
(di Marcello Veneziani) – Da giorni vivo sotto attacco dei call center. Non so se stia capitando anche a voi, ma il consueto fastidio quotidiano si è stranamente intensificato a livelli insostenibili. Da alcuni giorni ricevo a ripetizione decine di telefonate moleste con numeri sempre cangianti e difficilmente identificabili. A volte i numeri risalgono a portatili, a volte invece sono fissi, con prefissi di diverse località italiane o con prefissi internazionali di diverse nazioni. Con questa provenienza mutante e finta, i venditori cercano di ingannarti e indurti a rispondere. Non puoi isolarti dal mondo, hai il telefono proprio per essere collegato e raggiungibile, non puoi rispondere solo a telefonate da numeri già acquisiti in rubrica, riconducibili ad amici e parenti stretti, per evitare la persecuzione di questi stalker promozionali.
Lo dico a voi, cari lettori, cercando vittime consorti nell’abuso patito, ma lo segnalo in primo luogo alla polizia postale perché intervenga e ripristini seri divieti e adeguate punizioni a chi abusa degli altri in questa violazione continua della privacy e della libertà altrui.
Chiamano a ripetizione, cambiando numero, in modo che a una o all’altra chiamata alla fine abbocchi, perché pensi che stavolta sia una telefonata vera. Credo che gli esiti di questa caccia all’utente siano pari allo zero e indispongano i cittadini verso il prodotto che ti vogliono rifilare. Ma la persecuzione continua, si sono rotti gli argini ma anche altro, che cito ormai senza giri di parole a chi si permette di importunare. Ma ti senti inerme, non puoi far altro che insultare quel poveraccio che per guadagnarsi due soldi ha il compito di romperti gli organi riproduttivi (definizione tecnica: scrotoclasta). Noto una recrudescenza soprattutto intorno all’ora di pranzo. Da giorni conto dodici, tredici telefonate consecutive proprio nell’ora in cui si dovrebbe essere lasciati in pace per pranzare. Ma quella raffica si inserisce in una persecuzione che si stende su un arco di ore assai più vasto, dal mattino a sera.
Vedo in questa persecuzione commerciale i segni di una piccola brabrarie quotidiana. La barbarie maggiore è quella di chi uccide, violenta, ruba, deturpa; poi c’è la barbarie minore giustificata dall’ossessione di guadagnare, carpire fiducia, trarre profitto. Generando danni bilaterali: infatti non viene solo infastidito e violentato l’utente ma viene esposto alla gogna e al pubblico disprezzo anche chi deve procacciare un contratto o una firma disturbando la quiete e la vita altrui. La dignità del dipendente, del lavoratore, è mortificata da questo esporsi alla reazione irritata e agli insulti della preda. L’unico pietoso velo è l’anonimato: non li vediamo in faccia, questi seccatori, non conosciamo le loro generalità e quando le chiediamo possono essere fittizie. Ma se stai tormentando da sconosciuto un altro sconosciuto, ti dovresti vergognare di cosa ti tocca fare per guadagnarti da vivere. Non c’è dunque solo lo sfruttamento economico, che spesso si denuncia in questi lavori sottopagati che spesso fanno capo a grandi imprese commerciali, società di distribuzione, vendita a domicilio, aziende con grandi fatturati che vendono di acqua, luce, gas e telefoni. Al lavoro ingrato e ai compensi minimi si unisce anche il disprezzo e a volte l’odio sociale che riscuotono questi kamikaze piazzisti della vendita telefonica. Ci vorrebbe un nuovo Marx per denunciare le nuove forme di sfruttamento e di umiliazione della nostra epoca, a cui si aggiunge il fastidio arrecato ai potenziali acquirenti. Bisognerebbe tassare non solo gli extraprofitti ma anche i profitti estorti malamente di queste aziende.
Questa piccola barbarie è il segno ulteriore di una società incivile che vede il prossimo solo come preda, utente da intortare, bersaglio da colpire e da cui prelevare, succhiare soldi. È una filosofia di vita che mette gli uni contro gli altri, i poveri che danno l’assalto ai meno poveri o ai benestanti per intestarsi un contrattino o vendere una roba. Dietro tutto c’è la patologia del consumismo, il premio all’infedeltà – cambia gestore, cambia ditta e ci guadagnerai- l’instabilità nei rapporti e nelle utenze, la mobilità e la pirateria senza scrupoli come legge della concorrenza.
Ormai li riconosco da vari indizi: se rispondi c’è prima un momento di pausa perché stanno tentando di rompere le scatole a più utenti, in contemporanea; poi c’è il passaggio da uno stato d’attesa alla diretta, quindi c’è il finto, confidenziale appello: Signor Marcello? E allora giù la “cornetta” o giù insulti. Ormai ho scelto una via ancora più drastica, vista la quantità esagerata di telefonate degli ultimi giorni: non rispondo più a nessuno. Perderò contatti, impegni, relazioni. Mi auguro solo che chi ha qualcosa da dirmi o da chiedermi, faccia precedere la telefonata, o faccia seguire il suo tentativo infruttuoso, con un messaggio, un whatsapp, in cui si preannuncia o spiega il motivo della chiamata. Ma non si può, per rispondere a una telefonata vera, sorbirsi cinque, dieci telefonate false.
Il call center è la versione moderna dei mendicanti che chiedono l’elemosina agli angoli delle strade. È come se vivessimo in un moderno suk, infestato di questuanti, brulicante di pezzenti, affamati o procacciatori di spiccioli. Siamo scivolati inavvertitamente dalla telefonia mobile al mobbing della telecafonia.
Salvini: “Io alla guida della Lega ancora per tre anni, se vinciamo le elezioni torno al Viminale”. Il leader della Lega intervistato sul palco dell’evento Nexus a Milano Marittima

(Paolo Berizzi – repubblica.it) – MILANO MARITTIMA – La notizia è in coda, quando scocca la penultima domanda. “Se vinciamo le elezioni 2027 voglio tornare a fare il ministro dell’Interno”. Non ce la faceva più a tenersela, Matteo Salvini, e la risposta sembra quasi liberatoria. O forse è solo un estremo tentativo per provare a prolungarsi la vita politica, visto che quando gli viene chiesto, per esempio, se ha intenzione di candidarsi a sindaco di Milano, dice “lasciatemi dare una mano all’Italia ancora per qualche anno…”. Palco di “NexUs”, la festa di Lega Giovani a Milano Marittima. Salvini doveva essere il piatto forte della terza e ultima giornata e mediaticamente forse lo è anche stato. In fondo a un’ora abbondante di intervista friendly con la “zanzara” mansueta Giuseppe Cruciani – “grazie Beppe, sei venuto qui e ti sei anche pagato il treno” lo abbraccia l’intervistato, visibilmente soddisfatto -, il capo leghista rivela i suoi piani per il futuro.
Tira dritto sulla leadership del partito. “Sarò il segretario della Lega ancora per tre anni, l’anno scorso mi hanno confermato segretario per quattro anni e ne mancano, appunto, ancora tre”. Per la serie: giù le mani, qui comando ancora io. Una prova di forza che chissà adesso se e quali reazioni provocherà nel partito. Il momento palco “Milano Marittima” pare costruito per mandare un messaggio interno, in particolare alla cosiddetta “fronda del Nord”, quella dei governatori. “Sarò io a guidare la campagna per le elezioni 2027 – giura Salvini -, ma accanto a me voglio una squadra unita. Servono capitani e generali con le truppe”. Gli Zaia, i Fedriga, i Fontana? “Li aspetto, a fianco, non dietro…”. Sembra una frecciata voluta. Ovviamente – figurarsi – il “capo” in calo di popolarità e di voti nega di avere mai pensato che qualcuno alle spalle voglia buttarlo giù dal cavallo di via Bellerio. Il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture si sente ancora “Capitano”: sfida i sondaggi – drammatici per la Lega –, si dota di robuste dosi di ottimismo e un po’ acrobaticamente rilancia. “Ho la certezza che vinceremo le elezioni e che la Lega avrà una percentuale a doppia cifra”. Fa niente se alla percentuale a doppia ci starebbe quasi arrivando l’ex leghista Vannacci con Futuro Nazionale. Vannacci che poi “le cose che dice – Italia agli italiani, difendere i confini – sono le cose che la Lega ha già fatto, fa e farà”.
Sull’ex generale – “una tua intuizione giusta”, lo loda Cruciani – il segretario federale leghista si toglie ancora una volta tutti i sassolini possibili ma si capisce che l’elaborazione del trauma non è stata completata. “Non l’ho più sentito, mi freghi una volta ma due no. A maggior ragione da un generale non mi aspettavo che tradisse la fiducia e l’apertura che gli abbiamo dato, gli abbiamo aperto la porta e consegnato il nostro onore…”. Cruciani gli chiede se oggi farebbe un’alleanza con Futuro Nazionale. Risposta: “No. Non mi alleo con uno che la scorsa settimana sul piano casa ha votato contro il governo. Se Vannacci ritiene questo governo un governo di falliti lo penserà anche tra un anno”. Nell’intervista si passa dalla politica interna a quella internazionale, tanto spazio – as usual – a sicurezza, immigrati, islam, lgbtqi. “Dobbiamo militarizzare le stazioni, si può fare. Su sicurezza e immigrazione dobbiamo fare di più. Stiamo andando avanti a lavorare su allargamento del perimetro della legittima difesa e sul risarcimento ai familiari dei rapinatori vittime di legittima difesa, che prendono troppi soldi”, annuncia Salvini.
Ancora temi securitari. Ogni riferimento alla volontà – poi esplicitata – di tornare al Viminale è puramente voluto. Il leader della Lega prova a saltar fuori dal cul de sac politico che ne ha messo in discussione la leadership giocando su due piani. Rilancio dei temi identitari della vecchia Lega e apparente e funambolica, chissà se anche credibile, presa di distanza dagli estremismi di destra. Su cui pure Salvini ha costruito l’abito della sua Lega ultranazionalista prima di infilare la parabola discendente. “Mi sta a cuore la riforma autonomista”; “sogno una Repubblica federale italiana, e mica la fai con i camerati… con quelli che quando si incontrano si salutano con la parola ‘camerati’ (Vannacci, Alemanno, ndr)… Non ci interessa il passato nostalgico, noi guardiamo avanti”. Rifiutare almeno a parole le derive vannacciane per Salvini non significa lasciare il campo delle crociate anti-islamiche. “Contrastiamo l’Islam inteso come visione politica, non come religione. Vogliamo una legge che vieti anche un metro quadro di spazio a quelle confessioni religiose che non sottoscrivono un accordo con lo Stato italiano per il rispetto della sovranità costituzionale… Non come quelli che sfilavano ieri al Gay Pride e che inneggiano alla presenza islamica in Italia, che è un suicidio”. Qualche accenno a Trump – su cui è più morbido di Meloni -, alla Russia, al ruolo dell’Italia sullo scacchiere internazionale, all’Europa, alla Nato. “Se Trump attacca Meloni attacca anche me e gli italiani. Non mi aspettavo questo suo iperattivismo e penso che debba occuparsi di quello che accade negli Usa. Ma Trump sta facendo l’interesse di quelli che lo hanno votato. La grande assente in questa partita è l’Europa, è Bruxelles”. “Con la Federazione Russa dobbiamo tornare a avere buoni rapporti, le sanzioni fanno male alle nostre imprese, dobbiamo riprendere a comprare il gas russo, altri Paesi europei lo stanno già facendo e intanto ci danno pure lezioni. Non ho paura della Russia, ho paura dell’invasione dei Paesi islamici. Fosse per me chiuderei il rubinetto degli aiuti all’Ucraina”. Salvini ne ha anche per il segretario generale della Nato Rutte e la rivelazione sui 500 voli partiti dalle basi americane in Italia per l’Iran. “L’Italia oggi non è in guerra con nessuno. Rutte avrebbe fatto bene a contare fino a dieci”.
Dal globale al locale passando dalla solita salsa proibizionista sulle droghe (“finche sarà segretario della Lega dirò no a tutte le droghe, se ti droghi finisci al campo santo”). Infine Milano, la sua città. “Ci sono ottimi nomi. Un altro potresti essere tu, Giuseppe”, dice Salvini a Cruciani. Boato in sala, i giovani leghisti sembrano gradire. Anche perché il “Capitano” si sfila dicendo che lui vuole occuparsi ancora di cose nazionali, anzi, “voglio tornare a fare il ministro dell’Interno”. E continuare a essere segretario. Eccolo. Finale: foto di gruppo sul palco, le casse sparano il nuovo inno di Lega Giovani, base latinamericana. Come si cambia nella vita.
Dentro e fuori dal Campo largo e poi una miriade di iniziative per dare casa a un blocco moderato. Che però deve essere in grado di attrarre nuovi elettori. O il risultato è nullo

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – «Se andiamo alle elezioni con liste separate, noi liberali, riformisti ed europeisti rinunciamo a metterci politicamente in gioco e non portiamo nulla di nuovo», avverte Benedetto Della Vedova, deputato di + Europa, che – indipendentemente dalla propria appartenenza partitica – guarda con preoccupazione a quanto avviene nella frastagliata area centrista. Altro che Quarta Gamba!
Per ora non cambia molto rispetto al passato. Nelle scorse elezioni politiche (settembre 2022) Italia Viva e Azione dettero vita al Terzo Polo, a differenza della formazione europeista nata dalla diaspora radicale che era subito entrata nel cartello elettorale con il Pd. Alle Europee (giugno 2024), Italia Viva e Più Europa si presentarono insieme, mentre Azione preferì affidarsi a una lista autonoma, dopo il divorzio Calenda-Renzi. Il risultato fallimentare non risparmiò nessuno: la soglia del 4 per cento per l’ingresso nel Parlamento di Strasburgo non fu superata né dagli uni né dagli altri. Per le elezioni politiche del prossimo anno, questa volta – a differenza di Calenda, che ha confermato il progetto terzopolista – tutti gli altri che si collocano nel centro-sinistra avrebbero dovuto dar vita finalmente a un soggetto politico unico insieme con coloro – a partire da Ernesto Maria Ruffini e Alessandro Onorato – che via via si sono aggiunti nella prospettiva del Centro riformista. Alla fine, anche se non è detta l’ultima parola, tutto si è complicato allontanando il traguardo.
Una «semplificazione virtuosa» che superi le divisioni e i protagonismi, sia pure senza che si sciolga la riserva su «uno o più soggetti politici», è l’auspicio che è arrivato, utilizzando il bilancino in un’intervista al Foglio, da Goffredo Bettini. Colui che ha teorizzato per primo il «campo largo» del centro-sinistra con l’alleanza Pd-Cinque Stelle, incoraggia Onorato che – dopo aver lanciato Progetto Civico Italia – punta a una lista comune con + Europa di Riccardo Magi e i socialisti di Enzo Maraio, in un rapporto di buon vicinato con Conte, presente alla prima uscita pubblica del movimento dell’assessore di Roma, a differenza di Renzi, assente, che pochi giorni dopo – guarda caso – sarà escluso dalla foto a quattro: Schlein, il leader M5s, Bonelli e Fratoianni. «C’è un problema – ha poi detto Conte – di affidabilità dei compagni di viaggio. Non dobbiamo creare un’accozzaglia, un caravanserraglio, perché altrimenti si vincono le elezioni e poi ci si scioglie come neve al sole».
Se Onorato ha in mente un’operazione che sia la meno conflittuale possibile con i due maggiori partiti di opposizione e in particolare con i Cinquestelle in un contesto tutto interno a uno schieramento gauchista, con «una semplice ridistribuzione di voti all’interno della sinistra senza portare nuovi consensi capaci di battere Meloni alle prossime elezioni», come sottolinea Della Vedova, il progetto di Renzi punta invece a una sorta di Margherita 2.0, che eviti un’alleanza sbilanciata per l’assenza di un Centro solido. Di qui, il progetto della Casa Riformista. A Conte, che cerca di arginare Renzi evocando i rischi di inaffidabilità risponde un ex ministro M5S da tempo impegnato nel cantiere centrista. «Chiunque ponga veti in questa fase sbaglia. Non abbiamo certezza – avverte Vincenzo Spadafora che a settembre riprenderà a girare l’Italia con l’associazione Primavera – di vincere le elezioni, manca ancora un progetto. Renzi è nel centro-sinistra da anni, conducendo un’opposizione intelligente nei confronti di Meloni. Quanto a Onorato, va detto che l’operazione che lui porta avanti è importante, ma riguarda sindaci civici che sono già nel centro-sinistra, quindi rischia di essere a saldo zero, senza portare nuovi elettori». Raccogliere consensi aggiuntivi, in una contesa elettorale che nei sondaggi vede il campo progressista superare il centro-destra di soli due-tre punti, è anche il progetto con il quale ha preso il via la rete di Ruffini, senza sudditanze nei confronti dei partiti maggiori del centro-sinistra ma con ambizioni politico-strategiche che si sono poi ridimensionate (all’inizio, sembrava che dovesse essere lui il federatore). Per ridare spessore all’intero progetto centrista, dal Pd Dario Franceschini si è di nuovo appellato alla sindaca di Genova Silvia Salis. Un altro primo cittadino, Gaetano Manfredi, è già in ottimi rapporti con Onorato.
Poi c’è la minoranza riformista del Pd, un’incognita: via via che al Nazareno si deciderà sulle candidature alle Politiche, ci saranno altre uscite dal partito? Pina Picierno, ex esponente di punta della corrente, ha fondato Spazio Pubblico, in forte sintonia con Calenda. Marianna Madia ha scelto, invece, Italia Viva. La rivalità Calenda-Renzi, con la quale naufragò il Terzo Polo dopo le scorse elezioni politiche, si conferma anche davanti agli abbandoni del Pd. Rispetto agli altri spezzoni che abbiamo visto, sono i due progetti centristi più solidi: dentro il campo largo e fuori. Due progetti che, in un modo e nell’altro, si sfideranno davanti agli elettori. E contribuiranno alla vittoria o alla sconfitta del centro-sinistra. Schlein non potrà fare a meno di Renzi e Meloni potrà sperare che Calenda sottragga consensi moderati allo schieramento progressista. La possibile candidatura dell’economista Carlo Cottarelli come sindaco di Milano (amministrative 2027) – considerata «cosa giusta» da Forza Italia e condivisa da Azione – conferma quanto siano infinite le vie del Centro.

“Fn in doppia cifra”. FdI cambia linea e riapre a Vannacci. I meloniani con la base rivendicano il “prima gli italiani” ma ai vannacciani ora lanciano segnali

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Quasi più di Trump, il grande cruccio dei Fratelli d’Italia in questo primo scampolo d’estate è Roberto Vannacci. L’ex generale non si è rivelato un fuoco di paglia, nemmeno il cambio di strategia di Giorgia Meloni, passata da ignorare Futuro nazionale ad accusarlo in Parlamento di connivenza con l’opposizione, è riuscito ad arrestare la crescita della sua «sporca dozzina» nei sondaggi. Non solo in quelli ufficiali: ai piani altissimi di FdI gira da un paio di giorni una rilevazione riservata che proietta Fn al 10%, con riverberi su tutta la coalizione. Secondo questo sondaggio confidenziale, che viene confermato a Repubblica da due fonti di primo piano del partito di via della Scrofa, la Lega scivolerebbe sotto al 5%, Forza Italia arrancherebbe al 6, mentre FdI si ritroverebbe al 25%, l’unico partito del centrodestra tradizionale a tenere botta, ma con una percentuale al di sotto di quella delle Politiche del ‘22 e anche delle Europee del ‘24. Numeri da prendere con le pinze, ma che agitano le acque. Un’altra fonte di FdI, con la promessa dell’anonimato, spiega che se il trend di crescita di Futuro nazionale rimarrà quello certificato anche dai sondaggi ufficiali, è tutt’altro che inverosimile immaginare la forza di Vannacci a ridosso della doppia cifra già sul finire dell’estate. E dunque? È necessario rivedere la linea, di nuovo. Bisogna evitare, aggiunge, di «bruciare i ponti» con i vannacciani, ricordando sì che continuando a votare con l’opposizione si aiuta la sinistra, ma facendo anche capire che alcuni punti di contatto ci sono e che su un’agenda comune si può lavorare. Un’operazione non solo politica, ma anche comunicativa. Da un lato, FdI prova a blindare lo zoccolo duro dell’elettorato di destra: ieri la Gazzetta tricolore, la newsletter settimanale dei Fratelli, titolava «Alloggi, prima gli italiani», ricordando l’ordine del giorno di FdI legato al piano casa e rispondendo indirettamente all’intervento alla Camera contro le assegnazioni di case ai migranti (anche di seconda generazione) da parte di Rossano Sasso, l’ex leghista passato a Fn. Dall’altro però si mandano segnali.
Non tutto avviene sottotraccia: nelle chat di Forza Italia e Lega rimbalzano da venerdì pomeriggio le dichiarazioni del capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, che l’altro ieri ospite di SkyTg24, si mostrava a sorpresa aperturista, senza le ruvidità delle ultime settimane: «C’è tempo per riflettere e confrontarsi sul programma, possiamo anche trovare un punto di prospettiva comune, anche se oggi è prematuro». Gli abboccamenti con l’ex parà non sono comunque facili, per il partito di Meloni. La Lega, che già vive settimane tribolatissime, lo vorrebbe fuori; ancora più perentoria è Forza Italia, soprattutto Marina Berlusconi, per cui la presenza di Vannacci in coalizione escluderebbe automaticamente gli azzurri. Nemmeno i proseliti dell’ex militare hanno interesse ora ad accodarsi disciplinatamente alla coalizione a trazione FdI, convinti che da questa situazione d’incertezza possano trarre vantaggio, pescando non solo a destra, ma anche dagli elettori antisistema a tutto tondo, opposizione inclusa. Vannacci si gode il momento, ieri si è paragonato addirittura a Churchill, sostenendo che i suoi sondaggi «sono la gente».
L’altra disputa all’interno della coalizione di governo riguarda la data del voto: Meloni spinge per accorciare la legislatura, chiedendo di mandare il Paese alle urne nell’aprile ‘27, ma la Lega si sta mettendo di traverso. Dopo Giancarlo Giorgetti, che ha detto in chiaro che prima del voto bisogna portare a casa l’autonomia differenziata, ieri è stato direttamente Matteo Salvini a prospettare le elezioni a scadenza naturale, cioè «nell’autunno dell’anno prossimo». Ma anche nel Carroccio in molti sono convinti che sia impossibile resistere all’onda dei vannacciani così a lungo.
“L’idea dello scudo si allarga a molte categorie, ma il potere dev’essere responsabile”

(di Liana Milella – ilfattoquotidiano.it) – Procuratore Rossi, lo sa che la Giunta della Camera negherà l’uso delle chat tra Delmastro e Caroccia?
Non entro nel merito delle singole questioni ma, va ribadito, oggi più che mai, che l’articolo 1 della Carta afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Quindi, chi esercita il meraviglioso ruolo di rappresentante della sovranità popolare, il politico di turno, è anche lui sottoposto al controllo e ai limiti previsti. Ma i segnali vanno in senso inverso anche a livello internazionale. L’idea è che chi è legittimato da un’elezione può fare quello che vuole. In democrazia, per fortuna, non funziona così.
Il governo contro le indagini? Era già successo al Senato con il no a Milano sulle chat dell’inchiesta Mps.
Chiunque detiene il potere non ama essere controllato. Indagare serve a tutelare i deboli difronte al sopruso dei forti. Si può impedire a un giudice di utilizzare le prove solo se agisce con scopi politici. Sarà la Consulta a decidere se la decisione del Parlamento è stata corretta, la stessa Corte che spesso ha ritenuto che abbia illegittimamente bloccato le indagini permettendo poi che proseguissero.
Con Mani Pulite in corso fu abolita l’autorizzazione a procedere, ora le Camere scudano i parlamentari?
L’autorizzazione a procedere non era di per sé uno strumento negativo. L’averla quasi sempre negata ha provocato la reazione popolare.
Col No alla separazione delle carriere gli italiani hanno bocciato la voglia di ammanettare la magistratura, ma Meloni va avanti.
Per fortuna il nostro popolo ama la Costituzione. Ho partecipato a centinaia di dibattiti ed è stato commovente guardare nel volto di migliaia di persone una straordinaria passione civile. Le spinte, che provengono da tanti settori del Paese e non solo da questa maggioranza, verso l’insofferenza al controllo, s’infrangeranno sull’onda di questa passione civile.
Però lo scudo ha già funzionato con Almasri, bloccando la Procura di Roma su Nordio, Piantedosi e Mantovano e sollevando un conflitto per Bartolozzi che torna nel governo con Foti…
Occorre riflettere molto sulla circostanza che ormai il tema della legalità ha un profilo internazionale. La sofferenza d’ogni uomo in qualsiasi parte del mondo richiama la nostra coscienza e il caso Regeni è emblematico. Perché il controllo delle grandi agenzie di dati che gestiscono l’IA, o quello della tecnologia nella produzione delle armi, impatta ogni giorno nella vita personale. Dimenticarlo, per la difesa di singoli interessi, è molto pericoloso.
Lascerebbe perdere un’inchiesta sulla politica? Il caso Delmastro fa scuola. Come si fa a negare le chat per la privacy? E il diritto alla verità?
La democrazia è trasparenza. Il nostro dovere è perseguire i reati accertando i fatti. Posso assicurare che la Procura di Bari non si ferma e non si fermerà mai di fronte a qualsiasi ostacolo. Il nostro dovere lo faremo fino in fondo nel rispetto delle leggi e delle garanzie.
Via l’abuso d’ufficio, azzoppato il traffico d’influenze, l’interrogatorio preventivo, la prescrizione berlusconiana, per sequestrare lo smartphone dovrete passare dal gip, siamo a “mani legate”?
Quello che mi preoccupa di più non sono tanto le leggi approvate. Ogni potere politico ha il diritto di andare nella direzione che vuole. Mi allarma la contraddizione. Non si può dire che si lotta contro le mafie e poi si riducono le possibilità d’intercettare i mafiosi. Si vogliono aumentare le garanzie con tre gip per ogni misura cautelare, ma senza triplicare i giudici. Si vuole la sicurezza dei cittadini, ma con l’interrogatorio preventivo li si espone alle minacce degli autori dei reati.
Torna il berlusconismo per i potenti scudati?
L’idea dello scudo si allarga a molte categorie. Dimenticando che la tutela civile e penale è per le persone offese. Ogni potere dev’essere responsabile altrimenti calpesterà i cittadini deboli.
L’ex generale sui social: “Da oggi Fn cresce anche a livello internazionale, e continua a combattere per la sicurezza, la difesa dei confini”

(repubblica.it) – Crescere. Non solo in Italia, ma anche a livello internazionale. È l’obiettivo di Roberto Vannacci che ieri sul proprio profilo Facebook ha annunciato l’ingresso a Strasburgo nel gruppo parlamentare di estrema destra Esn: “Futuro Nazionale oggi entra nella grande famiglia di Esn con spirito costruttivo, lealtà e con la consapevolezza che le sfide del nostro tempo si vincono solo insieme”. L’ex generale spiega: “Da oggi Fn cresce anche a livello internazionale, e continua a combattere per la sicurezza, la difesa dei confini, la tutela della nostra identità, della libertà di espressione, per sostenere la natalità e l’economia italiana. Dobbiamo unire le forze tra delegazioni, movimenti, territori e nuove generazioni”. Per Vannacci “il futuro dell’Europa non può essere lasciato nelle mani di chi la vuole debole e distante dai bisogni dei cittadini. L’Europa dei popoli esiste, è viva, è determinata e vuole contare. Viva l’Italia, viva l’Europa delle Nazioni sovrane”.
Esn è stato fondato il 10 luglio del 2024 a seguito delle elezioni europee dello stesso anno, su iniziativa del partito tedesco di estrema destra Afd. Il gruppo a Strasburgo è gestito da un organo collettivo chiamato Presidenza, costituito da due capigruppo e da un numero variabile di vice-capigruppo. Attualmente i capigruppo sono il tedesco René Aust (Afd) e il polacco Stanisław Tyszka (NN). Il partito è invece guidato dal bulgaro Stanislav Stojanov (V), eletto il 17 gennaio 2025.
Il leader di Fn, ieri a Vicenza per un evento, non si è lasciato scappare l’occasione di rispondere ai giornalisti a proposito dei sondaggi positivi che vedono il suo movimento in costante crescita fino a toccare quota 6%: “I sondaggi che faccio ogni giorno sono tra la gente, sui mezzi di trasporto, in metropolitana, in autobus, in treno”, afferma. Una posizione di forza che descrive con un azzardato parallelismo storico: “Faccio come Winston Churchill, che quando dovette decidere se resistere o fare una pace separata con la Germania, sentendo il polso delle persone in metropolitana decise di tenere duro. Abbiamo una cosa in comune, siamo due militari”.
Vannacci fa poi sapere che ha pronto un nuovo libro, il terzo, che avrà al centro il tema della “remigrazione”: “Dopo Il coraggio vince, che è un’autobiografia della mia vita, adesso sono in procinto di pubblicare un terzo libro. Se troverò il tempo – spiega – lo metterò in auto pubblicazione, spero entro la fine dell’estate. I tre quarti li ho già terminati e sarà un libro sulla remigrazione, nel quale spiego per filo e per segno cos’è, su che cosa si basa”. Perché per il generale il “sogno”, l’obiettivo sul “lunghissimo termine da raggiungere, come si fa quando si mangia un elefante, un boccone alla volta, è di ritornare a un massimo di popolazione straniera nella società italiana del quattro per cento”.
Nel giorno dell’annuncio dell’entrata nell’Europe of Sovereign Nations a Strasburgo, parlando del prezzo dell’energia in Italia – “la più cara di qualsiasi altra area industrializzata del pianeta” – Vannacci spiega che un modo per porvi rimedio ci sarebbe ovvero “riaprendo i rubinetti con la Russia”.
La cosa, sostiene, oggi “è possibile senza alcuna problematica con il gas che ad oggi non è sottoposto a sanzioni. Ci sono già sei nazioni europee che hanno quintuplicato, sestuplicato, addirittura, fatto salire esponenzialmente le importazioni di gas naturale liquefatto dalla Russia”.

(ilsole24ore.com) – Dopo Castellucci, Moretti. Tempo fa, aprile 2025, contestammo lo spazio, 150 righe, dedicato a una lettera dell’ex amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci, a valle della sua condanna definitiva per la catastrofe del 2013 quando, in provincia di Avellino, un bus precipitò da un viadotto, 40 persone morte. Allora trovammo sconcertante l’assenza di un filtro giornalistico, la mancanza di una ricostruzione alternativa dei fatti, l’inesistenza di un contraddittorio, il tutto nel segno di un malinteso garantismo. Oggi i fatti si ripetono, dopo la condanna definitiva di Mauro Moretti per la sciagura di Viareggio (32 morti, 3 bambini, un quartiere devastato): è stata pubblicata un’intera pagina (un’intervista e un intervento) a tesi, dove la tesi è quella difensiva dell’ex amministratore delegato di Fs. Nessuno spazio invece per ricordare le tappe di una vicenda giudiziaria lunga 17 anni che sul giornale abbiamo seguito in maniera sporadica nei tempi e incompleta nei contenuti. Una vicenda che ha visto esprimersi decine di giudici attraverso plurimi gradi di giudizio. Ora una verità, almeno quella imperfetta cui può arrivare la ricostruzione delle responsabilità nel processo penale, è stata raggiunta con un verdetto finale. Che non è intangibile e neppure sottratto alle critiche, ovviamente. Dopo avere seguito i fatti e letto le carte però. Tuttavia sulle pagine del Sole 24 Ore abbiamo, ancora una volta, fatto da cassa di risonanza a una posizione sola, quella di un top manager condannato per fatti gravissimi. Il giorno prima, peraltro, poche righe sulla condanna e un surreale titolo con le dichiarazioni di un imprenditore che esalta gli standard di sicurezza di Fs (dopo Viareggio, quanto a contabilità di morti sui binari, Pioltello, Livraga, Brandizzo, tanto per ricordare). Già nella serata di venerdì avevamo chiesto al direttore di trovare lo spazio, almeno in un momento successivo, a una riflessione più ampia, che non si limitasse ad ascoltare solo le ragioni di una parte. Ma la nostra richiesta è stata respinta. Così facendo riteniamo che ai lettori, privandoli di una ricostruzione alternativa, non sia stato reso un servizio all’altezza, né in punta di fatto né in punta di diritto.
USA, ‘CONDOTTI ATTACCHI CONTRO 10 OBIETTIVI IRAN NELLO STRETTO DI HORMUZ’

(ANSA) – WASHINGTON, 27 GIU – “Questa notte, caccia della Marina e dell’Aeronautica americana hanno effettuato attacchi contro 10 obiettivi militari iraniani in diverse località all’interno e nei pressi dello Stretto di Hormuz, in risposta all’attacco con droni dell’Iran contro la petroliera Kiku”. Lo scrive il Comando Centrale Usa in un post su X.
TRUMP, ‘L’IRAN NON ESISTERÀ PIÙ SE GLI USA INTENSIFICANO LO SCONTRO’
(ANSA) – WASHINGTON, 27 GIU – Donald Trump ha avvertito l’Iran che “non esisterà più” se gli Stati Uniti decideranno di intensifocare lo scontro.
“Gli aerei degli Stati Uniti hanno appena colpito depositi iraniani di missili e droni, nonché postazioni radar costiere, per aver violato l’accordo di cessate il fuoco… ANCORA UNA VOLTA!”, scrive il presidente americano su Truth confermando quanto annunciato dal Comando centrale Usa.
“È molto probabile che non impareranno mai la lezione! Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di usare la ragione e saremo costretti a portare a termine militarmente l’opera che abbiamo avviato con grande successo. Se ciò dovesse accadere, la Repubblica Islamica dell’Iran cesserà di esistere!”, ha avvertito Trump.
IRAN, I PASDARAN RIVENDICANO GLI ATTACCHI A KUWAIT E BAHREIN
(ANSA) – ROMA, 28 GIU – Le agenzie iraniane Irna e Tasnim hanno diffuso una dichiarazione dei Pasdaran che confermano gli attacchi contro il Kuwait e il Bahrein.
I Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato che la loro marina e la loro aeronautica hanno lanciato missili balistici e droni contro la base aerea statunitense di Ali Al Salem in Kuwait e contro la Quinta Flotta Navale statunitense a Port Salman, nella capitale del Bahrein, a Manama.
Secondo la dichiarazione, gli attacchi sarebbero stati una risposta ai bombardamenti statunitensi di cinque località costiere in Iran. I Pasdaran avvertono che ci sarà una “risposta implacabile” in caso di una nuova aggressione da parte degli Stati Uniti
Per il 75% degli intervistati il Tycoon sta rendendo il mondo più instabile, ma tra i vannacciani il gradimento è al 40%

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Nel giro di appena un paio di mesi il giudizio degli italiani nei confronti del presidente americano Donald Trump si è deteriorato sensibilmente. Oggi quasi otto cittadini su dieci esprimono un giudizio negativo sulla sua presidenza (79,5%), mentre appena il 12,1% ne dà una valutazione positiva. Anche tra gli elettori di centrodestra, tradizionalmente più inclini a guardare con favore al presidente americano, i giudizi positivi si fermano al 18,4%. L’unica eccezione è rappresentata dagli elettori di Futuro nazionale di Roberto Vannacci, dove il consenso verso Trump raggiunge il 40.0%. A incidere maggiormente è soprattutto il suo stile comunicativo. Per il 39,1% degli italiani la comunicazione del presidente americano è provocatoria e arrogante; il 22,8% la considera aggressiva e divisiva; il 18,9% la definisce caotica e imprevedibile; il 5,9% populista e demagogica. Solo il 6,9% utilizza aggettivi positivi per definirla.
Colpisce un dato che merita particolare attenzione. Gli elettori di Roberto Vannacci, pur essendo i più favorevoli a Trump, non descrivono diversamente il suo stile comunicativo, anche per loro è “provocatorio e arrogante”. La differenza sta nel giudizio che attribuiscono a queste caratteristiche. Quello che per la maggioranza degli italiani rappresenta un limite, per i suoi sostenitori diventa il segno di una leadership forte, schietta e capace di rompere gli schemi. Una lettura che richiama inevitabilmente il modello comunicativo dello stesso Vannacci. Anche il recente botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni, dopo il G7 di Evian, nato dall’affermazione del presidente americano secondo cui la premier italiana gli avrebbe chiesto con insistenza un selfie – circostanza successivamente fortemente smentita da Palazzo Chigi – ha lasciato nell’opinione pubblica italiana un’impressione ben precisa. Il 32,7% ritiene che nessuno dei due protagonisti ne esca bene.

Tuttavia, il 31,3% riconosce a Giorgia Meloni il merito di aver replicato con fermezza senza alimentare lo scontro. Infine per il 14,1% si tratta semplicemente di una polemica di scarsa importanza, mentre il 12% ritiene che l’episodio confermi la scarsa considerazione che Trump riserva perfino nei confronti dei governi alleati. Lo stesso tema della credibilità e della trasparenza emerge nella vicenda dell’utilizzo delle basi militari italiane. Dopo le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, secondo cui 500 velivoli militari americani sarebbero decollati da basi italiane a sostegno delle operazioni contro l’Iran, quasi sei italiani su dieci ritengono che il Governo avrebbe dovuto informare preventivamente il Paese. Di questi, il 27,9% comprende comunque le esigenze di riservatezza legate alle operazioni militari. Un cittadino su quattro (25,6%) ritiene invece corretto che decisioni di questo tipo rimangano nell’ambito delle valutazioni riservate del Governo e della Nato. Anche qui il dato politico è evidente. Tra gli elettori del centrodestra prevale la fiducia nelle scelte dell’esecutivo e nelle esigenze di sicurezza, mentre tra quelli delle opposizioni domina la richiesta di maggiore trasparenza e di un coinvolgimento più ampio dell’opinione pubblica su decisioni che riguardano la politica estera e la difesa.
Sulla vicenda, peraltro, il dibattito pubblico è stato alimentato da ricostruzioni diverse. Un susseguirsi di informazioni, precisazioni e correzioni che, anziché fare chiarezza, hanno aumentato la confusione nell’opinione pubblica. È proprio questo uno degli aspetti più delicati che emerge dall’indagine. In un contesto in cui le notizie vengono continuamente corrette, smentite o reinterpretate, diventa sempre più difficile per i cittadini orientarsi tra fatti accertati, ricostruzioni parziali, informazioni verosimili e vere e proprie fake news. Il rischio è che il criterio di giudizio non sia più la verifica dei fatti, ma la loro coerenza con le proprie convinzioni. Si finisce così per credere più facilmente alla versione che conferma le nostre idee, indipendentemente dalla sua fondatezza. È una dinamica che alimenta la polarizzazione e rende sempre più fragile quel patrimonio di fiducia condivisa sul quale si fonda il dibattito democratico. Quando aumenta l’incertezza sui fatti, cresce inevitabilmente anche il bisogno di individuare punti di riferimento. È probabilmente anche attraverso questa lente che va letto il giudizio degli italiani sul ruolo internazionale di Donald Trump. In questo contesto, il dato probabilmente più significativo riguarda la percezione complessiva dello scenario internazionale. Per il 74,9% degli italiani la politica di Donald Trump sta contribuendo a rendere il mondo più instabile e pericoloso. Un dato che racconta come il presidente americano venga ormai percepito non solo attraverso il filtro dell’appartenenza ideologica, ma anche come un fattore di rischio in uno scenario internazionale già segnato dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente e dalla competizione tra le grandi potenze. Questi numeri meritano una riflessione che va oltre il giudizio su Trump. Negli Stati Uniti si avvicinano le elezioni di Midterm, primo banco di prova della presidenza. Sarebbe improprio trasferire automaticamente questi orientamenti all’elettorato americano, tuttavia il voto di autunno ci dirà se la forte polarizzazione che accompagna Trump continuerà a produrre consenso o inizierà a mostrare segni di logoramento.
Anche in Italia questi dati rappresentano un segnale da non sottovalutare. La lunga campagna elettorale verso le prossime elezioni politiche è già iniziata e il posizionamento dei partiti italiani nei confronti dell’Amministrazione Trump rischia di trasformarsi in un tema identitario. Per la maggioranza sarà necessario continuare a coltivare il rapporto privilegiato con Washington senza apparire subalterna a una leadership che oggi gode di scarsa popolarità nell’opinione pubblica italiana. L’equilibrio mostrato da Giorgia Meloni nelle ultime settimane sembra andare proprio in questa direzione: mantenere saldo il legame con gli Stati Uniti, ma rivendicare autonomia quando gli interessi italiani lo richiedono. Le opposizioni, al contrario, potrebbero trovare nella crescente impopolarità di Trump un terreno favorevole per rafforzare una narrazione centrata sul multilateralismo, sul ruolo dell’Europa e sulla difesa delle istituzioni democratiche. Tuttavia, il messaggio più rilevante è un altro, perché più che esprimere un giudizio su Donald Trump, oggi gli italiani sembrano chiedere affidabilità, stabilità e capacità di governare l’incertezza. Ed è su questo terreno, più che sugli slogan o sulle provocazioni o sui confronti di chi ha detto cosa, che si misureranno le prossime sfide elettorali, negli Stati Uniti come in Italia.
La maggioranza continua a prendere tempo ma deve decidere in fretta se portarlo o meno in coalizione

(Flavia Perina – lastampa.it) – Vannacci chi? A ventiquattr’ore dall’ultimo sondaggio che piazza il capo di Futuro nazionale al sei per cento, in crescita di oltre un punto, sopra a una Lega in caduta libera verso il cinque, tutti i soggetti della partita preferiscono fingersi disinteressati al dibattito su una possibile alleanza. Tattica dello struzzo. No comment. No reazioni. Pure Vannacci, potendo, direbbe: Vannacci chi? È il primo a sapere che quel sei per cento è figlio della sua personalissima marcia su Roma, e cioè della marcia sul palazzo di Giorgia Meloni, dell’attacco alla vecchia destra in nome della cosiddetta vera destra. Ed è ovvio che se vuole avanzare ulteriormente mica lo potrà fare dicendo: tutto risolto, ci accorderemo, avanzeremo insieme. L’ultima sentenza della premier – «La politica non è aritmetica» – vale anche per lui, per il generale, e spiega l’ambiguità di un capopopolo che sembra avere idee precise su tutto tranne che sulla domanda fondamentale di ogni sfida politica: con chi stai?
I sondaggisti finora hanno quotato Fn a prescindere dalla sua collocazione, ma bisognerebbe interrogarsi su quanti voti perderebbe Vannacci se si allineasse con l’attuale centrodestra, rimangiandosi di fatto le critiche che lo hanno portato a mollare la Lega, a bullizzare Forza Italia come «partito eterodiretto dal denaro», ad alludere a Meloni come amica del globalismo e di Ursula von der Leyen. Chissà se funzionerebbe ancora il racconto sovranista una volta privato del suo alone barricadero, con la sporca dozzina candeggiata dalla trattativa su quanti seggi, quanti posti nel listino, quante poltrone da sottosegretario in una nuova, ipotetica maggioranza. Lui, in tutta evidenza, pensa che no, non gli gioverebbe.
Sono passati cinque mesi dalle dimissioni di Vannacci dalla Lega e dal primo sondaggio che gli accreditava il 4,2 per cento. Tre mesi dalla formale adesione del gruppo di Gianni Alemanno all’impresa. Un mese dall’acquisizione di un gruppetto di parlamentari che fa rumore alla Camera (e ha votato a più riprese contro la fiducia al governo). Ci sarebbe stato tutto il tempo per chiarire la collocazione del nuovo partito, ma Vannacci non sembra interessato. «Se vuole mi chiami lei», dice per interposta intervista a Meloni. «Se vuole parlargli, Giorgia alzi il telefono», ribadisce Gianni Alemanno. Siamo fermi lì da un pezzo. Ed è probabile che il generale andrà avanti così, perché la strategia dell’ambiguità paga, i sondaggi ingrassano, e se – come tutti dicono – Futuro nazionale punta alla doppia cifra entro la fine dell’anno c’è piuttosto da aspettarsi una escalation polemica.
Il generale deve mobilitare gli scontenti, sedurre i delusi, attirare l’attenzione degli incerti, denunciare, pungere: la sua guerra asimmetrica è appena cominciata. Lo scenario atlantico offre suggestioni fantastiche al superego del leader di Fn. Diventare l’uomo di Donald Trump in Italia. Farsi capofila tricolore del mondo Maga. Usare le nuove parole d’ordine – “Remigrazione!” tra tutte – per qualificarsi come fratello di J.D Vance, Pete Hegseth e tutti quelli che al primo punto della critica all’Europa mettono l’eccesso di mollezza verso gli stranieri, il cedimento alla sostituzione etnica.
Magari le ambizioni sono esagerate, ma il centrodestra comincia ad averne paura perché fino a ieri pensava di aver a che fare con un picconatore facile da demolire, oppure da annettere al momento giusto. Adesso si accorge che entrambi gli obbiettivi risultano più complicati del previsto. Vannacci coltiva speranze troppo larghe per rinunciare alla sua posizione barricadera in cambio di un accordo adesso. E quando si arriverà al dunque, alla vigilia della presentazione delle liste, chissà dove sarà arrivato in termini numerici e politici. Chissà quali spropositi avrà pronunciato. Quali sconquassi minaccerà nelle relazioni europee e negli equilibri di maggioranza. Quanti seggi (soprattutto) chiederà in forza dei sondaggi. Trincerarsi nel no comment, far finta che il problema non esista, aiuta la maggioranza a prender tempo ma non è tattica né strategia: è abbastanza evidente che una decisione andrà presa in fretta, perché la posizione dello struzzo avvantaggia solo l’avanzata del generale e delle sue truppe.

(di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – A Genova da tempo si parla di problemi di sicurezza prodotti da un’immigrazione giovanile non regolare e che agita il dibattito cittadino. E così la “moderna” Salis ha pensato di affrontare la situazione concedendosi qualche “apertura” a destra prontamente colta dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che si è detto pronto anche a un “patto repubblicano sulla sicurezza”. La tentazione di seguire il vento è sempre molto forte in politica, anche se ti chiami Silvia Salis, fai la sindaca di Genova e ti sei costruita un’immagine giovane e moderna.
E così la sindaca che Matteo Renzi vedrebbe bene come premier (ma chissà se lo dice con l’intento di bruciarla) ha fatto due sortite che hanno fatto storcere il naso alla sinistra cittadina. Cercando di chiamare in causa il governo e la destra, la sindaca ha dichiarato che “sul tema dell’immigrazione clandestina, su cui hanno giocato tutta la loro campagna elettorale, ci troviamo in questo momento con un Paese che non riesce a rimpatriare gli immigrati irregolari”. Questione vera, ma vera da anni, anche quando governava il centrosinistra, perché i rimpatri sono facili a dirsi ma quasi impossibili a farsi. E infatti, sottolinea Salis, “a fronte di oltre 21mila provvedimenti di espulsione ci sono stati 4.700 rimpatri. Rimpatria più irregolari di noi la Svezia. Sono domande da fare al governo”. Ma poi ha fatto un’apertura che non è sfuggita al Viminale. “Il ruolo del Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio, ndr) è totalmente marginale, perché se non c’è l’accordo di rimpatrio con il loro Paese rimangono lì, e poi escono sul territorio”. “Bisognerebbe riuscire a trovare una risposta organica a questo tema” ha poi aggiunto.
Questo è bastato al ministro Piantedosi per annunciare che sarà presto a Genova per una riunione sulla sicurezza in città. Il Viminale ha fatto sapere di voler cogliere positivamente “l’apertura della sindaca Salis alla necessità di aumentare ulteriormente i rimpatri e per questo si impegnerà perché possa essere trovata una soluzione per realizzare a Genova, in accordo con il Comune e la Regione, un Cpr che consentirà un aumento dei rimpatri degli immigrati irregolari pericolosi”. L’incontro potrebbe realizzarsi a breve e se davvero fosse confermato costituirebbe un altro tassello dell’immagine politica nazionale della sindaca. Soprattutto se si unisce al tema termovalorizzatore in programma in Liguria. La sindaca si è detta favorevole, a patto che non sia a Genova. Una sorta di “Nimby” selettiva.
Sul tema del Cpr e dei rimpatri, a dare ragione a Salis è intervenuto uno di quei tanti personaggi che dovrebbero animare il cosiddetto “centro”, Enzo Maraio, segretario del Partito socialista: “Silvia Salis ha ragione: sulla sicurezza non bastano slogan e conferenze stampa. La sinistra riformista deve tornare a parlare del tema, con serietà, sulle soluzioni possibili e senza agitare paure”.
Silvia Salis finora ha giocato molto bene la propria immagine, è stata tra le poche, ad esempio, ad aver colto prima del tempo l’aria che si respirava su Gaza, organizza concerti per i giovani ed è molto presente in tv. Ma alla lunga, in politica, vien fuori la vera natura: e se questa è parlare con Piantedosi…

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) […] Ha suscitato scandalo in Europa che una delegazione afghano-talebana sia stata ricevuta a Bruxelles. Gli americani questa volta sono stati più prudenti vista la batosta che hanno preso dopo vent’anni di invasione e occupazione dell’Afghanistan, finita nel più inglorioso dei modi, per la quale avevano raccolto quasi tutti gli Stati del mondo, Italia compresa (vero, professor Vannacci?). Il vero scandalo è che l’Afghanistan non sia riconosciuto dall’Onu come Stato. Eppure, oggi come ieri, ha tutti i requisiti per esserlo: uno Stato esiste quando ha un governo, una popolazione, un territorio. E l’Afghanistan ha tutte e tre le cose.
[…] Ma il mancato riconoscimento dell’Afghanistan come Stato non è innocente. Permette a tutte le anime belle, compresi Amnesty International e Human Rights Watch, di trattare gli afghani non come popolo, ma più o meno come un gruppo di terroristi a cui non viene riconosciuto diritto alcuno. A Guantanámo, territorio paradossalmente cubano, agli afghani fatti prigionieri durante l’invasione occidentale, diventati nel frattempo dei vecchi, non è riconosciuto lo status di soldati, per cui vengono trattati nel peggiore dei modi, con umiliazioni e brutalità sconosciute nella storia recente. Bisogna risalire al genocidio nazista nei confronti degli ebrei, e ai metodi dei giapponesi all’epoca del Mikado.
Di che cosa si è discusso a Bruxelles? Del trattamento riservato agli afghani quando rientrano in patria. Si tratta di afghani che appoggiarono i “governi Quisling” di Hamid Karzai e di Ashraf Ghani, quest’ultimo fuggito con la cassa dell’oro depredato alla popolazione. Si tratta di collaborazionisti che hanno la coscienza sporca. Ma il governo dei “new talebans” li ha garantiti con un’amnistia generalizzata, come aveva già fatto il Mullah Omar nel 1996 dopo aver sconfitto i “signori della guerra”. Amnistia che non riguardava solo i pashtun, tribù a cui il Mullah apparteneva, ma anche i suoi tradizionali avversari, i tagiki di Massoud e gli uzbeki di Dostum. I tagiki erano stati essenziali per l’invasione americana, perché le avevano prestato i loro uomini, senza i quali gli yankee non avrebbero potuto prevalere: senza uomini sul terreno, con il solo apporto dei B52, non ce l’avrebbero fatta.
[…] Questa fu poi la causa dell’assassinio dello stesso Massoud. Perché Massoud era un afghano integrale. E, dopo aver ringraziato gli americani per aver tolto di mezzo i Talebani, avrebbe detto loro: “Tornatevene a casa che adesso qui comando io”. Ma questo agli americani non andava bene, per cui Massoud fu ucciso in un agguato compiuto da due arabi che si erano finti operatori televisivi durante un’intervista. L’assassinio non fu mai attribuito ai talebani, nonostante la pessima fama di cui godevano. Insomma Massoud fu vittima di se stesso, delle sue ambizioni e dei legami che aveva intrattenuto con l’ambiguissimo sceicco saudita Bin Laden che, in effetti, con le sue enormi ricchezze, aveva aiutato i combattenti afghani durante l’occupazione sovietica. Di Bin Laden il Mullah Omar non aveva nessuna considerazione: lo definiva “un piccolo uomo”.
Vogliamo ricordare alcuni meriti del Mullah Omar? Stroncò il traffico della droga impedendo agli agricoltori afghani di coltivare il papavero da cui si ricava l’oppio. Con questa decisione andava contro la sua stessa base elettorale, chiamiamola così, formata da agricoltori e autotrasportatori. Il Mullah andava per le spicce e faceva bruciare i campi dei contadini che non ci stavano. Ma aveva l’autorità, l’autorevolezza, il prestigio per farlo. E soprattutto si metteva contro le potenti organizzazioni internazionali che trafficavano con la droga legate a loro volta a insospettabili Paesi occidentali. E questa è la vera ragione, se vogliamo trovarne una, dell’invasione e dell’occupazione dell’Afghanistan. Il Mullah prese anche altre importanti decisioni: proibì il combattimento fra animali, perché la sharia lo condanna, e vietò la caccia. Tema molto attuale in Europa e in Italia, visto che sta per essere varata la legge chiamata “sparatutto”.
[…] E adesso cosa vogliamo fare, visto che continuano a non piacerci i costumi afghano-talebani? Occupare e invadere per l’ennesima volta l’Afghanistan? Forse bisognerebbe ricordarsi che l’Afghanistan, talebano e non, è chiamato “la tomba degli Imperi”. E che nell’Ottocento era sotto il controllo degli inglesi (che per nefandezze non sono mai secondi a nessuno, anche se l’altro giorno ai Mondiali di calcio hanno fatto una misera figura contro i ragazzi ghanesi, che hanno annullato i troppo strombazzati Bellingham e Harry Kane).
Poi, inter-fecondandosi con la cultura occidentale, anche l’Afghanistan è cambiato. Oggi esistono ristoranti gestiti da sole donne (ristoranti dico e non dancing pub, questo sarebbe veramente troppo), ristoranti francesi ed extraeuropei (americani no, di quelli ne hanno già avuto abbastanza). Il Mullah era contrario a ogni forma di familismo, ebbe tre mogli e cinque figli, ma nessuno di costoro fa parte dell’attuale vertice politico dei “new talebans”. Il leader è il misterioso Akhundzada che raccoglie in sé i poteri e la visione religiosa e politica, come era stato ai tempi di Omar. Non so cosa può pensare oggi il Mullah guardando il suo Afghanistan dal paradiso delle Urì. Comunque sia, che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar.
Ma di cosa è colpevole Moretti? Di «condotta commissiva», ha deciso il tribunale. E cioè di aver inaugurato nell’azienda una politica di risparmio che si sarebbe oggettivamente rivelata a scapito della sicurezza: da qui l’incidente

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – I fatti sono noti: in una notte di giugno del 2009 un treno merci in transito nella stazione di Viareggio deraglia a causa del cedimento di un asse del carrello di uno dei vagoni cisterna carichi di Gpl. Il Gpl fuoriesce quindi dal serbatoio e una scintilla ne innesca l’esplosione, originando così un incendio vastissimo che investe intere strade adiacenti. Bilancio della catastrofe: 32 morti e decine di feriti.
I vagoni del treno risultano di proprietà di una multinazionale americana e immatricolati in Germania e Polonia; quanto al vagone il cui asse ha ceduto, in precedenza esso era stato sottoposto a un controllo da una ditta di Hannover.
È per questi fatti che Mauro Moretti, allora amministratore delegato di Trenitalia e di Rfi — cui l’Italia deve l’«alta velocità» e da tutti considerato dirigente capace e integerrimo —, è stato ritenuto colpevole di disastro ferroviario e condannato definitivamente a cinque anni di reclusione. Che l’altro ieri ha iniziato a scontare costituendosi presso il carcere di Orvieto.
Ma di cosa è colpevole Moretti? Di «condotta commissiva», ha deciso il tribunale. E cioè di aver inaugurato nell’azienda una politica di risparmio che si sarebbe oggettivamente rivelata a scapito della sicurezza: da qui l’incidente.
In quale misura una tale sentenza ponga un interrogativo su ogni decisione che in futuro dovessero prendere i vertici di qualunque azienda, proiettandosi poi su una linea di esecutori magari anche assai lunga e come si capisce impossibile a controllare da parte dei vertici stessi, ogni lettore può deciderlo per suo conto.
C’è una frase però che non riesco a togliermi dalla mente: «Ora i colpevoli hanno un nome». L’hanno pronunciata, dicono i giornali, i parenti delle vittime dopo la sentenza dell’altro giorno.
Sono parole che hanno un suono cupo: e almeno in questo caso fanno pensare a tutto — posso dirlo? — tranne che alla giustizia.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Le commissioni parlamentari di inchiesta, previste dalla Costituzione, dovrebbero servire per approfondire un argomento di grande rilevanza sociale e consegnare, alla fine dei lavori, una relazione utile alle Camere per fare meglio il loro lavoro. Sulla carta non sono dunque organi inquirenti — e perché dovrebbero? Sono strumenti di ricerca e di studio.
Non pare questo il caso della cosiddetta Commissione Covid, che andrebbe ribattezzata Commissione Conte essendo il suo scopo evidente quello di mettere sotto i riflettori, e sotto accusa, il ruolo dello stesso nei mesi terribili dell’epidemia. Il più rilevante e utile degli argomenti sarebbe un altro: se e quanto la sanità pubblica (dunque, lo Stato), con la sua decisa scelta pro vax, abbia fatto il bene o il male della nostra comunità; se e quanto l’attivismo no vax, influente anche in una parte non piccola della politica, specie a destra, abbia fatto il bene o il male della nostra comunità.
Essendo l’argomento Covid, come è evidente, prima di tutto scientifico, e solamente dopo politico-sanitario, questo ci sarebbe da capire, a qualche anno di distanza: avevano ragione i fautori della vaccinazione oppure i sabotatori della stessa? L’abbondante materiale scientifico disponibile avrebbe reso interessante, anche per i membri della commissione, studiare l’argomento e capirne di più. Avrebbero imparato qualcosa di utile per la prossima pandemia, speriamo in un futuro remoto.
Ma no. Vuoi mettere il piacere di buttarla malamente in politica (intesa come faida tra fazioni)? I giornali governativi di riferimento (indistinguibili: come Qui Quo Qua) avrebbero trovato poco stimolante l’andamento dei lavori. Non sarà il Parlamento italiano, dunque, a dirci chi aveva ragione: se i cittadini in fila per vaccinarsi, con lo scopo di tutelare anche gli altri, o chi ha preferito non credere alle autorità sanitarie, ritenendole ignoranti e corrotte.
Chi viene prima: il capo della Chiesa cattolica di origine statunitense oppure il cittadino americano elevato a riferimento universale d’una religione di traiettoria romana, europea e occidentale?

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Per i credenti sarà Provvidenza, per laici o miscredenti astuzia della storia. Resta che mentre il mondo rischia la guerra totale sulla cattedra di Pietro siede un papa americano che predica e pratica pace. Più papa americano o americano papa? Chi viene prima: il capo della Chiesa cattolica di origine statunitense, sia pur meticciata per esperienza di missione, oppure il cittadino americano elevato a riferimento universale d’una religione di traiettoria romana, europea e occidentale?
Dovunque si voglia porre l’accento, colpisce questa feconda contraddizione in termini. Contraddizione perché Leone XIV in quanto papa fa della pace il cuore del suo magistero proprio mentre il suo impero di origine in implosione prolungata esporta in armi la sua crisi nel mondo. Feconda perché è pur sempre un cittadino di quell’impero impazzito a tentar di frenarne, con calma fermezza, la compulsione bellicista. Da americano vero, come conferma l’esortazione ai compatrioti di rivolgersi ai rispettivi congressmen perché si oppongano alla deriva trumpiana.
Impresa tanto più rimarchevole trattandosi di atlantista confesso, fautore di una «vera alleanza tra Europa e Stati Uniti (…) un’alleanza molto importante oggi e in futuro». Auspicio doppiamente rivelatore: della fedeltà ai princìpi della geopolitica americana del secondo Novecento, fondata sulla creazione via Nato/Ue di un Occidente strategico garante del primato a stelle e strisce; e di un pontefice disposto a sporcarsi le mani in quella forma di speciale carità che è ai suoi occhi la politica.
Nell’accezione cattolica, s’intende. In permanente cerca di equilibrio nel triangolo tra ecumenismo, soggettività della Santa Sede e fedeltà al precetto di Gesù: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio» (Matteo, 22, 21). Quest’ultimo spesso malinteso come invito a schivare l’impegno nel mondo, mentre significa il perfetto contrario.
Dobbiamo a Massimo Faggioli, storico del cristianesimo e professore all’agostiniana Villanova University dove Robert Francis Prevost, di formazione canonista, frequentò un corso di filosofia tedesca prima di laurearsi in matematica, una nitida ricostruzione del progetto leonino: unità della Chiesa e pace nel mondo (Leone XIV e la Chiesa globale, Morcelliana). Visione asintotica. L’una e l’altra missione fungono da obiettivi limite, da avvicinare nella coscienza di non poterli raggiungere — mens matematica aiuta. Però entrambe esistenziali. E intrecciate.
Più si espande la guerra meno probabile è suturare le ferite che lacerano il popolo di Dio. Concepito da Prevost nell’accezione larga del Vaticano II, enfatizzata con toni spericolati da papa Francesco contro il neoclericalismo dei tradizionalisti (aziendalisti, in teoria delle organizzazioni). Altrettanto improbabile che una Chiesa ridotta a collezione di sètte possa pacificare gli animi e disarmare gli armati.
Qualche concreta idea di quest’ultima tabe Prevost se l’è fatta nel 2020-21 da amministratore apostolico della diocesi peruviana di Callao. «Contesto ecclesiopatico caratterizzato da vari tipi di abusi — di autorità, di potere, economici» spesso risolti armi in pugno, stando alla biografia papale di Elise Ann Allen (Léon XIV, Ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI, Penguin).
L’insofferenza tra esponenti della gerarchia cattolica amplificata via media durante il pontificato di Francesco pare ora meglio controllata. Sotto questo profilo il primo anno di Leone è senz’altro un successo. Ma la mitigazione dei modi non basta a ridurre le profonde diversità di cultura nel corpo ecclesiastico. L’altra faccia della globalizzazione cattolica.
Gli Stati Uniti sono epicentro della doppia ricerca di unità e di pace. Quanto all’unità, difficile immaginare qualcosa di più eterogeneo del cattolicesimo americano, specie con l’emergere della tecno-destra trumpiana che ambisce a nazionalizzare Gesù Cristo. Lo vediamo nella stessa amministrazione presidenziale, dove rivaleggiano due cattolici che più diversi non potrebbero — JD Vance e Marco Rubio — sotto un “presidente”-“papa” (virgolette d’obbligo in entrambi i casi) che festeggia il suo ottantesimo imbandendo un festival casalingo di lotta libera, evocazione gladiatoria.
Quanto alla pace, tutto dovrebbe spingere Washington all’autocontenimento, visto che in ogni guerra finisce per lasciarci penne e credibilità. L’umiliazione nell’improbabile sfida tra regime trumpiano e impero persiano dovrebbe insegnare. It’s a long way to Tipperary. Ma Prevost, tignoso (romano per tosto), persegue.