Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Elly, Giuseppe e il dilemma del diavolo


Scrivere un progetto comune significa sciogliere oggi i nodi che finora sono stati rinviati a domani

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Il problema del campo largo non è più capire se riuscirà a mettersi d’accordo. È capire su che cosa dovrebbe mettersi d’accordo prima: sul programma o sul candidato premier. Perché da qualunque parte si cominci si finisce davanti allo stesso ostacolo.

Michele Serra lo ha spiegato con due obiezioni difficili da aggirare. La prima riguarda quanti sostengono che un programma comune sia impossibile, viste le distanze tra i partiti della coalizione. Se è così, perché mai gli elettori dovrebbero affidare il governo a una coalizione che sa già di non poter governare insieme? La seconda riguarda la soluzione opposta: prima facciamo le primarie, scegliamo il leader e poi sarà lui, con il peso della vittoria, a scrivere il programma. Ma anche questa strada conduce a un precipizio. Perché una competizione tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein può stabilire chi ha preso un voto in più, non garantire che gli sconfitti accettino le idee del vincitore. I due maggiori leader del campo largo rischiano di trovarsi di fronte a quella che Frederick Forsyt definì «l’alternativa del diavolo»: trovarsi a scegliere tra due opzioni che portano entrambe a una catastrofe.

Il peccato originale è stato costruire la coalizione rinviando a dopo ogni scelta fondamentale. Le differenze, infatti, non riguardano questioni marginali. Conte ha assunto da tempo una posizione nettamente contraria all’invio di nuove armi all’Ucraina e al riarmo, mentre nel Pd esiste un’area consistente che considera il sostegno militare a Kiev e il rafforzamento della difesa nazionale scelte irrinunciabili. Non sono divergenze che si possono nascondere dentro un programma di cinquanta pagine mettendo tutti d’accordo sul salario minimo, sulla sanità pubblica e sulla lotta alla precarietà.

Certo, la soluzione più razionale sarebbe quella che Elly Schlein indica nella sua intervista a L’Espresso: concordare un programma prima delle primarie. I candidati dovrebbero sottoscriverlo, impegnandosi entrambi a rispettarlo. Ma proprio qui cominciano i guai. Perché scrivere quel programma significa sciogliere oggi i nodi che finora sono stati rinviati a domani. Conte, in realtà, la sua strategia ce l’ha. Vuole le primarie perché esse azzerano i rapporti di forza tra i partiti e trasformano la scelta in una sfida personale. Esattamente il terreno sul quale lui ritiene di avere maggiori possibilità, non avendo quasi nulla da perdere.

Se ottiene le primarie, ha già vinto la prima battaglia. Se le vince, diventa candidato premier pur guidando il secondo partito della coalizione. Se le perde, resta padrone del Movimento. Se infine il campo largo salta sull’Ucraina o sul riarmo, rivendicherà di non aver tradito le proprie idee.

Schlein rischia molto di più. Perché guida il maggiore partito dell’opposizione e quindi spetta innanzitutto a lei costruire un’alternativa credibile. Ha avuto anche una risorsa che raramente i suoi predecessori hanno avuto: il tempo. La sua permanenza alla guida del Pd è ormai da record. Anni nei quali avrebbe potuto definire le alleanze, fissarne i confini, stabilire le condizioni programmatiche e indicare il metodo per scegliere il candidato premier.

Se il Pd arriverà alle elezioni senza aver risolto nessuna di queste questioni, quel record cambierà significato. Dimostrerà che si può restare molto a lungo alla guida di un partito senza riuscire a dargli ciò di cui aveva più bisogno: una strategia per vincere.


C’era una volta Pino Insegno, l’ex pupillo di TeleMeloni


Doveva essere il volto di punta del nuovo corso Rai. Invece gli sono state lasciate solo le briciole

(Beatrice Dondi – lespresso.it) – C’è stato un momento in cui ci aveva proprio creduto: Pino Insegno, il prescelto. Il delfino. Colui il quale avrebbe preso lo spazio che credeva di dover occupare a buon diritto, il merito della tv del merito, per guidare con il suo pizzetto, il ditino puntato e la voce avvolgente il pubblico verso l’occupazione dell’intero servizio, pubblico anch’esso. 

Sembrava che tutto fosse predisposto per vederlo attraversare le praterie della conduzione di varietà, prime serate e perché no, il volto nuovo del Festival di Sanremo. 

Certo i motori sembravano scaldarsi con una certa lentezza, qualche recupero in corsa, un piccolo flop dopo l’altro, nessun nuovo titolo a parte il disastroso esperimento vintage delle barzellette (di cui si dice potrebbe esserci un ritorno nonostante i numeri decimali della scorsa stagione) ma la speranza non voleva proprio morire. 

«Verrà il giorno della sconfitta ma non è questo il giorno», continuava a ripetersi, con la stessa enfasi con cui aveva porto questa frase per far entrare sul palco Giorgia Meloni e che gli aveva aperto quel barlume di onnipotenza, in cui sembrava che il suo nome potesse occupare ogni casella disponibile tenendo le redini strette neanche fosse un cavallo, di viale Mazzini o di Aragorn poco cambiava. 

Ma nonostante la sua fiducia immota, col tempo cominciarono a farsi largo altri nomi, altri volti, altri professionisti, forse perché altrettanto spalleggiati e decisamente assai prestanti, ex ballerini, accenti partenopei e portatori sani di quella qualità, al povero Insegno perlopiù sconosciuta, altrimenti detta empatia. 

Così il mantello dell’invisibilità ha deciso di avvolgere Pino Insegno e inesorabile come l’indifferenza, è arrivata la nebbia: basta titoli, citazioni, interviste, niente palco dell’Ariston, nessuna novità, nessun investimento. E con il sorriso stampato e le orecchie basse, si è ripresentato in video per l’ennesima edizione dell’ennesima “Reazione a catena”, il preserale estivo di Rai Uno rodato al punto che potrebbe andare avanti da solo.

Con la stessa aria del Saverio di Benigni, che nonostante gli sforzi si vede preferire sempre il Mario di Troisi in “Non ci resta che piangere” ma ancora ci crede, è entrato in studio col petto gonfio, bacchettando come sempre i concorrenti, mostrando di saperle tutte e ancor di più e ringraziando ogni sera il santo protettore che ha lasciato a Mediaset il gioco più debole. 

Insomma, i tempi sono cambiati parecchio ma se ci fosse ancora la penna formidabile di Fortebraccio, avrebbe potuto parafrasare l’imperdibile battuta su Cariglia: «L’auto si fermò. Lo sportello si spalancò e non scese nessuno. Era Pino Insegno».

DA GUARDARE

Dopo anni di scontri accesi e tinti il giusto di impalpabile volgarità, Alessandra Mussolini ha dato il meglio di sé nella scorsa edizione del Grande Fratello. Così, vista la sua predisposizione alla critica è stata scelta come opinionista di Uomini e donne. E il mondo della politica, elettori compresi, ancora una volta, ringrazia.

MA ANCHE NO

Il “caso Ranucci” è ormai diventato la nuova Garlasco, un modo di usare le parole vuote per riempire ore di palinsesti. Ma soprattutto per coprire, con il brusio generalizzato sulle quisquilie, la gravità gargantuesca di aver affondato il giornalismo di inchiesta del servizio pubblico.


Il governo vuole trasformare la Sardegna in un’isola carcere: 100 detenuti al 41 bis trasferiti a Uta


Sono partiti i primi trasferimenti dei detenuti al 41 bis in Sardegna. Un’ottantina di capimafia sono stati portati ieri nella nuova sezione del carcere di Uta inaugurata dal ministro Nordio. Ora nell’isola si temono rischi per il sovraffollamento e possibili infiltrazioni mafiose. La presidente Todde a Fanpage si scaglia contro il piano del governo: “Siamo stati ignorati”.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Strade chiuse in Sardegna e un lungo corteo di pattuglie, tra carabinieri, polizia, polizia penitenziaria e Guardia di finanza. Un imponente apparato di sicurezza che di solito siamo abituati a vedere per capi di Stato, primi ministri, personalità importanti, ma che ieri è stato convocato per scortare il trasferimento di un’ottantina di capi mafia all’interno della nuova sezione detentiva per i 41 bis del carcere di Cagliari-Uta. La decisione imposta dal governo Meloni ha aperto un altro fronte di scontro con la Regione governata da Alessandra Todde, che a Fanpage.it dice: “Da mesi chiediamo un tavolo di confronto. Il governo non può continuare a considerare la Sardegna un territorio su cui scaricare decisioni prese altrove”.

Il piano del governo per trasferire i detenuti al 41 bis in Sardegna
Per capire come si è arrivati sin qui occorre fare un piccolo passo indietro, perché quest’operazione è il risultato di un piano avviato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio più di un anno fa. A giugno 2025 infatti la Regione viene a conoscenza dell’ipotesi di destinare al 41 bis le carceri di Uta, Bancali e Badu ‘e Carros. La governatrice scrive una lettera al Guardasigilli per chiedere conto della notizia ma non riceve risposta. Un mese dopo, quando il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ufficializza la cosa, è chiaro che l’ipotesi è diventata realtà: Palazzo Chigi ha deciso di collocare in una sezione dell’istituto penitenziario di Uta 92 detenuti sottoposti al regime di carcere duro, il cosiddetto 41 bis.

Si tratta di uno strumento detentivo che dal 1992, dopo le stragi di Capaci e via d’Amelia, è stato utilizzato per isolare esponenti di clan mafiosi e impedire le comunicazioni con l’organizzazione criminale. Chi si trova al 41 bis è costantemente sorvegliato, in una cella singola, ha contatti e ore d’aria limitate e non ha accesso agli spazi comuni con gli altri detenuti. Nel tempo, il numero di reati a cui si può applicare è stato ampliato anche ad altre tipologie di delitti, come ad esempio violenza sessuale di gruppo o prostituzione minorile. Oggi in Italia, secondo i numeri di Antigone, sono circa 750 le persone sottoposte a questo regime.

Ma torniamo al piano. Perché il governo ha scelto di concentrare proprio in Sardegna un numero così elevato di detenuti al 41 bis? L’obiettivo è trasferire queste persone in istituti penitenziari di massima sicurezza e geograficamente isolati in virtù di una legge, approvata nel 2009 durante il governo Berlusconi, che ha modificato la legge sull’ordinamento penitenziario, prevedendo che “i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari”. 

Ignorate le proteste di Regione e associazioni: il carcere di Uta è già al collasso
Forte di questa previsione, nell’ultimo anno l’esecutivo ha accelerato l’operazione che coinvolge 7 istituti penitenziari, tre dei quali nell’isola, per un totale di 800 detenuti al 41-bis (240 in Sardegna). Secondo quanto riferito da Todde, durante l’incontro con Nordio dello scorso settembre, il ministro avrebbe assicurato che non si sarebbe proceduto senza accordo con la Regione e che sarebbero stati affrontate le criticità legate al personale penitenziario, il sovraffollamento e le spese sanitarie.

Come ricorda la Camera Penale di Cagliari, la struttura di Uta sta già collassando. “Al 31 agosto ospitava 748 detenuti nei circuiti di media e alta sicurezza, a fronte di 561 posti disponibili. A questi si aggiungono 80 detenuti sottoposti al 41 bis, 40 dei quali sono già arrivati”. Una volta completati i trasferimenti, la popolazione dell’istituto potrà raggiungere 828 persone. Ma “il nuovo reparto non è un corpo separato dal resto del carcere. Le esigenze di altre 80 persone detenute inevitabilmente incideranno sui servizi e sulle risorse di una struttura già fortemente sovraccarica”.

Ma a nulla sono valsi gli allarmi di associazioni e amministrazione, le interrogazioni dei parlamentari sardi all’opposizioni e le mobilitazioni dei cittadini. Il governo ha deciso di portare avanti il progetto, ignorando le lettere – l’ultima a luglio – in cui la Regione chiedeva conto dei criteri sanitari, di pianificazione penitenziaria e sicurezza alla base di un così imponente trasferimento. 

Ora nell’isola si temono possibili infiltrazioni mafiose
Così la nuova struttura è stata inaugurata, con tanto di visita sorpresa di Nordio e ieri, i primi gruppi sono arrivati nell’isola. I detenuti sono partiti dall’aeroporti di Pomezia, a bordo di diversi aerei della Guardia di Finanza e sono atterrati, in tre fasi, nello scalo militare di Decimomannu. Per l’occasione, le strade e l’area attorno al carcere, che si trova nell’hinterland cagliaritano, è stata blindata.

“La Sardegna ha raggiunto il massimo storico di detenuti presenti negli Istituti penitenziari. Un numero destinato a salire ancora con l’arrivo dei 41bis a Cagliari-Uta “, ha commentato la presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme, Maria Grazia Caligaris, tra le prime a lanciare l’allarme. “I dati del ministero, 2.451 presenze al 31 agosto per 2.583 posti, nascondono due importanti realtà. Non vengono infatti conteggiati le 90 celle già occupate dai 41bis a Sassari-Bancali e i 300 posti ‘liberi’ per lavori a Badu ‘e Carros. Quindi la Sardegna è ormai satura per numero di persone private della libertà ma nulla è cambiato per il personale medico, infermieristico e della sicurezza”.

Dall’altra parte, le voci sarde della maggioranza scaricano la responsabilità sugli esecutivi precedenti. “L’attuale governo non ha fatto altro che collaudare e mettere in funzione, per dovere di efficienza e per non sprecare risorse pubbliche già spese, un’opera ereditata dal centrosinistra e dal Movimento 5 Stelle”, ha dichiarato il deputato FdI Salvatore Deidda.

All’emergenza sovraffollamento, si affiancano i timori per possibili infiltrazioni mafiose nell’isola. “Il metodo con cui il governo ha deciso di ignorare un’istituzione regionale eletta dai sardi è vergognoso. Da mesi chiediamo un tavolo di confronto sulla gestione del sistema penitenziario isolano. Da mesi non arriva risposta”, dice Todde.

Todde a Fanpage: “Il governo usa l’insularità come alibi per scaricare le sue decisioni sulla Sardegna”
Ad oggi infatti, il governo non ha ancora spiegato come garantire, a fronte di un aumento della popolazione detentiva, personale, sicurezza e assistenza sanitaria adeguati. A farsi carico dei costi oltretutto, sarà la stessa Regione. “Non mettiamo in discussione l’utilità del 41 bis nella lotta alla criminalità organizzata. Mettiamo in discussione il fatto che oggi il sistema sardo si trovi a gestire un carico ulteriore senza personale adeguato, senza rafforzamento della sanità penitenziaria, senza un euro in più annunciato. Continueremo a chiedere, con ogni strumento istituzionale a disposizione, che lo Stato assuma le proprie responsabilità verso un’isola che non può essere trattata diversamente dal resto del Paese”, prosegue.

Per la governatrice il principio dell’insularità, inserito in Costituzione allo scopo di riconoscere, rimuovere e compensare gli svantaggi di territori distanti dal resto della penisola, è stato paradossalmente usato come giustificazione per un’eccessiva concentrazione di detenuti ad alta pericolosità in Sardegna. “Il governo Meloni non può continuare a considerare la Sardegna un territorio su cui scaricare decisioni prese altrove, senza nemmeno la cortesia istituzionale di un confronto. L’insularità non può trasformarsi nell’alibi per essere trattati come un territorio a cui non si deve nulla”, spiega.


Afd trionfa alle elezioni, Cacciari: “Europa ormai in briciole”


“L’Europa si è stravaccata su una posizione atlantica, subalterna agli Usa nel bene e nel male. E’ franato il terreno sotto i piedi. Non è una questione italiana, ma europea”

Massimo Cacciari - (Fotogramma)

(adnkronos.com) – “Ormai l’Europa è in briciole”. Massimo Cacciari, intervistato dall’Adnkronos, commenta il trionfo di AfD nelle elezioni in Sassonia-Anhalt e il quadro di un’Europa sempre più divisa, che fatica a trovare una voce comune mentre deve confrontarsi con potenze autocratiche, come la Cina o con guide forti come gli Stati Uniti. “Bisogna sperare che cambi un po’ il vento negli Usa e da lì si possa prendere un discorso di relazioni con gli Usa improntato su altri principi”, osserva.

“Bruxelles deve ricordarsi di come era nata l’Europa, sulla base di culture politiche di solidarietà, servizi sociali, assistenza, difesa dei ceti più deboli. Principi che sono nella nostra Costituzione e sono stati abbandonati. E poi politiche autonome. Invece l’Europa si è stravaccata su una posizione atlantica, subalterna agli Usa nel bene e nel male. Ormai l’Europa è in briciole e stanno sfasciando persino Schengen. Torneremo a mostrare i passaporti per andare in Francia o in Spagna. Una catena infinita di errori ha condotto a questo”, afferma ancora.

Per Cacciari, tuttavia, l’avanzata della destra radicale non è un fenomeno improvviso, ma l’esito di un lungo processo. “È un processo che va avanti da quasi un decennio e di cui non si è mai preso sul serio il pericolo. Se fai politiche di destra in tutti i Paesi europei, in quasi tutti i Paesi Ue, come fai a non far crescere un’opposizione di destra? Si è cercato di moderare le politiche di destra, ma alla fine la gente finisce per pensare che hanno ragione quelli di destra-destra. È discorso del c… quello secondo cui vince il moderato. È sempre meglio l’originale della mala copia. Se faccio politiche di destra, do ragione a chi fa politiche di destra e alla fine la spunta la proposta radicale rispetto al compromesso moderato”. Una dinamica che, secondo il filosofo, riguarda anche il centrosinistra. “Temo sia franato il terreno sotto i piedi. Non è una questione italiana, ma europea”.


Benevento: L’ennesimo fallimento della nostra società


È di questa mattina la notizia dell’ennesima tragedia consumatasi all’interno del carcere di Benevento, dove un uomo di soli 37 anni ha deciso di togliersi la vita in cella. Era padre di una bambina.

Una morte che non può lasciarci indifferenti. Una morte che, ancora una volta, ci costringe a interrogarci sullo stato delle nostre carceri e sul significato che vogliamo dare alla pena.

Sono anni che, come Giovani Democratici, denunciamo le condizioni insostenibili in cui versano gli istituti penitenziari italiani e, in particolare, quello della nostra città. Oggi, di fronte a questa ennesima tragedia, sentiamo ancora più forte il dovere di non rimanere in silenzio.

Quello che dovrebbe essere un luogo nel quale lo Stato garantisce dignità, rieducazione e una concreta possibilità di reinserimento sociale rischia sempre più di trasformarsi in un luogo di abbandono e disperazione.

I numeri raccontano una realtà drammatica: sono già 45 le persone che dall’inizio del 2026 si sono tolte la vita nelle carceri italiane. In Campania sono 5, contando anche il caso avvenuto questa notte a Benevento.

Non possiamo accettare che questi numeri diventino una statistica da aggiornare ogni volta che una vita viene spezzata.

Il carcere non può essere una risposta automatica a ogni forma di marginalità sociale. Non può essere il luogo nel quale rinchiudere persone per poi dimenticarsene. E soprattutto, non possiamo continuare a confondere l’aumento delle pene e dei reati puniti con un aumento della sicurezza.

Per questo continueremo a batterci per un sistema penitenziario realmente orientato alla rieducazione e al reinserimento: dalla depenalizzazione dei reati di minore gravità al maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, dal potenziamento dei servizi psicologici e sanitari all’incremento degli educatori e delle figure professionali necessarie a seguire le persone detenute.

Ma soprattutto continueremo a rivendicare un principio semplice, che dovrebbe essere alla base di ogni politica sulla giustizia: la pena deve privare della libertà, non della dignità.

La sicurezza non si costruisce riempiendo le carceri. Si costruisce facendo in modo che chi entra in carcere abbia, quando ne uscirà, una reale possibilità di non tornarci.

Perché se lo Stato prende in custodia una persona, quello Stato ha il dovere di proteggerne la vita, garantirne la dignità e lavorare affinché possa tornare a vivere nella società.

Il silenzio davanti a queste morti non è più un’opzione. Per questo continueremo a denunciare, a proporre e a batterci. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una storia. E perché una società davvero sicura è una società che non lascia nessuno solo davanti alla propria disperazione.

Stefano Orlacchio – Giovani Democratici 


L’ onda nera inquina la Germania…


(Dott. Paolo Caruso) – Nella Sassonia che diede nel 1685 i natali a Handel e nella Turingia che, nello stesso anno, li diede a Johan Sebastian Bach, ieri, alle elezioni, è prevalso l’ AFD con oltre il 44%, il partito che tende a risuscitare ideologicamente il Nazismo. È la prima volta che, senza pudore nei confronti della Storia, si riafferma l’ideologia di cui vergognarsi “in aeternum”, quella hitleriana. Si prova a copiare tutto, compresa la discriminazione, sul modello “razziale”, emarginando anche dalle classi scolastiche i portatori di handicap. Era nell’aria l’affermazione in quelle due regioni di un revanscismo, rigurgito del Nazismo. L’odio per gli immigrati e la simpatia per Putin sono stati i cavalli vincenti della propaganda di questa estrema destra tedesca. Le prossime elezioni presidenziali in Francia, e una probabile vittoria della destra di Marine Le Pen, fanno temere per la compattezza ideologica dell’Unione Europea, con il rischio dissoluzione. Chi con superficialità sostiene che “un partito vale l’altro”, è sonoramente bocciato dall’ attualità dei fatti. La cronaca, soprattutto di questi maledetti anni di guerra infinita, spinge i “signori belligeranti” a emularsi, incrementando le potenzialità di guerra con armamenti sempre più micidiali. C’è solo spazio nel mondo attuale per la forza più che per la diplomazia, e sono venuti meno il dialogo e l’intelligenza. La recente affermazione di Bonaccini, leader della sinistra italiana, tanto criticata da certo giornalismo, può apparire rude, ma ha un fondamento di verità. ” A destra (quella maledetta perché più disumana) votano soprattuto gli ignoranti, che non conoscono la Storia”. Frase da limare nella forma, ma condivisibile nel merito. A conti fatti, si vuol ripetere la storia. Quella recente dell’Europa fino a ottanta anni fa, e l’altra attuale nella maggior parte dei Paesi asiatici o sudamericani e, con Trump, si possono includere anche gli USA, vige il pensiero unico dell’uomo solo al comando. Stessa tentazione pare che faccia frequente capolino nella testa del governo Meloni, con il cosiddetto ” Premierato”. L’uomo forte risuscitato “dall’ancien régime” si identifica con la legge (“La loi, c’ est moi !”), così da poterla cambiare a proprio tornaconto. Credevamo che la democrazia fosse un valore duraturo conquistato dall’occidente a garanzia delle libertà ma dimostra sempre più la propria fragilità. L’ Europa ritenuta culla del pensiero democratico si è svegliata con una nuova spina nel fianco, infatti una “marea nera” ha imbrattato pesantemente la Germania. Oggi l’ AFD, domani il Vannacci di turno, chissà? La UE si svegli dalla subalternità a Trump e riprenda a fare riforme necessarie ai propri popoli, intavoli autonomamente negoziati che possano riportare la pace ai confini orientali, rientrando dalla economia di guerra alla economia del welfare. Scrollandosi inoltre di dosso il vincolo paralizzante della “unanimità” nelle decisioni si potrà arrivare ad una Europa più stabile, priva di condizionamenti, e che parli con una voce unica. Purtroppo noi italiani, per questo ostacolo paralizzante delle attività UE, dobbiamo rivolgerci alla nostra “beneamata” Meloni, che pare sull’ esempio di Orban sia stata l’unica a porre il divieto per il cambiamento.


La Germania, lo stato profondo e la guerra permanente


(Tommaso Merlo) – Il vero motivo per cui la destra tedesca dell’Afd è così detestata e temuta dalle élite benpensanti, è che vuole la pace con la Russia. La bella notizia è che anni di persecuzione da parte del sistema, si sono rivelati inutili. Certo, l’Afd è di destra ma almeno è un movimento politico popolare dal basso e non la solita operazione di marketing partitocratico al servizio del sistema del pensiero unico neoliberista e bellicista. E la bella notizia è la conferma che se i cittadini credono ad un progetto anti sistema, lo votano comunque fregandosene degli allarmi dei politicanti e dei media mainstream al guinzaglio. Si chiama democrazia, quella che lo stato profondo e le élite al suo servizio schifano sempre più pretendendo di imporre l’agenda. Merz è il classico burattino al servizio di lobby economiche senza scrupoli e della Nato oltre ad essere ovviamente un fervente sionista. Del resto se non hai un tale pedigree, il sistema ti sbatte le porte in faccia. E poi le élite benpensanti si scandalizzano se esplodono fenomeni “populisti” come quello dell’Afd, ed hanno pure il coraggio di dare la colpa alla presunta malignità ed ignoranza del popolino. Alla faccia della democrazia. La buona notizia è anche la conferma che il sistema rimane scalabile e i soldi e le posizioni chiave delle élite non servono a nulla quando il popolo si sveglia. Davvero una bella notizia perché se l’Afd dovesse arrivare a Berlino farà saltare il folle e pericoloso riarmo tedesco e quindi svanire i deliri russofobi di quel burattino di Merz o meglio dello stato profondo che ruota attorno alla Nato ed insiste con la guerra permanente. Lo stato profondo che nel bel mezzo di un declino economico devastante e dopo svariati disastri in giro per il mondo, è riuscito a scatenare il fallimentare conflitto ucraino. O meglio fallimentare per i milioni tra morti e rifugiati e per un paese raso al suolo, ma non certo per loro che hanno ottenuto il più imponente riarmo della storia contro la volontà popolare e contro un nemico immaginario come Putin il quale non vuole e non ha mai voluto invadere l’Europa ma al contrario stava lavorando da anni per migliorare i rapporti con l’Occidente ed è stato obbligato a reagire all’ottusa invadenza della Nato. Ma la propaganda blatera ovviamente l’opposto e semina odio e paura nella speranza che il becero popolino alla lunga abbocchi e si rassegni a farsi derubare e perfino ritornare alle armi. Se la storia di Gaza viene raccontata dal 7 ottobre 2023 e non dal 1948, quella Ucraina dal 2022 e non dal 1989 quando cadde il muro e gli americani pensarono bene di mettersi in marcia verso il Cremlino seguiti a ruota dai vassalli europei. Del resto si sa, la propaganda è un’arma fondamentale in guerra. Con lo stato profondo che scrive i testi e le élite benpensanti che fanno da portavoce. Vogliono la guerra permanente e la otterranno se i cittadini non si ribelleranno. Il genero di Trump e l’amico palazzinaro sono intanto andati a baciare l’anello di Putin che ha ringraziato ma ribadito che la soluzione della guerra in Ucraina sarà sul campo di battaglia. Impossibile del resto trattare con gentaglia che ha prima tradito e poi rigettato ogni negoziato e da anni sparge propaganda russofoba, sanzioni e false bandiere come Merz ed i suoi omologhi europei. Putin sa che ogni cessate il fuoco verrebbe usato dalla Nato per rilanciare e che il vero obiettivo della guerra, è lui. Stessa solfa nel Golfo. Gli americani vorrebbero continuare a perseguitare e logorare l’Iran fino a farlo cedere come successo alla Siria e ad altri paesi finiti nel mirino dell’imperialismo occidentale di stampo sionista, la tattica dei piccoli passi terroristici e dello strangolamento economico che però Teheran rigetta. Negoziare con quello squilibrato di Trump è inutile, o si torna al Memorandum che lui ha firmato oppure che vada a farsi vedere da uno bravo. E quindi si continua a sparare e lo Stretto rimane chiuso. Dopo la festa di nozze gli americani hanno colpito delle petroliere iraniane e Teheran ha risposto lanciando missili ipersonici contro la portaerei americana di stanza nel Golfo e altre navi di supporto. Una seria escalation rispetto ai droni e un messaggio chiaro, l’Iran può far finire l’intera flotta americana tra pesciolini e molluschi che popolano il ridente fondo del mare arabico. I falchi iraniani fremono per una escalation sfruttando l’attuale posizione di forza militare e politica mentre gli americani sono in balia della sclerosi presidenziale. Trump ma anche il suo padrone Netanyahu vorrebbero arrivare alle elezioni autunnali spacciandosi come vincitori e l’Iran vuole invece rovinargli la festa facendo saltare la loro misera propaganda a suon di missilate. A Teheran come a Mosca, aggrediti da un impero occidentale rapito da uno stato profondo drogato di profitto e deliri bellici che pretende di usare la democrazia a piacere con la complicità delle élite benpensanti. Vogliono la guerra permanente ma non la otterranno se i cittadini si ribelleranno come successo in Germania.


Cronaca di uno shock annunciato


Nessuna sorpresa alle ultime elezioni in Germania: il vecchio trucco della destra ormai “internazionale” capace di usare un’esca migliore. Mentre a sinistra si continua a dividere l’atomo

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Tutto si può dire, tranne che non li abbiamo visti arrivare. Eppure stasera, ascoltando i primi strilloni della tv generalista e scorrendo i titoli online, colpisce la postura stupefatta di chi finge di scoprire l’acqua calda: il trionfo di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt raccontato come un fulmine a ciel sereno, come se la realtà li avesse svegliati di colpo dall’innocenza degli angeli. Cadono dalle nuvole, parlano di “shock”, di “buco nero”, quando l’unica cosa davvero sorprendente è la loro sorpresa.

Quarantaquattro virgola quattro per cento. Un exploit pazzesco per il giovane partito neo-nazista, nato nel 2014, ma tutt’altro che inatteso: già nel 2021 l’AfD sfiorava il 20,8%, e nel 2024, in Turingia, aveva raccolto il 32,8%, un terzo dei votanti. Bastava incrociare qualche dato degli ultimi mesi per capire che il rullo compressore dell’estrema destra – sospinto dai venti sovranisti che spirano ovunque – stava per sfondare ancora una volta. Bastava percepire l’aria di impopolarità che sferza il governo Merz – che difatti si è tenuto ben lontano dalla campagna elettorale – e la disunione cronica della sinistra tedesca, frantumata fra Linke, SPD e l’ultimo “mostro” nato dalla costola rosso-bruna della Linke, il BSW. A questo si aggiunge una situazione economica pesante, documentata da tempo, che fa della Germania il grande malato d’Europa. E la frittata è fatta. La Germania, insomma, si conferma il laboratorio più pericoloso della condizione politico‑sociale europea in questo sciagurato scorcio di secolo. E questo non è per niente una buona notizia.

Ma nulla che non avessimo intuito da qualche anno a questa parte. Cosa volete che abbia avuto in mente la gente, prima di recarsi al seggio elettorale, quella che vive nel Land più povero e più dimenticato, in una delle zone più depresse dell’Europa centrale, in crisi economica, sociale e strutturale? Solo gli sprovveduti, abituati a pascolare le proprie pecorelle nel buio o – peggio – nel tepore dell’indifferenza, potevano stupirsi di questo risultato.

Il vero vincitore è un tipo che – a primo sguardo – non sembra che abbia nulla a che spartire con il vecchio stereotipo del Nazi, Ulrich Siegmund: bizzarro, casual, un “profumiere” che arriva ai comizi in motorino, trentacinque anni, vive sui social, sfoggia uno stile rassicurante, sorridente, da bravo ragazzo, mentre spara a raffica i mantra dell’ultradestra. Remigrazione di chi non è integrabile, identità “sana” dei popoli tedeschi, sicurezza nazionale da ricostruire. Fa leva sulle paure del presente: disoccupazione, costo della vita insostenibile, assistenza per gli immigrati percepita come ingiusta, perdita di centralità e identità culturale dei tedeschi “bianchi”. In breve: parla alle vittime della crisi, ai nuovi paria, ai diseredati rimasti indietro, vantando un pedigree di “germanismo” immacolato.

Der Spiegel – non più tardi di due settimane fa – lo ha messo in copertina come “l’uomo più pericoloso della Germania”, e lui, invece di offendersi, che fa? Fa autografi sulle copie ridendo, quasi lusingato. Non è così che si normalizza ciò che normale non è? Del resto – come ha mostrato Hannah Arendt nel secondo dopoguerra – l’orrore attecchisce proprio quando viene reso ordinario, quando il male si banalizza e diventa parte di quel paesaggio.

Eppure, non c’è nessun mistero da sciogliere: chi oggi si arrovella nei salotti intellettuali per capire “perché sta succedendo tutto questo” ha semplicemente ignorato gli indicatori sociali che da anni ormai raccontano la deriva sociale e culturale del Vecchio Continente. Indicatori che, solo per citare un esempio nostrano, Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino per la Repubblica, documenta da anni nei suoi reportage, oltre che in un bel libro edito da Feltrinelli, La Peste, del 2025. Rigurgiti neonazisti non solo nell’Est, ma anche nel Nord del paese, non lontano da Amburgo e Hannover, dove sono nati villaggi völkisch che bypassano la storia del nazismo con disarmante disinvoltura.

E allora perché stupirsi ancora? Che altro deve accadere perché – ad ogni livello- chi ha davvero a cuore la democrazia e la difesa dei diritti umani capisca che il tempo dell’attesa è finito? A Magdeburgo si è consumato dopotutto solo l’ultimo fotogramma di un film che gira da Washington a Roma passando per Mar-a-Lago: l’“Internazionale sovranista”, con Trump regista involontario di un’onda che ormai è diventata Tszunami. Dietro la cinepresa, una galleria di personaggi potenti ed oscuri: Elon Musk, che nel 2025 ha aperto X ad Alice Weidel, leader nazionale di AfD, invitando esplicitamente i tedeschi a votarla; l’avventureiro politico Steve Bannon, che da anni gira l’Europa per unire gli estremisti; il filosofo di corte, Curtis Yarvin, alias Mencius Moldbug, che ha fornito alla destra reazionaria il Dark Enlightenment: la democrazia come errore storico, il monarca-CEO come soluzione, il popolo come rumore di fondo da silenziare.

E se davvero il battito di una farfalla può provocare uno tsunami, figurarsi il danno che gli arditi giovanotti – ormai cresciutelli- della Silicon ValleyPeter ThielSam AltmanMarc Andreessen e altri, stanno producendo con le loro teorie sull’accelerazionismo, sul potere delle macchine, sulla presunta superfluità della democrazia. Certo, non hanno inventato loro l’estrema destra europea. Ma sono loro che, con l’aiuto di politici compiacenti, ne cavalcano le onde in modo inquietante. La loro colpa più grande? Aver prestato all’ideologia radicale il linguaggio dell’innovazione, il glamour della disruption, la certezza ingegneristica che anche la politica sia un sistema da ottimizzare eliminando l’attrito, che tradotto è la democrazia stessa. Teorie già storte, spinte da miliardi e da algoritmi che premiano la rabbia, sono diventate senso comune dal Midwest a Berlino, da Roma a Buenos Aires. Questo, per inquadrare in una prospettiva globale, quanto sta succedendo in ciascuno dei paesi dove, ancora (?) vige la democrazia, come l’abbiamo conosciuta.

E la sinistra? In Germania come altrove, langue, sonnecchia, si azzuffa sul metodo e spesso finisce per dividere l’atomo. Nel 2024 la scissione nella Linke ha generato il partito rosso-bruno BSW, che ieri si è attestato al 5% e condivide con l’estrema destra diversi argomenti: linea dura sull’immigrazione, appartenenza culturale, anti-europeismo, anti-NATO, filorussismo. Contraddizioni che a sinistra sono ovunque, e che generano divisioni non solo di metodo ma di contenuto. Basta guardare ai progressismi nostrani del Movimento 5 Stelle.

Nel piattume del dibattito italiano – primarie sì, primarie no, programma prima o dopo – ogni tanto arriva però un sussulto. Ma quando qualcuno si sveglia, viene subito dilapidato dal fuoco amico. Oltre che da quello nemico. Di qualche giorno fa il balletto attorno a Stefano Bonaccini, dirigente del PD: a fine agosto ha detto una cosa vera, detta male o forse benissimo, quella, per semplificare, che “gli ignoranti votano a destra”. Il problema è che pochi l’hanno ascoltata per intero. Negli ultimi dieci anni in “Occidente” – mi si perdoni il termine ormai ampiamente obsoleto, ma non ce n’è un altro così sintetico – ogni volta che si vota e vince la destra, dal primo e secondo mandato di Trump alla Brexit, da Le Pen alla stessa Meloni, il voto di chi sta peggio economicamente, vive nelle periferie o nelle aree interne e ha studiato meno si sposta in blocco a destra. Un dato di fatto. E tutti giù a intingere il biscotto. Meloni ci ha visto lo spunto perfetto per la solita pantomima sull’elitismo di sinistra, mentre il Vannacci – con il vento in poppa della novità – non si è lasciato scappare l’occasione di rivendicare con orgoglio il proprio elettorato “accusato di aver studiato poco”. Sull’altro campo, progressista, di sinistra, fra musi lunghi e imbarazzi, si è finito ovviamente per litigare anche su questo.

A mio avviso, Bonaccini ha fatto bene a tirare le orecchie a una sinistra ormai troppo elitaria, che non riesce – ormai da tempo – a parlare alle sue classi storiche. E quando la sinistra smette di fare la sinistra, si scolla dal suo elettorato naturale: dalle classi più umili, che non hanno più gli strumenti critici per scegliere consapevolmente. Succede così che la destra populista si incarichi di portare a bordo questi peones, che peraltro disprezza assai, e su questo controsenso si regge il fraintendimento diventato regola: chi per postura storica guarda dall’alto in basso quelle classi, ne diventa in teoria il paladino. È quello che è successo probabilmente anche nel voto di oggi in Germania, e che sta succedendo un po’ ovunque: una sorta di ribellione contro l’ordine costituito, che ha dimenticato i bisogni delle persone comuni.

Solo che – ed è questo il risvolto della medaglia che i peones, o chi per loro, dovrebbero comprendere bene – invece di far tesoro di questa apertura inattesa, la destra opportunista non riesce mai davvero a mettersi nei panni dei diseredati: nella migliore delle ipotesi li ignora, nella peggiore li disdegna. Si vergogna, in fondo, che si sappia in giro che frequenta una popolana sporca, brutta e cattiva. Fa cioè quello che ha sempre fatto: disprezzare le classi popolari ma sedurle per mera convenienza.

C’è un di più oggi in Italia. La postura istituzionale di Giorgia Meloni, quella che le ha permesso di festeggiare record su record a Palazzo Chigi e l’immagine del suo partito – Fratelli d’Italia, più o meno ripulito dalle vecchie scorie fasciste – rischia di non bastare più nell’immediato futuro. Dai fantomatici tagli alle accise alle promesse di una vita migliore che si scontrano con la povertà crescente, dai tagli silenziosi allo stato sociale, ai problemi di sicurezza irrisolti: prima o poi anche i peones più fedeli si accorgeranno di stringere un pugno di mosche in mano.

L’impressione, qui da noi, è che la parabola meloniana, pur tenendo nei sondaggi, sia entrata in una fase di stanca, destinata a eclissarsi per fare spazio all’uomo del momento: il generale Vannacci. Si passa, cioè, senza soluzione di continuità dalla padella alla brace. E te ne accorgi quando anche quel cugino dimenticato – durante un ritrovo familiare domenicale – che vedi una volta l’anno, la persona più lontana dalla politica che tu possa immaginare, si lancia in una funambolica critica – non richiesta – a Meloni e finisce con un elogio sperticato di Vannacci, senza sapere bene: cosa, come, perché e forse nemmeno il quando. Ecco, la vera strategia dell’estrema destra: attendere i passi falsi della sinistra e cominciare a vincere le elezioni proprio quando questi cari e affezionatissimi cugini menefreghisti, per non dire altro – in mancanza di un’esca più convincente – decidono di salvare il mondo abboccando all’ennesima promessa vuota.

Non c’è motivo di ringraziarli.


Ma alla Casa Bianca c’è Trump o Al Capone?


Se la corruzione diventa normalità. In America l’accusa di corruzione viene, oltre che dal 91% di democratici e dal 90% di indipendenti, anche da un 83% di repubblicani

(di Massimo Gaggi – corriere.it) – Mentre alla Casa Bianca il presidente mostra con orgoglio l’ultimo regalo ricevuto, telefoni da tavolo coi bordi d’oro e il logo della Cisco, e mentre da ieri gli americani possono acquistare la moneta da un dollaro con la faccia di un Donald Trump ringiovanito e con una foltissima capigliatura (venduta in confezioni da cento pezzi a 154 dollari), un sondaggio della Gallup indica che per l’89% degli americani il governo degli Stati Uniti è corrotto.

I cittadini dell’Unione non sono mai stati teneri con Washington: già vent’anni fa l’accusa di corruzione era al 73%. Trump si era fatto eleggere proprio con la promessa di «prosciugare la palude». I quasi 9 americani su 10 che dopo un decennio di trumpismo giudicano l’Amministrazione corrotta dovrebbero suonare quasi come una campana a morto per il leader conservatore, addirittura più del continuo calo della sua popolarità nei sondaggi: secondo l’indagine Gallup, infatti, l’accusa di corruzione viene, oltre che dal 91% di democratici e dal 90% di indipendenti, anche da un 83% di repubblicani.

Ma, col voto di midterm che sarà comunque un testa a testa e con Trump che rimane il motore della campagna elettorale della destra, bisogna considerare un’altra ipotesi: Trump, sfrontato nell’usare a raffica il ruolo presidenziale a fini di arricchimento suo o della sua famiglia, potrebbe aver suscitato, dopo un’iniziale generica indignazione, una sorta di assuefazione, almeno da parte del suo elettorato.

Certo, ci sono candidati repubblicani silenti ma rosi dal timore che gli arricchimenti di Trump e del suo clan, possano pesare sul voto dei forgotten men: i bianchi impoveriti che avevano abbandonato i democratici, abbagliati dalle promesse di riscatto di The Donald. Magari i miliardi guadagnati in criptovalute, in titoli di Wall Street, gli investimenti familiari in giro per il mondo, il jumbo jet ricevuto in dono dal Qatar, contribuiranno, col prezzo della benzina salito alle stelle per la guerra, a far perdere le elezioni al Grand Old Party.
Ma intanto, come già avvenuto su altri fronti per gli eccessi di Trump — dalla diffusione di linguaggi brutali, volgari, antidemocratici, fino agli scavalcamenti del Congresso e alle forzature della Costituzione — anche per la corruzione si rischia una sorta di normalizzazione. Magari punteggiata da isole di indignata rassegnazione.


La sanità italiana è malata, chi (e perché) ha ucciso il sistema pubblico di cura


I due aspetti legislativi più importanti sui quali intervenire sono l’eliminazione immediata della defiscalizzazione del secondo pilastro sanitario (decreto Sacconi) e la progressiva ridefinizione del privato accreditato istituito dalla legge Bindi in un range di proposte che preveda, al minimo, la chiusura totale della sua componente sostitutiva sino al massimo di chiusura tout court (e riassorbimento del personale)

(Giovanni Brandi – editorialedomani.it) – Salvare il sistema sanitario pubblico è priorità etica, tutela della democrazia e opportunità politica. Gli italiani capiscono finalità e modalità del degrado indotto del Sistema sanitario nazionale (Ssn): arrivare alla privatizzazione passando da continui favori al privato e sfregi al pubblico. Un sondaggio mirato confermerebbe ciò che si rileva parlando con malati e familiari: consapevolezza delle cause e disponibilità di supportare forze che, pur politicamente lontane, credibilmente dimostrino la volontà primaria di salvare il Ssn. Un grande capitale politico pronto a essere impiegato.

Sanità, ma non per tutti: ora anche la classe media non riesce più a curarsi

Passaggi chiari

Il sistema è su un piano inclinato: senza svolte precise il collasso è inevitabile. Ecco i passaggi legislativi chiave che unitamente ad altri meccanismi di sfregio della sanità pubblica hanno trasformato in un colabrodo la diga che il monopolio del pubblico esercitava sul diritto naturale alla salute. Dopo De Lorenzo (1992) nel 1999 vi è un passaggio fondamentale con Bindi che integra i fondi integrativi con quelli sostitutivi.

Nel 2009 il Dm Sacconi/Berlusconi (rinforzato dal Jobs Act) fonda il secondo pilastro sanitario (simile a quello che sta disastrando il sistema sanitario Usa) creando il fondo sostitutivo con deduzione fiscale fino a 3.600 euro. Balduzzi (2012) taglia i posti letti nel pubblico del 22 per cento (3,1 per mille abitanti contro una media Ocse del 4,3) aumentando quelli del privato convenzionato. Permettendo una mutualità sostitutiva e non semplicemente integrativa lo Stato finanzia sistema pubblico e concorrente privato con la creazione di un fallimentare “welfare on demand”.

Il sottofinanziamento del Ssn fino a scendere attorno al fatidico 6 per cento del Pil è stata scelta di quasi tutti gli ultimi governi eccetto il Conte 2 col 7,5 per cento (incremento reale del 5,5). Su un totale di 190 miliardi impiegati per la sanità, 46 sono out of pocket (maggiori del 20 per cento dei paesi Ocse) e 6,8 miliardi per fondi sanitari (17 milioni di iscritti in oltre 320 fondi) con incredibili costi di gestione (superiori al 30 per cento). I restanti 138 miliardi dei fondi pubblici sono divisi fra strutture pubbliche e private convenzionate (questi ultimi in crescita costante, oltre il 45 per cento in alcune regioni). Le diverse politiche regionali hanno svelato che era pretesa da mosca cocchiera guidare il fenomeno senza deragliare verso la privatizzazione.

Per bloccare il machiavellico meccanismo di svuotamento della sanità pubblica non basta chiedere più soldi galleggiando sopra il 6 per cento del Pil (soglia minima stimata per mantenere in vita un sistema universalistico e che, certifica Gimbe, abbiamo già sfiorato nel 2025): lasciare il sistema intatto vuol dire riproporre ciclicamente e in maniera crescente la crisi attuale.

La salute con un clic, l’ultima frontiera che fa ricchi i privati

Sanità malata

Occorre cambiare paradigma. Alla sanità malata serve la cura del pubblico. I due aspetti legislativi più importanti sui quali intervenire sono l’eliminazione immediata della defiscalizzazione del secondo pilastro sanitario (decreto Sacconi) e la progressiva e seria ridefinizione del privato accreditato istituito dalla legge Bindi in un range di proposte che preveda, al minimo, la chiusura totale della sua componente sostitutiva sino al massimo di chiusura tout court (e riassorbimento del personale).

I due sistemi sanitari pubblico e privato non si equivalgono. Vi è una chiara superiorità del pubblico in termini di maggiore efficacia di salute e di minor costo. Questa realtà contrasta la narrazione che da molto tempo si cerca di inculcare negli italiani e che cioè efficienza e qualità stiano nel privato e che il pubblico non sia più sostenibile economicamente.

Il governo dell’economia domina la politica: partiti diversi ma stesse politiche improntate alla contrazione del welfare, alla privatizzazione ed oggi ad un riarmo sconsiderato, magari pretendendo che gli italiani paghino in silenzio oltre il 50 per cento di tasse e poi si paghino direttamente la sanità. Insostenibile non è il costo del sistema pubblico ma il costo del privato pagato dal pubblico.

Le esperienze di privatizzazione del liberismo (anglosassone ma non solo) certificano l’aumento globale dei costi (perfino potente meccanismo di creazione di lavoro povero) ma ridotta aspettativa di vita. Altre potenzialità a favore del privato: profilazione sanitaria di popolazione e individuale con esternalizzazione di dati sanitari massivi e obbligo di attivazione del Fascicolo sanitario elettronico. Sarà semplice rendere questi dati disponibili alle assicurazioni adducendo necessità superiori di salute. Per rimettere in bolla il sistema occorrerà poi ripensare al rinnovo epistemologico fra medicina e sanità.


Il governo Meloni e il consenso perduto


Se la stabilità è stata uno dei principali risultati rivendicati dal governo, come rivendicato dalla premier alla festa di Bari, nei prossimi mesi la sfida sarà recuperare quella parte dell’elettorato di destra che Futuro Nazionale è riuscito a conquistare

Il governo Meloni e il consenso perduto

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – Nei giorni scorsi, Giorgia Meloni ha festeggiato a Bari il record di longevità per un governo nell’Italia repubblicana. Non è una sorpresa: l’esecutivo è sostenuto da una maggioranza parlamentare larga e stabile, poggia su una leadership molto chiara e ha al suo interno una gerarchia netta tra i partiti che la compongono. Dal palco, Giorgia Meloni ha rivendicato tutti i risultati di questi anni e ha sottolineato con determinazione il valore della stabilità e l’autorevolezza internazionale che ne consegue per il Paese.

La prova di forza ha ricaricato le truppe in vista di una campagna elettorale che si appresta ad essere lunga, permettendo al contempo al governo di dettare l’agenda mediatica per giorni. Scenografia mastodontica, americaneggiante, pienamente coordinata con il messaggio di solidità, stabilità e grandezza che un simile record, sbandierato come fosse il raggiungimento di un ambizioso obiettivo di policy, porta con sé.

Eppure, dietro l’immagine esibita da Meloni a Bari, i numeri delle rilevazioni di queste settimane segnalano una debolezza inattesa. Secondo l’ultimo sondaggio YouTrend, infatti, per il 59% degli italiani la longevità di un governo non è necessariamente un merito: a contare sono i risultati ottenuti. Solo il 30% considera invece positivamente il record di durata dopo tanti anni di instabilità.

Anche il giudizio complessivo sull’esecutivo è largamente negativo, solo 36 italiani su 100 promuovono l’operato: un dato negativo, peraltro stabile da oltre un anno. Per lungo tempo, tuttavia, questa impopolarità non ha avuto conseguenze significative sulle intenzioni di voto. Il centrodestra ha continuato a mostrare una tenuta invidiabile, tanto più significativa in un Paese nel quale nessuna coalizione di governo è mai stata confermata dagli elettori dopo cinque anni di legislatura. Ancora il 22 gennaio, nel primo sondaggio YouTrend dell’anno, l’alleanza superava il 46% dei consensi, nonostante il gradimento dell’esecutivo fosse fermo al 33%. Oggi, però, qualcosa è cambiato: Futuro Nazionale ha raggiunto l’8% e, mentre Vannacci conquista uno spazio sempre più centrale nel dibattito pubblico, la coalizione meloniana è scesa sotto il 39%.

I segnali di insofferenza nell’elettorato conservatore erano visibili da tempo, ma sono stati a lungo ignorati. È bastata la comparsa di un’offerta nuova, marcatamente di destra e identitaria, perché parte di quello scontento trovasse un approdo: il consenso di Futuro Nazionale proviene infatti prevalentemente da elettori di Lega e Fratelli d’Italia, più che da astensionisti cronici.

Per il momento, la maggioranza si rifugia in una strategia da azzeccagarbugli, cercando la formula perfetta per sgonfiare Vannacci, renderlo non decisivo, e far convergere i suoi voti sul centrodestra in modo naturale attraverso l’introduzione di un ballottaggio. Ma è difficile affrontare una debolezza strutturale e politica con una risposta tecnicistica.

La capacità di Giorgia Meloni di tenere assieme la coalizione non è in discussione, ma per tornare a Palazzo Chigi dopo il voto politico non le basterà una legge elettorale costruita su misura. Se la stabilità è stata fin qui uno dei principali risultati rivendicati dal governo, nei prossimi mesi la sfida sarà trasformarla in consenso e recuperare quella parte dell’elettorato di destra che Futuro Nazionale è riuscito, almeno per il momento, a conquistare.


“Queste sono la capra, la vacca e la pecora…”: lo spot di Lollobrigida raccoglie una valanga di critiche e sfottò


Il ministro Lollobrigida protagonista di uno spot sul latte italiano: utenti scatenati tra critiche e ironia

(ilfattoquotidiano.it) – “Cresciamo, cambiamo, diventiamo grandi. Ma ci sono sapori che continuano ad accompagnarci. Il latte italiano è uno di questo”. Così il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha presentato sui propri canali social un singolare spot di cui è protagonista (insieme a un bambino che il ministro chiama Giulio). Nel video Lollobrigida parla al bambino inquadrato solo di spalle, gli mostra tre animali di plastica (una capra, una mucca e una pecora) e poi gli offre un bicchiere di latte. “Un’eccellenza che da domani racconteremo sui canali del servizio pubblico, con una nuova campagna istituzionale” annuncia. Il risultato però è una valanga di critiche e sfottò nei commenti lasciati dagli utenti.


Il centrodestra si spacca su Afd. Timori di Meloni e Tajani. Salvini sente Weidel


Preoccupazione della premier per le ricadute sui migranti. Il capo della Farnesina parla di “pessima notizia”. Vannacci: cambia la Ue

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla festa di Fratelli d’Italia per celebrare il “Governo più longevo della storia del paese”

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – Matteo Salvini brinda e scambia messaggi con Alice Weidel, anche se l’Afd è gemellata col “traditore” Vannacci, che difatti gongola: «Merz ha l’ulcera». Antonio Tajani si duole, «pessima notizia». Giorgia Meloni invece resta in silenzio, mentre tra i fedelissimi serpeggia un grande timore, che la Cdu di Merz, sbalestrata dal voto sassone, per recuperare riacutizzi la questione dei “dublinanti”, i migranti secondari che Berlino vuole rispedire in Italia, paese di primo approdo. «Pochi casi», ricordano i meloniani, ma mediaticamente d’impatto. Non a caso al dossier sta lavorando il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha risentito in questi giorni l’omologo tedesco Alexander Dobrindt e prepara un bilaterale entro un paio di settimane.

Nel governo, il primo a esporsi sulla volata dell’ultradestra tedesca è Salvini. Di mattina fa sapere di averle spedito una lettera d’in bocca al lupo. Poi, in privato, si scambia Whatsapp di felicitazioni. E pubblicamente esulta: «Successo clamoroso, evidenzia la richiesta di cambiamento. Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia». Roberto Vannacci rinfocola invece la polemica con Mario Monti, dopo il duello a Cernobbio: «Dovrà dedicare la sua scarsa energia anche all’Afd. Nessun dorma».

Commenti opposti – e contriti – da Forza Italia. «Pessima notizia, speriamo sia un’eccezione locale», dice Tajani, perché si afferma «una forza politica antitetica ai valori liberali in cui si riconosce Forza Italia». Il vicepremier chiede all’Europa di varare «contromisure per evitare che qualsiasi deriva fanatica dilaghi».

Silenzio sul rullo delle agenzie di stampa da FdI, spiazzata anche dall’entusiasmo di Salvini, visto che l’Afd non è un suo alleato. Contattato da Repubblica, il copresidente dei Conservatori europei, Nicola Procaccini, non sembra però insensibile all’esito del voto. E chiede ai grandi player europei di rivedere le dinamiche di potere comunitarie: «Il cordone sanitario a Bruxelles, che taglia fuori dalle decisioni dell’Europarlamento sia le formazioni di estrema destra come Afd che quelle di estrema sinistra, è antidemocratico e andrebbe rimosso». Anche perché, aggiunge Procaccini, «rischia di essere un booster proprio per queste forze politiche. Quanto al voto in Sassonia, non c’è molto da dire, hanno deciso gli abitanti della Sassonia». L’unica dichiarazione ufficiale è di un peone, Emanuele Loperfido, convinto che dal voto emerga la richiesta «di un cambio di passo». Stop. Tra i Fratelli, i timori sui migranti sono controbilanciati dalla speranza che i popolari europei siano più «coraggiosi» sullo smantellamento del Green deal, che ha pesato, è la convinzione, nel gonfiare l’Afd. Come può avere pesato, viene aggiunto sottovoce, la «stanchezza» di un pezzo di elettorato per la guerra in Ucraina, la cui resistenza Meloni sostiene, ma con sempre meno enfasi pubblica (tema sparito nel discorso sul «governo più longevo» a Bari).

Per il Pd, non si espone Elly Schlein, ma Filippo Sensi Debora Serracchiani, che definisce «agghiacciante» il giubilo di Salvini. Il capo M5S, Giuseppe Conte, trova le radici del voto nelle scelte dell’Europa a suo dire colpevole di aver «pensato al riarmo invece che al sociale». Matteo Renzi racconta di avere «i brividi», perché «Vannacci è come l’Afd tedesca». Per Carlo Calenda, c’è poco da brindare: «l’Ue è a rischio».


Cavo Dragone: “La difesa non è una spesa astratta: è un investimento”


NATO: CAVO DRAGONE, ‘MINACCIA RUSSA? NECESSARIO AVERE CONSAPEVOLEZZA’

(Adnkronos) – “La difesa non è una spesa astratta: è un investimento, una forma di assicurazione sulla nostra libertà, sulla sanità, sull’economia e sul funzionamento della società in generale.

Senza sicurezza, tutto il resto diventa vulnerabile. La pace di cui abbiamo beneficiato per decenni non è caduta dal cielo: è anche il risultato di una deterrenza credibile.

Di fronte a nuove minacce, crisi globali, attacchi cibernetici e ibridi, quella capacità va aggiornata. Come ricordo spesso: investire – e non spendere – nella difesa non significa volere la guerra, ma essere credibili nel prevenirla. E la prevenzione costa sempre meno della guerra”.

Lo dice alla Gazzetta del Mezzogiorno l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare Nato, che, sull’ipotesi se la Russia attaccherebbe davvero un Paese Nato, risponde che non dobbiamo avere “paura. Consapevolezza sì”.

“Il nostro mestiere – osserva – è fare in modo che un attacco al territorio alleato non convenga mai a nessuno, ed è esattamente ciò che stiamo facendo sul Fianco Est: battlegroup multinazionali schierati dalla regione baltica al Mar Nero, per garantire una presenza credibile e integrata;

iniziative come ‘Eastern Sentry’, che hanno rafforzato vigilanza, difesa aerea e capacità di reazione contro minacce sempre più complesse, incluse le incursioni con droni e le attività ibride; e la capacità di rinforzare rapidamente gli Alleati più esposti con uomini, mezzi, logistica e comando integrato. Il messaggio, per chi ci osserva, è chiaro: difendiamo ogni centimetro del territorio alleato. Chi volesse metterlo alla prova, sbaglierebbe i conti”.


Le reazioni isteriche di sconforto in Europa per il trionfo dell’AFD in Sassonia


(Andrea Zhok) – Le reazioni isteriche di sconforto – ma anche quelle ingenue di soddisfazione – per il trionfo dell’AFD in Sassonia meritano un paio di riflessioni.

1) Chi parla come il solito disco rotto di “minaccia fascista dell’Ultradestra tedesca” dovrebbe aggiornare il software. Categorie come “fascismo” sono inutili per capire la realtà odierna e lo sono da decenni. Parlare di minaccia fascista per un partito che ha affrontato questa campagna elettorale con un manifesto in cui campeggiano le parole Frieden (Pace), Freiheit (Libertà), Demokratie (Democrazia) dovrebbe richiedere qualche riflessione aggiuntiva per non essere ciò che invece sono: cortine fumogene.

2) La AFD da quando nasce nel 2013 ha attraversato molte difficoltà, alcune debacle, fratture interne e mutamenti significativi di linea su punti importanti (es.: posizione su Israele, sull’UE, sul rapporto con gli USA, ecc.) La sua recente ascesa deve essere letta alla luce del tracollo devastante di quello che è stato il partito-stato tedesco cioè i cristiano-democratici (CDU-CSU). Rispetto ad una politica esplicitamente autodistruttiva e guerrafondaia come quella di Merz, l’AFD appare come un’istanza conservatrice nel senso classico di “prudente buon senso”, altro che radicalismo estremista. L’AFD è identificata in prima istanza come il partito che vuole riallacciare i rapporti con la Russia e smettere di alimentare il conflitto con l’Ucraina.

3) Il secondo tema su cui l’AFD si caratterizza e sfonda (non solo nella Germania Est: i sondaggi la danno oggi primo o secondo partito a livello nazionale) è la posizione di allarme rispetto alla questione migratoria. Si tratta di una tendenza generale in tutta Europa, da Farage in UK al Rassemblement National in Francia a VOX in Spagna. Il tema è complicatissimo nei dettagli ma semplice nella sua cornice generale: i mutamenti rapidissimi, vasti e sostanzialmente incontrollati della composizione etnica e culturale europea dovevano suscitare conflitti e reazioni di ripulsa, e lo hanno fatto. Questo per mille motivi, dagli attriti tra costumi incompatibili alla competizione lavorativa. Solo gente deformata dall’ideologia poteva pensare che ciò non accadesse. Sta accadendo da anni. Sta crescendo. E l’imbecillità di chi continua a spiegare che “è solo un problema di percezione” (o addirittura che è mero “razzismo da sradicare”) non fa che peggiorare la situazione e consegnare la popolazione ad interpretazioni grezze, ma chiare.

4) Qual è il vero problema dell’AFD? È l’autoritarismo e il rifiuto della volontà popolare? Sono le adunate con le fiaccole? È il culto della guerra? No, tranquilli, tutte queste cose sono già ampiamente sdoganate in Germania dai partiti di governo.

Il problema di movimenti come AFD (e suoi omologhi europei) è che la loro critica al sistema che ci sta portando tutti al tracollo economico e alla guerra è moderaticcia, timida e parziale. Criticano l’UE, ma insomma, senza esagerare (dopo tutto gli fa gioco per tenere a catena corta l’Europa meridionale). Criticano il liberalismo sociale, ma abbracciano quello economico. Vogliono il mercantilismo dei tempi d’oro, di quando bullizzavano la Grecia, ma lo vogliono senza le conseguenze nei movimenti di merci e forza-lavoro. Come tutti questi movimenti in Europa, vogliono che qualcuno gli pulisca i cessi in cambio di pane e cipolla, ma poi vogliono che sparisca dalla vista, che disturba.

Il problema di tutti questi movimenti non è che sono troppo radicali, è che non lo sono abbastanza. Sono essenzialmente paraculi, destinati ad essere gate-keeper, cioè a convogliare verso obiettivi deboli e comodi la ragionevole, istintiva, rivolta delle masse, senza cambiare una virgola del sistema (sociale, culturale, economico).