Due donne sole al comando: le ombre per Elly e Giorgia dietro ai record di longevità. Il 4 settembre la premier celebrerà il governo più lungo della storia. Lunedì il sorpasso della leader del Nazareno

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Tra nove giorni, il 4 settembre dell’anno 2026, il governo di Giorgia Meloni sarà per solenne statistica proclamato il più longevo della storia non solo repubblicana d’Italia. Escluso, s’intende, il ventennio mussoliniano, parentesi che a destra risuona un po’ così, ma tant’è.
Quel venerdì Sua Maestà Giorgia avrà guidato la Nazione per 1413 giorni di vita, contro i 1412 che durò il Berlusconi bis; ma confrontandosi con il più duraturo governo del Regno, quello attuale già supera di slancio il ministero di Giovanni Lanza, campione della destra storica sotto il quale avvenne la presa di Roma, che amministrò l’Italia per 1304 giorni.
Già previste dunque fastose celebrazioni sul lungomare di Bari, “una specie di Atreju” secondo alcuni entusiasti fratelli d’Italia. Si vedrà. Ma intanto, al minimo, potranno giocarsi al lotto il numero magico come ambo o terno secco sulla ruota di Roma e/o di Bari; mentre al massimo, cioè a voler strafare, cosa non del tutto aliena all’attuale classe dirigente, si anticiperebbero e semplificherebbero qui, con l’ovvio soccorso dell’IA, alcune risonanze numerologiche secondo cui, nella ricorrente scomposizione del 9, questo benedetto 1413 starebbe a simboleggiare la conclusione e il compimento di un ciclo. E con questo si concluderebbe l’enfatica e superflua digressione sul record di Meloni.
Sennonché, nelle sue infinite e implacabili varianti, il mondo dei numeri offre allo scetticismo degli osservatori politici un ulteriore combinazione aritmetica di fine estate; per cui da lunedì, addì 24 agosto 2026, l’onorevole Elly Schlein ha conseguito i 1261 giorni consecutivi alla guida del Partito democratico. E per quanto occorra riconoscere che la notizia non è minimamente paragonabile allo storico traguardo di Meloni, beh, è pur vero che nello spietato tritacarne del Nazareno si tratta comunque di un ragguardevolissimo record, avendo superato Pier Luigi Bersani che governò il Pd per 1260 giorni.
Non si dirà qui quanto questi giorni furono per lui tribolati, ma solo perché tali risultarono anche i 728 nei quali restarono dolorosamente in sella Zingaretti e Letta e, soprattutto dopo il referendum perso, parecchi dei 1162 vissuti da Renzi come leader dopo le dimissioni da Palazzo Chigi. I nomi degli altri infelici segretari del Pd, d’altra parte, anche i più diligenti fra i giornalisti politici tendono a dimenticarli, come quelli dei sette nani. Si salva solo il ricordo del fondatore, Walter Veltroni, ma va detto che pure per lui quell’esperienza fu un tale tormento che dopo aver mollato (febbraio 2009) riconobbe che per resistere alla guida di quel partito ci voleva, addirittura, “un fisico bestiale”.
Anche per questo, rispetto al primato di Schlein, non è opportuno immaginare cerimonie di sorta. Più significativo forse riflettere sul perché, specie in un tempo in cui la politica non appare al suo meglio, durata e longevità sono divenute, di per se stesse e quindi a prescindere dai risultati, virtù indiscutibili e momenti di auto-esaltazione ai limiti dell’idolatria.
Un po’, certo, dipenderà dalla cultura ormai dominante di claques e tifoserie social; un altro po’ il fenomeno avrà a che fare con l’incertezza, l’evanescenza e la frammentazione della vita pubblica. Ma se al sommo della Prima Repubblica Andreotti teorizzava che era “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, e se nella Seconda Berlusconi scopriva e i vantaggi agonistici dei traguardi, non è così chiaro perché la stagione che stiamo vivendo, questa specie di agitata e assai precaria stabilità, impone un iperbolico trionfalismo che nel migliore dei casi sfida il buonsenso e la prudenza, nel peggiore il Caso.
E allora, gratta gratta, ecco che dietro ai record di permanenza al potere ancora una volta si affaccia l’ombra della grande e negata crisi democratica e – qui ci vuole – anche repubblicana; per cui un comando leaderistico e una sovranità verticale che permangono senza possibilità di finire, richiamano indubbiamente in campo l’idea monarchica, e non per caso già da qualche mese nella pubblicistica corrente Meloni e Schlein sono indicate come due “regine”.
Bel risultato, viene amaramente da pensare, dopo tante fatiche e conquiste; e ancora peggio se la “regina” ha pure bisogno di cambiare la legge elettorale, in corsa per giunta, perché magari le cade la corona dalla testa.
Sedici anni dopo l’omicidio del Sindaco Pescatore, Dario e Massimo Vassallo realizzano un docufilm per raccontare l’uomo, la sua idea di politica e le domande ancora senza risposta

Sono iniziate le riprese di “Perché?”, il nuovo docufilm dedicato alla vita di Angelo Vassallo, il Sindaco Pescatore di Pollica, ucciso il 5 settembre 2010. Un progetto indipendente nato da un’idea di Dario e Massimo Vassallo, fratelli di Angelo, rispettivamente presidente e vicepresidente della Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore, con la regia di Giuseppe Falagario. “Perché?” vuole raccontare Angelo in una forma diversa, partendo dalla sua vita, dal suo essere pescatore, uomo e sindaco, dalla sua passione politica e dalla sua idea di amministrazione. Una politica fatta con passione, concretezza e attenzione al territorio, quella “bella politica” che aveva scelto di mettere al servizio della comunità. Ma al centro del film resta una domanda: perché hanno ucciso un uomo così capace, così utile per il suo territorio e per questo Paese? A sedici anni dall’omicidio, quella domanda continua a essere senza risposta. Il docufilm nasce anche per mantenere alta l’attenzione su una vicenda che ha segnato profondamente Pollica, Acciaroli e l’intero Cilento, raccontando non soltanto la morte di Angelo, ma soprattutto la sua vita, le sue idee e ciò che ha rappresentato come amministratore e uomo delle istituzioni.
“Sono iniziate le riprese di ‘Perché?’ – sottolinea Dario Vassallo, Presidente della Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore – e dopo 16 anni tante domande non hanno trovato risposta. Vogliamo raccontare Angelo in una forma diversa e raccontare veramente la bella politica fatta con passione. E poi c’è la domanda finale: perché hanno ucciso un uomo così capace, così utile per questo Paese e non soltanto per il Cilento? Noi continueremo a porla”.
Il progetto ha una precisa vocazione cinematografica e punta alla partecipazione ai Festival italiani e internazionali, con l’obiettivo di portare la storia del Sindaco Pescatore oltre i confini del Cilento e raggiungere un pubblico sempre più ampio.
“Non abbiamo fatto questo docufilm per i social – continua Dario Vassallo –. Lo abbiamo fatto per i Festival, in Italia e all’estero, forse più all’estero. Perché più c’è chi vuole nascondere o annacquare questa storia, più noi la raccontiamo. Se dopo 16 anni siamo ancora qui significa che a noi non ci sposta nulla”.
“Vogliamo raccontare Angelo partendo dalla sua vita e non soltanto dalla sua morte – afferma Massimo Vassallo, Vicepresidente della Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore –. Il pescatore, l’uomo, il sindaco e il politico. Un uomo che aveva una visione precisa del territorio e del ruolo delle istituzioni e che aveva scelto di fare politica con passione e responsabilità. È questa la parte della sua storia che vogliamo consegnare soprattutto alle nuove generazioni”.
Il docufilm è sostenuto direttamente da Dario e Massimo Vassallo, che hanno scelto di investire personalmente nel progetto senza chiedere finanziamenti o contributi.
“I soldi per questo investimento sono miei e di Massimo – spiega Dario Vassallo –. Non abbiamo chiesto niente a nessuno. Lo facciamo perché crediamo che la storia di Angelo debba continuare a essere raccontata e perché la verità, senza un impegno costante, rischia di non venire mai a galla”.
La Fondazione lancia inoltre un appello alle grandi piattaforme televisive e di streaming.
“Ci piacerebbe che realtà come Netflix e Amazon Prime Video si interessassero a questo progetto – sottolineano Dario e Massimo Vassallo –. Non chiediamo soltanto uno spazio per il film, ma che realtà così importanti prendano una posizione e abbiano il coraggio di investire in una storia che riguarda la vita di un uomo, la politica, il territorio e una domanda di verità ancora aperta. Una piattaforma può portare questa storia nelle case di milioni di persone, in Italia e nel mondo. Vorremmo che anche loro facessero la propria parte”.
Tra gli obiettivi della Fondazione c’è anche quello di organizzare una prima proiezione in una sede istituzionale italiana, alla Camera dei deputati o in un’altra sede delle istituzioni.
“Ci piacerebbe che ‘Perché?’ potesse avere un’anteprima in una sede istituzionale – concludono insieme Dario e Massimo Vassallo – perché questa non è soltanto la storia della nostra famiglia. È una storia che riguarda il nostro Paese. E se un film è fatto bene, se è fatto con passione e soprattutto se è fatto per gli altri, allora può diventare uno strumento per continuare a porre quella domanda che da sedici anni non smettiamo di fare: Perché?”

(di Marcello Veneziani) – Sono contento che il campo largo della sinistra proponga di farsi più stretto con l’ideologia woke che da anni è diventata la sua bandiera e la sua essenza. In fondo la stessa Elly Schlein è un prodotto di quella ideologia, la tesina che presentò agli esami per diventare segretaria del Pd verteva proprio su quei temi e s’incentrava su quegli idoli. Per anni la sinistra diffusa si è fondata sul piano etico sul moralismo woke, sul piano storico sull’antifascismo perenne e sul piano sociale sulla priorità ai migranti rispetto agli italiani. Anzi, il catechismo woke riassumeva al suo interno anche l’antifa e la priority ai migranti.
Ora qualche mente non atrofizzata ha lanciato soprattutto sulle colonne de la Repubblica, che è stata per anni l’organo ufficiale del wokismo, un ripensamento critico di quella petulante ideologia. E sul piano politico, la Volpe e il Gatto che affiancano il Pd per spogliarlo dei suoi beni, alleati fuori e nemici dentro, vale a dire Giuseppe Conte e Matteo Renzi, si sono subito fiondati a prendere le distanze dalla deriva woke della sinistra, indebolendo di fatto la leadership della Schlein e non solo le prediche di alcune celebri figure come la Boldrini.
Saranno tatticismi, operazioni finalizzate solo alla competizione interna e alla riconquista esterna di consensi, ma vediamo comunque il fatto positivo; ritorna almeno un pezzo di realtà e di intelligenza, e dal punto di vista di noi critici della supremazia woke da diversi anni, c’è l’ulteriore soddisfazione di aver avuto ragione, anche se non te lo riconosceranno mai. La critica all’ideologia woke che rivolgevano negli anni non era solo distruttiva, almeno dal mio punto di vista, perché si accompagnava al rispetto per la vecchia tradizione sociale, socialista e popolare della sinistra, l’attenzione alla giustizia sociale e ai più poveri, la critica al capitalismo, all’americanismo e ai privilegi di classe.
Sarà surrettizia la loro scoperta, puramente tattica? Probabile, almeno quando viene rivendicata sul piano politico, come dalla parte opposta sono pura apparenza sono i ruggiti sovranisti e i sacri ardori patriottici, poi smentiti dalla realtà e dai comportamenti supini. Poi si vedrà quando la sinistra passerà dall’enunciazione dei principi alla pratica quotidiana e si imbatteranno in esempi concreti. Ma se la politica è il regno del dire e del mostrare, almeno su quel piano, una parte della sinistra ha migliorato la sua immagine con queste correzioni di tiro, seppur inimicandosi i settori più fanatici di quelle minoranze woke.
Certo, sappiamo che questi ravvedimenti sul piano politico non sono ripensamenti nel segno della verità ma dell’opportunità: le battaglie woke sono perdenti, e non solo in Italia, riguardano infatti alcune minoranze, a volte tra loro incompatibili (come per es. le femministe e i gay rispetto ai migranti, soprattuto islamici). La metà della fortuna elettorale di Trump deriva da una reazione a quell’egemonia woke sulla mentalità americana; la gente è arrivata a votare persino Trump pur di scrollarsi di dosso questa pesante dominazione, con la sua asfissiante intolleranza e petulanza. Che è ancora vigente nelle università anglo-americane in particolare, come il caso recente di Cambridge, la difesa del Rettore dell’Università nei confronti del professor Arday, dal curriculum taroccato e dagli studi plagiati, copiati, ma esaltato, premiato e poi difeso anche dopo che si è scoperta la magagna, perché “nero”.
L’istupidimento ad opera del woke colpisce purtroppo una fetta consistente di femministe isteriche e intolleranti. A me è capitato di recente di scrivere un articolo sull’Italia in menopausa e ricevere un attacco da una di queste scalmanate, accusato di brutalità, volgarità e sessismo per aver rivolto un attacco alle donne. Non c’era alcun riferimento alle donne nel mio articolo, era una metafora sulla condizione italiana. È come se dopo aver scritto che l’Italia è un paese di vecchi, si alzasse qualche anziano imbestialito per accusarti di brutale, volgare ageismo o razzismo anagrafico nei confronti dei vecchi. Non riuscire a capire la differenza tra rappresentazione simbolica e realtà, tra discorso generale e attacchi di genere, è una dei fondamenti più demenziali dell’ideologia woke. Nessuno che abbia avuto il coraggio, magari sulle stesse pagine di quei giornali, di richiamare alla realtà le deliranti menadi e il loro furore: guarda che la menopausa è una metafora, non è un attacco, peraltro insensato, assurdo, alle donne in menopausa o un atto di disprezzo senza motivo per chi vive una fase naturale della vita. E poi il coro delle cretine al seguito ha preso a inveire: ma parla dell’andropausa, fasciomaschilista, vergognati. Come spieghi ai dementi che quando si dice che l’Italia è in menopausa non disprezzi e non offendi le donne, esattamente come quando si dice che l’Italia è un paese di vecchi non si vuole disprezzare e offendere i vecchi?
Il fatto vero è che per troppi anni l’ideologia woke ha fornito argomenti, slogan, “valori” a quel mondo politico e culturale e pretendere ora di smantellarli e smentirli è difficile. Soprattutto perché poi qualcosa ci devi mettere al loro posto, e non è pensabile un puro ritorno alla sinistra proletaria, operaista, borgatara di una volta con le battaglie in fabbrica, sul lavoro e nei campi sempre meno larghi dell’agricoltura. Anch’io ricordo con rispetto la sinistra di Peppino Di Vittorio, nobilmente cafona, che lottava dalla parte dei lavoratori, degli sfruttati, dei poveri, anche se minacciosa e aggressiva in molti casi: c’era dietro una tensione ideale e una fame reale. Oggi sarebbe impensabile. Il vero problema per la sinistra è che sui due macrotemi del nostro presente, il modello economico e il quadro internazionale, sono sulla stessa barca delle destre e del centro, in quell’area che ho definito dragosfera. Non differiscono in nulla di sostanziale, nemmeno nel riarmo: l’unica piccola differenza è che la subalternità atlantica è in questo momento parzialmente sospesa a sinistra per via della presenza di Trump alla Casa Bianca, che ha esplicitato, brutalizzato e radicalizzato la linea che avevano già perseguito i suoi predecessori democratici, Obama e Biden.
A uno sguardo più ampio e più in profondità, lo spettacolo del nostro presente sul piano delle idee, risulta essere una parodia più o meno tragica delle ideologie del passato: il wokismo è la parodia del marxismo, così come il suprematismo è la parodia del nazionalismo conservatore. Diciamo che la destra e la sinistra sono popolate dalle scimmie di Marx e di Zarathustra, continuatori maldestri della lotta di classe del primo e della volontà di potenza del secondo. I primi trasferiscono il conflitto dalle classi ai generi, dalle fabbriche agli sbarchi, dalla società alla famiglia. I secondi trasferiscono l’annuncio di Zarathustra dell’Oltreuomo nel Superman, nel Transumano, nell’IA, nell’Androide e nella bioingegneria, come fanno alcuni imprenditori “suprematisti” tipo Musk o Thiels. Fu Nietzsche stesso a presagire l’avvento delle scimmie di Zarathustra. Ma anche la moda Woke è un fenomeno scimmiesco, di imitazione e caricatura della rivoluzione marxista. Torneremo su questi argomenti ma quel che intanto possiamo dire è che la liberazione dallo wokismo a sinistra e dal suprematismo (Trump-Netanyahu) a destra, deve ancora trovare nuovi e antichi contenuti per sostanziare la svolta e non ridurla solo a un riposizionamento in vista del voto. La questione non è l’imminenza del voto ma la preminenza del vuoto…

(Salvatore Grandone – lafionda.org) – «Chiaramente, se guardiamo a quella storia [il fascismo] oggi è una cosa. Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?». Questo passaggio della recente intervista al New York Times del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha suscitato scalpore e indignazione.
Al di là delle intenzioni apologetiche, più o meno velate, nessuno ha preso alla lettera l’affermazione. E tuttavia essa è tragicamente vera: non certo perché il fascismo “ha fatto anche cose buone”, come spesso si sente dire, ma perché dall’interno, da “dentro”, un regime dittatoriale appare molto diverso da ciò che è davvero.
Un dato è particolarmente allarmante: secondo il Democracy Report 2026 del V‑Dem Institute dell’Università di Göteborg, il 74% della popolazione mondiale vive oggi sotto regimi autoritari. Com’è possibile, se molti non sostenessero, direttamente o indirettamente, questi governi?
E non è l’unico elemento rilevante. Il rapporto registra una crescente percezione, tra i cittadini delle democrazie occidentali, che lo Stato liberale non rappresenti il miglior assetto istituzionale. I simpatizzanti dei movimenti di estrema destra e i nostalgici dei fascismi sono in aumento.
L’osservazione del Presidente del Consiglio è allora doppiamente vera: dall’interno e dall’esterno. Non solo da “dentro” i regimi autoritari possono sembrare buoni e giusti; anche da “fuori”, dalla prospettiva privilegiata dei paesi democratici, non mancano coloro che li idealizzano e ne auspicano l’instaurazione.
D’altronde, la questione si estende al di là del piano macroscopico: negli ambienti lavorativi si osservano di frequente atteggiamenti ambigui, un servilismo eccessivo, la tendenza ad assecondare i propri dirigenti anche quando non è richiesto. Nel piccolo, con più o meno consapevolezza, si favorisce l’emergere di leadership autoritarie, perfino dove non sembrerebbero esservi le premesse.
Insomma, “quella storia” non è soltanto una vicenda del passato, ma un atteggiamento, una postura, un modo di abitare la vita comunitaria.
Voglio lanciare una provocazione: prima di essere un’ideologia, prima di essere una parentesi orribile e – si spera – conclusa della storia, il fascismo è un modo di strutturare la politeia, un modello possibile dell’organizzazione collettiva.
Non si tratta di trasformarlo in una categoria sovratemporale, quanto di portare alla luce l’elemento antropologico che accomuna forme diverse del nostro rapporto con noi stessi e con gli altri.
Per comprenderlo non servono studi complessi: basta un piccolo classico del Cinquecento, il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie. Nel libello troviamo una chiave preziosa per leggere insieme passato e presente.
La Boétie pone una domanda fondamentale: perché i popoli non si ribellano ai tiranni? Se si smette di assecondarli, il loro potere crolla all’istante. Il tiranno non possiede una forza sovrumana: è un uomo come gli altri, spesso peggiore. La sua autorità non risiede nelle sue virtù, ma nella nostra disponibilità ad assoggettarci. Il testo sintetizza questa contraddizione in un ossimoro: servitù volontaria.
Come si arriva a desiderare le proprie catene? Il filosofo individua tre fattori che operano in sinergia.
Il primo è la corruzione. Chi aspira alla tirannide non può agire da solo: costruisce una rete di fedeli promettendo favori, ricchezze e frammenti di potere. Costoro, a loro volta, ne corrompono altri, generando una vera e propria piramide. Alla fine, a trarre vantaggio dal sistema – anche in misura minima – sono più di quanto si creda. La società si divide: oppressori e oppressi.
Perché le masse non insorgono? Per paura, si dirà. Gli ostacoli che si frappongono alla libertà sono numerosi. La Boétie non è soddisfatto della risposta.
Occorre considerare un secondo elemento: l’abitudine. Chi nasce e cresce sotto un regime non ha più memoria della libertà. Con il tempo, il potere dispotico crea consuetudini che plasmano il carattere dei sudditi, rendendo la servitù una condizione percepita come naturale.
Eppure, qualcosa ancora non torna. Si potrebbe pensare che un regime tirannico sia vantaggioso, in particolare per chi si trova vicino al vertice. Qui La Boétie formula la sua intuizione più sottile: più si sale nella piramide, più aumenta la servitù. Per chi siede accanto al tiranno non basta obbedire: deve anticiparne i desideri, pensare come lui, incatenare la propria mente. I devoti “mangia‑popoli” – così La Boétie chiama gli esecutori della volontà del tiranno – vivono in un clima costante di sospetto, con il rischio perenne di cadere in disgrazia o di essere sacrificati come capri espiatori quando le cose vanno male.
Perché allora farlo? Per quello che La Boétie chiama il fascino dell’Uno. I mangia‑popoli si identificano nel tiranno, abbagliati da un potere assoluto che si illudono di condividere. È un meccanismo psicologico di sorprendente modernità: se non si può essere il tiranno, lo si imita; ovunque germogliano piccoli despoti che ne riproducono la spietatezza.
La storia mostra quanto La Boétie abbia colto nel segno. Corruzione, abitudine e fascino dell’Uno non sono forse i meccanismi che ritroviamo all’origine di ogni potere autoritario? Non è così che si sono affermati i totalitarismi?
Certo, oggi disponiamo di strumenti storico‑psicologici molto più raffinati per comprendere la genesi di questi regimi. Tra gli studi più rilevanti, merita attenzione il recente testo La mente nazi di Laurence Rees. L’attualità di La Boétie risiede invece nella sua semplicità e soprattutto nella sua versatilità.
Diversi studi di psicologia riprendono infatti il concetto di servitù volontaria per analizzare fenomeni che riguardano il mondo del lavoro. Spesso il servilismo si spinge ben oltre ciò che si potrebbe ricavare in termini di vantaggi. Non si obbedisce per timore di perdere il posto o per ambizioni di carriera.
Si pensi, ad esempio, al famoso “dieselgate” Volkswagen del 2015. Gli ingegneri e i tecnici erano sotto fortissima pressione per trovare una soluzione rapida e poco costosa per rendere i motori “puliti” secondo le norme, soprattutto per il mercato USA. Non riuscendo a individuare un modo per soddisfare la richiesta in tempi stretti, svilupparono un software ingannevole che registrava un livello di inquinamento inferiore a quello reale. Per non deludere i dirigenti – e senza che questi ne fossero consapevoli – i dipendenti optarono di comune accordo per una frode.
Gli psicologi hanno inoltre osservato come, nel settore lavorativo, il complesso della servitù volontaria nasca spesso da un processo di vittimizzazione. In altre parole, non è sempre il fascino dell’Uno a spingere i dipendenti a fare più di quanto richiesto; molte volte è il complesso della vittima, ossia la percezione erronea di non avere possibilità di scelta, a giocare un ruolo decisivo.
In entrambi i casi, però, il risultato è identico: ne deriva una paradossale sensazione di sicurezza. Che ci si identifichi nel capo o ci si percepisca vittime, è alla propria libertà che si rinuncia. La libertà è un peso: implica responsabilità, l’assunzione delle conseguenze delle proprie azioni. Obbedire ciecamente – sia come mangia‑popoli sia come vittime – offre un senso di ineluttabilità che mette a tacere i conflitti interiori.
L’abitudine e la corruzione fanno poi il resto nell’alimentare questo subdolo meccanismo.
La servitù volontaria sembra costituire un ponte tra il macroscopico e il microscopico: le stesse logiche si ripetono su livelli diversi, ma complementari. Abbiamo così una lente per leggere molte dinamiche del nostro tempo.
Per realizzare una società più giusta non basta interrogarsi sui grandi principi, sui valori che dovrebbero guidarci. Occorre iniziare a esaminare le nostre abitudini, il modo in cui ci relazioniamo agli altri, e riflettere sulle aspirazioni segrete che ci portano a tifare per i potenti, per i tirannucoli, per chi si impone con la forza, per chi rinuncia al dialogo, per chi demonizza l’avversario.
Quante delle nostre esternazioni sui social non celano una pericolosa fantasia di onnipotenza? Il desiderio, sempre più diffuso, di farsi giustizia da soli, l’invocare l’uomo forte che risolva con la violenza e in modo definitivo i soprusi non nascono forse da un’identificazione con il carnefice? E la rassegnazione di molti, l’incapacità di reagire democraticamente alle ingiustizie, non deriva dall’identificazione con la vittima? Prepotenza e senso di impotenza sono due manifestazioni complementari della servitù volontaria dei nostri tempi: si alimentano a vicenda. È la sensazione di impotenza e di impossibilità del dialogo che nutre la prepotenza, e viceversa la prepotenza rafforza l’idea che il confronto democratico sia irrealizzabile.
Nasce così la spirale pericolosa della servitù volontaria: il rinunciare alla propria libertà in nome di una sicurezza esteriore e di una narcotizzazione interiore. Allora sì: il vero pericolo è che “quella storia” appaia, da dentro e da fuori, nel grande e nel piccolo, troppo “diversamente”, come l’unica storia possibile.

(Fabio Balocco – ilfattoquotidiano.it) – Qualche tempo fa ha fatto notizia e destato scalpore sugli organi di informazione il fatto che nel concorso in magistratura di quell’anno solo il 5% dei candidati fosse stato ammesso all’orale a causa non solo dell’ignoranza in diritto, ma anche della semplice scrittura dell’italiano.
Un mio caro amico in pensione che ha fatto l’insegnante di storia e filosofia al liceo classico mi riporta: “io nel corso della mia professione ho avuto modo di notare il decadimento della cultura, ma non quella specifica, bensì generalizzata. Sono andato in quiescenza sette anni fa e mi dicono che c’è stato un ulteriore crollo, non solo nella preparazione dei ragazzi, ma anche in quella del corpo docente”. Nel mio piccolo ho selezionato gli obiettori di coscienza in un’associazione ambientalista e notai come in soli dieci anni ci fosse stato un crollo non solo delle reali vocazioni ma anche dell’eloquio.
Ma veniamo ad oggi. Sempre nel mio piccolo mi capita di guardare alla sera un programma a quiz della tivù generalista, “Reazione a Catena”, da cui emerge la preparazione dei concorrenti. Qualche esempio recentissimo: Amsterdam capitale della Danimarca; Dublino capitale della Scozia; Waterloo in Inghilterra; Ancona capoluogo del Molise; l’euro è femminile; la Torre di Abele; lo spirito di patata si chiama così perché dalle patate si ricava un liquore; Andromeda era la moglie di Ulisse; Giannik Sinner.
Del resto, già nel 2008, Tullio De Mauro denunciava che “il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni è sostanzialmente analfabeta, cioè non in grado di distinguere lettere e cifre. Il 38% sa leggere, cioè riconoscere lettere e numeri, ma ha difficoltà evidenti di lettura. Il 33% degli italiani soffre di analfabetismo funzionale, cioè sa leggere con fluenza ma ha difficoltà di comprensione del testo”. Parentesi. Questo tralasciando che solo il 35% degli italiani tra i 16 e i 65 anni ha letto almeno un libro nell’ultimo anno. Chiusa parentesi.
Non sono un sociologo, non so cosa possa aver determinato questo scadimento della cultura. La politica certo ci ha messo del suo, ricordo la nefasta riforma Moratti delle tre I: inglese, informatica, impresa, una riforma chiaramente volta non tanto alla formazione culturale del ragazzo, bensì al suo inserimento nel mondo del lavoro, sfociata nell’alternanza scuola-lavoro. Ci ha messo del suo anche con l’eliminazione di fatto di una materia fondamentale come la geografia, dimodoché uno non sa neanche più dove vive. Ci ha messo del suo la famiglia con il tempo dedicato ai figli sempre più risicato, dimodoché essi si sentono sempre più immersi in un mondo globalizzato e non più in un nucleo con una sua storia e le sue specificità.
Verrebbe da eccepire: “sì, però c’è internet oggi, un formidabile strumento per acquisire cultura”. Vero, in teoria, ma in pratica la realtà è che il giovane di internet usa i social. La realtà è che l’utilizzo di internet è frenetico e non va al di là di una veloce acquisizione teorica. E poi ancora: internet occorre saperlo usare, comprendere le fonti, e quant’altro, non fermarsi a quello che Google ti invia sapendo che ti piace. In pratica, la rete necessita di una sua specifica cultura.
Il risultato di questo minestrone sono gli spaventosi concorrenti di “Reazione a Catena”, che tra l’altro sono frutto di una selezione a monte. Ma allora, veniamo alla terribile considerazione: questa gente, i giovani, saranno i professionisti di domani, saranno i politici di domani. In quali mani, santo dio, finiremo? Ma poi penso: del resto, se estendo lo sguardo e vedo gente come Trump, Zelenski, Milei, mi rendo conto che nella merda ci siamo già ora.
Come ricorda il mio amico insegnante, siamo nell’età oscura del Kali Yuga, del forte declino morale, spirituale, intellettuale. Cosa aspettarsi?
Alla premier piacerebbe avere il giornalista nel servizio pubblico: restituirebbe blasone dopo il caso Ranucci-Lavitola. Per il direttore del Tg La7 sarebbe un ritorno nella tv dove ha iniziato

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – E se Enrico Mentana tornasse in Rai? Scorrete gli account social di FdI, che rilanciano le sue parole a Cortina (“o La 7 si apre per fare qualcosa vista da tutti o penso che posso fare altro nella vita”). Leggete il malessere del direttore del Tg La7 e la fine ormai annunciata del suo contratto con Urbano Cairo. A Meloni piacerebbe avere Mentana in Rai. Non è un’indiscrezione. E’ un pensiero limpido ed è suffragato dai fatti. Quando Meloni ha accettato di intervenire a La7, prima delle elezioni regionali, ha scelto Mentana per farlo. Quando si chiede ai parlamentari di FdI quale giornalista televisivo viene ancora ritenuto autorevole, e non si intende amico o fedele (di quelli si abbonda), la risposta è: Mentana.
Il suo contratto si conclude a fine dicembre e Meloni guarda con attenzione al prossimo talk di prima serata della Rai. La stampa di destra è già militarizzata, preparata alle elezioni solo che in Rai occorre altro. Un talk verrà affidato a Roberto Inciocchi ma il pensiero, e neppure così nascosto della destra, è che il ritorno di Mentana in Rai restituirebbe blasone, tanto più dopo la vicenda Ranucci-Lavitola. Chi si occupa di televisione, a destra, ritiene che Mentana “in Rai potrebbe fare tutto”. E si ripete: tutto. A novembre, dopo la legge elettorale, il governo vuole approvare anche la riforma della Rai. Si azzera la governance e la destra potrà esprimere i vertici che guideranno l’azienda nel futuro. Mentana vuole continuare a fare giornalismo. Due sono le alternative accreditate, almeno finora: la nuova televisione dell’editore di Repubblica (con una rete ancora da trovare) e il ritorno a Mediaset, alla guida del Tg5. L’impensabile è la Rai, la televisione dove Mentana ha iniziato, la televisione pubblica, la sola che potrebbe costruire intorno a Mentana un racconto. Una televisione che Mentana potrebbe “dirigere” e il senso della parola è molteplice.
Il dibattito sulla guerra è soffocato da retoriche inutili. L’unico fatto concreto rimane l’occupazione dell’Est ucraino

(Domenico Quirico – lastampa.it) – «Le cose che non sono» dispongono, purtroppo, di una formidabile, incoercibile potenza… sono le idee che non corrispondono ad alcun soggetto storico effettivo, le false verità, i miti sventolati da miseri pettegoli interessati a giustificare l’impotenza o a ricavarci lucro. Le guerre di oggi ne sono un sillabo. L’idea “due popoli due stati” in Palestina, per esempio. E una “pace giusta” tra Russia e Ucraina nel centro dell’Europa, in quello che un tempo si definiva “il cuore della terra”. Ma anche nel più occidentale occidente, per tener deste le masse, capi ed élites hanno sempre bisogno di un vecchio ingrediente: garantire il paradiso.
Dopo quattro anni di massacro, diventato un modo di vita orribile a cui si è fatta l’abitudine, il nome di “questa cosa che non è” attorno a cui si spegne e decade ogni possibilità perfino di tregua si chiama: Donbass. Alla fine la guerra è orribile ma semplice: un lembo di terra che gli uni hanno preso e gli altri vogliono indietro. Tutto qui. Come sempre.
«Ritiratevi dal Donbass e la pace sarà calzata come una mano in un guanto benfatto».
«Rinunciate voi al Donbass che ormai è nostro e tutto finirà!».
Intorno, inutili progetti e schemi che si rinviano a turno come un palla, ghiribizzando oziosamente, centellinandoli, sminuzzandoli. Alla fine irrompe la domanda: ma insomma che si fa del Donbass? E la pace resta una delle terribili cose che non sono. Una astrazione che estende il suo dominio al campo della politica e della diplomazia che, per loro stessa natura, dovrebbero esser trattate in termini concreti. Anche nell’ultima proposta da Zelensky si cerca invano una immagine concreta. Le astrazioni, cessate il fuoco ritirata reciproca disarmo… vengono somministrate come una droga. Le espressioni astratte aiutan a restare al comando, ad agitare le acque chiare del pensiero.
Il possesso russo di una parte del Donbass è, purtroppo, dopo quattro anni, un Fatto. L’unico persistentissimo Fatto. Il Donbass, tra Russia e Ucraina, si avvia a diventare una replica di ciò che furono Alsazia e Lorena nella interminabile ordalia franco tedesca. Tutto il resto in questi quattro anni si è rivelato un sistema di disfatte gastronomie verbali troncato sul nascere. La guerra “di rappresentanza” per creare o confermare significati immaginata da Putin, ovvero farsi scappellare come risorto Grande del mondo, è finita nei cassetti, per dimostrata impotenza; come l’antico prurito di imporre un vassallo obbediente nel Palazzo di Kiev. Ma anche la vittoria garantita da Zelensky ai suoi nei giorni della “controffensiva”, senza un intervento diretto occidentale e soprattutto americano, è sproporzionata alle possibilità ucraine. Anche una rivolta dei boiari a Mosca o addirittura una rivoluzione russa contro lo zaretto si sono rivelate un sogno. Ormai si è rassegnati a vedere anno dopo anno, Putin diventare un vecchio, canuto veterano del Male.
Così la guerra prosegue monotamente il suo cammino. Tra frustrazione e sconcerto. Si contano i droni e i missili reciproci, i civili ammazzati e le strutture demolite in uno show strategicamente impotente, un consumismo distruttivo che può durare anni ed anni. Dove è il senso della gloria in un condominio sbriciolato o una raffineria in fiamme? Sembra incredibile che la pace d’Europa, e il rischio di una Euroshima, ruoti attorno a queste pianure fertili di implacabili apparatcik staliniani e brezneviani, dove fino a poco tempo fa tra i fumi di acciaierie vetuste come il socialismo reale innumerevoli statue di Lenin indicavano imperiose la marcia verso ovest della immancabile Rivoluzione.
Eppure è così. Il confronto con l’Alsazia e la Lorena che innescarono le due grandi tragedie europee del novecento innesca somiglianze e suggestioni. Ricordate: i dipartimenti perduti dalla Francia nella disfatta del 1870 con la Prussia bismarkiana, l’année terrible di Victor Hugo, Sedan, l’assedio di Parigi? Fu allora che l’eroe repubblicano-giacobino della resistenza, Léon Gambetta, dopo la dolorosa ma necessaria cessione delle due province al Kaiser, coniò una esortazione alla “revanche”, la rivincita, che non ha perso la sua raffinata ambivalenza: non parliamone mai ma pensiamoci sempre. Una velata ammissione della sua consistenza illusoria? O piuttosto un appello perché i francesi non si smarrissero nella retorica ma lavorassero per capovolgere quella rinuncia con metodica e risoluta energia? Se il genio politico talora consiste nel sostenere posizioni ambigue abbastanza a lungo da annullare poi la sconfitta ebbene Gambetta è un maestro da imitare. Anche Zelensky come il tribuno francese è il simbolo del rifiuto di accettare il fatto compiuto dell’aggressione, ma solo per costruire con realismo la prima paziente mossa della revanche.
La parte del Donbass annesso dalla Russia, e la Crimea, non possono essere ripresi oggi con la forza o la diplomazia. Perché l’Europa è un alleato parolaio e impotente. E per due anni l’America sarà quella di Trump. L’Ucraina può solo svenarsi inutilmente. Meglio come fece la Terza Repubblica restare libera, cedere le due province e puntare sul tempo: pensarci sempre… Nel 1918 le truppe francesi tornarono con le bandiere spiegate in Alsazia e Lorena, l’onnipotente militarismo prussiano era in pezzi. E forse l’Ucraina dovrà attendere molto meno della Francia per riavere le province rubate…

(di Michele Serra – repubblica.it) – In questo prevedibile Paese, dove tutto è proprio come sembra, basta poco per meravigliarsi. Si apprende che in area vannacciana esiste un professore, Luca Sforzini, assai contrariato dal puzzo nero che essuda da ogni singola parola di quel partito e di quel programma; al quale contrappone gli ideali del Risorgimento e dell’Italia liberale. Il punto — dice — non è essere più a destra; è capire quale destra. Bisogna «persuadere uomini liberi, non educarli sotto tutela». E mai e poi mai si possono istituire «polizie morali».
Il professore, si noti, è presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, dunque in teoria uno degli ideologhi del nuovo partito, non un passante distratto o un umarell che, non avendo di meglio da fare, osserva il cantiere da fuori e dà consigli impercepiti. E in mezzo al fervore littorio e al batter di tacchi dei fascisti e delle fasciste che fanno da coorte a Vannacci (sempre più somigliante ad Alberto Sordi), se ne esce, soave e ammirevole, con Cavour e Ricasoli, con le memorie ottocentesche di una nazione giovane, laica, inesperta e forse per questo più dignitosa di come poi, rendendola feroce e volgare, la fece il Novecento nella sua prima metà.
Detto che sarebbe un sogno l’eventuale prevalenza, dentro Futuro Nazionale, del professor Sforzini (che immaginiamo con i baffi a manubrio e la camicia candida che si oppone alle baionette austriache e agli schioppi dei papalini), ci si domanda chi avrà il coraggio di avvertirlo che forse non è nel partito giusto, come quello che sbaglia treno e dai finestrini vede le Alpi. Ma voleva andare a Napoli.
Da Cologno Monzese ad Atreju: non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce.
[…] Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette.
Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo.
Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo.
[…] Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile.
D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti.
Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili.
La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.
[…] Ma la sostanza della navigazione – dal mellifluo “mi consenta” al perentorio “io sono Giorgia” – è rimasta la stessa: dire, disdire, adattarsi. La fiamma ha viaggiato da Salò a Cologno Monzese, passando per Atreju, Palazzo Chigi, Bruxelles. Identico il metodo di occupazione di tutti i posti disponibili e indisponibili, la Rai, le banche, i controllori istituzionali da ibridare con i controllati. Ordine pubblico da cavalcare sempre. Decreti Sicurezza per moltiplicare le pene. Immigrati nemici da imprigionare lungo ogni confine, tranne che nei campi di pomodori e nelle fabbriche. Bambini sempre stranieri, minori per la prima volta punibili, ma anche gioiellieri eroi, quando sparano, e sottosegretari immunizzati dal diritto alla privacy, quando cucinano bistecche con il pepe di camorra.
Non rispondere alle domande e governare senza riforme è la lezione che Giorgia ha imparato dal suo maestro. Che nella sua stagione ci ha lasciato la patente a punti e il divieto del fumo nei luoghi pubblici. Ora i suoi eredi festeggiano il record, ignorando il dubbio che sia un’aggravante. Si detestano in privato, ma sono sempre svelti a tornare a tavola in pubblico, specie ora, con la minaccia di Vannacci, nell’anno elettorale. E la sinistra? È ancora laggiù, tra le siepi del programma. Cerca un leader, un nome, un nuovo corso, per smontare l’eterna Italia e migliorarsi al punto da renderla migliore.
Roma ha annunciato solo i generatori, ma è pronta a inviare Samp-T e Aster. Userà un Decreto per non spaccare la maggioranza

(di Tommaso Ciriaco e Gianluca Di Feo – repubblica.it) – Si fa, ma non si dice. Palazzo Chigi parla solo di generatori elettrici, per dare una mano alla popolazione ucraina nel buio e nel gelo dell’inverno sotto le bombe. Invece nel segreto il governo Meloni ha già deciso da settimane un poderoso sostegno militare, che è stato definito nei dettagli e verrà presto formalizzato nel tredicesimo “Decreto Aiuti”: a Volodymyr Zelensky è stato promesso di renderlo operativo entro il prossimo ottobre. Armi di ultima generazione, che formeranno uno scudo contro la pioggia di ordigni russi.
Si tratta di altre batterie contraeree Samp-T nella versione NG in grado di abbattere i missili balistici, di intercettori Aster 30 e dei radar per avvistare gli incursori di Mosca. Sono frutto di un’intesa tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni siglata a luglio, grazie anche alle ottime relazioni personali tra il ministro Guido Crosetto e il premier Lecornu, suo ex collega alla Difesa. Sono tutti sistemi protettivi, senza capacità offensive, prodotti congiuntamente dalle due nazioni.
Kiev dispone già di due batterie Samp-T donate dai due governi – una interamente italiana – che hanno dato ottimi risultati. Sono state fotografate le sagome delle prede russe distrutte, dipinte su uno dei lanciatori: due cacciabombardieri Sukhoi, un missile ipersonico, dozzine di droni e di cruise. Poi dall’estate 2025 questi dispositivi sono rimasti senza munizioni, perché Parigi e Roma hanno smesso di consegnare gli Aster 30: le scorte nazionali erano arrivate al minimo. Adesso le catene di montaggio hanno incrementato il ritmo e c’è la volontà di riprendere le forniture su vasta scala.
Il piano è ambizioso e articolato, proprio per dare un soccorso rapido all’Ucraina. Zelensky ne ha parlato tre giorni fa, fornendo ulteriori dettagli. E Repubblica ha ottenuto conferme sul ruolo del nostro esecutivo. Ci sarà la vendita – finanziata dai prestiti della Ue – di quattro batterie Samp-T NG: quelle più moderne che hanno prestazioni pari, se non superiori, ai Patriot americani. Saranno accompagnate da sette radar con grande raggio di scoperta: sei realizzati dalla francese Thales e uno dall’italiana Leonardo. Inoltre Parigi e Roma autorizzeranno la produzione degli intercettori Aster 30 N1BT in Ucraina, in modo da renderla autonoma nel settore della difesa antimissile: Zelensky sostiene che questi contratti saranno firmati entro settembre.
Poiché i raid russi stanno infliggendo ogni giorno danni gravi alle città, Kiev ha l’urgenza di ricevere subito armamenti operativi. Per questo l’Italia manderà entro ottobre una fornitura di intercettori Aster 30 prelevati dai magazzini delle nostre forze armate. Serviranno per le batterie già schierate in Ucraina e per altre due “anticipate” dall’Eliseo sottraendole al suo esercito, che poi le sostituirà con quelle antimissile non appena usciranno dalle fabbriche. Tutti i materiali, anche quelli di nuova costruzione, dovranno arrivare sul campo entro il 2027. In questo modo lo scudo contraereo di Kiev non dipenderà soltanto dai Patriot statunitensi, che la Casa Bianca nega o centellina, ma potrà contare su una massiccia barriera italo-francese composta da sei batterie Samp-T.
Il valore complessivo dell’operazione dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro e sarà coperto dai fondi Ue dell’Ukraine Support Loan, di cui due giorni fa è stato confermato il rifinanziamento. Salverà tanti civili dai bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione nelle nostre industrie. Ci sarà anche uno sviluppo tecnologico, perché darà modo di testare in condizioni reali l’unico scudo antimissile europeo: il pilastro del progetto Michelangelo Dome.
Il piatto forte del Tredicesimo Decreto Aiuti sarà composto quindi dalla cessione degli intercettori Aster 30 presi dai nostri arsenali e dalla licenza per costruirli a Kiev oltre alla vendita del radar Kronos e delle componenti made in Italy per le quattro batterie Samp-T. Il ricorso alla formula del Decreto offrirà al governo due vantaggi. Il primo è procedurale: permette di saltare l’iter per autorizzare l’export di armamenti, in genere estremamente lento. Il secondo è politico: tutto viene coperto dal segreto, senza rischiare scontri con la Lega – contraria al sostegno militare all’Ucraina – e limitando i contraccolpi nel clima di campagna elettorale. Oltre a salvaguardare la coesione della maggioranza, la premier deve fare i conti con la concorrenza a destra del generale Vannacci, ancora più determinato nel contestare l’appoggio a Kiev. Sul piano internazionale, la linea di Giorgia Meloni è un’eccezione: gli altri leader non nascondono il contributo alla resistenza contro gli invasori; lei lo concretizza nel silenzio, preoccupata di non guastare gli equilibri di una coalizione profondamente spaccata sulla politica estera.
La soluzione finale: Ranucci out con un Report “commissariato”. Decisioni prese: conduttore nuovo (e sarà solo conduttore) e capo degli autori esterno alla squadra

(estr. di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) […] Ai piani alti della Rai la convinzione è quella di riuscire a chiudere con successo “l’operazione Report” tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima. Perché la questione ha un doppio corno. Prima verranno sottoposte a Sigfrido Ranucci tre offerte per un suo possibile ricollocamento, nella comunicazione con cui gli verrà notificato che non sarà più lui a condurre la trasmissione. Poi si metterà mano a quello che è temuto come un “commissariamento”: il nuovo capo degli autori sarà un esterno alla squadra di Ranucci (è stata sondata a più riprese la giornalista Raffaella Pusceddu), ma gli innesti non si fermeranno a questo. Di qui il timore della redazione ossia che, al di là di Ranucci, l’obiettivo sia quello di cambiare il format stesso di Report, per come è stato fin qui, in quanto sgradito al governo: chi avrà l’ultima parola sulle inchieste da mandare in onda nella stagione che partirà a novembre? E chi sarà il nuovo volto di Report? Di sicuro, a differenza di Ranucci, avrà solo il ruolo di conduttore.
[…]
Ma occorre innanzitutto mettere il primo tassello. Ieri in via Alessandro Severo nel corso di una riunione dell’ad della Rai Giampaolo Rossi con il capo del personale Felice Ventura e il direttore dell’ufficio legale Francesco Spadafora sono state passate in rassegna le ipotesi sul futuro impiego del giornalista, nella speranza di un lieto fine come nel caso di Giuseppe Carboni: rimosso a giugno da Rai Parlamento per fare posto alla sua vice Francesca De Martino (nome gradito a Fratelli d’Italia), avrebbe accettato la proposta di andare a dirigere la scuola di giornalismo di Perugia. Ma nel caso di Ranucci la strada è tutta in salita, e non solo perché il giornalista è intenzionato a resistere, come ha fatto capire ieri via social. “In queste ore e in questi giorni i vertici Rai sono al lavoro per il mio allontanamento da Report”, ha scritto riferendosi alla riunione di ieri sul suo futuro professionale.
Le offerte da proporgli che siano a prova di denuncia da demansionamento non sono molte, e del resto quelle che sono state vagliate devono misurarsi anche con un altro fattore che è emerso ieri. Ossia il parere dei direttori delle testate interessate dal suo spostamento, fin qui interpellati da Giampaolo Rossi. “Siamo pronti ad accoglierlo a braccia aperte, naturalmente. Però il posto di Ranucci è a Report” è il senso di quanto riferito dal direttore del Tg3, Pierluca Terzulli, all’ad.
Dunque la strada non sembra spianata, anche perché la Rai ha già deciso che la stagione di Ranucci a Report è conclusa. Ma quando gli comunicherà il passaggio ad altro incarico (mettendo sul piatto almeno tre ipotesi congrue rispetto alla sua qualifica e al ruolo che attualmente ricopre) dovrà fare cenno pure a quali ne siano le motivazioni. E qui il ragionamento corre sul filo della logica. “La questione è che non basta individuare un incarico, seppure formalmente, equivalente a Report. La parte più difficile è la motivazione dello spostamento. Se lo mandano via per ragioni, diciamo così, di affidabilità per i suoi rapporti con Valter Lavitola, perché dovrebbe ridiventare affidabile in un altro impiego?” riferiscono fonti interne alla Rai, per poi concludere: “Se invece non gli verrà rinfacciato nulla di tutto questo, come si giustifica la decisione di toglierlo dalla guida del suo programma?”. Dall’altra parte c’è pure chi invoca nella sostituzione di Ranucci esclusivamente ragioni di opportunità “nell’ottica di trovare una soluzione editoriale e mandare avanti il glorioso marchio di Report, uno dei fiori all’occhiello della Rai”.
[…]
Chi ci lavora però brancola nel buio da settimane. Ieri i due “rappresentanti” della redazione, Giorgio Mottola e Giulio Valesini, hanno incontrato in via Teulada il capostruttura Luigi Pompili: gli hanno detto le loro preoccupazioni e che vogliono continuare a collaborare perché si giunga a soluzioni condivise. Insomma, niente invasioni di campo, con commissari esterni che decidano sulle inchieste e né nomi, per quanto riguarda la scelta del conduttore, piovute dall’alto. Ma l’incontro con il direttore della direzione Approfondimenti Paolo Corsini è previsto solo per i primi giorni di settembre. Quando, almeno nei piani dell’ad Rossi, i giochi saranno ormai fatti.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Se – e sottolineo se – la Rai riuscirà a cacciare Sigfrido Ranucci da Report, non coronerà soltanto il sogno dei tanti politici, affaristi, stragisti, spioni e manigoldi che da anni trafficano per liberarsi dell’ultimo programma d’inchiesta rimasto nel cosiddetto servizio pubblico. Ma anche quello di Valter Lavitola. Il quale, sulle bombe del 16 ottobre sotto casa del giornalista, ha fornito vari moventi, uno più demenziale dell’altro: dal favore dinamitardo per spingerlo a candidarsi a premier progressista al dono esplosivo per fargli potenziare le scorta. Ma su un punto, nelle intercettazioni, nelle chat e nei verbali, non ha mai tentennato: voleva Ranucci fuori da Report e possibilmente dalla Rai. L’ha detto il 12 agosto al gip: “Sarebbe stato bene se lo avessero cacciato”. E ha squadernato il suo piano (folle, tanto per cambiare) di “sistemarmi economicamente” producendo Report con una società esterna, tipo quella che forniva a La7 Servizio Pubblico di Michele Santoro, per vendere poi il programma alla Rai. Lievissima contraddizione con il delirante progetto di portare Ranucci a Palazzo Chigi e se stesso al seguito come “suo Gianni Letta”. Ma tant’è.
[…]
Il 28 luglio 2024 la terza replica di Report batteva In onda di Aprile&Telese su La7 col 5,6% di share contro il 4,2, malgrado la concorrenza delle Olimpiadi. L’indomani Ranucci esultava, mentre Lavitola incalzava: “Sarebbe il momento di andarsene”. Ranucci non ne aveva alcuna intenzione, ma notava che malgrado gli ascolti – o proprio per quelli – la Rai e i suoi mandanti “stanno facendo di tutto per mandarmi via”. E Valterino: “Faresti bingo! Una buonuscita da botti. E tra due anni fai il Presidente”. Il 27 ottobre 2024, appena partita la nuova stagione di Report, il conduttore faceva il solito slalom fra attacchi, minacce, querele e dossieraggi, mentre il faccendiere li benediceva come manna dal cielo: “Potrebbero pure avere un po’ più di coraggio e ti cacciano”. Quando poi scoppiò quel chilo di esplosivo distruggendo le due auto del giornalista e mettendo a rischio la vita sua, dei familiari e di eventuali passanti, si pensò che Ranucci e la sua squadra avrebbero lavorato in pace per un po’. E quando gli inquirenti scoprirono che il mandante era proprio Lavitola, tutti sorrisero per i suoi malauguri sull’imminente cacciata dell’amico: chi avrebbe mai osato toccare un giornalista che aveva appena subìto un attentato? Beata ingenuità. È bastata mezza estate di balle e fango a reti ed edicole unificate per trasformare la vittima in colpevole. Tant’è che oggi si dà per scontato che Ranucci non condurrà più Report. A saperlo prima, Valterino avrebbe risparmiato sull’esplosivo e si sarebbe risparmiato la galera: bastava lasciar fare alla Rai e ai suoi mandanti.

(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Prendete una delle tante intelligenze artificiali che ormai sembrano servire solo a questo, (altro che distruggere posti di lavoro) — ce n’è una gratuita per ogni esigenza — e datele in pasto le risposte che Giorgia Meloni ha rilasciato al New York Times nell’intervista firmata da Roger Cohen. Poi chiedetele di farvele leggere con la voce di Ugo Tognazzi nei panni del conte Mascetti: un signore pomposo, leggermente flautato, capace di incantare un vigile urbano con un fiume di parole tecnicamente ineccepibili e semanticamente vuote, una supercazzola perfetta. Provateci prima di continuare a leggere, cambia tutto. O forse nulla. Ma di certo vi verrà da ridere.
Alla domanda su come giudica oggi il ventennio fascista, la premier distingue tra il modo in cui guardiamo quegli eventi oggi e il modo in cui probabilmente li avremmo percepiti se li avessimo vissuti allora: recitata con la cadenza di Mascetti la frase non perde un grammo della sua credibilità apparente, il che dovrebbe preoccupare più della frase stessa, ma si trasforma in quelli che è, una supercazzola. Lo stesso accade sul passaggio dedicato a Donald Trump, quando ammette di aver pensato che la sintonia su immigrazione e battaglie identitarie avrebbe reso tutto facile, salvo constatare che le cose sono andate diversamente: rapporto congelato, non chiuso, esattamente come suonerebbe in bocca a Mascetti la fine di una qualsiasi liaison di provincia. E ancora quando rivendica occupazione, inflazione, sbarchi e spread come indicatori tutti migliori rispetto al passato, senza una parola sul prezzo della benzina tornato a salire: un elenco di numeri veri messo in fila per non dire, in sostanza, nulla di verificabile sul come e sul perché.
C’è però un contrappunto che vale la pena notare, ed è chi quelle risposte le ha raccolte. Cohen usa la tecnica opposta a quella che conosciamo bene dalle nostre parti: non accusa, mostra. Registra che nel pezzo il nome di Mussolini ricorre undici volte, che nell’ufficio del ministro della Difesa Crosetto è appeso anche il ritratto del duce accanto a quello degli altri predecessori, e lascia che sia la citazione sul fascismo definito un periodo complesso a fare il lavoro sporco al posto suo. Sottolinea con eleganza, senza mai dirlo apertamente, la tendenza della premier a sovrapporre costantemente se stessa alla Nazione. Anche questa è una forma di eleganza linguistica — ma usata per rivelare, non per confondere: infatti ha prodotto polemiche vere, non un applauso di cortesia. Altro che gli sguaiati attacchi degli avversari della stampa nostrana. Come spesso dico, basta raccontarli, per farne vedere l’insipienza.
Non è disonestà, quella di Meloni, è tecnica: restare ineccepibili nella forma e indeterminati quanto basta per non essere mai colti in fallo. Mascetti lo faceva per gioco e lo dichiarava, strizzando l’occhio allo spettatore proprio mentre incantava la vittima. Chi oggi governa un paese lo fa sul serio, e nessuno strizza l’occhio a nessuno: la posta in gioco è vera, il pubblico paga le tasse invece di un biglietto del cinema. Il gioco però serve proprio a questo, a separare la sostanza dalla cadenza: se il senso di una frase regge anche filtrato dalla voce di un conte squattrinato di provincia, vuol dire che c’era davvero qualcosa da dire. Se si scioglie in aria come fumo, la domanda successiva è inevitabile — e vale per Meloni come per chiunque altro abbia imparato a governare parlando di tutto senza dire mai niente.
(Trascrizione della terza puntata dell’inchiesta di Roberto Saviano sul caso Ranucci-Lavitola) – Riassunto per chi arriva adesso, 16 ottobre 2025, una bomba esplode davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Torvajanica. Gli esecutori? Un gruppo criminale tra Napoli e Avellino, guidato dal pregiudicato Antonio Passariello. Il gruppo viene identificato, intercettato, nel giro di pochi mesi. Si autoaccusano di fatto tramite le intercettazioni ambientali. In macchina, in salotto, ovunque parlano.
Sopra di loro c’è Clesio Tavares Gomes, “Onir”, factotum Camerunense, che dopo ogni passaggio dell’operazione prende il treno e va a rapporto a Roma, quartiere Monteverde, dal suo dottore. Chi è il dottore? Valter Lavitola, faccendiere storico della Seconda Repubblica. E si sono conosciuti, “Onir” e il dottore, in carcere.
E qui l’inchiesta ha incrociato il dato che nessuno era pronto a leggere. Cioè che Lavitola si considera l’amico più intimo della vittima.
Adesso restano, come domande, le più irrisolte.
Come ha fatto il mandante ad agganciare il bersaglio? Perché l’ha fatto? E come va a finire questa storia? Iniziamo questo racconto.
Partiamo dalle date. E’ fondamentale perché l’indagine che fanno i carabinieri parte dalle date. Bisogna guardarle bene. E’ qui che la procura costruisce l’architrave dell’accusa. 6 settembre 2025.
Lavitola scrive a Ranucci su Whatsapp: “Domani, prima o dopo pranzo, riusciamo a vederci 10-15 minuti? Sarò proprio dalle tue parti”.
7 settembre. Ranucci risponde: “A casa mia, altrimenti devo chiamare la scorta”.
Lavitola risponde: “Ok. Mi scrivi l’indirizzo? Perché non so dov’è casa tua”. Non c’è mai stato a casa di Ranucci. Mai in anni di amicizia. E Ranucci gli manda l’indirizzo. E aggiunge, questo messaggio va riletto 10 volte, e aggiunge le indicazioni per riconoscere la casa. Viale Po 91 Torvajanica. Trovi villetta bianca con auto posteggiate. Due auto, scrive.
Le due auto. Cioè Ranucci inconsapevolmente consegna al suo amico l’informazione per aiutare a trovare casa sua. E cioè il dettaglio che 40 giorni dopo diventerà fondamentale per mettere la bomba.
La visita dura circa tre ore. È la prima, sostanzialmente l’unica, visita di Lavitola a casa Ranucci.
13 settembre. Clesio Tavares atterra a Napoli di ritorno dal Camerun. Lavitola gli scrive: “Bentornato. Poi ci organizziamo”.
15 settembre. Clesio prende il treno, arriva a Roma, raggiunge Lavitola a Monteverde.
E nel primo pomeriggio, i loro due telefoni si muovono insieme, escono da Roma, imboccano la strada per Pomezia. E alle 15 e 30 le celle li fotografano entrambi nell’area di Campo Ascolano. La cella di Via Lago Maggiore, a poche decine di metri dall’abitazione di Ranucci.
Ci restano mezz’ora scarsa. Non chiamano Ranucci, che peraltro è fuori zona. Non ci telefonano. Guardano solo casa sua e se ne vanno. Alle 18 e 15 sono di nuovo a Monteverde. E la sera stessa, la sera stessa, i due si separano con una coreografia da film.
Clesio va a Termini e prende il treno per Napoli. Lavitola va a Fiumicino e si imbarca sul volo delle 22 e 30 per Buenos Aires. Missione consegnata. Sudamerica? Alibi transoceanico? Chissà. 25 giorni dopo, Clesio ripete il pellegrinaggio con Davino, Saverio Mutone e Marica. 31 giorni dopo, la bomba.
Il giudice lo scrive con una formula che sembra una catena di montaggio. 7 settembre Ranucci mostra i luoghi a Lavitola, 15 settembre Lavitola li mostra a Clesio, 10 ottobre Clesio li mostra agli esecutori, il 16 ottobre gli esecutori eseguono. Ogni anello vede solo l’anello successivo.
Frutto, scrive il GIP, di plurimi passaggi di consegne. È una sorta di staffetta della bomba, dal salotto, diciamo, del ristorante romano, passando per la casa del giornalista fino al rione Gescal. E quando mesi dopo glielo chiederanno, Lavitola risponderà che forse era andato a Torvajanica a vedere degli appartamenti, che la moglie voleva affittare casa lì.
C’era di mezzo Tecnocasa. Gli investigatori controllano, nessuna trattativa, nessun contratto, nessun appuntamento. Le uniche agenzie immobiliari nel suo telefono sono sotto casa sua a Monteverde.
E la moglie, intercettata in macchina, alla domanda quando abbiamo affittato la casa a Torvajanica, risponde a giugno. Glielo smonta lei stessa l’alibi, in diretta. Ma perché? Perché un uomo dovrebbe far mettere una bomba sotto casa a colui che considera il suo miglior amico.
La risposta, secondo le indagini, è nel telefono di Lavitola. Ed è una risposta che non ha precedenti nella cronaca giudiziaria di questo paese. Bisogna partire dal 2024.
Ranucci è sotto attacco. Provvedimenti disciplinari esposti, cause milionarie, la circolare anti-Ranucci, i corvi che vogliono dargli il ben servito, le lettere anonime, vogliono far passare il report a un altro. E Ranucci si sfoga con Valter Lavitola.
Gli gira tutto. Le mail del direttore, le note interne RAI, i messaggi dei corvi. “LI odio sono falsi. Siamo sotto attacco. Sono stanco, Valter”. Uno sfogo a un amico.
E Lavitola? Lavitola da anni gli ripete una sola cosa, con la costanza di un martello: “Mollali e candidati”.
29 luglio 2024. Ranucci manda gli ascolti record a Lavitola, che gli risponde sarebbe il momento di andarsene. E se ti cacciano, Lavitola dice, faresti bingo. Una buon’uscita da botti, gli dice, e tra due anni fai il presidente, intendendo il presidente del Consiglio.
Ottobre 2024. Dopo una presentazione del libro con 600 persone, “questi mesi, scrive Lavitola, mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fa negli Stati Uniti. Oggettivamente, gli dice Lavitola, saresti se non l’unico, uno dei pochissimi leader potabili, usa questa parola, per questo paese.”
E poi una serie di messaggi deliranti. “Berlusconi ti avrebbe fatto co-presidente, anzi ti avrebbe ceduto il posto”, perché questo dovrebbe convincere Ranucci a fare IL politico?. Poi un altro commento bizzarro, chiaramente ironico e sarcastico: “chiederemo a Rama un tuo monumento equestre al centro di Tirana”, forse dopo l’indagine sull’Albania.
Giugno 2026, un salto temporale. Semm’è stato nel corridoio dei presidenti a Palazzo Chigi, Ranucci dice ancora no, è Lavitola. Allora aspetta un annetto.
Il progetto ha pure un nome nelle carte. Candidare Sigfrido Ranucci, premier del centrosinistra alle politiche del 2027. È tutto nella testa di Lavitola.
E non sembra tanto un vaneggiamento da bar, perché Lavitola commissiona un sondaggio professionale. Si intitola proprio Studio sul potenziale elettorale immagine e credibilità politica. Costa 8.000 euro più IVA, lo fa una società specializzata di Roma con un committente di facciata a fare da schermo.
Bisogna fermarsi su un dettaglio, che dà la misura di quanto questo progetto fosse serio, oltre una fantasia da chiacchiera da ristorante. Perché Lavitola vuole fare arrivare al giornalismo questa informazione. E siccome Stefano Cappellini, direttore di Repubblica all’epoca vice direttore, lo aveva intervistato, dà a Cappellini questa bozza di domande.
Cappellini capisce che ha un’informazione enorme, cioè Lavitola si sta muovendo per cercare un leader del capolargo. Stessa cosa Lavitola fa con Mieli, vuole passare questo sondaggio, ma in realtà vuole il loro feedback, vuole che le notizie girino. Altocanto, Cappellini fa il suo lavoro e vuole sapere il nome, vuole sapere che cos’è questa storia.
Quindi legge questo dossier, fa un commento su questo dossier, stessa cosa fa Mieli, ma vogliono sapere chi c’è dietro. L’informazione è enorme. Lavitola di fatto fa una cosa tipica delle sue, cioè dà un’informazione che dice essere segreta, ma vuole che la sappiano tutti.
Quindi usa questo sondaggio sperando che due giornalisti diffondano la notizia, o quantomeno dicano la loro, o siano degli interlocutori giornalistici a cui far arrivare la notizia. Quando finalmente Cappellini ottiene l’informazione che voleva da giornalista da Lavitola, cioè chi è l’uomo che Lavitola sta pensando, leader del centro-sinistra, quando appunto Lavitola scrive Ranucci, Cappellini risponde semplicemente: “è una follia”. Ora, stare dentro la conversazione è il modo più antico che il giornalismo conosce per capire chi c’è dietro, dove vuole arrivare, chi sta muovendo cosa.
Guardare le carte dell’operazione per leggere l’operazione. Secondo la procura, tra l’altro, la campagna elettorale, Lavitola l’aveva già inaugurata sei mesi prima, con la dinamite. Quando Cappellini dice, per me è una follia, non ha alcuna chance di decollare, Lavitola risponde semplicemente, forse ci sarà qualche sorpresa.
Lavitola custodisce il nome di Ranucci come una sorta di arma segreta, forte di questo sondaggio fatto negli Stati Uniti che non ho fatto vedere neppure a lui, dice Lavitola, risulta un numero pazzesco, neppure a lui, neppure a Ranucci, questo dice Lavitola.
Ranucci dichiara più volte anche a Lavitola: “Ranucci non si candiderà mai,” però il GIP segnala che la griglia del sondaggio da fare sul suo nome, Ranucci la corregge, la integra, ci mette dentro degli elementi, sulla transizione ecologica, l’ambiente e scrive a Lavitola, una frase come va fatta bene, altrimenti non serve.
Quindi il candidato che non si candiderà mai, però è interessato al questionario sulla propria candidatura, ma non perché davvero voglia fare politica, ma perché questa cosa effettivamente gli interessa come possibilità, probabilmente emerge dagli altri.
Il giudice quindi dice, un amico fraterno che da due anni costruisce questa candidatura, un programma tv che rischia di perdere il suo protagonista, un paese interessato alle vittime e quindi in una notte un giornalista sott’attacco diventa un simbolo, diventa impossibile cacciarlo dalla RAI e insieme quindi lo consacra a Paladino della libertà di stampa, come una sorta di candidato naturale, questo della testa di Lavitola.
E’ questa secondo il GIP di Roma la verità su questa storia, cioè secondo il GIP e la proposta del GIP l’attentato è un ufficio stampa agli occhi di Lavitola per la politica di Ranucci.
La gelatina da cava è uno strumento di posizionamento elettorale, il giudice lo scrive, lo scrive in punto di diritto, cioè l’azione delittuosa era funzionale a garantire al giornalista una rilevante esposizione mediatica, sono le sue parole, idonee a metterlo al riparo da iniziative volte a escluderlo dalla conduzione di report e contemporaneamente garantirgli una visibilità che potesse trasformarsi agevolmente in ampio consenso elettorale.
Questa è la versione di Lavitola sintetizzata dal GIP e infatti se guardate il calendario dopo il 16 ottobre, cioè gli sfoghi di Ranucci sulle difficoltà aziendali cessano, perché nessuno può più toccarlo e Lavitola passa all’incasso, è dopo l’attentato che il sondaggio parte davvero, è dopo l’attentato che cerca i riferimenti giornalistici per passare l’informazione.
Cioè perfino nel cronoprogramma sequestrato la riga più surreale mai messa diciamo a verbale in un fascicolo 2906, sospensione sondaggio per sovraesposizione candidato, cioè il 30 giugno arresto di Bombaroli, il caso esplode sui giornali e il sondaggio si deve fermare, deve fermare le interviste perché il candidato è troppo in tv, quindi sovraesposizione del candidato per la bomba ordinata secondo l’accusa dal suo stesso promotore elettorale.
C’è il dettaglio finale, il più inquietante, secondo il giudice e perentorio Ranucci era evidentemente estraneo al progetto, anzi il giudice scrive vittima della manipolazione dell’indagato, quindi Lavitola non gli ha chiesto il permesso per mettere la bomba, non si è accordato con lui per lui, ha messo una bomba fuori casa del suo amico, ha insaputa dell’amico, ma secondo Lavitola per il suo bene, lo ama con l’esplosivo, si potrebbe dire amaramente, ma approfondiamo.
E mentre i suoi operai si autodenunciavano parlando, parlando, parlando, quindi le scimmici ascoltavano, secondo l’accusa Lavitola conduceva un’altra partita, sottile, da regista. Quattro giorni dopo la bomba, scrive Ranucci, dammi retta ti scongiuro in nome di Dio, forse, intendendo gli attentatori, hanno avuto notizie da intelligence straniere per muoversi così, a mio modesto avviso. I servizi, la pista israeliana, che secondo un giornalista di Report ha sentito avverbale, Lavitola caldeggiava con insistenza.
Ad oggi la valuto come un possibile depistaggio, dice. Poi la campagna ossessiva sulla scorta, per settimane tempesta Ranucci, chiedegli la seconda macchina, chiedegli la seconda macchina, Ranucci aveva un’auto di protezione, chiedegli il potenziamento, se non ti danno la seconda macchina, scrive, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente.
Gli manda costantemente rassegne stampa del Viminale, gli spiega come dovrebbe muoversi la scorta, gli dice proprio, fa proprio una sceneggiatura, una staffetta di almeno quattro uomini che ti fanno un cerchio di protezione, mi sta immaginando Lavitola.
Arriva a evocare fantomatici software di intelligenza artificiale che calcolino il rischio, tu hai un livello, scrive Lavitola, di rischio potenziale perché con gli odiatori che hai è molto alto questo rischio, si cercano persone psicolabili sui social e si plagiano, il vero pericolo sono gli odiatori, capito?
Quindi non lui. Più la minaccia sembra grossa, più la vittima è sacra, più il candidato cresce nella testa delLavitola, ogni allarme per Lavitola è un mattone del monumento. Il giudice la chiama col suo nome, Manipolazione, lo scrive, il burratinaio che dopo aver ordinato la tempesta si offre come ombrello ai ranocci.
30 giugno 2026, arrestano gli esecutori e guardate le reazioni a catena in ordine. Clesio dal Camerun comunica alla compagna che ad agosto non può tornare, poi le chiede testuale di andare a Napoli a incontrare il dottore.
Il dottore ha detto che domani deve essere a Napoli, non puoi andare a trovarlo? La moglie di Clesio furiosa e spaventata dice NO! E dopo aver letto un articolo che collega il compagno e Lavitola all’attentato, gli scrive la frase definitiva, non voglio più avere nulla a che fare con voi, punto.
E Lavitola? Lavitola compra un biglietto aereo. Il 2 luglio organizza, il 3 litiga con la moglie per un pagamento online che non passa, sta un attimo attenta, mi serve per il visto, se no non parto, il 4 luglio è prenotato sul volo delle 23 per Addis Abeba, poi destinazione finale il Cameron da Clesio. La sera del 4 luglio alle 19.40 esce di casa con la moglie e le valigie per andare a Fiumicino, ma trova la guardia di finanza sul portone, perquisizione.
Nel decreto c’è scritto nero su bianco, Valter Lavitola mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci
E qui Lavitola fa la cosa che tutti in questa storia fanno sempre, parla.
Il giorno dopo al suo ristorante, tavolo fondo sinistro interno, così è etichettata la microspia, ovviamente il ristorante è pieno di microspie ambientali, quindi racconta tutto a un amico imprenditore, è una sorta di monologo, da sceneggiatura.
“C’è un guaio grosso, dice, sono indagato perché sarei il mandante dell’attentato contro Ranucci, così dice a questo imprenditore, mentre è ascoltato”. E racconta la sua sfida al colonnello durante la perquisizione.
Gli ho detto: “Comandante facciamo una cosa”, quindi quello che Lavitola dice al colonnello dei Carabinieri che sta perquisendo a casa sua, “mi scrive su un foglio di carta un movente ragionevole per cui avrei fatto l’attentato a Ranucci e io lo confesso, dico sì l’ho fatto”.
Sicuro di vincere, spiega all’amico il suo asso: “Io e Ranucci mangiamo insieme minimo due o tre volte al mese, se avessi voluto ucciderlo, dice Lavitola, sai che ci metto? Ci metto il veleno nel piatto, lo riempio di Gutalax, gli viene la diarrea. Niente, me l’ha detto pure Ranucci una volta, scusa mi potevi avvelenare, no? Mangiando con te”.
Il Gutalax come prova di innocenza per una bomba, argomento davvero lassativo, ma andiamo avanti.
C’è un momento in cui a Lavitola gli si apre davvero il pavimento sotto i piedi perché il colonnello alla sfida del movente ragionevole gli risponde: “il movente? per fargli del bene” e Laitola dice, mentre sta raccontando questa storia, “cazzo mi ha fottuto”, cioè dice Lavitola, gli ho dato la mia parola d’onore, se vuole glielo firmo realmente. Per fortuna, dice l’imprenditore, quello non mi ha creduto, pensava fosse una battuta, se quello mi prendeva in parola, io firmavo per fargli del bene.
E’ la frase del colonnello e Lavitola gli dice mi ha fottuto. L’investigatore che azzecca il movente più assurdo e l’indagato che è intercettato ammette di essere rimasto fulminato dalla precisione del colpo e aggiunge poi lucidissimo la profezia sul destino mediatico. Se anche io mi accusassi, domani mattina esce sui giornali che Ranucci l’ha attentato se l’è fatto da solo.
Nessuno ci crederebbe mai che l’ho fatto io, nessuno crede che il mandante sono io. Ranucci va in commissione, parlamentare intende, e mi difende. Lavitola è convinto quindi che non può essere attaccato anche altrimenti tutti penserebbero che è stato Ranucci a farselo da solo.
E la notte della perquisizione infatti, cosa fa Lavitola? Chiama Ranucci e parlano per due ore e mezza. Alle quattro del mattino in macchina con la moglie a la guida e la microspia accesa, i tre, la vitro, la moglie e Ranucci in via voce, provano a ricostruire un alibi per il 15 settembre ed è una scena da commedia dell’arte, vi assicuro.
La moglie che ricorda l’affitto a Torvaianica l’anno scorso a giugno e Lavitola che sbianca è giugno, quello dice un mese prima dell’attentato e Ranucci, la vittima di tutto questo, che si arrampica sugli specchi per aiutare l’amico, che crede innocente, non puoi passare con la macchina di là perché è crollato il ponte, devi passare davanti casa mia per forza, quindi gli da l’alibi, è per questo che sei passato.
“Mi ricordo, poi dice sempre Ranucci, che in un paio di situazioni mi hai detto che eri passato davanti casa mia, me lo ricordo come se fosse ieri”. E la moglie: “la settimana di settembre ti sei spostato un giorno a casa di Sigfrido a mangiare” e Ranucci, “sì è vero, sei venuto a mangiare”.
E Lavitola, costretto a fare lui il pubblico ministero contro se stesso, dice:”sì ma Gomez non c’era quando sono venuto e quelli dicono che avevano le celle mie e di Gomez, i telefoni avevano intercettato le celle, è impossibile capito? Che ti voglio dire?”
Quindi Ranucci pensa che vogliono incastrare Lavitola e gli da tutta una serie in buona fede di dettagli per giustificare il fatto che fosse passato di fronte a casa sua. Il tentativo di costruire giustificazioni avviene, scrive il giudice, con il contributo in buona fede della persona offesa.
In buona fede, scrive il giudice, Ranucci che alle quattro di notte cerca disperatamente ricordi per scagionare l’uomo che secondo la procura gli ha messo la bomba sotto casa. Se esiste un’immagine dell’ingenuità di questa situazione, ecco qui è proprio architipica, cioè disegnata, quasi come se non riuscissi a concepire il tradimento.
La vittima che fa da alibi al suo attentatore gratis per amicizia e del resto era già tutto scritto in quella battuta che Ranucci faceva da anni quando i corvi lo tormentavano e lui scherzava con Valter, mi dovresti prestare Gomez, cioè prestami Gomez, il tuo gigante, il factotum per sistemare i nemici, no? E la vittola sarebbe felicissimo e si ridevano.
Non sapeva di star scherzando con l’uomo che, secondo le accuse, avrebbe organizzato la logistica della sua bomba. Ultimo appennellato sul quadro, mentre tutto crolla, la vittola trova pure il tempo di fare il commento tecnico giuridico con l’amico al ristorante. Lo fa proprio da vero professionista del ramo.
Essendo io il mandante, dice, cade l’aggravante mafioso, io non sono mafioso e quindi non se ne occuperà più la DDA, che è la sua preoccupazione, ma la procura competente per territorio, che indovina qual è, dice il faccendiere, che indagato per strage ragiona sulla competenza territoriale, come se fosse un cattedratico.
E l’amico che ascolta e commenta la vicenda dice, questi autori dell’attentato sono quattro sfigati, quattro scappati da casa, usa l’espressione, e non sapeva quanto aveva ragione. Ma la vittola quando dice chi è che se ne occuperà, dice non più la DDA, intende un magistrato della zona di competenza della casa di Ranucci, quindi intende starà dalla sua parte, non ci penserà minimamente a mettermi nei guai.
Salto, si arriva in cella, ancora una volta micro spie.
Davino, Mutone e Passariello sono detenuti insieme, apposta, perché sono ascoltati. I soldi promessi, la carta ricaricata, l’avvocato pagato, il sossegno alle famiglie, non arriva niente, e la rabbia monta.
Pellegrino è arrabbiato con Clesio, che vuole parlare quell’altro, “Onir mi ha messo a me in mezzo alle tarantelle e tu te ne volevi uscire, e io mi devo prendere i guai, mi devo fare la galera come uno scemo, fanno tutti in bosso col culo degli altri”.
Mutone ha il rancore proprio del bracciante tradito e infatti dice: “hai detto, hai fatto, mi hai promesso, mi hai promesso, mi hai promesso, neanche un pacchetto di sigarette hai mandato”, loro sono soli in carcere. E anche con Lavitola ce l’hanno, dicono “quell’altro da Salerno”, fanno una specie di struttura sociologica, vi assicuro, anche se sono tutti semi-analfabeti di questo gruppo.
Dice: “butta gli altri avanti e lui si prende i soldi. Hai capito che fa? Chissà da chi prende i soldi”. Cosa vogliono dire qui? Butta tutti avanti e lui si prende i soldi, come se fosse pagato da qualcuno per fare quello che ha fatto.
Poi aggiunge: “Noi non siamo nessuno, però abbiamo la cattiveria”. Ed è qui in questi sfoghi che esce la cifra, la tariffa. Quanto vale mettersi al volante per andare a posizionare una bomba fuori casa di un giornalista, rischiando 20-30 anni? Pellegrino tra l’altro lo rinfaccia proprio a mutone, davanti a tutti.
I 1.000 euro degli sei presi, ti è piaciuto per 1.000 euro metterti in macchina, adesso non puoi più fare, in quel momento ti sei divertito. 1.000 euro, 1.000 euro. L’autista che ha messo, che ha portato Passarello a mettere la bomba fuori casa di Ranucci, ha ricevuto un compenso quantificato, scrive il giudice, in euro 1.000. Il succello di Ecclesio, parlando con la figlia, farà la contabilità complessiva dell’operazione, tra l’altro con la precisione del ragioniere di Paese.
I soldi che ha dato a questo ce li ha dati a quello. Lavitola ci ha dato 4-5.000 euro, poi 3.000 euro, 6.000 euro, 10.000 euro. Non lo so.
Quindi diciamo che l’intero attentato, secondo queste voci che emergono poi nell’inchiesta, sarebbe costato meno di un’utilitaria usata. E Passariello, in cella, tocca tra l’altro il fondo della dignità offesa: “Fammi capire, la mia compagna si deve prostituire per darmi da mangiare, lui mi deve dare quel e quell’altro”.
E poi dicono: “fammi uscire da qua, poi ti faccio vedere come si ragiona. Io vado a trovarlo, intendo dire vado dalLavitola, fisicamente lo minaccio, lo colpisco”.
E poi l’8 luglio, la scena madre.
In cella c’è la tv accesa, studio aperto, si parla dell’interrogatorio di Lavitola, i tre ascoltano il giornalista che ricostruisce tutto, i sopralluoghi, le celle, il Camerun, l’assistenza legale e Mutone, che è l’ansioso del gruppo, fa la battuta finale, perché dice, rivolgendosi agli altri due: “Ue, ma sanno proprio tutto. Hai visto che cazzo ha detto questo?” Si stupisce che il giornalista fosse riuscito a ricostruire tutto. “Sì, sape, sanno tutto”.
E poi, a un certo punto, la tv annuncia che Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere. E qui, incredibile, i tre, è proprio scritto a verbale, esplodono in applausi, bravo, bravo, applaudono che il mandante non parla. E quindi Pellegrino Davino conia l’epitaffio: “Questo non è uno scemo, eh, sto Lavitola ha i ristoranti a Roma”, come dire, no? Ci sa fare. Mutone, che diventa il moralista del gruppo, chiude con la sentenza, davvero, che meriterebbe di stare sui libri: “Si sono venduti tra di loro. Noi siamo stati uomini”.
Lui dice: “noi non abbiamo parlato, noi siamo stati arrestati e non abbiamo detto niente. Questi invece si stanno parlando, no? Clesio, lui, stanno iniziando a parlare”. E poi, no? Sempre Pellegrino dice: “Noi non abbiamo dato fastidio a nessuno. E’ una cosa che hanno fatto tra loro. Le persone, pure le persone per bene”, quindi si preoccupano dell’opinione pubblica, dell’opinione in carcere, “non se la devono prendere con noi”.
Quindi i bombaroli si proclamano estranei alla bomba che hanno messo, perché, in fondo, era una faccenda tra il mandante e la vittima. Problemi loro.
In tutto questo, Marica De Filippis, ai domiciliari, parla con un’amica in codice, aggiunge un dettaglio interpretativo. Perché l’attentato lo definisce viaggio. I mandanti, assicurazione.
E produce quindi la metafora definitiva del welfare criminale. Dice a questa amica: “quando fai il viaggio, metti l’assicurazione sopra. Se il volo viene cancellato oppure fa ritardo, loro ti rimborsano”.
E su chi fosse il bersaglio, giura di averlo scoperto dopo. Qualcun altro non era consapevole della meta. Sempre in linguaggio criptato, dice Marica.
Quando l’hanno saputo della meta, tutti quanti a bocca aperta. Quindi non sapevano di star mettendo la bomba a Ranucci. Cosa che stupisce, perché si erano appostati da ore, quindi avranno visto la scorta.
Non hanno fatto un pensiero, andiamo a mettere la bomba a qualcuno che la scorta? Ricapitoliamo. Perché a raccontarla tutta ad un fiato sembra davvero una storia impossibile. Quindi un giornalista di inchiesta subisce un attentato di ramitardo sotto casa.
Il paese si mobilita, la politica si indigna, la solidarietà è unanime, è un attacco alla libertà di stampa. Le indagini durano otto mesi, c’è un ragazzino che riconosce una 500X, due targatori dell’antimafia piazzati per caso che raccolgono tutte le informazioni sulle auto, un noleggiatore terrorizzato, centinaia di ore di intercettazioni in cui gli attentatori confessano tutto più volte e ridono.
E alla fine, secondo la procura di Roma, la catena è questa.
La bomba l’ha messa un pluri-pregiudicato del rione Gescal, pagato una manciata di euro, insieme a un autista pagato mille euro. A ingaggiarli il figlio del bombarolo, procacciatore di esplosivi, pellegrino da vino, su incarico del suo amico camerunense detto “Onir”, il quale eseguiva gli ordini del suo dottore conosciuto in carcere a Secondigliano, il faccendiere della Seconda Repubblica.
Quello della compravendita dei senatori per far cadere il governo Prodi, quello della casa di Montecarlo per distruggere la credibilità di Fini, Valter Lavitola, che l’avrebbe fatto per fare un regalo alla vittima, blindare la vittima in Rai, santificarla davanti all’opinione pubblica e, secondo la gestione di Lavitola, lanciarla verso Palazzo Chigi.
Tutto questo avvalorato dal sondaggio sospeso per sovraesposizione del candidato, quando la cronaca della bomba, la sua bomba, ha fatto troppo rumore. Il 26 giugno 2026 il giudice sclude l’accusa di strage, perché la carica era ridotta e la strada era deserta.
La volontà, scrive il giudice, era intimidire non uccidere: ma se quei serbatoi a gas fossereo esplosi, staremmo raccontando un’altra storia.Il 10 agosto 2026 firma la custodira cautelare in carcere per lavitola e clesio tavares, che al momento è ancora in Camerun. Sono tutti innocenti fino a sentenza definitvia
Ma una cosa emerge dalle carte, ed è più grande di ogni processo: in questa storia, nessuno è quello che sembra. La camorra fa las pia al pubblico ministero, i bombaroli si proclamano vittime, il mandante è il miglior amico del bersaglio. E la vittima, l’unico innocente vero in tutta questa vicenda, passa la notte al telefono a cercare alibi per l’uomo che l’ha fatto bombardare.
È incredibile: Sigfrido Ranucci, quello che loro neanche riuscivano a chiamare Sigfrido e chiamano Sirignano, non sapevano neanche il nome, è bombardato, secondo l’accusa, non dai suoi nemici, ma da chi diceva di amarlo. Questa storia evolve, e noi la sseguiremo in tutti i vari passaggi.
Il 12 aogsto 2026 Lavitola, appena arrestato, compare davanti ai giudici per l’interrogatorio di garanzia, cinque ore. Stavotla non si avvlae della facoltà di non rispondere, atteggiamento che aveva generato gli applausi in carcere della banda che aveva piazzato l abomba. Stavolta confessa. Sono io il mnadanet dell’attnetato, lo dice lui, e lo conferma il suo avvocato Sergio Cola.
A proposito va fatto un approfondimento su Cola. Benche viene contattato dalla banda , e indaicato da Tavares, non difende più gl iattentatori, non prende l’incarico. Cola che è stato l’elemento investigativo che aveva portato i carabinieri a Lavitola, perché è risultato dall’indagine insolito che queesta banda di disperati potesse avere Cola come avvocato. E quindi ricostruiscono che era l’avvocato di Lavitola, storicamente, e aveva anche difeso Tavares.
Ma non è l’avvocato, altri saranno gli avvocati che difendono la banda. Perché Lavitola dice di aver fatto l’attentato? La motivazione, dice, l’ha fatto per fargli aumentare il livello di scorta. Ranucci era minacciato da gente pericolosa, la sua tutela era insufficiente, e allora lui, l’amico, ha organizzato l’intimidazione per costringere lo Stato a difenderlo meglio. E in effetti, dopo la bomba, gli agenti passano da due a otto.
La politica? Lavitola giura che non c’entra niente. E il sondaggio? Un’altr acosa, un progetto separato. E aggiunge un dettagli ocon cui prova ad alleggerirsi la cosicenza. Lui avrebbe chiesto di sparare contro la villetta, non una bomb. Cosa strana perché quando Pellegrino D’Avino cerca la bomba dice dobbiamo buttare giù i palazzi. Quindi dice è un’inizativa di questa banda di disperati.
Dieci mesi prima, durante la perquisizione, aveva sfidato il colonnello dei carabinieri a trovargli un movente ragionevole. E alla risposta del colonnello per fargli del bene, aveva confessato: “M’ha fottuto”. Però adesso lo fa proprio suo: L?ho fatto per il suo bene. Quindi la profezia del colonnello diventa la linea difensiva di lavitola. Ma il giudice non gli crede: definisce la sua ricostruzione vaga, assolutamente generica e priva di ogni indicazione concreta suscettibile di verifica. Quindi respinge i domiciliari e lo spedisce in carcere. Ma nell’interrogatorio Lavitola lascia cadere un’ultima frase. O meglio, è riportata dalla stampa, non sembra esserci a verbale: “Non escludo che Ranucci avesse intuito il mio piano”. Attenzione: a maneggiare questa frase, non abbiamo riscontro, è la stampa. Tra l’altro quando viene chiesto all’avvocato Cola, risponde “No comment”.
Ma in realtà poi è lo stesso Lavitola che dice chiaramente Ranucci non sapeva nulla… è indimostrabile se avesse intuito o no….
È incredibile come Passariello avesse usato una metafora: “Una mano lava l’altra, no?”.
Come a dire se Ranucci cresce Lavitola avrà i suoi vantaggi, quindi tutti aiutano tutti. La cosa più assurda, in realtà non è la cosa più assurda, è piena di cose assurde questa storia, è che tutto sia avvenuto tramite il ricatto dell’amicizia, la trappola dell’amicizia.
Un giornalista d’inchiesta vive di relazioni impresentabili, parla con i pentiti, cena con i faccendieri, ascolta i nomi dei clan, è il mestiere: stare tra i peggiori. La fonte non si scegli e mai tra le anime belle, ma tra chi sa le cose. E chi sa le cose spesso è fango, è il livello più infame.
Però qui non c’è distanza, non c’è diffidenza, non c’è il sospetto come igiene professionale verso la fonte, viene raggirato Ranucci. E la fonte diventa sua amica, e la fonte è colei che sollecita un’ipotesi politica, che pubblicamente si smentisce, fanno tutti così, ma privatamente comunque si vaglia. Il veleno vero, che funge da carta moschicida secondo il giudice è proprio la politica, l’idea di se la fama, i messaggi dei fan girati all’amico (“milioni di italiani ti vogliono alla guida del paese”) i sondaggi sulla popolarità, la griglia del sondaggio corretta, perché come scrive Ranucci, “va fatta bene altrimenti non serve. Secondo il gip, è questa la strategia attraverso cui ha tenuto attaccato a sé Ranucci.
Il faccendiere è come se gli mostrasse i meandri della politica, in cui non è affatto sicuro di entrare, ma si tiene l’ipotesi aperta fosse anche solo dentro di sé. L’unica cosa che conte nel giornalismo di inchiesta è essere odiati dal potere, e non dovere niente a nessuno. Un programma che un governo di turno vuole smontare è un programma che non ha bisogno di protettori.
La sua legittimità è proprio lì, nel fastidio che dà al potere. È il paradosso struggente di questa storia: Ranucci non ha commesso alcun reato, ma quella corazza che non avevano bucato le interrogazioni parlamentari, le querele, i tagli, è riuscita a essere violata da un abbraccio, dalla lusinga ascoltata anche una volta di troppo.
I nemici che volevano “Report” a pezzi non ci sono riusciti in vent’anni, e qui sembra esserci un tentativo di un faccendiere, con il ristorante di pesce, con mille ti voglio bene, con un contatto preso anche per una questione legata al figlio, quindi problematiche di salute, ha agganciato Ranucci e di fatto lo ha manipolato, come scrive il giudice nelle carte.
È come se il potere non corrompesse più con le bustarelle, ma iniziasse a corrompere con l’affetto. Ti adotta per fregarti, quello che non erano riusciti a fare con la delegittimazione, si ottiene con un abbraccio. Questo è quello che ha fatto Lavitola…
Dal 1° ottobre il canale 57 del digitale terrestre non trasmetterà più lezioni di matematica, storia della letteratura o esperimenti di fisica, ma un palinsesto dedicato a borghi, prodotti tipici e feste locali. Una petizione ha già raccolto oltre 25 mila firme, mentre il Pd presenta un’interrogazione parlamentare

(lespresso.it) – Il canale 57 del digitale terrestre cambia volto. Al posto di Rai Scuola dal 1° ottobre arriverà “Italiana”, presentato a luglio dall’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi durante la conferenza stampa sui palinsesti autunnali come progetto “capace di attivare emozioni identitarie e personali”. Ispirato al modello decennale di “Linea Verde”, il nuovo canale – diretto da Angelo Mellone – prevede 720 ore l’anno di racconti di borghi, artigianato locale, enogastronomia, tradizioni popolari, turismo, natura e “Made in Italy”, articolate in cluster con nomi come “Il Paese che cambia”, “Ritorni, borghi, nuovi abitanti” o “Sapori, Storie, Comunità”. Partirà con contenuti già trasmessi, pescati dagli archivi del daytime e di Rai Cultura, per poi integrare dal trimestre successivo nuove produzioni e dirette dalle principali manifestazioni nazionali.
Per settimane la polemica era rimasta confinata tra gli addetti ai lavori. Poi, il 23 agosto, Silvia Bencivelli, una divulgatrice scientifica che ha alle spalle anni di collaborazione con il canale, ha pubblicato un post di saluto agli spettatori. In una sola giornata ha raggiunto quasi 700 mila visualizzazioni. Poche ore dopo, è partita su change.org una petizione capace di raccogliere in pochi giorni quasi 25 mila firme. “La cultura e il sapere di un Paese civile non si svendono alle logiche di mercato o ai desideri politici di parte”, scrivono i promotori, che chiedono alla Rai di investire piuttosto in nuovi contenuti educativi.
“Chiediamo al governo di intervenire con urgenza per scongiurare la chiusura di Rai Scuola e garantire la continuità del canale 57 del digitale terrestre”, ha dichiarato Stefano Graziano, deputato del Partito democratico, già capogruppo Pd in commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. È il primo firmatario di un’interrogazione ai ministri dell’Istruzione e del Merito e delle Imprese e del Made in Italy. “Sopprimere un presidio che da oltre vent’anni svolge una funzione fondamentale nell’informazione, nella divulgazione scientifica e culturale e nel sostegno alla didattica sarebbe una scelta grave e incomprensibile. In un momento in cui scuola, formazione e conoscenza dovrebbero essere al centro delle politiche pubbliche, indebolire uno strumento del servizio pubblico dedicato proprio a questi obiettivi appare una scelta miope. Sostituire Rai Scuola con un’offerta inadeguata sarebbe un impoverimento del servizio pubblico e un danno per studenti, docenti e famiglie”, hanno concluso i parlamentari del Pd.
Il cambio frequenza, però, sembra ormai inevitabile. “Italiana nasce con l’obiettivo di raccontare l’Italia reale nelle sue dimensioni territoriali, culturali e produttive, sviluppando una narrazione identitaria e allo stesso tempo moderna”, aveva spiegato Rossi ad Ancona. Alla domanda se il progetto rappresentasse un’ulteriore prova di una Rai sempre più sovranista, l’ad aveva respinto l’etichetta di “Telemeloni” che accompagna da mesi ogni uscita pubblica dei vertici di Viale Mazzini: “È una straordinaria operazione di marketing che, quando funziona, viene riprodotta all’infinito. Lo sforzo fatto in questi anni in Rai è stato creare il più possibile un’offerta capace di raccontare la molteplicità delle narrazioni e l’identità del nostro Paese”.
Rai Scuola sopravviverà solo come archivio digitale su RaiPlay, sotto l’etichetta di “progetto di e-learning”. La storia del canale affonda le radici nel 1964, quando la Rai e il ministero dell’Istruzione avviarono una collaborazione durata cinquant’anni, fino al 2014. Il nome attuale risale invece al 2009. Durante il lockdown del 2020 era diventato a tutti gli effetti un’aula virtuale, dove venivano trasmesse 110 lezioni per gli studenti bloccati a casa senza connessioni sempre affidabili.
Tra il 2015 e il 2021 lo share del canale oscillava tra lo 0,01 e lo 0,03%. Dal 2022 è cresciuto stabilmente, fino a toccare lo 0,13-0,14% negli anni successivi. Nel Qualitel 2024, l’indagine di gradimento condotta dalla stessa Rai su 25 mila persone, il canale ha ottenuto un punteggio di 8,0, secondo tra le reti tematiche solo a Rai Storia.