Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ma mi faccia il piacere


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Autoritratto. “Avevamo ragione: siamo tutti puttane” (Giuliano Ferrara, Foglio, 4.6). Tu di sicuro, ma parla per te. L’arma segreta. “Caro Mattarella, se anche noi come Israele avessimo avuto ai confini dei terroristi come Hezbollah avremmo usato la stessa forza ‘indebita’” (Giuliano Ferrara, Foglio, 3.6). Gli sganciavamo direttamente Ferrara ed era fatta. […]


“Se mi chiamano, testimonierò per Thomas a sostegno della sua inchiesta”: il messaggio di Graciela prima della ritrattazione sul caso Minetti


Il 6 maggio l’ex massaggiatrice uruguaiana si diceva pronta a sostenere l’inchiesta del Fatto Quotidiano e chiedeva di non essere esposta perché “Giuseppe ha molta influenza”. Poi la mancata audizione da parte della Procura generale, il silenzio e la dichiarazione giurata davanti a un notaio

“Se mi chiamano, testimonierò per Thomas a sostegno della sua inchiesta”: il messaggio di Graciela prima della ritrattazione sul caso Minetti

(ilfattoquotidiano.it) – “Se mi chiamano a difendere l’unica persona che si è presa cura di me, Thomas, andrò a testimoniare a sostegno della sua inchiesta. Ecco perché chiedo di non essere menzionata qui, dove Giuseppe ha molta influenza”. È il 6 maggio quando Graciela, la massaggiatrice finita al centro del caso della grazia a Nicole Minetti, invia questo messaggio all’inviato del Corriere della Sera in Uruguay, come riportato dal quotidiano di via Solferino oggi in edicola. Thomas è Thomas Mackinson, il cronista del Fatto Quotidiano che ha raccolto la sua testimonianza. Giuseppe è Giuseppe Cipriani. In poche righe sono racchiusi due elementi che oggi assumono un significato particolare alla luce delle notizie della “ritrattazione” davanti a un notaio: la volontà di sostenere pubblicamente l’inchiesta giornalistica e il timore per le possibili conseguenze della sua esposizione in Uruguay.

Il messaggio – che risale a un mese fa – si inserisce in una sequenza di dichiarazioni che, fino a metà maggio, sembrano andare tutte nella stessa direzione. Graciela parla per oltre un’ora e mezza con il giornalista del Fatto Quotidiano, scambia 766 messaggi corredati da fotografie e screenshot. Il 12 maggio anche il Corriere della Sera la incontra a Punta del Este e pubblica il resoconto di una testimone che afferma: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta“. Nello stesso articolo si dice pronta a testimoniare nell’ambito dell’istruttoria sulla grazia.

Il giorno successivo, il 13 maggio, ribadisce la stessa disponibilità durante la trasmissione televisiva uruguaiana “Sin Piedad”. È quella, di fatto, la sua ultima apparizione pubblica. Dal giorno successivo qualcosa cambia. Il 14 maggio emerge che la Procura generale di Milano non ritiene necessario ascoltarla, giudicando le sue dichiarazioni prive di riscontri sufficienti. Graciela apprende la notizia dalle agenzie di stampa e da quel momento interrompe progressivamente i contatti con i giornalisti.

Nei giorni successivi prende corpo l’ipotesi di una sua ritrattazione. Ma un reportage pubblicato dal Fatto Quotidiano da Punta del Este aggiunge elementi che rendono più complesso il quadro. Secondo le verifiche effettuate sul posto, la polizia di Maldonado non avrebbe mai interrogato Graciela sui contenuti delle sue dichiarazioni ai giornalisti. Viene così esclusa l’ipotesi, circolata in alcune ricostruzioni, che abbia fornito una versione ai media e una diversa agli investigatori. Anche la Procura generale di Milano ha certificato che la donna non è mai stata convocata dall’Interpol.

Un contatto con la polizia uruguaiana c’è stato, ma per ragioni diverse. Dopo le preoccupazioni manifestate dalla donna, il ministro dell’Interno Carlos Negro avrebbe chiesto alla polizia locale di verificare se necessitasse di protezione. Graciela, tuttavia, avrebbe rifiutato ogni forma di tutela. Una decisione che, secondo chi l’ha incontrata, sarebbe coerente con la sfiducia verso le forze dell’ordine manifestata in precedenza e legata anche a vicende personali. Il 29 maggio arriva infine la dichiarazione giurata firmata davanti a un notaio, nella quale Graciela prende le distanze dal racconto che aveva sostenuto fino a quel momento.

Resta così una sequenza di fatti difficilmente conciliabile con l’idea di una semplice smentita. Da una parte ci sono mesi di contatti, centinaia di messaggi, interviste e ripetute richieste di essere ascoltata dalla magistratura italiana. Dall’altra una ritrattazione maturata dopo la mancata audizione, in un contesto nel quale la stessa Graciela aveva più volte dichiarato di avere paura. Sul perché abbia cambiato versione non esistono oggi risposte definitive. Ma il messaggio del 6 maggio continua a raccontare una donna che, fino a pochi giorni prima del suo silenzio, era pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta e chiedeva soltanto una cosa: non essere esposta.


La fabbrica del consenso di Israele: in un bando segreto della Difesa il piano per manipolare l’opinione pubblica globale


I corsi, tenuti in ebraico e inglese da docenti che non fanno parte delle forze armate, sono destinati al personale della difesa sia in Israele e all’estero, e anche a a non meglio specificati “partner stranieri”

La fabbrica del consenso di Israele: in un bando segreto della Difesa il piano per manipolare l’opinione pubblica globale

(ilfattoquotidiano.it) – Il Ministero della Difesa israeliano ha messo a punto la creazione di un programma biennale volto a formare militari e funzionari in operazioni psicologiche per influenzare l’opinione pubblica globale. In totale 320 all’anno, selezionati tramite un bando interno, pronti a plasmare l’immagine di Israele e non solo in ambito internazionale. Il corso, aperto anche a non meglio definiti “partner stranieri” e che nella prima edizione pare sia partito nel 2025, include moduli “Black Hat” per aggirare i filtri di social media come Facebook e Google, puntando a manipolare attivamente percezioni e comportamenti. Questo sforzo strutturato si inserisce nel contesto della guerra di propaganda di Israele, mirato in particolare a risollevare i consensi negli Stati Uniti.

Il bando, svelato dalla piattaforma investigativa israeliana The Hottest Place in Hell e ripreso da +972, mostra che la maggior parte dei corsi – scrive InsideOver – “è orientata ad azioni ‘offensive’, definite come interventi mirati a ‘interrompere o manipolare le convinzioni, gli atteggiamenti e i comportamenti dei pubblici bersaglio’”. Nella lista dei corsi, sono due in particolare a colpire: uno, dedicato alle tecniche ‘Black Hat’, che insegna “la distribuzione e la promozione di contenuti illegittimi utilizzando strumenti e soluzioni tecnologiche – un percorso che bypassa Facebook e Google“, mentre “un altro modulo insegna a pianificare ‘operazioni informative allo scopo di influenzare la coscienza pubblica nell’arena locale e internazionale’”, compresa la creazione di testi ad hoc per situazioni e popolazioni specifiche, misurandone l’impatto in tempo reale. Poi ci sono moduli riservati all’intelligence “per l’influenza” e “culturale”, rispettivamente creati per alimentare le campagne psicologiche e per studiare i codici culturali di popolazioni target in modo da aumentare l’efficacia dell’azione. I corsi per gli stranieri – in particolare quelli su operazioni di influenza, intelligence per l’influenza e attivismo online – verranno tenuti in inglese: per quanto non siano classificati, vengono applicate misure di riservatezza per non svelare agli stessi docenti l’identità dei corsisti e il loro ruolo nell’intelligence.

Alla base di questa operazione ci sono i tentativi di Israele per riguadagnare terreno nell’opinione pubblica americana. A questo scopo, il ministero degli Esteri di Netanyahu ha avviato da tempo campagne digitali su Google e YouTube finalizzate a veicolare contenuti pro-Israele. L’acquisizione di Paramount Global da parte di Skydance Media, guidata dall’imprenditore David Ellison – figlio di Larry, multimiliardario fondatore di Oracle e che ha donato milioni di dollari alle forze armate israeliane – ha impresso una svolta fortemente filo-israeliana all’assetto del gruppo, che include anche Cbs. La transizione ha generato tensioni interne e un ampio dibattito mediatico per la gestione dei contenuti e le scelte editoriali, in particolare per la scelta della giornalista filo-israeliana Bari Weiss, diventata direttrice della tv. Peraltro Ellison, scrive il Financial Times, “si prepara a riunificare CBS e CNN sotto il suo controllo attraverso l’ acquisizione di Warner Bros Discovery per 111 miliardi di dollari”. Tra le campagne di influenza – e disinformazione – di Israele, anche quella che ha coinvolto influencer israeliani e stranieri e che si è svolta tra ottobre 2023 e dicembre 2024: l’obiettivo era quello di raccontare la guerra a Gaza promuovendo esclusivamente la narrazione dell’Idf. Israele continua tuttora a bloccare l’ingresso indipendente dei giornalisti internazionali nella Striscia.


Seggi premio. Danza litigiosa su 105 nomi


All’orizzonte dello Stabilicum la prospettiva di mettere d’accordo alleati di destra e sinistra sui candidati eletti al superamento della soglia di maggioranza

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – Verrà il momento, molto particolare, in cui la presentazione delle liste elettorali, con una novità rispetto al passato, metterà a dura prova la compattezza di tutte e due le coalizioni, se saranno approvare le nuove regole del voto che introducono il premio di maggioranza. Seggi in più – 70 alla Camera, 35 al Senato – saranno assegnati all’alleanza che abbia raccolto il maggior numero dei voti in tutti e due i rami del Parlamento e che ottenga almeno il 42 per cento. Sono previste liste specifiche, per Montecitorio e per Palazzo Madama. Ciascuno schieramento dovrà scegliere 105 candidati in modo ancora più impegnativo ed estenuante rispetto a quanto è avvenuto in passato per i collegi uninominali che – introdotti per la prima volta dal Mattarellum del 1993, poi cancellati dal Porcellum del 2005, infine parzialmente ripristinati dal Rosatellum del 2017 – sono nuovamente aboliti dallo Stabilicum, nella prima e nella seconda versione.

Nel progetto presentato dalla maggioranza,  per l’assegnazione dei seggi su base proporzionale, valgono le singole liste di partito: ogni forza politica correrà da sola, in una competizione che avverrà inevitabilmente anche all’interno delle alleanze, nonostante il programma comune e l’indicazione del candidato premier. Per scegliere quali candidati saranno invece destinati ai seggi del premio, con una correzione maggioritaria di una legge che per tutto il resto è proporzionale, occorrerà necessariamente mettersi d’accordo, ma a fatica.

Nel centro-destra, Fratelli d’Italia dovrà contrattare principalmente con la Lega, la forza politica che non a caso ha insistito per l’introduzione dei “listini”, minacciando di non dare il via libera al progetto complessivo. Per Matteo Salvini si tratta di compensare  la soppressione dei collegi uninominali che nelle ultime elezioni politiche hanno consentito alla Lega di conquistare una consistente quota di seggi al Nord. Quando sarà il momento di presentare le liste elettorali, prevedibilmente i leghisti faranno pesare le loro richieste per ottenere posizioni di vantaggio nelle candidature comuni. Ma c’è anche Forza Italia che nei sondaggi da tempo ha scavalcato la Lega e che quindi non intenderà essere sacrificata se la coalizione vincerà le elezioni aggiudicandosi i seggi aggiuntivi di cui una parte non residuale dovrà spettare al partito guidato da Antonio Tajani. E Noi Moderati? Qualcosa toccherà anche al partito di Maurizio Lupi. E se poi nella coalizione dovesse entrare Futuro Nazionale, ne vedremo delle belle anche sotto questo aspetto: quanti seggi pretenderebbe il neo-partito di destra radical-sovranista come premio di una vittoria elettorale di cui potrebbe essere determinante, considerando che i sondaggi prevedono la sconfitta del centro-destra se  Roberto Vannacci dovesse restare fuori dall’alleanza? In più, nelle percentuali,  Fn  tallona il partito di Salvini.

L’insistenza della Lega per i listini non ha consentito di adottare una soluzione alternativa, che avrebbe  creato meno problemi: il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, l’azzurro Nazario Pagano aveva suggerito di assegnare i seggi del premio su base interamente proporzionale, adottando come criterio i voti raccolti da ciascun partito della coalizione. Ora occorre solo prepararsi a una dura trattativa interna.

Il problema riguarderà anche il campo progressista, 105 candidati comuni dovranno scaturire in primo luogo da un accordo Pd-M5s. Sarà  una negoziazione fra due forze politiche che non hanno ancora sperimentato un’alleanza politico-elettorale sul piano nazionale, oltre le realtà territoriali dove si sono svolte le Regionali fra il 2024 e il 2025. Per la prima volta, Elly Schlein e Giuseppe Conte si misureranno con liste comuni, sia pure per una parte minoritaria dei seggi parlamentari. È vero che un accordo di coalizione sulle candidature sarebbe stato necessario anche con la permanenza dei collegi uninominali, ma in quella situazione – il discorso si estende al centro-destra – almeno la trattativa avrebbe riguardato nomi non rigidamente “di apparato”,  in grado di esercitare un certo “appeal” rispetto a quelli dello schieramento avverso, laddove l’elettore avrebbe dovuto scegliere un solo candidato. Invece, prima ci sarà all’interno di ciascun partito una corsa degli aspiranti candidati a farsi mettere in lista, poi inizierà un braccio di ferro fra partiti,  dove conteranno solo gli equilibri politici. 

Sui listini o «liste di coalizione» (definizione più corretta), sono già arrivate critiche di carattere costituzionale, perché – essendo i  candidati stabiliti unicamente dai partiti a scatola chiusa –  si accentua l’espropriazione della libertà di scelta degli elettori, dopo che dalle liste di partito sono già state escluse le preferenze. «Siamo oltre un uso moderato di liste bloccate consentito dalla Corte», ha osservato il costituzionalista Stefano Ceccanti. Ma, dal punto di vista della maggioranza, nessuna nuova modifica dovrà ritardare l’iter parlamentare. Primum accelerare, per chiudere l’intera partita (Camera e Senato) entro settembre. Infatti, la decisione di presentare a Montecitorio un nuovo testo il 27 maggio, anziché limitarsi a emendare quello di tre mesi prima, in realtà è stata una scelta politica e non tecnica: utilizzare il regolamento della Camera nel modo più utile per il centro-destra, al fine di battere l’ostruzionismo delle opposizioni.


Israele bombarda il Libano nonostante la tregua: fosforo bianco contro i civili


(lindipendente.online) – Sono almeno cinque le persone uccise in due distinti attacchi condotti dall’esercito israeliano in Libano in queste ore, mentre altre 22 (tra i quali tre bambini) sono rimaste ferite. Nella giornata di ieri, tre membri dell’esercito regolare sono stati uccisi dall’IDF in quello che il governo libanese ha definito un «raid aggressivo e barbaro». Nel frattempo, una nuova indagine del New York Times confermerebbe l’uso esteso di fosforo bianco da parte di Israele contro la popolazione civile del Paese. L’analisi è l’ultima che si aggiunge a una lunga lista di accuse contro l’esercito israeliano di impiegare quest’arma, che ha effetti micidiali sulla popolazione.

La tregua in Libano è stata mediata lo scorso 17 aprile e rinnovata successivamente con accordi tra le autorità libanesi e quelle israeliane, che non hanno coinvolto Hezbollah. Solamente pochi giorni fa, Libano e Israele avevano raggiunto l’ennesimo accordo farsa, mediato da Washington, i cui termini avrebbero avuto l’effetto di bloccare le negoziazioni con l’Iran (che vuole la fine dell’aggressione israeliana in Libano per iniziare le negoziazioni), legittimare l’aggressione israeliana, autorizzando Tel Aviv ad attaccare Hezbollah, e attribuire la responsabilità di stallo e violazioni alla controparte, vietando a Hezbollah di rispondere alle aggressioni. Non ha sorpreso, dunque, che Hezbollah (che non è chiamata a partecipare ai colloqui) abbia rifiutato l’accordo.

Gli attacchi israeliani non si sono così fermati e ieri hanno ucciso tre membri dell’esercito regolare, che non è formalmente in guerra con Tel Aviv. «La continuazione dell’aggressione israeliana selvaggia, intenzionale e ripetuta contro il Libano e il suo popolo e contro l’esercito, ci rende più saldi, più fiduciosi e più determinati a fronteggiare questi tentativi aggressivi, mirati a far fallire tutti gli sforzi per giungere a una soluzione che consenta il ripristino della stabilità, il cessate il fuoco completo e il ritiro israeliano dai territori libanesi occupati», ha scritto l’esercito libanese, dopo l’uccisione di tre dei propri militari, due dei quali ufficiali.

Ma l’aggressione di Israele continua a prendere di mira soprattutto la popolazione civile. Secondo una nuova inchiesta del NYT, le scie bianche caratteristiche degli attacchi con fosforo bianco sono state avvistate appena una settimana fa, lo scorso 30 maggio, nella città di Nabatieh, che conta circa 40 mila abitanti. Altri video, verificati dalla testata, mostrerebbero l’impiego di quest’arma anche nei pressi della città di Tiro, oltre che delle piccole località di Qlayaa, Khiam e Yohmor. Interrogato dal Times circa l’uso recente di tali armi in queste città, l’esercito israeliano non ha commentato. In merito alle proprie linee guida sull’uso del fosforo bianco, ha dichiarato che «le procedure dell’IDF richiedono che tali proiettili non vengano utilizzati in aree densamente popolate, salvo alcune eccezioni. Ciò è conforme e va oltre i requisiti del diritto internazionale». ONG per i diritti umani come Human Rights Watch documentano da tempo un «impiego esteso» da parte di Israele di armi al fosforo bianco, a partire almeno dal 2023, incluso contro aree a densa popolazione civile. L’ultima denuncia della ONG risale allo scorso marzo, quando HRW ha dichiarato di aver «verificato e geolocalizzato» le immagini che mostrano munizioni al fosforo bianco lanciate su zone residenziali della città di Yohmor, nel Libano meridionale. Accuse analoghe sono giunte anche dall’UNIFIL in un report del 2024. Di per sè, il fosforo bianco non è un’arma illegale, ma il suo uso in contesti di guerra è soggetto a stringenti regolamentazioni per via degli effetti micidiali che può avere sui civili. Esso infatti si incendia a contatto con l’aria, dando fuoco a tutto ciò con cui entra a contatto e causando potenziali lesioni a lungo termine, spesso mortali, nelle persone.


La dolce vita degli oligarchi russi non si è mai interrotta


(ANSA) – WASHINGTON, 06 GIU – La cerchia ristretta di ricchi russi vicini a Vladimir Putin continua a condurre una vita lussuosa nonostante le sanzioni imposte dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina.

Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal secondo la quale gli oligarchi amici dello zar usano jet privati di lusso prodotti in Occidente, grazie a una rete di società intermediarie, registrazioni offshore e triangolazioni in Paesi che non hanno imposto le misure contro Mosca.

Sergey Chemezov, amministratore delegato del colosso russo della difesa Rostec, ha utilizzato un jet Bombardier da 75 milioni di dollari per  almeno sei viaggi a Dubai, in Turchia e nel Sud-est asiatico tra l’anno scorso e quest’anno.

Come lui tanti altri miliardari russi hanno dovuto adattare il loro stile di vita sostituendo mete come Londra, la Costa Azzurra e le Alpi svizzere con nuove destinazioni quali gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Azerbaigian.

Secondo il Wall Street Journal, una rete di società intermediarie acquista i jet da produttori occidentali – o di seconda mano – e li immatricola in nuove giurisdizioni per renderli disponibili a cittadini russi colpiti da sanzioni. Oltre a Chemezov, Arkady Rotenberg (storico collaboratore di Putin) e Igor Kesaev, un oligarca attivo nel settore della produzione di armamenti. 


Erri De Luca non è stato censurato. Fermiamo la legge sull’antisemitismo


Riflessioni sul caso dello scrittore escluso da un festival dopo essersi dichiarato sionista

Erri De Luca non è stato censurato. Fermiamo la legge sull’antisemitismo

(ANNA FOA – lastampa.it) – Grande confusione sotto il cielo, o più modestamente nei media e nei social media italiani. Un noto scrittore, notoriamente collocato a sinistra, Erri de Luca, prende posizione in un’intervista ad un giornale governativo israeliano su due temi scottantissimi, “sionismo” e “genocidio a Gaza”, sostenendo “io sono sionista” e “Non c’è genocidio a Gaza”.

L’intervista viene ripresa, con tagli, sia da Il Foglio che da Il Riformista, i due giornali che maggiormente sostengono il governo israeliano in Italia. Si scatena un dibattito feroce da ambe le parti, e allo scrittore, che doveva tenere prossimamente la prolusione iniziale al festival Salerno Letteratura, viene richiesto di rinunciarci, ma invitato a partecipare fra gli interventi programmati, scelta che respinge. Si parla di censura, gli intellettuali stessi “di sinistra” si dividono tra chi in nome della libertà di espressione sostiene il diritto di De Luca di tenere la sua prolusione e chi lo contesta. Sui social, chi non ha ancora preso posizione viene invitato perentoriamente a farlo. Una vera e propria guerra “delle parole”, mentre a Gaza e in Libano cadono le bombe e in Cisgiordania si distruggono i villaggi palestinesi.

Nel comunicato in cui gli organizzatori del festival spiegano e difendono la loro scelta, si fa riferimento al diritto degli organizzatori di un’iniziativa privata a scegliere chi la introdurrà e a richiedere una almeno generale consonanza di idee e si nega di aver operato una censura. Anche perchè De Luca aveva detto espressamente, nella sua intervista, che non avrebbe mai diviso un tavolo con chi sosteneva l’esistenza di un genocidio a Gaza. Questi in sintesi i fatti, almeno finora.

Prima di esprimermi sulla questione della libertà di espressione vorrei però entrare nel merito della affermazioni fatte da De Luca. Come lui stesso ha affermato in un nuovo intervento di parziale rettifica di quanto detto, proclamando di essere “sionista” voleva dire di essere a favore dell’esistenza di Israele e contrario alla sua distruzione, come auspicata da Hamas, da Hezbollah e dall’Iran. Ma essere sionista, se ha assunto anche questo significato, ne ha molti altri e questo è minoritario ed estremo. Essere antisionista, in questo contesto, vuole anche e soprattutto dire essere contrari alla politica del governo israeliano, o se si vuole guardando con occhio critico al passato come fa molta parte della storiografia israeliana, alla politica di molti dei governi israeliani, non all’esistenza dello Stato di Israele. Non nego che un discorso assai radicale sulla “legittimità” dello Stato stia emergendo sempre più sull’onda della politica di Netanyahu e dei suoi ministri, ma è per ora ancora molto minoritario.

Ancora più confuso il discorso di De Luca sul genocidio, che riprende tale e quali le affermazioni dell’Idf sostenendo che non di genocidio si tratta perché se avessero voluto gli israeliani avrebbero potuto uccidere tutti i gazawi nelle loro città e invece li hanno spostati. Se per l’Idf si tratta di malafede, a De Luca suggerisco invece di (ri)guardare la definizione di genocidio adottata dall’Onu nel 1948.

Personalmente, dopo molte esitazioni, ho scelto di usare il termine “genocidio” dopo che in una conferenza stampa del luglio 2025 le ONG israeliane B’etselem e Medici per i diritti umani lo hanno pubblicamente accettato, dopo che lo stesso ha fatto David Grossman, con pesanti conseguenze per i suoi libri e la sua libertà di espressione, molto più pesanti di quelle che limitano la libertà di De Luca, e dopo aver visto le immagini di tante manifestazioni in Israele aperte da grossi cartelli che dicevano: “Fermate il genocidio!”

Ma il problema, mi si dirà, non è questo, bensì il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni, diritto che l’esclusione di De Luca dalla prolusione di apertura del festival sembra ignorare. A proposito di libertà, vorrei ricordare che è attualmente in discussione alla Camera italiana una proposta di legge sulla lotta all’antisemitismo veramente liberticida, che lo equipara all’antisionismo, e che se approvata impedirebbe qualsiasi dibattito, fin le discussioni universitarie di dottorato, sull’antisionismo e l’antisemitismo, proposta di legge contestata da centinaia di docenti di ogni ordine e grado. Molti di coloro che appoggiano la libertà di De Luca in questa vicenda, e fra loro ahimé molti amici di Sinistra per Israele, la sostengono. Chiedo loro pubblicamente di togliere il loro appoggio alla legge, come è successo in Francia per una legge simile, che è stata ritirata proprio in seguito alle proteste. La libertà di opinione non può servire solo a sostenere il governo israeliano.

Ma una cosa vorrei aggiungere. Anche se parlare di “censura” in questo caso è molto discutibile, resta il fatto che nell’opinione di una parte almeno dell’opinione pubblica la percezione è stata quella. Non credo che questo abbia fatto bene a nessuno dei contendenti. Questa vicenda, nata come banale, ha contribuito a incrementare l’odio e la violenza del dibattito. Avrei preferito una scelta diversa da parte del Festival, forse quella di un contraddittorio con De Luca. Capisco che questo avrebbe snaturato il festival, centrandolo solo sulla questione palestinese, e creato forse anche problemi di sicurezza. Ma non si sarebbe arrivati, su questa questione, a fratture che certo non giovano a chi ogni giorno nelle vie delle città israeliane si batte contro i crimini del governo e avrebbe bisogno di tutto il nostro appoggio. Ma mi rendo conto della difficoltà di ogni presa di posizione e anche della parzialità del mio punto di vista, che più che al festival guarda alla Palestina e ad Israele. In ogni caso, anche se è una scarsa consolazione, meglio una guerra delle parole che una guerra tout court.


L’effetto Vannacci inguaia Meloni


(Andrea Malaguti – lastampa.it) – «Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». – Pietro Nenni (discorso alla Camera del 1953 per la morte di Iosif Stalin

Festa del 2 giugno al Quirinale. Un importante politico di Fratelli d’Italia dice una frase assurda che mi rimane in testa. “Dovevamo schiacciare Vannacci come un pinolo. Ora è tardi”. Metafora bucolicamente cruenta, ovviamente paradossale, che però svela un mondo. Un dialogo informale, che illumina il disagio profondo della destra di governo. Panico Generale. L’ex addetto militare dell’ambasciata italiana a Mosca, filo-putiniano per tabulas, reimigrazionista, pignolo sulla pigmentazione e sui lineamenti non caucasici abbinati al sacro tricolore, cattolico oltranzista, machista novecentesco, arcitaliano con moglie rumena, amato dall’alt-right targata Steve Bannon, orripilato dal politicamente corretto (cioè dal banale passo indietro che andrebbe istintivamente fatto di fronte alla sensibilità altrui), inquieta Giorgia Meloni, innervosisce Matteo Salvini e infastidisce Antonio Tajani.

Ma, dettaglio non irrilevante, secondo sondaggi sempre più accreditati e chissà quanto attendibili, ad un anno dal voto vale il 3.5% dell’elettorato. Con una spintarella di Peter Thiel, spiegano fonti vaticane, potrebbe guadagnare altri tre punti secchi, scavalcare la Lega e decidere le sorti dell’esecutivo. Fantapolitica? Forse. Ma la paura dei suoi – nuovi, ex, possibili? – alleati è reale. Dunque, lo si tiene a bordo o lo si emargina, uno come il Generale? Si insiste con il farisaico e autocelebrativo racconto di una destra moderata che aspira a diventare la colonna conservatrice del Ppe in Europa o si sbraca verso la barricata ultraconservatrice di Futuro Nazionale e del suo mondo al contrario (che poi è il mondo come è sempre stato, con il dominio del più forte sul più debole)?

Oggi, sul Generale tutti zitti, ma tre anni fa, quando uscì il suo libro, autorevoli esponenti di governo, come il ministro Guido Crosetto, presero le distanze dalla velenosa propaganda di questo militare aggressivo e poco decifrabile. Poi Salvini lo invitò incautamente a fargli da vicesegretario, senza contare che il Maschio Belligerante non ha mai l’indole del numero due. Ama il comando. Possibilmente su truppe docili. Caratteristiche che dovrebbero mettere tutti noi in allarme, perché, diceva Hannah Arendt: “Il male non è mai radicale, è soltanto estremo, e non possiede né profondità, né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero perché si espande come un fungo sulla superficie”. Va da sé che Vannacci non è il Male. Ma i suoi messaggi, spalmati sull’epidermide micotico dello Spirito del Tempo, non inducono all’ottimismo.

Il partito antisistema, vero dominatore delle ultime tre tornate elettorali (prima con Grillo, poi con Salvini e infine con Meloni), oggi indossa le sue stellette. E viene il dubbio che avesse ragione Nenni. «Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». Se vi sembrano solo suggestioni, chiedetevi qual è il vero motivo per cui la presidente del consiglio rinuncia a partecipare al vertice sui Balcani con Francia, Germania e Gran Bretagna, preferendo il lancio di un nuovo francobollo. Infelice quel Paese che ha bisogno di comici vaffanculisti ormai estinti e di generali suprematisti in ascesa per costruire il senso di sé. E a che cosa serve la tanto sbandierata stabilità, se basta l’ultimo Capopopolo in mimetica per sbilanciare le scelte di Palazzo Chigi?

Dopo quattro anni di rivendicato appoggio euro-atlantista all’Ucraina, perché questa freddezza nel momento di massima difficoltà del Cremlino? L’incompatibilità con Macron, i dubbi su Merz, il tentativo impossibile di recuperare il rapporto con Trump, il fastidio per la retrocessione dell’Albania nelle gerarchie d’ingresso nell’Unione. Tutti elementi veri, che si appoggiano però su un problema di fondo: lo stato confusionale fatto esplodere da Vannacci. Come se, all’improvviso, la premier non fosse più capace di una linea politica autonoma e consegnasse il senso del proprio futuro prossimo non tanto ad una visione, quanto ad un antico e spesso inutile istinto politicista, l’improbabile ciambella di salvataggio di ogni furberia di Palazzo: la revisione rapida della legge elettorale. Che, così com’è, oggi azzererebbe i candidati di Fratelli d’Italia nei collegi uninominali del Sud Italia.

Vannacci aprirà il suo Congresso la prossima settimana. Di fronte al Vaticano. A Roma. Esattamente come Thiel. Ribadirà le proprie parole d’ordine. E una destra moderna, senza bisogno di essere coraggiosa, dovrebbe avere la forza semplice di dire che cosa ne pensa. Di prendere le distanze. Non succederà. Perché parte della base elettorale meloniana è francamente filo-russa. La Premier li ha tenuti a bada per quattro anni, adesso teme di perderli se non cede al ricatto di questa ennesima minoranza ultra-populista che si colloca nuovamente fuori dal racconto democratico.

Meloni, dopo il vistoso errore del vertice ignorato, è di fronte all’alternativa del Diavolo. Inglobare Vannacci, lasciando che le succhi la ruota e la schiacci sugli umori più estremi di quella parte di Paese affascinata da un’idea orbaniana del potere, oppure dimostrare la sua leadership e rivendicando la sua differenza, anche correndo il rischio di essere tradita dal pallottoliere.

Se Palazzo Chigi piange, la Lega non ride. Difficile immaginare che Luca Zaia accetti di fare la ruota di scorta del Generale in libera uscita. Di prenderne il posto alla destra del suo pericolante leader. Quale vantaggio avrebbe? Se la Lega tornasse a crescere (ipotesi non semplice), il merito sarebbe di Salvini. Se precipitasse a percentuali irrisorie, schiacciata tra Vannacci e Meloni, la carriera del governatore veneto sarebbe al capolinea. Non ha un solo motivo per esporsi.

Il Generale Roberto Vannacci da La Spezia, già comandante della Folgore, è motivo di imbarazzo per la coalizione se resta dentro, ma si trasforma in devastante fuoco amico se resta fuori. Un paradosso capace di ridare fiato persino all’agonizzante campo largo della sinistra, che con tempi di latenza piuttosto preoccupanti, ha finalmente deciso di scendere in Calabria per dire basta alla schiavitù del caporalato.

Resta da capire perché, in una Repubblica fondata sul lavoro, non siano stati la Presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno a precipitarsi ad Amendolara dopo la strage di lunedì scorso. Forse perché a morire bruciati sono stati tre afghani e un pakistano. Forse perché gli assassini vengono da Islamabad, forse perché così si eliminano tra di loro, o forse, più francamente, perché abbiamo perso qualunque senso di umanità e non ce ne frega niente se pezzi di Paese sono zona franca, se alla base di quella filiera del cibo di cui ci facciamo giustamente vanto nel mondo, ci sono gli ultimi degli ultimi, con la loro pelle scura, la loro civiltà opaca, la loro lingua incomprensibile. Quelli che non piacciono ai suprematisti, salvo l’attimo in cui mettono i pomodori in tavola. “La pazzia è rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola”, sosteneva Friedrich Wilhelm Nietzsche centoventi anni fa. La regola non è cambiata. Fingiamo di andare avanti, scommettendo sui puri più puri, senza renderci conto che continuiamo ad appoggiare un piede malfermo sul limite di un pericoloso tempo già vissuto.


Lasciata sola e dopo aver inutilmente chiesto di parlare con i magistrati italiani, Graciela ritratta davanti a un notaio


Secondo Corriere della Sera, Repubblica e Domani, la testimone ha rilasciato una dichiarazione giurata di quattro pagine. Nelle prossime ore, pubblicheremo il contenuto testuale delle conversazioni avute con lei

Lasciata sola e dopo aver inutilmente chiesto di parlare con i magistrati italiani, Graciela ritratta davanti a un notaio

(ilfattoquotidiano.it) – Lasciata sola dopo aver inutilmente chiesto di essere ascoltata dai magistrati e aver scoperto dalle agenzia di stampa che la procura generale di Milano non lo avrebbe fatto, Graciela ha ritrattato. Lo ha fatto con un documento di quattro pagine, scritto davanti a un notaio, in cui fa marcia indietro rispetto a quanto raccontato a il Fatto quotidiano in oltre un’ora e mezza di registrazione e 766 messaggi, incluse fotografie e screenshot di Whatsapp con altre persone.

Il Corriere della sera, il Domani e Repubblica scrivono che Graciela nella dichiarazione giurata afferma di non sapere nulla di ciò che avveniva nella tenuta. La notizia dell’atto formale è arrivata alla Procura generale di Milano a istruttoria conclusa: le dichiarazioni sono state trasmesse tra venerdì pomeriggio e sabato mattina dall’Uruguay ai magistrati e poi indirizzate al Quirinale.

Secondo Repubblica il senso della dichiarazione giurata è questo: “Non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata ad assoldare prostitute. Nel periodo in cui ho lavorato nella residenza ‘Gin tonic’ non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata a reperire, attirare, assoldare o indurre a coinvolgere prostitute all’interno della residenza”. Inoltre, sostiene di non aver dato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome e che il senso del sue parole sarebbe stato distorto. In realtà, Graciela aveva autorizzato la pubblicazione dell’intervista e del suo nome. Poi, l’11 maggio, quando oramai il giornale era andato in stampa, aveva prima solo chiesto delle piccole modifiche , aveva di nuovo autorizzato a scrivere che “Nicole non aveva cambiato vita”, ma più tardi era apparsa spaventata e aveva chiesto che si parlasse principalmente del caso delle presunte molestie sessuali da parte di Cipriani. Prossimamente il Fatto quotidiano pubblicherà il contenuto testuale delle conversazioni avute con lei.

Il 12 maggio anche il Corriere della sera aveva pubblicato il resoconto di un incontro con la testimone dal titolo “il fortino di Graciela” in cui dichiarava: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta”. E sempre al quotidiano via Solferino aveva affermato: “Sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”. Il 13 maggio, era stata intervistata dalla trasmissione televisiva Sin Piedad, ribadendo di voler essere ascoltata. Poi, il 14 maggio l’Ansa aveva titolato: “Non serve sentire la testimone su Minetti, non c’è riscontro sulle sue parole”. Dopo quel giorno, Graciela ha smesso di rispondere ai nostri messaggi. Il 29 maggio, secondo il Corriere della sera, si è presentata da un notaio rilasciando una dichiarazione giurata che ritratta il suo resoconto, poi spedita in Italia e arrivata quando ormai l’istruttoria veniva considerata chiusa e il presidente Mattarella aveva comunicato di non aver intenzione di cambiare idea sulla grazia. Su cosa è accaduto in Uruguay tra il 14 e il 29 maggio e sul reale motivo della ritrattazione al momento si possono fare solo ipotesi. Graciela vive blindata e non risponde a messaggi e telefonate.


La droga di Maduro


(Andrea Zhok) – Stamattina mi è sovvenuto un ricordo. Qualcuno rammenta cos’era il “Cártel de los Soles”, presentato come minaccia esistenziale per la gioventù americana, esportatori di droga in grande stile, supportati dai vertici del governo venezuelano di Maduro?

Una volta imbragato Maduro e sbattutolo in una cella senza processo – secondo lo stile del Paese della Libertà – del Cártel de los Soles si sono perse le tracce. Dissolto.

Ricordo pensose riflessioni sugli organi di stampa che davano credito a questa entità – nonostante la sua palese natura artefatta.

Ricordo discussioni in rete con schiere di bamba che – come fanno per tutto il fiume di spazzatura mediaticamente accreditato – sosteneva la plausibilità che Maduro fosse il capo di un cartello della droga (“E perché no? Dopo tutto è un cattivo. E dai villain internazionali ti puoi aspettare di tutto”).

A questo punto è emerso un altro ricordo. Quello del deputato repubblicano Thomas Massie, che dopo aver rappresentato incontrastato il Kentucky per 13 anni alla Camera dei Rappresentanti ha avuto la malaugurata idea di prendere posizione su due questioni: gli Epstein Files (ricordate gli Epstein Files?), di cui aveva insistentemente chiesto la pubblicazione integrale, e la guerra in Iran, che aveva contestato obiettando all’eccessiva influenza israeliana sulla politica americana.

Dopo queste due prese di posizione Massie è caduto in disgrazia, è stato oggetto di campagne mediatiche di screditamento, e alle primarie repubblicane si è trovato di fronte un avversario che ha magicamente raccolto la più grande somma a sostegno della propria candidatura delle elezioni amministrative americane. Milioni di dollari sono arrivati a sostegno della campagna elettorale del suo avversario da parte di lobby israeliane. Risultato: Massie defenestrato a favore di un emerito sconosciuto (Ed Gallrein).

Anche qui decisivo è stato il riorientamento mediatico supportato da mazzette di dollari.

Niente di più complicato di questo. L’apparato mediatico a tassametro in tutto il mondo occidentale riorienta a pagamento la massa di opinione pubblica beota, costruendo narrazioni ad hoc che devono reggere solo il tempo sufficiente per arrivare ad un certo appuntamento (un intervento militare, un’elezione, ecc.), poi chi s’è visto s’è visto, avanti con la prossima fiaba.

Morale da trarre.

Nel mondo esistono parecchi regimi problematici, ciascuno con i suoi difetti.

E’ giusto riflettere sui loro pro e contro.

Purché nessuno si sogni di contrapporre quei sistemi, sempre migliorabili, alle preclare virtù del Cartello Occidentale, spacciato per Democrazia.

Il Sistema Politico Occidentale è un sistema piuttosto organico che abbraccia numerosi paesi e circa un ottavo della popolazione mondiale.

In esso – salvo sporadiche eccezioni:

il Potere Legislativo appartiene alle lobby finanziarie

il Potere Giudiziario appartiene al sistema mediatico

il Potere Esecutivo appartiene a pupazzi a molla, attori di risulta e mercenariato brado.


Dai Cuffaro ai Tamajo. Le sacre famiglie di Sicilia


Destra? Sinistra? Più che simboli e partiti nella politica siciliana conta il cognome

Immagine di Dai Cuffaro ai Tamajo. Le sacre famiglie di Sicilia

(di Accursio Sabella – ilfoglio.it) – Santi e santini di Sicilia cambiano faccia, senza prendersi il disturbo di cambiare il cognome. Spesso, non è necessario. In tanti, nell’isola, imparano presto che il voto è una preferenza, certo, ma anche una processione per la grazia, una supplica. E’ successo anche all’ultima tornata di elezioni amministrative che si concluderanno tra sabato e domenica con i ballottaggi. In Sicilia, sono tre i Comuni al secondo turno. Tra questi, anche un capoluogo di provincia, Agrigento. A pochi chilometri dalla città di Luigi Pirandello, in un paese di dodicimila abitanti, quindi al di sotto della soglia necessaria per andare ai ballottaggi, non ci sarebbe stato comunque bisogno di tornare alle urne. I cittadini, da quelle parti, si sono espressi con un plebiscito. “Garantirò la continuità amministrativa”, ha promesso a poche ore dall’elezione, come se ce ne fosse bisogno, il nuovo sindaco di Raffadali che di cognome fa Cuffaro. No, non si parla del più famoso Totò. E nemmeno del meno famoso Silvio. Il nuovo sindaco è Ida Cuffaro. Nipote dell’uno e dell’altro zio di Sicilia. Anzi, lo zio Silvio le ha anche lasciato la poltrona di primo cittadino.

La continuità amministrativa? E’ continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia. Quasi l’ottanta per cento dei votanti hanno scritto, sulla scheda elettorale, quella parola d’ordine che gronda di politica, di inchieste, di cadute e di miracoli. Un cognome che in quel paese è la password giusta per il consenso. E l’intreccio politico-familiare ha pure finito per generare un rompicapo, un corto circuito: l’ex governatore Totò, infatti, è finito ancora una volta nei guai giudiziari e ha patteggiato una condanna a tre anni di servizi sociali, insieme a un “daspo” insolito: non potrà frequentare esponenti politici e burocratici. Ma la nipote, che adesso è una politica, è, appunto, una parente. Come la mettiamo? In questo caso, interverrà la logica deroga, la cui assenza avrebbe finito per complicare feste e ricorrenze. Sì, Cuffaro senior potrà incontrare la nipote. E’ pur sempre una nipote.

La continuità amministrativa? E’ continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia

Il frutto è caduto vicino ai rami, nel sacro giardino siculo degli alberi genealogici dove il governo regionale vuole riportare cervelli fuggiti dalla mediocrità e dalle logiche tribali. L’appello è stato lanciato nel burocratese di una leggina approvata poche settimane fa. La norma prevede, in sostanza, incentivi e sconti sulle tasse per chi volesse prendere residenza tra le parrocchie di Sicilia. Del resto, ai vertici di Palazzo d’Orleans tengono molto al “merito” (o all’insopportabile “meritocrazia” che almeno confessa come l’argomento sia il potere), dovrà essere quello il codice per sbloccare l’avvenire, il pin dello sviluppo. Il governatore Renato Schifani lo ha anche ripetuto agli studenti accolti pochi giorni fa nei giardini della presidenza in occasione dell’ottantesimo anniversario dello Statuto siciliano: “Voi siete il futuro”, ha detto. “La nostra sfida – ha ribadito ai giovani pochi giorni dopo – è creare i presupposti perché il lavoro non manchi in Sicilia. Questa terra è meravigliosa, non abbandonatela”.

C’è un grande prato verde, tra le parrocchie e le cattedrali di Sicilia. E qualche mese fa, un cervello è già rientrato nel giardino. “Mia figlia? Ha grandi qualità”, ha commentato Totò Cardinale, già ministro nei governi di centrosinistra ed esperto tessitore di maggioranze variabili, con quel cognome che beffardamente rimanda alle liturgie degli accordi. Era dalla parte del governatore gelese del Pd Rosario Crocetta, qualche anno fa, con la sua “Sicilia Futura” (e che, la retorica del futuro nell’isola non poteva diventare partito?) e adesso tra i più fedeli sostenitori di Schifani, insieme a un drappello di deputati regionali di ultima (o penultima) generazione, da sempre titolari di un pacchetto di voti consistente. Uno di questi si chiama Edmondo Tamajo, detto Edy, quartier generale a Partanna Mondello e capace, alle ultime elezioni europee, di portare a casa più di 120 mila voti, un bottino così prezioso da costringere il vicepremier Antonio Tajani a chiedergli il beau geste del passo indietro, per lasciare il banco di Strasburgo a Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici e simbolo dell’antimafia prima dentro la giunta di Raffaele Lombardo, poi da candidata alla presidenza della Regione siciliana col Pd, infine da eurodeputata di Forza Italia. E Tamajo ha accettato, limitando il suo comunque amplissimo raggio d’azione alla Sicilia delle Attività produttive. E’ proprio nell’ufficio di gabinetto di quell’assessorato che siede oggi Serena Cardinale, 37 anni, figlia dell’ex ministro e dipendente della Regione Lombardia: “Se sono felice che sia tornata? Certo che lo sono”. Di sicuro, non si può dire che lo stratega di Mussomeli abbia mai ostacolato la carriera delle figlie negli ambienti politici: Daniela Cardinale è stata eletta alla Camera dei deputati per la prima volta nel 2008, quando aveva solo ventisei anni, e in parlamento è rimasta fino al 2022, per gran parte dell’esperienza tra le file del Pd, abbandonato nel 2019. E già si parla di una nuova candidatura alle prossime politiche, stavolta con i berlusconiani. Si vedrà. Intanto, la sorella Serena è nello staff di Tamajo, un incontro tra sacre famiglie sicule del voto. I Tamajo, infatti, non danno mica le carte solo alla Regione. Il padre di Edy, Aristide, è assessore all’Istruzione della giunta del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Un ponte, quello dei Tamajo’s che lega Mondello al resto della Sicilia. Un ponte poggiato sul solido terreno del trasformismo: un po’ col centrosinistra, un po’ col centrodestra, poco importa. L’unico simbolo che conta è il cognome.

Discorso che vale anche a pochi chilometri dal mare di Mondello. Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali. Il capostipite è Angelo Figuccia che qualche anno fa si autoproclamava “consigliere comunale emerito”, anche, forse, sulla scorta di alcune prese di posizione pubbliche. Come quando festeggiava la Giornata della famiglia naturale, affermando che “forse (bontà sua, ndr) essere gay o tutelarne i diritti, sarà anche un modo per ‘essere trendy’, ma la vita non può seguire la moda”. Non una sorpresa, quell’uscita, per l’emerito che aveva affermato, pochi anni prima: “Dio ci castigherà per il registro delle unioni civili”. Senza dimenticare le crociate che puntavano a preservare la purezza del palermitano del centro storico dal fenomeno della prostituzione: “Non è più possibile che la sera debba stare barricato in casa per evitare di vedere questo triste spettacolo o, peggio ancora, rischiare di rimanerne coinvolto”. Che si sa, ti volti un attimo… Concetti che oggi sarebbero in sintonia col mondo al contrario di Roberto Vannacci. E a dire il vero, anno dopo anno, la famiglia Figuccia si è spostata sempre più verso destra. Basta seguire il filo dei movimenti del deputato regionale Vincenzo, figlio di Angelo, entrato all’Ars per la prima volta nel 2013, senza più uscirne. Primo approdo col vessillo del Movimento per l’autonomia di Lombardo, lo sbarco in Forza Italia, poi l’Udc con cui sarà eletto per la seconda volta, infine l’arrivo alla Lega di Matteo Salvini. Ma anche in questo caso, il partito non è indicativo. Come per i Tamajo, il cognome è già un simbolo. La famiglia è già un partito. Con i suoi avamposti. Oggi Sabrina, sorella di Vincenzo, è una combattiva consigliera comunale. L’altro fratello, Marco, il più giovane, è stato eletto consigliere della circoscrizione che comprende Borgo Nuovo, appunto. Lì dove sorge la chiesa della sacra famiglia Figuccia.

Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali

Ma non si pensi che il concetto di famiglia debba essere interpretato necessariamente nella sua accezione più pura del legame di sangue. A volte, basta un matrimonio. Serafina Marchetta, detta Rossellina, nel 2022 è volata dai banchi del consiglio comunale di Grotte, comune confinante con la sciasciana Racalmuto, a quelli preziosi di Palazzo dei Normanni. Un successo elettorale? Non esattamente. Perché l’onorevole Marchetta raccoglierà un bottino di voti paragonabile a quello di un’elezione a capoclasse: ben venticinque nella lista della Democrazia cristiana. Cosa ci fa, allora, all’Ars, con un dorato stipendio da quasi diecimila euro lordi mensili? Il marito Decio Terrana è il segretario regionale dell’Udc, partito che ha deciso di sostenere Schifani alle elezioni. E nel listino del presidente, composto da candidati che entrano direttamente all’Ars in caso di elezione dell’aspirante governatore, serviva una donna per fare quadrare il computo delle quote rosa. Una parrocchietta, in fondo, quella dei coniugi Terrana, come le tante che sorgono attorno alle grandi cattedrali del consenso. E’ anche il caso di due giovani dai cognomi noti, cooptati negli staff del governo regionale: Andrea Mineo, oggi, è un componente della segreteria particolare del presidente Schifani. Figlio di Franco, già deputato regionale di Grande Sud e anche lui con qualche vecchio grattacapo nei tribunali, Andrea, estraneo a quelle inchieste, nonostante non sia ancora quarantenne, ha già una carriera politica alle spalle: è stato assessore e consigliere al Comune di Palermo, ed è passato da Fratelli d’Italia alla Dc, fino a Forza Italia. A presiedere quel consiglio comunale, oggi, è Giulio Tantillo, storico riferimento azzurro nel capoluogo: anche lui ha un figlio trentenne e rampante, Fabrizio, attuale segretario dei giovani di Forza Italia in Sicilia ed entrato negli uffici dorati di Palazzo d’Orleans, nella segreteria di Schifani.

Basta smorzare le ambizioni, poi, e per le sacre famiglie di Sicilia si apre un mondo sotterraneo di assessorati, aziende, società pubbliche o partecipate, dove ritagliarsi un orticello di potere. Pochi mesi fa, tra un tentativo e un altro, tra un tira e un molla, è finito per esplodere lo scandalo dei cosiddetti “comandati”: persone assunte per lavorare negli esangui reparti degli ospedali siciliani e trasferite con un colpo di penna nei più comodi uffici degli assessorati. Tra questi, Giorgia Iacolino, figlia di Salvatore, ex europarlamentare di Forza Italia e potentissimo direttore generale della sanità, prima di finire dentro una spinosa inchiesta sui rapporti tra burocrazia, politica e mafia. La stessa Giorgia era già stata introdotta in politica: consigliera comunale ad Agrigento e candidata alle Europee per Forza Italia. Ma non solo. Nel lungo elenco dei comandati, spunta anche Maria Paola Ferro, moglie del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Negli ultimi anni, invece, il Cefpas, un ente regionale che ha il compito di formare i professionisti della sanità sicula, è stato infarcito di parenti e amici di deputati e dipendenti. Ne è scaturita l’inchiesta denominata “La corte dei miracoli” che ha coinvolto, tra gli altri, il deputato regionale di Forza Italia Riccardo Gallo Afflitto per presunti incarichi e favori alla moglie.

E così, inchieste giudiziarie e saghe familiari rischiano di incrociarsi ancora una volta. Nel 2012, l’indagine per mafia a carico di Raffaele Lombardo portò alle elezioni anticipate in Sicilia: da quell’inchiesta l’ex governatore di Grammichele finirà assolto e politicamente riabilitato, al punto da essere tornato a dare le carte nella politica siciliana, con due assessori nella giunta di Schifani che rispondono a lui. In quella vecchia storia giudiziaria finì anche il fratello Angelo, che nel frattempo aveva raggiunto i banchi del parlamento nazionale: le accuse di mafia sono cadute anche in questo caso, resta una condanna per corruzione elettorale. Ma la famiglia Lombardo è grande. Nel 2012, all’Ars arriva il ventiquattrenne Toti, figlio dell’ex presidente. Dieci anni dopo, sarà la volta di Giuseppe, nipote di Raffaele, attualmente in carica.

Non ce l’ha fatta, invece, in quella stessa tornata e dalle stesse liste dell’Mpa, Luigi Genovese, figlio di Francantonio. Quest’ultimo, già sindaco di Messina, segretario regionale del Pd, poi parlamentare per dieci anni con i Dem e con Forza Italia, prima di schiantarsi anche lui contro un’inchiesta giudiziaria, aveva nutrito il proprio consenso in Sicilia con i frutti della formazione professionale, un settore che fino a una decina di anni fa muoveva centinaia di milioni l’anno e dava da mangiare a oltre diecimila famiglie. Per la verità, anche quella di Francantonio è una tappa intermedia di una lunga storia di famiglie e politica. Oltre a essere nipote del più volte ministro Nino Gullotti, Francantonio Genovese è figlio di Luigi, senatore della Democrazia cristiana per la bellezza di ventidue anni, tra il 1972 e il 1994. Ventidue anni. Uno in più di quelli compiuti dall’altro Luigi, il nipote, quando entrerà all’Ars nel 2017. Non ci riuscirà al giro successivo, come detto. Poco male. Le sacre famiglie di Sicilia non finiscono mai. E Luigi Genovese, figlio di Genovese e nipote di Genovese, erede di una sacra dinastia, è stato “ripescato” per guidare a soli trent’anni una delle aziende pubbliche regionali più importanti, cioè l’Ast, che si occupa di trasporto pubblico e dà lavoro a oltre cinquecento dipendenti, stagionali e interinali esclusi. Nel giardino siciliano degli alberi genealogici, i frutti non cadono mai lontano dai loro rami.


Le disuguaglianze, piombo dell’Italia


Le ali della nostra economia sono tarpate dai mancati rimedi. La gravità politica (non solo della destra) consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nel dopoguerra

Le disuguaglianze, piombo dell’Italia

(di Isaia Sales – ilfattoquotidiano.it) – La bolla mediatica di un paese solido nonostante i venti contrari che spirano dall’infida Europa sta lasciando il posto alla crescente consapevolezza di vivere in una nazione in preoccupante declino.

Sembra essersi esaurita la spinta propulsiva della nostra creatività, la capacità di superare in avanti i momenti difficili, ripartendo a razzo dopo crisi strutturali o eventi drammatici. Dalla crisi del 2008 l’Italia non riesce più a tirarsi fuori dagli impacci, dai limiti storici della sua base produttiva, senza un guizzo risolutivo, senza idee innovative e senza classi dirigenti consapevoli della fine di un ciclo storico: l’arresto traumatico della lunga fase di espansione di una nazione che pur non possedendo materie prime era diventata una delle manifatture più importanti del mondo. Come se tutti i fattori di debolezza, che per un lungo tratto erano stati nascosti o attutiti dalla fase di espansione, improvvisamente fossero emersi in maniera tale da diventare un ostacolo per ogni duratura ripresa. L’ultima illusione che la ricchezza del Nord fosse in grado di trascinare con sé l’intera economia nazionale è miseramente naufragata. La spinta propulsiva che ci si aspettava dall’aver dato centralità alla questione settentrionale si è dimostrata un bluff. Giuseppe Berta aveva dimostrato già nel 2015 nel saggio Le vie del Nord come il Settentrione non fosse più il motore del paese sul piano economico e come avesse dissipato quelle “virtuose pratiche” (civili e morali) di cui si credeva un tempo depositario. Bisogna tornare al 1973 per vedere così minacciata la nostra economia dall’aumento vertiginoso dell’energia.

Perché l’Italia si sta dimostrando così fragile? Perché ai grandi sconvolgimenti si presenta meno attrezzata per superarli o per limitarne i danni? Restiamo un paese “oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché”, come scriveva Guido Piovene nel suo preziosissimo Viaggio in Italia. “Sotto un involucro di sorriso e bonomia, l’Italia è diventata il paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo”. Considerazioni ancora oggi attuali.

La responsabilità di tutto ciò, certo, non è ascrivibile solo alle destre oggi al governo, ma il loro modo di intendere le priorità della nazione non fa altro che acuire i motivi che sono alla base del declino di lungo periodo. La destra italiana ha oggi la responsabilità grave di nascondere la polvere sotto il tappeto con un trionfalismo arrogante, di rivestire di subalternità e di aggressività una particolare forma di nazionalismo localistico e impotente.

Qual è la zavorra che appesantisce la nostra economia e ci trascina sempre più giù nelle statistiche del malessere? A mio parere l’Italia è malata essenzialmente di disuguaglianze (territoriali, sociali, economiche, di genere, di salute, di dotazioni di servizi essenziali) e questa sua malattia si ripercuote, ormai senza più attenuazioni, sulla sua base produttiva. Tutto ciò che nel passato era sembrato funzionale allo sviluppo, ora sembra accelerarne la caduta. Il Sud a scarso livello di industrializzazione, il basso costo della manodopera, l’emigrazione di massa dal meridione, i servizi pubblici sostituiti dalla famiglia e dai parenti, la più ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro, un peso enorme dei lavori precari che non ha pari in Europa, l’assenza di politiche alternative sull’energia, la produzione in serie di violenza dalle periferie delle grandi aree metropolitane e delle medie città di cemento che abbiamo irresponsabilmente costruito.

Le ali della nostra economia sono tarpate dalle disuguaglianze. E la gravità consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nell’immediato Secondo dopoguerra, avviando un paese povero e sconfitto verso i suoi anni migliori, con il sostanziale consenso di tutti i principali attori politici che avevano sconfitto il fascismo.

La lotta alle disuguaglianze, dunque, non è solo un entusiasmante programma politico, ma una grande strategia di crescita dell’economia. L’Italia è un paese lungo geograficamente, ristretto economicamente e storto socialmente. Ma gli squilibri territoriali e gli egoismi sociali, oltre un certo limite, diventano un handicap economico, rallentano il motore dello sviluppo, ne inficiano la potenza, e addirittura sono in grado di incepparlo.

Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti.

In effetti, una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità.

Viene in mente l’apologo intramontabile di Menenio Agrippa: un corpo è sano solo se lo sono tutte le sue parti e solo se esse cooperano tra loro. Abbiamo bisogno di un nuovo apologo per l’Italia, quello delle divisioni territoriali e della umiliazione sociale si sta dimostrando perdente.

Se guardiamo ai dati sulla crescita salariale nel periodo 2020-2025, l’Italia compare all’ultimo posto in Europa. Il salario lordo annuo degli italiani, a parità di potere d’acquisto, è stato nel 2021 di 29.694 euro rispetto ai 29.341 del 1990. Nello stesso periodo gli spagnoli sono passati da 25.000 dollari a 27.000, i francesi da 29.000 a 40.000 e i tedeschi da 30.000 a 43.000. L’Italia, dunque, è rimasta sostanzialmente ferma al 1990. I vantaggi sarebbero enormi se si riducesse la disparità delle retribuzioni tra l’Italia e il resto d’Europa.

In Italia il divario di genere è doppio rispetto al resto d’Europa. Se in Europa la differenza tra il tasso di occupazione delle donne rispetto a quello degli uomini è di 10,7 punti, nel nostro paese è di ben 20 punti. Una differenza, però, non uniforme territorialmente: nel Sud appena il 35% delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64% delle mamme del Centro-Nord. E il tasso di occupazione delle donne nel Sud è così basso non soltanto perché mancano gli asili ma perché manca il lavoro. In ogni caso, se si portasse il tasso di occupazione femminile meridionale ai livelli del Centro-Nord comporterebbe un vantaggio economico per l’Italia intera, oltre che un passo in avanti in materia di diritti elementari.

Si vive in due Italie nettamente distinte, è evidente. Geograficamente e socialmente. Come fa a reggere una nazione con differenze così marcate? Ecco perché l’Autonomia differenziata è un veleno per la nostra base produttive. Un secondo motore dello sviluppo, quello meridionale, sarebbe più che necessario all’Italia intera. Ecco perché l’avversione per il salario minimo (e per ogni forma di riduzione delle differenze salariali) è un ulteriore freno per la nostra economia. Ecco perché aver tolto il reddito di cittadinanza porterà solo all’aumento della povertà e una riduzione dei consumi.

I progressisti hanno una grande opportunità di mostrarsi fino in fondo tali e di non cercare nel moderatismo la chiave di volta del successo. L’Italia sta sperimentando il radicalismo della destra, quello di sinistra non ancora. L’identità dei progressisti non può che definirsi come lotta quotidiana alle disuguaglianze per arrestare il declino della nazione.


Democrazie senza leader


(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – È ormai un luogo comune: oggi in Europa le democrazie non godono di buona salute e il loro indice di gradimento non è certo tra i più alti (anche perché, ricordiamolo, sono gli unici regimi la cui popolarità è più o meno misurabile attraverso quell’indice rozzo ma pur sempre significativo che sono i risultati elettorali. Dove le elezioni non ci sono o sono finte ogni misurazione di gradimento del regime politico è in realtà impossibile). Comunque le cose qui in Europa stanno come dicevo: le democrazie non piacciono. Agli occhi dei loro cittadini le democrazie appaiono regimi «freddi», che non hanno alcuna capacità di coinvolgimento emotivo, non suscitano alcun sentimento vero d’identificazione e quindi di partecipazione. Ma la ragione non sta solo nelle difficoltà concrete, specialmente economiche, che pure ci sono, in cui si dibattono le società democratiche le quali riescono sempre meno a mantenere le loro promesse di benessere e di eguaglianza. In realtà la crisi attuale della democrazia europea ha anche spiegazioni di natura completamente diverse: il fatto, ad esempio, che nei nostri regimi democratici è ormai venuto meno qualunque aspetto di tipo realmente agonistico della politica. Si è avuta cioè una radicale sterilizzazione di ogni aspetto di scontro, di contrapposizione, e dunque è venuta meno quella capacità che la democrazia come ogni regime politico deve pur possedere di produrre una autorappresentazione pubblica di sé.

Ad esempio del suo potere, di tipo anche scenico-spettacolare ma sempre fondato in definitiva sul conflitto. Un’autorappresentazione ovviamente adeguata alla natura di un regime politico diverso da ogni altro, come di fatto essa è, ma pur sempre un regime politico destinato a governare il mal seme d’Adamo, non una messa cantata. È vero insomma che la democrazia vanta legittimamente come una sua conquista storica il fatto di essere quel regime che le teste non le taglia ma le conta. E tuttavia lo spettacolo affascinante e terribile della ghigliottina deve pur essere sostituito da qualcosa: non altrettanto sanguinario, certo, ma che un qualche impatto emotivo insomma alla fine ce l’abbia e lo comunichi pur esso.

Uno di questi spettacoli — di carattere simbolico, ma comunque significativo — nel quale all’origine i regimi democratici autorappresentavano periodicamente, in modo anche brutale, la propria essenza era classicamente la serata elettorale nella quale si assisteva alla sconfitta della parte che fino al giorno prima era al governo. Il rovesciamento dei ruoli, il potente cacciato dal suo trono e ridotto d’improvviso a non contare più nulla, evocavano e corrispondevano in un certo modo ad antichissimi modelli del folklore di rivolta e di rivalsa delle popolazioni europee (lo «charivari»). Ben più concretamente, un tempo la vittoria elettorale di uno schieramento su un altro poteva significare ad esempio nuove leggi che decidevano in maniera rilevante sull’uso delle risorse collettive, spostavano il potere, cambiavano realmente la vita delle persone e dei gruppi sociali.

Oggi invece di tutto ciò non rimane più nulla o quasi. Almeno in Europa, infatti, la regola delle democrazie è di essere ormai governate da classi politico-parlamentari mediocri, prive di grandi idee, di forza e di personalità. Classi politiche, inoltre, che trasmettono visibilmente l’idea di non contare più di tanto e di esserne del tutto consapevoli. Di sentirsi, anche a causa del fragile rango geopolitico dei propri Paesi nonché della propria mediocrità di tono burocratico-impiegatizia, prive di qualunque mandato politico forte, oltre tutto perché prive alle proprie spalle di elettorati coesi, motivati.

Insomma, mentre è sul punto di cambiare drammaticamente il profilo demografico del continente e la sua identità civil-religiosa, mentre l’intero retaggio del passato umanistico europeo rischia di essere lasciato morire travolto dal pregiudizio inclusivo-democratico dei nostri attuali sistemi d’istruzione, mentre il nostro storico alleato-protettore americano ha deciso di abbandonarci a noi stessi, mentre si rivela in pieno tutta la carenza di sistemi satellitari nostri, di fonti di energia nostre, di catene di approvvigionamento sicure, le democrazie del vecchio continente sembrano ancora cullarsi in una sorta di dolce sonno. Le nostre opinioni pubbliche appaiono ancora interessate a gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi e le sempiterne faziosità. Mentre il mondo va in fiamme e queste ormai ci lambiscono sempre più da vicino, in Italia ancora costituiscono forse la maggioranza quelli per cui il semplice pensiero di costruire un carro armato equivale a sterminare un orfanotrofio.

Tutti i sistemi politici europei hanno oggi uno straordinario bisogno di leadership determinate e capaci di visione di largo respiro, hanno bisogno di donne e uomini che prendano risoluzioni coraggiose e chiedano ai propri concittadini sacrifici ancora più coraggiosi essendo capaci di spiegargliene bene le ragioni. Le nostre democrazie insomma hanno urgente bisogno di cambiare: che cos’altro deve accadere perché ce ne convinciamo?


Senza il ballottaggio, il melonellum è truffa


(estr. di Filoreto D’Agostino – ilfattoquotidiano.it) – […] Le leggi elettorali che prevedono un premio di maggioranza o di governabilità sono per definizione “leggi truffa” perché servono ad alterare significativamente il rapporto tra volontà dei votanti e rappresentanza degli stessi. L’Italia, purtroppo, ha un triste primato di tali leggi, dalla n. 2444/1923 (cosiddetta legge Acerbo), preordinata a instaurare il regime fascista, alla n. 58/1953 (alla quale deve l’epiteto denigratorio), fino al Porcellum (nomen omen: n. 270/2005) e all’Italicum (n. 52/2015), mai applicato.

[…] Il premio di maggioranza è incompatibile con un ordinamento realmente democratico, come dimostra la sostanziale inesistenza dell’istituto fuori dall’Italia: solo in Grecia e a Malta è previsto tale premio, ma in misure tali da non assicurare un’effettiva prevalenza parlamentare. Tutto il resto del mondo ignora il premio di maggioranza. Probabilmente lo ignoreremmo pure noi se la Corte costituzionale, anziché sanzionarlo, non avesse aperto all’ipotesi, giungendo fino a definire il 40 per cento di voti come soglia ragionevole per garantirne l’applicazione (con un argomento non dissimile da un pugno sbattuto sul tavolo: n. 35/2017). Si è così ignorato il principio secondo il quale ogni sistema elettorale deve salvaguardare il rapporto tra singolo votante e rappresentanza dello stesso, come sancito dall’articolo 48 della Costituzione che, al secondo comma, afferma solennemente che il voto è personale ed eguale. Eguale ovviamente anche nel conteggio secondo il rapporto “uno vale uno” che il premio di maggioranza modifica in modo abnorme. L’aperta violazione del parametro costituzionale sarebbe giustificata, secondo la favoletta propalata dal centrodestra, per salvaguardare la governabilità. Ma questo risultato non si può conseguire incidendo sui diritti fondamentali dei quali l’eguaglianza costituisce cardine.

[…] Augusto Barbera con altri studiosi sostiene che l’ordinamento repubblicano disciplinato nella seconda parte della Costituzione è stato configurato per l’apprensione delle forze costituenti di non ricadere in un esecutivo come quello fascista caratterizzato dall’assoluto accentramento di poteri. Una riforma utile ad assicurare stabilità al governo va fatta, di conseguenza, nell’ambito proprio, innovando cioè la seconda parte della Costituzione, senza alterare o violare i principi della prima. Gli strumenti sono noti, a iniziare dalla sfiducia costruttiva. Occorre aggiungere: il premio di governabilità previsto dallo Stabilicum comporta una doppia truffa. La prima deriva dal tipo di normazione, la seconda riguarda in concreto la pesante elusione della volontà popolare. Sembra che il centrodestra abbia concordato nell’aumentare al 42 per cento la soglia d’applicazione del premio (ridotto ma ancora abnorme). Quale che sia la misura della soglia non cambia l’illecita e grave manipolazione della volontà degli elettori. Per comprenderlo basta fare una semplice ipotesi suffragata oggi dai sondaggi. Secondo rilevazioni sostanzialmente condivise dagli operatori, all’esito elettorale le due maggiori coalizioni supererebbero entrambe il 42 per cento attestandosi a distanza minima con uno scarto che, secondo alcuni sondaggisti, non andrebbe oltre lo 0,1 per cento dell’intero elettorato. La riforma prevede che la coalizione con un voto in più ottenga il premio di maggioranza; l’altra coalizione, che con il sistema proporzionale otterrebbe probabilmente un egual numero di seggi, subisce una drastica riduzione. È costituzionalmente ragionevole tutto ciò? Può ammettersi che una norma prevarichi la rappresentanza popolare? […]

Uno 0,1 per cento avrebbe la capacità di polverizzare perfino un milione di voti. Per evitare questo grave attentato alla democrazia occorre prevedere un meccanismo che riconduca la scelta al popolo sovrano. Unica soluzione praticabile è il ballottaggio perché sia l’intera comunità nazionale, comprendendo coloro che non hanno votato per le due coalizioni, a decidere chi dovrà rappresentare gli italiani e governare il Paese. Solo il ballottaggio può rabberciare una riforma costituzionalmente illegittima nell’ipotesi che entrambe le coalizioni superino la soglia del 42 per cento. In mancanza di tale previsione sarebbe estremamente difficile per il presidente Mattarella dare immediato corso a una legge che offende i principi fondanti della Repubblica.


L’uso privato di una città


(di Michele Serra – repubblica.it) – La grossolanità del titolo di un giornale inglese (molto contento di far coincidere Palermo e mafia) ha messo in ombra il vero dibattito sorto attorno al fastoso matrimonio di Dua Lipa, dinamica popstar anglo-albanese molto quotata nelle classifiche mondiali.

Come già accadde per le nozze di Bezos a Venezia, Lipa e il suo sposo hanno noleggiato un pezzetto del centro storico di Palermo per farne uso privato. Poiché poche cose sono pubbliche come una città, specialmente una piazza del suo centro storico, una parte dei palermitani si è sentita espropriata e non l’ha presa bene. Ed è questo — non la mafia — l’argomento rilevante, specie in uno scorcio d’epoca nel quale non sembra esserci limite al potere dei soldi.

Le grandi manifestazioni popolari — gare sportive, concerti, cortei politici, sagre, processioni — hanno sulle città un impatto evidente, seppure per poche ore e non per un paio di giorni (è il caso delle nozze dei due Lipa). Ma hanno anche una evidente rilevanza pubblica.

Qui invece si tratta di una festa privata, che non inclina certo al basso profilo. Si tratta di circoscrivere e affidare al governo di un piccolo esercito di buttafuori un pezzo di spazio civico. Se ville e castelli non bastano più si affitta una città d’arte, sperando che le città d’arte bastino, almeno per un poco, a ospitare coreografie e banchetti direttamente proporzionali al patrimonio degli anfitrioni.

Pensare male di questa tendenza attira quasi in automatico l’accusa di populismo, in aggiunta a quella di non capire come funziona l’economia di mercato (lo volete capire che tutto ha un prezzo?). Muterei il capo di imputazione: non è populismo, è civismo pensare che ci sia un drastico limite all’uso privato di una città.