Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Palazzo Chigi: “Se perdiamo il referendum, meglio andare al voto anticipato per non farci logorare…”


COLLE, SU SCUDO E FERMO PREVENTIVO ANCORA COSE DA CAMBIARE

(ANSA) –  Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe fatto presente al sottosegretario Alfredo Mantovano, incontrato oggi al Quirinale, che il via libera ai provvedimenti sul fermo di polizia e sullo scudo penale ci potrebbe essere ma solo con alcune modifiche ancora da apportare.

Bocche cucite al Quirinale ma da ambienti parlamentari si è appreso che ora Mantovano starebbe riferendo alla premier Giorgia Meloni dei rilievi del Colle che di fatto sono gli stessi dei giorni scorsi. In particolare sullo scudo resta ferma l’esigenza che non si crei una giurisprudenza separata per categorie. Sul fermo preventivo di polizia, si fa notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo.

PIANTEDOSI, SU SICUREZZA LAVORO EQUILIBRATO, SE RILIEVI PRENDEREMO ATTO

(ANSA) – “Credo che abbiamo fatto un lavoro molto ragionevole e molto equilibrato, altrimenti prenderemo atto dei rilievi fatti”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lasciando il Senato e replicando ai cronisti che gli chiedevano di eventuali modifiche o limature e dei nodi del pacchetto sicurezza anche dopo l’incontro tra il capo dello Stato e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano al Colle.

IL COLLE HA MOLTI DUBBI SUL DECRETO SICUREZZA E SUI FATTACCI DI TORINO

(dagospia.com) – Sergio Mattarella probabilmente avrà accolto al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano con la costituzione in mano. Brandita come una clava. 

Il presidente della Repubblica non intende far passare neanche un ago oltre ciò che è previsto dalla Carta. Figuriamoci se può tollerare le forzature presenti nel decreto sicurezza vergato da Meloni e camerati dopo i fattacci di Torino.

Il testo era già stato messo da parte una volta, per le sue criticità, ed è magicamente riapparso dopo gli scontri tra polizia e centri sociali lo scorso fine settimana, durante la manifestazione in solidarietà ad Askatasuna.

A rendere il decreto indigesto, per Mattarella, sono due punti, considerati inaccettabili. Lo “scudo” penale per i poliziotti, che così avrebbero una sorta di “immunità” e non sarebbero più iscritti automaticamente nel registro degli indagati in caso di eccessi o violenze. Tipo l’Ice, la polizia anti-immigrazione, negli Stati Uniti, insomma: avrebbero una ampia libertà di azione, con confini difficili da definire.

Il secondo punto, controverso per il Quirinale, è il “fermo preventivo”: le forze dell’ordine potrebbero trattenere temporaneamente (fino a 12 ore) persone ritenute potenzialmente pericolose prima o durante manifestazioni pubbliche. Peccato che per limitare la libertà personale degli individui occorra l’autorizzazione di un giudice.

E infatti, poco dopo il faccia a faccia, un take dell’ANSA riporta: “Bocche cucite al Quirinale ma da ambienti parlamentari si è appreso che ora Mantovano starebbe riferendo alla premier Giorgia Meloni dei rilievi del Colle che di fatto sono gli stessi dei giorni scorsi. In particolare sullo scudo resta ferma l’esigenza che non si crei una giurisprudenza separata per categorie. Sul fermo preventivo di polizia, si fa notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo”.

Al di là dei tecnicismi giuridici, sotto l’attenzione del Colle c’è anche l’operato della polizia e degli apparati di sicurezza nei giorni scorsi.  

La manifestazione di sostegno al centro sociale Askatasuna era prevista da tempo e tutti immaginavano quello che poi è effettivamente accaduto, ovvero mazzate e violenza.

La “chiamata alle armi” dei black bloc era stata lanciata da settimane, e che ci sarebbero stati disordini e scontri era scontato, come ha più volte ribadito in tv Bruno Vespa a “Cinque Minuti”, rimproverando al verde Angelo Bonelli la “connivenza” della sinistra verso i manifestanti. Tutti sapevano, dunque. E se lo sapeva Bru-neo, figuriamoci 007 e vertici del ministero dell’Interno…

E allora perché non c’è stata adeguata preparazione degli agenti e la necessaria prevenzione verso i facinorosi?

Perché il governo di destra, in carica da più di tre anni, e che aveva promesso di riportare “legge e ordine”, non è riuscito a intercettare i picchiatori, arrivati anche dall’estero, prima che mettessero a ferro e fuoco la città?

Possibile che i servizi segreti e la Digos, capaci oggi di intercettare chiunque (compresi preti e giornalisti) non avessero un “orecchio” tra i black bloc e gli antagonisti, arci-noti alle forze dell’ordine e già attenzionati da anni, per anticipare le loro mosse?

Come ha fatto un migliaio di criminali a girovagare impunito per Torino armato fino ai denti di martelli, spranghe, bombe e altri ammennicoli da guerriglia urbana? Perché quegli stessi criminali non sono stati intercettati e fermati anzitempo?

Come ha detto ieri Franco Gabrielli, ex capo della polizia e già autorità delegata per la sicurezza, intervistato da “Repubblica”, “la gestione dell’ordine pubblico non è una formula da talk show. […]

 È sapere professionale che si costruisce con pazienza e addestramento attingendo a equilibrio e responsabilità democratica. Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico? E che ordine pubblico merita un Paese democratico? Come si evita di esporre i reparti in servizio di ordine pubblico in modo prolungato e logorante al rischio?”.

E ancora, parlando dello “scudo” per gli agenti: “Creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità […] mina e tradisce la fiducia del Paese”.

Come noi, anche al Colle si pongono tutte queste domande, e non riescono a darsi risposte convincenti, perché poco convincente è anche la genesi del decreto e la sua singolare tempistica.

Lunedì 2 febbraio, al Ministero dei Trasporti, c’è stato l’incontro tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci che ha sancito la scissione nella Lega, creando un bel problema alla maggioranza di governo. Dopo il faccia a faccia finito a schifìo, Salvini ha avvisato Giorgia Meloni, la quale, a quel punto, ha dato il via libera al ministro Piantedosi, per il durissimo intervento alla Camera, avvenuto martedì 3.

È singolare che il mite prefetto irpino mostri i muscoli e tiri fuori gli artigli proprio il giorno dopo la scissione del sovranista ultra-destro Vannacci.

Come a dire: imprimiamo una svolta securitaria al paese per impedire al generale di toglierci voti a destra. Una gara a mostrare chi ce l’ha più duro, il manganello.

Peccato che alle parole tonitruanti dello stesso Piantedosi (che in aula ha evocato gli anni di piombo: “il livello dello scontro richiama dinamiche terroristiche”; “Chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”; “il corteo era una resa dei conti con lo stato democratico”) corrisponda un vuoto d’azione negli ultimi anni.

Il governo di cui Piantedosi fa parte è in carica dal 2022, e da allora non ha né aumentato il numero dei poliziotti né migliorato loro il misero stipendio.

Stretti i cordoni della borsa dal ministro Giorgetti, sulla sicurezza restano solo le chiacchiere: le cronache di siti e giornali sono piene ogni giorno di scene di violenza, degrado, situazioni dove lo Stato è completamente assente, dai campi rom alle periferie di Torino, Milano, Napoli, Roma e Palermo.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, aveva denunciato la situazione drammatica della sua città, stretta tra bande violente di “maranza” e l’arrivo di centinaia di migliaia di persone per le Olimpiadi invernali. Chiedeva maggiore impegno dello Stato, con più agenti, è stato respinto con perdite.

In questo chiacchericcio sterile da parte del Governo, che ciancia di ordine ma non lo agevola con misure concrete, restano le sceneggiate a beneficio di propaganda, come il repentino viaggio a Torino di Giorgia Meloni: a favor di fotografi, è andata a omaggiare i poliziotti aggrediti dai black bloc. E la premier non si muove a caso: se lo fa, è perché in piena difficoltà politica. 

La scissione a destra di Vannacci, il rischio di una sconfitta al referendum del 22-23 marzo e l’effetto destabilizzante della svolta autocratica del suo amico Trump negli Stati Uniti, la costringono a inventarsi sempre nuove trovate per non perdere consenso. E ora s’aggrappa al decreto sicurezza come a un salvagente.

Si illude, la pora Giorgia, che con un elmetto in testa possa convincere gli italiani che il governo risponde alle esigenze del paese. Meloni e gli altri “hobbit” di Palazzo Chigi, però, questa volta sono stati maldestri, e si sono mossi come elefanti in una cristalleria.

Hanno infatti apertamente mescolato un po’ di cara vecchia “strategia della tensione” (nel suo editoriale sul “Corriere della Sera”, Antonio Polito ieri ricordava i consigli di Cossiga all’allora ministro dell’Interno, Maroni, nel 2008: “Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, lasciare che i manifestanti mettano a ferro e fuoco le città… Dopo di che, forti del consenso popolare, le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà”), e un po’ di “strategia della distrazione”.

L’obiettivo è far dimenticare tutte le magagne degli ultimi mesi: il mancato rafforzamento delle forze dell’ordine, il flop dei centri in Albania, l’economia reale che arranca, gli stipendi al palo e la insidiosa vicinanza della Ducetta allo svalvolato Trump, che con la sua “Ice”, a suon di manganellate e uccisioni, ha mostrato il vero volto della sua America, ormai a un passo dal caos.

Se consideriamo che persino il sondaggista non-ostile al governo, Nando Pagnoncelli, dà per acclarato un testa a testa per il referendum sulla giustizia (il sì al 50,9% e il no al 49,1%), si capisce perché Giorgia Meloni ha un diavolo per capello. 

Deve ora mostrare un volto muscolare per recuperare consensi e allontanare il rischio di dover correre a elezioni anticipate.

Eh già, perché, nonostante la Ducetta abbia già dichiarato che non si dimetterà in caso di sconfitta al referendum, la sua “fiamma tragica” la sta incalzando. Provano a farle capire che se il “no” dovesse vincere, quella che oggi è un’opposizione sgarrupata e divisa si potrebbe improvvisamente ringalluzzire. A quel punto, per evitare un anno di guerriglia e logoramento, forse per il centrodestra sarebbe meglio correre ai ripari con un voto anticipato, evitando di farsi dilaniare a lungo.

Il ritorno alle urne non sarebbe più, come nei mesi scorsi, un modo per capitalizzare un consenso in crescita, ma una mossa disperata per evitare di perderne altro.

Trascinare il paese al voto, con la scusa della sconfitta politica nel referendum e la scissione nella Lega potrebbe permettere alla Meloni, nella testa dei “capoccioni” di Palazzo Chigi, di fregare sul tempo il centrosinistra ancora diviso e senza leadership…


Lo Porto querela Salvatore Borsellino e Report


(adnkronos.com) – L’ex deputato nazionale ed ex Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Guido Lo Porto ha conferito mandato all’avvocato Stefano Giordano del Foro di Milano “affinché vengano poste in essere tutte le opportune azioni legali, in sede penale e civile, a tutela della reputazione del medesimo Onorevole Lo Porto”. Lo rende noto il legale. “Guido Lo Porto, infatti, risulta destinatario di dichiarazioni dallo stesso ritenute calunniose e diffamatorie ad opera di Salvatore Borsellino e del suo legale, avvocato Fabio Repici in più occasioni, nonché dei giornalisti Sigfrido Ranucci e Paolo Mondani nella puntata della trasmissione televisiva Report andata in onda il 4 gennaio 2026; dichiarazioni nelle quali Lo Porto viene collegato alla cosiddetta “pista nera” relativa alle stragi del 1992 e accusato perciò di essere l’amico che “tradì” Paolo Borsellino, in quanto contiguo agli ambienti mafiosi che organizzarono la strage di Capaci”.

La denuncia-querela è già stata presentata avanti la Procura della Repubblica di Caltanissetta, da ritenersi territorialmente competente per specifiche ragioni procedurali. Nelle prossime settimane, si darà impulso anche alle azioni in sede civile. “Confidiamo che la Procura nissena – che ha già sconfessato pubblicamente la valenza giudiziaria della ‘pista nera’ – e il Tribunale intervengano nei rispettivi àmbiti per tutelare la reputazione dell’Onorevole Lo Porto e sgomberare definitivamente il campi da ogni illazione sul coinvolgimento di esponenti della destra nelle stragi del 1992”, dichiara l’avvocato Stefano Giordano. “Mentre lasciamo al Giudice civile il compito di riconoscere a Lo Porto l’adeguato ristoro per le gravi lesioni perpetrate alla sua onorabilità”.

”Paolo disse un amico mi ha tradito”, l’ex deputato Lo Porto querela Borsellino e Report 

Querelato anche l’avvocato Fabio Repici, il nome dell’ex deputato era emerso grazie al ritrovamento di un verbale da parte del legale

(antimafiaduemila.com) – Querela Salvatore Borsellino e l’avvocato Fabio Repici l’ex deputato ed ex presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Guido Lo Porto. Politico palermitano di lunga carriera, da giovane tra le fila FUAN e poi del MSI, Lo Porto ha dato incarico al suo legale, Stefano Giordano (che difende anche l’ex 007 Bruno Contrada)  perché “adotti azioni legali, in sede penale e civile, a tutela della sua reputazione”. Lo Porto ritiene diffamatorie le dichiarazioni rese da Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio, dal suo legale l’avvocato Fabio Repici e anche dai giornalisti di Report Sigfrido Ranucci e Paolo Mondani. Il politico è stato collegato alla cosiddetta pista nera delle stragi del 1992 e accusato di essere l’amico che “tradì” Paolo Borsellino, perché vicino agli ambienti mafiosi che organizzarono l’attentato di Capaci. La denuncia-querela è già stata presentata alla Procura di Caltanissetta e nelle prossime settimane verrà portata avanti anche l’azione civile.  

La vicenda dell’amico che tradì Paolo Borsellino è da tempo nota alle cronache, ma per oltre trent’anni nessuno è riuscito a dargli un volto. Il giudice ne parlò, in lacrime, ai colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa poche settimane prima di venire assassinato in via d’Amelio il 19 luglio 1992. I due magistrati, però, non approfondirono e non chiesero di chi stesse parlando, scossi dallo stato emotivo del giudice.  
Il nome di Lo Porto è spuntato dal verbale risalente alla riunione tenutasi a Palermo il 15 giugno 1992 – in mezzo, dunque, ai due attentati di Capaci e via d’Amelio – alla quale presero parte, insieme a Borsellino, il procuratore capo Pietro Giammanco, l’aggiunto Vittorio Aliquò e i sostituti Vittorio Teresi e Pietro Maria Vaccara (sostituto procuratore a Caltanissetta). Si tratta di un verbale “sconosciuto a tutte le precedenti sentenze sulla strage di via d’Amelio”, ha sottolineato Repici che ha presentato una nuova memoria difensiva indirizzata alla gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, per l’inchiesta sulle stragi. Nel verbale emerge che i magistrati presenti alla riunione si scambiarono informazioni riguardanti la strage di Capaci e altre informazioni sulle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, nel corso delle quali si accennava proprio all’attentato di Capaci.  Quindi una prova documentale che attesta, sottolinea Repici, che il magistrato Paolo Borsellino “fosse intervenuto in modo perentorio sull’avvio della collaborazione con la giustizia di Alberto Lo Cicero, imponendo addirittura che il dichiarante avrebbe dovuto riferire nella prima fase esclusivamente alla Procura della Repubblica di Palermo”. 

Nella memoria difensiva redatta dall’avvocato trova spazio anche un particolare legato all’onorevole Guido Lo Porto, arrestato nel 1968 insieme al killer nero Pierluigi Concutelli. Teresi, in una relazione di servizio del primo giugno 1992 (“sicuramente nota al dottor Borsellino”), scrisse che Lo Cicero riferì di aver conosciuto “presso la villa del Troia (boss di Cosa nostra di cui Lo Cicero era autista, ndr) l’on. Lo Porto, che più di una volta si sarebbe intrattenuto a cena dallo stesso, e che un nipote o cugino del Lo Porto sarebbe proprietario di una villa nello stesso complesso”. 
“La riunione del 15 giugno – scrive il legale – nella quale le Procure di Caltanissetta e di Palermo parlarono di Lo Cicero e delle sue rivelazioni (e sicuramente, quindi, anche dell’on. Lo Porto), fu di pochissimo precedente all’incontro del dr. Borsellino con la dr.ssa Camassa e il dr. Russo, nel corso del quale il magistrato, di lì a breve ucciso, si lasciò andare a uno sfogo su ‘un amico’ dal quale si era sentito tradito”. 
“Proprio a tale riguardo – ha scritto sempre Repici – non si può più temporeggiare per l’audizione dell’ing. Salvatore Borsellino, in relazione all’individuazione dell’“amico traditore”, giacché le risultanze da ultimo emerse (con ritardo di trentatré anni) consentono, forse, finalmente di addivenire a quella individuazione. Ciò sarebbe probabilmente l’abbrivio per comprendere a cosa facesse riferimento il 25 giugno 1992 il dr. Borsellino nel suo intervento pubblico a Casa Professa, allorché sostenne che alcune cose non le avrebbe riferite a nessuno, nemmeno ai suoi amici e colleghi palermitani, prima di riferirle a verbale alla Procura di Caltanissetta”. Di Guido Lo Porto ne ha parlato anche Salvatore Borsellino in occasione dell’ultimo anniversario della strage di via D’Amelio e la trasmissione Report nella puntata, andata in onda il 4 gennaio 2026. 


Meloni ha fretta e sogna il Colle


Sulla legge elettorale tirerà dritto ma il vero obiettivo è un altro, molto più ambizioso: la riconferma a Palazzo Chigi e poi salire di un piano, al Quirinale, con il primo presidente della Repubblica di centrodestra che porta il cognome Meloni

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Giorgia Meloni sulla legge elettorale tirerà dritto e non farà prigionieri. Palazzo Chigi come un fortino e Giorgia versione “highlander”: ne resterà una sola. La legge elettorale è il grimaldello con cui via della Scrofa vuole riscrivere la mappa del potere e spedire Salvini e Tajani nel recinto dei comprimari. 

Altro che tavoli, mediazioni e camomille quirinalizie: stavolta la capa ha deciso che non farà prigionieri, nemmeno se portano la felpa o il doppiopetto azzurro. Nei corridoi del governo gira un mantra: “modello Regionali o morte”. Tradotto: premio secco a chi arriva primo, liste corte, comando centralizzato. Meloni teme l’incubo che nessuno osa nominare: ritrovarsi ostaggio di un proporzionale che riporti in vita il circo dei veti. Meglio blindarsi ora, quando i sondaggi ancora sorridono e l’opposizione è un pollaio. Salvini mastica amaro. La Lega sogna il ritorno al Nord pigliatutto, ma sa che con le regole meloniane rischia di diventare una bad company padana. Tajani fa il pompiere, però a via della Scrofa lo considerano poco più di un maggiordomo con la cravatta. «O così o andate a casa», è il messaggio recapitato agli alleati senza troppi fiocchi.

Il vero obiettivo è un altro, molto più ambizioso: la riconferma a Palazzo Chigi e poi salire di un piano, al Colle, con il primo presidente della Repubblica di centrodestra che porta il cognome Meloni. Un progetto da faraona della politica, che fa tremare mezzo establishment e manda in fibrillazione i pontieri del Quirinale. Giorgia ascolta tutti e poi decide da sola, circondata dal cerchio magico dei fedelissimi. Gli altri? Comparse utili, finché votano come dice lei. Intanto l’opposizione guarda lo spettacolo con i popcorn, sperando che il trio di maggioranza si trasformi in un triello alla Sergio Leone. 

Ma la premier corre: vuole il testo in aula prima dell’estate, tempi militari, disciplina sovietica. Se l’operazione riuscirà, l’Italia cambierà pelle e la destra diventerà un monolite meloniano. Se fallirà, preparatevi al redde rationem: regolamenti di conti, scissioni, vendette servite fredde. Per ora comanda lei, la ragazza di Garbatella che sogna il Colle. E chi non è d’accordo, citofonare all’opposizione.


Vannacci: “Il traditore è Salvini, dalle armi all’Ucraina alla legge Fornero”


L’ex generale atteso a Modena per il primo incontro dopo l’addio alla Lega. “La mia destra non è né estrema né nera: è vera”

Vannacci: “Il traditore è Salvini, dalle armi all’Ucraina alla legge Fornero”

(di Caterina Giusberti – repubblica.it) – BOLOGNA – «Io sleale? E’ stato Matteo Salvini, o meglio il suo partito, nel quale ero che continua a promuovere determinate idee e concetti e poi allo stato dei fatti quando si tratta di votarli va in un’altra direzione. Non solo sulle armi all’Ucraina, ma anche sui princìpi di famiglia, e sulla legge Fornero. Salvini è quello che per anni ha detto che andava demolita invece poi china il capo, si mette in posizione prona in una coalizione che invece la promuove e la conferma”. L’ex generale Roberto Vannacci lancia frecciate fra un saluto e l’altro nella zona Arrivi dell’aeroporto Marconi di Bologna, pronto per incontrare questa sera i suoi sostenitori a Modena, la prima uscita dopo lo strappo dalla Lega. “E’ Salvini che ha tradito le promesse in qualche modo”, insiste, fra un abbraccio e l’altro con gli amici del Vannacci Mutina team. “Sto dicendo che i miei princìpi e i miei valori rimangono fissi. Non rinuncio alla mia identità per un compromesso e un inciucio. La sua destra che destra è? “È una destra vera. Il contrario di moderato non è estremo, ma è forte. Perché dovrebbe essere una destra nera? E’ vera”, ribadisce.

Non si rischia di favorire la sinistra, con questa sua mossa? “Bisogna avere una certa fantasia da questo punto di vista. Voglio rendere la coalizione di destra ancora più forte, anche perché spero di richiamare molta gente che crede nell’identità, crede nei valori e che quindi spero che torni a votare”. C’è già chi stima il suo partito al 4%. “Strano dare percentuali per qualcosa che ancora non esiste”. E parte per Modena.


La tragica storia dei mille…


(Dott. Paolo Caruso) – Quando si parla “dei mille” oggi non ci si riferisce agli eroici garibaldini ma a quei poveri disgraziati, appunto mille, morti in mare in una settimana, di cui non si dà notizia ufficiale. La maggiore attenzione dei media e della politica è rivolta a tutt’altra faccenda, ovvero la più redditizia ai fini elettorali, cioè quella delle violenze di Torino, dei “black bloc”, infiltratisi nel corteo pacifico e pacifista di Torino, che manifestava in favore degli ultimi e dimenticati. Sintomo di un’epoca farsante ogni realismo e oggettività. Un comportamento ipocrita e ambiguo delle forze di governo. Si torna ai “Sofisti” presocratici, ossia a 2600 anni fa, quando i sedicenti “sapienti” piegavano la verità relativizzandola ai propri interessi. D’altra parte a chi giova parlare dei mille migranti scomparsi tra le onde del Mediterraneo in una sola settimana? Più comodo obliterare, facendo rimozione dei fatti. Invece preferibile è demonizzare l’avversario politico, cavalcando l’operato esecrabile dei criminali che, per responsabilità governative, si sarebbero dovuti fermare prima. Il Ministro dell’ interno Piantedosi se ne faccia una ragione, perché era risaputo da giorni che il pericolo infiltrati nella manifestazione popolare (oltre cinquantamila) era elevato. Ma “creando il torbido, c’è sempre qualcosa da pescare”. Cui prodest?
Giova al governo Meloni pronto a legiferare norme restrittive per limitare ogni spazio di libertà, e inoltre ai talk-show televisivi, di comprensibile matrice, parlare di tali facinorosi, così da spaventare la gente e colpevolizzare una intera popolazione che aveva solo voglia di gridare la giustizia in favore dei popoli oppressi dai tiranni del pianeta. Vada perciò un pensiero pietoso ai troppi infelici, finiti tra i gorghi del “mare nostrum”. Non far passare la notizia, coincide con la mancanza di etica umana oltre che professionale. “La Vannaccizzazione” del Paese è in atto, sta ora a noi immunizzarci per non cadere nelle trappole ideologiche del passato.


Altre ragioni per votare NO. Chi sarà l’autorità a sovrintendere alle indagini?


(Stefano Rossi) – a 3.40 si può sentire Tajani auspicare un dibattito sul tema: è giusto o meno mantenere la polizia giudiziaria sotto l’autorità giudiziaria, cioè, sotto i sostituti procuratori?

Il governo, prima ancora di attendere l’esito referendario, già prepara l’opinione pubblica, spesso ignara di certi argomenti, alla successiva riforma: quella di separare la polizia giudiziaria dall’autorità giudiziaria.

Quanti hanno capito come il governo  può interferire nelle indagini, oggi?

I magistrati, tutti, giudicanti e inquirenti, hanno una carriera automatica e, il ministro della Giustizia, e financo il presidente del Consiglio, non può intervenire in procura per avere notizie su un procedimento o, peggio, chiedere che una indagine vada ad un sostituto procuratore al posto di un altro. L’indipendenza è garantita dalla Costituzione e i sostituti procuratori rappresentano l’autorità giudiziaria a cui, le polizie giudiziarie, sottostanno. In pratica, sono i sostituti procuratori che indirizzano, coordinano, danno impulso alle polizie giudiziarie, cioè, la polizia di Stato, i carabinieri, guardia di Finanza che svolgono le indagini.

Questo è quando dispone l’art. 109 della Costituzione: “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.

Inoltre, come ho già scritto più volte, i magistrati sono soggetti solo alla legge, come dispone l’art. 101, II comma, della Costituzione.

Da questo combinato disposto, risulta che le polizie giudiziarie risultano anch’esse indipendenti, perché sono soggette solo ad un organo che, a sua volta, è del tutto indipendente.

Finite le indagini, tutto finisce sul tavolo del sostituto procuratore per capire se si può chiedere, al G.I.P., giudice delle indagini preliminari, un rinvio a giudizio, ovvero, una richiesta di archiviazione. Nessun politico potrà intervenire per influenzare questi eventi.

Viceversa, la carriera dei funzionari della polizia giudiziaria, della polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri e della guardia di Finanza, non è automatica. Tutto dipende dai ministri. Il ministro dell’Interno per la polizia, il ministro della Difesa per i carabinieri e il ministro delle Finanze per la guardia di Finanza. E, i rispettivi capi, ai vertici di queste amministrazioni, possono promuovere, trasferire di regione, spostare da un ufficio ad un altro, questori, dirigenti, generali, colonnelli, fino ai gradi più bassi, senza dover dare troppe spiegazioni.

Per capirci, oggi, un colonnello che indaga su pericolosi mafiosi, in combutta con un politico, mi vengono in mente tanti politici condannati per associazione esterna di stampo mafioso (tra i tanti, Marcello Dell’Utri, Giancarlo Pittelli, Antonio D’Alì e Nicola Cosentino, tutti di Forza Italia), si sentirà libero di indagare e approfondire le indagini perché, il suo scudo è proprio il sostituto procuratore, il quale, potrà dargli delle direttive alle quali, lui, non potrà sottrarsi, pena la commissione del reato di omissioni in atti d’ufficio, con pene molto severe per un militare.

Se per caso, dopo la vittoria del SI, cadrà quello scudo, quella barriera, tra la polizia giudiziaria e la magistratura, quel colonnello non risponderà più alla procura, ma direttamente al suo vertice massimo, cioè, il ministro della Difesa, il quale, alle prossime promozioni, si ricorderà se il colonnello si sarà conformato, o meno, alla sua richiesta.

Tutti i dipendenti della polizia di Stato, Arma dei carabinieri, guardia di Finanza, che vogliono fare carriera e andare in uffici importanti o in una determinata città, non potranno mai voltare le spalle al proprio ministro, al proprio capo, o ai loro stretti collaboratori. Pena, gettare alle ortiche la carriera.

E’ vero, le storture del sistema ci sono state e ci saranno sempre, ma sono casi sporadici, inevitabili, ma questo non vuol dire che bisogna cambiare la Costituzione. È come dire che, siccome si commettono reati, allora cambiamo del tutto il codice penale. Vorrei ricordare un episodio eclatante. Quando la politica ha preteso azioni illegali da parte della polizia giudiziaria, vi sono stati arresti, processi, carriere interrotte, ma solo perché si sono svelati i fatti. Mi riferisco al caso “Ciro Cirillo” e l’arresto e l’imputazione per alcuni alti funzionari di polizia. Potevano dire di no, ma la possibilità di accontentare esponenti della DC, che ha sempre mantenuto il controllo del ministero dell’Interno, era troppo invitante. E finì male per molti.

I Padri costituenti avevano previsto tutto questo; certo, non potevano prevedere che la politica, un giorno, avrebbe avuto il coraggio di sottrarre la polizia giudiziaria alle dipendenze dell’autorità giudiziaria.

Sul punto, merita rileggere ciò che avevano prefigurato coloro che hanno scritto la Costituzione.

Riporto integralmente alcune riflessioni durante la discussione per la stesura dell’art. 109.

L’on. Filippini, illustrando il suo emendamento, fece rilevare i gravi compiti dei quali, per gli artt. 13 e 21 (cfr. note relative) della Costituzione, la polizia giudiziaria è investita e per cui appariva necessario che si stabilisse sotto quale responsabilità essa dovesse agire, chi rispondesse del suo operato e da quale organo superiore dovesse dipendere, se cioè dal potere esecutivo o da quello giudiziario.

L’on. Giovanni Leone, per la Commissione» dichiarò di non potere accogliere gli emendamenti diretti a sancire una dipendenza esclusiva … allo stato attuale, non poteva che restare una nobile aspirazione, e cioè dalla creazione di un corpo di polizia giudiziaria speciale, autonomo, e, come tale, soltanto alle dirette dipendenze dell’autorità giudiziaria, senza l’interferenza di alcun organo amministrativo”.

La discussione verteva sul tipo di dipendenza, se dovesse essere esclusiva, come auspicato da molti ovvero, se dovesse essere una dipendenza parziale. Oggi, per capire, la polizia giudiziaria è divisa in sezioni di P.G., alle dirette dipendenze dei magistrati: sono quelli che lavorano dentro gli uffici dei sostituti procuratori; e uffici di P.G., come le squadre mobili (PS) o nuclei investigativi (CC), che lavorano a stretto contatto con le procure, ma anche alle dipendenze amministrative del questore, comandante provinciale e dei rispettivi ministeri.

Prosegue la discussione: “Non potremmo in questo momento dire dipendenza esclusiva, ma ribadiamo la dipendenza diretta, sia pure migliorando la formula del progetto: formula che esprime questo vincolo di dipendenza diretta della polizia giudiziaria, senza alcuna ingerenza o interferenza di altri organi, dall’autorità giudiziaria. Le leggi, che saranno informate ed elaborate in ossequio alla Costituzione che stiamo votando, dovranno tener conto di questa attuale formulazione per ribadire, sia pure nei limiti delle possibilità dell’amministrazione italiana, questa diretta dipendenza”.

Perché queste precisazioni? Perché questo timore di far dipendere la polizia giudiziaria sotto l’egida del governo o di altra amministrazione che non fosse la magistratura?

E’ di tutta evidenza che, la magistratura, secondo quanto disposto dall’art. 101, è soggetta solo alla legge. Quindi, come già anticipato, vi è una garanzia, non solo per i cittadini, ma soprattutto, per la stessa polizia giudiziaria, che sotto di essa, non vi potranno essere storture nel sistema della giustizia.

Viceversa, fosse finita sotto le direttive del governo (si legga pure dei partiti e della partitocrazia), la polizia giudiziaria avrebbe perso la sua fisionomia di ente al servizio della giustizia, per assumere quello di organo che risponderebbe agli interessi di pochi privati; interessi che non sempre sarebbero legittimi o rispondenti al bene della collettività.

E’ di estrema importanza che, coloro che svolgono le indagini, coloro che eseguono interrogatori, redigono verbali, perquisizioni, arresti, intercettazioni, siano sempre estranei agli interessi di partito o economici di poche persone. E’ successo il contrario, è vero, ma sono casi isolati, sporadici, spesso finiti con arresti e condanne. Proprio queste isolate storture, episodi esecrabili, dimostrano che ora, più che mai, la polizia giudiziaria deve rimanere al riparo dagli interessi politici, e difesa dall’indipendenza della magistratura.

Votare No vuol dire avere una polizia giudiziaria democratica e libera di indagare senza dover accontentare le richieste del politico di turno.   


Un Grande Fratello più grande che mai: la polizia di Trump vuole i dati europei


Al dipartimento per la sicurezza Usa – quello di Ice e Kristi Noem – non basta scandagliare social e contatti di chi entra negli States: vuole pure il dna. E mira ai database di noi europei. I governi hanno pure già autorizzato la Commissione von der Leyen a negoziare per cederli 

(Francesca De Benedetti – editorialedomani.it) – Mettereste ciò che avete di più personale – il vostro volto, l’iride, tutto ciò che rientra insomma tra i cosiddetti dati biometrici – nelle grinfie di Kristi Noem, la lealissima trumpiana che nelle sue dichiarazioni ha trasformato Alex Pretti da vittima degli agenti federali a «minaccia», e del dipartimento per la Sicurezza nazionale Usa da lei guidato, che comprende Ice, per capirci? I governi europei e la Commissione von der Leyen intendono farlo per voi.

Anche se Ursula von der Leyen continua a riempirsi la bocca con lo slogan del «momento di indipendenza dell’Europa», i fatti raccontano ancora una volta tutt’altra storia. Una storia in cui pure chi è cittadino europeo rischia di finire nel mirino del grande fratello trumpiano, il quale – con una pervasività che cresce di settimana in settimana – scandaglia di tutto: con l’innesco del tema migratorio, l’amministrazione Trump sta estendendo una infrastruttura di controllo totale (attività sui social, riconoscimento biometrico, intelligenza artificiale) e trasversale (che attraversa e penetra ogni livello, database sanitari compresi).

E non c’è solo Bruxelles, a finire impigliata negli intrecci della sorveglianza poliziesca trumpiana: dato che l’attività di sorveglianza sotto copertura di Ice viene in parte subappaltata ad aziende private, da quando si è scoperto che anche Capgemini era coinvolta a Parigi è scoppiato uno scandalo che avrà come effetto una riorganizzazione societaria. In tutto questo Palantir (la creatura di Peter Thiel che equipaggia Ice) ha già i piedi nel ministero degli Interni francese e quindi nel servizio di intelligence di un paese chiave dell’Ue.

Le pretese Usa sui dati

Cominciamo dal ricatto trumpiano su scala europea, avanzato già prima che le tensioni transatlantiche prendessero la forma mediatica di uno scontro sulla Groenlandia: in realtà quelle tensioni vanno ben oltre i tentativi della Casa Bianca di gestire a proprio piacimento le risorse artiche.

Ciò che l’amministrazione Trump intima ai governi europei è di adattarsi alle proprie pretese sui dati entro il 2026, oppure – e qui è infilato uno dei ricatti – ritrovarsi estromessi dal programma “visa waiver” (viaggio “senza visto”). Il 10 dicembre il dipartimento per la sicurezza nazionale, a guida Noem, ha pubblicato sul registro federale (la gazzetta ufficiale dell’amministrazione Usa) la nuova via trumpiana di raccolta dati per chi richiede l’Esta (l’autorizzazione digitale che consente di viaggiare negli Usa senza visto, cioè col programma visa waiver). Comprende l’obbligo di fornire i social media degli scorsi 5 anni per chi richiede l’Esta (l’autorizzazione digitale che consente di viaggiare negli Usa senza visto, cioè col programma visa waiver); l’aggiunta di dati «di alto valore» come i numeri di telefono usati negli ultimi 5 anni e le mail degli ultimi 10.

Da qui già si capisce che se gli Usa penetrano nei dati degli europei che vogliono (o devono) entrare negli States, la cosa non riguarda solo i singoli che si spostano, ma a strascico i loro contatti, magari a loro insaputa. C’è poi la pretesa, nell’ambito Esta, di avere accesso ai dati biometrici, nei quali si includono non solo iride e impronta, ma persino il dna. A ciò si aggiunga che Ice sta usando strumenti diffusi di geolocalizzazione e di identificazione Ai nella cui rete non finiscono solo migranti ma pure cittadini Usa.

Mentre l’opinione pubblica si scandalizza per usi e abusi di Ice, l’Unione tratta per dare accesso ai nostri dati. Dopo che l’amministrazione Usa ha detto ai governi che se vogliono restare nel programma “visa waiver” devono siglare un accordo bilaterale alle nuove condizioni (una “enhanced border security partnership”), il 16 dicembre i governi europei (il Consiglio) hanno deciso senza neppure discuterne di autorizzare la Commissione a negoziare il nuovo assetto, che darebbe alla US Customs and Border Protection (di cui fanno parte gli agenti della border patrol, sigla diventata nota per l’assassinio di Alex Pretti) un accesso senza precedenti ai nostri dati.

Dimmi con chi vai

Intanto dagli Usa si viene a sapere che, sempre da dicembre 2025, Ice ha avviato un programma per spiare sia all’antica (cioè seguendoli e fotografandoli) che con le ultime tecnologie a disposizione (da remoto, dunque all’insaputa dello spiato) oltre un milione e mezzo di presunti migranti illegali. Per realizzare il tutto, Ice si è rivolta a fornitori esterni di «servizi di skip tracing», che hanno il compito di fare il più in fretta possibile, e lo fanno per profitto: ciò aggiunge ulteriori ombre a questa pervasiva attività di controllo.

Dunque non stupisce che gli stessi dipendenti francesi di Capgemini abbiano invocato «clausole di coscienza», quando hanno scoperto che il braccio americano dell’azienda si era accaparrato uno di questi contratti con Ice. Pur di salvare la faccia a scandalo ormai esploso, il board dei direttori di Capgemini – riunitosi nel weekend in sessione straordinaria – ne è uscito promettendo di vendere la filiale americana. Il che non scioglie di per sé quel pezzetto di azienda dall’abbraccio con Trump.


L’intelligenza artificiale trasformerà internet in una “ghost town”


(ANSA) – Il traffico internet dei siti diminuirà del 43% nei prossimi tre anni per effetto dell’intelligenza artificiale. E’ il risultato di un sondaggio condotto dal Reuters Institute tra 280 leader digitali in 51 Paesi, tra novembre e dicembre 2025. Il monitoraggio si innesta sul dato della società di analisi Chartbeat secondo cui il traffico da Google verso oltre 2.500 siti sarebbe già sceso del 33% tra novembre 2024 e novembre 2025 a livello globale, -38% negli Usa.   

“Le preoccupazioni più recenti – spiega il rapporto – si concentrano su AI ;;Overview di Google che ora appare in cima a circa il 10% dei risultati di ricerca negli Stati Uniti e si sta rapidamente diffondendo altrove”. In pratica, i motori di ricerca stanno diventando ‘answer engines’ cioè interfacce che rispondono direttamente nei risultati di ricerca o nelle chat riducendo la necessità di cliccare sui siti d’informazione.   

In questo contesto, aggiunge Reuters Institute, alcuni editori stanno cercando nuovo pubblico tramite piattaforme di newsletter come Substack mentre si riducono gli sforzi sul vecchio Seo così come sui tradizionali social Facebook e X. Anche in considerazione del “calo sostanziale del traffico di riferimento verso i siti di notizie da Facebook (-43%) e X, ex Twitter (-46%) negli ultimi tre anni”. 

 Altro elemento di preoccupazione, secondo il sondaggio, è l’ascesa di creators e influencer. Più di due terzi (70%) degli intervistati teme “venga sottratto tempo e attenzione ai contenuti delle testate e quattro su dieci (39%) temono di perdere i migliori talenti in favore di questo ecosistema che offre maggiore controllo e ricompense finanziarie potenzialmente più elevate”.


Donald Trump, l’amico da dimenticare per Giorgia Meloni


Un anno fa Giorgia Meloni vantava il suo rapporto privilegiato col presidente americano. Oggi è una vicinanza scomoda. Agli italiani non piace più. E il ruolo del «ponte» frana

(Susanna Turco – lespresso.it) – Imbarazzo, disagio. Ma soprattutto silenzio. Uno sterminato silenzio circonda quello che doveva rappresentare – che certamente è stato – uno dei principali atout, un asso di briscola di Giorgia Meloni: il rapporto con gli Stati Uniti d’America, in particolare gli Stati Uniti di Donald Trump.

Per misurare il colossale abisso che è stato scavato in un solo anno, basterebbe forse solo ricordare che giusto dodici mesi fa, volando a Washington per il 20 gennaio 2025 all’Inauguration day, il giuramento di Donald Trump dove sarebbe stata l’unica leader europea presente nella Rotunda di Capitol Hill, seduta accanto al presidente argentino Javier Milei e plaudente il neopresidente statunitense intento ad auto-battezzarsi «pacificatore e unificatore», Giorgia Meloni suggeriva e faceva scrivere che all’Italia spettava il ruolo di «ponte» e che per Palazzo Chigi sognava nientemeno quello di «centralino telefonico dello Studio Ovale». Parlava la premier addirittura di imminente «rincorsa» da parte degli altri leader europei (lei era quella avanti a tutti, come sempre), insisteva anche pubblicamente sull’«amicizia» con gli Stati Uniti «per far fronte a sfide globali e interconnesse» e sull’«alleanza» tra Usa e Ue, al punto che «dipingerli come nemici non regge».

Passato un anno, con tutto quello che è accaduto, dai dazi con umiliazione in Scozia di Ursula Von Der Leyen fino al pozzo già ampiamente senza fondo dell’aumento delle spese militari deciso a L’Aja che ha fra l’altro mandato in tilt i conti della Finanziaria appena chiusa, per non parlare di Groenlandia e Ucraina, risuona viva la domanda che quel giorno di gennaio 2025 le fece la segretaria del Pd Elly Schlein: «Meloni si è domandata perché al giuramento c’era solo lei? Sarà in grado di far rispettare gli interessi europei e italiani?».

Brutale la risposta arrivata dai fatti messi in fila negli ultimi giorni. Quando Trump, di ritorno dal Forum di Davos, ha sminuito e deriso il contributo militare e umano dei partner Nato (Italia compresa) in Afghanistan, Meloni aveva appena finito di auspicare per lui il Nobel per la pace (non bastando, evidentemente, la cessione della medaglia da parte della venezuelana Maria Machado). E ci ha messo 36 ore, la premier, a definirsi «stupita» per le affermazioni «non accettabili» sui soldati italiani in Afghanistan, e a dire che l’«amicizia necessita rispetto» (sono le parole più dure da lei mai rivolte a Trump, secondo la velina di Palazzo Chigi).

«Metti la mano su una stufa per un minuto e ti sembrerà un’ora», diceva Albert Einstein per esemplificare la relatività del tempo. In quel breve lasso di 36 ore, mentre la presidente del Consiglio meditava la suddetta risposta di rupture, il premier inglese Keir Starmer aveva fatto in tempo a telefonare a Trump, prendere le distanze pubblicamente dal suo messaggio, a ottenere dal presidente americano un messaggio su Truth in cui definiva i soldati «inglesi tra i più grandi guerrieri del mondo».

Bene, in Italia si è atteso quietamente per giorni anche solo un decimo di quella reazione. Offrendo in cambio anche il silenzio della premier sull’omicidio dell’infermiere Alex Pretti, dopo quello già regalato per l’uccisione della poetessa Renee Nicole Good, per non parlare di rapimenti, deportazioni, violenze e delle altre brutali azioni dell’Ice (Immigration and customs enforcement).

Ma niente: né contatti informali, né correzioni, né precisazioni da Washington. Silenzio tombale dall’amministrazione statunitense, appunto. Uno stagno sul quale, passati ormai svariati giorni, a parte la lettera del ministro della Difesa Guido Crosetto indirizzata all’omologo americano, galleggiano come ninfee e rane le volenterose pezze d’emergenza messe dai più moderati fra gli alleati. Quella del ministro degli Affari europei Tommaso Foti, che su QN ha parlato di «approccio molto duro e censurabile» da parte dell’Ice statunitense ma non si è spinto e neanche a parlare di svolta autoritaria perché, ha spiegato, «mi limito a osservare quel che accade». Quella del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che si dice sicuro ci sia «consapevolezza degli eccessi anche nella Casa bianca» (e per quanto riguarda l’Afghanistan: «Non bisogna perdersi in un bicchier d’acqua»). Quella del leader di Noi Moderati Maurizio Lupi che, appurato il silenzio statunitense, ha provato a blindare come scelta anche il silenzio italiano: «Perché non si risponde ai bulli facendo i bulli». Mica bisogna inseguire Trump, ci mancherebbe.

Imbarazzate mani tese al presidente Usa che, al limite, fanno rimpiangere il precedente tacere.

Tanto più che adesso Meloni è alle prese con un ulteriore problema: il presidente statunitense, infatti, non piace più granché agli italiani, neanche a quelli che votano centrodestra. Non sembra più un Silvio Berlusconi postumo. E nemmeno piace l’atteggiamento della premier nei suoi confronti. La sudditanza, come suol dire.

La tendenza era stata rilevata già nel 2025, sia per esempio da Ispi che da Youtrend. Adesso lo dicono ancora di più, in vario modo, i sondaggi degli ultimi dieci giorni. A partire da una rilevazione di Eumetra per “Piazza pulita”: secondo il 59,2 per cento degli intervistati, la presidente del Consiglio dovrebbe smarcarsi più spesso da The Donald. Male anche sul suo piano per la Groenlandia: dà torto al presidente Usa il 65 per cento. E la più parte degli italiani, tra il 39 e il 42 per cento a seconda dei sondaggi, si pronuncia a favore di un contingente militare europeo, nel contesto di un’operazione Nato, per difendere l’isola. Stesso discorso, a maggior ragione, per l’intervento Usa in Venezuela, per il quale secondo Youtrend per Sky tg 24, il giudizio dell’opinione pubblica è più negativo che positivo: il 35 per cento esprime una valutazione complessivamente favorevole, mentre il 50 per cento è critico o molto critico. E secondo una rilevazione di Bidimedia, grazie a Trump i favorevoli agli Stati uniti d’Europa hanno sorpassato i contrari: ora sono 61 per cento.

Una tendenza in linea con in giudizi negativi emersi nei giorni scorsi da quasi dieci sondaggi statunitensi, nei quali i giudizi negativi prevalgono su quelli positivi: da quello della Cnn/Ssrs che parla di «fallimento» di Trump secondo il 58 per cento degli intervistati, fino a quello di Nate Silver, dove l’indice di approvazione del presidente è passato dal 51,6 del gennaio 2025 al 41,9 di adesso.

Ecco che il ruolo di ponte che voleva ritagliarsi Meloni diventa dunque, per lo meno, quello di un ponte minato, quando non franato. Sembra un paradosso, ma era più facile ai tempi di Joe Biden: quando, con mossa decisiva per la successiva ascesa al governo, Meloni si schierò dalla parte dell’intervento in Ucraina, già nel febbraio 2022 con l’esecutivo guidato da Mario Draghi, per poi ritagliarsi, una volta divenuta premier, un ruolo che dal punto di vista della prossemica si può riassumere col bacio che il presidente democratico le diede nel marzo 2024 alla fine di un incontro alla Casa bianca. Un bacio sulla testa, come da nonno a nipote. Da rimpiangere oggi, che Meloni è alle prese con le appassionanti smentite in serie del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla presenza (svelata dal “Fatto”) degli agenti dell’Ice in Italia per le Olimpiadi di Milano Cortina, ancora una volta italicamente fondate sulla subordinata: «Non ci risulta, ma anche se fosse dove è il problema». Articolazione alta del popolare: non c’ero, e se c’ero dormivo. Con tutti i conseguenti rimpalli tra ambasciate e ministeri, alla fine dei quali, pare di capire, l’Ice ci sarà eccome, anche se la titolarità delle operazioni di sicurezza resterà italiana (e ci mancherebbe).

Il tutto mentre il leader leghista Matteo Salvini, assai più in linea con gli eccessi di Trump e molto meno in difficoltà perché è un “semplice” ministro, si gode la scena. E incontra leggiadro, nelle stanze del ministero dei Trasporti, la star dei neonazi inglesi Tommy Robinson, vicino a Elon Musk. Meloni non può far altro che bollare il tutto come «inopportuno», ma i tempi di «io sono Giorgia, sono una madre», eccetera, sono fatalmente lontani


Il mondo incantato delle menzogne: sempre quello


(Alberto Bradanini – lafionda.org) – Le menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire – in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:

a) l’attuale presidente degli Stati Uniti è persona fine, avveduta, talora un po’ risoluto nei modi, ma nemico della guerra – insignito non a caso del Nobel per la Pace 2025 da tale Maria Corina Machado, invece che dal Comitato norvegese per il Nobel, ma questo dettaglio potrà essere corretto nell’anno di grazia 2026. Certo, si è visto costretto a bombardare sette o otto paesi solo nel suo primo anno di mandato, ma che volete, bisogna pur mettere ordine in un mondo altrimenti destinato alla deriva. Nei modi, poi, è persona gradevole, corretto con ogni interlocutore, di cui rispetta la libertà di scegliere la posizione del missionario o quella a novanta gradi. Il presidente è inoltre scrupoloso del diritto internazionale: mai minaccerebbe, che so, la Danimarca, il Venezuela, Cuba o Panama, men che meno l’Iran, la Cina o la Russia, solo perché non assecondano i suoi capricci e non s’inchinano al suo passaggio. Quanto ai paesi alleati, non si sognerebbe nemmeno lontanamente di imporre dazi pesanti o condizioni insostenibili, tipo il 5% del PIL in armi da comprare soprattutto negli USA. Mai e poi mai farebbe una cosa del genere. E beninteso rispetta pienamente la Costituzione del suo paese, anche se non proprio al 100%, come ad esempio ottenere il via libera del Congresso per fare la guerra e imporre dazi al resto del mondo. Ma, signori miei, nessuno è perfetto e poi l’urgenza impone di agire in fretta;

b) il presidente venezuelano Nicolás Maduro è affiliato al narcoterrorismo, crimine sinora ignoto alla civiltà giuridica del mondo ma non all’effervescenza giurisprudenziale dell’esimio inquilino della Casa cosiddetta Bianca. Del resto, chi potrebbe sorprendersi se per far soldi N. Maduro – fino al 3 gennaio scorso legittimo presidente di un paese che possiede le più ingenti riserve di petrolio del pianeta – invece di rotolarsi su milioni di barili di petrolio, preferisce vendere cocaina colombiana sul mercato statunitense? Nessuno, beninteso. E la ragione di tale scombinata preferenza, di tutta evidenza, non può essere che il noto rimbambimento cognitivo che colpisce chi si avventura sulla strada del socialismo bolivariano;

c) alcuni avanzano il sospetto che la profondità etica dell’ottuagenario D. Trump sia il retaggio del tempo trascorso in un convento di carmelitani scalzi protestanti, lontano da ogni tentazione della carne. Impossibile, dunque, prestare credito alle insinuazioni che lo dipingono quale oggetto di ricatto da parte di qualche servizio segreto mediorientale che vuole convincerlo a bombardare l’Iran;

d) le stesse insinuazioni che dipingono il suo animo sensibile interessato soprattutto al petrolio iraniano (oltre che ad accontentare le guerre israeliane di conquista), mentre tutti sanno che ciò che gli sta a cuore è solo il benessere dei manifestanti di quel paese, come dimostra – per simmetria – la sua sofferta partecipazione alla tragedia delle vittime massacrate a Gaza. Se poi dovesse vedersi costretto a lanciare qualche altra bomba etica sul popolo iraniano (dopo quelle del giugno 2025) – come gli chiederebbero a gran voce milioni di iraniani sondati da Gallup, felici di vedere il proprio paese devastato – il menzionato Trump ne sarebbe profondamente dispiaciuto, ma – che si vuole? – per diffondere democrazia e diritti umani non si può andare troppo per il sottile;

e) passando alla cosiddetta Unione Europea, abbiamo apprezzato la coraggiosa resistenza dei ricchi funzionari di Bruxelles davanti alle minacce USA alla Groenlandia, la cui saga è tuttora in corso, mentre l’aggressione reale contro l’Iran (giugno 2025) e il Venezuela (gennaio 2026), le intimidazioni contro Cuba e la guerra imperiale bipartisan contro la Russia per interposta Ucraina, l’emancipazione politica dell’ex tagliagole siriano al-Jolani e via dicendo devono ritenersi legittime e morali, essendo dettate dal suo intento, genuino anche se incompreso, di preservare pace e stabilità. I governi europei, che hanno studiato dalle suore, non oserebbero mai importunare i timpani del padrone del mondo sussurrandogli di contenere le sue ambizioni di conquistador. Le medesime illuminate classi dirigenti si preoccupano giustamente di cose più urgenti, come impedire del tutto l’import di gas russo dal 2027, con l’apprezzato obiettivo di affossare l’economia europea che, come noto, cresce a un tasso troppo elevato;

f) i manifestanti americani di Minneapolis sono dei terroristi, mentre coloro che protestano contro il governo iraniano sono combattenti per la libertà (del resto ce l’hanno inciso sulla fronte, come testimoniano gli infiltrati del Mossad – lo riferiscono apertis verbis l’ex segretario di Stato e direttore CIA, Mike Pompeo, e il Jerusalem Posthttps://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-8817339);

g) l’arresto di Netanyahu – ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità – sarebbe impensabile per i governi europei o, figuriamoci, per quello statunitense, il cui presidente nel febbraio 2025 (ordine esecutivo n. 14203) ha imposto sanzioni pesanti contro il procuratore capo, Karim Khan, e i due vice, non escludendo nemmeno – secondo alcuni burloni – l’invasione militare dell’Olanda se un cittadino USA o israeliano dovesse essere arrestato dalla Corte medesima. Sarebbe invece cosa ammissibile, o addirittura raccomandabile, dal momento che quel governo non piace ai padroni del mondo, organizzare un regime change in Iran, perché che volete che sia violare la Carta delle Nazioni Unite e ogni possibile norma internazionale;

h) i media occidentali, non dobbiamo ripeterlo ogni volta, riportano fatti oggettivi realmente avvenuti. Come si fa a dubitarne, anche solo per un istante?

i) Hamas ha decapitato 40 bambini. Lo dice l’esercito israeliano, un’organizzazione come noto apprezzata persino nel più lontano pianeta della nostra galassia, per trasparenza, umanità e comportamento etico;

j) le tante manifestazioni che hanno luogo in Europa e altrove a favore della Palestina sono espressione di razzismo antisemita, mentre il divieto d’ingresso negli USA di cittadini di sei paesi islamici – assoluto (Afghanistan, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Yemen) e parziale (Siria e Ciad), oltre che di cittadini di Haiti, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Myanmar e Venezuela – sono invece azioni di vicinanza affettiva nei riguardi di chi soffre;

k) sotto gli ospedali di Gaza si nascondono basi terroristiche, e dunque tali ospedali vanno giustamente bombardati;

l) nelle democrazie occidentali la volontà del popolo influenza le azioni del governo, la cui autorevolezza è basata su professionalità, cultura, rispetto per i principi etici e attenzione ai bisogni del popolo. La loro elevata qualità umana e valoriale è confermata dal loro disinteresse per la carriera e dall’impegno quotidiano a proteggere gli interessi dei propri cittadini;

m) se gli Stati Uniti (insieme ai paesi europei, quando ritenuti utili allo scopo) fanno la guerra è perché devono tutelare beni superiori, difendere i confini dall’invasione di eserciti stranieri, ad esempio la Russia che vuole arrivare a Lisbona o in Sicilia (le residue perplessità a costruire il ponte di Messina sarebbero dovute ai rischi che ciò faciliterebbe l’invasione dell’isola). Mai farebbero la guerra per depredare risorse altrui e vivere di privilegi rubati;

n) certo, è inevitabile che ogni tanto anche i nostri alleati – vengono in mente, a caso, gli Stati Uniti – commettano qualche errore, ma le loro intenzioni sono buone, e in ogni caso sempre meglio obbedire agli Stati Uniti che a chi sa chi, men che meno provare a diventare indipendenti, obbedendo alla Legge e perseguendo i propri legittimi interessi, non sia mai;

o) i ricchi sono ricchi perché hanno una marcia in più e si sono impegnati più degli altri. Come noto, la maggioranza della popolazione è composta da scansafatiche con un basso quoziente d’intelletto;

p) il capitalismo non sarà perfetto, ma è il meglio che siamo riusciti a realizzare. Del resto, funziona per tutti o quasi (o no?);

q) la tecnologia e gli algoritmi non vanno contestati. La mano invisibile del mercato e il sostegno del governo a quella mano invisibile sono le nostre ancore di salvezza, essendo entrambi nelle mani delle persone migliori che la società riesce ad esprimere;

r) è evidente che i problemi del paese sono responsabilità dei partiti di governo, o di quelli d’opposizione. In questo momento siamo esitanti. In ogni caso, basta mandare questi ultimi al governo e tutto si sistema.

Epilogo

Non si può consentire che i cittadini dicano quello che vogliono sul governo e sui suoi alleati. Il successo consiste nel far soldi, possedere molti beni e guadagnarsi il rispetto delle persone che contano.

Quel che vediamo intorno a noi va considerato normale. Sofferenza, morte, distruzione, guerra, caos, sfruttamento, ingiustizia, povertà e abusi di ogni genere sono normali. Le persone che vogliono cambiare le cose sono anomale, vanno viste con sospetto, dovrebbero farsi aiutare.

Viviamo in una civiltà costruita sulle menzogne, fatta di menzogne, alimentata dalle menzogne. Se queste crollano, tutto crolla. Il sistema di potere inizia a inculcarci menzogne da bambini e non smette più fino alla morte. Possiamo forse stupirci se siamo frastornati, infelici, folli?

Uscire dal territorio colonizzato dalla menzogna, riconquistando la sovranità mentale, significa tornare a guardare il mondo con gli occhi aperti: è un processo necessario, se si vuole ricostruire un ponte tra verità e realtà, lasciandoci accompagnare ancora una volta dalle parole sublimi di Carlos Castaneda (scrittore peruviano):

“La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, andare in ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce qui, non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, che sono difetti di fabbricazione, sono sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Sono pochi, sono eretici, sono guerrieri.”


[1] Nell’agosto 2025 sono state imposte ulteriori sanzioni Usa contro i giudici Kimberly Prost, Nicolas Yann Guillou, Nazhat Shameem Khan e Mame Mandiaye Niang.  Congelamento dei beni in Usa e divieto d’ingresso. Nel dicembre 2025, Trump ha poi sanzionato altri due giudici, Gocha Lordkipanidze ed Erdenebalsuren Damdin, per aver respinto l’appello di Israele a invalidare i mandati di arresto, mentre il segretario di stato, Marco Rubio, ha affermato che le azioni della CPI erano politicamente motivate, oltre che una violazione della sovranità statunitense e israeliana.


Vannacci soldato millantatore, un Miles Gloriosus in versione pop


L’opera di Plauto si adatta bene all’ex generale che ha lasciato la Lega per fondare un suo nuovo partito

Vannacci soldato millantatore, un Miles Gloriosus in versione pop

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – A proposito di antiche maschere, odierne avventure e futuro nazionale: sul finire della Seconda Guerra Punica, tra il 205 e il 200 a.C., Tito Maccio Plauto, commediografo che non guardava troppo per il sottile, diede vita al suo Miles Gloriosus, il soldato millantatore, con molta probabilità ispirandosi alla figura di Scipione l’Africano.

Con qualche sciaguratissimo aggiornamento pop, dalla tarantolata gestualità della Decima all’esibizione estiva di pescioni fino al presepio tattico da zaino, il tipo umano del militare che si vanta e minaccia, punta il dito sui cattivoni e vuole salvare la patria, si adatta bene al generale Vannacci – e ancora meglio adesso che, stanco di essere “un valore aggiunto” nella Lega, “Make the League Great Again” aveva promesso qualche mese orsono, ha invece scelto di ballare da solo con il suo partitello.

Per inciso: nel 1963 Pier Paolo Pasolini, su richiesta di Vittorio Gassman, tradusse in fretta e furia il Miles in romanesco promuovendo il protagonista a Generale; e neanche a farlo apposta, sull’imperdibile pagina Instagram dell’europarlamentare fa bella mostra di sé un’immagine di Vannacci mascherato da condottiero antico romano con tanto di testa e pelle di lupo sulla corazza istoriata. Nubi e sole gravano sopra l’eroica figura, la mano sinistra – ahilui! – è posata sull’elsa della spada, l’espressione del volto inclina verso un sorriso di battaglia. A parziale riequilibrio iconografico – nel video susseguente, intervallato da scontatissimi spezzoni de Il Gladiatore, lo si vede concionare in un banchetto di giovani leghisti toscani – va detto che l’allucinata visione conferma comunque l’intuito di Michele Serra, secondo cui, mese dopo mese, Vannacci assomiglia sempre più ad Alberto Sordi.

Ultimamente, prima e dopo l’ormai consueto tuffo di Capodanno, il Generale è stato in barca sul Tevere con Chiambretti, ha concesso il proprio nome a un sigaro, il “Vannaccio”, si è soffermato sulle gambe pelose di Carola Rackete, ha ricordato che la tomba di Papa Bergoglio è vicina a quella di Junio Valerio Borghese; quindi ha proposto di far imparare a memoria “Il Giuramento di Pontida” ai bambini delle elementari, ha fatto la sua comparsa nel podcast di Maria Rosaria Boccia, si è scagliato contro gli “smidollati” del sito Phica.eu e dopo essersi fatto immortalare in posa di pizzaiolo con la fedelissima Sylvie Lubamba, è entrato lietamente a far parte dei disegni cristianisti di Marione Adinolfi, che con lui e Fabrizio Corona vorrebbe tanto dar vita a un “tridente”.

Nel frattempo, occorre dire, la scena pubblica italiana seguita a offrirne e a ospitarne di tali e di tante che non ci si fa più nemmeno troppo caso; e se tenere il conto e la memoria delle scemenze è ormai quasi impossibile, a maggior ragione varrà invece la pena di ricordare che in Italia la figura archetipico-plautina del Soldato vantone diede origine nel Cinquecentento a una quantità di “Capitani” che allietarono la commedia dell’arte, con i dovuti rimbalzi nella politica vecchia e nuova: Capitan Fracassa, Capitan Spavento, Capitan Rodomonte, questi ultimi personaggi diciamo militari, però anche ibridati dall’immaginario dei ciarlatani che ai tempi attiravano l’attenzione sparandole, come oggi, sempre più grosse.

Forse Salvini, che in tema ha certo le sue competenze, prima di arruolare Vannacci come vicesegretario, avrebbe dovuto essere più prudente. Ora, se perde quei voti, sono guai per lui e pure per Meloni. Sennonché, al di là dei meri calcoli elettorali, così come dell’ennesima ricomparsa del Miles Gloriosus nel format radiofonico del Colonnello Buttiglione e del generale Damigiani, la questione più vera e nascosta è che di riffa o di raffa l’Italia si va riarmando, le spese militari aumentano e il business dei droni, dei missili, della sicurezza e adesso anche delle riserve di volontari senz’altro richiama robusti appetiti e protezioni politiche.

Di solito il complesso militare-industriale diffida delle maschere, ma qui da noi il comparto è assai popolato, e quando si tratta di difendere “la nostra civiltà” quasi inesauribile.


Per FdI la presenza di Albanese alla Camera è “un’offesa”


“I carabinieri da Israele non li difendono?”. Francesca Albanese torna alla Camera per parlare del genocidio a Gaza in un clima non proprio accogliente. Sono giorni di riflusso securitario e ipotesi repressive, dopo le violenze della manifestazione di Torino per Askatasuna. Solo venerdì, inoltre, quella stessa sala stampa […]

Albanese alla Camera, ma per FdI è “un’offesa”

(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Francesca Albanese torna alla Camera per parlare del genocidio a Gaza in un clima non proprio accogliente […] Sono giorni di riflusso securitario e ipotesi repressive, dopo le violenze della manifestazione di Torino per Askatasuna. Solo venerdì, inoltre, quella stessa sala stampa era stata prenotata dal leghista Furgiuele per ospitare alcuni esponenti di Casapound, rimasti fuori dal palazzo per la protesta dei parlamentari di opposizione. Per Fratelli d’Italia invece l’intervento di Albanese è inaccettabile. L’editto è del questore di Montecitorio Paolo Trancassini: la Camera “non può trasformarsi in una tribuna” per figure divisive. L’accusa – ancora prima che Albanese parlasse – è di manipolare i fatti, alimentare una narrazione ostile a Israele e usare il Parlamento come “cassa di risonanza per tesi ideologiche”. Per la senatrice Ester Mieli, Albanese alla Camera è semplicemente “un’offesa per gli italiani” […]

Resta da capire cosa ci sia di offensivo, nel discorso della relatrice dell’Onu (accompagnata dai deputati del M5S Ascari, Carotenuto e Auriemma, dal senatore di Avs De Cristofaro e dal deputato del Pd Scotto). Albanese ha presentato il suo ultimo rapporto, già discusso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: Genocidio di Gaza: un crimine collettivo. Il documento insiste su un punto preciso: il genocidio non è il prodotto di un singolo Stato, ma l’esito di un sistema di complicità internazionale che coinvolge governi, alleanze militari, aziende, banche e istituzioni finanziarie. In questo quadro l’Italia occupa una posizione non marginale: tra il 2020 e il 2024 è stata il terzo fornitore mondiale di armi a Israele, dopo Stati Uniti e Germania. Continua a consentire il transito di carichi militari, partecipa a programmi di addestramento e intelligence ed è partner del progetto F-35, centrale nei bombardamenti su Gaza, con Leonardo tra i principali attori industriali.

A Gaza, intanto, la situazione resta drammatica, anche se i riflettori mediatici si sono spostati altrove: oltre 70 mila morti confermati, migliaia di dispersi, popolazione senza accesso stabile a cibo, acqua ed elettricità, bambini morti di ipotermia, mentre in Cisgiordania continuano espropri, sfollamenti e violenze dei coloni. Per Albanese parlare di “ricostruzione” senza giustizia è una finzione: “Non si ricostruisce nulla su fosse comuni”.

[…] Albanese ha commentato le ipotesi di legge sull’antisemitismo: “Strumentalizzare la lotta necessaria contro l’antisemitismo per proteggere uno Stato – Israele – accusato di crimini gravissimi contro l’umanità, rischia di minare le fondamenta dell’ordine democratico e della libertà di espressione”. A margine della conferenza, interpellata sugli scontri di Torino, ha rilasciato una dichiarazione che non mancherà di fomentare le polemiche a destra: “Le forze dell’ordine sono state difese nel contesto italiano – ha risposto a chi le chiedeva dei carabinieri minacciati e fatti inginocchiare da un riservista dell’Idf nei pressi di Ramallah – mi chiedo perché non siano state difese anche quando sono state aggredite da chi semina il terrore in Cisgiordania”.


Azzariti: “Disegno evidente, utilizzano fatti di cronaca per il loro modello illiberale”


Il costituzionalista: “I decreti Rave, Cutro e Caivano sono tutti stati pensati per inseguire le ultime notizie: sono reazioni di pancia”

Gaetano Azzariti

(di Serena Riformato – repubblica.it) – ROMA – «Il disegno è evidente», dice Gaetano Azzariti, costituzionalista dell’Università La Sapienza: «Il governo utilizza i fatti di cronaca per costruire un modello ideale di ordine pubblico sempre più autoritario».

Quali sono gli altri casi?

«È successo con il decreto Rave, con il decreto Cutro, con il decreto Caivano: sono tutti stati pensati per inseguire le ultime notizie. È una reazione di pancia a fatti certamente gravi. Ora la storia si ripete con l’ennesimo decreto Sicurezza».

Non servono norme più severe?

«Le leggi forniscono già tutti gli strumenti per contrastare la violenza e sanzionare eventuali reati. È il compito dell’autorità giudiziaria, che infatti sta già svolgendo le sue indagini. All’esecutivo, invece, spetta salvaguardare lo Stato di diritto e tutelare la libertà democratica di migliaia di persone che hanno protestato in modo pacifico nel capoluogo piemontese, così come altrove».

Secondo la presidente del Consiglio sono i magistrati con il loro “lassismo” a rendere vano il lavoro di forze dell’ordine e parlamento.

«Mi sembra un modo per strumentalizzare quello che è accaduto in ragione della campagna verso il referendum del 22-23 marzo. Personalmente ritengo non si dovrebbe mai piegare i fatti di cronaca per convincere gli elettori a votare in un modo o nell’altro, ma vedo che invece è un vizio ricorrente».

Entriamo nel merito del pacchetto Sicurezza. Tra le ipotesi c’è quella di introdurre un fermo preventivo di 12 ore per soggetti sospetti. Si può fare?

«Leggeremo i dettagli quando ci sarà il testo, ma non si può intervenire con un fermo di polizia senza nessun grave indizio di reato. Sostanzialmente si assegna alle forze di polizia la possibilità di fermare chi vogliono sulla base di elementi molto generici. Un volto coperto da una sciarpa rientrerà negli strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento delle persone?».

Sarebbe incostituzionale?

«Per come viene presentata, questa misura rischia di compromettere la libertà di riunione, che deve essere assicurata ad ogni cittadino, un principio di carattere costituzionale».

Vale anche per lo scudo penale? Alla fine, pare non sarà solo per gli agenti ma per tutti i cittadini: una maxi-estensione della legittima difesa.

«Se c’è un ferimento grave, o persino un omicidio, è normale che sia necessaria un’indagine per accertare le responsabilità. Chiunque partecipi a un atto di violenza deve essere indagato, e poi eventualmente prosciolto se non ha commesso nulla ovvero se ha operato in stato di necessità. E poi c’è un altro elemento».

Quale?

«Lederebbe il principio della obbligatorietà dell’azione penale. Si imporrebbe ai magistrati di escludere alcune ipotesi di reato disciplinando in maniera particolare l’attività di indagine».


Salvini, il ciclone Harry e il ponte di Messina


Il ciclone Harry, non riusciamo più nemmeno a dare un nome italiano alle bufere che ci riguardano, devono essere anglosassoni, trumpiani, ha devastato le coste messinesi e calabresi e il fenomeno è stato accompagnato da scosse di terremoto che confermano che quel territorio è tuttora sismico. Del resto, senza andare tanto lontano, il terremoto del 1908 causò 80.000 morti fra gli abitanti di Messina e quelli della costa calabrese […]

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – Il ciclone Harry […] non riusciamo più nemmeno a dare un nome italiano alle bufere che ci riguardano, devono essere anglosassoni, trumpiani, ha devastato le coste messinesi e calabresi e il fenomeno è stato accompagnato da scosse di terremoto che confermano che quel territorio è tuttora sismico. Del resto, senza andare tanto lontano, il terremoto del 1908 causò 80.000 morti fra gli abitanti di Messina e quelli della costa calabrese.

Le opposizioni parlamentari, Pd, M5S, Avs hanno chiesto di dirottare i fondi per un’opera inutile che probabilmente non si farà mai, alle popolazioni della zona colpita dal ciclone Harry. Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha negato questa possibilità sostenendo che, se ci fosse stato il Ponte, i soccorsi sarebbero stati più facili. Cioè, in soldoni, prima crei le premesse di un disastro e poi ti vanti che saresti stato in grado di evitarlo […]

La Corte dei Conti ha sottolineato che allo stato attuale il progetto del Ponte sullo Stretto è contrario alla normativa europea. Ma nemmeno questo è bastato all’ineffabile ministro dei Trasporti per fare un passo indietro. A descrivere al meglio la situazione è una mail che mi è stata inviata in data 26 gennaio dal lettore Angelo Paoli. Dice così: “Signor Salvini, lei è un imbecille o una persona in malafede, o tutti e due i casi: per favore la faccia finita con questa pantomima del Ponte che è irrealizzabile e la smetta, una volta per tutte, di spendere soldi pubblici in questa impresa scriteriata”.

In realtà il Ponte non lo vuole nessuno, tantomeno i siciliani e i calabresi, che per salire all’altezza del Ponte ci metterebbero più tempo che se usassero il tradizionale traghetto. Non lo vogliono anche per ragioni psicologiche che non vanno sottovalutate: i calabresi dicono “noi siamo abituati da millenni ad avere di fronte un’isola”, i siciliani, in contrapposto, dicono “noi siamo abituati da millenni ad avere di fronte un continente”. Inoltre, come hanno sottolineato gli ambientalisti, il Ponte disturberebbe i tragitti migratori dei volatili, sia dei grandi volatili che dei piccoli. In realtà c’è una forza che ha interesse al progetto del Ponte anche se sa che non si realizzerà mai, ed è la mafia siciliana e calabrese che già si sta arricchendo con gli appalti e i subappalti.

L’ineffabile ministro Salvini, prima di vaneggiare sul Ponte, dovrebbe occuparsi di mettere a posto il sistema dei trasporti in Sicilia. Ma non solo in Sicilia. Anche la viabilità lombarda è ampiamente compromessa. Per la tratta, in treno, Milano-Genova ci si mettono tre ore e passa, quando in macchina basta un’ora e mezza.

Ad aggiungere casino in Lombardia ci sono le Olimpiadi della neve, Milano-Cortina, che iniziano nei prossimi giorni, il 6 febbraio per l’esattezza. Che si pensi ancora di poter organizzare in Italia un’Olimpiade, della neve o no, è una follia.

Quando si progettò un’Olimpiade a Roma, prevista per il 2020, il presidente del Consiglio Monti si oppose, sostenendo che “il governo non si sente responsabile di assumere un impegno finanziario che potrebbe mettere a rischio i denari dei contribuenti”. In più, anche se questo Monti non lo disse, a Roma c’è un traffico ingovernabile e non è il caso di appesantirlo col casino di un’Olimpiade. Una decisione responsabile. L’errore di Monti, a mio avviso, è stato quello di voler entrare direttamente in politica e di non accontentarsi di essere stato nominato senatore a vita da quell’altro bel soggetto di Giorgio Napolitano. Del resto, di recente, Sergio Mattarella ha nominato senatrice a vita Liliana Segre (che fu vittima dell’Olocausto, ma la Costituzione richiede “altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”) […]

Quando si ripropose il progetto delle Olimpiadi a Roma, Virginia Raggi si oppose, più o meno per gli stessi motivi per cui si era opposto Monti. Immediatamente il Corriere della Sera aprì una rubrica su due pagine col titolo: “Caos a Roma”. Alla Raggi si addebitavano la sconnessione delle strade di Roma, i topi di Roma, i cinghiali di Roma, gli ippogrifi di Roma. Per evitare soliti i imbrogli e le solite truffe del cosiddetto “mondo di mezzo”, Virginia Raggi fu costretta a rivolgersi a un amministratore veneto.

Non mi pare che, con l’attuale sindaco, Roberto Gualtieri del Pd, la situazione nella capitale sia migliorata di un pollice. Le cose vanno sempre così in Italia, i politici incapaci e trafficoni vanno al governo o ai governi regionali, a noi non resta che l’astensione.


Vogliono decidere chi e come può protestare


Piantedosi non vuole l’opposizione in piazza: “Dà impunità ai violenti”. Camera. Per il Viminale a Torino ci sono state “dinamiche terroristiche” e “pro Pal per Hannoun”. La sponda dei meloniani[…]

Piantedosi non vuole l’opposizione in piazza: “Dà impunità ai violenti”

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Difendere la polizia, a costo di provocare le opposizioni. E far capire che in questo modo non si potrà più manifestare. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, si presenta alla Camera per riferire sulle violenze di Torino da parte di alcuni militanti del centro sociale Askatasuna nei confronti della polizia e alza il livello dello scontro: paragona i fatti di sabato a “dinamiche squadristiche e terroristiche” per compattare “la galassia anarco-antagonista” e attacca chi, tra le opposizioni, era a Torino e “offre prospettive di impunità”. I poliziotti, invece, hanno “svolto un grande lavoro” evitando “danni ben più gravi”. La manifestazione di sabato, continua Piantedosi, era una “resa dei conti con lo Stato” e in piazza c’erano anche i “Pro Pal in solidarietà ad Hannoun”. Attacchi molto forti che sembrano anticipare anche le norme che saranno approvate giovedì nel pacchetto Sicurezza da parte del Consiglio dei ministri. E indicare come e con chi si dovrà manifestare. Parole confermate anche dalla vicecapogruppo di FdI Augusta Montaruli, torinese, che prende la parola in aula dopo Piantedosi: “Coi violenti non si scende a patti – spiega – Se sai che quella manifestazione ha come scopo la violenza allora a quella manifestazione non ci vai: vai a esprimerle in altre piazze con altri organizzatori non chi fa passare avanti chi è armato di martelli per colpire le forze dell’ordine”.

Un primo indizio arriverà già questa mattina al Senato quando Piantedosi farà le comunicazioni a cui seguiranno risoluzioni e un voto. Una richiesta che è arrivata dalla premier Giorgia Meloni e ribadita ieri dal presidente del Senato Ignazio La Russa che fino all’ultimo ha provato a mediare con le opposizioni per arrivare a un sostegno condiviso e all’unanimità in conferenza di capigruppo. Niente da fare, alla fine ognuno voterà la propria risoluzione. Le opposizioni accusano il governo di “strumentalizzare” le violenze e lavorano a una risoluzione unitaria. Elly Schlein accusa il governo anche di non aver voluto il voto dopo l’informativa di Musumeci di questa mattina sul maltempo […]

Nella mozione di maggioranza, anticipata ieri sul sito del Fatto, si individuano tre impegni: oltre alla solidarietà alle forze dell’ordine, si chiede di tutelare gli agenti nelle “azioni svolte nell’esercizio delle loro funzioni” (lo scudo penale), consentire di “effettuare con maggiore efficacia l’attività di prevenzione della commissione di reati in occasione di pubbliche manifestazioni” e infine proseguire “l’azione di sgombero degli immobili pubblici e privati illegalmente occupati secondo i criteri oggettivi di priorità delle Prefetture”.

Proprio sul pacchetto Sicurezza ieri è iniziata una sorta di trattativa con il Quirinale. Il decreto e il disegno di legge sono stati mandati ieri mattina agli uffici giuridici del Colle e, per dare il tempo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di leggere le norme, si è deciso di rinviare di 24 ore il Consiglio dei ministri previsto inizialmente per oggi e che si terrà domani pomeriggio. Per tutta la giornata, ieri, sono andati avanti i contatti tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e i collaboratori di Mattarella. Poi in serata a Palazzo Chigi si è tenuta una riunione degli uffici tecnici e legislativi dei ministeri. Nel decreto entrerà sicuramente la stretta sui cosiddetti “maranza” con la limitazione dell’uso dei coltelli per i minorenni. Forse anche lo scudo penale per gli agenti che, come richiesto dal Quirinale, riguarderà tutti i cittadini e non solo i poliziotti per non confliggere con l’articolo 3 della Carta. In queste ore l’articolo è in fase di riscrittura per tipizzare la norma e inserirla nel provvedimento. Questo porterebbe a uno scambio che preveda che la norma sul fermo di 12 ore – quella che convince meno il Quirinale – possa finire nel disegno di legge (quindi con tempi più lunghi) e non nel decreto. Anche su questa il governo tenterà fino all’ultimo di forzare la mano: l’obiettivo è scrivere una misura circoscritta come avviene oggi per gli ultras negli stadi. L’ipotesi è quella di fermare preventivamente solo coloro che hanno precedenti o sono sospettati di compiere atti a offendere le persone. Non ci sarà invece la cauzione per i manifestanti chiesta dalla Lega. Meloni invece vuole dare un segnale subito, anche per iniziare a coprirsi a destra dopo l’uscita di Vannacci dalla Lega.