Selezione Quotidiana di Articoli Vari

I militari italiani in Arabia e il coniglio Trump


(Tommaso Merlo) – Che paesi sul lastrico come l’Italia buttino via una marea di soldi per missioni militari all’estero, è davvero uno scandalo. In tempi di vacche magre si riducono le spese superflue, vale per una famiglia come per un paese gestiti da persone responsabili. E le missioni miliari all’estero sono uno degli sprechi di soldi pubblici più palesi ed indigeribili. Basti pensare alla mitica missione militare nel Sud del Libano che da quasi mezzo secolo assiste a guerre e invasioni e ultimamente perfino ad un genocidio senza muovere un dito. E che dire della missione di pace in Afghanistan, vent’anni di occupazione per poi ridare il paese ai Talebani su un piatto d’argento o del bordello iracheno e dello stallo kosovaro. Decenni in cui comunque sono girati un sacco di soldi per le armi, gli equipaggiamenti, la logistica ed ovviamente generosi stipendi per tutti gli eroici protagonisti. Ma la missione militare in Arabia Saudita sembra batterle tutte, militari italiani a difesa del regime più retrogrado e misogino del pianeta, una distesa di sabbia su cui fantomatiche monarchie retaggio del peggiore colonialismo impongono ai loro schiavi regole da medioevo mentre gli sceicchi appena possono salgono sui loro jet privati e vanno a fare gli sporcaccioni nelle capitali occidentali. Ma si sa, non conta quello che c’è sopra la sabbia ma quello che c’è sotto. Mari di oro nero e nuvole di gas che servono a far funzionare il lunapark capitalistico. Scopo della missione italiana quella di difendere i cieli dell’Arabia Saudita dall’Iran. Peccato che quella all’Iran sia una aggressione illegale perpetrata dagli americani su ordine della mafia sionista, una aggressione che calpesta il diritto internazionale anche nel modo in cui si combatte visto il bombardamento di scuole ed ospedali. Oramai siamo una colonia degli Stati Uniti che sono una colonia di Israele e alla faccia dell’articolo 11 della Costituzione i governanti italioti si ostinano a credere nella guerra per risolvere le controversie internazionali. Ma c’è di più. I militari italiani sono stati mandati tra le dune per aiutare l’Arabia Saudita a proteggersi da missili e droni. Peccato che l’Iran da mesi colpisce come e quando e dove vuole e non solo in Arabia Saudita ma in tutta l’Asia Occidentale e questo per il semplice fatto che i suoi missili e droni sono tecnologicamente superiori ai costosissimi sistemi di difesa Made in USA come i Patriot ed i Thaad e ferraglia simile. È cronaca dal fronte. L’Iran ha devastato tutte le mega basi militari americane sparse nella regione, basi in teoria super protette coi Marines costretti a scappare a gambe levate. I droni iraniani non li vedono neanche mentre i missili di ultima generazione cambiano rotta in volo e sono precisi come punture. L’Iran ha poi distrutto miliardi di super radar e sistemi di allarme che hanno reso gli aggressori mezzi orbi. Non si capisce quindi cosa ci facciano in quell’inferno 700 soldati italiani, speriamo almeno qualcuno abbia comunicato a Teheran in che oasi si trovano per evitare finiscano nel mirino. Negli ultimi giorni poi, l’Arabia Saudita ha aggredito inspiegabilmente sia lo Yemen che l’Iraq, con gli Houthi che hanno risposto devastando come se nulla fosse una delle centrali petrolifere saudite più avanzate del mondo e chiuso lo stretto sul Mar Rosso alle petroliere saudite mentre da Baghdad si attende ancora la rappresaglia. Una escalation orizzontale alimentata dai deliri senili di Trump a loro volta aizzati da quelli ideologici sionisti. Hanno provato a distruggere l’Iran scaricandogli addosso il meglio degli arsenali americani per settimane, ma gli iraniani non hanno fatto una piega ed anzi si sono presi Hormuz e sono passati al contrattacco. Trump ha minacciato l’ennesimo infermo ed invece all’ultimo minuto ha fatto di nuovo il coniglio. Oltre che gli arsenali vuoti e le palle piene degli americani, a fermarlo sono stati i suoni generali a corto di piani e gli sceicchi terrorizzati che l’Iran risponda pan per focaccia radendo al suolo le loro centrali elettriche facendoli finire tutti cotti al forno. Secondo alcuni analisti, quella con l’Iran si prefigura come una sconfitta peggiore di quella del Vietnam perché porterà la fine dell’egemonia americana ed un effetto domino anche economico devastante. E non si capisce cosa diamine ci faccia l’Italia a fianco di un impero decadente e di uno stato genocida, a buttare via soldi mentre i cittadini faticano a mantenere i loro figli. Ma ormai le decisioni belliche vengono prese lontano dai cittadini, come se la guerra fosse un affare di stato che non li riguarda. Peccato che la guerra viene finanziata coi soldi dei cittadini e se a furia di giocare col fuoco scoppierà un conflitto mondiale, saranno quei figli che faticano a mantenere a finire in trincea. Le missioni miliari all’estero sono uno degli sprechi di soldi pubblici più palesi ed indigeribili e dato che l’articolo 11 della Costituzione non è ancora stato abolito, sarebbe ora che i governanti italioti di turno si decidano a rispettarlo.


Fondazione Alleanza nazionale, un tesoro da oltre 25 milioni nel forziere di Giorgia Meloni


Dai dati del bilancio 2025 la ‘cassaforte’ della destra italiana possiede 30 mln di immobili e oltre 27 mln di titoli di Stato. Giordano: “Rafforzata presenza nella vita politica del centrodestra”

Fondazione Alleanza nazionale, un tesoro da oltre 25 milioni nel forziere di Giorgia Meloni

(Vittorio Amato – adnkronos.com) – Oltre al ‘tesoro’ dell’ex Movimento sociale italiano, formato prevalentemente da immobili del valore di circa 30 milioni di euro e più di 27 milioni di euro in Fondi di deposito bancario e soprattutto in titoli di Stato italiani, custodisce il patrimonio culturale dei ‘patrioti’, a cominciare dal simbolo della Fiamma tricolore, e possiede il 100 per cento del quotidiano ‘Secolo d’Italia’. Stiamo parlando della Fondazione Alleanza Nazionale, costituita il 18 novembre 2011 con apposito rogito notarile. Qualcuno l’ha ribattezzata la ‘cassaforte’ della destra italiana. Qualcun altro il ‘forziere’ di Giorgia Meloni, perché pur non essendoci con Fratelli d’Italia un legame propriamente giuridico, resta quello di carattere strettamente politico, visto che il partito della premier di fatto affitta a prezzi di mercato vari immobili di prestigio del suo ‘portafoglio case’. Non solo. La vicinanza con la premier è anche ‘fisica’ e ‘familiare’. La Fondazione ha i suoi uffici e l’archivio in via della Scrofa 39, stesso luogo della sede nazionale dei ‘meloniani’, e nel suo organigramma (come componente del cda), dalle ultime politiche, c’è anche la sorella della presidente del Consiglio, Arianna Meloni. Nel cda compaiono i nomi dei big di FdI, tanti sono parlamentari di lungo corso: da Ignazio La Russa (‘autosospeso’ da quando è diventato presidente del Senato) a Roberto Menia, da Fabio Rampelli, a Italo Bocchino, attuale direttore editoriale del Secolo d’Italia. Ma ci sono anche figure di spicco di altri partiti di centrodestra, come l’azzurro Maurizio Gasparri, senatore di Fi e a capo della commissione Esteri-Difesa di P.Madama. Secondo l’ultimo bilancio chiuso il 31 dicembre 2025 e pubblicato online, la Fondazione, presieduta da Giuseppe Valentino, presenta un ‘disavanzo di esercizio’ pari a 116mila 931 euro, ma non c’è un allarme conti. Anzi, il ‘passivo’, assicura Valentino, si è ridotto di oltre l’80 per cento, per effetto soprattutto della scelta di reinvestire in titoli di Stato, specialmente Btp, secondo una precisa scelta ‘patriottica’.

Oltre al ‘tesoro’ dell’ex Movimento sociale italiano, formato prevalentemente da immobili del valore di circa 30 milioni di euro e più di 27 milioni di euro in Fondi di deposito bancario e soprattutto in titoli di Stato italiani, custodisce il patrimonio culturale dei ‘patrioti’, a cominciare dal simbolo della Fiamma tricolore, e possiede il 100 per cento del quotidiano ‘Secolo d’Italia’. Stiamo parlando della Fondazione Alleanza Nazionale, costituita il 18 novembre 2011 con apposito rogito notarile. Qualcuno l’ha ribattezzata la ‘cassaforte’ della destra italiana. Qualcun altro il ‘forziere’ di Giorgia Meloni, perché pur non essendoci con Fratelli d’Italia un legame propriamente giuridico, resta quello di carattere strettamente politico, visto che il partito della premier di fatto affitta a prezzi di mercato vari immobili di prestigio del suo ‘portafoglio case’. Non solo. La vicinanza con la premier è anche ‘fisica’ e ‘familiare’. La Fondazione ha i suoi uffici e l’archivio in via della Scrofa 39, stesso luogo della sede nazionale dei ‘meloniani’, e nel suo organigramma (come componente del cda), dalle ultime politiche, c’è anche la sorella della presidente del Consiglio, Arianna Meloni. Nel cda compaiono i nomi dei big di FdI, tanti sono parlamentari di lungo corso: da Ignazio La Russa (‘autosospeso’ da quando è diventato presidente del Senato) a Roberto Menia, da Fabio Rampelli, a Italo Bocchino, attuale direttore editoriale del Secolo d’Italia. Ma ci sono anche figure di spicco di altri partiti di centrodestra, come l’azzurro Maurizio Gasparri, senatore di Fi e a capo della commissione Esteri-Difesa di P.Madama. Secondo l’ultimo bilancio chiuso il 31 dicembre 2025 e pubblicato online, la Fondazione, presieduta da Giuseppe Valentino, presenta un ‘disavanzo di esercizio’ pari a 116mila 931 euro, ma non c’è un allarme conti. Anzi, il ‘passivo’, assicura Valentino, si è ridotto di oltre l’80 per cento, per effetto soprattutto della scelta di reinvestire in titoli di Stato, specialmente Btp, secondo una precisa scelta ‘patriottica’.

”E’ importante evidenziare come il bilancio al 31 dicembre 2025 -scrive Valentino nella sua relazione gestionale- abbia registrato un abbattimento del disavanzo di esercizio di circa l’85% rispetto a quello osservato nell’anno precedente (da circa 775 mila euro è passato a quasi 117 mila euro), essenzialmente grazie da un lato agli effetti del riposizionamento degli investimenti mobiliari dai fondi ai titoli di Stato ed obbligazionari, con conseguente incasso di flussi cedolari regolari e sensibile riduzione di oneri e commissioni, e dall’altro grazie alle ottimizzazioni realizzate sugli importi relativi ai servizi editoriali e di gestione spazi”.

”Abbiamo rafforzato -assicura all’Adnkronos il deputato di Fdi Antonio Giordano, vicepresidente vicario della Fondazione- la presenza nella vita politica del centrodestra, attraverso eventi, iniziative e il rilancio del ‘Secolo d’Italia’, oggi tra i primi cento siti italiani di informazione online”. Il ‘Secolo’, rivendica, “è stato riportato al pareggio senza sacrificare posti di lavoro, mentre la razionalizzazione ha restituito il patrimonio immobiliare alla sua funzione, rendendolo profittevole”. E ancora: ”Le risorse sono state inoltre investite patriotticamente in titoli di Stato italiani. È stato infine restituito prestigio alla sala convegni tra Camera e Senato, che dalla prossima stagione produrrà reddito”. Questo “conferma che, a destra, la buona politica sa coniugarsi con una gestione efficiente”.

Analizzando i ‘numeri’, il totale del patrimonio netto è di 52 milioni 653mila 688 euro, solo le cosiddette ‘immobilizzazioni finanziarie’ arrivano a 49 milioni 437 mila 631 euro, di cui 18 milioni 708 mila 505 euro di ‘partecipazione in imprese’, 3 milioni 519 mila 327 euro di ‘crediti finanziari’ e ben 27 milioni 209 mila 799 euro di ‘altri titoli’. Non solo: la Fondazione può contare anche su una liquidità di oltre un milione di euro, per l’esattezza 1 milione 194mila 268 euro, e dispone di 228 mila 338 euro di ‘proventi’, dovuti ad ‘attività editoriali, manifestazioni, altre attività-arrotondamenti attivi’. Quanto alle passività, i debiti verso fornitori sono di appena 28mila 396 euro, mentre il costo per il personale è stimato in 235 mila 530 euro e quello per il ‘godimento di beni terzi’ (comprensivo di canoni locatizi) si ferma a 150 mila 071 euro. Le ‘attività istituzionali e iniziative’ sono costate 271mila 880 euro; circa 300 mila euro rientrano invece nella voce ‘spese ordinarie’.

Carte alla mano, il principale asset, dunque, è sempre rappresentato dagli immobili: appartamenti e palazzi, sedi di sezioni (la maggior parte periferiche) ma anche garage e scantinati (circa una settantina in tutto), terreni e fabbricati, disseminati sull’intero territorio nazionale, compresa la sede storica di via della Scrofa: tutti beni provenienti da contributi e risparmi dei militanti del vecchio Movimento sociale italiano. A tal proposito Valentino spiega, sempre nella sua relazione: ”Per quanto concerne la gestione dell’attivo patrimoniale deve primariamente essere ricordata l’attività espletata da ‘Italimmobili srl’, società completamente detenuta dalla Fondazione in cui è stata fatto confluire nel tempo la proprietà della quasi totalità del nostro patrimonio immobiliare, che ha continuato ad operare nella gestione oculata dei propri flussi di spesa, ad esercitare una costante attività di salvaguardia, conservazione e valorizzazione degli immobili posseduti e ad individuare e cogliere le opportunità di messa a reddito del patrimonio con caratteristiche in linea e compatibili con le finalità culturali e sociali della Fondazione, procedendo nel complesso in un percorso di sana e prudente gestione che ha consentito di registrare anche nel 2025 un risultato di esercizio positivo”. In particolare, al 31 dicembre scorso ‘Italimmobili srl’ ha un capitale sociale di 1 milione 530mila euro e un patrimonio netto di 1 milione 468 mila 653 euro, mentre il valore delle partecipazioni detenute dalla Fondazione in questa società è pari a 18 milioni 621 mila 205 euro.

Sfogliando il bilancio si scopre poi che “nel corso dello scorso anno la ‘Italimmobili srl’ ha provveduto alla completa ristrutturazione, conclusasi ad inizio 2026, della sala convegni dello storico immobile di Roma dove hanno sede anche gli uffici della stessa Fondazione, realizzando una integrale riqualificazione degli spazi disponibili, e della relativa infrastruttura tecnologica, che ha reso gli ambienti molto più funzionali, moderni e pienamente rispondenti alle loro finalità istituzionali”. Nessun accenno viene fatto alle spese del restyling ma a quanto si apprende, sarebbe costato circa 300 mila euro. ”Nell’ambito delle attività di gestione del patrimonio mobiliare della Fondazione -racconta Valentino- è stato poi portato a conclusione il processo, attivato a suo tempo su mandato del Consiglio di amministrazione, di riposizionamento degli investimenti finanziari, allocati in precedenza su fondi a rischio contenuto gestiti da vari istituti di credito, su emissioni, con scadenze differenziate, di buoni del tesoro poliennali dello Stato italiano e di altri titoli obbligazionari, tutti in grado di garantire al contempo il rispetto del principio di prudente investimento delle disponibilità finanziarie, un rendimento del capitale investito in linea con le offerte più interessanti riscontrabili sul mercato e costi di intermediazione e gestione finanziaria del tutto contenuti”. Questa operazione di investimento che complessivamente consta di 27 milioni 209 mila 799 euro viene riportata nella nota integrativa del bilancio, alla voce ‘Altri titoli’ che “fa riferimento a un Fondo deposito presso Fideuram e a titoli di Stato”.

Altro asset della Fondazione è la srl ‘Secolo d’Italia’ (con un capitale sociale di 87mila 300 euro e un patrimonio netto di 2 milioni 198 mila 609 euro) che gestisce lo storico quotidiano di destra, disponibile solo nella versione online. ”II Secolo d’Italia Srl, di cui la Fondazione possiede la totalità delle quote -rimarca nella relazione gestionale Valentino- ed è la società editrice dell’ultimo giornale storico di area ancora operante, in continuità, nel panorama nazionale, ha, d’altra parte e come già accennato, continuato a mantenere e consolidare il posizionamento della testata nel segmento culturale di elezione (nel 2025 il giornale ha avuto circa 72 milioni di visualizzazioni e 14 milioni di utenti unici), rimanendo un punto di riferimento imprescindibile nel panorama dell’editoria del centrodestra e strumento fondamentale per il perseguimento delle finalità statutarie della Fondazione”. Nel “corso dello scorso anno”, ricorda Valentino, ”l’azienda ha attivato e gestito un corposo processo di restyling del sito web del giornale, conclusosi all’inizio di quest’anno, finalizzato non solo a migliorare e rendere più attraente l’aspetto grafico della testata ma anche alla creazione di un ambiente che, oltre alla mera lettura degli articoli proposti, rende possibile per l’utente l’acquisto sia di prodotti editoriali che di contenuti (foto, articoli, edizioni passate) presenti negli archivi storici della società, ii) completato un generale processo di assestamento organizzativo, successivo al piano di crisi dell’esercizio precedente, attraverso alcune promozioni interne e l’inserimento di nuove figure”.

“L’assetto finale”, sottolinea Valentino, “vede, in particolare, la presenza di due professioniste di comprovata esperienza e professionalità nel ruolo di vicedirettrici, configurazione che rappresenta con ogni probabilità un caso unico nel panorama dell’editoria italiana ) articolato un profilo di offerta del proprio prodotto editoriale che ha consentito di conseguire nell’anno una adeguata raccolta pubblicitaria”. Gli” effetti combinati di tali azioni, nonché della sensibile riduzione dei costi di gestione realizzata progressivamente nel tempo a seguito dell’attuazione di quanto previsto dal piano strategico aziendale, hanno portato la società a consuntivare anche nel 2025 un risultato di esercizio in sostanziale pareggio e a presentare un assetto economico, patrimoniale e finanziario stabile, sostenibile e giudicato, in costanza di vigenza delle previsioni di legge attualmente applicabili, mantenibile nel tempo”. La Fondazione vanta ‘crediti finanziari’ verso ‘Italimmobili srl’ per 3 milioni 519 mila 327 euro, nessuno invece, nei confronti di ‘Secolo d’Italia srl’.


Crisi di Ceuta, perché il Marocco e i suoi potenti amici sfidano la Spagna ora


Il recente viaggio di Pedro Sánchez ad Algeri è visto come la goccia che ha fatto traboccare un vaso invero già fragile. La città autonoma sarà il vero terreno di scontro nei prossimi mesi

Crisi di Ceuta, perché il Marocco e i suoi potenti amici sfidano la Spagna ora

(Andrea Lupi e Pierluigi Morena (Avvocati internazionalisti) – ilfattoquotidiano.it) – I 18 chilometri quadrati di Ceuta li percorri in poco più di 40 minuti. Un promontorio dove respiri precarietà, alla frontiera controlli serrati, recinti fortificati lungo ampi tratti di costa, in ormeggio al porto tante piccole imbarcazioni e una corvetta battente bandiera spagnola.

Che sia avamposto sospeso tra due mondi lontani che si guardano con sospetto lo avverti in ogni angolo di questa città vagamente decadente, dall’identità ibrida.
Ceuta si affaccia sullo stretto di Gibilterra, davanti all’Andalusia. Quando rientri in Marocco, via terra, ti aspettano gli stessi recinti, imponenti e minacciosi, una fila per controlli snervanti, desueti per noi europei. Nell’ultimo lembo di terra europea prima dell’alt della polizia di frontiera scorgi sulla collina verso est il barrio El Príncipe, un quartiere in stile magrebino fatto di casette colorate fatiscenti, è uno dei posti più pericolosi di Spagna dove regnano disoccupazione e gang violente che si battono per il controllo dello spaccio di stupefacenti.

Questo promontorio ha avuto un ruolo nella mitologia greca rappresentando la seconda colonna d’Ercole, il punto estremo della conoscenza. Politicamente il lembo fu portoghese, prim’ancora cartaginese, romano e arabo, dal 1668 fu ceduto dai lusitani e rimasto da allora sotto la Corona spagnola.

La città autonoma di Ceuta sarà il vero terreno di scontro nei prossimi mesi: ha rappresentanza, con Melilla, nel Parlamento di Madrid, ma Rabat considera entrambe residui coloniali e ne rivendica la restituzione. La politica spagnola fa orecchie da mercante di fronte alle pretese della Corona marocchina, ed anzi l’ultradestra di Vox mette al centro del suo programma politico la sovranità di Madrid su quegli antichi avamposti. La politica è però l’arte del possibile e, da qualche tempo, Muhammad VI ha due alleati potenti, gli Usa e Israele, ovvero i principali avversari di Pedro Sánchez. Trump e Natanyahu difficilmente dimenticheranno le posizioni assunte dal premier socialista sulle basi americane di Rota e Morón, negate all’uso per il conflitto contro l’Iran. Né lasceranno cadere nell’oblio le ripetute denunce con le quali Sánchez ha pubblicamente qualificato l’intervento a Gaza dell’IDF come genocidio.

Il Re del Marocco, da parte sua, è mosso dal cinismo, poco interessa il sacrificio di 70 giovani e più risucchiati dai flutti del Espigón. Quei disperati cercavano una speranza al di là del recinto, alcuni giunti sulla rocca scortati dalla Gendarmeria nazionale, convinti dai social che già nei primi metri oltre la frontiera avrebbero trovato ospitalità e accoglienza, lasciando alle spalle miserie e stenti. Accadimenti verificatisi poco prima che il monarca celebrasse la Festa del Trono, il 27° anniversario del suo regno, lì a pochi chilometri, nel palazzo di Tetuán un tempo occupato dall’Alto Commissario spagnolo all’epoca del Protettorato, senza che si sia fatta menzione alcuna dell’assalto che ha sollevato un polverone internazionale.

L’alleanza con Stati Uniti e Israele è il punto di forza del Marocco, divenuto membro del Board of peace per Gaza per volere di Trump e sottoscrittore degli storici Accordi di Abramo con lo Stato ebraico. Una fedeltà acritica che porterà i suoi frutti, un primo indizio si è registrato lo scorso aprile quando un report di una commissione del Congresso Usa ha ricordato come le enclavi di Ceuta e Melilla sono situate in territorio marocchino e rivendicate da Rabat. Analisti spagnoli in queste ore mettono in luce come il dossier è sul tavolo di Marco Rubio, lì dove autorevoli consiglieri del segretario di Stato spingerebbero per un sostegno deciso alle aspirazioni di Rabat.

Marocco e Spagna hanno vissuto tanti momenti di tensione politica e diplomatica, la questione del Sahara è carne viva, con la regione subsahariana, ex colonia spagnola, al centro di uno scontro che vede contrapposti sahariani indipendentisti del Polisario, sostenuti da Algeri, e Rabat che, di fatto, ha annesso i territori, ora con il pieno avallo di Trump e Netanyahu. Madrid ha giocato su più tavoli, dapprima sostenendo l’autonomia dell’ex colonia, poi abbandonando la questione del Sahara e rompendo relazioni con l’Algeria. Riprendere, dopo quattro anni, i rapporti con Algeri, l’arci-nemica di Rabat, ha dato la stura all’organizzazione dell’ondata migratoria dei 50mila disperati.

Dietro gli ultimi fatti si annida molta geopolitica, non è credibile pensare che l’assalto a Ceuta sia conseguenza della sentenza dell’8 luglio resa dal Tribunale Supremo di Madrid secondo cui sono illegittime le “devoluciones en caliente”, i rimpatri a caldo, se la frontiera è attraversata a nuoto. Né può immaginarsi che abbia avuto un ruolo la proposta di legge volta a concedere la nazionalità ai sahariani nati prima del 1976, quando la regione era una provincia iberica.

Alla crescente rete di contatti del Marocco fa da contraltare una Spagna fiacca con il dirimpettaio nord africano, è come se la politica spagnola fosse timorosa di disturbare la monarchia magrebina, sempre pronta ad usare come arma di ricatto il flusso irregolare di migranti. Non si sollevano proteste quanto il Regno del Marocco chiude unilateralmente le frontiere con Melilla, o quando cinge d’assedio le due enclavi impedendo ogni commercio nelle aree di confine. Né si protesta quando il Marocco autorizza la installazione di impianti di acquacoltura nelle acque contese prossime alle isole Chafarinas.

Una arrendevolezza che poteva avere giustificazione quando il Marocco guardava all’Africa, non ora che il regno di Muhammad VI volge lo sguardo verso Occidente e i potenti della Terra gli sono amici.


L’avviso dei riformisti Pd: “Conte? Non è obbligatorio allearci”


Taruffi, braccio destro di Schlein: «Prima dei gazebo va condiviso il programma»

L’avviso dei riformisti Pd: “Conte? Non è obbligatorio allearci”. Tajani: Schlein che dice?

(ALESSANDRO DI MATTEO – lastampa.it) – L’appuntamento di Napoli non è stato un eccesso di entusiasmo, e del resto nel Pd nessuno aveva più dubbi, dopo aver visto i manifesti “La guerra la paghi tu” che M5s ha preparato per la campagna estiva contro il «riarmo». Giuseppe Conte rilancia e, per certi versi, fa più male di quando alla prima manifestazione del “Campo largo” dell’8 luglio aveva detto che la Russia non rappresenta una minaccia tale da giustificare nuove spese militari. Stavolta va oltre, trasforma le primarie in un sorta di referendum tra il pacifismo, ovviamente rappresentato da lui, e il “bellicismo”, che quindi sarebbe la linea degli altri “competitor”, vale a dire al momento solo Elly Schlein.

Una sortita che manda in fibrillazione la minoranza Pd e che preoccupa la maggioranza che sostiene Elly Schlein, anche perché la frase di Conte diventa un assist che il centrodestra non manca di raccogliere, con Antonio Tajani e Tommaso Foti che maramaldeggiano sulle divisioni della sinistra in politica estera, omettendo di ricordare che loro hanno lo stesso problema con Matteo Salvini e con Roberto Vannacci. «Bisognerebbe che Conte chiedesse al Pd, il suo più grande alleato, se la pensa come lui: questa è la grande contraddizione che c’è a sinistra. Stare contro l’Ucraina vuol dire anche allontanarsi dall’Europa». Il leader M5s, aggiunge Tajani, «è libero di stare dalla parte dell’aggressore. Noi insieme a tutto l’Occidente, siamo dalla parte di chi è aggredito».

È il passaggio sulle primarie quello che fa scattare l’allarme: dopo aver chiarito che lui non voterà più invii di armi all’Ucraina Conte afferma che il nodo della politica estera «lo scioglieremo con le primarie. Faremo decidere gli italiani». Se vincerà lui, ha precisato, «il giorno dopo mi batterò in Europa per trovare una soluzione negoziale». Messa così, però, sembra che se invece vincesse qualcun altro il centrosinistra non lavorerebbe per la «soluzione negoziale». Ma se l’alternativa è così radicale, se si confrontano programmi antitetici, gli elettori dello sconfitto faticheranno a sostenere il vincitore, o la vincitrice.

Non a caso Igor Taruffi, braccio destro di Elly Schlein, veste come al solito i panni del pompiere: «Mi pare evidente – precisa – che il campo progressista dovrà concentrarsi prima nella stesura di un programma condiviso, consapevoli che non partiamo da zero ma dal lavoro comune fatto in questi anni in Parlamento». Insomma, la piattaforma programmatica deve essere comune per tutti. «Va da sé infatti – aggiunge Taruffi – che chi vincerà le primarie avrà l’onere e l’onore di guidare tutta la coalizione e non solo un singolo partito».

Chi non usa diplomazia è Giorgio Gori, che lancia un avvertimento: «L’alleanza sì, testardamente, ma non a qualunque costo». Per l’europarlamentare Pd «sostegno all’Ucraina e sicurezza dell’Europa non sono negoziabili. Chi oggi parla come Vannacci, e tira la corda, tenga presente». Simili le reazioni degli altri “riformisti” dem. «Bene – dice Lia Quartapelle – Si prenda atto che c’è chi vuole rompere la coalizione».

Filippo Sensi è più ottimista: definisce Conte «il Vannacci del campo largo» che «si agita, promettendo una agenda filorussa e giocando allo sfascio. Non ci riuscirà. Dovrà fare pippa (dovrà rinunciare, in romanesco, ndr)». Critici anche Simona Malpezzi e Piero Fassino. Carlo Calenda attacca: «Se il Pd esistesse ancora politicamente, dovrebbe sancire oggi la fine del campo largo o costringere questo populista opportunista a fare retromarcia. Ma faranno finta di nulla. Come sempre».

Ma anche Sandro Ruotolo, europarlamentare, sostenitore della segretaria, sembra preoccupato: «È chiaro che bisogna smussare». I gazebo non possono essere una conta tra visioni opposte «non si va con lo scontro alle primarie, devi prima definire una base condivisa, valorizzare i punti in comune». Ruotolo si dice fiducioso: «È chiaro che tutti lavoriamo per costruire la pace e non per la guerra, su questo credo che siamo tutti d’accordo, la guerra non la vince chi ha più armi. Ma è chiaro che il sostegno a Kiev non è negoziabile. Quello che dobbiamo evitare è di abituarci alla parola guerra, dobbiamo spingere per trovare un accordo di pace. Da qui alle primarie troveremo i punti di mediazione». Un altro dirigente Pd, della maggioranza schleiniana, sembra un po’ più allarmato: «Conte farà la campagna delle primarie sul disarmo, lo sapevamo. Ci sta. Ma così rischia di essere destabilizzante».


Per essere un vero leader, essere decerebrati aiuta


(Giorgio Vallortigara a “Noos”) – Von Holst aveva preso uno di questi pesciolini e gli aveva tolto la parte frontale del cervello, producendo un animale incredibilmente audace e coraggioso.

Per cui questo pesciolino, quando vedeva qualcosa di interessante, lasciava il gruppo e andava a cercarlo.

Ma la cosa interessante è quello che facevano gli altri che vedendo questo compagno audace e coraggioso prendevano di inseguirlo e in breve tempo lui diventava il leader. Ma questi pescetti non si rendevano conto che il loro leader era un leader totalmente decerebrato.

IL CONFORMISMO

(estr. da “Il cosiddetto male”, di Konrad Lorenz (1963), – vocineldeserto.substack.com) – La forma più primitiva di “società”, nel senso più ampio della parola, è la formazione di schiere anonime, di cui i pesci viventi nel libero mondo marino ci offrono l’esempio tipico.

All’interno del branco non c’è alcuna struttura di nessuna specie, nessuno che conduce e nessuno che viene condotto, ma solo un enorme assembramento di elementi uguali.

Certamente questi si influenzano a vicenda, certamente ci sono alcune semplicissime forme di “comunicazione” fra gli individui che formano il branco.

Se uno percepisce un pericolo e fugge, contagia col suo umore tutti gli altri che hanno percepito il suo spavento. Quanto si sparga poi il panico in un grande branco di pesci, se sia in grado di indurre tutto il branco a voltarsi e a fuggire è una questione puramente quantitativa, legata esclusivamente al numero di individui che si spaventano e fuggono e dall’intensità con cui lo fanno.

Situazioni stimolo che attraggono il pesce possono trovare una risposta in tutto il branco anche se un solo individuo ha ricevuto gli stimoli. Il suo risoluto nuotare in una determinata direzione trascina certamente altri pesci e di nuovo è una questione di numero se tutto il branco si lascia trascinare o no.

L’azione puramente quantitativa, in un certo senso molto democratica, di questo processo chiamato dai sociologi “induzione sociale” significa che un branco di pesci è tanto più lento nelle decisioni quanti più individui comprende e quanto più forte è il loro istinto gregario.

Un pesce che, non importa per quali ragioni, incomincia a nuotare in una determinata direzione non può fare a meno di capitare in poco tempo fuori dal branco e di ritrovarsi isolato nell’acqua libera.

Qui cade sotto l’influsso di tutti quegli stimoli che cercano di riportarlo nel branco; quanti più pesci, in base a stimoli esogeni qualsiasi, nuotano decisi nella stessa direzione, tanto più presto si tireranno dietro il branco; quanto più grande è il branco e quindi l’attrazione al ritorno, tanto meno lontani arriveranno i suoi membri intraprendenti prima di venire risucchiati come da un magnete all’interno o attorno al branco.

Un grosso branco di piccoli e fittissimi pesci offre quindi un’immagine di pietosa indecisione. Si forma sempre una piccola corrente di singoli animali intraprendenti che si protende come uno pseudopodio di una ameba.

Più lunghi diventano questi pseudopodi, più s’assottigliano e più forte appare la tensione in direzione longitudinale. In genere tutta l’avanzata finisce in una fuga precipitosa in grembo al gruppo. È terribilmente snervante assistere a questi traffici e non si può fare a meno di dubitare della democrazia e di vedere i vantaggi di una politica autoritaria.

Che questo sia invece poco giustificato lo dimostra un esperimento molto semplice ma di grande portata sociologica, che Erich von Holst fece una volta con dei cabacelli.

Levò a un pesciolino di questa specie la parte anteriore del cervello dove sono situate tutte le funzioni di gruppo.

Il cabacello senza cervello anteriore vede, mangia e nuota come un pesciolino normale, l’unico particolare aberrante nel comportamento è che non gliene importa niente se esce dal branco e nessuno dei compagni lo segue.

Gli manca quindi l’esitante riguardo del pesce normale che, anche se desidera nuotare con tutta l’intensità in una determinata direzione, già dopo i primi movimenti si volta verso i compagni e si lascia influenzare dal fatto che alcuni lo seguano e quanti. Di tutto questo, al compagno senza il cervello anteriore non gliene importava assolutamente niente; quando vedeva qualcosa da mangiare o se per una qualsiasi altra ragione voleva andare da qualche parte, nuotava via con decisione, ed ecco che l’intero branco lo seguiva.

L’animale senza testa era diventato appunto, per via del suo difetto, il capo indiscutibile del branco.


La “crisi” dei migranti senza i migranti. La realtà inventata e il falso come tecnica di governo: cosa dicono i numeri


Che futuro avrebbe la destra senza il “pericolo immigrazione”? Nonostante tutti i dati indichino un crollo degli arrivi su tutte le rotte, mentre aumentano solo i morti, i governi dovrebbero promuovere i propri meriti invece arrivano a correggere perfino la geografia – Il commento

La “crisi” dei migranti senza i migranti. La realtà inventata e il falso come tecnica di governo: cosa dicono i numeri

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – La crisi dei migranti senza migranti è il mistero glorioso dentro il quale avanziamo. L’emergenza-arrivi non è un’emergenza, eppure scuote gli Stati dell’Unione, li divide, li fa nemici. La destra avanza rabbiosa a mostrare il pugno di ferro contro l’amministrazione molliccia delle sinistre nonostante i numeri si oppongano alla dichiarazione di guerra per terra e per mare che i governi più radicali dell’Unione annunciano. I dati di Frontex, l’agenzia europea deputata al controllo delle frontiere riferisce non solo che nel quadriennio passato il flusso si è abbattuto di quasi il 30 per cento, ma nei primi quattro mesi di quest’anno i numeri documentano un ulteriore clamoroso arretramento dei flussi. -78% degli arrivi dall’Africa occidentale e un -46 % dalle rotte del Mediterraneo centrale per un crollo del 40 per cento degli arrivi irregolari in tutta Europa. Per capirci, dall’Africa sono giunti solo 2331 migranti, una cifra che dev’essere spalmata su tutti gli Stati dell’Unione e che porta a poche centinaia, se non decine, le presenze in Italia. Ad est, nella mitologica rotta balcanica, nel 2026 (gennaio-aprile) solo 1122 attraversamenti, un 49% in meno. Tutti i governi dovrebbero approfittare per promuovere i propri meriti, dal momento che i risultati sembrano ottimi. Aumentano solo i morti in mare. In questo inizio d’anno sono 1220 i migranti annegati. Ma questo più che un problema appare una conferma delle buone pratiche avviate. Mostrare all’Africa che sbarcare in Europa è sempre più difficile e mette a rischio la vita di chi tenta di sfidare il mare e le leggi.

Se i numeri sono questi, i governi fanno finta di scordarseli. E un motivo c’è. Immigrazione e sicurezza sono i cavalli di battaglia della destra in tutta Europa. Senza gli immigrati Farage non avrebbe portato la Gran Bretagna a uscire dall’Unione, la destra lepenista non avrebbe in Francia i voti che invece ottiene, e così in Germania, in Italia, in Spagna.

La destra mangia, anzi ingrassa alimentando il pericolo migrazione, che è una fetta corposa della pietanza servita agli elettori. L’immigrato è la figura topica, il destinatario quotidiano della propaganda di destra. L’immigrato invade e spaventa. Allarma perchè “ruba” il lavoro e quando non ci riesce “ruba” nelle nostre case, e quando non entra in casa avanza sui marciapiedi. Fa baccano, usa i coltelli, ferisce, attenta alla sicurezza di tutti noi e infine, spesso propaga l’islam, la religione dentro cui si nasconde il terrorismo contro “la nostra civiltà”.

Di nuovo la domanda: senza immigrati che futuro avrebbe la destra?

Immigrazione e sicurezza sono legna anche per il fuoco meloniano. Più alta è la fiamma più arde la capacità pervasiva dell’idea che dobbiamo difenderci ad ogni costo, sotto ogni punto di vista.

Perciò, nell’intramontabile bisogno di sconfiggere la realtà modificata correggiamo anche la geografia. Il governo italiano ha serrato “i confini” con la Spagna, confini che finora erano sconosciuti ai più. E lo ha fatto per resistere all’emergenza che non c’è, all’invasione subito evaporata, alla crisi dei migranti senza migranti.

Uno di loro ha detto: “Noi siamo proiettili“. Esattamente così: più migranti in strada, più proiettili in canna al fucile della destra. E quando non ci sono, si inventano.


Le carceri italiane sono una polveriera


(ANSA) – Gravi disordini si sono verificati ieri nel carcere di Benevento dove una trentina di detenuti del reparto di media sicurezza hanno devastato un’intera sezione . Lo rende noto L’Uspp, con il presidente Giuseppe Moretti e il segretario regionale Ciro Auricchio.

I tumulti, iniziati nel pomeriggio, si sono protratti fino a tarda serata, e solo grazie all’attività di mediazione dei negoziatori, inviati con altro personale del nucleo di supporto dal provveditorato regionale, la situazione è tornata alla normalità.

La sezione però è stata resa inutilizzabile dai detenuti: la direzione è stata costretta a chiuderla. I facinorosi sono stati trasferiti in altri reparti dello stesso carcere e solo una piccola parte in altri istituti penali.

“Apprezzamento”, non solo per l’operato del personale di polizia penitenziaria del carcere ma anche di quello del nucleo inviato dal provveditorato regionale, è stato espresso dall’USPP, sottolineano Moretti e Auricchio “hanno dimostrato ancora una volta elevato senso del dovere e alta preparazione professionale, evitando ripercussioni ancora più gravi”.

I due sindacalisti auspicano che l’amministrazione penitenziaria “prenda seri provvedimenti nei confronti dei detenuti facinorosi protagonisti dei disordini e che avvii l’iter per concedere una ricompensa al personale intervenuto per sedare i disordini”.

“Nonostante il deficit di organico e il piano ferie in atto – conclude l’Uspp – la polizia penitenziaria riesce solo a costo di enormi sacrifici a garantire l’ordine e la sicurezza interna”.


Ceuta: il mosaico atlantico ha una nuova tessera


I. I fatti e la cornice mancante

(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – I fatti sono ormai noti, con oltre cinquantamila persone entrate a nuoto in quarantotto ore, sessantaquattro morti, la sospensione di Schengen dichiarata da Meloni e le conseguenti proteste spagnole.

La cornice in cui questi fatti si iscrivono è però quasi assente dalle cronache italiane, ed è invece la sostanza geopolitica dell’intera vicenda.

Ceuta non è crisi migratoria e non è incidente diplomatico. È la tessera di una ridefinizione strategica dello scacchiere mondiale, in cui l’asse Washington-Tel Aviv-Rabat si è rivelato e sta lavorando al controllo di uno dei quattro passaggi marittimi decisivi del commercio globale.

La cornice è quella dei venti di guerra generale che agitano la fase storica attuale.

C’è un antecedente giuridico che è utile richiamare perché rende leggibile il resto. Il 29 giugno 2026 il Tribunal Supremo spagnolo ha stabilito che i respingimenti immediati previsti dalla legge di Estranjería per Ceuta e Melilla si applicano solo a chi supera elementi fisici di contenimento come recinzioni e barriere, mentre non si applicano a chi entra a nuoto, poiché in mare non esistono elementi fisici di contenimento. Chi arriva a nuoto deve essere sottoposto al procedimento ordinario di rimpatrio con garanzie di assistenza legale e diritto di chiedere asilo[1]. I

l flusso di massa è stato attivato un mese esatto dopo, con una precisione operativa che appare difficile ricondurre a un fenomeno spontaneo.

Il 1° agosto, a operazione conclusa, il governo Sánchez ha installato una barriera pneumatica marittima di 500 metri all’espigón del Tarajal, che crea l’elemento fisico di contenimento la cui assenza aveva reso inapplicabili le devoluciones en caliente, cioè i respingimenti immediati secondo la sentenza[2]. Il regime marocchino aveva quindi attivato l’operazione nella finestra temporale precisa in cui il vuoto giuridico rendeva la Spagna vulnerabile ai respingimenti individuali.

II. Cosa dice la legge, cosa dice Meloni

Il governo italiano ha annunciato prontamente, il 31 luglio, la sospensione dell’accordo di Schengen con la Spagna. Questa reazione ha un valore soprattutto politico e comunicativo, perché sul piano giuridico è impropria.

Se è vero che Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Nord Africa, fanno parte a pieno titolo del sistema Schengen, come ha confermato la Commissione europea nel 2022 rispondendo a un’interrogazione parlamentare, occorre puntualizzare che le loro frontiere con il Marocco sono frontiere esterne dell’area Schengen e non interne.

A ciò si aggiunga che esiste un regime speciale che con l’articolo 41 del Codice Frontiere Schengen stabilisce che chiunque si sposti da Ceuta o Melilla verso la Spagna peninsulare o altri paesi Schengen deve sottoporsi a controlli di identità e documenti nei collegamenti marittimi e aerei. Detto in altri termini, chi è entrato irregolarmente a Ceuta non ha alcun diritto giuridico di raggiungere il resto d’Europa[3].

Premesso che uno Stato non può espellere unilateralmente un altro Stato dall’area Schengen, quello che il governo italiano ha adottato non è affatto una sospensione di Schengen con la Spagna, ma una reintroduzione unilaterale dei controlli alle frontiere interne italiane, misura che è prevista dal trattato stesso ed è già applicata da altri Stati membri da circa un decennio in via continuativa. La Francia ha già i controlli attivi al proprio confine spagnolo dal 2015. Il governo Meloni ha dunque messo in campo una misura di dimensione assai contenuta, ma sfrutta la vicenda per dare un rilievo comunicativo altisonante che è diretto a fare pressione politica su Madrid.

La misura è stata annunciata via social, e d’altronde oggi la politica estera occidentale si è ridotta a post su vari social che informano l’elettorato interno prima delle cancellerie estere. È un fenomeno trasversale, da Trump a Meloni al centrosinistra europeo, e descrive il decadimento generale di una politica occidentale che tratta questioni di rilievo strategico come materiale di consumo elettorale immediato.

Non per nulla Salvini ha commentato: bene così, passa la linea Lega, riducendo esplicitamente una decisione di politica estera a vittoria interna del proprio partito.

Fratelli d’Italia ha ribadito che la difesa dei nostri confini non è negoziabile. Tajani ha aggiunto le formule del rischio conseguente e della minaccia del terrorismo. La rincorsa interna dei tre partiti di governo, in vista di un elettorato che il partito di Vannacci minaccia da destra, si sostituisce così a qualsiasi ponderata diplomazia[4].

Sánchez ha replicato che la solidarietà e l’empatia sono opzionali, il rispetto dei trattati europei e dei dati no, ricordando i dati Frontex 2021-2026 sugli ingressi irregolari nell’Unione: 478.600 attraverso l’Italia, 234.760 attraverso la Spagna. L’Italia è dunque la principale porta di ingresso irregolare dell’Unione dal 2021, con oltre il doppio degli ingressi spagnoli[5]. Il richiamo ai dati europei rovescia politicamente sull’Italia la stessa accusa che Meloni aveva rivolto alla Spagna.

Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha convocato l’ambasciatore italiano Giuseppe Buccino Grimaldi per una protesta ufficiale, chiedendogli di fermare la confusione interessata e ricordando che non è possibile andare da Ceuta e Melilla alla Penisola senza identificarsi. Poche ore dopo il Ministero dell’Interno italiano ha ridotto la solenne sospensione di Schengen a controlli aleatori e mirati sui viaggiatori non europei in porti e aeroporti, misura banale che qualunque Stato membro può attivare senza annuncio del capo di governo[6].

Il commissario europeo per la migrazione Magnus Brunner ha, da parte sua, respinto pubblicamente la proposta italiana, ricordando che non si stanno producendo spostamenti verso il continente europeo né verso altri Stati membri e che i controlli frontalieri sulle persone che escono da Ceuta e Melilla restano in vigore[7].

Tuttavia, nel giro di quarantotto ore la proposta di Meloni ha trovato sponda in altri cinque governi quali la Finlandia, che invoca il sostegno di tutti i paesi d’Europa e prepara controlli alle frontiere interne finlandesi, Danimarca, Austria, Repubblica Ceca e Svezia.

Germania, Belgio e la Slovacchia di Fico l’hanno esplicitamente rifiutata, mentre Francia e Portogallo, non hanno firmato nemmeno la lettera dei ventidue che ha portato al vertice UE del 4 agosto[8].

Il quadro è di nuovo sconfortante se si considera che sei governi europei chiedono pubblicamente di espellere uno Stato membro dall’area Schengen sapendo che la richiesta è giuridicamente inattuabile, dato che i trattati non prevedono nessuna procedura in tal senso.

L’idiozia strutturale della UE è resa plasticamente visibile dal fatto che chi confina con la Spagna e conosce i fatti resta fuori dalla campagna propagandistica; chi invece non ha con la Spagna nessun confine terrestre, come la Finlandia, invoca misure basate sul nulla.

Il dato che emerge è che il governo Meloni probabilmente ha deciso di cavalcare una delicata questione, tra l’altro giuridicamente regolata, ai fini di rincorrere elettoralmente il partito di Vannacci ma questo aspetto non è sufficiente a spiegare quel comportamento per intero.

C’è un ulteriore piano, che deve essere considerato ed è, come al solito, di respiro atlantico. Con l’operazione Ceuta, di fatto Meloni si riallinea in modo esplicito a Trump, tenta di accreditarsi come avamposto ostile a Sánchez, ritrasmettendo la pressione atlantica sulla Spagna.

È il solito schema della classe dirigente italiana da decenni: qualunque sia il referente politico oltre oceano, meglio se politicamente affine, la politica estera si costruisce sull’ossequio servile a quel referente. Meloni tenta di riaccreditarsi presso Trump, Schlein attende il ritorno dei democratici americani. Al governo o all’opposizione, la postura è la stessa.

III. Chi vuole Ceuta: l’asse Washington-Rabat-Tel Aviv

A parte la pochezza della politica italiana, la sostanza dell’intera vicenda Ceuta non sta solo nella Spagna ma nel quadro geopolitico più ampio in cui la Spagna si trova.

Da mesi il Marocco si è consolidato come principale partner regionale di Washington e Tel Aviv. Ha ridenominato una autostrada di 1.055 chilometri che attraversa il Sahara Occidentale occupato, come Autostrada Presidente Donald J. Trump.

Si prepara a inviare truppe a Gaza come parte della cosiddetta Forza Internazionale di Stabilizzazione selezionata da Israele, con immunità legale accordata dal Gabinetto di Sicurezza israeliano e autorizzata a operare unicamente nelle zone che Israele approva.

Ha ricevuto quest’anno centinaia di rabbini in pellegrinaggi religiosi, approfondendo il processo di normalizzazione avviato con gli Accordi di Abramo del 2020[9].

Israele e Marocco hanno firmato a Tel Aviv nel gennaio 2026 il terzo piano di lavoro militare congiunto dalla normalizzazione del 2020, in base al quale Tel Aviv fornirà oltre il cinquanta per cento delle difese aeree marocchine, più munizioni guidate offensive, razzi e droni[10].

A questo punto non è trascurabile il rapporto H.Rept. 119-631 del Comitato Appropriazioni del Congresso degli Stati Uniti, pubblicato nel 2026, che articola una posizione esplicita alla voce Marocco.

Il rapporto USA stabilisce che «Il Comitato prende atto dell’alleanza storica fra gli Stati Uniti e il Marocco, formalizzata nel 1786 dal Trattato Marocco-Americano di Pace e Amicizia. Il Comitato prende atto che le città amministrate dalla Spagna di Ceuta e Melilla si trovano in territorio marocchino e restano oggetto della rivendicazione di lunga data del Marocco. Il Comitato sostiene gli sforzi del Segretario di Stato di favorire l’impegno diplomatico fra Marocco e Spagna sullo status futuro di Ceuta e Melilla. Il rapporto stanzia venti milioni di dollari sotto i National Security Investment Programs e altri venti sotto il Foreign Military Financing Program per il Marocco»[11].

Meno noto ma politicamente decisivo è un dettaglio strategico articolato pubblicamente da Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono e senior fellow dell’American Enterprise Institute, in un articolo pubblicato sul Middle East Forum nel marzo 2026. Rubin ha argomentato che la NATO non sarebbe formalmente tenuta a intervenire in un eventuale attacco a Ceuta e Melilla. L’articolo 6 del Trattato di Washington del 1949 limita infatti la copertura dell’alleanza ai territori delle Parti in Europa o Nord America e alle isole sotto giurisdizione delle Parti nell’area Atlantica del Nord a nord del Tropico del Cancro.

Ceuta e Melilla non rientrano in nessuna delle due categorie: geograficamente sono in Nord Africa, non in Europa, e non sono isole nell’Atlantico Nord. Come Rubin scrive testualmente, né Ceuta, né Melilla, né le Isole Canarie attiverebbero una risposta NATO, così come la NATO non sarebbe tenuta a rispondere a un attacco alle Hawaii o al Portorico.

Al vertice NATO di Madrid del giugno 2022, il governo Sánchez tentò esplicitamente di far estendere la copertura dell’articolo 5 a Ceuta e Melilla come parte del riconoscimento delle minacce dal sud, senza esito.

Su questa base Rubin ha invitato gli Stati Uniti a non riconoscere Ceuta e Melilla come territorio spagnolo.

Questa posizione non è isolata dato che il rapporto H.Rept. 119-631 sopra citato è stato firmato dal repubblicano cubano-americano Mario Diaz-Balart, alleato di Rubio, che nell’aprile 2026 aveva già pubblicamente dichiarato Ceuta e Melilla territorio marocchino[12].

Il dettaglio giuridico spiega la scelta di Ceuta come primo obiettivo dell’operazione, ovvero attaccare un pezzo di territorio spagnolo che l’alleanza atlantica non è formalmente tenuta a difendere.

Se osserviamo con attenzione, Ceuta si affaccia direttamente sullo Stretto di Gibilterra, attraverso cui transita fra il dieci e il venti per cento del traffico marittimo globale di merci[13]. Controllarla anche solo di fatto significherebbe per l’asse Washington-Rabat-Tel Aviv il controllo effettivo di una delle sponde di quello stretto. Si capisce dunque perché Melilla, altra enclave spagnola sulla costa marocchina sia rimasta indenne dal fenomeno, dato che si affaccia sul Mediterraneo aperto e non offre capacità di controllo comparabili.

L’analista messicano Alfredo Jalife-Rahme ha articolato il quadro complessivo in cui la crisi di Ceuta si iscrive e su cui convergono diverse linee di forza.

Il Marocco, firmatario degli Accordi di Abramo, normalizza i rapporti con Israele; gli Stati Uniti riconoscono la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, tanto da chiamare Donald J. Trump l’autostrada che l’attraversa.

In questo quadro si inserisce il rifiuto spagnolo delle basi agli Stati Uniti durante la guerra Israele-Iran del giugno 2026 e la riapertura dell’ambasciata a Teheran nel pieno di quella guerra, e l’importante visita di Sánchez in Algeria del 20 luglio 2026 con incremento del quindici per cento delle importazioni di gas algerino, in alternativa al gas americano. Sullo sfondo resta la questione mai risolta dello Stretto di Gibilterra, storicamente conteso fra Regno Unito e Spagna.

La domanda interessante che Jalife formula è se siamo davanti al primo passo di un ridisegno delle sponde dello Stretto sotto il controllo effettivo dell’asse Washington-Tel Aviv-Rabat, con il tacito assenso britannico[14].

Che quanto accaduto a Ceuta sia un affare assai complesso e non un fenomeno puramente migratorio lo dice il fatto che lo Stretto di Gibilterra è uno dei quattro punti di strangolamento del sistema commerciale marittimo mondiale, insieme a Ormuz, Bab el-Mandeb e Bosforo. In tutti gli altri tre si concentrano oggi eventi di conflitto: contro l’Iran attraverso Ormuz, nello Yemen attraverso Bab el-Mandeb, in Ucraina con effetti sul Bosforo.

Aggiungere Gibilterra alla lista significherebbe consolidare in un tempo ristretto il controllo americano-israeliano sui quattro passaggi marittimi decisivi del commercio globale.

La crisi di Ceuta si rivelerebbe così come una tessera di un riordino strategico in prospettiva di conflitti generali, non un mero incidente.

Dunque, il ragionamento fatto e i vari indizi portano ad escludere la spontaneità di quanto avvenuto. Il flusso è stato attivato un mese esatto dopo la sentenza del Tribunal Supremo di cui abbiamo detto, ed è emersa una documentazione che mostra come l’operazione sia stata coordinata attraverso cinque gruppi Facebook per un totale di circa duecentocinquantamila membri, scomparsi improvvisamente al termine dell’operazione. Nelle stesse ore la Reale Forza Aerea Marocchina ha effettuato almeno otto operazioni militari fra la base di Khouribga e Tetuán con velivoli C-130 Hercules.

Sono tre indizi che convergono, sul timing operativo calibrato sulla finestra giuridica, sul coordinamento digitale di massa scomparso a operazione conclusa, sul ponte aereo militare in coincidenza temporale con il flusso migratorio[15]¹².

IV. Satrapi europei, piazza spagnola

Sul fronte interno spagnolo, il Partido Popular e Vox hanno costruito una piattaforma comune contro il governo Sánchez.

Il portavoce di Vox nell’Assemblea di Ceuta, Juan Sergio Redondo, ha parlato di invasione e ha chiesto le dimissioni di Sánchez e del ministro dell’Interno Marlaska[16].

Vox ha chiesto l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, la norma che permette allo Stato di sospendere l’autonomia di una comunità autonoma spagnola[17], mentre Cayetana Álvarez de Toledo del Partido Popular ha paragonato Sánchez a un caudillo crepuscolare di cui il Marocco starebbe approfittando dell’agonia, con esplicito richiamo alla Marcia Verde del 1975 quando la Spagna franchista abbandonò il Sahara Occidentale[18].

La mobilitazione ha trovato immediato riflesso di piazza. Il 31 luglio centinaia di militanti di estrema destra si sono concentrati davanti all’ambasciata marocchina a Madrid al grido di España cristiana y no musulmana e Guerra al invasor, con un grande striscione recante la parola Remigración.

Molti fra loro erano vestiti di nero, e alcuni hanno rivolto saluti romani in pubblico e si tenga presente che la manifestazione è stata convocata da Núcleo Nacional, formazione che riunisce nazisti, franchisti e falangisti[19].

Una seconda concentrazione simile si è tenuta a Barcellona davanti al consolato marocchino, con circa cinquecento partecipanti sotto il la parola d’ordine Defensa Catalunya, Defensa España, e con saluti fascisti fotografati dai giornalisti presenti[20].

Risulta evidente uno schema in cui gli attori esterni orchestrano la pressione, con il Marocco proxy di Stati Uniti e Israele (i veri mandanti).

Nel frattempo l’establishment europeo con Meloni in prima fila, PP e Vox all’interno della Spagna, e l’estrema destra spagnola come cornice di piazza, si allineano allo schema di pressione politica contro Sánchez.

Sembra davvero saldarsi un’alleanza strutturale fra ceto sionista e atlantico all’esterno e satrapi europei interni contro un governo europeo minimamente autonomo, nonostante parziali sforzi fatti da Sanchez, con l’aggiunta della manovalanza di piazza pronta a legittimare la richiesta di cambio di governo.

V. Sánchez, ovvero l’illusione di una sovranità dimezzata

Per capire perché la Spagna di Sánchez è un bersaglio bisogna nominare cosa ha effettivamente fatto.

Sulla Palestina, il governo spagnolo ha riconosciuto lo Stato palestinese nel maggio 2024, ha aderito formalmente alla causa per genocidio intentata dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, ha approvato un embargo giuridicamente vincolante sulla compravendita di armi con Israele.

Sánchez è stato il primo capo di governo occidentale a usare pubblicamente la parola genocidio per Gaza.

Nel giugno 2026 ha chiuso lo spazio aereo spagnolo alle forniture militari americane destinate alla guerra in Iran e ha negato l’uso della base aerea di Morón e della base navale di Rota per operazioni contro Teheran¹⁵.

L’irritazione americana per queste posizioni è documentata nello stesso rapporto H.Rept. 119-631 del Congresso già citato. Nella sezione dedicata alla Spagna, il testo condanna esplicitamente Sánchez per aver negato l’uso delle basi alleate per operazioni collegate all’Iran e per aver chiuso lo spazio aereo ai voli militari statunitensi collegati a tali operazioni, mentre lo stesso documento formalizza il sostegno americano alle rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla.

Un unico atto istituzionale del Congresso salda quindi in modo esplicito la condanna della disobbedienza spagnola su Iran e la pressione territoriale contro Ceuta, e questa non è un’interpretazione, è una fonte primaria.

Ma a questa riflessione si deve aggiungere qualcos’altro. Su tutti gli altri fronti strategici Sánchez sostiene convintamente la piattaforma atlantica: l’espansione NATO verso Est, il sostegno militare all’Ucraina, l’adesione, seppur parziale, alla cornice europea di riarmo, il silenzio sulla continuità dottrinaria americana dell’espansionismo NATO.

Ha costruito un’autonomia, diciamo pure una sovranità molto parziale, pensando di poter dissentire su Palestina e su Iran restando però coerentemente dentro la cornice euro-atlantica su Ucraina e NATO.

È una strategia difficilmente praticabile, come i recenti fatti hanno dimostrato.

La cornice euro-atlantica a cui si chiede sottomissione è unitaria. Chi l’abbraccia come cornice generale non permettersi di dissentirne su un fronte specifico senza pagarne il prezzo.

La Russia ha pagato in scala massima quello che la Spagna paga oggi in scala assai più contenuta: l’affermazione di sovranità nazionale della Federazione Russa, perché di questo si tratta, che non ha accettato l’espansione NATO fino ai suoi confini non è stata non solo tollerata, è stata considerata inammissibile.

Il Marocco oggi è strumentalizzato come proxy contro Sánchez ed è una variante dello schema Ucraina come proxy contro Russia.

In conclusione, Ceuta non è incidente isolato, quel fatto appartiene allo stesso disegno strategico che collega la guerra ucraina, l’attacco all’Iran, il genocidio di Gaza solo per citare i casi più eclatanti a cui si dovrebbe aggiungere il tema Venezuela con il sequestro del suo legittimo presidente eletto.

Sono tessere di un unico mosaico che il ceto atlantico dispiega su fronti diversi con logica costante.

Ciò che rimane di tutto ciò è la consapevolezza che la chiave dell’emancipazione per ogni movimento progressivo autentico è oggi la necessità di rappresentare il tema della sovranità nazionale – come attributo essenziale della sovranità popolare.

Non si tratta di sventolare bandiere, ma di riconoscere che senza sovranità nazionale non c’è alcuna possibilità di costruire un nuovo spazio internazionale alternativo alla cornice euro-atlantica, e senza quello spazio internazionale alternativo non c’è alcun contenimento reale alla deriva verso una terza guerra mondiale che il ceto atlantico sta preparando in ogni tessera del mosaico geopolitico. Chi rinuncia alla sovranità nazionale rinuncia all’unico grimaldello politico che oggi possa far saltare lo schema.

Sánchez ne è caso esemplare. La sovranità nazionale non ammette selettività a detrimento della sostanza politica, e chi come lui ha sostenuto un’adesione convinta alla piattaforma euro-atlantica sull’Ucraina, magari coprendo quella adesione con il gesto importante ma simbolico del sostegno alla Palestina e poi del rifiuto delle basi a Trump per la guerra in Iran, paga un prezzo.

Il percorso verso la sovranità nazionale non è oggi in Europa scelta politica semplice, tutt’altro. È tema estremamente complesso, dati i rapporti di forza in atto, ma drammaticamente vitale.

Sovranità nazionale come base di una sovranità popolare autentica, e lettura geopolitica unitaria del mosaico che il ceto euro-atlantico dispiega su fronti diversi con logica costante: esse sono le due premesse politiche ineludibili per qualunque movimento voglia davvero superare il pericolosissimo assetto di guerra attuale.


[1] Tribunal Supremo, sentenza n.2965/2026 del 29 giugno 2026

[2] https://www.eldiario.es/politica/ultima-hora-llegada-migrantes-ceuta-gobierno-empieza-instalar-barreras-contencion-tarajal-noche-incidentes_6_13422273.html

[3] Ylva Johansson, per la Commissione europea, all’interrogazione parlamentare E-000911/2022 del deputato José Ramón Bauzá (Renew) del 2022, https://elfarodemelilla.es/europa-no-contempla-compensar-la-supresion-de-la-excepcion-de-schengen-en-melilla-y-ceuta/

[4] Giorgia Meloni ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/07/31/meloni-la-sospensione-di-schengen-per-tutelare-la-sicurezza-nazionale_e843a665-f8ec-49b3-83bf-f33ea0f91dfc.html. Matteo Salvini ansa.it/sito/notizie/politica/2026/07/31/salvini-bene-lo-stop-di-schengen-passa-la-linea-della-lega_f733399d-816b-4c34-b329-baf98e3019a0.html. Antonio Tajani ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/31/litalia-sospende-schengen-con-la-spagna.-meloni-tutelata-la-sicurezza-nazionale-la-cronaca_a2e6519a-5785-4646-8369-c6b28102df5e.html.

[5] Pedro Sánchez su X, https://x.com/sanchezcastejon/status/2083213292231635378

[6] elespanol.com/mundo/europa/20260731/gobierno-meloni-suspende-acuerdo-schengen-espana-crisis-migratoria-ceuta/

[7] eldiario.es/desalambre/comision-europea-descarta-espana-sea-expulsada-schengen-crisis-migratoria-ceuta_1_13421321.html

[8] infobae.com/espana/2026/07/31/la-crisis-migratoria-en-ceuta-pone-a-espana-contra-las-cuerdas-italia-y-finlandia-llaman-a-su-exclusion-de-schengen-mientras-francia-refuerza-la-frontera/

[9] https://geoestrategia.eu/noticia/46576/ultimas-noticias/operacion-de-guerra-hibrida-del-satrapa-de-marruecos-eeuu-y-el-estado-genocida-de-israel-contra-la-ciudad-espanola-de-ceuta.html

[10] Diario Judio Mexico, https://diariojudio.com/noticias/turistas-judios-rezaron-junto-a-una-muralla-en-marrakech-y-jovenes-islamistas-llegaron-con-insecticida-a-limpiar-el-lugar/523163/

[11] https://www.congress.gov/committee-report/119th-congress/house-report/631/1

[12] El Español del 1 aprile 2026, elespanol.com/reportajes/20260401/diaz-balart-halcon-cercano-marco-rubio-ceuta-melilla-no-espana-marruecos-cosas-discuten-amigos-aliados, e https://geoestrategia.eu/noticia/46577/ultimas-noticias/demostrado-marruecos-facilito-la-invasion-de-ceuta-como-una-agresion-hibrida.-el-control-del-estrecho-de-gibraltar.-analisis.html

[13] IEMed – Institut Europeu de la Mediterrània, iemed.org/publication/geopolitics-of-the-strait-of-gibraltar

[14] Alfredo Jalife Rhame, https://www.lahaine.org/est_espanol.php/la-invasion-marroqui-a-ceuta-despierta-los

[15] Sull’organizzazione digitale dell’operazione attraverso comunità Facebook, Instagram e TikTok, The Week India, 31 luglio 2026, theweek.in/news/world/2026/07/31/how-tiktok-instagram-videos-help-moroccan-migrants-reach-ceuta-thousands-cross-spain-waters.html. Sul ponte aereo militare marocchino con matricole dei C-130 Hercules e tratte documentate, The Objective, 31 luglio 2026 theobjective.com/internacional/2026-07-31/marruecos-aviones-tetuan-ceuta

[16] democrata.es/politica/vox-ceuta-denuncia-una-invasion-de-marruecos-tras-la-llegada-masiva-de-migrantes-a-la-frontera

[17] moncloa.com/2026/07/31/vox-exige-crisis-migratoria-ceuta-3408810

[18] eldiario.es/politica/pp-vox-cargan-gobierno-llegada-miles-personas-ceuta-vinculan-regularizacion-migrantes_1_13419707.html

[19] eluniversal.com.mx/mundo/protestan-contra-migracion-masiva-de-marroquies-en-madrid-espana-cristiana-y-no-musulmana/

[20] elnacional.cat/es/politica/tension-consulado-marruecos-en-barcelona-por-concentracion-ultra-por-crisis-en-ceuta_1676075_102.html


Delmastro, armi, Conte e Covid: la settimana della destra in pezzi


Agenda. Le comunicazioni di Giorgetti su Safe, il programma per il riarmo Ue. Legge elettorale: sì di Tajani alle preferenze

Delmastro, armi, Conte e Covid: la settimana della destra in pezzi

(estr. di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – […] Si riparte dalle chat della Bisteccheria tra il deputato Andrea Delmastro e il socio-prestanome del clan Senese, Mauro Caroccia, e si chiude con l’ex premier Conte in commissione covid. Nel mezzo: le trattative sulla reintroduzione delle preferenze nella nuova legge elettorale; il voto di fiducia sul decreto giustizia e migranti; e le comunicazioni del ministro dell’Economia, Giorgetti, sull’accesso ai prestiti comunitari del programma Safe per il riarmo. Si annunciano giornate di cottura a fuoco lento tra Camera e Senato prima della sospensione estiva dei lavori prevista per giovedì.

Chat in giunta.
Ad accendere lo scontro sarà ancora una volta l’inchiesta dei pm antimafia della capitale sul ristorante sulla Tuscolana in cui l’allora sottosegretario alla giustizia Delmastro è stato socio per un anno con la figlia di Caroccia, Miriam (indagata per intestazione fittizia di beni e riciclaggio in concorso col padre), l’ex vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, e altri esponenti di FdI del biellese. In serata, infatti, è in programma una riunione della Giunta per il regolamento di Montecitorio che dovrà decidere se consentire ai componenti della Giunta per le autorizzazioni a procedere la consultazione degli atti trasmessi dal procuratore Lo Voi. In particolare la trascrizione dei messaggi tra Delmastro e i due Caroccia inviata dal legale di Caroccia senior ai pm. Per domani, quindi, la stessa Giunta per le autorizzazioni a procedere dovrà esprimersi per confermare o meno il no alla richiesta di utilizzare quelle stesse chat “parlamentari” avanzata a giugno dai pm. Poi la parola potrebbe passare all’aula per il voto finale.

Commissione Covid.
Sempre domani, a meno di rinvii tra mercoledì e giovedì, è prevista anche l’audizione del leader M5S Conte all’interno della Commissione bicamerale d’inchiesta sulla gestione della pandemia. Lo stesso Conte annuncia: “Ne vedremo delle belle”. Un’audizione attesa dopo le accuse sulla gestione degli appalti per l’emergenza sanitaria, all’epoca del governo Conte II, lanciate dall’imprenditore Dario Bianchi, più volte ospite degli eventi pubblici di FdI, e la successiva scoperta di una transazione da 100 milioni di euro chiusa dall’attuale governo con la Jc Electronics di Bianchi.

[…]

Programma Safe.
M5S e AvS sono pronte ad alzare i toni anche per le comunicazioni del ministro dell’Economia, che mercoledì è atteso alla Camera, in mattinata, e al Senato nel pomeriggio, per relazionare “in merito all’avvio della procedura di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale”. Vale a dire la richiesta di “deviare temporaneamente dai requisiti di bilancio” fissati a livello europeo per accedere a un prestito dell’Unione da 14 miliardi di euro e finanziare gli appalti, in parte già avviati, per il revamping delle forze armate.

Giustizia-Migranti.
Mercoledì sera “con prosecuzione notturna ed eventualmente nella giornata di giovedì” è previsto anche il voto finale, con la fiducia, sulla conversione in legge del decreto giustizia-migranti. Diciotto articoli che riducono, tra l’altro, da tre a due le prove scritte dell’esame per diventare avvocati, già approvati con la fiducia la scorsa settimana in Senato. Dopo un lungo braccio di ferro all’interno della maggioranza su un emendamento per l’estensione dell’utilizzabilità delle intercettazioni a inchieste diverse da quelle per le quali sono state autorizzate.

Legge elettorale.
Non pare destinata a risolversi prima di settembre, invece, un’altra discussione all’interno della maggioranza: quella sulla legge elettorale. Anche se ieri il vicepremier e segretario di Forza Italia Antonio Tajani ha aperto a un’intesa dopo l’irritazione scatenata dalle indiscrezioni sulle sue parole durante una riunione con i senatori azzurri (“I fascisti capiscono solo la forza”). Per provare a chiudere la crisi aperta dai franchi tiratori all’interno della maggioranza che a metà luglio hanno affossato alla Camera la reintroduzione delle preferenze tanto cara ai meloniani.

“Non c’è nessuna crisi, né sulle preferenze né su altro. Non c’è stato nessun attrito. La riforma elettorale deve garantire stabilità al nostro Paese, più di quanto non garantisca la legge elettorale attuale. Quello è l’obiettivo fondamentale della riforma”. Così il leader degli azzurri a margine del Caffè de La Versiliana a Marina di Pietrasanta (Lucca).

“Abbiamo già detto – ha aggiunto – dopo una riunione alla Camera e poi al Senato, che noi siamo favorevoli ad un emendamento sulle preferenze, che introduca le preferenze con il capolista bloccato”.

Oggi un senatore forzista, Rosso, dovrebbe presentare agli alleati un nuovo emendamento sul tema da approvare durante la discussione del testo arrivato da Montecitorio. Ma non c’è fretta. Anche perché i mal di pancia tra gli azzurri restano e c’è chi teme che i franchi tiratori della Camera possano giocare altri brutti scherzi. A partire dal voto sulle chat di Delmastro.


In Italia il business della sanità privata ha raggiunto i 13,4 miliardi l’anno


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – La sanità privata italiana continua a rafforzare il proprio ruolo all’interno del sistema delle cure, spinta dall’invecchiamento della popolazione, dalla crescente domanda di assistenza e dal costante arretramento del servizio sanitario nazionale. Lo ha dimostrato plasticamente l’ultimo report condotto da Area Studi Mediobanca, in cui si evidenzia come i 38 principali gruppi con giro d’affari superiore ai 100 milioni abbiano registrato nel solo 2024 ricavi aggregati per 13,4 miliardi di euro. La crescita è del 5,5% rispetto al 2023 e del 22% rispetto al 2019, anno precedente all’inizio della pandemia. Nel 2024, inoltre, il comparto ha superato la quota dei 102 mila addetti, con una crescita del 17,5% rispetto al 2019, Nel 2024, inoltre, il comparto ha superato la quota dei 102 mila addetti, con una crescita del 17,5% rispetto al 2019, in un contesto in cui aumenta anche la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie.

L’analisi dei bilanci dei principali operatori privati evidenzia come la spinta maggiore sia fornita dalle strutture per anziani, per le quali si prevede nel 2025 una crescita del fatturato del 7,9%, il dato più elevato tra tutti i segmenti monitorati. Seguono l’assistenza ospedaliera (+3,9%), la diagnostica (+2,8%) e la riabilitazione (+2,6%). Nel confronto con il 2019, le RSA registrano un balzo del 25,9%, favorite dall’aumento del tasso di occupazione dei posti letto e dalla continua apertura di nuove strutture. La diagnostica cresce del 22,9% nonostante le contrazioni del biennio 2022-2023 legate al calo di tamponi e test sierologici, mentre l’area ospedaliera si attesta a +22,8% e la riabilitazione ferma al +10,1%. Tra i maggiori gruppi per fatturato spiccano Papiniano (holding del Gruppo San Donato e Ospedale San Raffaele) con 2,16 miliardi, Humanitas (1,26 miliardi), GVM-Gruppo Villa Maria (968 milioni), Policlinico Universitario A. Gemelli (946 milioni) e KOS (799 milioni).

A fare da sfondo a questa espansione è il progressivo invecchiamento della popolazione, che alimenta costantemente la domanda di servizi sanitari. Gli ultrasessantacinquenni rappresentano già il 24,5% della popolazione residente, quota destinata a salire al 34,1% entro il 2062. Le stime per il periodo 2026-2029 indicano una stabilizzazione della spesa sanitaria pubblica intorno al 6,4% del Pil, mentre l’Italia continua a destinare alla sanità pubblica una quota del Pil inferiore rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. A incidere sulla crescita del privato contribuiscono anche le difficoltà di accesso alle cure pubbliche: nel 2024 quasi una persona su dieci ha rinunciato a prestazioni sanitarie per le liste d’attesa o per motivi economici. Secondo il monitoraggio Agenas, nel primo semestre del 2026 si registrano i primi segnali di miglioramento, con oltre 1,6 milioni di visite specialistiche ed esami diagnostici effettuati entro i tempi previsti in più rispetto allo stesso periodo del 2025, pur con forti differenze territoriali.

La crescita del comparto privato si inserisce in un quadro più ampio di progressivo aumento della spesa sanitaria a carico dei nuclei familiari. Lo scorso gennaio, un report del Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA) ha evidenziato come, nell’arco di quarant’anni, la spesa sanitaria privata delle famiglie italiane sia più che raddoppiataattestandosi a una cifra pari a 43 miliardi di euro. Nel rapporto si evidenzia che oltre il 70% dei nuclei familiari sostiene oggi costi di tasca propria, una quota cresciuta di 19 punti percentuali dagli anni Ottanta. Le conseguenze di questa deriva sono pesantissime in termini di equità. L’incidenza della spesa sanitaria sui consumi familiari ha raggiunto in media il 4.3% del reddito, toccando però il 6.8% tra i nuclei con bassa istruzione.

Le disparità sono anche geografiche: al Centro e nel Mezzogiorno la spesa privata è cresciuta molto più del reddito disponibile, indicando che il ricorso al privato è una risposta forzata alle carenze del servizio pubblico, non una scelta dettata da maggiore benessere. Un segnale chiaro è che le famiglie residenti nel Mezzogiorno acquistano più frequentemente farmaci (81,0% delle famiglie) e visite specialistiche con finalità preventiva (24,2%), presumibilmente per aggirare barriere di accesso al pubblico. A rendere ancor più critica la situazione è l’aumento delle spese “catastrofiche”, quelle che assorbono oltre il 40% della capacità di spesa mensile di un nucleo. Oggi riguardano 2,3 milioni di famiglie, con un incremento del 2,1% nell’ultimo decennio.


L’identità italiana


(Andrea Zhok) – Poche cose sono più insopportabili di atlantisti filoamericani, sostenitori da sempre delle virtù del mercato che si impancano a difensori dell’Identità Italiana.

L’identità italiana non è stata fatta a pezzi dalle moschee ma dai McDonald’s, dalle basi americane, da Hollywood, da un profluvio di scarti culturali a stelle e strisce che ha invaso ogni ganglio della nostra cultura.

La cultura italiana è stata massacrata da quelli che hanno promosso il libero movimento di merci, capitali e forza-lavoro nel nome delle gioie della globalizzazione e del conto in banca.

Il cattolicesimo italiano non è stato messo all’angolo dall’Islam, ma si è messo all’angolo da solo accettando ogni sorta di compromesso pop e pensando di conquistarsi, a colpi di marketing, una fetta del “mercato delle religioni”.

L’identità italiana è stata demolita da chi l’ha immaginata non come una tradizione vivente da coltivare, ma come un “brand” da vendere, il “made in Italy”, la svendita da parte dei nipoti degeneri del patrimonio e della fama conquistata dagli antenati.

L’identità italiana è stata scarnificata da slogan come le “tre I” di Berlusconi (Inglese, Internet, Impresa), seguita da emuli persino peggiori (Renzi, Gelmini), che non sono mai riusciti a immaginare il paese se non come colonia USA.

L’unità italiana è stata logorata dalla privatizzazione delle aziende pubbliche, dal competitivismo neoliberale negli ospedali, nelle scuole, nelle università, istituzioni oggi rivolte sempre meno al servizio del cittadino e sempre più alle gare a premi per ottenere premietti ministeriali.

La prevalenza della competizione sulla cooperazione, tra istituzioni, e dentro di esse ha spostato enormi risorse dal “servire i cittadini” all’“essere attrattivi”, dal “fare bene” all’“apparire fighi”.

Queste e un’infinità di altre porcate le avete volute voi, atlantisti filoamericani, mercatisti neoliberali.

Ed oggi, come non bastasse, volete spiegarci che il vero pericolo all’identità italiana è la minaccia islamica, lo “scontro di civiltà”?

Laddove la nostra civiltà da salvare sarebbe il diritto al Bic Mac.

E tutto per ottemperare ai desideri delle ambasciate israelo-americane.

Pericolosi pagliacci


Imbruttire l’Italia non è un buon programma politico


A destra e a sinistra le insidie della concorrenza interna e della caccia al consenso rischiano di trasformare un paese normalizzato, stabile e piuttosto furbo, ma non indecente, in uno più brutto, rancoroso e incivile. Il difficile esame di maturità delle elezioni

Immagine di Imbruttire l’Italia non è un buon programma politico

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – La democrazia, malgrado i suoi sempre più evidenti difetti, imbellisce. L’allarme di Alfonso Berardinelli, gloria di questo giornale, è tutt’altro che infondato. La socialità perversa perverte i cuori, fomenta i peggiori istinti, primo tra tutti la ricerca di una protezione autoritaria o di un conformismo che tutela soltanto i pregiudizi meno rispettabili. Tuttavia, considerando l’alternativa, la democrazia va celebrata per quel che è, se democrazia liberale, il famoso sistema peggiore ad eccezione di tutti gli altri.

Certo però che le elezioni politiche sono un esame di maturità difficile da superare. Mesi di campagna elettorale, con la piccola destra parolaia che insidia le possibilità di vittoria della destra di governo e la spinge sul piano inclinato della stupidità verbosa e dello sfruttamento delle paure sociali, con la piccola sinistra chiassosa e spesso violenta che induce la coalizione delle opposizioni a una rincorsa demagogica, ripetitiva, inutilmente ansiogena, possono però imbruttire parecchio il paesaggio italiano e, se è per questo, europeo. Ci si mettono anche quegli storditi globali dei Maga americani, con i loro soldi e il loro antieuropeismo, con la loro predilezione per le guerre ingiuste, come quella allo straniero, e la loro repulsione per quelle giuste, in difesa degli ebrei di Israele e degli ucraini massacrati dal gerarca Putin. Dal fare l’occhiolino al cretino Maga, all’idea ridicola di una fortezza Europa, alla caricatura valoriale di Dio Patria e Famiglia, dal fare i battistrada del putinismo italiano travestito da spirito antimilitarista, o fiancheggiare Askatasuna, o delirare nell’antisemitismo, il passo al cedimento intellettuale e morale è breve.

Di qualcosa come un antidoto ci sarebbe bisogno, a destra e a sinistra, chissà che cosa però. Uno penserebbe a un centro politicamente esperto, e anche furbo, privo di lotte personali intestine, ambizioso erede della cultura della Prima Repubblica dei partiti, ma non c’è, ci sono schegge di serietà e piccoli spazi di una riserva indiana, magari da coltivare e sostenere, però privi del retroterra di cinismo e di avventura senza il quale non si fa politica efficace. Un vero peccato, tutto questo. Dovremmo essere orgogliosi di aver dato vita a una felice conclusione istituzionale e costituzionale della democrazia repubblicana, integrando tutto l’integrabile e trovando in persone abbastanza serie, e capaci, un barlume di classe dirigente dove nessuno (o pochissimi) si aspettava di trovarlo. Passati i tempi bui del governo di contratto tra le opposte demagogie, dei porti chiusi, dei pieni poteri in costume da bagno. Un governo e una maggioranza fino a ieri inimmaginabili, l’ultimo regalo alla politica dell’impolitico e privatissimo uomo di stato il cui nome è Berlusconi, hanno fatto il loro mestiere senza manette, al contrario, senza barricate verso Bruxelles, al contrario, senza opporre la retorica della bella morte e della Decima all’antifascismo costituzionale, al contrario, senza sfasciare il bilancio pubblico e isolare l’Italia, al contrario. Non è una conquista per tutti?

Per diventare alternativa nei fatti, ovviamente con una legittimazione elettorale chiara, le opposizioni cercano una piattaforma unitaria di leadership e di programma, il che è nella logica istituzionale quale che sia alla fine la legge che regola le elezioni politiche. L’intervista di Elly Schlein a questo giornale dovrebbe essere la base di questa piattaforma, eppure le insidie della concorrenza interna e della caccia perversa al consenso purchessia sono infinite, e non soltanto a sinistra. Il risultato è che rischiamo di lasciare un’Italia normalizzata, stabile e piuttosto furba, ma assolutamente non indecente, per fare, su misura del consenso marginale, in omaggio alle più grottesche stupidità dell’estremismo, che ha sempre un relativo successo, un capolavoro: un paese più brutto, rancoroso, incivile di quello che affronta le politiche.


Quel vizio di fare causa ai giornalisti: quali sono i politici che querelano di più i cronisti


Nelle prime 12 posizioni ci sono sette membri dell’esecutivo, nove se si considerano i dimissionari Sgarbi e Santanché. Il leghista il più prolifico, poi l’ex ministra Trenta, Meloni e il ministro alla Difesa. E l’Italia ignora le direttive Ue sulle Slapp

Infografica Daniele Zendroni / Visionair

(Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Matteo Salvini stacca tutti. Il ministro dei Trasporti e vicepremier ha fatto causa a giornalisti italiani almeno 14 volte negli ultimi anni. Nessuno come lui. Il distanziamento dal resto dei politici in carica è talmente abissale da richiamare alla mente le prodezze di Tadej Pogačar, lo sloveno considerato tra i più grandi scalatori della storia del ciclismo. Stesse caratteristiche: resistenza eccezionale e grande esplosività. Solo che Pogačar usa le doti per vincere le gare, il leader della Lega per scalare la classifica dei politici che querelano cronisti. Con l’obiettivo di ottenere giustizia, dicono alcuni. Con l’obiettivo di silenziare le critiche, ribattono altri.

Questa inchiesta non ha l’ambizione di risolvere l’annosa diatriba, anche perché una risposta univoca non esiste, ma di provare per la prima volta a raccontare chi sono i politici italiani querelatori seriali, quelli cioè che fanno uso abituale della causa giudiziaria, penale e civile, contro la stampa. Un lavoro basato su dati ottenuti da moltissime fonti che hanno chiesto di restare anonime, sicuramente non completo (non è stato possibile ottenere i numeri ufficiali di tutti i media nazionali; abbiamo anche provato a chiederli, senza successo, al ministero della Giustizia con una richiesta di accesso civico), ma comunque utile per farsi un’idea di come stanno le cose.

Prima di iniziare a fare nomi e cognomi, un’avvertenza sul metodo utilizzato. Nel conteggio sono stati considerati solo i politici di livello nazionale, con l’unica eccezione fatta per i presidenti di regione. Altro discrimine: per ragioni di spazio e attualità abbiamo considerato unicamente i procedimenti avviati, o in corso, dal 2020 a oggi nei confronti delle testate giornalistiche nazionali.

La classifica

Eccoci allora alla classifica. Se è vero che Salvini è primo in assoluto, in realtà c’è chi ha fatto quasi come lui. Si tratta dell’ex ministra della Difesa del Movimento 5 Stelle, Elisabetta Trenta. È stata lei stessa nel 2023 a dichiarare all’Huffington Post di aver «fatto tredici querele per diffamazione ad altrettanti giornalisti». Siccome Trenta non è più in Parlamento, non l’abbiamo inclusa nella nostra speciale classifica, ma resta comunque un’affezionata della querela.

Dietro Salvini, a debita distanza, c’è invece un trio di politici pienamente in carica. Medaglia d’argento al senatore Matteo Renzi che, secondo i nostri calcoli, è arrivato a quota otto cause. Un gradino più sotto, a pari merito con sette cause ciascuno, la coppia di Fratelli d’Italia più potente del momento: la premier Giorgia Meloni, con sei procedimenti in proprio e uno avviato da sua sorella Arianna, e il ministro della Difesa Guido Crosetto.

Sotto il podio un esercito di ministri, deputati, senatori e presidenti di regione. A quota sei cause pedala in solitaria Vincenzo De Luca, Pd, fino all’anno scorso presidente della Regione Campania e ora sindaco di Salerno. Subito sotto, con cinque procedimenti a testa, un trio di destra: Daniela Santanché, ex ministra del Turismo di Fratelli d’Italia, che somma alle cause fatte personalmente quelle avviate dal suo compagno e dalla sue aziende; Vittorio Sgarbi, altro ex membro dell’attuale governo, dimessosi da sottosegretario alla Cultura nel febbraio del 2024; Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia, leghista, anche lui conteggiato aggiungendo alle cause avviate in proprio quelle fatte dalla moglie.

A quota quattro cause ciascuno c’è poi un altro nutrito gruppo di esponenti governativi. La squadra è formata da Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del consiglio; Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia; Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy; Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro. Tirando le somme, sono soprattutto gli esponenti del governo attuale a fare causa ai giornalisti. Nelle prime dodici posizioni ci sono infatti sette membri dell’esecutivo, nove se consideriamo anche i dimissionari Santanché e Sgarbi. Segno evidente della fine di una consuetudine decennale: quella dei politici che, arrivati al governo, ritiravano le denunce per diffamazione avviate contro i giornalisti. Altri tempi.

Le Slapp

Anche per questo non sorprende che oggi l’Italia sia il paradiso europeo delle Slapp. Secondo il report pubblicato lo scorso gennaio da Case (Coalizione contro le Slapp in Europa), nel 2025 per il secondo anno consecutivo il nostro paese è stato infatti classificato primo in Ue per numero di querele infondate (Slapp, appunto), quelle che hanno il solo scopo di intimidire e censurare chi prova a portare alla luce gli abusi di potere. Delle 167 cause mappate in tutta l’Ue, 21 riguardano l’Italia. Tra queste ce ne sono sicuramente un paio contenute anche nella nostra classifica. Come la querela di Santanchè contro l’Espresso, con una richiesta di risarcimento da 5 milioni di euro. O quella di Urso contro Il Foglio e Il Riformista, per un importo compreso tra 250mila e 500mila euro.

L’Ue nel 2024 ha votato una direttiva contro questo tipo di azioni legali. Per come è scritta non rappresenta uno scudo automatico per le tante cause avviate in Italia da politici nazionali, dato che tutela solo i procedimenti transfrontalieri (ad esempio un cronista italiano querelato da un politico tedesco), ma ogni Stato nel recepirla può estenderne la validità anche ai casi nazionali. Cosa ha fatto l’Italia finora per arginare il fenomeno? La risposta sta nei fatti: il termine per il recepimento della direttiva scadeva il 7 maggio, il governo Meloni non si è ancora mosso e la Commissione europea a luglio ha avviato una procedura di infrazione contro Roma (e altri 13 paesi).Icronistivannotutelati

A completare il quadro c’è una tendenza che emerge dalla nostra ricerca: i più bersagliati dalle querele dei politici sono i media maggiormente critici verso il governo attuale. Secondo i nostri calcoli, ad avere più cause del genere sul groppone è infatti attualmente il gruppo Seif (Il Fatto), seguito da ReportIl GiornaleDomani l’Espresso. Parliamo nel complesso di quasi 120 procedimenti solo per queste cinque testate. E in questa somma non abbiamo considerato tutti gli altri media e i tentativi di mediazione, altro capitolo importate della faccenda. L’istituto della mediazione è diventato obbligatorio definitivamente per la diffamazione a mezzo stampa nel 2011. In teoria dovrebbe servire per risolvere le controversie civili in modo rapido, evitando il ricorso a lunghe e costose battaglie legali. Di fatto è il passaggio che può precedere la causa davanti a un giudice, dove le due parti si accordano di fronte a un mediatore per risolvere la questione senza entrare nel merito.

I dati che abbiamo raccolto dimostrano che alcuni politici fanno un uso smodato della mediazione, diventato nei fatti un nuovo strumento di pressione dato che spesso, nonostante le testate scelgano di non mediare, i politici poi preferiscono non andare in causa. Lo dimostrano due casi su tutti. Uno riguarda Renzi che, secondo quanto ci risulta, ha avviato in tutto 18 tentativi di mediazione con Il Fatto. L’altro è quello di Crosetto: in quattro anni il ministro della Difesa ha usato questo strumento giuridico otto volte nei confronti di Domani. Su Crosetto c’è infine un’altra particolarità da ricordare: in diverse cause contro i media il ministro è seguito dall’avvocata Federica Mondani, assunta dallo stesso Crosetto nel febbraio 2023 come collaboratrice del dicastero della Difesa con un compenso di 70mila euro all’anno.

Inchiesta realizzata da info.nodes con il contributo di Civitates


Quell’invito a Conte per il ricordo di Stazzema


Guerre, propagande e tutto ciò che sta in mezzo fra la pace e noi

Quell’invito a Conte per il ricordo di Stazzema

(lastampa.it) – Dunque, salvo ripensamenti, il leader del M5S Giuseppe Conte il 12 agosto sarà l’oratore ufficiale invitato dal sindaco di Stazzema a commemorare la strage di Sant’Anna. Il 12 agosto 1944 i nazisti nel corso di poche ore uccisero 560 civili, tra cui 130 bambini. Oggi però una commemorazione civile da sempre doverosa, nell’Italia democratica, rischia di fare testacoda con l’attualità e le ambiguità del “campo largo” in politica estera.

L’idea di chiamare Conte come oratore ufficiale è venuta proprio al sindaco Maurizio Verona, del Pd. Qui, il 25 aprile è stato commemorato da Elly Schlein, per dire di quanto simbolico e strategico sia questo luogo della memoria italiana. Ma non si può dire che il sindaco cultore del “campo largo” abbia unito o entusiasmato neanche tutto il suo partito. Perché lo stesso Verona ha ricordato che Stazzema è il simbolo della lotta “contro ogni violenza e sopraffazione”: «Sant’Anna di Stazzema non è solo il luogo della memoria di una tragedia immane che ha colpito la nostra comunità, ma è un simbolo universale dell’impegno contro ogni forma di violenza, di guerra e di sopraffazione». E, così facendo, si è ficcato in un cul de sac. Diversi dem e militanti di centrosinistra riformisti non hanno gradito e hanno lanciato una petizione per chiedere al primo cittadino di ripensarci. Revocare l’invito a Conte. “Riteniamo tale designazione – scrivono – in profonda contraddizione con i valori storici e morali che il Parco Nazionale della Pace rappresenta. Sant’Anna di Stazzema è il simbolo universale della resistenza contro la brutale aggressione nazifascista e della difesa della libertà dei popoli oppressi.

Oggi, l’Ucraina affronta una medesima aggressione imperialista che minaccia la sovranità di una nazione libera. In questo contesto, le posizioni espresse dall’on. Conte, volte a interrompere la fornitura di armi all’Ucraina e quindi a ostacolarne il legittimo diritto alla difesa personale, contrastano apertamente con il dovere morale di solidarietà verso chi combatte per la sopravvivenza contro l’oppressione”. E quindi, è “inaccettabile che sul sagrato di Sant’Anna, luogo consacrato al ricordo di chi subì l’orrore della sopraffazione militare, prenda la parola chi, nei fatti, propone di lasciare inerme un popolo vittima di una analoga aggressione violenta”. La questione tocca l’essenza stessa del campo largo: come si fa a commemorare le vittime di una strage nazista lasciando indifese le vittime di Putin in Ucraina?


Cresce la paura dello straniero cavalcata dagli slogan della Lega


Per otto elettori su dieci del Carroccio gli immigrati sono un pericolo. Chi vota per i partiti di centrosinistra chiede un Paese più aperto

Migranti nuotano attraverso il confine tra Ceuta e il Marocco

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – ROMA – Gli immigrati costituiscono un problema, in Italia e non solo, come si può osservare in questi giorni segnati dalle polemiche che hanno coinvolto la Spagna, dove il passaggio degli stranieri dal Marocco è divenuto un caso che va oltre i confini nazionali e scuote l’Europa. Compresa l’Italia, dove la questione degli “stranieri” ha una storia lunga e dura. Da decenni, in particolare da quando la Lega ne ha fatto un argomento, anzi, “l’argomento” politico principale su cui ha costruito il suo consenso politico.

La Lega delle origini, infatti, era un soggetto politico autonomista e territoriale. Collegato ad alcune aree e regioni. Soprattutto del Nord. Veneto e Lombardia, in particolare. In seguito, però, si è nazionalizzata. E la sua attenzione si è spostata sulla difesa dei confini. Dallo “straniero”. Una definizione che, nel tempo, si è allargata. Perché straniero è divenuto tutto ciò che supera i nostri “confini”, appunto. Il nostro mondo.

Il sondaggio condotto di recente da Demos rileva come nel nostro Paese la domanda di controllare i confini sia costante negli anni. E, comunque, “relativamente” minore. Relativamente, perché prossima, comunque, al 40%. Mentre la quota di coloro che pensano che i nostri confini andrebbero maggiormente controllati supera di poco il 60%. Tuttavia, è significativo osservare come la domanda di controllo dei confini sia aumentata negli ultimi anni. Riflesso delle guerre che riguardano Paesi e aree coinvolte da quel conflitto. Non solo per le conseguenze economiche e geo-politiche, ma perchétutte le guerre si svolgono in diretta. Davanti ai nostri occhi. Le guerre, d’altronde, suscitano preoccupazione e paure. E le paure alimentano gli ascolti. Fanno spettacolo. E lo spettacolo della guerra non finisce mai.

È invece interessante osservare come l’inquietudine sollevata dagli immigrati abbia raggiunto l’indice più elevato degli ultimi 20 anni. Difficile trovare e individuare una spiegazione precisa e definita. Se non che in tempi nei quali la globalizzazione incombe in modo inquietante, un fenomeno che riflette e interpreta la globalizzazione diviene a sua volta inquietante. Più di prima.

Ciò che emerge dal sondaggio di Demos per Repubblica è la conferma di un duplice legamenella percezione dei cittadini, tra l’immigrazione, il sentimento di in-sicurezza e la visione del mondo. Gli immigrati, infatti, de-finiscono il nostro rapporto con il mondo. Ne marcano i confini. E, dall’altra parte, segnano il nostro rapporto con gli altri. Di conseguenza, assumono un preciso significato politico.

Se osservammo la visione dei confini da una prospettiva politica, anzi, di partito, la chiave di lettura è chiara. Riflette in larga misura le distanze, in parte le fratture, che attraversano lo spazio politico tra destra e sinistra, fra centro-sinistra e centro-destra. Il consenso verso l’apertura delle frontiere, infatti, raggiunge il livello più elevato fra gli elettori vicini ad Avs, +Europa, Pd. Quindi Itala Viva. Mentre scende sensibilmente nella base di FI e, ancor più, di Lega, FdI e Futuro Nazionale.

Si tratta di un profilo analogo a quello che emerge quando si valuta la percezione degli immigrati in chiave politica. In questo caso, infatti, quasi otto persone su 10, nella base della Lega, ritengono gli immigrati “un pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico”. Ma questo parere è condiviso da oltre sette simpatizzati su 10 di Futuro Nazionale, FdI, FI. Per scendere sotto al 50% nella base degli altri partiti, toccando i livelli più bassi fra chi sostiene il Pd e Italia Viva.

Gli immigrati, dunque, dividono il Paese. Ne alimentano l’insicurezza. Al di là e oltre la realtà. Vera o presunta.

Di seguito il link al sondaggio con le tavole di Demos