Silvia Salis: «Per sminuire una donna guardano come si veste. Spoiler: non funziona. Sono madre, cattolica, eterosessuale. Ma il mio modello non è l’unico. Il problema dell’Italia è l’evasione fiscale». In pochi giorni la sindaca di Genova è diventata un personaggio internazionale (e un meme). Mentre il mondo ne parla, e si domanda dove arriverà la sua corsa, a noi racconta tutto: dal salario minimo («che lavoro è quello che non ti permette nemmeno di pagare l’affitto?») a Gaza, dai colleghi della politica al padre che non c’è più

(di Simone Marchetti – vanityfair.it) – Foto di Joseph Cardo – Da Genova al mondo. Di Silvia Salis oggi parlano tutti. All’estero, il quotidiano inglese The Guardian le dedica un ritratto da icona progressista italiana. Qualche settimana prima, l’agenzia di stampa Bloomberg News l’ha soprannominata «Anti-Meloni». E mentre in Italia si dibatte di quanto sia progressista, di centro, di centrosinistra oppure di sinistra (per tacere delle consuete valutazioni sul suo aspetto come unico metro di paragone), un concerto di musica techno in piazza Matteotti a Genova l’ha trasformata in un meme, ovvero nella vera consacrazione planetaria di un personaggio politico.
Abbiamo seguito la sindaca del capoluogo ligure a Milano, in una giornata di lavoro nel suo Municipio e infine per una lunga intervista. Quarant’anni anni, ex atleta (è stata una pluripremiata martellista) e dirigente sportiva italiana, ha un figlio di due anni e un marito, Fausto Brizzi, che è regista, scrittore e sceneggiatore. La scorsa domenica ha corso la mezza maratona nel suo comune dopo aver vinto le elezioni da prima cittadina quasi un anno fa, nel maggio del 2025. Sorride, difficilmente si scompone ed è capace di un entusiasmo e di un’empatia che non si piegano nemmeno di fronte agli attacchi più biechi.
Ecco, partiamo da qui. Dagli attacchi più biechi. La chiamano Barbie. E la attaccano per una foto a piedi nudi prendendosela con il marchio di lusso delle sue scarpe.
«Allora, premesso che non c’è niente di male nel comprarsi, con le proprie risorse, quello che più ci piace, ci tengo a dire che quella è una foto di quattro anni fa scattata nel mio ufficio del Comitato Olimpico e spacciata per recente, realizzata nell’ufficio da sindaca. È la solita storia: per sminuire la persona, soprattutto quando si parla di una donna, non entrano nel merito ma guardano a come si veste e a come appare. Ero abituata a tutto questo e mi sembrava normale quando abbiamo fatto le elezioni amministrative. Infatti mi dicevo: accidenti come sono scarsi, come possono pensare di vincere con questi argomenti? E, sbagliando, immaginavo che su un piano più nazionale la destra usasse altri temi. Invece no, il copione è lo stesso. Ma vi faccio uno spoiler: non funziona. Alle persone non interessa. Ora, io mi rendo conto che a una certa parte della politica possa sembrare incredibile, però è arrivato il momento di capire che puoi essere per la giustizia sociale, per i diritti dei lavoratori, per la riduzione delle disuguaglianze sociali e allo stesso tempo non negarti la libertà di spendere per le tue passioni quello che hai guadagnato onestamente. E se il dossieraggio su di me ha prodotto una foto con un paio di scarpe, che dire: per favore, andiamo avanti».

Lei si è scagliata spesso contro l’utilizzo di un linguaggio volgare, basso e populista. In una trasmissione televisiva, con fermezza e senza ideologia, ha difeso Elly Schlein dal sindaco di Trieste Roberto Dipiazza che la definiva una «befana» in un post sui social.
«Entriamo di nuovo nel grande tema di cui parlavo prima. Non si tratta solo di sessismo. Il punto è che se Farfallina35 mi dice che sono una Barbie senza cervello tu pensi: vabbè, i social hanno dato voce a milioni di persone e questo è il risultato. Ma se le persone che ti attaccano nello stesso modo hanno una responsabilità amministrativa o comunque rappresentano la Repubblica ti aspetti un altro approccio. Se sei un sindaco, un senatore, un deputato non mi offendi perché mi chiami Barbie o befana, mi offendi perché rappresenti la Repubblica, perché hai accettato la responsabilità che richiede quel ruolo. E il modo in cui ti rapporti nella società deve cambiare per forza».
Com’è stato, dopo il famoso concerto in piazza Matteotti a Genova, risvegliarsi il giorno seguente e trovarsi trasformata in un meme planetario?
«Incredibile e divertente. Ma, sono sincera, queste cose devono rimanere sullo sfondo. Come per lo scatto delle scarpe, non mi sono scomodata a fare smentite o commenti perché un sindaco che rappresenta un’istituzione ha solo da perderci a infilarsi in questa melma dove tutto è il contrario di tutto e dove i toni sono da tifoseria. Ci vuole distacco. E poi, sa, anche di fronte agli attacchi personali più strumentali, vedo anche persone che non mi conoscono e che chiedono di guardare ai contenuti, non all’aspetto fisico, alle apparenze, alla vita privata. Io, poi, non attaccherei mai un’altra donna su questi elementi. C’è un partito che ha pubblicato recentemente una mia foto in costume da bagno con mio figlio in braccio senza nemmeno oscurargli il volto. C’è un livello oltre il quale non bisognerebbe andare. Infine, per farla breve: gli insulti qualificano chi li fa, non chi li subisce».
In Italia, si discute molto se lei sia di centro, di centrosinistra, di sinistra. Allora, come dice lei, provo a riportare i fatti del suo operato da sindaca in questi primi dieci mesi. Punto per punto, vorrei un suo commento.
«Va bene, sono pronta».
Ha registrato due madri all’anagrafe nonostante i limiti e la propaganda dell’attuale governo.
«Guardi che non è una concessione ma semplicemente qualcosa che una sentenza ha permesso. Non sono stata magnanima, ho permesso un diritto. E poi, questi bambini, queste bambine di coppie omogenitoriali esistono indipendentemente dal fatto che il Comune firmi o no. La firma del Comune permette di dare le tutele a questi bambini e alle loro famiglie. L’ho sempre detto: sono una madre, sono cattolica, sono sposata, sono eterosessuale ma non credo che il mio sia l’unico modello o che sia migliore degli altri. Il Comune è laico, l’amministrazione è laica, il Paese è laico. E lo dico da cattolica».
Altro suo operato: l’obbligo al salario minimo.
«Ma è evidente: gli effetti positivi del salario minimo sono lampanti in Paesi come la Spagna dove è stato applicato. E, sinceramente, chi può ancora discutere su questo? Con la pressione fiscale che c’è. Con la realtà di queste nuove generazioni che saranno le prime che pur lavorando non potranno permettersi una casa. In quest’ottica, ovviamente, il Comune può fare una piccola parte, perché il tema è nazionale. Però l’abbiamo fatta: in tutti gli appalti abbiamo garantito un obbligo a un salario minimo».
Si è espressa apertamente sulla Palestina e sul genocidio a Gaza.
«E ho fatto bene, visto che anche chi non l’ha fatto si è dovuto rimangiare le parole dette. Ma come fare a restare indifferenti? Il sindaco deve esprimere l’identità della sua comunità. Ed è un’idiozia pensare che la tua posizione di sindaco o di città non cambi le cose. Genova, poi, è un simbolo, uno dei più grandi porti del Mediterraneo, la sua posizione è rilevante. Pensi anche a tutta la vertenza Ilva sul mondo del lavoro».
A proposito. Lei è scesa in piazza a fianco degli operai dell’ex Ilva.
«Perché mi riconosco nelle loro lotte. Sono le stesse che hanno fatto i miei genitori quando prendevano il treno e andavano a Roma per gli scioperi generali. Quel senso collettivo si è un po’ perso. E, comunque, una città in cui diminuiscono i posti di lavoro qualificati è una città che si sgretola».
Lei ha anche sostenuto la partenza della Flotilla.
«Anche in quel caso: è l’identità culturale di Genova. Un’identità che non è legata ai partiti politici. Quella sera, poi, nelle strade della città c’erano decine di migliaia di persone. Devi tenerne conto. Le ricordo che al recente Referendum il No è stato votato al 64%, il Sì al 36. È tanto. È importante tenere conto della città e del Paese che ti circondano».
Si è battuta anche per l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, altro argomento spinoso per l’attuale governo.
«Guardi, mi spiace che l’altra parte politica si stracci le vesti per cose che andrebbero fatte senza nemmeno troppo clamore. Da politici, abbiamo la responsabilità di essere consapevoli dei cambiamenti nella società. Queste ore di educazione non sono un obbligo ma uno strumento. Io credo che il buon governo di una città o di un Paese debba fornire alle persone gli strumenti per essere visti, compresi e capiti. Poi tu puoi scegliere se usarli o meno quegli strumenti. E, soprattutto, quando governi devi abbandonare la convinzione che il tuo esempio, la tua vita, la tua
impostazione siano le migliori. Perché così non stai facendo un servizio alla collettività».

Vorrei, ora, un suo commento su alcune figure politiche chiave del panorama contemporaneo. Siamo, infatti, nelle mani di potenti che, nel bene o nel male, stanno sconvolgendo l’ordine mondiale. Inizio dal più controverso, Donald Trump.
«Trump sembra una puntata della serie tv distopica Black Mirror. Credo che nessuno di noi potesse contemplare nella sua vita di vedere un presidente degli Stati Uniti di questo genere».

(Andrea Zhok) – Quattro giorni fa Haaretz, unico giornale d’opposizione in Israele, ha pubblicato un articolo dal titolo “I Felt I Was a Monster” (17/04/2026). L’articolo parte dalla presentazione di un soldato israeliano psicologicamente tormentato e che afferma di temere più di tutto la vendetta. Nel corso dell’articolo vengono ricordati attraverso testimonianze o documenti alcuni fatti avvenuti durante la demolizione della striscia di Gaza (una goccia nel mare di quelli noti, ma comunque).
Si parla di soldati che urinano su un detenuto legato e bendato, ridendo e scherzando. Si parla di interrogatori dove i detenuti vengono torturati stringendo fascette di plastica intorno ai loro genitali. Si parla di un ufficiale che giustizia un palestinese disarmato che si era arreso con le mani alzate, per poi insabbiare l’episodio facendo credere fosse un “terrorista armato”. Si parla di un carro armato che spara e uccide cinque civili palestinesi che attraversano una linea, seguito da un bulldozer D9 che seppellisce i corpi nella sabbia. Si parla di innumerevoli casi di soldati dell’IDF che aprono il fuoco su civili disarmati, compresi coloro che cercano cibo durante la carestia causata dal blocco imposto dal governo israeliano. Si parla del saccheggio di case palestinesi, di interni bruciati, piscio sugli oggetti personali delle famiglie sfrattate, per il divertimento collettivo.
La tesi di fondo che sostiene l’articolo è che i soldati israeliani stiano soffrendo di gravi traumi per ciò che hanno fatto o che hanno visto fare ai propri commilitoni.
Due osservazioni mi paiono opportune.
La prima deve partire dalla constatazione che le atrocità ricordate nell’articolo sono solo una piccola parte, e non la più ributtante, di quanto fatto dall’esercito israeliano. (Non mi risulta ci siano precedenti altrove nel mondo di stupri e sevizie sui prigionieri, accertati con filmati giunti al pubblico internazionale, e seguiti da un’assoluzione in tribunale dei torturatori.) Detto questo, comunque, gli eventi ricordati su Haaretz, sono parte di un repertorio che ricalca in maniera impressionante alcuni dei momenti più abietti del nazifascismo.
E l’unico modo che Haaretz ha per presentare questi eventi al pubblico israeliano (all’esigua minoranza critica) è di presentarlo invocando la pietà umana per i soldati traumatizzati dallo schifo cui hanno partecipato. Ecco, già questo impianto narrativo ci dice come nella società israeliana si sia introiettata senza resti l’idea che l’unico soggetto umano del cui sguardo val la pena curarsi è un ebreo israeliano. Se tortura e uccide innocenti, la vittima resta fuori scena, mentre chiediamo compassione per le ripercussioni psicologiche sul carnefice. Questo, temo, sia il problema di fondo, da cui tutto il resto discende.
La seconda osservazione deriva dallo scandalo suscitato recentemente dall’immagine di un soldato dell’IDF, nel sud del Libano, che distrugge a colpi di mazza una statua di Gesù Cristo in croce. L’immagine ha fatto il giro del mondo, ha suscitato reazioni politiche e ha persino costretto, credo per la prima volta, il primo ministro israeliano Netanyahu a prendere le distanze e a promettere un intervento sanzionatorio nei confronti del soldato.
Ora, per chiunque abbia un’idea, anche limitata, del messaggio cristiano, non può che risultare incredibile che nessuna cancelleria europea si muova per migliaia di crimini di guerra documentati, stupri, torture, assassini a sangue freddo di cittadini inermi, fucilate sui bambini, bombardamenti incendiari sui campi profughi, ecc. (di cui molti ammessi e ripresi dai media israeliani), per poi sollevare rimostranze di fronte alla dissacrazione di un’immagine.
Infatti, se c’è una cosa per cui il messaggio cristiano si erge in contrasto polemico fortissimo verso la precedente tradizione ebraica è proprio il rigetto del formalismo, del legalismo, del culto dell’apparenza esteriore rispetto alla pietà umana.
“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.” (Matteo, 23, 27-28)
La grazia concessa dal presidente Mattarella a Nicole Minetti non è andata giù al direttore del Fatto Quotidiano, per niente

(di Andrea Marcenaro – ilfoglio.it) – Niente di nuovo. E’ una settimana che a Travaglio si gonfia la vena sulla questione Minetti, amica maggiorenne dell’Amor nostro forse in modo meno alterato di quello dei Trump, dei Bill Clinton o dei Woody Allen, senza tacere degli Indri Montanelli con le negrette. A Travaglio è corso in aiuto Gianfranco Fini, statista monegasco a metro quadro, risorto al mondo per denunciare come i potenti alla Minetti non finiscano mai in galera. L’ha detto proprio. Perciò. La signora Giulia aveva ottenuto la grazia presidenziale da Sergio Mattarella in quanto parente di un ragazzino, malato e solo, del quale era l’unica a occuparsi. Tante brave persone si sono a questo punto impegnate per spiegare a Travaglio (e al suo foruncolo spremuto) il come e il perché la grazia concessa rientrasse perfettamente nell’umana natura e nelle leggi repubblicane. Slancio generoso, ma a suo modo sprovveduto: il presidente Mattarella, 84 anni, cattolicissimo e ritrosissimo, insegna da tempo i più virtuosi sentimenti. Poteva forse non sapere che la signora Minetti, con quel sorriso e quelle tette, aveva già ricevuto la grazia per diritto divino?
Cosa aspettarsi da un’Europa che dopo decine di pacchetti contro la Russia non è riuscita ad imporre mezza sanzione ad Israele?

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non è bastato neppure un milione di firme raccolte in dieci diversi Paesi Ue per spingere Bruxelles a rivedere la sua posizione nei confronti di Israele e del governo criminale di Benjamin Netanyahu. Che non contento del mandato di cattura spiccato nei suoi confronti dalla Corte Penale Internazionale per il genocidio a Gaza, ha scatenato altre due guerre in Iran (con la complicità degli Stati Uniti) e in Libano.
Con tutte le conseguenze (economiche e non solo) del caso proprio per l’Europa. Eppure, l’accordo di associazione tra lo Stato di David e l’Ue non è in discussione. L’Alta rappresentante Ue (si fa per dire) per la Politica estera, Kaja Kallas, che ha già dato sfoggio di sé negando che Urss e Cina abbiano avuto un ruolo decisivo nella sconfitta del nazi-fascismo durante la II Guerra mondiale, spiega che al momento ci sono anche altre misure sul tavolo. E’ vero, per sospendere l’accordo servirebbe l’unanimità e che finora Germania e Italia in particolare si sono opposte ad ogni sanzione contro Israele. Ma è altrettanto vero che, complice il calo di consensi, il governo Meloni ha appena deciso di bloccare il rinnovo automatico del Memorandum tra Roma e Tel Aviv.
Coerenza vorrebbe quindi (ma con questo esecutivo il condizionale è d’obbligo) che, anche a livello europeo, il governo italiano rivedesse la sua posizione. E magari, isolando la Germania, si porterebbe a casa il risultato. Che invece Kallas sembra aver già escluso in partenza. Cosa aspettarsi del resto dalla ministra degli Esteri di un’Europa che dopo decine di pacchetti di misure contro la Russia non è riuscita ad imporre mezza sanzione ad Israele?

(Dott. Paolo Caruso) – È trascorso un anno da quel 21 aprile 2025, lunedì dell’ Angelo, quando i media di tutto il mondo riportarono l’ annuncio Vaticano della scomparsa di Papa Francesco, il Papa rivoluzionario della rivoluzione di Cristo. Ci aveva appena salutato il giorno precedente, la domenica di Pasqua, impartendo la benedizione Urbi et Orbi estendendo a tutti un messaggio di pace e di speranza. Quella Speranza che aveva riposto nel cammino giubilare del 2025, e quella pace che aveva sempre cercato di riscoprire nell’ animo umano e per la quale si era impegnato alacremente per porre fine al conflitto russo ucraino ( innalzare la bandiera bianca, sic! ) che non era sinonimo di resa come qualcuno miseramente avrebbe voluto farci intendere, e per fermare il genocidio palestinese. Per questo popolo da sempre martoriato rivolgeva quotidianamente le sue preghiere e la sua attenzione di Padre. Dai giornali mainstream del mondo occidentale era stato accusato di essere putiniano solo perché riteneva la NATO responsabile del conflitto russo ucraino, ( era andata ad abbaiare al confine russo, sic! ). La scelta di chiamarsi “Francesco”, con riferimento al Santo, caratterizzò il suo pontificato, infatti volle essere il Servitore degli Ultimi, il difensore degli oppressi, il protettore del creato, richiamando i potenti della Terra al rispetto della casa comune. Colui che dava voce a quelli che non l’ avevano, gli umili, i poveri, i diseredati, i carcerati. Cercò sempre Gesù nei poveri e li incontrò a Lampedusa per la sua luna di miele appena eletto Papa. Li cercò fino ai confini della Terra, egli che dichiarava di essere venuto proprio da lì. Voleva cambiare la Chiesa, e fino all’ultimo pretese dai suoi preti di “non essere clericali”. Ci provò egli stesso. Il mondo medievale da “cesaropapismo” gli era totalmente estraneo. Non cercò mai la gloria. La sua fu “diakonia”, servizio di Cristo che lava i piedi. Egli fino all’ultimo lo fece con i carcerati. Le sue parole sconvolsero, scandalizzando i parrucconi del conservatorismo, terrorizzando i potenti della Terra, e furono spese solo a beneficio dei popoli. Scongiurò i signori della guerra, e in nome della pace predicò per una fratellanza umana che superi ogni divieto, anche religioso. Cristo ha cercato l’uomo e Papa Francesco ci ha creduto. La sua fede fu il più bel dono alla Chiesa e a noi figli di questo secolo. Papa pieno d’amore e vestito di umiltà, resosi pastore di tutti in nome della Umanità che Cristo aveva fatta sua, espletò prepotentemente la sua opera pastorale legata alla Carità e alla Misericordia. La pace invocata costantemente durante il suo pontificato trova continuità e centralità nell’ operare del suo successore, Papa Leone, suscitando le offese scomposte al di là dell’ oceano. Un nervo scoperto per le mire predatorie di Trump e del mondo MAGA.

(Stefano Rossi) – Desta scalpore, e ribrezzo per cotanta ignoranza e oltraggio all’ordinamento giuridico, il decreto-legge n. 23/2026, come emendato in Senato, ora alla Camera, per il contenuto dell’art. 30, bis, che questo governo vuole convertire in legge.
Detto articolo si inserisce nella procedura di rimpatrio assistito, di cui all’art 14, T.U. Immigrazione, con una previsione che, per lo scrivente, è imbarazzante commentare per il grado di ignoranza che, impunemente, il legislatore non pensa nemmeno di coprire.
Non se ne vergogna, anzi, sembra non capire tutto questo scandalo.
Vediamo il contenuto: “Al rappresentante legale munito di mandato, che ha fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione ad un programma di rimpatrio volontario assistito, è riconosciuto, ad esito della partenza dello straniero, un compenso pari alla misura del contributo economico per le prime esigenze”.
In sostanza, il difensore diventa strumento repressivo del governo al fine di ottenere il rimpatrio, volontario o meno, di un immigrato, dietro compenso.
Il Consiglio Nazionale Forense, Le Unioni Camere Penali, l’Associazione Nazionale Magistrati, Magistratura Democratica, l’Organismo Congressuale Forense, si sono sentiti in dovere di esprimere tutto lo stupore, lo sdegno e la preoccupazione dopo aver letto la norma citata.
Ma che cosa mai sarà successo al governo per partorire una sconcezza del genere?
Forse, dopo tanti proclami populisti contro l’immigrazione, il governo si è reso conto delle enormi difficoltà nel gestire i flussi migratori e tutte le procedure per tutti gli stranieri che giungono in Italia.
Hanno pensato che, gli avvocati, possano convincere lo straniero a ritornare sui suoi passi, dopo gli enormi sforzi, fisici ed economici, per raggiungere il nostro Paese, dietro compenso, naturalmente. Perché, quando misuri il mondo con spirito venale, questi sono i risultati.
Non ci riesce il governo, ci riusciranno gli avvocati, avranno pensato.
Ma non mi soffermerò sull’oltraggio riversato a tutta l’avvocatura. Chi partorisce certi strafalcioni non potrà capire.
Mi limito a due considerazioni.
La prima è quanto prevede il II comma dell’art. 24 della Costituzione, quella Costituzione che, questo governo, stava bruttando con una riforma demenziale.
“La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”.
Durante la stesura di questo articolo, alcuni Padri costituenti chiesero questa modifica “La difesa, è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, è regolata da legge”, come a rafforzare il ruolo della difesa.
L’on. Tupini non ritenne necessaria la modificazione, rilevando che compito della Costituzione è di segnare una direttiva precisa al legislatore, al quale spetterà di adeguare le leggi all’art 24. Si volle rimarcare una formula lapidaria e perentoria che nessuna legge dovrà mai e per nessuna ragione violarla, così il pensiero di chi scrisse l’art. 24 della Costituzione.
Certo, non potevano immaginare che sarebbero arrivati gli Alani, gli Unni, gli Ostrogoti, ignari e ignavi di fronte ai Principi costituzionali.
Il difensore non potrà mai percepire soldi per allontanare dai confini il proprio assistito, assistito che, se si rivolge all’avvocato, non lo fa certo per ritornare indietro verso il suo Paese d’origine.
Si tratta di una norma che mina i fondamenti di una regola comune a tutte le democrazie.
Stravolgerla vuol dire mettersi su un piano a noi sconosciuto.
O meglio, sconosciuto a chi si sente partecipe di uno Stato democratico basato su regole di libertà; sono sicuro che, molti altri, non riusciranno a capire nemmeno una parola di quello che ho scritto.
Per questo esiste l’art. 30, bis, che avrà vita molto breve.
Ma il fatto di averla concepita rende bene l’idea di che razza di gente incarna oggi le Istituzioni.
La seconda considerazione.
Era il 28 aprile del 1977, quando le Brigate Rosse uccisero il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, Fulvio Croce.
Lo uccisero perché i brigatisti, nappisti, di Prima Linea e altri terroristi di sinistra, non riconoscevano lo Stato italiano e le sue leggi. In gabbia, durante i processi, rifiutarono la difesa d’ufficio.
Dovette intervenire la Corte di Cassazione nel ribadire il ruolo fondamentale del difensore a qualsiasi imputato; e che si doveva imporre un difensore per proseguire le udienze.
Non trovandosi disponibili avvocati d’ufficio, fu chiamato il presidente dell’Ordine che intraprese con onore e dignità il suo ruolo imposto dall’ordinamento giuridico.
Ruolo che gli costò la vita.
Per dire, quanto sia fondamentale la presenza dell’avvocato nell’assumere le difese dell’imputato. A costo della vita.
Nell’assumere la difesa. Non l’offesa.
Ma, ripeto, non tutti potranno capire.

(Dott. Paolo Caruso) – Sensibilità a giorni alterni e strabismo marcato caratterizzano il governo Meloni nella politica estera. Il Ministro degli esteri Tajani, commentando le immagini che traggono un soldato della Idf profanare nel sud del Libano occupato una statua di Gesù Cristo distruggendola, ha protestato con l’ omologo israeliano Gideon Sa’ ar. Questi si è congratulato con le forze militari israeliane per avere condannato l’ incidente blasfemo, per l’ indagine in corso che porterà presto al riconoscimento dell’ autore del vile gesto con provvedimenti severi. Si tratta ha aggiunto Sa’ ar di un ” gesto vergognoso ” contrario ai nostri valori e che ferisce i sentimenti di ogni cristiano. Antonio Tajani soddisfatto dalle misure prese dal suo alleato comunque ha duramente criticato l’ accaduto, unendosi allo sdegno per il vandalismo contro i simboli religiosi cristiani. Un atto vandalico in un’ area già segnata da forti tensioni. Il governo italiano si è sentito colpito profondamente nei valori etico religiosi dimenticando la sua vera condotta nei confronti del criminale Netanyahu. Un criminale che non di statue ma di esseri umani palestinesi si è sporcato le mani di sangue commettendo un vero e proprio genocidio. Infatti circa 70 mila morti, di cui 20 mila bambini uccisi e fatti morire di fame non hanno scalfito la sensibilità del governo Meloni. Non sarà il capo decapitato della statua di Cristo nel Libano meridionale a offendere Dio ma il chiudere gli occhi di fronte alla tragedia palestinese. Lo sguardo di Dio non potrà essere clemente nei confronti dei Potenti della Terra. Il suo sguardo sarà rivolto a quel volto di un bimbo piangente forse perché ha fame, o a quello di una mamma disperata che non sa cosa dare, o a quello di un padre che non sa più cosa fare, o a quel fratello che non c’è più. Solo in questa drammaticità emerge la tragedia del popolo palestinese. I popoli ne sentono il peso ma il grido di dolore che si eleva dalla Striscia di Gaza arriva ovattato alle orecchie dei nostri governanti e lo stesso Tajani appare disattento alle atrocità perpetrate dal suo alleato Netanyahu e attento piuttosto ad un atto sacrilego. A Gaza come in Ucraina si piangono tanti bambini uccisi o deportati ma questi angeli troveranno conforto tra le braccia di Dio, di un Dio misericordioso che piange non per la statua di Cristo decapitata ma per la stoltezza del genere umano.

(Margherita Furlan – lafionda.org) – “L’Italia non era lì per noi, noi non saremo lì per loro”. Presidente Donald J. Trump, giovedì 17 aprile 2026, in risposta alla ricostruzione del Guardian sul “no” italiano all’uso della base di Sigonella1. Una frase che non va letta come un’esplosione di stizza, ma come un tassello di una strategia che si sta delineando da mesi con crescente chiarezza: la liquidazione dell’Alleanza Atlantica dall’interno, con l’abbandono progressivo dell’Europa al proprio destino.
È qui il punto che i commentatori italiani continuano a non vedere, paralizzati da una lettura sentimentale della politica estera americana. Trump non sta minacciando di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO per punire l’Italia: sta cercando il pretesto pubblico per farlo a prescindere. E ogni “no” europeo, ogni distinguo di Leone XIV, ogni critica di Meloni, ogni chiusura di base da parte di Sánchez, ogni rimpatrio di oro della Banque de France diventa, nel suo registro, il materiale per costruire la narrazione del disimpegno: non sono io che vi abbandono, siete voi che non meritate di essere difesi.
Il ricatto, a uno sguardo attento, è rovesciato. Non è Trump che tiene l’Europa sotto scacco minacciando di andarsene; è l’Europa che si illude di avere un alleato che in realtà sta preparando da tempo la valigia. E la tragedia politica, per un Paese come l’Italia, è che le sue classi dirigenti non stanno attrezzandosi a questa transizione, ma continuano a comportarsi come se la cornice atlantica del 1949 fosse un dato eterno della natura.
La strategia Trump: dismissione selettiva, non ritiro totale
Bisogna leggere con attenzione ciò che il trumpismo, nelle sue varie incarnazioni ideologiche, sta scrivendo pubblicamente da anni. J. D. Vance, oggi vicepresidente, ha teorizzato in più occasioni che l’Europa debba “provvedere da sé” alla propria difesa. Elbridge Colby, l’ex sottosegretario alla Difesa considerato l’architetto della dottrina del “pivot asiatico”, ha sostenuto esplicitamente che le risorse militari americane debbano essere concentrate nel Pacifico contro la Cina, e che la NATO sia un’eredità novecentesca che sottrae capacità strategiche al vero teatro di competizione sistemica. Steve Bannon, dal suo War Room, ripete da anni che gli alleati europei sono “free rider” che sfruttano l’ombrello americano senza contribuire. Peter Thiel, finanziatore ideologico e materiale del trumpismo tecnologico, ha scritto pagine durissime sulla NATO come apparato burocratico post-storico da smantellare2.
Non si tratta di opinioni marginali. Sono l’ossatura intellettuale della seconda amministrazione Trump. La differenza rispetto al primo mandato è che oggi la squadra che occupa il Pentagono, il Consiglio di Sicurezza Nazionale e il Dipartimento di Stato condivide in larga misura questa visione. Non più Mattis, non più Tillerson, non più Kelly: oggi ci sono Hegseth alla Difesa, Rubio al Dipartimento di Stato e una rete di consiglieri che vedono l’Europa come un peso strategico da cui liberarsi, non come un alleato da preservare.
La strategia è una dismissione selettiva, non un ritiro totale. Trump non chiuderà domani Sigonella, Aviano o Ramstein, perché queste basi servono gli interessi americani nella proiezione mediterranea e medio orientale. Ma ridurrà progressivamente il contributo americano alla difesa collettiva europea, scaricherà sugli alleati i costi del riarmo convenzionale, userà la NATO come strumento di estrazione economica chiedendo il cinque per cento del PIL. E quando l’Europa non sarà in grado di pagare, userà quel fallimento come giustificazione per un disimpegno selettivo dalle aree di minore interesse strategico americano. Gli Stati Uniti si terranno le basi utili a loro, scaricheranno sugli europei il costo di tutto il resto, e in caso di crisi (apparentemente) reale l’ombrello dell’articolo 5 si aprirà solo se conveniente a Washington.
La frase “noi non saremo lì per loro”, va letta in questo quadro. È un avvertimento, non un addio. È la costruzione pubblica del diritto americano a scegliere caso per caso quando la protezione vale e quando no. È l’articolo 5 ridotto a discrezionalità presidenziale.
Il certificato di morte: “La NATO stia fuori da Hormuz”
Il 17 aprile 2026, nel pomeriggio italiano, il quadro si è aggravato in modo quasi caricaturale. Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un messaggio che, letto con attenzione, costituisce il certificato di morte dell’Alleanza Atlantica pronunciato dal suo stesso presunto padrone. Testualmente: “Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, ho ricevuto una telefonata dalla NATO in cui gli alleati mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta”3.
Il presidente degli Stati Uniti, che è il Paese capofila della NATO, che paga la quota maggiore del bilancio NATO, che ospita il comando supremo dell’Alleanza, che detiene il nocciolo della deterrenza nucleare occidentale, ha pubblicamente definito la NATO “inutile” e “tigre di carta”. In un post ufficiale sul suo social privato, nel bel mezzo di un vertice a Parigi in cui i quattro principali Paesi europei stavano discutendo proprio il coinvolgimento navale NATO nello Stretto. Questo, tradotto in linguaggio diplomatico convenzionale, è l’equivalente di uno strappo unilaterale.
La tempistica rende il gesto ancora più significativo. Meloni, dall’Eliseo, aveva appena annunciato la disponibilità italiana a inviare unità navali nello Stretto di Hormuz, subordinandola a due condizioni: l’autorizzazione del Parlamento, secondo quanto previsto dalla Costituzione, e la cessazione delle ostilità4. Secondo indiscrezioni raccolte tra Roma e Parigi, le imbarcazioni che il governo italiano starebbe valutando di mettere a disposizione sarebbero due cacciamine della Marina Militare, Gaeta e Rimini, attualmente in addestramento in aree non lontane. Il Regno Unito, pur disponibile alla missione di sminamento, aveva già rifiutato, attraverso Keir Starmer, di partecipare al blocco navale statunitense5. Macron ha ospitato il vertice parlando di “messaggio di speranza e unità”. Merz, per la Germania, ha confermato la postura europea.
A questa offerta coordinata, che nasceva proprio dalla richiesta americana di qualche giorno prima di dragamine alleati, Trump ha risposto con un insulto pubblico. “Sono stati inutili nel momento del bisogno”. Si badi: il momento del bisogno è stato creato da Trump stesso, che ha attaccato l’Iran il 28 febbraio provocando la chiusura di Hormuz6. I dragamine alleati sono stati richiesti da lui, pubblicamente, sostenendo che “il Regno Unito e un paio di altri Paesi” li avrebbero inviati. Secondo fonti citate da CNN, la US Navy aveva gravi carenze in fatto di cacciamine nel Golfo Persico, avendo rimpatriato per la prevista radiazione i quattro Avenger dislocati in Bahrein7. Ne aveva bisogno. Li ha chiesti. Quando la crisi sembrava risolversi con un accordo diretto tra Washington e Teheran, secondo Axios attraverso un piano di tre pagine, poi smentito dai fatti, Trump ha buttato via gli alleati con la stessa prontezza con cui li aveva chiamati a raccolta.
Ecco la sostanza della dottrina trumpiana in forma chimicamente pura: gli alleati servono quando servono, altrimenti sono un disturbo. Si chiamano quando c’è un lavoro sporco da svolgere, si insultano quando il lavoro non è più necessario. Il criterio non è la solidarietà atlantica, la cornice giuridica del Trattato di Washington, il vincolo istituzionale di settantasette anni: il criterio è la convenienza immediata del presidente. L’articolo 5 sulla difesa collettiva diventa, in questa logica, un accessorio decorativo.
Sostanzialmente Trump ha già archiviato la NATO. Non l’ha sciolta formalmente, non ha notificato recessione, non ha chiuso alcuna base. Ha fatto qualcosa di più efficace: l’ha svuotata pubblicamente di significato politico, riducendola a strumento di comodo. Quando il presidente del Paese leader di un’alleanza militare dice agli alleati di “starne fuori” perché sono “inutili” e “tigri di carta”, quel presidente sta comunicando al mondo intero che l’alleanza non funziona come dispositivo di sicurezza collettiva. Sta dicendo ai potenziali avversari di Mosca, di Pechino, di Teheran che l’articolo 5 è un foglio di carta appeso al suo umore. Sta dicendo agli alleati che la loro partecipazione è tollerata solo se accessoria e muta.
Per l’Italia è il paradosso della sudditanza volontaria: più ci si piega, più si viene umiliati.
Per chi volesse ancora fingere che la NATO esista come patto reciproco di sicurezza, la frase del 17 aprile è la pietra tombale. Non ci sarà un annuncio ufficiale, non ci sarà una firma su un documento di scioglimento. Ci sarà il progressivo svuotamento operativo dell’Alleanza, trasformata in cornice residuale in cui gli europei continuano a pagare quote crescenti per una protezione che il presidente americano qualifica pubblicamente come inutile quando gli conviene. Sta agli europei decidere, adesso, se accettare di restare dentro una finzione o se attrezzarsi per una transizione controllata verso uno o più sistemi di sicurezza alternativi.
L’Europa ostaggio di una garanzia che sta scomparendo
Il paradosso strategico è quello che gli europei fingono di non vedere. Per settantasette anni la classe dirigente europea, e quella italiana in particolare, ha costruito la propria politica estera attorno all’assunto che la protezione americana fosse un dato incrollabile. Nessun investimento strutturale nella difesa continentale autonoma, nessuna costruzione di un esercito europeo realmente integrato, nessun sistema di deterrenza nucleare condiviso, nessuna capacità industriale-militare paragonabile a quella americana. Tutto delegato a Washington, che oggi comunica, nei modi erratici ma coerenti del trumpismo, che la delega è revocata. E l’Europa si trova letteralmente spoglia.
La Germania scopre di non avere più un esercito degno del nome. L’Italia scopre di possedere una flotta ridotta, un’aeronautica sottodimensionata, un comparto industriale della difesa frammentato. La Francia è l’unico Paese continentale che ha mantenuto una capacità nucleare autonoma e una forza di proiezione credibile, ragione per cui Macron da mesi parla di “sovranità strategica europea” con un’insistenza che a Roma suscita solo sbadigli. La Polonia sta cercando pericolosamente di colmare il vuoto con un riarmo accelerato contro la Russia di Putin. La Spagna di Sánchez ha scelto la via del distacco politico. Il Regno Unito, fuori dall’Unione Europea, gioca una partita propria tra Washington e Bruxelles.
In questo scenario, l’Italia è nella posizione peggiore: ha ceduto la propria sovranità militare a un’alleanza che si sta dissolvendo, non ha una capacità di difesa autonoma credibile, non fa (ancora) parte del nucleo franco-tedesco che sta cercando di costruire l’alternativa europea, e ospita più di centoventi basi americane e NATO8 che domani potrebbero essere usate per operazioni nelle quali il governo italiano non avrà voce in capitolo. Il “no” di Sigonella è stato un atto tecnico perché l’Italia, politicamente, non è in grado di fare molto di più.
Il doppio pericolo: restare e uscire male
Ed è qui che la questione dell’uscita dalla NATO diventa complessa, e non basta invocarla con entusiasmo sovranista per renderla una strada praticabile. Perché oggi si aprono due scenari, entrambi rischiosi.
Primo scenario: l’Italia resta nella NATO mentre Trump la svuota dall’interno. In questo caso, paghiamo il contributo crescente richiesto, ospitiamo le basi, partecipiamo per procura alle guerre americane, ma non riceviamo più, nei fatti, la garanzia di protezione. Siamo dentro un’alleanza che nel momento della verità non ci difenderà se non nella misura in cui farlo conviene a Washington. È la peggiore delle condizioni: tutti i costi, nessuna garanzia. È esattamente ciò che Trump ha certificato il 17 aprile con la frase su Hormuz: gli alleati sono inutili, stiano fuori, a meno che non vogliano semplicemente caricare petrolio sulle loro navi. Cioè: venite a prendervi il vostro petrolio ma non chiedete di partecipare alle decisioni strategiche.
Secondo scenario: l’Italia esce dalla NATO senza aver prima costruito un’alternativa credibile. In questo caso, ci troviamo improvvisamente esposti in una fase di riassetto geopolitico drammatico, senza un ombrello di sicurezza sostitutivo, senza una capacità di difesa autonoma, senza un sistema di alleanze alternativo. Diventeremmo il ventre molle del Mediterraneo, facilmente esposti a pressioni da ogni direzione.
Come si esce da questo dilemma? Non con uno slogan, ma con una strategia di transizione pluriennale che l’Italia dovrebbe cominciare a costruire oggi, con la stessa urgenza con cui la Francia sta rimpatriando l’oro e costruendo capacità di proiezione autonoma. I pilastri di questa strategia sarebbero cinque.
Primo: rimpatrio immediato dell’oro sovrano dalla Federal Reserve di New York, seguendo il modello francese9. Questa è la mossa più semplice e meno controversa, perché non richiede rinegoziazione di trattati ma solo una decisione della Banca d’Italia concordata con il governo. Centocinquanta miliardi di euro al prezzo attuale sarebbero riportati sotto sovranità nazionale10, in un contesto geopolitico in cui la detenzione di oro in territorio estero diventa crescentemente rischiosa.
Secondo: costruzione di un sistema di difesa realmente autonomo. L’Italia ha una carta industriale di prim’ordine che non sta giocando fino in fondo: il Michelangelo Dome di Leonardo11, che può essere inserito in una cornice politica di sovranità strategica. Presentato a novembre 2025 dall’amministratore delegato uscente, Roberto Cingolani, e illustrato in dettaglio nel marzo 2026, è un sistema di difesa aerea integrato capace di intercettare simultaneamente minacce eterogenee: missili balistici e ipersonici oltre Mach 5 con gittate superiori ai 2.000 chilometri, sciami di droni a basso costo, attacchi cyber, minacce navali e subacquee. Il cuore del sistema non sono le armi, ma un software multi-dominio basato su intelligenza artificiale e supercalcolo, progettato con architettura aperta: ogni Paese può collegare al Dome i propri radar, droni e batterie missilistiche senza cambiare arsenale. L’intelligenza artificiale sceglie in tempo reale l’effettore più economico per neutralizzare ciascuna minaccia, evitando lo spreco di missili da milioni di euro contro droni da poche migliaia. È, a oggi, la proposta industriale più avanzata, concorrente diretta dell’Iron Dome israeliano, dei Patriot americani e della European Sky Shield Initiative tedesca.
Terzo: rinegoziazione degli accordi bilaterali sulle basi americane in territorio italiano, con riduzione progressiva del numero di strutture, trasferimento sotto controllo italiano di quelle strategicamente essenziali, e diritto di veto esplicito su ogni operazione offensiva lanciata dal suolo italiano. Non si tratta necessariamente di chiudere tutto domani, ma di rimettere sotto sovranità italiana ciò che oggi è sostanzialmente fuori dal controllo di Roma.
Quarto: normalizzazione dei rapporti economici e diplomatici con le potenze non allineate, a partire da una politica mediterranea autonoma che riconosca l’Iran, la Russia e la Cina come interlocutori economici e politici legittimi, non come nemici ideologici per procura. L’Italia non ha un interesse nazionale nel conflitto con Teheran, Mosca o Pechino; ha un interesse opposto, quello di mantenere canali commerciali e diplomatici aperti in un’epoca di frammentazione globale.
Quinto: attivazione della procedura di denuncia del Trattato dell’Atlantico del Nord secondo l’articolo tredici, che prevede la cessazione della partecipazione un anno dopo la notifica al governo degli Stati Uniti12, da preparare come atto politico finale di una transizione pluriennale, non come gesto impulsivo di rottura.
La vera posta in gioco
La domanda non è più se la NATO sopravviverà, ma come sopravviverà e a che prezzo per chi ne farà ancora parte. Dopo il 17 aprile 2026, dopo l’insulto pubblico del presidente americano agli alleati che stavano rispondendo a una sua stessa richiesta, la questione non è più accademica. Trump sta offrendo all’Europa, in modo rozzo e insultante, una verità che da decenni si fingeva di ignorare: gli Stati Uniti non sono più disposti a pagare il costo della difesa europea in una fase in cui il vero teatro strategico si sposta verso il Pacifico e in cui il sistema-dollaro è sotto pressione da parte dell’asse BRICS. La minaccia “noi non saremo lì per loro”, seguita dall’invettiva “la NATO è una tigre di carta”, è una premessa argomentativa, non una sanzione temporanea.
La classe dirigente italiana si trova davanti a una scelta di portata storica. Può continuare a comportarsi come se il 1949 non fosse mai finito13, pagando dazi crescenti a un’alleanza che si sta svuotando di senso, partecipando per obbligo a guerre altrui, subendo le umiliazioni quotidiane di un presidente americano che insulta la premier e il Papa nello stesso giorno14 e definisce tigri di carta quegli stessi alleati a cui un giorno prima chiedeva di mandare cacciamine. Oppure può cominciare a preparare la transizione verso una postura strategica autonoma, non più subordinata a Washington, capace di difendere gli interessi nazionali nel Mediterraneo senza delegarli a potenze extra continentali.
La transizione sarà lunga, difficile, costosa. Richiederà decisioni impopolari, investimenti strutturali, una classe dirigente che oggi non esiste e che forse dovrà formarsi nell’urgenza. Ma l’alternativa è peggiore: restare dentro una cornice che non ci protegge più, pagando il prezzo di un’alleanza che Washington sta dismettendo dall’interno, senza avere nemmeno il vantaggio di costruire in tempo l’alternativa.
Trump, a suo modo, ci sta facendo un favore. Ci sta dicendo a chiare lettere ciò che i suoi predecessori dicevano con maggiore eleganza diplomatica: non contate più su di noi come prima. La differenza è che adesso non c’è più alibi per fingere di non aver capito. Sta alla classe dirigente europea, e a quella italiana in primo luogo, decidere se trasformare questa consapevolezza in un piano strategico di lungo periodo o continuare a rispondere agli insulti con la postura offesa di chi non ha capito che il gioco è già cambiato.
La NATO del 1949 è morta la notte del 12 aprile 2026, quando il presidente degli Stati Uniti ha insultato il Papa cittadino americano. È stata sepolta il 17 aprile 2026, quando lo stesso presidente ha definito “tigre di carta” gli alleati che rispondevano alla sua richiesta di aiuto a Hormuz. Quello che resta è una cornice burocratica che sopravvive per inerzia, e che sarà smantellata dall’interno nei prossimi mesi o anni. La domanda, per l’Italia, non è più se uscirne, ma come uscirne con la minore perdita possibile di sovranità, sicurezza e capacità strategica. E la risposta, per ora, nessuno a Roma la sta cercando.
Note
1. Angela Giuffrida, “Italy denies US military planes access to Sicily airbase amid Iran war”, The Guardian, 31 marzo 2026; dichiarazione di Donald J. Trump su Truth Social, 17 aprile 2026.
2. Per J. D. Vance, cfr. discorso alla Munich Security Conference, febbraio 2025, e intervista a The American Conservative, 2024. Per Elbridge Colby, cfr. The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, Yale University Press, 2021, e testimonianze al Senate Armed Services Committee, 2025. Per Steve Bannon, cfr. episodi del War Room sul “national divorce” da NATO, 2024-2025. Per Peter Thiel, cfr. lezione alla Oxford Union del novembre 2024 e le conferenze di Roma a Palazzo Orsini Taverna, gennaio 2026.
3. Donald J. Trump, post su Truth Social, 17 aprile 2026. Ripreso da ANSA, “I volenterosi pronti per lo Stretto di Hormuz. Trump: la Nato stia fuori”, 17 aprile 2026; Il Fatto Quotidiano, “Hormuz: Meloni, navi italiane con autorizzazione parlamentare”, 17 aprile 2026.
4. Giorgia Meloni, dichiarazione al vertice dell’Eliseo, 17 aprile 2026. Cfr. Quotidiano Nazionale, “Meloni offre le navi italiane: Ma serve il voto del Parlamento”, 18 aprile 2026; Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 2026.
5. Daily Telegraph, “UK refuses to join Trump’s Hormuz blockade”, aprile 2026; cfr. Today.it, “Perché Trump ha bisogno delle navi cacciamine italiane”, 13 aprile 2026.
6. L’attacco americano all’Iran ha avuto inizio il 28 febbraio 2026. Per i dati sulle vittime, cfr. Human Rights Activists News Agency (HRANA): al 6 aprile 2026 il conflitto aveva causato almeno 3.597 morti, di cui 1.665 civili e 248 bambini.
7. Brad Lendon, “How the US Navy could blockade Iran’s ports and sweep mines from the Strait of Hormuz”, CNN, 13 aprile 2026. Cfr. anche Riley Ceder, “The US Navy decommissioned Middle East minesweepers last year. Here’s what they did”, Navy Times, 12 marzo 2026; Sam LaGrone, “Two U.S. Warships Sail Through Strait of Hormuz to Establish New Route for Merchant Ships”, USNI News, 11 aprile 2026. Le quattro unità Avenger-class (USS Devastator, USS Dextrous, USS Gladiator, USS Sentry), di stanza in Bahrein, sono state radiate nel settembre 2025 e trasportate a Philadelphia per la demolizione nel gennaio 2026, a due mesi dall’avvio delle operazioni di minamento dello Stretto di Hormuz.
8. Stima che comprende basi, installazioni, depositi logistici, stazioni radar e infrastrutture di supporto statunitensi e NATO presenti sul territorio italiano. Le principali: Sigonella (Naval Air Station), Aviano (USAF 31st Fighter Wing), Vicenza (Caserma Ederle, SETAF-AF), Camp Darby (Livorno-Pisa), Napoli (comando NATO JFC Naples), Ghedi (deposito B61), MUOS di Niscemi, insieme a numerose strutture minori. Cfr. Manlio Dinucci, “La mappa delle basi USA in Italia”, il manifesto; Rete Italiana Pace e Disarmo, rapporti annuali sulle basi militari straniere in Italia.
9. Banque de France, comunicato ufficiale, aprile 2026: 129 tonnellate di oro non-standard cedute e riacquistate in lingotti conformi agli standard LBMA depositati a Parigi, attraverso 26 transazioni tra luglio 2025 e gennaio 2026, con una plusvalenza contabile di 12,8 miliardi di euro. Cfr. Frank Giustra, “How gold became national security infrastructure”, MINING.COM, aprile 2026; South China Morning Post, “As France pulls gold from the US, how can China develop into the next global gold hub?”, aprile 2026.
10. Banca d’Italia, “Le riserve ufficiali dell’oro”, dati al 31 dicembre 2025: 2.452 tonnellate totali, di cui 1.061 tonnellate (43,29%) depositate presso la Federal Reserve Bank di New York. Per il calcolo del valore: prezzo LBMA Gold Price PM al 17 aprile 2026 (circa 5.000 USD/oncia).
11. Leonardo S.p.A., “Michelangelo Dome – Multi-Domain Air Defence System”, presentazione ufficiale, novembre 2025 e illustrazione tecnica di dettaglio del 28 marzo 2026. Cfr. dichiarazioni dell’AD Roberto Cingolani a Quotidiano Nazionale, MilanoFinanza, LumsaNews; Panorama, “Michelangelo Dome, lo scudo italiano che abbatte missili a costi ridotti (sfidando Israele e Usa)”, aprile 2026; Italia Informa, “Michelangelo dome, lo scudo italiano di difesa integrata”, novembre 2025. Il sistema è stato presentato al ministro della Difesa Guido Crosetto e al Capo di Stato Maggiore Luciano Portolano presso il quartier generale Leonardo di via Tiburtina a Roma. La dicitura ufficiale del produttore presenta il Dome come compatibile con gli standard NATO; l’analisi qui proposta argomenta che la sua natura di architettura aperta e la piena proprietà industriale italiana ne fanno, sul piano tecnologico, un asset potenzialmente fungibile in qualunque cornice politica futura.
12. Trattato del Nord Atlantico, firmato a Washington il 4 aprile 1949, articolo 13: “Trascorsi vent’anni di validità del Trattato, ogni Parte potrà cessare di esserne Parte un anno dopo aver notificato la sua denuncia al Governo degli Stati Uniti d’America, che informerà i Governi delle altre Parti del deposito di ciascuna notifica di denuncia”.
13. Il Trattato del Nord Atlantico fu firmato a Washington il 4 aprile 1949 da dodici Stati fondatori: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti. Il giorno successivo, 5 aprile 1949, l’Avanti titolava in prima pagina: “L’Italia è nel patto della guerra”, mentre il Corriere della Sera apriva il suo editoriale celebrando la fine della “paura dell’aggressione”. Sulla logica fondativa della NATO cfr. la celebre frase del primo Segretario generale Lord Hastings Lionel Ismay: “Keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down”.
14. Il riferimento è al duplice attacco di Trump del 13-14 aprile 2026: contro Papa Leone XIV (“debole sulla criminalità e pessimo in politica estera”) su Truth Social la notte del 12-13 aprile, e contro Giorgia Meloni (“È lei che è inaccettabile”, “Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo”) in una telefonata al Corriere della Sera del 14 aprile. Cfr. ANSA, “Trump attacca il Papa: Debole e pessimo sulla politica estera”, 13 aprile 2026; Corriere della Sera, intervista esclusiva a Donald J. Trump, 14 aprile 2026. Per la difesa del Pontefice da parte della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti: Agenzia SIR, dichiarazione di monsignor Paul S. Coakley, arcivescovo di Oklahoma City, 13 aprile 2026.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Sembrava impossibile, ma in qualche modo ci stanno riuscendo ancora: gli illuminati strateghi del centrosinistra, o se preferite campo progressista, campo largo, campo santo eccetera, stanno sperperando la vittoria del No al referendum. Una vittoria che – ovviamente – non era dipesa solo dal centrosinistra, perché tra i tanti No c’era (c’è) anche gente di centrodestra, oppure astenuti che a oggi mai voterebbero il campo largo, ma che certo aveva cortocircuitato Giorgia Meloni. Non a caso, dopo la sconfitta del sì, si sono susseguiti nella maggioranza crisi, dimissioni, scazzi, sfighe e altre letizie. In tutto questo sfacelo altrui, ai luminari dell’opposizione sarebbe bastato assecondare il declino meloniano, rinunciando per una volta al tafazzismo. Macché. Ecco come il campo progressista sta applicando alla lettera il Manuale su come suicidarsi con una Meloni in panne.[…]
Perdere tempo a parlare di tecnicismi. Primarie sì, primarie no. Ne stanno parlando da un minuto dopo la vittoria del No. Tutto molto bello (?), ma davvero c’è qualche elettore appassionato a un tema simile? Il leader va scelto in una maniera molto semplice. Prima si scrive il programma, poi si sceglie il leader. E il leader non può che essere scelto in tre modi. 1) Un nome “esterno” che piaccia a tutti (ciao core). 2) Le primarie di coalizione (così vince Conte, che infatti le vuole mentre il Pd no). 3) Fa il presidente del Consiglio chi ha preso più voti alle elezioni (così vince il Pd, che infatti sposa questa opzione mentre i 5 Stelle no). Fare “gioco di squadra” almeno una volta nella vita è proprio impossibile, eh?
[…]
L’ottusa sbornia per Silvia Renzis. Rieccoci! Per disinnescare sinistra e progressisti, i soliti noti – renziani, giornaloni e intellettualoni – hanno inventato il mito di Silvia Salis, a oggi discreta sindaca di Genova, ma totale parvenu in termini di leadership nazionale. Cosa ha fatto di politicamente rilevante la Salis per meritare queste attenzioni? La divinizzazione della Salis, donna intelligente e scaltra che sa usare la comunicazione (al di là dei toni robotici da Super Vicky), è tanto disonesta intellettualmente quanto scema. E ricorda parecchio la sbornia per Renzi – che verosimilmente manovra questo delirio collettivo dall’alto del suo 2% elettorale – che devastò questo paese (e la sinistra) tra 2014 e 2018. Roba da matti.
L’eterna faida tra piddini e grillini. L’alleanza tra Pd e M5S, da ambo le parti, resta per molti una fusione a freddo. Non poche le differenze, infinita la mancanza di fiducia reciproca. Litigi, sabotaggi, faide infantili. Non ce la fanno proprio ad andare d’accordo. E nel frattempo la destra gode.
[…] Il tenero bonellismo. Prescindibile corrente politica per cui, anche se non hai carisma e come leadership vali meno di Don Lurio, ti permetti pure di dare lezioni, inventare aut aut e atteggiarti manco fossi Berlinguer. Ora, di grazia: c’è qualcuno al mondo che pensa che si possa battere la destra con un “leader” come Bonelli?
Gli infiltrati. Il Pd è pieno di gente che non c’entra nulla col centrosinistra e dovrebbe subito andare (o tornare) da Renzi e Calenda. I nomi sono i soliti: Picierno, Delrio, Guerini, Fiano eccetera. Antichi e ormai decadutissimi sfollatori di consensi, che non sfigurerebbero dentro quei centrini para-berlusconiani e destrorsi in stile Marattin (con rispetto parlando). Cosa abbiamo fatto per meritarci questa gente e cosa aspetta Schlein a indicargli la porta?
I feticisti del centrino. Sono quelli che ripetono che senza Renzi, Calenda, Magi e derivati non vinci. Mica lo vogliono capire che, se te li metti in casa, forse prendi un 3-4% in più, ma in compenso perdi quasi tutti i voti di sinistra e grillini. Un po’ è tontaggine politica, ma più che altro è tutta gente che preferirebbe financo Gasparri ai 5 Stelle. Siam sempre lì: continuiamo così, facciamoci del male… [,,,]
Perché la crisi della NATO impone all’Italia una scelta strategica

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Per decenni l’Italia, come gran parte dell’Europa, ha vissuto dentro una certezza considerata intoccabile: la protezione americana. Era il fondamento implicito della nostra politica estera, della nostra postura militare, perfino della nostra pigrizia strategica. Ora quella certezza si sta sgretolando. Non con un atto formale, non con una dichiarazione solenne, ma attraverso una serie di segnali politici che indicano tutti la stessa direzione: gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, non considerano più la NATO come un vincolo storico da onorare, bensì come uno strumento da usare finché conviene.
Il punto decisivo è questo: Washington non sembra orientata a distruggere apertamente l’Alleanza Atlantica, ma a svuotarla dall’interno. È una differenza cruciale. Le basi restano, i comandi restano, il linguaggio ufficiale resta. Ma si riduce progressivamente la sostanza politica della garanzia collettiva. Il messaggio rivolto agli europei è semplice e brutale: pagate di più, assumetevi più rischi, ospitate le infrastrutture che servono agli Stati Uniti, ma non date per scontato che l’ombrello americano si apra automaticamente quando ne avrete bisogno.
La strategia del disimpegno selettivo
Dentro il mondo trumpiano questa impostazione non è un incidente, ma una linea coerente. La priorità americana non è più l’Europa, bensì il confronto con la Cina nel Pacifico. In questa logica il continente europeo appare come un teatro secondario, costoso e poco redditizio. Non si tratta quindi di abbandonare ogni presenza militare statunitense in Europa, ma di conservarne solo la parte utile agli interessi diretti di Washington, scaricando sugli alleati il costo crescente della difesa convenzionale.
È qui che il principio della solidarietà atlantica viene deformato. L’articolo 5, cioè il cuore politico e militare della NATO, rischia di trasformarsi da impegno automatico in scelta discrezionale del presidente americano. E quando una garanzia di sicurezza dipende dall’umore politico della Casa Bianca, non è più una garanzia: è una scommessa.
Hormuz e il crollo della credibilità occidentale
Le parole di Trump sullo Stretto di Hormuz, con il giudizio sprezzante sulla NATO definita inutile e assimilata a una tigre di carta, hanno avuto un valore che va ben oltre la polemica del giorno. Hanno reso pubblico ciò che molti a Bruxelles, Roma, Berlino e Parigi fingono ancora di non vedere: per Washington gli alleati non sono partner paritari, ma strumenti ausiliari. Si mobilitano quando servono, si umiliano quando non servono più.
Dal punto di vista strategico, questo indebolisce tutta la deterrenza occidentale. Un’Alleanza militare non vive solo di mezzi, ma di credibilità. Se il Paese guida delegittima pubblicamente l’organizzazione che dirige, manda un segnale agli avversari: la coesione è fragile, la volontà politica è incerta, la risposta comune non è più assicurata. Per Russia, Cina e Iran è un’informazione preziosa. Per l’Europa è un fattore di vulnerabilità.
L’Italia nel punto peggiore della transizione
Fra i maggiori Paesi europei, l’Italia si trova nella posizione più delicata. Ospita infrastrutture militari fondamentali per la proiezione americana nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, ma non dispone di una piena autonomia decisionale né di una capacità militare tale da garantire da sola i propri interessi strategici. In altre parole, siamo essenziali come piattaforma logistica, ma deboli come soggetto politico.
Il rischio è doppio. Restare in una NATO svuotata significa continuare a sopportarne i costi senza avere più la certezza della protezione. Uscirne in modo improvvisato, invece, significherebbe esporci in una fase di massimo disordine geopolitico senza uno scudo alternativo. La vera questione, dunque, non è lo slogan dell’uscita, ma la costruzione di una transizione.
Sovranità, difesa, autonomia industriale
Una strategia italiana seria dovrebbe partire da alcuni pilastri. Il primo è il recupero della sovranità sulle grandi leve nazionali, a cominciare dalle riserve auree custodite all’estero e dagli accordi che regolano l’uso delle basi sul territorio italiano. Il secondo è la costruzione di una difesa autonoma fondata sulla nostra industria, integrando capacità navali, aeree, spaziali, informatiche e missilistiche. L’Italia possiede competenze industriali rilevanti, ma manca ancora una visione politica che le trasformi in architettura di sicurezza nazionale.
Il terzo pilastro è diplomatico. Roma dovrebbe ricostruire una politica mediterranea autonoma, capace di tenere aperti canali con tutti gli attori regionali, senza lasciarsi trascinare automaticamente nei conflitti definiti da altri. Non si tratta di neutralismo, ma di realismo. L’interesse nazionale italiano non coincide sempre con quello americano, e meno ancora con quello di un’amministrazione statunitense che considera l’Europa un costo da ridurre.
Gli scenari economici e geoeconomici
La crisi della NATO non è solo militare. Ha una dimensione economica e geoeconomica enorme. Se gli Stati Uniti riducono il proprio impegno, chiederanno agli europei più spesa militare, più acquisti di sistemi d’arma americani, più contributi logistici ed energetici. In sostanza, la sicurezza europea rischia di diventare un mercato di estrazione a vantaggio dell’industria bellica statunitense. L’Europa pagherebbe di più per sentirsi meno protetta.
Per l’Italia le conseguenze sarebbero pesanti. Maggiori spese per la difesa senza una vera autonomia industriale significherebbero drenaggio di risorse pubbliche, dipendenza tecnologica e subordinazione strategica. Al contrario, una politica di riarmo intelligente, centrata su capacità nazionali ed europee, potrebbe trasformare la crisi in un’occasione per rafforzare filiere industriali, ricerca avanzata, occupazione qualificata e sovranità tecnologica.
La scelta storica davanti a Roma
La questione, allora, non è se la NATO esista ancora formalmente. Esiste, ma sempre più come involucro. La questione è se l’Italia voglia continuare a vivere dentro una cornice che perde sostanza o se intenda prepararsi a un nuovo equilibrio. La transizione sarà lunga, costosa e politicamente scomoda. Ma l’alternativa è peggiore: restare immobili mentre l’architettura di sicurezza del dopoguerra si disfa sotto i nostri occhi.
Trump, con la sua brutalità, ha detto all’Europa una verità che molti preferivano non ascoltare: il tempo della dipendenza comoda è finito. Adesso la scelta spetta a noi. Non tra fedeltà e tradimento, ma tra inerzia e strategia. Se Roma non comincerà subito a pensare in termini di autonomia, la fine dell’ombrello atlantico non sarà solo una crisi internazionale. Diventerà la certificazione della nostra irrilevanza.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] La vicenda di Gaza ha dimostrato che non esiste una relazione direttamente proporzionale tra la diffusione delle democrazie occidentali e la difesa dei diritti umani. A una crescita del potere delle democrazie occidentali in Medio Oriente (Israele e Stati Uniti) ha corrisposto un genocidio. Questo è il paradosso morale più grande del nostro tempo: un Medio Oriente pieno di dittature rispetterebbe i diritti umani dei palestinesi molto più di un Medio Oriente pieno di democrazie occidentali. Infatti, se Gaza fosse sotto il controllo di Teheran, nessun palestinese verrebbe più ucciso. Invece, Gaza è sotto il controllo delle democrazie occidentali e questo causa un massacro quotidiano. […]
Nietzsche ha ucciso tutte le verità assolute e le certezze metafisiche. La tesi secondo cui le democrazie occidentali difendono sempre i diritti umani è una di quelle verità. Dopo aver appurato che le democrazie occidentali non vogliono proteggere i palestinesi da Israele, sono diventato un sostenitore della bomba atomica iraniana. È la teoria liberale che mi induce a tanto. È il liberalismo che mi spinge a sperare che l’Iran faccia presto a dotarsi dell’arma nucleare. Secondo la teoria liberale, un potere che distrugga tutti i contro-poteri diventa totalitario. Questo discorso si applica anche al Medio Oriente. Se l’Iran verrà sconfitto, il potere degli Stati Uniti e di Israele diventerà assoluto e ogni loro crimine sarà possibile (cosa che accade già oggi). Nessuno si opporrà più alla pulizia etnica in Palestina. Il progetto d’Israele è eliminare la resistenza palestinese per ripulire etnicamente la Palestina senza la minima opposizione.
[…]
E qui arriviamo al secondo paradosso morale del nostro tempo: come ho spiegato ad Accordi e Disaccordi di Luca Sommi, un liberale, con riferimento specifico a questa guerra, non auspica la vittoria d’Israele e degli Stati Uniti, giacché la sopravvivenza dell’Iran garantisce l’esistenza di un contrappeso regionale allo strapotere americano e israeliano che procede per abusi e abomini. Il potere senza contro-poteri finisce sempre per corrompersi e compiere abusi di ogni tipo. Questa legge vale per le democrazie e per le dittature. Non è forse una democrazia occidentale che ha compiuto a Gaza uno dei più grandi massacri della storia universale? E non è stata forse la più grande democrazia occidentale ad armare quel massacro? E non sono state forse le democrazie occidentali a guardare la distruzione di Gaza senza muovere un dito? Per non parlare del linguaggio genocidario di Trump che ha minacciato la distruzione di un’intera civiltà: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”. Un linguaggio da “soluzione finale”.
[…] La bomba atomica iraniana renderebbe il Medio Oriente più stabile. Gli Stati Uniti e Israele non potrebbero più gestire i problemi con l’Iran usando le armi. Gli Stati Uniti sarebbero obbligati a porsi con l’Iran come si pongono con la Corea del Nord: niente più progetti di invasione. Se il mondo non è scandalizzato dalla bomba atomica di Netanyahu, perché dovrebbe scandalizzarsi per quella dell’Iran? La superiorità morale delle democrazie occidentali rispetto alle dittature era l’ultima verità assoluta dell’Occidente. Israele l’ha uccisa. In questo senso, Gaza è un’“opera nietzschiana”. Gaza insegna questo: un mondo migliore è un mondo in cui il potere delle democrazie occidentali è drasticamente ridotto e contenuto.
Perché dunque aprire il fronte col Vaticano? Si può ipotizzare che non fossero i cattolici l’obiettivo delle schermaglie con Leone XIV, bensì JD Vance, il quale ne è uscito con le ossa rotte, costretto a decidere con chi schierarsi

(Nadia Urbinati – editorialedomani.it) – «Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco» è un proverbio che i politici dovrebbero tenere sempre presente: è imprudente cantare vittoria troppo presto; nulla è scontato. Questo vale per tutti i giocatori impegnati nella lunga campagna elettorale di metà mandato.
I democratici americani si sentono rincuorati e prevedono un buon esito. Non per i loro meriti particolari, ma per le intemperanze del leader della Casa Bianca. Se non fosse per i movimenti civili, le associazioni e l’ala socialista, pochi si accorgerebbero che esiste un’opposizione.
Certo, il Congresso è saldamente repubblicano; ma proprio per la loro impotenza numerica ci si aspetterebbe un maggiore attivismo politico da parte dei Dem. Che, invece, sembrano contare soprattutto sulle bravate di Trump.

Però, alcuni sondaggi recenti indicano che i repubblicani non se la passano malissimo. Si legge su Politico che con il petrolio sceso sotto i cento dollari al barile, «il mercato azionario che registra nuovi massimi storici e la benzina in calo di otto centesimi al gallone, alcuni [repubblicani] avvertono, per la prima volta da quando è iniziata la guerra in Iran, un leggero vento favorevole». Questo clima timidamente ottimistico è rafforzato dall’impatto della decisione della Corte suprema del febbraio scorso sull’illegittimità di gran parte dei dazi doganali imposti dall’amministrazione Trump: a partire dal 15 aprile (la data tradizionale della denuncia dei redditi) è iniziata la procedura di rimborso per oltre 130 miliardi di dollari a risarcimento delle tariffe riscosse illegalmente dal governo federale. Ricevere rimborsi dal governo fa piacere e Trump potrebbe avvantaggiarsene.

Se le previsioni per la Camera sono negative, quelle per il Senato sono più positive. E non è difficile intuire che, a partire da questo clima assolutamente non negativo, il partito repubblicano premerà su Trump affinché eviti di aprire fronti polemici quotidiani e concluda la guerra con l’Iran.
«Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sui rimborsi fiscali questa settimana», dicono i portavoce repubblicani che stanno girando in lungo e in largo per gli Stati in bilico, «abbiamo ricevuto domande sul papa e sulla sala da ballo». Temi di “distrazione” con cui Trump ha distolto l’attenzione dalla guerra in Iran, che non procede secondo le aspettative e non finirà in poche settimane, nonostante il secondo possibile round di colloqui in Pakistan. Le armi di “distrazione” sono state, in verità, molto discutibili, anche a giudizio dei repubblicani.
L’appropriazione di Gesù da parte di Trump (una blasfemia per tutte le denominazioni cristiane), i fascicoli su Epstein mal gestiti dalla Casa Bianca, un certo risentimento per la guerra in Iran da parte dell’ala isolazionista del partito repubblicano, il crollo del governo di Viktor Orbán in Ungheria, una stella polare per i Maga: tutto questo rende la posizione di Trump delicata. Perché dunque aprire il fronte col Vaticano e non sfruttare al meglio le poche buone notizie?
Sappiamo che i cattolici hanno votato massicciamente per Trump nel 2024, più di quanto non avessero fatto col cattolico Joe Biden. È vero che la spina dorsale Maga è composta dai protestanti evangelici. I quali, tuttavia, sono forti negli stati saldamente repubblicani, quindi non di grande aiuto in quelli in bilico. Dove, al contrario, i cattolici saranno determinanti, in particolare quelli bianchi. Diversa è la posizione dei cattolici ispanici che, nonostante un certo spostamento verso Trump nel 2024 (andato deluso dalla violenta politica anti-immigrazione che ha colpito soprattutto i latinoamericani), hanno in maggioranza sostenuto Kamala Harris. Ma è sul loro voto che si gioca gran parte della partita del midterm. Dunque, l’uscita di Trump sembrerebbe irrazionale.
Eppure… per i commentatori più attenti, l’argomento dell’irrazionalità non convince, anche perché non tiene conto di un fattore tutt’altro che irrilevante: la successione a Trump. Si può ipotizzare che non fossero i cattolici l’obiettivo delle schermaglie con Leone XIV, bensì JD Vance, il quale ne è uscito con le ossa rotte, costretto a decidere con chi schierarsi: con Trump o col papa. Una scelta che lo ha reso infido ai cattolici senza averlo ingraziato a Trump. Si legge su un blog cattolico: «Vance dovrebbe fare un passo indietro. Non ci rappresenta». E Vance risponde annunciando che sta scrivendo un libro per raccontare la sua conversione al cattolicesimo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Se io produco tecnologia militare, il mio interesse è che la spesa militare sia sempre più alta, gli eserciti sempre più forti e più finanziati. Meglio ancora se la guerra diventa (come sta accadendo ora) una specie di condizione permanente; economicamente, politicamente, ideologicamente.
È quanto si deduce dal “manifesto” in 22 punti che Palantir, il colosso tech americano, ha diffuso in rete spiegando (papale papale, verrebbe da dire, se il Papa non avesse appena detto quello che ha detto sulla guerra e su chi ne approfitta) che esiste, per Silicon Valley un «dovere morale» a sostenere la difesa dall’America.
Quello che l’acciaio dei Krupp fu per il Terzo Reich equivale a quello che l’IA di Palantir è oggi per l’America di Trump? In termini strutturali (tecnico-economici) certamente sì. La quadratura del cerchio è scoprire che anche in termini sovrastrutturali (ideologici e culturali) ci sia una forte adesione all’idea che esista una Nazione-guida ed esistano valori-guida: e a essi l’umanità debba sottomettersi, volente o nolente, ovviamente per il suo bene.
Siamo al dottor Stranamore, ed è bene saperlo. In un certo senso dobbiamo essere grati a Palantir per la schiettezza, quasi per il candore. Nemmeno i Krupp, a loro tempo, spesero per la Germania la palpitante empatia che oggi Palantir manifesta per il Pentagono.
La Seconda guerra mondiale fu per loro un ottimo affare, non una missione morale. Pare, anzi, che alcuni membri di quella famiglia disprezzassero Hitler. Non così Palantir, che in un certo senso indora il rapporto tra guerra e profitto ammantandolo di nobili intenzioni. Verrebbe da dire: “aridatece i Krupp”.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] La stampa italiana, sempre in cerca di donne che governino come o peggio degli uomini in vista dell’imminente débâcle della Meloni (una “fuoriclasse”, “avercene”, nel 2022), è divisa in tre come la Gallia di Cesare. Sono tre, infatti, le donne che vellicano gli appetiti del blocco borghese.
[…] Una è Marina Berlusconi, che ha acquisito dall’albero genealogico l’inevitabile fascino nero, ma è riuscita a conquistare la prima pagina di Repubblica (per sponsorizzare il Sì dal referendum di Nordio). Neo-cavaliera del Lavoro per evidenti meriti (aver ereditato un impero costruito con la frode, l’inganno, la corruzione), proprietaria col fratello Pier Silvio di un semi-monopolio editorial-finanziario-televisivo e del non-partito Forza Italia, Marina porterebbe in dote, più che un amore per l’Italia che non sembra nutrire (peraltro ricambiata), una tanica di liberalissimi diritti civili. Marina è quasi Lgbtq (proprio lei, la figlia di quello per cui “è meglio essere appassionati di belle ragazze che gay”) e paladina dei diritti delle donne, dei quali si è erta a difesa biasimando un puntuale articolo di Pino Corrias in quanto “misogino” (sempre lei, la figlia del raccontatore compulsivo di barzellette sporche a tema “culo”, “tette” e “fica”, colui che disse a Rosy Bindi: “Lei è sempre più bella che intelligente”). Una sua discesa in campo sarebbe salutata con favore, oltre che dalle banche, da quel sistema estremista di centro che ha pompato personaggi come Passera, Cottarelli, Calenda, Ruffini etc.; vedrete che ci sarà chi, dopo aver retto bordone alla Meloni per 4 anni, vorrà spiegarci che è pur meglio una liberale che una post-fascista. Ricordiamo che il babbo a un certo punto è stato “un argine ai populisti”.
[…]
Un’altra è Stefania Craxi, rivalutata come possibile Merkel da quando è stata nominata capogruppo di FI al Senato al posto di Gasparri (era meglio anche niente, piuttosto che Gasparri), intervistatissima sui rapporti tra Italia e Usa, come se dall’episodio di Sigonella di cui fu protagonista il padre lei avesse tratto per osmosi schiena dritta e pugno di ferro. Dopo che al babbo sono stati dedicati libri, film, spettacoli teatrali e strade per eternare il contributo che egli ha dato al progresso etico del Paese, sarebbe ora di restituire qualcosa agli eredi Craxi, ai quali nel 2021 la Cassazione ha intimato di pagare allo Stato oltre 10 miliardi di lire delle tasse evase dal papà nascondendo fondi illeciti in conti svizzeri. “Non abbiamo ereditato nulla, nulla c’era da ereditare, se non i valori e le idee”, ha detto Stefania, quindi nisba: ci ripagherà in valori invece che in miliardi di lire (e dove approda naturaliter un politico coi valori? In Forza Italia, ovvio).
[…]
La terza donna scatena la stampa marpiona: è Silvia Salis, sindaca di Genova. Salis è il segno che il virus renziano ha fatto il salto di specie, o meglio di genere, incubandosi in questo modello aggiornato e con cromosomi XX del vecchio prodotto di punta del neoliberismo. Dovrà avere lo stesso ruolo che aveva Renzi: triturare lo Stato sociale con sorrisi e fresco entusiasmo. Salis è la continuazione di Renzi con altri mezzi, ma non è un clone 1:1 del prototipo: laddove l’eloquio di Renzi gronda di retorica, celie, minacce, quello di Salis è basic, levigato e light come il pensile di una cucina Ikea; mai un guizzo, mai un’asperità che possa impensierire gli elettori (e giammai gli intervistatori, che tornano da un colloquio con lei risanati come dopo un’ora di spa in un centro termale); anche quando fa cose di sinistra, come cantare in piazza Bella ciao, sembra Chiara Ferragni quando pubblicizzava gli Uffizi. Il Foglio si porta avanti quale organo ufficiale di un partito-startup guidato da lei, pop in superficie e conservatore in sostanza, chiamandola “la Nilde Iotti con giacca Armani”. Lei seleziona il suo elettorato: giovani (perciò il concerto […] techno “gratis” a Genova, in realtà uno spottone elettorale costato 140mila euro pubblici); anziani del Pd spaventati dai “comunisti” à la Schlein (sì, buonanotte), ma non tanto da votare FI; “riformisti”, cioè renziani dormienti, pronti a usare la ex martellista olimpica per tornare ai piani alti delle Istituzioni. Lo fa pubblicando una foto in cui appare in poltrona a piedi nudi; in bella vista, un paio di scarpe da 1.300 euro, lo stipendio medio di un insegnante, di un operatore sanitario, di un metalmeccanico. Perché non farne la nuova madonnina di un Pd pastorizzato e innocuo, archiviate la botticelliana Madia e la giaguara Boschi? Schlein, dicono i giornali, ha “sbilanciato il Pd a sinistra”; in realtà aprirebbe le porte delle primarie e del governo al M5S, cosa da evitare assolutamente. Dopotutto, il blocco borghese è di bocca buona: ha provato a rivenderci come candidata di centrosinistra pure Letizia Moratti, arruolata a Milano da quei grandi statisti di Renzi e Calenda.
Nel mezzo di questa trama, tra fondi riservati dei servizi segreti e spionaggio illegale, i protagonisti, cioè gli indagati, conducono lungo la linea di confine del potere dove convivono mondi che sarebbe meglio tenere separati per opportunità e soprattutto per evitare conflitti di interessi

(Giovanni Tizian – editorialedomani.it) – Fin dove arriverà l’ultimo scandalo maturato nel ventre delle istituzioni è presto per dirlo. La caratura dei personaggi coinvolti lascia ipotizzare un orizzonte ampio: dipende da quanto affiorerà dalle perquisizioni e dunque dall’acquisizione di materiale sensibile contenuto nei telefoni, nelle chat, negli archivi informatici dei computer o in quelli cartacei nascosti chissà in quale anfratto.
La certezza è che nel mezzo di questa trama da Prima Repubblica, tra fondi riservati dei servizi segreti e spionaggio illegale, i protagonisti, cioè gli indagati, conducono lungo la linea di confine del potere dove convivono mondi che sarebbe meglio tenere separati per opportunità e soprattutto per evitare conflitti di interessi, materia che negli altri paesi porta a dimissioni immediate mentre in Italia suscita al massimo un’interrogazione parlamentare senza risposta. Tuttavia l’inchiesta su Carmine Saladino e su Giuseppe Del Deo è un problema per la maggioranza di governo.
Saldino è il fondatore dell’azienda di cybersicurezza Maticmind, oggi governata da tutt’altra dirigenza, che ha collaborato all’inchiesta della procura. Il secondo è stato vice direttore prima dell’Aisi (il controspionaggio interno) e poi, su nomina del governo Meloni, del Dis, l’agenzia che coordina l’attività dell’Aisi e dell’Aise. Entrambi i profili conducono nei corridoi del governo di Giorgia Meloni.

Del Deo, infatti, non è un agente segreto qualsiasi. Ha avuto un rapporto idilliaco con la presidente del Consiglio già prima che diventasse tale. Ma la fiducia è sempre a tempo in certi mondi. Ed è venuta meno per alcuni fatti svelati da Domani: prima lo strano armeggiare attorno all’auto dell’ex compagno della premier da parte di non meglio precisati soggetti (spioni, poi declassati a delinquenti comuni); poi le verifiche (abusive?) sul conto del capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Gaetano Caputi, disposte dall’Aisi, o meglio, come hanno raccontato i testimoni, proprio su ordine di Del Deo. Una vicenda che il governo ha preferito dimenticare in fretta, senza fornire mai una risposta a una semplicissima e banalissima domanda: Meloni era stata informata da Del Deo del monitoraggio sull’alto burocrate con cui lavora fianco a fianco?

Seppure non siano arrivate risposte ufficiali, gli eventi successivi contengono forse un pezzo della risposta. Del Deo è stato prepensionato con un decreto ad hoc, garantendogli comunque un’uscita ben remunerata. Il provvedimento rivela una certa fretta di allontanare una figura fidatissima diventata improvvisamente scomoda. E per dire dell’incandescenza della faccenda, il decreto è stato tenuto riservatissimo e tale sarebbe rimasto se questo giornale non lo avesse scovato.
La pubblicazione ha suscitato l’ira di un altro esponente del governo: Guido Crosetto, ministro della Difesa, che durante il recente passato da lobbista delle industrie degli armamenti ha stretto solidi rapporti in quell’ambiente, con particolare riguardo alla cybersicurezza. Ed è questo l’habitat, dove girano cifre da capogiro, in cui si è sempre mosso Saladino: un tempo amico del ministro Crosetto, tanto da concedergli in affitto un suo appartamento, e pure lui legato a Del Deo. Saladino è oggi indagato per truffa relativamente alle manovre che hanno portato alla cessione della sua Maticmind al fondo Cvc e a Cassa depositi e prestiti.

Ma in questa trama le intersezioni di queste tre parabole umane non sono finite. Perché attorno alla vecchia Maticmind si intrecciano altri affari che conducono a persone intime del ministro della Difesa. Di questa truppa ha fatto parte Giancarlo Innocenzi Botti, sottosegretario con Berlusconi, già socio del figlio del ministro e tuttora azionista assieme alla moglie di Crosetto in un’azienda attiva nel campo della sanità privata. Botti ha avuto da Maticmind una consulenza che è durata fino al 2023 (ultimo pagamento nel 2024) del valore di 100mila euro l’anno. Botti non è tra gli indagati, ma sulle consulenze ottenute sono in corso verifiche dei pm.
Senza contare i suoi affari a Dubai. Lì, dove Botti ha società e ufficio di super lusso, il ministro si è fatto trovare quando gli aerei americani hanno iniziato a bombardare l’Iran e Teheran ha risposto con missili sui paesi del Golfo. Un viaggio «familiare» che si è tradotto in un’assenza istituzionale in piena crisi mondiale che dalle parti di Chigi ha creato forti tensioni per come è stato gestito. Non l’unica fonte di frizione in questi anni.

In questo senso, ancora una volta sono i fatti a fornire risposte in assenza di versioni ufficiali: Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e autorità delegata ai servizi segreti, ha scelto i nuovi vertici cercando profili che fossero distanti dalla galassia Del Deo-Saladino. E non è un caso che fonti autorevoli vicine all’indagine riferiscano di una proficua collaborazione della “nuova” Aisi, che ha fornito quanto richiesto sugli affidamenti gestiti da Del Deo con la società Sind, che Saladino ha voluto a tutti i costi acquisire prima di vendere Maticmind.
La collaborazione con chi indaga è un altro fatto che rivela molto di più di una versione ufficiale. E non è scontata quando si maneggiano segreti inconfessabili.