
(di Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina – corriere.it) – Gli operatori di Wall Street ne parlano come se fosse un mercato finanziario parallelo, «il Trump market»: imprevedibile, senza regole e molto redditizio. Nella storia americana non si è mai visto un intreccio così spregiudicato tra gli annunci, le decisioni della Casa Bianca e i movimenti anomali in Borsa. Negli Stati Uniti il problema del classico conflitto di interesse che sorge quando un imprenditore assume un incarico politico si era già posto con il primo mandato di Donald Trump, poiché le sue aziende spaziano dalle costruzioni, all’immobiliare, agli alberghi, ai resort turistici, ai golf club. Nove anni fa sollevò molte polemiche la decisione del neopresidente di affidare la guida della holding ai figli Donald Jr. ed Eric, scartando soluzioni più trasparenti come quella di consegnare la gestione a un «blind trust», cioè a un amministratore fiduciario incaricato di curare gli affari della Trump Organization in piena autonomia.
Con il rientro di «The Donald» alla Casa Bianca i guadagni per la famiglia sono esplosi. Prendendo in considerazione le operazioni su criptovalute, immobiliare e altro ancora, secondo il New York Times il clan avrebbe ottenuto extra profitti per 1,4 miliardi di dollari. Per il New Yorker il tesoro ammonta a 4 miliardi di dollari. In un anno e mezzo, poi, si sono moltiplicate le manovre decisamente sospette in Borsa, avvenute poco prima che Trump annunciasse importanti mosse politiche ed economiche. Al punto che, di recente, perfino il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sbeffeggiato l’ex costruttore mandando un sarcastico avvertimento «a Wall Street»: «Interpretate al contrario le parole di Trump: i suoi discorsi sono una finzione per ottenere facili guadagni». Sta di fatto che negli Usa queste anomalie sono diventate un caso politico. Vediamole.
(…) mercoledì 2 aprile 2025, (…) Trump si presenta con un grande tabellone (…) Sul cartello sono elencate, una per una, le percentuali dei dazi imposte ai Paesi di mezzo mondo. L’iniziativa (…) suscita un tracollo in Borsa
Partiamo da mercoledì 2 aprile 2025, è il cosiddetto «Liberation day»: quel giorno Trump si presenta con un grande tabellone davanti alle telecamere assiepate nel Rose Garden della Casa Bianca. Sul cartello sono elencate, una per una, le percentuali dei dazi imposte ai Paesi di mezzo mondo. L’iniziativa di Trump suscita un tracollo in Borsa: fra giovedì 3 e venerdì 4 l’indice Standard and Poor (S&P 500, la media delle quotazioni delle 500 società più grandi) perde il 10,8%. Allarme rosso sui principali mercati finanziari del mondo. Domenica 6 aprile il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, va a trovare Trump nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida. Bessent si fa portavoce del profondo disagio del mondo della finanza e dell’industria e sollecita il presidente a cambiare idea. Lunedì 7 aprile riaprono le quotazioni: l’indice S&P risale di poco (+0,23%), ma il mercato resta instabile, tanto che martedì 8 lo stesso indicatore va in rosso (-1,57%). Ma arriva mercoledì 9 aprile: fuochi d’artificio a Wall Street.
Il titolo della Trump Media & Technology Group sale del 21%.
Alle 9.37 Trump posta un messaggio sibillino sulla sua piattaforma social Truth: «QUESTO È UN GRANDE MOMENTO PER COMPRARE!!! DJT». DJT è la sigla che in Borsa indica la Trump Media & Technology Group, la holding della famiglia Trump. Sembra quasi un segnale rivolto a persone o entità finanziarie già in allerta.
Alle 13.08, nel pieno delle contrattazioni di Borsa, per 10 minuti gli speculatori si scatenano, con ordini torrenziali di call options, contratti che prevedono l’acquisto di un titolo a un prezzo prefissato ed entro un determinato lasso di tempo. Questo strumento finanziario consente di scommettere sull’aumento del valore delle azioni a breve termine e quindi di ottenere un profitto che deriva dalla differenza tra il prezzo stabilito dalla call option e la quotazione successiva del titolo. Alle 13.18, Trump scrive su Truth che l’introduzione dei dazi viene rinviata di 90 giorni. La Borsa reagisce con il più poderoso rialzo dal 2008: l’indice S&P sale del 9,5% e il Nasdaq, il listino dei titoli tecnologici, si impenna con un +12,2%, l’incremento maggiore negli ultimi due decenni. Il titolo della Trump Media & Technology Group sale del 21%. È evidente che qualcuno sapeva che sarebbe valsa la pena raccogliere l’invito a comprare del primo post di Trump. In questo caso il leader Usa potrebbe aver commesso il reato di «market manipulation», in Italia si chiama anche aggiotaggio, cioè diffusione di informazioni esagerate e fuorvianti per alterare il corso delle quotazioni.
Come si possono calcolare, almeno per approssimazione, i guadagni di chi ha investito con i tempi giusti magari perché al corrente di ciò che avrebbe detto Trump? Due possibilità. Chi ha investito 1 milione acquistando le azioni o un fondo di investimento quotato (Etf) parametrato sul valore dell’Indice S&P, la mattina del 9 aprile si è ritrovato a fine giornata con un 1.095.000 euro: 95 mila euro di guadagno in pochi minuti. Il calcolo è semplice: basta aggiungere il 9,5% del rialzo dell’S&P al milione di dollari investito. In generale è più complesso calcolare l’effetto moltiplicativo generato dai contratti di call option. Ma nel caso specifico del 9 aprile la Reuters, sulla base dei movimenti registrati sul mercato, ha calcolato che la leva finanziaria delle call option Spy, cioè dei fondi che riproducono l’Indice S&P, ha prodotto una moltiplicazione di 10 volte il capitale investito. Chi ha puntato 1 milione di dollari si è ritrovato con 10 milioni e quindi con un profitto netto di 9 milioni. Sta di fatto che quello stesso 9 aprile il Presidente nello studio ovale, presentando alcuni piloti automobilistici al finanziere Charles Schwab, dice: «Oggi lui ha guadagnato 2,5 miliardi di dollari»; poi indicando l’imprenditore Roger Penske: «E lui 900 milioni di dollari. Non è male!». Il caso dei dazi è il più clamoroso, ma siamo solo all’inizio.
Lunedì 12 maggio il presidente americano, dopo un lungo tiro alla fune, annuncia un accordo con Xi Jinping. Gli Stati Uniti ridurranno i dazi sull’import cinese e la Cina taglierà a sua volta le tariffe sui beni Usa. Wall Street accoglie la notizia con un aumento del 3,3% (indice S&P) e il giorno dopo, martedì 13 maggio, con un altro + 0,7%. Nelle stesse ore si sviluppa un’altra vicenda che fa ballare un comparto specifico dello Stock Exchange: quello dei farmaci. L’11 maggio del 2025 è domenica, il presidente Usa comunica che lunedì 12 avrebbe firmato un ordine esecutivo per ridurre i prezzi dei medicinali tra il 30% e l’80%, imponendo ai produttori di allinearli a quelli applicati dai concorrenti stranieri. Quello stesso giorno le quotazioni dei titoli farmaceutici americani oscillarono parecchio, recuperando sul finale di seduta. Si potrebbe ipotizzare che qualcuno, a conoscenza in anticipo delle intenzioni trumpiane, abbia piazzato ordini di acquisti al ribasso già venerdì 9 maggio, incamerando azioni di società come Pfizer, AbbVie, Eli Lilly, Amgen, Merck che terminarono la giornata di lunedì 12 con ribassi tra il 2,1% e il 4,8%.
L’altra pista segnata dai dubbi porta alla guerra contro l’Iran. Sabato 21 giugno 2025 Trump decide di attaccare il regime degli ayatollah. Wall Street reagisce in modo positivo: evidentemente gli investitori pensavano che i bombardamenti sarebbero durati poco e non avrebbero ostacolato le forniture di petrolio. Anche in occasione del secondo attacco, sabato 27 febbraio 2026, la Borsa di New York non si scompone. Non si può dire la stessa cosa per ciò che accade lunedì 23 marzo. Alle 7.04 Trump posta queste parole su Truth: «Conversazioni molto buone e produttive con Teheran a proposito di una completa risoluzione del conflitto». Il presidente ordina lo stop ai bombardamenti contro gli impianti di energia elettrica iraniani. Il prezzo del greggio crolla del 14%, poi la Borsa riprende a salire e l’indice S&P chiude la seduta con +1,15%. La Bbc ha ricostruito che lunedì 23 marzo, dalle 6.40 alle 6.50 del mattino, il mercato è stato sommerso da 3.818 ordini di futures sul valore del greggio per un ammontare complessivo di 320 milioni di dollari. Nel corso della mattinata il valore dei futures raggiungerà il totale di 580 milioni di dollari. Difficile calcolare quanto hanno guadagnato questi trader super informati. Qualcuno può aver approfittato per vendere petrolio prima della flessione del 14%. Altri possono aver stipulato contratti di vendita futura del greggio a un prezzo superiore a quello acquistato nel corso della giornata con quotazioni decisamente inferiori. In ogni caso, un’onda anomala.
Lo stesso schema si ripete il 7 aprile. In un solo minuto, tra le 12.24 e le 12.25, sul mercato si assiste a vendite massicce di futures per un valore di 760 milioni di dollari. Alle 12.45 ecco l’annuncio di Trump: «Lo Stretto di Hormuz è tornato navigabile». Più tardi il mondo scoprirà che non è vero, ma intanto il prezzo del greggio crolla dell’11%.
Dall’inizio dell’attacco isarelo-americano all’Iran si contano almeno sei episodi di possibili casi di insider trading. Il più recente, stando ai dati raccolti da Reuters, si è verificato mercoledì 22 aprile: 15 minuti prima che Trump comunicasse il prolungamento della tregua con Teheran, si sono registrate vendite di petrolio al ribasso per 430 milioni di dollari. Un’altra scommessa vinta perché nella giornata il prezzo del greggio è effettivamente sceso da 100,6 dollari al barile a 96,83 dollari.
La prima denuncia è firmata da sei senatori democratici, inviata l’11 aprile 2025 a Paul Atkins, presidente della Sec, l’Autorità che vigila sulla Borsa. Quella più recente e circostanziata, datata 24 febbraio 2026, è di due deputati democratici: la vicepresidente della Commissione Servizi finanziari, Maxime Waters e il vicepresidente della Sotto commissione sulla vigilanza e le indagini economiche e finanziari, Al Green. Entrambi chiedono agli organismi di cui fanno parte di avviare un’indagine parlamentare su quanto è accaduto tra la Casa Bianca e lo Stock Exchange di New York nella mattina del 9 aprile 2025, quando l’umore prevalente a Wall Street era piuttosto depresso. Con l’eccezione di alcuni operatori beninformati. Da chi? È la domanda che i parlamentari Waters e Green rivolgono al presidente della Commissione Servizi Finanziari della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano French Hill, sollecitandolo ad aprire un’indagine. Nella lettera ricordano anche che a distanza di un anno il presidente della Sec, Paul Atkins, grande sostenitore della deregulation più totale e delle criptovalute, non ha fatto nulla. Non ha neanche risposto alla lettera dei sei senatori.
Fino all’arrivo di Trump alla Casa Bianca la Sec era considerata la più temibile sentinella dei mercati finanziari. Un modello per tutto il mondo. Ma con Atkins alla guida il ruolo della Sec è diventato marginale. L’amministrazione Trump ha tagliato il personale del 17%, compresi gli ispettori investigativi della Enforcement Division. La spesa per finanziare le indagini è stata ridotta del 50%. Va precisato che Trump non può essere accusato di insider trading solo sulla base delle dichiarazioni che incidono sulle quotazioni, poiché sono inevitabili. Serve la prova che il presidente abbia direttamente comprato o venduto titoli prima dei suoi annunci. Tuttavia i parlamentari chiedono di puntare l’attenzione su figure vicine alla Casa Bianca.
Infine un fenomeno relativamente nuovo, quello dei siti specializzati nelle scommesse geopolitiche on line. Uno in particolare sta attirando l’attenzione dei media e degli analisti: Polymarket. Fondato nel 2020 a New York, accetta puntate in criptovalute sugli avvenimenti più diversi, dallo sport alle elezioni politiche fino alla durata di una guerra. Il primo caso collegato alle mosse dell’Amministrazione Trump riguarda la cattura del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. Il Presidente americano annuncia il successo del blitz a Caracas con un post alle 10.21 di sabato 3 gennaio. Ma poco prima, Gannon Ken Van Dyke, uno dei militari americani che partecipa all’operazione, aveva puntato da un account anonimo 32 mila dollari sulla piattaforma scommettendo che Maduro sarebbe stato destituito entro la fine di gennaio. Van Dyke, ora sospeso dal servizio, aveva vinto 436 mila dollari.
Uno studio della Columbia University dal titolo «From Iran to Taylor Swift», firmato dai professori universitari Joshua Mitts e Moran Ofir, riassume in modo efficace il quadro delle scommesse su alcuni interrogativi collegati alla guerra contro Teheran. Giusto per fare un esempio. La domanda «Gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran entro il 28 febbraio?» ha raccolto puntate per 529 milioni di dollari. La società di analisi Bubblemaps ha notato l’improvvisa comparsa di sei account anonimi sulla piattaforma Polymarket, aperti solo poche ore prima che iniziasse la guerra: hanno tutti azzeccato la risposta guadagnando, complessivamente, 1,2 milioni di dollari. Preveggenza o, più banalmente, frode?
Polymarket non piace a tutti. È stato bandito dai governi di 33 Paesi fra i quali Francia, Italia, Belgio, Germania, Regno Unito. L’amministrazione Trump, invece, ha allentato i controlli sulle attività di questi siti e, guarda la combinazione, Donald Jr., il primogenito del Presidente, ha investito, si stima, qualche milione di dollari in Polymarket, diventandone anche consigliere strategico.
Sabato scorso il governo in carica, con 1288 giorni, è diventato il secondo più longevo della storia repubblicana

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – Sabato scorso il governo Meloni, con 1288 giorni, è diventato il secondo più longevo della storia repubblicana. Al momento, inoltre, non si vedono ostacoli insormontabili per raggiungere il record di durata, detenuto da Silvio Berlusconi, il cui esecutivo governò ininterrottamente per 1412 giorni. Certo, questo dato sembra quasi paradossale considerando il contesto storico: Giorgia Meloni festeggia un grande risultato di longevità in un momento in cui le leadership sembrano consumarsi con una velocità inedita. I cicli delle leadership politiche sono storicamente stati lunghi: da Craxi a Berlusconi, molti grandi leader sono stati sulla cresta dell’onda per un periodo importante, ma negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un’opinione pubblica in rapido movimento, mutevole, capace di farsi sedurre rapidamente da leader abbandonati poco dopo. Renzi, Salvini, Di Maio: sono molti gli esponenti politici la cui grande popolarità si è consumata in un arco temporale breve. Come Icaro, si sono avvicinati troppo al sole, bruciando rapidamente il proprio consenso. Giorgia Meloni, invece, pur indebolita, rimane al timone.
Ci sono diversi motivi che spiegano questo risultato e l’avvicinamento al primato di durata berlusconiano.
Il primo è legato alle rigide gerarchie della coalizione di centrodestra: nessuno mette in discussione il ruolo di partito-timone di Fratelli d’Italia, e l’assetto della coalizione, ad eccezione dello strappo vannacciano, è rimasto solido. I partiti conservatori in questo paese sono inoltre meno “scalabili” dalla propria classe dirigente, e rientrano spesso nella fortunata definizione di Fabio Bordignon di “partito del Capo”, leaderistici e verticali.
Inoltre, storicamente, il centrodestra si è mostrato più disciplinato e coeso rispetto all’alleanza progressista: non è un caso che sabato l’esecutivo abbia superato al secondo posto il governo Berlusconi IV, e che al primo posto permanga il Berlusconi I.
Va anche sottolineato come il consenso nei confronti del governo e della coalizione meloniana sia calato in questi anni, in modo costante e netto ma meno rapido rispetto ad altre situazioni. Questo fatto, sommato a un’opposizione piuttosto divisa nei primi anni, ha generato una pressione limitata dell’opinione pubblica nei confronti del governo, aumentata solamente negli ultimi mesi, dalla campagna referendaria in poi.
Dunque, Meloni e il centrodestra possono festeggiare un traguardo di stabilità importante e puntano a stabilire un nuovo record.
Tuttavia, la longevità, di per sé, non è una vittoria: le elezioni politiche non premiano chi resiste, ma chi convince.
Come è pressoché impossibile sfilarsi dalla propria storia e dalla propria cultura, se non lo si vuole davvero

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Partiamo da un’ammissione di colpa: questo articolo farà uso di luoghi comuni. Molti luoghi comuni. Non certo per pigrizia intellettuale – non solo – ma perché, come ha detto qualcuno di molto più saggio di me, non c’è niente di più vero di un luogo comune.
Detto questo, chiariamo subito una cosa: l’idea romantica di nazione è una bugia bellissima. Una di quelle bugie che hanno prodotto cattedrali, eserciti, poesie epiche e un numero imbarazzante di conflitti armati. E di morti. L’identità nazionale è una costruzione – spesso arbitraria e storicamente contingente: non va certo ricordato a un siciliano doc come me. Eppure, nonostante tutto, i francesi restano francesi, i tedeschi tedeschi e gli italiani italiani. Una coerenza quasi irritante, se si pensa allo sforzo – troppo spesso retorico – di superare le nazionalità per approdare all’anello successivo: l’Europa, questa sconosciuta e spesso disconosciuta. Alla fine, nel dibattito pubblico, a tornare alla ribalta sono sempre le singole nazioni, con le loro peculiarità, le loro specificità e i loro retaggi spesso pericolosi.
A noi, in questo piccolo saggio, più che il confine o il dato anagrafico, ci interessa più che altro il “sentire” delle nazioni, la loro “essenza”. Quella cosa impalpabile, che però si percepisce, perché potente e che fa sì che Goethe non sarebbe potuto nascere in Inghilterra; o che, per lo stesso motivo, nemmeno per sbaglio Macchiavelli avrebbe potuto avere natali scandinavi. E che Marx, paradossalmente, non sarebbe potuto essere che tedesco. Ma andiamo con ordine.
Prima di tutto, c’è un pregiudizio che bisogna sgomberare fin da subito: quello che i tedeschi non sono – come spesso li si dipinge – un popolo razionale. Ma sono, quanto meno, un popolo profondo. Ed è importante stabilire questo, almeno per una questione di metodo. Dal momento che la Germania, compressa a ovest e a sud dalla latinità, a est da una pletora di popoli slavi, e a nord dai cugini vichinghi, è stata spesso l’ago della bilancia storico e culturale dell’Europa. Specialmente negli ultimi due secoli.
La filosofia germanofona ha intanto prodotto due delle tradizioni di pensiero più potenti e opposte della modernità: l’Idealismo e il Marxismo. In apparenza, un paradosso. In realtà, due facce della stessa medaglia. Sia Hegel che Marx condividono un’urgenza totalizzante, una fame di sistema, un bisogno di spiegare tutto: storia, spirito, contraddizioni, destino dell’umanità, dentro a una cornice unitaria e coerente. Per loro non basta capire una parte delle cose. Per poter andare avanti bisogna capire il Tutto. Possibilmente subito e magari in un solo volume molto denso. La storia della filosofia tedesca è piena di mattoni di questo tipo: da Hegel a Fichte, da Schelling a Nietzsche, passando per Schopenhauer, il più simpatico del gruppo.
Ora, anche attualizzandolo, il fil rouge dello spirito tedesco, non è mai la logica, ma la totalità, la regola per la regola. Un esempio da manuale: la rigidità della cancelliera Merkel alle prese con l’austerità politica del 2010, nel salvataggio della Grecia. Mettere “ordine nel caos”, costi quel che costi, solo per i più ingenui può essere scambiata per ragione. Invece è piuttosto “l’anima romantica” tedesca applicata alla filosofia e quindi alla realtà. Distillato puro di germanesimo.
Certo, Kant che era tedesco, è l’eccezione che conferma la regola. Vive a Königsberg in uno splendido isolamento che rasenta il misticismo del quotidiano e costruisce un sistema filosofico che, al contrario dei suoi successori idealisti, pone dei limiti alla ragione. Cosa possiamo conoscere? Fin dove possiamo spingerci? Kant è illuminista, figlio di un’epoca che guardava a Parigi e a Londra. È, in un certo senso, un tedesco che ha deciso di non esserlo del tutto. E infatti i suoi successori romantici non gliel’hanno mai perdonato: hanno preso la sua Critica della ragion pura e l’hanno usata come trampolino per saltare esattamente dove lui aveva messo il cartello “vietato l’accesso”.
E così, mentre a Parigi si decapitavano re in nome della Liberté, Egalite e Fraternite’, a Jena, a Gottinga, a Weimar si costruivano sistemi filosofici in nome dello Spirito. Due risposte diverse alla stessa domanda: cosa significa essere liberi? I francesi hanno risposto facendo le rivoluzioni rumorose e tagliando un po’ di teste, in nome della libertà. I tedeschi hanno scritto trattati di mille pagine prima e poi, interpretando un po’ troppo alla lettera quello che qualcuno di loro aveva messo per iscritto. E durante il nazismo la storia ha parlato per loro.
A proposito di filosofia, la Francia moderna nasce da un atto filosofico. C’è un uomo, all’inizio del Seicento, che decide di ricominciare tutto da capo. Butta via secoli di tradizione scolastica, di teologia, di aristotelismo e comincia a dubitare di tutto. Di tutto, tranne di una cosa: che sta dubitando. Cogito ergo sum. Penso, dunque sono. Cartesio fonda la filosofia moderna, e nel farlo fonda anche qualcosa di francese: l’idea che la ragione sia il punto di partenza imprescindibile, e non di arrivo.
La Rivoluzione francese è il Cogito applicata alla politica. Cioè il grado zero. In suo nome, si butta via tutto – il re, la nobiltà, il calendario stesso – e si ricomincia daccapo. Anno I. Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Certo, il fatto che la cosa sia degenerata abbastanza in fretta in un bagno di sangue è un dettaglio che i francesi preferiscono non approfondire troppo, ma la struttura intellettuale rimane. Da allora, la Francia ha una certa allergia a farsi abbindolare dai totalitarismi. Non è immunità – il collaborazionismo di Vichy è una dolorosa eccezione – ma è una resistenza culturale profonda all’idea che qualcuno possa sospendere la ragione in nome di qualcos’altro.
La filosofia francese – da Descartes a Voltaire, da Rousseau a Sartre, da Foucault a Derrida – è infatti quasi sempre una filosofia critica. Una filosofia che smonta, che interroga, che relativizza. I tedeschi costruiscono sistemi spesso incomprensibili. I francesi li decostruiscono. Probabilmente è il loro modo di amare la ragione: litigandoci ma alla fine facendo sempre pace. Ma solo dopo aver bloccato, per l’ennesima volta, mezza Parigi con un nuovo sciopero e dopo aver minacciato, stavolta metaforicamente, il taglio delle teste dei ministri.
Il risultato è una Francia che, pur con le sue derive – e Bardella e Le Pen non sono certo philosophes illuminati – mantiene una certa lucidità nell’autoanalisi. E si spera che, alle ormai prossime presidenziali, gli illuministi veri riescano ancora a contarsi almeno uno in più dei loro avversari.
Al di là della Manica, gli inglesi non hanno fatto una rivoluzione: ne hanno fatte due. Eppure restano così discreti sulla faccenda che, a sentirli, sembrerebbe quasi se le siano dimenticate. Le loro rivoluzioni sono state silenziose, quasi indolore, senza guillotine e senza Terrore. Con un accordo. Un documento. Quasi un gentleman’s agreement. Non a caso gli inglesi hanno inventato la democrazia liberale come si fa quando si mette su un club privato: con regole non scritte, precedenti storici e una certa diffidenza verso chi urla troppo. Sotto il regno del magnifico understatement tutto britannico.
Locke e Hume non sono un caso. La filosofia anglosassone ha un certa affezione, per così dire, al detto di san Tommaso apostolo: “credo solo se vedo”. È infatti empirista per vocazione: parte dai fatti, non dai principi. È induttiva mai deduttiva. Parte dall’esperienza, non dall’idea. Hume arriva persino a dubitare della necessità della causa-effetto, mettendola in dubbio, come se dire «forse il sole non sorgerà domani» fosse una questione da discutere davanti a un tè, non una crisi esistenziale. Ecco, anche Hume non sarebbe potuto essere che inglese, anzi pardon, “scozzese fino al midollo” come amava ricordare lui.
Per lo stesso ordine di principi, il liberalismo non può che nascere in Inghilterra, protetta dal suo splendido isolamento. Inghilterra che non si è mai sentita parte di nessun continente o meglio, si è sentita al centro di tutto mantenendo però le distanze con tutti. E in effetti, a ben vedere, gli inglesi guardano dall’altro lato della Manica come si guarda un parente un po’ stravagante: con un certo affetto, con sufficienza e una certa preoccupazione.
La Brexit è, in fondo, il gesto più inglese della storia recente: come dire “ragazzi, e’ stato un piacere, ci siamo divertiti, ma ora torniamo a casa nostra”. Certo, Nigel Farage di Reform UK è grottesco, ma è grottesco in modo strambo, perfettamente inglese: populista, eccentrico, ma con un bicchiere di birra in mano e un’aria da svampito in uno sperduto pub di contea. Niente uniformi, niente torce. Solo indignazione e fiumi di birra.
Se Goethe non sarebbe potuto nascere in Inghilterra, o Locke in Germania, di certo Macchiavelli non poteva essere britannico. E ci sta tutto. L’Italia è il paese che ha dato al mondo poeti santi e navigatori. Ma certo non è la terra di grandi pensatori, con l’eccezione del già citato – spesso bistrattato – Machiavelli e certo di alcuni altri, come Bruno, Vico, Croce e probabilmente qualche altro che dimentico colpevolmente … C’e da credere che qua da noi i filosofi abbiano capito l’antifona: che si fa una gran caciara attorno ai pensatori ma poi finiscono al peggio per essere bruciati, derisi quando va bene e inascoltati quando gli va di lusso. Non è un caso che la tradizione filosofica italiana tenda all’idealismo, come quella tedesca, ma senza la disciplina germanica. Un idealismo barocco, shue’ schue’, spesso magnifico nella forma e caotico nella sostanza.
Il fascismo italiano è un caso di studio che i politologi di tutto il mondo continuano a frequentare con un misto di sinistra fascinazione e profondo orrore. Non è nato dal niente: è nato da una cultura che aveva una certa propensione per il grande gesto dannunziano, il capo carismatico, la lealtà quasi medievale del gregge, la retorica del sangue e della terra, ma filtrata attraverso la latinità, cioè senza la sistematicità tedesca. Il fascismo italiano era, in un certo senso, un romanticismo decaduto. Grandioso nelle intenzioni, tragicomico, quasi fantozziano nell’esecuzione. Mussolini parlava dal balcone come la caricatura stanca di un comico – viene in mente lo splendido Palmiro Cangini di Zelig, ma in versione malvissuta, tragicomica, da palcoscenico di un teatro‑tenda. Hitler, al contrario, teneva comizi oceanici con la postura dell’ingegnere capo che illustra un progetto ai suoi adepti. È lì che si vede la distanza fra i due idealismi: uno grottesco e teatrale, l’altro tecnico, totalizzante, quasi liturgico.
Di riporto, la cosa più inquietante di quest’Italia unita suo malgrado non è la presenza di partiti autoritari o sovranisti – Fratelli d’Italia o la Lega – fenomeni europei con equivalenti ovunque, e per questo non meno preoccupanti nelle loro derive. È più che altro l’incapacità strutturale di fare i conti con il passato. Quando il presidente del Senato, seconda carica dello stato, onorevole Ignazio La Russa, a pochi giorni dal 25 aprile, prova a mettere sullo stesso piano i partigiani della Liberazione e i combattenti della Repubblica di Salò, non sta facendo storia revisionista: sta facendo psicoanalisi involontaria. Sta cioè mostrando una ferita che non si è mai cicatrizzata. Parafrasando un Nanni Moretti d’annata: rossi e neri tutti insieme, come se fossimo in un film di Alberto Sordi.
D’altra parte, il sistema politico italiano ha sempre premiato le polarizzazioni. La Prima Repubblica era un bipolarismo congelato: DC contro PCI, Occidente contro Est, con la Democrazia Cristiana eternamente al governo grazie alla paura del comunismo. La Seconda Repubblica ha replicato lo schema con attori diversi. L’italiano, forse, non si sente a suo agio al centro: o è molto di qua, o è molto di là. Chissà. Forse è un riflesso del paesaggio stesso ? Montagne impervie, vulcani minacciosi, isole isolate… Ma certamente molte delle colpe stanno nella sua storia irrisolta.
In merito a questo problema, la Spagna ha invece un vantaggio che non sembra un vantaggio: il franchismo è caduto solo nel 1975. Troppo vicino per dimenticarlo, troppo recente per ridurlo a dato storico neutro. Quella data è ancora nella memoria biologica di molti spagnoli vivi oggi: chi aveva vent’anni nel 1975 ne ha settanta adesso. Il franchismo non è un libro di storia, bensì un ricordo di famiglia.
Questo crea un meccanismo di difesa culturale che i paesi con traumi più lontani non hanno. Così, quando l’estrema destra di Abascal, Vox, avanza – e avanza, in alcune regioni con numeri preoccupanti – c’è una parte dell’elettorato spagnolo che non vota contro Vox per convinzione liberal-democratica astratta: vota contro Vox perché ricorda cos’è successo l’ultima volta. La memoria come anticorpo. Non è la forma più nobile di democrazia, ma pare funzioni.
Il Don Chisciotte è d’altra parte, il libro spagnolo per eccellenza non perché gli spagnoli siano degli ingenui idealisti, ma perché meglio di altri comprendono la differenza che corre tra i mulini a vento e i giganti. Perché lo hanno imparato a caro prezzo sulla loro pelle.
Per finire questa fenomenologia: gli americani. Gli americani non sono europei con più spazio, come amava dire qualcuno. Sono qualcosa di diverso: sono europei che hanno deciso di dimenticare di esserlo. La psicologia americana è fondata su un mito fondativo che non ha equivalenti in Europa: il pioniere. L’uomo che parte, che apre, che costruisce dal nulla. Il self-made man. Il futuro come promessa sempre rinnovabile.
C’e’ un riflesso importante nella storia di Israele, per lo meno in alcune sue componenti estremiste, che si richiama allo stesso identico principio del pioniere americano alla conquista del FarWest. Lo sta dimostrando in tutte le sue nefandezze il governo Netanyahu. In questo e non a caso, l’America di Trump che l’appoggia, si riconosce pienamente.
E intanto che la cara vecchia Europa porta il peso della storia come un vecchio cappotto – pesante, logoro, impossibile da togliersi – l’America ha cercato di sfilarselo e a procedere ora senza. In un certo senso, ci è riuscita. In un altro senso, il cappotto lo indossa ancora, solo che non lo chiama più storia: lo chiama, con un certo disprezzo, zavorra.
Coerentemente, il pragmatismo americano – James, Dewey, Peirce – è la filosofia di un paese che non ha tempo per i sistemi filosofici. Non chiederti se la verità esiste in sé: chiediti solo se funziona. Una teoria è vera se produce risultati. Stop. È una filosofia da ingegneri, da costruttori, da gente che deve far funzionare le cose. Magnificamente efficace e, allo stesso tempo, quasi commovente nella sua cecità per tutto ciò che non si può misurare.
Trump d’altra parte non è un’anomalia americana: è lui stesso un’americanata all’ennesima potenza. Nel senso più letterale. È il self-made man diventato presidente, il businessman che entra in politica perché la politica è solo un altro settore da conquistare. In questo senso, il trumpismo non poteva che succedere in America. Ma l’inquietante non è solo Trump: è scoprire che il sistema si scopre debole, senza anticorpi e non all’altezza delle derive autoritarie.
Per finire. C’era un vecchio sogno illuminista – e Kant ne era il profeta più sobrio – secondo cui la ragione avrebbe potuto, col tempo, sciogliere le catene della tradizione, del pregiudizio, del sangue e della terra. Che l’umanità sarebbe diventata, gradualmente, un po’ più universale e un po’ meno tribale.
Non è andata così. O meglio: è andata così in parte, nei modi più inaspettati, e nel frattempo le identità collettive hanno trovato nuove forme, nuovi linguaggi, nuovi algoritmi attraverso cui riprodursi.
I partiti nazionalisti crescono ovunque in Europa, con una velocità e coerenza che fa riflettere, oltre che tremare. Ma non crescono perché la gente ad un tratto è diventata più stupida. Crescono perché l’identità è un rifugio reale, quando le istituzioni – la politica – smettono di rispondere. E se le risposte non arrivano, non c’ è quasi mai partita: vince chi urla più forte.
La domanda finale non è se possiamo sfilarci dalla nostra storia e dalla nostra cultura. Certo che possiamo farlo, siamo esseri umani e, come tali, straordinariamente adattabili. E poi la storia è piena di conversioni, di migrazioni, di contaminazioni felici. Il punto è se lo vogliamo davvero. E la risposta, guardando l’Europa del 2026, è: non ancora. E non abbastanza.

(di Marcello Veneziani) – Venezia è il posto giusto per celebrare la tragedia e il carnevale, la città più fascinosa e tenebrosa del mondo, che odora di mare e di decadenza, di maschere e di tristezza. Morte a Venezia, se volete andare sull’ovvio letterario-cinematografico, tra Thomas Mann e Luchino Visconti. O variante mortifera, la tragedia di Anonimo Veneziano, nel suo cammino a ritroso dal film di Enrico Maria Salerno al libro di Giuseppe Berto. Ad accompagnare la tragica storia, la musica di Alessandro e Benedetto Marcello. O l’accorato Aznavour di Com’è triste Venezia. Due anni dopo quell’immagine si fece realtà col funerale in gondola di Ezra Pound. Presagi simbolici.
A Venezia sono state combattute nei mesi scorsi due guerre d’indipendenza: una ancora in corso, alla Biennale con Pietrangelo Buttafuoco che nel nome dell’universalità dell’arte come zona franca rispetto ai conflitti, aveva riammesso i russi nel loro padiglione e dunque nella rassegna (salvo poi interdire i premi a Russia e Israele). Una guerra logorante, con il ministro amico che diventa nemico, su mandato del governo amico che diventa nemico, a sua volta su mandato dell’Europa e del suo socio onorario Zelenskij. Alla fine l’autonomia della Biennale è stato l’alibi per condannare senza intervenire, anche se i fondali di Venezia sono ancora agitati pesantemente di pressioni sub lagunari, incursioni sottomarine di ogni tipo. La Biennale è autonoma, non possiamo farci nulla, però magari se Buttafuoco si dimettesse… È autonoma la Biennale ma noi gli togliamo i soldi, dice la coraggiosa UE col consenso della coraggiosa Italia finto-sovranista. Soldi alle armi, basta con l’arte…
È autonomo, non possiamo farci niente, è la stessa parola usata dal governo anche nell’altra guerra d’indipendenza, perduta l’altro giorno, da Beatrice Venezi, nominata col plauso del governo e defenestrata, prima di insediarsi, col plauso del governo. Lo ha deciso il Sovrintendente ma come dice in falsetto il ministro, pure lui è autonomo (tié). Come ricorderete, la Venezi era stata nominata alla guida dell’orchestra della Fenice ed era oggetto di linciaggio da diversi mesi. Non entriamo nel merito della nomina, non abbiamo i titoli per giudicare, dicemmo allora e diciamo ancora; può darsi che il modo di nominarla sia stato scorretto, ma in questo caso a dimettersi avrebbe dovuto essere colui che l’ha malamente nominata, e invece ora è lui stesso, il Sovrintendente, a licenziare la Venezi. Notammo agli inizi solo una cosa: che da giovane promessa di talento, la Venezi diventò di colpo abusiva, incapace, inadeguata dopo si era schierata a favore del governo Meloni, accettando un incarico ministeriale. Ora, come se volesse lei stessa liberarsi dal linciaggio e dalla graticola al suo avvento sul podio, ha svelato il nepotismo degli orchestrali, con i posti che si tramandano di padre in figlio. Guai a dirlo, sei licenziata. Cioè finalmente libera. In effetti, quando la situazione s’incattivì, era difficile trovare una via d’uscita: se ti dimetti dai ragione a loro, se non lo fai ti renderanno la vita impossibile. Meglio sperare in un incidente e poi dire che è impossibile lavorare, mi boicottano, me ne vado. Ma la provvidenziale polemica a distanza ha prevenuto l’agonia, e lei è stata licenziata col plauso dello stesso governo che l’aveva voluta. Si chiude la storia grottesca, tutti felicemente scontenti, giustizia è sfatta.
Resta però di queste due vicende e di una serie di altri fatti e misfatti, nomine e tagli, schermaglie e dimissioni di ministri, giri di sottosegretari, e tante tante polemiche, un solo, preciso responso: l’incompatibilità tra cultura e potere e in particolare tra governo meloniano e cultura. Dove arriva il potere la cultura arretra, perde, si infogna. Dove arriva il potere la qualità, il merito, il talento vengono negati o rinnegati, e così la libertà, la dignità, la coerenza, i valori e i valorosi. Il governo Meloni nella cultura come la fa sbaglia, sbaglia sempre, anche quando non sbaglia (è raro ma succede).
Ma facciamo un passo avanti, lasciamo da parte protagonisti e antagonisti, comparse e registi, figuranti e servi, e addentriamoci nel tema di fondo.
Sul piano politico, imperversa da anni una disarticolata ma persistente egemonia ideologica in molti ambiti culturali, legata a piccole, livorose sette di sinistra: egemonia non di contenuti ma di contenitori, non di idee ma di veti, non di intelligenze ma di satrapie e giannizzeri. E dall’altra parte, assistiamo al fallimento vistoso di una contro-egemonia culturale governativa, che dicono di destra ma che è più corretto ormai definire solo meloniana perché non ci sono connotazioni culturali, ideali di alcun tipo ma solo affiliazioni, calcoli e vincoli tribali. Un fallimento su tutte le ruote: nella scelta degli uomini, nella difesa dei medesimi, nel comportamento di molti dei nominati, nella loro propensione a compiacere gli avversari per garantirsi la sopravvivenza; nell’assenza di strategia, di contenuti e di profilo culturale. Un disastro su tutta la linea. Conoscendo l’ignoranza, l’incompetenza, l’incapacità di sostenere una linea, una nomina, una decorosa coerenza, ripeto il consiglio dato tempo fa: fate come i democristiani, lasciate il campo, non è cosa vostra, occupatevi dei margini, delle bucce, non della polpa, mai dei contenuti e dei criteri di selezione. Non nominate nessuno invano, perché di solito sbagliate, e poi non siete in grado di difenderlo né di adottare una strategia culturale; anzi, i primi a farli pentire di aver accettato e magari richiesto la nomina, sono proprio coloro che li hanno nominati. Il disastro si estende dalla cultura alla comunicazione, include la Rai.
La risacca riporta a riva rottami, detriti, immondizie, arrampicatori. Plebe in alto e plebe in basso, direbbe Zarathustra. La politica ormai da tempo si è separata dalle idee, dalla storia, dal futuro e gestisce solo il presente occupandosi solo della propria durata al potere, perciò farebbe bene a ignorare la cultura, starne alla larga e non sbarcare a Venezia ma fermarsi a Mestre. Cosa dovrebbe fare invece la cultura, cioè gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali, a partire da quelli ancora targati? Starne alla larga pure loro. Se decidi di sporcarti pur di incidere, fare qualcosa, lasciare un segno, stai sicuro che il segno non te lo fanno lasciare, e ti resta solo lo sporco. Allora cosa puoi fare? Metterti all’opera, dimostra lì il tuo talento e la tua voglia operosa, anche perché di quel che fai nel tuo campo ne rispondi solo tu, non puoi accampare pretesti o alibi. Se sei scrittore scrivi, se sei pensatore pensi, se sei artista dipingi, reciti, suoni. Mi rendo conto che è un po’ più difficile per un direttore d’orchestra mettersi in proprio e fare orchestra e coro da solo. Ma in generale realizzate le vostre opere, lasciate stare i posti di comando. E se vi imbattete nel potere? Non fate come Platone, Aristotele, Virgilio, Seneca, non mettetevi al suo servizio. Fate piuttosto come Diogene che davanti ad Alessandro Magno che si parava davanti a lui, chiedendogli cosa potesse fare per lui, rispose semplicemente “Scostati dal sole”. Levati di mezzo per non dire peggio, non farmi ombra, non intrometterti tra me e la luce, lascia che la mia libertà, povera ma ricca, non venga adombrata da te e dal potere. Passate al bosco, come Jünger, navigate in mare, scegliete l’aria aperta, la luce, il mondo, la natura. Il potere non è cosa vostra, e solo in ciò che realizzerete nel vostro campo “si parrà la vostra nobiltate” (si misurerà il vostro talento). Alla larga.
La segretaria del sindacato unitario dei giornalisti ha ricordato che quelli vivi “attendono da anni un provvedimento sull’equo compenso, la cancellazione del carcere per la diffamazione e una norma contro le querele temerarie”

(ilfattoquotidiano.it) – Solo tre giorni fa Reporters Sans Frontières ha annunciato che l’Italia è ulteriormente scesa nella classifica internazionale della libertà di stampa, scivolando al 56esimo posto dal 49esimo del 2025. Non proprio di buon auspicio per festeggiare la Giornata mondiale ad hoc, che cade il 3 maggio e da quest’anno in Italia è anche Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. La maggioranza che sostiene il governo Meloni ostenta emozione e commozione per i reporter “uccisi dalle mafie, dal terrorismo, dalla criminalità, dalla guerra, da chi voleva spegnere una voce libera”.
La stessa premier il 29 aprile, giorno del via libera del Senato al ddl che istituisce la giornata, ha reso omaggio a “uomini e donne che hanno messo la propria passione e la propria professionalità al servizio di tutti noi e che tutti noi abbiamo il dovere di onorare”. Salvo, il giorno dopo, sbottare contro un giornalista reo di averle fatto una domanda sul caso Minetti invece di chiederle del piano casa come da suoi desiderata. Risposta aggressiva subito censurata dall’Usigrai, che ha fatto notare come “non sia accettabile che un’alta ‘carica dello stato’ definisca una domanda ‘campata in aria’” e l’atteggiamento d’insofferenza verso i giornalisti sia “diventato preoccupante”.
Il sindacato unitario dei giornalisti italiani, Fnsi, ha apprezzato l’istituzione della giornata ma la segretaria Alessandra Costante ha ricordato che “i giornalisti vivi attendono da anni un provvedimento sull’equo compenso, la cancellazione del carcere per la diffamazione e una norma contro le querele temerarie“. Oggi costante ha aggiunto: “Ci sono tanti altri modi per uccidere la libertà di stampa. E l’Italia, purtroppo, con la sua 56/a posizione (in costante caduta libera), lo sa bene: minacce, intimidazioni, querele bavaglio, liti temerarie, carcere in caso di condanna per diffamazione. Manca ancora il recepimento del Media Freedom Act, che tutela i cronisti e le loro fonti oltreché la televisione pubblica dalla pervasività della politica” E poi lo sfruttamento economico: lavoratori autonomi, circa il 60% della forza lavoro oggi, che hanno retribuzioni vergognose, non degne di un paese civile. Ma anche l’impoverimento della professione per via del mancato rinnovo del contratto Fieg (scaduto da 10 anni) – fa notare ancora la segretaria Fnsi – parla di libertà di stampa in pericolo e del tentativo degli editori di limitare tutti quegli istituti contrattuali posti a tutela dell’indipendenza dei giornalisti da qualsiasi influenza esterna, ma anche interna alle redazioni. Dignità dell’informazione significa difendere tutti i diritti, dei giornalisti di oggi e di quelli di domani”.
“Giustissimo celebrare i caduti, ma la scelta della data è un errore – ha commentato dal canto suo il presidente della Federazione della stampa, Vittorio di Trapani -. Il messaggio che passa è che la libertà di stampa da celebrare è quella dei giornalisti uccisi e quella rivendicata dai giornalisti vivi la oltraggiamo”.
Secondo quanto appreso dal Foglio da fonti qualificate del ministero della Giustizia, il ministro sarebbe pronto a promuovere un’azione risarcitoria in sede civile contro Ranucci per le dichiarazioni rese a Rete 4 sulla presenza di Nordio al ranch di Cipriani, compagno di Minetti, in Uruguay. La Rai sarebbe intenzionata a non fornire alcuna tutela legale al giornalista

(di Ermes Antonucci – ilfoglio.it) – Secondo quanto appreso dal Foglio da fonti qualificate del ministero della Giustizia, il ministro Carlo Nordio sarebbe pronto a promuovere nei prossimi giorni un’azione risarcitoria in sede civile nei confronti di Sigfrido Ranucci, per le dichiarazioni rilasciate dal conduttore di Report al programma “È sempre Cartabianca”, su Rete 4, sulla possibile presenza del ministro nel ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Nell’istanza di risarcimento si farà riferimento al danno alla reputazione e all’immagine del Guardasigilli prodotto dalla diffusione di notizie non ancora verificate, in violazione del Codice deontologico dei giornalisti italiani, che prevede l’obbligo per i giornalisti di verificare l’attendibilità delle informazioni raccolte prima di diffonderle. Le somme eventualmente ottenute all’esito dell’azione risarcitoria saranno devolute in beneficenza.
Era stato peraltro lo stesso Ranucci ad ammettere di aver diffuso una notizia non ancora verificata. “Una nostra fonte avrebbe visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay a marzo. Se fosse vero, è una notizia. Stiamo verificando”, ha affermato martedì scorso il conduttore di Report ospite del programma di Bianca Berlinguer. Il riferimento è alla vicenda della grazia concessa a Nicole Minetti, compagna di Cipriani. Ranucci ha lasciato intendere che Nordio, mentre seguiva la pratica da trasmettere al Quirinale per chiedere la grazia per Nicole Minetti, sarebbe andato nel “ranch” dove Minetti vive con Giuseppe Cipriani. Pochi minuti dopo il ministro Nordio è intervenuto telefonicamente in diretta per smentire la ricostruzione ipotizzata dal conduttore di Report. “I primi di marzo di quest’anno ero impegnato in campagna elettorale per il referendum”, ha spiegato.
Un viaggio in Uruguay, località in cui Cipriani e Minetti vivono, risale a un anno fa. In quell’occasione, tuttavia, il ministro ha riferito di non avere incontrato l’ex consigliera graziata da Mattarella e il suo compagno: “Sono stato in Uruguay e in Argentina per una breve missione ufficiale per accordi governativi, non ricordo se l’anno scorso o due anni fa. Ma escludo in via assoluta di avere mai incontrato questi signori o di essere mai entrato nei loro ranch, case o abitazioni. Non so da dove escano queste follie inventate di sana pianta”.
In seguito alle dichiarazioni rilasciate a “E’ sempre Cartabianca”, come anticipato dal Foglio, la Rai ha inviato una lettera di richiamo a Ranucci. Nella lettera di richiamo, firmata dal direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, si contesta a Ranucci di non aver rispettato “i principi di correttezza dell’informazione, verifica delle fonti e tutela della reputazione dei soggetti coinvolti, a maggior ragione quando si tratta di esponenti istituzionali”. Regole che valgono anche quando un dipendente è ospite di altre emittenti. Corsini ha contestato, come alcune dichiarazioni, “anche formalmente smentite in diretta dal diretto interessato”, “per le modalità approssimative con cui sono state formulate”, rischino di esporre Ranucci e l’azienda “a possibili conseguenze, quantomeno sul piano reputazionale”. Infine Ranucci avrebbe violato la liberatoria della Rai che gli aveva concesso di parlare esclusivamente del suo libro.
La Rai appare intenzionata, anche se nella lettera non si fa menzione di questo aspetto, a non fornire alcuna tutela legale, proprio perché ritiene che non siano stati rispettati i principi di correttezza che devono seguire i dipendenti del servizio pubblico. Dunque Ranucci, se venisse condannato a risarcire Nordio, sarebbe costretto a pagare di tasca sua.

(di Flavia Landolfi e Giuseppe Latour – Il Sole 24 Ore) – Tempi stretti per liberare gli immobili, corsia accelerata sugli sfratti e una stretta sulle occupazioni senza titolo. È questo il perimetro del disegno di legge approvato giovedì scorso dal Consiglio dei ministri che accompagna il Piano casa messo a punto dal governo […]
È uno dei dossier più caldi sul tavolo dell’esecutivo, ma anche uno dei più delicati per l’esigenza di bilanciare i diritti dei proprietari con quelli degli inquilini.
Sotto accusa la difficoltà, spesso cronica, di rientrare in possesso degli immobili: tempi lunghi, procedure complicate e una serie di passaggi e di termini che non di rado rendono la restituzione un’Odissea. È qui che prova a intervenire il Ddl con un impianto che punta a comprimere i tempi.
L’obiettivo dichiarato è «rendere più rapida ed efficace la restituzione degli immobili», tenendo conto del fatto che «tali beni costituiscono, in un gran numero di casi, uno strumento essenziale per assicurare al proprietario i mezzi di sussistenza, tanto più nell’ipotesi, non infrequente, in cui l’acquisto dell’immobile poi locato sia stato effettuato attraverso l’accensione di finanziamenti», spiega la relazione.
Il cuore della riforma è nella riscrittura del Codice di procedura civile. In generale, viene superata in varie situazioni l’udienza di convalida davanti al giudice, per guadagnare tempo: il proprietario potrà chiedere direttamente un ordine di rilascio. […]
E nello stesso modo dell’ordinaria ingiunzione di pagamento, il decreto arriva entro quindici giorni, in caso di contratto ancora non scaduto, e dispone la liberazione dell’immobile senza ulteriori passaggi, a decorrere dalla data di scadenza.
Se il contratto è già scaduto (e quindi si ricade nell’ipotesi di sfratto), il giudice fissa il rilascio entro un termine tra 30 e 60 giorni, lasciando un margine di flessibilità per le esigenze delle parti. Scatta poi una leva economica: su richiesta del locatore, può essere riconosciuta una somma pari all’1% del canone mensile per ogni giorno di ritardo. […]
[…] Sulle occupazioni abusive, il Ddl introduce una corsia super veloce per il rilascio: non si passerà più dal giudice. In presenza di occupazione senza alcun titolo, il proprietario potrà avviare l’esecuzione forzata anche sulla base di atti notarili che attestano il diritto di proprietà. In sostanza, questo potrà avvenire senza la necessità di ulteriori passaggi per ottenere un titolo esecutivo.
La norma si applica ai casi di occupazione arbitraria, restando esclusi quelli in cui esisteva un titolo poi dichiarato invalido. Restano, in fase di esecuzione, le tutele per i più deboli.
L’ufficiale giudiziario può differire l’esecuzione dello sfratto una sola volta, e fino a 180 giorni, «se la parte esecutata ha compiuto i settantacinque anni di età o è persona con disabilità grave o è malata terminale».
Stretta anche sulle notifiche: lo sfratto potrà andare avanti anche se l’inquilino è irreperibile, evitando che l’assenza blocchi la procedura, ferma restando la possibilità di opposizione se il destinatario dimostra di non aver avuto conoscenza dell’atto.
Il Ddl imprime un giro di vite anche sulla morosità: si riducono sia le occasioni per sanare il debito, che scendono da tre a due in quattro anni, sia i tempi concessi dal giudice per mettersi in regola, dimezzati fino a 45 giorni (60 nei casi più gravi). C’è poi la spinta alla digitalizzazione.
[…] Interventi sui quali arriva la soddisfazione del presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «La scelta di intervenire per rendere certi e rapidi i tempi degli sfratti fa giustizia di decenni di demagogia con la quale i diritti dei proprietari sono stati messi in secondo piano. Maggiori garanzie per il rilascio degli immobili aprono la strada a un ampliamento dell’offerta di case».

(di Marcello Veneziani) – Gabriele d’Annunzio a Fiume era un’occasione ghiotta per costruire un film attraente: un poeta rivoluzionario e guerriero conosciuto in tutto il mondo, un’impresa folle ed epica, una gioventù di combattenti e reduci della prima guerra mondiale, un gruppo di personalità eccentriche al seguito, tra eroi, artisti, letterati, sindacalisti, donne e qualche frate. Fiume fu una festa dionisiaca non priva di trasgressioni anche erotiche e orgiastiche, intorno a una mitica Costituzione e alla leggendaria reggenza dannunziana del Carnaro. Tutti gli ingredienti per fare un film d’eccezione all’altezza del poeta e della sua storia. Poi invece ti esce un film dal titolo bello e promettente, Alla festa della rivoluzione, ma dall’esito un po’ torvo e modesto, pur ispirato da un buon testo di Claudia Salaris; con un d’Annunzio un po’ woke, molto di sinistra, tra forzature e soliti ingredienti, fascismo e antifascismo, buoni e cattivi. Non è il primo film dedicato a D’Annunzio che delude le aspettative, non riesce a restituire la smagliante ebbrezza del poeta e della sua vita inimitabile, leggendaria, carica di eccessi. Eppure D’Annunzio si presta al teatro e al cinema, di cui è stato pure autore e sceneggiatore ai tempi del muto. E sparisce al cinema l’essenza poetica e civile di d’Annunzio, il suo messaggio politico e ideale.
Chi è stato Gabriele d’Annunzio sul piano civile? Fu l’ultimo dei conservatori dell’800 e il primo dei rivoluzionari del ‘900. Eletto in Parlamento con la destra, andò poi nei banchi della sinistra (“vado verso la vita”); ma quel passaggio gli fu fatale, non fu poi rieletto. Ma in quel percorso aveva già maturato l’idea di una politica eroica ed estetica, in cui la moltitudine e l’aristocrazia, la tradizione e la rivoluzione, la nazione e la giustizia sociale si sarebbero incontrate nella sintesi ardita e creativa dell’artista-politico e militare. Erano quelle le basi della rivoluzione conservatrice. L’interventismo fu per lui l’occasione per rendere la poesia totale, visione che si fa azione, letteratura che si fa storia, e che nel nome della nazione mobilita il popolo in un’impresa grandiosa di redenzione. Quella stessa ispirazione produrrà dopo la guerra l’avventura di Fiume, l’incontro tra radicalismo e tradizione, tra sindacalismo rivoluzionario e nazionalismo dei reduci. E tra la guerra e l’impresa fiumana d’Annunzio dà vita a una liturgia politica e combattentistica, tiene a battesimo una ricca ritualità nutrita di simboli e di miti, che impregna i suoi gesti e i suoi discorsi “alati”. La vita come opera d’arte passa così dalla solitudine dell’eroe, del poeta, dell’artista superuomo, alla moltitudine e ai combattenti legionari. Non si comprende d’Annunzio senza Nietzsche, il nazionalismo francese, la passione italiana e guerriera, il mondo classico, lo spiritualismo eroico di ascendenza cristiano-pagana. Estraneo fu invece a ogni cultura socialista e marxista, liberale, pacifista e progressista. Il suo nazionalismo arcitaliano collima, seppure in altre forme e altri linguaggi, con quello di Papini e Prezzolini, di Malaparte e Mussolini. Ma prima di loro, Alfredo Oriani e sul versante poetico Giovanni Pascoli e Giosuè Carducci avevano già prefigurato quel riscatto d’Italia, conciliando nazionalismo e socialismo, con forti ascendenze imperiali e militari. Non fu solo d’Annunzio, o Marinetti e Papini, a elogiare la guerra e a eccitare gli animi nel nome della Patria e del Popolo. Per certi versi era la linea di Francesco Crispi opposta a Giolitti. Una linea per così dire di sinistra nazionale, mediterranea, interventista, risorgimentale, garibaldina. Che poi incontrava quella nazionalista venuta da destra.
Dalla loro sintesi nacque il fascismo. Con il fascismo e con il Duce il Vate ebbe un rapporto tormentato, sin dalla sua fondazione e dalla vicenda fiumana. A chi sottolinea che d’Annunzio non fu mai fascista, io osservo che il rapporto è inverso. Non fu d’Annunzio a essere fascista, fu il fascismo a essere dannunziano, a ispirarsi a lui nello stile e nel linguaggio, negli atteggiamenti e nei riferimenti alla sua visione; esteta armato e oratore che parla ai militi e alle folle e porta per così dire Zarathustra dai monti alle masse. Non capiremmo il fascismo senza d’Annunzio; mentre non vale l’inverso, perché d’Annunzio precede il fascismo, anche anagraficamente: abitò per metà esatta nell’ottocento e per l’altra metà della sua vita nel novecento, è di vent’anni più grande di Mussolini e quando il fascismo va al potere ha già quasi sessant’anni, gran parte della sua opera e della sua fama, sono già noti in tutto il mondo. Del resto fu enfant prodige, assurto agli onori della letteratura quando non aveva vent’anni, ancora nel pieno dell’Ottocento. Col fascismo l’ultimo suo capolavoro non fu un’opera ma il Vittoriale sul Garda, un monumento al suo stile prima che una sontuosa dimora: i capolavori erano già stati scritti prima che il fascismo apparisse e poi andasse al potere, l’arco della sua poesia era già compiuto, resta solo la ricchezza di una testimonianza, il carteggio e gli ultimi scritti. Non ha dunque molto senso insistere sull’antifascismo di d’Annunzio, che riguardò semmai alcuni suoi adepti, come quelli di Alleanza Nazionale, un movimento dannunziano sorto nel 1930. Lui restò l’Inimitabile, nonostante i tanti imitatori. E visti certi film, l’Intraducibile, nel cinema di oggi.

(Dott. Paolo Caruso) – Europa, batti un colpo… Se ci sei, non puoi consentire a Netanyahu di imperversare in lungo e largo sul “Mare nostrum”. Il Mediterraneo non è un lago di proprietà di Israele, per cui si possa arrogare il diritto, a distanza di migliaia di chilometri dalle sue coste e in piena area internazionale, di bloccare la flotilla e carcerare chi salpava da Corfù per portare aiuti umanitari a Gaza. A chi spetta bloccare l’usurpatore, se non all’Europa? Perché non hai la schiena dritta e fronteggi qualunque prepotente calpesta “i diritti internazionali” in casa nostra? Europa, dove sei? Latitante su tutto il fronte sei diventata zimbello del Tycoon a stelle e strisce che dall’ oggi al domani, con toni sempre più sprezzanti, ti impone dazi al 25% sulle esportazioni di auto e camion, minacciandoti anche di ridurre le forze militari statunitensi nelle basi presenti in Germania, Italia e Spagna. Dal fronte russo, il compare di Trump, lo Zar Putin si sente autorizzato a screditarti, ritenendoti il ventre molle della politica internazionale. In quattro anni di guerra russo ucraina non sei riuscita, come sarebbe stato logico aspettarsi, a intavolare uno straccio di negoziato. Le tue “donnine” al comando, von der Leyen e Kallas non riescono a spogliarsi dei panni di “serve sciocche” dell’ ingombrante ex alleato americano. Anche al tuo interno, i vari Vannacci, gli Orban dell’ ultimo minuto e in generale tutti i Sovranisti, tramano intenzionati, come “cavalli di Troia”, a disgregarti. Quale potenza, confrontati alla pari con le altre Nazioni assumendo la schiena dritta e portando avanti quei valori che hanno fatto grande l’ Unione, mostrando se necessario anche i muscoli a dimostrazione che non hai paura di quelli altrui. Tempo fa, in una trasmissione televisiva, era sufficiente, a chi prendeva il telefono per rispondere, dire: “Europa, Europa!”, e magicamente si guadagnavano milioni. Oggi siamo disperatamente ridotti a gridare: “Europa, Europa, se ci sei, batti un colpo!”
Flotilla, se Israele rifiuta ogni etica e trasforma gli altri in nemici. In tutta questa vicenda, ciò che colpisce è la violazione di ogni legge, non solo del diritto internazionale.

(Anna Foa – lastampa.it) – La vicenda della Global Sumud Flotilla resta molto inquietante, anche dopo lo sbarco a Creta degli attivisti sequestrati da Israele in acque internazionali. Innanzitutto, non tutti sono stati rilasciati, due di loro, fra gli organizzatori, sono stati trasportati in Israele sotto l’accusa di essere legati ad organizzazioni terroristiche e di aver compiuto attività illegali. Si tratta di un brasiliano, Thiago Avila, e di un palestinese con nazionalità spagnola, Saif Abu Keshek. Il loro arresto sembra mirare a rendere credibili le accuse del governo israeliano alla Flotilla di essere legata ad Hamas. Il fatto che la Flotilla sia carica di rifornimenti, e non di armi, non sembra ai loro occhi significativo. È una protesta politica pacifica, volta a rompere il blocco illegale della Striscia, ma questo basta a renderla un pericolo per Israele.
Ma l’arresto di questi due attivisti e la loro deportazione in Israele suscita molte preoccupazioni perché le condizioni dei presunti “terroristi” nelle carceri di Israele sono secondo tutte le testimonianze caratterizzate da violenze di ogni tipo, tanto è vero che sessanta degli attivisti sbarcati a Creta sono scesi in sciopero della fame per ottenerne il rilascio e che una richiesta di intervenire è stata rivolta da due deputati italiani al governo, dal momento che uno dei due è stato sequestrato su una nave che batteva bandiera italiana.
Le preoccupazioni per la loro sorte sono rese più gravi dal fatto che nella notte trascorsa sulla nave israeliana che li trasportava a Creta gli attivisti sono stati sottoposti, come testimoniano molti di loro, a pesanti violenze. Le foto ci mostrano persone con il naso rotto e gli occhi pesti, e i racconti confermano questo trattamento. Ci sono precedenti ancora più gravi. Nel 2010 la Freedom Flotilla I fu abbordata, sempre in acque internazionali, con 9 morti fra gli attivisti, tutti turchi meno un americano. E sappiamo che violenze e umiliazioni non sono mancate neanche nell’ottobre scorso nel trattamento riservato agli attivisti della Flotilla portati in Israele.
Resta il fatto che l’aggressione è avvenuta in acque internazionali, in un luogo distante 600 miglia da Gaza, e che gli attivisti sulle 22 navi aggredite sono stati “rapiti”, non arrestati. Il ministro israeliano della Difesa, Katz, ha dichiarato che la legge israeliana lo autorizza. C’è da stupirsi che la legislazione di Israele consenta esplicitamente atti considerati come “pirateria” dal diritto internazionale, dal diritto dei paesi implicati, e dal diritto del mare.
Quanto al fatto che i rapiti non sono stati portati in Israele e di là espulsi, ma rilasciati a Creta, dentro l’Unione europea, è dovuto alle pressioni di Italia e Germania. Meloni ha dichiarato di non capire a cosa serva la Flotilla, ma ha condannato l’aggressione in acque internazionali e il governo si è attivato per il loro rilascio a Creta.
In tutta questa vicenda, ciò che colpisce è la violazione di ogni legge, non solo del diritto internazionale. Sembra che Israele sia spinta da una sua volontà di autodistruzione e di rifiuto di ogni norma etica a mostrare ovunque la sua forza, a dimostrare di poter agire in ogni parte senza remore di nessun tipo. Certamente, in tutto questo gioca un ruolo importante la volontà di non consentire che la vicenda della Flotilla contribuisse ad innescare una spinta contro la politica del governo israeliano, come è successo con le grandi manifestazioni del settembre scorso in molta parte del mondo. Ma c’è di più. C’è una volontà di isolamento, di chiusura totale verso gli altri, considerati tutti nemici, antisemiti. I ripetuti atti contro i cristiani, dal vandalismo del crocefisso all’aggressione fisica di suore, come nell’episodio avvenuto nei giorni scorsi a Gerusalemme e documentato in un video, lo dimostrano. La pirateria è un reato gravissimo, il pestaggio di prigionieri indifesi anche. Chiunque non si rallegri di questa deriva dello Stato ebraico, ma pensi ancora ad Israele come ad un Paese percorso da forti resistenze alla politica del suo governo e quindi ancora in grado di essere salvato dall’autodistruzione, dovrebbe fare quanto è in suo potere per alzare alta la voce a denunciare vicende come questa. Una fra tante, meno grave delle decine di migliaia dei morti di Gaza, certo, ma indice di un precipitare sempre più veloce del clima politico dello Stato ebraico.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Crescita asfittica e riforme al palo, ma il governo Meloni è il secondo più longevo del dopoguerra”, come titola “La Repubblica”. Il secondo più longevo, accipicchia, pur se inzeppato di ministri inadeguati ma sicuramente dotati di “spocchia” (Meloni dixit), quando non travolti da scandali e scandaletti anche a luci rosse, infestato da fazioni in lotta e dispettucci à gogo. Un governo che resta persistente benché guidato da una premier che l’opposizione (politica e mediatica) accusa di tutto un po’: inclinazioni autocratiche, continuità col fascismo e, perfino, di mostrarsi eccessivamente nervosa nei rapporti con la stampa, segno di un progressivo logoramento anche psicologico. Nei talk antipatizzanti, dove si sommano le tante, troppe smarronate della destra sembra ogni volta di assistere a un conto alla rovescia dall’esito infausto già scritto. Come se i segnali di disgregazione interna non potessero che preludere a un “qui viene giù tutto”, inevitabile. Eppure, tutto ’sto disastro resiste da ben 1.288 giorni, appena quattro mesi o giù di lì dal record di 1.412 giorni in carica del secondo governo Berlusconi.
[…] Da qui sorge una domanda spontanea, anzi due o tre, che rivolgiamo (sommessamente) a Elly Schlein, Giuseppe Conte (auguri per una pronta guarigione), al duo Bonelli & Fratoianni e a tutti coloro che considerano il governo Meloni come una iattura, tra i peggiori se non addirittura il peggiore del dopoguerra, brutto sporco e cattivo. Come è stato possibile che una simile mostruosità politica potesse iscriversi nel Guinness dei primati? È sufficiente chiamare in causa l’eterno cinismo della destra che, pur in disaccordo su tutto, riesce a cementarsi in un blocco duraturo di potere? E, se così fosse, come mai i virtuosi governi di centrosinistra (vedi il Prodi Uno e il Prodi Due) tendono invece a implodere abbastanza rapidamente, con pirotecnici scazzi? Quanto all’accusa lanciata verso Meloni di aver combinato, in tutto questo tempo, poco e niente (Schlein), non rischia di essere rovesciata nel suo esatto contrario: malgrado il fallimento denunciato, come è possibile che trascorsi quasi quattro anni i sondaggi continuino a segnalare la maggioranza di centrodestra poco al di sotto, o alla pari, con gli avversari di centrosinistra? Insomma, miei cari leader, al di là delle vostre sacrosante denunce, chi scrive resta convinto che nessuno di voi possa sinceramente augurarsi l’improvviso collasso del governo Meloni, e ciò per forza di cose. Un’eventualità che, perdonate la franchezza, farebbe trovare il fronte progressista o campo largo che dir si voglia nelle classiche brache di tela. […] Senza ancora un leader, senza un programma, privo di un’idea di futuro, è sufficiente lanciare ogni giorno improperi contro la parte avversa per costruire un’alleanza che duri? Senza contare, mancando ancora quasi un anno e mezzo alla fine della legislatura, che nell’interregno si potrebbe fare strada l’ipotesi di un ennesimo esecutivo tecnico che, la storia insegna, costituisce un efficace ricostituente soprattutto per le destre. Ragion per cui, e caso abbastanza curioso, è possibile che la longevità dell’attuale governo non si debba tanto alle qualità che questo governo non possiede, bensì alla assoluta necessità, che avete voi, che resti in piedi?
Dalla guerra in Iran agli alleati Nato, gli Stati Uniti di Donald Trump si comportano come emuli del pirata dei Caraibi

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Siamo pirati!», ridacchia Trump e si felicita con se stesso perché le sue navi da guerra sequestrano greggio abbordando petroliere nelle acque di Hormuz. Abituati al funambolismo del comandante in capo delle Forze armate Usa potremmo classificare anche questa tra le sue fatue sparate. Sbaglieremmo.
In due parole, The Donald coglie il punto: gli Stati Uniti d’America si comportano da emuli di Barbanera, il pirata dei Caraibi. Solo che, a differenza del leggendario schiumatore settecentesco dell’Atlantico settentrionale, il suo plagiario dovrebbe guidare la massima potenza del pianeta. Il condizionale esprime dubbi sia sulla guida sia sulla potenza.
Negli ultimi giorni Trump ha dato sfogo alla rabbia contro gli “alleati” (virgolette d’obbligo) atlantici, vili e scrocconi, che non lo soccorrono nell’avventura di Hormuz. Disco rotto, non fosse per l’annuncio di rappresaglie operative contro la Germania. Della quale talvolta si trascura che in quanto grande sconfitta nella seconda guerra mondiale gode della presenza delle più importanti basi militari americane in Europa.
Washington le ha sempre considerate perno della proiezione nel nostro continente. Ma ieri (sabato 2 maggio) un alto dirigente del Pentagono ha annunciato che entro sei mesi, massimo un anno, gli Stati Uniti ritireranno 5mila dei 35mila soldati schierati nella Bundesrepublik. Mossa analoga a quella da Trump già annunciata nel primo mandato, poi boicottata dallo Stato profondo come molte altre sue bizzarrie.
È possibile, anzi probabile, che anche stavolta l’annuncio del parziale ritiro resti lettera morta. Perché questa mossa sarebbe un autogol. Tanto che ai vertici delle Forze armate Usa cresce l’insofferenza per il pirata. Via pittoresco ministro della Guerra Hegseth la Casa Bianca sta purgando i vertici del Pentagono. Conta la presunta lealtà al presidente. Il merito viene dopo, se viene. Scontro sordo dalle conseguenze incalcolabili, essendo tra l’altro in gioco il governo delle armi strategiche.

Nel caso tedesco, intervengono anche antipatie e simpatie di Trump. Forse per le origini bavaresi, lui detesta la Germania. E non ama gli sia ricordata la terra degli avi paterni. Quando il cancelliere Merz venne per la prima volta a trovarlo nello studio ovale Trump ne accolse con visibile fastidio il regalo: il certificato di nascita del nonno Friedrich, nato nel 1869 a Bad Dürkheim. Nulla in confronto al trattamento riservato ad Angela Merkel, cui aveva rifiutato di stringere la mano.
All’opposto, Trump e i suoi manifestano trasporto per i vertici russi — non sempre ricambiato. La punizione della Germania è anche un gesto di attenzione nei confronti di Putin. Ora che svoltando di 180 gradi rispetto al recente passato Berlino si offre avanguardia dei “volenterosi” decisi a tenere la Russia sotto pressione via resistenza ucraina, Trump non perde occasione per dimostrare comprensione al Cremlino.
Ad esempio cancellando l’annunciato spiegamento in Germania del sistema missilistico ipersonico Dark Eagle quale risposta agli Iskander e agli Oreshnik russi. E ordinando di piazzare un colonnello dell’Esercito nella catena di comando della Bundeswehr quale vicecapo della divisione operativa. Per collaborare con l’alto comando germanico, dicono. Per controllarlo, di fatto.
Washington non apprezza la proclamata intenzione tedesca di ergersi potenza convenzionale e tecnologica numero 1 in Europa entro il 2039. Trump è contro la Nato perché come è ridotta oggi non gli serve. Non per abbandonare gli europei a se stessi. Magari ai cinesi.
Le generazioni passano, ma il riflesso germanofobo all’origine del Patto Atlantico, tra le cui missioni spiccava quella di «tenere i tedeschi sotto», è ancora attivo in America e non solo. A Washington condiviso da due correnti opposte: quella che vorrebbe recuperare la Russia in funzione anti-cinese e quella che vorrebbe finire di liquidarla via Ucraina ma teme che la Germania, dopo aver legittimato il suo riarmo in funzione antirussa, ci si metta d’accordo. Ipotesi concreta se l’Afd, il partito neonazionalista in buona parte filorusso oggi in testa nelle intenzioni di voto, salisse al governo nei prossimi anni.
Può la rappresaglia anti-tedesca anticipare analoga misura contro l’Italia della «deludente» Meloni? Da Barbanera aspettiamoci di tutto. Persino che alle parole seguano fatti.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Nessuno (probabilmente nemmeno Trump) sa quanti soldati americani Trump vorrà ritirare dall’Europa (Germania e Italia in pole position). Avverando il vecchio sogno degli animosi cortei che, mezzo secolo fa, volevano buttare a mare le basi americane: è possibile che ci si buttino da sole, e chi l’avrebbe mai detto.
Ma se l’Europa volesse cogliere la palla al balzo, non c’è momento più adatto di questo per pensare non solo alla famosa “difesa comune”: ma con quali mezzi, con quali fini e spendendo quanti soldi. Tenendo presenti, se possibile, due cose: la prima è che “riarmo” e “difesa” non vogliono dire la stessa cosa. La forza di dissuasione delle armi, soprattutto ultimamente, sembrerebbe funzionare al contrario: più armi ci sono, più si fanno guerre.
La seconda è che la spesa militare europea è molto alta, attorno ai quattrocento miliardi all’anno, ma spezzettata e dispersiva, Stato per Stato, governo per governo. Anche un inesperto di strategia militare è autorizzato a immaginare che unendo e coordinando gli sforzi si potrebbero spendere meno soldi, e meglio.
Quanto ai fini, bisognerebbe che per un eventuale esercito europeo fosse lecito difendersi e vietato aggredire. Un esercito che per statuto difenda i propri cittadini, ma sia impedito ad aggredire altri Paesi, sarebbe meno duro da digerire anche per le forze di pace, associazioni e partiti. E soprattutto le nuove generazioni, che aspettano dalla politica, almeno ogni tanto, un segno di novità.
Impossibile sognare uniformi arcobaleno (suona come un ossimoro). Ma soldati che hanno come (fragile) compito il mantenimento della pace ce ne sono già adesso, e sono i caschi blu.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – L’altra sera a Otto e mezzo si parlava del pareggio alle prossime elezioni, che imporrebbe un’alternativa secca al centrosinistra: o appoggiare una legge ipermaggioritaria tipo Melonellum, con un mega-premio alla coalizione che arriva prima; o subire il “porcaio”, cioè l’ammucchiata centrista in cantiere nei retrobottega del potere con la rivergination di B. e famiglia […]
Chi è Paula White-Cain, la telepredicatrice cooptata da Trump alla Casa Bianca. Passato difficile, opache fortune e accondiscendenza assoluta al presidente

Donatella Mulvoni Manuela Cavalieri – lespresso.it) – Quando Trump la vede per la prima volta in tv, all’inizio degli anni Duemila, è una telepredicatrice bionda e magnetica. Ha un passato difficile e una straordinaria capacità di andare dritto al cuore della gente con il suo show. La invita alla Trump Tower. È l’inizio di un’amicizia che la porterà fin dentro la Casa Bianca. Oggi la pastora Paula White-Cain lavora nella West Wing e coordina il White house faith office, a pochi passi dallo Studio ovale. «L’imprenditore la accostava ad Oprah Winfrey, una persona con un’impresa mediatica di grande successo e una storia personale forte», ci dice Molly Worthen, autrice di Spellbound (“sotto incantesimo”), sull’uso del carisma per mobilitare le masse.
Prima di diventare la consigliera spirituale del commander-in-chief, era una «ragazza incasinata del Mississippi», come si è raccontata. Un’infanzia segnata da papà suicida, mamma alcolizzata e abusi, in un contesto di disagio e povertà. Madre teenager, si converte nel 1984 e, dopo un primo matrimonio fallito, sposa il pastore pentecostale Randy White. Con lui fonda nel 1991 una chiesa a Tampa, in Florida, che cresce rapidamente. Un rapporto del Senato pubblicato nel 2011 farà luce sui fondi esentasse che la coppia avrebbe utilizzato per jet privato, stipendi d’oro a familiari e case. Dopo un nuovo divorzio, nel 2011 diventa responsabile del New destiny christian center poi City of destiny in Florida, incarico che lascia nel 2019, passando la guida al figlio e alla nuora.
Oggi, a 60 anni, si definisce sul suo sito «riformatrice culturale, pioniera spirituale e una delle voci cristiane più influenti del XXI secolo». Perpetuamente sorridente ed estremamente grintosa, raggiunge ogni settimana milioni di persone in tutto il mondo con i programmi tv disseminati anche sui social. È milionaria (si parla di un patrimonio personale di almeno cinque milioni di dollari) ed è sposata dal 2015, in terze nozze, con il musicista Jonathan Cain, storico membro dei Journey.
Tra chirurgia estetica e abiti griffati, è stata più volte tacciata di eresia per un ministero vicino al “prosperity gospel”, che sollecita aggressivamente donazioni. Celebre l’offerta di «sette benedizioni soprannaturali» con un versamento minimo di mille dollari. «Ha costruito una presenza mediatica che combina una forma di auto-aiuto spirituale con uno stile di vita materialmente attraente, in cui benedizione materiale e spirituale sono strettamente connesse», spiega Molly Worthen. Principi con cui Donald Trump va a braccetto. Paula ripaga la fiducia con una lealtà assoluta. Opporsi al presidente, ha intimato, «sarebbe come dire no a Dio». Non stupisce che poi il tycoon abbia postato una foto di se stesso in sembianze messianiche.
Sta trasformando il Faith office in un’arma , denuncia a L’Espresso la reverenda Jennifer Butler, a guida della stessa istituzione durante l’amministrazione Obama (quando si chiamava White house council on faith and neighborhood partnerships). «Era uno spazio di dialogo interreligioso e plurale. Ma anche George W. Bush (che lo istituì ufficialmente nel 2001) coinvolse un’ampia gamma di orientamenti. Oggi è la scelta di una sola fede in una versione conservatrice, di destra che, dal mio punto di vista di pastora, non riflette nemmeno i veri insegnamenti del cristianesimo». I governi precedenti, ricorda, lavoravano altresì per attuare programmi concreti sul territorio. «Aiutare poveri, senzatetto, immigrati, affrontare l’Hiv/Aids. Invece la prima cosa che questa amministrazione ha fatto è stata tagliare tutti i fondi e smantellare Usaid (l’agenzia governativa per la gestione degli aiuti umanitari)».
Non la impensierisce l’accesso della religione allo Studio ovale, ma l’uso per legittimare il potere. «Obama aveva una fede autentica. Ricordo quando cantò Amazing grace al funerale (del reverendo nero ucciso da un suprematista con altri 8 fedeli a Charleston nel 2015). Un gesto di umiltà, in quel momento incarnava una sorta di pastore della nazione e lo faceva in modo inclusivo». Insomma, uno scenario molto diverso da quello dei ministri di culto che pregano per la guerra in Iran degli Usa al fianco di Israele. D’altra parte, White-Cain e il suo circolo interpretano le tensioni in Medio Oriente in chiave escatologica. Trump è al potere per compiere una missione. Lo confermerebbe anche il fatto di essere sopravvissuto a tre attentati, compreso l’ultimo durante la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca all’Hilton di Washington.
Il profilo personale passa in secondo piano: contano i risultati. Con la nomina di tre giudici conservatori, Trump ha consegnato alla Corte suprema la maggioranza che ha rovesciato Roe v. Wade, cancellando il diritto federale all’aborto (decisione che, secondo White-Cain, ha posto fine a ciò che definisce «l’assassinio brutale di milioni di bambini» in cinquant’anni). A questo si aggiungono la difesa della libertà religiosa e una linea dura contro cultura woke, politiche di genere, istanze della giustizia sociale e immigrazione illegale.
Un ragionamento che però trova voci importanti di dissenso all’interno del mondo evangelico. «La Chiesa deve rinunciare alla propria capacità di dire la verità al potere in cambio di ottenere alcuni risultati politici? Quanto deve essere stretta la relazione tra la Chiesa e qualsiasi governo, incluso questo?». Se lo chiede Amos Yong, il più importante teologo pentecostale vivente, professore al Fuller theological seminary. «Nell’Antico Testamento i profeti agivano come coscienza della comunità e anche della teocrazia, quando operavano accanto ai re o persino contro di loro», ci dice. «Nel nostro contesto la situazione è ancora più problematica, considerando che esistono ampie evidenze sul fatto che almeno alcune delle azioni di questa amministrazione siano moralmente, legalmente o politicamente discutibili». Paula White-Cain, chiarisce, non appartiene al pentecostalesimo classico, ma al più fluido universo carismatico. Quella a cui afferisce è la New apostolic reformation, in cui confluiscono gruppi che promuovono l’idea di un’influenza cristiana diretta nella società, dalla politica ai media tra gli altri ambiti. «Incidere e impegnarsi non significa ignorare l’evidente disonestà o le illegalità in cui l’amministrazione potrebbe essere coinvolta», avverte.
In autunno uscirà il nuovo lavoro di Yong, “Trump and the politics of prayer: inside the spiritual world of his faith advisory team”, che offre un’analisi teologica e antropologica dell’ecosistema religioso dei sostenitori evangelici e carismatici del presidente. Il saggio ricostruisce le chiamate alla preghiera promosse dai consiglieri spirituali dopo le elezioni del 2020. Momenti di forte mobilitazione in cui leader e fedeli reagirono a una sconfitta ritenuta ingiusta, invocando un intervento divino. Yong mostra come questa dimensione spirituale si sia intrecciata con i tentativi di impedire la certificazione del voto, contribuendo al clima che portò all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. «Mettiamo in evidenza il ruolo della retorica della paura, ma anche delle ansie reali di molti credenti». Il timore di perdere identità e capacità di difendere le proprie posizioni morali ha spinto molti a tollerare comportamenti altrimenti inaccettabili. «Se un’amministrazione restituisce quei diritti, questo finisce per pesare più di ogni altra considerazione. E così prevale la spinta a difenderli, evitando qualsiasi scelta che possa mettere a rischio un rapporto così stretto con il potere». Dinamica che, osserva, continua a produrre effetti oggi, con il ritorno di molti di quei protagonisti nella nuova amministrazione Trump.