
(Tommaso Merlo) – L’11 settembre è uno dei misteri dello stato profondo, uno di quelli che da JFK arrivano fino a Charlie Kirk ed Epstein. L’unica cosa certa è che gli attentati alle Torri Gemelle hanno inaugurato una stagione di guerre per la felicità dell’indotto bellico, di finanzieri e petrolieri oltre che ovviamente degli onnipotenti sionisti. Da quel fatidico giorno le spese militari sono decollate a dismisura e la superpotenza americana ha iniziato a collezionare disastri miliari con la complicità di noi insulse colonie europee. Le celebri Coalizioni che portando la pace a suon di bombe hanno reso il mondo drammaticamente più ingiusto ed insicuro senza ovviamente mai risponderne. Quell’obbrobrio di Netanyahu si fece scappare che l’11 settembre era “un bene” per Israele ed infatti a finire nel mirino sono stati casualmente tutti i paesi nemici del progetto coloniale sionista. Mancava solo l’Iran e ci ha pensato Trump a mettersi l’elmetto. Col risultato che rischiamo la terza guerra mondiale perché una manciata di nazi sionisti vogliono un biblico dominio in Medioriente e perché il presidente americano aveva il viziaccio di abusare ragazzine senza sapere di venire immortalato. È passato un quarto di secolo ed oggi a bruciare non sono le torri ma le basi americane nel Golfo Persico. Siamo al ground zero dell’esercito più corrotto e sbruffone del mondo al punto che non sanno più dove nascondere le quattro carrette del cielo e del mare che gli rimangono e i marines si devono travestire da beduini e dormire nei bed and breakfast per non farsi impallinare. Storia che corre sotto il nostro naso mentre il mainstream distrae le masse e i politicanti maneggiano per le poltrone. Un perenne 11 settembre del vero giornalismo e della politica di qualità su entrambe le sponde dell’oceano. Il marasma senile del presidente americano ha scombussolato il Creato ma invece di nascondersi in un tombino dalla vergogna, Trump fa campagna elettorale per paura che un Congresso democratico lo sbatta in galera e butti via la chiave. Si è spinto ad offrire 5.000 dollari a cani e porci ovviamente dopo le elezioni. Come le altre volte, contanti, saluti. Fragorosi “fuck you” ormai echeggiano da ogni dove anche perché di questo passo con quella cifra non ci fanno neanche la spesa e il pieno per una settimana. Alcune pompe di benzina americane non sono nemmeno predisposte per indicare il costo del gallone oltre i 10 dollari e ormai ci siamo mentre i titoli di stato americani puzzano sempre più di spazzatura. Si prefigura una crisi senza precedenti e ormai i sondaggisti si sono arresi, a votare per quell’egoarca rincoglionito sono rimasti i dementi come lui e i nazifascisti cristiani e sionisti che vogliono anche la testa del figlio dell’Ayatollah anche a costo di finire tutti nella fogna della storia insieme all’impero. E il mondo non vede l’ora. L’11 settembre del turbo capitalismo esistenziale e del suprematismo bianco che in nome della libertà e dei diritti umani da decenni insanguina il pianeta sprecando miliardi e vite umane per placare gli appetiti di qualche mafia lobbistica. L’11 settembre dell’onesta intellettuale e della vera democrazia mentre classi impenitenti si prendono a postate in faccia e dal fronte arrivano bollettini inquietanti. Gli americani si son messi a colpire petroliere iraniane beccandosi in cambio devastanti grandinate di bolidi ipersonici. Già, Trump canta vittoria davanti alla più eclatante sconfitta della storia americana. Una sconfitta militare, strategica, economica e politica anche se può succedere ancora di tutto. Gli Houthi hanno riconquistato altri pezzi strategici del loro paese colpendo raffinerie e condotte dell’Arabia Saudita dove comanda all’altro amicone di Epstein, Bin Salam. Per questo il prezzo del greggio è schizzato alle stelle. E se oltre ad Hormuz si ostruisce anche lo stretto di Bab el-Mandeb, la crisi globale si aggraverà con miliardi di persone che rischieranno la fame e tutto questo per il marasma senile di Trump e la manciata di sionisti che lo tengono per le palline atrofizzate. Davvero troppo. Ma inutile attendersi la resa di un Iran che combatte per la propria sopravvivenza e difficile anche che Trump cali il pannolone. O lo fermano, oppure la crisi nel Golfo rischia di innescare una spirale da terza guerra mondiale potenziamento atomica. La speranza è che a quel punto la Cina si decida ad esordire come nuovo leader planetario facendo ragionare la parti in causa e inaugurando una nuova era di buonsenso, diplomazia e rispetto del diritto internazionale. In modo che l’11 settembre si celebri l’inizio della fine dell’impero occidentale e della violenta giungla in cui ha ridotto il mondo. Davvero, storia che corre rapidamente sotto il nostro naso mentre il mainstream distrae le masse e i politicanti maneggiano per le poltrone. Un perenne 11 settembre del vero giornalismo, della politica di qualità e di una democrazia sana che sceglie la pace.

(Andrea Zhok) – Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.
Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.
A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità ed autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.
Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.
Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.
Il “sovranista sociale” ha anch’esso posizioni euroscettiche, che però si estendono ai rapporti internazionali, alla Nato, agli USA. È critico verso l’intero pacchetto delle “libertà di movimento” (capitali, merci, forza lavoro), ma predilige una lettura sociale dei processi migratori (l’“esercito industriale di riserva”) rispetto a quella etnica. Non utilizza la leva simbolica del conservatorismo e del tradizionalismo, ma preferisce formulazioni che accentuano il comunitarismo. Sulle questioni economiche è fortemente favorevole all’esistenza di un robusto stato sociale con rilevante attività redistributiva, e di un ruolo dello stato nell’industria. Rifugge i toni nazionalisti.
Questi due ritratti corrispondono, a grandi linee ai due partiti tedeschi di cui si parla molto in questi giorni, AfD e BSW rispettivamente.
Ciò che è interessante notare è il divario di consensi tra AfD e BSW, ma più in generale tra i “sovranismi neoliberali” e i “sovranismi sociali” in Europa. In Germania il rapporto è quasi di 10 a 1. Questo fa pensare. Com’è possibile che posizioni affini, ma differenziate soprattutto sulle diseguaglianze sociali e sull’attacco agli interessi del grande capitale abbiano un seguito così diverso?
Noto di passaggio che questa dicotomia politica tra “sovranismi neoliberali” e “sovranismi sociali” è presente in tutti i paesi europei, ma praticamente – con rare eccezioni – solo i primi sono arrivati all’attenzione del grande pubblico e a qualche successo elttorale.
Come mai?
Ecco, credo che la ragione sia tanto sgradevole da sentire, quanto facile da capire.
In molti si affaticano a ricercarne le ragioni in questo o quell’errore di comunicazione, questa o quella incongruenza, questo o quel passo falso. Ma se guardiamo, per dire, le rispettive storie di AfD e BSW vediamo che ci sono stati errori di comunicazione, incongruenze e passi falsi da entrambe le parti. Tuttavia i primi ne hanno patito le conseguenze molto meno dei secondi.
Di nuovo, come mai?
Qui la risposta è, credo, elementare.
I “sovranismi neoliberali” si prestano (che lo facciano intenzionalmente o meno è irrilevante) ad essere perfetti “gate-keeper”: raccolgono il dissenso e il disagio reale della gente e lo convertono in agende del tutto innocue sul piano dei rapporti reali di forza. Non toccano una virgola delle distribuzioni di potere, delle diseguaglianze economiche, dei rapporti di subordinazione alle èlite internazionali. Fanno, ogni tanto, la faccia feroce ad uso delle telecamere su qualche ladro di galline, qualche islamista decerebrato, qualche caso di cronaca. Questo posizionamento è graditissimo a chi le leve del potere le detiene davvero, che perciò concede abbondante spazio mediatico (e spesso fondi cospicui) ai “sovranisti neoliberali”. La storia italiana della Lega di Salvini, di FdI della Meloni, e oggi di Vannacci è esattamente questa. Sono tutte forze il cui ruolo fondamentale nella politica italiana è stata ed è quella di instradare le richieste di autodeterminazione e sovranità popolare in direzioni che non disturbassero il manovratore.
I “sovranismi sociali” invece, non prestandosi a questo utilizzo, non possono diventare il “piano B” delle èlite finanziarie (il “piano A” sono partiti liberali classici, dalla CDU al PD). Perciò ottengono un trattamento mediatico (e finanziario) molto diverso, a partire dalla pura e semplice assenza di una copertura mediatica e di fondi per edificare alcunché.
Mi piace concludere con una piccola riflessione di lungo periodo.
Chi pensi che questo meccanismo sia un’invenzione recente dovrebbe fare attenzione ad alcuni grandi, esemplari modelli storici.
La storia del movimento fascista è notoriamente caratterizzata da una partenza di impianto socialisteggiante, popolare e redistributivo (Manifesto dei Fasci di Combattimento del 1919) per trascolorare in un impianto economico simpatetico con i latifondisti e Confindustria. Questa “conversione sulla via di Damasco”, che fece passare da un partitello di 300 persone al governo del paese nell’arco di 3 anni, avvenne grazie ad un patto fondamentale che garantiva gli interessi degli agrari e della grande industria.
La storia del movimento nazionalsocialista è parimenti caratterizzato dalla svolta che porta all’appoggio del grande capitale tedesco in cambio della liquidazione dell’ala “sociale” del NASDAP di Ernst Röhm e dei fratelli Strasser (“Notte dei lunghi coltelli”, 1934).
Che poi quei “gate-keeper” del ventennio si siano dimostrati inaffidabili, e in parte controproducenti, per la stessa mano che inizialmente li aveva nutriti non è necessariamente una lezione consolatoria.

(AGI) – E’ morta a 78 anni Emma Bonino. Ne da’ notizia Piu’ Europa. “Emma ci ha lasciati ma non ci lascera’ mai”, si legge in una nota. “Oggi non ci lascia soltanto la nostra leader, ci lascia una delle protagoniste piu’ lucide, coraggiose e libere della storia politica del nostro Paese e del mondo libero”.
EMMA BONINO: + EU, NO PAROLE PER DESCRIVERE VUOTO CHE PROVIAMO
(AGI) – “Emma fu ‘scelta dalla politica radicale’ quando un divieto cambio’ la sua giovane vita. E da quel momento decise che avrebbe lottato affinche’ non potesse capitare mai piu’ a nessuna.
Attivista, parlamentare, ministra, commissaria europea. Sempre radicalmente libera. La sua vita e’ stata una lunga lotta contro tutto cio’ che nega le liberta’: contro l’aborto clandestino, contro la fame nel mondo, contro la partitocrazia, contro l’infibulazione, contro il giustizialismo, contro i genocidi, contro ogni forma di autoritarismo.
Ma ancora piu’ numerose sono state le sue battaglie per: per la democrazia, per lo Stato di diritto, per la giustizia internazionale, per i diritti e i doveri di ogni persona e ogni famiglia, per l’autodeterminazione delle donne, per la liberta’ di scegliere, fino alla fine. E per l’Europa unita, democratica e federale: gli Stati Uniti d’Europa.
E’ questo il suo testamento: non e’ importante quante volte occorra perdere prima di riuscire a vincere e conquistare una liberta’ per tutti. Non ci sono parole per descrivere il dolore e il vuoto che proviamo oggi.
Da domani proveremo a trovare le parole giuste per trasformare la gratitudine che proviamo per aver potuto lottare al suo fianco nel coraggio di continuare a batterci come ci ha insegnato. Grazie Emma, dal profondo del cuore”. Lo si legge in una nota di Piu’ Europa.

(estr. di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Sta limando i dettagli Silvia Salis. Per il lancio del suo libro il battage mediatico sarà imponente. È già domani, edito da Feltrinelli, arriva nelle librerie martedì 13 ottobre. Prima presentazione, un evento in piazza a Genova. Poi, nella stessa settimana, in un’altra grande città. Previste anticipazioni su tutti i quotidiani e una grande intervista su carta stampata. Poi, soprattutto, la prima uscita tv a Che tempo che fa da Fabio Fazio, la domenica 18. D’altra parte, il conduttore è cliente di Jump, l’agenzia di comunicazione dell’ex portavoce di Renzi, Marco Agnoletti, che segue anche Salis. Insomma, un inizio sprint che ancora una volta rivela stile e ambizioni della sindaca di Genova, che di certo non si accontenta di qualche comparsata spot o di palchi minori. “Parleremo di primarie dopo la legge elettorale”, ha detto Elly Schlein martedì sera durante il dibattito con i leader alla festa di Avs. La segretaria del Pd ha ripetuto spesso in questi giorni – in pubblico e in privato – che il Melonellum non si farà. Forse un auspicio, più che una vera previsione: ieri FdI poteva scegliere in un solo colpo di votare le preferenze e affossare la legge. Non l’ha fatto, dunque la riforma elettorale appare più vicina. Con buona pace di chi vuole evitare i gazebo. Tentazione accarezzata a tratti anche da Schlein, a favore della tesi che il premier lo deve fare il leader del partito che prende più voti. Ma a questo punto a Reggio Emilia dovrebbe annunciare la sua candidatura. Condizionale d’obbligo: il discorso non l’ha ancora scritto. D’altra parte, l’imponente discesa in campo di Salis racconta che senza i gazebo la segretaria dem non potrà arrivare a Palazzo Chigi. Basterebbe il veto di Giuseppe Conte per fermare un eventuale incarico da parte del Colle. Salis resta in pole position come premier alternativo. Ma non è l’unica.
[…]
Raccontano che dietro il no di Roberto Speranza alle primarie ci sarebbe la voglia di Massimo D’Alema e degli ex Articolo 1 che rispondono a lui di puntare sul sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Una suggestione che va avanti da mesi. Sta di fatto che proprio lui martedì sarà in prima fila a presentare l’ultimo numero della rivista dalemiana, Italianieuropei. Domenica sarà un giorno importante per il campo progressista: Conte interverrà alla Festa del Fatto, Schlein chiuderà la Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, appuntamento a cui sta lavorando da mesi, con tanto di mobilitazione di tutte le federazioni. E a Roma, in chiusura della festa di Avs, sul palco salirà l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli. Uno che viene considerato una garanzia da Mattarella. Ultimamente si è avvicinato a Ernesto Maria Ruffini, pure lui ben visto dal Quirinale, che aspira a rappresentare il centro meglio di Matteo Renzi. In questo contesto, per chi cerca premier alternativi, appaiono indicative alcune convergenze tra Nicola Fratoianni (il più esplicitamente contrario alle primarie) e lo stesso Gabrielli: alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia il leader di Avs ha rilanciato la patrimoniale e Gabrielli ha approvato. Ma intanto Salis è lanciatissima. Da Fazio ad aprile disse che alle primarie – strumento che non condivide – non avrebbe votato né Conte, né Schlein. Si aspettano aggiornamenti.
La Vardera si scontra con il “suo” sindaco e invoca le dimissioni del vice che ha una casa costruita illegalmente. E che oggi forse uscirà dalla giunta. In crisi il movimento che cresce in Sicilia e guarda a Conte

(di Emanuele Lauria – repubblica.it) – La crepa del “modello Agrigento”, che ha rilanciato la sinistra nella terra dei cacicchi, si è aperta inevitabilmente intorno a una casa abusiva. Il proprietario, a sorpresa, è il vicesindaco della nouvelle vague rivoluzionaria di Ismaele La Vardera, leader del movimento Controcorrente e presidente del Progetto civico di Alessandro Onorato, l’incursore siciliano che sta terremotando il campo largo mettendo in ambasce anche Schlein. E che, in questo angolo di Sicilia, si è imposto di recente contro «i dinosauri che hanno oppresso per anni la città con pratiche illegali». Ma una pratica illegale, La Vardera, se l’è trovata improvvisamente sotto il naso, messa in atto da uno dei simboli del successo degli antisistema che dai Templi vuole esportare nei palazzi della Regione Siciliana.

Il protagonista meno noto di questa storia si chiama Giovanni Crosta. È l’avvocato che il nuovo sindaco Michele Sodano, ex grillino e alfiere del deputato, ha scelto come vice. Crosta ha ereditato dal padre un’abitazione con cubatura fuorilegge. Quando la notizia è spuntata su un sito locale, Crosta ha minacciato querele e lo stesso La Vardera l’ha difeso: «Non esiste l’abusivismo per eredità». Però la questione si è fatta un po’ più grossa nello scorso week-end, proprio nei giorni in cui La Vardera, ad Agrigento, celebrava gli stati generali dei civici, con Onorato ma pure con gli interventi di Conte, Fratoianni, Bonelli, Gualtieri e Manfredi, da tempo incuriositi da un movimento che un sondaggio in Sicilia dà al 20 per cento. E però La Vardera, su quella ribalta luminosa, si è trovato a fronteggiare l’assalto dei giornalisti. Nel momento in cui pure quelli delle Iene, trasmissione per cui il deputato ha fatto per anni l’inviato, si sono presentati per fare luce sulla magagna, il capo di Controcorrente non ci ha visto più. Ha tirato fuori mail con richieste di chiarimento ai suoi inviate precedentemente, e ha chiesto pubblicamente le dimissioni del vicesindaco. Trovando però l’opposizione di Sodano: «Non c’è alcuna indagine», la risposta del primo cittadino, preso da inossidabile garantismo. In questo braccio di ferro, l’ipermediatico La Vardera ha deciso di scoprire tutti gli altarini: «Crosta afferma di aver solo ereditato questa casa abusiva, afferma che è disabitata. E invece ci hanno fatto di recente feste, grigliate e serata danzanti. Hanno avviato lavori di ristrutturazione!».
Va da sé che la vicenda non poteva risolversi con la semplice restituzione della delega alla polizia municipale da parte di Crosta. Ora La Vardera chiede ai probiviri del movimento l’espulsione del vicesindaco e con Sodano non parla più: «Prima ritorni in sé». Sostiene che è un fatto di trasparenza, che non si «può usare la verga con gli altri e la bambagia con il proprio partito: sennò faremmo come Meloni con il caso Senese o come Vannacci con Pozzolo».
Tutto fermo, ma questa crisi finisce ovviamente per far sogghignare i tanti nemici del deputato, probabile ago della bilancio alle prossime elezioni. Nel centrodestra, anzitutto, già beffato nel 2017 da una candidatura per finta al Comune di Palermo (lui corse solo per fare un film ma Meloni e Salvini lo appoggiarono con liste vere) e adesso bersaglio di attacchi social quotidiani, fra cui quelli sfociati nel commissariamento antimafia dello storico lido di Mondello. Ma lo scandalo non dispiace tanto al Pd, che critica la candidatura solitaria di La Vardera alla Regione. Anche perché l’instancabile produttore di reel, nel frattempo, flirta con Conte: «Il mio presidente senza se e senza ma». E nel Pd si sospetta un inconfessabile scambio: il sostegno di Controcorrente al leader dei 5S, per le primarie, in cambio di un appoggio a La Vardera alla presidenza della Regione. Trame ad ampio raggio si dipanano da Agrigento. Dietro il caso di una scomoda eredità, con il contorno di grigliate e serate danzanti, c’è un pezzettino di futuro del campo largo.
Il presidente americano ha promesso di distribuire un’ingente somma di denaro a ogni americano adulto se i repubblicani vinceranno le elezioni di mid-term. Ma il dono di scambio non è una questione di quantità, è una disciplina esatta con un solo paese al mondo in cui sia stata condotta a perfezione. Il nostro, ovviamente. Un consiglio

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Bisognerà pure che qualcuno glielo dica, a Donald Trump, che cinquemila dollari sono troppi. Ha promesso di distribuirli a ogni americano adulto se i repubblicani vinceranno le elezioni di mid-term. E la notizia, che pure ha fatto un certo rumore, ci ha lasciati in quello stato di temperata malinconia che coglie il maestro quando vede l’allievo affrontare con mezzi sterminati un problema che lui aveva risolto, in povertà, molti anni prima. Perché il dono di scambio, in politica, non è affatto una questione di quantità, e chi lo crede dimostra soltanto di essere ricco e nuovo del mestiere. Il dono è una disciplina esatta, con le sue regole, i suoi trattatisti, la sua scuola napoletana, e con un solo paese al mondo in cui sia stata condotta a perfezione. Il nostro, ovviamente. La bibliografia è vasta e la conosciamo a memoria, va da dal “piano dentiere” di Silvio Berlusconi, che fu la via odontoiatrica al moderatismo, fino al “gra-dui-da-men-de” scandito sillaba per sillaba da Giuseppe Conte in trentuno piazze diverse, eventualità che resta il vertice del genere, perché prometteva non una somma né un oggetto ma addirittura una condizione dello spirito. Del resto, sull’elargizione elettorale, l’Italia ha in tutta evidenza costruito la sua industria più competitiva.
L’abolizione dell’Ici del 2006, la restituzione dell’Imu del 2013, gli ottanta euro di Renzi, la carta “dedicata a te” con 500 euro, i mille euro che adesso Meloni vorrebbe dare a ogni nuovo nato, lo sconto sulle accise, il salario minimo di Schlein, il reddito di cittadinanza, e infine il superbonus centodieci per cento, che aveva la particolarità geniale di valere più di cento, come i voti dei collegi bulgari, e che ha lasciato dietro di sé ponteggi, cappotti termici e una voragine che pagheranno (con i mille euro di Meloni) quelli che nasceranno l’anno prossimo. Tutto questo senza tenere conto, s’intende, della minutaglia composta da condoni edilizi, condoni fiscali, scudi, sanatorie, rottamazioni ormai numerate come i film di cassetta, baby pensioni concesse dopo quattordici anni sei mesi e un giorno di servizio, quote varie, e ancora la pioggia dei bonus, cultura, vacanze, monopattini, rubinetti, zanzariere, occhiali, psicologo, serrature e aria condizionata distribuiti da governi di ogni colore con la mano distratta di chi getta il mangime alle carpe.
Il padre di tutto questo fu Achille Lauro, che una mattina del 1952 mandò i suoi uomini per i quartieri di Napoli con i pacchi di pasta, di zucchero e di farina, le scarpe spaiate e le mille lire tagliate in due, con l’impegno di consegnare l’altra metà a elezione avvenuta. In quel gesto, che i manuali sbrigano come voto di scambio e che è invece un’invenzione formale paragonabile al sonetto, c’era già tutto. C’era la parsimonia, perché si dava mezza banconota. C’era la sospensione, perché il resto arrivava dopo. E c’era soprattutto la scarpa sinistra, che resta la trovata geniale, dal momento che un uomo con una scarpa sola non è un uomo che ha ricevuto un regalo, ma è un uomo che ha un problema, e per risolverlo dovrà tornare da chi glielo ha procurato. E insomma Donald Trump ha scoperto l’acqua calda con l’entusiasmo di chi crede di aver scoperto il fuoco, mentre noi quell’acqua la teniamo sul fornello da settant’anni. Adesso però bisogna accogliere il neofita con la benevolenza che si deve agli allievi tardivi, e con la generosità di un consiglio che deriva dalla nostra esperienza di italiani: Cchiù pilu pe’ tutti, presidente, e non ci pensi più.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Tutti sghignazzano e si indignano per i cinquemila dollari promessi da Trump a ogni adulto americano in caso di vittoria alle elezioni (una follia economica, prima ancora che morale), ma siamo sicuri che gli altri si comportino in modo tanto diverso? Certo, nessuno ha la sua sfrontatezza, però in giro non si vedono statisti che chiedono il consenso su programmi politici in grado di affrontare davvero i grandi temi del nostro tempo o almeno le piccole angosce della vita quotidiana. Si vedono invece mercanti di voti più o meno sfacciati: sceglimi e ti ricompenserò con dei soldi pronta cassa, in forma di superbonus e redditi di cittadinanza, quando va bene, altrimenti di compravendite sottobanco a prezzi strecciati, anche 30 euro per una preferenza, che al confronto Trump è un signore.
Nulla di nuovo, intendiamoci. Il sindaco Lauro regalava una scarpa prima del voto e l’altra dopo, e uno dei reportage più straordinari che abbia mai letto rimane quello di Gaetano Salvemini sui cosiddetti «mazzieri» che circuivano o intimidivano gli elettori fuori dalle urne (e si era agli inizi del Novecento). Ma non pensiate che Cesare si comportasse tanto diversamente, quando si faceva prestare soldi dal Musk dell’epoca, Crasso, per procacciarsi i voti utili a diventare edile e poi console.
Trump è solo la versione caricaturale (perché disinibita) di un male endemico: la mortificazione del popolo sovrano a plebe da tenere buona con le mance. Il bello è che a dirlo si rischia di passare per radical chic.
Al-Qaeda e l’Isis sono in ritirata ma il jihadismo ha nuove forme

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Un attentato può dirsi riuscito solo se lascia un segno nella mente dei superstiti. Il terrorista vuol vincere, non convincere. Era già così quando con “la propaganda dei fatti” Ravachol lanciava granate nei caffè di Parigi Belle Epoque spezzando partite a carte e languori di valzer. Il terrorista vuole sbalordire. Venticinque anni fa, un quarto di secolo, era l’11 settembre, nelle prime ore di una mattinata newyorkese, scoprimmo che eravamo fragili, che il bel mondo di Clinton “il furbo” era cartone. Abbiamo la memoria corta. Il sangue asciuga in fretta. Venticinque anni dopo Bin Laden, il «terrorista firmato Gucci» come lo chiamava la Cia quando ancora civettava con lui, è cenere dispersa (forse) in qualche oceano. In fondo riflettiamo, non è stato questo sfregio tanatologico un sottile ma esplicito tributo al suo potere: la paura che diventasse mausoleo pellegrinaggio mito? Problema risolto, delitto vendicato dunque?
Nuove stragi hanno monopolizzato la nostra attenzione occidentale, nuove guerre, si applica la parola terrorismo, parola radioattiva, agli Stati non più per i manipoli di bombe umane. Eppure. In Afghanistan gli antichi complici di Bin laden hanno cacciato l’America e ripreso il potere, umiliano le donne e abbattono gli aquiloni. E aprono le prime ambasciate anche in Europa. In Africa la mappa del Califfato nuovo di zecca va dal Sahel alle foreste del Congo e al Mozambico. In Siria un implacabile discepolo dello sceicco Osama è diventato presidente-emiro e riceve abbracci e dollari da Trump. In Palestina Hamas ha resistito a Israele e ha incendiato il Vicino Oriente. Proprio un bel mondo nuovo!
Siamo sicuri che Bin Laden, il volto del Male, che metteva insieme medioevo e modernità, grotte e computer (le sue fatwe incendiarie dall’Hindukush erano scritte su un Macintosh!) non abbia vinto, che non faccia inesorabilmente parte di noi? Come sarebbe felice lo sceicco del terrore nel suo ultimo rifugio pachistano ascoltando le notizie che arrivano dal cuore dell’Europa dove gli infedeli si uccidono, da cinque anni, con nefandezze e rovine che nemmeno sognava. Non vi vedrebbe il segno del favore del suo Allah privato e implacabile? E Hormuz non gli garberebbe? I dannati eretici sciiti bombardati, piagati, in miseria, e questo è bene, ma che resistono al grande Satana con le portaerei arrugginite e la maledizione del gallone di benzina. Contemplerebbe il mondo del nemico in frantumi a cui ha vibrato uno dei colpi decisivi. Con Khomeini e Putin: micidiale triade in cui nulla sembra legarli ma ben oliata dalle nostre asinerie ed ebetudini.
L’11 settembre fu l’attentato perfetto perché abolì in modo clamoroso, in diretta tv mondiale, qualcosa che costituiva l’essenza stessa della strategia militare. Non c’era più campo di battaglia, non c’era più linea del fronte. Ma migliaia di americani potevano essere assassinati gratuitamente, senza motivo, solo perché quel mattino erano là, in quel luogo, al lavoro, al bar, neri, bianchi, gialli, addetti alle pulizie e banchieri per scoprirsi di colpo in balia di una volontà di uccidere senza appello, capace di colpire nel mucchio. Che cosa avrebbe inventato Osama se avesse conosciuto le potenzialità omicide, criminali dei droni? In fondo non stiamo copiando il suo metodo?
Una cosa mi colpì quel giorno: per l’attentato fu usato l’aeroplano, ovvero il simbolo della nostra globalizzazione planetaria, capace di sconfiggere il tempo e lo spazio, convertito al prezzo di poche centinaia di dollari in nemesi.
La globalizzazione del terrorismo: ecco quello che Bin Laden, guastatore globale, ha copiato da noi mandando in pensione il vecchio terrorismo artigianale: trasformare con il timore e il tremore tutta l’umanità in una collettività di morti viventi, apatici o angosciati dalla evidenza della loro vulnerabilità. Un’enorme capacità distruttiva era, modernamente, alla portata del primo venuto. La devastazione fornita in una scatola di montaggio. Non è quello che è accaduto? Tutti quel giorno ci svegliammo, brancolando cercammo le leggi, le spiegazioni: di chi è alleato costui, chi lo finanzia? Ha l’atomica? Un uomo solo aveva dichiarato guerra al nostro mondo. Gli americani sbalorditi constatarono che un enorme numero di cittadini del mondo manifestava una compiacente comprensione nei confronti degli autori del massacro, alcuni perfino entusiasmo. Bin Laden eroe del Sud del mondo!
Un pugno di integralisti suicidi aveva interrotto la nostra bella partita di strapotenti talora prepotenti. Erano portatori di un nichilismo mistico, una religione che funziona come ideologia del castigo. Il saudita delle montagne non mise in campo forze convenzionali: mobilitò l’odio. L’odio che armato di un semplice taglierino valeva quanto e più di armi sofisticate. Non puntava a conquistare territori, questa sarà la sfida di jihadisti suoi eredi, quelli del Califfato. Voleva conquistare menti, promuovere la globalizzazione delle febbri e delle rabbie anti-occidentali.
Così i nostri schemi saltarono, le misure di polizia, la “sicurezza” devono abbracciare lo spazio planetario, sospendere le regole della democrazia e del diritto interno e internazionale. Devono, quelle eccezioni, durare generazioni, erigersi a permanenti. La spedizione punitiva in Afghanistan nelle mire dei parabolari della Casa Bianca divenne invasione, e poi sbaglio clamoroso in Iraq. La trappola di Bin Laden. La morale finisce quando si decide che tutti i mezzi sono buoni, che il fine giustifica i mezzi: era lì che il jihad totalitario voleva portarci. Tre anni dopo l’11 settembre gli americani scoprirono il volto sorridente di Lindye England, brillante soldatessa che tiene al guinzaglio, in posa con il pollice alzato, un arabo obbligato a muoversi a quattro gambe tra le grate di Abu Ghraib.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Wow! Cinquemila dollari “ad ogni americano adulto” se i repubblicani vinceranno midterm! Nemmeno il comandante Lauro nella Napoli del dopoguerra aveva osato tanto. È solo una domanda retorica (nel senso che la risposta è già nota), ma che concetto deve avere Trump, delle elezioni e della democrazia, per farsi uscire di bocca una porcheria del genere? E che considerazione deve avere dei suoi concittadini, in teoria membri di una comunità politicamente evoluta (la Costituzione americana è entrata in vigore nel 1789) per credere di poterli comperare con una mancia?
L’orribile proposta rischia di perdersi nell’orribile casistica messa insieme da questo tizio in soli due anni di presidenza: che sembrano un’eternità, perché ogni giorno di presidenza di Trump ne vale, quanto a stress e a imbarazzo, almeno dieci di chiunque altro. Ma la vera domanda (non retorica) è: quanto vale, quanto pesa, quanto funziona la democrazia (americana e non solo) se dopo due secoli e mezzo un presidente, non importa se il peggiore mai visto, si rivolge ai suoi concittadini come a una plebe corruttibile e ignorante?
Lauro prometteva a chi lo votava un paio di scarpe, ma parlava a una comunità povera, in parte analfabeta, piegata dalla guerra e dalla miseria. Quale America, quali americani possono giustificare una così miserabile proposta? Quanti sono, nel paese più ricco del mondo, i derelitti, i non scolarizzati, i vinti, quelli disposti a inginocchiarsi all’imperatore per un tozzo di pane? E tra chi lo ha votato, quanti hanno coscienza del tragico errore commesso, che c’entra assai poco con destra e sinistra, c’entra moltissimo con la dignità perduta di una Nazione?

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Ogni giorno ci scrivono decine di lettori semplicemente orripilati al solo pensiero di votare per una coalizione, il cosiddetto Campo largo, con dentro Renzi. La maggior parte si rifugerà nell’astensionismo, che quindi supererà il 50%; qualcuno esagera: “Allora voto Vannacci”; alcuni restituiranno la tessera elettorale. Altri, tra cui noi, piuttosto che rischiare di mandare Renzi al governo berrebbero acqua di Chernobyl.
[…]
Su nessun tema, neanche sul riarmo e sulla spesa sociale, che vedono Pd e M5S in disaccordo, si gioca la votabilità della coalizione, come su quello della presenza o meno in essa di Renzi e di relativo renzume. E su nessun altro punto si registra un tale distacco tra elettori e stampa padronale, per la quale è inconcepibile che il 97,6% degli italiani si ostini a disprezzare l’offerta di questa giovane promessa della politica. Il catechismo lib-dem, che ordina di “bloccare Meloni” a ogni costo (come se Renzi non ne avesse votato le misure più controverse), non attecchisce. Folli su Rep denuncia: nelle “fotografie” del Campo largo compaiono solo Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, per di più “sorridenti”, come se non stessero perpetrando l’orribile renzicidio; sì, si parla di Onorato, Salis, Manfredi, e persino Ruffini, anche se si esclude Magi, che si sta separando da Della Vedova, l’altro membro (nonché elettore) di +Europa (1,5%). Per Folli, intollerabile è l’assenza di “Renzi e Calenda, forse i soli capaci di dare… una coloritura moderata al campo progressista”. In effetti anche noi notiamo un certo oscuramento mediatico dei due fuoriclasse, che in un giorno medio riescono a racimolare un paio di interviste e un’ospitata in prime time, senza poter mettere piede al meteo o alle televendite di materassi. Lasciare fuori Renzi vuol dire sprecare il suo “instancabile dinamismo”, il suo “talento non comune” e diciamo anche il suo fascino. È che “Conte, Avs e parte dello stesso Pd non lo sopportano”, roba da matti. Non è calcolabile la quota di voti e di faccia che perderebbe Conte, accettando di correre per il governo insieme a colui che fece cadere il suo con pretesti e tranelli. Perché un elettore del M5S dovrebbe votarlo? Folli: Renzi ha una “visione fiscale” per il ceto medio, “volta ad alleggerire il peso delle tasse” (ai miliardari ha già regalato la flat tax da 100mila, portata a 200mila da Meloni). Si tratta di soldi, come alle Europee degli 80. Chissà per chi diavolo dovrebbero votare i poveri; ma chi se ne frega.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] L’“attentato a Zelensky” col “drone russo che ha quasi colpito il suo aereo” ha riempito giornali, tg, siti e social per poi sgonfiarsi subito come un soufflé abortito. Intanto il “quasi colpito” somiglia tanto al “quasi gol” di Nicolò Carosio. E soprattutto a smentire tutto ha provveduto il governo di Kiev (“allarme esagerato”), una volta tanto in sintonia col Cremlino (“allarme inesistente”). L’unica certezza è che uno dei tanti droni della guerra in Ucraina ha sconfinato in Moldova prima di precipitare a 160 km dall’aeroporto dove Zelensky attendeva il decollo. Del resto Putin dovrebbe essere impazzito se volesse farlo fuori proprio ora che non è più il cavaliere senza macchia e senza paura, ma un leader screditato da scandali, disastri al fronte, arruolamenti forzati e attacchi di rivali molto più amati. Ma il fatto che a diffondere la “notizia” sia stato il premier norvegese, capo di uno dei governi più ostili ai negoziati, la dice lunga su chi e perché sparge allarmi sulla minaccia russa all’Europa proprio mentre si riaprono spiragli di dialogo.
[…]
Giusto un anno fa, il 1º settembre 2025, l’aereo che portava la von der Leyen e la sua lacca in Bulgaria atterrò con 9 minuti di ritardo. E subito scattò l’allarme rosso, anzi russo. La sua portavoce sparò: “Secondo le autorità bulgare, è stata una palese interferenza della Russia. Siamo abituati alle minacce, una costante del comportamento ostile della Russia”. Purtroppo il ministro dell’Interno bulgaro Mitov la smentì: “Escludo categoricamente un attacco informatico”. E i siti di tracciamenti aerei certificarono “la buona qualità del segnale Gps dal decollo all’atterraggio”. Ma il Circo Togni dei bufalari&boccaloni, da Picierno a Calenda, da Sensi al Giornalone Unico partì in quarta. Corriere: “Ursula, l’aereo in tilt: la pista russa”. Rep: “Nel mirino dei russi il jet di Von der Leyen”. Sole 24 Ore: “Ombre russe sul volo”. Stampa: “Putin-Europa, il fronte dei cieli”. Messaggero: “Sabotato il volo di Ursula. L’Ue: ‘Sono stati i russi’”, “La ‘Guerra fredda’ del Gps minaccia gli aerei europei”. Giornale: “Putin minaccia i nostri aerei”. Domani: “I sospetti Ue: ‘Interferenze russe’”. Macron riunì d’urgenza i mitomani Volenterosi: “26 Paesi sono pronti a inviare all’Ucraina forze armate nei cieli, nei mari e a terra”. Poi, il 5 settembre, la portavoce della Von der Leyen dovette smentire l’attentato. Probabile che a mandare in tilt la strumentazione fosse stata la lacca di Ursula. Oggi resta da capire chi abbia lanciato quel drone in Moldova sbagliando clamorosamente mira. Ma un recente scoop di Rep può aiutare a capire: “Putin arruola ciechi e sordi”. Sarà stato un pilota di droni non vedente col bastone bianco e il cane guida.

(Giancarlo Selmi) – Trump ha promesso che, se i Repubblicani vinceranno sia alla Camera sia al Senato nelle prossime elezioni di midterm, ogni cittadino americano adulto riceverà un “dividendo Trump” di 5.000 dollari. Facciamo un calcolo semplice: gli adulti negli Stati Uniti sono circa 273 milioni. Moltiplicati per 5.000 dollari fanno 1.365 miliardi di dollari. Milletrecentosessantacinque miliardi.
Non una proposta dettagliata. Non una legge accompagnata dalle coperture. Non un piano che spieghi da dove arrivino i soldi, chi ne abbia diritto, in quali tempi e con quali conseguenze sui conti pubblici. Solo una promessa gigantesca, lanciata dal palco con la leggerezza di chi offre da bere agli amici sapendo che il conto lo pagherà qualcun altro. Ma il punto non è neppure stabilire se Trump riuscirà davvero a distribuire quei soldi. Il punto è che può prometterli senza alcuna vergogna, sapendo che la promessa farà il giro del mondo molto più velocemente di qualsiasi verifica sulla sua realizzabilità. È la tecnica ormai consolidata delle destre: promettere la qualunque.
Promettere tutto a tutti, subito. Senza limiti, senza coperture, senza responsabilità. Tanto, quando arriverà il momento di mantenere, ci sarà sempre una spiegazione pronta: l’opposizione, i giudici, l’Europa, i burocrati, gli immigrati, i comunisti, la stampa ostile, i mercati, la guerra, la congiuntura internazionale. Qualcuno a cui attribuire la colpa si trova sempre. In Italia conosciamo benissimo il copione. Abbiamo avuto i 1.000 euro con un click, la cancellazione delle accise sui carburanti e tutte le altre promesse consegnate agli elettori con la stessa facilità con cui si pubblica una storia sui social. Poi Giorgia Meloni è arrivata al governo e il click non ha prodotto i 1.000 euro, le accise non sono scomparse e molte promesse si sono trasformate in spiegazioni sul perché non fosse possibile mantenerle.
Prima del voto era tutto semplice, dopo il voto è diventato tutto tremendamente complicato. Il vero capolavoro politico sta qui: trasformare ogni cosa in parole e liberare le parole da qualsiasi obbligo verso i fatti. Non importa ciò che realizzi, importa ciò che riesci a far credere. Non importa se la promessa è sostenibile, importa che sia efficace. Non importa se hai mantenuto ciò che avevi garantito ieri, basta trovare uno slogan abbastanza forte da far dimenticare quello di ieri e sostituirlo con una nuova promessa per domani. La politica non viene più giudicata sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. Vince chi inventa lo slogan più semplice, più rumoroso, più seducente. Anche quando è economicamente assurdo, istituzionalmente impraticabile o apertamente contraddetto da ciò che quello stesso partito ha fatto una volta arrivato al potere.
Perché una promessa impossibile può vincere le elezioni, sì. Ma la realtà arriva dopo. Così Trump può mettere sul tavolo 1.365 miliardi di dollari come fossero buoni sconto del supermercato. E se quei 5.000 dollari non arriveranno, la responsabilità non sarà sua: sarà di qualcuno che gli avrà impedito di mantenere la promessa. Il meccanismo è perfetto, perché chi promette incassa subito il consenso, mentre chi chiede conto dei risultati viene accusato di remare contro. Promettere è gratis. Governare costa. E il conto lo pagano sempre gli altri. A questo punto manca soltanto lo slogan definitivo: “cchiù pilu e 5.000 dollari per tutti”. Cetto La Qualunque, dopo aver vinto qualche elezione in Italia, ha evidentemente allargato gli orizzonti. Ed è diventato presidente degli Stati Uniti.
La tragedia? I tanti, troppi boccaloni che ci credono, negli USA come in Italia.
(dagospia.com) – Daje e ridaje, finalmente qualcosa si è mosso a sinistra. I galletti del campo largo, più impegnati a farsi la guerra e a sognare la spartizione del potere futuro (circolano da mesi liste di possibili ministri) che a fare vera opposizione al fancazzismo dell’Armata Branca-Meloni, avrebbero trovato una quadra per fare squadra.
Una quadra chiamata compromesso, arte nobile della politica che non vuol dire sconfitta, anzi, che ha fatto il suo ingresso anche nelle testoline di Elly e Conte: “Giorgia Meloni ha vinto (nel 2022 ndr) perché il campo progressista era diviso. Noi dobbiamo promettere solennemente che non faremo mai più alla destra il favore di dividerci” (Schlein dixit).
Il nodo politico più difficile da sciogliere era la presenza di Matteo Renzi nella coalizione, detestatissimo dai pentastellati dal 2020 quando Italia Viva ritirò i suoi due ministri, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, oltre al sottosegretario Ivan Scalfarotto, uno strappo politico che portò alla crisi e poi alla caduta del secondo governo Conte e all’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi.
Il dilemma ”Renzi sì, Renzi no” si è dissolto nelle ultime ore in un incontro a quattr’occhi Schlein-Conte: la Ducetta del Nazareno, che ha un patto con Matteonzo che si chiama Casa Riformista, ha tirato fuori gli attributi e a Conte non è rimasto altro che sibiliare tra sé e sé: Elly lo vuole e io non posso farci niente…
Se, come ha promesso, l’ex sindaco di Firenze farà un passo indietro, magari mettendo nella prima linea di Casa Riformista il tandem Ruffini-Gabrielli, Conte farà finta di niente e non avrà niente da dire.
L’ok a Renzi arriva nelle stesse ore in cui il Campo largo ha finalmente trovato un escamotage per risolvere l’eterno scazzo sulla politica estera, e sull’Ucraina in particolare.
Come fare a tenere insieme il filo-putiniano Giuseppe Conte e i riformisti dem come Sensi e Quartapelle, fautori di un sostegno senza limiti a Kiev? La lingua italiana non serve solo a leccare i gelati, ma anche per aggirare i problemi.
Così è bastata una supercazzola linguistica, che si può riassumere con lo slogan: “No al riarmo nazionale, sì alla difesa europea”. Appaltando, giustamente, la politica estera ai 27 paesi dell’Unione Europea, Schlein e compagnia si tolgono dalle mani la patatona bollente che mette a rischio l’alleanza.
Resta infine solo una questione: chi sarà il leader della coalizione? Lla pippa delle primarie si farà, ma come l’indicazione del candidato premier sul programma elettorale, non servono a un cazzo: con qualsiasi legge elettorale, finché la Costituzione c’è e lotta insieme a noi, l’unico che avrà voce in capitolo sulla scelta del premier, sarà sempre Sergio Mattarella (anche con il Melonellum, che non essendo una riforma costituzionale non intacca le prerogative del presidente della Repubblica, previste dall’art. 92 della Carta).
Anche se un candidato del centrosinistra uscisse papa dalle urne, non è detto che non rimanga cardinale dopo le consultazioni al Colle (chiedere a Di Maio cosa successe nel 2018…).
Per completare il campolargo, rimane ancora in aria la fatidica terza gamba centrista. Oggi ci sarebbe stato un incontro tra Renzi, Ernesto Maria Ruffini e Benedetto della Vedova (che sta facendo la guerra a Riccardo Magi in +Europa) per iniziare a costruire il futuro di Casa Riformista.
Mentre l’altra alternativa per l’elettore che non ha nessuna voglia di votare PD-M5S-AVS, il Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, benedetto da Goffredo Bettini, non vede un futuro entrando a far parte di Casa Riformista.
“Renzi è una personalità importante, ma si porta dietro anche una storia di contrasti, di divisioni”, ha dichiarato l’assessore del Comune di Roma, Onorato. Aggiungendo: “Guai a porre veti, ma credo che una corsa autonoma di una nuova classe dirigente — noi, i socialisti di Maraio e le altre forze liberali — riuscirà a prendere molti consensi. L’unità in un unico contenitore politico non è stato possibile”.
E si domanda: “Ma ci dobbiamo domandare, una eventuale unione con Iv porterebbe più o meno voti al centrosinistra? Penso che due soggetti in campo farebbero il pieno ognuno con il proprio consenso, rafforzando la coalizione”.
L’ex parlamentare 5S dovrebbe lasciare L’Avana durante la mattinata (ovvero nel nostro pomeriggio). L’associazione Schierarsi in un post ringrazia lo staff medico dell’ospedale che è preso cura di lui

(repubblica.it) – Alessandro Di Battista dovrebbe partire domani da Cuba in direzione Roma. La partenza sarebbe prevista nella mattinata cubana (ovvero nel pomeriggio italiano), ma si attendono gli ultimissimi riscontri medici.
In mattinata la sua associazione Schierarsi aveva comunicato: “In queste ore Alessandro si trova nel reparto di terapia intensiva del quinto piano dell’Hospital Clínico Quirúrgico Hermanos Ameijeiras. Ci teniamo a ringraziare i medici, gli infermieri e i fisioterapisti che in queste ore si stanno prendendo cura di lui prima del rientro in Italia”.
I medici cubani si stanno occupando della salute dell’ex parlamentare 5S dal 28 agosto scorso quando un malore con un forte mal di testa ha costretto Dibba al ricovero in un ospedale a Santa Clara, dove stava realizzando un reportage, a circa 300 chilometri da L’Avana. Dopo le prime cure, il trasferimento in una struttura sanitarie della capitale. Qui sono arrivat anche due medici del policlinico Gemelli, Giuseppe Della Pepa e Isabella Melchionda, per affiancare il team di medici dell’ospedale cubano. Con loro anche Sahra Lahouasnia, compagna di Di Battista e madre dei suoi due figli, la sorella dell’ex parlamentare e Luca Di Giuseppe, presidente dell’associazione che ha fondato, Schierarsi.
Il rientro in Italia era programmato per sabato scorso, il 5 settembre. Poi un nuovo malore. Le sue condizioni sono peggiorate durante il trasporto in ambulanza verso l’aeroporto de L’Avana: da qui la decisione di tornare inditro e di sottoporlo a un intervento chirurgico.
Dalla Somalia al Sahel il panorama delle minacce jihadiste è sempre più multipolare. E più che a colpire il nemico lontano i nuovi gruppi puntano al controllo politico sui territori

(Roberto Battiston – lespresso.it) – «Se Bin Laden fosse vivo oggi, ne sarebbe probabilmente soddisfatto. L’impresa che ha avviato nell’agosto del 1988 è sopravvissuta a decenni di pressioni antiterroristiche internazionali incessanti. E continua a ispirare violenza e resistenza, attirando nuove reclute e sostenitori che l’11 settembre 2001 non erano nemmeno nati». Così, in un articolo recente su City Journal, Bruce Hoffman, decano degli studi sul terrorismo, una vita tra cattedre universitarie, think tank, incarichi istituzionali. Incluso quello nella Commissione indipendente a cui il Congresso degli Stati Uniti chiese di esaminare la risposta dell’FBI agli attentati dell’11 settembre 2001. In questi 25 anni, soprattutto dopo l’uccisione nel maggio 2011 del fondatore Osama bin Laden, in seguito alle primavere arabe che hanno rovesciato i governi autocratici in Tunisia, Egitto, Yemen, e dopo la clamorosa instaurazione del Califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2014, al-Qaeda è stata data più volte per morta. È viva e vegeta, invece.
Lo scrive Hoffman e lo conferma Ali Soufan – un ex agente speciale dell’FBI incaricato di investigare sui primi attentati di al-Qaeda contro obiettivi statunitensi – nella prefazione al volume pubblicato dal centro di ricerca da lui fondato, oggi tra i più accreditati sul jihadismo salafita. “25 Years After 9/11: The Future of the Global Jihadi Movement” parte da numeri chiari: «L’11 settembre, al-Qaeda vantava una forza complessiva di circa 400 uomini sotto le armi, di cui circa tre quarti con base in Afghanistan. Oggi, l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (ODNI) stima un organico complessivo compreso tra 15.000 e 28.000 in tutto il mondo». Anche adottando altri criteri quantitativi, la tenuta è evidente: vale per le competenze tecnologiche acquisite, per l’uso degli strumenti militari, per le entrate generate, per l’estensione geografica della presenza dei gruppi affiliati. Con una differenza significativa rispetto al passato. Al-Qaeda punta sempre di più al governo dei territori. E, come pure lo Stato islamico, ha spostato il proprio baricentro. In Africa.
Jihadisti africani, troppo esotici e lontani
Nel trentasettesimo rapporto del Gruppo di monitoraggio sulle sanzioni delle Nazioni Unite pubblicato all’inizio del 2026, il panorama delle minacce jihadiste viene descritto come «multipolare e complesso». Eppure fatichiamo a vederlo. Dipende anche dalla nostra miopia eurocentrica: finché era a trazione mediorientale, scorgevamo i riflessi della minaccia, perché più vicina. Ora che è a trazione africana, ci appare esotico e lontano. «Il centro di gravità è attualmente ancorato nell’Africa subsahariana, che a livello regionale è diventata l’epicentro delle vittime attribuite al terrorismo», scrivono Colin P. Clarke e Clara Broekaert, curatori del volume del gruppo Soufan. Con la Somalia divenuta un vero e proprio hub strategico sia per lo Stato islamico sia per al-Qaeda, tanto che nel 2025 l’amministrazione Trump ha lanciato almeno 132 attacchi aerei nel Paese. Guardare alla Somalia significa comprendere l’evoluzione strategica di al-Qaeda. Al-Shabaab, storica affiliata di al-Qaeda, nel mirino del controterrorismo da decenni, è nuovamente fiorente. Nel 2025 è quasi riuscita ad assassinare il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, ha circondato Mogadiscio e nell’ottobre dello stesso anno ha preso d’assalto il quartier generale dei servizi segreti della capitale. Quel che più conta, da quindici anni governa gran parte del sud del Paese, gestendo la burocrazia amministrativa, incassando milioni di dollari di entrate ogni anno fornendo servizi di base: da rete clandestina minoritaria si è trasformata in un proto-Stato. In un vero e proprio Stato parallelo. La direzione è segnata. Secondo il Global Terrorism Threat Assessment 2026 del Center for Strategic and International Studies di Washington, «al Shabaab è concentrata sul proprio obiettivo locale di istituire un governo in Somalia e in alcune zone del Kenya e dell’Etiopia». Al fondo, una scelta strategica: questi jihadisti guardano al governo di casa loro, non a colpire il “nemico lontano”. Kalashnikov in spalla, si fanno garanti della sicurezza, amministratori, burocrati, oscillando tra insurrezione e governance. Vale in Africa orientale, come nel Sahel.
Il Sahel brucia
L’affiliata di al-Qaeda nel Sahel, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani, conosciuta con la sigla Jnim, ha guadagnato terreno in tutta la regione ed è in grado di sferrare attacchi in Mali, Burkina Faso, Niger, Benin, Togo e Nigeria, oltre ad avere una presenza in Costa d’Avorio, Ghana, Senegal e Guinea. Nel settembre 2025 ha assediato economicamente la capitale del Mali, con il blocco di rifornimenti di carburante, per poi lanciare a ottobre un’ambiziosa offensiva con il Fronte di Liberazione dell’Azawad, sigla indipendentista tuareg, uccidendo il ministro della Difesa Sadio Camara, colpendo l’aeroporto di Bamako e costringendo le forze maliane e russe a ritirarsi da Kidal, nel nord. In Burkina Faso, ha assunto temporaneamente il controllo di due capitali provinciali. Anche qui, obiettivi locali e regionali: la propaganda mira a posizionare il gruppo come attore politico legittimo, come alternativa ai regimi militari della regione. Con un interesse crescente, si nota nel rapporto di monitoraggio dell’Onu, verso quanto accade in Siria.
La terza via, tra Siria e Afghanistan
Mentre nel continente africano i gruppi affiliati ad al-Qaeda sono alle porte di tre capitali nazionali – Bamako in Mali, Mogadiscio in Somalia e Ouagadougou in Burkina Faso – un ex membro di al-Qaeda governa la Siria. Si tratta del presidente Ahmed Hussein al-Sharaa, arrivato al potere nell’inverno del 2024 dopo aver fatto transitare Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo jihadista di cui era a capo con il nom de guerre Abu Mohammad al-Julani, per diversi restyling e per un lungo, graduale processo di affrancamento dal jihadismo globalista, tutto orientato al governo del territorio. Soltanto nel 2013, al-Julani era al centro della controversia che vedeva contrapporsi la vecchia guardia qaedista, allora guidata dal medico egiziano Ayman al-Zawahiri, e i giovani irrequieti come Abu Bakr al-Baghadi, il futuro Califfo, che la accusava di attendismo. L’attuale presidente siriano era su posizioni opposte: nel 2016 prende le distanze da al-Qaeda, poi rompe formalmente con la casa madre dando vita a Jahbat Fatah al-Sham. Allora molti lessero la mossa come cosmetica. Anticipava invece la torsione localista praticata a Idlib, nel nord-ovest della Siria, con la nascita di Hayat Tahrir al-Sham, l’istituzione di un apparato politico-amministrativo, i dipartimenti per i servizi sanitari, educativi, etc. Scelte ponderate, che nell’inverno del 2024 lo avrebbero condotto a Damasco, mettendo fine alla dittatura di Bashar al-Asad. E il 10 novembre 2025 alla Casa Bianca, ospite di Donald Trump. Subito dopo, viene l’adesione alla Coalizione globale contro Daesh. E nell’agosto di quest’anno la rimozione della Siria, per la prima volta dal 1979, dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Un percorso esemplare, ma non del tutto nuovo: anche se molti dei leader del movimento sono ancora considerati terroristi, il presidente siriano ha modellato la sua ascesa sull’esempio dei Talebani in Afghanistan, a cui ha sempre guardato con ammirazione per la pazienza strategica e le capacità diplomatiche con cui sono riusciti a riconquistare Kabul nell’agosto del 2021. Venti anni dopo gli attentati dell’11 settembre condotti da al-Qaeda e il rovesciamento del loro primo Emirato islamico. Ora restaurato.