Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Rimettersi in casa l’inaffidabile Renzi è masochismo puro


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – La risposta tutt’altro che netta con cui Elly Schlein ha cercato di spiegare il ritorno di Renzi nel centrosinistra (“Chiedetelo a lui”), dà la conferma di come il masochismo del campo largo, ma a questo punto più che altro del “campo santo”, non abbia limiti. Sembra che anche Conte sia diventato più morbido sul tema. La stessa presidente della Sardegna, Alessandra Todde (M5S), poche sere fa a Otto e mezzo ha minimizzato sui rischi di riportarsi in casa il leader (va be’) di Italia Viva (cioè morta). Siamo arrivati al punto che se Chiara Appendino (M5S) ribadisce l’ovvio, ovvero che è impossibile fidarsi di uno come Renzi, passa quasi per eretica e sfascia-alleanze: lei, mica Renzi!

[…] Lo scenario che si prospetta è particolarmente avvilente: la Diversamente Lince di Rignano e i suoi non starebbero soltanto chiedendo di tornare nel centrosinistra, ma pretenderebbero pure 6/8 posti sicuri nelle liste del Pd per le elezioni del 2027. Quindi Schlein, che se ne andò dal Pd perché c’era Renzi e che è stata votata segretaria (dai non iscritti) per cambiare il Pd, dovrebbe dare posti sicuri nelle sue liste a Renzi, Boschi e giannizzeri restanti. Il delirio totale. Renzi non ha voti, nel mondo reale è detestato anche dai muri e se te lo metti in casa la bombarda politicamente dopo due nanosecondi, però nei giornaloni è partita la vulgata secondo cui “è l’unico che fa opposizione”. Come no. La narrazione dominante vuole che Renzi, in Parlamento e in tivù, sia quello che parli meglio contro il governo Meloni. Macché: fa battute da asilo nido, tipo “il governo sembra la famiglia Addams”, e la sua efficacia sembra tale perché quasi tutti i media lo riprendono con taglio agiografico. Renzi è un oratore normalissimo, con un’ironia ferma alla scuola d’infanzia e una sincerità mai pervenuta. Uno così, in Toscana, in una gara di ironia ed efficacia arriverebbe 91esimo (su 90 iscritti). Uno come Ricciardi (M5S) è cento volte più forte, colto e diretto, ma ha meno santi mediatici in Paradiso. E dunque lo notano assai di meno. La verità è che è partita la gara a rivalutare Renzi, da sempre la sbornia politica peggiore che mai abbia preso l’intellighenzia di centrosinistra, e questo provoca un effetto domino devastante che fa il gioco della Meloni: se le mettono contro (anche) Renzi, la vittoria per lei è assicurata, perché gli astenuti e i delusi di sinistra (e/o grillini) non torneranno mai e poi mai al voto. Anzi: smetterà di votare ancora più gente, perché l’unico talento politico di Renzi è quello di stare trasversalmente sulle scatole a tutti o quasi.

[…]

A questo punto “meglio” Calenda, che tra un insulto gratuito e l’altro al Fatto, se non altro dice di voler correre da solo (e con Conte e Fratoianni mai nella vita): la speranza, per una volta, è che non cambi idea. Per fortuna qualche mente pensante resta attiva. Per esempio Rosy Bindi, da sempre lucidissima (anche) su Renzi, che si è espressa così tre sere fa da Massimo Gramellini su La7: “Per carità, i discorsi (Renzi) li sa fare meglio di tutti, ma lo sapevamo già. Peccato che sui problemi essenziali sta sempre da un’altra parte. Sul referendum sulla giustizia non pervenuto, sulla politica estera non si capisce. Sulle questioni essenziali non c’è”. E ha pure ringraziato Trump “perché ci ha liberato da Maduro e Khamenei“. Analisi che non fanno una piega.

[…] Renzi ha tradito prima Letta e poi Conte: la sua natura è quella. Al referendum sulla giustizia non ha detto cosa avrebbe votato. Su Ucraina e ancor più Gaza (e Flotilla) parla come Tajani. Sui temi caldi conferma di essere un berlusconiano (minore). Se va bene al campo largo porta un 2%, ma toglie il doppio e anche più. Era e resta quello di Bin Salman, degli attacchi a Report, della riforma Rai, eccetera. E i discorsi li fa “meglio di tutti” solo se quel “tutti” coincide con Urso o Bonelli. Rimetterselo in casa è da Tso diretto. Ma siamo tutti scemi o cosa?


Il governo Meloni è il meno sovranista della storia repubblicana


(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il governo Meloni veleggia verso la fine della legislatura. Uno dei temi più interessanti del nostro tempo è questo: com’è possibile che il primo governo sovranista della Repubblica italiana sia stato anche il meno sovranista dell’Italia repubblicana? Il problema potrebbe essere affrontato ricorrendo alla personalità di Giorgia Meloni. Molti oppositori affermano che il sovranismo mancato di Meloni sia una conseguenza della sua furia demagogica. Quando era all’opposizione, Giorgia Meloni si è lasciata andare a una demagogia talmente furibonda e volgare che alla fine è stata vittima del suo eloquio cancerogeno. Come dire: Meloni ha fatto promesse talmente impossibili da mantenere che le è stato impossibile mantenerle. I criminali imperversano nelle piazze italiane, i giovani si accoltellano allegramente, la mafia spopola, l’immigrazione clandestina furoreggia, il Pil è esangue, l’Italia non conta niente in politica internazionale e così via. A me non sembra molto interessante impostare il dibattito in termini di personalità individuale. Mi interessa spiegare il mancato sovranismo del governo Meloni con la lotta per la conquista e la conservazione del potere. I principali problemi del mancato sovranismo di Meloni sono stati due.

[…] Il primo problema sono state le minacce di Ursula von der Leyen. Il 23 settembre 2022, poco prima del voto in Italia, Von der Leyen disse, in buona sostanza, che avrebbe fracassato le ossa di Meloni se Giorgia non avesse rigato dritto. Se ne capisce la ragione: quando era all’opposizione, Meloni passava il tempo a cannoneggiare Von der Leyen. Il 16 luglio 2019, Meloni, con un comunicato stampa pubblicato sul sito di Fratelli d’Italia, aveva ritratto Von der Leyen come una “burocrate” contro cui lottare: “Fratelli d’Italia è al momento l’unico partito italiano che ha annunciato in modo chiaro il proprio voto contrario alla candidatura di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Non saremo complici di una riedizione dell’era Juncker, dell’asse franco-tedesco, dell’Europa imbelle su immigrazione incontrollata e terrorismo, di un’Unione che mira a punire quelle nazioni che non si allineano ai diktat dei burocrati”. Divenuta presidente del Consiglio, Meloni ha temuto che la presidente della Commissione europea le restituisse i cannoneggiamenti. Conseguenza: Meloni ha cercato di proteggersi da Von der Leyen stabilendo una relazione sempre più asimmetrica con la Casa Bianca. Giorgia si è prima trasformata nella “donna” di Biden, con tanto di bacio in fronte, e poi nella “donna” di Trump. I valori del Partito repubblicano (di destra) e i valori del Partito democratico (di sinistra) non contano niente per Meloni. Per conservare il potere, Meloni è stata “bideniana” sotto Biden e “trumpiana” sotto Trump. E addio sovranismo. Però ha funzionato: Von der Leyen, visto il “protettore” di Giorgia, ha rispettato il cane per il padrone. […]

La seconda ragione che spiega il mancato sovranismo del governo Meloni è che, dopo la caduta del Muro di Berlino, la Casa Bianca ha assunto un controllo strettissimo sul vertice della Repubblica italiana. Come ha testimoniato Massimo D’Alema il 4 maggio 2026 presso la sede della stampa estera a Roma, la Casa Bianca sceglie direttamente il ministro degli Esteri italiano, scavalcando il presidente del Consiglio, oppure esercita un potere di veto. Uno Stato satellite non può avere un governo sovranista. D’altra parte, il presupposto di ogni sovranismo è la chiusura delle basi americane sul territorio italiano. Se questa richiesta manca nel programma di Fratelli d’Italia, il sovranismo di Meloni è soltanto un modo di raggirare i creduloni.


L’impunito e i complici


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Quindi, almeno per il momento, Netanyahu è riuscito a sabotare con i nuovi massacri in Libano l’accordo fra Usa e Iran che da giorni era praticamente concluso e attendeva solo che Trump trovasse il coraggio di annunciarlo e le parole per mascherare da vittoria l’ennesima disfatta americana. Tra gli infiniti autogol dell’ex aspirante Nobel per la Pace e del vincitore morale del Nobel per la Guerra, c’è […]


Tre ragioni per cui il centro-sinistra perderà le elezioni politiche


L’opposizione si presenta senza ideali ma solo con distopie. Mentre l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre il centro

Tre ragioni per cui il centro-sinistra perderà le elezioni politiche

(Enrico Grazzini, Giornalista economico e saggista – ilfattoquotidiano.it) – Ci sono tre ragioni per cui le forze di centro-sinistra perderanno le prossime elezioni politiche:

1) il centrosinistra si presenta senza ideali ma solo con distopie: infatti il Partito Democratico appoggia la Nato e l’Unione Europea di Ursula von der Leyen, ma Nato e UE vogliono portarci in guerra con la Russia, aumentare le spese militari e ridurre quelle sociali. Mark Rutte, il capo della Nato, ha addirittura proposto che gli europei intervenissero a fianco di Trump nella fallimentare guerra in Iran.
2) PD, sindacati, e anche Movimento 5 Stelle, non difendono con forza gli interessi materiali e vitali dei lavoratori. Non promuovono obiettivi sacrosanti che sono necessari per tutti, a partire dall’indicizzazione dei salari al costo della vita. Il centrosinistra e la CGIL denunciano a gran voce che il governo Meloni non fa nulla contro l’inflazione che mangia gli stipendi ma, per paura della lotta di classe, non lanciano nessuna proposta per aumentare gli stipendi agganciandoli al costo della vita. Così non sono credibili.
3) Infine, soprattutto il PD, ma anche i 5 Stelle (pensiamo a Di Maio), hanno una cattiva reputazione. Nel passato hanno troppo deluso i lavoratori, e godono di cattiva fama presso molti settori di opinione pubblica. Pochi si fidano ancora. Hanno appoggiato il governo Draghi e, in precedenza, altri governi che hanno portato avanti solo politiche di austerità e sacrifici. Ormai la maggioranza del popolo di sinistra pensa che, destra o sinistra, poco o nulla cambia. Non a caso il popolo degli astensionisti ha la maggioranza in questo paese. “Sinistra” sembra essere diventata una brutta parola, semplicemente perché la sinistra ha fatto troppe politiche di destra, sull’immigrazione, sui salari, sulla guerra in Ucraina, e così via.

Una volta essere di sinistra significava lottare con coraggio e sacrificio per la libertà e la democrazia, contro lo sfruttamento e la speculazione finanziaria, e per l’eguaglianza. Oggi non si capisce più per che cosa si batte la sinistra. Oggi uno che si dichiara di sinistra è visto dalla maggioranza delle persone, purtroppo, come uno dell’establishment, uno che vuole fare carriera in un sistema politico corrotto e clientelare. Tipi come Tony Blair o Matteo Renzi hanno dato cattiva fama alla sinistra. La sinistra non è più affidabile come difensore dei lavoratori. I lavoratori in maggioranza o non votano o votano a destra, non certo per l’europeismo del PD.

Mentre l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre il centro e, con il suo moderatismo, perde i voti della maggioranza delle persone e non riesce a cambiare nulla.

Se i salari in valore reale sono scesi in venti anni è perché la presunta sinistra, magari in nome dell’europeismo, hanno promosso l’austerità di Bruxelles facendola pesare sui ceti medi e sui lavoratori, mentre le banche e la finanza hanno i profitti più alti di sempre.

Solo AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno sussurrato, a bassa voce e con levità, come si conviene alle persone educate, una legge per il recupero salariale sull’inflazione, con scadenza annuale. Una proposta come questa farebbe vincere milioni di voti al centro-sinistra perché orma il 70% delle famiglie italiane fatica ad arrivare alla fine del mese. Anche Maurizio Landini tentenna sul salario agganciato all’inflazione: secondo lui una legge non va bene (chissà perché?!) e invece bisognerebbe adeguare i contratti collettivi all’inflazione ogni anno (?), il ché mi sembra una posizione assurda, del tutto impraticabile, e corporativista, a protezione del potere sindacale, ma non dei lavoratori. Se Landini e la sinistra proponessero un referendum per indicizzare i salari al costo della vita, vincerebbero con milioni di voti.

Elly Schlein, dopo la proposta dei 5 Stelle, ha finalmente aderito al salario minimo garantito, che riguarda 4-5 milioni di lavoratori: ma non dice nulla su una possibile e necessaria scala mobile che impatterebbe 24 milioni di lavoratori. Il centrosinistra ha evidentemente paura di alienarsi le simpatie di Confindustria, di Emanuele Orsini, che, però ha già dichiarato che è contrario al salario minimo per legge. La Confindustria non sarà mai dalla parte del centro-sinistra.

Il PD, con i socialisti europei, continua ad appoggiare la Nato e questa UE che corre verso la guerra. Meloni, Macron, Merz, PD e socialisti europei continuano cinicamente a volere armare l’Ucraina in una guerra che Kiev non può vincere, e rifiutano ogni possibile negoziato e compromesso con la Russia: così ci portano dritti verso la guerra atomica. La maggioranza dei vertici del PD difende a spada tratta la Nato, ma Mark Rutte, il capo della Nato, e Ursula ingannano i popoli europei: vogliono che l’Europa si armi fino ai denti per combattere la Russia che vorrebbe, secondo loro, invadere l’Europa. Ma la Russia non ne ha nessuna intenzione. Putin ha invaso illegalmente l’Ucraina solo perché la Nato voleva metterci le sue basi militari. E’ un despota, ma certamente non è così pazzo da volere conquistare l’Europa e scontrarsi con la Nato (a meno che Rutte non continui a armare Kiev per lanciare droni in Russia). Ecco perché il centro-sinistra perderà le elezioni.


Sul “drone russo” in Romania non si sa niente, ma è già la scusa per riarmo e nuove sanzioni


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – La caduta di un drone sulla città romena di Galați, avvenuta lo scorso 29 maggio, ha innescato dure reazioni da parte dei vertici UE. Questi ultimi, lungi dall’attendere un’inchiesta per fare piena luce sull’accaduto e diradare il mistero, hanno già emesso sentenza, indicando come colpevole la Russia e utilizzando la vicenda come pretesto per accelerare sui piani di riarmo. Proprio quando questi ultimi iniziavano a scricchiolare sotto i colpi della crisi energetica innescata dall’aggressione israelo-americana all’Iran. In Italia il governo Meloni ha espresso dubbi sulla sostenibilità economica del riarmo, rinunciando a buona parte dei prestiti europei. Da Bruxelles è arrivata presto la forza uguale e contraria: l’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE Kaja Kallas ha ribadito l’impegno a investire maggiormente nella difesa europea e a rafforzare il sostegno all’Ucraina. Le fa eco la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che ha annunciato la preparazione di un ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.

Il 29 maggio scorso un drone è entrato nello spazio aereo romeno, schiantandosi sul tetto di un edificio residenziale nella città di confine Galati e ferendo lievemente due persone. Mentre le autorità locali avviavano le indagini del caso, le cancellerie europee si scagliavano contro la Russia, accusata di essere dietro al lancio del drone. Gli accertamenti giudiziari scioglieranno i dubbi, come avvenuto negli ultimi mesi per altri Paesi di confine, colpiti indirettamente dalla guerra in Ucraina. Già ad aprile le autorità romene avevano denunciato lo sconfinamento di un drone russo sul proprio territorio; negli stessi giorni i Paesi baltici e la Finlandia facevano i conti con l’invasione del proprio spazio aereo da parte di UAV ucraini.

Nell’attesa di un esito giudiziario, lo sconfinamento del 29 maggio ha provocato già i primi effetti, diventando un ottimo pretesto per accelerare sui piani di riarmo, europeo e non solo. La NATO, di cui la Romania è membro dal 2004, ha puntato il dito contro la «sconsideratezza» di Mosca e dichiarato che «continuerà a rafforzare le nostre difese contro tutte le minacce, compresi i droni». In una telefonata con il presidente della Romania, Nicusor Dan, il segretario della NATO Mark Rutte ha «ribadito che la NATO è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato».

L’anno scorso gli Stati Uniti hanno convinto i membri dell’Alleanza Atlantica ad aumentare la spesa nazionale destinata alla Difesa fino al 5% del PIL. Allo stesso tempo, la Commissione europea ha lanciato un piano di riarmo per l’Unione, denominato ReArm Europe. Duplice l’obiettivo: da un lato rafforzare le capacità militari del continente di fronte alle crescenti tensioni geopolitiche, dall’altro fornire sostegno diretto all’Ucraina. Se per l’attuale crisi energetica l’UE ha impedito ai Paesi membri di finanziare misure sociali venendo meno agli stringenti vincoli economici; per aumentare le spese militari è stato concesso lo scostamento dal Patto di stabilità e crescita. Contestualmente è stato creato un fondo un fondo da 150 miliardi di euro per prestiti agli Stati membri destinati a investimenti nel settore della Difesa.

Qualche giorno fa, il governo Meloni ha deciso di rinunciare a buona parte dei prestiti “prenotati”, in attesa di una risposta sulla possibilità di ottenere flessibilità sul fronte energetico, ritenuto prioritario rispetto alle spese militari. Il tema non sembra però essere urgente a Bruxelles, che invece ha sfruttato il recente schianto del drone in Romania per rilanciare il suo piano di riarmo. Kaja Kallas ha sentito i ministri degli Esteri dell’UE, che si sarebbero «impegnati a intensificare la pressione sulla Russia, aumentare il sostegno all’Ucraina e investire nella prontezza difensiva dell’Europa stessa». Le fa eco Ursula von der Leyen: «mentre continuiamo a rafforzare la nostra sicurezza e la nostra capacità di deterrenza, soprattutto al confine orientale, continueremo ad aumentare la pressione sulla Russia. Stiamo preparando un 21esimo pacchetto di sanzioni». L’ultima misura era stata approvata un mese fa, quando l’Ungheria del post-Orban ha fatto cadere il veto sulle sanzioni, dando il via libera anche al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.


Legge elettorale, destra in tilt: il nuovo testo è già da cambiare


La maggioranza prepara le prime modifiche per evitare i dubbi di Costituzionalità. Le mosse del centrosinistra

Legge elettorale, destra in tilt: il nuovo testo è già da cambiare

(di Tommaso Ciriaco, Giovanna Vitale – repubblica.it) – Il Melonellum è stato appena riscritto, ma si prepara a cambiare ancora. E ad emendarlo saranno gli stessi sherpa della maggioranza che si erano già corretti una prima volta, adesso pronti a lavorare a una terza stesura.

I dubbi di costituzionalità emersi nel corso dei contatti informali con gli uffici tecnici delle Camere e confermati da ambienti della Consulta — anticipati ieri da Repubblica — inducono in queste ore il centrodestra a valutare nuovi e importanti ritocchi. Modifiche che dovrebbero essere presentate in commissione Affari costituzionali della Camera prima dell’approdo in aula fissato per il 26 giugno. Il condizionale è d’obbligo: le difficoltà a individuare soluzioni adeguate ai problemi di costituzionalità, unite all’ostruzionismo delle opposizioni, potrebbero difatti mettere a rischio l’iter del provvedimento. E compromettere la tabella di marcia della maggioranza per licenziare la legge entro la pausa estiva.

Uno dei punti su cui la destra valuta opzioni alternative è il nodo del Trentino Alto Adige e della Valle d’Aosta. I cittadini di queste due regioni non possono concorrere alla definizione del premio di maggioranza. Un’evidente stortura, che gli autori del testo motivano con un nodo tecnico: quello di evitare alle minoranze linguistiche, a cui è garantita l’autonomia, il bivio di un’alleanza pre-elettorale. Soltanto chi è coalizzato, infatti, può contribuire alla “conta” per ottenere il bonus-seggi. Gli sherpa studiano comunque una correzione, consapevoli che l’attuale formulazione espone il ddl a ricorsi e a una potenziale bocciatura della Consulta (che andrebbe fra l’altro a incidere proprio sul premio, lasciando in piedi un sistema proporzionale puro).

E pure sui “candidati occulti”, quelli presenti nel listone del premio di maggioranza, è aperta una riflessione: sono 35 al Senato e 70 alla Camera, ma chi vota ne vede solo una piccola porzione, violando il principio della conoscibilità dei candidati. Qui la soluzione appare ancora più complessa e sarà oggetto di un focus nei prossimi giorni. Quanto invece al nome del presidente del Consiglio apposto sul programma elettorale che rischia di collidere con le prerogative del capo dello Stato, gli uffici parlamentari hanno suggerito di tornare alla formulazione del Porcellum, che indicava semplicemente il “capo della coalizione”. Sul punto, però, Giorgia Meloni è irremovibile: senza questa norma, inutile approvare la nuova legge.

Esattamente la questione che, insieme all’entità del premio e alle doppie liste bloccate, sta facendo fibrillare i progressisti. Costretti a scegliere con congruo anticipo, se questo articolo non verrà modificato, chi guiderà il campo largo. A individuare cioè il candidato premier e, prima ancora, le modalità per farlo. Un rebus che la rivalità fra Giuseppe Conte ed Elly Schlein non aiuta certo a sciogliere. Quella che, lo sanno tutti, sta frenando anche il tavolo per definire il programma e il perimetro della coalizione: ancora mai convocato e al momento neppure alle viste. Rimandato sine die nonostante i ripetuti appelli di Avs e +Europa, che da settimane chiedono un incontro al vertice per sbloccare lo stallo. Divenuto ormai preoccupante pure per i pesi massimi del Pd.

Allarmati per l’accelerazione sul Melonellum, i big più dialoganti — da Dario Franceschini Goffredo Bettini — sarebbero scesi in pressing sia sulla segreteria dem sia sul capo del M5s per convincerli a stringere i tempi. Con risultati deludenti.

Per adesso l’unica certezza è che i due contendenti respingono l’ipotesi del papa straniero. Conte vuol fare le primarie, sicuro di poterle vincere. Mentre Schlein, pur pronta a correre, preferirebbe accordarsi per designare il leader del partito più votato. Un’impasse che sta irritando le truppe. «I gazebo sono la via maestra», ha sentenziato ieri Chiara Appendino. «Poi, se qualcuno ha paura, lo dica», provoca prima di affondare il colpo contro la segretaria pd: «L’abbiamo vista arrivare, spero la vedremo anche confrontarsi serenamente in un passaggio democratico con Conte e con chi vorrà partecipare». Il guanto di sfida è lanciato. E non sarà una passeggiata di salute.


Ucraina nell’Ue: Piero Fassino e le vedove di Guido Crosetto formato Corsera


Il ministro diventa “putiniano”: ha dubbi su Kiev nell’Ue

Ucraina nell’Ue: Piero Fassino e le vedove di Guido Crosetto formato Corsera

(ilfattoquotidiano.it) – Da ultimo arriva Piero Fassino, affranto e deluso dall’amico Guido Crosetto. Sì perchè l’intervista al Corsera servita al ministro della Difesa a ricucire con la Lega ammettendo che l’Ucraina non può entrare nella Ue è vissuta dai riformisti del Pd come un tradimento. In sequenza Fassino parla di “onda revisionista del governo”, di “scelta irresponsabile”. Ma sulle parole “preoccupanti” di Crosetto si esercitano anche altre vedove dem listate a lutto dopo l’intervista incriminata.

Lia Quartapelle gli rinfaccia “l’inversione di marcia” e di essersi piegato alla convenienza politica ossia l’esigenza di salvaguardare la ditta ossia la tenuta della coalizione di centrodestra in cui Matteo Salvini sembra sul punto di farsi esplodere sul nodo Ucraina nell’Ue.

Simona Malpezzi pare addirittura indignata e usa la roncola. “La posizione espressa dal ministro Crosetto rischia di essere, purtroppo, un ulteriore cedimento e arretramento del governo su una questione strategica per l’Unione. Servirebbe un dibattito serio, che necessiterebbe di equilibrio e di intelligenza. Assistiamo invece, in queste ore, ad un susseguirsi di dichiarazioni che suonano come una resa alle posizioni putiniane” spiega l’ex capogruppo del Pd al Senato che ne ha per tutti. Con la maggioranza “profondamente divisa tra il sostegno sempre più flebile di Fratelli d’Italia, il benaltrismo di Forza Italia e l’agenda filorussa della Lega, ma anche l’opposizione”. Malpezzi registra “invece “la solita posizione gialloverde del Movimento Cinque Stelle, che dice, attenzione, cautela, ma alla fine ripete le parole della propaganda putiniana a fronte del nitido sostegno per l’Ucraina, esplicitato ancora in queste ore con chiarezza da Elly Schlein”. Sicuro? La segretaria del Pd si è detta in effetti favorevole all’ingresso dell’Ucraina (dell’Albania come di tutti i Paesi che sono candidati), ma ha anche aggiunto di essere consapevole che serve prima la pace e che comunque è un processo lungo e non scontato, come ha ricordato intervistata da Luca Sommi ad Accordi&Disaccordi “Che le condizioni per questo ingresso passano dalle regole europee che serve una pace giusta e con garanzia di sicurezza adeguate, delle riforme è vero – ha ricordato Schlein – ma non può essere un alibi per frenare questo percorso, ma un motivo per sostenere questi sforzi”. Forse parole non del tutto gradite alla minoranza interna, almeno a leggere in filigrana i pensieri affidati a X da Filippo Sensi: “A leggere i giornali italiani di oggi, le interviste a destra e sinistra sull’Ucraina, al Cremlino brinderanno alla missione compiuta. Distinguo, tifo, viltà, interessi #slavaukraini” scrive Sensi senza fare nomi. Anche se a parlare di Ucraina erano in due: Crosetto e appunto Schlein.


Camera, 5S e Pd cercano l’accordo contro riarmo e vincoli Ue: al lavoro su mozione unitaria


Conte e Schlein tentano un’intesa anche con Avs e Iv che impegni Meloni su tagli al comparto militare e scorporo delle spese sociali

Camera, 5S e Pd cercano l’accordo contro riarmo e vincoli Ue: al lavoro su mozione unitaria

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Potrebbe essere la manifestazione plastica che l’alternativa al governo Meloni è davvero possibile. E siccome non è detto che la prova vada a buon fine si lavora sotto traccia, ma il segnale c’è: le opposizioni – da Avs a Italia Viva passando per Pd e 5S – lavorano da giorni a una mozione unitaria. Per impegnare il governo a promuovere una revisione del patto di stabilità che consenta di scorporate dal calcolo del deficit gli investimenti contro il caro energia ma anche ripensare le spese militari.

Ma l’accordo non è scontato viste le diverse posizioni sulla questione armi e lo dimostra la trattativa serrata in corso che dovrà concludersi al massimo entro mercoledì quando l’aula ha in calendario una serie di votazioni, comprese quelle sul Patto di Stabilità. Se il centrodestra ha già depositato una mozione unitaria – benché all’acqua di rose per non enfatizzare le divisioni interne – per chiedere che l’Europa attivi la clausola di salvaguardia “estendendone l’ambito di applicazione al settore energetico in analogia con quanto già previsto per la difesa”, nel campo dei progressisti al momento esiste solo quella del M5S. Che contiene alcuni passaggi che potrebbero risultare scivolosi per gli altri alleati, a partire dal Pd. In particolare sulla questione riarmo e impegni Nato, anche se il tentativo di trovare la quadra è sincero. “Schlein e Conte ci hanno chiesto di lavorare per trovare un’intesa su una mozione unitaria”, dicono diverse fonti interne ai dem e ai pentastellati che confermano il lavorìo per riuscire a condividere la mozione anche con Avs e Italia Viva. Una trattativa ai massimi livelli, vista la posta in gioco.

Le prossime ore saranno decisive per capire se l’esigenza di dare un segnale di unità verrà fatta prevalere – e a che costo – sul dossier più divisivo per il centrosinistra: il piano di riarmo Europeo e in definitiva anche i rapporti con l’esecutivo von Der Leyen, sostenuto anche dai socialisti europei ossia anche dal Pd. “Stiamo cercando di calibrare meglio alcuni passaggi ma sono fiducioso: in fondo siamo tutti d’accordo che gli investimenti sulla difesa devono riguardare la difesa comune europea e non il riarmo nazionale” spiega Piero De Luca uno degli sherpa, insieme a Cecilia Guerra, incaricati dalla capogruppo dem Chiara Braga di provare a trovare l’intesa su un terreno che però è minato.

Ma quali sono i punti su cui si sta trattando? In realtà quello su cui si sta concentrando l’attenzione è uno solo: riguarda il punto 8 della mozione del M5S.

Il documento depositato dai pentastellati vincola il governo ad adottare iniziative urgenti in sede di europea volte a promuovere la revisione “integrale” del Patto di stabilità e crescita e indica nel dettaglio tutta una seri di voci di investimento, dalla sanità, all’istruzione, dagli investimenti green al caro bollette per famiglie e imprese meritevoli di essere scorporate dai vincoli Ue.

“L’Italia attraversa una fase di profonda sofferenza sociale, con 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, 5,8 milioni di cittadini che rinunciano alle cure e una povertà energetica ai massimi storici, in un contesto di produzione industriale in calo da tre anni e l’attuale struttura del Patto di stabilità, avallata dal Governo, rischia di trasformarsi in una gabbia contabile che limita la capacità di intervento pubblico…” si legge nelle mozione 5S che invita l’esecutivo Meloni ad avviare un confronto con l’Europa a garantire che un eventuale scostamento di bilancio sia esclusivamente indirizzato a contrastare queste emergenze “escludendo che le risorse disponibili siano assorbiti da impegni di spesa militare”.

L’inciampo con il Pd riguarda però sostanzialmente i successivi due passaggi della mozione che “sono molto identitari per noi” spiega Carmela Auriemma del M5S facendo eco al collega Filippo Scerra che ha scritto materialmente la mozione e si dice “relativamente fiducioso” rispetto all’accordo con gli alleati. Il passaggio più delicato è quello che impegna a “riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa” e “adottare iniziative in sede europea volte a sostituire integralmente il piano di riarmo europeo (il Rearm Europe ) con un piano di rilancio e sostegno agli investimenti che promuovano la competitività, gli obiettivi a lungo termine e le priorità politiche dell’Unione europea, quali spesa sanitaria, sostegno alle filiere produttive e industriali, incentivi all’occupazione, istruzione, investimenti green e beni pubblici europei, per rendere l’economia dell’Unione più equa, competitiva, sicura e sostenibile”.


Donald Trump, come parla, fa casino


Media, ‘L’Iran interrompe lo scambio di messaggi con gli Usa’ 

(ANSA) – L’Iran interrompe lo scambio di messaggi con gli Stati Uniti in segno di ‘protesta per l’escalation di Israele in Libano’. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando l’iraniana Tasnim

Iran, ‘pronti a chiudere completamente lo Stretto di Hormuz’

(ANSA) – L’Iran e i suoi alleati “hanno messo in agenda la chiusura completa dello stretto di Hormuz” e “l’attivazione di altri fronti, tra cui lo Stretto di Bab al-Mandab”, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, per “punire i sionisti (Israele) e “i loro sostenitori”: lo riferisce Tasnim, agenzia di stampa vicina ai pasdaran.

Iran, ‘nessun negoziato fino al ritiro di Israele da Libano e Gaza’

(ANSA) – “Il team negoziale iraniano interromperà gli attuali colloqui e lo scambio di messaggi con gli Stati Uniti, tramite il mediatore, in segno di protesta contro i continui attacchi e crimini israeliani in Libano, poiché una delle precondizioni poste dall’Iran per i negoziati era il cessate il fuoco, che è stato violato su tutti i fronti in Libano”. Lo ha dichiarato l’agenzia iraniana Tasnim, citando una fonte informata.

    “L’immediata cessazione delle operazioni aggressive e brutali operazioni di Israele a Gaza e in Libano, nonché il ritiro completo del regime dalle aree occupate in Libano sono state sottolineate dai negoziatori iraniani. E pertanto non ci saranno negoziati a meno che non vengano soddisfatte le richieste dell’Iran e del movimento di resistenza a questo riguardo”, ha affermato la fonte.


Maledetto Trump, ci ha rovinato anche l’estate!


La guerra cambia le vacanze agli italiani: male l’Egitto, bene la Spagna, sorpresa Capo Verde. Le agenzie viaggi: «Perso il 30% del fatturato». Tour operator e agenzie viaggi: «Si prenota sempre più sotto data, i clienti scelgono mete percepite come sicure e affidabili». WeRoad: «I viaggiatori sono diventati più flessibili»

vacanze-estate-2026-crisi-turismo-mete

(Gianluca Brambilla – open.online) – Prima i timori sulle scorte di carburante per gli aerei, poi quelli di un’impennata dell’inflazione per via della guerra in Medio Oriente. Per alcuni, addirittura la paura – poi rapidamente ridimensionata – di una nuova pandemia, questa volta di hantavirus o ebola. L’estate 2026 degli italiani parte da qui: da un clima di incertezza che ha finito per pesare anche sulle scelte di viaggio. Il risultato, secondo tour operator, agenzie di viaggio e operatori del settore, è un rallentamento del turismo organizzato. La voglia di viaggiare c’è ancora, sia chiaro. La differenza, semmai, è che ancora più che in passato gli italiani tendono a prenotare sotto data. In più, complice l’incertezza creata dalla guerra in Medio Oriente, aumenta la percentuale di chi sceglie di trascorrere le vacanze in Italia.

Le agenzie viaggi soffrono: «Perso il 30% del fatturato»

A segnalare un calo delle prenotazioni per la prossima estate sono innanzitutto le agenzie viaggi, vero termometro del turismo organizzato. «La crisi nel Golfo ha bruciato l’advanced booking, ossia la prenotazione anticipata. È saltato un equilibrio», spiega a Open Domenico Pellegrino, presidente dell’Aidit (Associazione Italiana distribuzione turistica). Il vero problema, secondo Pellegrino, non deriva dagli eventi in sé quanto dall’allarmismo che hanno generato: «Il mondo del turismo organizzato è finito in un tritacarne di comunicazione negativa. Una delle domande che ci venivano poste più spesso dai clienti era: “Ci sarà carburante per partire e tornare indietro?”. La domanda non è calata, ma non riesce a concretizzarsi con facilità. Paradossalmente, facciamo più preventivi dello scorso anno ma ne finalizziamo molti meno».

Secondo l’osservatorio Aidit, «la situazione rimane molto critica e la perdita di fatturato prevista dagli operatori su base annua si attesta tra il 25% e il 30% rispetto al 2025». Questo accade innanzitutto perché il clima di incertezza ha portato alcuni a posticipare la programmazione delle vacanze estive, altri a rinunciarci del tutto. Tra chi ha deciso di partire e rivolgersi a un’agenzia viaggi, la classifica delle mete predilette è cambiata. La guerra in Medio Oriente, per esempio, ha avuto riflessi forti anche sulle mete vicine. «Per l’Egitto, che è la destinazione preferita dagli italiani all’estero, vediamo un calo delle prenotazioni del 45%», fa sapere Pellegrino.

Anche gli Stati Uniti sono una destinazione in calo. In questo caso, non per una guerra, ma per via delle tensioni diplomatiche tra l’Europa e Donald Trump, che – spiega sempre Pellegrino – hanno portato a un -20% di prenotazioni rispetto allo scorso anno. A crescere, semmai, sono le destinazioni percepite come più sicure e affidabili in un contesto di incertezza, vale a dire quelle più vicine a casa. «Tutto ciò che è prossimo viene percepito come meno rischioso. Il turismo in Italia – osserva il presidente di Aidit – cresce in modo sensibile e anche in Spagna siamo vicini alla saturazione dell’offerta». In ripresa anche le prenotazioni delle crociere, nonostante – fa notare Pellegrino – «abbiano subito gravi danni dalla comunicazione sulla diffusione dell’hantavirus».

I tour operator: «Si prenota sempre più sotto data»

Pixabay | La vicinanza al Medio Oriente ha fatto perdere turisti all’Egitto, da tempo una delle mete preferite degli italiani all’estero

Una conferma del quadro dipinto dalle agenzie viaggi arriva anche dai tour operator. «Il consumatore oggi segue con molta attenzione l’evoluzione dello scenario geopolitico e tende a orientarsi verso destinazioni considerate più stabili e sicure», spiega a Open Pier Ezhaya, presidente di Astoi Confindustria Viaggi. Insomma, più che una rinuncia a viaggiare, sembra prendere corpo la tendenza a scegliere con attenzione quando e dove trascorrere le proprie vacanze.

«Si prenota più vicino alla partenza, si valutano con maggiore attenzione le destinazioni e si ricercano formule più flessibili e tutelanti», osserva ancora Ezhaya. Il presidente dell’associazione dei tour operator conferma che il caos geopolitico dei mesi scorsi «sta impattando severamente sugli ordini estivi». Ma proprio la tendenza a prenotare sotto-data potrebbe far sì che gli operatori sperino in un recupero progressivo della domanda nel corso dell’estate.

Per quanto riguarda le mete, secondo Ezhaya, «Italia e Mediterraneo continuano a mantenere un ruolo importante, in particolare Baleari e Canarie, anche perché intercettano una domanda orientata a vacanze percepite come più vicine, familiari e facilmente gestibili». L’Egitto, pur rimanendo una destinazione competitiva, continua a risentire della guerra in Medio Oriente. «Il ruolo dei Tour Operator assume ancora più valore, perché chi prenota attraverso il turismo organizzato può contare su assistenza, tutela e supporto nella gestione di eventuali criticità operative». Reggono, infine, i viaggi a lunga percorrenza come Giappone o Sud America, soprattutto tra chi non cerca una semplice vacanza ma una vera e propria esperienza.

WeRoad: cresce il Nord Europa, ma la sorpresa dell’anno è Capo Verde

WeRoad/Silvia Ronchi

Più positiva l’immagine che restituisce WeRoad, secondo cui gli italiani, a prescindere dalle incertezze, continuano a voler viaggiare. «La domanda non si è fermata. Rispetto al passato, i viaggiatori sono diventati più flessibili: questo perché il viaggio ha ormai un significato più profondo del semplice divertimento e alla fine le persone si adattano, cambiano destinazioni, ma non rinunciano a viaggiare», spiega a Open Stefano Arossa, commercial regional manager di WeRoad. Certo, alcune tratte stanno sentendo della crisi in Medio Oriente, a partire dalle destinazioni del Sud Est asiatico. Ma ci sono altri mercati che compensano quella perdita.

«Il Sud America cresce, con il Perù a +19% e il Brasile a +6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Anche i Paesi Nordici stanno crescendo molto per l’estate: il Nord Europa nel complesso segna un +80%, con l’Islanda a +70% e la Norvegia a +60%», spiega ancora Arossa. La sorpresa dell’anno, rivela WeRoad, è Capo Verde, che cresce «di otto volte rispetto all’anno scorso» anche grazie alle nuove tratte low-cost in partenza da Milano. In ogni caso, qualche resistenza a partire rimane, al punto che WeRoad si è sentita chiamata in causa per rassicurare i suoi clienti. «Abbiamo deciso di andare incontro alle persone e ampliato le maglie della flessibilità: oggi è possibile prenotare a zero euro, pagando il deposito solo alla conferma del viaggio, modificare data o destinazione senza penali fino a 31 giorni prima della partenza, e ottenere un rimborso in voucher se il volo viene cancellato fino al giorno prima».  

Foto copertina: Dreamstime/Olesia Bilkei


80 anni fa la nascita della Repubblica italiana


(Dott. Paolo Caruso) – Ottant’anni sono trascorsi da quel 2 giugno 1946, ed è oggi che si celebra la ricorrenza della nascita della Repubblica. Non una data occasionale, bensì il giorno del referendum istituzionale che con il libero voto popolare. e con il voto per la prima volta delle donne sancì la fine della monarchia e la nascita della Repubblica italiana. Repubblica nata dalle ceneri del fascismo dopo le sanguinose lotte partigiane e lo sbarco degli alleati anglo americani. Con un referendum istituzionale non privo di polemiche e ombre, che sancì la fine della monarchia, si poté assistere alla nascita della Repubblica democratica e alla stesura della carta costituzionale. Si trattò di un passaggio di grande importanza per la storia d’Italia dopo il “ventennio” e la tragicità della guerra, rappresentando un periodo di riscatto, di vera rinascita morale e economica. Oggi tale ricorrenza celebrativa della nostra identità nazionale unitaria e repubblicana basata sui valori di eguaglianza, di libertà, di solidarietà, si presenta in un momento di forte scontro politico, di rigurgiti neofascisti che mettono a dura prova la tenuta della nostra democrazia. Infatti in questa destra meloniana si ritrovano chiari segni nostalgici di un passato che sembrava bocciato definitivamente dalla Storia. Il tentativo di premierato, l’ insofferenza dell’ Esecutivo a qualsiasi Organo di controllo, la conflittualità costante con la Magistratura, il bavaglio alla Stampa libera e le tante querele temerarie, l’ intolleranza al dissenso e al confronto che hanno portato a un nuovo decreto sicurezza sempre più limitativo delle libertà sociali e individuali, sono segnali inequivocabili di una democrazia malata, di una vera e propria democratura. Una “Res publica” non più del popolo ma svilita dall’ interesse privato, con una sanità pubblica e una scuola di Stato depotenziate secondo esclusive logiche di potere. Oggi nel deserto assoluto di valori, nella mediocrità imbarazzante della politica, questa ricorrenza non può limitarsi all’ esteriorità di una semplice parata militare di per sé fuori luogo e alla retorica dei discorsi roboanti, ma ci deve far riflettere, e ricordare quanto grandi e illuminati siano stati i Padri Costituenti che, rafforzando gli ideali di libertà, portarono a compimento la costruzione di una Italia repubblicana e democratica, Da tempo però si assiste ad un tacito e arrendevole condizionamento, quasi una complicità tra le forze politiche, che picconata dopo picconata cercano di stravolgere per loro interesse i dettami costituzionali. Un tradimento dei valori fondanti della Repubblica che in questa Destra meloniana trova sempre maggiore eco.


M5S, Saiello: “Pomigliano d’Arco, costruire una prospettiva stabile per lavoratori e imprese”


“Il polo industriale di Pomigliano d’Arco sta vivendo una fase di profonda incertezza: riduzione delle produzioni, ricorso frequente agli ammortizzatori sociali e vertenze che coinvolgono lavoratrici, lavoratori e imprese dell’indotto. È un quadro che non può più essere affrontato con misure emergenziali, ma richiede una strategia industriale chiara e definita”. Lo dichiara il capogruppo regionale campano del Movimento 5 Stelle, Gennaro Saiello, a margine del convegno dedicato al polo industriale di Pomigliano d’Arco, svoltosi ieri sera alla presenza dell’assessore regionale alle Attività produttive, Fulvio Bonavitacola, della deputata del Movimento 5 Stelle Carmela Auriemma e di rappresentanti delle categorie sindacali.

“Quando entra in crisi un polo come Pomigliano –  continua Saiello – non si ferma solo una fabbrica, ma si indebolisce un intero sistema sociale ed economico. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una successione di tavoli istituzionali, annunci e interventi tampone che non hanno però prodotto una visione industriale di lungo periodo. La cassa integrazione può essere uno strumento necessario, ma non può diventare la condizione strutturale del lavoro industriale. La vertenza Trasnova rappresenta in modo evidente ciò che sta accadendo nell’indotto. Anche quando si riesce a evitare il licenziamento dei lavoratori, non si risolve il problema alla radice, ma lo si rinvia soltanto nel tempo. Questo significa che il sistema resta fragile ed esposto a nuove crisi”.

“Come Consiglio regionale – conclude Saiello – faremo la nostra parte per costruire una prospettiva stabile per Pomigliano e per l’intero sistema industriale campano. La tutela del lavoro è un obiettivo che continueremo a perseguire con responsabilità e programmazione”.


SOS dal Vomero: i platani secolari attaccati dal tingide


Come già avvenuto negli anni scorsi interventi tardivi

            ” Anche quest’anno, con l’arrivo del caldo, i maestosi platani del Vomero sono stati nuovamente attaccati dal tingide, il cui nome scientifico è “corythuca ciliata”, più noto come “cimice del platano”, il quale, oltre che sulle foglie vive anche sotto la corteccia, proliferando con un ritmo di 200 uova per ciascuna femmina, per ogni ciclo della durata di 45 giorni.. Un’emergenza ambientale e sanitaria che si ripete ciclicamente, mentre l’amministrazione comunale rimane inerte o interviene con gravissimi ritardi quando oramai il danno è già fatto, come testimoniano le numerose foglie già ingiallite presenti sulle alberi già attaccati “. A intervenite, ancora una volta, sul grave problema è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, che, sulle pessime condizioni del verde pubblico a disposizione degli abitanti della collina,  raccoglie ogni giorno le proteste indignate di numerosi residenti.

            ” Una situazione già nota da tempo – afferma Capodanno – ma presumibilmente sottovalutata in passato. Il tingide è un insetto fitofago, pungente e succhiatore, che, già a partire dal mese di maggio, dopo aver punto la pagina inferiore delle pagina inferiore delle foglie e aver sottratto linfa e clorofilla, causa una tipica decolorazione giallastra e la successiva caduta delle foglie, con l’indebolimento degli alberi e il rilascio di sostanze appiccicose e irritanti su veicoli, balconi e passanti. Nonostante la ripetizione del fenomeno anno dopo anno, nessun piano di prevenzione efficace ma soprattutto tempestivo è stato attivato dal Comune di Napoli. Le segnalazioni dei cittadini e delle associazioni sono cadute praticamente nel vuoto, e le tempistiche degli interventi, quando e sugli alberi sui quali sono stati realizzati, si sono dimostrate ancora una volta inadeguate oltre che tardive “.

            ” Ancora una volta – sottolinea Capodanno – denunciamo con forza la condotta tenuta al riguardo dal Comune di Napoli, segnatamente dall’assessorato al verde, che non ha adottato un piano d’interventi tempestivo, nonostante la conoscenza dell’annoso problema le cui prime segnalazioni risalgono a oltre 40 anni fa, attraverso i ben noti interventi endoterapici che, in altre realtà urbane, adottati con le tempistiche adeguate, quando l’insetto si trova ancora sotto la corteccia, hanno contribuito alla soluzione del problema. I ritardi negli interventi non sono un semplice disservizio: rappresentano una negligenza grave che compromette la salute pubblica, la qualità della vita dei residenti e la salvaguardia del patrimonio arboreo del quartiere “.

            ” Nell’occasione – aggiunge Capodanno – Invitiamo tutti i residenti del Vomero a segnalare immediatamente la presenza di tingide tramite i canali ufficiali del Comune, a documentare i danni con foto e a unirsi alla nostra campagna di sensibilizzazione. Così come chiediamo al sindaco Manfredi e all’assessore al verde, Santagada,  di elaborare un piano strutturale pluriennale di tutela dei platani, con controlli preventivi prima dell’arrivo del caldo. Non possiamo più accettare che alberi secolari come i platani, che dalla nascita del rione Vomero, avvenuta nel lontano 11 maggio 1885, rappresentano uno dei simboli del quartiere,  che lo hanno fatto conoscere in tutto il mondo, vengano sacrificati per l’inerzia delle istituzioni e degli uffici preposti. Basta con le promesse. Il Vomero merita interventi concreti e immediati, senza ulteriori perdite di tempo “.


La verità sulla Repubblica


(di Marcello Veneziani) – Il 2 giugno di ottant’anni fa gli italiani non scelsero la repubblica e non la preferirono, seppur di misura, alla monarchia (brogli elettorali presunti a parte). Gli italiani scelsero di voltare le spalle al passato, alla guerra da cui provenivano, alla distruzione, alla miseria e alla guerra civile che aveva infestato il Paese. E la monarchia, in quel momento, rappresentava la continuità col passato da cui volevano uscire. In fondo i repubblicani convinti erano una corposa minoranza, rappresentata soprattutto dagli azionisti e dai socialcomunisti, e anche dai fascisti che avevano aderito alla Repubblica sociale, anche in spregio al “tradimento” monarchico, e che in parte erano interdetti al voto. Il Paese era ancora blandamente monarchico, e ancor più blandamente sabaudo, monarchia recente e vissuta da molti italiani, cattolici e meridionali in particolare, come una piemontesizzazione forzata e un ripiego rispetto alla monarchia asburgica al nord e borbonica al sud a cui si sentivano più legati. Ai Savoia gli italiani rimproveravano di averli abbandonati nel momento del massimo pericolo. E di avere sostenuto il fascismo finché il regime era forte, aveva largo consenso popolare e aveva permesso al re di diventare imperatore. So le obiezioni dei monarchici in proposito, rispettabili, e so la loro spiegazione della cosiddetta fuga a Brindisi del Re. Una fuga che parve a molti italiani degna della peggior Italia; da un Re si pretende che non rispecchi l’indole del suo popolo ma che lo guidi, anche a costo di rischiare la vita. Apparve a loro, a torto o a ragione, che un padre li avesse abbandonati in balia degli alleati di ieri e di domani.

Così l’Italia si trovò repubblicana ma restò viva quella contraddizione. Che si rispecchiò nei primi due presidenti della Repubblica, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi che avevano votato monarchia al referendum. Monarchia votarono anche personaggi opposti come Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari, che poi curiosamente avrebbe fondato la Repubblica, il quotidiano della sinistra radical…

In tema di repubblica si insiste da anni sull’apporto decisivo delle donne. In realtà solo una su venti dei rappresentanti era donna, neanche il 5 per cento, nessuna di loro era leader o fu madre costituente con un ruolo pari a quello dei padri, e non abbiamo notizie sul voto determinante delle donne al referendum. Sappiamo però che alle prime elezioni politiche, due anni dopo, le donne furono probabilmente decisive nella vittoria della Dc e soprattutto nella sconfitta del fronte socialcomunista. Si parla di emancipazione femminile ma il primo atto di emancipazione politica delle donne dai mariti fu il voto disgiunto in famiglia: le mogli di molti socialcomunisti votarono nel nome della fede e dei loro preti e confessori per la Dc e scongiurarono la vittoria del fronte popolare. Per essere un voto di emancipazione, quelle donne votarono per la tradizione contro la tentazione di un governo comunista e antifascista, in larga parte filosovietico e irreligioso. Ditelo alle paole cortellesi…

Quale fu il peccato originale con cui nacque la repubblica italiana?

Il dominio della partitocrazia. Ossia, il sistema dei partiti non fu dentro la repubblica, ma il contrario, la repubblica nacque dentro il sistema dei partiti. Ovvero i partiti non si posero nella casa comune della repubblica ma ciascuno coltivò una sua idea di repubblica. Non si ritennero accomunati nello spirito repubblicano ma furono prima democristiani, liberali, azionisti, socialisti, comunisti qualunquisti, monarchici e anche missini, a parte la sparuta minoranza che aderì a un partito detto appunto repubblicano. Quel vizio d’origine pesò sulla repubblica, generò la nascita di un sistema partitocratico senza alternanza in cui da una parte i democristiani e i loro più stretti alleati venivano definiti dai loro nemici come clerico-fascisti, reazionari, conservatori e servi dell’America; e dall’altra i social-comunisti erano considerati per la dittatura del Partito, servi di Stalin e dell’Internazionale comunista, filo-sovietici e anti-cattolici.

D’altra parte, la repubblica in Italia fu disegnata all’interno del comitato di liberazione nazionale, con sei attori che esprimevano sei diverse visioni partitiche e ideologiche; erano alleati solo per abbattere il fascismo. Con la variante che una parte di loro, come i democristiani, una volta debellato il fascismo – per loro soprattutto grazie agli Alleati – l’antifascismo non aveva più ragione d’essere, era un doveroso riconoscimento storico della lotta per la libertà e per la democrazia. Mentre un’altra parte intese l’antifascismo come una scelta permanente, nata con la Resistenza e la Liberazione; la sinistra considerava le forze anticomuniste e filo atlantiche come reazionarie e dunque ancora figlie del fascismo.

Così accadde che dopo la spaccatura tra fascisti e antifascisti, tra monarchici e repubblicani, gli italiani si divisero in due fronti contrapposti. Solo trent’anni dopo lo scenario mutò; quando la Dc e i suoi alleati accettarono l’arco costituzionale, e il nemico principale fu il neofascismo e la destra che ne coglieva l’eredità. In cambio le sinistre riconoscevano nella Dc il perno del governo. Allora nacque, dalla metà degli anni settanta in poi, l’idea del compromesso storico, sull’onda dei “patti conciliari”, della comune lotta antifascista e del comune riconoscimento nei “valori della Costituzione”. Fu allora che si ritenne doveroso l’incontro tra le masse popolari d’ispirazione cristiana e le masse popolari di ispirazione comunista. Il delitto Moro interruppe questo processo.

L’unico vero, importante frutto di un accordo tra le parti, rimase così la Costituzione, che fu anch’essa un compromesso tra i cattolici e i laici, i liberali e i socialcomunisti. Ma un compromesso di alto profilo, che ricondusse a unità il paese, nel nome del lavoro, della libertà, della partecipazione democratica e di uno stato sociale che tutelava i soggetti deboli. Ma l’umanesimo del lavoro che campeggia già nel primo articolo della Costituzione era stato auspicato da Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo. E l’impianto giuridico dello Stato democratico e repubblicano era ancora figlio del codice Rocco, partorito dal regime; come lo Stato sociale, e il sistema misto tra pubblico e privato, era sorto durante il regime fascista. Ed entrò nella Costituzione, col beneplacito di Togliatti, anche il Concordato tra Stato e Chiesa, realizzato dal regime fascista. Persino le leggi in difesa dell’ambiente ripresero quelle varate da Bottai in epoca fascista.

Insomma, la Costituzione repubblicana allargò il suo orizzonte anche a quel convitato di pietra e alle sue realizzazioni, pur respingendo il regime autoritario, la dittatura e la perdita della libertà. E pur ripudiando la guerra. Nel confronto politico invece perdurò per decenni lo scontro frontale tra il Partito della libertà e il Partito dell’Uguaglianza, tra filo-occidentali e filo-sovietici, tra difensori del mercato libero e della proprietà privata e sostenitori della pianificazione socialista, tra borghesi e proletari.

Così nacque e crebbe la repubblica italiana. Bisogna dirla tutta, la verità, per poter diventare cittadini finalmente adulti e consapevoli di una casa comune che chiamiamo Repubblica.


Che fine ha fatto la satira politica


Che un governo così ridicolo non sia l’obiettivo costante di una presa in giro d’autore sembra impossibile. Ma al netto di luminose eccezioni, contro il potere buffo come un mistero restano solo lupi solitari. Ne parliamo con Geppi Cucciari, Serena Dandini e Saverio Raimondo

(Beatrice Dondi – lespresso.it) – Il re dovrebbe essere nudo ma in fondo, anche se gli resta addosso qualche straccetto poco conta. Chiedersi che fine abbia fatto la satira politica nel mostro sgualcito Paese si fa domanda retorica, che in fondo porta a ben poco. Un po’ come appassionarsi proprio sul concetto nobile di politica, quello a cui ambire, aspirare, puntare. O contro il quale sia atto di coraggio e di merito scagliarsi in qualsivoglia modo.

Scomparsi i Pasquini che tanto rischiavano e tanto tagliavano a colpi di lingua affilatissima, scomparsi i giullari, quelli cattivi e scomparso persino Federico II di Svevia che sdoganò la bastonata libera contro chi attaccava il potere con una sola norma, la “De contra jugulatores obloquentes”, è come se il Paese avesse perso i mattoni del suo muro portante, con un lento quanto inesorabile declino che prende nel tempo la critica a quel potere sempre più buffo come un mistero e lo porta a braccetto, guardando il fondo del pozzo. 

La satira è morta, si sente da tempo, da quando hanno chiuso i programmi televisivi, il “Cuore”, disturbante, cattivo, volgare e meraviglioso giornale satirico ha smesso di battere ormai da trent’anni, la commedia all’italiana ha dismesso i pernacchi, i comici hanno cercato un vento che li spingesse verso altri lidi, e incredibile a dirsi, persino il Carnevale di Viareggio ha disdegnato le caricature dei volti di Governo.

Intanto, tra le onde, la classe politica guarda sul fondo del mare, lasciatasi alle spalle il Caimano divenuto quasi santo, ha sbriciolato quel poco di credibile, per vestirsi dell’abito nuovo del ridicolo. Gridando al politicamente corretto come il male del secolo, hanno cominciato proprio loro, i politici, a dire di tutto al grido del «non si può più dire niente». Così come giullari appunto, si affastellano intorno alla presidente del Consiglio figuri sparsi dotati dell’impensabile, macchiette colorate che si scambiano amanti e costumi, e sparano, giocano, accumulano irripetibili gaffe come attori di prima grandezza, rendendo così il mestiere dell’artigiano satirico sempre più complesso, ai limiti dell’impossibile. 

Che un governo tanto ridicolo non abbia uno specchio riflesso in cui guardarsi per ridere di sé sembra impossibile, eppure per molti diventa quasi lo scoglio insuperabile, far sbellicare quanto loro l’impresa da standing ovation e in fondo meglio girare lo sguardo Oltreoceano, perché lì almeno con il taglio comico i danni li fanno in grande.

«È molto difficile fare satira quando la fanno loro per primi», dice Serena Dandini, la grande madre dei programmi che hanno fatto la storia della satira televisiva e che oggi si gode una solida vita da scrittrice, (è appena uscito il suo ultimo libro “Paura non abbiamo”). «Per fortuna c’è la Rete, ci sono i social dove si respira una bella aria, penso a Michela GiraudEdoardo Ferrario, il gruppo di “In&out”. La politica non è molta, ma perché la politica è talmente di per sé uno sketch comico che non ci puoi credere. Così a volte, come autore, è più interessante fare satira sociale o di costume, e non è detto che in questo momento non sia politica. Non disprezziamo questa satira. Certo che nel servizio pubblico non abbonda direi. Ormai La7 spesso si sostituisce alla tv pubblica. Luca e Paolo probabilmente non potrebbero stare su Rai Tre perché lì tira un’aria di libertà. Gli autori oggi sono in grosse difficoltà perché le cose sono cambiate parecchio. Un tempo, quando scendeva il funzionario dai piani alti a dirti quello che non si poteva fare, c’era sempre il direttore di rete pronto a coprirti le spalle. I direttori erano editori che in quei programmi ci credevano davvero e ti proteggevano. Riuscendo ad arginare le forbici della censura». 

E quei programmi, proprio come i giornali satirici, vivevano su un’idea di collettività che creava le magie, come “L’ottavo nano” che chiuse esattamente 25 anni, fa lasciando un vuoto che si fa sentire. «È vero – continua Dandini – noi abbiamo sempre lavorato con autori che crescevano insieme al programma, era come una piccola accademia. Infatti dov’è che funziona? Quando la squadra c’è: con Geppi Cucciari, perché c’è un bel gruppo, con Maurizio Crozza e i suoi autori. Oggi di politica si parla meno perché l’aria è poco rassicurante per l’espressione libera e contrapposta. È complicato, fioccano denunce su grandi teste che magari tengono famiglia e hanno un mutuo da pagare. Ed è qui che scatta l’autocensura, che c’è perché la minaccia ti fa sentire intimidito. Poi, per carità, ci sono sempre state, ricordiamoci dell’editto bulgaro di Berlusconi. Addirittura, l’ho scoperto con le intercettazioni che il mio programma era sgradito. Ma era opera di un collettivo. Oggi è importante recuperare il coraggio. Se arriva una denuncia a un Roberto Saviano, un giovane comico ci pensa due volte prima di lanciarsi in un monologo di attacco satirico. Chissà quanti mollano e non lo sappiamo. Perché a intimidire è proprio l’intero sistema, come una specie di diserbante naturale».

Ma non è solo quello, non si riduce a una casistica di misure, come se fosse una godereccia commedia anni ’70 con la supplente sotto la doccia. È proprio la politica come sostantivo che ha smesso di essere seria, quella che censurava con la mannaia, cacciava dai corridoi, intercettava i comici, sbarrava le strade e quando proprio non poteva arginare il tutto si creava il suo teatrino per poter salire sul palco con la propria bonaria imitazione. Sono lontani persino i tempi del Bagaglino, con Andreotti che guarda Andreotti e sorride strofinandosi le mani dietro gli occhiali di Oreste Lionello, perché «l’importante è che si parli di noi, anche se male». E sembra normale che il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, si dedichi a diverse cose tra cui la difesa a spada tratta del comico Andrea Pucci sul palco di Sanremo, perché «a me e alla mia famiglia fa tanto ridere». Come se si fosse chiusa un’epoca durata centinaia di anni. Sopravvissuta alle bastonate dell’Asino, alla monarchia e all’olio di ricino fascista, i Monicelli, i Fantozzi, il padrone e gli operai, gli entusiasmi degli anni Settanta, la Dc, il pentapartito, e il precipizio berlusconiano, la satira politica arriva all’oggi ormai esausta ma no, non è solo colpa sua.

«Viviamo in una realtà che già di per sé è molto esagerata, basti pensare che il presidente degli Usa è uno come Donald Trump» – dice a L’Espresso Saverio Raimondo, che si impegna con ostinazione comica a non mollare un colpo, tutte le settimane nel programma di Massimo Gramellini “In altre parole” su La7. «I comici devono poter esagerare, perché la comicità è esagerazione. Quindi l’editore televisivo dovrebbe dare al comico la libertà di poter dire qualcosa di più madornale di quello che dice Trump. Ma inevitabilmente scatterebbe la censura, perché purtroppo hanno tutti il freno a mano tirato. Potremmo banalizzare dicendo: è colpa del politicamente corretto. In realtà è colpa delle mille paranoie vere o presunte costruite nel tempo per cui anche ai comici oggi diventa difficile fare satira, perché la televisione ha ancora delle maglie anni ’90, ma nel frattempo è il 2026, la realtà è molto più estrema ma siamo ancora fermi al passato e quella che era un’anomalia, cioè Silvio Berlusconi, ormai è la normalità». 

Certo che, visto l’andazzo, gli spunti oggi potrebbero essere decisamente stimolanti. «Vero – prosegue Raimondo – ma innanzitutto è una questione generazionale. I giovani comici, bravissimi, esistono, ma io tra gli stand up comedian sono fra i pochi a fare ancora satira politica. La maggior parte di loro non la trattano per una scelta anche di sincerità, perché si sentono sinceramente più disinteressati rispetto a certe questioni. Poi anche il pubblico la cerca tendenzialmente meno, alle volte rifugge la battuta con uno sfondo politico o sociale come fosse quasi un tabù. E il fatto che l’astensionismo sia una piaga dei nostri giorni è un sintomo di tutto questo: c’è un fastidio in generale per il tema politico, che ormai suscita irritazione». 

Dunque, col tempo sparisce l’idea stessa di collettività, politica e quindi anche satirica. Si frantuma il discorso pubblico, il politico non si rivolge più all’elettore ma straborda sui suoi profili social in cui replica alla sua stessa immagine in un inutile, infinito gioco. Nel frattempo le urne si svuotano, le spiagge si riempiono e persino la satira, quello sguardo ironico e al tempo stesso disilluso di un potere vestito che andava spogliato poco a poco si fa lupo solitario. Il tweet fulminante che non ha bisogno di un palcoscenico, basta una ripresa, con cui programmi assai ben fatti come “Propaganda” vivono stagioni per quanto luminose sono fatti dai singoli, abbandonati in una società che tende a smettere di sentirsi in primo luogo civile.

«Però, un attimo, non è vero che non si fa satira su ciò che spesso è già ridicolo. Quello che davvero è cambiata è la reazione alla satira, capita di doversi difendere più di una volta da chi si indigna, spesso sempre e soltanto quando il bersaglio è nel proprio campo. Così succede più facilmente di essere odiati per una battuta», dice a L’Espresso Geppi Cucciari, che con la sua “Splendida cornice” su Rai Tre resta, come dice Dandini «una perla luminosa nel panorama del servizio pubblico». 

La raggiungiamo di notte, sul set di “Perfetta” tratto dall’omonimo monologo teatrale di Mattia Torre: «In realtà è un porno – dice serissima – Siamo io, Roberto Malone, Samantha Fox e Corrado Augias. Sto ancora lavorando sulla trama perché rischiamo molto, con Augias. Ma è un progetto a cui tengo molto». E sarebbe bellissimo, ma torniamo alla satira. Per esempio negli Usa è viva sul serio. 

«È viva, certo, ma il conflitto d’interessi ha fatto vittime, proprio in questi giorni Steve Colbert ha salutato il suo pubblico. Jon Stewart, Jimmy Fallon, chiunque abbia tenuto viva la libertà dal Late Show, si confronta con pressioni inaudite. In America i conduttori comici fanno così tanta paura, credo perché a contatto continuo con la realtà. Da noi si fa moltissimo sui social e c’è anche in televisione, penso a Crozza, a Zoro, ai Gialappi, a noi, che siamo una commistione di generi. Frutto di un autentico lavoro corale. Perché stiamo attenti – conclude Cucciari – a sminuire la satira sociale, di costume o sulla tv. Anche quella è necessaria, esattamente come quella politica, e per un motivo semplicissimo: i politici chi li elegge?».