Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Giuseppe Conte all’attacco di Giorgia Meloni


(dall’account Facebook di Giuseppe Conte) – Potete anche controllare quasi tutte le tv e i giornali ma risparmiateci la favoletta del Governo Meloni che tutela l’Italia con la schiena dritta.  La premier si guardi allo specchio.

Ad aprile 2025 per far contento Trump è andata negli Stati Uniti a prendere impegni per acquisti di armi e gas americani, per non tassare i giganti del web statunitensi.

Nell’estate 2025 è andata a firmare l’aumento esorbitante delle spese militari al 5% del Pil per far contento Trump e non si è schierata con i leader europei che hanno alzato la voce come Sanchez.

Sui dazi imposti alle nostre imprese ha parlato di accordo “positivo” e “sostenibile” e ha fatto dire al suo vicepremier, sfidando il senso del ridicolo, che le misure contro le nostre aziende in fondo erano una “opportunità”.

Rispetto agli attacchi al Venezuela ha parlato di azione difensiva legittima mentre lo stesso Trump spiegava che la ragione era il petrolio. Di fronte alle violazioni del diritto internazionale di Netanyahu e Trump in Iran ha detto “non condivido né condanno” ma a pagare sono stati gli italiani con il boom di prezzi, energia e carburante.

Di fronte a un genocidio con oltre 20mila bambini uccisi da Netanyahu ha mandato Tajani a “osservare” il Board of peace di Trump con il cappellino rosso Maga in mano mentre lo proponeva per il Nobel per la Pace.

Potrei continuare. Le favole di un Governo che tutela l’interesse nazionale la possono raccontare i giornali del deputato di maggioranza Angelucci e tutto il sistema informativo che controllano da Palazzo Chigi. Lo stesso che ha buttato fango su di noi, che abbiamo portato 209 miliardi quando ci volevano imporre il Mes.

Lo stesso che rideva per “Giuseppi” mentre scontentavamo Trump su spese militari e Via della Seta per tutelare i nostri interessi nazionali, pur senza mettere in discussione le nostre alleanze storiche.  Lo scontro di oggi non è contro un leader che alza la testa, ma è un richiamo all’ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare, assumendo impegni insostenibili per il popolo italiano.  Chi ha ridotto l’Italia così non la rimetterà in piedi di certo. Tocca a noi.


Perché quella tra Meloni e Trump è la perfetta sintesi di una relazione tossica (e perché Meloni ne trarrà giovamento)


La relazione tra Giorgia Meloni e Donald Trump va oltre il legame politico. C’è un manipolatore seriale e una vittima che sta dimostrando di sapere come sfruttare al meglio questo ruolo. Quanto accaduto al G7 e la conseguente relazione social ne è la prova. Ma quali sono le dinamiche che hanno attraversato il rapporto tra i due leader? Dal love bombing a una svalutazione crescente che serve per testare il livello di fedeltà dell’altro

(di Marika Costarelli – mpwmag.com) – Questo è uno dei momenti in cui l’aver vissuto una relazione tossica torna utile. Perché ti fa vedere chiaramente determinate dinamiche e soprattutto ti fa scoprire che sì, anche una donna di potere come Giorgia Meloni può cadere in preda a un narcisista. Quindi, care donne manipolate, sappiate che non siete sole. E non siete nemmeno deboli o stupide. Perché a Meloni tutto le puoi dire, tranne che sia debole o stupida. Eppure è capitato pure a lei.
E non parliamo dell’ex Andrea Giambruno, l’emblema del galletto che agisce indisturbato perché crede che non sia possibile sgamarlo. Perché lui è troppo furbo. Tant’è che fa il pavone negli studi Mediaset, senza temere il giudizio degli operatori e delle persone presenti. Perché chi ha un grosso ego si crede invincibile. Invece, alla fine, il blu Estoril si è rivelato solo un blu Cina e a Giorgia è toccato (giustamente) sfanc*larlo. E via, Giambruno nell’oblio.
Ma il karma relazionale di Giorgia Meloni è tremendo. E il malessere con cui ha che fare da un po’ di tempo a questa parte è biondo e ha quell’accento americano di chi la sa sempre più lunga di tutti.
Dopo il discutissimo incontro al G7, cara Giorgia, possiamo dirtelo: sei sempre tu la regina.
Innanzitutto perché Meloni ha smesso di fumare, mica poco. E poi perché, nonostante lo smacco di Donald Trump, la premier in pubblico si difende ancora bene.
Niente tute grigie, solo tailleur e onore nel video pubblicato sui suoi social: “Io e l’Italia non imploriamo mai”. Eppure, in quegli occhi celesti, un sottotesto si legge. È una delusione personale quella di Giorgia e pure mal celata. È che il malessere di cui è caduta vittima adesso non è più un Giambruno qualsiasi che puoi far licenziare con uno schiocco di dita. Questa volta si tratta del presidente degli Stati Uniti d’America. E in ballo non ci sono più una casa e una figlia da spartire, ma la diplomazia mondiale. E sarà che quando vedo una donna svalutata pubblicamente mi parte l’empatia ma, in queste circostanze, risulta quasi ovvio stare dalla parte di Giorgia. Pure se non si condivide un solo punto della sua politica. Perché Giorgia Meloni, piaccia o no, oggi rappresenta l’Italia, un Paese umiliato, ancora una volta dall’America. Eppure, verrebbe da dire: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Giorgia Meloni si è illusa di aver a che fare con un simpaticone e, invece, pure lei si è ritrovata manipolata. Con Trump che attua il gaslighting e si inventa che la foto al G7 con Meloni l’ha concessa solo perché lei lo avrebbe implorato di scattare quel selfie.
Ma andiamo per gradi: perchè Giorgia Meloni e Donald Trump sono la sintesi perfetta di una relazione tossica?

“Non era vero amore. Trump è un c*glione”. Così Libero titola la notizia. Ma Trump non è un c*glione (o meglio, anche), ma un manipolatore di prestigio. Non staremo qui ad azzardare diagnosi, però, se analizziamo la dinamica tra il presidente americano e la nostra premier, possiamo sicuramente constatare dei passaggi interessanti.
La loro relazione inizia benissimo, anche troppo. Trump le riserva diversi complimenti. È una luna di miele: “È una bella donna. È un leader incredibile è molto rispettata. È fantastica”. Praticamente un love bombing. E Giorgia, dall’ego tutt’altro che minuscolo, cosa fa? Come tutte coloro che ricevono il classico “bombardamento d’amore”, abbassa le difese e a quell’elogio romantico ci crede davvero. Giorgia si sente vista, validata. E si sente vista non da uno qualunque, ma dal presidente degli USA. L’idealizzazione diventa una conseguenza logica. Tanto da iniziare a proporre il nome di Donald Trump come vincitore del Premio Nobel per la pace. Sembra folle, lo sappiamo. D’altronde pure io nella fase iniziale credevo che il mio ex fosse la persona migliore del mondo. Vuoi mica metterti a giudicare Giorgia adesso? E poi questa è la fase in cui la relazione serve a entrambi: legittimazione internazionale per lei, alleato europeo “affine” per lui.
Poi Meloni prova a consolidare il ruolo di “ponte” tra Europa e Stati Uniti, investendo molto sul rapporto personale. L’incontro informale e alcune interlocuzioni su dossier delicati rafforzano l’idea che il rapporto personale possa contare più dei meccanismi istituzionali. In questa fase, la relazione sembra funzionare soprattutto quando c’è un obiettivo condiviso, ma resta asimmetrica: il peso decisionale rimane fortemente sbilanciato.
Giorgia non è una semplice lavoratrice che deve arrivare a fine mese, è il Presidente del Consiglio italiano, per cui si ritrova, per forza di cose, a dover mostrare lieve dissenso per alcune decisioni politiche prese da Donald. Entrano in gioco altri attori: Unione Europea, NATO, Vaticano e l’opinione pubblica italiana. Giorgia si trova a dover bilanciare più livelli di lealtà incompatibili tra loro. Ogni scelta diventa un test e avvicinarsi a Washington rischia di isolare in Europa, prendere le distanze genera tensione con gli Stati Uniti. È lì che il rapporto tra i due inizia scricchiolare, svelando le prime crepe.
Si entra in una fase più esplicita di conflitto. Ci sono critiche pubbliche e messaggi contraddittori, ma soprattutto tensioni diplomatiche visibili. Qui le parole diventano strumenti di pressione politica e di ridefinizione del rapporto di forza. La relazione non è più “privata” né strategica, ma diventa pubblicamente conflittuale: arriva la fase della svalutazioneTrump si dice deluso da Meloni.
Subentra, quindi, una fase di rottura funzionale, ma non definitiva e anticipa la fase finale, in cui Giorgia Meloni cerca di ricostruire la narrativa enfatizzando continuità e stabilità dei rapporti istituzionali, mentre Donald enfatizza la delusione personale e la distanza politica: Giorgia dice: “Riproviamoci”. Donald la guarda con superbia e un velo di disprezzo e inizia a concederle qualche briciola, o meglio, un selfie. E lì si colloca il recente episodio: Giorgia al G7 si avvicina a Donald e gli chiede di fare una foto. Nella foto Donald appare visibilmente contrariato e il giorno dopo, infatti, dichiara di essere stato implorato dalla premier per farla e di non averle detto no perché le faceva pena.
La svalutazione diviene potente e infligge alla vittima un colpo non da poco. Ma la vittima è sempre la premier d’Italia e ha un certa immagine da preservare, quella della donna forte, tosta, indipendente. Di colei che non si piega. Di colei che non implora. Anche se il suo sguardo tradisce un certo dispiacere e una rintracciabile preoccupazione
Ancora Trump: “Lei era una mia grande fan, ma non la voglio come fan”. La svalutazione è ormai spietata. Il manipolatore fa così: prima ti ubriaca di elogi e poi, a primo segnale di mancata assoluta fedeltà, inizia con le svalutazioni: prima lievi, poi sempre più taglienti. Lo fa per testare fino a che punto può spingersi la vittima, fino a che punto possa perdonarlo e rimanergli fedele. E se la vittima conferma lealtà, la svalutazione seguente sarà ancora più potente, perché carica di quel senso di disprezzo che prova per chi è disposto a mettere da parte la dignità per lui.
Giorgia Meloni è una vittima, ma è una vittima scaltra. Perché c’è un vantaggio nell’essere vittima. E cioè il fatto che permetta che si attivi una wave di empatia virale. Pertanto, il post della premier, nelle ultime 24 ore ha ricevuto un’enorme quantità di like. E non si tratta solo di quanti, ma anche di quali. Moltissimi detrattori di Meloni hanno mostrato solidarietà con un semplice mi piace o con un commento. E quando una figura come Giorgia Meloni riesce a fare di necessità virtù e cioè a portare i detrattori dalla sua parte in un momento così delicato, ha vinto.
E allora ci basterà questa storia per dimenticarci del malcontento scaturito dai suoi anni di Governo. Perché la vittimizzazione funziona così: se sai come sfruttarla, il potere si ribalta.
E se alla fine, da questo falò di confronto mondiale Giorgia uscisse finalmente single, libera e politicamente più forte di prima?


Legge elettorale, un elettore su due vuole le preferenze. Piace l’indicazione del candidato premier


Sullo Stabilicum 36% di favorevoli e 40 di contrari. E il 47% vorrebbe una riforma condivisa

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(di Nando Pagnoncelli – corriere.it) – Dal 1993, anno a partire dal quale inizia il bipolarismo in Italia, abbiamo avuto 4 leggi elettorali (di cui una, l’Italicum, dichiarata parzialmente incostituzionale, mai stata utilizzata). I cambiamenti della legge elettorale sono avvenuti, per stare agli ultimi due casi, a ridosso delle Politiche (il Porcellum approvato nel 2005 per le elezioni del 2006; il Rosatellum approvato nel 2017 per le elezioni del 2018). Le critiche a queste scelte hanno almeno due aspetti rilevanti: si decidono le leggi a ridosso delle elezioni e si punta a sistemi in qualche modo «su misura», miranti a far vincere la coalizione che governa. 

Oggi è in discussione (forse in dirittura di arrivo) una nuova legge elettorale che sembra avere le stesse caratteristiche: proposta a un anno circa dalle Politiche, mirata a contenere i possibili buoni risultati della coalizione progressista, nel caso si presenti unita. La legge proposta, lo Stabilicum, prevede un proporzionale con premio di maggioranza al 42% (con un tetto massimo di deputati e senatori alla coalizione vincente), l’abolizione dei collegi uninominali, l’assenza di preferenze, l’obbligo di indicare il candidato premier per le coalizioni.

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Cosa pensano gli elettori di tutto ciò? Intanto la valutazione della legge in vigore, il Rosatellum, divide gli italiani: 36% ne dà un giudizio positivo, 39% negativoIl maggior gradimento si riscontra tra gli elettori delle forze di governo, proprio quello schieramento che si sta battendo per cambiarla. D’altra parte, il Rosatellum ha prodotto per il centrodestra una solida maggioranza che potrebbe portare il governo Meloni a essere il più longevo della Repubblica. Come era prevedibile, il tema non affascina particolarmente gli elettori: la maggioranza (53%) non sa se sia stata presentata la proposta di un nuovo sistema elettorale, l’8% è convinto che non vi sia nessuna proposta, il 10% pensa che provenga dai partiti di opposizione, solo poco più di un quarto (29%) sa che i promotori sono i partiti di centrodestra. Anche tra gli elettori di questi ultimi quasi la metà non sa della proposta di legge, dato che scende un po’ tra gli elettori degli altri partiti, ma senza mai che la risposta corretta arrivi almeno al 50%.
Dei contenuti dello Stabilicum se ne sa poco o nulla: il 43% non ha nessuna idea in proposito, il 32% ne ha solo sentito parlare, il 19% ricorda di aver letto o sentito qualche articolo o commento, solo il 6% se ne è interessato un po’ più approfonditamente. La disinformazione, un po’ mitigata rispetto alla media, è prevalente in tutte le aree elettorali con qualche attenzione in più tra gli elettori delle forze minori.

I principali contenuti della legge vedono opinioni diversificate. Forte il disaccordo per l’assenza di preferenze: il 53% valuta negativamente questa scelta, solo il 21% concorda. Anche fra gli elettori di centrodestra prevale di misura il disaccordo (42% contrari, 38% favorevoli). Vince la contrarietà anche rispetto al premio di maggioranza: negativo per il 43%, positivo per il 33%. In questo caso con una netta polarizzazione: fortemente favorevoli (59%) gli elettori delle forze di governo, al contrario decisamente critici (58%) gli elettori dell’alleanza progressista; mentre gli elettori delle altre liste si dividono a metà (48% a 47%). Sull’abolizione dei collegi uninominali il 35% è d’accordo, il 37% è critico. 

Tra gli elettori di centrodestra l’accordo è piuttosto netto (54%, anche se un quarto è critico al proposito) mentre prevale, ma non in misura eclatante, il disaccordo tra gli elettori progressisti (46% contrari, 37% a favore) e si equilibrano i pareri tra gli elettori delle altre liste. Infine, l’ipotesi di indicare il premier della coalizione riscontra un gradimento apprezzabile, se pur non maggioritario: il 43% condivide la proposta, il 33% è contrario. Netta l’approvazione fra gli elettori delle forze di governo (63%) ma anche tra gli elettori delle altre liste (62%), dove pure emerge una certa contrarietà (35%), mentre sono divisi gli elettori progressisti (48% favorevoli, 40% contrari). 

Tra gli elettori incerti o astensionisti prevale sempre, sia pur con gradi diversi, la contrarietà a tutte le proposte testate. Il gradimento complessivo dello Stabilicum vede una lieve prevalenza dei critici (40%) sui favorevoli (36%) con le polarizzazioni già viste (centrodestra prevalentemente favorevole, area progressista prevalentemente critica, elettori di altre liste divisi a metà). Significative perplessità emergono anche verso una certa forzatura dell’iter di approvazione, che sembra profilarsi a colpi di maggioranza senza la partecipazione delle opposizioni. Non condivide questa scelta il 47% degli elettori, solo il 21% non vede problemi. Quanto al fatto che la modifica avvenga all’incirca a un anno dalle prossime elezioni, il 40% non lo ritiene giusto, mentre il 28% non vede problemi, essendo successo anche in passato.

Infine, sulla stabilità dei governi, emerge un certo atteggiamento di disincanto: il 42% ritiene che, pur auspicabile, non sia di per sé garanzia di buoni risultati, valutando prevalente la capacità realizzativa degli esecutivi; per il 33% è invece un valore in sé, pre garanzia di una buona attività di governo. Per tutti questi ultimi aspetti emerge la consueta polarizzazione fra gli elettori. In sostanza si registra un certo scetticismo sullo Stabilicum, sia nei contenuti sia nell’iter. Certo, gli elettori di centrodestra sono più positivi (ma con sacche critiche in molti casi significative), e gli elettori progressisti sono più critici (ma con sacche di apprezzamento in diversi casi non irrilevanti). Sembra quindi che le due narrazioni — dalle forze di governo il richiamo alla stabilità, dall’area progressista il vulnus democratico — non avranno un grande impatto su un elettorato piuttosto disilluso. D’altra parte, questa legge produrrà necessariamente obblighi di alleanze difficili (per il centrodestra con Vannacci, per l’area progressista con i centristi). Insomma, un percorso accidentato, che non è detto valga davvero la pena di percorrere.


La gattina, il molosso e il sogno americano


(Dott. Paolo Caruso) – La gattina e il molosso… Sembra di vivere una fiaba. Cosa si poteva aspettare da Trump, uomo primitivo cui interessa solo l’osso da spolpare per rimpinzarsi di denaro? Da “cane arrabbiato” questa volta ha prescelto la nostra Presidente del Consiglio, da sempre a Lui servile, per esternare acredine per il suo fallimento. Bersaglio delle sue invettive per non averlo seguito insieme alla Ue nella folle guerra contro l’Iran, che l’ ha visto ingloriosame perdere. Da capo supremo, vuole tutti ai suoi ordini. Il servizio da lui è trasformato in beneficio personale. Egli se la intende, gli rimprovera nella replica la Meloni, solo con quelli della sua stessa risma. Arroganti come lui. L’ Unione Europea gli è di intralcio, con la guerra dell’Ucraina. Egli con la Russia vuol fare business. Così a turno scarica le sue frustrazioni sui singoli componenti della UE. Stavolta è toccata all’Italia. La Meloni al G7 provava a ricucire con bacetti e self. “Richiesti” , come dice la Meloni, e “non implorati”, come al contrario, afferma il molosso. Aggiunge, da cafone, di “averle concesso quel self, implorato e ripreso dalle telecamere, perché le faceva pena!” (sic!). A camere spente, con volgarità e con totale assenza di fair-play quale è il suo stile, disse che ripudiava la Meloni anche “come fan”. I media ormai privi di qualsiasi obiettività e contenuti riportano a grandi titoli lo sgarbo subito dall’ Italia dal molosso a stelle e strisce. Ma l’ Italia non è la Meloni, una gattina che miagola e fa le fusa al padrone americano. Infatti la Premier è rimasta capo partito e quando starnazza si rivolge alla sua gente, al suo elettorato. Prima lo “scandalo delle ginocchiere” ad opera del deputato 5 Stelle che fotografava in pieno l’ atteggiamento servile della Meloni nei confronti del Tycoon, ma che deliberatamente veniva travisato da menti perverse che affollano le aule parlamentari e amplificato dalla Stampa amica, ora invece con le offese ricevute da Trump che non scalfiscono di sicuro la sua scarsa sensibilità e l’ aggressività verbale dimostrata. Il tutto per sviare l’attenzione dell’ opinione pubblica dai gravi problemi economici che attanagliano il Paese. Così sotto gli occhi del mondo, il molosso, spegne il sogno della nostra Caciottara di potere ricucire quel rapporto servile raffreddatosi negli ultimi mesi. Un rapporto tossico per la nostra economia, infatti dazi, costo elevato del gas americano, acquisto di armi statunitensi ecc. hanno messo in ginocchio il nostro Paese. Il guitto americano, incapace della più elementare educazione, così ha messo in luce che il Re è nudo, che la Sovranista di casa nostra, nonostante cuoricini e bacetti è alla sua merce’. L’ Europa, altra realtà da Lui ignorata e fatta a pezzi dal suo temperamento psicopatico, è in preda alla pochezza delle sue “donnine” istituzionali “, quindi……. non pervenuta.


FdI contro Pellegrini (M5S): pubblica selfie falso Meloni-Trump, magistratura agisca


Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami chiede le dimissioni del deputato pentastellato dal Copasir. Malan: disinformazione su una controversia internazionale che sta indebolendo l’Occidente a vantaggio di competitor come Russia e Cina

Un caso nel caso. L’alta tensione Italia-Usa si scarica anche nel dibattito politico interno. A far scoppiare la polemica a tra M5S e FdI è un post social del deputato pentastellato Marco Pellegrini, componente del Copasir. Post corredato da un selfie di Meloni e Trump su cui il partito della premier subito chiarisce per precisare che si tratta di un deep fake.

Il post della polemica

L’esponente del Movimento, sulla vicenda Meloni-Trump, scrive sui social: «Le realtà supera sempre la fantasia. Quando pensi che Giogggia abbia toccato il fondo, lei prende la pala, scava più a fondo e ti smentisce». Il post, in cui Pellegrini riporta tra l’altro le frasi del presidente americano sulla premier è corredato da un selfie di Meloni e Trump.

Bignami: dimissioni di Pellegrini da Copasir

«È evidente che Pellegrini non può sedere al Copasir, si dimetta almeno da quello» dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami, per il quale è «gravissimo utilizzare l’intelligenza artificiale per inventare selfie di Donald Trump e Giorgia Meloni al fine di alimentare una ignobile denigrazione e disinformazione».

FdI: deep fake è reato

«Con la consueta propensione al falso e alla menzogna, il Movimento 5 Stelle, per screditare il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, usa un “deep fake”, in cui il nostro capo del governo è raffigurato nell’atto di fare un selfie con il presidente Trump» spiega il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan che parla di «un vergognoso tentativo di ingannare la gente».

Malan prosegue: «Sembrava difficile superare in abiezione la frase delle ginocchiere, ma in pochi giorni ci sono riusciti. Sono sempre contro la verità, sempre contro l’Italia. Il codice penale, all’articolo 612-quater, introdotto dalla recente legge sull’intelligenza artificiale, punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque cagiona un danno ingiusto ad una persona, cedendo, pubblicando o altrimenti diffondendo, senza il suo consenso, immagini alterate con l’intelligenza artificiale idonee a indurre in inganno. Si procede d’ufficio in alcune circostanze, tra cui quella in cui – come sarebbe in questo caso – il fatto avviene nei confronti di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate. Di certo si tratta di disinformazione su una controversia internazionale che sta indebolendo l’Occidente a vantaggio di competitor come Russia e Cina, che si inserisce in quella guerra ibrida che è tra le peggiori minacce alla sicurezza nazionale. È incredibile e molto grave che l’autore sia componente di un organo delicatissimo come il Copasir. Mi auguro che la magistratura accerti se il codice penale è stato violato e non faccia finta di nulla».

L’uso di immagini con l’AI

Anche altri esponenti di Fratelli d’Italia intervengono a criticare il post M5S. Il deputato di FdI Ciro Maschio, componente Commissione giustizia, precisa: «Da ore circolano sui social immagini false, realizzate mediante strumenti di intelligenza artificiale, raffiguranti il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Si tratta di un fatto grave che contribuisce ad avvelenare il dibattito pubblico e ad abbassare ulteriormente il livello del confronto politico. Tali contenuti sono stati diffusi dal deputato grillino Marco Pellegrini, evidentemente alla frutta. Ci troviamo di fronte a un comportamento che merita il massimo approfondimento. L’utilizzo di immagini artificialmente manipolate per attribuire fatti, comportamenti o contesti non reali a personalità istituzionali è reato. Spetterà naturalmente agli organi competenti verificare ogni circostanza e accertare eventuali profili di rilevanza giuridica. Ciò che è certo è che la politica dovrebbe dare l’esempio nell’utilizzo responsabile delle nuove tecnologie, anziché alimentare campagne basate su contenuti falsi e potenzialmente ingannevoli. Gli italiani meritano un confronto fondato sui fatti e non sulla manipolazione della realtà. Per questo auspichiamo che venga fatta piena luce sulla vicenda e che siano chiarite rapidamente tutte le responsabilità».


Meloni, Trump e l’estinzione dell’Italia


(Tommaso Merlo) – Alla Meloni servirebbe qualche lezioncina di psicologia. I narcisisti come Trump pretendono l’adulazione ma in realtà disprezzano chi gli lecca i piedi. Un paradosso. Più facilmente una persona s’inchina, meno il narcisista la rispetta. Preferiscono uomini difficili da conquistare e forti. È risaputa infatti l’ammirazione di Trump per leader come Putin e Xi mentre sui vassalli europei vomita da sempre di tutto. I narcisisti alla Trump pretendono poi fedeltà dai leccapiedi, ma non si sentono minimamente in dovere di ricambiare. La fedeltà come la sudditanza, per loro sono debolezze di cui approfittare alla bisogna. Gli altri per loro sono mezzi da sfruttare o ostacoli da abbattere per i loro scopi egoistici. E non solo. Più li assecondi, più pretendono e nel malaugurato caso di un tradimento, apriti cielo. Trump si è sentito tradito dalla Meloni per la questione dello Stretto di Hormuz, pretendeva che gli alleati Nato si precipitassero anche a nuoto a sostenere i suoi deliri bellici ed invece si è beccato un mega dito medio sul faccione. Che l’Italia abbia una Costituzione e sia vincolata da trattati internazionali, Trump non lo sa e non gliene frega nulla. Pretendeva che vassalli e presunte discepole come la Meloni si tuffassero senza esitazioni e il rifiuto l’ha preso come lesa maestà. Anche solo un “no” per un narcisista equivale ad un tradimento che lo manda in bestia perché intacca l’idea grandiosa che ha di sé, il suo fragile e fasullo senso di superiorità. Al G7 si è vendicato e le polemiche confermano come l’Italia dorma. Per arrivare alla firma del Memorandum, gli Iraniani si sono avvalsi anche di un team di psicologi in modo da gestire al meglio l’ego tossico di Trump. Hanno capito che non è un attore razionale ma un narcisista patologico maligno che gestisce il suo paese come fosse uno dei suoi Golf Club extralusso, circondato da tifosi ed inservienti che schifa mentre lui si pavoneggia come una divinità tra le buche anche se fa cagare. Sta distruggendo gli Stati Uniti che manco le cavallette e a livello internazionale è un caotico cottolengo. Ottuagenari nelle sue condizioni di salute mentale andrebbero ricoverati altro che Casa Bianca. E come tale doveva trattarlo l’Italia. Altro che logiche cortigiane che orami funzionano solo in paesi ammuffiti come il nostro. Altro che inchinarsi ad un impero ormai alla frutta ripetendo ridicole sceneggiate da guerra fredda. Alla Meloni servirebbe anche qualche lezioncina di geopolitica. L’Italia è una portaerei americana in disuso, un bancomat della Nato e uno zerbino dei tecnocrati europei. Non contiano assolutamente nulla perché nelle classifiche continentali siamo agli ultimi posti in tutto, siamo il cattivo esempio occidentale con chicche come l’essere dietro a paesi africani e mediorientali per libertà di stampa. Non riusciamo a risolvere nessuno dei problemi strutturali che ci affliggono da una eternità e non abbiamo nulla di valido da proporre al mondo. Cresciamo dello zero virgola anche culturalmente e vivacchiamo incastrati in una crisi ormai permanente al punto da puzzare di declino con la chicca che di questo passo rischiamo l’estinzione demografica. E nessuno fa nulla. Nulla. Siamo immobili nella nostra mediocrità a leccare i piedi ai potenti che si susseguono oltralpe. Ostaggi di partiti talmente vuoti di contenuti che li devono raccattare dal secolo scorso e in balia di classi dirigenti irremovibili che si trascinano da una poltrona all’altra senza combinare niente da decenni dato che la meritocrazia si applica solo per i poveri cristi. Grandi promesse elettorali, i soliti ducetti della domenica, polemiche infinite e poi non cambia una mazza se non in peggio. Il litigio da scuole elementari per la foto tra Meloni e Trump è un sintono di dinamiche ben più drammatiche. La pandemia narcisistica che sta devastando il mondo ed ha in Trump il sintomo più emblematico ed un’Italia impantanata che in mondo in profonda e rapida trasformazione rischia l’estinzione.


Nuovo attacco di Trump: “Meloni vuole tornare amica per far risalire i suoi numeri. No grazie”


Donald Trump torna ad attaccare la premier italiana Giorgia Meloni. 

(corriere.it) – Con un post su Truth, piattaforma social di sua proprietà, il leader Usa ribadisce la sua posizione dopo le parole di venerdì a La7: «Il Primo ministro italiano Gigiorgia Meloni», scrive (con un refuso nel nome «Giorgia») «mi ha chiesto, più e più volte, di fare una foto con me durante il vertice del G7 in Francia. Sta andando male in Italia con il suo livello di popolarità, forse perché ha detto no agli Stati Uniti d’America, un Paese che ama e protegge veramente l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma lo ha fatto anche la NATO, se è per questo!). Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio o di volo dell’Italia, un grande disagio logistico, e questo nonostante il fatto che gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere l’Italia e altri “cosiddetti” alleati della NATO. Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far “salire i suoi numeri”. No grazie!!!».

Trump si riferisce allo stop all’utilizzo della base di Sigonella da parte del governo italiano: alla fine di marzo, due caccia militari armati Usa, decollati dalla Scozia, avevano comunicato l’intenzione di atterrare alla base di Sigonella, in Sicilia; ma gli accordi – in larga parte secretati – sull’uso delle basi militari americane, su territorio italiano, di mezzi aerei o navali degli Stati Uniti non prevedevano questa possibilità, e il permesso non venne accordato.

Nella giornata di venerdì, in una intervista a La7, Trump aveva detto che Meloni lo aveva «implorato» di fare una foto con lui al G7. Meloni aveva seccamente risposto, con un video, che la ricostruzione era completamente priva di basi fattuali.

Dall’account Truth di Donald Trump

La premier italiana Gigiorgia Meloni mi ha chiesto ripetutamente di fare una foto con lei durante il vertice del G7 in Francia. La sua popolarità in Italia è scarsa, forse perché ha rifiutato l’offerta degli Stati Uniti d’America, un Paese che ama e protegge veramente l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma lo ha fatto anche la NATO, del resto!). Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio italiane, un enorme inconveniente logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla protezione dell’Italia e di altri cosiddetti alleati della NATO. Ora, dopo la sconfitta militare dell’Iran da parte degli Stati Uniti, vuole tornare ad essere amica per “aumentare i suoi consensi”. No grazie!!! Presidente DJT


Da “di nuovo amore” a “Trump è un coglione”: la delusione della destra nelle prime pagine di Libero


In tre giorni il quotidiano passa dagli elogi all’insulto. Sallusti non perdona le parole del presidente Usa su Meloni al summit di Evian

Da “di nuovo amore” a “Trump è un coglione”: la delusione della destra nelle prime pagine di Libero

(ilfaattoquotidiano.it) – Tre giorni. Tanto è bastato per trasformare un amore ritrovato in un cuore spezzato. Così oggi sulla prima pagina di Libero, giornale schierato a destra e vicino alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, campeggia un titolo che sigla la rottura: “Trump è un coglione“. Perentorio, senza appello. Eppure il 17 giugno, mercoledì, lo stesso Libero titolava in modo ben diverso, dedicando l’apertura al disgelo con Washington dopo l’incontro al G7: “Giorgia-Donald, l’amore ritrovato“. Con un fiume di apprezzamenti per lo stile della premier: la “cravatta galeotta” su “tailleur color vaniglia” che “dopo un’ultima frecciatina” ha agevolato la riconciliazione tra i due innamorati. Politicamente parlando, si intende.

“Spiace dirlo – scrive nel suo editoriale Alessandro Sallusti – ma non trovo, e forse non c’è, un altro modo di dirlo: Donald Trump è un coglione. Punto”. A scatenare tale delusione è stata la descrizione dell’incontro al summit di Evian fatta dal presidente Usa al giornalista di La7, Daniele Compatangelo: “Probabilmente [Meloni] è contenta che io le abbia parlato, non ero obbligato a farlo. Mi ha implorato di fare una foto con lei, voleva una foto con me così tanto. Mi ha fatto pena”. Pochi secondi di dichiarazione, amore finito. “Solo un coglione poteva rovinare tutto con una balla così enorme da diventare ridicola” prosegue Sallusti. Secondo il direttore Meloni che chiede un selfie a Trump è “roba da ubriachi duri,” non è possibile “eppure se l’ubriaca fosse stata la nostra premier. E allora perché dire una assurdità del genere?” si chiede. “La risposta la si può trovare soltanto nella definizione della parola “coglione” entrata nel gergo popolare della lingua italiana: persona inetta, stupida, che agisce con scarsa intelligenza. L’articolo viene accompagnato da una vignetta firmata dal disegnatore del giornale Benny, che ritrae il presidente americano sotto il balcone di Meloni, stile Romeo e Giulietta, che riceve il benservito dalla premier.

È la vignetta fotocopia di quella pubblicata tre giorni fa, se non fosse per il fatto che in quel caso Trump appariva con lo sguardo adorante dedicato alla nostra presidente del Consiglio. Un contrapposizione ricercata e sottolineata dallo stesso quotidiano per rappresentare la delusione. Del resto mercoledì, dopo la fotografia dei due leader sul divanetto, il quotidiano diretto da Sallusti raccontava l’incontro pacificatore, senza risparmiare elogi al savoir-fair della premier. “Sarà stata la cravatta galeotta portata sul tailleur color vaniglia, sarà che le donne sanno sempre come prendere – a volte pure per i fondelli – gli uomini, sta di fatto che Giorgia Meloni e Donald Trump hanno fatto pace non prima di essersi tirati qualche ultima frecciatina come si conviene tra litigati”. Tra Meloni e Trump è “tornato il sereno, ammesso che ci sia mai stata una tempesta” scriveva sempre Sallusti. “Non perché sia necessario benedire e assecondare Trump in tutte le sue follie” ma “può una che guida l’Italia non parlare e non trattare il più amichevolmente possibile con il presidente dell’Europa e con quello degli Stati Uniti? Ridicolo solo pensarlo, come pensare di non dover stare al gioco ipocrita di quel fallito di Macron. Credete a me, la Meloni avrà pure i suoi difetti ma voler spiegarle come si sta al mondo è come voler insegnare ai gatti ad arrampicarsi” concludeva il direttore. Come sa bene chi ha avuto in casa un coniuge infedele, nella redazione di Libero non sarà facile riprendersi da questo tradimento. Sempre politicamente parlando.


Andrea Bocelli: il prezzemolone con il microfono sempre in tiro


(di Filippo Ceccarelli – il Venerdì – la Repubblica) – Quando le stelle vengono a contatto, la luminosità non si somma ma si moltiplica, ed è quanto accaduto sotto il baldacchino della parata militare del 2 giugno allorché Andrea Bocelli ha salutato le autorità e con Giorgia Meloni c’è scappato un abbraccio, un bacetto e un bisbiglio di parole che non è dato di conoscere.

Con lieve ingenuità o innocua malizia, dopo aver cantato Fratelli d’Italia per l’80° della Repubblica, si potrebbe ritenere che il grande tenore sia ormai definitivamente entrato nel protocollo istituzionale e nel palinsesto dei grandi eventi. Bocelli si è infatti esibito alla Camera intonando il Nessun dorma per il 75° della Costituzione, ha poi cantato al G7 di Borgo Egnazia e a quello di Pompei, alle Olimpiadi invernali di Cortina, al galà della Biennale,

all’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo di Napoli, al sorteggio per i Mondiali, all’anniversario del terremoto a Gemona, a un’iniziativa sociale per il disagio giovanile al Circo Massimo, quest’ultima per via dell’accordo tra la fondazione Bocelli e il ministero dell’Istruzione in ambito educativo, oltre al festival di Sanremo, dove si è presentato in groppa al suo cavallo bianco di nome “Caudillo”.

Ma perché? E qui le risposte venute in mente al tenutario di questa rubrichetta impicciona sono diverse, per quanto non riescano a spiegare tale regime di monopolio. E dunque Bocelli è ovunque perché è bravo e perché, come gli ha detto Trump, «hai una voce angelica, tanto dolce quanto quella di Pavarotti era potente». […]

Quindi perché è sempre ottimista e rappresenta lui stesso un messaggio di speranza. Infine perché guadagnerà pure un sacco di soldi, ma parecchi milioni li devolve in donazioni e progetti filantropici – e in questo senso il beneficio si è tradotto nella strana circostanza che l’ospedale di Massa ha fatto omaggio al Maestro di un modello in 3d del suo cuore, realizzato dai bio-ingegneri sulla base di una vera Tac.

Non c’è italiano al mondo la cui fama varchi così frequentemente i confini nazionali, per cui Bocelli ha cantato all’Onu, al giubileo di Queen Elizabeth, all’incoronazione di Carlo, a Villa La Certosa per Putin, a Capitol Hill per l’insediamento di Biden e nello Studio Ovale a favore di Trump, al Borgo Beato sia per papa Francesco e a piazza San Pietro prima dello spettacolo dei droni allestito dal fratello di Elon Musk.

Possibile che non abbia rivali o sostituti né in patria né fuori? Possibile, evidentemente. Quando l’incantesimo pop del bel canto all’italiana si sposa con il potere, quest’ultimo perde il suo lato oscuro e risplende quel poco che dura una romanza – poi ricomincia il tran-tran.


Vannacci: va introdotto il reato di immigraticidio


VANNACCI, SE ACCETTIAMO REATO DI FEMMINICIDIO ALLORA INTRODUCIAMO ‘IMMIGRATICIDIO’

‘No alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia’

(ANSA) – ROMA, 20 GIU – “La mia posizione sul femminicidio l’ho chiarita nel 2023. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Ma io contesto la fattispecie specifica”. Lo ha detto il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci ospite di Sky Tg24. “Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, – ha aggiunto – allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle”. “Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia”, ha concluso.

VANNACCI, DA PREMIER PROPORREI UNA RILETTURA DI CIÒ CHE DEFINIAMO FEMMINICIDIO

‘No alla fattispecie di reato, ma pene massime per chi fa violenza sulle donne’

(ANSA) – ROMA, 20 GIU – “Siamo affinché chi commette reati contro le donne sia punito con il massimo delle pene, ma siamo contrari all’invenzione di nuovi reati come l’islamofobia, come l’omofobia”. Così il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci ospite di Sky Tg24. A chi chiede se nelle vesti di premier abolirebbe il reato di femminicidio, risponde: “certamente ci sarebbe dal mio punto di vista una nuova lettura di quello che oggi è stato definito femminicidio”. Vannacci poi precisa: “contesto la fattispecie” del reato di femminicidio.

“In tutti quei paesi in cui è stato introdotto il reato di femminicidio – prosegue – si notano delle percentuali di reati nei confronti delle donne molto più alte rispetto a quei paesi che non hanno il reato di femminicidio”. “La narrativa che il femminicidio derivi da una concezione patriarcale della vita – aggiunge – è assolutamente smentita dal fatto che ci sono molte più violenze nei confronti delle donne nei Paesi nordici dell’Europa’”.

roberto vannacci assemblea costituente di futuro nazionale foto lapresse 12

VANNACCI, POPOLAZIONE STRANIERA SNATURA QUELLA AUTOCTONA, OBIETTIVO È IL 4%

(ANSA) – ROMA, 20 GIU – “Portare la popolazione straniera al 4% è un risultato ambizioso che non può essere raggiunto in pochi giorni o in pochi mesi, ma quella è la meta. È chiaro che dovremmo lavorarci per decenni per raggiungere quella percentuale, ma quella è la direzione che dobbiamo prendere”. Lo ha detto il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci ospite di Sky Tg24.

“Dobbiamo evitare – ha aggiunto – che il 9% di popolazione straniera, che fa il 50% di furti e rapine e rappresenta oltre il 32% della popolazione carceraria, continui a snaturare quella che è la popolazione autoctona e continui a rappresentare un peso”.

VANNACCI, ‘IL CENTRODESTRA ERIGE MURI SULL’ALLEANZA, NON IO’

‘Hanno paura o vogliono mettere le mani avanti, intesa solo se rispettano mie linea rossa’

(ANSA) – ROMA, 20 GIU – “Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi – che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici – i vari Occhiuto. Questi sono quelli che hanno eretto muri, io non mi sono mai espresso in tale contesto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti”. Lo ha detto il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci ospite di Sky Tg24. “Sono loro – ha aggiunto – che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito e che sono chiarissime”.


Meloni e Trump: non è la foto, è la postura che cancella la dignità


(Eleonora Gitto) – C’è un errore di fondo nel dibattito politico di queste ore sulla vicenda Meloni-Trump. La tifoseria della Premier è già partita all’attacco, gridando al complotto e all’invidia, mentre molti commentatori sostengono che Trump (fino a ieri stimabile amico), con le sue parole, abbia offeso l’intera Italia.

Oggi Trump delira, è l’orco cattivo che offende tutti. Ieri era un grande statista meritevole del Premio Nobel per la Pace. Oggi tutti contro Trump per fare quadrato intorno alla Meloni “offesa come tanti altri”(giusto per sminuire la gravità del fatto: se lo fa con tutti, è Trump l’unico da condannare) dal prepotente svampito presidente americano che si è legato al dito la questione “basi negate” e che vuole dare dimostrazioni di machismo a una donna. Ma le cose non stanno così.

​In diplomazia la forma è sostanza. Il punto centrale non è stabilire se la famosa foto sia stata elemosinata o meno, ma analizzare la postura con la quale Giorgia Meloni si è presentata davanti al leader americano. Se la “bellap” (come il tycoon l’aveva definita in passato) non avesse avuto un atteggiamento da collegiale che sbava davanti allo studente più carino del liceo, non si sarebbe attirata la derisione e la “pena”di Trump.

Basta guardare foto e filmati. Il corpo della Meloni era sempre proteso verso Trump. Lo inseguiva, gli sorrideva facendo lo sguardo sdolcinato da pesce lesso. Mentre il tycoon distoglieva lo sguardo e quasi la evitava. E guardando la sua postura perché non dovremmo credere che lei quel selfie lo ha “elemosinato” davvero? Ma, come già scritto, il problema non è la foto. Chiesta o no, è irrilevante.

​Se avesse avuto un briciolo di dignità istituzionale e si fosse presentata a schiena dritta, da pari a pari e non da suddita, non avrebbe mai prestato il fianco a certe uscite. Trump si è dimostrato l’idiota patentato che tutti conosciamo, ma ha offeso lei, non l’Italia.

​Ecco perché, in quanto cittadini italiani, non dobbiamo pretendere le scuse da Trump, ma dobbiamo pretenderle da Giorgia Meloni. Un capo di governo ha il dovere di rappresentare la nazione con autorevolezza e fermezza, non di rendersi vulnerabile per poi nascondersi dietro il vittimismo della propria propaganda.


Le volontà di potenza dell’Europa armata


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – È tempo di fare chiarezza su USA e Ue. Ha ragione Goffredo Bettini quando, su X, constata la fine dell’asse euro-atlantico e invoca l’autonomia europea. E tuttavia questa Europa persegue in larga parte il fine di surrogare il vecchio asse dem-bideniano e neocon euro-occidentale, proseguendo al contempo l’espansione euro-NATO e radicalizzandola in senso bellico e industriale.

Il paradosso è questo. Con Biden questa Ue parlava ancora soltanto di sostegno all’Ucraina e c’era spazio per un suo ruolo mediatore, benché interrotto e frustrato dalla Gran Bretagna e dai richiami all’ordine di Stoltenberg. Come nel caso della trattativa in Turchia nel 2022, stroncata da Biden e Boris Johnson.

Oggi la situazione è più grave. Nelle parole di Kaja Kallas, rappresentante Ue per la politica estera, il ruolo di mediazione viene escluso in linea di principio. «Non possiamo fare da mediatori – dice l’ultras Kallas – siamo in guerra con la Russia e parte in causa». Affermazione gravissima e gravida di conseguenze pratiche e strategiche. Essa è rivolta infatti contro Costa, presidente del Consiglio europeo, candidato a un ruolo di mediatore con la Russia.

Dunque c’è qui una spaccatura dentro la Ue, tra chi questa guerra vuole tentare di chiuderla in qualche modo e chi invece vuole vincerla per trattare da pari a pari con Mosca, da nemico a nemico, e persino con un ruolo superiore agli USA di Trump. Italia, Spagna e Polonia spingono per Costa; i volenterosi – Germania, Francia e Gran Bretagna, asse trainante sul piano militare – oscillano fin qui tra il ruolo di piede armato a Kiev nel dopopace e quello di forza di peacekeeping. I baltici, invece, rivendicano apertamente un ruolo di guerra attiva e di contrasto amico-nemico, escludendo tentativi di mediazione e iniziative diplomatiche.

Sullo sfondo, però, ci sono due condizioni vincolanti. L’Europa tutta si è impegnata nella NATO con gli USA per un riarmo al 5 per cento del Pil entro nove anni. E si è legata mani e piedi all’America sul piano energetico e militare: importazioni di energia e 40 per cento delle commesse militari. Oggi quest’ultima quota è al 58 per cento. America che, a sua volta, impone sanzioni alla Ue contro la Russia, esimendosi però dal praticarle a se stessa.

In altri termini, Trump vuole una Ue colonizzata su dazi, sanzioni, armamenti ed energia. E al contempo la vuole destinata a fare da antemurale armato contro la Russia, per tenerla a bada nel momento stesso in cui, alle prese con la Cina, invoca tregua e spartizione in Ucraina.

Il tutto, va aggiunto, si inserisce in un quadro ancora più complesso. Eccolo: la salvaguardia competitiva dei massicci investimenti statunitensi ed europei nelle privatizzazioni del demanio ucraino. Circa 30 milioni di ettari di terra fin qui, a beneficio delle grandi multinazionali alimentari dei due continenti.

Giusto, quindi, che la Ue si liberi dalla tutela imperiale USA, che è stata poi l’innesco della guerra, evolutasi da civile a geopolitica. Giusto. Ma non certo per continuarne in prima persona e a pieno titolo la missione, in funzione sostitutiva degli Stati Uniti. E con un riarmo faraonico voluto dalla tedesca von der Leyen e dal finlandese Kubilius. Riarmo che avrebbe per obiettivi il rilancio dell’economia in chiave keynesiana e il consolidamento del peso imperiale di una Europa-civiltà a tutela dei propri asset proprietari nel granaio ucraino e in funzione antirussa.

In conclusione, la denuncia del trumpismo coloniale e mercantile armato è necessaria. Ma altrettanto necessaria è la critica della Ue come superpotenza post-americana – e in realtà connivente – che non solo non intende fare da mediatrice con la Russia, ma al contrario punta a una lunga guerra di posizione, integrando l’Ucraina nel proprio complesso militare-industriale come sua espressione politica.

È chiaro che, a queste condizioni, la guerra non si concluderà mai e, anzi, nelle intenzioni di una parte almeno dell’Unione Europea, deve continuare. Deve protrarsi come condizione di base per il rilancio della domanda aggregata e dello sviluppo produttivo, finalizzati a un disegno di superpotenza, ancorché velleitario e in definitiva catastrofico.

Sono perciò queste le vere contraddizioni in seno all’asse euro-atlantico e al suo blocco di interessi, conflittuale, armato e non armato. Ed è proprio dentro queste contraddizioni che una sinistra larga, alleata con il centro progressista, deve affondare la sua lama. Denunciando il Rearm Readiness e la NATO con un target di 6.800 miliardi entro il 2035, che la destra ha votato e dal quale oggi tenta di smarcarsi. Mentre proprio su questo il cosiddetto “campo largo” stenta ancora a fare chiarezza e opposizione incisiva, se non con il fragile e ancora generico argomento di una difesa «comune» e non nazionale. Laddove invece sia il Rearm sia l’Europa di guerra sopra descritta sono ormai ferinamente in campo, senza veli né inibizioni.


Ma è Trump o Fabrizio Corona?


Il presidente Usa ormai sputtana tutti, pure la Meloni. Donald Trump è il Fabrizio Corona della geopolitica. Entrambi hanno compreso che la narrazione genera più attenzione dei fatti. Ogni frase diventa un indizio. L’ultimo episodio riguarda Giorgia Meloni e il G7. Benvenuto, Occidente, nell’età dei retroscena

(di Ottavio Cappellani – mowmag.com) – Donald Trump è il Fabrizio Corona della geopolitica. Anzi, Fabrizio Corona aveva detto che attraverso il comune amico, Paolo Zampolli, sarebbe andato a trovare Donald Trump. Secondo me lo ha fatto e gli ha dato dei consigli.

La somiglianza emerge da una caratteristica precisa: entrambi hanno compreso che il retroscena genera più attenzione dei fatti. Il Novecento apparteneva alle ideologie. Il XXI secolo appartiene al backstage. Una volta la politica si occupava di PIL, dazi, alleanze militari, deterrenza nucleare, corridoi energetici. Oggi il pubblico cerca messaggi privati, fotografie, litigi, gelosie, sgarbi, rancori e scene dietro le quinte. Trump fornisce esattamente questo materiale. Gli Stati Uniti, sotto Trump, diventano una gigantesca piattaforma narrativa. Ogni vertice internazionale si trasforma in un episodio. Ogni incontro produce una trama. Ogni fotografia genera interpretazioni. Ogni frase diventa un indizio. L’ultimo episodio riguarda Giorgia Meloni. Trump racconta una scena. Meloni racconta una scena diversa. Trump dice che Giorgia Meloni ha “implorato” per una foto con lui e che gliel’avrebbe concessa “per pena”. Giorgia Meloni risponde, parafrasando: s’è rincoglionito.

Ma la verità interessa una minoranza. La narrazione interessa tutti. Corona ha costruito la propria carriera su questo principio. Trump ha fatto lo stesso. L’evento costituisce la materia prima. Il retroscena costituisce il prodotto finale. La politica diventa il set. I leader diventano personaggi. Le cancellerie diventano redazioni. I summit diventano stagioni di una serie televisiva. Il pubblico assume il ruolo di investigatore. Milioni di persone osservano fotografie. Analizzano sorrisi. Interpretano strette di mano. Misurano distanze tra corpi. Studiano sguardi. Cercano significati nascosti. La geopolitica assume la forma del gossip. La cronaca rosa conquista il linguaggio delle relazioni internazionali. 

Trump comprende una verità fondamentale del presente: l’attenzione rappresenta il bene più prezioso del pianeta. Petrolio, oro, terre rare e intelligenza artificiale occupano le pagine economiche. L’attenzione governa il mondo. Corona ha commerciato attenzione. Trump commercia attenzione. Come dice Tom Hardy a sua moglie in Mobland“Non ha importanza quello che dici. Quello che importa è la percezione”.

Trump e Corona operano nello stesso mercato. Cambiano le dimensioni del palco. Resta identica la dinamica. Una fotografia vale più di un documento di cento pagine. Una frase ambigua vale più di un trattato. Una voce di corridoio vale più di una conferenza tecnica. Il retroscena possiede una qualità irresistibile. Trasforma ogni spettatore in protagonista. Chiunque può formulare una teoria. Chiunque può interpretare un gesto. Chiunque può partecipare alla discussione. La politica spettacolo raggiunge così la sua forma perfetta. I governi amministrano. I parlamenti votano. Le burocrazie producono documenti. I retroscena conquistano le prime pagine. La storia contemporanea assomiglia sempre più a una rubrica di gossip dotata di arsenali nucleari. Trump interpreta questo mondo meglio di chiunque altro. Corona aveva intuito il meccanismo osservando calciatori, attrici e showgirl. Trump applica lo stesso metodo a presidenti, cancellieri, monarchi e capi di governo. La differenza riguarda soltanto la scenografia. Il principio resta identico. L’Occidente vive nell’età del retroscena. Trump ne è il narratore più efficace. Fabrizio Corona disponeva di una macchina fotografica e delle sue frequentazioni. Trump dispone dell’America.


E ora è crisi diplomatica tra Roma e Washington!


Meloni preoccupata dopo l’attacco di Trump: “Non credo finisca qui”. No dei ministri al 4 luglio. Lo strappo smaschera la narrazione dell’intesa ritrovata. Sfuma la suggestione di un viaggio a Washington in estate

Giorgia Meloni e Donald Trump

(Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – BRUXELLES – «Se sono preoccupata? Certo, non credo proprio finisca qui…». Sull’uscio dell’Europa Building, quartier generale del consiglio brussellese, a Giorgia Meloni sfugge questa confidenza, che qualche orecchio riesce a captare, e che racconta bene lo stato d’animo della presidente del Consiglio, nel giorno del grande strappo con il leader Usa. Non solo politico, personale. Impossibile, stavolta, da rammendare. L’intervista mandata in onda da La7 in tarda mattinata, ma registrata giovedì, è il termine di lunghe ore tribolatissime. Già la notte prima, mentre Meloni lascia la cena dei leader Ue, nella sua cerchia si sparge la voce che The Donald abbia di nuovo sparato una delle sue invettive, ma stavolta ferocissima, oltre il confine della derisione. Un sospetto che acquista credibilità nel volgere delle ore, mentre si cerca sottotraccia di capire se esista una registrazione. La conferma finale precede di poco la messa in onda dell’intervista: è tutto vero. L’«implorare» la photo opp, la «pena», «I felt sorry for her».

Quando le agenzie stampa battono i primi take, Meloni è al tavolone del consiglio, indaffarata nella rognosa discussione sul prossimo bilancio comunitario. È lo staff a mostrarle le dichiarazioni. Un paio di minuti e la premier si alza. «Bisogna rispondere». Subito. Non in un punto stampa, che sarebbe possibile solo a vertice concluso, alle 15. La notizia apre già tutti i siti. E all’ora di pranzo ci sono i tiggì. Raggiunta la sala della delegazione italiana, si sente con il fidato Giovanbattista Fazzolari, che le anticipa la teoria dei «deliri». Registra il filmato, mai così ruvido nei confronti del presidente degli Stati Uniti.

Le costa caro. Perché si sfarina la narrazione che aveva sostenuto solo fino a due giorni prima, al G7 di Evian. Non c’è stato nessun chiarimento, il rapporto è tutt’altro che «immutato», come raccontava nell’Alta Savoia. È compromesso, probabilmente per sempre. Anche la storia di quel fugace saluto sul divanetto di Evian si può rileggere alla luce delle ultime sortite di Trump. Il governo italiano ha sperato per tre giorni in un bilaterale, si è dovuto accontentare di un rapidissimo scambio al rush finale del summit, poi diffuso in foto e video dalla comunicazione di palazzo Chigi. I sorrisi e le battute, nelle chiacchiere a margine, erano solo della premier, non del leader Usa, che anzi si diceva «abbandonato» e mostrava il broncio, mentre Meloni insisteva: «Siamo sempre buoni amici». Però, raccontano altre fonti dell’esecutivo, non c’erano stati segnali premonitori di un affondo così sguaiato. In ogni caso, davanti a offese imbarazzanti e «inventate» la premier non aveva altra scelta che reagire. Evocando anche la diversità di trattamento che Trump riserva agli autocrati come Putin rispetto a Merz, Starmer e Macron e da ultima lei.

E adesso? Il governo ha scelto, a differenza degli altri europei insultati, di trasferire dal piano personale a quello politico-diplomatico le conseguenze della frattura. Meloni concorda con Antonio Tajani di annullare la missione a Miami, a cui Confindustria teneva molto. Sfuma pure la suggestione di un viaggio a Washington in estate. I ministri in batteria diserteranno il ricevimento per il 4 luglio, che il 2 sarà ospitato dall’ambasciata Usa a Roma. Non ci sarà Francesco Lollobrigida, ospite l’anno scorso, come Tommaso Foti, Andrea Abodi, il forzista Paolo Zangrillo e molti altri.

Anche lo schema comunicativo di Meloni cambia rapidamente. Stavolta senza sfumature. Trump diventa un bersaglio della propaganda di FdI. L’uomo a cui Meloni non avrebbe disdegnato di assegnare il Nobel, diventa un politico che «ci ha fatto pena» quando voleva «Gaza come un resort di lusso» o stendeva «tappeti rossi per Putin», l’elenco è della giovanile meloniana, Gioventù Nazionale. Vengono citate mosse che la premier, ai tempi, non aveva certo condannato. Ma ora va così. La mossa nell’immediato funziona, almeno sui social: +100mila su Instagram. Le contraddizioni restano. Meloni esce dal Consiglio europeo, a differenza dei colleghi, senza rispondere alle domande dei giornalisti.


Il carattere di una politica


Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto

(Rita Bruschi) – «L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata. Lo dico da cittadino italiano prima che da politico. È del tutto inaccettabile, poi, che un nostro alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali. Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto. La firma di tutto quel che ci viene richiesto, la rincorsa a foto, a prefazioni di libri non può prevalere mai sul nostro interesse nazionale. Dobbiamo rimboccarci le maniche per il nostro Paese, che deve difendere la sua dignità, la sua credibilità, la sua grandezza.» [G. Conte, Fb, 19.6.26]

Questo breve testo è costruito con una forte densità retorica e con alcuni nuclei concettuali che vanno oltre il riferimento immediato all’episodio politico cui allude.

Possiede almeno cinque direttrici profonde di pensiero.

1. Primato della nazione rispetto alle appartenenze politiche

L’incipit “Lo dico da cittadino italiano prima che da politico” ha una funzione precisa: chi parla vuole collocarsi su un piano superiore rispetto al conflitto partitico. La tesi implicita è che esistano circostanze in cui l’interesse dell’Italia debba prevalere sulle divisioni ideologiche.

Si richiama così una concezione della politica come servizio alla nazione, non come mera competizione tra schieramenti.

2. La dignità nazionale come valore politico

L’espressione “L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata” introduce una categoria quasi morale: la “mortificazione” del Paese.

Non si parla soltanto di un errore diplomatico o strategico, ma di una lesione della dignità collettiva. L’Italia viene rappresentata come un soggetto unitario dotato di onore, reputazione e rispetto internazionale.

Dietro questa formulazione emerge una visione classica delle relazioni internazionali, nella quale prestigio, autorevolezza e considerazione da parte degli altri Stati hanno un valore politico autonomo.

3. Critica della subordinazione agli alleati

Nel passaggio centrale “È del tutto inaccettabile che un nostro alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali.” compare una distinzione importante tra alleanza e subordinazione.

Non si mette in discussione l’esistenza dell’alleanza, piuttosto si contesta l’idea che essa autorizzi comportamenti percepiti come umilianti.

Il principio sottostante è che i rapporti internazionali debbano essere fondati sul rispetto reciproco tra soggetti sovrani.

4. Polemica contro la politica della ricerca di legittimazione esterna

Le “firme”, le “foto”, le “prefazioni” non sono soltanto atti concreti ma diventano metafore di una politica che cerca approvazione, riconoscimento o vicinanza ai centri di potere internazionali.

Conte oppone il modello di una politica orientata al consenso e alla visibilità internazionale a quello di una politica orientata alla tutela dell’interesse nazionale.

La critica sottintende che la classe dirigente possa essere tentata di privilegiare il prestigio personale o l’accreditamento presso interlocutori stranieri rispetto alla difesa degli interessi del Paese.

5. Richiamo alla responsabilità e alla rigenerazione nazionale

La conclusione “Dobbiamo rimboccarci le maniche per il nostro Paese” introduce una dimensione etica e operativa.

Non si propone una reazione emotiva o vittimistica, ma una risposta fondata sul lavoro e sull’impegno.

I tre termini finali “dignità, credibilità, grandezza” formano una sorta di triade valoriale:

• dignità → rispetto di sé e autonomia;

• credibilità → affidabilità e autorevolezza internazionale;

• grandezza → ambizione storica e ruolo del Paese nel mondo.

Dunque, nel suo significato profondo, questo testo non è soltanto una protesta per un episodio diplomatico, ma contiene l’idea che

a) l’Italia debba coltivare rapporti di alleanza, ma senza dipendenze psicologiche o politiche,

b) la legittimazione di una classe dirigente debba venire innanzitutto dal proprio Paese,

c) il prestigio internazionale sia il risultato della forza e della credibilità nazionale, non della ricerca di approvazione da parte di attori esterni.

La struttura argomentativa segue quindi un percorso preciso: offesa subita → riflessione critica → denuncia della subordinazione → riaffermazione dell’interesse nazionale → appello alla rinascita collettiva.

È una costruzione retorica che trasforma un fatto contingente in una riflessione più generale sul rapporto tra sovranità, dignità nazionale e politica estera.

Il testo quindi è costruito attorno a una tensione tra riconoscimento esterno e legittimazione interna, e suggerisce che una nazione perde autorevolezza quando i suoi dirigenti cercano costantemente conferme dall’esterno, anziché fondare la propria azione sul consenso e sugli interessi della comunità che rappresentano.

Nel lessico finale c’è poi un elemento quasi “risorgimentale”.

Parole come ‘dignità’, ‘credibilità’ e soprattutto ‘grandezza’ richiamano una tradizione politica italiana molto antica, che va da Mazzini a Cavour, nella quale la nazione non è soltanto un’entità amministrativa, ma una comunità storica chiamata a svolgere un ruolo nel mondo.

Da un punto di vista stilistico, il testo è efficace perché parla contemporaneamente alla sfera dei sentimenti collettivi, alla ragione politica e al senso civico dei cittadini.

Dal punto di vista retorico, è interessante anche ciò che il testo non fa: non invoca ritorsioni, non indica nemici, non propone rotture.

La sua energia polemica è incanalata in un appello alla responsabilità nazionale.

Questo gli conferisce un tono più istituzionale che propagandistico, pur mantenendo una chiara valenza politica.

Il testo si trova pertanto all’incrocio di tre registri tradizionali di pensiero politico.

1. Patriottismo repubblicano: l’idea che le istituzioni e la dignità dello Stato appartengano a tutti i cittadini e vadano difese indipendentemente dalle appartenenze di partito.

2. Realismo nelle relazioni internazionali: la convinzione che gli Stati debbano anzitutto perseguire il proprio interesse nazionale e che le alleanze siano strumenti di cooperazione, non rapporti di subordinazione.

3. Etica della responsabilità: il passaggio finale (“rimboccarci le maniche”) sposta l’attenzione dalla denuncia all’azione, suggerendo che il prestigio di un Paese si costruisce attraverso comportamenti concreti e non soltanto attraverso dichiarazioni o simboli.