Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Le Bierre in menopausa


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Uno dei miei primi articoli sul Giornale di Montanelli fu sulle voci di un megatunnel di 60 km nelle Alpi e di svariati miliardi nelle casse dello Stato per un treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino. Peccato che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. Era il 1988. Il muro di Berlino era ancora in piedi e Tangentopoli rubava […]


Malagò e il passo falso dell’uomo che piaceva alla gente che piace


Dopo i fasti delle Olimpiadi l’ex presidente del Coni era sul punto di essere venerato come un santo patrono dell’Italia. Sta finendo come nessuno avrebbe potuto immaginare

Malagò e il passo falso dell’uomo che piaceva alla gente che piace | il commento

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Giovanni Malagò, l’uomo che piaceva alla gente che piace, maestro delle relazioni pubbliche, snodo umano di ogni fattiva mediazione, sta per lanciare la palla in tribuna e piegarsi, nel penultimo tragitto della sua fastosa carriera, al terribile ko. Come i pifferi di montagna andati per suonare, Malagò – e con lui Maldini e Leonardo, i campionissimi ingaggiati per ridare luce alla Nazionale – tornarono suonati e parecchio pure. È sempre vero che la vita è un lungo, indescrivibile imprevisto, ma nessuno avrebbe mai immaginato che l’uomo della provvidenza, il manager più vincente d’Italia, potesse mai finire sotterrato sotto la ferraglia degli incroci dilettanteschi, di una prova così sciatta e sciagurata mostrata nella ricerca ansiosa e inconcludente di un commissario tecnico che desse all’Italia il gol che ci manca. Uomo di sport, ma anche di governo. Circolo Aniene, di cui è l’alto rappresentante nel mondo, e, poniamo il caso, ministro? Possibile. Avrebbe fatto la sua figura anche nella compagine di Giorgia Meloni. Viceversa, per i meriti acquisiti sul campo, sarebbe potuto essere cooptato dal centrosinistra persino come papa straniero, o chiamato a guidare il centro del centro, lui pragmatico e assolutamente riformista per dare freschezza e vivacità alla logorroica narrazione del potere italiano.

Figlioccio di Gianni Agnelli al punto che la di lui sorella Suni lo battezza Megalò per la formidabile prova di gaudente no limits. Già socio di Luca di Montezemolo, gestore, insieme a Lupo Rattazzi, di un patrimonio finanziario niente male, azionista (col 15%) della Samocar, l’azienda di famiglia che commercia auto di lusso, Malagò ha ottenuto la palma del miglior candidato possibile per tutto il possibile per via dei suoi meriti ma anche dei suoi sponsor. Gianni Letta anzitutto. Membro del Fai, della giuria del David di Donatello, della commissione del made in Italy, della fondazione Guido Carli, della onlus Sant’Egidio, Malagò ( o Megalò che dir si voglia), ha conquistato il conquistabile. E quando la vita si è occupata delle sue cose storte, (aver per esempio truccato la carriera universitaria chiedendo a un bidello di taroccare lo statino e superare così gli esami di Privato, Economia politica e Commerciale) ha beccato il bonus della prescrizione (dopo aver ricevuto un anno e undici mesi in primo grado). Ha però avuto la voglia di riprendere i libri in mano a 46 anni e laurearsi per davvero. Dopo i fasti delle Olimpiadi Malagò era sul punto di essere venerato come un santo patrono dell’Italia. Sta finendo come nessuno avrebbe potuto immaginare. Amen.


Giorgio Parisi: sul clima non basta dire “oddio come si suda”, serve un voto politico coerente


Il nucleare costa molto e richiede tempo, meglio il solare. E per l’Ia occorre un organismo europeo. Ecco le soluzioni da Nobel di Giorgio Parisi. Intervista

Giorgio Parisi (Roma, 4 agosto 1948), professore emerito di Fisica teorica alla Sapienza di Roma, ha ricevuto il Nobel per la Fisica nel 2021. Mattia Balsamini/contrasto

(di Elena Dusi – repubblica.it) – Il nostro “piccolo pianeta bisognoso di cura” è a un bivio. Ha di fronte a sé un futuro (e un presente) dal clima soffocante oppure può affidarsi alle fonti rinnovabili sfuggendo alle sirene del nucleare, assai più costoso di sole e vento. Può scegliere la strada di un’intelligenza artificiale confinata nelle mani di un manipolo di tycoon o quella di un sistema informatico aperto a tutti i contributi, privo di segreto industriale, capace di ridistribuire i guadagni fra tutti.

«Non sappiamo se il progresso che abbiamo vissuto fino a oggi proseguirà ancora in futuro o se subirà un crollo nel secolo che stiamo vivendo», è il monito di Giorgio Parisi, che ha dedicato alla Terra, «un’astronave che viaggia nello spazio con risorse limitate», il suo ultimo libro: Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura, in uscita il 31 luglio per l’editore Castelvecchi. Premio Nobel per la Fisica nel 2021 e membro dell’Accademia dei Lincei, Parisi parte dalla scienza e abbraccia la politica. I tre saggi che compongono il libro – dedicati a clima e ambiente, intelligenza artificiale e futuro dell’energia, incluso il ruolo del nucleare – sono frutto della sua passione civile. Hanno visto la luce fra le pagine della rivista Alternative per il socialismo, a partire dalla relazione sul nucleare per il Parlamento o dal manifesto per promuovere un centro di ricerca europeo per l’intelligenza artificiale sul modello del Cern.

Qual è il suo rapporto con la politica?

«La situazione attuale non mi pare entusiasmante, ma ho fiducia che presto le cose cambino in meglio».

Cosa glielo fa pensare?

«Le elezioni non sono lontane e credo che le nuove generazioni sceglieranno meglio di noi. Hanno capito che è ora di cambiare le cose, sentono il bisogno di fare politica. Anche negli Stati Uniti sta emergendo una nuova generazione di under 40 con idee fresche e nuove. Il sindaco di New York Mamdani ne è il simbolo».

Intanto però nulla si muove. Stiamo battendo sempre nuovi record di temperatura e il riscaldamento climatico viene a malapena menzionato.

«Nessuno o quasi nega ormai il problema. Anche senza parlare di cifre, tutti ci stiamo accorgendo che le temperature sono cambiate. Il problema è passare dall’“oddio come si suda” a un voto coerente e a un intervento della politica».

La politica in Italia oggi propone il ritorno alle centrali nucleari.

«Ma non ci sono dubbi, oggi il modo meno costoso di produrre energia è il solare. Il suo prezzo è un terzo rispetto al nucleare e tende a scendere ancora. Il nucleare di quarta generazione è ancora allo studio, nessuno sa quanto costerà effettivamente. Anche per quanto riguarda i mini-reattori, nulla indica che la spesa per megawatt sia inferiore rispetto alle grandi centrali. Da quindici anni poi l’Italia discute di un deposito dove stoccare le scorie radioattive in modo permanente, e ancora si è fermi alla lista di un centinaio di siti potenziali. Dove prevedibilmente sono scoppiate le proteste».

Si dice che i pannelli solari arricchiscano la Cina che li produce.

«I moduli fotovoltaici provengono dalla Cina, ma incidono sul costo finale di un impianto per un 20 per cento circa. Buona parte della spesa arriva dall’installazione, che è locale».

Un’altra obiezione riguarda l’intermittenza dell’energia solare.

«È vero, ma il nucleare non è la soluzione. Un reattore non può essere acceso e spento come un fornello. Ha bisogno di uno o due giorni per essere riavviato una volta che la reazione viene interrotta. Per ovviare al problema dell’intermittenza delle rinnovabili ci sono altre soluzioni possibili. Le centrali a gas, per restare sulle fonti fossili. Le batterie per accumulare l’elettricità prodotta dalle fonti pulite. O si può usare il solare per sollevare l’acqua riempiendo le dighe di giorno e sfruttarla sotto forma di energia idroelettrica la notte».

Qual è invece il suo parere sulla fusione nucleare, la reazione che avviene nel Sole, per la quale l’Europa sta investendo molto in ricerca?

«Cinquant’anni fa si diceva che ci sarebbero voluti cinquant’anni. Oggi si prevede che sarà pronta fra trent’anni. Di progressi se ne sono fatti e penso che ci arriveremo, ma serve ancora molta ricerca. I vantaggi sulle scorie sono evidenti, la fusione ne produce molte meno rispetto alla fissione nucleare. Sui costi invece non abbiamo riferimenti. Nell’attesa comunque è un’altra la fonte di energia che svilupperei».

Quale?

«La geotermia. Giappone e Islanda la sfruttano da tempo. In Italia, dove pure avremmo molte potenzialità, siamo bloccati senza un motivo chiaro. Eppure potremmo usarla per abbattere l’energia per rinfrescare o riscaldare le nostre case».

E anche quella per alimentare i data center che fanno girare i circuiti dell’intelligenza artificiale. Oltre alla questione ambientale, però, l’Ia suscita altre preoccupazioni.

«Il rischio di monopolio prima di tutto. Sempre di più, in futuro, sarà l’intelligenza artificiale a fornirci tutte le informazioni che cerchiamo, dalle ricette alle notizie di attualità. Questo prosciugherà buona parte del contenuto di internet, dai siti di cucina a quelli dei giornali, solo per fare degli esempi. Dopo qualche anno non avremmo più contenuti, se non quelli generati dall’intelligenza artificiale, con i suoi pochi programmi concentrati nelle mani dei suoi pochi imprenditori. Tutta la conoscenza finirebbe nelle mani di un unico editore, l’unico in grado di dirci cosa leggere e di dare significato a parole importanti come libertà, democrazia, giustizia o guerra».

Per evitarlo lei ha proposto di fondare un Cern dell’intelligenza artificiale. Di che cosa si tratta?

«Di un centro di ricerca europeo, come il Cern, in cui l’intelligenza artificiale sia sviluppata senza segreto industriale e senza arricchire pochi magnati. I computer già esistenti in Europa offrono una potenza di calcolo sufficiente. Gli scienziati potrebbero collegarsi ai vari centri di calcolo da un campus in cui è importante che lavorino insieme. Molte buone idee nella scienza infatti arrivano dalle chiacchierate informali. È importante che i vari ricercatori si ritrovino in mensa, vadano a bere un caffè insieme. Spesso chi non sa come risolvere un problema bussa alla stanza del vicino e gli chiede consiglio, chi ha un’idea fuori dagli schemi ne parla più facilmente al di fuori di un contesto formale. I computer possono essere ovunque, ma è importante che le persone siano insieme».

A che punto è la sua idea? In Italia sembra averla sposata la segretaria del Pd, Elly Schlein.

«La Francia è la nazione più attiva. Vorrebbe avviare il progetto prima della fine dell’anno. Una possibilità sarebbe investire 700 milioni all’anno, una cifra quasi invisibile nei bilanci europei, usando i centri di calcolo già esistenti. Altri Paesi hanno manifestato interesse per l’idea, Italia inclusa. Si tratta di riunirsi attorno a un tavolo e partire il prima possibile, perché Stati Uniti e Cina investono cifre di tutt’altra portata».


Elezioni 2027: tutto è perduto (onore compreso)?


Elly Schlein si era impegnata a liberare quel che resta della sinistra dai cacicchi del Pd; e di cui oggi risulta in ostaggio

Elezioni 2027: tutto è perduto (onore compreso)?

(Pierfranco Pellizzetti – ilfattoquotidiano.it) – Cari/e amici e care amiche, per tutto l’agghiacciante quadriennio della destra borgatara al governo ho sempre cercato di alleggerire l’opprimente materia con qualche piccola invenzione linguistica scherzosa, di cui rivendico il copy: da “camposanto” per l’illusorio “campo largo” dei benpensanti alla Pier Luigi Bersani a “puffetta mannara” riferita alla premier. Esercizio che mi ha meritato il rimbrotto dei politicamente corretti che popolano il mio audience di vecchio liberale critico.

Da qualche tempo mi scivola dalla tastiera la battitura “Elly Ridens”, sintomo della crescente convinzione che ogni speranza di porre fine al regno dell’oscurantismo meloniano – con il codazzo di vecchi arnesi alla Ignazio La Russa e new entries alla Andrea DelMosrtro (viste le orride frequentazioni gastronomiche) col suo roommate mordace Dumbo Donzelli – sia stata azzerata anzitempo. Da qui una considerazione di ordine generale: la nostra povera democrazia non è stata lesionata dall’avvento della marmaglia nera (ancora grazie, Enrico Letta!), ma dallo stillicidio di smobilizzi sottotraccia opera di un soggetto coperto retrostante: una cinica oligarchia che presidia gli equilibri vigenti del potere e utilizza il ceto politico dressato all’obbedienza come massa di manovra.

Per cui è un’illusione ottica quella del ritorno al fascismo, di cui le gag linguistiche e comportamentali – dai saluti romani alle prepotenze contro gli inermi – sono solo teatralità; seppure altamente inquietanti. Per cui lo stesso Mussolini e i suoi andarono al potere nel ’22 come manovalanza di agrari e padroni del vapore terrorizzati da un’ipotetica sovversione “rossa”. Che poi il Duce giocò in proprio per un ventennio, constatata l’inconsistenza dei propri mandanti.

Insomma, aveva ragione lo storico Tony Judt quando diceva che “i fascisti non hanno idee, hanno atteggiamenti”. Per cui è solo l’ennesima trappola la conclamata priorità, fatta propria dal sedicente fronte progressista, attribuita alla missione di spedire l’attuale maggioranza all’opposizione. A qualunque costo. Una vera truffa, visto che tutto fa pensare che l’attuale disegno ha il solo scopo di sostituire gli attuali caudatari con altri equivalenti, nel fornire la certezza che i reali manovratori non verranno disturbati da fisime riformatrici (un padronato arroccato ai privilegi e scudato dal sistema mediatico consacrato al pensiero pensabile, fino agli eredi di Silvio Berlusconi e del compromesso che il patriarca Mediaset stipulò con l’establishment, non meno che con la malavita organizzata). Ossia, in larga misura il personale incistato nel PD e dintorni. In parte rimasto nella casa madre, in parte addobbato con le vesti d’Arlecchino del centrismo sotto la direzione dell’impresario Matteo Renzi (o del buffo naturale Calenda, caricatura maccartista impegnata a scovare putiniani, Pirlo compreso).

La massa prevalente resta quella dei cacicchi piddini. I Dario Franceschini e gli Andrea Orlando. Ovvero la tabe post-comunista/democrista di cui la segretaria Elly Schlein si era impegnata a liberare quel che resta della sinistra; e di cui oggi risulta in ostaggio. In piena sindrome da Stoccolma, come evidenzia la sua totale sottomissione all’ideologia della Terza Via: si vince se si promuovono parole d’ordine Neoliberiste anti New-Deal: sacralità del mercato, superiorità genetica del ricco, egemonia delle logiche d’impresa, trasformazione del consenso politico in marketing. Divorzio del Capitalismo dalla Democrazia.

Portavoce di questa volontà di potenza è ormai da decenni Mario Draghi, nuclearista e fiduciario della finanza internazionale, la cui palese vicinanza alla Schlein conferma l’abiura di costei ai propositi iniziali e degli attuali orientamenti di cui si è fatta portatrice. In primo luogo quello di ingabbiare Giuseppe Conte, come già avvenne nel passaggio di governo dal Conte II a quello di Draghi, che liquidò definitivamente ogni acquisizione anti-establishment della stagione stroncata da campagne diffamatorie/terroristiche e dalle manovre di un altro uomo di mano per tutte le stagioni come Matteo Renzi (ennesima vicinanza rivelatrice dell’involuzione di Elly Ridens in fregola di incoronarsi premier).

Quanto ci sta avvenendo sotto gli occhi induce a pensare che l’anno prossimo non si prospetta nessuna alternativa. Solo un cambio di facciata, perché tutto continui come prima. E dopo “grazie Enrico Letta” dovremo dire “grazie Elly Schlein”. A riprova del vecchio detto di un antico liberale, Lord Acton: “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. E produrrà astensionismi elettorali come mai in passato.


Quanto ci costa la guerra nel Golfo Persico? Guardate il prezzo della benzina e stavolta incazzatevi sul serio


Nuovo boom del petrolio per colpa della Terza guerra del Golfo e il governo cosa ha fatto per evitare l’aumento del costo della benzina? Niente, tranne le solite toppe (come il taglio temporaneo delle accise). Vi spieghiamo cosa dovrebbe fare ora la maggioranza e cosa dovremo fare tutti molto presto, se non vogliamo rischiare in eterno

Quanto ci costa la guerra nel Golfo Persico? Guardate il prezzo della benzina e stavolta incazzatevi sul serio

(di Andrea Muratore – mowmag.com) – C’è una costante della politica italiana che accompagna ogni fase di crisi energetica: il dato strutturale di problematiche globali come quella emersa oggigiorno dalla Terza guerra del Golfo e dal nuovo boom del petrolio seguito alla ripresa degli scontri tra Usa e Iran si scontra con la realtà concreta delle persone. Molto banalmente: difficile spiegare con la grande geopolitica globale il diesel o la benzina sopra i due euro al litro in un Paese che fa della mobilità automobilistica e su gomma un perno della strategia di connettività. Da qui il ricorso a strumenti operativi che, giocoforza, sono di breve periodo: il taglio temporaneo delle accise è la misura-regina di questo tipo. Una misura sbagliata? Non è detto. Ma sicuramente una misura che per natura sconta un respiro stretto.

Lo conferma il fatto che il governo Meloni sta pensando di mettervi nuovamente mano dopo che a inizio luglio era scaduto, riprendendo il meccanismo delle accise mobili: si sterilizza con le entrate Iva e l’extragettito di un periodo il taglio delle tasse che gravano sui carburanti in quello successivo. Un’attenta analisi di Today, però, ci ricorda che il diavolo è nei dettagli: “nelle ultime rilevazioni, l’extragettito non c’è” e, anzi, guardando al rapporto sulle entrate dello Stato a maggio, “la diminuzione è di 539 milioni di euro in meno, il 5,8 per cento in meno rispetto al mese precedente”. Dati alla mano, dunque, sarebbe necessario aspettare dati più consolidati per aprire la strada a un uso strutturale del meccanismo delle accise mobili. Lo confermano quanto scrive “Il Tempo”, che ricorda che probabilmente le accise mobili saranno nuovamente introdotte avendo a disposizione i dati di luglio, a inizio agosto, e quanto riporta Il Sole 24 Ore, secondo cui nel breve periodo ci sarebbe spazio solo per una misura-ponte di breve cabotaggio.

Giorgia Meloni

Lo scenario, dunque, è articolato e racconta di una realtà concreta in cui l’Italia si trova a muoversi: sul fronte energetico, la dipendenza dall’estero impone di essere sulla difensiva nei periodi di crisi. Giorgia Meloni ha imparato a capirlo negli anni: è salita al governo pochi mesi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e ha affrontato la tempesta energetica del 2022-2023 contribuendo a disaccoppiare l’Italia dalle forniture russe e spingendo la ricerca di produttori alternativi di gas naturale, ora deve affrontare l’aumento vertiginoso dei carburanti che è per molti cittadini un proxy dell’inflazione che rischia di rosicchiare potere d’acquisto e prospettive future. Il tema è che la coperta è estremamente corta: al Ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Giancarlo Giorgetti, infatti, spetta il compito di capire quante risorse saranno a disposizione di possibili manovre che potrebbero fornire sollievo in un contesto ove tra effetto-Hormuz e esodo agostano si prevede un aumento netto della spesa alla pompa dei cittadini italiani.

Il Codacons stima in +1,9 miliardi di euro, per un totale di 10,8, la spesa a luglio e agosto dei cittadini nel 2026: un dato che va tenuto in considerazione e può portare con sé conseguenze politiche. Al tempo stesso, però, a Via XX Settembre dovranno pesare con cura l’uso di ogni singolo euro: la stagione della Legge di Bilancio si avvicina e le risorse saranno poche, visto il problema del debito pubblico, il mancato raggiungimento del target di un livello di deficit rispetto al Pil inferiore al 3% che non libera risorse per il Paese e la necessità per l’esecutivo di capire come rendere più strutturali misure come il taglio delle tasse al ceto medio che rappresentano una bandiera politica. Sarà, peraltro, l’ultima manovra prima delle prossime elezioni politiche e dunque c’è da aspettarsi che la proposta del Mef sia poi destinata a essere condizionata dalle richieste dei partiti. In assenza di dati ufficiali e statistiche definitive, è difficile giungere a conclusioni, ma è plausibile che a un certo punto il governo possa trovarsi a dover scegliere se il finanziamento del taglio delle accise mobili sia strutturalmente sostenibile senza impattare sulle risorse che saranno a disposizione per la manovra. Sul tema dei carburanti, insomma, la corsa è giocoforza all’inseguimento, anche perché i tempi della percezione sociale del problema sono estremamente più veloci di quelli della politica chiamata a risolverlo in un contesto di grandi vincoli tecnici. Il fatto di aver provveduto al primo taglio delle accise mobili rende il governo sostanzialmente vincolato a doverlo proporre di nuovo dopo la sua scadenza, ma riteniamo abbia avuto ragione, col senno di poi, Davide Tabarelli, responsabile Nomisma Energia, che commentando il primo taglio alle accise ha ricordato come su questo dossier l’incentivo forse avrebbe dovuto essere a consumare meno energia e meno carburanti. In tal senso, avrebbe anche potuto essere posto in essere un piano di gestione dei consumi paragonabile a quello compiuto sul fronte del gas naturale. Dal 2021 al 2025, i consumi di gas sono calati da 76 a 63,2 miliardi di metri cubi, secondo l’analisi di QualEnergia, e unitamente al cambio delle forniture ciò ha contribuito a evitare scenari peggiori. Sui carburanti questo impone una manovra più complessa perché significa incentivare mobilità alternative, spingere sul trasporto ferroviario e locale, promuovere il lavoro a distanza e ottimizzare risorse. Un piano a tutto campo che sulla scorta dell’emergenza è difficile compiere ma che può contribuire a produrre buone abitudini.

Il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti

Il dato strutturale è la causa del caro-energia: una guerra senza precedenti nel Golfo Persico che mette a repentaglio l’economia globale. Risolverla unicamente andando alla rincorsa è complesso e rischia di essere perfino controproducente. Sul breve periodo, la scelta migliore è resistere, ricordare che le risorse sono scarse e che ciò che si spenderà oggi andrà preservato domani, seminando una pratica di buona gestione dell’energia che l’Italia, senza allarmismi, ha già saputo fare sul fronte del gas. Sul lungo periodo, la crescita infrastrutturale, il sostegno a forme di mobilità meno onerose e un serio ragionamento sulla dipendenza della mobilità dall’automobile appare doveroso. Quando il caos globale bussa alle porte, è difficile agire rapidamente e con lucidità. Ma forse politicamente ogni tanto è doveroso non arrendersi al piccolo cabotaggio come regola di navigazione. Il timing non aiuta: non c’è mese in cui il prezzo alla pompa interessi maggiormente gli italiani di agosto e del periodo delle vacanze di massa. Un Paese vive anche della sua sensibilità profonda, e questo è ineludibile. Ma è bene dirlo: il meccanismo delle accise mobili è per sua natura una toppa che si basa sulla premessa che il buco sarà presto riparato. E sul fronte del prezzo del carburante e del greggio, solo Usa e Iran possono decidere quest’ultimo dato.


Ma Ulisse non se ne va in America


(di Marcello Veneziani) – Ma cos’è questo impetuoso ritorno di Ulisse sulla scena mondiale? Che corde smuove il kolossal di Cristopher Nolan per parlarne e scriverne così in tanti? C’è qualcosa di quell’epoca e quel poema che rigurgita nei nostri giorni o sono i nostri giorni che si rispecchiano nel potente affresco di guerra, violenze e vendette inscenato dal regista americano? Ho visto Odissey e altrove ho detto tutto il bene e il male che si può dire intorno a questo kolossal d’autore, facendo paragoni. Ma qui vorrei andare contromano e dire una cosa che è lo sviluppo rovesciato di quel successo di massa del film di Nolan: abbiamo perso la capacità di traduzione. Si, l’arte contemporanea, il cinema in primis, il teatro, ma anche le altre arti figurative e forse narrative, non sanno più tradurre la vera essenza poetica e lirica, religiosa e fatale dei grandi capolavori del passato e non sanno più leggere, capire, penetrare quel mondo e il loro significato. Ne riprendono il corpo, e il corpo a corpo, non l’anima.

È come se avessimo perso la capacità di capire il loro linguaggio, il linguaggio maestoso del sacro, il linguaggio possente dell’antichità, la magia di quelle gesta e di quei gesti, quelle parole e quei silenzi; non riusciamo più a commuoverci, a piangere come sapevano piangere loro, a capire il significato simbolico, rituale e liturgico di alcuni gesti e di alcuni eventi. Gli dei ci sembrano in queste versioni contemporanee, delle sbiadite presenze di supporto, badanti di colore, che non evocano nessun piano superiore e alcun mistero. Le storie perdono quel misterioso rapporto col fato, con la potenza del destino. Si perdono nell’esibizione spettacolare delle peripezie, delle avventure più eclatanti, delle crudeltà più disumane o delle guerre stellari con figure che non sembrano provenire dal mito ma da altre galassie; spariscono i dialoghi più intensi, i silenzi più carichi di dei e di presagi, le parole che più s’impressero nei nostri cuori quando leggemmo prima da bambini e poi da giovani i poemi di Omero. Che erano, si, “poemi della forza”, come Simone Weil e Rachel Bespaloff definiscono l’Iliade. Poemi che suscitano non solo stupore ma anche orrore, spavento, elogio del vigore, appena bilanciato dall’astuzia di Ulisse e dal timore degli dei.

Il film sembra riprendere proprio in questa chiave “il poema della forza” inscenando lotte cruente tra tremendi bestioni, come li avrebbe definiti Giambattista Vico. Ma il poema della forza aveva in sé anche la forza del poema; forza evocativa, onirica, poetica, fascinosa e struggente; una forza spirituale oltre la forza fisica, tra squarci di umanità e di pietà, nostalgie e tenerezze, tensione religiosa e commozione. Si può rimuovere dall’Odissea, come fa il regista americano, il dialogo di Ulisse con la madre nell’Oltretomba e la sua impossibilità di abbracciarla, di stringerla a sé, perché ormai è un’ombra, un sembiante? Si può omettere il dialogo con Calypso quando propone a Ulisse di restare per sempre con lei e vivere una vita beata e immortale, e il re avventuriero invece sceglie di restare mortale pur di tornare alla sua patria, alla sua casa, alla sua moglie, anche se non è avvenente come la dea?

Si può dimenticare nella foga di descrivere troppo a lungo l’eccidio dei Proci, di esprimere l’emozione di Penelope per la graduale scoperta che quel mendicante è suo marito? E si può trascurare la mitica prova-tranello di Penelope per capire se il viandante è davvero suo marito, quando chiede di spostare il letto nuziale, e Ulisse s’inalbera dicendo che non si può, perché come sapevano solo lui e sua moglie, fu impiantato e scolpito direttamente in un albero vivo d’ulivo? Quel letto era il testimone di una fedeltà coniugale più forte del fuoco e di un’indissolubilità dell’unione e della famiglia, radicata nella terra.

Nulla di tutto questo appare nell’Odissea di Nolan, dove neanche per sbaglio si vede un profilo greco, un volto greco, tra quote sindacali di attori di colore, latinos, marines e altri che col mondo greco non c’entrano, a partire dalle gemelline nere Elena e Clitennestra, per non dire della Maga Circe che perde tutto il suo fascino per apparire come un’attempata e inacidita femminista che la vuol far pagare ai maschi e perciò li trasforma in porci, come meritano. Sono figure marginali, ma infastidiscono queste wokerie di passaggio.

Ma sopra ogni cosa, si può cancellare il Poema del Ritorno, del Nostos, quale è sempre stato nei millenni l’Odissea, cambiando il finale con la coppia di regnanti che lasciano il loro regno al figlio Telemaco, quel regno che Ulisse ha difeso col sangue e sospirato negli anni di lontananza; e invece i due piccioncini maturi, lasciano la loro patria e il loro trono, e partono per l’orizzonte infinito, per l’Occidente estremo dei morti, la terra del Tramonto, se non addirittura per il mondo nuovo, l’America? Non è nemmeno in gioco la sete di conoscere dell’Ulisse dantesco, c’è il tradimento del significato classico dell’Odissea come poema del ritorno, che diventa, come la Bibbia, poema dell’esodo e del nomade, cioè non del ritorno in patria ma del viaggio nella terra promessa, l’expeditio in terram utopicam, come diceva Italo Mancini nel solco di Ernst Bloch. E dire che Jorge Luis Borges diceva che tutta la letteratura di tutti i tempi è figlia di quei due archetipi opposti: il poema ellenico del ritorno, l’Odissea, e il poema ebraico dell’esodo, la Bibbia. Qui si confondono, e la modernità prende il posto della civiltà tradizionale.

Torno al tema da cui sono partito: ma è possibile che non siamo più in grado di leggere e rappresentare i classici e cogliere la poesia, la visione, la sacra magia di quel mondo e non siamo più in grado di commuoverci per le cose che facevano piangere gli uomini di quel tempo, pur abituati a una crudeltà a cui noi, grazie a Dio, non siamo più avvezzi? Dobbiamo forse dedurre che quel mondo era si, più cruento e feroce ma anche più sensibile e tenero del nostro, e che le due cose non sono in contrasto ma compresenti? Il poema della forza è anche la poesia dei sentimenti forti, c’è anzi un’energia che si fa forza fisica nei momenti di scontro ma anche energia spirituale nei momenti di abbandono, di dialogo, di incontro. Come nell’Iliade lo scempio crudele di Achille del corpo di Ettore convive con l’estrema pietà che coglie il feroce e irato Achille che si commuove alle parole e ai gesti di Priamo e gli restituisce il corpo straziato di suo figlio, come noi non riusciamo più a fare (da Piazzale Loreto in poi)?

E allargando lo sguardo, perché non riusciamo più a trovare le parole del sacro nel nostro tempo, le chiese contemporanee non riescono più a suscitare il senso mistico e religioso, e l’arte non sa più figurare corpi viventi e morenti, santi e madonne, infanzie gioiose, bellezze vertiginose, ma produce oggetti inanimati e protesi di vita, insensate installazioni, caos di colori, geometrie gelide e disordini interiori, vetri d’angoscia, specchi vuoti e poi il nulla? Qual è la ragione del nostro analfabetismo affettivo, la nostra incapacità di trovare una relazione tra culto e cultura, il nostro puro vedere spettacoli ed effetti speciali? Fino a pochi decenni fa, come dimostrano le altre versioni dell’Odissea al cinema, sicuramente meno potenti di questa, c’era almeno il timore reverenziale di attenersi al poema, la fedeltà al testo era una virtù; ora, invece, bisogna attualizzare e personalizzare a ogni costo, i classici, rivederli con i nostri occhi, che a volte sono ciechi.

Qualcuno spiritosamente ha detto che l’Odissea di Nolan è Omero spiegato a Trump; ma Ulisse non è un top gun e non può finire a New York barattando la dea Calypso con la statua della Libertà.


La Russa: “Meloni al Colle sarebbe una grande fortuna per l’Italia”


La previsione del presidente del Senato: “Lo diventerà non questa volta ma la prossima”. Sulla legge elettorale “rischio incostituzionalità”. L’avvertimento: “Bocciare un emendamento non è come bocciare una legge. Capisco le conseguenze”

Il presidente del Senato Ignazio La Russa

(di Gabriella Cerami – repubblica.it) – La crociata per superare il tabù di un presidente della Repubblica che sia di destra l’ha lanciata Giorgia Meloni un mese fa. Con il passare delle settimane le voci dentro Fratelli d’Italia si sono amplificate fino ad arrivare all’incursione di ieri targata Ignazio La Russa. Non un esponente di maggioranza a caso ma la seconda carica dello Stato, che nel farsi da parte perché «è un ruolo un po’ ingessato, un po’ chiuso», dalla rassegna “L’estate del principe” a Viareggio ha lanciato la volata all’attuale premier.

«Secondo me, Meloni diventerà presidente della Repubblica — dice il presidente del Senato — magari la prossima volta e non questa. Quando non lo so, ma se un giorno diventasse presidente della Repubblica sarebbe un grande bene per l’Italia». Poi aggiunge che, secondo lui, la presidente del Consiglio non ha intenzione di diventare capo dello Stato nel 2029, quando si concluderà il secondo settennato di Sergio Mattarella, «ma non c’è nessun motivo per cui questo potrebbe suonare come un allarme, sia per gli italiani di centrodestra che per quelli di centrosinistra». C’è quindi la volontà di infrangere il tabù di cui ha parlato Meloni. E se La Russa in passato aveva detto che la premier può fare tutto, anche il presidente della Repubblica, ma non il Papa, questa volta è stato ancora più netto. Antonio Tajani invece aveva tagliato corto quando Meloni aveva posto il tema per la prima volta chiarendo che «c’è ancora molto tempo». Mentre l’altro vicepremier Matteo Salvini non aveva chiuso all’idea dicendo che però la vede bene anche come premier per la seconda volta nel 2027 quando si andrà al voto.

E a proposito di voto, La Russa è intervenuto anche sulla legge elettorale ora in discussione a palazzo Madama lanciando un avvertimento: «Credo che la maggioranza debba riflettere sulla costituzionalità del disegno di legge presentato senza le preferenze, e comunque bocciare un emendamento non è come bocciare la legge. Capisco le conseguenze». Parole pronunciate dal presidente del Senato, in un momento in cui FdI litiga con Forza Italia e Lega sull’indicazione dei candidati, destinate ad avere un peso nel dibattito politico. Anche perché la seconda carica dello Stato invia un messaggio al partito che più di altri nel centrodestra è in travaglio. “Io non butterò mai giù dalla torre Forza Italia, a meno che non decida di suicidarsi e si butti giù da sola. A buon intenditore poche parole”.


Liste bloccate e voti dei partiti sotto il 3%: la legge elettorale al vaglio dei costituzionalisti


La maggioranza ascolterà attentamente il parere dei giuristi in commissione al Senato dopo il monito di La Russa sul rischio incostituzionalità

Liste bloccate e voti dei partiti sotto il 3%: la legge elettorale al vaglio dei costituzionalisti

(di Serena Riformato – repubblica.it) – ROMA – Il messaggio in bottiglia il presidente del Senato Ignazio La Russa lo manda dall’Estate del principe a Viareggio: «Credo che la maggioranza debba riflettere sulla costituzionalità del disegno di legge presentato senza le preferenze». Per questo l’inizio delle audizioni sul Melonellum, oggi in prima commissione a Palazzo Madama, non sarà un passaggio banale. Il centrodestra è in ascolto. Le voci dei giuristi arrivano a due giorni dalla riunione in cui il vicepremier Antonio Tajani dovrà convincere i senatori riottosi di Forza Italia ad accettare l’emendamento per sbloccare le liste. Lo schema rimarrà lo stesso bocciato alla Camera: capolista bloccato e la possibilità di scegliere tre nomi su sei con le crocette. Gli sherpa della coalizione sono al lavoro su due correttivi per addolcire ulteriormente la norma. Il primo è noto: prevedere l’alternanza di genere anche per i candidati capilista (con la proporzione del 60/40). Il secondo può sembrare tecnico, ma ha una ratio molto semplice: ridurre ulteriormente il numero di candidati in balia delle preferenze. Ecco come: l’ipotesi è eliminare l’obbligo per i capilista di figurare anche nel listone del premio nazionale. Per il senatore Pd Dario Parrini, esperto di sistemi di voto, l’effetto “truffa” sarebbe evidente: “Le preferenze diventano ancor più finte e il listone a maggior rischio di incostituzionalità per inconoscibilità dei candidati”.

C’è un’altra norma rispetto alla quale la maggioranza attende e teme il parere dei costituzionalisti: è il codicillo inserito alla Camera per non conteggiare, nel totale della coalizione, i voti espressi a favore delle liste collegate che non superano lo sbarramento del 3% (fatta eccezione per il miglior perdente). Tra i meloniani c’è chi si dice aperto a rivedere la cifra al ribasso, magari al 2%. Il muro è di Forza Italia, che ha l’interesse maggiore a non perdere voti a favore dei partitini moderati. E in una fase così delicata – in cui la priorità di FdI è far digerire le preferenze agli alleati – difficilmente si correrà il rischio di scontentare i forzisti.

Il presidente della commissione Affari costituzionali Andrea De Priamo ha condensato le ventisei audizioni in un programma denso: mercoledì saranno già concluse. Il giorno stesso dovrebbe essere resa nota la scadenza degli emendamenti. Per ora l’ipotesi prevalente è che il termine venga fissato per il 6 agosto. In mezzo, però, le variabili sono ancora tante. La prima: l’esito della riunione di Forza Italia mercoledì al Senato.


Trump, la resa e la battaglia decisiva di Gerusalemme


(Tommaso Merlo) – Trump ha supplicato gli iraniani per ottenere una tregua. Lo ha fatto dietro le quinte mentre davanti canta vittoria. Penose scene da fine impero ma da due o tre giorni non si spara mentre da Washington trapela l’allarme per l’esaurimento delle munizioni, delle scorte petrolifere strategiche e anche della pazienza di cittadini e mercati stremati da quello che i sondaggi certificano essere una devastante calamità più che un presidente. Le basi militari americane nel Golfo sono andate in fumo insieme a miliardi di armamenti e decenni di complessi di superiorità. Cacciati malamente anche dalla Giordania, gli americani si sono rifugiati in Israele ed è lì che potrebbe combattersi la battaglia decisiva. Secondo i più pragmatici, Trump sta solo prendendo tempo in vista dell’ennesimo attacco risolutivo all’ennesima mitica montagna, vorrebbe cioè una scusa per salvare la faccia prima di levarsi dai piedi. Non una resa però, ma una lunga tregua preelettorale durante la quale serrare le fila per poi rilanciare le illusioni imperiali. Il vero cruccio americano non è Teheran, è la perdita dello Stretto di Hormuz che significa la fine dei petrodollari e di decenni di magna magna con gli sceicchi. E nel momento peggiore, col Casinò di Wall Street sulla soglia dell’ennesimo crack e la Cina che si laurea da superpotenza globale. Ad maiora. Davvero penose scene da fine impero con Trump che perseguitato dallo spettro di Epstein prima firma il Memorandum interrompendo una guerra persa e poi lo straccia ricominciando a perderla dato che sul campo di battaglia non è cambiato nulla se non la determinazione persiana a sopravvivere. L’Iran al momento ha sospeso le rappresaglie ma non dà nessun segno di cedimento al bullismo americano, anzi. Se si dovesse risiedere al tavolo con quei bugiardi seriali dell’amministrazione Trump, l’Iran pretenderà una resa ancora più netta: la restituzione anticipata dei soldi rubati, la rimozione immediata delle sanzioni e del blocco navale oltre che la fine epocale della presenza militare americana nel Golfo. Ma non solo. Ottenuta la libertà per sé, l’Iran la chiederà anche per il popolo libanese, yemenita e soprattutto quello palestinese. L’Iran potrebbe pretendere che Israele torni perlomeno all’interno dei confini del 1967, che si rassegni alla formazione dello Stato Palestinese e che i responsabili del genocidio siano consegnati ai tribunali interazionali. Quello che avremmo dovuto pretendere noi superiore civiltà occidentale da decenni invece di allearci coi carnefici. E qui sorgono le rogne perché i fanatici come i sionisti sono allergici ad ogni compromesso e capiscono solo il linguaggio della forza. I sionisti sono la fonte di ogni problema in Asia Occidentale e possono essere fermati solo dagli israeliani con un minimo di sale in zucca con un uovo governo o una guerra civile oppure possono riuscirci gli americani, chiudendo i rubinetti o trascinando nel baratro finanziario anche il loro 51nesesimo staterello. Se invece il sionismo sopravvivesse perfino ad un genocidio, sarà inevitabile la battaglia decisiva di Gerusalemme. Con sionisti e servi occidentali da una parte e una coalizione araba e persiana guidata dall’Iran dall’altra. Del resto dopo decenni di persecuzione violenta ed ipocrisie politiche, i popoli dell’Asia Occidentale vogliono una soluzione definitiva, vogliono conquistare libertà e pace una volta per tutte. E prima si combatte tale battaglia, meglio è per l’Iran che nel giro di qualche tempo potrebbe perdere il primato militare attuale e gli iraniani non reggere troppo a lungo le ristrettezze economiche. Gli Stati Uniti non sono poi mai stati così vulnerabili come oggi sia a livello finanziario che politico. Oltre ad essere in gravi difficoltà militari, sono guidati da una calamità arteriosclerotica che ha scatenato una guerra illegale per conto della mafia sionista mentre i suoi cittadini devono decidere se pagare il mutuo o fare la spesa. Carpe diem dunque. Se l’Iran ottiene la resa americana trattando bene, altrimenti gli conviene proseguire fino alla battaglia decisiva di Gerusalemme cacciando i marines rifugiatesi nei pressi della città santa e liberando la Palestina. Quello che chiede a gran voce il popolo iraniano che profondamente scosso dall’ignobile assassinio dell’Ayatollah vuole vendetta e che Teheran la smetta di perdere tempo a negoziare con quei bugiardi seriali. Errare humanum est, perseverare diabolico. Nel frattempo quello psicopatico genocida di Netanyahu è atteso a Washington per dare ordini a Trump, ma per la prima volta la mafia sionista deve fronteggiare un disprezzo globale senza precedenti ed ostacoli insormontabili. Come la supremazia militare dell’Iran sul campo e il blocco di ben due Stretti commerciali vitali che rischiano di far precipitare gli Stati Uniti in un baratro per colpa dei deliri ideologici di una manciata di fanatici. Anche bastam. Dopo decenni di persecuzioni violente ed ipocrisie politiche, i popoli del mondo intero vogliono una soluzione definitiva, vogliono conquistare vera libertà e pace una volta per tutte.


Meloni vuole festeggiare il record di longevità del governo a Bari. Problema: il palco è già occupato da Caparezza


La Fiera del Levante di Bari era stata scelta come location per misurare il consenso della maggioranza nella sua ultima estate pre-elettorale, ma la premier dovrà trovare un’alternativa

Meloni vuole festeggiare il record di longevità del governo a Bari. Problema: il palco è già occupato da Caparezza

Il Governo Meloni si avvicina al record di longevità e la premier cerca una location per la festa. Le date sono già state scelte, 4 e 5 settembre, ma il governo più longevo della Repubblica italiana non vuole festeggiare a Roma, troppo vuota in quelle date. Per la sua “Atreju fuori stagione”, come la definisce il quotidiano La Stampa, Meloni guarda al sud: non solo per le località di mare, ma perché la premier punta proprio alle regioni meridionali per costruire il suo prossimo successo elettorale.

La scelta è quindi ricaduta su Bari e in particolare sulla Fiera del Levante, uno degli spazi simbolici della città, perfetto per misurare il consenso della maggioranza nella sua ultima estate pre-elettorale. Ma Meloni dovrà cercare ancora: come riportato dal quotidiano, infatti, il palco è infatti già prenotato dal cantante Caparezza per un concerto del suo tour Orbit Orbit. Proprio l’autore di “Non siete Stato” voi sarà quindi l’ostacolo organizzativo della grande celebrazione politica.

Si cerca quindi un’alternativa: secondo La Stampa, tra le opzioni possibili c’è il Teatro Team da circa 2.500 posti, ma non si esclude ancora la soluzione della piazza piena vicino al mare. Dopo l’ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva il prossimo 4 agosto, la premier farà comunque una tappa in Puglia il 21 agosto per l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo, a Taranto.


Schlein condanna la violenza No Tav: “Ingiustificabili”


SCHLEIN, CONDANNIAMO SEMPRE LA VIOLENZA, SENZA ESITAZIONI E TENTENNAMENTI

(ANSA) – ROMA, 27 LUG – “Abbiamo visto violenze inaccettabili, gravi, che non si giustificano mai, noi condanniamo la violenza senza, senza se e senza ma. Violenze che hanno colpito molti agenti, a cui il pd ha dato solidarietà e vicinanza. Abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza, senza esitazioni e senza tentennamenti”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein a L’Aria che tira, su La 7. 

SCHLEIN, IL GOVERNO STRUMENTALIZZA, LAVORIAMO INSIEME PER ISOLARE I VIOLENTI 

(ANSA) – ROMA, 27 LUG – “Ci troviamo davanti a un governo i cui esponenti strumentalizzano fatti violenti per buttarli addosso alle opposizioni, nonostante sappiano che non abbiamo nulla a che fare con quelle frange vittime, di cui siamo bersagli. Perché strumentalizzano per accusarci di connivenze?

Ci facciamo le domande giuste, invece di strumentalizzare ogni fatto per fini politici? Istituzioni e politica dovrebbero lavorare insieme per isolare la violenza. In quattro anni di governo hanno fallito miseramente sulla sicurezza”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein a L’Aria che tira, su La 7.

SCHLEIN, SUL CASO ROGGERO RINCORSA A DESTRA FRA SALVINI, MELONI E VANNACCI

(ANSA) – ROMA, 27 LUG – Sul caso Roggero “c’è una rincorsa a destra fra Vannacci. Meloni, Salvini e Tajani. Per il nostro ordinamento il bene vita ha un valore superiore. Si tratta di creare una proporzione: se l’aggressore minaccia la tua vita i giudici valutino la legittima difesa, ma in questo caso gli aggressori stavano fuggendo, non è una legittima difesa. C’è una rincorsa a destra per fare pressione al quirinale, una pressione inaccettabile”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein a L’Aria che tira, su La 7.

SCHLEIN, CONTINUEREMO A CONTRASTARE QUESTA LEGGE ELETTORALE ANCHE IN SENATO

(ANSA) – ROMA, 27 LUG – “Continueremo a contrastare anche in Senato questa legge elettorale”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein a L’Aria che tira, su La 7. 

SCHLEIN, SUL CASO RANUCCI MAI FATTO COLLEGAMENTI FRA GOVERNO E MANDANTI

(ANSA) – ROMA, 27 LUG – Sul caso Ranucci “non ho mai fatto nessun collegamento fra governo e mandanti, parlavo del fatto che bisogna difendere la libertà di stampa in ogni Paese sennò chi fa quel mestiere è più esposto. La destra continua a strumentalizzare per coprire i fallimenti del suo governo”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein a L’Aria che tira, su La 7. 


La bestia populista che si nutre di cronaca e orrori


Da Roggero ad Abderrahim Fakir, la classe dirigente fa a pezzi i fondamentali dello Stato di diritto

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Soffiare sul fuoco, agitare la piazza, eccitare gli istinti primordiali di un Paese che cova rabbia e disperazione. Da blandire nelle sue paure con parole d’ordine che promettono sicurezza. Fin quando non gli tocca sperimentarne le conseguenze. La bestia populista dopata dal cinismo di chi spera di risalire nei sondaggi si è lanciata in una corsa forsennata che sta travolgendo tutto. Lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, le prerogative del presidente della Repubblica, la ragione stessa che sta alla base del vivere civile. Si nutre di cronaca, il che già richiederebbe prudenza, per via della sua provvisorietà. La mastica, la risputa sotto forma di dichiarazioni esplosive e annunci di leggi estemporanee, indifferente ai distinguo che fanno la differenza tra ragionare e dare fiato alla bocca.

Così è stato per lo scudo penale agli agenti. Invocato sull’onda di una sbrigativa e falsa ricostruzione dei fatti di Rogoredo, si trova ora applicato agli agenti sotto le cui braccia è morto a Bologna Abderrahim Fakir. La bestia non argomenta, non distingue. Consuma e passa oltre, volgendosi a un’altra emergenza, a un’altra opportunità per sfamarsi. Compie il percorso opposto dell’agire politico, piega qualsiasi strumento –  la comunicazione pubblica, il codice, la legislazione – allo scopo di guadagnare consenso. Solo l’emozione gli dà voce.

Sul gioielliere di Grinzane Cavour che ha steso a revolverate i due rapinatori promette un impossibile candidatura, annuncia una grazia di cui non dispone, infine declama i presupposti di una legge che sostanzialmente conferisce licenza di uccidere chiunque violi il perimetro della proprietà privata. L’umana pietà dovuta a un signore finito in carcere a 72 anni non cancella e non sposta di una virgola lo svolgimento di un fatto che non si qualifica come legittima difesa, tanto meno nell’accezione che gli stessi che ora si ergono a suoi difensori, hanno contribuito a scrivere. E la grazia non è un quarto verdetto che ribalta il convincimento di 21 giudici in tre gradi di giudizio, concordi nell’escludere qualsiasi presupposto per rendere giustificata la reazione di Mario Roggero.

Utilizzare il perdono del presidente come fosse una necessità a furor di popolo è una distorsione gravissima. Peggio, il tentativo di trasformarlo in un espediente per cancellare con un colpo di spugna qualsiasi certezza giuridica. Non è per quello che esiste la grazia. E non la si invoca dimenticando l’abc del galateo istituzionale. Perché la forma è sostanza. E in questo sguaiato e scomposto infischiarsene del Colle, c’è tutta la grammatica sconclusionata di questa classe dirigente. Che punta per indole e convinzione a incamerare potere, incurante dei suoi contrappesi. Contrabbandando questa concentrazione per necessità. Lo fa a ogni incrocio della vita istituzionale. Così il premierato serve al Paese per la stabilità e non a traghettare le esistenze presenti ben oltre le scadenze. La legge elettorale ridà voce ai cittadini e non consente a una minoranza di diventare maggioranza con il trucco. E domani chissà cos’altro riuscirà a escogitare.

Non c’era certo bisogno degli sproloqui alla Roberto Vannacci perché certa destra di governo si materializzasse come il peggiore incubo di questa stagione. Era già un tormento anche senza di lui. Che semmai ne ha accelerato il metabolismo. Ma nutrirsi della furia popolare è pericoloso. Perché alla fine, tra Gesù e Barabba, il popolo graziò il bandito.


È arrivato il pop-fascismo


Provate solo per un attimo a pensare a cosa sarebbe accaduto se nel 1994, alla vigilia delle elezioni politiche, su un sito riconducibile ad Alleanza Nazionale fosse apparso un video in cui si mostrava Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi che si scambiavano un fascio littorio grande come una mazza da baseball

(Luca Telese -ilcentro.it) – ROMA. Arriva il pop-fascismo. Provate solo per un attimo a pensare a cosa sarebbe accaduto se nel 1994, alla vigilia delle elezioni politiche, su un sito riconducibile ad Alleanza Nazionale fosse apparso un video in cui si mostrava Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi che si scambiavano un fascio littorio grande come una mazza da baseball. L’evocazione di un simbolo così potente, un richiamo così esplicito al fascismo da parte di An, avrebbe fatto esplodere una polemica infinita, avrebbe sollecitato pronunciamenti, appelli, e probabilmente smentite. L’identità fascista, nelle comunicazione ufficiale dei missini – proprio per via di questa origine – è sempre stata evocata in modo criptato, persino nel simbolo: la fiamma tricolore che si anima sulla bara trapezoidale del Duce.

Oggi, invece, nell’articolo di Daniele Cristofani che trovate in apertura di questa pagina, potete leggere il racconto di questo ennesimo prodotto dell’intelligenza artificiale, pubblicato ancora una volta da un sito di fedelissimi di Roberto Vannacci, in cui il generale, stretto in una armatura da imperatore romano, riceve dalla matrona Giorgia Meloni, questo enorme manufatto. Un fascio tutto d’oro, che viene consegnato come il pegno di una investitura, viene poi sollevato a braccia aperte davanti ad una folla adorante, sotto gli sguardi umiliati di Elly Schlein e Giuseppe Conte in tenuta schiavi (e ovviamente legati). In un dettaglio si raffigura persino il dispetto del povero Matteo Salvini (che viene allontanato con un gesto brusco dalla Meloni). La folla grida entusiasta: “Ave!”. Un delirio.

Prendo questo video come il simbolo di una strategia, di un sentimento, di una operazione di invenzione identitaria che in questi giorni sta gonfiando le vele a Futuro Nazionale e (probabilmente) contribuisce alla sua crescita continua nei sondaggi. Vannacci può permettersi quello che la Meloni non può fare. Parole più estreme, slogan più duri, e – soprattutto – continui richiami espliciti alla tradizione del ventennio e della cultura fascista. Il tormentone: «Fate una Decima sulla scheda!», evocando lo stemma della X Mas di Junio Valerio Borghese. L’appello ai «Camerati!», nell’apertura del congresso. Persino i continui richiami dei delegati a Giorgio Almirante che hanno indispettito i dirigenti di Fratelli d’Italia come la scoperta di un ladro che ti si intrufola in casa a rubare i gioielli di famiglia che tu non esibisci per discrezione e stile, e che invece il furfante indossa in pubblica piazza. C’è ovviamente una fiamma tricolore anche nel simbolo Vannacciano, insieme ai caratteri futuristi in stile ventennio tanto cari prima al Msi e poi ad An. Annalisa Terranova, ex direttrice de Il Secolo d’Italia, ha dato voce a questo sentimento di rabbia: «Ma loro chi sono? Dove erano quando noi eravamo nelle piazze a rischiare la vita negli anni di piombo per ascoltare Almirante? Loro il fascismo non dovrebbero nemmeno nominarlo, con quella storia non c’entrano nulla».

E invece ecco il cortocircuito: il Generale, dopo aver risciacquato il suo verbo nell’Arno di Gianni Alemanno ha assorbito perfettamente il lessico, gli stilemi, le idee della Destra sociale missina e post missina. Sarà pure “abusivo”, agli occhi dei puristi meloniani, ma ha costruito un avatar perfetto. Ecco perché il fascismo e l’antica Roma, nelle mani dei Vannacciani possono diventare un’unica cosa, una specie di sandalone sincretico in cui tutto si mescola e tutto vale: fasci littori, gladiatori e leoni, piazza Venezia o il Colosseo, Camerati e muova narrativa trumpiana. Certo, nulla è filologico, ma nulla è casuale: il pop-fascismo è il veicolo in cui viaggia la nuova identità, in cui il generale, in un altro video in cui impugna due meloni (capita la fine allusione?) può addirittura indossare un ciondolo con il Labrys, l’ascia bipenne che fu il simbolo di Ordine nuovo. Il Pop fascismo è come un parco giochi a tema in cui ci sono tutte le attrazioni e tutte le identità della destra estrema, miscelate insieme, e agganciate alle bandiere della nuova destra europea.

Ed ecco l’ultimo punto, decisivo, di quello che pare un missile a due stadi: nella prima fase questa nuova creatura ha usato come propulsore il carburante della Lega salviniana, i suoi elettori (molto più radicali e a destra dei vecchi leghisti bossiano). Questa operazione (riuscita) ha portato Vannacci tra il 6-7%, in una crescita registrata da tutti i sondaggisti, facendo sprofondare Salvini Ma il secondo stadio del missile è quello che ha come propellente questa miscela identitaria: l’Avatar pop-fascista non supera il fascismo, ci torna sopra: ed è costruito per aggredite lo zoccolo di consenso più antico (quello ex missino) che si è conservato in Fratelli d’Italia, diventandone il dna primario.

Bene, ora il dilemma è questo: Vannacci può contare su tre motivazioni di voto. Il “voto di protesta”, il “voto identitario” e il “voto utile”. Se il centrodestra tiene Futuro Nazionale fuori dalla porta dell’alleanza, il voto utile (noi siamo contro la sinistra, voi invece la fate vincere) è l’unico strumento rimasto per contenere la crescita del generale, ma la coalizione rischia di perdere (anche nei sondaggi di queste ore senza Vannacci è quattro punti sotto il Campo largo). Se invece la Meloni accoglie Vannaccius, come sognano i suoi cineasti, non c’è più nessuna barriera: il voto di protesta, quello identitario pop fascista, e quello utile anti-sinistra si concentrano sul Generale e svuotano gli altri partiti della coalizione. Non vorrei essere nei panni di chi farà questa scelta, auguri.


Le ragioni del sistema proporzionale


(Saverio Regasto – lafionda.org) – Parafrasando il filosofo, “uno spettro si aggira per l’Italia…, l’astensionismo”, fenomeno che ha raggiunto, nel giro di due decenni, un livello ben più che allarmante per tutte le tipologie elettorali, salvo quando il “popolo sovrano” non percepisca e realizzi che in discussione ci siano i valori della Repubblica, come nel referendum costituzionale sul controllo della magistratura.

Ma come talora accade, invece di analizzare il problema e proporre soluzioni, le forze politiche, sempre più ridotte a comitati elettorali, taluni peraltro eterodiretti da gruppi imprenditoriali e fiancheggiati da stampa compiacente, sono lì a spartirsi le spoglie di ciò che resta del parlamentarismo italiano proponendo una legge elettorale, ribattezzata Melonellum, che non solo presenterebbe gravi inconvenienti di costituzionalità, ma che soprattutto, attraverso un premio elettorale mostruoso, tende a svuotare di significato e contenuti la volontà popolare, insomma il voto, che è appena il caso di ricordare è “personale, uguale, libero e segreto” secondo le vigenti disposizioni costituzionali. Non solo un premio abnorme, ma anche la conferma delle liste bloccate e delle candidature plurime che confermeranno, in capo a quei comitati elettorali, perché chiamarli partiti nel senso costituzionale del termine mi sembra del tutto inopportuno e fuorviante (anche qui il richiamo è alla disposizione costituzionale che indica i partiti politici quali associazioni che concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Quale metodo democratico? Quale politica nazionale?), la legittimazione a compilare le liste degli eletti in Parlamento, con ciò invertendo l’ordine costituzionale della forma di governo: è il Governo (reale o potenziale, o chi per lui) che determina i componenti del Parlamento e non l’opposto, come prescrive, sempre la Costituzione. Ben si comprende, dunque, la disaffezione al voto di larga parte della popolazione che, disillusa, preferisce non recarsi alle urne, piuttosto che confermare, con il proprio complice atteggiamento, scelte prese altrove. E pensare che dopo Tangentopoli, figlia anche del crollo del muro di Berlino, avevano provato a convincere gli italiani, non chi scrive per la verità, che il sistema elettorale allora vigente, il proporzionale, doveva essere abbandonato e sostituito da un maggioritario (corretto) tale da garantire un rapporto migliore e più diretto fra elettore ed eletto, senza minimamente rendersi conto che l’imposizione centralistica delle candidature (tanto nel maggioritario, quanto in un proporzionale con liste bloccate) avrebbe allontanato gli elettori non solo dalla politica, ma anche dalle urne.

La proposta di legge attualmente in discussione non solo ignora il problema dell’astensionismo, ma cristallizza la situazione (in buona sostanza legittima pochi a decidere al posto di molti) e, quel che è peggio, appare come un grimaldello in grado di “scardinare” la forma di governo, anticipando per via di legislazione ordinaria quella riforma costituzionale, il premierato, che tanto piace all’attuale maggioranza di governo: un unicum che ridimensiona i poteri del Presidente della Repubblica, amplifica quelli del Capo dell’Esecutivo e, infine, riduce a cinghia di trasmissione del governo la volontà del Parlamento. Per giustificare politicamente (e istituzionalmente) questo vero e proprio scempio costituzionale, viene utilizzato, ancora una volta, il “criterio” della stabilità, corollario indegno della “governabilità” e della necessità che l’Esecutivo, di fatto, non sia il frutto di una trattativa fra forse politiche successivamente all’esito elettorale, ma discenda, direttamente e magari con un “aiutino” in termini di deputati e senatori, dalle elezioni. Forze politiche non più mediatrici della volontà popolare, ma ruota di scorta di un candidato premier. Ciò non solo è intollerabile, ma è anche grandemente pericoloso, perché lascia aperti spazi enormi a visioni populistiche e autoritarie che non tarderanno ad affermarsi sulla scena politica del nostro Paese.

Esistono rimedi a questa deriva autoritaria e autoreferenziale di chiara origine fascista?

Il primo rimedio è rappresentato dalla necessità di rivedere, aggiornare, attualizzare le modalità di voto, adottando una organizzazione che tenga conto della oggettiva innovazione tecnologica che consente, oggi, di operare a distanza mediante l’uso di credenziali, come lo SPID, affidabili, certe e trasparenti. Ciò consentirebbe a molti più elettori di partecipare al voto senza necessariamente recarsi al seggio. Ma su queste tematiche chi scrive ammette di non avere sufficienti conoscenze per proporre una soluzione degna di questo nome!

Molto più pregnante e significativo è l’adozione di un sistema elettorale in grado di ri-mettere al centro il popolo sovrano, invertendo la rotta adottata negli ultimi decenni (dalla preponderanza della governabilità alla preponderanza della rappresentanza), ciò anche in linea con quanto sostenuto in Assemblea costituente: se è pur vero che il testo costituzionale non indica la tipologia di sistema elettorale, è altrettanto vero che le maggioranze previste per l’elezione di taluni organi istituzionali (Presidente della Repubblica) o di garanzia (giudici della Corte costituzionale e componenti del CSM) lasciano chiaramente intendere che il costituente avesse in mente la necessità di coinvolgere l’opposizione, non già l’esistenza di una stramaggioranza autosufficiente. Per questa ragione mi appare più consono che la stagione della governabilità (e delle sue leggi elettorali) possa considerarsi conclusa e (per necessità o per scelta consapevole) debba tornarsi, con opportune correzioni, a un sistema elettorale proporzionale. A tal riguardo non mancano, in Europa, modelli a cui ispirarsi, in particolare quello tedesco. Il contesto di quel Paese è, tuttavia, del tutto peculiare ed è destinato a un rapido, quanto forse traumatico, mutamento anche a causa della presenza di forze politiche di destra radicale. In presenza di un federalismo non competitivo e di una unificazione che appare compiuta solo giuridicamente, la Germania ha deciso di conservare il suo sistema elettorale proporzionale con clausola di sbarramento al 5% ed elezioni “mista dei componenti del Bundestag, la Camera di rappresentanza del popolo tedesco. L’elettore, come è noto, esprime sulla medesima scheda elettorale due voti contestuali: uno per un candidato nel collegio uninominale e l’altro per il partito politico, presente in una circoscrizione che combacia con il singolo Land, che presenta una lista bloccata di candidati. Ciò che rende profondamente diverso il contesto politico-istituzionale tedesco dal nostro è la circostanza che i candidati sono scelti, sulla base di una sorta di elezioni primarie, dagli iscritti al partito di quel singolo Land, con ciò “recuperando” il senso democratico della compilazione delle liste circoscrizionali. L’esistenza poi della norma costituzionale sulla sfiducia costruttiva (che impedisce di sfiduciare il Cancelliere se, contestualmente, non si è in grado di garantire una maggioranza parlamentare a un nuovo soggetto) rende molto bene l’idea dell’esistenza, in Germania, di partiti politici estremamente organizzati e, soprattutto, i cui componenti, tanto i dirigenti, quanto i parlamentari, rispettosi di una radicata quanto forte disciplina di partito. Ciò rende quel Paese un unicum e, soprattutto, allontana il nostro dall’idea che si possano adottare disposizioni elettorali simili. Che fare? Un ripensamento verso un sistema elettorale proporzionale, del tutto simile a quello in vigore nella c.d. prima Repubblica appare a chi scrive necessario, ancorché attualizzato con alcune disposizioni volte a eliminare i segni del tempo: liste circoscrizionali a livello regionale “aperte”, introduzione delle preferenze (doppia preferenza di genere?), divieto (o forte contenimento) delle candidature plurime (che appaiono sempre più ingannevoli), introduzione di una clausola di sbarramento (4-5%) e di un meccanismo volto a disincentivare gli apparentamenti farlocchi (intervenendo, ad esempio, sui rimborsi elettorali), forti limitazioni alle spese per i candidati, sono solo alcune delle possibilità che, naturalmente, non troveranno “cittadinanza” nelle strategie delle attuali segreterie dei partiti, tutte concentrate a confermare, all’infinito, l’attuale sistema di potere. Diversamente il Paese è destinato a una deriva autoritaria, legittimata da una minoranza, sui cui esiti, in tempi di crisi economica, nessuno può far previsioni, anche in termini di conservazione della democrazia.


Bersani oggi, un Mario Giordano de sinistra


Dice che l’Italia si sta avviando al modello Trump. Meloni, che i veri rischi politici li corre a destra, è lì per smentirlo. Bersani fu ottimo come amministratore e ministro ma è stato rovinato dai talk-show e dalla generosità di conduttori e pubblico 

Immagine di Bersani oggi, un Mario Giordano de sinistra

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Sale su un palco a Treviglio e dice che l’Italia si sta avviando al modello Trump. Che cosa ha rovinato Pier Luigi Bersani? L’età no, perché è mio coetaneo e si può essere splendidi rottami settantenni. Forse la grottesca sconfitta politica quando da segretario del Pd coltivò ambizioni di governo e le affidò ai grillini piccoli piccoli dello streaming a Montecitorio. O quando nel 2013, per il Quirinale, fu preso a bastonate dai suoi parlamentari e da tutti gli altri che poi subirono la generosa sculacciata del rieletto Giorgio Napolitano, dopo essere entrati in stato confusionale e aver soggiaciuto, sotto la regia del partito di maggioranza diretto dall’ondivago e arboriano Ferrini di Piacenza, alle acrobazie dell’Antipolitica che infilzò i candidati del centrosinistra come tordi allo spiedo. Certo la batosta, quando deriva da ambizioni sbagliate e incapacità di manovra plateale, conduce a una pericolosa voglia di riscatto dell’ego, ti convince che se non sei stato un buon numero uno sarai un magnifico ex numero uno. Ma ora Bersani esagera. Modello Trump per l’Italia?

Meloni è una secchiona di talento, perfino troppo seriamente impegnata a smentire ogni giorno chi aveva previsto una tremenda scossa alle istituzioni democratiche all’avvento di una guida di destra del governo nazionale. Trump voleva impiccare Pence, che il 6 gennaio del 2021 somigliava come tutore delle regole al riverito e ben custodito Mattarella, quando l’arancione eccitava la marcia violenta sul Campidoglio per invalidare regolari elezioni da lui perse. Si può imputare la stabilità come immobilismo, se proprio si vuole, al governo del centrodestra, ma il modello Trump è l’opposto di questa imputazione. Fa casino nel mondo, minacciosamente indecisionista, attacca l’Europa, e litiga nel suo solito modo sgraziato anche con Meloni, di cui evidentemente non apprezza il modello europeista e l’amichevole autonomia sostanziale. Il modello Trump prevede la guerra all’informazione che non si conforma, qui si inventa Telemeloni per dimenticare i fasti un po’ loschi di Teleranucci e Telelavitola. E a voler parlare del generale Catenacci, “quando c’era lui”, altro personaggio di Alto Gradimento, i veri rischi politici notoriamente Meloni li corre a destra, in quella miscela di nostalgia e surrealtà che cerca di occupare lo spazio del fascismo cosiddetto futurista, che baggianata, perché su immigrazione e diritti ci stanno le formule Meloni-von der Leyen invece delle trovate autoritarie e delle tendenze allo stato di polizia contrastate molto a fatica dal sistema costituzionale americano. Qui la destra è quella del No tondo tondo al referendum sulla giustizia, a proposito di regole violate e corporazioni che erodono il sistema democratico, e il Parlamento combatte e vive insieme a noi a colpi di voto segreto, mentre il Congresso americano arranca appresso agli ordini esecutivi che ne cancellano l’autonomia e l’efficacia istituzionale. Modello Trump?

Bersani, che fu ottimo come amministratore e ministro, che ha un tratto delizioso nel linguaggio strapaesano, è stato rovinato dalla tv, dai talk-show, dalla accudente generosità di conduttori e pubblico che a forza di coccole e di applausi ne fanno, se non sta attento a quello che dice, un Mario Giordano de sinistra.