
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Nel magico mondo della destra italiota, il pregiudicato per frode fiscale e finanziatore della mafia B. è un santo, i pregiudicati per mafia Dell’Utri, D’Alì e Cosentino sono martiri, il pregiudicato per favoreggiamento mafioso Cuffaro è un alleato, i pregiudicati per corruzione Previti, Formigoni e simili sono […]

(Giancarlo Selmi) – Due parole sull’indegno agguato teso al Presidente Conte, da uno dei “cantori di corte” di questo governo. Quello andato in scena non è stato un confronto giornalistico, ma un vero e proprio processo in stile Gestapo: mancava soltanto la lampada puntata in faccia all’interrogato. Un maldestro tentativo di trasformare in “fatti” le maligne supposizioni, di far passare il sospetto per prova, di vendere come verità l’idea che ci sia “del marcio in Danimarca”.
Il tutto, ovviamente, strappato dal suo contesto: i giorni drammatici della pandemia, la disperazione di chi era chiamato a decidere nel mezzo di una tragedia epocale, che non aveva precedenti, con persone che morivano ogni giorno. In quei momenti bisognava agire, assumersi responsabilità, tentare di salvare il salvabile. E invece il “cantore di corte” si è avventato addosso a chi ebbe il terribile compito di gestire quella stagione, come una iena affamata, con un cinismo inferiore soltanto alla sua ipocrisia.
Ed è lo stesso personaggio che, subito dopo tanta aggressività, ha cambiato registro in un attimo: da inflessibile inquisitore a servile scendiletto del potere. Per certi giornalisti di destra il passaggio è istantaneo, per lui ha avuto il tempo di un passaggio pubblicitario. Poi ha srotolato la lingua e ha secreto bava e saliva sufficienti per l’intervista accomodante alla sua padrona. Del resto il mestiere del “cantore di corte” è antico, quasi quanto la prostituzione e, con tutto il rispetto per le prostitute, di quella rappresenta una evoluzione intellettuale non meno umiliante.
Conte se l’è cavata bene, ma non è questo il punto. Il punto vero è che quella contro l’ex premier è un’aggressione politica e mediatica che ha assunto i tratti di un’aggressione fascista. Portata avanti dagli stessi che per anni ci hanno frantumato gli zebedei con il garantismo, con la presunzione d’innocenza, con la non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio e che oggi, siccome si tratta di un avversario politico, usano sospetti costruiti ad arte per gettare fango nel ventilatore e spacciare qualcuno per colpevole ben al di fuori di qualsiasi processo.
Gli stessi che dimenticano il garantismo esibito per Santanchè, o per altri personaggi come Giovanni Toti, che ha persino patteggiato per corruzione. Ma non c’è nulla di nuovo: quando manca una moralità autentica, certa gente la sostituisce con la doppia morale. Anzi: tripla, quadrupla, a seconda della convenienza. E tornando al “cantore di corte”, cosa ci si può attendere da uno che costruisce post e articoli al punto da far diventare straniero un accoltellatore italiano da ventisei generazioni? Vergogna. Ma invocarla è inutile: certe persone la vergogna non sanno neppure cosa sia.
Al “cantore di corte” dedico un’ultima cosa e non viene dal fatto di essere d’accordo o meno con lui, c’è pure di peggio. Quest’uomo come giornalista è disgustoso. Ma, d’altra parte, lo dimenticavo, i “cantori di corte” lo sono tutti. Lui un poco di più. Il sorrisetto e le risatine mentre parlava di morti, di persone che non ci sono più, solo per dimostrare che ce l’ha lungo, dicono tutto di (e su) questo signore. Ci sono tanti modi di mostrare il peggio di sé e lui, scusate il bisticcio di parole, è riuscito a scegliere il peggiore.
Ubs, in Italia i Paperoni sono il 2,5% della popolazione. Nel 2025 28.600 milionari in più. Nel mondo i milionari sono cresciuti dell’1,5%: si tratta di quasi un milione di nuovi ricchi nel mondo, a ritmo di oltre 2.600 al giorno

(di Irene Maria Scalise – repubblica.it) – ROMA – Aumentano i ricchi nel mondo. E anche in Italia. Nel 2025, la ricchezza globale è aumentata al ritmo più rapido dal 2017, registrando il terzo anno consecutivo di crescita. In particolare, la ricchezza personale globale è aumentata del 10,8% in termini di dollari, superando nettamente quella del 2024 (4,6%) e del 2023 (4,2%). Nel 2025 i milionari sono cresciuti dell’1,5%: si tratta di quasi un milione di nuovi ricchi nel mondo, a ritmo di oltre 2.600 al giorno. In Italia, invece, il numero di milionari (in dollari americani) è aumentato del 2,4%, pari a un incremento di quasi 28.600 persone. Rappresentano il 2,5% della popolazione adulta.
La fotografia emerge dalla 17esima edizione del Global Wealth Eeport 2026 di Ubs, secondo cui gli Stati Uniti hanno rappresentato quasi la metà dei nuovi milionari creati nel 2025, aggiungendo oltre 440.000 individui, seguiti da Cina continentale, Giappone, Germania, Uk e Francia, ciascuno con oltre 2 milioni di milionari in totale.
Dal report emerge anche che oltre la metà della ricchezza personale globale è rimasta concentrata negli Stati Uniti e nella Cina continentale messi insieme, a conferma del loro predominio. La quota di adulti nella fascia di ricchezza più bassa, cioè al di sotto dei 10.000 dollari, è scesa da quasi il 75% nel 2000 a poco più del 41% nel 2025, mentre i segmenti medi e superiori si sono ampliati. Il rapporto sottolinea anche che dal 2020, la Corea del sud ha guidato la crescita della ricchezza media reale per adulto tra i mercati analizzati, con guadagni superiori al 50%, insieme a forti aumenti oltre il 25% in Croazia, Norvegia, Lettonia, Taiwan e Bulgaria.
Per quanto riguarda la ricchezza mediana, con il Lussemburgo al primo posto, l’Italia è undicesima. Secondo il rapporto, l’Italia ha registrato una stagnazione della ricchezza media per adulto dall’inizio del decennio, se misurata in valuta locale al netto dell’inflazione, ma ha visto un leggero aumento della ricchezza mediana per adulto pari a circa il 3,3%. Poco più della metà della ricchezza personale lorda è costituita da attività finanziarie. Il debito ammonta a meno del 9%, un livello relativamente basso all’interno del campione considerato. Poco meno della metà degli adulti possiede un patrimonio netto compreso tra 100.000 e un milione di dollari, seguita da poco più del 31% che rientra nella fascia compresa tra 10.000 e un milione di dollari. Il patrimonio netto superiore a un milione di dollari è detenuto dal 2,5% degli adulti, che insieme possiedono quasi il 30% del patrimonio personale del paese, circa la metà dell’importo detenuto da coloro che si trovano nella fascia di reddito immediatamente inferiore.
L’idea del presidente M5S. Schlein evoca lo spirito della Costituente

(di Stefano Baldolini – repubblica.it) – “Alleanza per la Costituzione”. Potrebbe chiamarsi così il campo largo alle prossime elezioni politiche. Questa la suggestione che Giuseppe Conte lancia dal palco dell’iniziativa al Teatro dè Servi di Roma indetta da Articolo21 e Fondazione Demo per discutere della riforma elettorale voluta dal centrodestra. Proprio contro il Melonellum, aggiunge il leader 5S, “siamo pronti a ricorrere alla Consulta”.
Il possibile nome dell’alleanza di centrosinistra arriva all’indomani della rottura del tabù della presidente Meloni, ovvero la possibilità di una figura di destra al Quirinale. “La vera priorità della premier”, secondo la segretaria dem Elly Schlein. Schlein che non smentisce l’idea lanciata dall’alleato. Anzi, “non c’è miglior programma che attuare la Costituzione”. E poiché secondo Conte, “Meloni e il suo governo trasformano le istituzioni democratiche pur di stare al potere”, è l’ora della difesa della Carta. Con la prospettiva di un bis della campagna per il referendum sulla separazione delle carriere.
Il presidente M5s invita dunque a “cercare di rilanciarla, questa democrazia” e osserva che “dobbiamo, anche con il vostro contributo, cercare di affermare delle proposte che la rilancino, altrimenti ci ritroveremo con una destra che prende il sopravvento”. Dunque, ecco la conferma che con gli altri soggetti del campo largo “stiamo costruendo un progetto per un governo, che io chiamo progressista, che sia alternativo”.
“Secondo me – è allora l’anticipazione di Conte – il nome di questa coalizione, lo dico qui stasera, dovrebbe essere ‘Alleanza per la Costituzione’, per la democrazia”.
Concorda con “quanto diceva anche Giuseppe prima” e cioè con la preoccupata lettura da parte di Giuseppe Conte di una svolta sempre più marcatamente a destra a livello globale. “E’ un quadro internazionale che si sta muovendo in questa direzione”, annota Elly Schlein.
“Noi – dice infatti la segretaria Pd – abbiamo però una fortuna e una peculiarità: la nostra Costituzione è davvero una Costituzione straordinaria, scritta da chi ha fatto la Resistenza, scritta, non ce lo dimentichiamo mai, e qualche giorno fa abbiamo festeggiato gli 80 anni dalla prima riunione dell’Assemblea Costituente, da culture politiche diverse che si sono messe insieme per evitare di rivivere gli errori di un tragico passato”.
Parla, Schlein, di “culture che insieme hanno fatto la Resistenza contro il regime fascista, ma anche contro l’occupazione nazista” e aggiunge: “Ecco, è questo che rende così forte, ancora così attuale, quella Costituzione. Certo – annota Schlein guardando ai giorni nostri – la società è cambiata, sta a noi tradurla in politiche concrete che la realizzino, ma io confermo non c’è miglior programma che attuare fino in fondo la Costituzione e noi siamo a disposizione insieme ai nostri alleati per fare esattamente questo verso le prossime politiche”.
Voli di Stato, governo Meloni a quota 480. Record nelle tratte interne. Ha autorizzato gli aerei di Stato 11 volte al mese dal 2022 per i ministri: solo Renzi e Gentiloni avevano fatto peggio

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Nei tre anni e otto mesi di governo, i ministri di Giorgia Meloni hanno utilizzato il volo di Stato per 484 volte con una media di 11,2 al mese. Gli esponenti dell’esecutivo hanno preso un “aereo blu” una volta ogni tre giorni. Un dato che emerge dai dati forniti dalla presidenza del Consiglio aggiornato al mese di maggio e che certifica un utilizzo molto frequente dei voli di Stato: il governo Meloni – appena sopra quello di Mario Draghi – ha fatto il maggior uso degli ultimi dieci anni e quattro esecutivi.
La media mensile è più alta dei due governi Conte (anche se il secondo ha risentito fortemente della pandemia e quindi delle restrizioni sui viaggi) e leggermente sopra di quello dell’ex banchiere. Il record in assoluto dal 2011 a oggi, cioè da quando sono disponibili i dati sui voli di Stato autorizzati dalla presidenza del Consiglio, invece lo detiene il governo di Matteo Renzi.
Secondo i dati elaborati dal Fatto, in base alle tabelle messe a disposizione dalla presidenza del Consiglio (escludendo i voli per ambasciate, consolati, esigenze sanitarie e di delegazioni parlamentari), il record dei voli di Stato spetta appunto al governo Renzi: nei suoi quasi tre anni di esecutivo ha autorizzato 709 voli con una media di 21 al mese. Segue Paolo Gentiloni (il suo successore) con 20,2 voli al mese, Mario Monti con 18,9 e poi Meloni molto più in basso con 11,2 in 43 mesi di mandato. Il governo Draghi, invece, con i suoi 226 voli in 20,2 mesi ha una media di 11,18 aerei blu ogni 30 giorni.
Molto più in basso il governo di Enrico Letta (2013-2014) con 6,2 voli al mese, il Conte-2 con 6,2 (ma, come abbiamo detto, questo dato risente delle restrizioni da Covid-19 sui voli all’estero) e infine l’esecutivo gialloverde, che ha il record negativo dell’uso dei voli di Stato nei suoi 15 mesi di mandato: 65 aerei autorizzati con una media di 4,3 al mese. Un dato che risente, con ogni probabilità, della retorica anti-casta M5S.
Sui 484 voli di Stato autorizzati da novembre 2022, 57 hanno riguardato tratte interne, cioè all’interno del territorio nazionale, anche in questo caso al terzo posto dopo Renzi e Gentiloni. Nulla di illegittimo ma che, in diversi casi, solleva qualche perplessità alla luce della direttiva emanata dal governo Monti nel 2011. Secondo il regolamento, infatti, il volo di Stato deve essere autorizzato, dopo specifiche verifiche, solo “in casi eccezionali”: la direttiva prevede che i voli per i ministri possano essere concessi nel caso di “comprovate, imprevedibili e urgenti esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali e l’impossibilità di voli di linea” e comunque non è ammessa la concessione del trasporto aereo di Stato “per i ministri per le tratte sulle quali sia presente trasporto ferroviario e tale servizio risulti idoneo con gli impegni istituzionali”.
Insomma, l’aereo non dovrebbe essere usato se la meta è raggiungibile con il treno in tempi utili. E invece in un caso su 12 i ministri del governo Meloni hanno volato su aerei di Stato anche per tratte interne.
Chi utilizza maggiormente l’aereo è il ministro degli Esteri Antonio Tajani con 139 voli: in teoria, il titolare della Farnesina è “giustificato” dal fatto di viaggiare spesso all’estero per missioni istituzionali e in parte è così. Va detto, però, che in 18 casi ha utilizzato l’aereo di Stato per tratte interne, spesso verso il Nord Italia. Poi c’è il ministro della Difesa Guido Crosetto con 72 voli, ma praticamente tutti all’estero e per visitare basi italiane nella penisola o nel mondo o partecipare a summit internazionali: dunque pienamente nel suo ruolo, senza poter fare altrimenti. Poi il titolare della Imprese, Adolfo Urso (51 voli), il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (39), quello dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (25) e il ministro della Giustizia, Carlo Nordio (15).
Il Guardasigilli è un caso particolare che ha sollevato perplessità tra le opposizioni che ne hanno chiesto conto. Il ministro della Giustizia, dall’inizio del suo mandato, ha utilizzato l’aereo di Stato che fa base a Roma con frequenza dall’aeroporto di Treviso, città dove abita e dove torna nel fine settimana. In 9 casi è decollato o atterrato da Treviso, mentre in altri 4 ha fatto lo stesso dall’aeroporto Marco Polo di Venezia. Solo due volte è partito da Roma: il 3 ottobre 2024 per una missione istituzionale a Tirana e il 12 ottobre per il Consiglio di Giustizia in Lussemburgo. “Erano impegni istituzionali indifferibili e dai tempi stringenti”, ha detto Nordio alle opposizioni. Nel 2026 ha smesso di utilizzare l’aereo: la campagna referendaria l’ha fatta prevalentemente in auto e ora si muove solo sulla tratta Treviso-Roma, in treno.
Fratelli d’Italia perde lo 0,4%. Stabile il Pd, cresce il M5s. Tra i partiti minori arretrano Azione, Italia Viva e +Europa, mentre Futuro nazionale è sopra alla Lega nelle intenzioni di voto

(lespresso.it) – Fratelli d’Italia resta saldamente il primo partito nelle intenzioni di voto, ma arretra ancora. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio Swg diffuso il 29 giugno, che fotografa un calo dello 0,4% per il partito di Giorgia Meloni, ora al 27,3%, rispetto al 27,7% della settimana precedente.
Alle spalle di FdI si conferma il Partito democratico, stabile al 21,8%, mentre il Movimento 5 stelle guadagna uno 0,1% e sale al 13,3%, consolidando il terzo posto: è l’unica forza a crescere a sinistra. Tra le forze del centrodestra il dato più rilevante è invece il sorpasso di Futuro nazionale sulla Lega, che da settimane ormai si gioca su uno scarto di decimali. Il partito guidato da Roberto Vannacci cresce infatti dello 0,3% (il dato più significativo dell’intero sondaggio, astensione esclusa), passando dal 5,3% al 5,6%, mentre il partito di Matteo Salvini resta fermo al 5,4%.
Forza Italia perde invece lo 0,2% e scende al 7,2%, mantenendo comunque la quarta posizione, mentre Alleanza verdi-sinistra arretra dal 6,6% al 6,4%. Anche tra i partiti minori prevale il segno meno. Azione cala dello 0,2% e si attesta al 3,5%, Italia Viva perde lo 0,1% e scende al 2,4%, così come +Europa, ora all’1,5%.
In controtendenza, oltre a Futuro Nazionale, crescono Noi moderati, che passa dall’1% all’1,2%, e sia Sud chiama Nord sia Avanti Psi, entrambi in aumento di un decimo e ora all’1%. Sale anche la voce “Altre liste”, che passa dal 2% al 2,4%, mentre aumenta di un punto la quota di chi non esprime una preferenza di voto, dal 27% al 28%.
Nel complesso, un calo dei partiti tradizionali, specie nella coalizione di centrodestra, dove Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega risultano tutte in calo o ferme rispetto a una settimana fa. Il dato più significativo è quello che registra la percentuale degli astenuti che sale di un punto percentuale e attestandosi al 28%.
Ieri la premier aveva detto: “Non è detto che non possa superarsi anche un altro grande tabù, quello di avere un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra”

(repubblica.it) – Levata di scudi dai partiti dell’opposizione sulle parole della premier Giorgia Meloni pronunciate ieri sera su Rete 4: “Non è detto che non possa superarsi anche un altro grande tabù, quello di avere un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra”.
Arturo Scotto del Pd commenta: “Mai visto una presidente del Consiglio che parla della successione al Quirinale a tre anni dalla scadenza. Non è forma, ma sostanza politica. Si manda a dire a Mattarella che è provvisorio, vincolando le prossime elezioni a un presidente della Repubblica ‘cosa loro’. Incredibile”.
Duro Nicola Fratoianni di Avs: “La presidenza della Repubblica è un’istituzione che non può diventare oggetto di spartizione politica, perché parliamo della garanzia di tenuta costituzionale e che persino il più aspro dibattito della dialettica politica possa svolgersi dentro un quadro pienamente democratico. Il fatto che Giorgia Meloni ne parli in questi termini, collocandola dentro la casella di uno schieramento politico, non fa altro che confermare la tendenza del centrodestra – come dimostra l’impianto della legge elettorale – di tentare di prendersi tutte le cariche istituzionali possibili”.
Dello stesso avviso, sempre da Avs, Angelo Bonelli: “Giorgia Meloni ha tirato giù la maschera da tempo. Ieri lo ha confermato per l’ennesima volta: vuole modificare la legge elettorale per garantirsi il potere violando la Costituzione, mettendo un premio di maggioranza incredibile e non facendo scegliere i parlamentari agli italiani. Un’ipoteca per poi andare alla presidenza della Repubblica. A lei, dei problemi degli italiani, non interessa”.
Per il senatore di Iv, Enrico Borghi, “con le sue dichiarazioni, Giorgia Meloni conferma che punterà al Quirinale in caso di vittoria alle elezioni politiche del 2027. Niente alibi, a questo punto: chi vuole evitare il governo Vannacci-Mantovano-Salvini e la rivoluzione reazionaria della destra guidata da Meloni dall’alto, ha il dovere di costruire una seria e credibile alternativa. Senza sofismi e con concretezza”.

(Tommaso Merlo) – La politica ha fallito e il cambiamento bussa. I cittadini non ne possono più di politicanti ridotti ad influencer del nulla. Tossicodipendenti di potere e visibilità che si prostituiscono sulle tangenziali mediatiche nella speranza che il loro sogno da piccoli statisti duri per sempre mentre attorno a loro si accumulano macerie sociali ed esistenziali senza che nessuno sia in grado di fare nulla. Un mare di chiacchiere a vanvera mentre la vita quotidiana si aggrava e si procede come pecore consumistiche brancolando nel buio in un mondo in drammatica trasformazione. Un quadro desolante in cui il cambiamento bussa. A destra sono emersi ovunque partiti d’ispirazione neofascista. Rigurgiti nazionalisti per paure di perdere identità e controllo. Tra loro molti poveri convinti dalla politica che il loro problema sia chi è più povero di loro e non gli onorevoli nei palazzi che speculano sulle sfide come l’immigrazione. In Italia siamo a Vannacci perché i ducetti di prima una volta nei palazzi hanno aderito al pensiero unico neoliberista e si sono inchinati all’Impero americano e quindi alla Nato e quindi alla Disunione Antieuropea brussellese impegnata nell’ennesima campagna di Russia. S’intravedono già segnali di migrazioni di camice nere mosse da grandi ideali poltronistici e l’ennesima bolla nerastra. Segnali comunque di malcontento e di un profondo fossato tra cittadini ed establishment anche a destra. Negli Stati Uniti personalità come Tucker Carlson hanno lasciato ufficialmente il partito repubblicano dopo aver contribuito alle elezioni di quella chiavica di Trump e si vocifera di un possibile nuovo partito indipendente di destra magari insieme a Thomas Massie e Marjorie Taylor Green vittime illustri della mafia sionista e della demenza narcisistica presidenziale. Parola d’ordine America first ma per davvero e sovranità che negli Stati Uniti è stata derubata dalle lobby e cioè dai dollari, non democrazia ma corruzione legalizzata coi politicanti che si prostituiscono agli oligarchi. Stessa solfa dall’altra parte dell’emiciclo dove spicca il fenomeno Mamdani, sindaco a furore di popolo di una New York avanguardia americana che si è fatto largo con una politica che lui stesso definisce “socialista” e cioè al servizio dei poveri cristi e concentrata sui problemi concreti. Affitti, asili, servizi pubblici tassando i più ricchi. Umanità, ambiente e no al genocidio chiunque lo commetta. Ottimi risultati in poco tempo, gradimento alle stelle e vittoria dei suoi compagni anche alle primarie del partito democratico che non lo può vedere. Establishment da una parte, cittadini e politica vera dall’altra. Stessa solfa sull’altra sponda dell’oceano. In Francia Macron non lo vota più neanche suo marito, il giraffone tedesco Merz ha lo stesso indice di gradimento della carie interdentale quando sei al verde mentre il sostituto di Starmer prosciutto bruciato Burnham è uno burattino sionista ancora più maneggevole e gli analisti più quotati ritengono durerà meno di una scorreggia in spiaggia. Poi ci siamo noi. Più che in crisi in un declino infinito che comincia a fr temere per il peggio. A destra l’ennesimo ducetto ed una quadra poltronistica di coalizione da perfezionare, dall’altra parte il Pd con “d” che sta per destra visto che è responsabile della distruzione dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale nel nostro paese. Se lo faceva Berlusconi indossavano l’eskimo e quindi essendo a corto di idee lo hanno fatto loro. La famosa mossa blairiana del somaro. Non si capisce cosa dicono, cosa vogliono, cosa fanno. L’unica cosa certa è che il vero problema sono loro, è l’establishment versione rosé del pensiero unico neoliberista in mano a classi dirigenti ormai mummificate sulle poltrone. Intorno al Pd qualche rigurgito ideologico per i nostalgici del secolo scorso e qualche egoarca in cerca di pace interiore e già che c’è di qualche ciucciata dalla mammella pubblica visto l’alta società costicchia. Come alternativa era nato il Movimento che è stato trattato peggio dell’ndrangheta ed è finito per implodere a furia di abbracci col diavolo. Conte ha raccolto i cocci sgomitando, li ha incollati a mo’ di partitino ed ha messo il tutto a disposizione dell’ammucchiata progressista e cioè di un sistema ammuffito. Un suicidio strategico in una fase storica in cui il cambiamento radicale continua a bussare ovunque. Nessuno vota perché l’offerta non è all’altezza delle aspettative e spopolano alternative anti sistema. Si è creato un vuoto politico enorme. Vannacci lo colma a destra mentre dall’altra parte l’unico che potrebbe tentare l’impresa è Di Battista che grazie alla sua coerenza, operosità ma anche coraggio politico gode di un notevole seguito. Che non vuol dire voti ma comunque possibilità di giocarsela lanciando un nuovo progetto. Mamdani dimostra che i cittadini sono molto più avanti dei politicanti e che c’è una società nuova che esige una politica nuova. Non chiacchiere a vanvera, ma fatti. Non tossicodipendenti di potere e visibilità, ma cittadini al servizio dei cittadini per risolvere con umiltà e pragmatismo problemi concreti. Non pecore consumistiche che brancolando nel buio ma persone che riscoprono umanità e destino comune.

(ANSA) – La crisi nello Stretto di Hormuz, aggravata dalla guerra tra Iran e Israele e dalle tensioni con gli Stati Uniti, rischia di rafforzare la posizione competitiva della Cina a scapito di molte economie asiatiche.
Questa è la conclusione di un’analisi pubblicata dal think tank statunitense The Asia Group e rilanciata dal New York Times, secondo cui Pechino è riuscita ad attutire gli effetti dell’impennata dei prezzi energetici grazie alle riserve strategiche di petrolio e gas, alla crescente capacità nel settore delle energie pulite e a strumenti di politica industriale come sussidi, controlli alle esportazioni e gestione del cambio.
Secondo lo studio, l’Asia dipende dallo Stretto di Hormuz per circa l’80% delle importazioni di petrolio e il 90% di quelle di gas naturale. Le interruzioni hanno colpito anche materie prime strategiche come nafta, elio e zolfo, essenziali per chimica, semiconduttori e batterie. Pur restando esposta su questi fronti, la Cina ha limitato l’impatto del rincaro energetico anche riducendo di oltre il 30% su base annua le importazioni di greggio a maggio.
L’analisi evidenzia invece conseguenze più pesanti per India, Giappone e Sud-Est asiatico, tra aumento dei costi di carburanti e fertilizzanti, tagli alla produzione industriale e nuove pressioni sui bilanci pubblici. Al tempo stesso, la domanda regionale di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici cinesi è in crescita, rafforzando ulteriormente la leadership manifatturiera di Pechino. “E’ difficile non concludere che la Cina sia tra i vincitori di questa crisi”, osserva Kurt Campbell, presidente di The Asia Group ed ex vice segretario di Stato Usa
“Il pm Carlo Villani mi aveva promesso che li avrebbe presi e l’ha fatto. Ma l’indagine non è ancora finita”

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – Sigfrido Ranucci, come sta?
“Travolto. Aspettavo questo momento dal giorno dell’attentato, non avevo dubbio che arrivasse”.
Si è sentito solo?
“Non per l’attentato. Il pm Carlo Villani mi aveva promesso di prenderli e l’ha fatto. La procura di Roma insieme con il nucleo dei Carabinieri hanno lavorato tantissimo, sono stati straordinari. E pur sempre nel rispetto del segreto istruttorio li ho sentiti sempre al mio fianco. Certo, come leggo l’indagine non è ancora finita”.
Dicono che le modalità siano mafiose. E che ci sono altri livelli. Lei si sarà fatta un’idea?
“Non è questo il mio compito. Certo: mi sembra chiaro che ci siano altri livelli ma per come hanno lavorato sono sicuro che li troveranno tutti e non lasceranno niente per scontato. Certo, ora diventa tutto più delicato. E non soltanto per l’attentato. Da quello che ho capito c’è chi ha organizzato, chi è stato complice, chi ha fornito assistenza legale, chi ha provato a distruggere le sim”.
Fa riferimento alla Rai?
“Io se mi sono sentito solo in questi mesi non è stato certo per la Rai. Io dalla Rai ormai non mi aspetto più niente. Però questa storia mi sembra che dimostri ancora una volta che c’è una parte di Stato che funziona, che tutela i suoi cittadini, che fa bene il proprio mestiere. Per fortuna”.
Attentato contro Sigfrido Ranucci: indagine complessa, centrali i tabulati telefonici
(ANSA) – L’attività investigativa che ha portato ai quattro arresti per l’attentato contro Sigfrido Ranucci è stata particolarmente complessa e ha richiesto l’esame incrociato di tutti i sistemi di videosorveglianza pubblici e privati, rilievi tecnico scientifici e l’esame di tutti i tabulati telefonici della vasta cella interessata, consentendo di ricostruire in modo minuzioso le fasi preparatorie, esecutive e successive dell’azione criminosa. Proprio l’analisi dei tabulati telefonici è stata di assoluto rilievo per le indagini, che sono partite dall’esplosivo utilizzato.
I rilievi tecnico scientifici svolti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma e i successivi accertamenti del Ris di Roma hanno dimostrato che l’ordigno era costituito da una carica detonante composta da “gelatina da cava”, materiale obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva, indicativo di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente.
Una telecamera installata sulla S.S. 148 “Pontina”, a diversi chilometri di distanza dal luogo del delitto, ha poi permesso di individuare una Fiat 500 X, risultata noleggiata in Campania, e di tracciarne il viaggio di andata verso Roma e il repentino ritorno nelle ore immediatamente successive all’attentato.
Centrale l’analisi dei tabulati di traffico telefonico e telematico. I dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500 X in viaggio dalla Campania a Torvaianica sia il giorno dell’attentato sia in precedenza quando avevano effettuato un sopralluogo della zona.
(ANSA) – ‘Hamshahri’, quotidiano di proprietà del Comune di Teheran, ha pubblicato oggi in prima pagina un’immagine del presidente statunitense Donald Trump, inquadrato nel mirino di un cecchino, con il titolo: ‘La vendetta è certa’.
La prima pagina attribuisce il messaggio alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei e riporta il sottotitolo: ‘I criminali di guerra devono essere affrontati’.
L’articolo include anche commenti di diversi alti prelati che invocano ritorsioni per l’uccisione di leader iraniani durante la campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele. Hamshahri, uno dei quotidiani iraniani a maggiore diffusione, è finanziato dal Comune di Teheran.
Un fenomeno mediatico. Il percorso del generale per ora ricalca l’ascesa di Meloni, che proclamava identiche intenzioni. Ora lui, dopo il voltafaccia con la Lega, attende di attovagliarsi con i camerati per le elezioni

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Ahó, ma quanti sono ’sti Vannacci? Nella polemica politica ne spunta uno al minuto, mentre lui, in marcia col moschetto, riempie il teatro, la piazza e pure il sondaggio. Al grido di: “Io sono la vera destra!”, terrorizza il suo ex benefattore Matteo Salvini, politico di illimitata intelligenza, che se lo è messo in casa a pensione completa, gli ha regalato il corredo buono per andare in Europa, si aspettava un po’ di riconoscenza, invece nulla, il generale si è preso il malloppo dei 560mila consensi e se n’è andato senza neanche il bacio della buonanotte: “È la Lega che ha tradito i suoi ideali, non io”, ha detto, pulendo con il fazzoletto tricolore il pugnale usato nella fuga.
[…] Giorgia Meloni – al netto dei lividi trumpiani – osserva da lontano, fa finta di sentirsi al sicuro, dice: “Vannacci fa il gioco degli avversari. Vota con loro. Non è la vera destra”. Antonio Tajani dondola con le mani in tasca, si guarda la punta delle scarpe e siccome non gli viene in mente niente, lo dice a pappagallo: “È la quinta colonna della sinistra”. Ma certo.
Purtroppo per loro, Vannacci sta salendo di dieci decimali a settimana, usando l’ascensore degli scontenti, dei delusi, dei nostalgici, dei rancorosi, dei dimenticati dalla nuova oligarchia, mentre la destra di governo insegue, soffiando sulle scale.
Da qualche ora è entrato nel manipolo del generale pure il Pellico di Colle Oppio, Gianni Alemanno – un tempo detto “il sindaco fallito” – reduce da un anno e passa di prigione che gli ha dato una svolta umanitaria, non tutto il danno vien per nuocere, sì è persino accorto dello scandalo delle galere che hanno funzione di discarica sociale per uomini, topi e scarafaggi, e ha intenzione di andare a parlarne niente di meno che con il ministro Carlo Nordio che le galere, da quattro anni, le riempie con la pala dei decreti Sicurezza. Chissà che bella rimpatriata tra il carcerato e il carceriere.
Vannacci se lo è portato a cena al ristorante sardo Sa Cadrìga, “la graticola”, per cucinarsi il loro futuro nazionale e anche il maialetto, con brindisi finale che sembra inventato, invece è inchiostro medioevale e alzando i bicchieri al cielo, dice: “La lode a dio. La spada al re. Il cuore alla dama. L’onore a me”. Con il finalissimo gridato: “A noi!”. E lo sparatore Emanuele Pozzolo, dodicesimo della combriccola, che alza il calice di Cannonau, beve e rassicura i camerati: “Sono venuto in taxi”.
Da dove viene il generalissimo, l’abbiamo raccontato: La Spezia, anno 1968, babbo militare. Infanzia tra Ravenna e Parigi. Accademia. Brigata Folgore. Un piede in tutte le guerre malamente perse dal gagliardo Occidente: Somalia, Iraq, Libia, Libano, Afghanistan: “Ho difeso la Patria sotto i colpi del mortaio e della mitraglia”, ha detto vantandosene. Poi è stato nominato addetto militare dell’ambasciata in Russia, dove ha respirato ghiaccio, vodka e intrighi.
Fallito nella spada, vince la sua battaglia con la penna. Il suo
Mondo al contrario, anno 2023, vende una milionata di copie con lessico polveroso, ma sorprendentemente efficace: identità, sacro suolo, radici che non gelano. Più l’immancabile orgoglio di razza pregiata, tipo Fassona: “Nelle mie vene scorre una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi”. Quando si dice la modestia. Non amato dalle alte gerarchie dei poltronauti in divisa, viene risarcito da un matrimonio d’amore e da due figlie. La casetta della buona pensione è a Viareggio, dove spopola tra i concittadini esperti in Carnevale. Memorabili i suoi tuffi di Capodanno, con vestaglietta a fiori per non prendere freddo, pora stella, e Crozza che da allora lo impallina nei panni del super macho effeminato.
[…] Al netto delle bubbole che declama – “I gay non sono normali”, “Le donne sono destinate al focolare e a fare figli”, “La famiglia deve essere tradizionale”, “A scuola classi separate per quelli bravi e gli asini”, “I neri sono negri”, “Gli immigrati subito fuori dai confini” – la sorpresa è che Vannacci non attacca Elly Schlein, tralascia Giuseppe Conte, ignora Bonelli e Fratoianni. Punta la raffica di improperi contro Meloni per incassare consensi. La accusa di avere indossato tailleur e moderatismo. Di avere promesso il blocco navale e allestito solo tavoli tecnici. Di non essere più nazionalista contro l’Europa, ma europeista contro le nazioni. Di essere entrata nel club delle élite, invece di combatterle. Ci penserà lui, con la sua “sporca dozzina” a “ripulire l’Italia”. “Noi siamo la feccia – dice dal palco, nel giorno della costituente di Futuro Nazionale, davanti ai suoi 2mila estasiati spettatori –. Siamo lo scarto. Siamo i figli di nessuno. E siamo orgogliosissimi di esserlo”.
Dunque sono loro i moderni Teddy Boys del nuovo razzismo che tanto assomiglia a quello dei vecchi fascistoni d’epoca coloniale e novecentesca. Gli stessi che a occhio e croce celtica, stanno risalendo la corrente della Storia a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna. Tutti in fila al passo dell’oca, anche se rivisitato dagli algoritmi di TikTok, l’estetica del cuoio e dei tatuaggi identitari, la violenza non ancora armata, ma sempre pronta allo scontro.
Vannacci declama i suoi appelli alla “remigrazione” che vuol dire “deportazione degli immigrati” alla maniera dell’Ice, la polizia privata di Donald Trump che rastrella le periferie delle città americane. Ma vuole anche dire “pulizia etnica” e pogrom, come è appena successo a Belfast, dove gli irlandesi bianchi hanno messo a ferro e fuoco le case degli immigrati.
[…] Vannacci gongola. I media non aspettano altro che moltiplicare la ridondanza delle sue apparizioni. Offrirgli lo specchio per contemplarsi, mentre il Paese, ipnotizzato, contempla lui.
È troppo complicato – e non fa parte del gioco – chiedergli come e quanto detersivo servirebbe a ripulire il cortile di casa. Come si farà a stendere il filo spinato sul mare? Dove si rispediranno i deportati e come? Sugli aerei piombati? Chi pagherà le scorte e il carburante? E incidentalmente, chi riempirà le fabbriche, gli asili nido, le scuole e persino i campi di pomodori?
Del resto è già tutto successo durante l’ascesa di Giorgia Meloni, che proclamava le identiche intenzioni muscolari. Vannacci non inventa nulla, copia. Bastandogli trasformare la rabbia, l’insicurezza e la paura, in facilissimi consensi. Solo all’ultimo minuto – riempite le proprie trincee – farà l’accordo per sedersi accanto alla destra, quando arriveranno a tavola le urne fumanti della prossima minestra elettorale. Non più con il moschetto in mano, ma col cucchiaio.

(Alessio Mannino – lafionda.org) – In vista delle elezioni politiche del 2027 parrebbe muoversi qualcosa. Almeno per chi, come il sottoscritto, adotta come regola la sempre più diffusa opzione dell’astensionismo militante. Non potendo fisicamente presenziare, ho guardato online la conferenza del 7 giugno scorso a Roma con Thomas Fazi, Gabriele Guzzi e Alessandro Di Battista e la prima assemblea di Agorà, movimento fondato dallo storico Angelo D’Orsi, svoltasi a Torino sabato 27 giugno. Mentre nella seconda si è dato vita a una realtà che aspira dichiaratamente a portarsi “dalle piazze al parlamento”, la prima si è conclusa di fatto rimandando ogni eventuale decisione operativa a quando vedrà la luce il testo finale della nuova legge elettorale. Un rinvio legato a considerazioni tecniche che in realtà non rappresenta, a mio avviso, la principale differenza fra le due iniziative. Ma andiamo con ordine.
Riguardo alle idee, la sovrapposizione è quasi totale. Stessa denuncia del “sistema della guerra” (ben illustrato, in particolare, da Andrea Zhok ad Agorà). Stessa frontale opposizione alla stolida russofobia di Bruxelles. Stessa radicale condanna del genocidio israeliano dei palestinesi. Stessa accusa all’inguaribile sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti. Stessa avversione all’Unione Europea. Stessa apertura ai Brics. Stessi, anche, bersagli polemici (come quell’escrescenza confindustriale che risponde al nome di Calenda, chiamato in causa direi anche troppo ossessivamente da D’Orsi). Perfino, in sostanza, le stesse battaglie, inclusa l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali (oggetto di una proposta di referendum da parte dell’associazione di Di Battista, “Schierarsi”, e citato da D’Orsi fra i punti programmatici).
Stessa consapevolezza, infine, sul fatto che, ammesso e non concesso si riesca a raccogliere le firme e aggirare la soglia del 3%, far eleggere qualche parlamentare nel breve-medio periodo si ridurrà, se va bene, alla visibilità che un’ideale pattuglia di guastatori deve poi conquistarsi in aula. L’unico punto uscito in più a Roma è stato quello, di sapore grillo-casaleggista e messo difatti sul piatto da Di Battista, della democrazia diretta come strumento attivabile per fornire ai cittadini non rappresentati un’arma, molto in teoria, un minimo incisiva.
Il movimento lanciato con intento “gramsciano” da D’Orsi parte schierando una serie di intellettuali e attivisti con un alto livello di cultura politica. Ma come ha più o meno ammesso D’Orsi stesso, non si può pensare di cercare il consenso con un “partito di intellettuali”. E in questo senso, dovrebbero rinfrancare le ripetute sottolineature sull’importanza sia del radicamento territoriale che della comunicazione di massa. Senonché, infiorare una presentazione di citazioni colte che pochi colgono e non porre apertamente la questione dei fondi non depone a favore di un’azione conseguente alle intenzioni. Perché significa restare su un piano sostanzialmente culturale, più che politico. O, se si vuole, politico sì, ma indirizzato a priori a un elettorato già sensibilizzato. Sono evidenze che saltano agli occhi. E un osservatore onesto, a maggior ragione se sottoscrive gran parte se non tutte le posizioni espresse, deve farle presente.
Così come corre l’obbligo di far notare che, fra le questioni del futuro “governo ombra” che D’Orsi già vagheggia, non sarebbe dovuta mancare l’immigrazione. Non foss’altro perché siamo arrivati a una situazione tale per cui chiunque intenda candidarsi anche solo a un consiglio comunale è chiamato, su questo, a dire la sua. Affrontare fin da subito tale nodo è, obbiettivamente, ineludibile. Non perché debba corrispondere, come avviene a destra, alla preoccupazione numero uno. Ma perché è la cartina di tornasole per capire se e quanta distanza vi sia da una sinistra, come nel caso di Avs, che fa da stampella dell’intollerabile Pd. A riguardo, l’unico passaggio rilevante è stato quando D’Orsi, per liquidare la remigrazione, ha citato Kant (!) e la distinzione fra hostis (nemico) e hospes (ospite), parlando di diritto all’ospitalità universale. Non esattamente un buon viatico. Di sicuro, non dal punto di vista comunicativo. Ma neppure da quello di contenuto, perché se è vero che l’immigrato funge da capro espiatorio, le vittime sacrificali del meccanismo che origina a un tempo pregiudizio razzista e illusione no border siamo tutti quanti noi qua in basso.
Anche a Roma della gestione del fenomeno migratorio non si è parlato. Tuttavia, in questo caso, non proponendosi i relatori di avanzare un progetto politico vero e proprio (o almeno non ancora), l’oblio è giustificabile. Ma è proprio il non aver sciolto la riserva che offre l’elemento di differenziazione netta fra la giornata di Roma e quella di Torino. Sembra abbastanza chiaro, infatti, che Di Battista non voglia in nessun modo bruciarsi per galoppare lancia in resta verso i mulini a vento. Ma piaccia o no (anzitutto al diretto interessato), è lui l’unica figura con il carattere da centravanti di sfondamento che servirebbe per rompere i confini di quella che si definisce, con termine in verità da archiviare, area del dissenso. Altri con un profilo analogo che assommi qualità di trascinatore, una già ampia notorietà e, allo stesso tempo, un’istintiva carica di radicalità, molto semplicemente non ci sono. Non solo, ma con tutti i difetti anche pesanti che l’inesperienza dell’età comporta, la sua associazione è vivaddio composta, in buona misura, da giovani. E i giovani, possibilmente formati (il che non è), non costituiscono soltanto un investimento per il futuro, ma anche una fonte di vitalità e di freschezza che, in genere, drammaticamente mancano all’appello quando è ora di mobilitarsi.
Tirando le somme, in estrema sintesi abbiamo un’Agorà che, sin dal nome prescelto, ha le sembianze di un’avanguardia intellettualmente agguerrita, ma non si sa quanto appetibile per il cittadino medio. E qui, permetterete un accenno personale: chi scrive, avendo cominciato a fare il giornalista sul nazionale in quel samizdat scintillante d’intelligenza critica che era la Voce del Ribelle di Massimo Fini, ha a che fare da sempre con la nicchia più informata e culturalmente sensibile, che è appunto una nicchia. E va bene così, ma solo a patto che si rimanga, com’è nella controinformazione, in una prospettiva meta-politica, per l’appunto giornalistica e divulgativa. Non quando si va a caccia di voti. Dall’altro lato, abbiamo un possibile frontman, il solo capace di sormontare percentuali da albumina, che aspetta di capire se effettivamente ha chances per non fare la fine di un Marco Rizzo qualsiasi, che si presenta a ogni tornata per uscirne puntualmente trombato.
Ora, per quel poco che conta il parere di chi non si sente portato alla politica in senso stretto ma per mestiere se ne occupa da vent’anni (ofelé fa el to mestè), il mio piccolo suggerimento a entrambi è uno solo: dopo le elezioni, se vorranno rendere duraturo il loro impegno, mettano in cima alla lista di priorità la formazione degli iscritti. Movimento, partito o associazione che sia, non importa. L’importante è formare una coscienza politica strutturata, che è la precondizione per tentare quell’impresa titanica che si chiama, gramscianamente, contro-egemonia. Su questo, se ci desse da fare seriamente, offro fa da ora le mie modeste competenze. Perché da qui non si scappa: senza una scuola politica l’accartocciamento su sé stessi, sul lungo termine, è matematico. È come voler creare un corpo senza sistema nervoso. Il fallimento del M5S originario si deve in larga parte a questo deficit mai volutosi colmare.
Non ci si può affidare solo sulle poche, in genere canute, teste più attive. Occorre – sempre per stare al Gramsci caro a D’Orsi – istruire le altre, quelle di buona volontà ma prive di conoscenze. E in un significato non generico, bensì squisitamente politico. Ci aveva provato, bisogna dire, il movimento “Indipendenza” fondato da Gianni Alemanno (adesso imbarcatosi con Vannacci, e stendiamo un pietoso velo su quella scena grottesca in cui il primo, appena uscito dal carcere, lamentava le privazioni dei detenuti, e il secondo, al suo fianco, appena due secondi dopo sentenziava che i detenuti ci devono marcire, nelle patrie galere). Ugo Mattei lo sta facendo a partire da Generazioni Future. Marco Guzzi, fondatore di Darsi Pace, lo fa su un versante più spirituale (e, vorrei dire, terapeutico). Per il resto, il nulla. Ma se non si dà agli attivisti un adeguato bagaglio – storico, filosofico, giuridico, geopolitico, di sociologia, massmediologia e psicologia sociale, e sarebbe meglio anche psicologia tout court, questa sconosciuta – ci si condannerà a lavorare con persone animate dalle migliori intenzioni, ma poco meno che analfabete su quella “tinozza piena d’acqua sporca” (Nietzsche) che è la politica.
Vasto programma, lo so. Perché formare implica disporre di formatori, e il fior di studiosi e analisti fuori dai giri, che pure ci sono, dovrebbero mettersi a disposizione facendo volontariato. E non tutti hanno un ego che glielo consente. In secondo luogo, formare avrebbe senso se poi l’apprendimento fosse finalizzato a fare una cernita selettiva, poniamo, per le candidature al giro successivo. Altrimenti, il tutto si ridurrebbe a una pochade, a corsi online per passare la serata davanti al pc acculturandosi un po’. E qua sono i leader e leaderini, di solito, a guardare di traverso l’elevazione dei seguaci a classe potenzialmente dirigente. Infine, formarsi acquisterebbe un autentico valore se non si limitasse all’acquisizione di nozioni, ma a far propria una visione sufficientemente organica dei princìpi a cui ispirarsi. Una bussola d’orientamento che separi ciò che è fondamentale (il primato del politico sull’economico, cioè degli svantaggiati sui redditieri) da ciò che è secondario (com’è il fissarsi, oramai veramente paranoico, su cosa ha detto o fatto uno a proposito dei vaccini nel biennio pandemico, segno che a qualcuno il Covid ha preso non ai polmoni, ma al cervello).
Ma su questo, siamo decisamente in alto mare. Anche se arrivarci sarebbe meno difficile di quel che può sembrare. Beninteso una volta che si sia stabilito, cari amici sovranisti, che non è solo la “sovranità” la posta in gioco, ma la nostra condizione di esseri umani con una dignità. E a darci palesi indicazioni sulla profondità del disagio è l’insofferenza sociale ed esistenziale nei confronti di un sistema di vita alienante che, al di là della triade Usa-Israele-Ue, comprime per sua stessa essenza la forza vitale, i bisogni primari, le esigenze più profonde. Un terzo degli italiani, cosa storicamente mai accaduta, vive da solo, come ricordavo l’anno scorso in un’inchiesta su questo giornale web. Siamo all’impoliticità di massa, altro che politica.
Ecco, se vuole rivelarsi utile e con un avvenire post-elettorale, una forza che si dice di rottura dovrebbe farsi tramite della voglia di riscatto che pulsa tra frustrazione, rabbia e sdegno per il furto quotidiano di vita che scambiamo per normalità. E per farlo, a umilissimo giudizio dello scrivente, è necessario anzitutto tradurre il sapere su cause, colpevoli e complicità (anche quelle dell’uomo della strada) nel corpus teorico di una contro-élite di popolo. Perché la storia la fanno le minoranze. Purché sappiano intercettare, rielaborare e volgere a fini alternativi i motivi di scontento più sentiti dalle maggioranze. E ora torno alla mia torretta d’avvistamento di cause, mi auguro, non tutte perse.
PS. Solidarietà agli ultimi che ancora davano credito ai diarchi di Democrazia Sovrana e Popolare. Si spera stiano ora aprendo finalmente gli occhi sul personalismo egomaniacale e tragicomico settarismo della non premiata coppia, fatalmente scoppiata. Tare non esclusive, sia ben chiaro, di questi due soggetti. Ai quali, comunque, auguriamo ogni bene. Nel campo dell’ippica. Sebbene facessero più ridere il Mandrake e Er Pomata, però.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Pina Picierno è sempre stata un mito indiscusso. La sua sola esistenza dimostra in maniera lampante l’evanescenza incurabile del mitologico “centro” e, al contempo, le lievissime incongruenze del Partito democratico, da cui se non altro la nostra Pina se n’è andata (per quanto troppo tardi) qualche settimana fa. Invece di ringraziare il Pd, che l’ha sopportata – e peggio ancora supportata – tutto questo tempo, la nostra eroina non fa che lagnarsi per il trattamento subìto dal partito. E già qui vien da ridere, perché Picierno nel mondo reale non ha praticamente voti, e quindi non rappresenta politicamente nessuno, se non se stessa e quelle forze di centrodestra (Renzi, Calenda e Forza Italia) a cui ha sempre appartenuto per “idee”, visioni (?) e livello politico. Che doveva fare il Pd? Trattenerla con la forza o farsi dettare la linea dall’alto della sua inesistenza elettorale? Di cosa stiamo parlando?
[…] Qualche giorno fa, la nostra Pina ha voluto però andare oltre. Lo ha fatto parlando al Teatro Parenti di Milano, all’interno di un convegno (o qualcosa del genere) croccantissimo organizzato dal Circolo Matteotti e da Linkiesta, dal titolo “C’è ancora domani. Quattro strade possibili contro populismo e estremismo”. Wow! Che tema frizzante e ancor più irrinunciabile! C’era il parterre delle grandi occasioni. Su e giù dal palco, hanno dato mostra di sé alcuni dei più infaticabili sfollatori di consenso del cosiddetto “centrosinistra riformista”. Qualche nome: le “amiche e sorelle” (Picierno dixit) Marianna Madia, passata dal Pd a Italia Viva; Elisabetta Gualmini, ex Pd convertitasi ad Azione; Simona Malpezzi e Lia Quartapelle, purtroppo per Schlein ancora nel Pd. In platea c’erano pure Emanuele Fiano, bravo come pochi a fare la vittima (su tutto) e a prendere tortoiate dialettiche da Paola Caridi nel ruolo mellifluo di “sionista buono” (sic) a Piazzapulita, e Giorgio Gori, un altro che sta alla sinistra come Cruciani allo shampoo. Mancavano solo Gundam, Skeletor e Scalfarotto. Comprensibilmente esaltata da un consesso così spumeggiante, l’ineffabile Pina ha voluto spavaldamente superare gli exploit del passato, tipo lo scontrino della spesa da Floris a Ballarò nel 2014; oppure quando scambiò la “politica dei due forni” di Andreotti per la “politica del dolce forno” (eh?); o magari quando suole invocare censure a iosa per i “putiniani” e/o dimostra di tenere alla causa palestinese appena un po’ meno di Parenzo e Molinari. […] Le sue parole al Parenti di Milano sono già nei libri di storia. Leggiamole quindi con rispetto e ardore: “Il mondo è sempre stato cambiato da avanguardie coraggiose. Copernico, Galileo, Giordano Bruno, che è stato pure bruciato: hanno cambiato il mondo. Rosa Parks non si è alzata dalla sedia“. Capito? Oggi la nuova Rosa Parks è lei e il nuovo Giordano Bruno (“che è stato pure bruciato”, cit) è Gori. O magari Calenda, perché le “avanguardie coraggiose” oggi sono i riformisti: quelli rimasti nel Pd, quelli che lo hanno lasciato, quelli che sono approdati in Azione (o ci approderanno a breve, magari proprio la Picierno). Pina “Dolce Forno” si sente controcorrente (come no!) e per questo ha pure annunciato la nascita di Spazio Pubblico, imprecisato nuovo cantiere politico che proverà a riunire i riformisti rimasti senza casa, nel disperato (ma possibile) tentativo di prendere ancora meno voti di Ferrara, Adinolfi e Marattin. Pina Picierno come Copernico, Galileo e Giordano Bruno: non fa una piega. Come paragone ci sta tutto. A questo punto, andiamo oltre e aggiungiamo di getto: Salvini come Einstein. Santanchè come Giovanna d’Arco. Bocchino come Pertini. Vannacci nuovo Gandhi. Pozzolo nuovo Gramsci. E Pina nuova Rosa Parks (ah no, questo l’ha detto lei sul serio). È tutto meraviglioso: si vola come se non ci fosse un domani. Continua a farci sognare, magica Pina!

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli italiani sono investiti da una nuova ondata di disinformazione per indurli a credere che l’esercito ucraino stia prendendo il sopravvento su quello russo. Alexander Stubb, presidente della Finlandia, ha addirittura affermato che i rapporti di forza si sono capovolti a favore dell’Ucraina in un’intervista a Politico del 26 giugno scorso. Stubb ha dichiarato che muoiono otto russi per ogni soldato ucraino ucciso. Stubb ha precisato che l’Ucraina non è mai stata così bene “politicamente, militarmente ed economicamente” da quando è iniziata la guerra. Analisi simili compaiono anche sulla grande stampa italiana. Come può il cittadino comune difendersi da questa nuova campagna di disinformazione volta a nascondere il fallimento delle politiche della Nato in Ucraina?
[…] Il metodo che utilizzo è quello della “domanda dirimente”, che formulo come segue: se l’esercito ucraino sovrasta quello russo, perché gli ucraini non riconquistano Mariupol, Severodonetsk, Lysychansk, Avdiïvka o Vuhledar? Se 10.000 ucraini uccidono 80.000 russi, perché Zelensky non ha riconquistato nemmeno una di quelle roccaforti? Ecco la risposta: perché il 17 dicembre 2024 Zelensky ha dichiarato al quotidiano francese Le Parisien che l’Ucraina non ha le forze per riconquistare i territori perduti: “Di fatto questi territori sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli. Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative”, ha detto Zelensky. È ciò che questa rubrica diceva il primo giorno di guerra: per aiutare l’Ucraina, l’Unione europea deve trattare con Putin.
Che cosa è provato dai fatti?
In primo luogo, è provato che l’Ucraina non ha missili intercettori sufficienti e che la Russia sta devastando la sua infrastruttura energetica.
In secondo luogo, le doglianze del governo ucraino per la mancanza di Patriot rendono evidente che la Russia può bombardare Kiev a piacimento, perché ha assunto il controllo dei cieli dell’Ucraina, non del tutto, ma quasi interamente.
In terzo luogo, il governo di Kiev ci fa sapere di poter continuare a sostenere lo Stato e la società (ospedali, pensioni, scuole, ecc.) soltanto grazie agli aiuti esteri, cioè ai soldi dell’Unione europea e delle agenzie internazionali.
In quarto luogo, il governo di Kiev ci fa sapere che la controffensiva, iniziata il 5 giugno 2023, è fallita perché: a) non ha prodotto nessuno dei risultati sperati; b) non ha liberato nessuna roccaforte; c) ha causato un’ecatombe tra i soldati ucraini, resa evidente dalla richiesta dell’allora capo delle forze armate, Valerj Zaluzhny, di arruolare 600.000 nuovi soldati con la massima urgenza. Quando un esercito termina una controffensiva senza risultati, chiedendo 600.000 nuovi soldati, vuol dire che era partito per distruggere ed è tornato distrutto.
[…] La Nato aveva assicurato che la strategia migliore per salvare l’Ucraina fosse sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, escludendo la diplomazia. Mario Draghi lo ribadì al Mit di Boston, il 7 giugno 2023. Draghi disse di concepire soltanto la vittoria dell’Ucraina e si oppose a qualsiasi “pareggio confuso”. Esecrando il “pareggio confuso”, Draghi intendeva dire che la vittoria dell’Ucraina doveva essere schiacciante. Il risultato della strategia della Nato è il seguente: 1) l’Ucraina ha perso le sue regioni più ricche e strategiche; 2) ha perso quasi interamente lo sbocco al mare; 3) ha perso la capacità di sorreggersi da sola. Il che significa che ha perso le condizioni fondamentali per la sua prosperità futura. E non entrerà nella Nato.