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Sanità a pezzi, edilizia a rischio: senza il Pnrr il governo è nei guai


La spesa sanitaria lontana dagli standard. Il governo snocciola numeri straordinari su economia e occupazione. Ma c’è poco da stare tranquilli. Il settore delle costruzioni teme il tracollo. L’allarme: «Sta per finire l’effetto doping»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Cosa resterà di questo Pnrr, si potrebbe dire parafrasando la famosa canzone di Raf sugli anni Ottanta. La fatidica data del 30 giugno è infatti vicina.

Dalla sanità alla transizione ecologica, dalla digitalizzazione al sostegno alle imprese, passando per le infrastrutture, il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato infatti il Moloch del dibattito politico. Sembrava il Mr. Wolf dei problemi italiani. Invece, a pochi mesi dalla scadenza, quei problemi sono tutti intatti o quasi. La sanità è il miglior parametro per misurare gli effetti concreti: Next generation EU, il nome europeo del piano, è nato come risposta all’emergenza da pandemia di Covid.

Poca salute

Cosa è cambiato? Poco o niente. Innanzitutto la spesa sanitaria italiana è ferma: oscilla tra il 6,3 e il 6,4 per cento rispetto al Pil, lontanissima dalla media europea, che è al 6,9 per cento. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, aveva assunto l’impegno di portarla vicina al 7 per cento.

E non si tratta di una semplice percentuale. Il numero si traduce con quanto riportato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea), che ha confermato un trend preoccupante: la spesa privata per la salute è in aumento; ormai sette italiani su dieci fanno ricorso alle strutture private.

Ci sono poi delle distorsioni indotte dallo stesso Pnrr. «Sta progressivamente aumentando la quota di anziani presi in carico in tutte le Regioni, fenomeno spinto dall’obiettivo di raggiungere la soglia del 10,0 per cento previsto dal Pnrr e contestualmente si sta riducendo l’intensità di cura (le ore per paziente anziano)», si legge nel rapporto del Crea. Pur di raggiungere gli obiettivi si fa di tutto, aumentando le persone in cura, ma con la conseguenza di abbassare la qualità del servizio.

C’è poi il pericolo concreto di consegnare al paese tante piccole cattedrali nel deserto: le Case di comunità. Queste strutture erano state immaginate come la vera rivoluzione in campo sanitario: aperte 7 giorni su 7, h24, per potenziare la rete di prima assistenza primaria e decongestionare i pronto soccorso.

La sanità di prossimità, dunque, come risposta anche a future emergenze pandemiche. Obiettivo nobile. Ma ci sono stati nodi: prima di tutto c’è un ridimensionamento della gittata, il numero di Case di comunità da realizzare è diminuito di circa il 30 per cento. Oggi sono 1.038 quelle da ultimare con le risorse del Piano.

Oltre i dati, ancora una volta, ci sono le storie. «Se ci saranno strutture per le Case di comunità, mancherà il personale per mandarle avanti. Non ci sono gli infermieri per garantire i servizi previsti», spiega a Domani Andrea Bottega, segretario di Nursind, il sindacato di categoria degli infermieri. «Con le risorse del Pnrr si finanziano le opere, ma bisogna pensare al dopo», aggiunge il sindacalista, perché «le richieste della cittadinanza sono di carattere assistenziale. Insomma, servono infermieri, personale qualificato. Non c’è alcun provvedimento ad hoc per rendere più appetibile la professione».

Manca la prospettiva: «L’importazione di personale dall’estero non è fattibile. Perché questi professionisti scelgono altri paesi, Germania o Inghilterra, che garantiscono stipendi e condizioni migliori». La fotografia è impietosa: l’Italia ha potenziato il sistema sanitario, prevedendo le Case di comunità, ma non è stato reso funzionante questo meccanismo.

Il Pnrr “salva-Pil”

Se la sanità è la pietra angolare del Piano, c’è il quadro macroeconomico da tenere in considerazione: le rate provenienti da Bruxelles (per 194 miliardi di euro) sono state le bombole di ossigeno a cui è stata attaccata l’economia negli anni del governo Meloni.

La Banca d’Italia, nel suo primo bollettino del 2026, lo ha messo nero su bianco: gli «investimenti hanno beneficiato degli incentivi fiscali e delle altre misure connesse con il Pnrr». Eppure l’impatto sul Pil non ha provocato scatti in avanti: attenendosi alla previsione della Banca d’Italia, nell’anno in corso la crescita dovrebbe fermarsi allo 0,6 per cento. Il governo ha previsto il +0,7 per cento, ma comunque nell’ambito dello zero virgola, nonostante un Pnrr a pieno regime nel motore economico.

Cosa può accadere quando il Piano arriverà a conclusione? «Finisce l’effetto doping e ci sarà il post-sbornia», osserva Fabio Scacciavillani, economista ex Fondo monetario internazionale e docente della Bologna Business School. Scacciavillani aggiunge: «Il parassitismo, girato intorno al Pnrr, è destinato a terminare». Tradotto: «Si fa la bella vita, firmando cambiali».

Primo o poi, però, bisogna saldare il conto. Il risultato è che «se non andiamo in recessione, sarà qualcosa vicino alla stagnazione, intorno allo 0 o un po’ sotto», sottolinea l’economista. Gli analisti sono concordi su un punto: servirebbe un piano post-Pnrr.

In tutti i comparti. L’Ance, l’associazione dei costruttori, ha già fatto le proprie valutazioni: «Nel 2026 nel settore delle costruzioni torna il segno positivo per gli investimenti: dopo la lieve flessione del 2025 (-1,1 per cento) quest’anno è previsto un incremento del 5,6 per cento», ha reso noto una recente ricerca.

Dunque, «il modello Pnrr ha funzionato», grazie a una spesa di circa 50 miliardi di euro per l’edilizia. Una miniera che sta per esaurirsi. «È arrivato il momento di mettere nero su bianco un Piano casa», ha detto la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio. Serve un “dopo-Pnrr”, dunque.

Senza progettualità

Il convitato di pietra al tavolo del Pnrr è la mancanza di una progettualità vera. «Anche in questa occasione, non ci sarà un cambio di marcia, sia di velocità che di direzione, nonostante gli investimenti straordinari», annota Michele Costabile, docente di Economia e gestione d’Impresa e direttore del Centro di ricerca Luiss X.ite. Costabile pone delle questioni pratiche: «È migliorata la mobilità sociale? Ci sono stati interventi sulla demografia?». La risposta è scontata. Per Luca Bianchi, direttore della Svimez, il Pnrr può trasformarsi in un «processo incompiuto per la mancanza di continuità a questo percorso. Questo riguarderà in particolare le grandi opere infrastrutturali, finanziate in parte con il Pnrr».

La scarsa progettualità si manifesta con le poche prospettive per le giovani generazioni. «Il tasso di Neet, giovani che stanno sul divano, è il più alto in Europa insieme alla Spagna», ricorda Costabile. «La scolarizzazione non è una questione ideologica», insiste il docente della Luiss, «ma porta un vantaggio economico nel medio periodo. Bisogna entrare nell’ottica che le disuguaglianze educative sono un costo sociale, non un capriccio. Un laureato genera maggiore Pil rispetto a un diplomato». E cosa è stato fatto su questo punto? Niente, stando ai dati concreti.

L’altro pilastro del Pnrr sarebbe la transizione ecologica, che però negli anni si è persa per strada. «Per esperienza personale», aggiunge Scacciavillani, «posso dire che sul dissesto idrogeologico la situazione è sconcertante. Ci sono stati tanti micro-progetti, piccole opere di manutenzione e riparazione, di poche decine di migliaia di euro, che non hanno dato alcun risultato concreto».

Tra i tanti casi di attuazione a singhiozzo, c’è il flop sulla progettualità delle ricariche elettriche.

«Si è registrato un numero elevato di rinunce che ha prodotto una copertura assai inferiore rispetto alle iniziali ambizioni», ha ricordato uno studio di Assonime, insieme all’associazione Openpolis. La conversione dell’economia verso il green resta una chimera. Che si candida a essere la parola chiave con cui sintetizzare il Pnrr.


La destra al Centro e il sonno a sinistra


Matteo Salvini, Rivisondoli

(Flavia Perina – lastampa.it) – Senza quel diavolo di Matteo Salvini sarebbe tutto filato liscio e in chiusura di settimana si sarebbe potuto dire: ecco, la corsa al centro, il gran progetto del campo largo da mesi impantanato nella ricerca di un federatore di rango, alla fine lo realizzerà il centrodestra, anzi già lo sta realizzando. Due le scene sotto i riflettori: il convegno leghista di Roccaraso, con il manifesto di destra liberale di Luca Zaia, l’invito a Francesca Pascale, paladina dei diritti Lgbtq+ e le frasi tombali contro i vannacciani («Auguri, andate pure»). E poi Milano, con la tribuna offerta da Forza Italia a un esterno di lusso, Carlo Calenda, per dare concretezza alla prospettiva di una futura alleanza politica a livello locale e nazionale.

Sottotesto di entrambi gli appuntamenti: si faccia pure il suo partito, Roberto Vannacci. Provi a scippare alla coalizione quell’esiziale due o tre per cento che gli attribuiscono le rilevazioni. Il centrodestra se lo andrà a riprendere da un’altra parte, tra la borghesia produttiva, le piccole imprese, i moderati spaventati da guerra e crisi ed eccessi di estremismo, luoghi dove la Decima non entra neanche in anticamera.

Quel diavolo di Matteo Salvini, tuttavia, all’ultimo momento ha deciso di metterci la coda, ed ecco che la corsa al centro con una mano si inaugura e con l’altra si ferma, nella fattispecie invitando e ricevendo in sede di ministero il «politico e criminale britannico» (cit. Wikipedia) Tommy Robinson, una fedina penale da bandito – violenza, stupefacenti, truffe – messa al servizio di una miriade di partitini del suprematismo bianco. E dunque: l’incontro Salvini– Robinson diventa cartina al tornasole di uno scollamento tra desideri e possibilità, razionalità e istinto, perché mentre a ragione si lavora per superare il caso Vannacci e ammortizzare un suo possibile addio, una oscura coazione a ripetere spinge in scena un personaggio ancor più estremista, sulfureo, inquietante.

La frana era inevitabile. «Non posso stare con chi riceve neonazisti coacainomani in un ministero della Repubblica italiana», dice Carlo Calenda dal palco milanese. «Sarò libero di incontrare chi fico secco voglio io?» replica Matteo Salvini dalla tribuna di Roccaraso. Nel botta e risposta la cifra del doppio weekend programmatico di Lega e Forza Italia cambia segno. Doveva definire un nuovo terreno di gara tra i due junior partner di Giorgia Meloni, portare la competizione sul terreno del voto centrista e moderato. Si risolve nel timore che uscito un Vannacci (se uscirà) magari se ne farà un altro, e sarà «chi fico secco vorrà» Matteo Salvini, forse selezionato nei prossimi convegni sulla remigrazione che si annunciano col patrocinio leghista. Uno come Calenda, che non sta a sinistra per assoluta incompatibilità con i Bonelli, i Fratoianni, gli amici di Hamas, cosa avrebbe da guadagnare nel cambio di fronte? E infatti dice chiaro e tondo all’assemblea di Forza Italia: pensare di condividere qualcosa con i Salvini, i Vannacci, i filo-Putin, non ce la faccio.

Cercare il centro, insomma, anche a destra è un desiderio, un progetto, una possibilità, ma non è ancora un percorso concreto. Per di più, si ha la sensazione che resterà un «vorrei ma non posso» finché Matteo Salvini non deciderà se portare il partito nella direzione indicata a Roccaraso dalla vecchia fronda leghista e dai “liberal” del Carroccio – inedite aperture sui diritti e persino sull’immigrazione – o se al contrario cercherà di trattenere il voto sovranista estremizzando posizioni e messaggi. Nel secondo caso, altro che centro: si attiverà un altro tipo di gara, quella a chi è più puro nell’esprimere il “sentiment” delle destre sovraniste e più duro nel realizzarlo.


Baby gang, i minori fanno più reati. Perché la multa ai genitori è una presa in giro?


Baby gang: la paura cresce, le risposte no. Ecco perché stiamo fallendo

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Si dice che dietro un adolescente che delinque c’è il fallimento degli adulti. A darne le dimensioni ci pensa la cronaca quotidiana. Un’indagine Demopolis per Con i Bambini dice che il 43% degli adolescenti italiani quando esce di casa teme di rimanere vittima di violenze e bullismo e il 26% è convinto che gli episodi di violenza da parte delle baby gang nella sua città siano sempre più frequenti

Fenomeno in mutamento

Le bande giovanili ci sono sempre state, ma ci sono differenze sostanziali rispetto a quelle di oggi. Fino a qualche anno fa erano formate da componenti fissi, con le stesse origini etniche e bassa estrazione sociale. Agivano nei loro quartieri con lo scopo di mettersi qualche soldo in tasca attraverso furti o spaccio di stupefacenti ai coetanei. Dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle. Oggi ad accumunare i membri delle baby gang, più che il ceto sociale o il colore della pelle, sono gli abiti che indossano, la musica che ascoltano, l’uso di droghe, i modi strafottenti. I membri del gruppo cambiano di continuo: dentro c’è il minore straniero e quello italiano, quello che arriva dal quartiere disagiato e quello di famiglia benestante, e l’età va dagli 11 ai 17 anni. Si danno appuntamento sui social per poi ritrovarsi nei luoghi della movida, e l’obiettivo del furto o della violenza è l’atto di prevaricazione sulla vittima, meglio se filmato e postato sul web. La questura di Milano ha analizzato centinaia di commenti lasciati a questi video, e rilevato «un preoccupante livello di consenso da parte dei coetanei». In sostanza, l’esercizio del potere genera fascino. 

L’impennata

Nel 2025 gli adolescenti indagati e seguiti dai Servizi sociali per i minorenni del ministero della Giustizia sono stati 23.862, il 23% stranieri, e rispetto al passato si è abbassata l’età: i 14-15enni che delinquono sono sempre più numerosi. Stando a un campione esaminato da Transcrime (centro di ricerca sulla criminalità dell’Università Cattolica di Milano), gran parte dei reati sono commessi in gruppo. Negli ultimi sei anni, gli illeciti di cui sono accusati si sono impennati: rissa +93%; rapina +54%; lesioni +53%; violenze sessuali +29%; omicidio +28%; minacce +26% (qui i dati 2019, e qui quelli 2025). Quelli finiti nei guai perché trovati a girare con una spranga o un coltello in tasca, sono schizzati del 93,5%. Ormai, spiega Luca Villa, procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, «l’uso dei coltelli è vissuto come una moda, che diventa devastante nelle mani di chi non è in grado di controllare rabbia e frustrazione». I distretti più colpiti sono quelli di Milano, Bologna, Venezia, Napoli. 

La risposta dello Stato

Nell’estate 2023 esplode a Caivano il caso di violenza su due bambine. Prevedendo quale sarebbe stata la risposta dello Stato, il 6 settembre l’allora Garante per l’infanzia Carla Garlatti scrive alla premier Giorgia Meloni: «Ogni tentativo di rendere il sistema penale minorile più rigido e orientato alla mera ottica punitiva non appare condivisibile. Tali soluzioni non hanno alcun vantaggio dal punto di vista educativo e di riduzione della recidiva». Pochi giorni dopo il governo vara il Decreto Caivano, che inasprisce le pene rendendo possibile arrestare i minori anche per spaccio di lieve entità, furto aggravato, resistenza.
A due anni di distanza (qui i dati settembre 2023, e qui quelli 2025) dall’entrata in vigore del decreto, gli effetti si vedono: +90% di ingressi nei Centri di prima accoglienza dove finiscono i minori fermati in attesa di convalida; +40% di presenze  nei 19 istituti penali per minorenni (Ipm), dove il 63% è rinchiuso senza che sia intervenuta una condanna definitiva. Per la prima volta, dice il Garante per i detenutioltre la metà delle carceri per minori sono andate in sovraffollamento, aumentati i casi di autolesionismo, violenze, tentati suicidi. La soluzione individuata dal governo è stata quella di aprire 3 nuovi Ipm: L’Aquila, Lecce e Rovigo.
In queste strutture, dove finiscono ragazzi che sono poco più che bambini, c’è una carenza cronica di educatori, assistenti sociali, agenti, mentre i programmi di recupero e riabilitazione, di fatto, si contano sulle dita di una mano, e dove esistono è grazie al buon cuore delle associazioni di volontari. Più spesso gli adolescenti sono numeri senza volto, che una volta scontata la pena tornano a delinquere. Nel 2025 il Dipartimento giustizia minorile ha subito un taglio al budget per 19 milioni di euro, e nel 2026 è prevista una riduzione del 12% ai fondi per i corsi di istruzione e di reinserimento dei ragazzini arrestati.

La repressione

Con il nuovo decreto sicurezza che sarà varato a giorni, sono previste multe fino a 12mila euro a chi vende coltelli ai minori e l’ammonimento del questore scatta anche per i 12/13enni se accusati di lesioni, rissa, violenza privata e minacce con l’uso di un coltello. Sanzioni fino a mille euro pure ai genitori di chi viene sorpreso a girare con il coltello nello zainetto. La novità si affianca alla legge (art 2048 cod. civile) che già prevede la «culpa in educando», cioè i genitori devono rispondere dei danni causati dai figli a meno che non dimostrino di aver fatto il possibile per impartire una sana educazione. 
Ma come si dimostra di essere bravi educatori? Cristina Maggia, per 32 anni procuratore e giudice minorile, esprime una considerazione: «Ci sono famiglie dove la priorità è arrivare a fine mese, non certo controllare le foto che il figlio posta sui social. E da giudice mi chiedo: perché dovrei sanzionare una mamma e un papà, trascurando tutti gli altri adulti che a scuola, per strada, sui social, offrono modelli comportamentali sbagliati? La soluzione non è multare i genitori, ma mettere in campo politiche sociali e di assistenza che insegnino loro come svolgere al meglio il ruolo».

La prevenzione

Dunque cosa si fa per dare una qualche alternativa agli adolescenti e limitare l’attrazione verso i modelli che vedono scorrere sugli schermi dei telefonini, dai video delle risse al porno estremo? Diversi studi, a partire da quello dell’Università di Montreal dimostrano come l’attivazione di progetti scolastici che aiutino i bambini a comprendere e migliorare le relazioni, riduce la possibilità che, crescendo, commettano azioni criminali. A beneficio di tutti: si stima che ogni dollaro investito nella prevenzione, generi 11 dollari di risparmi. Eppure abbiamo deciso di imboccare la strada opposta.
Prendiamo il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile che finanzia 800 progetti attivati da scuole e associazioni, rivolti a bambini e ragazzi contro la dispersione scolastica, le dipendenze, il disagio sociale. Il fondo (che funziona col meccanismo del credito d’imposta), nato nel 2016 con uno stanziamento da 100 milioni di euro l’anno, è stato via via spolpato: nel 2019 era già sceso a 55 milioni, nel 2022-23 a 45, e quest’anno ridotto a 3 milioni.
Il Fondo politiche giovanili, al quale attingono Regioni, Comuni, parrocchie, scuole e società sportive o culturali per finanziare progetti di educazione, formazione e inclusione è passato dai 90,8 milioni di euro del 2022 ai 49,9 milioni per il 2026.
Il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, che paga progetti di contrasto a violenza ed esclusione sociale nelle grandi città, è sceso da 28,7 milioni a 25,9 milioniAi Comuni, sempre a corto di risorse, non viene dato un euro in più per la creazione di centri di aggregazione ricreativi. Nel frattempo sui Comuni sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati, che rappresentano la vera grande emergenza perché i numeri sono in crescita e perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità. Nel 2025, il solo Comune di Milano ha speso 20 milioni per la loro gestione, e lo Stato, se tutto va bene, gliene rimborserà 15. 

In sostanza: la repressione da sola serve a nulla, se non accompagnata da interventi di politiche sociali con il coinvolgimento diretto della famiglia e soprattutto della scuola. A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria. 

L’incubatore del male

«L’esposizione continua a contenuti violenti, unita ad adulti meno credibili, e all’assenza di programmi scolastici di “educazione alle relazioni”, spinge i giovani a essere più competitivi, e questo genera disagio e, in alcuni casi, aggressività» sintetizza Marco Dugato di Transcrime. Lo scrive anche l’istituto Superiore di Sanità: «L’uso problematico dello smartphone colpisce oltre il 25% degli adolescenti» e gli studi dimostrano che alimenta prepotenza e brutalità. Nel nostro Paese lo sbarramento di accesso ai social è fino ai 13 anni. L’Australia ha avuto il coraggio di alzare il divieto a 16, la Francia si prepara a fissare il limite a 15. La Commissione Ue ha chiesto a tutti i Paesi membri di armonizzare verso l’alto: divieto assoluto sotto i 16 anni, con sanzioni salatissime per le piattaforme che non attivano filtri adeguati. È vero che i ragazzini sono abilissimi a raggirare le barriere, ma alzarle è un dovere, e i controlli – con punizioni esemplari e implacabili verso le piattaforme – un imperativo. 

dataroom@corriere.it


Il Paese dei diffidenti sette italiani su dieci sospettano degli altri


Cresce la sfiducia verso i concittadini assieme al timore di cadere nella trappola del prossimo. Un record, soprattutto tra gli elettori di destra

Il Paese dei diffidenti sette italiani su dieci sospettano degli altri

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – La nostra società è fondata sulla sfiducia. È quanto sottolinea il recente sondaggio condotto da LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo (con Avviso Pubblico) per la ricerca “Gli italiani e lo Stato”. Soprattutto in politica, dove la sfiducia è divenuta, ormai da tempo, il principale argomento di consenso. Un consenso fondato, dunque, sul dissenso. Sul contrasto nei confronti delle istituzioni e, ovviamente, degli altri partiti e leader. Una tendenza affermata, esplicitamente, dal M5s di Beppe Grillo e riprodotta poi da altre forze politiche. Anche con successo. Visti i risultati ottenuti.

Dal M5s, quindi dalla Lds, la Lega di Salvini. E dal Pd guidato da Matteo Renzi. Divenuto, a sua volta, un “partito personale”: PdR. Per trasformarsi, rapidamente, in IV. Italia Viva. Il tratto comune di tutte queste esperienze è nel percorso svolto. Da partiti ad anti-partiti. Con un esito inevitabile: la crisi in tempi rapidi. Talora la fine. Perché non è possibile proporsi come “anti-partito” per svolgere “la parte del partito”. Entrando nel sistema politico, in Parlamento.

D’altra parte, la diffidenza è un sentimento radicato, nella società. In particolare, nei confronti di chi governa. Di chi agisce nelle istituzioni. Da sempre, ma soprattutto dopo la caduta della Prima Repubblica e dei partiti tradizionali. I partiti di massa, come venivano definiti allora, quando aggregavano davvero le masse. Perché erano espressione di ideologie e religioni. La fiducia nei loro confronti significava fede e marcava, per questo, un senso di appartenenza radicato, prima ancora che di interesse.

Ma quel tempo è finito. Da tempo. In particolare, da quando Silvio Berlusconi, negli anni Novanta, ha imposto e affermato il suo “partito personale”. Forza Italia. Un “Partito impresa”, che ha segnato una nuova epoca. Non solo in politica. Oggi quel sentimento appare non solo diffuso, ma dominante. E riconosciuto, da gran parte dei cittadini.

Il sondaggio

Come emerge dal recente sondaggio condotto da LaPolis Università di Urbino Carlo Bo (con Avviso Pubblico). Nel quale il 71% delle persone intervistate sostiene che “gli altri, se si presentasse l’occasione, approfitterebbero della mia buonafede”. Un senso di sfiducia esteso e cresciuto nel tempo, mai ampio come oggi. Ha, infatti, toccato il 71%, mentre, parallelamente, la quota di quanti ritengono che “gran parte della gente è degna di fiducia” ha raggiunto l’indice più basso: il 27%. Poco più di una persona su quattro.

Il dato più preoccupante, dal mio personale punto di vista (che di solito non propongo mai) è costituito dall’ampiezza di questo orientamento fra i più giovani e fra i giovani-adulti. Mentre il maggior grado di fiducia caratterizza in modo evidente i più anziani, con oltre 65 anni. Segno di un’abitudine alla socialità, maturata nel tempo. E, al tempo stesso, di una necessità tradotta in normalità. Perché per i più anziani il rapporto con gli altri è un’esperienza consolidata, ma, al tempo stesso, un’esigenza importante, fondamentale per allungare la propria storia personale. E, quindi, la propria vita.

Le differenze di orientamento, se si considera la posizione politica degli intervistati, riguardano soprattutto le componenti che “si chiamano fuori”, fra le quali il peso della sfiducia negli altri è dominante. Riflesso della sfiducia politica. Come fra coloro che si collocano più a destra. A differenza di chi si definisce di centro-destra.

Nel complesso, emerge un’abitudine alla sfiducia, se non alla diffidenza. Annunciata dalla ricerca “Gli italiani e lo Stato”, nella quale emergeva un declino della partecipazione e delle relazioni associative. Coerente con la fiducia nelle istituzioni. Lo Stato e il Parlamento.

D’altra parte, la fiducia negli altri è contestuale alla vita di comunità. In comune con gli altri. Perché vivere da soli genera insoddisfazione. Tristezza. Ma le relazioni con gli altri non possono essere affidate solo al digitale. Ai media. Perché davanti allo schermo di un cellulare o di un IPad siamo tutti vicini e lontani al tempo stesso. Mentre la fiducia si basa sulle relazioni dirette. Non virtuali. Non (solo) a distanza.

Per questa ragione è importante costruire e rafforzare le relazioni personali. Per non restare soli. Perché da soli è difficile essere felici.


Maggioranza attovagliata per il giro di poltrone. Conta solo la fedeltà


Il caso Consob è una bussola perfetta per capire la rotta nel prossimo round di nomine: in scadenza i consigli di diciassette società partecipate

Maggioranza attovagliata per il giro di poltrone. Conta solo la fedeltà

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Il caso Consob è una bussola perfetta, per capire quale rotta seguiranno i patrioti nel prossimo giro di nomine pubbliche. Entro la prossima primavera ci sono da rinnovare 112 consiglieri di amministrazione di 17 società partecipate. Non sarà una tornata, e neanche un’infornata. Sarà un’abbuffata. Le teste d’uovo di Fratelli d’Italia e della Lega si sono già attovagliati, pronti a divorare le poltrone che capitano a tiro.

L’uomo di Giorgetti

I soli “salvati” sono i tre amministratori delegati di Eni, Enel e Leonardo, cioè Claudio Descalzi, Flavio Cattaneo e Roberto Cingolani. Per il resto, sarà carne di porco. All’insegna dello spoils system più becero, ispirato all’unico criterio riconosciuto da questa banda di avventurieri: la fedeltà politica. Lo scontro in Consiglio dei ministri sul successore di Paolo Savona alla Commissione che vigila sulla Borsa e i mercati finanziari è paradigmatico. Giorgetti non ha dubbi, l’uomo giusto non è uno qualsiasi: è il suo sottosegretario, Federico Freni. Ci credereste? Peggio di Caligola col suo cavallo (col massimo rispetto per Freni, e pure per il cavallo). E il bello è che da un lato ci sono altri ministri che assicurano “siamo tutti d’accordo”, dall’altro lato c’è Antonio Tajani che si mette di traverso e dice “no, per noi Freni può fare il commissario, ma il presidente deve essere un tecnico”. Capite il paradosso? Per trovare un minimo di rispetto per le competenze professionali e per le convenienze istituzionali bisogna affidarsi ai maggiorenti di Forza Italia, il partito del Caimano che in altri tempi ha epurato tutto l’epurabile con gli editti bulgari e ha lottizzato tutto il lottizzabile con i maggiordomi arcoriani.

Parlando solo di Consob: nel 2003 fu il governo Berlusconi-bis a piazzare al vertice Lamberto Cardia (capo del legislativo al Mef di Tremonti nel 1994 e poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Dini nel 1995), e nel 2010 fu il governo Berlusconi-quater a spedirci Giuseppe Vegas (già vicepresidente dei gruppi forzisti e poi viceministro al Mef sempre con Tremonti tra il 2001 e il 2006). Oggi gli stessi eredi del Cavaliere sbarrano la strada ai politici e invocano i tecnici. È credibile? Sì, quanto uno scoop di Fabrizio Corona su “Falsissimo”. Tajani fa il Ghino di Tacco con un duplice scopo. Il primo, sovraordinato e più strategico: impedire che alla Consob ci finisca un esponente del Carroccio, capofila della sgangherata campagna contro le banche per la tassa sugli extraprofitti che ha impensierito Mediolanum e indignato Marina Berlusconi. Secondo, subordinato e più tattico: trattare con gli alleati di maggioranza l’eventuale via libera a Freni in cambio di adeguate contropartite sulle altre nomine. Comunque vada a finire, sarà un disastro. Quanto sarebbe importante una Vigilanza autonoma e autorevole sui mercati lo hanno dimostrato i pastrocchi di quest’ultimo anno intorno alle scalate bancarie. Di fronte al palese “concerto” tra i soci, dalla privatizzazione della quota di Mps alle nomine successive all’ingresso in Mediobanca, la Consob di Savona ha fatto il cane da salotto dei nuovi potenti, come serviva alle destre al comando. Non ha visto, non ha sentito, non ha parlato, facendosi pure mettere in mora dalla Procura di Milano. Al governo serve che questo andazzo da tre scimmiette continui anche per i prossimi sette anni. Per questo è fondamentale un politico che prende ordini. Come nella peggiore tradizione, del resto.

Il manuale Cencelli

Succedeva ed è successo anche ai tempi della Prima Repubblica, quando all’autority deputata al controllo di Piazza Affari Giulio Andreotti ci sistemava un disonesto avventuriero come Bruno Pazzi o un modesto senatore come Enzo Berlanda. È questione di verità storica e non di partigianeria: le eccezioni a questo Manuale Cencelli a senso unico si devono al centrosinistra. Un marchio indelebile lo lasciò nel 1981 Guido Rossi, uno dei massimi esperti internazionali di diritto finanziario, padre della prima legge antitrust di questo sciagurato Paese, voluto a ogni costo da quel genio di Beniamino Andreatta. Dello stesso segno, nel 1997 e nel 1998, le presidenze di Tommaso Padoa-Schioppa prima e di Luigi Spaventa poi, i due tecnici più prestigiosi e coraggiosi che si siano mai visti in quel palazzo, ormai tornato ad essere purtroppo una specie di porto delle nebbie: entrambi nominati da Romano Prodi durante il suo primo governo dell’Ulivo. Due civil servant, senza tessere di partito, che hanno incarnato la trasparenza e l’indipendenza di quel prezioso organo di garanzia. Basterebbero questi esempi a ribadire che oggi ci vorrebbe una Consob senza Freni.


Chi sono i buoni?


(Andrea Zhok) – Sembra incredibile, ma anche sui casini interni americani riusciamo a spaccarci in fazioni incomunicanti, radicali, muri di gomma incapaci di mediazione.

Esattamente come sul piano interno italiano la destra sopravvive elettoralmente perché “qualunque cosa purché non la sinistra!”, e la sinistra sopravvive elettoralmente perché “qualunque cosa purché non la destra!”, così anche nell’esaminare le attuali vicende americane sembra obbligatorio sostituire i neuroni con lo schieramento.

Francamente mi pare eccessivo richiamare concetti venerabili come “complessità”.

Qui si tratta semplicemente di fare spazio mentale per qualcosa che vada al di là di zero – uno, bianco – nero, on – off.

E’ possibile pensare che Trump sia un pericoloso bamba senza con ciò implicare che Biden o Obama fossero cavalieri dell’ideale. (E viceversa, è possibile essere disgustati dall’ipocrisia callosa delle amministrazioni di Biden e Obama, senza essere costretti a inventarsi la qualunque per giustificare la stupida brutalità di Donald.)

E’ possibile giudicare le attuali operazioni dell’ICE eccessive e criminali, senza sposare posizioni no border. (E viceversa, si può pensare che l’immigrazione incontrollata sia un serissimo problema, senza mostrificare gli immigrati.)

E’ possibile essere disgustati dalle esibizioni di violenza delle forze dell’ordine americane senza ritenere che gli oggetti di questi interventi siano sempre cittadini probi ed esemplari. (E viceversa, si può ritenere che esistano oggettivamente gravi problemi di ordine pubblico, senza pensare che questo debba risolversi con esecuzioni sommarie.)

Più in generale, è possibile analizzare ciò che avviene in un caso particolare, in un contesto storico, sociale, nazionale, o anche individuale, senza necessariamente incasellarlo sotto la nostra cornice ideologica preferita.

Nessun dottore ci ha ordinato di fare il tifo per una squadra o per l’altra.

Non solo quello che pensiamo è materialmente irrilevante (con tutto il rispetto, né Trump né i Dem attendono da noi un verdetto sul loro paese), ma abituarci a prendere posizioni ideologiche, forfettarie, di schieramento a priori significa coltivare una pessima disposizione, una disposizione immatura e dannosa per una democrazia.

Ecco, quando ci diciamo democratici, quando rivendichiamo i valori della democrazia, quando chiediamo il rispetto delle opinioni dal basso – e io credo sia giusto farlo – dobbiamo anche accettare un semplice fatto: esercitare valutazioni in un contesto democratico costa un po’ di fatica; richiede la capacità di fare distinzioni; richiede di sospendere il giudizio quando non si hanno informazioni sufficienti; richiede di soppesare di volta in volta le ragioni altrui; richiede soprattutto uno sforzo di discernere in ogni circostanza i pesi e i confini tra le molteplici ragioni che convergono sempre nella realtà.

Solo nei film basta capire all’inizio “chi sono i buoni”, e poi rilassarsi a tifare per loro fino ai titoli di coda.


Se non ora, quando?


(dagospia.com) – Se non ora, quando? Paradossalmente è il vecchio slogan femminista la miglior sintesi dei turbamenti che frullano nella testa di Matteo Salvini e Roberto Vannacci. Tutti sanno che il loro “matrimonio” è finito, si tratta solo di capire come sancire il divorzio, il prima possibile, per non logorare il futuro di entrambi.

Il segretario della Lega lo caccerebbe anche subito, ma il suo cruccio nasce dal fatto che è stato lui a coccolare il generale mal-destro: fu Salvini a chiamarlo come vicesegretario, contro tutti e contro tutto. Buttarlo fuori a calcioni sarebbe una sconfitta personale: certo, l’ex militare con la fissa per la X Mas gli ha portato in cascina mezzo milioni alle europee, nel 2024, ma dopo quelle elezioni c’è stato un continuo tira e molla che ha fatto più male che bene al partito, provocando malumori, minacce di scissioni, cambi di casacca e veleni.

Dunque, che fare? Salvini aspetta che Vannacci sbatta la porta da solo. Oggi, alla kermesse “Idee in movimento”, all’Hotel Aqua Montis di Rivisondoli, in Abruzzo, il ministro dei trasporti ha mandato altre frecciatine, senza mai citare l’ex parà: “La storia lo insegna: chi esce dalla Lega finisce nel nulla. […] La Lega è famiglia, comunità, non siamo una caserma. Ci sono capitani e generali, ma la forza della Lega è nella truppa…”

Il guaio è che anche Vannacci non sa come uscirne. Da sempre il suo obiettivo è creare un partito autonomo, ma teme che i tempi non siano ancora maturi: alla Camera potrà contare su tre deputati: i leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex meloniano Emanuele Pozzolo, diventato celebre per la vicenda dello sparo alla festa di Capodanno di due anni fa a Rosazza (Biella), dove era presente anche il sottosegretario Andrea Delmastro.

Un battaglione un po’ poco nutrito, per il generale dall’ambizione smisurata, che vorrebbe far nascere un’Afd de’ noantri in grado di rosicchiare voti a Salvini, ma non solo: un partito di estrema destra guidato da Vannacci potrebbe infatti racimolare consensi anche tra gli ex grillini de’ destra (non sono pochi), che si erano rifugiati nell’astensionismo, e nel piccolo ma combattivo bacino della ridotta dei vecchi fasci, che in questo disgraziato Paese non sono mai mancati.

Come scrive Claudio Bozza oggi sul “Corriere della Sera”, “secondo alcuni sondaggi, le posizioni ultrasovraniste dell’eurodeputato potrebbero valere almeno il 3%. Non una cifra epocale, ma quel tanto che basterebbe per aumentare le chance del centrosinistra alle prossime elezioni politiche, qualora Vannacci corresse davvero da solo”.

Vannacci è consapevole, come lo è Salvini, che gli scazzi e i retroscena quotidiani non fanno bene a nessuno, e che tirare la questione troppo per le lunghe può penalizzare entrambi anche in vista delle future elezioni politiche. Vannacci non può aspettare ancora molto: si avvicinerebbe pericolosamente al 2027, quando il Paese sarà chiamato a rinnovare il Parlamento, con il rischio di non avere tempo per organizzare la campagna elettorale.

La vecchia fronda leghista e i vari “liberal” del Carroccio, guidati dall’ex Governatore del Veneto, Luca Zaia, sono in pressing da mesi: l’iniziativa “Idee in movimento”, organizzata da Claudio Durigon e Armando Siri in Abruzzo, è una prova generale di de-vannaccizzazione del partito. A Roccaraso e Rivisondoli si è parlato (bene) di migranti, ci sono state apertura inedite ai diritti civili, con tanto di ospitata di Francesca Pascale (che definì Vannacci “un omofobo ossessionato che nasconde qualcosa”), in un’escalation moderata che ha fatto inorridire l’autore del volumetto “il mondo al contrario”.

Che poi, i leghisti non dovrebbero nemmeno faticare per trovare la “giusta causa” per licenziare l’europarlamentare. Le norme interne della Lega vietano infatti di creare associazioni politiche autonome parallele al partito.

Se lo ricorda bene l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi (ora passato a Forza Italia), che il 10 marzo 2015 fu espulso, accusato da Salvini di “frazionismo” dopo aver creato la fondazione “Ricostruiamo il Paese”, dichiarata incompatibile con lo statuto leghista. Una situazione non dissimile da quella odierna, con il movimento “il mondo al contrario” e le varie associazioni collegate, tra cui “Remigrazione e riconquista”, che ha organizzato un evento per venerdì prossimo, alla Camera dei deputati.

Salvini, insomma, avrebbe una scusa per cacciare Vannacci, ma teme di finire lui sotto accusa come responsabile della “creazione” del personaggio dell’ex generale, almeno dal punto di vista politico (ad aver fatto la fortuna del vicesegretario leghista fu invece “Repubblica”: come ricorda sempre Vannacci, fu il giornalista Matteo Pucciarelli ad accorgersi del suo libro online e a scriverne, lanciandolo e assicurandogli fama, soldi e successo).

Ma se non lo fa ora, potrebbe essere troppo tardi…


Trump ha reso l’America non americana


(di Maureen Dowd – New York Times) – Ho visto il carismatico direttore d’orchestra italiano Gianandrea Noseda dirigere giovedì la National Symphony Orchestra, in un programma intitolato “Songs of Destiny & Fate”.

Brahms, Bach e Vivaldi sono stati un balsamo lenitivo rispetto alla colonna sonora della presidenza Trump, che somiglia alla musica pugnalante e stridente composta da Bernard Herrmann per la celebre scena della doccia di Psycho di Hitchcock.

Il concerto si è aperto con The Star-Spangled Banner. Già prima che Trump intervenisse in modo blasfemo persino sul nome del Kennedy Center, l’orribile esecutore della guerra culturale trumpiana, Ric Grenell, aveva stabilito che tutti i concerti della National Symphony Orchestra dovessero iniziare con l’inno nazionale.

Sono sempre felice di portare la mano al cuore e ascoltare l’ode alla nostra bandiera e a questa “terra salvata dal cielo”. Mio padre teneva sempre una bandiera americana issata e la ammainava al tramonto in segno di rispetto, come si usava allora. Quando ho vinto il Pulitzer, il senatore di New York — uno molto cool — Daniel Patrick Moynihan mi mandò una bandiera che aveva sventolato sopra il Campidoglio, e la custodisco con affetto.

Ma è sembrato stonato essere imboccati a forza con The Star-Spangled Banner dal nostro presidente solipsista e dai suoi inquietanti adulatori, che non mostrano altro che disprezzo per la Costituzione e per i valori americani.

Il destino del nostro Paese era riflettere ideali che ci hanno resi un faro incandescente della democrazia. Ma Trump ha polverizzato quegli ideali. Ora siamo visti come sinistri, egoisti, indisciplinati e costantemente pronti ad azzannarci a vicenda.

L’audizione di Jack Smith davanti al Congresso, giovedì, è stata un pungente promemoria del fatto che Trump ha cercato di rovesciare il governo e ha messo in modo scellerato in pericolo i legislatori e il suo stesso vicepresidente.

«La nostra indagine ha rivelato che Donald Trump è la persona che ha causato il 6 gennaio, che ciò era prevedibile per lui e che ha cercato di sfruttare la violenza», ha detto Smith.

È straziante che, alla vigilia del nostro 250° anniversario, abbiamo un presidente che sta pervertendo tutti i valori su cui il Paese è stato fondato — prendersi cura gli uni degli altri, rispettare i diritti reciproci.

L’America non dovrebbe essere un luogo in cui un bambino di cinque anni dal volto angelico, di nome Liam, con un cappello dalle orecchie flosce e uno zaino di Spider-Man, venga afferrato e portato in un centro di detenzione da uomini incappucciati.

Il leader americano dovrebbe essere unificatore, una presenza forte e rassicurante nel mondo. Trump è un bambino anarchico, che provoca continuamente sconvolgimenti globali, trasgredendo e rimodellando tutto a propria immagine caotica. Non ha alcun interesse per i discorsi al caminetto; lui vuole appiccare incendi.

È più vicino al droit du seigneur che alla noblesse oblige. Si sente autorizzato ad avere qualunque cosa desideri, dalla Groenlandia al Canada, dal Kennedy Center a un Premio Nobel che non ha vinto.

A differenza dei presidenti precedenti, non sta contrastando la Russia: la sta assecondando. Ha denigrato i soldati della NATO morti per noi in Afghanistan e ha sminuito il nostro vicino più gentile, sostenendo che «il Canada esiste grazie agli Stati Uniti».

Pretendendo la Groenlandia — che continuava a chiamare Islanda — si è lamentato con i leader mondiali a Davos: «Tutto quello che voglio è un pezzo di ghiaccio».

La profondità della sua superficialità è infinita.

Un commentatore canadese ha chiesto: «In che modo Trump si comporterebbe diversamente se stesse davvero perdendo la testa?».

Capisco l’importanza dell’immigrazione legale. Mio padre irlandese combatté nella fanteria durante la Prima guerra mondiale per ottenere la cittadinanza. Nessuno vuole criminali illegali qui. Il presidente Joe Biden ha lasciato che il confine andasse fuori controllo.

Ma nel nuovo sondaggio New York Times/Siena University, una netta maggioranza ha detto che l’ICE è andata troppo oltre. Trump ha risposto dicendo che avrebbe ampliato la sua causa contro il Times includendo anche il sondaggio, perché la sua vanità fuori controllo non riesce ad accettare i numeri in calo; il sondaggio indicava che il 42 per cento degli elettori lo considera sulla strada per diventare uno dei peggiori presidenti della storia americana.

Abbiamo assistito con orrore alla trasformazione di Minneapolis in una sorta di inquietante zona di guerra: l’ICE che sostiene che i suoi agenti possano fare irruzione nelle case senza mandati giudiziari; un agente dell’ICE che spara tre volte a una madre disarmata — con dei peluche nel vano portaoggetti — fino a ucciderla; l’ICE che trascina fuori di casa, nella neve, un uomo del Minnesota — un immigrato hmong e cittadino americano naturalizzato senza precedenti penali — vestito solo con biancheria intima e Crocs; l’ICE che trattiene quattro bambini, incluso il piccolo Liam, in un solo distretto scolastico. (Un’agente dell’FBI che voleva indagare sull’agente dell’ICE che ha sparato alla madre si è dimessa dopo che i dirigenti dell’ufficio le hanno detto di interrompere l’inchiesta).

«Perché detenere un bambino di cinque anni?», ha gridato, sconvolta, la sovrintendente del distretto, Zena Stenvik, durante una conferenza stampa.

È chiaro che l’entourage di Trump non vede alcuna differenza tra un criminale entrato illegalmente nel Paese e una famiglia che ha chiesto asilo e sta facendo tutto nel modo giusto per restare qui.

I miei genitori ci hanno inculcato il patriottismo e la gratitudine verso questo Paese. Sono cresciuta circondata da uomini in uniforme. Mia madre portava sempre nella borsa una Costituzione tascabile, insieme a minuscole bottiglie di Tabasco. Non voleva vederci il 4 luglio se non eravamo vestiti di rosso, bianco e blu. So cosa dovrebbe rappresentare l’America.

Trump ha reso l’America non americana.


La prima legge di Trump


Il Tycoon incarna tutti coloro che il political correct e il wokismo hanno finito per provocare, schifare, deridere e umiliare. E non solo negli States …

(Gianvito Pipitone) – Per chi, fra le altre cose, è impegnato a crescere i propri piccoli mentre inciampano e si rialzano, mentre imparano a diventare cittadini e a stare rispettosamente nel mondo, questo periodo storico è davvero deprimente. C’è una dolorosa discrepanza tra le regole che professiamo nel chiuso delle nostre case e l’aria pesante che infuria fuori. Qualcuno obietterebbe che il mondo è sempre stato ingiusto e pieno di difficoltà. Certo. Ma stavolta lo sentiamo più vicino, più minaccioso, perché la guerra non è dove ce la saremmo aspettata: è proprio in quella parte di mondo in cui non pensavamo di dover respirare paura, incertezza e regressione. In maniera diffusa.

Il cosiddetto Occidente: il luogo a cui avevamo affidato le ultime certezze rimaste – il mito della democrazia, la forza della partecipazione, il senso della giustizia – quelle stesse certezze minime che ci permettevano di raccontare ai nostri figli che sì, il mondo è complicato, ma una direzione giusta esiste ancora.

E invece quel mondo lì, oggi, è proprio quello che sembra essersi smarrito. Il suo mito si è spezzato. Non per un incidente di percorso, ma per un’inquietante sequenza che ha ormai assunto forma di sistema.

L’assassinio, da parte di agenti federali dell’ICE, di Alex Pretti – un altro giovane trentasettenne a Minneapolis, dopo quello ancora caldo di Renée Good – non è più un episodio isolato. È un segnale, un sintomo, un colpo inferto a una società già febbricitante. E le risposte arroganti che arrivano dai responsabili e dal presidente degli Stati Uniti non fanno che confermare ciò che molti non volevano vedere: che non c’è più riparo, che la distanza non basta, che non possiamo più illuderci di stare dall’altra parte del vetro.

Molti diranno, come sempre: “Massì, sono americanate, c’è un oceano in mezzo, è un’altra storia, un altro contesto, un’altra antropologia politica.”

Ma è un errore gravissimo.

Il battito d’ali della farfalla di Minneapolis arriverà eccome da noi, perché il vento che lo trasporta è lo stesso che soffia sulle nostre democrazie stanche, sulle nostre società polarizzate, sui nostri armadi pieni di scheletri che per troppo tempo abbiamo preferito ignorare.

Bisogna diffidare da chi sostiene che l’America stia pagando i suoi vecchi squilibri sociali e che questo non potrà accadere da noi, dove gli anticorpi sarebbero più robusti.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicati i commenti allarmati su quanto possa accadere negli Stati Uniti: la guerra civile evocata non più come metafora ma come possibilità concreta; l’analisi sul potere presidenziale che avrebbe divorato ogni barlume di dissenso; editoriali di intellettuali americani liberali che denunciano la violenza immotivata con cui gli agenti federali dell’ICE, inviati negli Stati democratici e riottosi al verbo presidenziale, stanno mettendo a repentaglio ogni regola democratica.

Stamattina il web ne è pieno, e a ragione: perché l’ennesimo sfregio autoritario ha ormai sprofondato quella che per decenni abbiamo definito “la prima democrazia del mondo” in un incubo senza fine.

Ed è qui che il sillogismo, per quanto brutale, dovrebbe preoccuparci: se quella era la prima democrazia del mondo, figurarsi da noi.

E infatti, mentre guardiamo l’America, cominciano a riemergere gli scheletri dai nostri armadi: il nazifascismo sistematico europeo, il brodo di coltura in cui hanno cotto e bollito per decenni le nuove leve pronte a incarnare vecchi ideali mai davvero estirpati, solo rimossi, archiviati come se fossero un capitolo chiuso della storia.

Ma qualcuno si è mai chiesto davvero, fino in fondo, come sia possibile che ideali di guerra, di razza, di cultura dell’odio abbiano potuto attecchire nuovamente dopo quanto è accaduto nella Seconda guerra mondiale? Come è possibile che, dopo Auschwitz, dopo le costituzioni nate dalla Resistenza, si possa tornare a parlare di “purezza”, di “difesa della civiltà”, di “sostituzione etnica” con la stessa leggerezza con cui si commenta un rigore sbagliato? Bisognerebbe scavare lì dentro, in quell’abisso che abbiamo preferito dimenticare o volutamente trascurare.

C’è stato un momento, un quindicennio buono, attorno agli anni Dieci del 2000, in cui sembrava che gli ideali di democrazia avessero finalmente dato il leitmotiv al mondo civilizzato. La politica, l’industria culturale, Hollywood, Disney: tutto sembrava convergere verso un’idea di mondo più aperto, più inclusivo, più giusto. Prima in maniera più blanda sotto Clinton e poi, con decisione sotto Obama, con tutte le contraddizioni e le ombre della sua realpolitik, si era imposto un paradigma: inclusione, rispetto, multiculturalismo.

Il political correct, nella sua versione originaria, era uno strumento di civiltà. Poi, lentamente, si è trasformato in un dispositivo troppo rigido, spesso grottesco, quasi sempre percepito come punitivo. Non c’era nulla di sbagliato in quei principi – molti erano sacrosanti – ma nella loro applicazione distorta.

Qualcuno ha creduto che cambiare la forma della lingua bastasse a cambiare la sostanza del mondo. Ha pensato che imporre regole fosse sufficiente a generare consenso. Ha confuso la pedagogia con la sanzione.

E mentre molti – convinti di essere dalla parte del giusto – erano impegnati a correggere ogni sfumatura, a raddrizzare ogni parola, a vigilare su ogni gesto, dall’altra parte della barricata cresceva un esercito di esclusi, di risentiti, di umiliati. Non perché fossero vittime del multiculturalismo, ma perché si sentivano derisi, etichettati, respinti.

Li abbiamo definiti – mi ci metto pure io – rednecks, buzzurri, ignoranti, fascistelli. Li abbiamo caricaturizzati, ridicolizzati, trasformati in meme. E loro, lentamente, hanno iniziato a crederci davvero.

E oggi eccoli lì: leader, ideologi, megafoni di un risentimento che abbiamo contribuito a costruire. E con loro, in Europa, i fratelli e le sorelle di sempre: AfD, i vari rassemblements, nostalgici assortiti sempre pronti a menare la mani, quando nell’aria c’è odore di cadavere.

Non sono spuntati dal nulla. Non prendiamoci in giro. Non facciamo finta di cadere dal pero. Sono il prodotto di un fallimento culturale: del fallimento della nostra società, che voleva essere inclusiva e li ha lasciati fuori, con un calcio nel sedere.

No, non è colpa del political correct se oggi esistono figure come Donald Trump, Pete Hegseth, Stephen Miller, J.D. Vance, Steve Bannon, Greg Bovino. Ma Trump incarna tutti quelli che il political correct ha contribuito a provocare, schifare, deridere. Li ha involontariamente raccolti, organizzati, trasformati in forza politica. Li ha trovati dove noi – il mondo democratico propriamente detto – li avevamo lasciati: indietro.

La verità è che quando si è in vantaggio bisognerebbe saper vincere con misura, non stravincere. Noi invece abbiamo scelto l’umiliazione alla comprensione, il sarcasmo all’ascolto, e oggi ne paghiamo il prezzo: la prima legge di Trump – presa in prestito da Newton – è lì a ricordarcelo, perché a ogni azione corrisponde una reazione.

E adesso? Difficile dirlo. Ma qualcosa, nel nostro piccolo, possiamo ancora farla: smettere di abitare i social con la solita, distratta leggerezza. E mentre il mondo ci crolla addosso pezzo dopo pezzo, provare finalmente a indignarci davvero, senza delegare tutto all’inerzia del tempo. Per una volta almeno…


E’ sempre popolo contro Ztl


(di Manuela Perrone – Il Sole 24 Ore) – Un’Italia elettorale spaccata in due, solcata da una sorta di frattura socioeconomica che vede da un lato Fdi, Lega e M5S fare incetta di preferenze tra i ceti più poveri e meno istruiti e dall’altro Pd e i centristi di Azione e Italia Viva trionfare tra i più ricchi e con livelli di istruzione più elevati. Con un dato di fondo: se oggi votassero solo gli italiani meno abbienti, Giorgia Meloni avrebbe una super maggioranza con qualsiasi legge elettorale.

L’istantanea arriva dal sondaggio, che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, realizzato da Youtrend su un campione di 1.201 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, suddivisi in quattro fasce di status socioeconomico.

Fdi si colloca al 30% nella Supermedia Youtrend/Agi (una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto), ma arriva al 31,1% nella fascia più bassa e al 31,9% in quella medio-bassa, passando al 28% in quella medio-alta e riducendosi ancora al 27,4% nella più alta.

Inverso l’andamento del Pd di Elly Schlein (secondo partito, al 22,2%), che parte dal 12,1%, sale al 24,4% per poi raggiungere il 26,4% nella classe medio-alta e toccare la vetta del 29,5% in quella alta. I dem detengono il record tra i partiti come penetrazione tra i cittadini con lo status più elevato, che però guardano anche a Italia Viva di Matteo Renzi (2,3% nella Supermedia, ma 5,4% nella fascia più alta secondo lo status socioeconomico) e ad Azione di Carlo Calenda (al 3,2%, ma al 5,6% tra i più ricchi).

Fanno molto meglio, come appeal verso gli italiani più vulnerabili, il M5S di Giuseppe Conte (Supermedia 12,3%, ma al 18,6% tra i più poveri) e la Lega di Matteo Salvini (all’8,2%, ma al 14,5% nella fascia più bassa). I Cinque Stelle hanno un altro 12% di potenziali elettori tra coloro con uno status medio-basso contro il 6,7% del Carroccio.

Entrambi vedono assottigliarsi i consensi all’aumentare del benessere: i potenziali elettori del M5S calano al 7,5% nella fascia più alta, quelli della Lega crollano al 3,1 per cento. Significativo, di contro, che l’Alleanza Verdi Sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (6,4% nella Supermedia) tocchi il suo massimo nella fascia medio-alta (9,3%) e raggiunga un 7% in quella alta, scendendo invece al 3,9% tra i meno abbienti e al 5,9% nel gruppo medio-basso.

Colpisce, guardando i risultati, il caso di Forza Italia, che nella Supermedia si attesta all’8,6%: quella guidata da Antonio Tajani è pressoché l’unica tra le maggiori formazioni che non registra grosse differenze nelle intenzioni di voto disaggregate per status socioeconomico. In questo senso, quello degli azzurri sembra il vero “partito della nazione”, il più trasversale.

«Questi dati – sottolinea Lorenzo Pregliasco, direttore Youtrend – sembrano confermare le tendenze osservate negli ultimi anni analizzando mappe e geografie del voto nelle grandi città italiane. Le aree di forza del centrosinistra, Pd su tutti, e dei partiti centristi sono spesso nella “Ztl” le aree centrali o residenziali con elevati valori immobiliari e di reddito, mentre il centrodestra, soprattutto la Lega ma anche Fdi, e in parte il Movimento 5 Stelle sono più radicati in aree esterne, periferiche e a marginalità socio-economica».

I totali parlano chiaro: oggi il campo largo (Pd, M5S, Avs, Iv e +Europa) sarebbe al 44,9% , ma al 38% tra i più poveri e al 51,3% tra i più ricchi. Il centrodestra avrebbe il 47,9%, ma ben il 53,9% tra i meno abbienti e solo il 39,2% tra i più benestanti. […]


Robert Kagan: “Trump vuole militarizzare l’America. Temo che le elezioni non saranno più libere”


Il politologo Usa: «Niente accade che lui non voglia, vuole essere l’imperatore del mondo»

Robert Kagan: “Trump vuole militarizzare l’America. Temo che le elezioni non saranno più libere”

(Alberto Simoni – lastampa.it) – WASHINGTON. È quando il lungo colloquio con Robert Kagan, politologo e storico fra i più letti d’America e senior fellow alla Brookings Institution, finisce sul Venezuela che l’intellettuale – cui un tempo si affibbiava l’etichetta di neoconservatore, peraltro da lui mai rinnegata o smentita – estrae dal cilindro una constatazione che non ti aspetti, ma che poi diventa, alla luce della nuova tragedia di Minneapolis, limpida e chiara. Dice Kagan: «Ti sei mai chiesto perché Stephen Miller è stato così attento e sostenitore dell’operazione in Venezuela?».

Stephen Miller è uno degli ideologi del trumpismo 2.0. Cultore del nazionalismo bianco e di un’America allergica agli immigrati – illegali, ma non solo – ricopre il posto di vicecapo dello staff della Casa Bianca per le questioni interne. «La ragione per cui Miller è così coinvolto nelle vicende venezuelane è perché vuole poter dire che gli Stati Uniti sono in uno stato di guerra, anche se non c’è nessuna dichiarazione».

Cosa significa?
«È sufficiente leggere gli ultimi documenti del Dipartimento di Giustizia nei quali si evoca la questione venezuelana come base legale per le deportazioni».

Qual è il legame?
«La più grande spiegazione risiede in quanto è accaduto a Minneapolis e in quello che ancora ieri è successo con i continui raid dell’Ice e l’uccisione di un uomo. Quanto succede là, e questo è il messaggio che Miller e l’Amministrazione vogliono far passare, è che si tratta di un grande addestramento per una messinscena che possono fare ovunque, in qualsiasi Stato dell’Unione. L’Amministrazione ha il personale, ha gli agenti necessari per fare questo, per dare la caccia agli illegali, per muoversi come se fossimo in un clima emergenziale, di guerra. Credo, certo non possiamo prevedere quando, che Donald Trump prima o poi invocherà l’Insurrection Act in uno di questi Stati dove agisce l’Ice e dove ci sono proteste. Trump sta deliberatamente militarizzando la politica estera, ecco qui il legame con il Venezuela e quanto accaduto, per sostenere le azioni militari in casa. Trump ha glorificato le forze militari e le vorrebbe usare anche sul suolo domestico».

In un saggio su The Atlantic ha scritto che l’ordine mondiale costruito attorno all’America e alla liberal democrazia è finito. E ha detto che gli Stati Uniti sono incamminati verso l’autocrazia. Come dovrebbero reagire gli alleati europei ?
«La politica estera di Trump riflette quella interna. Mark Carney a Davos ha detto che siamo di fronte a una rottura. Qualche europeo, Von Der Leyen e il cancelliere tedesco Merz, sono sulla stessa linea. Altri, come il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ritengono che si debba lavorare e collaborare per impedire a Trump di fare cose peggiori».

Lei che idea si è fatto dell’approccio degli europei?
«Il mio messaggio agli europei è: it’s over, è finita. Non si ripara un matrimonio, non c’è un consulente matrimoniale in questo caso».

Perché la rottura è irreversibile?
«Non sono convinto che nel 2026, Midterm, e nel 2028, presidenziali, avremo elezioni libere e trasparenti. In secondo luogo Trump ha appena iniziato ad affilare il coltello e vuole portare il suo confronto con il Vecchio Continente all’estremo, al limite del conflitto».

Nemmeno se alla Casa Bianca tornasse un democratico?
«No, l’idea che l’America sia stata penalizzata nel sostenere l’ordine mondiale non è un’invenzione di Donald Trump. C’è un afflato bipartisan in questo. Lo stesso Biden quando parlava di una “politica estera per la classe media” diceva che l’ordine mondiale non era funzionale agli interessi statunitensi, della middle class. Il partito democratico è storicamente meno pro trade e prima di Trump è stato Biden a inseguire politiche protezionistiche. La differenza sta che per Trump le tariffe sono un’arma da brandire per obbligare i Paesi a fare quello che lui vuole; l’approccio di Biden era in questo diverso. Ma non tanto il fine».

Fra accelerazioni e dietrofront, grandi dichiarazioni e proclami che restano poi carta morta superati da altri eventi, scorge l’esistenza di un pensiero, di una “Dottrina Trump” a livello di politica estera e quindi con riverberi anche sul fronte interno?
«Niente accade in America che Trump non voglia. Molte persone spendono tempo per capire come rendere felice Trump, soddisfarne capricci e ossessioni. Il suo desiderio sono la gloria e i soldi. E benché abbia diffuso una National Security Strategy all’insegna dell’America First, quel che vuole Trump è essere imperatore del mondo. Vuole poter dire: risolveremo questo, chiuderemo la guerra a Gaza, faremo questo in Iran; metterò le tariffe per la Groenlandia; siccome non gli piace il leader svizzero mette i dazi. Quindi niente a che fare con una dottrina, un pensiero strategico coerente. Detto questo, c’è un’ideologia ed è quella, e così torniamo all’inizio, di Stephen Miller e del popolo di America First. Si regge sull’ostilità al liberalismo. Perché liberalismo significa diritti individuali, eguaglianza, liberal democrazia e sfortunatamente, l’Europa incarna queste cose e per questo è il nemico numero uno fuori dai confini. E i liberal lo sono dentro casa”.


E c’è chi in Italia vede gli Usa come modello


(Alessandro Di Battista) – E anche oggi, nella cosiddetta “più grande democrazia del mondo” gli agenti dell’ICE hanno sparato e ucciso un cittadino che non rappresentava alcuna minaccia per loro. Si chiamava Alex Jeffrey Pretti e aveva 37 anni. “Queste cose accadono in tutto il mondo ma voi anti-americani parlate solo di quello che avviene negli Stati Uniti” sostiene qualche stolto. Io non sono affatto anti-americano. Come dico spesso abbiamo cose da imparare dagli Stati Uniti. In USA se frodi il fisco ti sbattono per 20 anni in carcere, in Italia ti dedicano l’aeroporto di Malpensa. Ad ogni modo proviamo a fare chiarezza.

Queste oscenità accadono in mezzo mondo, è verissimo e ci sono innegabilmente paesi dove il dissenso viene represso più che negli Stati Uniti. A mio modo di vedere non ci sono paesi più iniqui dal punto di vista sociale al mondo degli Stati Uniti (ricchissimi che condividono lo stesso quartiere con eserciti di derelitti) così come non esiste un paese più guerrafondaio degli USA dove, oltretutto, molti cittadini considerano le armi da fuoco una vera e propria estensione dei loro arti. Ma questo è un altro discorso.

Il punto è che per molti (sicuramente per la stragrande maggioranza dei politici servi, da destra a sinistra) gli Stati Uniti rappresentano un modello, un sogno, l’aspirazione politica. Un paese fondato sul più grande genocidio della storia dell’umanità considerato un esempio di democrazia. Ma perchè? Un paese, ripeto, dove è più facile comprare un fucile che ottenere cure gratuite visto come modello.

Oggi con Trump al potere in tanti stanno aprendo gli occhi finalmente. Io non voglio che il mio paese prenda gli USA come modello, non voglio che i nostri politici siano sudditi di un paese così. Non voglio il loro modello politico, sociale, economico e di sistema dei diritti.

Trump fa in modo più “sincero” e trasparente quel che tutti i suoi predecessori hanno fatto. Esecuzioni di cittadini inermi ci sono state sotto Clinton (l’idolo della sinistra al caviale nostrana) e sotto Obama, quello che ha dato l’ordine di bombardare al tappeto la Libia, il nostro principale alleato nel Mediterraneo, 526 giorni dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace, Nobel che la “donna madre e cristiana” sogna che un giorno venga assegnato proprio a Trump. Pensate come è ridotta la cosiddetta “destra sovranista” che in realtà è un’accozzaglia di cani da riporto degli USA la cui lunghezza (la lunghezza, non l’esistenza) del guinzaglio varia a seconda dell’inquilino della Casa Bianca.

La mentalità USA (sia chiaro, ci sono statunitensi, milioni di statunitensi, schifati del sistema in cui vivono) non si potrà cambiare velocemente, quel che possiamo e dobbiamo fare noi qui in Italia è smetterla di ritenere quella USA una civiltà superiore, perchè non lo è né dal punto di vista politico, né più dal punto di vista economico e soprattutto non lo è moralmente.

Ultima cosa. Una cosa unisce USA e Israele oltre al suprematismo, il razzismo, l’occupazione di territori altrui e l’essere nati grazie alla pulizia etnica degli autoctoni: le guerre nei momenti di difficoltà interne. E’ dunque probabile che qualcuno dell’amministrazione Trump che i giorni scorsi ha messo da parte l’attacco in Iran oggi sia tornato a pensarci.


La Gestapo, la destra rozza e i migranti


(Tommaso Merlo) – Trump ammazza cittadini americani per strada e deporta bambini mentre tutti attendono il prossimo bombardamento, siamo agli Stati Uniti di Israele. Invece dei palestinesi, sono gli immigrati l’ossessione del regime di Trump, sono loro i colpevoli di ogni male e vuole imporre con la forza bruta la sua volontà. Rigurgiti ideologici da secolo scorso. Fastidio per contrappesi democratici e opposizioni, fastidio per libertà, diritti civili ed ovviamente minoranze e diversità. Regimi di cartapesta che speculano sulla paura e sull’odio. Peccato che gli Stati Uniti sorgono da un genocidio che gli europei hanno compiuto con successo sterminando i nativi americani, rinchiudendoli in campi profughi ribattezzati riserve e schiavizzando i superstiti. Esattamente il grande sogno del sionismo in Palestina. Il popolo americano non esiste, o meglio sono tutti immigrati e discenti di immigrati. Sono coloni che ce l’hanno fatta a rubare le terre altrui e spadroneggiare mentre i loro discendenti hanno fatto la fortuna nordamericana. Dai primi europei fino ai genitori e alle mogli di Trump con ondate che si susseguono da oltre due secoli. Ieri quelle bianche tra cui quella italiana, oggi quelle latinoamericane e di altri paesi vittime dei disastri occidentali e del nostro folle modello di sviluppo. Già, se il mondo fosse equo e sicuro, se tutti avessero di che vivere decentemente, nessuno avrebbe bisogno di emigrare. E se il mondo è conciato così, la colpa principale è di noi occidentali che da secoli sfruttiamo gli altri popoli e gli rubiamo risorse per arricchirci sempre più. Negli ultimi decenni ci siamo messi perfino a bombardare chi non la pensa come noi creando milioni di profughi, gli Stati Uniti di Israele in testa e noi schiavetti europei al seguito. Invece di crescere con gli altri, siamo cresciuti sfruttando gli altri ed oggi che gran parte del pianeta vive in miseria, non ce ne vogliamo assumere la responsabilità storica. Vorremmo lavarcene le mani e blindarci dietro a qualche muro mentale. Poi certo, se tutti i bisognosi emigrassero, scomparirebbe la nostra civiltà e questo non è né giusto né intelligente. Non abbiamo prodotto solo robaccia e come tutti i popoli abbiamo diritto di vivere in una società che rispecchia le nostre conquiste politiche, sociali e culturali qualunque esse siano. Ed è l’immigrato che si deve adattare come del resto avviene da sempre. Da sempre è faticoso integrare le prime generazioni, ma le seconde assorbono la cultura in crescono volenti o meno. Già, l’immigrazione è in gran parte un falso problema perché l’unica cosa che cambia alla fine, sono le sembianze dei cittadini. La forma, non la sostanza. Ma l’immigrazione di massa è il fenomeno storico più rilevante degli ultimi decenni e per evitare un devastante karma coloniale, noi occidentali dobbiamo riuscire a gestirlo in maniera intelligente. Il vero problema è che il cambiamento fa paura e la paura rende un sacco di voti. Ed una politica sempre più arrivista ed incapace, sfrutta la paura e gli istinti razzisti peggiori per raccattare poltrone. Altro che campi di prigionia e Gestapo, altro che destra rozza, serve uno sforzo internazionale che coinvolga i paesi da dove partono e quelli da dove arrivano per costruire insieme un percorso comune di crescita sia economica che democratica, di supporto umanitario e di gestione dei flussi. Ponti, non muri. Dialogo e fatti, non propaganda. Gli immigrati non sono pericolosi invasori, sono esseri umani che cercano di garantire un futuro migliore ai loro figli. Esseri umani provenienti da paesi impoveriti e distrutti sovente da noi occidentali e dal nostro folle modello di sviluppo che ci sprona a produrre roba utile giusto a soddisfare egoistici bisogni superflui mentre il pianeta che sta diventando una discarica anche morale. Esseri umani di cui paradossalmente abbiamo bisogno visto che ci siamo imborghesiti e non facciamo più figli. È tempo che l’Occidente si assuma le sue responsabilità storiche e cambi marcia invece di lavarsene le mani o addirittura scagliarsi contro i più fragili. È tempo di abbandonare rigurgiti ideologici da secolo scorso e regimi di cartapesta che speculano sulla paura e sull’odio. In un mondo devastano dall’ingiustizia sociale e da una guerra ormai permanente, i popoli si sono rimessi in marcia in cerca di un futuro migliore ed è con loro e non contro di loro che dobbiamo costruire un mondo più giusto, intelligente e vivibile per tutti.


Travaglio: “Referendum, se vince il sì i pm avranno la testa dei poliziotti, non dei giudici”


Il direttore de il Fatto Quotidiano spiega le ragioni del no al referendum sulla separazione delle carriere durante la trasmissione Accordi&Disaccordi

(ilfattoquotidiano.it) – “Vogliono indebolirlo o vogliono rafforzarlo il Pubblico Ministero? Perché dicono che vogliono rafforzare il giudice e indebolire il Pm. Il risultato sarà rafforzare i Pm e indebolire i giudici, ovviamente”, Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, confrontandosi con il giornalista Alessandro Sallusti, sul referendum sulla separazione delle carriere per spiegare le ragioni del no.

Secondo Travaglio, il nodo centrale è il nuovo assetto del Consiglio Superiore della magistratura: “Se al Pm gli dai un Csm tutto per lui, dove ha venti rappresentanti più uno, il membro di diritto, il Pg della Cassazione, su 32, è ovvio che lo rafforzi”. Oggi, ricorda il giornalista, “nel Csm i Pm hanno cinque rappresentanti più 1 su 33. Quando avranno – se vincesse il sì – il loro Csm, diventerebbero molto più autoreferenziali, perché sarebbero loro che decidono sulle loro carriere, mentre oggi hanno 6 membri su 33 che decidono sulle carriere di tutti”.

Travaglio critica anche il percorso di formazione dei magistrati delineato dalla riforma: “Il Pm dovrà essere educato da Pm fin dopo la laurea. Se educhi il Pm a fare l’accusatore o, come dice Nordio, l’avvocato dell’accusa, noi avremo dei Pm che avranno la testa dei poliziotti. Non la testa dei giudici. Ed è inquietante”.

Il giornalista ha concluso: “Saranno molto più forti, per questo li metteranno sotto il controllo del potere politico. Non c’è un paese con le carriere separate dove c’è un Pm indipendente. La politica dirà: guardate che cosa abbiamo creato. Dei mostri. E quindi li metterà sotto controllo, perché non c’è bisogno di cambiare di nuovo la Costituzione, bastano 4 leggi ordinarie”.


Cesare Previti a Report: “Da ministro della Giustizia farei le stesse cose che sta facendo Nordio”


L’anticipazione dell’intervista all’ex ministro della Difesa e avvocato di Berlusconi

(ilfattoquotidiano.it) – Torna in prima serata su Rai3, domenica 25 gennaio alle ore 20.30, il programma condotto da Sigfrido RanucciReport. Nella clip in anteprima, uno stralcio dell’intervista di Luca Bertazzoni all’ex avvocato di Silvio BerlusconiCesare Previti (e ministro della Difesa nel governo Berlusconi I). “Come avrei risolto il problema della giustizia? Se fossi stato ministro, avrei fatto le stesse cose che sta facendo ora Carlo Nordio” ha detto Previti riferendosi alla riforma della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e approvata dal Parlamento alla fine dello scorso anno.

Di seguito, l’elenco dei servizi che andranno in onda stasera.

DIETRO LA CATTEDRA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c’è “dietro” le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.

IL TROJAN DI STATO

di Carlo Tecce – Lorenzo Vendemiale

Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?

AMAZON FILES

di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci

Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.

LAB REPORT: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.