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Conte: “Quei soldi una ricompensa per chi mi ha accusato”


Caso Covid, esposto di Pd e 5 stelle per danno erariale. Segnalazioni a Procura e Corte dei Conti

Caso Covid, esposto di Pd e 5 stelle per danno erariale. Conte: “Quei soldi  una ricompensa per chi mi ha accusato”

(estr. di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) […] E ora le opposizioni sono pronte a passare all’attacco. Con un esposto in Procura e un altro alla Corte dei Conti per danno erariale nella convinzione che l’operazione che ha fatto la fortuna degli “amici di Giorgia Meloni”, sia stata frutto di una precisa scelta politica. Tradotto: una decisione contro l’interesse dello Stato. “Una ricompensa per chi mi ha accusato”, si spinge a definirla Giuseppe Conte. I 100 milioni che per ammissione del ministro meloniano alla Salute Orazio Schillaci sono stati liquidati senza colpo ferire (ossia senza nemmeno provare a fare appello dopo una sentenza in primo grado) all’imprenditore delle mascherine Dario Bianchi sono un caso: ieri il capogruppo del Pd Francesco Boccia, dopo la risposta di Schillaci al question time, si è detto basito: “È forse la prima volta nella storia della Repubblica, che non si è atteso l’appello prima di agire, nonostante una sospensiva, e si sia dato per scontato che il terzo grado sarebbe andato come il primo. Si vede che non erano soldi loro, ma dei contribuenti”, ha detto l’uomo di Elly Schlein al Senato, che ha incalzato il ministro a mettere a disposizione le carte per individuare le responsabilità. “Vedremo chi ha chiesto a chi, quale ordine è arrivato da Palazzo Chigi al ministero. Vogliamo sapere – ha detto ancora Boccia – chi ha deciso di pagare più di 100 milioni di euro a un’azienda che fatturava al massimo 4 milioni, e quando andava bene perdeva 250mila euro, che ha scoperto all’improvviso di produrre mascherine”.

[…] I 5 Stelle puntano al cuore della questione: più volte, pure di fronte alla Commissione Covid, avevano sollecitato inutilmente risposte sullo stato della vertenza con l’azienda di Bianchi nella convinzione che la sentenza di primo grado fosse facilmente smontabile in appello. Salvo le rivelazioni del ministro di ieri sulla transazione milionaria e della norma varata da Palazzo Chigi per le coperture economiche ma senza dichiararne le finalità.

“Mentre noi fornivamo documentazione utile a ribaltare nel processo d’appello la sentenza su JC Electronics, scopriamo che Meloni e i suoi già nell’ottobre scorso avevano raggiunto un accordo per una transazione economica da più di 100 milioni. Soldi dei cittadini italiani versati nelle casse di una società che ha in passato finanziato Fratelli d’Italia e il cui amministratore delegato risulta ospite fisso degli eventi del partito della premier”, ha detto Stefano Patuanelli, mentre il leader […] Conte affonda il colpo contro Bianchi “quello che Fratelli d’Italia ha chiamato più volte in commissione Covid” per farne “il mio principale accusatore”. Sullo sfondo resta la scarsa trasparenza dell’operazione chiusa alla chetichella lo scorso autunno grazie a un provvidenziale decreto partorito dal Consiglio dei ministri il 14 ottobre scorso e passato inosservato: provvedimento entrato in vigore il 30 dello stesso mese, giusto in tempo per la firma della transazione, avvenuta il giorno dopo. Di che decreto si tratta? “Misure urgenti in materia economica”, incardinato il 5 novembre alla Camera dove era stato approvato il 10 dicembre poi passare al Senato dove era giunto l’ok definitivo in appena una settimana, il 18. La norma provvidenziale è contenuta nell’articolo 5: la previsione di un contributo al ministero della Salute da 110 milioni senza nessun riferimento a cosa dovesse servire. Come hanno annotato i Servizi studi e bilancio di Camera e Senato: “Le relazioni illustrativa e tecnica del disegno di conversione del decreto non recano specificazioni sulle sentenze e transazioni richiamate dal comma 1”.


Gli ucraini putiniani


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Breve promemoria sull’attentato ai gasdotti russo- europei Nord Stream, fatti saltare il 26 settembre 2022 da un commando ucraino per ordine di Kiev e ritenuto dalla magistratura tedesca un “crimine di guerra”.

– 27.9.22. Mychajlo Podoljak, consigliere di Zelensky: “Attacco terroristico pianificato da Mosca per destabilizzare l’economia Ue … La migliore risposta e investimento in sicurezza è fornirci carri armati, soprattutto tedeschi”. […]


Salvate il soldato Meloni dal pantano della legge elettorale!


(dagospia.com) – Giorgia Meloni ha avuto troppa fretta. Ed è finita in un pantano. Lo Stabilicum, la legge elettorale messa insieme in quattro e quattr’otto da Fdi, e altrettanto frettolosamente modificata nel Melonellum, rischia di finire il suo cammino prima di ottenere l’ok definito del Parlamento.

Non bastava lo scontro sulle preferenze, che vede contrapposti da una parte i Fratellini d’Italia e dall’altra Forza Italia e Lega. Non bastava neanche la “mina” Vannacci, che con il suo Futuro Nazionale continua a scippare consensi al centrodestra, ha fatto saltare i piani della Statista della Sgarbatella e ha reso un miraggio il raggiungimento del premio di maggioranza previsto dalla riforma.

Il nuovo ostacolo è rappresentato dai comitati costituiti da Roberto Zaccaria, una rete di associazioni pronte a fare ricorso alla Consulta contro la riforma subito dopo l’approvazione: “La legge inserisce un mostruoso premio che pone un problema di equilibri democratici, chi vince prende tutto”.

L’eventuale ricorso alla Corte Costituzionale, infatti, innescherebbe un problema di tempi per Meloni, che vede erodersi il gradimento del governo e smania per andare alle urne in anticipo, ad aprile 2027.

I giudici della Consulta, se interpellati, dovranno discutere della questione per almeno due mesi e daranno una risposta solo con il nuovo anno. Ii tempi tecnici per andare alle urne in primavera sarebbero stretti. Tradotto: tanti saluti al voto anticipato.

A questo punto l’unica strada che ha “Gigiorgia” per provare ad accorciare i tempi per le elezioni è accantonare il Melonellum e tenersi l’attuale legge elettorale. Un’opzione che, in verità, a questo punto non dispiacerebbe a molti nel partito delle sorelle Meloni.

In uno scenario così caotico, con la variabile vannacciana con cui è complicato fare i conti, il Rosatellum permetterebbe a Fratelli d’Italia di non dover indicare prima del voto i partiti che fanno parte della coalizione e di rimandare il problema a dopo le urne, per poi eventualmente trattare con il Generale.

Quello che è certo è che, da grande para-guru, per salvare la faccia, Giorgia Meloni darà l’ordine ai suoi di presentare l’emendamento sulle preferenze, che inevitabilmente sarà bocciato dall’aula anche con i voti di Forza Italia e Lega.

Così la premier potrà dire di essere stata coerente e di aver portato avanti una battaglia per permettere agli italiani di scegliere gli eletti.

Peccato che, al momento, il testo della riforma elettorale, che porta la firma di Fratelli d’Italia, preveda ancora i listini bloccati. La coerenza meloniana è a corrente alternata…


Accidenti alle accise


Scade il taglio delle accise e gli automobilisti dicono addio al mini-sconto. Ma il problema è che i prezzi scendono troppo poco.

(di Stefano Rizzuti – lanotiziagiornale.it) – Non se ne parla più, guarda caso. Il taglio delle accise sui carburanti è scomparso dai radar. Dei giornali, della politica e soprattutto del governo. Facile capirne il motivo: oggi lo sconto sui carburanti scade. Uno sconticino, a dire il vero, perché del taglio iniziale ormai è rimasto ben poco e la riduzione dei prezzi di benzina e diesel è stata limitata fino a scendere a 6,1 centesimi in meno al litro. Insomma, se domani il taglio non verrà confermato la differenza non sarà poi così tanta. Anche perché, fortunatamente, i prezzi alla pompa continuano a scendere ormai da settimane.

E allora perché parlarne? Ecco, qui sta l’inghippo. Perché il governo che si è tanto vantato di aver contenuto in ogni modo i rincari causati dalla guerra in Iran, dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal conseguente rialzo delle quotazioni del petrolio, è stato smentito, ancora una volta, dai dati. Perché oggi, con le quotazioni del petrolio crollate e tornate sui livelli pre-guerra ormai da giorni, la benzina e il diesel costano molto più che a febbraio. Con tutto lo sconto, figuriamoci se dovesse essere cancellato. E allora meglio non parlarne, perché altrimenti il rischio è che tutto ciò che viene detto sul taglio delle accise suoni un po’ come una presa in giro. Partiamo dai numeri: la benzina, stando alle medie nazionali rilasciate dal Mimit, oggi costa 1,804 euro al litro e il gasolio 1,882. Senza proroghe sulle accise, da sabato si salirà a circa 1,86 per la benzina e 1,94 per il gasolio (superando i 2 euro in autostrada).

Nella settimana del 28 febbraio, giorno in cui Trump e Netanyahu hanno avviato la guerra in Iran, dopo i primi rincari causati dal conflitto, la benzina costava 1,670 euro al litro e il gasolio 1,720. Il petrolio oggi si aggira intorno ai 70 dollari al barile per il Brent e da una settimana è stabilmente sotto i 75. Negli ultimi dieci giorni di febbraio si attestava sugli stessi livelli, intorno ai 72 dollari al barile. La differenza la calcola l’Unione Nazionale Consumatori sottolineando che il governo “non ha fatto nulla per combattere le speculazioni”: nonostante quotazioni del petrolio al di sotto del 27 febbraio, “oggi il gasolio in autostrada costa ancora 14,4 cent in più” di allora e per un pieno di 50 litri sono 7,20 euro di maggior spesa. Per la benzina l’aumento è di 11,8 centesimi al litro, ovvero 5,90 euro a pieno. Come ricorda il Codacons, il Brent è sceso del 25,5% da inizio giugno mentre nell’ultimo mese il calo del prezzo per gasolio e benzina è stato solo “di circa il 6%”.


Covid, l’accordo con la JC Electronics. M5s: “Soldi degli italiani agli amici di Meloni, presenteremo esposto”. Fdi: “Risparmiati 130 milioni”


Le reazioni all’annuncio del ministro Schillaci, durante il question time, della transazione da 100 milioni di euro con la società di Dario Bianchi, divenuto il principale accusatore nella Commissione Covid

(ilfattoquotidiano.it) – Il Movimento 5 stelle e il Pd attaccano il governo dopo l’annuncio del ministro della Salute Orazio Schillaci, durante il question time, dell’accordo sottoscritto a ottobre tra l’esecutivo e la società JC Electronics Italia S.r.l. dell’imprenditore Dario Bianchi: una transazione da 100 milioni di euro prima della definizione del processo d’appello. “Il governo ha regalato soldi degli italiani agli amici di Giorgia Meloni“, commentano dal M5s facendo riferimento all’imprenditore divenuto il principale accusatore della gestione della pandemia nelle audizioni della commissione Covid e frequentatore degli eventi organizzati da Fdi. Alle critiche mosse dalle forze di opposizione, che annunciano un esposto per danno erariale alla Corte dei Conti, replica Fratelli d’Italia: per il senatore meloniano Marco Lisei (che è presidente della Commissione d’inchiesta sul Covid) non sono 100 milioni di soldi pubblici spesi ma “130 milioni risparmiati”, citando la sentenza di primo grado che ha condannato la presidenza del Consiglio e il ministero della Salute al pagamento, in favore della società, di 203 milioni di euro (oltre a interessi di mora) nel contenzioso legale sulla fornitura di mascherine durante la pandemia.

Patuanelli annuncia un esposto alla Corte dei Conti

“Soldi dei cittadini italiani versati nelle casse di una società che ha in passato finanziato Fratelli d’Italia e il cui amministratore delegato risulta ospite fisso degli eventi del partito della premier. Siamo pronti a difendere gli interessi degli italiani con un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale e valuteremo anche un esposto alla Procura della Repubblica, perché i contorni di questa vicenda sono francamente inquietanti”, commenta Stefano Patuanelli, vicepresidente del Movimento 5 Stelle e componente Commissione d’inchiesta sul Covid. “Il governo getta la maschera sul Covid: mentre noi fornivamo documentazione utile a ribaltare nel processo d’appello la sentenza su JC Electronics che aveva condannato lo Stato a risarcire l’azienda per oltre 200 milioni di euro, scopriamo che Meloni e i suoi già nell’ottobre scorso avevano raggiunto un accordo per una transazione economica da più di 100 milioni”, sottolinea Patuanelli: “Giorgia Meloni, che si è nascosta dietro il ministro della Salute ma è la vera direttrice d’orchestra dell’operazione, ha il dovere di spiegare – conclude – perché oltre 100 milioni di euro dei contribuenti italiani siano finiti nelle casse dei suoi amici“.

M5s: “Soldi degli italiani agli amici di Meloni”

A chiedere un immediato chiarimento alla presidente del Consiglio è anche Michele Gubitosa, vicepresidente del Movimento 5 Stelle: “Non possiamo accettare che si facciano regali agli amici con i soldi degli italiani, Meloni deve spiegare, invece di nascondersi dietro il ministro della Salute, perché è evidente che sia lei a tirare le fila da Palazzo Chigi. Noi siamo pronti a difendere gli interessi degli italiani. La Corte d’Appello avrebbe potuto dare ragione allo Stato facendo risparmiare centinaia di milioni di euro agli italiani e vogliamo capire di chi stia facendo gli interessi questo governo”. Una decisione, quella dell’esecutivo, definita “gravissima e inaccettabile” anche da Luca Pirondini, capogruppo del M5s al Senato: “Mentre noi chiedevamo notizie a proposito della situazione, disposti a fornire elementi utili a cancellare quell’abnorme sentenza di primo grado e far risparmiare oltre 200 milioni allo Stato, il governo si è segretamente accordato, addirittura lo scorso ottobre”, scrive in una nota Pirondin.

Boccia (Pd): “Si vede che non erano soldi loro”

Sulla stessa linea il Partito democratico che ha presentato l’interrogazione a Schillaci. “Oggi non discutiamo di una normale controversia commerciale, ma del rapporto tra lo Stato, il denaro dei contribuenti e il dovere di trasparenza che ogni governo deve al Parlamento. E siamo basiti dalla risposta del ministro in Aula”, ha detto Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd, durante il question time al Senato. “Crediamo che, forse per la prima volta nella storia della Repubblica, non si sia atteso l’appello prima di agire, nonostante una sospensiva, e si sia dato per scontato che il terzo grado sarebbe andato come il primo. Si vede che non erano soldi loro, ma dei contribuenti”, ha aggiunto Boccia sottolineando che il Pd lavorerà “per sapere tutta la verità. Lo faremo ricostruendo ogni passaggio amministrativo e ogni eventuale livello decisionale. E se emergeranno profili di possibile danno erariale o altre responsabilità saranno naturalmente le autorità competenti a compiere tutte le valutazioni previste dall’ordinamento. La verità non si archivia con una transazione, la verità si accerta e noi faremo di tutto perché sia accertata”, ha concluso l’esponente dem.

Fdi: “Risparmiati 130 milioni di soldi pubblici”

Di tutt’altro tenore, ovviamente, i commenti che arrivano dal partito della premier. Il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, in una nota, ringrazia il ministro Schillaci “per aver messo fine alle speculazioni chiarendo che il Governo Meloni ha fatto risparmiare 130 milioni di soldi pubblici”. “Lo Stato italiano era stato condannato da un Tribunale a risarcire più di 230 milioni ad una società in quanto è stato ritenuto che la struttura commissariale di Arcuri abbia agito in modo illegittimo. Ciò è avvenuto mentre governava la sinistra”, continua Lisei. “Dalla risposta di oggi del ministro – aggiunge – comprendiamo che il Governo Meloni ha prima appellato la sentenza e poi, attraverso una transazione, ha fatto risparmiare 130 milioni agli italiani riparando i danni fatti dal Governo Conte”. Il presidente della Commissione d’inchiesta sul Covid dice di trovare “surreale” che Movimento 5 stelle e Partito democratico “vogliano dare lezioni di accortezza economica. Se avessero agito correttamente non ci sarebbe stata una condanna, se qualcuno ha regalato dei soldi a Jc Electronics sono stati loro”, ha concluso.


Mastella: “Sono malato, spero di farcela”. L’annuncio a sorpresa del sindaco di Benevento


Il primo cittadino ha rivelato di essere malato durante la messa per la festa della Madonna delle Grazie, patrona del Sannio, chiedendo ai fedeli presenti in basilica di pregare per lui. Non ha specificato la natura della patologia

(lespresso.it) – Clemente Mastella ha annunciato di essere malato durante le celebrazioni per la festa della Madonna delle Grazie, patrona del Sannio, che si sono svolte nella basilica dedicata alla Madonna nel capoluogo sannita. La rivelazione, arrivata a sorpresa al termine dell’intervento del primo cittadino, ha spiazzato per alcuni istanti i numerosi fedeli presenti.

Il sindaco di Benevento aveva dedicato buona parte del suo discorso a temi di attualità internazionale, richiamando la necessità di far cessare “il fragore delle armi” e ricordando la recente visita del cardinale Pierbattista Pizzaballa. Prendendo poi la parola il neo arcivescovo Michele Autuoro si è rivolto a chi in quel momento vive una malattia. È a quel punto che il sindaco, con la voce rotta dall’emozione, ha deciso di rivolgersi direttamente a lui: “A tutti chiedo di pregare per me. Anche io sono malato, spero di farcela”.

Dopo un breve momento di silenzio, la basilica gremita ha risposto con un lungo applauso di incoraggiamento verso il primo cittadino. Mastella, 79 anni, non ha chiarito a quale patologia si stesse riferendo. Il sindaco ha già affrontato in passato diversi problemi di salute: nel 2018 aveva perso parte di un dito in seguito a un incidente stradale, mentre nel dicembre del 2019 un malore lo aveva costretto a un ricovero in terapia intensiva, pochi giorni prima del Natale.

Alla guida del Comune di Benevento dal 2016 e riconfermato nel 2021, Mastella è una delle figure più longeve della politica italiana: due volte ministro – del Lavoro nel primo governo Berlusconi e della Giustizia nel secondo governo Prodi – è stato inoltre deputato per otto legislature, senatore ed europarlamentare.


Il drone killer che immortala le vittime


La nuova frontiera dell’orrore: robot assassini fissano i volti dei soldati nell’attimo in cui capiscono di essere condannati

Il drone killer che immortala le vittime

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – Sono disperati o rassegnati, beffardi o terrorizzati, infuriati o allucinati. Sono centinaia e centinaia, aumentano ogni giorno. Tutti con gli occhi fissi verso la macchina che li sta per uccidere. E che con spietata freddezza tecnologica documenta il loro ultimo attimo di vita: attraverso quei volti immortala il baratro in cui sta precipitando l’umanità. Perché la guerra dei droni ci consegna una testimonianza angosciante: filma le vittime negli istanti finali.

È una caratteristica dei robot killer che dilagano sui campi di battaglia: i piccoli quadricotteri a basso costo e alta letalità che a migliaia infestano il cielo della prima linea ucraina ma si stanno diffondendo ovunque, dall’Africa all’America Latina. Sono chiamati FPV, che sta per First Person View: chi li manovra da chilometri di distanza usa occhiali in cui vede tutto quello che viene ripreso dalla telecamera nel muso dell’ordigno. È l’identico sistema dei videogiochi da poltrona. Non a caso, incentiva l’arruolamento di una leva di cecchini-ragazzini che passano dalla playstation al fronte, dalla realtà virtuale alla carneficina reale.

Il drone è il sicario meccanico; loro sono mandanti che ordinano il delitto spingendo un tasto sulla console. E lo fanno fissando negli occhi la persona che viene ammazzata. Non conosciamo lo sguardo del carnefice, ma quelli delle vittime restano nella memoria informatica. Spesso russi e ucraini li pubblicano online, inondando i social di una galleria macabra in cui la ferocia viene esibita. Di più, ci sono vere competizioni tra i dronisti in cui si conquistano punti per ogni tipo di nemico abbattuto, con un premio per i migliori sterminatori: esattamente come nei videogame.

“Kill for points” – “Uccidere per fare punti” – è il titolo di un volume che raccoglie queste immagini. Sono 444 pagine atroci, aperte dal ritratto di un pilota ucraino e di uno russo: entrambi giovanissimi, in posa a volto coperto. Perché l’omicidio a mezzo drone garantisce l’anonimato e l’impunità, anche quando si fanno a pezzi i civili. Poi c’è una processione interminabile di oltre duecento esseri umani ripresi nell’istante in cui comprendono di non avere più scampo.

Sono foto tratte da video e quindi quasi sempre sfocate: riportano alla mente quelle famose di Robert Capa sulla spiaggia di Omaha Beach crivellata dalle mitragliatrici tedesche. Capa ha realizzato uno scatto indimenticabile durante la guerra di Spagna: il miliziano che cade colpito da un proiettile, celebrato come icona della follia bellica. E Tony Vaccaro, soldato americano che in prima linea teneva la reflex assieme al fucile, ha colto una scena altrettanto forte nei boschi delle Ardenne. Queste di “Kill for points” però sono diverse: fermano l’istante prima, la consapevolezza della morte in arrivo. Forse l’unico termine di paragone è un dipinto: la “Fucilazione” di Goya, ispirata alle stragi napoleoniche in Spagna. E ci sono molti di quei militari che stanno per essere trucidati nel Donbass o a Kherson che hanno l’identica postura di sfida: come l’uomo davanti al plotone d’esecuzione del quadro, sanno che chi li vuole uccidere sta osservando.

Il libro è stato edito da 550BC, un collettivo basato in Olanda che si occupa di conflitti e criminalità organizzata: hanno realizzato reportage impressionanti su narcos, favelas, boss e guerriglieri in molti angoli del pianeta. Costa 65 euro ma è sempre più difficile trovarlo online. “Il suo scopo – spiegano gli autori – è documentare il cambiamento del modo in cui la guerra viene trasmessa in rete, giudicata e recepita. Quello che un tempo sconvolgeva, adesso si “scrolla” sullo schermo del telefonino. Quella che prima era propaganda, adesso è routine. Questa non è “pornografia di guerra” ma la denuncia del teatro pubblico e banale della violenza estrema che è diventato il nostro comune nutrimento”.

Bisogna avere il coraggio di affrontare quei volti. Di misurarsi con il nonno sdentato in tuta mimetica che piange e del colosso dalla testa rasata che trasuda rabbia; dell’uomo barbuto che prega con le mani giunte rivolte verso il robot e di quello che si rannicchia paralizzato sotto un muro; dell’adolescente che cerca di scappare correndo tra l’erba e dell’incursore che continua fino all’ultimo a sparare, senza bloccare il killer. Fino allo scatto più terribile: il soldato tra le foglie di platano che preferisce mettersi in bocca la canna del kalashnikov e suicidarsi, prima di venire dilaniato dalla bomba alata che gli ronza intorno.

Sono duecento vittime tra centinaia di migliaia, perché oggi in Ucraina il 70 per cento dei morti viene causato dai droni. E sono lo specchio della nostra rassegnazione, o forse addirittura assuefazione, davanti al proliferare dei conflitti. Obbliga a rendersi conto di quello che stiamo accettando: un’invasione di autonomi assassini che – come ha detto Papa Francesco – rendono la guerra ancora più disumana.

Il bastone del comando

Nell’esercito di Donald Trump non c’è spazio per gli eroi: l’unico requisito per fare carriera è la fedeltà al presidente e al suo ministro-araldo Pete Hegseth. Non si spiega altrimenti il siluramento di un altro alto ufficiale, un nome ancora più clamoroso dei precedenti: Chris Donahue. Il generale è entrato nella Storia per una missione impossibile: proteggere la fuga dall’aeroporto di Kabul dove si era rifugiata una moltitudine di stranieri e afgani sorpresi dall’improvviso trionfo dei talebani. Con i suoi parà dell’82ma divisione – la leggendaria All American – ha difeso le piste e permesso di portare al sicuro 122mila persone: la notte del 30 agosto 2021 è stato l’ultimo in assoluto a salire sull’aereo. Non è che prima di allora se la fosse presa comoda: Donahue ha cominciato come ranger e poi ha superato le selezioni della Delta Force, l’elité degli incursori con cui ha combattuto in Siria, Iraq, Afghanistan e Libia guadagnando cinque medaglie al valore. Nel 2022 ha avuto la guida di tutte le truppe aviotrasportate, con cui si è schierato di corsa in Polonia per consolidare le difese della Nato dopo l’invasione dell’Ucraina. Due anni dopo è stato nominato comandante delle forze terrestri americane in Europa e di quelle alleate della Nato: un trampolino di lancio verso il massimo vertice dell’Us Army. Invece no. Le purghe del Pentagono hanno “declassato” il suo ufficio, togliendogli di fatto la poltrona a metà del mandato. Per una decisione attribuita personalmente al ministro, è stato lasciato senza incarico e così ha preferito dimettersi. Le sue colpe? Non sono note. Ma Donahue ha gestito la collaborazione militare con Kiev e la reputa fondamentale, come il mantenimento della presenza Usa nel Vecchio Continente. Inoltre non la pensa come il grande capo su tante altre questioni e non ha mai discriminato donne, omosessuali e afroamericani in divisa. In campagna elettorale Hegseth ha scritto un libro, sostenendo che l’amministrazione Biden “faceva la guerra ai guerrieri”: paradossalmente, lui ha fatto fuori il generale più combattivo, capace e decorato. L’ultimo di una lunga fila di comandanti rispettati anche dai parlamentari repubblicani. Ci sarà un motivo se la campagna contro l’Iran è stata gestita in maniera così malandata…

Due caccia F-35B Lightning II Joint Strike Fighter

Macchine di guerra

A che serve un super-caccia senza il radar? Bisognerebbe chiederlo al Pentagono che ha accettato la consegna di sei F-35 stealth da 110 milioni di dollari nonostante fossero privi del sistema elettronico più importante: jet “invisibili”, ma pure ciechi. La vicenda – rivelata dal sito specializzato The War Zone – ha qualcosa di incredibile: lo strumento della superiorità aerea statunitense viene inserito nei ranghi totalmente privo di capacità operative. I ritardi nel piano di aggiornamento dello strumento elettronico hanno accumulato ritardi biblici e non si riesce a mettere a punto l’innovativo radar AN/APG-85, prodotto da Northrop Grumman, le cui prestazioni vengono annunciate come straordinarie ma sono completamente segrete. I sei Lockheed Martin F-35B – la versione a decollo corto e atterraggio verticale, adottata pure dall’Italia – sono così entrati in servizio con l’aviazione dei Marines senza un radar, come fossero velivoli della seconda guerra mondiale. Il Government Accountability Office (GAO), un ufficio del Congresso che vigila sulla spesa pubblica, ha pubblicato un rapporto in cui sostiene che tra il 2020 e il 2025 il numero di F35 schierati dalle forze armate Usa in condizioni di piena efficienza è calato dal 38 a 25 per cento. La lentezza nelle forniture del nuovo radar, che fa parte delle dotazioni dell’ultima variante del supercaccia chiamata “Block 4”, non permetterà di migliorare questo primato. Ma non dovrebbe avere ripercussioni sui caccia venduti agli alleati, tra cui Aeronautica e Marina, perché finora non è prevista l’esportazione del sensore più avanzato: è la legge del “America First”.

L’onere delle armi

Le spese di esercizio sono la Cenerentola del bilancio della Difesa italiano: vengono tagliate per soddisfare le altre voci – l’acquisto di nuovi sistemi e gli stipendi – che non possono essere compresse perché ci sono contratti da rispettare e retribuzioni da versare. Si tratta però di un elemento fondamentale: sono i fondi che servono per l’addestramento del personale e per la manutenzione dei mezzi. Ridurre “l’esercizio” significa quindi avere militari meno preparati a svolgere i loro compiti – cosa pericolosa soprattutto nelle missioni all’estero – e equipaggiamenti in condizioni peggiori. La questione è stata sollevata nell’audizione davanti alle Commissioni parlamentari dal capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano: ha parlato di “ipo-finanziamento che incide in misura crescente sull’efficienza, sulla disponibilità, sugli standard di sicurezza, sul livello addestrativo e sulla sostenibilità di impiego dei mezzi, dei sistemi, delle infrastrutture”. Portolano ha analizzato lo scarto tra esigenze e disponibilità per il 2026: mancano 89 milioni di euro. Un buco niente male, visto che le previsioni per l’anno in corso erano di aumentare lo stanziamento di 279 milioni, riconoscendo l’importanza di investire sulla formazione del personale.


Prosciutto e meloni a Villa Taverna! Trump lo insulta, il governo scodinzola


Party per il 4 luglio, la premier tentata dal blitz manda i vice e La Russa. Mezzo governo sarà presente al ricevimento Usa a Villa Taverna. Assenti Conte e Schlein ci saranno Renzi e Guerini

L'ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Timan Joseph Fertitta

(di Francesco Bei – repubblica.it) – Il chi-c’è-chi-non-c’è è sempre stato uno dei giochi di società preferiti della Roma politica quando si parla del 4 luglio. In anni passati era una notizia l’arrivo nei giardini di Villa Taverna di esponenti provenienti dalla vecchia famiglia comunista, come Massimo D’Alema (senza contare le visite segrete di Sergio Segre e Gian Carlo Pajetta ai tempi del Pci). Oppure l’aggirarsi nei saloni del vecchio seminario dei Gesuiti dei “barbari” di Bossi, poi dei “grillini” antisistema. Insomma, la cartolina di invito firmata dall’ambasciatore a stelle a strisce è sempre stata un metro per giudicare non solo le relazioni tra i due Paesi, ma anche la politica italiana. Per capire chi fosse arrivato in area di governo, chi ambisse a entrarci, dato che il viatico Usa è stato indispensabile, ben oltre gli anni della Guerra Fredda, per entrare a palazzo Chigi.

Ma ora? Senza contare Carlo Calenda che, non invitato, definisce l’appuntamento solo «una gran rottura di scatole» e anche una cosa «che sa un po’ di vassallaggio», non c’è dubbio che il ciclone Donald Trump abbia cambiato tutto nei rapporti Italia-Usa, compreso quel rito un po’ kitsch della festa dell’Indipendenza Usa, con le nuvole di fumo degli hamburger cotti sui barbecue, le tinozze piene di budweiser, l’orchestrina dell’esercito, i fuochi d’artificio.

Stavolta rispondere sì all’invito dell’ambasciatore Tilman Fertitta è diventato impegnativo, per la prima volta la corsa è stata a disertare più che a farsi vedere, con l’intero governo italiano – offeso per l’intervento a gamba tesa di Trump contro Meloni – arrivato a un passo da un clamoroso incidente diplomatico. Alla fine è stata Meloni a imporre una linea più conciliante e in Consiglio dei ministri ha invitato i presenti a esserci per abbassare la tensione con la Casa Bianca. Dunque saranno presenti i due vice premier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il sottosegretario Alfredo Mantovano, ma anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa (che prenderà la parola dal palco) e la responsabile della segreteria di Fratelli d’Italia e sorella della premier, Arianna Meloni. Il ministro degli Esteri sembrava Galeazzo Ciano dopo la sentenza del tribunale di Verona più che un invitato a una festa: «Andremo a Villa Taverna a testa alta e a schiena dritta», ma comunque andrà. Mistero sulla premier. Dopo la smentita a Dagospia circa una visita di Meloni a Fertitta sul mega-yacht del miliardario texano, in teoria la presidente del Consiglio non dovrebbe andare. Va bene dare il via libera ai suoi ministri, ma esserci forse sarebbe troppo. Però chissà? L’agenda in teoria lo consentirebbe. In ogni caso a mangiare gli hot dog di Fertitta «sempre buonissimi», ci sarà Guido Crosetto, con mezzo governo, da Giorgetti Lollobrigida, da Nordio a Valditara.

E l’opposizione? Di Calenda s’è detto, Bonelli&Fratoianni nemmeno a parlarne, Riccardo Magi niet, Benedetto Della Vedova invece sì. Matteo Renzi ci sarà e non mancherà Maria Elena Boschi, che a Villa Taverna, nel 2017, incontrò a quattr’occhi Ivanka, la figlia di Trump. Il Pd è stato a lungo combattuto. Nel momento più basso delle relazioni Italia-Usa, che fare? Essere più realisti del re e presentarsi in massa? Giammai. Tenere il punto e disertare tutti? Troppa grazia. Così la linea è andare, ma senza dare enfasi al gesto. «Non è quel ricevimento – argomenta il responsabile esteri Peppe Provenzano – il luogo dove esprimere una posizione politica». Lui comunque ha già fatto sapere di avere un impegno personale, così come Pier Ferdinando Casini, che si è scusato personalmente con una lettera all’ambasciatore. Elly Schlein non andrà, ma non c’era nemmeno lo scorso anno (a differenza di Meloni). Il Pd manderà in rappresentanza il capogruppo al Senato Francesco BocciaLorenzo Guerini ci andrà come presidente del Copasir. E i Cinque stelle? Nell’intervista a RepubblicaGiuseppe Conte aveva lasciato intendere che sarebbe andato. Invece no, sarà a Napoli a presentare il suo libro. A differenza dello scorso anno, quando arrivò alla festa insieme a Rocco Casalino e Roberto Fico. Ma erano altri tempi, prima di Gaza Riviera, dell’Iran…


Non preoccupiamoci di Vannacci in sé, ma del Vannacci che è in noi


I filosofi Deleuze e Guattari hanno parlato di «microfascismo» per indicare i desideri di dominio, gerarchia e sottomissione che sopravvivono alla sconfitta storica del fascismo e persistono in modo diffuso e capillare nelle relazioni quotidiane, nei desideri individuali e nei micro-rapporti di potere. Sono queste «molecole» di fascismo – in famiglia, sul lavoro, nei rapporti uomo-donna, in quelli con l’altro da sé – a rendere possibile il suo ritorno a livello macropolitico

(Giorgia Serughetti – editorialedomani.it) – Stando agli ultimi sondaggi politici, un votante su venti oggi darebbe il suo voto a Roberto Vannacci, l’oscuro “generale” che tre anni fa si impose con un pamphlet contro i totem del progressismo, per scalare rapidamente la politica nelle file della Lega, e infine terremotare la destra fondando il suo partito, Futuro nazionale.

È opinione diffusa che presto la sua percentuale di consenso raggiungerà la doppia cifra. Da cui le domande che agitano il mondo politico e dell’informazione: che farà Giorgia MeloniManterrà la linea del no all’alleanza, o cercherà un accordo elettorale, a rischio di spostare ancora più a destra gli equilibri della coalizione con un partito che al Parlamento europeo siede accanto ad Alternative für Deutschland?

L’ascesa di Futuro nazionale significa l’ascesa di un progetto di estrema destra, che riabilita apertamente i simboli del Ventennio, persegue la deportazione degli stranieri, inneggia alla purezza della nazione e alla difesa della famiglia patriarcale. Insomma, evoca lo spettro del ritorno del fascismo – più concretamente di quanto l’abbia fatto la destra post-fascista in ottant’anni. Perciò chiedersi dove va, dove andrà Vannacci, è sicuramente importante.

Tuttavia, un’altra domanda, forse la più importante che dovremmo porci è: da dove viene? Non si tratta di cercare le risposte nella biografia di un uomo senza particolari qualità, quanto piuttosto di ruotare lo sguardo su di noi. Su tutti noi che non siamo Vannacci.

I responsabili di un successo

Tra i responsabili riconoscibili del successo del “generale” c’è, chiaramente, la destra, che oggi grida al tradimento ma gli ha spianato la strada: non solo sfruttandone la popolarità per raccogliere voti, ma anche sdoganando, una dopo l’altra, le parole d’ordine che compongono il suo programma politico. A dispetto delle opinioni di qualcuno, non è la sinistra “woke” a generare i Vannacci; è la destra a generare più destra.

La responsabilità si estende, poi, a tutti quei soggetti che, da posizionamenti pro o anti establishment, hanno fatto propria, e normalizzato, l’interpretazione di destra dei problemi sociali, in particolare delle migrazioni, della criminalità, della sicurezza. Quella lettura si è fatta senso comune anche grazie al frequente cedimento culturale delle forze progressiste di fronte alla violenza dei discorsi xenofobi e islamofobici che negli ultimi trent’anni hanno egemonizzato la discussione politica sulla gestione dei confini esterni o dell’ordine pubblico nelle città.

Ma il problema delle radici culturali e sociali del vannaccismo ci porta anche oltre la politica dei partiti. Nel recente libro Il fascismo e noi (Einaudi), Roberto Esposito scrive: «Quando ci si confronta con qualcosa che respinge, è opportuno fare anticipatamente i conti con se stessi, chiedendosi cosa di esso ci spaventa, se un eccesso di lontananza oppure di vicinanza». È il suo invito alla filosofia a scavare nella propria storia. Forse può valere, però, anche come un più generale invito a pensare a dove, nella nostra democrazia, continuano ad annidarsi i germi del fascismo. Non di quello in camicia nera; piuttosto, di quella «macchina pulsionale» che «è parte integrante di noi».

I filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari, che Esposito richiama ampiamente, hanno parlato di «microfascismo» per indicare i desideri di dominio, gerarchia e sottomissione che sopravvivono alla sconfitta storica del fascismo e persistono in modo diffuso e capillare nelle relazioni quotidiane, nei desideri individuali e nei micro-rapporti di potere. Sono queste «molecole» di fascismo – in famiglia, sul lavoro, nei rapporti uomo-donna, in quelli con l’altro da sé – a rendere possibile il suo ritorno a livello macropolitico.

Combattere il fascismo come tentazione ricorrente implica, innanzitutto, contrastare questo autoritarismo quotidiano. Che è un compito più impegnativo, ma forse più produttivo, che rispondere quotidianamente alle provocazioni del leader di Fn. Per parafrasare le parole attribuite a Giorgio Gaber su Berlusconi: non preoccuparsi di Vannacci in sé, ma di Vannacci in noi.


Il fu Mattia Bazar


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente: lo diceva il compagno Miao, nello scritto di un maturando di trent’anni fa. Da allora la confusione sotto il cielo è diventata ancora più grande e quindi la situazione ancora più eccellente, come ci informa la piattaforma Skuola.net che ha raccolto le migliori intuizioni dell’ultima tornata degli esami di Maturità. Don Rodrigo è un prete che molesta Lucia, fidanzata con un poeta di Recanati: Dante Alighieri. Pirandello scrisse «Il Fu Mattia Bazar», forse già presagendo i dissidi tra i fondatori del noto gruppo musicale. Il Pantheon si trova ad Atene (ma questa gliel’avrà passata Sangiuliano), la Terra è a forma di rombo (panico tra i terrapiattisti), PD significa Partito Destro, e qui si vede lo zampino dei Cinquestelle, mentre il generale Badoglio diventa Campidoglio (Vannacci non si faccia illusioni: alla Maturità del 2076 verrà ricordato come generale Mortacci) e una studentessa geo-creativa ha fatto nascere Leonardo a Vicenza, poi abbreviata in Vinci «per comodità».

Non si può non riconoscere un innalzamento del livello, anche solo rispetto agli esami di qualche anno fa, quando lo stesso sito riportò che un maturando aveva definito D’Annunzio «un estetista» (quanto gli sarebbe piaciuto) e che un altro si era presentato alla versione di greco con il vocabolario di latino. 

Consoliamoci: gli adulti sono messi peggio. Uno su tre non capisce quello che legge. E gli altri due non leggono.


Il “Kraken” Renzi: spot a sua insaputa e redditi top secret


Dal Blair Institute a Enlivex. L’ex premier: “Tutto regolare”

Il “Kraken” Renzi: spot a sua insaputa e redditi top secret

(di Carlo Di Foggia e Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Nonostante la stretta sugli incarichi privati approvata a fine 2024, Matteo Renzi è ancora una trottola: gira il mondo per conferenze e incarichi, annuncia accordi che svaniscono nel giro di pochi mesi. Sul sito del Senato è tra i pochissimi a non aver pubblicato la dichiarazione patrimoniale relativa al 2024, perché avendo aderito al concordato biennale ritiene sufficiente aver inviato a Palazzo Madama la relativa documentazione e non i dettagli della “classica” dichiarazione dei redditi. Il caso non ha grossi strascichi, essendo gli obblighi di trasparenza tutti interni al Senato, ma è uno degli elementi ancora poco trasparenti delle attività private del leader di Iv (che nel 2023 ha guadagnato 2,3 milioni).

Mentre ambisce a garantirsi un posto nel campo progressista, Renzi è appena rientrato da un evento a Londra, l’Octopus Energy Tech Summit. Sui social gira un video in cui l’ex premier, con tono da televendita, elogia il dibattito sull’energia, a cui ha partecipato per conto del Tony Blair Institute, di cui è consulente, come confermano da Octopus: “Octopus Energy non ha corrisposto alcun compenso al Senatore Renzi per la sua presenza all’Energy Tech Summit, concordata con il Tony Blair Institute (per il quale ha scritto la prefazione di un report sul tema, ndr). La sua presenza si è unita a quella di molte altre figure istituzionali e politiche”.

L’ente dell’ex premier inglese non ha sede nell’Unione europea, dunque rientrerebbe tra quelli per cui valgono le limitazioni imposte dalla manovra a fine 2024 (niente incarichi o compensi da società con sede legale e operativa fuori dall’Ue), ma Renzi è comunque retribuito perché è diventato advisor pochi mesi prima della stretta. Il leader di Iv infatti ha mantenuto tutti i contratti avviati prima delle restrizioni, coi relativi compensi, in una interpretazione larga (ma evidentemente non contestata dal Senato) dei nuovi divieti. Del resto la legge, molto efficace sulla carta, si rivela fragile se basata sul principio delle autodichiarazioni e sulla mancanza di sanzioni. E così il protrarsi dei vecchi contratti vale per il Tony Blair Institute (non ci sono dettagli sull’importo, ma a suo tempo lo staff di Renzi negò le voci su 1 milione di euro, tarandosi su “molto meno”) e vale per gli incarichi in Arabia, in particolare quello col FII, il fondo voluto dalla famiglia reale di Bin Salman che gli frutta fino a 80mila dollari lordi l’anno.

Nel frattempo, Renzi fattura dentro l’Unione europea o accetta ruoli a titolo gratuito, utili comunque a creare nuove relazioni e a sondare mercati inesplorati. È il caso di Enlivex, colosso israeliano attivo in diversi ambiti (quello di partenza è il medicale) ma che nel novembre scorso ha annunciato l’ingresso di Renzi nel board con l’obiettivo di aprirsi alle criptovalute. E qui arriva un tema di trasparenza: fonti vicine all’ex premier spiegano al Fatto che Renzi “si è dimesso quattro mesi fa” dalla società. I tempi non tornano del tutto, visto che ancora il 21 aprile Enlivex firmava documenti alla Sec americana riportando Renzi tra i suoi membri. A febbraio i soci hanno votato una modifica della governance che porterà alla sua decadenza alla prima assemblea annuale, di cui al momento non si trova traccia o di sicuro Enlivex non ne ha dato notizia, circostanza che stride con i roboanti comunicati con cui ne annunciò l’arrivo: il coinvolgimento di un ex premier non è un dettaglio per gli investitori.

A questo si aggiunge una bizzarra coincidenza. Da qualche tempo il leader di Iv si fa chiamare “il Kraken”: dal partito spiegano che è nato come scherzo su una pagina Instagram e poi lo staff e Renzi stesso hanno iniziato a giocarci su, richiamando l’omonimo leggendario mostro marino, una specie di enorme piovra. Caso vuole che Kraken sia anche la piattaforma di scambio di criptovalute su cui Enlivex ha deciso a febbraio di quotare il suo maggiore asset di tesoreria, il token “Rain”, arrivato a valere 1,1 miliardi (oltre al nome di una società tecnologica legata a Octopus Energy, da cui poi si è scissa pur mantenendo una partecipazione finanziaria di minoranza). Insomma ogni riferimento al Kraken richiama sì il mostro marino, ma pure una società del settore in cui Renzi era implicato nelle sue attività private. “Neanche conosce la piattaforma”, replicano dall’ex premier. Insomma, uno spot a sua insaputa.


Da Ulivo a Alleanza, la sinistra e la smania di cambiare il nome


Il primo a proporre il riferimento alla Costituzione era stato Bersani nel 2010

Da Ulivo a Alleanza, la sinistra e la smania di cambiare il nome

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Se è vero che i nomi sono conseguenza delle cose, la coalizione di centrosinistra, o l’ineffabile entità che con disperata pigrizia si continua a identificare in tal modo, è messa maluccio. O almeno: la nuova formula battesimale proposta martedì da Giuseppe Conte, “Alleanza per la costituzione e la democrazia”, non solo suona lunga e non decolla, ma nella giornata di ieri ha suscitato una piena e sintomatica indifferenza.

Nel breve spazio che ha preceduto la rivelazione del flop, senza grande entusiasmo, ma puntando sicuri sulla mancanza di originalità che grava in ambito progressista, si era cercato nel recente passato chi avesse già prospettato, e quando quella non irresistibile denominazione.

Per cui sì, il primo a lanciare l’alleanza nel tumulto della cronaca fu Bersani, nell’estate 2010, con l’obiettivo di far fronte comune e liberarsi una buona volta da Berlusconi, in quei giorni autorecluso nel castello di Tor Crescenza. Solo a Rosy Bindi piacque l’idea; il mese dopo ci arrivò Fioroni; l’anno dopo Salvi; ma nel 2012 – e qui già cadono le braccia – per conto del centrodestra berlusconiano Margherita Boniver fece sua l’intenzione di una identica “Alleanza per la Costituzione” per battere tutti insieme la crisi economica.

Il resto è per palati fini, o più probabilmente per maniaci. Così nel 2013 il medesimo appellativo ritorna per bocca di Fassina, nel congresso di Sinistra Italiana e qualche mese dopo, ma anche qui con diverso intendimento, da parte di un gruppo di intellettuali ed esponenti della sinistra (RodotàZagrebelskydon CiottiLandini e Sandra Bonsanti) che si opponevano al flebile e vago progetto di riforme costituzionali ventilato dai cosiddetti “saggi” vicini al governo di Enrico Letta, il quale proprio in quei giorni, per dirne il vigore, ricevette in dono da un amico una boccetta di acqua di Lourdes.

Era già da quel dì che a colpi di Ulivo, Gad, Fed, Unione, Italia bene comune e con simili titoli, l’opinione pubblica di sinistra veniva periodicamente sfiancata da un incessante vorticare di smanie auto-qualificative, sigle, ideuzze e paturnie di varia e prolungabile persistenza che riproponeva e degradava, senza saperlo, il dibattito filosofico tra il nome e la cosa; con il che dal Cratilo di Platone fino a Foucault si lascerebbe chiudere la paginetta dei ricordi ad Antonio Ingroia, che nel 2017 avvertì pure lui la necessità di un’”Alleanza per la Costituzione”, contro Renzi, ma aperta al grillismo a quel tempo affluente e promettente.

Ora, considerato che alle elezioni il centrosinistra bisognerà pure che si presenti in qualche modo, sarebbe bello che la denominazione venisse da sé, o dal basso, o almeno dalla base, come si diceva in anni ormai lontani. Il problema, però, è proprio che da anni e anni la distanza con il vertice si è fatta vertiginosa, i partiti sono strutture ormai definitivamente oligarchiche, oppure personali, o di clan, o misteriose ed evanescenti, per cui ogni decisione è impossibile, troppi impicci, troppi rancori, troppe gelosie, troppi galli a cantare, figurarsi la fatica di scegliere un nome o l’altro, magari chiedendosi – sempre Bersani, a metà di giugno – se il richiamo alla Costituzione non sia dannoso perché la Carta è di tutti, per cui Elly Schlein cesella: «Preferisco parlare di coalizione progressista», e un Bonelli di giornata soggiunge: «Io propongo Alleanza per la pace e l’ambiente: Apa» – ma sul serio.

Si aggiunga l’impressione di un serio vuoto di ideali, parole e progetti che si sposa – o forse ne è già la progenie – con un deficit di creatività e di trovate che non siano quelle buone per qualche distratta occhiata sui social. Tutto questo spiega il tormento, l’inverosimile numero di false partenze di unioni, federazioni, alleanze, coalizioni e rende la ricerca del nome una delle più noiose e inconcludenti pratiche su cui di tanto in tanto si accapiglia, nel desolato e nauseato disinteresse degli elettori, la ben nutrita tribù dei comunicatori.

Anche per oggi rimane dunque il famigerato e post-geometrico “Campo largo”, con le opportune declinazioni, anche fotografiche, all’insegna del dileggio, campo stretto, camposanto, campo profughi, eccetera. Con più delicatezza Michele Serra, in versi ottonari: “Si raduna il Campo largo/ ma a distanza, per prudenza./ Parla ognuno dal suo borgo:/ è una video conferenza./ Per non dare l’impressione/ della prevaricazione/ ogni leader tocca temi/ che non destino problemi./ Per esempio: è mezzogiorno./ La Sicilia è molto bella./ Però è bella anche Livorno/ per non dire di Biella./ Quanto è buono il pollo al forno./ Però piace anche in padella./ Se si fredda lo riscaldo./ È un accordo molto saldo”. Era il dicembre scorso e qui siamo (sono) rimasti.


Perché non lasciarli andare?


(di Michele Serra – repubblica.it) – La Chiesa ha i suoi Vannacci, sono i lefebvriani che invocano il ritorno alla “sana tradizione”, nella quale tutto si contiene e si spiega. La Storia abbassi le mani dal tabernacolo della Tradizione! La rivoluzione conciliare del secolo scorso, così aperta al sociale, ai diritti delle persone, e con Francesco anche all’ambientalismo, deve sembrare a questi cattolici nostalgici, di estrema destra e anche di estrema rigidità, “il mondo al contrario”. Per loro la modernità è perversione allo stato puro, tradimento di Dio, che come è noto ognuno se lo aggiusta, povero Dio, a propria immagine e per la propria comodità.

Ratzinger, che su Dio la pensava più o meno come loro (fuori dal Dogma c’è solo errore) cercò di ricucire con questi signori rispettabili ma un po’ lugubri, ma perfino lui non ce la fece. Da non addetto ai lavori, e scusandomi per l’intromissione, non capisco perché Roma insista nell’invocare la loro obbedienza: perché non lasciarli andare per la loro strada? I devoti a Cristo hanno costruito nei secoli chiese e chiesuole in numero infinito, spesso scannandosi tra loro: una più una meno, cosa cambia?

Fossi cattolico o anche solo cristiano, mi dispiacerebbe solamente se i lefebvriani usurpassero il copyright della messa in latino, bellissima e al di sopra di ogni traduzione in volgare. Ma per il resto, che ordinino i loro preti e vescovi e giochino tranquillamente la loro partitella settaria. Il mondo protestante pullula di chiesuole e predicatori, alcuni così strambi da avere mutato il rito in macchiettismo. Se anche il mondo cattolico perde per strada qualche scheggia, pazienza. Dio, se c’è, non bada certo a queste piccole cose.


Ecco Onorato, ovvero il renzismo omeopatico


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] C’è questo Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo nonché Moda di Roma Capitale, che ultimamente si vede parecchio in giro. Di suo, porta in dote un outfit da direttore di filiale Tecnocasa di II Municipio (Parioli, Flaminio, Salario, Trieste), il che potrebbe farlo sembrare un discepolo di Calenda, di cui però gli manca la schietta arroganza, bastandogli un’assertività da corso motivazionale, di quelli per diventare coach aziendali e “leader di sé stessi”, se avete presente. Dalla scocca e dal look da piccolo Malagò, molto phonato, lo si direbbe un rampollo del generone (Il Foglio lo colloca nel giro Circolo Canottieri Aniene, ma abbiamo verificato: non ne è socio); invece, come ci tiene a dire nelle ospitate tv, lui è “nato e cresciuto a Ostia, non a Beverly Hills” (ma chi è nato a Beverly Hills? Will Smith? Mah), praticamente il Bronx di Roma.

[…] Politicamente è perfetto per cavalcare le “praterie per il centro” vagheggiate da quel blocco borghese già montiano, draghiano, lettiano, renziano, calendiano, cottarelliano, pisapiano, morattiano etc. che rappresenta l’élite centròmane, affetta da questa parafilia per i “moderati” e spaventatissima dall’avanzare di una allucinata sinistra. Non a caso Onorato, civico nella giunta Gualtieri, è stato veltroniano, poi dell’Udc, poi sostenitore di quell’Alfio Marchini (di cui sembra una miniatura) che nel 2013 arrivò quarto a Roma (vinse Marino) e nel 2016 ancora quarto, sostenuto da Storace e Berlusconi dopo la rottura con Meloni, pure lei in corsa, terza dopo Raggi e Giachetti; il passaggio marchiniano gli guadagnò il seggio in Campidoglio.

[…] La biografia di Onorato recita: “Laureato in Economia aziendale, imprenditore del settore food”, sissignore, con locali a Roma e a Milano Marittima (un giovane Oscar Farinetti). Le sue battaglie sono state: la ripresa, sancita da apposito decreto del ministro Lollobrigida, “delle corse del trotto e del galoppo all’ippodromo di Capannelle”, ferme da anni per debiti; il Rally di Roma, con passaggio dei bolidi a Piazza di Spagna, Eur e Colosseo (ci mancava, per fluidificare il traffico); il numero chiuso a Fontana di Trevi, con “tariffazione per l’accesso al catino”, cioè si paga quel che prima era gratis. Ma soprattutto, come recita una nota dell’Ansa, sotto la sua guida “nel 2024 il turismo ha generato nella nostra città una ricchezza pari a 13,3 miliardi di euro: nel 2022 erano 8,5 miliardi” (e qui pare la Santanché, buonanima, coi suoi “flussi turistici da record” e l’imbarazzante campagna Open to Meraviglia).

La mission di Onorato è in sostanza generare “enormi ricadute economiche e occupazionali” dai grandi eventi e produrre il famoso “ritorno di immagine” per Roma, che in effetti prima del suo arrivo era una città poco visitata e per nulla monetizzata; infatti si vanta di aver “ospitato” una sfilata di Dolce & Gabbana ai Fori imperiali. Arriva adesso: Renzi, da sindaco di Firenze, introdusse un “tariffario” dei monumenti, affittandoli per fare cassa a questo e quello: Ponte Vecchio alla Ferrari per una cena privata, Palazzo Vecchio alla società di consulenza McKinsey & Company, il Salone dei Cinquecento (le cui pareti fece trapanare perché convinto ci fosse un’inesistente Battaglia di Anghiari sotto un affresco del Vasari) a Gucci, il Forte di Belvedere per il matrimonio di Kim Kardashian e Kanye West, l’ex carcere delle Murate alla banca d’affari Morgan Stanley… Dobbiamo continuare?[…]

Ecco: Renzi è la chiave di volta per capire l’operazione Onorato. Tempo fa andava dicendo che voleva “costruire la quarta gamba (del Pd, ndr) con Salis-Manfredi-Onorato”, cioè, con Onorato, la sindaca di Genova e l’invisibile sindaco di Napoli. Doveva essere una mandrakata delle sue, ma poi qualcuno gli ha tolto il giocattolo dalle mani. Vuoi vedere che lo stratega Bettini ha arruolato il 41enne di Roma nord per tenere fuori Renzi dal campo largo, il che farebbe comodo anche a Conte in caso di primarie? E ciò perché, come dicono tutti, “il centrosinistra ha bisogno del centro per vincere”, come se il Pd non fosse già di suo un partito di centro. Onorato, a capo del “pragmatico e concreto” Progetto Civico Italia, si porta avanti: “Abbiamo 333mila immigrati irregolari”, dice in tv, “chi delinque devono tornare al loro Paese” (sic). Lo segue Marco Agnoletti, già spin doctor di Renzi e ora della Salis, il quale deve avergli detto: “Di’ che sei un uomo del fare e che risolvi i problemi della gente”. E infatti lui: “Siamo mille amministratori eletti con le preferenze, amministriamo le città con le loro problematiche”(sic: è l’antilingua “del fare”). Al Pd, mentre infuriano le guerre e ci impoveriamo sempre di più, serviva giusto uno che fino a ieri si è occupato di cavalli da trotto e ha favorito l’apertura di grandi catene alberghiere di lusso come Bulgari. Hai visto mai che si possa curare il renzismo col renzismo omeopatico.


Senti chi parla


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – I campi di battaglia di fine legislatura fra le destre e i progressisti saranno soprattutto due: la commissione sul Covid, anzi su Conte, e la legge elettorale. Due porcate da Guinness che potrebbero rivelarsi un autogol per i meloniani e un assist per il centrosinistra, se questo non avesse nessuno che ha fatto di peggio. Cioè se non avesse Renzi. Costui fu il primo a chiedere la commissione Covid […]