Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Berlusconi: transfughi 5Stelle, venite a me


(nuovocorrierenazionale.com) – di Silvio Berlusconi* – Per quanto riguarda il futuro non c’è nessun’altra possibilità che un futuro di centrodestra. Non cambiamo il nome che abbiamo, forse solo il simbolo: senza Forza Italia non si potrà fare nessun governo diverso da quello gialloverde. Abbiamo 170 parlamentari in Parlamento, e il 70 per cento, ricordiamo anche questo, sono in Parlamento per la prima volta.

Noi siamo la classe universitaria in Parlamento, più sotto c’è la Lega, molto più sotto ci sono i 5 stelle. Ma ci sono delle differenze evidenti, incolmabili tra il nostro gruppo di parlamentari, sia alla Camera che al Senato, e gli altri gruppi. Il governo non ha fatto nulla, e anche da parte della Lega non c’è stato nulla di centrodestra, è quello che rimproveriamo quotidianamente a Salvini e ai suoi. E dobbiamo dire che Salvini ha quasi lasciato le decisioni sull’economia al Movimento 5 Stelle e continua a farle votare dai suoi, cosa che noi gli rimproveriamo in maniera molto decisa. Ricorda Tajani che secondo lui è assolutamente sicuro che, al massimo dopo le europee, si debba creare il governo alternativo a quello di oggi, non si può continuare così, non si può pensare a un ravvedimento per una riscrittura della legge di bilancio. E il giorno 19 di dicembre, visto che questa riscrittura non ci sarà, la commissione darà il via alla procedura di infrazione che peserà sull’Italia per tre anni, ed è una procedura di infrazione probabilmente non sul deficit, cioè su quell’x per cento in più sul Pil, ma sul debito, che è qualcosa di molto grave.
Io vorrei ricordare che quando fui al governo posi il veto dell’Italia sul tavolo dei capi di stato e di governo, quando si trattava di adottare quel procedimento che imponeva agli stati di scendere nel debito sino ad arrivare al 60 per cento del Pil, come previsto dal Trattato di Maastricht. Adesso le cose dell’economia non sono andate bene, noi siamo il paese che è cresciuto meno in Europa, e che si avvia purtroppo a una fase di recessione. Ma il fatto di quei 50 miliardi all’anno che avrebbero dovuto essere la diminuzione del nostro debito nei confronti del Pil è qualcosa su cui io dissi allora: no, non è possibile, e portai a casa una vittoria, perché la cifra che fu deliberata era di meno di 10 miliardi all’anno di cui noi dovevamo far diminuire il nostro debito.
Adesso anche questo è superato dagli eventi, e quindi tutto questo non si considera più, ma con una procedura di infrazione ritorneremo dentro la necessità di abbattere il nostro debito. Tra l’altro, quando parlano del debito, parlano di un Pil di 1.600 miliardi di euro: io ho sempre parlato di un Pil di 2.000 miliardi perché non c’è nessuna norma che dice che il Pil sommerso non debba essere considerato come un vero prodotto interno lordo: noi nel centrosud e nel sud abbiamo un’economia sommersa, che comunque produce prodotti, produce posti di lavoro, esiste. E quindi è giusto, nel considerare quello che è il prodotto dell’Italia, aggiungere a quello emerso anche il prodotto sommerso, ed arriviamo almeno a 2.000 miliardi di euro: quindi il nostro debito, che oggi è del 132 per cento rispetto al Pil, con l’aggiunta del sommerso va sotto il 100 per cento.

Il rapporto con Salvini

Il signor Salvini ha un notizia nuova ogni ora, si vede cosa beve, cosa mangia: anche se a me sembrano stronzate, stabilisce un nesso stretto con le persone, con i suoi, e anche noi dobbiamo stare sul web. Con Salvini i rapporti sono buoni: non si chiudono come vorrei, cioé che lui dicesse basta a questo governo. Capisco che Salvini abbia un rapporto con il M5S che vuole tenere in piedi. Ma sono certo che il centrodestra sia l’unica vera soluzione che ha di fronte.

L’Europa e il sovranismo

Il sovranismo di Le Pen in Francia e Salvini in Italia è il contrario dell’Europa che ci ha assicurato 70 anni di pace. Loro rivogliono i confini e non vogliono nessuna norma di ordinamento superiore. Si tornerebbe all’Europa degli stati che ha provocato due guerre mondiali, ogni Paese non conterebbe nulla, ci consegneremmo mani e piedi a Trump o alla Cina. La mia previsione è che non arrivino ad avere oltre 200 eurodeputati. L’Europa deve tornare a essere protagonista del mondo. Per fare questo dobbiamo perseguire il progetto dei padri fondatori, che è il nostro: un’Europa che sia non solo benessere e libertà, ma faro di cultura e di civiltà, di democrazia e di pace per i popoli di tutto il mondo. Per questo serve politica estera comune e soprattutto difesa comune: saremmo una potenza militare in grado di decidere i destini del mondo.

Il giudizio sui pentastellati

Dobbiamo mandare a casa questo esecutivo di incapaci e di dilettanti. Prima dicevo che erano buoni per pulire i cessi, ora credo che non siano capaci nemmeno di quello.
Se cadesse il governo la metà dei parlamentari del M5S non potrebbe più essere ricandidato, per la regola dei due mandati, e la maggior parte sono persone senza arte né parte e andrebbero a casa. Credo che molti di questi parlamentari sarebbero spinti ad entrare in un nuovo gruppo a sostegno di un governo di centrodestra.”

*Passi scelti dell’intervento alla manifestazione ‘La città, l’Italia, l’Europa che vogliamo’


Pd, autolesionistico star sulle panchine in Piazza Grande a rimirare le stelle


Piazza Grande è l’ultima trovata del duo Nicola Zingaretti e Massimilano Smeriglio: idea per la verità rubata al duo Lucio Dalla e Francesco De Gregori.

Ma è tardi, troppo tardi per andare in Piazza Grande. Farlo sarebbe autolesionistico anche se la promessa è cambiata….e noi faremo [non come la Russia comunista che non c’è più] ma come il senatore socialista democratico Sanders che sta letteralmente cambiando con il supporto di giovani e millennials il dna del Partito Democratico ed è pronto a sfidare Donald Trump alle presidenziali del 2020.

Un cambiamento radicale – fatto di idee nuove e di un progetto culturale, politico, economico e sociale della società – quello di Bernie Sanders, che per radicalità, se non è identico, certamente si avvicina molto al for the may, not the few, del laburista Jeremy Corbyn nel Regno Unito.

Entrambi hanno avuto l’intelligenza, la capacità di autocritica e una certa dose coraggio per contrapporsi e ribaltare il dogma – neoliberismo e centro-sinistra senza alternativa – che ha dominato nel Partito Democratico e nel Labour Party: rivoluzione che la sinistra italiana non ha voluto, inteso fare dall’89 in avanti e per questo, forse, non è oggi credibile nonostante tutte le invenzioni – miste a scissioni –  di cui è portatrice, come dimostra la debacle del 4 marzo scorso.

La gente, il popolo che dimora e lavora, se e quando gli è consentito, e vive sempre peggio in una società [per i pochi] dominata dall’individualismo, dal consumismo, dal dio-denaro, dalla carriera, si è accorta, ha ben visto e capito quel che la sinistra ha saputo combinare negli ultimi decenni con i governi di centro-sinistra e con il governo tecnocratico di Mario Monti: ha aperto la strada con le deleterie, devastanti politiche di privatizzazioni, soppressione dei diritti sociali (la giusta causa dello Statuto dei Lavoratori), le de-riforme dell’Welfare State, il contrasto all’immigrazione, mutuate in toto dal neoliberismo trionfante, ai populisti che ora definisce tout court autoritari, illiberali, senza un minimo di analisi e autocritica sulla debacle elettorale.

Non basta scimmiottare due apprezzati cantautori e compositori, nè due vegliardi e credibili politici riformisti d’antan, per rifarsi una verginità culturale, politica e sociale.


Vittorio Feltri: “Gli sciacalli sui social danno la colpa alla pistola di Libero”


(Vittorio Feltri – Libero Quotidiano) – Trionfa sempre l’ imbecillità diffusa su internet, dove taluni attribuiscono a Libero la responsabilità della tragedia di Ancona in quanto il nostro giornale ha propagandato la pistola al peperoncino quale arma di difesa. Siamo al delirio. Peggio, all’ ignoranza crassa.

La rivoltella non è offensiva bensì protettiva. Se qualcuno cerca di violentare una donna oppure entra furtivamente in casa tua non esiste un mezzo adeguato per respingere il malintenzionato o l’ intruso. L’ unico strumento che consenta di salvarsi in certe situazioni è proprio il revolver, il quale provoca solo uno stordimento in chi riceve il “proiettile” e lo rende momentaneamente inabile, giusto il tempo che serve alla vittima dell’ aggressione per porsi al riparo.

Il peperoncino non uccide, non ferisce, al massimo ti debilita e consente di tagliare la corda, di avvertire la polizia o i carabinieri.

Tutto qua. Il cretino che in discoteca ha spruzzato lo spray urticante non lo ha fatto allo scopo di salvaguardare se stesso, visto che non era minacciato da alcuno, ma per seminare il panico nel pubblico e provocare un caos infernale. La gente non ha capito cosa stesse succedendo e si è data a una caotica fuga le cui conseguenze sono state esiziali.

Il panico è contagioso e implacabile. La folla impaurita agisce irrazionalmente come una mandria impazzita. Chi gestisce un locale pubblico dovrebbe saperlo e prevenire il peggio evitando di ospitare 1400 persone dove ce ne stanno comodamente 870 al massimo. Prendersela con la pistola innocua di Libero per spiegare la sciagura nel capoluogo marchigiano equivale ad accusare uno starnuto di aver causato una frana. I social ormai sono l’ eco di una idiozia sfrenata che serpeggia in coloro che, invece di riflettere, vomitano sentenze insensate.


Sardegna in guerra


(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Quello che è già accaduto ma si pensava non  potesse più verificarsi, quello che succede altrove e che si pensa non possa avvenire qui: tutto questo può ripetersi e capitare, come sedici anni fa da noi, come a Chicago, come l’altro ieri in Francia, come in tanti posti, quando la protesta divampa e i poteri non sanno fare altro che far menare, mettere bavagli, confinare fuori dalla vista, non dei benpensanti che tanto non si affacciano dalle loro finestre blindate, ma di chi, che sembrava assuefatto, potrebbe svegliarsi.

In tutti i paesi, i governi si attrezzano per contrastare la minaccia di guerre perenni a bassa intensità, nelle città dove periferie rabbiose premono intorno a ghetti di lusso protetti da vigilanti e sofisticati dispositivi di dissuasione, in aree definitive  “sensibili” dove da tempo ci sono micce pronte per essere accese. In attesa della desiderata privatizzazione totale della sicurezza, si sta compiendo il disegno della militarizzazione urbana e del territorio, perfino in Paesi, come il nostro, dove i reati sono in calo, ma dove si accredita uno stato di emergenza che fa dell’ordine pubblico non una condizione augurabile per tutelare coesione sociale e armonia, bensì un diritto che può e deve cancellarne altri, limitando le insidiose libertà.

Periodicamente partono operazioni che affiancano l’esercito alla polizia: un esempio ne è Strade sicure, nata nel 2008 “Per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, ove risulti opportuno un accresciuto controllo del territorio” e che avrebbe dovuto estinguersi passato lo stato di crisi, ma che invece dura, costituendo  l’impegno più oneroso della Forza Armata in termini di uomini, mezzi e materiali. Va in questo senso anche il rafforzamento dei poteri delle polizie municipali, grazie al susseguirsi di misure che hanno rafforzato le competenze  del sindaco, una figura che viene di fatto istituzionalizzata allargandone poteri e discrezionalità nel solco tracciato oltreoceano a fine degli anni ’90 con la  “Tolleranza Zero” del sindaco di New York Rudolph Giuliani e subito scrupolosamente adottata qui da primi cittadini leghisti ed ex-comunisti, grazie a fantasiose ordinanze incaricate di accontentare le pulsioni più varie degli elettorati, in modo da rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi. O peggio ancora con il Daspo urbano, ereditato dal Babau all’Interno,  che può essere applicato a chi viene denunciato o fermato per reati minori, ma anche per chi sostiene la lotta per il diritto all’abitare, dei lavoratori in sciopero o promuove le lotte collettive per il riuso e il riutilizzo degli spazi abbandonati, con l’intento di punire, preventivamente, il dissenso di chi si schiera per i diritti, a cominciare da quelli che pensavamo conseguiti e inalienabili, e sono invece impoveriti e minacciati.

E poi c’è quella vera e propria, l’occupazione marziale del territorio effettuata dall’impero traballante che si regge sull’intimidazione e il ricatto, attraverso armi, dispositivi atomici, basi, trampolini, hangar, poligoni,  pronti e sottoposti a continua manutenzione alla quale contribuiamo generosamente, ben oliati in vista  di necessarie iniziative belliche e imprese epiche da compiere per esportare l’invidiabile  stile di vita, depredare risorse, spodestare governi democratici sostituendoli con qualche ubbidiente  fantoccio. Ma che servono anche a scopo dimostrativo, per esibire i muscoli e la prepotenza, mostrare i denti  del  guardiano del mondo al fine di contrastare potenziali terrorismi che magari sono sfuggiti alla sua gestione, come certe cavie scappate dal laboratorio che impazzano seminando il contagio, o per sottomettere insane ribellioni che compromettano la tenuta della civiltà superiore.

Agli invasi corre l’obbligo di partecipare delle spese e anche di controllare e impedire le reazioni di disfattisti e sovvertitori, che preoccupano gli apparati di intelligence: lo denuncia il loro rapporto periodico presentato al Parlamento che quest’anno ha  Che pure anche quest’anno nell’apposito capitolo dal titolo  “Minaccia eversiva e attivismo estremista”, ha esploso  accuratamente i rischi derivanti dall’azione degli anarchici insurrezionalisti e degli eversori che si muovono sul fronte delle  lotte sull’emergenza abitativa, dei movimenti contro l’Unione Europea e di quelli territoriali contro la Tav, il Tap, riservando particolare interesse ai fermenti di chi si oppone alle basi Nato in Sardegna e Sicilia, o al Muos in Sicilia,  In tale cornice, secondo i servizi, fra le realtà più attive c’è la componente sarda, impegnata contro l’occupazione militare collegata alla presenza sull’isola di basi e servitù”.

Si vede che mette paura la civilissima protesta, tanto per fare un esempio, degli abitanti di Iglesias, che hanno rivolto un appello a Mattarella: “Noi sardi ci rifiutiamo di rimanere indifferenti davanti ai crimini e al massacro di gente inerme, donne e bambini yemeniti, causato anche dalla fornitura all’Arabia saudita delle micidiali bombe prodotte nella nostra isola. La Costituzione e i trattati internazionali non sono rispettati. Così come non viene rispettata la legge 185/1990 che vieta le esportazioni di armamenti verso paesi in guerra…” , per denunciare l’approvazione in questi giorni da parte del comune dell’ampliamento della fabbrica di armi tedesca Rwm, che vende ordigni a Riyadh.

La Sardegna ospita  circa il 67 % delle servitù militari nazionali, con 35 mila ettari di terreni e aree marine della regione interdette all’attività civile. E non c’è da star tranquilli, perché quando qualcuna viene restituita alle popolazioni locali è per essere soggetta ad un altro tipo di occupazione, quella della speculazione. Come è accaduto quando “scoppiò la pace tra Difesa e Regione Sardegna, così scrissero esultanti i giornali, con la firma di un protocollo d’intesa tra il ministro Pinotti e il Governatore Pigliaru, per far tornare a disposizione del turismo alcune spiagge incontaminate che davvero non hanno nulla da invidiare ai Caraibi”, quelle di porto Tramtzu (Teulada), S’enna e S’Arca e Punta S’Achivioni (Arbus) e il porticciolo  di Capo Frasca.   Altro che turismo, in realtà l’intesa firmata in tutta fretta dalla generalessa a nome del governo Gentiloni, era propiziatrice della costruzione a Teulada, quindi  in un’area Sic, Sito di interesse Comunitario, di due “villaggi di guerra”, due insediamenti per la guerra simulata  in campi di addestramento che riproducono due terreni di battaglia, uno mediorientale e uno balcanico. Come hanno segnalato comitati locali si è trattato di un bel regalo (almeno 20 milioni di euro) per la Vitrociset, azienda che opera nel campo delle tecnologie dell’informazione,   della comunicazione e della logistica, nota per aver trasferito un bottino ingente in altri paradisi, quelli fiscali, in barba all’opposizione  espressa dal Co.mi.pa, il Comitato misto paritetico istituito nel 1988 in Regione, con il compito di esaminare i programmi delle installazioni militari per conciliarli con i piani di assetto territoriale.

Non credo che la “componente sarda” che tanto preoccupa i servizi di intelligence si accontenterà dell’interesse della ministra in carica che ha manifestato l’intenzione di avviare “un tavolo tecnico” che si occuperà  dei casi di presunta contaminazione da uranio impoverito, quando le stesse autorità militari hanno definito alcune zone dell’isola “imbonificabili” per via dell’inquinamento di acque e suoli  contaminati da metalli pesanti, radioattivi, cancerogeni, se divenne  tristemente famosa l’indagine delle ASL di Cagliari e Lanusei sul Poligono di Quirra del 2011, dalla quale emersero dati allarmanti su malformazioni e malattie in quel territorio, rimasta in un cassetto e che aggiungeva ai dati sull’uranio impoverito, quelli sul torio radioattivo, ritrovato nel miele, nel formaggio, ma soprattutto negli scheletri di soggetti che avevano frequentato il poligono.

E mi auguro che come si batte contro l’occupazione militare sappia battersi anche contro quella speculativa:  un anno fa il governo Gentiloni decideva di fare una strenna alla Regione Sardegna rinunciandosi a rivolgersi alla Corte Costituzionale per impugnare la legge che “sdemanializzava” un sesto del territorio – immobili e aree di proprietà collettiva, 4 mila chilometri quadrati sui 24 mila dell’isola, dei quali i Comuni possono avere la gestione, ma non la proprietà e che possono essere utilizzati dai  cittadini come pascolo, per la semina e raccolta della legna o semplicemente per goderseli.  Vi rientrano aree ancora selvagge, ma anche zone di grandissimo pregio – e di enorme valore immobiliare – lungo la costa: Capo Altano, di fronte all’isola di Carloforte, la Costa di Baunei a Orosei, quelle di Montiferru che salgono il monte Urtigu, l’entroterra, il Mont’e Prama,  buona parte del Gennargentu e del Sulcis, che così non sono più sottoposti ai vincoli della legge paesaggistica Galasso e   potranno anche essere ceduti ai privati.

Con l’avvicinarsi delle elezioni la giunta in carica che ha saputo far peggio di quella guidata del valvassore di Berlusconi, ha fretta di portare a casa la sua legge di riordino, stoppata a settembre ma sulla quale sta attivamente lavorando, e che darebbe il via libera a una nuova colata di cemento sulle coste grazie a un sistema di deroghe che si richiamano alla doverosa necessità di liberare da lacci e laccioli la realizzazione di “programmi e progetti di grande interesse sociale ed economico”.

E così se la Rwm nell’ambito della sua strategia di sviluppo si propone anche di allestire un nuovo campo prove R140 per perfezionare gli esplosivi da provare sul campo prima della messa in commercio, il governo regionale al servizio di investitori eteri, Qatar in testa, effettua i test della speculazione perfetta.


Perchè all’una il concerto di Sfera non era iniziato?


(Michele Monina per https://www.iltassodelmiele.com/) – Questa mattina, qui (https://www.notizie.it/cronaca/2018/12/08/ancona-sfera-morti/?fbclid=IwAR1IuXPM18ToIPxtCUYzyEmNR7BqeWPkGhPQpfo1KwBToFqECQSmq0K5URk , invitavo tutti a un po’ di silenzio. A lasciare spazio al lutto. Parlo ovviamente dei fatti di Corinaldo, la tragedia immane che ha colpito la mia terra natia, ma che in realtà ha colpito un po’ tutti noi (un noi ampio, molto più ampio del noi che ci occupiamo di musica).

Ma in queste ore ho letto troppe sciocchezze, e credo che sia il caso di mettere alcuni puntini sulle i, rimandando poi le riflessioni più articolate e serie a più avanti, quando il dolore e il lutto dovrà giocoforza lasciare spazio al ragionamento e, mi auguro, anche a un processo.

Tra le tante sciocchezze che ho letto c’è chi ha indicato nel genere trap la causa scatenante di questa tragedia, intravedendo un nesso tra i diversi casi simili capitati durante concerti dello stesso Sfera Ebbasta, uno anche nel vicino Mama Mia di Senigallia, e di suoi colleghi. Come dire, i concerti di questo genere sono un buon terreno fertile per la deficienza di chi ritiene normale andare a spruzzare spray urticante in un luogo chiuso. Il che, immagino, renda del tutto marginale il fatto che spesso chi usa questi spray lo fa per poter poi rubare serenamente smartphone o portafogli, complice una bandana che protegge la bocca e occhiali che proteggono gli occhi.

In realtà un nesso sembra esserci, anche se pure a concerti di Elisa e altri artisti è successo qualcosa di simile.

Non è però, temo, questo il punto.

E il punto non è neanche l’andare a insultare Sfera Ebbasta per aver tardato a esprimere il suo dolore. Mettetevi nei panni di un ragazzo che proprio ieri ha compiuto ventisei anni e che si trova suo malgrado protagonista di una simile tragedia. Roba da uscire di testa.

Il punto, credo e temo, è altro.

È che da un po’ di tempo a questa parte, lo abbiamo gridato nel deserto come Giovanni Battista più e più volte, il mondo dello spettacolo è in mano a gente che non dovrebbe sedere ai posti di comando. Improvvisati. A volte in buonafede, ma spesso neanche quello. Gente che si trova a muovere situazioni ben più grandi di loro, e per questo fa danni, a volte, è questo il caso, danni irreparabili.

Prendiamo la giornata di ieri. Sfera Ebbasta compie ventisei anni. E siccome è uscita una nuova edizione del suo Rockstar, ora Popstar, lo festeggia incontrando i suoi tanti fan alla Mondadori di Piazza Duomo, a Milano. Lui è di Cinesello, gioca in casa. Sfera Ebbasta è, al momento, l’artista italiano che è stato più settimane in vetta alla classifica in questo 2018, si merita di festeggiare. Lui fa numeri importanti, e anche sul live punta a posti importanti, il Forum di Assago, tanto per rimanere in zona.

Ma come, dirà qualcuno, uno che punta al Forum di Assago, dodicimila posti, il giorno del suo compleanno va a Corinaldo, alla Lanterna Azzurra? Ottocentoventuno posti di agibilità? Neanche nella vicina Ancona, per dire, con un palasport da poco più di cinquemila posti. O al Mama Mia. Proprio a Corinaldo?

Ci arriviamo.

O meglio, ci sarebbe arrivato, non fosse successo quel che è successo. Perché, e questo forse è il meccanismo del sistema che andrebbe radicalmente sistemato, da un po’ di tempo a questa parte, diciamo da che a muovere i numeri che contano in discografia ci sono rapper e trapper, si è generata una modalità di live che nulla ha a che vedere coi concerti. Questa. Un artista fissa una, due, tre date per sera. Non concerti, badate bene, date.

 Viene annunciato, per dire, prima a Rimini, poi a Ancona e in chiusura a Pescara. Posti non lontanissimi tra di loro, quindi raggiungibili in auto in poco tempo, ma non abbastanza vicini da indurre il pubblico a confluire in un’unica data. Anche perché il pubblico di questo genere musicale è spesso molto piccolo, bambini, ragazzini molto giovani, che vanno a queste serate accompagnate dai genitori. Genitori che restano fuori, o che in alcuni casi incaricano uno di loro di entrare, per vigilare, mentre gli altri aspettano in auto. Così è successo anche ieri. Sarebbe successo anche ieri. Il concerto di Sfera Ebbasta alla Lanterna Azzurra di Corinaldo non era un concerto.

Ovviamente. Era una ospitata in una serata di discoteca. Non a caso la serata era annunciata per le ventidue con chiusura a tarda notte, e all’una ancora Sfera Ebbasta non si era visto. Succede così nelle serate in discoteca. L’ospite d’onore arriva a chiudere. O quando vuole. Anche perché, è il caso di ieri, l’ospite della serata era prima all’Altromondo Studios di Rimini, in una situazione simile.

Stesso orario di apertura, ventidue. Stesso costo del biglietto, 30 euro. Come è possibile essere contemporaneamente sia a Rimini che a Corinaldo? Non è possibile, semplice. Ma se un locale annuncia un’ospitata, chiaro, difficile che ci siano oltre millecinquecento persone, tanti i biglietti strappati stando alla SIAE, nonostante l’agibilità assai inferiore, a aspettarlo fino a tarda notte. Un concerto è qualcosa di diverso, qualcosa di più importante. Chi era lì, anche i ragazzini e la signora che sono morti, si aspettavano qualcosa che non sarebbe mai potuto succedere, anche senza che un idiota su cui ora peserà le loro morti non avesse usato lo spray urticante. Chi era lì, anche i ragazzini e la signora che sono morti, erano state vittime di un abbaglio, chiamiamolo così.

Questo non cambia la gravità del gesto compiuto da chi ha usato lo spray, come lo stesso Sfera Ebbasta ha raccontato nel suo post. O come ha stigmatizzato anche Assomusica. Solo che, permettetemi di sfogare un po’ di rabbia e frustrazione, anche io genitore di quattro figli di cui due gemelli, esattamente come Eleonora Girolimini, la mamma che aveva accompagnato al “concerto di Sfera Ebbasta” la sua bambina di undici anni, solo che Assomusica dovrebbe stigmatizzare con altrettanta veemenza questa assurda usanza di mettere in piedi serate come queste, le cosiddette “doppiette”, in cui artisti si esibiscono, poco, in più posti, andando a far cassa in barba al loro pubblico.

Quante volte vi è capitato di sentire le lamentele di genitori i cui figli, piccoli, hanno aspettato fino a tarda notte Fedez, Rovazzi o la star di turno, che arriva tardissimo, fa un paio di brani e se ne va? Ecco. Questo è un modo di fare che cannibalizza il pubblico. Ovvio che stavolta la situazione è differente, e se davvero ci sono responsabilità riguardo le norme di sicurezza, riguardo gli ingressi assai superiori al dovuto, e ancor di più responsabilità da parte di chi ha usato uno spray urticante in un luogo chiuso, c’è da augurarsi che venga fatta presto giustizia.

Chiaro è che anche sullo spray urticante andrebbe fatto un ragionamento, visto che il Ministro dell’Interno, quel Ministro dell’Interno che oggi non ha annullato la manifestazione della Lega in segno di lutto, non è corso a Corinaldo, ma è stato a Roma a farsi i cazzi suoi, beh, lui, Matteo Salvini è a capo di un partito che spesso ha inneggiato all’autodifesa, e ben sappiamo come lo spray urticante sia parte integrante di questa modalità.

E già che ci siamo, interroghiamoci anche sul perché, per dire, un programma tipo Amici, con un pubblico giovanissimo, sia ugualmente andato in onda, nonostante un lutto con pochi precedenti in Italia.

Insomma, oggi doveva essere la giornata del lutto, è vero, ma  in questa tragedia non siamo tutti dalla stessa parte, mi sembra evidente. C’è chi dentro un sistema marcio ci vive e ci prospera e c’è chi questo sistema marcio lo subisce e, purtroppo, a volte ne muore.


Stravincono i No Tav


(Tommaso Merlo) – A Torino i manifestanti contro la TAV erano nettamente più numerosi di quelli che hanno sfilato a favore. Una manifestazione davvero imponente e pacifica e molto significativa. Eppure la stampa ha raccontato un altro film. Ha minimizzato, ha denigrato, ha cercato le contraddizioni tra i partecipanti. Quando in piazza sono scese le madamine pro TAV la stampa le ha invece esaltate in prima pagina per giorni. Ha gonfiato i numeri ed ha santificato le signorotte come donne in prima linea, eroine di una nuova Italia desiderosa di progresso e modernità. Una specie di rediviva borghesia produttiva e benpensante tutta al femminile che reclama sensatezza opponendosi a quei quattro pericolosi eversivi e retrogradi e bifolchi della Val di Susa e dei loro complici a 5 stelle. Un doping mediatico che ha spalancato alle madamine perfino le porte dei salotti televisivi. Ma lì, tra un sorriso e un congiuntivo, si è scoperto che le madamine non sanno una mazza della Torino-Lione, nulla. Sono contro la TAV così, un po’ per sentito dire, un po’ perché i 5 stelle sono antipatici, un po’ perché il loro partito gli aveva sussurrato nelle orecchie di scendere in piazza lasciando a casa le bandiere in modo da camuffarsi in qualcosa di nuovo invece che apparire come una protesi delle caste del vecchio regime. Sull’onda della fama, le madamine si sono spinte a chiedere un colloquio al Presidente della Repubblica per presentare le loro impellenti istanze. Peccato che Mattarella ha sentito puzza di bufala rispedendo l’invito al mittente. Poi in piazza a Torino sono scesi i prenditori in carne ed ossa, il partito del Pilu. Quelli che avevano già l’acquolina alla bocca per la mega mangiatoia della TAV. Erano già lì col tovagliolo attorno al collo e le posate in mano pronti ad abbuffarsi. Come da tradizione, alla faccia dei contribuenti, alla faccia delle comunità locali e dell’ambiente e del buon senso. Poi quel maledetto 4 marzo e sono rimasti a bocca asciutta. Anche per loro la stampa ha riservato prime pagine per giorni e giorni e beatificazioni pubbliche. Come se fossero i salvatori della patria e non le sempiterne sanguisughe che si sono arricchiti ricoprendo il paese di ecomostri e opere inutili e incompiute. Con la grande manifestazione di ieri a Torino si é messa una pietra tombale sopra certe pagliacciate mezzo stampa e si é compiuto un passo politico decisivo. Se infatti bisogna attendere l’analisi costi-benefici del governo, l’analisi politica è già pronta. La TAV è un’opera simbolo della veccia politica elitaria e ottusa, è un monumento al vecchio regime e alla sua arroganza e strafottenza, è l’emblema di una visione miope e distruttiva del futuro e dello sviluppo. La TAV non è superata e deleteria solo tecnicamente, lo è anche politicamente. Per questo il governo e il Movimento 5 Stelle non hanno nessuna scelta in realtà. Possono solo ascoltare la grande manifestazione di Torino e chiudere una volta per tutte la triste e dolorosa epopea della TAV.


Il (vero) partito del Pil


(pressreader.com) – Siccome la marcia No Tav di ieri a Torino è andata infinitamente meglio di quella Sì Tav dei forzapidinleghisti nascosti dietro le famose sette madamine, i giornaloni ne parleranno molto meno, i sociologi non saluteranno la nascita di una nuova classe sociale o di un nuovo partito o di una nuova opposizione, e nessuno si azzarderà a dire le sciocchezze che tutti dissero un mese fa: e cioè che, quando molta gente va in piazza a chiedere una cosa, il governo deve farla immantinente, altrimenti è la fine della democrazia e l’inizio del regime.

Ed è giusto così, visto che abbiamo un Parlamento appena eletto che ha espresso una maggioranza assoluta che ha prodotto un governo perfettamente legittimo che è pienamente autorizzato a realizzare i suoi punti programmatici. Le manifestazioni di piazza sono tutte importanti, sia che vi sfilino 25 mila persone, sia 50 mila, sia 100 mila, sia che dicano sì sia che dicano no a qualcosa. Ma, finché la sovranità apparterrà al popolo, ciò che conta saranno i voti del Parlamento e le decisioni del governo che ne è espressione. Se il Tav Torino-Lione si farà o (più probabilmente) non si farà, sarà perché il governo (composto da ministri No Tav e Sì Tav) si affideranno al giudizio pool di esperti in opere pubbliche che hanno incaricato di raffrontarne i costi e i benefici.

Questo criterio scientifico-economico contraddice platealmente le dicerie catastrofiste sulla fine della scienza e sul trionfo dell’incompetenza. Che, almeno sulle grandi opere, andrebbero applicate ai governi di prima: quelli che buttavano paccate di miliardi di soldi nostri per opere pubbliche faraoniche senza mai ascoltare la voce degli esperti. I quali peraltro, dati alla mano, avevano sempre sostenuto nelle aule dei politecnici, in pubblicazioni scientifiche, in articoli su siti specializzati (come lavoce.info) e su giornali indipendenti (come il nostro e pochissimi altri) l’assoluta inutilità del Tav Torino-Lione.

Che però, essendo un’opera costosissima e di lunghissima realizzazione, con uno scavo di quasi 60 km in una montagna piena di amianto e materiali radioattivi, diventerebbe sommamente dannosa. Ed essendo fortunatamente ferma da vent’anni alla fase preliminare, cioè ai famosi tunnel geognostici ed esplorativi (peraltro già costati quasi 2 miliardi), non ha neppure l’handicap di essere già in fase avanzata di costruzione (il tunnel di base, cioè dell’opera vera e propria, è ancora addirittura in attesa dei bandi di gara): dunque può e deve essere bloccata prima di cominciare. Per dirottare quei fondi su opere davvero utili.

E su veri posti di lavoro, cioè sul vero Pil. Le alternative le ha elencate ieri, nel nostro speciale, Dario Balotta: manutenzione della rete autostradale e ferroviaria (la meno utilizzata d’Europa sia per le merci sia per i passeggeri), il potenziamento della Ventimiglia-Genova e delle ferrovie meridionali da terzo mondo, ma anche di strozzature e colli di bottiglia sulle linee di confine a Nord, come quelle di Domodossola e la Chiasso che rendono praticamente inutile il nuovo traforo del Gottardo, lo scioglimento di nodi inestricabili come quelli stradali e ferroviari di Milano, il potenziamento dei disastrati treni-pendolari. Opere a basso costo e ad alta occupazione. Altro che un secondo treno merci fra Italia e Francia, ribattezzato da Grillo “acceleratore di mozzarelle”.

Che questa baracconata pensata negli anni 80 con previsioni sballate e comunque disattese 30 anni dopo, non serva a nulla non lo dicono soltanto gli abitanti della Val di Susa, che da sempre si oppongono a quell’obbrobrio per ragioni di sopravvivenza. O attivisti storici come Beppe Grillo. Lo sanno anche personaggi insospettabili, che però oggi preferiscono sorvolare o voltare gabbana, perché opporsi al Tav non fa fine.

Nel 2017, su lavoce.info, Carlo Cottarelli, principe di tutte le spending review, firmava l’appello di Marco Ponti e di altri 41 professori del Politecnico di Milano all’allora ministro Delrio (“Meno arbitrio nell’uso delle risorse pubbliche”): “Analisi indipendenti evidenziano come… la nuova Torino-Lione e la linea Napoli-Bari mostrino flussi di traffico, attuali e prospettici, così modesti da poter escludere che sia opportuno realizzarle nella forma prevista”. Firmato Ponti (oggi capofila del pool di Toninelli per l’analisi costi-benefici), ma anche Cottarelli.

Persino Renzi l’aveva capito, infatti nel suo libro Oltre la rottamazione (2013) definiva le opere come il Tav Torino-Lione “non dannose, ma quasi peggio: inutili. Sono soldi impiegati male. Prima lo Stato uscirà dalla logica ciclopica delle grandi infrastrutture e si concentrerà sulla manutenzione delle scuole e delle strade, e più facile sarà per noi riavvicinare i cittadini alle istituzioni. E anche, en passant, creare posti di lavoro più stabili”. Parole sante.

Nel dicembre 2017, buon ultimo, lo scoprì persino Paolo Foietta, commissario di governo (Gentiloni) dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione: “Non c’è dubbio che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Ue, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica… Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni… La domanda che i decisori devono farsi è: ‘Al punto in cui siamo arrivati, avendo realizzato ciò che già abbiamo fatto, ha senso continuare come previsto allora? Oppure c’è qualcosa da cambiare? O, addirittura, è meglio interrompere e rimettere tutto com’era prima?’”.
Ecco, bravo, la terza che hai detto.

“Il (vero) partito del Pil ” di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 9 dicembre 2018

 


Spelacchio addio, acceso l’albero di Natale di Roma. Ed è bellissimo


Si è illuminato nella serata di oggi, 8 dicembre, l’albero di Natale di Roma, allestito in piazza Venezia, con particolari effetti “da abete parlante”. L’albero, ribattezzato “Spelacchio” come il suo predecessore del Natale 2017, è stato sponsorizzato da Neflix e presentato sul web come una star del cinema e come tale ha attratto per la sua inaugurazione migliaia e migliaia di persone.

A presentarlo la sindaca di Roma Virginia Raggi che ha dialogato con l’albero parlante: “Bene signori sono tornato. Benvenuta sindaca” la voce artificiale dell’albero. “Ti vedo in forma” gli ha risposto Raggi, dopo la sua accensione si è levato un boato ed un applauso dalla piazza gremita.

Con la sindaca c’era anche Beppe Grillo, insieme a tante persone accorse a piazza Venezia per l’accensione. I romani, insomma, potranno dimenticare Spelacchio e ammirare l’abete promosso da Netflix in tutto il suo splendore.


Luvo Barattoli Arzano, importante vittoria nel derby sulla Givova Salerno


La squadra di casa concede poco spazio alle rivali conquistando l’intera posta in palio

 

ARZANO – Termina con un rotondo successo nel derby il 2018 casalingo della Luvo Barattoli Arzano. La formazione di Emiliano Giandomenico conquista tre punti importanti sulla Givova Salerno e si appresta a chiudere l’anno solare sabato prossimo ad Aprilia.

Occorreva un successo rotondo, come richiesto dal coach alla vigilia ed è arrivato. La squadra ha seguito le indicazioni della panchina concedendo qualcosa soltanto nel corso della prima frazione.

Dopo un vantaggio iniziale 11-6, le ragazze di Giandomenico cominciano a fare i conti con le rivali subito dopo il primo break ospite che fissa il punteggio sull’11-10 costringendo il coach a fermare il gioco. Inizia così una fase fortemente equilibrata dove le squadre si alternano al comando fino al 21 pari. E’ il momento nel quale la squadra di coach Sassi si ferma. Postiglione, Zonta, aces di Coppola ed ancora Postiglione firmano la serie che porta il punteggio sul 25-21 finale dopo 26’.

In avvio del secondo set le ospiti soprendono la Luvo Barattoli Arzano portandosi al comando: 1-4. Un vantaggio che dura poco prima che Campolo e compagne ripristinino rapidamente la normalità. Il set non ha più storia. La squadra di casa allunga il passo, andando a segno da tutte le posizioni (18-8). Campolo, Postiglione e Aquino sono in questa fase le più concrete ma anche le altre tre del sestetto portano a casa punti importanti. L’ultimo è firmato da Zonta: 25-14.

Derby in campo ma anche sul referto. In panchina nelle fila arzanesi si registra la presenza di Nicole Putignano che vince la sfida con il papà Giovanni presente al PalaRea in qualità di secondo allenatore del team ospite. Fra le fila della formazione arancione anche l’ex Maria Tenza che con la maglietta dell’Arzano conquistò la storica promozione nella massima categoria.

Si prosegue a giocare. Anche nel terzo set la Luvo Barattoli Arzano accumula un buon vantaggio (19-10) prima che la frazione arrivi nella sua fase decisiva. Chiude un aces di Postiglione 25-12.

Luvo Barattoli Arzano   3

Givova Torchiara           0

(25-21; 25-14; 25-12)

Luvo Barattoli Arzano: Campolo 14, Postiglione 12, Passante 5, Aquino 10, Coppola 7, Zonta 11, Guida (L). Non entrate: Mautone, Piscopo, Bianco, Putignano. All. Giandomenico

Givova Arzano: Tenza 2, Spirito 5, Mancini 4, Torrisi 7, Nolè 6, Santangelo, Fanelli 6, Giacomazzi 1. Non entrate: Saccani, De Filippo, Marra.

Arbitri: Giovanna La Rocca e Cosmo Costa


Euro-minacce a salve


(Pietrangelo Buttafuoco) – Il settanta per cento dell’attività politica del governo gialloverde, quello del contratto tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini ma a guida di Giuseppe Conte, va a perdersi nelle gaffe. Il candido Toninelli docet. Un altro dieci per cento se ne va nell’incompetenza, o forse è il contrario, quest’ultima prende il sopravvento sulle figuracce; quel che resta comunque – la percentuale del venti, o ancora meno, considerate le dialettiche dadaiste dei congiuntivi – è tutto grasso che cola: stanno provando a cassare la Legge Fornero e a dare qualcosa a chi non ha nulla. C’è solo da far loro gli auguri. E’ il vero due per cento atteso.

Arrivano i nostri, a cavallo di un caval – questo può dirsi del M5S e della Lega – rispetto al passato in cui i competenti di prima, applauditi dal regime consociativo, ci hanno portato nella situazione in cui siamo: cinque milioni di poveri, il più alto tasso di disoccupazione giovanile, la proletarizzazione del ceto medio, l’impossibilità di investire nella ricerca, il nervosismo crescente nel Nord produttivo e l’aggravarsi della questione meridionale.

Nessun economista – e in questi giorni tutti si scoprono esperti – è mai riuscito a prevedere una crisi. Altrimenti si sarebbero attrezzati i competenti. Ma i politici, specie se arrivati dal basso, hanno il vigore dei più impossibili tra i sogni. Era inimmaginabile che da un mouse, con un computer, nascesse un partito politico diventato dopo un rodaggio fatto di soli like, maggioranza di governo, eppure è cosa fatta. Adesso si tratta di fare capo a tutto ciò.

La realtà detta l’agenda e se il Tav, ovvero il treno ad alta velocità, impegna la protesta in giacca e cravatta degli imprenditori e delle eleganti madamine di Torino, l’altra Italia tutta dimenticata – quella del Sud, quella delle grandi opere che non si faranno mai – non sta indossando il gilet giallo solo perché manco sulla carta geografica c’è un collegamento Roma-Matera, come pure un pendolino tra Palermo e Catania, un doppio binario, non c’è. Non ci sono le grandi opere dove dovrebbero esserci da sempre – come le strutture portuali ad alto pescaggio, come ad Ortona, sull’Adriatico – e l’assenza di infrastrutture fa il paio con la vera emergenza: la manutenzione, il mettere in sicurezza l’Italia dei ponti, delle autostrade e di tutti i piloni visto che tutto il cemento profuso negli anni ’70 è già bello che scaduto, invecchiato e usurato.

L’Italia, al di là di ogni sciocchezza nazionalistica, è davvero il luogo più ambito dai commerci, dalle esperienze ed è anche il riferimento di genio ovunque, nel mondo, per la creatività. L’Italia è economia e commercio già nella sua identità culturale, figurarsi nella potenzialità di sviluppo. Ed è un uno per cento di vantaggio nello scacchiere dell’Unione Europea. Questa, al netto delle regole – con tutti i guai di Francia, col tramonto di Angela Merkel in Germania, e con la Brexit a far da slavina – tutto può consentirsi, ormai, fuorché privarsi dell’Italia.

La congiuntura, più che favorevole, è obbligata.

da Il Tempo del 8 dicembre 2018


Cento renziani in cerca di poltrona spingono Matteuccio a ricandidarsi segretario Pd


NEL PD O FUORI I CENTO RENZIANI AL BIVIO GIALLO SULLA RICANDIDATURA DELL’ EX LEADER

 

(Claudio Bozza – Corriere della Sera) – Un centinaio di parlamentari in cerca d’ autore. È la maxi pattuglia di renziani, più o meno ortodossi, in attesa che l’ ex premier dia un segnale, anche da dietro le quinte, che faccia da bussola politica ai circa 70 deputati (su 111 del Pd) e 31 senatori (su 52) rimasti in balia delle onde. Nel Pd, specie dopo il ritiro di Marco Minniti dalla corsa per le primarie, il quadro è sempre più indecifrabile. La ricerca di un candidato alternativo, per tenere insieme le truppe renziane, è spasmodica.

Ma ieri è naufragato anche il tentativo di trovare la quadra su Lorenzo Guerini per sfidare il super favorito Nicola Zingaretti. A rendere ancor più incandescente la situazione, a tarda sera, da Huffingtonpost.it è piombata una notizia che sarebbe clamorosa: «Matteo Renzi è pronto a ricandidarsi per la segreteria del Pd. C’ è un sondaggio in corso». Tutto mentre sui cellulari dei parlamentari circolavano le schermate con i quesiti per misurare l’ appeal di Renzi. «Fantascienza», tagliano corto i collaboratori più stretti. «Un giorno devo andarmene, un giorno fare il segretario. Ma possiamo parlare di politica anziché parlare tutti i giorni di me?», aggiunge poi Renzi su Twitter.

«Cosa facciamo? Chi dobbiamo sostenere?», si chiedono sempre più smarriti gli eletti che difficilmente verrebbero accolti da Zingaretti o Martina.

Ma a condizionare il campo nel centrosinistra resta il possibile addio di Renzi al Pd, con la fondazione di un nuovo contenitore politico per misurarsi alle elezioni europee di maggio. È più di una ipotesi, ieri (tiepidamente) smentita dall’ ex premier dopo settimane di tam tam.

«Per ora il tema non si pone. A gennaio vedremo», si è fatto sfuggire a chi lo ha incalzato in questi giorni, che lo vedono impegnato nella promozione del suo docufilm su Firenze, in onda il 15 dicembre. Il sentiero dell’ addio non verrebbe però imboccato da molti dei renziani più fedeli. L’ idea di un nuovo partito viene bocciata con forza, ad esempio, dal sindaco di Firenze Dario Nardella, che con un partito in agonia deve puntare sul civismo tutte le chances per la riconferma a Palazzo Vecchio: «Se Matteo va via io resto nel Pd», dice. Ed il tema sembra proprio non porsi anche per l’ ex ministro Luca Lotti, braccio destro di Renzi da sempre.

Nel Pd resterebbero senza dubbi anche Lorenzo Guerini, Ettore Rosato, l’ eurodeputata Simona Bonafè e di certo anche l’ economista Pier Carlo Padoan. Il progetto politico alternativo e di stampo macroniano – in un’ intervista a Le Point Renzi ha detto che «Emmanuel, popolare o meno in Francia, sarà il perno delle decisioni importanti in Europa nei prossimi 5 anni» – vedrebbe protagonisti uomini e donne fuori dai giri politici. Con Renzi rimarrebbero però nomi come Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi, Ivan Scalfarotto, Anna Ascani, Sandro Gozi e pochissimi altri.

Tutto mentre il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non usa giri di parole: «Prima o poi Renzi lascerà il partito, perché questa situazione tirata così a lungo non fa bene a nessuno – riflette – Per il Pd non è una buona cosa che Renzi lasci, ma continuare in questo rapporto logorato è difficile. Posso capire Matteo dal punto di vista umano perché quando ti guardi intorno e non vedi tanti amici ti viene voglia di cambiamento».

Sulla possibilità di una nuova formazione moderata, con lo sguardo rivolto anche ai delusi di Forza Italia, interviene anche Silvio Berlusconi: «Riguarda una parte politica diversa dalla nostra e quindi mi lascia indifferente». Intanto mancano appena cinque giorni alla scadenza del 12 dicembre, per formalizzare le candidature alle primarie: Nicola Zingaretti, al momento, non ha avversari in grado di impensierirlo. Mentre Lotti e Guerini stanno cercando un nome alternativo, per tenere insieme la corrente renziana.


Caserta: conferenza del Prof. Gennaro Miele


Caserta – Sabato 15 Dicembre, alle ore 18,30, nell’Aula Magna del Liceo statale “A. Manzoni” in via De Gasperi, conferenza tenuta dal Prof. Gennaro Miele del Dipartimento di Fisica “Ettore Pancini” (Università di Napoli Federico II) sul tema: “Se l’universo e la nostra galassia pullulano di civiltà sviluppate, dove sono tutti quanti?”. La conferenza sarà preceduta da un saluto del Dirigente Scolastico del Liceo “Manzoni”, Dott.ssa Adele Vairo.

Il titolo della conferenza richiama una famosa frase del grande fisico Enrico Fermi, nota come “paradosso di Fermi”. In una delle versioni più note essa recita così: “Se l’Universo e la nostra Galassia pullulano di civiltà sviluppate, dove sono tutti quanti? Il Prof. Miele cercherà di mettere in evidenza i risultati degli studi sulla ricerca di possibili civiltà extraterrestri, alla luce di importanti traguardi scientifici e tecnologici raggiunti recentemente. Questa attività di ricerca, che coinvolge la radioastronomia, l’astronautica, la ricerca degli esopianeti (vedi conferenza del Prof. Fulvio Peruggi del 27 Ottobre u.s.), l’esobiologia, l’astrofisica, gli studi sullo sviluppo scientifico e tecnologico di una possibile civiltà (prendendo la nostra civiltà come civiltà di riferimento), fornisce più di un possibile scenario in risposta (favorevole o contraria) al paradosso di Fermi.

Nell’istituto è disponibile un ampio parcheggio. Per informazioni: accademiaolimpia@gmail.com


Vomero: luminarie a macchia di leopardo


In via Scarlatti: filari di luci avvolti a spirale su tronchi

Mai adottato un regolamento per il verde urbano

 

“ Grande delusione serpeggia al Vomero per le luminarie natalizie installate, e che, in occasione della festa dell’Immacolata, hanno in pratica diviso il quartiere collinare in strade e piazze di serie A, con l’illuminazione natalizia, e in strade, la maggior parte, di serie B, a tutt’oggi ancora prive di tale illuminazione – afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. Tra le prime, che si contano sulla punta delle dita di una mano, vi sono via Luca Giordano, piazza Vanvitelli, e alcuni tratti di via Scarlatti. Tra le seconde spiccano via Cilea, via Cimarosa, via Solimena, via Kerbaker, via Merliani, via Alvino, alcuni tratti di via Bernini e della stessa via Scarlatti ma l’elenco sarebbe molto più lungo “.

“ Anche la tipologia delle luci apposte ha suscitato perplessità – continua Capodanno -, non destando grandi entusiasmi e facendo storcere il naso a più d’uno – puntualizza Capodanno -. Con una migliore e più efficiente organizzazione e con un raccordo ottimale  preventivo si sarebbe potuta evitare una situazione che rappresenta un vero e proprio pugno nell’occhio, anche alla luce del dato che molte strade sono attualmente rimaste senza luci natalizie o solo parzialmente illuminate “.

” Non pochi sono rimasti attoniti, oltre che preoccupati,  di fronte al modo con il quale è stato illuminato il tratto pedonalizzato di via Scarlatti che va da piazza Vanvitelli all’incrocio con via Merliani – sottolinea Capodanno -. In questo tratto infatti l’illuminazione è stata realizzata unicamente avvolgendo a spirale, lungo i tronchi e i rami di alcune alberature stradali, alcuni filari di luci. Installazione di questo tipo sono peraltro vietate nei regolamenti per il verde urbano, adottati da molti Comuni in Italia, tra i quali il Comune di Roma, quello di Rovigo e di Bergamo, per citarne alcuni, dove si prescrive addirittura che le branche principali e i rami secondari degli alberi stradali non possono essere utilizzati neppure come supporto per l’installazione di luminarie ne periodo natalizio “.

” Ma è notorio – puntualizza Capodanno – che il Comune di Napoli rientra tra quelli che non si sono ancora dotati di un regolamento per la tutela del verde pubblico. A tutt’oggi infatti è ancora in vigore una vecchia ordinanza sindacale, che riguarda però solo il divieto di abbattimento e di danneggiamento delle alberature, nelle premesse della quale si legge: “nelle more della definizione di uno specifico regolamento del verde urbano “, definizione che a distanza di tanti anni è rimasta ancora sulla carta “.

“ Una situazione – prosegue Capodanno – che, in uno alla mancanza di un programma di eventi per il Natale, che non si riduca ad una mera elencazione di date ed orari nei quali rimanere aperti ma che comprenda una serie di attività che possano fungere da attrattore per turisti e per non residenti, non aiuta certo a risollevare le sorti del terziario commerciale dalla crisi nella quale si trova, con tanti esercizi che, negli ultimi tempi, hanno abbassato le saracinesche “.

“ E’ auspicabile – afferma Capodanno – che tale stato di cose muti nei pochi giorni che ancora ci separano dal Natale, con la messa in opera di altre luminarie nei tratti di strada attualmente privi  e con il varo di un vero e proprio programma di attività per il periodo natalizio che coinvolga commercianti ed acquirenti e che non si limiti, come avvenuto finora, alla sola installazione degli stand delle cosiddette fiere natalizie, che, in realtà, sono dei veri e propri mercati, con decine di gazebo per il commercio ambulante, installati anche in strade principali come in via Luca Giordano e in via Alvino, a pochi passi  dai negozi. Installazioni che, di certo, non agevolano il commercio a posto fisso, vendendo, peraltro, articoli da regalo a prezzi decisamente concorrenziali “.


Cori (LT): “Ercole: che fatica essere un eroe”


Domenica 16 Dicembre, dalle ore 10:30, a piazza del tempio di Ercole, Cori monte, il secondo dei cinque appuntamenti del ciclo letture animate e laboratori per famiglie “Che Mito! Storie e leggende dalla collezione museale”. Prenotazione obbligatoria: 3319026323,  arcadia@museodicori.it

“Ercole: che fatica essere un eroe” è il titolo del secondo appuntamento di “Che Mito! Storie e leggende dalla collezione museale e dal territorio”, in programma per domenica 16 Dicembre, alle ore 10:30, a piazza del tempio di Ercole. Il progetto, rivolto alle famiglie, è ideato e realizzato dall’associazione culturale “Arcadia” nell’ambito dei servizi educativi del Museo della Città e del Territorio di Cori, con la collaborazione della Libreria “Anacleto” di Cisterna di Latina ed “Utopia 2000” Società Cooperativa Sociale Onlus, sotto il patrocinio del Comune di Cori.

I protagonisti del prossimo incontro saranno Ercole e il tempio sull’acropoli dell’antica Cora, tradizionalmente attribuito ad esso, costruito durante la seconda metà del II secolo a.C. Dopo l’introduzione al monumento, seguirà la presentazione dell’eroe Eracle per i greci, Ercole per i Romani, figlio di Zeus e di Alcmena, che sin dalla nascita si caratterizzò per la sua forza sovrumana. Al servizio di Euristeo compì le dodici fatiche, impostegli dall’oracolo di Delfi come espiazione di una colpa, il superamento delle quali lo portò a conquistare l’immortalità.

Verrà dato particolare risalto a quattro delle sue fatiche più rappresentative – Ercole e il leone di Nemea; la pulizia delle stalle di Augia; i pomi delle Esperidi e la cattura di Cerbero – delle quali verrà data lettura animata durante un percorso itinerante che attraverserà alcune delle suggestive piazzette del centro storico di Cori monte – Monte Pio, San Giovanni, Pace – fino ad arrivare a Piazza Signina, dove avrà luogo il laboratorio di pittura a tema su grandi tele. L’evento, a partecipazione gratuita, è inserito nel cartellone “Natale Insieme” a cura dell’associazione culturale “Event Art”.

La prenotazione è obbligatoria: 3319026323 – arcadia@museodicori In caso di maltempo la giornata si terrà al Museo della Città e del Territorio. L’iniziativa proseguirà nei prossimi tre mesi con altrettante date: il 20 Gennaio, alle ore 10:30, al Museo della Città e del Territorio di Cori, “Castore e Polluce: uguali ma opposti”; il 17 Febbraio, alle ore 10:30, al Museo della Città e del Territorio di Cori, “Kore: la fanciulla che diede vita alle stagioni”; il 17 Marzo, alle ore 10:30, al Museo della Città e del territorio di Cori, “Dardano: il cavaliere dal mantello svolazzante”.