopportarlo se si pensa che l’individuo più potente di tutti stia operando secondo un qualche grandioso disegno geopolitico.

La prospettiva alternativa, che sia un ottantenne imprevedibile e umiliato con ancora più di metà mandato a disposizione per vendicarsi, sembra alquanto più vicina alla verità. E quante volte la verità riesce a tenere al caldo le persone?


A chi la Rai? A noi!


Report a Presutti e Piervincenzi, Ranucci out  

(AGI) – Sifrido Ranucci non condurrà più Report. La Rai comunica che, a partire dalla prossima stagione, la conduzione del programma di inchiesta sarà affidata a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi risultati vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti.

“La scelta – sottolinea viale Mazzini in una nota – apre una nuova fase per uno dei programmi piu’ importanti dell’offerta di approfondimento del Servizio Pubblico, attraverso una conduzione a due affidata a due giornalisti selezionati e vincitori del concorso Rai, nel segno della professionalita’ e dell’esperienza maturata sul campo.

Giulia Presutti è da anni giornalista e inviata di Report. Il suo percorso professionale è fortemente legato al giornalismo investigativo e alla realizzazione di inchieste su temi di interesse pubblico. Nella selezione Rai è risultata prima classificata, a conferma di un percorso professionale maturato all’interno dell’Azienda e nel lavoro quotidiano sul campo.

Daniele Piervincenzi, ugualmente vincitore del concorso Rai, porta a Report una lunga esperienza nel giornalismo televisivo di inchiesta e di approfondimento. E’ stato inviato e conduttore di programmi Rai quali ‘’Nemo – Nessuno escluso’’ e ‘’Popolo Sovrano’’, lavorando su temi sociali, criminalita’, periferie e realta’ territoriali.

Nel 2017, durante un’inchiesta realizzata per ‘’Nemo’’ a Ostia, fu aggredito insieme all’operatore Edoardo Anselmi: un episodio diventato uno dei simboli del giornalismo d’inchiesta sul campo.

La scelta di Presutti e Piervincenzi vuole dunque sottolineare un principio preciso: il rafforzamento del giornalismo investigativo Rai attraverso nuove professionalita’ interne all’Azienda, selezionate secondo criteri di merito e competenza”.

Nell’ambito degli accordi sindacali e delle procedure previste per la gestione dei percorsi professionali, inoltre, “l’Azienda ha sottoposto a Sigfrido Ranucci tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai, nell’ottica di garantire una continuita’ professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda”.

La Rai, conclude la nota, “ritiene che il valore del giornalismo d’inchiesta, da sempre elemento distintivo dell’offerta informativa del Servizio pubblico, risieda nella credibilita’ e nell’autorevolezza che solo una piena indipendenza editoriale e un’imparzialita’ rigorosa possono assicurare.

Con la nuova conduzione a due di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi vincitori del concorso Rai, l’Azienda investe su nuove generazioni di giornalisti d’inchiesta e sul valore informativo di un vero Servizio Pubblico”.

Le tre opzioni offerte da Rai a Ranucci sarebbero Rainews, Tg3 o corrispondenza

(ANSA) – A quanto si apprende le tre opzioni che la Rai avrebbe sottoposto a Sigfrido Ranucci, attualmente vicedirettore ad personam, per lasciare la conduzione di Report, sarebbero un incarico a Rainews, o al Tg3, oppure un ufficio di corrispondenza. 


Ora è ufficiale: Ranucci via da Report, sarà ricollocato. Al suo posto Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi


La Rai toglie al giornalista la conduzione del programma d’inchiesta e spiega, in una nota: “L’azienda ha sottoposto al giornalista tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo”

Immagine di Ora è ufficiale: Ranucci via da Report, sarà ricollocato. Al suo posto Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi

(ilfoglio.it) – Adesso c’è l’ufficialità. La Rai ha tolto a Sigfrido Ranucci la conduzione di Report. Al suo posto, a partire dalla prossima stagione, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Lo scrive il servizio pubblico in una nota: “La Rai comunica che, a partire dalla prossima stagione, la conduzione del programma di inchiesta sarà affidata a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi risultati vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti”. Continua viale Mazzini: “La scelta apre una nuova fase per uno dei programmi più importanti dell’offerta di approfondimento del servizio pubblico, attraverso una conduzione a due affidata a due giornalisti selezionati e vincitori del concorso Rai, nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo”.

Nella nota la Rai spiega il perché della sua scelta parlando dei due nuovi conduttori: “Giulia Presutti è da anni giornalista e inviata di Report. Il suo percorso professionale è fortemente legato al giornalismo investigativo e alla realizzazione di inchieste su temi di interesse pubblico. Nella selezione Rai è risultata prima classificata, a conferma di un percorso professionale maturato all’interno dell’Azienda e nel lavoro quotidiano sul campo”. Mentre per Daniele Piervincenzi: “Lui porta a Report una lunga esperienza nel giornalismo televisivo di inchiesta e di approfondimento. È stato inviato e conduttore di programmi Rai quali Nemo – Nessuno escluso e Popolo sovrano, lavorando su temi sociali, criminalità, periferie e realtà territoriali. Nel 2017, durante un’inchiesta realizzata per Nemo a Ostia, fu aggredito insieme all’operatore Edoardo Anselmi: un episodio diventato uno dei simboli del giornalismo d’inchiesta sul campo”. Per questa ragione, continua la nota della Rai: “La scelta di Presutti e Piervincenzi vuole dunque sottolineare un principio preciso: il rafforzamento del giornalismo investigativo Rai attraverso nuove professionalità interne all’Azienda, selezionate secondo criteri di merito e competenza“.

E Ranucci? Nell’ambito degli accordi sindacali e delle procedure previste per la gestione dei percorsi professionali, inoltre, “l’azienda ha sottoposto a Sigfrido Ranucci tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda“. La Rai, conclude la nota, “ritiene che il valore del giornalismo d’inchiesta, da sempre elemento distintivo dell’offerta informativa del servizio pubblico, risieda nella credibilitàm e nell’autorevolezza che solo una piena indipendenza editoriale e un’imparzialità  rigorosa possono assicurare. Con la nuova conduzione a due l’azienda investe su nuove generazioni di giornalisti d’inchiesta e sul valore informativo di un vero servizio pubblico”.

La decisione dopo giornate di riunioni

La decisione arriva dopo una settimana di riunioni interne in Rai. Martedì l’amministratore delegato, Giampaolo Rossi, il direttore degli Affari legali, Francesco Spadafora, e il direttore delle Risorse umane, Felice Ventura avevano convocato un incontro per approfondire tutti gli aspetti della vicenda e valutare per il giornalista la proposta di un ruolo alternativo che fosse in linea con la sua qualifica. “In queste ore e in questi giorni i vertici Rai sono al lavoro per il mio allontamento da Report”, aveva scritto su Facebook Ranucci. In base alle opzioni circolate negli ultimi giorni, il giornalista si diceve che era pronto a sbarcare sbarcare al Tg3 (è stato già contattato il direttore Terzulli) e Rai News. Al momento non sappiamo quali siano le opzioni di ricollocazione professionale citate da viale Mazzini. Ma risulta, invece, impraticabile l’opzione di trasferirlo alla scuola Rai di Perugia, come scriviamo qui. A un eventuale rifiuto da parte del giornalista corrisponderebbe il licenziamento.

Ieri, gli inviati di Report hanno espresso la loro contrarietà “a qualsiasi ipotesi di conduttore e capoautore esterno alla guida di Report”. Sottolineando come qualsiasi scelta differente sarebbe stata ritenuta “ostile e tesa alla normalizzazione e al commissariamento” della trasmissione. “È ormai evidente – si legge in un documento diffuso dagli inviati – come l’annunciata rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report abbia a che fare solo in parte con la vicenda Lavitola e che segua in realtà un preciso disegno politico. Lo si evince dalla violenza con cui, prendendo a pretesto l’indagine giudiziaria sull’attentato, alcuni gruppi editoriali legati a partiti della maggioranza abbiano preso di mira la trasmissione, i suoi giornalisti e le principali inchieste mandate in onda, con il chiaro intento di delegittimare e infangare uno degli ultimi presidi di libertà e di indipendenza informativa del servizio pubblico”.

“Per questa ragione – continuavano i giornalisti – alla luce della ridda di nomi circolati nelle ultime settimane, esprimiamo la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di conduttore e capoautore esterno alla guida di Report. All’interno della redazione ci sono infatti già le professionalità necessarie, che in questi anni hanno fatto funzionare la macchina del programma. Qualsiasi scelta differente sarà da noi giudicata come ostile e tesa alla normalizzazione e al commissariamento del programma”.

Caso Report, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi saranno i nuovi conduttori al posto di Sigfrido Ranucci

A Ranucci tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda

Caso Report, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi saranno i nuovi conduttori al posto di Sigfrido Ranucci

(ilfattoquotidiano.it) – Dopo giorni di polemiche e toto nomi e dopo che la redazione di Report si è espressa con chiarezza, la Rai ha comunicato chi prenderà la guida del programma di inchiesta condotto fino alla scorsa da Sigfrido Ranucci, parte lesa nel procedimento che ha portato all’arresto di Valter Lavitola, come mandante dell’attentato subito dal giornalista lo scorso ottobre. Dalla prossima stagione il programma di inchiesta di Rai 3 sarà affidato a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, due giornalisti interni all’Azienda scelti attraverso la selezione Rai per professionisti. La Rai parla di una nuova fase e sottolinea la scelta di una conduzione a due affidata a giornalisti selezionati attraverso un concorso, presentandola come un investimento sul giornalismo investigativo e sulle professionalità interne. Report quindi cambia conduzione tra le polemiche e a gran richiesta della politica e dei giornali di destra.

Chi sono i nuovi conduttori

Presutti è da anni giornalista e inviata di Report. Il suo percorso è legato soprattutto al giornalismo d’inchiesta e alla realizzazione di servizi su temi di interesse pubblico. Nella selezione Rai è risultata prima classificata, un risultato che l’Azienda interpreta come la conferma del percorso professionale maturato all’interno della televisione pubblica e sul campo. “La scelta apre una nuova fase per uno dei programmi più importanti dell’offerta di approfondimento del Servizio Pubblico, attraverso una conduzione a due affidata a due giornalisti selezionati e vincitori del concorso Rai, nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo” si legge nella nota della Rai.

“Giulia Presutti è da anni giornalista e inviata di Report. Il suo percorso professionale è fortemente legato al giornalismo investigativo e alla realizzazione di inchieste su temi di interesse pubblico. Nella selezione Rai è risultata prima classificata, a conferma di un percorso professionale maturato all’interno dell’Azienda e nel lavoro quotidiano sul campo.

Piervincenzi arriva a Report “dopo una lunga esperienza nel giornalismo televisivo di inchiesta e di approfondimento. È stato inviato e conduttore di programmi Rai come Nemo – Nessuno escluso e Popolo Sovrano, occupandosi di temi sociali, criminalità, periferie e realtà territoriali. Il suo nome è inoltre legato a uno degli episodi più emblematici degli ultimi anni sul fronte della sicurezza dei giornalisti impegnati sul campo. Nel 2017, durante un’inchiesta realizzata per Nemo a Ostia, Piervincenzi e l’operatore Edoardo Anselmi furono aggrediti. L’episodio divenne un simbolo delle difficoltà e dei rischi affrontati dal giornalismo d’inchiesta sul territorio. La nuova formula a due, secondo la Rai, punta dunque a rafforzare la componente investigativa del programma attraverso due giornalisti che hanno costruito la propria esperienza sul campo. Una scelta che l’Azienda inserisce in un più ampio percorso di valorizzazione delle professionalità interne selezionate attraverso criteri di merito e competenza.

Il futuro di Ranucci

Resta da definire invece il futuro professionale di Ranucci. Nell’ambito degli accordi sindacali e delle procedure previste per la gestione dei percorsi professionali, la Rai fa sapere di aver sottoposto al giornalista tre possibili opzioni di ricollocazione. Le proposte, spiega l’Azienda, sono coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai e puntano a garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo, tenendo conto al tempo stesso delle esigenze editoriali e organizzative. Nella nota con cui annuncia il cambio alla guida di Report, la Rai rivendica infine il ruolo del giornalismo investigativo come elemento distintivo del Servizio pubblico. La credibilità dell’informazione, sostiene l’Azienda, deve poggiare su indipendenza editoriale e imparzialità rigorosa.


Napoli, parco Mascagna: degrado, sicurezza e carenza di vigilanza


Sollecitato l’intervento  dell’assessorato al Verde e del Prefetto di Napoli

            A seguito del servizio andato in onda nel videogiornale dell’emittente televisiva Canale 21, con le intervista a diversi frequentatori che hanno denunciato i numerosi problemi presenti nell’area, anche in questo scorcio di fine agosto, il Comitato Valori Collinari torna a sottolineare le gravi condizioni del Parco Mascagna, unico polmone verde attrezzato tra i quartieri Vomero e Arenella, chiedendo, ancora una volta, interventi immediati alle istituzioni competenti.

            Al riguardo le segnalazioni pervenute dai residenti evidenziano, in particolare, lo stato di degrado generale, con alberi piantata da poco già morti o compromessi, aiuole brulle e muri imbrattati, oltre al permanere, nei pressi della fontana, di pozze d’acqua che generano la presenza di numerosi insetti. Viene evidenziata, in particolare la carente sicurezza dei giochi, dal momento che le attrezzature ludiche, esposte al sole su terreno polveroso e senza pavimentazione antitrauma, potrebbero mettere a rischio l’incolumità dei bambini. Problemi anche per la sicurezza delle persone: all’interno del parco dal momento che sui prati continuano a svolgersi partite di calcio, nonostante il divieto, con il rischio concreto che i frequentatori vengano colpiti dalle pallonate. Proteste vengono espresse anche per il mancato prolungamento dell’orario di apertura, con il parco che, nonostante la presenza di un impianto d’illuminazione, continua a chiudere alle venti.

            Il Comitato denuncia inoltre la carenza di vigilanza con annessi problemi di sicurezza, sia all’interno del parco sia sui viali esterni, dove si continuano a registrare continue scorribande di ragazzi con monopattini e biciclette elettriche. Nonostante i richiami, i giovani conducenti ignorano le regole di convivenza, rischiando di travolgere i passanti e creando situazioni di pericolo per la pubblica incolumità.

            Alla luce di quanto emerso, il Comitato Valori Collinari sollecita, ancora una volta, l’assessorato al verde del Comune di Napoli a intervenire con urgenza per il ripristino delle aiuole e degli alberi, sostituendo quelli già morti, e per la messa in sicurezza delle aree gioco con l’installazione di pavimentazioni antitrauma. Al Prefetto di Napoli chiede interventi tesi a potenziare la sorveglianza della zona, anche attraverso controlli straordinari della polizia si Stato, anche alla luce del dato che la sede del commissariato del Vomero si trova a pochi passi dal parco, in via Ruoppolo, segnatamente al fine di garantire il rispetto dei divieti e la sicurezza di cittadini e bambini.

            ” Chiediamo inoltre – puntualizza  Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -, all’assessorato al verde e alla prefettura di convocare un sopralluogo, da tenersi in tempi brevi, con la partecipazione di associazioni e comitati di zona, per verificare lo stato del parco e pianificare interventi concreti di ripristino, di manutenzione e di sicurezza “.

            ” A quasi due anni dalla riqualificazione del parco, costata circa 600mila euro e dopo ben 17 mesi di chiusura – conclude Capodanno -, la situazione non appare affatto migliorata come promesso, sollevando seri dubbi sulla credibilità istituzionale e sulla gestione del denaro pubblico. Non possiamo accettare che l’unico polmone verde, a disposizione di centinaia di famiglie, continui a versare in condizioni di degrado e abbandono,oltre a generare problemi di sicurezza “.


Guardia Sanframondi, parte il progetto “GustaGuardia”


      C’è un momento in cui le idee smettono di essere parole e iniziano a diventare fatti. E’ ciò che sta accadendo a Guardia Sanframondi con il progetto “GustaGuardia” promosso dalla “Casa di Bacco” con il patrocinio del Comune e  che sarà presentato ufficialmente sabato 29 agosto p.v. alle ore 20 nella suggestiva cornice di Piazza Castello. La serata sarà allietata dalla musica del gruppo ANTA-BAND e resa indimenticabile dalla “magia” del Victor Show. E’un primo passo concreto dentro un percorso più ampio, strutturato, ambizioso e nasce con un’idea semplice e potente: valorizzare l’identità guardiese attraverso il gusto, la cultura, la memoria.

     Di fronte ad una realtà caratterizzata da un progressivo spopolamento, esistono due strade: rassegnarsi oppure cercare di costruire un futuro nuovo. “GustaGardia” nasce dalla volontà di costruire  un futuro nuovo guardando al passato con l’obiettivo di far rivivere la “Wardia bella”  che nel corso degli ultimi decenni è scivolata nell’elenco dei cosiddetti “Comuni Marginali” senza alcuna prospettiva di sviluppo.

     Una grande scommessa, un atto di coraggio e di sfida per contrastare il progressivo spopolamento.

     Per riuscire è necessario l’impegno convergente degli imprenditori e delle istituzioni, uniti per costruire il nostro futuro.

      Lo scopo finale è quello di far avere esperienze uniche al turista che avrà modo di vivere il nostro territorio in una maniera nuova, più “lenta”, il che permette di far assaporare, da protagonista, ogni aspetto positivo che c’è nel nostro territorio.

      Un paese che si prende cura di sé diventa naturalmente attrattivo. Recuperare gli immobili inutilizzati, rivitalizzare il centro storico, sostenere artigiani e produttori: è esattamente ciò che questo modello permette di fare, rispondendo alla domanda di un turismo lento, autentico e sostenibile. Guardia possiede un patrimonio unico: il centro storico, una produzione enogastronomica di qualità e i Riti Penitenziali dell’Assunta.

    “GustaGuardia” vuol trasformare questa ricchezza in cultura viva, continua, generativa. In poche parole, vogliamo far diventare il cuore antico di Guardia una sorta di “vetrina delle eccellenze” organizzata l’ultimo sabato di ogni mese.

Costruiamo insieme una Guardia da gustare, orgogliosa e capace di futuro.

   

Amedeo Ceniccola

Responsabile Comitato GustaGuardia


Lega sotto il 5%, Salvini a caccia di consensi ora copia (male) le proposte del Pd


Salvini, in calo di consensi e sotto assedio politicamente, insegue le proposte del Pd, dalla tassazione degli extraprofitti al trasporto pubblico locale per gli studenti, passando per la stretta per la sicurezza dei lavoratori dei trasporti. Ma sembra che il ministro si concentri solo sugli effetti elettorali dei suoi annunci, e non sulle risorse e sul lavoro necessari per realizzarli.

(di Annalisa Cangemi – fanpage.it) – La Lega è in evidente difficoltà e Matteo Salvini corre ai ripari. Negli ultimi sondaggi politici sulle intenzioni di voto, il Carroccio ha fatto registrare l’ennesimo segno meno. La novità è però che nella rilevazione di Bidimedia il partito di Salvini è sceso addirittura sotto il 5%, al 4,8%, segnando un nuovo record negativo. Che fare dunque?

Il leader della Lega in queste settimane sta concentrando le sue energie sui dossier che riguardando i trasporti, caro carburanti in testa. Ma lo sta facendo prendendo spunto da proposte che sono state già avanzate dalle opposizioni, in particolare del Pd, e che non sono state mai state prese in considerazione dal governo.

Parliamo per esempio del tema della tassazione degli extraprofitti per trovare risorse utili a finanziare i provvedimenti strutturali annunciati, come il bonus benzina, a sostegno delle categorie più svantaggiate. Salvini ha fatto sua una richiesta avanzata dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha chiesto più volte all’esecutivo di tassare subito gli extraprofitti delle società energetiche per finanziare gli interventi straordinari necessari a ridare fiato a famiglie e imprese. In questi giorni il ministro dei Trasporti è particolarmente attivo sul tema, in polemica con l’alleato Antonio Tajani, nettamente contrario a una tassazione di questo tipo per reperire risorse contro l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio.

A questo proposito ricordiamo anche la lettera che l’Italia ha inviato a Bruxelles, insieme ad altri 5 Paesi, per chiedere una tassa sugli extraprofitti a livello comunitario per le compagnie petrolifere. Ebbene la Commissione Ue ha respinto subito quest’ipotesi, spiegando che tassare gli extraprofitti è competenza degli Stati membri, che possono quindi intervenire da soli in base alle legislazioni nazionali. A questo punto il governo Meloni non avrebbe più alibi.

Tassare gli extraprofitti, perché il governo non passa dalle parole ai fatti
Salvini, lo abbiamo visto, è in enorme difficoltà, e mentre cerca di recuperare popolarità si lancia su uno dei temi che più sta a cuore agli italiani, l’aumento dei costi della benzina, ormai arrivata stabilmente sopra i 2 euro al litro. Ma perché allora il governo continua a varare provvedimenti tampone, invece di usare la la flessibilità europea per finanziare gli investimenti nel trasporto pubblico locale? In modo timido Salvini lo ha detto dal palco del Meeting di Rimini, sottolineando di aver chiesto il ministro dell’Economia Giorgetti, che tra l’altro fa parte del suo stesso partito, di usare la flessibilità che Bruxelles ha accordato in deroga ai vincoli del Patto di stabilità per l’energia (pari a 14 miliardi) per proporre misure per incentivare il trasporto pubblico locale. Si tratta però soltanto di annunci.

“In questi ultimi quattro anni in cui Salvini è sempre stato più attento al taglio del nastro più che ai problemi reali delle persone. Ultimamente, trovandosi sotto assedio politicamente, si è rilanciato come ‘uomo del fare’, impegnato sui dossier del suo ministero. Ma esiste una sola cosa peggiore del non fare nulla, ed è il fare male”. Ha commentato a Fanpage.it il deputato Andrea Casu, vicepresidente della commissione trasporti della Camera. Quindi, se ora vuole mettere in campo proposte su cui in questi anni non ci ha ascoltato, lo faccia ma lo faccia fino in fondo. Salvini non può limitarsi a dire che vuole tassare gli extraprofitti, tassi gli extraprofitti. Dopodiché faccia una seria la battaglia per usare i fondi della flessibilità Ue per la sicurezza energetica anche per il trasporto pubblico locale”.

Trasporto gratis per studenti: senza nuovi fondi è un annuncio vuoto
La strategia di sopravvivenza di Salvini per gli ultimi mesi prima del voto contempla promesse irrealizzabili da propaganda elettorale. Come abbiamo visto in questi giorni il ministro ha palesato l’intenzione di rendere il trasporto pubblico locale gratis per tutti i minorenni. Il Pd però gli ha fatto notare che un anno fa è stata depositata in Parlamento una proposta di legge, messa nero su bianco dall’onorevole Casu, dai dem Misiani, Casella e dal coordinamento circoli trasporti del Pd, che non è stata mai calendarizzata, e che renderebbe i trasporti scontati per studenti under 25 e per fuori sede.

Non è possibile occuparsi di gratuità del trasporto pubblico locale se prima non vengono messe risorse in questo settore. “In questi anni il governo ha tagliato le risorse, per scaricare il problema sugli enti locali e sulle Regioni. Ma ormai la situazione non tiene più”, ha detto Casu a Fanpage.it.

“A Roma per esempio il sindaco Gualtieri ha portato a 50 euro annui l’abbonamento annuale per gli under 19. Se Salvini finalmente vuole cominciare a seguirci lo aspettiamo, ma venga in Parlamento a spiegarci come vuole attuare concretamente le misure. Perché quello che è indispensabile è un intervento nazionale che finanzi in maniera strutturale e permanente il settore. Senza soldi la gratuità obbligatoria per i minorenni che propone Salvini produrrebbe l’effetto di un nuovo taglio alle entrate, con conseguente riduzione di servizi o aumento di costi di biglietti per gli altri cittadini”.

Eurostat nel 2026 ha certificato che in Italia 7 persone su 10 non utilizzano mai il trasporto pubblico locale. Contemporaneamente l’indice di motorizzazione ha superato 70 auto ogni 100 abitanti. La Società Italiana di Medicina Ambientale stima che ci sono 34 miliardi di euro annui di costi legati al traffico veicolare e all’inquinamento atmosferico. Istat dice che gli incidenti che avvengono sulle nostre strade producono un costo sociale pari a 23 miliardi. “Sommati fanno 57 miliardi, tre volte l’ultima manovra finanziaria, che noi ogni anno bruciamo nel traffico, nelle lamiere, nel sangue, sulle nostre strade. Per cui investire nel trasporto pubblico sarebbe un fortissimo investimento per il bilancio dello Stato: vorrebbe dire ridurre drasticamente questi costi”, ha detto Casu.

Sulla sicurezza Salvini non ascolta sindacati e lavoratori: zero tutele per il Tpl
In seguito all’omicidio del capotreno trentaquattrenne Alessandro Ambrosio, accoltellato a morte alla stazione di Bologna nel gennaio 2026, il decreto Sicurezza ha introdotto una stretta penale a tutela del personale ferroviario, una misura fortemente  voluta dalla Lega di Matteo Salvini. In pratica è stato integrato l’articolo 583-quater (che punisce le lesioni personali commesse nei confronti di specifici soggetti nell’atto o a causa dell’adempimento delle loro funzioni o del loro servizio) con due nuove categorie protette: in caso di aggressione a dirigenti e docenti scolastici e personale ferroviario si rischiano fino a sedici anni di reclusione.

C’era però già pronto un protocollo per la sicurezza del personale dei trasporti e dei passeggeri, avviato nel 2022 durante il governo Draghi, che prevedeva che sindacati, imprese e ministeri identificassero modifiche normative e organizzative, con l’obiettivo di evitare aggressioni ad autisti, controllori e utenti. “Il governo dopo la tragedia di Ambrosio ha approvato alcune misure chieste da sindacati e imprese nel protocollo siglato nel 2022, e che da tempo come Pd chiedevamo al Parlamento di adottare, addirittura con un impegno, votato anche dalla maggioranza, di una mozione in aula calendarizzata su richiesta della capogruppo Braga e del gruppo Pd nel maggio 2024”, ha detto Casu a Fanpage.it.

“Anche stavolta però l’impegno è stato accolto dal governo a metà”. Il deputato dem si riferisce per esempio alla richiesta avanzata dal Pd di garantire a chi è in prima linea per il diritto alla mobilità le stesse tutele dei lavoratori della sanità. “Invece di recepire il messaggio hanno tagliato fuori i lavoratori del trasporto pubblico locale, intervenendo solo sulle ferrovie. Ma una volta riconosciuto il principio – ha osservato Casu – perché non accogliere integralmente tutte le richieste? Invece il governo continua a dividere i lavoratori del trasporto in cittadini di serie A e di serie B”.


Da Colle Oppio al ministero della Salute: un dentista guiderà la lotta alle pandemie


Carlo Monti, considerato vicino a Rampelli, è in pole per guidare la direzione generale nel dipartimento Prevenzione

(di Michele Bocci – repubblica.it) – In caso di una nuova pandemia, o di una emergenza meno drammatica legata a malattie infettive, l’uomo in prima fila potrebbe essere lui. Un laureato in odontoiatria che ha vagato tra incarichi di rilievo nel ministero alla Salute e all’Agenzia del farmaco e che supplisce all’assenza di un curriculum medico nel campo dell’infettivologia con la nomea di fedelissimo della destra di governo, già frequentatore del mitologico Colle Oppio a Roma e considerato molto vicino a Fabio Rampelli, almeno fino a qualche tempo fa. Carlo Monti, che dopo aver diretto centri odontostomatologici dell’Ipa (istituto previdenziale dei dipendenti di Roma Capitale che non esiste più) si cancellò dall’Ordine degli odontoiatri proprio ai tempi del Covid e dell’obbligo vaccinale per i sanitari (delibera del 3 febbraio del 2022), è in pole per guidare la Direzione generale delle emergenze sanitarie nel dipartimento della Prevenzione del ministero di Orazio Schillaci. Ci arriva, tra l’altro, dopo aver rifiutato un ruolo di primo piano in Aifa, dove si sarebbe dovuto occupare di approvazione di farmaci.

L’interpello per la scelta del direttore delle emergenze si è chiuso da qualche giorno e adesso verrà formata la commissione giudicatrice, con una strada che però sembra tracciata in favore del fedelissimo FdI, alla faccia degli altri 14 candidati. Sono quasi tutti medici o farmacisti ma, curiosamente, il bando non richiedeva la laurea in Medicina, anche se ce l’avevano tutti i dirigenti che hanno coperto il ruolo almeno dal 2000 ad oggi, ma più che altro capacità in ambito amministrativo.

Tra l’altro, si cercava una persona con «esperienza e conoscenze dei meccanismi tecnico-organizzativi di vertice del ministero della Salute», ma anche dei «rapporti istituzionali» con organismi sanitari e Regioni, «esperienza presso strutture organizzative con gestione di risorse umane» e «nell’approvvigionamento di beni e servizi e nell’ambito delle organizzazioni sanitarie». Requisiti che non sembrano tutti tagliati sui i compiti della Direzione, e cioè prevenzione epidemiologica e contrasto delle emergenze sanitarie, iniziative per la cura di patologie epidemiche, sorveglianza e controllo delle malattie infettive, elaborazione del piano pandemico, approvvigionamento di scorte di farmaci e vaccini per il Covid o altre patologie.

Monti, a parte la laurea che non sfrutta per fare assistenza, ha dottorati in Scienze forensi e Biotecnologie. È stato a lungo alla Croce Rossa e di recente è arrivato al ministero, prima come vice e poi, brevemente, come capo segreteria di Schillaci. È ricordato per la foto di Giorgia Meloni accanto a quella del presidente Mattarella sulla parete alle sue spalle in ufficio, per la cassa audio con la quale trasmetteva musica lounge, per un volumone in bella mostra con bassorilievo in metallo del profilo di Vittorio Emanuele III.

Evidentemente è ritenuto versatile, o comunque da sistemare in un modo o nell’altro. A gennaio era stato infatti nominato capo dell’Hta dell’Agenzia del farmaco, un ruolo super tecnico, da esperti preparano i dossier dei farmaci per l’ingresso nel sistema sanitario. Aveva vinto sbaragliando esperti del settore (tra i quali nessun dentista). Poi l’incarico deve essergli sembrato complicato, o comunque non adatto, e si è subito dimesso (tra i sospiri di sollievo di tanti che dentro l’Aifa avevano dovuto subire la nomina). Ma a quel punto non si è fermato, anzi, probabilmente la necessità di trovare una sistemazione è diventata sempre più stringente con l’avvicinarsi della fine della legislatura. E così Monti adesso si appresta ad occuparsi di emergenze di malattie infettive. E questa volta non sembra intenzionato a mollare subito l’incarico da oltre 200 mila euro all’anno, che si aggiunge tra l’altro ai ruoli in vari in Organismi di valutazione (Ovi), come quello della Calabria che gli fa incassare altri 50 mila euro.


Sanità beneventana: basta con la territorialità solo sulla carta


Screenshot

C’è qualcosa che non torna nella sanità beneventana.

Da una parte abbiamo un Ospedale di Comunità a Cerreto Sannita, struttura pensata proprio per accogliere pazienti che non necessitano più di un ricovero ospedaliero per acuti, ma che hanno ancora bisogno di assistenza e monitoraggio.

Dall’altra abbiamo il San Pio di Benevento, alle prese da anni con la pressione sui posti letto e con un Pronto Soccorso che continua a pagare anche le conseguenze della mancata integrazione tra ospedale e territorio.

E allora una domanda è inevitabile:

CHE FINE HA FATTO LA RETE PREVISTA DAL DM 77?

Il DM 77 non ha inventato gli Ospedali di Comunità e le COT per fare inaugurazioni, fotografie e comunicati stampa. Li ha previsti per costruire una continuità assistenziale reale tra ospedale, territorio, domicilio e strutture intermedie.

L’Ospedale di Comunità dovrebbe servire anche a evitare ricoveri ospedalieri impropri e a favorire le dimissioni protette. (FNOPI⁠)

Eppure, se è vero che l’Ospedale di Comunità di Cerreto Sannita è operativo da circa un mese ma non sta ricevendo pazienti, la domanda diventa ancora più pesante:

PERCHÉ?

Perché non arrivano dal San Pio pazienti appropriati per quella struttura?

Perché le COT territoriali non riescono a svolgere fino in fondo la funzione di raccordo tra ospedale e territorio?

Chi decide i percorsi di dimissione?

Chi individua i pazienti trasferibili?

Chi verifica che la rete funzioni davvero?

Non possiamo continuare a parlare di “integrazione ospedale-territorio” mentre, nei fatti, ogni pezzo del sistema sembra viaggiare per conto proprio.

L’ASL Benevento stessa, nel proprio Atto aziendale, definisce le COT come modello organizzativo previsto dal DM 77 e ha programmato gli Ospedali di Comunità sul territorio provinciale. (ASL Benevento)

E allora ASL, San Pio e Regione Campania devono spiegare ai cittadini cosa sta accadendo.

Se a Cerreto Sannita ci sono posti disponibili e contemporaneamente il San Pio è in difficoltà per la disponibilità dei posti letto, non è accettabile che i due problemi rimangano scollegati.

Non si tratta di fare una guerra tra ospedale e territorio.

Al contrario.

Si tratta di pretendere che ospedale e territorio funzionino finalmente come un’unica rete sanitaria.

Perché se un Ospedale di Comunità rimane vuoto mentre l’ospedale per acuti è sotto pressione, qualcosa nel meccanismo di presa in carico evidentemente non sta funzionando.

E qualcuno deve assumersene la responsabilità.

Basta con le strutture sulla carta.

Basta con i modelli organizzativi nei documenti.

Servono percorsi funzionanti, pazienti presi in carico e posti letto utilizzati dove devono essere utilizzati.

I cittadini beneventani hanno diritto a sapere:

QUANTI PAZIENTI POTENZIALMENTE TRASFERIBILI DAL SAN PIO SONO STATI INVIATI ALL’OSPEDALE DI COMUNITÀ DI CERRETO SANNITA NELL’ULTIMO MESE?

QUANTE RICHIESTE SONO STATE GESTITE DALLE COT?

QUANTI POSTI SONO ATTUALMENTE DISPONIBILI?

E soprattutto:

PERCHÉ UNA STRUTTURA TERRITORIALE APPENA APERTA RISCHIA DI RIMANERE VUOTA MENTRE L’OSPEDALE PER ACUTI CONTINUA A SOPPORTARE LA PRESSIONE DEI RICOVERI?

Queste non sono polemiche.

Sono domande sulla gestione della sanità pubblica. E i cittadini meritano risposte.                         

Nel monitorare l’andamento e le possibili soluzioni  del problema,in qualità di associazione della consulta socio sanitaria dell asl di Benevento,chiederemo un incontro con i vertici delle azienda sanitaria per conoscere i dati necessari per poter procedere con le prossime azioni.


C’era una volta l’America…


(Dott. Paolo Caruso) – C’era una volta l’America… Quella che fu l’America che oggi Robert De Niro e molti altri divi del cinema tornano a rimpiangere. Perché non si riconoscono in questa America, che umilia le Nazioni, annulla i diritti dei popoli, disprezza i poveri, toglie libertà e deporta i suoi stessi figli per puro razzismo. De Niro vorrebbe imparare a riamare la sua Patria, che seppure spesso criticabile e non giustificabile per le azioni opache e poco trasparenti nella politica estera è stata riferimento di libertà nel rispetto dei diritti di ognuno. A De Niro come a buona parte delle Star americane e a settori della libera Stampa, diciamolo chiaro, non piace Donald Trump, il presidente fautore di uno spettacolo scriteriato capace di inventare scuse per bombardare, fomentare guerre, uccidere e fare uccidere vittime innocenti anche in patria. La sua rielezione, dopo il colpo di Stato di Capitol Hill, fu una terribile sciagura che ancora per due anni gli americani e il mondo dovranno sopportare. E nel frattempo chissà a quanto ammonteranno i debiti causati da lui con la guerra all’ Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz e il conseguente caro petrolio? Mi chiedo dov’erano i politologi che profeticamente avrebbero potuto preannunciare come sarebbe andata a finire con al comando del pianeta un truffaldino e tanto altro in negativo? Con Trump siamo nel pantano delle guerre, perché senza soluzione. Con lui Zelensky non si sente al sicuro e lo stesso Putin si trova spiazzato dalle continue e contraddittorie elucubrazioni del Tycoon. L’ Europa sempre più calpestata e derisa appare debole e divisa nel fronteggiare le azioni scellerate dell’ ex alleato a stelle e strisce. “Divide et impera”, è ciò che è accaduto nei confronti della politica europea e la Presidente Meloni che doveva fare da pontiera tra le due sponde dell’ oceano incoscientemente o per stupidità oggettiva è stata la prima a pagarne il prezzo più alto. Una serva sciocca alla corte del Tycoon. Gli USA oggi con Trump sono privi della autorevolezza necessaria per mediare la Pace. Il conflitto tra Russia e Ucraina ne è la dimostrazione più lampante. Bravo De Niro! Quel che ho sentito e visto di te mi è sembrato il tuo film capolavoro, perché, tra i pochi Americani, non ti sei intimidito e hai alzato la voce contro lo scriteriato inquilino di Washington che ogni mattina lunaticamente ci appronta “una colazione diversa”. E tutte tossiche. “C’era una volta l’ America…”. Oggi ci chiediamo ansiosi di sapere se mai ci sarà più.


Nuova lettera degli inviati di Report: “Non abbiamo scaricato Ranucci”


E dall’account X della trasmissione arriva il messaggio: “Stiamo già lavorando alle nuove inchieste. Buona estate da Sigfrido Ranucci e da tutta la squadra”. Ma viene poi cancellato

Nuova lettera degli inviati di Report: “Non abbiamo scaricato Ranucci”

(ilfattoquotidiano.it) – “Gli inviati di Report non hanno mai sfiduciato o “scaricato” Sigfrido Ranucci”. E’ la nuova presa di posizione dei cronisti del programma: negano dunque che la lettera inviata mercoledì al direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini, fosse un “piano per sbarazzarsi” del conduttore. “Non abbiamo alcuna intenzione di fare un favore di questo tipo a tutti i nemici storici e attuali di Report. Chi fa il gioco di accusare gli inviati di Report di una sorta di tradimento nei confronti di Sigfrido Ranucci ha in animo solamente di distruggere la trasmissione e di piegarla ai diktat della politica. Non siamo certamente noi, che in queste settimane abbiamo sostenuto la riconferma di Ranucci, ad aver chiesto la sua sostituzione o rimozione, ma lo hanno fatto a gran voce esclusivamente i gruppi editoriali e i partiti della maggioranza di governo. Negli scorsi giorni l’azienda ci ha annunciato la nostra convocazione per la prossima settimana allo scopo di comunicarci unilateralmente, senza margine di discussione, le soluzioni adottate per la nuova conduzione e gestione del programma. Sappiamo che sono stati avviati già colloqui e sondaggi informali di soggetti esterni all’attuale squadra di Report per definire la nuova catena di comando del programma. Per questa ragione, abbiamo inviato al direttore Paolo Corsini una lettera per bloccare qualsiasi tentativo di commissariamento e normalizzazione di Report, spiegando che all’interno del programma ci sono tutte le professionalità necessarie per garantire l’operatività e continuare a rilanciare la trasmissione. L’unico nostro interesse è difendere l’indipendenza di Report e la libertà di svolgere il nostro lavoro, come abbiamo potuto fare finora, con passione, dedizione e autonomia”.

Intanto dall’account X del programma è arrivato un segnale: “#Report non va in vacanza, stiamo già lavorando alle nuove inchieste. Nel frattempo vi terremo compagnia con le nostre repliche. Se avete qualcosa da segnalare, scrivete a report@rai.it e continuate a seguirci sui social. Buona estate da Sigfrido Ranucci e da tutta la squadra”. Il messaggio poi è stato cancellato. Ma i commenti non si sono fatti attendere. E in molti – inclusa la Lega dal suo account ufficiale – chiedono che la trasmissione riprenda la nuova stagione proprio facendo un’inchiesta sul caso Ranucci-Lavitola.


Il nuovo paradigma


(Andrea Zhok) – Dal 2020 l’Occidente è entrato in una logica di guerra, con elementi di un’economia di guerra e una gestione di tipo bellico della politica interna, dei media e della politica estera.

Le origini dell’ingresso del paradigma bellico nel mondo occidentale sono abbastanza semplici da capire:

1) L’Occidente a guida americana ha perso la capacità di imporre le proprie “ragioni di scambio” a livello internazionale e questo ne limita la capacità “estrattiva” e i margini di profitto. Un sistema come quello vigente non può reggere una prospettiva di prolungata stagnazione o contrazione. Per uscirne agli USA e ai suoi sodali non resta che utilizzare la migliore carta rimasta: la relativa supremazia dell’apparato industriale-militare.

2) Passare ad una gestione bellica del sistema consente:

a) di esigere che le risorse pubbliche vengano cooptate in direzione di un “grande sforzo comune” di difesa, che fornisce sangue a selezionati grandi gruppi privati, fornitori di ciò che serve.

b) di passare ad una gestione bellica della cosa pubblica, con centralizzazione verticale delle decisioni, sottratte ad ogni vaglio democratico (l’urgenza non consente quel lusso che è la democrazia).

c) di slittare verso un’economia di guerra, dove interi settori possono essere arbitrariamente spazzati via, bloccati e riconvertiti.

d) di impoverire la popolazione media, incrementando così il potere contrattuale delle oligarchie finanziarie e rendendo i lavori più rischiosi e deprecabili (come il militare in tempo di guerra) comunque appetibili.

e) di legittimare ogni forma di controllo sull’informazione, di censura, di sanzione e coercizione dei disobbedienti, distruggendo sul nascere ogni possibile opposizione. Va da sé che di fronte all’impellenza della minaccia chiunque non cooperi è nominalmente un alleato del nemico, è parte del problema e va trattato come tale.

Ora, potremmo discutere all’infinito se la strategia pandemica sia stata parte intenzionale di questo cambiamento di paradigma o se sia stata solo un’occasione colta per testare un progetto già predisposto.

Ciò che è davvero importante è capire che quei meccanismi li abbiamo visti già all’opera nel 2020-2022 e che hanno dimostrato la loro straordinaria efficacia. Se si sostituisce “guerra alla Russia (o ai Brics)” con “guerra al virus” si può osservare come la dinamica strutturale sia stata precisamente la stessa.

Drenaggio opaco di denaro dal pubblico al privato; decisionismo verticale con sospensione delle procedure democratiche (decretazione d’urgenza); blocco economico di interi paesi; impoverimento medio della popolazione (ed arricchimento di pochi grandi gruppi); distorsione, manipolazione mediatica, censura, esposizione degli insubordinati come capro espiatorio.

In questo momento noi abbiamo il privilegio di aver visto la potenza di fuoco di quella manipolazione, la sua efficacia, la sua capacità di generare da un giorno all’altro comportamenti letteralmente opposti a tutto ciò che fino al giorno prima era considerato giusto e normale.

Per quanto oggi quasi nessuno in Europa e in Italia voglia la guerra, nessuno si illuda. La maggioranza della popolazione è composta o da beoti, o da persone distratte da altre necessità della vita: persuaderla di qualunque cosa, presentando in modo plausibile una minaccia grave e immediata, non è affatto difficile.

E una volta partita la giostra, una volta che anche solo dubitare della direzione presa diverrà sinonimo di cooperazione col nemico, il gioco è fatto.


Il “woke” dei radical chic uccide la classe operaia


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Woke? Sebbene la parola imperversi, soprattutto negli ultimi giorni sulla stampa, sono sicura che per molti resta misteriosa. Molto più popolare è wok, una padella usata nella cucina asiatica.

Di fatto, agli inizi del XX secolo, woke significava allerta contro le discriminazioni razziali e sociali incorporate nel linguaggio. La cosiddetta sinistra radical chic, la sinistra caviale, in particolare dopo il crollo dell’Unione Sovietica e in seguito alla fine dei partiti comunisti europei, ha voluto fare della cultura woke la propria bandiera, sostituendo le rivendicazioni della classe operaia, frammentata e monopolizzata dai colletti bianchi, con quelle di un ceto medio progressista, pronto a identificarsi con le battaglie delle minoranze, donne, neri, omosessuali, eccetera.

[…] Il problema costituito dalla cultura woke è stato, come ben illustra Ezio Mauro sulla Repubblica del 23 agosto, il nostro amato dottor Jekyll della domenica, che ha creato un neo-galateo conformista, traducendo in un codice standard le parole private quindi di ogni autenticità. Una trasformazione ipocrita del linguaggio che ha aiutato il sorgere di una società orwelliana nella quale la nostra buona coscienza si nutre di camuffamenti cosmetici e non di vere trasformazioni sociali e culturali. Nel romanzo visionario 1984 di George Orwell la guerra è preparata dal Ministero della Pace. Le odierne élite europee ci informano che la mediazione con la Russia sarà ottenuta investendo miliardi in armi. Nessuno vorrà dire pubblicamente “sporco negro o sporco musulmano” ma questo non impedisce le terribili discriminazioni razziali ancora esistenti oppure la disumanizzazione e il genocidio dei palestinesi. Siamo in una società femminista nella quale se un uomo fa un’avance a una donna rischia di essere arrestato, ma la mercificazione del corpo femminile non ha fine e le donne povere investono nella loro ostentata femminilità per poter sedurre uomini facoltosi. La schiavitù è stata abolita (almeno quella classica, non certo lo sfruttamento di poveri, precari, immigrati e popoli soggetti al neocolonialismo) negli Usa nel 1865. Il divieto è un precetto morale interiorizzato dalla società americana. La parola schiavo si utilizza liberamente senza che nessuno se ne abbia a male. Con un paradosso, direi che la cosiddetta cultura woke impone cliché atroci a un film di successo: un soldato americano buono nero, una donna picchiata dal marito fascista e macho (ma soprattutto psicopatico) che trova nel diritto di voto la sua liberazione (script del film C’è ancora domani del 2023).

Insomma, siamo di fronte a una trasformazione del linguaggio con luoghi comuni insopportabili che nutrono soprattutto la sottocultura del centrosinistra. Abbiamo tuttavia lasciato immutate le realtà profonde influenzate da fattori economico-sociali e storico-culturali. Il woke, mutuato dai Dem Usa, è stato il modo di “vincere al centro”, di cancellare il patrimonio marxista della cultura di sinistra trasformando le ideologie socialdemocratiche nel neo-liberismo che abita i Dem Usa, i socialisti europei e il Pd. Magari ne uscissimo e tornassimo alla politica, quella vera. A una visione di cui anche la sinistra dei Sanders e dei Mamdani è priva. Mi riferisco a un’analisi che colleghi le trasformazioni recenti del capitalismo finanziario all’esigenza dell’imperialismo occidentale di scatenare le guerre per il dominio del dollaro, contro la Russia, la Palestina, l’Iran, la Cina. Magari si uscisse dall’indecente slogan aggressore-aggredito per comprendere le cause profonde delle guerre in Europa e in M.O., riflettendo su quale futuro l’Europa possa mai avere se si allinea alle politiche neocon statunitensi. Purtroppo la nuova sinistra, una destra tecnocratica, serve a manipolare l’opinione pubblica, a fingere di difendere il diritto contro la forza, Biden contro Trump, Israele contro Netanyahu, l’Ucraina contro la Russia, le minoranze contro il 90% dei sudditi dell’impero a cui ormai rimane come unica libertà quella sessuale. Foucault direbbe che è moltissimo.

[…]

Ho iniziato a 16 anni la militanza nel Partito radicale. Al tempo la società italiana, chiusa e oppressa dal Vaticano, dal cosiddetto catto-comunismo, cercava ossigeno nei diritti civili e a favore delle minoranze, donne e omosessuali. Battaglie sacre della modernità occidentale. La cultura woke è invece mistificazione. Spero che a breve uscirà un libro sul mio viaggio in Iran, metà reportage e metà romanzo in cui cerco di far emergere l’ipocrisia dell’ideologia progressista. L’Iran è solo uno dei tanti casi di manipolazione dell’opinione pubblica nella società orwelliana e woke. La Germania dichiara di volere investire 12 miliardi in missili ipersonici e Tomahawk per attaccare la Russia in profondità, il Giappone si riarma: è la cultura woke che ci impedisce di menzionare la terza guerra mondiale?


La nemesi del generale Vannacci


I tre quotidiani di un deputato leghista smontano il generale da febbraio. Poi la Supermedia dice che senza quel 7,1 non si vince.

La nemesi del generale Vannacci

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Roberto Vannacci sta imparando dal vivo il mestiere che ha contribuito a rendere normale in questo Paese, quello in cui l’avversario politico smette di essere un avversario e diventa un bersaglio da inseguire fino a casa. Il 3 febbraio 2026, il giorno dopo l’addio alla Lega, i quotidiani amici del governo lo battezzavano “Disertore” sul Giornale e “Alto tradimento” su Libero, mentre il Tempo gli pronosticava che dietro la collina il generale avrebbe trovato il nulla. Tre testate, tre coltellate. Un editore solo.

Quell’editore è Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega, che attraverso le sue società controlla il Giornale, il Tempo e Libero. Il generale aveva appena lasciato il partito nelle cui liste siede il suo editore, e la mattina dopo si è ritrovato in prima pagina su tre giornali su tre. Una coincidenza? La sostanza è la stessa, a cambiare è soltanto la testata in alto a sinistra.

L’archivio che nessuno rilegge

Vale la pena rileggerli, gli archivi di quelle redazioni. L’8 luglio 2024, sul Giornale, Vittorio Feltri dedicava la sua rubrica a difendere il generale dai suoi odiatori, ricordando che le accuse contro di lui erano state tutte archiviate e che a votarlo era stato oltre mezzo milione di italiani. Diciannove mesi più tardi, sulle stesse pagine, quel perseguitato per le sue opinioni è diventato un disertore, e nelle idee di Vannacci intanto era rimasto tutto identico, parola per parola, perché a cambiare era stata soltanto la tessera.

Il metodo, però, va oltre i titoloni di prima pagina. Il 9 agosto 2026 il Giornale ha dedicato a Futuro Nazionale un’inchiesta sul caos organizzativo, con i 1.914 comitati e i 130mila tesserati descritti come un’anarchia in cui gerarchia e ordine, cioè i due principi che il generale rivendica dal mondo militare, sono diventati i punti più deboli del suo partito. Il 25 agosto è toccato a Libero aprire il fronte interno, dando spazio ai dirigenti vannacciani che contestano la svolta del programma su aborto e famiglia, cioè il programma del loro stesso partito.

L’aritmetica che cancella gli insulti

Poi c’è il fronte politico. Giorgia Meloni, sul settimanale Chi in edicola dal 12 agosto, ha liquidato il generale come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Il 26 agosto, dal Meeting di Rimini, Fratelli d’Italia ha escluso ogni apertura a un partito che “sta dando una mano ai nostri avversari”, e nello stesso pomeriggio Antonio Tajani ha bollato il passaggio di un consigliere regionale calabrese a Futuro Nazionale come “un tentativo maldestro di aiutare la sinistra”. La ministra Eugenia Roccella ha aggiunto sul Foglio che il programma vannacciano è “un testo fortemente ideologico” e che dietro le proposte sulla famiglia c’è soltanto la caccia al consenso. Quattro voci, una frase sola, sempre la stessa frase: il generale lavora per il nemico.

Poi però c’è l’aritmetica, che è una brutta bestia e ha una memoria peggiore. La Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio dà Futuro Nazionale al 7,1 per cento, Fratelli d’Italia al 26,7, il centrodestra senza il generale fermo al 41,6 e il campo largo avanti al 44,3. Con questi numeri, alle politiche del 2027, la stessa coalizione che oggi lo chiama disertore dovrà sedersi al tavolo con lui, contrattare i collegi e sorridere per la foto di gruppo. Quel giorno i titoli del 3 febbraio saranno spariti negli archivi e Vannacci verrà presentato come una risorsa della nazione. Servirebbe un minimo di vergogna, per impedirlo. Ed è esattamente la facoltà che a questa destra manca dalla nascita: si vergogna soltanto di perdere.