Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Auguri di lunga vita a nonna Giorgia Meloni


(Riccardo Chiaberge – dagospia.com) – Nonna Giorgia festeggia venerdì a Bari il suo record di longevità, e Dio sa quanto vorremmo essere lì, tra le luminarie del porto, a brindare con lei e Arianna e Lollo e tutti i fratelli, cugini e cognati.

Formidabile vecchietta! Dopo quattro anni a Palazzo Chigi, fa ancora pesi e manubri col personal trainer Fabrizio. E riesce perfino ad arrampicarsi sulle macerie di Amatrice e far credere a tutti di averla ricostruita.

Anche noi, cittadini di questo sciagurato paese, siamo dei campioni di longevità. La nostra aspettativa di vita non ha fatto che crescere in questi ottant’anni di governi antifascisti, nonostante gli sforzi dei bolscevichi al potere che volevano farci vivere come in Russia col cesso sul balcone.

Sì, c’è stata la battuta d’arresto del Covid, ma dopo siamo risaliti addirittura al primo posto in Europa nel 2024, a pari merito con la Svezia e, spiace dirlo, la Spagna di “Perro” Sanchez che importa clandestini e blocca i turisti italiani negli aeroporti: 84,1 anni, ben al di sopra della media Ue di 81,7. E abbiamo un bel plotone di centenari. Meglio di noi nel mondo fanno Monaco, San Marino, Hong Kong e Giappone.

L’America trumpiana, invece, arranca al 62mo posto: i sudditi di King Donald vivono quattro anni in meno degli italiani e solo tre più degli iraniani, ottantesimi in classifica.

Anche sulla mortalità infantile abbiamo fatto progressi enormi: 2,7 su mille bambini nel 2023, uno tra i valori più bassi a livello globale (nei primi anni del dopoguerra eravamo a quota 50 per mille).

Piano però a festeggiare, perché adesso rischiamo di fare marcia indietro. Una bambina è morta a Palermo di difterite, malattia che non vedevamo da trent’anni.

Dilagano i casi di morbillo, più di 600 solo nei primi mesi del ‘26, e il morbillo non è una passeggiata, può degenerare in polmonite o encefalite e mandare all’altro mondo. Tutto perché uno zoccolo duro di genitori si ostina a non vaccinare i propri figli. E la Sicilia è l’ultima della classe, con l’85% di copertura.

Per correre ai ripari, la giunta regionale di destra istituirà una task force. Task? La parola non suona benissimo, specie in quel contesto, più che ai vaccini fa pensare alle tasche dei cittadini.

Del resto ci sono troppi amici dei novax nelle file della maggioranza, a cominciare da Lucio Malan, capogruppo al Senato di Fratelli d’Italia, e dal suo collega leghista Claudio Borghi, ma anche in parte dell’opposizione, vedi Cinquestelle.

Troppi kennediani, non nel senso del Kennedy ucciso a Dallas, ma di quel Robert Jr. che si ingozza di hamburger tra gli stucchi dorati di Mar a Lago e vorrebbe sbattere in galera Anthony Fauci, uno scienziato che ha salvato milioni di vite.

Non a caso, per guidare la direzione emergenze pandemiche (in pratica il Fauci de noantri), si fa il nome di un dentista del giro di Colle Oppio.

E allora perché non Heather Parisi o Carlo Freccero? Ma sì, tanto la difterite ci fa un baffo, è solo colpa degli immigrati, che si sa portano le malattie, e pure la siccità e le ondate di calore.

A proposito: come ha ricordato Aldo Cazzullo, migliaia di anziani sono morti quest’estate per il caldo anomalo in Europa.

Ma qui da noi, guai a parlare di cambiamento climatico, sono ubbie dei sinistrati, di Ursula e dei pasdaran del Green Deal.

Questo è il “clima” che si respira nell’Italia di Giorgia, dove i media “mainstream” sono ormai, tranne poche eccezioni, “Melon stream”.

Tolto di mezzo Report (anche grazie al suicidio professionale del suo conduttore), l’egemonia culturale è bell’e fatta. Presto cambieranno anche la Costituzione. Art. 11-bis: l’Italia ripudia il cambiamento climatico.

E se non moriremo per i virus, o per il caldo, o sotto un ghiacciaio che crolla come in Nepal, ci penseranno i droni o i missili russi.

Il nostro scudo contraereo è un colabrodo, andrebbe potenziato urgentemente, ma Giorgia nicchia, glissa, fa la gnorri, teme la fronda putiniana di Vannacci e Salvini, e non vuole regalare voti al disarmista Giuseppe Conte.

Forse al posto delle batterie antimissili ci darà dei generatori, come agli ucraini. Più generatori per tutti. Perciò auguri di lunga vita a nonna Giorgia: ma possibilmente lontano da Palazzo Chigi, anche se quei geni dell’opposizione fanno di tutto per lasciarcela. Ogni giorno in più che passa là dentro rischia di toglierne qualcuno a noi.


Ranucci pubblica un post durissimo contro Daniele Piervincenzi e Giulia Presutti


(primaonline.it) – “Caro Daniele, ti sei lamentato sul Domani perché ho definito mediocre la scelta di affidare a te e a Giulia Presutti la conduzione di Report. Confermo, e specifico: mediocre non è la vostra professionalità, che non metto in discussione, mediocre è la scelta di mettervi alla guida del programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana”.

Inizia così il lungo post con cui Sigfrido Ranucci replica alle dichiarazioni rilasciate al quotidiano ‘Domani’ da Daniele Piervincenzi , nuovo conduttore del programma insieme a Giulia Presutti. L’ex conduttore contesta l’esperienza di Piervincenzi nel programma: “Un servizio realizzato per Report — peraltro mai andato in onda, e da me risistemato un paio di volte — non fa di nessuno un conduttore.

Del resto la tua precedente conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019 segnò performance dal 2,4% al 3,8%”. E menziona anche un episodio specifico: “È vero, come mi hai fatto notare, che hai realizzato a quattro mani un’inchiesta in Congo sul caso dell’ diplomatico ucciso in Congo, Attanasio.

L’ho accettata perché me l’hai chiesta tu, perché avevi bisogno di lavorare, e perché ho ancora la romantica abitudine di dare una mano a chi me la chiede. Una scelta che, guarda caso, ha creato attriti anche con Giulia Presutti, che voleva occuparsi della stessa storia. Ma tu lo sai meglio di chiunque altro: quel lavoro rientrava nei Lab, i contributi che stanno fuori da Report, non dentro”.

E, sempre su Piervincenzi, Ranucci aggiunge: “Mi hai scritto che comprendi il mio stato psicologico, e che per questo mi perdoni per le critiche. Ti risparmio la fatica: non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango, il cui unico scopo era delegittimare me, la mia storia, le persone che mi sono vicine e Report stesso, insieme a tutti i professionisti che l’hanno reso grande.

Un’operazione che ha raggiunto il suo scopo, visto che sono stato rimosso perché sarebbe venuta meno la mia credibilità. Dunque sono fuori, ma essendo stato per 20 anni dentro Report, ed avendo partecipato alla sua storia, credo di aver diritto ad esternare una mia opinione”.

La Rai, continua l’ex conduttore di ‘Report’, “ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto.

Non la capacità di dirigere un programma di prima serata di 160 minuti di inchieste. Io sono entrato in Rai trentasei anni fa, come assistente ai programmi. Poi programmista regista, redattore al Tg3, quindi a Rainews24, inviato nei Balcani. Nel 2001 a New York, per gli attentati alle Torri Gemelle. Nel 2003sono stato in Iraq. Nel 2005 a Sumatra, a documentare la tragedia dello tsunami. Sono arrivato a Report dopo un lungo percorso nel 2006, dopo aver realizzato scoop nazionali — come l’intervista smarrita di Paolo Borsellino — e uno scoop internazionale, quello sull’uso delle armi chimiche a Falluja, in Iraq, da parte degli americani. Un’inchiesta che per la prima volta nella storia ha portato il nome della Rai nel mondo”.

Da allora, ricorda, “per dieci anni, sono stato coautore di Milena Gabanelli, ho respirato la sua stessa aria. Ho imparato da lei il rigore, la lealtà, la dedizione al servizio pubblico. Ho imparato come si resiste alle pressioni della politica, difendendo il lavoro dei colleghi invece di scaricarlo.

Ho passato dieci anni lunghi anni accanto a lei in studio, a guardare come si scrive un testo, come si impara a memoria, dove si interviene dentro le inchieste altrui con rispetto ma anche con decisione quando si pensa al bene del prodotto, ma anche come si costruisce una grafica. In quel ruolo ho imparato, e tanto anche da quella generazione di inviati storici, a selezionare e a far crescere una squadra”.

“Una squadra di giornalisti straordinari”, scrive Ranucci. “Ruvidi, anche un po’ stronzi — non hanno mai fatto sconti a nessuno, tantomeno a me, come raccontano le cronache di questi giorni — ma sempre leali con il pubblico. Ed è per questo che voglio loro ancora un gran bene, e cerco di difendere la loro storia.

Come sono grato a tutte le persone della produzione, professioniste straordinarie che avrebbero da insegnare il mestiere a molti giornalisti e conduttori alle prime armi. E’ stato un percorso lungo. Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né ho avuto la passione per il rugby.

Ma alla fine di sedici anni di Rai, passati in ruoli diversi, non sono stato calato dall’ alto, ma sono stato accettato da un gruppo perché scelto da Milena Gabanelli, l’unica persona in grado di capire davvero cosa servisse a Report. Una scelta basata esclusivamente sul merito e rispettata anche dai vertici della Rai. Il merito non fa rumore quando arriva. Fa rumore solo quando qualcuno prova a scavalcarlo”.

Quanto a Giulia Presutti, dice: “Ha realizzato, con nota insofferenza, dei Lab. Mai un’inchiesta principale. Sono stato il primo a credere nelle sue qualità. Ma dopo un paio di anni se n’era andata per guadagnare di più. Poi l’ ho accolta a braccia aperte, quando mi ha chiesto di ritornare perché aveva bisogno di sentirsi protetta da un programma importante.

Era reduce da un periodo personale difficile. Ora però quel programma che generosamente l’ha protetta rischia di distruggerlo. Pur sapendo da settimane che sarebbe stata la nuova conduttrice di Report ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi — anche quelli più vicini — tenendo nascosto l’ accordo che aveva già chiuso.

Giulia sa bene di averla fatta grossa: da quando la notizia è uscita, non mi ha risposto più al telefono. Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità. Se la cava meglio con opportunismo e furbizia. Ma la questione ora è un’altra. Come si può pensare, al di là del merito, che possa essere il volto credibile di una squadra di fuoriclasse ai quali ha mentito per settimane? Una frattura insanabile. In questa vicenda la grande assente è la gratitudine. Non ferisce chi non ti deve nulla. Ferisce chi ti doveva tutto e ha scelto di non ricordarlo”.

Infine, Ranucci chiude con una riflessione: “È umano, per un giornalista, desiderare di condurre il programma più importante della televisione italiana. È disumano pensare di farlo senza averlo meritato, camminando indifferenti sulle sue macerie. E’ disumano mortificare le professionalità straordinarie che da trent’anni lo hanno reso grande anche rischiando la propria incolumità. Per questo non posso non tornare al concetto di mediocrità che tanto vi ha irritato. Non è mediocre chi non ce l’ha fatta. È mediocre chi ce l’ha fatta senza essersela guadagnata”.


Alessandro Di Battista


(Tommaso Merlo) – Se ci fossero più Di Battista, l’Italia sarebbe un paese migliore. Idealisti, persone ancora capaci di indignarsi e col coraggio di battersi per le proprie convinzioni. Non pecore ma cittadini e con la forza di procedere controvento e di scontrarsi coi luoghi comuni e coi potenti. Non parole ma fatti o meglio libri, reportage, spettacoli teatrali e una intensa presenza mediatica social e non solo. Tra i pilastri Di Battista, c’è certamente la verità e soprattutto se “scomoda”. Verità storica sui grandi fatti del nostro tempo e in particolare sulle guerre che hanno insanguinano il mondo da decenni. Una battaglia contro le “manipolazioni semantiche” e quelle di una stampa mainstream sempre più grottescamente venduta oltre che democraticamente dannosa. Un lavoro al limite tra giornalismo e politica che fa parte del passato e si spera del futuro di Alessandro Di Battista. Anche qui parlano i fatti. Prima le mega piazze movimentiste da protagonista seguite da cinque anni di opposizione spesi più sul tetto di Palazzo Chigi che dentro ma a buona ragione e con ottimi risultati visto la valanga di voti che ha portato il Movimento al governo contro ogni previsione e potentato. Ma Di Battista non era tra i candidati. Fece campagna elettorale ma rinunciò ad uno scranno certo restituendo la buonauscita fino all’ultimo euro come promesso. Fatti e indizi che la pasta non era certo quella della pecora e tantomeno arrivista. La vita di palazzo a Di Battista stava stretta e voleva continuare a viaggiare e scrivere, a rischiare per inseguire e realizzare i suoi sogni. Parole sue e un bell’esempio per i giovani. Il nome di Di Battista riemerse per una poltrona ministeriale e poi come possibile nuovo capo politico di un Movimento già in crisi. Ma estraneo ai giochi di potere, alla fine Di Battista subì il destino delle persone coerenti, libere e pure col difetto di non avere peli sulla lingua. I risultati sono noti, la fine repentina della breve ma intensa stagione movimentista trattata dal sistema peggio della mafia ma che alla fine implose a seguito di diverse sbandate culminate col suicidio draghiano. E se il nome di molti protagonisti di quella stagione è finito nel dimenticatoio o su qualche triste poltroncina, quello di Alessanro Di Battista è invece riesploso come autore e protagonista atipico del dibattito politico nazionale. Libri, reportage, articoli, spettacoli teatrali e militanza mediatica social e non solo. Una intensissima attività in cui spicca da sempre anche il tema dei popoli oppressi e dell’ingiustizia politica e sociale. Popoli dell’America Latina ma anche dell’Africa che aveva conosciuto da cooperante ma fra tutti il martoriato popolo palestinese. E non ci sono dubbi. La voce italiana più potente e limpida contro il genocidio palestinese, è quella di Alessandro Di Battista che fin dai primi massacri di civili a Gaza ed incessantemente da anni oramai è impegnato per far emergere la tragica verità e per smuovere le inette e complici classi deficienti del nostro paese. Poi ci sono i modi. Di Battista non è mai finito nel ghetto dei violenti o degli odiatori in quanto non lo è. I suoi toni anche se duri e schietti, la sua indignazione anche se profonda, rimangono sempre nell’ambito democratico e della non violenza anche solo verbale. E anche per questo è riuscito nel tempo a raccogliere un imponente seguito affermandosi come una delle voci più originali e credibili del dibattito pubblico. Al punto che un po’ da tutte le parti hanno cominciato a spronarlo a riscendere in campo con la sua Associazione Schierarsi per colmare un immenso vuoto politico. Addirittura metà della popolazione non segue e non vota più perché disgustata da una minestra perennemente riscaldata. E non ci sono dubbi. Nel deserto italico, Alessandro Di Battista è sicuramente un dei pochi che avrebbe i numeri per tentare l’impresa. Né sinistra e nemmeno destra ma dalla parte delle idee giuste e buone di casaleggia memoria e fieramente anti sistema. Sembrava fossimo alla vigilia di un clamoroso ritorno quanto la tremenda notizia del malore ha attraversato l’oceano. Tanti dubbi e poche certezze, come quella che se ci fossero più Di Battista, l’Italia sarebbe un paese dannatamente migliore. E speriamo possa tornare presto. In questo deserto di odio e conformismo, in questo deserto di mediocrità e indifferenza, una delle lezioni più belle e importanti di Alessandro Di Battista è proprio il suo idealismo. La voglia di approfondire oltre le apparenze, l’impegno sociale serio e costante, il coraggio anche politico, la coerenza, il disinteresse. Non pecore ma cittadini, non arrivisti ma idealisti con ancora la forza di indignarsi e di combattere per i propri ideali. Per il futuro dei propri figli ma anche di quello degli altri, per il bene dei più deboli e contro i potenti, per un mondo migliore.


E vai col liscio!


USA: CORTE SUPREMA DA’ VIA LIBERA A COSTRUZIONE SALA DA BALLO DI TRUMP

(Adnkronos) – La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che la costruzione di una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca voluta da Donald Trump può procedere. Con una sentenza di 5 voti a 4, i giudici hanno accolto la richiesta d’urgenza dell’amministrazione Trump, bloccando le sentenze dei tribunali inferiori che avrebbero interrotto la costruzione di una parte fuori terra del progetto.

Il National Trust for Historic Preservation aveva presentato ricorso, sostenendo che il presidente non avesse l’autorità unilaterale per procedere con la costruzione. Trump aveva demolito la storica ala est della residenza presidenziale lo scorso autunno per iniziare la costruzione della sala da ballo.

USA: TRUMP, BENE DECISIONE CORTE SUPREMA SU BALLROOM, SARÀ ORGOGLIO PER PAESE

(LaPresse) – Donald Trump si dice “lieto” della decisione della Corte Suprema che ha autorizzato la continuazione dei lavori della nuova Ballroom della Casa Bianca. “Stiamo vivendo l’Età dell’Oro americana e questo edificio sarà uno dei più grandiosi mai costruiti a Washington, D.C. Una volta completato nell’estate del 2028, il magnifico Complesso Militare/Sala da Ballo sarà motivo di grande orgoglio per l’intero Paese”, scrive il presidente su Truth.


Decapitare “Sig”. La lunga battaglia di Meloni e soci


I plotoni della destra

Decapitare “Sig”. La lunga battaglia di Meloni e soci

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Decapitare Sigfrido Ranucci è vecchia storia. Giorgia Meloni cominciò per tempo, anno 2019, definendo Report “spazzatura giornalistica”. Decine di attacchi seguirono per le inchieste su Fratelli d’Italia, i suoi ministri, i suoi canali social, i suoi legami internazionali. Tutti mattoni utili all’atto finale: “L’editto Meloni”, il “lodo anti-Report”, con cui la Rai, in data 28 agosto 2026, sgombera Sigfrido Ranucci dalla conduzione della trasmissione. Infilandosi in un pasticcio politico, legale, deontologico che finirà per avvelenare quel che resta (restava) del suo ruolo di servizio pubblico. Proprio all’esordio della campagna elettorale, dove la destra si gioca l’osso del collo, spezzando quello di Report.

[…] Ai tempi dell’addio di Fabio Fazio – maggio 2023 – Ignazio La Russa aveva babbiato in pubblico il contrario di quel che pensava: “Sinceramende mi dispiace, è stata una sua scelta professionale, ma non credo che Fazio lo troveremo all’angolo di una strada a chiedere un tozzo di pane, hi hi hi!”.

Era il consuntivo di una battaglia vinta. Perché a forza di sputazzi, conti in tasca, dispetti e altre carinerie dell’intera destra, Fazio aveva detto addio alla Rai, dopo quarant’anni di buoni ascolti e cattivissime invidie. La Russa con quei tre sorrisi a incoronare il suo eloquio da padrone della Rai, nascondeva in pubblico il cruccio vero che rimproverò ai suoi camerati, durante una riunione a porte chiuse celebrata in quegli stessi giorni: “Avete sbagliato bersaglio! Non ce ne frega niende di Fabio Fazio. È Ranucci che dovevate mandare via dalla Rai. È lui che ci attacca con le sue inchieste. Ranucci, non Fazio!”.

[…]

Il rimprovero allignò. Fece proseliti. Coltivò frustrazioni, alimentò furori. Rese coraggiosi persino gli esitanti, armandoli di querele temerarie. Nei tre anni successivi non mancò domenica che Report venisse arroventata da insulti, attacchi, minacce, carte giudiziarie. A febbraio 2026 Ranucci dichiara che sono 224 le querele e gli atti di citazione indirizzati a lui e alla trasmissione. In testa sempre Ignazio, detto anche “La Seconda Carica dello Stato” che nell’ottobre di quello stesso anno definisce Report “Calunniatori schifosi, calunniatori seriali”. Poi s’avanza Gasparri esibendo una carota, scettro del roditore, per accusare Ranucci “di svolgere attività denigratoria delle personalità politiche non gradite” e di essere “l’Hamas della tv”. Seguono gli attacchi e le querele di tutto il partito Fratelli d’Italia per un’inchiesta sul padre di Arianna e Giorgia Meloni, trafficante di droga in Spagna nei primi anni 90 per conto del clan Senese, lo stesso clan che appena ieri ha sfiorato l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, pescato nelle cucine della Bisteccheria.

A gennaio 2025 la Rai di Giampaolo Rossi vara “il lodo anti-Report”, ogni inchiesta deve passare il vaglio di una struttura editoriale che si aggiunge alla responsabilità del conduttore. A giugno sempre la Rai cancella quattro puntate di Report nel nuovo palinsesto. A luglio il sottosegretario Fazzolari querela Report per l’inchiesta “All’armi siam banchieri!”, che indaga il ruolo di Palazzo Chigi nel Risiko bancario. La richiesta è di 100mila euro “per danni reputazionali”, dettaglio persino comico, considerato che Fazzolari è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al “rapporto con i media”: e dunque la reputazione di chi?

Maneggiando identica lagnanza, querela anche Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni. E poi a cascata seguono le querele della famiglia La Russa e figli, del ministro Daniela Santanchè, ancora da Gasparri, dal ministro Giorgetti, sua moglie e sua cognata, dal ministro Urso e dalla sottosegretaria Isabella Rauti, dalla famiglia Berlusconi e persino dalla muta Marta Fascina.

Sempre più saldi si sentono i plotoni della destra quando salta fuori la spericolata amicizia di Ranucci con Valter Lavitola, il faccendiere che muove spazzatura da una trentina d’anni al servizio di Berlusconi, prima interrogato e poi arrestato dai magistrati che indagano, dallo scorso ottobre, sulla bomba esplosa davanti a casa Ranucci. Ora esultano. Ci sono riusciti usando il miserabile tritolo della insinuazione, il discredito che precede, accompagna e segue Lavitola. Fratelli d’Italia presenta un esposto. Salvini non aspetta né giudici né verifiche. L’11 agosto detta direttamente il palinsesto del servizio pubblico: finché non sarà fatta chiarezza, dice, “il denaro pubblico degli italiani non dovrà più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”. Non sta parlando dei 49 milioni di euro che la Lega ha imboscato, ma proprio di Report che fino a oggi, tra assoluzioni e archiviazioni, non ha mai perso una causa.

[…]

Basta e avanza la poderosa campagna di stampa che impiega “2800 articoli” per trasformare la vittima dell’attentato nel colpevole “di oscuri intrecci” che non la giustizia, ma la politica si incarica di condannare e sanzionare, secondo la nuova diagonale del potere che aggiorna il calibro della censura. E insegna ai giornalisti che restano se valga oppure no la pena di fare una certa inchiesta, infilare il naso nel patrimonio di un ministro, negli affari di un sottosegretario, nelle amicizie di un presidente, nel ruolo del Garante della privacy o nella nuova villa di Giorgia Meloni. A loro l’editto non deve spiegare niente. Hanno visto, hanno capito. È questo il velenoso tornaconto della nuova censura: non impedire a un giornalista di parlare, ma fare in modo che tutti imparino quando conviene tacere.


I Paesi europei (Italia inclusa) tentano di rendere seducente il servizio militare


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Di fronte ai venti di guerra e con la diplomazia ormai in soffitta, i Paesi europei affilano le armi, cercando di convincere i giovani a intraprendere la carriera militare. Non è un compito semplice: sondaggi e proteste fotografano nei ragazzi europei il generale sentimento di avversione all’arruolamento in caso di guerra. Con tempi e modalità differenti, gli eserciti europei si sono mossi per rendere seducente il servizio militare. In Germania, da settimane, le forze armate stanno provando ad attrarre giovani facendosi pubblicità sugli incarti dei kebab. L’Italia sta puntando forte sulla comunicazione social, non lesinando riferimenti alla cultura pop per far diventare la divisa virale. In questi tempi di riarmo, Roma punta a raccogliere i frutti del processo di militarizzazione del sapere intrapreso da anni con la presenza nelle scuole e nelle università.

La questione del servizio militare è affrontata in Europa da diverse angolazioni. Dieci Paesi membri dell’UE sono dotati di leva obbligatoria, mentre altri hanno deciso di puntare su un servizio volontario. Di recente il Belgio ha lanciato un programma di arruolamento a cui hanno risposto 3248 ragazzi per 500 posti disponibili. La speranza del Ministero della Difesa è che, dopo l’anno di ferma volontaria, diventino riservisti o scelgano in via definitiva la carriera militare. Per pubblicizzare il programma, le autorità belghe hanno inviato nel novembre del 2025 quasi 150mila lettere ad altrettanti diciassettenni, che quest’anno avrebbero raggiunto la maggiore età. L’obiettivo? “Sensibilizzarli sulla Difesa”, come dichiarato dal ministro Theo Francken, firmatario della missiva. Per settimane sono stati organizzati nel Paese banchetti informativi, accompagnati dalla promozione via social. Oltre a sottolineare lo spirito patriottico dell’iniziativa, i promotori non hanno mancato di mettere in evidenza i vantaggi materiali dell’arruolamento, come uno stipendio mensile netto di circa 2000 euro o la copertura delle spese sanitarie.

Quest’anno la Germania ha introdotto un meccanismo di leva obbligatoria per i cittadini maschi nati dal 1° gennaio 2008, che devono registrarsi presso le forze armate e sostenere delle prove di idoneità. In caso di esito positivo, è previsto l’arruolamento volontario dalla durata minima di sei mesi. L’aspetto cruciale della legge approvata sul finire del 2025 consiste nel fatto che se il numero di volontari non sarà sufficiente, scatterà un meccanismo di selezione coatta attraverso un sorteggio, la cosiddetta “coscrizione obbligatoria in base alle necessità”. Una soluzione ibrida che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe rafforzare la Bundeswehr, alle prese con carenze strutturali di personale. In questa direzione vanno letti anche i tentativi di rendere il servizio militare più attraente per i giovani. Nelle ultime settimane l’esercito ha lanciato una campagna di reclutamento sfruttando uno dei luoghi più frequentati dai giovani: le kebabberie. Gli incarti con motivi mimetici dotati di un codice QR rimandano direttamente al sito delle forze armate tedesche e alle opportunità lavorative attive.

L’Italia si sta preparando da anni a questo momento di incertezza internazionale. Conta sull’articolato processo di militarizzazione della scuola e delluniversità, a cui abbiamo dedicato diversi articoli. A ciò si affianca un più recente cambio nella strategia social, accomunata dal medesimo obiettivo: rendere più attraente la carriera militare. Si vai dai reel quotidiani col “buongiorno” degli agenti alla costruzione di campagne virali, come quella lanciata a maggio dai Carabinieri. Attingendo dalla cultura gaming e utilizzando un linguaggio pop, i Carabinieri hanno pubblicato un video che ritraeva un agente intento a vestirsi e armarsi, accompagnato dalla descrizione: «Scegli la tua skin. Poi entra in partita e dimostra di meritarla». Non mancano poi le collaborazioni con divulgatori e influencer pubblicate sulle varie piattaforme social.

Il ministero della Difesa punta a incrementare l’organico delle forze armate fino a 40mila unità entro la fine del 2033. A quest’obiettivo risponde il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri e in attesa di iniziare l’iter in Parlamento.


Campagna di Conte alle Feste Unità. Torna Demolition Man, niente Salis


L’ex premier atteso a 4 eventi Pd. La sindaca di Genova non sarà a Reggio Emilia

Campagna di Conte alle Feste Unità. Torna Demolition Man, niente Salis

(di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – Il fu rottamatore Matteo Renzi che torna tra quella che fu la sua gente, questa volta sul palco principale. Silvia Salis, la (possibile) terza incomoda tra Elly Schlein e Giuseppe Conte che ha gentilmente declinato l’invito. E poi lui, il leader del Movimento, che in una decina di giorni si manifesterà in quattro diverse feste dem, già in piena campagna per le primarie.

Volti della festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, che inizia oggi e finisce domenica 13. Salta agli occhi la presenza di Renzi, che manca dalla kermesse nazionale dal 2018 (quando era segretario Maurizio Martina), l’anno prima della nascita di Iv, quando uscì dal Pd dopo la formazione del Conte 2. Scissione che già era nell’aria durante la kermesse del 2019, sempre a Ravenna, con Zingaretti segretario. Con l’invito di quest’anno, la riabilitazione dell’ex premier – per il Pd – appare compiuta. Interverrà venerdì, per un dialogo con Dario Franceschini, con il quale ha sempre mantenuto un filo diretto. L’ex ministro della Cultura l’anno scorso fece un dibattito con Conte: nella sua scelta di salire sul palco con Renzi c’è anche la volontà di fare da facilitatore dell’alleanza. Il leader di Iv è già stato a tre feste dell’Unità quest’anno (a Castelfranco Emilia, a Villalunga e a Bologna). Un mezzo sdoganamento, accolto dagli applausi. Non è così scontata l’accoglienza a Reggio: per esempio il popolo della Fiom a giugno fischiò anche solo il suo nome in occasione del dibattito tra Schlein, Conte e Fratoianni. Non ci sarà invece Carlo Calenda, e nessuno di Azione. L’anno scorso, per esempio, era stato invitato il senatore Marco Lombardo, ma l’intenzione del partito di andare da solo evidentemente viene considerata una scelta di campo. Non ci sarà nessuno neanche del centrodestra. La sindaca di Genova, invece, ha declinato: le era stata proposta una data (una sola), lei ha opposto impegni istituzionali. Andrà alla festa di Modena e soprattutto da brava padrona di casa si farà vedere sia oggi a Genova (presenti Elly Schlein e Francesco Boccia) che il 3, al dibattito tra Conte e Andrea Orlando. Non sfugge il desiderio di distinguersi.

Come spiega Igor Taruffi, responsabile Organizzazione Pd, nell’arena “che abbiamo dedicato a Francesco Guccini”, ci saranno i segretari di Cgil, Cisl e Uil e il presidente di Confindustria. E poi i sindaci delle grandi città che vanno al voto, compresi quelli da molti indicati come possibili “federatori”: Gaetano Manfredi, Roberto Gualtieri, Beppe Sala, Matteo Lepore, Stefano Lo Russo. Poi, Franco Gabrielli, ex capo della Polizia. E Lorenzo Guerini, il “capo” della minoranza dem. Schlein chiuderà domenica 13. Si attendono grandi folle e magari qualche annuncio.

Ma in questi giorni Conte sarà protagonista in tante feste dem. Dopodomani sarà a quella di Genova con Orlando. Due giorni dopo, il 5, sarà alla festa di Bologna. Mentre il 6 settembre sarà a Pesaro, alla festa dei Giovani democratici in un circolo Arci, assieme all’ex sindaco e attuale eurodeputato dem Matteo Ricci: per inciso, vicino a quel Goffredo Bettini che è un confidente dell’ex premier. Infine, sabato 12 Conte sarà sul palco principale della festa nazionale assieme a Pier Luigi Bersani, più che aperturista verso il Movimento. Un vero e proprio tour per parlare al popolo del Pd, in vista delle primarie che per i 5S sono “inevitabili”. Ieri lo stesso Conte ha ribadito: “Le primarie fanno parte della tradizione del Pd. Non le vogliono fare? Ce lo dicano chiaramente, non sui giornali”. Ogni conseguenza sull’alleanza a quel punto è possibile.

Appuntamenti per spiegare alla gente dem il neo-progressismo di Conte, basato su principi come la tutela del lavoro e dei salari, la redistribuzione delle risorse e l’ambiente. “Giuseppe vuole assicurare alla gente che lui non è un invasore, ma un uomo che vuole realizzare i punti principali di programma per cui è nato il Pd” riassume un dirigente del Movimento. E anche la proposta di chiamare la coalizione di centrosinistra Alleanza per la Costituzione, spiegano, vuole trasmettere di affinità alla platea dem. Perché Conte vuole vincere: le primarie.


Senza multilateralismo preparano solo guerre


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] L’ordine internazionale, per chi voglia esercitare l’intelletto e non rifugiarsi nella negazione della realtà, è mutato dopo la Seconda guerra mondiale, assumendo almeno tre diverse forme e strutture. Nell’immediato dopoguerra nasce il mondo bipolare, un universo casalingo nel quale i due maggiori contendenti, gli Usa e l’Unione Sovietica, accettano di limitare vicendevolmente il loro potere nelle regole della carta Onu, nella sintesi del Consiglio di Sicurezza tra i Membri permanenti e muniti di diritto di veto.

[…] Nel 1991 gli Stati Uniti restano l’unica potenza egemone e ha inizio il ventennio unipolare. Sono gli anni del delirio del liberal order, della “fine della storia” di Fukuyama, della propaganda basata sull’esportazione della democrazia di Bush ma anche dei Clinton, insomma della yubris statunitense che trasforma la Nato in alleanza militare offensiva ad ampio raggio, fabbrica il nemico islamico, (Afghanistan, Iraq, Siria e Libia) e nutre il sogno di sottomettere la Russia (incredibile a dirsi, persino la Cina), fingendo di cooperare. Importante sottolineare come nel momento di maggiore forza gli Usa, invece di creare stabilità in Europa e in Medio Oriente, hanno perseguito sogni di dominio, creando instabilità e sostituendo ai due pilastri del multilateralismo, Onu e Osce, la Nato, che diviene il braccio armato dei progetti egemonici dei neoconservatori.

Invano nel 2007 in un memorabile discorso alla conferenza di Monaco, Putin cerca di dialogare con i leader occidentali, affermando che il momento unipolare è terminato e che i due allargamenti della Nato, contro i quali la Russia in ginocchio si era inutilmente opposta, non potevano avere seguiti. Niet, come spiegò l’ambasciatore americano a Mosca, Burns, nel 2008, alla sua amministrazione, significa niet, la Russia si sarebbe fortemente opposta all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Gli occidentali nel vertice di Bucarest del 2008, incuranti delle legittime preoccupazioni di sicurezza di Mosca, ribadirono la “politica della porta aperta”, cara a Condoleezza Rice che non smetteva di ripetere, scimmiottata dai diplomatici nostrani: “La Russia deve pagare un prezzo, ha perso la Guerra fredda”.

Intanto la crisi economica del 2008 e le iniezioni di liquidità nel sistema monetario internazionale avrebbero permesso una distribuzione della ricchezza a vantaggio degli emergenti. La Cina, foraggiata generosamente dall’Occidente di tecnologie, approfitta del capitale cloud che permette di bypassare il dollaro ed emerge gradualmente come rivale storico di Washington. Nel 2014 il Cremlino non accetta il ricatto occidentale realizzato col colpo di Stato a Kiev e annette la Crimea, in quanto sa che un nuovo ordine mondiale è nato. Il Sud globale si organizza intorno alla Cina. La resistenza della Russia e dell’Iran ai diktat dell’impero è la prova più evidente che la realtà internazionale è divenuta molto più complessa: emergono con i Brics diversi centri di potere, gli stessi alleati statunitensi come India, Turchia, Arabia Saudita adottano politiche multivettoriali.

Qualcuno dovrà pur avvertire i nostri analisti mainstream, che ancora cianciano dell’Occidente dei valori, propaganda consona al mondo unipolare, che questa realtà è finita. Gli unici ad appellarsi ai valori espressi nella carta dell’Onu, dell’Osce, nelle nostre costituzioni sono oggi, ironia della storia, i Brics, il freno agostiniano all’anticristo, e in Occidente la chiesa cattolica, le tante voci del dissenso, visibili come Francesca Albanese, Alessandro Di Battista (mi raccomando forza Ale), Cacciari, Caracciolo, Travaglio… e invisibili, l’intellighentia e la società civile che operano in un cono d’ombra.

[…]

Sì, bisognerà pure avvertirli che l’ordine internazionale è mutato e che l’impero rantola e affida alle guerre, alla militarizzazione del dollaro, l’ultima carta da giocare in difesa di un ordine unipolare che non ha riscontro nella realtà. L’egemonia è finita e con essa la possibilità che il potere di Washington si eserciti con la politica, con la mediazione, quel soft power caro a Hillary Clinton. Oggi è il tempo della forza contro il diritto, è il tempo di Trump. Lo Stato profondo americano, composto dalle burocrazie, dall’intelligence, dai fondi sovrani, dalle lobby delle armi, finanziarie e di Israele, dalle marionette politiche e da una classe dirigente europea (burocrati, accademici, media) che si illude di avere qualcosa da guadagnare dalla gerarchia imperiale, è tuttavia ancora vivo e vegeto. Investirà nella bolla del debito, nella riconversione in economia di guerra, alimenterà l’escalation contro la Russia, fino all’ultimo ucraino. Speriamo non passi agli europei come carne da macello e chissà se allora la classe dirigente, infine, capirà di aver lavorato contro i propri figli.


Il ritorno del nazismo chiamato per nome


La difesa della democrazia, con l’AfD, è una linea rossa vera, non retorica. Cosa si gioca in Germania

Immagine di Il ritorno del nazismo chiamato per nome

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Proviamo a chiamare le cose con il loro nome. Nella fatale terra di duchi e margravi lungo l’Elba, al centro della Germania imperiale e poi di quella riunificata, passando per il fallimento della Repubblica di Weimar e della Repubblica democratica tedesca sovietizzata, alligna nelle forme oggi intrepidamente possibili il ritorno del nazismo. Meloni non c’entra, la considerano una nemica, una conservatrice ostile allo spirito reazionario. C’entra invece il fatto, da leggere come fenomeno in un buon libro di storia di Stefano Cappellini, fresco di libreria, sui rossobruni, che si sorride sì, ci si sposa tra donne sì, e si fanno figli con il sorriso della speranza sulle labbra, si imita il modo di vita delle democrazie occidentali o liberali sì, ci si veste casual quando non si è in costume völkisch, ma si gioca con le svastiche, non solo da piccoli, si attacca il modernismo della scuola del Bauhaus qualche decennio dopo la mostra sull’arte degenerata, si combatte per espellere con la forza e per ragioni etnico-razziali lo straniero (remigration!) e l’omosessuale, si considera come culto della colpa e vergognoso rinnegamento dell’anima germanica la memoria filosemita e antirazzista delle classi dirigenti impopolari nel paese costituzionale e liberato di cui si rifiuta nell’insieme la storia, e si è pilastri qui da noi, mentre la guerra infuria sull’Ucraina, del grande denazificatore, il Führer dei russi e dei carri armati in Europa, Vladimir Putin. 

Tutto questo fra innocenti boccali di birra e profumi d’ambiente per uomo e per donna (la specializzazione commerciale di quello che lo Spiegel considera l’uomo più pericoloso della Germania, Ulrich Siegmund).

Tempo fa, nemmeno tanto tempo fa, venivano messi in croce gli storici che in Italia concordavano con l’equiparazione, nata con Orwell, dei totalitarismi di destra nazionalista e di sinistra classista, il Führerprinzip e la dittatura del proletariato. Scatta la censura ideologica se ancora oggi ci si pronuncia contro i vecchi mostri del Novecento, appaiandoli, magari non al posto di una dichiarazione di antifascismo bensì in suo sostegno. Si può dire che nei fatti la discussione o diatriba è superata. Il nuovo nazismo, che per adesso accenna a un sempre meno timido esperimento di potere via elezioni in un paio di Länder non proprio periferici come la Sassonia-Anhalt e la Pomerania, nasce nelle fibre della vecchia DdR, procede dalla tristezza dei casermoni, dalla cultura di stato, dagli schedari della Stasi, dalla nostalgia delle Trabant, dalla sfiducia nella libertà testimoniata, anzi monumentalizzata, in quella parte della Germania dell’ultimo Dopoguerra che era rimasta al di là dal Muro di Berlino, dove i Vopos sparavano tanto agli operai in sciopero quanto ai povericristi in fuga dal comunismo verso il mondo libero. Fa impressione il tratto weimariano delle classi dirigenti che la nuova ondata rischia di travolgere. Combattono o si provano a combattere, promettono di tenere riservati i segreti di stato e non comunicarli agli eventuali nuovi padroni del Land sassone, ma per lo più hanno di nuovo come linea rossa la difesa della democrazia senza la spada. Gruppi che dovrebbero essere sciolti a norma di Costituzione, una carta costata milioni di morti in Europa, agiscono sostanzialmente indisturbati e pretendono senza problemi il monopolio elettorale della protesta antisistema e antiliberale così concepita. Lo pretendono in nome del risentimento democratico delle masse, del rancore di cosiddetti esclusi, del caos linguistico e memoriale creato dalla nuova intelaiatura della comunicazione politica. Dalla Linke, dalla sinistra, si staccano pezzi, come il partito di Sarah Wagenknecht, che chiudono il cerchio del tradimento prospettando la loro alleanza, sempre nel segno del putinismo, con i nuovi nazi alle soglie del potere.


Trump. Altro che “Great Again”: in Iran l’America si è fatta piccola


(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Dev’essere terribile ciò che Trump prova davanti al disastro con l’Iran. Aveva iniziato la sua presidenza giurando che avrebbe reso l’America grande di nuovo e, invece, è diventato il protagonista di una delle più grandi sconfitte della storia americana. Oggi l’America appare più piccola. Trump ha ripreso a bombardare l’Iran, che ha replicato con la consueta determinazione. Come se non bastasse, l’Iran è sempre più massimalista nelle sue richieste. Trump sta gestendo la sconfitta. Non ha più idee. Si limita a bombardare saltuariamente per non dare l’idea della capitolazione, ma non sa che cosa fare per raggiungere gli obiettivi annunciati con la guerra, ovvero: 1) distruzione del programma nucleare dell’Iran; 2) fine di ogni rapporto tra l’Iran e Hezbollah, Hamas, Houthi; 3) fine del programma missilistico dell’Iran; 4) cambio di regime.

[…]

Queste richieste appaiono talmente impossibili da ottenere che Trump ha addirittura smesso di parlarne. Trump non sta nemmeno più lottando per riaprire lo Stretto di Hormuz. Sta lottando per far credere di lottare per riaprirlo. La strategia, ormai, è tutto un far credere. Trump ha capito che le petroliere torneranno a circolare regolarmente nello Stretto soltanto dopo un accordo umiliante. La cosa più tragica è che qualunque riapertura di Hormuz sarà lenta, penosa, faticosa, estenuante, umiliante, esasperante, con passi avanti e indietro, perché l’Iran sa benissimo che, fino a quando lo Stretto sarà chiuso o semi-aperto, il mondo sarà concentrato su quel problema e non sugli altri. Lungi dal fare l’America grande di nuovo, la guerra con l’Iran ha mostrato i punti deboli degli Stati Uniti.

[…] L’idea che Trump ottenga la rinuncia dell’Iran al proprio programma nucleare sembra un sogno. Un discorso analogo vale per i rapporti con gli Houthi, Hamas, Hezbollah, e per il programma missilistico. Quanto ai missili, l’Iran è sempre più accurato nel colpire i suoi bersagli. Bombardando l’Iran e sostenendo Netanyahu, Trump ha inferto un colpo durissimo alla grande stampa italiana. Dopo la guerra in Ucraina, la grande stampa aveva sposato la strategia della sconfitta della Russia sul campo di battaglia ricorrendo a un argomento morale, secondo cui l’Occidente, a differenza della Russia, non aggredisce mai nessuno, rispetta i diritti umani e il diritto internazionale. Questa incredibile teoria era smentita da una documentazione storica smisurata, ma i grandi media l’hanno ugualmente presentata come vera, confermando che una società può essere libera e vivere nella menzogna giacché chi è libero di parlare è libero anche di mentire. Probabilmente, questa falsificazione della storia tornerà in auge, ma ci vorrà del tempo affinché torni a essere spendibile in Italia, per quanto venga ancora esibita dagli ultimi impudenti. La guerra con l’Iran non ha danneggiato soltanto le basi americane in Medio Oriente; ha danneggiato anche quella gigantesca macchina della propaganda che è il sistema dell’informazione in Italia sulla politica internazionale, mostrando tutti i suoi limiti. Guido Crosetto e Giorgia Meloni hanno inviato 400 soldati italiani e un Samp/T in Arabia Saudita per proteggere gli interessi della Casa Bianca in quel Paese. I dati indicano che l’Iran ha colpito in Arabia Saudita soprattutto le installazioni utilizzate dalle forze statunitensi. Crosetto ha detto che il Samp/T serve a difendere un Paese aggredito: l’Arabia Saudita. Non è vero: serve a difendere le postazioni del Paese aggressore, gli Stati Uniti.


La cultura come antidoto


(di Michele Serra – repubblica.it) – La promozione della «cultura patriottica» e dell’identità nazionale è una fissazione comune di tutte le nuove destre. Ne fa parte la grottesca decisione della Rai meloniana di sostituire Rai Scuola con una rete che si chiama Italiana, e si sa già come andrà a finire: la promozione del caciocavallo e il corteo degli sbandieratori potranno finalmente prendere il posto delle pedanterie tendenziose dei professori di sinistra.

Per non dire della campagna dei fascisti tedeschi di Afd contro il glorioso Bauhaus, che fu culla del modernismo europeo e in quanto tale viene giudicato «non tedesco». Già il nazismo aveva inserito Bauhaus nel lungo elenco dell’«arte degenerata», quasi un secolo dopo si deve prendere atto che qualcuno ci riprova.

Perché mai arte e cultura debbano essere «patriottiche» è una domanda che non prevede risposta. È insensata in partenza. Da sempre, ma tanto più nel mondo incredibilmente rimpicciolito dal web e dalla continua contaminazione culturale, le gabbie nazionali stanno molto strette alle attività intellettuali. Basta dire “università” per capirsi, anche etimologicamente parlando. E basta pensare alla ricerca scientifica per considerare le identità nazionali come irrilevanti.

Non c’è materia più cosmopolita della cultura, che per sua natura va oltre le angustie, il già noto, il già digerito. Mettere sotto controllo intellettuali e artisti è l’ossessione di tutti i regimi, tanto più se quei regimi nascono speculando sulla paura del nuovo, del diverso, dell’impuro.

Il mito della Tradizione che ci salva da tutto ciò che sta fuori dall’uscio di casa fa colpo su chi, non avendo potuto studiare, ha meno cultura: appunto. La cultura fa respirare. È il principale antidoto all’idea claustrofobica di Patria che i nuovi patrioti cercano di somministrare al popolo.


Di Battista tra post ed esami: giovedì riparte per Roma


Familiari e amici in ospedale. Nell’isola anche due medici del Policlinico Gemelli, con cui dovrebbe ritornare in Italia venerdì

Di Battista tra post ed esami: giovedì riparte per Roma

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Lo riporteranno in Italia, con un volo sanitario: con partenza prima possibile, forse già giovedì. Alessandro Di Battista combatte la sua battaglia a Cuba, dove è ricoverato da venerdì sera dopo aver accusato forti mal di testa, con l’animo un po’ meno oppresso. Nell’isola è arrivata la madre dei suoi due figli, Sahra, assieme ad alcuni strettissimi amici. “Per Alessandro è già un altro clima grazie alla loro presenza” raccontano. Un enorme sollievo per l’ex deputato, che anche ieri ha risposto a molti dei tantissimi messaggi e ha dato segno di sé sui social con una storia su Instagram sull’ennesimo massacro a Gaza, in cui mostrava un uomo che portava a braccia il corpo di un bimbo coperto di sangue. Come didascalia, una frase che è l’ennesima accusa al governo israeliano: “Il genocidio continua e l’Ue non ha messo una sanzione per i peggiori assassini di bambini della storia”.

[…]

Anche dal suo letto di ospedale non dimentica la causa della Palestina, a cui Di Battista ha dedicato moltissime iniziative ed energie. Ma all’ospedale Hermanos Ameijeiras di Cuba per lui sono state soprattutto ore di altri e approfonditi esami, a cui hanno assistito anche due specialisti del Policlinico Gemelli di Roma mandati da Giuseppe Conte: un neurochirurgo e uno specialista di rianimazione e terapia intensiva. Ieri hanno visitato Di Battista, poi hanno fatto un punto con i medici cubani. Da quanto filtra, l’orientamento è quello di riportare l’ex deputato del Movimento in Italia. Di Battista dovrebbe ripartire giovedì prossimo, per arrivare in Italia il giorno dopo. Ma servirà un volo speciale, perché la pressurizzazione potrebbe creargli gravi problemi. In termini tecnici, viaggerà su un’aeroambulanza, probabilmente facendo alcuni scali di rifornimento. Di certo alle spese del volo provvederà lui, tramite l’assicurazione privata che gli avevano pagato il Fatto e Tv Loft per cui era andato nell’isola per fare alcuni reportage, dal titolo La polvere dei poveri.

Quelli che Di Battista ha promesso di scrivere nonostante i suoi problemi di salute, per raccontare tutte le difficoltà che vive Cuba per l’embargo degli Stati Uniti: una situazione su cui si è soffermato anche con il ministro degli Esteri Antonio Tajani nel loro colloquio telefonico di domenica scorsa. Se dovessero servire altri soldi per il viaggio, il Fatto e i Cinque Stelle sono pronti a intervenire. Di certo l’ex deputato non voleva prendere e non prenderà alcun volo di Stato, che pure il governo era pronto a mettergli a disposizione, come gli avrebbe ribadito anche Giorgia Meloni nella telefonata che gli ha fatto domenica. Anche per questo nell’associazione fondata dall’ex deputato, Schierarsi, e nel Movimento hanno preso malissimo le accuse e le ironie su Di Battista, dipinto da sciacalli vari come un furbastro pronto ad avvalersi di un aereo pagato coi soldi pubblici. Comunque, subito soccorso dalle istituzioni. E di certo non ha aiutato un pezzo del Giornale, “L’anticasta salvato dalla casta”. Tanti, troppi commenti ostili. A cui il capogruppo del M5S alla Camera, Riccardo Ricciardi, ha reagito con un post durissimo, dal titolo “Alessandro e gli infami”, in cui scrive di “un evidente godimento che traspare nel vedere un uomo in difficoltà” e di “schifosa propaganda”, da parte di molti che “venderebbero la propria famiglia per uno scatto di carriera”.

[…]

Ancora più esplicita la deputata Stefania Ascari: “Fate schifo: c’è un limite alla cattiveria”. Nel M5S anche ieri nelle chat e nelle telefonate tra eletti non si parlava d’altro. Il caso dell’ex deputato, il trascinatore del Movimento in una battaglia storica come quella contro la riforma costituzionale del 2016 di Matteo Renzi, ha toccato profondamente i parlamentari e la base. La sua uscita dal Movimento nel 2021, per protesta con l’appoggio al governo Draghi, non ha lasciato cicatrici. Perché certe storie sono inezie, in certi momenti.


Pesci e molluschi


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Apprendiamo con un misto di ammirazione e invidia che il 52,8% degli islandesi ha risposto picche al referendum consultivo indetto dal suo governo per riprendere il negoziati sull’ingresso nella Ue. E ha preferito restare com’era: da sola. Ovviamente, di questa grande isola di oltre 100mila kmq (il quadruplo della Sicilia), alla Ue non facevano gola né la popolazione (meno di 400mila abitanti, 4 per kmq), né le risorse naturali (pesce, ghiacciai e fiumi), ma la posizione geostrategica: fra l’Europa e la Groenlandia, nel bel mezzo della rotta artica che sta scatenando l’ennesimo braccio di ferro fra Usa, Russia e Cina. I molluschi di Bruxelles s’illudevano che gli islandesi, sentendosi minacciati dalle mire di Trump sulla vicina Groenlandia, non vedessero l’ora di gettarsi nelle loro braccia. Invece si sentono minacciati in egual modo anche dalle loro folli regole dirigiste che impongono agli Stati membri quote su tutto (inclusa la pesca) e dalle loro demenziali fregole belliciste e russofobe che rendono la Ue una succursale della Nato e stanno distruggendo l’economia europea. Così il grosso di quel piccolo e fiero popolo ha risposto “né con gli Usa né con la Ue”.

[…]

La notizia è stata accolta con sgomento e costernazione dalle cancellerie europee e dai nostri giornaloni: quelli che da 20 anni non azzeccano un’analisi perché credono che il mondo intero non veda l’ora di entrare nella Ue e, se vota sempre in direzione opposta, non è perché questa Ue fa ribrezzo a tutti, ma perché siamo tutti subornati dalle fake news degli hacker russi che ce ne occultano i balsamici vantaggi. Strepitosi, come sempre, i titoli delle vedove inconsolabili di Rep: “La lobby dei pescatori respinge le sirene dell’Europa”, che “non attrae più” (i potentissimi e putribondi lobbisti con canna e reti da pesca sono inspiegabilmente insensibili al fascino arrapante delle sirenette Von der Leyen e Kallas: ci dev’essere sotto qualcosa), “La delusione dell’Ue: sospetti di interferenze di potenze straniere… Il timore a Bruxelles è che la Russia abbia manipolato la campagna referendaria per assestare un altro colpo all’immagine dell’Ue” (immagine altrimenti splendida splendente, come insegna la Brexit, votata da Putin per interposto popolo britannico). E non basta: “Islanda, la paura dell’esercito europeo: così le fake news hanno spinto il Paese verso il No”. Invece le notizie vere, tipo che chi ha la fortuna di far parte dell’Ue viene continuamente molestato per regalare soldi e armi all’Ucraina e viene sanzionato se non lo fa, ovviamente non c’entrano. Pare anzi che ogni sera gli islandesi montino di guardia in cima agli igloo di vetro e di ghiaccio, scrutando l’orizzonte in attesa dello sbarco dei cosacchi a Reykjavik.


Il pluralismo di Mentana


(Giancarlo Selmi) – La prova più evidente che La7 sia davvero una televisione “pluralista”, contrariamente a quanto sostiene Enrico Mentana, è forse la presenza dello stesso Mentana e del telegiornale da lui diretto. La linea editoriale del Tg La7 non è certamente di sinistra e tende, a mio giudizio, verso l’altra parte dello schieramento politico. Rispetto ai telegiornali apertamente meloniani, la differenza sembra consistere soltanto in qualche residuo imbarazzo e in sporadici sussulti di decenza. La tendenziosità nel modo di presentare le notizie è evidente, così come lo è la costruzione della scaletta.

L’impostazione appare perfettamente in sintonia con le pulsioni belliciste e guerrafondaie presenti tanto nella destra quanto in quella parte della destra che si definisce sinistra. Altrettanto riconoscibili sono le simpatie riservate ad alcune forze e ad alcuni leader politici. E non è certo un mistero l’antipatia, uso un eufemismo, nei confronti di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle, contro i quali il telegiornale ha condotto, a mio avviso, vere e proprie campagne. E su questo fronte, nella emittente LA7 è in splendida compagnia. Ridicola la sua intervista a Meloni, tutta sorrisini e niente domande.

Anche la presenza di Gaia Tortora, giornalista chiaramente vicina alla destra, rende poco credibili le lamentele di “Mitraglietta” sulla mancanza di pluralismo. Parenzo poi aggiunge il “carico” da dieci. Il Tg La7 ha spesso orientato e manipolato l’informazione in una sola direzione, certamente non a vantaggio della sinistra o del campo progressista. È dunque curioso che Mentana sollevi il problema in un panorama mediatico già profondamente condizionato dalle appartenenze politiche, a destra, mentre il suo telegiornale contribuisce a rafforzare proprio quello squilibrio.

Basti pensare alla copertura del malore di Alessandro Di Battista. È stata rilanciata l’insinuazione falsa e tendenziosa secondo cui si sarebbe trovato a Cuba per occuparsi di Epstein e per conto di non meglio precisati “giornali”. Non si è detto con chiarezza che il giornale interessato al suo reportage era Il Fatto Quotidiano, né che la sua missione riguardava le condizioni dell’isola aggravate dal blocco imposto da Trump, non il caso Epstein. Così come è stato raccontato che i medici fossero stati inviati dal Gemelli, omettendo l’interessamento di Giuseppe Conte.

In definitiva, Mentana denuncia il mancato pluralismo degli altri, dei suoi colleghi e delle altre trasmissioni de La7, evitando accuratamente di interrogarsi sulle mancanze del proprio. Una richiesta di pluralismo quanto meno “pelosa”. Sono inoltre note le sue passate consonanze politiche: prima con Craxi, poi con Berlusconi. Qualche tempo fa scrissi che “Mitraglietta” aveva sbagliato carriera e che avrebbe fatto meglio a dedicarsi apertamente alla politica. Sarebbe stato meglio per il suo pubblico, per lui e per la categoria dei giornalisti.

Come politico, almeno, sarebbe apparso più credibile. Perché, a mio giudizio, è quello che, in realtà, ha sempre fatto. Sul giornalismo di Mitraglietta appare del tutto appropriato stendere il proverbiale “velo pietoso”.


Conte blinda le primarie: “Se non le vogliono ce lo dicano”


Il messaggio del leader 5S agli alleati: “Il dibattito quotidiano è stucchevole e snervante serve chiarezza e lealtà”

(di Miriam Di Peri – repubblica.it) – Chiede chiarezza e lealtà e, soprattutto, dice che non può valere la regola che «il partito più forte prende tutto». Giuseppe Conte adesso alza il tiro. In diretta dagli studi di La7, in serata, difende la scelta delle primarie e replica a chi ha sollevatodubbi sull’opportunità di avviare o meno una guerra fratricida tra alleati, parlando di «dibattito stucchevole e snervante. Se non le vogliono, ce lo dicano».

Il presidente 5S si dice pronto a lavorare al programma, ma prima chiede chiarezza. Il riferimento è all’azionista di maggioranza del campo largo, il Pd: «Se l’unica possibilità che ci viene offerta è dire che il partito più forte prende tutto, questa è una cosa che nel momento in cui si sta costruendo un’alleanza con forze politiche che hanno diverse sensibilità non è sostenibile». Conte estende il ragionamento a tutti i soggetti del campo largo: «Tutte le altre forze sarebbero automaticamente degradate a cespugli e l’elettorato si sentirebbe di recitare una parte non da protagonista». Insomma, la proposta del Movimento 5 Stelle, che agli alleati in queste settimane ha chiesto tempo sulla convocazione del tavolo di coalizione, in attesa della kermesse in programma a Milano il 19 e il 20 settembre in cui verrà presentato il programma pentastellato, continua a essere quella di «una grande partecipazione di popolo», confidando che in questo modo si trovi «il candidato più competitivo».

Il rischio però, osservano i più scettici nei confronti delle primarie, è di una competizione divisiva che possa lasciare strascichi a ridosso della campagna elettorale per le Politiche. Al punto – è il retropensiero che si fa spazio nel campo largo – da rischiare che in caso di vittoria di Conte una parte degli elettori di Schlein possa non sostenere il leader decretato dai gazebo e viceversa, in caso di primato di Schlein. «Se poi, però, a un certo punto le primarie non si vogliono fare ci venga detto e ne prenderemo atto – taglia corto l’ex premier – e ne parleremo chiaramente non sui giornali».

Se nel centrodestra funziona da 30 anni la regola che il leader del partito più votato è il candidato «è perché l’hanno applicata nel tempo, l’hanno sperimentata e a rotazione può succedere a tutti» osserva ancora il presidente del M5S. Evidenziando anche che «ci sono travasi» tra i partiti «e tutti possono partecipare e sentirsi co-protagonisti. Se noi usassimo questa regola comprometteremmo fin dall’origine la possibilità di essere tutti competitivi. Qui non è in gioco la mia ambizione, ma la volontà di essere al servizio di un progetto coerente e solido che mandi a casa Meloni. Per farlo dobbiamo dare la possibilità a tutti di sentirsi rappresentanti, co-protagonisti».

D’altronde, il dibattito sulle primarie continua a tenere banco: il presidente della Puglia, Antonio Decaro ha ribadito che sarebbe «più opportuno costruire prima il programma e cercare poi magari un nome condiviso. Se non ci riusciamo, si faranno le primarie», mentre il presidente della Toscana, Eugenio Giani, si chiede «con l’attuale legge elettorale che senso abbiano le primarie». E il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, sbotta: «Dobbiamo smetterla di perdere tempo, io sono convinto che le italiane e gli italiani non ci chiedano chi deve fare il capo, ma ci chiedano che cosa facciamo noi se vinciamo le elezioni». Elly Schlein, intanto, si smarca dal dibattito sui gazebo e torna ad attaccare il governo, che si prepara a festeggiare il record di longevità a Bari il 4 settembre: «Meloni festeggia, l’Italia no. Quello che resta dopo quattro anni di governo è l’aumento incontrollato del costo della vita».