Selezione Quotidiana di Articoli Vari

I volenterosi, Putin e la lotta di liberazione


(Tommaso Merlo) – Riecco i volenterosi, a Kiev si sono fottuti tutti i soldi e Zelensky ha chiamato a raccolta i donatori coi soldi degli altri. I paladini della democrazia che se ne fotte della volontà popolare e della pace da conquistare a suon di bombe a grappolo. Tra gli statisti presenti spicca il nuovo premier inglese prosciutto bruciato “Burnham” che per la poltrona non ha baciato solo l’anello di Re Carlo ma anche quello della Nato e del sionismo altrimenti sarebbe rimasto nella sua città ad occuparsi delle buche stradali. Il Prosciutto si è spinto a ringraziare sentitamente Zelensky in quanto combatte in prima linea per tutti noi occidentali che grazie al sacrificio ucraino siamo tutti più forti, uniti e sicuri. Le cose sono tre: o beve, o sniffa o ormai anche i burattini della lobby della guerra hanno perso ogni ritegno. L’Inghilterra avrebbe ben altre priorità. Rischia di scomparire per l’abnorme karma coloniale che ha accumulato eppure non riesce a liberarsi da una endemica russofobia figlia di un antico complesso di inferiorità in quanto la Russia è un grande paese mentre l’Inghilterra lo era solo sfruttando quello degli altri. E così i sudditi di sua maestà usano quegli utili idioti degli ucraini per una meschina ritorsione buttando di continuo benzina sul fuoco. L’impero americano sta crollando sotto i nostri occhi mentre quello inglese sopravvive ancora nell’ego ferito dell’alta borghesia londinese. Ma anche tra i sontuosi palazzi del centro di Parigi non si scherza in quanto ad ego napoleonico anche se pare sia il marito di Macron a brandire la baionetta. La Campagna di Russia è rinviata per carenza di franchi e carne da cannone, ma Madame le Président manderà a Kiev altri avanzi di arsenale e organizzerà esercitazioni militari con pranzo al sacco. A Mosca se la stanno già facendo sotto mentre per le strade di Kiev oramai raccattano anche i vecchi mentre si vocifera di reclutamento femminile che potrebbe causare un esodo di massa del gentil sesso per la felicità degli zitelli del vecchio continente. Alla tavolata dei volenterosi non poteva mancare lo spilungone tedesco, il cancelliere più detestato dai tempi di Otto von Bismarck. Alle prossime elezioni la Germania rischia di tornare nera come il carbone e le armi che Merz sta sfornando a nastro potrebbero venire usate contro i politicanti come lui che hanno distrutto la Repubblica Federale di Germania a furia di servire i mercati invece che gli esseri umani. Quanto all’Italia, dato che il padrone americano si è defilato dal pantano ucraino non poteva certo esimersi e poi in quanto a riciclaggio politico non ci batte nessuno e il vero segreto è smarcarsi dalle magagne con tempestività. In trincea intanto si muore, intere generazioni stanno perdendo la vita perché i politicanti non sono capaci di fare il loro mestiere e cioè ragionare, dialogare e trovare soluzioni intelligenti. Putin da parte sua ha provato a negoziare per anni con quella manica di idioti, ma non c’è stato verso. E non è solo che non capiscono una mazza, è che non contano una mazza. Dato che la lobby della guerra lavorava da oltre trent’anni allo scontro con la Russia, non hanno permesso a nessun burattino politico di rovinargli la festa. Strategicamente non sta andando come speravano, la Russia si è rilanciata come grande potenza anche militare mentre l’Occidente è in frantumi politici ed economici e l’Ucraina sta scomparendo dal mappamondo. Ma alla lobby della guerra non frega nulla della vittoria sul campo, basta che si combatta. Dai milioni son passati ai miliardi, hanno svuotato gli arsenali e lanciato un riamo colossale e se questa guerra finisse male, punteranno sulla prossima che magari sarà pure mondiale. Il banco guerrafondaio vince sempre, a perdere sono i cittadini comuni che la guerra la pagano in soldi o con la vita. Per il momento Putin sta evitando tutte le provocazioni e spingendo per conquistare gli ultimi brandelli di oblast. Solo raggiunti gli obiettivi si dice disposto a tornare ad un tavolo ma se dall’altra parte si siederanno i volenterosi de noialtri, una soluzione diplomatica sarà pressoché impossibile. L’unica speranza per scongiurare una pericolosissima escalation, è una lotta di liberazione e proprio dai volenterosi, dalle classi deprimenti che sono la dimostrazione di quanto siamo caduti in basso come Occidente. Ma anche liberazione dal vassallaggio del putrefatto impero americano e dalle streghe guerrafondaie di Bruxelles. E liberazione da ogni potere lobbistico occulto e dal conformismo poltronista. Una lotta di liberazione in nome della normalità democratica affinché torni a comandare il popolo. Non burattini delle lobby ma rappresentanti popolari capaci di fare il loro mestiere e cioè ragionare, dialogare e trovare soluzioni intelligenti. Una lotta di liberazione in nome del buonsenso in modo da tornare ad interagire in maniera civile e anche con la Russia che è e sarà sempre nostra vicina e non solo geograficamente. Ma in trincea intanto si muore, mentre i volenterosi danno l’ennesimo spettacolo osceno, intere generazioni stanno perdendo la vita e tutti noi rischiamo una pericolosissima escalation.


Non solo anti-woke: la teoria della giustizia di Giuseppe Conte


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(Rita Bruschi – rivistarinascita.it) – L’intervento di Giuseppe Conte su Repubblica il 21 agosto, al di là del tema contingente del woke, contiene una vera e propria ipotesi di rifondazione della sinistra, con il passaggio da una politica centrata sul riconoscimento ad una capace di riunire riconoscimento e redistribuzione, diritti civili e sicurezza sociale, identità e classe, libertà individuale e potere economico. È un testo di transizione strategica.

Un riferimento teorico netto, anche se non citato esplicitamente da Conte, è Nancy Fraser, che ha costruito per decenni proprio la distinzione fra Redistribution (distribuzione di reddito, ricchezza, potere e risorse) e Recognition (riconoscimento delle identità e delle forme di subordinazione culturale). Fraser definisce Progressive neoliberalism lo slittamento per cui le lotte per il riconoscimento hanno ampliato la politica progressista, ma nel contesto del neoliberismo rischiano di sostituire, anziché integrare, le lotte redistributive. Un sistema può diventare culturalmente progressista (diversità, inclusione, empowerment, rappresentanza) continuando al contempo a produrre precarietà, concentrazione della ricchezza e potere oligopolistico. La posizione di Fraser è che non bisogna scegliere, poiché redistribuzione e riconoscimento sono due dimensioni irriducibili della giustizia. Una società è ingiusta quando determinate persone o gruppi non possono partecipare alla vita sociale come pari. La sua nozione di participatory parity, parità partecipativa, è il criterio generale attraverso cui valutare se una società è giusta. È la traiettoria esatta del testo di Conte, tenuto anche conto del suo insistere in varie altre occasioni sul pilastro costituzionale dell’art. 3, secondo comma. La sua frase per cui «si possono tenere insieme riconoscimento e redistribuzione» non è quindi una buona posizione generica, ma una formula con una precisa storia teorica, quasi una traduzione politica italiana della soluzione fraseriana. La critica comune è che il liberalismo progressista abbia talvolta combinato l’avanzamento dei diritti con l’arretramento del potere economico dei lavoratori. Ma i ‘diritti senza redistribuzione’ non bastano. Questo è il problema posto da Conte, che non vuole abbandonare la politica del riconoscimento, ma subordinarla a un progetto sociale più ampio, cambiando la struttura stessa della politica progressista. Salvare il principio, correggere la forma e spostare il baricentro dalla guerra culturale alla distribuzione del potere economico, tecnologico e sociale. Ricostruire una politica capace di intervenire insieme su status, distribuzione e potere. La sfida è recuperare i ceti popolari senza sacrificare le conquiste culturali degli ultimi decenni.

E proprio mentre cerca di ridefinire la sinistra, nel passaggio fra la diagnosi delle disuguaglianze e la proposta di una nuova politica economica, Conte cita il §162 dell’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, dove afferma che la giustizia sociale non va considerata un problema «separato e successivo» alla produzione della ricchezza e che deve riguardare «tutte» le fasi dell’attività economica. Conte lo traduce quasi alla lettera nella sua formula «intervenire a monte del processo produttivo, prevenendo le disparità sin dalla fase progettuale», chiaramente appropriandosi di una categoria politica dell’enciclica. Non si tratta di un riferimento ornamentale, ma di un passaggio concettuale enorme. Non di una semplice critica al woke, ma addirittura di una teoria della giustizia. E la citazione di Leone XIV è il cardine che permette di trasformare la critica in una concezione alternativa dell’economia. Non basta rendere il capitalismo più inclusivo; bisogna chiedersi come il capitalismo produce le disuguaglianze, e intervenire nella struttura che le produce. Magnifica Humanitas insiste proprio sulla necessità di governare la progettazione e l’orientamento della tecnologia, non solo di correggerne gli effetti a posteriori. Ed è ciò che Conte cerca di dire quando passa dai diritti identitari alla finanziarizzazione, alla rendita, alle Big Tech e al mercato del lavoro. Egli assume l’idea che economia, tecnologia, ambiente e giustizia sociale non siano problemi separati. Il passaggio su Big Tech è forse il più interessante di tutti, perché viene introdotto un terzo asse, il potere tecnologico, e si chiarisce che il nuovo conflitto politico non sarà soltanto ‘lavoro vs capitale’, ma anche ‘cittadino vs infrastruttura algoritmica’. E questa potrebbe essere una delle questioni politiche centrali dei prossimi decenni. Inoltre, la destra equipara la sicurezza all’ordine pubblico, confini, polizia, deterrenza. Conte invece reinterpreta la sicurezza come casa, lavoro, salario, sanità, istruzione, welfare. È una tesi socialdemocratica classica, ma che oggi può avere una particolare forza politica, perché consente alla sinistra di tornare a parlare a persone che non si riconoscono necessariamente nelle categorie culturali del progressismo contemporaneo.

La domanda politica sottostante al testo è dunque ‘quale sarà il nuovo soggetto progressista?’. La vecchia sinistra aveva il lavoratore. La sinistra postmoderna ha avuto le identità oppresse. Conte indica un terzo soggetto, la persona esposta insieme a sfruttamento economico, trasformazione tecnologica, precarietà sociale e vulnerabilità culturale. Non più «operaio» contro «minoranza», ma «persona vulnerabile dentro sistemi di potere interconnessi». Leone XIV chiede ‘che cos’è l’essere umano che vogliamo proteggere?’ e ‘quale ordine economico, tecnologico e politico è compatibile con la dignità della persona?’ Conte risponde cercando di unire tre livelli di analisi: l’uomo è vulnerabile perché è inquadrato in strutture economiche e di status diseguali, perché è inserito in un sistema economico-tecnocratico che tratta la natura e la società come risorse da sfruttare, perché rischia di essere ridotto a dato, prestazione, funzione o oggetto di sistemi tecnologici. Se la disuguaglianza viene prodotta dentro l’architettura stessa dei sistemi economici e tecnologici, bisogna intervenire sull’architettura. Quali strutture economiche, tecnologiche e culturali stanno trasformando la condizione umana? Ad esempio questa è la struttura argomentativa del suo «costituzionalismo digitale». La frase sulle Big Tech quali «”padroni delle nostre esistenze”» non è solo una critica antimonopolistica, è un salto di livello, poiché sta dicendo che il potere tecnologico deve essere sottoposto a principi costituzionali. Ed è una critica antropologica. È un tentativo di costruire una nuova antropologia politica progressista, passando dalla persona ‘libera’ a persona ‘socialmente protetta’ a persona ‘riconosciuta’ a persona ‘non espropriata del proprio potere dalle infrastrutture tecnologiche’. La continuità profonda è data dall’idea di persona sottoposta a sistemi di potere economici, tecnologici e sociali che devono essere governati dalla politica.

Non c’è dubbio che questa sia la grammatica della dottrina sociale cattolica contemporanea. E non è casuale che Conte la utilizzi proprio mentre cerca di ridefinire la sinistra, costruendo una sintesi nella quale la distinzione fraseriana fra riconoscimento e redistribuzione viene innestata nella più recente dottrina sociale cattolica di Leone XIV, secondo cui la giustizia sociale deve essere incorporata nel processo produttivo, fin dalla progettazione.

Conte sta quindi cercando di fare una cosa molto particolare, cioè utilizzare una critica strutturale delle disuguaglianze dentro una concezione normativa della persona e del bene comune. Costruisce una gerarchia di problemi, dalla disuguaglianza alla finanziarizzazione e al declino dell’economia reale, alla trasformazione tecnologica e al lavoro, al welfare, al riarmo e alla pace. Ma soprattutto introduce un principio organizzatore, secondo il quale la politica progressista deve intervenire sulle strutture che producono la disuguaglianza, non limitarsi a correggerne gli effetti. E questa è una teoria dell’ordine economico, non soltanto comunicazione, men che meno un testo “elettoralistico” nel senso deteriore del termine.

La critica al woke appare quindi come il capitolo introduttivo di un discorso molto più vasto. È la critica al modo in cui una parte della sinistra ha ristretto il concetto di giustizia – una critica interna al progressismo, non una critica conservatrice. Conte ha capito che la sinistra non può continuare a vivere della sola grammatica dei diritti identitari. Ma non vuole nemmeno fare quello che hanno fatto alcune destre o alcuni populismi di sinistra, cioè buttare via il riconoscimento per recuperare la classe.

Non vanno certo abbandonate le conquiste culturali del progressismo, ma la loro centralità politica dev’essere subordinata a una concezione più ampia della giustizia.


Più schede elettorali per chi ha figli: Vannacci vuole il voto “plurimo”


Nel programma di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci propone di assegnare più schede elettorali ai genitori in base al numero dei figli. Si tratta del cosiddetto “voto plurimo”, una misura che richiederebbe di modificare l’articolo 48 della Costituzione, secondo cui il voto di ogni cittadino ha lo stesso peso.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Sono online le prime due parti del programma politico di Futuro Nazionale. Un faldone di oltre 100 pagine contenente i capisaldi della dottrina di Roberto Vannacci. Dalla remigrazione all’abolizione delle unioni civili, dal patriarcato mediterraneo fino alla negazione del diritto all’aborto, dalla difesa dell’identità cristiana all’educazione militare nelle scuole. Nel mezzo qualche proposta su tasse e lavoro.

Il resto è un condensato di richiami identitari, derive medievali, nostalgie del Ventennio e un’agenda che mette al centro la cosiddetta “famiglia tradizionale”. È proprio a quest’ultima che Vannacci dedica una lunga sfilza di proposte. Tra le più eccentriche su questo fronte, c’è l’idea di istituire un ministero della Vita della Famiglia naturale e dell’identità. A seguire, l’ipotesi di introdurre il voto plurimo ai genitori in rappresentanza dei figli.

In pratica, il leader di Futuro Nazionale suggerisce di assegnare un peso elettorale maggiore, ovvero più voti, ai genitori che hanno più figli a carico. “Sarebbe un interessante esperimento politico, da valutare attentamente, quello di dare rappresentanza a tutti gli italiani, facendo rappresentare, come già avviene in ogni altra materia, i minori dai genitori”, recita il documento. La proposta consisterebbe nel consegnare ai genitori tante schede elettorali quanti sono i figli a carico, magari da spartire tra madre e padre, ma tutte utilizzabili alle urne.

Secondo Vannacci, il voto plurimo servirebbe a riconoscere il valore sociale ed economico della famiglia e riequilibrare la rappresentanza democratica. “Sarebbe peraltro una forma di ponderazione democratica del voto, che tiene conto del peso di chi rappresenta una ‘società domestica’, ovvero una famiglia”.

La misura però rischia di scontrarsi con il dettato costituzionale. In particolare con l’articolo 48, nella parte in cui definisce il voto “eguale”. Nell’ordinamento italiano ogni voto ha lo stesso valore e lo stesso peso. Non esiste alcun cittadino il cui voto valga di più o conti doppio rispetto a quello di un altro. Attribuire un valore maggiore ai voti delle famiglie numerose significherebbe introdurre delle differenze e discriminare chi per motivi personali, di salute o per qualsiasi altra ragione, non ha figli, o ancora, chi li ha persi.

Ma il generale è disposto a modificare il testo costituzionale. “Nella concretezza, si tratterebbe di intervenire sull’art. 48 della Costituzione e assegnare ai genitori un numero superiore di schede, pari a quello dei figli, per esempio divisi tra il padre e la madre e, nei casi dispari, a tornate alternate”, spiega il documento.

Proposte simili erano stata avanzate negli anni da esponenti politici e movimenti di area conservatrice o cattolica, come l’ex ministro del governo Berlusconi IV, Maurizio Sacconi nel 2016. Ancora prima, nel 2004, era stato il professore di economia Luigi Campiglio a parlarne. Entrambi  vengono citato nel programma di Futuro Nazionale. “Si tratta per il momento solo di una idea che offriamo al dibattito italiano, già lanciata anni fa dall’economista Luigi Campiglio e dall’ex Ministro Maurizio Sacconi”, precisa il programma, e “che varrebbe la pena di prendere in considerazione anche per dare ulteriore e formale riconoscimento al valore della famiglia, la società domestica, quale nucleo fondante della società nazionale”, conclude.


Sanzioni, armi e nessun negoziato: la linea dei “volenterosi” sulla guerra in Ucraina


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Sono passati 35 anni dall’adozione della Dichiarazione d’indipendenza che ha sancito la nascita dello Stato ucraino. Ieri, in occasione dell’anniversario, la Coalizione dei Volenterosi, promossa da Regno Unito e Francia, si è riunita in formato ibrido per discutere degli aiuti da fornire a Kiev nella guerra contro la Russia. La linea resta quella consolidata negli ultimi anni: forniture di armi, sanzioni contro Mosca e sostegno al percorso di adesione dell’Ucraina all’UE; i negoziati di pace, invece, restano lontani. La Commissione europea ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari da oltre 6 miliardi di euro, mentre il Regno Unito ha autorizzato la produzione dei missili Storm Shadow sul territorio ucraino. La Francia ha inoltre annunciato la prima esercitazione militare della Coalizione dei Volenterosi, prevista per il prossimo novembre, alla quale l’Italia non prenderà parte. Proprio Roma sta preparando un nuovo pacchetto di aiuti destinati a Kiev, che dovrebbe essere approvato in autunno.

«I leader della Coalizione dei Volenterosi si sono riuniti oggi a Kiev e in videoconferenza per commemorare il 35° anniversario del ripristino dell’indipendenza dell’Ucraina. Sono stati uniti nel continuare a sostenere la lotta dell’Ucraina per difendere la sua sovranità, libertà e integrità territoriale». Inizia così il comunicato con cui i Volenterosi annunciano la linea che intendono perseguire nei prossimi mesi nell’ambito del conflitto russo-ucraino. Le direttrici fondamentali sono tre: armi, sanzioni e adesione all’UE.

La situazione sul campo vede un’Ucraina sempre più impegnata a colpire le infrastrutture energetiche e commerciali russe, con l’obiettivo di danneggiare l’economia della Federazione. Nonostante l’intensificazione degli attacchi, le difficoltà di Kiev continuano a emergere e lo stesso Zelensky ha chiesto l’invio di un maggior numero di missili difensivi e di ulteriori risorse per sostenere la campagna militare e affrontare l’arrivo dell’inverno, che ogni anno si configura come il periodo più difficile per l’Ucraina sul fronte bellico. Il presidente ucraino ha spiegato che il Paese deve coprire un deficit di 27 miliardi di dollari generato dalla guerra; ha inoltre affermato che l’Ucraina sarebbe a corto di intercettori Patriot e ha chiesto agli alleati l’invio di almeno 300 missili. Anche il premier britannico Andy Burnham, recentemente insediatosi, ha chiesto all’UE di attingere alle proprie scorte di Patriot per sostenere l’Ucraina.

In generale, l’Ucraina si è mossa per consolidare la cooperazione militare con gli altri Paesi alleati. Ieri, lo stesso Burnham ha formalizzato l’autorizzazione a fornire i progetti riservati per la costruzione dei missili a lungo raggio Storm Shadow, con i quali Kiev potrebbe colpire più in profondità il territorio russo; nel frattempo, il primo ministro Serhii Koretskyi ha annunciato un accordo con la Norvegia per la produzione di droni. Analoghe trattative sono state avviate con i Paesi baltici. La Francia ha annunciato nei giorni scorsi l’invio di missili a Kiev, mentre ieri il presidente Macron ha dichiarato che tra ottobre e novembre organizzerà un’esercitazione militare con i Paesi della Coalizione dei Volenterosi. Anche l’Italia sta preparando il prossimo pacchetto di aiuti, che dovrebbe essere approvato a settembre; secondo le indiscrezioni, potrebbe contenere sistemi antiaerei SAMP/T e missili Aster. Il maggiore pacchetto di aiuti, tuttavia, arriverà da Bruxelles e ammonterà a 6,1 miliardi di euro.

Sul fronte delle sanzioni, la dichiarazione della Coalizione dei Volenterosi è chiara: «I leader hanno concordato di proseguire gli sforzi per limitare le risorse militari della Russia attraverso l’uso di sanzioni, misure economiche più ampie e la repressione dell’elusione delle sanzioni e della Flotta ombra russa. Questa azione congiunta ha finora privato la Russia di almeno 495 miliardi di dollari dal febbraio 2022», si legge nella dichiarazione. A parlare del tema delle sanzioni è stata anche l’Alta rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, che ha annunciato per l’autunno un nuovo pacchetto, il 22º, ancora più duro dei precedenti. «Una volta adottato», dichiarava Kallas appena una settimana fa, «aumenterebbe immediatamente di un terzo il numero totale di entità russe sanzionate».

A parlare del percorso di adesione è stato prevalentemente il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Costa ha affermato che l’UE accelererà i negoziati per l’ingresso di Kiev nell’Unione, e la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha fatto eco alle sue dichiarazioni. A riportare tutti con i piedi per terra è stata la Polonia: «Probabilmente tutti diamo per scontato che una qualche forma di pace, un cessate il fuoco, debba essere una condizione per l’adesione», ha dichiarato il viceministro degli Esteri polacco Ignacy Niemczycki. «Il conflitto in corso non preclude necessariamente l’adesione in base ai trattati, ma la realtà politica rende difficile immaginare che l’Ucraina possa entrare a far parte dell’UE prima della fine delle ostilità». I negoziati di adesione sono infatti appena iniziati e le riforme necessarie sono ancora numerose. I tavoli con la Russia, invece, devono ancora iniziare. Zelensky ha ribadito che l’Ucraina non intende fare concessioni territoriali, mentre il comunicato dei Volenterosi non menziona possibili trattative; i rappresentanti di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, erano attesi a Kiev per stabilire un’agenda sulle trattative, ma la loro visita è stata rinviata.


Il doppio standard di Meloni: generatori a Kiev, 85 milioni di armi da Israele


Il doppio standard di Meloni: generatori a Kiev, 85 milioni di armi da Israele

( di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Nove mesi. Sono passati nove mesi dall’ultimo pacchetto italiano di armi per Kiev, il dodicesimo, in Gazzetta Ufficiale il 1° dicembre 2025, mentre fra il nono pacchetto e il dodicesimo erano bastati cinque o sei mesi. Ieri, per i trentacinque anni dell’indipendenza ucraina, Giorgia Meloni si è collegata alla Coalizione dei volenterosi e ha volenterosamente confermato l’impegno italiano verso Kiev per l’inverno: l’invio di “ulteriori generatori”, scrive Palazzo Chigi. Generatori, avete letto bene. Quintali di miliardi nei prossimi bilanci e intanto inviamo materiale da campeggio.  Nel giorno in cui la Commissione europea sblocca 6,1 miliardi per difesa aerea e missili, l’Italia porta le prese di corrente.

Del resto sostegno a Kiev va esibito ai tavoli dove si pesa l’affidabilità e poi si può tenere leggerissimo a casa, dove l’elettorato non lo vuole e dove Roberto Vannacci ci ha costruito sopra un partito. A febbraio i tre deputati di Futuro Nazionale hanno votato la fiducia al governo e contro il decreto Ucraina nello stesso pomeriggio, e sono ancora in maggioranza, mentre il tredicesimo pacchetto, pronto da fine luglio aspetterà settembre. Con l’Ucraina, del resto, conta la postura: proni al bellicismo, accordati con i desiderata di Bruxelles, accondiscendenti con la fame americana. E nella liturgia del conformismo è prevista ovviamente anche la faccia di bronzo del doppio standard.

Perché mentre l’Italia inscena aiuti all’Ucraina mangiata da Putin, Israele si mangia la Palestina con gli aiuti di chi quegli aiuti li firma. Il 20 agosto Roma ha firmato con Francia, Germania e Regno Unito una nota che definisce “inaccettabile” la decisione israeliana di pubblicare i bandi per E1, le circa 3.400 case che spaccherebbero in due la Cisgiordania. Parole, parole, parole. Sotto le parole, i numeri: nel 2025, secondo l’analisi della Rete italiana pace e disarmo sulla Relazione della legge 185/90, verso Israele sono stati movimentati 22,6 milioni di euro di materiali militari su licenze vecchie, e il governo ha autorizzato imprese italiane a comprare armi da Israele per 85 milioni. Le nuove licenze restano sospese dall’ottobre 2023, questo sì.

Una volta il detto era che c’è un invaso e un invasore. Adesso va aggiornato: c’è invasore e invasore, e a distinguerli, dalle parti di Palazzo Chigi, è chi le armi te le vende.


Amatrice, in dieci anni ricostruzione al palo: è ancora ferma al 40%


Circa 9mila cantieri aperti: 8.759 famiglie non sono rientrate in casa e 2.200 vivono nelle soluzioni abitative d’emergenza –

Amatrice, in  dieci anni  ricostruzione  al palo:  è ancora ferma al 40%

(di Andrea Tundo – ilfattoquotidiano.it) – Il giorno in cui la politica si presenta in piazza è forse il più indicato per fare i conti con la realtà. E la realtà, qui, è che la ricostruzione è in ritardo e circa 9mila famiglie non sono ancora rientrate in casa.

Ore 3:36 del 24 agosto 2016, Valle del Tronto. Dieci anni fa. La terra trema per oltre 15 secondi tra i comuni di Accumoli e Arquata del Tronto, a cavallo tra le province di Rieti e Ascoli Piceno, sorprendendo tutti nel sonno e squarciando i paesi del Centro Italia dove crollano case, chiese e industrie. I sismografi fermano la magnitudo a 6.0 e in quella notte d’estate muoiono 299 persone: 239 ad Amatrice, che si sta preparando per la sagra dell’amatriciana, 11 ad Accumoli e altri 51 ad Arquata. Pescara del Tronto viene completamente rasa al suolo: i suoi abitanti, ancora oggi, vivono letteralmente lungo la Salaria, in un villaggio che, un decennio dopo, c’è chi si ostina a definire “temporaneo”.

Nel cratere del sisma, 8.759 famiglie non hanno ancora fatto rientro nella loro casa: 2.200 vivono ancora nelle soluzioni abitative d’emergenza e oltre 5.500 percepiscono il contributo di autonoma sistemazione. I cantieri in corso? Sono ancora 9mila. Il commissario straordinario alla ricostruzione, Guido Castelli, senatore di FdI e sindaco di Ascoli nella notte della ‘botta’, riconosce che resta ancora molto da fare, soprattutto nei territori più devastati, anche se considera ormai il percorso “ben oltre il giro di boa”: “La ricostruzione più performante che ricordiamo in Italia è quella del Friuli, completata definitivamente dopo 19 anni. Eguagliare quel record sarebbe per me motivo di grande soddisfazione”, ha detto di recente. Le polemiche in questi anni non sono mancate, anche sul suo operato, con un cratere che si è allargato fino alla costa marchigiana. In totale sul piatto ci sono 12,5 miliardi che hanno preso mille rivoli: un pezzetto – 7 milioni di euro – della pioggia di soldi, per dire, è servito a rimettere a posto la curva dello stadio di Ascoli. Ci sono case sulle montagne del Piceno costate alle casse dello Stato oltre 4mila euro al metro quadrato (il valore di una casa in media periferia a Milano). Castelli, meno di un anno fa, in periodo di elezioni regionali, ha stanziato quasi mezzo milione di euro tra comunicazione ed eventi-spot nei territori dei candidati.

Solo a inizio agosto di quest’anno, con un decreto legge, viene fornita una corsia preferenziale ai territori più colpiti, definendo “primo cratere” i comuni di Arquata, Accumoli e Amatrice e introducendo norme che – dice Mauro Tolomei, sindaco di Accumoli – permetteranno, dieci anni dopo, un “decollo definitivo verso un rientro nelle abitazioni e nei lavori pubblici”. Ma anche – tra le altre cose – prevedendo la facoltà di rendere permanenti le soluzioni abitative provvisorie, in deroga alle norme edilizie ordinarie, per far fronte alle emergenze abitative locali. Nel frattempo, in un territorio interno già complicato, resta il tema dello spopolamento da contrastare. Più si dilata il tempo del fine lavori, più il rischio cresce.

Intanto Amatrice, il cuore ormai immobile di questa tragedia, è un paese senz’anima. Chiese, addio. L’ospedale ancora in ricostruzione. Il centro storico oggi è la spianata della zona rossa. “Partiamo dal concetto che facciamo parte di un territorio difficile da ricostruire: 69 frazioni con molti edifici”, dice il sindaco Giorgio Cortellesi. Poi però sono iniziati gli errori: “Purtroppo subito dopo il sisma sono state tolte le macerie senza registrare il perimetro dei fabbricati. Ci sono voluti cinque anni per ritrovare i confini delle proprietà. Quasi come uno scavo archeologico”. Poi si sono aggiunti gli abusi di alcuni e le lungaggini burocratiche per molti. Una spiegazione che non basta ai mille abitanti di Amatrice, che dopo dieci anni vivono ancora nelle 456 soluzioni abitative emergenziali sparse per il territorio. Secondo gli uffici tecnici del Comune, l’avanzamento dei lavori totale tra ricostruzione pubblica e privata è al 40%.

“Di fatto è iniziata da tre anni, non da dieci”, aggiunge il sindaco prendendosela poi con l’immancabile Superbonus per un nuovo rallentamento (“Maestranze e ditte si sono spostate nelle città, dove c’era più richiesta”). Al momento le case private rimesse in piedi e con agibilità sono 247. Chi vive nelle casette, che ora per legge possono diventare eterne, ha un’altra idea: “Sono stata 18 ore sotto le macerie, ho perso mio marito e sono dieci anni che vivo qui nelle Sae – racconta Maria (nome di fantasia) a LaPresse –. Che posso dire? Amatrice è finita dieci anni fa. Io la chiamo la capitale degli ingegneri e dei geometri. Lo sono diventati tutti, ma non si parte mai. Tanti galli a cantare e non si fa mai giorno”.


In Ucraina come in Libia. Da La Russa alla Russia: un’arroganza e due misure


(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Per capire ciò che Putin sta facendo all’Ucraina, occorre capire ciò che Ignazio La Russa fece alla Libia quando era ministro della Difesa nel 2011. Il governo Berlusconi firmò nel 2008 un Trattato di amicizia con Gheddafi che proibiva all’Italia di attaccare la Libia o di concedere il proprio territorio per consentire ad altri di attaccarla (articolo 3 e 4). Quando la Nato si predispose al bombardamento, La Russa disse che il Trattato con la Libia era stato superato dagli eventi. Sapendo di violare il trattato, Berlusconi disse in privato di volersi dimettere, ma poi si unì ai bombardamenti per rovesciare Gheddafi. La Russa disse che il fine del bombardamento era la difesa dei diritti umani. Ma poi James G. Stavridis – Comandante supremo della Nato in Europa durante il bombardamento in Libia – rivelò che la Nato aveva operato in combutta con i ribelli per rovesciare Gheddafi con queste parole su Foreign Affairs del 2012: la Nato ha dato “il tempo e lo spazio necessari alle forze locali per rovesciare Gheddafi”. Fu proprio un aereo della Nato a bombardare il convoglio di Gheddafi che, fuggiasco, fu trucidato dai ribelli. La risoluzione Onu sull’intervento in Libia non consentiva alla Nato di rovesciare Gheddafi in combutta con gli insorti. Il modo in cui La Russa giustificò il bombardamento è interessantissimo per capire ciò che accade in Ucraina. Ignazio La Russa, il 26 febbraio 2011, disse che il Trattato di amicizia era stato firmato da un regime che non esisteva più, travolto dalla rivolta popolare: “Non c’è la controparte in grado di rispettarlo”. Quindi non aveva senso rispettare il trattato, giacché, argomentò La Russa, tra il 2008 e il 2011 la situazione era cambiata. In realtà, il regime di Gheddafi esisteva eccome, tant’è vero che la Nato entrò in guerra per abbatterlo. Dopo la caduta di Gheddafi, i Paesi della Nato si sono disinteressati dei diritti umani in Libia e hanno stretto accordi con i torturatori, gli stupratori e gli assassini locali per impedire ai neri africani di arrivare in Europa. Orbene, la storia di Ignazio La Russa è preziosa sotto il profilo sociologico perché mostra uno dei tanti modi in cui i trattati muoiono: vengono superati dagli eventi. Quando Mosca firmava il Memorandum di Budapest del 1994, che proibiva alla Russia di attaccare l’Ucraina, la forza convenzionale della Nato era composta dalla sommatoria di 16 eserciti. Ma nel febbraio 2022 la Nato era diventata un’organizzazione di 30 membri che conduceva esercitazioni militari pure in Ucraina e Georgia, dirimendo le controversie internazionali con la forza. La moltiplicazione delle forze convenzionali della Nato, che oggi conta 32 membri, ha avuto tre conseguenze disastrose.

[…]

La prima è che ha spinto la Russia a investire nelle armi nucleari per ridurre lo svantaggio nelle armi convenzionali. Il risultato è che Putin può cancellare ogni traccia di vita in Europa nel giro di pochi minuti. La seconda è che ha spinto la Russia ad approvare una dottrina militare che consente a Putin di decidere un attacco nucleare preventivo anche per fronteggiare un attacco convenzionale in un conflitto regionale. Infine, è la terza conseguenza, l’espansione della Nato ha trasformato Putin in un novello Ignazio La Russia. Come La Russa nel 2011, Putin dice che tra il Memorandum di Budapest del 1994 e le esercitazioni Nato in Ucraina del 2021, la situazione è cambiata. Putin dice che l’espansione della Nato e i massacri di Kiev contro i civili russo-ucraini in Donbass hanno reso obsoleto il Memorandum di Budapest del 1994, anche perché l’Ucraina, nel 1994, era uno Stato neutrale. La Russia, come La Russa con la Libia, sostiene che il Memorandum di Budapest è stato superato dagli eventi. Che si tratti di Russia o di La Russa, il “volto demoniaco del potere” è sempre lo stesso.


Missili per una pace accettabile: la decisione di Francia e Regno Unito


Quanto deciso da Parigi e Londra sui missili a lunga gittata per Kyiv potrebbe essere arrivata tardi, ma è una buona notizia. La svolta dell’offensiva ucraina e l’incognita che si cela dietro a una Russia agonizzante

Immagine di Missili per una pace accettabile: la decisione di Francia e Regno Unito

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – La decisione di autorizzare Zelensky a progettare e costruire missili da crociera, ancora in mancanza di un sistema di difesa antiaerea e antibalistico capace di contenere i bombardamenti indiscriminati russi, potrebbe essere una svolta decisiva verso il negoziato e una pace accettabile. Perché sia così lunga e tormentosa la guerra in Ucraina è, salvo dubbi e incertezze, come sempre, abbastanza chiaro a chi ragioni con la propria testa, disponendone. Per i tre anni iniziali è stata una guerra unilaterale di una grande potenza sopravvissuta mediocremente alla gloria imperiale e sovietica, forte però del suo impianto nucleare e della sua vastità bicontinentale, una aggressione piena di illusioni scatenata contro un paese marginale ma ricco di passione e coraggio della sofferenza nella difesa della sua indipendenza. Avanguardia combattente d’Europa e dell’occidente, l’Ucraina per tre anni è stata difesa dal colosso eurasiatico e dalle sue potenti alleanze. Soldi, accoglienza a milioni di profughi, armi e munizioni, sanzioni al nemico.

Questo fino all’avvento del secondo mandato di Trump, che era visibilmente l’altro fronte (di collusione) di Vladimir Putin, e come tale ha relativamente funzionato e funziona, sebbene imperfettamente. Ma il periodo aureo delle grandi sanzioni contro Mosca e dell’unità del blocco Nato, guidato dal vecchio Joe Biden, con i treni della solidarietà e la storica foto sul treno per Kyiv o Kiev di Macron, Draghi e Scholz, fu caratterizzato, ecco perché la guerra è diventata tendenzialmente infinita, dalla cosiddetta impostazione difensiva o antiescalation che impediva all’Ucraina di tentare la vera controffensiva riequilibratrice, colpendo energia e economia russe al di là dei confini, con obiettivi fin quasi a duemila chilometri dal fronte convenzionale. L’impresa del Kursk, impossibile prototipo di una conquista territoriale in Russia, aveva il valore simbolico di un grido d’allarme, che non fu ascoltato. Per tre lunghi anni abbiamo deciso di accettare una sfida alla quale non era consentita la vera replica, quella dell’efficacia. Dall’operazione speciale di conquista e annichilimento dell’identità ucraina, dunque europea e democratica, ci si doveva esclusivamente difendere senza forzare il confine del nemico, il che era e resta un nonsenso.

La guerra, anche dissimulando, la faceva Putin, noi eravamo imbragati nella pura difesa territoriale e nella controffensiva finanziaria. Gli ucraini, con risorse tecnologiche obbligate, una parte delle quali sfugge alla regolamentazione ambigua del potere federale americano, secondo mandato, hanno cominciato nella seconda parte del 2025 e nel 2026 a contrattaccare seriamente colpendo raffinerie e centri commerciali mostrando il valore tattico della guerra dei droni a lunga distanza, incrementando l’insicurezza russa oltre che l’inflazione e la penuria in campo energetico. Nel momento di massima debolezza, offensiva trumpiana ad Anchorage e nello Studio ovale della Casa Bianca, inchieste sulla corruzione e tentativo di indebolire il comandante in capo, hanno saputo decidersi a contrattaccare e trovato il modo di farlo. Ora arriva la decisione franco-inglese sui missili a lunga gittata. Molto tardi, ma in un contesto abbastanza minaccioso per Mosca, che cerca un riscatto nella spietatezza dei bombardamenti urbani e nella guerra ibrida contro l’occidente, in funzione di aperta intimidazione. Citato da Paolo Forcellini, lo storico Peter Frankopan, che la storia del mondo a partire dall’Eurasia la conosce e l’ha raccontata bene, ha avvertito su Foreign Policy: “Stiamo molto attenti alle mosse disperate di un uomo che sta annegando”.


Contro gli stipendi a Report solo politici e cronisti da 3 euro


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] La polemica lanciata dal quotidiano Il Tempo sui compensi dei giornalisti di Report è una delle più stupide degli ultimi anni.

[…] Come tutti ormai dovrebbero sapere, le cifre pubblicate non sono gli stipendi degli inviati, ma comprendono anche e soprattutto i rimborsi. I giornalisti coinvolti quasi sempre freelance che lavorano a partita Iva: non hanno santi in paradiso, possono restare a spasso da un momento all’altro e devono anticipare migliaia di euro di tasca propria. Dietro quei servizi c’è un lavoro enorme. Ci sono minacce, ci sono pericoli, nulla è garantito. Non è un lavoro facile e men che meno invidiabile (anche contrattualmente). Report costa poco – per essere un programma di prima serata – e ha successo: manna dal cielo in una Rai svilita e disastrata. Eppure (o forse proprio per questo), lo crivellano da mane a sera. Se anche fosse vero che quegli ottimi giornalisti d’inchiesta prendono tanti soldi, andrebbe benissimo. Ma purtroppo non è vero. Chi lo ha deciso che un giornalista d’inchiesta (bravo) deve prendere poco? Chi lo ha stabilito? Qui viene il bello (si fa per dire), perché la predica arriva dal peggiore dei pulpiti. Gli accusatori di Report appartengono a tre categorie specifiche. Uno: i “politici” di professione, quelli cioè che prendono 15-20mila euro al mese per non fare nulla, se non sparare ogni giorno sciocchezze monumentali. Due: i “giornalisti” che scrivono su testate diversamente indipendenti e che, senza il cosiddetto “reddito di giornalanza”, chiuderebbero subito: non hanno pubblico, non hanno lettori, non hanno talento e spesso neanche decenza. Tre: i conduttori Rai che fanno meno ascolti di TeleFava, però continuano ad andare in onda (strapagati) perché graditi a questo governo di brodi.

Proviamo a immaginare lo stipendio “congruo” di questi indefessi detrattori con la bava alla bocca.

Donzelli. Sedicente politico involontariamente caricaturale, sgradevole e improponibile, con una dialettica pietosa e un senso dell’ironia che in confronto il Bagaglino era Ricky Gervais. Stipendio meritato: 4 euro al mese, più una bottiglia di olio di ricino come bonus ideologico.

Bignami. Vedi sopra, con l’aggiunta della propensione a vestirsi ogni tanto in maniera altamente discutibile e a profondersi in arringhe in Parlamento sature di strafalcioni storici e deliri semantici (persino più di Donzelli). Stipendio meritato: 3 euro al mese, più un flacone di shampoo avanzato a Cruciani (a osservarlo neanche troppo bene, probabilmente gli farebbe comodo).

[…]

Giornalista tipo del gruppo Angelucci (scegliete voi chi, la lista è lunga). Firma che confonde l’opinione con la propaganda, che attacca sotto la cintura, che non argomenta, che difende il centrodestra anche e soprattutto quando è indifendibile e che nel mondo reale non ha mezzo lettore. Stipendio meritato: togliergli immediatamente il “reddito di giornalanza” e vedere poi come strillano, starnazzano e implorano la benevolenza dei vecchi nemici, pur di restare anche solo minimamente a galla.

Conduttore Rai senza ascolti (i nomi metteteli voi, ché non son mica pochi). Va in onda all’insaputa di tutti, anche di se stesso, però non lo smuove nessuno, poiché fedele al governo. Stipendio meritato: la collezione completa dei dvd di Pucci e un bel poster del monoscopio, Santo Patrono dei senza share (che comunque faceva più ascolti di loro).

Gli esempi potrebbero essere infiniti: da La Russa (noto democratico) a Montaruli (tra un abbaio e una condanna definitiva), da Fidanza (tra un braccio teso e un patteggiamento) al ministro Mazzi (chi?), eccetera eccetera eccetera. Un Paese dove i Bocchino e i Salvini pretendono di insegnare cosa sia il giornalismo libero agli inviati di Report, è un paese capovolto, rincoglionito, ignorante e purtroppo ormai irrecuperabile. Condoglianze Italia!


Per non essere disertori


(di Michele Serra – repubblica.it) – Anche Firenze, come Parigi, Barcellona e altre città europee, ha deciso di levare asfalto e aggiungere alberi per cercare di ridurre la temperatura urbana. Che dieci nuove strade verdi, in una grande città, servano solo a un infinitesimale sollievo, è a conti fatti una osservazione sterile: servono comunque a segnalare una volontà politica che non prevede la resa di fronte al riscaldamento del pianeta. E serve a dire che le crisi, anche le più tremende, non si subiscono. Si prova a governarle. Ci si lavora dentro.

La rassegnazione (descritta con grande efficacia letteraria da Antonio Scurati a Ferragosto su questo giornale) è un nemico pericoloso quanto il negazionismo. Il negazionista climatico ha deciso che il problema non esiste, il rassegnato che è impossibile affrontarlo.

Stretta tra queste due diverse forme di diserzione c’è la buona volontà, che senza farsi troppe illusioni assume la responsabilità individuale non solo come un dovere, anche come una minuscola leva di cambiamento. Chiedete a qualunque persona che fa volontariato, nel mondo, se serve a qualcosa. Vi risponderà di sì.

L’elenco delle cose che è possibile fare individualmente, persona per persona, non è breve, e ormai appartiene al senso comune. È scienza diffusa. Piantare alberi, consumare meno carne, viaggiare di meno (l’overtourism è devastazione ambientale allo stato puro), cercare di ridurre i consumi e gli sprechi, riciclare i rifiuti, scaldare di meno le case in inverno, non abusare dei condizionatori d’estate.

Ognuna di queste scelte vale, in scala, quanto piantumare dieci strade di Firenze. Non servono eroi né asceti, serve un ragionevole lavoro di riparazione dei guasti. Serve lavoro e serve cura, che sono il contrario esatto dell’inedia e della rassegnazione.


Amatrice, quegli applausi a Meloni e l’alert del sindaco a Chigi: “Fermate i contestatori”


L’incontro, prima della funzione religiosa, con alcuni parenti delle vittime serve a rasserenare gli animi.Poi tutto fila liscio

Amatrice, quegli applausi a Meloni e l’alert del sindaco a Chigi: “Fermate i contestatori”

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – AMATRICE – L’elicottero segue il percorso immaginario delle valli sopra il cratere sismico. Da quella prospettiva Giorgia Meloni osserva la frattura provocata dieci anni fa dal terremoto, fissando lo sguardo sui segni dello sconquasso. Atterra all’eliporto e pochi secondi dopo è di fronte al parco Don Minozzi. Attorno, soprattutto prefabbricati e molta desolazione. Deve deporre la corona in memoria delle vittime. All’ingresso la attendono il questore meloniano della Camera Paolo Trancassini e tre ministri: Nello Musumeci, Gianmarco Mazzi e Andrea Abodi. Da queste parti Fratelli d’Italia è forte. La premier viene accolta da diversi applausi, qualcuno le urla «forza Giorgia». Non si manifestano i comitati che avevano chiesto alla politica di non partecipare e minacciato proteste. Chi è arrivato assieme ai dirigenti meloniani ovviamente si fa sentire a sostegno, altri plaudono spontaneamente. Non si sentono fischi. E non è soltanto un caso: tra un po’ spiegheremo perché.

Al mattino, quando è ancora lontana da Amatrice, rilancia stralci pubblicati già il giorno prima. «Non dimenticheremo mai quella notte», è la premessa. Ammette i «troppi rinvii e false partenze che hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente». Sostiene che il governo ha prodotto adesso un «deciso cambio di passo». Poi si presenta alle celebrazioni.

Nel parco suona il silenzio militare. Meloni si ferma qualche minuto di fronte al monumento dedicato ai morti. Fa caldo. È visibilmente commossa. Pesano quelle 299 vittime, intere comunità congelate nel decennale del dolore. Quando la premier si volta, incrocia un anziano. «Ci hai onorato con la tua presenza, è la gioia più grande della mia vita», dice in lacrime. «Non mi fare commuovere», è la replica, mentre torna indietro ad accarezzargli il volto. La calca si stringe, Meloni si dirige verso il palazzetto. Prima di entrare sul prato verde dello stadio per la messa, si intrattiene con alcuni dei familiari delle vittime.

Il cerimoniale presidenziale è soddisfatto. Niente fischi, come a Taranto, niente proteste, come era stato minacciato dai comitati alla vigilia. Come dicevamo, non è solo un caso. Se la gente del posto sceglie di non partecipare in massa alla deposizione della corona, altri salutano la premier calorosamente. Alcuni tra loro, riferiscono diversi tra i presenti, mobilitati da Trancassini e dai sindaci del reatino a lui vicini. E qualcuno esagera un po’: gli slogan di incoraggiamento stonano con il clima di ricordo mesto e raccolto degli altri presenti.

Ma c’è dell’altro. Lo confida candidamente ad alcuni cronisti il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi, eletto con una civica tendenza Fratelli d’Italia, prima dell’arrivo di Meloni: «Ho detto alle forze dell’ordine di fermare i contestatori perché sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime», è la premessa. E ancora: «A Palazzo Chigi erano preoccupati dai fischi di Taranto e ho mandato un report su criticità e contestazioni». È dunque il primo cittadino a confermare che al vertice del governo era arrivata voce di una possibile protesta e che lui si è mosso per gestire la situazione, evitare picchi polemici, informare del quadro generale la presidenza del Consiglio prima della missione nel reatino. Da anni, d’altra parte, chi si batte per ottenere sostegno dopo il terremoto del 24 agosto 2016 si espone e si fa sentire. Alcuni tra loro, anche per rasserenare gli animi, vengono ricevuti proprio da Meloni prima della funzione religiosa. «L’emozione per l’incontro con loro è grande — dice la leader — ma è più grande l’impegno: noi vogliamo soprattutto continuare a dare risposte».

Tutto, comunque, fila liscio. Durante la messa un fan le urla: «Non mollare». «Promesso». Dopo essere andata via, Meloni scrive sui social: «Grazie per l’accoglienza, per il calore e soprattutto per la straordinaria determinazione con cui state ricostruendo il vostro futuro. Siamo con voi. Con rispetto, gratitudine e impegno. Oggi e ogni giorno». Il post della premier è accompagnato da un video con delle immagini della sua visita. Un passaggio è dedicato all’incrocio con l’anziano al parco. L’ultimo fotogramma è un logo del paese, “Amatrice città degli italiani”.


Massimo Cacciari: “Meglio lasciar perdere il woke: la sinistra riparta da Karl Marx”


Il dibattito a sinistra

“Meglio lasciar perdere il woke: la sinistra riparta da Karl Marx”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] La lettera di Giuseppe Conte su woke e affini per lui va bene, è giusta. Tanto da spingerlo a dire: “Credo che anche Elly Schlein non possa che condividerla”. Ma per il filosofo Massimo Cacciari il nodo è un altro: “Al centrosinistra mancano totalmente i programmi”. Quanto alle primarie, l’ex sindaco di Venezia era e resta contrario: “Rischi di farti male”.

[…]

Nel testo inviato a Repubblica Conte sostiene: “La cultura woke non può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista”. Lo trova semplicistico?

Ma no, è giusto sottolineare che il centrosinistra e la cultura che afferisce a quel campo debbano passare da un discorso puramente ideologico sui diritti a uno incentrato sui problemi urgenti della gente: dai salari alle condizioni di lavoro, fino alla sanità. Sono questi i temi su cui porre l’accento.

Serve pragmatismo.

Certamente. Non si costruiscono partiti di massa ispirandosi al modello del partito d’Azione. Il centro della proposta non possono essere argomenti che riguardano solo alcune élite. Dopodiché nel cosiddetto campo largo farebbero bene a ripassare i fondamentali, ad esempio le analisi di un certo Karl Marx (sorride, ndr).

La lettura diffusa è che Conte abbia scritto sul woke per mettere di nuovo in difficoltà Schlein, sempre in ottica primarie. Condivide?

Credo che anche la segretaria del Pd sappia che non si possa impostare tutto sul politically correct, e che le priorità siano le emergenze sociali. Però il vero punto è che al centrosinistra mancano i programmi. Sul woke e sui diritti civili una paginetta di sintesi i partiti potrebbero pure scriverla, secondo me. Ma cosa pensano rispetto a un tema centrale come quello della politica fiscale? E soprattutto, come potranno accordarsi sulla politica estera, con il Pd che in Europa ha sostenuto come commissaria la Von der Leyen, e che per metà è composto da democristiani?

La segretaria è molto a sinistra.

Lei sì. Anche Gianni Cuperlo lo è, per dire. Ma quanti altri lo sono?

Sempre secondo Conte, il vincitore delle primarie avrebbe il diritto di dettare la linea, per esempio sull’Ucraina. Ma il Pd e gli altri partiti vogliono fissare tutto prima, in un tavolo sul programma.

Qui siamo al sovvertimento della logica. Come fai a fare il programma prima di scegliere il leader? Nelle primarie dovrebbero confrontarsi sulle diverse proposte, non certo su chi è più bello. Prima di tenerle, potrebbero al massimo fissare delle linee di massima, senza nulla di troppo dettagliato dentro. Ma è chiaro che il leader designato porterebbe i suoi orientamenti.

Lei si è sempre detto scettico sulle primarie.

Il rischio è di farsi male. In sintesi: se vince Schlein, il pericolo è che tanti elettori del Movimento, la metà almeno, non vadano a votare nelle Politiche. Se invece dovesse prevalere Conte, il Pd si sfascerebbe la sera stessa.

Quindi?

Quindi sia Conte che Schlein dovrebbero compiere un atto di generosità politica, facendosi da parte. Sarebbe una nobile uscita, diciamo.

[…]

Servirebbe un terzo nome… mica facile trovarlo.

E lo trovassero! Parlano della sindaca di Genova, Silvia Salis. Ebbene, può essere un’ipotesi. Dopodiché, decidessero loro. Di certo di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno, nel Paese. Ripeto, il tema sono le proposte di governo. Ad esempio, cosa farebbe il centrosinistra sulle riforme? È ormai evidente come il regionalismo sia una palla al piede per il Paese. Le Regioni non funzionano. Il campo largo vuole occuparsene? Bisogna sciogliere questi nodi, perché questa volta la partita si può vincere, visto che hanno diversi problemi anche nell’altro fronte.

Ma il woke

Bisogna parlare d’altro. I problemi sono altri, e lo capiscono tutti.


La Supervalériola


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Ci voleva il dibattito sulla cultura woke (“sveglio”), riaperto negli Usa dalla Ocasio-Cortez e qui da Conte, per ritrovare una nostra passionaccia che temevamo estinta: la supervalériola, cioè la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio. Una colata di piombo su Rep dal titolo: “Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto”. L’assenza di virgola prima del “ma” non deve stupire. La Valerio distribuisce la punteggiatura come gli chef il pangrattato: a manciate, ’ndo cojo cojo. Anche tra soggetto e verbo, prima della e, dopo il punto interrogativo a fine frase. Ma se ci domandassero cos’ha imparato costei dal woke, non sapremmo che rispondere, a parte l’arte di non farlo capire a nessuno. Eppure del woke “Mi ha immediatamente convinto (sic, ndr) l’aver evidenziato quanto le battaglie per i diritti non potessero procedere ‘in serie’, cioè un diritto prima di un altro, ma ‘in parallelo’, cioè un diritto insieme a un altro”. Qualunque cosa significhi, almeno per noi. Per Chiara invece è tutto chiaro: “Mi son detta, sì, mettiamo tutto insieme, dichiariamo… la connessione, l’intersezione tra riscaldamento globale, parità salariale, differenze di genere, migranti climatici, riarmo, intelligenze artificiali, ascesa delle destre, colonialismo, razzismo, povertà, smantellamento del sistema educativo pubblico… impoverimento delle classi lavoratrici… guerra, aperitivo almeno il sabato sera, curiosità culturale”. Chi volesse già chiamare gl’infermieri porti pazienza: questo frittomisto è il motivo per cui – giura la sedicente Chiara – “il woke mi è subito piaciuto”. Ne ha tratto concetti insospettabili: “Il bene è fare del bene o non è”. E, si suppone, il male è fare del male o non è (Max Catalano). Punto, punto e virgola, ma soprattutto virgola. Guai però ad “annichilire chi si considera nemico per conquistare territori semantici”: non sia mai. E poi “il linguaggio non è una religione, nonostante in principio era il verbo e il verbo era presso dio”. E il congiuntivo era un optional.

[…]

Se vi prudono le mani, aspettate un altro po’ a chiamare l’ambulanza, o vi perdete il meglio: “Da dove parlo? All’intersezione di quali insiemi mi trovo (l’insiemistica, che ben funziona per l’identità, è la matematica che non spaventa)? Donna, guardo la pallavolo, bianca, mi piace il risotto, scuola pubblica, centro Italia, studi superiori, automunita, il mio colore preferito è il verde bosco, omosessuale, mi piace il teorema di Gödel, anche se non so più dimostrarlo, ascolto Martha Argerich”. Qui potete aggiungere parole in libertà a piacere per un nuovo manifesto futurista. Tipo: “Donne, è arrivato l’arrotino con patente e teorema di Eulero anche se non sa dimostrarlo ma in compenso ascolta Povia!,?:;”. Poi, con calma, chiamate la neuro.


Giorgia da Caciottara a Premier, in effetti “Nulla”


(Dott. Paolo Caruso) – Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana e patriota, prima di dedicarsi interamente alla carriera politica istituzionale, in gioventù, non provenendo da famiglia abbiente, ha svolto diversi lavori saltuari per mantenersi e aiutare la famiglia durante gli anni degli studi. Ha conseguito il diploma di maturità linguistica presso un istituto professionale per il turismo di Roma, per poi diventare giornalista. Durante l’adolescenza e i primi anni dell’età adulta, Meloni ha praticato diversi impieghi. Lodevole il suo impegno lavorativo. È noto il suo impiego come babysitter per la figlia del conduttore televisivo Fiorello (Olivia). Ha lavorato come cameriera e successivamente, come barman presso lo storico locale romano Piper, dividendosi negli anni successivi tra addetta alle vendite presso il mercato di Porta Portese a Roma e l’ impartire lezioni private e ripetizioni di inglese.Successivamente al diploma di maturità linguistica, ha intrapreso l’attività pubblicistica. È iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista professionista collaborando stabilmente con diverse testate giornalistiche e testate di area politica, tra cui lo storico quotidiano Il Secolo d’Italia. Un curriculum di tutto rispetto. Una giovane Giorgia venuta su dal popolo che a partire dalla fine degli anni ’90 con le stragi di Capaci e di via d’Amelio e la morte di Falcone e Borsellino, ha intrapreso a suo dire il suo percorso politico di destra, diventando da allora la politica la sua principale occupazione. Dapprima consigliere della Provincia di Roma e successivamente nel 2006 (a 29 anni) parlamentare alla Camera dei Deputati. Strana carriera quella politica di Giorgia che rapidamente nel 2008 (a 31 anni) l’ ha portata alla carica di Ministro della Gioventù nel quarto governo Berlusconi. Cofondatrice di Fratelli d’ Italia insieme al ” nostalgico ” Ignazio Benito La Russa, dal 2022 ricopre la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Una underground, come si definisce, vissuta nel quartiere popolare romano della Garbatella, che nonostante le sue origini ha praticato nelle scelte di governo politiche antisociali. Il suo primo passo l’ abolizione del Reddito di cittadinanza e successivamente la mancata attuazione del Salario minimo rappresentano i capisaldi di una politica scellerata contro la povertà. In questi anni il governo meloniano di una destra sempre meno sociale ha lisciato il pelo alle banche, alle assicurazioni, alle compagnie energetiche e alle industrie delle armi non intervenendo sugli extra profitti, provocando così un cospicuo danno erariale con introiti che avrebbero potuto dare impulso almeno in parte alla sanità pubblica. Una destra sempre più garantista con i cosiddetti “Colletti bianchi” e attraversata da scandali che al contrario di quello che ci vuol far credere la propaganda meloniana avrebbero immediatamente attivato l’ azione giudiziaria del Magistrato Paolo Borsellino. Altro che portatrice dei valori di Borsellino, una Meloni controcanto della dignità giudiziaria di un vero Uomo. La soppressione del reato di Abuso di ufficio e il traffico di influenze, la limitazione delle intercettazioni telefoniche e ambientali sono le perle delle scelte di governo che avrebbero fatto impallidire di rabbia i suoi eroi di riferimento, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per non parlare della lotta all’ evasione fiscale e alla corruzione che giacciono nel binario morto dei “fratelli e sorelle d’ Italia”. Quattro anni di propaganda della “famiglia politica del fare” non sono bastati per apportare riforme che avrebbero cambiato in meglio il Paese. Per la riforma della magistratura ci ha pensato il Popolo Sovrano che l’ ha sonoramente bocciata. Un delirio per il traguardo dei quattro anni del governo Meloni, unica donna Presidente del consiglio nella storia della Repubblica italiana, che i cantastorie di regime esaltano nelle varie corti televisive omettendo le colpe di Giorgia nella mancata attuazione di riforme necessarie al Paese. Scuola e sanità pubblica docet……. Una Premier venuta dal nulla che nulla ha fatto in questi quattro anni per il Paese.


Il livello raggiunto da molti giornalisti e giornali italiani


(Giancarlo Selmi) – In un solo giorno, non in due, tre o una settimana, per le trombette stonate stipendiate dalla destra e da Angelucci, Sigfrido Ranucci è passato dall’essere uno che “se le tromba tutte”, un predatore sessuale e perfino omofobo, a essere un omosessuale impenitente che avrebbe nascosto una relazione con Lavitola. Il giorno dopo, poi, è arrivata anche l’accusa di non essere un “buon cattolico”. Un catalogo di insinuazioni che restituisce la misura esatta del livello sotterraneo, anche intellettuale, raggiunto da molti giornalisti e giornali italiani.

Naturalmente non sono mancate le “opportune” testimonianze: dall’ex collega all’immancabile rivelatrice di segreti, puntualmente raccolti da Selvaggia Lucarelli. Tra un litigio televisivo in una trasmissione trash, una giuria in un’altra trasmissione diversamente colta e gli articoli sul Fatto Quotidiano, dove parla male di qualcuno e ci illustra il suo mondo ideale, Lucarelli è sempre alla ricerca dello scoop che sputtani lo sfortunato di turno o, più semplicemente, chi in quel momento le sta più sulle ovaie.

Senza parlare della Camuso, orgogliosa “fondatrice” di Futuro Nazionale, penna (si fa per dire) de “La Verità” con una lettera che ha voluto pubblicare solo “Il Tempo” (Belpietro non ha voluto pubblicarla ed è tutto dire), nella quale non ci sono molestie e non si capisce quale sia il problema. Ma tutto fa brodo, soprattutto per “Il Tempo”. Si è accanito perfino Salvo Sottile, che nei suoi momenti più frizzanti resta un’ottima alternativa al Diazepam, nonché un noto giornalista del nulla cosmico.

A questo punto mancano soltanto la parentela segreta con Belzebù e la puzzetta fatta alla prima comunione. Per il resto, nel catalogo è entrato praticamente tutto. Tutto tranne, guarda caso, l’unica accusa che avrebbe avuto davvero senso: aver propagato menzogne e fatto cattivo giornalismo. Ed è proprio questo il punto: Ranucci non lo ha fatto. Le inchieste di Report sono quasi tutte inattaccabili. È questo che lo rende tanto odiato quanto pericoloso. Ed è questo che, agli occhi di chi detiene il potere, rende necessario il suo sacrificio.

Ma l’attacco non riguarda soltanto lui. È rivolto contro l’intera redazione, contro Report in quanto oasi di informazione indipendente nel deserto del giornalismo italiano, popolato da troppi giornalisti in vendita al miglior offerente. Il potere, soprattutto quello rappresentato da Meloni e dagli sgherri associati, Report non se lo può permettere. Perché questa guerra non è soltanto contro Ranucci: è contro Report e contro la stessa idea di giornalismo d’inchiesta. È una guerra contro la possibilità che qualcuno possa ancora cogliere questa classe politica, corrotta fino al midollo e autentica “casta”, con le mani nella marmellata.