Rischio dimissioni per Nordio. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante

(Marco Antonellis – lespresso.it) – L’Italia ha parlato, e lo ha fatto con un linguaggio chiarissimo: no alla riforma della Giustizia. Con un’affluenza che ha sfiorato il 59%, ben oltre le aspettative della vigilia, il referendum si è trasformato da passaggio tecnico a verdetto politico e culturale. Il risultato – con il “No” stabilmente tra il 53% e il 54% – non è un’incertezza sul filo, ma una bocciatura netta. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante.
Il No travolge la riforma: affluenza record e bocciatura senza appello
I dati raccontano una verità che a Palazzo Chigi proveranno a minimizzare: il 69% degli elettori ha votato nel merito della riforma. Ma una quota non minoritaria – intorno al 30% tra gli elettori del “No” – ha dichiarato di aver votato contro il governo. Tradotto: nel Paese comincia a tirare aria di rivolta contro l’esecutivo. E qui sta il punto più doloroso per Giorgia Meloni: quando una riforma viene bocciata così, non basta dire “andiamo avanti”. Significa che non hai più con te il Paese reale, quello che vota e decide. Significa che si è rotto il rapporto di fiducia con il popolo sovrano.
Il fattore decisivo: città, istruzione e voto trasversale
L’analisi territoriale spiega perché il No ha vinto e perché lo ha fatto in modo netto. Le grandi città – Roma, Milano, Torino, Napoli – hanno registrato affluenze altissime e un orientamento prevalente verso il No. Lo stesso è accaduto nelle province ad alta istruzione e nelle aree storicamente più partecipative. Ma il dato davvero decisivo è un altro: il No non si è fermato nelle roccaforti “rosse”, ha sfondato anche altrove. Dal Nord produttivo al Sud, dai centri medi alle periferie urbane, si è formato un fronte trasversale, capace di superare i confini tradizionali dei partiti. È qui che il Sì ha perso la partita: ha tenuto il suo blocco, ma non è riuscito ad allargarsi.
Gli italiani vogliono essere governati, non comandati
C’è poi una lettura più profonda, quasi antropologica. Questo voto dice una cosa chiarissima: gli italiani vogliono essere governati, non comandati. Non accettano imposizioni dall’alto, non digeriscono riforme percepite come calate senza ascolto, non vogliono padroni. E qui sta il grande errore politico di Giorgia Meloni e del suo cerchio magico. La premier ha scelto di personalizzare lo scontro, mettendoci la faccia e trasformando il referendum in un test politico. Una scelta che, alla luce del risultato, si è rivelata un boomerang. Accanto a lei, figure chiave come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari hanno contribuito a costruire una linea rigida, poco dialogante, che ha finito per alimentare diffidenza anziché consenso.
La resa dei conti: Nordio sul banco degli imputati
Ora, dopo la batosta, si apre la fase più delicata: quella delle responsabilità. E il nome che circola con più insistenza è quello del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La riforma porta la sua firma, e la bocciatura popolare rischia di trasformarsi in una richiesta politica: fare un passo indietro. Nel mirino anche altri protagonisti della partita, da Andrea Delmastro a Giusi Bartolozzi, ma è sul numero uno di Via Arenula che si concentra la pressione maggiore. La caccia al capro espiatorio è già partita, e difficilmente si fermerà.
Meloni tra resistenza e manovre: cosa succede adesso
Giorgia Meloni, per ora, abbozza. Dice che il governo andrà avanti. Ma il risultato pesa, eccome se pesa. E apre scenari nuovi.
Tra le ipotesi sul tavolo: rivedere la strategia politica, abbandonando la linea muscolare, modificare la legge elettorale, in funzione anti-campo largo valutare un possibile anticipo delle elezioni alla primavera del 2027 (o addirittura già quest’anno), magari con election day nelle grandi città. Ma attenzione: la stessa maggioranza non è compatta. Lega e Forza Italia osservano, pesano, trattano.
Una bocciatura che cambia gli equilibri
Il referendum sulla giustizia non è stato un semplice incidente di percorso. È stato un segnale forte, chiarissimo. Non una rivolta, ma una scelta consapevole. Non un voto ideologico, ma un giudizio. E soprattutto: una bocciatura trasversale, che va oltre i partiti e parla al cuore del Paese. Per questo il No ha vinto. E per questo, da oggi, nulla sarà più come prima. Prima lo capisce anche Giorgia Meloni e meglio sarà per per il suo futuro politico oltre che per il Paese.
Dalla guerra breve immaginata da Washington alla guerra energetica totale

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La guerra contro l’Iran doveva essere rapida, chirurgica, politicamente risolutiva. Doveva colpire il vertice del potere, spezzare la capacità di risposta di Teheran, aprire fratture interne e costringere il regime a una resa di fatto. È accaduto il contrario. Il sistema iraniano non è crollato, la sua resilienza si è rivelata molto più robusta del previsto e la capacità di rappresaglia ha continuato a manifestarsi contro basi, infrastrutture e interessi regionali. Da qui nasce il salto di qualità che oggi rende il conflitto infinitamente più pericoloso: fallita la guerra breve, si è passati alla distruzione delle condizioni materiali della sopravvivenza economica.
South Pars, il bersaglio che cambia la natura del conflitto
Colpire il grande giacimento di South Pars non significa attaccare un obiettivo energetico tra i tanti. Significa toccare uno dei pilastri della tenuta iraniana: elettricità, industria, chimica, fertilizzanti, continuità produttiva, equilibrio sociale. Quando una guerra prende di mira un’infrastruttura di questo tipo, non colpisce più soltanto le forze armate o i centri di comando del nemico. Colpisce il sistema-Paese. E poiché quel bacino energetico è connesso all’altra grande metà qatarina, il messaggio diventa ancora più grave: il Golfo non è più un semplice teatro di operazioni, ma il cuore vulnerabile della sicurezza energetica mondiale.
Qui il conflitto cambia natura. Non siamo più dentro una classica campagna di controforza, orientata a neutralizzare missili, radar, basi o siti nucleari. Siamo dentro una logica di degradazione sistemica, in cui il bersaglio è la possibilità stessa di uno Stato di continuare a funzionare. È il punto in cui la guerra smette di essere solo militare e diventa apertamente economica, industriale e geoeconomica.
La rappresaglia iraniana e la reciprocità della vulnerabilità
Era inevitabile che Teheran rispondesse sullo stesso piano. Se vengono colpite le infrastrutture da cui dipende la sua sopravvivenza economica, la risposta più coerente consiste nel mostrare che nessun vicino del Golfo è davvero al sicuro. Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e persino i nodi energetici israeliani entrano così nell’orizzonte della rappresaglia. La guerra si trasforma in una competizione di vulnerabilità reciproca: ogni terminale, ogni raffineria, ogni impianto di liquefazione, ogni oleodotto, ogni porto energetico diventa un bersaglio potenziale.
Questo è il passaggio più drammatico. L’Iran non ha bisogno di vincere militarmente in senso classico. Gli basta rendere insicura la regione, alzare il costo delle assicurazioni marittime, rallentare i traffici, gettare i mercati nel panico, obbligare gli avversari a consumare risorse sempre maggiori per proteggere rotte e infrastrutture. In tal modo, la debolezza relativa sul piano tecnologico viene compensata da una straordinaria capacità di produrre disordine sistemico.
Hormuz e la doppia strozzatura
Finché il problema appariva limitato allo Stretto di Hormuz, si poteva ancora sperare in una crisi grave ma temporanea, concentrata soprattutto sul passaggio della molecola. Oggi non è più così. Il conflitto ha finito per colpire contemporaneamente la rotta e la fonte. Da un lato Hormuz come punto di strangolamento marittimo, dall’altro South Pars e gli altri nodi del Golfo come origine fisica della catena energetica. Questa doppia strozzatura cambia tutto.
Una rotta, almeno in teoria, può essere riaperta. Un’infrastruttura produttiva danneggiata richiede invece sicurezza, pezzi di ricambio, tecnici, tempo politico e tempo operativo. Il problema non è più soltanto quando torneranno a passare le navi. Il problema è se esisterà ancora una capacità sufficiente di alimentare quei flussi in tempi rapidi. Per questo i mercati non stanno più reagendo soltanto alla scarsità immediata, ma alla possibilità di un danno duraturo.
Il disastro energetico che paga il resto del mondo
Qui emerge la contraddizione più brutale. Gli Stati Uniti possono permettersi di dichiarare di non dipendere da Hormuz per il proprio fabbisogno interno. Israele dispone di una relativa autonomia energetica grazie ai giacimenti del Mediterraneo orientale. A pagare il prezzo più alto sono invece Europa e Asia. Sono loro che dipendono in misura decisiva dalla continuità dei flussi del Golfo, e sono loro che rischiano di subire rincari, frenata industriale, crisi logistiche e nuova inflazione.
La guerra, dunque, non sta solo colpendo l’Iran. Sta scaricando il suo costo sugli alleati e sui partner di chi l’ha voluta. È un punto geopolitico decisivo, perché mostra una divergenza sempre più evidente tra gli interessi di Washington e Tel Aviv da una parte, e quelli di europei e asiatici dall’altra. Chi ha acceso l’incendio non è necessariamente chi ne sopporterà il prezzo più alto. E questo, sul medio periodo, logora alleanze, fiducia e coesione strategica.
Il fallimento politico e la confusione strategica
Sul piano politico il quadro è altrettanto allarmante. Le voci critiche interne agli Stati Uniti, le crepe emerse nell’apparato di sicurezza, le ammissioni sulla mancata resa iraniana e le divergenze sugli obiettivi reali della guerra mostrano che il conflitto è stato avviato senza una chiara definizione del fine politico. Quando manca il fine politico, si allarga inevitabilmente il catalogo dei bersagli. Ed è esattamente ciò che stiamo osservando: una campagna nata per essere breve che, non riuscendo a produrre il risultato sperato, si trasforma in guerra lunga e in escalation energetica.
Anche l’idea di portare la pressione fino al controllo diretto di nodi strategici dell’export iraniano rivelerebbe non forza, ma disperazione strategica. Significherebbe passare da una guerra di pressione a una logica di occupazione e di scontro aperto ancora più rischiosa, giuridicamente isolante e militarmente incerta. È il segnale tipico di chi non sa più come chiudere una guerra e pensa di uscirne alzando ancora la posta.
La soglia ormai superata
La verità è che la soglia è già stata oltrepassata. Quando si colpiscono insieme produzione, transito, trasformazione ed esportazione dell’energia, non si è più in presenza di una semplice escalation regionale. Si entra in una guerra energetica totale. E una guerra di questo tipo non distrugge soltanto impianti: altera mercati, supply chain, capacità industriali, equilibri diplomatici e gerarchie strategiche.
Il Golfo è diventato così il punto in cui si misura non solo la resistenza iraniana, ma anche la fragilità dell’ordine internazionale. La guerra nata per ridisegnare il Medio Oriente rischia ora di produrre qualcosa di molto più vasto: una destabilizzazione globale in cui la vera vittima non sarà soltanto chi perderà sul campo, ma chi dipende dall’energia, dalle rotte e dalla stabilità che quel campo, fino a ieri, garantiva al mondo intero.
Il procuratore di Napoli si è speso in prima persona contro la riforma della Giustizia subendo attacchi personali per mesi. “Una scelta consapevole in difesa della Costituzione”. “Non è un rifiuto al cambiamento, è il rifiuto di un metodo”

(di Dario Del Porto – repubblica.it) – “La vittoria del No al referendum rappresenta un segnale forte e chiaro: la società civile è viva, attenta e pronta a mobilitarsi quando sono in gioco i principi fondamentali”, commenta il procuratore di Napoli Gratteri, il magistrato da 30 anni sotto scorta che si è speso in prima persona per il No alla riforma della magistratura.
Dopo mesi di attacchi anche personali subiti per la sua scelta, Gratteri ha seguito lo spoglio nel suo ufficio, all’ottavo piano del grattacielo della Procura napoletana. E quando sono passati venti minuti dalle cinque della sera e il risultato è ormai definito, argomenta: “È stata una scelta consapevole, una presa di posizione in difesa della Costituzione e dell’equilibrio delle istituzioni”.
“Questo risultato – sottolinea Gratteri – non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo”. E aggiunge: “La giustizia ha bisogno di riforme serie, capaci di ridurre i tempi dei processi e di migliorarne il funzionamento complessivo, garantendo efficienza senza sacrificare le garanzie”.
Sulle riforme, Gratteri evidenzia: “Sono necessarie, ma devono essere costruite con responsabilità, competenza e rispetto dei diritti”.

(dagospia.com) – L’Italia ha detto “No”. La scriteriata riforma della Costituzione by Nordio-Meloni è stata sonoramente bocciata dai cittadini.
Un risultato che porta con sé alcune considerazioni:
1. Il consenso politico ed elettorale della premier e del suo partito non sono per sempre: la destra si può battere.
2. Giorgia Meloni ha mobillitato l’elettorato ad andare le urne, ci ha messo personalmente la faccia e ha accettato la politicizzazione del voto. E infatti, secondo YouTrend, un italiano su tre ha scelto di votare “No” per “dare un voto di opposizione al governo”
3. La vittoria del “no” è ancora più rilevante visti i “sabotatori” interni. Nel centrosinistra ci sono state infatti alcune defezioni: dai riformisti per il sì (Picierno, Giachetti, Ceccanti) a Matteo Renzi, che non si è mai esposto (e ora salta sul carro della vittoria, proclamando la “sonora sconfitta” del Governo).
4. Ne consegue che la sconfitta del “Sì” è ancora più bruciante: nel fronte del centrodestra ci sono state molte defezioni. Secondo una stima di “Opinio”, l’11% degli elettori di Fratelli d’Italia, infatti, avrebbe votato “NO”. Ancora più incredibile il 17,9% di Forza Italia che si sarebbe schierato contro la riforma carissima a Silvio Berlusconi.
Che farà ora la Statista della Sgarbatella? A caldo, Giorgia ha abbozzato: “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”.
Ha sempre slegato la sua permanenza a Palazzo Chigi dal risultato del referendum, ma ora deve fare i conti con una sconfitta che sta assumendo i contorni di una batosta.
Con lo sguardo alle politiche del 2027, il primo passo per Giorgia Meloni sarà strambare in politica estera.
L’abbraccio mortale a Donald Trump si è rivelato letale anche in patria: non può non aver influito sull’esito del referendum l’ostilità crescente degli italiani verso il tycoon e le sue follie (guerra, dazi, offese agli alleati…).
Secondo un sondaggio citato da Piazzapulita giovedì scorso, su La7, dopo l’attacco a Teheran solo il 19% degli italiani approva il presidente Usa. Un anno fa, il consenso era quasi il doppio.
Il secondo tassello della strategia di sopravvivenza di Giorgia Meloni è accelerare verso l’approvazione di una nuova legge elettorale: nel 2022 il centrodestra vinse con il Rosatellum solo grazie all’imperizia politica di quella pippa al sugo di Enrico Letta che, non alleandosi con il M5s, regalò Palazzo Chigi a Fratelli d’Italia.
Ora, Giorgia Meloni ha capito che il campo largo può batterla e non può che correre verso una legge elettorale che cancelli i collegi uninominali (dove il centrosinistra unito può ottenere ottimi risultati) e conceda un forte premio di maggioranza alla coalizione in vantaggio.
Certo, ora che ha perso il referendum, la premier sarà molto meno baldanzosa con Lega e Forza Italia nella definizione della legge elettorale: dovrà scendere a compromessi.
Avesse vinto il “Sì”, avrebbe marciato come un caterpillar anche sui suoi stessi alleati.
La scadenza della legislatura è prevista per l’autunno del 2027: manca un anno e mezzo, ma Giorgia Meloni vorrebbe anticipare le elezioni politiche alla primavera (d’altronde si è sempre votato in quel periodo dell’anno).
Con il consenso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si potrebbe organizzare un election day in coincidenza con il voto amministrativo nelle tre grandi città italiane: Torino, Milano e Roma.
Qualcuno, nella “fiamma magica” intorno alla Ducetta, ha però segnalato che le comunali in quelle metropoli solitamente premiano il centrosinistra. Meglio dilazionare le tornate elettorali per non concedere agli avversari un vantaggio strategico.
Di certo, dopo la scoppola referendaria, partirà la caccia ai caproni espiatori, già individuati tutti in via Arenula: il ministro Carlo Nordio, la “zarina” Giusi Bartolozzi e il sottosegretario-ristoratore Andrea Delmastro.
Tre pasticcioni che con le loro gaffe, esondazioni verbali e gli affari opachi coi prestanome del clan Senese, hanno danneggiato la campagna elettorale e l’immagine del centrodestra, dilapidando un vantaggio che solo pochi mesi fa era dato al +20%.
Una figuraccia storica che non potrà non avere qualche testa rotolante.

(Tommaso Merlo) – Trump ormai preannuncia crimini di guerra via social mentre quel demonio di Netanyahu delira tra le macerie israeliane. Hanno dichiarato vittoria ma dal cielo piove di tutto, perfino la verità. Durante le prime due settimane l’Iran ha lanciato ferri vecchi per esaurire le difese aeree nemiche, adesso domina i cieli israeliani ed è passato ai missili balistici ed ipersonici più potenti. Non mira intenzionalmente ai civili come i sionisti, ma alle infrastrutture militari ed economiche oltre che applicare la legge del taglione. Lo dicono i numeri delle vittime mentre fanno quello che dicono, se americani e sionisti attaccano centrali energetiche o impianti di desalinizzazione, l’Iran fa altrettanto. Trump ha minacciato di lasciare l’Iran al buio come Cuba e Teheran ha risposto suggerendo agli schiavi degli Evirati Arabi di fare le valigie. Senza luce e acqua potabile, in quel deserto rischiano la carestia come del resto milioni di persone nel mondo. Dallo Stretto passano anche fertilizzanti col rischio che ai poveri del pianeta non cadano nemmeno più le briciole. La propaganda mainstream manipola, ma si rischia una crisi inaudita preludio di una nuova era. Geopolitica ma anche interiore. Potremmo presto essere costretti a disintossicarci dalla roba e dall’immagine e ritrovare noi stessi per riuscire a sopravvivere mentre l’era del lusso e dello spreco la racconteremo ai pronipoti. Al fronte intanto sionisti e americani stanno colpendo edifici e capannoni vuoti a casaccio al punto che anche la deficienza artificiale comincia ad avere qualche dubbio. Del resto gli iraniani sanno da decenni che i loro nemici combattono sganciando bombe dal cielo e quindi hanno sotterrato tutto. Se fossero stati soli, i sionisti avrebbero cominciato a radere al suolo scuole ed ospedali pieni e quartieri dormitorio, ma si vede che il degrado morale del Pentagono non è ancora arrivato a quel livello, almeno per adesso. In compenso con Trump siamo al delirium tremens mentre Netanyahu si contorce posseduto tra macerie anche esistenziali. Voleva ridurre i persiani come i palestinesi ed invece quel destino tocca a loro. Perché l’Iran regge, risponde e ribadisce le sue condizioni. Via gli intrusi pallidi dalla regione, bastonate sul groppone agli sceicchi sporcaccioni e deliri ideologici sionisti nelle fogne della storia. Dettagli tutti da concordare, ma è quella la direzione e già s’intravedono i primi passi avanti. Con la Nato cacciata dall’Iraq come una manica di squatter e marines che salgono in fretta e furia su cargo diretti in Oklahoma lasciandosi alle spalle basi ed ambasciate in fumo. Con Israele sempre più gazanizzato mentre la sabbia del deserto ha cominciato a ricoprire le desolanti cattedrali degli Evirati Arabi. Storia sotto ai nostri nasi e a ritmi inauditi. A fregare americani e sionisti ma anche noi servi europei, è stata l’arroganza. Per decenni abbiamo insanguinato il mondo a vanvera pensando che i nostri soldi e le nostre bombe anche di ipocrisia, ci garantissero un dominio eterno. Decenni a pavoneggiarci nell’orgia materiale con la guerra diventata un business come un altro mentre gli iraniani sottoterra studiavano e sperimentavano per fronteggiare una aggressione che davano per scontata. Col risultato che l’Iran ha intuito l’era missilista in largo anticipo e la padroneggia mentre noi siamo rimasti agli eserciti da secolo scorso. È questo il fatto storico. Dopo decenni a distruggere paesi più deboli, un nemico più forte e con una strategia più intelligente. Rischiamo una sconfitta devastante preludio di una nuova era mentre la propaganda mainstream manipola. Con cacciabombardieri americani che a sentire lorsignori cadono per incidenti aerei e non abbattuti dagli iraniani compreso il celebre F35, cento milioni a velivolo per un bidone che doveva essere invisibile. Con le mega portaerei americane costrette a rinculare per lavori di manutenzione e non perché trapanate da missili e droni. Il tutto mentre sventolano false bandiere ovunque. Pare che anche il missile che ha sfiorato l’atollo anglosassone a 4.000 chilometri di distanza fosse farina del sacco sionista come quello sulla Turchia, stanno perdendo e vogliono far dilagare il conflitto. Il tutto mentre ancora spacciano l’Iran come paese terrorista solo perché osa resisterci mentre il nostro genocidio è sparito dai radar come i decenni a finanziare jihadisti alla bisogna. Arroganza e bombe anche di ipocrisia mentre a calpestare il diritto internazionale sono americani e sionisti con noi servi europei a guardare. Storia sotto ai nostri nasi e a ritmi inauditi con una importante novità, dal cielo piove di tutto compreso la verità. Il mondo è schierato con l’Iran e se militarmente l’esito della guerra è ancora incerto, politicamente Teheran ha già prevalso. Non resta che vedere se Trump si arrenderà dicendo di aver stravinto oppure se i sionisti lo trascineranno in un baratro da fine impero. Si vocifera di trattative ma la parola americana e sionista non vale più nulla e l’Iran ha fatto sapere che non vuole nessun cessate il fuoco ma un accordo di pace che porti ad una nuova era regionale e si spera mondiale. Con la sconfitta storica dei deliri ideologici sionisti ma anche della deleteria egemonia americana in modo che anche noi servi europei possiamo tornare liberi e rimboccarci le maniche per superare una crisi geopolitica che è anche interiore.
Oltre 12.000 fuorisede hanno contattato noi di AVS per votare. Vederli presidiare i seggi è stata la risposta più bella a chi parla di una generazione disinteressata

(Gianfranco Mascia – ilfattoquotidiano.it) – “Forever young, I want to be forever young”. Questa vittoria del NO al referendum sulla giustizia, mi hanno fatto venire in mente le note degli Alphaville. Infatti, parafrasando il titolo di quella canzone degli anni 80, oggi dovremmo dire davvero: “Per sempre giovani”. Perché sono loro, con la loro forza ostinata e contraria e la loro generosissima partecipazione al voto, ad aver reso possibile questa straordinaria vittoria.
Non è una mia sensazione, sono i numeri che abbiamo raccolto prima del voto a dircelo. Ad esempio, prendiamo il successo dell’iniziativa AVS per il voto Fuori Sede, un segnale inequivocabile: oltre 12.000 ragazze e ragazzi ci hanno contattato per un solo motivo: poter votare lì dove studiano o lavorano, rivendicando un diritto che spesso la burocrazia (e certa politica) negano. Noi li abbiamo nominati rappresentanti di lista consentendo loro di esprimersi. Vederli presidiare i seggi è stata la risposta più bella a chi parla di una generazione disinteressata. Il sentore di quello che stava accadendo l’ho avuto chiaramente questo fine settimana. L’ho passato a rispondere personalmente a chi aveva fatto domanda ma, pur avendo ricevuto la risposta automatica, temeva di essere stato dimenticato. In quelle voci, in quelle email e chiamate cariche di urgenza, non c’era solo una richiesta tecnica; c’era la voglia di esserci, e contare.
Anche nella mia famiglia, il segnale è arrivato forte. Mio figlio mi ha fatto notare che molti dei suoi amici, ragazzi che con la politica attiva non hanno mai avuto nulla a che fare, questa volta hanno sentito il bisogno di andare ai seggi. Non per seguire una bandiera, ma per proteggere un’idea di giustizia che sentono propria.
Ma, diciamocelo, lontano dalla propaganda: la difesa dell’autonomia dei magistrati non è una battaglia di casta. Al contrario di quanto il Governo ha cercato di far credere, difendere l’indipendenza della magistratura significa difendere i diritti di ogni singolo cittadino. Un giudice libero da condizionamenti politici è l’unico baluardo che garantisce che la legge sia davvero uguale per tutti, soprattutto per chi non ha potere o grandi mezzi economici. I giovani lo hanno capito, non volendo una giustizia “addomesticata”, ma una giustizia che non guardi in faccia a nessuno.
Ora gioiamo per questo risultato, ma con la consapevolezza che non possiamo permetterci di rimanere sugli allori. Questa vittoria non è un punto di arrivo, ma un’eredità che ci è stata consegnata da chi ha ancora tutto il futuro davanti.
Dobbiamo ripartire proprio da questo magnifico impulso ricevuto dai giovani. Se 12.000 fuori sede si sono mobilitati per diventare rappresentanti di lista pur di votare, significa che c’è una domanda di partecipazione che non può più essere ignorata. Il nostro compito, da domani, è coinvolgerli fino in fondo, questa volta non solo per una croce su una scheda. Dobbiamo, insieme a loro, per trasformare questa energia in una proposta politica che parli la loro lingua e protegga le loro speranze.
YOUTREND, TRA CHI HA VOTATO NO IL 31% LO HA FATTO CONTRO IL GOVERNO

(ANSA) – ROMA, 23 MAR – Secondo l’instant poll Youtrend per Sky TG24, tra chi ha votato Sì, le ragioni di merito dominano in modo netto. Il primo fattore citato è il sostegno alla separazione delle carriere nella magistratura (59%), seguita dal sostegno alla divisione del CSM in due rami (35%) e all’istituzione di un’Alta Corte disciplinare (34%). Il sorteggio dei componenti del CSM raccoglie il 30%.
Segnali di carattere più politico — il desiderio generico di modificare la Costituzione (24%) e il voto di sostegno al Governo Meloni (18%) — si collocano in coda alla classifica. Il quadro è più netto per il fronte del No. Qui, la motivazione principale è il desiderio di non modificare la Costituzione (61%), segnale di un orientamento conservativo-istituzionale più che di opposizione politica contingente.
Al secondo posto si colloca il desiderio di contrastare il sorteggio dei componenti del CSM (39%). La componente esplicitamente politica — dare un voto di opposizione al Governo Meloni — si attesta al 31%, terzo posto, subito davanti alla contrarietà alla divisione del CSM (27%) e all’Alta Corte disciplinare (17%).
Quasi irrilevante la quota di chi ha seguito le indicazioni di partito (7%) o si è opposto alla separazione delle carriere per sé (4%). Complessivamente, il 69% degli elettori dichiara che sulla propria decisione di voto ha pesato di più “il giudizio nel merito della riforma”, contro il 28% che ha agito principalmente con la volontà di dare un segnale politico. Il 3% non sa. La componente di voto politico è tuttavia più marcata tra chi ha votato No: il 34% degli elettori del No riconosce di aver voluto dare un segnale politico, contro il 21% degli elettori del Sì.
In caso di vittoria del No — che boccerebbe la riforma proposta dall’esecutivo — il 54% degli italiani ritiene che Giorgia Meloni dovrebbe continuare a guidare il governo. Solo il 26% chiede le dimissioni (il 20% non si esprime). La frattura politica è marcata: l’87% degli elettori del Sì ritiene che Meloni debba restare (solo il 7% vorrebbe le dimissioni), mentre tra gli elettori del No la quota scende al 37% — con il 47% favorevole alle dimissioni.
Prima del voto, gli italiani erano spaccati sulle previsioni di esito: il 32% si aspettava la vittoria del Sì, il 30% quella del No, e ben il 38% non sapeva pronunciarsi. Come atteso, gli ottimisti del Sì sono soprattutto gli elettori del Sì stesso (66%), mentre il 57% degli elettori del No pronosticava la vittoria del proprio campo.
RENZI, IL MESSAGGIO È FORTE E CHIARO, UNA SCONFITTA SONORA DEL GOVERNO
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “La partita è sostanzialmente chiusa, il No a sorpresa ha vinto. Oggi si consuma un fatto politico enorme, quando il popolo parla il palazzo deve ascoltare. Questo è un passaggio importante per Meloni, che ci ha detto di essere benedetta e baciata dal consenso.
Hanno scelto di fare molto più che personalizzare. Oggi il messaggio forte e chiaro è che c’è una sconfitta sonora, prima che delle ragioni del Sì, del governo e del modo arrogante con cui ha voluto fare questa riforma”. Lo ha detto il presidente di Iv, Matteo Renzi, a Radio Leopolda.
CONTE, IL M5S E LE FORZE PROGRESSISTE INTERPRETERANNO QUESTA NUOVA PRIMAVERA
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “Si apre una nuova stagione, una primavera politica. I cittadini sono protagonisti, vogliono voltare pagina, segnalano la richiesta di un’altra politica, più attenta ai bisogni delle persone e meno a tutelare i politici dalle inchieste. Il M5s ha tutto il diritto, con le altre forze progressiste, di interpretare questa nuova primavera”. Lo ha detto il presidente del M5s, Giuseppe Conte, in una conferenza stampa nella sede del partito, a Roma.
REFERENDUM: YOUTREND, HA VINTO IL NO, VANTAGGIO INCOLMABILE
(ANSA) – “Vittoria del NO al referendum costituzionale della giustizia”. Lo scrive su X Youtrend evidenziando che “con 20.932 sezioni su 61.533 il vantaggio è ormai incolmabile”
Referendum: Youtrend, il No vince in 14 regioni In Friuli, Lombardia e Veneto trionfa il SI’, in bilico Trentino, Umbria e Valle d’Aosta
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – Il No, secondo le stime Youtrend, vince in 14 regioni. Le 3 regioni in cui trionfa sicuramente il Sì sono Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. In Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Umbria e Valle d’Aosta l’esito è invece incerto al momento.
ZUPPI, EQUILIBRIO TRA POTERI PREZIOSA EREDITÀ, ORA DIALOGO RESPONSABILE
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – Il cardinale presidente della Cei Matteo Zuppi, nell’introduzione al Consiglio episcopale, parla del referendum sottolineando che “il dibattito che lo ha preceduto e i dati di affluenza confermano l’importanza di ragionare sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà.
Tenendo sempre conto l’equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo”, ha auspicato il cardinale, “che sia scelta la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.

(Stefano Rossi) – La riforma costituzionale, voluto fortemente da questo governo, non ha superato il voto referendario.
Noi italiani, per quanto spaccati come sempre, abbiamo difeso la Costituzione.
Le intenzioni del governo non erano quelle di migliorare l’efficienza della giustizia, non era quella di umiliare la magistratura, sempre secondo chi sta al governo, quindi, in molti si sono chiesti, a che diavolo serve? O, meglio, a chi serve?
Quando poi, il ministro Tajani, che quando parla, aumentano i voti dell’opposizione, senza vergognarsene, aveva detto che si dovrà aprire il discorso se bisognerà ancora tenere la polizia giudiziaria sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, in molti abbiamo temuto la vittoria dei sì.
Sulle dichiarazioni di Nordio, meglio lasciar perdere. In questo momento sono sobrio.
Il governo ha saldamente la maggioranza, FdI, maggior partito di governo, viaggia ancora al 30%, eppure, hanno perso il Referendum.
In questo Paese abbiamo poche certezze, una di queste è la Costituzione.
Questa riforma è stata scritta con i piedi di chi ha studiato poco il diritto Pubblico.
Tra le tante nefandezze, merita ricordarne una.
Se avessero vinto i sì, si sarebbe istituita l’Alta Corte disciplinare per emanare provvedimenti disciplinari contro i magistrati.
Bene, si sono dimenticati, questi ignoranti, di leggere l’art. 105, che prevede che solo il CSM, può provvedere ad infliggere i provvedimenti disciplinari.
Quindi, se avessero vinto questi Unni, l’Alta Corte si sarebbe riunita solo per chiacchierare del più e del meno come quando lo facciamo noi al bar sorseggiando un caffè.
Pietro Calamandrei, giurista e politico, Padre costituente ebbe a dire un giorno: “Quando si scrive la Costituzione i banchi del Governo devono restare vuoti”.
Quanti hanno inteso questo saggio consiglio?
Non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranze semplici.
Non si può cambiarla per meri interessi di partito.
È il Parlamento che deve prendere una decisione simile.
Abbiamo visto che, in Parlamento, il dibattito è stato sterile e meramente formale.
Durante il dibattito sulla redazione dell’art. 104 della Costituzione, al cui primo comma, recita: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, alcuni si preoccuparono di lasciar troppa autonomia e indipendenza, se non altro, per quello che successe durante i regimi totalitari.
L’on. Ruini, per la Commissione, controbatté: “dicendo che un dato ordine, l’ordine della magistratura, deve essere indipendente, e cioè non deve dipendere da un altro potere dello Stato, e che deve essere autonomo, ossia disporre di sé per ciò che riguarda il suo stato, come personale dei magistrati, non diciamo cosa che non sia costituzionale e democratica. Che la magistratura sia sottratta alla dipendenza e alla influenza del Governo è un’esigenza e una conquista della democrazia”.
Non tutti hanno percepito questa conquista da difendere.
E’ meschino far vedere la cartina geografica con i Paesi in cui, i magistrati inquirenti, sono soggetti al potere politico. Solo l’Italia e la Grecia sarebbero fuori da questa realtà diceva la Meloni.
Ma come si può ragionare in questo modo?
L’Italia, ancora oggi, nonostante tutti i massacri della politica, ha un Servizio Nazionale Sanitario che è un’eccellenza che ci invidia tutto il mondo.
Siamo in pochi a poter vantare di andare in ospedale e non pagare nulla.
Quindi?
Siccome siamo gli unici, o poco di più, dobbiamo sopprimere il SSN e allinearci alla follia degli USA?
La cosa peggiore è non rendersi conto delle cose buone che abbiamo nel nostro Paese e andare a invidiare le cose sbagliate fuori dai nostri confini.
Si chiama stupidità!

(ANSA-AFP) – Elon Musk ha annunciato nelle scorse ore Terafab, una fabbrica destinata alla produzione di semiconduttori per l’intelligenza artificiale, la robotica e i data center da inviare nello Spazio. L’ultima iniziativa dell’uomo più ricco del mondo.
Terafab, un impianto di produzione situato vicino ad Austin, in Texas, avrà l’obiettivo di produrre un terawatt di potenza di calcolo all’anno che equivale a mille miliardi di watt, poco meno della capacità totale di produzione di elettricità degli Stati Uniti.
Il miliardario americano ha indicato che il progetto sarà condotto congiuntamente dalla sua azienda di veicoli elettrici Tesla oltre che dalla società spaziale SpaceX e xAi, che gestisce il social X. L’imprenditore non ha rivelato l’ammontare dell’investimento iniziale, sebbene precedenti rapporti dei media statunitensi stimino una cifra tra i 20 e i 25 miliardi di dollari.
Elon Musk, che non ha esperienza nel settore dei semiconduttori, ha dichiarato che Terafab è necessaria poiché la domanda di potenza di calcolo di Tesla e SpaceX dovrebbe superare quella dei fornitori globali di chip. “Siamo molto grati alla nostra attuale catena di approvvigionamento, in particolare a Samsung, Tsmc, Micron e altri – ha detto durante una diretta su X – ma esiste un limite massimo alla loro capacità di espansione, ben al di sotto di quanto vorremmo. Abbiamo bisogno di questi chip, quindi costruiremo Terafab”.
A lungo termine, il progetto mira a produrre chip in grado di supportare tra i 100 e i 200 gigawatt di potenza di calcolo sulla Terra e un terawatt nello Spazio. Musk ha aggiunto che Terafab contribuirebbe a trasformare l’umanità in una “civiltà galattica”, che possa sfruttare le risorse di altri pianeti e stelle.

(ilfattoquotidiano.it) – Alessandra Todde resta pienamente legittimata nel suo ruolo di presidente della Regione Sardegna: la Corte d’Appello di Cagliari ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado sulla decadenza, confermando però la sanzione pecuniaria di 40mila euro.
La Corte ha accolto parzialmente l’appello della presidente, dichiarando nulla la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva riqualificato la sua condotta come “omessa presentazione” del rendiconto delle spese della campagna elettorale. La Corte ha preso atto che la Consulta aveva già annullato l’ordinanza del Collegio di garanzia nella parte in cui disponeva la decadenza. Ancora nessun commento a caldo da parte della presidente che si sta preparando a raggiungere Bruxelles dove è probabile che domani tenga un punto stampa nel quale parlerà anche della decisione della Corte d’Appello. Dall’entourage della governatrice e dal Movimento Cinquestelle però trapela soddisfazione ed entusiasmo.
Per i giudici della Corte costituzionale il Collegio regionale di garanzia elettorale che aveva dichiarato decaduta l’esponente del M56 aveva “esorbitato dai propri poteri, cagionando una menomazione delle attribuzioni costituzionalmente garantite alla Regione Sardegna”, in quanto si è pronunciato “in ipotesi non previste dalla legge come cause di ineleggibilità“. La Consulta aveva messo nero su bianco che non spettava allo Stato e, per suo conto al Collegio di garanzia, affermare nella motivazione dell’ordinanza impugnata, che “si impone la decadenza dalla carica del candidato eletto” e disporre “la trasmissione della presente ordinanza/ingiunzione al Presidente del Consiglio Regionale per quanto di competenza in ordine all’adozione del provvedimento di decadenza di Todde Alessandra dalla carica di Presidente della Regione Sardegna”.
L’ordinanza era stata adottata in seguito all’esame delle spese sostenute dalla governatrice sarda durante la campagna elettorale per le regionali del febbraio 2024, in cui sarebbero state ravvisate irregolarità. Fra le irregolarità contestate dai giudici del collegio elettorale, la mancata apertura di un conto corrente dedicato per la raccolta dei finanziamenti destinati alla campagna elettorale e l’assenza di un mandatario elettorale, elementi necessari per garantire la trasparenza dei finanziamenti. Ma l’11 marzo di un anno fa la Corte dei conti aveva approva le spese elettorali M5s e un mese dopo la procura di Cagliari aveva chiesto di annullare la decadenza per le spese elettorali.
Le cose però ad un certo punto sono sfuggite di mano; qualcuno ha sollevato il telo e la favola del Sì è sparita

(di Francesca Carone – ilfattoquotidiano.it) – La campagna referendaria ha prodotto una prevaricazione ideologica nella sua esegesi distonica, inflazionando i valori della democrazia e del pluralismo. Il dibattito, soprattutto nella compagine del Sì, ha subìto slanci impattanti, a tratti fuorvianti, adattati al contesto politico della propaganda e personalizzati all’occorrenza, polarizzando idee e posizioni senza un barlume di mediazione o sfumature intermedie.
Per capire l’impatto della campagna referendaria sull’opinione pubblica bisogna partire dalla sua genesi. La riforma scritta dal Ministro Nordio è venuta alla luce nell’alveo di un dibattito unilaterale, seguendo un asfittico percorso burocratico, svuotato e privo di un dialogo costruttivo primordiale tra maggioranza e opposizione. Una scelta che ha presentato un conto salato: una maggioranza e una opposizione spaccate e un dibattito condotto sulla linea di “difesa e giustificazione” della riforma giudiziaria. Nulla (o quasi) si è capito dei contenuti e delle motivazioni che hanno spinto Nordio a voler modificare ben sette articoli della Costituzione (gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110). Una crepa che doveva essere sanata “all’origine” attraverso azioni propedeutiche di democrazia parlamentare, volte al discernimento dei nuclei fondanti della riforma e ad un confronto serio e costruttivo con le parti, attraverso un dibattito concentrato sui contenuti e sul merito.
Questo vuoto dibattimentale ha determinato un’anomalia strutturale nella dialettica della campagna del Sì, esternata con posizioni polarizzate, accompagnate da un linguaggio esponenziale, debordante, spersonalizzato e poco assertivo. Il dibattito che è venuto fuori si è articolato in una forma di difesa a pugni stretti e toni alti.
Il linguaggio e la tecnica della campagna referendaria pro riforma hanno seguito il percorso di una televendita pubblicitaria a forte impatto emotivo e manipolativo. Una vera e propria “campagna pubblicitaria” di una riforma che ha preso le distanze da ben 7 articoli della Costituzione. I protagonisti della maggioranza, quelli dei piani alti, hanno sdoganato per giorni tecniche e strategie di “vendita” del Sì, anche attraverso il “voto di scambio”, sistemando sugli scaffali della propaganda, ad altezza d’uomo, motivazioni spesso bislacche e fuori contesto, fortemente impattanti su idee e posizioni politiche della gente. L’obiettivo era puntare sulle paure e sui moti di rabbia e di riscatto degli italiani, esposti ad una crisi economica, politica e sociale ormai endemica, oscurando la verità effettiva di una riforma giudiziaria, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre 2025 (con 112 voti a favore, 59 contrari e 9 astenuti), senza la maggioranza dei due terzi dei componenti, aprendo la strada al referendum costituzionale confermativo.
Una riforma piena di incongruenze e interrogativi di ordine politico ed etico. La Campagna referendaria del Sì ha presentato la riforma alla stregua di un cartellone pubblicitario dai colori sfolgoranti e dalle sfumature ad effetto; una scelta che ha ricordato il famoso hamburger pubblicitario nel film con Michael Douglas Un giorno di ordinaria follia, dove il protagonista si rende conto che l’hamburger della pubblicità non corrisponde a quello reale che gli viene servito nella famosa scatola del McDonald’s. Capisce che la pubblicità è ingannevole e menzognera e che quel misero panino, triste e anemico, è totalmente diverso da quello del cartellone pubblicitario, che tutti mangiano rassegnati senza dire una parola.
Veri e propri “cartelloni virtuali” del Sì sono stati infilati nei palinsesti e nei social; eloqui ridondanti e postulati fuorvianti somministrati quotidianamente e accompagnati da un linguaggio fermo e deciso, come chi è convinto di dire la verità. Aneliti sonori hanno invaso e impressionato, con una drammatizzazione strehleriana, i territori virtuali del Sì, fino a spingersi all’inverosimile, ipotizzando (in caso di vittoria del No) cataclismi giudiziari della natura più svariata (condannati risarciti, casi giudiziari emblematici, bambini strappati alla famiglia) con tutto il repertorio di sgrammaticature e commistioni narrative “naif” accompagnate da una strabica enfasi comunicativa. Tutto è finito nel pentolone dorato di una narrazione costruita a tavolino, e, come nelle migliori tradizioni delle campagne pubblicitarie, tutto il “globo terracqueo” sembrava magicamente invaso dagli effetti miracolosi del Sì: famiglie del mulino bianco felici nei boschi, giustizia uguale per tutti, immigrazione contrastata, cattivi puniti, processi giusti… e, come cantava Lucio Dalla, tre volte Natale e festa tutto l’anno…
Le cose però ad un certo punto sono sfuggite di mano; qualcuno ha sollevato il telo e la favola del Sì è sparita! Il fervore intimo di alcuni rappresentanti politici ha avuto la meglio e la paura di perdere il referendum ha determinato la disfatta di Caporetto: dal famoso deputato che ha incoraggiato il “voto di scambio”, al Capo di Gabinetto che ha assimilato la magistratura ad un plotone di esecuzione, mentre un altro la paragonava al cancro.
Poi tutto è precipitato quando, per una strana congiunzione astrale, una manina ha oscurato definitivamente la campagna pubblicitaria del Sì con il famoso caso Delmastro. Una disfatta che ha rotto gli argini di una goffa, imbarazzante, ancorché vacua, propaganda elettorale del Sì, strumentalizzando la realtà e manipolando gli elettori.
C’era spazio per un dibattito costruttivo e democratico lanciato da intellettuali, politologi e storici. Bastava interloquire e confrontarsi con loro fin dal concepimento della riforma, in forma istituzionale e democratica. Senza slogan, sensazionalismi, enfasi e storture. Con umiltà e senso dello Stato.
MEDIA USA: LE AUTORITÀ UNGHERESI PASSANO AL CREMLINO INFORMAZIONI SEGRETE

(di Weronika Wakulska – it.euronews.com) – Secondo il quotidiano statunitense The Washington Post, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó avrebbe passato ai russi informazioni riservate dalle riunioni del Consiglio dell’Unione europea. La parte ungherese respinge queste accuse, definendole false.
Secondo quanto rivelato dal quotidiano The Washington Post, che cita un anonimo funzionario europeo della sicurezza, le autorità ungheresi da anni avrebbero trasmesso regolarmente a Mosca informazioni riservate sui retroscena degli incontri dei leader del Consiglio dell’Unione europea.
Secondo il quotidiano, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó avrebbe telefonato all’omologo russo nelle pause tra le riunioni in sede Ue per riferire al capo della diplomazia russa, Sergej Lavrov, l’andamento dei colloqui tra i leader europei e per avanzare proposte alle autorità di Mosca.
Secondo la fonte anonima del giornale, “da anni ogni riunione in ambito Ue si svolge di fatto con Mosca seduta al tavolo”. Sulla vicenda è intervenuto domenica il premier polacco Donald Tusk. “La notizia che gli uomini di Orbán forniscano a Mosca informazioni dettagliate sulle riunioni del Consiglio Ue non dovrebbe sorprendere nessuno. Da tempo avevamo qualche sospetto in proposito”, ha commentato il primo ministro polacco.
“Questo è uno dei motivi per cui intervengo solo quando è assolutamente necessario e dico solo lo stretto indispensabile”, ha aggiunto in un post sulla piattaforma X. In un post su X, il ministro degli Esteri ungherese ha commentato le rivelazioni del Washington Post, definendole false e suggerendo che servano a sostenere il partito d’opposizione Tisza di Péter Magyar in vista delle elezioni parlamentari.
“Le solite fake news. Diffondete menzogne per aiutare il partito Tisza nel tentativo di instaurare in Ungheria un governo fantoccio favorevole alla guerra. Non ci riuscirete!”, ha scritto Péter Szijjártó.
Alla vicenda ha fatto riferimento anche il vicepremier polacco e ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski. “Questo spiegherebbe molte cose, Peter”, ha scritto Sikorski su X. In precedenza, il Washington Post aveva anche riferito che alcuni consiglieri russi avrebbero suggerito all’amministrazione del premier Orbán di inscenare un attentato contro di lui, ritenendo che ciò potesse aiutarlo a vincere le imminenti elezioni parlamentari. […]
COMMISSIONE UE, ‘BUDAPEST CHIARISCA CONTATTI CON MOSCA’
(ANSA) – BRUXELLES, 23 MAR – “Le notizie secondo cui il ministro degli Esteri ungherese avrebbe divulgato al suo omologo russo discussioni a porte chiuse a livello ministeriale nel Consiglio sono motivo di grande preoccupazione”. Lo ha detto una portavoce della Commissione Ue nel corso dell’incontro quotidiano con la stampa dopo le notizie sulle presunte ‘spiate’ di Budapest a Mosca.
“Il rapporto di fiducia tra gli Stati membri e tra questi e le istituzioni è fondamentale per il funzionamento dell’Unione europea. Ci aspettiamo che il governo ungherese fornisca chiarimenti”. “Prima dobbiamo accertare i fatti e ricevere chiarimenti”, ha chiarito.
ORBAN, ‘GRAVE ATTACCO ALL’UNGHERIA L’INTERCETTAZIONE DI UN MINISTRO’
(ANSA) – BUDAPEST, 23 MAR – “L’intercettazione delle conversazioni di un membro del governo è un attacco grave contro l’Ungheria. Così, ho dato l’ordine al ministro della giustizia di avviare subito un’indagine approfondita a proposito delle rivelazioni sull’intercettazione di Peter Szijjarto”:
lo ha annunciato il premier ungherse Viktor Orban su Facebook dopo che ieri il Washington Post ha scritto che il ministro degli esteri Szijjarto effettuerebbe regolarmente telefonate durante le pause dei consigli europei per fornire al ministro russo Sergei Lavrov resoconti in diretta su quanto discusso sui vertici Ue.
Sullo stesso argomento, il leader dell’opposizione democratica ungherese Peter Magyar ha detto: “Quello che il ministro Szijjarto ha fatto non è altro che un puro tradimento della patria, e avrà conseguenze dopo le elezioni del 12 aprile.”
‘I SERVIZI RUSSI PROPOSERO UN FINTO ATTENTATO A ORBAN PER FAVORIRLO AL VOTO’
(ANSA) – WASHINGTON, 22 MAR – Un mese prima delle elezioni in Ungheria un’unità del servizio di intelligence estera russo avrebbe lanciato l’allarme sul crollo del sostegno pubblico verso il premier Viktor Orban, la cui vicinanza con Mosca ha a lungo garantito al Cremlino un punto d’appoggio strategico all’interno della Nato e dell’Unione Europea.
E secondo un rapporto dei servizi russi di cui il Washington Post ha preso visione, gli agenti avrebbero proposto misure drastiche per cercare di ribaltare il risultato del voto, come un finto attentato ad Orban. Una strategia chiamata ‘The Gamechanger’, ‘la svolta, per “alterare radicalmente l’intero paradigma della campagna elettorale”.
“Un incidente del genere sposterà la percezione della campagna elettorale dal piano razionale delle questioni socioeconomiche a quello emotivo e i temi centrali diventeranno la sicurezza dello Stato, nonché la stabilità e la difesa del sistema politico”, si legge nel rapporto. Alla fine, evidentemente, il piano non è andato in porto. Ma i legami tra Mosca e Budapest sono più stretti che mai.
Secondo quanto riferito da fonti informate al Washington Post, il governo Orban da tempo fornisce a Mosca una finestra sulle discussioni più sensibili all’interno dell’Unione europea. Il ministro degli esteri Peter Szijjarto, rivelano funzionari europei, effettuerebbe regolarmente telefonate durante le pause dei consigli europei per fornire al suo omologo russo, Sergei Lavrov, “resoconti in diretta su quanto discusso” e su possibili soluzioni.

(di Mario Giordano – La Verità) – Caro Andrea Delmastro, le scrivo questa cartolina perché qui fioccano le richieste: c’è chi vorrebbe aprire con lei un ristorante di pesce (Merluzzeria d’Italia), chi un ristorante vegetariano (Cavoleria d’Italia) e chi una pasticceria (Zuccotteria d’Italia).
Si tratta, ovviamente, di persone sconosciute, ma sappiamo che lei non si fa problemi a entrare in società col primo che passa. Soprattutto con la prima che passa, fosse anche essa la figlia dell’uomo del clan mafioso.
Pure il tempo, a quanto pare, non le manca. Noi pensavamo che un sottosegretario alla Giustizia non avesse un minuto per pensare ad altro. Invece no, lei è riuscito a dedicarsi persino al ristorante Bisteccheria d’Italia. […] Quello che però non capiamo è come mai lei, avendo tutto quel tempo a disposizione, non ne abbia dedicato un po’ a capire chi erano i suoi compagni di avventura gastronomica.
[…] Noi crediamo fermamente alla sua buonafede e al fatto che lei lotta contro la mafia senza tregua e senza quartiere, tanto da vivere sotto scorta.
Ma com’è, allora, che un sottosegretario così avveduto e battagliero non si è informato delle persone con cui andava a cucinare le bistecche?
Non so se nel menù del ristorante, in mezzo a tutta quella carne, sia previsto anche il pollo. Ma fra i soci del ristorante sì. E avere al ministero della Giustizia un pollo è un pericolo. Per lei. E per noi.
Vede, caro Delmastro, noi l’abbiamo sempre difesa anche nelle sue imprese più spericolate. È stato condannato per violazione del segreto d’ufficio sul caso Cospito, e l’abbiamo difesa. È stato accusato per quel Capodanno pistolero con il ferimento dell’agente della sua scorta, e l’abbiamo difesa.
È finito nella bufera per aver detto di «non voler far respirare i criminali», e l’abbiamo difesa. S’è fatto fotografare con una sigaretta in bocca sotto il cartello «vietato fumare», e l’abbiamo difesa.
Ora però siamo costretti a difenderla da sé stesso: se da sottosegretario lei pensa che sia normale entrare in una società senza sapere chi sono i soci, beh, forse è meglio per lei che si dedichi davvero alle bistecche. A tempo pieno, però.
Lo so che per lei sarebbe una rinuncia dolorosa. Respira politica fin da quando era bambino. Figlio di Sandro, ex deputato di Alleanza nazionale, a 16 anni era già segretario provinciale del Fronte della Gioventù, a 19 esordiva come consigliere di circoscrizione, da otto anni è deputato e da tre e mezzo sottosegretario.
Ma possibile che, con tutta questa esperienza, non abbia ancora capito che le istituzioni sono più importanti delle forchette? Può essere che le notizie sulla Bisteccheria siano state fatte circolare in modo strumentale, ma purtroppo per lei sono drammaticamente vere.
Perciò ci permettiamo di scriverle questa cartolina. Perché, in attesa di scoprire di chi è la manina, abbiamo capito di chi è il cervellino.
«INTERSECTIO MATERIAE», Personale di Carmine Carlo Maffei
24 Marzo – 24 Aprile 2026
Spazio Exclusive Tecnologies di Luca Pasquarella
Vernissage: martedì 24 Marzo ore 18.30

La mostra nasce dall’incontro di differenti materie: marmo, acciaio, ferro, bronzo, ottone, galestro, pietra, vetro e gomma pneumatica.
Ogni elemento porta con sé una memoria: il marmo richiama l’eternità e la tradizione scultorea, l’acciaio e il ferro evocano tensione, struttura e forza industriale, la gomma di un pneumatico porta con sé il segno della velocità, dell’attrito e della tecnologia, mentre il galestro e la pietra custodiscono la dimensione terrestre e arcaica, il vetro introduce fragilità, luce e trasparenza, l’ottone e il bronzo vibrano tra colore e riflesso, tra passato e modernità.
L’intersezione non è solo fisica, ma emotiva, ancestrale e simbolica: forme libere contro geometrie rigorose, superfice liscia contro tatto ruvido, pesi contro leggerezze, storia contro avvenire, rumore contro estasi, illusione contro raziocinio.
È proprio nel punto di contatto che nasce l’opera: uno spazio di mezzo tra tensione ed equilibrio, conflitto e armonia.
Questi “dialoghi materici” parlano al contemporaneo perché riflettono la nostra condizione: viviamo in un’epoca di sovrapposizioni e antagonismi, contaminazioni e divergenze, fratture e ricomposizioni.
Le materie, accostate, abbracciate o fuse, diventano metafora dell’identità odierna: stratificate, ibride e in costante trasformazione.
Le opere non si limitano a integrare e scomporre materiali diversi ma li mettono in relazione viscerale: la durezza può diventare vulnerabilità, la trasparenza si fa celere, la solidità fluidifica nel dubbio e la pesantezza può sospendersi.
In questo percorso espositivo la materia non è supporto ma voce o linguaggio e l’intersezione è il luogo in cui l’oggetto si fa esperienza o soluzione vitale.
«I corpi di Maffei sono una risoluzione emozionale della diversità e dell’integrazione, espresse metaforicamente nella materia. Due corpi, di origine e fattezza differenti, in natura tendono a respingersi, mentre nelle creazioni ibride di Maffei le forme assumono connotati politici e si amalgamano al concetto di trasversatilità, orientata e profondamente integrata al contemporaneo.»
(Rosaria Iazzetta,artista e docente di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli)
La collaborazione con Lunare Project
La materia sonora attraversa l’immaginario e i sensi, le specie e i tempi, la terra e i corpi, diventando memoria esperienziale, vissuto animale e spirituale.
«Intersectio Materiae» sperimenta nell’evento di opening il transito sensoriale dalla materia tangibile all’esperienza sonora e musicale nella consolle Lunare Project di Radio Yacht, fondendo percettivamente ma anche fisicamente il linguaggio e il dialogo tra vista, tatto e ascolto.
Spazio Exclusive Tecnologies di Luca Pasquarella
350 metri quadri progettati secondo criteri di essenzialità formale, rigore estetico e massima funzionalità, dedicati ad alta tecnologia e art exhibition.
Innovazione, customizzazione e ricerca di soluzioni su misura definiscono l’identità del progetto, che nasce così come piattaforma integrata tra estetica e high tech: uno spazio in cui progettazione, futuro e cultura visiva dialogano in modo coerente e contemporaneo.
“Vedo Oltre” APS di Alessandro Coppola
«Sensibilizzazione su malattie rare e progetti di inclusione in ogni ambito sociale»: questa la mission dell’associazione no-profit di Alessandro Coppola, che già da anni conduce un percorso di divulgazione/informazione sulla Sindrome di Usher, da cui è affetto.
A Vedo Oltre l’artista ha donato una delle opere in esposizione, la cui vendita contestuale alla mostra (24 Marzo – 24 Aprile) supporterà i progetti della onlus.
Carmine Carlo Maffei
1966 – Guardia Sanframondi (BN)
La sua scultura nasce dalla riflessione costante e viscerale sulle vicende della storia e del quotidiano: gli eventi prossimi e remoti influenzano ogni sua visione artistica e il suo percorso emotivo.
Personali e collettive in Italia, Francia, Spagna, Belgio, Ungheria, USA, Australia e Canada.
Da annoverare: “Impossibilitato a volare” Galleria Anacapri – Capri; “Tralasciando le impossibilità” Galleria Statuto 13 – Milano; “Noli prohibere” Complesso Monumentale San Lorenzo Maggiore – Napoli; “Realtà interiori” Galleria Il Collezionista – Roma; “Art Expo” Javits Convention Center – New York; “Vulnera” Salon d’Art Mediterranee de Mandalieu Hermitage Du Riou – Cannes; “Dalla Terra al Fuoco” Gare Windsor – Montréal; “Dialogando con la Biennale” Campo San Zaccaria – Venezia; “Italia nel mondo” Ambasciata Italiana – Sidney; “Noi siamo il nostro tempo” Parlamento Europeo – Bruxelles.
A Buccino riapre il Museo Archeologico Nazionale con 116 opere che uniscono storia e contemporaneità

Buccino torna a raccontare la sua storia millenaria attraverso l’arte contemporanea. Riapre al pubblico la mostra “Fernando Mangone racconta al mondo l’Antica Volcei”, ospitata nel Museo Archeologico Nazionale “Marcello Gigante”, all’interno dell’ex convento degli Eremitani di Sant’Agostino, uno degli spazi più suggestivi della Campania. L’esposizione riunisce 116 opere del Maestro Fernando Mangone, in un percorso che intreccia archeologia, memoria e visione contemporanea, invitando il visitatore a immergersi in un dialogo tra storia e presente.
“Questa mostra nasce dalla necessità di far rivivere Volcei nel presente – racconta Fernando Mangone – Non si tratta di un semplice omaggio al passato, ma di un dialogo vivo tra storia e pittura. Ogni reperto archeologico, dai vasi ai mosaici, dai gioielli alla celebre Tomba della ‘Signora degli Ori’, diventa emozione contemporanea. La pittura è il mio strumento per far parlare la memoria, restituendo energia e colore a luoghi che custodiscono cinquemila anni di civiltà”.
Le opere di Mangone non illustrano il passato: lo reinterpretano, lo trasformano in un linguaggio immediato e universale. Motivi ornamentali, figure zoomorfiche e simboli archetipici si fondono con paesaggi urbani italiani ed europei, creando un ponte tra antichità e modernità. Ogni sala del museo diventa così un racconto visivo, in cui la storia si anima attraverso il colore, la forma e la sensibilità dell’artista.
Anna Coralluzzo, Presidente della Fondazione FAM, sottolinea il valore del progetto: “Questa mostra trasforma il museo in uno spazio vivo e partecipato. Attraverso l’arte contemporanea, la memoria storica di Volcei torna a essere percepita emotivamente, coinvolgendo ogni visitatore in un’esperienza intensa e immediata. Non è solo un’esposizione, ma un dialogo aperto con il passato e con chiunque voglia ascoltarlo”.
Il Museo Archeologico Nazionale “Marcello Gigante” si estende su 1.600 mq di esposizione e custodisce oltre 5.000 reperti, dai più antichi utensili agli oggetti di vita quotidiana, dalle armi e ornamenti alle testimonianze funerarie e ai mosaici decorativi. Situato a Buccino, borgo di circa 5.000 abitanti ai piedi dei maestosi Monti Alburni, il museo si erge come una sentinella della storia, un luogo in cui la memoria diventa strumento di identità e riflessione. Qui il passato non è lontano, ma vivo: ogni reperto racconta le radici profonde di un territorio che ha attraversato millenni di civiltà.
Il percorso della mostra guida il visitatore attraverso stratificazioni di tempo e significato: dalle forme e motivi dei reperti più antichi alla reinterpretazione contemporanea dei simboli, fino ai paesaggi moderni, in cui la storia di Volcei si inserisce nel mondo attuale. Ogni opera diventa punto di incontro tra la memoria collettiva e la sensibilità contemporanea, trasformando il museo in un luogo di sperimentazione e di riflessione.
“Ogni visita a Buccino e al museo è un incontro con la memoria – conclude Fernando Mangone – Raccontare l’Antica Volcei significa restituirle vita, farla vibrare nel presente e aprire un dialogo universale fatto di colore, emozione e storia. Il mio obiettivo è che chiunque entri in questo spazio senta la continuità tra chi eravamo e chi siamo oggi, e possa portare con sé un’esperienza che unisce arte, cultura e memoria”.