VANNACCI,MELONI PROIBISCA AD ALLEATI DI CHIEDERE VOTO SEGRETO SU PREFERENZE

(ANSA) – “Se veramente Meloni e Fratelli d’Italia vogliono le preferenze e vogliono una politica di destra che ridia sovranità al popolo, chiami i capigruppo degli altri partiti della coalizione e proibisca loro di chiedere il voto segreto quando l’emendamento verrà discusso in aula. Metteteci la faccia ogni tanto e fate vedere agli elettori chi di voi non vuole restituire la sovranità al popolo e la dignità al Parlamento”.
Lo afferma il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, in un video su Instagram riferendosi al nodo delle preferenze nella legge elettorale che divide la maggioranza.
Nel filmato il generale ricorda la posizione della premier e del suo partito, da sempre favorevole alla possibilità che gli elettori esprimano preferenze alle elezioni, attraverso due estratti video (datati 2014 e 2019) in cui Meloni dice di essere pro preferenze.
Poi aggiunge: “Quando le preferenze arriveranno in aula ci sarà un gruppetto tipo Noi moderati o Azione di Calenda, al quale hanno già pagato la marchetta evitandogli di raccogliere i voti, oppure la Lega o Forza Italia, che chiederanno il voto segreto e così il Parlamento votera contro le preferenze senza esporsi”.
Teheran punta il dito anche contro la Romania e, parlando degli aerei Usa partiti dalle basi europei, aggiunge: “Si tratta di una chiara e schiacciante ammissione della complicità attiva della Nato in una guerra di aggressione illegale”

(lespresso.it) – Dopo le parole di Mark Rutte sui 500 voli statunitensi che sarebbero decollati dalle basi militari in Europa, l’Iran accusa l’Italia di complicità nell’aggressione di Washington a Teheran. “L’Italia e la Romania sono esplicitamente nominate dal segretario generale della Nato come partecipanti all’aggressione contro l’Iran. Essi, insieme a tutti gli altri Paesi europei che hanno sostenuto l’aggressione americano-israeliana contro l’Iran, devono spiegare ai propri cittadini e al mondo perché hanno scelto di colludere in questo palese atto di aggressione e nella commissione di atrocità di massa contro le popolazioni iraniane a Minab, Lamerd, Teheran, Isfahan, Sanandaj, Hamadan, Tabriz, Shiraz, Bandar Abbas”, ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqei.
“Si tratta di una chiara e schiacciante ammissione della complicità attiva della Nato in una guerra di aggressione illegale contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni Unite: una flagrante violazione delle norme imperative del diritto internazionale e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. L’Organizzazione e i suoi singoli Stati membri che hanno partecipato a tale processo decisionale – ha aggiunto il portavoce – devono essere ritenuti responsabili di tutte le conseguenze”.
Da una parte c’è l’Iran, che accusa l’Italia di complicità; dall’altra gli Stati Uniti di Donald Trump, che accusano l’Italia di pavidità. Parlando con lo stesso Rutte, ieri (24 giugno) il presidente Usa è tornato ad attaccare Roma e gli altri partner europei: “Sono rimasto deluso dall’Italia, sono rimasto deluso dal Regno Unito, siamo delusi dalla Germania e dalla Francia, siamo delusi dalla maggior parte di loro. La Spagna poi è un disastro. La Spagna è terribile, anche dal vostro punto di vista. Voglio dire, non vogliono pagare nulla, pensano di farla franca”.
Ma l’intervista di Rutte a Fox News ha avuto anche conseguenze sulla politica italiana. Con le opposizioni che hanno subito incalzato il governo, che ha sostenuto – ed è stato anche il principale elemento di frizione con Trump – di aver sempre negato l’utilizzo delle basi americane in Italia per le operazioni di guerra contro l’Iran. Ma qui c’è una distinzione sostanziale da fare, quella tra voli cosiddetti logistici e cinetici, più strettamente militari: per i primi non è necessaria alcuna autorizzazione governativa, per i secondi sì.
Ed è proprio su questo punto che, nella tarda mattinata di ieri, è intervenuta una nota del ministero della Difesa per provare a gettare acqua sul fuoco e chiarire le parole di Rutte: “Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati – ha affermato il dicastero di Guido Crosetto -. Sarebbe bastato un approfondimento alla fonte per poter avere la reale rappresentazione di ciò che è avvenuto (ed avviene ogni giorno): l’Italia autorizza esclusivamente i voli che sono previsti dai trattati e che escludono totalmente le attività cinetiche. Come sempre ha fatto e come continuerà a fare in vigenza degli attuali accordi”. In ogni caso, dai registri del ministero risulterebbero 200 voli (e non 500), tutti legati a interventi manutentivi o di rifornimenti.
Nella polemica è intervenuta anche Meloni. Non esplicitamente – ieri, dopo aver partecipato a Foggia alla cerimonia per l’anniversario della fondazione della Guardia di finanza, è volata a Berlino per il vertice E5 con Germania, Francia, Regno Unito e Polonia – ma, come riportano diverse indiscrezioni, con una chiamata direttamente a Rutte, alla Casa Bianca per un incontro con Trump. In cui gli aggettivi utilizzati per definire le parole del segretario Nato sarebbero stati “illogiche” e “insensate”.
Le interpretazioni che sono circolate sulle uscite di Rutte sono due. Da una parte c’è chi dice che dietro potrebbe esserci uno “sgambetto” di Trump. Dall’altra, c’è chi sostiene che – in fondo – con le sue parole il segretario Nato volesse aiutare gli europei, sotto il fuoco del tycoon per il poco supporto che, secondo lui, avrebbero prestato nella guerra contro l’Iran. Ne è emerso un caso difficile da sminare. Di politica interna tutta italiana, innanzitutto. Ma anche estera, con gli ultimi attacchi di Teheran.

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Roma, 25 giu – I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno dato il via libera formale all’accordo commerciale negoziato l’anno scorso con gli Stati Uniti. L’intesa potrà quindi entrare in vigore prima della scadenza del 4 luglio fissata da Donald Trump.
Il Parlamento europeo, la cui approvazione era parimenti necessaria, aveva avallato l’accordo la scorsa settimana, pur non senza aver negoziato con gli Stati membri alcune misure di salvaguardia volte a tutelare meglio gli interessi europei. Lo comunica il Consiglio europeo in una nota.
«Siamo impegnati a mantenere un partenariato transatlantico solido e aperto con il nostro storico alleato, ma l’apertura deve andare di pari passo con la tutela dei nostri interessi. Queste misure consentono di raggiungere entrambi gli obiettivi: favoriscono flussi commerciali stabili e prevedibili con gli Stati Uniti, garantendo al contempo all’Ue la possibilità di reagire in modo rapido e proporzionato qualora l’accordo non venga rispettato o siano in gioco i suoi interessi.
Lanciamo un segnale forte: l’Europa è aperta al mondo, ma è anche determinata a proteggere le proprie imprese e i propri lavoratori», ha dichiarato Michael Damianos, ministro dell’Energia, Commercio e Industria di Cipro, Paese che ha la presidenza di turno dell’Ue.
In particolare, si spiega nella nota, il Consiglio ha adottato formalmente due regolamenti che attuano gli impegni in materia di dazi stabiliti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa del 21 agosto 2025. «Tale adozione conclude l’iter legislativo e conferma l’impegno dell’Ue a favore di relazioni commerciali transatlantiche stabili, prevedibili e reciprocamente vantaggiose, preservando al contempo le necessarie tutele per salvaguardare gli interessi economici europei», si sottolinea.
I due regolamenti eliminano i dazi doganali Ue residui sui prodotti industriali statunitensi, introducono un accesso preferenziale per determinati prodotti ittici e agricoli non sensibili provenienti dagli Stati Uniti ed estendono la sospensione dei dazi sulle importazioni di astici, compresi quelli trasformati (da tutti i paesi, sulla base della clausola della nazione più favorita).
I regolamenti prevedono inoltre meccanismi rafforzati di salvaguardia e di sospensione. Ovvero, essi istituiscono un meccanismo di salvaguardia dedicato che consente alla Commissione di intervenire tempestivamente in caso di forti aumenti delle importazioni che causino, o minaccino di causare, un grave pregiudizio agli operatori dell’Ue, e rafforzano la capacità dell’Unione di sospendere le preferenze tariffarie qualora gli Stati Uniti non rispettino i propri impegni, compromettano gli obiettivi della Dichiarazione congiunta o perturbino in altro modo relazioni commerciali equilibrate, anche attraverso misure discriminatorie.
I due regolamenti saranno ora firmati e pubblicati nella Gazzetta ufficiale, entrando in vigore il giorno successivo alla loro pubblicazione. L’applicazione del regolamento principale cesserà alla fine del 2029. Entro il 30 giugno 2029, la Commissione presenterà una valutazione complessiva del loro impatto sui flussi commerciali Ue-Usa, sulle entrate doganali e sugli effetti economici — compresi quelli sulle Pmi — e la accompagnerà con una proposta legislativa volta a prorogare l’applicazione dei regolamenti, ove opportuno.
Invece, il regolamento relativo alle importazioni di astici si applicherà retroattivamente a decorrere dal primo agosto 2025 e scadrà il 31 luglio 2030, salvo ulteriori interventi.
La sovranità dichiarata e la sovranità operativa

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Le dichiarazioni di Mark Rutte sui 500 aerei statunitensi decollati da basi americane in Italia per sostenere l’operazione contro l’Iran hanno un peso politico superiore al dato militare in sé. Non rivelano soltanto l’ampiezza del contributo logistico europeo alle operazioni americane in Medio Oriente. Mettono a nudo una contraddizione strutturale della politica estera italiana: il Paese continua a proclamarsi sovrano, ma una parte essenziale della sua funzione strategica è ormai integrata nella macchina militare statunitense e atlantica.
Il punto non è stabilire se l’Italia abbia bombardato direttamente l’Iran. Il punto è capire se, senza le infrastrutture italiane, senza le basi, senza gli aeroporti, senza i corridoi logistici, senza la rete di rifornimento, sorveglianza, ricognizione e supporto, l’operazione americana avrebbe avuto la stessa profondità. La risposta è evidente: no. L’Italia non è stata necessariamente un attore combattente in prima linea, ma è stata una piattaforma essenziale della proiezione di potenza americana.
Qui nasce il nodo politico. Il governo italiano può sostenere formalmente che l’utilizzo delle basi sia avvenuto nel quadro degli accordi esistenti e che Roma non abbia autorizzato operazioni offensive dirette. Ma la distinzione tra operazione cinetica e supporto logistico, in una guerra moderna, è sempre meno convincente. La guerra contemporanea non comincia soltanto quando cade una bomba. Comincia quando decolla un aereo cisterna, quando parte un velivolo da ricognizione, quando si apre un corridoio aereo, quando una base diventa snodo di carburante, manutenzione, intelligence e comando.
Il problema politico per Giorgia Meloni
Per Giorgia Meloni la questione è delicatissima. Da un lato, la presidente del Consiglio ha costruito una parte della sua legittimazione internazionale sulla fedeltà atlantica, sul rapporto privilegiato con Washington e sulla disponibilità a presentare l’Italia come alleato affidabile. Dall’altro lato, ha sempre bisogno di preservare davanti all’opinione pubblica interna l’immagine di un governo che non subisce decisioni altrui, che non consegna il territorio nazionale a una guerra decisa altrove, che non trasforma l’Italia in una retrovia inconsapevole.
Le parole di Rutte incrinano proprio questa narrazione. Se 500 aerei sono decollati dalle basi americane in Italia, il Parlamento italiano deve sapere in che forma, con quali autorizzazioni, entro quali limiti e con quale livello di consapevolezza politica. Non basta dire che gli accordi sono stati rispettati. Bisogna chiarire se quegli accordi siano ancora compatibili con il principio della piena sovranità decisionale italiana in caso di operazioni militari ad alto rischio.
La difficoltà del governo sta nel fatto che la linea difensiva appare formalmente solida ma politicamente fragile. È possibile che tutto sia avvenuto nel rispetto degli accordi bilaterali e delle procedure militari. Ma politicamente la domanda resta: il Parlamento è stato messo nelle condizioni di comprendere il livello reale di coinvolgimento italiano? Gli italiani sono stati informati del fatto che il territorio nazionale veniva usato come retrovia di una grande operazione militare contro l’Iran? La distinzione tra “non partecipazione alla guerra” e “supporto decisivo alla guerra” rischia di diventare una formula troppo sottile per reggere davanti alla realtà.
La NATO come vincolo e come copertura
Rutte non ha parlato da osservatore neutrale. Ha parlato da segretario generale della NATO, in un momento in cui l’Alleanza deve convincere Donald Trump che l’Europa non è un peso morto, ma un moltiplicatore della potenza americana. Il suo messaggio non era rivolto soltanto all’Italia. Era rivolto soprattutto agli Stati Uniti: guardate, gli europei servono; senza basi, aeroporti, logistica e spazio strategico europeo, anche la potenza americana avrebbe più difficoltà a proiettarsi verso il Medio Oriente.
In questo senso, Rutte ha detto ad alta voce ciò che spesso viene lasciato sullo sfondo: l’Europa non è autonoma, ma è indispensabile come infrastruttura dell’impero militare americano. L’espressione “piattaforma di proiezione della potenza” è politicamente brutale perché descrive esattamente la funzione assegnata al continente. Non un soggetto strategico pienamente sovrano, ma un territorio organizzato per consentire agli Stati Uniti di agire rapidamente su più teatri: Ucraina, Mediterraneo, Medio Oriente, Mar Rosso, Golfo Persico.
Per l’Italia questa funzione è ancora più marcata. La sua geografia la rende decisiva. Aviano, Sigonella, Vicenza, Napoli, Gaeta e gli altri nodi della presenza statunitense nel Paese non sono semplici residui della guerra fredda. Sono strumenti vivi della postura americana nel Mediterraneo allargato. L’Italia è il ponte naturale tra Europa, Nord Africa, Levante e Golfo. Per questo viene usata. Per questo conta. E per questo la sua sovranità è sempre sottoposta a tensione.
La crisi della trasparenza parlamentare
La polemica delle opposizioni non può essere ridotta a propaganda. Certo, ogni forza politica usa una vicenda di questo tipo per colpire il governo. Ma il tema esiste. Se una base sul territorio italiano contribuisce a un’operazione militare contro uno Stato terzo, anche solo in forma logistica, il Parlamento non può essere trattato come un notaio tardivo o come un destinatario di rassicurazioni generiche.
La democrazia parlamentare richiede controllo sulle decisioni che possono trascinare il Paese in una crisi internazionale. Nel caso iraniano, il rischio non era astratto. Un’operazione militare contro Teheran può generare rappresaglie, attacchi contro interessi occidentali, tensioni nel Mediterraneo, crisi energetiche, minacce alla navigazione nello Stretto di Hormuz, aumento dei prezzi del petrolio e del gas, pressioni migratorie e instabilità regionale. Dunque l’Italia, anche se non sgancia bombe, può subirne le conseguenze politiche, economiche e di sicurezza.
La questione democratica è quindi semplice: chi decide il grado di esposizione dell’Italia? Il governo? Gli accordi militari preesistenti? Washington? La NATO? I comandi operativi? Oppure il Parlamento, almeno nelle fasi in cui il supporto logistico si trasforma in partecipazione strategica?
L’ambiguità utile agli Stati Uniti
Dal punto di vista americano, l’ambiguità è funzionale. Gli Stati Uniti possono contare sulle infrastrutture alleate senza dover ogni volta trasformare il supporto logistico in un caso politico nazionale. Più la distinzione tra supporto e partecipazione resta elastica, più Washington mantiene libertà di manovra. È un vantaggio operativo enorme.
Per l’Italia, però, questa elasticità può diventare un problema. Roma rischia di trovarsi coinvolta in operazioni decise altrove senza poter incidere realmente sugli obiettivi politici della guerra. Nel caso dell’Iran, quali erano gli obiettivi ultimi? Punire Teheran? Ridurre capacità militari? Mandare un messaggio a Israele e agli alleati del Golfo? Difendere la libertà di navigazione? Rinegoziare da una posizione di forza? Se l’Italia fornisce basi e supporto, ma non partecipa alla definizione della strategia, allora assume rischi senza possedere piena capacità decisionale.
Questa è la vera asimmetria dell’alleanza. Gli Stati Uniti decidono la direzione politica della crisi. Gli alleati offrono spazio, basi, mezzi, legittimazione e copertura diplomatica. Poi, quando emergono tensioni interne, i governi nazionali spiegano che tutto è avvenuto nel rispetto degli accordi. Ma il rispetto degli accordi non esaurisce il problema politico della sovranità.
La debolezza dell’Europa
Il caso rumeno citato da Rutte è altrettanto significativo. Se un aeroporto commerciale come quello di Bucarest deve ridurre il traffico civile per fare spazio alle aerocisterne americane, significa che l’intero spazio europeo viene riconfigurato in funzione militare. Non si tratta più soltanto di basi militari isolate. Si tratta di infrastrutture civili che, in caso di crisi, vengono piegate alle esigenze della proiezione bellica.
Questo dimostra che l’Europa, pur parlando spesso di autonomia strategica, resta una retrovia organizzata dell’apparato militare statunitense. La guerra in Ucraina lo ha già mostrato. La crisi iraniana lo conferma. L’Europa aumenta la spesa militare, ma non costruisce una vera sovranità strategica. Acquista armi, rafforza la NATO, amplia le capacità logistiche, ma continua a muoversi dentro una cornice diretta dagli Stati Uniti.
Rutte, celebrando il “dividendo della difesa”, cerca di presentare l’aumento della spesa militare come occasione economica: più investimenti, più industria, più lavoro. Ma questa lettura nasconde un rischio: l’Europa può diventare più militarizzata senza diventare più autonoma. Può spendere di più senza decidere di più. Può rafforzare la NATO senza rafforzare se stessa come soggetto geopolitico.
Il rischio per l’Italia nel Mediterraneo allargato
Per l’Italia, la vicenda è particolarmente sensibile perché il Paese vive nel Mediterraneo. Qualunque escalation con l’Iran non resta confinata al Golfo Persico. Tocca il Libano, la Siria, l’Iraq, lo Yemen, il Mar Rosso, Israele, le monarchie del Golfo, le rotte energetiche e commerciali. L’Italia è esposta su tutti questi dossier: energia, traffici marittimi, presenza militare, sicurezza delle imprese, migrazioni, terrorismo, rapporti con il Nord Africa.
Usare il territorio italiano come piattaforma logistica per operazioni contro l’Iran significa collocare Roma dentro una linea di frattura che può allargarsi. Teheran e i suoi alleati osservano le basi, i porti, gli aeroporti e le catene di supporto. Anche se l’Italia non partecipa ufficialmente ai bombardamenti, può essere percepita come parte dell’architettura ostile. In geopolitica conta non solo ciò che si dichiara, ma ciò che l’avversario percepisce.
Questo è il punto che spesso manca nel dibattito interno. La sovranità non è soltanto una formula giuridica. È anche capacità di controllare la propria esposizione al rischio. Se l’Italia appare come piattaforma militare americana, deve chiedersi quali conseguenze questo produca sulla propria sicurezza nazionale.
Una maggioranza davanti alla prova atlantica
Meloni si trova davanti a un equilibrio difficile. Non può rompere con Washington, perché il suo governo ha bisogno della protezione politica americana e della piena legittimazione atlantica. Non può però nemmeno apparire come semplice amministratrice locale di decisioni prese altrove. La sua retorica patriottica e sovranista rischia di scontrarsi con la realtà materiale delle basi americane.
La destra italiana ha spesso criticato la cessione di sovranità verso Bruxelles, ma parla molto meno della cessione funzionale di sovranità verso Washington. Eppure, dal punto di vista strategico, la seconda è spesso più incisiva della prima. Bruxelles regola mercati, bilanci e procedure. Washington può usare infrastrutture militari che espongono il Paese a crisi internazionali. Il sovranismo, se vuole essere coerente, deve misurarsi anche con questo nodo.
Le opposizioni, a loro volta, hanno l’occasione di porre una questione reale, ma devono evitare l’ipocrisia. La presenza militare americana in Italia non nasce con Meloni. È una costante della Repubblica. Governi di ogni colore hanno accettato, gestito e spesso protetto questa architettura. Il punto non è trasformare la vicenda in una polemica contingente, ma aprire una discussione seria su trasparenza, limiti, autorizzazioni e controllo parlamentare.
La verità politica della vicenda
La verità è che l’Italia è sovrana in teoria, vincolata nella pratica e indispensabile nella geografia. Questa combinazione produce un paradosso: il Paese conta molto perché serve agli Stati Uniti, ma conta poco se non riesce a trasformare questa utilità in potere negoziale. Una vera politica estera dovrebbe partire da qui. Non dalla retorica dell’obbedienza atlantica né da un neutralismo impossibile, ma dalla domanda essenziale: che cosa ottiene l’Italia in cambio della propria funzione strategica?
Se il territorio italiano è decisivo per le operazioni americane, Roma dovrebbe pretendere consultazione preventiva, chiarezza sugli obiettivi, limiti d’impiego, garanzie di sicurezza, compensazioni industriali e un ruolo politico reale nelle decisioni che la coinvolgono. Altrimenti l’Italia resta un’infrastruttura: utile, esposta, ma politicamente subordinata.
Le parole di Rutte hanno dunque il merito involontario di rompere il velo. L’Italia non è marginale. È centrale. Ma è centrale come base, non come decisore. Ed è questa la questione politica più scomoda: essere una piattaforma strategica senza essere una potenza strategica. Il governo può difendersi richiamando gli accordi esistenti. Le opposizioni possono accusarlo di opacità. Ma il problema supera entrambi: riguarda la collocazione profonda dell’Italia nell’ordine atlantico e il prezzo politico della sua dipendenza militare.
In fondo, la vicenda dei 500 aerei non parla soltanto dell’Iran. Parla dell’Italia. Di un Paese che si scopre indispensabile ogni volta che gli altri fanno la guerra, ma che raramente riesce a decidere davvero quale guerra sostenere, quale evitare e quale prezzo pretendere per la propria disponibilità.

(Giancarlo Selmi) – È inutile girarci attorno: da qualunque punto di vista le si guardi, le dichiarazioni di Rutte smentiscono in pieno la narrazione del governo e di Meloni sulla effettiva partecipazione dell’Italia alla guerra illegale voluta da Trump e Netanyahu contro l’Iran.
Rutte parla di 4.000 voli partiti dalle basi militari europee e, tra questi, 500 dall’Italia. Numeri enormi, che bastano da soli a rendere ridicola l’idea che l’Italia sia rimasta “neutrale” o estranea a ciò che è accaduto. Non basterà certo una nota di agenzia del Ministero della Difesa a chiarire uno scenario che appare, a dir poco, oscuro e complicato.
L’11 marzo 2026 Meloni dichiarava in Parlamento, categoricamente, che le basi italiane non erano utilizzate per operazioni di guerra: “l’Italia non è in guerra e non intende entrarci”. Oggi le parole di Rutte la smentiscono punto per punto. La nota del Ministero della Difesa si rifugia nei trattati del ’54 e in un vago “supporto logistico”, gli stessi riferimenti usati da Meloni in Aula, con l’aggiunta misteriosa degli “aggiornamenti”.
E allora la domanda è semplice:
Cosa significa esattamente “aggiornamenti” ai trattati del ’54? Chi li ha decisi, quando, e con quale mandato politico e parlamentare? Di quanti e quali “aggiornamenti” è responsabile il governo Meloni? Perché i trattati che regolano l’uso delle basi americane escludono il loro utilizzo, anche solo logistico, in caso di attacco unilaterale, che è esattamente ciò che è avvenuto con l’attacco USA contro l’Iran. Dunque, siamo davanti a due sole possibilità:
Meloni ha mentito al Parlamento, sapendo di mentire. Oppure, ancora più grave, la sua totale subalternità a Trump l’ha spinta ad “adattare” i trattati pur di rendere più facile al “suo amico” l’uso delle basi italiane, senza informare né il Paese né il Parlamento. Delle due, una è vera. In entrambi i casi, però, cade definitivamente la favola della “vendetta di Trump” per la mancata concessione delle basi, in particolare quella di Sigonella. Perché la realtà, numeri alla mano, è che le basi italiane siano state usate eccome.
Meloni deve quindi chiarire, in modo dettagliato e pubblico: Cosa vuol dire “supporto logistico” nel concreto. Cosa include la definizione di “non cinetico”. Che caratteristiche avevano i 500 voli decollati dalle basi italiane: rotte, carichi, destinazioni, finalità. Che tipo di missioni sono state svolte, una per una.
Questo non sarebbe un favore che farebbe al Paese, è un dovere costituzionale. Nessuna elezione conferisce un potere assoluto, tanto meno il diritto di stravolgere la Costituzione, coprire accordi oscuri e mentire al Parlamento e ai cittadini sapendo di farlo. Chi governa deve rispondere delle proprie scelte. E stavolta, le domande sono troppe e troppo gravi perché basti una nota di poche righe e far finta di niente.
Attendiamo con ansia la solidarietà al popolo italiano, entrato in una guerra senza saperlo.

(Azzurra Della Penna – chimagazine.it) – Da quando è diventata sindaca di Genova, il tempo ha assunto un valore diverso. Si misura in riunioni, inaugurazioni, delibere, dossier da studiare, problemi da risolvere. Già, Silvia Salis ha imparato ad apprezzare le pause brevi. Poche ore, a volte, servono a mettere respiro nei muscoli. E un’atleta – oltre che una politica – sa bene quanto questo conti.
Così, sabato scorso ha fatto un salto (è proprio il caso di dirlo) a Forte dei Marmi dopo esserci già stata, sempre soltanto per una notte, il weekend precedente. Prima, però, ha partecipato, nella sua Genova, all’inaugurazione della Spiaggia dei bambini, uno dei progetti dedicati alle famiglie, condividendo il momento insieme al figlio, Eugenio Salis. Il papà del piccolino è il regista Fausto Brizzi, ma lui di cognome fa Salis, una scelta politica della coppia e, dopo la recente scomparsa del babbo di Silvia, anche romantica.
In ogni caso, conclusi gli appuntamenti ufficiali, è partita alla volta della Versilia. Arrivata in serata al Forte, ha raggiunto alcune amiche al Maitò. Un aperitivo sulla spiaggia, una cena in compagnia, qualche risata e una notte in un hotel del centro prima di concedersi ancora qualche ora di mare. La mattina seguente, eccola di nuovo in spiaggia. Un costume semplice e il desiderio di godersi un momento di tranquillità lontano dall’agenda istituzionale.
A raggiungerla anche un amico, con cui ha trascorso parte della giornata tra chiacchiere e relax sotto la tenda. Intanto, però, il suo nome continua a viaggiare ben oltre Genova. A un anno dalla sua vittoria che ha riportato il centrosinistra alla guida della città, Salis è diventata uno dei volti più osservati della nuova generazione politica progressista.
Non a caso, nelle ultime settimane, il suo nome è stato più volte accostato alle riflessioni sul futuro del cosiddetto campo largo. Lei continua a ripetere che il suo posto è a Genova e che il mandato ricevuto dai cittadini resta la sua priorità. E infatti, alle quattro del pomeriggio, la sindaca era già in viaggio verso casa.

(dagospia.com) – Nelle varie puntate dello scazzo tra Meloni e Trump, purtroppo nessuno dei geni della Fiamma Magica ha pensato bene di ricordare alla Ducetta il celebre aforisma (spesso attribuito a Bertrand Russell o Mark Twain): “Mai discutere con un idiota: ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.
L’ormai ex Trumpetta è ferita a morte per essere stata liquidata, dopo anni di baci e abbracci, come ‘’una sguattera del Guatemala’’: “Mi ha implorato di fare una foto con lei, non l’avrei neanche fatta, ma mi ha fatto pena”, ha detto il Caligola di Mar-a-Lago.
Anziché ignorarlo compassionevolmente, come si fa con qualsiasi disturbato mentale, Giorgia Meloni ha ben pensato di reagire, scendendo nel suo stesso campo di volgarità e di insolenza.
Reazioni magari perfette per la Garbatella, ma del tutto sbagliate in campo istituzionale.
Agli insulti del Trumpone, infatti, i vari Zelensky, Starmer, Macron hanno fatto orecchie da mercante, lasciandolo delirare su Truth o con il primo giornalista che lo chiama al telefonino.
Meloni no, ha deciso di rispondere colpo su colpo, salvo poi rinculare e dichiarare il caso “chiuso”, di fronte ai nuovi insulti del ciuffo platinato di Washington.
Ieri sera, a “Otto e mezzo”, Lilli Gruber ha chiesto a Paolino Mieli: “Ci sono apparati americani che sanno tante cose. C’è una possibilità di vendetta degli apparati, quelli potentissimi americani?”
E lo sventurato rispose: “C’è una certezza di vendetta. È qualcosa di analogo del Sigonella di Craxi. Negare le basi fondamentali nella guerra in Iran, che è fallita.
Trump se la legherà al dito. A Craxi la fecero pagare in maniera definitiva. A Meloni verrà presentato il conto. Faranno l’impossibile per farle perdere le elezioni, per sputtanarla”
“Usando anche Vannacci?”, intigna l’austro-ungarica Lilli.
E Mieli lancia la bomba: “Certo, usando anche Vannacci. Lo possono alimentare, da una parte gli americani, da una parte Putin.
Lo possono gonfiare, dandogli autorevolezza. Attualmente, non è un soggetto ritenuto autorevole. Se qualche capo di stato del mondo, come Trump, lo incontrasse sarebbe diverso”
Lo scambio di ipotesi tra Gruber e Mieli su cosa e quanto rischia la premier italiana ci sta tutto, conoscendo bene quanto è “vendi-cattivo” Donald Trump (basta vedere cosa è successo al premier spagnolo Pedro Sanchez, reo di aver risposto per le rime alle richieste economiche sulla Nato.
Prima sbuca un dossier per corruzione su Zapatero e i suoi gioielli da 1 milione di euro. Poi il rinvio a giudizio per la moglie del primo ministro, Begona, a cui è stato ritirato anche il passaporto).
E quando Mieli afferma che il Trumpone possa “alimentare” il fenomeno Vannacci (che le malelingue atlantiste sostengono possa essere “nutrito” da oligarchi conosciuti durante il suo soggiorno moscovita da addetto militare dell’ambasciata italiana, dal 7 febbraio 2021 al 18 maggio 2022), mette il ditone nella piaga: una volta diventata “inaffidabile”, a cosa serve Meloni?
A niente, quindi può tornare a leggere Tolkien ai giardinetti di Colle Oppio.
All’ipotesi di Mieli, si può anche aggiungerne un’altra che circola tra i palazzi romani: convincere la famiglia Berlusconi a far uscire Forza Italia dalla maggioranza di governo….
L’ex pm ed ex governatore pugliese ha ottenuto dal Csm il via libera a non rientrare in servizio, ma a essere collocato fuori ruolo alla Commissione d’inchiesta del Senato sul caporalato. Anche se non si è mai occupato di caporalato. Dopo ben 22 anni trascorsi a svolgere attività politica, continuerà a non fare il magistrato

(di Ermes Antonucci – ilfoglio.it) – Michele Emiliano, il magistrato che non vuole fare il magistrato, alla fine ce l’ha fatta. Dopo un tira e molla imbarazzante durato sei mesi, l’ex governatore pugliese ha ottenuto dal Consiglio superiore della magistratura il via libera a non rientrare in servizio, ma a essere collocato fuori ruolo alla Commissione d’inchiesta del Senato sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La delibera ha spaccato il plenum ed è stata approvata a maggioranza, con 15 voti favorevoli, 7 contrari e 6 astensioni. Dopo ben 22 anni trascorsi a svolgere attività politica (contro i 16 passati a fare il pm), Emiliano continuerà dunque a non fare il magistrato.
Un collocamento fuori ruolo senza alcun senso: Emiliano ha quasi 68 anni e non potrà “restituire” alla magistratura l’esperienza maturata in Commissione (l’età pensionabile delle toghe è di 70 anni); a Emiliano è stato chiesto dal Senato di occuparsi del fenomeno del caporalato nel settore agricolo, ma lo stesso Emiliano, audito dal Csm, ha ammesso di non essersi mai occupato di caporalato da magistrato; come se non bastasse, la Commissione d’inchiesta sul lavoro già dispone di una toga fuori ruolo, Maria Paola Tomaselli, che tra le tante cose si occupa proprio di caporalato.
La proposta alternativa, bocciata dal plenum del Csm, prevedeva il rientro in ruolo di Emiliano e la sua destinazione come giudice al tribunale di Benevento. E’ evidente che anche questa strada avrebbe sollevato profili problematici. Come sottolineato dal consigliere togato Andrea Mirenda, l’intera vicenda è stata segnata dall’“imbarazzo di un magistrato che per oltre vent’anni si è occupato di politica, inevitabilmente travolgendo la sua immagine di imparzialità, terzietà e indipendenza”. Da qui l’idea di spedirlo fuori ruolo al Senato, con un incarico però senza alcuna logica. “C’è un modo diverso per risolvere la questione – ha aggiunto Mirenda, rivolgendosi all’ex pm – E’ quello di andare in pensione, lo faccia”. Sulla stessa linea il consigliere laico Felice Giuffrè, che ha ricordato diversi precedenti, come quelli di Elvio Fassone e Anna Finocchiaro, entrambi andati in pensione a 63 anni dopo aver svolto attività politica.
Ma Emiliano non vuole né tornare in magistratura né andare in pensione. Vuole galleggiare, a spese dello Stato, in attesa di una candidatura col Pd alle prossime elezioni politiche. Il suo desiderio è stato esaudito.
Lo scontro si può sempre schivare, persino quando si deve reagire a un sopruso. I vincitori del 2° conflitto mondiale affidarono alle Nazioni Unite strumenti per evitare il ricorso alle armi

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] A volte nella geopolitica, come in altri campi, ci sono cose che non si spiegano mentre avvengono e spesso anche dopo. Le guerre appartengono alla categoria delle cose che non si spiegano mai.
[…] Prima che scoppino non si percepiscono o si rifiutano i segnali di preavviso, mentre si combattono la propaganda e la logica della guerra prevalgono sulla realtà e dopo prevale chi ha vinto o ha la propaganda migliore nello spaccio di prodotto narcotizzante che glorifichi il vincitore e demonizzi lo sconfitto. Spesso, nelle guerre non vince nessuno o perdono tutti e allora alla storia si lasciano versioni diverse che invece di spiegare aumentano e prolungano all’infinito gli interrogativi. La domanda principale è sempre la stessa: perché? Anche la frustrazione è sempre la stessa: si poteva evitare? Purtroppo nella maggior parte dei casi la frustrazione non è retorica: Sì, si poteva evitare. A prescindere dalle giustificazioni o dai pretesti, la guerra si può sempre evitare persino quando si deve reagire a un sopruso. La Carta delle Nazioni Unite, redatta dai vincitori della Seconda guerra mondiale, dopo che si erano spartiti il bottino e le spoglie della guerra, indicava molte vie per evitare i conflitti. Eppure tutte le guerre successive sono avvenute perché si dovevano combattere le guerre, le ideologie, i tentativi di sopraffazione e persino quelli di concorrenza sleale. Ogni guerra è stata ritenuta necessaria, obbligata, inevitabile, doverosa. E non c’è dovere più impellente di ciò che si vuole fare. Ogni guerra parte dalla volontà di farla. Se vuoi fare qualcosa la pianifichi, la prepari, crei o inventi i presupposti, i pretesti. Oggi siamo in questo campo di volontà: L’Europa, la Nato, gli Stati Uniti, Israele vogliono fare la guerra e la stanno preparando sapendo contro chi e sapendo anche quali sono i rischi. Ma il campo del volere include anche ciò che non si conosce e allora non esistono piani e preparazioni, né si prevedono rischi e risultati. In questo caso si vogliono fare “esperimenti”. Si parte da una teoria e si vede se è corretta, oppure si fa qualcosa e da qualsiasi risultato si ricava una teoria. Dalla fine della Guerra Fredda le guerre sono nate dal do something, “facciamo qualcosa” e vediamo l’effetto che fa. La maggior parte delle guerre sono state combattute come parti integranti o conseguenze di esperimenti. Tutti falliti. La Prima guerra mondiale ha sperimentato la forza degli imperi e gli imperi sono crollati. Nel primo dopoguerra si sono sperimentate le espansioni e le spartizioni coloniali. Fallite. La Seconda guerra mondiale ha voluto sperimentare la Teoria dello spazio vitale. Fallita.
In Corea si volle sperimentare il contenimento dell’espansione comunista che non c’era.
Risultato: Corea divisa e metà lasciata al comunismo. Il Maoismo si consolida e si esporta. In Vietnam si volle sperimentare la Teoria del domino con l’idea che la caduta di un paese comunista avrebbe trascinato con sé i vicini. Fallita.
In Iraq si volle sperimentare il nation building imposto dall’esterno. Fallita. In Afghanistan, si sperimentò il cambio di regime e l’occidentalizzazione con la guerra. Fallita, dopo venti anni di occupazione militare.
[…] In Ucraina nel 2014 gli americani hanno tentato l’esperimento del cambio di regime dall’interno.
È stato ottenuto, ma non può essere considerato un successo l’instaurazione di un regime nazista e russofobo che ha prodotto una guerra civile di repressione durata otto anni, fallita, e provocato altri quattro di guerra russa per un esperimento di restaurazione. Non ancora concluso.
In Iran si è sperimentata la deterrenza col solo impiego dei mezzi militari. Qualunque sia l’esito del conflitto in corso la forza smisurata degli Stati Uniti e Israele non ha dissuaso l’Iran dal colpire gli americani, le loro basi e i loro amici. L’esperimento è fallito.
Più in generale si può notare che è destinato al fallimento qualsiasi tentativo di controllare con la forza processi storici complessi senza saper valutare le proprie capacità e le conseguenze.
Questo non vale solo per le guerre. Vale per tutte le forzature politiche, sociali ed economiche che si appoggiano a esperimenti di supremazia.
[…] Sono falliti gli esperimenti delle deportazioni di massa e degli spostamenti di popolazioni che avrebbero dovuto delineare confini più sicuri. Ci portiamo ancora dietro gli effetti boomerang di tali operazioni. Molti popoli di confine sono la prima linea delle guerre. È fallito l’esperimento delle Nazioni Unite di poter gestire il mondo senza ricorrere alla guerra. È fallito l’esperimento di allargamento della Nato in funzione di una maggior deterrenza. La maggiore forza teorica ha causato la diminuzione della deterrenza e, peggio ancora, della credibilità dell’Alleanza come organizzazione difensiva. L’allargamento dell’Unione europea è fallito nel suo esperimento di abbattere i confini con la libera circolazione delle persone e delle merci, o con la cooperazione internazionale. Oggi si erigono muri, si schierano campi minati e s’impongono sanzioni e dazi. Ma più di ogni cosa è fallito l’esperimento Israele. Quello iniziato con l’assegnazione forzata di uno spazio a un popolo in eterna diaspora alle spese di un altro in eterna lotta contro le dominazioni.
A Gaza, in Cisgiordania, Libano e Siria è fallita la sua presunzione d’innocenza. Contro l’Iran è fallita la sua arroganza militare. Ha dovuto chiedere agli Stati Uniti di attaccarlo per primi e di garantire l’afflusso di armi e denaro per continuare a combatterlo. È fallita la sua credibilità di Stato democratico e la pretesa di appartenere alla cultura occidentale, rivendicata dalla sua dirigenza e dai suoi sostenitori. E l’irrisione delle vittime del genocidio rappresenta un insulto a tutto l’Occidente. E non solo.
I programmi sono pieni di luoghi comuni e dimostrano l’incapacità di prendere posizione di fronte ai fatti reali della vita

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Giuro che non ho davvero nulla contro Silvia Salis, la gentile signora che oggi è sindaca di Genova dopo essere stata una celebre atleta del lancio del martello. Confesso che tuttavia sarei a dir poco perplesso se in occasione del prossimo appuntamento elettorale, Salis, eventuale vincitrice alla testa del «campo largo», dovesse diventare presidente del Consiglio del governo italiano. Per una ragione assai semplice.
E cioè che per me — come sospetto per altri milioni di miei concittadini — la nuova premier sarebbe in sostanza, politicamente parlando, una perfetta sconosciuta. Poco meno di quanto lo sia stato nel giugno del 2018 Giuseppe Conte — ricordate? — assurto alla guida del Paese realmente dal nulla, giacché prima della sua designazione nessuno sapeva chi fosse, nessuno lo aveva mai sentito nominare. In Europa un caso davvero unico.
È vero però che oggi, invece, la potenziale ascesa di Silvia Salis ai fastigi del potere non ci coglierebbe altrettanto impreparati, facendo essa seguito, come abbiamo letto sui giornali, alla sponsorizzazione di un autorevole uomo politico come l’onorevole Dario Franceschini. Il quale qualche giorno fa, a proposito, del «campo largo» e delle sue eventuali appendici, ha dichiarato: «Va costruita un’aggregazione» — e ha aggiunto perentoriamente: «Salis si metta a disposizione di questo progetto… la sua figura rafforzerebbe il progetto e darebbe alla coalizione la possibilità di battere la destra».
Come e perché la sindaca di Genova sarebbe capace di tanto Franceschini non ha voluto rivelarlo. Anche se si è detto sicuro che «Tutti — ha detto proprio così: tutti — riconoscono a Salis le capacità necessarie per fare questo lavoro. Poi — ha concluso — cosa succederà in futuro si vedrà, ma intanto si salva l’Italia»: ciò che, bisogna riconoscere, non sarebbe cosa da poco.
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Ora io non saprei proprio dire né che probabilità abbia la sindaca Salis di essere incaricata di così vasta impresa né tanto meno se davvero riuscirebbe a portarla a temine con successo. Quello che invece so è che il solo fatto che Franceschini abbia fatto la proposta che ha fatto segna comunque un’ulteriore tappa nella degenerazione partitocratica italiana e nel disfacimento della nostra vita politica. Due patologie alla cui diffusione mi sembra che da tempo proprio la sinistra abbia deciso di dedicare le sue migliori energie.
Mi dispiace apparire brutale, ma talvolta non c’è altro modo di esprimere il proprio stupore e anche qualcosa d’altro. E dunque: ma perché Salis? Che cosa c’entra? Che cosa ha mai pensato di suo Silvia Salis, che cosa le è mai capitato di dire che avesse un peso, un’originalità? Che cosa ha mai fatto Silvia Salis nella sua brevissima vita di sindaca che lasciasse qualche segno tale da essere candidata niente di meno che a guidare l’Italia e a salvarla?
«La mia idea politica è l’unione del campo progressista» è la sua ultima dichiarazione riportata su Internet: pensa tu che idea! Internet che così ne traccia il profilo, originalissimo: «Le sue idee politiche si fondano su giustizia sociale, centralità del lavoro, maggiore sicurezza urbana e contrasto all’evasione fiscale». Caspita! Mi chiedo quali partiti alle prossime elezioni non avranno esattamente i medesimi punti a fondamento dei rispettivi programmi.
Il disfacimento della vita politica italiana di cui parlavo prima vuol dire per l’appunto questo: il pensiero di quasi tutti i suoi rappresentanti ridotto a una pappa di parole sempre eguali, a una minestrina di luoghi comuni intercambiabili, l’assenza di ogni proposito forte, di ogni originalità. Vuol dire questa incapacità di prendere davvero partito su qualunque questione, il formulario al posto del pensiero, la banalità al posto della varietà della vita. Tale è il volto con cui oggi la politica – ma non solo quella dei politici di professione: anche tutto quello che gravita intorno ad essa, inclusa ahimè gran parte della comunicazione giornalistica — si presenta quotidianamente agli italiani. Possibile che nessuno di coloro che potrebbe fare qualcosa si renda conto che il nostro attuale sistema politico cammina ormai sull’orlo di un abisso, anche se è solo l’abisso del nulla, del puro disfacimento e basta?
Infine la proposta di Franceschini riguardante Silvia Salis mostra a che punto è arrivata in Italia l’autoreferenzialità e insieme lo strapotere del sistema dei partiti. È la certificazione che da noi, ormai, chiunque purché nelle grazie di un partito può essere proposto per qualunque cosa, nominato a qualunque carica, designato non importa a quale compito indipendentemente da ogni sua qualità, competenza e capacità. A un dipresso come il famoso cavallo di Caligola. Senza possibilità che nulla mai appaia destinato a cambiare.
Fino al punto che anche scrivere righe come queste che state leggendo sembra ormai al loro stesso autore come un esercizio pressoché inutile.
La strategia su cui la premier aveva impostato tutta la sua politica internazionale – accreditarsi come ponte fra gli Usa di Trump e l’Unione europea – è ormai andata in frantumi. In nome di questa strategia, però, ha minato la compattezza della Ue su tutti i principali dossier. Rafforzando un atteggiamento accondiscendente verso le richieste di Trump che è il modo peggiore per trattare con il tycoon, e oggi se ne vedono le conseguenze

(Emanuele Felice – editorialedomani.it) – Diciamolo, la premier ha un’idea fallimentare dell’interesse nazionale. E ambigua. Al cuore la nutre l’illusione che un paese come l’Italia possa fare da solo, forte magari dell’orgoglio nazionale. Va bene quindi instaurare una relazione speciale con gli Usa di Trump, finché dura o si può; sennò pazienza. E l’Europa non è il nostro orizzonte da costruire e rinsaldare, ma solo un’opzione, o al più un terreno di confronto in una logica nazional-muscolare come quella che (con ben altri mezzi) Trump impone.
Questa visione genera comportamenti opportunistici, spesso contraddittori. Ben lontani da quella impostazione coerente e lungimirante di cui invece abbiamo bisogno, specie in un mondo in subbuglio. Ma soprattutto, genera risultati fallimentari. La strategia su cui Meloni aveva impostato tutta la sua politica estera – accreditarsi come ponte fra gli Usa di Trump e l’Unione europea – è ormai andata in frantumi. In nome di questa strategia, però, Meloni aveva minato la compattezza della Ue su tutti i principali dossier economici. Rafforzando quindi un atteggiamento accondiscendente verso le richieste di Trump che è il modo peggiore per trattare con il tycoon. E alimentando in questo modo le divisioni dell’Europa.
Di fronte alla richiesta di aumentare le spese militari, acquistando peraltro armamenti dagli Usa, bisognava rispondere non con affermativa sollecitudine e con la speranza di qualche sotterfugio contabile, come è stato fatto, ma spingendo con forza sulla difesa europea (che peraltro ci farebbe risparmiare parecchio) e sull’autonomia strategica dell’Unione, l’unica vera garanzia per la nostra sicurezza. Di più. Di fronte alla richiesta di aumentare gli acquisti di gas dagli Stati Uniti, per supplire alle drammatiche incertezze dello scenario globale (peraltro in parte causate da Trump), bisognava rispondere non certo cannoneggiando il green deal e ostacolando le rinnovabili, come Meloni continua a fare in Europa e in Italia (in affinità ideologia con Trump), ma chiedendo all’Europa tutta di invertire sulle rinnovabili e sbloccando, a livello nazionale, le autorizzazioni per i nuovi impianti. Peraltro, gli Usa di Trump almeno i combustibili fossili li hanno in casa, come hanno anche il nucleare. Noi non abbiamo né gli uni né l’altro (e per arrivare al secondo ci vorranno lustri o decenni); mentre possediamo un vantaggio strategico nell’energia rinnovabile, il solare soprattutto, che è sempre più conveniente. Il nazionalismo ideologico di Meloni, in questi anni, è stato quanto di più nocivo potesse esserci per l’interesse nazionale.
Le conseguenze le viviamo ogni giorno. Contrariamente a quel che la propaganda vuol far credere, durante il governo Meloni l’economia italiana è tornata a essere il grande malato d’Europa: con una crescita anemica del Pil, tenuta su un po’ solo dal Pnrr (peraltro usato male), e la crisi conclamata dell’industria; con l’inflazione che mangia i salari e accentua le disuguaglianze; con un prezzo dell’energia più alto di quello di tutti gli altri grandi paesi europei. La crisi provocata dalla guerra all’Iran ha messo in discussione anche l’agognato equilibrio di bilancio, mentre, come conseguenza del fallimento della politica internazionale di Meloni, l’immagine e l’autorevolezza dell’Italia nel mondo sono oggi indebolite, non certo rafforzate. Ciò detto, una cosa c’era che finora era andata relativamente bene: l’export, guidato dai successi del made in Italy verso gli Stati Uniti e il Medio Oriente. La crisi con gli Stai Uniti peggiorerà verosimilmente anche questo dato, precipitando le difficoltà dell’economia italiana, in un contesto geo-politico sempre più incerto come quello in cui siamo finiti per colpa dei sovranisti.
L’interesse nazionale dell’Italia è nel rafforzamento della Ue, fino all’Europa federale cui il nostro paese deve partecipare da protagonista, spingendo per una maggiore integrazione, anziché frenare, e per cambiare le attuali politiche economiche conservatrici. Ed è nell’investimento strategico a favore delle energie rinnovabili, per uscire dalla stagnazione fossile cui questa destra vorrebbe irresponsabilmente condannarci. E in una politica industriale efficace, e ambiziosa, che promuova la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese, come unica stabile garanzia di eccellenza e qualità, e di successo economico, a prescindere dalla volatilità degli umori di Trump. Tutto quello che Meloni non ha saputo né voluto costruire in questi anni.

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il momento della verità per l’area progressista si avvicina con un inedito elemento di polemica e riflessione. Gli ha dato corpo Elly Schlein con una frase affilata sull’ostracismo che subisce ormai da mesi: «Sconto anche il fatto di essere donna, di stare con un’altra donna e di avere 40 anni». La leader del Pd offre al suo campo uno specchio in cui riflettersi e una domanda: davvero mi intralciate perché mi giudicate troppo estremista per vincere, oppure esiste un retropensiero di natura diversa, un non detto allineato col vecchio stigma maschilista? Troppo giovane. Troppo diversa. E soprattutto: donna. Il fatto stesso che Schlein espliciti questo tipo di pensiero risulta disturbante per il racconto politico di una sinistra amica delle donne, e comunque più amica della destra che avrà pure una leader e una premier donna ma nel settore diritti e parità lascia a desiderare. E tuttavia nessun diritto è più denso di significato del diritto al potere politico e della possibilità di giocarselo. La destra ha consentito a Meloni di farlo. La sinistra, o almeno una parte della sinistra, non sembra disposta a fare altrettanto con Schlein.
Si potrà accantonare il tema dicendo: solito vittimismo femminile, quel ragionamento non c’entra, la segretaria del Pd è giudicata inadeguata alla sfida per altri motivi. La scelta opposta è guardare nello specchio e riconoscere la realtà di un problema che esiste, di una responsabilità che non può essere elusa. Annettersi il campo delle donne, farsene paladini, parlare come se la metà dei cittadini italiani – ogni ragazza, ogni adulta, ogni anziana – fosse per nascita, per cromosomi, per biografia personale e famigliare, naturale interlocutore del progressismo e ovvio nemico della destra patriarcale e sessista, è stata un’operazione di successo. Resiste nell’immaginario politico del Paese nonostante tutto, compresi gli alti indici elettorali della destra tra le signore di ogni generazione. Una parte della destra ha dato una mano, con la sfilza di stereotipi impresentabili coltivati da certi ultras del machismo, da Stefano Bandecchi a Roberto Vannacci. E tuttavia nella sostanza, che è la competizione per il potere, gli stereotipi di quei muscolosi fanfaroni sono polvere mentre il femminismo dichiarato del campo progressista stenta a riconoscere quel che la destra ha accettato da tempo: una leader donna può essere una risorsa, non un problema.
«Sconto il fatto di essere donna» è una frase vera a tutte le latitudini, in tutte le professioni e le carriere, e le donne lo sanno. Ma che questa frase sia indicibile a destra (cosa volete di più? C’è una di voi a Palazzo Chigi!) mentre a sinistra resti pronunciabile, obbliga a un bagno di realtà. La causa della parità femminile, almeno in Italia, non può essere annessa a una bandiera, a un campo, a una sigla politica. E lo stesso termine “femminismo” prescinde dagli schieramenti e li sovraintende: ha guidato riforme che le donne hanno appoggiato trasversalmente e processi di modernizzazione fondamentali per la Repubblica, ma non può essere annesso al tesseramento di un partito. Aver fatto propria quella parola è stata senza dubbio un’iniziativa vincente della sinistra (e un limite ideologico della destra), ma adesso segna un inaspettato punto di crisi, perché se Schlein sarà scartata dalla corsa alla premiership bisognerà spiegarlo anche sotto questo profilo. Non sarà facile farlo, non sarà scontato riuscirci.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Abbiamo letto con tanta empatia le struggenti cronache dell’uscita dal carcere di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma di Alleanza Nazionale e ministro in due governi Berlusconi (sembra ieri che i camerati ne festeggiavano l’elezione col braccio alzato sotto al Campidoglio), che quasi ci dimenticavamo perché vi era entrato (bagatelle: finanziamento illecito e traffico di influenze, derivante, quest’ultimo, dalla riqualificazione di un episodio di corruzione nell’ambito dell’inchiesta Mondo di mezzo).
È vero: non a tutti capita la fortuna di ottenere la grazia dal presidente della Repubblica prim’ancora di entrare in carcere, come ha scritto polemicamente Alemanno su Facebook in riferimento alla ex compagna di Popolo della Libertà Nicole Minetti, la notte prima di lasciare la cella di Rebibbia, al lume di una fioca candela; ma scommettiamo che a nessuno dei 64.436 detenuti in Italia tocca il privilegio, una volta scontata la pena e dimessi dalle patrie galere, di venire prelevati dai cancelli e condotti direttamente nella sede di un partito per contribuire alla sua formazione con la disciplina e l’onore guadagnati sul campo. Una cosa risorgimentale, quasi.
[…] Alemanno non entrerà, come sarebbe sembrato naturale, in Forza Italia (dove il carcere vale come un master all’estero, una specializzazione), né in Fratelli d’Italia, a cui pure approdò per un breve periodo, ma farà confluire la sua creatura chiamata Indipendenza! dentro Futuro Nazionale, il partito di “destra autentica” già oltre il 5% nei sondaggi guidato dal generale in pensione Roberto Vannacci, tornato appositamente da Bruxelles per dare il benvenuto al nuovo sodale.
Nei 18 mesi di reclusione, scattata perché l’ex sindaco, a cui il tribunale aveva concesso la messa in prova ai servizi sociali, aveva più volte violato le prescrizioni con assenze ingiustificate, uscite da casa fuori dall’orario consentito, documenti falsi e incontri con pregiudicati, Alemanno ha tenuto un diario carcerario in cui ha denunciato le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti, problema di cui non risulta si sia mai occupato prima di farne parte. Ma come, direte voi, i detenuti hanno accesso ai social? Abbiamo dimenticato il caso di Doina Mattei, condannata a 16 anni di carcere per omicidio, che nel 2015 in regime di semilibertà pubblicò su Facebook delle foto che la ritraevano in spiaggia e fu perciò costretta dal tribunale di Sorveglianza di Venezia a tornare in cella a tempo pieno, sulla base della sentenza della Cassazione per cui condividere contenuti o chattare su Facebook equivale a evadere e a comunicare con l’esterno? E a Fabrizio Corona non capitò più volte di dover rientrare in galera per l’uso non autorizzato dei social durante i domiciliari? Ah, ma allora non sapete niente: Alemanno scriveva le sue memorie su fogli di carta che poi consegnava ai suoi legali e familiari, che a loro volta li giravano allo staff incaricato della pubblicazione su Facebook. Tutto regolare.
[…] E tutto è bene quel che finisce bene. Alemanno ha detto che non si candiderà, ed è un peccato, perché in Parlamento stanno drasticamente diminuendo le quote a righe, quelle degli ex galeotti; ma qualche voto di nostalgici vedrete che lo porta a Vannacci, e magari riuscirà a farsi ascoltare da Nordio sulla condizione dei detenuti, sua nuova battaglia (intanto potrebbe consigliare ai colleghi di non delinquere, per esperienza).
La sera della vigilia Alemanno ha scritto: “Mi sembra quasi di disertare una trincea”, e verrebbe da rassicurarlo che volendo può sempre tornarci, anche se il ministro Nordio, con l’abolizione del reato di abuso di ufficio e il depotenziamento di quello di traffico di influenze, che sono i reati in cui è ferrato Alemanno, ha reso sempre più difficili le prove che un politico deve sostenere per accedere alle patrie galere; ma se uno si impegna un modo lo trova.
La sconfessione. Il responsabile dell’Alleanza esalta il contributo italiano. Il governo: “Solo logistica”. Aviano e Sigonella in piena attività

(estr. di Stefania Maurizi – ilfattoquotidiano.it) – […] Avevano fatto credere agli italiani di non aver collaborato con gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, che ha fatto precipitare il mondo in una crisi politica ed economica gravissima. Dopo l’attacco americano del 28 febbraio scorso, l’esecutivo di Giorgia Meloni aveva negato di voler portare l’Italia in guerra e aveva negato che gli Usa avessero chiesto al governo l’uso delle nostre basi militari. Giornali e televisioni italiane avevano fatto da cassa di risonanza alle dichiarazioni del governo, spesso in modo completamente acritico, e dal buio del segreto di Stato, qualcuno aveva fatto uscire la notizia che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, avesse negato l’uso della base di Sigonella, in Sicilia, ai bombardieri americani impegnati nella guerra in Iran.
[…]
Ma il Fatto Quotidiano non si era mai bevuto le versioni ufficiali e neppure una settimana dopo l’attacco del 28 febbraio, avevamo iniziato a cercare la verità in modo indipendente, senza prestarci a fare da condotto a fonti ufficiali e spin doctor, ma utilizzando, invece, i dati delle piattaforme commerciali pubbliche, che tracciano i voli militari dalle basi americane in Italia. È così che abbiamo scoperto un’impennata dei voli cargo C-130T Hercules dalla base di Sigonella verso la base cruciale per le operazioni degli Stati Uniti nel Mediterraneo Orientale: Souda Bay, nella fase in cui gli Stati Uniti procedevano al build up, ovvero a costruire un enorme dispiegamento di forze militari in preparazione all’attacco del 28 febbraio. Poi sulla base di Aviano avevamo individuato almeno cinque voli del Lockheed C-5M Super Galaxy a partire da una settimana prima dell’attacco all’Iran e fino al 3 marzo scorso: il più grande aereo della Us Air Force per il trasporto di mezzi ed equipaggiamento, che era stato tracciato anche nella base inglese di Fairford, da cui erano stati avvistati e documentati i bombardieri americani B-52 e B-1, quando erano iniziate le operazioni belliche. Infine avevamo documentato almeno 23 voli militari cargo C-130 e J-30 Hercules della Us Air Force, o comunque degli Usa, partiti dalla base di Aviano verso la base inglese di Fairford dal 27 marzo al 13 aprile. Un analista militare che aveva accettato di parlare con noi anonimamente aveva analizzato questo pattern di voli da Aviano a Fairford, spiegandoci che il loro numero notevole in quella fase indicava un ammassamento di forze di qualche tipo e l’accumulo di equipaggiamento in un luogo prima del suo uso.
[…]
Le nostre rivelazioni erano state accolte con silenzi e smentite, ma ieri il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha fatto emergere almeno un brandello di verità, dichiarando alla tv americana Fox News come gli alleati Nato degli Stati Uniti abbiano aiutato eccome Donald Trump nella guerra, nonostante le dichiarazioni pubbliche del presidente americano contro Meloni e altri paesi europei accusati di non averlo aiutato. “Se prendiamo l’Italia, per esempio – ha detto Rutte – 500 aerei sono decollati dalle basi americane in Italia per sostenere l’operazione Epic Fury; si tratta di un numero enorme”, ha detto Rutte per la prima volta.
[…] Il governo Meloni cerca di contenere il danno di queste dichiarazioni, minimizzando come semplice “logistica”. Anche Rutte ha dovuto precisare. La distinzione, per il governo, è sempre quella tra “logistica” e “cinetica”, più volte enunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto anche nelle comunicazioni dei mesi scorsi al Parlamento, che sarebbe aderente ai trattati – purtroppo segreti – sull’utilizzo da parte degli Usa delle basi in territorio italiano: per le prime attività, secondo il governo, basta l’autorizzazione tecnica della Difesa; per quelle direttamente legate ad azioni di guerra ci vorrebbe un via libera politico, autorizzato dal Parlamento, che non c’è stato.
Di fatto, se i numeri sono davvero questi, sono ben lontani dall’assistenza totale che il governo di Silvio Berlusconi dette all’amministrazione di George W. Bush nel 2003 per distruggere l’Iraq. Ma i numeri sono davvero questi? La lunga sequela di bugie e mezze verità autorizza a non crederci.