Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Se il socialismo rimane fuori


(di Michele Serra – repubblica.it) – L’intervista al Foglio nella quale Pina Picierno spiega la sua sofferta decisione di lasciare il Pd è lunga come un libro, e non mi azzardo a riassumerla. Posso solo dire che l’ho letta per intero ricavandone l’impressione di un livello politico e ideologico insolitamente alto rispetto alla stanca risacca di parole tanto enfatiche quanto risapute che rende così prevedibile la politica italiana.

Aggiungo che il tema di Picierno (almeno, quello che mi è sembrato il tema di Picierno) è molto condivisibile: lo zelo identitario (della sinistra) è una perdita di tempo se non si traduce in proposte di governo. Fare politica non significa dire “chi si è” – specialmente se non lo si sa con certezza. Significa dire che cosa si vuole. Solo da lì si può capire per davvero chi si è. È questa la qualità migliore, penso, del piglio riformista: la politica è fare, tutto il resto lascia il tempo che trova.

D’accordo anche sull’europeismo, l’antipopulismo, l’antigiustizialismo, le virtù liberali che lo spirito dei tempi minaccia o comunque trascura. D’accordo quasi su tutto. Ma a proposito dei “nuovi assetti” di cui tutti parliamo, a me parrebbe, da elettore di sinistra (definizione vaga, ma nemmeno troppo) che il più ingombrante di questi “nuovi assetti” sia l’ingiustizia sociale, lo strapotere di pochi oligarchi finanziari che la politica (nel mondo) non è in grado di disarcionare, il neo-schiavismo di fatto, l’accumulo indisturbato di smisurati patrimoni, e smisurato potere, in poche mani. Il capitalismo mutato in plutocrazia.

Di questi temi, forse perché non adeguatamente stimolata dal suo intervistatore Claudio Cerasa (la grande scuola del Foglio spicca per passione politica, non per passione sociale) Pina Picierno non parla. Questo illustra la differenza più rilevante tra “social-democratici” e “liberal-democratici”. Servono tutti e due. Molti sinceri auguri a Picierno da un elettore socialdemocratico.


Quanto ci manca il calcio hippie della grande Olanda di Cruijff


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Si è da poco conclusa la Champions League. L’11 giugno cominceranno i Mondiali da cui l’Italia è stata esclusa per la terza volta. È epoca di calcio. A me piace quindi ricordare la “Grande Olanda” di Neskeens e Cruijff di cui ho fatto già un accenno nell’articolo dedicato a Puskás. L’Olanda ha partecipato a tre finali dei Mondiali e le ha perse tutte e tre. Ma non è questo che conta, la Grande Olanda ha inventato il ‘calcio totale’ che non ha nulla a che vedere con quello di oggi, dove i giocatori si muovono sì per tutto il campo, ma in ruoli prefissati (l’andar su e giù di quelli che oggi vengono chiamati gli “esterni”, le vecchie “ali”, insomma). I giocatori della Grande Olanda si muovevano dove li portava l’istinto. Il portiere, Jan Jongbloed, un pazzo, stava quasi stabilmente sul cerchio del centrocampo. C’era poi il centrale, Rijsbergen, che sembrava un guerriero medievale armato di tutto punto, come lo toccavi ti facevi male. I terzini erano Krol e Suurbier. Krol giocò anche in Italia, nel Napoli, come capitano.

[…] Erano gli anni Settanta, gli anni hippie dell’Europa, i calciatori olandesi andavano in ritiro portandosi dietro le fidanzate o le mogli, cosa proibitissima allora e, in parte, ancora oggi. Si respirava il clima esistenzialista dei Sartre, dei Camus, dei Merleau-Ponty, delle caves di Saint-Germain-des-Prés, di Juliette Gréco e di Montparnasse. I dettami dell’esistenzialismo-hippie erano sostanzialmente due: ognuno è libero di fare ciò che gli pare nella misura in cui non nuoce agli altri e ognuno è responsabile delle proprie azioni. Io lavoravo in Pirelli allora, il clima era talmente pregno di esistenzialismo e di ‘hippismo’ che, prima di uscire dall’azienda, gli impiegati e le impiegate si cambiavano e ne uscivano vestiti a fiori e con i capelli lunghi (era anche l’epoca dei “capelloni”). Io non mi sono mai vestito a fiori, ma mi sono sempre sentito profondamente hippie. E comunità hippie le puoi trovare ancora oggi a Londra, ad Amsterdam e nella Piazza Jemaa el Fna di Marrakech.

Allora noi ragazzi, almeno in Europa, viaggiavamo in autostop, ma avevamo anche molta curiosità per l’Africa Nera che nonostante tutto il colonialismo predatorio europeo, ci era quasi sconosciuta. Come ci era pressoché sconosciuto il Libano, una specie di ponte fra l’Europa e il Medio Oriente. A Beirut c’era un casinò sorvegliato da due leoni senza guinzaglio. Il Libano era considerato “la Svizzera del Medio Oriente”. Oggi gli israeliani nella guerra che hanno impegnato contro tutto il Medio Oriente (Iran docet) vogliono ridurlo a una loro colonia.

[…] L’Olanda non fu fortunata. Nei Mondiali del 1974 perse la finale contro la Germania Ovest (2-1) che ne aveva l’organizzazione, la Germania di Breitner e Beckenbauer. Breitner ce lo saremmo ritrovato poi di fronte nei Mondiali vinti dall’Italia nel 1982 (chi non ricorda Marco Tardelli che, dopo aver segnato il gol decisivo, corre verso il centrocampo urlando “Goool”?). La sconfitta in Germania dell’Olanda quindi ci stava. Lo scandalo ci fu invece nei Mondiali disputati in Argentina nel 1978. C’erano già le premesse della guerra delle Falkland (Las Malvinas son argentinas) e, benché il conflitto fosse stato innescato dagli inglesi, gli europei non godevano di buona stampa in Sud America. L’Argentina vinse la finale con l’Olanda 3-1. Neskeens, il giocatore fondamentale di quell’Olanda, più di Cruijff, fu picchiato dal primo minuto di gioco da un terzino argentino, Tarantini, al confronto del quale il nostro Gentile pareva un gentiluomo, e dovette giocare tutta la partita con un braccio al collo. Al 90°, sull’1-1, Rob Rensenbrink colpì il palo che impedì all’Olanda di coronarsi campione (nei tempi supplementari, poi, l’Argentina segnò due gol). Ha ragione Baudelaire: “L’unica scusante di Dio è di non esistere”.


Patrimoniale, quell’invincibile tabù italiano


Elly Schlein

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – In un’Europa normale — tra guerre, crisi energetiche e sistemi di welfare minacciati dall’inverno demografico e dalla penuria di risorse pubbliche dirottate altrove — non fuggiremmo spauriti davanti al tabù della tassa sui grandi patrimoni: l’avremmo già fatta. E invece no. La famigerata “patrimoniale” è come la linea dell’alta tensione: chi la tocca, muore. È e resta la parola che, solo a evocarla, ti fa perdere le elezioni prima ancora di sapere quando si tornerà al voto. Dagli armadi della sinistra rispuntano fuori antichi scheletri: Visco che a fine 1995 rilancia la tassazione dei Bot al 12,5%, Bertinotti che nel 2006 lancia la campagna “Anche i ricchi piangano”, Padoa-Schioppa che nel 2007 dice in tv “le tasse sono una cosa bellissima”. Dai cassetti della destra riemergono i soliti slogan: meno tasse per tutti, non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani. E via così, fino alla successiva fiammata polemica, buona giusto per animare un paio di talk-show. Eppure, non passa giorno senza che non ci piovano addosso le cifre di una disuguaglianza sempre più insopportabile. Le ultime arrivano dalla Banca d’Italia: il 10% delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza nazionale, mentre la metà meno abbiente ne detiene solo il 7,2. Cos’è questo, se non è uno scandalo sociale e fiscale?

Ci indigniamo tutti, quando leggiamo che Elon Musk ha una ricchezza personale di 839 miliardi e paga due spicci di tasse perché ha pochi redditi e molte stock option. Che i 3.000 miliardari del pianeta pagano imposte per lo 0,3% della loro ricchezza. Che Giovanni Ferrero re della Nutella ha un patrimonio 700.000 volte più grande del reddito di un contribuente medio. Che nel Belpaese la rendita immobiliare è tassata al 10%, le plusvalenze azionarie al 26 e il lavoro dipendente al 43. E ci arrabbiamo ancora di più, quando scopriamo che i salari reali hanno perso l’8% del potere d’acquisto mentre il tasso di profitto è arrivato al 44. Che i poveri assoluti sono ormai 6 milioni. Che nelle liste d’attesa della sanità pubblica più di 2 milioni di cure sono in ritardo di centinaia di giorni. Che nella scuola primaria solo 2 bambini su 5 hanno accesso al tempo pieno mentre gli stipendi degli insegnanti sono inferiori del 33% alla media Ocse. È la macabra contabilità dell’ingiustizia, e sarebbe sufficiente a giustificare una riflessione collettiva: se pochi hanno tantissimo, e molti hanno poco, sarebbe logico riscrivere il patto sociale chiedendo un modesto sacrificio ai primi, per sostenere i bisogni dei secondi. Ma qui c’è il grande paradosso: a quanto pare è tutto inutile. Chi ci prova, è un bolscevico nostalgico di Stalin, del Gosplan e dell’esproprio proletario.

Elly Schlein ha osato. Le è andata male, perché ha detto una cosa giusta nel modo e nel momento sbagliato. La “patrimoniale” è un affare troppo serio per essere liquidato con una dichiarazione estemporanea, non chiara nei contenuti e non concordata con gli alleati. La sortita schleiniana ha innescato la sollevazione non solo dei cinici meloniani immemori del loro brodo di coltura da destra popolare, ma anche di opinionisti autorevoli e consapevoli delle criticità oggettive del tributo. E ha incassato la sconfessione non solo dai sofferenti/evanescenti “riformisti Pd”, ma anche dai pentastellati contiani sempre inclini ai distinguo. Si è persa così anche questa occasione, per affrontare in modo serio e responsabile la vera mucca nel corridoio della fase, cioè l’esplosione di iniquità sociali ormai accettate quasi come un male di natura, contro il quale non può esistere una cura. Invece esiste. Presenta valide ragioni etico-economiche. Ma sconta precise condizioni tecnico-geografiche.

L’ostacolo tecnico è cruciale: qual è la base imponibile? Titoli azionari e obbligazionari? Case e ville, in un Paese che ha un catasto kafkiano? Partecipazioni in società, quotate e no? Auto, yacht, opere d’arte? Trust e holding, dietro alle quali si schermano molti rentiers del capitalismo familiare? Già questo è un esercizio complesso: l’Italia è una giungla fiscale, con tassi di infedeltà da terzo mondo, autonomi che dichiarano redditi da fame, metà della popolazione che non paga un centesimo di Irpef e lo 0,1% che denuncia meno di 300 mila euro l’anno. L’ostacolo geografico è banale: nel mercato globalizzato i capitali scelgono di farsi tassare dove conviene. Anche l’Italia ha introdotto per i ricchi che si trasferiscono qui una tassa forfettaria: Renzi l’aveva fissata in 100 mila euro, Meloni l’ha alzata a 200 mila. Come risolviamo il corto-circuito, se con una mano cerchiamo di attrarre e con l’altra proviamo ad imporre? Anche questo è un nodo da sciogliere. Certo, potremmo limitarci ad aggredire quei 100 miliardi di evasione e a sbloccare quei 1.331 miliardi di cartelle esattoriali che lo Stato non riesce a riscuotere. Ma gli evasori votano: perché disturbarli?

Anche i ricchi votano, ma nessuno li vuole ridurre sul lastrico. E anche la “patrimoniale” ha le sue criticità, ma nessuna ne inficia la praticabilità. Un’imposta sulle grandi fortune esiste in Francia e in Spagna, ma anche in Svizzera e in Norvegia che l’hanno accompagnata con una Exit Tax a carico dei contribuenti che vogliono espatriare. Nessuno di quei Paesi è finito in bancarotta. La Commissione europea ha appena pubblicato uno studio (Wealth Taxation, including Net Wealth, Capital and Exit Taxes) che sottolinea la complessità di questo tipo di tassazione: “L’introduzione di patrimoniali a livello puramente nazionale è inefficace e rischia di scontrarsi con le regole del mercato unico… Senza un solido coordinamento internazionale, i grandi patrimoni aggirano la tassa… spostando i capitali su veicoli societari o asset tassati in modo più favorevole”. Ma tassare i ricchi non è una lotta contro i mulini a vento. Bruxelles ci avverte solo che una buona “patrimoniale” funziona bene se è supportata “da registri patrimoniali e immobiliari pubblici di altissima qualità”, da un collaudato “sistema di scambio di informazioni finanziarie tra Stati membri” e da “unità speciali di controllo dedicate ai soggetti con patrimoni molto elevati”.

Se si vuole, si può. Persino nell’era di Trump e del tecno-capitalismo digitale. È questa la vera battaglia che tutte le forze progressiste d’Europa dovrebbero fare insieme. Sulla scia delle proposte già avanzate da Piketty e Zucman, e sperimentate da Mamdani a New York. Ed è su questo che Schlein dovrebbe concentrare i suoi sforzi, mobilitando il partito socialista europeo: una nuova tassa comunitaria, non un altro balzello tricolore, che spaventa non solo chi ha i soldi, ma anche il ceto medio che li ha persi. Secondo Oxfam, un’imposta sui patrimoni netti superiori ai 5,4 milioni frutterebbe solo da noi 13 miliardi di euro: i soldi che spenderemo per missili e droni nel 2027. Ci si può e ci si deve ragionare, con spirito costruttivo e non punitivo. Senza scordarsi la lezione del socialdemocratico Olof Palme, che diceva “noi dobbiamo combattere la povertà, non la ricchezza”. Ma senza arrendersi allo sberleffo del turbo-finanziere Warren Buffett, che risponde “la lotta di classe non è finita, l’abbiamo vinta noi”.


Minetti, gli autisti di Punta de L’Este confermano la nostra testimone: “Così portavamo prostitute al Gin Tonic dei Cipriani”


Le testimonianze. Due autisti confermano la versione di Graciela sui festini a casa Cipriani: “Ma non voglio finire in un fosso…”

Minetti, gli autisti di Punta de L’Este confermano la nostra testimone: “Così portavamo  prostitute al Gin Tonic dei Cipriani”

(estr. di Antonio Massari – ilfattoquotidiano.it) – […] “Non dargli il mio telefono. Non voglio finire in un fosso o incendiato”. È questo il clima a Punta del Este quando chiedo informazioni. Tutto quello che leggerete è stato documentato attraverso registrazioni, messaggi whatsapp e audio. Nessuna fonte mi autorizza a fare il suo nome. E quindi non lo farò. È tutto in salita, però dopo qualche giorno, meno di 72 ore, qualcosa inizia a muoversi. A tutela delle fonti userò questa formula: A, B, C. Il messaggio che avete letto è di B, persona fondamentale in questo racconto, perché dirà con chiarezza di aver portato delle prostitute nella chakra di Giuseppe Cipriani, il Gin Tonic, in contrada La Barra qui a Punta del Este. […]

È un’informazione importante. E non perché rappresenti un reato. Qui in Uruguay non soltanto la prostituzione è legale, ma è perfettamente gestita, in modo trasparente e sicuro, sia per le prostitute sia per i clienti. Nessun reato stiamo quindi addebitando a Giuseppe Cipriani o a Nicole Minetti. È un’informazione importante per un altro motivo. E riguarda l’attendibilità dell’ex massaggiatrice del Gin Tonic, Graciela, intervistata nel corso della sua inchiesta dal mio collega Thomas MacKinson e poi dalla redazione uruguaiana di Sin Piedad, che ha più volte chiesto di essere sentita dai magistrati italiani. Inutilmente. La Procura generale ha nei fatti bollato come inattendibile il suo racconto sulle feste con sesso e droga al Gin Tonic, poiché è stato smentito dai testimoni prodotti dalla coppia Cipriani-Minetti e (per ora) anonime persone informate sui fatti ascoltate dai carabinieri.

Qui non risultano indagini nei riguardi di Cipriani e Minetti, né su droga né su altro, neanche la benché minima denuncia per una festa con musica d alto volume. Sull’attendibilità del racconto di Graciela, però, il discorso cambia. In questi tre giorni, almeno tre punti del racconto fatto a MacKinson mi vengono confermati da altre fonti. Due di questi tre sono confermati dalle parole di B.

A e B si conoscono da anni. Sono entrambi autisti. A mi racconta che a Punta del Este tutti sanno delle feste al Gin Tonic. E tanti sanno che arrivano ragazze anche da un night con prostitute che si chiama White. Ovviamente, che tutti sappiano non basta. Ho bisogno di parlare con un testimone diretto. A va a colpo sicuro. Ma non ha il numero del collega. Lo chiede ad altri autisti. Poi chiama B davanti a me. Registro la telefonata. Dopo me la riassume con Google translate. Però non mi basta: gli chiedo di farsi mandare da B un audio chiaro. In cui spieghi tutto. Ve lo riporto integralmente: “L’episodio che ti raccontavo era di tre, quattro anni fa, fai tre. Tutti sapevano dei casini che si facevano lì, ho portato… due o tre volte, credo… quattro ragazze del White. Ma non avevo idea di come funzionasse, quello che facevo era… loro chiamavano, mi dicevano ‘Devo andare in questo posto’, io ce le portavo, le lasciavo lì, e poi andavo a cercarle quando mi avvisavano. Quasi sempre il giorno dopo o alle sei del mattino. Finivano quello che dovevano fare e io le riportavo indietro. Arrivavano che erano contente, si vede che guadagnavano bene, ma non so molto più di questo. E poi, come ti ho detto, con questa gente non si scherza, quindi preferisco che tu faccia da intermediario. Se vogliono qualcosa glielo racconto, ma poi col telefono non posso. Questa gente è pesante”.

[…] In questo messaggio B ci dà degli elementi chiari. Il periodo: tre o quattro anni fa. Graciela ha fornito a MacKinson il suo contratto di lavoro al Gin Tonic, che risale a maggio 2024, quindi perfettamente compatibile con i 3-4 anni di cui parla B. E ancora: le ragazze lavoravano al White, un night dove, potete verificarlo direttamente dal suo sito web, si contratta con le ragazze il compenso per la prostituzione e ci sono camere dove potersi appartare. Altro elemento: tornava a prenderle alle “6 del mattino”, erano “contente” e si vede che “guadagnavano bene”. Nell’audio però B non dice con chiarezza dove le aveva accompagnate. Quindi chiedo ad A di farsi inviare un nuovo audio. Ed ecco le parole di B: “Sì sì, certo, amico, sì, può essere che non l’abbia detto nell’audio. Ho preso le ragazze dal White, dal bordello, per la tenuta Gin tonic, la ‘villa del tesoro’ che si chiama Gin Tonic, gran bella tenuta. Io quel posto, la tenuta, non lo conosco: le lasciavo lì alla porta d’ingresso, me ne andavo, e poi quando tornavo le aspettavo lì fuori un attimo e uscivano. Ma il posto è quello, sì, il Gin Tonic, scusa se non l’ho detto nell’audio”. E qui non solo specifica che si trattava del Gin Tonic, ma precisa anche che il White è un bordello. Nessuno può sapere se queste ragazze si siano prostituite al Gin Tonic. Quel che è certo, però, è che B sostiene di aver portato ragazze prelevate da un bordello. Una testimonianza coerente con il racconto di Graciela a MacKinson: “Ragazze che vengono da un bordello, che si chiama White, c’è un suo intimo amico, quello che gli procura le ragazze…”.

[…] E ancora: “Procurano ragazze da un bordello, White, sono argentine…”. Ma c’è di più. E lo scopro riascoltando le mie registrazioni. Quando A inizia a informarsi con B, su chi possa darmi informazioni legate alle ragazze, fa un nome: Samari. Graciela aveva fatto a MacKinson un nome simile: “Samir, che è un argentino, chiama prima che inizino le riunioni e chiede tre, quattro, cinque ragazze che devono esserci perché lui porta gli imprenditori…”. È una coincidenza interessante. Richiamo A e chiedo chi sia questo Samari, al quale faceva riferimento con B, e come si scriva il suo nome: mi risponde che si scrive Semair e che è una persona molto legata al White. Quando gli domando se può aiutarmi a contattarlo, però, stranamente, mi risponde che impossibile perché è morto da circa un anno. B non è l’unico autista a confermare lo scenario. A davanti a me chiama in viva voce C, che gli spiega di non aver mai accompagnato ragazze dal White al Gin Tonic. Però poi aggiunge: “Ne ho portate da altri posti fino all’Enjoy”. A mi traduce la telefonata in questo modo: “Questo ragazzo mi ha detto che ha portato ragazze… la mattina presto, ragazze da lì, ma non al White, le ha portate da qualche hotel come l’Enjoy. Può essere che fossero lì a lavorare, o altro, uscivano da lì, ma le ha riportate all’Enjoy, e non al White. Non sa se fossero del White o di un altro posto, ma le ha portate dalla tenuta Gin Tonic all’Enjoy”. “Erano prostitute?” chiedo. A mi risponde: “Sì, certo. Ma non del White. La mattina, all’alba, da qui verso gli hotel”. Chiedo ad A se può farsi inviare un audio in cui C mi specifica che si trattava di prostitute. C risponde ad A con queste parole: “No, lascia perdere. Te l’ho detto in confidenza. Non lascerò nulla inciso, quelle persone non sono facili”.

E così, in soli tre giorni, abbiamo raccolto la conferma che, per questa frazione del suo racconto, Graciela è attendibile. Aveva chiesto pubblicamente di essere ascoltata dai magistrati italiani. Invece è rimasta sola. In questo clima. Dove raccolgo conferme da gente che ha paura di morire ammazzata e teme di lasciare qualsiasi traccia.


La solitudine di Israele in guerra totale


La solitudine di Israele in guerra totale

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Israele fu per unire gli ebrei. Oggi li divide. E si divide. Fine del sionismo? Israele si volle “Luce delle nazioni” (Ben-Gurion). Oggi pare uno Stato paria. Israele si propose di salvare gli ebrei dalle persecuzioni, ora li mette in pericolo. Lo Stato esiste di norma per garantire pace, sicurezza e benessere del popolo. Lo Stato di Israele è in stato di guerra permanente. Vorrà esserlo per sempre? Paradosso supremo: il violento tramonto di Israele è opera di Israele. Della scelta di trattare l’orrore del 7 ottobre come questione di vita o di morte, quasi Sinwar fosse per sventolare lo stendardo del Profeta nella Grande Sinagoga di Gerusalemme. A sfida mortale risposta mortale. Vendetta da consumare liquidando tutti, e tutti insieme, gli aspiranti liquidatori di Israele. Questa non è guerra, è strage senza fine. Vittoria totale annuncia sconfitta totale perché impossibile. A meno di credersi capaci di finire la storia. Agli eventuali sopravvissuti, in entrambi i campi, resterebbe poco di umano. Qualche segno si intravvede.

Ammettiamo però che Israele trionfi su tutti i fronti, quindi emerga torreggiante su un Medio Oriente distrutto e rifatto a sua immagine e somiglianza. Che cosa resterebbe della sua ragione sociale, fondata sul diritto a esistere di un popolo scampato alla soluzione finale quindi riunito nella Terra promessa? Tenuto finora insieme dal memento mori, intesa minaccia permanente dell’Amalek di turno, sia esso l’Iran con la sua pletora di indocili clienti arabi o la Turchia neoimperiale, entro la cui forma ottomana i pionieri sionisti si immaginavano provincia autonoma. Senza Nemico, come sedare particolarismi e separatismi delle sue eterogenee tribù, delle quali due (arabi e haredim) non-sioniste, tanto da scansare l’obbligo alla difesa della patria? E più nel profondo, il senso di elezione che consente agli ebrei israeliani di certificarsi superiori ad arabi e islamici incivili, resisterebbe all’estinzione della minaccia, alla fine della persecuzione? Infine, come può una controsoluzione finale ottenuta con i mezzi disumani placare coscienza e memoria dei discendenti di coloro che all’altra fine scamparono? Il suicidio morale non è per tutti meno insopportabile del suicidio fisico.

Implicito nel bellicismo totalitario la rinuncia alla deterrenza. Persa il 7 ottobre. Inutile nel nuovo contesto. Contro gli ingenui che vogliono le armi al provvisorio servizio della politica, il governo di Gerusalemme postula la soluzione militare definitiva. Poco importa se il “cane pazzo” (Moshe Dayan dixit) non fa più paura. Se non puoi terrorizzare i terroristi devi sterminarli. Senza troppo distinguere per sesso ed età. Conseguenza della degradazione del popolo palestinese ad aggruppamento di bestie terroriste. Per cui ogni bambino nasce terrorista e come ogni adulto o anziano deve morire perché tale. Stazione ultima del percorso che dal rifiuto di (ri)conoscere l’Altro ne induce percezioni alterate dal terrore dell’ignoto. Perciò lo erige mostro. Israele è in guerra di attrito contro sé stesso. Le sue Forze di difesa (Idf) sono ovunque al contrattacco. Mentre conquistano e talvolta riperdono avamposti aprono sempre nuovi fronti, chiudendone nessuno perché nessuno è chiudibile. A meno di non credere nella Vittoria Totale. Sperando di non scoprirla sacrificio di sé.

La reazione del primo ministro al pogrom di Hamas ha uno sfondo inconfessabile, infatti rimosso. I terroristi di Sinwar lo hanno tradito. Per anni quei Fratelli musulmani che Israele ha incentivato dalla nascita per contrastare Arafat e la sua Olp, scompigliare il frastagliato fronte palestinese e spingerlo alla resa dei conti fratricida – missione quasi compiuta – sono stati parte integrante della sua tattica non troppo segreta, tantomeno originale: divide et impera. Impresa finanziata dal Qatar, condivisa con l’Egitto guardiano della frontiera occidentale di Gaza e bollinata da Washington. Fino al 7 ottobre il meccanismo oliato da Bibi sembrava funzionare a meraviglia. Gaza pareva sedata. Dirigenti del Mossad e loro omologhi di Hamas, grati dello stipendio pagato, si concedevano rilassate conversazioni. Contro i deliri complottisti, la sorpresa per lo Stato profondo e per lo stesso Netanyahu è stata tale. Sconvolgente. E vergognosa. Perciò resteremo a lungo in attesa di una vera indagine sui fatti di quel giorno.


Ci sarà un giudice che ascolterà i fatti (e non le veline) e riscriverà tutto?


Copione già pronto con esito scontato

Ci sarà un  giudice che ascolterà i fatti (e non le veline)  e riscriverà tutto?

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Caro Marco, so che non mi giudicherai né un pazzo e neppure un irresponsabile (mi conosci troppo bene) se dichiaro di aver fortemente desiderato quanto segue. Primo, che gli osti della Procura generale di Milano e del Quirinale confermassero, come è avvenuto, che il vinello della grazia concessa a Nicole Minetti fosse di eccellente qualità.[…]
Secondo, che la premiata coppia Cipriani avviasse una causa contro il nostro giornale, la più tracotante e temeraria possibile, come del resto nella loro natura (e anche su questo ho ricevuto adeguata soddisfazione).

[…] Quanto alla mia prima “follia” la definirei, piuttosto, un auspicio prevedibile e calcolato, giacché soltanto una davvero cieca (e anche piuttosto stupida) fiducia nelle nostre istituzioni avrebbe potuto farci sperare in un esito diverso della questione. In tal caso, avrei (avremmo) preso atto di una sensazionale novità da parte dei vertici di certa magistratura e della Repubblica: la loro capacità di ripensare a decisioni già prese sulla base di fatti accertati e verificati, che poi sarebbe il senso ultimo della parola giustizia. Così non è stato, perché così non poteva essere. Con simili attori sulla scena, era possibile soltanto una commedia con un copione già scritto, come ampiamente provato. Quanto alle minacce giudiziarie della coppia Cipriani, temerariamente affermo: ben vengano! Se ci sarà un giudice pronto ad ascoltarci (ma anche più di uno, se procederemo all’azione penale per diffamazione contro la Procura generale milanese), e a prendere nota dei fatti (e non delle veline), finalmente tutta la questione sarà sottoposta al pubblico giudizio, e con ampia facoltà di prova e di evidenze testimoniali. Si potrà così riscrivere tutta questa storia, nel rispetto dell’articolo 111 della Costituzione, quello che recita: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo e imparziale”. Sarà interessante quanto avrà da dire in proposito il presidente della Repubblica, massimo garante della Carta.

[…] Caro Marco, capisco che nel ruolo di azionista e membro del cda del Fatto, il mio atteggiamento potrà apparire perlomeno spericolato. Ma quando, quasi un ventennio fa, fondammo questo giornale, sapevamo che non saremmo rimasti soli nella nostra battaglia di libertà e di indipendenza da tutto ciò che non fosse il frutto delle nostre idee e delle nostre notizie. Infatti, accanto a noi vive e combatte la grande e straordinaria comunità del Fatto Quotidiano, sicuramente indignata per quanto sta accadendo. Anche nella rinuncia ai soldi pubblici, reiterata anno dopo anno (a svariate decine di milioni abbiamo saputo dire: no, grazie) c’era l’orgogliosa rivendicazione della nostra assoluta diversità nei confronti di un’informazione prona al potere, perché tenuta per le palle grazie a quelle elemosine. Non spenderò neppure una virgola per la feccia dattilografa che si è scatenata in queste ore contro di noi. Mentre, come ultima bizzarria, fammi concludere con una frase del grande Tom Wolfe: senza una bella rissa, questo è un mestiere sprecato.


La figlia di Mubarak


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – È commovente il trasporto con cui camerieri, trombettieri e corazzieri si son rimessi sull’attenti al segnale convenuto: è bastato un cenno di Mattarella perché una battuta irresistibilmente comica di per sé – “grazia a Nicole Minetti” – diventasse un serissimo dogma di fede. Sulle gazzette più credulone e quindi più vendute (in tutti i sensi) si leggono peana all’igienista dentale pregiudicata, al suo […]


Facciamoci due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno dal Pd viene quasi tutta da destra


Gli aggettivi che accompagnano i commenti sono da lutto nazionale: drammatica uscita, coraggiosa, una lezione di dignità

(di Serena Poli – ilfattoquotidiano.it) – Le vette di comicità involontaria che ci stanno regalando stampa e commentatori per l’uscita di Pina Picierno dal Pd riconciliano con il mondo. Gli aggettivi che accompagnano i commenti sono da lutto nazionale: drammatica uscita, coraggiosa, una lezione di dignità, se ne va per non rinunciare ai propri valori. Il Foglio (quotidiano che le dedica tre pagine di intervista) titola Picierno contesa dopo l’addio al PD. Contesa, certo, da chi spera di imbarcare un portatore sano di voti: vedremo cosa resterà tolto il simbolo del partito.

L’unica costante di questa vicenda è la disperazione degli ambidestri: quelli di destra che scrivono da sinistra e viceversa. Si disperano i fuoriusciti della prima ora, piangono i commentatori della sedicente area riformista. Tutti percossi e attoniti, insomma, tranne gli elettori del Pd che hanno tirato un sospiro di sollievo, salvo quelle due o tre paia di anime democristiane rimaste. E facciamocele due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno viene quasi tutta da destra.

Ma questa vicenda non è un fatto solamente politico: è antropologico. È il fallimento, passatemi il nome e lasciatemi divertire, dello “Schema Porchetta”. Ricordiamo tutti l’eroe contemporaneo che, qualche giorno fa, si è presentato alla festa islamica a Roma con un panino alla porchetta. Il piano era perfetto, nella sua miseria: provocare, scatenare una reazione rabbiosa e poi correre a denunciare l’avanzata dell’estremismo islamico. Risultato? È stato ignorato, spernacchiato e, a festa conclusa, i poveri resti del panino sono stati rinvenuti, con tanto di incarto, a terra dietro un cespuglio.

Pina Picierno si è mossa lungo questo medesimo binario. È andata in ogni modo contro la segreteria del partito, ha fatto propaganda per il sì al Referendum dai microfoni di Atreju per poi fare la vittima quando gli elettori Pd la attaccavano sui social. Ogni giorno esche e provocazioni allo scopo di essere accompagnata alla porta, per potersi rivendere come martire della libertà d’opinione in un Pd trasformato in un covo di bolscevichi. Un piano perfetto, se non fosse che nel quadro italiano cercare la “sinistra” è un’operazione da lente d’ingrandimento.

Abbiamo al governo una destra reazionaria, illiberale e revanscista fino alle viscere, abbiamo la seconda carica dello Stato che la sera a casa spolvera amorevolmente il busto di Mussolini, ma il vero allarme democratico, per Picierno e amici, resta chi prova a spostare il baricentro un millimetro a sinistra.

Di fronte a questo capolavoro del ridicolo, Elly Schlein non ha mai risposto, non ha raccolto l’esca. E la Picierno, con il mandato europeo agli sgoccioli, si è vista costretta ad andarsene da sola, col tempismo perfetto di chi spaccia un riposizionamento salva-poltrona per un coraggioso e drammatico sacrificio in nome degli ideali.

È la triste parabola che tutti i teorici dello “Schema Porchetta” dovrebbero incontrare: finire a battere i piedi da soli perché nessuno se li fila. Anche perché diciamolo: questa della provocazione ormai non è un’eccezione, ma una strategia che sempre più personaggi in cerca d’autore utilizzano per trovare un briciolo di visibilità.

Il meccanismo è ben congegnato: cerco l’incidente per alimentare la narrazione che mi serve. E quelle sbiadite spennellate di vittimismo sono funzionali in ogni caso, perché costoro troveranno sempre certa stampa compiacente disposta a seguirli, non perché sia boccalona, ma perché ancora più in malafede di loro.

Ora attendiamo con struggente impazienza che lo stesso spirito di ‘sacrificio’ illumini anche gli altri scontenti del Pd: un bel treno della dignità verso il centro, così da lasciare finalmente quel che resta della ‘sinistra’ a chi, magari, vorrebbe davvero la sinistra. Nell’attesa suggerisco di conservare l’immagine della porchetta abbandonata e di trattare le provocazioni che verranno come è stato trattato quel panino: raccolto solo per essere buttato nel cestino dell’oblio.


Una pace obbligata


(dagospia.com) – Qualcosa sta finalmente accadendo per chiudere la guerra che da quattro anni semina morte e distruzione in Ucraina e in Russia. Non è un caso che Vladimir Putin abbia risposto alla lettera aperta di Zelensky (“Incontriamoci e poniamo fine alla guerra”), con un conciliante “Venga a Mosca”, invece del solito “vaffa”.

Anche la MEZZA frenata di oggi alla “Davos russa” a San pietroburgo, nella quale lo “zar ha detto che “per ora non c’è alcuna ragione di organizzare un incontro”, suona come una mossa tattica peR non apparire disperato davanti all’opinione pubblica russa

Sia “Mad Vlad”, sia l’ex comico hanno urgentemente bisogno di porre fino al conflitto. L’esercito russo è sfinito dalla stanchezza, le aziende di armi non riescono più a mantenere al massimo livello la produzione di missili e droni ed è scemata la patriottica ad arruolarsi (vedi l’utilizzo di divisione nordcoreane).

Inoltre, Putin deve fronteggiare un pesante dissenso all’interno della nomenklatura politica e militare (“Caro Putin, ma la guerra non doveva durare tre settimane?”).

Sull’altro fronte, oltre ai problemi finanziari e di armamenti, Zelensky non può non tener conto che quattro anni di conflitto hanno riempito i cimiteri ucraini di oltre cinquecentomila morti.

E oggi per il sistema politico globale il conflitto ucraino è passato quasi in secondo piano: è diventata più impellente la guerra portata avanti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran per le conseguenze che stanno sconquassando il sistema economico dei due mondi, con la crisi del commercio mondiale per il blocco di Hormuz e l’aumento dei prezzi del petrolio e dell’energia.

Ma oltre all’urgenza di finirla di Putin e Zelensky c’è da aggiungere quella di Donald Trump. Il Demente della Casa Bianca se non porta a casa, entro il voto di Mid-Term del prossimo novembre, la pace russo-ucraina davvero rischia di perdere oltre la Camera anche il Senato.

Il “Disturbato mentale” a stelle e strisce ha bisogno come il pane di sventolare almeno una bandiera della pace perché nell’altra guerra che lo contrappone all’Iran ha poche speranze di trovare la quadra in un breve periodo.

Se Trump deve agguantare come un salvagente la pace, il suo compare Bibi Netanyahu ha il problema inverso: senza una guerra tra le mani ha poche speranze di vincere le elezioni.

In questo tetris geopolitico si inserisce l’Europa, che prova a conquistarsi un posto al tavolo delle trattative. Ileader di Regno Unito, Francia e Germania Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friederich Merz hanno in programma di riunirsi domenica con il Volodymyr Zelensky per discutere una via per coinvolgere la Russia in negoziati per porre fine alla guerra. E Giorgia Meloni? Non pervenuta.


No, l’archiviazione di Dell’Utri non cancella i legami (provati) tra Berlusconi e mafia


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Come diramato nella giornata di ieri dalle agenzie di stampa, il gip del Tribunale di Firenze ha disposto negli scorsi mesi l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993. Nella medesima indagine era iscritto, fino al momento della sua morte, anche l’ex premier Berlusconi. L’archiviazione – la sesta in totale da circa un trentennio – ha scatenato reazioni da parte dei membri della famiglia Berlusconi e degli esponenti del centro-destra, a partire dalla premier Giorgia Meloni. Quest’ultima ha dichiarato come tale passaggio proverebbe «l’assoluta inesistenza» dei legami tra Berlusconi e la mafia. Una gigantesca falsità smentita dalla sentenza definitiva con cui, nel 2014, Dell’Utri fu condannato per concorso esterno, in cui non solo si provò il patto stipulato da Berlusconi con Cosa Nostra negli anni Settanta, ma anche come esso rimase in atto almeno fino al 1992, anno delle bombe di Capaci e via D’Amelio.

Nello specifico, Dell’Utri era indagato dai magistrati per aver istigato e sollecitato il boss stragista Giuseppe Graviano a organizzare la campagna di attentati nel “continente” nel 1993. Dopo le morti di Falcone e Borsellino, infatti, le bombe furono esportate nelle città del nord e del centro Italia – Firenze, Milano e Roma – provocando 10 morti fra i civili e decine di feriti. Secondo i magistrati, Dell’Utri avrebbe svolto un ruolo di “indicatore dei luoghi” in cui consumare le stragi, al fine di creare un clima di terrore funzionale al progetto politico di Forza Italia. Secondo il gip, evidentemente, mancavano i dovuti riscontri per aprire la strada di un vero e proprio processo. Sui presunti mandanti esterni di quella stagione stragista sta indagando, ancora oggi, anche la Procura di Caltanissetta.

«L’incredibile storia dell’inchiesta di Firenze, mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana, e conferma anche che la sconfitta del referendum di marzo è stata un’immensa occasione perduta per il nostro Paese», ha commentato Marina Berlusconi, concludendo come suo padre sia stato, a suo avviso, «uno dei principali protagonisti della lotta alla criminalità organizzata in Italia». Appresa la notizia, ha voluto pubblicare una dichiarazione anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale si è accodata al leitmotiv di giornata affermato come questo tassello rappresenti «l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile». «Dopo decenni di indagini e processi – ha detto la premier -, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata». A detta di Meloni, infatti, «per trent’anni un’intera comunità politica, composta da milioni di italiani che esprimevano liberamente il proprio voto, è stata ingiustamente posta davanti al sospetto infamante che il consenso raccolto nelle urne poggiasse su finanziamenti mafiosi o dinamiche illegali», ma i fatti e le decisioni giudiziarie avrebbero «spazzato via definitivamente ogni ombra: quel dubbio non aveva fondamento allora e non lo ha oggi».

Eppure, le verità definitivamente “storicizzate” dalla giustizia raccontano una realtà ben diversa. Per capirlo, basta leggere la sentenza con cui, nel 2014, la Suprema Corte ha inflitto a Marcello Dell’Utri la condanna a 7 anni di carcere per concorso esterno in Cosa Nostra. Nella pronuncia si legge una ricostruzione assai chiara: «Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale». Nello specifico, il patto a cui si fa riferimento fu sancito nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, l’allora capo di Cosa Nostra palermitana Stefano Bontate e il mafioso Francesco di Carlo, e rimase effettivo almeno fino al ’92 (l’anno delle stragi). Con un particolare: i pagamenti di Berlusconi alla mafia non vennero interrotti nemmeno dopo il massacro da parte dei corleonesi ai danni dei mafiosi palermitani nella celebre “Seconda guerra di mafia” all’inizio degli anni Ottanta, con la salita al potere di Totò Riina dentro Cosa Nostra. «L’avvento dei corleonesi di Totò Riina non aveva inciso sulla causa illecita del patto. Berlusconi aveva infatti costantemente manifestato la sua personale propensione a non ricorrere a forme istituzionali di tutela, ma avvalendosi piuttosto dell’opera di mediazione con Cosa Nostra svolta da Dell’Utri. A sua volta Dell’Utri aveva provveduto con continuità a effettuare per conto di Berlusconi il versamento delle somme concordate a Cosa Nostra e non aveva in alcun modo contestato le nuove richieste avanzate da Totò Riina», ha concluso la Cassazione.

Come se non bastasse, nel 2021 la Suprema Corte ha pronunciato un’altra importante sentenza che conferma ulteriormente queste verità, sancendo che scrivere che «la Fininvest ha finanziato Cosa Nostra ed è stata in rapporti con la mafia» sia assolutamente legittimo. Il verdetto in questione ha chiuso il processo intentato dalla Fininvest, holding fondata nel 1975 da Berlusconi, contro il magistrato Luca Tescaroli, il giornalista Ferruccio Pinotti ed RCS, la Casa Editrice che nel 2008 ha pubblicato il loro libro dal titolo “Colletti Sporchi”. All’interno del saggio, gli autori avevano aperto un focus sul tema dei rapporti tra Cosa Nostra e la società di Berlusconi, i cui vertici hanno versato periodicamente 200 milioni di lire «a titolo di contributo» alla mafia. Seguendo la linea dei giudici di primo e secondo grado e respingendo l’ennesimo ricorso della Fininvest, la Cassazione ha effettuato la «verifica dell’avvenuto esame, da parte del giudice del merito, della sussistenza dei requisiti della continenza, della veridicità dei fatti narrati e dell’interesse pubblico alla diffusione delle notizie». Checché ne dicano familiari, politici e giornalisti legati all’universo berlusconiano che, ancora oggi, continuano a negare senza imbarazzi la verità dei fatti.


Soldi ai partiti, prima la Lega: la legge sul conflitto di interessi è indispensabile


Seguono Forza Italia e Fratelli d’Italia. Come svela la ricerca di Transparency International, i tre principali partiti della coalizione di governo sono quelli che hanno ricevuto più contributi negli ultimi anni. E un’analisi dei finanziamenti mostra che i partiti sono sempre più dipendenti dai soldi delle imprese

(Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Sul posto più alto del podio c’è la Lega, seguita a debita distanza da Forza Italia e subito dopo da Fratelli d’Italia. Va ai tre principali partiti della coalizione di governo il primato dei movimenti che hanno ricevuto più donazioni negli ultimi anni. Lo racconta con dovizia di particolari la sezione italiana di Transparency International in una ricerca che Domani ha letto in anteprima.

Basandosi sui dati pubblici relativi al 2023 e al 2024, l’ong internazionale ha fatto il punto sui finanziamenti ai partiti aggiornando la piattaforma di monitoraggio soldiepolitica.it, attiva dal 2019 nell’ambito del progetto Integrity Watch Europe, cofinanziato dalla Commissione Europea, e creata con l’obiettivo di ricercare, classificare e filtrare i dati in maniera intuitiva e contribuire così ad aumentare la trasparenza sul tema dei finanziamenti alla politica.

Cresce il peso dei privati

«I flussi finanziari del biennio 2023-2024 – scrive Transparency International Italia – evidenziano una forte connessione tra settore pubblico e privato, nonché l’urgenza di interventi normativi strutturali: dal consolidamento della legislazione sul finanziamento ai partiti alla pubblicazione dei dati in formato aperto, dall’adozione di una legge organica sul conflitto di interesse ad una chiara ed efficace regolamentazione delle attività di lobbying».

Come detto, nel biennio 2023-2024 il partito che ha ricevuto più contributi è stata la Lega con circa 9 milioni di euro, seguita da Forza Italia con 6,6 milioni, da Fratelli d’Italia con 6,4 milioni e dal Movimento 5 Stelle con 5,8 milioni di euro. L’analisi dettagliata delle fonti di finanziamento, fa notare Transparency International Italia, rivela una «profonda metamorfosi strutturale» avvenuta tra il 2023 e il 2024 per ciò che riguarda la fonte dei soldi.

Nel 2023, infatti, circa il 66,7% dei contributi totali proveniva dalle rimesse dei politici eletti, cioè donazioni fatte sulla base degli accordi presi all’interno dei partiti, che richiedono ai parlamentari di donare una parte del loro compenso. È «una sorta di “finanziamento pubblico indiretto” che, negli scorsi anni, abbiamo osservato essere il principale sistema di finanziamento della politica», commenta l’ong nella sua analisi. Nel 2024, invece, solo il 50,1% del totale dei contributi totali proveniva dalle rimesse dei politici eletti: un calo rilevante rispetto al passato, tanto che Transparency International Italia segnala come «per la prima volta negli ultimi anni le rimesse degli eletti sono in netta diminuzione rispetto alle altre categorie di donatori». Tradotto in denaro, le donazioni fatte ai partiti dagli stessi parlamentari sono passate da 13,3 milioni di euro del 2023 a 10 milioni di euro del 2024. Conseguenze?

«Serve una legge sul conflitto d’interessi» 

La diminuzione dell’autofinanziamento ha favorito i contributi di donatori esterni, con una crescita costante nel biennio e l’apice nel 2024. Insomma, i partiti sono sempre più dipendenti dai soldi provenienti dalle imprese.

I dati lo certificano in modo chiaro. Nel 2020 le società private hanno regalato ai partiti nel complesso 1 milione di euro, pari al 4,3% del totale delle donazioni incassate. Nel 2021 le società pesavano solo per il 3,9% delle donazioni totali (circa 869 mila euro versati).

Nel 2022 i contributi delle aziende sono arrivati fino a 4,7 milioni, pari al 14,2%. Nel 2023 il contributo delle società è salito a 2,2 milioni di euro, equivalente all’1 %. Nel 2024 la quota è aumentata ulteriormente: le donazioni dalle aziende private si sono attestate a 3,7 milioni di euro, pari al 18,5% del totale delle erogazioni liberali ricevute dai partiti.

In altre parole, stanno aumentando i rischi di conflitti d’interessi: i partiti dipendono sempre più dai finanziamenti delle imprese private, le quali spesso sperano di ottenere commesse pubbliche grazie alle donazioni fatte ai partiti. Per questo, tra le varie raccomandazioni di Transparency International Italia, c’è quella sull’adozione organica di una legge sul conflitto d’interessi.


Dalla Bosnia all’Albania: Meloni fa il gioco del rapace Trump anche nei Balcani


Antonio Zanardi Landi, il papabile alto rappresentante a Sarajevo, piace più agli Usa che agli europei. E mentre in Albania si protesta per «l’isola di Kushner», la premier aiuta Rama

(Francesca De Benedetti – editorialedomani.it) – Questo venerdì in Montenegro si tiene il vertice tra Ue e Balcani occidentali. Che si tratti di Albania o di Bosnia ed Erzegovina, purché lontano dagli sguardi degli elettori nostrani, che non amano Trump né i rincari a lui dovuti, Giorgia Meloni continua a facilitare gli interessi del tycoon, pensando così di fare anche i propri. Basta partire da due vicende e due nomi – quello di Antonio Zanardi Landi, nome spinto dall’Italia come futuro alto rappresentante in Bosnia ed Erzegovina, e quello di Jared Kushner, il genero di Trump che scatena le proteste in Albania per i suoi piani imprenditoriali nell’area – per osservare in che modo l’agenda della premier si incroci con quella del presidente Usa.

Già, perché il Maga-presidente ha puntato lo sguardo rapace anche sui Balcani occidentali, e non ci sarebbe troppo da stupirsene – si sa che Kushner sfrutta il ruolo di «inviato» per procacciarsi affari e che il grande regista, l’inquilino della Casa Bianca, usa il mandato per trarne profitti miliardari per sé e famiglia – se non fosse che la regione è proiettata verso l’ingresso in Unione europea. Rischia di entrarci col cappellino Maga sul groppone.

Le nomine e l’energia

Non a caso sono gli americani ben più che gli europei a spingere perché il friulano Antonio Zanardi Landi, sponsorizzato dal governo italiano, rimpiazzi l’alto rappresentante Onu uscente a Sarajevo.

Chi è Zanardi Landi e perché il suo nome si intreccia col duo Trump-Meloni? Cominciamo dall’ultima puntata, cioè quella che si è svolta giovedì nell’alveo dell’Onu, al Comitato direttivo del Consiglio per l’attuazione della pace. I francesi che spingevano per René Troccaz, e che avevano trovato anche la sponda della Germania, assieme a Londra hanno fatto saltare il piano dell’elezione rapidissima di Zanardi Landi come nuovo alto rappresentante Onu in Bosnia ed Erzegovina.

Quel ruolo era nato per sorvegliare sugli accordi di pace di Dayton del 1995, dai quali tuttora deriva una complessa articolazione istituzionale (presidenza tripartita serba, bosniaca e croata) e territoriale (federazione di Bosnia-Erzegovina e Republika Srpska). Ma l’Alto rappresentante non è solo un vigile, affianca anche le istituzioni locali e soprattutto determina la proprietà statale, aspetto particolarmente cruciale quando bisogna costruire gasdotti e via dicendo.

Il motivo per cui si è in cerca di un nuovo nome è proprio che quello precedente, il bavarese Christian Schmidt, era visto come un intralcio da Trump, il quale porta avanti una aggressiva strategia di colonizzazione energetica dell’Europa: dopo aver ottenuto da von der Leyen col «patto di Scozia» sui dazi l’impegno ad acquistare gnl e fossili Usa, sta ulteriormente approfittando sia del distacco europeo da fonti russe che degli aumenti innescati dalla guerra in Iran. E nel frattempo porta avanti progetti infrastrutturali per poter fornire e vendere: il «corridoio verticale» per far fluire dalla Grecia, attraverso l’Europa centrale, ulteriore gnl Usa, o quegli accordi sul nucleare firmati dal governo Orbán prima della sconfitta, per fare da portale del nucleare Usa nell’Ue.

E poi quel gasdotto per far scorrere il gnl americano tra Croazia e Bosnia: ecco perché l’amministrazione Trump insiste che la figura stessa dell’alto rappresentante Onu va completamente reinterpretata; la ragione è che vuole un mediatore (il più possibile compiacente) tra interessi, invece di una figura che promuova l’emancipazione verso lo stato di diritto. Il tedesco Schmidt non si è semplicemente dimesso: è stato fortemente spinto a farlo da Washington (pare che siano state minacciate pure sanzioni contro di lui).

Per la sua uscita di scena pochi hanno pianto ma sicuramente qualcuno ha gioito: Milorad Dodik, il separatista serbo che già aveva il sostegno di Putin (e Orbán) e che si è comprato anche quello di Trump. Ha infatti ingaggiato come proprio lobbista, con stipendi a zero multipli, l’ex consigliere di Trump, Michael Flynn, grazie al quale ha ottenuto la svolta Usa (e il ritiro delle sanzioni nei suoi confronti). Questo Flynn è fratello di Joseph, che – guarda un po’ – guida la compagnia energetica e di infrastrutture di area trumpiana alla quale è affidato il gasdotto tra Bosnia e Croazia. Tout se tient.

Oggi ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta presso la Santa Sede, ma con esperienze chiave a Belgrado e Mosca, Antonio Zanardi Landi – che Berlusconi nominò ambasciatore in Russia nel 2010 e cioè nel momento chiave per le intese energetiche con Putin – è il nome italiano sì, ma sostenuto anche da Trump: la testata bosniaca Istraga riporta che «gli americani avrebbero insistito affinché Landi venisse eletto giovedì stesso». Del resto lui per primo, che aspira a diventarlo, propende per ridurre il ruolo dell’alto rappresentante.

Il genero e il porto

Intanto in Albania sono in corso le proteste contro il via libera del governo Rama ai piani trumpiani nell’isola di Saseno. Si parla di un resort di lusso legato agli interessi di Kushner, ma il puntino sulla mappa è dirimpetto alla base militare di Pasha Liman, nodo chiave per la Turchia: pare quasi che gli occhi del genero trumpiano e del duo Trump-Netanyahu si poggino lì guardando al Mediterraneo orientale. Rama ha già detto che quel piano non si tocca, e nel frattempo conta su Meloni per mettere il turbo all’adesione all’Ue: proprio dopo il patto sui migranti tra i due, Ursula von der Leyen era corsa a Tirana confermando al premier albanese le promesse di un ingresso in Unione. Che però non corrispondono necessariamente a una strategia europeista.


Domani Sigfrido Ranucci a Cervinara: inizio con il botto per il Festival Opulentia


Si parte. Per una edizione che si preannuncia speciale. Perché è quella dei primi dieci anni e perché, ancora una volta, andrà a proporre contenuti, ospiti e temi di primari interesse e qualità. Tutto pronto in Valle Caudina per la uscita numero dieci (appunto) del Festival Opulentia, fortunata rassegna culturale che ha quale baricentro Cervinara e la Valle Caudina. E che, soprattutto, propone momenti di riflessione e incontro di alto profilo su attualità e politica.  Tanti gli illustri personaggi che si sono succeduti sul palco della kermesse ideata e curata da Tommaso Bello e, in perfetta continuità con questo trend, la manifestazione 2026 esordirà col botto. La serata inaugurale avrà con se uno dei giornalisti più affermati e conosciuti nel panorama nazionale: ovvero Sigfrido Ranucci, giornalista, conduttore e autore televisivo dal 2017 al timone di “Report”. L’appuntamento è fissato per la giornata di domani, Sabato 6 Giugno, alle ore 21, presso il Bar Green Park di Cervinara. Partendo dalla sua ultima fatica letteraria, “Diario di un trapezista”, la serata si preannuncia essere ricca di spunti per il folto pubblico che, già da giorni, ha bussato alle porte dell’organizzazione per avere informazioni sulla disponibilità di posti. “Siamo felici e orgogliosi – dichiara Bello – del crescente consenso e dell’interesse sempre più vivo che fa da cornice al Festival Opulentia. Lavoriamo da anni per proporre contenuti di qualità, per stimolare un dibattito culturale con tante eccellenze del panorama politico e culturale nazionale. Siamo felici di poter dare un contributo alla crescita del territorio attraverso un importante profilo di qualità e lo siamo, allo stesso modo, per il riscontro che ha il nostro impegno: anche quest’anno, ad esempio, Opulentia è stato selezionato al Salone del libro di Torino. Domani sera avremo l’onore di poter accogliere Sigfrido Ranucci, che ringraziamo di avere accolto con entusiasmo il nostro invito. Un giornalista che ha costruito il suo percorso nella costante ricerca della verità. Senza compromessi. Come già in altre circostanze detto, un messaggio per la Valle Caudina e per tutti coloro che credono che il giornalismo possa ancora essere uno strumento di libertà, consapevolezza e partecipazione. E’ la prima tappa, quella di domani, di un cartellone che sarà parimenti ricco e soddisfacente” 


M5S, Aveta: “Centrale del Garigliano, niente scorciatoie sul decommissioning. Si convochi subito il Tavolo della Trasparenza”


“Sulla gestione dei residui radioattivi e sulle operazioni di smantellamento (decommissioning) della ex centrale nucleare del Garigliano non sono ammesse approssimazioni o passi falsi che possano minacciare la salute pubblica, la sicurezza dei cittadini e la vocazione agricola di un intero territorio”. Lo dichiara il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle e Presidente della Commissione Agricoltura, Raffaele Aveta.

“Per questa ragione – annuncia Aveta – ho chiesto formalmente all’assessore regionale competente la convocazione urgente del Tavolo della Trasparenza. Questo organismo di controllo e informazione fondamentale non si riunisce ormai da aprile 2024. Un ritardo che priva le istituzioni locali, i comitati e i cittadini di aggiornamenti chiari e certificati sullo stato dell’arte delle operazioni condotte da Sogin”.

“Come ambientalista storico e oggi rappresentante delle istituzioni regionali, seguo da vicino l’evoluzione della situazione nell’area del Garigliano. La transizione ecologica e la difesa dei nostri territori non possono prescindere da una vigilanza ferrea e trasparente sulle scorie nucleari. Non permetteremo che la provincia di Caserta o le aree limitrofe diventino soluzioni di ripiego per lo stoccaggio a lungo termine, né accetteremo zone d’ombra sui tempi e le modalità di messa in sicurezza dei materiali contaminati”.

“Il Movimento 5 Stelle ribadisce la propria storica e totale contrarietà a qualsiasi ipotesi di ritorno al nucleare o di gestione opaca dei siti preesistenti. Le nostre priorità restano immutate: bonifica immediata e trasparenza assoluta nei monitoraggi ambientali a tutela del fiume Garigliano. Porterò la questione in tutte le sedi regionali competenti per garantire che la voce dei cittadini venga ascoltata e che si rompa questo inaccettabile silenzio istituzionale”.–

Mario Mosca

Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle

al Consiglio regionale della Campania

Nicola Arpaia

Addetto stampa


Putiniani alla corte di Vannacci: ex parà e amici del Cremlino alla costituente di Futuro nazionale


La kermesse si terrà a Roma il 13 e 14 giugno. In gran parte non sono nomi molto noti al grande pubblico, ma basta grattare un attimo in superficie per scoprire il filo che li lega alla Russia dello “zar” con ambizioni neo-imperiali

Eliseo Bertolasi insieme a Putin

(di Antonio Fraschilla, Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – All’evento fondativo del partito di Roberto Vannacci a Roma, i prossimi 13 e 14 giugno, ci sarà una folta rappresentanza di persone che hanno legami diretti, e non de relato, con Mosca. Scherzando, ma nemmeno troppo, nelle chat alcuni si definiscono “putiniani”.

In gran parte non sono nomi molto noti al grande pubblico. Ma basta grattare un attimo in superficie per scoprire il filo che li lega alla Russia dello “zar” con ambizioni neo-imperiali.

Un iscritto di peso è certamente l’ex parà oggi giornalista Eliseo Bertolasi. Per dare un’idea: lo scorso novembre si trovava nella capitale russa per ricevere direttamente dal presidente russo “l’Ordine dell’Amicizia”, durante la cerimonia di premiazione in occasione della Giornata dell’Unità Nazionale al Cremlino. Atteso anche un altro ex parà, Antonio Imperatore, che anima il circolo culturale “amici della Russia Imperiale Terza Roma”: una loro delegazione lo scorso febbraio a Milano hanno incontrato il console generale della Russia. Con loro c’era il conte Pietro Veniamin Andrejevich Stramezzi, altro supporter dei circoli di Futuro nazionale, figlio del noto dottore no vax Andrea. Il quale lo scorso marzo si sentì male, finì in terapia intensiva, al che di rientro da Mosca Pietro andò a fare una denuncia dai carabinieri evocando un possibile avvelenamento, magari – si disse – ad opera “dei sicari dei poteri forti e oscuri della plutocrazia mondialista”, era una versione che girava nelle chat Telegram.

Antonio Imperatore
Antonio Imperatore 

All’assemblea costituente ci sarà anche la russa Larissa Yudina, che rappresenta un circolo e ha già messo in giro le foto con lei, il simbolo di Futuro nazionale e la bandiera russa.

Ma soprattutto ci sarà il “barone nero” Roberto Lavarini Jonghi, che è diventato uno dei dirigenti e gran consigliere del generale in congedo. Ex FdI, anche lui che è di casa al consolato russo di Milano: nei giorni scorsi ha incontrato il console Dmitry Shtodin con tanto di foto. Lavarini è molto vicino al filosofo Alexsandr Dugin, alfiere della cosiddetta “quarta teoria politica”, fondatore del Partito nazionalbolscevico.

A sinistra il console russo di Milano, Dmitry Shtodin, a destra Roberto Lavarini Jonghi
A sinistra il console russo di Milano, Dmitry Shtodin, a destra Roberto Lavarini Jonghi 

Nel gruppo di neoiscritti a Fn si trova anche Giovanni Trombetta, consulente finanziario, presidente del circolo culturale multipolare R360, altro referente di Dugin in Italia ma anche amico dei Maga americani.

A Trieste in Fn è entrato il consigliere comunale Ugo Rossi, il no vax che correva col partito 3V (“vaccini vogliamo verità”), altro estimatore di Putin e che per questo è stato varie volte ospite della Zanzara, condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo. In Veneto si contraddistinguono anche il consigliere regionale Stefano Valdegamberi, uscito dalla Lega e filorusso convinto; e Joe Formaggio, ex consigliere regionale di Fdi, che definiva Putin un «bel figo» che avrebbe visto bene come «podestà d’Italia».

Tutto si lega, comunque: vicinanza alle ragioni della Russia, scetticismo sui vaccini, critiche feroci ai migranti, nostalgia del fascismo, omofobia, insofferenza per le politiche ambientali, esaltazione delle armi e del loro utilizzo. Una super destra machista che vede nel Putin bellicista un modello politico e culturale e che sta rubando alla Lega tutta questa serie di caratteristiche che erano state inglobate e normalizzate nel Carroccio dal salvinismo. Poi il “capitano” dei mille compromessi e delle clamorose giravolte ha perso smalto ed è arrivato il generale coi suoi cosacchi pronti a compiere la loro restaurazione. I super sovranisti al soldo, ideologico si intende, della Russia? Nulla di strano, dopotutto: la Decima Mas di Junio Valerio Borghese ed esaltata da Vannacci fece lo stesso coi nazisti occupanti, con un patto siglato prima della fondazione della Repubblica di Salò.