
(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – L’integrazione europea dell’Ucraina sembra essere sempre più forte. Lo ha confermato anche la commissaria all’Allargamento, Marta Kos, nel corso dell’ultima riunione del Consiglio europeo. Qui, l’UE ha dato il via libera al prestito da 90 miliardi di euro al Paese (grazie anche al decadere del veto di Orban) e contestualmente approvato il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. Il passaggio successivo, a cui lavorano entrambe le parti, è proprio l’ingresso di Kiev nell’Unione. «È il momento di aprire formalmente i primi cluster negoziali per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea», ha affermato il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa. Bruxelles si complimenta per gli sforzi di Kiev nel portare avanti le riforme necessarie all’adesione, nonostante la guerra. Nessuna parola, invece, sull’accorpamento dei media sotto il controllo di un ente governativo e sulla chiusura di gran parte dei partiti di opposizione.
«Quando parlo di Paesi speciali, mi riferisco proprio a questo Paese che, pur essendo in guerra, sta portando avanti le riforme e sta comunque portando avanti il processo di adesione. Sono piena di ammirazione per il popolo ucraino e per la loro leadership che sta portando avanti tutto questo» ha dichiarato Kos, a margine del Delphi Economic Forum svoltosi a Cipro. I «passi avanti» di Kiev nel suo percorso di adesione all’Unione, rappresentati soprattutto dalle «riforme» messe in campo dal governo nonostante la guerra, sono al centro della dichiarazione congiunta rilasciata da von der Leyen, Zelensky e dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, nella quale si chiede l’apertura «senza indugio» dei capitoli negoziali.
Nessuno dei presenti sembra tuttavia ricordare alcuni fatti della cronaca politica recente ucraina, che hanno al centro proprio le tentate riforme messe in campo da Zelensky. Nemmeno un anno fa, infatti, il presidente ucraino ha cercato di far passare una legge per eliminare l’indipendenza i due organi anticorruzione ucraini, la NABU (l’Ufficio Nazionale Anti-Corruzione ucraino) e la SAPO (la Procura Speciale Anti-Corruzione), le quali stavano indagando sul caso di corruzione che ha coinvolto decine di figure vicine al presidente tra parlamentari ed ex parlamentari, 31 delle quali allora ancora in carica. Zelensky aveva addotto come motivazione non meglio specificate “influenze russe”. A costringere il presidente a fare un passo indietro era stata la stessa UE, i cui funzionari lo avevano avvisato che un provvedimento simile avrebbe messo a repentaglio l’adesione all’Unione. Una volta ritirata la legge, la presidente della Commissione UE von der Leyen si era complimentata con Zelensky per il «passo positivo» nel proseguire con le riforme. Pochi mesi dopo, lo scandalo sulla corruzione negli uffici governativi è esploso nel Paese. Tra le figure di maggior rilievo coinvolte vi sono l’ex ministro dell’Energia, German Galushenko, dimessosi a novembre 2025 dopo l’esplosione del caso e riassegnato al ministero della Giustizia, l’ex vice primo ministro Oleksiy Chernyshov e un ex consigliere di Zelensky. Tutti sarebbero coinvolti in un giro complessivo di tangenti del valore di 100 milioni di dollari, destinati a proteggere le centrali elettriche dal sabotaggio russo e in realtà sottratti da alcuni funzionari a partire dal 2022.
Risulta tutt’ora in vigore, inoltre, il decreto presidenziale firmato da Zelensky all’indomani dello scoppio della guerra, con il quale sono stati accorpati tutti i canali TV ucraini e creata «un’unica piattaforma informativa» per «un’informazione strategica», la United News. La stessa misura prevedeva la limitazione alle attività condotte da 11 partiti politici ucraini d’opposizione, alcuni dei quali accusati di legami diretti con Mosca. Il decreto è ancora in vigore in quanto legato alla legge marziale, che è stata prolungata fino al prossimo 4 maggio 2026 – anche se nel frattempo alcuni canali televisivi hanno cominciato a operare all’esterno di United News.
Milei e il confine sempre più sottile tra sicurezza e controllo

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La decisione di Javier Milei di sospendere l’accesso dei giornalisti accreditati alla Casa Rosada non è un episodio amministrativo. È un segnale politico. Quando il potere esecutivo chiude fisicamente le porte della presidenza alla stampa, invocando la sicurezza nazionale e un’indagine per presunto spionaggio illegale, non sta soltanto gestendo una procedura interna. Sta ridisegnando il rapporto tra Stato, informazione e opinione pubblica.
La formula scelta dal governo argentino è quella più classica e più pericolosa: misura preventiva. Non una condanna, non una prova esibita, non una durata definita, ma una sospensione decisa dall’alto, senza spiegazioni sufficienti e senza un termine chiaro. Da giovedì mattina i cronisti che seguono abitualmente l’attività della presidenza si sono visti negare l’ingresso nella sede dell’esecutivo a Buenos Aires. La giustificazione è stata la sicurezza nazionale. Ma proprio qui nasce il problema: quando la sicurezza diventa una parola ombrello, può coprire tutto, anche ciò che in una democrazia dovrebbe restare scoperto.
La Casa Rosada come simbolo
La Casa Rosada non è un edificio qualunque. È il luogo fisico del potere argentino, il teatro della politica nazionale, il punto in cui il governo parla, decide, si espone, viene osservato. Escludere i giornalisti da quello spazio significa rompere una consuetudine istituzionale e trasformare la trasparenza in concessione revocabile. Non è la stampa a entrare per favore del presidente. È il potere che deve accettare di essere osservato perché governa in nome dei cittadini.
La reazione delle organizzazioni professionali è stata immediata. I giornalisti accreditati hanno parlato di un attacco esplicito alla libertà di stampa. Il sindacato SiPreBa ha evocato la censura e una deriva autoritaria. Sono parole pesanti, ma non sproporzionate, perché arrivano dentro un clima già avvelenato. Milei non ha mai nascosto il proprio disprezzo per una parte del sistema mediatico, accusato di essere corporativo, ostile, parassitario, legato alla vecchia politica. Il problema è che, quando questa retorica passa dalla polemica alla restrizione concreta dell’accesso all’informazione, cambia natura.
Il metodo Milei: rompere per governare
Milei ha costruito la propria ascesa politica sull’idea della rottura. Rompere con il peronismo, rompere con lo Stato sociale, rompere con la burocrazia, rompere con il linguaggio tradizionale della politica. Questa rottura gli ha dato forza, consenso, identità. Ma governare non è fare campagna elettorale permanente. Governare significa anche accettare limiti, controlli, domande scomode, mediazioni istituzionali.
La chiusura ai giornalisti rientra in una logica più ampia: concentrare il racconto politico nelle mani del governo, ridurre gli intermediari, parlare direttamente alla propria base, delegittimare chi fa domande. È una strategia molto contemporanea. I presidenti non censurano sempre con i vecchi strumenti. A volte basta restringere l’accesso, selezionare le presenze, spostare la comunicazione sui canali controllati, accusare i media critici di tramare contro la nazione.
La cornice economica: austerità e tensione sociale
La questione della stampa non può essere separata dal contesto economico argentino. Milei governa un Paese attraversato da anni di inflazione, debito, crisi valutaria, povertà e sfiducia nelle istituzioni. Il suo programma di tagli radicali, liberalizzazioni e riduzione dello Stato è stato presentato come terapia d’urto. Ma ogni terapia d’urto produce dolore sociale, resistenze, proteste, conflitti distributivi.
In questo scenario, l’informazione diventa un campo strategico. Chi racconta gli effetti delle politiche economiche, chi dà voce ai settori colpiti, chi verifica numeri e promesse, diventa inevitabilmente un attore scomodo. Una presidenza che vuole imporre sacrifici profondi ha bisogno di consenso, ma anche di controllo della narrazione. Ed è qui che il rapporto con i giornalisti diventa nervoso. Perché il giornalismo, quando funziona, non è l’amplificatore del governo. È il suo limite pubblico.
Sul piano geoeconomico, Milei punta a riposizionare l’Argentina come Paese aperto ai mercati, agli investitori, agli Stati Uniti, alle grandi reti finanziarie occidentali. Ma un Paese che restringe gli spazi della stampa manda un segnale ambiguo. Gli investitori cercano stabilità, ma la stabilità non coincide con il silenzio. Una democrazia che appare sempre più verticale può sembrare efficiente nel breve periodo e fragile nel medio.
La dimensione geopolitica
L’Argentina di Milei vuole uscire dall’ambiguità, allinearsi con Washington, Israele e il campo occidentale, prendendo le distanze dalle reti sudamericane più autonome e dai rapporti privilegiati con Cina e Russia. Ma il paradosso è evidente: mentre proclama la libertà economica come valore assoluto, il governo rischia di restringere una libertà politica fondamentale, quella di informare.
Questo indebolisce anche la posizione internazionale di Buenos Aires. Le democrazie occidentali tollerano spesso molte contraddizioni dei propri alleati, soprattutto quando condividono orientamento strategico e interessi economici. Ma l’immagine conta. Se l’Argentina scivola nei rapporti delle organizzazioni per i diritti civili e della libertà di stampa, la sua pretesa di rappresentare una nuova stagione liberale apparirà sempre più contraddittoria.
Il nodo della sicurezza nazionale
Naturalmente, uno Stato ha il diritto e il dovere di proteggere le proprie istituzioni da eventuali attività illegali. Se esiste davvero un’indagine per spionaggio, deve essere condotta con serietà. Ma proprio per questo servono proporzionalità, trasparenza e garanzie. Colpire indistintamente i giornalisti accreditati senza spiegare la natura della minaccia rischia di trasformare un’indagine in uno strumento politico.
La sicurezza nazionale non può diventare il nuovo nome dell’opacità. In America Latina questa lezione dovrebbe essere particolarmente chiara. Il continente conosce troppo bene la storia dei governi che hanno cominciato limitando l’accesso, poi la critica, poi il dissenso, sempre in nome dell’ordine, della patria, della stabilità.
Una prova decisiva per la democrazia argentina
La vicenda non riguarda soltanto Milei e i giornalisti. Riguarda la qualità della democrazia argentina in una fase di trasformazione violenta. Un governo forte può essere legittimo. Un governo riformatore può essere duro. Ma un governo democratico non dovrebbe avere paura delle domande.
Se la sospensione sarà breve, motivata e accompagnata da chiarimenti, resterà un episodio grave ma circoscritto. Se invece diventerà precedente, metodo, abitudine, allora la Casa Rosada chiusa ai giornalisti diventerà il simbolo di qualcosa di più profondo: un potere che non vuole più essere osservato, ma soltanto ascoltato.
Il fisico teorico Carlo Rovelli parla del suo nuovo libro «La cattiva coscienza dei fisici» nato dal successo della serie video sulla bomba atomica pubblicata su CorriereTV

(Iacopo Gori – corriere.it) – «Ci sono atomiche sufficienti a bruciare viva l’umanità, e stiamo litigando». Le riflessioni del fisico teorico e scrittore Carlo Rovelli sul nucleare e sulla cattiva coscienza dei fisici che hanno creato la bomba atomica, dopo essere state una serie video di successo su CorriereTV adesso sono diventate un libro. Dall’«errore» di Enrico Fermi, al progetto Manhattan, alle bombe Usa su Hiroshima e Nagasaki, all’atomica russa, all’equilibrio del terrore fino alla bomba cinese, alle testate nucleari in Italia alla grande paura di oggi dove lo spauracchio nucleare viene evocato da tanti, troppi potenti.
Perché siamo sull’orlo di una guerra nucleare? Chi sono i responsabili? Perché le guerre nascono quasi sempre da malintesi? Serve moralismo o razionalità per uscire da questa situazione? Perché dobbiamo smettere di guardare gli altri come nemici e capire che siamo tutti soltanto cittadini dello stesso mondo? C’è qualche adulto nella stanza dei bottoni?
Sono tante le domande e i tentativi di risposta in questo libro oggi più che mai utile per non ricadere negli errori (e orrori) del passato e invece risvegliare le coscienze di ciascuno, per aiutare ad orientare le scelte che ogni giorno possiamo e dobbiamo fare come singoli, come cittadini e come Paese per costruire un presente senza il rischio di catastrofe nucleare.
Temi e pensieri attualissimi che Carlo Rovelli, da vero scienziato, affronta senza pregiudizi o dogmi su cosa sia bene o male ma con la lucidità che il pensiero scientifico può dare, animato dalla ferma e profonda convinzione «che il bene comune arriverà quando riusciremo a evitare le guerre, non a vincerle. Perché evitare le guerre e trovare il modo di convivere senza spararsi addosso è la scelta più razionale e più utile per tutti».
Sopra la videointervista integrale
– Il libro.
Carlo Rovelli, la cattiva coscienza dei fisici, Solferino 2026

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Perché lo stipendio che i lavoratori dipendenti mettono in tasca non regge il passo dell’aumento dei prezzi e nel carrello della spesa non riescono più a mettere le stesse cose di sei anni fa? Per capire dove si è aperta davvero la distanza tra salari e costo della vita bisogna seguire la catena: l’inflazione che ha accelerato all’improvviso; i rinnovi contrattuali che dovrebbero aggiornare ogni tre anni i salari all’aumento dei prezzi, ma arrivano tardi; la misura in cui gli aumenti non recuperano la perdita del potere d’acquisto; e infine il ruolo del fisco, intervenuto a compensare solo in parte quello che i contratti non hanno recuperato. Vediamo che cosa è successo.
Finché l’inflazione rimane bassa, i rinnovi, pur non tempestivi, riescono comunque a mantenere la tenuta delle retribuzioni contrattuali. Fra il 2015 e il 2021 sono cresciute in linea con i prezzi (in alcuni casi anche poco sopra). Il quadro cambia con l’inflazione alta. Nel 2022 i prezzi aumentano dell’8,5%, nel 2023 del 6,4%. Quando il carovita accelera, il fattore tempo diventa decisivo e, se i rinnovi arrivano tardi, nella vita reale la perdita si è già prodotta riducendo la capacità di spesa dei lavoratori.
Nel settore pubblico prendiamo come riferimento due categorie tipo che, complessivamente, rappresentano quasi 2 milioni di lavoratori. Nel comparto Istruzione e Ricerca il contratto 2022-2024 è stato firmato il 23 dicembre 2025, circa 12 mesi dopo la scadenza. Nel comparto Sanità la firma è arrivata il 27 ottobre 2025, 10 mesi dopo. Questo significa che, per lunghi periodi, i dipendenti hanno continuato a lavorare con trattamenti economici definiti prima della fiammata inflazionistica. Ed è quello che si sta verificando ora: tutti i contratti in essere nel settore pubblico a febbraio 2026 risultano scaduti. Nel settore privato a febbraio i contratti scaduti riguardano il 12,7% dei dipendenti, ma solo il mese prima la quota era del 35,3%. Anche qui vale la pena guardare ad alcuni comparti che, in totale, rappresentano 4,5 milioni di lavoratori.
Nel Terziario il contratto scaduto nel 2019 è stato rinnovato soltanto nel 2024, con un ritardo di 5 anni! Per i Metalmeccanici il rinnovo del contratto scaduto nel 2024 è arrivato nel 2025, dopo 17 mesi di trattativa e 40 ore di sciopero.
Nel complesso oggi tra scadenza e firma passano in media 14 mesi nel pubblico e 13,7 mesi nel privato. Il problema è talmente grave che il Governo Meloni sta pensando di introdurre per legge, con il decreto Primo maggio, piccoli aumenti automatici per i contratti scaduti: il 30% dell’inflazione programmata dopo sei mesi e il 60% dopo dodici.
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Se guardiamo al rapporto tra salari e prezzi, vediamo che rispetto al 2019 le retribuzioni lorde sono aumentate del 12,2%, mentre i prezzi sono saliti del 19,7%. Quindi è vero che entra più denaro in busta paga rispetto a qualche anno fa, ma quel denaro compra meno cose di prima.
Questo scarto di 7,5 punti è quantificabile in una perdita annua di potere d’acquisto di oltre 3.000 euro per un insegnante, di circa 3.200 per un infermiere, arriva quasi a 3.400 per un commesso ed è pari a 1.755 per un metalmeccanico. I conti riportati sono elaborati per Dataroom dagli economisti Simone Pellegrino (Università di Torino), Marco Leonardi (Università di Milano) e Leonzio Rizzo (Università di Ferrara). Leonardi e Rizzo, autori del saggio Il prezzo nascosto (Egea), collocano questo fenomeno dentro una tendenza che parte da lontano: nel periodo 1991-2024 i salari lordi reali, cioè al netto dell’inflazione, sono aumentati del 32% in Francia, del 33% in Germania e del 48% nel Regno Unito. L’Italia, sola tra i grandi Paesi Ocse, registra invece un meno 2,4%. Quindi non solo non c’è stata una crescita lenta, ma addirittura un arretramento.
(…) a parità di reddito il prelievo dovrebbe essere uguale. Ma quando l’imposta viene riempita di bonus, detrazioni e correttivi pensati per sostenere il reddito da lavoro, si producono discriminazioni.
Per consentire di recuperare una parte della perdita del potere d’acquisto sul lavoro dipendente, il governo Meloni è intervenuto attraverso il sistema fiscale. Per ridurre l’Irpef, oltre al taglio delle aliquote al 23 e al 33%, viene introdotto un bonus monetario (fino a 20 mila euro di reddito) e una nuova detrazione da lavoro dipendente (1.000 euro tra i 20 e i 32 mila euro, poi a scalare fino a 40 mila). Ma ridurre il danno non significa annullarlo. Infatti nei profili considerati restano in tasca 1.468 euro in meno per un insegnante, 1.688 in meno per un infermiere e 1.187 in meno per un commesso. Solo il metalmeccanico chiude con un minimo scarto: 37 euro in più l’anno. Questi interventi però stanno creando la distorsione del sistema fiscale.
L’Irpef, sulla carta, si fonda su un principio semplice: a parità di reddito il prelievo dovrebbe essere uguale. Ma quando l’imposta viene riempita di bonus, detrazioni e correttivi pensati per sostenere il reddito da lavoro, si producono discriminazioni. Infatti categorie diverse di lavoratori, a seconda del beneficio fiscale a cui hanno accesso, pur avendo lo stesso reddito finiscono con il pagare imposte differenti. Come pure i pensionati.
C’è poi un secondo effetto, più tecnico ma molto concreto, che riguarda gli aumenti di stipendio. Quando un lavoratore riceve un aumento, su quest’aumento si applica l’aliquota di legge e contestualmente le detrazioni e agevolazioni da lavoro dipendente si riducono. Alla fine l’aumento lordo in busta paga si traduce in un aumento netto poco significativo.
Ed è proprio per evitare che i già esigui aumenti concessi dai contratti vengano poi erosi dal sistema fiscale che il governo, con la legge di Bilancio 2026, introduce una misura temporanea sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali: si applica un prelievo del 5%. Nella pratica un metalmeccanico C3 con una retribuzione annua lorda di 30 mila euro nel 2024 riceve 638 euro lordi in più. Con il prelievo agevolato del 5% paga 32 euro di imposte. Con il sistema ordinario ne pagherebbe 227. Una differenza non da poco, ma questa misura è temporanea: dal 2027, salvo proroghe, si tornerà al regime ordinario.
Anche questo intervento, però, non risolve il problema strutturale. Lo attenua per un periodo limitato e, nello stesso tempo, introduce nuove differenze. La prima è tra categorie di lavoratori: la misura si applica ai dipendenti del settore privato e non a quelli del pubblico. La seconda è tra chi rinnova il contratto entro il 2026 e chi lo rinnova dopo: i primi possono usufruire del prelievo ridotto, i secondi no. Per questa ragione, sostiene il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, i redditi da lavoro dovrebbero crescere prima di tutto attraverso la contrattazione e non per via fiscale.
La partita dei salari la devono giocare i sindacati, che dovrebbero ritrovare forza e ruolo. Oggi sono tanti, disuniti e deboli. Spesso arrivano ai tavoli in posizione difensiva, dopo quasi 40 anni passati a trattare più per salvare posti di lavoro che per migliorare i salari, perché le regole della contrattazione sono ancora quelle fissate a luglio del 1993. Nel frattempo però l’economia è cambiata e le imprese competono solo sul costo del lavoro: o tengono i salari bassi o minacciano di chiudere. È il caso delle tante aziende di subfornitura che lavorano per i grandi gruppi stranieri. Tutto questo finisce sui tavoli contrattuali e chi non ha la forza di tenere il punto cede. Infatti è ormai diventata una regola quella di arrivare a firmare i rinnovi contrattuali quando il triennio è già scaduto da tempo, con la busta paga ferma. Nel settore pubblico funziona lo stesso schema con l’aggravante che l’azienda è lo Stato, dove i partiti che governano ministeri e funzionari considerano i dipendenti pubblici marginali nella ricerca del consenso. Paradossalmente la politica presta più attenzione ai balneari che agli insegnanti o agli infermieri. Dunque se alla fine i sindacati sono sempre più fragili (e accade in tutto il mondo) dipende sia dai cambiamenti strutturali dell’economia, sia dal loro asservimento alla politica e dalla loro incapacità di trovare nuove forme di contrattazione. In questo contesto anche la politica fiscale deve cambiare direzione. A insistere su questo punto è l’Ufficio parlamentare di Bilancio nell’audizione sulla Finanziaria 2026: per non alimentare distorsioni l’Irpef deve essere uguale per tutti in base alle fasce di reddito, e va separata da bonus e detrazioni che invece dovrebbero diventare strumenti di sostegno al reddito mirati alle famiglie che ne hanno più bisogno.
Conte primo in classifica, Calenda al sesto posto

(ilfattoquotidiano.it) – “Non sono una fan delle primarie. Credo che una parte del dilemma della sinistra siano le frammentazioni, mentre per vincere, bisogna avere tutti lo stesso obiettivo. E le primarie sono fondamentalmente una gara” in cui “ognuno gioca per sè”. Parola di Silvia Salis che ospite in tv di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” non ha sciolto il nodo della sua eventuale disponibilità a scendere in campo come possibile federatrice del campo largo. “Io – si è limitata a dire – sono molto concentrata su quello che stiamo facendo a Genova”. Ma ha chiarito intanto la sua ostilità rispetto allo strumento delle primarie. “Possono diventare un tema di attacco da parte della destra. Da elettrice di sinistra – ha detto la sindaca di Genova – non vorrei vedere una gara tra i nostri leader. Chi voterei tra Conte e Schlein? Semplicemente non voterei: essendo contraria alle primarie, sono coerente”.
L’atteso confronto a distanza con Elly Schlein dunque non si consuma: la domenica era infatti iniziata con le parole della segretaria del Pd al quotidiano El Pais a proposito del nodo della premiership del campo progressista. “Raggiungeremo un accordo. Toccherà a chi otterrà un voto in più oppure ci saranno le primarie di coalizione. Non partiamo da zero perché in questi tre anni abbiamo già elaborato molte proposte legislative” ha sottolineato Schlein aprendo all’opzione primarie che i 5Stelle ritengono ineludibili. Come ha ribadito ieri l’altro al Fatto Stefano Patuanelli. E come ha chiarito anche Giuseppe Conte presentando il suo libro “Una nuova Primavera” lo scorso 13 aprile alla presenza di tutti i leader della coalizione progressista. A partire dalla segretaria del Pd che ieri ha raccolto il messaggio aprendo all’opzione primarie nonostante il tema dei gazebo registri la contrarietà di un bel pezzo del suo partito e anche dei padri nobili del centrosinistra ossia Romano Prodi e Rosi Bindi, Walter Veltroni e Massimo D’Alema.
Conte comunque ha già vinto una sfida, almeno in libreria: “Una nuova primavera” è primo in classifica, mentre il saggio di Carlo Calenda (che ha debuttato il giorno dopo rispetto al volume dell’ex premier) è solo sesto. Anche Silvia Salis si starebbe preparando a scendere in campo con un suo libro manifesto: l’uscita, secondo le indiscrezioni, era inizialmente prevista a maggio, salvo poi decidere di rinviare a dopo l’estate.
Aprire la caccia è una barbarie per soddisfare i desideri di pochi. A Yellowstone furono sterminati e poi reintrodotti negli Anni 20

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Perché quella del branco di lupi avvelenati in Abruzzo è una pessima notizia? E cosa c’importa se il governo italiano vuole eliminare gli ultimi vincoli di buonsenso a un’attività anacronistica come la caccia? Le due cose sono legate.
Da quando l’Ue ha deciso di declassare il lupo da specie «strettamente protetta» a semplicemente «protetta», in tutti i Paesi d’Europa si è scatenata una caccia al lupo che riporta alla mente gli squadroni militari francesi del Medioevo appositamente addestrati per il loro sterminio. Dopo secoli di persecuzioni, che sono arrivate a vette di crudeltà senza precedenti, i lupi europei avevano iniziato a guardare il futuro con qualche speranza. Nell’Italia degli Anni 70 del secolo scorso era rimasto qualche centinaio di individui che hanno progressivamente ripreso vigore da quando la specie è stata protetta. Nessuna reintroduzione, come improvvidamente qualcuno ancora sostiene (adducendo magari di aver visto personalmente gli ambientalisti paracadutare i lupi in Appennino), semplicemente avevamo ricominciato a lasciarli in pace. Così oggi i lupi italiani sono poco meno di 4000 e prosperano dalla Calabria fino alle Alpi.
Una buona notizia per tutti? Evidentemente no. Infatti si è iniziato a protestare contro i troppi lupi, come se la quantità di animali selvatici la potessimo decretare noi per legge e ignorando che molti esperti calcolano in circa 20.000 la quantità di lupi tollerabili nella Penisola (gli stessi che erano presenti prima delle stragi moderne). Da qui in poi è ripreso il massacro dei bracconieri, che poi altro non sono che cacciatori nella loro veste di maligni supereroi: di giorno tirano alle povere quaglie, di notte a lupi e orsi. Ritenendo a torto di essere loro a dover controllare la popolazione, solo uno dei tanti luoghi comuni dell’epica posticcia della caccia: i cacciatori che amano passeggiare, amano i cani, svegliarsi all’alba e mangiare in compagnia, come perfetti custodi della natura. I cacciatori conservano l’ambiente nella misura in cui Erode avrebbe conservato gli asili nido: è la loro riserva per il sottile piacere di uccidere, unica misera giustificazione per uno pseudo-sport aborrito dalla maggior parte degli italiani. Se ci sono storture nella sovrappopolazione di ungulati sul territorio nazionale, la colpa è quasi sempre dei cacciatori, come sanno bene, per esempio, i cittadini dell’isola d’Elba, dove i cinghiali non erano mai stati presenti e dove oggi combattono contro circa 3000 individui introdotti dai cacciatori per il loro malsano divertimento.
I lupi contengono naturalmente il numero degli ungulati: dove ci sono lupi in libertà, i cinghiali abbassano drasticamente il loro tasso di riproduzione, anche senza che vengano direttamente predati allo stremo. E funziona così in ogni parte del mondo, come ci ricorda l’esperienza del Parco di Yellowstone, dove i lupi furono sterminati dai cacciatori negli Anni 20 del secolo scorso e reintrodotti decenni dopo per regolare la popolazione dei cervidi che proliferava così tanto da distruggere ecosistemi e incrementare il dissesto idrogeologico. Ciò vale a dire che i lupi, in un Paese come il nostro, sono anche in grado di mitigare il rischio di frane e alluvioni, oltre che a regolare gli eccessi di cinghiali.
Ma uccidono le pecore, si dirà. Ciò è vero, in linea con il loro profilo di cacciatori intelligenti: più facile una pecora che un cinghiale. Ma si può ovviare facilmente con reti elettrificate, cani da guardianìa e pastori presenti sul posto, riducendo dell’80% le predazioni. Si calcola che le predazioni sul bestiame allevato in Europa siano attorno allo 0,07%. E poi, la pecora esiste in natura? Voglio dire che la pecora è una preda artificiale creata dai sapiens: zampette esili, zoccoli e corna inesistenti, niente dentatura di rilievo, poca corsa e nessuna forza. La pecora serve solo a produrre carne, latte e lana. In natura animali di questo tipo non reggono una generazione. Presso i sapiens, invece, alimentano economie e miti, come quello della pecorella, e religioni (l’agnello di dio), mentre il lupo è il demonio. Il problema non sono i lupi, ma ciò che rappresentano: un ostacolo alle attività predatorie dei sapiens sull’ambiente, caccia in primis.
E con la modifica richiesta da una potente azione di lobby di una straminima minoranza di esagitati, si chiude il cerchio, chiedendo di cacciare nei parchi e nelle zone protette, lungo le spiagge, in città, con gli infrarossi, tutti i giorni e perfino con la crudeltà dei richiami vivi. Questa non è una legge, è una crudeltà barbarica priva di ogni base scientifica, irrispettosa degli italiani cui appartiene per Costituzione la fauna selvatica e ignorante del fatto che tutti i viventi non umani sono individui, esattamente come noi, con le loro emozioni e perfino con i sentimenti. È già abbastanza penoso allevare per mangiare, ma portare sofferenza per divertimento è abominevole. Altro che riforma, l’abrogazione della caccia è diventata una necessità improrogabile.

(Tiberio Graziani – lafionda.org) – Nel quadro della trasformazione sistemica dell’ordine internazionale, i fenomeni relativi alle frizioni tra gli Usa e i suoi alleati non rappresentano episodi isolati, bensì manifestazioni coerenti di una dinamica più profonda: la transizione da un assetto unipolare a una configurazione policentrica ancora instabile, segnata da adattamenti e ridefinizioni di ruolo.
I Paesi europei, tanto nella loro dimensione statuale quanto nella cornice dell’Unione, appaiono oggi ai margini dei processi decisionali che strutturano la geopolitica globale. Tale marginalità non è il prodotto di una contingenza, bensì l’esito di un lungo processo di dismissione della sovranità strategica, avviato sin dal secondo dopoguerra e progressivamente trasferito al garante transatlantico, con una decisiva accentuazione nel corso della fase unipolare. Si tratta, in altri termini, di quella che potremmo chiamare una eterodirezione interiorizzata, che ha finito per svuotare le capacità autonome di analisi, decisione e proiezione del continente.
Privata di una autonoma visione geopolitica, l’Europa si è adattata a concepirsi come periferia funzionale dell’egemone statunitense, rinunciando a costruire una propria postura nei confronti dei grandi dossier internazionali: energia, sicurezza, relazioni con il vicinato eurasiatico e mediterraneo. Il risultato è una condizione di dipendenza strutturale e psicologica che, nel momento in cui il centro egemonico modifica le proprie priorità, lascia il Vecchio Continente esposto e privo di strumenti decisionali efficaci.
Parallelamente, si assiste a un fenomeno ancor più rilevante: la progressiva erosione della credibilità degli Stati Uniti quale garante dell’ordine internazionale. Tale mutamento non investe unicamente gli alleati europei, ma si estende all’intero sistema periferico dell’Occidente a trazione statunitense, includendo quei Paesi arabi che, per decenni, hanno rappresentato snodi essenziali della proiezione strategica di Washington nel Golfo.
In questo contesto, non può essere esclusa la prospettiva di un progressivo disaccoppiamento anche lungo assi finora ritenuti strutturali, come quello tra gli Stati Uniti e il Giappone, a testimonianza di una più ampia rinegoziazione dei rapporti centro–periferia all’interno dello spazio di influenza statunitense.
Dinamiche analoghe, per quanto già in atto e più visibili, si riscontrano nel rapporto con la Turchia, alleato formalmente integrato nel dispositivo occidentale ma sempre più orientato a una postura autonoma, quando non apertamente eterodossa. Ankara ha progressivamente riconfigurato la propria collocazione da periferia disciplinata a soggetto strategico capace di oscillare tra più poli, segnalando così le difficoltà del centro egemonico nel mantenere coeso il proprio campo di proiezione.
La crisi di fiducia ha radici strutturali. Essa deriva dalla fine del ciclo dell’universalismo liberaldemocratico, ovvero di quella fase storica in cui Washington si proponeva come promotore di un modello politico-economico universalizzabile. Oggi tale paradigma mostra segni evidenti di esaurimento: non solo non è più esportabile, ma non è più sostenibile nemmeno come architrave ideologica della leadership globale americana.
In questo contesto, gli Stati Uniti operano un processo adattivo tipico delle potenze in fase post-egemonica. Non più in grado di garantire stabilità sistemica su scala globale, essi selezionano ambiti e teatri di intervento secondo criteri di opportunità contingente, riducendo il costo della propria proiezione esterna e scaricando le conseguenze sulle proprie periferie.
È in questa chiave che va letta la nuova postura statunitense nei confronti delle sue periferie storiche. Una postura che si situa nel più ampio processo di disarticolazione del sistema internazionale avviato dalle Amministrazioni Trump I e II.
L’Europa, privata dell’accesso a fonti energetiche stabili e sottoposta a scelte strategiche unilaterali, viene esposta a costi sistemici elevatissimi, sul piano economico e sociale, senza alcuna contropartita in termini di autonomia o sicurezza.
Analogamente, i Paesi del Golfo e più in generale il mondo arabo, un tempo considerati “alleati privilegiati”, entrano in una condizione di vulnerabilità sistemica. Le dinamiche conflittuali che investono la regione li espongono direttamente a rischi economici e militari, senza che il tradizionale “ombrello” statunitense offra loro più garanzie credibili.
In entrambi i casi, emerge una percezione condivisa: gli Stati Uniti non sono più il “garante” dell’ordine regionale, ma un attore che agisce secondo logiche proprie, spesso indifferenti agli interessi dei partner, con l’eccezione di specifici nodi strategici ritenuti irrinunciabili, tra cui Israele.
Le guerre attualmente in corso – in aree tutte esterne all’emisfero occidentale – non devono essere interpretate quindi come anomalie, bensì come parte integrante delle prassi adattive dell’egemone in declino.
Esse svolgono una duplice funzione: da un lato, consentono agli Stati Uniti di mantenere un grado di influenza indiretta nei teatri strategici; dall’altro, contribuiscono a impedire l’emergere di poli regionali autonomi che potrebbero accelerare il superamento dell’ordine unipolare e rendere irreversibile le residue potenzialità egemoniche di Washington.
Si tratta, dunque, di conflitti che non mirano necessariamente a una vittoria decisiva, bensì alla gestione prolungata dell’instabilità, in una logica di contenimento e di continua ridefinizione degli equilibri. In tale prospettiva, il fattore tempo assume un rilievo strategico centrale: esso consente agli Stati Uniti non solo di “prendere fiato”, ma anche di riorganizzare e rimodulare il proprio sistema di alleanze in funzione delle nuove priorità sistemiche.
Il quadro che emerge è quello di un sistema internazionale in fase di riconfigurazione, nel quale l’Europa appare smarrita e marginale, mentre gli Stati Uniti, pur restando una potenza di prim’ordine, non sono più in grado di esercitare una egemonia piena.
La perdita di credibilità americana e l’assenza di autonomia europea rappresentano quindi due facce della stessa crisi: quella di un ordine ormai esaurito, che lascia spazio a nuove configurazioni di potere ancora in via di definizione.
In questo scenario, la vera posta in gioco per le periferie dell’ex impero non è più la fedeltà all’alleato storico, ma la capacità di ridefinire sé stesse come soggetti strategici autonomi in un mondo definitivamente post-occidentale.
‘La decisione dopo le dichiarazioni del maestro sull’orchestra’

(ansa.it) – La Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi, comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi”.
Si legge in una nota della Fondazione.
“La decisione – si spiega – è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenice e della sua Orchestra. Tali affermazioni, non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’Orchestra”.
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “prende atto della decisione di Nicola Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza, e conferma al sovrintendente de La Fenice la sua più completa fiducia”. Si legge in una nota, dopo l’annuncio del sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia di annullare tutte le collaborazioni con Beatrice Venezi. “Con l’auspicio che tale scelta possa sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni d’ogni ordine e grado; nell’interesse del Teatro e della città di Venezia”, aggiunge Giuli.

(dagospia.com) – L’agenda di politica estera di Donald Trump è piuttosto disordinata, negli ultimi giorni. Il pantano in cui è finito con la guerra in Iran, ha mandato in tilt il ciuffo del “Rusty Trumpone” che è sempre più insofferente, nervoso, irascibile.
Con un post sul suo social “Truth”, il presidente ha bloccato le trattative in corso a Islamabad, in Pakistan, con la delegazione di Teheran trattenendo in patria il suo inviato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner:
“Ho appena cancellato il viaggio dei miei rappresentanti a Islamabad, in Pakistan, per incontrare gli iraniani. Troppo tempo sprecato in viaggio, troppo lavoro! Oltretutto c’è un’enorme lotta intestina e confusione all’interno della loro leadership. Nessuno sa chi sia al comando, nemmeno loro. E poi noi abbiamo tutte le carte in mano, loro nessuna! Se vogliono parlare, non devono far altro che chiamare!!!”.
Trump è risentito per il mancato sostegno dei paesi europei alla sua guerra, e di Netanyahu, al regime degli Ayatollah: l’ex immobiliarista con il grilletto facile è come un bimbo viziato, scalcia, strepita e s’infuria se non ottiene quello che vuole. E proprio come un bimbo quando viene frustrato, vuole vendicarsi.
Prima, tramite il Pentagono, ha evocato la cacciata della Spagna dalla Nato (una mossa irrealizzabile, stando ai trattati, ma utile a far comprendere il livello di isteria raggiunto alla Casa bianca) e ora il tycoon sta vagliando le sue mosse per far capire ai partner occidentali “chi ha le carte”.
Il presidente degli Stati uniti potrebbe disertare il prossimo vertice del G7, che sarà organizzato dalla Francia, dal 15 al 17 giugno 2026 a Évian, al confine con la Svizzera. Un primo, chiaro, segnale di smarcamento: se voi non ci siete per me, io non ci sarò per voi.
Un approccio muscolare che potrebbe essere ribadito anche in vista dell’importantissimo vertice Nato previsto ad Ankara, in Turchia, il 7 e l’8 luglio 2026. Anche lì Trump potrebbe dare forfait. Un timore concreto che ha già spinto il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, a ipotizzare un meeting esclusivamente “tecnico”, per discutere di riarmo e collaborazione industriale, evitando ogni conclusione politica.
A questa ostilità conclamata verso la Nato, s’aggiunge l’intransigenza ad minchiam dello svalvolato segretario della difesa degli Stati uniti, Pete Hegseth, che spinge per rendere i vertici dell’Alleanza atlantica a cadenza biennale e non annuale: un ulteriore sganciamento dai partner.
Non solo. Il ceffone finale, e fragoroso, ai riottosi paesi europei Trump conta di darlo al G20 previsto a Miami il 14 e 15 dicembre 2026: al vertice vuole invitare Vladimir Putin. Una presenza che sarebbe clamorosa e deflagrante per l’asse euro-atlantico: ritrovarsi al tavolo dei grandi il “nemico” Putin, su cui pende un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra in Ucraina, a un consesso negli Stati uniti (non in Sudafrica o in Brasile), e in presenza di tutti gli altri leader europei, sarebbe lo sputo nell’occhio definitivo.
In questo bailamme di strategie, appuntamenti reali o virtuali, dispetti e sgambetti, torna in bilico la presenza di Trump all’incontro, già annunciato, con Xi Jinping il 14 e 15 maggio a Pechino.
Ps: mentre quel rincojonito di Trump sogna di portare a Miami per il G20 il suo adorato Putin, il presidente russo è in assiduo contatto con i vertici del regime iraniano, che è in guerra con gli Stati uniti.
L’amico del mio nemico non dovrebbe essere mio amico, consiglierebbe il buon senso.
Solo nel cervello lacero-confuso di Trump, invece, puo’ avvenire l’assurdo rimescolamento di ruoli: si spupazza Putin che foraggia e assiste i suoi nemici iraniani. Bel cojone.
La liaison tra Mosca e Teheran non si è mai interrotta e infatti il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, nelle interlocuzioni con il suo omologo russo Lavrov, sta tentando di organizzare un faccia a faccia proprio con Putin…

(ANSA) – Dagli attentati a Donald Trump, prima a Butler poi a West Palm Beach, passando per l’uccisione di Charlie Kirk fino ad arrivare agli spari alla cena dei Corrispondenti della Casa Bianca. La scia di sangue dell’America violenta non si ferma.
L’incidente all’Hotel Hilton di Washington che poteva trasformarsi un una strage e dove e’ rimasto ferito un agente del Secret Sevice è solo l’ultimo di una lunga scia di sangue. Nel luglio del 2024 Trump venne colpito mentre era sul palco di un comizio a Butler, in Pennsylvania. Il presidnete scampo’ miracolosamente all’attentato.
Qualche mese dopo, in settembre, un nuovo tentato assassinio sempre nei confronti di Donald Trump, questa volta al suo club di golf a West Palm Beach: il presidente era fra la quinta e la sesta buca quando un agente del Secret Service che lo precedeva individuo’ la canna di un fucile che sbucava dalla recinzione ed intervenne aprendo il fuoco e mettendo in fuga l’uomo armato che venne poi catturato.
Nel febbraio del 2026, poi, un uomo riusci’ ad introdursi a Mar-a-Lago in piena notte con un fucile e una tanica di benzina. Il Secret Service con l’aiuto della polizia di Palm Beach lo affronto’ e, di fronte alla sua resistenza e al suo rifiuto di deporre le armi, gli sparo’ uccidendolo. Il presidente comunque non era in quel momento in quella che viene chiamata la sua Casa Bianca d’inverno.
Nel settembre 2025 è stato invece ucciso Charlie Kirk, l’attivista di destra alleato di Donald Trump e star del movimento Maga. Con un colpo di arma da fuoco sparato da decine di metri di distanza, Kirk è stato freddato mentre parlava agli studenti del campus della Utah Valley University. Una morte che ha scioccato l’America e che alla cena dei Corrispondenti della Casa Bianca la moglie Erika Kirk ha rivissuto. La vedova era infatti presente alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca e, dopo gli spari e l’evacuazione del presidente, è stata vista in lacrime mentre diceva di voler andare via.
La linea inflessibile dei Pasdaran e il no di Trump: colloqui rinviati. I missili e il nucleare, le sanzioni e il blocco navale, il regime spaccato su tutto. Ma anche Israele

(Alessia Melcangi – lastampa.it) – Dopo il mancato incontro della scorsa settimana e l’estensione della tregua trumpiana sine die(ma senza esagerare), a passi lenti e incerti sembra avvicinarsi la tanto attesa trattativa di pace tra la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti.
Nel frattempo, il rischio di un riaccendersi del conflitto torna puntuale a occupare lo spazio lasciato vuoto dalla diplomazia.
Il crinale su cui tutti gli attori sembrano ballare è sempre lo stesso: sottilissimo. Ma più che una linea di equilibrio, assomiglia sempre di più a un esercizio di funambolismo senza rete. Linee rosse, leve strategiche, fratture interne: ogni elemento che dovrebbe rendere possibile il negoziato finisce per restringerlo. Sul tavolo restano le stesse carte di sempre: nucleare, sanzioni, sicurezza regionale. Ma è il tavolo stesso, intanto, a spostarsi continuamente: da Teheran a Islamabad, da Hormuz a Beirut. La guerra ha cambiato i pesi, ha ridefinito le priorità, ha trasformato strumenti tecnici in armi negoziali. Oggi non si tratta più di capire cosa si può ottenere. Si tratta di capire cosa si può perdere. Il nodo nucleare resta il cuore del negoziato. Washington chiede zero arricchimento e lo smantellamento completo del programma. Teheran richiama l’Articolo IV del Trattato di Non Proliferazione (Tnp, a cui aderisce dal 1970) e rivendica il diritto all’uso civile dell’energia nucleare. Il divario è netto: gli Stati Uniti propongono uno stop di vent’anni, l’Iran lo riduce drasticamente.
Ma il punto non è solo il calendario. È il contesto. Israele è generalmente ritenuto in possesso di un arsenale nucleare, pur mantenendo una politica di opacità e restando fuori dal Tnp. L’analista Jeffrey Lewis, esperto di non proliferazione al Middlebury Institute, l’ha definita implausible deniability: un’ambiguità formalmente sostenuta ma difficilmente credibile. Per Teheran, il problema non è tecnico. È politico. Accettare limitazioni profonde in un contesto percepito come asimmetrico sarebbe difficilmente sostenibile sul piano interno. È qui che il negoziato si blocca.
Se il nucleare è il nodo storico, lo Stretto di Hormuz è la vera novità strategica. La sua chiusura dopo l’escalation militare ha trasformato una vulnerabilità geografica in una leva negoziale. Attraverso quello stretto passa una quota decisiva del petrolio e del gas globale. Bloccarlo – o controllarne selettivamente l’accesso – significa incidere direttamente sull’economia mondiale. Teheran ha già cominciato a usarlo in modo politico: aperture mirate, corridoi privilegiati, autorizzazioni differenziate. Non è un embargo totale. È un controllo calibrato. E soprattutto è un “regalo” – in larga parte effetto della guerra – il cui peso cresce nel tempo. Più lo stretto resta instabile, più aumenta il valore negoziale dell’Iran. La questione, quindi, non è più soltanto la necessaria riapertura ma accettare che Teheran, ormai, non rinuncerà più a questo asset strategico.
Se il nucleare è oggetto di trattativa, il programma missilistico non lo è. Per Teheran rappresenta l’ultima garanzia di sicurezza dopo gli attacchi subiti alle proprie infrastrutture strategiche. Rinunciarvi significherebbe esporsi completamente. Non a caso, il tema è progressivamente scomparso dall’agenda negoziale. Un silenzio che segnala un limite riconosciuto: ci sono linee che non possono essere attraversate.
A conti fatti, dunque, cosa può offrire davvero la Repubblica islamica per raggiungere un accordo? La piattaforma negoziale iraniana dovrebbe non cambiare nella sostanza: revoca delle sanzioni, sblocco dei beni congelati, garanzie giuridiche sulla tenuta di un eventuale accordo, fine delle ostilità. Sul piano operativo: un arricchimento limitato e monitorato, una gestione controllata dell’uranio ad alto livello, una riapertura negoziata di Hormuz. I due nodi non negoziabili restano il controllo dello stretto e il diritto all’arricchimento. Tutto il resto diventa moneta di scambio.
In questo quadro, tuttavia, il negoziato non si gioca solo tra Washington e Teheran. Israele rappresenta una variabile autonoma, capace di alterare costantemente il contesto. Operazioni militari, dichiarazioni politiche e pressione sul fronte libanese restringono lo spazio di manovra iraniano. Più aumenta la tensione regionale, più si rafforzano i settori più radicali del sistema. E più il compromesso diventa difficile.
E qui rientra l’altra variabile, tutta interna all’Iran. Il sistema decisionale appare frammentato, le catene di comando indebolite. Chi oggi tratta e tenta aperture si trova esposto al fuoco incrociato delle nuove linee dei Pasdaran: duri, puri, inamovibili nella loro avversione agli Stati Uniti. Le dinamiche interne possono ancora cambiare tutto. O far saltare tutto.
E allora gli incontri si annunciano, si rinviano, si negano. Il negoziato aleggia nell’aria. Ma non si realizza. Nel frattempo, il tempo lavora. Stringe gli spazi, sposta gli equilibri, consuma la fune. I funamboli restano in piedi. Ma sempre più vicini alla caduta.
Tra tecnocrati, transumanisti e accelerazionisti: perché il racconto del declino serve a costruire un nuovo Medioevo tecnologico.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Nel mio scorso pezzo, che potete leggere qui, I romantici della Silicon Valley avevo delineato – in maniera volutamente semplificata – quei movimenti di pensiero che, mutatis mutandis, ritornano sempre nella Storia. Da una parte i cultori del razionalismo, dall’altra i fan del romanticismo. O, se si preferisce, da un lato i misuratori, gli ingegneri della realtà, dall’altro i sognatori, i ricercatori dell’infinito.
Uno scontro che si ripete in ogni epoca, cambiando soltanto strumenti e scenografie: illuministi contro romantici, calcolatori contro visionari.
E mentre celebravo la gloria di chi, grazie alla Ragione, ha costruito un percorso di progresso e di evoluzione umana, ho anche messo in guardia da una deriva più recente: quella degli architetti oscuri della tecnocrazia, che spingono verso un uso della macchina come fossero dei novelli dottor Frankenstein, convinti ormai che l’uomo sia obsoleto, non più affidabile.
È qui che entrano in scena i teorici del transumanesimo: coloro che non solo immaginano un’evoluzione della specie mediata dall’intelligenza artificiale, ma che danno ormai per scontato che l’uomo verrà sostituito, quasi integralmente, da essa.
A questo si collega l’accelerazionismo, un approccio filosofico che scommette sul “tanto peggio, tanto meglio”. Nella sua variante di destra – quella che fa capo a figure come Nick Land o Curtis Yarvin – l’idea alla base di questi teorici reazionari è di intensificare le contraddizioni del capitalismo, spingere al massimo la tecnologia fino a provocare il crollo dell’ordine sociale e politico esistente. È esattamente quello che riporta il saggio The Dark Enlightenment, (2013)testo molto seguito dalla generazione di tecnocrati formatisi nella Silicon Valley. Land teorizza la fine della democrazia liberale, vista come un ostacolo all’efficienza e al progresso tecnologico, e propone una visione tecno-feudale: forme di governo moderne, autoritarie, addirittura monarchiche, dove i valori liberali e democratici dell’Illuminismo vengono drasticamente ridimensionati, se non cancellati del tutto.
Tutto ciò è, in sintesi, un movimento contro i principi che hanno ispirato l’Illuminismo. Non a caso l’autore parla di “dark enlightenment”: un illuminismo rovesciato, oscuro, privato volutamente della sua luce.
Indagando questi temi, mi sono imbattuto in questi giorni in un saggio di qualche anno fa, pre COVID, di Steven Pinker, Illuminismo adesso (2018). Pinker – scienziato cognitivo, psicologo evoluzionista, linguista – è noto per la sua visione ottimistica fondata sulla razionalità. Sostiene che il progresso scientifico e i valori illuministi abbiano migliorato la qualità della vita umana, riducendo la violenza e ampliando le possibilità di ciascuno.
Al di là della tesi centrale – dimostrare che, nonostante la percezione diffusa spesso pessimista, salute, prosperità, sicurezza e felicità sono aumentate proprio grazie ai valori illuministi – Pinker si pone una domanda che sembra quasi retorica: chi potrebbe essere, oggi, contro la ragione, la scienza, l’umanesimo, il progresso? Tutti valori alla base dell’Illuminismo che nessuno, in apparenza, si sognerebbe di mettere in discussione.
A chi fa gioco, allora, rispedire l’uomo nel buio del Medioevo e al suo posto assumere l’intelligenza artificiale, la macchina fredda, il calcolatore infallibile, fino alla sostituzione o all’ibridazione completa? E chi ha interesse a raccontare il buio?
Nonostante gli indicatori fondamentali dell’esistenza umana, siano migliorati grazie ai valori illuministi, Pinker sottolinea che viviamo immersi in una narrazione opposta: un mondo percepito come in declino, sempre sull’orlo del collasso.
Secondo Pinker, le forze che si oppongono all’Illuminismo non sono certo nuove: cambiano solo linguaggio e strumenti. Le categorie narrative che individua – veicolate subdolamente tramite i social – sono ricorrenti e spesso intrecciate fra loro in maniera indissolubile. Parla di un “romanticismo politico”, che tende nelle persone ad esaltare l’istinto, l’emotività, in un certo senso a prestare il fianco alla debolezza, contro l’utilizzo della ragione che, al contrario, dovrebbe invece aiutare a dissipare o a isolare le forme di paura umane. Di “reazionarismo”, un sistema di pensiero che porta a rimpiangere gerarchie, catene di comando e ordini perduti. Di “tribalismo”, concetto utile a spiegare quando all’individuo si sostituisce il branco, più forte e pertanto inattaccabile. Strumento spesso manifesto per raggiungere lo scopo è “l’autoritarismo”, quando il potere preferisce l’obbedienza al pensiero, gli automi agli esseri senzienti. Da lì il passo è breve verso il “pessimismo culturale”, quello stigma che finisce per trasformare ogni barlume di progresso in una minaccia. Il tutto viene poi sedimentato “nell’anti-scientismo”: la diffidenza del metodo e di ogni evidenza scientifica (i no-vax, qui, dovrebbero dirci qualcosa).
Sono queste le correnti narrative scagliate contro un’umanità sfiduciata, convinta ogni giorno di più che il mondo stia peggiorando, anche quando non è né conveniente né scientificamente fondato affermarlo. Un’umanità rassegnata, che – sotto i colpi di continui quotidiani bombardamenti mediatici – percepisce il futuro come una minaccia perpetua – la guerra, la bomba atomica, il collasso economico – è più facile da guidare, più facile da spaventare e, alla lunga, più facile da sostituire.
Ed è qui che il discorso torna al Dark Enlightenment citato all’inizio. Perché ciò che Pinker descrive come tendenze culturali, Nick Land e gli accelerazionisti di destra lo hanno già trasformato in un progetto politico: non correggere la modernità, ma riscriverla dopo averla rovesciata.
Per loro, la democrazia è inefficiente, l’uguaglianza è un errore, la ragione è troppo lenta, l’umanesimo è un lusso che questo mondo nuovo non si può più permettere.
La loro soluzione? Un ordine tecno-feudale, gerarchico, post-democratico, dove la macchina decide e l’uomo esegue.
In questo senso, la “cupa rassegnazione” a un mondo che risprofonda nel Medioevo – la direzione verso cui questi pensatori eversivi spingono – non è nostalgia del passato. È il terreno perfetto per costruire un futuro senza cittadini, senza democrazia, senza diritti. Tutto ciò che l’Illuminismo ha conquistato verrebbe non solo messo in discussione, ma spento alla radice. E c’è da scommettere che a molti non dispiacerà affatto.
“Sulla legge elettorale la destra si è arenata. Il gas russo? La Spagna di Sánchez lo compra”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Sul 25 aprile la linea è chiara: “Come ha detto Giuseppe Conte, noi non diamo patenti di fascismo o antifascismo. Ma Giorgia Meloni dovrebbe passare dalle parole ai fatti”. Come sulle primarie: “Le ritengo inevitabili”. Così la pensa il vicepresidente dei Cinque Stelle, Stefano Patuanelli.
Nella nota sulla Liberazione Meloni scrive: “Il popolo italiano ricorda la sconfitta dell’oppressione fascista”. Un bel passo avanti, non crede?
Sono parole da interpretare in modo positivo, certo. Dopodiché dentro Fratelli d’Italia ci sono ancora persone che si sentono eredi del partito fascista. Per questo, attendo che Meloni le allontani. Deve essere conseguente a ciò che ha scritto.
[…] Il 25 aprile è divisivo, dicono ancora da destra.
Lo è solo per i fascisti e per le squadracce di CasaPound. Per tutti gli altri italiani non potrà mai esserlo.
La Brigata ebraica è stata oggetto di durissime contestazioni nella manifestazione di Milano, venendo poi esclusa dal corteo. Che ne pensa?
Il 25 aprile deve essere una festa da celebrare assieme, fatta per unire. Questo non ci fa dimenticare le colpe del governo israeliano e del criminale Netanyahu.
Veniamo al centrosinistra. Sulla Stampa Massimo D’Alema ha detto di non essere convinto della necessità delle primarie. “Non riesco a immaginarle con uno scontro aspro tra partiti, che poi devono presentarsi credibilmente assieme alle elezioni” ha spiegato.
Mi fa un po’ specie che i dubbi sulle primarie arrivino dalla parte politica che le ha sempre proposte. Certo, è perfettamente lecito che non tutti siano concordi sul farle, ma siamo in una politica dove vige anche la contrapposizione tra leader, e i progressisti devono scegliere quello che incarnerà il programma. Non vedo alternative alle primarie per farlo.
Si potrebbe fare un tavolo tra i partiti. Produrrebbe meno danni, magari.
La strada per evitare contrapposizioni forti è quella di costruire prima delle consultazioni un terreno comune, ossia un programma condiviso. Ed è per questo che il Movimento ha avviato Nova 2.0, la nostra costituente per raccogliere idee sui progetti, da portare poi al tavolo con le altre forze progressiste.
[…]
Non sarà così semplice sulla politica estera. In questi giorni Conte e Elly Schlein hanno detto cose opposte sul ricorso al gas russo.
Io allargherei un po’ lo sguardo. La settimana scorsa Schlein è stata alla convention dei Socialisti a Barcellona, e la Spagna è il Paese europeo che acquista più gas dalla Russia. Ma ciò non le impedisce di avere una visione comune con il primo ministro socialista Pedro Sánchez.
Sarà lunga, fino alle Politiche.
Noi dobbiamo parlare delle risposte da dare ai cittadini, di soluzioni. Il dibattito sulle primarie è giornalisticamente divertente, ma mi interessa poco.
E la discussione su un’eventuale discesa in campo della sindaca di Genova, Silvia Salis?
Mi interessa ancora meno.
[…] È vero che a voi del centrosinistra farebbe comodo se le destre approvassero una nuova legge elettorale, con cui scongiurare il pareggio nelle Politiche? Non vi sedete al tavolo, ma se provvedono loro….
A me sembra che il percorso verso questa legge si sia arenato nel centrodestra, dove ormai non sono d’accordo su nulla. Finora non hanno fatto neanche una riforma. E comunque, vista l’aria che tira, Meloni potrebbe preferire un pareggio rispetto a una sconfitta.
Il governo è furibondo con l’Istat per lo sforamento del 3%.
Questa vicenda conta molto poco per il Paese. Faranno di certo uno scostamento di bilancio per comprare armi, ma il punto è che questo governo non ha fallito sul tema della spesa, ma su quello della crescita. Il Paese è fermo, e si naviga a vista. Meloni e i suoi hanno sbagliato tutto.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] La rivista 7, tornata in ottimo stato di forma, pubblica un interessante reportage da Seul, firmato da Daniela Monti. Ci informa dello straordinario aumento degli ingressi in Corea del Sud non per ragioni turistiche (in questo caso sarebbe più interessante la Corea del Nord, se ci si potesse entrare), ma per motivi legati all’estetica e soprattutto all’“invecchiamento lento”. Questo andazzo ha origini non troppo lontane, nasce con la Modernità, intesa come l’avvento del pensiero illuminista, e ha una data precisa: la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 4 luglio 1776. In realtà questa Dichiarazione postula un ragionevole diritto alla “ricerca” della felicità, ma l’edonismo straccione contemporaneo lo ha trasformato in un vero e proprio “diritto” alla felicità. Sono nati quindi diritti impossibili: oltre a quello alla felicità, quello alla salute e altri consimili. Non esiste un diritto alla felicità: nella vita di un uomo esiste un rapido lampo, sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non un suo diritto. Non esiste un diritto alla salute che nemmeno Domineddio può garantire: esiste semmai un diritto alla sanità, cioè alle cure mediche (anche se i nostri governi, nelle loro disposizioni, lo chiamano storditamente “diritto alla salute”). In realtà tutti questi diritti, o piuttosto pseudo-diritti, affondando in una radice più profonda: la paura della morte, anzi il rifiuto della morte che in tale misura non aveva conosciuto nessuna civiltà occidentale e, per la verità, nemmeno orientale, perché il buddhismo prevede la reincarnazione.
[…]
Su questa traccia ci si era già incamminati alcuni decenni fa, in particolare negli Stati Uniti, portatori di ogni nefandezza. Ha scritto Philippe Ariès, autore di Storia della morte in Occidente: “Le nuove usanze esigono che si muoia nell’ignoranza della morte. Ed è la prima volta che una società onora in modo generale i suoi morti rifiutando loro lo stato di morti”. Fino al costume americano dei funeral homes dove, imbalsamato, infiocchettato, il viso ritoccato da un sapiente maquillage, le mani perfettamente curate, i capelli vaporosi, il morto quasi-vivo riceve i parenti e gli amici a suon di musica ballabile. L’uomo preindustriale accettava invece la morte come un fatto naturale e inevitabile. Il morente si sarebbe sentito orribilmente defraudato (della propria morte) se si fosse tentato di nascondergli il suo stato; e, quando la fine stava per arrivare, vi si predisponeva secondo un antico rituale in cui predominava la rassegnazione. In quanto ai cimiteri, soprattutto nel Medioevo, erano luoghi pubblici, d’incontro, di riunione, di giuochi, di danze, di fiere e di commerci. Oggi, a parte qualche eccezione (il Monumentale a Milano, Staglieno a Genova), vengono situati in luoghi il più possibile lontani dalla vista. Insomma la morte è stata scomunicata, interdetta, proibita. È questo il vero “vizio che non osa dire il suo nome”, altro che la pederastia di vittoriana memoria.
[…] Detto che tutti i diritti che abbiamo citato sono impossibili, esisterà per lo meno se non un diritto, una possibilità, di raggiungere la bellezza? Direi di sì, soprattutto oggi, grazie ai marchingegni escogitati dalle beauty farm coreane. La bellezza, non la grazia. Chi questa grazia non ce l’ha non se la può dare e nemmeno comprare: non si trova nei supermarket dei beauty coreani. È un che di impalpabile, di ineffabile, di difficilmente definibile. La sola cosa certa è che sta all’opposto della volgarità. È un’armonia fra interno ed esterno, fra essere e avere, fra come siamo e come ci presentiamo, laddove la volgarità è, a tutti i livelli, un uscire dai propri panni. Per questo un primitivo può essere rozzo, ma mai volgare. […] La volgarità è data da un contrasto, da qualcosa che stride. L’uomo moderno è quasi sempre volgare perché vuol essere diverso da quello che è e, cercando in tutti i modi di far dimenticare la propria animalità, finisce col sottolinearla. Lo si vede bene osservando una persona in strada che parla al telefonino: sembra una scimmia vestita e ammaestrata. Il gap fra l’altissimo contenuto tecnologico dell’oggetto, che può essere considerato un elemento dell’abbigliamento, e la cultura e l’antropologia di chi lo sta usando ne evidenzia il carattere animalesco. Nella grazia c’è qualcosa di primigenio, di infantile, di candido, di casto, di spontaneo, di non lezioso, di non manierato, di non artefatto e, insieme, di malizioso. La grazia, a differenza della bellezza, non è un fatto statico, ma dinamico: si esprime in uno sguardo, in un sorriso, in un gesto, in un movimento e talora anche in un’imperfezione birichina. Non per nulla Venere è strabica.

(Tommaso Merlo) – Pare fosse una pagliacciata l’attentato a Trump prima delle elezioni. Quello con tanto di scena madre col ketchup che gli scendeva dall’orecchio e il pugno alzato verso il cielo. Perfino la stampa nemica lodò il coraggio di Trump che dopo qualche settimana ritornò alla Casa Bianca a far danni. Sembrano secoli ma sono passati mesi. Gli unici attentatori che non fanno mai cilecca sono quelli nelle scuole e quelli contro i nemici dei sionisti. Tipo JFK o più di recente Charlie Kirk tra gli artefici principali della vittoria di Trump che si era messo in testa di voltare le spalle alla lobby sionista dopo Gaza, contrastare la guerra contro l’Iran e continuare a respirare. Scene da fine impero coi cosiddetti complottisti che in realtà sono gli unici veri giornalisti in circolazione e pezzi deviati e soprattutto marci del sistema che insabbiano all’impazzata tutto ciò che stona con la pandemia conformista. Han fatto fuori anche l’onestà intellettuale ma del resto in America girano armati anche i piccioni perché la lobby delle armi si è comprata anche gli usceri del Congresso. Presto anche le mitragliatrici si potranno comprare su Amazon in modo da ridurre le liti di vicinato e le gite scolastiche si faranno al poligono di tiro fin dall’asilo nido. Poi dicono che lavare il cervello alle masse non serve, basta convincerle che avere una pistola significa esseri liberi e il far west sopravvive per secoli. E dicono pure che siamo in democrazia e conta la sovranità popolare quando le leggi le scrivono direttamente le lobby. Quanto agli spari alla cena di gala, secondo le malelingue complottiste si tratta di una messa in scena per risollevare sondaggi precipitati a livelli tragici. Trump sta sulle palle anche ai bisonti dello Yellowstone e alle nutrie, non ne possono più neanche loro di quel pagliaccio rincoglionito e alle elezioni intermedie faranno campagna per i democratici. Tappandosi il naso in attesa che tramonti la truffa del bipartitismo e nasca una vera opposizione dal basso. Oh yes, il letame equino ha indici di gradimento molto superiori a quelli di Donald Trump e gli analisti prevedono uno tsunami a novembre, con Trump che rischia di trascorrere gli ultimi due anni di mandato rinchiuso negli scantinati della Casa Bianca per paura di venire arrestato. Mangiando cibo spazzatura consegnato a domicilio e postando deliranti fregnacce sui social fino a notte fonda mentre fuori grandinano impeachment ed incriminazioni e malaparole di un paese imbestialito perché ridotto in macerie culturali prima che politiche. Con la scena finale del film spazzatura già scritta, Trump portato in manette e pigiamino arancione in isolamento tra una folla festante. Rinchiuso a vita in una mini cella dotata di mega specchio in cui trascorrere gli ultimi anni perseguitato da scheletri e fantasmi e sensi di colpa e rimorsi. Obbligato a fare i conti con se stesso dopo una vita intera che fugge illudendosi di essere chissà chi quando non è altro che uno meschino palazzinaro vittima di un narcisismo patologico degenerato in demenza senile galoppante, un burattino delle lobby di turno vittima di un ego talmente tossico da avergli fatto perdere ogni contatto con la sua essenza di essere umano oltre che con la realtà. La classica persona distrutta dal personaggio che recita sui palchi della vita inseguendo futili miraggi materiali e lasciandosi alle spalle una scia infinità di menzogne, superficialità, malefatte, dolore. Un caotico nulla. Con Melania che gli porterà le arance in galera per dimostrare di essere una brava mogliettina e di non provenire affatto dalla scuderia di Epstein. Accanto a lei i figli in doppiopetto con avanzi di polverina bianca sul naso e psicofarmaci in tasca che piagnucoleranno perché il marchio Trump è affondato irrimediabilmente nella cloaca massima e gli conviene rimuovere quel cognome da ogni palazzo oltre che dalla loro carta d’identità. Film spazzatura per i miscredenti, sforzo esemplare dell’Universo per tutti gli altri. Lezione epocale sulla legge del Karma e su quanto sia essenziale amare davvero i propri figli per evitare di infestare il mondo di mostri egoarchici. Ma il sistema e’ marcio oltre che deviato e da qui alle elezioni di medio temine vi sono mesi e non secoli e Trump potrebbe usare la guerra in Iran per tentare un colpo di coda. Se in America anche i piccioni sono armati fino ai denti, è perché anche loro vengono allevati a pane e guerra. Certo, quella con l’Iran è la più impopolare dai tempi di Buffalo Bill perché combattuta per conto della piovra sionista, ma i conflitti in genere uniscono attorno alla bandiera. Quello che spera Trump a cui serve disperatamente una vittoria anche fasulla da spacciare al mercato elettorale. Per il momento sta negoziando con la sua infermità mentale ed inviando aerei e navi verso l’Asia occidentale e le dimissioni di generali e spioni altolocati fanno temere per una nuova ondata di bombe. Se Teheran dovesse cadere Trump potrebbe restare a piede libero ancora per un po’, se invece l’Iran dovesse resistere o addirittura prevalere, allora sarà la fine per il presidente peggiore della storia e per l’impero americano.