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Quel regalino che sbaraglia la concorrenza


Aspi chiede una proroga decennale della concessione, che porterebbe la gestione ininterrotta a 92 anni senza mai una gara pubblica. Nonostante i moniti di Bruxelles

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – I soliti italiani, avrà pensato qualche sospettoso a Bruxelles. Ma davvero non si potrebbe dargli torto, a giudicare dal dossier capitato sul tavolo della Commissione. Perché quando ci sono di mezzo concessioni pubbliche nel nostro Paese così allergico alla concorrenza spuntano subito le bolle. E se gli italiani hanno alzato le barricate per i balneari, figuriamoci quando ci sono in ballo le concessioni autostradali. Soprattutto, che concessioni.

Autostrade per l’Italia (Aspi), rientrata nell’alveo pubblico a carissimo prezzo per i contribuenti dopo la tragedia del viadotto Morandi, chiede una proroga di dieci anni della concessione. L’idea gira da un bel po’, ma adesso siamo arrivati al dunque.

La scadenza originaria era fissata per il 2018, poi prorogata per legge di vent’anni per favorire la privatizzazione, nel 1999. Con questa nuova proroga, cui il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini non si manifesta contrario, si arriverebbe al 2048. In questo modo Autostrade per l’Italia, sia pure con differenti azionisti, avrebbe gestito per 92 anni, ininterrottamente dal 1956, la maggior parte della rete autostradale italiana senza mai dover fare una gara. Il governo italiano non ha sentito la necessità di aprire una procedura concorrenziale neppure dopo la tragedia di Genova, con i 43 morti e i danni catastrofici causati dal crollo del viadotto Morandi. Ma anziché revocare la concessione al gruppo Atlantia della famiglia Benetton e assegnarla a un soggetto diverso con una nuova gara (orientamento sostenuto con decisione in una sentenza del 2025 della Corte di giustizia europea), ha scelto di acquistarla a peso d’oro.

L’88 per cento di Autostrade per l’Italia appartiene oggi a una holding controllata per il 51 per cento dalla Cassa depositi e prestiti, la banca del Tesoro. Mentre il restante 49 di questa holding è suddiviso paritariamente fra i fondi Blackstone (statunitense) e Macquarie (australiano). Le quote restanti, rispettivamente il 7 e il 5 per cento, sono possedute da due altri fondi: Appia investments (Allianz-Edf) e Silk road (cinese). Una situazione determinatasi per volontà e decisioni della politica, e che è non è estranea a ciò che sta accadendo.

Autostrade per l’Italia è concessionaria di un servizio pubblico in condizioni non sfavillanti. E non soltanto per l’età avanzata della rete italiana, la più alta d’Europa. Approfondite due diligence svolte (guarda caso) solo in seguito al disastro di Genova hanno appurato che in passato le manutenzioni non siano state eseguite come previsto dai piani finanziari. Il che ha avuto di sicuro l’effetto di gonfiare i profitti, per la felicità dei vecchi azionisti ma con intuibili ripercussioni negative sulla rete. Va detto che il problema non ha riguardato esclusivamente la principale concessionaria, tanto che dopo il crollo di Genova sono venute alla luce magagne un po’ dappertutto. Per dirne una, si è scoperto che il 60 per cento delle gallerie dell’intera rete non erano impermeabilizzate.

Le autostrade avrebbero dunque bisogno di massicci investimenti, ma questa esigenza è in conflitto con l’obiettivo dei suoi attuali azionisti, non meno potenti dei predecessori. Sono fondi speculativi, il cui pressoché unico interesse sono i ricchi dividendi prodotti dai pedaggi. Soldi che invece potrebbero (e dovrebbero) servire per finanziare gli investimenti senza far gravare ulteriormente la spesa e i disagi di manutenzioni non realizzate in passato, come dimostra una indagine dello stesso ministero pubblicata ad aprile del 2025, su automobilisti, autotrasportatori, e contribuenti.

Per capire il gioco basterebbe dare un’occhiata ai piani finanziari di Aspi. La proroga decennale della concessione è motivata con la necessità di sopportare una montagna di investimenti. Il conto dice 34 miliardi. Ma senza privare neppure in minima parte gli azionisti dei monumentali profitti garantiti da tariffe che crescono senza soluzione di continuità. Ce lo spiega una diffida spedita al governo italiano e alla Commissione europea da quei piantagrane dell’Adusbef, un’associazione dei consumatori che a partire dalla tragedia di Genova non dà tregua alla società Autostrade e al ministero delle Infrastrutture. «Il sicuro vantaggio arrecato ad Aspi», c’è scritto a pagina 41, «è dimostrato dal confronto fra l’ammontare dei dividendi che il piano economico finanziario attuale prevede di distribuire ai soci con quello indicato dal piano calibrato sulla concessione prorogata al 2048. Il primo prevede dividenti per 22 miliardi di euro; il secondo per ben 27 miliardi». Riassunto? Lo Stato italiano prima ha sborsato alcuni miliardi per ricomprare una concessione che poteva revocare, rinunciando per giunta a incassare tanti miliardi con una nuova gara, e ora dovrebbe prorogare gratis la stessa concessione per altri dieci anni sobbarcandosi anche il costo di manutenzioni mai fatte in passato. E per di più garantire ai nuovi azionisti, metà stranieri, altri 5 miliardi di dividendi.

Tecnicamente, sostiene la diffida messa a punto dall’avvocato Daniele Granara, la proroga si configurerebbe in tal modo come un aiuto di stato vietato dalle regole europee. Un discreto regalino, insomma. Ma non il solo. L’Adusbef racconta che nello stesso dossier presentato a Bruxelles si profila anche la proroga di un’altra concessione. È quella per i 127 chilometri della Milano-Torino di cui è concessionario il gruppo Gavio. La concessione scade il 31 dicembre di quest’anno ed è tutto fermo in attesa che si decida sulla proposta, anche questa non ostacolata dal ministero delle Infrastrutture, di una proroga di otto anni. Nei mesi scorsi ancora l’Adusbef aveva sollevato il problema, avvertendo che l’inazione del ministero avrebbe potuto rendere tecnicamente impossibile il rispetto della scadenza e di conseguenza l’ingresso dell’eventuale nuovo concessionario per la data del primo gennaio 2027. La sollecitazione è però caduta serenamente nel vuoto, a quanto pare.

E nel pacchetto confezionato dai gestori autostradali sotto lo sguardo comprensivo del ministero, secondo l’Adusbef, c’è anche un terzo regalino. È la concessione del tratto Brescia-Padova dell’A4. Anche questa non verrà messa a gara, bensì assegnata a un soggetto pubblico. «In house», è la formula che lo consentirebbe. Un meccanismo per cui se lo Stato decide di far svolgere un servizio pubblico a una propria società non è obbligato a indire una procedura concorrenziale. Il tratto dell’A4 del quale si parla è in gestione fino al 31 dicembre 2026 a una società privata, la A4 holding, controllata dal gruppo spagnolo Abertis. Ma dal primo gennaio 2027 dovrebbe subentrarle, appunto con un affidamento «in house», la Cav. Acronimo che sta per Concessioni autostradali venete. È una società con capitale ripartito al 50 per cento fra due azionisti pubblici: la Regione Veneto e Autostrade dello Stato, ennesima azienda pubblica creata per rilevare la gestione delle arterie autostradali senza pedaggio.

La ciliegina su una torta bella grossa. «In tal modo circa il 60 per cento della rete autostradale (che garantisce un fatturato annuo di 4 miliardi di euro) sarebbe sottratto alla libera concorrenza», si legge nella diffida dell’Adusbef. E pensare che per assicurare la concorrenza nei settori del servizio pubblico c’è pure una legge specifica. Che viene approvata ogni anno, e perché non ci sia alcun dubbio sulla sua funzione si chiama proprio così: «Legge annuale per il mercato e la concorrenza».


I quotidiani italiani vendono un decimo delle copie rispetto a 25 anni fa


(Mario Catania – lindipendente.online) – «La nota più dolente dal sistema dei media arriva dall’editoria quotidiana, che nel 2025 ha visto la diffusione delle copie cartacee crollare a 1,2 milioni di unità giornaliere, quasi un decimo di quanto si vendeva all’inizio del secolo. Il calo è stato del 9,3% rispetto all’anno precedente». Lo ha detto alla Camera dei Deputati il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Giacomo Lasorella, presentando la Relazione annuale 2026 sull’attività svolta nel 2025. I ricavi delle aziende editoriali sono scesi del 7,9%, e i fondi pubblici, ormai vicini al 10% delle risorse del comparto, diventano un sostegno sempre più vitale. Scomponendo i dati, le vendite di quotidiani cartacei e digitali sono calate dell’8,7%, i prodotti collaterali (libri, riviste, allegati) del 23,6%, la raccolta pubblicitaria del 5,7%.

Sul resto del sistema dei media il quadro è meno drammatico, ma non meno squilibrato. I ricavi complessivi restano sopra i 12 miliardi di euro (-0,6%), penalizzati da un calo della pubblicità del 2,9% che risparmia solo la radio (+1,6%, a 634 milioni). La televisione resta il comparto dominante con 8,9 miliardi di euro (+0,6%) e il 74,1% delle risorse del sistema, mentre l’editoria quotidiana e periodica scivola sotto il 21%. Online, la raccolta pubblicitaria digitale finisce per l’87,5% nelle casse delle big tech: agli editori resta il 12,5%.

Rai, Comcast/Sky e Fininvest/Mediaset controllano ancora il 67% del mercato televisivo, ma le piattaforme globali (Netflix, Dazn, Amazon, Disney+) sono salite al 23,3% grazie ai contenuti premium, un quarto polo ormai strutturale. Il tema del pluralismo torna, in chiave più ampia, nella prefazione della relazione: Lasorella affronta il ruolo dell’intelligenza artificiale generativa nella formazione del consenso pubblico. Il rischio paventato è che le scelte algoritmiche producano un consenso artificiale, riducendo la libera formazione dell’opinione pubblica a una variabile dipendente da decisioni opache: una minaccia alla tenuta democratica, sostiene, prima ancora che un problema di tecnica regolatoria.

Sulla remunerazione degli editori, l’Autorità ha richiamato la sentenza della Corte di giustizia UE del 12 maggio scorso, che ha confermato la legittimità del ruolo di AGCOM nel fissare i criteri dell’equo compenso dovuto dalle piattaforme per l’uso online dei contenuti giornalistici: la vicenda riguarda in particolare il contenzioso tra Meta e Gedi. Sullo stesso fronte, l’Autorità ha segnalato a Bruxelles l’uso da parte di Google di sintesi generate dall’intelligenza artificiale come possibile rischio sistemico per il pluralismo, capaci di sottrarre traffico e remunerazione agli editori senza consenso né compenso.

Passando al fronte del diritto d’autore, l’AGCOM ha esteso la piattaforma Piracy Shield a tutti i contenuti audiovisivi trasmessi in diretta, non più solo sportivi: nel 2025 ha adottato 30 ordini cautelari, bloccando oltre 50mila nomi a dominio e 6.657 indirizzi IP. Il caso più rilevante riguarda Cloudflare, sanzionata per 14,2 milioni di euro per inottemperanza a un ordine dell’Autorità: una sanzione oggi al vaglio di un ricorso, ma che per la prima volta colpisce con questa forza un intermediario tecnico e non un editore illegale.

Per quanto riguarda invece il telemarketing selvaggio, le misure hanno permesso di bloccare, tra novembre e dicembre 2025, oltre 90 milioni di chiamate dall’estero che sfruttavano abusivamente numerazioni mobili italiane, più altri 30 milioni di chiamate anomale su rete fissa. Resta aperto il fronte del gioco d’azzardo: dopo i 12,39 milioni di sanzioni nel 2023 e 1,81 milioni nel 2024, nel 2025 non ne è stata comminata nessuna, complice l’incertezza seguita alla decisione del TAR del Lazio di rimettere alla Consulta la legittimità della sanzione minima da 50mila euro prevista dal Decreto Dignità. Intanto l’Autorità ha messo in consultazione linee guida contro le forme surrettizie di promozione del “gioco responsabile”.

Le regole sui creator digitali considerano “rilevanti” gli account sopra i 500mila follower o il milione di visualizzazioni medie mensili, con obblighi di trasparenza più stringenti proprio nei settori sensibili del gioco e dei prodotti sanitari; nel 2026 i controlli si concentreranno su pubblicità occulta e sponsorizzazioni non dichiarate.

Infine il Digital Networks Act, la proposta di regolamento pubblicata dalla Commissione il 21 gennaio scorso per riunire in un unico testo buona parte della normativa europea sulle comunicazioni elettroniche. Le critiche non mancano: Le aziende del settore delle telecomunicazioni non hanno ottenuto quello che chiedevano da anni: un contributo obbligatorio dei grandi generatori di traffico (Netflix, Google, Meta) ai costi della rete. Il testo prevede solo una conciliazione volontaria, e le associazioni di categoria parlano di “un’evoluzione dove serviva una rivoluzione”. Il timore è che con la misura si ottenga l’effetto opposto: proprio quella conciliazione potrebbe aprire la porta ad accordi capaci di intaccare la neutralità della rete. Anche AGCOM ha espresso riserve nella consultazione pubblica, chiedendo di non toccare gli strumenti che oggi garantiscono la concorrenza e avvertendo che il nuovo obiettivo di “competitività globale” dell’Unione rischia di comprimere le tutele degli utenti finali.


L’ingerenza politica in Rai, lo stallo in Vigilanza: la libertà di stampa in Italia peggiora


Il nuovo rapporto del consorzio Media Freedom Rapid Response individua quattro criticità. Tra queste, anche la forte preoccupazione che riguarda il pluralismo dell’informazione e le azioni legali contro i cronisti

L’ingerenza politica in Rai, lo stallo in Vigilanza: la libertà di stampa in Italia peggiora

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – L’Italia continua a peggiorare sul terreno della libertà di stampa e dell’indipendenza dei media. È il giudizio contenuto nel nuovo rapporto del consorzio Media Freedom Rapid Response, diffuso ora dopo la terza missione di monitoraggio svolta dal sindacato europeo dei giornalisti e organizzazioni a tutela dell’indipendenza del giornalismo a Roma, il 9 e 10 marzo scorsi. Il documento parla apertamente di una “ulteriore erosione della libertà dei media” e individua quattro criticità che, secondo gli osservatori europei, rappresentano un campanello d’allarme per la qualità della democrazia italiana.

Il punto ritenuto più grave riguarda la persistente ingerenza politica nella Rai, definita la tendenza più preoccupante dell’intero sistema mediatico nazionale. A leggere il rapporto, gli attuali meccanismi di governance e di finanziamento del servizio pubblico non sono conformi agli standard previsti dall’European Media Freedom Act. A pesare, secondo gli estensori del documento, è anche la lunga paralisi della commissione parlamentare di Vigilanza, rimasta bloccata per due anni dal boicottaggio della maggioranza e sfociata poi nelle dimissioni collettive dei suoi componenti.

Un secondo elemento di forte preoccupazione riguarda il pluralismo dell’informazione. Il report richiama la recente vendita delle attività editoriali del gruppo Gedi, Repubblica compresa, sottolineando come l’operazione riapra il tema della concentrazione proprietaria dei media e dei possibili conflitti di interesse, con ricadute sull’autonomia delle redazioni.

Il dossier punta poi il dito contro il quadro normativo italiano sulle azioni legali contro i giornalisti. La permanenza della diffamazione penale, tra le più severe in Europa, e il frequente ricorso alle cosiddette Slapp, spesso promosse da esponenti delle istituzioni, vengono indicati come fattori che producono un effetto intimidatorio sull’attività giornalistica. Il consorzio critica inoltre quello che definisce un recepimento “minimo e simbolico” della direttiva europea anti-Slapp.

Il quarto fronte riguarda la sicurezza digitale dei cronisti. L’Italia viene indicata come uno dei casi più preoccupanti emersi dopo lo scandalo dello spyware Graphite, a cui si aggiungono attacchi informatici, tentativi di phishing e altre forme di sorveglianza. Secondo il documento, le misure adottate dalle istituzioni per proteggere giornalisti e fonti si sono rivelate insufficienti e il quadro legislativo necessita di una riforma urgente in linea con l’Emfa.

Il rapporto arriva mentre è già alta la tensione sul tema dell’indipendenza del servizio pubblico. A far discutere sono infatti le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha chiesto ai vertici Rai di verificare le modalità con cui sono state gestite le fonti giornalistiche nella vicenda legata a Report. La Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) protesta: “Il governo vuole mettere le mani sulle fonti dei giornalisti della Rai. Ancora una volta in palese contrasto con lo European Media Freedom Act”, dice il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani. Secondo il sindacato dei giornalisti, la richiesta di un controllo sulle fonti “nasconde il desiderio di violare il diritto-dovere di garantirne la riservatezza” ed è particolarmente grave perché arriva dal ministero che esercita la vigilanza sul servizio pubblico. Per Di Trapani, la vicenda rischia di trasformarsi in “una grande opportunità per chi da tempo prova a liberarsi di Report, mettere a rischio le fonti giornalistiche e indebolire il giornalismo d’inchiesta”.

Una polemica che, letta insieme alle conclusioni del rapporto Mfrr, rafforza il messaggio lanciato dagli osservatori europei: il problema non si limita a singoli episodi, ma definisce un progressivo indebolimento delle garanzie democratiche che dovrebbero tutelare l’autonomia dell’informazione, il pluralismo e la protezione del lavoro giornalistico.


Il crollo americano, Israele e la nuova era


(Tommaso Merlo) – Prima crollano gli Stati Uniti, meglio è per il mondo. L’occasione potrebbe essere la guerra con l’Iran con una disfatta militare ma anche la bancarotta per la chiusura dello Stretto e il tramonto dei petrodollari. Un crollo americano significherebbe anche quello di Israele, un paesello mantenuto artificialmente in vita dai contribuenti statunitensi. Un sogno che grazie a quel perfido rimbambito di Trump potrebbe diventare realtà prima del previsto. A giovarne sarebbero in primis i cittadini americani che dopo anni di quella corruzione legalizzata chiamata lobbismo, otterrebbero dei politici che si occupano dei loro problemi invece di buttare trilioni per insanguinare il mondo a vanvera. Ma ne gioveremmo anche noi colonie europee finalmente libere da una leadership disastrosa nonché tutte le persone con un minimo di sale in zucca. Del resto anche basta, il cocktail micidiale tra la potentissima mafia bellica americana e la lobby sionista ha trascinato il mondo in un inferno. Storia perlopiù censurata. Quando i sionisti si sono resi conto che i loro deliri ideologici erano più grandi di loro, hanno pensato bene di corrompere politica e media americani per realizzarli. Stati Uniti al guinzaglio e colonie europee scodinzolanti al seguito. Risultato, un paesello insignificante come Israele che acquisisce un abnorme potere politico ed alimenta per mano del suo fanatismo sionista decenni di instabilità e guerre in Asia Occidentale ed oltre. Storia perlopiù manipolata. Un diabolico capolavoro propagandistico con le vittime palestinesi spacciate per decenni come i colpevoli dell’ignobile persecuzione subita. E ancora, impunità totale, protezione politica e trattamenti economici di favore come se Israele fosse un avamposto democratico e non un terrificante rigurgito ideologico da secolo scorso. La verità è emersa a livello globale grazie all’immondo sterminio di Gaza ma il fanatismo ideologico piuttosto che rallentare va a sbattere. I sionisti già blaterano di guerra alla Turchia ma prima devono sopravvivere alla resistenza dell’Iran, la civiltà persiana non ha nessuna intenzione di archiviare la sua storia millenaria e tantomeno abbandonare palestinesi e libanesi. Quella contro l’Iran è l’ennesima aggressione illegale farcita di crimini di guerra per conto dei sionisti svenduta alle masse come guerra utile alla stabilità e alla sicurezza. Peccato che ad aggredire per primo gli altri paesi è da sempre Israele e peccato che a detenere la bomba atomica e pure illegalmente e pericolosamente visto la gentaglia che governa a Tel Aviv, è Israele e non l’Iran che al contrario ha sempre rispettato leggi e trattati sul nucleare mentre gli americani li hanno calpestati e stracciati. Una storia manipolata oltre il ridicolo ma intanto l’Iran resiste eroicamente alla terza ondata e contrattacca dopo che gli americani hanno confermato col memorandum la loro caratura politica e morale. Fatti. Da leader del mondo libero, gli Stati Uniti si sono ridotti ad uno stato canaglia zimbello dei deliri sionisti la cui parola non vale nulla. Una leadership egemonica basata sulle bombe e sui dollari che ha collezionato solo danni senza mai riconoscerli e senza mai risponderne. Una leadership egoistica e quindi arrogante, insensibile e miope. Da leader del mondo democratico a simbolo della giungla capitalistica i cui frutti più prelibati sono ingiustizia sociale a livelli tragicomici, spazzatura consumistica e guerra permanente. Anche basta a questo inferno. Serve una nuova era e a giovarne sarebbero in primis i cittadini americani che si libererebbero di quella corruzione legalizzata chiamata lobbismo riconquistando in un sol colpo sana politica e vera democrazia e dietro a loro le scodinzolanti colonie europee. Ma l’Iran intanto resiste eroicamente e tutte le persone con un minimo di sale in zucca sperano nella sconfitta militare e nella bancarotta finanziaria degli Stati Uniti e dei loro complici. Perché serve una nuova era. Non più potenze egemoni ma paesi tutti equamente degni che invece di competere cooperano, non più guerra permanente ma dialogo pacifico, non più propaganda ma verità e ragionamento, non più egoismo ma altruismo perché se ci salviamo lo facciamo tutti insieme. Non più leadership del più ricco e potente ma una comunità internazionale fondata sul rispetto dei dritti umani per tutti che persegue uno sviluppo intelligente. Già, prima crollano gli Stati Uniti e con loro Israele, meglio è per il mondo intero. Un sogno che grazie a quel perfido rimbambito di Trump, potrebbe diventare realtà prima del previsto.


L’ultimo delirio nel mondo dell’atletica in tv


(adnkronos.com) – Cambia tutto nell’atletica in tv. L’Ebu, Unione Europea di Radiodiffusione, ha pubblicato una serie di nuove linee guida per una copertura mediatica ‘rispettosa’ dell’atletica femminile, contro la sessualizzazione delle atlete nelle trasmissioni sportive.

Elaborate in collaborazione con European Athletics e sostenute da atleti olimpici di primo livello (come la saltatrice con l’asta britannica Holly Bradshaw e la saltatrice in lungo serba Ivana Spanovic), queste nuove indicazioni rappresentano una risposta diretta verso “l’oggettivazione delle prestazioni atletiche femminili sullo schermo”.

ATLETICA, NUOVE LINEE GUIDA

L’obiettivo è quello di elevare gli standard editoriali, con la pubblicazione di materiali volti a dare priorità alle competenze tecniche, salvaguardando al contempo la professionalità e la dignità delle donne nello sport. Qualche settimana fa, il direttore esecutivo di Ebu Sport Glen Killane aveva spiegato così la questione: “Lo sport femminile merita di essere visto, trasmesso e valorizzato su un piano di parità. Ci impegniamo a trasformare questo obiettivo in realtà insieme ai nostri membri e partner”.

E ancora: “Queste linee guida rappresentano un importante passo avanti e definiscono chiaramente l’aspettativa che la copertura dell’atletica femminile debba riflettere le capacità tecniche e offrire una narrazione avvincente. Siamo orgogliosi di aver collaborato con European Athletics a questo progetto, dimostrando cosa si può ottenere quando le organizzazioni lavorano insieme per elevare gli standard nelle trasmissioni sportive”.

Il tema è stato toccato anche da Dobromir Karamarinov, presidente di European Athletics: “Noi ci impegniamo a garantire che il nostro sport venga presentato in modo da rispettare e valorizzare tutti gli atleti, indipendentemente dal genere, dalla razza, dalla religione, dall’orientamento sessuale o dal contesto socioeconomico, e questo impegno è al centro della nostra iniziativa ‘Race For Respect’. Mi congratulo con l’Ebu per aver intrapreso questa iniziativa e ringrazio tutti i registi, i cameraman e gli atleti per il loro coinvolgimento. L’unica strada da seguire è quella della collaborazione, del dialogo e della comprensione reciproca tra tutte le parti interessate”.

ATLETICA IN TV, COSA CAMBIA

Entrando nel dettaglio, cambieranno in sostanza le modalità delle inquadrature. Restando alle prove di corsa, per esempio, si legge nel documento: “In pista, diverse eccellenti angolazioni di ripresa offrono al pubblico e ai commentatori una visione tecnica e competitiva delle gare. Tuttavia, queste angolazioni possono talvolta compromettere la visione degli atleti.

Riprendere gli atleti da una posizione al di sotto del bacino rischia maggiormente di produrre immagini poco lusinghiere. Pertanto, è preferibile rimanere davanti all’atleta ogni volta che è possibile o evitare inquadrature molto ravvicinate, specialmente durante i preparativi finali sulla linea di partenza e nei momenti di stanchezza in cui potrebbero crollare sulla pista”. Insomma, una vera e propria rivoluzione. Che punta in primis ad alzare il livello del racconto sportivo in tv.


Il 14 aprile 2027 scatta il vitalizio dei parlamentari: ecco perché il voto anticipato è improbabile


È a rischio il diritto alla pensione per oltre il 43% dei parlamentari se si vota prima di aprile

Il 14 aprile 2027 scatta il vitalizio dei parlamentari: ecco perché il voto anticipato è improbabile

(lastampa.it) – Si apre una fase di incertezza per la maggioranza, con la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze alla Camera, per un solo voto. All’orizzonte si prefigurano diversi scenari, tra cui la correzione del testo al Senato, ma resta irrisolto un nodo che è una nube grigia, ovvero l’ipotesi elezioni anticipate.

Conto alla rovescia e l’ipotesi elezioni in autunno

Si è di fatto avviato un conto alla rovescia che potrebbe portare a elezioni in autunno. Se la scadenza naturale è il 13 ottobre 2027, le prossime elezioni politiche dovrebbero svolgersi l’autunno dell’anno prossimo, ma l’accelerazione sulla legge elettorale potrebbe fornire al governo l’opportunità del voto anticipato, cosa che porterebbe al rischio per molti parlamentari di perdere il diritto al vitalizio.

Cosa prevede la legge? I parlamentari ottengono il diritto alla pensione se sono rimasti in carica per 4 anni, 6 mesi e un giorno. Tornando alla data del 13 ottobre 2022, il calcolo ha poco margine di errore: i parlamentari di prima nomina devono rimanere in carica fino al 14 aprile 2027. E quindi, calendario alla mano, le elezioni anticipate dovrebbero tenersi non prima di domenica 4 aprile 2027 per salvare il diritto alle pensioni dei neoparlamentari.

Ma di che quota parliamo? Del 43,8%, ovvero 265 parlamentari su 605. E il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, ha la fetta più grossa, il 66,1% (quasi due parlamentari su tre). Poi c’è Fi (34,7%) e Lega (23,3%). All’opposizione troviamo Pd (38,1%), il Movimento 5S (39,2%) e Avs (50%).

L’iter della legge elettorale non si arresta

L’iter del provvedimento non si arresta: il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha annunciato dai banchi che sulla legge elettorale si va avanti. Tira tuttavia l’aria del «passo falso»: la reintroduzione delle preferenze era uno degli obiettivi dichiarati del centrodestra e un cavallo di battaglia storico della premier, perseguito anche a costo di un lungo confronto con gli alleati. L’esito di oggi si somma a quello del referendum sulla separazione delle carriere.

L’incognita elezioni Comunali 2027

Nella prossima primavera si voterà in città simbolo anche dal punto di vista del peso politico, ovvero Roma, Milano, Napoli e Torino. Città dove il centrosinistra è forte. La legge prevede il voto tra il 15 aprile e il 15 giugno e in caso di voto anticipato, il governo rischia di perdere voti proprio per un eventuale effetto traino del voto delle comunali.


Daniela Santanchè, chiuse le indagini per bancarotta, falso in bilancio e truffa allo Stato


La Procura contesta alla senatrice di Fratelli d’Italia e ad altre 15 persone, tra cui la sorella e l’ex compagno, ipotesi legate ai fallimenti di Ki Group, Bioera e Umbria srl

Daniela Santanchè, chiuse le indagini per bancarotta, falso in bilancio e truffa allo Stato

(ilfattoquotidiano.it) – Nuovo fronte giudiziario per l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè. La Procura di Milano ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini all’ex ministra del Turismo e senatrice di Fratelli d’Italia, a 15 persone e a una società, nell’ambito dell’inchiesta sui dissesti di Ki Group Holding, Ki Group Srl, Bioera e Umbria Srl. L’atto, firmato dai pm Luigi Luzi e Guido Schininà, rappresenta il passaggio che precede un’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.

Per Santanchè si tratta del terzo procedimento giudiziario aperto a suo carico, dopo il processo già in corso sul caso Visibilia e l’udienza preliminare relativa alla presunta truffa ai danni dell’Inps per la cassa integrazione Covid. Quello appena chiuso dagli inquirenti si presenta però come il fascicolo più articolato e, per l’entità delle contestazioni, anche il più pesante.

I magistrati contestano all’ex ministra, a vario titolo, il concorso nelle bancarotte di tre società nelle quali avrebbe ricoperto incarichi di amministratrice – Ki Group Holding, Ki Group Srl e Bioera – oltre alle ipotesi di falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato. Tra gli altri indagati figurano la sorella Fiorella Garnero, l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro, oltre ad altri amministratori e sindaci delle società coinvolte, tra cui Davide Mantegazza e Antonino Schemoz.

Uno dei capitoli principali dell’inchiesta riguarda Ki Group Holding, società quotata in Borsa e dichiarata fallita nel giugno 2025. La Procura contesta l’operazione con cui venne costituita la nuova Ki Group Srl attraverso il conferimento di un ramo d’azienda che, secondo gli inquirenti, avrebbe lasciato la holding come una “scatola vuota“. Al centro delle accuse c’è una valutazione ritenuta artificiosamente gonfiata di circa 8 milioni di euro: alla nuova società sarebbero stati trasferiti 16 milioni di passività a fronte di soli 11 milioni di attivo.

Sempre per Ki Group Holding viene contestato il mancato pagamento di debiti erariali per circa 3,3 milioni di euro, pari a quasi un terzo del passivo complessivo di circa 10 milioni con cui la società è poi fallita. Gli inquirenti contestano inoltre la distribuzione di dividendi ritenuti inesistenti: 4 milioni di euro nel 2015 e altri 1,4 milioni nel 2016, nonostante, secondo l’accusa, non vi fossero utili distribuibili.

Nel fascicolo compaiono anche due finanziamenti concessi da Banca Progetto nel febbraio 2020: uno da 400mila euro e un secondo da 2 milioni di euro, quest’ultimo garantito all’80% dal Fondo centrale di garanzia. Secondo la Procura, i prestiti erano stati richiesti per finanziare campagne di marketing, ma sarebbero stati utilizzati per trasferire risorse ad altre società del gruppo, in modo difforme rispetto alle finalità dichiarate.

Per quanto riguarda Ki Group Srl, fallita nel dicembre 2023 con un passivo di circa 2 milioni di euro, gli inquirenti contestano un falso in bilancio relativo agli esercizi 2019 e 2020. Al centro dell’accusa vi è l’iscrizione di un avviamento da circa 10 milioni di euro che, secondo la Procura, avrebbe dovuto essere integralmente svalutato. Viene inoltre contestato un aumento di capitale ritenuto fittizio, realizzato attraverso un giro di fondi tra società dello stesso gruppo.

Nel mirino dei magistrati sono finiti anche due pagamenti per presunte consulenze alla società Servizi Societari Sas, riconducibile a Giovanni Canio Mazzaro. Secondo l’accusa si tratterebbe di consulenze mai realmente svolte, per importi pari a 122 mila e 137 mila euro, erogati nel marzo 2021.

Tra le contestazioni figura anche una presunta truffa aggravata ai danni dello Stato. Secondo la Procura, nel marzo 2021 sarebbe stato ottenuto da Invitalia un finanziamento agevolato da 2,7 milioni di euro, insieme a un credito d’imposta di 600 mila euro, attraverso dichiarazioni ritenute false sui requisiti richiesti dalla normativa. In particolare, gli inquirenti contestano che sarebbe stato attestato falsamente sia il mancato rilievo da parte della società di revisione sia l’assenza di contenziosi fiscali e contributivi che, invece, sarebbero stati già pendenti.

Il terzo filone riguarda Bioera, dichiarata fallita nel dicembre 2024. Oltre a presunte distrazioni di risorse verso società collegate, la Procura contesta compensi agli amministratori ritenuti sproporzionati, per un totale di circa 2,1 milioni di euro tra il 2018 e il 2023, nonostante la società presentasse già dal 2019 un patrimonio netto negativo.


Legge elettorale, Meloni sbaglia pure la seconda mossa


Ora il generale al centro del villaggio e Lega e Forza Italia nuova “opposizione”. La premier agita la crisi ma l’emendamento del vannacciano Ziello sulle preferenze vere lanciato da FdI è stato silurato pure dagli alleati: 139 a favore e 233 contrari. Ora deve inventarsi qualcosa. L’opposizione: “Dimissioni”

Legge elettorale, Meloni sbaglia pure la seconda mossa: ora il generale al centro del villaggio e Lega e Forza Italia nuova “opposizione”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Fratelli d’Italia prova a far rientrare le preferenze dalla finestra, votando alla luce del sole un emendamento del futurista Edoardo Ziello. Ma la maggioranza di centrodestra non c’è più, almeno su questa legge elettorale, che pure tra questa sera e domattina verrà approvata, in qualche modo. Così all’ora di pranzo l’aula di Montecitorio respinge il testo, con 233 no a fronte di 139 sì. Con un dato politico rumoroso, ossia che FdI si è aggrappata ai vannacciani pur di confermare la sua voglia di preferenze. E Lega e FI sono rimaste ancora dall’altra parte, dopo il tonfo di ieri sera sull’emendamento meloniano. Ergo, per le opposizioni ormai c’è un fatto politico nuovo, ossia “la nascita della nuova minoranza di governo FdI-Vannacci” scandisce il capogruppo dei Cinque Stelle Riccardo Ricciardi, durissimo: “Si è creata la composizione politica di chi ci ha messo la faccia ed ci ha aggiunto la feccia”.

Boati, proteste, applausi. “Dovete convocare la capigruppo” esorta la dem Chiara Braga. “Vi siete ancora divisi, per effetto di Vannacci” rilancia il renziano Davide Faraone. E’ caos. Per l’evidente soddisfazione dei vannacciani, che ovviamente imperversano. A emendamento appena bocciato, tirano fuori i cartelli: “Partiti padroni? No! Cittadini sovrani”. Il presidente di turno, il meloniano Fabio Rampelli, li fa ritirare dai commessi. Ma ora, che si fa? Il presidente del Senato Ignazio La Russa, che FdI l’ha fondata, riconosce: “Questa vicenda sulle preferenze ha un significato politico rilevante e non tocca a me valutarlo. Fa bene Meloni a considerarlo un motivo di riflessione importante, ma mi pare che si stia esagerando sul voto che riguardava un emendamento”.

Tradotto, un governo non può cadere per questo. Ma ora la premier chiederà alla sua maggioranza chiarimenti, nel dettaglio. Per capire se e come si può continuare. Mentre le opposizioni continuano a urlarlo: “Dimissioni”.


Ritratto di Walter Lavitola


(Carlo Tarallo – dagospia.com) – Valterino Lavitola amico di Sigfrido Ranucci: a leggere i giornali di questi giorni, sembra la notizia del secolo.

Chi invece, come chi scrive, su questo disgraziato sito ne ha narrato le gesta una quindicina di anni fa, ai tempi d’oro, quelli dello “scoop” sull’Avanti! sulla casa di Montecarlo acquistata da Giancarlo Tulliani, cognato dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, sa bene che Valterino Lavitola è un personaggio che ha attraversato la storia recente dell’Italia repubblicana avendo rapporti amichevoli praticamente con tutti.

Guascone, simpatico, perennemente in equilibrio tra le zone bianche e grigie della politica e del sottobosco della stessa, massone, ritenuto vicino ai servizi, coinvolto in tante inchieste, Valterino, che ha appena compiuto 60 anni, è stato ed è uno di quelli che se un giorno scrivesse un libro farebbe tremare, alla sola notizia della imminente pubblicazione, mezza Italia.

Nel 1984, appena 18enne, si iscrive al Partito Socialista Italiano. Fonda la cooperativa giornalistica International press, che dal dicembre 1996 diviene proprietaria ed editrice del quotidiano “L’Avanti!”  (che si presenta in edicola con una testata graficamente identica a quella dello storico quotidiano del Psi, ma con una differenza: la sua testata si chiama L’Avanti!, con l’articolo determinativo e l’apostrofo) che gode del sostegno politico di alcuni esponenti socialisti poi confluiti nel centrodestra di Silvio Berlusconi, come Renato Brunetta e Fabrizio Cicchitto.

Ma Valterino è assolutamente trasversale: nel 2011, quando il suo nome, dopo l’affaire-Montecarlo, è sinonimo di intrallazzo, e tutti fanno a gara a disconoscerne conoscenza e amicizia, la giornalista d’inchiesta Rita Pennarola, sulla “Voce delle Voci”, scrive: “Ora non perde occasione per sparargli addosso, un giorno sì e l’altro pure. Ma la verità è che a sdoganare i Lavitola è stato proprio lui, il giustizialista e dispensatore di norme morali Antonio Di Pietro”.

Il commento, colto al volo fra le battute di alcuni peones durante la kermesse di Vasto, proprio mentre il “tribuno” Di Pietro sul pulpito cavalca l’onda montante del giustizialismo nel Paese, più che uno sfogo di pancia sembra il racconto di fatti realmente accaduti”.

Che c’azzecca, direbbe l’interessato, Di Pietro con Lavitola? C’azzecca: a fare da collante tra i due è un altro personaggio noto alle cronache politiche e giudiziarie dell’epoca, il giornalista Sergio De Gregorio, napoletano.

Dopo collaborazioni con “L’Espresso”, la Rai, “Paese Sera”, Fininvest, De Gregorio nel dicembre 1996, per poche settimane, assume la direzione de “L’Avanti!” di Lavitola.

Le strade dei due si ricongiungeranno anni dopo: “E’ precisamente l’11 ottobre del 2005”, scrive ancora la Pennarola, “quando la srl Editrice Mediterranea viene iscritta al Registro imprese della Camera di Commercio di Roma con il numero 241367. Il capitale sociale, costituito dai canonici 10mila euro, è suddiviso fra Antonio Lavitola (classe1967, cugino di Valter Lavitola ed amministratore unico della società), l’aversano Tommaso D’Alesio e il giovanissimo Marco Capasso.

Una terna di stretto entourage del giornalista napoletano Sergio De Gregorio, all’epoca già noto per le sue scorribande editoriali, ma non per questo meno deciso a fare il grande salto verso il Parlamento, i cui portoni gli erano appena stati chiusi in faccia da Silvio Berlusconi in persona”.

Forza Italia, dunque, non ne vuole sapere. E chi apre le porte della politica, alla fine, a De Gregorio? La Democrazia Cristiana per le Autonomie, il movimento guidato dall’attuale deputato di Fdi Gianfranco Rotondi.

De Gregorio si candida con Rotondi alle regionali della Campania del 2005: non viene eletto ma risulta il primo della lista con 9.741 preferenze.

Manco il tempo di chiudere i seggi e De Gregorio flirta con Antonio Di Pietro, al quale porta in dote i voti ottenuti e, scrive la Pennarola, “un quotidiano di partito nuovo di zecca, pronto ad intercettare le provvidenze pubbliche. Edito, why not?, dalla società made in Lavitola, direttori editoriali lo stesso De Gregorio e il senatore Idv Nello Formisano, con il figlio di quest’ultimo, Antonio Formisano, in prima fila tra i redattori”.

Alle politiche 2006 De Gregorio diventa senatore di Italia dei valori, ma è di nuovo show: passa immediatamente con la Casa delle Libertà, e viene eletto Presidente della Commissione Difesa con i voti di quelli che, fino a poche settimane prima, erano i suoi avversari politici. Di Pietro tenta inutilmente di farlo dimettere, e poi lo allontana. E Valterino?

E’ sempre lì: “De Gregorio, via Di Pietro”, scrive la Pennarola, “sbarca alla corte di Berlusconi, ma restano nelle sue mani il quotidiano “Italia dei Valori” e l’editrice capitanata da Lavitola.

La questione torna in ballo nel 2010 quando scoppiano gli scandali dell’inchiesta sui grandi appalti per il G8 della Maddalena.

Perché salta fuori che l’appartamento di Via della Vite 3 a Roma, sede della “Editrice Mediterranea”, era stato dato in affitto a Lavitola dall’uomo di punta della “cricca”, Angelo Balducci.

Ed era precisamente in quella sede che aveva la sua redazione il quotidiano di Italia dei Valori. Lo conferma lo stesso Di Pietro sul suo blog, nel tentativo di replicare alle verbalizzazioni dell’architetto Angelo Zampolini ai magistrati di Perugia”.

Nel 2011 è latitante, indagato per estorsione ai danni del premier Silvio Berlusconi (da questi smentita, ma per la quale è stato poi condannato per tentata estorsione): con il Cav aveva rapporti telefonici frequenti.

Memorabile una telefonata tra i due del 2009, intercettata: “Siamo nelle mani dei giudici di sinistra”, si sfoga Berlusconi con Valterino, “che si appoggiano a ‘Repubblica’ e a tutti i giornali di sinistra, alla stampa estera.

Per cui o io lascio, che dato che non sto bene per niente ho anche pensato di fare, oppure facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera. Portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di Giustizia di Milano, assediamo Repubblica: cose di questo genere, non c’è un’alternativa”.

Valterino risponde con serafica calma: “Presidente, però se mi permette la prima opzione scordiamocela”.

Un ritratto di Valterino dell’8 settembre 2011, firmato da Fabrizio D’Esposito sul “Fatto Quotidiano”, lo descrive così: “Da editore penetra nella lobby dei giornali di piazza Mignanelli, dove ha sede anche l’ufficio di Gigi Bisignani, il faccendiere della P4 amico di Gianni Letta.  Lavitola, racconta chi lo conosce, lavora per scalzare Bisignani dal ruolo di consigliere del Principe. Come emerge anche dalle telefonate intercettate con Berlusconi.

‘Bisignani è uno stronzo’, dice Lavitola. I legami con la P4 però sono vari. Per esempio: la raccomandazione al maresciallo La Monica, amico di Alfonso Papa, per l’Aise e la casa a Roma per Tarantini, procurata da un armatore legato a Papa.

La prima volta che il nome di Lavitola finisce in prima pagina”, aggiunge D’Esposito, “è nell’estate del 2010: il viaggio carioca di B. con serate di lap dance. Il quarantenne lucano si accredita come rappresentante di Palazzo Chigi”.

Perché lucano? “Valter Lavitola”, leggiamo in un articolo del “Quotidiano del Sud” dell’ottobre 2011, “personaggio del momento al centro delle cronache nazionali ed internazionali, è stato residente a Noepoli, in provincia di Potenza, dal 9 gennaio 1986 al 30 gennaio 2008.

Aveva trasferito la residenza anagrafica nel paese di origine della sua famiglia, (in cui era nato suo padre Giuseppe nel 1911), proveniente da Napoli, in cui ha vissuto realmente gran parte dei suoi anni, mentre tre anni fa si è trasferito a Roma.

Nel piccolo paesello di 985 abitanti di Noepoli, all’interno del Parco nazionale del Pollino, Valter, da tutti i compaesani era apostrofato con l’appellativo di “Ciociò”, pare che cosí lo avesse battezzato da piccolo sua sorella Maria. “So che la sua famiglia ha una casa, credo in via Foscolo”, dice un concittadino, “vicino i suoi parenti (cugini) l’avvocato Gennaro Lavitola (detto Rino, persona molto stimata e perbene, già presidente dell’Ordine degli Avvocati del Foro di Lagonegro) e suo fratello il dottor Pasquale Lavitola (endocrinologo e diabetologo presso il vicino ospedale di Chiaromonte, ndr).

Suo padre era uno psichiatra famoso, a Napoli forse era il numero uno. Si sa che ha fatto anche alcune perizie per don Raffaele Cutolo, capo boss della Nuova Camorra organizzata”.

Nella sua famiglia in passato vi è stato anche un longevo sacerdote, monsignor Leonardo Lavitola. Nel cimitero una cappella dai marmi possenti intitolata alla “Famiglia Lavitola” accoglie il riposo di suoi parenti e antenati. Tutti o quasi professionisti. Nel monumento cittadino posto dinanzi al municipio c’è anche un Lavitola, Leonardo, morto come soldato per salvare la Patria. In definitiva i suoi compaesani non hanno avuto parole negative”.

E qui occorre aprire una parentesi. Qualche quotidiano, in questi giorni, ha sottolineato che il babbo di Valter, Giuseppe Lavitola, diagnosticò a Michele Senese, detto ‘o pazzo, capo dell’omonimo clan, una “schizofrenia paranoide in disturbo di personalità antisociale e ritardo mentale”.

Capirai che scoop: Giuseppe Lavitola fu un illustre psichiatra, che diagnosticò una malattia mentale pure a Raffaele Cutolo, famigerato capo della Nuova camorra organizzata. Lavitola senior era di casa a Procida, isola dove Dagospia, mentre tutti i giornali lo segnalavano all’estero, nel settembre 2011 scrisse che Valterino aveva trascorso il ferragosto.

Arrivano i guai giudiziari: il primo settembre 2011, il gip di Napoli, Amelia Primavera, emette un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Valterino per estorsione nei confronti di Berlusconi (negata dal Cav) e lui precisa: “E’ passata sui media la notizia che sono latitante. Non è vero. Sono all’estero per lavoro”.

Il 14 Il gip di Bari, Sergio di Paola, ha ordinato l’arresto di Valter Lavitola per il reato di induzione a mentire (il cado delle escort e Giampaolo Tarantini). Il 16 aprile 2012 Lavitola torna in Italia e si costituisce. Dopo 13 mesi in cella a Poggioreale, gli vengono concessi i domiciliari a casa della moglie a Roma.

Nell’ottobre 2013 torna in prigione, stavolta a Regina Coeli: “La sesta sezione della Corte d’appello di Napoli”, scrive all’epoca il Fatto Quotidiano, “gli contesta di avere violato gli arresti domiciliari. Nel maggio scorso, dopo tredici mesi di prigione, a Lavitola era stato concesso di scontare il resto della condanna per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi a casa della moglie a Roma.

A incastrare il giornalista, una telecamera fatta installare dalla procura di Napoli nel cortile dell’abitazione: poco dopo avere filmato il faccendiere, il dispositivo di sorveglianza è stato distrutto da un’altra persona.

Sull’episodio, che risale allo scorso agosto, sono in corso indagini da parte del nucleo regionale di polizia tributaria della Guardia di Finanza. Proprio le fiamme gialle hanno inviato alla procura generale presso la Corte d’appello la relazione in base alla quale è stato disposto il nuovo arresto di Lavitola.

Nel momento della concessione dei domiciliari, all’uomo era stato applicato un braccialetto elettronico per controllare che non evadesse. In questo caso, il dispositivo non ha fatto alcuna segnalazione”.

Nel marzo 2016 Lavitola esce di galera (era a Secondigliano). Inizia la sua seconda vita, quello che lo porta ad aprire il famoso ristorante a Roma. Valterino è uomo di mondo, e sa come entrare nelle simpatie dei personaggi famosi: è sempre stata la sua specialità.

“Lo scrittore Fulvio Abbate”, scrive Simone Canettieri sul “Corriere della Sera”, “in questo locale, due sale, il bancone della pescheria e un dehors, è di casa e qui ha scritto con Bobo Craxi ‘Gauche caviar’, come salvare il socialismo con l’ironia .

‘Certo, sono un frequentatore del locale, e mi sono riavvicinato a Valter negli ultimi anni dopo gli scontri che ebbi con lui dopo la morte di mio padre per la gestione dell’ Avanti! : questa storia mi sembra pazzesca, anche perché Sigfrido, un agitatore maoista i cui metodi giornalistici non mi fanno impazzire, stava sempre qui con noi’, dice il figlio di Bettino Craxi.

E allora ecco, il tavolo d’onore in fondo a sinistra di Lavitola, che intanto parla in spagnolo con due signore. Un porto di mare, specie a cena, frequentato da giornalisti affamati di retroscena, politici anche del M5s, qualche vecchia gloria socialista, residenti senza puzza etica sotto il naso, gente a caccia di informazioni. E poi, per dire: Patty Pravo e Pupo.

‘Valter lo conosco da una vita e mi fornisce il pesce, ai tempi della casa di Montecarlo di Fini lo denunciai. Mi è capitato di cenare da lui anche con Ranucci, al quale ho sempre contestato il metodo Report nei confronti di Fratelli d’Italia. Una volta Valter mi ha chiesto un consiglio politico, ma gli ho detto che non mi occupo più di politica’, ricorda Italo Bocchino.

La sera andavamo da Lavitola, altro che in via Veneto. ‘Lasciamo in pace i socialisti, sono stato un cliente, è vero, ma in rare occasioni. Valter spesso è il peggior nemico di sé stesso, anche se ancora non mi sono fatto un’idea’, aggiunge Fabrizio Cicchitto.

Un oste così negli anni è riuscito a portare ai suoi tavoli anche Michele Santoro, che ai tempi di Berlusconi fece inchieste su di lui. È un caso degno di Pepe Carvalho, il detective mangione di Vázquez Montalbán”.

Ha fatto outing Paolo Mieli, non esattamente un giornalista qualunque: “Se fosse davvero Lavitola ad aver organizzato l’attentato contro Ranucci”, argomenta Mieli, ospite di “In Onda” (La7), come riporta il Fatto, “sarebbe un attentato d’amore. Ma io non credo a questa ipotesi”.

Pochi giorni fa, Mieli ha raccontato di aver cenato con Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola insieme, proprio nei giorni immediatamente successivi all’attentato del 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report. E ha rivelato: “Ho potuto vedere con mano che sono due amiconi che si fidano l’uno dell’altro, che sono amici da gran tempo”.

Mieli conosce Ranucci da vent’anni, Lavitola da circa un anno. La cena, ha precisato, è avvenuta in un ristorante portato da un’amica comune. Da lì, osservando i due amici nelle settimane successive, ha ricostruito il quadro psicologico e politico che, a suo avviso, spiega gran parte della vicenda: “Andando avanti e rivedendoli in tappe successive ho capito una cosa: la politica è come l’eroina. Lavitola ha fatto politica con Craxi, poi con Berlusconi, è finito in prigione. Poi però torni sempre lì”.

E qui entra il dettaglio più inedito: Lavitola si era messo in testa di fondare un partito e di lanciare un progetto politico con Ranucci come leader. Per preparare il terreno, l’imprenditore faceva sondaggi e commissionava questionari sulla popolarità del giornalista.

Un documento di 21 domande, intitolato “Indagine potenziale elettorale”, testava proprio l’appeal di Ranucci come possibile candidato terzo del centrosinistra, capace di superare lo scontro Schlein-Conte. Lavitola aveva coinvolto nello studio anche altri giornalisti e, secondo quanto emerso, aveva mostrato a Ranucci alcuni risultati preliminari che lo davano in forte crescita.

Mieli ha precisato: “Io non avevo capito che lui pensasse a Ranucci come leader”. E ha aggiunto di non credere che Lavitola sia il mandante dell’attentato (“Non mi pare così fesso da prendere un cameriere, quattro disgraziati, fargli fare una cosa che è immediatamente rintracciabile. Mi sembra una cosa da film I soliti ignoti”).

Ma, nell’ipotesi in cui lo fosse, secondo l’ex direttore del “Corriere della Sera”, la lettura cambia radicalmente: “Allora è un finto attentato. Io l’ho definito un attentato d’amore organizzato per accrescere la fama di Ranucci e aiutarlo in questa impresa”.

Il giornalista ha anche anticipato le narrazioni più maliziose: “Poi vedrai che alcuni giornali diranno addirittura che Ranucci era d’accordo con Lavitola, che era una combine. Tant’è vero che l’attentato è per strage, ma ha fatto danni relativi a due macchine, non è certo un attentato come Piazza Fontana”.

Era l’8 luglio, e Mieli è stato buon profeta. In conclusione: non abbiamo la più pallida idea di cosa sia successo, di chi abbia organizzato l’attentato a Ranucci, di cosa sia successo tra lui e Lavitola, e del resto ancora non lo sa nessuno. Quello che si sa, però, è che se un giorno Valterino Lavitola deciderà di scrivere un bel memoriale sui giornalisti e i politici che ha conosciuto e frequentato, a Ranucci dedicherà un capitolo magari due, su almeno una cinquantina. Almeno.


Le carceri esplodono e Nordio scompare


Nordio sembra essersi eclissato mentre le carceri chiedono interventi urgenti e intanto il governo pensa a riempirle.

Le carceri esplodono e Nordio scompare

(di Andrea Sparaciari – lanotiziagiornale.it) – A.A.A. Guardasigili referenziato cercasi, per intervento urgente sulle carceri sovraffollate, rese ancora più invivibili del solito, causa ripetute e insistenti ondate di calore africano. Astenersi ex pubblici ministeri pensionati, che del destino dei reclusi hanno dato ampia dimostrazione di non aver particolare cura. Sfortunatamente l’annuncio di lavoro andrà deserto, perché noi un ministro della Giustizia già lo abbiamo, sebbene da quando ha clamorosamente perso il referendum sulla riforma della giustizia, i colleghi tengano Carlo Nordio lontano dai riflettori e lui stesso pratichi la raffinata arte della tanatosi (cioè si finge morto).

Il che, in sé, visti i tentativi di riforma, non sarebbe neanche una brutta notizia, se la sua inesistenza non andasse a discapito di migliaia di donne e uomini, costretti a boccheggiare per il caldo.

Ieri l’“Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” in occasione della giornata nazionale per la dignità delle persone private della libertà ha visitato 34 istituti penitenziari in tutta Italia.
“Abbiamo visto tantissimi giovani: se ne parla tanto ma non ce ne si occupa mai davvero”, ha commentato Don Ciotti appena uscito dalla Casa di Reclusione di Milano Opera. Ma il fondatore di Libera sbaglia.

L’iniziativa di articolo 27 è arrivata proprio nel giorno in cui il Consiglio dei ministri ha varato l’ennesimo Decreto sicurezza, l’ennesimo giro di vite, l’ennesimo inasprimento delle pene, l’ennesima creazione di nuovi reati. L’ennesimo provvedimento muscolare, per espressa volontà della premier Giorgia Meloni, è stato concepito per colpire i “maranza“ (è bene ricordare che tra Decreti sicurezza e Decreti Caivano, la popolazione carceraria minorile italiana si è impennata)…

Perché se il Guardasigilli latita nell’intervenite su prigioni che sono al collasso, il governo lavora alacremente per riempire quelle celle in nome della propaganda. Mentre i reclusi danno di matto fino, in alcuni casi, all’estremo gesto. Ma non è priorità di questo esecutivo. Evidentemente.


Salutame a Giorgia


La disfatta di Meloni tentata dalla crisi: “Ha vinto la palude”. La premier alla vigilia ai vice: se non passa, si va alle urne. Poi la riflessione e i sospetti su “chi vuole il pareggio”

La disfatta di Meloni tentata dalla crisi: “Ha vinto la palude”

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – «Non mi faccio impallinare così». Cala la sera su Palazzo Chigi ed è l’ora della collera di Giorgia Meloni. Inviperita con leghisti e azzurri (e pure con qualcuno dei suoi, anzi qualcuna, le deputate erano le più scontente per il nuovo meccanismo, che le penalizzava). Da giorni la premier temeva il trappolone degli alleati. Non a caso, l’altro ieri, alla vigilia del voto, in una video call d’emergenza con Matteo Salvini Antonio Tajani, li aveva messi in guardia, con la minaccia più ruvida e detonante possibile: «Ve lo dico chiaramente: se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto».

E ora, dunque, tutti alle urne? Calma. Sul fare della notte, la stessa premier invita i suoi alla prudenza, esclude di salire subito al Quirinale, per l’intoppo su un emendamento. Anche se la frustrazione monta. Nelle prossime settimane, si vedrà. È innegabile però che lo scenario non sia più un’ipotesi dell’irrealtà. Un ragionamento, sottotraccia, si sta facendo. Nel post serale, vergato a ferita sanguinante, Meloni lascia aperto ogni spiraglio. Frasi così, annotate su Facebook: «Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude». Soprattutto, «anche nella maggioranza – scrive Meloni – sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione». Considerazioni decisamente più cariche d’incognite e possibili sviluppi politici di quelle, scontate, contro l’opposizione che chiedendo il voto segreto «non ci ha messo la faccia», come la premier aveva chiesto in via preventiva sempre su Fb, e che all’esito della votazione «ha esultato come se avesse vinto il Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i parlamentari».

La “riflessione” è già iniziata. Meloni a sera sente i due vice. Mentre nei corridoi del Transatlantico, un paio di ministri, a taccuini rigorosamente chiusi, non si sbilanciano: si vota? «Vediamo». Sibillino il capodelegazione di FdI, Francesco Lollobrigida, che pure, come Bignami e Tajani, sulle prime minimizza sostenendo che si sia trattato di una «cosa puntiforme» non di un dissenso «organizzato», ma aggiunge che se ci saranno conseguenze «lo vedremo quando sarà il momento». Nella cerchia della premier sono ore frenetiche. Si ragiona su pro e contro del clamoroso strappo. Tra i vantaggi, racconta un meloniano di peso, «c’è il fatto che Vannacci ancora non si è organizzato e che le opposizioni, dopo il referendum, hanno perso quella spinta. Ma è presto».

Intanto è l’ora dei veleni. Dei sospetti. Della caccia al franco tiratore. La premier vorrebbe conoscere i nomi, uno per uno. C’è irritazione, ai piani alti di FdI, per l’assenza di Lorenzo Fontana, che non ha presieduto al momento del voto, sguarnendo i meloniani di Fabio Rampelli, subentrato alla guida della Camera. Ma c’è risentimento pure verso i leghisti del Nord, che non volevano le preferenze, così come per gli azzurri “tendenza Marina”, che Tajani non controlla. Tossine sul presunto “partito del pareggio”, che vorrebbe tenersi il Rosatellum puntando a una legislatura senza maggioranze politiche. A proposito di franchi tiratori: nella video-call dell’altro ieri, entrambi i vicepremier hanno risposto così alla premier: «Giorgia, noi ci impegniamo ma con il voto segreto è impossibile escluderli». Salvini, per avere le mani pulite, ha fatto spedire nella chat di gruppo dei deputati un messaggio perentorio: ordine tassativo di essere tutti presenti e di votare sì. Ma il senatore Gianmarco Centinaio, alla festa dell’ambasciata francese, gongolava leggero: «Una serata bellissima, tanto non cambia nulla». Si vedrà.

Certo, Meloni a un certo punto deve avere sperato che la partita si potesse raddrizzare e dribblare l’incidente, se ha deciso di giocarsi il tutto per tutto: il governo, che era intenzionato a “rimettersi all’Aula” sull’emendamento, come annunciava al gruppo forzista Elisabetta Casellati in mattinata, alla fine ha invece espresso “parere favorevole”. Trasformando poi la bocciatura in un caso politico eclatante.

Che fine farà la legge elettorale? Occhio alle parole di Ignazio La Russa. Che alle 21.20 ricorda che si potrà giocare un secondo tempo al Senato, dove sul punto non è previsto il voto segreto e ci sarà la «possibilità concreta di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera». Salvo poi fare parziale retromarcia mezz’ora dopo, precisando con alcuni cronisti a Palazzo Madama: «Se si è trattato di un infortunio, è facile recuperare al Senato, se invece le ragioni fossero diverse, ha ragione Meloni e si apre un momento di riflessione seria che tocca al governo».


Conte-Avs, avanti contro i bellicisti alla Gentiloni


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Sembra che un ex ambasciatore a capo di un reputato istituto di ricerca nostrano abbia dichiarato: “Un giorno gli storici potranno analizzare le cause del conflitto russo-ucraino, noi dobbiamo sospendere il giudizio e schierarci”. È una logica molto diffusa tra gli analisti che attingono, coscientemente o meno, all’eredità culturale di Carl Schmitt, politologo tedesco secondo il quale la dimensione costitutiva del potere è data dalla dialettica amico-nemico. La politica sarebbe quindi una decisione arbitraria in grado di scegliere i nemici interni ed esterni allo Stato. Si comprende quale involuzione autoritaria prefiguri una concezione simile e per sua natura opposta alle teorie di Hans Kelsen, inclini a una regolamentazione giuridica del potere.

[…] Ho letto l’intervista rilasciata a La Stampa dall’ex premier Paolo Gentiloni, un politico che ha fatto la sua carriera all’ombra di Renzi e si è contraddistinto, rispetto al suo padrino, per la pacatezza delle posizioni, un moderato esemplare, il miglior interprete della componente maggioritaria democristiana del Pd. Le sue tesi belliciste proprio per questo fanno un certo effetto. Gentiloni critica la Meloni, rea di non partecipare alle coalizioni di “volenterosi” che su input macroniano si formano in Europa. Dovrebbero presidiare l’Ucraina o quello che ne resterà quando l’avanzata della Russia, oltre alla Crimea e ai quattro oblast, riuscirà a conquistare anche Odessa. Il sostegno finanziario e militare a Kiev, secondo Gentiloni, deve restare granitico dopo oltre quattro anni di guerra. Un milione di vittime ucraine non sembrano farlo esitare. Le cause del conflitto non esistono e comunque non sono rilevanti. Non importa se l’Ucraina, che aveva nella sua Costituzione la neutralità, fu trasformata in uno Stato vassallo di Washington, addestrata militarmente per trucidare le popolazioni russofone e trascinare Mosca in una guerra preventiva. Sappiamo che senza la malefica influenza occidentale il conflitto avrebbe potuto concludersi nel marzo del 2022. Ma questi sono dettagli per Gentiloni, che richiama all’ordine governo e opposizione: schierarsi con lo Stato profondo americano, con i neoconservatori contro Trump è essenziale per avere la benedizione dei Dem statunitensi: una fede che ha ormai rimpiazzato i valori costituzionali.

Le forze politiche sono scrutinate sulla base di un unico parametro: adesione al bellicismo della maggioranza Ursula. Che questa guerra sia contraria agli interessi economici, energetici e geopolitici dei popoli europei è un dubbio che non deve sfiorarci. Il popolo ucraino deve continuare a essere massacrato in quanto la mediazione che, data la situazione sul campo militare, implicherebbe la resa dell’Ucraina, non è accettabile: solo la continuazione di una guerra di attrito potrà indurre la Russia alla resa. Mi domando se Gentiloni abbia letto qualche saggio storico sulla Russia, paese che ha sempre mostrato resilienza e orgoglio straordinari e, pagando prezzi enormi, non ha mai voluto cedere, se attaccata da Napoleone o dai nazisti, anche quando non era una potenza atomica. Oggi possiede 6mila testate nucleari. Il finlandese Stubb e Gentiloni sperano ancora di far soffrire la Russia affinché la popolazione butti giù Putin. Così la pazienza strategica del più moderato e prevedibile leader russo, se la guerra continua, cederà il passo ai falchi e a una rappresaglia ben più brutale sull’Ucraina. Se questo accadrà in autunno, come Repubblica annuncia ogni giorno, Gentiloni e l’intera maggioranza Ursula avranno la spudoratezza di affermare: “Ve l’avevamo detto!”. Abbiamo fabbricato un nemico ad hoc, respinto tutte le proposte di mediazione, provocato e intimorito Mosca armandoci fino ai denti e affermando con candore che saremo pronti alla guerra nel 2030. La Russia non rimane inerte ad attendere l’attacco occidentale. Com’è possibile che un politico moderato, caratterialmente mite, giochi d’azzardo con una potenza nucleare senza valutare i rischi? Gentiloni si ostina a chiamare “difesa europea” le coalizioni di volenterosi a guida Regno Unito con una forte componente baltico-scandinava. La cooperazione militare con un Paese esterno all’Europa non può che essere il braccio europeo armato della Nato.

[…] Bisogna dare atto a Giuseppe Conte di essere l’unico politico a parlare di genocidio del popolo palestinese e di mediazione diplomatica, e a dire No al riarmo europeo. Se il Movimento 5 Stelle e Avs saranno in grado di mantenere salde le loro linee rosse contro le scelte opportunistiche dettate dall’esigenza di entrare in alleanze più vaste, potranno accrescere il consenso nella società civile. Il mondo del dissenso (tenuto unito da Disarma e tanti movimenti che nascono come funghi) dovrebbe guardare alle forze politiche in Parlamento che proteggono i valori costituzionali, la pace e lo Stato sociale.


Quel botto imprevisto della dea Nemesi nemica dell’arroganza


Il precedente sullo stesso tema del referendum del 1991 che fu il primo shock per Craxi e Forlani. E ora la batosta per la leader FdI

Quel botto imprevisto della dea Nemesi nemica dell’arroganza

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – «C’è una sorta di rigetto — scrisse allora Eugenio Scalfari — una voglia di dissacrazione e di delegittimazione che sale dal fondo e arriva fino ai vertici dello Stato. La Repubblica è in discussione, i partiti sono sotto accusa. Questo rigetto globale è in larga misura meritato…».

Quando gli eventi si ripropongono, sia pure in forma diversa, ma comunque in modo traumatico, conviene sempre tirare il fiato, chiarirsi la testa, deglutire i rimasugli della recente cronaca e riandare con la memoria a ciò che di solito è finito da un pezzo nell’oblio; perché invece è proprio da lì, dal botto imprevisto, dalla rivolta inaspettata, che come un dono prezioso si trae la lezione della storia — con l’iniziale volutamente minuscola, ma pur sempre la storia.

Per cui, dopo averla fatta così lunga e solenne dinanzi a quello che dopo tutto si configura come un agguato di franchi tiratori, è giusto e forse anche utile ricordare che la parola “preferenze” ha già determinato l’inizio della fine di un ciclo di potere. Perché sì, certo, sarà dipeso dal crollo del muro di Berlino, dal trattato di Maastricht, dalla fine dell’unità politica dei cattolici, dall’affermarsi della Lega, dalla rivoluzione giudiziaria e da tante altre utili e disutili evenienze, ma nel giugno del 1991 la Prima Repubblica cominciò ad affondare, a furor di affluenza e voto popolare, con i risultati del cosiddetto referendum sulla preferenza unica. Consultazione ritenuta erroneamente minore, ma tale da schiavardare il sistema, anche perché vissuto dai leader sconfitti (Craxi, Forlani e Andreotti) come uno shock politico e dai vincitori come un festoso plebiscito.

E con tale premessa, senza dilungarsi sul ruolo e sul destino del fronte referendario, così come sui numeri e sulle conseguenze che quel lontano scossone procurò sugli equilibri a venire, ecco che in un accesso di ingenua ribalderia varrà forse la pena di riflettere sulle risorse che Nemesi, figlia della Notte, nonché secondo Esiodo “flagello degli uomini mortali” ed emblema della giustizia riparativa, seguita a offrire alla vita politica di questo fantastico paese dove le furbate giocano insieme a nascondino, a mosca cieca e ad acchiapparella; con il che grazie alle preferenze, vere, fasulle o usate come nel presente caso quali specchietti per allodole, il governo più stabile dell’universo può tranquillamente finire a gambe levate.

Buttarla in mitologia rende tutto più semplice. Anche perché in tempi ormai vuoti di ideali e progetti la minacciosa Nemesi, dea ex machina significativamente raffigurata (vedi Durer) con spada, lavora in genere di comune accordo con i proverbi tipo «chi troppo vuole nulla stringe», «chi la fa l’aspetti» e così via. Ciò che senza dubbio le assegna un potere supplementare e terribile, tanto più in un ambito dove l’astuzia calcolante dei politicanti all’italiana da un ventennio almeno ha prodotto a getto continuo per taluni amene, per talaltri beffarde entità legislative volta per volta rinominate “Porcellum”, o “Italicum”, o “Tatarellum”, o “Rosatellum”, appellativi che nel santuario di Ramnunte, presso Maratona, dedicato alla divinità, suscitano un’ira senza scampo.

Dagli e dagli, si era di recente arrivati al “Melonellum”, già “Meloncellum”, già più grazioso, o “Stabilicum”, come da enfatico conio dell’onorevole Benigni, proveniente dai ranghi di “Cambiamo” del compianto Toti; figurarsi Nemesi dinanzi a tali modeste esercitazioni lessicali.

Per quarant’anni, dal suo rifugio, ha lasciato con pazienza che l’Italia elettorale si riconoscesse in uno slogan che suonava buffo solo perché diffuso, con un megafono, affacciato a una finestra, anche da Totò: «Vota Antonio! Vota Antonio!». A suon di preferenze si è costruito il potere andreottiano, nacque l’impero di Emilio Colombo, si stabilizzò il reame gavianeo, sfolgorò in Veneto e poi a Roma la stella di Toni Bisaglia, ai danni del più anziano Rumor. La storia referendaria, come si diceva, ha poi messo fine a quel sistema cui la classe dirigente di allora, prossima alla decapitazione, reagì — è sempre Scalfari — «con statuaria indifferenza».

Ma adesso Nemesi ha stabilito che qualcosa doveva pur fare contro chi si vanta di durare più di tutti, ma al tempo stesso nell’ultimo anno di legislatura impone di cambiare le regole del gioco. In situazioni del genere il potere delle divinità vendicatrici si nasconde dietro eclatanti dettagli, a loro volta schermati da sorpresine numerologiche. Ebbene, ieri è mancato un voto, un solo voto, il voto della premier che aveva imposto la prova di forza. Sulle preferenze. Naturalmente sono tutte fantasie, ma pure di queste per disgrazia o per fortuna vive la politica, e in fondo la vita stessa.


Il governo vuole far fuori Ranucci con l’audit in Rai


Governo vs Report: ipotesi audit interno e Ranucci sospeso. Le mani sulla Rai, la destra fa pressing sull’azienda e annuncia esposti in Procura. Urso e destra in pressing sui vertici: annunciati esposti alla Procura

Governo vs Report: ipotesi audit interno e Ranucci sospeso. Le mani sulla Rai, la destra fa pressing sull’azienda e annuncia esposti in Procura

(di Gianluca Roselli – ilfattoquotidiano.it) – Potrebbe partire un audit interno in Rai su Report. E sarebbe la conseguenza della lettera che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha scritto all’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Una missiva di peso perché il Mimit definisci obblighi e obiettivi editoriali della Rai attraverso il contratto di servizio. Di sicuro la lettera di due giorni fa ha provocato sconcerto nel mondo politico e nell’informazione: per la prima volta si è parlato esplicitamente di “conoscere azioni preventive e concomitanti che la Rai intende porre in essere per rendere impermeabili i programmi di inchiesta rispetto a interferenze di terzi”. Anche attraverso “check, sia pur saltuari, sulla veridicità delle fonti, sull’affidabilità dei consulenti e sulla natura dei rapporti tra cronisti e consulenti”. Una richiesta di chiarimento cucita su misura su Report e sulle vicende di questi giorni, in primis i rapporti tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, ma che mette assai a rischio l’indipendenza del giornalismo. Senza tutela delle fonti finisce la libertà di stampa, come tutti sanno fin dai tempi del Watergate. Dal ministero, però, si aspettano un serio approfondimento da parte dell’azienda, che potrebbe portare anche a un audit interno, fino addirittura alla sospensione cautelativa del conduttore fino a quando non ci sarà maggiore chiarezza sui contorni della vicenda. Dalla tv pubblica, però, per ora si esclude qualsiasi iniziativa di indagine nei confronti del programma o azioni contro Ranucci. “C’è un’indagine della magistratura in corso, aspettiamo con la massima fiducia negli inquirenti, nel conduttore e nei suoi giornalisti, non ci mettiamo a fare indagini parallele”, si fa sapere da via Alessandro Severo.

Dunque, Rossi si sta muovendo con cautela e prudenza e ieri, intervistato da un’agenzia di stampa, si è limitato a ribadire che la “cancellazione delle repliche è stata una forma di tutela di un brand dell’azienda”.

Una risposta però l’ad Rossi forse la darà in Cda ai consiglieri di maggioranza (Federica Frangi, Simona Agnes e Antonio Marano) che nei giorni scorsi gli hanno rivolto una richiesta informale per sapere se Lavitola può aver influenzato o condizionato inchieste di Report. Una richiesta di chiarezza cui poi si sono aggiunti anche i consiglieri di opposizione. Ma a quella che appare come un’operazione di accerchiamento nei confronti del programma va aggiunto l’esposto di Fratelli d’Italia annunciato sabato scorso e l’integrazione di denuncia presentata ieri, sempre da Urso, nei confronti di Valter Lavitola per la puntata in cui il ministro è stato accusato di appartenere alla massoneria, integrazione dovuta al fatto che all’epoca della prima denuncia si ignorava il rapporto tra Ranucci e Lavitola.

Ma è la richiesta di chiarimento sul “metodo Report” a scatenare le reazioni maggiori. “Dietro la richiesta di un check alle fonti c’è il desiderio antico di violare il diritto/dovere di garantire la riservatezza delle fonti, pilastro della libertà di stampa”, afferma il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani. “In quale Paese occidentale un ministro può chiedere impunemente ai vertici della tv pubblica di controllare le fonti dei giornalisti?”, si chiede il capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. Mentre per Angelo Bonelli (Avs) “l’obiettivo è indebolire il giornalismo d’inchiesta, intimidire chi racconta fatti scomodi e rendere il servizio pubblico sempre più docile nei confronti del potere”.

Domani è previsto un incontro del conduttore con la redazione, che già qualche giorno fa gli ha espresso piena fiducia. E a breve inizierà il lavoro su servizi e inchieste della prossima stagione, che partirà a novembre. Anche se ai piani alti dell’azienda “è iniziata una riflessione su un possibile piano b, ovvero una conduzione di Report diversa da Ranucci, che potrà sfociare anche nel nulla”, racconta una fonte autorevole. Ieri, infine, da Bruxelles arriva una porta in faccia a Giancarlo Giorgetti. Come fa sapere l’europarlamentare dem Sandro Ruotolo, dopo una riunione ristretta sull’Emfa, la vicepresidente della commissione Ue Henna Virkkunen ha spiegato che la riforma tv in Italia ha fatto passi avanti, ma non è ancora soddisfacente. Per cui a breve partiranno nuove lettere dall’Ue ai Paesi che ancora non si sono adeguati all’Emfa, tra cui l’Italia. “Dunque Giorgetti, che ha detto che andava tutto bene, ha mentito al Parlamento”, chiosa Ruotolo.


La caduta della Bastiglia


È bastato un unico voto di scarto, per mandare a monte un’intesa scellerata. Ma la minaccia di una legge elettorale che altera gli equilibri c’è ancora.

La caduta della Bastiglia

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Stavolta non è il popolo che sfida il re e dà inizio alla rivoluzione, come in Francia il 14 luglio del 1789 con la presa della Bastiglia. Stavolta è il Parlamento a ricordare a Giorgia Meloni che non è ancora una regina, e che le forzature istituzionali sono destinate a infrangersi regolarmente contro un muro chiamato democrazia. È successo per la legge sull’Autonomia differenziata, grazie alla Corte Costituzionale. È successo sulla riforma della giustizia, con il referendum. Adesso, è accaduto con quella legge elettorale che puntava a portare in Italia il premierato attraverso una legge ordinaria: un sistema proporzionale con un premio di maggioranza talmente grande — 70 parlamentari alla Camera e 35 al Senato — da far sì che la coalizione vincente sia in grado di votare in solitaria tanto il capo dello Stato che i giudici costituzionali.

Diranno che è stato perché i parlamentari hanno paura di doversi cercare i voti da soli, abituati come sono a liste bloccate in cui vengono messi per affiliazione, lunghe fedeltà, perfino parentele. Diranno che alla Camera i deputati ribelli — una quarantina — hanno difeso sé stessi prima ancora che le istituzioni da un emendamento che però era un trucco, puro maquillage: i capilista restavano bloccati, solo i partiti capaci di raccogliere ben oltre il venti per cento avrebbero eletto parte dei loro rappresentanti con le preferenze. Gli altri, pochi o nessuno. L’emendamento serviva alla presidente del Consiglio per poter dire che voleva cambiare la legge elettorale con l’obiettivo di ridare la parola agli elettori e non alle segreterie di partito. Ma non era vero, e non ha funzionato.

“Ci abbiamo provato, ha vinto la palude”, è il prevedibile commento di Meloni che dice “serve una riflessione”, ma vorrebbe andare avanti come nulla fosse. “Nessuna conseguenza sul governo”, si affretta a rassicurare il vicepremier Tajani, fingendo di non cogliere il segnale politico che arriva dal voto. I leader del centrodestra non tengono più i gruppi parlamentari. Li hanno piegati con continue fiducie, con decreti-legge che non avevano alcuna necessità e urgenza, con una legge elettorale che arriva a colpi di emendamenti inemendabili e scritti a Palazzo Chigi per cucire addosso alla premier — soprattutto a lei — una nuova vittoria. O scongiurare una sonora sconfitta.

Il velo squarciato mostra cosa c’è sotto l’operazione di immagine: non il tentativo di ridare la parola agli elettori, ma quello di scrivere una legge elettorale che cancelli la parte sui collegi uninominali — il modo migliore probabilmente di garantire rappresentanza — solo perché questo significherebbe, per la destra, perdere il Sud. E aggiungere trucchi nuovi come quello sui residenti all’estero, cambiando la ripartizione fino ad arrivare per il Senato al collegio mondo. Forzatura dopo forzatura, Meloni stava tentando di costruire un salvacondotto che aiutasse lei, Salvini e Tajani a resistere nonostante l’incapacità di andare d’accordo su temi fondamentali — il rapporto con l’Europa, la guerra in Ucraina — e nonostante l’assalto esterno di Roberto Vannacci, i cui prodi ieri gridavano in aula cose come: “Basta con la finta destra, serve il generale”.

Meloni ha provato fino alla fine a vincere le resistenze che pure prevedeva. Tanto da far saltare, come ultima offerta agli alleati riottosi, l’alternanza uomo-donna tra i capilista bloccati. Al grido metaforico di “sorella io ti frego”, la presidente del Consiglio aveva consegnato a parlamentari prevalentemente maschi una cosa che sognano da tempo: la fine dell’obbligo di portare più donne in Parlamento. Se l’emendamento fosse passato, sarebbe saltato quel sistema che ha consentito al Paese di raggiungere il 32 per cento di donne alla Camera e il 35 per cento al Senato, a fronte del mero 13 per cento che c’era fino agli anni ‘90. E sarebbe successo per mano della prima donna presidente del Consiglio che aspira a diventare la prima donna presidente della Repubblica. Ce l’ha fatta lei, che importa delle altre?

Ancora l’8 marzo, Meloni parlava delle quote rosa come di un trucchetto. Ferma all’idea antica secondo cui se una su mille ce la fa, allora il problema non esiste. Ma il problema — giova ripeterlo — è che entrambi i generi dovrebbero avere accesso alle cariche elettive in modo equo. Non bisognerebbe essere dieci volte più brave, determinate, forti, combattive (com’è sicuramente stata Meloni per assumere la guida del centrodestra) perché vengano concesse le stesse opportunità degli uomini. E invece è questo che accade, nei partiti, nelle aziende, nelle università, nelle istituzioni, ed è per questo che le leggi sulla rappresentanza di genere sono nate e vanno difese.

È la seconda volta che Meloni tradisce le donne italiane. La prima è stata quando ha cambiato idea sull’inserimento del consenso libero e attuale nella legge contro lo stupro. Era un patto fatto con la segretaria del Pd Elly Schlein, ma la Lega non ci stava e lei ha preferito accantonarlo. Anche stavolta, Meloni aveva siglato con due uomini un accordo di potere sulla pelle di tutte le altre. Ma qualcosa è andato storto: l’influenza di Marina Berlusconi su Forza Italia? La rivolta leghista nei confronti di un capitan Salvini che le ha sbagliate tutte? O magari, una donna della maggioranza che si è rifiutata di farsi portare indietro nella storia. È bastato un unico voto di scarto, per mandare a monte un’intesa scellerata. Ma la minaccia di una legge elettorale che altera gli equilibri c’è ancora. E quei partiti di opposizione che in aula gridano “elezioni”, sanno che se anche arrivassero, non li troverebbero pronti.