MEDIA, LA FUCILAZIONE DELL’AUTORE DELLA STRAGE DI FORT HOOD SARÀ IN STREAMING
(ANSA) – L’esecuzione mediante fucilazione di Nidal Hasan, l’autore della strage alla base militare di Fort Hood del 2009 e responsabile dell’uccisione di 13 persone e del ferimento di altre 32, sarà trasmessa in diretta streaming.
Lo riferiscono i media americani in base a quanto detto da un funzionario del Pentagono. “Sarà trasmessa in diretta streaming, seguiranno dettagli”, ha detto. Il plotone d’esecuzione sarà schierato il 3 dicembre contro l’ex maggiore dell’esercito americano, secondo i media. Gli Stati Uniti non hanno condotto un’esecuzione pubblica in 90 anni.
Il Dipartimento della Difesa ha dichiarato che l’esecuzione mediante fucilazione di Nidal Malik Hasan, condannato per la sparatoria di Fort Hood, sarà trasmessa in diretta streaming affinché il pubblico possa vederla. L’annuncio ha fatto seguito a precedenti dichiarazioni del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, il quale aveva espresso la volontà di rendere pubblica l’esecuzione.
“Affronterà un plotone d’esecuzione composto da soldati. Com’è giusto che sia”, ha affermato il Segretario alla Difesa Pete Hegseth in un’intervista con l’attivista politico di estrema destra Jack Posobiec. “Faremo in modo che la gente possa vederla. Che sia pubblica. Perché le persone devono capire che ci sono gravi conseguenze per questo tipo di azioni”.
L’esecuzione è fissata per il 3 dicembre. All’inizio della settimana, il presidente Donald Trump ha approvato l’esecuzione mediante fucilazione di Hasan, un ex psichiatra dell’esercito statunitense che nel 2009 aprì il fuoco contro decine di persone presso il Soldier Readiness Processing Center di Fort Hood, in Texas.
Se l’esecuzione di Hasan venisse effettivamente eseguita, si tratterebbe della prima esecuzione militare statunitense dal 13 aprile 1961, quando il soldato semplice John A. Bennett fu impiccato dopo essere stato condannato per stupro e tentato omicidio; a riferirlo è il Death Penalty Information Center, un’organizzazione no-profit che monitora la pena capitale.

(Ugo Boghetta – lafionda.org) – 1. Ebbene sì, abbiamo una nuova legge elettorale: l’ennesima della cosiddetta Seconda Repubblica. Cinque sono state le leggi approvate, due sono state cancellate dalla Corte costituzionale. Vediamo come va a finire questa.
La propaganda è sempre quella: i cittadini scelgono governi che sono stabili e operativi subito dopo le elezioni. In realtà, i governi sono rimasti instabili con i vari sistemi, poiché le alleanze sono contraddittorie, in quanto create solo per vincere. E così le coalizioni vincono, ma poi non convincono. L’esempio più ovvio è che M5S e Lega sono contrari all’invio di armi all’Ucraina e sono scettici sull’Unione Europea e sulla Nato, ma si trovano nei due fronti opposti. Ciò accade in Paesi come l’Italia, dove esiste il pluripartitismo e il maggioritario è innaturale. Inoltre, i sistemi maggioritari sono pensati anche per tagliare le cosiddette ali: i partiti critici o alternativi. Ma il paradosso è che eliminano soprattutto il cosiddetto centro, stritolato com’è dalle due coalizioni date per vincenti. Non a caso, i due schieramenti hanno in comune il termine «centro»: centrodestra e centrosinistra. Nel caso del Melonellum, che ha invece un impianto di base proporzionale a cui si aggiunge poi il premio, le ali sono tagliate con l’innalzamento smisurato del numero di firme da raccogliere per presentarsi.
Il fatto è che i partiti che vanno per la maggiore credono di risolvere i problemi cambiando le regole e non le politiche. Politiche che sono il vero motivo per cui, da alcuni decenni, siamo dinanzi al nomadismo elettorale: a ogni elezione, dagli 8 ai 16 milioni di elettori cambiano voto, delusi dalla scelta precedente e alla ricerca del partito che non c’è.
2. Il motivo ulteriore e originale che viene sbandierato a favore di questa legge elettorale è quello di evitare un possibile pareggio. Ma perché potrebbe esserci un pareggio?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare al risultato delle elezioni del 2022. In quell’occasione il centrosinistra e il M5S si presentarono divisi. Poiché un terzo dei seggi (147 su 400 alla Camera e 74 su 200 al Senato) con il Rosatellum veniva assegnato nei collegi uninominali, la presentazione disgiunta favorì il centrodestra, che ne conquistò quasi l’83%. Da qui è scaturita l’ampia maggioranza attuale. L’unificazione del campo largo, rendendo molti collegi contendibili, potrebbe portare a un pareggio. Ma in parte è un pretesto. Il risultato in termini di seggi avrebbe potuto capovolgersi. Tanto più con la presenza di Vannacci.
3. La legge Meloni, invece, prevede che chi supera il 42% dei voti ottenga un premio di maggioranza di 70 deputati alla Camera e 35 al Senato, fino a un massimo di 220 deputati e 113 senatori. Numeri che possono aumentare di qualche unità con il voto degli italiani all’estero.
La cosa paradossale è che, se nessuno schieramento raggiunge il 42%, i seggi vengono ripartiti con il metodo proporzionale. E si torna alla Prima Repubblica! Questa stranezza è causata dalla necessità di superare le possibili obiezioni della Corte costituzionale, qualora il premio di maggioranza si applicasse a coalizioni con risultati troppo bassi, alterando eccessivamente la rappresentatività. Infatti, la Corte, in una sentenza, ha parlato di premio di governabilità, non di maggioranza. Il fatto è che, con appena il 42% dei voti, la distorsione della rappresentanza è comunque forte. Ma cos’è poi la governabilità, se non il poter governare senza avere i voti!
In effetti, era stato proposto che, nel caso in cui nessuno avesse raggiunto la soglia, si sarebbe andati al ballottaggio. La proposta è stata cassata, in quanto alcune forze politiche avrebbero potuto correre da sole al primo turno e poi accordarsi per il ballottaggio. E sarebbe saltato il giochino dei due schieramenti artefatti ma contrapposti. Ma, in questa situazione, se M5S e Lega si presentassero in autonomia, si tornerebbe al vecchio proporzionale.
Il fatto è che la Corte ha già avallato in passato la questione del premio di maggioranza. Tuttavia, questa è una forzatura, in quanto la Costituzione parla in modo netto di voto uguale e non prevede deroghe. Questo problema, peraltro, si combina con un altro fenomeno: l’astensionismo dilagante. Alle elezioni del 2022, infatti, ha partecipato al voto il 63,9% degli elettori: dieci punti in meno rispetto alle precedenti! Tenuto conto che, di questi, il 4% non ha espresso un voto valido (schede bianche e nulle), i votanti che hanno espresso un voto valido sono stati meno del 60%. Poiché il 43,79% è andato al centrodestra, quello in carica è un governo che ha un consenso nel Paese inferiore al 28%. In questo modo si rende maggioranza in Parlamento un’ultraminoranza nel Paese. In buona sostanza, si governa contro gli italiani.
Come si fa, dunque, a concedere un premio di maggioranza a una coalizione che non rappresenta nemmeno un italiano su tre!?
4. Chiarito il senso della legge, rimane da rispondere ad altre due domande. Perché Meloni e FdI hanno voluto questa legge? E perché l’hanno voluta anche quando si è profilato lo spauracchio di Vannacci? Infatti, tenendo conto che i due schieramenti potrebbero equivalersi, Vannacci toglie voti al centrodestra e potrebbe far vincere il centrosinistra. Già Meloni afferma che il voto per Futuro Nazionale è controproducente. Il fatto è che, con il Rosatellum, sarebbe andata comunque male. E, con i problemi internazionali e interni e Vannacci in libera uscita, la situazione per il centrodestra è infatti difficile.
A mio modo di vedere, stando così le cose, il motivo di fondo della scelta di cambiare comunque la legge elettorale è un altro. Il fatto è che, con il Rosatellum, bisogna decidere insieme i candidati in ben 221 collegi (147 alla Camera e 74 al Senato). In questo caso, anche le forze piccole possono contare e dunque chiedere collegi buoni. In particolare, la Lega, forte al Nord, pretende molti collegi vincenti. Con la nuova legge, invece, la distribuzione dei seggi avverrà sulla base dei voti ottenuti dai singoli partiti.
Ma a volte i numeri parlano da soli. Nel 2022, alla Camera, FdI ha preso 119 deputati, 66 la Lega, 45 FI e 7 Noi Moderati. Se fosse stata in vigore la nuova legge, i risultati sarebbero stati: 136 FdI, 46 Lega, 42 FI e 0 Noi Moderati. In buona sostanza, vincendo o perdendo, con il traino dell’indicazione di Giorgia Presidente, mal che vada FdI dovrebbe consolidare di molto il proprio ruolo nel centrodestra, nella politica italiana e internazionale.
5. Contro questa legge giustamente si scatenerà un consistente conflitto di natura costituzionale. I ricorsi, come abbiamo già indicato, verteranno su molte questioni, ma non toccheranno più di tanto il punto politico principale: il premio di maggioranza, l’astensionismo e la distorsione della rappresentanza che questo amplifica. Infatti, tutta la discussione avviene in un teatrino elettoralistico dove la coalizione vincente rappresenta meno del 30% degli aventi diritto al voto. A ciò si aggiunge l’elevatissimo numero di firme richieste alle nuove forze politiche per presentarsi alle elezioni, che rischia di rendere di fatto impossibile la loro partecipazione, impoverendo ulteriormente la qualità, la varietà e la vitalità dell’offerta politica, sempre più confinata entro un ristretto recinto di compatibilità, e contribuendo così ad alimentare la disaffezione e l’astensionismo.
Questo è il vero problema: la lontananza dagli interessi e dai problemi di gran parte dei cittadini e, in particolare, dei lavoratori e delle classi popolari. L’astensionismo, infatti, è in larga parte di classe. E la mancanza di partiti ideologicamente coerenti, legati agli interessi delle classi popolari, è la questione di fondo della politica e della democrazia, non le regole elettorali. In questo senso, bisognerebbe prendere atto che la Costituzione è in quarantena da tempo. Che siamo in una fase postdemocratica. La politica, per dirla con Gramsci, non è altro che elezionismo. E le elezioni servono solo a confermare o bilanciare i rapporti all’interno delle oligarchie. Elezioni e democrazia non sono più sinonimi. Non c’è nulla di popolare.
Non saranno certo delle elezioni ipertruccate a tirarci fuori dall’abisso.

(ilfattoquotidiano.it) – Il terzo nome logora chi non ce l’ha. O comunque chi non lo gestisce. Ospite a Cinque Minuti su Rai1, Giuseppe Conte conferma di aver proposto a Elly Schlein di sedersi a un tavolo per trovare un candidato a Palazzo Chigi e schivare la premier. Versione che ieri la dem aveva smentito sul Corsera: “Lui non mi ha mai ipotizzato un terzo nome”. Ma l’ex premier insiste: “Le ho proposto: facciamo un passo indietro, entrambi, ma per senso di responsabilità. Non perché debbano spaventare le primarie, ma c’è una parte dell’elettorato del campo progressista che ha esposto qualche dubbio sul loro essere divisive”. Vespa gli chiede se abbia davvero suggerito il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, e lui nega: “Data la sua mancata disponibilità, non ho fatto nomi specifici”. Ma perché questo arroccamento di Schlein? “Essendo segretaria del Pd, vuole legittimamente essere la candidata, come prevede il loro Statuto”.
Parole formalmente incontestabili, ma di fatto sulfuree. Utili all’avvocato per dimostrare ad alleati ed elettori che è lei a non volere alternative. Dopodiché Conte ha fretta di farle, queste primarie: “Dobbiamo innanzitutto concentrarci sul programma. Il 18 Avs presenterà il proprio programma, e Schlein ha l’assemblea con il Pd. Un attimo dopo, ma veramente un attimo dopo, ritroviamoci”. Tradotto: “non possiamo fare le primarie a ridosso della campagna elettorale, e non possiamo attendere che la Consulta si esprima sulla legge elettorale”. Così Conte mostra pollice verso al desiderio di Schlein di aspettare i giudici. E dire che ieri alla Camera ostentava una postura di pace nei confronti della dem. “Scusate, devo andare in aula a sentire Elly” ha spiegato ai cronisti. Da un divanetto Claudio Mancini, veterano dem e ombra di Gualtieri, osservava con sorriso da Aristogatto. Per poi entrare anche lui e riservare a Conte una pacca sulla spalla.
Dopodiché ci sono i Cinque Stelle: infastiditi, eccome, per la smentita di Schlein sul contenuto dell’incontro. Ma non è giorno da lunghi coltelli, almeno davanti alla stampa. Così la dem scambia sorrisi con Angelo Bonelli (Avs), che gli racconta del pranzo del giorno prima al ristorante di Montecitorio con Conte e Fratoianni: “Abbiamo mangiato lenticchie”. Ma al di là dei piatti e delle battute, Conte è già da tempo in clima da campagna per le primarie. Non a caso, questa mattina interverrà alla Biennale dell’Economia cooperativa a Milano, dove è attesa anche Schlein. E sempre non casualmente, oggi parleranno entrambi – ma in orari differenti – anche a un evento sui giovani della Link University, a Roma, dove sono previsti anche i vicepremier Tajani e Salvini, Bonelli, Calenda e Alessandro Onorato. Perché prima o poi si andrà a votare.
@lucadecarolis
Il governo teme una bocciatura della Corte. E oggi Mattarella va alla Consulta per il libro di un giudice

(di Tommaso Ciriaco e Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Altro che “surreale”. Pure Matteo Salvini, raccontano nella sua cerchia, si è convinto che si voterà a maggio. Ha provato a insistere, in un anomalo asse con Antonio Tajani, per avere più tempo e risollevare la Lega sgonfiata da Vannacci. Ma davanti all’insistenza della premier ha capito che è tutto inutile. E ha reagito chiedendo garanzie. Cioè almeno un provvedimento forte in vista del voto: l’autonomia.
Con urne in primavera, però, il tempo è agli sgoccioli. Ecco perché il ministro dei Trasporti ha chiesto alla leader di FdI un segnale alla svelta: varare in Cdm l’ultimo passaggio della riforma prima del congresso straordinario del 24 e 25 ottobre al MiCo di Milano. Ne discuteranno nel federale di lunedì. La richiesta non è stata bocciata in partenza da FdI: fonti meloniane confermano che, dopo tanto tergiversare, il testo potrebbe essere licenziato dal consiglio dei ministri entro il 23 ottobre. Del resto, non basta l’avallo di palazzo Chigi: servirà pure un passaggio in entrambe le Camere prima della fine di febbraio. «Ritmi serratissimi», ammette Roberto Calderoli. Dopo, sarebbe tardi. Anche Meloni, così almeno sperano i leghisti, potrebbe avere interesse a mettere benzina nel serbatoio del Carroccio, già privato del sogno del Ponte sullo Stretto: con la legge, bisogna centrare il 42% e il traguardo sembra lontano a causa del collasso degli alleati.
Basta guardare Forza Italia. Oggi si apre a Milano una tre giorni sull’economia. Parteciperà Antonio Tajani, ma al momento non è in agenda l’atteso confronto tra il ministro e Marina Berlusconi. Esiste però uno spiraglio per un faccia a faccia domenica sera, ad evento concluso. Da Arcore, intanto, si riferisce il contenuto della riunione della famiglia dell’altro ieri. Si sarebbero lodate alcune mosse innovative di Roberto Occhiuto, senza volere per questo sfiduciare Tajani. Nel frattempo, anche Meloni si prepara alla campagna elettorale. Autorizzerà un progetto civico, il cui nucleo sarebbe stato individuato in “Sud chiama Nord” del sindaco di Taormina, Cateno De Luca. Dovrebbe aggregarsi a breve l’ex meloniano di Sicilia, Manlio Messina, e un altro deputato FdI: nascerebbe così una componente alla Camera, evitando la fatica di raccogliere le firme per le elezioni.
Tutto, d’altra parte, si muove in funzione delle imminenti elezioni. Con un intervento sul Foglio, Giovanbattista Fazzolari sembra aver chiuso l’opzione di urne in autunno: anche il potente sottosegretario ha spiegato di preferire giugno. In realtà, l’idea è favorire elezioni tra aprile e maggio. A questo punto senza escludere un possibile election day, ma tenendo conto di un nodo non irrilevante: la chiusura delle scuole. Scegliere la seconda metà di maggio significherebbe di fatto costringere gli studenti a restare a casa gran parte delle ultime due settimane di lezioni: un boomerang. E dunque, paiono più probabili altre tre strade: l’11 aprile – a quel punto senza accorpare politiche e amministrative – oppure un election day con il primo turno il 30 maggio o il 6 giugno (il ballottaggio può scavallare il 15 giugno, ci sono precedenti).
Prima dello scioglimento delle Camere, però, il governo deve superare i due ultimi ostacoli: la promulgazione della riforma da parte del Colle e il vaglio della Corte costituzionale. A Palazzo Chigi si teme una bocciatura da parte dei giudici della Consulta e si monitora ogni dettaglio degno di nota. Ieri, ad esempio, meloniani di rango sottolineavano la presenza di Sergio Mattarella oggi pomeriggio alla presentazione di un libro del giudice della Corte, Giovanni Pitruzzella. Già la sede dell’evento attira l’attenzione: il palazzo della Consulta. Le stesse fonti interpretano la presenza del capo dello Stato, che pure resterà silente, come un segnale implicito volto a ribadire l’autonomia della Consulta, da sempre garantita dai vertici istituzionali. Detta altrimenti: nessuna pressione, interlocuzione o ambizione della maggioranza è in grado di condizionare la pronuncia della Corte.

(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – Tra il 50% e il 42%, per l’aritmetica, ci sono otto punti di differenza. Ma per la politica può diventare un distacco abissale.
A distanza di oltre mezzo secolo dall’introduzione della cosiddetta “legge truffa”, approvata nel 1953 e poi abrogata appena un anno dopo a furor di popolo, quegli otto punti percentuali rappresentano il confine fra la democrazia e quella che ormai si chiama comunemente “democratura”.
Vale a dire una forma di “democrazia autoritaria”, cioè illiberale, in cui la mitica stabilità dell’esecutivo – peraltro già assicurata dalla legge attuale che ha consentito al governo Meloni di diventare il più longevo nella storia della Repubblica – prevale sulla rappresentanza. E dove una minoranza del corpo elettorale, di destra o di sinistra che sia, può diventare una larga maggioranza parlamentare a dispetto del pluralismo politico.
La differenza, sul piano mediatico, è che il 50% indicato nel 1953 dalla “legge truffa” provocò un’ondata di reazioni, polemiche e proteste, pur corrispondendo alla metà dei votanti. Ma fu, appunto, abrogata nel ’54. Mentre oggi il 42% individuato dal “Melonellum” viene considerato una soglia sufficiente per far scattare un premio che consiste in 70 deputati aggiuntivi e 35 senatori aggiuntivi.
Una “maggiorazione” di 105 parlamentari extra su un totale di 600, insomma, che aumenta artificialmente il potere del partito o della coalizione, di destra o sinistra che sia: come accade alla potenza (e alla velocità) di un motorino “truccato” dal meccanico, lucidando i condotti, togliendo i limitatori inseriti dalla fabbrica per rispettare i 45 chilometri all’ora o eliminando quelli nella marmitta originale.
Ma il fatto è che, in questo caso, chi possiede o guida un “cinquantino” truccato rischia una sanzione amministrativa da 422 a 1.694 euro e il fermo del veicolo per 60 giorni (art. 97 del Codice della strada).
Nel caso della nuova legge elettorale approvata dal centrodestra a colpi di maggioranza, invece, lo schieramento che vince non solo non viene sanzionato in alcun modo, ma anzi viene premiato con la “maggiorazione” dei parlamentari.
Il peggio del peggio è che quel 42% dei votanti, considerando circa il 37,2% di astenuti o schede bianche delle ultime politiche pari a circa 7,3 milioni di voti, corrisponde in realtà al 26,4% ovvero poco più di un quarto dell’intero corpo elettorale: questa è, per l’appunto, la minoranza che diventa maggioranza, una maggioranza blindata.
Ed è una legge che, per di più viene approvata con il ricorso al voto di fiducia definito “scandaloso” dalla stessa Meloni quando era all’opposizione, ai tempi dei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, invocando a gran voce l’intervento del capo dello Stato.
“Ma Mattarella dov’è?”, si chiedeva polemicamente la premier nel 2017 in tv.
La stessa domanda potrebbero porla oggi le opposizioni. A maggior ragione, possiamo porla noi cittadini ed elettori.
Tanto più che, come abbiamo detto prima, la “legge truffa-bis” è di gran lunga peggiorativa di quella di 70 anni fa e di tutte quelle successive, compreso il Porcellum dell’ex ministro Calderoli, da lui stesso bollato come una “porcata”.
L’ex sindaco di Venezia, 82 anni: «Destra e sinistra non si pongono il problema dell’astensione alle urne che delegittima la democrazia»

(di Roberto Gressi – corriere.it) – Massimo Cacciari vede mal messe tutte e due le coalizioni che si sfideranno, in primavera o alla scadenza naturale di settembre, per il governo dell’Italia. Alleanze divise al loro interno, inaffidabili nel realizzare programmi indefiniti. Con la differenza che mentre il centrodestra ha in Giorgia Meloni una leader indiscussa, il centrosinistra invece si avvita nella competizione per decidere chi sarà il candidato premier. Considera le primarie rovinose e probabilmente inevitabili, a meno che il Campo largo non cambi passo e si dia un programma netto sulla politica estera e sull’economia. A quel punto potrebbe anche ragionare su una persona terza, tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, la più capace di realizzare la linea di governo proposta agli italiani.
Professore, il Campo largo può competere per il governo del Paese?
«Vincere le elezioni? Certo, è possibile, specialmente con l’incognita Vannacci. Governare? Il rischio è quello di non fare niente. Bisognerebbe riconoscere uno straccetto di verità: le coalizioni sono divise al loro interno, non hanno una linea comune, e questo le blocca».
Vale anche per il centrodestra?
«Assolutamente. Hanno battuto il record di longevità ma non hanno portato a casa nemmeno una riforma significativa. Non che sia facile, con le guerre e quant’altro».
Hanno però in Giorgia Meloni una leader riconosciuta.
«Sono divisi su tante cose, ma hanno una leader forte che li tiene insieme. A sinistra mancano sia l’unità sul programma che una guida condivisa. Anche l’Ulivo era spaccato su tante cose, ma aveva Romano Prodi. Ora non c’è nemmeno una figura che faccia da collante».
La nuova legge elettorale obbliga a indicare un candidato premier.
«Non ci trovo niente di male, è un elemento di chiarezza verso l’elettorato. Basta guardare all’esperienza dei sindaci».
E allora? Come ne possono uscire?
«Li vedo avviati verso la strada rovinosa delle primarie».
Quali sono i rischi?
«Se Elly Schlein dovesse perdere la sfida, il Pd andrebbe incontro allo sfascio. Non sono un tifoso di Schlein, ma con lei sconfitta tornerebbe alla guida dei dem quella classe politica che ha portato il partito alla decadenza, dalla quale lei ha provato a salvarlo. Se invece dovesse vincere le primarie dovrebbe fare i conti con l’elettorato dei Cinque Stelle, che tendono a votare solo per i loro: guardando le Amministrative è assolutamente chiaro».
E se vincesse Giuseppe Conte?
«Anche lì il problema si porrebbe. Si andrebbe a una campagna elettorale con il principale partito dell’alleanza allo sbando».
Chiusa ogni possibilità per un terzo nome? Si è parlato di Silvia Salis, di Gaetano Manfredi, di Franco Gabrielli. Conte ha fatto trapelare il suo favore per Roberto Gualtieri.
«Lui lo conosco, è molto bravo e fa bene il sindaco di Roma. Credo che il primo ad avere dei dubbi sarebbe lui. Dovrebbe fare il premier senza avere nemmeno un parlamentare che risponda direttamente a lui».
Quindi è un imbuto senza uscita?
«Il Campo largo dovrebbe partire da un programma coraggioso. Non duecento pagine di chiacchiere, di pensierini, di buoni propositi. Ma poche cose chiare e che uniscano tutta la coalizione».
Su quali linee?
«Due soprattutto. La politica estera, affermando in pieno la tradizione europea: siamo per la pace. E per fare la pace occorre un compromesso. Cercare la vittoria netta porta a una crescita della guerra e delle guerre. Questo non vuol dire che non si possa aiutare Kiev per impedire che a vincere sia Putin, ma è la prospettiva che va rovesciata».
E l’altra cosa?
«L’economia. Non si può dire di voler intervenire sui salari, sulla scuola, sulla sanità e sulle disuguaglianze senza spiegare dove prendere i soldi. Con questo debito pubblico l’unica strada è intervenire sul sistema fiscale, con la tassazione progressiva, nel pieno rispetto di quello che dice la Costituzione. Fatti concreti, non dispute fumose e ideologiche. Ma nel centrosinistra tremano al solo pensiero».
Un programma d’attacco.
«Se sono capaci di fare questo, in maniera netta, allora potrebbero anche, a quel punto, provare a trovare un accordo su quale persona può realizzarlo al meglio, evitando la lotteria delle primarie».
Poi c’è il problema dell’astensione.
«Sono tutti fuori dalla realtà, destra e sinistra, non si pongono il problema. Senza capire che l’astensione massiccia delegittima la democrazia. Ma agli uni e agli altri basta vincere, anche con due voti contro uno».
Con la nuova legge servirà il 42 per cento alla Camera e al Senato per far scattare il premio di maggioranza.
«Mi pare di vedere la possibilità concreta che nessuna delle due coalizioni riesca a raggiungere il 42 per cento in tutte e due le Camere, con i sondaggi che danno Futuro nazionale intorno all’otto per cento. A quel punto i giochi si farebbero dopo le elezioni, in Parlamento. Ed è probabile che il centrodestra faccia quello che non può fare adesso, cioè imbarcare il generale Roberto Vannacci».
Dal premio di maggioranza alla raccolta di firme per le forze più piccole fino alla pressione su Fn e Roberto Vannacci. La legge elettorale voluta da Giorgia Meloni è uno sfregio alle istituzioni e agli elettori

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Per le elezioni del 1953 venne varata una legge elettorale che prevedeva a chi superasse il 50 per cento dei voti un bonus supplementare del 15 per cento. Venne combattuta aspramente in Parlamento con ostruzionismi e ogni altro strumento del regolamento delle Camere, ma alla fine venne approvata.
E fu bollata dalle opposizioni come una «legge truffa» perché infrangeva il principio proporzionale che doveva rispecchiare nel numero dei parlamentari il numero dei voti. La legge elettorale voluta da Giorgia Meloni e approvata in maniera definitiva è una truffa al quadrato. Questo non soltanto per il generosissimo bonus garantito a chi supera il 42 per cento che concede 105 parlamentari in più alla Camera e al Senato, rispetto a quelli che spetterebbero su base proporzionale.
Su questo punto il presidente dei deputati di FdI, Galeazzo Bignami, è incorso in una imprecisione – a voler essere benevoli – nell’intervista rilasciata al Corriere della sera, laddove criticava la sinistra perché con il sistema approvato dal governo Renzi aveva garantito molti più seggi, addirittura 93.
Bignami però “dimenticava” che allora la Camera era composta da 630 deputati, non da 400 come oggi: e un semplice calcolo matematico dimostra che in precedenza il bonus era del 14 per cento per i vincitori, mentre ora sarebbe del 17,5 per cento. Comunque il male originario sta sempre nel bonus, una distorsione inattaccabile del principio di rappresentanza.

Al di là di questo, la truffa più grave riguarda l’accesso alla competizione delle liste non rappresentate in Parlamento. Da sempre chi non ha propri rappresentanti nelle Camere deve raccogliere un certo numero di firme, circoscrizione per circoscrizione, per presentare dei candidati. In linea di principio una prescrizione di questo tipo poggia su un ragionamento comprensibile e condivisibile: è opportuno introdurre un filtro per tamponare iniziative disinvolte e occasionali. Infatti in tutti i paesi vi sono norme di questo genere.
In Italia fino a ora sistema con erano richieste da 1.500 a 2.000 firme ogni circoscrizione, per un totale di 73.000 firme – cifra che nel 2022 fu dimezzata per lo scioglimento anticipato delle Camere. Questa cifra è stata innalzata dal governo Meloni a ben 6.000-7.000 firme, quattro volte tanto. Il che comporta che chi vuole concorrere deve trovare centinaia di migliaia di cittadini disposti a firmare, e quindi a consentire, la partecipazione di nuove proposte politiche.
Siamo di fronte a un provvedimento di natura corporativa e oligarchica: chi è dentro è dentro, e chi è fuori rimane fuori. Alzare così l’asticella chiude la porta alle nuove espressioni della società civile. Per fare un riferimento storico, i Radicali di Marco Pannella negli anni Settanta non avrebbero mai potuto farcela, e la politica italiana avrebbe sofferto della loro assenza. Se poi la competizione viene ristretta ai soliti noti , non ha senso lamentarsi dell’astensionismo. La democrazia necessita, anche, di circolazione delle élite. Questa norma la blocca. Non ci si potrà stupire se, d’improvviso, sorgerà un movimento di protesta dal basso contro questa chiusura a riccio della classe parlamentare, una protesta che investirà tutti, anche l’incolpevole opposizione.

L’approvazione finale del testo non era in dubbio perché dopo i tre voti di fiducia, che vincolavano all’ubbidienza gli appartenenti ai partiti di maggioranza, anche lo scrutinio segreto (su cui a luglio era caduto il governo per l’opposizione di molte parlamentari alla cancellazione del criterio di alternanza di genere nelle preferenze) è stato sostanziale desecretato dall’occhiuta sorveglianza degli esponenti del governo sulle operazioni di voto. Un ulteriore sfregio alla indipendenza degli eletti e, in sostanza, all’istituzione stesso del Parlamento.
A ogni modo il vero senso politico di questa operazione rimanda a un nome preciso: il generale Roberto Vannacci. Con la nuova legge elettorale ricadrebbe su di lui la responsabilità di far vincere la sinistra se non si alleasse con il centrodestra. Quindi da un lato aumenterà la pressione sui sostenitori di Futuro nazionalei per evitare una simile catastrofe e, dall’altro, il governo accentuerà i suoi caratteri più radicali per rendere potabile l’alleanza. Nulla di strano, in fondo: in tutta Europa stanno cadendo i cordoni sanitari nei confronti delle forze di estrema destra.

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Sembra impossibile che la memoria storica abbia così breve respiro. Se leggiamo un libro di storia o di sociologia sappiamo quale sia stato in passato il ruolo della stampa, dell’accademia e della diplomazia nella legittimazione della narrativa del potere. Eppure oggi l’apparato mediatico, l’intellighentia e la diplomazia si presentano all’opinione pubblica come neutri commentatori, un po’ preteschi, pronti a trasmettere il proprio oggettivo sapere ai cittadini attraverso la televisione, considerata da Pasolini lo strumento per eccellenza del potere totalitario che spazza via le ultime sacche di resistenza emotiva e psicologica da lui individuate forse erroneamente nell’Italia contadina e sottoproletaria.
[…]
Mi stupisce il candore con il quale i fabbricatori del consenso, dagli editorialisti dei giornali più ingiustamente reputati ai colleghi diplomatici, interrogati come oracoli nei talk show delle tv di destra e del Pd, si rivoltino contro coloro che si permettono di dubitare della loro onestà intellettuale. Il conduttore Formigli per esempio, nel difendere Orsini concedendogli di non lavorare per Putin, ha preteso una paritaria percezione del lavoro dei giornalisti dello spazio mediatico mainstream, che esprimerebbero soltanto convinzioni neutre e non condizionate dal potere. È mai possibile che si arrivi a posizioni così candide e ci si astragga dal contesto geopolitico nel quale viviamo? È possibile che non si sappia che se un rettore di università, un ambasciatore, un direttore di un giornale più letto, prende la minima distanza dalla narrativa di Israele o della Nato, la sua carriera, le prebende, i vantaggi del suo status sono immediatamente minacciati? La classe dirigente è stata nei tempi una roccaforte del potere politico ed economico. Vero è che nel trentennio glorioso delle democrazie occidentali, ai tempi in cui si costruiva un pluralismo democratico, benedetto dalle nostre Costituzioni, le università sono state la culla di un pensiero critico verso il potere e il giornalismo di inchiesta e professionale ha incarnato un quarto potere, essenziale alla dialettica democratica. Negli anni Settanta persino la diplomazia aveva costituito un settore critico e in grado di opporre la propria concezione del funzionario di Stato e della politica estera ai meccanismi di potere verticale della Farnesina. Erano altri tempi. I tempi della Politica, di leader come Berlinguer, di giornalisti come Montanelli, Bocca, Pintor. Di intellettuali come Pasolini o Moravia. Erano i tempi in cui il potere atlantico era temperato da quello sovietico.
Oggi in una delle tante province dell’Impero, l’Italia, lo zelo verso il potere da parte di diplomatici, burocrati, accademici e giornalisti è illimitato. L’autocensura funziona a meraviglia, incentivata dalle gogne mediatiche attraverso le quali le poche voci del dissenso devono passare. I decreti Sicurezza, il ddl Antisemitismo, le tv lottizzate tra destra meloniana e Pd, la demonizzazione di intellettuali, giornalisti e diplomatici dissenzienti, come filoputiniani e antisemiti, forniscono strumenti preziosi per l’annullamento del pluralismo democratico e lo slittamento verso società autoritarie. Il signor Giannini su Repubblica del 3 ottobre si domanda come sia stato possibile non comprendere la gravità di quanto succedeva a Gaza. Utilizza il plurale maiestatis: “Non abbiamo compreso”. Un atto di dolore tardivo ma benvenuto. Il problema è che Giannini fa fisicamente sparire il mondo dei Propal, dei militanti della Flotilla, di diplomatici come la sottoscritta querelata per antisemitismo e linciata pubblicamente, che invece, guarda un po’, avevano compreso già nel lontano gennaio del 2024 quanto stava accadendo.
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Dubito tuttavia che i giornalisti e i politici mainstream che si affannano oggi a condannare Netanyahu, Cnn, Bbc e Mentana inclusi, abbiano cambiato idea. Si tratta infatti dell’ennesima manipolazione del cittadino ignaro. Sono gli stessi che non riescono a pronunciare la parola genocidio (pronunciata eccome dalla Cig dell’Onu), che pensano che Netanyahu sia una parentesi nella storia dell’unica democrazia del Medio Oriente, e che gli eventi di Gaza e di Cisgiordania siano il risultato di una guerra tra israeliani e palestinesi, di fanatismi opposti, di violenze giustificate nel caso di Tel Aviv dal suo “diritto a esistere”. Ci sarebbe da sorridere se ancora oggi in Palestina non si contassero le bare di innocenti e le carceri israeliane non nascondessero torture inaccettabili e detenzione di minorenni. Come afferma Roberto Scarpinato, rivolgiamoci con le primarie alla società civile: “Volete un’economia di guerra contro la Russia e la complicità al genocidio di Gaza, oppure un ritorno alla politica e allo Stato sociale?”. Questa è la scelta essenziale per salvare la nostra umanità.
Gli autotrasportatori chiedono interventi sui prezzi del carburante: il salasso è di circa 25mila euro all’anno. In alcune città le iniziative di protesta contro l’inazione del governo. Giorgetti tratta con l’Ue, Dombrovskis prudente: «Esaminiamo le richieste»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Migliaia di euro spesi per i rifornimenti mettono a dura prova la tenuta delle loro attività: autotrasportatori, agricoltori e tassisti fanno i conti con i rincari del gasolio. Con perdite mensili che arrivano anche a 2mila euro. Eppure sono categorie a lungo blandite dalla destra, che avrebbe dovuto proteggerle.

Le famose lobby amiche. Al termine della legislatura il tradimento è stato completato con il caro carburanti. I fatti raccontano la distanza del governo, guidato da Giorgia Meloni, dai problemi di questi settori. E non è sufficiente la parziale buona notizia che arriva fuori dai confini nazionali: l’esecutivo ha ricevuto il via libera alla richiesta sulla clausola di salvaguardia per energia e difesa. Una decisione che era data per scontata ed è stata accompagnata da una brutta notizia. I partner europei non sono ben disposti a fare ulteriori concessioni come chiesto dal governo Meloni per far fronte alle spese cresciute a causa dell’inflazione.
Alla vigilia dell’Ecofin, il ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbeil, ha detto: «Abbiamo appena rivisto le regole fiscali europee». Giancarlo Giorgetti avrà il suo bel da fare per convincere i colleghi e portare a casa ulteriore flessibilità. Anche se si dice «fiducioso che le buone ragioni tecniche potranno, con gli opportuni approfondimenti e le adeguate forme, trovare la corretta interpretazione delle regole». Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, si è limitato a dire: «Esamineremo più a fondo le richieste di Italia e Grecia».

Mentre in Ue il governo arranca, in patria delude le categorie che lo hanno sostenuto. A cominciare dagli autotrasportatori, che a maggio avevano già minacciato uno sciopero. I rincari del gasolio sono un fardello. La Cna Roma ha stimato una spesa maggiore di circa 2mila euro al mese per il rifornimento di diesel relativo a un solo camion. La perdita arriva a quasi 25mila euro annui per ogni mezzo.

Le associazioni di categoria, riunite sotto la sigla Unatras, hanno chiesto un tavolo all’esecutivo. «Evidenziamo la mancata emanazione dei provvedimenti attuativi dell’intesa raggiunta a Palazzo Chigi il 22 maggio scorso», è stata la posizione messa nera su bianco. Un grande classico del governo Meloni: annunciare velocemente, ma attuare a rilento.
L’incontro dovrà servire, hanno evidenziato da Unatras, pure per «un’azione del contenimento del prezzo dei carburanti anche sul mercato extrarete». Il viceministro dei Trasporti, il leghista Edoardo Rixi, ha temporeggiato, dando disponibilità al confronto. Ma «bisogna capire in che provvedimento mettere le risorse aggiuntive all’autotrasporto», ha detto il numero due di Salvini. Mentre il governo studia, i camionisti si dissanguano per far camminare i loro mezzi. Stesso problema affligge il mondo degli agricoltori, che devono alimentare i macchinari. Manca ancora una mobilitazione organizzata, certo.

Ma i malumori emergono a macchia di leopardo. In Calabria le proteste vanno avanti da giorni, lontano dai riflettori mediatici. In provincia di Palermo sono stati promossi dei presidi. E in Puglia si stanno organizzando altre iniziative di dissenso: in questo l’ira degli autotrasportatori si somma a quella degli agricoltori. Nel Foggiano, domenica prossima, è pronto a scattare il fermo dei mezzi agricoli e dei mezzi pesanti intorno a quattro distributori di carburante individuati come luogo della protesta. Più defilata è stata finora la posizione dei tassisti, altra categoria rappresentata politicamente dalla destra, colpiti dagli aumenti alla pompa di benzina. La stima è di circa un 30/40 per cento di spese in più, con un range di maggiori costi tra 1.500 e 2mila euro all’anno. Almeno stando allo stato attuale. La richiesta sarebbe quella di garantire un costo uguale a quello dei mezzi di trasporto di linea. Al momento non ci sono state risposte. Il governo continua a fare spallucce. Grazie a un calcolo anche politico. Il mancato sostegno al settore viene scaricato in toto sui comuni, molti dei quali amministrati dal centrosinistra. Una recente mobilitazione ha interessato Napoli con un presidio di tassisti vicino al comune. Addirittura le auto bianche potrebbero far fronte comune con gli storici concorrenti, gli Ncc. «Senza risposte saremo costretti a valutare forme di protesta più incisive», ha scritto Loreno Bittarelli, presidente del consorzio ItTaxi. Da allora non risultano passi in avanti, tranne il price cap ballerino. Tutto a spese delle categorie amiche tradite.
Melonellum, approvata la nuova legge truffa. Già pronti i ricorsi alla Consulta. 227 sì, 164 noEscamotage e trucchi della maggioranza per blindare il risultato. Schlein e Conte intervengono in aula

(estr. di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Tra fine dei giochi e tempi supplementari, tra dentro e fuori dall’aula, tra speranza nell’incidente e occhi puntati su quello che succede adesso, dalla data del voto alle primarie del centrosinistra. A Montecitorio l’atmosfera è già da inizio di campagna elettorale. Per il voto finale sul Melonellum, a scrutinio segreto, in Transatlantico arrivano pure i senatori del Pd, Dario Franceschini e Michele Fina, in testa. Igor Taruffi, responsabile Organizzazione dem, è sullo stesso divanetto sul quale attese il voto sulle preferenze a luglio, quando il governo andò sotto, grazie ai franchi tiratori della sua maggioranza. Scaramanzia. In aula si alzano le “vedette” dei meloniani. Giovanni Donzelli, al momento del verdetto, si sistema in alto per controllare la maggioranza. “Votate seduti”, deve ripetere per ben tre volte Lorenzo Fontana. Il leghista Gianpiero Zinzi filma e mette sui social l’attimo del voto; tra gli azzurri non passano inosservati dei fogli arrotolati e inseriti nel lato sinistro della pulsantiera, quello del sì. Per evitare sospetti. Ma la tensione dura poco, qualche decina di secondi. La Camera approva, con 227 sì, 164 no. “Legge truffa”, “No all’imbroglio”: si alzano i cartelli dai banchi dell’opposizione. Secondo i calcoli del Pd alla maggioranza mancano 10 voti: pochi i franchi tiratori.
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Il film della giornata fa registrare l’intervento a effetto di Giuseppe Conte, che attacca FdI per aver “gravemente infangato” Roberto Scarpinato. Mentre mostra una foto di quest’ultimo “con Falcone al lavoro e con Borsellino”. E poi, un’altra: quella di Andrea Delmastro “avvinghiato a Caroccia, prestanome di un clan camorristico, e la presidente dell’Antimafia Chiara Colosimo vicina a Ciavardini, condannato con sentenza passata in giudicato come esecutore materiale della strage di Bologna”. Elly Schlein, raffreddata, interviene ponendosi come leader di “un’alleanza progressista, unita, competitiva che ha preso più voti assoluti di voi in tutte le ultime tornate elettorali”. In realtà l’alleanza resta senza leadership e senza programma. Come fanno notare molti della maggioranza. E soprattutto, Donzelli, fuori dall’aula ironizza: “La Corte è una cosa un po’ più seria delle correnti del Pd”. Perché ora gli occhi sono puntati sulla sentenza della Consulta.
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Il ricorso è pronto e verrà presentato probabilmente in 30 distretti a fine ottobre, quando entrerà in vigore la legge. Ci stanno lavorando avvocati e costituzionalisti. Lunedì presenteranno l’operazione alla Camera alcuni parlamentari dell’opposizione, ma soprattutto Roberto Zaccaria, che guida la rete dei costituzionalisti, Enrico Grosso che sta scrivendo il ricorso e l’avvocato Pietro Adami, che sta coordinando gli avvocati. Ma non prima dell’entrata in vigore della legge, a occhio e croce a fine mese. I Tribunali si pronunceranno verosimilmente a gennaio. E dunque, la sentenza della Corte difficilmente arriverà prima di metà febbraio. Gli spifferi che arrivano dalla Corte sono contraddittori: tutto da vedere se e quante parti della legge saranno bocciate. Vari i punti che verranno affrontati: le preferenze “a metà”, l’abnorme numero di firme che di fatto blocca l’ingresso in Parlamento di nuovi partiti, il mancato equilibrio di genere, il premio di maggioranza (in particolare quello su base Regionale in Senato), la creazione di un unico collegio mondiale per il voto degli italiani all’estero. E poi, l’indicazione del candidato premier. Per questo, Schlein pensa ai gazebo dopo la Consulta. Mezzo Pd lavora ancora contro i gazebo. Ma lo stesso Nicola Fratoianni, da sempre dichiaratamente contrario alle primarie, chiarisce che a questo punto bisogna decidere la strada, a prescindere dalla Corte. Ieri sia lui che Angelo Bonelli hanno parlato con Schlein, assente al pranzo con Conte del giorno prima per rassicurarla, ma anche per chiarire che tocca fare una riunione tutti e quattro il prima possibile. Intanto, Bruno Tabacci continua a cercare deputati per creare il suo sottogruppo, da mettere poi a disposizione di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, in maniera da ridurre il numero di firme necessarie. A proposito di centro e di incognite per il campo progressista.
L’unica stabilità che il Melonellum ricerca è quella del potere di chi lo ha voluto. L’unica scelta che rimette nelle mani degli elettori è quella di una quota minoritaria di preferenze. E non c’è nemmeno la garanzia di un’alternanza di genere che porti un po’ più di donne in Parlamento

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Con un’operazione di maquillage politico degna di un’illusionista, Giorgia Meloni ha costretto la sua stessa maggioranza ad approvare una legge elettorale che volevano solo lei e il suo cerchio magico. Cambiandola giorno per giorno, emendamento dopo emendamento, sulla base di sondaggi che misuravano man mano la sua forza, la debolezza degli alleati e l’insorgere di uno sfidante interno alla destra, quell’ex generale Vannacci che minaccia di scombinare i giochi.
L’unica stabilità che il Melonellum ricerca è quella del potere di chi lo ha voluto. L’unica scelta che rimette nelle mani degli elettori è quella di una quota largamente minoritaria di preferenze. E solo per i partiti più grandi, Fratelli d’Italia e Partito democratico, perché per tutti gli altri varrà unicamente l’indicazione dei capilista bloccati.
Senza nemmeno più la garanzia di un’alternanza di genere che porti un po’ più di donne in Parlamento: siamo arrivati con fatica al trentatré per cento, le stime più ottimiste dicono che col nuovo sistema possiamo sperare giusto nel venti. Che questo regalo lo faccia al Paese la prima presidente del Consiglio donna, è una sorpresa solo per chi ha creduto alla favola del femminismo versione underdog.
L’aspetto della nuova legge elettorale che Meloni rivendica di più sembra nato per venderla meglio a chi legittimamente avrebbe potuto chiedersi: ma davvero ha senso cambiare legge elettorale solo perché con quella attuale la destra rischia di non tornare a palazzo Chigi?
Perché ci sono zone del Paese che ha tradito e che ha deluso e dove i collegi uninominali l’avrebbero punita? Soprattutto con un centrosinistra che tra mille difficoltà prometteva di correre unito per non fare l’errore dell’ultima volta? Non era una narrazione sostenibile, a meno di un anno dalle prossime elezioni (nessuno crede più che si possa andare al voto a scadenza naturale, di certo non lo credono i parlamentari che si aggirano con aria esausta per la Camera e il Senato con già in testa le liste, i collegi da tornare a frequentare, i patti da saldare prima che sia tardi).
Ci voleva un trucco da venditore ed eccolo pronto dopo anni di talk show a urlare: «Decidono tutto nelle segrete stanze!». Dal cappello spuntano le preferenze, ma solo a partire dai secondi in lista, che la maggioranza devono sempre scegliersela i leader in base a fedeltà e obbedienza. Sia mai i parlamentari pensino di dover fare davvero politica ed esercitare liberamente il mandato, come prescrive la Costituzione.
Fin qui il maquillage. Sotto, c’è lo sfregio della Costituzione e dell’equilibrio dei poteri attuato attraverso un premio di maggioranza abnorme che fa sì che — se una coalizione raggiunge solo il 42 per cento dei consensi — possa prendere il banco, governare a suon di decreti legge com’è ormai uso ed eleggere in autonomia perfino gli organismi di garanzia.
A partire dal presidente della Repubblica, che è stato in questi anni l’unico argine a un potere che ha scambiato l’esercizio del governo per l’asso pigliatutto (televisioni, teatri, istituzioni culturali, aziende di Stato), a prescindere dal merito tanto evocato quanto tradito. Di più, con un astensionismo alto — com’è stato negli ultimi anni — il 42 per cento nelle urne potrebbe non raggiungere il 30 nel Paese. Il potere andrebbe a un’estrema minoranza, che lo eserciterebbe con contrappesi sempre minori.
C’è la possibilità che, chiamata a intervenire da un esposto già pronto, la Corte Costituzionale aggiusti un po’ la legge con una sentenza che sarebbe immediatamente efficace e che potrebbe condurre a un proporzionale puro. E un proporzionale puro potrebbe derivare anche dal mancato raggiungimento del 42 per cento per entrambe le coalizioni, visto che — a oggi — ci sono forze decise a rimanerne fuori (Azione e Futuro Nazionale).
Davanti a questo scenario c’è chi — anche nelle opposizioni — prefigura il disastro, gli inciuci, le alleanze spurie. C’è chi accusa la destra di voler arrivare proprio lì, per allearsi infine con i nostalgici del fascismo come fosse una scelta inevitabile. Ma dovremmo forse chiederci, a questo punto, quale legge elettorale vogliamo. Quale potrebbe garantirci l’equilibrio perduto, quale ci darebbe l’impressione di riconnettere i cittadini con i loro rappresentanti.
E soprattutto, dopo anni di parole usurate come casta e poltrone, dovremmo capire quanta fiducia abbiamo ancora nel Parlamento. Nella possibilità di portare lì le istanze che salgono dai territori e non le norme acchiappaconsenso dei governi.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a leggi create con false aspettative — l’alternanza, la stabilità — e con scarsa fiducia nel potere che dovrebbero difendere: quello insito nella democrazia rappresentativa, in mano a cittadini che scelgono i loro rappresentanti perché servano il Paese nel nome di tutti e non di una fazione. Per un bene collettivo e non di piccoli gruppi in cerca di rivalsa.
Basterebbe ripartire da lì, ricordando — tra le altre cose — che questo Paese è fatto di uomini e donne. E sarebbe bene che a guidarlo fossero uomini e donne. Averne due al vertice di maggioranza e opposizione, con la moltitudine fuori, è solo l’ennesimo tradimento.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Ecco. Ci mancava la peste, che nei secoli passati fu il più efficace testimonial della morte. Oggi così sconfitta, e così dimenticata, che a Milano ben pochi degli attuali abitanti del popoloso quartiere attorno a via Lazzaretto, teatro di movide diurne e notturne, sanno che quella era la zona degli appestati (dove Renzo ritrovò don Rodrigo morente).
Ci mancava la peste per completare l’impressionante ritorno al passato di questi nostri anni, le guerre come prassi normale, il nazionalismo e la religione come vessilli tribali, la calura come una piaga biblica, le migrazioni per fame e sete, la pandemia sortita da una giungla o da una provetta cinese rotta (ancora non è chiaro) e la relativa quarantena, come se ogni vita fosse una nave dalla quale era vietato scendere.
Voci di nuova peste arrivano, adesso, dal Paese più attivamente arcaico (almeno i suoi capi) al mondo, la Russia neomedievale che maledice l’Europa per via della scostumatezza e della libertà, usa il veleno come i Borgia per far sparire gli oppositori, adopera le nuove diavolerie digitali come frecce avvelenate.
Chiedere trasparenza (la glasnost pretesa dal povero Gorbaciov, dimenticato come capita ai giusti) a quelle buie autorità non ha senso. Sapremo se è vera peste, o una neo-peste da laboratorio bellico, solo a cose fatte, certo non per volontà di un potere che nel buio prospera, e nella luce languirebbe.
Sarà la cara vecchia peste bubbonica, diva incontrastata dei secoli prescientifici, che oggi basta un buon antibiotico a rimetterci in piedi; o una nuova pestilenza allevata con cura per lo sterminio di moltitudini? Facciamo il tifo (altra malattia…) per la prima ipotesi. La seconda lascia intendere, invece, che tutte le paure sull’intelligenza artificiale sono sovradimensionate. È molto ma molto più pericoloso l’uomo.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Il Melonellum, approvato definitivamente dalla Camera, è una porcata perché trasforma una mini-minoranza (42% dei voti, cioè 26-27% degli elettori) in una super-maggioranza (55% dei seggi); perché i capilista bloccati decisi dai capi-partito lasciano poche decine di seggi ai candidati scelti dagli elettori con le preferenze; e perché il numero abnorme di firme da raccogliere in ogni circoscrizione (non più 1500, ma 6mila) sbarra le porte del Parlamento ai partiti piccoli e nuovi senza gruppo, guardacaso tutti di centrosinistra. Ma la porcata è un po’ meno porca del Rosatellum targato Pd renziano, che ha le liste interamente bloccate; ma anche dell’Italicum, anch’esso targato Pd renziano, che aveva i capilista bloccati – per giunta candidabili fino a 10 collegi – e regalava il 54% dei seggi a chi superava il 40% dei voti. Si dirà: ma la Meloni ha imposto la legge ricattando la sua maggioranza riottosa con la fiducia al governo: una vergogna. Ma a rinfacciargliela può essere solo chi non l’ha mai fatto (a parte lei): M5S e Avs, non certo il Pd, che fece lo stesso con la fiducia al governo Renzi sull’Italicum e al governo Gentiloni sul Rosatellum. E le preferenze, decisive per un Parlamento eletto e non nominato, non le abolì la destra col Porcellum nel 2006, ma il Mattarellum scritto nel 1993 dall’attuale capo dello Stato, che nel proporzionale inventò le liste bloccate. Chi è senza porcata scagli la prima pietra.
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Però l’entrata in vigore del Melonellum non è affatto automatica dopo l’ultimo voto di ieri: “Il presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata”. È l’articolo 74 della Costituzione, che però gli ultimi due presidenti, i firmatutto Napolitano e Mattarella, hanno rimosso e rimpiazzato con la pantomima detta moral suasion: il Quirinale si impiccia nella formazione delle leggi e, quando il Parlamento gliele manda per promulgarle, non può più respingerle perché ne è il coautore. Quando un tempo vigeva l’articolo 74, a ogni porcata tutti guardavano su verso il Colle, sperando che non la firmasse. E spesso venivano soddisfatti. Scalfaro incenerì il Salva-ladri di Amato e Conso; Ciampi la schiforma giudiziaria di Castelli e la Gasparri salva-Rete4. Poi più nulla. Ora che Mattarella firmerà anche il Melonellum, tutti diranno, anche se è falso, che non poteva non farlo. Quel genio di Merlo, su Rep, s’è già portato avanti con la lingua: “Anche nel caso della legge elettorale, Mattarella resterà arbitro” e la firmerà per non essere “schierato”. Com’è noto l’arbitro, se vede un fallo, non deve fischiare, sennò è “schierato”. Se ne deduce che l’unico arbitro imparziale è la mummia.

(ANSA) – “Con lo Stabilicum oggi il centrodestra potrebbe vincere solo se include Futuro Nazionale con Vannacci in coalizione, il centrodestra conquisterebbe la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento.
Senza, la maggioranza andrebbe al campo largo”. È quanto emerge dall’ultima simulazione di Youtrend, che ha tradotto in seggi gli attuali rapporti di forza tra le forze politiche in due scenari alternativi: Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, dentro o fuori dal centrodestra.
“Nell’esito oggi più probabile con Futuro Nazionale in coalizione – sottolinea l’istituto demoscopico – il centrodestra otterrebbe 223 seggi su 400 alla Camera e 114 su 205 al Senato, superando in entrambi i rami la soglia della maggioranza assoluta (rispettivamente 201 e 103 seggi).
Il campo largo si fermerebbe a 162 deputati e 80 senatori, Azione otterrebbe 12 deputati e 3 senatori, mentre 3 seggi per ramo andrebbero ad altre liste. Completano il Senato i 5 senatori a vita”.
“Se Futuro Nazionale corresse da solo, il quadro si ribalterebbe. Il campo largo conquisterebbe 221 seggi alla Camera e 112 al Senato, ottenendo così la maggioranza assoluta in entrambe le Camere.
Il centrodestra scenderebbe a 139 deputati e 70 senatori, Futuro Nazionale ne otterrebbe 26 alla Camera e 12 al Senato, Azione 11 e 3, le altre liste 3 e 3.
Il confronto tra i due scenari mostra il peso del premio di maggioranza previsto dallo Stabilicum. Divisi, centrodestra e Futuro Nazionale sommerebbero 165 deputati e 82 senatori: 58 deputati e 32 senatori in meno rispetto a quelli che otterrebbero correndo insieme. Un margine che basta a spostare la maggioranza da una coalizione all’altra e che rende la collocazione di Vannacci uno dei fattori decisivi della prossima legislatura.

(Giancarlo Selmi) – Guardate la foto: è compiaciuta, è felice. Oggi è un giorno felice. Ovviamente lo è per tutto il popolo italiano, o forse no? Avrei voluto essere in Parlamento, insieme a quei patrioti in festa. Perché oggi, finalmente, il governo ha risolto tutti i problemi di questo martoriato Paese. E, quindi, sono felici, è felice. Gli italiani forse lo sono un po’ meno?
Ha trovato una soluzione strutturale al costo dell’energia?
Ha restituito a stipendi e pensioni il potere d’acquisto divorato dall’inflazione?
Ha riconosciuto diritti e tutele ai 4,4 milioni di caregiver conviventi?
Ha approvato il salario minimo?
Ha investito nella sanità pubblica, eliminato le liste d’attesa e potenziato i pronto soccorso?
Ha tassato gli enormi profitti di banche, assicurazioni, industrie belliche, farmaceutiche e multinazionali della rete?
Ha restituito dignità al lavoro, rafforzato i controlli contro le morti sul lavoro e limitato il subappalto selvaggio?
Ha aumentato le pensioni minime, garantito cure e riabilitazioni ai disabili, combattuto corruzione e mafie?
Ha investito nella scuola restituendole l’antica qualità?
Ha approvato una legge fiscale finalmente e definitivamente progressiva che faccia pagare di più a chi più guadagna?
Ha aiutato i giovani ad avere una casa e gli studenti meno abbienti a trovare un alloggio?
Ha dichiarato l’avversione dell’Italia alla guerra?
Ha interrotto la complicità con Israele?
Ha mandato ufficialmente affanculo Trump?
E cento altre cose che sono assolutamente necessarie per fare diventare questo Paese una cosa migliore rispetto alla robaccia che è diventato?
No. Nulla di tutto questo. E allora perché festeggiano? Perché lei è tanto felice? Ve lo dico io: perché hanno approvato una legge truffa. Una nuova legge elettorale. Una legge che permetterà a molti di loro di continuare a occupare il Parlamento. Una nuova legge elettorale che permetterà a molti di loro di continuare a succhiarci il sangue.
Di aprire ristoranti con mafiosi e potere nascondere le chat. Di truffare l’INPS senza andare in galera, decidere chi viene eletto, proteggere amici e interessi, sottrarsi alle proprie responsabilità e garantirsi una pensione che l’85% degli italiani, nei prossimi anni, non vedrà neppure dipinta in un quadro.
Gli italiani soffrono, il Paese affonda, ma loro brindano e lei sorride felice. Non hanno risolto nessuno dei problemi degli italiani, però hanno risolto il problema della propria rielezione. Potevamo forse aspettarci qualcosa di meglio da una scadente compagnia di guitti e ballerine? Se non uno squallido e scalcinato show?