Come accade sempre, Matteo Salvini ha immediatamente strumentalizzato il caso dell’investimento di otto persone a Modena per dire basta all’integrazione. Peccato che dietro il nome nord africano dell’investitore ci fosse un uomo nato a Bergamo, laureato, con problemi psichiatrici. Evidentemente, il caso di Rogoredo non ha insegnato nulla.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Da vocabolario, uno sciacallo è una persona che approfitta delle disgrazie altrui per il proprio tornaconto. Forse però, in una prossima edizione dei dizionari di lingua italiana, basterebbe scrivere “Matteo Salvini” accanto a questa definizione, per rendere l’idea.
Perché davvero, non c’è nessun politico in Italia, forse in Europa, capace di gettarsi su qualsiasi tragedia per racimolare un po’ di visibilità e qualche like sui social network, o per portare acqua al mulino delle sue idee politiche razziste e discriminatorie.
Lo fa da sempre, dal tempo degli attentati dell’Isis nelle città europee, chiamando allo scontro di civiltà col mondo islamico, e da allora abbiamo sindaci musulmani a Londra e New York, molto più progressisti e liberali e Occidentali di lui. L’ha fatto, di recente, di fronte a uno spacciatore ucciso nei pressi della stazione di Rogoredo, a Milano, difendendo “senza se e senza ma” il poliziotto che gli aveva sparato, salvo poi scoprire che era un ricattatore che aveva inscenato una “legittima difesa” che non era mai esistita, mettendo una pistola scacciacani accanto al cadavere di una persona uccisa a sangue freddo.
L’ha fatto di nuovo ieri pomeriggio, quando un uomo ha investito otto persone a Modena, falciandole con la sua auto a tutta velocità e ferendone quattro in modo molto grave e accoltellando un passante che voleva fermarlo. E l’ha fatto solamente perché ha letto da qualche parte che l’uomo che le ha investite era un giovane di origine nordafricana: Salim El Koudri.
Tanto è bastato, al vice presidente del consiglio del nostro Paese, per lanciarsi in un’intemerata senza capo ne coda contro l’integrazione delle seconde generazioni, lo ius soli e le cittadinanze facili. Perché, dice Salvini, “certe persone non sono assolutamente integrabili”.
Caro Salvini, verrebbe da dire: certe persone chi? Quelle nate a Seriate, in provincia di Bergamo? Laureate in economia? Che faticano a trovare lavoro, nonostante siano nate e cresciute in Italia, solamente perché hanno un cognome straniero? Quelle che devono fare i conti con problemi psicologici cui il nostro sistema sanitario fatica a far fronte?
Perché Salim El Koudri, dietro il nome “nordafricano”, era questo.Non un migrante arrivato l’altro ieri col barcone. Non un maranza col coltello in tasca. Non un giovane di periferia che non studia e non lavora. Non, per farla breve, uno dei cliché da demagogia leghista da un tanto al chilo, buoni per creare nemici alla bisogna e decreti sicurezza in tutta risposta.
Però tutto questo, allo sciacallo, non interessa. Bastano quattro like, un lancio d’agenzia, e un po’ di polarizzazione attorno alle sue parole, per atteggiarsi a cucciolone, per fare la vittima del Paese in cui “non si può dire nulla”, per dar del buonista a chi prova a raccontare la verità, dell’ideologico a chi prova a essere fattuale al posto suo, per seminare odio e riprendersi qualche voto che il generale Vannacci gli sta portando via, in una gara a chi la spara più becera e razzista.
E pazienza se da domani migliaia di ragazze e ragazzi italiani che hanno una storia di migrazione alle spalle – loro o i loro genitori – si sentiranno colpevoli di un crimine che non hanno commesso, solo in ragione delle loro origini e del loro nome.
Pazienza se si sentiranno ancora più stranieri a casa loro, solo perché un ragazzo con problemi psichiatrici che non c’entra nulla con loro, si è macchiato di un gesto orribile e senza senso.
Pazienza se da domani sarà ancora più difficile, per loro, per emanciparsi dai luoghi comuni di cui sono vittima, in un Paese di cui sono il futuro, e che non li merita.
E pazienza se a tutte le parole in libertà spese per andare contro a chiunque abbia un nome straniero si sommano i silenzi di quanto ad uccidere gli stranieri, in nome delle loro ossessioni razziali e securitarie, sono militanti leghisti come Luca Traini o assessori leghisti come Massimo Adriatici. O quando una banda di quindicenni italiani uccide un bracciante straniero come Bakari Sako, a Taranto, per futili motivi.
Pazienza, perché lo sciacallo Salvini aveva bisogno di visibilità, e tanto basta per passare sopra a tutto.
Anche alla decenza.
Anche alla pietà.
E il brutto è che – maledizione – l’ha avuta pure

(Dalla pagina Facebook di Report) – “Non è possibile che solo perché è figlio di un politico, non posso avere ragione” : parla per la prima volta la ragazza che ha accusato di violenza sessuale il terzogenito della seconda carica dello Stato
Per la prima volta parla la ragazza che ha denunciato per stupro il figlio del presidente del Senato Leonardo Apache, archiviato dal Tribunale di Milano lo scorso anno. Nella sua intervista racconta il condizionamento ambientale che a suo avviso ha subito l’iter giudiziario nella valutazione delle prove a carico del terzogenito della seconda carica dello Stato.
La ragazza che accusa Leonardo Apache di violenza sessuale ha deciso di presentare un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Durante l’inchiesta mostreremo foto e documenti inediti della vicenda. Sul ruolo avuto nella vicenda giudiziaria del figlio abbiamo posto alcune domande al presidente La Russa di cui daremo integrale pubblicazione.
Stasera, dalle 20.30 su #Rai3
L’INTERVISTA ALL’ACCUSATRICE DI LA RUSSA JR
Trascrizione dell’anticipazione del servizio di Giorgio Mottola per “Report”, in onda stasera su Rai3
IGNAZIO LA RUSSA: La mia convinzione di padre tuttora esistente è di credere a mio figlio, perché un padre può anche non credere al figlio, ma se ci crede a quello che il figlio gli racconta, non c’è niente di male che lo dica.
GIORGIO MOTTOLA: “Quando ha visto questo intervento pubblico di Ignazio La Russa, lei che cosa ha pensato?”
L’ACCUSATRICE DI LEONARDO APACHE LA RUSSA: “Sicuramente indignazione, cioè ho detto com’è possibile veramente. Sai quanta importanza hanno le tue parole nel dire queste cose, sai quello che ottieni, no? Facile che la seconda figura dello Stato dica una roba del genere e che venga creduto e ascoltato. Quindi io mi sono vergognata tantissimo.
GIORGIO MOTTOLA: Vergognata di cosa?
L’ACCUSATRICE DI LEONARDO APACHE LA RUSSA: Mi sono sentita in colpa, cioè ci sono stati momenti in cui quasi io ho creduto alle loro parole, tanto mi sono sentita sola.
GIORGIO MOTTOLA: In un secondo intervento pubblico il presidente del Senato ha avanzato anche seri dubbi sulla credibilità della vittima, sottolineando che la denuncia è stata presentata con grande ritardo, 40 giorni dopo il presunto stupro.
L’ACCUSATRICE DI LEONARDO APACHE LA RUSSA: Quando sono andata in ospedale il giorno stesso per fare la procedura da stupro, a vedere se avevo infezioni, qualsiasi cosa, sia l’infermiera il giorno stesso mi ha detto “non denunciare”. E poi anche la psicologa che fa un incontro dopo qualche giorno mi ha detto che assolutamente non avrei dovuto denunciare.
GIORGIO MOTTOLA: Perché?
L’ACCUSATRICE DI LEONARDO APACHE LA RUSSA: Perché la persona era troppo importante.
GIORGIO MOTTOLA: È per questa ragione che lei ci ha messo così tanto a denunciare?
L’ACCUSATRICE DI LEONARDO APACHE LA RUSSA: Eh sì, certo.
Infatti mia madre poi mi ha consigliato anche lei, mi ha detto “no, ma hai sentito cosa hanno detto?
Non è il caso.
Poi comunque i media saranno aggressivi nei tuoi confronti, non verrai creduta.
[Unknown Speaker A] Qual è stata la molla che l’ha spinta poi a denunciare?
[Unknown Speaker B] La voglia di farmi sentire, di giustizia, di dire la mia, di dire non è possibile che c’è sempre…
Cioè solo perché è figlio di un politico, allora io non posso vincere o non posso avere ragione, non posso dimostrare agli altri che…”

Non lasciatevi ingannare dalla propaganda di regime che parla di “stabilità”. (di Gustavo Zagrebelsky)
Lo “Stabilicum” voluto dalla Meloni — che io chiamo correttamente Truccatellum — non è una riforma per il Paese, ma un’assicurazione sulla vita per una classe dirigente che cerca di blindarsi nel bunker del potere.
(articolo21.org) – Ieri sera a In Altre Parole (La7), il Professor Gustavo Zagrebelsky ha letteralmente squarciato il velo di ipocrisia di questo esecutivo, mentre l’appello “Torniamo alla Costituzione” ha incassato la firma storica di ben 140 costituzionalisti contro una forzatura inaccettabile.
Ecco i punti che smontano l’accrocco della maggioranza e interpellano la nostra coscienza civile:
IL VELENO DELLA “GOVERNABILITÀ” E L’INSULTO AI CITTADINI
Zagrebelsky ha impartito una lezione magistrale: “Governabile” è un aggettivo passivo, come bevibile o audibile.
Significa che il corpo sociale, i cittadini e la realtà reale devono semplicemente “essere governati”, subendo il potere dall’alto.
Questa non è democrazia! Nella parola governabilità si nasconde il veleno dell’autocrazia dei partiti che vogliono trasformare il popolo in un pubblico passivo, riducendo il Parlamento a un’aula di soldatini automatici.
Il Professore ha lanciato un monito durissimo: il vero pericolo è l’assuefazione dei cittadini, il rischio di rassegnarsi a vedere calpestate le regole fondamentali dello Stato di Diritto.
Difendere la Carta non è una questione tecnica da giuristi, ma un dovere di passione civile e di dignità democratica che spetta a ciascuno di noi per non ridursi a sudditi.
LA MELONI, LO SHOW DA COMIZIO E IL FALLIMENTO SULLA PELLE DEGLI ITALIANI
Basta con il timore reverenziale per lo show permanente e l’esibizionismo mediatico di questa Premier.
Dietro i monologhi televisivi blindati, i teatrini in Aula e i fuorionda di scherno verso chi dissente, si nasconde il vuoto politico assoluto di un esecutivo incapace, arrogante e totalmente scollegato dalla realtà.
Una narrazione tossica da comizio perenne che serve solo a nascondere un disastro economico senza precedenti.
Mentre Giorgia Meloni e i suoi ministri si vantano di una crescita elettorale fittizia basata unicamente sul massacro fiscale e sull’aumento delle tasse, il Paese reale sta affondando.
Ieri e oggi la realtà ci parla di salari reali crollati ai minimi storici, un caro vita diventato insostenibile e il potere d’acquisto delle famiglie letteralmente azzerato dal totale immobilismo governativo.
Siamo davanti al tradimento totale delle promesse elettorali: dalle storiche e ridicole sceneggiate sulle accise dei carburanti — con la benzina lasciata deliberatamente fissa sopra i due euro alla pompa — fino alla gestione fallimentare dei fondi del PNRR, costantemente in ritardo.
Per non parlare del crollo verticale dell’Italia nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa, ridotta a megafono dei palazzi di potere.
Un fallimento totale su tutta la linea, che questo governo tenta disperatamente di scaricare usando i vecchi provvedimenti come ridicoli capri espiatori per coprire la propria totale incompetenza.
I 3 PUNTI DELLA FORZATURA COSTITUZIONALE CHE SMASCHERANO IL TRUCCO:
IL SACCO DEI SEGGI E IL SILENZIO DELLE MINORANZE: Un premio di maggioranza “drogato” (70 seggi bloccati alla Camera, 35 al Senato) che regala artificialmente il 60% dei seggi a chi è minoranza nel Paese.
È la demolizione del bicameralismo per azzerare le “maggioranze di garanzia” e prendersi, da soli, tutte le istituzioni, dal Quirinale alla Corte Costituzionale.
IL BUNKER DEI NOMINATI E IL TERRORE DELLE PIAZZE: Un sistema basato unicamente su liste bloccate e pluricandidature fino a 5 collegi.
Hanno il terrore di guardarvi in faccia nei territori e di subire il voto di preferenza: preferiscono un Parlamento di nominati scelti a tavolino nelle stanze di partito, esautorando i cittadini e tenendo in ostaggio persino il diritto di voto dei fuori sede.
IL PREMIERATO DALLA PORTA DI DIETRO: Con l’indicazione preventiva del candidato Premier si impone un plebiscito per un “capo” assoluto, svuotando di fatto l’Articolo 92 della Costituzione e le prerogative del Presidente della Repubblica.
È il tentativo di aggirare il recente referendum, riducendo le Camere a un ufficio passivo.
IL MERCATO DELLA CONVENIENZA CONTRO LA GIUSTIZIA
La Meloni offre l’esca: “Accettatela, perché quando vincerete voi farà comodo anche a voi”.
Il Professore ha risposto da statista: la convenienza deve essere degli elettori, non dei leader. Cambiare le regole del gioco a ridosso della partita, pensando solo a chi conviene la mappa dei seggi, è un’offesa logica prima ancora che giuridica.
Ma d’altronde, l’esecutivo si muove compatto seguendo lo stesso indecente copione: la Premier fa esattamente lo stesso identico gioco del Guardasigilli Carlo Nordio, che con una faccia tosta senza precedenti ha liquidato il referendum sulla giustizia dichiarando testualmente che la riforma “servirà soprattutto a chi oggi è all’opposizione per quando andrà al governo”.
Un modo di ragionare a dir poco vergognoso.
Le istituzioni non sono un pacco regalo da scambiarsi tra futuri inquilini di Palazzo Chigi, né una dote politica per spartirsi tutele future a scapito dei cittadini!
La terza via esiste ed è l’unica democratica: un sistema proporzionale con soglia di sbarramento (3% o 5%), dove la politica si assume la responsabilità di fare coalizioni e progetti seri davanti al Paese, senza scaricarla su meccanismi truccati o mercati della convenienza.
L’autore di “Gomorra” ospite all’Arena Repubblica Robinson: “Hanno messo gli amici al potere e affamano chi considerano nemici. La verità è che sono mediocri e incapaci”

(di Sara Scarafia – repubblica.it) – Un’Arena Repubblica Robinson gremita ha accolto Roberto Saviano che sul nostro palco al Salone del libro di Torino ha ripercorso i vent’anni di Gomorra. Ma dalla «più grande fiera letteraria europea» lo scrittore è tornato ad attaccare una destra «che ha fallito il progetto di egemonia culturale». Al Salone Saviano viene accolto come una star: una sua fan ha persino rovistato nel cestino in cui aveva appena gettato un pezzo di carta. Lui ne sorride, ritenendo comunque che il Paese che si muove tra gli stand del Lingotto «regala speranza. Una fiera come questa è resistenza».
Saviano, resistenza contro cosa?
«Contro una destra che mette i propri amici in posizioni di rilievo. L’ha fatto a suo tempo anche la sinistra, con la differenza che allora non si è cercato di distruggere un intero settore solo perché chi ne faceva parte non condivideva le idee politiche del governo. Ora si sta distruggendo tutto, affamando chi viene considerato un nemico».
Il caso dello stallo nella nomina dei vertici della commissione di Vigilanza Rai si è ingigantito in queste ore.
«In Rai sta andando avanti solo qualche programma per anziani, tutto il resto è morto. Il governo non è riuscito a imporre nulla, neanche il proprio punto di vista: le trasmissioni affidate agli amici sono squallide».
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli vorrebbe che il governo entrasse nella governance del Salone.
«Il Salone non si tocca. Le squadre che funzionano non si cambiano. È un equilibrio che fino a ora ha funzionato. Però capisco qual è il disegno».

Quale?
«La volontà politica di prendere in mano la fiera del libro più importante d’Europa, perché Francoforte ha una centralità maggiore ma non ha l’affluenza di Torino: è chiaro che c’è l’interesse di mettere il cappello del governo su una cosa che funziona».
Perché il progetto di egemonia culturale della destra è fallito?
«Egemonia è costruire un polo di attrazione e di consenso intellettuale di destra; non ce l’hanno fatta. Ma per la verità non si sono nemmeno impegnati, non hanno investito. E quindi vogliono rendere obbligatoria l’interlocuzione con questo governo per ottenere uno spazio».
Il ministero della Cultura è finito nella bufera per il mancato finanziamento del docufilm su Regeni.
«Pure la sceneggiatura inedita di Bertolucci è stata bocciata, ma sono stati finanziati filmacci. Ma non è per il contenuto: si può fare un bellissimo film su Italo Balbo. Ma è tutto in mano a incompetenti, a registi mediocri, a produttori incapaci. Dov’è l’alternativa di qualità a una storia che loro consideravano ingiustamente rimossa?».

Che ne pensa del caso Biennale?
«La Biennale ha ospitato artisti russi selezionati dal governo. La posizione di Buttafuoco mi è sembrata debole».
Buttafuoco e Giuli nemici-amici?
«Sono tutti amici prima di arrivare al potere. In nome della visione nuova si sono mostrati identici e anzi peggiori dei predecessori. Non hanno rinnovato niente, nulla».

Davvero quella che affolla il Salone è l’Italia migliore?
«Il Salone è uno spazio aperto che non censura nessuno. Qui secondo me la cultura sostituisce la delusione politica: vengo ad ascoltare lo scrittore perché il politico non mi dà più fiducia. Io la sento moltissimo questa cosa: vado dove ci sono i libri che sono molto meglio del dibattito politico al quale non credo più».
Qui non ci sono elettori che hanno sostenuto il governo?
«Io penso piuttosto che questo governo abbia intercettato l’Italia ferita, tradita dai valori democratici. Il voto all’estrema destra è stato spesso un voto di protesta che esprime la delusione per una parte politica liberale, socialdemocratica che non ha difeso i salari, ha parlato soltanto di minoranze, trascurando città e sicurezza».

Su quale campo la sinistra ha perso terreno?
«Su quello del linguaggio. La politica identitaria è fallimentare. Bisogna accogliere chi cambia idea. Bisogna provare a parlare con chi la pensa diversamente, affrontare argomenti tabù senza paura di inimicarsi una parte dell’elettorato. La sinistra è diventata inquisitoriale, i movimenti sono diventati inquisitoriali. Colpa dei social».
Sul palco ha detto che la passione degli italiani per Garlasco è lo specchio di un’Italia che non vuole assumersi responsabilità.
«Sempio o Stasi? Tutti hanno un’opinione senza sapere niente. Ma è facile. Molto più difficile interessarsi a un processo come quello di Cutro, dove forse scientemente si è lasciato che i bambini morissero al buio tra le onde urlando la parola “mamma”».
La sinistra dovrebbe venire al Salone a studiare la riscossa?
«Al Lingotto c’ è un popolo riflessivo: per comprare un libro ci mette tanto, gira intorno allo stand, legge la quarta di copertina. Da qui l’umanità sembra di gran lunga piena di speranza».
In 350 a Nova, l’evento sul programma. “Non chiudiamoci nelle segreterie”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Nell’albergo sulla Gianicolense dove nel parcheggio appare una Ferrari e nella hall gli stranieri sembrano più che benestanti, l’avvocato invoca “un programma radicale di impronta progressista”. Giuseppe Conte lo scandisce a mezzogiorno dentro un sala senza il simbolo del M5S, “una scelta presa per farvi sentire più accolti” spiega alla platea di circa 350 persone, “composta per il 70 per cento da non iscritti” come certifica la coordinatrice romana Linda Meleo. Ed è il punto cruciale dell’assemblea a Roma per Nova, la costituente dei Cinque Stelle che tra ieri e oggi riunirà in 102 luoghi sparsi per l’Italia 16.500 persone: in maggioranza non iscritti al M5S, che dovranno aiutare Conte e i suoi a costruire proposte che poi “porteremo in dote al tavolo con gli altri partiti progressisti”, spiega il leader.
Il M5S vuole allargare i suoi confini, includendo mondi molto differenti tra loro. Così in sala esponenti della Confcommercio e dell’Unione Inquilini siedono accanto a figure della Cgil e di Usb. Ma c’è anche la Rete dei Numeri pari – che unisce centinaia di associazioni e gruppi – assieme ad associazioni ambientaliste e animaliste e a rappresentanti degli albergatori e della polizia. Le Politiche si avvicinano. E magari anche le primarie. Quindi bisogna cercare contatti e voti, ovunque. Al punto che, finito l’intervento per lanciare i lavori, Conte al Fatto la butta lì: “Stiamo studiando il modo di far votare anche i non iscritti sul testo finale con le proposte di programma. Certo, ci sono aspetti tecnici da valutare, a cominciare dalla gestione dei dati”. Ma l’idea c’è. E se venisse tradotta in pratica, sarebbe un’altra novità assoluta per il M5S. Mentre su ogni parete già domina la scritta Nova. Così un paio di 5Stelle sussurrano: “Ci faccia caso, Nova sta venendo spinto come secondo logo”. Quindi? “Quindi, se Beppe Grillo creasse davvero problemi sull’attuale simbolo, questa scritta potrebbe caratterizzarci”. Suggestioni, per ora. Di sicuro nell’albergo tanti sono venuti a fiutare l’aria. Funzionari di area Pd, ex 5Stelle come l’ex ministro Riccardo Fraccaro e veterani della sinistra come Alfonso Pecoraro Scanio e Loredana De Petris. Sui pannelli delle sale, i temi in discussione: dal “ripudio della guerra” al “diritto all’abitare” al comparto “salute, cannabis ed elettromagnetismo”.
Eccola, la radicalità su cui insiste Conte, “perché quando torneremo a Palazzo Chigi dovremo cambiare le cose”. Da qui l’esigenza di Nova: “Per essere alternativi alle destre non possiamo chiuderci nelle segreterie di partito. Ora bisogna costruire i programmi con la gente”. Sembra un riferimento anche alla necessità delle primarie. Non a caso Paola Taverna ribadisce: “Noi siamo disponibili a farle, certo”. Nell’attesa Conte cita papa Leone XIV e le sue parole contro il riarmo: “È la figura più lucida a livello internazionale”. Ma che ne pensa l’ex premier dei centristi che in contemporanea a Roma si ritrovano all’evento di Demos? “Il M5S non è settario né chiuso verso altre formazioni politiche, ciò che conta sarà un programma condiviso”. Però dai capannelli filtrano cattivi pensieri: “Un pezzo del Pd vorrebbe davvero sostituirci con Forza Italia. E chissà qual è il ruolo di Silvia Salis”.
I cronisti invece chiedono della legge elettorale, e Conte è netto: “È una follia parlarne, dovremmo pensare a tutt’altro”. Però anche Dario Franceschini ha detto che sarebbe meglio contribuire a scriverla… L’avvocato controbatte: “Le priorità sono altre. Ci confronteremo con gli altri partiti su cosa fare in commissione, ma è chiaro che non basta introdurre le preferenze, quando è tutta la cornice che non funziona”. L’ex premier ringrazia Meleo e gli altri due motori dell’evento, i consiglieri comunali Paolo Ferrara e Daniele Diaco. C’è anche Virginia Raggi, sorridente: “Questa riunione è un passo avanti, finalmente si discute”. Conte fa gli ultimi saluti, ma prima conferma quanto anticipato dal Fatto: “L’evento finale della costituente sarà a settembre, a Milano”. Perché bisogna parlare anche al Nord. Con o senza simbolo.
La vera novità del vertice è la parità formale tra i due colossi. A Pechino la chiamano «stabilità strategica costruttiva». Piattaforma certo fragile di una convivenza tra Stati Uniti e Cina tutta da stabilizzare. Ammissione di provvisoria sconfitta da parte americana

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Oramai lo sappiamo: le parole di Trump non vanno prese troppo sul serio, anche perché spesso smentite da esternazioni opposte. Ma quando il presidente degli Stati Uniti comunica di non voler spedire le sue truppe a 15mila chilometri da casa per difendere Taiwan se si proclamasse indipendente, descrive l’ovvio. Forse qualcuno immagina che gli americani siano interessati a ingaggiare la guerra mondiale, ovvero rischiare la vita, per impedire a Pechino di mettere le mani su quell’arcipelago riottoso, per il quale Xi Jinping si dichiara pronto alla guerra?
In diplomazia il linguaggio può servire per mascherare fatti e intenzioni, per creare provvisori teatri virtuali, non per sovvertire in permanenza la realtà. Specialmente se i fatti sono palesi: qualsiasi guerra tra Stati Uniti e Cina scalerebbe presto al grado atomico. Forse scatterebbe come tale. Washington non vuole morire per Taipei. Nemmeno Pechino, checché proclami Xi. Di qui il ricorso alla neolingua diplomatica concordata dalle parti per suggellare lo stallo. Ambiguità costruttiva. Disarmante perché armata.
Taiwan vive di vita propria ma non può proclamarsi ufficialmente indipendente. Se lo facesse e Xi vi si piegasse, il Partito comunista cinese perderebbe il “mandato del cielo”. Il suo regime diverrebbe illegittimo agli occhi del popolo cinese. La Repubblica Popolare sarebbe obbligata alla reazione armata. A prendersi un rischio mortale.

C’è un parallelismo tra Stati Uniti e Cina: tutte le alternative sono peggiori dello stallo diplomatico perché sfociano nella distruzione reciproca. Di qui l’ambiguità strategica inaugurata via legge sulle relazioni con Taiwan varata il 13-14 marzo 1979 dal Congresso. Da allora, nessun presidente americano si è mai impegnato a difendere sempre e comunque Taiwan da un attacco cinese.
Ma la partita è più complessa di quanto appaia. La vera novità del vertice Xi-Trump — sancita dallo spettacolare protocollo cinese, subìto dagli americani — è la parità formale tra i due colossi. A Pechino la chiamano «stabilità strategica costruttiva». Piattaforma certo fragile di una convivenza tra Stati Uniti e Cina tutta da stabilizzare. Ammissione di provvisoria sconfitta da parte americana.
Come il disimpegno dalla Nato ha sconvolto gli europei, così la frase su Taiwan — appena ammorbidita dal rifiuto di Trump di rispondere alla domanda di Xi sulla sua disponibilità a difenderla — ha suscitato un’onda di tsunami tra “amici e alleati” asiatici degli Stati Uniti.
A cominciare dal Giappone, dalla Corea del Sud e dalle Filippine. Nel viaggio di ritorno Trump ha dovuto impegnarsi in un giro di telefonate con i partner regionali più stretti, offrendo rassicurazioni a mezza bocca. Ma nessun leader europeo o asiatico confida più nell’ombrello strategico americano. Di qui il riarmo tra i vedovi di Washington in entrambi gli emisferi.

Il 20 maggio l’ennesima visita di Putin a Pechino contribuirà a chiarire il senso del summit Xi-Trump, la cui riedizione americana è prevista per il 24 settembre a Washington. Tre vertici in cinque mesi ci aiuteranno a capire se la marcia di avvicinamento verso la terza guerra mondiale sia destino o se prevarrà lo spirito di autoconservazione che illustra la specie umana.
Da escludere per ora un patto sino-russo-americano paragonabile allo schema di Jalta. Accordi di tale portata occorrono dopo, non prima di una grande guerra. Fissano gerarchie, non le inventano. L’ordine del giorno riguarda l’intesa su meccanismi preventivi che la guerra generale scongiurino. Né basta un grado di fiducia reciproca tra leader. I capi vanno e vengono, gli imperi restano. Finché una guerra li spazza via. O si accartocciano su se stessi, immalinconiti. Debilitati dall’eccesso di responsabilità, dai costi materiali e spirituali della sovraesposizione imperiale. Come oggi l’America.
La due giorni pechinese ha esposto infine il gap culturale tra i duellanti. Trump era in viaggio d’affari, con la sua eccitata compagnia di tecnovassalli e altri tycoon, per vendere aerei, soia e qualche tecnologia. Xi era in spolvero imperiale. Impressionante la studiatissima coreografia. Compreso il cuscino floscio posto sulla poltrona dove Trump poggiava la non esile mole, talché sembrava più basso di Xi. Sapranno i tappezzieri della Casa Bianca vendicare l’affronto?

(di Michele Serra – repubblica.it) – Secondo il repubblicano Mike Johnson, speaker del Congresso degli Stati Uniti, l’America sta correndo un rischio mortale: il comunismo. Johnson è letteralmente atterrito dalle politiche sociali più energiche, alla Mamdani, che molti giovani esponenti dem dicono di volere adottare.
Ha affidato a quell’illuminato medium che è Fox News le seguenti parole: «Professano apertamente un’ideologia socialista marxista. È qualcosa che non abbiamo mai visto prima nella storia americana. Si tratta di allontanarsi da una repubblica costituzionale verso un’ideologia utopica comunista, ed è una cosa pericolosa per il futuro del Paese».
La storia è spesso tragica, ma per fortuna anche ridicola: e si devono ringraziare le persone come Mike Johnson per la capacità di mettere in scena il ridicolo in tutta la sua potenza.
La «repubblica costituzionale», secondo questo signore, non è messa a repentaglio dall’assalto dei trumpiani al Campidoglio, o dagli infiniti colpi inferti da Trump alle regole di convivenza e all’equilibrio tra i poteri, o dal diretto insediamento alla Casa Bianca, con tanto di foto ricordo, di un ristretto manipolo di oligarchi che la Repubblica e la Costituzione, all’occorrenza, se le comperano ordinandole su Amazon.
No, il vero pericolo per l’integrità della Nazione e delle sue istituzioni sono le provvigioni per gli invalidi, l’assistenza sanitaria per i poveri, le nuove misure di welfare e la tassazione dei grandi patrimoni, chieste da quella parte dei dem finalmente uscita dal letargo; e rese urgenti, per altro, proprio dalla scandalosa sperequazione tra ricchi e poveri che l’amministrazione in carica incarna come meglio non si potrebbe.
Peggiore dell’ottusità reazionaria c’è una cosa soltanto: l’ottusità reazionaria di un americano.
La premier ragiona con i primi ministri del Kuwait e del Qatar delle rotte alternative di gas e petrolio, ma anche di sicurezza della navigazione: “L’Italia farà la propria parte”

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – PYLOS – L’aereo di Giorgia Meloni fa quattro giri attorno all’aeroporto e atterra solo al quinto tentativo. Lungo la costa del Peloponneso svetta il Mandarin Oriental, un resort di lusso che guarda a occidente. A metà pomeriggio la premier interviene nel primo panel a porte chiuse dell’Europe Gulf Forum. Parla del blocco di Hormuz e dell’eventuale missione navale per garantire la navigazione nello Stretto, della crisi energetica e dei possibili gasdotti alternativi. E ragiona di Iran, a cui non deve essere concesso di possedere l’atomica.

Lo shock energetico è la priorità, in questa fase. La leader incontra il primo ministro del Kuwait e promette di rafforzare la collaborazione sul fronte della difesa e degli investimenti. Accoglie l’invito a visitare il Paese del Golfo dopo l’estate. Non è un caso: è un partner chiave per la distribuzione petrolifera. L’altro interlocutore decisivo, nella missione greca, è il primo ministro del Qatar. La paralisi della principale raffineria di gas liquido qatarino impone la necessità di progettare una via di transito alternativa rispetto ai tracciati tradizionali, in modo da evitare lo snodo di Hormuz. E Roma punta a coinvolgere nella costruzione di queste infrastrutture colossi italiani come Eni, Snam, Terna e Saipem.

Il problema è che nuovi venti di guerra minacciano una tregua già fragile. Meloni ne parla di fronte a una platea che riunisce capi di Stato e di governo dell’Europa mediterranea e del Golfo. Indica alcuni «pilastri» su cui devono poggiare gli equilibri futuri: «Il primo è la riapertura dello Stretto, senza pedaggi o restrizioni discriminatorie». E ancora, dice, «dobbiamo assicurarci che Teheran non possa dotarsi dell’arma nucleare e cessi di essere una minaccia nei confronti delle nazioni vicine, e non solo».
Il regime ha mostrato di poter colpire fino a Cipro, quindi potenzialmente l’Europa: «L’Iran dotato dell’arma nucleare e di una capacità missilistica ad ampio raggio – è la conclusione del ragionamento – è un rischio che nessuno di noi può permettersi di correre». Ai partner dell’area mediterranea, la presidente del Consiglio ribadisce inoltre l’impegno per ripristinare il transito di Hormuz, appena la tregua dovesse consolidarsi: «L’Italia è pronta a fare la propria parte per contribuire, non appena ve ne saranno le condizioni, alla sicurezza della navigazione».
Ma il contesto del Forum impone riflessioni di sistema, che vanno oltre il conflitto tra Washington e Teheran. Favorire le relazioni tra Mediterraneo e Golfo, insomma, deve diventare l’impegno dei partecipanti. Una vera e propria «scelta politica, di prospettiva e di visione tra partner naturali», sostiene. Una «cerniera» in cui «la cooperazione può assumere un valore che va ben oltre la dimensione bilaterale o regionale: può diventare uno strumento per avvicinare Occidente e Oriente, Europa, Africa e Asia, trasformando aree spesso percepite come linee di frattura in spazi di connessione, dialogo e responsabilità condivisa». L’aspirazione è affrontare così «un contesto internazionale sempre più instabile, inedito e competitivo» e contribuire alla costruzione di «un equilibrio più solido, sicuro e prospero per tutti». La collaborazione deve svilupparsi su energia, commercio, infrastrutture e connessioni digitali. Per superare le nuove «vulnerabilità» che i conflitti recenti, dall’Ucraina all’Iran, hanno imposto non solo all’Europa, ma anche ai Paesi del Golfo. Da qui la necessità di dare vita a un vero e proprio foro di collaborazione denominato “GCC-MED”, fondato sul «rispetto reciproco per le nostre storie, culture, tradizioni e identità». Prima di un bilaterale con il premier greco Kyriakos Mītsotakīs, che ospita anche la cena dei leader, Meloni si riunisce con gli omologhi di Grecia, Cipro e Malta. Al termine, una dichiarazione congiunta ribadisce la volontà di lavorare al «rafforzamento della cooperazione con i Paesi di origine e di transito, all’intensificazione della lotta contro i trafficanti di esseri umani, nonché alla possibile attivazione del Regolamento Ue sulle situazioni di crisi e sulla forza maggiore».
Oggi, salvo cambi di programma dovuti agli eventi di Modena, sarà a Cipro per un bilaterale con il presidente Nikos Christodoulides.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Leggiamo che ad assistere all’incontro di Sinner contro Medvedev c’erano, venerdì sera, nella tribuna d’onore degli Internazionali, ben quattro ministri: Calderone, Crosetto, Giorgetti e Urso. Circostanza che si presta a più letture (e a un po’ di sana demagogia). Che, poniamo, le cose non devono andare così malaccio in Italia se poi mezzo governo trova, anche, il tempo per rilassarsi. O, che ci faceva mezzo governo spaparanzato al Foro Italico mentre le cose vanno sempre peggio per i conti degli italiani? […] Oppure (visto da destra): ma di quale scontro sulle spese militari scrivono i giornali se il ministro della Difesa e quello dell’Economia erano lì, insieme, ad applaudire i favolosi colpi di Jannik? Oppure (visto da sinistra): ma Calderone (Lavoro) e Urso (Imprese) cosa diavolo ci facevano lì con 40 tavoli di crisi aperti da mesi e con i 1.700 operai che la Electrolux vuole cacciare? Con una sintesi approssimativa potremo affidarci all’aforisma eterno della situazione grave ma non seria. Soprattutto poco seria se il dibattito al Senato sul problematico carrello della spesa, e sul grigio futuro che attende le famiglie italiane, si trasforma in un avanspettacolo delle battute a effetto (il “sembrate la famiglia Addams” di Matteo Renzi) e zero proposte. Insopportabile, poi, il duello tra maggioranza e opposizione su chi frequenta il mercato (rionale) e chi no, come se bastasse farsi un giretto tra i banchi della frutta o degli alimentari per condividere i problemi della “gente”. […] Considerazioni che, oramai, vengono perfino a noia, così come non si possono più sentire i pistolotti sul distacco della politica dal paese reale, sulle mancate soluzioni dei problemi, che poi è per questo che la gente non va più a votare, signora mia. Più sano rassegnarsi e farsene una ragione: che noi e loro viviamo su pianeti diversi e distanti, e che ci esprimiamo con lingue diverse e con bisogni diversi. Accomunati, forse, da un pallone, o da una pallina da tennis.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Quando c’è in gioco Berlusconi, l’Italia mentale soffre di una psicosi a due teste: da una parte non riusciamo a disfarcene, e la sua eredità politica e morale grava su tutti noi (mentre quella finanziaria ricade solo sui due eredi e sulle sorti del governo che costoro occupano per un terzo), vedi tentativo di separazione delle carriere e scempi vari sulla Giustizia; dall’altra parte, vige una specie di amnesia collettiva, che – più che profilattica e pneumatica – è assolutoria (vedi funerali di Stato, francobolli, strade e aeroporti a lui dedicati).
[…] Adesso Marina Berlusconi, pare, vuole fare un partito liberale, con dentro gente come Calenda eccetera, tutto basato sui diritti civili e molto aperto su temi caldi della bioetica come l’aborto e il suicidio assistito. Tutti applaudono, ovviamente: ormai sono pochi i beghini rimasti in Parlamento, e ce li ha quasi tutti il Pd. Del resto, Berlusconi era l’uomo col sorriso bianco come la vetroresina dei suoi yacht, il capo del Partito dell’amore e del Popolo della Libertà. Evidentemente solo noi ricordiamo quando, nel 2009, da capo del governo, il frequentatore dei Family Day e sottoscrittore della Carta dei Pro Vita contro l’aborto si oppose strenuamente con un decreto legge (che il presidente Napolitano respinse per palese incostituzionalità, perché interveniva su una decisione della magistratura) alla decisione autorizzata dalla […] Cassazione che venissero interrotte l’idratazione e l’alimentazione forzata a Eluana Englaro, costretta a letto in stato vegetativo dal 1992 in seguito a un incidente, come chiedeva da tempo suo padre Beppino. Allora Berlusconi si produsse in una delle sue più ributtanti uscite: “Eluana è una persona che respira, che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”. C’è il video su YouTube: lo vedano, quelli che oggi vogliono tutelare i diritti civili e la libertà dell’individuo con Marina in nome dei “valori” trasmessi da suo padre.
Il paradosso è che, mentre l’attenzione è sugli ombrelloni, altri problemi meriterebbero attenzione sui litorali italiani. Perché i processi di erosione delle spiagge sono rilevanti e gli scenari degli scienziati destano preoccupazioni per l’innalzamento del livello del mare come conseguenza dei cambiamenti climatici

(Edoardo Zanchini – editorialedomani.it) – Quella che si sta aprendo sui litorali italiani non è una estate come tutte le altre. L’immagine dei primi ombrelloni che si aprono è quella della prima estate dopo un cambiamento epocale, per tante ragioni inimmaginabile solo pochi anni fa. È infatti terminata quella che di fatto in tante parti d’Italia è stata un appropriazione privata di suoli demaniali, quindi in teoria di tutti e inalienabili.
Negli ultimi mesi uno stillicidio di sentenze ha confermato lo stop a qualsiasi proroga delle concessioni che, in ogni caso, potranno essere assegnate solo attraverso gare. L’esito non era affatto scontato perché il governo Meloni le ha tentate tutte per fermare l’applicazione della Direttiva Bolkestein, aggirando sentenze europee e italiane. Ultimo, pochi giorni fa, il tentativo fallito di inserire nel Decreto infrastrutture la proroga delle concessioni almeno nelle regioni del Sud colpite dall’uragano Harry.
Ci sono dei sindacati dei balneari che non mollano, c’è un ministro come Salvini che non perde occasione per attaccare l’Europa e promettere interventi finalmente risolutivi, ma la realtà è che la strada è segnata e tanti gestori si stanno adeguando a questo nuovo scenario.

Le buone notizie arrivano dai territori, con le cronache di una netta discontinuità con il passato. Il caso forse più clamoroso è a Palermo, dove finalmente è stata messa in discussione la concessione che durava da 116 anni ad una società belga sulla meravigliosa spiaggia di Mondello. La vicenda giudiziaria è ancora aperta ma è davvero difficile che questa eccezione normativa possa sopravvivere.
A Spotorno, in quella Liguria dove è praticamente impossibile stare in spiaggia senza pagare, il comune ha stabilito che almeno il 40 per cento del litorale deve essere a fruizione libera. Le solite associazioni di categoria hanno gridato allo scandalo e denunciato la chiusura di storici stabilimenti balneari con conseguenze devastanti per l’occupazione. A Bacoli, in Campania, il sindaco ha vinto al Tar contro il ricorso di 20 concessionari di stabilimenti che chiedevano la proroga e ora potrà approvare un piano di tutela e fruizione della costa che ristabilisce «un principio sacrosanto», per citare le sue parole, «le spiagge ed il mare non sono di proprietà privata da tramandare di padre in figlio, di nonno in nipote».

A Ostia, nel frattempo, si stanno demolendo cabine, ristoranti, muri costruiti abusivamente in stabilimenti gestiti anche dalla criminalità organizzata e il comune di Roma sta procedendo con le gare e ha appena approvato un piano per l’arenile che prevede il 60 per cento di spiagge libere.
I problemi da risolvere sono purtroppo ancora rilevanti. Innanzitutto perché si procede come conseguenza di sentenze di tribunali, quindi in ordine sparso e in assenza di riferimenti normativi. Servirebbero riferimenti per i bandi, in modo da garantire che siano premiate la qualità delle proposte, l’attenzione alla tutela della spiaggia e della natura, le iniziative imprenditoriali locali e giovanili. Il rischio più rilevante è che non si riesca a ripristinare il diritto a poter godere liberamente e gratuitamente del litorale.
Senza un intervento normativo in Versilia, Romagna, Liguria i comuni magari faranno anche le gare ma lasceranno per le spiagge libere, come oggi, i tratti di mare non balneabili dove sversano i depuratori. Il problema è politico, perché al governo sono sdraiati sulla posizione dei balneari e l’opposizione è silente.

Eppure, quella per la difesa delle spiagge libere è una battaglia popolare tra gli italiani, perché in tanti condividono le critiche all’occupazione senza limiti dei litorali, ai guadagni milionari mentre i prezzi degli ombrelloni continuano a crescere, alla prepotenza di tanti gestori. Per fortuna c’è una società civile organizzata, con tanti volontari e associazioni e un ruolo sempre più incisivo del Coordinamento nazionale Mare Libero a difesa dei diritti dei cittadini con esposti e ricorsi.
Il paradosso è che, mentre tutta l’attenzione è sugli ombrelloni, ben altri problemi meriterebbero attenzione sui litorali italiani. Perché i processi di erosione delle spiagge sono rilevanti e gli scenari disegnati dagli scienziati destano enormi preoccupazioni in un contesto di innalzamento del livello del mare come conseguenza dei cambiamenti climatici.

Sembra la scena raccontata dai superstiti del Titanic, con l’orchestra diretta da Wallace Hartley che continuava a suonare nel tentativo disperato di distrarre i passeggeri e mantenere la calma. Noi rischiamo di veder scomparire larga parte delle spiagge italiane ma ci occupiamo di difendere stabilimenti a cui ogni anno il mare sottrae sempre più spazio e su cui si schiantano mareggiate e trombe d’aria di una potenza mai vista prima.
La storia è piena di piccoli partiti diventati decisivi grazie all’assenza di una maggioranza chiara

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – C’è un animale politico che si aggira da anni nei corridoi della Seconda Repubblica. Non è il vincitore, non è lo sconfitto, non è nemmeno il centrista nostalgico che sogna di rifare la Dc con il pongo. È il pareggista. Quello che non punta a stravincere le elezioni ma a impedire che le vincano gli altri. Perché sa che, quando nessuno ha i numeri, anche un piccolo drappello può diventare decisivo. E il re dei pareggisti, oggi, è Carlo Calenda.
Bisogna ammettere che nel panorama politico italiano è una figura piuttosto anomala. Mentre tutti cercano disperatamente una tribù dove accasarsi, lui continua a dire di no. Non vuole stare con Elly Schlein perché nel campo largo c’è Giuseppe Conte, e Calenda considera i cinquestelle una calamità naturale. Ma non vuole nemmeno entrare nel recinto del centrodestra, dove vede muoversi Matteo Salvini che per lui è la quinta colonna di Putin. Su questo punto, peraltro, Calenda rivendica una coerenza che pochi possono contestargli. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, il leader di Azione è stato uno dei pochissimi politici italiani a difendere senza esitazioni il sostegno militare a Kiev e la necessità di costruire una difesa europea credibile. Lo ha fatto nei talk show, duellando con chiunque. Lo ha fatto nelle università, dove la parola “europeista” è stata usata dai suoi contestatori come un insulto borghese. Lo ha fatto anche quando conveniva molto di più inseguire gli umori pacifisti di una parte dell’opinione pubblica. E in un Paese dove molti leader cambiano posizione sulla politica estera con la velocità di un aggiornamento meteo, questa ostinazione ha qualcosa di rispettabile.
Il problema è che la politica non premia sempre la coerenza. Anzi, spesso la punisce. Azione continua infatti a navigare attorno al tre e mezzo per cento. Troppo poco per vincere, troppo poco persino per pensare di guidare un’alleanza, ma forse abbastanza per diventare decisivi se le prossime elezioni dovessero finire in bilico. Ed è qui che entra in gioco il vero progetto politico di Calenda. Perché il leader di Azione non sta cercando una vittoria classica. Sta aspettando un pareggio. Non è un’idea così stravagante come sembra. La storia italiana è piena di piccoli partiti diventati decisivi proprio grazie all’assenza di una maggioranza chiara. Naturalmente il sistema elettorale è costruito proprio per evitare questo scenario. I collegi uninominali aiutano chi arriva primo e tendono a produrre maggioranze anche quando il consenso reale del vincitore resta sotto il cinquanta per cento. Se poi passasse la riforma elettorale del centrodestra, chi arriva primo otterrebbe un consistente premio in seggi. Ma la politica italiana è un laboratorio dove gli imprevisti diventano spesso la regola. Basta poco perché la macchina si inceppi. Una fuga di voti verso Roberto Vannacci. Una riforma elettorale che salta. I collegi uninominali che vengono distribuiti tra i due schieramenti neutralizzando il premio del maggioritario. O addirittura il paradosso di una maggioranza diversa tra Camera e Senato. Ecco il momento che Calenda aspetta. Il momento in cui chi oggi viene considerato marginale potrebbe ritrovarsi improvvisamente al centro della scena. Naturalmente c’è anche l’ipotesi opposta: che uno dei due poli vinca nettamente e renda inutile ogni mediazione. In quel caso la scommessa del leader di Azione sarebbe perduta. Ma nulla, oggi, gli impedisce di sperare in un pareggio.
Il ministero della Cultura è l’epicentro delle tensioni interne alla maggioranza. L’ultimo caso riguarda la mancata vigilanza sul caso Regeni. Ma i tempi della rimozione non tornano

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Così parlava Emanuele Merlino: «Io e Alessandro ci confrontiamo tutti i giorni, condividiamo i dossier e poi decide lui, naturalmente». Domenica 27 ottobre 2024, al ministero della Cultura Alessandro Giuli ha sostituito Gennaro Sangiuliano da 40 giorni. E Merlino smentisce con Repubblica i maligni che lo indicano burattinaio di trame ministeriali. In 40 giorni sono già saltati due capi di gabinetto. Prima Francesco Gilioli, ereditato dal predecessore. Poi Francesco Spano, silurato dai Pro Vita & famiglia: la colpa, un finanziamento a un’associazione Lgbtq+ dal medesimo Spano quando dirigeva l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Atto per cui Giorgia Meloni in persona, allora all’opposizione, ne chiese la testa.
Merlino invece rimane al suo posto. Figlio del più noto Merlino Mario, ex missino, ex Avanguardia nazionale, ex Centro studi Ordine nuovo, ex circolo anarchico 22 ottobre, condannato e poi assolto al processo per la strage di piazza Fontana, è l’ariete per l’offensiva culturale della destra. Capo della segreteria tecnica di Sangiuliano, confermato da Giuli, elabora la strategia per demolire l’influenza della sinistra sulla cultura italiana. Investitura bollinata da palazzo Chigi, sotto l’ala protettiva del sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari. Che l’avrebbe pure ben visto viceministro per rimpiazzare con upgrade il sottosegretario Giammarco Mazzi trasferito al Turismo.
Dopo la clamorosa revoca di Merlino junior decisa a freddo da Giuli domenica scorsa, molto c’è da capire. Fra i dossier condivisi con «Alessandro» c’era anche quello del docufilm sulla fine brutale di Giulio Regeni, il ricercatore assassinato dieci anni fa al Cairo dai servizi egiziani, a cui il ministero ha rifiutato il contributo facendo indignare il ministro? Davvero Merlino, stando alle ricostruzioni, paga soltanto la «mancata vigilanza» su questo episodio, come si dice? Ma poi, spettava a lui «la vigilanza» su una commissione in teoria indipendente, nominata dallo stesso Giuli due settimane dopo l’insediamento al ministero?
Guardiamo ai fatti. Il ministro critica duramente la bocciatura del docufilm su Regeni l’8 aprile, precisando però di non poter «violare il principio della terzietà». Perché allora attende più di un mese per liberarsi di Merlino, il protetto di Fazzolari, se costui ha qualche grave responsabilità su quell’episodio? E quando lo fa, perché si tira in ballo la «mancata vigilanza»? Vuol dire che c’è stata una violazione del principio di terzietà? Qualcuno ha condizionato la scelta della commissione? E che c’entra Merlino? Il nervosismo che pervade il governo Meloni dopo la batosta al referendum è palpabile. Gli stracci volati in consiglio dei ministri il 30 aprile fra Matteo Salvini, per cui le soprintendenze andrebbero «rase al suolo» e un Giuli mai così battagliero e reattivo, ne sono la prova. Ma dimostrano anche quanto il clima sia propizio per sistemare pendenze. Ben sapendo che il governo è una cristalleria: facile da mandare in mille pezzi anche se nessuno ora può permetterselo. Ed è una formidabile assicurazione sulla vita per chi ha conti da regolare.
Giuli non è un marziano planato sul pianeta Meloni. Per dirne una, sua sorella Antonella ha lavorato per la comunicazione di Fratelli d’Italia e in seguito è stata assunta alla Camera. Con l’Ansa ha rivendicato «un rapporto limpido di amicizia personale» con Arianna Meloni, sorella della premier e factotum del partito. Ma un conto è condividere la fede politica, e rispettare la linea del governo, come Giuli ha fatto nella vicenda del padiglione russo a Venezia, scontrandosi con il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Un conto diverso è subire il commissariamento del partito.
Succede pure che mentre infuria la polemica sul caso Regeni arrivi al posto di Mazzi, al ministero, Giampiero Cannella. Vicesindaco FdI a Palermo, il nuovo sottosegretario è autore di un romanzo («Task force 45») da cui è tratto un film: finanziato dal ministero, al contrario del docufilm su Regeni, con 600 mila euro. Difficile dire se è la goccia che fa traboccare il vaso. Di sicuro fin dal primo giorno al ministero Giuli è stato accerchiato dall’apparato di Fratelli d’Italia: guidato alla Camera dall’ingombrante presidente della commissione Cultura, Federico Mollicone.
Tutto comincia con il dimissionamento imposto di Spano. Giuli lo vuole a tutti i costi ma deve cedere al «barbarico clima di mostrificazione». Ed è il primo segnale di sovranità limitata. Al posto di Spano arriva dal Tesoro Valentina Gemignani, incidentalmente moglie di Basilio Catanoso, ex deputato di An ora meloniano. E poi le nomine, che incorniciano la disastrosa gestione ministeriale. Tutte targate Fratelli d’Italia, e più subite che volute. Dal consigliere «per la diplomazia culturale» Vincenzo Sofo, europarlamentare non rieletto con FdI, alla candidata senza fortuna alla Regione Abruzzo con il meloniano Marco Marsilio, Laura D’Alfonso, nel cda dei Musei archeologici di Chieti. Dal coordinatore del partito a Caserta, Paolo Santonastaso, nel cda della Reggia, alla consigliera comunale di Fratelli d’Italia a Terni, Elena Proietti Trotti, nel cda del Parco archeologico di Capri. Proprio lei, Elena Proietti Trotti, segretaria particolare del ministro dal 25 luglio 2025, anch’ella vicinissima ad Arianna Meloni. Per l’assenza ingiustificata da una missione negli Usa Giuli l’ha cacciata insieme a Merlino. Lo sgarbo risale al 22 marzo. Ma 49 giorni fatti passare per punirlo non sono anche questi un po’ troppi perché non sia un segnale di altro genere?
Sondaggio Ipsos. Il no (trasversale) a Trump: quasi otto italiani su dieci bocciano il presidente Usa. Il sondaggio di Pagnoncelli: a favore del presidente Usa il 30% degli elettori di FdI e Lega. La spinta pro Ue. Per il 63% l’Italia deve rinsaldare l’alleanza in Europa. Solo il 9 vuole l’asse con Washington

(di Nando Pagnoncelli – corriere.it) – Il secondo mandato del presidente Donald Trump è stato un ciclone che ha travolto equilibri storici, assetti internazionali, relazioni tra i Paesi. Lo scenario che si credeva, se non eterno, quanto meno stabile e prevedibile cambia pesantemente e velocemente. Il diritto internazionale, il multilateralismo, l’alleanza atlantica, le relazioni tra il nostro Paese e gli Usa sono tutti aspetti messi profondamente in discussione.
Proprio giovedì scorso, nella prolusione che ha accompagnato il conferimento del premio Carlo Magno, Mario Draghi ha usato parole inequivocabili: una Casa Bianca che decide «sempre più spesso unilateralmente, ignorando le regole che gli Stati Uniti un tempo difendevano. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono affrontare la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate»; Washington che, da partner imprescindibile diventa «conflittuale e imprevedibile».
E Trump ha anche teso pesantemente i rapporti con il nostro Paese: attacca l’Italia che non si è a suo parere prestata a sostenere gli Usa in Iran minacciando ritorsioni, definisce Giorgia Meloni una leader priva di coraggio, attacca papa Leone XIV che metterebbe in pericolo la vita di molti cattolici e starebbe al fianco di un Iran con la bomba atomica.
Gli italiani ricambiano questa sempre più netta ed evidente ostilità. Richiesti di esprimersi sul gradimento di Trump, solo il 15% esprime giudizi positivi, mentre il 77% esprime valutazioni negative. Si tratta, pur con importanti differenze, di una valutazione trasversale: se infatti tra gli elettori di FdI e Lega i giudizi positivi raddoppiano superando il 30%, le opinioni negative sono sopra i due terzi, dato che sale al 76% tra gli elettori di FI. Tra gli elettori delle forze di opposizione la disapprovazione supera l’80% fino ad arrivare al 97% tra gli elettori del Pd. E si tratta di un dato che cresce nel tempo: poco più di un anno fa i critici erano il 58% degli elettori, oggi sono cresciuti di quasi 20 punti.
La guerra con l’Iran è giudicata un rischio, anche qui con maggioranze molto ampie: il 69% infatti pensa che sia una cattiva notizia che produrrà molte vittime e pesanti conseguenze per tutti. Solo l’11% invece condivide la scelta, ritenendo l’Iran una minaccia da combattere. Tutti gli elettorati fanno prevalere il disaccordo, con le differenziazioni che abbiamo già visto: la condivisione della scelta di attaccare raddoppia fra gli elettori di FdI e Lega (mentre chi vota FI si esprime come la media degli intervistati), sparisce o quasi tra gli elettori del Pd.
Oltre che sbagliata la guerra in Iran è anche mal gestita da Trump: lo pensa il 74% degli italiani, con solo il 9% che invece condivide la conduzione del conflitto e il 17% che non sa esprimersi al proposito. Anche in questo caso le differenze son quelle già viste: decisamente critiche le opposizioni, in particolare gli elettori Pd, critici ma con qualche gradazione di maggiore approvazione gli elettori della compagine di governo.
Il rapporto privilegiato con gli Usa — tema centrale nella prima parte del mandato di Meloni — sembra ormai alle spalle. Il 63% ritiene che l’italia debba impegnarsi ad essere vicina all’Ue, mentre solo il 9% privilegerebbe l’alleanza con gli Usa. Questo orientamento, largamente condiviso da tutti, sembra indicare una presa di distanza evidente anche negli elettorati più vicini a Trump. Gli elettori leghisti, infatti, pur essendo quelli che un po’ più degli altri vedono con favore la vicinanza agli Usa (20%), per la maggioranza assoluta (56%) privilegiano il rapporto con l’Ue.
Appare evidente che la presidenza Trump stia producendo un importante riassestamento delle opinioni. Questo anche perché sembra ormai chiaro che Trump consideri l’Italia un Paese secondario rispetto ad altri Stati europei. Lo pensa il 53% degli italiani, mentre 22% ritiene che Trump ci valuti un Paese strategico. Solo nell’elettorato leghista, sia pur di stretta misura, prevale quest’ultima idea: lo pensa il 43%, mentre il 41% ritiene che siamo percepiti come un Paese secondario. Anche tra gli elettori di FdI, dove pure albergava il sentimento di special relationship dei primi anni di governo, oggi solo il 36% pensa che per Trump l’Italia sia strategica, contro il 45% che invece ritiene che siamo valutati un Paese secondario.
Insomma, il terremoto che ha sconvolto gli assetti mondiali appare interiorizzato dagli italiani. L’idea, che per qualche tempo ha dominato la scena politica, che la vittoria di Trump fosse una spinta per la destra internazionale, è tramontata. Anche perché, lo sappiamo da altre indagini, per quasi due terzi degli italiani Trump non è solo alleato poco affidabile, ma un vero e proprio rischio per la democrazia. Si apre quindi, anche nel sentimento nazionale, lo spazio per un riposizionamento complessivo dell’Italia nello scenario internazionale e in particolare in Europa.

Abele De Blasio, nato a Guardia Sanframondi il 5 settembre 1858, è un medico che nella sua attività di antropologo e archeologo ha lasciato un segno indelebile a Napoli e nell’isola di Capri dove fu chiamato a coordinare gli scavi presso la Grotta delle Felci e sarà il protagonista dell’incontro in programma domenica 17 maggio 2026 alle ore 19.00 nella suggestiva location della “Casa di Bacco” in piazza Castello a Guardia Sanframondi in occasione della presentazione del libro “Inciarmatori, maghi e streghe di Benevento” pubblicato dal dott. Abele De Blasio nel 1900 e ristampato nel 2026 da Edizioni Libreria del Castello di Solopaca.
Interverranno Salvatore D’Onofrio, fondatore delle Edizioni Libreria del Castello, Luca Milano, presidente dell’Ordine Medici-Chirurghi ed Odontoiatri di Benevento, e Alessandro Liverini, Presidente dell’Associazione Storica Valle Telesina.
I lavori saranno presentati e coordinati da Fiorenza Ceniccola, amministratrice della “Casa di Bacco” e la serata sarà conclusa e resa indimenticabile dalla “magia” di Vittorio Ceniccola (in arte Magic Victor), già vincitore, nell’anno 2007, del concorso “Bacchetta magica d’oro per la Campania”, vincitore, nell’anno 2009, del concorso “Star Sprint” e del concorso “La Lanterna Magica 2011”; infine, nell’anno 2001, finalista del “Masters of Magic”, il festival internazionale della magia.
La Casa di Bacco