
(di Marcello Veneziani) – Il mondo non esce più sicuro dal vertice di Pechino tra i due giganti della Terra, Donald Trump e Xi-JinPing. Anzi. Le loro mire evidenti e le loro priorità dichiarate, le loro minacce e le loro prove muscolari, dietro l’ossequio reciproco e i toni amichevoli, non lasciano tranquillo il mondo, sia che le due potenze si contrappongano in una guerra fredda fino a sfiorare il conflitto, sia che si mettano d’accordo sulle nostre teste, contro i nostri interessi, per la spartizione del mondo e delle sue risorse.
Trump fa più paura come temperamento e comportamento, è instabile e furioso, e soprattutto egocentrico; ha messo già a soqquadro il pianeta tra dazi, invasioni, crisi energetica, guerre e minacce, più insulti sparsi lungo tutto l’Occidente. XI-JinPing è assai più misurato ed equilibrato, ha l’aria sorniona dello statista con la grossa testa sulle spalle, non fa passi falsi, appare paziente e prudente. Ma il primo, bene o male guida un Paese che pur tra mille contraddizioni, ha un’impronta cristiana di libertà e umanesimo, di democrazia e diritti umani e il potere ancora dà conto ai cittadini, all’opinione pubblica, ai media e ha breve durata.
Il secondo, invece, è un paese che viene dal dispotismo asiatico, dal regime più sanguinario di tutti i tempi, quello di Mao, mai rinnegato, e tuttora mantiene una struttura totalitaria retta dal Partito Unico, il Partito Comunista Cinese. Inoltre, Trump scade tra un paio d’anni mentre non s’intravedono cambi o svolte nel regime cinese.
Come si è visto anche nel summit, il loro orizzonte comune è la volontà di potenza, e il loro criterio di giudizio è fondato sui rapporti di forza. È parso evidente che il loro primario interesse non è la salvezza del pianeta o dell’umanità ma l’egemonia del proprio Paese, della propria economia e degli interessi geopolitici ed economici che lo muovono. Non è solo una semplificazione dei giornali ma il tema che sta più a cuore alla Cina è mettere le mani su Taiwan e Trump gli ha dato un mezzo nullaosta. Non è una congettura arbitraria prevedere che sulla ex-Formosa si costruirà un possibile do ut des con le aspirazioni statunitensi: dal via libera al controllo dei paesi vicini, dal Venezuela a Cuba, fino al Medio Oriente, per tutelare Israele, e tenere sotto schiaffo l’Europa e non solo. Sull’Iran devono ancora trovare la quadra. Nelle strategie cinesi e americane non c’è nulla che tenga in considerazione il resto del mondo, gli altri paesi, l’umanità e la pace universale: il solo tema che sembra star loro a cuore è la loro leadership e la contesa sul primato mondiale. Anche quando hanno toccato temi universali lo hanno fatto seguendo i loro interessi: sugli equilibri geopolitici nel pianeta come sull’Intelligenza Artificiale l’angolazione dei loro dialoghi è stata pan-cinese e pan-americana. La comune preoccupazione è subordinare il mondo, i poteri privati e delle altre potenze al dominio cinese e a quello americano. Se raggiungono un patto non è per governare gli effetti della tecnica e dell’intelligenza artificiale, ma nel dividersi il controllo sulla base dei rispettivi interessi e stabilire i confini reciproci.
A fare una comparazione storica attingendo alle radici antiche dell’Occidente non è stato il leader occidentale, che nulla sa di storia e di cultura, come del resto quasi tutti i suoi predecessori ma il leader asiatico, che ha citato Tucidide e il precedente classico di Sparta e Atene. Anche se poi, a ben vedere, la citazione di Xi era in realtà made in Usa: la cosiddetta “trappola di Tucidide” non l’ha inventata Tucidide, ma l’ha dedotta Graham Allison nel 2017 in un libro dal titolo inquietante “Destinati alla guerra” che proiettava lo scenario greco nei giorni nostri, nel rapporto tra la Cina e gli Stati Uniti. La tesi desunta da Tucidide è che l’ascesa di Atene, potenza crescente, e la paura di Sparta, potenza calante, rischiano di rendere inevitabile la guerra. Un paragone che può essere letto anche come una minaccia, da parte cinese, benché sia presentato con la logica di prevenire lo scontro, riconoscendosi reciprocamente le ragioni, gli interessi e gli spazi, e legittimandosi a vicenda, senza considerare uno usurpatore o l’altro destinato alla decadenza. È significativo che la Cina si identifichi con Atene e identifichi gli Usa con Sparta: nel racconto prevalente Atene rappresenta la civiltà e il pensiero e Sparta solo la forza delle armi e la potenza di uno Stato militare. Ma ancor più significativo è il messaggio che il leader cinese ha lanciato con quel paragone: noi siamo il futuro, voi siete il passato. Non dovete avere paura di noi, però noi siamo la potenza emergente e saremo la potenza dominante. Fingono di rassicurarci ma ci confermano nei nostri timori.
E noi, dico noi italiani, noi europei? L’unica cosa che sentiamo ripetere da mesi, perfino da un uomo che sembrava totalmente immerso nella finanza, come Mario Draghi, è “Alle armi, corriamo ad armarci!”. Forse le armi sono la continuazione della finanza con altri mezzi… Il bellicismo europeo, pensato in funzione antiRussa è grottesco e sciagurato. È un proposito scellerato perché armarci è già un passo verso la guerra e non un modo per prevenirla, è sempre stato così; quando hai arsenali gonfi di armi alla fine li usi, anche per smaltirli prima che scadano rispetto all’innovazione. E poi, non riusciremo mai con le armi a recuperare il nostro divario rispetto alle potenze del pianeta, ma nel frattempo avremo indebolito i nostri stati, i nostri assetti sociali ed economici, indebitandoci per armarci. Ci guadagnerebbero solo le industrie belliche, non certo i popoli e i paesi.
L’unica cosa vera che sentiamo ripetere anche dai guerrafondai di casa nostra è che ormai è tempo di fare da soli, non possiamo più contare sugli altri, a partire dagli Stati Uniti. Si, l’Europa deve fare da sé, deve ripartire dai suoi singoli stati, dalla rifondazione dell’unione su altre basi con altre prospettive e dalla sua posizione geopolitica e mediterranea, col suo ruolo centrale nel mondo tra nord e sud del pianeta, tra est e ovest.
Trump non è la nostra polizza di salvezza dalla Cina; e XiJin Ping non è la nostra possibilità di salvarci dalla prepotenza dell’ingombrante alleato. Dobbiamo trattare con entrambi, e anche con Putin e gli altri grandi paesi, ma senza sposare nessuno di loro. Non abbiamo altra strada. Speriamo intanto che il vertice fra Trump e XiJinPing non preluda né a un matrimonio né a un conflitto. La nostra salvezza è che resti a metà, nella reciproca e timorosa diffidenza, tra l’abbraccio e lo scontro, entrambi letali, per noi e per il mondo.
Grazie a una deroga che è stata consentita ad hoc da una norma voluta dalla maggioranza: in 4 superano il tetto dei 240mila euro. I dati aggiornati ai primi mesi del 2026 del costo del personale in servizio nella spa del ministero dell’Economia

(di Antonio Fraschilla – repubblica.it) – La società Stretto di Messina ha quattro dirigenti che sforano il tetto dei 240 mila euro, grazie a una deroga che è stata consentita ad hoc da una norma voluta dalla maggioranza. E questo porta il costo complessivo dei 21 dirigenti (erano 19 nel 2024) a circa 6 milioni di euro contro i 4,5 milioni del 2024.
Sono i dati aggiornati ai primi mesi del 2026 del costo del personale in servizio nella spa del ministero dell’Economia che ha l’obiettivo di realizzare il Ponte. Numeri di non poco conto e in costante crescita da quando, per volere del governo Meloni, nel 2023 è stata rimessa in vita la spa e fermato il percorso di liquidazione. Attualmente i dipendenti sono 114 (21 dirigenti e 93 funzionari) per un costo totale di 11,5 milioni di euro: nel 2024, anno di vero avvio della società, i dipendenti complessivamente erano 84 per un costo di 9 milioni di euro. I dirigenti che guadagnano più di 200 mila euro all’anno sono sei, quattro di questi arrivano a cifre tra i 260 e i 360 mila euro.
A fronte di queste cifre, in costante crescita e con deroghe al tetto di 240 mila euro fissato per gli stipendi nelle società pubbliche, l’avvio dei cantieri viene rinviato costantemente: secondo il ministro Salvini la posa della prima pietra doveva avvenire “nell’autunno del 2024”, poi “nella primavera del 2025”, entro “dicembre del 2025” e, adesso, ultimo annuncio, nell’ultimo trimestre del 2026. Il tema centrale resta la delibera Cipess: una prima formulazione è stata di fatto bocciata e non registrata dalla Corte dei conti. Adesso, grazie anche a nuove norme approvate in Parlamento, il governo punta a una accelerazione con la nomina di commissari ad hoc: resta il tema della nuova delibera Cipess che dovrebbe essere presentata alla Corte dei conti per la registrazione entro giugno.
Boccia (Pd): “Chi li ha fermati?”. Per il capogruppo della Lega Romeo “la questione verrà discussa in un’altra sede”

(di Serena Riformato – repubblica.it) – La retromarcia sulla retromarcia, nel giro di poche ore. Il centrodestra fa sparire dalla sua mozione sul caro energia al Senato il punto in cui chiedeva al governo di rivedere al ribasso gli obiettivi sulle spese militari. Nella prima versione del testo, firmato dai capigruppo di maggioranza, si sollecitava l’esecutivo “a mantenere un impegno realistico e credibile in ambito Nato, confermando il raggiungimento del 2% del Pil per la spesa per la difesa e promuovendo una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5%) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici”.
All’inizio della seduta a Palazzo Madama, la vicepresidente Mariolina Castellone ha annunciato che i gruppi di maggioranza hanno presentato una riformulazione del documento sulla sicurezza energetica.
Nella seconda versione del testo il punto – l’ottavo – è stato direttamente rimosso.
Per il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo “la questione delle spese militari verrà discussa in un’altra sede, sarebbe stato problematico inserirlo in una mozione sul caro energia”.
Il dietrofront del centrodestra sulle spese militari aveva subito attirato accuse di incoerenza da parte delle opposizioni che hanno presentato una mozione unitaria a prima firma della senatrice del M5s, Dolores Bevilacqua.
“È una clamorosa marcia indietro su uno dei pilastri della politica estera di Giorgia Meloni o l’ennesima furbata di un governo sempre più in difficoltà?”, chiede Peppe De Cristofaro di Avs. “Da tempo chiediamo al governo di non dare seguito alla folle proposta americana di aumentare la spesa militare al 5% che distoglie risorse dalle vere emergenze dell’Italia e degli italiani. Richiesta sempre rigettata dal governo”.
Per il capogruppo M5s al Senato Luca Pirondini, “quanto sta accadendo in Senato è clamoroso. Ieri il M5s ha presentato una mozione, sottoscritta da tutte le opposizioni, per chiedere la revisione del limite del 5 per cento del Pil per le spese militari. Poco dopo, anche la maggioranza ha presentato una propria mozione che, di fatto, chiedeva la stessa cosa. Tradotto: dopo un anno ci stanno dicendo che quel limite del 5 per cento era una stupidaggine”.
Sulla vicenda, interviene anche il presidente dei senatori del pd, Francesco Boccia: “Prima dell’inizio dell’aula la maggioranza ha deciso, per evitare il confronto, di cancellare la citazione del 5% delle spese militari e di presentare un testo 2 della mozione. Quel passaggio è stato cancellato, è sparito. Chi li ha fermati? Chi ha dato indicazioni in questo senso? È successo qualcosa tra Salvini, Tajani e Meloni o il ministro Crosetto ha ancora una volta dettato un diktat ai gruppi parlamentari? Abbiamo bisogno di saperlo non tanto per la necessità di comprendere l’ormai evidente condizione comatosa della maggioranza, ma per capire dove stiamo andando e chiedere al governo di dare parere favorevole alla nostra mozione e alla maggioranza di sostenerla”.
Il ministro, uno dei principali sostenitori dell’espansione delle colonie, ha parlato di “un atto di guerra” e ha annunciato in risposta l’ordine di evacuazione del villaggio di Khan al-Ahmar

(ilfattoquotidiano.it) – La Corte penale internazionale ha richiesto un mandato di arresto nei confronti del ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich. Lo ha dichiarato lo stesso membro del governo Netanyahu in conferenza stampa, confermando così lo scoop pubblicato nei giorni scorsi da Haaretz e poi smentito dalla Corte. “Ieri mi è stato comunicato che la Corte Penale Internazionale antisemita dell’Aja ha chiesto l’emissione del mandato di arresto nei miei confronti”, ha detto nel corso dell’incontro con i giornalisti, definendo il provvedimento “una dichiarazione di guerra” di fronte alla quale “risponderemo con la stessa moneta”.
Il ministro ha puntato il dito contro l’Autorità Nazionale Palestinese, accusandola di aver fatto pressione sulla Corte: “Le mani sono quelle dell’Aja, ma la voce è quella dell’Anp” riporta il Times of Israel. Smotrich, che ha anche l’autorità sugli affari civili in Cisgiordania ed è uno dei più strenui sostenitori dell’espansione illegittima delle colonie e dell’annessione de facto, ha annunciato la sua risposta al provvedimento del Tribunale: un ordine di evacuazione di Khan al-Ahmar. Il villaggio beduino, situato lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico, è da anni al centro di un contenzioso legale sulla sua demolizione che ha visto coinvolti tribunali israeliani e numerosi attivisti della comunità internazionale. Ospita alcune decine di famiglie della tribù Jahalin, espulsa dalla propria terra d’origine nel Negev e costretta a trasferirsi in Cisgiordania negli anni ’50. Negli ultimi anni è diventato un simbolo internazionale della battaglia israelo-palestinese per il controllo dell’Area C stabilita dagli Accordi di Oslo. L’Anp “ha scatenato una guerra e si troverà ad affrontare una guerra. Io non sono un ebreo sottomesso“, ha aggiunto il ministro che ha poi rivendicato i suoi sforzi per aver creato “oltre 100 nuovi insediamenti” in Cisgiordania e “160 avamposti agricoli”.
Secondo Haaretz, il procuratore capo della Corte penale internazionale ha richiesto l’arresto anche del ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, che insieme a Smotrich è uno dei componenti più estremisti del governo Netanyahu. Altri tre mandati sarebbero destinati alla ministra Orit Strock e a due ufficiali dell’esercito.
Quando la guerra non obbedisce più ai piani di Washington

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La guerra contro l’Iran doveva essere, nelle intenzioni americane, una dimostrazione di forza. Doveva confermare l’idea che gli Stati Uniti possedessero ancora tutte le carte: pressione militare, superiorità tecnologica, dominio navale, sanzioni, intimidazione diplomatica. Invece il conflitto ha mostrato l’esatto contrario: Washington dispone ancora di una potenza enorme, ma non riesce più a trasformarla automaticamente in obbedienza politica.
La proposta americana respinta da Teheran non era, nella sostanza, un piano di pace. Era una richiesta di capitolazione. Le condizioni imposte dagli Stati Uniti toccavano il nodo dello stretto di Hormuz, la restituzione della libertà di passaggio, il congelamento delle capacità iraniane e l’accettazione di un ordine regionale scritto altrove. L’Iran ha risposto con una controposizione che conferma il punto essenziale: non si considera sconfitto. Anzi, ritiene di avere più margini di manovra di quanti Washington voglia ammettere.
All’inizio l’obiettivo dichiarato della guerra era il solito: nucleare iraniano, stabilità regionale, sicurezza di Israele, governo di Teheran. Ma con il passare dei giorni il centro dello scontro è diventato Hormuz. È lì che la guerra militare si è trasformata in guerra geoeconomica. Chi controlla o minaccia Hormuz non controlla soltanto una rotta marittima: condiziona il prezzo del petrolio, le assicurazioni, i bilanci degli Stati del Golfo, la sicurezza energetica dell’Asia e dell’Europa.
La risposta iraniana: non chiudere tutto, ma rendere tutto incerto
Gli Emirati Arabi Uniti avevano costruito una carta di riserva: l’oleodotto da Abu Dhabi verso Fujairah, sul Golfo di Oman, pensato per esportare petrolio senza passare dallo stretto. Era la via di fuga geoeconomica davanti a una crisi con l’Iran. Ma Teheran ha reagito estendendo la propria area di controllo fino a rendere vulnerabile anche quella soluzione. In questo modo il vantaggio emiratino viene neutralizzato.
La differenza operativa è decisiva. Gli iraniani devono controllare una linea marittima più breve, circa 130 chilometri. Gli americani, per imporre il proprio dispositivo, devono coprire uno spazio molto più ampio, indicato in circa 350 chilometri, dalla frontiera irano-pakistana fino alla punta dell’Oman. Una cosa è minacciare una strozzatura geografica; un’altra è presidiare un’intera fascia marittima. La geografia, che i comunicati politici ignorano, torna sempre a comandare.
In questo quadro, l’unico Paese del Golfo che mantiene una vera alternativa è l’Arabia Saudita, grazie all’oleodotto est-ovest verso Yanbu, sul Mar Rosso. Ma anche lì le capacità non sono illimitate. Gli oleodotti hanno portate definite, possono diventare obiettivi e non eliminano la vulnerabilità sistemica del mercato energetico. Basta che Hormuz diventi rischioso perché tutto il sistema petrolifero mondiale venga investito dall’incertezza.
Le carte di Trump e il paradosso della propaganda
Trump ha voluto rappresentarsi come il giocatore che ha “tutte le carte”. Ma la stessa immagine scelta, legata al gioco Uno, si è rovesciata contro di lui: in quel gioco vince chi non ha più carte in mano. La propaganda iraniana ha colto subito l’occasione, mostrando una comunicazione più rapida, ironica e sofisticata di quanto l’Occidente sia disposto a riconoscere.
Il punto non è folcloristico. È strategico. L’Occidente continua a pensare la comunicazione di guerra con categorie vecchie, spesso elementari, fondate sulla dichiarazione muscolare e sulla ripetizione morale. Russi, iraniani e attori mediorientali usano invece una comunicazione più flessibile, simbolica, indiretta, capace di trasformare anche un errore dell’avversario in un’arma psicologica.
Sul terreno militare, la situazione è meno favorevole a Washington di quanto raccontino le dichiarazioni ufficiali. Gli Stati Uniti avrebbero consumato una quota enorme di missili e munizioni, mentre l’Iran, secondo valutazioni citate nel dibattito americano, conserverebbe ancora una parte molto alta dei propri lanciatori e del proprio arsenale missilistico. Teheran sostiene addirittura di aver aumentato le scorte rispetto all’inizio del conflitto, grazie alla produzione continua in impianti sotterranei.
Anche senza prendere alla lettera la propaganda iraniana, il dato resta: l’Iran non è stato annientato. Continua a produrre, lanciare, minacciare, negoziare. Washington ha colpito, ma non ha spezzato la capacità politica e militare dell’avversario. E una guerra contro un avversario che non crolla diventa subito un problema industriale, finanziario e diplomatico.
Il costo della guerra e la frattura nel campo americano
Dentro gli Stati Uniti cresce la consapevolezza che il conflitto possa costare molto più del previsto. Alcune stime arrivano a evocare un ordine di grandezza enorme, fino al migliaio di miliardi di dollari. Anche se il numero fosse eccessivo, indica la direzione del problema: le guerre moderne consumano capitali, arsenali, credibilità e attenzione strategica.
Il paradosso è che Trump avrebbe voluto usare la vittoria sull’Iran come biglietto da visita nel confronto con la Cina. Presentarsi a Pechino da vincitore del Medio Oriente avrebbe dato peso negoziale. Ma una guerra incompiuta produce l’effetto opposto. Non rafforza la posizione americana: la appesantisce.
Persino ambienti neoconservatori statunitensi, tradizionalmente favorevoli alla linea dura, iniziano a vedere il rischio. Robert Kagan, figura centrale di quella cultura strategica, ha riconosciuto che il conflitto non dimostra la potenza americana ma la difficoltà degli Stati Uniti a portare a termine ciò che iniziano. È un giudizio durissimo, perché viene da un ambiente che ha spesso difeso l’interventismo americano.
Riad non cade nella trappola
Il comportamento dell’Arabia Saudita è forse l’elemento più importante. Riad non ha voluto trasformare la crisi in una guerra diretta contro l’Iran. Nonostante attacchi, pressioni e provocazioni, Mohammed bin Salman ha mantenuto una linea prudente. Il principe Turki al-Faisal, già capo dell’intelligence saudita, ha lasciato intendere che una guerra regionale avrebbe servito soprattutto il progetto israeliano di trascinare il Golfo in uno scontro frontale con Teheran.
Questo è il cuore politico della vicenda. Se l’Arabia Saudita avesse risposto militarmente, il Golfo sarebbe precipitato in una catastrofe. Migliaia di morti, infrastrutture energetiche colpite, rotte paralizzate, prezzi fuori controllo. Riad ha invece scelto la freddezza. Ha evitato la trappola, ha mantenuto canali aperti con Teheran e ha persino continuato ad accogliere pellegrini iraniani per il pellegrinaggio alla Mecca.
La lezione è evidente: il mondo arabo, almeno in questa crisi, mostra più maturità diplomatica dell’Europa. Non confonde ogni provocazione con un obbligo di escalation. Non trasforma ogni incidente in guerra totale. Sa distinguere tra interesse nazionale, pressione alleata e rischio sistemico.
La Cina come nuovo centro diplomatico
La crisi iraniana si intreccia con il confronto sino-americano. Prima della visita prevista in Cina, Trump ha imposto nuove sanzioni a società cinesi, cercando di creare una leva negoziale. È il riflesso abituale dell’Occidente: quando non sa negoziare, sanziona. Ma Pechino ha risposto vietando alle proprie aziende di obbedire automaticamente alle ingiunzioni americane.
Qui si vede la differenza con l’Europa. Anche l’Unione Europea disponeva da anni di strumenti giuridici per contrastare l’extraterritorialità delle sanzioni americane. Avrebbe potuto usarli dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, quando Teheran rispettava ancora gli impegni. Non lo fece. Ebbe paura di Washington. La Cina, invece, costruisce sovranità giuridica, economica e strategica.
Oggi Pechino riceve iraniani, russi, interlocutori regionali. Diventa l’epicentro della diplomazia reale, mentre l’Occidente appare più capace di punire che di mediare.
Ucraina, Russia e l’Europa senza strategia
Il discorso si allarga inevitabilmente all’Ucraina. Anche lì l’Occidente ha scommesso su un collasso russo che non è arrivato. L’Europa ha parlato di vittoria, ma non ha mai spiegato davvero quale pace volesse costruire. Ha confuso l’attesa dell’implosione russa con una strategia. Intanto Mosca non mostra segnali di cedimento decisivo, e la crisi petrolifera nel Golfo può persino rafforzarne le entrate fiscali grazie all’aumento dei prezzi energetici.
Gli episodi dei droni in Lettonia mostrano quanto sia fragile la situazione. La reazione iniziale occidentale è stata accusare Mosca, ma alcune ricostruzioni hanno indicato la possibilità che quei droni fossero ucraini, passati attraverso zone di frontiera sensibili. Se Stati membri dell’Unione Europea permettono o tollerano l’uso del proprio spazio per operazioni contro la Russia, entrano in una zona pericolosissima: Mosca potrebbe considerarli belligeranti.
Putin, in questo contesto, non ha detto semplicemente che la guerra finisce. Ha fatto capire che sta finendo la narrazione europea secondo cui la Russia sarebbe destinata a crollare. È una differenza enorme. La guerra può continuare, ma l’argomento occidentale si consuma. Anche in Ucraina esistono ancora legami profondi con la memoria sovietica e russa, come mostra l’interesse per la parata del 9 maggio a Mosca. Questo non significa sostegno all’invasione, ma indica che la società ucraina è più complessa della rappresentazione propagandistica occidentale.
Il tramonto della superiorità automatica
Iran, Hormuz, Arabia Saudita, Cina, Ucraina e Russia raccontano la stessa trasformazione. Gli Stati Uniti restano fortissimi, ma non onnipotenti. L’Europa parla molto, ma pesa poco. Gli alleati non obbediscono più automaticamente. Gli avversari non si spezzano al primo colpo. Le potenze intermedie calcolano. La Cina attende e organizza. L’Iran resiste. La Russia non implode.
La grande illusione occidentale era credere che superiorità militare, sanzioni e propaganda bastassero ancora a governare il mondo. Non è più così. La potenza del XXI secolo non si misura soltanto nella capacità di colpire, ma nella capacità di durare, produrre, controllare i costi, mantenere alleanze, aprire canali, dominare le strozzature economiche e usare il tempo come arma.
Trump può ancora dire di avere tutte le carte. Ma la partita, ormai, dimostra altro: molte di quelle carte sono consumate, alcune non funzionano più, altre sono finite nelle mani degli avversari. E il resto del mondo ha imparato a giocare senza chiedere il permesso a Washington.

(Dott. Paolo Caruso) – Sul caso di Modena gli sciacalli della politica si sono già fatti avanti pronti ad azzannare un povero psicopatico italiano di seconda generazione, ma poco importa, nato a Bergamo e laureato a Milano rimasto disoccupato ai margini della cosiddetta società civile. Una malattia mentale aggravata dalla solitudine e dalla mancanza di servizi sociali e di un trattamento di assistenza psichiatrica adeguato. Il primo ad intervenire con le sue solite panzane razziste non poteva che essere il Ministro ai trasporti e alle infrastrutture, Matteo Salvini, che privo di notizie certe sui fatti sfila l’ identikit e l’ albero genealogico del presunto fantasioso terrorista islamico. Un’ altra perla del ” Cazzaro verde ” dopo quella del 26 gennaio scorso per l’ uccisione rivelatasi poi volontaria dello spacciatore ventiseienne Abderrahim Mansurri da parte dell’ agente di polizia Cinturrino nel boschetto di Rogoredo a Milano. A Modena, un italiano di “seconda generazione” ha compiuto una strage. Nessuna radicalizzazione islamica, ma pura follia e mancata integrazione. È un italiano figlio di marocchini residenti in Italia. Si fa un gran vociare a dare la colpa agli immigrati e a permettere di riorganizzarsi come nella madre patria, come cellule avulse dalla società che li accoglie. Si colpevolizza la religione e quella islamica soprattutto, radicalizzata in alcuni, resistenti all’accoglienza. La nostra società è inquieta perché non si accetta il diverso. Lo si vede un potenziale nemico e attuale usurpatore. Si enfatizzano casi singoli per farne bandiera alla propria ideologia, i partiti della destra estrema soffiano spesso a sproposito sul fuoco mai spento dell’ odioso razzismo. Salvini e Vannacci fanno a gara nel cercare consensi nel radicalismo anti immigrati. Il fatto che a fermare il criminale sono andati oltre a un cittadino italiano due immigrati egiziani che avevano la stessa identità religiosa del folle, ci deve far riflettere, evitando di demonizzare lo straniero, ” il diverso da noi “. Non lasciamoci abbindolare da quelli che del panico, del razzismo, della caccia all’ immigrato ne fanno la loro professione di fede politica. Anche i Media per certi aspetti subalterni alla politica attuale sono corresponsabili nel non dare il giusto risalto ai gravi fatti di cronaca che interessano gli immigrati. Il caso dell’ omicidio a Taranto del bracciante del Mali, Sako Bakami, ad opera di un quindicenne italiano a capo di una baby gang, passato senza grandi clamori e condanne ne è un esempio tra i tanti. Siamo un Paese razzista e Sako Bakami è vittima di un sistema che disumanizza gli “Ultimi”. Il compianto Papa Francesco ci ha lasciato un grande esempio di integrazione. “Todos, todos, todos”, era il suo motto. Abbattere ciò che divide, e cercare ciò che unisce. Due verbi che dovrebbero accomunare l’umanità intera.

“Questa mattina, in Commissione Ambiente, abbiamo audito il Direttore generale per il Ciclo integrato dei rifiuti della Regione Campania, dott. Antonello Barretta, accompagnato dai dirigenti dei settori competenti”. Lo dichiara il presidente della Commissione Ambiente del Consiglio regionale della Campania, Salvatore Flocco, a margine della seduta.
“La Campania produce circa 2 milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti all’anno e la raccolta differenziata si attesta al 58,05%. Un risultato importante ma ancora insufficiente rispetto all’obiettivo del 65%, necessario per avvicinare la chiusura del ciclo e ridurre il ricorso alle soluzioni più impattanti. Le aree interne registrano performance spesso positive, mentre permangono difficoltà nelle grandi aree urbane, a partire da Napoli”.
“Il Direttore generale Barretta ha riferito che per l’anno in corso si stimano circa 80 milioni di euro di introiti dalla vendita dell’energia prodotta dal termovalorizzatore di Acerra. Ho proposto – annuncia Flocco – di convocare una prossima seduta della Commissione Ambiente proprio presso il termovalorizzatore. Vogliamo acquisire dati, verificare i monitoraggi, comprendere i costi, il funzionamento dell’Osservatorio dedicato e le condizioni del territorio di Acerra, che da anni sopporta un carico ambientale rilevante”.
“Grazie al pieno funzionamento dell’impianto di Giugliano, all’avanzamento della rimozione delle ecoballe e alla realizzazione degli impianti di compostaggio, la sanzione imposta dalla Commissione europea è stata ridotta da 120 mila a 20 mila euro al giorno. La vera sfida è superare definitivamente le eredità della stagione emergenziale, aumentare la raccolta differenziata e rendere sempre più residuale il ricorso allo smaltimento e all’incenerimento. Particolarmente importante è anche il lavoro di rimozione delle ecoballe. Restano interventi su Masseria del Re e Lo Spesso, simboli di uno scempio ambientale che ha segnato territori e comunità. Per questo ritengo utile che la Commissione possa approfondire anche questi luoghi, perché la memoria degli errori commessi guidi le scelte future”.
“Ringrazio il Direttore generale Barretta e i dirigenti intervenuti. Il mio obiettivo e quello dei commissari – conclude il presidente – è costruire un rapporto di proficua collaborazione istituzionale con la Direzione, senza rinunciare al ruolo di controllo e indirizzo del Consiglio, con una visione che metta al centro la tutela dei territori, la qualità ambientale e la responsabilità verso le nostre comunità”.
Ingombranti e fontane rotte nell’area verde di piazza Medaglie d’Oro

” I giardini di piazza Medaglie d’Oro, intitolati a Silvia Ruotolo, tornano, anche in questo periodo primaverile, alla ribalta delle cronache, per lo stato di degrado e d’abbandono nel quale continuano a versare. A intervenire, ancora una volta, sulle pessime condizioni dell’area a verde della municipalità 5 del capoluogo partenopeo, che comprende i territori del Vomero e dell’Arenella, situata a pochi passi dal parco Mascagna, anch’esso di recente di nuovo nel degrado dopo gli oltre 500 giorni di chiusura per la riqualificazione, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, che, a seguito di alcune segnalazioni pervenutegli da residenti, ha effettuato un nuovo sopralluogo, realizzando anche diverse fotografie e alcuni filmati a testimonianza di quanto si può constatare al momento.
” Da notare innanzitutto – osserva Capodanno – lo stato precario nel quale versa il manto erboso che, in gran parte dell’area interessata, è totalmente scomparso lasciando il posto ad aiuole brulle o addirittura in terra battuta, senza neppure un filo d’erba. Come se in molti tratti vi sono tappeti di foglie morte che evidentemente non vengono rimosse da tempo “.
” Inoltre – sottolinea Capodanno – tutte le tre fontane a colonna, presenti nel parco, sono ancora rotte. Ad una di esse addirittura è stato sottratto il rubinetto. All’interno del parco risultano abbandonati diversi ingombranti tra i quali un divano a tre posti. Infine i due campi di bocce sono, allo stato, sono del tutto inutilizzabili “.
” Altro aspetto, altrettanto grave – puntualizza Capodanno – è legato allo stato nel quale si trovano le strisce pedonali per raggiungere l’area al centro della piazza, quasi del tutto scompare, costituendo un possibile pericolo per chi attraversa “.
” In conclusione – afferma Capodanno – lo stato generale di tutta l’area interessata, posta al centro di in una delle più belle e antiche piazze del capoluogo partenopeo, è di totale incuria con permanente degrado e abbandono “.
Al fine di realizzare tutte le opere di manutenzione necessaria, che si auspica possano partire in tempi rapidi per restituire pieno decoro a questi giardini, attraverso un progetto organico per la loro riqualificazione, Capodanno sollecita un immediato intervento degli uffici preposti al verde pubblico del Comune di Napoli, che fanno capo all’assessore comunale Santagada, con la richiesta di procedere alle necessarie opere manutentive sia ordinarie che straordinarie, riattivando nel contempo le tre fontane a colonna allo stato inattive, al fine di consentire la fruibilità di una delle poche aree a verde pubblico presenti nell’ambito della municipalità collinare, realizzata, come si ricorderà, al termine dei lavori per la costruzione della stazione del metrò collinare.
Per i parlamentari liberi professionisti

(di Lorenzo Giarelli e Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Basta discriminazioni per i parlamentari liberi professionisti: è ora che pure loro possano accumulare il vitalizio alla pensione piena.
La Lega che faceva le campagne elettorali sull’odiata legge Fornero oggi ha altre priorità in tema di pensioni, stando almeno al disegno di legge appena presentato dalla senatrice Elena Murelli. L’avevamo lasciata durante l’emergenza Covid, quando da deputata era stata una dei “furbetti” a richiedere il bonus Inps destinato alle partite Iva, 600 euro pensati per arginare la crisi da lockdown di chi si era trovato senza poter lavorare. Non certo i parlamentari, che come ovvio hanno continuato a percepire stipendi a 5 cifre ogni mese. Murelli, così come il collega leghista Andrea Dara, era stata sospesa dal partito salvo poi essere serenamente ricandidata e rieletta. Ma quella sui liberi professionisti per la senatrice è una battaglia dopo l’altra, in onore a Paul Thomas Anderson. Cosa succede questa volta?
Il progetto di legge parte da una premessa contenuta nella relazione illustrativa: “Ricoprire una carica elettiva o pubblica comporta un grosso investimento in termini di tempo, rendendo pressoché impossibile continuare a svolgere la propria attività lavorativa o professionale”. Quello del parlamentare, dell’eurodeputato o del consigliere regionale è insomma un mestiere totalizzante, checché se ne dica. Murelli prosegue: “Si prospetta la necessità di sacrificare la propria attività professionale e, conseguentemente, anche la contribuzione previdenziale”.
Per i lavoratori dipendenti pubblici e privati che diventano parlamentari è già previsto un adeguato salvagente, perché se si mettono in aspettativa non retribuita per la durata del mandato possono contare sui cosiddetti contributi figurativi. In sintesi, l’eletto paga una quota dei contributi (intorno al 9 per cento), il resto della quota ce lo mette il pubblico e così ogni anno che passa si avvicina la pensione.
In passato questo meccanismo è stato spesso criticato. L’ultimo caso, rivelato dalle Iene, riguardava l’ex sindaco di Firenze, Dario Nardella, dirigente della ditta General Beverage assunto due mesi prima di mettersi in aspettativa per candidarsi in città. In questo modo, il Comune ha versato per anni i contributi, anche se Nardella è stato operativo in azienda solo per un paio di mesi.
Il meccanismo è simile anche per il Parlamento, a eccezione dei liberi professionisti. Ma ora ci pensa Murelli: il ddl prevede che “i liberi professionisti”, siano essi iscritti o no a “enti previdenziali di diritto privato”, eletti o nominati a “ricoprire funzioni pubbliche”, possano “avvalersi della facoltà di versare contributi volontari, nella misura prevista dalla normativa vigente o dalle norme di settore, relativamente al periodo di svolgimento del mandato elettivo o della funzione pubblica”. Per i parlamentari sarebbe un terno al lotto. Dallo staff della leghista giurano che i contributi sarebbero “interamente a carico del diretto interessato”, anche se nel merito restano dubbi tecnici: parificare la posizione dei liberi professionisti a quella degli altri parlamentari significherebbe anche coinvolgere l’Inps o chi per esso nel versamento dei contributi. La ratio di questa misura – spiega chi è vicino a Murelli – è consentire a tutti i cittadini di impegnarsi nelle istituzioni “senza rischiare di ritrovarsi senza la pensione” avendo trascurato il proprio mestiere. Ci sarebbe il vitalizio, certo, ma è sempre meglio raddoppiare.
“Il cuore desto avrà parole. Letteratura nei tempi inquieti”

La quattordicesima edizione di Salerno Letteratura, in programma dal 13 al 20 giugno, intende tributare un omaggio, né rituale né paludato, ad Alfonso Gatto. Lo fa scegliendo un suo verso (“Il cuore desto avrà parole. Letteratura nei tempi inquieti) che suona come un’esortazione e un auspicio, in giorni inquieti e bui come quelli che stiamo vivendo. Un’esortazione perché un cuore desto è un cuore vigile, capace di cogliere lo spirito del tempo non per adeguarsi alla sua corrente impetuosa ma per provare ad arginarla.
Un auspicio perché questa lucidità di sguardo sul reale si esprimerà con la più potente delle armi, la parola. Gatto aveva il dono della parola. Era un poeta. Alla lettera: un artefice, un costruttore di mondi attraverso il linguaggio. Ecco perché la sua opera ci consegna una testimonianza vivente di libertà.
Numerosissimi gli ospiti che animeranno questa edizione, pronta a trasformare i luoghi del centro storico di Salerno in un grande hub culturale dove una comunità può ritrovarsi nel segno nella cultura. Tra questi Goffredo Buccini, Erri De Luca (a cui è affidata la prolusione), Lucrezia Ercoli, Andrea Moro, Franco Marcoaldi, Horst Bredekamp, Anitiska Pozzi, Massimiliano Smeriglio, Marino Niola, Enrico Terrinoni, Alberto Maria Banti, Marco Lodoli, Emanuele Trevi, Elena Bucci, Andrea Minuz, Gigi Riva, Ruska Jorioliani, Jassin Adnan, Asmaie Dackan, Frank Westermann, Florence Noiville, Gino Castaldo, Rachel Kushner, Brian Evenson, Eliana Liotta, Stefano Bartezzaghi, Vasco Brondi, Valeria Parrella, Tiziano Scarpa.
L’edizione di quest’anno – spiegano i direttori artistici Gennaro Carillo e Paolo Di Paolo, insieme alla direttrice organizzativa Ines Mainieri e alla presidente di Duna di Sale Daria Limatola – vede consolidarsi, e moltiplicarsi, gli sguardi sul mondo attuale: oltre a interventi su temi scottanti come il trumpismo (l’americanista Mario Del Pero) o sul pervertimento del significato delle parole nel discorso pubblico (Venanzio Postiglione, direttore di “Sette” del Corsera), la novità di quest’anno sarà costituita dalle lezioni sul racconto della politica affidate a un’interprete fra le più acute della vicenda politica italiana: Daniela Preziosi, prima da sola, poi col contrappunto di Andrea Fabozzi, direttore del Manifesto. Altrettanto importante la presenza di Giorgio Caravale, sulle manipolazioni della storia a fini di propaganda politica, e di Massimo Bucciantini, sui riusi e gli abusi di Galileo.
Come sempre molto ricche le sezioni Classica e Filosofia: azzardi sulla carta, poi rivelatesi esperimenti felici, grazie al riscontro entusiastico del pubblico.
Prosegue poi la tradizione dei tributi ai classici, contraddistinti da una formula precisa: una lectio intercalata da una lettura scenica. Fra i tributi di quest’anno: Alfonso Gatto, genius loci e dedicatario del festival; Benedetto Croce, del quale sarà presentata in prima nazionale l’antologia dell’epistolario curata per Adelphi da Emanuele Cutinelli Rendina; Ingeborg Bachmann, con la lettura scenica affidata a una delle signore del teatro italiano, Elena Bucci, ormai presenza costante a Salerno; Fabrizia Ramondino.
Anche quest’anno Salerno Letteratura ospiterà i finalisti del Premio Strega, per consentire al pubblico di confrontarsi con alcuni dei più importanti protagonisti della letteratura contemporanea.
Da segnalare poi il Premio Salerno Libro d’Europa, il Premio Demetra e il Premio Letteratura d’impresa che mirano ad aprire sempre di più il festival a un confronto internazionale e al mondo delle professioni.
L’immagine grafica scelta per quest’anno, affidata a Giuseppe Durante, è una sveglia vintage degli anni ‘20/30. Un oggetto meccanico e storico, un’idea che ci ricorda che la poesia di Gatto non è fuori dal tempo, ma è per il suo tempo. Ci ricorda, ancora, che l’eredità di Gatto non è ferma al passato (come un orologio fermo), ma è “vivente”, pronta a suonare ancora per noi oggi.
Una sveglia misura e scandisce il tempo. La sveglia è l’oggetto che interrompe il sonno (l’incoscienza o la passività) per portarci allo stato di veglia.
Il testo esorta a un “cuore desto”, definito esplicitamente “un cuore vigile”. La sveglia non è solo uno strumento temporale, ma un simbolo etico dell’attenzione che Gatto chiede ai suoi lettori di fronte ai “giorni inquieti”. La sveglia, quindi, diventa il simbolo della chiamata all’azione e alla Resistenza, non più un semplice promemoria, ma un atto di volontà.
La stupidità colta, uguale e contraria a quella dei minus habens.

(Gianvito Pipitone) – Qualche mese fa mi sono riservato di abbozzare una piccola fenomenologia dell’asinità: categoria di giudizio per quelle persone che, come indicava già nel XVI secolo il buon Giordano Bruno, non hanno mancato di stupire il mondo per le ragioni più disparate e disperate. Giusto per volerla toccare piano, con un eufemismo.
Cos’altro è dopotutto l’asino assoluto se non una specie di stupor mundi al contrario. Ma non voglio farla lunga qui: chi vuole approfondire la mia dissertazione sull’asinità troverà nei primi due articoli della serie il tema applicato a due episodi colti in contesti reali e opposti: l’ozio in un parco in un giorno di riposo: Fenomenologia dell’asinita’ P. 1 e le orde dei sapientoni da tastiera che vivono sul web: Fenomenologia dell’asinita’ P. 2 .
Oggi andremo invece ad indagare come l’asinità non ami frequentare soltanto le cosiddette anime semplici, senza offesa per nessuno: quelle invertebrate, o quelle che sono convinte, anche in maniera genuina, che “uno vale uno” e che – inesorabilmente – tendono a riprodursi a tinchitè, come si dice dalle mie parti.
Accanto a questi minus habens – detto senza alcuna venatura classista né razzista, ma come pura constatazione contabile – l’asinità si applica con uguale fedeltà alla categoria teoricamente più pregiata: quella dei governanti. Politici e amministratori che, oltre alla responsabilità di guidare un paese, portano sulle spalle anche quella di custodire la cultura nel modo più pluralistico e aperto possibile. E che, cosa più grave, la tradiscono – non di rado – in maniera manipolatoria.
E veniamo al contesto. Nei giorni scorsi, sessanta fra gli intellettuali più autorevoli del paese – tra cui Massimo Cacciari – hanno firmato una petizione contro un documento redatto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Un documento non vincolante, va detto. Ma capzioso nella sostanza: dal momento che le sue linee guida proposte sembrano voler restringere dai programmi di studio al liceo il pensiero di alcuni filosofi. Marx, Spinoza e Leibniz – non proprio gli ultimi arrivati – rischiano cosi di sparire dai programmi ministeriali. Mentre Kant, il padre del criticismo moderno, viene spezzettato in due tranche: una parte va bene, l’altra invece, secondo il Ministero, no. Inoltre, agli insegnanti di filosofia del liceo viene chiesto di scegliere uno solo tra Locke, Hobbes e Rousseau: tre pensatori che, messi nella stessa riga, sono già di per sé una contraddizione, tanta è la distanza che li separa.
Di che parliamo ? Molto probabilmente di una mossa provocatoria, con una volontà precisa: piegare l’inerzia della cultura verso un controllo discrezionale, se non verso una scelta apertamente ideologica. È una direzione che i ministeri competenti, il Ministero della Cultura incluso, stanno percorrendo con crescente spericolatezza.
Bisogna partire dalla tesi che questa destra al potere – avvalendosi di tutti i suoi strumenti di propagazione e propaganda – ha messo al centro del proprio programma culturale un punto ideologico importante per loro: cancellare l’egemonia culturale del centrosinistra. Lo si intuisce, o addirittura lo si sente ripetere spesso da quelle parti, con una facilità che fa quasi tenerezza. Una posizione ardita che, a parti inverse, richiederebbe un gran bel coraggio intellettuale.
Sarebbe insomma come se i governi di centrosinistra degli ultimi decenni avessero provato a cancellare dai programmi ministeriali Pirandello e D’Annunzio, perché vicini al regime fascista, conniventi secondo il parere di alcuni. Stessa questione per i filosofi Croce e Gentile, padri dell’idealismo italiano. Oppure il Futurismo e Marinetti. Artisti e pensatori che la critica un tempo marxista, durante tutto il Novecento, non ha certo mai amato, ma che almeno ha attaccato dall’interno nel merito e con il rigore – ideologico, ma coerente – che si deve a ciò che si conosce.
Proporre di tagliare dai programmi ministeriali alcuni filosofi di area progressista o limitare l’apporto di quelli che hanno gettato le basi dell’Illuminismo critico, appare invece una novità senza precedenti. Ed è un po’ esemplificativo della qualità tutta speciale di questa attuale classe dirigente: la parzialità elevata a metodo. Anche su un terreno, la filosofia, che – almeno finora – era stato il campo di gioco per i più disparati interessi culturali e politici. Il risultato è l’asinità nella sua forma più compiuta: quella colta. E quindi la più grave, perché assurda, maldestra e, in fondo, beffarda.
Eppure, non c’è nulla di sorprendente in ciò che sta accadendo. Da anni viviamo una piccola grande tragedia: la scomparsa del pensiero critico. Succede ovunque, in ogni angolo della vita civile. Il pensiero critico si indebolisce perché non è gradito, perché viene guardato con sospetto, perché non è abbastanza allineato al coro. E così, per paura dello stigma, si smette di esporsi, con conseguenze inevitabili: la stupidità collettiva cresce come erba cattiva, indisturbata.
Sta accadendo, ogni giorno sempre più. Ed è proprio su questo terreno che ormai si può squalificare chiunque, giudicandolo inutile o superfluo: anche Socrate – il padre del pensiero critico – prima ancora di arrivare a Kant, o a liquidare l’Illuminismo di Voltaire come un periodo pericolosamente eversivo.
A che serve dopotutto pensare “in maniera critica” con la propria testa, se ormai ogni risposta arriva con con l’intelligenza artificiale ?
Sembra uno sforzo inutile. E a che serve perdersi nel mare infinito delle informazioni, in un flusso che il nostro cervello non è nemmeno progettato per reggere? È un sovraccarico continuo che non reggiamo più.
Così, seguendo questa logica, fra poco non sapremo fare nemmeno un conto elementare, come molti hanno già dimenticato come si scrive con una penna.
Succede lo stesso con gli articoli troppo complessi: li abbandoniamo dopo dieci righe, senza rimpianti. Preferiamo che qualcun altro li legga, li interpreti, e ci dica cosa pensare.
E per finire, è più o meno quello che accade con il voto durante le elezioni o i referendum: siamo più inclini a pensarla come chi riteniamo simile a noi, senza capire che così facendo spalanchiamo le porte alla stupidità più letale.
Esattamente quella asinità adottata ormai come paradigma da chi avendo capito come funzionano le cose – sta approfittando di questo vuoto per liberarci, uno alla volta, dei fardelli della cultura. Ed è proprio questo il punto. La risposta all’asinità dilagante non può essere un’asinità uguale e contraria da parte di chi governa. Bisognerebbe spiegarlo ai dottori del Ministero: si ha il diritto di rifiutare qualcosa solo dopo averla conosciuta. Non dopo averla soppressa. Vale per Marx. Vale per Spinoza e per Kant. Per Adam Smith come per Nietzsche. Ma prima di non essere d’accordo con loro, bisogna averli letti e magari capiti. Altrimenti, a comandare, resta l’asino

(ilsimplicissimus2.com) – Le cattive azioni rendono, anzi rendono molto. Che la guerra contro l’Iran sia stata un disastro per l’America e invece un buon colpo per la sua amministrazione si sapeva, ma oggi però escono dei conti in tasca più precisi: una recente documentazione presentata all’Ufficio per l’etica governativa degli Stati Uniti ha rivelato che tra gennaio e la fine di marzo sono state effettuate oltre 3.600 transazioni sul conto personale di Trump, che (a quanto pare) è gestito dai suoi figli tramite una società di intermediazione: il valore cumulativo degli scambi è arrivato, secondo le valutazioni sulla scorta delle norme etiche federali a oltre 700 milioni di dollari. Gli acquisti individuali di Nvidia, Microsoft, Broadcom, Amazon, Apple e altre società vanno da 1 milione di dollari a 5 milioni di dollari di valore dichiarato, mentre gli ordini di acquisto di Amd, Intel, Goldman Sachs, Alphabet, Airbnb, DoorDash, Micron, Bloom Energy e altre società si situano in un arco che va dai da 500.000 dollari a 1 milione di dollari di valore dichiarato. Anche il presidente Trump, in via diretta, ovvero senza l’intermediazione dei figli ha fatto migliaia di compravendite di azioni per cifre che vanno di 15 mila dollari ai 25 milioni, con realizzi mediamente superiori al 20%.
Trump ha investito massicciamente in quelle aziende che forniscono l’hardware per la bolla dell’intelligenza artificiale, vale a dire Broadcom, Synopsys, Cadence Design System, Texsas Instruments. Si tratta di aziende che investono nello sviluppo delle infrastrutture dell’intelligenza artificiale e che dunque traggono profitto a prescindere da quale modello prevalga. La transazione che più attira l’attenzione nel documento è quella relativa a Dell Technologies: secondo Fortune Trump ha acquistato azioni Dell il 10 febbraio scorso, con un investimento compreso tra 1 e 5 milioni di dollari, per poi incrementare la posizione con importi minori nel corso di marzo. Non ha mai venduto alcuna azione. Pochi giorni fa, l‘8 maggio, durante un evento alla Casa Bianca per la Festa della Mamma, Trump ha detto al pubblico di “andare a comprare un Dell”. Il titolo è balzato fino al 14,6% durante la giornata e ha chiuso in rialzo di circa il 12%, raggiungendo il massimo storico di 263,99 dollari, con un aumento del 107% dall’inizio dell’anno.
Questo non dovrebbe suscitare meraviglia: Trump non è che lo specchio di oligarchie convinte che tutto possa essere comprato e venduto, che la società intera non sia, alla fine, che mercato e transazione commerciale e lo testimoniano i titoli dei suoi libri che sono tutti una specie di Baedeker di come diventare miliardari e fregare gli altri.
Così non ci si può certo stupire se la Casa Bianca faccia apertamente insider trading o che prenda decisioni con l’occhio alle quotazioni di Borsa, nonostante l’atmosfera settaria e para religiosa che vi regna. Ma qualcuno avanza l’ipotesi che la Casa Bianca stia esitando a lanciare un nuovo attacc0 contro l’Iran, perché l’inevitabile risposta di Teheran contro contro gli impianti petroliferi e gasieri del golfo, innescherebbe un armageddon di Borsa che gli farebbe perdere un sacco di soldi. No so se possa essere vero o meno, ma il fatto stesso che possa essere avanzata una simile ipotesi, rende molto chiaro a quale situazione di degrado politico e geopolitico si sia arrivati in Occidente, dove tutto, ma proprio tutto, passa per i soldi, e nemmeno in una prospettiva di lungo periodo o di prosperità collettiva, ancorché raggiunta a forza di rapine e di stragi, bensì in quella limitata delle speculazioni quotidiane di singoli individui al centro della rete di potere. Il fatto è che un secondo attacco provocherebbe una penuria strutturale di oro nero con conseguenze catastrofiche per i molti Paesi privi di importanti riserve di materie prime energetiche -Europa in testa – e tuttavia questa non sembra essere la preoccupazione più importante perché tutto questo influenzerebbe in primo luogo il mercato obbligazionario e non ci sarebbero conseguenze dirette sui grandi patrimoni, ma solo sui titoli del Tesori e sui risparmi dei ceti popolari. Viviamo, in poche parole, dentro un mondo disfunzionale nel quale è precipitato il motore del denaro.

(dagospia.com) – Interpellanza 2-00844 al ministero della Giustizia, presentata da Vittoria Baldino (M5s)
La sottoscritta chiede di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:
dall’insediamento del Governo Meloni osservatori internazionali, come Reporter senza frontiere e organizzazioni come Media freedom rapid response, hanno rilevato e documentato una crescente e sistematica iniziativa giudiziaria promossa da numerosi esponenti del Governo nei confronti di giornalisti, cronisti d’inchiesta e direttori di testate nazionali;
tale fenomeno si sostanzia in una proliferazione di querele per diffamazione e citazioni in sede civile per risarcimento danni; le azioni appaiono spesso caratterizzate da una sproporzione tra l’asserita offesa e l’entità delle pretese risarcitorie, configurando in molti casi il profilo delle cosiddette «querele temerarie» o Slapp (Strategic lawsuits against public participation), utilizzate al fine di scoraggiare l’attività giornalistica, esercitando una pressione indebita sull’attività d’informazione;
l’Italia è stata segnalata anche dai competenti organismi unionali: il Rapporto della Commissione Ue (2024) ha evidenziato preoccupazione per l’uso sistematico di procedimenti giudiziari contro i giornalisti da parte di esponenti politici in Italia; il Consiglio d’Europa, in diverse allerte pubblicate sulla piattaforma per la protezione del giornalismo, ha citato casi specifici che coinvolgono ministri italiani, definendoli potenziali intimidazioni;
in particolare, il Presidente del Consiglio dei ministri ha mantenuto o avviato diverse azioni legali. Tra le più note, quella contro Saviano e contro il quotidiano Domani. Per quanto risulta all’interpellante, il Vicepremier Salvini ha una lunga storia di querele contro giornalisti e testate (tra cui Piazzapulita e vari cronisti d’inchiesta), molte delle quali antecedenti al mandato attuale ma portate avanti durante lo stesso;
il Ministro dell’agricoltura ha intrapreso azioni legali, tra cui una querela contro una giornalista del quotidiano La Stampa e altri commentatori per opinioni espresse in contesti televisivi o editoriali. Il Ministro del made in Italy è noto per uso frequente di diffide e richieste di risarcimento danni verso alcune testate. Gennaro Sangiuliano, durante il suo mandato da Ministro, ha avviato azioni legali, inclusa una richiesta di risarcimento danni milionaria contro Il Fatto Quotidiano;
risulta, da ultimo, la querela del Ministro Piantedosi contro il sito Dagospia per diffamazione aggravata a mezzo stampa, relativamente alle notizie rese sul rapporto tra il Ministro e la giornalista Claudia Conte. Tale vicenda, al netto delle questioni meramente personali, pone oggettivi e legittimi interrogativi giornalistici su eventuali incarichi ricevuti dalla giornalista;
peraltro, preme in tale contesto evidenziare altresì la grave vicenda dei giornalisti spiati attraverso lo spyware israeliano Graphite. Il Governo continua a negare coinvolgimenti, mentre la società Paragon solutions ha, comunque, rescisso il contratto con l’Italia per violazione del codice etico, che, per l’appunto, vieta lo spionaggio di giornalisti e figure della società civile, e per la mancata collaborazione;
il ricorso frequente allo strumento giudiziario da parte di figure investite di altissime responsabilità istituzionali rischia di alterare il delicato equilibrio tra la tutela dell’onorabilità individuale e il diritto dei cittadini a essere informati su questioni di rilevante interesse pubblico –:
quali iniziative urgenti anche di carattere normativo intendano adottare al fine di rafforzare la libertà della stampa e dei media, la tutela del giornalismo in tutte le sue forme ed espressioni, a salvaguardare i diritti, la sicurezza e le condizioni di lavoro dei giornalisti, in particolare, attraverso il recepimento nell’ordinamento italiano della direttiva cosiddetta anti-Slapp ((Ue) 2024/1069);
se i componenti del Governo che vi hanno fatto ricorso non intendano valutare l’opportunità della remissione delle querele presentate nei confronti dei giornalisti, ovvero di testate giornalistiche;
se non sia opportuno rendersi disponibile verso gli attori dell’informazione, attraverso una costante e periodica convocazione di conferenze stampa, aperte alle libere domande, al fine di rendere conto del proprio operato, quale parte integrante del mandato di Governo;
quali urgenti iniziative di competenza, anche di carattere normativo, intendano assumere per dare piena attuazione al regolamento (Ue) 2024/1083, cosiddetto Freedom act, a tutela del pluralismo e dell’indipendenza dell’informazione;
quali iniziative, per quanto di competenza, si ritenga di intraprendere al fine di tutelare la libertà di stampa e il diritto di cronaca, anche in forma freelance, quale strumento di estrinsecazione anche del fondamentale diritto di informazione per il cittadino, astenendosi dal portare a compimento tutte quelle riforme che possano comportare una compressione di tali diritti costituzionalmente garantiti, nonché ad adottare iniziative normative volte a ripristinare la disciplina precedente alla cosiddetta «norma bavaglio», che limita la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare;
quali iniziative di competenza si intendano assumere, al fine di adempiere pienamente al dettato costituzionale, affinché sia garantito il pluralismo nella sua qualità di valore primario sotteso all’intero sistema dell’informazione, assicurandone l’imparzialità, l’obiettività, la correttezza e la completezza.
(2-00844) «Baldino».
È la prima big del Carroccio a passare con l’ex parà. I fedelissimi del generale: altri passeranno a Futuro nazionale

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Laura Ravetto lascia la Lega e trasloca sotto le insegne del generale Roberto Vannacci. Lo apprende Repubblica. È la prima big del Carroccio a passare con l’ex parà e il suo Futuro nazionale. Nei prossimi giorni, assicurano invece gli amici del militare, la deputata salirà sul palco di uno dei comizi vannacciani, sancendo pubblicamente un passaggio che agita la destra sovranista. L’ex generale le dà il benvenuto: “Accolgo con grande piacere Laura Ravetto all’interno di Futuro Nazionale. Si tratta di una personalità politica di consolidata esperienza, con cinque legislature in Parlamento e ruoli di rilievo ricoperti nel corso della sua attività istituzionale. Sono certo che potrà offrire un contributo importante alla crescita e all’evoluzione di Futuro Nazionale”.

Riparte dal generale, Ravetto, che fu azzurra fervente, volto del berlusconismo televisivo, incarico di sottogoverno nel 2010-2011, con i galloni di sottosegretario ai rapporti con il Parlamento. Fino allo strappo con FI, il trasloco in casa Lega, non più nordista ma nazionale, nel 2020, anno del Covid, fino alla ricandidatura a Montecitorio, sotto lo spadone di Alberto da Giussano. Ravetto è una veterana del Palazzo: cinque legislature alle spalle, parlamentare dal 2006.
Ora il viaggio continua verso Vannacci, il quale non dispone ancora di un partito robusto ma possiede una qualità assai apprezzata in politica: attira telecamere, malumori e transfughi. I fedelissimi del generale giurano che Ravetto non sarà l’unica. Altri esponenti leghisti sarebbero pronti a seguirla nelle prossime settimane, aprendo una crepa ulteriore nel fortino salviniano, già percorso da spifferi, rancori e sondaggi non precisamente trionfali. Ma c’è anche chi replica piccata alla decisione di Ravetto. Come l’eurodeputata leghista Silvia Sardone: “Quando si avvicinano le elezioni politiche un passaggio da un partito all’altro è tipico. Con l’attuale sistema di liste bloccate i passaggi avvengono per opportunità. Mi sembra un dato fattuale. Evidentemente Ravetto non avrà avuto sufficienti garanzie dalla Lega” sulla candidatura. “Magari qualcun altro entrerà nella Lega al suo posto”, ipotizza. Insomma, sarà un’estate calda, quella dei sovranisti. E non soltanto per il clima.
Per l’ex colonnello britannico de Bretton-Gordon gli attacchi di Kyiv mostrano le falle delle difese russe e mettono Mosca sotto pressione. Ma il diplomatico in esilio Bondarev avverte: le élite non possono sfidare Putin e la pace resta lontana. L’analisi e le interviste di Fanpage.it.

(di Riccardo Amati – fanpage.it) – Si chiamano operazioni “Recce Strike”, in gergo militare. Ricognizione e attacco integrato. Usano l’intelligenza artificiale, e hanno riportato la guerra a casa di chi l’ha scatenata. I russi sanno che non stanno vincendo. Parte dell’élite vorrebbe la pace a costo di compromessi. Ma aspettarsi mosse contro Vladimir Putin è irrealistico, dice chi conosce dall’interno il sistema di potere in Russia.
Rappresaglia high-tech
In risposta a tre giorni di attacchi letali su Kyiv – dove sono morte 24 persone – e altre città, tra il 16 e il 17 maggio oltre 600 droni hanno colpito 14 regioni della Russia, nonché la Crimea, il Mar Nero e il Mar d’Azov. Almeno quattro morti, decine di feriti. Presa di mira Mosca. Oltre 400 chilometri dal fronte. Centrata una raffineria. Forse l’unica che finora era stata risparmiata.
A garantire rapidità, precisione e profondità all’operazione, una rete interconnessa di droni da ricognizione, droni kamikaze, droni “madre”, satelliti e sistemi di supporto decisionale fondati sull’intelligenza artificiale. Che crea una mappa condivisa degli obiettivi e delle difese nemiche aggiornata in tempo reale. E può guidare gli ordigni sui bersagli in modo autonomo.
Difese arretrate
“Le operazioni Recce Strike forse non decideranno le sorti della guerra, ma di sicuro stanno permettendo a Kyiv di passare all’iniziativa”, dice a Fanpage.it Hamish de Bretton-Gordon, ex colonnello britannico, tra i più informati commentatori del conflitto ucraino. “Le difese russe non stanno funzionando perché le capacità offensive dell’Ucraina si sono evolute più rapidamente delle capacità difensive della Russia”.
Secondo de Bretton-Gordon, il fatto che Putin temesse per la sicurezza di Mosca durante la parata del Giorno della Vittoria “è la dimostrazione più evidente dell’incapacità di fermare gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo”. Tantomeno nella capitale, “dove è stata concentrata la maggior parte delle difese aeree”. Il Cremlino non può nascondere a un’opinione pubblica sempre più irritata il fallimento
“Sappiamo che la guerra va male”
“Tutti capiscono tutto”, dice a Fanpage.it Irina. “Sappiamo bene che non stiamo vincendo, anche se Putin e la tivù lo ripetono di continuo”. Irina è un’insegnante universitaria in pensione. Vive a Khimki, appena fuori dalla MKAD, la tangenziale della capitale. Il Cremlino dista meno di venti chilometri.
A Khimki si fermò l’avanzata della Wehrmacht nel dicembre del 1941. I droni ucraini domenica scorsa non si sono fermati. Uno ha colpito un palazzo. Altri hanno proseguito fino all’aeroporto di Sheremetyevo, più a nord-ovest. È il più grande di Mosca. Danni limitati. “La gente vuole che la guerra finisca”, spiega Irina. “Non parla perché di queste cose è vietato parlare. Figuriamoci ribellarsi”.
De Bretton-Gordon ritiene che la facilità e la sempre maggiore frequenza con cui Kyiv centra obiettivi strategici in Russia stiano avendo “un enorme impatto” sul regime. In effetti, nell’élite sembra in corso “una lotta tra bulldog sotto un tappeto”, come Winston Churchill definiva gli intrighi interni al Cremlino.
La militarizzatione delle èlite
“Per una parte dell’élite russa, lo stallo sta diventando una crescente fonte di malcontento: la guerra non porta la vittoria sperata, i rapporti con l’Occidente restano tesi, le sanzioni persistono e un’uscita dal conflitto senza gravi costi appare sempre meno probabile”, nota l’ex funzionario del ministero degli Esteri russo Boris Bondarev.
Nei giorni scorsi, Putin ha rimpiazzato i governatori delle oblast di Belgorod e di Bryansk rispettivamente con un generale vicino al capo della Guardia Nazionale Viktor Zolotov – tra i più potenti dei “siloviki” – e con un ex alto funzionario della regione ucraina di Luhansk annessa da Mosca. Alcuni osservatori, tra cui la politologa Ekaterina Schulmann, sostengono che il presidente intende “militarizzare” l’élite.
Guai su tutti i fronti
Le ultime mosse di Putin si possono spiegare almeno in parte con la volontà di bloccare ogni impulso “pacifista” fra le torri del Cremlino. Oltre agli attacchi dei droni, preoccupa il cambiamento della situazione al fronte: da un sostanziale stallo in cui l’iniziativa restava comunque russa, si è passati a progressi costanti degli ucraini nel recuperare territorio.
Secondo i dati e le mappe dell’Institute for the Study of War (ISW), il quadro attuale è quello di micro-avanzate ucraine e forte rallentamento russo. “L’esercito di Mosca è ormai composto quasi interamente da soldati scarsamente addestrati”, sostiene de Bretton-Gordon. “Continua inoltre a perdere circa 1.000 uomini al giorno, dieci volte più dell’Ucraina, riuscendo però a rimpiazzarne solo circa il 30%”.
Tutto questo, mentre l’economia russa entra ufficialmente in fase di contrazione, e le nuove previsioni del governo rivedono al ribasso tutti i principali indicatori. In particolare, la crescita attesa del PIL per il 2026 è stata ridotta dall’1,3% allo 0,4%.
La trappola del potere
Chi afferma che il regime rischia una congiura di palazzo ha ragioni per pensarlo. Eppure con ogni probabilità si sbaglia. “Le élite del Cremlino non hanno modo di rimuovere Putin, anche se lo volessero”, spiega a Fanpage.it Boris Bondarev, alto funzionario del ministero degli Esteri dimessosi perché contrario all’invasione dell’Ucraina. A impedirlo è la stessa struttura del potere in Russia.
Fortemente centralizzato, non dà a potenziali alternative nemmeno la possibilità di nascere. E chi vi è associato dipende in tutto dal presidente e da questa sua guerra. Non solo politicamente ma anche economicamente. Rivoltarsi è di fatto un suicidio. Non necessariamente in senso metaforico.
Il servizio di sicurezza interno, l’FSB è sempre più forte. Controlla e sorveglia tutti. Mina qualsiasi tipo di fiducia reciproca tra chi vorrebbe un cambiamento. Almeno nell’Unione Sovietica esisteva il partito, con un suo sistema di governance collettiva. Nikita Khrushchev fu “dimesso” così. Oggi il partito di governo, Russia Unita “esiste solo come un’estensione dell’autorità personale di Putin”, argomenta il diplomatico russo.
Di fatto, le élite sono intrappolate in un ingranaggio che le danneggia ma da cui non possono uscire.
Pace smentita
Anche chi si aspettasse “aperture” del regime a una pace giusta è molto probabile che si sbagli. Le poche parole di Putin che avevano illuso tanti – noi compresi – sono state forse male interpretate. Certamente subito smentite. Non solo da parole diverse. Ma dal test del missile intercontinentale Sarmat, presunta arma dell’Apocalisse. Dalle esercitazioni delle forze nucleari insieme all’esercito bielorusso. E dalle bombe sull’Ucraina.
Il fatto è che il modello di potere di Putin “richiede un nemico esterno costante”, ha scritto Boris Bondarev su Moscow Times. E neanche sostituire il leader cambierebbe il sistema. Crisi, aggressioni e derive autoritarie si riprodurrebbero.
L’ex funzionario russo spera in una trasformazione interna. Astenendosi da ogni interferenza diretta, l’Occidente dovrebbe impegnarsi a favorirla individuando e sostenendo chi possa aver interesse a cambiare le cose preservando almeno parte della sua posizione e della sua sicurezza.
Serve “una strategia di sconfitta controllata del sistema di Putin”, dice Bondarev. Non un collasso caotico ma un’azione politica che accompagni l’aiuto militare all’Ucraina. Con l’obiettivo di favorire lo smantellamento graduale di un regime “considerato una minaccia non solo per l’Ucraina e l’Europa, ma per la sicurezza internazionale nel suo complesso e per la stessa Russia”.