“Interrogarsi su convenienze mafiose non è eresia. Riforme richiedono serietà, non scorciatoie polemiche”. I 18 magistrati e i 2 laici difendono il procuratore di Napoli dopo le critiche di ministri e consiglieri laici: “Si è costruita una polemica su singole frasi”

(di Salvatore Frequente e Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – Contro la pioggia di attacchi al procuratore Nicola Gratteri da parte di ministri del governo Meloni, parlamentari di maggioranza e di alcuni consiglieri laici del Consiglio superiore della magistratura (in quota centrodestra), scendono in campo 20 consiglieri del Csm. “Nel pieno della campagna referendaria si è costruita una polemica su singole frasi del Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri”, scrivono i 18 magistrati e i due laici sottolineando che questo “è un metodo che non serve a nessuno: distorce il senso delle argomentazioni, alimenta contrapposizioni e distrae dal merito di scelte ordinamentali decisive”.
Una dichiarazione congiunta e bipartisan, stilata da Marco Bisogni di Unicost e sottoscritta dai togati Antonino Laganà, Michele Forziati, Roberto D’Auria (di Unità per la Costituzione); Marcello Basilico, Francesca Abenavoli, Maurizio Carbone, Antonello Cosentino, Tullio Morello, Genantonio Chiarelli (di Area); Mimma Miele (di Magistratura democratica); Maria Luisa Mazzola, Maria Vittoria Marchianò, Paola D’Ovidio, Dario Scaletta, Edoardo Cilenti, Eligio Paolini (di Magistratura indipendente) e l’indipendente Roberto Fontana. Hanno firmato anche i consiglieri laici Roberto Romboli (Pd) ed Ernesto Carbone (Italia viva).
Sul merito delle dichiarazioni di Gratteri i membri del Csm evidenziano che “in un Paese come il nostro, segnato dal peso delle grandi organizzazioni criminali, interrogarsi su interessi e convenienze – anche criminali – che possono muoversi intorno a una riforma non è un’eresia: è un dovere di responsabilità per chi ricopre funzioni pubbliche. Anche se certamente ciò va fatto con rigore e misura, senza generalizzazioni e nel pieno rispetto della libertà del voto”, aggiungono.
I magistrati e i due laici ricordano anche un elemento di contesto: “L’assetto costituzionale e ordinamentale sviluppato nei decenni – si legge nel documento – ha consentito allo Stato di sconfiggere il terrorismo rosso e nero e di ridimensionare in modo significativo il potere delle mafie, anche grazie all’equilibrio tra indipendenza della magistratura, controlli di legalità e strumenti investigativi efficaci. Proprio per questo le riforme richiedono serietà, analisi e prudenza, non scorciatoie polemiche”.
I togati replicano, senza però citarle, anche alla affermazioni delle due consigliere laiche del Csm, Isabella Bertolini e Claudia Eccher (quota centrodestra), che hanno definito le dichiarazioni del procuratore di Napoli “gravissime e inaccettabili” e hanno chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di prendere “una posizione netta e chiara” contro le sue parole. Così come a quelle del laico Enrico Aimi (quota Forza Italia) che ha chiesto al Comitato di presidenza di Palazzo dei marescialli di aprire una pratica sul procuratore di Napoli. “Preoccupa – scrivono i magistrati – il tentativo di trascinare il Csm nel dibattito referendario, ventilando iniziative in chiave disciplinare. Il Consiglio superiore non può essere usato come strumento di contesa: l’azione disciplinare – viene ricordato – è promossa dal Ministro della giustizia e dal Procuratore generale presso la Cassazione; al Csm spetta decidere, non essere trascinato in annunci mediatici. Questo approccio, oltre che inopportuno, anticipa una concezione del Csm non come organo di garanzia, ma come leva di indirizzo nella dinamica politica. Il referendum merita un confronto alto: si discuta nel merito, senza delegittimazioni personali e senza piegare gli organi di garanzia alla propaganda”, concludono.

Esprimo grande soddisfazione per l’approvazione unanime da parte del Parlamento europeo del nuovo regolamento comunitario volto a contrastare le pratiche commerciali sleali lungo la filiera agroalimentare. Con 555 voti favorevoli, nessun voto contrario e 26 astensioni, l’Eurocamera ha dimostrato che è possibile fare scelte condivise quando si tratta di sostenere i nostri agricoltori, i produttori locali e il mondo rurale che rappresento con impegno quotidiano.
Questa normativa, frutto di un percorso legislativo lungo e responsabile, obbliga le autorità nazionali dei Paesi membri a cooperare più efficacemente nella prevenzione, nell’indagine e nella sanzione di pratiche commerciali sleali, anche quando si verificano oltre i confini nazionali. In questo modo si garantisce che chi lavora la terra, chi produce vino, olio, formaggi o altri beni agroalimentari tipici, possa ricevere una remunerazione equa per il proprio lavoro e non restare esposto alle distorsioni del mercato.
Il nuovo quadro normativo consente alle autorità nazionali di intervenire anche di propria iniziativa, senza dover attendere una denuncia formale da parte dei produttori, e prevede un sistema di scambio rapido di informazioni e ispezioni coordinate tra Stati membri. Questo rappresenta un salto di qualità nel riconoscere il carattere realmente europeo della nostra agricoltura, che non può essere frammentata da barriere giuridiche o da difformità applicative.
Un punto di particolare rilievo riguarda il contrasto alla vendita sottocosto, una pratica che svilisce il valore delle nostre DOP e IGP. Grazie al nuovo sistema, ispirato al modello di successo per la tutela delle denominazioni d’origine, sarà possibile intervenire in modo coordinato a livello europeo per impedire che l’eccellenza italiana venga utilizzata come prodotto civetta a prezzi che non coprono nemmeno i costi di produzione.
Come Consigliere Comunale delegato della Città di Sant’Agata dei Gotti all’associazione Nazionale Città del Vino, credo fermamente che le produzioni locali, il patrimonio enogastronomico e il lavoro delle nostre comunità agricole siano motori insostituibili di sviluppo economico e culturale. Proteggerli significa non soltanto difendere l’economia rurale, ma anche sostenere l’identità, la qualità e i valori del “Made in Italy” nel mondo.
Non posso tuttavia ignorare le preoccupazioni legate alle risorse finanziarie destinate al settore: è fondamentale che il Quadro Finanziario Pluriennale includa strumenti e fondi adeguati per sostenere la competitività delle filiere agricole, difendere la loro resilienza nei confronti dei rischi climatici e valorizzare l’eccellenza dei nostri prodotti tipici.
Resto convinto che questa normativa sia un passo importante verso una filiera agroalimentare più equa e trasparente, e continuerò a lavorare, come ho sempre fatto, per garantire che gli agricoltori e i produttori locali possano operare in condizioni di giustizia, dignità e tutela.

(dagospia.com) – La scissione di Roberto Vannacci, per molti leghisti della vecchia guardia, è vista come un’opportunità per il malconcio partito fondato da Umberto Bossi e sfondato da Salvini.
La fine dell”’anomalia” (così fu definito poeticamente il Vannacci-gate da Attilio Fontana) ora potrebbe rivelarsi una boccata d’aria fresca per far tornare alle urne i tanti consensi perduti nelle regioni del Nord, già ben scombussolate dalle mattane sovraniste del “patriota” filo-putiniano Salvini.
Infatti, l’uscita del generalissimo folgorato dalla X Mas e da Putin, come emerge da un sondaggio realizzato da “Izi”, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione “l’Aria che Tira”, condotta da David Parenzo su La7, la base elettorale di Vannacci si conferma essere di destra e la maggioranza dei voti proviene da Fdi.
Il 39% di chi sarebbe disposto a votare Futuro Nazionale alle ultime elezioni politiche ha votato il partito di Giorgia Meloni, quasi il 26% aveva invece votato la Lega ma c’è anche un 20% di base elettorale che proviene da altri partiti ed un 15% che nel 2022 non aveva votato.
Ma il primo effetto della Vannacc-exit sarà la resa dei conti con Matteo Salvini.
Tutti aspettano una mossa dei tre caballeros del Carroccio: Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Luca Zaia (ma chi comanda veramente l’offensiva contro il salvinismo è Massimiliano Romeo, potente segretario della Lega lombarda).
Da anni i tre governatori (i primi due in carica, il terzo, neopensionato) si affannano per frignare la loro insofferenza: “Col cazzo che vannaccizziamo la Lega” (copy Fontana), salvo poi tirarsi sempre indietro quando arriva il momento tipico per sfidare fino alla sfiducia Salvini. Sarà finalmente il loro momento?
Dei tre, Luca Zaia sarebbe quello più libero: non è più governatore, potrebbe prendersi sulle spalle ciò che resta il partito e ri-aggregare tutti i vecchi leghisti nordisti della primissima ora, compresi i bossiani fuoriusciti del patto per il Nord. Ma l’ex Doge non ha il carisma sufficiente, né la voglia per sporcarsi le mani e scendere in campo: troppo istituzionale, poco divisivo, con una personalità che evita la conflittualità…
La sorpresa potrebbe essere il 45enne Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia-Giulia con ottimi risultati dal 2018, che gode del supporto di Zaia, benché il suo mandato scada nel 2028.
La decisione sullo sfanculamento del “Capitone” ruota, come in Forza Italia per il caso Tajani-Barelli-Gasparri, sull’esito della referendum sulla riforma della giustizia del 23 marzo, che si è trasformato, com’era inevitabile, in un voto politico sull’armata Branca-Meloni.
Se dalle urne uscisse la vittoria del “Sì”, Salvini resterà al suo posto e al trio dissidente Fedriga-Fontana-Zaia non resterà altro che provare a far rinsavire l’ex “Truce del Papeete” e riposizionare il partito sui binari del pragmatismo nordista. Basta con la Lega nazionale: chissene frega del Ponte sullo Stretto, più federalismo e Padania…
Nel benedetto caso che vincesse il “No”, se per il governo Meloni sarebbe l’inizio di una Via Crucis di logoramento fino alle politiche del 2027, per Matteo Salvini scoccherebbe l’ora fatale del De Profundis…
Il laico di Forza Italia al Csm: “Non è un intoccabile”. Zangrillo: “È idoneo a ricoprire quel ruolo?”. Dal centrodestra è un continuo susseguirsi di dichiarazioni e comunicati stampa contro il procuratore di Napoli. Salvini insiste: “Chieda scusa”. Per Crosetto il magistrato “è indifendibile”

(ilfattoquotidiano.it) – Non si ferma l’assalto della destra contro il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri. Dopo l’intervista video al Corriere della Calabria sul referendum, a scendere in campo sono stati quasi tutti i big della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni. “Alza i toni e offende”, ha attaccato ieri la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, mentre il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si è detto “sconcertato” suggerendo che “l’esame psico-attitudinale” andrebbe previsto per i magistrati “anche per la fine della carriera”. Inutili le repliche dello stesso Gratteri: “Non ho mai detto che i cittadini che voteranno Sì sono tutti appartenenti a centri di potere o a malavita e massoneria”, ha spiegato il procuratore intervenendo a Piazza Pulita su La7. “I miei interventi – ribadisce Gratteri – non possono essere parcellizzati: ho detto che a mio parere voteranno Sì coloro che non vogliono essere controllati dalla magistratura, tra cui centri di potere, ‘ndrangheta e massoneria deviata. Ma non ho mai detto che tutti quelli per il Sì appartengono a centri di potere“.
L’avere ribadito il suo pensiero non ferma però gli attacchi. Dal centrodestra è un continuo susseguirsi di dichiarazioni e comunicati stampa contro il procuratore di Napoli. “È successa una cosa abbastanza scioccante: il magistrato Gratteri sostanzialmente ha dichiarato che le persone che non la pensano come lui sono moralmente inferiori. Io credo che qui non ci sia un tema di referendum sì o no, ma ci sia un problema di idoneità di un magistrato a ricoprire quel ruolo“, ha detto il ministro della pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo. “Mi considero amico di Gratteri e come lui sa bene l’ho difeso molte volte, perché ritenevo giusto farlo. Questa volta è indifendibile“, scrive su X il ministero della Difesa, Guido Crosetto. Per il vicepremier leghista Matteo Salvini “da un procuratore della Repubblica, un cittadino italiano si aspetta terzietà e sobrietà, non insulti a casaccio e quindi la prima cosa che mi aspetterei da cittadino italiano sono le scuse“.
Il laico del Csm in quota Forza Italia, Enrico Aimi, torna a parlare dopo avere chiesto al Comitato di presidenza di Palazzo dei marescialli di aprire una pratica sul procuratore di Napoli. Per lui le dichiarazioni di Gratteri “appaiono irricevibili, intrise di arroganza e supponenza, e non riconducibili al linguaggio che dovrebbe caratterizzare chi è chiamato a ricoprire un così alto ruolo istituzionale”. “In uno Stato democratico, piaccia o meno, vigono regole valide per tutti: non esistono intoccabili“, attacca Aimi. “Nessun bavaglio o minaccia” nei suoi confronti, ma “il fatto che non faccia ferie, che operi sotto scorta e che combatta battaglie rilevanti contro la criminalità organizzata non gli attribuisce alcun salvacondotto, alcuna guarentigia regia, né tantomeno una sorta di ius primae noctis con licenza di offendere milioni di cittadini italiani”, conclude. Al coro si uniscono altre due consigliere laiche del Csm, in quota centrodestra, Isabella Bertolini e Claudia Eccher, soci fondatori del Comitato “Sì Riforma”: per loro le dichiarazioni del procuratore di Napoli “sono gravissime e inaccettabili” e per questo chiedono al Consiglio Superiore della Magistratura di prendere “una posizione netta e chiara contro le parole di Gratteri, che non possono essere interpretate in modo diverso dal loro contenuto oggettivo e che offendono profondamente gli Italiani e le Istituzioni”.
Intanto anche 51 magistrati hanno sottoscritto un comunicato contro le parole di Gratteri: “Ci scusiamo con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati da tali affermazioni”, scrivono. “La cultura della giurisdizione è per noi comandamento di vita e non vuoto slogan da fiera. Ci indaghi tutti, sig. Gratteri“, aggiungono. Si tratta del gruppo di autoproclamati “magistrati per il Sì” che già avevano preso posizione sul referendum: ben 11 di loro sono giudici e pm in pensione altri sei sono ex magistrati ordinari transitati nel nuovo corpo dei giudici tributari professionali. E anche in questo caso ecco arrivare una valanga di comunicati degli esponenti di destra per sostenere i 51: dalla senatrice Michaela Biancofiore al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara per il quale il loro comunicato rappresenta “l’inizio di una svolta importante“. Si tratta, va precisato, di 34 magistrati attualmente in servizio sui 9.657 del ruolo organico: lo 0,35%.
La giovanile del Movimento 5 Stelle: “Così la legge 194 viene svuotata, in attacco continuo!”

“Il Network Giovani Campania, la struttura giovanile del Movimento 5 Stelle, insieme alla deputata Gilda Sportiello, denuncia il grave ritardo nella pubblicazione della Relazione annuale sull’applicazione della legge 194, strumento indispensabile per monitorare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Per centinaia di attiviste e attivisti impegnati sui territori, questo silenzio rappresenta l’ennesimo segnale allarmante: non rispettare la legge che impone al governo di redigere annualmente la relazione, significa non dire, per esempio, al paese cosa accade nelle nostre regioni, qual è il tasso di obiezione ancora alto né nostro paese. Il diritto all’aborto, sancito dalla legge dal 1978, oggi è sempre più difficile da esercitare a causa dei numerosi ostacoli che ancora oggi si incontrano. Secondo il Network Giovani Campania, non si tratta di un semplice problema tecnico, ma di una precisa scelta politica: non è stato ma registrato un ritardo simile. L’ultima relazione disponibile, pubblicata nel febbraio 2024, contiene dati fermi al 2022. Questa mancanza di trasparenza impedisce qualsiasi valutazione reale sulle condizioni in cui viene garantito un diritto fondamentale: la distanza tra ciò che è scritto nella legge e ciò che accade nella realtà è sempre più evidente. In numerosi territori, l’accesso all’IVG è continuamente ostacolato ed esiste una percentuale di donne e di persone che possono abortire che sono costrette a recarsi fuori dal comune di residenza, talvolta dalla regione, per poter accedere all’ivg”. A dirlo sono i ragazzi e le ragazze della giovanile del Movimento 5 Stelle.
“Il Network Giovani Campania evidenzia come questo clima di opacità si inserisca in un contesto più ampio, segnato da una narrazione moralizzatrice, dal sostegno a gruppi apertamente antiabortisti e antiscelta e dalla mancanza di politiche efficaci su educazione sessuale e contraccezione. Il vero rispetto della legge 194, ribadiscono i giovani e le giovani del Movimento, non può limitarsi alla sua esistenza formale, ma deve tradursi in servizi realmente accessibili, uniformi e realmente funzionanti su tutto il territorio nazionale. Difendere il diritto all’aborto significa difendere la autodeterminazione e tutela della salute, diritti non negoziabili” -concludono-.
Salvini, precettiamo per evitare lo sciopero durante le Olimpiadi

(ANSA) – “Stiamo lavorando alla precettazione, il cui testo arriverà a minuti, per evitare lo sciopero aereo per le Olimpiadi e le Paralimpiadi per non danneggiare ripeto un’immagine di positività e di efficienza che l’Italia sta dando grazie al lavoro di tutti”. Lo ha dichiarato Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, a margine dell’inaugurazione di una mostra a Milano.
“A minuti usciremo con quello che la commissione di garanzia ci ha chiesto di fare e che la legge mi permette di fare, quindi di garantire il diritto allo sciopero ma non durante lo svolgimento di una manifestazione che 2 miliardi di persone stanno guardando” ha continuato il ministro. “Mi sono impegnato con i sindacati a invitarli a un tavolo sul rinnovo dei contratti e sul Piano nazionale degli aeroporti, che abbiamo ultimato, dopo la fine delle Paralimpiadi”.

(lanazione.it) – “Lavatevi”. “Vergogna”. “Andate a Gaza, vi taglierebbero la testa”. “Credere, obbedire, combattere per la democrazia e la libertà”. Un duro diverbio si è scatenato oggi, 12 febbraio, tra l’ex compagna storica di Silvio Berlusconi ed ex moglie di Paola Turci Francesca Pascale e un gruppetto di manifestanti pro Palestina che sbandieravano e indossavano kefiah al Carnevale di Viareggio.
La Pascale era stata invitata per ricevere il ‘Premio Funari, Giornalaio dell’anno’, assegnato dagli organizzatori anche a Carlo Freccero e Germano Lanzoni prima del terzo corso mascherato in notturno.
Francesca Pascale sotto il palco se l’è presa con i manifestanti che esponevano bandiere della Palestina: “Non siete pro Gaza, siete contro Israele, andate a lavorare e soprattutto lavatevi”, ha detto loro. E ancora “Vergogna, voi siete contro gli ebrei, non per la Palestina, andate a Gaza a combattere, vi taglierebbero la testa! State facendo crescere l’antisemitismo”.
Due donne le hanno replicato: “Il nostro orgoglio è italiano, signora”. “Certo – replica la Pascale – credere, obbedire sempre, combattere per la democrazia e la libertà”, “qua c’è la bandiera italiana, no della Palestina”, “e poi avete la kefiah, non sapete nemmeno cosa è, pulitevi il c*** con la kefiah”. E ancora: “Non sapete come affrontare la Meloni e inventate tutte stronz*** – ha detto la Pascale – Fate invece programmi politici, fate opposizione, no stronz***”. “Voi – ha anche detto ai Pro Pal – vivete in uno Stato libero a differenza della Palestina guidata da Hamas”.

(Andrea Legni – lindipendente.online) – Nel nostro Paese ci sono 79 persone che solo nel corso del 2025 hanno aumentato le loro ricchezze complessivamente di 54 miliardi di euro. Per noi che non facciamo parte del ristrettissimo club dei super-ricchi è essenziale provare a capire quanti diavolo siano 54 miliardi di euro, perché nemmeno sappiamo immaginarceli. Solo per fare un esempio, con quei soldi si potrebbero fare tutte insieme queste cose: rendere di nuovo realmente gratuito ed efficiente il sistema sanitario nazionale (costo stimato 30 miliardi l’anno); reintrodurre il reddito di cittadinanza (costava 8 miliardi l’anno); costruire 150mila alloggi pubblici per risolvere l’emergenza abitativa e avanzerebbero ancora un paio di miliardi, sufficienti, ad esempio, a rendere completamente gratuita l’università o, se preferite, a mettere in sicurezza le aree della nazione più esposte a alluvioni e eventi climatici estremi. I soldi che basterebbero a fare tutto questo, invece, sono finiti nelle tasche di appena 79 persone, che già erano ricchissime e ora lo sono ancora di più. Non è un caso, ma una tendenza consolidata: tra il 2010 e il 2025, il 91% dell’incremento della ricchezza nazionale è andato al 5% più ricco della popolazione, mentre tutti gli altri italiani si sono impoveriti.
Quando i politici dicono che non possiamo più permetterci lo Stato sociale di un tempo, perché il Paese non produce abbastanza ricchezza, mentono sapendo di mentire. Non è vero, nella maniera più assoluta. Solo nell’ultimo anno la ricchezza complessiva detenuta in Italia è aumentata di 266 miliardi di euro: i soldi ci sono quanto e più che in passato, solo che se li tengono pochissimi privilegiati. E questo non è accaduto per caso, ma è stato l’ovvio risultato di un disegno politico che ha coinvolto quasi tutti i governi che si sono alternati in Italia, che hanno progressivamente abbassato le tasse ai ricchi e le hanno alzate a tutti gli altri: quando in Italia venne introdotta l’aliquota IRPEF per le imposte sul reddito, era il 1972, la fascia più bassa pagava il 10%, quella più alta il 73%, oggi chi guadagna meno paga il 23% (più del doppio), mentre chi guadagna di più paga il 43% (quasi la metà). Lo stesso è avvenuto sulle tasse di successione: un tempo i lasciti delle persone comuni erano privi di tasse, mentre i più ricchi pagavano il 23%, oggi tutti quanti pagano il 4%: la stessa tassa sull’eredità per la famiglia Elkann e per l’operaio che, al termine di una vita di sacrifici, lascia pochi risparmi ai figli.
Non è tutto: in un’economia sempre più collegata alla finanza è andato a farsi benedire anche il principio base con il quale si giustificano da sempre le disuguaglianze proprie dei sistemi capitalistici, cioè che i ricchi servono a dare lavoro a tutti gli altri. Prendiamo ad esempio il secondo uomo più ricco d’Italia: si chiama Andrea Pignataro, 55 anni, bolognese di nascita, broker di formazione; di mestiere compra e vende azioni, raccoglie capitali e poi li investe in partecipazioni in aziende, banche, società di capitali. Così ha messo da parte un patrimonio di 26 miliardi di euro, aumentato di uno scandaloso 146% solo nell’ultimo anno. Dà lavoro a una manciata di persone, ha spostato la propria residenza a Saint Moritz, garantendosi tasse bassissime e il segreto bancario svizzero, mentre la società attraverso la quale controlla le proprie attività, la Bessel Capital, ha sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo. Praticamente all’Italia non dà un euro e alcuni anni fa, quando la procura di Bologna aprì un fascicolo su di lui per aver evaso tasse per 1,2 miliardi di euro, il tutto finì con un accordo con il quale si impegnò a versare all’Agenzia delle Entrate appena 280 milioni: un ricco, in Italia, in buona sostanza, può rubare oltre un miliardo e poi, una volta scoperto, restituirne meno di un quarto e mantenere la fedina penale perfettamente pulita.
Quando i media dominanti vi parlano di tagli necessari perché non ci sono i soldi, non fanno altro che ripetere consapevolmente la bugia che rende digeribile questa rapina che toglie a tutti per dare a pochissimi. Anche questo è uno dei frutti del sistema malato dell’informazione che abbiamo in Italia. Noi continuiamo a lavorare per smontarlo.
Più parlano, più confessano. Siamo messi così. A destra vorrebbero cantarsela e suonarsela da soli. Visti i risultati, lasciateli cantare

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Più parlano, più confessano, più gli elettori capiscono. E la rimonta del No procede inesorabile. Fino al soprasso, stando agli ultimi sondaggi: con un’affluenza al 46,5% la riforma Nordio che demolisce il Csm sarebbe bocciata con il 51,1% dei voti contrari (YouTrend per Sky Tg24).
Sono bastate un paio di uscite del guardasigilli, estensore della (pessima) novella costituzionale, tipo lo spiegone a Schlein (“Mi stupisce che una persona intelligente” come lei “non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”), e del vice premier Tajani (“Non basta la separazione delle carriere, non basta la riforma del Csm. Serve completare. Penso alla responsabilità civile, penso anche ad aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati. Discutiamone, parliamone”) a lanciare la rimonta del No. Ammettendo il vero obiettivo (nascosto) della riforma: subordinare il pm al potere esecutivo.
Intanto il Nordio si dice “sconcertato” e propone i test psicoattitudinali per i magistrati come Gratteri, reo di aver detto un’ovvietà. E cioè che “gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere” voteranno Sì. Il ministro non ha invece patito lo stesso sconcerto di fronte alla penosa campagna social pro-riforma (l’immagine del bacio tra un’attivista dei centri sociali e un magistrato, sotto la scritta “Una relazione tossica”) per associare i violenti (tipo quelli di Torino) ai milioni di italiani che voteranno No al referendum. Siamo messi così. A destra vorrebbero cantarsela e suonarsela da soli. Visti i risultati, facciano pure.
Denigrata dal “Foglio” al “Giornale”. “Corriere” Definita filo-hamas, poi cambiato in pro-pal. Tutto nasce da una frase che Francesca Albanese non ha mai pronunciato. Al forum organizzato da Al Jazeera, ha parlato di “nemico comune dell’umanità” riferendosi a un sistema – potere politico, capitale finanziario, industria militare – che ha reso possibile il genocidio […]

(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – […] Tutto nasce da una frase che Francesca Albanese non ha mai pronunciato. Al forum organizzato da Al Jazeera, ha parlato di “nemico comune dell’umanità” riferendosi a un sistema – potere politico, capitale finanziario, industria militare – che ha reso possibile il genocidio in Palestina. Non ha mai detto che il nemico fosse Israele come Stato, come popolo o come nazione. Ma su questa frase mai detta si è costruita un’altra offensiva mediatica. […]
Tra i giornali che l’hanno attaccata con riflessi pavloviani spicca il Corriere della Sera. Il commento di Antonio Polito è esemplare: “La militante (sempre più) pro-Pal che è riuscita nell’impresa di unire la Francia e l’America”. Se non bastasse, nella versione online lo stesso articolo ha un titolo ancora più infamante: “Francesca Albanese, militante (sempre più) filo Hamas”.
[…] Ironicamente, è lo stesso Polito a scrivere che la ricostruzione è falsa. “Nel video dell’intervento – riconosce l’editorialista – (Albanese) in realtà sembra definire ‘nemico comune dell’umanità’ il sistema che in Occidente ha tollerato e aiutato ciò che lei ritiene essere il genocidio dei palestinesi”. Viene negata in premessa, quindi, la ragione per cui il commento è stato scritto, ma la smentita che non produce nessun effetto: né sul titolo, né sulla tesi, né sulla condanna complessiva. La correzione viene inglobata come sfumatura lessicale, come questione di wording. Rimane l’accusa falsa, necessaria a costruire il quadro politico e morale; le parole vere sono ridotte a nota a piè di pagina.
Quello del Corriere è solo l’ennesimo calcio dell’asino mediatico da parte di una stampa distratta sul genocidio palestinese, ma solerte nel sottolineare (o manipolare) le sfumature lessicali della relatrice dell’Onu. Solo ieri, sui quotidiani nazionali, sono fioccati articoli così. Il Messaggero, editoriale di Mario Ajello: “Albanese, se anche Parigi si accorge del bluff”. Ajello scrive di “culto albanese”, rigorosamente con la minuscola, e butta nel calderone tutto: “politicamente corretto, università ProPal, cortei saltellanti” aizzati da “una riverita sacerdotessa” che “accende ancora di più, in Italia, il sentimento di odio verso Israele”. A differenza di Polito, Ajello non si accorge che Albanese non ha mai detto quello di cui l’accusa: non gli interessa nemmeno. Poi c’è il Foglio, “Le parole di Albanese e un monito: l’antisionismo è antisemitismo”. E il Giornale: “Vada via dall’Onu. Anche Macron è stufo”.
[…] E lo stesso riflesso, praticamente ogni volta che Albanese parla in pubblico. Il 30 novembre, dopo l’irruzione di manifestanti pro-palestinesi nella sede torinese de La Stampa, la relatrice condannò le violenze, ma aggiunse in un inciso che l’episodio doveva servire “anche come monito alla stampa” a raccontare i fatti nella loro interezza e nel loro contesto. Un’uscita discutibile nella forma, ma di tutto il suo discorso fu riportato solo “il monito” (oggetto anche di censura dalla Federazione della stampa italiana). Con lei non sono concepite sfumature, solo parole sbagliate.

(ANSA) – “Io il senso della paura l’ho superato 35 anni fa, non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere”. Il procuratore Nicola Gratteri risponde così, a Piazzapulita su La7, agli attacchi dopo le sue dichiarazioni al Corriere della Calabria sul referendum.
“Non ho mai detto che i cittadini che voteranno Sì sono tutti appartenenti a centri di potere o a malavita e massoneria. Chi lo ripete è in malafede e vuole alzare lo scontro. Ma io non farò falli di reazione, e continuerò fino all’ultimo giorno la mia battaglia per il No”.
“I miei interventi – ripete Gratteri – non possono essere parcellizzati: ho detto che a mio parere voteranno Sì coloro che non vogliono essere controllati dalla magistratura, tra cui centri di potere, ‘ndrangheta e massoneria deviata.
Ma non ho mai detto che tutti quelli per il Sì appartengono a centri di potere”. “Continuerò a battermi per il No. Davanti a gente che scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete pensando di scatenare chissà cosa, di intimidirmi o delegittimarmi dico che si sbagliano, stiano tranquilli”.
GRATTERI, “NORDIO PENSA AI TEST? SI È DATO UNA RISPOSTA DA SOLO”
(ANSA) – Al ministro Nordio, che parlando di lui ha fatto riferimento a “test psicoattitudinali per la fine della carriera” di un magistrato, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri replica: “E che gli devo dire, si è fatto una domanda e dato una risposta”.
Intervistato a Piazzapulita su La7, Gratteri continua: “Nordio è il ministro che dice di non voler dare la mano al procuratore generale di Napoli, che i mafiosi non parlano al telefono, che Schlein sbaglia a non appoggiare la riforma perché in futuro potrebbe servire anche alla sinistra… possiamo raccontare per ore le frasi di Nordio. Le conclusioni spettano ai cittadini, non le devo fare io”.
Gratteri, rispondendo a Corrado Formigli, replica anche a Tajani, che lo ha accusato di attacco alla democrazia: “Tajani l’altro giorno ha detto che sta pensando di togliere la polizia giudiziaria al controllo della magistratura, penso che quello sarebbe un attacco alla democrazia”. Il procuratore di Napoli invita infine a esaminare le posizioni espresse sui social in merito al referendum e alle sue dichiarazioni: “Vediamo le persone che scrivono sotto chi sono, persone perbene, pregiudicati, parenti di pregiudicati. C’è di tutto, ma magari vediamo i numeri. E vediamo più avanti se serve altro”.

(Tommaso Merlo) – Lo hanno ammesso loro stessi, questa riforma della giustizia è il sogno di Berlusconi. Un premier che umiliò il parlamento per anni trasformandolo nel suo studio legale allo scopo di sfuggire dai processi e dalla galera. Una delle pagine più buie della nostra Repubblica, con la politica che depenalizzò i crimini di Berlusconi e manomise le procedure processuali per far finire tutto in prescrizione invece di occuparsi del paese. Col risultato che mentre il grande capo fuggiva e si arricchiva, il paese arrivò sull’orlo del baratro e fu costretto a dimettersi al terzo giro di giostra. Berlusconi non ha mai ammesso nulla e ha sempre dato la colpa dei suoi guai giudiziari a giudici politicizzati che lo perseguitavano. E il suo sogno era quindi questa riforma e cioè sottomettere la giustizia al potere politico in modo che dei giudici amici, lo lasciassero in pace. Un sogno infranto per lui, ma realizzato per Trump che piazzando anche lui i suoi avvocati e i suoi tirapiedi nei ruoli strategici, ha ridotto il Ministero della Giustizia e l’FBI in bracci armati con cui perseguita nemici politici ed insabbia scandali scomodi a partire da quello Epstein. E quei pochi passi indietro che è stato costretto a fare, si devono alle corti che non è ancora riuscito a corrompere con qualche giudice amico. Un uso politico della giustizia senza precedenti che sta facendo tremare quella già malconcia democrazia. Con oligarchi pedofili nemmeno indagati e poveri cristi prelevati violentemente da casa loro e spediti in campi di concentramento anche se innocenti. Davvero spaventoso. Anche perchè Trump è l’idolo di una internazionale nera di cui il nostro governo fa parte. Un filone ideologico che ha in comune il fastidio verso qualunque potere indipendente dal ducetto di turno. C’è quindi davvero poco da fidarsi anche perché han detto che questa riforma è solo il primo passo, già, e in una direzione sbagliatissima. La nostra Costituzione è figlia di certi tragici errori ed è ad essa che ci dobbiamo affidare. L’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario è un pilastro portante della nostra democrazia. Se viene intaccato i cittadini non sono più uguali davanti alla legge e si rischia di venire perseguitati dai potenti di turno. La Giustizia va piuttosto resa ancora più altra superando correntismi e rapporti incestuosi, altro che sottometterla. Per ammissione degli stessi promotori, la Giustizia italiana ha un sacco di problemi e questa riforma non ne risolve nessuno. Dall’infestazione burocratica e la disorganizzazione che la paralizza, agli scarsi mezzi che la azzoppano. Una giustizia che sovente fa cilecca e si rileva troppo debole coi delinquenti altolocati mentre le carceri scoppiano di poveracci. Non certo un caso. In un paese tradizionalmente farcito di criminali in giacca e cravatta e tailleur come l’Italia, la politica ha sempre preteso il privilegio non solo di non rispondere dei risultati raggiunti, ma anche dei crimini commessi. Ma in un paese civile, la Giustizia è un patrimonio di tutti e non va riformata a colpi di maggioranza. E se il parlamento non è in grado di farlo cooperando, che perlomeno la lasci stare e non faccia danni. Un mega No dunque, per una riforma sbagliata e nel momento sbagliato. Prima di ficcare il naso nella Giustizia, questo governo avrebbe un sacco di cose da fare. L’Italia sta letteralmente sparendo mentre i superstiti precipitano in una vita sempre più indecente e questo governo non muove un dito. Invece di occuparsi dei problemi dei cittadini, si occupa di se stesso, del proprio potere, di beghe di palazzo che peggiorano la democrazia invece di migliorarla. Davvero un mega No per l’indecente riforma e per chi la propone. La speranza è che gli italiani politicizzino il referendum e diano una sonora lezione ad uno dei governi più infimi della storia repubblicana. Un governo inetto e muto che quando si degna di aprire la bocca non dice nulla, un governo inconsistente che quando si schiera lo fa puntualmente dalla parte sbagliata della storia. Il governo più a destra dal ventennio che certifica il regime del pensiero unico neoliberista in cui ci troviamo. L’unica differenza tra gli schieramenti sono i rigurgiti ideologici da cui pescano per far finta di essere diversi e raccattare gli elettori superstiti, poi una volta nei palazzi si omologano. Un governo insulso che capita in un momento storico drammatico come a ricordarci che la politica è una cosa seria e sarebbe ora di tornare a farla seriamente rimboccandosi le maniche per un cambiamento radicale.

(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Ammetto di seguire con un interesse sproporzionato all’importanza (politicamente minima) dell’evento la nascita del nuovo partito dell’ex generale Vannacci. C’è intanto una vera e propria curiosità scientifica per l’esperimento: per quanti partiti fascisti c’è posto, in Italia? Tre? Dieci? Venti? Si alleeranno tra loro? Si combatteranno, in gironi all’italiana o a eliminazione diretta? E come può accadere che esista un leader politico più a destra del Salvini? Non è come ammettere che esiste un luogo più settentrionale del Polo Nord?
Ma soprattutto contano gli aspetti, come dire, di costume. Il possibile accordo con il Popolo della Famiglia di Adinolfi già arricchisce e movimenta le cronache politiche dei giornali, all’audacia bellica della Decima Mas si sommerebbe la tetragona immutabilità della famiglia tradizionale, Vannacci fa l’impresa, rapido ed invisibile, Adinolfi lo aspetta a casa, solido e inamovibile.
Non parliamo poi delle voci (esaltanti) su possibili abboccamenti con Fabrizio Corona, forse sulla base del suo attaccamento proverbiale sia alla famiglia tradizionale, sia al valor militare. O sull’eventuale collaborazione con il comunista Rizzo, un tocco di Corea del Nord in una formazione politica altrimenti troppo casalinga. Ammettiamolo: c’è una vocazione freak, nel nuovo partito di Vannacci, che accende la fantasia e porta a immaginare qualunque possibile configurazione, pescando anche nel mai visto, nel mai accaduto. “A me interessa l’idea di mettere insieme gli spuri”, dice Adinolfi. Ha solo l’imbarazzo della scelta. Noi aspettiamo con fiducia. Con i popcorn in mano, come si usa dire quando ci si arrende alla grandiosa ineluttabilità degli eventi.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Il mondo volta pagina. Tempo di voltarla anche noi. Conviene smetterla di mentirci addosso. E confessarci per quel che siamo e potremmo diventare. La menzogna è l’illusione della sovranità. Persa nel 1943 e mai davvero recuperata. Maturata nella guerra fredda, mai davvero terminata. Per noi era meglio convivere nell’appartamento riservatoci dall’America nel suo impero europeo che azzardare neutralismi velleitari a rischio di scarrellare verso o sotto Mosca.
La base della nostra costituzione materiale era e resta geopolitica. Fissata dal Trattato di pace del 1947, conseguenza della resa incondizionata spacciata per armistizio dell’8 settembre. Disastro accolto con segreta gioia. Finalmente potevamo appaltare a una potenza superiore, supposta benevola — a differenza del suo alleato inglese — la sovraintendenza di noi stessi, fieramente ingovernabili. Saremo ricordati nei secoli come il paese del vincolo esterno. Non subìto. Cercato. Dichiarazione di manifesta incapacità a reggere il nostro popolo, dopo aver preteso di reggere gli altrui. Se viltà, senso del ridicolo o entrambi decida il lettore. Ubi nihil vales, nihil velis, se non vali non volere dettavano gli occasionalisti.
Molto di molto importante è da allora accaduto. Ma né il crollo del Muro di Berlino né il suicidio dell’Urss hanno rovesciato lo schema. È la confessione dell’America di non potere né volere più pagare il prezzo dell’egemonia globale a scatenare la rivoluzione in corso. Ne siamo obbligati a rivedere la nostra postura nella serra euroatlantica in subbuglio, lacerata da risse intestine che ne alzano la temperatura al limite della soffocazione. A meno di confessarci definitivamente incapaci di autogoverno, sopportando o addirittura agognando la morte della patria. L’alternativa è affermarci responsabili di noi stessi. Condizione della riconquista della democrazia, sovrana per autodefinizione, annunciata dall’articolo 1 della costituzione formale. Nostra bugia fondativa.
Nel primo caso, non ci resta che pregare per la rapida guarigione dell’egemone. Nel secondo, ci tocca riscoprire la nazione. Non inventarla, perché contro la menzogna autoimposta l’Italia esiste. Con la sua storia, i suoi miti, le sue vergogne. Se non vogliamo finire stritolati dalla rivoluzione mondiale dobbiamo leggerla dal nostro punto di vista. Su tre scale: globale, regionale e nazionale. Scopriamo il nome segreto dell’Italia: Medioceania. Penisola adagiata lungo la linea che collega più direttamente l’America alla Cina, l’Emisfero Occidentale all’Oriente Estremo. Battezziamo Medioceano il tratto Gibilterra-Bab al-Mandab, minacciato dalle campagne della Guerra Grande, tra Mar Nero e Rosso, che ci apre al mondo. Il nostro vincolo oggi non è tanto l’America né la Germania vestita da Europa. È il mondo. E lo è perché siamo dove siamo. Al crocevia che lega America e Asia, Europa e Africa. Potenziali cogaranti di un decisivo passaggio oceanico, altro che guardiani di spiaggia. Medioceania si configura incrocio di tre T: maggiore fra Atlantico e Indo-Pacifico, a legare Nordamerica ed Estremo Oriente, Stati Uniti e Cina, centrata da noi sullo Stretto di Sicilia; intermedia, ossia eurafricana, fra Alpi e Libie; interna (t) fra Tirreno e Adriatico. Confortati dal parere dei grafologi, per cui barra alta sulla T indica forza di volontà e taglio alto della t esprime ambizione, disegniamo la cornice di un acquerello tutto da dipingere.
La strategia italiana consiste quindi nell’elevare la geografia a geopolitica. Vasto ma non impossibile programma. Prevede di stabilire chi siamo, quindi chi vogliamo e possiamo diventare. Premessa e conclusione del percorso, dare corpo alla nostra anima. Stato alla nostra identità.
Ne cominciamo a discutere da venerdì pomeriggio a domenica al Palazzo Ducale di Genova, nel XIII Festival di Limes, insieme ad analisti e decisori americani, cinesi e di altri paesi. Curiosi di sapere quale sarà l’Italia/Medioceania del futuro prossimo.
Servizi non firmati nei tg da oggi contro le mancate dimissioni del direttore di RaiSport. E salta fuori il caso delle sue spese pazze

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Si chiama sciopero bianco, e non per via della neve che tante gioie sta regalando agli atleti azzurri. È la forma di protesta decisa dall’UsigRai per spingere l’azienda a prendere provvedimenti contro Paolo Petrecca, il direttore meloniano di RaiSport artefice dell’imbarazzante telecronaca della cerimonia inaugurale dei Giochi invernali, sbertucciata dai giornali di mezzo mondo. Per i vertici Rai un motivo non sufficiente per prendere in considerazione la richiesta di dimissioni invocata da più parti.
Per tutta la giornata di oggi i giornalisti della Rai produrranno servizi e dirette senza firma. Un modo per garantire la copertura informativa su tg e web, come già da lunedì scorso fanno gli inviati della redazione sportiva, ma senza metterci la faccia. Inoltre, al termine di ogni edizione, verrà data lettura non di uno bensì di due comunicati per spiegare le ragioni del dissenso. Ché nella tv di Stato accade anche questo: la guerra delle note sindacali. La prima redatta dall’organizzazione più rappresentativa che ha proclamato lo sciopero; l’altra da UniRai, il piccolo sindacato di destra che lo ha subito.
Asciutto, di merito, per denunciare l’inerzia dei vertici dopo la figuraccia di Petrecca, il comunicato UsigRai: «Nonostante l’immagine di RaiSport e della Rai siano state danneggiate, nulla è avvenuto. Continueremo a difendere l’autorevolezza dell’informazione Rai per garantire a voi cittadini un servizio pubblico di qualità». Fluviale e pomposo per proteggere chi comanda, il secondo. Basta scorrere l’incipit: «UniRai crede nel servizio pubblico. Crede in una Rai capace di unire il Paese, di rappresentare l’Italia nel mondo». Nessun riferimento alle gaffe del direttore. Solo la rivendicazione degli ottimi ascolti delle Olimpiadi. Non a caso i piani alti di Viale Mazzini hanno rinunciato alla replica: basta quella degli “amici” del sindacato giallo. Epilogo della battaglia che ha infuriato nelle redazioni e spaccato il Tg1, dove il Cdr a trazione FdI ha resistito a lungo prima di essere costretto — dalle forti pressioni interne — a esprimere solidarietà ai colleghi dello sport. Tant’è che oggi in tanti temono il sabotaggio della guida suprema, Gian Marco Chiocci, pronto ad affidare i servizi ai fedelissimi disposti a firmare.
Intanto però i guai di Petrecca non sembrano finiti. Il 3 febbraio, durante una riunione con il capo del personale, sono state segnalate le spese pazze del direttore di RaiSport. Non solo la valanga di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. Ma pure il budget lievitato a dismisura: dacché si è insediato Petrecca avrebbe in fatti autorizzato consulenze esterne per 640mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — dalla Domenica sportiva a Dribbling, passando per Il 90° del sabato e Il processo in onda lunedì sera — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025 (da marzo imputabile all’attuale gestione) è schizzato a 2,34 milioni. Tutti a spese dei contribuenti.
Imprese da record. Non c’è solo la telecronaca che l’ha reso il giornalista più famoso al mondo. A Rai News (dov’è più volte sfiduciato) nella notte elettorale francese manda in onda il festival di Pomezia con la gentil consorte Alma Manera

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Per dire come siamo messi: in questo preciso istante quel signore laggiù, gonfio di zazzera, prepotenza e autostima – in arte Paolo Petrecca – è il giornalista italiano più famoso al mondo. “Er mejo”, direbbe lui. In una manciata di giorni l’hanno citato i giornali e le tv del pianeta Terra, dalle Piramidi al New York Times, dal Manzanarre all’Asahi Shimbun, per la sua stratosferica telecronaca d’apertura delle Olimpiadi 2026, tre ore di scempiaggini e sfondoni, sbagliando lo stadio, gli atleti, la cantante, le squadre, l’attrice, per non dire della prosa, del tono, della pertinenza. E conquistando la prima meritatissima medaglia d’oro di conio italiano, quella intitolata alla farsa nazionale che – in sede storica – va da Roberto Farinacci ad Alvaro Vitali, passando per il Nando Mericoni di Alberto Sordi e i saluti romani di Colle Oppio.
Non lo sapevate prima, ma il nostro Petrecca, rinominato a furor di popolo Patacca, da un annetto è direttore della benemerita Rai Sport, direttamente in quota Giorgia Meloni. E prima ancora è stato direttore di Rai News 24, direttamente in quota Giorgia Meloni. Sempre vantandosi di mangiare, respirare e spalare in quota Giorgia Meloni. Marciando in suo onore ogni volta che è sveglio, presentandole il libro Io sono Giorgia nella bella aula comunale di Civitavecchia, mandando in onda i suoi comizi in versione integrale: “Mbè? Nun ce vedo nulla de strano! È ’na notizia, no?”. Ignorando con una alzata di spalle i malumori e le sfiducie che a intervalli regolari le sue redazioni “a eggemonia zecche rosse” votano a maggioranza in coda ai suoi disastri. Come quando a Rai News 24, proibì di mettere in rete la notizia che Fabio Fazio stava lasciando la Rai dopo 39 anni di massimi ascolti e altrettanti tormenti. Era il 14 maggio 2023 e mentre tutti i siti battevano la notizia, Petrecca avvertì via mail i suoi “pennivendoli”: “Per me Fazio che va via dalla Rai non è nemmeno una notizia. Non vi azzardate a mettere pezzi sull’argomento senza informarmi. Perché prendo provvedimenti”. E quando hanno provato a spiegargli che tutte le agenzie strillavano la notizia, ha fatto scattare il serramanico del suo me-ne-frego.
Altro disastro quando lanciò il titolone: “Assolto il sottosegretario Del Mastro” processato per avere spifferato documenti coperti dal segreto sul caso dell’anarchico Alfredo Cospito, credendo che la richiesta dei pm fosse un anticipo della sentenza. E a chi gli consigliava prudenza, rispondeva: “Fidatevi ce vedo lungo io!”. Così lungo che la sentenza arrivò capovolta dopo poche ore, in forma di condanna per il sottosegretario e di figuraccia per il direttore. Che non contento, la sera delle elezioni in Francia, 8 luglio 2024, invece dello spoglio elettorale, che je frega de’ Macronne, manda in prima serata il Festival di Pomezia dove si esibisce Alma Manera, la “poliedrica artista” che è soprano, attrice, conduttrice, performer, giornalista. Ma soprattutto è la fidanzata (oggi sposa) der Petrecca che la applaude seduto e inquadrato in prima fila. Daje! Dopo l’ennesima sfiducia votata dall’85% della redazione di Rai News, il suo sponsor aziendale, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi – anche lui in quota Meloni, ci mancherebbe, nella nuova Rai conta solo il merito – lo manda a sbattere in cima a Rai Sport. Dove la redazione, nonostante d’abitudine navighi a destra, alza il sopracciglio e si mette in vigilante attesa, vista la fama del nostro Erostrato. L’approccio è una premessa: spostamenti, improvvise promozioni, amichettismo in purezza e nuovi collaboratori esterni scelti senza troppe spiegazioni. Anzi una sola: “Voi siete antichi, io so’ visionario!”. Talmente visionario che quando mette ai voti il suo primo piano editoriale, la redazione gli passa sopra con le ruote: 57 contrari 33 favorevoli. Riuscendo a fare pure peggio al secondo giro, un mese più tardi, quando i giornalisti respingono il nuovo piano editoriale, stavolta con i cingoli: contrari 70 voti, favorevoli 24.
Sembra spacciato. Invece no, lo protegge la rete dei camerati che hanno più di tutti a cuore il Servizio pubblico, da Maurizio Gasparri fino a Ignazio La Russa, e naturalmente a Giampaolo Rossi che fa il pesce in barile perché all’orizzonte ci sono le Olimpiadi che non vanno intralciate, meno che mai gli investimenti in cemento, gli incassi politici e quelli in pubblicità.
Passano le sue nomine, i suoi capricci, il suo contestatissimo ingaggio di Beatrice Pedrocchi, la nuova conduttrice di Il sabato al Novantesimo. Vengono autorizzati i contratti dei collaboratori anche quando si scopre che rispetto al 2024 le spese sono aumentate di 640 mila euro, non proprio noccioline, dopo i 2,5 milioni di tagli aziendali. Embè? “Io so’ l’direttore, voi no!”.
Paolo Petrecca, romano de Roma, 25 febbraio 1964, bazzica a destra da quando respira. È laziale militante. Da ragazzo si butta nelle tv locali, cominciando da Gbr. Prova a fare il radiocronista a Rtl 102.5. Nel 2001 entra in Rai, redattore al Tg2 in quota Alleanza nazionale. Scala qualche promozione per una ventina d’anni. Galleggia. Fino a quando – per equilibrare a destra le nomine – diventa direttore di Rai News, anno 2021, pescato da Carlo Fuortes, amministratore delegato Rai a sua volta uscito dalla famosa Agenda Draghi e oggi felicemente finito a dirigere il Maggio musicale a Firenze.
Petrecca battezza la propria nomina, 7 gennaio 2022, con un editoriale sul tricolore. Un capolavoro in prosa che ancora garrisce al vento digitale: “Siamo parte di un tutto, siamo parte di una sola Patria, riunita sotto un’unica Bandiera, il Tricolore. Viva la Bandiera, viva l’Italia!”.
A marzo 2025 lo issano allo Sport. E a chi gli chiede come mai tanta fortuna, risponde: “Ho le spalle coperte”. Tanto coperte che quando salta il telecronista ufficiale delle Olimpiadi, Petrecca agguanta l’occasione della vita. Dice: “Ce penzo io!”. Provano a dissuaderlo, ma niente. Lo muove la vanteria di chi non sapendo nulla, crede sia tutto facile: che ci vuole? Non conosce le facce, le bandiere, i nomi delle delegazioni. Scambia Kirsty Coventry, la presidentessa del Comitato olimpico per la figlia di Mattarella; la squadra brasiliana per quella bulgara. E siccome non gli piace il rapper Ghali, proprio come non gli piaceva Fazio, neanche lo nomina. La figuraccia è mondiale. La redazione toglie le firme dai servizi e annuncia lo sciopero appena finiranno le Olimpiadi. L’azienda fa il mea culpa in sordina, mentre l’ad Rossi se ne sta prudentemente sotto le coperte. Dicono che la Rai abbia fatto fatica a convincere Er Patacca a rinunciare alla prossima telecronaca di chiusura. Ora che è famoso, devono avergli promesso la Cnn.