
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Tajani, uno dei politici più svegli che abbiamo, debuttò a Mosca nel 2009 da commissario europeo ai Trasporti, in pellegrinaggio da Putin col cappello in mano per parlare di affari. Le guerre in Cecenia e in Georgia c’erano già state e Anna Politkovskaya era già stata assassinata. Lo rivide nel 2013 alla fiera di Hannover da vicepresidente Ue: c’era già stata pure la guerra in Siria, ma lui parlò di […]

(Giancarlo Selmi) – Quando si parla di guerra e armi, ormai il copione è sempre lo stesso: il problema non è la guerra, non è l’escalation, non è il riarmo, non è nemmeno il fallimento totale della politica. No. Il problema, a sentire Quartapelle e l’immancabile Guerini, entrambi del PD – e neppure questo è un caso – sarebbe Giuseppe Conte, colpevole di parlare di pace. Peggio ancora: di negoziato. E qui la domanda è inevitabile: chi si professa progressista, chi si definisce di sinistra, può davvero considerare un problema l’unica posizione razionale e umana, cioè sostenere che il negoziato sia l’unica strada per arrivare alla pace? Perché questo è il punto. Non il tifo per Putin, accusa ridicola buona solo per zittire chi non si allinea. Nessuno fa il tifo per Putin. Ma senza Putin un tavolo negoziale non esiste, e continuare a fingere il contrario significa solo prendere in giro la realtà.
E allora viene naturale chiedersi anche un’altra cosa: che fine ha fatto Elly Schlein? Dov’è finita la Schlein che in campagna elettorale, per farsi eleggere segretaria del PD, diceva le stesse cose che dice Conte oggi, presentandosi come la variante di sinistra di un partito che con la sinistra ha smesso di avere a che fare da almeno vent’anni? Perché oggi abbraccia senza battere ciglio le tesi di Guerini, Quartapelle, Sensi? Quelle metastasi di destra, filosioniste e guerrafondaie, che hanno infettato un partito che affondava le sue radici nel pacifismo e nel multilateralismo e che, non a caso, proprio a quelle radici deve ancora una parte importante dei suoi voti?
Diciamolo chiaramente: la favola secondo cui per arrivare alla pace bisognerebbe continuare ad armare Zelensky e prolungare la guerra non regge più. Serve solo a tenere in piedi un meccanismo che arricchisce altri: i costruttori di morte, le industrie belliche e, dietro di loro, la grande finanza internazionale. A partire da BlackRock, che non casualmente è tra i principali azionisti di molte di quelle aziende. Altro che difesa dei valori: qui si difendono interessi enormi, economici e geopolitici. Le reazioni scomposte di certa stampa e di certa politica alle parole di Conte fanno pensare una cosa molto semplice: c’è chi ha paura della pace. E chi ha paura della pace, evidentemente, sulla guerra ha costruito convenienze, rendite, narrazioni e interessi. Anche economici, certo. Le lobby non si difendono gratis.
Del resto, la contraddizione è ormai grottesca: gli stessi che un giorno ci dicono che la Russia sarebbe allo stremo e starebbe perdendo, il giorno dopo la descrivono come una minaccia imminente per tutta l’Europa, così da giustificare altro riarmo, altra spesa militare, altra propaganda. Una costruzione talmente sfacciata da non reggere più nemmeno sul piano logico. Il riarmo è questo: una gigantesca operazione di transumanza di denaro pubblico. Soldi tolti ai bisogni reali delle persone, al welfare, alla sanità, alla scuola, al lavoro, e trasferiti nelle casse dell’industria delle armi e della finanza che le controlla. Dalle tasche di tutti a quelle di BlackRock e compagnia. Mentre intanto la grancassa mediatica lavora senza sosta. Basta leggere quello che scrive Nathalie Tocci, che arriva ad augurarsi l’invio di gente sul campo, dunque soldati mandati a morire, oltre ad augurarsi il convincimento della gente sull’ineluttabilità della guerra.
Un’idea che dovrebbe far rabbrividire chiunque abbia ancora un briciolo di senso umano, ma che evidentemente torna utile a chi ha interesse a trasformare la guerra in normalità, ad abituare l’opinione pubblica all’idea che la guerra sia inevitabile. Io comincerei da una proposta semplice: far firmare a Tocci, a Guerini, a Calenda, ai politici affini e a tutte le penne e le gole impegnate in questo battage pubblicitario sulla guerra, un impegno di arruolamento per loro e per tutti i loro parenti, nessuno escluso. E poi vedere, subito dopo, quanto resterebbe di tutto questo furore guerrafondaio. Perché è sempre facile invocare il massacro quando a morire devono essere gli altri.
Così quanto sia facile strafottersene di 6 milioni di poveri assoluti e invocare l’acquisto di armi, con la pancia piena, privilegi, 15.000 euro al mese e, forse, qualche lobby a cui presti servizio. E poi dire che sei “a sinistra”. Sì a sinistra di questa reverenda cippa.

(Dott. Paolo Caruso) – Cara Giorgia ti scrivo per un amico. La sospensione di Schengen con la Spagna è semplicemente un atto politico contro il socialista Pedro Sanchez reo ai tuoi occhi di serva sciocca di Trump di essersi opposto alle richieste statunitensi dell’ utilizzo delle basi militari e precedentemente di non avere accettato l’ incremento delle spese in armamenti. L’ ipocrisia che si nasconde dietro la cosiddetta “difesa dei confini” è un prosieguo del tuo cammino politico che in questo caso sconfina nello sciacallaggio molto in uso nella tua fazione politica. Tu infatti sai bene che quei poveri disperati fatti uscire appositamente dal Marocco per questioni geopolitiche (Algeria Marocco e USA Spagna) non avrebbero potuto lasciare facilmente Ceuta se non a prezzo della vita. E infatti si contano circa novanta morti per annegamento. Migliaia di marocchini sono stati rimandati indietro, oltre i confini. Difficilmente avrebbero potuto raggiungere l’ Europa e meno che mai i sacri confini italici. La Patria meloniana è salva…. Restano sempre aperti i confini marittimi con la Libia e la Tunisia da dove migliaia di migranti in mano alle mafie locali affrontano su vere e proprie carrette il rischio della traversata verso le coste siciliane. Altro che perseguire gli scafisti su tutto il globo terracqueo! Non hai risolto il tuo problema sui migranti e metti il naso sulla situazione spagnola che tra l’altro si è ricomposta quasi del tutto. Non hai pianto per i morti di Cutro, in Calabria, preferendo partecipare al Karaoke di Salvini, figuriamoci per questi di Ceuta su cui ci costruisci una campagna politica spietata contro il Premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, inviso al tuo padrone a stelle e strisce, Donald Trump. Uno sciacallaggio politico sulla pelle di questi poveri disgraziati. Giorgia, madre, patriota, cristiana , ti resta solo una stanca e vuota enunciazione di valori. Non sei una Statista come credi di essere bensì una pupa in mano al puparo d’ oltreoceano. Cerchi con questa tua rappresentazione di sviare i veri problemi degli italiani, riducendoli alla fame per impreziosire sempre più i forzieri dei mercanti di armi. Non puoi nascondere la tua appartenenza politica, quale erede di Almirante, e neppure puoi rinnegare quei valori di legalità di cui Paolo Borsellino era fedele servitore. Come si cambia… Allora smettila di ciarlare e prendere in giro gli italiani. Il tempo te ne chiederà ragione. Questo non è governare, questo è sciacallaggio.

(Tommaso Merlo) – Il progetto coloniale israeliano come lo abbiamo conosciuto, ha perso il diritto di esistere. L’umanità non può permettersi l’esistenza di ideologie fanatiche al punto da massacrare innocenti e violare leggi in continuazione. Israele è diventata una macchina di distruzione e morte finita fuori controllo. In queste ore i sionisti stanno bombardando i superstiti del genocidio di Gaza ridotti allo stremo, stanno ammazzando e rubando in Cisgiordania ed occupando un sud del Libano devastato dalle bombe mentre quei fessi degli americani assediano l’Iran per conto loro. Il mondo intero è in subbuglio perché la minoritaria e marginale ideologia sionista ha conquistato un potere abnorme infiltrando la decadente superpotenza americana e di conseguenza noi meschini servi europei. Depredandola di soldi ed armi, aizzandola contro i loro nemici e di fatto bloccando una comunità internazionale inerme mentre i sionisti calpestano ogni suo valore fondante. Per colpa di politicanti complici ed incapaci, siamo tutti arretrati civilmente di decenni. Politicanti che non hanno mosso un dito per fermare lo sterminio del secolo e che oggi straparlano d’altro mentre continua il bagno sangue. Ma la storia procede e sarebbe ora di ipotizzare qualche soluzione. I politicanti passano ed i popoli restano e prima o poi le loro nuove consapevolezze diventano realtà. Uno stato sionista che spadroneggia in una terra considerata santa per le tre religioni monoteiste e storicamente e culturalmente rilevante per l’intera umanità, è una idea malsana che ha dimostrato al mondo il suo fallimento totale col genocidio a Gaza. Uno spartiacque storico che ha fatto emergere la verità su quasi ottant’anni di criminale persecuzione del popolo palestinese e di manipolazione propagandistica globale. Se tale sistema non è ancora crollato, è perché la piovra politica e mediatica sionista è ancora attiva nei palazzi del potere occidentali, ma è solo questione di tempo. Sconvolgente quello che sta succedendo nella politica americana coi candidati che rifiutano i soldi della lobby sionista e ne fanno la bandiera della loro campagna elettorale tra gli applausi dei presenti, mentre quelli che ancora si vendono vengono sommersi di letame. Mamdani è stato solo il primo caso clamoroso e di questo passo la Casa Bianca sarà pro palestinese o perlomeno pro pace, legalità e buonsenso. Succederà anche in Europa, quando i politicanti complici del genocidio cercheranno di riciclarsi come se nulla fosse ma nelle urne si recheranno tutti coloro che hanno manifestato per mesi contro lo sterminio e la loro vergognosa inerzia. Più difficile disinfestare la stampa essendo di proprietà delle lobby sioniste, ma grazie a internet la verità sta già dilagando ovunque. Presto crollerà un sistema che ha manipolato l’Occidente permettendo all’ideologia sionista di spacciare il suo indecente progetto coloniale come avamposto democratico e di civiltà. Davvero una spaventosa lezione da non dimenticare mai, quella del controllo della narrazione pubblica, arma micidiale in ogni conflitto. Perché non conta la realtà, ma quello che le masse si mettono in testa. Che quella terra martoriata torni ad essere santa forse è troppo, ma che diventi perlomeno decentemente umana, è lecito pretenderlo. Lo stato ebraico ha la sua natura di apartheid nel nome, un progetto suprematista fuori dalla storia, un progetto nato male e gestito ancora peggio perché il fanatismo ideologico gli ha impedito di fare aggiustamenti in corsa e trovare compromessi nonostante decenni di una violenza che è in fondo sempre autolesionistica. Quella terra martoriata deve appartenere all’umanità intera e venire custodita da tutti coloro che la abitano nessuno escluso. Non musulmani, cristiani o ebrei e nemmeno palestinesi e israeliani. Ma persone, esseri umani con gli stessi diritti e doveri a prescindere da ogni muro che alla fine è solo mentale. Niente di stratosferico, ordinaria democrazia e civiltà. Basta sangue, basta crimini contro l’umanità, basta ipocrisie e propaganda, basta interferenze straniere, basta deliri ideologici e religiosi. In nome di chissà quale libro sacro e profeta, hanno ridotto quella terra intrisa di divino, in un diabolico inferno in cui l’umanità dà il peggio di sé sfogando odio viscerale e macchiandosi di crimini immondi. Ma la storia procede e sarebbe ora di ipotizzare qualche soluzione. Gerusalemme deve diventare capitale di uno stato laico unitario e davvero democratico con un ruolo importante in una rediviva comunità internazionale. Gerusalemme deve diventare capitale della tolleranza e non dell’odio reciproco, capitale della pace e non del terrorismo, capitale dell’inclusione e non della discriminazione, capitale del dialogo e non dell’ottusa faziosità. Niente di stratosferico, standard politici e sociali e anche culturali da semplice paese civile. Senza la complicità occidentale col sionismo, non saremmo mai arrivati a questo drammatico punto, ma i politicanti passano ed i popoli restano e prima o poi le loro nuove consapevolezze diventano realtà.
La colpa di Conte? Aver osato dire una cosa banalissima: “se vincessi io le primarie, farei…”. Le intenzioni di voto lo danno possibile leader ed ecco che tutti rivedono le proprie posizioni

(di Serena Poli – ilfattoquotidiano.it) – L’attesa logora tutto. In politica, poi, l’attesa logora in primo luogo un elettorato rimasto appeso per mesi a dichiarazioni, smentite, precisazioni e chiacchiere. Già a partire dal post referendum assistiamo a un teatrino infinito in cui si rinvia continuamente ogni scelta strategica, mentre si lascia che media e analisti ricamino su ipotetici candidati o rispolverino figure impresentabili.
Proprio da questo blog, poche settimane fa, invitavo gli astensionisti ad andare a votare, un atto che ritengo indispensabile per una questione di rappresentanza e di conteggio politico: contarsi serve a mostrare il peso reale delle diverse sensibilità, segnalando ai leader con chi conviene davvero interloquire e in quale direzione spostare il baricentro programmatico nelle tornate successive. Eppure, di fronte allo spettacolo di questi mesi, comincia a farsi strada in me una crescente empatia nei confronti di chi decide di astenersi. Rimango della mia idea, ma con una maggior comprensione delle ragioni di chi rinuncia.
La responsabilità principale di questa disaffezione sta in un’opposizione incapace di comprendere quanto sia disastrosa e inefficace la propria comunicazione. In primis, appunto, l’attesa: a giugno hanno detto “a fine settembre ci troveremo per parlare di programma”. A fine settembre? Un capolavoro di lentezza, pigrizia o noncuranza? Non saprei: il dato certo è che sarebbero capaci di perdere un treno che viaggia con 6 ore di ritardo (ogni riferimento al Ministro dei Trasporti è puramente casuale). Ma il punto di caduta più nocivo riguarda le primarie. La questione del programma prima delle primarie o delle primarie prima del programma è tutt’altro che neutra ed è, al momento, un disastro concettuale, ben rappresentato da quanto accaduto ieri (3 agosto) a reti e giornali unificati: il solito rituale del dito puntato contro Giuseppe Conte. La sua colpa? Aver osato dire una cosa banalissima: “se vincessi io le primarie, farei…”. Non importa nemmeno cosa ci fosse dopo quel “farei”, perché tutti sono balzati in cattedra, indignati: “no eh, prima si fa il programma e poi le primarie!”.
Ma che idea di rappresentanza hanno queste persone? E che idea di rappresentanza abbiamo anche noi, se ci facciamo scivolare addosso questo stravolgimento? Affermare che un candidato non possa dire “se vinco io le primarie, faccio X”, significa svuotare tutto.
Capiamoci bene: davvero siamo arrivati a pensare che il programma debba essere blindato prima, a porte chiuse e poi gli elettori vanno solo a scegliere la comparsa?
Scherziamo, sì? Se vinci le primarie (che siano di partito o di coalizione), hai il mandato politico di chi ti ha votato per portare avanti la tua visione: ovviamente con i compromessi e i ‘contentini’ del caso, ma il leader che vince non può essere il mero passacarte di qualsiasi desiderata a scapito della maggioranza dell’elettorato d’area che gli ha assegnato la leadership. Le primarie, per definizione, servono a dare una linea. Se la linea è già stabilita, non si fanno: si sceglie qualcuno, chiunque, non importa chi… tanto deve solo seguire il copione.
Domandiamoci perché a giorni alterni si parla di Silvia Salis e, ultimamente, addirittura si rispolvera il nome di Mario Draghi: i sondaggi danno Conte in vantaggio come possibile leader, ed ecco che tutti iniziano improvvisamente a rivedere le proprie posizioni: chi mettendo in dubbio l’opportunità stessa di farle, queste primarie, chi provando a snaturarle per fare in modo che sia la linea stabilita a tavolino a guidare il leader, e non il leader eletto a dettare la linea. Diciamoci la verità: a parti invertite, con sondaggi stabilmente favorevoli a Schlein, avremmo reazioni del tutto diverse e gioiose celebrazioni della democrazia dal basso.
Invertire l’ordine dei fattori serve ai soliti noti e fa crescere la disaffezione. Non sorprende il fatto che molti preferiscano starsene a casa: senza contendibilità non c’è rappresentanza, resta solo la messinscena.
(di Irene Famà – lastampa.it) – La riforma del governo sulla Corte dei Conti presenta aspetti di «una deriva autoritaria». Tra i magistrati contabili lo pensano in tanti e le toghe continuano a manifestare forte preoccupazione.
Oggi il Consiglio dei ministri si prepara a dare il via libera al decreto attuativo della legge approvata lo scorso 27 dicembre e le toghe tentano una carta disperata. L’Associazione magistrati Corte dei conti, proprio nelle ore della discussione in Aula, convoca una conferenza nella sede della stampa estera, a Roma, per ribadire timori e perplessità e soprattutto per chiedere alla premier Giorgia Meloni uno spazio di dialogo.
Ultimo terreno di scontro sono le nomine per dieci posti vacanti di presidenti di sezione della Corte (tre di queste riguardano giudici che hanno sollevato perplessità sul progetto del Ponte sullo Stretto), bloccate da oltre cinque mesi e contestate dall’esecutivo che ha avanzato «richieste di chiarimenti».
I magistrati contabili parlano di «ingerenza indebita.
Per la prima volta – dicono – il governo si è arrogato un diritto che non ha da Costituzione e lo ha fatto con un atto di prepotenza, creando un precedente».
[…]
La questione delle nomine è strettamente collegata alla riforma Foti che, tra i vari aspetti, prevede una riorganizzazione delle procure contabili e una riduzione dei posti da presidente. Il governo la presenta come «una razionalizzazione delle figure apicali», per le toghe è un «attacco all’indipendenza dei magistrati che svolgono indagini su sperperi e malaffare». Non solo questione di numeri, dunque.
E quando il sottosegretario Alfredo Mantovano ha scritto al presidente della Corte dei Conti Guido Carlino chiedendo se la «giustizia contabile avesse bilanciato l’interesse alla copertura dei posti vacanti con l’opportunità di non ostacolare l’obiettivo» della legge Foti, ha ricevuto come risposta frasi che ricordano «le prerogative della magistratura contabile», la normativa vigente e l’indipendenza del Consiglio di presidenza.
«Le norme attuative della legge Foti sono destinare a minare l’indipendenza della magistratura contabile», sostengono dal Movimento 5 Stelle. «Il copione è noto: fare passare in silenzio provvedimenti che riguardano i controlli sulla spesa pubblica». La Cgil ritiene la riforma «sbagliata e pericolosa» e chiede al governo «di fermarsi e di aprire un confronto».
Numerosi gli aspetti che preoccupano la magistratura contabile al centro della delega oggi in discussione: i cambiamenti in materia di danno erariale, il procuratore generale della Corte dei Conti avrà poteri decisivi di indirizzo delle attività delle procure regionali e potrà avocare a sé i fascicoli aperti in difformità alle sue linee, i procuratori regionali perdono la qualifica di presidente e si delinea un nuovo percorso per il disciplinare.
La norma, poi, prevede che i giudici contabili non possano esigere, come risarcimento del danno dal funzionario che ha sprecato denaro pubblico, più del 30%. «Le procure della Corte dei conti sono un presidio di legalità posto a difesa dei cittadini e della corretta spesa pubblica – e se si indeboliscono, come fa l’ultima riforma, si fa un danno ai cittadini», tuona, dal palco del premio Mimosa d’oro a Favara (Agrigento), la magistrata Paola Briguori.
Il braccio di ferro tra il governo e la Corte dei conti va avanti da un anno. E le toghe, con amara ironia, sottolineano la scelta delle date, che ricade sempre in prossimità delle ferie: «La riforma è stata approvata addirittura il 27 dicembre, adesso l’esame del decreto è previsto il 4 agosto. A pensar male..».
Oggi si riuniscono i ministri dell’Interno dei 27 Paesi europei per una riunione straordinaria dopo l’emergenza di Ceuta. L’Italia chiederà di accelerare per realizzare, già nel 2027, dei centri migranti sul ‘modello Albania’ in alcuni Stati africani. Questa volta, però, dovrebbero essere finanziati con fondi europei.

(di Luca Pons – fanpage.it) – Il governo Meloni cerca di sfruttare l’attenzione mediatica e politica sulla vicenda di Ceuta – rafforzata soprattutto dagli attacchi dell’estrema destra europea e internazionale alla Spagna – per spingere avanti una nuova proposta sull’immigrazione. L’idea non è del tutto nuova e a sostenerla non è solo l’Italia, ma adesso si cerca un’accelerazione: costruire dei centri per il rimpatrio di migranti in alcuni Stati africani. In testa nell’agenda italiana, secondo diversi retroscena, ci sarebbero Ruanda, Uganda e Ghana.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lo ha chiesto nel vertice straordinario dei suoi omologhi europei, convocato oggi proprio per parlare di Ceuta. Il ‘modello’ da seguire sarebbe simile, anche se non identico, a quello dei centri costruiti in Albania. Strutture che però oggi sono sostanzialmente inutili, numeri alla mano, e rischiano di essere stroncate dalla Corte di giustizia europea con due sentenze attese a settembre. Così, anche per evitare figuracce a pochi mesi dalle elezioni, il governo Meloni spinge in Europa.
Una differenza non da poco è che i centri costruiti in Paesi africani sarebbero finanziati con fondi europei. Uno dei problemi che Meloni deve affrontare, però, sono le tempistiche. Le decisioni vere e proprie potranno arrivare solo al Consiglio europeo (che riunisce i capi di Stato e di governo dell’Ue) in programma a ottobre. Servono risultati da rivendicare, quando alle elezioni manca probabilmente meno di un anno.
La proposta dell’Italia per i centri migranti da costruire in Africa
Stando alle anticipazioni diffuse dal governo Meloni, la linea portata oggi dal ministro Piantedosi al vertice europeo comprenderà diversi punti. Il rafforzamento dei controlli ai confini e dei rimpatri, ma anche una rapida attuazione per la dichiarazione di Chisinau, con cui il Consiglio d’Europa (un organismo separato dall’Ue) ha già chiesto di limitare i poteri delle Corti per i diritti umani per favorire i rimpatri.
Il punto che attira più l’attenzione, però, è proprio quello dei centri da costruire dei cosiddetti return hub in alcuni Paesi africani. Offrendo in cambio, agli Stati ospiti, degli accordi commerciali più vantaggiosi. Una proposta che incontra il sostegno soprattutto di Danimarca, Austria e Paesi Bassi.
Sulla lista dei Paesi ‘ospiti’ ci sono diverse ricostruzioni. I tre su cui l’Italia vorrebbe puntare sarebbero Ruanda, Uganda e Ghana. Difficile dimenticare che anche il Regno Unito con Boris Johnson aveva tentato di trasferire dei migranti irregolari in Ruanda, una proposta poi bocciata dalla Corte suprema e naufragata con l’elezione di Keir Starmer. Liste più ampie, circolate nelle ultime ore, includono anche Senegal, Mauritania, Etiopia e, fuori dal continente africano, Uzbekistan e Montenegro.
Le differenze con i centri in Albania sarebbero nel funzionamento (i return hub non sono identici ai centri albanesi, modificati più volte dal governo Meloni a seguito degli interventi della magistratura) e soprattutto nel finanziamento. I centri migranti in Stati africani sarebbero gestiti da almeno due Stati e, soprattutto, sarebbero pagati con soldi europei. La Commissione europea ha chiarito che potrebbe valutare “proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica”.
Un modo per compensare il flop dei centri in Albania
È piuttosto chiaro il motivo per cui ora il governo Meloni chiede di accelerare su questa proposta, sperando di arrivare a costruire i centri già nel 2027: è l’anno in cui si svolgeranno le elezioni. E finora, per quanto riguarda le strutture in Albania, l’esecutivo ha registrato un clamoroso (per quanto annunciato) fallimento in termini di numeri.
Il governo Meloni rivendica che le strutture albanesi – un Cpr e un centro per richiedenti asilo a Gjader, un hotspot a Shengjin – sono un “modello” e spera di poterle far funzionare entro la fine dell’anno. Finora però, tra sentenze e problemi logistici, sono state ospitate poche centinaia di persone in quasi due anni, contro le 36mila all’anno promesse inizialmente.
Presto si chiarirà se i centri albanesi abbiano un futuro, almeno sul piano legale, o se siano destinati a restare di fatto inutilizzati. Il Patto Ue su migrazione e asilo approvato quest’anno, insieme al regolamento rimpatri, ha aperto la strada a strutture in cui trattenere le persone in attesa di essere rimpatriate. A settembre una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea potrebbe stroncare definitivamente, oppure salvare, i centri.
I giudici europei dovranno stabilire se l’accordo Italia-Albania su cui si reggono i centri di Gjader e Shengjin rispetta il diritto europeo oppure no, e se le strutture sono in linea con le norme comunitarie. È evidente che se le strutture venissero bocciate ancora una volta, questa volta in modo definitivo, dalle corti europee, il progetto naufragherebbe. Un modo per compensare sul piano politico e di narrazione elettorale, però, sarebbe proprio rivendicare di aver ‘guidato’ l’Europa alla costruzione di centri simili in Africa. E così il governo spinge in Ue.
Sull’Ucraina Conte ha posto un problema sulla politica estera comune del fronte progressista. Ma finisce sotto attacco

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Tutti a stracciarsi le vesti perché, udite udite, il leader M5S Giuseppe Conte ha ribadito in una recente intervista ciò che, sulla guerra tra Russia e Ucraina, va ripetendo da anni.
Ma cosa ha detto l’ex premier di così scandaloso da seminare cotanto sgomento nel nascituro campo progressista oltre che tra le mejo penne der bigonzo? “Se dovessi vincere le primarie, il giorno dopo mi batterò in Europa per trovare una soluzione negoziale che tuteli gli interessi dell’Ucraina, che è il Paese aggredito”, ha chiarito Conte in un’intervista pubblicata ieri da La Stampa. E se dovesse tornare premier? “Chiamerei Zelensky, lo incontrerei per rassicurarlo: lui è l’aggredito. Ma un attimo dopo chiamerei Putin per imprimere una svolta negoziale. Putin non vuole il negoziato? Andiamoci a sedere, andiamo a vedere”. Apriti cielo!
Carlo Calenda, che ha fatto ormai della caccia ai filoputiniani – cioè chiunque la pensi diversamente da lui – la ragione della sua esistenza politica, coglie la palla al balzo per infilzare Elly Schlein: “Se il Pd esistesse ancora politicamente, dovrebbe sancire oggi la fine del campo largo o costringere questo populista opportunista a fare retromarcia. Ma faranno finta di nulla. Come sempre”.
Ma chi dovrebbe sedersi intorno a un tavolo per negoziare una pace, se non le parti in causa? Non è dato saperlo, nel vocabolario (di guerra) di Calenda la parola negoziato è stata definitivamente bandita al grido: “Fino all’ultimo ucraino”. Contro “il campo Lavrov”, pure Pina Picierno, teorica dell’armatevi e partite dalle retrovie del “campo Azov”, si indigna al solo evocare di qualsiasi ipotesi di trattativa.
“Le posizioni espresse da Conte sono evidentemente filoputiniane”, sentenzia facendo eco a Calenda prima dell’accorato appello: “Cari Renzi, Magi, Maraio avete due strade: mollare Conte, prendere atto che nessun democratico e progressista europeo può accettare queste tesi e ricostruire il centrosinistra italiano, oppure nascondere le macerie e le vittime delle città ucraine insieme all’antieuropeismo dei 5 stelle sotto il tappeto di un’alleanza elettorale che volete a tutti i costi, fingendo che nulla sia accaduto”. Le macerie e le vittime palestinesi, invece…
Intanto nel plotone riformista del Pd scalpitano. “Si prenda atto che c’è chi vuole rompere la coalizione, su una materia per noi del Pd del più alto valore, cioè il futuro dell’Europa e la sicurezza del nostro continente”, spara la prima fucilata la colonnella Lia Quartapelle. Poi tocca all’artiglieria pesante. Filippo Sensi punta al bersaglio grosso: “Il Vannacci del campo largo” alias Giuseppe Conte, che con la sua “agenda filorussa” giocherebbe “allo sfascio”. E avverte: “Non ci riuscirà. Dovrà fare pippa (sic)”.
Poi, in serata, Schlein smette di fingersi morta e risponde al leader M5S ai microfoni del Tg3: “Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”. Ma continuando a scorrere l’intervista di Conte l’occhio cade su un’altra domanda: se vincesse Schlein, si adeguerebbe a continuare ad armare Kiev? Risposta: “Diciamo che, prima delle primarie, definiremo alcuni punti non negoziabili. Chiariremo delle questioni dirimenti, in modo che ci sia una linea condivisa chiunque sarà chiamato a guidare la coalizione”. Cioè esattamente la stessa posizione espressa da Schlein.
Un’affermazione perfino ovvia. Lo dice pure Matteo Renzi: “In tutto il mondo ci sono due sinistre, con idee diverse sull’economia, la politica estera, l’energia. Ci sono da sempre gli Obama e i Sanders, i Biden e le Ocasio-Cortez – ricorda l’Italovivo dai sondaggi morenti -. E le primarie servono a decidere candidato e sensibilità programmatiche…”.
Un assist interessato a Conte: senza la scialuppa di salvataggio del campo progressista rischia il seggio in parlamento.
Adesso la palla passa al Pd. Il partito che fatica a trovare una posizione unitaria al suo interno, ma accusa Conte di spaccare una coalizione che allo stato non si sa neppure da chi sia composta. Lo stesso partito che, in tutte le votazioni cruciali, in Italia come in Europa, ha votato a più riprese – quando non si è spaccato – in linea con le destre sul riarmo, le spese militari e la guerra che da oltre quattro anni sta devastando l’Ucraina.
Ma il problema sarebbe il leader M5S che propone un’alternativa alle bombe per far cessare la carneficina chiedendo agli alleati il minimo sindacale: una linea comune di politica estera in una coalizione che ambisce a governare il Paese. In attesa che anche Schlein chiarisca la posizione del Pd.
Martedì la maggioranza in giunta per le Autorizzazioni dirà “no” all’accesso alle conversazioni agli stessi membri: “Non è un documento, ma è corrispondenza”. Poi il voto in aula per scudare l’ex sottosegretario di Fratelli d’Italia

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Le chat tra l’ex sottosegretario di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro e l’ex prestanome del clan Senese Mauro Carroccia non aggiungono niente alla decisione già presa dalla giunta per le Autorizzazioni che le ha già negate ai magistrati di Roma. Inoltre, le conversazioni non sono un documento come un altro, ma sono equiparate alla corrispondenza privata e per questo non devono essere nè lette nè utilizzate. Sono queste le argomentazioni con cui questa mattina alle 13 la maggioranza in giunta per le Autorizzazioni alla Camera confermerà il voto con cui il 22 luglio aveva negato ai pm di Roma le chat tra il deputato di FdI (non indagato) e Caroccia per l’inchiesta legata alla Bisteccheria d’Italia.
In particolare la giunta respingerà la richiesta di una integrazione e una nuova istruttoria dopo il materiale (un dischetto con le chat) inviato dalla procura di Roma, secondo quanto risulta Il Fatto da una fonte a conoscenza della questione. E bloccherà anche la possibilità di visionare le chat da parte degli stessi componenti della giunta. In seguito tra mercoledì pomeriggio e giovedì mattina – nell’ultimo giorno utile prima delle vacanze estive dei deputati – l’aula della Camera voterà per “scudare” Delmastro e respingere la richiesta dei magistrati.
Nella seduta convocata per le 13 di martedì, il relatore di Forza Italia Pietro Pittalis spiegherà che il materiale inviato nei giorni scorsi dai pm di Roma alla Camera con le conversazioni tra Delmastro e Caroccia non aggiunge niente rispetto a quanto già deciso. Infatti, sarà la tesi di Pittalis, la richiesta dei magistrati sarebbe basata su “genericità” (nessuna parola chiave nelle conversazioni), un arco temporale non definito delle conversazioni e anche la volontà di utilizzare conversazioni di gruppo con terze persone senza un perimetro. Per questo, sarà la conclusione del relatore di Forza Italia, la giunta per le Autorizzazioni non dovrà visionare le chat e dovrà procedere con il voto dell’aula per respingere la richiesta.
Il voto su Delmastro era già stato calendarizzato nell’aula della Camera giovedì 30 luglio, ma il voto era stato rimandato proprio per la lettera con cui il procuratore di Roma Franco Lo Voi aveva inviato il nuovo materiale depositato dall’avvocato di Caroccia. Il presidente della giunte per le Autorizzazioni Devis Dori (Alleanza Verdi e Sinistra) aveva disposto di visionare le chat a partire da venerdì, ma il presidente della Camera ha bloccato tutto chiudendo il dischetto in una cassaforte e sospendendo la lettura dei componenti della giunta fino a lunedì quando la giunta del Regolamento si è espressa: 7-6 voti per rimandare la decisione alla giunta per le Autorizzazioni. Non ha votato il deputato di Azione Antonio D’Alessio che si è allontanato durante la discussione. Se D’Alessio avesse votato con le opposizioni sarebbe finita 7 a 7 e la richiesta sarebbe stata respinta: il (non) voto del deputato di Azione è stato quindi stato decisivo per impedire l’accesso ai documenti.

(Antonio Martone – lafionda.org) – Esiste un dispositivo politico che caratterizza le democrazie occidentali contemporanee raramente riconosciuto come tale. Esso consiste nello spostare sistematicamente l’attenzione morale dei cittadini verso ciò che accade altrove, trasformando la coscienza politica in un’etica dell’indignazione.
Ogni giorno, siamo chiamati a giudicare Putin, Xi Jinping, Khamenei, Maduro, Kim Jong-un. Naturalmente nessuno di questi governi può essere assunto come modello democratico. La questione decisiva però non è questa. La domanda è un’altra: quale rapporto esiste tra la nostra indignazione e la responsabilità politica?
Qui emerge il paradosso della democrazia contemporanea. Siamo continuamente sollecitati a esprimere giudizi morali su governi che non eleggiamo, sui quali non esercitiamo alcuna influenza e rispetto ai quali la nostra opinione non produce alcun effetto politico. Al tempo stesso, dedichiamo sempre meno attenzione alle decisioni prese dai governi che parlano in nostro nome, impiegano le nostre risorse, firmano accordi internazionali, inviano armi, finanziano guerre e ridefiniscono gli equilibri geopolitici.
L’indignazione sostituisce la responsabilità. Quando un cittadino italiano trascorre ore a discutere della natura autoritaria della Russia o dell’Iran ma ignora completamente le decisioni assunte dal proprio governo in materia di spesa militare, basi NATO, missioni internazionali o forniture di armamenti, la sua coscienza politica è già stata colonizzata
perché gli è stato suggerito l’oggetto sbagliato della propria responsabilità.
La politica non coincide con la morale. La morale giudica universalmente. Deve condannare ogni tortura, ogni repressione, ogni impiccagione, ogni massacro, indipendentemente da chi li compia. La politica, invece, nasce sempre da una responsabilità situata. Io non posso impedire a Teheran di impiccare un dissidente. Posso però contestare il mio governo quando decide di partecipare a una guerra, di finanziare un conflitto o di sostenere strategie che considero disastrose. La differenza è enorme.
Il potere contemporaneo tende invece a cancellarla. Nasce così una nuova figura antropologica: il cittadino moralmente indignato e politicamente impotente.
Egli conosce perfettamente le violazioni dei diritti umani commesse dai nemici dell’Occidente ma ignora quasi tutto delle decisioni prese nei consigli dei ministri del proprio Paese, nei vertici della NATO, nelle istituzioni europee o nei grandi organismi finanziari. Il suo orizzonte morale è planetario. La sua capacità politica è nulla.
Le guerre cessano così di apparire come scelte politiche discutibili e diventano necessità morali. Se il nemico rappresenta il Male assoluto, ogni intervento contro di lui appare automaticamente giustificato. La geopolitica viene assorbita dalla teologia. Non esistono più interessi, strategie, equilibri, errori. Esiste soltanto la lotta tra il Bene e il Male.
È precisamente questa trasformazione ad aver accompagnato le grandi guerre degli ultimi decenni. L’Afghanistan doveva essere liberato. L’Iraq doveva essere democratizzato.
La Libia doveva essere salvata. La Siria doveva essere ricostruita. L’Ucraina deve essere difesa. Ogni guerra viene raccontata come una missione etica. Ogni critica diventa sospetta. Il dubbio viene assimilato alla complicità con il nemico.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La guerra non costituisce più un’eccezione ma diventa
l’ambiente permanente della politica globale. La distruzione di Gaza rappresenta forse il punto più alto di questa mutazione. Non soltanto per la quantità della violenza ma perché essa convive perfettamente con la normalità delle nostre società. I mondiali di calcio continuano. Le vacanze continuano. I festival continuano. I mercati finanziari continuano. Perfino l’orrore viene amministrato secondo la logica dello spettacolo.
Qualcuno, dopo Auschwitz, scrisse che non sarebbe più stato possibile fare poesia. E noi infatti non ne produciamo più: preferiamo parlare dei film di cassetta.
È questa la vera vittoria del tecnocapitalismo oligarchico!
Scade lo sconto-gasolio. Le risorse per il rinnovo sono molto limitate. Pichetto conferma un decreto “ponte”. La polemica con Sanchez nasconde i maxi rincari

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un altro giorno buono per agitare le acque della propaganda su Ceuta e tenere lontana l’attenzione dai problemi economici per un governo senza soluzioni. Un modo utile anche per provare a rintuzzare Roberto Vannacci sul territorio della narrazione estremista contro i migranti.
La destra ha trascorso le ultime ore ad attaccare l’esecutivo della Spagna. L’innesco è arrivato con le parole del ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Alabares, sull’Italia che non è stata in grado di limitare gli sbarchi irregolari. Un fatto è certo. Lo stop a Schengen di Giorgia Meloni è stato ininfluente dal punto di vista pratica. Non poteva essere altrimenti. Le opposizioni si sono unite ad Alleanza verdi-sinistra, sollecitando la premier a riferire in aula. «Avs chiede un’informativa urgente. Tutti sanno infatti che Ceuta è un’enclave spagnola nel continente africano e che a Ceuta non valgono le regole di Schengen che valgono nel resto del continente europeo», ha detto Nicola Fratoianni, deputato di Alleanza verdi-sinistra. «Dunque quella scelta e quella reazione», ha aggiunto il parlamentare, «era non solo del tutto inutile, ma anche in tutta evidenza una scelta cinicamente strumentale».

Uno scopo è stato, però, raggiunto. Ed è molto prezioso per Palazzo Chigi: la benzina a 2 euro al litro (soglia ampiamente superata sulla rete autostradale) è uscita dall’agenda mediatica. Eppure i rincari significano «oltre 20 euro in più per ogni pieno da 50 litri di gasolio rispetto ad un anno fa», ha ricordato il senatore del Pd, Antonio Misiani. Il governo, nel Consiglio dei ministri di oggi, deve decidere cosa fare contro il caro-carburanti: lo sconto attivato a fine luglio è in scadenza. Ma l’esecutivo può muoversi lontano dai riflettori, puntati su Ceuta e lo scontro con Pedro Sanchez.
Il ministero dell’Economia è a caccia di fondi per garantire almeno il rifinanziamento del taglio al costo del gasolio di 17 centesimi. Le risorse sono poche. A disposizione c’è l’extragettito dell’Iva, che sarà calcolato in queste ore. Solo che il plafond potrebbe non essere sufficiente. La misura – così come è – richiede una spesa di 125 milioni di euro. Di questi tempi non sono bruscolini, anche perché c’è il rischio di sottrarre soldi alla prossima manovra economica.
Resta l’opzione di uno sconto riservato solo alle classi meno abbienti, beneficiarie della carta Dedicata a te. Al di là di ogni dibattito su Ceuta, gli italiani saranno costretti a fare i conti con la partenza per le vacanze comprensivo di salasso alla pompa di benzina. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha parlato di un «provvedimento ponte».
Di fronte a tutto questo, Ceuta è un argomento necessario per la destra. «L’obiettivo è sfruttare una tragedia per alimentare la paura, colpire il principio della solidarietà europea e inseguire la propaganda delle destre sovraniste», ha sottolineato la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga.
Il leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, ha rilanciato: «Quando c’è stato il boom di migranti a Lampedusa Meloni ha chiesto aiuto all’Europa ed è stata sostenuta anche dalla Spagna che ne ha presi alcuni. Nessuno ha annunciato di voler chiudere le frontiere con l’Italia». L’ex presidente del Consiglio ha quindi ripreso il vecchio slogan meloniano “Parlateci di Bibbiano”, adattandolo all’attualità: «Parlateci di carburanti, carovita e Delmastro». Esattamente quello che Meloni non vuole fare.
Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia attaccano il partito guidato da Elly Schlein e quello di Matteo Renzi: “Immobilismo inspiegabile”

(di Alberto Marzocchi – ilfattoquotidiano.it) – Pd e Italia viva battano un colpo. Duro comunicato delle associazioni ambientaliste e animaliste contro il partito guidato da Elly Schlein e quello guidato da Matteo Renzi. Dopo l’approvazione in Senato, il disegno di legge che punta a stravolgere la 157/92, liberalizzando l’attività venatoria, è approdato in commissione Agricoltura alla Camera. Con, ovviamente, un’accelerazione dell’iter d’esame, voluta da destra e centrodestra, che intendono portare a casa il ddl sparatutto (ddl Malan) prima della fine della legislatura.
E qui arriva la critica delle associazioni. Dopo la seduta di ieri, infatti, ecco le parole di Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia, che salvano il lavoro parlamentare di Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistra – che stanno procedendo con l’ostruzionismo in commissione per rallentare i tempi della riforma – e che al contempo puntano il dito contro il Partito democratico e Italia viva. “Registriamo il sostanziale immobilismo del Pd in Commissione. A fronte delle nette dichiarazioni pubbliche della sua leadership e del lavoro fatto al Senato, gli interventi alla Camera risultano sporadici e brevissimi, mentre gli emendamenti presentati sono pochissimi e limitati alla sola soppressione del testo, senza un reale lavoro di contrasto nel merito. Altrettanto incomprensibile appare la posizione di Iv che, dopo aver espresso al Senato una contrarietà chiara e netta al provvedimento, sembra assumere alla Camera un atteggiamento sempre più morbido”.
La nota, peraltro, mette in luce le differenze espresse all’interno della maggioranza: diversi parlamentari del centrodestra, infatti, hanno espresso la propria contrarietà al disegno di legge, a partire da Rita Dalla Chiesa di Forza Italia e da Michela Vittoria Brambilla di Noi Moderati. “Le cittadine e i cittadini hanno il diritto di sapere chi davvero combatte la legge sparatutto e chi la protegge” continuano le associazioni. “La riforma non riguarda soltanto la tutela della biodiversità, oggi protetta dalla Costituzione, ma anche la sicurezza delle persone, la salute pubblica e il modello di rapporto che vogliamo costruire con il patrimonio naturale del Paese”. Poi l’appello a Pd e Iv: “A loro chiediamo chiarezza e responsabilità. Le dichiarazioni non bastano, serve dare seguito con atti e iniziative concrete in Parlamento. Su un provvedimento di questa portata il silenzio, l’inerzia e il sottrarsi a tutti gli strumenti possibili per fare vera ed efficace opposizione rischiano di trasformarsi in complicità con l’attuale maggioranza“.
I lavori alla Camera, come accennato, sono nelle fasi preliminari e, al momento, la commissione sta affrontando gli emendamenti di carattere generale. L’esame riprenderà oggi anche se si entrerà nel vivo solo dopo la pausa estiva. Secondo quanto si apprende da fonti parlamentari, il nodo più delicato dei richiami vivi – al centro anche di un carteggio con Bruxelles – sarà esaminato a settembre. “La maggioranza insiste nel tentativo di portare avanti il blitz estivo per approvare la vergognosa legge sparatutto, costringendo i parlamentari della commissione Agricoltura a lunghe sedute di esame degli emendamenti depositati, che con impegno e tenacia stiamo riuscendo a rallentare”, scrivono i parlamentari del M5s Sergio Costa, Alessandro Caramiello, Carmen Di Lauro, Ilaria Fontana, Gisella Naturale, e la deputata in commissione Agricoltura, Susanna Cherchi. Ieri “la commissione è stata riunita per un’ora e mezza, partorendo il topolino della bocciatura di appena due del milione di emendamenti presentati al provvedimento. Il nostro ostruzionismo va avanti e non arretrerà di un millimetro, contro una destra che vuole trasformare il Parlamento in un passacarte per approvare una legge che smantella 30 anni di tutela della fauna selvatica e piega l’interesse pubblico alle pretese delle lobby venatorie”. “Apprezziamo moltissimo il sostegno che giunge non da oggi dalle associazioni animaliste e ambientaliste per la battaglia in corso in Parlamento contro la proposta di legge Lollobrigida meglio nota come legge ‘spara-tutto’” dichiara la capogruppo di Avs alla Camera, Luana Zanella. “La destra ha ingaggiato un braccio di ferro non solo con il mondo dell’ambientalismo e dell’animalismo, ma anche con l’intero Paese che ha maturato una sensibilità sui temi venatori molto avanzata la quale non tollera che i cacciatori possano sparare quando vogliono, dove vogliono, a chi vogliono per il proprio godimento personale”.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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Ca’pacciamm Street Fest festeggia i suoi primi dieci anni
tra spettacoli, acrobati, musica, artigianato e cibo
a Capaccio Capoluogo dal 20 al 22 agosto

Dal 20 al 22 agosto, dalle ore 21, il centro storico di Capaccio Capoluogo ospita il Ca’pacciamm Street Fest, che quest’anno festeggia il suo decimo anno di attività, sempre con l’organizzazione dell’Associazione Ca’pacciamm e la direzione artistica di Orazio de Rosa della Baracca dei Buffoni. Le vie di questo antico borgo si trasformano in un palcoscenico a cielo aperto per spettacoli di musica, arte, acrobazia, laboratori e presentazioni di libri. Per questa nuova e speciale edizione, sono in programma anche due nuove produzioni teatrali e il legame con il territorio è diventato ancora più forte grazie al sostegno di tante realtà locali. Sono previsti anche mercatini artigianali e l’area food che offre un’ampia selezione di prodotti locali per una genuina esperienza gastronomica.
Ingresso libero.
Come dichiara Anna Rosa Palladino, presidente dell’Associazione Ca’pacciamm «Dieci anni non sono solo un numero: sono un gran bel traguardo soprattutto per chi ci ha messo sempre il cuore. Il festival non è nato per caso, ma ha radici profonde. Era il 2016 quando, grazie al progetto della Regione Campania “31 Salvi Tutti”, è avvenuto l’incontro fondamentale con la Baracca dei Buffoni, con Orazio de Rosa — che da allora guida la direzione artistica — e Beatrice Baino. Da quel momento, un piccolo sogno si è trasformato in una realtà che ogni estate incanta migliaia di persone.
Se mi guardo indietro e penso da dove siamo partiti, confesso di essere molto emozionata. Per me, e per ciascuno dei ragazzi dell’Associazione Ca’pacciamm APS, raggiungere questa decima edizione è qualcosa di speciale: significa veder realizzato, anno dopo anno, un sogno in cui abbiamo investito tutte le nostre energie. Siamo emozionati, davvero tanto. In questi dieci anni ci abbiamo messo tanto: il tempo rubato alle famiglie, le calde giornate estive a lavorare, ma soprattutto un amore incondizionato per Capaccio. Questa decima edizione vuole essere una festa vera, un abbraccio collettivo. Voglio ringraziare sinceramente a chi ha creduto in noi fin dal primo giorno, a chi ha sudato e si è sacrificato al nostro fianco per superare ogni ostacolo: alla Baracca dei Buffoni, a Mestieri del Palco, alle Streghe del Palco e a tutte le realtà e le attività del nostro territorio che non ci hanno mai fatto sentire soli.
Vedere il nostro centro storico prendere vita, riempirsi del sorriso di migliaia di visitatori che ne scoprono e ne apprezzano la bellezza più autentica, è la gioia più grande che possiamo regalarci. Questo decennale appartiene a tutti noi. Vi aspettiamo dal 20 al 22 agosto a Capaccio Capoluogo, con il cuore aperto, per festeggiare insieme».
Il direttore artistico Orazio de Rosa commenta «Per festeggiare i dieci anni di Ca’pacciamm Street Fest ho scelto spettacoli che hanno come comune denominatore un vero e proprio elogio al gioco. Nel momento storico che stiamo attraversando, il gioco diventa uno strumento fondamentale: non è semplice svago, ma un modo potente per ritrovare leggerezza, riscoprire la meraviglia e abbattere le barriere tra le persone, unendoci attraverso la condivisione spontanea. Le performance, che spaziano dalla musica all’acrobazia, dalla danza alla narrazione, prevedono un momento di interazione con gli spettatori, grazie ai quali siamo riusciti a raggiungere questo importante traguardo. Ho chiesto ad artisti che conosco da anni e che stimo di esserci per questa edizione. Alcuni vengono per la prima volta e altri sono ormai consolidati ma tutti sapranno arricchire la nostra festa. Sono sicuro che il nostro festival continuerà a crescere negli anni e che ci aspettano ancora tante novità».
Questi dieci anni rappresentano un grande traguardo per la manifestazione che per questa edizione gode del sostegno di Città di Capaccio Paestum, BCC Capaccio Paestum e Serino come partner della manifestazione, la collaborazione de Le Streghe dal Palco, Mestieri dal Palco, Baracca dei Buffoni e ha come main sponsor Mondodoro. Si ringrazia, inoltre, Caffè Centrale, Ex novo, Hotel Excelsior residenza per anziani, Minella Calcestruzzi, Agrosystem, MGR Group, International English, Multistore Convenienza, Santalucia pompe funebri, Ivy Ink Tattoo, Caseificio La Cilentana, Pescheria Marechiaro, Lambiase Garage, Mailboxes etc, GF Serramenti, Farmacia De Feo, Pizzeria Midway, Cogea Impresit, Ottica Di Filippo, La Barberia di Sara, Diperoil, Azienda agricola Marco Rizzo, De Vivo Frutta, Zoofarm, Sorrentino Calzature, Sorrentino abbigliamento, Cerullo Boutique, Fasano Multiservizi, I Mori di Paestum, La Tana del Lusso, Bar Sofia, Centro Estetico Camilù, Macelleria Marino, Pasticceria Iannacco, Fattoria Gaia Pietra, Forno Iannacco, 4M Domus, Parrucchiere ribelle, Lo.vi hair dreams, Paestum Service, Centro estetico Afrodite, Caffè Tempone, Ristorante Scugnizzo, Planet Beverage, Borgo Contea Famela.
Info, FB e IG @capacciammstreetfest e www.capacciammstreetfest.it
Ca’pacciam street fest – programma completo 2026
Boomerang Orkestra – solo 20 giovedì agosto
itinerante, alle ore 21 – 22:15 – 23:50
Nata nel 2016 nel cuore del Sud Italia, Boomerang Orkestra è una street band esplosiva composta da fiati e percussioni. Porta la musica tra la gente, nelle strade e nelle piazze, con energia, improvvisazione e forte coinvolgimento del pubblico. La band vuole diffondere nuova musica negli spazi urbani, regalando ritmo, allegria ed emozione. Con oltre 300 concerti all’attivo, ha calcato palchi prestigiosi come Comicon, Giffoni Film Festival, Italian Festival di Londra, collaborando anche con artisti come Roy Paci. Boomerang Orkestra è un punto di riferimento della street music italiana con una visione semplice e potente: la strada come palco, la musica come ritorno proprio come un boomerang.
Cromosauro – solo venerdì 21 agosto
itinerante, alle ore 21 – 22:15 – 23:50
Un gigantesco scheletro di dinosauro, alto 5 metri e lungo 7 metri, interamente rivestito con coloratissime stoffe si aggira tra la folla. La creatura vive di vita propria, grazie alla simbiosi con l’attore che la manovra attraverso un complesso meccanismo di bilanciamenti e contrappesi, e fonde in sé molteplici linguaggi artistici, dando vita ad un nuovo teatro di figura su trampoli. Cromosauro è frutto di un intenso lavoro di progettazione e realizzazione, per la minuzia e la difficoltà di costruzione della gigantesca macchina scenica, le cui sembianze evocano le Abrijas messicane, creature fantastiche e variopinte. L’apparente voracità della bestia è contrastata dai colori vivaci e mutevoli della sua pelle che, nonostante le sue dimensioni, lo rendono una creatura bizzarra e affascinante.
Euroband Murgia Altamura – sabato 22 agosto
itinerante, alle ore 21 – 22:15 – 23:50
Da vent’anni Euroband si esibisce nelle principali piazze d’Italia, creando sinergie con il proprio pubblico che diventa parte integrante dello spettacolo e rivive l’allegria, la semplicità e il sapore delle feste in strada, tra la gente del proprio paese. Una band che va oltre le convenzioni, capace di mettere in scena uno spettacolo musicale immersivo, accompagnando lo spettatore per tutto l’ascolto. Musicisti che sperimentano continuamente nuovi orizzonti, senza per questo rinnegare le proprie origini di matrice bandistica/popolare dalla quale discendono.
“Hop Hop di Simone Romanò” – da giovedì 20 a sabato 22 agosto
Corso Vittorio Emanuele / P.zza Comune, alle ore 22:10 e 23:30
Lo spettacolo si basa sulle arti circensi, sul gioco di clown e sull’interazione con il pubblico. In particolare, si utilizza la giocoleria, il verticalismo, la manipolazione di oggetti e il gioco clownesco. Senza usare la parola, “Hop Hop” viaggia su un livello gestuale e visuale che permette allo spettatore di entrare empaticamente in contatto con l’artista e con il suo mondo immaginario.
Dopo il diploma di circo alla scuola Carampa di Barcellona e circus space di Londra, Simone Romanò parte per un tour internazionale a seguito di una compagnia di circo Teatro girando il mondo intero. Successivamente realizza il suo spettacolo “Hop Hop”.
“Otto Panzer Show” di Gianni Risola – giovedì 20 e venerdì 21 agosto
Piazza orologio, alle ore 21:30 e 22:40
Pirotecnico e amato da un pubblico di grandi e piccini, Otto è un ottimo e simpaticissimo clown, vestito da direttore di un improbabile e misterioso circo. Presenta numeri di autentica bizzarria coinvolgendo il pubblico nelle sue pazzesche avventure sceniche. Irriverente, sbruffone ma anche dolce e arrogante, Otto è un clown con senso della scena e della comicità molto spiccate. Regala gag da cui traspare una superba capacità ad adattarsi alla piazza e a improvvisare, trasformando ogni suo spettacolo in un evento unico.
“Bring me a dream” di Mana Performing – giovedì 20 e venerdì 21 agosto
Barberia, alle ore 22 e alle 23:15
Uno spettacolo di fuoco per raccontare un fiammeggiante sogno d’amore.
Brigitte è una giovane donna, innamorata di un individuo un po’, come dire, “rigido”.
“Bring me a Dream” è una favola che profuma di anni ’50 e parla di amore, corteggiamento e tradimento. Come ogni favola che si rispetti, ha un lieto fine romantico e fiammeggiante. Lo spettacolo rivisita la classica gag dell’appendiabiti, sostituendo ad esso un attrezzo classico quale è il bastone di fuoco. L’artista porta in scena capacità tecniche ed effetti scenici di altissimo livello, legati tra loro da una trama favolistica rappresentata con maestria attraverso lo strumento del teatro fisico.
“Pulcinella nella storia del re” – da giovedì 20 a sabato 22 agosto
Piazzetta Lascio, alle ore 21:45 e alle 23:15
Pulcinella va a teatro per assistere a uno spettacolo. Malauguratamente, nessun attore si presenta sulla scena e comincia l’avventura. Pulcinella, incoraggiato dal pubblico, si catapulta sulla scena per salvare la situazione. Calza i burattini e mette in scena la storia di un re tiranno. Si addentra così tanto nella storia che anche lui diventa un burattino. A forza di sberleffi e marachelle affronta il re prepotente. I due si scontrano
e alla fine diventano amici.
“Pulcinella nella storia del re” è uno spettacolo di guarrattelle e commedia dell’arte.
“Stand up” di Lino Street Circus – solo sabato 22 agosto
Barberia, alle ore 22 e alle 23:15
Stand Up! Tutti in piedi! Perché bisogna sempre cadere in piedi e, se non si può, rialzatevi, sempre a testa alta! Un equilibrista in un mondo precario, a dimostrarvelo con il suo Circo di Strada. Sorprenderà i più piccoli e farà tornare gli adulti un po’ bambini, trasportando tutti un po’ più lontano dalla realtà, nell’atmosfera magica dell’Arte di Strada. Un’esplosione di comicità ed euforia in scena sulle note del violino e di vari strumenti. Il tutto si sviluppa in una sorta di climax ascendente, partendo da un classico della giocoleria, la routine con le palline, proseguendo con l’utilizzo di attrezzi d’altri tempi, le bandiere. Per il gran finale, l’artista sarà in equilibrio sulla giraffa, ovvero il monociclo alto.
La Fiera dei Fratelli Fracasso – da giovedì 20 a sabato 22 agosto
Le meraviglie e i segreti del circo itinerante
Nuova produzione per Ca’pacciamm Street Fest
Dietro alla Barberia, alle ore 21:30 e alle 22:45
I Fratelli Fracasso si sono allontanati volontariamente dal celebre Circo Barnum, portando con sé “in prestito” un po’ di materiale dal deposito, con la ferma intenzione di restituirlo più avanti.
Da questo segreto nasce un’esperienza divisa in due momenti speciali.
Il viaggio inizia con lo spettacolo e la scuola di piccolo circo: gli spettatori assisteranno prima alle esibizioni di giocoleria ed equilibrismo con gli attrezzi sottratti al grande circo, per poi mettersi subito alla prova e imparare i segreti dell’arte circense. Successivamente, una volta svelati i trucchi del mestiere, si apriranno le porte della fiera e tutti potranno giocare liberamente tra le attrazioni e i tradizionali giochi in legno
Ai miei tempi… si stava meglio?!? – da giovedì 20 a sabato 22 agosto
Nuova produzione per Ca’pacciamm Street Fest
itinerante, alle ore 21 e alle 22:15
Millennials e Gen Z, siamo i vostri genitori, i vostri zii, per alcuni i vostri nonni. Siamo la generazione a cui non serviva uno schermo per stare insieme.
Le nostre estati sembravano infinite, si usciva in bici fino a sera e si suonava ai campanelli degli amici per incontrarsi, senza bisogno di messaggi (anche perché senza una SummerCard avresti pagato oro un SMS).
Abbiamo messo il vestito buono per portare i bambini alla festa. Vi travolgerà la nostra musica, dance, pop, rock ma di certo non quella schifezza di oggi. Vi riporteremo al tempo delle cassette, dei vinili, dei Tamagotchi, delle Big Babol e dei telefoni con l’antenna grandi quanto citofoni (rigorosamente disconnessi da qualsiasi rete). Irromperemo nel vostro mondo assieme a tutti gli stereotipi, il disagio e le contraddizioni che hanno caratterizzato i bei vecchi tempi. Davvero così belli.
Presentazioni libri a Cortile di Palazzo Tanza alle ore 19:30
giovedì 20 agosto Raffaele Galardi presenta “Storie Minime”
venerdì 21 agosto Daniela Paura presenta “Fragile come voi, forte come l’amore”
Tra i nomi anche un componente del comitato scientifico della società Stretto di Messina Spa

(di Gabriella Cerami – repubblica.it) – Ci sarebbe stato tempo fino a dicembre 2026 ma il Consiglio superiore dei lavori pubblici è stato rinnovato proprio adesso, mentre è chiamato a pronunciarsi su uno dei passaggi più delicati del progetto Ponte sullo Stretto.
Matteo Salvini ha emanato un decreto ministeriale il 6 luglio, salvo poi ritirarlo e firmarne un altro undici giorno dopo. Tra i nomi, che fanno parte del comitato, anche un componente del comitato scientifico della società Stretto di Messina Spa, Mauro Dolce, professore di tecnica delle costruzioni all’università di Napoli Federico II, e un iscritto al comitato Ponte Subito, Giuseppe Roberto Tomasicchio, professore di costruzioni idrauliche e marittime presso l’università del Salento.
Non certo due figure ostili all’opera. «È un blitz inaccettabile», denuncia il co-leader di Avs, Angelo Bonelli, facendo riferimento alla volontà di Salvini di condizionare il responso.
Le date, per capire la vicenda, sono importanti. A giugno il ministro dei Trasporti e l’amministratore delegato della società Pietro Ciucci hanno comunicato che l’iter approvativo del ponte sarà completato entro la fine di questa estate, potendo così avviare la fase realizzativa nell’ultimo trimestre dell’anno.
Un mese dopo l’annuncio, l’intera struttura chiamata a dare il parere è stata rivoluzionata. Diversi nomi sono stati confermati, altri invece, tra cui Dolce e Tomasicchio, sono al loro debutto, alle prese con il Ponte sullo Stretto.
Fanno parte del comitato, come previsto, componenti del Consiglio di Stato, della Corte di conti, dell’avvocatura dello Stato, del Consiglio degli ingegneri, degli architetti e dei geologi. E poi ci sono, sempre tra i componenti effettivi, professori universitari.
Il progetto del Ponte sarà quindi esaminato dall’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici, mentre il parere tecnico verrà predisposto dalla Commissione speciale dell’organismo, chiamata a valutare gli approfondimenti richiesti dopo le osservazioni formulate dalla Corte dei conti e recepite dal ministero e dalla società Stretto di Messina.
In base al decreto, il Consiglio dovrà esprimersi non sull’intero progetto ma su alcuni aspetti tecnici specifici di quest’opera come sulle altre. E per quanto riguarda il ponte si parla di sicurezza, durabilità del sistema di sospensione, verifiche geotecniche e sismiche nell’area dello Stretto, ma anche stabilità rispetto alle sollecitazioni del vento e valutazione degli impatti ambientali. Il parere rappresenta uno degli ultimi passaggi tecnici prima del nuovo esame del progetto da parte del Cipess e del successivo controllo della Corte dei conti.
«Invieremo questi atti agli organismi competenti ma Salvini dovrà rispondere in aula alla mia interrogazione che ho già presentato su questo conflitto d’interesse», annuncia Bonelli che dà appuntamento al ministro delle Infrastrutture e trasporti al question time in programma domani alla Camera.
«Di fronte alla crisi economica, sociale il governo Meloni vuole spendere 14,5 miliardi di euro senza nemmeno dare le opportune garanzie e di fronte ad un’inchiesta per corruzione», sottolinea il co-leader di Avs ricordando che «già con la commissione Via, quella che si occupa di valutazione dell’impatto ambientale, abbiamo assistito al cambio dei membri della commissione una settimana dopo aver emesso il parere sul ponte. Ci troviamo di fronte ad un film già visto, un brutto film».
Il parere della commissione Via era stato favorevole, ma erano state inserite prescrizioni ambientali e di salvaguardia del territorio, ma il ministero guidato da Salvini non aveva gradito.