Il direttore de il Fatto Quotidiano ha smontato la narrazione del governo sulla riforma della giustizia

(ilfattoquotidiano.it) – “Il ministro Nordio è il miglior testimonial per il no, io lo farei parlare sempre, soprattutto dopo una certa ora”. Il direttore de il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha smontato la narrazione secondo cui la riforma costituzionale, voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni, risolverebbe i problemi della giustizia. “I problemi che hanno sventolato sono falsi” ha detto Travaglio all’evento Una partita decisiva per democrazia e diritti, in Campidoglio. “Il punto è: qual è la ragione per cui hanno fatto questa riforma? Alla fine il pubblico ministero diventerà l’avvocato dell’accusa e farà ciò che gli dirà il governo”.
Presenti in sala anche il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, l’avvocato e professore universitario, Franco Coppi, e la professoressa di Diritto costituzionale Ines Ciolli.
Il principe dei penalisti italiani all’incontro con Conte e Travaglio: “Mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pm”

“Ancora aspetto una dimostrazione, soprattutto dai miei colleghi, di quali vantaggi deriveranno da questa separazione. Vorrei che mi si dicesse “uno, due, tre, quattro”, come conseguenze dirette. Io ormai ho una lunga carriera alle spalle, di delusioni ne ho incamerate tante, ma mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pubblico ministero. E non credo che la separazione delle carriere cambierà le cose”. Franco Coppi, il “principe” dei penalisti italiani, difensore tra gli altri di Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti, torna a esprimere in pubblico la sua contrarierà alla riforma Nordio. Ospite di un dibattito organizzato dal Movimento 5 stelle in Campidoglio, insieme al leader pentastellato Giuseppe Conte, al direttore del Fatto Marco Travaglio e alla costituzionalista Ines Cioli (moderatrice la giornalista Valentina Petrini), il professore e avvocato chiede di uscire dalla “truffa delle etichette“: “Non parliamo di una riforma della giustizia, ma della magistratura. Così come sarebbe il caso di non parlare più di separazione delle carriere: si vogliono due magistrature, assolutamente indipendenti l’una dall’altra”.
Il provvedimento del governo, dice Coppi, “nasce dall’idea che tutti i magistrati siano intellettualmente disonesti, i giudicanti destinati ad appiattirsi sul pubblico ministero. Questo, sulla base della mia esperienza, non è”. Poi spiega col suo stile sardonico: “Io sono un vecchio praticone, quello che mi interessa è se questa riforma garantirà una sentenza più giusta. Quando difendo un innocente avrò maggiori garanzie? Non mi sembra, perché ciò che conta è l’onestà intellettuale del singolo magistrato. Se abbiamo un ciuccio, non è che con la separazione delle carriere lo facciamo diventare Ribot: rimane un ciuccio separato. Il giudice intellettualmente onesto apprezzerà le tesi del pm e quelle del difensore come deve farlo, il giudice che parle dall’idea che il pm dev’essere privilegiato continuerà a farlo”. E ironizza: “Per orgoglio professionale non mipiace battagliare ad armi pari, voglio farlo in una posizione di inferiorità, perché lo sfizio di fottere il pm, se consentite, è molto più grande”.
Marco Travaglio a sua volta usa l’ironia parlando di Nordio: “È il miglior testimonial per il No, io lo farei parlare sempre, soprattutto dopo una certa ora”. Ericorda che il “primato della politica“, citato dal ministro e da tanti giornalisti come ispirazione della riforma, “non esiste“: “Nella Costituzione c’è scritto che la legge è uguale per tutti, quindi i politici sono sottoposti alla legge come tutti gli altri cittadini”. Conte, invece, contrasta la narrazione del governo secondo cui la modifica alla Costituzione è “tecnica” e non politica: “Loro stessi hanno affermato che non ci sarà nessuna accelerazione dei processi, non ci sono investimenti, non c’è alcun rafforzamento degli organici, ma che c’è solo un intento politico. Come fai allora a dire che non è una riforma politica?”. E ricorda tutte le occasioni in cui esponenti del governo hanno ammesso il loro vero obiettivo: “Ricordate il post di Meloni contro la Corte dei Conti? Scrisse che questa riforma e quella della Corte dei Conti sarà la risposta piu adeguata contro l’intollerabile invadenza della magistratura. Nordio ha chiarito anche lui che “l’opposizione se ne avvantaggerà”. E poi Tajani, che segue la tradizione di Berlusconi e chiede di togliere ai pm la direzione della polizia giudiziaria”.
La premier aveva investito molto sul rapporto personale con Friedrich Merz. Poi però è arrivato un discorso netto, durissimo, contro i movimenti Maga. La seconda preoccupazione è più silenziosa ma non meno insidiosa

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Due preoccupazioni, entrambe politiche ma di natura diversa, agitano le giornate di Giorgia Meloni. La prima arriva da Berlino. La seconda potrebbe materializzarsi, un giorno.
La premier aveva investito molto sul rapporto personale con Friedrich Merz. Due settimane di sorrisi, strette di mano, dichiarazioni amichevoli. Un’intesa coltivata con pazienza, nella convinzione che un asse pragmatico tra Roma e Berlino potesse rafforzare la posizione italiana in Europa e, insieme, tenere aperto un canale privilegiato con Washington. L’idea era chiara: accreditarsi come ponte tra il Partito popolare europeo e l’area conservatrice americana, offrendo a Merz una sponda affidabile anche nel dialogo con l’universo trumpiano.
Poi, però, è arrivato il discorso che ha cambiato il clima. Quello del leader tedesco. Un intervento netto, durissimo, contro i movimenti Maga e contro quella declinazione identitaria del conservatorismo che in questi anni ha trovato sponde anche nel governo italiano. Parole che a Palazzo Chigi sono suonate come una doccia fredda. Non solo per il merito, ma per il tempismo: dopo una fase di avvicinamento che Meloni aveva interpretato come l’inizio di una convergenza strategica.
La sensazione, tra i fedelissimi della premier, è quella di uno scarto improvviso. Di un partner che, dopo aver incassato visibilità e legittimazione europea, ha scelto di marcare la distanza proprio sul terreno più sensibile: il rapporto con Donald Trump e con l’America conservatrice. Un colpo che indebolisce la narrazione di Meloni come interlocutrice privilegiata tra le due sponde dell’Atlantico e che riapre interrogativi sulla solidità dell’asse con Berlino, al di là delle formule diplomatiche e dei protocolli bilaterali.
La seconda preoccupazione è più silenziosa ma non meno insidiosa. Riguarda Nicola Gratteri e l’ipotesi, ancora tutta teorica ma sempre più evocata, di una sua possibile discesa in politica. Il magistrato antimafia gode di un consenso trasversale, costruito in anni di esposizione pubblica e di battaglie contro la criminalità organizzata. È una figura che parla alla pancia e alla testa del Paese: rassicura chi chiede legalità e intercetta una domanda di rigore che attraversa destra e sinistra.
Proprio qui sta il punto. Gratteri è uno che piace anche a destra. E in una stagione segnata da sfiducia verso i partiti tradizionali, l’eventuale ingresso in campo di una personalità percepita come indipendente e inflessibile potrebbe ridisegnare equilibri consolidati. Non è uno scenario imminente, né scontato. Ma in politica contano anche le ombre, le possibilità, le ipotesi che si insinuano.
Tra un alleato europeo che prende le distanze e la prospettiva di un outsider capace di attrarre consenso trasversale, Meloni si muove su un crinale sottile. È il prezzo della centralità: quando si è al vertice, ogni mossa degli altri diventa un fattore di stabilità o di rischio. E ogni preoccupazione, anche se ancora in potenza, pesa come una variabile da non sottovalutare. Anche per questo il referendum sulla giustizia diventerà fondamentale. Se Gratteri vince. la Meloni rischia il Ko.
Una frase diventata virale, una richiesta di rimozione dall’incarico ONU e un caso politico internazionale. Dopo il discorso di Francesca Albanese al Forum di Doha, la formula «Israele nemico dell’umanità» è diventata il centro della polemica. Ma cosa è stato realmente detto e su quali parole si fonda la richiesta di dimissioni?

(Lara Tomasetta – tpi.it) – Una relatrice speciale delle Nazioni Unite rischia il posto per una frase che, nella forma in cui è circolata, non compare nel testo del suo intervento. Dopo il discorso pronunciato il 7 febbraio al Forum di Doha organizzato da Al Jazeera, Francesca Albanese è stata accusata di aver definito Israele «il nemico comune dell’umanità». In Italia la polemica è stata rilanciata da diversi quotidiani e ha trovato un immediato sbocco politico: Fratelli d’Italia ha promosso una petizione per chiederne la rimozione dall’incarico ONU. In Francia il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha annunciato l’intenzione di chiedere ufficialmente le sue dimissioni. La questione, quindi, non è marginale né solo mediatica: una citazione diventata virale è stata trasformata in richiesta politica formale. Per capire se quella richiesta poggi su parole effettivamente pronunciate, bisogna tornare al testo integrale del discorso.
Il discorso integrale
Ecco il passaggio centrale dell’intervento pronunciato da Albanese:
“Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la messa in atto di un genocidio. E il genocidio non è finito. Il genocidio, inteso come distruzione intenzionale di un gruppo in quanto tale, è ormai chiaramente svelato. Era nell’aria da molto tempo e ora è sotto gli occhi di tutti. È stato difficile denunciare il genocidio. Al Jazeera lo sa meglio di chiunque altro nel panorama mediatico, per tutte le perdite che ha subito come azienda editoriale. Ma nessuno lo sa meglio dei palestinesi stessi. I palestinesi hanno continuato a raccontare il diluvio che si è abbattuto su di loro senza tregua. E questa è una sfida. Il fatto che invece di fermare Israele, gran parte del mondo lo abbia armato, gli abbia fornito giustificazioni politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario. Questa è una sfida. Il fatto che gran parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato una narrativa pro-apartheid, una narrativa genocidaria, è una sfida. E allo stesso tempo questo rappresenta anche un’opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto così chiaramente le sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l’ultima via pacifica, l’ultima cassetta degli attrezzi pacifica che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”.
Il passaggio evidenziato è quello che ha generato la polemica. Nel testo, la parola “Israele” compare nel paragrafo precedente, all’interno di una critica esplicita al sostegno politico e militare ricevuto. Non viene però ripresa come soggetto della frase “nemico comune”. La formulazione “Israele è il nemico comune dell’umanità” non è presente nel discorso. Il tono dell’intervento è duro, accusatorio, politicamente radicale. Ma la frase su cui si fonda la richiesta di dimissioni non compare nella forma in cui è stata riportata.
La verifica di Reuters
A confermare questo punto interviene Reuters, una delle principali agenzie di stampa internazionali, fondata nel 1851, con standard editoriali fondati sulla verifica documentale e sull’uso diretto delle fonti primarie. Le sue notizie sono utilizzate quotidianamente da redazioni in tutto il mondo. In un articolo dedicato alla polemica, Reuters scrive che una trascrizione del discorso visionata dall’agenzia non mostra che Albanese abbia definito Israele “enemy of humanity”. Non è una valutazione politica, ma una constatazione fattuale. E quando una richiesta di rimozione si fonda su una citazione specifica, il dato testuale è determinante.
Come nasce la frase attribuita: la catena della diffusione
Per capire come si sia arrivati alla formula diventata titolo, bisogna ricostruire il percorso con cui quel passaggio ha circolato online. Dopo l’intervento di Albanese, sui social inizia a diffondersi un estratto video molto breve, in cui la frase “come umanità abbiamo un nemico comune” viene isolata dal resto del periodo. In quella forma compressa, il riferimento a Israele — citato poco prima — appare saldato alla formula finale, trasformandosi nell’equazione “Israele nemico dell’umanità”. Secondo la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, uno dei primi rilanci ad alta visibilità arriva da UN Watch, organizzazione guidata da Hillel Neuer, che pubblica il passaggio con un’interpretazione che accredita quell’equivalenza. Nei giorni successivi la deputata francese Caroline Yadan riprende sui social la stessa lettura, attribuendo ad Albanese la frase in forma assertiva; un fact-check di Les Surligneurs colloca il suo post all’8 febbraio e mostra come l’estratto non restituisca il contesto completo del discorso. Anche Le Monde parla esplicitamente di “video montage” circolato prima della richiesta di dimissioni. Da lì il caso entra nella dimensione istituzionale: il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot annuncia l’intenzione della Francia di chiedere la rimozione della relatrice ONU. A quel punto la formula diventa titolo, posizione politica, richiesta ufficiale. La sequenza è verificabile: prima il clip parziale, poi l’attribuzione social, infine la reazione istituzionale.
La replica del legale
Il legale di Albanese ha parlato di manipolazione e di diffusione di una frase inesistente. In una nota scrive che «l’affermazione contestata NON esiste» e che «come facilmente appurabile ascoltando l’intervista, il video era stato manipolato». Ha inoltre dichiarato di aver inviato richieste di rettifica ai giornali italiani che hanno titolato sulla frase attribuita, aggiungendo che «la democrazia muore quando la verità viene costantemente manipolata e l’informazione pubblica distorta». Si tratta di dichiarazioni forti, che appartengono alla dimensione politica e legale. Ma al di là delle intenzioni e delle reazioni, resta il testo.
Errore, forzatura o campagna?
Mettere a confronto il testo integrale del discorso e le accuse che ne sono derivate non serve a stabilire se Francesca Albanese abbia ragione o torto nel merito politico. Serve a capire altro: se siamo davanti a un errore di interpretazione, a una forzatura narrativa o a una dinamica più organizzata. Il testo mostra un intervento estremamente duro nei confronti di Israele e dei governi occidentali, ma non contiene la formulazione su cui si è costruita la richiesta di dimissioni. Reuters conferma che quella frase non risulta nella trascrizione. Eppure la citazione attribuita è diventata il perno di una petizione politica, di titoli di prima pagina e di una presa di posizione diplomatica. Quando un passaggio complesso viene isolato, ricomposto e trasformato in una formula assoluta, il rischio è che la discussione non si svolga più sul contenuto reale del discorso, ma su una sua versione semplificata e più incendiaria. È un meccanismo noto nel dibattito pubblico contemporaneo: la compressione di un periodo articolato in una frase-slogan, capace di generare indignazione immediata e mobilitazione politica. La domanda allora non è solo cosa abbia detto Albanese, ma come quella frase sia diventata altro lungo la catena della diffusione. Allo stesso tempo, però, un elemento di responsabilità resta anche in capo alla relatrice. Albanese è una figura istituzionale delle Nazioni Unite e negli ultimi anni è già stata al centro di polemiche legate a formulazioni giudicate controverse, poi chiarite o rettificate. Anche quando non si è trattato di errori sostanziali, alcune espressioni hanno generato ambiguità e richiesto precisazioni successive. In un’epoca in cui ogni parola pronunciata in un contesto pubblico viene immediatamente ritagliata, rilanciata e politicizzata, il margine di ambiguità si riduce drasticamente. Il linguaggio di un funzionario ONU non è mai neutro e ha un peso politico e giuridico elevato. Questo non significa che nel caso specifico la frase attribuita sia stata effettivamente pronunciata — il testo e la verifica di più fonti indicano il contrario. Ma significa che, in un clima così polarizzato, la precisione lessicale diventa parte integrante del ruolo istituzionale. Tra la legittima critica politica e la costruzione di una narrazione distorta esiste uno spazio fragile, e dentro quello spazio si gioca la credibilità delle istituzioni, dei media e dei loro rappresentanti.
domenica 22 febbraio un appuntamento speciale con visite straordinarie, performance musicali e un buon caffè, per omaggiare la cultura napoletana

È trascorso un anno dall’apertura di Casa Museo Murolo, che ha registrato già 2 mila visitatori, e domenica 22 febbraio si rende omaggio al primo anniversario con una mattinata speciale. Il programma prevede, dalle ore 10, una visita guidata straordinaria, diversa dal consueto percorso, che accompagna i visitatori nella casa e nella memoria artistica di Ernesto e Roberto Murolo con un taglio narrativo inedito, costruito per celebrare la nascita del museo e il suo primo anno di vita. Ogni ora si ripete lo speciale percorso: visita guidata tra le stanze della Casa Museo napoletana, insieme alle giovani guide di Napulitanata, associazione territoriale che ha l’obiettivo di valorizzare e diffondere la canzone napoletana classica. A ciò si aggiunge un dialogo vivo tra passato e presente grazie agli interventi musicali, durante le visite, di Mario Maglione, storico interprete e amico di Roberto Murolo, del pianista Pasquale Cirillo e del giovanissimo cantante e chitarrista Fabrizio Mandara. Una triangolazione perfetta, che alterna notizie storiche a momenti d’ascolto dal vivo. Inoltre, per la prima volta al MU i visitatori possono ammirare le chitarre storiche appartenute al maestro Eduardo Caliendo, chitarrista della “Napoletana”, l’antologia cronologica pubblicata da Roberto Murolo. L’esperienza termina con un buon caffè del brand storico Caffè Toraldo: in una delle sale, infatti, è allestito un corner permanente, frutto della partnership tra la torrefazione napoletana e il MU, un gesto simbolico per ricordare e raccontare agli ospiti la tradizione del “caffè sospeso”.
Questo primo anno, oltre a far registrare 2 mila visitatori, ha regalato al MU tanti momenti indimenticabili. Dall’inaugurazione sentita dal pubblico ma anche dalle istituzioni, con la presenza del Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, fino alla partecipazione di diversi artisti e personaggi della cultura napoletana che con piacere hanno visitato la Casa Museo, emozionandosi per le suggestioni e i ricordi tangibili di Roberto Murolo. Tra i tanti, Renzo Arbore, Enzo Gragnaniello, Maurizio De Giovanni, Tropico, La Niña. Non manca il commento sentito di Mario Coppeto, Presidente della Fondazione Roberto Murolo «Siamo orgogliosi di aver aperto alla città una Casa che rappresenta le origini di una parte del nostro patrimonio culturale. È proprio per questo motivo che in occasione del nostro primo anniversario abbiamo pensato ad un evento che ha, come punto centrale, ciò che è più importante per la storia di queste mura: la Canzone. L’intento dell’evento è proprio quello di trasformare la memoria in esperienza concreta e condivisa, rendendo le visite straordinarie un’occasione unica di incontro tra la storia (e dunque il patrimonio culturale) e la comunità e allo stesso tempo celebrando quella che è stata un’annata importante di attività culturale».
Info e prenotazioniinfo@casamuseomurolo.it – www.casamuseomurolo.it
Costo del biglietto: 5 euro

(dagospia.com) – C’è poco da ridere, in realtà nel Bel Paese dove, oltre alle medaglie d’oro olimpiche i dati sulle povertà crescenti che colpiscono pure i ceti medi, segnano ben altri primati in Europa in un quadro internazionale cupo e incerto.
Con l’Italia della Maga-Maghella Giorgia, l’anatra zoppa in politica estera appena sedutasi al summit “storico” di Bilzen, per il suo marciare col “passo romano”, tenendo un piede nello stivale (con gli speroni) di Trump, e l’altro nello scarpone del vecchio continente in compagnia pure dei suoi nemici interni (l’Ungheria di Orban).
Volata ad Addis Abeba dopo aver disertato l’incontro di Monaco, che ospita il meeting dell’Unione africana, la “pulzella” della Garbatella critica il cancelliere tedesco Merz che manda al diavolo Trump e la sua politica Maga, sognando un posto di “osservatore” nel Board of peace per Gaza.
Se non ci resta che piangere in Europa, c’è poco da ridere in Italia. La colpa, però, non è dei comici grevi e mediocri alla Pucci pucci sento odor di fascistucci… Come tentano di far credere ai lettori i media tradizionali, gonfiando di pagine i loro quotidiani, le vicende del barzellettière milanese, per sviare l’attenzione su questioni assai più serie (e incombenti).
A far ridere, non è neppure la performance esilarante sull’ammiraglia Rai del telecronista, Patacca Petrecca, in occasione dell’evento mondiale dell’apertura a San Siro dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Un altro camerata promosso direttore a Rai Sport dalla “sòla” Meloni, che ha trasformato Palazzo Chigi anche in una dépendance de neo-fascisti di Casa Pound.
C’è poco da ridere, infatti, per la doppia stangata che aspetta milioni di italiani alla vigilia del “Festival di Atreju” (già Sanremo) stavolta per la legge tricolore del Menga meloniano (“chi lo prende in c…ulo se lo tenga”).
Nel giorno che si alzerà il sipario, martedì 24 febbraio, allora imitate il grande comico e umorista, Groucho Marx: “Trovo la televisione molto educativa, appena qualcuno l’accende vado in un altra stanza a leggere un libro”.
Oppure, cambiate canale in segno di protesta civile. A gennaio, infatti, nella bolletta elettrica è arrivata la prima rata di un’altra “tassa occulta per i poveri” (secondo economisti e sociologi), il prelievo forzoso di 90 euro annuo per chi possiede un apparecchio televisivo.
Lo “show must go” di Tele-tasse Meloni dalle cento sfumature di nero, a cominciare dal suo conduttore, faccetta nera Carlo Conti – ormai detto Calimero non soltanto per la sua abbronzatura -, a pagarlo ci sono gli sponsor, ma pure i suoi disgraziati abbonati-sudditi.
Intanto, a febbraio è già scattato il secondo aumento delle sigarette e del tabacco trinciato. L’imposta pagata alla Rai e le accise sul vizio del tabacco sono le uniche entrate sicure della manovra fiscale Meloni-Giorgetti, assicurano i nostri governanti di (mal)destra.
Ai salutisti che non fumano, ovviamente, viene conservato il diritto (storto) ai condoni e all’evasione fiscale con le entrate fiscali, quelle sì, che vanno in cenere.
Chissà, forse a Palazzo Chigi la pensano come l’umorista americano, Don Herold: “La povertà deve dare qualche soddisfazione, altrimenti non ci sarebbe tanta gente povera”.

(Marcello Veneziani) – Ci voleva Piero Sansonetti e addirittura l’Unità per sbattere in prima pagina il caso assurdo di Gianni Alemanno, detenuto in carcere dalla notte di Capodanno tra il 2024 e il 2025. “Molto probabilmente è innocente – scrive il direttore de l’Unità – è stato condannato nonostante tanti dubbi e gli è stata negata la condizionale”. Alemanno, come sapete, è stato ministro dell’agricoltura con Berlusconi e sindaco di Roma e per anni uno degli esponenti di punta prima del movimento giovanile, poi del Msi e di An, infine leader di un movimento d’opposizione alla destra di Fratelli d’Italia, indipendenza. È detenuto a Rebibbia perché era stato precedentemente condannato ai servizi sociali ma non avendo ottemperato agli obblighi previsti, il gioco dell’oca della giustizia italiana, anziché prolungarli o fargli ripetere il periodo previsto e non rispettato, lo ha retrocesso nella casella funesta del carcere, respingendo ogni successiva revisione. Alemanno ha già scontato due capodanni in galera. L’accusa principale, “traffico d’influenze finalizzato all’abuso d’ufficio” – che non è un reato da carcere, direbbe il buon senso comune, da sempre i politici lo praticano – oggi non esiste più, è stato abolito. Ma Alemanno respinge l’accusa a monte, perché sostiene di non aver nemmeno commesso quei reati che oggi non costituiscono più reato. E fa notare che ha avuto sempre condanne superiori a quelle richieste dai pubblici ministeri, tranne che in Cassazione. Non si tratta di attaccare giudici e sentenze, ma di difendere la dignità di un uomo, ascoltare la sua sofferenza e reclamare una giusta proporzione nelle cose.
Il silenzio attorno a lui è quasi unanime, interrotto da poche voci dissidenti. Ma nel tacere generale la cosa che più colpisce è il silenzio della destra di governo, e quella d’opinione più strettamente legata ad essa, sulla carcerazione prolungata di Alemanno. Non si risparmiano mai, gli esponenti della destra e del centro-destra, nel polemizzare contro la giustizia, criticando alcune sentenze, alcuni abusi, alcuni teoremi ideologici; soprattutto ora, alle soglie del referendum sulla giustizia. Vero è che una difesa proveniente da sinistra, soprattutto in questo caso, conta più di una difesa proveniente dal suo stesso mondo; ma quel silenzio è malato, nasce da timori e rancori che non dovrebbero alla fine prevalere in questi casi.
Ma a prescindere dalla polemica, dal merito specifico della vicenda, e pure dal fatto che Alemanno è stato comunque uno dei più rappresentativi esponenti della destra sociale e nazionale, quel che colpisce è la totale insensibilità al caso umano, a una detenzione così prolungata per un’accusa così piccola e ormai scaduta, come non succede quasi mai a chi è stato al potere. Si ricordano accuse ben più gravi a sindaci, anche di Roma, a politici e a ministri che non si sono poi tramutate in carcere, così prolungato; la casistica sarebbe enorme e vistosa, e altri più addentro di me in queste cose potrebbero documentarlo. Con Alemanno, “spiacente a Dio e ai nemici suoi”, invece è normale che stia ancora in carcere. Di fronte a questi casi, anche precedenti scontri e dissapori dovrebbero essere messi da parte o sopraffatti da un senso di onore, di umanità e di rispetto per la dignità umana calpestata. E invece niente. Solo qualche balbettio o qualche cenno di solidarietà ma in privato, quasi di nascosto, comunque sottovoce, come per non disturbare il conducente. Unica rilevante eccezione istituzionale, dice lui, il presidente del Senato, Ignazio Larussa, che ha condiviso la lunga militanza di Alemanno nel Msi e in An, seppure su posizioni correntizie diverse, e in precedenza ha difeso da avvocato molti giovani di destra alle prese con la giustizia, da vittime o da accusati.
Molti amici, dice Alemanno, mi hanno sollecitato a chiedere la grazia. “Non l’ho fatto perché chiedere la grazia significa ammettere, almeno implicitamente, la propria colpevolezza. Io non voglio essere graziato, voglio essere assolto”, perché si ritiene innocente. Ed è ricorso, lui sovranista, alla corte dei diritti europei per vedersi riconosciute le ragioni che la giustizia italiana invece ha negato. Esorta invece il presidente Mattarella a esercitare il suo potere di grazia per i tanti casi di persone abbandonate in carcere da anni, anziché occuparsi di un “politico” come lui, che darebbe l’impressione di un trattamento privilegiato di casta. Alemanno in carcere ha preso a cuore la causa dei detenuti e delle loro condizioni di vita in carcere, a partire dal sovraffollamento, scrive un pubblico diario dal carcere, è diventato garantista e solleva problemi che comunque meritano risposte.
Conosco Alemanno da una vita, ho partecipato ad alcune sue iniziative, anche da sindaco, ma non ho risparmiato giudizi critici sul suo operato, su alcune sue scelte politiche e alcuni suoi mutamenti di linea. Ciò non toglie che per ragioni di giustizia e di rispetto umano reputo che sia giusto sollevare la questione e affrontarla. Vero è che ormai il grosso della pena l’ha già scontato e gli restano solo pochi mesi; ma per una questione d’onore credo che sia giusto non accodarsi al silenzio ipocrita o vendicativo di chi volta la testa dall’altra parte.

(Gioacchino Musumeci) – Il problema principale della destra contemporanea è la superficialità straordinaria con cui i suoi sostenitori ne rappresentano i connotati. Non che a Destra non si trovino intellettuali di spessore, il problema è che a questi non viene data voce perché capaci di criticare le pecche del governo di Giorgia Meloni. La premier ha apparentemente abiurato ogni principio della Destra sociale, ha disatteso ogni promessa elettorale ed è attualmente la rappresentante europea più allineata al trumpismo e all’estremismo israeliano.
Come si è visto di recente, critiche di Marcello Veneziani al vuoto del governo Meloni hanno provocato l’ira funesta del ministro Giuli sfociata in un patetico attacco personale a Veneziani e nulla nel merito della critica. Invece Franco Cardini ha sottolineato che “quando a destra hanno dei soprassalti fanno le mostre su D’Annunzio o su Tolkien, per dimostrare che la cultura la fanno anche loro. Ma francamente è un po’ ridicolo”. Se le critiche fossero giunte da Sinistra, esponenti di governo le avrebbero bollate come culturame e Giorgia Meloni potrebbe ancora raccontare che la Sinistra vive nei salotti radical chic distanti dal popolo. Ma ciò equivarrebbe a sostenere che i colti di Destra sono radical chic e la premier se ne guarda bene dato che da uno scontro culturale con Veneziani e Cardini uscirebbe polverizzata.
Allora cosa resta alla Dx per corroborare il proprio appeal : Italo Bocchino, Tommaso Cerno, Francesco Giubilei, Mario Sechi, Brunella Bolloli. Costoro e pochi altri formano la formidabile testuggine mediatica della Destra.
A proposito di sommarietà leggevo un pezzo di Francesco Giubilei intitolato “ La violenza degli antifascisti: 23enne pestato a morte per aver difeso le attiviste di destra” pubblicato su Il Giornale oggi diretto dal furbacchione Cerno. Il pezzo è un tentativo straordinariamente corrivo di comprimere l’antifascismo nel perimetro di un episodio di violenza accaduto in Francia.
Giubilei riferisce che a una conferenza organizzata da Rima Hassan, eurodeputata di La France Insoumise, partito di Mélenchon, presso Sciense Po a Lione, un gruppo di femministe del collettivo identitario Némèsis presieduto da Alice Cordier protestava pacificamente con uno striscione con lo slogan “Fuori gli islamo-sinistrorsi dalle nostre università”. Alcuni ragazzi volontari si erano posizionati nei paraggi per garantire la sicurezza nel caso in cui le attiviste fossero state prese di mira. Diversi gruppi antifascisti si sono opposti alla presenza delle giovani trascinando a terra e mettendo le mani al collo a una delle ragazze (come si evince da alcuni video pubblicati sui social). La situazione è degenerata: un ragazzo, Quentin, ha provato a difendere le femministe, è stato aggredito da militanti di La France Insoumise e ora è ricoverato in coma farmacologico.
Cosa dire: prima di tutto è necessario condannare l’atto di violenza che ha provocato le gravissime condizioni di Quentin. Immediatamente dopo è un dovere condannare il tentativo malsano e strumentale di Giubilei di associare antifascismo e violenza. L’antifascismo è un’ idea nobile costata sangue dei patrioti disconosciuti dalla Destra che oggi esprime liberamente le proprie idee generalmente dileggiando gli antifascisti.
Dopodiché è necessario mostrare a Giubilei che se applicassi alle femministe il teorema conservatore e vittimizzante delle “donne che se la cercano”, dovrei concludere che le femministe davanti alla tana del lupo sono andate a cercare rogne. Tuttavia lascio questa tesi a coloro che descrivono uno striscione dichiarante “Fuori gli islamo-sinistrorsi dalle nostre università” sia esempio di pacifismo da imitare. Intanto il contenuto è razzista a sufficienza per essere considerato schifoso, gratuitamente provocatorio e intollerante quanto uno striscione che dichiara “ fuori gli omosessuali dalla chiese e dalle redazioni dei giornali”, “Fuori gli Israeliani dalle università”, “Fuori i comunisti mangiabambini dalla società liberale”, “Fuori le femministe dalle famiglie” , ” Le vere donne non sono femministe” e altre schifezze del genere.
Conclusione: si fa presto a mistificare l’antifascismo; ma la verità è che il fascismo serpeggiante è di coloro che pensano di manifestare pacificamente con striscioni razzisti che traboccano disprezzo per la sinistra. Aggredire individui pronti a giocare sulla provocazione e la violenza verbale, è stato un errore gravissimo che forse costerà la morte di Quentin ma l’antifascismo non c’entra nulla, c’entra piuttosto l’idiozia di esseri umani incapaci di convivere civilmente.
La premier durante il summit dell’Unione africana ad Addis Abeba: “I rapporti Ue-Usa? Era geopolitica con poche certezze”

(Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ADDIS ABEBA – In un angolo della gigantesca Mandela Hall che ospita il summit annuale dell’Unione africana, dove è stata invitata come ospite europea, Giorgia Meloni parlando con 4 testate italiane, tra cui Repubblica, sostiene di non condividere le critiche del cancelliere tedesco Merz alla cultura Maga e annuncia che l’Italia parteciperà al controverso Board of peace di Trump “come osservatore”.
A domanda, la premier commenta il duro discorso di Merz ieri a Monaco, in cui parlava di una “fratture tra Ue e Usa”. Per Meloni “siamo in una fase molto complessa delle relazioni internazionali, una fase particolare dei rapporti tra Europa e Stati Uniti. Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di se stessa, fare di più, per esempio sulla sicurezza, la colonna europea della Nato. Su questo sono d’accordo, indipendentemente dal rapporto con gli Stati Uniti, dopodiché sapete anche che io penso che dobbiamo lavorare a una maggiore integrazione tra Europa e Usa, per valorizzare quello che ci unisce piuttosto che quello che può dividerci. È molto importante per tutti, particolarmente per i paesi europei. Ciò non toglie che l’Europa deve continuare a lavorare per occuparsi di come tornare effettivamente un attore geopolitico. L’approccio che dobbiamo avere è: cosa dobbiamo fare per essere autonomi, forti, capaci di rispondere a un’era della geopolitica nella quale di certezze non ce ne sono più moltissime”.
Condivide le critiche di Merz al mondo Maga? “No, direi di no – risponde Meloni – queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di competenza dell’Unione europea”.
Infine Meloni annuncia che l’Italia aderirà al Board of peace, ma come osservatore. Giovedì ci sarà una riunione a Washington. “Siamo stati invitati come paese osservatore, secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che abbiamo della compatibilità costituzionale con l’adesione. L’Italia è al lavoro per stabilizzare il Medio Oriente, la situazione è molto complessa e molto fragile. Credo che una presenza italiana e anche europea sia necessaria quindi penso che noi risponderemo positivamente a questo invito a partecipare come paese osservatore”. Secondo la premier però non è ancora chiaro “a quale livello” si terrà il summit negli Usa, cioè se con i leader o con i ministri. “Questo lo dobbiamo ancora vedere, immagino che ci saranno anche altri paesi europei, vedo interessati quelli che sono più vicini, paesi soprattutto mediterranei della sponda est, non saremo gli unici. Ne stiamo parlando anche in queste ore”.
Una rilevazione interna dà il “No” in salita. Eventi con Giorgia il 13 a Milano e il 18 a Napoli. Ma il partito si divide. “Siamo partiti in quarta e adesso scendiamo a patti con la realtà”, dice un dirigente di Fratelli d’Italia in vista della direzione nazionale convocata per oggi, che avrà un punto principale all’ordine del giorno: il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. La preoccupazione, nel partito, aumenta.[…]

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] “Siamo partiti in quarta e adesso scendiamo a patti con la realtà”, dice un dirigente di Fratelli d’Italia in vista della direzione nazionale convocata per oggi, che avrà un punto principale all’ordine del giorno: il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. La preoccupazione, nel partito, aumenta. Il comitato del “Sì” supervisionato da Palazzo Chigi e guidato da Nicolò Zanon e Alessandro Sallusti non sta funzionando, i sondaggi mostrano una tendenza verso il pareggio tra “Sì” e “No”, la comunicazione non è efficace e ai piani alti del governo si sta iniziando a valutare quali siano gli effetti politici di una possibile sconfitta.
In queste ore sulle scrivanie dei dirigenti di via della Scrofa è arrivato un sondaggio commissionato dal partito che dà il “Sì” in vantaggio, ma più moderato rispetto a due mesi fa: 7-8 punti avanti. Un margine che inizia a far preoccupare i vertici del partito che a fine anno fotografavano un distacco di 20 punti tra il “Sì” e il “No”. Ed è per questo che questa mattina, durante la direzione nazionale, la principale richiesta che arriverà a dirigenti e parlamentari sarà quella di mobilitarsi sul territorio come già scritto dal responsabile organizzazione del partito Giovanni Donzelli in una circolare inviata il 3 febbraio agli iscritti. “Il nostro problema non è che i nostri votino Sì, ma che vadano a votare”, è il senso del ragionamento ai piani alti di FdI ipotizzando una mobilitazione massiccia dopo le Olimpiadi e Sanremo. […]
Questa mattina, invece, non si dovrebbe parlare dell’impegno diretto […] della premier Giorgia Meloni (che non sarà presente perché in missione in Etiopia) negli ultimi giorni della campagna: gli alleati, a partire dal leader di Forza Italia Antonio Tajani, vorrebbero organizzare due comizi comuni del centrodestra, ma il partito è diviso sull’opportunità o meno che la presidente del Consiglio scenda in campo direttamente. A favore sono il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (che lo ha detto due giorni fa al Foglio) e il presidente del Senato Ignazio La Russa, che avrebbe chiesto alla premier di fare un comizio nella sua Milano. Ci sono già due date segnate in rosso: il 13 marzo nel capoluogo lombardo e il 18 in quello campano. Più dubbiosi il ministro della Difesa Guido Crosetto, ma anche i dioscuri di Meloni a Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari (responsabile della comunicazione del governo) e Alfredo Mantovano, che vedrebbero più rischi che benefici dalla politicizzazione del referendum. Ieri intanto è scesa in campo direttamente la sorella della premier, Arianna Meloni, con un’intervista al Corriere.
Parallelamente il comitato del “Sì” non sta funzionando come previsto. Palazzo Chigi non apprezza una comunicazione basata solo sul tentativo di provare a “smontare” le uscite del “No” e ha chiesto un cambio di passo, anche se le parole di Nicola Gratteri hanno dato un po’ di linfa comunicativa al comitato. Eppure l’obiettivo è quello di provare a tentare una comunicazione più aggressiva, oltre alla collaborazione con il profilo social Welcome to Favelas (che brandizza con un grosso “Sì” tutti i post).
Resta però il problema delle iniziative e dei dibattiti. Martedì a Milano il comitato organizzerà un evento dal titolo “Giuristi per il Sì” nell’aula magna del Tribunale di Milano con figure importanti dell’avvocatura milanese tra cui l’ex legale di Silvio Berlusconi, Gaetano Pecorella. L’idea era quella anche di invitare il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ma alla fine si è preferito evitare, nonostante il ministro inizierà a breve un tour in giro per l’Italia oltre a moltiplicare la sua presenza in televisione. […]
Più difficile, invece, organizzare dibattiti con esponenti del “No”. In queste ore al comitato del “Sì” si sente il bisogno spasmodico di organizzare confronti pubblici e in tv con i testimonial contrari alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. Una condizione che certifica la difficoltà da parte di chi, di solito, è in svantaggio e cerca di recuperare. Il tentativo è stato fatto anche direttamente con alcuni frontman del “No”, tra cui Gratteri, ma senza fortuna.[…]
Non si può negare la percezione di una realtà elaborata ad hoc, artefatta e teatrale, della creazione estemporanea di un film hollywoodiano che le notizie fabbricate da quattro agenzie di stampa internazionali, molte volte su input dell’intelligence, e rimbalzate dai media occidentali, provocano in modo diffuso nei cittadini. […]

(di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Non si può negare la percezione di una realtà elaborata ad hoc, artefatta e teatrale, della creazione estemporanea di un film hollywoodiano che le notizie fabbricate da quattro agenzie di stampa internazionali, molte volte su input dell’intelligence, e rimbalzate dai media occidentali, provocano in modo diffuso nei cittadini.
[…]Ogni giorno leggiamo sui giornali e ascoltiamo in radio e tv che i negoziati tra Russia e Ucraina guidati da Trump fanno passi da giganti. Eppure non è chiaro su cosa stiano negoziando dato che le cause profonde della guerra non sono state ammesse da Kiev né dagli sponsor occidentali. Sembrerebbe evidente all’osservatore dotato di comune buonsenso che Mosca, che ha la meglio sul campo di battaglia, non si fermerà se non quando la neutralità dell’Ucraina, non contraddetta da truppe Nato sul suo territorio, la rinuncia al progetto di regime change a Mosca non sia abbandonato, rinunciando alla militarizzazione di Kiev e sospendendo le sanzioni. Ogni dichiarazione europea e ucraina va invece verso un’ulteriore demonizzazione della Russia, e con toni bellicosi, minacce di attacchi globali ed esecuzione di atti terroristici, si pretende di portare la Russia a più miti consigli.
La strategia ha già dimostrato la sua inefficacia. Sebbene leggiamo ogni giorno che il “dittatore”, “zar”, “criminale” (questi gli epiteti rivolti al nemico col quale bisognerebbe mediare) comprenderebbe solo il linguaggio delle armi, di fatto sanzioni e toni bellicosi, la guerra per procura ha reso la Russia maggiormente rigida nei negoziati, inducendola, man mano che il tempo doloroso della guerra aumentava, a sempre maggiori richieste territoriali. Restiamo pertanto impotenti ad ascoltare dichiarazioni politiche e analisi che appaiono fuori dalla realtà. Un teatro scadente.
I negoziati con l’Iran appaiono surreali. Gli Stati Uniti spostano la loro potenza bellica nel Golfo persico e impongono aut aut: zero arricchimento di uranio, riduzione dei missili balistici, disarmo degli alleati dell’Iran… e la chiamano mediazione. Siamo di fronte a una richiesta di capitolazione di un Paese sotto minaccia di attacco e regime change. Il governo Meloni e la maggioranza degli analisti si compiacciono della tracotanza di Washington contrabbandata per attenzione al popolo iraniano sofferente a causa dei terribili “pretacci islamici” e non per 46 anni di sanzioni e assedio militare occidentale. […] Naturalmente i media accompagnano con una patetica propaganda l’ennesima guerra per l’esportazione della democrazia, assumendo per vere le notizie dei media e delle Ong finanziate da Washington. Lo Stato profondo Usa e i suoi vassalli europei fanno allegri girotondi accanto alla diaspora che sostiene il figlio del dittatore Pahlavi, lo stesso che ha terrorizzato il popolo con la sua famigerata polizia segreta. Intanto il film horror di Epstein entra nelle case della gente che non sa come riconciliare la notizia data dal Dipartimento della Giustizia statunitense che i 3 milioni di file non sono stati accompagnati dagli altri tre milioni di documenti, mail e filmati, perché questi ultimi conterrebbero “morti, torture, feriti” e l’affermazione sempre del Segretario alla Giustizia Usa che non vi saranno ulteriori incriminazioni. Sbalorditi ascoltiamo anche che Epstein era un agente del Mossad e della Cia e teneva i suoi traffici pedofili, i suoi crimini di eugenetica su minori, coperto da una fitta rete di poteri invisibili senza la quale non avrebbe potuto condurre per decenni tale attività criminale e ricatti estesi a gran parte dell’establishment politico, economico e artistico. La nebbia cala grazie alle manipolazioni dei media mainstream che si soffermano sull’amicizia con Chomsky o con Bill Gates, con il laburista Mandelson, sdrammatizzando le torture, gli assassini, i rapimenti di bambini, come atti di libertinaggio diffusi tra i potenti. Insomma dei cattivelli come i soliti noti Allen e Spacey o l’immancabile Clinton.
Non è il tracollo morale dell’establishment a spaventare, ma il dubbio che la politica, lo Stato, siano sotto ricatto dei servizi deviati e che Epstein, sponsorizzato dai Rockefeller e dai Rothschild, con una rete nella finanza, nelle istituzioni geopolitiche, Council on Foreign Relations e Trilateral di cui era membro, Onu e Ue, fosse stato creato come centralino di operazioni finanziarie, politiche, internazionali, digitali, di cooperazione allo sviluppo, attività che dopo la morte o scomparsa, sono state trasferite all’infrastruttura istituzionale formale. Non si tratta di complottismo, ma di analisi razionale dei documenti. La logica di Epstein, suprematista, razzista, basata sulla disumanizzazione del debole, apice di una struttura estesa, è la stessa della finanza capitalista e delle lobby delle armi che decidono le nostre guerre e i nostri nemici, è la stessa del genocidio di Gaza. […]

(Flavia Perina – lastampa.it) – La destra (e anche la sinistra) ha, hanno, avrebbero un formidabile strumento per sottrarre il dibattito referendario alla guerra dei meme scemi o delle provocazioni esorbitanti e fare nella pratica ciò che a parole tutti dicono di volere: una discussione politica sul merito, tra adulti, che parta dalle ragioni del Sì e del No e le metta a confronto oltre gli slogan su chi (gli anarchici, CasaPound, le brave persone, i mafiosi) vota cosa (Sì, No, boh). Lo strumento è la Rai, si chiama servizio pubblico per questo, e gli paghiamo il canone non solo per vedere il curling o Pupo in diretta da Sanremo ma anche per capire in un civile contraddittorio qual è la posta in gioco di una modifica costituzionale che cambierà per sempre l’organizzazione della giustizia. Due delibere di Agcom e Vigilanza, in vigore da ieri, hanno fissato i soliti paletti sul dovere di imparzialità, pluralismo, completezza, ma dentro quei paletti bisognerà pur metterci qualcosa, e se il contenuto saranno i soliloqui a tarda notte delle due parti non ci sarà storia: quelli dei meme scemi vinceranno sempre e la campagna referendaria diventerà una caccia alla gaffe dell’avversario per eccitare le opposte tifoserie.
La corsa verso il voto del 22 e 23 marzo ha vissuto finora tre fasi. La prima, quella dell’anarchia dichiarativa, con il ministro Carlo Nordio che diceva alle sinistre «se governerete, servirà anche a voi» e quelle che replicavano indignate «ma allora è vero che è una riforma a misura del potere». La seconda, quella della reductio ad asinum: è quando, prendendo gli italiani per assoluti ciucci, le due parti si sono scontrate sulle virtù salvifiche del Si o del No: con il Sì mai più casi Garlasco, assalti anarchici, immigrati clandestini (da destra); con il No democrazia salva, deriva trumpiana sconfitta, civiltà giuridica in sicurezza. La terza fase è appunto quella dei meme scemi e dei testimonial al contrario: l’ultimo è Nicola Gratteri con la sua frase sul voto degli ‘ndragnhetisti ma fidatevi, domani ce ne sarà un altro dalla parte opposta pronto a giurare che per il No votano gli amici di Epstein o di Belzebù.
Per la quarta fase abbiamo due opzioni. O il servizio pubblico riesce a orientare diversamente il dibattito pubblico, sforzo disperato ma che farebbe onore a una Rai al momento assai ammaccata (e ai suoi dante causa), o passeremo quaranta giorni a discutere sull’agenda costruita dai ragazzini dei meme, quei trentenni social-media-geni che stanno trasformando il Perché Sì e Perché No in un intrattenimento digitale analogo ai gattini che impastano orecchiette («L’hai vista questa? È top»). Si discute molto sul fatto che Giorgia Meloni dovrà, prima o poi, mettere la faccia sulla chiamata alle urne, ma aspettando lei potrebbero mettercela tutti gli altri, parlamentari, governatori, ministri e capi dell’opposizione, in pubblico dibattito, magari in prima serata, e sarebbe il solo modo di dimostrare che davvero tengono a una discussione seria. Altrimenti resterà il sospetto che a tutti vada benissimo così, e che la riforma sarà pure uno scontro di civiltà ma per i partiti è meglio che lo combattano furieri ed intendenza (hai visto mai che va a finire male).
Cosa resta del vertice celebrato nel sontuoso castello teutonico? Cosa può far cambiare in meglio la vita di noi cittadini europei? Ancora una volta lo scarto tra apparenza e sostanza appare incolmabile

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Pensavamo a un “motore”, invece era un calesse. Il nuovo asse Roma-Berlino — depurato da ogni riferimento alle tragedie novecentesche — è poco più che una parafrasi del vecchio film di Troisi. La premier Meloni l’ha spacciato come una svolta tra i due Paesi più filo-yankee del Vecchio Continente, come sempre supportata dai soliti lacchè da telecamera e tastiera. Il cancelliere Merz ha fatto buon viso a cattivo gioco, salvo poi ricominciare a tessere il consueto filo con Macron e soprattutto, alla Conferenza di Monaco del giorno dopo, lanciare un durissimo anatema contro lo sceriffo di Washington.
Cosa resta, allora, del vertice celebrato nel sontuoso castello teutonico? Cosa può far cambiare in meglio la vita di noi cittadini europei? Ancora una volta lo scarto tra apparenza e sostanza appare incolmabile. Promettiamo tempesta, seminiamo solo vento. L’America di Trump ci strozza con i dazi e con il kombinat militare-industriale-digitale. La Cina di Xi ci tiene in scacco con l’export, il renminbi deprezzato e le terre rare. La Russia di Putin ci minaccia con la guerra del gas e le bombe sull’Ucraina. Schiacciata tra gli imperi, l’Europa continua a vagare nel suo labirinto, sospesa tra “momento Monnet” e “momento Pangloss”. Non c’è sedicente statista dell’Unione che non dica “facciamo presto”. Se solo sapessero dirci a fare cosa.
Siamo il mercato più vasto del mondo, 450 milioni di consumatori. Siamo il più grande importatore/esportatore di beni e servizi, per un valore di 3.600 miliardi di dollari. Siamo il primo partner commerciale per più di 70 Paesi. Mentre i capi di governo ad Alden Biesen tracciano brevi cenni sull’universo, a Vienna Isabel Schnabel per conto della Bce ci spiega che l’Europa, pur con tutti i suoi deficit di competitività, resta uno dei posti più felici del pianeta: per qualità della vita, protezione sociale, istruzione pubblica, infrastrutture, ambiente.
Un bambino nato in Spagna o in Italia ha un’aspettativa di vita di 5 anni più alta rispetto a quello nato negli Stati Uniti. I tassi di mortalità tra gli europei più poveri sono uguali a quelli registrati tra gli americani più ricchi. Nonostante questo enorme potenziale, scontiamo il noto ritardo strutturale. Non abbiamo debito né difesa comune, non abbiamo materie prime né colossi dell’high-tech e dell’Intelligenza artificiale, non abbiamo discipline fiscali né politiche industriali armonizzate. Nell’ultimo anno di crisi geo-strategiche abbiamo perso il 10% della produzione energetica e il 15% di quella tecnologica.
Nel disordine globale e post-occidentale, accelerato dall’architetto del caos della Casa Bianca, dovremmo fare subito quello che suggeriscono Enrico Letta e Mario Draghi, autori dei due Rapporti più apprezzati e inascoltati della storia europea.
Da un lato, dovremmo costruire un “ambiente” giuridico in grado di unire davvero i 27 mercati esistiti finora: nell’energia (per ridurre i prezzi e garantire gli approvvigionamenti), nella tecnologia (per moltiplicare le reti e gli investimenti), nei servizi finanziari (per veicolare il risparmio verso l’innovazione). Dall’altro lato, dovremmo lanciare il benedetto eurobond per finanziare questi progetti, procedendo con il metodo delle cooperazioni rafforzate che dal 1990 in poi rese possibile la nascita dell’euro.
È il modello draghiano del “federalismo pragmatico”: l’Europa delle due velocità e delle riforme fatte con chi ci sta. Dove l’abbiamo adottato, come nel commercio e nella moneta, abbiamo portato a casa la pagnotta (vedi l’accordo sulle barriere doganali con l’India e con l’America Latina). Dove l’abbiamo evitato, come nella difesa e nella politica industriale, abbiamo preso solo schiaffi (vedi l’aiuto militare a Kiev e le joint venture nelle reti satellitari).
Il patto italo-tedesco e l’Unione “a geometrie variabili”, che abbiamo visto materializzarsi tra le brume di Fiandra, va nella direzione esattamente contraria. E produce un doppio danno. C’è un danno per l’Europa stessa, prima di tutto: se di fronte alle criticità della fase la risposta è il rilancio degli Stati nazionali, allora siamo di nuovo alla malattia venduta come cura. Invece di condividere, frammentiamo ancora di più, come esige la dottrina delle destre sovraniste: quelle che governano (Fdi, Lega e l’ungherese Fidesz), quelle che ambiscono a governare (Afd e Rassemblement National) e quelle che non governeranno mai (come il vannacciano Futuro nazionale e il neo-franchista Vox).
Possiamo anche cedere a questa deriva, se il respiro delle leadership attuali è così corto da limitarsi a obiettivi minimi: un altro colpo di freno al Green Deal e all’auto elettrica, una sgrossata all’emissione dei titoli “verdi” per le aziende inquinanti e una sforbiciata alla iper-regulation a carico delle imprese. Ma così il malato prende giusto un brodino, e ci si rivede tutti a primavera al summit di Tolosa. Non è di questo che abbiamo bisogno, per credere ancora al bel sogno di Ventotene.
Poi c’è un danno per l’Italia. Cercare una sponda con Merz non ci porta in tasca un bel niente (a parte il dispettuccio meloniano al nemico Macron e al “bolscevico” Sánchez). La Germania chiede deroghe al limite comunitario agli aiuti di Stato, per sostenere l’industria tedesca in recessione: il cancelliere ha spazi di bilancio e se lo può permettere. La Sorella d’Italia invece non può spendere un centesimo: aspetta ancora di uscire dalla procedura per deficit eccessivo. La Germania rifiuta nuove forme di mutualizzazione del debito: il cancelliere non vuole condividere il rischio con il Club Med. La Sorella d’Italia invece ne avrebbe un gran bisogno: come ai tempi della pandemia e del NextGenEu, che per noi si è tradotto nei 200 miliardi del Pnrr.
Se anche Roma e Berlino convincessero Bruxelles ad aggredire il Leviatano della burocrazia comunitaria, non avremmo risolto granché. Le barriere amministrative alla circolazione interna equivalgono a dazi doganali del 96% per i servizi e del 67% per le merci. Ma è fin troppo facile, per Von der Leyen, rispondere a Meloni che buona parte degli ostacoli al mercato sono auto-prodotti: siamo pur sempre il Belpaese dei tassisti e dai balneari, delle rendite idro-elettriche e delle concessioni autostradali, degli affidamenti diretti nel trasporto pubblico locale e nella gestione dei rifiuti. Possiamo maledire Maastricht finché vogliamo: ma se abbiamo il record assoluto sul prezzo dell’elettricità (115 euro a megawattora, contro gli 89,3 della Germania, i 65,2 della Spagna, i 61 della Francia e i 49 della Finlandia) la colpa non è della Commissione Ue. È solo nostra, che ancora paghiamo i misteriosi “oneri impropri” e “di sistema”.
Per la prossima settimana il governo annuncia l’ennesimo decreto legge, a beneficio delle famiglie piagate dal costo della luce: un contributo straordinario da 90 euro, ovviamente una tantum. Un altro pannicello caldo, che non risolve niente ma riflette l’ipocrisia di questa Italietta patriottica, autarchica ed euroscettica. Torna in mente la vecchia storiella dell’esattore Enel, che piomba in casa di due anziani e grida: fermi tutti, questa è una bolletta.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Dalla fine della seconda guerra mondiale sono passati ottantuno anni. In termini antropologici, tre generazioni. In termini politici, un evo intero. Nel frattempo è nata l’Unione Europea, è sprofondata l’Unione Sovietica, la Cina da paese poverissimo è diventata la prima potenza mondiale, la Persia è una teocrazia, l’Africa subsahariana conosce una crescita demografica ed economica semplicemente inimmaginabile nello scorso millennio; e una lunga lista di altri mutamenti e sconquassi.
Chi ancora evoca l’atlantismo come una specie di “obbligo democratico” forse non riesce a mettere a fuoco che il mondo non è più quello di Jalta e non è più quello della bipolarità comunismo/capitalismo. Nemmeno più quello di un’economia forte concentrata in America ed Europa, e di un altrove “in via di sviluppo” (sembrano trascorsi secoli da quando si parlava di “Paesi del terzo mondo”).
Dal vertice di Monaco arriva qualche segnale confortante: come se il mondo nuovo cominciasse a sembrare più determinante di quello vecchio. Quando il cancelliere tedesco Merz dice che «l’Europa deve risolvere il problema della sua dipendenza autoinflitta dagli Stati Uniti», prende atto non solamente della nuova ostilità di Trump; anche della vecchia e pigra abitudine di vivere sotto la protezione armata (e la vigilanza politica) degli americani, come se ancora fossimo l’Europa della ricostruzione, del piano Marshall, della guerra fredda e del muro di Berlino.
Tutto congiura nel “costringere” l’Unione Europea a una nuova autonomia politica, che vuol dire anche una nuova libertà di azione. E uno sguardo più largo sul mondo. Milioni di cittadini europei si sentono coinvolti nelle decisioni dei loro capi di governo (noi italiani con qualche illusione in meno). La speranza è che siano in arrivo tempi nuovi.
Una bomba “intelligente” made in USA centrò il rifugio n. 25 nel quartiere di Al-Amiriya, uccidendo quasi 1000 civili iracheni, quasi tutti donne, ragazzi e bambini.

(Alessandro Di Battista) – Il 13 febbraio del 1991, a Baghdad, in Iraq, durante la prima guerra del Golfo, una bomba “intelligente” made in USA centrò il rifugio n. 25 nel quartiere di Al-Amiriya, uccidendo quasi 1000 civili iracheni, quasi tutti donne, ragazzi e bambini.
Almeno 408 vennero ridotti letteralmente in cenere in pochi istanti.
Quello che passò alla storia (non in Europa, dove in pochi ne hanno parlato) come “il massacro del rifugio di Al Amiriya” non fu un errore. Nessun danno collaterale. Gli USA volevano dimostrare di avere a disposizione armi sofisticatissime e inoltre volevano fiaccare in pochi giorni la resistenza irachena. Chiaramente trucidare centinaia di donne e bambini è il miglior modo per ottenere questo obiettivo.
Il rifugio era segnalato, gli statunitensi sapevano perfettamente che al suo interno c’erano solo civili. Per questo l’hanno colpito.
Il 15 febbraio del 2004 venne pubblicato sul blog “Bagdad Burning” un articolo firmato “Riverbend”. “Riverbend” era un blogger iracheno che ha raccontato l’orrore dell’esportazione della democrazia nella sua terra. Ecco alcune parti di quell’articolo che qui in Occidente conoscono in pochi:
“Il 12 febbraio nel mondo arabo è la festa di fine Ramadan: l’‘Eid Al-Fitr’. La festa si celebra con visite a famiglie e amici, banchetti speciali e atti di carità. In molti luoghi si organizzano pranzi e banchetti per i poveri. L’Eid al-Fitr è anche occasione di incontro e scambio di auguri fra cristiani e musulmani. Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso prepara ogni anno un messaggio ufficiale per la fine del Ramadan.
Il 12 febbraio 1991 Baghdad era sotto bombardamenti continui, soprattutto notturni, da ormai quasi un mese. Naturalmente non c’era né l’atmosfera tipica delle feste né lo stato d’animo per fare festa. La maggior parte delle famiglie rimaneva in casa perché non c’era nemmeno la benzina per potersi muovere da una zona all’altra della città. I quartieri più fortunati avevano rifugi antiaerei costruiti secondo criteri moderni e la gente delle zone vicine si ritrovava assieme all’interno del rifugio durante i bombardamenti notturni. Anche quell’anno avrebbero potuto festeggiare l’‘Eid Al-Fitr’ all’interno dei rifugi insieme ai vicini e agli amici.
Gli iracheni si recavano ai rifugi più per ragioni sociali che per questioni di sicurezza. Nei rifugi, costruiti secondo gli standard più moderni, c’erano acqua, elettricità e una sensazione di sicurezza e di serenità data tanto dalla solidità della struttura quanto dalla presenza di amici e famiglie sorridenti. In guerra essere in compagnia di un largo gruppo di persone aiuta a rendere le cose più semplici, è come se il coraggio e la capacità di resistenza si trasferissero da una persona all’altra ed aumentassero esponenzialmente con l’aumentare del numero delle persone. Così le famiglie nel quartiere di Amiriya decisero che si sarebbero riunite all’interno del rifugio per la cena della festività di ‘Eid Al-Fitr’, dopo di che gli uomini ed i ragazzi al di sopra dei 15 anni sarebbero andati via per lasciare che donne e bambini potessero festeggiare tra di loro in tutta libertà. Gli uomini non potevano immaginare, mentre andavano via, che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbero visto le loro mogli, figlie, bambini, fidanzate, sorelle….
Posso immaginare la scena dopo che gli uomini, intorno alla mezzanotte, ebbero lasciato il rifugio: le donne sedute intorno che versano il tè bollente nelle tazzine di vetro, passandosi l’una con l’altra pasticcini e cioccolata. I bambini a correre in lungo ed in largo all’interno del vasto rifugio, gridando e ridendo come fossero i padroni del vasto campo di gioco sotterraneo. Ragazze che siedono in circolo parlando di ragazzi o vestiti o musica o delle ultime chiacchiere su Sara o Lina o Fatima. Gli odori che si mescolano: tè, arrosto, riso. Odori confortanti che danno l’impressione di stare realmente a casa.
Le sirene incominciano a dare l’allarme, le donne ed i bambini interrompono gli assaggi o le sgridate, dicono una breve preghiera preoccupandosi per i loro cari che sono andati fuori dal rifugio per lasciare più libertà a mogli e figli.
Le bombe cadono crudeli e veloci poco dopo le 4.00 della notte. La prima ‘smart bomb’ colpisce in corrispondenza del sistema di ventilazione, attraversando il primo piano del rifugio dove crea una grande voragine, giungendo fino al piano inferiore del rifugio dove sono i serbatoi d’acqua e di propano per riscaldare acqua e cibi. Il secondo missile segue immediatamente il primo e ne finisce il lavoro. Le porte del moderno rifugio si chiudono automaticamente imprigionando le oltre 400 persone che sono all’interno.
Il rifugio si trasforma in un inferno; le esplosioni ed il fuoco salgono dal livello inferiore fino al livello dove sono le donne ed i bambini e l’acqua raggiunge l’ebollizione e sale anch’essa. Quelli che non muoiono immediatamente carbonizzati dal fuoco o dilaniati dalle esplosioni muoiono a causa dell’acqua bollente o carbonizzati dal calore che arriva fino a più di 500 °C.
Ci svegliammo al mattino vedendo gli orrori riportati nei notiziari televisivi. Guardavamo i soccorritori iracheni entrare nel rifugio ed uscire piangendo ed urlando, trasportando all’aperto corpi carbonizzati a un livello tale da non sembrare nemmeno umani. Vedemmo la gente che abitava nella zona, uomini, donne e bambini aggrappati al recinto che circonda il rifugio, urlanti con terrore in preda al panico, chiamare nome dopo nome, cercando un viso familiare nel mezzo dell’orrore. I corpi vennero allineati uno accanto all’altro, tutti delle stesse dimensioni, rimpiccioliti a causa del calore e carbonizzati tanto da non poter essere riconosciuti. Alcuni erano in posizione fetale, curvi come se cercassero di scappare richiudendosi in se stessi. Altri erano allungati e rigidi come se stessero cercando di stendere una mano per salvare una persona amata o raggiungere un riparo. La maggior parte rimase irriconoscibile per i familiari, solo la taglia ed i frammenti di abiti o di gioielli indicano il sesso e l’età approssimativa”.
Quello che hanno fatto gli USA a Baghdad è identico a quello che stanno facendo gli israeliani oggi a Gaza. Stesse motivazioni, tra l’altro. L’imperialismo, la geopolitica, i soldi.
Il massacro del rifugio di Al Amiriya è una delle tante stragi dimenticate dalle nostre parti. Non va ricordato mai quel che la cosiddetta più grande democrazia al mondo ha fatto in Iraq, e non solo lì.
I media continuano a comportarsi da scorta a questi assassini che si ergono a democratici. Senza i media e la loro strategia dell’oblio (ieri attuata rispetto all’Iraq e oggi rispetto alla Palestina) i massacri non sarebbero mai stati così numerosi.
Quanti di voi conoscevano “il massacro del rifugio di Al Amiriya”? Quanti sapevano che in pochi istanti le bombe intelligenti made in USA hanno ucciso più civili di quelli uccisi durante il 7 ottobre? Perché esistono morti di serie A e morti di serie B?

(dagospia.com) – Le “idi di marzo” della politica italiana, quest’anno, sono rimandate di una settimana. Non il 15 ma nel fine settimana del 22 e 23: è l’appuntamento cruciale per i destini del governo e dell’opposizione (o quel che ne rimane) di questo disgraziatissimo Paese.
Il referendum sulla riforma della Giustizia è lo snodo attorno a cui ruotano tutti gli equilibri e le questioni più delicate: la resa dei conti interna alla Lega? Rimandata al 24 marzo, così come le beghe in Forza Italia.
Ad avere tutto da perdere, però, non sono né Matteo Salvini, né Antonio Tajani, bensì Giorgia Meloni. La Ducetta, per mesi, ci ha rimbambito con una litania a lei comoda: quello del 22-23 marzo “non è un voto politico” e “non è un referendum su di me”. Oggi, però, nell’intervista rilasciata alla penna amica di Paola Di Caro, sul “Corriere della Sera”, è la sorella della premier, Arianna Meloni, a confermare il contrario.
La consultazione popolare è molto, moltissimo, politica. Ed è legata a doppio filo al governo Meloni, per quanto la Ducetta provi a smarcarsi.
Arianna dice: “Saremo tra la gente a spiegare la riforma”, lasciando immaginare che le truppe di Fratelli d’Italia girino per mercati rionali e piazze affollate a caccia di indecisi.
E Giorgia Meloni, che farà? Sua sorella nicchia: “Non so come vorrà comunicare”. Ma se non scende in campo, in prima persona, la Ducetta chi altri potrebbe mobilitare gli elettori con la sua abile retorica da “So’ una de voi”, se non la statista della Sgarbatella?
Dovrebbe pensarci Lollobrigida con il suo ciuffo fresco di tagliando? Oppure Fabio Rampelli con il suo carisma da stracchino scaduto?
Nella penuria di leadership nel centrodestra, l’unica a smuovere le masse è Giorgia Meloni. Salvini scaccia gli elettori, Tajani è un merluzzo in bianco. Chi dovrebbe dare un’eventuale spinta decisiva al “Si” trascinando i cittadini a votare? Che sia la Ducetta il pezzo da novanta della maggioranza, lo confermerebbe una rilevazione riservata tra gli elettori di Fratelli d’Italia.
Secondo l’indagine, la Sora Giorgia vale, da sola, più dei due terzi dei consensi del suo partito (senza la premier, Fdi sarebbe sotto il 10%). Una rilevazione non sorprendente.
Dunque, prima o poi (più prima che poi), la sora Giorgia dovrà sciogliere le riserve: che vuole fare co’ ‘sto referendum? Lo vuole vincere? Allora, molto probabilmente, dovrà metterci la faccia.
Come scriveva ieri Lorenzo De Cicco su “Repubblica”, “martedì notte FdI ha spedito ai suoi iscritti e militanti un sondaggio riservato, per capire quanti siano effettivamente interessati a recarsi ai seggi. […] a Palazzo Chigi sono pronti a un cambio di strategia, con comizi di Giorgia Meloni in prima persona. […]”
Il coinvolgimento diretto della premier, come tutte le armi da fine del mondo, è a doppio taglio.
Riuscirebbe senza dubbio a mobilitare i suoi Fratelli d’Italia ma avrebbe anche qualche “esternalità” per lei negative. In un interessante articolo su “Domani”, Giulia Merlo due giorni fa notava: “Il sentiment intorno alla riforma della magistratura è di favore, per quasi due terzi dei cittadini, la propensione ad andare a votare invece è opposta: dei favorevoli, meno del 20 andrebbe alle urne; tra i contrari invece è deciso a votare oltre 80 per cento.
Ecco quindi spiegato il testa a testa registrato dai recenti sondaggi. Il dato che più sta facendo riflettere palazzo Chigi, però, è quello secondo cui una discesa in campo di Meloni per il Sì provocherebbe esattamente l’effetto contrario, motivando gli indecisi del No a votare. Un perfetto ‘effetto Renzi’ come nel 2016, è la sintesi”.
Insomma, Arianna può ripetere a pappagallo la litania del “referendum non è un voto su Giorgia Meloni”, ma, in un modo o nell’altro, lo sarà comunque.
I motivi? Sono numerosi: perché è l’unica riforma portata a termine dal governo, dopo il ko di Autonomia e Premierato; perché è fin troppo complessa la riforma da immaginare che i cittadini la capiscano: voteranno, più che nel merito, per simpatia e fiducia politica; perché Giorgia Meloni ha ingaggiato uno scontro verbale con le toghe, sin dall’inizio del suo mandato, che la riforma della Giustizia non puo’ che assumere i contorni di una sfida finale con la magistratura.
L’opposizione è rimasta spiazzata, come sempre. Come ha ben notato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il centrosinistra, per ignavia e opportunismo, è partito tardi con la campagna elettorale per il “No”: “Quando eravamo a -25% dal sì non c’erano. Hanno incominciato a muoversi quando eravamo a -10. Non è giusto…”.
Lo stesso Gratteri, forse lasciato troppo solo a rappresentare le ragioni del “No”, è incappato in un pessimo scivolone sostenendo: “Per il ‘No’ voteranno le persone perbene, per il ‘Sì’ voteranno ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Un clamoroso autogol che dà man forte a chi accusa le toghe di essere politicizzate.
Eppure, per Schlein, Conte, e compagnia litigando, il referendum sulla giustizia è un’occasione ghiotta. Giorgia Meloni, si diceva, è l’unica che ha qualcosa da perdere. Se vince il “Sì”, per la Ducetta cambierà poco o niente, dal punto di vista politico. Ma se vince il “No”, allora tutti i nodi mai sciolti potrebbero arrivare al pettine, improvvisamente e tutti insieme.
Certo, è difficile scalfire da un giorno all’altro un consenso insolitamente stabile e duraturo (il 40% degli italiani ha un gradimento positivo della premier), ma la storia politica italiana insegna che ci vuole poco a passare dall’altare alla polvere. E viceversa.
Ne abbiamo visti passare tanti, di presunti salvatori della patria: prima c’è stato Renzi, che passò in un anno e mezzo dal 40% delle europee al clamoroso flop referendario, poi il Movimento 5 Stelle con il suo 32% nel 2018, eroso da Salvini in un anno e mezzo di governo giallo-verde a suon di “Immigrati a casa loro”.
Fu poi la volta del “Capitone” leghista, che dai pieni poteri invocati dal Papeete (e un consenso del 34% alle europee del 2019) passò nel giro di qualche giorno a tracannare Maalox per il “tradimento” di Giuseppe Conte e per la nascita del nuovo Governo Pd-M5s.
Lo stesso “Avvocato del popolo”, che durante il Covid aveva percentuali di gradimento bulgare, a suon di dirette televisive pressoché quotidiane, ormai veleggia intorno all’11%. Sic transit gloria politicae.
Il “No” è uno spettro che si aggira tra le stanze di via della Scrofa. Non a caso, nell’intervista di oggi al “Corriere della Sera”, Arianna Meloni esclude nettamente un possibile voto prima del 2027: “Non esiste possibilità di elezioni anticipate. Finché ci sarà il sostegno della maggioranza […] andremo avanti. Poi ci presenteremo agli elettori e chiederemo loro se vogliono proseguire sulla strada che abbiamo intrapreso”.
Dentro la “Fiamma magica”, c’è chi sostiene il contrario: in caso di sconfitta a marzo, infatti, si aprirebbe un lungo periodo di logoramento, che potrebbe portare a una drammatica erosione di consensi. Meglio votare subito, dicono alcuni meloniani di peso.
D’altro canto, correre alle urne dopo il referendum sarebbe un “all in” con molti interrogativi. Innanzitutto, ci sarebbe il rischio di un tracollo elettorale della Lega di Salvini, ancora in fase di assestamento e riorganizzazione dopo la scissione di Vannacci. Senza considerare che la riforma elettorale è saltata, e non si vede al momento una possibilità di riprovarci.
“Una crisi di governo è esclusa: se esce il Carroccio, chi entra? Calenda? Ma se nei sondaggi sui suoi elettori nessuno, tranne lui, vuole votare il centrodestra…”, è il ragionamento che rimbalza tra i rari neuroni di via della Scrofa. D’altronde lo stesso Calenda s’è affrettato a precisare: “Non esiste che io sia la ruota di scorta del centrodestra. Va costruito un forte perno centrale europeista e liberale, disponibile ad allearsi su una serie di valori non negoziabili”.
E di Giorgia Meloni ha detto: “Al momento non ho capito se lei è europeista o meno, ora ha fatto una cosa giusta cercando l’asse con la Germania. Se non ci fossero la Lega e Vannacci da una parte, se non ci fossero i 5s dall’altra… Se Meloni diventasse la Tatcher…Il discrimine è chi sta con gli autocrati e chi sta con l’Europa e non ho ancora capito con chi sta la Meloni e con chi sta la Schlein”.
In questo guazzabuglio, allora, per Giorgio Meloni qual è la strada più conveniente? Meglio scendere in campo ora, e giocarsi il tutto per tutto al referendum mettendoci la faccia, per mobilitare il 50% di astenuti o il rischioso contraccolpo politico dovuto a una sconfitta nella consultazione referendaria? Ah, NON saperlo…