Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Maurizio Gasparri costretto a lasciare la poltrona da capogruppo di Forza Italia: al suo posto Stefania Craxi


La decisione sarà formalizzata nel pomeriggio: il senatore dovrebbe essere candidato alla presidenza della commissione Esteri

Gasparri: «Forza Italia continuerà a opporsi. Per una riduzione di 20 euro andrebbero alla Tv di Stato 400 milioni di soldi pubblici»

(di Adriana Logroscino – corriere.it) – La decisione è presa. Maurizio Gasparri lascia la presidenza del gruppo di Forza Italia in Senato dopo la lettera dei 14 senatori (tra loro i ministri Casellati e Zangrillo) su 20 complessivi che chiedevano un avvicendamento nell’interesse dell’unità del partito. Il suo posto sarà preso da Stefania Craxi. Gasparri, uomo molto vicino al segretario Antonio Tajani, dovrebbe andare alla presidenza della commissione Esteri lasciata libera da Craxi. Sarà votato nei prossimi giorni.

Dopo il risultato del referendum, molto deludente anche e proprio nelle regioni guidate da presidenti forzisti, come quelle del Sud, si è aperto un aspro confronto interno agli azzurri. A sollecitare un’analisi approfondita e cambiamenti immediati sarebbe stata anche la famiglia Berlusconi.


Il progetto politico c’è e si chiama Costituzione


(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Sarà che abito a Firenze, ma è impressionante la quantità di persone sconosciute che per strada ti fermano a parlare del referendum, o semplicemente ti fanno un enorme sorriso felice. Una gioia contagiosa, legata a una partecipazione elettorale che non si vedeva da gran tempo: su su dai diciottenni che votavano per la prima volta fino ai centenari che si sono trascinati ai seggi con una dignità e una determinazione struggenti. A commuoverli, cioè a muoverli collettivamente ed emotivamente, è stata la difesa della Costituzione. Perché la Costituzione parla una lingua chiara e radicale: sta, senza se e senza ma, dalla parte di chi non ha altro potere o difesa. Non per caso, don Milani la chiamava “la legge che Cristo si aspettava da noi da secoli”: perché la sua lingua è il “sì, sì; no, no” del Vangelo.

[…]

Se c’è una cosa che la coalizione alternativa a questa destra deve innanzitutto capire è questa: non si vince ‘al centro’, perché le persone si riportano a votare parlando la lingua radicale della Costituzione. Parlando di giustizia, di solidarietà, di rifiuto della guerra in ogni forma, di difesa dei più deboli in Italia e nel mondo, di redistribuzione della ricchezza, di progressività fiscale, di diritto alla diversità e diritto all’eguaglianza. Finora anche il centrosinistra ha fatto sempre i conti dando per scontato che fosse impossibile allargare la base dei votanti: un meccanismo regressivo che a ogni tornata elettorale espelleva altri elettori. Lo confesso: io stesso non ho votato alle ultime Regionali, perché la Toscana non correva il rischio di passare a destra e la proposta del centrosinistra era quella di una davvero troppo grigia prosecuzione dello stato delle cose.

[…] Ebbene, ora è il momento di cambiare, di rovesciare il tavolo, di ascoltare il nostro popolo – il popolo della Costituzione. Per decenni la sinistra ha inseguito una destra che soffiava sull’egoismo e sulla paura. Dalla precarizzazione del lavoro alla pessima riforma del Titolo V fatta ascoltando la Lega; dall’acquiescenza alle troppe guerre occidentali alla criminalizzazione dell’immigrazione culminata nelle scelleratezze delle leggi di Minniti; da una fiscalità non secondo Costituzione alle riforme pessime della scuola e università fino allo smontaggio del sistema sanitario, e a una incomprensibile timidezza sul cruciale tema ambientale: su tutto questo, e moltissimo altro, è l’ora di voltare pagina. È stata fortissima, nella campagna referendaria, la consapevolezza che una destra bandita dalla Costituzione la volesse colpire, smontare, abbattere. […] Ma il punto cruciale da comprendere è che essere antifascisti oggi vuol dire innanzitutto attuare la Costituzione della Repubblica. Si combatte lo scivolamento autoritario del Paese attuando l’articolo 3 della Costituzione: vera, sostanziale, eguaglianza fra uomini e donne, fra persone di pelle bianca e di pelle nera, valorizzazione delle differenze e redistribuzione della ricchezza, in un Paese sfigurato sempre di più dall’abisso che separa ricchi e poveri.

Il progetto politico c’è: si chiama Costituzione ed è capace di riportare a votare abbastanza persone da ribaltare un quadro politico che fin qui sembrava immobile. Sul piano tattico, l’unico che pare interessare al circo mediatico-politico, questo significa: liberarsi definitivamente di Renzi (che ha militato con ogni mezzo per il Sì) e di Calenda, la cui inclusione produce assai più astensioni dei pochi voti che riescono a portare inchiodando lo schieramento a posizioni regressive; aprirsi davvero al popolo della Costituzione e alle sue associazioni e articolazioni, dalla Cgil al mondo cattolico, all’universo delle donne e della diversità; non partire dal tema della leadership e dal feticcio delle primarie, cioè non costruire la casa iniziando a litigare sul tetto. Da questo punto di vista, le prime note della politica televisiva dopo la vittoria del No sono state stonate: il Paese aveva parlato la lingua altissima dei principi della Costituzione, e i capi del centrosinistra iniziavano subito a preoccuparsi del loro posizionamento e potere. La cosa più intelligente l’ha detta Elly Schlein, citando il referendum sull’acqua: che fu una grande pagina e poi subito un’occasione politicamente perduta. Stavolta non possiamo permetterci che accada qualcosa del genere: la Costituzione non reggerebbe a un altro mandato di governo di questa destra autoritaria, corrotta e pericolosa. Una destra che è oggi maggioranza solo in Parlamento, mentre è clamorosamente minoranza in quel popolo (loro dicono ‘nazione’) che sempre invocano per legittimarsi a comandare senza limiti. Ora è chiaro come batterla definitivamente: parlando la lingua della Costituzione, riportando la gente a votare. Mancare l’obiettivo, questa volta non è un’opzione. […]


Bonafede (M5s): “La destra non accetta la sconfitta al referendum: la responsabilità è di chi ha scritto questa riforma”


“In via Arenula regna il caos, sulle dimissioni il ministro è stato smentito”

Alfonso Bonafede (M5s): “La destra non accetta la sconfitta al referendum: la responsabilità è di chi ha scritto questa riforma”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – L’ex Guardasigilli che ha visto quasi tutto soppesa le parole. E precisa subito: “Io ormai parlo da cittadino, quindi non entro nelle strategie politiche”. Ma l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, tuttora nel M5S, ha molto da dire.

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e la capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, si sono dimessi martedì. E ieri ha lasciato anche la ministra del Turismo Daniela Santanchè, mentre Nordio non lascerà. Che impressione le fa tutto questo?

È un quadro estremamente precario, che mi dispiace constatare. Mi sembra grave, soprattutto, che le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi – difesi fino a pochi giorni fa da Meloni – siano state subordinate all’esito del referendum. Se avesse vinto il Sì forse sarebbero ancora al loro posto. Ma le questioni di opportunità e il rispetto del dovere di disciplina e onore nell’esercizio di incarichi pubblici non vanno mischiati con calcoli politici e elettorali.

È successo l’inverso.

Far dimettere una ministra per vicende che sono iniziate anni prima conferma la confusione di cui le parlavo.

Perché questa confusione di piani?

La maggioranza non ha preso atto della sconfitta, distogliendo l’attenzione dal punto centrale, ossia che la responsabilità politica è di chi ha scritto la riforma, poi bocciata dai cittadini.

Ergo, si doveva dimettere anche Nordio? Secondo il Guardasigilli, “non è previsto che il ministro si dimetta a seguito di un esito negativo di un referendum”.

Ognuno ha la sua soglia per le dimissioni. Qui il punto non è formale ma politico.

Quindi?

Quindi ribadisco che la maggioranza deve prendere atto del giudizio degli italiani, e chi ha la principale responsabilità politica, cioè la premier Meloni, deve quanto meno andare in Parlamento a confrontarsi.

Nordio sarà un ministro dimezzato?

Il problema che vedo oggi è il caos in cui è sprofondato il ministero. Martedì mattina Nordio aveva confermato la fiducia a Delmastro e Bartolozzi e il pomeriggio loro si sono dimessi.

Lei da ministro ebbe contro due mozioni di sfiducia. Che ricordi le affiorano?

Volevano ostacolare un progetto di cambiamento della giustizia e usarono argomentazioni strumentali, tant’è vero che le due mozioni avevamo motivazioni opposte. Vennero bocciate. La mia risposta è sempre stata il lavoro.

Perché ha vinto il No?

I cittadini hanno capito che questa riforma non aveva nulla a che fare con l’efficientamento della giustizia, e che piuttosto era un attacco all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. La tecnica di parlare alla pancia dei cittadini con casi come la famiglia nel bosco e Garlasco non ha pagato. In generale, c’è stata la consapevolezza che veniva stravolta la Costituzione e quindi un suo principio centrale come quello della separazione tra i diversi poteri.

La Carta non dovrebbe essere intoccabile.

Certo, ma quando pensi di stravolgerne gli equilibri, i cittadini non ci stanno. La Costituzione dovrebbe essere innanzitutto applicata. Ricordo l’articolo 110: al Guardasigilli spettano l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Lei come la migliorerebbe?

Servono nuovi investimenti, come feci da ministro e come è avvenuto grazie ai fondi del Pnrr, ottenuti dal governo Conte, grazie ai quali c’è stata un’importante riduzione dei tempi processuali. In Italia ci sono 12 giudici ogni 100 mila abitanti, a fronte di una media europea di 22 magistrati. Poi sarebbero fondamentali la semplificazione e il miglioramento informatico, in un’ottica di dialogo con la magistratura e con gli avvocati.

Nordio ha più volte detto di voler ridurre l’utilizzo dei trojan, soprattutto nei casi di “modestissime mazzette”. La vittoria del No gli ha tolto la legittimità politica per farlo?

La maggioranza in teoria ha i numeri per farlo. Ma sarebbe un brutto segnale, come lo è stata l’abolizione dell’abuso di ufficio, su cui oggi voterà il Parlamento europeo. Io avevo portato avanti la lotta alla corruzione come il primo punto in agenda e questo ci era stato riconosciuto in tutte le sedi internazionali. Negli ultimi anni si sono fatti diversi passi indietro. Il governo pensi a questo.


C’è chi ha detto no


Negli ultimi giorni, in Europa, è accaduto qualcosa che potrebbe inclinare il piano verso una sorta di “restaurazione” della democrazia come l’abbiamo conosciuta

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Per capire davvero dove sta andando l’Europa, bisogna a volte fare un passo di lato. Astrarsene. Guardarla da una distanza di sicurezza: non troppo lontano, né troppo vicino. Questa settimana mi tocca farlo da Londra, uno dei balconi affacciati sul mondo. Qui, dove la frattura con l’Europa è ancora aperta e fa ancora male: dove nel 2016 il Regno Unito ha deciso di amputarsi un braccio, e dove oggi si può osservare l’Occidente con uno sguardo un po’ più equidistante.

Da questa sponda, patria di Locke, Hume e del pensiero critico, con un occhio rivolto all’alleato febbricitante d’oltreoceano e l’altro ai compiti eterni di Bruxelles, la domanda che s’impone è semplice e brutale: 
come sta la democrazia, a questa altezza del 2026? Perché – e non è più un mistero – negli ultimi tempi il mondo ha preso una brutta sbandata a destra. E non sappiamo ancora se la derapata rientrerà o se invece andremo a sbattere. E soprattutto: contro cosa andremo a impattare.

Vista da Londra, primo alleato naturale di Washington, la vicinanza a Trump appare per quello che è: un goffo tentativo di non dispiacere a un uomo ormai patetico e privo di qualsiasi parvenza morale. Eppure, fino a poco tempo fa, qui come altrove, stare accanto a lui sembrava quasi un investimento, una garanzia di sopravvivenza. A Starmer, primo ministro britannico, bastava inghiottire qualche rospo, tollerare posture, parole d’ordine, un’idea di potere senza contrappesi, per sfruttare la scia del colosso americano.

Oggi tutto questo non basta più. La guerra in Iran, voluta e gestita in modo rovinosa da Washington e Tel Aviv, la crisi economica che ne è seguita, l’uso sistematico del conflitto come distrazione di massa, hanno prodotto un effetto imprevisto. L’opinione pubblica è cambiata bruscamente. Gli stessi fedelissimi della prima hanno mollato Trump. Molti hanno cominciato a dire basta perché la misura è colma. E questo lo capisci quando si tocca la carne viva, ossia il portafoglio delle persone: la benzina, il diesel, gonfiati da una guerra dagli obiettivi surreali, e da un blocco dello Stretto di Hormuz che ha fatto impennare i prezzi dei carburanti ben oltre il 30%. E a quel punto non c’è più propaganda che tenga.

Questo fine settimana, attesa, è arrivata poi la prima prova dalle urne dall’inizio della guerra in Iran. E, non a caso, è successo qualcosa di nuovo. Si è votato in tre paesi europei diversi: Italia, Francia, Slovenia. Due fondatori dell’UE e uno Stato piccolo, ma che a Bruxelles pesa come tutti gli altri: perché in Europa – ricordiamolo – uno vale uno.

I ballottaggi amministrativi in Francia hanno detto una cosa chiara: la destra lepenista non solo non sfonda nelle grandi città, ma arretra. Parigi, Marsiglia, Lione restano al centrosinistra, con i sindaci uscenti o le coalizioni progressiste confermate di misura. Il Rassemblement National di Marine Lepen si consola altrove – città medie, periferie, zone rurali-seguendo un pattern ormai noto: come negli Stati Uniti, i progressisti vincono sulle “coste”, i conservatori stravincono nelle “grandi praterie”. Non è una vittoria definitiva. Il rischio tornerà già l’anno prossimo, alle presidenziali, dove manca ancora un candidato credibile del centrosinistra. Ma la Francia, almeno per ora, ha tirato il freno a mano.

In Italia, il segnale è stato ancora più netto. Il referendum sulla giustizia di domenica e lunedì era una sliding door: da una parte la riforma sulla Giustizia che, se avesse vinto il Sì, avrebbe inclinato il piano della Costituzione; dall’altra la difesa dell’argine. Ha vinto il No con una grande partecipazione popolare. Ed è stato un bene. Almeno per chi ha ancora a cuore le sorti della nostra democrazia.

Non perché la Costituzione sia perfetta ed immutabile nel tempo, ma perché, se proprio si deve cambiare, lo si fa in modo trasversale, senza falciare i principi che la sorreggono: indipendenza della magistratura, equilibrio tra poteri, limiti al governo di turno.

Quel No ha pertanto aperto una crepa nel racconto di onnipotenza del governo Meloni. Ha innescato una reazione a catena: le dimissioni del sottosegretario Delmastro, quelle di Bartolozzi, e infine – ieri sera – quelle del ministro Santanchè. Un terremoto che impone a Meloni di ritornare umilmente alla realtà, incrinando l’immagine di quello che sembrava ad oggi la sua “invincible Armada” lanciata verso un secondo mandato. Sono in molti a sostenere che da qui comincia una seconda era Meloni: quello senza il tocco magico. E che ora i nodi, per troppo tempo trascurati, stanno arrivando tutti al pettine.

Infine il risultato in Slovenia, che molti – erroneamente – hanno liquidato come marginale. Il premier liberale uscente ha battuto di un soffio Janez Janša, sovranista, alleato di Orbán e ammiratore di Trump. Una vittoria risicata ma sufficiente a evitare che un altro paese scivolasse nel fronte illiberale, pur dentro un parlamento frammentato che renderà complicata la formazione del governo.

A questo si aggiungono le elezioni nei Länder tedeschi della scorsa settimana: l’AfD resta forte nell’Est, ma non sfonda a Ovest. In Renania-Palatinato torna a vincere la CDU centrista mentre destra radicale non dilaga come temuto. Anche qui: niente rivoluzioni, ma una serie di “no” che, messi insieme, ci dicono che il vento forse è cambiato.

E infine c’è l’Est profondo. Ungheria e Repubblica Ceca da anni giocano una partita ambigua: ipercritici verso Bruxelles, attingono risorse dall’UE e al tempo stesso sabotano sistematicamente le sue politiche. In Ungheria, il ministro degli Esteri ha persino ammesso di riferire al ministro degli esteri russo Lavrov le posizioni europee. Una provocazione, certo, ma anche la fotografia di un parassitismo politico esercitato alla luce del sole.

Eppure, anche a Budapest qualcosa si muove. A breve, in aprile, gli ungheresi voteranno per le politiche, e per la prima volta dopo sedici anni Orbán rischia davvero, rimettendo il mandato agli elettori. I sondaggi infatti danno in vantaggio un candidato con una più solida coscienza europea: Péter Magyar e il suo partito TISZA guidano stabilmente sulle intenzioni di voto, davanti a Fidesz. Se dovesse cadere anche quel pilastro, a quel punto, resterebbe solo il “piccolo” Babiš a Praga a tenere alta la bandiera del trumpismo continentale. Piccolo e isolato.

E mentre gli Stati Uniti sfarfallano tra guerra permanente e crisi istituzionale, un’Europa più unita e democratica di quanto ​​immaginavamo potrebbe essere la buona notizia che non ci aspettavamo più. Certo ​non né ​i​l paradiso terrestre, ma uno spazio politico dove il confronto dialettico è ancora possibile.​ Cosa non scontata di questi tempi bui.

Vuoi vedere ​allora che l’effetto Trump – per quella vecchia legge della reazione – sta cominciando a dare ​i suoi frutti? Che l’accumulo di brutture, dalla gestione della guerra alla demolizione dei contrappesi​ democratici, ha portato ​finalmente una parte dell’elettorato ad aprire gli occhi ? Chissà.

Quel che è certo è che “ogni limite ha la sua pazienza”, come diceva qualcuno, senza andarci troppo lontano. Dalle mie parti si dice meglio: “Ogni ficateddu di musca fa sustanza.” ​ Anche un fegatino di mosca può cominciare a sfamarti. Non ci riempi la pancia, ma da qualche parte devi pur ricominciare.
E ricominciare dalla democrazia è sempre un’ottima idea. Una timida primavera ​s​ta provando a farsi strada tra i resti dell’inverno sovranista. Intendiamoci, non c’è nulla da festeggiare​. Non ancora. ​M​a è il momento di stringere i denti e dire una serie di “no” netti, sentiti e necessari​. A partire da questa deriva autoritaria mondiale che ci sta trascinando pericolosamente a un passo dal baratro.  


Roma, Teatro Trastevere: dal 10 al 12 aprile 2026 “Tre di picche”, del regista e autore Gianmarco Ciotti


Dal 10 al 12 aprile 2026

TRE DI PICCHE

Testo e regia: Gianmarco Ciotti

Con: Alfonso Strumolo, Camilla Benvenuto, Gianmarco Ciotti

Aiuto regia Francesca Magarò

Movimenti coreografici Francesca Magarò e Simone Serranò

Luci Aurora Cinti

Scene Giulio Ciotti

Riprese video Marco Benvenuto

Foto di Manuel Piccoli

Gianmarco Ciotti, giovane autore e regista emergente, porta in scena il suo primo testo con l’obiettivo di trattare il disagio giovanile alla strenua ricerca della sua identità.

Lo spettacolo:

La necessità era quella di indagare a fondo le figure principali che compongono la scena giovanile: il lavoratore, lo studente e l’artista. Attraverso un ritmo serrato, simbolo della frenesia sociale a cui siamo abituati, e momenti di profonda riflessione, Tre di picche tenta di scoprire dolori e fragilità, sogni e aspettative che, almeno un tempo, sono appartenuti a tutti noi. L’allestimento e la regia sono semplici ed essenziali, a volte allegorici, per mettere in luce il più possibile l’umanità e l’individualità dei personaggi.

Note di regia:

Tre di picche è una commedia generazionale contemporanea che affronta con ironia e profondità il tema dell’identità giovanile in un contesto sociale incerto e spesso contraddittorio. Giuseppe, Matilde e Filippo – un lavoratore, una studentessa e un artista – convivono nella stessa casa e condividono un’inquietudine comune: che posto ha un ventenne all’interno della società di oggi? In bilico tra le aspettative esterne e i propri sogni, i tre protagonisti si muovono tra sarcasmo, disincanto e affetto sincero, cercando un senso nelle giornate che scorrono.

PRESS OFFICE

Vania Lai vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE

Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: Intero: 13.00 Ridotto: 10.00

-prevista tessera associativa-

giorni feriali ore 21, festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it


GAL Taburno: il tartufo bianco leva strategica per valorizzare enogastronomia e risorse del Sannio


Valorizzare il tartufo bianco come elemento distintivo all’interno di un sistema enogastronomico più ampio: è questa la linea su cui il GAL Taburno rafforza la propria strategia di sviluppo per il Sannio beneventano. Un territorio ricco di biodiversità, tradizioni e produzioni di qualità, che trova nel tartufo bianco uno dei suoi simboli più rappresentativi e ad alto valore aggiunto.

Non solo eccellenza gastronomica, ma risorsa capace di attivare filiere, rafforzare l’identità locale e generare nuove opportunità economiche.

“Il tartufo bianco – dichiara il Presidente del GAL Taburno, Carmine Fusco – è una punta di diamante del nostro patrimonio enogastronomico. Attorno a questa eccellenza possiamo costruire un sistema territoriale capace di mettere in rete produzioni, imprese e turismo”. 

La strategia del GAL Taburno punta a integrare il tartufo in un’offerta più ampia, in cui prodotti tipici, ristorazione, paesaggio e cultura diventino parte di un’unica esperienza. Un modello che valorizza le risorse locali e rafforza l’attrattività del territorio, intercettando un turismo sempre più orientato alla qualità e all’autenticità. Promozione coordinata, sviluppo di filiere corte, sostegno alla trasformazione e alla commercializzazione, sinergia tra produttori, ristoratori e operatori turistici: sono queste le direttrici operative per rendere il Sannio beneventano una destinazione riconoscibile nel panorama enogastronomico. 

“Non possiamo limitarci alla produzione”, prosegue Fusco . “Dobbiamo costruire un racconto forte del territorio, capace di valorizzare tutte le sue risorse. Il tartufo bianco può essere il punto di partenza per un sistema più ampio, competitivo e sostenibile”. 

Il GAL Taburno conferma il proprio impegno nel sostenere progetti innovativi e nel rafforzare la collaborazione tra enti locali, imprese e associazioni di categoria, con l’obiettivo di trasformare le eccellenze del territorio in sviluppo concreto. La sfida è ambiziosa: fare del tartufo bianco non solo un prodotto di prestigio, ma il fulcro di una strategia capace di generare valore diffuso e duraturo per l’intero Sannio.


Mission impossible


(Stefano Rossi) – Si stava ancora festeggiando la vittoria del NO al Referendum che già si parlava di elezioni, di governare, di campo largo.

Siamo pronti a governare” si sbilanciava Schlein, quella che non riesce a governare nemmeno dentro il Pd.

Otto e Mezzo, di nuovo a chiedere chi mai possa essere il leader di questa coalizione.

Come se il problema fosse questo.

Tutti abbiamo capito che serve prima il programma che, evidentemente, non è possibile stilarlo per un motivo molto semplice.

Primo. Lo avrebbero già fatto se ci fossero le condizioni.

Secondo. Il problema di questo campo largo si chiama Pd; che nasce bifido: quelli di sinistra e quelli di centro, sono spesso tra loro divisi. Poi, quelli di sinistra, divisi ancor di più tra loro, con i renziani visti come dei marziani.  

Sulla politica estera, sul Referendum, sul sociale, sull’economia, sulle guerre, sono sempre e costantemente divisi e in lotta tra loro.

E spesso si trovano bene con quelli al governo; vedi Fassino alla Knesset con i colleghi della Lega e Forza Italia. O quando si vota per buttare miliardi in favore dell’Ucraina.

E non si intravedono spiragli.

Elly Schlein non comanda nulla dentro il Pd. Se fosse vero il contrario, uno come Fassino sarebbe stato messo alla porta con un calcio nel sedere.

I partiti politici sono “enti di tendenza”, cioè, organizzazioni dove prevale lo statuto funzionale all’ideologia, al pensiero che unisce tutti i suoi partecipanti.

Chi si mette fuori da questa “tendenza”, è lecito che venga escluso.

Così, da decenni, tutte le sentenze della giurisprudenza, di merito e di legittimità.

Quindi, per concludere, il problema non sono gli altri partiti della coalizione, il problema è il Pd e la sua segretaria che, al momento, non può fare nulla per cambiare le regole.

Una sola cosa si potrebbe sperare in questo manicomio.

Eleggere un leader con il potere di cacciare un tesserato di qualsiasi partito faccia parte della coalizione. Una specie di super segretario che non ha poteri all’interno dei singoli partiti, però con il potere di cacciare chi si mette contro il programma stilato e contro gli statuti di tutti i partiti della coalizione.

Mi rendo conto che è più facile sentire Fassino dispiaciuto per il genocidio del popolo palestinese.

Ma non vedo alternative.


Il governo al bivio


Galleggiare o rilanciare? Il governo e le scelte dopo la bocciatura della riforma della giustizia

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – La vittoria del No colpisce in pieno Giorgia Meloni. Non la travolge ma ne arresta bruscamente il cammino. Il merito del quesito referendario c’entra poco. O meglio c’entra moltissimo ma solo per il suo carattere simbolico: per la capacità di attribuirgli un tale significato mostrata dalla propaganda del fronte del No. La quale è riuscita, per l’appunto, a far credere che in ballo ci fosse il potere dei magistrati di applicare la legge anche a chi governa.
Che quindi si votasse per decidere se mantenere o no tale potere. Una versione del merito del referendum che il fronte del Sì — caduto in una trappola comunicativa a sfondo suicidario — ha provveduto ad avvalorare in tutti i modi, dedicandosi ossessivamente a illustrare casi su casi di pm responsabili di dolosa malagiustizia. Di modo che anziché votare — come si doveva — sul diritto dei cittadini a un giudice terzo e sul diritto degli stessi magistrati a non essere succubi della partitocrazia dell’Anm e delle sue pratiche lottizzatrici, abbiamo finito, invece, per votare sulle sentenze sgradite al governo a proposito dell’immigrazione o sui capi d’accusa da imputare ai dimostranti che mettono a soqquadro le città. Una doppia politicizzazione insomma: a opera della sinistra contro la presunta arroganza del governo, a opera della destra contro quella dei magistrati.

Ovvio che in Italia tra le due non potesse che vincere la prima, e che in questo modo il referendum divenisse un giudizio sul governo, cioè su Giorgia Meloni, con i fortissimi noti sottintesi polemici che la sua immagine suscita: l’antifascismo, la difesa della Costituzione e chi più ne ha più ne metta.
Ma, una volta incassato il colpo, adesso il presidente del Consiglio si trova a dover compiere una scelta difficile: che fare nell’anno scarso che ci divide dalle prossime elezioni legislative? Ha davanti a sé due possibilità.

La prima, per dirla nel modo più spiccio, è quella del tirare a campare, galleggiare come si dice. E cioè: mantenere un contegno prudentissimo in politica estera evitando qualunque gita a Mar-a-Lago ma frequentando molto (anche se del tutto inutilmente) Bruxelles; riporre nel dimenticatoio i progetti di premierato e di autonomia differenziata, pensare a una nuova legge elettorale ma con il concorso sostanziale dell’opposizione. In generale, normale amministrazione, elargire abilmente le risorse disponibili in vista delle elezioni, far approvare solo leggi che non siano particolarmente divisive, ogni volta che sia possibile cercare un dialogo con l’opposizione; infine mostrarsi accomodante verso gli ukase e le provocazioni che eventualmente le dovessero venire dalla magistratura. Per il resto contare sui prevedibilissimi errori degli avversari, sulle divisioni del centro-sinistra, sulle rivalità, ripicche e gelosie dei suoi capi. E sul fatto che, essendo l’Italia un Paese sostanzialmente conservatore, le elezioni si possono vincere anche in questo modo.

Ma esiste un’altra possibilità: quella dell’audacia, del rilancio, della sfida. Per le cose da fare mi sembra più o meno accettabile il decalogo redatto ieri da Carlo Calenda. Ma se tali cose sono importanti, e senz’altro lo sono, se Giorgia Meloni decidesse però d’imboccare questa seconda strada — se decidesse di rappresentare davvero le «cose nuove» che la sua vittoria di quattro anni fa sembrò annunciare — allora ancora più importante sarebbe l’atteggiamento, lo stile di governo, che in tal caso la premier dovrebbe assumere. Diverso da quello del passato.
Un potere nuovo necessita di donne e uomini nuovi anch’essi. Disfarsi di chi si è rivelato impresentabile, come il presidente del Consiglio ha fatto martedì dando il benservito a Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, non basta. Perché poi c’è la zavorra: nel governo e dintorni troppe figure scialbe e inconcludenti, buone al massimo per la normale amministrazione. Mi chiedo: ma un governo espressione di una rottura storica — come per tanti versi quello attuale — non avrebbe dovuto mostrare fin dall’inizio, invece, una composizione all’altezza di questa origine e natura, cercando tra i nomi migliori che il Paese poteva offrire? Per dare il senso di un rilancio e di una sfida basterebbe muoversi oggi in questa direzione, procedendo a due tre sostituzioni: ancora meglio se non nel proprio campo, dunque se in qualche modo sorprendenti e non avendo paura di affidare loro una parte importante.

Ancora: un potere nuovo e che si vuole tale deve essere anche capace di parlare in modo nuovo, di usare parole nuove. Finora Giorgia Meloni ci è riuscita poco. Ma se si ragiona in termini di «nazione», come lei mostra di voler ragionare, allora bisogna essere anche capaci di parlare alla «nazione». Ma non già con due minuti sui «social», bensì con dei discorsi di ampio respiro, dai contenuti importanti, e con un linguaggio che unisca invece di dividere, che dia voce all’interesse generale, additi traguardi in cui chiunque possa riconoscersi. E bisogna farlo non solo enunciando, ma spiegando: non basta per convincersene la catastrofe comunicativa delle settimane passate?

Sullo sfondo di un quadro internazionale, economico e politico che volge al drammatico, l’Italia non è proprio un vaso di coccio tra vasi di ferro ma non ha molte carte da giocare. Sì, le giochiamo, le stiamo giocando. Ma restiamo un Paese per mille versi ultra-dipendente dall’estero, che da più di due decenni non cresce, con salari tra i più bassi d’Europa, immerso in un gelido inverno demografico, oberato da un terribile debito pubblico, afflitto da una cronica incapacità di tutte le pubbliche amministrazioni. Ma soprattutto, se non m’inganno, siamo un Paese che non sa dove sta andando, che cosa rappresenta, che non riesce a immaginare per sé alcun futuro.
Tutti problemi ai quali solo la politica può cercare di dare una risposta. La politica e chi in suo nome guida un Paese decidendo di non «galleggiare», appunto.


Fratelli d’Italia, un partito pieno di livore


LE DIMISSIONI DI DANIELA SANTANCHÉ LE HA PRETESE IL SOTTOSEGRETARIO DELMASTRO: E’ STATA LA CONDIZIONE CHE HA IMPOSTO PER FARE IL PASSO INDIETRO. Il presidente del Senato va in pressing («Non impuntarti») e trova la mediazione decisiva: nella nota sul passo indietro potrai distinguere tra il tuo caso e quello del sottosegretario

25 mar 2026

(di Marco Cremonesi e Paola Di Caro – corriere.it) – Le dimissioni di Daniela Santanchè arrivano 22 ore dopo la richiesta della premier Meloni.Nessuno, in realtà, aveva capito fino in fondo perché mai la presidente del Consiglio avesse espresso il suo «auspicio» martedì sera alla ministra del Turismo. Il fatto è che si trattava di una precisa richiesta — una condizione quasi — posta dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che sempre martedì aveva rassegnato le proprie dimissioni.

«Danielina» era andata su tutte le furie. Con Ignazio La Russa, il presidente del Senato e antico amico che le prospettava la situazione, lei aveva definito «indecente» anche il semplice parallelo tra le due vicende. «Le inchieste che mi riguardano — ha sbottato — sono tutte precedenti alla mia attività di governo. Una cosa assolutamente diversa da quella di Delmastro, che in primo grado è stato condannato proprio per fatti connessi alla sua attività mentre era al governo». Dalle parti di Delmastro, l’obiezione è simmetrica: «Lui non è mai stato accusato di reati ai danni dello Stato o comunque della collettività». Resta il fatto che la vicenda mette in luce le divisioni all’interno di Fratelli d’Italia che di solito restano in ombra.

Nemmeno i tanti decenni di trattativa politica, e di amicizia con «Danielina», forse, avevano preparato Ignazio La Russa al confronto su queste dimissioni. Per giunta, per Santanchè l’essere messa in un giro di dimissioni all’indomani della vittoria dei No al referendum è uno sgarbo assoluto. Lei aveva fatto campagna elettorale nella sua Cuneo: «E a Cuneo i Sì hanno vinto senza problemi».

Il tema del referendum non ha mai appassionato La Russa. Il presidente del Senato da tempo aveva confidato ai più vicini che «il gioco del referendum non vale la candela». Perché per il Sì si sarebbe battuta soltanto l’area di governo, mentre nei «No finisce dentro tutto, per tutti i motivi». Ma alla fine Giorgia Meloni ci aveva creduto. Dopo una prima fase di distacco formale dalla partita, aveva fatto premio un’altra considerazione: «Tanto, se ai referendum vincessero i No, sarebbe stato comunque messo in capo a me». E dunque, la stessa premier aveva messo l’acceleratore alla campagna elettorale. Ci aveva «messo la faccia».

Fatto sta che Daniela Santanchè all’inizio non vuole sentire ragioni. Certo, la situazione è seria. Certo, nel pomeriggio viene calendarizzata la mozione di sfiducia nei suoi confronti delle opposizioni: senza dimissioni, la discussione sarebbe iniziata lunedì prossimo. «Daniela, non ti puoi impuntare, non puoi resistere a una cosa del genere». La Russa insiste, prova a metterle di fronte la questione in tutte le sue implicazioni. Ma lei resta nettissima: «Non è giusto, così si dà ragione a tutti quelli che mi hanno attaccato. Ma il punto è che io sono innocente e lo dimostrerò». Per la ministra si apre ora una corsa contro il tempo opposta a quella fin qui giocata. Le sue possibilità di ricandidatura l’anno prossimo dipendono evidentemente dall’assoluzione.

Alla fine, Ignazio La Russa trova la chiave: «Distingui nel tuo comunicato di dimissioni la tua vicenda da quella degli altri». E così concordano insieme la nota, che viene poi inviata a Palazzo Chigi per ricevere il placet di Giorgia Meloni. Alla Camera, intanto, i deputati di maggioranza sono sempre più allarmati per una vicenda che nessuno sa come possa finire: «Chissà che cosa potrebbe saltar fuori dal voto sulla sfiducia…» .

Ma alla fine, verso le 18, arriva il via libera di Giorgia Meloni. E la nota viene diffusa: «Volevo che le mie dimissioni fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’onorevole Delmastro che pure paga un prezzo alto». Un’osservazione signorile, a cui segue l’amarezza: «Nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Tutti tirano un liberatorio, e genuino, sospiro di sollievo.


L’ipoteca e i dubbi sui prestiti. Nuovi guai per la “pitonessa” Santanchè


Dopo il fallimento di un’altra società, l’ex ministra ha messo, di nuovo, a garanzia la dimora. Verifiche su possibili truffe su finanziamenti garantiti da Invitalia e Fondo per le imprese

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – Debiti, fallimenti, processi, udienze, bancherotte e truffe allo Stato. E ora anche la nuova ipoteca sulla villa extralusso nel cuore di Milano e le verifiche della procura di Milano ancora in corso su prestiti e garanzie pubbliche.

Daniela Santanchè mancavano solo le dimissioni da ministra per completare la mappa dei guai, specie giudiziari, che deve affrontare tra Roma dove è imputata in un processo (sospeso) per diffamazione contro un suo ex socio, e Milano, dove in procura i fascicoli che la riguardano sono più di uno: da quello che ha portato al processo per falso in bilancio in relazione al caso Visibilia, passando per quello sulla truffa aggravata all’Inps di cui ancora deve celebrarsi l’udienza preliminare, fino alle indagini per bancarotta legate ai fallimenti delle società Bioera, Ki group srl e Ki group holding spa.

Proprio in riferimento ai casi di bancarotta delle società, che nel tempo avrebbero goduto di prestiti obbligazionari e garanzie pubbliche, i pm starebbero valutando nuove ipotesi di reato: dalla truffa fino alla malversazione. Dai bilanci e da atti societari sono emersi infatti finanziamenti ottenuti non solo da Banca progetto, come già raccontato da questo giornale, ma pure da altre banche con la garanzia del Fondo pubblico per le piccole e medie imprese e da Invitalia: fondi – anche crediti di imposta derivanti dal decreto Rilancio – ottenuti, è l’ipotesi al vaglio, probabilmente in modo anomalo, anche a fronte delle dichiarazioni delle società che avrebbero messo nero su bianco di godere di una situazione caratterizzata da regolarità contributiva e fiscale. Era davvero così? O le aziende della senatrice si trovavano in crisi?

I magistrati titolari dei fascicoli dovranno accertarlo e trarne le relative conseguenze. Intanto, nonostante l’ex ministra abbia scritto nella sua lettera alla premier Meloni di possedere «un certificato penale immacolato», sono troppi anche i suoi debiti. Domani ha scoperto che sulla casa milanese della senatrice di FdI grava una seconda ipoteca per 1,3 milioni. Un fatto che rende critica, ancor di più di quanto non lo sia, la posizione della politica che alla premier ha anche scritto: «Pago sempre i miei conti».

Open to ipoteca

È il 24 giugno del 2025 quando davanti al notaio viene costituita «a garanzia dei debiti (della senatrice, ndr) un’ipoteca sui beni di proprietà esclusiva di Daniela Garnero Santanchè». E cioè sulla sua casa a due passi da corso Vercelli: una palazzina di tre piani, dotata di seminterrato, ma anche di cortile, giardino, sala fitness, piscina interna e bagno turco. Solo venti giorni prima dalla costituzione del vincolo ipotecario una delle società della ministra, la Ki group holding spa, viene dichiarata fallita. La società, scrivono i giudici della seconda sezione civile e crisi d’impresa Laura De Simone, Luisa Basile e Francesco Pipicelli, aveva accumulato negli anni «debiti erariali e previdenziali di circa 1,4 milioni di euro a partire da ottobre 2020», un «patrimonio netto negativo» al 28 febbraio scorso di oltre 6,5 milioni di euro, la «mancata soluzione alternativa della crisi e dell’insolvenza, stante il mancato deposito dell’accordo di ristrutturazione dei debiti» e uno «stato di definitiva incapacità dell’impresa di fare fronte regolarmente alle proprie obbligazioni».

Da qui l’iscrizione dell’ipoteca. Nell’atto notarile si legge che «la somma iscritta garantisce il debito di Daniela Garnero Santanché nei confronti di Kerdos SPV S.r.l.», società di cartolarizzazione, dopo «gli accordi intervenuti con il creditore (Kerdos, ndr) e per essa la mandataria Prelios Credit Servicing spa».Un vincolo notevole. Considerato, come detto, che già nel 2023 questo giornale aveva scoperto che sulla stessa villa, valutata 5,7 milioni di euro, gravasse un’altra ipoteca – la prima – a garanzia dei debiti della società Visibilia sull’orlo del fallimento. In quel caso l’atto notarile era del 23 maggio 2022 e poneva vincoli per 6,3 milioni. Creditori della ministra erano sempre Kerdos, poi Visibilia e l’Agenzia delle entrate. I debiti con il fisco ammontavano a circa 1,9 milioni di euro.

Intanto su Visibilia, il deputato di Avs Angelo Bonelli ha presentato un’interrogazione per accertare i «flussi di denaro» attorno alla società, tra cui quelli «provenienti da una società coinvolta in un’indagine europea per riciclaggio, nella quale sarebbero transitati fondi di possibile origine mafiosa».

Gli altri guai

Entro aprile, inoltre, Santanchè potrebbe ricevere un avviso di conclusione delle indagini relativo ai tre procedimenti per bancarotta in cui è indagata: al momento è ufficialmente iscritta per i fallimenti di Bioera e Ki group srl, mentre si attende la relazione del curatore fallimentare per indagare la senatrice per la vicenda Ki group holding.

È in corso, invece, il processo per falso in bilancio sul caso Visibilia. Congelata, in attesa di una decisione della Consulta su una questione di utilizzabilità di alcuni atti, l’udienza preliminare per la vicenda della presunta truffa aggravata all’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid.

«Volevo – ha concluso Santanchè nella lettera – che le mie dimissioni fossero separate dalla vicenda assai diversa di Delmastro», in affari con la rampolla di un uomo condannato per mafia.


Gli effetti del NO


(Stefano Rossi) – Con la vittoria del NO dovevano uscire stupratori e pedofili, secondo la presidente Meloni.

Sono usciti gli impresentabili DelmastroSantachèBartolozzi.  

Se avesse vinto il sì, invece, sarebbero al loro posto.

Allora, come è andato il referendum? Bene o male?

Delmastro, insieme ad altri tre politici biellesi di FdI, fonda una società a Biella, insieme ad una 18enne romana.

La 18enne, nonostante i navigati politici, viene messa a fare l’amministratrice unica  della società. Possibile mai che nessuno di questi quattro politici di Fratelli d’Italia non si sia domandato chi fosse colei che diventava loro socia in affari?

Socia e unica responsabile dei loro soldi!

Delle due l’una: o sono scemi, quindi da internare, o sapevano molto bene con chi avevano a che fare.

Poi i tentativi di dimostrare l’innocenza: che non sapeva chi fosse il padre.

E le foto smentiscono clamorosamente Delmastro.

Ecco, mi chiedo, non ho ancora sentito uno del centro destra criticare e prendere le distanze da questa politica losca, affaristica, arruffona.

La destra voleva mettere la sua firma nella Costituzione che, dal 1948, porta le firme di tutti i partiti che si sono succeduti tranne, appunto, un partito di destra.

Oggi, la destra, ha i numeri, la maggioranza, sta al governo, eppure non ce l’ha fatta.

Ancora una volta si deve registrare la pochezza, l’inconsistenza, l’assenza di una cultura democratica e liberale di chi dovrebbe incarnare i legulei di destra, troppo presi più ad affossare una parte ritenuta avversaria (la magistratura, in questo caso), che concentrarsi a scrivere degnamente una riforma.

Più nemici, più onore, diceva uno che fece una brutta fine, tanto caro a quelli di destra.

Una fregnaccia più grossa non la si può pensare!

Mettere le mani sulla Costituzione vuol dire sedersi e ascoltare ciò che hanno scritto i padri costituenti, senza gridare, senza cercare i nemici, ma solo ispirati dall’amor del prossimo, di tutti noi, della Patria, tanto osannata a destra, ma solo a parole evidentemente.

Ma se hai il veleno dentro, non ci riuscirai mai.

Ecco perché il prof. Franco Cardini, lo storico Giordano Bruno Guerri, lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco, tutti e tre di destra, sono fuori da ogni perimetro di questo governo. Essi appartengono ad una cultura raffinata, seria, dove non ci sono nemici da abbattere, e sono pure intelligenti, non sono “yes-man”. Ecco il dramma di questo governo.

E’ più importante un Lollobrigida, con le sue elucubrazioni da osteria che importanti uomini di cultura che, al bisogno, ti potrebbero pure spiegare dove stai sbagliando.

Forse è anche l’elettorato di destra che preferisce un Delmastro, una sceneggiata di  Gennarino che una bella lezione di storia di Franco Cardini.


Gratteri e vinci


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Ho fatto un sogno, o forse un incubo. C’era Giorgia Meloni che, terminate le pulizie di Pasqua nei ministeri, saliva sul Frecciarossa e, a Salvini piacendo, raggiungeva Napoli quasi in orarioSi faceva portare in procura — la stessa in cui i magistrati hanno festeggiato la vittoria cantando Bella Ciao — e chiedeva del capo Nicola Gratteri, il frontman del No che si era ben guardato dall’unirsi al coro. 

La premier entrava nel suo ufficio e… Qui il sogno/incubo si ingarbugliava. In certi momenti sembrava che i due litigassero e si aveva la sensazione che lei stesse per andarsene, o lui per sbatterla fuori. Ma poi li ho visti seduti uno di fronte all’altra con Meloni che diceva: «Almeno su una cosa siamo d’accordo, procuratore: la giustizia in Italia va riformata»

«Con il dialogo, però, non con l’imposizione» ribatteva Gratteri. E la premier: «Riconosco che il suo non era un No per partito preso». «Io non ho mai preso partito, presidente». «In questi mesi, lei ci ha combattuti da tecnico e non da politico. Perciò le chiedo di venire a Roma da tecnico a darci una mano».

A quel punto il sogno, vergognandosi del suo stesso ardire, si è interrotto da solo. Quindi non so quale ruolo Meloni possa avergli proposto: capo di una supercommissione o addirittura ministro, dove peraltro lo avrebbe voluto già Renzi dodici anni fa? Non conosco nemmeno la risposta di Gratteri, ma se volete stasera mangio di nuovo pesante e domani vi dico.


Roberto Fico: “ il momento del Sud, ora primarie di popolo”


Il presidente della Campania, regione con il più alto numero di no in Italia, analizza la vittoria al referendum: “I giovani si sono mobilitati per la Costituzione”

Roberto Fico: “ il momento del Sud, ora primarie di popolo”

(di Ottavio Ragone – repubblica.it) – «È arrivato il momento del Sud, il meridione vuole essere protagonista: dopo il risultato del referendum, il Mezzogiorno emerge in maniera ancora più netta come soggetto politico forte. La grande mobilitazione dei giovani per difendere la Costituzione è stato il segnale più bello, che si potesse avere». Roberto Fico è il presidente della Regione che, più di ogni altra in Italia, perfino della “rossa” Emilia Romagna o della Toscana, ha trascinato il No alla vittoria. Lo stesso, straordinario risultato ha raggiunto Napoli, prima tra le metropoli italiane per opposizione alla riforma Nordio.

Presidente Fico, dopo la sconfitta del governo sul referendum il prossimo passaggio sono le primarie del centrosinistra. Il primo a rilanciarle è stato Giuseppe Conte

«Io tengo molto alla democrazia partecipata, fa parte del mio dna politico. Se le forze politiche individueranno le primarie come strumento, queste dovranno essere primarie di popolo, fuori dagli apparati di partito e con una grande partecipazione per ottenere una legittimazione piena, popolare, vera, sia per la leadership che per l’intera coalizione. Ma per costruire l’alternativa alla destra serve soprattutto un programma all’avanguardia, da costruire con gli alleati del centrosinistra, che dia slancio al Paese in un momento internazionale complicato. Sono più ottimista dopo il voto, ma dobbiamo costruire una proposta chiara sui vari temi. Se sapremo organizzare al meglio le primarie, con una adesione di massa alle votazioni, potranno rappresentare l’anticipazione della vittoria elettorale alle elezioni politiche del 2027. Il governo Meloni ha perso sulla riforma ed è chiaramente indebolito. Il referendum segna la fine del premierato».

Perché pensa che non c’è più spazio per il premierato? Intanto potrebbero modificare la legge elettorale.

«Il governo aveva tre riforme in programma, sostenute dai rispettivi partiti di riferimento. L’autonomia regionale differenziata in capo alla Lega, la separazione delle carriere che interessava soprattutto a Forza Italia, e il premierato per il quale spinge Fratelli d’Italia. Hanno perso su tutti e tre i fronti, in particolare sul premierato, perché è chiaro che adesso un’altra modifica costituzionale sarebbe impensabile. Con il No alla riforma Nordio abbiamo preparato il terreno alla difesa della Costituzione. E la lotta contro l’autonomia regionale percepita come un pericolo ha risvegliato, nel Sud, l’attaccamento ai valori costituzionali. Opposizione al regionalismo e alla separazione delle carriere in qualche modo si tengono nel Mezzogiorno, sono stati momenti congiunti. Quanto alla nuova legge elettorale, ora sembrerebbe come buttare la palla in tribuna rispetto ai problemi degli italiani. La gente non capirebbe».

Torniamo alla vittoria elettorale del No al Sud, netta in tutte le regioni, comprese quelle che votano centrodestra. Come si spiega?

«Vedo molti fattori alla base di questo risultato. C’è stata una forte partecipazione a un referendum, per il quale non era previsto nemmeno il quorum. I cittadini hanno percepito il voto come una questione importante, perché la riforma Nordio andava ad intaccare aspetti fondamentali della Costituzione, incidendo sull’equilibrio dei poteri. Quando si tocca in maniera profonda la Carta, gli elettori sono contrari e si mobilitano. Gli italiani amano la Costituzione, se la metti in discussione reagiscono. Lo ha dimostrato la mobilitazione dei giovani, che sono scesi in campo per difendere la loro Carta. Questo è il segnale più bello, ci rafforza anche come istituzioni. In Campania abbiamo raccolto il maggior numero di firme per il referendum contro l’autonomia e da qui è venuto il più alto numero di no alla riforma della giustizia».

Tuttavia la difesa della Costituzione non basta a spiegare una partecipazione così elevata e un voto così unitario al Sud.

«È stato rilevante l’apporto di associazioni civiche, movimenti, molto presenti al Sud accanto alle istituzioni locali. Io stesso sono stato eletto alla presidenza della Regione con il 61% e un chiaro disegno politico progressista sui beni comuni, l’etica, la competenza. Penso che il modo di governare Regione e Comune in Campania abbia influito sul voto. Se promulghi una legge sul salario minimo come abbiamo fatto noi, realizzando con coerenza e serietà un programma, la fiducia dei cittadini si rafforza e si manifesta in ogni occasione politica. Non possiamo attribuirci la vittoria al referendum, ovviamente. Ma ciascuno ha fatto bene la propria parte, qui ha pagato il percorso politico collettivo».

Qual è l’aspetto che accomuna tutto il Mezzogiorno, al di là delle situazioni locali? Qual è il segnale lanciato alla politica?

«Che il Sud non è più zavorra, ma è competitivo, capace di crescere con le proprie forze, di gestire investimenti, di promuovere l’innovazione e il turismo. E questo vale dalla Campania alla Calabria alla Puglia, in tutte le regioni meridionali. Cresce la consapevolezza di un Sud più giovane e pieno di energie, che si sente protagonista e vuole determinare il proprio destino. Sta succedendo qualcosa di importante in Italia, che supera vecchie letture consolidate. Tutto questo i partiti non possono ignorarlo. Penso alla battaglia contro l’autonomia regionale differenziata. Io stesso ho girato tutto il Mezzogiorno per due anni, ho partecipato a tantissimi convegni dalla Sicilia alla Basilicata. E la risposta era forte e visibile sempre».

Presidente, lei ha evidenziato la partecipazione dei giovani, ma non è detto che alle prossime elezioni amministrative o politiche essa si manifesti con uguale intensità. Come si fa a tenere vivo questo fuoco?

«Occorre la massima apertura, coinvolgendo davvero i giovani, dando loro compiti, ruoli e responsabilità, non tenendoli ai margini. Le istituzioni vanno aperte il più possibile, la Regione deve essere la casa di tutti, vicina ai cittadini. È una questione sostanziale, vera, per sconfiggere l’astensionismo. Noi in Campania lo stiamo facendo, riattivando lo strumento delle Consulte territoriali e applicando gli strumenti di partecipazione previsti dallo Statuto».


Eravamo vecchi amici


(di Michele Serra – repubblica.it) – Immaginate di avere dei vecchi amici ai quali, per ragioni che a voi sono note ma a loro no, all’improvviso rivolgete insulti, rimbrotti, parole di disprezzo. Li chiamate parassiti, scrocconi, viziati, li trattate con manifesta arroganza, usate la vostra posizione di potere per nuocere alla loro condizione economica, riuscite a guastare i rapporti con tutti loro ma in modo particolare con quelli, tra loro, che prendono atto della vostra sorprendente inimicizia ma decidono di non dolersene più di tanto, e si dimostrano serenamente rassegnati a fare a meno di voi.

Anche se hanno ben presente che il tratto di strada percorso insieme era fatto di prossimità culturale e comuni interessi — era, insomma, un’amicizia vera — si fanno una ragione della vostra repentina decisione di interromperla. Pazienza, faremo a meno di te. La vita continua, e l’amicizia, come l’amore, non sempre regge agli urti della vita.

A un tratto vi mettete nei guai (capita, nella vita) e vi accorgete che quegli ex amici potrebbero farvi ancora comodo. E pretendete che vi aiutino, nonostante il guaio sia solo vostro, e sorvolando sull’ostilità ringhiosa che gli avete rovesciato addosso negli ultimi tempi. Vi offendete del mancato aiuto: ma che razza di amici siete, se nel momento del bisogno non venite in mio soccorso?

Questa, per sommi capi, è la storia recente dei rapporti tra Trump e i governi europei. Sembra una favola morale, alla Fedro, alla Esopo, l’infedele che pretende fedeltà, l’incoerente che pretende coerenza. Il finale è ancora da scrivere. Ma in genere, nelle favole morali, chi tira troppo la corda non fa una bella fine.


Dimissioni Santanchè, La Russa: “Un gesto non dovuto”


Il presidente del Senato in solidarietà all’ex ministra del Turismo, che avrebbe mostrato “senso di responsabilità per eliminare ogni sorta di tensione nell’interesse di Fratelli d’Italia e di tutto il centrodestra”

(lespresso.it) – “Rivolgo a Daniela Santanché la mia vicinanza per il senso di responsabilità dimostrato e con il quale ha voluto eliminare ogni sorta di tensione nell’interesse di Fratelli d’Italia e di tutto il centrodestra”. Poche ore dopo l’annuncio delle dimissioni dell’ex ministra del Turismo Daniela Santanché, il presidente del Senato Ignazio La Russa diffonde una nota di solidarietà. “Un gesto non dovuto, compiuto solo dopo l’invito del presidente del Consiglio, e nonostante la sua situazione giudiziaria non solo sia priva di condanne ma anche di un semplice rinvio a giudizio nella vicenda ‘cassa integrazione'”.

Non è la prima volta in cui il presidente del Senato si espone a difesa della collega di partito. A fine gennaio, rispondendo ai cronisti a margine del convegno sui 30 anni di Alleanza nazionale, aveva sostenuto che fosse meglio evitare la via parlamentare della mozione di sfiducia. In quell’occasione aveva tenuto a sottolineare che il rapporto con Santanché “prescinde dal rapporto politico. Lei resterà mia amica, sia che sarà ministro, sia che non lo sarà”.

L’ex ministra ha all’attivo un processo per falso in bilancio, un’udienza preliminare per truffa all’Inps e tre indagini per bancarotta che presto potrebbero concludersi. La senatrice è imputata per i presunti conti truccati delle società della galassia Visibilia fra 2016 e 2022, per la cosiddetta “truffa Covid” ai danni dell’Inps legata alla gestione della cassa integrazione della Visibilia e si trova sotto indagine, con l’ipotesi di bancarotta, per il crac di Bioera e per quello della Ki Group srl per la quale è stato accertato un “passivo esposto in ambito concordatario” da oltre 8,5 milioni di euro.