Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il bollo, la propaganda e la democrazia autentica


(Tommaso Merlo) – Togliere il bollo auto per il solo anno delle elezioni è una mossa mediatica per far reggere i sondaggi mentre il prezzo della benzina e della spesa finiscono fuori controllo. Armi di distrazione di massa mentre il mondo va a rotoli e anche per la linea politica seguita da questo infimo governo. E cioè la guerra contro la nostra principale fonte energetica russa e il servilismo americano e quindi verso i sionisti che da Gaza sono passati a versare sangue nel Golfo Persico. Armi di distrazione di massa affinché la propaganda prevalga sulla misera realtà e le élite continuino a godersi ad oltranza le onorevoli poltrone. Ma un conto è la politica, un altro la storia. Questo governo passerà ai posteri per la complicità nel genocidio del secolo e per il folle riarmo mentre milioni di cittadini sono alla canna del gas. Tutto il resto è chiacchiericcio. Da noi come in tutta Europa dove le élite attendo con terrore le elezioni e quando nasce un movimento dal basso estraneo al carnevale partitocratico, si scagliano contro per distruggerlo. Democrazia apparente ed oligarchia sostanziale, coalizioni faccia della stessa medaglia bucata con chi comanda davvero che dietro le quinte maneggia il capitale con cui si compra anche la coscienza degli arrivisti. Una lotta mediatica tra propaganda e realtà. Il bollo come i 5 mila dollari di Trump, voto di scambio a favore di telecamera nella speranza che il telelettore metta i propri miseri interessi prima di quelli collettivi. Ma per scordarsi dei disastri di Trump, ci vogliono ben altre somme. Oramai e’ al capolinea, non ne azzecca una neanche per sbaglio e persiste narcisiticamente nei suoi tragici errori. Come coi dazi che hanno distrutto interi comparti, fatto schizzare l’inflazione e scombussolato la comunità internazionale ma ancora minaccia litigando perfino col ligio Canada. E come l’aggressione illegale all’Iran finita malissimo e da cui non sa come uscire. Gli americani sanno che votando i democratici a novembre cambia ben poco perché gli oligarchi corrompono entrambi i partiti per essere sicuri che il banco vinca sempre, ma almeno togliendo a Trump la maggioranza al Congresso arginano quella demenziale iattura. Anche in Russia si vota per il rinnovo del parlamento col beneplacito dello zar. I cagnolini della Nato danno Putin per decrepito da anni ed invece è l’unico leader in carica con consensi oceanici. E questo soprattutto grazie agli aggressori occidentali che hanno risvegliato l’orgoglio russo che pare non abbia nessuna intenzione di arrendersi ai rigurgiti da guerra fredda e pure ipocrita. Quanto alle elezioni nella democratissima Ucraina invece, Zelensky ha fatto sapere che non se ne parla nonostante il suo mandato sia scaduto da una eternità. Dice che la colpa è ovviamente dei russi i quali da anni pero’ chiedono elezioni in modo che a Kiev si insedi una leadership legittima con cui trattare. Ma del resto dopo intere generazioni finite sotto terra e dopo immani scandali di corruzione, gli ucraini non voterebbero Zelensky e la sua banda neanche con una pistola alla testa. Ma si sa, degli ucraini non frega nulla a nessuno, tantomeno agli europei che continuano a mandare soldi ed armi in modo che quel disgraziato paese sparisca del tutto dalle mappe geografiche. In Terra Maledetta invece si vota, il sionismo deve scegliere il suo nuovo führer. Quell’orco malefico di Netanyahu va male nei sondaggi perché considerato troppo moderato oltre che un immondo cazzaro. Ha perfino mentito spudoratamente sul 7 ottobre e sull’Iran e dopo anni di crimini di guerra, l’unico suo vero risultato è lo sputtanamento globale del sionismo. Da quelle parti al posto di comizi e mancette elettorali si ammazzano palestinesi e si ruba terra altrui. Vince il condottiero più sanguinario che rassicura i coloni sionisti che la terra promessa non è affatto una minchiata colossale e che potranno continuare a spargere sangue innocente nella totale impunità fino alla divina vittoria. Quanto ai Palestinesi non gli permettono di votare da vent’anni, del resto all’ultima tornata del 2006 ha vinto il partito sbagliato e cioè Hamas innescando una reazione del mondo democratico e civile tale da sfociare in un genocidio. Ed è proprio quella Terra Maledetta ad insegnare come alla lunga la realtà prevalga sempre sulla propaganda. Dopo decenni di bugie e manipolazioni, a seguito dell’orrore di Gaza è emersa la verità sulla persecuzione del popolo palestinese. Già, con le trovate mediatiche e il voto di scambio puoi raccattare qualche voto e far reggere i sondaggi, coi soldi puoi corrompere politica e media mainstream deviando la narrazione pubblica per un po’, ma un conto è la politica e un altro la storia. E dato che la verità alla lunga trova sempre modo di emergere, non bisogna perdere la speranza che da questa infima oligarchia lobbistica si torni presto ad una democrazia autentica.


Chi fermerà il Melonellum?


(di Virginia Piccolillo – il Corriere della Sera) – La battaglia per il No al referendum l’hanno vinta (anche se il rimborso di mezzo milione di euro non l’hanno ancora ottenuto per cavilli procedurali). Ora quei «volenterosi», giuristi, associazioni civiche e testimonial sono tornati a costituire un network: la Rete Voto Libero ed Eguale. 

Carlo Guglielmi, portavoce dei 15 che con la raccolta firme contro la riforma Nordio riaprirono la partita finita con il No al referendum, già freme: «Siamo pronti. Appena la legge sarà pubblicata ci muoveremo con ricorsi ai giudici civili per lesione del diritto di voto».

Pietro Adami coordina gli avvocati che si accingono a presentarli nei tribunali e nelle Corti d’Appello: «Ma prima deve esistere la legge», spiega. Enrico Grosso, il costituzionalista portavoce del comitato per il No ai Referendum concorda.

Lui intravede vari profili di incostituzionalità nella legge. A partire dal premio di maggioranza: per chi supera il 42% dei voti regala 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. […]

Grosso spiega: «La Corte non indica soglie, dice che il premio si può assegnare purché, nel concreto, non sia eccessivamente distorsivo. Questo è abnorme: se una coalizione raggiunge il 42,2% e l’altra il 42,1% la prima si vede attribuiti i 105 seggi. Per una differenza dello 0,1».

L’altro punto critico, per Grosso, è la «carenza totale di possibilità, per gli elettori, di scegliere il candidato da eleggere. La Corte ha chiarito che non si può votare a scatola chiusa. E il sistema delle lunghe liste bloccate del premio di maggioranza è incostituzionale». Per questo la legge prevede sette nomi. 

Ma, obietta Grosso, «se la mia coalizione vince il premio, la lista da corta diventa lunghissima: si aggiungono altri 70 eletti che mi vengono imposti dalla scelta delle segreterie dei partiti». […]

E arriva poi all’alternanza di genere, che non è prevista anche per i capilista: «Apre un problema con l’articolo 51 sull’equilibrio di genere. Nel 2003 è stata fatta una modifica costituzionale per introdurlo e ora lo si viola». 


Agricoltura, Campagnuolo (Avanti Insieme): “136 milioni contro il caro fertilizzanti, risorse importanti anche per le imprese del Sannio”


Oltre 136 milioni di euro per sostenere gli agricoltori colpiti dall’aumento del costo dei fertilizzanti. Il decreto del Ministero dell’Agricoltura è stato adottato il 15 settembre 2026 e la misura è stata annunciata ufficialmente il 16 settembre.

«È una misura importante che interessa direttamente anche tante aziende agricole del Sannio, alle prese con costi di produzione sempre più difficili da sostenere».

Lo dichiara Evangelista Campagnuolo, Presidente del Movimento Civico Avanti Insieme.

Il provvedimento mette insieme oltre 45 milioni di euro della Riserva agricola europea e ulteriori 91 milioni di risorse nazionali. Secondo il Ministero dell’Agricoltura, l’intervento riguarderà oltre 547 mila agricoltori italiani e consentirà di compensare il 50% degli aumenti registrati nei costi dei fertilizzanti per le colture individuate dalla misura. Tra quelle indicate figurano grano, mais, olio e nocciolo.

Un elemento particolarmente rilevante è la modalità prevista: il Ministero annuncia l’erogazione mediante accredito diretto sui conti dei beneficiari, senza ulteriori adempimenti burocratici.

«Per territori agricoli come il nostro ridurre il peso dei costi di produzione significa aiutare concretamente chi continua a lavorare la terra. Ora è fondamentale che l’attuazione sia rapida e che le aziende possano conoscere con chiarezza criteri, importi e tempi».

Campagnuolo conclude: «Difendere l’agricoltura significa difendere imprese, lavoro e territorio. Le risorse ci sono: adesso devono arrivare rapidamente a chi produce.»


Benevento: Accademia di Santa Sofia, martedì 22 settembre la presentazione della nuova stagione


L’Accademia di Santa Sofia presenta la nuova Stagione Artistica 2026/2027, un percorso culturale che accompagnerà Benevento da ottobre a maggio con un variegato calendario di appuntamenti dedicati alla musica, al teatro e alla danza. La presentazione ufficiale è in programma martedì 22 settembre, alle ore 11, presso la Libreria Ubik LiberiTutti, in via Lungosabato Bacchelli 10, a Benevento. Nel corso della conferenza stampa saranno illustrati il programma e le principali novità della nuova stagione, pensata per consolidare il ruolo dell’Accademia di Santa Sofia nel panorama culturale cittadino. All’incontro interverranno il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, il direttore del Conservatorio “Nicola Sala”, Giuseppe Ilario, il presidente del Conservatorio “Nicola Sala”, Nazzareno Orlando, la rettrice dell’Università degli Studi del Sannio, Maria Moreno e il commissario della Camera di Commercio, Girolamo Petrone. Saranno inoltre presenti il presidente dell’Accademia di Santa Sofia, Salvatore Palladino, la direttrice artistica, Marcella Parziale, la consulente scientifica, Aglaia McClintock, e la presidente dell’associazione Amici dell’Accademia, Maria Buonaguro, che modererà la conferenza. Al termine della conferenza stampa sarà possibile acquistare gli abbonamenti alla Stagione Artistica 2026/2027 direttamente presso la Libreria Ubik LiberiTutti. Gli abbonamenti saranno inoltre disponibili online sulla piattaforma Clappit. La stampa e la cittadinanza sono invitate a partecipare.


Perché puntare allo scoperto


Un invito a esporsi, a scegliere, a scommettere su quello che c’è sul tavolo. Non su ciò che non esiste. Ecco perché la scommessa Elly Schlein va sostenuta. Prima che tutto crolli.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Leggo molto scoramento ultimamente, durante questo lungo rientro alla dura realtà, post vacanze estive. Un’atmosfera quasi pre‑apocalittica sembra aleggiare attorno all’Europa e, dove un tempo remoto Ragione e Progresso parevano strizzare l’occhio a un futuro radioso, ora si intravedono soltanto dense e minacciose nubi tossiche.

La paura è che, come nelle peggiori finestre della storia, il mondo possa sprofondare da un momento all’altro nel caos. Ciò nonostante, pur essendo ormai avvezzi a registrare il peggio, anche adesso bisogna trovare un punto di caduta, un equilibrio, un angolo prospettico che ci permetta di guardare alla nostra vita e al mondo senza farci dominare dalle contingenze più nere.

In particolare, questa sensazione si è acuita dopo lo spauracchio delle elezioni regionali in Sassonia‑Anhalt, con l’AfD al 44%. A questo si aggiungono le minacce, tutt’altro che metaforiche, a cui il gabinetto di Putin ci ha ormai abituati: un’escalation contro la NATO che sembra bussare con crescente insistenza alle porte dell’Europa orientale.

E, per quanto – come ha osservato Conte, deus ex machina dei 5 Stelle – questa escalation appaia ormai bipartisan, il risultato non cambia: il clima generale si fa più cupo, più instabile, più esposto a derive che potrebbero riverberarsi ben oltre i confini dell’Est.

Inutile negarlo: c’è pessimismo, negatività, una brutta aria da tragedia annunciata. E mentre la macchina russa macina turbolenze e propaganda a buon mercato, sospinta da una instancabile e magnifica contraerea filoputiniana nostrana, gli Stati Uniti di Trump affondano sempre più nel marcio delle sabbie mobili in cui li ha trascinati un leader bolso e ormai impresentabile.

Ed è proprio ora – mentre Trump ha certificato il disimpegno atlantico degli Stati Uniti verso il vecchio alleato europeo, e ancor più se a novembre dovesse incassare una pesante batosta alle Midterms – che occorre tenere la schiena dritta.

Prima di tutto, imporsi di non cedere alle propagande populiste: quelle che fanno leva sulla paura (immigrazione, islamismo crescente); sulle scorciatoie illusorie (“l’Ucraina si arrenda e la pace torna”); o sulle semplificazioni di facciata (“Israele sta combattendo una guerra di civiltà contro il caos del terrorismo”).

In questo infinito esercizio di propaganda e disinformazione incrociata – dove la verità sembra ormai vendersi a un tanto al chilo – si distinguono i populismi della destra estrema, ma anche le ideologie opache e mal decantate di una certa sinistra progressista.

I 5 Stelle in Italia, la BSW tedesca e Mélenchon in Francia che, pur muovendosi da posizioni apparentemente opposte alle destre, finiscono spesso per portare acqua allo stesso mulino.

Il risultato è paradossale: si indebolisce proprio l’unico baluardo che – seppur zoppo, malconcio, farraginoso, spesso inconcludente – ancora ci rimane. La cara, vecchia Europa. La nostra casa. L’unica che abbiamo davvero nel mondo.

Che fare, allora? In controluce, in questi giorni, leggo una sospensione inquieta nelle pagine di molti colleghi su Substack: è il sentimento diffuso di una parte consistente della cittadinanza di sinistra, più o meno radicale.

Da un lato, la rabbia – appena trattenuta – verso un andamento politico figlio di errori stratificati dell’Europa; dall’altro, lo scoramento per una situazione internazionale che, dall’Iran a Gaza, dall’Ucraina alle polveriere africane, sembra non concedere alcuno spiraglio alla speranza.

Tutto appare ormai allinearsi verso un inevitabile scontro di civiltà fra superpotenze, come se il mondo avesse imboccato una traiettoria che non contempla deviazioni, né tregue, né margini di manovra.

Il mio intervento di stamattina parte da queste premesse e, attraverso un ragionamento verticale, si propone di arrivare a una soluzione. Sì, una soluzione che – almeno per una volta – sia consolatoria, ma fondata su basi inamovibili: se non altro perché tanto non c’è altra scelta. Un approdo, un piccolo punto fermo su cui proiettare speranze reali, prima che tutto questo crolli.

Non parlo di impegno, né di endorsement: almeno non nel senso classico del termine. Parlo di un atteggiamento. Di una apertura di credito. Di ciò che ciascuno di noi, con una certa sensibilità, può cominciare a fare già da oggi per offrire un contributo minimo, ma reale, da qui alla – ormai da più parti paventata – fine del mondo. Senza illuderci di cambiare il corso degli eventi: perché, forse, il mondo andrà comunque a scatafascio. Ma almeno per provarci un’ultima volta. Turandoci il naso, se necessario. E fidandoci – fortissimamente – che così facendo potremmo salvare qualcosa del mondo, oltre che di noi stessi.

Bisogna pur credere a qualcosa. E stavolta l’urgenza è reale, quasi fisica: quella che sembra rendere la stessa esistenza a rischio. Proviamo allora a leggere – forzando, ma non troppo – questo periodo storico come irreversibile. Come se da un giorno all’altro potessimo sparire, inghiottiti da un buco nero o da un attacco nucleare.

È qui che nasce la mia scommessa. Una scommessa che pesca da ciò che c’è, almeno in Italia. E, per quanto mi sforzi, ragionando sul panorama politico italiano, non mi viene in mente nient’altro che Elly Schlein.

Lo ammetto: non sono mai stato del PD. Chi mi conosce lo sa: sono stato critico verso il PD per anni. Ma qui non si parla di me. La mia scommessa – per sottrazione, e forse anche per disperazione – è il risultato di un calcolo preciso, un algoritmo personale distillato goccia a goccia.

Ho ascoltato Elly nel suo discorso alla recente Festa dell’Unità. E ci sono passaggi, posture, inflessioni che – seppur difficili da spiegare – scorrono nel letto giusto: quello di un torrente che, scendendo dalla montagna impervia, cerca la sua via per ingrossarsi e infine sfociare in un mare più ampio.

Perché Elly Schlein?

  • Perché non ho sentito soluzioni facili.
  • Ho percepito complessità e cura.
  • Attenzione alle traiettorie, alle parole, ai nessi.
  • Nessuna esca per gli stupidi.
  • Nessuna promessa vuota.
  • Nessuna postura populista.

Ha parlato al governo e ai suoi alleati senza distorcere le proprie posizioni – né quelle del PD – per compiacere gli alleati (leggi: 5 Stelle, AVS).

Ha tracciato poche linee, ma nette: istruzione, sanità, sociale, sostegno ai più deboli, diritti per tutti, pace giusta, senza pacifismi pelosi e di comodo.

Della parte avversa – dalla destra morbida all’acqua di rose di Forza Italia, fino alla destra al tungsteno del generale Vannacci – non serve invece prendere le distanze o tracciare differenze: per quanto mi riguarda è abbondantemente fuori campo.

Immagino già cosa penseranno alcuni di questo articolo: piaggeria, ingenuità, semplicità naïf. Può darsi. Ma io vado oltre. E spero che lo facciate anche voi.

Condividete questo testo, o anche solo parti di esso. E – mi raccomando – non cercatemi. Non so nulla, non ho ricette, non ho competenze politiche. Non lo faccio per mettermi in mostra, non ho amici candidati, non cerco likes. Non ho tessere di partito e non ho intenzione di prenderne. Anzi, facciamo così: non ci siamo mai incontrati. E dopo aver letto questo articolo, relegatemi pure nel dimenticatoio.

Ma fate almeno una prova. Fate anche voi la vostra scommessa, faccia a faccia con la parte più profonda e reale di voi stessi. E se doveste arrivare alla mia stessa conclusione, contagiate gli altri. Ribaltategli addosso tutte le incertezze del tempo. Invitateli a fare la loro scelta come se fosse l’ultima cosa giusta da fare al mondo.

E chissà che, così facendo, tutti insieme, non si riesca ad arginare quel moto di pericolose certezze che da tempo sta portando alla morte cerebrale – oltre che, forse, a quella fisica – la nostra disperata umanità.


Il partito di Grillo: tanti giovani, l’Ia e contatti con Musk


L’assistente dell’ex garante ha sondato dei big 5Stelle sul nuovo progetto

Il partito di Grillo: tanti giovani, l’Ia e contatti con Musk

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Ci pensa, eccome. Tanto che ha fatto contattare personalità del Movimento. Eventuali nomi di punta in un partito che sarebbe fatto di giovani, basato sulla democrazia partecipata tramite web, ma anche sull’intelligenza artificiale. Il partito che sogna Beppe Grillo, che il 21 settembre parlerà nel podcast di Fedez. Nella puntata già registrata, ha assicurato il rapper, il fu garante dei Cinque Stelle non avrebbe detto nulla al riguardo. Ma è comunque evidente la sua voglia di vendetta contro il Giuseppe Conte che lo ha detronizzato da capo e poi da padre nobile della sua creatura. Vuole rifarsi, contro il “Movimento zero stelle”, come lo ha malignamente ribattezzato sul suo stato di WhatsApp. Così, ecco la causa per riprendersi il simbolo dei Cinque Stelle, che avrà la sua prossima udienza a gennaio. Collegata, di fatto, con l’idea di provare a lanciare un nuovo partito.

Negli auspici di Grillo, con simbolo e nome del Movimento. Il Fatto ha raccolto indizi incrociati sul progetto dell’artista genovese, che ha dato mandato alla sua storica assistente Nina Monti di sondare qualche storica figura del M5S. Sarebbe stata innanzitutto lei nelle settimane scorse a spiegare il progetto: quello di un partito basato sui giovani, costruito sulle più moderne tecnologie. Quindi, oltre ad avere una piattaforma web come base e contenitore della sua forza politica – proprio come il Movimento delle origini – verrebbe costruito con l’intelligenza artificiale. E con un ampio ricorso ad avatar: tecnicamente, rappresentazioni grafiche o digitali di persone all’interno di uno spazio virtuale. Un partito ultramoderno, insomma. Con dentro gli attivisti dell’associazione Figli delle Stelle, nata sul finire del 2024 con l’obiettivo di difendere i valori fondanti del M5S, a partire dal principio dei due mandati elettivi. Un progetto che avrebbe incuriosito anche l’uomo di fiducia in Italia del magnate Elon Musk, Andrea Stroppa, con cui ci sarebbero stati ripetuti contatti e chiacchierata su un possibile contributo economico. La certezza è che Alessandro Di Battista non è mai stato coinvolto. “Quello di Alessandro è un percorso diverso” ammette una fonte vicina al fondatore dei 5Stelle, che non va oltre. E di sicuro l’ex parlamentare non ha mai pensato a un riavvicinamento con il fu garante.

D’altronde neanche l’ex sindaca di Roma, Virginia Raggi, traslocherebbe in un nuovo partito grillino. Lei “è rimasta e rimarrà sempre nei Cinque Stelle”, assicura chi la conosce bene. Invece l’artista genovese sta ancora valutando il da farsi, anche se ufficialmente nulla trapela. Però circolano parecchie voci, anche sul contributo di alcuni ex parlamentari. Per esempio da parte dell’ex deputato Marco Bella, da sempre vicino a Grillo (compare spesso con articoli sul suo blog). Interpellato dal Fatto ieri pomeriggio, Bella risponde: “Se farà un nuovo partito e se io lo sto aiutando? Non posso né confermare né smentire”. Ma se lo facesse? “Di sicuro non sarebbe una forza politica di sinistra, come ha ipotizzato qualcuno, ma neanche di destra: semplicemente sarebbe oltre, perché lui è l’elevato”. Detto questo, “Beppe vuole sicuramente riprendersi il simbolo: per poi farci cosa, si vedrà”. Un’oretta dopo, Bella scrive più o meno tutto su Facebook, con alcune aggiunte: “Se anche Grillo volesse fare un partito, che male ci sarebbe?”. E non è proprio una smentita. Chissà allora se e quanti segnali il fondatore del Movimento seminerà nella conversazione con Fedez, in programma lunedì prossimo: proprio il giorno dopo la chiusura della due giorni del Movimento sempre in quel di Milano, l’evento sul programma Nova.

Domenica scorsa sul palco della festa del Fatto Conte era stato lapidario: “Grillo vada dove vuole e dica quel che vuole”. Per lui ormai è solo un avversario da carte bollate. A proposito: ma se il fondatore vincesse in tribunale, il Movimento contiano dovrebbe raccogliere le firme per presentarsi alle Politiche, visto che il simbolo passerebbe a Grillo? Il deputato del Movimento Alfonso Colucci all’AdnKronos lo nega: “Noi abbiamo già il gruppo parlamentare. La nuova legge elettorale, se verrà approvata, prevede che siano esentati dalle firme i gruppi parlamentari costituiti”. E comunque, “è improbabile che Grillo vinca il ricorso” chiosa Colucci. Per il resto, si vedrà.


Vuoi vedere che tra Urbano Cairo ed Enrico Mentana finirà a tarallucci e vino?


(dagospia.com) – Vuoi vedere che alla fine tra Urbano Cairo ed Enrico Mentana finirà a tarallucci e vino, intonando: “chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, scurdammoce ‘o passato”? Uno serve all’altro ma soprattutto nessuno dei due ha trovato qualcosa di meglio.

Oggi Urbanetto, in una intervista al suo “Corriere della Sera”, parla del contratto da direttore del tg “La7” di “Mitraglia” che scade alla fine di dicembre e del suo ultimatum (“O ‘La7’ diventa qualcosa che possono vedere tutti o io penso di poter fare pure altro”) e apre a una nuova intesa: “La mia stima per Mentana è intatta. Per un accordo deve esserci voglia di entrambe le parti. Abbiamo davanti tre mesi e mezzo, è con me da 13 anni e l’ho rinnovato più volte”. 

Le nuove nozze sembrano inevitabili. Il progetto del magnate greco Kyriakou a cui lavorava il 71enne pensionato Mentana per la nascita della “Cnn italiana” non si sa bene dove sia finito.

Per “Chicco macinato” è tramontata anche l’ipotesi di Pier Silvio di un ritorno a Mediaset, dove lo odiano tutti, al posto del capo supremo dell’informazione, Mauro Crippa. Anche le voci che sono circolate su un interessamento di Sky Italia, non rimaste lettera morta. Non gli resta che “La7”.

Da parte sua, anche Cairo ha avuto grandi difficoltà nel trovare l’eventuale sostituto di Mentana. Giovanni Floris non era così convinto di mollare la sua creatura “DiMartedì” e sul mercato altri nomi spendibili non ce ne erano…


Bollo auto ‘esentato’ per un anno e non ‘abolito’: c’è una differenza enorme


Le parole hanno un peso. Eppure sui social della maggioranza è circolata una narrazione semplificata e quindi sbagliata ai danni delle persone più fragili

Bollo auto ‘esentato’ per un anno e non ‘abolito’: c’è una differenza enorme

(di Paolo Gallo – ilfattoquotidiano.it) – Le parole hanno un peso. Anche quando servono a nasconderlo. C’è una differenza enorme, in politica, tra “abolire” e “esentare per un anno”. La prima parola dice: è finita, non pagherai più. La seconda dice: quest’anno no, ma non sappiamo cosa succederà dopo. Chi gestisce la comunicazione istituzionale lo sa benissimo. Ed è proprio per questo che la disinvoltura con cui certi annunci sui social hanno parlato di “abolizione del bollo auto dal 2027” merita una critica netta, non una spallucciata.

Il testo ufficiale, quello scritto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, non lascia spazio a dubbi: il decreto introduce, per il 2027, l’esenzione dal pagamento del bollo per un veicolo, a determinate condizioni di potenza e alimentazione. E aggiunge, questo è il punto decisivo, che si tratta di una misura pensata “nella prospettiva di una successiva abolizione a regime del tributo”, che il governo “intende dare seguito” nella prossima legge di bilancio. Tradotto: non è stato abolito niente. È stata concessa un’esenzione temporanea, per un solo anno, su un solo veicolo, sotto una certa soglia di potenza. L’abolizione vera e propria è, nella migliore delle ipotesi, un’intenzione futura, non una norma già scritta.

Eppure sui social della maggioranza è circolata la narrazione opposta: bollo auto abolito, punto. Non “esentato per un anno”, non “in vista di una possibile abolizione futura da confermare in manovra”. Abolito. Una parola sola, netta, che si stampa nella testa di chi scorre il telefono per pochi secondi e non ha né il tempo né gli strumenti per andare a leggersi un comunicato stampa di più paragrafi. Ed è proprio su queste persone che una comunicazione ambigua produce il danno maggiore: pensionati, famiglie che arrotondano il bilancio mensile, chi si fida di un titolo perché non ha motivo di dubitarne. Il messaggio semplificato diventa il messaggio reale, e la realtà normativa, con le sue condizioni e le sue scadenze, resta relegata a chi ha voglia di controllare.

Non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra una promessa mantenuta e una promessa rinviata a data da destinarsi, con tutte le incognite di una legge di bilancio che deve ancora essere scritta, discussa e votata. Nel frattempo, chi ha creduto al messaggio semplificato si organizza, magari rimanda altre spese, magari cambia idea su un acquisto, convinto di un beneficio permanente che sulla carta non esiste ancora.

Proprio perché il tema è quello dei soldi delle persone, la soglia di tolleranza per queste imprecisioni dovrebbe essere zero, non un’attenuante. Chi comunica per conto delle istituzioni ha l’obbligo di essere preciso prima ancora che efficace. Se la differenza tra “esentato per un anno” e “abolito per sempre” diventa un dettaglio trascurabile, il problema non è più la propaganda: è quanto in basso si è disposti a mettere l’asticella della verità pubblica.


Una riforma per facce di bronzo


Regole fatte su misura per mantenere la destra al potere. Ma presentate come difesa della libertà dei cittadini. Analisi della cortina di fumo ideata da Meloni & Co

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Il coraggio, quello non manca davvero. «La legge elettorale garantirà ai cittadini un governo stabile e la possibilità di scegliere, attraverso le preferenze, chi li rappresenterà. È un risultato a cui Forza Italia ha contribuito e che restituisce forza alla volontà degli elettori». Sono parole di Stefania Craxi, capogruppo al Senato del partito che fu di Silvio Berlusconi ora in mano alla figlia Marina, pronunciate giovedì 10 settembre davanti a una telecamera del Tg1. Un capolavoro di ardimento.

Perché ci vuole coraggio a sostenere che la nuova legge elettorale «garantirà la stabilità», dal pulpito di una maggioranza che grazie alla vecchia legge elettorale ha battuto ogni record di durata dei governi repubblicani. La verità è che l’obiettivo non è la stabilità di qualunque governo, ma solo di questo. Con la destra a palazzo Chigi e il centrosinistra all’opposizione.

Poi la possibilità di «scegliere i rappresentanti» dei cittadini «con le preferenze»: coraggio bis. Il meccanismo con il quale le preferenze sarebbero state resuscitate è pesantemente taroccato. Agli elettori è consentito esprimere solo tre preferenze su sei nomi scelti dal vertice del partito. Per giunta in una lista il cui capo, una volta superata la soglia di sbarramento del 3 per cento, è sicuro di essere eletto.

Quindi l’affermazione secondo cui «è un risultato a cui Forza Italia ha contribuito»: coraggio ter. Per settimane le cronache hanno riferito che nella maggioranza volavano gli stracci, fra il partito di Giorgia Meloni da un lato, che voleva le preferenze, e Forza Italia con la Lega dall’altra, che non ne volevano nemmeno sentire parlare. Al punto da scatenare i franchi tiratori alla Camera contro Fratelli d’Italia. E se si è arrivati al compromesso è stato soltanto per evitare un patatrac, con probabile caduta del governo.

Infine, la chiosa secondo cui la nuova legge elettorale «restituisce forza alla volontà degli elettori»: coraggio quater. E qui ce ne vuole proprio una bella dose. Non se ne abbia a male la senatrice Craxi, ma nella legge non c’è nulla di più alieno della «volontà degli elettori». La faccenda riguarda unicamente i partiti e il loro potere. Gli elettori non c’entrano un fico secco.

Una legge elettorale che facesse gli interessi dei cittadini, garantendo al massimo il diritto di rappresentanza, dovrebbe essere fatta di comune accordo fra le parti. Soprattutto, non pochi mesi prima delle elezioni, a colpi di maggioranza. Invece qui l’obiettivo di chi sta al governo è unicamente quello di avere in mano uno strumento per sbarrare la strada all’opposizione alle prossime elezioni generali. Altro che la «volontà degli elettori». Non è la prima volta che accade, d’accordo. Ma proprio questo dettaglio dice tutto a proposito della qualità della nostra classe dirigente politica, ancora una volta incurante della vera emergenza democratica.

Il calo dell’affluenza alle urne è progressivo e appare inarrestabile. Alle elezioni politiche di quattro anni fa si sono persi quasi 5 milioni di elettori, con un numero di voti validi che non ha superato il 58 per cento del corpo elettorale. Meno che in Germania, meno che in Francia, e perfino meno che nel Regno Unito.

Ma questo preoccupante stato di cose non tocca la maggioranza, impegnata a fondo solo per fregare gli avversari. Quel che è ancora più grave, con mosse incomprensibili agli italiani. Siccome i sondaggi dicono che le coalizioni sono aritmeticamente separate da pochi punti, è decisivo per la destra indebolire l’avversario. Ecco allora spuntare la regola del «miglior perdente». A chi supera il 42 per cento dei voti validi viene attribuita in premio la maggioranza dei seggi, calcolando nella percentuale anche i consensi del partito che pur non avendo superato la soglia di sbarramento per accedere al parlamento (3 per cento) ha comunque raccattato più voti di altre piccole formazioni della stessa coalizione. Che quindi vengono escluse dal conteggio. Il «miglior perdente», appunto.

Motivato con l’esigenza di eliminare la frammentazione, è il classico sgambetto per un’opposizione intorno a cui si stanno radunando alcuni «cespugli», i partiti minori assiepati nelle coalizioni. Per esempio il Psi di Enrico Maraio, oppure il Progetto civico Italia di Alessandro Onorato, entrambi nell’orbita del centrosinistra. Ma non bastasse questa pillola, eccone un’altra bella fresca, con un emendamento della senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda. È l’aumento vertiginoso delle firme necessarie ai partiti non presenti in Parlamento per presentare una lista in ogni collegio: ostacolo che potrebbe rivelarsi insormontabile per quegli stessi «cespugli».

Il bello è che mentre la maggioranza spreca energie per ostacolare l’opposizione, cresce alle sue spalle la destra suprematista dell’europarlamentare ex leghista Roberto Vannacci. A un ritmo tale da far traballare la Lega di Matteo Salvini e da superare Forza Italia. Facendo perdere senso a tutte le alchimie messe in campo per mantenere il potere. Perché con quella roba, che i meno estremisti dell’attuale compagine di governo ritengono indigeribile, Giorgia Meloni dvrà farci i conti. E questo potrà cambiare tutto lo schema di gioco.

Idem nell’opposizione, dove la segretaria del Pd Elly Schlein professa la certezza di una futura vittoria, ma il suo presumibile competitore alle primarie Giuseppe Conte ha già aperto le ostilità. Avviando, per esempio sul sostegno all’Ucraina, un’offensiva che potrebbe prefigurare la dissoluzione del cosiddetto campo largo ancor prima della prova del voto.

Una nuova legge elettorale, allora, non servirà più a nulla. E i fiumi d’inchiostro che ha fatto scorrere saranno ben presto dimenticati. Compreso questo articolo.


Sondaggi, Vannacci è l’ago della bilancia: il centrodestra vince solo se si allea con Futuro Nazionale


Secondo la simulazione di YouTrend per Sky TG24 Futuro Nazionale sarebbe decisivo sia con l’attuale legge elettorale che con lo Stabilicum, la riforma targata Meloni che è stata approvata dal Senato ma deve ancora passare al vaglio della Camera. Senza il generale in coalizione infatti il campo largo è avanti alla destra in entrambi gli scenari.

(di Michelangelo Mecchia – fanpage.it) – La nuova legge elettorale non cambia le cose: Vannacci decide chi governa. Senza il generale in coalizione la destra perde contro il campo largo; sia con la legge elettorale attuale, il Rosatellum, che con lo Stabilicum, che è stato approvato al Senato ma prima di entrare in vigore deve passare alla Camera per una terza lettura.

Paradossalmente la riforma del voto promossa dalla maggioranza avvantaggerebbe il centrosinistra (allargato a Italia Viva e +Europa), perché la coalizione che sfida Meloni vincerebbe il premio di governabilità, che si sblocca superando la soglia del 42%, mentre con il Rosatellum si fermerebbe a tre seggi dalla maggioranza alla Camera.

Quanti voti prendono i partiti
La simulazione realizzata da YouTrend per Sky TG24 parte dall’ultima Supermedia dell’istituto, cioè dalla media ponderata dei sondaggi nazionali. Tra i singoli partiti Fratelli d’Italia resta nettamente primo al 26,9%, seguito dal Pd al 21% e dal Movimento 5 Stelle al 12,1%. Futuro Nazionale e Forza Italia sono appaiati al 7,6%, davanti ad Avs al 6,3% e alla Lega al 5,6%. Più indietro Azione al 3,7%, Italia Viva al 2,4%, +Europa all’1,4% e Noi Moderati all’1%. A partire da queste percentuali YouTrend simula quanti seggi otterrebbero i partiti alla Camera e al Senato applicando i due sistemi elettorali.

L’analisi combina due variabili. La prima è la legge elettorale: in uno scenario si vota con il Rosatellum, nell’altro con lo Stabilicum. La seconda è la collocazione di Futuro Nazionale: YouTrend considera sia l’ipotesi di un’alleanza tra Vannacci e il centrodestra sia quella di una corsa solitaria del generale. L’obiettivo è mostrare come le stesse percentuali possano produrre risultati molto diversi sul piano parlamentare a seconda della composizione delle coalizioni e del meccanismo che traduce i voti in seggi. Ne derivano quattro scenari; i risultati, di fatto, mostrano che la scelta di Vannacci determina quale alleanza vince le elezioni a prescindere dalla legge elettorale.

Senza Vannacci lo Stabilicum consegna la maggioranza al campo largo
Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati non raggiungono il 42%, la soglia che, in base alla formulazione attuale dello Stabilicum, fa scattare il premio di maggioranza (la coalizione attuale si attesta sul 41,1%). Il tesoretto consiste in 70 deputati e 35 senatori; lo vincerebbe il campo largo (43,2%), assicurandosi in totale 221 seggi alla Camera e 110 al Senato: numeri sufficienti in entrambi i rami del Parlamento per governare senza cercare altri alleati. Sarebbe lo scenario ideale – rispetto a tutti gli altri che prospetta l’analisi – per il Partito Democratico, che otterrebbe 110 deputati. Il centrodestra invece si fermerebbe a 139 seggi alla Camera e 69 al Senato. Forte del suo 7,6%, Futuro Nazionale eleggerebbe 25 deputati e 12 senatori. In questo caso però governerebbe comunque il centrosinistra.

Con Vannacci in coalizione invece la destra raggiungerebbe il 48,7%; con lo Stabilicum (incluso, dunque, il premio di maggioranza) otterrebbe 226 deputati e 117 senatori. Con la nuova legge elettorale, in pratica, la collocazione del generale determina direttamente quale coalizione ottiene il premio di maggioranza e può governare in autonomia, senza la necessità di cercare sponde in altre forze politiche.

Con il Rosatellum il campo largo è avanti, ma non ha la maggioranza alla Camera
Anche con il Rosatellum il posizionamento di Futuro Nazionale determina il vincitore delle elezioni. Se Vannacci si allea con il centrodestra, la coalizione conquista la maggioranza assoluta in entrambe le Camere: ottiene 219 deputati, contro i 167 del campo largo, e 106 senatori, contro 88.

Se invece il generale affronta le elezioni in solitaria, il campo largo diventa lo schieramento con più parlamentari. Alla Camera ottiene 198 seggi, contro i 169 del centrodestra e i 20 di Futuro Nazionale. Al Senato conquista 107 seggi, mentre la destra si ferma a 77 e il partito di Vannacci a 10. Il centrosinistra avrebbe quindi la maggioranza assoluta a Palazzo Madama, ma non a Montecitorio, dove resterebbe tre seggi sotto quota 201 (la maggioranza): per formare un governo dovrebbe ottenere il sostegno di un’altra forza politica, come Azione (Calenda però in più occasioni ha escluso categoricamente l’ipotesi). Italia Viva non riuscirebbe ad entrare in Parlamento.

Gli equilibri di forza all’interno delle coalizioni
Il premio di governabilità ridisegnerebbe anche i rapporti di forza dentro le coalizioni. Circoscrivendo l’analisi allo scenario in cui è in vigore la nuova legge elettorale e alla sola Camera dei deputati, con Vannacci alleato del centrodestra Fratelli d’Italia vincerebbe 125 seggi; se Futuro Nazionale corresse da solo, i deputati del partito di Meloni scenderebbero a 91. Anche per Vannacci entrare nella coalizione sarebbe vantaggioso, perché passerebbe da 25 a 35 seggi. Così come per le altre forze della destra: la Lega salirebbe da 19 a 26, mentre Forza Italia da 26 a 35. Naturalmente questi dati non tengono conto delle sensibilità politiche dell’elettorato, dato che, in base alle alleanze siglate prima del voto, le percentuali di ciascun partito potrebbero variare (perché, ad esempio, un elettore di Forza Italia potrebbe non votare per gli azzurri se il centrodestra imbarcasse Vannacci). Sul fronte opposto, il Pd oscillerebbe tra 110 deputati con il campo largo vincitore del premio e 79 se a ottenerlo fosse il centrodestra.


Il governo Meloni è famelico


Rai, blitz sulla riforma. Obiettivo nuovo cda che duri oltre il 2027. La destra vuole garantirsi il controllo anche se perde le politiche. Ed è scontro sui nomi per la Vigilanza tra La Russa e l’opposizione

Rai, blitz sulla riforma. Obiettivo nuovo cda che duri oltre il 2027

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – Non è bastato aver occupato tutto l’occupabile in questi quattro anni di governo, piazzando alla guida dell’azienda — oltre che di talk, tg e programmi vari — famigli, amici o comunque gente di provata fede. La destra ha ora messo a punto un piano ancora più avanzato per controllare la Rai anche qualora dovesse perdere le elezioni in calendario tra la primavera e l’autunno del 2027.

È la mossa del cavallo. Che costringerebbe il centrosinistra, anche in caso di vittoria, a restare in minoranza nel consiglio di amministrazione della tv di Stato. La cui gestione rimarrebbe saldamente in mano ai Fratelli e suoi alleati per quasi tutta la durata della prossima legislatura.

La road map è stata già definita. E prevede una forte stretta sui tempi. La settimana entrante riprenderà in 8° commissione del Senato l’esame della riforma del servizio pubblico proposta dalla maggioranza. L’intenzione è di portarla in aula, per il varo in prima lettura, a metà ottobre o giù di lì. Quindi passerà a Montecitorio, dove si conta di dare il via libera definitivo entro fine anno. Dopodiché, da gennaio in avanti, ogni momento diventa buono per avviare le procedure di nomina del nuovo cda, che avviene mediante elezione nelle Camere di sei componenti su sette (uno spetta ai dipendenti Rai). Con l’approvazione della legge, infatti, l’attuale board decade, pur restando in carica fino all’insediamento di quello successivo.

E qui interviene il dettaglio decisivo. Il testo confezionato dal centrodestra prevede una serie di innovazioni pensate per favorirli anche in caso di rovescio politico. Primo fra tutti, l’allungamento del mandato dei consiglieri: quattro anni anziché tre. Significa che, prendendo servizio a ridosso del voto, rimarranno in sella per quasi tutta la durata del futuro Parlamento. Amministratore delegato, direttori di telegiornali, manager, autori e conduttori: se andranno al governo, i progressisti non potranno spostare nemmeno una foglia che Giorgia Meloni non voglia.

Una partita che finisce per incrociare quella sulla Vigilanza, svuotata prima dell’estate dalle dimissioni in blocco delle opposizioni per protesta contro la paralisi della bicamerale di controllo: per più di un anno, infatti, la maggioranza ha disertato i lavori pur di ottenere il quorum necessario a ratificare la forzista Simona Agnes al vertice Rai. Ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha avvertito la minoranza che, se non si sbrigherà a indicare i nuovi commissari, ci penserà lui d’ufficio. Fino a martedì aspetterà i desiderata di Pd, M5S, Avs e Iv. In mancanza, il giorno successivo provvederà motu proprio a «nominare i componenti dei gruppi che non fossero pervenuti, partendo dal dato apicale e scendendo per i rami». Parole accolte con furore dalle forze di centrosinistra, pronte ora alla guerriglia a oltranza, comprese le dimissioni bis: «Siamo di fronte all’ennesima, inaccettabile forzatura», accusano. «Anziché approvare il Media freedom act, la destra dispone a suo piacimento della Vigilanza e decide d’imperio».

E pazienza se si tratta di un gigantesco diversivo studiato per coprire la vera manovra, quella che le consentirà di continuare a comandare in Rai anche con gli avversari a Palazzo Chigi. Tutti sanno, infatti, che il muro contro muro maggioranza-opposizioni, coniugato con una legislatura agli sgoccioli, rende pressoché impossibile insediare Agnes alla presidenza. Lei si sarebbe pure “accontentata” di traslocare sulla poltrona di direttore generale che Roberto Sergio lascerà a fine mese. Il risarcimento promesso da Antonio Tajani. Solo che la Lega si è messa di traverso, ritiene sua la casella e non intende cederla. Risultato? L’ad Giampaolo Rossi prenderà l’interim. In attesa della riforma. Che farà decadere l’attuale cda e nascere quello nuovo. Comunque vada, a trazione meloniana.


I Brics sono l’unico freno contro il dispotismo Usa


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Si è svolto a New Delhi il 18° Vertice dei BRICS che festeggiano il loro ventesimo compleanno. Per il Liberal Order (ideologia del ventennio unipolare, che tuttavia continua a influenzare le classi dirigenti europee e buona parte anche della sinistra, quella vera) si tratta di una riunione di autocrazie e democrazie difettose, che sfidano senza risultati concreti l’Occidente, puntando sulla cooperazione economica e tecnologica.

[…] Per molti di noi invece i BRICS rappresentano il Katéchon, il freno agostiniano all’anticristo, al caos e all’anarchia. Questo non significa che vorremmo sostituire l’impero statunitense con un impero cinese o russo, oppure condiviso da un comitato di grandi potenze autocratiche. La Cina, la Russia, l’India o il Brasile, hanno una loro storia, hanno conseguito risultati positivi e subito sconfitte e arretramenti, esattamente come i Paesi occidentali. Costituiscono tuttavia una tendenza positiva nel contesto internazionale in quanto si appellano contro l’arroganza dispotica e unilaterale del cosiddetto egemone benevolo, alla Carta delle Nazioni Unite, a quei principi cardine del multilateralismo creati dalle potenze vincitrici dopo la Seconda guerra mondiale. Il movimento anticoloniale ha costituito una lotta riconosciuta per un ordine internazionale più equo. Purtroppo la governance globale instaurata dall’Occidente e dall’Impero americano ha dato vita a un nuovo colonialismo, a doppi standard e oramai al protezionismo contro gli stessi dogmi del libero commercio propri della teoria liberale. I BRIC, creati nel 2006, divenuti BRICS col Sudafrica nel 2010, e avendo raggiunto 10 membri nel 2024, partenariati estesi alla maggioranza del Sud globale, mostrano una vitalità particolare, basata su apertura e inclusività, giustizia ed equità, sviluppo sostenibile, cooperazione commerciale, portuale, infrastrutturale e tecnologica. Si tratta di Paesi poco omogenei, che contrastano l’unipolarismo occidentale, dando vita a un gruppo non troppo strutturato e privo di dogmi ideologici, che predilige la sovranità statale e una politica pragmatica, di ciascun membro, multivettoriale, fondata sulla difesa dell’interesse nazionale. La Cina è il leader, il cammino è cauto in quanto non si vuole provocare in una fase cosi delicata di transizione dall’impero americano al mondo multipolare, una deflagrazione bellica. Si punta pertanto sull’economia internazionale, sull’IA open source, molto più democratica dei modelli occidentali, sullo sviluppo sostenibile, su un sistema finanziario che protegga i singoli Stati dal dispotismo di Washington, ma che non sfidi la governance globale imponendo una moneta alternativa al dollaro. La Banca di Shanghai opera per incentivare gli investimenti e la cooperazione, gli scambi bilaterali in moneta nazionale costituiscono una garanzia contro colpi di testa dell’impero (sequestro di fondi come alla Russia). Si richiede da tempo una riforma dell’Onu, del Fmi e della Banca Mondiale affinché sia riconosciuta ai Paesi BRICS la dovuta rappresentanza. Al Vertice di New Delhi, si è ribadito che il gruppo non sfida l’Occidente e le dichiarazioni politiche, dovendo riconciliare posizioni diverse, come quelle dell’Iran e degli Emirati, dell’India o della Cina che sono state ridotte al minimo. Eppure la presenza di Iran ed Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita oppure di Cina e India non è di per sé un segnale politico importante in quanto oppone all’Occidente che normalizza la guerra, una visione basata sulla cooperazione tra Stati malgrado le divergenze? Dal punto di vista politico ci si è appellati al diritto internazionale condannando la politica di Israele a Gaza e auspicando uno Stato palestinese che torni ai confini del 1967, si è chiesta la de-escalation in MO. Non si è condannato l’attacco americano all’Iran e neanche la celebrata (dai media occidentali) aggressione russa all’Ucraina. Cina e India si sono offerte di mediare e Putin le ha ringraziate, lasciando uno spiraglio aperto. Le minacce mafiose di sanzioni secondarie da parte di Washington che, come ha denunciato il ministro degli Esteri cubano, sta ponendo l’isola sotto un assedio energetico, un blocco commerciale contrario al diritto internazionale e a quello umanitario, impongono ai BRICS la massima prudenza possibile. Dal punto di vista geopolitico il blocco mantiene una relativa neutralità puntando sulla crescita economica e tecnologica. Non c’è fretta in quanto il mondo multipolare è già una realtà che si va man mano consolidando. I BRICS rappresentano la metà della popolazione e il 40% del Pil mondiale. Gli investimenti cinesi in sviluppo tecnologico, portuale, delle telecomunicazioni e infrastrutturale attirano un numero sempre maggiore di Paesi e l’IA open source promette di distribuire benefici importanti. Almeno al momento, i BRICS sembrano non accarezzare progetti di dominio imperialistico, ma difendere la loro libertà minacciata dal neo colonialismo e dalle guerre di un impero in declino, che ha perso egemonia e autorevolezza.


L’assalto ai treni, l’ultima frontiera del caos turistico


Turismo di massa e ferrovie: quando i bagagli dei passeggeri rendono impossibile viaggiare

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Il turismo sta devastando l’Italia: ma questa è una mia personalissima opinione che mi tengo per me. Sta devastando l’Italia anche se come tutti i fenomeni che comportano un giro imponente di soldi favorisce l’arricchimento di molti e un beneficio evidente per le casse dello Stato di cui non possiamo che essere tutti lieti.

Comunque, nell’attesa di portare a compimento l’operazione già così bene avviata di distruzione capillare di borghi e città illustri, di panorami famosi, ovvero di rendere impossibile l’accesso di musei, monumenti e cattedrali che fino a poco fa consideravamo a portata di una visita anche senza aver prenotato tre mesi prima, nell’attesa di tagliare questo traguardo, dicevo, il turismo si sta dedicando all’impresa di rendere impossibile i nostri viaggi in treno.

Impresa che si può considerare ormai quasi riuscita. Basta vedere quanto accade sulla famosa metropolitana dell’Italia Napoli-Milano con diramazioni Torino e Venezia. Qui ad ogni stazione il treno è preso d’assalto da torme di uomini e di gentili signore: i turisti, appunto. Perlopiù dotati di una certa stazza e abbigliati di maglietta e pantaloncini anche in inverno, i maschi si issano sulla porta dei vagoni cercando faticosamente di sollevare mostruosi bagagli. Non sono valigie, non sono bauli sia pure pachidermici, sono cassapanche, armadi interi, guardaroba completi per ogni stagione che con piglio da energumeni i suddetti cercano di fare entrare negli spazi lillipuziani concepiti per le misure così diverse degli italianuzzi e delle loro striminziate ventiquattr’ore. Ovvero di incastrare pericolosamente in bilico sopra le teste di preoccupati passeggeri. Ma spesso l’operazione non riesce, ed ecco allora i mostruosi bagagli fluttuare liberi e irrequieti sulle loro rotelle come grandi cetacei lungo le piattaforme e i corridoi dei vagoni.

Mi chiedo: ma i responsabili delle ferrovie italiane non viaggiano, non vedono, non si accorgono di nulla? E allora fare qualcosa no?


Nuove amicizie: Angelucci “clava” di Beppe per fare la guerra a Conte


Nuove amicizie: Angelucci “clava” di Beppe per fare la guerra a Conte

(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Tra Beppe Grillo e Antonio Angelucci c’è una convergenza d’interessi tanto curiosa quanto evidente. Da quando il comico ha riaperto la faida con Giuseppe Conte, i giornali della famiglia dell’imprenditore e deputato leghista ne seguono ogni mossa con premura e simpatia.

Il Tempo è il biografo più devoto della battaglia neogrillina. Il 26 giugno racconta con dovizia di particolari la reunion di una cinquantina di ex parlamentari e fedelissimi che sarebbero pronti a seguire il ritorno dell’ex capo in politica (titolo sobrio: “Il grande Vaffa di Grillo a Conte”). Il 10 settembre, ancora sul Tempo, l’annuncio gaudioso: “Torna Beppe il castigaConte”. Nuovo soggetto politico, piattaforma digitale, proposta sul reddito, bozza di programma. Il direttore Daniele Capezzone si scioglie: descrive un Grillo “in forma”, “esplosivamente simpatico” e possibile “cigno nero di Giuseppi”.

Due giorni dopo, poi, ecco la notizia di una lunga intervista dell’“elevato” su Pulp, il podcast di Fedez e Mr Marra (sarà trasmessa il 21 settembre, anche se ieri la trasmissione ha smentito che contenga l’annuncio di un nuovo “Movimento zero stelle”). Coincidenza interessante: il 25 agosto Lettera43 aveva dato la notizia che il gruppo Angelucci fosse in trattativa per acquisire proprio Pulp; per tornare a parlare in pubblico dopo anni, Grillo ha scelto il programma appetito dall’editore di Libero e Il Tempo.

In questa vicenda di relazioni e incroci improbabili c’è anche Paolo Zampolli, l’imprenditore italoamericano vicino a Donald Trump. Pure lui è passato da Pulp: dopo una causa da 5 milioni contro il programma per una puntata sugli Epstein Files, il 25 maggio si è seduto davanti ai microfoni di Fedez e Marra per “conciliare”. Ma è soprattutto con Libero che negli ultimi mesi Zampolli è diventato loquacissimo. Lo scorso 31 marzo il quotidiano scopre il pranzo romano con Conte. Il 2 aprile Zampolli lo definisce “un amico” e nega di aver parlato con lui del Grand Hotel Plaza della famiglia della compagna, Olivia Paladino. Il 5 agosto all’improvviso cambia versione e racconta – ovviamente a Libero – che del Plaza avevano parlato, eccome (titolone in prima pagina: “Conte e gli affari immobiliari”). Il giorno dopo, infine, Zampolli rettifica al Corriere della Sera: dell’albergo si era discusso solo per due minuti e Conte gli aveva detto di non occuparsene direttamente. Versioni ballerine, ma intanto Libero inaugura il suo filone immobiliare, tra vendite, società, presunti debiti e ipoteche della famiglia Paladino.

Corsi e ricorsi. Eppure Grillo e Angelucci non erano mai stati amiconi, anzi: l’imprenditore è un antico bersaglio del grillismo. Già nel 2008, nella campagna per il V2-Day sull’informazione, sul blog del comico gli Angelucci venivano indicati come esempio di intreccio incestuoso tra giornali finanziati dallo Stato e interessi nella sanità privata. Negli anni grillini il M5S lo attaccava sempre: per l’assenteismo parlamentare, per i finanziamenti all’editoria e il conflitto d’interessi tra politica, cliniche e giornali. E ancora nel marzo 2024 era Grillo in persona a definirlo sul blog “Re Mida delle cliniche private”, una minaccia per l’indipendenza dell’informazione. Si cambia. E poi si sa: il nemico del mio nemico è mio amico.


Barra, multa di mille euro a Jorit per il murale su Francesca Albanese


L’artista non aveva inviato al Comune la comunicazione di inizio dei lavori. E ha versato i soldi della sanzione

Barra, multa di mille euro a Jorit per il murale su Francesca Albanese

(di Alessio Gemma – repubblica.it) – Il murale aveva diviso la politica: il volto di Francesca Albanese, la relatrice dell’Onu invisa a Trump per la sua battaglia al fianco del popolo palestinese. Ora si scopre che per realizzare ad aprile quell’icona della sinistra italiana sulla parete di un palazzo di Barra, l’artista Jorit non aveva inviato al Comune la comunicazione di inizio dei lavori. E la mancanza di quell’atto gli è costata una sanzione di mille euro. Pagata da Jorit a giugno.

Mille euro sul conto della tesoreria del Comune di Napoli, versati da “Jorit Ciro Cerullo”. Causale: sanzione per mancata Cila. E Cila è la comunicazione di inizio lavori. In più a giugno l’artista ha presentato i documenti al Comune sulla “mancata comunicazione di inizio lavori”. Per sanare la pratica. Delegando, si legge negli atti, il geometra Ciro Borriello. Che è consigliere comunale M5s. Artista che fa discutere Jorit. Tra chi lo osanna per la sua “human tribe”, i volti segnati dalle strisce rosse. E chi gli addebita quella foto 2024, a guerra in Ucraina già iniziata, al fianco di Putin in Russia. «Voglio mostrare all’Italia – disse l’artista rivolto al presidente russo– che sei un essere umano come tutti e contrastare la propaganda occidentale». Quando divampò lo scontro per il suo murale di Albanese in corso Bruno Buozzi, Jorit rilanciò: «Io credo che Albanese sia divisiva solo per chi non ha a cuore il diritto internazionale». Il fatto è che la relatrice Onu era già diventata un caso per la proposta della cittadinanza onoraria di Napoli. Approvata dal Consiglio comunale nel 2025, è ancora congelata. Complice una battuta infelice di Albanese: «Milano non è Napoli. Nel senso che lì ci pensano che si devono svegliare alle sei». Scivolata? In un lungo post l’attivista di origini irpine sostenne poi che le sue parole erano state manipolate. Partendo dalla cittadinanza in stand by, Catello Maresca – magistrato e consigliere comunale di opposizione, già candidato a sindaco – ha cominciato a interrogare l’amministrazione sul murale. Ha chiesto se c’erano i documenti di inizio lavori. Rispolverando la querelle amministrativa che aveva già scosso il Comune per il murale di Ugo Russo ai Quartieri Spagnoli. E Maresca ha brandito la sentenza del Consiglio di Stato del 2023 per la quale un murale non è opera di edilizia libera alla stregua di una tinteggiatura: ma un intervento di manutenzione straordinaria che necessita di una Cila.

Per questo Maresca ha chiesto la “rimozione dell’opera”, anche in “assenza di una determinazione definitiva sulla proposta di cittadinanza onoraria ad Albanese”. Nella pratica presentata ex post per sanare l’opera a giugno è allegato l’accordo tra Jorit e i proprietari del palazzo in cui si specifica che “l’opera è finanziata interamente dagli artisti”. Ed è agli atti la delega per depositare i documenti al geometra Borriello. Che non si scompone: «Trovo stucchevole la polemica su un murale che la gente va a vedere», replica il consigliere Borriello: «Ho valutato la buona fede dell’artista che conosceva il regolamento. Abbiamo sanato tutto attraverso il mio operato prestato gratuitamente. Sono orgoglioso: l’arte merita un sacrificio professionale».