
(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Storditi dalla calura, rischiavamo di sottovalutare la notizia dell’anno, se non del biennio: Carlo Calenda, il politico più serio e competente su piazza – come certificato da enti imparziali quali lui stesso e i suoi fan sui social (enti che peraltro spesso coincidono) – intervistato da Repubblica (che è come i figli dei separati: un giorno con Renzi, uno con Calenda), ha appena fondato il Grande Centro italiano, naturalmente guidato da Calenda. Praticamente a lui risulta che con la nuova legge elettorale “nessuno riuscirà a raggiungere la soglia del 42% che fa scattare il premio di maggioranza”, e ciò spalanca un orizzonte stupendo: “Avremo un Vannacci meno forte di quel che si pensi fuori dall’alleanza di centrodestra, il filorusso Di Battista (che gli editorialisti giurano di aver avvistato mentre si candidava contro Conte, come i picchiatelli che filmano il mostro di Loch Ness, ndr) fuori dal centrosinistra e il nostro polo liberaldemocratico… […] L’unica strada sarà formare in Parlamento un governo europeista che abbia un baricentro centrale”. Il “nostro polo”, che comprenderebbe “la Picierno, la fondazione Einaudi, i libdem di Marattin”, in pratica gli eredi di De Gasperi, è stato ribattezzato con un eccesso di fantasia “Terzo polo”, anche dopo la perdita di Renzi, degradato da Calenda da suo datore di lavoro a capo di una tristissima “quarta gamba centrista” che finirà nel fango del Campo largo putiniano. L’intervistatrice viene colta da un dubbio, e cioè dove pensa di andare Calenda col suo 3%, pur sommato a quelle frattaglie di zero virgola; al che Calenda cala l’asso: farà una coalizione “con quelli che sono già in maggioranza nella Ue: il Pd; una FI a tendenza Marina e non Tajani che è sottomesso a Meloni; i centristi dislocati nei due poli”. Decodifichiamo il pizzino: “il Pd” sono i sedicenti “riformisti del Pd”, cioè i cripto-renziani pro-riarmo che non hanno alcuna voglia di fare la fame col Rottamato e preferiscono mantenersi a nostre spese sotto le insegne di un partito al 20%; i “centristi dislocati” sono la sempiterna reincarnazione dei paraculi bipartisan; “una FI a tendenza Marina”, e questa è la vera notizia, è il fenomeno che avevamo previsto un istante dopo la deposizione delle ceneri del caro estinto nel mausoleo di Arcore. Tutte le manovre dentro FI, il non-partito fondato da Berlusconi per sfuggire alla legge insieme a quel Dell’Utri che ne gestiva i rapporti con Cosa Nostra, lasciano pensare che Marina, cavaliera del Lavoro come il babbo per l’evidente merito di aver ereditato un impero costruito con la frode, voglia dare una riverniciatina alla proprietà per rivendersela come partito liberal-moderato, favorevole ai diritti civili, pro-Lgbtq e un po’ pro-aborto e pro-eutanasia (sì, il partito di quello che da capo del governo fece un decreto legge per opporsi all’interruzione autorizzata dalla Cassazione dell’alimentazione forzata per Eluana Englaro, in stato vegetativo dal 1992, sostenendo che “Eluana è una persona che respira, che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”).
[…]
Per far passare questa boiata senza stridore, Calenda, ex ministro in governi di centrosinistra (e “magnete per i moderati” secondo Enrico Letta), deve inventarsi che Tajani è “sottomesso a Meloni”, il che peraltro sarebbe ovvio, visto che è il suo vice e ministro degli Esteri, quando tutti ricordiamo l’umiliante convocazione di Tajani negli uffici Mediaset, dove venne istruito dai padroncini Marina e Pier Silvio su questioni politiche in presenza dell’amministratore delegato di Fininvest.
Inutile dire che il sogno di Calenda coincide con le più sfrenate fantasie centrofile dei giornali padronali, da sempre suoi sponsor (a febbraio 2019 titolavano: “Calenda punta a superare il 30% alle Europee”: infatti prese il 4% dei voti dentro la coalizione del Pd, l’1,04% del voto nazionale). Da uomini di mondo, sanno che “si vince al centro”: hanno fatto il militare in Francia, dove alle elezioni volute da Macron hanno vinto le sinistre guidate da Mélenchon e l’estrema destra di Le Pen, ciò che non ha impedito a Macron di formare tre governi di centro guidati da grigi burocrati che non hanno mai visto un voto in vita loro. Se l’altra soluzione per cui si era speso l’establishment, quella di introdurre nella legge elettorale un “ballottaggio” in caso di parità tra le due coalizioni, non è praticabile al fine di neutralizzare “gli estremi” (ma in realtà di impedire al Pd di diventare un partito vagamente di sinistra), ecco pronto Calenda, l’eroe dei due mondi, che sosterrebbe indifferentemente un governo di centrosinistra, purché guidato da Gentiloni o da altro cartonato similare, o uno “di responsabilità nazionale” riarmista-draghiano di destra a trazione Marina. Sarebbe fantastico: del resto questa finta democrazia ha già mostrato tutti i suoi limiti, per esempio portando uno come Calenda alla ribalta nazionale.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Ieri, sul prestigioso Libero, al posto del consueto editoriale dell’autorevole Alessandro Sallusti, ne campeggiava uno del quasi altrettanto illustre Antonio Polito. Il quale l’aveva pubblicato su Facebook, non trovando spazio sul Corriere di cui fu financo vicedirettore. Il motivo dell’umiliante diniego non dev’essere il tema (il “metodo Travaglio”). Né l’italiano malfermo (la virgola prima della […]
(di Mario Giordano – La Verità) – Caro Paolo Mieli, caro ex direttore del Corriere della Sera, nonché editorialista del medesimo, nonché saggista, storico ed ex presidente Rcs libri, le scrivo questa cartolina per ringraziarla perché ancora una volta, come accade da decenni, lei ci ha impartito una grande lezione di giornalismo.
Dopo giorni di silenzio, infatti, ha finalmente spiegato la sua partecipazione al progetto con cui Valter Lavitola voleva lanciare Sigfrido Ranucci in politica. E ha detto che sì, in effetti il faccendiere le mandò un sondaggio, ma lei «non lo aprì né chiese per chi fosse».
Ottimo. Non è forse così che fanno i cronisti di razza? Perché farsi travolgere dalla curiosità? O, peggio, dalla voglia di indagare? E poi cos’è quest’abitudine di leggere le cose prima di concedere la propria approvazione? Lei «appena ricevuto il documento» ha risposto: «È perfetto, meraviglioso, va benissimo così».
[…] Pensi che qui alla Verità abbiamo un direttore che pretende di leggere gli articoli prima di pubblicarli. Ma le pare? Ho provato a dirgli: prendili a scatola chiusa e dimmi «è perfetto, meraviglioso, va benissimo così», ma niente, non si lascia convincere.
Vuole sempre sapere cosa c’è scritto. Glielo spiega lei, per favore, che non si fa così? Delle persone ci si fida, soprattutto se si chiamano Lavitola e servono gli spaghetti con le vongole «già sgusciate, senz’aglio e senza spezie». Lei ha spiegato infatti che il suo rapporto con Lavitola è nato così. E quando si costruiscono rapporti sulle vongole è ovvio che poi ci si fida ciecamente.
Non viene nemmeno il sospetto che, insieme alle vongole, si possa anche prendere un granchio. Lei ha raccontato al Corriere della Sera che da quel giorno delle vongole è andato sempre più spesso al ristorante di Lavitola. E poi si faceva quasi sempre riaccompagnare a casa da lui. Era diventato «una specie di rito».
Durante quei viaggi lei «ascoltava con attenzione» Lavitola quando parlava del passato, di Dell’Utri e del berlusconismo. Poi però quando passava a parlare dei suoi progetti attuali «spegneva l’interruttore dell’attenzione». Ovvio, no? Perché un giornalista deve essere interessato all’attualità?
Ad un certo punto il ristoratore-faccendiere le ha parlato di un progetto politico per il centrosinistra con un nome eccezionale in grado di battere tutti, ma lei non ha voluto sapere chi fosse. Perché, si sa, per essere buoni giornalisti è importante tenere gli occhi chiusi. Quello che conta è che siano aperte le vongole.
Romano, 77 anni, pluripremiato, sempre riverito, conteso dai salotti chic, ci chiedevano, caro Mieli, come facesse lei a essere protagonista di questa storia assurda. E lei, dopo qualche settimana di imbarazzato silenzio, ce l’ha spiegato: galeotta fu la vongola sgusciata.
E perciò le siamo grati per la sua lezione: abbiamo finalmente capito che per un vero cronista gli unici contenuti che contano sono i contenuti del piatto. Specie se sono molluschi, che per altro hanno la schiena più dritta di certi re del giornalismo.
La storia di Sergio De Gregorio che fece cadere il governo Prodi, prima con Di Pietro e poi con Berlusconi in cambio di 3 milioni di euro (e Valter come intermediario). 3 milioni di euro. Sarebbe la cifra che Berlusconi pagò in due anni, dal 2006 al 2008, a Sergio De Gregorio, come racconta lui stesso al Corriere della Sera, per passare da Italia dei Valori al centrodestra, un passaggio che porterà alla caduta del governo Prodi 2 con la sfiducia del 24 gennaio 2008. Ma chi fu l’intermediario tra il Cavaliere e De Gregorio? Valter Lavitola, che con De Gregorio aveva avuto già altri trascorsi. E pure una condanna…

(di Giuseppe Vatinno – mowmag.com) – Preciso subito che quanto di seguito riportato non ha alcuna attinenza con i fatti che in questi giorni affollano le prime pagine dei giornali e riguardanti l’arresto di Valter Lavitola con l’accusa di essere il mandante dell’attentato alla villetta di Pomezia del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Si tratta solo di una aneddotica relativa ad una attività della famiglia Lavitola di tanti anni fa ma che appunto non è stata finora rievocata e forse è di qualche interesse per comprendere meglio l’attenzione di Valter Lavitola per la politica.
Valter Lavitola non è un personaggio sconosciuto che è emerso ora dal nulla ma, come noto, ha un passato denso di avvenimenti. E non parliamo solo delle note vicende legate a Silvio Berlusconi (tentata estorsione, compravendita dei senatori e affari a Panama). In realtà la famiglia Lavitola ha avuto a che fare anche con Italia dei Valori, il partito di Antonio Di Pietro. I protagonisti sono Valter Lavitola e Sergio De Gregorio, entrambi provenienti dall’alveo socialista (di fede craxiana), con il secondo iscritto poi a Forza Italia nel 1994. Valter Lavitola nel 1996 rifondò L’Avanti! (che non era lo storico giornale del PSI che si chiamava invece Avanti! e fu fondato da Leonida Bissolati). De Gregorio diresse L’Avanti! e posizionò il quotidiano fuori dal perimetro del centrosinistra, fino alla chiusura nel 2011.

Nel 2012 la magistratura appurò che i due avevano indebitamente ottenuto per L’Avanti! 23 milioni e duecentomila euro di contributi pubblici per l’editoria e furono condannati dalla Corte dei Conti a restituire allo Stato italiano 23 milioni e 879 mila euro.
De Gregorio fu eletto al Senato con Italia dei Valori di Antonio Di Pietro nel 2006. Il senatore divenne poi Presidente della Commissione Difesa, al posto della designata Lidia Menapace (Rifondazione Comunista), ex staffetta partigiana e femminista. De Gregorio fu eletto anche grazie ai voti della sua associazione culturale “Italiani nel Mondo”. Questa situazione portò in breve ad una crisi con l’ex magistrato di Mani Pulite e qualche mese dopo De Gregorio lasciò l’IdV e, sotto la regia di Valter Lavitola, passò al centrodestra. Ne parlo in questa intervista che mi fu fatta dal quotidiano Il Tempo e che rivela particolari inediti.
La vicenda sfociò poi nella nota “compravendita dei senatori”, avvenuta tra il 2006 e il 2008, e che condusse alla caduta del secondo governo Prodi. De Gregorio passò dal centrosinistra al centrodestra in cambio di 3 milioni di euro erogati da Berlusconi con la mediazione di Valter Lavitola.

Il giornale del partito di Di Pietro si chiamava, effettivamente con non molta fantasia, “Italia dei Valori” ed era edito dalla Editrice Mediterranea S.r.l., una società esterna che “confezionava” il quotidiano. La redazione era ospitata in una prestigiosa proprietà di Propaganda Fide (Ente cattolico per l’Evangelizzazione) ed era stata affittata proprio all’Editrice Mediterranea S.r.l. che era di Antonio La Vitola, il cugino di Valter. La sede era in via della Vite 3 una elegante traversa di via del Corso, in pieno centro a Roma. Questo portava ad una strana situazione visto che i Lavitola gestivano sia il quotidiano L’Avanti! posizionato nel centrodestra che il quotidiano Italia dei Valori nel centrosinistra. Insomma Berlusconi versus Di Pietro, nemici storici, nella stessa famiglia.
Quando scoppiarono le polemiche giornalistiche e giudiziarie sugli affitti di Propaganda Fide Antonio Di Pietro si difese pubblicamente dichiarando che l’appartamento di via della Vite 3 non era mai stato nella diretta disponibilità patrimoniale dell’IdV, bensì della società di Antonio Lavitola che curava il giornale. “Non ho mai avuto né in affitto, né in vendita, né in comodato d’uso alcun immobile né da Anemone né da Propaganda Fide”, così disse il magistrato simbolo di Mani Pulite.
Il contratto con la Editrice Mediterranea della famiglia Lavitola venne ufficialmente rescisso nel luglio del 2007, quando il partito scelse di interrompere il rapporto. Per chiarire bene i termini, in quel tempo vi era un organo di stampa quindicinale di IdV chiamato Orizzonti Nuovi, fondato nel 2002, con direttore editoriale Orlando Vella (Editore Il Gabbiano) e appunto il nuovo quotidiano Italia dei Valori, con direttore responsabile Delia Cipullo, ora consulente come addetta stampa al Ministero dell’Interno. Le due testate giornalistiche non risultano essere mai state indagate dalla magistratura per i contributi pubblici, al contrario de L’Avanti!
Dunque un precedente tentativo (come pare sia avvenuto con Sigfrido Ranucci) da parte di Valter Lavitola per mandare al potere un suo uomo, Sergio De Gregorio, c’è in effetti già stato e portò addirittura alla caduta, come detto, del governo Prodi 2. Quindi si potrebbe dire: niente di nuovo sotto il sole. La cosa strana per un socialista libertario come Valter Lavitola è che per raggiungere i suoi scopi abbia in un certo senso utilizzato Italia dei Valori e Report, che vengono inquadrati in una ottica legalitaria e, se vogliamo, giustizialista. Un’ultima curiosità giornalistica: i due, Sergio De Gregorio e Sigfrido Ranucci, hanno iniziato entrambi scrivendo per il quotidiano Paese Sera.

Il passato coloniale d’Italia. Costellato di crimini e soprusi. Il Museo delle Civiltà a Roma affronta l’impresa di raccontarlo in modo inclusivo, non razzista. Aprendo alle culture degli altri

(Paola Caridi – lespresso.it) – Hanno la montatura tonda, le lenti grandi, e le aste che si curvano a cerchio per poter rimanere ferme dietro le orecchie. Una delle due lenti è scheggiata a metà, ed è lì, in quel taglio, il senso del tempo trascorso. Un secolo, anzi, un po’ di più, è l’età di un paio d’occhiali che ha segnato la storia del colonialismo italiano in Libia. L’astuccio di pelle nera porta inciso il nome dell’ottico, Maroun Ayac, di Alessandria d’Egitto.
Gli occhiali da sole sono il trofeo di guerra (massacri e colonialismo, per dirla in modo più corretto) che il gerarca fascista Rodolfo Graziani porta con sé, di ritorno a Roma, subito dopo aver fatto impiccare Omar al Mukhtar nel 1931. Erano suoi gli occhiali da sole. Suoi, del Leone del Deserto, il più determinato partigiano e resistente libico che si oppose all’occupazione e alla repressione, alla guerra italo-turca del 1911 e soprattutto a quella fascista. Un mito, per l’intero mondo arabo che gli ha dedicato monumenti e strade, anche a Gaza. E tante parole e memorie.
Ora i suoi occhiali sono conservati con cura nei depositi del Museo delle Civiltà di Roma. Sono depositi che conducono, sui larghi scaffali di metallo, attraverso il nostro passato coloniale, un contenitore speciale di storia, cultura, materia altrui, trafugata e portata in Italia. Con un obiettivo difficile: risignificare tutto ciò che gli scaffali contengono. Decolonizzarli. Guardarli con altri occhi, riscrivere la vera storia di oggetti e quadri, sementi e vestiti, vasi e artigianato.
A dire il vero Rodolfo Graziani, il gerarca responsabile dei massacri compiuti dagli italiani in Libia e in Etiopia, ne aveva portato due paia, di occhiali di Omar al Mukhtar, uno da vista e l’altro da sole. Dopo la seconda guerra mondiale e la fine della nostra cosiddetta impresa coloniale, l’Italia accetta di restituire alla Libia indipendente il simbolo della sua resistenza, gli occhiali di Omar al Mukhtar. Un solo paio, le lenti da vista, immortalate non casualmente nel film più censurato della storia cinematografica italiana. “Il Leone del deserto”, appunto, la pellicola girata dal regista siriano Mustapha al Akkad esattamente mezzo secolo dopo l’impiccagione di Omar al Mukhtar. Un lungo, impietoso e continuo atto d’accusa alla nostra violenza.
Per i libici, soprattutto per loro, quegli occhiali hanno una portata simbolica chiara. Enorme. Sono una reliquia laica, e raccontano la dignità di un uomo che aveva incarnato la resistenza contro l’occupante, tanto da divenire l’eroe anticoloniale per un gran pezzo del “Sud del mondo”. Quegli occhiali sono tra le poche cose che l’Italia ha restituito ai popoli che ha colonizzato. Tra le rarissime restituzioni, la più pesante, in tutti i sensi, è tornata alla sua terra – l’Etiopia – solo nel 2005. Sono le 160 tonnellate della stele di 24 metri proveniente dalla piana di Axum, trafugata quasi novant’anni fa dalle truppe italiane in Etiopia, trasportata con difficoltà sino a Napoli. E poi rimessa in piedi a Roma a piazza di Porta Capena, a due passi dal Circo Massimo e dal Palatino: nell’ottobre del 1937 il regime fascista voleva celebrare il primo anno dell’impero proprio con la stele di Axum. L’avevano collocata di fronte all’edificio che doveva essere il ministero delle colonie e che, nel dopoguerra, è divenuto la sede della Fao, l’agenzia dell’Onu che ha uno dei suoi puntelli principali proprio nel continente africano.
Il Museo delle Civiltà, il Muciv, non è poi così lontano dal palazzo della Fao e da quell’assenza che ormai non si sente più tanto. La stele di Axum non c’è più lì da oltre vent’anni. In pochi si ricordano, ormai, di quello strano “obelisco” divenuto una sorta di arredo urbano accanto al quale passare in macchina con l’indifferenza di chi ignora la storia. E anche il Museo delle Civiltà è parte di una geografia romana segnata dai resti architettonici del ventennio mussoliniano, nel cuore di quella vetrina tardo-fascista che fu l’Eur. Per i romani di alcune generazioni, il Muciv è là dov’era “Il Pigorini”, il museo etnografico preistorico che bambini e bambine delle elementari dovevano visitare nelle prime gite scolastiche. Nei ricordi di molti ex bambini, rimangono ancora impressi gli scalpi, le testine di uomini privati del teschio delle collezioni amerinde. Ora non sono più esposti, per fortuna, proprio per quel lavoro di revisione, di un nuovo senso da dare a un museo che contiene le culture degli altri. Brani di culture spesso giunti a Roma come bottino di guerre e repressioni, o di esplorazioni etnografiche e missioni archeologiche al servizio di una politica nazionale di potenza.
Ora, per così dire, al posto del Pigorini c’è un museo che contiene capitoli interi del racconto del mondo. All’interno del Museo delle Civiltà, (ri)nominato nel 2016, ci sono il Pigorini e il Fondo Tucci, il museo dell’Alto Medioevo e quello delle Arti e Tradizioni Popolari. E ci sono i dodicimila oggetti – occhiali di Omar al Mukhtar compresi – che facevano parte del museo coloniale sotto tutti i nomi e le forme che ha avuto. L’idea l’ha espressa alcuni anni fa Andrea Viliani, il direttore che ha strutturato il Muciv e lo ha traghettato verso un modo completamente diverso di concepire lo sguardo su noi e il mondo. «Il museo deve dire le storie di come gli esseri umani si sono messi in relazione gli uni con gli altri», aveva detto Viliani alla stampa straniera che guardava al museo di Roma come a un modello da seguire. «Lo hanno fatto talvolta con rispetto, altre volte assolutamente senza rispetto, in maniera violenta, e in modi autodistruttivi per la società e per il Pianeta». Un museo inclusivo, rispettoso, contro ogni forma di razzismo, in sintesi.
Come raccontare, però, lo sguardo passato e, contemporaneamente, chiedere ai colonizzati, agli oppressi di allora di aiutarci a riscrivere una storia? È un lavoro continuo e infinito, sempre per approssimazione, in cui per prima cosa bisogna costruire una lingua nuova che provi a spiegare tutto. Tutto il passato e tutto il nuovo. La colonizzazione, l’occupazione e le guerre, e anzitutto il razzismo. È un’impresa enorme, e allo stesso tempo affascinante, quella che stanno conducendo dentro il Museo delle Civiltà. È cominciato tutto, appunto, sotto la direzione di Andrea Viliani, che ha portato i pezzi museali della nostra storia coloniale non solo sotto un unico ombrello, dentro un’unica casa. Ne ha costruito la casa, che ora però non ha più in Viliani l’architetto e il coordinatore. Il suo mandato di direttore non è stato rinnovato dal ministro Alessandro Giuli. Viliani è da pochissimo alla Triennale di Milano. E al Museo delle Civiltà c’è una direttrice delegata, Luana Toniolo, mentre per gli spazi enormi del Muciv si avverte la speranza implicita che la prossima direzione continui su un solco ormai decennale. E sostanzialmente irreversibile.
In questi ultimi tre anni, il lavoro si è infatti consolidato con due esposizioni speciali, in attesa di una terza puntata. È denominato il “museo delle opacità”, e mette in pratica una modalità descritta da Edouard Glissànt. L’“opacità” è una specie di spazio di condivisione che consente ai diversi protagonisti della storia coloniale di esserci, e mettere insieme le narrazioni. Nel primo capitolo del 2023, per esempio, gli occhiali di Omar al Mukhtar erano esposti in una teca che conteneva il lavoro di un’artista contemporanea, l’egiziana Malak Yacout. E nel secondo capitolo, incentrato sul non-umano, sulla botanica coloniale e sul rapporto con economia e agricoltura del colonizzatore italiano, è ancora una volta l’arte contemporanea a cercare di riscrivere il racconto. Grazie ai salti nell’abisso e nel profondo che solo l’immaginazione consente di fare, mostrando la realtà con una trasparenza inattesa. È il gioco che rende unica la strada intrapresa dal Muciv. Per il museo delle opacità, è successo grazie all’interazione tra Gaia Delpino, Rosa Anna Di Lella, Matteo Lucchetti, che hanno messo assieme sguardi e specializzazioni diverse per trasformare lo sguardo dei visitatori.
La scommessa prima, in fondo, è liberare gli oggetti, le collezioni, le cose da un razzismo imposto. E poi liberare noi, i fruitori. Ci sono oggetti, per esempio, che sono un vero e proprio antidoto al razzismo. I calchi dei visi di persone colonizzate. Li imponeva Livio Cipriani, etnografo e soprattutto l’esponente di una definizione razziale degli esseri umani. Costringeva le persone a subire una vera e propria violenza: un calco di gesso imposto sul viso, con cannule nelle narici per poter respirare. Si faceva anche fotografare accanto a chi subiva violenza. E poi i calchi venivano colorati ed esposti per definire la via del colore, i neri separati dai bianchi e mostrati come la dimostrazione di una superiorità senza remore. Cipriani era uno dei firmatari dell’abominevole Manifesto della Razza del 1938, nonché figura di spicco della Difesa della Razza, la rivista di riferimento del fascismo di fine anni Trenta, di cui era segretario di redazione Giorgio Almirante. Anche quei calchi sono conservati con cura nei depositi del Muciv. Non vengono esposti, per rispetto delle persone che hanno subìto una simile violenza e per il messaggio che contengono. Sarebbero però, allo stesso tempo, l’antidoto al razzismo e alle sue derive di oggi. Un antidoto necessario, ogni giorno che passa. Come lo è la conoscenza di quello che di feroce e terribile abbiamo fatto, tra Libia e Corno d’Africa.

Daniela Santanchè in Versilia, tra burraco e orate al sale: «Lavoro fino alle 2 di notte. Il potere? Non mi manca. E in Senato ci vado sempre». Intervista all’ex ministra al suo bagno di Marina di Pietrasanta: «Le inchieste? Ho la coscienza a posto e non ho paura, perché conosco benissimo tutte le operazioni che ho fatto»

(di Claudio Bozza – corriere.it) – MARINA DI PIETRASANTA (LUCCA) – Le manca il potere da ministra? «Zero. Ho attuato tutto il programma sul turismo. E oggi sono contenta di quello che sto facendo qui». Sono passati cinque mesi da quando Daniela Santanchè, su pressione della premier Giorgia Meloni, ha dovuto lasciare il governo. Al Tala Beach, il bagno inaugurato con il compagno Dimitri Kunz dopo l’addio all’amato Twiga con Flavio Briatore, la «Santa» sembra fluttuare da un tavolo all’altro.
È l’ora di cena. In tanti le reclamano un selfie: «Dani vieni qui!». Lei gongola, si vede. Mentre i clienti cantano a squarciagola Maracaibo. Sui tavoli: orate al sale, mega catalane di scampi e magnum di champagne. Abito floreale verde, bandana en pendant, l’ex ministra appare spavalda come sempre. Accetta di rispondere a tutte le domande del Corriere: dalla perdita del potere, alla sua nuova vita da «bagnina di lusso». La «Pitonessa», soprannome che le affibbiò Giuliano Ferrara, non batte ciglio nemmeno quando viene incalzata sulle complicate vicende giudiziarie che le sono costate la poltrona.
Senatrice, a che ora arriva in spiaggia?
«Io qui lavoro, e tanto. Arrivo alle 8.30 in bici, per la prima riunione organizzativa, e torno a casa alle 2.30. Abbiamo circa 80 dipendenti, tanti ragazzi molto volenterosi».
Le malelingue, qui in Versilia, dicono che non starebbe andando alla grande…
«Pura invidia. Abbiamo 44 tra tende e ombrelloni. In questi giorni di Ferragosto siamo sold out».
Una giornata sotto una tenda?
«Cinquecento euro».
Qui cosa fa esattamente?
«Di tutto. Dimitri è più bravo nell’organizzazione, nella cucina e nella gestione del personale. Ma ci becchettiamo di continuo».
E chi vince?
«Nessuno dei due. Ma le cose migliori nascono proprio dallo scontro tra me e Dimitri».
Il suo piatto preferito?
«Spaghetti con le arselle. E un bicchiere di vino. Bevo poco».
Ma adesso è diventata una balneare? In Senato quando va?
«Ci vado sempre, perché è il mio dovere».
Giorgia Meloni l’ha sentita?
«A fine luglio. Ci scriviamo su WhatsApp, abbastanza spesso. Le voglio bene».
Questo governo sta per diventare il più longevo della Repubblica. Le scoccia non esserci?
«Il 4 settembre noi di FdI saremo tutti a Bari per festeggiare con la premier».
Ci sono racconti epici sulle sue partite a burraco, qui in Versilia.
«Proprio Giorgia mi ha insegnato a giocare a burraco internazionale… Vinco e perdo».
Nel suo partito, per via delle inchieste, c’era chi l’avrebbe voluta fuori dal governo anche prima. Lei si ricandiderà alle elezioni?
«Non lo so, vedremo».
A Milano che candidato vi servirebbe per vincere?
«Un politico o un civico forte».
Nomi?
«Candidati ce ne sono tanti: Giovanni Terzi, il presidente di Assolombarda, Alessandro Spada e altri. Se invece fosse un politico, Maurizio Lupi sarebbe il migliore».
E Matteo Salvini?
«Ottimo anche lui…».
Ma…
«La verità è che io vedrei benissimo anche un Berlusconi… Anzi una: Barbara è una donna molto in gamba».
Lei è a processo per falso in bilancio nel caso Visibilia. A breve potrebbe arrivare il rinvio a giudizio per la presunta truffa all’Inps sulla cassa Covid. E rischia un terzo processo sui crac di Ki Group, Bioera e Umbria, dove le accuse comprendono bancarotta, falso in bilancio e truffa allo Stato.
«Mi sento con la coscienza a posto. E non ho paura, perché conosco benissimo tutte le operazioni che ho fatto da imprenditrice. Per Visibilia ne risponderò io, perché è il gruppo da me fondato. Le altre società sono invece di Canio Mazzaro, padre di mio figlio, e presto verrà fuori la mia estraneità».
È un fardello pesante da reggere.
«Le ripeto: sono molto serena. Vedrete che alla fine uscirò a testa alta da tutto questo. Mi spiace che molti politici non siano garantisti, sopratutto quelli che dicono che abbiamo la Costituzione più bella del mondo. E mi lasci dire che senza l’affetto di Dimitri, di mio figlio, di mio fratello e mia sorella sarebbe stata molto più dura».
Sicura-sicura che il potere non le manca?
«Non c’è bisogno di essere ministra per averlo».
(Ai tavoli sono tutti in piedi: «Su-di-noi, nemmeno-una-nuvolaaaa!»).
Il polo editoriale che fa capo alla famiglia del deputato leghista è già pronto al voto. Per questo ha cercato con Libero di smontare La Verità, prendendo il capo delle inchieste Amadori e provando ad assumere il vice Amendolara. Ma la destra ha tutto pronto: dalla Rai ad Experia per i social

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – La destra affila le armi editoriali in vista delle prossime elezioni politiche. Il braccio operativo di Palazzo Chigi è il polo editoriale della famiglia Angelucci. L’obiettivo è diventare l’unica voce influente nel mondo della destra. Libero, Il Giornale e Il Tempo dovranno essere i mastini contro il campo largo e allo stesso tempo i cantori del melonismo. Da qui l’operazione che ha portato Lirio Abbate, una vita all’Espresso e poi a Repubblica, alla vicedirezione del Giornale. L’intento è quello di accrescere l’autorevolezza della testata. Ma Angelucci ha anche un’altra idea: indebolire La Verità, il quotidiano diretto e controllato da Maurizio Belpietro, ampiamente ancorato nell’area conservatrice e filo-governativo. Ma che ha una colpa: talvolta si muove in maniera indipendente rispetto ai desiderata dei vertici di Fratelli d’Italia. Con la logica dell’assalto, Angelucci ha avanzato, attraverso Libero, un’offerta – che non poteva essere rifiutata – a Giacomo Amadori, ex vicedirettore e capo delle inchieste del giornale di Belpietro. Operazione riuscita, il giornalista è ora a Libero. Un duro colpo per La Verità. Non solo. Il quotidiano affidato alla direzione di Alessandro Sallusti ha cercato di arruolare anche Fabio Amendolara, vice di Amadori per le inchieste. In questo caso, però, la missione è fallita: Belpietro ha trattenuto il cronista garantendogli una promozione che, secondo quanto risulta a Domani, è ancora in fase di definizione. Salvo sorprese diventerà caporedattore. Di sicuro c’è che Amendolara non si sposterà.

Angelucci è solo un pezzo, sebbene uno dei principali, della strategia di comunicazione che porta il marchio dell’ideologo del melonismo, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. L’altro perno è la Rai: Palazzo Chigi ha ottenuto un palinsesto “blindato” per l’anno delle elezioni. Garanzie arrivano pure da Mediaset: Rete 4 ha riverniciato l’immagine con un moderatismo di maniera, ma in campo resta il gotha del giornalismo sovranista, di cui è capitano Paolo Del Debbio. Lato social, il riferimento della destra di Meloni è sempre la società Experia. Il dominus è Pietro Dettori, ex grillino e collaboratore di Luigi Di Maio, ora meloniano di ferro: ha messo in piedi una macchina da guerra per macinare condivisioni su ogni canale, da TikTok a Instagram, per rendere virali i messaggi. La sfida vede il centrosinistra lontano mille miglia: il Pd è ancora fermo alla trattativa per acquistare l’Unità, attualmente sotto il controllo dell’imprenditore Alfredo Romeo. Ma contro la potenza di fuoco comunicativa di Meloni serve molto altro.
Fn, la chat della vergogna: “Ebrei bestie sataniste”. In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini”

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – La Costituzione? «È da buttare nel cesso». Quindi «è ora che ci svegliamo, se il generale non riesce a fare niente la soluzione è una sola. Altro metodo non c’è». Cioè un golpe, come quello di Junio Valerio Borghese. Gli ebrei? Comandano il mondo. Tra citazioni di Adolf Hitler e inni al Duce, c’è anche l’invocazione esplicita: «Arabi di merda! Dovrebbero essere sterminati!». Benvenuti tra la “feccia” (cit.) di “Vannacci ultima speranza”, una chat interna all’universo di Futuro Nazionale, il movimento fondato da Roberto Vannacci, e della quale fanno parte quasi 300 persone.
Molte di loro guidano comitati locali di Fn, soprattutto in Lombardia, che sorgono qua e là in maniera spontanea, anche perché i meccanismi di iscrizione al partito sono così semplici da non esserci di fatto alcun controllo all’ingresso. L’amministratore della chat è il referente del comitato milanese 421 Renato Maturo, storico collaboratore di Ignazio La Russa, poi dentro ci sono protagonisti sul territorio come il cosiddetto “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, ex FdI, o il creatore del centro studi del partito, Rinascimento nazionale, cioè Luca Sforzini (tra parentesi: c’è chi lo dà pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi). Questa famigerata chat è comunque un “luogo” nel quale, almeno nei messaggi che Repubblica ha potuto visionare, il sostegno politico al generale in congedo si mescola a contenuti razzisti e antisemiti e fantasie apertamente eversive. Con un lessico che in alcuni casi assume una dimensione militare: ordini, attesa di disposizioni, organizzazione «rigorosa» e «di stampo militare».
Svariati partecipanti infatti rivendicano il passato in divisa e le proprie missioni all’estero con l’esercito. Messaggi che mostrano quale tipo di sottobosco politico (e professionale) si muova negli spazi digitali che si richiamano ai “futuristi”. Uno dei passaggi più espliciti parte da un invito: «Bisogna sempre essere anticostituzionali»; «noi siamo agli ordini del generale! Stand-by quindi…». La prospettiva di un’azione di forza viene posta come alternativa al pantano: «Anche il 51 per cento non basterà». La conclusione è netta: «Finché qualcuno non si decide ad un’azione di forza, rimarremo nell’immobilismo totale».
Non mancano quindi i riferimenti precisi. «Ci vorrebbe un altro Valerio Borghese…», scrive un partecipante, evocando il comandante della Decima Mas durante la Repubblica di Salò, impegnata nella violenta repressione antipartigiana al fianco dei nazisti e protagonista del tentato golpe del dicembre 1970. Poi c’è il nazismo, senza neppure il velo dell’allusione. «Più che l’Europa unita, il Führer ambiva a creare gli Stati Uniti del mondo! Avrebbe abbattuto le barriere e a quest’ora parleremmo tutti tedesco. Adesso invece esiste solo un’Europa monetaria, delle banche». E ancora, un’immagine della bandiera italiana accanto a quella europea viene accompagnata da questa riflessione: «Quando guardo la bandiera italiana affiancata al lurido straccio blu massonico con 12 schizzi di m… gialla di cane diarroico mi girano veramente i c…»: l’autore del messaggio è un altro ex parà. Gli ebrei sono “bestie adoratori di Satana”, “pedofili, cabalisti, cannibali”, gli arabi come detto meritano lo sterminio. Parole dalle quali nessuno prende le distanze, e che pongono una domanda ai vertici di Fn: non essendo ironia o satira, cosa intendono fare di fronte a chi, professandosi pronto a eseguire gli «ordini del generale», perora l’abbattimento dell’ordine costituzionale?
Il politologo Larry Sabato: “Trump fa paura. Se prova il colpo di Stato la gente stavolta reagirà”. Il noto politologo non teme l’avanzata dei socialisti tra i democratici e pensa che il tycoon, in caso di sconfitta alle elezioni, sarebbe pronto a tutto: “Controlla l’Fbi, l’esercito, l’Ice e ha il sostegno della Corte Suprema e del Congresso. Se perderà sarà furioso e si scatenerà. E l’opposizione chiederà di fermare il Paese con uno sciopero generale”

(Anna Lombardi – repubblica.it) – NEW YORK – «Non mi preoccupa l’ascesa dei progressisti alle primarie: o meglio, non credo che per il Partito democratico rappresentino un reale pericolo alle urne, anzi. Negli Stati Uniti, i due principali partiti sono da sempre ampie coalizioni: non potrebbe essere altrimenti in un Paese con 340 milioni di abitanti. D’altronde è già successo nel Partito repubblicano quando nacquero i Tea Party, i ribelli di destra, poi degenerati nel trumpismo. La gente non ha smesso di votarli ed è la stessa cosa, solo, con ideologie diverse». Larry Sabato è il politologo a capo del Center for Politics dell’Università della Virginia, autore di numerosi saggi e di un’influente newsletter intitolata “Sabato’s Crystal Ball”.
Sta dicendo che i progressisti aiuteranno i dem a vincere?
«Trump è il presidente più detestato dall’elettorato dem della storia. Alle urne si compatteranno e voteranno chiunque, pur di sconfiggerlo. Sbaglia chi crede che litigheranno fino alla fine. Lo stiamo già vedendo con Abdul El-Sayed in Michigan. Né è un caso che tanti progressisti emergano proprio ora: la reazione a Trump spinge la gente verso posizioni più estreme. È avido e corrotto come tutta la sua famiglia: e questo fa arrabbiare gli elettori. Li radicalizza. Certo, qualche socialista eccede. Ma, come abbiamo visto, alle urne non passa».
Si riferisce a Francesca Hong, sconfitta in Wisconsin?
«Non so proprio come abbia fatto a sfiorare la nomination con quelle posizioni strampalate contro polizia, Corte Suprema, Senato, San Valentino, Halloween e Thanksgiving. Una delle peggiori candidate mai viste. El-Sayed è un’altra cosa. Lo dipingono come un musulmano radicale come fecero con Mamdani a New York. Invece come il sindaco della Grande Mela è un politico di talento, con enormi potenzialità future».
I democratici possono vincere le elezioni di Midterm di novembre?
«Hanno ottime possibilità, anche se al momento non sono in grado di valutare se prenderanno la Camera, il Senato o entrambe: è troppo presto. Ma insisto, gli elettori dem voteranno compatti. Non ci saranno defezioni, come hanno fatto pure i repubblicani rivotando per Trump, magari tappandosi il naso».
Il presidente accetterà il risultato?
«No, ha già dimostrato di essere disposto a tentare un colpo di Stato pur di rimanere al potere: il 6 gennaio 2021 fallì solo perché non ci aveva pensato prima. Oggi è preparato: controlla l’Fbi, l’esercito, la marina, l’aeronautica, l’Ice e ha il sostegno della Corte Suprema e del Congresso. Se perderà anche solo una delle due Camere sarà furioso e si scatenerà».
Come?
«Non sappiamo il giorno, l’ora, la causa: ma qualcosa farà e solo gli stolti non se ne preoccupano. Se i sondaggi fossero troppo negativi, potrebbe mandare l’Ice o la Guardia nazionale nei distretti elettorali degli Stati in bilico con la scusa di mantenere l’ordine. In realtà, per fare esattamente il contrario: per provocare, cercando di scatenare reazioni che giustifichino una stretta autoritaria e decisioni estreme sul voto. Non a caso ha assunto criminali e spiantati per quella sua polizia antimigranti. Vuole persone senza scrupoli, che obbediscano incondizionatamente. Si può sperare nella Corte Suprema ma non è affatto detto che ci si possa fidare dei giudici nominati da Trump. E si può sperare nell’onestà di figure chiave repubblicane, come accadde nel 2020: ma il presidente ha messo i suoi uomini ovunque, eliminando i funzionari più onesti. Sono molto preoccupato, la realtà è che non ci si può fidare di nessuno».
Uno scenario apocalittico. La democrazia americana è a rischio?
«Tutti quelli con cui parlo sono preoccupati. Senatori, deputati, alcuni governatori, professori universitari. Anche perché, purtroppo, l’americano medio non è affatto istruito in materia di educazione civica, quindi non capisce le forzature ai limiti della legalità. Prendere la questione sul serio è imperativo: o si sarà corresponsabili».
Cosa si può fare? Qualcuno è pronto a reagire allo scenario che sta dipingendo?
«So che si sta lavorando su molte ipotesi. Tutti temono che Trump faccia qualcosa. Anche i legislatori più moderati, quelli che sono sempre stati cauti. Intanto cercano di tenere le orecchie aperte, magari usando le loro fonti nei servizi. Provano a capire che ha intenzione di fare. Le reazioni saranno drastiche. Non voglio dire che si arriverà a scontri armati in strada, ma quantomeno a uno sciopero generale prolungato. Lo sento ripetere ovunque. I dem chiederanno di fermare il Paese. E ci riusciranno, un terzo dell’America li ascolterà e se si terrà il punto abbastanza a lungo forse qualcosa si otterrà».
E lo sciopero generale basterà?
«Chi lo sa? Sono tempi oscuri. Solo la guerra civile è un esempio peggiore. Gli anni ‘50 e ‘60 furono certo duri, ma meno subdoli di questi. C’era ancora una decenza. Trump è molto impopolare, e questo aiuterà chi lo combatte. Ma se schiera l’esercito, l’Ice, la Guardia nazionale, l’intelligence e i social media, come combatterli tutti insieme? Hanno le armi e le informazioni. I governatori prenderanno provvedimenti esecutivi e gli Stati si ritroveranno gli uni contro gli altri. La Corte Suprema, allora, cosa farà? Non riesco a credere che mi sto davvero ponendo questa domanda, ma la situazione non è mai stata tanto seria. Mi dispiace deprimere i suoi lettori, ma le cose stanno così».

(Tommaso Merlo) – Quando era in Turchia, Trump ha ricevuto una soffiata del Mossad su un imminente attentato terroristico contro di lui. La solita panzana per manipolarlo e infangare gli odiati turchi. Fatto sta che Trump ha mollato il suo team e si è messo in salvo su un altro aereo. Lo ha fatto ignorando i servizi americani e dando retta a quelli israeliani, come per l’aggressione illegale all’Iran. Già, mentre i palestinesi stanno ancora resistendo all’occupazione, gli americani l’hanno subita senza neanche accorgersene. Trump si è nascosto in un carrello del cibo ma non ha rischiato nulla perché non lo mangiano il maiale da quelle parti. Sono infatti emerse in questi giorni nuove email che inchiodano il presidente americano a fare porcate con ragazzine minorenni, una sua ossessione per decenni prima di mettersi a recitare la parte del messia per il fascistume religioso oltre che la escort sionista. È questa la leadership che esprime l’Occidente, totalmente priva di ogni morale e coerenza. Trump teme di fare la fine dell’Ayatollah o del generale Soleimani che lui ha fatto ammazzare nel 2020 continuando poi a vantarsene. Ma il governo iraniano non ha nessuna intenzione di far fuori Trump anche perché sta coronando i loro sogni. Grazie a lui l’Iran non è mai stato così unito, ammirato nel mondo ed egemone nella regione. Rimasti senza munizioni e opzioni militari, dalla Casa Bianca blaterano di blocco economico totale per far arrendere l’Iran che però è autosufficiente e abituato a tirare la cinghia dopo quasi mezzo secolo di persecuzione. Confina poi con sette paesi da cui si può rifornire e pare che nella presa dello Stretto di Hormuz avesse previsto anche il controblocco americano. A fare la fame sono i marines sulle portaerei e quelli delle periferie americane che non riescono più a riempire il carello della spesa e il serbatoio. È questa la leadership che esprime l’Occidente, totalmente priva di ogni sensibilità, realismo e competenza. Una leadership talmente arrogante che da decenni si glorifica da sola e spreca trilioni per poi sbattere il musone contro la sobria realtà iraniana. Ma attenzione. Niente succede per caso. L’oligarchia capitalistica imperante vuole politicanti come Trump proprio perché privi di ogni moralità e capacità e quindi disposti a tutto e totalmente manipolabili da chi comanda davvero dietro le quinte. Se poi sono pure ricattabili come il migliore amico di Epstein, allora la Casa Bianca non gliela toglie nessuno. E rispetto all’Iran, c’è un altro punto a cui fare attenzione perché nulla succede per caso. Trump e tutta la sua ciurma sono stati sponsorizzati e selezionati anche in quanto favorevoli all’aggressione illegale all’Iran che era già stata pianificata dietro le quinte mentre davanti Trump faceva comizi in cui prometteva la pace nel mondo. È la fine della democrazia e il trionfo dell’oligarchia capitalista. Soldi che rimpiazzano i cittadini. E quella ciurma in queste settimane sta spingendo per un nuovo attacco all’Iran per accontentare Tel Aviv anche se gli Stati Uniti rischiano il collasso militare e quello economico e sociale. Israel first e oligarchia capitalista che se ne fotte di tutto e di tutti. Delle masse infinocchiate e sofferenti, del giornalismo comprato e quindi annichilito e della politica che meno è di qualità, meglio è. Già, Trump è alla Casa Bianca proprio perché non capisce nulla, non crede a nulla, è profondamente corrotto e non ha a cuore nulla se non il proprio ego ormai moribondo. Trump è il classico bamboccione che non è riuscito a superare i suoi traumi infantili sviluppando un narcisismo patologico con cui infesta il mondo che lo circonda. Un bamboccione in perenne fuga da se stesso che vive al centro dell’attenzione circondato da adulatori e servitù per compensare. È la sua droga, se rimane cinque minuti da solo si butta di sotto talmente è marcio e vuoto. Perfino adesso che si caga addosso e sonnecchia ogni due per tre, continua a convocare conferenze stampa in cui più che mentire confida al mondo la triste realtà virtuale in cui si è rifugiato e le condizioni pietose in cui versa. Senza nessuna consapevolezza, senza nessun rimorso e ritegno, senza nessuna empatia, fregando il prossimo fino all’ultimo respiro. Esempio davvero paradigmatico dell’immenso fossato tra fasullo successo del proprio personaggio pubblico e il fallimento effettivo come persona. Ma è questa la leadership che esprime l’Occidente e sono questi i politicanti che vuole l’oligarchia capitalistica. La speranza è che Trump trascini gli Stati Uniti in una disfatta con l’Iran e in una crisi anche economica tali, da scatenare una imponente reazione culturale e politica in nome di una democrazia autentica e della pace.
INVIATI DI REPORT ANNUNCIANO QUERELA AL TEMPO, “PUBBLICATE CIFRE FALSE SUGLI STIPENDI”

(ANSA) – ROMA, 17 AGO – “La campagna di diffamazione contro i giornalisti e le giornaliste di Report oggi si arricchisce di un nuovo capitolo: i soldi. Stamattina il quotidiano Il Tempo ha pubblicato cifre false e surrettizie spacciandole per stipendi dei giornalisti e delle giornaliste del programma”.
Lo dicono in una nota gli inviati e le inviate di Report che annunciano querela “per tutelare il proprio nome e il proprio lavoro, nei confronti de Il Tempo e di tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate”, in riferimento all’articolo comparso oggi su ‘Il Tempo’ dal titolo ‘Stipendi faraonici e spese incredibili: quanto ci costa Report’.
“Le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita Iva con la Rai e, in base al modello produttivo della trasmissione, autoproducono i propri servizi, pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta” sottolineano nel comunicato.
“Le somme pagate per i servizi giornalistici vanno dunque solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti, in questo modo li abbatte.
Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150 mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio. Se qualcuno intende occuparsi davvero di compensi faraonici in Rai, deve indirizzare l’attenzione ad altri giornalisti, graditi alla politica, che negli ultimi anni sono stati messi alla guida di trasmissioni rivelatesi fallimentari”.
DANIELE CAPEZZONE, “COLLETTIVO REPORT CON REPLICA AGGRAVA POSIZIONE”
(ANSA) – ROMA, 17 AGO – ”Il collettivo di Report, strapagato con i soldi dei contribuenti, con la scombiccherata e controproducente “replica” di oggi al nostro giornale, aggrava la propria posizione agli occhi degli italiani che pagano il canone”. Lo scrive in una nota Daniele Capezzone, direttore de Il Tempo.
”Questi signori si arrampicano sugli specchi parlando di lordo e netto (differenza che riguarda ogni singolo lavoratore, anche quelli a 1500 euro al mese) e di spese sostenute. Tutti concetti già spiegati oggi nei nostri articoli.
La realtà è che molti di loro incassano più dell’appannaggio annuale spettante al Presidente della Repubblica (il quale, meritoriamente, se l’è anche ridotto). Il resto non merita commenti. Solo risposte e approfondimenti in Commissione di Vigilanza”, conclude.

Venerdì 21 agosto ore 18.30 la Nuova Orchestra Scarlatti terrà un Concerto a Cala Bianca (Camerota, SA), un appuntamento per ricordare quanto era vissuta dalla popolazione di Lentiscosa (frazione di Camerota) l’intera zona – oggi tra le più suggestive aree protette d”Italia – e, in particolare, la spiaggia dove per secoli una folta comunità ha prodotto tegole di terracotta che poi venivano distribuite via mare lungo tutto il territorio cilentano, e non solo.
Per mantenere viva la memoria di tutto ciò, ogni anno la Nuova Orchestra Scarlatti, diretta dal Maestro Gaetano Russo, originario di Lentiscosa, realizza questo incontro musicale, molto seguito e atteso dagli abitanti del posto e dai tanti turisti presenti a Camerota.
Il programma, a cura della Nuova Orchestra Scarlatti, affiancata dal soprano Rossella Costa, prevede musiche che evocano il connubio tra arte e natura, con pagine di Mozart, Cimarosa e altri, alternate con brani popolari.
È possibile raggiungere Cala Bianca a piedi: per informazioni rivolgersi alla Sezione CAI Monte Bulgheria: 3333257727.
Per raggiungerla in barca rivolgersi alle cooperative del Porto di Marina di Camerota.
Comunicazione: Marco Calafiore
Tra piazze piene di giovani e feste dell’Unità partecipate. Il fronte antifascista extraparlamentare è organizzato e si prepara a essere un’alternativa alle larghe intese

(Anna Dichiarante – lespresso.it) – Pazienza, se le pentole sono roventi. Il 25 luglio, dai borghi alle città, si onora la memoria di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore: i fratelli Cervi, figli di Alcide e Genoeffa, che in quel giorno del 1943 salutarono la caduta di Benito Mussolini offrendo pastasciutta a tutta Campegine. Un attimo di respiro prima della Resistenza e della fucilazione, il 28 dicembre dello stesso anno. Oggi, ai fornelli e ai tavoli, tra “Bella ciao” e fazzoletti partigiani, c’è folla. Giovani? Tanti.
Altro che platee semideserte per Matteo Salvini o comizi di Roberto Vannacci rinfoltiti con il grandangolo. Qui la gente viene. Come piene sono le mille feste organizzate da partiti e associazioni riconducibili alla sinistra. Parchi e stand dove si mangia, si balla, si discute di problemi quotidiani. Quest’estate, sotto le insegne dell’Unità, ospite molto richiesto è Pier Luigi Bersani; tra le bandiere rosse, Ernesto Che Guevara affascina anche chi non perde la Messa della domenica.
In fondo, su alcuni temi c’è coesione ed è maturata consapevolezza: pace, diritti sociali e civili. Lo sdoganamento del fascismo ha rinvigorito, per rigetto, un senso d’appartenenza che la narrazione dominante aveva lungamente indotto a nascondere. La vecchia guardia del Pci ha scoperto proseliti nati dopo il tramonto su via delle Botteghe oscure, ma ispirati da Enrico Berlinguer. E s’è dovuto rivedere un certo apparato retorico, ché comunista non è più un’offesa.
Occorre, però, essere realisti. La fiamma tricolore arde sul governo più longevo della storia repubblicana. Il perimetro del Campo largo lacera l’opposizione. Mentre la sinistra extraparlamentare, magmatica, tende talvolta ad asserragliarsi. «Siamo oggetto di maccartismo; banditi dal dibattito pubblico, ostracizzati come eterni antagonisti, incolpati d’avere favorito, per eterogenesi dei fini, Silvio Berlusconi», spiega Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione comunista: «Eppure siamo una marea. E colmiamo il vuoto di rappresentanza delle classi popolari».
Sull’onda di quanto accade altrove in Europa e Oltreoceano, falce e martello cercano di recuperare visibilità. Con circoli radicati nei territori ed esponenti nelle amministrazioni locali. «A Molfetta – prosegue Acerbo – il nostro candidato sindaco ha vinto in modo schiacciante. Una lezione. Rivendichiamo il passato, ricordando che quello italiano è stato il partito comunista più forte dell’Occidente, ma coltiviamo idee rivolte al presente e al futuro».
Del resto, «i modelli imposti dopo il 1989 si sono rivelati fallimentari. Il mondo è piegato da guerre, disuguaglianze, autoritarismi, catastrofe ecologica. Per fortuna, si sono sviluppati movimenti che contrastano il declino e con i quali il comunismo democratico è in sintonia; il nostro Paese sconta il revisionismo sul Novecento e la delegittimazione del Pci avallata pure da ex militanti».
Secondo Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo, «l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è in difficoltà. Incapace di affrontare la crisi, si dedica a manovre di distrazione». In effetti, si susseguono i casi montati o sfruttati ad arte. Dal circo Barnum inscenato per il gioielliere Mario Roggero allo sciacallaggio sulla morte di Abderrahim Fakir nelle mani della polizia a Bologna, passando per la demonizzazione della protesta No Tav in Val di Susa. Poi lo scontro diplomatico con la Spagna e la tentata polemica con la Cgil a Marcinelle.
Tragicommedie, propaganda, figuracce internazionali. Intanto si fanno digerire le crepe nella maggioranza, le chat di Andrea Delmastro Delle Vedove negate ai pm, la marcia indietro di Carlo Nordio sul dossier Almasri. E la produzione frenetica di norme sulla sicurezza, in risposta a emergenze inesistenti o irrisolte. Perché le destre all’angolo imboccano sempre una strada: faide interne, repressione, criminalizzazione degli avversari. E della magistratura, alla faccia della batosta referendaria del marzo scorso.
Così, per riagguantare i delusi, si seminano opzioni via via più reazionarie. Operazioni di travaso dei consensi: vedasi Vannacci. «Il generale usa la demagogia fascista mischiata all’individualismo neoliberista – riprende Acerbo – come insegna Donald Trump, i ricchi polarizzano il racconto mediatico e indirizzano il malcontento verso un capro espiatorio. I poveri sperano di emergere dalla condizione di ultimi, premiando chi li tradirà. Appena insediato alla Casa bianca, il tycoon ha tagliato le tasse ai milionari… Ecco, costringiamo Vannacci a entrare nel merito dell’agenda economica; eviteremo che attiri il voto operaio».
Anche Granato stigmatizza «la mentalità veicolata soprattutto dalla tv e fondata sul razzismo. Basta pensare al concetto di remigrazione, alle varianti del motto “Make America great again”, per capire che non c’è promessa di futuro. Solo nostalgia. Perciò serve plasmare un linguaggio adatto a un’Italia nuova, resa dinamica da donne, giovani, migranti». Un orizzonte a cui guardano Potere al Popolo e Rifondazione, assieme ad Anpi, Arci, sindacati di base e Cgil, sigle studentesche, femministe, cattoliche. Un’alleanza dal potenziale enorme, abbozzata dalla mobilitazione per Gaza.
«L’esperienza dei portuali di Genova nel bloccare le armi in transito – continua Granato – s’è innestata sull’indignazione dilagante che fremeva per uscire dall’ambito privato delle bandiere palestinesi alle finestre e trovare un’espressione di massa. Da lì, scioperi e cortei. Oltre alla Flottilla che ha fatto da catalizzatore grazie a un efficace metodo di comunicazione. La sensibilità sul genocidio s’è sedimentata. E la vendetta dello Stato con denunce e sanzioni per molti manifestanti mostra quanto le piazze spaventino».
Sull’azione da rilanciare concorda Acerbo: «Bisogna rompere gli accordi con Israele e riconoscere la Palestina». Sulla pace, illumina l’eredità di papa Francesco. «Respingiamo l’invio di armamenti e le strategie della Nato riguardo all’Ucraina. Ma chi ci accusa di sostenere Vladimir Putin, compreso quel centro che, invero, non segue la linea della Chiesa, mente e scredita milioni di persone d’accordo con noi».
Le stesse che firmano petizioni e proposte su misure di giustizia sociale. «I capisaldi sono sanità pubblica, reddito di cittadinanza, salario minimo, meno precarietà e tassazione dei grandi patrimoni». Mai arretrare sui princìpi, insomma: «Mantenere l’autonomia e agire da pungolo è fondamentale. Per questo, da 18 anni, siamo fuori dal Parlamento. Ora, però, la congiuntura è cambiata e non dobbiamo chiuderci nel risentimento per antichi torti o errori».
Il segretario ritiene «necessario un fronte costituzionale antifascista pronto a un accordo tecnico per sommare i voti alle prossime Politiche. Scongiurando che, con una legge elettorale golpista, Meloni rimanga a Palazzo Chigi per una scheda in più. Si finirebbe in un premierato di fatto, dove una minoranza sceglierebbe il presidente della Repubblica e governerebbe senza contrappesi. Alla sinistra serve un programma di base comune. È positivo che Elly Schlein apra ai 5S; ad attaccare Giuseppe Conte sono proprio coloro che hanno tirato la volata alla destra e tifato sì al referendum».
Granato, invece, non crede al Campo largo: «È miope. A Napoli abbiamo contestato Pd, M5S e Avs per la loro incoerenza. Esempi? Nei Comuni che amministrano, il salario minimo è previsto per delibera e disapplicato nei bandi. Sul lavoro hanno un approccio pietistico, mentre noi valorizziamo la lotta di categorie come braccianti, addetti al settore tessile e ai servizi. C’è da riconquistare la fiducia di chi combatte contro ghettizzazione e frammentazione».
Ecco tutti i silenzi di Lavitola (che spera negli attentatori)

(di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – Sarebbero pronti a confermare la tesi della bomba “in amicizia” i quattro presunti esecutori materiali dell’attentato a casa dell’inconsapevole Sigfrido Ranucci. Resta solo da capire fino a che punto i pm siano disposti a fare concessioni rispetto alle accuse di danneggiamento, uso di esplosivo e minacce col metodo mafioso.
Potrebbe rivelarsi uno snodo decisivo quello dei prossimi giorni nell’inchiesta sulla bomba esplosa a metà ottobre all’ingresso della casa di Pomezia del conduttore di Report.
Oggi stesso i difensori dei presunti bombaroli dovrebbero chiedere l’interrogatorio dei loro assistiti, in carcere da fine giugno, che durante l’interrogatorio di garanzia avevano fatto scena muta. Quasi in contemporanea, nella casa circondariale di Rebibbia, sono attesi i difensori del presunto mandante dell’attentato, l’ex faccendiere-ristoratore Valter Lavitola, che dopo l’arresto di lunedì scorso ha ammesso di aver commissionato l’azione, ma per fini diversi da quelli ricostruiti dagli inquirenti. Quindi non per “lanciare” la carriera politica dell’amico Ranucci – da cui avrebbe ricavato non meglio precisati vantaggi – quanto piuttosto per proteggerlo, propiziando l’incremento degli agenti di scorta al suo seguito in ragione di una misteriosa minaccia proveniente, a detta di Lavitola, dai servizi segreti israeliani a causa, dice, delle inchieste condotte da Report.
“Gli atti dimostrano che lo stesso Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta”. Così ieri l’avvocato Sergio Cola, già tre volte deputato con Alleanza nazionale, all’Ansa , a cui ha confermato anche che oggi in carcere si discuterà della possibilità di chiedere un nuovo interrogatorio. L’obiettivo è fugare i dubbi sulla confessione resa mercoledì scorso, che hanno spinto il gip a negargli gli arresti domiciliari. Tanto più che i termini di questa assunzione di responsabilità, ad avviso di Cola, “troverebbero un riscontro nelle versioni fornite dagli altri coimputati”. Dunque non vi sarebbe stata l’intenzione di fare del male a Ranucci e alcuni di loro non avrebbero nemmeno saputo chi fosse il bersaglio.
Il legale ha anche liquidato come “semplice congettura” l’esistenza di un mandante del mandante. D’altro canto ha ribadito che a suo avviso Ranucci, dopo l’attentato, potrebbe aver avuto dei sospetti, mai confessati, su Lavitola.
Oltre alle contraddizioni evidenziate dal gip, tuttavia, ci sono diverse circostanze rimaste fuori dalla confessione dell’ex faccendiere, che lasciano aperti altrettanti interrogativi sull’accaduto e sulla natura del suo rapporto con Ranucci. Tipo la cena rivelata da Il Fatto in cui, poco dopo l’attentato, il conduttore di Report avrebbe agito da testimonial per Lavitola con dei potenziali investitori in un suo maxi-progetto imprenditoriale in Africa.
Nelle intercettazioni dei presunti bombaroli si parla, per esempio, di depistare i pm in caso di problemi, indicando il mandante in un “albanese” conosciuto per affari di droga. Di fronte al gip, però, Lavitola non ha detto alcunché sulle lettere anonime che hanno indirizzato gli inquirenti proprio verso la pista albanese.
Prima dell’esplosione di metà ottobre 2025, poi, all’ingresso della casa di Pomezia di Ranucci si era già consumata un’intimidazione finita al centro di un’indagine della Digos, successivamente trasmessa ai pm dell’Antimafia romana. Il 10 luglio 2024, in particolare, erano stati trovati due proiettili calibro 38 “all’interno di una siepe a circa 3 metri dal muro di cinta dell’abitazione”. Il 13 luglio 2024 gli investigatori hanno individuato nei tabulati del cellulare di Lavitola il primo aggancio di una cella compatibile con una sua visita all’abitazione dell’amico conduttore di Report. Infine il 29 luglio 2024, nella chat di Whatsapp tra l’ex faccendiere e il giornalista è stato trovato un primo messaggio in cui Lavitola ipotizza una candidatura a premier di Ranucci, suggerendogli di lasciare la Rai (“E tra due anni fai il Presidente”).
Se qualcuno voleva convincere Ranucci e Report a darsi una calmata, insomma, quei proiettili non erano serviti a granché. Ma ad accendere una lampadina nella testa dell’ex faccendiere forse sì. A meno di non credere che l’amico giornalista l’avesse tenuto all’oscuro.
L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati di denunce Slapp. Ma il decreto che dovrebbe recepire la direttiva europea lascia fuori nove casi su dieci

(Andi Shehu* – lespresso.it) – Nel maggio del 2025 due cittadini di Pesaro hanno firmato un esposto sui rischi di un deposito di gas liquido in una zona abitata. Il mese dopo la società proprietaria dell’impianto ha risposto con una richiesta di risarcimento da due milioni di euro e una querela per diffamazione aggravata. Due cittadini senza una redazione o un ufficio legale alle spalle che avevano semplicemente firmato un foglio.
Chi promuove una causa così non spera nell’esito positivo della sentenza. Perdere la causa costa a chi la fa qualche migliaio di euro di spese, mentre costa a chi la subisce tre o quattro anni di avvocato e udienze con la paura di una condanna. Si chiamano Slapp, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica, e l’effetto è che la volta dopo, prima di firmare un esposto, uno ci penserà. L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati.
Nel 2024 l’Ue ha approvato una direttiva, la cosiddetta Legge Daphne dalla giornalista maltese Caruana Galizia uccisa nel 2017, vittima di decine di cause di questo tipo. L’Italia avrebbe dovuto recepire la direttiva entro il 7 maggio, non lo ha fatto, e il 15 luglio la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione. Lo schema di decreto è arrivato in Parlamento il 9 luglio.
Ai due cittadini di Pesaro quel decreto non servirebbe. Intanto perché vale solo per le cause civili, mentre contro di loro c’è anche una querela: in Italia la diffamazione resta un reato, il che rende la denuncia lo strumento di pressione più comodo che ci sia. Inoltre, vale solo per le vicende con un elemento transfrontaliero, mentre la loro si svolge per intero fra Pesaro e un tribunale italiano. Su entrambi i limiti Bruxelles non poteva fare di più: in materia di giustizia, i trattati le permettono di occuparsi soltanto della cooperazione civile fra Stati diversi. Proprio per questo la direttiva si definisce uno standard minimo e invita gli Stati ad andare oltre. Belgio, Francia, Paesi Bassi e Polonia lo hanno fatto.
L’Italia no; ha ricopiato il ristretto perimetro europeo e poi lo ha stretto ancora. Per la direttiva, una causa smette di essere transfrontaliera a due condizioni insieme: che le parti vivano nello stesso Paese e che lì si trovi tutto il resto della vicenda. Il decreto italiano ha mantenuto solo la prima.
Il 30 luglio il decreto è passato dalla commissione affari Ue della Camera proprio per verificare la compatibilità delle leggi con il diritto europeo. La relatrice, Alessia Ambrosi (FdI), ha spiegato che il testo adotta «una definizione molto ampia di questione transfrontaliera» e ha aggiunto che un caso lo è «a meno che entrambe le parti abbiano il domicilio nello stesso Stato del tribunale adito e ogni altro elemento rilevante della vicenda sia localizzato esclusivamente in quel territorio».
È una descrizione esatta; peccato che descriva la direttiva europea e non il decreto italiano. Le condizioni sono due e valgono insieme: dove vivono le parti e dove si svolgono gli elementi della vicenda. Il decreto italiano, però, si ferma alla prima. Basta che le due parti risiedano qui perché il caso sia interno, anche quando l’inchiesta riguarda una multinazionale o un impianto costruito all’estero. La conseguenza è che le tutele previste lascerebbero fuori oltre nove casi italiani su dieci. Ambrosi ha concluso che «non ravvisa disposizioni contrarie all’ordinamento dell’Unione europea» e la commissione ha dato parere favorevole senza osservazioni. Le proposte alternative di Pd e M5s sostenevano il contrario, ma sono rimaste nel cassetto: si votano solo se il parere del relatore viene bocciato.
Poi c’è il rilievo che è comparso e scomparso. Il 3 agosto, in commissione Giustizia al Senato, il capogruppo di FI Pierantonio Zanettin ha chiesto una precisazione proprio sul criterio transfrontaliero. Nella bozza di parere mandata ai senatori, quel rilievo c’era. Il 5 agosto, al momento del voto, non c’era più. Lo mette a verbale la presidente della commissione, Giulia Bongiorno, senza aggiungere altro.
Quel 5 agosto hanno votato tutte e due le Camere e i due pareri sono quasi identici; alla Camera il relatore ha dichiarato di aver «condiviso i contenuti con il relatore presso l’omologa commissione del Senato». Due osservazioni ciascuno, le stesse, e nessuna sull’articolo che restringe il campo e che rischia di rendere il decreto incompatibile con la direttiva. Una delle due tocca il merito delle tutele: chiede al governo di cancellare la norma che permette al giudice di far pagare a chi ha promosso una causa abusiva l’intera parcella dell’avvocato della vittima, anche oltre le tariffe forensi. La direttiva prevede l’opposto: rimborso integrale, salvo spese eccessive. Il Parlamento chiede di ridurre il rimborso a chi la causa l’ha subita.
Anche in queste commissioni, le proposte alternative di Pd e M5s non sono arrivate al voto. Alla Camera il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni (FdI) ha dichiarato di condividere il parere del relatore. Il governo, quindi, ha già sostanzialmente detto di sì. Adesso il testo torna al Consiglio dei ministri, che potrà correggerlo o firmarlo così, non essendo vincolato da quanto il Parlamento ha detto. Succederà probabilmente a fine agosto, quando le redazioni sono a organico ridotto e il Paese è al mare. Non serve un complotto quando basta un calendario.
Chi una causa bavaglio la sta già subendo non è coperto in ogni caso: le nuove garanzie vengono applicate ai soli procedimenti avviati dopo l’entrata in vigore. Non è un obbligo europeo ma una scelta italiana, contestata da Pd e M5s. Vuol dire che i due cittadini di Pesaro e le decine che, come loro, aspettano una sentenza, leggeranno di una legge nata per proteggerli e scritta in modo da arrivare dopo di loro.
*Policy Officer, The Good Lobby Italia