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Campo largo, oggi Conte davanti a Schlein per le primarie: il risultato dell’ultimo sondaggio di “Only Numbers”


Il presidente del M5S sarebbe in vantaggio con il 36,9% dei voti sulla segretaria del Pd, che si attesterebbe al 32.5%. E anche nella corsa a sei vincerebbe il leader pentastellato

Campo largo, oggi Conte davanti a Schlein per le primarie: il risultato dell’ultimo sondaggio di “Only Numbers”

(ilfattoquotidiano.it) – Se si votasse oggi per le primarie, secondo gli elettori del campo largo, Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 stelle, sarebbe in vantaggio con il 36,9% dei voti sulla segretaria del Pd Elly Schlein, che si attesterebbe al 32,5%. È quanto emerge da un sondaggio dell’istituto ‘Only Numbers‘ di Alessandra Ghisleri per ‘Porta a Porta’, effettuato il 22 aprile, sulle intenzioni di voto degli italiani. In generale, sempre per gli elettori della eventuale coalizione di centrosinistra, nella corsa a sei a vincere sarebbe Giuseppe Conte con il 33,5%, Elly Schlein per il 23,2%, Pierluigi Bersani per il 13%, Matteo Renzi per il 6,2%, Angelo Bonelli per il 3,6% e Nicola Fratoianni per lo 0,8% degli intervistati.

Per quanto riguarda i partiti, Fratelli d’Italia guadagna l’1,5% rispetto all’ultima rilevazione dello scorso 7 aprile, e si attesta al 28,8, seguito dal Pd al 22,5% (+0,2%). Il Movimento 5 Stelle, invece, guadagna mezzo punto attestandosi al 12,2%. Forza Italia è all’8,6% e cede lo 0,2%, stabile la Lega all’8,3%. Stabile anche Alleanza Verdi al 6,5%, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci è al 3,6% (+0,2%), Azione è al 3% (-0,2%) e Italia Viva al 2,5 % (+0,1%). Infine +Europa è all’1,7% e cede lo 0,2% mentre Noi Moderati è allo 0,8%(+0,1%). Il centrodestra raggiunge il 46,5% e sale dell’1,4%. il campo largo senza Azione, invece, è al 45,4 % in crescita dello 0,6% (+0,6%). Gli astenuti-indecisi si attestano al 44,9% (in crescita dello 0,2% rispetto all’ultima rilevazione).


Nel caso di Donald Trump “è necessaria una valutazione clinica urgente, ora più che mai”


(ANSA) – MILANO, 23 APR – I medici dovrebbero astenersi dal formulare diagnosi sulla salute mentale di un capo di Stato basandosi sulle sue dichiarazioni pubbliche o sulle notizie riportate dalla stampa, ma nel caso di Donald Trump “è necessaria una valutazione clinica urgente, ora più che mai”.

E’ quanto affermano, in un articolo sul British Medical Journal, il neurologo britannico David Nicholl del Sandwell Health Campus e l’esperta di cure primarie Trish Greenhalgh dell’Università di Oxford.    

“I capi di Stato hanno diritto alla riservatezza riguardo alle proprie questioni di salute. Tuttavia – scrivono i due autori dell’articolo- le decisioni prese da un capo di Stato a volte hanno conseguenze di vita o di morte per milioni di persone. Gli standard professionali vietano ai medici di commentare lo stato di salute di una figura pubblica. Ma i recenti eventi in tutto il mondo sollevano la questione: tale divieto dovrebbe essere assoluto?”.    

Nel caso del presidente statunitense, osservazioni recenti su linguaggio, coerenza e comportamento hanno alimentato interrogativi su un possibile declino cognitivo. Alcuni commentatori hanno ipotizzato condizioni neurodegenerative, ma Nicholl e Greenhalgh mettono in guardia: stabilire una diagnosi clinica richiede test approfonditi, valutazioni neuropsicologiche e indagini strumentali, elementi non disponibili attraverso fonti pubbliche.

Allo stesso tempo, però, i due esperti distinguono tra formulare una diagnosi clinica ed esprimere preoccupazioni più ampie, basate su evidenze cliniche. Fanno notare che già nel 2016 psichiatri di alto livello, pur astenendosi esplicitamente da una diagnosi, avevano sollevato dubbi sull’idoneità mentale di Donald Trump a ricoprire la carica di presidente e avevano chiesto una valutazione medica imparziale. In linea con quella presa di posizione, anche Nicholl e Greenhalgh concordano sul fatto che tale valutazione rimanga un’azione necessaria.


La politica ha perso la parola


Una democrazia senza voce. E il declino della parola si riflette nell’incapacità di prendere decisioni efficaci e coraggiose

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – «Non potendo mobilitare più soldati, Churchill mobilitò la lingua inglese e la mandò in battaglia contro Hitler». Non si sa bene chi l’abbia detto (spesso la frase è attribuita a John Kennedy) ma di sicuro è un’evocazione efficace non solo delle straordinarie capacità oratorie del grande primo ministro inglese ma di qualcosa di più importante: del valore che ha nella politica dei regimi democratici la parola, il discorso. Beninteso però se si tratta della parola detta — impugnando al massimo un foglietto di appunti da sbirciare ogni tanto o magari imparata a memoria — non già della parola detta solo in apparenza ma in realtà letta quasi parola per parola, gettando disperatamente l’occhio ogni pochi secondi su un testo scritto.
Perché nella democrazia è così importante la parola? Perché il discorso è il momento per eccellenza nel quale chi rappresenta il popolo si sottopone in modo diretto al giudizio di questo, comunica oltre le proprie idee qualcosa di più importante: la propria personalità, il proprio modo d’essere; manifesta la propria autenticità, e dunque la reale sincerità delle proprie posizioni, ovvero ne tradisce il carattere spurio. Anche la postura, il gesto, il tono della voce di chi parla dicono moltissimo, e anche da questo chi assiste a un discorso si accorge subito se chi ha di fronte sa di che cosa sta parlando, se ci crede davvero.

Ma in Italia di tutto ciò non si vede neppure l’ombra: e se ne dà la colpa al fatto che ormai la comunicazione politica avviene quasi esclusivamente in televisione. C’è televisione e televisione però, e il punto sta nel come le trasmissioni vengono condotte. Ad esempio, obbligare gli esponenti politici a interventi al massimo di due-tre minuti produce per ciò stesso quello che vediamo ogni sera: una serie di filastrocche sincopate fatte di stereotipi, brevi discorsi gergali, quasi sempre aggressivamente assertivi. Tanto più che il conduttore o conduttrice italiano tipo adotta in genere uno di questi due comportamenti che non fanno che peggiorare le cose: o lascia parlare a macchinetta l’oratore, consegnandolo al suo destino di compiaciuto quanto superfluo manichino ventriloquo, ovvero lo interrompe assalendolo brutalmente, di fatto quasi sempre impedendogli di continuare. Rarissimo infatti nelle nostre tv è il caso in cui chi conduce la trasmissione chieda invece al suo ospite, ad esempio, che cosa farebbe lui al posto dei suoi avversari, o con quali risorse finanzierebbe le innumerevoli cose da fare che egli ha appena enumerato, ovvero che obietti ma con qualche dato alle presunte mirabilie compiute dal governo appena elencate dal sostenitore di questo presente in studio.

Ma come sempre il cattivo esempio viene dall’alto: in questo caso dal Parlamento. Costituito in maggioranza da eletti ignoti ai propri elettori ma cooptati dalle rispettive segreterie di partito, titolari di percorsi scolastici approssimativi, perlopiù con scarsa padronanza della lingua italiana in specie della sintassi e con un eloquio dal lessico desolante e dal forte accento dialettale, non è certo su di essi che la vita politica del Paese può contare per un’adeguata dimensione retorico-discorsiva. E del resto molto opportunamente nel nostro Parlamento a dispetto del suo nome non si parla, ma perlopiù si legge. E anche questo si fa male: in genere cercando di inzeppare vorticosamente quante più parole possibili nel tempo a disposizione.

La democrazia italiana insomma rimane una democrazia incapace di parlare. Incapacità che è parte di quella sua incapacità più sostanziale aggravatasi col tempo di cui parlava qualche giorno fa Angelo Panebianco da queste colonne: l’incapacità di prendere decisioni forti, incisive, quelle che cambiano la vita delle persone; la paura di avere coraggio di cui anche il governo della destra si mostra come tutti gli altri prigioniero e che da sempre è la via maestra che conduce al declino storico di un Paese. Al nostro declino.

Al Paese e ai cittadini non si parla con le interviste o con i finti libri confezionati a pagamento nelle stanze delle case editrici; e la puntuale rissa serale negli studi televisivi italiani è solo la triste parodia di un reale dibattito politico. La grandezza dei propositi, l’importanza delle decisioni hanno bisogno delle parole per dirlo. Se mancano queste, se una classe politica conosce solo la dimensione del battibecco parlamentare, della voce alzata in modo stentoreo alla fine dell’«intervento» nell’aula di Montecitorio solo per strappare l’applauso, allora vuol dire che quella classe politica non ha sostanzialmente nulla da dire, non ha idee, e che perciò non sa neppure che cosa fare. Da tempo, da troppo tempo, gli italiani hanno il fondato sospetto che le cose stiano proprio così.


Dall’emendamento di Delmastro alle parole di Meloni, quando Fratelli d’Italia elogiava il Superbonus


Nel 2020 Delmastro rivendicava, dall’opposizione, l’impegno affinché il governo Conte II non toccasse la misura. La leader di Fratelli d’Italia, nel 2022, rilanciava: «Siamo pronti a tutelare i diritti del superbonus». Mai è stata dichiarata guerra al bonus oggi definito sciagurato

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – «Ho presentato un emendamento in cui chiedo al governo di prorogare il Superbonus 110 per cento sino al 2025. Fratelli d’Italia dalla parte di imprese e famiglie!». Il post (con tanto di foto personale), datato 27 novembre 2020, porta la firma Andrea Delmastro, all’epoca deputato di Fratelli d’Italia all’opposizione del Conte II. 

Sulla propria pagina social annunciava, quindi, una proposta ad hoc per dare seguito alla misura introdotta dall’esecutivo. Per la serie: chi lo ha introdotto, non pensi di toglierlo. Con la sottolineatura della bontà della stessa per famiglie e aziende. Un modo per mettere in guardia l’esecutivo da eventuali ripensamenti.

Anche sul Superbonus, dunque, il partito Giorgia Meloni ha fatto un’inversione a U: ieri, giovedì 22 aprile, la presidente del Consiglio lo ha definito «la sciagurata misura della sinistra e del Conte II» che non avrebbe consentito di far scendere sotto il 3 per cento il rapporto deficit/Pil. Lasciando l’Italia in procedura di infrazione.

Peccato che la presa di posizione rinneghi dichiarazioni ed emendamenti, che portano la sua firma oltre che quella di dirigenti di spicco di FdI. 

Il video di Meloni per il Superbonus

Quella di Delmastro non era infatti una fuga solitaria. Anzi: nel tempo Fratelli d’Italia ha sempre perorato la causa del Superbonus. Anche attraverso la sua leader. «Siamo pronti a tutelare i diritti del superbonus e a migliorare le agevolazioni edilizie», scriveva Meloni, nel settembre 2022, sul sito personale, postando un video-elogio al Superbonus: «È una misura nata con intenti lodevoli. Rinnovare il nostro patrimonio edilizio in funzione della transizione ecologica».

Da lì partiva la critica alle successive modifiche fatte alla norma. Ma nessun anatema scagliato verso la presunta “devasta conti pubblici”. 

C’era al contrario il riconoscimento all’iniziativa avviata dal governo Conte II e la rivendicazione del suo partito di voler essere vicino alle famiglie e alle imprese. Proprio come faceva Delmastro due anni prima. Solo alla fine di quel video, Meloni parlava di voler conservare l’impianto del bonus, con il ritocco per portarlo all’80 per cento. 

Donzelli per il bonus

La galleria di posizioni pro-Superbonus è del resto lunga. Agli atti c’è una dichiarazione dal responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, rilasciata nel novembre 2021, alla trasmissione Rai Agorà, e rilanciata dal sito del partito: «Fratelli d’Italia è favorevole al mantenimento del Superbonus, ma è un provvedimento che va sicuramente migliorato così come vanno semplificate le procedure per accedervi. Mettere tetti, limiti e cavilli scoraggia le persone, rendendo la misura accessibile solo a una minoranza di tecnici e caparbi». Un endorsement alla misura.

Insomma, nonostante fosse all’opposizione, Fratelli d’Italia non hai manifestato dubbi sul Superbonus. Agli atti non ci sono barricate e ostruzionismo parlamentare, bensì emendamenti per proroghe e salvaguardia della misura. Oggi diventata capro espiatorio perfetto per l’auto-assoluzione sui conti pubblici.


Silvia Salis e l’operazione riformista: come nasce e chi c’è dietro all’ascesa politica e mediatica della sindaca di Genova


Il marito regista della Leopolda, il comunicatore di Renzi, Malagò in tribuna. Chi lavora per la sindaca di Genova e per quale progetto

Silvia Salis e l’operazione riformista: come nasce e chi c’è dietro all’ascesa politica e mediatica della sindaca di Genova come anti-Meloni

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornaleit) – Quattro anni al Coni sotto Giovanni Malagò, un marito che ha girato i video della Leopolda di Renzi per tre edizioni, un comunicatore già portavoce dello stesso Renzi. E adesso il titolo di “anti-Meloni” su Bloomberg come se fosse nato spontaneamente dai sampietrini del porto vecchio. Silvia Salis è sindaca di Genova da meno di un anno e già proiettata verso Palazzo Chigi.

All’interno del Pd, in molti la raccontano così: un’operazione riformista. L’area che non ha mai digerito la stagione Schlein avrebbe trovato il suo contenitore. Giovane, mediatica, senza tessera, capace di far ballare la sinistra sulla techno di Charlotte De Witte e di comparire su Bloomberg nello stesso fine settimana.

Fausto Brizzi, marito di Salis, ha firmato i filmati della Leopolda 2012 per Renzi. Nel 2025 ha curato la comunicazione della campagna genovese della moglie. Il regista di “Notte prima degli esami” è il collegamento ideale tra la stagione renziana e il progetto Salis. Il Palazzo Ducale di Genova, partecipato dal Comune che lei guida, lo ha celebrato a febbraio scorso nella Sala del Maggior Consiglio. Sull’opportunità dell’evento era nata una polemica sollevata dai rilievi di Ferruccio Sansa e della Lega: Palazzo Ducale ha risposto chiarendo che i costi, inferiori a tremila euro, erano coperti da uno sponsor privato.

LA MACCHINA

A costruire l’immagine pubblica di Salis c’è Marco Agnoletti, portavoce di Renzi negli anni d’oro: Comune di Firenze, Nazareno, Palazzo Chigi. Da settembre gestisce la comunicazione della sindaca con un metodo preciso: sottrazione. Meno esposizione, immagine costruita con la pazienza di una campagna politica lunga.

Renzi ha già scelto. “Io voterei Silvia Salis”, ha dichiarato a La7. La sintesi è leggibile: l’ex premier spinge, il suo ex portavoce gestisce la comunicazione, il marito della sindaca ha girato la Leopolda. Chi vuole può non chiamarla operazione. Dovrebbe però spiegare con quale altro nome si chiama.

IL COPIONE DEL FEDERATORE

Salis ha detto no alle primarie, “tecnicamente sbagliate”. Poi, nell’intervista a Bloomberg del 10 aprile, ha aggiunto: “Di fronte a una richiesta unitaria non posso dire che non la prenderei in considerazione, sarebbe una bugia”. Il lessico è quello del federatore: figura che non si candida ma è disponibile, che respinge la corsa senza escluderla.

Il Pd è spaccato. Chiara Braga (Pd), capogruppo alla Camera: “Non mi pare che questo sia il tempo di federatori o di personalità esterne al perimetro dei partiti”. Dario Franceschini (Pd) invece la definisce “uno dei leader di primo piano dei prossimi anni”. Due posizioni incompatibili dentro lo stesso partito.

IL FOGLIO E LA CONTRADDIZIONE PALESTINA

Il quotidiano diretto da Claudio Cerasa le ha dedicato un ritratto ammirato. Lo stesso Foglio che non ha mai avuto tenerezze verso chi usa la parola “genocidio” per Gaza. Salis quella parola l’ha rivendicata, e alle manifestazioni pro-Palestina a Genova c’era. Eppure Il Foglio la celebra.

Sansa aveva posto la domanda: perché quella stampa che prima corteggiava Toti adesso punta su di lei? La risposta che circola è quella del contenitore: figura abbastanza nuova da non portare il peso del vecchio centrosinistra, abbastanza affidabile per un campo largo moderato che include Renzi e un pezzo di establishment che con Schlein non ha mai trovato pace.

Malagò non è sfondo ma struttura. Salis è diventata vicepresidente vicaria del Coni nel 2021 sotto la sua presidenza: “Silvia è una persona alla quale sono molto affezionato”, ha dichiarato. Il Comune di Genova gli ha poi conferito un Premio Internazionale dello Sport alle celebrazioni colombiane. Il cerchio si chiude: il mentore ottiene un’onorificenza dall’istituzione che il suo ex vice adesso governa. La questione era stata sollevata. È rimasta senza risposta.

L’operazione è costruita con intelligenza. La domanda che un centrosinistra credibile dovrebbe porsi è: per chi?


Governo Meloni a fine corsa: niente elezioni anticipate, il “no” del Quirinale congela tutto: “Condannati a governare”


Da una parte un esecutivo che, nelle parole di alcuni suoi stessi membri, “non ha più niente da dirsi”. Dall’altra l’impossibilità politica e istituzionale di staccare la spina

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Il governo guidato da Giorgia Meloni è arrivato al capolinea politico, ma non può scendere. È questo il paradosso che si consuma nelle ultime settimane nei palazzi romani: un esecutivo logorato, “spompato” – come lo definiscono diversi ministri – ma allo stesso tempo costretto ad andare avanti perché la via d’uscita, le elezioni anticipate, è stata di fatto sbarrata dal Colle.

Secondo quanto filtra da fonti qualificate della maggioranza, Fratelli d’Italia avrebbe sondato, anche se per vie informali, la possibilità di un ritorno alle urne. Un’ipotesi che nasce da una consapevolezza sempre più diffusa: la spinta propulsiva dell’esecutivo si è esaurita. I dossier si trascinano, le divisioni interne aumentano, e soprattutto manca una visione condivisa per la seconda parte della legislatura. Insomma, è finito il carburante.

Ma dal Quirinale è arrivata una risposta netta: niente scorciatoie. La linea attribuita a Sergio Mattarella è chiara: le elezioni anticipate non sono un’opzione praticabile in questa fase. La legislatura deve arrivare alla sua scadenza naturale, salvo crisi formali e irreversibili che, al momento, non si sono materializzate.

E così si consuma il cortocircuito. Da una parte un governo che, nelle parole di alcuni suoi stessi membri, “non ha più niente da dirsi”. Dall’altra l’impossibilità politica e istituzionale di staccare la spina. Il risultato è un esecutivo che resta in piedi per inerzia, senza slancio e con un’agenda sempre più povera.

Le riunioni del Consiglio dei ministri, raccontano fonti interne, sono diventate sempre più brevi e meno incisive. I provvedimenti arrivano già depotenziati, frutto di compromessi al ribasso tra alleati che guardano ormai più ai rispettivi posizionamenti futuri che alla tenuta complessiva dell’azione di governo. Il clima è quello di una fine anticipata, anche se formalmente mai dichiarata.

Il problema, però, è tutto politico. Perché se è vero che Fratelli d’Italia intravede nelle urne una possibile via per rilanciarsi e consolidare la leadership, gli alleati non sembrano avere lo stesso interesse. E soprattutto pesa la posizione del Colle, che in una fase internazionale ed economica complessa non vede di buon occhio l’apertura di una crisi al buio.

Così, tra malumori crescenti e ambizioni congelate, il governo Meloni appare oggi come un esecutivo “condannato a governare”. Un’immagine che circola con insistenza nei corridoi del potere: quella di una macchina rimasta senza carburante ma ancora in movimento, spinta più dall’inerzia istituzionale che da una reale capacità di incidere.

Il rischio, a questo punto, è quello di una lunga agonia politica. Senza scosse, senza decisioni forti, senza una vera direzione. C’è solo il logoramento. Con l’unico obiettivo implicito di arrivare, comunque, al traguardo della legislatura. Anche a costo di trascinarsi. Perché la partita, ormai, non si gioca più sul presente, ma su ciò che verrà dopo.


Vandana Shiva: la nuova democrazia è salvare la Terra


Non può essere divisa da quella dei nostri corpi e delle nostre comunità. Serve un nuovo paradigma civile, senza specie sacrificabili né culture usa e getta. L’equilibrio è diversità

Vandana Shiva: la nuova democrazia è salvare la Terra

(di Vandana Shiva – ilfattoquotidiano.it) – Il cambiamento non è solo possibile, è necessario. Possiamo scegliere tra la buona e la cattiva fede, tra competizione e cooperazione, tra controllo e autodeterminazione, tra egoismo e compassione. Ma tali scelte richiedono una trasformazione nel modo in cui vediamo il mondo.

Dobbiamo riconoscere che gli esseri umani non sono al vertice della piramide evolutiva e dobbiamo guarire le divisioni che ci hanno separato gli uni dagli altri e dalla Terra.

Siamo parte di un destino comune. La salute del pianeta non può essere separata dalla salute dei nostri corpi e delle nostre comunità. Questa consapevolezza – ancora oggi centrale nelle culture indigene e contadine – è occultata da un sistema economico guidato dall’avidità, un sistema che ha violato i limiti e l’integrità degli ecosistemi, un sistema che ha spezzato i cicli ecologici e nutrizionali della vita. È un sistema che oggi considera la democrazia un ostacolo ai propri obiettivi, che militarizza il dibattito e la società per garantire profitti a un’economia che spende somme oscene in armi e controllo invece che nella salute delle persone e della Terra. Questa economia racchiude combustibili fossili, armi, finanza, agricoltura industriale, autoritarismo e violenza. Tutto ciò serve gli interessi privati di un’oligarchia sempre più ricca che non riconosce il diritto internazionale e rifiuta il multilateralismo e la cooperazione.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad attacchi senza precedenti alle fondamenta stesse della cooperazione internazionale. Questi attacchi ci ricordano che anche le nostre risposte devono crescere in forza e solidarietà. Per proteggere la vita sulla Terra dobbiamo agire insieme, non solo a livello locale, ma anche globale. Le crisi che affrontiamo travalicano i confini e possono essere affrontate solo attraverso una cooperazione radicata nella solidarietà. Come ricorda Giuseppe De Marzo nel suo libro L’internazionale della Terra, dobbiamo rafforzare le relazioni tra reti sociali, istituzioni, cittadini e mondo accademico. Attraverso lo scambio e la creatività possiamo alimentare una vasta gamma di risposte e soluzioni per affrontare la minaccia del collasso climatico e le sue conseguenze sociali ed economiche.

Ma le false soluzioni non faranno uscire dalla crisi. La cosiddetta Green economy non mette in discussione il concetto di crescita illimitata. La crescita illimitata è un’aberrazione che distrugge la Terra e la società, arricchendo solo una piccola minoranza di miliardari mentre impoverisce i sistemi viventi che ci sostengono tutti.

Abbiamo la responsabilità di affrontare le infinite emergenze che stanno scuotendo il pianeta analizzando il cuore stesso del concetto di crisi. Una autentica economia di pace non può essere generata se prima non abbandoniamo un immaginario economico fondato sulla guerra e sulla violenza.

Dobbiamo liberare le nostre pratiche da questo paradigma, costruendo una nuova alleanza ecologica intergenerazionale. Per costruire un futuro che sia al servizio del benessere di tutti dobbiamo rompere la gabbia antropocentrica e dare forza e slancio a una democrazia della Terra, che riconosca le relazioni inseparabili tra tutte le entità viventi che intessono la rete della vita. La vita prospera attraverso lo scambio, la cooperazione e la reciprocità. Queste relazioni viventi nutrono la capacità della Terra di rigenerarsi.

In tutto il mondo, le comunità stanno riconquistando spazi democratici di cui il potere delle corporazioni si era appropriato. Difendono il principio secondo cui natura e società non possono essere separate. Rivendicano il diritto all’auto-organizzazione. Una delle sfide più importanti in questa lotta è riconoscere i diritti della natura. In molti luoghi del mondo questa visione sta già diventando realtà, materializzandosi in nuovi diritti costituzionali, leggi e pratiche viventi che rafforzano le comunità e proteggono gli ecosistemi.

Queste trasformazioni sono alimentate anche da spazi di apprendimento e pratiche condivise che riconnettono il sapere con la Terra vivente. In India, l’esperienza della Navdanya Earth University ha dimostrato che un’educazione ecologica fondata sulla biodiversità, sulla libertà dei semi e sulla conoscenza dei contadini può allevare una nuova generazione di cittadini della Terra. In Italia, l’iniziativa Terrae Vivae di Navdanya International sta aiutando le comunità a riscoprire l’agroecologia, la cura del territorio e la saggezza culturale che permea i paesaggi locali. Pur nate in contesti diversi, queste esperienze condividono lo stesso spirito: ricostruire il nostro rapporto con la Terra attraverso la conoscenza, la comunità e la difesa della vita.

La natura non esiste esclusivamente per il beneficio degli esseri umani. Ogni forma di vita ha un valore intrinseco e il diritto di esistere. Riconoscere questa verità richiede che trasformiamo le nostre scelte e azioni in comportamenti coerenti, se vogliamo superare la crisi socio-ambientale.

È necessario un nuovo paradigma civile, che ponga al centro il diritto della vita a vivere. Prendersi cura della Terra è il fondamento di un’alleanza ecologica che promuove una democrazia basata sulla difesa della biodiversità e della sovranità alimentare, sulla partecipazione delle comunità locali e sul riconoscimento del diritto all’esistenza di ogni essere vivente. I movimenti hanno quindi la responsabilità di democratizzare il sapere e rafforzare quella che De Marzo chiama “demodiversità”, per dare legittimità a diverse forme di democrazia, e non solo a quella liberale occidentale.

Pluralismo, decolonialità e interdipendenza sono indispensabili per la liberazione umana. Nella democrazia della Terra non esistono specie sacrificabili né culture usa e getta. La diversità garantisce l’equilibrio. E l’equilibrio assicura che nessuna specie o cultura domini sulle altre. Democrazia autentica, diversità e decentralizzazione sono indissolubilmente legate.

Questo è lo scopo di L’internazionale della Terra: sostenere l’azione delle alternative portate avanti dai movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica. Mira a collegare obiettivi locali e internazionali, permettendoci di sentirci parte di una comunità di destino che lotta per la democrazia della Terra. La forza di L’internazionale della Terra nasce dalla nostra autonomia auto-organizzata e dalle nostre relazioni reciproche, dalla nostra resilienza spirituale, emotiva ed ecologica che cresce dall’intimità del nostro essere.

La speranza non ci è data: la creiamo. La coltiviamo attraverso le relazioni che costruiamo e i mondi che generiamo insieme.

Siamo biodiversità. Siamo Jiva – esseri viventi. Siamo Terra.


Il tramonto dello spirito russo. Da Bulgakov a Solovev, da teatro di avanguardie a nazione volgare


Sembra che i russi di Putin abbiano perduto il gusto privato del sarcasmo, dell’invettiva mascherata, della lingua in rivolta contro la banale comunicazione ordinaria, che fu il tratto grande e assoluto del loro modo di essere russi. Il popolo capace sempre di ridere di sé e delle sue sfide sta perdendo il succo divino della sua anima nell’ostinata presunzione neoimperiale

Immagine di Il tramonto dello spirito russo. Da Bulgakov a Solovev, da teatro di avanguardie a nazione volgare

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Ma quanto è diventata gradassa e volgare la Russia, il paese dell’umorismo grottesco più sofisticato, della malinconia ridente, della risata mistica? In prima battuta, com’era ovvio e necessario, sta l’indignazione per quel monologo dai bassifondi della televisione di stato putiniana, l’insulto degradato e degradante, l’offesa piatta, banale, che si ritorce contro sé stessa in una sceneggiata da due soldi contro il capo di un paese tradizionalmente amico e tradito dall’impresa criminale di Bucha. Convocato l’ambasciatore, ora bisogna convocare Gogol’ e le conversazioni del suo Cicikov, Babel, Charms, oppure Cechov, Goncarov, o Bulgakov, Nabokov con le disavventure accademiche di Pnin, anche il miglior Dostoevskij dei Demoni, per capire fino a che punto è arrivata la notte, nel declino dello spirito russo. Quella nazione, quel suolo e quel sangue letterario che ha prefigurato futurismo, avanguardie, teatro dell’assurdo, che ha irriso e scalcinato il mondo reale per sostituirlo con esplosioni fantastiche e sperimentazioni linguistiche ardue, coraggiose, di una sconfinata bellezza e tristezza, ecco che quella eccezionale cultura della parola e del simbolo, dell’autoironia e dell’eleganza formale, risulta inequivocabilmente spacciata da un ridicolo Solovev, una specie di Tucker Carlson in caratteri cirillici da caricatura, uno che crede di far ridere dicendo puttana di una donna.

Ma che cosa è successo nella Russia di Putin, dopo decenni di nuova autocrazia seguiti alla grande rottura iconoclasta degli anni di Gorbaciov e poi degli anni alcolici e appassionatamente corrotti di Eltsin, l’instauratore improbabile di un capitalismo di predazione che aveva aperto il vaso di Pandora ed era finito tra i fumi del proprio fallimento per lasciare il passo a uno perfino peggiore di lui? Ci ripetiamo sempre lo stereotipo di un popolo russo disposto a tutte le avventure e a tutte le durezze del più spietato esercizio dell’autorità sovrana ma sempre tragicamente riluttante alle lusinghe della democrazia e del liberalismo. Povero e limitato ma credibile, come tutti gli stereotipi. Una cosa però i russi l’hanno sempre trovata, anche nella tragedia nera, anche nella soffocante retorica pauperista e populista, l’aneddoto o la barzelletta traversa, il gioco di significati attraverso formule e segni che fanno del riso una risorsa più stordente e focosa del sorso di vodka, con la potenza della preghiera e della fede popolare, e pazienza per il liberalismo. L’aura infetta della burocrazia, della gerarchia paraimperiale, della finta distinzione dei titoli di stato, della dittatura dell’ovvio ha sempre prodotto l’antidoto fantastico e comico, comico e fantastico. L’umorismo umanizzante, per superare il freddo dell’inverno e le asperità del potere invernale eterno, per descrivere e raccontare l’inverosimile e il nulla della vita, il suo fatale spaesamento, è sempre stato il re della foresta immaginativa e letteraria dei russi.

L’impressione è che a questo giro, in guerra con la radice ucraina del meglio della loro facoltà d’artisti, i russi di Putin e di Solovev abbiano perduto, ed è ancora più grave dell’insulto pubblico, il gusto privato del sarcasmo, dell’invettiva mascherata, della lingua in rivolta contro la banale comunicazione ordinaria, che fu il tratto grande e assoluto del loro modo di essere russi. Il popolo capace sempre di ridere di sé e delle sue sfide, delle sue sconfitte e delle sue miserie, della falsa ricchezza e del falso potere detenuto dagli altri, sta perdendo il succo divino della sua anima nell’ostinata presunzione neoimperiale. Se Putin fosse un vero zar, Solovev dovrebbe farlo arrestare.


Sui conti pubblici il governo Meloni ha battuto il record mondiale di vittimismo


Non siamo riusciti a rientrare dalla procedura d’infrazione per debito eccessivo? Per il governo Meloni è colpa dei governi precedenti, della guerra, dell’Europa e delle “manine di Palazzo”. Cronaca di un’ordinaria giornata di vittimismo politico.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Se non abbiamo fatto male i conti, mancano solo il terremoto, la tremenda inondazione e le cavallette, e poi il governo Meloni ha esaurito la liste delle scuse e dei colpevoli da tirare in ballo per i suoi fallimenti.

Ieri è stato il turno, nell’ordine, di provvedimenti di due governi e sei anni fa, dell’Europa, della guerra e delle sempiterne manine di Palazzo, per giustificare il fatto che non siamo usciti dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e che quindi non ci sono soldi da spendere nella prossima legge di bilancio, a meno di non fregarsene delle regole europee che abbiamo sottoscritto.

Colpa dei miliardi del superbonus, dice Giorgia Meloni, se siamo ancora al 3,1% del rapporto deficit Pil. Dimenticandosi che fu una misura allora votata, tutelata e difesa dai partiti che compongono la maggioranza di governo come Lega e Forza Italia, quando c’era da lisciare il pelo alla filiera edilizia e ai proprietari di case. E che forse sarebbe banalmente bastato evitare di buttare qualche centinaia di milioni di euro in progetti demagogici come i centri per migranti in Albania, tanto per dirne uno, per rientrare sotto la soglia del 3%.

O meglio ancora, far crescere un po’ di più l’economia, approfittando dei 209 miliardi messi a disposizione dal Pnnr, una quantità di denaro che nessun governo ha mai avuto a disposizione per accelerare lo sviluppo economico. E che invece, alla fine dei conti, ha prodotto una crescita asfittica dello 0,5% per il 2026 e una lista infinita di crisi industriali. Una stima, l’ha detto ieri, il ministro Giorgetti, che andrà ulteriormente rivista al ribasso.

La crescita, per l’appunto. Colpa della guerra in Iran, dice Meloni. Come se quella guerra non l’avesse scatenata il duo Trump-Netanyahu, che il nostro governo ha sempre difeso e sostenuto, contro ogni evidenza, fino a quando non si è reso conto che ogni stretta di mano a Trump era un punto in meno nei sondaggi. E come se non fossimo, al solito, il Paese che cresce meno in Europa. Ad esempio, la Spagna crescerà del 2,1% nel 2026. La guerra non c’è, a Madrid?

A proposito di Europa: colpa delle regole di Bruxelles, ovviamente. Come se quelle regole, quel nuovo patto di stabilità non fosse stato sottoscritto dal governo Meloni il 20 dicembre del 2023. Regole che allora la stessa premier definì “meno rigide e più realistiche” rispetto a quelle precedenti, ottenute  “grazie a un serio e costruttivo approccio al negoziato”. Quelle stesse regole che oggi Meloni vuole infrangere, come se nel 2023 governasse la sua sosia.

E già che ci siamo, perché non dare la colpa pure alla solita “manina di Palazzo”, alla sinistra cattiva infrattata nelle istituzioni che trama contro l’Italia dalle segrete stanze dell’Istat, rifiutandosi di taroccare un po’ i numeri per aiutare il governo nella sua legge di bilancio elettorale di fine mandato. Anziché – orrore! – fornire numeri veri e fotografare la realtà per quel che è, come fanno, o dovrebbero fare, gli organi di Stato e le magistrature indipendenti  dalla politica.

Tutto, pur di non dire che un governo in carica da quattro anni, con la maggioranza più stabile e ampia di sempre, e con un sostegno pressoché incondizionato dei mercati, ha fallito sia l’obiettivo della crescita sia quello dell’uscita dalla procedura d’infrazione. 

E il bello è che adesso cercano pure i colpevoli.
Quando basterebbe, semplicemente, avvicinarsi al primo specchio che trovano.


Silvia Salis, sotto il Comune niente: in 4 mesi solo 6 delibere per la sindaca dei diritti


Genova, propaganda e cantieri. Specialista nelle campagne popolari, a ora non ha affrontato i nodi della città, in primis i servizi

Silvia Salis, sotto il Comune niente: in 4 mesi solo 6 delibere per la sindaca dei diritti

(di Marco Grasso – ilfattoquotidiano.it) – Genova. Una facciata splendente, addobbata con temi identitari che infiammano il cuore e scaldano la pancia del popolo della sinistra. Ma anche una casa che al suo interno è ancora un cantiere di promesse irrealizzate, che per giunta va a rilento. Si potrebbe raccontare così la Genova di Silvia Salis, provando a cercare la realtà oltre la narrazione. La sindaca di Genova si dice pronta a guidare l’Italia, ma nei suoi primi dieci mesi di mandato se l’è cavata meglio da leader politica, pur non avendo alle spalle un partito, che da amministratrice. La sua popolarità è legata soprattutto a posizioni di principio, espresse con toni radicali e grande efficacia comunicativa: antifascismo, Palestina, diritti civili, No al referendum costituzionale. Ma buona parte del programma proposto in campagna elettorale è rimasto finora un libro dei sogni, soprattutto sui temi economico-sociali e del recupero delle periferie. È vero che il tempo passato è ancora poco per un vero giudizio e che il centrodestra ha lasciato certamente un’eredità difficile, ma questo tipo di giustificazioni non dureranno per sempre.

Lgbt, Flotilla e antifascismo
Fra le prime misure Silvia Salis ha riaperto il riconoscimento delle coppie omogenitoriali, istituito uno sportello Lgbtq+ e restituito il patrocinio del Comune di Genova al Gay Pride. Poi, sembrerebbe dopo un’iniziale titubanza, ha abbracciato in modo netto la campagna della Flotilla, che ha riportato per le strade di Genova manifestazioni oceaniche, e la causa della Palestina. Ha appoggiato gli scioperi degli operai dell’Ilva, un sostegno che ha fatto passare in secondo piano un mezzo scivolone sul forno elettrico, proposta caldeggiata dal ministro Adolfo Urso (ma secondo alcuni irrealizzabile) che aveva già portato sul piede di guerra i comitati di Cornigliano. Inoltre, dopo una giunta di centrodestra che strizzava l’occhio alle commemorazioni della Repubblica di Salò, ha battuto senza esitazioni sull’antifascismo, questione sentita in una città medaglia d’oro al valore della Resistenza. Si è detta favorevole a cacciare CasaPound, ha concesso la cittadinanza onoraria a Sandro Pertini e ha portato a tre giorni i festeggiamenti del 25 aprile, cancellando di fatto la posticcia Festa della Bandiera, istituita dal centrodestra il 23 aprile, con il chiaro intento di oscurare la Liberazione. Tutto questo ha ancorato Salis a un’immagine di sinistra, visti anche i precedenti di sindaci progressisti che appena insediati si sono trovati a mettere la faccia su sgomberi di centri sociali, come successo a Marco Doria. Più di recente, hanno fatto il giro del mondo le foto della sindaca dietro la consolle della star della musica techno Charlotte de Witte, evento riuscito e dall’alto valore simbolico: una festa per i giovani, in una città di anziani, mentre a Roma c’è un governo che proibisce i rave. Ma al di là dei simboli, Salis sul tema ha posizioni moderate: sostiene che la sicurezza non sia un tema di destra, accusa il governo di non fornire risorse alla polizia e, dopo uno scandalo ereditato dalla giunta precedente, ha cambiato idea rimettendo i vigili a fare attività antidroga.

più tasse e tagli ai servizi
A volte però i numeri rivelano più delle parole: nel 2026 la giunta di Silvia Salis ha prodotto la miseria di sei delibere, la metà delle quali riguardano aspetti marginali. Nello stesso periodo del 2025 il centrodestra ne aveva prodotte il doppio. L’eredità lasciata dai predecessori è oggettivamente complessa, tra voragini nei bilanci, cantieri fermi e società partecipate disastrate. L’impressione tuttavia è che parte delle energie della sindaca siano drenate dalla ribalta nazionale, una sovraesposizione che le garantisce un dividendo tutto personale di popolarità. A gestire i guai – e annessi possibili futuri fallimenti – sono due superassessori del Pd locale, i più esposti in una giunta per il resto un po’ anonima: il vicesindaco Alessandro Terrile, delegato alla cura di bilanci disastrati, e Massimo Ferrante, incaricato di riattivare decine di cantieri fermi e di mettere una pezza a una serie impressionante di frane.

Il dossier più caldo è quello di Amt, l’azienda di trasporto urbano. Sotto campagna elettorale il centrodestra rivendicava le politiche di gratuità di metro e bus agli over 70 approvate da Marco Bucci. Poco dopo le elezioni, l’azienda si trova all’improvviso in crisi di liquidità e due istanze di fallimento. La nuova giunta caccia l’amministratrice e porta alla luce debiti per 280 milioni di euro, solo in parte sotto l’ombrello del Pnrr. Maggioranza e opposizione litigano sulla reale entità del buco, ma tutto ruota intorno a milioni di multe difficili da riscuotere. Morale della favola, il centrosinistra mette la faccia su un piano lacrime e sangue: via le esenzioni agli anziani (salvo se incapienti); stangata sugli abbonamenti (+20% in città, +33% fuori), che si abbatte sulle famiglie; incentivi all’esodo per il personale. Intanto, soprattutto nelle periferie, le corse vengono tagliate in modo massiccio. Il Comune, Regione e Città metropolitana sono chiamati a coprire milioni di euro. Ma altri pesanti disavanzi emergono intanto nei bilanci del teatro Carlo Felice e nella società Porto Antico, con l’annuncio dello stop al festival internazionale del Balletto di Nervi. Da un’emergenza a un’altra, il programma di Salis finora è perlopiù da realizzare: la città dei 15 minuti, il rilancio del lavoro e dell’economia, l’università, l’aumento delle case popolari e del social housing, le assunzioni negli asili. È indubbio che otto mesi non bastino per cambiare una città. C’è da capire se siano sufficienti per dimostrare di poter guidare un Paese.


Le locuste di Giorgia


Potere, imprese, finanza: le decisioni che muovono l’economia

Le locuste di Giorgia

(di Alessandro Barbera – lastampa.it) – Cosa passi in queste ore per la testa di Giorgia Meloni non è difficile intuirlo: basta leggere i commenti diffusi sui social, la comunicazione senza filtri preferita dai politici nei momenti difficili. Rivendica di aver fatto scendere il deficit pubblico di cinque punti in tre anni, di aver mancato l’obiettivo del tre per cento per un soffio e a causa di rigori statistici, denuncia la coda di spesa di un bonus – quello super per l’edilizia – che ha scassato i conti come mai era accaduto nel Dopoguerra. Quest’ultimo argomento – per inciso – non è tecnicamente vero rispetto al mancato obiettivo ma ha ragione la premier a ricordare quello scempio di fondi (duecento miliardi, tanto quanto il Recovery Plan europeo) in assenza di criteri di reddito.

Affrontata la realtà per quella che è, preso atto che l’Italia ha lavorato tre anni ad un obiettivo fallito – quello del rientro nei parametri di finanza pubblica previsti da Maastricht – la domanda che si fanno tutti è: che fare? “Mancano solo le cavallette”, scherza la premier fra le mura di Palazzo Chigi. E in effetti il momento è da locuste: la guerra in Iran potrebbe risolversi, ma questo non significa che verranno meno i problemi prodotti dai bombardamenti americani e iraniani nel Golfo. La distruzione di infrastrutture energetiche e il blocco di Hormuz hanno fatto venir meno il venti per cento di petrolio e ridotto per anni le capacità di esportazione di gas liquido da parte del Qatar, grande fornitore dell’Italia. Quel che Meloni non può risolvere con la diplomazia va affrontato coi soldi dei contribuenti. Nella testa della premier ci sono anche altre locuste: dalla sconfitta al referendum al caso Delmastro fino alle ripetute frizioni col Quirinale sui decreti sicurezza, ma questa è un’altra storia. Restiamo nelle tasche degli italiani.

Questa settimana al ministero delle Infrastrutture si è presentata in blocco la lobby degli autotrasportatori che chiedono sussidi per l’aumento dei prezzi dei carburanti. Il governo ha poi annunciato in pompa magna un decreto il primo maggio con il quale dice di voler contribuire alla soluzione del problema dei bassi salari. Tre anni di Meloni hanno certamente fatto bene al contenimento della spesa, meno agli italiani. Alla saggia austerità non è seguito un miglioramento della crescita strutturale dell’economia, o almeno: quella che c’è, non si è trasferita sui salari, il cui potere d’acquisto resta di sei punti percentuali sotto quelli precedenti la pandemia. Spiegare il perché significherebbe dilungarsi oltre la pazienza del lettore medio. Basti qui sintetizzare che le ragioni sono molte: sindacati confederali sempre meno rappresentativi e incalzati da sigle che nascono solo per firmare contratti al ribasso, tempi biblici per i rinnovi, un’economia fatta di troppe imprese piccole e a scarso valore aggiunto, una pressione fiscale sul lavoro dipendente ancora troppo alta.

E dunque, che fare? Fra un anno – mese più, mese meno – l’Italia andrà al voto e la premier è di fronte a un dilemma: rischiare coi mercati violando le regole o rischiare il consenso rispettandole? La soluzione sarà probabilmente in mezzo. L’Italia non è uscita dalla procedura di infrazione europea, ma questo non significa che possa fare qualunque cosa dei suoi conti pubblici. Il nuovo Patto di stabilità prevede impegni per i prossimi quattro anni e infatti, nonostante a parole Giancarlo Giorgetti abbia detto altro (“Facciamo da soli”) sulla carta il Documento di finanza pubblica impegna il governo a restare sotto il tre per cento nel rapporto deficit-Pil sia nel 2026 che nel 2027. Questo però significherebbe avere poco a disposizione per affrontare la crisi energetica e in autunno finanziare l’ultima legge di bilancio prima delle elezioni. Anche in questo caso il governo paga lo scarso impegno nelle riforme: se ne avesse fatte di più, l’economia crescerebbe di più e i margini di spesa sarebbero meno compressi.

L’esito più probabile del dilemma sarà un deficit sopra la linea, ma non troppo. A Palazzo Chigi in queste ore viene usata una formula che dice tutto: “scostamento ragionato”. Il governo non rispetterà gli impegni con l’Unione, ma non fino al punto di andare allo scontro aperto con Bruxelles. Se lo facesse, il giudizio peggiore sarebbe dei mercati che possono far più male degli elettori. Siamo lontanissimi dagli scenari del 2011 – la nuova architettura europea esclude scenari simili -ma la storia recente (quella del governo Conte uno, ad esempio) insegna che per innescare una spirale negativa sui mercati basta poco. La Banca centrale europea fin qui i tassi li ha tagliati, e non alzati. Se fosse costretta ad aumentarli per fermare l’inflazione da caro-petrolio, i rendimenti dei titoli pubblici, già alti in tutta Europa, potrebbero salire ancora. A quel punto Giorgia Meloni le locuste le vedrebbe davvero: quei fondi che una volta scommettevano contro l’Italia e oggi per fortuna non più.


Nordio torna e coccola i corruttori: “La modesta quantità è giusto valga anche per le mazzette”


Come per la cannabis

Nordio torna e coccola i corruttori: “La modesta quantità è giusto valga anche per le mazzette”

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – “Signori, è nel codice penale: se si parla di modesta quantità persino della droga, non sarà una bestemmia parlare di modestia anche delle cosiddette mazzette, o del pactum sceleris della corruzione”. Nonostante la batosta referendaria, Carlo Nordio non rinuncia a esibire senza filtri la sua idea di giustizia. Rispondendo al question time alla Camera, il ministro rivendica orgogliosamente il concetto di “modestissima mazzetta”, elaborato nel suo ultimo libro per scagliarsi contro l’uso dei trojan – i virus-microspia installati nei telefoni – nelle indagini per corruzione. Nell’opera uscita a gennaio (Una nuova giustizia, Guerini) Nordio insultava la legge Spazzacorrotti del suo predecessore Alfonso Bonafede, definita “il delirio moralistico di un Parlamento semi-giacobino”: quella riforma, denunciava indignato, ha esteso i trojan alle inchieste per i gravi reati contro la Pubblica amministrazione, “con il risultato che ancor oggi, se un pm ravvisa l’ipotesi anche di una modestissima mazzetta, può chiedere e ottenere l’utilizzo di questo meccanismo diabolico. Dopo il referendum, vedremo di rimediare anche a questa inciviltà”, prometteva.

Alle urne poi è finita come sappiamo, e quel progetto per ora è finito in archivio. Ma Nordio, di fronte alla Camera, sceglie di insistere sulla teoria della mazzetta “omeopatica”: l’assist è un’interrogazione M5S sulla direttiva europea anticorruzione appena entrata in vigore, che, secondo vari giuristi, impone all’Italia di reintrodurre una forma di abuso d’ufficio, reato abrogato ormai due anni fa. “La corruzione non può essere minimizzata parlando di ‘modestissime mazzette’ come ha fatto lei, ministro. In Europa sanno bene quanto sia importante contrastare la corruzione e, prima ancora, tutte le condotte in cui l’interesse privato schiaccia il bene pubblico”, ha incalzato in Aula Valentina D’Orso, capogruppo pentastellata in Commissione Giustizia, chiedendo se il governo abbia intenzione di rivedere le sue scelte per evitare una procedura d’infrazione. Una citazione provocatoria che il Guardasigilli raccoglie subito. “In premessa – esordisce – vorrei dire che quando si parla e si è parlato di ‘modeste mazzette’ e, ancora una volta, si è attribuito a questo ministro un linguaggio cosiddetto di strada, vorrei ricordare che il concetto di tenuità o di modestia è inserito nel nostro ordinamento giuridico. Si parla di tenuità del fatto – ricorda – addirittura per escludere la punibilità di un reato; si parla di modesta quantità nella detenzione di sostanze stupefacenti e nelle circostanze attenuanti vi sono le particolari esigenze di tenuità del fatto. Quindi non è un sacrilegio usare questo aggettivo” chiosa l’ex pm. Un paragone, quello tra tangenti e sostanze psicotrope, smontato in due frasi da Giovanni Zaccaro, giudice in Corte d’Appello a Roma e segretario di Area, il maggiore gruppo delle toghe progressiste: “La concussione e la corruzione danneggiano tutti i cittadini, lo spaccio di una dose danneggia al più la salute di chi decide di comprarla. È evidente che i primi reati siano più gravi del secondo”, commenta al Fatto.

Nel merito dell’interrogazione, invece, Nordio annuncia che la direttiva Ue verrà semplicemente ignorata: “La risposta sulla reintroduzione del reato di abuso d’ufficio è nettamente negativa”, afferma. “Abbiamo dimostrato all’Europa che sta nella discrezionalità degli Stati predisporre i sistemi anticorruzione, e in questo l’arsenale preventivo e repressivo dell’Italia è il più ricco di tutti”, con “ben 17 fattispecie di reato”. Secondo Nordio, la previsione europea “non ha niente a che vedere” con il reato abrogato in Italia, “perché non tipicizza nessuna fattispecie incriminatrice e non individua condotte determinate”. Una tesi che si appoggia sull’ambiguità del testo della direttiva, fatto annacquare dall’Italia in cambio del suo sì: nella versione finale, l’articolo 7 obbliga gli Stati membri a perseguire solo “determinate violazioni gravi” commesse dai pubblici ufficiali, consentendo inoltre di “limitare l’applicazione” del reato a “determinate categorie” di funzionari pubblici. A rivolgersi a Nordio nel question time anche Forza Italia, che con il deputato Pietro Pittalis ha chiesto di accelerare l’iter della proposta di legge per rendere più difficile il sequestro degli smartphone da parte dei pm, imponendo una complessa procedura governata dal gip: dopo l’ok al Senato ad aprile 2024, il provvedimento è ancora fermo alla Camera.


Russia sanzionata, Israele no: i doppi standard dell’UE


(Salvatore Minolfi – lafionda.org) – «He may be a son-of-a-bitch, but he is our son-of-a-bitch…» Nel giro di ventiquattro ore, l’Unione Europea ha approvato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e nel contempo ha respinto la richiesta di sospendere l’Accordo di Associazione UE-Israele, richiesta formalmente avanzata da Spagna, Irlanda e Slovenia, in ragione dei crimini di guerra commessi negli ultimi due anni e mezzo a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e per l’annessione di fatto con cui Tel Aviv sta concludendo cinquantanove (59) anni di indisturbata occupazione militare dei territori palestinesi.

Non vale la pena commentare l’ulteriore dimostrazione dello stato di abiezione politica e morale in cui sono sprofondate le classi dirigenti del Vecchio Continente. Questa fine miserabile e ingloriosa non era un destino necessario. L’abbiamo semplicemente scelto. Ma le forme e i modi in cui tutto ciò è accaduto, nell’ultimo quarto di secolo, sembrano determinare un percorso irreversibile. L’Unione Europea non sopravviverà alle proprie carognate.

Ora abbracciamo la dottrina del “doppio standard” senza alcuna vergogna e senza alcuna preoccupazione di doverla camuffare in qualche modo. Dei tanti elementi che compongono la storia della nostra civiltà, abbiamo deciso di conservare ed esaltare innanzitutto quelli che ci riconnettono al nostro passato coloniale, utilizzando, a mo’ di aggiornamento, la mediazione ‘teorica’ offerta nell’ultimo trentennio dalla cultura neoconservatrice americana.

La Kaja Kallas (che pure conta come il due di coppe) potrebbe tranquillamente dire di Netanyahu, ciò che per decenni i signori di Washington hanno detto dei più immondi governanti in giro per il mondo:  «Sarà pure un figlio di puttana, ma è pur sempre il nostro figlio di puttana».

La famosa espressione (“He may be a son-of-a-bitch, but he is our son-of-a-bitch”) viene tradizionalmente attribuita a Cordell Hull, Segretario di Stato USA, che l’avrebbe pronunciata nel 1939, riferendosi al dittatore dominicano Rafael Trujillo. Gli Stati Uniti non comandavano ancora il mondo, ma nel loro emisfero facevano il bello e il cattivo tempo già da più di un secolo.

Dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto in America Latina, la frase compendiava fedelmente l’orientamento dominante nella politica estera americana, con l’esplicita rivendicazione del diritto al “doppio standard”. Si trattava di un orientamento, come si suol dire, “bipartisan”.

Un discorso analogo lo faceva, infatti, anche John F. Kennedy (secondo la testimonianza di Arthur M. Schlesinger jr., suo collaboratore e biografo) agli esordi della sua Amministrazione, sempre ragionando sulle prospettive della Repubblica Dominicana di Rafael Trujillo (un dittatore che, peraltro, sarebbe morto in un attentato pochi mesi dopo). Kennedy sosteneva che non si poteva rinunciare ai tradizionali dittatori sudamericani, finché l’alternativa era qualcosa di simile alla rivoluzione castrista.

Sempre nel contesto della guerra fredda, in un famoso articolo scritto su «Commentary» (“Dictatorships and Double Standards”, 1979) la repubblicana Jeane Kirkpatrick, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, sostenne che per gli Stati Uniti era moralmente e strategicamente più accettabile sostenere un dittatore autoritario ‘amichevole’ che rischiare l’ascesa di un regime comunista (un “male” maggiore e definitivo).

Ed è così che per quasi cinquant’anni, gli Stati Uniti sostennero, a spada tratta, ‘campioni’ come  Syngman Rhee, Bao Dai, Chiang Kai-shek, Ngo Dinh Diem, Rafael Trujillo, Fulgencio Batista, Anastasio Somoza, Park Chung Hee, Nguyen Cao Ky, Suharto, Mobutu, Pinochet, and Chun Doo Hwan, ecc. ecc.

Anni dopo, l’eminente storico americano John Lewis Gaddis (un Pulitzer Prize e una National Humanities Medal), nell’intento di rassicurarci, avrebbe precisato, senza vergogna, che: “Regimi come quelli di Somoza in Nicaragua o di Trujillo nella Repubblica Dominicana potevano essere sgradevoli, ma rientravano nella categoria dei regimi benigni perché non rappresentavano una seria minaccia per gli interessi degli Stati Uniti e in alcuni casi li promuovevano addirittura” (“We Now Know”, 1997).

Tuttavia, finita la guerra fredda, le cose non cambiarono. Anzi, peggiorarono. Irving Kristol, il “padrino” dei neoconservatori americani, rivendicò qualcosa in più del tradizionale diritto degli Stati Uniti al doppio standard: “La verità è che non solo la nostra politica estera ha un doppio standard rispetto a ciò che oggi viene definito “diritti umani”, ma che noi abbiamo anche un triplo ed un quadruplo standard. Per meglio dire, noi abbiamo tanti standard quanti ne richiedono le circostanze – la qual cosa è proprio come essa dovrebbe essere” (“Defining Our National Interest”, 1991).

All’epoca in cui Irving Kristol (e, dopo di lui, il figlio William) diceva e scriveva quelle cose – cioè nell’immediato dopo guerra fredda – in generale ai principali dirigenti politici europei si rizzavano i capelli in testa. Non erano santi, ci mancherebbe. Ma che si trattasse di un Mitterrand o di uno Schmidt, oppure di uno Chirac, di un Kohl o di uno Schröder (per non parlare di tanti dirigenti della tanto vituperata Prima Repubblica italiana), credo che avessero alle spalle un tirocinio politico molto più severo: erano cresciuti tra le macerie del Vecchio Continente e conoscevano il dramma e i costi degli ultimi conati dell’imperialismo europeo, del conflitto mondiale e della guerra civile che ne erano derivati.

Fondata o meno che fosse, dopo l’89, le classi dirigenti europee erano ancora in grado di esibire una propria pretesa ‘diversità’, rispetto all’alleato americano, al punto da sedurre Gorbaciov e l’ultima nomenklatura sovietica. Un equivoco terribile e fatale.

Era solo questione di anni. La distruzione neoliberista del contratto sociale europeo e la parallela affermazione dell’ecosistema unipolare avrebbero dato alla luce una generazione di dirigenti ignoranti e pusillanimi, cresciuti parassitariamente nel demoralizzante vassallaggio politico e nella subalternità  culturale ai nuovi padroni americani. Alla vigilia dell’invasione dell’Irak (tra gennaio e febbraio 2003), con l’aiuto degli Stati “valvassini” dell’ex-Patto di Varsavia e dei paesi Baltici (manovrati dal puparo americano) fu stroncata l’ultima resistenza dei francesi e dei tedeschi.

Iniziava l’epoca dei Borrell, Kallas, von der Leyen… E, ahimé, oggi bisogna prenderli sul serio.

Oggi c’è uno Stato dell’apartheid, razzista, sterminista, fondato sul suprematismo ebraico; uno Stato che pratica una quotidiana violenza coloniale, al tempo stesso grottesca e sanguinaria; uno Stato che non ha confini dichiarati e destabilizza tutti gli altri Stati della regione; uno Stato cogestito da un’élite etno-nazionalista e da esponenti di un messianismo fanatizzante; uno Stato i cui dirigenti hanno dichiarato pubblicamente e ai quattro venti le loro intenzioni genocidarie, prima di metterle in pratica con agghiacciante sistematicità.

Questo Stato è ASSOCIATO all’Unione Europea.

Oggi, per interrompere questa vergogna, basterebbe il semplice appello al comune senso del pudore.

Ma se l’Europa dei Borrell, Kallas, von der Leyen, Merz, Meloni ecc. ecc. non vuole prendere questa decisione, è perché ha evidentemente le sue buone ragioni. SIMILES CUM SIMILIBUS CONGREGANTUR.

No, decisamente l’Europa non sopravviverà alle proprie carognate…


Meloni e l’Istat, l’incantesimo spezzato e l’insofferenza per tecnici e controllori


Dall’Istituto di statistica alla Banca d’Italia, dalla Corte dei conti ai tecnici del Parlamento: accuse e segnali di fastidio nel centrodestra e ai piani alti del governo

La premier Giorgia Meloni

(di Serenella Mattera – repubblica.it) – È novembre 2025 quando l’Istat segnala che il taglio della seconda aliquota Irpef prevista dalla legge di bilancio del governo Meloni andrà a favorire i due quinti degli italiani più ricchi. La lettura non piace al governo, impegnato a raccontare “la più grande redistribuzione di reddito degli ultimi anni”. E il viceministro all’Economia Maurizio Leo, di fede meloniana, fa un’intervista al Sole 24 ore per spiegare che i detrattori del governo usano “analisi parziali con chiavi di lettura fuorvianti” e che l’Istituto nazionale di statistica ha adoperato per i suoi calcoli una metodologia a suo avviso sbagliata.

L’episodio torna alla mente nelle ore dell’attacco più esplicito e duro di Giorgia Meloni ai certificatori dei dati. La misurazione del Pil che ha portato l’Istat e l’Eurostat a collocare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo dell’Italia al 3,1% – e quindi in procedura d’infrazione – è “una beffa per l’Italia e per gli italiani”, ha scritto la presidente del Consiglio in un messaggio pubblicato direttamente sui social, in favor di elettori. Non ce l’ha con i vertici dell’istituto, hanno spiegato fonti a lei vicine in un retroscena su Repubblica (e come potrebbe: quei vertici sono frutto di una scelta del suo esecutivo). Ce l’ha “con la struttura, erede di altri equilibri politici” di un’altra non precisata fase (e non è difficile immaginare si riferisca ai governi del centrosinistra). Ce l’ha con i tecnici, con gli statistici, con i quadri intermedi, par di capire.

Hanno sbagliato a calcolare il Pil? Hanno evitato di “aggiustarlo” in un modo che permettesse di certificare l’uscita dalla procedura d’infrazione? Insomma, hanno scelto di far fare una brutta figura al governo, nel momento più difficile per la sua leader, a un mese dalla batosta referendaria, dopo una lunga sequela di guai e inciampi, per rompere pure l’incantesimo di una gestione virtuosa e performante dei conti pubblici? Meloni non esplicita il sospetto, ma l’accusa sì: “Il paradosso – scrive – è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo”. Sintesi: se avessero alzato un po’ i numeri adesso, avrebbero aiutato.

La premier aggiunge che “con buona probabilità” quei dati saranno aumentati anche quest’anno. E si vedrà se vincerà la sua scommessa. Ma la sua accusa non tiene conto del fatto che nei primi anni del suo governo gli aggiustamenti al rialzo hanno certificato la lunga fase di uscita dal Covid e invece ora siamo nel bel mezzo di una crisi globale, con la crescita in frenata già da mesi. E inoltre dimentica che nel 2024 i dati Istat sono cambiati – spesso al rialzo – per le revisioni generali dei conti nazionali dettate da nuovi standard europei.

Tutto ciò considerato, se il governo non ce l’ha fatta a uscire dalla procedura d’infrazione europea per seicento milioni di euro, prendersela con i tecnici dell’Istituto di statistica appare operazione discutibile almeno quanto quella che, per amor di provocazione, fa Riccardo Magi, segretario di +Europa, quando afferma che se il governo non avesse speso 678 milioni di euro per i centri in Albania, sarebbe stato promosso.

Comunque andrà a finire, l’affondo meloniano porta alla luce un tic che sembra scattare spesso, ai piani alti del governo. Ricordate la Corte dei conti e il ponte sullo Stretto? La bocciatura dell’opera, con svariati rilievi di carattere tecnico e contabile, fu vista da Meloni, lo scorso ottobre, come “l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del governo e del Parlamento”. Con parole che riecheggiano quelle riservate a più riprese – ma basterà qui un accenno, per non rischiare di andare fuor di tema – ai magistrati che hanno ripetutamente con le loro sentenze riportato a casa i migranti dai centri in Albania.

Non si può a questo punto non ricordare che anche altri governi in passato hanno mostrato qualche fastidio per la macchina di controllo che vigila sui conti pubblici: i cinque stelle ingaggiarono un lungo duello con la Ragioneria dello Stato e anche del ben più accorto Renzi si ricorda uno scontro con i tecnici del Senato sul bonus degli 80 euro. Nel centrodestra oggi al governo però si registra una costante: serpeggia dall’inizio una mai taciuta insofferenza, tra i parlamentari di Fratelli d’Italia e della Lega, per la Ragioneria dello Stato, che rovina ogni volta i più creativi interventi parlamentari – da ultimo quello escogitato per tentare di rimediare al pasticcio del premio per i rimpatri del decreto Sicurezza – con i suoi richiami alla realtà su risorse inesistenti e conti che non tornano. Ne sa qualcosa Biagio Mazzotta, sostituito nell’estate 2024 dopo mesi di tensioni, ma anche colei che governa oggi la Ragioneria, Daria Perrotta. Ma ne sanno qualcosa anche i tecnici di Camera e Senato, accusati nei travagliati percorsi di approvazione di decreti legge e leggi di bilancio di infilare trappole con le loro manine o manone. E persino la Banca d’Italia, che a dicembre 2022 il braccio destro di Meloni, Giovanbattista Fazzolari, con l’entusiasmo di chi da poco aveva festeggiato la presa del potere, rintuzzò per le sue critiche alla prima manovra del governo, con queste parole: “Non mi sorprendono, Bankitalia è partecipata da banche private”.

Manine e manone. Tecnici e ragionieri, statistici e bancari. Tutti lì a mettere ostacoli, paletti, interpretazioni sfavorevoli, conteggi ostili. E torniamo al novembre 2025, al rimprovero di Leo all’Istat. L’accusa era più o meno questa: aver calcolato l’impatto del taglio Irpef sui redditi familiari, perché se l’avessero calcolato sui redditi individuali avrebbero concluso, come il governo, che favoriva i redditi bassi e non i redditi alti. Peccato che Istat, per poter comparare l’impatto su famiglie di dimensioni diverse, ha adoperato il metodo usato dagli istituti di statistica anche a livello europeo: il reddito familiare equivalente. E senza addentrarci in un campo ostico, lasciando il giudizio agli addetti ai lavori, si arriva qui a concludere che probabilmente se il metodo scelto dall’Istat avesse portato un risultato favorevole al governo, nessuno avrebbe avuto da ridire.

Perché un non detto accomuna i casi che qui abbiamo provato a mettere in fila. Un messaggio di fondo abbastanza chiaro. Se il metodo penalizza, si cambi il metodo. Se i conti non tornano, si facciano tornare i conti.


Deficit ancora sopra al 3%: l’Italia rimarrà sotto procedura d’infrazione UE


(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – Doccia fredda per il governo Meloni: l’Italia rimarrà sotto procedura di infrazione europea, per non essere riuscita a portare il rapporto deficit/PIL al di sotto del 3%. Le manovre italiane, dunque, rimarranno sotto osservazione e l’Europa potrà chiedere correttivi quando lo ritenga necessario. Questo è il quarto anno di fila che l’Italia sfora i limiti imposti da Bruxelles: un problema per il governo, anche in vista delle elezioni del prossimo anno. L’esecutivo Meloni aveva fatto del rientro del deficit uno dei propri obiettivi di governo, come sottolineato numerose volte dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Proprio per questo non sono mai state messe in dubbio le regole imposte dall’Unione. Lo scaricabarile interno è comunque già partito, con il governo che ha già accusato il Superbonus, approvato dal governo Conte 2, come radice di tutti i mali.

La procedura era stata aperta nel 2024 e, ancora per quest’anno, i dati diffusi da Eurostat parlano chiaro. Eppure, la Manovra approvata dal governo lo scorso anno sarebbe dovuta servire proprio ad accelerare l’uscita dall’infrazione UE, tramite misure su fisco, welfare e imprese. Complice forse l’arrivo delle politiche del 2027, all’esecutivo sembra essere venuta la tentazione di alzare la voce e criticare nemmeno troppo velatamente i criteri europei. A dirlo, senza troppi giri di parole, è Giorgetti stesso: “faccio il medico in un ospedale da campo, non basta l’aspirina” ha dichiarato in conferenza stampa. “Tutto questo dibattito sull’uscita dalla procedura mi interessava molto fino al 28 febbraio 2026, ovvero il giorno prima dell’inizio della guerra in Iran, dopo mi ha interessato molto meno”, ha poi sottolineato il ministro, che però alla fine ammette: “che piaccia o no, queste sono le regole”.

Meloni rivendica i propri risultati e, anche a fronte della situazione attuale, parla di “risultato considerato da molti irraggiungibile”. Nel 2022, quando il suo governo è entrato il carica, il rapporto deficit/PIL era superiore all’8%. “Oggi lo abbiamo portato al 3,1%”, un risultato “migliore delle previsioni del governo stesso”. Per arrivare all’obiettivo, sostiene Meloni, “sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di PIL in più rispetto ai 2.258 miliardi di PIL del 2025” al momento stimati (al ribasso, scrive Meloni) dall’ISTAT. Se anche le stime dell’ente fossero esatte, “fa arrabbiare” il fatto che “saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit se, anche nel 2025, sulle casse dello Stato non avesse gravato l’esborso di miliardi di euro per il Superbonus. La sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, al momento, impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione, togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi”. Settori che, la premier sembra omettere o dimenticare, sono stati lasciati indietro per rincorrere gli obiettivi della NATO sul riarmo, con l’industria bellica che risulta l’unico settore a ricevere finanziamenti – proprio a scapito di salute, istruzione e redditi più bassi.