La strategia funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Dopo è complicità

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Non è stato per niente facile, per Giorgia Meloni, interpretare il ruolo di Grande Mediatrice tra l’Unione europea e l’America di Donald Trump, incassando puntualmente gli sperticati elogi del presidente americano e gli amichevoli sorrisi di Ursula von der Leyen. Non è stato per niente facile, ma lei c’è riuscita, almeno per un tratto di strada, costruendo l’immagine di una leader capace di parlare con tutti, di stare dentro le contraddizioni del tempo, di trasformare l’ambiguità in una risorsa politica. Il metodo è stato semplice e insieme raffinato: fare uso, con sapiente astuzia, di un celebre consiglio del cardinal Mazzarino al Re Sole: «È spesso più utile far finta di non intendere che rispondere apertamente». Una tecnica antica, che consiste nel sospendere il giudizio, rinviare il conflitto, lasciare che le parole più dure cadano nel vuoto, come se il silenzio potesse scioglierle.
Così, quando il suo amico Donald disse che «l’Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti», lei finse di non capire che quelle parole segnavano una rottura epocale e non disse neanche una parola. Non una replica, non una presa di distanza, non una difesa dell’Europa di cui l’Italia è parte costitutiva. Quando il presidente americano impose dazi a tutti i Paesi del Vecchio Continente – Italia compresa – lei finse di non capire che era solo l’inizio di una guerra commerciale e si oppose a ogni contromisura dell’Ue, come se la prudenza potesse sostituire una strategia, come se l’attesa potesse fermare una dinamica di potenza. Quando lui firmò il rapporto della National security strategy in cui c’era scritto nero su bianco che «le attività dell’Unione europea minano le libertà politiche e la sovranità», lei finse di non capire e non fece alcun commento. In quel silenzio non c’era solo diplomazia: c’era una scelta politica, l’idea che il rapporto privilegiato con Washington valesse più della solidarietà europea. Anche adesso, quando Trump è venuto allo scoperto, annunciando una punizione a suon di dazi contro gli europei che osano opporsi alla sua conquista della Groenlandia e del suo ricco sottosuolo, lei ha finto di non capire, derubricando questo scontro frontale a una semplice «incomprensione» e riducendo lo schiaffo doganale dell’amico americano a un semplice «errore».
Per un anno, dunque, Giorgia Meloni ha fatto credere al mondo di essere il ponte tra l’America trumpiana e la scricchiolante Europa. Un ponte costruito sull’idea che le fratture della storia potessero essere neutralizzate con l’equilibrismo, che la radicalità della nuova destra americana potesse essere addomesticata con la familiarità personale, che il conflitto tra potenze potesse essere sospeso con il galateo istituzionale.
Ma ora che il nodo più grosso è arrivato al pettine, non può più far uso del consiglio del cardinale Mazzarino. Perché fingere di non capire è una strategia che funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Quando entra nel territorio delle decisioni, quando tocca i confini, i commerci, la sovranità, allora il silenzio smette di essere prudenza e diventa complicità. Il punto, ormai, non è più la mediazione. È la scelta. E in un mondo che si sta dividendo in blocchi, in cui l’America di Trump non nasconde più la sua volontà di potenza e l’Europa rischia di scoprire la propria irrilevanza, il vero problema per la presidente del Consiglio non è che cosa fingere di non capire. È che cosa, finalmente, è disposta a capire davvero.
I conflitti, la proliferazione nucleare, ma anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e i cambiamenti climatici. Gli esperti del The Bulletin of the Atomic Scientists lanciano l’allarme: nel 2025 sono stati registrati altri quattro secondi verso l’irreparabile

(di Giorgia Scaturro – ilfattoquotidiano.it) – L’apocalisse non è mai stata così vicina. Le lancette del Doomsday Clock, che ticchettano la sorte dell’umanità al ritmo del progresso e delle nuove tecnologie che via via implementiamo, sono state portate avanti. Mancano adesso solo 85 secondi alla mezzanotte, ora simbolica della catastrofe globale.
Con lo sguardo severo gli scienziati del The Bulletin of the Atomic Scientists, organizzazione no profit fondata nel 1947, hanno aggiornato l’orologio ideato da scienziati come Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer dopo la tragedia nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Un campanello d’allarme simbolico per farci aprire gli occhi su come alcune invenzioni che stiamo sviluppando ci stiano avvicinando all’autodistruzione.
“Il Comitato scientifico e di sicurezza del Bulletin ritiene che l’umanità non abbia compiuto progressi sufficienti per quanto riguarda i rischi esistenziali che mettono in pericolo tutti noi. Abbiamo quindi deciso di spostare l’orologio in avanti – ha detto Alexandra Bell, presidente e CEO del Bulletin of the Atomic Scientists – l’orologio dell’apocalisse è uno strumento che serve a comunicare quanto siamo vicini alla distruzione del mondo con le tecnologie che noi stessi abbiamo creato. I rischi che corriamo a causa delle armi nucleari, dei cambiamenti climatici e delle tecnologie dirompenti sono tutti in aumento. Ogni secondo è prezioso e il tempo a nostra disposizione sta per scadere. È una dura verità, ma questa è la nostra realtà. Mancano ora 85 secondi alla mezzanotte”.
Nel 2025 lancette sono saltate avanti di ben 4 secondi (rispetto agli 89 secondi al disastro dell’anno precedente) spinte dalla minaccia di guerre nucleari, dall’accelerazione dello sviluppo di arsenali atomici e dal rischio che armi nucleari possano essere dispiegati anche nello spazio. E poi l’aggravarsi dei cambiamenti climatici, il pericolo di disastri biologici e pandemie da cui non siamo preparati a difenderci e, su tutti, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
“Siamo al momento più critico nella storia dell’orologio. In ognuna delle aree che osserviamo non solo non siamo riusciti a fare i passi necessari a ridurre i rischi per l’umanità ma ne abbiamo creati altri ancora più grandi. I conflitti si sono intensificati nel 2025 con molteplici operazioni militari che hanno coinvolto stati dotati di armi nucleari” ha detto Daniel Halz, presidente del consiglio del Bullettin con sede a Chicago, portando l’attenzione su altro pericoloso conto alla rovescia: “La prossima settimana scadrà l’ultimo trattato che regola le scorte di armi nucleari tra Stati Uniti e Russia. Per la prima volta in oltre mezzo secolo, non ci sarà nulla che impedirà una corsa sfrenata agli armamenti nucleari”.
Quei 4 secondi saranno colpa di Trump? Russia, Cina e Stati Uniti hanno un bel palleggio di responsabilità da fare ma sul presidente e capo della maggiore economia mondiale, gli scienziati atomici puntano il dito: “Quando Vladimir Putin e Donald Trump si sono incontrati in Alaska, la questione del rinnovo del trattato sul nucleare New Start non è stata sollevata. Ci deve essere una certa prevedibilità sul numero di armi che gli Stati Uniti e la Russia schiereranno, e poi bisogna iniziare a coinvolgere la Cina sulla stessa questione – sostiene Steve Fetter membro del Consiglio del Bulletin – La realtà è che sotto le diverse amministrazioni precedenti a Trump, mantenere la sicurezza internazionale era un lavoro quotidiano. Dall’insediamento del tycoon questo è cessato. Non ci sono persone intelligenti che lavorano su questo problema, che interagiscono con i nostri avversari per cercare di ridurre il pericolo nucleare. Ed è questo che deve cambiare”.
Trump è protagonista di quelle che gli scienziati del Bulletin chiamano “tendenze autocratiche che ostacolano la cooperazione internazionale e fungono da moltiplicatore di minacce, rendendo il mondo più impotente di fronte ai pericoli esistenziali”, come osserva Halz: “Conosciamo con allarme le recenti tragedie del Minnesota e l’erosione dei diritti costituzionali dei cittadini americani. La storia ha dimostrato che quando i governi smettono di rendere conto ai propri cittadini, ne conseguono conflitti e miseria. E questa tendenza globale rende il mondo più pericoloso per tutti”.
Ad aumentare le preoccupazioni degli scienziati del Doomsday Clock è l’intelligenza artificiale: la minaccia di una sua integrazione non regolamentata nelle apparecchiature militari, di un potenziale uso improprio per creare minacce biologiche e del ruolo nel’IA nel diffondere disinformazione a livello globale. “La tecnologia che governa le nostre vite sta provocando una armageddon dell’informazione. Dai Social Media all’intelligenza artificiale generativa, nessuna di queste tecnologie è ancorata ai fatti. Le piattaforme che mediano le nostre informazioni sono state costruite su un modello estrattivo e predatorio. Hanno trasformato la nostra attenzione in una merce e la nostra indignazione nel loro modello di business. Non ci connettono, ci dividono. E questa divisione, ha permesso il crollo della cooperazione e l’ascesa di leader illiberali che sfruttano il caos” ha sottolineato la premio Nobel per la Pace e CEO di Rappler Maria Ressa. “Quello a cui stiamo assistendo – continua Ressa – è qualcosa di ancora più pericoloso, ovvero la fusione dei poteri di stato con gli oligarchi tecnologici che controllano le piattaforme”.
E mentre il mondo si interroga su benefici e pericoli dell’intelligenza artificiale, questa tecnologia si dimostra già un flagello per i lavoratori britannici. Uno studio condotto da Morgan Stanley ha riscontrato che il Regno Unito è il paese che più delle altre grandi economie mondiale come Giappone, Stati Uniti Germania e Australia è stato colpito dall’uso dell’IA, responsabile per un 8% di riduzione di posti di lavoro nelle aziende britanniche negli ultimi 12 mesi.
Ma è ancora possibile portare indietro le lancette del Doomsday Clock? Sì. E questo è il messaggio degli scienziati di Chicago e la vera missione dell’orologio della catastrofe. “L’orologio non predice il futuro ma fa luce sulla situazione corrente. È già stato riportato indietro in passato e può esserlo di nuovo – dicono – ma spetta a noi. I cittadini di tutto il mondo devo esigere che i propri governanti facciano di più, che cooperino per identificare e mitigare i rischi per il mondo, o forse trovare leader disposti a farlo. Le tecnologie e le capacità per invertire le lancette ci sono già”.
La Russa si è aggiunto al coro, dapprima confusionario, della destra di vertice: “Non si può sindacare sulle scelte degli Usa”, ha sostenuto il nostro collezionista di busti. Ma certo…

(di Riccardo Bellardini – ilfattoquotidiano.it) – Avevo una mezza sensazione su ciò che il presidente del Senato, Ignazio La Russa, potesse pensare a proposito della presenza delle squadre della milizia trumpiana Ice alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Ma certo poi ho sperato in un sussulto di decenza, in una ventata d’aria nuova, limpida, che sostituisse almeno per un po’ le sferzate nere, nerissime, che provengono un giorno sì e l’altro pure dal monte oscuro chiamato governo Meloni. Ma no, niente da fare, il vento nero è dominante, troppo intenso, sembra quasi il ciclone Harry.
E come poteva restare assopito di fronte a questi agenti di tutto punto, che terrorizzano città? Che arrestano bambini? Che uccidono a sangue freddo gente inerme? Il vento nero ha voglia di dominare. Ha voglia di farlo ancor di più, se una nuova dominazione fascista (per citare Matteotti) si affaccia prepotente nella storia. Le squadre Ice son solo la punta dell’iceberg del ritorno di fiamma dell’onda autoritaria che strizza gli occhi a Hitler, ma pure e soprattutto (molti se lo dimenticano), al duce del fascismo, il quale ispirò il fuhrer tedesco in maniera determinante. La favola del fascismo attore buono, più mite rispetto all’orribile macchina malvagia del Reich, ancora resiste.
Dunque La Russa si è aggiunto al coro, dapprima confusionario, poi più deciso della destra di vertice: “Non si può sindacare sulle scelte degli Usa”, ha sostenuto il nostro collezionista di busti. Ma certo. A maggior ragione se quelle scelte ricordano i bei tempi andati al caro Ignazio. Quando per paura del rivoluzionario rosso gli uomini neri picchiavano duro e terrorizzavano, non preoccupandosi di ammazzare innocenti.
Picchiavano e picchiavano, spadroneggiavano. Violenti e senza remore. L’impero ventennale nacque e si resse sui loro metodi barbari e intimidatori, mentre Adolf in Germania prendeva appunti.
Dunque ben vengano questi eroi. E chi si mette a sindacare? Son scelte loro. Così penserà anche la premier Giorgia Meloni, che nel Giorno della memoria ha condannato il regime mussoliniano per la complicità nello sterminio degli ebrei, ma si guarda bene dall’esporsi sulle famigerate squadre anti immigrazione del Tycoon, in linea con l’asservimento portato avanti finora, accantonato solo per un barlume d’orgoglio, quando c’è stato da rispondere al capo della Casa Bianca sul contributo italiano nella missione in Afghanistan.
Anche dall’ala più moderata della coalizione di governo, non abbiamo parole di condanna, ma di giustificazione. Il ministro degli Esteri Tajani, in quota Forza Italia, rispetto all’Ice sostiene: “Non sono le SS”. Ma ha ragione. Non sono le SS. Sono un fenomeno nuovo. Che però ricorda di più, a mio avviso, le squadre fasciste. Nel tentativo giustificatorio, il ministro ha detto una verità. L’Ice costringe l’Italia a fare i conti con la fase più oscura della sua storia. Ma il governo fa spallucce, come accade quando vanno in scena le famose adunate rievocative suggellate dal grido del “presente!”.
Ed intanto le Olimpiadi invernali sono alle porte. Ma no, visto l’andazzo, forse è meglio chiamarle con un altro nome, ad esempio… Fasciolimpiadi! Che dite, suona bene?

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – C’è un’arte tutta americana: scrivere strategie come se fossero lastre ai raggi X del mondo, oggettive, fredde, inevitabili. Poi le leggi bene e scopri che sono specchi, non radiografie. La Strategia di difesa nazionale 2026 è un esempio da manuale: si definisce realista, pratica, concentrata sulle minacce “vere”. Ma la parola che comanda, anche quando non la ripetono, è una sola: gerarchia. Chi conta, chi paga, chi combatte. E soprattutto chi deve smettere di vivere “a scrocco” sotto l’ombrello americano.
Il testo parte con un’autoassoluzione che sembra scritta col timbro: la colpa è sempre di “quelli di prima”. Avrebbero lasciato crescere il caos, avrebbero legato le mani a Israele dopo il 7 ottobre, avrebbero consentito all’Europa di fare la bella vita sulla sicurezza garantita dagli Stati Uniti e, ciliegina, avrebbero lasciato andare in malora la base industriale della difesa. Poi arriva la medicina universale: pace attraverso la forza. Ma con un’aggiunta che è la vera novità: la forza non si spreca. Si concentra dove interessa agli Stati Uniti. Difesa del territorio nazionale e competizione nell’Indo-Pacifico. Il resto, dall’Europa al Medio Oriente, diventa una voce di spesa “critica ma più limitata”. Traduzione: ci siamo, ma non come prima, e soprattutto non gratis.
Dal mondo “uno e indivisibile” al mondo a cerchi concentrici
Qui si vede il cambio di paradigma. Basta con l’idea che ogni minaccia sia “esistenziale”. Adesso si pesa tutto, si classifica, si gerarchizza. Prima la casa, poi il cortile, poi le rotte e le tecnologie che fanno girare la macchina. E infatti dentro la stessa strategia convivono tre mosse che, lette da lontano, sembrerebbero un minestrone: controllo delle frontiere, pressione sugli alleati, competizione industriale. Ma sono coerenti. Vogliono dire: riduciamo le vulnerabilità interne per avere fiato e forza fuori.
Il “territorio e l’emisfero” vengono raccontati con toni emergenziali: migrazione illegale, narcotraffico, criminalità transnazionale, terrorismo in versione ibrida. Così una questione di ordine pubblico diventa strategia nazionale. Se il nemico è “ibrido”, la risposta deve esserlo: forze armate, intelligence, tecnologia, pressioni sui Paesi vicini. E qui spunta l’eco della Dottrina Monroe, aggiornata al XXI secolo: canali, porti, snodi, mari. Il Canale di Panama come parola d’ordine. La Groenlandia come tassello geopolitico. Il cortile di casa come teatro di potenza.
La Cupola d’oro: la militarizzazione del cielo quotidiano
Il cuore operativo è la difesa del territorio, non più solo in chiave nucleare. La deterrenza atomica resta, certo. Ma torna centrale la difesa aerea e antimissile, adattata a droni e minacce a basso costo. La “Cupola d’oro” è propaganda e programma insieme: proteggere lo spazio aereo diventa politica interna tanto quanto militare. Non è più solo l’incubo del missile intercontinentale. È il drone che colpisce un’infrastruttura. È l’attacco che non ti distrugge l’esercito ma ti spegne il Paese.
E qui entra l’economia. Difendere il territorio significa difendere porti, reti energetiche, data center, ferrovie, distribuzione. In una guerra moderna il primo bersaglio non è la trincea: è la normalità. E la normalità è fatta di flussi. Se ti fermano i flussi, hai perso senza che un soldato spari.
Cina: dissuadere negando, e proteggere il centro economico del secolo
La Cina è il baricentro. Il documento la tratta come il grande avversario strutturale. Linguaggio diplomatico in superficie: dialogo militare-militare, stabilità, de-escalation. Ma sotto c’è l’assunto: Pechino si arma troppo, troppo in fretta, troppo bene. E quindi non bisogna “umiliarla”, dicono, ma impedirle di dominare gli Stati Uniti e i loro alleati. Traduzione: niente resa dell’avversario, ma un equilibrio imposto con superiorità di postura.
Il cardine è la “deterrenza per negazione” lungo la Prima catena di isole: rendere troppo costoso e troppo incerto ogni salto in avanti cinese, soprattutto attorno a Taiwan e alle rotte. Ma qui la scelta militare è anche industriale: negazione significa volumi. Munizioni. Sensori. Navi e aerei distribuiti. Basi e logistica. Manutenzione. Cioè fabbriche che girano.
E infatti l’aggancio economico è dichiarato: l’Indo-Pacifico è il futuro centro di gravità dell’economia mondiale, più della metà del prodotto globale. Se la Cina dominasse la regione, potrebbe mettere un veto di fatto all’accesso americano a mercati e scambi. Risultato: prosperità e reindustrializzazione sotto ricatto. In altre parole: la competizione militare viene venduta come assicurazione sulla politica industriale.
Russia: minaccia persistente, ma con un trucco contabile chiamato “Europa”
La Russia viene descritta come minaccia durevole ma contenibile. Riserve industriali e militari, guerra lunga nello spazio vicino, nucleare, capacità subacquee, spaziali e cibernetiche. Però la conclusione è una stoccata agli europei: l’Europa è più forte della Russia, per economia e demografia. Dunque deve fare lei. Deve assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale e del sostegno all’Ucraina, mentre gli Stati Uniti faranno la parte “essenziale ma più limitata”. È l’eleganza crudele della nuova linea: si resta, ma si riduce. E se non vi piace, aprite il portafoglio.
La strategia infatti è anche un documento negoziale verso la NATO. Il messaggio è: basta dipendenze. Vogliamo partner che spendano e producano. E arriva il numero magico: cinque per cento del prodotto interno lordo, tra spesa militare e spesa “legata alla sicurezza”. Anche se non lo raggiungi, serve per una cosa: fissare l’asticella e trasformare ogni bilancio europeo in una discussione transatlantica. È politica industriale imposta con l’elmetto.
Iran e Medio Oriente: dimostrazione di forza, con la stabilizzazione trattata come optional
Sul Medio Oriente il documento rivendica successi operativi: colpi decisivi contro il programma nucleare iraniano, sostegno a Israele, indebolimento delle milizie legate a Teheran, riduzione della minaccia degli Houthi contro la navigazione. Il tono è trionfalistico e serve a un obiettivo: dimostrare che la “pace attraverso la forza” è una pratica, non uno slogan.
Ma sotto c’è l’altra verità: il Medio Oriente è un pozzo che drena risorse e attenzione. Quindi lo si racconta come problema “ridimensionabile”, gestibile con operazioni mirate e deterrenza, mentre la posta vera resta altrove: l’Indo-Pacifico.
La simultaneità: la guerra che arriva in più teatri e la paura di dover pagare tutto
Il punto strategico più serio è il “problema della simultaneità”: crisi in più teatri, avversari che si coordinano o si aiutano indirettamente, finestre di opportunità che si aprono insieme. È la diagnosi che giustifica la selezione delle priorità. Se il mondo può incendiarsi in Europa, Medio Oriente e Asia nello stesso momento, gli Stati Uniti non possono più caricarsi tutto allo stesso modo. Devono scegliere. E devono far scegliere, cioè far pagare, agli alleati.
Il testo è brutale: per decenni molti alleati hanno preferito spendere in casa, lasciando agli americani la difesa. Ora basta. La rete di alleanze viene descritta come un perimetro attorno all’Eurasia: geografia favorevole e, soprattutto, ricchezza complessiva superiore a quella degli avversari. Se pagate davvero, dice Washington, possiamo deterrere più crisi contemporanee. Se non pagate, preparatevi a scoprire cosa significa “supporto limitato”.
Scenari economici: reindustrializzare la guerra e combattere con le fabbriche
Il capitolo industriale è quello che svela la natura vera del testo. Potenziare la base industriale della difesa significa riportare a casa produzioni strategiche, espandere capacità, liberare innovazione, usare l’intelligenza artificiale, tagliare vincoli regolatori. È politica economica travestita da dottrina militare. E produce tre scenari.
Primo: un ciclo di spesa che può sostenere crescita e tecnologia, ma porta con sé colli di bottiglia, inflazione settoriale e competizione feroce per materie prime critiche.
Secondo: una ristrutturazione delle catene di fornitura transatlantiche. Gli alleati possono produrre di più e meglio, sì, ma dentro standard americani, interoperabilità americana, priorità di consegna americana. È cooperazione, ma con la gerarchia scritta in piccolo sotto la firma.
Terzo: la guerra delle scorte diventa permanente. Le guerre recenti hanno dimostrato che il consumo reale supera le previsioni. Vince chi produce, non solo chi innova. Vince chi ha il flusso, non solo il prototipo.
Valutazione geopolitica e geoeconomica: l’alleanza come leva e l’autonomia come promessa condizionata
Il documento ridisegna l’ordine occidentale in chiave transazionale: conti se paghi e se produci. Può rafforzare davvero alcune capacità europee, certo. Ma al prezzo di una dipendenza diversa: non più solo ombrello americano, ma integrazione industriale guidata da Washington. Per l’Europa, la scelta implicita è semplice e scomoda: trasformare l’aumento di spesa in autonomia reale, oppure limitarsi a comprare e seguire, ribattezzando il tutto “sovranità”.
Sul piano globale, la strategia chiarisce che la competizione con la Cina non è solo militare: è controllo degli spazi economici decisivi, delle rotte, degli standard tecnologici, della capacità produttiva. Difesa del territorio, pressione sugli alleati e rilancio industriale sono strumenti della stessa guerra: mantenere l’accesso e il primato nel cuore economico del secolo.
In definitiva, la Strategia 2026 vuole chiudere l’epoca dell’universalismo americano e aprire quella della selezione. Non promette di aggiustare il mondo. Promette di scegliere quali problemi contano. E soprattutto di presentare la fattura: agli alleati, ai rivali, e anche a chi, a Washington, chiama “strategia” ciò che in fondo è una contabilità della potenza.
Il segretario generale della Nato è sotto tiro per le sue osservazioni sull’idea di una emancipazione dell’Europa dalla protezione di Washington. “Non potete, non possiamo”, ha detto Rutte. Critiche feroci dalla Francia

(it.euronews.com) – Il segretario generale della Nato Mark Rutte sta subendo aspre critiche dopo aver detto che se l’Unione europea pensa di diventare indipendente dagli Stati Uniti, il suo più grande alleato in materia di sicurezza e difesa, deve “continuare a sognare”.
I suoi commenti sono arrivati sulla scia del tentativo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di prendere possesso della Groenlandia attraverso misure punitive, una disputa senza precedenti che ha portato l’alleanza atlantica sull’orlo del collasso.
Le tensioni sono state disinnescate da un accordo sulla sicurezza dell’Artico mediato da Rutte.
“Quando il presidente Trump fa qualcosa di buono, lo elogio, e non mi dispiace che pubblichi i messaggi di testo”, ha detto Rutte ai membri del Parlamento europeo lunedì pomeriggio, riferendosi alla fuga di notizie sulle comunicazioni private tra i due.
“Se qualcuno pensa, ancora una volta, che l’Unione europea, o l’Europa nel suo complesso, possa difendersi senza gli Stati Uniti, continui a sognare. Non potete. Non possiamo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri“.
Rutte ha sostenuto che gli Stati europei dovrebbero spendere il dieci per cento del loro Pil, anziché il cinque per cento come previsto dall’obiettivo attuale, per compensare la perdita del sostegno di Washington.
“Dovreste costruire la vostra capacità nucleare. Questo costa miliardi e miliardi di euro”, ha detto. “In questo scenario, perdereste l’ultimo garante della nostra libertà, che è l’ombrello nucleare degli Stati Uniti. Quindi, ehi, buona fortuna!”.

(di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – Nell’analisi della politica internazionale prevale da un po’ di tempo una visione apocalittica dell’ordine euro-atlantico basato sulla Nato. Alcuni ne hanno da tempo definito la morte, data l’anomalia trumpiana e l’irrituale violenza, che Washington ha scatenato sui sempre più remissivi alleati.
Come ho già citato nel libro Un approdo per noi naufraghi, Robert Cooper, diplomatico britannico, nel 2002, molto prima delle ammissioni pubbliche a Davos del primo ministro del Canada, ex direttore della Banca centrale di Londra, Mark Carney, aveva illustrato come il “liberal order basato sulle regole” fosse una ideologia adatta a difendere gli interessi geostrategici occidentali, nutrita di doppi standard e asimmetrie, violazioni aperte del diritto internazionale nei confronti degli Stati non appartenenti al club privilegiato. Non si tratta di un concetto rivoluzionario. Esso è da tempo compreso dalla parte consapevole della società civile europea. Rappresenta uno schiaffo in piena faccia a coloro, editorialisti, accademici e diplomatici, che purtroppo hanno da decenni alimentato la favola del mondo liberale buono contro le autocrazie cattive. Il presidente francese, con un patetico Whatsapp, ha chiesto un colloquio a Davos al presidente Usa perché, sebbene lui sostenga Washington in tutte le aperte violazioni della Carta onusiana, dal Venezuela all’Iran, proprio non riesce a comprendere la posizione americana sulla Groenlandia. Per decenni gli europei sono stati complici nella distruzione del multilateralismo e del diritto internazionale. Restano tuttavia sbalorditi se la Tigre, che hanno con disinvoltura cavalcato, si ritorce contro di loro.
Ci troviamo di fronte a un teatro di infima qualità. Le classi dirigenti europee costituiscono insieme a quella americana un uguale e omogeneo blocco di potere che ruota intorno al dollaro. Da tempo, e sicuramente dopo il colpo di Stato in Ucraina del 2014, hanno rinunciato a rappresentare gli interessi dei popoli europei, dell’euro, delle industrie e dell’economia nostrane. La grande industria tedesca ha subito il sabotaggio dei gasdotti senza fiatare, rassegnandosi a un declino economico nel quale sta attirando l’intero continente.
La dipendenza dalla finanza statunitense ha dopo il 2008 eroso ogni ideale di autonomia strategica europea. La narrativa liberal, conforme alle grandi lobby, ha costruito l’avversario in Trump, il volto selvaggio dell’impero, che distrugge le parvenze liberali e afferma il diritto statunitense di nutrirsi del sangue dei vassalli e dei nemici deboli, a cui vanno rubate materie prime e terre rare. Al netto dell’ipocrisia, si dovrebbe ben sapere che Washington da anni, con Biden e con Obama, ha perseguito i propri interessi a scapito dei nostri. Da Mitterrand in poi, dalla sua storica dichiarazione nel 1994 sulla guerra a morte in corso contro gli Usa, gli analisti di politica internazionale conoscono la divergenza di interessi esistente e la determinazione con la quale Washington ha ostacolato la costruzione di un’Europa politicamente e economicamente forte, in cooperazione con la Russia. La guerra in Ucraina è stata l’ultimo atto che ha eseguito l’elegante appello di Victoria Nuland “Fuck Europe”. La dipendenza economica e finanziaria dal dollaro, costruita scientemente negli anni proprio da coloro che oggi alzano la testa e cianciano di rafforzamento di Bruxelles, ci farà restare quello che siamo: complici dei progetti di dominio imperiale Usa, che secondo la strategia di difesa americana, dovrà implicare un più equo burden sharing, 5% di spese di difesa, Europa braccio armato della Nato contro la Russia. Questo il blocco di potere euroatlantico, che secondo Emmanuel Todd condivide una corruzione diffusa ed è sotto ricatto dati i flussi di denaro registrati da internet verso i paradisi fiscali. Un blocco di potere che con lo spazio politico mediatico e la sua classe di servizio in Europa costruisce una narrativa potente, in grado di fabbricare consenso anche nelle vittime, le classi lavoratrici. Lo sviluppo tecnologico, l’IA, come Larry Fink ha esplicitato, avrà nuovi temibili costi sociali. Di fatto ben più gravi saranno quelli culturali e democratici, a spese del nostro umanesimo. Eppure, in questi tempi cupi, ci sarebbe la possibilità, con una dirigenza diversa, un’istanza politica nuova e coraggiosa, in grado di unificare i settori schizzati del dissenso, per insinuarsi nelle contraddizioni oggettive del mondo occidentale.
Liberarsi della Nato, porre fine all’involuzione autoritaria che ha saldato il nuovo fascismo delle destre trumpiane, a partire dalla Meloni, con i cosiddetti progressisti del centrosinistra europeo. Le normative recentemente elaborate contro l’antisemitismo ne sono la prova, costituendo la criminalizzazione di ogni critica a Israele e del dissenso in genere.

(Tommaso Merlo) – Vogliono ridurre l’Iran come la Siria, l’Iraq, il Libano e la Libia. In ginocchio e nel caos in modo che il regime di Netanyahu possa finalmente conquistare l’egemonia sul Medioriente. È imposizione della volontà con la forza. Ma non la loro, quella americana. Anche questa volta saranno infatti i cittadini americani a pagare i miliardi che servono per colpire l’Iran che non costituisce nessuna minaccia per loro. E con una eventuale crisi petrolifera, pagheranno la guerra due volte. Nessuna novità tranne che i cittadini americani sono stanchi di essere presi per i fondelli e di pagare guerre e sacrificare uomini per Israele che non considerano più un alleato, ma un paese che ha corrotto la loro democrazia e che nei decenni li ha dissanguati e fatti odiare dal mondo intero. Lo pensano a destra come a sinistra, ma anche da quelle parti tra politica e cittadini c’è il vuoto. Con la potentissima lobby sionista che controlla entrambi i rami del Congresso, la Casa Bianca ed i media mainstream e detta quindi l’agenda. Anche Trump aveva promesso America First e basta con interferenze e guerre inutili, ma come tutti i presidenti americani, una volta eletto si è inchinato a chi comanda davvero. La lobby sionista e lo stato profondo guerrafondaio. Gli Stati Uniti hanno una economia di guerra, investono in armi ed esercito somme abnormi rispetto al resto del mondo ed hanno bisogno di scuse per svuotare gli arsenali di quell’immensa macchina della morte. Ed è questo il compito dello stato profondo che attraverso i servizi segreti manovra dietro le quinte. Per aggredire l’Iran la scusa è la bomba atomica peccato che a detenerla illegalmente è Israele, non l’Iran. Già, la bomba atomica è in mano ad un ricercato internazionale per crimini contro l’umanità. Lo chiamano doppio standard, ma è ordine mafioso basato sulla legge del più ricco e quindi del militarmente più forte. L’Iran ha sempre rispettato i trattati sul nucleare e produce energia atomica per uso civile. La vera colpa del regime degli Ayatollah è non essere allineato e succube. Come scusa per aggredirlo, hanno avuto pure il coraggio di tirar fuori i diritti umani dopo essere stati artefici e complici del genocidio del secolo a Gaza. Oppure panzane sulle donne come con l’Afghanistan che per ingannare le masse avevano sbandierato il burqa salvo poi ridare il paese ai Talebani dopo vent’anni di occupazione a bombardare matrimoni e far abbuffare l’indotto bellico. Poi certo, il regime degli Ayatollah è lontano dal nostro modo di vedere molte cose, ma è casa loro e sono liberi di vivere come vogliono. Se poi alcuni cittadini iraniani ambiscono ad un cambiamento politico e sociale, devono rimboccarsi le maniche e lottare per conquistarselo. Si chiama democrazia e anche da noi è sempre funzionato così. Le donne sono scese in piazza per conquistare la parità e popoli interi hanno lottato per ottenere diritti sociali e civili. Si chiama autodeterminazione che è l’unica a generare progresso, mentre l’interferenza esterna genera distruzione soprattutto se in malafede come quella occidentale. Noi non abbiamo nessun diritto e nessuna credibilità per dare lezioni morali e di democrazia a nessuno. La storia degli ultimi decenni e quindi i fatti e non le chiacchiere, dimostrano che gli incivili e perfino i terroristi, siamo quasi sempre noi. Da Kabul a Gaza passando per Minneapolis. Il ministro di Trump ha ammesso candidamente che la crisi monetaria in Iran che ha scatenato le recenti proteste, è stata causata ad arte da loro. Era parte di un piano di “regime change” che comprendeva agitatori violenti infiltrati dal Mossad e dalla Cia. L’ennesimo tentativo di colpo di stato per mettere al posto degli Ayatollah l’ennesimo fantoccio che parla inglese e già scalpita in America. Alla faccia della volontà del popolo iraniano sceso massicciamente in piazza e quindi alla faccia della democrazia e della sovranità altrui. Il vero obiettivo occidentale è ridurre anche l’Iran in ginocchio e nel caos in modo da imporre l’egemonia sionista nella regione. Il resto sono balle. E quindi eccoci qui, con le portaerei americane schierate per l’ennesima aggressione camuffata. Noi occidentali siamo talmente superiori che non sappiamo nemmeno la verità di quello che succede nel mondo, con le masse vittime di una propaganda ormai permanente tra media mainstream venduti e penosa faziosità politica. Siamo talmente superiori che le nostre democrazie sono solo apparenti, votiamo e poi comanda chi ha i soldi per manovrare dietro le quinte il circo partitocratico. Siamo talmente superiori che da decenni insanguiniamo il mondo e riduciamo interi popoli alla miseria per imporre i nostri deliri suprematisti senza mai assumercene la responsabilità. Siamo talmente superiori che votiamo per la pace e ci ritroviamo in una guerra permanente col rischio sempre più concreto di un terzo conflitto mondiale.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Si sa che i fascisti, in Italia, sono tanti. D’altra parte, si tratta di un classico del made in Italy: stupirsi di quanti italiani siano fascisti sarebbe come meravigliarsi che a Bologna ci sono i tortellini, a Torino i gianduiotti e ad Alberobello i trulli.
Ma, così a occhio, i fascisti non sembrerebbero in numero tale da poter sostenere una quantità di partiti fascisti già adesso impressionante, da Guinness dei primati. Tentando un riepilogo: ci sono i vecchi titolari di Fratelli d’Italia (non tutti fascisti, c’è anche Crosetto); la Lega di Salvini, a mio personale giudizio il più fascista mai visto dai tempi della Marcia su Roma; le antiche botteghe Forza Nuova e CasaPound, puro vintage, nella tradizione gloriosa del manesco nazionale; più la miriade di sigle e siglette di teste rasate, gioventù hitleriane, pulitori etnici, negazionisti, remigrazionisti, ultras di stadio con più tatuaggi che neuroni, neotemplari da operetta e nibelunghi da birreria.
Ce n’è abbastanza? No, non ce n’è abbastanza. Pare che il generale Vannacci (la cui somiglianza con Alberto Sordi aumenta mese dopo mese, e non cessa di entusiasmarci) abbia depositato il marchio di un ennesimo partito fascista, con tanto di caratteri solennemente littori. Si chiama Futuro Nazionale. Ce la farà È possibile sopravvivere in tre, in quattro, in cinque, in dieci, contendendosi la stessa fascia, anzi lo stesso fascio di mercato?
Ammetto di seguire con malcelata simpatia il tentativo di Vannacci. Rappresenta, in quel mondo lugubre e minaccioso, la variante impazzita. Farà danni soprattutto ai partiti confinanti, probabilmente anche a se stesso. I limiti dello sviluppo riguardano anche il fascismo: più di tanto, non può svilupparsi.
I modi dell’Ice evocano quelli dei cacciatori di schiavi, espressione del suprematismo bianco organizzato in gruppi senza limiti alla loro violenza, prezzolati, col compito di catturare e riportare nelle piantagioni gli schiavi che tentavano di fuggire

(Sara Gentile* – editorialedomani.it) – I fatti di Minneapolis sono di una gravità senza precedenti, le immagini e le circostanze dell’uccisione di cittadini americani da parte dell’Ice scuotono i nervi e le coscienze obbligandoci a una riflessione.
La presidenza Trump, iniziata con piglio aggressivo, ha sempre più accentuato i suoi tratti autoritari sia in politica estera (i dazi attuati, quelli minacciati, il disprezzo per l’Europa e tutti i paesi che non si genuflettono ai suoi voleri) sia in politica interna con l’accanimento verso gli immigrati, i musulmani, i messicani, l’ostilità verso le università ritenute covi di insubordinazione e verso le città amministrate dai democratici.
Insomma l’età dell’oro, promessa con retorica autocelebrativa da Trump, si è tinta di un’ombra scura, minacciosa che ora imperversa in vari luoghi della grande America minacciando la popolazione.
Cosa è successo in una delle più grandi democrazie antiche dell’Occidente? Cos’è questo rigurgito di barbarie? Alcune cose colpiscono nella gestione del potere di Trump, che non ricorda solo il mito imperiale della politica americana ma va oltre.

La prima è che nessun regime autoritario o dittatoriale passato o presente ha mai rivendicato con iattanza l’omicidio o la sparizione di cittadini: Putin nell’uccisione di giornalisti e dissidenti, la dittatura militare in Argentina coi desaparecidos, ma anche Hitler e Mussolini (quest’ultimo solo nel caso dell’assassinio di Matteotti, nel suo discorso alla Camera nella svolta che da quel momento consolidò il regime) non hanno mai rivendicato le repressioni di cui erano i primi responsabili.
Il terrore di Stato era ben occultato a vantaggio di una parvenza di autorevolezza sulla scia della tradizione degli “arcana imperii” declinata a proprio uso e consumo.

Trump invece esibisce senza ritegno il suo agire secondo la legge della forza bruta e pare che fomenti la ribellione, magari per potere ricorrere all’Insurrection Act, istituito da Jefferson nel 1807, che gli consentirebbe di usare l’esercito per sedare qualunque forma di ribellione – che nella legge in questione non è ben definita – e avere così un dominio assoluto.
La seconda cosa è che l’Ice con i tratti di una milizia al suo servizio ricorda molto una pratica usata in America già dal 1700 e fino alla seconda metà del 1800 , quella degli slave catchers, i cacciatori di schiavi, espressione del suprematismo bianco organizzato in gruppi senza limiti alla loro violenza, prezzolati, col compito di catturare e riportare nelle piantagioni gli schiavi che tentavano di fuggire.
Proprio in questa macchia nera nella storia degli Usa – durata fino a quando venne approvata la legge della fine della schiavitù e affermata la libertà degli schiavi (1865 con un emendamento della Costituzione) – che va cercata la radice primaria delle scorribande dell’Ice, più di quanto non lo siano le squadre fasciste o naziste nate molto dopo nelle tragiche dittature europee. La libertà dalla schiavitù che coinvolse milioni di persone è stata una cesura cruciale nella storia degli Usa e dell’Occidente che, come sempre nei fenomeni della storia, impiegò decenni prima di realizzare un reale mutamento nei costumi, nelle mentalità, nei diritti reali di coloro cui erano stati negati.

L’America democratica e progressista aveva vinto, ma il riflesso di quel vulnus è rimasto silenziosamente acquattato, pronto a riemergere quando se ne fosse data l’occasione. Trump ha dissotterrato la parte peggiore del suo paese considerando i cittadini americani come sua proprietà con diritto quindi di vita e di morte, in un delirio di onnipotenza e un disprezzo di qualunque patto sociale che sono sotto i nostri occhi, snaturando valori chiave della forma democratica. Il suo consenso al momento è quasi dimezzato (circa il 35%) rispetto all’inizio del suo secondo mandato, le proteste aumentano in molte città americane ma egli dispone ancora dell’appoggio di alcuni paesi, europei e non, che rappresentano una sorta di internazionale della destra più oltranzista ed estrema.
In questa epifania di una nuova barbarie, che non consente più la leggibilità del mondo, non è permesso tacere, barcamenarsi in equilibrismi di convenienza, prendere tempo come il nostro governo fa in questi giorni. Accompagniamola e difendiamola con impegno, la nostra democrazia.
*politologa, professoressa invitata al Cevipof (Sciences Po) di Parigi, collabora con la Fondazione Feltrinelli e con le riviste ItalianiEuropei e Critica Sociale
La frana di Niscemi ha travolto, insieme alle case, anche la narrazione della premier. Perché c’è fango e fango.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Stavolta, niente passerella nel fango con le galoche ai piedi. Solo un sopralluogo volante, nel senso letterale del termine, in elicottero, ma senza la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen al seguito. Prima di guidare un vertice, nelle chiuse stanze del Comune di Niscemi, messo in ginocchio da una frana tutt’altro che imprevedibile, con il sindaco, il prefetto e la Protezione civile. Per poi spostarsi a Catania.
A pensar male si fa peccato – diceva Giulio Andreotti – ma spesso si indovina. E deve averlo pensato pure Matteo Renzi, al quale una volta ci tocca dare pure ragione: “Da giorni la Sicilia è sotto schiaffo per il maltempo. Giorgia Meloni non ha fatto come fece per l’Emilia-Romagna. Allora lasciò il G7 per andare a fare una sceneggiata ad uso social con gli stivali. In Sicilia invece non ha messo gli stivali. Sapete perché? Perché non può attaccare la Regione come fece in Emilia-Romagna: la Regione è sua. Perché l’ex presidente della regione è lo stesso ministro che ha promesso di ripristinare Italia Sicura e non lo ha fatto. Perché dopo quattro anni di fuffa la gente non crede più alle sceneggiate della premier”.
La frana di Niscemi ha travolto, insieme alle case, la narrazione della premier. Perché c’è fango e fango. Quello della “rossa” Emilia-Romagna, buono per imbrattare gli avversari politici. E quello della “nera” Sicilia, che è meglio tenere il più lontano possibile dai riflettori. Qui la macchina della propaganda rischia di restare impantanata. Con o senza stivali ai piedi.

(ANSA) – La Nato deve essere “reimmaginata”: lo ha detto il segretario di stato Marco Rubio in un’audizione al Senato sulla politica Usa in Venezuela dopo la cattura di Maduro. “La Nato sarà più forte se i nostri alleati saranno più capaci”, ha spiegato. “Più forti saranno i partner Nato e più flessibilità avranno gli Stati Uniti di operare in altre parti del mondo”, ha proseguito il segretario di Stato, per il quale questo non significa “abbandonare la Nato” ma “affrontare la realtà” degli attuali scenari internazionali.
RUBIO: NATO VA RIPENSATA, EUROPEI SPENDONO TROPPO NEL SOCIALE
(AGI) – Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ritiene che la Nato sia ancora “un beneficio” per gli Stati Uniti ma sostiene che l’Alleanza debba essere “ripensata in termini di obblighi. Lo ha dichiarato in audizione in commissione Affari Esteri al Senato Usa. “Il problema e’ che la Nato deve essere ripensata anche in termini di obblighi. E questa non e’ una novita’ per questo presidente.
Diversi presidenti se ne sono lamentati. Credo che questo Presidente se ne lamenti a voce piu’ alta di tutti gli altri”, ha spiegato. “I nostri partner che condividono le nostre idee devono avere capacita’, e questo e’ stato parte del problema dell’erosione delle capacita’ di difesa europee, perche’ hanno preso una grande quantita’ di denaro da questi Paesi ricchi e, grazie all’ombrello della Nato, hanno dato loro la flessibilita’ di spendere una parte enorme delle loro entrate in programmi sociali e non in difesa. Ora forse questa tendenza iniziera’ a cambiare”, ha aggiunto.
RUBIO, ‘IRAN PIU’ DEBOLE CHE MAI, LE PROTESTE TORNERANNO IN FUTURO’
(ANSA) – “L’Iran è più debole che mai”: lo ha detto il segretario di Stato Marco Rubio in un’audizione al Senato, affermando che le proteste in Iran possono essersi affievolite, ma torneranno a divampare in futuro. Interrogato sulla stima del dipartimento di Stato su quante persone siano morte durante le proteste in Iran, Rubio ha replicato che si tratta sicuramente di migliaia.
RUBIO, FIDUCIOSO IN SOLUZIONE SODDISFACENTE PER TUTTI SULLA GROENLANDIA
(ANSA) – In una audizione al Senato americano, il segretario di Stato Marco Rubio si e’ detto fiducioso di trovare una soluzione “soddisfacente per tutti” sulla Groenlandia.
RUBIO, SEGUIAMO CON INTERESSE IL RIMPASTO MILITARE IN CINA
(ANSA) – Gli Usa stanno seguendo da vicino gli sviluppi in Cina, dopo la rimozione di un generale di alto rango: lo ha detto il segretario di Stato Marco Rubio in un’audizione al Senato sulla politica Usa in Venezuela dopo la cattura di Maduro. “E’ una questione interna al loro sistema. Ovviamente non ci stanno condividendo (informazioni, ndr) né parlando approfonditamente di tutto questo, ma è certamente qualcosa che osserviamo con interesse”, ha affermato.
VENEZUELA: RUBIO, CONTROLLO USA SU PETROLIO SARÀ A BREVE TERMINE
(LaPresse) – Il controllo degli Stati Uniti sul petrolio venezuelano sarà a “breve termine”. Lo ha detto il segretario di Stato Marco Rubio nell’audizione in corso davanti alla commissione Esteri del Senato. L’obiettivo degli Usa alla fine dell’attuale fase di transizioone, ha detto Rubio, è avere un Venezuela “amico, stabile e prospero” e “ci vorrà del tempo”.
VENEZUELA: RUBIO, OBBIETTIVO E’ PAESE AMICHEVOLE E DEMOCRATICO
(AGI/EFE) – Dopo la cattura di Nicolas Maduro, l’obbiettivo degli Stati Uniti e’ arrivare a un “Venezuela amichevole, stabile, prospero e democratico”. A spiegarlo e’ stato il segretario di Stato americano, Marco Rubio, in un’audizione alla commissione Esteri del Senato sulla linea dell’amministrazione dopo il blitz del 3 gennaio a Caracas e l’arresto di Maduro e di sua moglie Cilia Flores.
RUBIO, PRESENZA DIPLOMATICA USA IN VENEZUELA TORNERÀ IN UN FUTURO PROSSIMO
(ANSA) – Rispondendo alla commissione esteri del Senato, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto di aspettarsi che la presenza diplomatica degli Stati Uniti torni in Venezuela in un “futuro prossimo”. “Abbiamo una squadra sul posto che sta valutando la situazione e riteniamo di poter aprire una rappresentanza diplomatica americana in un futuro prossimo, il che ci permetterà di ottenere informazioni in tempo reale e di interagire”, ha affermato Rubio.
RUBIO, FATTI MOLTI TENTATIVI PERCHÈ MADURO LASCIASSE MA NON È UNO CHE TRATTA
(ANSA) – Gli Stati Uniti hanno fatto “molti tentativi” per convincere Nicolas Maduro a lasciare il Venezuela volontariamente, ma “non è un tipo con cui si può trattare”: lo ha detto il segretario di Stato Marco Rubio in un’audizione al Senato sulla politica Usa in Venezuela dopo la cattura di Maduro.
RUBIO, ‘DEI 500 MILIONI RICAVATI DAL PETROLIO VENEZUELANO 300 A CARACAS’
(ANSA) – “Duecento milioni dei 500 milioni di dollari ricavati dalla vendita di petrolio sono fermi in un conto, 300 milioni sono andati al governo venezuelano”: lo ha detto il segretario di stato Marco Rubio in un’audizione al Senato sulla politica Usa in Venezuela dopo la cattura di Maduro.
RUBIO, BUONA LINEA DI COMUNICAZIONE CON LEADERSHIP AD INTERIM DEL VENEZUELA
(ANSA) – Gli Stati Uniti hanno stabilito una linea di comunicazione “molto rispettosa e produttiva” con i leader ad interim del Venezuela: lo ha detto il segretario di Stato Marco Rubio in un’audizione al Senato sulla politica Usa in Venezuela dopo la cattura di Nicolas Maduro.
Destra salva-lobby. Altro rinvio per le gare dei balneari. Congelata la riforma sull’accreditamento al Ssn. Un regalo ad Angelucci e ai re della sanità privata. Spunta pure la sanatoria fiscale che si aggiunge al condono edilizio, che però è finito nella mannaia delle inammissibilità

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Slittamento pluriennale delle gare per le concessioni balneari, la mano tesa agli imprenditori della sanità privata e le sanatorie di ogni tipo. Il decreto Milleproroghe, quest’anno più che mai, è diventato uno strumento perfetto per la destra che lo vuole utilizzare per strizzare l’occhio alle lobby amiche.
Gli emendamenti al provvedimento, in esame nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera, sono una summa del pensiero del governo Meloni. Sembra una legge anti-concorrenza. Le difficoltà sono già messe in conto, tanto che per l’approvazione si prevedono tempi lunghi. L’approdo in aula è stato calendarizzato a metà febbraio per un decreto che deve essere approvato, anche al Senato, entro il 1° marzo.

È comunque arrivato puntuale il tentativo di far slittare le gare sulle concessioni demaniali marittime, a dispetto delle bocciature arrivate in tribunale sulla smania di prorogare i tempi dei bandi. La proposta è firmata dalle deputate di Forza Italia, Deborah Bergamini e Rosaria Tassinari, che puntano a rimandare tutto sine die, trovando il supporto dei due deputati valdostani, Franco Manes e Dieter Steger.
Nell’emendamento si prova a condurre in porto un’operazione diversa rispetto al solito: sospendere il percorso verso la liberalizzazione delle concessioni balneari, agganciando la situazione italiana ad altri paesi. In attesa della «definizione di un quadro regolatorio nazionale coerente con le disposizioni applicate negli altri paesi dell’Unione», si legge nell’emendamento, le gare saranno congelate «sino al dodicesimo mese successivo all’applicazione degli esiti delle procedure di infrazione (sull’uso delle zone costiere, ndr) di Spagna e Grecia». Insomma, prima si attende cosa succede a Madrid e Atene, poi Roma penserà ad adeguarsi. Prendendosi, appunto, un anno supplementare.

Sempre in materia di “non libero mercato”, c’è il tentativo di dilatare a dismisura le scadenze per le concessioni agli ambulanti. L’emendamento è stato presentato dalla Lega, a prima firma Silvana Comaroli, e da Forza Italia con Roberto Pella. In questo caso l’intento è quello di far slittare, fino alla fine del 2032, le gare per chi è già titolare di una concessione.
Un irrigidimento della maggioranza che potrebbe tuttavia creare frizioni con il Quirinale. A gennaio 2024, il capo dello stato, Sergio Mattarella, aveva inviato una lettera ai presidenti delle Camere, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, per manifestare le proprie perplessità sulle proroghe predisposte – già allora – in materia di concessioni, sia per i balneari sia per gli ambulanti. Ma, oltre all’aspetto istituzionale, resta il cortocircuito politico: i partiti che si professano liberali, Forza Italia su tutti, si arroccano a difesa degli interessi particolari di precisi settori.

Tra gli emendamenti del Milleproroghe a Montecitorio è arrivato poi un altro grande classico della destra: la norma per non intaccare lo status quo sul sistema di accreditamento al sistema sanitario nazionale. Da quando si è insediato il governo Meloni si sono susseguiti interventi ad hoc per stoppare la riforma, varata dal precedente esecutivo, guidato da Mario Draghi.

Insomma, la destra confeziona l’ennesimo regalo per i big della sanità privata, di cui in parlamento c’è un rappresentante di rilievo: Antonio Angelucci, deputato della Lega e capostipite dell’impero del gruppo San Raffaele, oggi affidato ai suoi figli. Ovviamente la disposizione interessa tutti gli attori del settore, inclusi i gruppi San Donato, Humanitas e Kos.
Il testo, presentato dalla deputata di Forza Italia, Annarita Patriarca, propone di rinviare al dicembre 2027 la riforma, varata dal governo Draghi, che prevedeva un’apertura al mercato dell’accreditamento con apposite gare. In pratica se ne parlerebbe nella prossima legislatura.
Ma non è il solo emendamento che tenta di dilatare i tempi: anche i renziani di Italia viva, con Davide Faraone, puntano a riscrivere la normativa sulle strutture convenzionate. Mettendo come punto iniziale il rinvio dei bandi per aggiudicarsi l’accreditamento.
Al gran ballo delle proposte a favore di lobby, spuntano due cavalli di battaglia della destra negli ultimi venti anni: sanatoria fiscale e condono edilizio. Il forzista Pella propone un’ulteriore estensione, dal 2022 al 2023, del ravvedimento speciale. Insomma, chi non è in regola con i pagamenti avrebbe un tempo supplementare per scongiurare le emissioni delle cartelle esattoriali.

Il tema del condono edilizio, come anticipato da Repubblica, è stato infine rilanciato da Fratelli d’Italia, con l’emendamento della deputata Imma Vietri, seguito da Lega, con il testo firmato da Giampiero Zinzi, e Forza Italia, con la proposta depositata da Patriarca. Una tempistica quantomeno infelice, visto quando sta accadendo a Niscemi. Alla fine, la dichiarazione di inammissibilità (per estraneità al provvedimento) degli emendamenti sul condono, firmata dai presidenti delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio, Nazario Pagano e Giuseppe Mangialavori, ha tolto dall’impaccio la maggioranza. Almeno fino al prossimo tentativo di condono.

(ANSA) – ROMA, 28 GEN – “L’Associazione Magistrati della Corte dei conti apprende, con stupore, della presentazione in sede di conversione del decreto Milleproroghe, di emendamenti parlamentari volti a prorogare fino al 31 dicembre 2026 lo ‘scudo erariale’.
Una simile scelta comporterebbe il perdurare dell’esonero dalla responsabilità per colpa grave per i danni arrecati alle finanze pubbliche, nonostante la recente approvazione della riforma della Corte dei conti che, solo poche settimane fa, ha già ridotto il risarcimento massimo al 30 per cento del danno accertato, con un tetto pari a due annualità di stipendio, e ha fornito una puntuale definizione della nozione di colpa grave”.
Lo afferma in una nota l’Associazione Magistrati della Corte dei conti esprimendo “preoccupazione” e ritenendo che “un’ulteriore proroga dello scudo indebolirebbe in modo significativo il sistema delle responsabilità e la tutela delle risorse pubbliche, risultando incoerente con la scelta, recentemente compiuta dal legislatore, di disciplinare a regime la materia, anche alla luce delle indicazioni della giurisprudenza costituzionale che aveva sottolineato il carattere eccezionale e temporaneo dello strumento”.
L’Associazione auspica quindi che il Parlamento “non proceda a un nuovo intervento estemporaneo su un tema che richiede invece scelte ponderate e stabili, capaci di assicurare un equilibrato bilanciamento tra efficienza dell’azione amministrativa e salvaguardia degli interessi e delle risorse pubbliche”.
Il riferimento è ad alcuni emendamenti di maggioranza (di Lega, FI e Noi Moderati-Maie) che prorogano per un altro anno l’articolo 21 del decreto semplificazioni del 2020 che, in emergenza Covid, stabiliva una limitazione della responsabilità erariale alle sole condotte commesse con dolo, escludendo la colpa grave. Lo scudo era previsto per un periodo temporaneo, successivamente rinnovato fino al 31 dicembre scorso.

(ANSA) – Nuovo tentativo del governo di inserire la norma salva-imprenditori sui lavoratori sottopagati. Inserita a dicembre nella legge di bilancio e poi espunta dal maxi-emendamento della commissione Bilancio per l’Aula del Senato, la norma è ora contenuta in una bozza dell’ultimo decreto Pnrr, all’articolo 18.
Si stabilisce che i datori di lavoro che, sulla base di quanto accertato dai giudici, non pagano i propri lavoratori conformemente all’articolo 36 della Costituzione sulla retribuzione proporzionata, non possano essere condannati al pagamento di differenze retributive o contributive se hanno applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo.
La norma stabilisce che, in presenza di un “provvedimento con cui il giudice accerta, in ogni stato e grado del giudizio, la non conformità all’articolo 36 della Costituzione” (che garantisce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata) “dello standard retributivo stabilito dal contratto collettivo di lavoro per il settore e la zona di svolgimento della prestazione”, il datore di lavoro non possa “essere condannato al pagamento di differenze retributive o contributive per il periodo precedente la data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio se ha applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo” o dai “contratti che garantiscono tutele equivalenti” per il settore e la zona di svolgimento della prestazione.
La disposizione “non si applica se il giudice accerta che il datore di lavoro non applica un contratto collettivo a norma o altro contratto equivalente, oppure se il contratto collettivo applicato non si riferisce al settore economico nel quale il lavoratore ha prestato attività per conto dell’impresa”.
Nuovo round trilaterale 1 febbraio a Abu Dhab. Raid colpisce treno in regione Kharkiv, 4 morti e 4 dispersi. A Kiev due morti e 4 feriti. Kallas: “Russia rimarrà una minaccia a lungo termine”

(adnkronos.com) – “Se Zelensky è pronto ad incontrare Putin, venga a Mosca“. A rinnovare l’invito, dopo le parole del ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha – secondo il quale il leader di Kiev è pronto a incontrare personalmente il presidente russo – è il consigliere del Cremlino, Yury Ushakov, in un’intervista ai media statali rilanciata dall’agenzia Tass.
Secondo Ushakov, Putin non avrebbe mai escluso un faccia a faccia con Zelensky e avrebbe ribadito più volte la propria disponibilità anche pubblicamente. “Se Zelensky è davvero pronto a incontrarsi, saremmo lieti di accoglierlo a Mosca”, ha affermato, sottolineando che la Russia “non ha mai rifiutato e non rifiuta” contatti diretti.
Il tema di un possibile incontro tra i due leader sarebbe emerso anche durante diverse telefonate tra Putin e Donald Trump. Stando alle parole di Ushakov, sarebbe stato proprio il presidente americano a suggerire di valutare un vertice diretto tra Mosca e Kiev.
Dal Cremlino arriva però una precisazione: eventuali colloqui dovrebbero essere accuratamente preparati e orientati a risultati concreti. “I contatti devono essere ben organizzati e finalizzati a obiettivi positivi”, ha spiegato Ushakov, assicurando che, in caso di visita, la sicurezza di Zelensky e le condizioni di lavoro sarebbero pienamente garantite.
In precedenza, Sybiha aveva dichiarato ad European Pravda che Zelensky era pronto ad incontrare Putin per discutere la questione dei territori e della centrale nucleare di Zaporizhia. Il capo della diplomazia ucraina ha sottolineato che Kiev prevede di firmare un piano di pace in 20 punti, a condizione che venga concordato, perché le questioni più delicate, ovvero i territori e la centrale nucleare, restano ancora irrisolte. Sybiha ha definito i negoziati ad Abu Dhabi “molto difficili”, ma ha notato un cambiamento qualitativo nella composizione del team negoziale russo. “Si tratta di persone diverse, e non ci sono state più lezioni pseudo-storiche. Le conversazioni erano molto mirate”, ha detto Sybiha.
Il ministro ucraino ha anche spiegato che l’Ucraina firmerà un piano di pace in 20 punti con gli Stati Uniti, e la Russia farà lo stesso separatamente con gli Stati Uniti. Non ci sarà alcuna firma da parte europea, ma, come ha osservato Sybiha, è presente nel processo di pace e negli accordi sulle garanzie di sicurezza.
Intanto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha annunciato che il nuovo round di colloqui trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina dovrebbe tenersi ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, il primo febbraio. “I negoziati sono previsti per il primo febbraio”, ha dichiarato secondo quanto riferito dall’agenzia Tass, precisando che si tratta di una data “provvisoria”, ma è “quella su cui stiamo lavorando per ora”.
Il gruppo “continuerà senza dubbio a lavorare”, ha detto Peskov. “E’ positivo che i contatti diretti siano iniziati. Sono trattative molto difficili, iniziate a livello di esperti”, ha aggiunto. Due round di negoziati sull’Ucraina si sono svolti a porte chiuse ad Abu Dhabi il 23 e il 24 gennaio scorso. Il 24 l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff aveva anticipato un terzo round per la settimana successiva, vale a dire questa.
Nuova notte di attacchi della Russia contro l’Ucraina. Le forze di difesa aerea di Kiev hanno riferito di aver neutralizzato 103 dei 146 droni lanciati tra il 27 e il 28 gennaio 2026. Lo ha comunicato l’aeronautica militare ucraina, citata da Ukrinform.
Due persone sono state uccise e altre quattro sono rimaste ferite a cause dei raid aerei russi nell’oblast di Kiev, nei pressi della capitale ucraina. “Nella comunità di Bilogorodska due nostri connazionali, un uomo e una donna, sono morti a seguito dell’attacco”, ha affermato Mykola Kalashnyk, capo dell’amministrazione militare della regione di Kiev, in un post su Telegram.
Inoltre, a Kharkiv, tre droni russi hanno colpito un treno con oltre 200 passeggeri a bordo. Almeno quattro le persone uccise, mentre altri quattro passeggeri risultano ancora dispersi e due sono rimasti feriti, ha denunciato Zelensky. “In qualsiasi Paese l’attacco di un drone contro un convoglio civile sarebbe considerato allo stesso modo, come un atto di terrorismo. Non c’è e non ci può essere una giustificazione militare per l’uccisione di civili in un vagone di treno”, ha aggiunto Zelensky sollecitando maggiori pressioni della comunità internazionale sulla Russia. Il ministro per lo Sviluppo, Oleksii Kuleba, aveva reso noto che sul treno da Barvinkove a Leopoli vi erano 291 passeggeri, il procuratore 155. I droni hanno colpito l’automotrice e un vagone passeggeri.
Intanto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, ha a accusato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky di voler interrompere qualsiasi dialogo di pace con la Russia ordinando alle sue forze di compiere attacchi terroristici e contro i civili. “Come risponde il regime di Zelensky ai contatti? Non colpisce per necessità militare o in base alla logica della situazione sul campo di battaglia”, ha dichiarato Zakharova a radio Sputnik.
“Gli attacchi vengono condotti proprio contro la popolazione civile e le strutture sociali. Non si tratta solo di attacchi, sono attacchi terroristici”, ha sostenuto Zakharova. Il motivo di questi attacchi ”è senza dubbio un tentativo di interrompere e far deragliare qualsiasi discussione e progresso verso la pace”, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo.
“La crisi che stiamo affrontando si è aggravata drasticamente nell’ultimo anno. Mentre ci avviciniamo alla ricorrenza dei quattro anni di guerra della Russia contro l’Ucraina, stiamo respingendo attacchi informatici, sabotaggi contro le infrastrutture critiche, interferenze straniere e manipolazione delle informazioni, intimidazioni militari, minacce territoriali e ingerenze politiche. È diventato dolorosamente chiaro che la Russia rimarrà una delle principali minacce alla sicurezza a lungo termine”, ha detto l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, nel suo discorso alla conferenza annuale dell’European Defence Agency.
Kallas isola anche la Cina come una “sfida a lungo termine”, poiché “rappresenta un rischio per il nostro modello economico, minaccia i Paesi nei mari della Cina orientale e meridionale e sostiene la guerra della Russia contro l’Ucraina. A questo proposito, la Cina non è l’unica. Come ha sottolineato Volodymyr Zelensky a Davos la scorsa settimana, la Russia può continuare a costruire armi e a pagarle solo grazie alle importazioni di componenti critici e alle continue vendite di petrolio. Se vogliamo fermare la guerra, dobbiamo tagliare fuori la Russia da entrambi”, avverte.
Parla il professor Tomaso Montanari: “Se i nostri sovranisti obbediscono al governo Usa è perché c’è unità di intenti”

(di Andrea Sparaciari – lanotiziagiornale.it) – “Il ministro Tajani ha confermato che quelli dell’Ice sono come le SS, ma che da noi arrivano quelli bravi…”. Cosi ieri Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena, ha commentato la querelle dell’arrivo delle truppe della famigerata Ice a Milano.
Professor Tomaso Montanari,il ministro Antonio Tajani ieri ha detto che l’Ice non sono le SS… E’ d’accordo? Magari le SS no, ma la Gestapo molto la ricorda…
“Ho letto quella dichiarazione. La cosa bella è che ha detto che non sono quelli che vanno per strada con i passamontagna, ma sono i funzionari. Quindi, il ministro degli Esteri ha sostenuto che ci sono anche le SS, però da noi non vengono quelle, vengono le altre…”.
Un passo avanti…
“Mi fa piacere che il ministro degli Esteri lo riconosca, però è un governo – quello Usa – col quale sono strettamente affini da un punto di vista politico. È il governo del nostro ex principale alleato. Il ministro degli Esteri, a leggere questo testo con attenzione, dice: ‘sì, ci sono le SS, ma quelli rimangono a Minneapolis…’. E’ un testo allucinante, comunque lo si legga. Una barbarie assoluta. A parte che l’ha detto in romanesco”.
Ieri su La Notizia abbiamo raccontato di come il governo Meloni avesse supplicato Washington di non mandare l’Ice ai Giochi: inascoltato. Non le pare ironico che il governo più sovranista della storia repubblicana prima preghi e poi si faccia dare ordini da quello Usa?
“E’ chiaro che da una parte c’è una rivendicazione di sovranità naturalmente risibile, nel senso che rispetto all’America, abbiamo le basi americane ovunque. Ormai si dice “ex-alleato”, ma con intere porzioni di territorio nazionale con le basi militari, per cui la rivendicazione di sovranità da questo punto di vista è veramente ridicola. Ma più che altro, accanto a questo, c’è una Internazionale nera, una Internazionale fascista, che vede una comunità di valori e di intenti, quindi non è soltanto la sottoposizione agli Stati Uniti, è che sono d’accordo sulle cose. Cioè, la possibilità di andare a prendere gli immigrati casa per casa, con quei metodi, è la traduzione operativa di chi prometteva il blocco navale, di chi parla di sostituzione etnica, di distruzione della nostra identità, di complotti naturalmente ebraici, perché ora vanno in sinagoga per il Giorno della memoria, ma poi il regista della sostituzione etnica per loro è George Soros, il magnate ungherese ebreo. Diciamo che se i sovranisti obbediscono, è perché ci credono, in questo caso”.
Oltre all’arrivo dell’Ice due giorni fa ha fatto molto discutere anche la “limitata” la libertà di espressione di Ghali, invitato a cantare alla cerimonia olimpica, ma diffidato dal proferire parola sulla Palestina e Gaza. Non propri lo spirito olimpico…
“Nello stesso momento si dice che Ghali non può parlare di Gaza all’inaugurazione del Giochi Olimpici, perché i valori dei Giochi Olimpici sono l’etica e il rispetto. Ora, a casa mia, parlare contro l’uccisione di decine di migliaia di bambini qualcosa a che fare con l’etica e il rispetto ce l’ha. In ogni caso, se dà fastidio Ghali che parla di Gaza – con una monotona ipocrisia e con un paternalismo legato al fatto che non è perfettamente bianco Gali – e gli si può dire anche che cosa deve dire, allora come i valori olimpici vanno d’accordo con la gente che spara a persone disarmate per strada? Vorrei capire qual è esattamente il profilo di integrabilità fra la presenza dell’Ice e i Giochi Olimpici. O si fanno i Giochi Olimpici o c’è l’Ice. Le due cose insieme nella stessa frase non possono stare”.
Sebbene Tajani dica “non vi preoccupate, non è che vengono qua a stanare casa per casa gli immigrati”, Milano ribolle ed è pronta a scendere in piazza per dire No all’Ice. Sarebbe un bel messaggio da mandare a Donald Trump, forse l’inizio di una resistenza, no?
“Spero che ci sia una rivolta, a volte ci sono cose più gravi per cui ribellarsi, ma notoriamente non c’è una logica della rivolta, per cui spero che se parte da questo, ben venga una rivolta, diciamolo, pacifica perché non siamo l’Ice. Però che qualcuno dica basta, si è raggiunto un troppo pieno, anche le SA o le SS di Trump non le vogliamo, mi parebbe come un segno di buona salute mentale, ancora prima che democratica”.