
(Andrea Zhok) – Ieri Stefano Bonaccini (ex presidente del PD) ha esternato come segue:
«Il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit – qualche anno fa – il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia, a Meloni e prima a Salvini e oggi forse a Vannacci – è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e, come dice la Meloni, chi sta peggio economicamente».
Tutti a indignarsi perché un parlamentare PD dice cose da PD.
È un errore. Bonaccini ci sta dicendo con schiettezza un paio di cose sostanzialmente corrette.
Lo scandalo è il non-detto, di cui egli non sembra avvedersi.
La prima cosa che dice B. è semplice ed è un’onesta notazione di classe.
Le politiche della sinistra parlamentare oggi sono commisurate agli interessi dell’alta borghesia dei centri storici nelle grandi città (quella parte di popolazione che si rivolge all’armocromista, per intenderci).
Non c’è alcun dubbio che quella fetta di popolazione, che tradizionalmente era tutelata dalla destra liberale, oggi sia in gran parte conquistata al voto della sinistra di governo.
Che oggi gli interessi dei Parioli o di San Babila siano tutelati non solo dalla destra liberale ma ancor meglio dal PD è oggettivamente vero.
Se questo meriti una medaglia al valore politico, lo lasciamo valutare a Bonaccini.
La seconda cosa è il riferimento alla “cultura di fondo” di chi “ha poco studiato e vive nelle aree interne o nelle periferie delle città”.
Il problema non è quello che dice la Meloni, che dal suo punto di vista si limita a schiacciare la palla che Bonaccini le ha alzato, facendo l’offesa (“come si permette a dire che chi vota a destra è ignorante!”)
Il problema è che questa cosa, pur essendo in buona parte vera, implica qualcosa di molto diverso da quel che la sinistra “studiata” pensa.
È vero che i libri servono (i BUONI libri), e che chi ha un titolo di studio superiore TALVOLTA ha una maggiore frequentazione di buoni libri.
Ma la mera frequentazione scolastica e universitaria dei libri, ciò che garantisce un titolo di studio superiore, può essere tanto un fattore di illuminazione che un fattore di ottundimento.
I libri servono se consentono alle intuizioni della quotidianità, ai vissuti dell’esperienza di essere interpretati meglio, in maniera più comprensiva, più articolata, con più distinzioni.
Ma i libri (oggi più spesso le dispensine, gli appuntini in cui devi ripetere ciò che il docente vuole sentirsi ripetere) possono essere anche un modo per OBLITERARE quelle intuizioni e quei vissuti, per RIMUOVERE la propria esperienza sostituendola con una rappresentazione finzionale, con un’immagine compiacente.
Alla miopia dell’ignorante, che generalizza in maniera esagerata la propria esperienza, si può contrapporre la semplice astrazione di chi la propria esperienza la rimpiazza con un immaginario libresco.
Decidere quale dei due approcci faccia più danni è una bella sfida.
Chi non vede più di uno spicchio di mondo e vuole trarne conclusioni universali è miope, limitato, ma comunque qualcosa VEDE.
Chi però non ha INTEGRATO l’esperienza con l’astrazione, ma ha SOSTITUITO l’astrazione all’esperienza può rendersi del tutto impermeabile alla realtà.
Ed è così che oggi un idraulico, un agricoltore, un negoziante di periferia possono aver registrato che nell’ultimo quarto di secolo lavorano di più guadagnando di meno, che la pensione si allontana, che intere aree della città sono diventate insicure, che il medico di famiglia è sparito e che se vuoi curarti devi pagarti la visita privata, che fare benzina o scaldarsi d’inverno è diventato un salasso ingestibile, ecc. possono registrare tutto questo e possono anche cadere in interpretazioni semplificatorie promosse dalla destra.
Solo che è ben difficile che possa accadere niente di diverso se i progressisti studiati ti spiegano che il problema è che non c’è abbastanza mercato, che non abbiamo “razionalizzato” il mercato del lavoro, che la colpa è nostra, che non abbiamo fatto abbastanza austerity, che non siamo stati abbastanza aperti verso chi ci raccoglie i pomodori e ci paga la pensione, che non c’è abbastanza Europa, che non ci siamo internazionalizzati abbastanza, e che, in fondo, è comunque tutto un problema di percezione.
E dunque, che bisogna insistere con più mercato, più austerity, più Europa, più mobilità di merci, capitali e forza-lavoro. E più ore di educazione civica dedicate a “correggere la percezione”.
Che bisogna insomma insistere con la stessa ricetta, con la stessa interpretazione libresca, solo con più intensità, perché se la realtà non corrisponde ai libri che erano in programma tanto peggio per la realtà.

(Gerardo Petta) – FdI prende le distanze dal viceministro, ma il problema resta. Futuro nazionale oggi viene accreditato intorno al 7% e tra un anno potrebbe valere ancora di più. Cirielli ha posto una domanda politica elementare: davvero il centrodestra può permettersi di ignorare quei voti?
Cirielli ha detto ad alta voce quello che probabilmente molti, nel centrodestra, pensano sottovoce.
Roberto Vannacci può piacere o non piacere. Può irritare, dividere, provocare. Ma c’è una cosa che in politica viene prima delle simpatie: i voti si contano, non si esorcizzano.
Oggi Futuro nazionale viene accreditato intorno al 7%. Domani potrebbe essere il 5%, certo. Ma potrebbe anche essere il 10%, l’11% o qualcosa di più. E se accadesse, qualcuno pensa davvero che basterebbe dichiarare Vannacci politicamente indigesto per cancellare dal tavolo milioni di elettori?
È qui che Cirielli coglie il punto.
Il viceministro non ha proposto una resa a Vannacci. Ha detto: parliamoci. Vediamo cosa vuole fare, quali problemi vuole risolvere, quali proposte porta e soprattutto quali responsabilità è disposto ad assumersi.
È politica, non eresia.
La precisazione di Fratelli d’Italia «parla a titolo personale» è comprensibile sul piano degli equilibri interni, ma non risolve la questione. Perché si può prendere le distanze da una dichiarazione, non dai numeri.
E il vero problema per il centrodestra potrebbe arrivare proprio dai numeri.
Se Vannacci resterà al 7%, rappresenterà comunque una forza con cui fare i conti. Se salirà oltre il 10%, il confronto potrebbe diventare praticamente inevitabile. Perché una coalizione che punta a vincere le elezioni non può permettersi il lusso di regalare una fetta consistente del proprio potenziale elettorato.
Questo non significa accettare tutto ciò che Vannacci dice. Non significa neppure che un’alleanza sia scontata. Significa semplicemente riconoscere la realtà prima che sia la realtà a presentare il conto.
Cirielli lo ha capito.
Gli altri possono prendere le distanze oggi. Ma se quel 7% diventerà il 10%, molti di quelli che oggi spiegano perché con Vannacci non bisogna parlare potrebbero essere gli stessi che domani cercheranno il suo numero di telefono.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Le aziende assumono sempre più spesso filosofi. I motivi sono molti: gestire la complessità, guidare l’etica dell’Intelligenza artificiale e migliorare la leadership. Senza negare la validità degli altri motivi, a me sembra che il problema di fondo sia quello di gestire la complessità. In un mondo, soprattutto quello occidentale, ma non solo, dove aumentano a velocità costante le specializzazioni, c’è bisogno di qualcuno che sappia darne un indirizzo unitario. Costui è appunto il filosofo, ma per filosofia non intendo lo studio della filosofia, da Aristotele ai nostri giorni, ma la pratica della filosofia. Per arginare le segmentazioni della vita moderna si ricorre a una segmentazione di grado più alto, quella data, appunto, dalla filosofia: a un segmento se ne aggiunge un altro, come un gatto che si morde la coda in un processo all’infinito di cui è impossibile valutare le implicazioni, se non quella, a naso, che tutto questo processo ci porterà a un’autodistruzione collettiva.
[…]
Nel tentativo di semplificarsi la vita l’uomo non fa che complicarla ulteriormente, il digitale è un buon esempio in proposito. Ah, i bei tempi in cui gli uomini per comunicare usavano il colombo viaggiatore. Ma questo fenomeno ha origini più profonde. Prendiamo il caso della salute e ricorriamo alla medicina tecnologica. Gli occidentali sono bravissimi nel curare ogni specie di malattia, poniamo un’unghia incancrenita, ma non la inseriscono nella personalità complessiva del malato. Il pensiero orientale va in senso opposto: prima si valuta la persona nel suo complesso, e poi ci si dedica alla malattia da cui è afflitto. È dalla notte dei tempi che si sa che psiche e corpo sono indissolubilmente legati. Non si può curare un corpo senza occuparsi della psiche o viceversa. Pretenderlo vuol dire aggiungere un’ulteriore segmentazione. Paradossale? Sì, ma la vita è un eterno paradosso. Tiziano Terzani era completamente immerso nel pensiero orientale, anche per quello che riguarda la medicina, ma quando si ammalò per un tumore per curarsi se la filò nei migliori ospedali americani dove morì. Ho parecchi amici che hanno fatto questa scelta. Obtorto collo devo ammettere che la medicina occidentale è superiore perché dà qualcosa che quella orientale, e in genere nessuna medicina, può offrire: la speranza. Fasulla anch’essa, astratta, e insieme molto concreta. Allo stesso modo, ma invertendo i termini, come non si vive di solo pane, così non si può vivere senza speranza. Ma che valore ha la speranza quando la filosofia, nessuna filosofia, è riuscita a rispondere alle domande eterne di Catalano: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Quindi, si viva in Oriente o in Occidente, lasciamo perdere i medici e gli ospedali che, oltretutto, sono iatrogeni. Lasciamo perdere gli infiniti controlli ai quali, secondo la medicina moderna, dovremmo annualmente sottoporci. E godiamoci la vita per quello che ci può dare.
[…]
Tutte queste precauzioni sono inutili, oltre che ridicole. Come ridicolo è l’abietto terrore della morte, la morte biologica intendo, altro fenomeno molto moderno. Casomai è importante il modo del morire. Oggi si muore, in genere, negli ospedali, soli, intubati, martoriati da lunghe agonie che proprio la medicina tecnologica consente (Storia della morte in Occidente, Philippe Ariès). Secondo il diritto italiano, che non consente l’eutanasia, non ci si può dare la morte nemmeno di mano propria, pur desiderandola. Di enorme importanza sono le eccezioni, recentissime, di Emilia-Romagna, Sardegna e Toscana. Bisogna affidarsi al Caso, il vero padrone, insieme al Tempo, delle nostre vite. Una tegola che ti cade in testa mentre stai uscendo di casa. Per i Latini due sole erano le morti onorevoli: la morte in battaglia e il suicidio. Oggi anche la morte in guerra è diventata difficile perché raro è lo scontro diretto, le guerre “ibride” si fanno coi droni, i super missili, la propaganda, le informazioni fake contro altre fake, incontrollabili. La medicina moderna, con tutti i suoi controlli, vorrebbe farci vivere da vecchi quando siamo ancora giovani, da malati quando siamo sani.
Il viceministro Cirielli ha riaperto il dibattito. Ansia in Forza Italia. Il generale: «Tutti parlano di noi». Meloni attacca il dem Bonaccini

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Ma davvero Vannacci entrerà nella coalizione di centrodestra? La domanda sembrava aver trovato risposta definitiva nel no, pur pronunciato in modo indiretto da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. «Come fa chi vota contro il centrodestra a volerci entrare?», la replica dei tre a chi li ha interoggati in questi mesi.
Invece la questione continua a essere più aperta che mai. A farselo sfuggire – chissà quanto involontariamente – è stato il viceministro degli Esteri di Fratelli d’Italia Edmondo Cirielli. Le sue parole sulla «speranza che con Vannacci si possa governare» hanno riaperto il toto-coalizione, facendo andare su tutte le furie la dirigenza di via della Scrofa, che ha tentato inutilmente di zittirlo prendendo le distanze con un comunicato in cui ha definito le sue: «parole a titolo personale». Cirielli, invece, ha mantenuto la posizione: parole a titolo personale sì e alleanza non in agenda, ma in fondo anche Meloni non ha mai attivamente escluso un’alleanza, è la sintesi del suo ragionamento. E che in politica non si possa mai escludere nulla è un fatto, è la chiosa, che è stata accolta con freddezza, ma anche attenzione, dentro FdI.
In privato, del resto, sono molti i dirigenti locali che si interrogano sull’opportunità di inglobare il generale, che in fondo è solo una voce in più a destra e sarebbe più utile dentro che fuori. La paura sui territori è che Vannacci possa drenare consenso dove FdI è in difficoltà, e sono molte le Regioni dove il partito viene descritto come «un gigante dai piedi d’argilla». Lo si è visto del resto alle regionali in Campania (dove proprio Cirielli è stato il candidato – perdente – contro Roberto Fico), ma anche in Puglia, Veneto e Trentino la situazione non è rosea. Del resto l’avvicinamento alle elezioni politiche ha messo in ebollizione tutti i partiti e anche tra i meloniani il timore per una ricandidatura esiste, tanto più se la nuova legge elettorale passerà.

Dentro FdI convivono due posizioni opposte. I cinici sostengono come l’8 per cento di Vannacci sia necessario con l’inabissamento della Lega verso il 4 per cento, tanto più se servirà il 42 per cento per incassare il premio di maggioranza. Non a caso il ragionamento di Cirielli è stato che «se oggi il 6 o il 7 per cento degli elettori vuole sostenere Vannacci, non si può attaccare né chi lo vota né chi riceve quei voti. Bisogna metterlo alla prova e affidargli una responsabilità». La dirigenza vicina alle sorelle Meloni, invece, ragiona all’opposto: il generale è un virus che rischia di fiaccare la coalizione come ha fatto con la Lega, tanto più che il suo 8 per cento nei sondaggi si sgonfierà di certo se portato sotto l’ombrello della maggioranza uscente.
Eppure, viene fatto notare, Meloni è effettivamente sempre stata attenta alle sue dichiarazioni: nessuna chiusura espressa, solo la constatazione che un gruppo che in parlamento vota come le opposizioni non può essere parte della sua coalizione. Dunque se Futuro nazionale cercasse l’accordo, troverebbe le porte almeno socchiuse, se non aperte? Questo è il vero interrogativo a cui risposta non c’è ancora.
Intanto, l’unico a guadagnare da queste esternazioni di fine estate è ancora Vannacci. «Come al solito, tutti parlano di noi ma non con noi», è la sua analisi, notando che «ne emerge un certo nervosismo in casa Fratelli d’Italia: si contraddicono a vicenda». E nervosismo nell’aria in casa centrodestra c’è sicuramente, non solo per questo nuovo fronte interno.

La Lega è in ebollizione e la data cerchiata in rosso è quella del 20 settembre a Pontida per la resa dei conti tra ribelli e Salvini, mentre l’emorragia di consenso sembra inarrestabile. Un sondaggio di BiDiMedia ha collocato Futuro nazionale all’8 per cento e sopra di qualche decimo percentuale anche rispetto a Forza Italia, data al 7,3 per cento. Questo sta facendo aumentare la preoccupazione tra gli azzurri. Tra l’altro il generale sta provando a insidiare il fortino calabrese di Roberto Occhiuto, candidando alle suppletive di Reggio Calabria un ex forzista come Mimmo Giannetta, contro l’attuale tesoriere nazionale del partito, Fabio Roscioli. Il sindaco Francesco Cannizzaro ha messo a disposizione la sua rete a sostegno del candidato ufficiale, ma l’insidia è tutt’altro che di poco conto. «Si tratta di un sondaggio. Uno solo. Tutti gli altri sondaggi dicono il contrario», ha minimizzato il segretario Antonio Tajani, che ha definito Vannacci «un rappresentante dell’opposizione» e ha ricordato che è stato lui ad «andarsene dal centrodestra».
Meloni ha tentato di spostare l’attenzione su altro, intervenendo per attaccare il dem Stefano Bonaccini, che in una analisi sulle caratteristiche dell’elettorato che vota centrodestra ha parlato anche di minor scolarizzazione, intendendolo come uno degli elementi di cui la sinistra deve tener conto. «Quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra» e «noi non chiediamo loro quanti titoli di studio abbiano prima di ascoltarli. Li rispettiamo», ha scritto Meloni.
Nella polemica si è inserito anche Vannacci, ricalcando le parole della premier e dicendo che «noi quella gente la ascoltiamo, la rispettiamo e la rappresentiamo. Perché il futuro dell’Italia non lo costruiscono i salotti», in una competizione a distanza ormai sistematica che la maggioranza non ha ancora trovato un modo di arginare.

(di Michele Serra – repubblica.it) – La beatificazione che il governo serbo intende fare di Ratko Mladić è ripugnante, ma tutt’altro che sorprendente. Tra i tanti mostri che il nazionalismo genera c’è l’idea che il crimine di guerra è tale solo se sono “gli altri” a compierlo. Quando la mano che stermina è la nostra, allora lo sterminio non è più tale. Lo si chiama difesa, inevitabile reazione, perfino atto di giustizia, pur di non dare alla morte degli altri, dei loro bambini, dei loro diritti, lo stesso peso che attribuiamo alle vicende della nostra tribù.
Se poi a mettere nero su bianco la mostruosità delle azioni genocide di Mladić (o di chiunque altro) è un tribunale internazionale, appellandosi a diritti universali e dunque transnazionali, l’ira e l’odio della tribù condannata non può che essere ai massimi livelli: riconoscere pari umanità a tutti i popoli, a tutti gli individui, è qualcosa che la grettezza nazionalista non può tollerare e forse non può nemmeno capire. Le teste degli uomini sono, da millenni, teste tribali: come potrebbe accettare, il piccolo governo della piccola Serbia, che esistano leggi di molto superiori a quel caleidoscopio di velleità nazionali (di Nazioni grosse come contrade) e di odio etnico che sono il motore della tragica storia balcanica dai secoli dei secoli?
Al tempo stesso consola e dispiace che la Serbia non faccia parte dell’Unione Europea. Consola perché evita agli altri europei la vergogna di avere tra i propri membri un paese che onora un massacratore di innocenti. Dispiace perché il solo antidoto alla bestialità del nazionalismo sarebbe riuscire ad allargare lo sguardo oltre i propri miserabili confini.
Ora è una meta “glamour”. Bellezza e delitti: una vita rocambolesca, si spense (per caso) all’Argentario

(di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – Alle 8 di mattina di un qualsiasi giorno di agosto, Porto Ercole è, ancora per qualche minuto, un paradiso. Le comparse della sua eterna serie estiva, “Parioli sul mare”, dormono della grossa; il mare non è ancora un’autostrada nautica; gli uccelli di Villa Consani e del Giardino Corsini cantano, prima di essere lessati vivi dall’ennesima giornata di scirocco da catastrofe climatica. Ed è perfino possibile fare un bagno al Purgatorio senza che una flotta di milionari coatti ti ormeggi direttamente in testa. Così, mentre scivoli fuori dal porto, riesci a concentrarti sulla meraviglia del paese vecchio, ora quasi abbacinante per il tratto di mura appena restaurato, sotto piazza Santa Barbara. A ricordare che prima del glamour degli anni Sessanta e Settanta, prima delle distruzioni della guerra e anche prima del lungo, ferreo dominio spagnolo (ancora non si è spenta la memoria della cattiveria del governatore, di metà Seicento, don Alonso de Haro y Porcel…), Porto Ercole è stata senese (non a caso la sua bandiera sfila nella passeggiata storica del Palio, tra quelle delle terre soggette alla Repubblica). E proprio le sue mura, cui posero mano maestri del calibro del Vecchietta e di Francesco Di Giorgio Martini, sono lì a testimoniarlo, con la loro elegante porta ancora tutta gotica: un palinsesto complesso e affascinante, ancora in attesa di essere davvero letto e descritto.
Nonostante i tentativi di assassinarla, per esempio con monumentali isole di cassonetti dell’immondizia, a Porto Ercole la storia occhieggia da ogni angolo. Come se questo minuscolo paese inghiottito dai riti dell’estate italiana, regolarmente alla ribalta perché Giorgia Meloni viene a farcisi uno spritz (nello stesso bar dove staziona Cesare Previti), provasse a rivendicare la sua lunghissima, gloriosa storia. Menzionato già da Strabone, al tempo di Cristo, Porto Ercole ha attraversato duemila anni, e porta segni eloquenti, a saperli vedere, di ogni segmento di questo lungo cammino: anche se invano si cercherebbe un piccolo spazio culturale capace di raccontarlo, magari con rigore scientifico ma anche con la capacità di avvincere un grande pubblico. In compenso, si spreca il marketing del “borgo di Caravaggio”. Ormai archiviata la gran farsa del “ritrovamento” delle ossa del padre dell’arte moderna (che nel quarto centenario della morte, era il 2010, attraccarono al molo sul brigantino del sullodato Previti, elegantemente adagiate in un’urna di plexiglass: autentiche come il cristianesimo di Salvini), di caravaggesco rimane una selva di cartelli, richiami turistici, nomi di strade e ristoranti. Ma se si dimentica la paccottiglia, allora è commovente ricordare che, sì, Caravaggio morì davvero a Porto Ercole, il 18 luglio del 1610: frattura epocale per la storia dell’arte europea. E per quanto nessun reale rapporto legasse l’artista a questo luogo, che egli vide (se era ancora cosciente) per la prima e ultima volta in punto di morte, dà le vertigini pensare che ciò che resta delle sue molecole è certo impastato in questa terra, tra le mura, la rocca, la chiesa del paese vecchio.
E oggi, grazie alla passione di un gruppo di persone (tra le quali spicca un giovane studioso portercolese, Lorenzo Fusini) si può tornare a parlare seriamente di Caravaggio e di Porto Ercole. Se poi si vuol far correre un po’ la fantasia, non è un libro ma un film che può dare un’idea – certo romanzata, ma con quanta grazia – dell’agonia dell’artista tra i pescatori di questa piccola terra: il Caravaggio di Derek Jarman (1986), la più bella (l’unica bella?) tra le tantissime pellicole dedicate al gran lombardo.
È difficile non interrogarsi sul singolare caso che portò Caravaggio a morire proprio qua: cosa mai può entrarci il pittore dei corpi dei vinti con il luogo delle vacanze dei potenti? Quando, da ultimo, un magnate svedese ha comprato mezzo paese, stravolgendo meravigliosi contesti sociali in nome di un lusso globalizzato quanto anonimo, girava voce che cercasse un originale di Caravaggio da appendere nella hall del suo albergo, la cui facciata lacera la romantica notte di Porto Ercole con una illuminazione da loculo cimiteriale. Non avrei saputo immaginare un finale più tragicomico, per questa storia dominata dal caso. Invece, quando – era il luglio del 2025 – le campane della chiesa si unirono – per merito di don Adorno, l’illuminato parroco di Porto Ercole – a quelle che in tutta Italia suonavano per i corpi straziati di Gaza, allora mi venne da pensare che finalmente lo spirito di Caravaggio era davvero presente. Perché se la grandezza di Caravaggio è stata il sapere usare la pittura per costruire “le forme più intense di un dire-il-vero che accetta il coraggio e il rischio di ferire” (parole di Michel Foucault non scritte per lui, ma per i suoi epigoni), allora è nel dire il vero che lo si deve onorare. Perché in fondo, l’unica cosa che davvero lega Caravaggio e Porto Ercole, è il suo andare errando, la sua fuga, il suo destino di “spostato”. Ancora Foucault suggeriva che in fondo è proprio questo il prezzo che paga chi dice il vero: “Non potrà avere riparo né focolare e neppure patria: è l’uomo della erranza, è l’uomo della fuga in avanti dell’umanità… Dice un testo antico ‘non ho moglie, non figli, non una casa, ma la terra soltanto e il cielo, e un unico mantello’”. Quella nudità, venuta a morire in una terra in cui oggi è regola l’ostentazione dell’opulenza, ha ancora qualcosa da dirci. Perfino in pieno agosto.
Il problema in Italia non è l’ideologia del politicamente corretto ma l’aggravarsi dello stato di salute della Repubblica

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – «No, mi dispiace, quella birra non ce l’abbiamo…». Per Maurizio Maggiani è una pentola cinese, per me è stata una birra. Di passaggio in Svizzera per qualche giorno di vacanza, ho chiesto alla giovane cameriera italiana di un ristorante di Basilea cosa pensasse del woke. E lei mi ha risposto così. Il woke, per una persona qualunque che si suda lo stipendio (quando ce l’ha), è tutt’al più la marca di una lager molto di nicchia. Altro che la terribile e temibile tirannia del “politicamente corretto” che ha distrutto le nostre società, come ripetono da anni le destre meloniane e adesso vannacciane. Ora se n’è convinto anche Giuseppe Conte, che invita le sinistre a liberarsi una volta per tutte da una gabbia mentale e valoriale che ha fatto solo danni, trasformandosi in «religione morale autoreferenziale» e in «repressione della libertà di opinione».
Certo, come Mussolini per Giorgia, la cultura Woke per Giuseppi «ha fatto anche cose buone»: ci ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, a contrastare «le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione». Però, ecco il grande interdetto: non può più essere «l’ossatura ideologica di una forza progressista». Augh. La maggioranza applaude, compiaciuta per l’ennesimo autodafé del Campo largo. L’opposizione si divide, invece di spiegare finalmente ai cittadini-elettori come vuole governare il Paese.
Non butto la croce addosso a Conte, che è astuto e fa il suo gioco: ha aperto la sua campagna elettorale per le primarie – rovinose e dunque inevitabili, per usare l’iperbole di Francesco Piccolo – e ha messo una polpetta avvelenata sul piatto di Elly Schlein, toccandola sul nervo suo malgrado più sensibile. È lesbica, e i nemici la accusano di pensare solo alla galassia Lgbtq+. Un falso storico: la segretaria del Pd ha i suoi limiti, ma da tre anni parla solo di liste d’attesa nella sanità, di salario minimo e di bollette, spesso in modo quasi compulsivo. Ma la realtà non importa più a nessuno. Conta solo “il percepito”, che rimbalza nei talk, sui social e sui giornali: con Elly, il Pd ha abbracciato i diritti civili e ha abbandonato i diritti sociali. Un altro falso storico: il Nazareno ha smesso di difendere sia i primi che i secondi molto prima di Schlein. Per questo ha fallito. Ma oggi di che Paese parliamo? Possibile che i sedicenti progressisti, indegni di Gramsci perché incapaci di qualunque egemonia culturale, consegnino così il loro scalpo agli incolti patrioti al comando?
Che a decretare la morte del Woke 1.0 siano i democrat americani è un’ottima notizia. Dopo le sacrosante rivolte degli esordi, Black Lives Matter e #MeToo hanno prodotto degenerazioni insopportabili. Ma l’America è lontana: dall’altra parte della luna, cantava il poeta Dalla. In Italia il woke non è mai esistito, se non nelle invettive strumentali del populismo di destra e nelle couche intellettuali del radicalismo di sinistra. Cito due esperienze personali. La prima: ho discusso più volte in tv con qualche Fratello d’Italia che attaccava le follie del politicamente corretto dei partiti di sinistra, ma quando ho chiesto qualche esempio ho ottenuto solo supercazzole. La seconda: da direttore della Stampa, ho pubblicato con orgoglio il primo editoriale di Michela Murgia con lo schwa, mi pareva un eccesso ma ci stava tutto nelle visioni di quella scomodissima queer pasolinana, che non a caso le nomenklature dei due poli non amavano e che io invece non finirò mai di rimpiangere.
E se dalle nostre parti il politically correct è solo un po’ di “civiltà del linguaggio”, capisco Maggiani che preferisce un insulto umano a un acronimo, ma a me sta benissimo. Anche qui, un’esperienza personale: tre mesi fa a DiMartedì ho usato una metafora sbagliata, cinque anni fa non se ne sarebbe accorto nessuno, stavolta ha suscitato reazioni tra i disabili: ne ho preso atto, ho chiesto pubblicamente scusa. È giusto così.
Ora, che l’autocritica la faccia Alexandria Ocasio-Cortez è legittimo, nella nazione dove in certe università un docente, solo perché nero omosessuale, otteneva la cattedra scavalcando un prof bianco etero con più titoli accademici. Ma cosa dobbiamo abiurare qui, nel Belpaese dove si invocano la “remigrazione” e l’abolizione del reato di femminicidio, la revisione della legge 194 e il “patriarcato mediterraneo”? La difesa a oltranza di tutte le minoranze, la rinuncia all’identità storica italiana per rispettare quella altrui («ci vogliono togliere il Natale!», per dirla alla Salvini), la cancel culture declinata non più come inclusione dei “diversi” ma come esclusione dei “normali”: niente di tutto questo è mai stato il cuore della proposta politica della classe dirigente progressista. Siamo agli ultimi posti nelle classifiche sui diritti civili: i migranti sono il demonio, i gay li picchiano per strada, le donne e i giovani sono penalizzati nel lavoro e nel salario, le coppie di fatto hanno zero tutele, la legge sull’aborto è disapplicata in molte regioni e quella sul fine vita non vedrà mai la luce.
Questa è la realtà italiana, dove il woke non ha mai toccato palla. A meno che – come scrive Luigi Manconi – non si vogliano ascrivere a suo merito le poche leggi che hanno riconosciuto (tardi e male) il testamento biologico, le unioni civili, il codice rosso contro la violenza di genere. Ma sono stati sussulti isolati. Nulla di paragonabile alle grandi conquiste degli anni ’70, dal divorzio al Servizio sanitario nazionale, dallo Statuto dei lavoratori al nuovo diritto di famiglia. Io la grande lezione di quell’epoca l’avevo capita così: i diritti si sommano, non si elidono e avanzano insieme. Avevo capito che fosse proprio questa la forza inesausta della nostra Costituzione, che insieme alla libertà individuale protegge la solidarietà sociale.
Avevo capito che quel magnifico articolo 3 fosse già il pilastro sul quale cementare insieme tutti i diritti, civili e sociali, dando a ognuno di noi pari dignità, senza distinzioni di razza lingua sesso religione, ma impegnando lo Stato a «rimuovere gli ostacoli» che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla Res Publica. Questo è il vero problema italiano: non i diritti woke che ci soffocano, ma i diritti fondamentali che ci sfuggono. Lo disse Calamandrei nel 1955: la Costituzione «è promessa e polemica contro il presente», perché quegli «ostacoli di ordine economico e sociale» non li abbiamo mai rimossi. Ecco l’ultima cosa che avevo capito: questa è la missione della sinistra. Non litigare se il bagno dei genderfluid a scuola deve venire prima dell’asilo nido per i neonati.
Torno così alla cameriera in Svizzera. Non eleggo certo quel posto a modello, dopo l’immane tragedia di Crans-Montana. Ma nelle città o nei rifugi a quattromila metri, ho trovato quasi solo giovani italiani. Felici di essersene andati, sicuri di non tornare più. Quella di Basilea, 30 anni, è andata via dieci anni fa dal suo borgo nell’entroterra della Sicilia. «Per disperazione, perché lì per noi non c’è niente, né scuola né lavoro, manca pure l’acqua corrente che arriva un giorno ogni quattro. Qui sto bene, la vita è cara ma lo stipendio è molto alto, mi pago l’affitto, le tasse sono basse, funziona tutto…». A Interlaken ne ho incontrato un altro, 28 anni, scappato dalla sua Sardegna cinque anni prima: «In Italia? Mai più, è la giungla, tutto in nero, senza garanzie, qui ti mettono subito in regola, hai un contratto stabile e un primo stipendio da quasi cinquemila euro, se lavori bene ti fanno crescere, riconoscono il merito, la mia ragazza lavora a Como, ogni mese le mando i soldi io se no non ce la fa a campare, per questo tra poco si trasferisce qui anche lei».
Sto parlando di camerieri, se parlassi di ingegneri sarebbe anche peggio. Il rapporto Onu-Oil appena uscito dice che negli ultimi dieci anni sono emigrati 367 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, il 39,7% laureati. Se ne vanno «per instabilità occupazionale»: il 31,3% dei lavoratori italiani sotto i 29 anni ha un contratto a termine, il 61,4% un contratto a tempo parziale. Tornato in una Roma semi-deserta, vado a mangiare una pizza nel mio quartiere e trovo l’ultimo paradosso: quasi tutti camerieri stranieri. Romeni, ecuadoregni, un egiziano. Provo a parlargli, ma mi ferma subito: «Scusa, no possibile, mi cacciano…». Eccola, la vita vera nella sua “materialità”. Anche qui, tra i poveri cristi arrivati pieni di speranze nella Capitale, nessuna traccia di birra Woke.
Il presidente 5S nel Foggiano per presentare il suo libro: “Il leader va scelto con un voto interno. Un percorso comune non può essere individuato da un vertice, lo dobbiamo decidere insieme. Basta darmi del filorusso”

(Davide Carlucci – repubblica.it) – Lucera (Foggia) – Un uomo con la camicia a righe, magro e infervorato, gli tiene stretta la mano prima che salga sul palco: «Sono un suo paesano di Volturara. Faccio lite con le persone per lei. Arrivo alle mani!». Giuseppe Conte lo scoraggia. Ma poi, appena salito sul palco, riceve un “Ti amo” da una fan. «Vorrei tornare a casa integro», scherza, prima della presentazione del suo libro “Una nuova primavera” .
Gioca in casa, l’ex presidente del Consiglio: è nato a pochi chilometri da qui, sulle colline Subappennino dauno. Lo ricorda quando, poco prima dell’evento sale sul municipio per una piccola cerimonia organizzata dal sindaco Giuseppe Pitta: «Quando avevo 4 anni mi ruppi il femore e fui ricoverato qui: era il paese che aveva i servizi e pensavamo che se ce l’ha fatta Lucera ce la potevamo fare anche con noi dei piccoli Comuni dell’entroterra». Il sindaco gli strappa un selfie con la mamma – «ci tiene tanto».
Lui è un civico di centrosinistra appoggiato anche dai 5Stelle. Qui si governa tutti insieme, è stata un’intesa naturale. Ma a livello nazionale bisogna aspettare le primarie. «A settembre cercheremo di incontrarci per il programma». E la linea non cambia: si decide con i gazebo. Lo ripete anche in piazza: «Un percorso comune non può essere individuato da un vertice, lo dobbiamo decidere insieme».
E se così si rischiasse di approfondire i solchi all’interno del campo largo, come scrive lo scrittore Francesco Piccolo? «Lo so – spiega a Repubblica – c’è qualcuno che dice che le primarie sono divisive. Faremo in modo che non lo siano. Non c’è nessun interesse a dividere un elettorato che compattamente deve mandare a casa Meloni. E ci vuole un programma comune».
Lo scoglio è la politica estera. Lo affronta davanti a una folla che lo ascolta nononostante i 36 gradi alle nove di sera: «Io vengo insultato, mi hanno dato del filorusso, del putiniano. Ma io ho sempre condannato l’aggressione dell’Ucraina. Il problema è che l’Europa è incapace di dire: tentiamo un negoziato, ma pensa che l’unica via sia l’escalation militare. Stiamo buttando soldi per un’economia di guerra». E a proposito di armamenti: «Io sono stato presidente del consiglio per tre anni e sono stato sempre onorato di portare il saluto della nostra nazione quando andavo in giro per il mondo a incontrare le forze armate. Se siamo pacifisti, non siamo antimilitaristi. Non penso che l’Italia debba smilitarizzarsi, sarebbe un sogno troppo bello». Ecco dunque che le differenze con il resto della coalizione si possono stemperare: «Se facciamo facciamo le cose per bene, se facciamo la difesa comune europea. Il risultato sarà semplicemente risparmiare».
Dei leader europei salva, non a caso, solo il leader socialista spagnolo venerato dalla sua rivale Elly Schlein, Pedro Sanchez, che si è opposto alla pretesa di Donald Trump di sacrificare alla Nato il 5 per cento del Pil: «Ha dimostrato di essere, come dicono in Spagna, un “hombre vertical”, un uomo dalla schiena dritta. Concetto che riprende quando attacca Meloni che il 4 settembre sarà a Bari per festeggiare la durata record del suo governo: «Io non posso dire che sei fai il bene dei cittadini ti assicuri la longevità. Te lo assicuri se fai il bene dell’establishment. Io sono stato mandato a casa due volte, ma se siete qui nessuno vi ha costretto. E io sono qui a guardarvi negli occhi senza abbassarvi lo sguardo».
Il sottotitolo del libro è “La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia”. Progressista ma non di sinistra: «Da quando ho assunto la leadership del movimento ho spinto perché si affermasse un nuovo linguaggio. Progressista è una parola nuova, mi sono battuto per il rispetto a una tradizione, quella di sinistra, che non è del M5S. Il movimento è nata come forza politica caratterizzata dalla protesta per un sistema politico ingessato, afflosciato». Certo, ammette: «nel movimento c’è stata confusione, ma da subito ha colto la vena genuina. Ho cercato di interpretare istanze e renderle più chiare, ho contribuito a costruire un’identità». L’unica via, insomma, è il campo: «Abbiamo varie sensibilità, con forze politiche diverse. Il movimento si colloca qui nel rispetto reciproco con un obiettivo: non rassegnarsi alle ingiustizie».

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Non conosciamo le inchieste di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, scelti dai geni della Rai per condurre il fu Report al posto di Sigfrido Ranucci, quindi il nostro giudizio non riguarda loro. Ma il problema è anche questo: se non li conosciamo noi, figuriamoci il pubblico. Il conduttore-autore è un mestiere diverso dal cronista. Santoro, Floris e Mentana sono conduttori-autori puri, mentre la Gabanelli e Ranucci, come pure la Gruber, la Sciarelli e Lerner sono anche cronisti. Nel 2016 Milena vide lungo, quando indicò Sigfrido, suo scoopista e capoautore, come erede. Ranucci raccolse il testimone e lo portò avanti mantenendo la qualità e gli ascolti, costruendosi un profilo pubblico che ha sempre fatto da scudo e parafulmine a tutta la squadra contro gl’infiniti attacchi, minacce e liti temerarie del governo o del potente di turno. Ma quel cambio della guardia fu una scelta editoriale. Quella annunciata ieri dal trust di cervelli che dirige la Rai è un assassinio, anzi una strage di decine di giornalisti per cancellare l’ultimo programma d’inchiesta dal servizio pubblico, che un tempo ne pullulava. Infatti l’intera redazione fa le valigie. Il repulisti inaugurato da B. con l’editto bulgaro su Biagi, Luttazzi, Santoro, seguiti a ruota da Freccero, Sabina Guzzanti e altri, bissato sotto Renzi con l’uscita di Floris e la cacciata di Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro, è ora completo. In compenso Bruno Vespa e Claudia Conte resistono a piè fermo.
[…]
Ma non è detta l’ultima parola, grazie alla fantasmagorica stupidità degli epuratori meloniani. Finora erano riusciti a far fuori da Radio Rai Buttafuoco e Foa (due intellettuali di destra, ma purtroppo liberi). E ora si illudono di liquidare Report come se in Italia non vigessero la Costituzione, le leggi, i contratti e il Media Freedom Act, che vieta interferenze dei governi nell’informazione. Come se si potesse silurare con un comunicato un vicedirettore, capo-autore e conduttore di un programma di prima serata e di grandi ascolti per spedirlo al Cairo e rimpiazzarlo con due carneadi mai stati autori né conduttori di nulla. E come se non esistesse la magistratura, che può essere neutralizzata con gli abusi d’immunità quando tocca un parlamentare, ma non certo quando un lavoratore fa causa al datore di lavoro che lo punisce senz’aver violato alcuna regola, anzi dopo aver subìto un attentato. Un provvedimento d’urgenza ex articolo 700 sarebbe giustificato da almeno tre esigenze: tutelare i diritti di Ranucci, risparmiare alla Rai danni erariali prolungati e scongiurare la fuga di una redazione che per Viale Mazzini è un fiore all’occhiello e una gallina dalle uova d’oro. Se c’è un giudice a Berlino, o almeno a Roma, presto potremmo ritrovarci Ranucci di nuovo a Report. E i geni della Rai al Cairo.
Il faccendiere guardava già all’Africa prima dell’inchiesta sull’attentato al giornalista di Report. Un socio racconta i progetti tra caccia, terreni e carbon credit. Nei documenti anche un permesso speciale rilasciato due settimane dopo l’attentato

(di Andrea Ossino – repubblica.it) – Prima ancora che il suo nome finisse dentro l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Prima che emergessero i progetti in Camerun e il business del carbon credit. E prima, soprattutto, che l’Africa diventasse la possibile via di fuga, Valter Lavitola guardava già verso il Sud del mondo. E aveva scelto lo Zimbabwe.
Non per affari, almeno all’inizio. Per la caccia. Per i safari. Sono diverse le fotografie che lo ritraggono accanto a elefanti, leoni e bufali appena abbattuti. Lavitola è sempre con il fucile in mano, accanto all’animale ucciso.
In Zimbabwe c’era anche il suo socio, Benjamin Chimutengo, a cui Lavitola si era presentato sbandierando potenti amicizie. È stato lui, alcune settimane fa, a raccontare al magazine Mov i progetti del faccendiere italiano. Secondo Chimutengo, Lavitola avrebbe voluto investire “nel settore della caccia, safari e voleva acquistare un terreno agricolo di circa 5.000 acri”.

Un progetto che, nel tempo, avrebbe lasciato spazio a un affare considerato più remunerativo: il carbon credit. Ma intanto, nei documenti recuperati dal magazine, compare anche un permesso speciale emesso dalla Parks and Wildlife Management Authority dello Zimbabwe. Un’autorizzazione che consentiva la caccia di elefante, leopardo e leone nella concessione di Mutema, oltre a un ulteriore elefante a Chibuwe. Il documento era stato emesso il 30 ottobre 2025. Due settimane dopo l’attentato a Ranucci. Tutto legale, in Zimbabwe. Ma tutt’altro che economico.

“Lavitola mi aveva chiesto di pagare, con fondi della società, il proprio safari di caccia personale, circa 9.300 dollari. Gli feci notare che quei fondi erano destinati ai progetti sul carbonio, non a spese personali – ha detto Chimutengo a Mov – Mi rispose che un medico in Italia gli aveva dato pochi mesi di vita e che voleva andare a caccia per “vivere più a lungo”, cosa che mi è parsa poco credibile, trattandosi comunque di un uso improprio di fondi societari”.
Gli affari tra i due comunque non sono andati a buon fine. Chimutengo avrebbe fatto congelare i conti dell’azienda perché la triangolazione di denaro che arrivava nelle casse della società rispecchiava un classico giro di riciclaggio e lui non voleva avere problemi.
La decisione assunta dalla Rai è per noi completamente irricevibile. È inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report.
Dal momento che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che, nel caso in cui la Rai non intenda tornare sui propri passi, abbandoneremo in blocco il programma.
(di Janan Ganesh – il Financial Times) – Su Wiktionary, il dizionario online, esiste una voce per “Trumpsplain” (verbo all’infinito, tempo presente). Fare Trumpsplaining significa «spiegare o razionalizzare Donald Trump . . . le sue azioni, dichiarazioni, politiche o la sua popolarità».
Che parola inelegante. Come alternativa, Wiktionary propone “sanewash” (minimizzare gli aspetti radicali, incoerenti o bizzarri di una persona o di un’idea per farli sembrare logici e normali a un pubblico più ampio, ndR), che non è certo molto meglio. Per fortuna, non avremo bisogno ancora a lungo né dell’una né dell’altra.
Non voglio dire che Trump sia ormai un uomo del passato. Comanderà le più potenti forze armate del mondo fino al 20 gennaio 2029, qualunque cosa facciano gli elettori alle elezioni di metà mandato di novembre. Potrebbe persino salvare la faccia che ha perso in Iran con un’altra guerra o due. Ma ultimamente qualcosa è morto, ed è la tesi controcorrente a favore della sua presidenza: l’insistenza sul fatto che possieda doti strategiche impercettibili agli snob liberal.
L’Iran è stato un fiasco troppo grande per poter conciliare i fatti con quella tesi. Ha lanciato la guerra in un impeto di euforia dopo precedenti vittorie militari e perché (secondo il racconto di Marco Rubio) Israele avrebbe attaccato comunque.
Da allora, Trump non è riuscito a definire, tanto meno a conseguire, la vittoria, che nella sua mente sembra spaziare dalla «resa incondizionata» dell’Iran alla semplice riapertura dello Stretto di Hormuz, altrimenti nota come ritorno allo status quo ante.
Non è nemmeno chiaro se avesse compreso la portata delle concessioni all’Iran che ha sottoscritto nel memorandum d’intesa di giugno. La sua ultima mossa è esercitare pressioni economiche sul regime. Ciò implica uno scontro con le aziende cinesi che sostengono l’Iran, proprio mentre Trump cerca di distendere i rapporti con Xi Jinping.
Il punto non è soltanto che la sua guerra sia andata male — anche una guerra ben pianificata avrebbe potuto incontrare difficoltà — ma che contraddice gli altri suoi obiettivi, come evitare coinvolgimenti all’estero, e non reca alcun segno di una preparazione dettagliata.
In altre parole, è stata priva di strategia. È stata tutto ciò che i Trumpsplainer hanno sempre negato che lui fosse. La loro unica possibilità, adesso, è liquidare la guerra come uno scivolone fuori dal comune. Più probabilmente, Trump ha agito d’impulso per tutti questi anni, e soltanto la pura fortuna lo ha salvato dal disastro.
Il cuore del Trumpsplaining, la presunta spiegazione razionale di tutte le strane azioni del presidente, è la Cina. Il classico Trumpsplainer è un falco anti-Pechino che dà per scontato che Trump condivida la sua monomania. In realtà, è difficile pensare a un presidente che abbia alternato in misura maggiore atteggiamenti tanto concilianti quanto ostili in un rapporto bilaterale così importante.
Consideriamo l’idea secondo cui Trump nega il sostegno all’Ucraina perché la vera minaccia è la Cina, non la Russia. Anche in teoria, ha poco senso. (Affrontiamo la Cina favorendo un esito della guerra gradito alla Russia e che Pechino chiaramente desidera?) Inoltre, nella pratica, Trump fa continuamente cose che contraddicono la sua reputazione di falco anticinese.
Il suo grande amico in Europa era l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, che era l’uomo di Xi in quel continente. Per quanto riguarda la postura militare americana — la distribuzione delle basi avanzate e così via — sotto Trump non c’è stato praticamente alcun riequilibrio verso l’Asia.
In realtà, le democrazie asiatiche […] sono lasciate costantemente nel dubbio sul suo impegno nei loro confronti. La scorsa settimana Trump ha chiesto al Pentagono di interrompere anticipatamente una serie di esercitazioni militari con la Corea del Sud. Il motivo di questo affronto, che avrà incoraggiato la Cina e la parte comunista della penisola? «Il mio ottimo rapporto con Kim Jong Un della Corea del Nord». Così parlò il Metternich di South Ocean Boulevard.
Non c’è alcun filo conduttore, nessun grande piano. Trump non lesina il sostegno all’Ucraina per liberare risorse da destinare all’Indo-Pacifico. Lo lesina perché così gli va.
Agisce sulla base delle simpatie personali, dell’interesse commerciale personale, di alcune convinzioni che nutre da tutta la vita e, sì, della strategia. È solo che l’ultimo di questi elementi tende a essere sopravvalutato nell’insieme. […]
Quindi, chi è rimasto tra i Trumpsplainer? Chi, persino dopo l’Iran, strizza gli occhi nel tentativo di scorgere un ordine nel caos? C’è Elbridge Colby, responsabile della politica del Pentagono, la cui razionalizzazione delle azioni casuali del suo capo è creativa, nel senso in cui è creativo un uomo che vede continuamente volti nelle nuvole.
Per esempio, ciò che le democrazie asiatiche considerano un sostegno americano intermittente, Colby lo definisce «realismo flessibile», il genere di gergo da think tank che potrebbe adattarsi a qualsiasi politica immaginabile. Ma lui fa parte dello staff. Chi fa parte dello staff deve umiliarsi. La domanda è come persone che non hanno alcuna carriera in gioco — i Trumpsplainer lavorano spesso nella finanza e nella tecnologia — siano arrivate a vedere Trump come qualcuno dotato di un genio strategico sottovalutato.
Una risposta è che a spingerli in quella direzione sia stato il dileggio dei liberal. Una generazione fa, accadde qualcosa di simile con George W Bush. Poiché non era, come sostenevano i bien-pensants, un idiota, era forte la tentazione di esagerare nella confutazione e suggerire che fosse, in realtà, insolitamente scaltro. Chiamiamola scala dell’escalation.
La verità, cioè che, pur avendo un’intelligenza più che adeguata, si trovava comunque alle prese con qualcosa più grande di lui, si perse nel fuoco incrociato della contrapposizione politica.
L’altra risposta è l’autoprotezione emotiva. Questo è un mondo inquietante, ed è più facile sopportarlo se si pensa che l’individuo più potente di tutti stia operando secondo un qualche grandioso disegno geopolitico.
La prospettiva alternativa, che sia un ottantenne imprevedibile e umiliato con ancora più di metà mandato a disposizione per vendicarsi, sembra alquanto più vicina alla verità. E quante volte la verità riesce a tenere al caldo le persone?
Report a Presutti e Piervincenzi, Ranucci out
(AGI) – Sifrido Ranucci non condurrà più Report. La Rai comunica che, a partire dalla prossima stagione, la conduzione del programma di inchiesta sarà affidata a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi risultati vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti.
“La scelta – sottolinea viale Mazzini in una nota – apre una nuova fase per uno dei programmi piu’ importanti dell’offerta di approfondimento del Servizio Pubblico, attraverso una conduzione a due affidata a due giornalisti selezionati e vincitori del concorso Rai, nel segno della professionalita’ e dell’esperienza maturata sul campo.
Giulia Presutti è da anni giornalista e inviata di Report. Il suo percorso professionale è fortemente legato al giornalismo investigativo e alla realizzazione di inchieste su temi di interesse pubblico. Nella selezione Rai è risultata prima classificata, a conferma di un percorso professionale maturato all’interno dell’Azienda e nel lavoro quotidiano sul campo.
Daniele Piervincenzi, ugualmente vincitore del concorso Rai, porta a Report una lunga esperienza nel giornalismo televisivo di inchiesta e di approfondimento. E’ stato inviato e conduttore di programmi Rai quali ‘’Nemo – Nessuno escluso’’ e ‘’Popolo Sovrano’’, lavorando su temi sociali, criminalita’, periferie e realta’ territoriali.
Nel 2017, durante un’inchiesta realizzata per ‘’Nemo’’ a Ostia, fu aggredito insieme all’operatore Edoardo Anselmi: un episodio diventato uno dei simboli del giornalismo d’inchiesta sul campo.
La scelta di Presutti e Piervincenzi vuole dunque sottolineare un principio preciso: il rafforzamento del giornalismo investigativo Rai attraverso nuove professionalita’ interne all’Azienda, selezionate secondo criteri di merito e competenza”.
Nell’ambito degli accordi sindacali e delle procedure previste per la gestione dei percorsi professionali, inoltre, “l’Azienda ha sottoposto a Sigfrido Ranucci tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai, nell’ottica di garantire una continuita’ professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda”.
La Rai, conclude la nota, “ritiene che il valore del giornalismo d’inchiesta, da sempre elemento distintivo dell’offerta informativa del Servizio pubblico, risieda nella credibilita’ e nell’autorevolezza che solo una piena indipendenza editoriale e un’imparzialita’ rigorosa possono assicurare.
Con la nuova conduzione a due di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi vincitori del concorso Rai, l’Azienda investe su nuove generazioni di giornalisti d’inchiesta e sul valore informativo di un vero Servizio Pubblico”.
Le tre opzioni offerte da Rai a Ranucci sarebbero Rainews, Tg3 o corrispondenza
(ANSA) – A quanto si apprende le tre opzioni che la Rai avrebbe sottoposto a Sigfrido Ranucci, attualmente vicedirettore ad personam, per lasciare la conduzione di Report, sarebbero un incarico a Rainews, o al Tg3, oppure un ufficio di corrispondenza.
La Rai toglie al giornalista la conduzione del programma d’inchiesta e spiega, in una nota: “L’azienda ha sottoposto al giornalista tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo”

(ilfoglio.it) – Adesso c’è l’ufficialità. La Rai ha tolto a Sigfrido Ranucci la conduzione di Report. Al suo posto, a partire dalla prossima stagione, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Lo scrive il servizio pubblico in una nota: “La Rai comunica che, a partire dalla prossima stagione, la conduzione del programma di inchiesta sarà affidata a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi risultati vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti”. Continua viale Mazzini: “La scelta apre una nuova fase per uno dei programmi più importanti dell’offerta di approfondimento del servizio pubblico, attraverso una conduzione a due affidata a due giornalisti selezionati e vincitori del concorso Rai, nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo”.
Nella nota la Rai spiega il perché della sua scelta parlando dei due nuovi conduttori: “Giulia Presutti è da anni giornalista e inviata di Report. Il suo percorso professionale è fortemente legato al giornalismo investigativo e alla realizzazione di inchieste su temi di interesse pubblico. Nella selezione Rai è risultata prima classificata, a conferma di un percorso professionale maturato all’interno dell’Azienda e nel lavoro quotidiano sul campo”. Mentre per Daniele Piervincenzi: “Lui porta a Report una lunga esperienza nel giornalismo televisivo di inchiesta e di approfondimento. È stato inviato e conduttore di programmi Rai quali Nemo – Nessuno escluso e Popolo sovrano, lavorando su temi sociali, criminalità, periferie e realtà territoriali. Nel 2017, durante un’inchiesta realizzata per Nemo a Ostia, fu aggredito insieme all’operatore Edoardo Anselmi: un episodio diventato uno dei simboli del giornalismo d’inchiesta sul campo”. Per questa ragione, continua la nota della Rai: “La scelta di Presutti e Piervincenzi vuole dunque sottolineare un principio preciso: il rafforzamento del giornalismo investigativo Rai attraverso nuove professionalità interne all’Azienda, selezionate secondo criteri di merito e competenza“.
E Ranucci? Nell’ambito degli accordi sindacali e delle procedure previste per la gestione dei percorsi professionali, inoltre, “l’azienda ha sottoposto a Sigfrido Ranucci tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda“. La Rai, conclude la nota, “ritiene che il valore del giornalismo d’inchiesta, da sempre elemento distintivo dell’offerta informativa del servizio pubblico, risieda nella credibilitàm e nell’autorevolezza che solo una piena indipendenza editoriale e un’imparzialità rigorosa possono assicurare. Con la nuova conduzione a due l’azienda investe su nuove generazioni di giornalisti d’inchiesta e sul valore informativo di un vero servizio pubblico”.
La decisione arriva dopo una settimana di riunioni interne in Rai. Martedì l’amministratore delegato, Giampaolo Rossi, il direttore degli Affari legali, Francesco Spadafora, e il direttore delle Risorse umane, Felice Ventura avevano convocato un incontro per approfondire tutti gli aspetti della vicenda e valutare per il giornalista la proposta di un ruolo alternativo che fosse in linea con la sua qualifica. “In queste ore e in questi giorni i vertici Rai sono al lavoro per il mio allontamento da Report”, aveva scritto su Facebook Ranucci. In base alle opzioni circolate negli ultimi giorni, il giornalista si diceve che era pronto a sbarcare sbarcare al Tg3 (è stato già contattato il direttore Terzulli) e Rai News. Al momento non sappiamo quali siano le opzioni di ricollocazione professionale citate da viale Mazzini. Ma risulta, invece, impraticabile l’opzione di trasferirlo alla scuola Rai di Perugia, come scriviamo qui. A un eventuale rifiuto da parte del giornalista corrisponderebbe il licenziamento.
Ieri, gli inviati di Report hanno espresso la loro contrarietà “a qualsiasi ipotesi di conduttore e capoautore esterno alla guida di Report”. Sottolineando come qualsiasi scelta differente sarebbe stata ritenuta “ostile e tesa alla normalizzazione e al commissariamento” della trasmissione. “È ormai evidente – si legge in un documento diffuso dagli inviati – come l’annunciata rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report abbia a che fare solo in parte con la vicenda Lavitola e che segua in realtà un preciso disegno politico. Lo si evince dalla violenza con cui, prendendo a pretesto l’indagine giudiziaria sull’attentato, alcuni gruppi editoriali legati a partiti della maggioranza abbiano preso di mira la trasmissione, i suoi giornalisti e le principali inchieste mandate in onda, con il chiaro intento di delegittimare e infangare uno degli ultimi presidi di libertà e di indipendenza informativa del servizio pubblico”.
“Per questa ragione – continuavano i giornalisti – alla luce della ridda di nomi circolati nelle ultime settimane, esprimiamo la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di conduttore e capoautore esterno alla guida di Report. All’interno della redazione ci sono infatti già le professionalità necessarie, che in questi anni hanno fatto funzionare la macchina del programma. Qualsiasi scelta differente sarà da noi giudicata come ostile e tesa alla normalizzazione e al commissariamento del programma”.
A Ranucci tre possibili opzioni di ricollocazione professionale, coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Azienda

(ilfattoquotidiano.it) – Dopo giorni di polemiche e toto nomi e dopo che la redazione di Report si è espressa con chiarezza, la Rai ha comunicato chi prenderà la guida del programma di inchiesta condotto fino alla scorsa da Sigfrido Ranucci, parte lesa nel procedimento che ha portato all’arresto di Valter Lavitola, come mandante dell’attentato subito dal giornalista lo scorso ottobre. Dalla prossima stagione il programma di inchiesta di Rai 3 sarà affidato a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, due giornalisti interni all’Azienda scelti attraverso la selezione Rai per professionisti. La Rai parla di una nuova fase e sottolinea la scelta di una conduzione a due affidata a giornalisti selezionati attraverso un concorso, presentandola come un investimento sul giornalismo investigativo e sulle professionalità interne. Report quindi cambia conduzione tra le polemiche e a gran richiesta della politica e dei giornali di destra.
Presutti è da anni giornalista e inviata di Report. Il suo percorso è legato soprattutto al giornalismo d’inchiesta e alla realizzazione di servizi su temi di interesse pubblico. Nella selezione Rai è risultata prima classificata, un risultato che l’Azienda interpreta come la conferma del percorso professionale maturato all’interno della televisione pubblica e sul campo. “La scelta apre una nuova fase per uno dei programmi più importanti dell’offerta di approfondimento del Servizio Pubblico, attraverso una conduzione a due affidata a due giornalisti selezionati e vincitori del concorso Rai, nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo” si legge nella nota della Rai.
“Giulia Presutti è da anni giornalista e inviata di Report. Il suo percorso professionale è fortemente legato al giornalismo investigativo e alla realizzazione di inchieste su temi di interesse pubblico. Nella selezione Rai è risultata prima classificata, a conferma di un percorso professionale maturato all’interno dell’Azienda e nel lavoro quotidiano sul campo.
Piervincenzi arriva a Report “dopo una lunga esperienza nel giornalismo televisivo di inchiesta e di approfondimento. È stato inviato e conduttore di programmi Rai come Nemo – Nessuno escluso e Popolo Sovrano, occupandosi di temi sociali, criminalità, periferie e realtà territoriali. Il suo nome è inoltre legato a uno degli episodi più emblematici degli ultimi anni sul fronte della sicurezza dei giornalisti impegnati sul campo. Nel 2017, durante un’inchiesta realizzata per Nemo a Ostia, Piervincenzi e l’operatore Edoardo Anselmi furono aggrediti. L’episodio divenne un simbolo delle difficoltà e dei rischi affrontati dal giornalismo d’inchiesta sul territorio. La nuova formula a due, secondo la Rai, punta dunque a rafforzare la componente investigativa del programma attraverso due giornalisti che hanno costruito la propria esperienza sul campo. Una scelta che l’Azienda inserisce in un più ampio percorso di valorizzazione delle professionalità interne selezionate attraverso criteri di merito e competenza.
Resta da definire invece il futuro professionale di Ranucci. Nell’ambito degli accordi sindacali e delle procedure previste per la gestione dei percorsi professionali, la Rai fa sapere di aver sottoposto al giornalista tre possibili opzioni di ricollocazione. Le proposte, spiega l’Azienda, sono coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in Rai e puntano a garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo, tenendo conto al tempo stesso delle esigenze editoriali e organizzative. Nella nota con cui annuncia il cambio alla guida di Report, la Rai rivendica infine il ruolo del giornalismo investigativo come elemento distintivo del Servizio pubblico. La credibilità dell’informazione, sostiene l’Azienda, deve poggiare su indipendenza editoriale e imparzialità rigorosa.