Selezione Quotidiana di Articoli Vari

All’ira del Dio ebraico preferisco il perdono


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli attivisti della Global Sumud Flotilla fermati in acque internazionali, quindi ben lontani da Israele, erano 430 circa, provenienti da 40 Paesi diversi, fra cui 29 italiani. Circa 50 sono stati ricoverati a Istanbul, scossi non solo per le lesioni fisiche, ma per le umiliazioni, le violenze e le vessazioni subite nelle carceri israeliane. Qual è stata la reazione del governo italiano? Solo vuote parole di condanna. Ma altri rappresentanti delle nostre istituzioni, e quindi del governo, si erano spinti più in là. La Russa: “Quanti palestinesi hanno salvato le flottiglie? È una propaganda a scarso rischio. Se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato, è il massimo a cui puoi aspirare e sperare”. Salvini: “Il comportamento del ministro Ben-Gvir è stato sicuramente sbagliato, ma se parti e vai in una zona di guerra non vai a fare una passeggiata in montagna. Alcuni vanno a cercarsi grane”. Ricorda molto il “Se l’è andata a cercare” di Giulio Andreotti sull’omicidio Ambrosoli. In quanto al direttore del Giornale, Cerno, che non è un uomo delle istituzioni, ma che rappresenta una larga porzione del pubblico di destra, così si esprime: “I prodi eroi, per me antieroi, della Flotilla trasformata da Pd e M5S in testimonial di quello che è da ormai un decennio un progetto targato Hamas che ha come obiettivo concentrare l’attenzione sul regime terroristico di Gaza, trasformandolo in vittima, propaganda riuscita così bene da averci fatto cascare milioni di persone e persino il governo di Israele” (aridatece Sallusti).

[…] Cosa avrebbe dovuto fare quindi il governo italiano? L’ha scritto a chiare lettere Gianluca Ferrara, indignato ex parlamentare 5Stelle, sul Fatto: “Un governo serio non resta fermo quando i propri cittadini vengono coinvolti in un’operazione del genere. Un governo serio pretende spiegazioni immediate. Un governo serio rompe le relazioni diplomatiche con queste belve… A Meloni, a Salvini, a Tajani e ai vari giornalisti di regime ricordo che la Storia giudica. Sempre. E giudica molto male chi, davanti alla sofferenza di massa, dinanzi a un genocidio ha scelto la prudenza diplomatica invece del coraggio morale. E questo vale anche per troppi ebrei italiani che restano silenti e di conseguenza complici”. Ferrara però si illude: è dalla notte dei tempi che una parte del mondo ebraico provoca scompigli e, all’occorrenza, compie omicidi senza che ci sia nei suoi confronti alcuna condanna morale.

[…]

I Romani, l’Impero più aggressivo dell’Occidente di allora, conquistavano territori e poi si limitavano a chiedere alle province che si arano accaparrati il pagamento delle tasse, cioè frumento, e poi ciascun popolo facesse quel che voleva secondo la propria storia e tradizione. I soli problemi li ebbero in Giudea. Del resto quello ebraico si proclama “il popolo eletto da Dio”. E quindi, tutte le altre genti sono genti di serie B, su cui si possono compiere ogni sorta di nefandezze. Furono i sommi sacerdoti e gli anziani a sobillare il popolo di Gerusalemme per chiedere la crocifissione di Cristo, e non Ponzio Pilato a deciderla, come invece afferma la narrazione corrente. Pilato cercò di salvare Cristo da quegli energumeni e gli disse di smetterla con la storia del “figlio di Dio” per lui, pagano, assolutamente incomprensibile. Ma Cristo non poteva rinnegare se stesso e andò a morire inchiodato alla croce, dove in uno dei più commoventi passi del Vangelo dubita, umanamente dubita: “Padre, padre, perché mi hai abbandonato?” (Io leggo Cristo non come figlio di Dio, ma come uomo, alla De André: “E morì come tutti si muore, come tutti cambiando colore”, Si chiamava Gesù).

[…] Naturalmente i comandi israeliani hanno smentito le nefandezze di cui è accusato l’esercito di Tel Aviv, ma si sono dimenticati che oggi esistono i social e le tv indipendenti che portano tutto alla luce del sole. Il vittimismo aggressivo di Israele utilizza spesso l’Olocausto, anche se un coraggioso e intelligente ebreo americano, Norman Finkelstein, ha scritto un libro: L’industria dell’Olocausto. Che gli ebrei siano intelligenti è fuori discussione. Nietzsche (che col nazismo non ha nulla a che vedere) li considerava “la razza – si può ancora usare questo termine? – più intelligente del creato” (Kafka ed Einstein, singolarmente presi, sono lì a dimostrarlo). Ma nel Dna di alcuni di loro, per esempio quelli che oggi governano Israele e i loro elettori, c’è anche la vendetta, di cui Israele sta dando ampia dimostrazione. Si legga il passo del Deuteronomio a proposito di Gerico, 2, 33-34, che afferma: “In quel tempo prendemmo tutte le sue città e le votammo allo sterminio: uomini, donne, bambini; non vi lasciammo nessuno in vita”.

Io, che pur sono agnostico, preferisco il perdono cristiano, perché sulla croce Gesù perdona i suoi aguzzini.


Tre anni in uno


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Non essendo bastata la lezione del referendum, che il centrosinistra pensava riguardasse solo il centrodestra, arriva quella delle Comunali. Che non c’entrano niente con le Politiche del 2027, ma c’entrano molto sul modo migliore per portare gli elettori alle urne. Non quelli che già ci vanno per senso civico, o abitudine, o clientelismo. Ma quelli che cercano un motivo valido […]


Trump è incapace di negoziare (altro che “arte del deal”)


Tra improperi usati per i nemici con cui poi tratta («bastardi!»), repentine retromarce, auto-smentite clamorose e ripensamenti, la trattativa con l’Iran è avvolta dal caos. Prendete il presunto accordo: annunciato in modo reboante, poi rimandato di qualche ora, infine di qualche giorno con l’aggiunta di nuove clausole. Ricordiamoci: anche da affarista Trump è fondamentalmente un bancarottiere

(Gigi Riva – editorialedomani.it) – Un equivoco, alimentato soprattutto dalla propaganda delle destre, vuole che un imprenditore di successo sia perciò anche un perfetto politico. In virtù dell’assioma, pure falso, secondo il quale se qualcuno ha fatto il bene della propria azienda e dunque a se stesso, potrà ottenere gli stessi risultati per il suo paese e per la collettività. Non bastassero gli esempi del passato, Donald Trump è la smentita plastica e definitiva dell’equivoco e dell’assioma.

Anzitutto è da dimostrare che il presidente degli Stati Uniti sia un grande imprenditore. Un film del 2024, The Apprentice – Alle origini di Trump, illumina i lati oscuri di un’ascesa resistibilissima, tra collaboratori equivoci, ricatti, corruzioni e affari poco chiari. Il suo team di legali aveva inviato lettere di diffida per bloccare la diffusione della pellicola e minacciato querele, ma senza successo.

Inoltre il Grande Bugiardo, il “Miles Gloriosus” (Il soldato Fanfarone) si affanna continuamente a ribadire di non essere mai fallito. E se non è mai successo per i suoi beni personali (la furbizia non gli manca) invece le sue aziende hanno dichiarato bancarotta per ben sei volte tra il 1991 e il 2014, ma le conseguenze sono state pagate dagli americani. In altre occasioni, per alcuni salvataggi in extremis, c’è il sospetto che siano intervenuti con copiosa iniezione di fondi degli oligarchi russi: il che spiegherebbe alcune posizioni pro Cremlino prese durante il suo mandato.

L’attitudine a privatizzare i guadagni e a collettivizzare le perdite si è addirittura accentuata da quando siede nello Studio Ovale. Le sue bizzarre decisioni, tra dazi sparati a raffica e guerre dichiarate senza senso, hanno arricchito lui e i suoi amici miliardari (vedi spudorato brindisi in favore di telecamere alla Casa Bianca per fantasmagorici guadagni di Borsa) tra sospetti più che fondati di insider trading. Mentre al contrario hanno gettato nella disperazione i cittadini suoi e del mondo intero causa ingenti aumenti dei prodotti energetici e in generale di gran parte di quelli di prima necessità.

Nonostante l’evidenza, Donald Trump continua a godere di un certo credito come “mediatore” di crisi. Quando una volta diradatosi il fumo delle sue iperboliche dichiarazioni, si svela un panorama desolante: sotto le parole, niente. Il tycoon imbonitore ama gli assoluti, come se tanto gigantismo potesse bilanciare l’assoluta assenza di pensiero, di strategia.

E al proposito: un’altra vulgata vuole che ci sia del metodo nella sua follia, a causa di quel credito giustificazionista di cui sembra godere in quanto a capo della più grande potenza del mondo (ma lo è ancora?). Il suo alzare la posta altro non sarebbe se non la strada giusta per concludere comunque l’affare alle condizioni, più basse, che aveva previsto dalla partenza: una tattica da suk.

Ritenendosi sciolto da qualunque controllo per quel bilanciamento di poteri che sarebbe il sale della democrazia, e sciolto pure dalla verifica di qualunque fact checking da parte dei media, Trump pensa possa bastare la sua auto-certificazione per tacitare qualunque critica. «Ho concluso un accordo fantastico», «nessuno in tremila anni di storia ha ottenuto quanto me in Medio Oriente» (sembra pazzesco ma l’ha detto).

Tra improperi usati per i nemici con cui poi tratta («bastardi!»), repentine retromarce, smentite clamorose di se stesso, ripensamenti, cosa resta di tanto attivismo? Nulla se non il caos totale del mondo che ogni mattina aspetta trepidante il momento del suo risveglio, quando comincia a twittare, usando cioè quell’arma di distrazione di massa perenne che obbliga a inseguire l’ultima novità per dimenticare lo sconcerto creato da quelle precedenti.

L’“accordo” con l’Iran è un caso di scuola. Annunciato in modo reboante, poi rimandato di qualche ora, infine di qualche giorno con l’aggiunta di nuove clausole. Il presidente che aveva fretta non ha più fretta, come una banderuola in balia dei venti. E frasi buttate lì senza una logica. Quella di ieri: l’estensione degli Accordi di Abramo all’Iran, quando finora riguardavano i sunniti e non anche gli sciiti, da sempre in conflitto tra loro. Come se si potesse con un tratto di penna cancellare una lunga fetta di storia. Già, la storia. Servirebbe conoscerla per chi fa politica. I popoli sono complessi, molto più degli affaristi che qualcosa tra di loro, alla fine, riescono sempre a impapocchiare.


La ricerca di un incarico per Emiliano è il vero lavoro bipartisan della politica italiana


Da sei mesi il Csm attende che il Pd trovi un posto all’ex governatore pugliese. Tra no del Csm, incarichi sfumati e audizioni mancate, il “ricollocando” resta senza destinazione. L’audizione del 3 giugno

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(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Il Pd ha molte qualità. È europeista, progressista, attento alle fragilità sociali, ed è certamente per questo che da sei mesi sta cercando con dedizione commovente di piazzare un magistrato che non vuole tornare a fare il magistrato in un posto qualsiasi che non sia un tribunale. Chi, se non un partito con forte sensibilità laburista, si sarebbe fatto carico di una situazione così delicata. Esiste anche una specie di annuncio: Michele Emiliano, 66 anni, ottima presenza, esperienza ventennale in politica, cercasi ricollocazione. Referenze: Bari, Puglia, centrosinistra nazionale. Automunito. Astenersi procure e tribunali. Lo chiameremo da questo momento in poi, per comodità, semplicemente “il ricollocando”.

Ebbene, il ricollocando ha una toga appesa da qualche parte dal 2003, e un rapporto con la magistratura che si potrebbe definire sentimentale. Infatti ci tiene moltissimo, alla magistratura. Nel senso che non si è mai dimesso malgrado negli ultimi ventitré anni abbia visto più assessori che imputati. E allo stesso tempo ci tiene pochissimo, nel senso che non ha la minima intenzione di tornare a lavorare. Lo ha ribadito anche ieri pomeriggio, nell’afa romana, alla presentazione di un romanzo che ha scritto (“l’alba di San Nicola”), con una proposta che ha il pregio della chiarezza: “Tutti quelli che mi vogliono lontano dalla politica comprino il libro, così io definitivamente lascerò la politica per fare lo scrittore”. E’ un piano industriale solido. Richiede però che gli italiani acquistino il libro. Il che, al momento, non risulta essere avvenuto in quantità sufficienti a risolvere la questione. Per fortuna però c’è il Pd, partito di sinistra che ovviamente ha nel suo statuto, impresso nel dna, il tema del lavoro. Il lavoro di Emiliano. La ricerca è cominciata in gennaio. Non si è ancora risolta. Ma nessuno dispera.

Sei mesi di rinvii al Csm, che non decide il suo reintegro in magistratura. In sei mesi Napoleone aveva conquistato l’Italia settentrionale, gli americani avevano messo piede sulla luna e fatto ritorno, in sei mesi i cinesi costruiscono una città grande coma Catania, e c’è chi giura che si possa anche imparare il tedesco fino al livello B1. Il Csm non ha ancora deciso dove mandare a lavorare Michele Emiliano. Aspetta il Pd. Era gennaio quando l’ufficio di collocamento del Nazareno ha aperto i battenti. La prima idea era semplice, quasi ovvia: mandiamolo alla Regione Puglia, dove Emiliano conosce ogni corridoio, ogni commesso, ogni distributore automatico. L’idea era tenerlo lì, con un incarico da consulente, in un ufficio adiacente a quello del suo successore Antonio Decaro, che è anche il suo figlioccio politico, il che rendeva la cosa insieme affettuosa e leggermente imbarazzante, come regalare a qualcuno la propria casa e poi chiedergli di dormire sul divano. Purtroppo però, e non per le questioni di imbarazzo, il Csm ha detto no, a marzo. Non si può fare. Così il Pd ha riconfezionato la proposta con carta da regalo diversa. Ma niente. No anche ad aprile. L’ha riconfezionata ancora. No, ancora. Tre no, desolati, del Csm.

A quel punto Decaro ha fatto la cosa più naturale del mondo: si è presentato lui di persona al Csm, il 22 aprile, per spiegare a voce quello che tre lettere non erano riuscite a spiegare. Per la prima volta nella storia il presidente di una regione perorava, davanti al consiglio superiore della magistratura, la causa di un magistrato da mettere fuori ruolo. Il Csm lo ha ascoltato con attenzione, ha annuito, e gli ha chiesto di mettere tutto per iscritto. Decaro ha messo tutto per iscritto. Era la quarta volta. E ancora: no, non si può fare, dovete inventarvi qualcosa che non violi regolamenti e leggi, intanto noi aspettiamo. Ecco. A questo punto, e siamo quasi ai giorni nostri, ovvero ai primi di maggio, il Pd ha avuto un’illuminazione, una di quelle idee così straordinarie, così rare, che persino sul volto dei commessi del Nazareno, sede della segreteria Pd, abitualmente impassibili, si è disegnato un arrossito stupore: il Senato. Basta con la regione Puglia.

Lo mandiamo in Senato, Emiliano. A fare il consulente della commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia. Chi meglio di lui? D’altra parte, dove mettere un “ricollocando” se non alla commissione Lavoro. Grande impegno diplomatico del Pd, ad ampio spettro. Al punto che, alla fine, Emiliano è stato votato da tutti i partiti. All’unanimità. Destra e sinistra. Anni di litigi sul lavoro, sulle tutele, sui contratti, sul jobs act, sul reddito di cittadinanza – tutto superato nel momento in cui il lavoro in questione era quello di Michele Emiliano.

E infatti sembrava fatta. Finalmente. Senonché il Csm ha letto la pratica, ha rilevato alcune criticità, ha fissato un’audizione, e ha ripreso ad aspettare. Suspance. Potrebbero mandarlo a lavorare. Potrebbero indicargli una sede – Benevento, Aosta, Caltanissetta, il mondo è vasto e i tribunali sono tanti e tutti hanno bisogno di magistrati, anche di quelli che non li frequentano da ventitré anni. Invece il Csm aspetta, con la serenità di un bonzo in meditazione che però ha letto i sondaggi del Pd. Se qualcuno, dopo il referendum, cercasse la prova più luminosa della sua totale indipendenza dalla politica, è proprio in questa vicenda che deve cercarla. Il prossimo appuntamento è fissato per il 3 giugno. Il Csm ha convocato “il ricollocando” in audizione. Egli non andrà. La sua è una posizione coerente: se non vuole tornare a fare il magistrato, perché mai dovrebbe andare a parlarne.


Povera Italia


EUROSTAT, IN STIMA RISCHIO POVERTÀ 2026 ITALIA STABILE AL 18,6%

(ANSA) – BRUXELLES, 26 MAG – Nel 2026 sulla base dei redditi del 2025 si stima che la percentuale delle persone a rischio di povertà in Italia resti stabile al 18,6%. Emerge dalle statistiche Eurostat secondo le quali in Ue in media la stima per quest’anno sulla base dei redditi per il 2025 è del 16,4%, lievemente superiore a quella per il 2025 sui redditi del 2024 (16,3%).

UNC, ITALIA TRA LE OTTO PEGGIORI IN UE PER RISCHIO POVERTÀ

(ANSA) – ROMA, 26 MAG – “L’Italia è tra le peggiori in Europa rispetto al rischio povertà con il 18,6% della popolazione a fronte del 16,3% in Ue nel 2025”. L’Unc commenta il dato sottolineando che l’Italia è all’ottavo posto tra i paesi monitorati . Fanno meglio di noi, sottolinea l’associazione dei consumatori, la Francia (16,3%), la Germania (16,1%) e il Portogallo (15,4%), tutti sotto la media Ue.

Solo la Spagna, afferma il presidente, Massimiliano Dona, “sta peggio di noi, con il 19,5%, ma con la stima per quest’anno in calo. Insomma, la lotta alla povertà avrebbe dovuto essere la priorità di questo Governo, che invece ha preferito abbassare l’Irpef a chi dichiara fino a 200 mila euro, come se il problema di chi non ce la fa ad arrivare a fine mese fosse già stato risolto” .


Tutti Fratelli per un pugno di incarichi


Contro la sostituta di Tiero alla Regione Lazio si è pronunciato, inascoltato, il ministero. Ma anche l’altro in corsa è incompatibile. E alla fine il dimissionario si riprende il posto

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Correva l’anno 2014, mese di giugno. Il governo di Matteo Renzi si era insediato da pochi mesi e la futura presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dall’opposizione, lanciava fra il tripudio dei fedelissimi la nuova battaglia epocale del suo partito Fratelli d’Italia. La battaglia «per abolire le Regioni». Una dichiarazione di guerra senza titubanze: «Il regionalismo è fallito. Le Regioni sono diventate centri di spesa formidabili, utilizzate dalla partitocrazia per moltiplicare carrozzoni, consulenze, occasioni di malaffare…». Ma erano altri tempi. Oggi la musica è decisamente cambiata. Oggi Fratelli d’Italia, dopo aver sdoganato quella deprecata «partitocrazia», le Regioni se le prende. E, dopo averle prese, se le tiene strette.

Così la «battaglia per abolire le Regioni» si è conclusa senza nemmeno aver sparato un colpo. Già nel 2017, tre anni dopo aver dichiarato guerra al «regionalismo fallito», Giorgia Meloni appoggia la scalata di Nello Musumeci, ora ministro del suo governo, alla Regione siciliana. Due anni più tardi l’ex tesoriere del partito e senatore di Fratelli d’Italia in carica, Marco Marsilio, conquista la Regione Abruzzo, che continua pure adesso ad amministrare. Passa un anno e nel 2020 tocca a un deputato in carica di Fratelli d’Italia, Francesco Acquaroli, occupare la presidenza della Regione Marche, che occupa tuttora. Fino al 2023, quando il partito di Giorgia Meloni corona l’assalto alle Regioni centrando un bersaglio grosso come il Lazio con l’ex capo della Croce rossa Francesco Rocca. Il quale interpreta il proprio ruolo in coerenza con l’andazzo tradizionale del «regionalismo fallito» un tempo denunciato dalla leader del suo partito.

Fa discutere a maggio 2025 la partecipazione di una quarantina di alti papaveri della Regione Lazio, ovviamente guidati dal presidente Rocca, all’Expo di Osaka, costata 1,8 milioni. E giusto un anno dopo, all’inizio di maggio 2026, ecco la stravagante iniziativa di una missione «istituzionale» del medesimo Rocca, accompagnato dalla vicepresidente Roberta Angelilli e dall’assessora alla cultura Simona Baldassarre, in California. Così celebrata in un comunicato ufficiale della Regione: «Un passaggio significativo nel rafforzamento delle relazioni istituzionali tra la Regione Lazio e lo Stato della California, ponendo le basi per l’avvio di un percorso di collaborazione strutturata che porterà alla definizione e alla firma di un accordo bilaterale nei prossimi mesi». Nientemeno…

Notizie che inevitabilmente stimolano riflessioni su quei «centri di spesa formidabili» di cui parlava la futura premier. Alludendo a sprechi inaccettabili di denaro pubblico. Per non parlare di altri riflessi dell’azione degli apparati politici regionali, in esemplare stile «partitocratico». Dice tutto, al proposito, una vicenda che nel Consiglio regionale del Lazio egemonizzato dal partito meloniano si sta dipanando nelle stesse ore della singolare trasferta californiana, E della quale L’Espresso si è già occupato a gennaio di quest’anno.

È il caso scaturito dalla sospensione dall’incarico di un consigliere regionale di Fratelli d’Italia per gli effetti della legge anticorruzione che porta il nome della ministra della Giustizia del governo di Mario Monti, Paola Severino. Il consigliere in questione si chiama Enrico Tiero: è il più votato dei sei candidati di Fratelli d’Italia alla Regione nel feudo ex missino di Latina, considerato il proconsole del potente europarlamentare Nicola Procaccini, per otto anni sindaco di Terracina e prima ancora portavoce di Giorgia Meloni ministra della Gioventù nel quarto governo di Silvio Berlusconi. Tiero è finito agli arresti domiciliari per un’accusa di corruzione formulata dalla procura di Latina, e per la legge Severino deve uscire dal Consiglio regionale, sia pure mantenendo il 60 per cento dell’indennità. Il suo posto dovrebbe andare al primo dei non eletti, che in realtà si trova al quarto posto della lista dei sei candidati di FdI a Latina. Il suo nome è Emanuela Zappone. Dopo Tiero è stata eletta Elena Palazzo, che Rocca ha nominato assessora della propria giunta. Quindi ha guadagnato un seggio anche Vittorio Sambucci.

Emanuela Zappone ha però un altro incarico. Un anno dopo la mancata elezione alle Regionali è stata risarcita dal ministro dell’Ambiente del governo Meloni, Gilberto Pichetto Fratin, con il posto da commissario all’Ente parco del Circeo. Incarico di durata limitata, che però alla vigilia del suo ingresso nel Consiglio regionale viene prontamente trasformato in un paracadute di cinque anni: da commissaria Elena Zappone viene infatti promossa presidente a tutti gli effetti.

Qualcuno allora solleva un problema di incompatibilità del doppio ruolo di consigliere regionale e presidente del parco. Ma il Circeo è un parco nazionale. E l’incompatibilità sussisterebbe, sulla carta, solo nel caso in cui si trattasse invece, di un ente regionale. A ogni buon conto il presidente del Consiglio Antonello Aurigemma, del suo stesso partito, decide di chiedere un parere al ministero. Sollevando (involontariamente?) un caso perché l’esito è raggelante. Pur ammettendo che formalmente la sovrapposizione dei due incarichi non è contra legem, il ministro dell’Ambiente ritiene che non sia opportuna. Emanuela Zappone deve dunque optare fra il Consiglio regionale e l’Ente parco. Ma se scegliesse il seggio in consiglio, per cui si era candidata senza fortuna e ora inaspettatamente è suo, perderebbe un incarico che garantisce cinque anni sicuri di prestigio e stipendio. La cosa più logica sarebbe quindi scegliere la presidenza del parco del Circeo e lasciare il posto in Consiglio.

Posto che teoricamente spetterebbe a chi alle Regionali del 2023 è risultato ancora più sfortunato di lei: Vincenzo Fedele, per 25 anni nella Guardia costiera. Se non fosse che anch’egli è presidente di un parco. Nella fattispecie, l’Ente parco dei Monti Aurunci. L’ha nominato Francesco Rocca il 30 dicembre 2025. E trattandosi di un parco regionale, a differenza del Circeo, ciò rende Fedele senza alcun dubbio incompatibile a occupare un posto nel Consiglio regionale. 

Di conseguenza, scorrendo la graduatoria dei trombati, quella poltrona spetterebbe alla sesta e ultima candidata di Fratelli d’Italia non eletta. È Valentina Lax, incidentalmente sorella dell’ex segretario locale della Lega Salvatore Lax, passato anch’egli al partito di Giorgia Meloni e nominato presidente del Consiglio comunale di Aprilia. Incarico durato appena un anno causa scioglimento e commissariamento del Comune nell’estate 2025 per infiltrazioni mafiose, come sostenuto nel rapporto della commissione istituita da Vittoria Ciaramella, prefetto di Latina.

Ma anche per Valentina Lax ci sarebbe un problema. Non di incompatibilità, bensì politico. Il seggio spetterebbe infatti ai fedelissimi di Procaccini, e la questione di equilibri fra le varie anime dei meloniani blocca la scelta di Emanuela Zappone. Lei decide di non decidere, e il consiglio comunale conferma incredibilmente la sua non decisione, bocciando il parere del ministero. Aurigemma, che aveva firmato la richiesta di parere, adesso firma la delibera che certifica la regolarità del doppio incarico di Emanuela Zappone.

Soltanto per poche ore. Perché nei giorni scorsi il tribunale del riesame annulla gli arresti domiciliari inflitti nell’ottobre 2025 a Enrico Tiero. Che così può rientrare nel Consiglio regionale del Lazio a riprendersi la poltrona contesa. In attesa, chissà, del prossimo colpo di scena.


In Italia il costo dell’elettricità è il più alto di tutta Europa


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – In Italia l’elettricità continua a costare più che nel resto d’Europa, con un prezzo medio all’ingrosso che nel 2025 ha toccato i 116 euro per megawattora, contro gli 85 euro della media UE. Lo ha attestato un recente rapporto della Commissione Europea, che fotografa lo spaccato a quattro anni dall’avvio del piano RePowerEU. All’origine di questo primato negativo, secondo l’analisi, c’è una dipendenza strutturale dal gas naturale, che da solo determina il prezzo finale dell’elettricità. Per uscire dall’impasse, Bruxelles indica tre strade: risparmio energetico, accelerazione sulle rinnovabili e diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Il motivo principale di questo divario è presto spiegato: in Italia i combustibili fossili rappresentano ancora la tecnologia «dominante» nella produzione elettrica. Nel 2025 hanno coperto il 52,3% del totale, la quinta quota più alta tra i Paesi Ue. Quando il prezzo del gas sale sui mercati internazionali – per tensioni geopolitiche o per la riduzione delle forniture – il costo dell’elettricità segue immediatamente la stessa direzione. Il sistema italiano è infatti fortemente legato alle centrali termoelettriche alimentate a gas, che spesso fissano il prezzo marginale all’ingrosso. A ciò si aggiunge un problema di flessibilità. Negli ultimi anni l’energia solare ha contribuito ad abbassare i prezzi nelle ore diurne, ma nelle ore serali e notturne – quando il fotovoltaico non produce – il Paese deve tornare a bruciare gas per coprire la domanda. Nel 2025 il differenziale medio di prezzo tra picchi e valli è stato di 46 euro a megawattora, ben al di sopra della media europea di 12,1 euro. La Commissione sottolinea anche la limitata capacità di interconnessione con le reti degli altri Stati, che impedisce all’Italia di importare energia a costi inferiori nei momenti di maggiore bisogno.

Sul fronte della diversificazione, si registra come nel 2025 le importazioni di gas russo siano scese a meno del 3% del fabbisogno nazionale, con volumi da gasdotto ormai «trascurabili». Si rilevano criticità nel ritmo di installazione delle rinnovabili: nel 2025 sono stati aggiunti 7,2 GW di nuova capacità, meno dei 7,5 GW dell’anno precedente, mentre per centrare gli obiettivi nazionali servirebbero oltre 55 GW nei prossimi cinque anni. Il costo elevato dell’elettricità non è solo un problema per le famiglie. Incide sulla competitività delle imprese energivore – siderurgia, chimica, manifattura – e alimenta l’inflazione. Come ricorda il rapporto Ue, i prezzi all’ingrosso rappresentano «il 61% del prezzo dell’elettricità industriale», mentre costi di rete, carbonio e tasse coprono rispettivamente «il 10%, l’11% e il 18%».

In questo quadro si inserisce anche il segnale di un sistema, per l’appunto quello italiano, che fatica ancora a completare la transizione verso fonti rinnovabili e più stabili nei costi. Si tratta della decisione da parte della maggioranza di rinviare al 2038 l’uscita dalla produzione elettrica a carbone, inizialmente prevista molto prima. La svolta è arrivata a fine marzo in commissione Attività produttive della Camera, dove è stato approvato un emendamento al decreto Energia che investe le quattro centrali ancora operative in Italia, concentrate tra Sardegna e penisola, ribaltando un percorso iniziato anni fa per chiudere impianti vecchi, costosi e molto inquinanti. La maggioranza ha giustificato il rinvio facendo riferimento agli effetti di un complesso quadro internazionale segnato dalle tensioni sui mercati e dalle crisi aperte tra Ucraina e Medio Oriente, mentre le opposizioni hanno denunciato un clamoroso passo indietro.


Le amministrative in provincia di Napoli sono state una tragedia elettorale per il centrodestra


(Carlo Tarallo – dagospia.com) – Dalla Laguna al Golfo la musica cambia: le amministrative in provincia di Napoli sono una vera e propria tragedia elettorale per il centrodestra e per Fratelli d’Italia in particolare. Si perde ovunque, dove si era vinto e dove si era già perso, e soprattutto il primo partito d’Italia registra percentuali francamente imprevedibili anche per gli osservatori più pessimisti. Qualche esempio? A Portici, Fdi prende lo 0,98%; a San Giorgio a Cremano l’1,23% (con lo smacco di essere superati anche dal partito di Vannacci); a Ercolano Fdi si ferma sotto il livello degli Scavi: 2,28%.

Qui poi la figuraccia è resa ancora più grave dal candidato a sindaco: Luciano Schifone, babbo della deputata Marta, commissaria provinciale del partito a Napoli. Ieri, di fronte a queste percentuali, la Schifone è stata soprannominata dai soliti buontemponi “Marta Tg1%”, poiché la cara amica di Arianna Meloni è uno dei volti che il partito manda frequentemente a leggere le filastrocche a uso e consumo dei Tg.

Su questi tre comuni della fascia costiera vesuviana la debacle di Fdi non è solo opera della Schifone: è stato iper presente in campagna elettorale pure Gennaro Sangiuliano, che per questa splendida catastrofe politica riceverà nelle prossime ore il premio di capo dell’opposizione del centrodestra in Campania al posto di Edmondo Cirielli (altro responsabile della disfatta, in quanto leader di fatto del partito in Campania).

Ma torniamo alla Provincia di Napoli. La sconfitta meno attesa arriva da Afragola, regno della sottosegretaria leghista Pina Castiello, dove il centrodestra aveva una delle sue roccaforti: crollata, manco a dirlo, al primo turno, con la vittoria del centrosinistra e Fratelli d’Italia al 3,88%, dietro non solo a Fi e Lega ma pure a una marea di civiche più votate del primo partito d’Italia.

Sconfitte per il centrodestra al primo turno pure per il centrodestra pure ad Arzano (Fdi 8%) e Mugnano (4,82). Attenzione: questi comuni sono in realtà vere e proprie città, sommate fanno circa 300mila abitanti, quindi siamo in presenza della sparizione sostanziale di Fdi da un’area che alle prossime politiche farà sentire il suo peso.

Del resto, l’aria che tirava si era già annusata al referendum, con la provincia di Napoli che aveva fatto registrare il record italiano dei “no”, con un terrificante 72% (ricordiamo che la Campania non è una regione rossa come Toscana e Emilia-Romagna: qui il centrodestra ha vinto con Antonio Rastrelli e Stefano Caldoro). E ora che accadrà?

Assolutamente nulla: la vispa Schifone, che alle politiche 2022 fu garantita con pluricandidature sicure nei listini, e quindi eletta nonostante abbia perso nel suo collegio contro il centrosinistra spaccato, si guarderà bene dal rassegnare le dimissioni, e manco nessuno gliele chiederà, in quanto “amica di”;

Genny Sangiuliano, come detto, verrà premiato; Giorgia Meloni farà spallucce, perché in fondo considera Napoli e la Campania solo una scocciatura e se proprio deve parlare con qualcuno telefona a Gaetano Manfredi, e il centrodestra alle prossime elezioni, tra un anno, dovrà sperare in un vero e proprio miracolo per non affondare completamente nella terza Regione d’Italia, col serio rischio di pagare questa situazione anche sul piano nazionale.


De Luca: “Salerno sarà la Montecarlo d’Italia”


(Claudio Bozza – il Corriere della Sera) – «Fino a quando avrò il respiro combatterò per Salerno, per la Campania e per il Sud». Tutti aspettano Vincenzo De Luca in municipio per le 18 in punto. Ma lui non si materializza. Sta chiuso in casa, si gode così il suo trionfo. Niente telecamere e giornalisti, che non ama granché (eufemismo).

Perché quando lui vuole parlare spalanca i social e dice ciò che vuole, senza contraddittorio. E a 77 anni suonati avverte chi lo credeva fuori da tutto, dopo lo stop al terzo mandato da governatore: «Dovrete continuare a fare i conti con me».

Provoca, talvolta è sprezzante, altre scherza. Ma in realtà è terribilmente serio. Spavaldo come non mai — trentatré anni dopo la sua prima volta, sulle macerie di Tangentopoli — torna a indossare la fascia di sindaco. È la personificazione dell’eterno ritorno di Friedrich Nietzsche.

A Salerno l’universo rinasce e rimuore in base a cicli temporali fissati, soltanto che al centro rimane sempre lui: «Don Vicienz». Con tutte le sue contraddizioni, i suoi pacchetti di voti controllati militarmente e pure i suoi fallimenti: emblematico quello del Crescent, mastodontica colata di cemento a fianco della nuova stazione marittima di Zaha Hadid, con appartamenti e decine di fondi commerciali rimasti sfitti. Ora De Luca torna e rilancia: «Salerno sarà la Montecarlo d’Italia».

Tipica grandeur deluchiana: «Con palme stile spiaggia di Copacabana». Intanto dovrà far ripartire diversi cantieri bloccati e un tratto di lungomare crollato: ferite ereditate dalla gestione del suo fedelissimo predecessore Vincenzo Napoli, che a gennaio si era dimesso a sorpresa, un anno e mezzo prima del termine, proprio per fare spazio al ritorno del «Viceré». Perché De Luca è visceralmente legato a Salerno.

Nel 2001 finì eletto in Parlamento, ma Roma non era cosa sua. Perché lui ha un bisogno fisico di testare il suo potere, in presa diretta. E fa di tutto per farsi rieleggere sindaco. E ieri, via social, ha ringraziato così: «È un voto importante, che conferma, ancora una volta, la solidarietà, il sostegno e l’affetto che i salernitani mi hanno sempre concesso».

Si riparte quindi da dove tutto era iniziato. Un po’ come Ciriaco De Mita, nella vicina Nusco, che dopo aver fatto e disfatto parte della storia d’Italia come colonnello della Dc tornò nella sua terra da sindaco, appunto fino all’ultimo respiro, arrivato a 94 anni.

Nei video social alterna rabbia, ironia, invettive: «Feccia» dice ai nemici. In piazza arringa ancora folle oceaniche. De Luca è probabilmente l’ultimo grande animale politico novecentesco in attività.

Del resto lo «Sceriffo» è uno dei pochi sopravvissuti di un’altra era. Quando nel ’93 vinse per la prima volta, c’erano ancora la Dc appena crollata, Tangentopoli e Berlusconi non era ancora sceso in campo. Da allora ha attraversato tutto: l’Ulivo, il Pd, Renzi, Conte, Schlein, il Covid, i duelli con Giorgia Meloni. Sempre uguale e sempre diverso. Capace di passare dal latino ai comizi-pop, dalle citazioni colte agli insulti virali.

In questa epopea teatrale, un capitolo va dedicato a un altro attore chiave: il figlio Piero, rimasto ieri scientificamente a distanza da Salerno.

Fu renziano doc, oggi è nella corrente riformista non più ostile alla segretaria del Pd Elly Schlein. De Luca junior, nell’ambito dell’accordo affinché il padre appoggiasse l’odiato Roberto Fico nella corsa a governatore («Dareste mai la Campania a uno che non ha mai amministrato nulla?», fu la frase più soft), ha incassato il ruolo di segretario del Pd della Campania. Cioè l’organo che avrebbe dovuto concedere al padre il simbolo del Partito democratico per correre alle amministrative. Simbolo che «Don Vicienz» si è ben guardato dal chiedere: lo avrebbe solo danneggiato. E così, anche di De Luca junior, nessuna apparizione.


Cacciari: “A Venezia una batosta inimmaginabile. Martella? Mio nipote Tommaso avrebbe preso più voti di lui”


Il filosofo ex sindaco di Venezia: «I giovani sono rimasti a casa. La colpa di questo risultato è di chi non vuole mai passare il testimone»

Cacciari: «Martella? Un eterno numero 2. Così non  si crea entusiasmo,  è  una batosta inimmaginabile»

(di Fabrizio Caccia – corriere.it) – «Pazzesco il crollo dell’affluenza a Venezia… E stupefacente è il distacco di Martella da Venturini, non era mai successo in passato… Mamma mia…».
Comincia con una serie di sospiri ed esclamazioni la telefonata con Massimo Cacciari, 81 anni, filosofo illustre ed ex sindaco di Venezia. Lui venne eletto col centrosinistra la prima volta nel 1993, riconfermato nel ‘97 e rieletto infine nel 2005.

Non se l’aspettava, Cacciari, il voto di Venezia?
«Tutti i sondaggi parlavano di partita aperta. E poi Venezia era stato l’unico posto in Veneto dove a marzo al referendum avevano vinto i No. Perciò direi che gli elettori di centrosinistra stavolta non sono andati a votare, specie i giovani non ci sono andati».

Un errore, candidare Martella?
«Il discorso parte da lontano. Il centrosinistra, dopo i miei mandati, inanellò suicidi a ripetizione. Ricordate Felice Casson? Invece di puntare sulle giovani leve veneziane del Pd, nel 2014 scelsero di candidare lui e vinse il centrodestra con Brugnaro. E ora con Martella ci risiamo: io lo conosco da una vita, Martella, niente di particolarmente tremendo, ma è un giovane vecchio, un politico puro, una carriera da eterno numero 2, numero 3, una volta al seguito di Veltroni, un’altra al seguito di Orlando, un’altra ancora di Bersani. Insomma, non è così che si crea entusiasmo tra gli elettori. Ci sarebbe voluta una figura diversa, come la Salis a Genova. Mio nipote Tommaso, per dire, avrebbe preso più voti di Martella…».

Suo nipote, Tommaso Cacciari, con gli attivisti no global del Veneto, era in prima fila a marzo scorso al corteo romano dei No Kings.
«Sì e ricordo che disse cose assolutamente condivisibili».

Disse al Corriere che le potenzialità per mandare a casa Giorgia Meloni ci sarebbero pure, ma i partiti del centrosinistra non riescono a intercettare la voglia di cambiamento delle piazze, perché rispondono a vecchie logiche e invece dovrebbero mettersi in ascolto dei movimenti.
«Proprio così. Già ai tempi di Casson io mi arrabbiai moltissimo con questi amici e compagni idioti, non faccio nomi, che pur di non passare mai il testimone ora hanno candidato Martella, che però è uno di loro. Così alla fine cos’hanno ottenuto? Una batosta inimmaginabile».

Ma che futuro vede per il Campo largo?
«Il Campo largo non si discute, è necessario per vincere le elezioni. Ma non è sufficiente».

A Palermo c’è stato un «quasi bacio» tra Elly Schlein e Giuseppe Conte…
«È bello che si bacino, ma ora bisogna cominciare a dire qualcosa agli elettori in vista delle Politiche del 2027: sullo stato sociale e con quali politiche fiscali, quale politica estera, che posizione assumere in Europa».

Giorgia Meloni a Venezia non si è vista.
«Perché è intelligente, lo penso da sempre. Ha fatto benissimo a non farsi vedere e se avesse imposto un candidato di FdI avrebbe perso matematicamente, perché avrebbe risvegliato l’antifascismo. Invece ha puntato su Venturini, che non era affatto l’alter ego di Brugnaro, ha lavorato per anni pancia a terra, il centrosinistra ha fatto male a sottovalutarlo. Credo che non abbiano influito invece le polemiche sulla Biennale e sulla Fenice».

Venturini ha avuto anche l’appoggio di Calenda.
«Frattaglie».

Per il futuro teme l’incognita Vannacci?
«Vannacci mi fa ridere. Mi spaventano Trump, Thiel, Musk, Xi, gli ayatollah e Netanyahu. Anzi, Netanyahu mi fa orrore».

Vincenzo De Luca sarà per la quinta volta sindaco di Salerno.
«Cose da manicomio. Ma questi sono vizi: c’è chi è cocainomane e chi vuole fare il politico a vita».

E lei un giorno potrebbe ricandidarsi a sindaco di Venezia?
«Neanche sotto le più infami torture».


Se è già svanito l’effetto referendum


Elly Schlein in piazza Ferretto, a Mestre, con il candidato sindaco di Venezia per il centrosinistra, Andrea Martella

(Flavia Perina – lastampa.it) – Eccessi di sicurezza progressisti messi in crisi dal voto amministrativo: l’effetto referendum, l’effetto Trump, l’effetto campo largo, e più oltre l’effetto contro-egemonia culturale visto che a Venezia la vittoria della destra è così ampia che quasi non si riusciva a credere ai primi exit poll. Eccessi di insicurezze conservatrici ugualmente scardinati: l’idea che l’estremismo vannacciano sia un destino, che il doppio turno penalizzi la destra, che la leadership sia tutto e il territorio, le reti local, la periferia quasi niente.

È vero quel che dicono molti: le amministrative 2026 difficilmente possono essere raccontate come un test nazionale, visto che nessuno dei due poli le ha trattate come tali, anzi entrambi hanno cercato di minimizzarne la portata e il senso.

E tuttavia ci sono alcune eccezioni a questa regola. Venezia è la principale, non solo perché era l’unico capoluogo di Regione al voto. A sinistra, risultava il laboratorio di un campo larghissimo (da Italia Viva a Rifondazione Comunista) con l’impegno in campagna elettorale di tutti i leader progressisti, anche se in ordine sparso, senza dare l’idea di un voltapagina condiviso. A destra rappresentava da mesi l’epicentro di enormi attriti, generati dalla Biennale Arte e dalla ribellione della Fenice contro una direzione malamente imposta, una vera spina nel fianco per il governo di Roma dove in tanti si dicevano: stavolta la paghiamo cara.

Bene, si sa come è andata. E l’inatteso voto a favore delle forze di governo, cittadine e nazionali, suggerisce due punti di vista attraverso i quali analizzare i risultati. Il primo è la suggestione “continuista” che ha determinato ovunque scelte senza grandi sorprese. Al di là della forza o debolezza dei singoli candidati e liste, la sensazione è che l’effetto delle guerre, i timori legati alla crisi dei carburanti, alle mattane di Trump, a tutto ciò che ne consegue in materia di inflazione e impoverimento delle famiglie, stia rafforzando nell’elettorato sentimenti conservativi piuttosto che desideri di cambiamento. La continuità come bene rifugio, la novità come esperimento rischioso e da evitare, anche a livello locale.

L’altro elemento è l’affluenza elettorale, che dopo le speranze accese dalla prova referendaria torna ad afflosciarsi: sono davvero un’enormità cinque punti percentuali in meno a livello nazionale (60 per cento contro il 65 della precedente chiamata alle urne), in un voto che riguarda i sindaci e dunque gli interessi diretti dei cittadini. A Venezia il calo è stato di sette punti non solo rispetto al 2020 ma anche al referendum di due mesi fa: in tutta evidenza il mondo progressista non è riuscito a riportare alle urne i mondi che aveva mobilitato e sui quali scommetteva. E quella parte di elettorato del No che veniva da destra, dopo aver manifestato il suo disaccordo sul tema giustizia, è tornato a casa e ha rivotato i suoi tradizionali referenti oppure è semplicemente rimasto a casa.

In definitiva, anche se tutti ne negano il significato nazionale, queste elezioni – ultimo test prima delle prossime politiche – scombinano molti ragionamenti di entrambi i poli, con una sostanziale differenza. A sinistra è sconfessato l’ottimismo post-referendario di chi si diceva: “è fatta”. A destra svanisce il pessimismo assoluto che negli ultimi due mesi aveva generato un conflitto interno permanente, dispetti, sgambetti di ogni tipo. Da una parte si recrimina, dall’altra si tira un sospiro di sollievo (e si prepara l’avanti tutta sulla riforma elettorale).


10 piccoli meloniani: imprese e parole dei peggiori a destra


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […]Abbiamo la fortuna immensa di godere di questo governo (quasi sempre) di scappati di casa da più di tre anni e mezzo. È un esecutivo sfavillante e mirabile, che tutto il mondo ci invidia. È finito da due giorni il campionato di Serie A. Immaginiamo una classifica in qualche modo analoga, però al contrario: la Serie A dei peggiori al governo, o comunque nei piani alti delle istituzioni. Per esigenze di sintesi mi limiterò alle prime dieci posizioni, ben sapendo che in realtà non ne basterebbero venti o trenta o cinquanta.

[…] 10. Roccella. Lei non fa gaffe: dice e fa esattamente quello che pensa, ed è anche peggio. Infatti è la ministra che meno si adatta alla satira e più alla rabbia (e allo sconforto), perché incarna sin troppo bene l’aspetto più avvilente e inquietante dell’agire politico del governo Meloni: il bigottismo. L’oscurantismo. L’ostentazione retrograda di una morale, ove esistente, che sarebbe parsa eccessiva financo al tempo dell’Inquisizione. Siamo messi malissimo.

9. Valditara. L’incarnazione del preside bacchettone e illiberale de L’attimo fuggente. Ha un’idea di scuola antica, censoria, bacchettona. Confonde la mafia con le Brigate Rosse e poi neanche chiede scusa per la gaffe (anzi straparla di bullismo mediatico a suo danno). Colleziona – come tanti al governo – erroracci e inciampi. Del tutto inadeguato al ruolo. E quindi perfetto per il ruolo.[…]

8. Lollobrigida. È incredibile che sia sceso in una posizione così bassa: fino a due anni fa, pareva irraggiungibile. Bei tempi, quelli in cui faceva fermare i treni a Ciampino. Tra strafalcioni sulle Sacre Scritture e dichiarazioni tragicomiche a iosa, il riso che involontariamente genera sugli elettori (ahinoi non tutti) diventa vomito e dolore, pensando all’aberrante “legge sulla caccia” che è riuscito a sdoganare.

7. Santanchè. È crollata in classifica solo perché è stata defenestrata (con tre anni di ritardo) dopo il rovescio al referendum (una delle poche colpe che non aveva). Resta però strepitosa la sua capacità di inseguire (raggiungendola) l’antipatia, ostentando lusso gratuito in tempo di miseria e fregandosene con assoluto compiacimento della questione morale.

6. Delmastro. Fino a due mesi fa faceva il fenomeno ovunque, si vantava delle liste elettorali intonse (?) di Fratelli di Italia e diceva di provare gioia vera nell’osservare i blindati che toglievano l’ossigeno ai carcerati. Poi, in un amen, gli è caduto il mondo addosso: condanna in appello per il caso Cospito, e soprattutto la società creata con la figlia del prestanome del clan camorristico più potente di Roma. Meloni ha minimizzato finché ha potuto, poi lo ha cacciato. Evidentemente il karma di Delmastro ha cominciato a remare contro: inevitabile, quando fai i capodanni con Pozzolo e sei addirittura coinquilino di Donzelli.

5. Urso. Parla una lingua tutta sua, non indovina sei parole di fila neanche per disgrazia e come ministro trasuda un’impalpabilità da Guinness dei Primati. Un gigante.

4. Tajani. Fino a un anno fa sembrava il meno peggio (a conferma del livello generale). Poi ha messo la quinta e non lo ha fermato più nessuno. I droni che entrano in garage, non prenotate in Oman se non volete andare in Oman, il ponte sullo Stretto che ci serve se ci attaccano da Sud, il diritto internazionale che conta fino a un certo punto, eccetera. M-I-T-O.

[…]

3. Salvini. Come leader politico non esiste da almeno sei anni. Politicamente stra-postumo in vita. Le sbaglia tutte, sempre. Ma è pur sempre vicepresidente del Consiglio e ministro dei Trasporti. Condoglianze: a noi, però.

2. Nordio. Il peggior ministro della Giustizia di sempre. Per distacco.

1. La Russa. La peggior seconda carica dello Stato italiano di sempre. Per distacco.

Buona catastrofe a tutti!


Il Baltico, la miccia più pericolosa del mondo


Droni, Nato e Russia: quando l’Europa smette di parlare e comincia a preparare la guerra

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il punto più pericoloso del mondo non è più soltanto la linea del fronte ucraino, né il Medio Oriente, né Taiwan. È il Baltico. È lì che oggi si concentra il rischio più grave di una guerra diretta tra Nato e Russia. Estonia, Lettonia e Lituania sono piccoli Paesi, ma occupano una posizione enorme nella nuova geografia della paura europea. Sono il confine nervoso tra l’Alleanza Atlantica e Mosca, il luogo dove un drone fuori rotta, un attacco non rivendicato, una risposta russa o una dichiarazione troppo avventata possono trasformarsi in crisi continentale.

Il nodo è l’escalation. Da anni la guerra in Ucraina procede per gradini: prima le sanzioni, poi le armi leggere, poi i carri armati, poi i missili a lungo raggio, poi gli attacchi in profondità sul territorio russo. Ora si arriva alla questione più delicata: droni che colpiscono la Russia e che, secondo le accuse e le ammissioni parziali emerse nel dibattito, avrebbero a che fare con lo spazio baltico. La Nato inizialmente nega, poi ammette che il problema esiste, ma sostiene che Kiev non avrebbe il diritto di utilizzare quei territori. Eppure, se qualcosa accade, la colpa viene comunque attribuita a Mosca. È il meccanismo classico dell’escalation senza responsabilità: si aumenta il rischio, ma si pretende che solo l’avversario sia responsabile della crisi.

Il vero vuoto è diplomatico. Da più di quattro anni Europa e Russia non parlano realmente. Non esiste un negoziato serio, non esiste un tavolo stabile, non esiste una volontà politica di ascoltare le ragioni strategiche dell’altro. Le capitali europee parlano di Mosca, contro Mosca, mai con Mosca. E quando la diplomazia viene espulsa, resta solo la logica militare.

In questo vuoto si sono imposte le voci più dure: Paesi baltici e Polonia. La loro ostilità verso la Russia nasce da traumi storici reali, ma proprio per questo non può diventare la linea generale di un continente di centinaia di milioni di abitanti. È sorprendente che l’Europa abbia affidato di fatto la propria voce più visibile a un’area politicamente e psicologicamente dominata dalla paura russa. Il risultato è che la prudenza delle grandi potenze europee è stata sostituita dall’impulso dei Paesi di frontiera.

La Germania, che avrebbe dovuto frenare, sembra invece spingere. Berlino ha una responsabilità particolare: nel 1990 fu protagonista della riunificazione tedesca e delle promesse fatte all’Unione Sovietica sul futuro della Nato; nel 2015 fu garante, insieme alla Francia, degli accordi di Minsk 2; oggi avrebbe il dovere storico di impedire una nuova guerra europea. Invece parla di riarmo, di preparazione militare, di nuova centralità strategica. Il cancelliere Merz viene rappresentato come il simbolo di questa svolta: nessuna scintilla diplomatica, nessuna iniziativa verso Mosca, nessun tentativo di far incontrare ministri degli Esteri o capi di governo. Solo rimilitarizzazione.

La Francia segue un’altra ambiguità. Macron invoca l’autonomia strategica europea, e in teoria avrebbe ragione: dopo ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa dovrebbe poter decidere senza dipendere dagli Stati Uniti. Ma se l’autonomia viene costruita come ostilità verso la Russia, allora non è vera autonomia. È solo atlantismo con bandiera europea. A questo si aggiunge il Regno Unito, che da secoli coltiva una diffidenza strutturale verso Mosca. Ne nasce una miscela pericolosa: Baltico aggressivo, Germania in riarmo, Francia ambigua, Londra bellicosa, Commissione europea priva di autentica funzione diplomatica.  

L’Ucraina, dal canto suo, ha una logica chiara. Non può sconfiggere da sola la Russia. Quindi ha interesse ad allargare la guerra. Ogni attacco in profondità, ogni drone contro il territorio russo, ogni operazione contro infrastrutture sensibili, persino contro elementi collegati alla triade nucleare russa, serve ad alzare la posta. Kiev cerca di provocare una risposta tale da trascinare l’Europa dentro il conflitto. È la stessa logica con cui Israele tenta spesso di coinvolgere gli Stati Uniti in guerre regionali più vaste: quando non si può vincere da soli, si cerca di trascinare il protettore dentro la battaglia.

Il vertice Nato di Bucarest del 2008 resta uno snodo decisivo. Allora si promise che Ucraina e Georgia sarebbero entrate un giorno nell’Alleanza. Angela Merkel capì che quella formula poteva essere interpretata da Mosca come una dichiarazione di guerra. Si oppose a un calendario formale, ma accettò la dichiarazione politica finale. Da quel momento la moderazione tedesca cominciò a cedere.

Poi venne il 2014. A Kiev, dopo un accordo per evitare il collasso istituzionale e accompagnare Yanukovych verso nuove elezioni, il potere cambiò mano in modo extracostituzionale. Gli Stati Uniti riconobbero subito il nuovo assetto. La Germania si adeguò. Nel 2015 Minsk 2 avrebbe dovuto fermare la guerra nel Donbass: autonomia sostanziale per Donetsk e Luhansk dentro l’Ucraina, fine dei combattimenti, garanzia franco-tedesca, approvazione unanime del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma l’accordo non fu applicato. Peggio: anni dopo fu presentato quasi come uno strumento per guadagnare tempo e armare Kiev.

Questa è la memoria rimossa dell’Europa. Si cancellano il 1990, Bucarest, Maidan, Minsk, l’abbandono del Trattato sui missili antibalistici, il deterioramento del controllo degli armamenti. Resta solo una storia infantile: la Russia è il male assoluto, la Nato è pace, l’Occidente è innocente. Chi ricorda la complessità viene accusato di ripetere la linea del Cremlino.

Sul piano militare, il Baltico è un incubo strategico. È uno spazio stretto, densissimo, pieno di infrastrutture critiche, radar, basi, truppe avanzate, sistemi di difesa aerea, rotte marittime, comunicazioni e vulnerabilità. In caso di incidente, i tempi di decisione sarebbero brevissimi. Non ci sarebbe spazio per una diplomazia lenta. Una ritorsione russa, un abbattimento, un drone caduto su territorio Nato, una risposta sproporzionata potrebbero mettere in moto l’articolo 5 o almeno una pressione politica per invocarlo.

Il problema è che una guerra Nato-Russia non avrebbe vincitori. Sarebbe una strage. Il rischio di passare dalla guerra convenzionale alla minaccia nucleare non è propaganda: è inscritto nella natura stessa del confronto tra potenze nucleari. Ecco perché parlare con leggerezza di guerra entro il 2029, di ombrello nucleare europeo, di droni contro Mosca, di riarmo tedesco, significa normalizzare l’impensabile.

Sul piano economico, l’Europa ha già perso. La rottura con la Russia ha colpito energia, industria, competitività, finanze pubbliche. La Germania, privata dell’energia russa a basso costo, vede indebolirsi il proprio modello industriale. I Paesi baltici ottengono centralità politica, ma diventano bersagli avanzati. Gli Stati Uniti, invece, rafforzano la loro presa: vendono gas, armi, tecnologie, protezione strategica. Più cresce la paura della Russia, più cresce la dipendenza europea da Washington.

La conclusione è brutale. Il Baltico è pericoloso non solo perché confina con la Russia, ma perché concentra tutte le patologie della politica europea: paura storica, odio ideologico, assenza di diplomazia, subordinazione agli Stati Uniti, riarmo tedesco, ambizione francese, disperazione ucraina. L’Europa voleva difendere la propria sicurezza. Rischia di trasformarsi nel campo di battaglia della guerra che non ha saputo impedire.


Perché Meloni e Crosetto rispettano le linee rosse di Netanyahu


(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Meloni, Crosetto e Tajani hanno un problema pratico: per motivi elettorali, devono nascondere agli italiani il loro sostegno a Netanyahu. Per riuscire in questa impresa, il governo Meloni sta usando una tecnica di manipolazione dell’opinione pubblica basata sulla reificazione delle relazioni internazionali. Che cosa significa? La materia è complessa e dobbiamo procedere con ordine.

[…] Netanyahu ha spiegato a Meloni che il governo italiano non dovrà mai superare due linee rosse. La prima è l’invio delle armi a Israele: qualunque cosa accada, qualunque strage o nefandezza, Meloni e Tajani dovranno sempre opporsi all’embargo delle armi a Israele. Per sterminare i palestinesi, Israele ha bisogno delle armi. Meloni, Tajani e Crosetto, hanno il compito di impedire l’interruzione delle forniture militari a Israele da parte dell’Europa. Ecco perché gli eurodeputati di Fratelli d’Italia, il 20 maggio scorso, hanno votato per bocciare un emendamento che chiedeva l’embargo sulle armi europee a Israele. La seconda linea rossa sono le sanzioni commerciali, cui Meloni e Tajani si sono sempre opposti. Per sterminare i palestinesi, Israele ha bisogno dei soldi. Meloni si è opposta molte volte alla richiesta della Spagna di sospendere l’accordo commerciale tra l’Unione europea e Israele. Netanyahu concede a Crosetto di rilasciare tutte le dichiarazioni che vuole. L’importante è che Meloni protegga Israele dall’embargo sulle armi e dalle sanzioni commerciali. A Netanyahu non interessano le dichiarazioni di Tajani da Bruno Vespa: gli interessano le armi e i soldi per condurre la pulizia etnica della Palestina.

[…]

Siamo pronti per capire che cosa sia la reificazione nelle relazioni internazionali. La reificazione è il processo socio-psicologico attraverso cui gli individui si convincono che le strutture sociali, che essi stessi creano, abbiano una vita autonoma e indipendente. In questo modo, gli individui finiscono per convincersi che certe istituzioni sono immutabili. L’idea che il capitalismo sia radicato nella natura umana è un esempio di reificazione. La reificazione induce a desistere dalla lotta per il mutamento sociale. Liberarsi dalla morsa della reificazione – ha spiegato Lukács – consente agli uomini di immaginare un mondo diverso: un mondo in cui le democrazie occidentali non sterminano migliaia di bambini palestinesi impunemente.

[…] La reificazione è esplosa negli studi Mediaset il 21 maggio 2026, quando un giornalista del governo Meloni ha detto che gli accordi militari tra Israele e l’Italia non possono essere annullati perché non riguardano il governo italiano, bensì lo Stato italiano. Senza scomodare l’individualismo metodologico di Karl Popper, è appena il caso di notare che gli accordi tra gli Stati sono decisi dagli individui che compongono i governi. Gli Stati non stipulano accordi; soltanto i governanti. Nessuno ha mai visto uno Stato pettinarsi, vestirsi e andare a un vertice della Nato. Se gli accordi fossero firmati dagli Stati, che nessuno ha mai visto, l’Italia non avrebbe potuto ritirarsi dagli accordi con la Russia per l’acquisto del gas e del petrolio. Eppure, Mario Draghi ha posto fine a quegli accordi. Nessun giornalista di Fratelli d’Italia disse: “Draghi non può strappare gli accordi con Putin perché sono accordi tra lo Stato russo e lo Stato italiano!”. L’Italia continua a sostenere Netanyahu per una decisione di Meloni, Crosetto e Tajani. La reificazione dei rapporti tra Italia e Israele è usata per nascondere la complicità del governo Meloni nel genocidio del popolo palestinese.

P.s. In memoria di Dario Antiseri, cui devo la conoscenza di Karl Popper.


Tutto il potere di una minoranza


(di Michele Serra – repubblica.it) – È surreale che una minoranza di tifosi possa decidere se una partita debba proseguire oppure no”, dice il presidente della Lega calcio Simonelli. Aggiungendo, perché sia chiaro il suo pensiero, che sarebbe ora di piantarla con il costante inchino che le squadre fanno agli ultras. Che di uno stadio sono solo uno spicchio.

Simonelli è presidente della serie A solo da un anno e mezzo, e dunque non gli si può certo imputare l’assurda situazione degli stadi italiani, nei quali i capi ultras non sono uguali agli altri, non sono normale pubblico pagante: sono boss territoriali con poteri speciali. È indispensabile però aggiungere che nessuno dei suoi predecessori, a nome dei padroni del calcio, aveva mai pronunciato parole così secche e precise sulla pazzesca situazione in vigore ormai da decenni. Volendo, l’atto di fondazione dell’Evo degli Ultras è nel 2004, quando il derby romano venne sospeso, contro l’opinione della Questura e della Prefettura, dunque contro l’autorità dello Stato, su decisione dei capi e sottocapi delle curve. Che avevano diffuso o bevuto (diciamo diffuso e bevuto) una diceria assurda sulla morte di una bambina. Presidente della Lega, all’epoca, era Adriano Galliani.

Da quel giorno (ma anche prima di quel giorno) possiamo dire che negli stadi italiani è in vigore una extraterritorialità di fatto. Il principio secondo il quale così non dovrebbe essere è condiviso da tutti — tranne, si immagina, i boss delle curve. Ma la sua applicazione sembra impossibile, e le parole di Simonelli arrivano, come dire, a situazione ormai incancrenita. Per sovvertire una consuetudine lunga almeno trent’anni, ormai prassi consolidata, bisognerebbe che fossero d’accordo le società, le istituzioni del calcio e i calciatori. Tutti disposti a rischiare qualcosa, perché gli ultras non hanno, come dire, una postura mite. È quasi impossibile che accada.