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Olimpiadi, come il grande affare si è mangiato gli ideali


Olimpiadi, come il grande affare si è mangiato gli ideali

(di Milena Gabanelli, Andrea Priante e Francesco Tortora – corriere.it) – Un’edizione superlativa! Alle Olimpiadi di Milano Cortina gli atleti azzurri stanno regalando emozioni bellissime con il pieno delle medaglie. Più controverso il bilancio dell’organizzazione: i costi complessivi si attesteranno tra 5,7 e 5,9 miliardi di euro. Meno di un terzo è servito per le competizioni sportive, il resto se n’è andato in infrastrutture: dalle strade, alle piste, ai villaggi per gli atleti. L’impatto ambientale complessivo, inclusi gli spostamenti degli spettatori, è calcolato in 2,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, che causeranno la perdita di 5,5 km quadrati di manto nevoso. (Qui). A eccezione dei miglioramenti effettuati sulla viabilità, secondo gli analisti di S&P Global i Giochi «non lasceranno un’eredità economica significativa a lungo termine». E il lungo termine lascia spesso strutture abbandonate. Ricordiamo tutti i resti di «Torino 2006», con impianti come la pista da bob di Cesana Torinese costata 110 milioni di euro e che ora ne costerà altri 9 per essere demolita. Ma non è sempre stato così. Quella delle Olimpiadi è la storia di una metamorfosi che vale la pena riassumere.

Dalle Olimpiadi antiche a quelle moderne

I giochi Olimpici nascono nell’antica Grecia nel 776 a.C.: lo scopo è quello di onorare il dio Zeus con una grande festa durante la quale ogni guerra viene interrotta per permettere a tutti di partecipare alle gare. Sospesi in epoca romana, rinascono ad Atene nel 1896 per volere del barone francese Pierre de Coubertin, storico presidente del Comitato Olimpico Internazionale. I princìpi fondanti restano immutati: 1)promuovere la pace tra i popoli
2) puntare sullo sport amatoriale.
 Valori che però non hanno retto alla prova del tempo. Vediamo perché.

Pacifismo o propaganda

Il pacifismo è inciso nel simbolo stesso delle Olimpiadi: i cinque cerchi rappresentano i 5 continenti uniti dallo sport. La politica è dunque esclusa dai giochi che però diventano presto il palcoscenico ideale per conflitti sabotaggi. Già ad Anversa 1920 il Cio esclude le nazioni sconfitte nella Prima guerra mondiale per evitare la presenza tedesca. Nel 1936 Hitler sfrutta i Giochi di Garmisch e Berlino per propagandare l’ideologia nazista, anche se il presidente del Cio Henri de Baillet-Latour riesce a far rimuovere i cartelli «Vietato l’ingresso a cani e ad ebrei»
A Melbourne 1956 triplo boicottaggio: da parte della Cina per la presenza di TaiwanEgitto, Libano e Iraq contro la crisi di SuezOlanda, Spagna e Svizzera per l’invasione sovietica dell’Ungheria. Nel 1972 Monaco irrompe il gruppo terroristico palestinese Settembre nero con il massacro di 11 atleti israeliani. Il Sudafrica dell’apartheid resta il Paese più a lungo escluso: da Tokyo 1964 fino al ritorno ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992. Tra i boicottaggi più celebri, quello degli Stati Uniti e degli alleati contro Mosca 1980 per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, a cui l’Urss risponde nel 1984 disertando le Olimpiadi di Los Angeles. Più recenti e blandi i boicottaggi di Sochi 2014ObamaCameron Merkel evitano la cerimonia di apertura per le leggi omofobe russe. Pechino 2022: assente la diplomazia americana per le violazioni dei diritti degli uiguri. Xi Jinping non si scompone e ottiene da Putin il rinvio dell’invasione dell’Ucraina per garantire lo svolgimento dei Giochi. Milano Cortinaatleti russi e bielorussi partecipano senza bandiera, ma nessuna tregua olimpica: la Russia continua a bombardare l’Ucraina e leforze israeliane a sparare su Gaza. Ma il culmine dell’ipocrisia il Cio lo scatena sul campione ucraino di slittino Vladyslav Heraskevyč: voleva gareggiare con i volti dei compagni uccisi sul casco. È stato squalificato.

60 anni di sola gloria

Lo sport amatoriale, praticato per passione e non per guadagno, è l’unica attività sportiva ammessa alle Olimpiadi moderne. Da qui il celebre motto: «L’importante non è vincere, ma partecipare». E chi si mantiene con lo sport è escluso. Il caso più noto è quello di Carlo Airoldi, ex operaio di una fabbrica di cioccolato, specializzato nelle gare di lunghe distanze. Nel 1896 parte a piedi da Saronno per disputare la prima maratona della storia. Alla domanda se abbia mai vinto premi in denaro, Airoldi rivendica i successi ottenuti, tra cui una Milano-Marsiglia-Barcellona di 1.050 chilometri valsa 2.000 pesetas. L’esclusione è immediata. Anche dopo i successi olimpici, i campioni tornano a fare i loro mestieri. Jesse Owens, quattro ori a Berlino 1936, rientrato negli Stati Uniti deve accettare lavori modesti, da istruttore di giochi all’aperto a esibizioni in cui gareggia contro cavalli, cani o motociclette. Dagli anni ’60 il Cio allenta i confini e proliferano gli escamotage per aggirare le regoleL’Urss inquadra gli atleti come militari funzionari, gli Usa li reclutano nelle università con borse di studio, in Italia entrano nei corpi militari come i Carabinieri. Il campione austriaco di sci Karl Schranz si spinge troppo in là accettando contratti con i produttori di sci: squalificato dalle Olimpiadi di Sapporo 1972. La svolta arriva a Seul nel 1988: i professionisti vengono ammessi apertamente e da allora gli atleti amatoriali sono quasi spariti. E si comincia a incassare

Il «prezzo» delle medaglie

Il Cio continua a distribuire le medaglie agli atletimentre ogni Paese è libero di assegnare un premio economicoPer Milano Cortina il Coni ha previsto 180 mila euro per chi vince l’oro, 90 mila per l’argento, 60 mila per il bronzo. Negli Usa 32 mila euro per l’oro, a Singapore 665 mila, in Nuova Zelanda 2.500, nella Corea del Sud 175 mila euro più esenzione militare. In Polonia, l’oro vale 240 mila euro, ma lo Stato offre anche un’automobile e un appartamento, la Macedonia del Nord dà un vitalizio mensile di 1.100 euroGli atleti che vincono le medaglie poi fanno il pieno con gli sponsor.

L’arrivo dei diritti tv  

Per i primi 50 anni le Olimpiadi si finanziano con sussidi pubblicirisorse dei comitati locali e contributi del Cio, ottenuti tramite vendita dei biglietti, lotterie e monete commemorative. Nel 1932, per finanziare il viaggio via mare e raggiungere le Olimpiadi di Los Angeles, il comitato del Brasile imbarca anche 50 mila sacchi di caffè da vendere durante il tragitto. Gli sponsor restano sullo sfondo. Coca-Cola, legata alle Olimpiadi fin dagli anni ’20, fornisce bevande spettatori atleti, ma non finanzia l’organizzazione né offre compensi agli sportivi. I diritti tv sbarcano per la prima volta ai Giochi di Londra del 1948la Bbc paga 1.000 ghinee (circa 70 mila dollari di oggi) per trasmettere le gare nelle case di 80 mila possessori di televisoreDa allora il mercato tv è via via esploso: nel 1964 la Nbc paga 1,5 milioni per i Giochi di Tokyo, nel ’68 la Abc ne sborsa 4,5 per Città del Messico ’6825 per Montréal ’76, arriva a 225 milioni per Los Angeles nell’84

Il business si ingrossa  

Con l’esplosione dei Giochi nelle tv di tutto il mondo crescono anche i costi. A Città del Messico le proteste di migliaia di cittadini contro la repressione del governo e le spese olimpiche eccessive culminano nel massacro di 300 manifestantiMontréal ci ha messo 30 anni per estinguere un debito di 1,6 miliardi di dollari. La sterzata arriva nel 1984 con il presidente del Cio Juan Antonio Samaranch: i Giochi di Los Angeles sono finanziati da fondi privati, sponsorizzazioni, e la vendita dei diritti tv raggiunge una cifra recordIl ruolo degli sponsor diventa sempre più centrale: dal 1994, per garantire ritorni economici più elevati, i Giochi invernali ed estivi si fanno in anni diversi, in modo da avere un grande evento ogni due anni. Nel 1996 le corporation riescono addirittura ad imporre l’assegnazione dell’Olimpiade estiva ad Atlanta, sede della Coca-Cola, battendo Atene che avrebbe dovuto ospitare il centenario dei GiochiLe entrate del Comitato Olimpico Internazionale derivate da diritti tv e grandi sponsor sono passate dagli 1,5 miliardi del ciclo 1993-96, ai 7,7 miliardi di dollari del quadriennio 2021-2024.

Parallelamente crescono anche gli incassi dei campionigrazie a sponsorizzazioni e accordi milionari con grandi marchi. Al momento la più gettonata dagli sponsor è la stella dello sci acrobatico Eileen Gu con 23 milioni di dollari all’anno. Degli antichi principi olimpici ne è rimasto vivo solo uno: la promozione dello sport come strumento di unione dei popoli. E speriamo che almeno questo resti immutato nei secoli.

dataroom@corriere.it


Come sbiancare la storia


(di Michele Serra – repubblica.it) – La goffa cancel culture coltivata, con scellerata ottusità, negli ambienti della sinistra radicale americana, è stata una prova di puro dilettantismo rispetto alla sontuosa capacità censoria dei Maga. Ora la volontà di cancellare tutto ciò che disturba è tornata a scorrere, trionfalmente, nel suo alveo naturale, che è la destra reazionaria.

Le liste di proscrizione di libri “negativi”, l’ostilità all’insegnamento di Darwin, il fastidio per la voce delle minoranze, il pregiudizio antiscientifico che ha radici nel fondamentalismo religioso, prosperano nella base trumpista tanto quanto ai vertici (ecco un caso in cui la politica può vantare una forte capacità di rappresentanza: il popolino scomposto che diede l’assalto al Congresso può ben riconoscersi nello spregio dell’amministrazione Trump per la cultura, le regole democratiche e il rispetto degli altri. Trump non è più colto e nemmeno più gentile dell’ultimo dei suoi supporter, è solo centomila volte più ricco).

È di ieri la notizia (bella) che una giudice federale ha ordinato il ripristino dei pannelli sullo schiavismo nel piccolo museo di Philadelphia dedicato a George Washington. Quei pannelli raccontano dei nove schiavi neri al seguito di Washington: né poteva essere altrimenti, essendo lo schiavismo un connotato fondativo della nascita di quella Nazione.

L’amministrazione Trump, poche settimane fa, aveva mandato il National Park Service a rimuoverli, adoperando un’agenzia pubblica come una specie di polizia culturale. Parlare di schiavismo offende le orecchie dei suprematisti bianchi. Salvo che poi ci sono ancora dei giudici, in America.


Centro in Albania, 203 agenti per 25 migranti


In quattro anni spesi 670 milioni, ma la struttura è semivuota. Il conto 250 milioni per i viaggi, 133 per cibo e pulizia. Mentre il governo è impegnato nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, giocata con colpi bassi e mistificazioni di cui nemmeno uno come Nordio si riteneva capace, ci è preso l’uzzolo di verificare se i centri in Albania stanno fun-zio-nan-do, come assicurato dalla Meloni al momento della firma del protocollo d’intesa con l’Albania nell’ottobre 2024, quando la propaganda batteva sull’immigrazione.]…]

Albania, nel Centro-Meloni 203 agenti per 25 migranti. In quattro anni spesi 670 milioni, ma la struttura è semivuota

(estratto di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Mentre il governo è impegnato nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, giocata con colpi bassi e mistificazioni di cui nemmeno uno come Nordio si riteneva capace, ci è preso l’uzzolo di verificare se i centri in Albania stanno fun-zio-nan-do, come assicurato dalla Meloni al momento della firma del protocollo d’intesa con l’Albania nell’ottobre 2024, quando la propaganda batteva sull’immigrazione.

Allora il governo ha indicato l’obiettivo di circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno. Attualmente, secondo nostre fonti sul posto, nel centro di Gjadër sono presenti 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. […]

Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni sono per i soli costi di viaggio, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro. Già: la quasi totalità dei trasportati delle prime tornate (66 persone in tutto) è stata ricondotta in Italia. A ottobre 2024, di 16 persone trasferite 4 sono state riportate subito in Italia perché vulnerabili o minorenni. Gli altri 12 sono tornati dopo pochi giorni a causa della mancata convalida del trattenimento da parte del Tribunale di Roma.

[…]A febbraio ’25, 43 migranti sono stati riportati a Bari perché i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti. Ad aprile ’25, 7 persone sono state fatte rientrare per ordine dei tribunali o per “inidoneità sanitarie”. Questo avanti e indrè a spese nostre (ogni rientro costa 80mila euro) è stato fatto passare dal governo come un sabotaggio delle “toghe rosse” (“Assurdo! In aiuto della sinistra parlamentare arriva quella giudiziaria”, dai social di FdI). In caso di migranti da Paesi con cui l’Italia non ha stipulato accordi per i rimpatri (come Africa Subsahariana, alcuni Paesi dell’Asia, Siria), questi vengono fatti sostare nel limbo di Gjadër per un mesetto, poi riportati in Italia, dove verranno rilasciati con l’intimazione di lasciare il Paese entro 30 giorni.

Il centro di Gjadër è un trittico di fortini circondati da un recinto di cemento armato e metallo. Dentro, c’è un padiglione in cui gli ospiti dormono in moduli provvisori; sono liberi di muoversi entro un recinto, ma non di uscire dalla struttura (nei dintorni della quale, comunque, ci sono solo montagne e sterpaglie). C’è anche un carcere, vuoto; finora vi ha soggiornato un solo detenuto, che poi è stato riportato in Italia. La cooperativa che si occupa dei pasti e della pulizia è l’italiana Medihospes, che si è aggiudicata il bando da 133 milioni per la gestione di Gjadër e Shengjin, che è l’hotspot di arrivo e identificazione.[…]

A Gjadër ci sono medici e infermieri (uno a turno) e, se occorre, psicologi. I migranti non hanno particolari esigenze, solo qualche mal di denti; al momento non ci sono epidemie. Come detto, i fragili o malati sono stati riportati ex lege in Italia.

Le forze di sicurezza sono composte da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza italiani per un totale di 183 persone, più 20 agenti della Polizia penitenziaria. Per oggi o domani è previsto l’arrivo di 35 nuovi ospiti e di un’altra trentina per il fine settimana. Da giugno, entrando nella campagna elettorale, si prevede l’arrivo di un centinaio di persone a settimana; di conseguenza raddoppierà il personale di polizia. Lo stipendio medio di un agente è di 2 mila euro al mese più una diaria di 100 euro al giorno (a cui si sommano 80 euro al giorno per albergo e pasti).

Il lavoro consiste nella vigilanza per i fermati e nella logistica: rifornimenti di carburante, riparazione dei mezzi, etc., per turni di 6 ore al giorno. È vero che ci sono cani randagi dentro alla struttura: sono 4, di piccola taglia, “adottati” dagli agenti.

Non risultano rivolte né risse, a parte quando un ospite staccò un pezzo di ferro dalla struttura dei moduli per usarlo come pugnale.

Ogni tanto si affaccia qualcuno del governo, con fotografi al seguito: viene intrattenuto nella “sala benessere” in attesa che un dirigente lo raggiunga e lo porti in visita al centro; più spesso si vedono europarlamentari di sinistra. Una macchina per la Tac modello base costa 200 mila euro: al costo dell’Operazione Albania lo Stato italiano avrebbe potuto comprare 620 Tac ogni anno, 29 per regione, diminuendo sensibilmente i tempi d’attesa per esami salvavita nella Sanità pubblica. […]


Vilipendio alla libertà di stampa


Il Media Freedom Act sembra l’elenco dettagliato delle criticità del sistema mediatico italiano. Altro che libertà di stampa

Vilipendio alla libertà di stampa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Lunedì mi è capitato di partecipare a Milano ad un dibattito, organizzato dal gruppo The Left del Parlamento europeo, del quale fa parte anche il Movimento 5 Stelle, sulla libertà di informazione in relazione al Media Freedom Act entrato in vigore nei Paesi Ue lo scorso agosto. Un provvedimento che, con riguardo all’Italia, sembra l’elenco dettagliato delle criticità del sistema mediatico del nostro Paese.

Al primo punto c’è l’indipendenza dei media pubblici da ogni controllo governativo o parlamentare e più in generale dalla politica. L’esatto opposto di quanto accade alla Rai, passata dalla lottizzazione della prima repubblica, quando la maggioranza si spartiva le nomine con l’opposizione, al controllo diretto del governo cui spetta, per effetto della sciagurata riforma Renzi, la nomina dell’amministratore delegato e di un ulteriore componente del Cda, di solito il presidente (gli altri sono designati dal Parlamento ed uno eletto dai dipendenti della Tv pubblica). Trattandosi di un regolamento, la normativa Ue dovrebbe essere direttamente applicabile nell’ordinamento italiano. Ma il principio va ovviamente recepito nella legislazione vigente. Siamo pronti a scommettere che il dibattito sulla riforma della Rai si trascinerà stancamente almeno fino alle prossime elezioni politiche senza produrre risultati, se non quello di esporci ad un’altra procedura d’infrazione Ue. Il servizio radio-televisivo pubblico, del resto, è un boccone troppo prelibato per la politica. Non a caso l’attuale sistema, che la destra di governo sta utilizzando all’estremo come strumento di occupazione, è stato voluto e approvato sotto un esecutivo di centrosinistra.

Poi c’è la questione della protezione dei giornalisti. Con il divieto, previsto dal Media Freedom Act, di ricorrere a spyware o ad altri strumenti di coercizione, come l’arresto o la perquisizione, per costringere i cronisti a rivelare le proprie fonti. Anche su questo punto non c’è da farsi troppe illusioni. Alla mia sinistra, al dibattito di Milano, sedeva, oltre all’ex direttore de La Notizia, oggi eurodeputato M5S, Gaetano Pedullà, alla presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia, e al collega del Fatto Quotidiano, Gianni Barbacetto, anche il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Protagonista, in buona compagnia, dello scandalo delle intercettazioni illecite con il trojan della Paragon (società israeliana fornitrice esclusivamente di istituzioni statali) della quale non si è saputo più nulla.

Per non parlare di liti temerarie, disciplina nella quale l’Italia primeggia in Europa (dato 2024) con 21 casi su 167 segnalati. Anche se, dal 2006 in poi, Ossigeno per l’informazione ha censito quasi ottomila episodi di azioni legali pretestuose, minacce e ritorsioni contro i giornalisti. Anche su questo fronte, inutile farsi illusioni. Per decisione del nostro governo, la direttiva europea che si prefigge di porre un argine a quello che, stando ai numeri, nel nostro Paese è diventato un vero e proprio sport nazionale, produrrà effetti solo marginali. Sarà infatti recepita unicamente per le azioni legali transnazionali, cioè per le cause risarcitorie intentate da soggetti stranieri. Sia chiaro, è giusto che un giornalista che sbaglia o che racconti il falso paghi per i suoi errori. Ma citare in giudizio un cronista, spesso per decine di migliaia di euro, pur sapendo che ha svolto correttamente il suo lavoro, per puro spirito di rivalsa o, peggio, con l’obiettivo di intimidirlo, è del tutto inaccettabile.

La soluzione è un disegno di legge di un solo articolo – primo firmatario l’allora senatore Primo Di Nicola – che, stabilisce, nel caso in cui l’attore abbia agito in giudizio con malafede o colpa grave, che con la sentenza che rigetta la domanda il giudice condanni l’attore, oltre al pagamento delle spese di giudizio, a pagare in favore del convenuto una somma non inferiore alla metà del risarcimento richiesto. Somma ridotta ad un quarto, dopo il via libera, nel 2019, da parte della Commissione Giustizia del Senato, in seguito ad una complessa trattativa, risolta grazie all’intervento dell’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede, che portò ad un accordo di maggioranza che sosteneva il governo Conte II. Sembrava fatta, ma il giorno del voto in Aula, il disegno di legge sparì dall’ordine del giorno. I numeri per approvarlo si erano improvvisamente volatilizzati. A riprova che il provvedimento non piace tanto al centrodestra quanto a pezzi del centrosinistra. In generale alla politica che non intende rinunciare ad una formidabile arma di pressione sui giornalisti.

Poi c’è il tema, tornando al Media Freedom Act, della trasparenza della proprietà delle aziende editoriali. Cioè della conoscenza e alla conoscibilità dei relativi proprietari, diretti e indiretti. Ma in Italia la vera questione, ancora più delicata, è quella delle concentrazioni editoriali. È il tema dei temi, quello degli intrecci e dei conflitti di interessi tra interessi politici, economici ed editoriali. Inaugurato da Silvio Berlusconi, proprietario di tre televisioni e dal ’94 più volte presidente del Consiglio, e mai risolto. Anzi aggravato con leggi che gli hanno consentito di conservare la proprietà di un pezzo del sistema mediatico italiano nonostante le cariche pubbliche rivestite. E dall’inerzia del centrosinistra che, negli anni nei quali ha governato il Paese, non ha mai affrontato la questione. Oggi la situazione è sotto gli occhi di tutti: editori in capo a parlamentari con interessi nella sanità privata; grandi giornali controllati da gruppi industriali attivi in innumerevoli settori; e la famiglia Berlusconi che, anche dopo Silvio, conserva intatto il suo strapotere mediatico (Mediaset), politico (Forza Italia) ed economico.

Sarebbe bastato un altro disegno di legge – primo firmatario sempre Di Nicola – che, con un solo articolo poneva rimedio ad una situazione che è la principale causa di discredito per l’intero sistema dell’informazione. Una legge che non ha mai visto la luce e che, peraltro, non è mai stata neppure esaminata in commissione, che avrebbe vietato a tutti i soggetti (compresi il coniuge e i parenti fino al secondo grado) che svolgono, in settori diversi da quello editoriali, attività economiche con fatturato eccedente il milione di euro, di possedere quote azionarie superiori al 10% di aziende editoriali.


Il referendum è diventato politico


(Giancarlo Selmi) – Mettiamo un po’ d’ordine: Gratteri rilascia un’intervista in Calabria e, riferendosi alla Calabria, dice che le ndrine, i poteri forti e i corrotti voteranno sì al referendum. La suddetta dichiarazione viene scientemente e colpevolmente modificata, con l’evidente scopo di poterla poi utilizzare per attivare la solita merda nel ventilatore. Un rivoltante attacco basato su di una menzogna, che ha trovato i giornalini di Angelucci, con la schiera di similgiornalisti un tanto a parola, pronti a fare diventare una menzogna una cosa vera e scandalosa.

Gratteri chiarisce da Formigli e ribadisce ciò che ha detto. Smentisce categoricamente la versione fatta girare, “tutti quelli che votano sì sono mafiosi e corrotti” (versione che ometteva, peraltro, di aggiungere “poteri forti”, pur nominati da Gratteri, perché in quella “nuova” versione non avrebbe avuto senso). Reazioni: insulti da brividi da parte di deputati, senatori, cariche istituzionali e perfino dal ministro. Auspicando esami psico attitudinali e altre amenità simili e anche peggiori. Il giorno dopo “mitraglietta” Mentana aggiunge il suo carico di veleno dicendo nel suo TG che Gratteri aveva “cambiato” la versione.

Passano un paio di giorni e l’ineffabile Carletto definisce “paramafioso” il CSM, offendendo il Presidente della Repubblica che, di quel organismo, è il Presidente. E, parlando di correnti, la memoria di Falcone e Borsellino. Il tutto mentre Atreju e l’improbabile comunicazione di Fratelli d’Italia, sfornano, con l’AI, l’immagine di un Giudice che bacia una Black Block. Oltre a una serie di giovani di bell’aspetto (sempre AI) con un cartello sul quale in bella evidenza compare una scritta: “sono una brava persona e voto sì”.

Fake news, menzogne, vignette di pessimo gusto, stravolgimento della realtà, tutto fa brodo per la classe politica più ignorante della storia. Tutto meno spiegare quali siano i reali motivi che sono dietro a una schiforma che pretende modificare ben sette articoli della Costituzione. E quando cercano di spiegare quei motivi, diventano i migliori sponsor del NO. Carletto lo ha detto chiaramente almeno due volte: “vogliamo controllare la magistratura”. A lui si è aggiunto Tajani che, con la consueta leggerezza ha detto che il prossimo passo sarà sottrarre la Polizia Giudiziaria dagli ordini dei PM.

Cosa gravissima. Significherebbe mettere sotto il controllo del governo chi dovrebbe occuparsi delle indagini. Quindi avere il potere di stopparle, rallentarle o qualunque altra cosa quando le indagini non fossero gradite al potente di turno E, badate bene, tale variazione si farebbe con una legge ordinaria. Il disegno è chiaro e va stoppato. Per la destra questo referendum è la madre di tutte le battaglie e per vincerlo stanno andando in fibrillazione. Solo questo dovrebbe insospettire. Il nervosismo, alla luce degli ultimi sondaggi, è altissimo.

È un referendum che, nonostante la circospezione della Meloni, è diventato solennemente politico e il risultato, se vincesse il NO, potrebbe diventare letale per la biondina della Garbatella. Votiamo NO, fortissimamente NO, sontuosamente NO.

È il primo passo per restituirli ai loro ambienti sotterranei, sapete quali siano, o al loro tradizionale posto in fondo a destra.


Board of Peace


(Dott. Paolo Caruso) – Board of Peace. Comitato per la Pace? O ” borgo” per la pace? Con malcelata ironia, così va letta l’iniziativa di Trump, di tale “borgo” che vuole essere piuttosto una organizzazione (eversiva?) internazionale contrapposta all’organizzazione delle Nazioni Unite. Trump è il presidente a vita, e tra gli aderenti (finora venti) chiamati a sborsare un miliardo di dollari, ci sono i soliti noti: Netanyahu, Erdogan, Miley, il cui orientamento politico è noto a tutti. Lo scopo apparente è la ricostruzione della Striscia di Gaza, chiamata “fase 2”, ammesso che la prima, la tregua per la quale si voleva intestare il “Nobel per la pace”, fosse andata a buon fine. Gli israeliani continuano a bombardare e a strappare territori ai Palestinesi, anche in Cisgiordania, nel silenzio colpevole del cosiddetto mondo civile. “Ragione di Stato”, per cui i bambini possono morire anche di fame. Dunque “la fase 2”. È il tanto sognato “resort”, voluto da Trump? Realizzabile. Le deportazioni facili, ormai operate senza scrupolo negli USA, gli hanno allenato la mano per cui può agevolmente spostare a capriccio intere popolazioni. Gli interessi economici ci sono tutti. Dietro questa benemerita operazione umanitaria (sic!), c’è lo scopo più inquietante, quello di sostituire l’ ONU, con metodi meno diplomatici e più convincenti. Comportamenti da “cowboy”, per organizzare un nuovo ordine mondiale, con fini di supremazia economica e politica. E la Meloni? Dispiaciuta di non fare parte della cricca, dichiarando di non avere il miliardo, e (aggiungiamo noi) perché l’articolo 11 della nostra Costituzione, da lei mal sopportata, glielo impedisce. Ma il rimedio emerge con la solita ambiguità, infatti da fan sfegatata di Trump, l’ha trovato: parteciperà alle riunioni “da uditrice”. Che lo faccia se vuole a titolo personale e non per il ruolo che ricopre di presidente del Consiglio italiano. Il ricordarglielo non è superfluo, visto che spesso lo dimentica e si comporta con gli Italiani da presidente del suo partito.


Giorgia Meloni punta 146mila euro per chiedere a 25mila italiani cosa pensano del referendum sulla giustizia


Dopo gli ultimi sondaggi che danno in parità favorevoli e contrari alla riforma è scattato l’allarme a Palazzo Chigi. Che vuole nuovi dati dalla società che fin qui ha dato il Sì in netto vantaggio

nordio-meloni-referendum-giustizia-sondaggio

(Fosca Bincher – open.online) – Giorgia Meloni ha deciso di puntare 146.400 euro per sondare da qui a fine marzo 25 mila italiani sul referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. La presidenza del Consiglio ha reso pubblico il contratto firmato dalla società specializzata in ricerche di mercato Tecnè guidata da Carlo Buttaroni con il dipartimento editoria. La decisione è arrivata dopo la preoccupazione sui sondaggi delle ultime settimane che hanno evidenziato il recupero del fronte del No. Tecnè è l’istituto di sondaggi che ha fornito fino ad oggi i responsi più favorevoli al fronte del Sì: nell’ultima rilevazione svolta l’11 e il 12 febbraio i favorevoli alla riforma risultavano per l’istituto guidato da Buttaroni il 56%, mentre i contrari si fermavano al 44%. Tutti gli altri istituti invece danno un sostanziale pareggio fra i due fronti.

Tre diversi sondaggi su tre campioni da qui a fine marzo

Carlo Buttaroni di Tecnè

L’incarico formale a Tecnè prevede «la realizzazione di n. 3 ricerche su un campione di 10.000, 10.000 e 5.000 casi cadauna (i.e. interviste valide) per un totale complessivo di 25.000 interviste, articolato per area geografica: nord-ovest (Valle D’Aosta esclusa) nord-est, centro, sud e isole, rivolta alla popolazione maggiorenne». La presidenza del Consiglio non ha pubblicato le domande previste dalla ricerca, concordate con Tecnè attraverso uno scambio di lettere e preventivi durante la trattativa diretta. Il contratto prevede un pagamento a 30 giorni dalla consegna della ricerca di 120mila euro netti oltre a 26.400 di Iva per un totale appunto di 146.400 euro.

Chiesto un sondaggio anche a Pagnoncelli sulla percezione del merito e della giustizia sociale

La cifra puntata da Palazzo Chigi sul referendum è particolarmente alta, e lo si capisce da un secondo contratto firmato in contemporanea con la Ipsos di Nando Pagnoncelli. In questo caso la richiesta è «per un servizio di ricerca quantitativa su “Percezione del merito e della giustizia sociale in Italia” realizzata su un campione rappresentativo di cittadini residenti in Italia dai 14 anni in su, stratificato per genere, fascia di età, titolo di studio, articolato per area geografica e ampiezza del comune di residenza». Il contratto con Ipsos prevede il pagamento di una fattura a 30 giorni di 48.214,40 euro complessivi. Il compenso in questo caso è di 39.520 euro oltre a 8.694 euro di Iva.

Ansa | Nando Pagnoncelli di Ipsos

Referendum giustizia, il sondaggio di Palazzo Chigi sulle urne. Costo: 120 mila euro

Giustizia in 2 mesi 3 rilevazioni affidate a tecnè

Referendum giustizia, Il sondaggio di Palazzo Chigi sulle urne. Costo:  120 mila euro

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Fratelli d’Italia chiede un parere ai propri iscritti, Palazzo Chigi agli elettori. Nel governo il timore del risultato del referendum sulla separazione delle carriere del 22 e 23 marzo è forte. Una sconfitta rischia di indebolire l’esecutivo. Così il 19 gennaio scorso la Presidenza del Consiglio ha deciso di commissionare un sondaggio all’istituto di rilevazioni Tecnè per chiedere ai cittadini cosa ne pensano del referendum sulla giustizia. Nello specifico, recita la delibera che Il Fatto ha letto, Palazzo Chigi ha deciso di commissionare “una ricerca e analisi” sul referendum costituzionale “finalizzata a comprendere come i cittadini si rapportano a tale passaggio istituzionale” ma anche “il livello di conoscenza del sistema della giustizia”. Rilevazione realizzata “su un campione rappresentativo della popolazione maggiorenne”. La cifra stanziata è di 120 mila euro con affidamento diretto a Tecnè.

Il sondaggio è stato commissionato il 19 gennaio scorso dall’Ufficio per l’informazione e la comunicazione istituzionale del Dipartimento per l’informazione e l’editoria di Palazzo Chigi guidato dal sottosegretario di Forza Italia, Alberto Barachini. Questo è l’ufficio preposto della Presidenza del Consiglio che deve formalmente commissionare le rilevazioni e ha una specifica voce del bilancio per i sondaggi sull’operato del governo e più in generale su tematiche specifiche (una settimana dopo ne è stato commissionato un altro a Ipsos da 40 mila euro sul tema della giustizia sociale in Italia e il merito).

Quello sul referendum è un sondaggio dinamico: una rilevazione in cui viene intervistato per tre volte lo stesso campione di persone per capire come e se cambia il sentiment degli elettori durante la campagna referendaria. La prima volta è avvenuta a fine gennaio, la seconda in questi giorni, la terza sarà a inizio marzo, prima che scatti il silenzio di pubblicazione dei sondaggi. In questo modo – testando gli elettori per tre volte in tre periodi diversi della campagna referendaria – Palazzo Chigi può capire in maniera più approfondita il trend dell’opinione pubblica. Anche così si spiega la decisione di stanziare 120 mila euro.

I risultati della prima rilevazione non sono pubblici, ma diverse fonti di maggioranza assicurano da giorni che i sondaggi che sarebbero in mano al governo certificherebbero una partita aperta tra il “Sì” e il “No” ma con i favorevoli alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere ancora in vantaggio.

Anche i partiti nelle ultime settimane hanno commissionato sondaggi a diversi istituti di ricerca: una rilevazione di Fratelli d’Italia, invece, darebbe il “Sì” in vantaggio di 7-8 punti con la rimonta del “No”, rispetto al distacco di due mesi fa pari a circa 20 punti.

Proprio la preoccupazione sul trend in crescita dei contrari alla riforma costituzionale sta portando la premier Giorgia Meloni a riflettere se scendere in campo direttamente per il “Sì” con comizi elettorali prima del voto, con gli alleati del centrodestra: le due date scelte sarebbero quella del 13 e del 18 marzo, a Roma (Milano non è disponibile per le Paralimpiadi) e Napoli. Anche se Meloni continua ad avere dubbi sulla decisione di intervenire direttamente: farlo significherebbe politicizzare la consultazione e far diventare il referendum un voto su di sé.

Intanto nella maggioranza continuano a far discutere le parole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che domenica aveva spiegato che “il sorteggio eliminerà un sistema paramafioso al Csm”. Dopo che la premier Meloni lunedì aveva chiesto ai vice di abbassare i toni, ieri anche il leghista Matteo Salvini ne ha preso le distanze: “Sia Nordio che Gratteri evitino aggettivi, attacchi e insulti: parliamo del merito della riforma”. Sarebbero, invece, già pronti i decreti attuativi con annessa protesta delle opposizioni: “Sono solo bozze”, spiega il Guardasigilli.


Board of peace, anche il Vaticano critico: “Ci sono punti che lasciano perplessi”


Aoi (ong italiane): “Da Tajani parole avvilenti”. Il Vaticano non parteciperà all’iniziativa di Trump per Gaza. Preoccupazioni sul ruolo dell’Onu e critiche dalle ong italiane

Board of peace, anche il Vaticano critico: “Ci sono punti che lasciano perplessi”. Aoi (ong italiane): “Da Tajani parole avvilenti”

(ilfattoquotidiano.it) – Dopo i no di gran parte dei paesi europei, anche il Vaticano esprime preoccupazione e perplessità sul Board of Peace di Trump. “Il Vaticano non parteciperà” ha annunciato il cardinale Pietro Parolin. Il segretario di Stato ha parlato al termine del bilaterale con il governo italiano a Palazzo Borromeo per le celebrazioni dei Patti Lateranensi. Evento al quale ha partecipato anche Giorgia Meloni, che invece ha sempre elogiato il progetto del presiedente Usa per la ricostruzione di Gaza. Ben diversa l’opinione di Parolin. “Abbiamo preso nota che l’Italia parteciperà come osservatore. Ci sono punti che lasciano un pò perplessi – ha osservato Parolin – punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”. Il segretario di Stato ha anche indicato qual è una delle “criticità” che per il Vaticano andrebbero risolte, vale a dire il ruolo delle Nazioni Unite nelle crisi internazionali: “Una preoccupazione – ha spiegato infatti Parolin – è che a livello internazionale è soprattutto l’Onu che gestisce queste crisi”.

Nel frattempo la rete globale Priests Against Genocide Usa, composta da 2200 sacerdoti provenienti da 58 Paesi, insieme a 22 vescovi e due cardinali, ha inviato una lettera aperta alla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti chiedendo ai leader cattolici del Paese di parlare con “chiarezza morale” sull’organismo voluto dal Tycoon. “Il gruppo – si legge nella nota – avverte che l’iniziativa rischia di emarginare le voci palestinesi e di legittimare l’ingiustizia in corso nel contesto della crescente crisi umanitaria a Gaza”. L’appello richiama le preoccupazioni espresse dal Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, che ha descritto il Board of Peace come “un’iniziativa che sembra essere principalmente volta a proteggere gli interessi delle grandi potenze, senza un reale riconoscimento del popolo palestinese e dei suoi diritti”.

Una bocciatura secca arriva anche da Aoi, l’associazione che raccoglie decine di organizzazioni umanitarie italiane. “Il nostro Paese deve tenersi lontano da un organismo che concepisce la pace come una transazione, legittima la concentrazione di potere, umilia le Nazioni Unite e mina i diritti fondamentali della popolazione palestinese” scrive Aoi in una nota, dove le dichiarazioni fatte del ministro Tajani in Aula vengono definite “avvilenti”. “La scelta di diventare membro osservatore inoltre determina una frattura grave con quella che sembra essere la linea dei principali paesi europei e della stessa Ue, viste le recenti dichiarazioni della Commissaria Kallas”. La pace “non può essere messa all’asta, trattata come una merce o affidata a strutture opache prive di accountability. Serve un quadro multilaterale autentico, fondato sul diritto internazionale, capace di garantire protezione dei civili, giustizia, partecipazione e responsabilità condivisa. Solo così si potrà costruire una pace stabile e duratura”


Guardia Sanframondi, Rinascita Guardiese: “Carlo Tessitore, un dimenticato medico in odore di santità”


Il dottore Carlo Tessitore merita di essere ricordato

     Il 17 febbraio di 87 anni orsono ritornava alla casa del Signore il dottore Carlo Tessitore, illustre medico tropicalista, nato in Guardia Sanframondi il 18/8/1896 e morto nel Congo Belga. Un figlio illustre  della comunità guardiese che merita di essere ricordato e offerto alle nuove generazioni come modello di vita da emulare nell’ambito del progetto che abbiamo chiamato “GustaGuardia”.

   Il giornale “Le Courier d’Afrique”, alla sua morte, aveva definita la sua missione tropicale “come un sacerdozio” perché non aveva esitato a donare la sua vita per salvare gli altri.

     Vale la pena ricordare che il dottor Carlo Tessitore considerava la Vita, una “Retta che sale ed allora è bella ed è feconda solo quando tende a Dio”.

     In poche parole, siamo dinanzi ad un luminoso esempio di quella santità della porta accanto di cui parlava Papa Francesco nella esortazione apostolica Gaudete et Exsultate.

     Quando la professione si esercita come missione, “come un sacerdozio”, allora, non solo l’intera persona viene ad essere curata, cioè corpo e spirito, ma il medico ne condivide le ansie, le trepidazioni, le ore drammatiche che vive la comunità familiare, ne rimane segnato, in certo qual modo, sostituisce l’azione del Sacerdote: l’essere ritenuto uno di casa, riceve confidenze anche delicate. Egli, allora, agisce come il “Buon Samaritano”, il quale sa versare sulle ferite fisiche e morali il “vino e olio” della sua umanità, ancor più se cristiana.

      Questo è quello che ha fatto il dottore Carlo Tessitore nella sua breve vita terrena ricevendo innumerevoli attestazioni di Stima e Riconoscenza da uomini potenti della Terra come per esempio il Presidente della Repubblica francese e la Regina Elisabetta del Belgio.

      E allora una domanda nasce spontanea: questo specifico caso di bontà esemplare non merita di essere sottoposto all’attenzione e alla valutazione della Congregazione per le Cause dei Santi, l’organismo istituito da papa Paolo VI,  che è chiamato ad istruire i percorsi procedurali che portano alla beatificazione e alla canonizzazione dei “Servi di Dio”?

     In conclusione, nel ricordare le parole pronunciate da P. Adolfo Di Blasio nell’elogio funebre del trigesimo della dolorosa scomparsa: “Egli fu un cultore esimio della scienza,

amante della Patria,

apostolo sereno delle sofferenze umane,

eroico soldato dell’idea;

ma, soprattutto, operoso credente in Dio!”

l’occasione e buona per chiedere al sindaco Di Lonardo di onorare gli impegni assunti con i cittadini-elettori guardiesi e cioè, il  ripristino del “Premio Solidarietà Carlo Tessitore” (istituito dal Sindaco Ceniccola ed  assegnato nell’anno 2001 all’UNICEF per la realizzazione di una campagna di vaccinazione per 40 bambini in Africa) e la realizzazione di un “Museo delle Arti Sanitarie” dedicato al dottor Tessitore; nel contempo, rivolgiamo un accorato appello al nostro carissimo parroco Don Giustino Di Santo al fine di sottoporre all’attenzione della Congregazione per le Cause dei Santi la vita e  l’opera del dottor Carlo Tessitore  e chiedere di istruire la “pratica” di canonizzazione per l’illustre medico missionario guardiese al fine di promuovere una società che viva di solidarietà e di valori spesi concretamente per gli altri.  

RINASCITA GUARDIESE


L’azzardo di Tajani: la Costituzione ci obbliga a essere nel Board di Trump


Le comunicazioni del ministro degli Esteri in aula: «L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe politicamente incomprensibile e contrario alla Carta»

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – «Come potrebbe l’Italia non essere presente dove si costruisce il futuro del Medioriente?», le comunicazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera si aprono con una domanda retorica che tende a dimostrare che l’Italia non si può sottrarre al club immobiliare di Trump.

Ma il meglio arriva subito dopo, quando tenta di dimostrare all’aula che la Costituzione italiana, quella che ci vieta di fare parte del Board of Peace di Donald Trump, ci obbligherebbe anzi a partecipare: «L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contrario alla lettera e allo spirito dello stesso art. 11 della nostra Costituzione, laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie».

La pace in Mo? Va tutto bene

Il ministro non entra nel merito dell’adesione al Board, benché da osservatore, né anticipa chi ci andrà in rappresentanza dell’Italia. Per Tajani la prima fase del Piano di pace americano per Gaza «pur tra ostacoli e tensioni, ha consentito di raggiungere risultati impensabili solo un anno fa: il consolidamento della tregua, che, seppur fragile, regge da oltre 120 giorni; il ritorno di tutti gli ostaggi in Israele; e il rafforzamento dell’afflusso di aiuti umanitari», «non erano risultati scontati», e per il ministro l’Italia è «in prima fila, grazie alla riconosciuta capacità di parlare con israeliani e palestinesi e con tutti gli interlocutori nella regione».

Ma il core business del discorso deve essere la spiegazione del perché partecipare al Board, se gli altri paesi europei hanno deciso di non farlo (tranne l’Ungheria). La spiegazione non arriva: lo status di osservatore, offerto da Trump e scelto dal governo è «certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli costituzionali». 

L’Europa ci copre

Tajani sottolinea che «l’Unione europea ha già confermato la partecipazione con la presidenza di turno e con un rappresentante della commissione. Parteciperanno anche tutti i principali partner della regione, penso all’Egitto, alla Giordania, l’Arabia Saudita, al Qatar, anche all’Indonesia, il più grande paese musulmano al mondo», «Per questo parteciperemo alla riunione di Washington, forti dell’importante contributo che il nostro paese ha messo in campo sin dal primo momento per il cessate il fuoco e per l’assistenza umanitaria alla popolazione della Striscia attraverso Food for Gaza».

L’annessione della Cisgiordania

Il ministro concede qualcosa alle opposizioni, qualche parola severa su Israele: «La violenza in Terra Santa deve cessare, questo vale anche per i coloni estremisti le cui aggressioni colpiscono le comunità cristiane che sono da sempre garanti di pace e dialogo in tutto il Medio Oriente. Continuiamo infatti a chiedere con forza a Israele di porre un freno all’azione dei coloni», «In questo quadro il governo ha condannato qualsiasi ipotesi di annessione israeliana della Gisgiordania, tentazioni che non aiutano i costruttori di pace e che rischiano di pregiudicare la soluzione a due Stati».

Le opposizioni unite, per una volta

Le opposizioni in aula contestano duramente le comunicazioni ricevute. E al voto presentano un testo unitario in cui si «impegna il Governo a non aderire, né a partecipare in qualunque forma al Board of peace o ai suoi lavori, al fine di non legittimare un organismo internazionale non conforme ai principi fondamentali previsti dall’articolo 11 della Costituzione né a quelli del diritto internazionale», anche per «non delegittimare il ruolo dell’Onu che va rafforzato e sostenuto», occorre, «scongiurare, in ogni caso, qualsiasi forma di contribuzione finanziaria, diretta o indiretta, al Board of Peace»


Gratteri: “Il ministro Nordio o non sa cos’è la mafia e chi è il mafioso, o forse è lui che deve chiarire”


Fuoco incrociato tra interviste e polemiche. “Nulla è stato fatto di quello che veramente serve per rendere efficiente il sistema giustizia”

(lespresso.it) – Non si spegne la polemica tra il guardasigilli e il procuratore capo di Napoli. “Il ministro Nordio o non sa cos’è la mafia e chi è il mafioso, o forse è lui che deve chiarire. Peraltro stiamo parlando dello stesso sistema che lo ha nominato procuratore aggiunto a Venezia”. Lo dice Nicola Gratteri, in un’intervista al Messaggero Veneto. La sua è una risposta alle dichiarazioni di Carlo Nordio, che aveva definito alcuni meccanismi del Consiglio superiore di magistratura “para-mafiosi”.

Gratteri ricorda che le misure previste dalla riforma, oggetto del prossimo referendum, non hanno niente a che vedere con ciò che veramente servirebbe per far funzionare meglio il sistema giustizia. “Chiediamo riforme che possano rendere più efficiente il servizio che offriamo. Ed è la stessa ragione per cui diciamo No al referendum”. 

Arriva poi la replica alla polemica generata dalla frase da lui pronunciata sul voto per il sì di “indagati, imputati e massoneria deviata”. Ripete che si è trattato di una frase estrapolata da una lunga intervista e che non è uno “spartiacque tra buoni e cattivi. La divisione è tra chi vuole e ritiene giusto un controllo di legalità da parte della magistratura sulle azioni della collettività, e quindi mantenere l’attuale separazione tra poteri per cui necessariamente voterà No, e chi vuole, se non eliminare, fortemente diminuire il controllo di legalità da parte della magistratura, per abrogare il sistema attuale”.

Nell’intervista al Messaggero Veneto, Gratteri ricorda poi che uno dei primi a parlare di separazione delle carriere fu Licio Gelli, “come risulta dal piano della P2, proprio con la finalità di limitare l’indipendenza del pm. La P2 era un loggia massonica deviata, anzi eversiva”.


Per il Sì al referendum, Fratelli d’Italia ha speso già un milione di euro. Pubblici


In un mese e mezzo i gruppi di Camera e Senato, utilizzando le risorse che servono alle attività parlamentari, hanno autorizzato due mega-campagne di manifesti. L’ultima da oltre 500 mila euro

(di Carlo Tecce – lespresso.it) – Fratelli D’Italia fa sul serio: la campagna elettorale per il referendum va potenziata perché la nazione va spinta al voto. Pronti per la mobilitazione di primavera. Con i soldi pubblici però! I gruppi parlamentari di FdI hanno finanziato con oltre mezzo milione di euro – 543.988 euro per la precisione – una massiccia affissione di manifesti per tappezzare in due settimane tutte le città: sfondo blu, data in verde, addirittura una manina che inserisce la scheda nell’urna bianca, la scritta “l’occasione per cambiare la giustizia” e un “vota sì” a caratteri cubitali.  Non è la prima volta, come ha già rivelato L’Espresso, che il partito delle sorelle Meloni attinge dai fondi pubblici – che dovrebbero servire alle attività parlamentari – per sostenere il sì. La pratica non è vietata esplicitamente dalle regole, ma le risorse pubbliche, che le amministrazioni trasferiscono ai gruppi in base al numero di aderenti, servono esplicitamente, ripetiamo, per le attività parlamentari. Tant’è che altri tesorieri di altri partiti non lo fanno. Invece i capigruppo Galeazzo Bignami (Camera) e Lucio Malan (Senato), fin qui, hanno autorizzato una spesa di un milione di euro per il referendum: 644 mila euro provengono da Palazzo Montecitorio, il resto da Palazzo Madama.

Bruciate le veline giornalistiche di inizio anno che ipotizzavano una raccolta straordinaria presso gli eletti di FdI e proprio mentre Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio (Giustizia), intima all’Associazione nazionale dei magistrati di comunicare i donatori (volontari!) del comitato per il no, ecco che con il suo fare impetuoso Fratelli d’Italia – la Balena Bianca a strisce nere – entra di forza in campagna elettorale. Con i soldi pubblici.


Alla Germania il riarmo non basta: vuole la bomba atomica


Berlino pensa alla bomba atomica e riaffiorano i fantasmi del passato. La Germania oggi è una democrazia solida, ma il riarmo risveglia timori che sembravano archiviati

Berlino pensa alla bomba atomica e riaffiorano i fantasmi del passato

(Gabriele Segre – lastampa.it) – «La Germania ha bisogno di proprie armi nucleari». Non sono parole di un fanatico estremista o di un visionario isolato. Vengono dal generale di brigata Frank Piper, leale servitore dello Stato e stratega rispettato a livello internazionale, uno di quei militari tedeschi che guarda alla propria storia come a un monito, non come a un’eredità. Le ha pronunciate perché anche lui, come molti a Berlino, si è convinto che il mondo sia cambiato, che l’alleanza con l’America non basti più e che la sicurezza, prima o poi, torni sempre a essere una responsabilità nazionale. «Quando la situazione si fa seria», ha aggiunto, «si è soli».

A sentire queste affermazioni, un brivido corre lungo la schiena dell’intero continente. Il riarmo tedesco, la bomba di Berlino, la Germania «potenza militare più forte d’Europa»: formule che evocano un riflesso di paura ancestrale, irrazionale, che non risponde alle fredde logiche geopolitiche né al calcolo degli interessi. Eppure riaffiora lo stesso, istintivo e innegabile, rafforzato oggi dall’impressionante crescita di forze politiche ultra-nazionaliste e dichiaratamente anti-europee, pronte a riattivare simboli e linguaggi che l’Europa credeva definitivamente sepolti dalla storia.

Nonostante questo, la Germania di oggi resta una democrazia solida e matura, lontana dalle ombre del militarismo prussiano o dall’incubo del Terzo Reich. I rischi e le minacce vengono semmai da altrove: dalla Russia che preme a est, dall’America che si allontana a ovest. Pericoli ben distanti dal cuore economico e industriale del progetto europeo, dal partner essenziale con cui condividiamo istituzioni, valori e responsabilità comuni. Lo sappiamo con lucidità. Eppure, il corpo reagisce prima della mente, e la memoria riaffiora dove la ragione credeva di aver archiviato il passato.

Se l’Europa unita — quella immaginata a Ventotene e mai del tutto compiuta — nascerà un giorno, dovrà passare da qui: non dai trattati firmati, dalle procedure condivise o dai vertici tra capi di Stato, ma dal test più oneroso di tutti, quello che serve per colmare la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che, in fondo, temiamo.

La prima prova è psicologica. Nella base di Büchel, in Renania-Palatinato, sono custodite le bombe atomiche americane. Altre testate statunitensi sono custodite da decenni anche in Italia, nei Paesi Bassi, in Belgio. Sono lì da generazioni e, per molti di noi, hanno rappresentato a lungo un conforto: la garanzia concreta dell’alleanza con Washington. Nemmeno la pericolosa imprevedibilità di Trump e il suo sprezzante distacco dall’Europa riescono a dissolvere del tutto quella percezione. Ancora oggi l’ombrello nucleare americano suscita meno inquietudine di quanto farebbe un arsenale tedesco: ottant’anni sono un tempo troppo breve per cancellare l’esistenza profonda delle paure collettive.

La seconda prova è strategica. Per Berlino, costruire la bomba non sarebbe impossibile. La tecnologia c’è, le capacità industriali e le competenze pure. Si farebbe in tre anni, forse meno. Basterebbe decidere. Ma una Germania nucleare cambierebbe radicalmente l’identità stessa dell’Europa, mettendo alla prova la fiducia su cui si è costruita l’integrazione. Le reazioni non tarderebbero — a Varsavia, a Parigi e altrove — e il sospetto tornerebbe a invadere lo spazio che oggi dedichiamo alla cooperazione, perché i governi passano, ma le armi restano, e il volto politico della Germania di domani è tutt’altro che definito. Lo sanno tutti, per primi i tedeschi. È anche per questo che Berlino si ferma. Almeno per ora.

La terza prova è politica. La deterrenza nucleare europea viene evocata come soluzione naturale, quasi inevitabile. Ma proprio mentre crescono le frizioni fra Parigi e Berlino, emerge quanto sia fragile la fiducia reciproca, persino su dossier meno sensibili della bomba condivisa. Macron invoca il debito comune per sostenere l’economia francese; Merz risponde parlando di «resa», tentando di difendere gelosamente l’autonomia fiscale tedesca. E il progetto militare congiunto del caccia di sesta generazione rischia di schiantarsi ancor prima di decollare. Se i due Paesi che guidano l’Europa non riescono a concordare la costruzione di un aereo, quanto è realistico immaginare un bottone rosso condiviso?

Si tratta di nodi che nessun vertice può sciogliere da solo. Non basterà eliminare i veti, unire i mercati o allineare gli interessi per trasformarci in un popolo davvero “Europeo” capace di riconoscersi e fidarsi di sé stesso. Manca ancora il senso di un destino condiviso, quella percezione profonda di appartenenza che solo l’esperienza comune può forgiare: speranze vissute e lutti attraversati insieme, il dolore che lentamente si fa memoria collettiva. Noi europei abbiamo fatto l’opposto: abbiamo combattuto gli uni contro gli altri. È successo troppo di recente, e nessuno vuole trovarsi di nuovo a dover fare i conti con la forza, questa volta misurata in megatoni.

Il timore della guerra resta lì, sedimentato sotto la superficie, più resistente di qualsiasi calcolo strategico, pronto a riaffiorare se gli si presenta l’occasione. Perché se la politica viene prima dell’economia, la paura e il ricordo vengono prima della politica. Fare pace con il passato richiede un tempo molto più lungo di quello che la storia sembra concederci. Fino a quando non ci riusciremo, quel brivido lungo la schiena resterà il test più onesto della nostra unione: la prova che, quando la situazione si fa seria, siamo ancora, ciascuno, soli.


Da oggi i poliziotti possono girare con armi private e cariche anche fuori servizio


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Da oggi i poliziotti possono girare con armi private e cariche anche fuori servizio. Una circolare del Viminale, datata 5 febbraio, ha infatti reso immediatamente applicabile l’articolo 28 del decreto-legge Sicurezza dell’11 aprile 2025, estendendo a quasi 400mila operatori delle forze dell’ordine la facoltà di acquistare e portare con sé, senza licenza, un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio. Il provvedimento supera le precedenti limitazioni che riservavano questa possibilità a ufficiali, dirigenti e magistrati, andando a includere anche gli agenti di polizia locale con qualifica di pubblica sicurezza. Per l’acquisto basterà esibire il tesserino professionale in armeria, mentre la detenzione dovrà essere comunicata all’Autorità di pubblica sicurezza entro 72 ore.

La misura, rimasta inattuata per mesi in attesa dei regolamenti attuativi, è stata sbloccata da una circolare del dipartimento di Pubblica sicurezza che fornisce le prime indicazioni operative. Secondo quanto si legge nel documento, «il citato articolo 28 dispone una rilevante innovazione in tema di porto d’armi senza licenza a favore degli agenti di pubblica sicurezza. La necessità per gli agenti di dimostrare il bisogno di portare fuori servizio armi diverse da quelle di cui sono già dotati viene superata dalla presunzione legale dell’esigenza di autotutela». Viene inoltre specificato che «il porto fuori servizio di un’arma diversa da quella di ordinanza è stato concepito sia in termini di autotutela degli operatori, che di rafforzamento della loro capacità operativa». La platea degli interessati è assai ampia. Si parla, infatti, di oltre 96mila agenti della Polizia di Stato, 106mila carabinieri, 58mila finanzieri e 37mila agenti penitenziari, per un totale di circa 397mila persone. A questi si aggiungono gli agenti di polizia locale che abbiano ottenuto dal prefetto la qualifica di pubblica sicurezza e siano già dotati di arma d’ordinanza. Per loro vige la stessa limitazione territoriale prevista per il servizio: la pistola privata potrà essere portata solo all’interno del comune di competenza, salvo deroghe specifiche.

L’acquisto è semplificato al massimo, dal momento che, come come chiarisce la circolare del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, non occorrono licenze né particolari titoli autorizzativi: basterà entrare in armeria e mostrare la tessera per acquistare. La norma menziona espressamente categorie di strumenti che rientrano nella facoltà concessa, indicando «armi lunghe da fuoco», «rivoltelle o pistole di qualunque misura» e anche i «bastoni animati la cui lama non abbia una lunghezza inferiore a centimetri 65». Resta fermo il limite massimo di tre armi detenibili e l’obbligo di denuncia all’Autorità entro 72 ore, «affinché – spiega la circolare – l’Autorità di pubblica sicurezza sia nelle condizioni di avere immediata conoscenza delle persone che detengono armi e dei luoghi in cui le stesse sono detenute, anche ai fini di procedere, in ogni momento, ad eventuali controlli».

La decisione, tuttavia, non è esente da critiche all’interno delle stesse forze dell’ordine. Fonti qualificate della polizia hanno sollevato il delicato tema delle possibili ricadute sulla violenza domestica; perplessità arrivano anche dal sindacato dei carabinieri: «Già un’arma porta problemi – ammette Antonio Tarallo, segretario generale dell’Unione sindacale italiana carabinieri – figuriamoci due. Non sono troppo favorevole a questa misura. Molti vogliono la pistola privata perché l’arma in dotazione è scomoda». Non mancano, invece, consensi tra alcuni sindacati. «La circolare contribuisce a fare chiarezza su un tema delicato come quello del porto dell’arma personale – ragiona Vincenzo Piscozzo, segretario generale dell’Unione sindacale italiana finanzieri – superando incertezze interpretative che hanno generato disomogeneità nel tempo».

Il DL Sicurezza è stato adottato dal Governo lo scorso aprile e convertito in legge dal Parlamento a giugno. Il testo, di forte impronta securitaria e liberticida, ha previsto l’introduzione di 14 nuove fattispecie incriminatrici e l’inasprimento delle pene di altri 9 reati. Esso ha inaugurato, tra le altre cose, il reato di «occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui» (che prevede fino a 7 anni di reclusione per tutte le fattispecie già punite con il reato di «occupazione»), quello di blocco stradale (massimo 2 anni di reclusione), quello di rivolta nelle carceri e nei CPR (previsti anche in caso di resistenza passiva). Il decreto, inoltre, ha confermato le cosiddette “zone rosse” nelle città, potenziato lo strumento del DASPO urbano e previsto una stretta contro chi protesta contro le grandi opere.