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Da RadioMeloni è tutto


Meloni in fuga dal Parlamento preferisce rifugiarsi in radio. Assicura che non siamo in guerra. E poi torna a menare sulle toghe

Da RadioMeloni è tutto

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Invece che all’aggredito, come accaduto con l’Ucraina, invieremo armi agli alleati dell’aggressore (gli Stati Uniti e Israele) nel Golfo Persico per difendersi dalla reazione dell’aggredito (l’Iran). Come se negli ultimi quattro anni, anziché all’Ucraina, avessimo spedito bombe, missili e munizioni alla Russia per difendersi dalla reazione di Kiev dopo l’invasione dell’armata rossa.

È la linea del governo, certificata dalla risoluzione di maggioranza approvata ieri dal Parlamento, che autorizza pure gli Usa ad utilizzare le basi militari sul territorio italiano (per rifornimento, logistica e sorveglianza) entro i limiti imposti dai trattati internazionali. Ma pur sempre a supporto dell’operazione militare che il ministro della Difesa Guido Crosetto, reduce dalla rocambolesca vacanza a Dubai, spedito in Aula insieme al collega Antonio Tajani dalla presidente del Consiglio in fuga dal Parlamento, non si sa se volutamente o per un lapsus, ha definito senza mezzi termini “al di fuori delle regole del diritto internazionale”.

Mentre la premier ha preferito il solito monologo (in radio) piuttosto che affrontare le opposizioni a viso aperto alle Camere. Assicurando che “non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”, nonostante il voto parlamentare di ieri ci avvicini pericolosamente ad un conflitto dagli esiti sempre più incerti. Anche se al momento, ha aggiunto, “non c’è nessuna richiesta” da parte Usa per un utilizzo bellico delle basi. Poi è tornata a menare sulle toghe per spingere il Sì (ormai superato dai No secondo diversi sondaggi) al referendum. E da RadioMeloni è tutto.


Il governo dei Don Abbondio sottomesso all’alleato furioso


La dichiarazione di maggioranza non ricorda che la crisi è stata provocata dall’attacco di Israele e Stati Uniti, mai citati. L‘asservimento cortigiano del nostro esecutivo al presidente Usa rasenta l’indegnità. Del resto, il coraggio uno se non ce l’ha mica se lo può dare….

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – È stato detto molte volte, ma va ripetuto ancora. Siamo entrati in un’era diversa da quella creata da chi aveva conosciuto la guerra e per questo l’aveva relegata negli angoli del possibile.

Le ex potenze coloniali e le due superpotenze hanno impiegato un po’ per scrollarsi di dosso l’abitudine a far risuonare le armi e si sono dedicate negli anni Cinquanta a Indocina, Algeria, Indonesia, Africa inglese e lusitana, passando per la Corea e successivamente il Vietnam. Tuttavia c’erano delle linee rosse.

Nel 1956 gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica fermarono Israele che insieme a Francia e Gran Bretagna voleva sottrarre il controllo di Suez agli egiziani. Poi l’invio di missili sovietici a Cuba nel 1962 arroventò il telefono rosso tra Usa e Urss, ma funzionò. La storia del Dopoguerra non è rose e fiori, sia chiaro. Ma c’erano delle regole, delle norme, delle istituzioni che imbrigliavano le pulsioni all’uso indiscriminato della forza. L’Onu sopra ogni altro godeva di rispetto e autorevolezza.

Basti ricordare come George W Bush avesse cercato il suo avallo prima di scatenare la seconda guerra del golfo nel 2003, avallo che era stato invece garantito per la prima guerra del golfo del 1991, attivata a respingere l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein.

Alle Nazioni Unite Bush subì una cocente umiliazione politico-diplomatica in quanto la maggioranza dei componenti del consiglio di sicurezza incoraggiata dalle nette posizioni contro l’invasione di tedeschi e francesi (espresse in quella sede da un memorabile discorso dei ministro degli esteri francese, Dominique de Villepin), era pronta a negare il consenso.

Da allora gli Stati Uniti hanno boicottato le Nazioni Unite, senza che nemmeno i presidenti democratici invertissero la rotta. Prive del sostegno del paese che le ha inventate, e che ne assicurava gran parte del senza le bussole di un tempo. La Nato, guidata da un lustrascarpe di Trump, è in pre morte cerebrale. L’Unione europea non ha mai dato sostanza alla sua politica di difesa e sicurezza, tant’è che nessun leader politico di peso ne ha occupato il posto (e che errore fece Matteo Renzi quando, per pura vendetta interna, vi nominò la giovane e inesperta Federica Mogherini invece di Massimo D’Alema). In questo quadro come si muove l’Italia?

Meloni ha dimostrato eccellenti doti di equilibrismo. Ma quando è arrivato Donald Trump la corda su cui camminare si è fatta sempre più tesa e sottile. Oggi il governo è di fronte ad una scelta netta: o con il bellicismo sfrenato israelo-americano o con l’opposizione alla prepotenza e all’arroganza guerriera di chi fa piovere bombe su chicchessia, a proprio gradimento. Per quanto non piacesse a nessuno quel macellaio oscurantista della Guida suprema iraniana, la sua uccisione, a freddo, non è altro che un crimine. Nessuno può arrogarsi questo diritto, fuori da ogni diritto.

Se un missile colpisse il criminale di guerra Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale per lo sterminio perpetrato a Gaza (dove l’esercito israeliano continua a massacrare civili e impedire l’afflusso di viveri e medicine in barba agli accordi siglati) chissà cosa si direbbe…. Il ministro della difesa Guido Crosetto, alla Camera ha affermato, bontà sua, che l’azione in corso contro l’Iran si colloca al di fuori dal diritto internazionale.

Peccato che la dichiarazione di maggioranza abbia omesso di ricordare che la situazione di crisi nella regione mediorientale è stata provocata dall’attacco di Israele e Stati Uniti: nemmeno mai citati nel testo. L‘asservimento cortigiano a Trump rasenta l’indegnità. Il governo non ha nemmeno l’onesta intellettuale di affermare che i missili che l’Iran scaglia in ogni dove sono la conseguenza di quell’aggressione. Si premura soltanto di restare fuori da ogni guaio, militare o diplomatico, cercando di non scontentare troppo l’amico americano.

Del resto, come diceva Don Abbondio, il coraggio uno se non ce l’ha mica se lo può dare…


Gli Stati Uniti stanno vincendo le prime battaglie, ma potrebbero perdere la guerra


(Brynn Tannehill – theatlantic.com) – La campagna aerea americana contro l’Iran sembrerebbe essere un successo tattico e operativo. Gli Stati Uniti hanno colpito 1.700 obiettivi in Iran hanno subito soltanto sei vittime. La leadership iraniana è stata sconvolta e decine di figure di alto livello sono state uccise, tra cui la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.

Ma questi successi di breve periodo hanno un prezzo, e rendono molto meno chiaro il quadro strategico complessivo. Gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati del Golfo stanno consumando munizioni (poche e costose) a un ritmo impressionante. Queste perdite non possono essere rimpiazzate abbastanza rapidamente da evitare possibili ripercussioni globali, mentre avversari molto più formidabili dell’Iran — Russia e Cina — valutano la capacità bellica dell’America.

Se concludessero che l’Occidente ha consumato troppi missili intercettori per potersi difendere efficacemente, la Russia potrebbe intraprendere azioni aggressive contro la NATO, oppure la Cina potrebbe muoversi contro Taiwan.

Due tipi di missili sono oggi molto richiesti sul campo di battaglia. Gli intercettori, come i missili Patriot, sono progettati per abbattere altri missili e droni. Le armi offensive, come i missili da crociera Tomahawk, servono invece a distruggere obiettivi a terra. Entrambi scarseggiano, ma la situazione degli intercettori è particolarmente critica.

Gli intercettori americani più richiesti sono i missili THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), che sono i più efficaci per la difesa contro missili balistici a corto e medio raggio, e i Patriot, che sono leggermente meno costosi e più numerosi dei THAAD. La scorsa estate, durante la guerra di dodici giorni, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa un quarto dei loro missili THAAD per difendere Israele dal bombardamento iraniano. Ogni missile THAAD costa più di 12,8 milioni di dollari, e i contractor della difesa americana ne producono soltanto 96 all’anno.

L’amministrazione Trump ha stanziato fondi per aumentare la produzione fino a 400 l’anno, ma questo potrebbe richiedere fino a sette anni. È del tutto immaginabile che gli Stati Uniti possano utilizzare, nelle prossime settimane, più di un terzo dei THAAD accumulati nell’ultimo anno.

La situazione dei Patriot è in parte simile. Nel 2023 gli Stati Uniti producevano circa 370 missili Patriot all’anno. Per molti anni la produzione è stata inferiore alla domanda, e poi quest’ultima è esplosa con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Gli Stati Uniti hanno quindi aumentato la produzione: circa 500 Patriot sono stati prodotti nel 2024 e si prevede che si arrivi a circa 650 l’anno entro il 2027. Ogni missile costa circa 5 milioni di dollari. Ma anche con l’aumento della produzione, secondo il Guardian, gli Stati Uniti stimavano l’anno scorso di avere soltanto il 25 per cento dei Patriot richiesti dalla pianificazione del Pentagono.

I missili e i droni iraniani, al contrario, sono più economici e molto numerosi. Fonti israeliane stimano che l’Iran abbia iniziato l’attuale conflitto con circa 2.500 missili balistici disponibili e che possa produrne “centinaia” ogni mese, con l’obiettivo di portare il ritmo di produzione a qualcosa vicino ai 1.000. Il New York Times stima la produzione in “decine” al mese, ma anche questa stima più prudente supera di molto l’attuale produzione americana di THAAD. Secondo un esperto, ogni missile balistico iraniano costa circa 1–2 milioni di dollari per essere prodotto. Va considerato che, in molti casi, sono necessari due o tre Patriot per abbatterne uno.

Nel frattempo, insieme alla Russia, l’Iran produce i cosiddetti droni suicidi Shahed-136 a un ritmo di circa 5.000-6.000 al mese, principalmente per l’uso della Russia in Ucraina, con un costo che può scendere fino a 50.000 dollari per unità. Questi rappresentano la maggior parte delle munizioni che l’Iran ha lanciato contro gli Stati Uniti e i loro alleati negli ultimi giorni.

Servono a saturare le difese aeree e a esaurire le scorte di intercettori.

Di conseguenza, gli Stati Uniti stanno spendendo risorse scarse per distruggere obiettivi che costano meno e richiedono meno tempo per essere prodotti rispetto alle armi utilizzate per distruggerli. L’Iran ha semplicemente meno da perdere saturando il campo di battaglia con le proprie armi: durante la guerra di dodici giorni dell’anno scorso ha lanciato 550 missili balistici e oltre 1.000 droni contro Israele. Nelle prime 48 ore dell’attuale conflitto ha inviato 186 missili e 812 droni nei soli Emirati Arabi Uniti, mentre colpiva anche altri nove paesi della regione.

I pianificatori americani sono perfettamente consapevoli che questo è un rapporto di scambio insostenibile, motivo per cui sia Israele sia gli Stati Uniti hanno fatto della distruzione dei lanciatori di missili balistici una priorità assoluta. La logica è semplice: non serve usare un THAAD o un Patriot contro un missile che non può essere lanciato. Secondo il Times, funzionari israeliani stimano di aver distrutto il 50 per cento dei lanciatori di missili iraniani. Questo certamente contribuisce a rallentare il ritmo dei lanci iraniani e quindi a ridurre la capacità di saturare le difese aeree, ma fa poco per diminuire il numero totale di missili balistici che l’Iran possiede ancora nel proprio arsenale e che prima o poi impiegherà.

Questo è dunque il problema degli intercettori. Le tradizionali munizioni americane a lungo raggio e a guida di precisione, tra cui i Tomahawk, costano circa 2,2 milioni di dollari ciascuna e sono prodotte in quantità relativamente limitate. Sono progettate per conflitti contro un avversario con sistemi di difesa aerea molto più moderni, funzionali e integrati di quelli iraniani. In questo senso, il loro impiego nel teatro attuale è uno spreco: munizioni meno sofisticate potrebbero facilmente superare le difese aeree iraniane, indebolite dalle sanzioni e fisicamente devastate dagli attacchi.

Una risposta americana a questo squilibrio di risorse è una copia dello Shahed-136 chiamata Low-Cost Uncrewed Combat Attack System, che costa circa 35.000-40.000 dollari per drone. Tuttavia la produzione è ancora in fase di aumento, e questi droni sono principalmente basati a terra (lanciarli dal ponte di elicotteri di una nave della Marina è tecnicamente possibile ma poco efficiente). Per questa ragione la Marina continua a fare affidamento sui Tomahawk.

Il presidente Trump ha dichiarato che le operazioni di combattimento potrebbero durare un mese o più. Al ritmo attuale di utilizzo, secondo Bloomberg, gli intercettori statunitensi potrebbero esaurirsi nel giro di pochi giorni. Un’altra fonte ha affermato che il Qatar potrebbe rimanerne senza in appena quattro giorni. Gli alleati del Golfo stanno cercando urgentemente ulteriore supporto militare dagli Stati Uniti.

Alcuni rapporti suggeriscono che Washington abbia “bloccato” tali richieste perché ha esigenze urgenti proprie. Le salve di missili e droni iraniani stanno diminuendo leggermente man mano che i lanciatori vengono distrutti e le scorte si esauriscono, ma gli Shahed sono così semplici che l’Iran probabilmente sarà in grado di continuare a produrli e lanciarli in piccoli numeri quasi indefinitamente.

Per gli Stati Uniti, quasi ogni azione in questa campagna comporta un costo opportunità sotto forma di ciò che non potranno più fare a causa dell’esaurimento delle scorte di missili. La perdita più significativa è la deterrenza. Russia e Cina stanno osservando gli Stati Uniti consumare i propri missili e tengono conto di questo fattore nelle decisioni su eventuali azioni offensive contro gli alleati della NATO o contro Taiwan.

Non si tratta di una semplice speculazione: il Dipartimento della Difesa ha avvertito che il presidente cinese Xi Jinping sta preparando il suo esercito affinché sia pronto a invadere con successo Taiwan entro il 2027. Per perseguire questo obiettivo, la Cina ha raddoppiato il numero dei suoi lanciatori di missili balistici e quasi triplicato il numero di missili disponibili dal 2020. Le forze americane e giapponesi nella regione saranno oggetto di attacchi se gli Stati Uniti sceglieranno di difendere Taiwan.

La Cina seguirà molto da vicino il consumo di munizioni americane mentre calcola se (e quando) avrà un vantaggio sufficiente per assicurarsi la vittoria. La guerra in Iran probabilmente sta anticipando questa tempistica e aumentando le probabilità di un’invasione cinese.

L’esaurimento delle scorte di missili degli Stati Uniti rappresenta un serio problema per la sicurezza nazionale. Scegliendo questo conflitto con l’Iran, gli Stati Uniti hanno privilegiato probabili guadagni effimeri contro un avversario che rappresentava una minaccia marginale rispetto alla deterrenza nei confronti di avversari pari o quasi pari che hanno la volontà e i mezzi per mettere seriamente in pericolo la stabilità globale.


Trump rimprovera Zelensky: “Faccia un accordo, Putin è pronto”


Il Presidente degli Stati Uniti, parlando a Politico, ha annunciato: «Cadrà anche il regime di Cuba»

Il Presidente Donald Trump oggi all’Eisenhower Executive Office Building, Washington, DC on 04 March 2026. EPA/BONNIE CASH / POOL

(ilsole24ore.com) – Donald Trump esprime impazienza riguardo alla guerra in Ucraina, alla quale vorrebbe mettere fine al più presto. “Zelensky deve darsi da fare e deve raggiungere un accordo”, ha detto il presidente americano in un’intervista a Politico.

L’incognita Putin

Allo stesso tempo, Trump ritiene che “Putin sia pronto a raggiungere un accordo”, ha detto. Incalzato su quale sia l’ostacolo di Zelensky a un accordo di pace, Trump non ha voluto fornire dettagli, ma ha sostenuto che il leader ucraino non sta mostrando sufficiente volontà di negoziare. “È impensabile che sia lui l’ostacolo”, ha detto, “non ha le carte. Ora ne ha ancora meno”.

Occhi su Cuba

“Anche Cuba cadrà”. Lo ha affermato Donald Trump in riferimento alla stretta Usa sul regime dell’Avana. “Tagliamo tutto il petrolio, tutto il denaro, o tagliamo tutto ciò che arriva dal Venezuela, che era l’unica fonte. E loro vogliono raggiungere un accordo”, ha detto il presidente in un’intervista a Politico. “Hanno bisogno di aiuto. Stiamo parlando con Cuba”, ha affermato.

Trump ha anche confermato che gli Stati Uniti sono in contatto con la leadership comunista cubana, mentre l’instabilità sull’isola si intensifica dopo la cattura del leader venezuelano Nicolás Maduro. “Hanno bisogno di aiuto. Stiamo parlando con Cuba”, ha detto Trump. E ha suggerito che il peggioramento della situazione sull’isola è in parte dovuto alle pressioni degli Stati Uniti.


Computer dei magistrati, Report: “Attività anomala sul software dopo la puntata”. Ranucci: “Per conto di chi?”


La rivelazione del conduttore alla presentazione del libro “Il ritorno della casta: assalto alla giustizia”. Una nuova puntata sul software ECM alla ripresa di Report, dal 12 aprile

Computer dei magistrati, Report: “Attività anomala sul software dopo la puntata”. Ranucci: “Per conto di chi?”

(di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – “Per conto di chi?”. E soprattutto “per fare cosa?”. Mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio si sbracciava in Parlamento per rassicurare magistrati e opinione pubblica sull’assoluta inviolabilità dei computer della Giustizia, bollando come “spazzatura” l’inchiesta di Report, nei sistemi informatici del ministero di via Arenula si registrava una frenetica attività tecnica. Una sequenza di operazioni concentrate proprio nelle ore successive alla messa in onda del servizio che aveva sollevato dubbi sulla sicurezza delle postazioni utilizzate dai magistrati.

A rivelarlo è stato lo stesso Sigfrido Ranucci durante la presentazione del suo libro “Il ritorno della casta: assalto alla giustizia”, accanto al magistrato Nino Di Matteo e al giornalista Andrea Vianello. Il conduttore di Report ha anticipato nuovi elementi che, a suo dire, contraddirebbero la narrazione rassicurante del ministero. “Il sospetto – secondo Ranucci – è che qualcuno abbia voluto cercare di riparare qualcosa che non funzionava bene, quindi avevamo ragione noi a denunciare l’anomalia o peggio ancora, ma questo non lo possiamo dire, abbia voluto cancellare qualcosa di importante, togliere delle tracce di azioni fatte o delle cose non lo sappiamo”.

Report – ha spiegato – dispone di prove documentali secondo cui, pochi minuti dopo l’anticipazione dei contenuti dell’inchiesta e in maniera ancora più intensa dopo la puntata andata in onda domenica 25 gennaio, si sarebbe verificata “un’intensa e anomala attività di e su ECM”, il software installato su circa 40mila postazioni dell’amministrazione giudiziaria. Nei registri informatici delle macchine in uso ai magistrati – i cosiddetti file di log – compaiono decine di eventi tecnici: operazioni, modifiche e attività del software concentrate soprattutto nella mattinata di lunedì 26 gennaio. Esattamente il giorno successivo alla messa in onda del servizio televisivo.

Il dato apre nuovi interrogativi. Se, come sostiene il ministero della Giustizia in una nota firmata dal direttore generale De Lisi e come ribadito dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, il modulo di controllo remoto non sarebbe “mai stato attivato” e non potrebbe operare senza il “consenso esplicito dell’utente”, perché si registra una così intensa attività tecnica proprio la mattina dopo la trasmissione? Secondo gli esperti informatici, un’attività concentrata e improvvisa potrebbe indicare verifiche, aggiornamenti o interventi di messa in sicurezza del software. Una circostanza che contrasterebbe con la linea ufficiale secondo cui il sistema non avrebbe mai presentato criticità.

Per Ranucci, tuttavia, il problema non è il software in sé. ECM è un prodotto commerciale diffuso a livello globale. Il punto critico riguarda piuttosto la sua “governabilità e configurazione in un ambiente istituzionalmente critico come quello della Giustizia”. Se i permessi di amministrazione – i cosiddetti diritti “admin” – non sono rigidamente controllati, chi li possiede può aggirare le notifiche all’utente e operare sui computer senza che il magistrato se ne accorga. In teoria, spiegano gli specialisti, questo consentirebbe anche di visualizzare in tempo reale lo schermo della postazione.

Da qui tornano le domande del conduttore di Report: “Per conto di chi?” e soprattutto “cosa hanno cercato di fare i tecnici del Ministero dopo il servizio di Report, e su ordine di chi?”. Interrogativi che si collegano a quanto accaduto nella primavera del 2024, quando alcuni tecnici della Procura di Torino avevano sollevato perplessità sull’installazione di ECM nelle postazioni della magistratura, segnalando possibili rischi per la sicurezza informatica. Dubbi che sarebbero stati superati da una valutazione tecnica interna al ministero.

Nel frattempo il ministero della Giustizia ha reagito presentando un esposto alla Procura di Roma. Il bersaglio è il tecnico informatico whistleblower che ha contribuito a far emergere la vulnerabilità del sistema effettuando un accesso dimostrativo sul computer del gip Aldo Tirone.

La linea difensiva del ministero sostiene che l’accesso sarebbe avvenuto attraverso “forzature” tecniche e modalità operative non ordinarie. Una ricostruzione che, secondo diversi addetti ai lavori, rischia di trasformarsi in un autogol: se qualcuno ha davvero violato il sistema comportandosi come un hacker, perché i sofisticati strumenti di sicurezza informatica non hanno rilevato immediatamente l’intrusione?

Per mesi, infatti, gli accessi dimostrativi effettuati sul computer del giudice non avrebbero generato alcun allarme nei sistemi centrali di monitoraggio. Gli sviluppi non finiscono qui. Sigfrido Ranucci ha annunciato che l’inchiesta tornerà in onda con una nuova puntata quando Report riprenderà la stagione televisiva primaverile, dal 12 aprile.


Ghali: “La pace è divisiva solo per chi ha bisogno dell’odio. Chi ci governa preferisce che lo scontro continui per controllarci meglio”


Censurato e oscurato perché parla di genocidio a Gaza, umanità e contaminazione. “Io rappresento l’incontro tra le culture, la possibilità di potersi unire anche grazie alle canzoni ed è questo che fa davvero paura”

(Beatrice Dondi – lespresso.it) – Chissà come sarebbe stato l’inno nazionale cantato da Ghali davanti alla platea mondiale delle Olimpiadi. Fratello di un’Italia in cui è nato e cresciuto, Ghali si è caricato sul suo corpo sottile e lunghissimo il peso di non voler tacere e ha continuato a nutrire la musica e le parole di quel vezzo ostinato chiamato libertà.

Ma questo è un Paese in cui l’unione rende deboli, e che della fratellanza non sa bene che farci. Sarà per questo, che nella cerimonia di apertura è arrivato il diktat del silenzio e dopo le prime tensioni niente inno per lui,  meglio una rassicurante Laura Pausini. «So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo», scrive in una lettera sui social. 

L’asticella si alza e gli viene negata anche la lingua araba nella sua esibizione, pericolosa come una poesia di Gianni Rodari sulla pace. Infine, niente nome. Nell’infausta telecronaca di Paolo Petrecca su Rai Uno, lo show potente di Ghali resta senza commento, un innominato spinto verso l’invisibilità, senza essere citato mai, come una voce senza nome. E pazienza che il resto del mondo invece quel nome lo conosca assai bene, 60 dischi di platino, 21 dischi d’oro nel palmares e pazienza che il Time lo abbia inserito tra le cento giovani personalità che stanno plasmando il futuro.

Ma al cantante di origini tunisine il silenzio non appartiene. Ha sempre voluto vederci chiaro, come si dice nella sua lingua d’origine, “Bayna”. Che è il brano di apertura di un suo album ma anche il nome della barca donata a Mediterranea con cui nel 2023 sono state messe in salvo 227 vite, tra cui un bimbo di due mesi, il più piccolo mai salvato. E vederci chiaro significa schierarsi, sempre. Eppure ci sono tempi in cui un rapper che usa la parola diventa una cosa anomala, soprattutto se denuncia il massacro del popolo palestinese.

Era il 2024, il festival era quello curato da Amadeus e Ghali che portava all’Ariston “Casa mia”, si fece sussurrare all’orecchio dal suo alieno tre semplici parole: stop al genocidio. La bufera che ne seguì è ormai cronaca, le sue parole vennero considerate «inaccettabili», piovvero richieste di scuse. «Ma per cosa avrei dovuto usare questo palco?», rispose Ghali all’indomani, durante la diretta nella “Domenica in” di Mara Venier. «Io sono un musicista e ho sempre parlato di questo da quando sono bambino. Continua questa politica del terrore, e non va bene. La gente ha sempre più paura di dire “stop alla guerra” e sente di perdere qualcosa se dice “viva la pace”. E questo non deve succedere ». Perché la realtà, e come la si decide di vivere, spunta e colpisce sempre, persino in un luogo altro come Sanremo. A volte fortissimo, tra le note, senza alcun bisogno di alzare un megafono. Ghali Amdouni da Milano, “Un italiano vero”, come quello di Toto Cutugno, canzone scelta per far evaporare i confini, capovolgere l’idea di identità, aprendo all’apparenza di chi vive insieme in un unico suolo con sguardi diversi.

Ghali non parla con i giornalisti da tempo, preferisce rivolgersi direttamente al suo pubblico attraverso i social, che pulisce dall’odio quotidiano con dovizia accudente. Non ha mai smesso di credere nel valore universale della pace, in direzione ostinata e contraria come diceva qualcuno, e vive il suo essere italiano in maniera profonda, senza per questo dover rinunciare alla forza potente delle sue radici. Ma il momento che il Paese tutto sta attraversando forse merita le sue parole e quando gli chiediamo di affrontare alcune questioni non si tira indietro. Come sempre.

Ghali ma non è stanco di sentirsi ancora definire  “Italiano di seconda generazione”? Cosa manca per diventare italiano e basta, o “italiano vero”?
«No, quello che mi fa davvero essere stanco non è la definizione in sé. Sono stanco di sentirmi dire che non sono italiano nel Paese in cui sono nato e cresciuto, dove ho studiato, dove mia madre ha vissuto la maggior parte della sua vita e dove un giorno farò famiglia. All’estero sono considerato un “artista italiano”, e l’Italia è un Paese di cui vado fiero e rappresento con orgoglio».

Le sue dichiarazioni in musica e parole sono molto semplicemente di buon senso. Lei parla di pace, di umanità, invita al dialogo. Eppure appena muove un dito si scatena l’inferno. Perché secondo lei le sue esternazioni vengono vissute con questo carico polemico?
«Noi stiamo vivendo in un momento in cui non è certo facile distinguere le fake news dalla realtà. Ecco, il mio obiettivo è quello di creare una discussione costruttiva, provare ad aprire a un confronto che spinga ad approfondire chiunque mi ascolti. E forse è proprio questo che spaventa, perché distoglie dalla più comoda narrativa a senso unico dello straniero cattivo, da emarginare. Io rappresento l’incontro tra le culture, la possibilità di potersi unire anche grazie alla musica, parlo di tolleranza e contaminazione ed è probabilmente questo che fa davvero paura».

Si è mai chiesto per quale motivo non esista un “contro Ghali”, un artista che dica il contrario di quello che solitamente sono i suoi messaggi, insomma un artista in grado di diventare il portavoce della parte che generalmente la attacca?
«In realtà non ci può essere perché il mio non è un pensiero politico, è un pensiero umano, che appartiene a chiunque voglia semplicemente vivere nella vera pace e in armonia».

Dai giardinetti di Baggio, ai grandi live, a Sanremo, alle Olimpiadi. In pochi anni la sua platea si è allargata a dismisura. Ma lei ha un pubblico di riferimento, al quale vuole veramente rivolgersi?
«Quando parlo penso a me stesso e poi, di conseguenza, al resto del mondo».

Che Paese è quello che ancora considera la parola pace divisiva?
«Non è l’intero Paese a ritenere divisiva la parola pace. Perché non lo è per chi scende in piazza, non lo è per le persone che incontro ogni giorno per strada. La parola pace diventa divisiva solo per chi ha bisogno dell’odio, perché tenendoci divisi è più facile controllarci».

Una volta ha detto che i trapper sono i cantautori di oggi. È ancora così?
«I nuovi cantautori ci sono in ogni genere musicale, anche nella trap. Raccontiamo storie di vita vera, guardiamo al nostro presente e a quello che verrà».

Quando ha capito cosa voleva diventare grande?
«Ah no, questo non l’ho ancora capito». 

In questo momento è al lavoro sul nuovo disco che uscirà entro l’anno, ma il giorno dell’apertura delle Olimpiadi ha fatto uscire a sorpresa il brano “Basta”. Una delle strofe recita “Sono da solo ma sembro un esercito”. Che cosa voleva dire?
«“Basta” è un urlo che viene da dentro, una domanda così urlata da riuscire a trasformare il punto interrogativo in esclamativo. “Basta” è una provocazione lanciata a due classi sociali diverse che non riescono più a comunicare e che sono sempre più lontane tra loro. Ho voluto giocare sugli stereotipi continui che ci vengono spesso attribuiti, facendone un punto di forza e di stile. Se ci pensiamo, alla fine basterebbe poco per risolvere tanti problemi nel nostro Paese, ma chi ci governa preferisce che lo scontro continui e lo alimenta marciando sull’odio».

E come ne usciamo?
«Basterebbe farli scendere per strada a parlarne con le persone, per ritrovare finalmente unità. Basterebbe l’onestà».


Serve strategia e servono statisti, e noi non siamo messi bene


(Paolo Arigotti – lafionda.org) – C’è una frase che sentiamo ripetere da decenni: gli Stati Uniti ci hanno liberato dalla tirannide e dall’occupazione, garantendoci pace, libertà e democrazia.

Alcune delle cose che vengono dette anche per l’Unione Europea, sulla quale per oggi sorvoleremo.

Non vorrei entrare nel merito della veridicità o meno di certe affermazioni, circa le quali ci sarebbe molto da dire, quanto concentrarmi sui costi (non solo economici) sostenuti da questo paese per onorare una cambiale emessa più di ottanta anni fa.

Prendiamo le mosse da un’importantissima disposizione della nostra Costituzione, l’art. 11, spesso citata nelle parti più funzionali a una certa narrazione. Dopo aver sancito che l’Italia ripudia la guerra “… come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, la norma aggiunge che il nostro Paese consente “… in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

L’elemento sul quale sarebbe opportuno interrogarsi è cosa ci sia di paritario in diverse delle alleanze e trattati internazionali sottoscritti dall’Italia, a cominciare da quello NATO, tenendo ben presente che l’art. 11 non parla di cessione, bensì di limitazioni di sovranità, consentite solo in condizione di parità tra i contraenti.

Non credo che qualcuno abbia dubbi sul fatto che politica estera e difesa sono alcune delle massime espressioni della sovranità di uno stato membro della comunità internazionale, e che una nazione che voglia dirsi realmente indipendente debba perseguire in questi ambiti i propri interessi. Ebbene, ripercorrendo le numerose pressioni, imposizioni (più o meno velate) e decisioni assunte nel quadro delle cosiddette alleanze non soltanto emerge che in molti casi sia mancato il nostro contributo, ma che si sia trattato di scelte in palese contrasto coi nostri interessi politici, economici e strategici, che hanno finito per compromettere non soltanto la nostra autonomia e il nostro tenore di vita, ma implementato una relazione già profondamente sbilanciata, che vede nell’ennesima (e illegale) aggressione contro l’Iran solo l’ultimo capitolo. E guardando indietro potremmo pensare alla Libia, ai nostri approvvigionamenti energetici provenienti dalla Russia o al Medio Oriente.

So benissimo che in questo paese sono in tanti coloro che, abbindolati da una propaganda incessante volta a dipingere l’Iran come l’origine di tutti i mali e lo stato sponsor del terrorismo, sono spinti ad approvare, perlomeno a non disapprovare, le azioni in corso, ma il punto qui è un altro: una nazione sovrana dovrebbe guardare innanzitutto ai propri interessi, ragion per cui quando una potenza definita alleata prende decisioni che vanno nella direzione opposta dovrebbe scattare una reazione ben diversa da quella cui assistiamo in questi giorni. E non mi si venga a parlare, per carità di patria, di difesa dei diritti e della democrazia, dopo che sigliamo intese con alcuni dei regimi più repressivi del pianeta. Precisiamo che quando si parla di interessi riferiti all’Iran non si deve pensare solo alle importanti risorse energetiche (di difficile accesso “grazie” alle famose sanzioni), che pure tanto ci farebbero comodo (come quelle libiche del resto), ma soprattutto alla profonda destabilizzazione della regione mediorientale, che rema contro molti dei suddetti interessi.

Un dato storico è interessante. Ai tempi della guerra fredda, con un mondo diviso in due blocchi contrapposti, una certa influenza sulle nostre dinamiche interne poteva – FORSE – trovare una qualche giustificazione, una sorta di mutismo unito alla rassegnazione, eppure in quelle circostanze avevamo una classe dirigente che, pur con tutti i suoi limiti, si dimostrava in grado di perseguire i nostri interessi, mentre oggi che ci si riempie tanto la bocca (e gli slogan) di parole come “sovranismo”, sembriamo vivere una condizione assai più deteriore.

Si parla tanto delle clausole del famoso (o famigerato, se preferite) armistizio del 1943 o delle numerose basi o installazioni militari della NATO (forse sarebbe più corretto chiamarle statunitensi) sul nostro territorio, ma questi elementi da soli non possono spiegare la nostra evidente condizione di subalternità. La passiva accettazione di iniziative politiche o militari, talvolta criticate solo a parole, con dichiarazioni della cui timidezza si vergognerebbe perfino un ragazzino alle prime armi, dimostrano la totale incapacità di far valere le nostre ragioni, a fronte della condotta di altri governi, membri delle stesse “alleanze”, che hanno dimostrato ben altro spessore. E qui tornano gli esempi riferiti a Libia, Siria e Nord Africa, tutti contesti nei quali gli USA (e non solo loro) hanno spesso agito con priorità proprie, lasciando l’Italia a gestire gli effetti nefasti di certe scelte: instabilità, flussi migratori, perdita di approvvigionamenti energetici, e via dicendo.

Un paese come il nostro potrebbe (e dovrebbe) recuperare la sua autonomia strategica, in politica estera e difesa, senza per questo dover necessariamente rinnegare le proprie alleanze, facendo una cosa molto semplice: contrattare condizioni e scelte realmente paritarie e, soprattutto, in linea coi nostri interessi, in luogo di vincoli autolesionisti. La logica di restare ancorati a una sola potenza ha significato, come di tutta evidenza, esporsi alle conseguenze dei suoi (innumerevoli) errori, che il presunto “alleato” è stato spesso abilissimo a scaricare sul prossimo, prontamente abbandonato quando le circostanze lo consigliavano. E qui torna alla mente una delle più celebri (e citate) frasi di Harry Kissinger, stando alla quale gli USA non hanno alleati, ma solo interessi.

Le opzioni strategiche non mancherebbero. La diplomazia italiana in passato ha spesso svolto un ruolo di ponte tra opposte fazioni, persino ai tempi della guerra fredda, e lo poté fare sfruttando la propria capacità economica e produttiva e la posizione strategica, a cominciare da quella nel Mediterraneo (e non solo quella). Un’altra strategia sarebbe quella di evitare di farsi coinvolgere in conflitti che non sono “nostri”, e che vanno nella direzione opposta rispetto ai nostri interessi, oltretutto precludendoci ogni possibile ruolo di mediazione.

Non si tratta di demonizzare gli Stati Uniti o di esaltare altre potenze: il mondo non è perfetto, non lo è mai stato e probabilmente non lo sarà mai, e uno degli errori più grossolani sarebbe quello di insistere nella ricerca del “salvatore” di turno (un discorso che potrebbe farsi anche per la famosa Unione Europea). Il punto è ricercare soluzioni funzionali ai nostri interessi, avendo il coraggio di difenderli anche con alleati molto più forti di noi, magari mettendo in cima all’agenda non tanto la conservazione di posizioni o utilità di altro genere, ma il bene della nazione e dei suoi cittadini. E tenendo sempre a mente che le relazioni internazionali non sono dogmi, bensì strumenti, e come tali quando non funzionano più vanno ripensati.

Del resto, come disse qualcuno “un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”, e di statisti in giro non ne vediamo molti, e non ci riferiamo solo all’Italia.

Ps non sarebbe male che pure diversi organi d’informazione facessero la loro parte, invece che seguitare – secondo un’espressione che mi permetto di “rubare” a un amico – a fare un altro mestiere.


Gli USA starebbero utilizzando anche le basi in Sicilia per la guerra all’Iran


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Da giorni, nella base militare di Sigonella, in Sicilia, c’è un traffico insolitamente elevato. I siti di monitoraggio aereo mostrano un continuo via vai di mezzi di ricognizionepattugliamentoe trasporto, che avrebbero invaso le piste dell’avamposto siciliano, viaggiando verso est. La base ospita un comando della Marina statunitense, ed è spesso utilizzata per operazioni della NATO. Ogni indizio lascia intendere che questa sia impiegata da Washington per le operazioni di supporto logistico e operativo nella guerra contro l’Iran: gli aerei che nell’ultima settimana si sono diretti verso Oriente, dopo tutto, sono statunitensi. A confermarlo, seppur indirettamente, sono arrivati tanto la premier Meloni quanto il ministro Crosetto, che hanno ricordato gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti: «Per quello che riguarda le basi militari mi pare che tutti si stiano attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali», ha detto Meloni. Nessuno avrebbe davvero «messo in discussione» quello che prevedono gli accordi, «e penso che valga per tuttianche per noi».

Il traffico nella base aerea di Sigonella sembra essere aumentato gradualmente a partire dal 15 febbraio. Secondo il sito di monitoraggio aereo Flightaware, se il giorno di San Valentino nella e dalla struttura sono arrivati e partiti un totale di 6 aerei, il 4 di marzo ne sono passati in pista 14. Le prime missioni da e verso est sono iniziate il 27 febbraio, il giorno prima dell’attacco: la piattaforma AirNav mostra un aereo Grumman C-2A Greyhound della Marina statunitense, mezzo adibito al trasporto logistico e merci, fare avanti e indietro da Sigonella a Souda, nell’isola di Creta. Una analoga missione è stata portata avanti il 3 marzo da un Lockheed C-130T Hercules – sempre della marina USA; la base di Souda viene da tanti considerata uno dei più importanti centri logistici degli USA per le operazioni nella regione mediorientale.

Gli aerei della Marina statunitense partiti da Sigonella si sono spinti fin dentro la Penisola Arabica: il 1° marzo, due Boeing C-40A Clipper, mezzo militare adibito al trasporto, sono arrivati a Riyad, in Arabia Saudita, per poi rientrare in Italia. Entrambi hanno fatto più viaggi da Riyad verso l’Italia, rientrando tra la stessa base di Sigonella e quella di Napoli. Sempre domenica 1° marzo, inoltre, è partito un altro aereo tattico, che, dalla descrizione fornita e dalla rotta tracciata, sembra appartenere alla categoria dei jet adibiti al pattugliamento marittimo; il mezzo si è spinto fino a un punto a metà tra Israele, Egitto e Cipro, per poi rientrare a Sigonella. Per i prossimi giorni sembrano essere in programma ulteriori missioni: tra le varie, due di sorveglianza e ricognizionesempre verso Riyad.

Il particolare flusso di aerei in entrata e uscita da Sigonella ha sollevato preoccupazioni tra le opposizioni, che hanno chiesto chiarimenti al governo lanciando una interrogazione parlamentare. Oggi, la premier Meloni ha preannunciato che Italia e Paesi alleati avrebbero mandato mezzi e attrezzatura militari in difesa delle Nazioni del Golfo e di Cipro; lo ha fatto non in Parlamento – dove ancora oggi, nonostante il sesto giorno di guerra, non è ancora comparsa per parlare del conflitto – bensì davanti ai microfoni di RTL 102.5, priva di quel contraddittorio tanto caro al governo quando si tratta di presentazioni di libri di esperti internazionali sulla Palestina (come dimostra il caso di Francesca Albanese). Gli stessi ministri Crosetto e Tajani, che hanno riferito oggi in Parlamento, avevano precedentemente parlato solo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa – e dunque in un contesto molto più ristretto e dai tempi più brevi, in un incontro in cui le stesse opposizioni hanno preferito concentrarsi sui motivi per cui Crosetto si trovasse a Dubai al momento dell’attacco israeliano-statunitense, piuttosto che sulle conseguenze di quello stesso attacco.

Dopo la dichiarazione sugli aiuti ai Paesi del Golfo, Meloni ha fatto riferimento ai trattati bilaterali tra Paesi europei e USA: «Per quello che riguarda le basi militari mi pare che tutti si stiano attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali. La stessa portavoce spagnola ha dichiarato ieri: “Esiste un accordo bilaterale e al di fuori di quell’accordo non ci sarà alcun utilizzo di basi spagnole”; significa che non viene messo in discussione quello che prevedono gli accordi. E penso che valga per tutti, anche per noi». Analoghe le parole del ministro Crosetto. Il ministro ha annunciato formalmente che l’Italia intende «schierare una forza multi-dominio in Medio Oriente, con sistemi di difesa aerea contro droni e missili», e che «insieme agli spagnoli e ai francesi, porteremo assistenza a Cipro». Ha poi parlato della questione di Sigonella, menzionando gli accordi vigenti, quali, come aveva già ricordato con un post sul social X, il NATO SOFA del 1951, e il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-USA del 1995 – anche noto come “Shell Agreement”. «Tali cornici giuridiche regolamentano queste attività da decenni e nessun Governo ha avvertito l’esigenza di modificarle», scriveva Crosetto.

«L’agreement stabilisce che sono autorizzate le attività relative a operazioni della NATO e quelle addestrative di supportoe operative non cinetiche [ndr. quelle di natura offensiva]. Parliamo dunque di attività di supporto logistico, addestramento,  cooperazione, tecnico-operative, e di velivoli non destinati a combattimento», ha detto Crosetto. In merito alle operazioni “cinetiche”, il ministro ha affermato che «a oggi non è pervenuta nessuna richiesta» di utilizzare le basi italiane come piattaforma di partenza per i bombardamenti, e che «qualora dovessero emergere domande di questo tipo chiaramente saremmo qua». Per le altre, «noi rispetteremo puntualmente ciò che prevede l’agreement con gli USA», ha terminato Crosetto, in quella che pare una sostanziale conferma del fatto che Washington starebbe usando Sigonella per le proprie operazioni nel Golfo.


Adolf Hitler, Pietro Savastano e la “Macarena” di Donal Trump


President Trump at the Israel Museum. Jerusalem May 23, 2017
President Trump at the Israel Museum. Jerusalem May 23, 2017

(Salvatore Minolfi – lafionda.org) – Come di regola avviene in qualsiasi bolla mediatica e socio-culturale, stiamo normalizzando ciò che normale non è, o non lo è ancora. Vale a dire, stiamo provando a definire ciò che d’ora in poi sarà la nostra nuova normalità, quella socialmente e politicamente accettabile. 

Stiamo sdoganando l’assassinio politico come pratica di routine.

In questi giorni, sui media occidentali, c’è tutto un operoso fervore giornalistico nello svelare in che modo sia stato mai possibile assassinare un’autorità religiosa che è nel cuore di centinaia di milioni di credenti.

Appunto: la curiosità e lo stupore sono tutti sul “come”.

Eppure, solo poche settimane fa si era registrata una certa indignazione, per l’emergere di una nuova ipotesi intorno alla morte di Alexei Navalny (prima attribuita alla tecnica del “pugno al cuore”; oggi ricondotta all’uso di un esotico veleno): ciò che non cambiava, comprensibilmente, era lo sdegno suscitato dal sospetto che la morte del noto oppositore politico fosse stata causata dal regime politico contro cui lottava.

Con Khamenei siamo già oltre: non c’è neanche il più pallido interesse a discutere la legittimità dell’atto, ma solo la morbosa eccitazione intorno ad un evento che – replicando l’assassinio di Hassan Nasrallah (settembre, 2024) – mostra al mondo i magici poteri di una GBU-57 Bunker Buster (ovvero, un Massive Ordnance Penetrator) e il senso di onnipotenza che restituiscono al cittadino medio di un paese occidentale. 

Ricordo che ero a Istanbul, quando, ai primi di agosto del 2024, uccisero Ismāʿīl Haniyeh, poco noto al grande pubblico: assistei ad una cerimonia funebre al mattino, un evento ufficiale con megaschermi, nella grande piazza Sultanahmet, dinanzi a Santa Sofia; e nel pomeriggio ad una oceanica manifestazione di popolo, impressionante per la sua enormità, una tra le più grandi cui mi sia mai capitato di partecipare nella mia non breve vita. 

Oggi è diventato normale assassinare anche il personale politico, i funzionari con i quali stai intrattenendo negoziati. Li saluti e gli stringi la mano perché hai con loro un nuovo appuntamento all’indomani, ma nella notte li fai assassinare.

È successo l’anno scorso a Doha. È successo di nuovo in questi giorni con in negoziati in Oman. Non ti preoccupi, non dico della “liceità” del gesto, ma neanche delle conseguenze che esso inevitabilmente avrà sulla tua credibilità futura. Non te ne frega niente. Agisci con la psicologia di un sicario.

La domanda è: come si è prodotta la nuova normalizzazione, la naturalizzazione dell’assassinio politico?

Di primo impulso si sarebbe tentati di pensare ad un processo di “israelizzazione” della cultura politica occidentale: uno Stato cresciuto per ottant’anni in regime di impunità, che ha sviluppato un’expertise unica al mondo nella pratica sistematica dell’assassinio politico all’estero (e poi del genocidio nel cortile dietro la porta di casa). Tant’è che il Mossad è un mito anche per i funzionari della CIA. 

La spiegazione avrebbe di sicuro un suo senso: dopo aver allevato con tanta amorevole cura (e per decenni) un “Frankenstein” che coltiva l’apartheid, le armi nucleri, l’assassinio politico come strumento di politica estera e, infine, il genocidio, qualcosa ti resta dentro. Anzi, sarebbe più serio dire che, allevandola, tu hai proiettato sulla tua “abnorme creatura” quella parte di te più problematica; hai vissuto per interposta persona, attraverso di lei, ciò che non potevi fare più direttamente e apertamente, perché “non era più” socialmente accettabile (il richiamo della “colonia” perduta, il ricordo dello sterminio dei nativi…). Ed ora che l’ordine mondiale sta collassando, il tuo “Frankenstein” ti torna utile, anzi è quasi una guida, perché si è mosso, da sempre, come se quell’ordine non esistesse “per lui” o, comunque, non lo vincolasse al rispetto di regola alcuna. Israele, con la sua impunità strutturale, è il passato che si è da sempre anticipato rispetto alla crisi dell’ordine che ora è dinanzi a noi: ed è quindi il più preparato, sul piano “tecnico” e su quello dell’antropologia politica. Israele è sempre stato lo “Stato di eccezione” che abbiamo concesso alla parte peggiore di noi stessi, accettando però di farla vivere in una zona d’ombra. Finché è stato possibile…

Ora stiamo liberando la bestia. 

Il ritorno del rimosso. Tutto questo è plausibile ed è amplificato dalle mefitiche suggestioni che promanano dall’universo degli Epstein Files. Sono in molti a pensare (con argomenti ragionevoli) che Donald Trump sia sotto ricatto… 

Tuttavia c’è un problema di scala. Per quanto importante, Israele non è nulla senza gli Stati Uniti. 

E lì, se possibile, lo spettacolo è ancora più inquietante. La guerra è iniziata con il bombardamento di Teheran e la “decapitation strategy” che ha portato alla morte di Khamenei e di un gruppo di esponenti della classe dirigente iraniana. L’Amministrazione americana ha pubblicizzato l’inizio della guerra con uno spot pubblicitario che evidenziava le meraviglie delle GBU-57 Bunker Buster, sulla colonna sonora di Macarena.

Ma chi è veramente Trump? Non è di sicuro un nuovo Adolf Hitler, un leader portatore di un’ideologia apocalittica e dotato di un forte senso del tragico. Né tantomeno possiamo paragonarlo a Pietro Savastano, cui pure lo accomunerebbero il temperamento mafioso, la totale assenza di freni inibitori e la propensione all’accumulazione e all’amministrazione metodica e spietata del puro potere, privo di qualsiasi inflessione ideologica. Il problema è che anche Pietro Savastano (come altri personaggi di Gomorra) è caratterizzato da un forte senso del tragico, che invece manca del tutto al nostro Donald Trump, il quale sembra privo di qualsiasi funzione cerebrale in grado di innescare, nel bene e nel male, anche le più effimere avvisaglie empatiche. Possiamo ragionevomente dubitare anche del fatto che Trump sia in grado di odiare veramente. 

Niente di tutto ciò: lui fa uccidere il “papa” degli sciiti e balla sulle note della Macarena.

Il problema non è quanto questa condizione “favorisca” la banalizzazione del male. Noi siamo già nel pieno di una banalizzazione del male e, per ciò che ci interessa in queste righe, della banalizzazione dell’assassinio politico.

E allora la domanda è: come si giunge a questa condizione? Possiamo fare, ancora una volta, a noi stessi, il torto della spiegazione magica? Quello di schiacciare ogni comprensione sul piano della individualità idiografica, della particolarità contingente e irriducibile ai processi sistemici? Vale a dire, fare appello all’eterna invasione degli Hyksos (di crociana memoria) che di tanto in tanto sconvolgerebbe e perturberebbe le nostre società e i nostri sistemi altrimenti sani?

Se volessimo essere seri, dovremmo abbandonare queste spiegazioni stupide ed autoconsolatorie (Trump, come ognuno di noi, ad un certo punto uscirà di scena e, magicamente, tutto tornerà “normale”). 

Oggi ci convine essere seri e imporre a noi stessi il dovere del rigore. È l’unico modo in cui possiamo prepararci all’inferno che sta per crollarci addosso. Poiché ormai non è più questione di “se”, ma solo di “quando”. 

L’assuefazione al male e la sua banalizzazione sono un processo, non un evento.

Se ci sforzassimo di vedere cosa c’è “dietro” e “prima” della Macarena di Donald Trump, forse incontreremmo, ad esempio, tra le tante cose, il sorrisetto impertinente di Hillary Clinton, in quell’intervista con la CBS News (20 ottobre 2011) nella quale, commentando la notizia dell’uccisione di un capo di Stato, Muʿammar Gheddafi, stuprato con una baionetta, scimmiottò il cesariano “Veni, vidi, vici” con un autocompiaciuto “We came, we saw, he died”, con il quale compendiava la distruzione della Libia ad opera della NATO.

E se continuassimo ad avventurarci lungo questa strada, ci imbatteremmo in quella “secret killing list” che ogni giovedì, un alto funzionario della CIA sottoponeva, nello Studio Ovale, alla deliberazione saggia ed avveduta del nostro amato premio Nobel, Barack Obama, affinché decidesse di chi fosse il turno, quella settimana, e desse prova, come scrisse il “New York Times” (29 maggio 2012) della tenuta dei suoi “principles and will”. 

In breve, se ci decidessimo a capire veramente quando e in che modo ci siamo messi sulla strada per l’inferno, dovremmo accettare di aprire e di sfogliare, senza riserve, le numerose pagine di quello che – in altri tempi bui ed altri contesti – fu definito “album di famiglia”. Il “nostro” album di famiglia.

La strada per l’inferno ha significato per noi un lungo e laborioso tirocinio.


Ci portano in guerra!


Non ho mai visto politici più servi di quelli che governano oggi l’Italia.

(Alessandro Di Battista) – Stamattina Giorgia Meloni ha rilasciato un’intervista in radio, a RTL, per far sapere ai cittadini italiani la sua posizione sulla guerra scatenata dagli USA e da Israele contro l’Iran.

Così la Presidente del Consiglio scappa dal Parlamento e si affida alla radio per esprimersi. Manda però a riferire in Parlamento i personaggi in questo momento più imbarazzanti del governo: Tajani e Crosetto.

Tajani ha detto due cose davvero ridicole.

La prima: “Riteniamo che l’Iran non possa avere la bomba atomica […] questo mi pare che sia un fatto incontrovertibile. che stesse costruendo la bomba atomica mi pare che emerge anche dalle parole di Rafael Grossi quando dice che avevano superato del 60%… “. Poi si ferma e dice: “Quindi un percorso verso l’atomica certamente c’era, poi vedremo se in futuro era falso o non era falso”. Quindi lo stesso Tajani, Ministro degli Esteri della Repubblica italiana, ammette che non c’è alcuna prova, al momento, che l’Iran stesse costruendo la bomba atomica.

Ma allora perché non condannano la guerra statunitense e israeliana che è stata scatenata senza avere prove? Semplicemente perché sono dei servi. Cosa facciamo quindi? Mentre qualcuno scoprirà se è vero o non è vero, consentiamo agli USA e a Israele di ammazzare altre 600.000 persone come in Iraq? Rendetevi conto in che mani siamo.

E ancora: “Ricordo che già abbiamo detto molte cose lunedì scorso […] anche su quanto accaduto dell’attacco di aerei israeliani e statunitensi per colpire l’Iran, lo abbiamo detto, ne abbiamo parlato. Anche per quanto riguarda il diritto internazionale purtroppo sono anni che molte cose accadono al di fuori del diritto internazionale perché purtroppo chi dovrebbe garantire il diritto internazionale, cioè le Nazioni Unite, vedono nel Consiglio di sicurezza un Paese, un Paese che ha invaso un altro Paese non proprio rispettando il diritto internazionale”.

Cioè, mentre si dibatte su un’informativa sull’Iran e sui bombardamenti USA e dei terroristi israeliani, cosa fa il nostro Ministro? Parla della Russia. E fa intendere che la responsabilità della fine del diritto internazionale sia l’invasione dell’Ucraina. Evidentemente Tajani ha dimenticato l’Afghanistan del 2001, l’Iraq del 2003 e la Libia del 2011. Ma ci rendiamo conto che viviamo in un Paese dove il Ministro degli Esteri giustifica, di fatto, i bombardamenti USA e israeliani dando la responsabilità ai russi?

Detto questo, poco fa la Camera dei deputati ha approvato una risoluzione che non condanna i bombardamenti israeliani e statunitensi, ma che parla di un’escalation dovuta ai missili iraniani; conferma “il rispetto, nell’utilizzo delle installazioni militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi, del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti” (di fatto, se gli Stati Uniti dovessero chiederci di utilizzare le basi presenti in Italia, potranno farlo e saremo complici di una guerra illegale) e che daremo aiuto e supporto difensivo ai Paesi del Golfo.

A piccoli passi, come vedete, ci stanno trascinando nell’ennesima guerra illegale. L’Italia non ha nemici, ma continua a combattere i nemici degli altri e a partecipare, direttamente o indirettamente (vedremo), a una guerra della quale i cosiddetti alleati neppure ci avevano avvertiti e su cui conoscevano benissimo i terribili rischi e le conseguenze che corrono l’Italia e l’Unione europea.

Non ho mai visto politici più servi di quelli che governano oggi l’Italia.


In questa terza guerra del Golfo, le conseguenze per l’economia mondiale saranno molte


Stavolta non c’entrano le materie prime del Golfo. Gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni si sono completamente affrancati dal giogo dei combustibili fossili

In questa terza guerra del Golfo, le conseguenze per l’economia mondiale saranno molte

(Mario Pomini – ilfattoquotidiano.it) – Questo decennio è nato decisamente sotto una cattiva stella. Nel giro di pochi anni si sono verificate ben quattro crisi economiche globali, una successione piuttosto imprevedibile che può sfidare qualsiasi cigno nero. La prima è stata la crisi sanitaria del Covid che ha ridotto il Pil mondiale in maniera drammatica: per l’Italia il calo è stato dell’8%. Dopo due anni è arrivata la guerra regionale, anche se poi si è estesa in maniera indiretta, tra Russia e Ucraina. L’effetto stavolta è stato quello di far esplodere l’inflazione, arrivata a superare il 10% annuo, con una perdita di reddito non più recuperata. Nell’aprile 2025 Trump ha sconvolto il commercio internazionale con le sue tariffe di ritorsione verso più di cento Paesi nel tentativo di tutelare gli interessi economici americani.

Adesso è arrivata una seconda guerra regionale. Questa guerra, iniziata da Israele e dagli Usa contro l’Iran, è ancora meno comprensibile della precedente perché non c’è contiguità territoriale tra i Paesi coinvolti, quindi nessuna diatriba territoriale, e si tratta, par di capire, di una guerra preventiva. In altri tempi una guerra preventiva si sarebbe chiamata aggressione, in contrasto con il diritto internazionale – al di là del fatto che l’Iran sia governato da un regime autocratico e ferocemente repressivo. Anche gli obiettivi da raggiungere non sembrano chiari, almeno per gli Usa che, di fatto, non possono essere minacciati direttamente. Per Israele si tratta invece di eliminare definitivamente l’arsenale militare iraniano, e possibilmente un bel po’ dei suoi leader politici e militari, per garantire la sua sicurezza.

Quali le conseguenze economiche di questa terza guerra del Golfo? La conseguenza fondamentale non può che essere una distruzione della ricchezza mondiale, come accade sempre nel caso delle guerre ad ampio raggio, vista anche l’importanza economica dell’area considerata. L’effetto finale sull’economia-mondo dipenderà dalla durata della guerra, al netto delle conseguenze imprevedibili. Comunque i mercati si sono già mossi nella loro direzione naturale. Per primi hanno reagito quelli delle materie prime e quelli azionari. Poiché i Paesi del Golfo sono uno scrigno di combustibili fossili, Gnl e petrolio, il loro prezzo si è subito impennato, in risposta all’interruzione del transito navale che passa per lo stretto di Hormuz, chiuso di fatto dall’Iran. Lo stesso è accaduto per il prezzo del gas che è salito in picchiata nei mercati europei.

Questo rapido aumento del prezzo delle materie prime porterà a un’inflazione come quella disastrosa della guerra regionale precedente e ancora in corso? Probabilmente no, perché attualmente al mondo c’è una grande abbondanza di petrolio. Più critico è il caso del Gnl del Medio Oriente, da cui le economie europee dipendono pesantemente. L’effetto finale, comunque, non può che essere un aumento dell’inflazione, vedremo se a una o due cifre, ancora causata dall’aumento del prezzo dei combustibili fossili, da cui l’economia mondiale dipende anche se in misura sempre minore. Quest’inflazione può essere considerata una tassa che il mondo deve pagare per la cosiddetta sicurezza di Israele. Naturalmente c’erano molti altri modi per garantirla, ma il governo israeliano ha scelto la strada dell’azione bellica.

Anche i mercati finanziari non sono rimasti a guardare e le borse mondiali hanno fatto segnare pesanti risultati negativi con perdite giornaliere attorno al 3%, migliaia di miliardi che sono andati in fumo soprattutto in Asia, la regione più colpita perché più dipendente dal petrolio del Medio Oriente. Ma qui le preoccupazioni sono minori perché la borsa è abituata a queste capriole, e le perdite di oggi potranno essere facilmente recuperate. L’entità del danno per i risparmiatori dipenderà dalla durata e dagli esiti della guerra in atto. Molto critica potrebbe essere, invece, la situazione per il gigantesco debito pubblico americano con il tasso di interesse sui titoli Usa che è leggermente cresciuto, e che potrebbe crescere ancora di più a seguito dell’inflazione attesa. Di sicuro in questa situazione la Fed non ridurrà il tasso di sconto.

C’è un fatto che va rimarcato, e in un certo senso è nuovo. Questa guerra che vede gli Usa direttamente impegnati non è una guerra per le materie prime del Golfo. Gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni si sono completamente affrancati dal giogo dei combustibili fossili. Mentre fino agli anni Novanta le importazioni di petrolio costituivano quasi la metà del disavanzo commerciale americano, ora gli Usa sono diventati pienamente autosufficienti, anzi lo esportano. Come risultato collaterale, e forse voluto, possiamo dire che Trump ha fatto un ennesimo favore alla potente lobby americana dei combustibili fossili che ha abbondantemente finanziato la sua campagna elettorale.

Delle disgrazie di questa prima parte del decennio, due portano la firma del Presidente degli Usa. Le sue scelte sono presentate con motivazioni oscure, carenti, a volte fasulle e decisamente poco convincenti su di un piano razionale. Non è un caso allora che la stampa abbia dato molto risalto ai sondaggi secondo i quali la fiducia degli americani nelle condizioni di salute mentale di Trump è fortemente diminuita. L’aumentata imprevedibilità di Trump che preoccupa gli elettori americani sta facendo pagare un prezzo molto alto all’economia-mondo, soprattutto ai paesi in via di sviluppo sui quali principalmente si scaricheranno le conseguenze della nuova, speriamo transitoria, inflazione bellica mondiale.


Ma che j’ha fatto Netanyahu a Trump? Un incantesimo?


IRAN: TRUMP A HERZOG, ‘CONCEDA GRAZIA A NETANYAHU COSI’ PUO’ CONCENTRARSI SU GUERRA’ 

(Adnkronos) – Donald Trump ha chiesto al presidente israeliano Isaac Herzog di concedere immediatamente la grazia al primo ministro Benjamin Netanyahu, in modo che quest’ultimo possa concentrarsi sulla guerra contro l’Iran.

In un’intervista telefonica a Channel 12, il presidente degli Stati Uniti ha spiegato di non volere che Netanyahu si preoccupi di questioni diverse dalla guerra con l’Iran. Trump ha definito quello di Herzog un comportamento inaccettabile, sostenendo di aver sollevato la questione con il presidente israeliano per un anno e che Herzog gli ha promesso cinque volte che avrebbe graziato Netanyahu. 

IRAN: TRUMP, ‘PER ME INACCETTABILE FIGLIO KHAMENEI NUOVO LEADER’

(Adnkronos) – Mojtaba Khamenei nuova Guida Suprema dell’Iran? “Per me è inaccettabile”, ha risposto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, escludendo il nome del figlio di Ali Khamenei dai possibili successori dell’ayatollah ucciso nella prima ondata di raid americani e israeliani su Teheran. “Il figlio di Khamenei per me è inaccettabile. Vogliamo qualcuno che porti armonia e pace in Iran”, ha affermato Trump in un’intervista ad Axios. 

IRAN: TRUMP, ‘VOGLIO ESSERE COINVOLTO NELLA SCELTA DEL NUOVO LEADER’

(Adnkronos) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vuole essere coinvolto personalmente nella scelta della nuova Guida Suprema dell’Iran, che prenderà il posto di Ali Khamenei, ucciso nella prima ondata di raid americani e israeliani. E’ quanto ha sottolineato in un’intervista ad Axios.

“Stanno sprecando il loro tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come nel caso di Delcy (Rodriguez, ndr) in Venezuela”, ha affermato Trump, confermando che Mojtaba Khamenei è il nome più accreditato per il ruolo di Guida Suprema. 


Allarme rosso a Palazzo Chigi: il “No” al referendum sulla giustizia è avanti


(Nando Pagnoncelli – il Corriere della Sera) – La data del referendum si avvicina e il dibattito assume sempre più toni forti e spesso sopra le righe, da una parte e dall’altra.

Gli oggetti della riforma sembrano d’altronde tutto sommato interessare poco, e le forze politiche certo non stanno assecondando lo sforzo di chiarire i contenuti effettivi del referendum. Che appassioni poco è evidenziato dal fatto che l’informazione sui contenuti cresce di soli quattro punti rispetto all’ultima rilevazione nonostante il dibattito fino a pochi giorni fa fosse dominato proprio da questo tema e addirittura tende a decrescere, di due punti percentuali, la quota di chi attribuisce almeno una certa importanza a questa consultazione.

Poco più del 50% si considera almeno abbastanza informato dei temi della riforma (ma la quota dei «molto informati» rimane stabile al 10%) e il 58% ritiene che la riforma proposta sia almeno abbastanza importante (in calo di 2 punti rispetto a tre settimane fa). D’altronde, l’attenzione dei cittadini negli ultimi giorni si concentra sull’attacco all’Iran, facendo diminuire l’interesse per gli altri temi dell’agenda politica. E infatti poco più del 40% dichiara di seguire la campagna elettorale con una certa attenzione (solo il 9% la segue con molto interesse). Se, come ha dichiarato Donald Trump, il conflitto con l’Iran durasse almeno per altre quattro o cinque settimane, è probabile che sarà faticoso far crescere interesse e attenzione per la consultazione referendaria.

La partecipazione Anche la propensione a recarsi alle urne vede qualche flessione: se infatti nella rilevazione del 12 febbraio, poco meno di un mese fa, il 36% era sicuro di partecipare e il 16% lo riteneva probabile, oggi i sicuri salgono di un punto, al 37%, mentre scendono di quattro punti coloro che ci stanno pensando, oggi al 12%. Tutti indizi, insomma, di uno scarso entusiasmo per il prossimo appuntamento.

Attualmente la previsione ragionevole di partecipazione (mantenendo tutte le avvertenze a proposito della difficoltà di stimare correttamente questo dato, influenzato da numerose e complesse variabili), si colloca al 42%, dato stimato in base non solo alla dichiarazione di disponibilità a partecipare, ma anche in funzione dell’importanza attribuita alla riforma e dell’interesse espresso per la campagna elettorale. Proprio tenendo conto di tutti questi indicatori, la partecipazione massima, ad oggi, potrebbe arrivare intorno al 49%.

Stando alle stime di partecipazione odierne si conferma la maggiore mobilitazione dell’opposizione, in particolare nell’elettorato del Pd (63%) seguito dai pentastellati (57%) e dagli elettori delle altre liste del centrosinistra (51%). Nella maggioranza, fatta eccezione FdI (59%), si registra una minore disposizione ad andare al voto: tra gli elettori di FI e Noi Moderati, infatti, l’affluenza stimata si attesta al 45%, tra i leghisti al 44%. E come, era lecito attendersi, tra coloro che nel caso di elezioni legislative manifestano l’intenzione di astenersi (rappresentano il 42% degli elettori secondo il dato pubblicato sabato scorso su queste pagine) solo il 23% voterebbe per il referendum costituzionale.

I risultati vedono una tendenza alla crescita del No. Nello scenario con una partecipazione al 42%, i Sì arriverebbero al 47,6% (perdendo 1,8% rispetto al sondaggio del 12 febbraio) e i No al 52,4%, con analogo incremento rispetto al sondaggio precedente. Nel caso di una partecipazione più elevata, al 49%, ci si troverebbe sul filo della parità: i Sì al 50,2%, i No al 49,8%. Bisogna tener conto, comunque, che nel primo scenario troviamo poco più del 7% di incerti che salgono a poco più del 9% nello scenario con partecipazione elevata, dati che possono determinare un cambiamento dei risultati, vista la vicinanza delle stime.

È interessante sottolineare alcuni cambiamenti negli orientamenti di voto in relazione all’appartenenza politica: se per gli elettori delle forze di governo il Sì è quasi granitico, stando dal 94% in su, tra gli elettori dell’opposizione c’è un’adesione meno forte, poiché nel Pd gli elettori orientati per il Sì stanno tra il 7 e il 9% a seconda della partecipazione stimata, negli elettori pentastellati il dato sale al 22-25% e al 22-28% tra gli elettori di altre liste di opposizione.

Ma si registra un calo significativo dell’orientamento al Sì tra gli elettori del Pd, che a febbraio stavano tra il 10 e il 14% e anche tra gli elettori delle altre liste di centrosinistra che a febbraio si orientavano al Sì tra il 27 e il 33 per cento. Gli orientamenti È certo ancora presto per dare definitivamente la palma della vittoria al No: conta la partecipazione effettiva, la presenza di incerti che decideranno più avanti, il proseguire della campagna elettorale.

Tuttavia, sembra acquisita una tendenza al crescere della contrarietà, cui ha contribuito la maggiore mobilitazione dell’opposizione e probabilmente anche alcuni eccessi comunicativi da parte di esponenti istituzionali del centrodestra che verosimilmente hanno almeno in parte favorito il passaggio al no di una parte degli elettori di opposizione prima orientati al sì. L’attacco all’Iran non favorirà certo il crescere della mobilitazione, che sembra non sufficiente nell’elettorato di centrodestra.


La nuova destra targata Vannacci


VANNACCI, VOGLIAMO GUIDARE IL CENTRODESTRA CON UNO SQUILLO DI TROMBA

(ANSA) – ROMA, 05 MAR – “Il partito dovrà emettere il primo vagito nell’assemblea costituente, che si terrà probabilmente a giugno a Roma, o in una località vicino Roma. Futuro Nazionale è l’unica novità politica degli ultimi 10 anni. È un partito di destra pura che non si vergogna di fare la destra. Ci sono valori non negoziabili. Ci presentiamo come il naturale interlocutore dei partiti di centrodestra. E vogliamo guidare la strada del centrodestra con uno squillo di tromba”.

Lo ha detto il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci nella conferenza stampa organizzata nella sede della Stampa estera a Roma. “L’entusiasmo già c’è, perché siamo un partito che parte con sondaggi dal 3 al 4% ed è un ottimo presagio”, ha aggiunto.

VANNACCI, ESISTE SOLO PACE DEL VINCITORE, ACCETTARE ORA CONDIZIONI RUSSIA

(ANSA) – ROMA, 05 MAR – “La guerra in Ucraina ci ha portato a un disastro. Chi paga sono soprattutto gli ucraini e poi gli europei. Chiunque abbia letto il rapporto Draghi, sa bene che lui individua tre cause esterne della scarsa competitività: tra queste, c’è il fatto che l’Ue abbia rinunciato al più grande provider di energia che è la Russia”. Lo ha detto il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci nella conferenza stampa organizzata nella sede della Stampa estera a Roma. 

“Dobbiamo raggiungere la pace. Ma la pace giusta – ha aggiunto – non è mai esistita, nella storia è sempre esistita la pace del vincitore. Preso atto che l’Europa non vuole andare a morire al fronte e che non c’è una iniziativa che riesce a invertire questa tendenza, allora ci conviene trovare la pace oggi.

Questa pace ci costerà, non potrà essere una pace alle condizioni che vuole l’Europa, perché l’Europa non sta vincendo la guerra, non sta vincendo l’Ucraina. Oggi quasi il 20% del territorio ucraino è conquistato dai russi.

Per trovare delle condizioni condivise dai due contendenti, bisognerà accettare le condizioni che l’altro contendente aveva già espresso: la neutralità dell’Ucraine e il fatto di non rinunciare ai territori che ha conquistato militarmente. Sono queste le condizioni della Russia e questo è il tavolo della negoziazione”.

FNV, VANNACCI: NON SONO FILORUSSO, NÉ MI PAGA PUTIN

(askanews) – “Non sono filo-russo, non mi paga  Putin, non ho la villa in Crimea, se ce l’avessi ditemi dove è  che ci vado. Le accuse di essere filoputinista mi fanno ridere,  qualcuno ci campa, lo faccia, non mi disturba più di tanto”. Lo  ha detto Roberto Vannacci alla stampa estera.

“Che io sia vicino alla Russia – ha spiegato – sono farloccherie  che diffonde la sinistra prendendo a pretesto il fatto che io  abbia servito l’Italia in Russia quale addetto per la difesa che  è una sorta di ambasciatore che rappresenta il paese d’origine  nell’ambito del ministero della Difesa e dello stato maggiore  della difesa. Ho svolto al meglio questa funzione.

La funzione di  ambasciatore è di avere relazioni col paese che ti ospita  altrimenti me ne sarei stato a casa mia, è chiaro che avevo  intessuto ottime relazioni. Era il mio lavoro. Un ambasciatore  che non intesse buone relazioni non fa il suo lavoro” ma “non  vuol dire condividere, vuol dire discutere. Dire che visto che  avevo ottime relazioni con i russi sono filo russo è una  narrativa infantile”.    

Vannacci, con legge sul femminicidio infranto baluardo della destra

(ANSA) – “Futuro Nazionale si rivolge ai delusi dalla politica di centrodestra del governo Meloni, che si aspettavano una politica più identitaria e muscolare. Ci sono dei baluardi di chi è conservatore che dovrebbero essere mantenuti.

Faccio un esempio, la legge sul femminicidio: come possiamo pensare che un reato sia più o meno grave a seconda del sesso della persona che lo subisce o lo commette? Questo è un baluardo che è stato infranto”. Lo ha detto il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci nella conferenza stampa organizzata nella sede della Stampa estera a Roma. 

VANNACCI, RESTERÒ AL PARLAMENTO EUROPEO FINO AL TERMINE DEL MANDATO

(ANSA) – “Non ho mai perso un giorno a Bruxelles. E rappresenterò tutte quelle persone che mi hanno votato fino al termine del mandato al Parlamento europeo”. Lo ha detto il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci nella conferenza stampa organizzata nella sede della Stampa estera a Roma. 

VANNACCI, CONDIVIDO MOLTI VALORI DEL MONDO MAGA

(ANSA) – “Da europarlamentare ho avuto contatti con think thank che promuovono il mondo Maga. Sono stato invitato ad eventi da queste realtà e spero nel futuro di poterci andare”.

Lo ha detto il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci nella conferenza stampa organizzata nella sede della Stampa estera a Roma. “Nel manifesto di Futuro Nazionale ci sono tantissimi punti in comune con quanto il mondo Maga propone, c’è condivisione di valori”, ha aggiunto. “Loro dicono ‘America first’, noi diciamo ‘Italia per prima’”, ha concluso. 


E ora noi italiani ed europei cosa dobbiamo fare?


(di Marcello Veneziani) – Cosa possiamo fare noi europei, noi italiani, davanti alla guerra che infiamma il Medio Oriente dopo l’attacco e la decapitazione dell’Iran? Poco, pochissimo, quasi niente. Poco da europei, pochissimo da italiani, quasi niente da singoli cittadini. Ma non possiamo restare inerti, indifferenti, proni e consenzienti davanti a uno scenario terribile, ben più pericoloso di quello che c’era fino a pochi giorni fa e che per decenni ha retto, bene o male, tra tante ulcerazioni.

Prima di inoltrarvi in questo articolo devo fare un’avvertenza preliminare: molti di voi lettori, non so quanti, non si riconosceranno nelle opinioni che esprimerò, e che non rappresentano naturalmente la Verità, ma solo la mia personale opinione. Se non vi va di sentire opinioni discordanti dalle vostre, non leggetemi, saltate quest’articolo. Evitate però insulti e insinuazioni: non sono passato a sinistra, non sono impazzito o scimunito, non faccio il gioco di nessuno, non mi sono venduto a chissachi. Se sbaglio, sbaglio in proprio, con la mia testa e con la mia coscienza. Dico quel che penso da quando ero ragazzo, e quel che dirò è coerente con quel che penso da una vita, le mie opinioni in materia le espressi quando avevo la metà dei miei anni odierni in Processo all’Occidente.

Dai tempi della guerra del Golfo, per non andare ancora più indietro, gli interventi eurooccidentali in Medio Oriente sono stati un disastro, hanno peggiorato le cose: abbiamo abbattuto dittatori come Saddam Hussein, Gheddafi, Assad (più il Libano, l’Afghanistan, ecc.) ma dopo è stato peggio. Caos e migliaia di morti, città distrutte, popoli ridotti alla fame, paesi dilaniati da fazioni e tribù, regimi integralisti e sette fanatiche, terrorismo antioccidentale (quasi tutti sunniti, non sciiti come gli iraniani), paesi ingovernabili, petrolio alle stelle, instabilità internazionale, odio verso l’Occidente. Questo non vuol dire che tifavo per quei dittatori, ma faccio paragoni, sono realista, capisco che il male può diventare peggio. E lo sceriffo del mondo è una iattura per il mondo. Ci piaceva all’inizio Trump perché diceva, come dice ancora mezzo Maga, niente più guerre, ci occuperemo solo dell’America, non più del mondo. E invece vedete che sta combinando…

Con l’Iran tutto questo è più in grande; è un paese di antica civiltà, con un popolo fiero. Ci era stato detto che togliendo di mezzo i vertici, il popolo sarebbe insorto e avrebbe rovesciato il regime. Invece il contrario. Il dissenso non è solo diviso, ma sembra essere minoritario rispetto alla maggioranza degli iraniani, tra i quali ci sono sia i sostenitori del regime sia tanti che non sono con il regime ma non vogliono farsi comandare da Usa e Israele, che li stanno bombardando. Il dissenso è naturalmente più vistoso all’estero, ma quelli che stanno fuori in gran parte sono andati via proprio per questo.

C’è bisogno che dica, a questo punto, che il regime degli Ayatollah spargeva odio ideologico verso gli Usa, Israele e l’Occidente? C’è bisogno che dica che la repressione sanguinosa del dissenso, indipendentemente dai numeri effettivi di numeri e dalle manipolazioni esterne che il regime denunciava, ci fa ribrezzo? Si, c’è bisogno, perché se non dici bianco o nero a chi ha poca materia grigia in testa, ti considerano dalla parte dei dittatori.

Torno allora alla domanda di partenza: che possiamo fare noi europei, noi italiani di fronte a questo scenario? Vediamo prima cosa dicono, cosa fanno, gli stati europei oggi. Si limitano ad applaudire, in gradi e misure diverse, all’abbattimento del regime, non dicono una parola di condanna sull’attacco Usa-Israele, mostrano preoccupazione per il popolo iraniano, si limitano come mamme in apprensione, a far rientrare i loro figli, cioè i concittadini a casa e ad assicurare il loro impegno materno. Qualcuno si azzarda a prevedere un intervento europeo, a partire dagli inglesi; qualche altro si azzarda a dire, in Italia, che siamo pronti a vendere armi ai nemici dell’Iran. Nessuno che reagisca alle minacce del leader della potenza americana “li massacreremo” e si dissoci. Certo, l’Europa e l’Italia, fanno quel che possono; l’Italia è un piccolo paese sotto schiaffo dal ‘45, da decenni al rimorchio e all’ombra degli Stati Uniti, magari con qualche episodio di autonomia, proprio in Medio Oriente, al tempo di Craxi e Andreotti (e forse Moro), che pagò caro. Ma che possiamo fare? Una cosa almeno: sottrarci alla partita Occidente contro Resto del Mondo, non sposare la guerra come soluzione dei problemi, non accettare il principio e il fatto che gli Stati Uniti siano gli arbitri armati del pianeta e che Israele possa fare tutto senza limiti. Dobbiamo dire al mondo che l’Europa, e nell’Europa l’Italia, ha un ruolo internazionale forte – lo abbiamo detto tante volte – come luogo centrale tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del pianeta. Il Mediterraneo è il tavolo naturale del pianeta attorno a cui sedersi e trattare. L’Europa deve far valere e pesare questa centralità geopolitica mediterranea, senza schiacciarsi sull’Atlantico, trattando con tutti i paesi del mondo a partire dai più vicini, come la Russia. Nel mondo ci sono più autocrazie che democrazie e non possiamo pensare di abbattere tutte le dittature del mondo o le finte democrazie (come era considerato il Venezuela). Dobbiamo con realismo assumere un ruolo autonomo e indipendente dagli Stati Uniti. Questo è l’unico sovranismo europeo possibile. Non è la guerra, non sono i muscoli, la nostra forza; ma la nostra centralità, il nostro equilibrio tra mondi opposti, il nostro antico prestigio universale. Facciamoli valere.

Detto questo, bisogna essere onesti e realisti fino in fondo. Se la situazione innescata dovesse precipitare, se si svegliano le grandi potenze asiatiche e i Brics, se la Turchia si sfila dall’adesione al piano israelo-americano, noi da che parte stiamo? Potremmo mai in caso di conflitto tra “Occidente” (o la sua protesi) e Cina, Russia e altri, schierarci dalla parte opposta se stiamo fisicamente, geograficamente da questo versante? In quel caso estremo non potremmo essere dalla parte di chi ci colpisce. Ma proprio per non arrivare a quel punto, l’unica nostra salvezza è quella di sottrarci oggi all’Occidente che stanno disegnando Trump-Netanyahu e che brutalizza una linea da sempre sotto-traccia negli Usa, e proporci come luogo autonomo, indipendente, nella prospettiva di un mondo policentrico. Non abbiamo altra scelta; l’alternativa sarebbe diventare ausiliari, ascari, del fantoccio Nato e di Usa-Israele.

Quel che ho detto è ”di destra” o “di sinistra”? Non mi interessa stabilirlo ma è coerente con tutto quello che ho detto finora. A differenza di chi tace in queste situazioni mi sono esposto e ho dato spunti, riflessioni, argomentazioni in questo senso. Ora finire con gli insulti e i linciaggi non mi va. Ho detto quel che penso, e che avevo anticipato sui miei social, ma sono pronto a trarre le conclusioni. Se ritenete che queste riflessioni non siano compatibili o degne di essere pubblicate, consideratemi dimissionario. Se invece ritenete che pur nel dissenso, parziale o totale, queste opinioni – che nascono da tutto quel che ho scritto e pensato finora, e sono espresse solo per amor del vero (fallibile, certo) e amor patrio e nessuno altro scopo nascosto – meritino comunque rispetto e ascolto, salvo manifestare argomentate divergenze (non insulti e insinuazioni), allora andiamo avanti nella dissonanza. Non ho cambiato le mie idee quando ero giovane e avevo una vita davanti, figuriamoci se le cambio adesso…