Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Sondaggi: Fratelli d’Italia sotto il 27%, Pd al 21,2% e Futuro nazionale ormai stabilmente sopra la Lega


L’ultima supermedia Agi/Youtrend prima della pausa estiva fotografa un calo del partito di Meloni, sceso al 26,7%. L’unico movimento di rilievo è la crescita della formazione di Vannacci, che sale al 7,1% e supera sia il Carroccio sia Avs

(lespresso.it) – Il quadro fotografato dall’ultima Supermedia Agi/Youtrend prima della pausa estiva è quello di un centrodestra che arretra di poco ma in modo significativo nel simbolo del suo partito guida. Fratelli d’Italia scende infatti al 26,7%, in calo di tre decimi rispetto alla rilevazione del 16 luglio: un dato che porta il partito di Giorgia Meloni sotto la soglia del 27% praticamente per la prima volta dall’inizio della legislatura. Alle sue spalle il Partito democratico resta stabile al 21,2% (-0,1) e il Movimento 5 stelle al 13%, in leggera crescita di due decimi.

Il movimento più netto arriva però da Futuro nazionale, la formazione di Roberto Vannacci, che sale al 7,1% con un progresso di sei decimi. È l’unica variazione di un certo peso della tornata, e colloca ormai il partito davanti non solo alla Lega, ferma al 5,9%, ma anche ad Alleanza verdi-sinistra, data al 6,4% (-0,1). Un avanzamento che appare speculare al contestuale arretramento complessivo del centrodestra, con Forza Italia all’8% (-0,1). Le altre liste restano sostanzialmente immobili: Azione al 3,1%, Italia viva al 2,3%, +Europa all’1,4% e Noi Moderati all’1,0%.

Sul piano delle coalizioni, lo schema 2026 vede il cosiddetto campo largo stabile in testa al 44,3%, seguito dal centrodestra al 41,6% (-0,6). Proprio la crescita di Futuro nazionale, accreditato del 7,1% come polo a sé, contribuisce a spiegare quel calo dello schieramento di governo. Più staccate le aree di centro, al 4,3%. Le variazioni, come sempre, sono calcolate rispetto alla Supermedia di due settimane prima.


L’ennesimo scontro tra Roma e Bruxelles


 IA E RICONOSCIMENTO FACCIALE, SLITTA IL VOTO 

(Tgcom24) – Riconoscimento facciale e intelligenza artificiale potrebbero entrare sempre più negli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine. O forse no. Dopo una decisa accelerata da parte del governo italiano, in merito al decreto legislativo che dovrebbe recepire l’AI Act europeo, è la stessa Bruxelles a mettere il bastone tra le ruote a Roma.

“Il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è una pratica vietata dalla legge sull’IA”, ha affermato il portavoce della Commissione Ue nel “midday briefing” di giovedì. Immediata la replica di Chigi: “Rispettiamo la normativa europea ponendoci all’avanguardia”.

Il provvedimento, esaminato in Commissione Politiche europee del Senato, mira a introdurre norme specifiche sull’impiego delle tecnologie biometriche e apre alla possibilità di conservare per un periodo limitato i dati raccolti dalle telecamere installate in luoghi considerati particolarmente sensibili. […]

Sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle nuove tecnologie biometriche, Bruxelles non sembra aver lasciato molto spazio di manovra: “Non vogliamo che con l’IA ci sia un controllo pubblico su dove noi e voi ci spostiamo quotidianamente negli spazi pubblici accessibili, quindi questo è un chiaro divieto”, ha ribadito il portavoce.

Per poi ammorbidire la posizione lievemente: “Sul caso specifico italiano non ho tutti gli elementi, quindi non sto giudicando in anticipo ciò che sta accadendo attualmente in Italia”.

Da Roma, fonti di Palazzo Chigi hanno assicurato: “L’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà”. […]

VIA LIBERA COMMISSIONI CAMERA SUL RICONOSCIMENTO FACCIALE, INSERITI PALETTI

(ANSA) – Via libera delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera al parere favorevole sullo schema di decreto legislativo di recepimento dell’AI Act europeo. Pur esprimendo un giudizio favorevole, nei loro pareri le commissioni invitano il governo a rafforzare alcune garanzie: tra le principali osservazioni figurano la richiesta di affidare al giudice l’autorizzazione al riconoscimento facciale in tempo reale, di prevedere un controllo umano rafforzato sui risultati prodotti dai sistemi di IA, di definire meglio le banche dati utilizzabili e di chiarire che gli esiti dei sistemi di intelligenza artificiale non possano costituire da soli prova nei procedimenti penali, ma soltanto elementi di supporto alle indagini. A quanto si apprende, il via libera – dopo lo stop registrato invece alla commissione Affari europei – è arrivato con i voti della maggioranza, mentre le opposizioni hanno votato contro. 


Opulentia Festival, domani Antonio Padellaro con il suo nuovo libro “Quando eravamo felici”


Che cosa resta di un Paese quando cambiano i suoi sogni? Dove finiscono le speranze collettive, le passioni civili e le parole che hanno attraversato intere generazioni?

A queste domande proverà a dare risposta il nuovo appuntamento firmato Opulentia Festival, che nel quadro della sua X Edizione propone un graditissimo ritorno: quello di Antonio Padellaro, storico giornalista, saggista ed editorialista de Il Fatto Quotidiano.

L’evento si terrà domani, Venerdì 31 Luglio, alle ore 18:30, presso Viale Sant’Antonio alla Frazione Valle a Cervinara. Partendo dalle pagine del suo ultimo libro, “Quando eravamo felici” (Edizioni Piemme), Padellaro proporrà un racconto che intreccia memoria personale e storia italiana, restituendo il volto di un Paese in costante trasformazione che continua a interrogare con forza il proprio presente.

L’incontro si aprirà con i saluti e l’introduzione di Tommaso Bello, ideatore di Opulentia Festival, e sarà moderato dalla giornalista Manuela Mazzariello. L’appuntamento si inserisce nel ricco programma del decennale della kermesse ed è realizzato con il patrocinio morale del Comune di Cervinara, un importante segnale di vicinanza e sostegno alle attività culturali del territorio. L’ingresso alla manifestazione è completamente gratuito.

“Siamo molto soddisfatti per questa decima edizione del Festival Opulentia – spiega Bello – Dieci anni. Dieci anni in cui, passo dopo passo, la Valle Caudina ha trovato in noi un punto di riferimento. Non per caso, non per moda. Ma perché qui la gente ha trovato un rifugio culturale. Un luogo dove venire anche “senza motivo”. Dove si partecipa con attenzione, si ascolta, ci si riconosce. A prescindere dall’evento, a prescindere dal nome in cartellone.

E questa è la cosa di cui andiamo più orgogliosi. Perché significa che la gente ha ancora voglia di contare. Ha voglia di sentirsi parte, di pensare insieme, di stare insieme. Soprattutto in tempi complicati come questi, in cui la politica, la cultura e il sociale sembrano parlare lingue diverse tra loro. Noi abbiamo scelto di tenere aperto uno spazio. Di cura, di confronto, di bellezza.

Ed è per questo che siamo felici e onorati di ritrovare Antonio Padellaro. Ormai amico della nostra kermesse, firma autorevole del giornalismo italiano. Un signore del giornalismo italiano che ha deciso di affezionarsi alla nostra manifestazione e di tornare. Con lui affronteremo, come sempre facciamo qui, i temi politici più urgenti del nostro presente. Senza retorica, con il coraggio delle parole”.


Aquara riaccende il cuore delle sue tradizioni: torna “Radici”, il viaggio tra sapori, musica e memoria cilentana


Dal 31 luglio al 2 agosto il borgo alburnino si veste di festa con danza, folklore, gastronomia e il grande ritorno del Carnevale Estivo

C’è un luogo dove le tradizioni non vengono semplicemente ricordate, ma tornano a vivere attraverso i suoni, i profumi e i racconti di una comunità. È Aquara, pronta ad accendere nuovamente i riflettori sulla propria identità con la terza edizione di “Radici: Arte e Sapori”, la manifestazione culturale ed enogastronomica che da domani, 31 luglio, fino al 2 agosto, trasformerà il borgo in un percorso emozionale tra memoria, spettacolo e sapori autentici del Cilento. Organizzato dalla Pro Loco di Aquara, l’evento animerà Piazza Indipendenza e le caratteristiche vie del centro storico, le antiche strettule, dando vita a un grande racconto collettivo fatto di musica popolare, arte, tradizioni e gastronomia. Un viaggio immersivo nel cuore degli Alburni, dove ogni angolo del paese diventerà un luogo di incontro e condivisione. “Radici: Arte e Sapori” si conferma così come un appuntamento capace di valorizzare il patrimonio culturale immateriale del territorio, mettendo insieme generazioni diverse e creando un ponte tra le testimonianze del passato e la voglia di vivere il presente. Un evento che non nasce come semplice festa gastronomica, ma come celebrazione dell’identità di una comunità.

“Con questa terza edizione di “Radici” vogliamo raccontare l’anima più autentica di Aquara – afferma Massimiliano Caruso, presidente della Pro Loco di Aquara –. La nostra idea è quella di costruire un’esperienza che vada oltre il concetto di sagra, mettendo al centro le nostre tradizioni, i nostri sapori e la nostra storia. Quest’anno abbiamo voluto arricchire ulteriormente il programma grazie alla collaborazione con il Carnevale di Laviano, creando un momento di forte valore culturale e di condivisione tra comunità”.

Ogni sera, a partire dalle ore 19.30, l’apertura degli stand enogastronomici darà il via a un percorso del gusto accompagnato da artisti di strada, musica itinerante e spettacoli che accompagneranno visitatori e cittadini tra le vie del borgo. La serata inaugurale di venerdì 31 luglio sarà dedicata all’arte e al movimento con la X Rassegna “Aquara in Danza”, curata dall’Associazione A.C. Tersicore, in programma alle ore 20.30 in Piazza Indipendenza. A mezzanotte il borgo cambierà ritmo con il primo appuntamento del DJ Set dedicato ai più giovani. Sabato 1 agosto sarà invece la serata delle sonorità della terra: alle ore 21.30 Piazza Indipendenza ospiterà il concerto dei Tarantanobes, pronti a coinvolgere il pubblico con l’energia della musica popolare e della taranta. La festa proseguirà fino a tarda notte con il secondo appuntamento del DJ Set. Il gran finale, domenica 2 agosto, sarà dedicato alle radici folkloristiche del territorio. Alle ore 19.00, con partenza da Piazza Vittorio Veneto, prenderà vita il Carnevale Tradizionale Estivo Aquarese, con la sfilata delle maschere lungo le suggestive strettule del centro storico fino all’arrivo in Piazza Indipendenza. Un momento particolarmente atteso sarà la partecipazione del Carnevale di Laviano, protagonista con la celebre “Rappresentazione dei 12 mesi dell’anno”, affiancata dalla dolce e coinvolgente “Rappresentazione del Carnevale Aquarese dei Piccoli”. La serata si concluderà alle ore 21.30 con il concerto dei Valcalore, tra musica etno-popolare e atmosfere legate alla tradizione.

Grande protagonista sarà anche il percorso gastronomico, che accompagnerà i visitatori alla scoperta dei sapori più autentici della cucina cilentana. Tra le proposte del menù troveranno spazio i cavatelli al sugo di castrato, i fusilli cilentani con fiori di zucca, pomodorino giallo e pancetta, le muligname ’mbuttunate, la braciola con melanzane a funghetto, lo spezzatino e l’immancabile caciocavallo impiccato. A rendere ancora più caratteristica l’esperienza saranno le “Idrie”, l’antica moneta simbolica della manifestazione ispirata ai contenitori d’acqua legati alle origini del nome e dello stemma di Aquara. Un modo originale per vivere la festa e riscoprire, anche attraverso un semplice gesto quotidiano, il legame profondo tra storia e territorio.

“Radici: Arte e Sapori” è realizzato dalla Pro Loco di Aquara con il patrocinio e il supporto di UNPLI, UNCEM Campania, Comune di Aquara e Forum dei Giovani. La manifestazione è resa possibile grazie al sostegno dei partner che hanno scelto di accompagnare questo progetto di valorizzazione territoriale: BCC Aquara, Durso Srl, Mellilo Fiori e Piante e Convergenze. Tre giorni per riscoprire il valore delle proprie origini, lasciarsi coinvolgere dalla musica, dai colori e dai sapori di una terra autentica. Ad Aquara le radici non sono soltanto memoria: sono energia, identità e futuro.


Grillo, perché tanto rancore per M5s? Mi aspetto l’assist al ritorno di qualche ‘traditore’


Furono gli iscritti a farlo decadere. Ma pare che l’ex garante abbia ancora del rancore latente dal 2024 quando in qualche maniera fu messo alla porta

Grillo, perché tanto rancore per M5s? Mi aspetto l’assist al ritorno di qualche ‘traditore’

(di Giovanni Muraca – ilfattoquotidiano.it) – La stessa aria degli anni tra il 2009 e il 2018 si sta respirando in questi giorni, ma con declinazioni diverse.
Dalle leggi ad personam a quelle ad imperium, dallo spread alle stelle a una situazione economica drastica e un caro vita più insistente, il quale fa sì che qualsiasi ceto sotto i settantamila euro di retribuzione faccia fatica ad arrivare a fine mese. Ed è in questo malcontento che le piazze cominciarono a scaldarsi. Quelle folle nate nel 2005 come sostenitori di un allora visionario, le quali si trasformarono poi in Meetup grazie anche al suo blog; le stesse che fecero da volano a una rete salda sul territorio per percorrere i primi passi verso il futuro: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento che nasceva come protesta e che da qualche anno si colloca verso un’area progressista.
Dopo la morte di Gianroberto Casaleggio – l’altra mente che insieme a Grillo diede vita al partito guidato ora da Conte – la figura del comico genovese ha cambiato completamente i connotati e una netta spaccatura col “Fu Movimento” arriva dopo la caduta del governo “giallo-rosa” nel 2021.

Durante la formazione del governo tecnico post pandemia, arrivano le prime contraddizioni. Mario Draghi dichiarò che senza il Movimento l’esecutivo non avrebbe preso vita. Con “l’era Crimi” ancora in corso, Grillo diede l’ok e il movimento entrava a far parte della coalizione, definendo Draghi (che impersonificava tutto ciò per cui ha sempre combattuto) “un grillino”, come lo stesso Cingolani (che diventerà Ministro della transizione ecologica, poi amministratore delegato e DG di Leonardo). Lo stesso fondatore, dopo la prima esperienza da Premier (allora individuato come Premier nel 2018 dai due partiti più votati in quella tornata elettorale come figura “super partes”), richiamò lo stesso Giuseppe Conte nel 2021 per diventare segretario di partito dopo l’entrata nel governo Draghi.

Nel frattempo, una vicenda arriva come una spada di Damocle sulla testa di Grillo: il figlio Ciro viene accusato di stupro insieme ad altri tre amici (che verranno condannati in primo grado nel 2025 – iter di appello nel novembre 2026).

Durante quel periodo, cominciano i primi comunicati scomposti da parte del garante verso il proprio segretario. Una sorta di insulti e sbeffeggi a cielo aperto che facevano trapelare che qualcosa si sarebbe rotto. La resa dei conti di queste tensioni (spesso placate dall’ironia dell’attuale segretario) arriva nell’assemblea di partito del novembre 2024 all’Eur: tra i temi principali ci sono l’abrogazione del garante (che in quel periodo era Beppe Grillo) e la questione alleanze. Furono proprio gli iscritti a votare a favore delle due proposte, facendo così cadere il ruolo del comico all’interno del movimento (che non prese benissimo visti i video postati pre e dopo).

Ma pare che l’ex garante abbia ancora del rancore latente dopo la sconfitta del 2024 quando in qualche maniera fu messo alla porta: proprio qualche giorno fa, è tornato a tuonare contro la “sua” creatura. “I rivoluzionari hanno scoperto il palazzo”, “M5s doveva cambiare politica, ma politica ha cambiato loro”: sono le frasi che giungono dal blog contro la gestione di Conte.
Bisogna capire quale sia il fine dell’ennesimo nuovo attacco. A parte l’ulteriore “conticidio” sotto elezioni, dove vuole arrivare Grillo? È solo uno sfogo di antichi dissapori o un assist a una possibile discesa in politica di attori duri e puri del movimento prima maniera epurati o metaforicamente “traditori”?

Tra coloro che sono “schedati” come avversari primari del Movimento ci sono stati prima Berlusconi e poi Renzi. Su quest’ultimo lo poniamo come chi crea e poi distrugge, sul tema in questione, ora, qual è la differenza con Grillo? Tra i due, il secondo si fa più male. Renzi rottama quello che costruiscono gli altri, Grillo si è auto-rottamato. E quando sei tu per primo ad essere il principale fautore di tutto, è ancora più frustrante accettare la biodegrabilità di un’era che non c’è più.


Grillo attacca ancora Conte pubblicando un suo video del 2022. Ma viene sommerso dalle critiche: “Post disonesto”


Il fondatore del M5s posta sui social un vecchio video in cui Conte sosteneva Draghi, a circa un anno dal suo insediamento. Ma sotto il posto decine di utenti lo attaccano: “Sei sleale”

Grillo attacca ancora Conte pubblicando un suo video del 2022. Ma viene sommerso dalle critiche: “Post disonesto”

(ilfattoquotidiano.it) – Non si ferma lo scontro a distanza a colpi di post e dichiarazioni tra Beppe Grillo e il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte. L’ultima puntata è un video pubblicato da Grillo sui social con il commento “Sblocchiamo in ricordo”. Si tratta di un filmato di gennaio del 2022, in cui Giuseppe Conte ribadiva il sostegno del M5s al governo di Mario Draghi, a circa un anno dal suo insediamento. “Non possiamo giocare – diceva allora Conte – nessuno si permetta di dire che il Movimento dice no a Draghi. Il Movimento dice sì a Draghi, l’ha detto quasi un anno fa quando il Paese era in ginocchio con una grande assunzione di responsabilità, consapevoli del percorso politico che avrebbe comportato, visto che abbiamo perso 40 parlamentari”, e “oggi che la nave è ancora in tempesta il Movimento dice sì a Draghi, anzi rafforza il suo sì”.

Sotto il video sono decine gli utenti che criticano Grillo e lo accusano di essere sleale e di pubblicare un filmato senza contesto. “Qui Conte sta solo sottolineando quanto deciso da Grillo. Fine del discorso” fa notare uno di loro, sintetizzando il pensiero di molti. Altri ricordano che il sostegno dell’ex comico a Draghi fu determinante nel decidere l’appoggio del M5s al governo. Nel 2021 infatti Grillo aveva incontrato Draghi in occasione delle consultazioni per la formazione dell’esecutivo: “Mi aspettavo il banchiere di Dio, invece mi sono trovato davanti un grillino” aveva detto al termine del colloquio.

Il botta e risposta tra il padre fondatore del M5s e l’attuale leader era iniziato ieri, mercoledì 29 luglio, con un intervento di Grillo in cui, dopo molto tempo di silenzio, era tornato ad attaccare la sua creatura. Il Movimento 5 stelle, aveva scritto “ha perso la sua identità e la sua diversità”. Il M5s “era nato per cambiare la politica, poi la politica ha cambiato il Movimento, ma le domande che lo hanno fatto nascere sono ancora tutte qui”. A stretto giro di posta gli aveva risposto lapidario Giuseppe Conte: “Lui aveva detto che Draghi è un grillino, fate voi”.


Scarpinato: “Intercettazioni? Ci sono partiti che garantiscono mafia e colletti bianchi”


Il senatore del M5s, intervenendo in Senato, ha attaccato duramente la maggioranza: “Il governo disarma lo Stato. La storia chiederà loro conto di questo tradimento della legalità”

Il senatore del M5s, Roberto Scarpinato, intervenendo in Senato sul decreto giustizia-migranti ha attaccato duramente la maggioranza per la cancellazione degli emendamenti sulle cosiddette “intercettazioni a strascico”. “Da oggi è ancora più chiaro a tutti gli italiani che ci sono forze politiche la cui missione è garantire in tutti i modi i protagonisti della corruzione e della mafia dei colletti bianchi“, ha dichiarato. “Prendiamo atto che viviamo in un Paese in cui la corruzione e le collusioni sono sistemiche e in cui la maggioranza ha deciso deliberatamente di disarmare lo Stato davanti ai reati dei potenti – prosegue -. La storia chiederà loro conto di questo tradimento della legalità”.

“Il rapporto Italia sotto mazzetta dell’associazione Libera offre un panorama spaventoso: solo nell’ultimo anno si contano 96 grandi inchieste per corruzione con oltre 1.028 indagati a livello nazionale. Come se non bastasse, quando ad aprile il procuratore nazionale antimafia, spinto dall’allarme di tutte le procure antimafia, ha pubblicamente certificato che il centrodestra ha provocato un disastro, FdI si è trovata con il cerino in mano. Ed ecco la sua alzata di ingegno: la presentazione di un emendamento che pur consentendo l’utilizzazione delle intercettazioni in altri procedimenti per reati con l’aggravante mafiosa, manteneva intatto il divieto di utilizzarle per i reati di corruzione e per altri gravi reati della criminalità dei colletti bianchi. Ma Forza Italia ha comunque serrato le fila, anticipando che avrebbe votato contro. Così per uscire dall’impaccio sono stati costretti a buttare la palla in tribuna, mettendo il voto di fiducia su un testo che non prevede emendamenti sulle intercettazioni”, conclude


Trump sta strozzando Cuba


CUBA: SETTE CATENE ALBERGHIERE LASCIANO IL PAESE, TURISMO QUASI PARALIZZATO

(ANSA) – Il governo cubano ha riconosciuto l’uscita dal Paese di sette catene alberghiere internazionali che gestivano il 46% delle camere disponibili sull’isola, oltre 80 mila secondo i dati ufficiali, denunciando una “paralisi quasi totale” del settore turistico, uno dei principali motori dell’economia nazionale.   

Il primo ministro Manuel Marrero ha attribuito la crisi alle pressioni degli Stati Uniti, al blocco delle forniture petrolifere e alla minaccia di sanzioni contro le aziende internazionali. Secondo Marrero, il 73% delle strutture alberghiere è attualmente chiuso, con 25 mila posti di lavoro a rischio.

Tra le catene che hanno lasciato Cuba figurano le spagnole Meliá, Iberostar e Barceló, la canadese Blue Diamond, l’indonesiana Archipielago International e la turca ATG. La crisi del turismo si inserisce in un quadro economico difficile, con il Pil cubano diminuito del 15% negli ultimi sei anni secondo dati ufficiali.

A CUBA NUOVO RECORD DI BLACKOUT, SENZA ELETTRICITÀ IL 74% DELL’ISOLA CARAIBICA

(ANSA) – Cuba si prepara a una nuova giornata di blackout record. Secondo le previsioni della compagnia elettrica statale Une, nelle ore di massimo consumo di questo pomeriggio resterà senza corrente il 74% dell’isola, la quota più elevata da quando, nel 2022, hanno iniziato a essere diffusi i dati ufficiali sul sistema elettrico.

I precedenti picchi, pari al 72%, erano stati registrati il 5 e il 17 luglio. Per la fascia di maggiore domanda, la Une stima una capacità di generazione di appena 850 megawatt a fronte di un fabbisogno di 3.200 MW, con un deficit previsto di 2.380 MW.

Nove delle 16 unità termoelettriche del Paese risultano fuori servizio per guasti o manutenzione, compresa la centrale Antonio Guiteras, la più grande del Paese. Cuba è alle prese da oltre due anni con una grave crisi energetica, aggravata dalla carenza di investimenti e di combustibile, che si traduce in interruzioni quotidiane dell’erogazione di energia elettrica e in ripetuti blackout nazionali.


Grillo, Conte e un nuovo movimento


(Tommaso Merlo) – Grillo ha ragione, la politica ha cambiato il fu Movimento più che l’opposto. Ma ha ragione anche Conte e cioè che se il Movimento è defunto è anche perché Grillo lo ha voluto nel governo Draghi-Berlusconi. Un colpo di grazia. C’è chi si chiede se tutto si limiterà alla solita bega tra le due primedonne o se sotto la cenere c’è ancora qualche genuina scintilla politica. C’è chi si chiede se Conte riuscirà finalmente a portare il fu Movimento nel Campo Santo dove aleggia perfino lo spettro di Renzi o meno. E c’è chi si domanda se Di Battista scioglierà la riserva e ci proverà a fare opposizione. L’unico fatto politico certo è che la porzione di popolo italiano scontento ed arrabbiato che fece la fortuna del Movimento 5 Stelle, è ancora lì. E invece di rassegnarsi e diminuire, è aumentata a dismisura. Siamo al partito di maggioranza assoluta che impreca ogni volta che qualche politicante apre bocca e attende con ansia qualcosa di votabile o che addirittura riesca a riaccendere la speranza che si possa uscire da sto deprimete pantano. Il vecchio sistema pensava che la restaurazione avrebbe ristabilito la normalità partitocratica, era certo che dopo la sbornia movimentista i cittadini si sarebbero rimessi a sorbirsi la solita sciapa minestrina politica e mediatica. Classi deficienti che riuscite a rimanere in sella invecchiano satolle tra palazzi rococò e studi televisivi al motto di “Se stessi first”. Potere, visibilità, prestigio ed ovviamente generosi assegni a fine mese. Presunti politici, finti giornalisti, sedicenti celebrità della discarica mediatica vittime del proprio personaggio pubblico che pretende il sipario non cali mai. Un fatale tappo frutto di una sottocultura egoistica. Ed eccoci qui. Dopo anni di penosi governi sfornati nei palazzi, siamo al governo più a destra dai tempi del pelatone. Sembrava dovessero combinare sfracelli ed invece si sono rivelati peggio del Pd anche nel non concludere nulla. Solo fatti loro come ostacolare la giustizia o leggi elettorali e nomine, nessuna sensibilità per i più fragili e neanche un cenno sulle questioni sistemiche. Identici anche oltralpe nel loro ostinato servilismo all’America, alla Nato, ai parassiti di Bruxelles e al delirio bellico che ne consegue. E tutto questo mentre l’Italia rischia letteralmente di scomparire perché gli anziani non sono eterni, i giovani migliori scappano all’estero e quelli che restano rinunciano perfino a fare figli. L’Italia è in un deprimente pantano, in balia di una politica incapace di risolvere i sempiterni problemi e di partorire una via di uscita. Cittadini impoveriti e spaesati da una parte, politica inetta ed arrogante dall’altra. Ed è da questo fossato che nasce il partito di maggioranza assoluta che non segue e che non vota. Lo spazio quindi non manca, va capito cosa fare. Ora, la nostalgia è inutile anche in politica e la storia non ha la retromarcia. Dal passato vanno salvati solo i bei ricordi e le lezioni utili e il fu Movimento ha insegnato molto. Tipo che si può conquistare perfino il potere senza mezzi ma con un buon progetto. E che i vecchi partiti non sono affatto indispensabili a fare politica, anzi. Quei celebri cittadini scappati di casa sono arrivati al potere e hanno sfornato più provvedimenti in pochi mesi che pidioti e melonani in anni di chiacchiere a vanvera. E tutti provvedimenti a favore dei cittadini e intelligenti. Fatti inconfutabili. La breve ma intensissima stagione riformista del Movimento ha dimostrato che i cittadini in democrazia sono in grado di passare ai fatti e che sono molto meglio dei politicanti in carriera. Un punto fondamentale e più attuale che mai. Viviamo in un vero e proprio sistema politico, economico e mediatico sempre più potente perché con ramificazioni internazionali, una sorta di mafia lobbistica che opera nel solco del pensiero unico neoliberista. E cioè non importa più chi vince le elezioni, il sistema vince sempre e la sua missione primaria è la propria conservazione. Il cambiamento è quindi una sfida durissima. Serve uno slancio, una determinazione, un idealismo, una forza, una indipendenza che solo cittadini liberi e cioè esterni al sistema possono avere. Cittadini estranei alle reti di potere e ai rapporti incestuosi ma anche ai rigurgiti ideologici e alle melasse partitiche e soprattutto estranei alle esigenze poltronistiche e alle ambizioni personali. Un punto davvero essenziale. Cittadini al servizio esclusivo di altri cittadini e del bene comune che non è altro che la definizione di vera democrazia. La propria comunità, first. Le cose da fare, first. I valori autentici, first. Non politica come carriera ma come genuino e disinteressato servizio pubblico. Indietro non si torna ma l’esperienza del Movimento insegna che si può fare e che vale la pena provarci. E al di là delle beghe tra primedonne e ammuffite strategie elettorali, la speranza è che in un modo o nell’altro riparta da sotto la cenere una nuova esperienza movimentista che riaccenda la speranza e termini il lavoro cominciato. Quello di liberarci per sempre di un sistema corrotto e fallito salvando il nostro paese e tutti noi.


Il campo largo davanti alla prova della guerra


La segretaria del Partito Democratico (Pd) Elly Schlein, Il presidente del Movimento 5 Stelle (M5s) Giuseppe Conte, Il segretario di Sinistra Italiana (Si) Nicola Fratoianni, Il co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, Maria Elena Boschi di Italia Viva, Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ed altri delle opposizioni durante il deposito del quesito sul referendum contro lÕautonomia, insieme alle organizzazioni sindacali, ai partiti dellÕopposizione e a tante associazioni, presso la Corte di Cassazione, Roma, 05 luglio 2024. ANSA/ANGELO CARCONI

I. Non si sceglie il Foglio per caso

(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – Abbiamo aspettato, immaginando che un’intervista di quella nitidezza politica avrebbe suscitato un dibattito serio a sinistra. Invece non è successo nulla, se non qualche commento tiepido e superficiale. Vale la pena allora analizzare per intero cosa Schlein ha detto al Foglio e cosa la mancata risposta dei suoi possibili alleati significhi.

Elly Schlein ha scelto, probabilmente non a caso, quel giornale per ribadire la propria posizione sull’Ucraina, sull’Europa, sulla difesa comune, sul modo in cui il suo partito intende la politica internazionale, oltre a qualche altro pensierino inconsistente dal punto di vista dei contenuti.

Un’ora e quaranta al telefono con il direttore Claudio Cerasa, che ha ammesso la notevole stanchezza di entrambi alla conclusione di quel lungo colloquio, e non facciamo certo fatica a credergli.

Il Foglio è il quotidiano dell’establishment oltranzista eurounitario e atlantista, con una linea editoriale che da anni caldeggia, per usare un eufemismo, continue cessioni di sovranità nazionale, sostegno illimitato all’Ucraina senza tentennamenti e totale vicinanza, sbandierata, alle politiche di Israele. Rappresenta una visione politica totalmente asservita alla tecnocrazia eurounitaria. Parlare al Foglio significa tentare un’interlocuzione che non riguarda un elettorato di massa, vista la contenutissima diffusione del giornale, ma i settori atlantici ed europeisti che decidono le cornici entro cui la politica italiana si muove.

È a loro che si vuole ribadire la propria affidabilità in vista di un’auspicata fase post-meloniana, ed è in quei settori che si cerca quella legittimazione necessaria a proporsi come gestore alternativo dello stesso progetto che oggi Meloni amministra.

II. Convintamente

L’avverbio che la segretaria del PD usa con maggiore enfasi rappresenta la vera natura dell’intervista.

Schlein lo pronuncia due volte prima ancora che le venga chiesto dell’Ucraina, e non lo utilizza come formula decorativa: abbiamo votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi a disposizione.

Quel convintamente serve a ribadire che il collocamento politico del PD non è frutto di una scelta contingente, dettata da un ragionamento articolato sugli schemi di sicurezza continentale o da una lettura strategica delle cause del conflitto, ma costituisce l’adesione a una narrazione propria di quel partito, senza margini di ripensamento.

La formula con tutti i mezzi copre, nel concreto, ogni escalation militare futura e implica la scelta di legittimare il sostanziale via libera ai colpi in profondità sul territorio russo, sia contro obiettivi militari sia contro obiettivi civili, come sta avvenendo. Il convintamente copre tutto.

Il ragionamento si fa ancora più netto quando afferma che chiunque non riconosca, in questa storia, chi sia l’aggredito e chi l’aggressore sbaglia.

Sono passati oltre quattro anni dall’inizio del conflitto. Le prime posizioni propagandistiche avrebbero dovuto ormai consumarsi e le opinioni pubbliche europee hanno in larga parte compreso che il racconto agiografico dell’Ucraina come culla della democrazia, baluardo della libertà e fonte di salvezza della civiltà occidentale è una ricostruzione grottesca e verificabilmente falsa. Schlein, invece, continua a riproporre lo slogan grossolano dell’aggressore e dell’aggredito, senza alcuna remora nell’offendere l’intelligenza altrui.

Incurante di sviluppare un ragionamento appena più complesso e, soprattutto, di tenere a mente un minimo di storia recente, la segretaria del PD lascia passare l’idea che per la prima volta in Europa si siano ridisegnati i confini con l’uso della forza.

A questo punto è diventato quasi stucchevole dover ricordare che la ridefinizione dei confini europei mediante la forza non è affatto un evento inedito, iniziato dalla Russia nel 2022. Fu pratica sistematica delle potenze atlantiche in tempi non remoti e, nel caso della ex Jugoslavia, rappresentò un precedente politico deliberato.

I bombardamenti NATO sulla Serbia del 1999, senza autorizzazione ONU, e la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo nel 2008 furono operazioni deliberate per favorire le mire strategiche atlantiche nell’Europa centro-orientale.

La coalizione di centrosinistra che allora governava l’Italia, con Massimo D’Alema presidente del Consiglio e Sergio Mattarella ministro della Difesa, portò per la prima volta il Paese in una guerra dal 1945 e possiamo dire che quella circostanza rappresentò un ulteriore punto di svolta di un’intera classe dirigente verso l’adesione piena e incondizionata al progetto egemonico euro-atlantico.

Fu quella un’ulteriore mutazione che determinò poi la natura del PD che oggi Schlein guida, e la segretaria, insieme all’intero partito, si guarda bene dal fare i conti con quella memoria storica recente.

La vacuità dei contenuti, più funzionali alla manipolazione dell’opinione pubblica che a una seria riflessione, emerge ancora meglio nel passaggio successivo.

Schlein articola una critica solo apparente all’operato dell’Unione europea e, per farlo, pronuncia una formula che vale la pena analizzare parola per parola: «Lo dico da sinistra», esordisce, con un tentativo surrettizio di collocarsi in un settore politico che è tutto tranne che di sinistra, e prosegue sostenendo che l’Europa ha fatto poco per provare, diplomaticamente, a isolare Putin e a costringerlo a negoziare una pace giusta.

Il periodo va analizzato parola per parola, perché la sostanza politica emerge esattamente dalla sua incoerenza.

L’Europa ha fatto pochissimo per isolare Putin? In realtà ha fatto tutto ciò che era in suo potere: ventuno pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa fra il 2022 e il 2026, esclusione dal circuito SWIFT, chiusura dello spazio aereo europeo, confisca di beni russi per centinaia di miliardi, espulsione di diplomatici in numeri senza precedenti, isolamento sportivo, culturale e accademico.

Non si può non ricordare che nessun provvedimento sanzionatorio dell’UE ha mai riguardato Israele, nonostante l’accertata violazione sistematica del diritto internazionale a Gaza e in Libano. Se questo è poco, cosa sarebbe molto? Il resto del mondo ha mantenuto rapporti con Mosca semplicemente perché non ha condiviso quell’operazione, e questo dovrebbe far riflettere anche la segretaria.

E ancora: cosa significa «costringere diplomaticamente Putin a negoziare una pace giusta»? La costrizione, per definizione, non è diplomatica: è l’imposizione di condizioni contro la volontà del soggetto. La diplomazia è invece la capacità di trovare accordi fra parti che mantengono la propria autonomia di scelta.

Costringere diplomaticamente è un ossimoro.

E, naturalmente, la pace giusta, nella logica di Schlein, è solo quella dal punto di vista dell’Ucraina, ossia il ripristino dei confini precedenti e la sconfitta strategica russa, come ripete spesso Sergio Mattarella.

III. Israele e Iran, cioè il silenzio

In un’intervista che dedica gran parte del suo spazio al quadro internazionale, Israele non compare mai, l’Iran non compare mai, così come non compaiono gli attacchi americani ai siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan del 22 giugno scorso.

La crisi nello Stretto di Hormuz è nominata di sfuggita, come semplice promemoria del fatto che l’Europa è esposta a shock energetici, non come conflitto in corso con protagonisti ben individuabili.

Gaza subisce la stessa sorte, così come la distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie palestinesi, l’aggressione israeliana al Libano e l’ecatombe documentata dalle Nazioni Unite tra la popolazione palestinese. Il silenzio non potrebbe essere più eloquente.

Il convintamente sull’Ucraina si accompagna a un silenzio altrettanto convinto su Gaza e sull’Iran. La pace giusta vale soltanto per un fronte; qui non esistono aggrediti e aggressori, né diritto internazionale. Quel silenzio indica una direzione precisa: su alcune vicende internazionali il PD tace convintamente.

IV. La guerra divora tutto

Tra burro e cannoni, senza dubbio cannoni.

Schlein parla di salari, formazione, ricerca, transizione ecologica, riduzione delle bollette, credito alle piccole imprese e presenta il PD come un partito impegnato su questi fronti.

Poi, separatamente, parla di convintamente, di tutti i mezzi, di più Europa, di difesa comune, di esercito unico europeo. I due mondi vengono tenuti artificialmente separati, come se non comunicassero, mentre in realtà si toccano brutalmente.

Il vertice NATO dell’Aia del giugno 2025, ratificato ad Ankara nel luglio 2026, ha fissato al cinque per cento del PIL la spesa militare degli alleati europei entro il 2035.

Sono centinaia di miliardi che verranno sottratti alla sanità, alle pensioni, alla scuola e ai salari. Ma, secondo Schlein, tutte queste questioni sarebbero autonome, come se non dipendessero dai cannoni.

Anche qui è difficile comprendere come si possa far finta di non sapere che, se lo Stato spende convintamente per armare l’Ucraina, per riarmare l’Europa e per sostenere un esercito unico europeo, non potranno poi esserci le stesse risorse per difendere salari e Stato sociale.

Tenere separati questi due piani costituisce una menzogna strutturale, funzionale a consentire al PD di presentarsi come partito dei salari e del welfare mentre vota convintamente i pacchetti che sottraggono le risorse necessarie a finanziarli.

Sull’esercito unico europeo occorre allora soffermarsi con qualche domanda che alla segretaria del PD non è stata posta. Chi comanderebbe l’esercito europeo? Sotto quale mandato politico e democratico deciderebbe di impiegarlo?

Un esercito comune presuppone una reale politica estera comune. Esistono oggi le condizioni in Europa per procedere a questa ulteriore e definitiva cessione di quel poco di sovranità rimasta?

La Slovacchia di Robert Fico rivendica apertamente il dialogo con Mosca. La Bulgaria, dopo la vittoria elettorale di Rumen Radev con Bulgaria Progressista nell’aprile 2026, ha sospeso l’invio di armi all’Ucraina e ha ribadito la necessità di un negoziato serio. L’Ungheria post-Orbán, guidata da Péter Magyar dal maggio 2026, formalmente più allineata con Bruxelles, dovrà dimostrare fino a che punto sarà disposta a sposare il convintamente di Schlein sull’invio di armi. La Grecia mantiene posizioni distinte su Cipro e sul Mediterraneo orientale, mentre il fronte franco-tedesco continua a contendersi il pilotaggio politico dell’Unione.

L’esercito europeo, senza una vera politica estera comune, sarebbe lo strumento operativo di chi lo dirige politicamente. E chi lo dirigerebbe non sarebbe l’inesistente Unione europea, ma il ceto euro-atlantico, tecnocratico e democraticamente irresponsabile, che ha già scelto la direzione strategica.

La segretaria di un partito grande come il PD dovrebbe rispondere pubblicamente a domande di questa portata. Ma non lo fa: un po’ per mancanza di capacità culturale e politica, un po’ perché è difficile spiegare che la cornice dottrinaria che anima queste posizioni è la stessa che Zbigniew Brzezinski aveva articolato nel 1997 con La grande scacchiera. Da quella dottrina è derivata l’espansione della NATO verso Est, applicata coerentemente da quattro amministrazioni americane di colore politico solo apparentemente diverso.

Il convintamente di Schlein rappresenta proprio l’adesione a quel pilota automatico evocato da Mario Draghi nel marzo 2013, quando, da presidente della BCE, dichiarò che l’Italia avrebbe proseguito sulla strada delle riforme indipendentemente dall’esito elettorale.

La segretaria del PD non rivendica una volontà politica autonoma: rassicura i decisori euro-atlantici che il pilota automatico continuerà a funzionare tranquillamente anche con il PD al governo. Quel pilota automatico si è ormai esteso alla politica estera e di difesa e, distruggendo qualsiasi tendenza alla sovranità popolare, spalancherà le porte a una destra come quella di Vannacci.

Dicevamo che l’intervista è una miniera e dovrebbe seriamente far riflettere.

Schlein cita Mark Carney, primo ministro canadese, con reverenza e gli attribuisce la formula quasi messianica secondo cui il futuro ordine internazionale verrà costruito a partire dall’Europa.

Abbiamo saputo qualcosa di più su Carney in occasione del World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio. È stato governatore della Banca del Canada, governatore della Banca d’Inghilterra e si è formato in Goldman Sachs. È l’uomo di riferimento della finanza atlantica per eccellenza e, quindi, un naturale punto di riferimento per Schlein e per il ceto politico che rappresenta.

Vale però la pena rileggere ciò che lo stesso Carney ha dichiarato nel suo intervento al WEF del 2026. Ha affermato testualmente che si sapeva «che l’idea dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa: che i più potenti si esentavano quando gli faceva comodo, che le norme commerciali si applicavano in modo asimmetrico, che il diritto internazionale si applicava con rigore diverso secondo l’identità dell’accusato o della vittima». Ha aggiunto che «questa finzione risultava utile» finché l’egemonia americana garantiva beni pubblici, rotte marittime aperte e un sistema finanziario stabile.

Ha poi aggiunto che quell’accordo «non funziona più», che siamo «nel mezzo di una rottura, non di una transizione», e che «non si può vivere sotto la menzogna del beneficio reciproco attraverso l’integrazione, quando l’integrazione si converte in fonte di subordinazione».

Ha inoltre osservato che le grandi potenze hanno utilizzato «l’integrazione economica come arma, i dazi come strumento di pressione, l’infrastruttura finanziaria come coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare».

La contraddizione con la narrazione di Schlein è evidente. Se Carney ammette che l’ordine basato sulle regole era solo parzialmente vero, applicato con un doppio standard a seconda dell’identità dell’accusato, la ricostruzione di Schlein del conflitto Russia-NATO come violazione isolata del diritto internazionale diventa difficilmente sostenibile.

Chi denuncia oggi la Russia come aggressore, dopo aver taciuto per venticinque anni sull’espansione della NATO verso Est, sui bombardamenti della Serbia nel 1999, sull’invasione americana dell’Iraq nel 2003, sulla distruzione della Libia nel 2011, sui bombardamenti israeliani a Gaza e in Libano documentati dall’ONU e sull’attacco americano ai siti nucleari iraniani dello scorso giugno, esercita esattamente quel doppio standard che Carney denuncia.

Se Carney ammette che l’integrazione economica è diventata fonte di subordinazione, Schlein propone invece più integrazione europea, superamento dell’unanimità e federalismo pragmatico: cioè, secondo la stessa logica di Carney, più subordinazione.

Se Carney conclude proponendo l’autonomia strategica, Schlein propone la sostituzione di una subordinazione atlantica statunitense con una subordinazione atlantico-europea, ossia una variante della medesima cornice, almeno fino al ritorno dei Democratici americani al potere.

La segretaria del PD cita come proprio riferimento culturale — che certamente non è il nostro — un uomo che ha dichiarato pubblicamente superata proprio la cornice che il PD continua a difendere, convintamente.

V. Il PD euro-atlantista è coerente

Il quadro che emerge dall’intervista non rappresenta una novità. È la linea fondativa del PD, consolidatasi in un percorso di mutazione almeno quarantennale, che va dallo scioglimento del PCI nel 1991 alla partecipazione italiana alla guerra del Kosovo sotto D’Alema, dalla fondazione del PD nel 2007 fino al governo Draghi, assunto come massimo riferimento ideale, economico e culturale del partito.

Il convintamente di Schlein non rappresenta una conversione recente, ma la coerente prosecuzione di una traiettoria ormai consolidata.

Meloni e Schlein non sono soggetti alternativi, ma due gestioni concorrenti dello stesso progetto euro-atlantico. La differenza consiste nel fatto che Meloni lo amministra con un lessico di destra e conservatore, mentre Schlein si candida a gestirlo dal centrosinistra con un linguaggio europeista e falsamente progressista.

Il progetto resta il medesimo e l’alternanza democratica in Italia si riduce ormai a una vacua alternanza fra gestori dello stesso progetto.

VI. Il problema scaricato su M5S e AVS

È evidente, dunque, che il vero problema politico oggi non riguarda il PD, bensì quella parte della coalizione — M5S, AVS, ciò che resta di Rifondazione e i vari cespugli critici — che, dopo un’intervista di tale nitidezza, vorrebbe ancora costruire un’alleanza elettorale con questo partito.

Sono ormai passati diversi giorni dalla pubblicazione dell’intervista al Foglio e il silenzio degli alleati minori del cosiddetto campo largo è, nella sostanza, già confermato. Si registra appena qualche polemica superficiale contro l’attuale governo, magari accompagnata da un antifascismo di facciata, utilizzato come vernice ideologica per coprire la subordinazione reale ai grandi decisori sovranazionali, in un’operazione politica il cui unico obiettivo sembra essere quello di tornare al governo per amministrare la medesima cornice.

Chi si illude di allearsi con l’agglomerato euro-atlantista rappresentato dal PD, immaginando di poterlo influenzare da una posizione subalterna una volta al governo, ha oggi davanti a sé un enorme problema politico.

Se davvero, come dichiarano, gli alleati minori possiedono piattaforme strategiche differenti da quella del PD, quel problema non è tattico ma esistenziale.

Ed è proprio questo il nodo: l’elettorato di M5S e AVS li ha votati perché non erano il PD sulla guerra e sulle continue cessioni di sovranità all’Unione europea.

Restare nell’alleanza dopo il convintamente di Schlein significa perdere la propria autonoma ragione politica. Uscirne, senza una reale volontà di costruire un’alternativa, significa invece rinunciare alla strada che essi considerano privilegiata per tornare al governo.

In entrambi i casi il rischio è la scomparsa politica.

Non è un caso che tacciano sulla sostanza.

Dalle loro scelte nei prossimi mesi capiremo se opteranno per la subordinazione strategica oppure per un’autonoma esistenza politica.

Nel frattempo, il campo popolare che il PD e i suoi alleati minori hanno progressivamente abbandonato viene occupato da altri.

Vannacci, sui temi della guerra, dell’Unione europea e della critica alla classe dirigente eurounionista, con Ursula von der Leyen come icona ricorrente dei suoi discorsi, entra sempre più in sintonia con un ampio senso comune popolare.

Intercetta le istanze reali di cambiamento, il rifiuto dell’invio di armi in Ucraina e quello delle continue cessioni di sovranità, pur senza aderirvi realmente in profondità.

La destra sovranista, almeno sul piano retorico, segue da anni un percorso ricorrente: intercetta il malessere popolare durante la campagna elettorale e, una volta al governo, si allinea alla finanza, alle grandi imprese e ai poteri forti, contro salari, pensioni, Stato sociale e diritti del lavoro.

La parabola di Meloni e Salvini è già esemplare: dalla contrarietà alle sanzioni e all’invio di armi si è passati all’adesione piena alla linea NATO, al cinque per cento del PIL destinato alla spesa militare e ai sacrifici imposti a salari e servizi pubblici, mentre si trovano risorse per il riarmo.

Vannacci seguirà, con ogni probabilità, la stessa parabola, in una versione culturalmente ancora più aggressiva. Nel frattempo, però, occupa quello spazio.

Meloni evocava Trump e il mondo MAGA fino a poche settimane fa, prima delle recenti offese pubbliche. Schlein continua invece a evocare il mondo democratico obamiano, in attesa del ritorno al potere dopo le presidenziali del 2028.

Sembrano riferimenti opposti; in realtà hanno la stessa matrice.

Obama e il Partito Democratico americano hanno guidato l’espansione della NATO verso Est, il colpo di Maidan del 2014, la distruzione della Libia, il sostegno alle rivolte siriane e il consolidamento dell’appoggio a Israele.

Sono gli stessi assi strategici che Trump ha ratificato e rilanciato: attacco all’Iran, cinque per cento del PIL destinato alla spesa militare degli alleati europei deciso ad Ankara, armi a Kiev e sostegno a Netanyahu.

È lo stesso progetto strategico, con un diverso marketing politico.

E lo sostengono entrambe, convintamente.

Note

  1. Cfr. La Presse“Ukraine: Cavo Dragone, NATO Considering Preventive Strike Against Russia”, 1° dicembre 2025; Newsweek“Russia Hits Back at NATO Plans to Get More Aggressive”, 1° dicembre 2025; Ministero degli Esteri della Federazione Russa, comunicato ufficiale del 1° dicembre 2025; GlobalSecurity.org, documentazione sul comunicato del Ministero degli Esteri russo. Disponibili ai seguenti indirizzi:
  2. Cfr. AGI, “NATO, crisi ucraina e Russia: intervista all’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone”, 29 gennaio 2026:Si vedano inoltre: Quotidiano Nazionale, intervista a Giuseppe Cavo Dragone sul riarmo; Kyiv Independent, intervista del 19-20 luglio 2026, ripresa da AGI il 23 luglio 2026 e da CNBC il 20 luglio 2026:
  3. Mark Carney, “Special Address”, World Economic Forum, Davos, gennaio 2026:


Contro la ferocia della destra serve spiegare la complessità


Chi si oppone all’onda nera, in Italia come in altri paesi, sembra restare con la sola opzione di smarcarsi dall’accusa di tacere, giustificare la violenza di piazza, o proteggere assassini migranti o islamisti. Perché ovunque i problemi sociali sono già inquadrati nei termini imposti dalla destra nativista e autoritaria, ogni lettura dissonante, richiamo alla complessità o introduzione di distinguo è liquidata come inerzia, o complicità

(Giorgia Serughetti – editorialedomani.it) – Per effetto di un meccanismo che appare inarrestabile, ogni nuovo caso di cronaca che coinvolge temi politicamente sensibili, dall’immigrazione agli scontri di piazza, avvantaggia – almeno nei sondaggi – l’estrema destra.

Succede in Germania, dopo l’attentato al Christopher Street Day di Berlino. La comunità Lgbtq+ tedesca, bersaglio della violenza del ventunenne Abdul Ballout, prova a respingere la strumentalizzazione dell’accaduto volta a introdurre nuove strette su migranti e richiedenti asilo, ma la macchina della propaganda di destra funziona a pieno ritmo e non è facile da contrastare. Alice Weidel, leader di Alternative für Deutschland, attacca il governo Merz per la sua sottovalutazione dell’«islamismo», dichiarando: «Noi siamo pronti ad agire!». E i sondaggi premiano il partito, che a settembre potrebbe ottenere la maggioranza assoluta nel Land della Sassonia-Anhalt.

Succede similmente in Italia, dove la narrazione dominante della violenza, che sia legata alla microcriminalità o alla protesta organizzata, ne identifica le cause nei corpi estranei alla collettività: migranti, giovani “maranza”, stranieri che si infiltrano nei cortei, o ancora soggetti classificati come anti-nazionali e dunque pericolosi, quali i centri sociali o i movimenti ambientalisti. È questa la narrazione imposta della destra, in passato attraverso la propaganda d’opposizione e oggi da posizioni di governo, anche grazie al controllo di gran parte dei media.

Dopo gli scontri tra manifestanti No Tav e polizia in Val di Susa, e quelli di Bologna seguiti alla morte di Abderrahim Fakir nelle mani della polizia, la reazione energica di Giorgia Meloni a difesa delle forze dell’ordine avvantaggia Fratelli d’Italia nelle intenzioni di voto, insieme al partito di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale.

Chi si oppone all’onda nera, in Italia come in altri paesi, sembra restare con la sola opzione di smarcarsi dall’accusa di tacere, giustificare la violenza di piazza, o proteggere assassini migranti o islamisti. Perché ovunque i problemi sociali sono già inquadrati nei termini imposti dalla destra nativista e autoritaria, ogni lettura dissonante, richiamo alla complessità o introduzione di distinguo è liquidata come inerzia, o complicità.

Eppure, qualche elemento di complessità andrà pur tenuto in conto, se non si vuole cedere a semplificazioni che autorizzano misure sempre più illiberali. L’attentato di Berlino è davvero colpa di una politica fallimentare di “porte aperte” all’immigrazione? Il giovane Abdul Ballout, rimasto ucciso nella fuga, era tedesco, nato a Berlino nel 2005 da genitori libanesi. Cosa c’entrano le porte aperte? Non sarà più importante considerare le opportunità offerte e negate, il clima di crescente rifiuto che le persone con background migratorio respirano in tempi di propaganda sulla “remigrazione”, la rabbia per la complicità dell’Europa nelle violenze a Gaza e in tutto il Medio Oriente? Analizzare i fattori che possono esporre giovani vulnerabili al richiamo dell’islamismo jihadista non rende meno fermi nel rifiuto del terrorismo, ma più capaci di comprenderne le cause.

Per quanto riguarda i recenti dibattiti sulla “sicurezza” in Italia, la lettura che fa discendere dalla violenza di piazza la necessità di una maggiore repressione è l’unica possibile? Si potrebbe ben sostenere il contrario: che sia la strozzatura dei canali di partecipazione, la chiusura degli spazi sociali, la repressione a tutto campo del dissenso, a generare violenza. Tanto più dopo quattro anni di stretta autoritaria contro i movimenti di contestazione, nel nome di sempre nuovi “pacchetti sicurezza”.

Dietro la violenza politica, delle generazioni più giovani ma non solo, c’è la rabbia per l’esclusione democratica, l’ingiustizia, la riduzione forzata al silenzio. Questo la giustifica? No, prova a spiegarla. E avere il coraggio della spiegazione può far perdere voti nell’immediato, ma rappresenta l’unica sfida possibile all’egemonia del pensiero unico, la via d’uscita dal meccanismo che alimenta l’ascesa dell’estrema destra.


I nuovi mostri


Crollo degli ascolti Rai, Rai1 superata da Canale 5, Rai3 superata da La7, Rai2 superata anche da Italia Uno e Rete4. Un disastro. Ma nessuno prende provvedimenti? Clara Monti

(di Paolo Di Mizio – lanotiziagiornale.it) – Gentile lettrice, una volta si criticava la Rai perché assumeva e promuoveva col manuale Cencelli: 5 democristiani, 3 socialisti, 1 repubblicano, 1 liberale, 1 socialdemocratico e 4 comunisti. La rete Uno alla Dc, la Due ai Socialisti, la Tre ai comunisti. Non era bello, ma garantiva un po’ di pluralità. Poi venne Berlusconi e non fece prigionieri: tutte le reti a lui, l’opposizione confinata in poche ridotte sperdute nei palinsesti, via i rompiscatole come Enzo Biagi e Daniele Luttazzi. Ne ha approfittato anche il Pd quando governava. Ora è venuta Meloni e ha esasperato il sistema, eliminando i residui recinti dell’opposizione, di cui l’unico superstite è Report (ma alla sua demolizione si lavora duramente). Tutto questo per inseguire l’agognata “egemonia culturale delle destre”, che invece è una penosa realtà subculturale, con caduta degli ascolti e vasti disastri che in un’azienda privata indurrebbero il licenziamento di decine di manager e direttori. Essendo la Rai un’azienda pubblica in cui nessuno ci rimette i soldi di tasca propria, manager e direttori veleggiano impuniti. Così sono comparsi i nuovi barbari, come quel giornalista, capo della redazione Rai per il Medio Oriente, che ha definito “escursionisti” (sic) i coloni ebrei che a centinaia hanno assaltato e dato alle fiamme villaggi palestinesi in Cisgiordania, uccidendo chi capitava a tiro. Roba da sanzioni dell’Ordine. Più che nuovi barbari, direi i nuovi mostri.


Tocci si mette l’elmetto: il sangue lo versiamo noi


(estr. di Domenico Gallo – ilfattoquotidiano.it) – […] Alla vigilia dello scoppio della Prima guerra mondiale una serie di intellettuali, leggendo i segni dei tempi, avevano avvertito i presagi della tempesta che stava per scatenarsi. A fronte di questa prospettiva di orrore, la loro risposta fu non soltanto di mettersi alla testa dei movimenti nazionalisti che invocavano la guerra, come fece Gabriele D’Annunzio, ma addirittura di precederli e di celebrare lo splendore del bagno di sangue (altrui) che stava per arrivare. Si cominciò col manifesto dei futuristi (1909) scritto da Filippo Marinetti: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”. Si giunse al delirio con l’articolo Amiamo la guerra! di Giovanni Papini, con passi come questi: “Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura… Amiamo la guerra ed assaporiamo da buongustai la sperata vendemmia di sangue…”.

[…]

Papini e Marinetti furono accontentati dalla Storia. In Italia il raccolto della vendemmia di sangue fu abbondantissimo: 650 mila caduti in soli tre anni di combattimenti infernali. Indubbiamente l’entusiasmo dei poeti per la morte (altrui) non fu capito dalla massa del popolo, specialmente dalle madri che non riuscivano a comprendere la bellezza di sacrificare i propri figli a maggior gloria di casa Savoia.

I profeti di sventura sono una categoria che si rigenera. Non sono bastati quattro anni di spargimento di sangue sulla frontiera ucraina, con oltre un milione fra morti e feriti da entrambe le parti. Gli agenti della morte nera sono riusciti a sventare l’accordo di pace negoziato a Istanbul da Russia e Ucraina nel marzo-aprile del 2022 e hanno lavorato alacremente per prolungare all’infinito il “caldo bagno dci sangue nero”.

Ma non basta. I profeti di sventura hanno agito nelle istituzioni europee, nella Nato e nelle cancellerie dei principali Paesi per preparare l’esplosione di una vera e propria guerra mondiale. La Von der Layen vuole che l’Europa sia pronta alla guerra per il 2030, mentre la Germania ha iniziato uno straordinario programma di riarmo che non si vedeva dai tempi del Terzo Reich. Questa corsa verso la guerra, però, incontra un grosso ostacolo sul suo cammino: il popolo. Ovviamente la gente non vuole la guerra, come riconosceva persino Hermann Göring: “Naturalmente la gente comune non vuole la guerra, né in Russia né in Inghilterra né in America, né, per quel che conta, in Germania”. È proprio questo il problema più arduo che i profeti di sventura devono fronteggiare: non basta costruire cannoni, bisogna superare l’ottusa diffidenza dei popoli per la guerra.

Antonio Scurati ha sviluppato questo tema in un articolo pubblicato su Repubblica il 4 marzo 2025, intitolato “Dove sono ormai i guerrieri d’Europa?”. Scurati assume che l’Europa, dopo ottant’anni di pace, ha progressivamente smarrito non solo le capacità militari, ma soprattutto la disposizione antropologica e psicologica al combattimento e si duole della carenza di guerrieri. Non bastano le armi: c’è “bisogno di giovani uomini (e di donne, se volete) capaci, pronti e disposti ad usarle. Vale a dire di uomini risoluti a uccidere e a morire”. Questo problema della scarsa predisposizione antropologica al combattimento preoccupa seriamente una delle più autorevoli esponenti della pattuglia dei profeti di sventura, Nathalie Tocci che, in un articolo pubblicato dall’Economist il 16 luglio, ci comunica che la guerra è più vicina che mai e osserva con sgomento che, alla luce di un sondaggio Gallup del 2024, il 74% degli italiani non è disposto a combattere. Come fare per convincere questa massa di pecoroni a esercitarsi nell’arte della guerra? La Tocci ha un’idea geniale: inviamo subito una forza militare in Ucraina. “Un modo per irrobustire le popolazioni consiste nell’inviare truppe sul terreno in Ucraina… Una forza europea di rassicurazione, dunque, servirebbe a ben poco all’Ucraina. Ma dispiegarla fin d’ora, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe giovare all’Europa, favorendo nei cittadini lo sviluppo di una mentalità che li prepari meglio alla guerra. Certo, ciò esporrebbe i soldati europei a gravi rischi… Se soldati europei fossero schierati in Ucraina, la realtà della guerra apparirebbe molto più vicina”.

[…]

Insomma, dobbiamo essere pronti a versare il nostro sangue, così finalmente capiremo come si acquista lo spirito bellico. Lo ha chiesto anche Macron nel suo discorso alle Forze armate del 13 luglio. A questo punto la migliore risposta che possiamo dare a Scurati, Tocci, Macron e compagnia bella è quella di un celebre canto francese, Il disertore: “Per cui se servirà del sangue ad ogni costo / donate pure il vostro / se a voi piacerà”.