Lo riportano i media libici. L’ex comandate è al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale

(di Alessia Candito – repubblica.it) – Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri ad una pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione per “aver violato i diritti dei detenuti”, secondo quanto riportano media libici.
Per l’ex comandante libico, al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale e responsabile delle operazioni e della sicurezza giudiziaria all’Istituto di riforma e riabilitazione principale di Tripoli, è stata disposta anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo.
Secondo quanto emerso nel procedimento, le autorità hanno ricevuto segnalazioni secondo cui detenuti della struttura sarebbero stati sottoposti a torture e a trattamenti crudeli e degradanti.
Il Campo largo tra mosse, dispetti e attese: l’agitazione al centro, fuori dalla «foto dei 4». E Salis è alla finestra. Il rompicapo delle possibili alleanze: da Calenda e Renzi, a Onorato e Ruffini. Con la sindaca di Genova alla finestra

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Antefatto, sabato, luogo di mare. Preparazione di un articolo sul gran casino dei centristi, Campo largo che organizza pranzi troppo ristretti, con polemiche e annessi veleni. Appunti. Partire dalla foto scattata in quel ristorante di Roma (ricordarsi di scrivere che Conte sembra avere appena detto «Queste foto portano sfiga», con Fratoianni contento come uno che va dal dentista, Bonelli come uno che avrebbe voluto i fiori di zucca fritti invece del pesce bollito, mentre Elly Schlein da l’idea d’essere l’unica davvero entusiasta). Spiegare che di Renzi, al centro, non si fida nessuno. Ma che resta il più bravo di tutti a fare opposizione. E poi sottolineare bene che in quella foto, comunque, non manca solo lui. Gli assenti sono tanti. Fare l’elenco. Attenzione a non dimenticarsi del socialista, perché dovrebbe esserci pure un socialista, verificarne il nome esatto.
Adesso, seguitemi: è domenica e allora cerchiamo di rimettere insieme il racconto della settimana in cui s’è capito quanto i lavori al centro del Campo largo siano ancora molto indietro, al punto che quei quattro — per annunciare la decisione di preparare un programma di governo condiviso — decidono d’attovagliarsi da soli all’Hostaria Costanza, i tavoli infilati dentro i resti del Teatro di Pompeo, uno di quei posti dove i turisti entrano ed esclamano «Wonderful!», che poi è quello che abbiamo pensato anche tutti noi, quando li abbiamo visti seduti intorno a un tavolo triste, già sparecchiato, nemmeno un bicchiere, una bottiglia di vino, nemmeno una rassicurante faccia con cui prendere voti tra gli italiani moderati, senza i quali — è sicuro — le elezioni non si vincono.
Battuta di Carlo Calenda: «Renzi era sotto il tavolo?». Astio antico: ma l’assenza più rumorosa è quella di Renzi, non si discute. Porzioni di verità: intanto, è ingombrante. E poi spaventa. Come? Con il suo essere esperto e spregiudicato, di intelligenza politica psichedelica, più le note efferate capacità di manovra e inciucio, certo talvolta incline al tradimento, spavaldo e sicuro del suo talento assoluto (come segnalava Dagospia, «è forse l’unico che può vincere un duello televisivo contro il populismo dialettico di Giorgia Meloni»): è tutto questo che di Renzi, diciamo, atterrisce.
A fare richiesta esplicita di non volerlo seduto sembra sia stato Conte, poi subito assecondato dalla coppia Bonelli&Fratoianni (alla festa per i 125 anni della Fiom Emilia-Romagna, Fratoianni ha urlato tra gli applausi: «Mai più Jobs Act!»). Conte non solo ha sempre imputato a Renzi la fine del suo secondo governo, ma sa che Renzi è detestato dall’ideologo del Movimento, Marco Travaglio. Che, nel suo editoriale di mercoledì, su Il Fatto, ha paragonato il leader di Italia Viva a un parassita: «Organismi che vivono a spese degli altri esseri viventi, traendone nutrimento e protezione e arrecando loro un danno biologico». Conte rispetta Travaglio, forse lo teme, forse no, certo sa che è un attimo e Travaglio è capace, con quel sorriso che non è un sorriso, di mettere anche lui sulla sua personale Berkel.
Di Renzi, in verità, non si fida nemmeno Alessandro Onorato: che è stato individuato da Goffredo Bettini, gran stratega dem, come il leader giusto per guidare una solida area di centro. Con un identikit non qualsiasi — 41 anni, pieno di passione politica e di determinazione, un garbo raro, assessore capitolino ai Grande eventi, Sport, Turismo e Moda, vaga somiglianza con Tom Cruise, però Onorato è più alto e più piacione — l’altra settimana ha pure fondato il partito degli amministratori. Battesimo al Palacongressi dell’Eur. Si chiamerà: Progetto Civico Italia. Ma la storia sembra sia in evoluzione. Perché gira voce che Onorato stia pensando di stringere un’alleanza, chiamiamola così, con gli europeisti di Riccardo Magi e i socialisti di Enzo Maraio (controllato: si scrive proprio Maraio).
Li avete contati? Fino a questo punto del racconto, nella famosa foto, oltre ai leader di Pd, 5Stelle e Avs, ci sarebbero dovuti essere pure Renzi, Onorato, Magi e Maraio. Agli ultimi tre, andrebbe aggiunto anche Gaetano Manfredi, il sindaco di Napoli. Che è andato a benedire Onorato e che si tiene pronto. A cosa? Ad essere chiamato. Le opzioni di Manfredi sono almeno due. Clemente Mastella (ieri ha festeggiato i 50 anni dalla sua prima elezione in Parlamento: a quel pranzo romano avrebbe meritato il capotavola) è, da settimane, netto: «Per guidare il grande centro bisogna chiamare Gaetano. Che, dopo di me, è il più bravo». Manfredi, però, si tiene pronto anche per un’altra opzione: qualora servisse, sarebbe disponibile a farsi considerare come un simil Prodi (con il problema, non piccolo, che da Cassino in su, però, lo conoscono davvero in pochi).
Quest’ideuzza di finire a Palazzo Chigi sulla poltrona da premier non solletica comunque solo Manfredi: ma anche Silvia Salis (il succo del suo ragionamento è, più o meno, questo: «Io continuo a fare la sindaca di Genova. Se poi Schlein e Conte, primarie o non primarie, non dovessero mettersi d’accordo e vi servisse una premier di mediazione, eccomi, io ci sono»). Progetto ambizioso, ma legittimo (nuova, fresca, bionda, 40 anni portati magnificamente, determinata e furba di tre cotte: perché no?). Perché su La Repubblica, l’altro giorno, Dario Franceschini è tornato a chiederle un gesto di generosità, chiedendole di guidare invece quell’area composta da «civici, riformisti, moderati, con molte personalità e movimenti» (poi, siccome Franceschini è diabolico, tutti abbiamo pensato che l’intervista fosse in realtà un trucco per rimettere Salis sì, in pista: però quella più grande, che porta a Palazzo Chigi).
Dettaglio: la Salis è un vecchio progetto anche di Renzi. Solo che qui, al centro, i progetti sono tanti. Ti volti, e trovi una faccia possibile, un nome in corsa: come l’autorevole ex capo della polizia, Franco Gabrielli. Ma ci sono pure Vincenzo Spadafora con la sua «Primavera» e Luigi Marattin con i suoi «Liberaldemocratici», e poi, non so, ma magari ci sono anche le cinque parlamentari (Madia, Malpezzi, Picierno, Quartapelle, Gualmini), che giovedì prossimo si vedranno al teatro Franco Parenti di Milano, per ragionare di Ucraina ed Europa, sullo sfondo d’una nuova offerta politica di stampo moderato.
Sono una carovana, non mi sembra di aver dimenticato nessuno.
Cioè, no. Ecco, leggo sugli appunti: ricordare Ernesto Maria Ruffini. È sua la miglior battuta sulla famosa foto opportunity. Dice che gli ricorda l’inquadratura d’un film western di Sergio Leone, «in cui il primo piano man mano si allarga e rivela una scena più complessa e affollata».
Ma infatti: solo che vi manca un Clint Eastwood.
Dall’account Facebook di Luigi Marattin
Mi segnalano questo articolo del Corriere – che ringrazio per l’attenzione – in cui includono il sottoscritto e il Partito Liberaldemocratico nella nutrita galassia dei “centristi del Campo Largo”. Ringraziando ancora dell’attenzione, tanto più dovendosi ricordare così tanti nomi e sigle, ribadisco però per l’ennesima volta che il Partito Liberaldemocratico non è interessato a far parte del Campo Largo.
Per la ragione più semplice di tutte: dalla politica estera alla politica fiscale, dal mercato del lavoro alla spesa pubblica, dalla scuola al welfare, dalla sanità alle riforme istituzionali, la pensiamo in modo diverso. Noi con chi urla (e strappa l’applauso) gridando “mai più Jobs Act!”, per essere chiari, non ci possiamo stare. Perché non sarebbe serio nei confronti degli elettori.
VANCE, ABBIAMO FATTO PROGRESSI NELLE ULTIME ORE, SPERIAMO DI FARNE ALTRI
(ANSA) – “Abbiamo fatto progressi nelle ultime ore”. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance in Svizzera per i colloqui con l’Iran, augurandosi che ulteriori progressi possano essere fatti nelle prossime ore.
VANCE RINGRAZIA TRUMP, ‘NON VOGLIAMO TORNARE A FARE LE COSE ALLA VECCHIA MANIERA’
(ANSA) – “Voglio ringraziare Donald Trump perché ci ha messo nella condizione di trovare una soluzione per temi che stanno a cuore agli Stati Uniti e al resto del mondo. La questione ora è quanto altro possiamo ottenere in Medio Oriente”. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance in Svizzera, sottolineando che la “preferenza” degli Stati Uniti “non è tornare a fare le cose alla vecchia maniera”.
VANCE, ‘TRUMP CI HA CHIESTO DI VOLTARE PAGINA’
(ANSA) – Donald Trump ci ha chiesto di “voltare pagina”. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance in Svizzera, sottolineando che gli Stati Uniti sono disposti a trasformare i rapporti con l’Iran se quest’ultimo rinuncerà al nucleare.
TRUMP, POSSIAMO PRENDERCI HORMUZ SE NECESSARIO E IMPORRE PEDAGGI
(ANSA) – Se l’Iran non raggiungerà un accordo, riscuoteremo pedaggi nello Stretto di Hormuz. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox, senza escludere che gli Stati Uniti possano prendere il controllo dello Stretto. “Potremmo farlo, se necessario”, ha aggiunto sottolineando che gli Stati Uniti potrebbero diventare i ‘Guardian Angel’ dello Stretto e prendersi il 20% del petrolio.
TRUMP ALL’IRAN, SE CHIUDETE HORMUZ NON AVRETE PIÙ UN PAESE
(ANSA) – Donald Trump ha detto a Fox di aver parlato con gli iraniani nella notte, avvertendoli di non chiudere lo Stretto. “Se lo chiudete, non avrete più un Paese. Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese”, ha detto il presidente riferendo il suo messaggio a Teheran.
TRUMP, ‘DOPO LA SCADENZA DEI 60 GIORNI POSSO FARE QUELLO CHE VOGLIO IN IRAN’
(ANSA) – Il presidente iraniano “farebbe meglio a tirare dritto, altrimenti ci prenderemo il suo paese”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox, sottolineando che dopo i 60 giorni fissati per i colloqui può fare “tutto quello che vuole”.
TRUMP MINACCIA, ‘IRAN FERMI I SUOI PROXY IN LIBANO O COLPIREMO ANCORA’
(ANSA) – “L’Iran deve immediatamente fermare i suoi proxy ben pagati in Libano dal creare problemi. In caso contrario, colpiremo di nuovo l’Iran molto duramente, proprio come abbiamo fatto la scorsa settimana, ma con ancora maggiore forza”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.
Sotto attacco adesso è l’intero sistema Paese, tanto che le decine di migliaia di persone in strada non chiedono solo le dimissioni del primo ministro, ma attaccano anche il leader dell’opposizione e veterano della politica albanese post-comunista, l’81enne Sali Berisha

(ilfattoquotidiano.it) – Non si tratta più solo delle proteste contro un resort di lusso, la cementificazione di un’area protetta o la svendita delle eccellenze albanesi ai miliardari esteri. Le manifestazioni di piazza nel Paese dell’aquila bicefala che hanno ormai superato le tre settimane assumono ogni giorno che passa i connotati di una rivolta contro il sistema. Un sistema che dalla caduta del regime comunista di Enver Hoxha ha spalancato le porte al capitalismo e fatto dello Stato dei Balcani il terreno di conquista di investitori stranieri. Così, le decine di migliaia di persone che anche questo weekend hanno affollato le piazze del Paese non chiedono solo le dimissioni del primo ministro Edi Rama, in carica dal 2013, ma attaccano anche il leader dell’opposizione, altro ex premier e veterano della politica albanese post-comunista, l’81enne leader del Partito Democratico Sali Berisha.
I manifestanti si sono riuniti in Bulevardi Dëshmorët e Kombit, a Tirana. Ostacolare la costruzione del resort di lusso voluto dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, nell’area protetta dell’isola di Sazan è stato il motivo scatenante delle manifestazioni che, oggi, hanno però raggiunto proporzioni ben maggiori. Tanto da spingere la piazza a lanciare un ultimatum a Rama dopo aver accerchiato la sede del governo per tutta la notte, senza sosta, continuando anche il 21 giugno: “Lasci il suo ufficio entro domenica“. Le possibili conseguenze della resistenza del premier sono riassunte in una frase di J.F. Kennedy ripetuta dai manifestanti: “Quelli che rendono impossibile una rivoluzione pacifica, renderanno inevitabile una rivoluzione violenta”.
Il leader del Partito Socialista al governo, come già fatto in passato, mantiene però la linea dura: “Un governo non si fa piegare dal rumore”, ha dichiarato in una riunione congiunta del suo gabinetto con il gruppo parlamentare socialista. E cerca di spostare l’attenzione sostenendo che l’Albania sia finita al centro di una guerra ibrida: “Da 20 giorni l’Albania è nell’occhio di un ciclone digitale. Il mondo si è svegliato solo perché c’era il nome di Kushner e l’ombra del suo suocero, odiato da un’intera armata online”.
Contatti Tajani-Rubio, contrordine sul 4 luglio: il governo ci sarà. Ma frena sulla missione a Hormuz. La preoccupazione del Colle

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – E adesso? Rientrata a Roma dalla trasferta brussellese, Giorgia Meloni pesa gli effetti del secondo, sempre più tumultuoso e ispido, senza precedenti, botta e risposta con Donald Trump. Su un piatto della bilancia, c’è un aspetto che più di un ministro della sua cerchia non nasconde, accarezzando il concetto: la «polarizzazione» con The Donald può fare comodo sul piano del consenso interno. Non è certo la vicinanza al tycoon, in questa fase, ad aiutare nei sondaggi, mentre il contrario funziona, eccome. «Vannacci chi? Da due giorni non si parla più di lui», è un esempio tra i tanti citati riservatamente.
Sull’altro piatto, che però è quello più pesante, ci sono i rapporti con il principale alleato del Paese, gli interscambi commerciali da oltre 100 miliardi di euro, che alle imprese interessano di sicuro, Confindustria in primis, i 20 milioni di italo-americani, le basi Nato e Usa strategiche anche per la difesa aerea, che senza il sostegno di Washington rimarrebbe sguarnita, in assenza di investimenti portentosi, come ripete da tempo il ministro Guido Crosetto. Incrinare sul serio, definitivamente, un asse bilaterale ultradecennale avrebbe conseguenze ben più pesanti di uno scambio di cinguettii social avvelenati.
Considerazioni che a palazzo Chigi vengono tenute in conto, al netto di quelle che vengono definite «linee rosse», che il presidente americano avrebbe oltrepassato, cioè il rispetto che si deve all’Italia e a chi la rappresenta al massimo vertice dell’esecutivo. Dunque? Non è un caso se nella cerchia di Meloni, a sera, battono su un passaggio della risposta social a Trump. Non certo quello più “a effetto”. È la parte in cui la premier dice: «Non tornerò più sull’argomento». Ai ministri e i big di FdI con cui si consulta arriva dunque l’ordine di scuderia: ora basta polemiche, non si può continuare così, bisogna anzi cercare di risolvere. Si è reagito a dichiarazioni offensive e «senza senso», ma la posta in palio è troppo importante per consumare fino in fondo quella che Paolo Zampolli, inviato speciale di Trump in Italia, definisce già una vera «rottura».
Non si può arrivare, invece, alla «cesura delle relazioni diplomatiche». Anche il Colle segue l’evoluzione di questo intricato tetris. Il presidente Sergio Mattarella, l’altro ieri, dopo la prima intemerata di Trump, ha telefonato alla premier per esprimerle una doverosa solidarietà. C’è preoccupazione al Quirinale in generale a non rompere con l’America. Una posizione che anche a Palazzo Chigi conoscono bene.
L’esempio più lampante di questo cambio d’approccio sotterraneo, molto diverso dai toni social della premier, riguarda il ricevimento per il 4 luglio, festa nazionale degli Stati Uniti. Come ogni anno, il 2 sarà ospitato a Roma nella sede dell’ambasciata Usa, Villa Taverna. L’altro ieri, dopo le prime randellate di Trump, un po’ tutti i ministri (tranne Crosetto) nelle chat interne sostenevano che no, questa volta non avrebbe avuto alcun senso presentarsi. Pure nelle discussioni di FdI si faceva lo stesso ragionamento. Ora da palazzo Chigi arriva una lettura molto diversa: a Villa Taverna i rappresentanti del governo ci saranno. Tutti? Qualche defezione è ammessa, ma a titolo personale, non in nome dell’esecutivo. Ieri Antonio Tajani, dopo un consulto con Meloni, ha sentito al telefono il segretario di Stato Usa, Marco Rubio. A Villa Taverna ci sarà. E si vedrà come il segnale sarà accolto dall’altro lato dell’Oceano. Anche perché pochi giorni dopo, il 7 e 8 luglio, è in programma il summit della Nato, ad Ankara. Meloni rivedrà Trump. L’appuntamento forse più difficile. Oltre il ruvidissimo battibecco social, si manda insomma qualche segnale in sordina. «Ma chissà come saranno accolti».
Sul piano pratico, dopo l’annullamento della missione di Tajani a Miami, il governo sta frenando intanto sul voto in Parlamento per la missione ad Hormuz. Nessuna smania di fare presto. Fonti autorevoli di governo raccontano che si stava lavorando per far votare la missione dei cacciamine i primi di luglio. Ma da palazzo Chigi è arrivata l’indicazione di rallentare. «Aspettiamo». Un po’ per l’instabilità della regione, vedi le mosse di Israele, nonostante l’accordo. Ma anche perché prima di dare questo input agli Usa è bene capire come e se il quadro potrà minimamente ricomporsi.
Il 19% degli intervistati dà un giudizio positivo, tra i simpatizzanti del centrodestra la percentuale sale al 34,1%

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Il successo dell’eurodeputato ed ex generale Roberto Vannacci appare sempre più come il sintomo di un disagio diffuso che cerca una rappresentanza politica. Un fenomeno che non si esaurisce nel carisma del protagonista né nell’efficacia della sua comunicazione. Dietro la crescita del consenso attorno al suo movimento Futuro nazionale -stimato dai sondaggi tra il 4,0% e il 6,0%- affiora una domanda di ascolto, di identità e di riconoscimento che una parte dell’elettorato ritiene da tempo insoddisfatta dai partiti tradizionali. Il bacino elettorale di Futuro nazionale (che nell’acronimo ricorda il Fronte Nazionale) attinge trasversalmente a elettorati diversi – dalla Lega a Fratelli d’Italia, dal Movimento 5 Stelle fino all’ampia platea degli astensionisti – accomunati da domande politiche, sociali e culturali a cui i partiti tradizionali non hanno saputo dare risposta. I dati dell’ultimo sondaggio di Only Numbers restituiscono l’immagine di una figura capace di dividere profondamente l’opinione pubblica italiana. Da un lato, Vannacci continua a registrare livelli elevati di sfiducia e di rigetto; dall’altro, riesce a consolidare un bacino di consenso che va oltre la semplice protesta e che sembra alimentarsi di una crescente domanda di identità, sicurezza e rappresentanza politica.
Il 19,0% degli intervistati esprime un giudizio positivo nei suoi confronti, una quota tutt’altro che marginale che sale al 34,1% nell’elettorato di centrodestra e al 37,5% tra gli elettori della Lega. Sul fronte opposto, il 56,0% ne dà invece una valutazione negativa, mentre il 16,4% mantiene una posizione neutrale. Colpisce soprattutto l’atteggiamento dei più giovani tra i 18 e i 24 anni dove la neutralità raggiunge il 31,7%, segno che il fenomeno Vannacci viene osservato più con curiosità che con adesione o rifiuto ideologico. Il movimento politico Futuro nazionale sembra beneficiare di una combinazione di fattori. Secondo gli intervistati, il principale fattore della sua crescita risiederebbe nella capacità di affrontare temi come sicurezza, immigrazione e identità nazionale (22.0%). Seguono la delusione verso i partiti tradizionali e la crisi della Lega – che insieme pesano per circa un quarto delle risposte – e, in misura minore, l’influenza dell’avanzata delle destre europee e una generica protesta antisistema. Curiosamente, il carisma personale dell’ex Generale viene indicato soltanto dal 6,8% del campione come elemento decisivo del suo successo, anche se la percentuale sale al 20,7% tra i giovani. Un dato che suggerisce come il fenomeno sia meno legato alla figura dell’uomo e più alla capacità di intercettare un sentimento diffuso di insoddisfazione e di distanza dalle élite politiche.
A questo si aggiunge una comunicazione volutamente provocatoria e iperbolica, costruita per generare dibattito e amplificazione mediatica. Il 20,4% degli intervistati non indica un fattore prevalente o non sa rispondere, segno che il fenomeno resta in parte ancora difficile da decifrare anche per chi lo osserva. Una dinamica già emersa con la pubblicazione del suo libro, le cui tesi controverse hanno contribuito a moltiplicarne la visibilità, trasformando la polemica in uno strumento di amplificazione del messaggio politico. In questo quadro si inserisce anche il tema della remigrazione, termine entrato nel dibattito pubblico nazionale soprattutto attraverso le posizioni di Vannacci, che lo colloca all’interno di una narrativa – contestata e politicamente connotata – secondo cui le popolazioni europee sarebbero esposte a un processo di sostituzione etnica e culturale favorito dalle élite. Un concetto dai contorni volutamente sfumati, funzionale a ridefinire il perimetro del suo discorso politico. Le conseguenze di questa impostazione emergono anche sul piano della percezione pubblica. Il 35,0% degli intervistati colloca Futuro nazionale nell’area della destra radicale, mentre il 17,0% lo considera espressione di una destra conservatrice. Significativo è però lo scarto interno dove il 54,5% degli elettori del movimento preferisce questa seconda definizione. Un dato che rivela come Futuro nazionale operi su due piani comunicativi simultanei: un messaggio rivolto alla propria base che rassicura e normalizza, e un’immagine esterna percepita come più radicale. È un meccanismo che richiama quello di altri movimenti in fase di sdoganamento, che cercano legittimità pubblica senza rinunciare alla coesione ideologica interna. Il resto delle definizioni vede il 15,1% collocare il movimento nell’area populista, il 4,3% in quella patriottica e appena il 3,7% nella destra moderata.

Nel complesso, il quadro descrive un movimento in una fase di costruzione identitaria ancora incompiuta, che sfrutta consapevolmente la dissonanza tra percezione esterna e auto-percezione dei propri elettori. La “destra autentica” funziona meno come programma politico e più come dispositivo di riconoscimento emotivo, capace di tenere insieme elettori che si rifiutano dell’etichetta di estremismo radicale pur condividendone spesso le posizioni.
Il rischio politico è che questa ambiguità, utile nella fase di radicamento, diventi un ostacolo nel momento in cui il partito dovesse affrontare scelte di coalizione o di governo che richiedono un profilo più definito. Il suo parlare non tanto come leader di partito, ma piuttosto come un soggetto esterno al sistema – pur essendone ormai parte integrante -, costruisce il proprio racconto attorno a una contrapposizione netta tra ciò che definisce il “senso comune” e le élite culturali, mediatiche e politiche. La sua forza non risiede tanto nella capacità di offrire soluzioni articolate quanto nella capacità di dare un nome a paure, insicurezze e malcontenti che una parte dell’elettorato ritiene ignorati dalla politica tradizionale. Da questo punto di vista Vannacci non inventa nuovi problemi, ma riformula problemi già esistenti in una narrazione più emotiva e identitaria. Ed è qui che potrebbe emergere anche il limite principale del progetto politico. Se la protesta può favorire la crescita di un movimento, governare richiede qualcosa di diverso: visione economica, competenza amministrativa e capacità di mediazione.
Non è un caso che gli intervistati individuino proprio nell’economia (13,9%) e nel rapporto con l’Unione europea (10,9%) i punti più deboli della proposta politica di Futuro nazionale. Ancora più significativo è il voto medio di credibilità come forza di governo: appena 3,61 su una scala da 0 a 10. Forse il vero significato politico del fenomeno Vannacci non sta tanto nella possibilità di conquistare il governo del Paese quanto nella sua capacità di rappresentare un disagio. Ogni volta che una parte consistente dei cittadini ritiene che nessuno interpreti le proprie preoccupazioni, emerge qualcuno disposto a occupare quello spazio e Vannacci sta facendo esattamente questo. Lui convince il suo pubblico non perché offra analisi più sofisticate, ma perché traduce temi complessi in messaggi immediati, facilmente comprensibili e ad alto impatto emotivo. La domanda, allora, non è soltanto quanto crescerà Futuro nazionale nei sondaggi. La domanda è perché una quota crescente di italiani sia alla ricerca di una proposta che si presenta come alternativa all’intero sistema politico. Perché i fenomeni politici passano, i leader cambiano, tuttavia il malessere che li genera spesso rimane… E quando la politica tradizionale non riesce a comprenderlo o preferisce liquidarlo come semplice estremismo, rischia di trasformarlo da protesta episodica in consenso strutturale.
Il leader del Movimento 5 Stelle: «C’è un dibattito sbagliato sulla tassa sulle grandi ricchezze. Si tratta di un tema importante ma non possiamo ignorare le indicazioni dal basso»

(Niccolò Carratelli – lastampa.it) – «Non è una questione di patrimoniale sì o no, è un dibattito sbagliato». Giuseppe Conte non si scompone quando gli chiediamo un commento sulla distanza tra lui e la base del Movimento 5 stelle sull’ipotesi di introdurre una tassa sui patrimoni milionari. Per il presidente sarebbe «un errore», perché farebbe solo scappare i super ricchi dal nostro Paese. Ma dai tavoli territoriali di Nova, il percorso di costruzione dal basso del programma di governo, la proposta di introdurre una tassa sui patrimoni milionari è emersa prepotentemente: su 107 report elaborati in tutta Italia, compare in 61 casi, cioè il 57% del totale, citata almeno una volta in 19 aree geografiche su 20. Molto più di altri temi identitari per i pentastellati, come la pace, il no al riarmo o la transizione energetica. «La base va sempre ascoltata, da parte mia c’è massimo rispetto per le indicazioni che arrivano da Nova – assicura Conte parlando con La Stampa – però aspettiamo la conclusione del percorso: ora abbiamo due giornate di confronto deliberativo, vediamo cosa verrà fuori sulle politiche fiscali». Quindi, se la patrimoniale rimarrà come forte richiesta di iscritti o simpatizzanti M5s, il presidente potrebbe rivedere la sua posizione contraria al riguardo? «Io non prendo in giro i cittadini – scandisce – se diciamo che li coinvolgiamo nella costruzione del programma, poi dobbiamo tenere in considerazione le loro sollecitazioni».
Bisognerà aspettare almeno un’altra settimana, comunque, perché il fisco non è stato inserito tra i temi sottoposti ai gruppi di discussione nel primo giro di «confronto deliberativo». «Se ne dovrebbe parlare sabato prossimo, nella seconda giornata prevista», precisano dal Movimento. Ora tutto è in mano a 300 persone, che nel doppio appuntamento online devono sviluppare il materiale raccolto nei territori a metà maggio un terzo scelte del Network giovani 5 stelle, un terzo tra gli iscritti e gli eletti a livello locale e nazionale, un terzo tra i non iscritti che hanno partecipato ai tavoli territoriali. L’obiettivo è «produrre raccomandazioni chiare e utilizzabili, da portare prima al voto dell’Assemblea e poi al tavolo della coalizione progressista per la costruzione del programma di governo», come si legge nella “guida alla discussione” pubblicata sul sito del Movimento. Quindi, prima di porsi il problema, Conte attende di vedere se e come la patrimoniale troverà spazio tra le «raccomandazioni» dei 300 deliberatori. E, nel caso, se la proposta sarà ratificata dall’assemblea degli iscritti, dove la posizione contraria del presidente peserebbe senz’altro al momento del voto. Una soluzione di compromesso potrebbe essere quella suggerita l’altro ieri dal capo delegazione M5s a Bruxelles, Pasquale Tridico, convinto che «un eventuale intervento sugli ultra-ricchi andrebbe studiato a livello europeo». Che poi è quello che pensano Elly Schlein e il responsabile Economia del Pd Antonio Misiani.
Ma questo vorrebbe dire rimandare l’intervento sui grandi patrimoni a chissà quando. Mentre per gli alleati di Avs è un segnale da dare subito agli italiani e va promesso in campagna elettorale. Auspicio condiviso anche dentro al Movimento, seppure l’unica a esporsi con forza sia Chiara Appendino, che da settimane ha preso a battere su questo tasto, parlando di una «millionaire tax sullo 0,1% più ricco d’Italia, con patrimoni oltre i 5, 4 milioni di euro», per recuperare «tra i 13 e i 15 miliardi da destinare ad abbattere le liste di attesa nella sanità». L’ex vicepresidente M5s ed ex sindaca di Torino si è beccata le critiche di Conte e anche del collega Stefano Patuanelli, per aver battuto su un tasto che offre un assist comunicativo alla destra, che attacca la «sinistra delle tasse». Ma non arretra, a maggior ragione dopo aver letto i report di Nova. Quindi, manda un avviso a Conte in vista dei prossimi passaggi di costruzione del programma M5s: «Il tema della redistribuzione della ricchezza emerso da Nova esprime una spinta dal basso che non può essere ignorata. Sarebbe un tradimento verso la nostra base e i cittadini che hanno partecipato – avverte –. Il confronto sugli strumenti è aperto, ma il fine non è negoziabile: chi possiede grandissimi patrimoni deve fare la propria parte. Questa urgenza sociale e politica non può restare inascoltata».
Grande festa a Benevento per i 50 anni di politica. Anche attori e cantanti celebrano la sua carriera tra Prima e Seconda repubblica

(Concetto Vecchio – repubblica.it) – BENEVENTO – Viaggio a Benevento per i 50 anni di Clemente Mastella in politica. Grande teatro popolare. Ed è un po’ come tornare nell’Italia meridionale di una volta, quella della Prima repubblica, del contatto diretto con il politico, perché tutti i 55 mila abitanti della città di cui è sindaco posseggono i due numeri del suo smartphone – Mastella li tira fuori e li mostra in favor di telecamera – e lo chiamano per nome “Clemente”. «Proprio questo è il mio segreto, perciò sono durato, sin dalla prima elezione in Parlamento, nel giugno del 1976: avevo ventinove anni», racconta compiaciuto.
E così quando compare sul palco, alle otto di sera – «con ritardo, perché tra le tante sue qualità non c’è quella puntualità» celia l’amico Pier Ferdinando Casini prendendo in mano il microfono per reclamare l’avvio della serata – i duemila che si sono ritrovati sui gradoni del teatro romano si alzano in piedi. Clemente è un po’ commosso. Ha 79 anni. Si perde negli aneddoti, nelle vecchie storie. La gente però non sembra impaziente, è la festa del mastellismo, una scienza politica che prima o poi verrà studiata nelle università. Lui del resto riuscì a convincere Aldo Moro a venire in città nel novembre del 1977 per quello che è stato l’ultimo discorso dello statista poi rapito dalle Br.
Sedetevi dice Mastella, le signore sventolano i ventagli, gli uomini si asciugano il sudore, in tanti il vestito buono, da matrimonio, e si sente odore di dopobarba. Ecco Sandra, la moglie, con i due figli Elio e Pellegrino, le loro mogli, e i sei nipoti. Li presenta al ministro Piantedosi. Qual è la fatica più grande in questi anni? «Stargli dietro. Ogni giorno ne inventa una».
Questa è una grande festa d’estate, che va avanti fino a tarda sera. Ci sono gli amici di una vita. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi («il Paese ha bisogno di uno come lui», dice Casini, suggerendone forse l’incarico a federatore del centrosinistra), il presidente di Tod’s Diego Della Valle, («dov’è Della Valle?», chiedono i cronisti, «sta arrivando in elicottero», risponde Clemente). Poi arriva Della Valle e dice che «Clemente è un fuoriclasse, quando viaggia sta sempre al telefono, ci ha riuniti il fatto di essere due ragazzi venuti su dalla provincia». Ci sono anche lo scrittore Maurizio De Giovanni e Luigi Abete. Presentano Marco Demarco e Gigi Marzullo. Piovono video di saluti di Arbore, Mara Venier, Gigi D’Alessio, De Sica, Iva Zanicchi, Al Bano, e non poteva mancare Sal Da Vinci. Il suo legame con il mondo dello spettacolo è stato solido. È amicissimo di Claudio Baglioni. E fece votare per la Dc anche Raffaella Carrà.
Come si resiste per mezzo secolo? A cercarsi i voti casa per casa? Dario Franceschini dice che Mastella è stato più osteggiato dagli alleati che dai nemici. Mastella ci tiene a fare salire sul palco il figlio di De Mita, Giuseppe. Poi un brusio percorre la platea. Tutti allungano il collo per la curiosità di sapere chi sta entrando. È Corrado Ferlaino, il presidente che portò Maradona al Napoli. Ha 95 anni e ha sfidato l’afa assassina. Suscita attenzione l’artista Lello Esposito che ha portato un San Gennaro di bronzo, perché il santo è di qui, ricorda con sbandierato orgoglio Mastella, e Piantedosi gli fa: «È la prova che da qui si fa carriera». Piantedosi è appena stato da Mattarella, un incontro che molti hanno letto come uno scudo dalle mire di Matteo Salvini. «Arriverò fino in fondo», dice il ministro. Subito Mastella coglie con malizia il passaggio, chiama l’applauso.
«Io e Clemente siamo dc, nonostante la Dc sia morta», rivendica Casini, che si batte per il ritorno alle preferenze. E questa ricorda le feste democristiane nei paesi del Sud, quando la Dc era il partito Stato. Dopo di allora Mastella ha fondato e affondato una mezza dozzina di partiti. È sindaco da dieci anni. Guida un monocolore, col Pd all’opposizione, e alle ultime regionali il suo partitino, Noi di Centro, ha preso il 28 per cento. Ha fatto pure eleggere suo figlio Pellegrino, consigliere regionale, e del resto i Mastella hanno sempre tutti fatto politica, pure Sandra è stata senatrice.
Figlio di un insegnante e di una contadina, laureato con una tesi su Gramsci, partito da Ceppaloni, l’Italia interna da dove si emigra, è stato nove volte parlamentare, sottosegretario, l’unico in Italia che è stato ministro sia con Prodi (che fece cadere, nel 2008) sia con Berlusconi. Ora tutti i giornali in questi giorni parlano di lui. Le elezioni del ’76 furono quelle dei due vincitori, Dc e Pci, arrivò in Parlamento anche Massimo Cacciari. Montanelli disse che bisognava turarsi il naso e votare Dc. Sono passati cinquant’anni e Mastella spera di tornare ancora in Parlamento. Ci vuole un gran fisico.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Abbiamo parlato dei medici. Occupiamoci adesso degli artigiani, almeno di quelli che incontro io. Lavorano quasi tutti in nero e se tu ci stai ti rendi complice ai danni del cittadino onesto, una rarità invisibile del nostro mondo (“E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”). Non rispettano gli appuntamenti, ma anche questa è una moda che non riguarda solo gli artigiani. Il lettore ricorderà forse la fatica che ho fatto per trovare un segretario o una segretaria. Incontravo i candidati per farmi un’idea, fissavamo il primo giorno di lavoro e non si presentavano, quando andava bene mandavano una mail di scuse. Io credo che la prima, vera e forse unica riforma da fare in Italia sia quella della buona educazione.
[…] Ma questi sono dettagli. Il problema vero è che gli artigiani in cui mi imbatto non hanno nessuna affezione per il loro mestiere. Anche quando, dopo mesi di attesa, ti presentano finalmente la loro opera, c’è sempre qualcosa che non funziona o da rifare: non so se lo fanno per calcolo o, come credo più verosimile, per incapacità. Un tempo non poi così lontano, l’artigiano era orgoglioso del proprio mestiere e presentava al maestro il “capolavoro” che attestava la validità dei lunghi anni di apprendistato. Insomma l’artigiano veniva da una conoscenza solida del proprio mestiere. Era un do ut des: il maestro gli dava le proprie conoscenze, in cambio, l’apprendista gli forniva gli strumenti essenziali del vivere, il restare in bottega anzitutto (eh già, la “bottega”, termine scomparso dal nostro vocabolario) e poi i vestiti, un paio di scarpe per i giorni infrasettimanali, un altro paio, più elegante, diciamo così, per la domenica e le feste comandate. L’apprendista artigiano si sarebbe sentito orribilmente umiliato se il maestro non avesse approvato il suo “capolavoro”. Questo concetto è esistito, fino a poco tempo fa, anche nel giornalismo. Faccio un esempio che riguarda la mia esperienza. Un pomeriggio mi chiama il direttore dell’Europeo, il mitico Tommaso Giglio, un ciociaro dall’aspetto assai poco rassicurante, diciamo quello di un Totò triste. Insomma mi chiama Giglio e dice: “Adesso prendiamo una smentita a ogni pezzo?”. Una smentita, non una querela. Lavoravo da sei anni all’Europeo e quella era la prima smentita che ricevevo. Peraltro allora il nostro lavoro era molto diverso, noi non ci alimentavamo di social, di database, ma del lavoro fatto sul campo. Mi fa sorridere, amaro, vedere che certe corrispondenze che riguardano, poniamo, il Medio Oriente, vengano datate da Istanbul o da altre città a migliaia di distanza dal luogo dove si svolgono i fatti. Certo anche l’inviato sul campo poteva sbagliare. Sbagliava una volta, sbagliava due volte, ma alla terza finiva fuori dal mestiere. Se si fosse seguita questa linea certi giornalisti, poniamo un Cerno, non esisterebbero. […]
Ma torniamo agli artigiani. Se voi osservate con attenzione certi tombini a Milano vedete che sono accompagnati da una sigla di due lettere che vi appare incomprensibile. Sono le iniziali dell’artigiano che ci tiene a far sapere che quel tombino, un miserabile tombino, porta la sua firma. Insomma quello che è venuto a mancare nella nostra società è il rigore. Cioè il rispetto della legalità, o per meglio dire, dell’onestà che è qualcosa di più profondo. Nell’Ancien Régime, e non sto parlando del Medioevo ma del dopoguerra italiano, il rispetto della parola data era un valore per tutti, per gli imprenditori perché dava credito, per il mondo contadino dove una stretta di mano era sufficiente per suggellare un contratto, senza il bisogno di infinite e faticosissime trattative attraverso le mail, e per il mondo proletario che aveva le sue regole: la fidanzata doveva essere una “compagna”, il vino un Calcarone o un Barbera, vini poveri dunque e così via. Si chiamavano allora “figiciotti”, Federazione Giovanile Italiana Comunista. Non potevano sapere che cos’era davvero il “socialismo reale” che vigeva in Unione Sovietica, perché Togliatti, il “migliore”, che pur in Unione Sovietica c’era stato, glielo aveva occultato. Si arrivò all’estremo del ridicolo, e forse oltre, quando Leningrado, l’antica San Pietroburgo, fu chiamata Togliattigrad. Del resto a Dostoevskij, che era un panrusso, San Pietroburgo non piaceva per niente, troppo moderna ai suoi occhi. Per costruire San Pietroburgo lo Zar Pietro il Grande chiamò architetti da tutta Europa, anche italiani. Ed è molto probabile che io discenda da lì. Dalla componente russa e da quella ebraica, che quando ci sono quattrini di mezzo non manca mai. Posso quindi dire, con ragioni migliori di Bernard-Henri Lévy, capostipite della “nuova filosofia”, di essere il figlio di due Rivoluzioni, quella sovietica perché i miei avi proprietari terrieri dovettero fuggire dalla Russia; e quella italiana perché mio padre, Benso Fini, non volendo aderire al fascismo si rifugiò a Parigi. Era quella la meravigliosa Parigi degli anni Trenta dove anche due intellettuali strepenati come erano mia madre e mio padre potevano frequentare i maggiori artisti e intellettuali, da Picasso a Picabia. […] Mia madre, Zenaide Tobiasz, il cui nome ebreo non può sfuggire a nessuno, ricorda mio padre che fruga in un cesto di rifiuti per prendere qualche arancia marcia. Del resto il Boulevard des Italiens era frequentato da tutti. Fu quello il periodo migliore della loro esistenza. Paradossi della Storia, paradossi della vita.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Michele Mari, candidato al premio Strega, ha detto una cosa poco amichevole su Michela Murgia. L’ha detta “in un contesto privato”, come tiene a specificare: era in un pulmino che trasporta gli scrittori della cinquina qui e là per l’Italia (fare lo scrittore, a volte, è peggio che lavorare).
La circostanza non ha impedito ai responsabili dello Strega di stilare un severo comunicato nel quale si puntualizza che “la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del Premio Strega”. Mi sono chiesto quale istituto, o fondazione, o associazione, o gilda, o partito, o consesso umano, a parte il Ku Klux Klan, consideri invece compatibile con il proprio spirito le espressioni denigratorie e i giudizi lesivi sulla dignità delle persone. A parte questo, mi sono anche chiesto se non sia il caso di codificare meglio la grande quantità di casi (ormai ce n’è uno al giorno) nei quali si biasima o si deplora o si censura qualcuno per avere detto qualcosa.
Badate bene: non sono tra quelli che pensano che “non si può più dire niente”, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato “politicamente corretto”. Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?
Leccornie. Dalle spigole al prosciutto che non deve odorare d’osso, fino ai polli ruspanti e ai cetrioli che devono essere “con semi teneri”

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Oltre un milione di euro solo per la ciccia. Qualcosa in meno per i prodotti di mare, insomma il pesce, che siano spigole, orate o quel che prevederà il menù. Ma il conto – signora mia! – è ancor più salato se si passa ad altro reparto. Per garantire verdura e frutta di stagione è messa in preventivo una spesa da capogiro anche se il top si raggiunge sul resto, a partire dall’amatissima pasta e tutto ciò che occorre per un carrello dei dolci sempre all’altezza della sfida. Lo scontrino per l’acquisto delle derrate alimentari destinate a finire nel piatto dei deputati vale all’incirca 5 milioni di euro più Iva, secondo quanto emerge dal bando appena pubblicato da Camera Servizi, la società in house di Montecitorio a caccia delle migliori offerte per garantire la massima soddisfazione degli onorevoli palati.
E così ecco qui i cinque lotti con annesso capitolato che specifica a quali condizioni potranno variare i prezzi di fornitura. E soprattutto quale debba essere la qualità della materia prima: per la carne bovina solo tagli di prima o massimo di seconda scelta per tutti i vari usi culinari, dal ragù allo stracotto, dal brasato al filetto passando per il roast beef. Il vitello avrà “grana fine, consistenza tenera, grasso bianco perlaceo, odore latteo”. Il maiale sarà senza antibiotici, “di età inferiore a 12 mesi”, nato e allevato in Italia o in Paesi comunitari e “la macellazione deve essere avvenuta da almeno 72 ore prima della consegna”.
Gli abbacchi e le galline
Gli agnelli devono avere “un’età superiore a 90 giorni e inferiore a 10 mesi”, con le carni a prova di esame organolettico che deve evidenziare “tenerezza della carne, succulenza adeguata alla tipologia, aroma delicato…”. Pollo e pollame? Naturalmente ruspanti perché rigorosamente allevati “a crescita lenta”. E pure sugli insaccati non si scherza: il disciplinare dop è d’obbligo che si tratti di salamella, felino, finocchiona, spianata romana o soppressa veneta. La mortadella solo Bologna Igp come lo Speck Alto Adige mentre nel caso del prosciutto crudo, vade retro il “puzzo d’osso”.
Ma pure il baccalà
Sul pesce invece occhio al calendario: tutto l’anno vanno bene cefalo, nasello, san Pietro e compagnia ma poi c’è la stagione che chiama: e dunque largo a spigole, ricciole, polpi, rombi, vongole veraci, alici&triglie e chi più ne ha ne metta in un’alternanza che non conosce sosta. E il pesce di acqua dolce? È ammessa solo la trota “in quanto specie autoctona pescata nell’Unione europea” . Ma ancora più attenta è la selezione di frutta e verdura in un tripudio di mandarini, ananassi, pesche nettarine, ribes e mirtilli, ciliegie e fragole. Sono esclusi i prodotti transgenici (Ogm) e quelli trattati con raggi gamma. Tutti i prodotti ortofrutticoli “devono essere di qualità extra o 1ª categoria e solo per straordinari motivi di mercato e limitati periodi di emergenza, debitamente documentati con dichiarazioni dei fornitori accreditati, si potranno utilizzare prodotti di 2ª categoria provenienti da agricoltura biologica”.
Anche con l’ortofrutta non si scherza, e così gli asparagi “devono essere freschi, turgidi, con turioni compatti e punte chiuse”, le biete “avere il torsolo reciso in modo netto in corrispondenza della corona fogliare esterna”, i cetrioli dovranno essere “praticamente dritti, avere semi teneri”, la cicoria avere “foglie turgide, di colore tipico e non ingiallite”, i fiori di zucca “freschi, integri, di colore brillante e non appassiti”, mentre le tipologie di radicchio esclusivamente di Chioggia Tondo e di tipo tardivo del Trevigiano. Un lungo catalogo – 139 pagine – di prescrizioni, pesi misure e qualità che coprono tutte le portate e pure le bevande. Ma il lotto più ricco che da solo vale 1,6 milioni è per la voce “altre derrate” dove a farla da padrone è la pasta: secca, fresca e pure esotica. Perché accanto a quella prodotta esclusivamente con semola di grano duro, di elevata qualità c’è posto per quella fresca e farcita. Dai ravioli di zucca a quelli ripieni di burrata passando per i gyoza giapponesi. Idem per il pane, dal filone ai bagel, dalle baguette ai bottoncini al burro, fagottini e croissant salati, compreso il pane Carasau. Nel reparto formaggi è regina la mozzarella di bufala “rigorosamente di color bianco porcellanato e crosta sottilissima, prodotta esclusivamente nelle aree riconosciute di Campania, Lazio, Puglia e Molise”. Le olive? Li perdonerà l’immenso Mario Brega di Borotalco: non “so’ greche”, ma rigorosamente italiche.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – L’appassionante duello dialettico Meloni-Trump sta volgendo in commedia la tragedia della frattura dell’Occidente. Anzi, delle sue fratture multiple: fra Europa e America, ma anche nel corpo della scoppiatissima “famiglia” europea e nella rissa originaria d’Oltre Atlantico. Perché questo caos senza precedenti discende da quella che a tutti gli effetti è guerra civile stars and stripes a intensità ogni giorno meno bassa.
L’attuale civiltà mediatica, isterizzata dalla dittatura del “tempo reale”, dall’anarchia disinformativa dei social e dalle propagande di guerra, solleva un fumo irrespirabile che oscura l’orizzonte, accorcia il pensiero. Impressiona il volume dei bit dedicati alle battute dei nostri leader, quasi avessero un qualche rapporto con quanto accade nei teatri bellici che incombono sui nostri confini. Nella migliore ipotesi, profonde dispute geopolitiche vengono delibate alla superficie delle cronache, esse stesse volte in strumento bellico sotto l’accattivante insegna della guerra cognitiva.
La personalizzazione del conflitto, quasi le guerre senza limiti fossero replica di antichi duelli dei capi, contribuisce a farci perdere l’orientamento. In chiaro: qui rischiamo di finire tutti in guerra senza accorgercene. Il rumore delle bombe potrebbe coglierci con lo sguardo fisso sullo smartphone, rapiti dall’ultimo tweet di Trump travestito da sé stesso.
Ora, che compito di qualsiasi governo responsabile sia quello di curare la tranquillità del popolo, di non eccitarne paure o altri pericolosi istinti, sottoscriviamo. Ma se tanto giusta precauzione si riduce a mettere la testa nella sabbia per non vedere, dunque confessarsi di non saper che dire e fare, rischiamo grosso. Prendiamo dunque per buona la parola di Meloni che dichiara chiusa la bizzarra polemica con Trump e aggiungiamo, per quel che (non) conta, di poter sopravvivere all’incertezza su chi e cosa sia stato all’origine di tanto vano clamore. Notiamo solo che non sposta di una virgola l’emergenza in cui ci dibattiamo, consapevoli o meno.
vero che la storia non procede lineare. Ma è anche vero che a sguardo per quanto possibile freddo osserviamo il formarsi di un uragano che presto potrebbe coinvolgerci molto direttamente. E che già lo fa in via sempre meno indiretta. Intendiamo il convergere tra la guerra di Ucraina e le guerre di Israele. Ormai una sola equazione. Congiunte non solo nel traffico di armamenti, informazioni e mercenari fra i vari fronti mediorientali e l’ucraino, ma dalla totale assenza di prospettive di pace. Nemmeno di veri cessate-il-fuoco. Ci vuole davvero una forte dose di incoscienza per prendere sul serio le tregue proclamate da questa o quella parte. O le finte diplomatiche di russi e ucraini, nessuno davvero disposto a cessare un massacro di cui si è perso il senso su entrambi i fronti – le rispettive difficoltà di reclutamento (eufemismo) ne sono testimonianza.
In tutto questo, noi italiani spicchiamo per attendismo. Non è ben chiaro chi o cosa aspettiamo, ma ci siamo assegnati lo status di osservatori, peraltro disattenti e comunque ininfluenti. Una scossa ci è venuta nelle ultime settimane scoprendo gli effetti ancora limitati del blocco di Hormuz sulle bollette energetiche – potenza dell’economicismo nostrano. Senza per questo spingerci ad agire.
In sette parole: Italia, se ci sei batti un colpo. Lancia una tua iniziativa diplomatica, con chi ci sta o anche senza. Sfrutta lo slancio della Roma vaticana, con il papa che si spende sul fronte non solo comunicativo, con lingua piana, idee forti e lingua semplice. Possiamo smetterla di rifugiarci dietro paraventi inesistenti, di invocare il diritto internazionale che non c’è, appellarci allo zero delle Nazioni Unite, nasconderci dietro la cosiddetta Europa plurifratturata, nella sua parte nord-orientale già sul piede di guerra contro l’imminente invasione russa? E’ troppo immaginare che la Roma italiana proponga anche solo un’apertura di dialogo a Ucraina e Russia, Israele e Iran, prima che quelle stragi involvano al grado atomico? Ogni tanto è bene testimoniare la propria esistenza in vita, prima che altri ti certifichino defunto.
La confidenza esibita, i complimenti, la proposta del Nobel. Ecco perché è stato imprudente avvicinarsi troppo al tycoon

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.
Anche in politica internazionale, e ancora di più nel tempo del caos e dell’irrazionalità sistemica, i proverbi conservano la loro luminosa efficacia. Per cui proprio insistendo a fare l’amicona con Trump ecco che Meloni, caparbia e imprudente, è caduta in trappola.
A questo punto gli studiosi di paremiologia, ovvero la scienza dei proverbi, si dividono sulle conseguenze della sciagura di Evian. Alcuni prevedono che la premier rimarrà d’ora in poi mutilata; mentre altri, più benevoli, ritengono che riuscirà a salvarsi lo zampino, ma dopo aver mostrato al mondo con quanta ingenuità, puntando smodatamente al ghiotto risultato, l’aveva infilato nella tagliola.
In entrambi i casi a Palazzo Chigi, a via della Scrofa e nelle redazioni collaterali si avrà la conferma definitiva di come, nei rapporti fra gli Stati, gli errori valgono il doppio e si pagano tre volte. Sotto lo sguardo della platea internazionale, la video-retorica sull’Italia «che non implora mai» lascia nel migliore dei casi il tempo che trova, mentre nel peggiore indica come scagliarsi oggi contro gli idoli di ieri suoni volgare, infantile, megalomane, patetico, ma soprattutto inutile.
Rispetto alle miserie del presente ci si sente perfino in colpa ad avventurarsi nei ricordi: «Ma come sono cretini!», sottinteso gli americani, fu il titolo di un editoriale dell’Unità con cui nel 1947 Palmiro Togliatti innescò la crisi del terzo governo De Gasperi. Ieri l’ineffabile Libero ha sparato in prima: «Trump è un coglione», ma in quella stessa vetrina, appena pochi mesi, fa erano messi alla berlina in qualità di “rosiconi” quanti disconoscevano i trionfi meloniani a Washington.
Ora, proprio per evitare questi buffi eccessi, queste acrobatiche oscillazioni, questi torcibudella da tifoseria esiste da qualche secolo – o forse esisteva – la diplomazia; e, all’interno di essa, uno stile improntato a coscienza, conoscenza, pazienza e auto-sorveglianza.
Per dire: ogni due per tre Meloni rivendica, non di rado in tono aggressivo, che lei è lì per difendere l’interesse nazionale, rivendicazione che tuttavia si misura più con i risultati che con le invocazioni o, come nel caso dei rapporti con Trump, con una quantità di mosse, mossette, gesti, bacetti, complimenti, compiacenze, salamelecchi e immaginifiche social card su cui in giornate come queste viene insieme da ridere e da avvilirsi.
Tipo che quando, gennaio 2024, Meloni si precipitò in gran segreto a Mar-a-Lago per implorare – si scelga, se necessario un altro termine – il nulla osta di Trump alla liberazione di un tecnico atomico iraniano e procedere a uno scambio con Cecilia Sala, beh, certo ne valeva la pena, ma una sintomatica combinazione di fuffa all’italiana e di scempia americanata produssero nella mente dell’uomo di Musk, a nome Stroppa, un’icona kitsch in cui Donald figurava come imperatore romano e Giorgia come la sua matrona in peplo – più defilato il dignitario Elon.
Di roba e sotto-roba del genere – elogi reciproci ed esagitati nei pranzi, panchine e divanetti a due, illustri copertine, risatine, battutine, prefazioni in famiglia di libri meloniani, pronunciamenti Nobel, impegnative frequentazioni dell’inviato speciale Zampolli, con tanto di rincorse da parte di Salvini – se n’è ammonticchiata talmente tanta nella raccolta differenziata dell’ultimo anno, che qualsiasi odierna proclamazione di indipendenza rispetto a Trump da parte del governo italiano non solo è assolutamente tardivo e incredibile, ma finisce per mettere a nudo la confusione, l’improvvisazione, l’inconsistenza, il voltafaccia, la fede nella propria furbizia, tutte caratteristiche che purtroppo non sono estranee al carattere nazionale allorché i governanti italiani debbono misurarsi con le faccende internazionali.
Nessuno può negare la buona fede e anche l’impegno di Meloni su e giù per il mondo. Ma quale ponte davanti a dazi, armi, Venezuela? Hai voglia adesso a insultare grossolanamente o accusare di follia quello stesso Trump che nemmeno un anno fa, dopo aver ascoltato la premier, se n’era uscito: «Che bel suono ha il suo italiano!».
La nuda e cruda verità secondo cui “Sovranista grande mangia sovranista piccolo” resta forse l’unica autentica spiegazione dell’ingratitudine, del tradimento, dello scaricamento, dell’umiliazione planetaria. La gatta del proverbio doveva forse accorgersi prima che non ne valeva la pena, mantenere una distanza, una misura, un decoro, una fermezza che di questi tempi sono tanto più rari quanto più utili.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Donald Trump ha un lessico infantile e binario dove tutto il mondo è riducibile ai suoi estremi rudimentali, puerili, da fase della lallazione, di bello/brutto, grande/misero, straordinario/triste, e soprattutto vincente/perdente. Zero sfumature, nessuna gradazione”, scrive Daniela Ranieri nel suo imperdibile, “Ma come parli?!” (manuale di resistenza al linguaggio dei politici che presentiamo oggi, a Carrara, nella Paper Fest – Libri in piazza). Perciò, il presidente americano è tutt’altro che “un coglione”, come scrive su “Libero” Alessandro Sallusti, per mettere una toppa al titolo giulivo del giorno prima (“È di nuovo amore”, con Donald-Romeo che corteggia Giorgia-Giulietta). Infatti, nello sputtanamento premeditato della premier che lo “implora” per una photo-opportunity, Trump adotta un giudizio di valore, binario, forse infantile ma che attraverso la pubblica umiliazione retrocede l’ex fan nel girone dei perdenti. […] Con tutta l’Italia appresso, s’intende. Del resto, che l’energumeno della Casa Bianca non si sia inventato proprio tutto di sana pianta emerge dalle cronache laddove si racconta di come, nelle pieghe del vertice Ue, sia stata la parte italiana a diffondere fotografie e video di Trump e Meloni sul divanetto. Richiesta partita da Palazzo Chigi: “Uno scambio di pochi secondi, in cui si vede la premier sorridere insistentemente, l’americano dire qualcosa, poi alzarsi, stringere la mano di lei e andare via” (“La Stampa”). Superfluo ricordare i maltrattamenti a cui il signore biondastro ha sottoposto i vari Starmer, Macron, Merz, Von der Leyen, colpevoli di non aver capito subito chi fosse “il boss” (così si è definito prima di stravaccarsi al capotavola di Evian). Quindi, non ha torto la presidente del Consiglio quando teme che “non finisca qui”. Perché può essere consolatoria la solidarietà dispensata a piene mani, a partire dal Quirinale, e fatta propria, con qualche ininfluente distinguo, dalla opposizione (ovvia quella della maggioranza). Belle parole che, tuttavia, non cambiano la sostanza delle cose, vale a dire di un legame il cui sfilacciamento danneggia il più debole (noi) e lascia indifferente il più forte (lui). Pensate davvero che il tycoon non volesse dire le cose che ha detto quando ha portato dove voleva la conversazione con l’inviato di La7 a Washington, il bravo Nicola Compatangelo: che, cioè, Giorgia Meloni dopo aver rifiutato di dargli una mano per Hormuz, con lui ha chiuso? Quando poi la premier si chiede (retoricamente) come mai il presidente Usa si comporti così con il proprio alleato, “mostrandosi molto più accondiscendente con i nemici dell’Occidente e dell’America”, si risponde da sola. Nel sistema binario di Trump, molto più forte dell’amico/nemico risulta essere lo schema vincente/perdente (“Vuole tornare mia amica perché è in crisi di popolarità, non mi interessa”). […] A coloro che si chiedono se l’italiana non poteva accorgersene prima di quanto l’altro fosse un tiranno iracondo, vendicativo, umorale, inaffidabile, narciso (Michele Serra, Matteo Renzi, eccetera), ricordiamo l’eterno “superior stabat lupus, longeque inferior agnus” di Fedro. Tanto per capirci, mentre prendeva a ceffoni una premier non abbastanza sottomessa, il lupus si sdilinquiva in elogi per l’“intelligente” dirigenza iraniana, ammirato dalla tenuta di Teheran. E se anche quel popolo infelice continuasse a soffrire la repressione della teocrazia oscurantista imbottita di dollari, poco male. Dove si pialla cadono trucioli, diceva un gerarca nazista, citazione che se Donald non fosse “l’epitome del degrado linguistico, culturale, antropologico di una politica terminale, quella dell’Occidente” (Ranieri), e di una ignoranza crassa (aggiungiamo noi), potrebbe, utilmente, ai suoi fini, espettorare.!

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – È davvero incomprensibile questo accanimento del popolo della sinistra (vedi gli ululati degli operai della Fiom) contro la Volpe di Rignano e i geni del Pd ansiosi di rimettersela in casa. A parte la tetragona affidabilità del soggetto, già sperimentata con gioia da Marini, Prodi, Bersani, Letta, B., Zingaretti, Conte, Calenda, Bonino e chiunque altro ha avuto la fortuna di averci a che fare, a imporne il […]