Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La Giustizia clandestina


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Quando si farà la conta dei danni dell’Armata Brancameloni, non si potrà prescindere dall’angolo dei buonumore: cioè dai surreali comunicati stampa dei magistrati per informare i cittadini delle loro decisioni. Informare però è una parola grossa: fra leggi-bavaglio con la scusa della privacy e della presunzione di innocenza e circolari-autobavaglio del Csm, i giornalisti chiamati […]


Con questo caldo ci siamo giocati anche Franco Arminio!


(Dal profilo Facebook di Franco Arminio) – Sono a Modena in albergo, meglio stare in albergo che in ospedale, e aspetto che l’aria diventi un po’ più fresca. Quella che una volta chiamavamo estate, bella stagione, adesso è una forma di pestilenza. Possiamo immaginare l’umanità come una cooperativa di piromani che ha appiccato il fuoco alla propria casa e nel frattempo che tutto brucia, qualcuno butta bombe.

Molti vivono dentro un isolamento che non si era mai visto nonostante questo oggetto che promette connessioni, la depressione è diventata una malattia di massa, le vecchie ingiustizie sociali sono sempre più grandi, pochissimi ricchi e tanti poveri. E io ancora una volta mi rivolgo ai ricchi. Ecco, visto che non volete pagare la patrimoniale, non vi piace questa tassa, ammesso che qualcuno la voglia veramente mettere, forse si potrebbe prendere dai ricchi un piccolo contributo da destinare a quelli che fanno lavori usuranti durante la calura.

Per esempio a quelli che in Puglia fra poco cominceranno a raccogliere i pomodori, magari farli lavorare un’ora in meno e dare a queste persone, a questi e tanti altri, si può fare una lista di lavori difficili, ecco un contributo per i lavori difficili, pochi euro, non l’uno per mille, lo zero virgola 0,1% del reddito annuo di questi grandi ricchi da destinare agli affannati, agli appestati che lavorano in queste giornate feroci.

È un post completamente inutile perché non è che si aprono dibattiti su queste cose, i dibattiti si aprono sulle cattiverie che uno si può separare. Quello è cattivo o non è cattivo? Sulle questioni profonde del nostro tempo siamo piuttosto distratti. 


Salvini: segretario sì ma con avviso di sfratto


(di Gabriella Cerami – la Repubblica) – È una «trappola». L’evento di Milano Marittima fa crescere il clima di sospetto dentro la Lega. Due fazioni che si sfidano a distanza, affinano la strategia e studiano le prossime mosse. Matteo Salvini si dice sicuro che Massimiliano Fedriga e Luca Zaia saranno al suo fianco durante la prossima campagna elettorale. Ma l’immagine del trucchetto si palesa nelle conversazioni tra chi, negli ultimi mesi, sta sfidando il segretario: sono parole studiate per rassicurare e dimostrare che il partito è unito.

Per questo il fronte del Nord è cauto, il percorso è ancora lungo e Fedriga, Zaia, Fontana e Fugatti sono sempre più convinti che il futuro della Lega non possa non passare da una revisione dello statuto. […]

«Matteo non ha proprio capito. Gioca a fare il bullo», sono i commenti che corrono tra i detrattori del ministro. Statuto attuale alla mano, Salvini sa benissimo che è blindato. Per sfiduciarlo da segretario occorre che il cinquanta per cento più uno dei componenti del consiglio federale si dimetta o chieda le dimissioni del leader.

Impossibile, «in consiglio federale ha messo tutti i suoi fedelissimi», sostiene la fazione degli amministratori del Nord legata ai tre governatori e all’ex presidente Zaia. Se vuole restare segretario, continui pure, è il ragionamento. Si ritroverà ad essere il leader «di un partito tascabile». 

E per tascabile si intende una Lega al tre per cento. «I sondaggi saranno inesorabili», sono convinti. E la vicenda Vannacci ha con sé un peso enorme che può portare al tracollo del Carroccio. Di questo è convinto il fronte del Nord, che gioca ancora a carte coperte ma che nei conciliaboli interni è un fiume in piena. […]

Ancora non si sa se questo fiume in piena strariperà. Se e quando lo farà. Tra le voci che circolano dentro e fuori la Lega c’è anche quella di una possibile nuova scissione.  Questa volta ad andar via sarebbe quella fetta di partito che nei fatti chiede una Lega del Nord e una Lega nazionale. In pratica, se Salvini non li accontenterà potrebbero anche realizzare da soli il loro obiettivo.

In che tempi, è tutto da vedere. Comunque si vota tra circa un anno e con un partito al collasso — sono convinti i suoi rivali — l’idea di restare in sella altri tre anni è una illusione del segretario. Sono sicuri: se non dai sondaggi, sarà sfrattato dalle urne. 


Meloni vuol giocare sul fattore tempo


Secondo fonti parlamentari del centrodestra, l’obiettivo sarebbe arrivare alle urne prima che il fisiologico logoramento inizi a presentare il conto

(Marco Antonellis – lespresso.it) – A Palazzo Chigi nessuno parla ufficialmente di elezioni anticipate. Eppure, nei corridoi della maggioranza, da settimane circola una finestra temporale sempre più precisa: l’11 o il 18 aprile 2027. Secondo fonti parlamentari del centrodestra, l’obiettivo sarebbe arrivare alle urne prima che il fisiologico logoramento inizi a presentare il conto.

Entro la fine del 2026 il governo punta a completare l’ultima manovra economica della legislatura, portare a casa i principali provvedimenti fiscali destinati a imprese e ceto medio e chiudere almeno sul piano normativo il dossier nucleare. A quel punto, ragionano nella maggioranza, i risultati da rivendicare agli elettori sarebbero già sul tavolo mentre gli effetti usuranti dell’ultimo anno di legislatura non si sarebbero ancora manifestati.

Il premio di governabilità immaginato dal centrodestra non servirebbe soltanto a garantire maggioranze stabili ma anche a fotografare un vantaggio politico.

E qui entra in gioco il vero convitato di pietra: Roberto Vannacci. Più tempo passa, più l’ex militare può consolidare una struttura politica autonoma, rafforzare la propria rete territoriale e aumentare il peso negoziale all’interno dell’area conservatrice.

Sul versante opposto il quadro appare molto meno definito. Il campo largo continua a essere un progetto incompiuto. Elly Schlein e Giuseppe Conte non hanno ancora sciolto il nodo della leadership, restano profonde divergenze sulla politica estera, sulla difesa e sul rapporto con Bruxelles.

C’è poi un altro elemento che a Palazzo Chigi viene considerato decisivo. Accorpare le Politiche alle Amministrative previste nella primavera del 2027 significherebbe trasformare il voto in una gigantesca sfida nazionale, riducendo il rischio che i sindaci uscenti del centrosinistra possano utilizzare la campagna locale come piattaforma contro il governo.

Naturalmente esiste un ostacolo non secondario: il Quirinale. Lo scioglimento anticipato delle Camere resta una prerogativa del Presidente della Repubblica e qualsiasi valutazione dovrà fare i conti con gli equilibri istituzionali. Ma nel frattempo la macchina politica si muove.


Alemanni


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – C’è una scena che si ripete nelle cancellerie europee con la frequenza di un incubo ricorrente: un partito guarda i sondaggi, vede crescere alla sua destra qualcosa che non riesce a contenere, e si chiede se l’unica mossa possibile sia inseguirlo fino a cannibalizzarlo. In Germania ci sono già dentro. In Italia, per ora, è ancora un esercizio mentale. Ma gli esercizi mentali, in politica, diventano presto protocolli operativi.

Friedrich Merz governa da poco più di un anno con una coalizione che sulla carta avrebbe dovuto restituire stabilità a un paese uscito frastornato dall’esperienza semaforo. La CDU/CSU è al governo, la SPD è ridotta a junior partner sbiadito, e tutto sembrerebbe in ordine. Tranne una cosa: l’AfD continua a crescere come se il cambio di governo non la riguardasse, come se il problema che la alimenta fosse più profondo di qualsiasi coalizione. Alice Weidel non ha bisogno di vincere le elezioni per vincere la partita: le basta essere il punto di riferimento contro cui tutti si misurano, il termometro di un malessere che nessuno riesce a far scendere.

Ma il problema dell’AfD non è un problema della sola destra tedesca: è un problema di sistema. Merz stesso si è trovato a dover decidere quanta aria concedere alle posizioni più dure sull’immigrazione senza finire per respirarla lui per primo. Chi prova a indurirsi per toglierle il tema finisce per legittimare la cornice. Chi lo ignora glielo lascia in esclusiva. È il classico dilemma della destra di governo di fronte alla destra di protesta, e non ha soluzioni eleganti.

Ora proviamo a proiettare questo scenario sull’Italia, con la variante che la nostra geometria partitica è, se possibile, ancora più barocca.

Immaginiamo che Giorgia Meloni, un mattino qualunque di questo prossimo autunno, apra i sondaggi e veda quello che già si intravede: Fratelli d’Italia ancora saldamente intorno al venticinque/trenta per cento, ma con un Salvini sempre più irrilevante, una Forza Italia in ordine sparso alla ricerca di un’identità precisa e un elettorato di centrodestra sempre più insofferente verso l’attuale coalizione come contenitore. E immaginiamo che accanto a questi dati ci sia qualcos’altro: una proiezione che mostra come un eventuale soggetto nuovo, guidato da Vannacci aggressivamente identitario, potrebbe rosicchiare quei numeri in doppia cifra che lei considera il suo cuscinetto di sicurezza per il premio di maggioranza.

Cosa fa Meloni?

Lo scenario estremo — quello che alcuni nelle segreterie romane sussurrano come ipotesi di lavoro e che nessuno vuole nominare ad alta voce — è che decida di non aspettare. L’ipotesi estrema è quella che sciolga la coalizione prima che la coalizione si sciolga da sola, lasci Salvini al suo destino, assorba Vannacci invece di combatterlo, e offra a quella parte di Forza Italia e di Lega ancora disponibile a seguirla il posto sul carro vincente. Non più il centrodestra, ma la destra. Non più il polo con qualche preoccupazione europeista di facciata, ma qualcosa di più compatto, più ideologicamente definito, più somigliante alla cosa che lei sente di essere e che finora ha tenuto compressa per ragioni di governabilità.

Raccontato così, sembra una vittoria. Ma contiene il trabocchetto che i tedeschi stanno già sperimentando.

Quando un partito smette di essere il polo attrattivo del sistema e inizia a inseguire la propria radicalizzazione, non cattura l’elettorato più estremo: lo legittima. Non assorbe il concorrente: gli presta il vocabolario. E nel frattempo perde quella fascia di moderati che aveva tenuto nel recinto solo perché il recinto sembrava solido. In Italia questi moderati si chiamano elettori del Nord produttivo, piccola borghesia urbana, pensionati con un conto in banca e un’allergia ai toni da stadio. Non sono tanti, ma in un sistema proporzionale contano.

C’è poi la questione istituzionale, che in Italia è sempre la questione. Un governo di destra pura, senza l’ala centrista che garantisce copertura parlamentare agli atti più delicati, avrebbe bisogno di numeri che non esistono. A meno di elezioni anticipate. E le elezioni anticipate sono l’unica cosa che Meloni teme più dei sondaggi sfavorevoli: non perché potrebbe perderle, ma perché potrebbe vincerle con una maggioranza che non basta a governare e con un’opposizione abbastanza galvanizzata da trasformare ogni settimana in una prova di forza.

La Germania insegna che il punto di non ritorno non si vede mai in anticipo. Lo si riconosce solo guardandosi indietro. Merz sta cercando di tenere la barra senza cedere al richiamo dell’AfD, sapendo che ogni concessione al suo lessico è un’ipoteca sul proprio profilo. Meloni, per ora, ha dalla sua il fatto di essere già lei la destra — e quindi di non avere, almeno in teoria, niente da inseguire. Ma Vannacci esiste. Cresce. E quando qualcuno inizia a muoversi alla tua destra, il problema non è dove sei: è dove ti costringono ad andare.


Il Monitor 2026: il pluralismo dei media è ostaggio di Meloni, che ignora le leggi Ue


Pluralismo a rischio «medio-alto», «alto» nel caso Rai: «L’Italia è rimasta al livello dell’anno prima, nonostante i nuovi obblighi Ue», dice Elda Brogi a Domani. Sul Media Pluralism Monitor 2026 si basa la Commissione per il venturo rapporto sullo stato di diritto 

(Giorgia Meloni a Bruxelles. Foto Ansa)

(Francesca De Benedetti – editorialedomani.it) – Le fiamme sono alte, stanno mangiandosi la libertà di informazione in Italia, e chi potrebbe spegnerle non lo fa, per scelta. L’Italia è nel purgatorio dei Paesi «a rischio medio-alto» per il pluralismo, con aree da bollino rosso come il servizio pubblico, la cui indipendenza è «a rischio alto». A registrare la temperatura del 2025 è il Media Pluralism Monitor 2026, che Domani ha visionato in anteprima e che sarà diffuso questo lunedì.

«Il nostro report è prodotto da un network di ricercatori qualificati che lavorano per tutto l’anno alla raccolta dati ed è seguito da esperti dei media rinomati a livello accademico. L’esito di questo laborioso lavoro – dice a Domani la professoressa Elda Brogi del Centre for Media Pluralism and Media Freedom – mostra che l’Italia è rimasta all’incirca al livello dell’anno prima. L’aggravante è che non è stato fatto niente nel frattempo». L’Ue si è dotata di tutele per la libertà di informazione che però la maggioranza Meloni deliberatamente non applica.

Il Monitor stilato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom, che è incardinato nell’Istituto universitario europeo, ha una caratteristica che lo rende cruciale: fa da punto di riferimento per la Commissione Ue, che attinge alla raccolta ragionata di dati per il suo report annuale sullo stato di diritto. Il Rule of Law Report, atteso per la prima metà di luglio, può portare effetti concreti: l’elargizione dei fondi europei può essere almeno in parte bloccata per violazioni dello stato di diritto (la leva del Rule of Law Conditionality Mechanism portò al congelamento di fondi all’Ungheria di Orbán).

Zona rossa

«L’area relativa al pluralismo di mercato si conferma, nell’edizione 2025, quella maggiormente critica dell’intero sistema italiano, registrando un livello di rischio alto e mostrando un ulteriore, pur contenuto, peggioramento rispetto alla precedente rilevazione», scrive il team che ha prodotto la sezione italiana del Monitor, con il professore di diritto costituzionale Giulio Vigevani. Rischio alto, e cioè zona ad allerta rossa, significa opacità e alta concentrazione della proprietà dei media come pure dei mercati digitali, influenza indebita sulle scelte editoriali. Pure «l’ecosistema informativo online rimane altamente concentrato e dipendente da un numero limitato di intermediari tecnologici».

Quel che si nota di più, quando si scorre la settantina di pagine di dati relativi all’Italia, è che «l’indicatore dell’indipendenza dei media di servizio pubblico si conferma per il 2025 a un livello di rischio alto», con una «consolidata prassi di controllo politico sulla Rai». Il Monitor 2026 si riferisce ai dati raccolti nel 2025, e l’8 agosto di quell’anno qualcosa è accaduto, o meglio, sarebbe dovuto accadere: da quel giorno infatti lo European Media Freedom Act è pienamente in vigore. E i ricercatori non hanno registrato miglioramenti – anzi, su alcuni punti vedono peggioramenti – nonostante con le sue nuove legislazioni l’Ue sia andata avanti (la Finlandia che addirittura si era messa avanti con le riforme per non farsi trovare impreparata all’appuntamento).

Obblighi non rispettati

L’articolo 5 del regolamento europeo sulla libertà dei media (Emfa) ha fornito una ulteriore cornice giuridica, stavolta a livello Ue, volta a garantire l’indipendenza della governance del servizio pubblico, eppure l’Italia è stata tenuta bloccata dalla sua classe dirigente nel purgatorio di una libertà di informazione repressa. «Si conferma la prassi politica di spartizione del servizio pubblico, con esiti in aperto contrasto rispetto agli obblighi discendenti dall’articolo 5 dell’Emfa», scrivono i ricercatori. E ancora: «Tra i profili che richiedono particolare attenzione, vi è il mantenimento di un sistema di governance non rispettoso degli obblighi discendenti dall’Emfa».

La Rai non è l’unico ambito in cui si nota lo scollamento tra le tutele Ue e il sistema italiano: oltre all’Emfa, nello scorso mandato la Commissione europea aveva introdotto anche un ulteriore strumento nuovo, e cioè la legge europea anti slapp (querele bavaglio). Dato che l’Italia si distingue in negativo per l’alto numero di slapp, e per l’abuso che ne fanno i politici, ci si sarebbe dovuti aspettare che introducesse di corsa misure preventive. Invece «nel 2025 l’ordinamento italiano non aveva previsto ancora strumenti specifici per contrastare le azioni legali volte a intimidire i giornalisti» e – saltando nel 2026 – l’Italia ha fatto passare anche la data limite per recepire la direttiva europea, cioè il 7 maggio, senza farlo.

Le allerte sul deterioramento della libertà di informazione in Italia si susseguono da tempo: nel 2024 il World Press Freedom Index di Reporters sans frontières avvertiva che l’Italia, a furia di retrocedere, era finita nelle «zone problematiche» assieme all’Ungheria, e sempre quell’anno la Media Freedom Rapid Response (una task force di organizzazioni per la libertà di informazione) effettuò una missione urgente in Italia, cosa che è tornata a fare quest’anno. Gli scandali si susseguono, come quello su Paragon, finito nel Monitor appena uscito.


M5S, Aveta: “Approvata la mozione contro il CPR a Castel Volturno, la Campania chiede al Governo di fermarsi”


“Oggi abbiamo chiarito in maniera definitiva la posizione della Campania sulla realizzazione del CPR a Castel Volturno. Con l’approvazione della nostra mozione, la Regione assume un impegno chiaro: esprimere formale contrarietà alla realizzazione del Centro di permanenza per il rimpatrio e attivare ogni interlocuzione utile con il Governo, il Ministero dell’Interno, la Conferenza Stato-Regioni e tutti i soggetti competenti, chiedendo la revisione della scelta localizzativa e la sospensione delle iniziative conseguenti”. Lo dichiara il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Raffaele Aveta, a margine dell’approvazione in Consiglio regionale della mozione contro la realizzazione del CPR a Castel Volturno.

“La mozione approvata – continua Aveta – non si limita a dire no a un’opera sbagliata, ma indica una strada alternativa: aprire un confronto istituzionale serio per individuare interventi prioritari di rigenerazione territoriale, rafforzamento dei servizi pubblici, sicurezza urbana, inclusione sociale e sviluppo sostenibile, coerenti con i reali fabbisogni di Castel Volturno e del Litorale Domizio”.

“Mentre il Governo continua a insistere su un modello che rischia di aggravare tensioni sociali già presenti sul territorio, oggi in Aula gli interventi del presidente Fico e degli assessori hanno confermato l’attenzione concreta della Giunta regionale verso Castel Volturno e il lavoro già avviato per rispondere ai bisogni della comunità”.

“Alla luce di questo lavoro, continueremo a batterci per fermare un’opera che rischia di consolidare marginalità e isolamento e per aprire finalmente una stagione di riscatto per Castel Volturno”.–

Mario Mosca

Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle

al Consiglio regionale della Campania

Nicola Arpaia

Addetto stampa


È finito il Pnrr (cioè quasi). Domani si chiude, primo bilancio: piano stravolto, opaco e in ritardo


Lo stato dei progetti: poco trasparenti le otto riscritture e 25 miliardi li spenderemo in futuro

È finito il Pnrr (cioè quasi). Domani si chiude, primo bilancio: piano stravolto, opaco e in ritardo

(diFranco Mostacci – ilfattoquotidiano.it) – Dopo 5 anni, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (194 miliardi di euro: 124,5 sotto forma di prestiti da rimborsare e quasi 70 di sovvenzioni) è giunto in dirittura d’arrivo, con gli ultimi 35 traguardi e 124 obiettivi da raggiungere entro il 30 giugno: nei prossimi due mesi ci sarà tempo per completare i lavori ed effettuare i relativi pagamenti così da poter incassare la decima e ultima rata da 28,5 miliardi.

Rispetto al programma iniziale presentato dal governo Draghi, il Pnrr è stato sottoposto a 8 revisioni, a partire da dicembre 2023, che ne hanno cambiato la fisionomia sia sotto il profilo finanziario che attuativo. Alcune misure sono state cancellate, altre sono state introdotte, molte modificate in corso d’opera per incassare le rate semestrali. Con l’approssimarsi della scadenza finale, nell’impossibilità di realizzare tutto ciò che era stato promesso, una parte consistente della spesa (circa 24,2 miliardi riferiti a 66 misure) slitterà oltre il 2026 grazie alla messa in campo di strumenti finanziari e incentivi alle unità produttive, che riguardano soprattutto le infrastrutture per la mobilità sostenibile, RePower Eu e Rivoluzione verde.

La fotografia scattata dalla Corte dei Conti, in occasione della parificazione del Bilancio dello Stato 2025, evidenzia che la concessione di incentivi ad unità produttive è stata ulteriormente rafforzata con la revisione di novembre e ora incide per il 25% (quasi 50 miliardi). È una modalità di spesa molto più facile da concretizzare rispetto alla realizzazione di opere pubbliche che, sempre secondo la magistratura contabile, “continua ad avanzare senza ulteriori rallentamenti, ma senza recuperare i ritardi già accumulati”, con poco più di un terzo di progetti conclusi che valgono solo il 6,2% del valore finanziario. A fine febbraio la spesa rendicontata era di 113,5 miliardi, il 58% di quella prevista.

Non è semplice stare dietro alle oltre 300 misure del Pnrr tra investimenti e riforme, soprattutto perché sotto il profilo della accountability, la gestione è stata fallimentare. Il sistema informativo Regis, in cui i soggetti attuatori (Regioni, Comuni, scuole, asl, etc.) non senza difficoltà e lentezza inseriscono i loro dati, è partito in ritardo e, nel frattempo, i ministeri, responsabili della rendicontazione, si sono attrezzati con loro piattaforme, generando una sovrapposizione di informazioni non sempre riconciliabili. Il sito “Italia Domani” non è adeguatamente aggiornato, con gli open data più recenti sullo stato di esecuzione dei progetti che risalgono a quattro mesi fa. Le relazioni del governo al Parlamento, non hanno sempre rispettato la cadenza semestrale: l’ultima in ordine di tempo è stata trasmessa a dicembre 2025, ma era già superata dalle nuove richieste di modifica, poi approvate a marzo 2026.

Una coltre di nebbia avvolge, poi, il Fondo complementare, finanziato con risorse nazionali per oltre 30 miliardi, destinato a integrare e potenziare i contenuti del Pnrr, con la relazione trimestrale della Rgs ferma al 31 dicembre 2023. Rimane deluso anche chi volesse monitorare il rispetto della clausola del 40% delle risorse da destinare al Mezzogiorno, dato che l’ultima relazione prodotta dal Dipartimento per le politiche di coesione di Palazzo Chigi risale a un anno fa e non tiene conto delle modifiche nel frattempo apportate al Piano. Non è esente da pecche anche la Commissione europea, con il documento sugli Operational arrangements riferito allo scorso novembre che, anziché l’Italia, restituisce la Bulgaria.

Con le informazioni al momento disponibili, l’efficacia delle azioni poste in essere con il Pnrr desta numerose perplessità, anche alla luce delle numerose riformulazioni effettuate in corso d’opera. In tema di giustizia, l’assunzione straordinaria di oltre 10 mila unità di personale ha consentito lo smaltimento dell’arretrato giudiziario, ma non garantisce un adeguato turn over, con il rischio concreto che i tempi dei processi tornino ad allungarsi. Il nuovo assetto della sanità, basato sulle Case della Comunità, i Centri operativi territoriali e gli Ospedali di Comunità, si scontra con le difficoltà di completamento dei lavori e di messa in esercizio nei tempi previsti. Un analogo discorso può essere fatto per gli Asili nido e le scuole dell’infanzia, un investimento da 3,8 miliardi che, secondo la Fondazione Agnelli, resta in forte ritardo nonostante l’accelerazione degli ultimi mesi e potrebbe non risolvere gli squilibri territoriali, lasciando indietro in particolare i Comuni di minori dimensioni. Sul piano della mobilità ferroviaria, che impegna 24 miliardi di euro di investimenti, è in corso una lotta contro il tempo per il completamento delle opere previste sull’alta velocità, i collegamenti regionali e l’ammodernamento delle stazioni, con inevitabili ripercussioni dei cantieri sul traffico ferroviario. Le politiche attive sul lavoro sono costate 4,6 miliardi per la realizzazione del programma Gol, che ha interessato più di 3 milioni di lavoratori, impegnati per lo più in attività di formazione, ma solo negli anni a venire si potrà valutare quale sia stato il ritorno in termini occupazionali e di rivalutazione del capitale umano. L’ambiente è forse il settore in cui gli stravolgimenti del Piano si sono fatti sentire di più, con un definanziamento di oltre 2 miliardi per il Mase e la cancellazione o il ridimensionamento di importanti investimenti su idrogeno, impianti eolici off-shore, progetti “faro” di economia circolare, comunità energetiche e autoconsumo.

Il governo si vanta di aver rispettato tutte le scadenze e incassato le relative rate, ma il giudizio finale sul Pnrr non può prescindere da una valutazione su come sono stati spesi i quasi 200 miliardi, non solo in termini quantitativi, ma anche in termini di impatto reale sullo sviluppo dell’Italia e sulla riduzione dei divari territoriali, generazionali e di genere.


Tozzi: “Le ondate di calore? Figlie della crisi climatica. Azzerare emissioni o andrà sempre peggio”


L’esperto: “Studi scientifici mostrano che 50 anni fa sarebbero state di 3,5 gradi in meno. Bisogna agire sulle cause, adattarsi non basta. E aiutare i Paesi che oggi sono in via di sviluppo”

Tozzi: “Le ondate di calore? Figlie della crisi climatica. Azzerare emissioni o andrà sempre peggio”

(Lara Loreti – lastampa.it) – “Se non interveniamo subito sulle emissioni la situazione climatica andrà sempre peggio. Perderemo benessere. Cinquant’anni fa le ondate di calore sarebbero state di tre gradi e mezzo più fresche: sono figlie della crisi climatica”. All’indomani del tragico bilancio del caldo in Europa – con oltre 1.300 morti – è Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico esperto di clima, a lanciare l’allarme su La Stampa.

Il nemico numero uno sono le ondate di calore, fiammate di caldo anomale che non danno tregua. Sul piano meteorologico, tra la fine di giugno e l’inizio di luglio una perturbazione interromperà l’ondata di calore, portando un calo delle temperature e temporali anche di forte intensità, con rischio di grandinate soprattutto al Nord, in successiva estensione al Centro-Sud. Nella prima decade di luglio si tornerà su valori termici più vicini a quelli delle estati di qualche anno fa.

La tregua, però, durerà poco. Secondo i meteorologi, il prosieguo della stagione sarà caratterizzato dall’alternanza di nuove ondate di calore e passaggi perturbati, con temporali localmente violenti. È uno schema atmosferico che negli ultimi anni ha progressivamente sostituito la tradizionale estate dominata dall’anticiclone delle Azzorre, rendendo più frequenti sia gli episodi di afa intensa sia i fenomeni estremi.

Ma se sul piano meteorologico è difficile spingersi oltre con le previsioni, sul piano climatico, quindi nel lungo periodo, il trend è ormai evidente ed è legato al riscaldamento globale, come spiega Tozzi. Un fenomeno che sta già mietendo vittime e che va fermato se vogliamo evitare un ulteriore peggioramento.

Le ondate di calore che stanno travolgendo Italia ed Europa rappresentano un trend?

«Dal lavoro degli scienziati del World Weather Attribution, che studiano il legame tra cambiamento climatico ed eventi estremi, emerge che le ondate di calore che stiamo vivendo sono anomale rispetto a quelle del passato proprio perché c’è stato il riscaldamento globale. Se nel 1976, quindi cinquant’anni fa, si fosse verificata la stessa ondata di calore, sarebbe stata circa tre gradi e mezzo più fresca, proprio perché allora non c’era il riscaldamento globale che abbiamo oggi. Le ondate di calore sono figlie della crisi climatica e allo stesso tempo la alimentano, in una sorta di circolo vizioso. Quello che ci aspettiamo, e che la comunità scientifica dice da tempo, è che ci stiamo avvicinando ai limiti biologici degli ecosistemi e anche alla nostra capacità di sopportare temperature così elevate. Per le persone più fragili il caldo estremo peggiora le condizioni di salute e le patologie già presenti, aumentando anche il rischio di mortalità. Il punto è che le ondate di calore sono un fenomeno meteorologico, ma si inseriscono in una tendenza climatica che va nella direzione di un progressivo riscaldamento».

Quindi dobbiamo aspettarci che il riscaldamento continui e che le conseguenze siano sempre più pesanti, anche per il pianeta?

«Se continuiamo a non intraprendere alcuna azione difficilmente le condizioni potranno migliorare. Potrà esserci qualche anno particolare, ma nel complesso il trend è quello di un ulteriore aumento delle temperature e di un aggravamento degli effetti sugli ecosistemi e sulle specie viventi. Perderemo benessere e ci troveremo sempre più spesso in territori inesplorati».

Anche il fatto che l’estate sembri allungarsi, con il caldo intenso già a giugno, rientra in questo trend?

«Certamente, e questa estate lo stiamo toccando con mano. A questi effetti si sommerà anche El Niño, perché sembra che questa oscillazione climatica vada nella stessa direzione del riscaldamento globale, amplificandone gli effetti. L’estate molto calda colpisce l’attenzione, ma bisogna guardare anche agli altri mesi dell’anno: novembre, gennaio e febbraio sono sempre più caldi e questo modifica la media climatica. È una conseguenza del cambiamento climatico. Il clima è una tendenza di lungo periodo».

Ha detto che bisogna intraprendere delle azioni. Cosa significa concretamente?

«Significa intervenire sulle cause del cambiamento climatico. Questa è l’azione più importante. O si agisce sulle cause oppure ci si adatta. Ma se ci si limita ad adattarsi si rischia di farlo a uno scenario che nel frattempo continuerà a peggiorare. Per difendermi dalle perturbazioni più violente posso costruire grandi opere per contenere mareggiate di sei metri, ma se non intervengo sulle cause quelle mareggiate potrebbero diventare di otto metri. L’unico modo per agire è arrivare ad azzerare le emissioni derivanti dalla combustione dei combustibili fossili, quindi smettere di bruciare carbone, petrolio e gas. Non abbiamo più molto tempo. È vero che in Europa abbiamo messo in campo alcune azioni, ma complessivamente non riusciamo ancora a raggiungere un accordo internazionale in cui tutti si impegnino davvero. Anche noi dobbiamo continuare a fare la nostra parte e aiutare i Paesi che ci ricordano di essersi sviluppati seguendo un modello che oggi chiediamo a loro di non replicare. Senza una collaborazione globale si fallisce».

Cosa si può fare sull’adattamento?

«Si dice: piantiamo alberi. Ma si parla di numeri impressionanti, centinaia di milioni di alberi. Prima che riescano ad assorbire quantità significative di anidride carbonica servono circa trent’anni. Può essere una misura utile di adattamento, ma non basta. Se non affrontiamo le cause del problema rischiamo di arrivare sempre in ritardo».

In Piemonte alcuni viticoltori sostengono che la vendemmia del Nebbiolo potrebbe iniziare già ad agosto, quando tradizionalmente si svolge tra settembre e ottobre. È un altro segnale del cambiamento climatico?

«E non è niente rispetto al fatto che, tra qualche anno, il Nebbiolo potrebbe essere coltivato anche a Stoccolma. Tutte le fasce di vegetazione si stanno spostando verso Nord. Da noi arrivano colture che fino a poco tempo fa consideravamo tropicali, come mango e l’avocado, mentre più a Nord avanzano l’ulivo e la vite. L’anticipo della vendemmia è un chiaro segnale del cambiamento climatico, così come l’anticipo della fioritura dei ciliegi in Giappone. Sono due esempi molto noti di come il riscaldamento globale stia modificando i cicli naturali delle piante. Ogni anno assistiamo a un anticipo della fioritura e della vendemmia».


Robert Harris: “L’umanità ha un impulso fascista”


La Brexit ci ha impoveriti e incattiviti. Lo scrittore britannico: «I politici alimentano le paure invece di disinnescarle. Il pericolo sono i sovranisti e Musk»

Harris: l’umanità ha un impulso fascista, la Brexit ci ha impoveriti e incattiviti

(Caterina Soffici – lastampa.it) – Robert Harris prima di diventare lo scrittore di bestseller storici che conosciamo era un giornalista della Bbc. Saranno queste sue origini che lo fanno accalorare quando parla di attualità. Fatherland, il romanzo distopico dove i nazisti vincono la Seconda guerra mondiale, lo ha lanciato nel 1992. Da allora non ha mai mancato un colpo. Trentaquattro anni di successi editoriali: Enigma, la trilogia di CiceronePompei, Il GhostwriterConclave, solo per citare i più famosi. A suo agio tra fantapolitica, misteri, thriller storici, storie basate su eventi politici reali, parla qui di politica che è già storia o che lo diventerà.

A dieci anni dal referendum sulla Brexit e con Londra che raggiungerà in settimana i 40 gradi, perché la gente ha più paura degli immigrati che del cambiamento climatico?

«Perché gli immigrati sono visibili, il cambiamento climatico finora non lo era. In più i giornali si occupano dei migranti perché di questo parlano i politici. Soprattutto Reform di Nigel Farage e ancora più a destra Restore di Rupert Lowe, che teorizza remigrazione e deportazioni. Soffiano sulla paura e sul risentimento ed è un circolo vizioso. Viviamo tempi terribili».

Sette primi ministri negli ultimi dieci anni e sette nei precedenti 40 anni. Cosa sta succedendo nel Regno Unito?

«Una parola: Brexit. È dove tutto il disastro è iniziato. Tre quarti dei parlamentari non volevano lasciare l’Unione europea e negli anni sono stati costretti a votare provvedimenti in cui non credevano. La destabilizzazione nasce lì. Bank of England aveva avvertito, inascoltata. Uk ha perso l’8 per cento del suo Pil, la gente è più povera e disperata. Starmer è stato l’ultimo che non è riuscito a innalzare i salari e il livello di vita. Anzi ha alzato le tasse sul lavoro. Una discesa costante dallo splendore dell’anno delle Olimpiadi, il 2012».

Brexit è la causa o si potrebbe anche dire che c’erano cause sottostanti che hanno portato a Brexit?

«Capisco il punto e in parte è vero. Ma la politica doveva disinnescare le paure. La prima era che l’Europa avrebbe centralizzato sempre più le decisioni, togliendo potere a Londra. Cosa che non si è verificata, anzi è successo l’opposto. E sull’emigrazione abbiamo chiuso agli studenti, all’idraulico polacco, ai camerieri italiani che comunque erano in Uk non per restare. L’idraulico polacco sta sei mesi e poi torna in Polonia. Li abbiamo rimpiazzati con migranti dalla Nigeria, dall’India e dal Pakistan che vengono per restare e portano le famiglie. Il paradosso di Brexit è che l’immigrazione è aumentata ed è più stabile. I conservatori sono diventati così impopolari, perché i loro elettori si sono sentiti traditi».

Andy Burnham (salvo altri cataclismi) diventerà il prossimo premier grazie al successo travolgente nelle elezioni di Makersfield e il partito laburista pensa che con lui potrà vincere la elezioni del 2029. Lei come la vede?

«Burnham sarà più popolare nel breve periodo perché non è freddo e burocrate come Starmer. Ha empatia con la gente, ma nel lungo periodo avrà gli stessi problemi perché mancano i soldi. Abbiamo un debito pubblico altissimo e pochi margini di manovra. Farà meglio di Starmer, ma non escludo a breve un ottavo premier. Forse anche prima delle prossime elezioni».

I grandi politici sono quelli che vendono sogni, anche in situazioni critiche. Vede qualcuno del genere all’orizzonte?

«I grandi politici sono venditori di sogni ma anche dei bravi nello storytelling. Churchill o Blair avevano una narrativa. Ma non ci sono molti sogni da vendere quando mancano i soldi. All’orizzonte vedo solo grandi problemi per la democrazia, il sistema e le istituzioni sono sotto attacco e la storia ci insegna che in queste situazioni la gente cerca l’uomo forte».

Se dovesse scegliere un leader storico per gestire la situazione attuale?

«Non è possibile fare un parallelo così. Non c’è uno del passato che possa essere trasportato qui ora. Un leader oggi dovrebbe giocare sulla narrativa vincente, dovrebbe dire che bisogna puntare sulla crescita economica, non fare il piagnone come ha fatto Starmer, promettendo lacrime e sangue e lamentandosi solo».

In una narrazione distopica, come quella che lei ha fatto in Fatherland, chi sarebbero oggi i cattivi?

«C’è una sorta di impulso fascista nell’umanità, che ama il controllo autoritario e lo stile law&order e non ama le minoranze e i migranti, le libertà civili. Sicuramente c’è una tendenza di questo tipo in atto. E la minaccia adesso arriva dalla destra e non più dal socialismo o dal comunismo. Anche la Russia è un’autocrazia di destra».

Un cattivo?

«Elon Musk, il primo trilionario della storia, è un problema. Tra social media, IA, data center, satelliti ha una concentrazione di potere e ricchezza come un Paese europeo di media grandezza e la capacità di influenzare fortemente la politica. Questa è la tendenza che vedo, grandi concentrazioni di potere delle Big Tech fuori controllo».

Un bel tema. Ne scriverà nel prossimo libro?

«Potrei. Ma intanto sto finendo il nuovo che uscirà in autunno (in Italia per Mondadori, ndr).

Si dice che il mondo grazie alla tecnologia cambierà di più nei prossimi 20 anni di quanto abbia fatto negli ultimi 300. Ci crede?

«È possibile. Tra AI e Quantum computer i cambiamenti saranno velocissimi e può essere un viaggio affascinante, anche se è difficile predire dove finiremo. La tecnologia può essere una grande opportunità, ma va regolata. Guardi cosa è successo con i social media, da eccezionale strumento di comunicazione si sono rivelati strumenti di odio e di frustrazione. La minaccia che vedo è nell’ordine sociale e nell’instabilità politica. Pensi al figlio di una famiglia della middle class che fa fatica a pagare l’affitto e si sacrifica per dargli laurea e non troverà lavoro. Cosa pensa che farà? È una situazione prerivoluzionaria. La gente scenderà in piazza».


La trattativa permanente tra i partiti, ecco il primo risultato della nuova legge elettorale


Le regole del gioco sono la base della strategia politica e non si limitano a essere decisive sull’esito del voto, ma stanno cambiando lo scenario politico stesso

La trattativa permanente tra i partiti, ecco il primo risultato della nuova legge elettorale

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – Una nuova legge elettorale ancora non c’è, ma sta già incidendo sulle scelte dei partiti.

Le regole del gioco sono la base della strategia politica, e non si limitano a essere decisive sull’esito del voto, ma stanno cambiando lo scenario politico stesso.

Nel 2022, grazie al Rosatellum il centrodestra ha ottenuto la maggioranza assoluta in entrambe le Camere nonostante abbia ricevuto poco meno del 44% dei voti: il vantaggio nei collegi e la divisione del campo largo in tre tronconi ha permesso questo risultato altrimenti impossibile con una legge proporzionale.

La legge attualmente in discussione esalterebbe la quota maggioritaria, aggiungendo un importante premio di maggioranza.

Questo ha accelerato le trattative tra forze politiche: da settimane, il baricentro dell’attività dei partiti non è più orientato all’esterno, alla comunicazione agli elettori, ma all’interno: alla costruzione di alleanze. Anche i messaggi e gli interventi pubblici dei leader sono sempre meno rivolti agli elettori e sempre più agli alleati, basti osservare le dichiarazioni degli ultimi giorni dei vari leader del centrodestra. Se il campo largo è intento a risolvere il rebus della propria gamba centrista, e il potenziale terzo polo è diviso in più tronconi non facilmente compatibili, nel centrodestra la discussione è tutta su Vannacci. I Fratelli d’Italia sembrano non essere più intenzionati a ergere barricate contro l’alleanza con il Generale, e stanno iniziando a mostrare aperture, mentre sul versante più centrista Forza Italia non pare intenzionata a far cadere il proprio veto. Da questo accordo potrebbe dipendere parte rilevante dell’esito delle future elezioni politiche. Alcuni dati, tuttavia, stanno evidenziando come Vannacci non sia semplicemente sommabile alla coalizione di centrodestra, visto che causerebbe una perdita di una quota dell’elettorato moderato dal Polo e una potenziale mobilitazione di una parte di elettorato astensionista di matrice progressista, come accaduto alle legislative francesi.

È inoltre difficile che una politica tutta incentrata su un processo di trattativa permanente e di costruzione e distruzione di alleanze possa coinvolgere e riavvicinare gli elettori alla cosa pubblica, e questa, in tempi di crollo dell’affluenza e di disaffezione, è una pessima notizia. Così come non può entusiasmare ed essere motore di una nuova fase di mobilitazione un testo che elimini i collegi senza reintrodurre le preferenze, limitando ulteriormente il potere degli elettori.

Le leggi elettorali dovrebbero tradurre il consenso in rappresentanza. Spesso, però, finiscono per modellare il comportamento degli attori politici prima ancora di quello degli elettori. Il rischio è una politica di tatticismi e trattative, che parla sempre più a sé stessa, e sempre meno al Paese.


Sondaggi, la cavalcata di Vannacci: Fn in costante crescita negli ultimi due mesi


Prendendo a campione le rilevazioni settimanali di Swg per il Tg La7, ecco l’andamento del partito dell’ex generale nelle intenzioni di voto degli italiani

Sondaggi politici, la cavalcata di Vannacci: Fn in costante crescita negli ultimi due mesi

(repubblica.it) – Quante vale il partito di Roberto Vannacci? Per molti analisti, e non solo, Futuro nazionale sarà l’ago della bilancia delle prossime elezioni politiche che dovrebbero tenersi il prossimo anno, nel 2027. Se farà parte della coalizione di centrodestra, può darsi che Giorgia Meloni possa rivincere. Altrimenti sarà molto dura.

Messa da parte l’idea che si tratti di un fuoco di paglia, il movimento dell’ex generale è da due mesi che non arretra mai. Anzi, cresce quasi sempre. Prendendo come campione i sondaggi settimanali di Swg per il Tg La7, il risultato è che se Futuro nazionale il 27 aprile si attestava al 3,6%, nella rilevazione del 22 giugno è arrivato al 5,3%. Una scalata di quasi due punti percentuali.

La scalata comincia, appunto, il 27 aprile, in una rilevazione in cui tutti i partiti della maggioranza di governo calano, complice probabilmente il pasticcio tecnico sul ddl sicurezza. Vannacci invece rosicchia uno 0,2% rispetto alla settimana precedente e passa dal 3,4% al 3,6. Risultato che conferma anche la settimana dopo, il 4 maggio, mentre i partiti della coalizione di governo continuano a mostrare il segno meno.

L’11 maggio Futuro nazionale sale dello 0,3, facendo registrare il 3,9%. E così ancora il 18 maggio, arrivando al 4,1%, il 25 maggio al 4,3%, il primo giugno al 4,6% e l’8 giugno al 4,8%Fino all’exploit del 15 giugno, dovuto anche all’esposizione mediatica dell’assemblea costituente di Fn tenutasi il 13 e 14 giugno a Roma, in cui Vannacci arriva a toccare il 5,3%, ottenendo le stesse percentuali della Lega. Numero bissato anche nell’ultima rilevazione del 22 giugno. In attesa della prossima.


Il Terzo Tempio che divide Israele


Una nuova bandiera e l’ideologia più estremista: costruire il Terzo Tempio. Non è folklore, significa diventare uno Stato religioso, senza democrazia

Foto d'archivio

(ANNA FOA – lastampa.it) – Una nuova bandiera è apparsa da qualche tempo fra gli estremisti religiosi israeliani e si va diffondendo nel Paese, quella dei sostenitori della costruzione del Terzo Tempio. Non ha la stella di David, come la bandiera ufficiale dello Stato, ma l’immagine del Terzo Tempio. È stata sventolata il giorno in cui si ricordava la presa di Gerusalemme nel 1967 ed è il simbolo di un radicalismo sempre più estremo.

Nell’ebraismo, le sinagoghe non sono un luogo sacro, l’unica sacralità appartiene al Tempio. Il primo Tempio di Gerusalemme fu distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., il secondo Tempio fu distrutto dai romani nel 70 d.C., nell’anno a cui si usa far risalire l’inizio della diaspora ebraica. Esso sorgeva dove nel Medioevo sono state edificate le tre grandi Moschee. L’unico resto che se ne ha è il cosiddetto Muro del Pianto, il Muro Occidentale. Il Terzo Tempio non è mai stato costruito, anche se l’auspicio di una sua ricostruzione è presente nella liturgia ebraica ed è strettamente legato all’ideologia messianica.

Ma un conto è pregare per l’avvento del Messia e la ricostruzione del Tempio, un conto è operare per renderlo possibile. In teoria, tutto il mondo ortodosso lo auspica. Ma oggi, coloro che lo sostengono in Israele ma anche in qualche parte della diaspora, sono i religiosi più estremi, gli zeloti come vengono detti riprendendo il termine con cui nel I secolo si designavano i più fanatici dei giudei in guerra contro i romani. Quelli che attendono, in concomitanza con la sua ricostruzione, l’avvento del Messia e della sua era e il ripristino dei sacrifici e del sacerdozio.

Non è uno scherzo. Esiste, per esempio, da molti anni a Gerusalemme l’Istituto del Tempio, situato nella parte ebraica della Città Vecchia, che si occupa proprio di studiare le modalità della costruzione del Tempio, i suoi rituali, l’oggettistica e fin gli abiti sacerdotali, con lo scopo di affrettarne la ricostruzione. L’anno scorso, alcuni suoi membri in vesti sacerdotali sono stati fermati mentre trascinavano un capretto sul Monte del Tempio, cioè sulla spianata delle Moschee, per sacrificarvelo. Ricordiamo che si tratta di un luogo sacro ai tre monoteismi e gestito secondo accordi internazionali che vietano ai non musulmani di pregarvi. Il divieto di preghiera è stato ampiamente violato da Ben Gvir, con il suo seguito di fanatici. Immaginate quali sarebbero state le reazioni del mondo islamico se sulla Spianata si fosse addirittura realizzato un sacrificio. Possiamo ricordare che l’attacco terribile del 7 ottobre era denominato da Hamas “Alluvione di Al-Aqsa”?

Tutto questo fa parte di una strategia volta alla ricostituzione non solo del Tempio, ma dell’antica Israele, dei suoi rituali, della sua ideologia religiosa. Non è un caso che fra i seguaci del Terzo Tempio troviamo insieme ultraortodossi e sionisti religiosi estremisti, di solito lontani gli uni dagli altri.

Per ora, non ci sono state spinte da parte dell’estrema destra religiosa a affiancare nelle bandiere la stella di David (simbolo divenuto dominante solo nel Medioevo) all’immagine del Terzo Tempio. Le due bandiere sono apparse insieme. Ma certamente, per quanto estremi ci appaiano i partiti religiosi in Israele, questo movimento va oltre e porta direttamente verso uno Stato teocratico su modello biblico. Come ha scritto recentemente in una rivista israeliana, +972Maga, un importante studioso dell’Università di Bar Ilan, Menachem Klein, questa ideologia «mira ad una profonda trasformazione dello Stato stesso» e «all’emergenza di un ordine ebraico teocratico centrato sul Terzo Tempio» .

Siamo di fronte a una profonda trasformazione della stessa Israele e dell’ideologia sionista su cui si fonda. Per ricostruire la Grande Israele biblica non basta più cacciarne i palestinesi, estenderne i confini, distruggere intere regioni. Serve ricostruire l’ideologia religiosa del periodo biblico, distruggere ogni aspetto della modernità, la democrazia in primo piano, e lo stesso sionismo. Se per i liberal uno Stato post-sionista significa uno Stato in cui gli israeliani possano vivere accanto ai palestinesi, gli ebrei accanto ai musulmani o ai cristiani, per questi fanatici vuol dire mirare a uno Stato teocratico non solo pre-sionista ma addirittura, direi, pre talmudico, cioè precedente alla diaspora, alla diffusione delle sinagoghe, allo studio del Talmud, invenzione, almeno quello babilonese, diasporica.

Per questo vedere sventolare in Israele bandiere del Terzo Tempio, per quanto folkloriche possano apparirci, rappresenta un vero campanello d’allarme. Possibile che tanti israeliani, accecati dal nazionalismo, non se ne rendano ancora conto? Che siano disposti a rinunciare tanto facilmente alla modernità e alla democrazia?


Il lavoro non ha sesso, gli stipendi sì: i trucchi usati per pagare meno le donne


(di Milena Gabanelli e Rita Querzè – corriere.it) –  La paga oraria delle donne italiane nelle aziende private è del 17,4% più bassa rispetto agli uomini. Eppure nel nostro Paese la disparità di stipendio è stata seppellita nel 1963 dai Contratti nazionali di lavoro. Sono passati 60 anni, cosa è successo? Il pay gap orario più alto è nel settore bancario e assicurativo (21,8%), nell’immobiliare (21%) e, in generale, per chi svolge attività legalicontabilitecniche, di ricerca e sviluppo (23,4%). 

Tradotto in paga oraria lorda vuol dire che la dipendente di una banca o di un’assicurazione guadagna in media 25 euro contro i 34,9 del collega maschio; nel trasporto aereo sono 12,59 euro contro 22,43; nelle telecomunicazioni ballano 4 euro di differenza.

Il divario salariale cresce insieme con la qualifica. Una donna laureata guadagna in media 20,3 euro lordi l’ora contro i 24,3 di un collega laureato maschio. Le dirigenti italiane, dice Eurostat, arrivano fino al 35% di gap

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Ma la disparità di trattamento c’è anche ai livelli più bassi. L’addetto di una fabbrica di autoveicoli guadagna 20 euro lordi l’ora se è maschio, 18,1 se è femmina.
Siamo in buona compagnia: in Germania il divario medio è del 17,9%, in Francia del 14,2%, in Spagna del 12,2%.

Gli obblighi Ue

Nel 2023 Parlamento e Consiglio europeo hanno approvato la direttiva 970 che obbliga le aziende a rafforzare il principio di parità di retribuzione tra uomini e donne, a rendere trasparenti i criteri con cui si pagano e promuovono i dipendenti e a definire a chi spetta l’onere della prova in un eventuale giudizio.
In Italia la direttiva è stata recepita il 7 giugnosiamo stati tra i primi Paesi a farlo insieme con Slovacchia, Lituania e Malta.
La grande novità introdotta dalla norma europea è che il dipendente, maschio o femmina, può chiedere quanto guadagnano in media i colleghi che fanno lo stesso lavoro o di pari valore. E l’azienda è tenuta a rispondere entro due mesi, fornendo ai lavoratori «la retribuzione lorda annua e la corrispondente retribuzione oraria lorda», quindi compresa la parte ad personam. Già a partire dal giorno dopo l’entrata in vigore della legge, in molte aziende italiane sono iniziate a fioccare le domande, ma quando la signora Rossi o il signor Bianchi otterranno la risposta, sapranno soltanto qual è la retribuzione base stabilita per il loro livello dal Contratto nazionale di lavoro, dal quale non emergeranno disparità. Nessuna informazione sarà invece fornita sui superminimi ad personam, quelli su cui si giocano le differenze di trattamento. Questo avviene perché la legge italiana di recepimento stabilisce che quando un’azienda applica i Contratti nazionali di lavoro, sia automaticamente in regola, poiché gli scatti di anzianità sono articolati in modo trasparente e uguale per tutti. Peccato che le discriminazioni non si giochino sugli scatti di anzianità, ma sulle promozioni.

Trasparenza e onere della prova 

La direttiva stabilisce anche che vadano resi espliciti e trasparenti i criteri con cui si danno le promozioni, così da evitare carriere basate più su amicizie e clientele che non sul meritoA casa nostra però le aziende non dovranno spiegare nulla a nessuno, sempre per via del fatto che una volta applicato un Contratto nazionale di lavoro si è già a posto.
Per quel che riguarda l’onere della prova, la norma europea dice che qualora un lavoratore o una lavoratrice denuncino una discriminazione, spetta al datore di lavoro dimostrare in giudizio che il trattamento discriminatorio in busta paga non c’è stato. Anche in questo caso la legge italiana (articolo 4) ribalta il principio: «L’applicazione di un contratto collettivo maggiormente rappresentativo costituisce presunzione di conformità, ferma restando la dimostrazione dell’esistenza di trattamenti retributivi individuali discriminatori». La sostanza è che deve essere il lavoratore a dimostrare il discrimine.

Le falle dei contratti nazionali 

Gira e rigira, la legge italiana di recepimento utilizza i Contratti nazionali di lavoro come scudo: basta applicarne uno per esonerare l’azienda da ogni responsabilità sulla trasparenza dei salari. In realtà non si può affatto escludere che ci siano contratti che in busta paga penalizzino le donne. Laura Calafà e Marco Peruzzi dell’Università di Verona, in un loro recente studio, segnalano come in diversi contratti (dal settore del turismo a quello assistenziale) le mansioni più spesso svolte da donne siano contrattualizzate al minimo. Ma una assistente socio sanitaria addetta alle persone disabili non vale meno di un magazziniere! Quindi andrebbe fatta una verifica su tutti i Contratti nazionali, inclusi quelli pirataprima di presumere in automatico che siano equi.

Ingolfati dalle carte 

La legge che recepisce la direttiva impone alle aziende con oltre 100 dipendenti di compilare un rapporto su tutta la popolazione aziendale con i dati sulle retribuzioni di maschi e femmine (ogni anno per chi ha più di 250 dipendenti, ogni tre per tutti gli altri). Il problema è che un rapporto da compilare c’era già, e riguardava tutte le aziende con più di 50 dipendenti, ma non sarà cancellato, e così le carte da produrre raddoppiano (e non si può certo dare la colpa a Bruxelles). Inoltre le aziende con la certificazione di genere devono presentare altra documentazione sul pay gap ogni tre anni. Infine ci sono le informazioni sul trattamento dei dipendenti da mettere nei rapporti sulla sostenibilità. Insomma, carta su carta, perlopiù inutile, quando invece gli indicatori da monitorare dovrebbero essere pochi, facili da capire e accessibili a tutti. C’è di buono che i dati contenuti nei nuovi rapporti per le aziende sopra i 100 dipendenti riguarderanno tutta la retribuzione lorda, comprese le parti individuali ad personamvuol dire che quando il divario tra uomini e donne risulterà superiore al 5%, le aziende dovranno mettersi al tavolo con i sindacati per ridurre il divario.

Sanzioni inefficaci 

Per le aziende che violano disposizioni su parità di trattamento e divieto di discriminazione uomo-donna, sono state confermate le sanzioni già esistenti. Vanno dai 250 a 10 mila euro, e in alcuni casi prevedono l’esclusione dagli appalti pubblici. Abbiamo chiesto all’Ispettorato del lavoro quante sanzioni sono state finora applicate: nessuna risposta. Ora però la partita rischia di giocarsi nelle aule dei tribunali, poiché ogni norma Ue sufficientemente chiara e incondizionata deve trovare applicazione davanti ai giudici nazionali e può essere invocata dai singoli individui. Infatti la direttiva è molto precisa sul fatto che il lavoratore possa pretendere di conoscere la retribuzione media lorda complessiva di chi fa il suo lavoro o un lavoro di pari valore. In tal caso non varrà la versione annacquata della legge italiana, tant’è che giuslavoristi come Tiziano Treu, Laura Calafà, Maurizio Del Conte, Giampiero Falasca hanno sollevato dubbi di conformità.
Quello che può succedere, in concreto, è che in caso di contenzioso, il giudice potrà rivolgersi alla Corte di giustizia europea per avere un parere, e la Corte se ritiene che il recepimento italiano sia discordante rispetto alla direttiva, può a sua volta far scattare la procedura d’infrazione.

Come si regolano le aziende

Intanto molti dipendenti stanno già chiedendo la retribuzione media dei colleghi, maschi e femmine. Valentina Mosca, responsabile area diversità e inclusione di Mercer, fa un primo bilancio: «In alcune grandi aziende a farsi avanti è stato il 2% dei dipendenti, spesso più uomini che donne, e le multinazionali si stanno attrezzando per rispondere con informazioni che tengono conto della retribuzione fissa in tutte le componenti e non limitandosi ai minimi tabellari, pur escludendo i compensi una tantum. A spingere in questa direzione contribuiscono diversi fattori: l’esigenza di garantire coerenza in tutti i Paesi in cui le multinazionali operano e il tema reputazionale». Tradotto: l’esigenza consiste nella necessità di evitare cause collettive, visto che Paesi come la Francia e la Spagna si stanno adeguando agli standard richiesti.
Cause importanti sulla trasparenza salariale ci sono state in Inghilterra dove Tesco rischia di dover sborsare 4 miliardi di sterline per allineare le retribuzioni delle proprie commesse che guadagnavano meno dei magazzinieri. Una causa collettiva ha costretto Walt Disney a sborsare 48 milioni di dollariIn Italia niente azioni legali, niente richieste di intervento alle consigliere di parità. La questione della disparità retributiva uomini-donne è sempre rimasta sotto il tappeto e lì, per come è stata recepita la direttiva, continuerà a stare. Gli stessi sindacati non si sono particolarmente sbattuti affinché la montagna non sfornasse un topolino. Tirando le somme: le grandi aziende probabilmente si adegueranno a standard di trasparenza più alti, mentre le medio-piccole continueranno a giocare al ribasso.
Ma se si vuole davvero che le donne partecipino di più al mercato del lavoro – e l’Italia ne ha bisogno per produrre più ricchezza e più figli – bisogna cominciare pagandole il giusto.


Ma mi faccia il piacere


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Legge e ordine. “In carcere ho trovato empatia, sono quasi tutti di destra” (Gianni Alemanno, Corriere.it, 24.6). Sono soddisfazioni.

Tour operator. “A Kiev, a Kiev, adesso. La grande occasione” (Paolo Mieli, Corriere della sera, 28.6). Ma infatti: parti subito tu col Battaglione Kapalbiov, poi noi arriviamo. […]