
(Dario Lucisano – lindipendente.online) – «Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto». Così il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso dai bombardamenti israeliano-statunitensi di ieri, 28 febbraio. La conferma della sua morte è arrivata nella notte dai media ufficiali di Teheran. Tutti i maggiori rappresentanti del Paese hanno annunciato una risposta ancora più dura contro gli Stati Uniti e Israele, che si sta realizzando in questo stesso momento, con bombardamenti in tutta la regione; intanto, studiano i prossimi passi: il Rahbar, o appunto “Guida Suprema”, è la figura più importante dell’ordinamento iraniano, e rappresenta il collante tra il potere religioso e quello politico. Con la morte di Khamenei terminano 37 anni di leadership segnati dalla repressione, dalla tessitura di alleanze interne ed estere, e dall’ascesa dei pasdaran, e si genera un vuoto di potere al vertice della catena iraniana che rende ignoto il destino del Paese nel lungo periodo.
Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashdad, importante città di fede per i musulmani di culto sciita. Proveniva da una famiglia azera, in quello che risulta un Paese fortemente multietnico – l’Iran, dove la comunità azera rappresenta una consistente percentuale della popolazione. Iniziò a studiare dagli ayatollah – massimi esponenti del clero sciita – sin da ragazzo, negli anni ’50, viaggiando tra Mashdad, Najaf e Qom; proprio a Qom seguì le lezioni dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, ispiratore della rivoluzione islamica e primo Rahbar dell’Iran. Durante il decennio successivo, fu un fervente oppositore dello scià, e si rese protagonista di un moto di dissenso politico che gli valse sei arresti. Nel 1979, anno della rivoluzione islamica, si era ritagliato uno spazio tra le figure politiche chiave del neonato regime. Al fianco di Khomeyni fu nominato imam della preghiera del venerdì a Teheran, portando avanti una modesta carriera clericale.
I veri compiti che gli vennero affidati, tuttavia, furono quelli politici: tra il 1980 e il 1981 ricoprì il ruolo di viceministro della difesa e di supervisore dei pasdaran – le Guardie della Rivoluzione Islamica – per volere dello stesso Khomeyni, e rappresentò il Rahbar presso l’Alto Consiglio di Difesa. Verso la fine del 1981 divenne presidente, la massima carica esecutiva del Paese, subentrando a Muhammad Ali Rajai, assassinato da un oppositore politico; diventò così il primo esponente del clero a ricoprire tale carica. Fu riconfermato nel 1985, e lungo tutta la sua carriera da presidente seguì da vicino la linea di Khomeyni. Il salto di qualità avvenne nel 1989, con la morte del primo Rahbar. Khomeyni aveva designato come suo successore il Grande Ayatollah Hossein-Ali Montazeri, che tuttavia cadde in disgrazia dopo avere criticato le politiche repressive del governo e il massacro degli oppositori politici. Per un breve periodo, al vertice della catena di comando si creò un vuoto di potere: nel Paese non c’era nessuna figura capace di ereditare il ruolo Khomeyni, ed emerse il nome di Khamenei.

La candidatura di Khamenei era invisa ai membri di alto rango del clero iraniano perché l’allora presidente non aveva una carica religiosa abbastanza elevata per ricoprire il ruolo di Rahbar, come richiesto dalla Costituzione iraniana: uno dei principi alla base del diritto iraniano è quello del wilayat al-Faqih, in italiano traducibile come “tutela del giurisperito”, secondo il quale in attesa del ritorno dell’imam il giurista ha la facoltà di tutelare gli interessi della comunità; in uno Stato fondato sul testo sacro, questo implica direttamente che a ricoprire la carica più elevata debba essere un religioso di alto rango e prestigio, con riconosciute capacità di interpretazione del Corano tali da venire emulato, cosa che Khamenei non era. Per permettere la sua nomina a Rahbar venne dunque portata avanti una revisione costituzionale e nel frattempo gli venne affidato l’incarico temporaneamente; questa nomina gli valse il soprannome di “ayatollah in una notte”, affibbiatogli dai suoi detrattori per schernire la sua repentina ascesa nelle gerarchie religiose.
Per bilanciare l’iniziale opposizione del clero, Khamenei tesse una fitta rete di interessi interni volta a garantirsi l’appoggio necessario a ricoprire il ruolo di Rahbar. Costituì quello che è stato definito “stato profondo dell’Iran”, un sistema di alleanze per spartire il potere nel Paese in cambio di un riconoscimento politico e religioso. A beneficiare di questo meccanismo furono i pasdaran, che iniziarono a mettere le mani nella maggior parte dei settori economici del Paese; oggi amministrano una buona fetta delle infrastrutture energetiche, dell’edilizia, oltre che parte del settore militare. Altro elemento portante dell’agenda di Khamenei fu quello di indebolire le strutture elettive del Paese, dando sempre più centralità agli organi di nomina della Guida Suprema; tale indirizzo portò a un conseguente tentativo di rinsaldare il sistema repressivo. A chiudere il cerchio, la costituzione del cosiddetto “asse della resistenza”, il sistema di alleanze con i gruppi armati esteri – come il libanese Hezbollah – che ha favorito la legittimazione interna rafforzando l’influenza e la rete di sicurezza del defunto Rahbar.
Con la morte di Khamenei si crea un vuoto di potere al vertice della catena di comando iraniana. L’Articolo 11 della Costituzione prevede Costituzione che «in caso di morte, dimissioni o destituzione della guida», si formi – in attesa della nomina del suo successore – «un consiglio composto dal presidente, dal capo del potere giudiziario e da uno dei giuristi del Consiglio dei Guardiani scelto dall’Assemblea per la Discernimento del Bene del Sistema». L’ordinamento iraniano è parecchio intricato: il potere legislativo è in mano al Parlamento (il Majles) e quello esecutivo al Presidente, entrambi eletti dal popolo. Accanto a queste istituzioni vi è il Consiglio dei Guardiani, un organo collegiale non elettivo composto da 12 membri, di cui la metà nominata dal Parlamento e la metà dal Rahbar; il Consiglio dei Guardiani ha il compito di valutare che le leggi – verso cui può esercitare diritto di veto – siano conformi al diritto islamico e alla Costituzione, e passa al vaglio le candidature a presidente. Vi è poi l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri eletti a suffragio universale (con il lasciapassare del Consiglio dei Guardiani) che nominano la Guida Suprema e – almeno in teoria – vegliano sulla sua condotta; durante il suo mandato, Khamenei ha indebolito il potere di controllo di tale organismo. Al vertice di tutto vi è, appunto, la Guida Suprema.
In attesa che l’Assemblea degli Esperti nomini il prossimo Rahbar, il potere è dunque in mano al Presidente Pezeshkian, al Capo della Magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, e all’Ayatollah Arafi, eletto oggi come rappresentante del Consiglio dei Guardiani dal Consiglio per il Discernimento, istituzione creata per gestire le dispute tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani i cui membri sono nominati dal Rahbar. L’uccisione di Khamenei solleva una incognita sul suo successore; fino al 2024 in tanti reputavano l’ex presidente Ebrahim Raisi il più probabile successore della Guida Suprema, ma nel maggio dello stesso anno morì in un incidente in elicottero. A oggi, non vi è un nome che spicca più di un altro come potenziale nuovo Rahbar. Quella fitta rete di alleanze forgiata negli anni da Khamenei, tuttavia, rende la Repubblica Islamica capace – almeno dal punto di vista puramente strutturale – di reggere il colpo della sua scomparsa. Va inoltre rilevato che Khamenei era in età avanzata e che è molto probabile che i vertici del Paese fossero già preparati alla sua morte, come del resto dichiarato dallo stesso presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.
È ancora troppo presto per provare a fare previsioni sul futuro: se da un punto di vista materiale le istituzioni dovrebbero riuscire a tenere, non è detto che ce la facciano sul piano ideologico, e che il popolo non scenda in piazza a chiedere la caduta del regime; resta inoltre da considerare il ruolo dell’esercito (l’artesh) e soprattutto dei pasdaran, che sul lungo periodo – in virtù della loro influenza – potrebbero reclamare maggiore spazio all’interno degli organi politici della Repubblica, e causare una potenziale crisi istituzionale.

(Claudio Sabelli Fioretti – la Repubblica – U) – Come il Gatto e la Volpe. Romolo e Remo. Franco e Ciccio. Stanlio e Ollio. Tom e Jerry. Sembravano nati per fare coppia. La coppia che avrebbe dovuto rifondare il centro della politica italiana.
Renzi e Calenda. Anche metricamente stavano bene, dattilo spondeo, quasi fossero l’inizio dell’Iliade. Ma durò poco. Per Renzi il suo amico Calenda diceva sempre di no. Per Calenda il suo amico Renzi era troppo pieno di sé. All’inizio si divertivano e ridevano insieme. Alla fine non si parlavano più.
CLAUDIO SABELLI FIORETTI: Calenda, che cosa è successo? Matteo Renzi è stato un grande della politica. Ha portato il Pd al 41%.
CARLO CALENDA: «Quello che gli interessa è fare i soldi usando la politica».
CSF: Renzi ha detto che tu hai rotto con tutti. Con lui, con Letta, con Bonino…
CC: «E lui ha rotto con gli italiani».
CSF: Che cosa gli rimproveri più di tutto?
CC: «Ha buttato via la legacy del suo governo. Cioè? Ha trascinato nel disdoro il lavoro fatto da tutti noi».
CSF: Sembri un po’ esagerato.
CC: «Ma a te sembra normale che un senatore, un segretario di partito, entri in una società israeliana che si occupa di criptovaluta? Una cosa mai vista».
CSF: Anche lui ce l’ha con te.
CC: «Io ho fatto il mio lavoro con lealtà, onore e qualche risultato. Il problema di Matteo è che quando ha perso il Referendum, umanamente lo capisco, ha detto: sai che c’è? Gli italiani mi hanno dato un calcio nel sedere, adesso mi faccio i fatti miei».
CSF: Renzi è simpatico?
CC: «Sì».
CSF: È intelligente?
CC: «Sì».
CSF: È furbo?
CC: «Molto».
CSF: È onesto?
CC: «Mi avvalgo della facoltà di evitare la querela».
CSF: Oggi vi guardate in cagnesco.
CC: «Ma no. Se ci incontriamo ci salutiamo. Cosa non facciamo più? Scherzare, ridere. Con lui ti diverti».
CSF: Ti manca?
CC: «Per niente».
CSF: Un altro tuo grande amico era Montezemolo.
CC: «Mio padre andava a scuola con lui. È stato un mentore alla Ferrari e in Confindustria. Gli voglio molto bene».
CSF: Io ricordo due episodi brutti. Montezemolo che procurava agli industriali appuntamenti con Gianni Agnelli a pagamento.
CC: «Una cosa nota. Non conciliabile con il Montezemolo che ho conosciuto, quello che ha salvato la Ferrari».
CSF: E quando, sceso da un elicottero, prese a calci un fotografo?
CC: «Aveva le bambine molto piccole. Disse al fotografo di non fotografarle, e lui lo fece. Allora gli diede un ceffone. Non un calcio. Un ceffone. Era uno fumantino, tostissimo».
CSF: Tu hai mai menato qualcuno?
CC: «Da ragazzo facevo a cazzotti. Ho tre fratture al setto nasale».
CSF: A te piace molto la politica.
CC: «La politica trasformativa. Fare cose che cambiano la vita delle persone».
CSF: Fare il ministro, per esempio.
CC: «Bellissimo».
CSF: Tempo fa hai disegnato una specie di governo del buonsenso. Con Crosetto…
CC: «Ottimo ministro della Difesa. Purtroppo sta al governo con Salvini».
CSF: Non hai una gran opinione di Salvini.
CC: «È un fenomeno inspiegabile della politica italiana. Uno che si vanta di non leggere i giornali. Fa solo chiasso. In una mia azienda non lo metterei nemmeno al centralino. Un incapace».
CSF: Ho ascoltato giudizi più pacati.
CC: «Saluta le mucche, gioca con le magliette, dice guardate che bel pomodoro. C’era un periodo che parlava solo di prosciutti. Perché crolla la democrazia? Crolla per colpa di quelli che votano Salvini».
CSF: Torniamo al governo del buonsenso.
CC: «Mi piacciono anche Giorgetti, Gori, Gentiloni, Minniti».
CSF: E Giorgia Meloni?
CC: «Agli Esteri, l’unica cosa che le piace fare e che fa. Altri? Colao, un ottimo ministro dello Sviluppo economico. Lo chiamerei al posto di Urso, che è inutile, dannoso. E pericoloso».
CSF: Hai detto: “Mi piacerebbe andare al governo con gente perbene”. Che pretese!
CC: «Appartengo a una famiglia di tradizione valdese. Per me l’etica è fondamentale. Da quando faccio politica non accetto un euro a nessuno titolo. Io sono amico di mille imprenditori. Ma non esiste una mia foto a bordo di una barca di uno di loro».
CSF: Perché non ti invitano.
CC: «Mi invitano ma non ci vado».
CSF: Hai la scorta?
CC: «No. L’ho avuta solo quando ero ministro e ricevevo continue minacce di morte. Trovo deprecabili quei politici che corrono subito a chiederla».
CSF: Stai cercando di convincermi che sei una persona perbene?
CC: «Una volta un giornalista mi confessò di aver perso due anni per scoprire qualcosa di brutto nella mia vita. Non trovò niente perché non c’è niente da trovare. Se vuoi riformare il Paese devi comportarti così».
CSF: A 16 anni hai avuto una figlia, Tay. È peggio essere padre a 16 anni oppure chiamare la figlia Tay?
CC: «Amo Tay. Mi ha salvato la vita. Prima di averla ero uno scapestrato».
CSF: Tua moglie Violante politicamente come è messa?
CC: «È una liberale di centro».
CSF: Tu sei stato un Giovane Comunista.
CC: «Lei no. Credo che abbia perfino votato Berlusconi. Io mai».
CSF: Sei diventato subito viceministro.
CC: «E poi ministro. Fui sostituito da Luigi Di Maio».
CSF: Meglio Di Maio?
CC: «Non credo proprio. Certo era meglio di Urso. In compenso Di Maio era arrogante. Non si accontentò di un ministero. Ne volle due».
CSF: Ha sconfitto la povertà.
CC: «Certo. La sua».
CSF: Però dargli del bibitaro non è stato elegante.
CC: «Fu sbagliato. Bisognava attaccarlo sull’intelligenza, che non aveva. Io ho fatto il pizzettaro. Alle Feste dell’Unità. Una volta portai una pizza a Pietro Folena con sopra scritto “Meno 3%”, che era il riassunto della sconfitta elettorale. Si incazzò a morte. Folena non era spiritoso».
CSF: Il nome del tuo partito è Azione. Non è un po’ troppo?
CC: «Il Partito d’Azione. Parri, Lussu, La Malfa. Ognuno ha le sue ispirazioni».
CSF: Sei leader di un partito del 3%.
CC: «Ma sono qua e faccio le mie battaglie. Con questa logica il Pli o il Pri non sarebbero mai esistiti. Bisogna combattere e crescere».
CSF: Una volta eri ricco. Guadagnavi 800mila euro all’anno. Adesso?
CC: «150mila all’anno».
CSF: Alla fine del mese ci arrivi.
CC: «Certo. Ci arrivo».
CSF: I punti importanti di Azione.
CC: «La difesa europea».
CSF: Poi le droghe leggere.
CC: «Non le demonizzo ma nemmeno le consiglio. Mi sono fatto parecchie canne quando ero ragazzo. Cocaina? Zero. Era una droga fascista».
CSF: La cittadinanza ai figli degli stranieri?
CC: «Certamente».
CSF: L’adozione per i gay?
CC: «Certamente».
CSF: Salario minimo?
CC: «Nove euro. Le donne delle pulizie sono le nuove schiave. Al Parlamento le paghiamo sette euro e mezzo l’ora, una roba indegna. L’ho scritto a La Russa. Non mi ha nemmeno risposto».
CSF: Chi vi finanzia?
CC: «Quest’anno nessuno. Prima? Bombassei, Loro Piana, Bertelli… Solo imprenditori di mercato».
CSF: Controllo delle frontiere.
CC: «Sì, totale».
CSF: È una posizione leghista.
CC: «Il motivo per cui le sinistre perdono».
CSF: Ma è gente che scappa dalla guerra, dalla paura, dalla povertà.
CC: «Tu non puoi aprire a tutti quanti».
CSF: Sei favorevole all’energia nucleare.
CC: «Totalmente. Adesso. Il nucleare in Italia è stato portato da mio zio, Felice Ippolito. Quando ci fu il Referendum, io, che ero di sinistra, ero contro e ne discutevamo animata- mente. Lui, che era un napoletano molto simpatico, mi diceva: “Stai dicendo un sacco di cazzate”».
(…)
CSF: Fratelli d’Italia ha prodotto una classe dirigente pessima, hai detto.
CC: «Come quella dei Cinque Stelle. Gente che parla a vanvera. Generano una polemica al giorno così le persone non pensano ai veri problemi. Non funziona la sanità? Ma parliamo dei bambini nel bosco!».
CSF: Gioco della torre: Meloni o Schlein?
CC: «Butto Schlein. Non la capisco proprio. Quando parla è una perenne supercazzola. Non sono d’accordo su tre quarti delle cose che dice Meloni, ma almeno le capisco».
CSF: Perché Meloni non si dichiara anti- fascista?
CC: «Perché è stata fascista».
CSF: È sexy?
CC: «Non mi esprimo, sarebbe sessista. Farci l’amore? Ma no, non ne parliamo proprio. Sto con la stessa donna da quando ho 18 anni…».
CSF: Giorgia in fondo ti sta simpatica.
CC: «Infatti non l’ho mai attaccata perso- nalmente».
CSF: Potrebbe fare un colpo di Stato?
CC: «Può farlo chi non è capace nemmeno di fare una riforma?».
CSF: Trump o Putin.
CC: «Butto Trump. È il più pericoloso, anche per la pace. Se lo incontrassi gli direi: noi rappresentiamo una grande civiltà dalla quale siete nati voi. Vedi di non romperci i coglioni».
CSF: Travaglio o Belpietro?
CC: «Butto Belpietro. Con Travaglio è troppo bello litigare».
CSF: Salvini o Vannacci?
CC: «Vannacci è una persona spregevole e pericolosa. E Salvini non esiste».
CSF: Secondo te La Russa è fascista?
CC: «No, però è tantissime cose che ci imporrebbero di non averlo come presidente del Senato. Viene da una cultura più a destra della destra».
CSF: Gli elettori continueranno a scendere?
CC: «Alle prossime elezioni sotto il 45%».
CSF: Sei andato ad Atreju. Hai perfino dialogato con Urso.
CC: «Io vado ovunque. Quest’anno però ho avuto qualche dubbio. Ormai è una giostra, una festa di paese. Il simbolo di Atreju dovrebbe essere Mara Venier».
CSF: Dopo la politica che farai?
CC: «Morirò».
CSF: Una volta eri grasso. Poi sei dimagrito.
CC: «Se mi avessero detto torni a 105 chili ma prendi il 9% avrei accettato. Faccio qualsiasi cosa per la politica».
CSF: Perché ce l’hai con Amazon?
CC: «Ho combattuto Amazon da ministro. Volevano mettere al polso dei lavoratori un braccialetto che vibrava se sbagliavano il posto del pacco. Neanche fossero animali. L’ho vietato».
CSF: Perché ce l’hai col Pd?
CC: «Il Pd non è un partito, è un gruppo di elettori che pensano di votare Berlinguer, ma sono costretti a votare Franceschini, Renzi, Schlein, Zingaretti, Letta. Chiunque passi».
CSF: Sai che assomigli un po’ a Clemente Mastella?
CC: Fisicamente? Non dirlo nemmeno per scherzo. Mi fa schifo l’idea si assomigliargli. Io sono molto più bello».
CSF: Che cosa hai di bello?
CC: «Ho una faccia dolce».
CSF: Sei vanesio e saccente.
CC: «Chi l’ha detto?».
CSF: Io. Hai detto che sei anticonformista come Churchill.
CC: «E lo sono. Dico ciò che penso anche se è impopolare».
CSF: Alessandro Robecchi ha scritto sul Fatto che le interviste a Calenda sono un genere letterario. Su Google vengono fuori 600mila risultati.
CC: «È il mio lavoro. Devo prendere voti. Matteo Renzi è a 4 milioni? Ma allora sono un pezzo indietro».
CSF: Chi è Lady Demonique?
CC: «Una storia stupenda! I miei avevano candidato a Como una ragazza che faceva la dominatrice. Veniva pagata dagli uomini perché li menasse».
CSF: Sostanzialmente una prostituta.
CC: «Io sono un liberale. Per me era una sex worker. Comunque la feci togliere dalle liste».
CSF: Mossa poco liberale.
CC: «Mi dettero del bacchettone. Ma non puoi fare politica se usi il crocefisso per picchiare la gente sulle palle».
CSF: Chi è più a sinistra tra te e Renzi?
CC: «Chi è che va tutte le settimane davanti alle fabbriche e alle aziende? Io o Renzi?»
CSF: Che cosa guardi per prima cosa in una donna?
CC: «Niente. Io guardo solo mia moglie. Più passa il tempo più diventa bella».
CSF: Sembra che, tanto tempo fa, tu ti sia innamorato di Giuliana De Sio.
CC: «Ero bambino. Giravamo un film. Io dovevo darle un bacetto. La trovavo bellissima». CSF: I bacetti furono due. CC: «E io diventai tutto rosso».
CSF: Rimpiangi Berlusconi?
CC: «Sì, per come siamo ridotti con questi. Berlusconi non è mai stato un vero rischio democratico. Non era un estremista, era uno che cercava sempre un compromesso. L’ho visto una volta. Era simpaticissimo».

(Paolo Cornetti – lafionda.org) – Dal rapimento del presidente venezuelano Maduro da parte degli Stati Uniti, la situazione sta diventando sempre più drammatica per l’isola di Cuba. Trump, e soprattutto il Segretario di Stato Marco Rubio, hanno deciso che L’Avana deve cadere e per farlo sono disposti a utilizzare qualsiasi mezzo. Oltre ad aver eliminato i rifornimenti di petrolio venezuelani, fondamentali per la sicurezza energetica cubana, gli USA hanno stretto al massimo le maglie dell’embargo fino a non far entrare e uscire praticamente più nessuna merce dall’isola. Oltretutto, si aggiungono pressioni internazionali molto forti, come minacce di sanzioni a chiunque provi a commerciare con Cuba, fino all’ordine dato alle nazioni alleate, come l’Italia, di rimpatriare tutti i medici cubani, non importa, se come nel caso della Calabria, questo comporterà la chiusura di diversi poli ospedalieri lasciando senza assistenza sanitaria diverse migliaia di cittadini.
In questa situazione sempre più drammatica ho ritenuto che fosse importante portare i pensieri, l’opinione, la testimonianza diretta di una persona che vive la realtà cubana attuale tutti i giorni, la sente sulla sua pelle e la può raccontare al meglio. Così ho chiamato Leonardo Martinez, un amico cubano, avvocato, che vive e lavora a L’Avana e che conobbi qualche anno fa a Budapest, quando entrambi affrontavamo un periodo di studio nella capitale ungherese. Lo ringrazio di cuore per aver accettato di condividere la sua esperienza e le sue riflessioni ed avermi concesso questa intervista, che ci catapulta direttamente nel cuore dell’embargo americano e dell’indomita capacità di resistere dei cubani.
La situazione a Cuba è in peggioramento dalla pandemia di Covid del 2020, ma è probabilmente dall’attacco degli Stati Uniti al Venezuela che le cose sono precipitate, poiché da Caracas importavate molto petrolio. Ora con gli USA che controllano le esportazioni di petrolio venezuelano, Cuba ne soffre. Com’è la situazione ad oggi? Come si sta vivendo a Cuba? Quali sono i problemi che i cubani sono costretti ad affrontare quotidianamente?
Sì, dal 2020 stiamo vivendo giorni davvero duri per il calo del turismo e il rallentamento delle importazioni, ma in realtà già durante il primo mandato di Donald Trump ci sono state applicate più sanzioni che mai nella storia. Però la reale crisi economica attuale inizia per noi dopo il 3 gennaio con l’intervento USA in Venezuela.
Cerchiamo di continuare la nostra vita normalmente, continuando a lavorare e a fare tutto ciò che riusciamo, ma è vero che questo evento ha davvero aumentato la crisi perché Cuba può andare avanti solo se ci sono paesi che si rifiutano di accettare l’embargo americano e che commerciano con noi. Il Venezuela era uno dei più importanti perché era il nostro principale fornitore di petrolio. Non era l’unico, importavamo carburante anche dal Messico e dalla Russia, anche da altri paesi, ma principalmente da questi tre. Da gennaio, persino il Messico ha interrotto la sua regolare fornitura perché Washington ha annunciato dazi extra per quei paesi che ci forniscono petrolio. Quindi, la carenza di elettricità è diventata decisamente più grave. Viviamo giorno dopo giorno con anche più di sei ore di blackout. Dipende dalla regione, forse L’Avana è più protetta perché è la Capitale ed è la città più popolosa, ma anche a L’Avana in questi giorni si hanno 6, 7 o 8 ore di blackout in momenti critici della giornata, magari dalle 16:00 fino alle 20:00 o 21:00, cioè quando le persone tornano dal lavoro e si mettono a cucinare e cercano di vivere la propria vita in casa. A Cuba l’elettricità si usa principalmente per cucinare, quindi le persone si sono dovute adeguare e arrangiare e stanno tornando ad utilizzare il carbone. Certo, cucinare con il carbone per noi rappresenta un drastico calo del tenore di vita e le persone sono molto a disagio per questo.
Inoltre, la scarsità di cibo, di beni primari e la crisi in generale stanno influenzando la pulizia delle città e ci sono cumuli di spazzatura ovunque. I prezzi per comprare il cibo sono diventati altissimi. Il settore privato fornisce cibo, ma ovviamente molti di coloro che non lavorano per il privato – ovvero chi lavora nel pubblico come professori, medici e molti altri – non possono permettersi i prezzi del mercato libero. Lavorando in un’azienda pubblica, non possiamo permetterci i prezzi del cibo in nessun mercato. Ciò comporta il fatto che le persone stiano riducendo la quantità di cibo che possono acquistare. Questa è la vita quotidiana, che ci provoca molta incertezza. L’attacco degli USA in Venezuela ha cambiato le carte in tavola.
Dopo aver visto ciò che è successo in Venezuela a Cuba si teme un attacco militare da parte degli Stati Uniti o pensate che stringeranno sempre di più l’embargo per ridurvi alla fame totale?
Io non pensavo che gli Stati Uniti potessero attaccare militarmente, non la vedevo come una minaccia reale e pensavo ci sarebbe stata solo pressione economica. Ma dopo quello che hanno fatto in Venezuela, la sensazione che possano fare qualsiasi cosa sta entrando lentamente nella mente delle persone. Non c’è un vero e proprio panico di massa, ma quando cammini per strada si sente la gente che parla di minaccia militare, di cosa è successo in Venezuela o di ciò che sta per succedere in Iran (e che poi è successo, siccome la data dell’intervista è precedente all’attacco americano del 28 febbraio, ndr). Il conflitto con il governo USA che potrebbe sfociare in un’azione militare è ora sentito come una minaccia reale, le persone sono spaventate e provano molta incertezza per il futuro.
Viviamo sotto embargo da 60 anni. A volte è stato più duro, a volte più morbido, ma sapevamo che con Marco Rubio nella posizione di Segretario di Stato le cose sarebbero potute andare davvero male e che sarebbe aumentata la pressione di Washington su Cuba. A mio avviso questo è l’ultimo tentativo del governo USA di mantenere l’egemonia nel mondo. Stanno perdendo potere di fronte alla Cina o ai BRICS in generale, e Trump sta cercando di evitare o posticipare il declino dell’imperialismo statunitense. Cuba non è un punto economico importante per loro, non credo ci siano risorse fondamentali qui, ma per il significato politico, per il simbolo che Cuba rappresenta, Trump vorrebbe conquistarla come medaglia. Ma sappiamo da anni che viviamo con questo pericolo. Chi crede nella giustizia o nella promessa di giustizia che la rivoluzione cubana rappresenta, sa che questo è il prezzo per la nostra indipendenza e della nostra sovranità. Dobbiamo essere più intelligenti ed efficienti per proteggere le persone più vulnerabili a Cuba. Abbiamo bisogno di un sistema che produca più cibo con le nostre risorse e non dipenda dalle importazioni. Proprio ora Cuba sta facendo una transizione molto veloce verso l’energia solare e il governo sta fornendo sistemi di pannelli solari o sistemi di backup per i settori prioritari; i medici stanno ottenendo crediti dal governo per installare pannelli solari nelle loro case e tutta l’economia sta cercando di aumentare l’energia che produciamo. Questo è un buon segno. Servirebbe la stessa strategia, per esempio, nell’agricoltura, che è vitale ora.
A proposito di economia, dalle riforme degli anni 2000-2010 al cambiamento della Costituzione varato nel 2019, la proprietà privata e il ruolo del mercato nell’economia nazionale hanno assunto via, via sempre più importanza. Pensi che le riforme siano state fatte per cercare di allentare il blocco economico degli Stati Uniti? Grazie alle riforme la situazione è migliorata?
È stata una strategia per cercare di diversificare l’economia, non penso sia stata una concessione diretta agli Stati Uniti. Queste riforme sono state più che altro frutto di un consenso nazionale sul fatto che avessimo bisogno di un’economia più diversificata, e non più dell’economia esclusivamente di proprietà statale dove ogni spazio della vita era controllato da un’unica azienda pubblica, spesso in modo non propriamente efficiente. C’era consenso sul fatto che si dovessero mantenere le sfere principali dell’economia – le aree strategiche o la produzione – sotto il controllo dello Stato, ma che si potessero avere altri settori molto dinamici in mani private o condivisi tra aziende private e statali.
Ma in realtà questo non sta per nulla aiutando oggi. Se guardi alla situazione attuale, l’economia non ne sta beneficiando. Credo che, al contrario, abbia creato più differenze economiche tra la popolazione e stia facendo emergere molte contraddizioni.
Mi spiego nel dettaglio: il paese ha bisogno di dollari per importare merci e Cuba è una piccola isola con un’economia aperta, ciò significa che ha molta necessità di importare. L’embargo è così pericoloso e così efficace in questo momento perché sta colpendo tutte le vie che Cuba ha per ottenere dollari. Tutte le esportazioni di Cuba sono colpite dalla strategia statunitense; quindi, Cuba ha perso praticamente tutte le sue esportazioni.
Allo stesso tempo, proprio ora, viene attaccata la nostra importazione di carburante, che è forse la fornitura più strategica per far andare avanti il paese e l’economia. Quando perdi tutti i canali di esportazione, ciò che resta sono i soldi che le persone da altri paesi inviano alle loro famiglie. Dato che il paese non ha più esportazioni, ciò che otteniamo in termini di dollari è il denaro inviato dall’estero. Il governo ha tentato di attuare una strategia per ottenere quei soldi attraverso il commercio, istituendo negozi a Cuba dove si può pagare solo in dollari. Per ovviare alla mancanza di denaro è stato fissato un tasso di cambio regolato dallo Stato, ma il settore privato non si sente limitato da quel tasso e cambia nel mercato nero a una tariffa diversa ottenendo molti dollari dalle persone che lo Stato poi non riceve. Con quei dollari ottenuti illegalmente, il settore privato riesce ad acquistare direttamente merci dall’estero e di conseguenza fissa i prezzi di ciò che vende a Cuba in base a quanto paga in dollari le merci sul mercato internazionale, e questo sta facendo lievitare molto i prezzi. Il risultato è che il settore privato offre più beni di base, cibo e persino medicinali. I medicinali non sarebbero del tutto permessi, ma poiché il governo non è in grado di fornirli tutti, c’è una sorta di tolleranza verso il mercato nero dei farmaci che arrivano per lo più dall’estero. In una situazione di sofferenza generalizzata chi si muove nel libero mercato sta ottenendo profitti eccezionali grazie a questa differenza nel cambio del dollaro, ma sulla pelle di tutti gli altri.
Quindi no, il libero mercato non sta aiutando l’economia generale a funzionare bene. Quella che chiamiamo macroeconomia non sta andando affatto bene.
Tornando invece alla situazione internazionale, avete la sensazione che qualche paese possa aiutarvi?
Russia e Cina hanno espresso il loro sostegno al governo cubano, ma abbiamo bisogno di supporto internazionale; nessun paese oggi può sopravvivere da solo. Abbiamo bisogno di partecipare al commercio globale. Ma probabilmente dobbiamo prepararci a una situazione in cui questo commercio sarà ancora più limitato se gli USA saranno in grado di imporre le sanzioni e i dazi che hanno minacciato di applicare. Se vedono che possono continuare senza una grande risposta internazionale, probabilmente si spingeranno sempre oltre. In questo senso abbiamo bisogno di più supporto. Cina e Russia sono alternative, non perché siamo totalmente d’accordo con il loro sistema politico, ma perché abbiamo bisogno di commerciare e avere relazioni indipendenti con ogni paese del mondo, mentre gli USA puntano a isolarci. Non so se questa risposta internazionale arriverà; sono un po’ scettico al riguardo. Guardiamo ciò che succede in Palestina e sappiamo che quello che hanno fatto a loro è ciò che vorrebbero fare a noi. Difendere la causa palestinese è anche un modo per difendere noi stessi, perché siamo i prossimi della lista. Il genocidio che stanno portando avanti in Palestina è terribile e dobbiamo prepararci a essere i prossimi.
Spero di no. Concordo con la tua analisi sul fatto che il diritto internazionale sia definitivamente morto in Palestina e non ci sia più ipocrisia al riguardo. Sappiamo che anche l’Unione Europea non ha fatto nulla per la Palestina e supporta Israele nonostante il diritto internazionale.
A Cuba, ritieni che le persone sperino in un cambiamento interno per salvare le proprie vite?
È una domanda complessa, proverò a rispondere. Ovviamente non esiste un’unica opinione. Quello che posso dire è che il governo cubano ha ancora molto supporto dalle persone. La prova principale è che il paese, nonostante tutti i problemi e la crisi, continua a muoversi grazie al lavoro di milioni di persone che si svegliano ogni mattina. Se Cuba è arrivata al 23 febbraio (data dell’intervista, ndr) è perché molte persone lo stanno rendendo possibile. Ovviamente la gente non vuole e non può vivere come stiamo vivendo ora, è una situazione che deve finire a un certo punto e il tempo per superarla si accorcia sempre di più. La pazienza delle persone, con la mancanza di tutto, sta portando a un aumento di chi chiede un cambiamento o di chi sarebbe pronto ad arrendersi all’imperialismo statunitense. Dobbiamo renderci conto di questa situazione, non possiamo dire che la gente resisterà indefinitamente. Forse io sono più fermo in certe convinzioni sulla necessità di resistere, ma non tutti la pensano così. L’unico modo per uscire da questa situazione è essere in grado di offrire un futuro diverso. Dobbiamo essere più resilienti e indipendenti economicamente, così da non essere vulnerabili a ogni sanzione applicata dagli USA. Il senso di indipendenza e sovranità a Cuba è forte, la Rivoluzione ce lo ha dato e le persone sono pronte a proteggerlo, ma è vero che il blocco economico così estremo sta influenzando il consenso e l’unità. Il punto chiave è non cadere in un cambio di sistema e riuscire a dare a tutti a Cuba la sensazione di poter vivere bene e in pace. Questa, nella mia modesta opinione, è la priorità del governo.
Dobbiamo sempre ricordare che Cuba è un paese pacifico e non è in alcun modo una minaccia per gli Stati Uniti, anche perché il sistema cubano non è militarizzato. Vuoi inviare, infine, un messaggio all’Italia?
Credo che Cuba sia un tentativo di giustizia. Forse non abbiamo la risposta giusta a tutto, ma quello che stiamo facendo è un tentativo. Stiamo cercando il nostro percorso verso la giustizia. Ogni popolo ha il diritto di fare la propria scelta per ciò che crede sia il corretto percorso per il proprio benessere. Difendere la causa di Cuba significa difendere questo diritto per tutti. La solidarietà in questi tempi è più necessaria che mai.
Per ulteriori approfondimenti su Cuba:
Dentro la crisi cubana: il cappio americano stringe sempre di più di Lorenzo Palaia
L’attacco USA e la resistenza di Cuba con Flaviana Cerquozzi, Paolo Cornetti, Giusi Greta Di Cristina e Lorenzo Palaia

(Andrea Zhok) – Ho appena visto un filmato con festeggiamenti in una città italiana di alcuni giovani – una ventina -, figli di esuli iraniani, che gioiscono perché, parole testuali:
“E’ morto Khamenei, la dittatura è finita”.
Ora, premesso che quando si è giovani dire e credere scemenze rientra tra i diritti umani, è difficile immaginare una maggiore lontananza dalla realtà.
Sorvoliamo sui dettagli volgarmente etici, come il fatto che state festeggiando perché una potenza nucleare ha appena assassinato l’equivalente sciita del papa.
Sono banalità, mi rendo conto, e aver sdoganato l’assassinio politico come forma di civiltà oramai non fa più notizia (ricordo però sommessamente che il senso delle norme morali sta nella loro universalità, nella loro implicita reciprocità: ergo quando legittimi un assassinio politico laggiù, legittimi ogni assassinio politico, anche quando lo scenario sarà casa tua.)
Ma passiamo oltre.
Ciò che mi colpisce è la sequenza di insensatezze, che messe in fila rasentano uno stato allucinatorio.
Primo, il regime iraniano può legittimamente non piacere, tuttavia NON è una dittatura ma una complessa struttura istituzionale, con meccanismi di sostituzione per elezione o cooptazione delle proprie classi dirigenti. Dunque letture che immaginano che la decapitazione del vertice implichi la caduta del sistema (come se valesse il Fuhrerprinzip) sono prive di senso.
Secondo, in Iran (e nel resto del mondo sciita) il seguito personale di Ali Khamenei era enorme. Per vederlo basta guardare alle odierne manifestazioni di piazza in Iran e al fatto che dall’Iraq al Pakistan, le varie comunità sciite stanno mettendo a ferro e fuoco le ambasciate americane. Che un seguito del genere, rivolto ad un leader religioso, possa essere cancellato con un assassinio politico è qualcosa che può funzionare solo in un videogioco. Qualunque cosa succederà, quali che siano gli esiti del conflitto in corso, quel seguito popolare per un martire rimarrà cristallizzato e consolidato nella popolazione. Quand’anche domani scendesse a Teheran l’erede dello Scià a governare, con una robusta guardia di pretoriani americani, egli si troverà a governare quel popolo. E questo significa che un’operazione del genere nasce morta, potendo al massimo produrre una guerra civile perenne.
Ergo, ciò che quei fanciulli stanno festeggiando è nell’ordine:
l’assassinio politico di un capo di stato,
la sua sostituzione con qualcuno che si sentirà in dovere di vendicarlo,
il consolidamento all’interno di gran parte della popolazione iraniana di un odio duraturo verso i “liberatori”.
Il migliore degli esiti possibili di questa dinamica, in un’ottica antiregime, è la distruzione della Repubblica Islamica e la sua sostituzione con un Iraq (o Libia) 2.0, uno stato fantoccio con una perenne guerra civile serpeggiante in corso.
Che questo esito sia perfettamente desiderabile per americani e israeliani è chiaro. Ma che questo possa essere festeggiato da qualcuno che pensa di parlare a nome del popolo iraniano, per il bene del popolo iraniano, per la libertà del popolo iraniano, questo lascia davvero esterrefatti.
Siccome questi ragazzi studiano nelle nostre università, l’impressione è che essi siano un sintomo della nostra catastrofe culturale, della nostra incapacità di analizzare la realtà, preferendo invece sostituirla con scorciatoie moraleggianti, dove anche la morale, tuttavia, è rimpiazzata da spot e jingle pubblicitari.
“L’unico ministro della Difesa in vacanza in una zona di guerra senza saperlo”

(ANSA) – ROMA, 01 MAR – “Salvate il soldato Crosetto. Partita l’operazione speciale per esfiltrare Crosetto: l’unico Ministro della Difesa che va in vacanza in una zona di guerra senza saperlo”. Così in un post su fb Roberto Vannacci.
(corriere.it) – Il ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a Dubai per le conseguenze dei bombardamenti sull’Iran finisce nel mirino di Roberto Vannacci e delle opposizioni. Il generale fondatore di Futuro nazionale scrive un post al curaro: «Salvate il soldato Crosetto. Partita l’operazione speciale per esfiltrare Crosetto: l’unico Ministro della Difesa che va in vacanza in una zona di guerra senza saperlo».
«Non so quando rientrerà, spero prima» del 7 marzo ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, in un punto stampa alla Farnesina, rispondendo a una domanda sul ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a Dubai . «Io personalmente non lo sapevo», ha replicato Tajani a chi domandava se il governo fosse al corrente della presenza di Crosetto a Dubai. «E’ partito prima – ha aggiunto -. Noi siamo stati informati dal governo israeliano ad attacco in corso, mi ha chiamato il ministro Sa’ar ieri mattina presto quando l’attacco già iniziato».
Il M5S chiede intanto le dimissioni del ministro. «Inutile girarci intorno: non ci sentiamo tutelati da questo Governo. L’Italia a guida Meloni che – secondo i media controllati dalla maggioranza – doveva assicurare dialogo e ponti fra Stati Uniti ed Europa non sapeva nemmeno dei pesanti attacchi di Usa e Israele sull’Iran». Lo scrive il leader M5S, Giuseppe Conte, sui social. «Alla luce dell’attacco in corso in Iran e dell’escalation militare che sta infiammando il Medio Oriente, abbiamo appreso ieri che il Ministro della Difesa italiano si trova attualmente bloccato a Dubai a causa della chiusura degli spazi aerei. E’ un fatto oggettivo che colpisce e che impone una riflessione seria. In una delle fasi più delicate per la sicurezza internazionale degli ultimi anni, il titolare del Dicastero della Difesa non è fisicamente nel Paese e non può rientrare tempestivamente sul territorio nazionale». Lo dichiara in una nota il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli.
«Non è una questione personale, ma istituzionale. E’ legittimo chiedersi quale sia stato il livello di informazione preventiva del Governo rispetto agli sviluppi militari in corso, quale coordinamento vi sia con gli alleati e come si stia garantendo la piena operatività della catena di comando in una fase tanto critica. Da tempo riteniamo questo Governo politicamente inadeguato. Ma mai come in questo caso la posta in gioco riguarda direttamente la sicurezza nazionale. Quando sono in discussione la stabilità internazionale, i nostri militari all’estero e la tutela degli interessi strategici del Paese, l’improvvisazione non è ammessa», continua l’esponente M5s. «Per queste ragioni, riteniamo che il Ministro della Difesa dovrebbe trarne le conseguenze e rassegnare le dimissioni. Non per una polemica politica, ma per rispetto delle istituzioni e per il bene del Paese», conclude Patuanellli
NYT, LA CIA HA IDENTIFICATO LA POSIZIONE DI KHAMENEI PRIMA DELL’ATTACCO

(ANSA) – La Cia ha identificato la posizione precisa della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, poco prima che gli Stati Uniti e Israele lanciassero l’attacco coordinato contro l’Iran, fornendo ciò che i funzionari descrivono come informazioni di intelligence “ad alta fedeltà” che hanno consentito l’operazione. Lo riporta il New York Times, citando funzionari a conoscenza della questione.
La svolta – scrive il Nyt – è arrivata quando la Cia ha appreso che Khamenei avrebbe partecipato a una riunione mattutina di alti funzionari iraniani presso un complesso di comando nel centro di Teheran.
PEZESHKIAN, ‘UCCISIONE KHAMENEI È GUERRA A ISLAM, VENDETTA È DOVERE’
(ANSA) – Il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha dichiarato che l’uccisione della Guida suprema, Ali Khamenei, equivale a “una dichiarazione di guerra a tutti i musulmani”, aggiungendo che “vendicarne la morte “è un diritto e anche un dovere legittimo”.
“L’assassinio della più alta autorità politica della Repubblica islamica dell’Iran e di un importante leader dello sciismo mondiale… è percepito come un’aperta dichiarazione di guerra contro i musulmani, e contro gli sciiti, in tutto il mondo”, ha detto alla Tv di Stato. L’Iran “ritiene suo legittimo dovere e diritto vendicare gli autori e gli ideatori di questo crimine storico”.
“La Repubblica Islamica considera un dovere e un diritto legittimo vendicare coloro che hanno commesso o ordinato un crimine così storico e farà tutto il possibile per assumersi questa grande responsabilità”, ha affermato Pezeshkian.
LARIJANI, ‘IRAN COLPIRÀ USA E ISRAELE IN UN MODO MAI SPERIMENTATO PRIMA’
(ANSA) -Il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani, ha affermato oggi che l’Iran colpirà Stati Uniti e Israele in un modo mai sperimentato prima, in rappresaglia per i loro attacchi contro l’Iran, che ieri hanno causato la morte del leader Ali Khamenei. “Ieri l’Iran ha lanciato missili contro Stati Uniti e Israele, e hanno fatto male. Oggi li colpiremo con una forza che non hanno mai sperimentato prima”, ha avvertito in un messaggio su X.
CONDOGLIANZE DI PUTIN PER KHAMENEI, ‘UN EMINENTE STATISTA’
(ANSA) – Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato un messaggio di condoglianze al suo omologo iraniano Massud Pezeshkian per l’uccisione della Guida Ali Khamenei, definendolo come “un eminente statista, che ha dato un enorme contributo personale allo sviluppo delle relazioni amichevoli russo-iraniane, portandole al livello di un partenariato strategico globale”. Lo riferisce l’agenzia Ria Novosti.
PUTIN, ‘ASSASSINIO DI KHAMENEI IN VIOLAZIONE DI TUTTE LE NORME MORALI E DEL DIRITTO’
(ANSA) – In un messaggio di condoglianze al presidente iraniano Massud Pezeshkian, Vladimir Putin ha condannato quello che ha definito “l’assassinio” della Guida Ali Khamenei, “commesso in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale”. Il testo è stato diffuso dalla presidenza russa.
PECHINO, ‘UCCISIONE KHAMENEI VIOLA IL DIRITTO INTERNAZIONALE’
(ANSA) – “È inaccettabile che gli Stati Uniti e Israele lancino attacchi contro l’Iran durante i negoziati tra Iran e Stati Uniti”. Lo ha affermato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi durante una conversazione con il suo omologo russo Sergei Lavrov. Lo riporta Xinhua. Wang, anche membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese, ha affermato che è inaccettabile anche uccidere apertamente il leader di uno Stato sovrano e incoraggiare il cambio di governo, aggiungendo che queste azioni violano il diritto internazionale e le relazioni internazionali di base.

President Trump at the Israel Museum. Jerusalem May 23, 2017
(Giancarlo Selmi) – Dopo il bombardamento di Teheran (anche su edifici civili, ospedali, scuole e moschee), fatto nel mezzo di incontri per scongiurarli, convocati da chi ha bombardato, difficile non giudicare terroristi internazionali i due amichetti nella foto. Ancora più difficile smentire le voci e i complottisti (questa volta con qualche ragione) che sospettano l’esistenza di fatti che tengano appeso per le palle Trump e che siano argomento di ricatto da parte del regime sionista (basta con questa storiella dell’unica democrazia del Medio Oriente).
Mentre i due terroristi internazionali si riunivano per pianificare questo bombardamento qualche tempo fa, si rilanciavano con rivoltante cinismo i cosiddetti incontri di pace. Li convocava chi già sapeva che, a prescindere, nella notte fra il 27 febbraio e il 28, avrebbe dato il via ai bombardamenti con lo stesso identico pretesto, falso come il precedente, che diede il via all’invasione dell’Iraq. Roba falsa come una moneta da 5 euro, smentita perfino dalla CIA. L’Iran non stava lavorando alla bomba atomica o, perlomeno, era lontanissima dalle condizioni minime necessarie per averla.
Cosa abbia fatto cambiare idea a Trump, che sulle posizioni isolazioniste del mondo “maga” (che si traducono principalmente nella dottrina “America First”, che predilige il non-interventismo militare) aveva vinto le elezioni per la Presidenza, non è dato sapere. L’ipotesi del ricatto si fa strada imperiosamente. Nessuno mette in dubbio che il regime di Teheran si sia macchiato di colpe tremende, ma non era certamente questa la strada per il riscatto di quel popolo, pomposamente richiamato, nei loro discorsi dai due terroristi.
Strada che bisognerebbe respingere sdegnosamente, visto che la nostra Costituzione respinge la guerra come strumento di soluzione delle controversie, ma neppure un sibilo è giunto delle macchiette umane del governo italiano. Anzi, si odono le grida di giubilo per la morte di Khamenei, ammazzato da una bomba che ha distrutto il bunker che lo ospitava. Siamo alla morte della intelligenza, quella che spinse Kruscev e Kennedy a evitare la terza e finale guerra mondiale.
Siamo alla morte della diplomazia, della ragionevolezza, delle regole, dei princìpi del diritto internazionale. Senza dei quali siamo destinati alla catastrofe totale. Quei princìpi che furono bypassati da Putin né più né meno di quanto abbia fatto, decine di volte, Netanyahu. Né più né meno di quanto stia facendo Trump. Con due differenze sostanziali: Putin non è un nostro alleato, mentre Trump e Netanyahu del nostro governo sono amici. Putin lo abbiamo sanzionato, con Trump e Netanyahu facciamo le foto ricordo.
Prepariamoci a sempre crescenti tempi di guerra totale e di terrorismo. Facciamolo fra le grida di giubilo di dementi e di governanti amenti.

(Tommaso Merlo) – I terroristi americani e israeliani inaugurano l’ennesima guerra radendo al suolo scuole piene di bambine. Eccola la loro sensibilità per le donne iraniane. Mentre fingevano di trattare e l’Iran stava facendo concessioni, hanno attaccato di nuovo a tradimento decapitando la leadership del paese con cui stavano negoziando. Eccola la loro superiorità morale. Checché ne dicano politicanti e circo mainstream, la loro è una aggressione illegale, mentre quella iraniana legittima difesa. Sono decenni che israeliani ed americani decapitano oppositori politici e sterminano civili e l’unica cosa che hanno ottenuto è il disprezzo del mondo intero che oggi esulta per ogni missile iraniano che va a segno. Gli Stati Uniti erano una rispettata superpotenza che guidava il mondo libero, oggi si son ridotti ad uno stato canaglia come Israele con una giungla sociale in casa mentre fuori calpestano il diritto internazionale insanguinando il mondo per qualche barile di petrolio, per qualche prurito oligarchico e perfino per conto terzi. Altro che democrazia modello, un marciume in cui comandano i dollari con cui le lobby mafiose piazzano propri burattini alla Casa Bianca. Come la lobby sionista che per essere certa di spadroneggiare a prescindere dalle urne, corrompe entrambi gli schieramenti politici e grazie a Trump ha raggiunto l’apoteosi. O meglio grazie a fiumi di dollari per le sue bancarotte e campagne elettorali, ma anche grazie a sconci scheletri negli armadi e demenza senile galoppante. Un marciume al punto che il vero presidente in Medioriente è quel mostro omicida di Netanyahu che se il mondo fosse sano, marcirebbe in una cella ad attendere una condanna a vita per crimini contro l’umanità. Ed invece sono anni che ruba risorse ai cittadini americani e mente sterminando palestinesi ed aggredendo paesi sovrani. Perlomeno le ideologie del secolo scorso non si fingevano democrazie modello ed erano quindi più oneste e coerenti, e i loro crimini li commettevano coi loro mezzi e non sfruttando quelli altrui. Per colpire l’Iran quel mostro omicida di Netanyahu è riuscito perfino ad avere i Marines a sua disposizione nel Golfo mentre la bomba atomica la detiene illegalmente da anni. Davvero terrificante. Siamo precipitati in un baratro. Erano decenni che il sionismo voleva la testa dell’Ayatollah e distruggere l’Iran, un paese infamato come il male assoluto, come un paese terrorista che destabilizza la regione e il mondo intero. Già, è proprio vero che per certa gentaglia ogni accusa è una ammissione. E checché ne dicano politicanti e circo mainstream, l’Iran non è una dittatura ma una repubblica islamica sofisticata con vari organi e cariche elettive e vedremo se riuscirà a reagire alla perdita del suo leader supremo. L’obiettivo sionista lo ha annunciato apertamente Trump, il solito cambio di regime in un bagno di sangue. Davvero da Nobel e anche l’obiettivo inconfessabile è sempre lo stesso, ridurre l’Iran come la Libia e la Siria e cioè in frantumi politici ed economici con qualche fantoccio al governo e col Mossad e la Cia liberi di uccidere chiunque dia fastidio e aizzare scontri in modo da esercitare un potere assoluto sull’intera regione. In modo da continuare indisturbati l’annientamento del popolo palestinese e realizzare la Grande Israele crimine dopo crimine. Ma il karma non risparmia nessuno e dopo decenni che semini dolore e distruzione, prima o poi li raccogli. L’Iran si prepara da decenni a questo scontro e non è nemmeno un deserto piatto come l’Iraq ma un paese montagnoso quattro volte più grande con novanta milioni di abitanti e materia grigia da vendere. L’incognita è la compattezza. Sionisti ed americani scommettono sullo sgretolamento del regime e del paese a suon di vili bombardamenti dal cielo e bonifici agli infiltrati, ma finora tutti i loro attacchi terroristici hanno ricompattato gli iraniani e vedremo cosa succederà con l’assassinio dell’Ayatollah. Leader anche religioso sciita e quindi con ripercussioni che vanno ben oltre Teheran e che potrebbero allargare il conflitto. Per il momento i missili continuano a colpire Tel Aviv e anche le basi militari americane piazzate nelle mini dittature petrolifere del Golfo. Famiglie parassitarie di sceicchi che governano milioni di schiavi sfruttati per far funzionare il lunapark per turisti occidentali in cerca di senso a buon mercato. Sceicchi che hanno venduto l’anima al diavolo del danaro al punto da finire negli Epstein file e perfino in quell’obbrobrio del Board of Peace. E se siamo in questo baratro è anche colpa loro. La strategia militare iraniana è far mancare alla marina americana i porti dove rifornirsi e fare manutenzione costringendoli così a ripiegare più a sud e allo stesso tempo martellare le infrastrutture strategiche israeliane come durante l’ultimo conflitto quando dopo 12 giorni Israele stava facendo la fine di Gaza tra l’esultanza del mondo intero. Già, in decenni di sangue l’unica cosa che hanno ottenuto è il disprezzo del mondo intero. Ma l’arma atomica iraniana è la chiusura dello Stretto di Hormuz che potrebbe generare una crisi economica tale da far rotolare la testa rincoglionita di Trump nel cassonetto della storia con noi insulsi europei dietro a ruota. Altro che supremazia occidentale e democrazie modello. Un marciume lobbistico guerrafondaio che ci sta trascinando tutti nel baratro. Già, il karma non risparmia nessuno e dopo decenni che semini dolore e distruzione, prima o poi li raccogli.

(Marcello Veneziani) – Non chiamatelo almeno “attacco preventivo”: bombardare l’Iran è stata un’aggressione premeditata e deliberata, non scaturita da alcuna minaccia imminente. L’Iran non voleva la guerra e non pensava di usare armi di distruzione contro Israele e non perché sia un paese di pacifisti innocui ma perché sapeva che un attacco a Israele avrebbe decretato la distruzione dell’Iran e la fine del regime. Che è avvenuta comunque, anche in mancanza di un’azione aggressiva di Teheran. Certo, il regime degli ayatollah è repressivo e liberticida, una parte della popolazione, non sappiamo se maggioritaria, lo sostiene e un’altra lo detesta. Non sappiamo davvero quale delle due sia maggioritaria e quanto sia estesa la zona grigia nel mezzo. Non sappiamo quanto sia reale la rappresentazione che ne viene data in occidente e quanto la protesta sia autoctona e genuina o manovrata, sobillata dall’esterno. Ma ci fa inorridire un ordine mondiale imposto con la forza delle armi e la prepotenza dei capi; un impero che decide in modo unilaterale chi merita di stare sulla faccia della terra e chi no, e un paese che può impunemente da anni colpire i paesi vicini. Un imperatore prepotente affiancato da un criminale di guerra, sterminatore di popolo, che decidono a loro insindacabile e irreparabile giudizio chi sono i Criminali da uccidere e quelli invece che sono amici e alleati. Trump e Netanyahu stanno mettendo a rischio il pianeta, l’equilibrio internazionale e stanno legittimando con le loro azioni di guerra altri soprusi e altre aggressioni nel mondo. Speriamo che l’attacco non si estenda e non inneschi altri conflitti interni e internazionali.
E l’Italia? Cosa volete che possa fare, è stata tenuta all’oscuro di tutto, come una minorenne. Continua a pettinare le bambole delle leggi elettorali…
Il padre vuole «riprendersi la città»: questo sta con me, quello pure…

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Lo Sceriffo è tornato per riprendersi la città. Quelli come lui non chiedono il permesso. «Elly? Chi è questa Elly?». Però immaginate il sottofondo di una musica allegra. Perché lo Sceriffo è gioviale, sfrontato, sprezzante, mentre viene avanti su corso Vittorio Emanuele seguito dal suo codazzo. Ha in mano un foglietto scritto a penna: «Questo è con me. Ma pure questo sta con me. E poi ci sono i socialisti. E i verdi. E parecchi dem, si capisce». Gabbiani in picchiata sulla campagna elettorale appena iniziata, l’odore del mare nel vento, la gente seduta ai tavolini dei bar che lo omaggia sollevando i calici di spritz. Qualcuno si alza e s’avvicina. «Don Vincenzo bell!». «Overamente?». «Ma non mi dite…». Gli danno del voi. Poi, come sopraffatti, chinano la testa. Lo Sceriffo allora gli sorride con quel sorriso che neppure Crozza riesce più a imitare. E, con una sublime botta di boria, conferma: «Dovreste andare a piedi al santuario di Pompei per ringraziare la Madonna che mi ricandido a sindaco…».
Intendiamoci: in questo personaggio non c’è mai stato uno straccio di ideologia, ha sempre custodito solo una spaventosa capacità di conquistare il potere per avere e gestire altro potere. Però è chiaro che adesso la politica non c’entra davvero nemmeno più, perché qui siamo ormai dentro una saga: la strepitosa saga della dinastia De Luca. Tra segreti e chiasso, patti di fedeltà lontani dalla tradizione repubblicana e ricatti, tutti si muovono all’interno di logiche arcaiche, talvolta feudali, come quelle di questo padre dispotico e ingombrante, ancora molto più furbo e feroce del figlio Piero, deputato dem, segretario regionale dei dem, quindi un tipino ambizioso, ma inesorabilmente schiacciato e perdente in un racconto che sembra uscito da una serie tv, tipo Downtown Abbey, o Yellowstone.
Solo che siamo a Salerno.
Nel primo fotogramma di questa nuova stagione c’è lo Sceriffo, appunto Vincenzo de Luca, anni 76, negli ultimi dieci governatore della Campania, che — alla Camera di commercio, in occasione del convegno «La libertà di partire, il diritto di restare» — annuncia il suo ritorno. Anzi, di più: proprio si incorona. Con la mano tremante aggiusta gli occhialini sul naso, ipnotico tono a cantilena: «Si… Ricomincia… Riprendo la città e la provincia… Dobbiamo ridare speranza… Tranquillità… Alle famiglie… Devo bonificare un’intera area urbana».
Adesso, però, un paio di passaggi fantasmagorici vanno spiegati. Il primo: De Luca può ricandidarsi per il suo quinto mandato alla guida di Salerno (dopo gli otto anni tra il 1993 e il 2001 e i nove tra il 2006 e il 2015) soltanto perché il sindaco in carica Vincenzo Napoli — 75 anni, architetto — si è, improvvisamente, dimesso. Napoli, gli hanno chiesto, perché lascia? Silenzio. Coraggio: perché? Ma lui immobile, non un muscolo del viso che vibrasse. Nessuna spiegazione, tace. Però sappiamo che questo Napoli è, come si dice, un fedelissimo dello Sceriffo. Così, a molti, sebbene non ci siano prove certe, è venuto il forte sospetto che abbia quasi voluto restituire la città a colui che gliel’aveva, momentaneamente, affidata. Ma se le dimissioni di Napoli possiamo spiegarcele con la più struggente riconoscenza, e chiamiamola riconoscenza, l’aspetto molto più succulento di questa storia è, invece, il secondo.
Allora: De Luca ha deciso di candidarsi (si vota il 24 e 25 maggio) da solo. Autonomamente. Un cronista s’è fatto coraggio: scusi, e il Campo largo? Lui ha avuto come un lampo nello sguardo. Quindi ha iniziato a digrignare i denti. «Vo… le… te…far… mi… be… ste… mmia… re?». Insomma se ne frega davvero alla grande del Campo largo, lo Sceriffo, come fu soprannominato nelle settimane iniziali del suo primo mandato: subito sindaco con effetti speciali (le fontane d’acqua nelle piazze e i manganelli ai vigili urbani, «Il manganello — spiegò — è un commovente oggetto di persuasione»), però pure sindaco con una oggettiva, straordinaria capacità di muovere tessere e consenso, alimentando leggende (come quella di conoscere, uno ad uno, i nomi dei suoi elettori) e mischiando il dialetto stretto a dotte citazioni su Cicerone, dimostrandosi così un pittoresco e geniale artigiano dell’arte oratoria studiata da grigio dirigente comunista e affinata tra comizi e cene elettorali.
Comunque: anche stavolta lo Sceriffo correrà da solo. Ha già organizzato sei liste civiche e se ne frega non solo del Campo largo, ma pure di Elly Schlein. Quindi del Pd (i locali voti dem andranno nel contenitore della lista Progressisti per Salerno). Quanto al figlio Piero, che dei dem è il segretario regionale, nessun problema: perché è un figlio obbediente.
Elly, capita l’antifona, tace.
Piero, invece, parla. E invece di dire al padre una roba tipo, «No, scusa, papà: ma se tu tratti il Pd come una pezza da piedi, io che figura ci faccio?», va in giro dicendo che il padre si è dimostrato il miglior amministratore locale italiano.
Due parole su Piero De Luca bisogna spenderle. Arrivò in Parlamento nel 2018, a 38 anni, perché così aveva deciso lo Sceriffo. Di temperamento mite, all’inizio fu preso in simpatia dai dem di Montecitorio. Poi Elly, non riuscendo a dare nemmeno un pizzicotto al padre, se la prese con lui, togliendogli i gradi di vicecapogruppo. Elly, ti vendichi con il figlio? Intorno a Piero si diffuse una certa solidarietà, ma — intanto — lo Sceriffo se l’era segnata. Così, alla fine della scorsa estate, nel pieno delle trattative per la candidatura di Roberto Fico alla guida della Campania, De Luca dettò le sue condizioni: «‘O guaglione dovete farmelo diventare il segretario del Pd in Campania».
Elly capì che, se non avesse ceduto al ricatto del cacicco, rischiava di perdere la regione. Piero ha fatto il vago ed è andato all’incasso. Una pena. Ora è muto davanti alla dichiarazione congiunta di M5S, Avs, Azione, Casa riformista, Italia viva e Noi di centro: «Presto vi faremo sapere il nome di chi candideremo a Salerno contro De Luca e centrodestra».
Al solito, le idee più chiare ce l’ha Clemente Mastella. «Se De Luca va da solo, è fuori dal Campo largo. Ma questo non devo dirlo io, dovrebbe dirglielo la Schlein». Ci sarebbe anche il figlio Piero: «Eh, vabbuò…».
Gli chiesi: Vincenzo De Luca, come fa a non essere mai stanco? «Vede: più m’attaccano, e io più godo. Mi dicono che è finita? E io penso sempre che è appena cominciata».

(di Michele Serra – repubblica.it) – Dice il declinante leader del Labour, Starmer, in polemica con l’ascendente leader dei Verdi, Polansky, che il problema del populismo è “dare risposte semplici a problemi complicati”. È sicuramente vero. Ma il grande problema della sinistra non populista, negli ultimi anni, è che i problemi complicati le sembrano così complicati che nessuna risposta è possibile.
Polansky, che ha stravinto a Manchester e galoppa nei sondaggi, fa parte di quei nuovi leader di sinistra (alla Mamdani) che hanno imboccato senza incertezze la strada del riequilibrio sociale e del “tax the rich”. Tassa i ricchi. Chiede una tassa dell’uno per cento sugli asset superiori ai dieci milioni di sterline. Non l’esproprio proletario, insomma: ma un poco di ossigeno per il popolo e per quel poco che resta del ceto medio proletarizzato, lo stesso che sempre più spesso, per vendicarsi della sinistra inerte, vota a destra.
All’aggressività sociale del nuovo capitalismo, al progressivo diroccamento del Welfare, alla impressionante discesa delle aliquote fiscali sui grandi patrimoni, qualche risposta combattiva e dinamica bisognerà pure darla, prima o poi. Per stabilire che cosa è “estremista” e che cosa “riformista”, vale, oltre alla verosimiglianza degli obiettivi (e l’uno per cento di tassa sui grandi patrimoni lo è), il discrimine metodologico e culturale: essere o non essere nemici della violenza. Per il resto, riformista è chi le riforme fa. Ovvero chi lavora per cambiare, almeno di un poco, lo stato delle cose, e cerca di restituire alla politica l’idea che serva davvero a qualcosa.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Niente da fare. La guerra per l’America è tentazione irresistibile. Nevrosi. Anche quando tutto sembrerebbe invitare alla sobrietà, scatta la coazione a ripetere. Siamo i più forti, nessuno ci può battere. E se qualcuno lo pensasse gli faremo cambiare idea. L’attacco all’Iran combinato con Israele è guerra preventiva contro una potenza talmente malridotta che alla vigilia dell’attacco aveva accettato di rinunciare nei fatti all’atomica, come svelato dal ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore fra Washington e Teheran.Trump e Netanyahu vogliono prevenire la pace. E mentre Israele già annuncia l’eliminazione di Khamenei, l’attacco rischia di volgere in conflitto regionale.
Trump ama descriversi brillante pokerista. Sarà. Ma questa mano la sta giocando al buio. E senza nessuna urgenza né minaccia esistenziale all’orizzonte. Dopo avere frenato ma non spento il bellicismo fine a sé stesso di Netanyahu, Trump ne sposa lo stile: guerra per la guerra. Senza strategia. Meglio: la strategia è la guerra. Dettata da privati interessi di potere assai più che dalla salvaguardia della nazione. In perfetta contraddizione con quanto sostenuto finora dall’aspirante Nobel per la Pace. Dopo aver beffeggiato i suoi predecessori, da Bush figlio alla “scimmia” Obama e a “Sleepy Joe” Biden per le loro guerre invincibili in Medio Oriente, Trump ne inaugura l’ennesima versione. Fino a proclamare l’obiettivo che nessuno aveva mai osato azzardare: far fuori il regime iraniano. Come se l’Iran fosse una qualsiasi petrodittatura postcoloniale del Golfo e non la Persia. Al cui “nobile popolo” lui e Bibi si rivolgono per completare l’opera avviata dall’operazione militare. Ma chiunque venisse insediato da Stati Uniti e Israele sul metaforico (o effettivo?) Trono del Pavone parrebbe agente straniero a buona parte del “nobile popolo”. Soprattutto ai coraggiosi oppositori del regime che per rovesciarlo rischiano la vita. Colpisce il divario fra scopo e mezzi, propaganda e realtà. Il Pentagono avrebbe munizioni per 5-7 giorni di difesa missilistica sostenuta. E delle undici portaerei disponibili sulla carta solo quattro sono oggi utilizzabili: le due in teatro (Lincoln e Ford, quest’ultima frenata nei giorni scorsi da guasti al sistema fognario), più George Herbert Walker Bush in Atlantico e Theodore Roosevelt nel Pacifico. L’America arrischia questa guerra spaccata come mai e con gli apparati militari e di intelligence piuttosto scettici sulla possibilità di vincerla in tempi accettabili. Comunque non a costo zero, anzi. E allora?
I casi sembrano tre. Primo, entro la settimana o poco più una parte ribelle dei pasdaran e di quel che resta di esercito regolare e polizia, in combutta con Mossad e Cia, prende il potere a Teheran (non per forza in tutta la Persia) in nome del “nobile popolo”. Secondo, il regime non crolla, la guerra si allarga in modo insostenibile e gli Stati Uniti d’intesa con Israele usano lo scalpo di Khamenei per dichiarare “missione compiuta”. Terzo, la scelta iraniana di rispondere colpendo le installazioni americane nei paesi arabi del Golfo e nell’intero Medio Oriente costringe Trump e Netanyahu a impantanarsi in un conflitto prolungato. Cadono le maschere e la guerra dei pochi giorni non ha più limiti. Né di tempo né di mezzi. Compresi stivali a stelle e strisce a calpestare il suolo persiano. All’ombra delle rispettive atomiche. In un clima di mobilitazione generale.
Oggi l’America sta agendo da cliente di Israele, il quale a sua volta è impegnato dal 7 ottobre in una guerra infinita contro sé stesso. La fu superpotenza globale è agita da una potenza regionale impazzita — scenario ideale per Cina e Russia. Trump pare il ventriloquo di Netanyahu. Dice o fa dire dai suoi quel che Bibi pensa ma non può (vuole) esprimere. L’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee, ha stabilito che Israele deve per concessione divina estendersi su tutto il Medio Oriente, dal Nilo all’Eufrate. Magari con un proconsole a vegliare sull’acrocoro iraniano?
Follie, certo. Ma forse la vera follia è intravvedere una logica in questa America fuori sesto.
“Giorgia Meloni possiede indubbiamente una personalità forte e carismatica. La proposta di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale è una questione delicata che richiede un ampio dibattito. Vorrei ricordare che pure il presidenzialismo era già previsto nel Piano della P2”

(estr. di Giuseppe Pipitone – ilfattoquotidiano.it) – […] Vedere che l’Italia va a votare per approvare la separazione delle carriere in magistratura “farebbe felice” Licio Gelli. A sostenerlo non è un esponente dell’opposizione e neanche un componente del comitato per il No al referendum, ma Maurizio Gelli, quartogenito del capo della P2. Classe 1959, in passato processato per aver favorito la fuga del genitore (“Ma sono stato assolto”, sottolinea), da tempo Gelli junior ha lasciato l’Italia per il Nicaragua, dove ha scalato le gerarchie diplomatiche. Dopo i precedenti incarichi in Uruguay e Canada, il governo di Daniel Ortega l’ha nominato ambasciatore in Spagna, con accredito concorrente anche in Grecia, Francia, Andorra, Slovacchia e Regno Unito.
[…] Poche settimane fa, però, Managua ha cacciato l’ambasciatore spagnolo, considerandolo “persona non grata”. Per il principio di reciprocità diplomatica, dunque, pure Madrid ha espulso Gelli. “Sono state scritte cose imprecise su questa storia, pago responsabilità non mie”, sostiene lui, rispondendo dalla Francia alle domande del Fatto . Inevitabile interpellarlo sulla separazione delle carriere, già prevista nel Piano della Loggia P2.
Ambasciatore, col Sì al referendum si realizzano le idee portate avanti da suo padre?
Sì, questo vuol dire che sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico. La separazione delle carriere potrebbe aiutare a migliorare la funzionalità e l’efficienza del sistema giudiziario italiano.
È il suo parere o sarebbe pure quello di suo padre, morto nel 2015?
Mio padre aveva una mente acuta, con una grande visione della politica italiana: sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma.
[…] In un’intervista al direttore Travaglio ai tempi della Bicamerale, suo padre disse che stavano copiando il suo Piano: “Dovrebbero darmi il copyright”. Sono parole ancora attuali?
Sì, mio padre sosteneva che la politica italiana spesso si appropriava delle sue idee. Mi chiedo cosa ne penserebbe un avvocato specializzato in proprietà intellettuale. La questione della separazione delle carriere non è un tema nuovo e il fatto che oggi sia al centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre. Questo è un momento di rinnovamento che potenzialmente potrebbe portare a una nuova visione della magistratura in Italia.
“Io non conosco il piano della P2. Posso dire che se quella del signor Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire”. Lo ha dichiarato il ministro Nordio il 18 novembre: è d’accordo?
So bene che la figura di mio padre può suscitare sentimenti contrastanti, ma è fondamentale esaminare le sue proposte con un occhio critico. Non è un caso che la politica italiana negli ultimi anni abbia riscoperto molte delle sue idee: se possono portare miglioramenti alla società italiana, ben venga.
Che opinione ha di Nordio?
Sta affrontando sfide cruciali e il suo operato ha sollevato un dibattito molto stimolante. Le sue iniziative, come i test psicoattitudinali per i magistrati, dimostrano la volontà di attuare cambiamenti strutturali. È interessante notare come anche quest’idea dei test fosse già nel Piano di mio padre.
Tra le riforme ipotizzate dal governo Meloni c’è anche il premierato: che ne pensa?
Giorgia Meloni possiede indubbiamente una personalità forte e carismatica. Sono convinto che le politiche del governo, specialmente nell’ambito delle riforme istituzionali, avranno un impatto significativo. La proposta di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale è una questione delicata che richiede un ampio dibattito. Vorrei ricordare che pure il presidenzialismo era già previsto nel Piano della P2.
L’ex Gran Maestro del Grande Oriente, Giuliano Di Bernardo, sostiene che gli elenchi della P2 erano incompleti: c’erano altri nomi?
Ovviamente ci saranno sempre misteri su questa storia, ma chi può dire se gli elenchi fossero davvero completi? Non certo Di Bernardo.
Un altro mistero è quello dell’archivio di suo padre in Uruguay: che fine ha fatto?
La ricerca del passato può essere complicata, purtroppo ci sono cose che restano irraggiungibili. Pochissime persone erano a conoscenza del vero archivio di mio padre.
Silvio Berlusconi era iscritto alla P2, come Fabrizio Cicchitto: li ha mai conosciuti?
Ho avuto l’opportunità di interagire con Berlusconi, il suo approccio alla politica è stato a volte polarizzante, ma indubbiamente affascinante. Quanto a Cicchitto, è un politico di grande esperienza e il suo punto di vista ha sempre suscitato interesse.
Tra le novità emerse dai processi, il ruolo di suo padre e della P2 nella strage di Bologna. Vuole dire qualcosa ai familiari delle vittime?
Non esistono parole in grado di attenuare il dolore delle famiglie. Non desidero addentrarmi nei dettagli, posso solo dire che mio padre ha sofferto enormemente a causa di alcune persone che lo hanno calunniato. È essenziale continuare a cercare la verità su un episodio oscuro della storia.
Verrà in Italia per votare?
Sì, se gli impegni me lo permetteranno.
Ambasciatore, lei è massone?
Preferisco non rispondere.
Il premio dà alla coalizione vincente da sola i numeri per scegliere il presidente, con oltre 50 voti di scarto. Allarme del centrosinistra

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – È la riforma passepartout: blinda Palazzo Chigi per le Politiche del ‘27, ma due anni dopo può aprire con destrezza perfino le porte del colle più alto, il Quirinale. La nuova legge elettorale sfornata dal centrodestra – che il forzista Stefano Benigni, uno dei quadrumviri delegati a trattare dalla maggioranza, ha ribattezzato “Stabilicum” – è un asso pigliatutto per le istituzioni. Passasse il testo così com’è, chi vince alle prossime elezioni, con il premio di governabilità che garantisce un bottino di 70 seggi extra alla Camera e 35 al Senato, può giocare in solitaria la partita quirinalizia. Senza l’affanno di cercare accordi con almeno un pezzo di minoranza. E perfino senza crucciarsi dei franchi tiratori nel segreto dell’urna. Perché stavolta, con l’impalcatura disegnata da FdI, Lega e FI, il margine di sicurezza sarebbe decisamente meno insidioso delle ultime tornate: fino a oltre 50 voti di scarto.

Lo dicono i numeri che già rimbalzano tra i partiti. Con il risultato massimo previsto dalla riforma, la coalizione di Meloni vincendo potrebbe contare fino a 386 grandi elettori su 663: 237 deputati (con il premio si può arrivare a 230, più i seggi vinti in Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e all’estero), 118 senatori (qui la soglia è di 114, più gli altri seggi). Vanno poi sommati i delegati regionali. In tutto sono 58 i rappresentanti dei territori che partecipano all’elezione del presidente della Repubblica insieme ai 605 membri del Parlamento in seduta comune (600 parlamentari elettivi più 5 senatori a vita). Con gli equilibri attuali, il centrodestra, che è maggioranza in 12 regioni, ne strapperebbe 31, 2 sarebbero espressione degli autonomisti (1 dalla Val d’Aosta e 1 dal Trentino Alto Adige) più 25 di centrosinistra, che guida 6 regioni.
La maggioranza avrebbe da sola dunque il 58% dei grandi elettori. L’opposizione, tolti parlamentari e delegati autonomisti, e i 5 senatori a vita, avrebbe circa il 40% dei votanti. Per eleggere al quarto scrutinio il capo dello Stato, va centrata quota 332 voti. Il margine di sicurezza, per la maggioranza, sarebbe allora di 54 voti. Consistente. Di fatto, uno schieramento avrebbe la forza di nominare in piena solitudine anche il proprio leader alla presidenza della Repubblica, cosa mai accaduta.
Questi sono i numeri. Poi ci sono le mire politiche, un intreccio di ambizioni sottaciute, perfino negate, sospetti, denunce pubbliche. Matteo Renzi l’ha già detto da mesi: occhio, il sogno di Meloni è conquistare il Quirinale post Mattarella. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha mandato un avviso ai naviganti pochi giorni fa, subito dopo il varo della legge da parte della maggioranza: «Rischiamo di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica». Il capo del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, condivide l’apprensione: la legge «super-truffa», l’ha ribattezzata così, orchestrata dalla destra, permetterà a «una minoranza con tantissimi parlamentari di scegliersi il presidente della Repubblica e i vari organi di garanzia». Meloni pubblicamente ha negato ambizioni quirinalizie. Alla conferenza stampa di inizio anno, l’unica aperta a domande di tutti, se l’è cavata con una battuta, dicendo che semmai il suo proposito, una volta lasciato Chigi, sarebbe un ingaggio da Fiorello. «Il Colle? Nel mio radar non c’è quello di alzare il livello». Ma anche a destra in pochi ci credono davvero.
Macron, Merz e von der Leyen non intervengono per fermare Washington. La reazione dei pasdaran fa temere attacchi alle sinagoghe. Alzati i livelli di sicurezza

(Claudio Tito – repubblica.it) – BRUXELLES – L’Europa questa volta non prende le distanze da Donald Trump. L’attacco coordinato con Israele all’Iran preoccupa l’Ue e la Gran Bretagna per le possibili conseguenze ma nessuno muove un dito in difesa di Teheran e di Khamenei.
Del resto gli alleati, ma non la premier italiana Giorgia Meloni e il governo italiano come confermato dal vicepremier Matteo Salvini, erano stati avvertiti da Washington. Non in tutti i dettagli, ma i governi di Londra, Parigi e Berlino — insieme a Bruxelles — sapevano che l’ora X sarebbe scattata. E non hanno tentato di bloccare le lancette. Per una constatazione molto semplice: se non ci sono riusciti i “mediatori” dell’Oman e del Qatar, non avrebbe potuto nemmeno il Vecchio Continente. Nell’operazione, però, non c’è stata alcuna partecipazione attiva. Neanche le basi britanniche sono state coinvolte se non in un secondo momento per garantire la difesa aerea degli alleati nel Golfo persico.
Basta leggere le dichiarazioni ufficiali per capire che stavolta Trump (ad eccezione della Spagna) non deve fare i conti con le critiche europee. «Condanniamo con la massima fermezza gli attacchi iraniani contro i paesi della regione — è la nota del gruppo E3 di cui fanno parte Francia, Germania e Gran Bretagna ma non l’Italia — . L’Iran deve astenersi da attacchi militari indiscriminati». Le tre Capitali sottolineano di «non aver partecipato a questi raid, ma siamo in contatto stretto con i nostri partner internazionali, tra cui Stati Uniti, Israele e partner della regione». Anche il portavoce del Cancelliere Merz ha confermato che «il governo tedesco è stato informato in anticipo». Il presidente francese Macron solo in serata smentisce di essere stato preavvertito ma sembra solo un gioco delle parti.
Anche i vertici delle Istituzioni europee, Ursula von der Leyen e Antonio Costa, evitano di bacchettare la Casa Bianca e puntano l’indice contro Teheran per i bombardamenti sugli Emirati Arabi Uniti: «Gli sviluppi in Iran sono estremamente preoccupanti. Riaffermiamo il nostro fermo impegno a salvaguardare la sicurezza e la stabilità regionale». A loro giudizio, è indispensabile «garantire la sicurezza nucleare» e per questo «l’Unione Europea ha adottato ampie sanzioni in risposta alle azioni del regime omicida iraniano e delle Guardie Rivoluzionarie e ha costantemente promosso gli sforzi diplomatici volti ad affrontare i programmi nucleari e balistici attraverso una soluzione negoziata». L’Iran, sintetizza l’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Kaja Kallas, «rappresenta una seria minaccia per la sicurezza globale».
Nello stesso tempo i leader del Vecchio Continente non nascondono l’allarme per le possibili conseguenze dell’attacco e invocano una soluzione diplomatica per aprire la strada ad una de-escalation. E sono due i punti che allarmano in particolare i leader europei. Il primo è il terrorismo: la chiamata alle armi dei pasdaran fa temere attacchi alle sinagoghe europee e alle ambasciate israeliane. I servizi italiani, francesi e tedeschi hanno alzato il livello di allerta su questi obiettivi specifici.
Il secondo nodo si stringe intorno alle intenzioni di Trump e Netanyahu che nelle informazioni fornite alle Cancellerie appaiono divergenti in una scelta fondamentale: il regime-change. Su questo gli Usa sono più cauti perché temono le ripercussioni di eventuali momenti di ingovernabilità della regione. A partire dal fatto che per stabilizzare l’area dovrebbero partecipare attivamente al controllo del Paese.
Soprattutto non c’è un’alternativa pronta. Per l’Unione europea, dunque, se la vera finalità della Casa Bianca è quella di dare una lezione al regime, allora, non potrà che essere condivisa. In caso contrario si aprirebbero per l’Europa alcune questioni fondamentali: la sicurezza Ue e il destino dell’Ucraina. Perché gli States impegnati massicciamente in Iran comporterebbe il disimpegno definitivo nella difesa di Kiev.
Per analizzare tutti questi dati oggi si riuniranno in videoconferenza i ministri degli Esteri dell’Unione, preceduti da un incontro del Coreper, il comitato che riunisce i 27 ambasciatori presso l’Ue. E per domani von der Leyen ha convocato la Commissione in via straordinaria.