Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Giorgia va alla guerra contro il generale


Intesa con Vannacci, Meloni ora frena. FdI: “Meno fairplay”. La crescita di Fn nei sondaggi spinge la destra a rivedere la strategia delle alleanze

Roberto Vannacci, dietro Giorgia Meloni

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Gli ultimi sondaggi hanno lasciato tutti senza parole. Stroncando una strategia decisa da Giorgia Meloni e Matteo Salvini subito dopo l’addio di Roberto Vannacci dalla Lega: ignorare il generale, questa la linea, non confliggere con lui in modo da evitare che un atteggiamento oppositivo alimenti il consenso di Futuro nazionale. Ecco: era tutto sbagliato, o quantomeno decisamente rivedibile. Le ultime rilevazioni riservate che circolano ai vertici di Fdi e del Carroccio suggeriscono infatti che gli elettori di centrodestra, e non solo dunque i quadri dirigenti, abbiano la sensazione che il leader di estrema destra sia parte di una coalizione, o comunque non ostile alla premier. Ed è proprio di questa ambiguità che si nutre Vannacci per erodere punti percentuali. Da qui la decisione: qualcosa deve cambiare. Meno fair play. Voglia di far capire che quel voto non è “utile”, che anzi potrebbe aiutare la sinistra. E soprattutto spazio ai dubbi, che in queste ore sono prima di tutto di Giorgia Meloni: per la leader è difficile costruire un’alleanza con Fn, questo trapela da ambienti meloniani di massimo livello, assai improbabile legarsi a lui in vista delle politiche.

Sono dilemmi che agitano l’intero centrodestra. E su cui deve inevitabilmente riflettere la presidente del Consiglio, perché gli scossoni generati da Vannacci finiscono per destrutturare la Lega e, di conseguenza, danneggiare il governo. Il consigliere politico forse più stretto di Meloni, Giovanbattista Fazzolari, del generale non vuole sentire parlare: troppo filorusso per poter essere considerato un alleato praticabile. «La nostra generazione di quarantenni e cinquantenni – confidava ieri in Transatlantico l’influente responsabile del programma Fdi, Francesco Filini, a un collega meloniano – quella che ha militato nel Fronte della gioventù e poi in Alleanza nazionale fino a fondare Fratelli d’Italia e a governare il Paese, non ha praticamente niente a che vedere con tutto questo». Né con Vannacci, né con la filosofia del generale al comando.

Anche a via della Scrofa e nei gruppi parlamentari iniziano a pensarla così. A ridosso della scissione, anche Ignazio La Russa, sempre ascoltato dalla premier, aveva tracciato la strada: restiamo vaghi, in modo tale che anche la sinistra tema un’alleanza dell’ultimo minuto ed eviti di alimentare il fenomeno Vannacci. Il quadro sembra velocemente mutato. E Meloni è costretta a ragionare su un dato strutturale: almeno due alleati vivono con profondo disagio l’opzione di un patto con Vannacci. Non piace a Marina Berlusconi, non può ovviamente piacere a Matteo Salvini, che rischia la leadership a causa di Futuro nazionale. E anche Fratelli d’Italia inizia a soffrire il “nemico a destra”, che non vota la fiducia all’esecutivo, non sostiene alcun provvedimento e picchia duro sull’attuale coalizione di governo. “È uscito non dalla Lega – ricordava ieri Claudio Durigon, che ambisce a controllare il Carroccio nel centrosud – ma dall’intero centrodestra. Difficile in questo modo costruire qualcosa”. Poi, certo, c’è Salvini che non può esagerare pubblicamente nello scontro, perché sa che fette di classe dirigente non aspettano altro per peggiorare l’emorragia di parlamentari convinti di lasciare i gruppi: «Se Vannacci è ben accetto? Io non chiudo mai niente a nessuno. Oggi c’è un centrodestra che governa in Italia e c’è qualcuno che quasi quotidianamente polemizza con il governo. È chiaro che se attacchi il governo e poi cambi idea…». Tattica, appunto, ma una sostanziale porta in faccia al potenziale partner.

Le percentuali di Fn, incredibile ma vero, sono destinate anche a influenzare le scadenze elettorali. «Quando ci sarà la legge elettorale rifletteremo sulla data – diceva ieri Giovanni Donzelli – ma sicuramente sarà il 2027: che sia giugno oppure ottobre dipende da tanti fattori». Uno di questi, anche se il capo dell’organizzazione Fdi non lo ammetterebbe, è proprio la parabola di Vannacci nei sondaggi.


TAM Flowing Forward: Morcone arriva in Europa con un evento satellite del Festival del New European Bauhaus (NEB)


Dal 9 al 13 giugno attività gratuite per vivere e prendersi cura degli spazi rigenerati dal progetto TAM, la cultura è un fiume.

Dal 9 al 13 giugno 2026 Morcone ospita TAM Flowing Forward, evento satellite del Festival del New European Bauhaus, promosso dalla Commissione Europea per raccontare esperienze, progetti e pratiche capaci di costruire comunità più belle, sostenibili e inclusive. L’iniziativa si inserisce nel percorso di TAM, la cultura è un fiume, progetto di rigenerazione culturale, sociale ed economica promosso dal Comune di Morcone nell’ambito del PNRR – Attrattività dei Borghi, con l’obiettivo di attivare nuovi usi degli spazi, nuove relazioni tra comunità e territorio e nuove forme di cura del patrimonio materiale e immateriale.

Il titolo scelto, Flowing Forward, richiama l’immagine del fluire del fiume: un movimento, quello delle sue acque, che attraversa i luoghi, li connette, li trasforma e continua a generare possibilità. La settimana di eventi nasce infatti come momento di restituzione pubblica delle molte azioni che stanno per volgere al termine, ma anche come occasione per riflettere insieme sull’eredità del progetto TAM e sulle condizioni necessarie perché i processi avviati possano proseguire nel tempo.

Per cinque giorni Morcone diventerà un laboratorio aperto, con attività diffuse tra spazi molto amati dalla Comunità di Morcone: la Villa Comunale Tommaso Lombardi con il Forno di Comunità nello Chalet del Parco dello Scoiattolo e i viali alberati trasformati in percorsi artistici di racconti e performance, l’ex cinema Vittoria, oggi Casa del Cinema Ambientale e dei Territori, il Rural Lab presso la Loggia Universitas e la Fiera di Morcone.

Tra le attività in programma, dal 9 al 13 giugno, il Forno di Comunità ospiterà le prove di panificazione con Riccardo Pastore e Michela Tufo, con sfornate quotidiane alle ore 12.00 e alle ore 18.00. Sempre dal 9 al 13 giugno, presso la Fiera di Morcone, sarà aperto uno dei cantieri delle residenze per designer, In Rural Residence, con Davide Tagliabue, dedicato alla costruzione di un Apiario olistico: una struttura mobile pensata per conoscere le api come custodi di biodiversità e per riflettere sul legame tra salute degli ecosistemi, benessere delle persone e futuro dei territori.

Giovedì 11 giugno, alle ore 20.30, presso Radici Vini e Libri – Enoteca Libreria, si terrà la presentazione del romanzo “L’invenzione del rosso” di Valerio Cruciani, mentre venerdì 12 giugno, alle ore 18.00, in Villa Comunale, sono in programma le letture in movimento tratte da “Immersioni. Manuale per ritrovare i tuoi passi (a Morcone e altrove)”, la pubblicazione che racconta l’anima immateriale del progetto e il rapporto tra scoperta, paesaggio e memoria dei luoghi. A seguire, alle ore 19.00, il Forno di Comunità ospiterà la cerimonia di premiazione della prima edizione del Concorso Letterario MemoriVe.  

Sabato 13 giugno, alle ore 15.30, al Forno di Comunità, sarà presentato MUKRE – Multi-layered Kit for Rural Ecologies, piattaforma collaborativa realizzata da Federico Angeloni e Matteo Clementi. L’incontro vedrà la restituzione pubblica della residenza per designer dedicata alla mappatura del metabolismo territoriale locale e proseguirà con un workshop aperto a tutti sull’eredità del progetto TAM e sulle prospettive per il futuro. Alle ore 20.00, in Villa Comunale, chiuderà la settimana “Memoriae Marginis. Il racconto dell’acqua”, reading teatrale di e con Salvatore Arena e Massimo Barilla, con musiche originali di Luigi Polimeni, a cura di Mana Chuma Teatro.

TAM Flowing Forward chiama a raccolta la comunità nata intorno a TAM e traduce in una dimensione locale i principi del New European Bauhaus: qualità dell’esperienza, sostenibilità, inclusione, partecipazione, relazione tra natura e cultura. Non una semplice rassegna di appuntamenti, ma giorni per abitare intensamente Morcone e dedicare tempo, idee ed energie per immaginarne il futuro. Tutti i giovani e diversamente giovani sono invitati a contribuire anche solo qualche ora per la consegna del pane, per gli allestimenti degli spazi e soprattutto per prendersi cura degli spazi rigenerati dal progetto TAM.

Tutti gli eventi sono gratuiti e ad accesso libero. Il programma dettagliato è disponibile sui canali social di TAM
Per informazioni sugli eventi satellite del Festival NEB: https://ec.europa.eu/assets/jrc/NEB/satellite-events/index.html

Per informazioni stampa e dettagli: info@tam-morcone.it  – http://www.tam-morcone.it

Ufficio Stampa TAM


Il conto da pagare


(Dott. Paolo Caruso) – In una Italia alla deriva con una crisi economica che morde sempre più il portafoglio dei cittadini, una inflazione calcolata al 3% annuo, un aumento non più sostenibile dei prodotti energetici con ricadute sulle bollette e sui carburanti, non può che fare rabbia l’ attenzione morbosa dei media rivolta al cosiddetto ” risiko bancario “, un Monte Paschi di Siena conteso tra Banca Intesa San Paolo e banco BPM e ciliegina sulla torta Assicurazioni Generali. Una arrampicata finanziaria che scivola apparentemente senza interessi particolari sui destini dei non addetti ai lavori e dei comuni cittadini che subiscono grazie ai sovranisti meloniani i contraccolpi economici per il mancato intervento sugli extra profitti bancari, su quelli assicurativi, e su quelli energetici. Un danno non indifferente per l’ erario, un giusto ritorno di capitali che avrebbe potuto risolvere almeno i problemi insoluti della sanità pubblica. Uno schiaffo a tutti coloro che trepidano per arrivare a fine mese. Gli “zii Paperoni ” si sono riuniti per fare affari, rafforzare le proprie posizioni e fondare una banca più potente. Gioverà a loro come diventare sempre più “Paperoni”. Pagherà qualche altro. I soliti noti. Cioè noi cittadini sempre più ” tartassati “. Quanto profitto, ci chiediamo, in termini di miliardi non hanno guadagnato le banche e i ricconi in questi anni di guerra e con il rincaro dei prodotti energetici? Una economia di guerra che ha affossato una intera popolazione. Intanto questa destra di governo interessata ai giochi finanziari e alla scalata degli “amici banchieri ” non fa nulla, se non propaganda, per risolvere i problemi reali che più stanno a cuore ai cittadini, la sanità pubblica e le lunghe liste di attesa, la disoccupazione giovanile e non solo, la perdita delle migliori intellighenzie che emigrano in Paesi esteri, la sicurezza, un giusto sistema fiscale, la lotta alla corruzione e alla evasione. Corruzione e Evasione infatti rappresentano due facce illegali della stessa “moneta”. Un tarlo che a poco a poco ha logorato il telaio socioeconomico della Nazione, alterando le stesse regole del vivere civile. Un vero e proprio cancro la cui capillarità è diventata oggi un vero problema sociale. L’evasione fiscale (100 miliardi di euro l’ anno sottratti al fisco) e la corruzione (in maniera più subdola) sono aumentate notevolmente nel corso degli anni e nulla o poco è stato fatto da questo governo per ridurre il fenomeno. Anzi…… Opportunità corruttive e di evasione che hanno permesso di depredare sempre più soldi alla collettività. Spesso questi nostri concittadini privilegiati, tenutari di ingenti ricchezze economiche, che dovrebbero contribuire a consolidare il ” salvadanaio ” del Paese rappresentano i gradi più alti dell’ evasione con attività societarie, finanziarie off-shore, conti bancari nei cosiddetti paradisi fiscali. Ora alla riesumazione della patrimoniale si è assistito ad una levata di scudi senza neppure pensare al modo e alla stessa utilità. Basterebbe che la politica del “fare” invece di strombazzare a destra e a manca terapie miracolose per la risoluzione definitiva di questa piaga sociale, attuasse finalmente riforme efficaci in grado di contrastare la corruzione, l’evasione in tutte le sue componenti, “economia sommersa” e “riciclaggio”, che si potrebbe porre la parola fine a questo sistema perverso così da recuperare migliaia di miliardi e ridurre le tasse ai tanti cittadini vessati.


La bomba ad orologeria di Hormuz


Intervista a Roberto Iannuzzi

(Salvatore Bianco – lafionda.org) – Sullo stallo diplomatico nel Golfo Persico, pieno di incognite e presagi di guerra, si è avvertita l’urgenza di ascoltare Roberto Iannuzzi, analista di politica internazionale e saggista che gentilmente ha accettato di rispondere ad alcune domande.

Salvatore Bianco: Ciao Roberto, di recente in un preoccupato articolo pubblicato sulla tua newsletter molto seguita “Intelligence for the People”, a proposito del blocco di Hormuz, hai parlato di “bomba ad orologeria”. Che cosa intendi esattamente?

Roberto Iannuzzi: La chiusura di Hormuz fa mancare all’economia mondiale 14 dei 20 milioni di barili di petrolio che attraversavano quotidianamente lo Stretto prima della guerra, i quali equivalgono a circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare. Circa 6 milioni di barili al giorno vengono tuttora esportati dall’Arabia Saudita attraverso un oleodotto che bypassa lo Stretto, arrivando a Yanbu, sul Mar Rosso. Ma dopo più di tre mesi di blocco di Hormuz, mancano all’appello centinaia di milioni di barili. Al momento molti paesi stanno attingendo alle proprie riserve strategiche. Ciò ha contribuito a contenere l’aumento dei prezzi. Queste riserve si stanno però rapidamente assottigliando, e tra luglio e settembre potremmo assistere a una fiammata dei prezzi, che potrebbero toccare e superare i 150 dollari al barile se lo Stretto sarà ancora chiuso. Perfino se esso dovesse riaprire domani – ed è uno scenario improbabile, alla luce dello stallo negoziale fra USA e Iran – per ripristinare i precedenti livelli di esportazione ci vorranno mesi. Alcuni impianti sono danneggiati e richiedono lunghe e costose riparazioni. Diversi pozzi sono stati chiusi, e il loro ripristino è anch’esso un processo laborioso. Siccome si tratta spesso di pozzi maturi, alcuni di essi potrebbero non tornare mai ai livelli di produzione precedenti. Anche il traffico delle petroliere richiede tempo per tornare a regime. Perciò il deficit di petrolio continuerà ad aumentare. Ancora non ne abbiamo piena consapevolezza, ma la crisi energetica è già molto seria, ed è destinata ad aggravarsi. Sebbene oltre l’80% delle esportazioni del Golfo fosse diretto verso l’Asia, il mercato petrolifero è globalizzato ed è quindi destinato a risentirne nel suo complesso. Inoltre, attraverso lo Stretto non passava solo petrolio, ma anche il 20% delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto, e percentuali rilevanti di urea e ammoniaca (essenziali per la produzione di fertilizzanti), di zolfo (fondamentale per molte produzioni industriali), e di elio, importantissimo ad esempio per la produzione di semiconduttori. La regione del Golfo è un nodo essenziale dell’economia globale. Non siamo quindi solo di fronte a una crisi energetica, ma a una più generale crisi economica che avrà ripercussione su numerosi settori, con aumenti dei prezzi, ritardi nella produzione e carenze fisiche. In particolare, rischiamo una crisi alimentare destinata a colpire decine di milioni di persone, soprattutto nei paesi più vulnerabili, non soltanto per l’ammanco di alcuni elementi essenziali per la produzione di fertilizzanti, ma anche perché l’agricoltura moderna è energivora, e dipende dagli idrocarburi per i raccolti e il trasporto.

S.B.: Sostieni anche, a mio avviso con giusta ragione, che nel Golfo si stia giocando “una partita globale”. Potresti spiegare per te quale sia la reale posta in gioco?

R.I.: L’Iran è un paese di importanza sistemica, non solo per il Medio Oriente, ma per gli equilibri mondiali. Oltre a possedere enormi ricchezze di gas e petrolio, questo paese occupa una posizione unica dal punto di vista geostrategico. Estendendosi dal Caspio al Golfo Persico e all’Oceano Indiano, si trova al crocevia di rotte energetiche e commerciali estremamente rilevanti per la regione e per il mondo. Ed è proprio sulle rotte commerciali e sui grandi progetti infrastrutturali e tecnologici della nuova connettività globale, organizzati lungo corridoi spesso in concorrenza fra loro, che si gioca l’attuale competizione mondiale. L’Iran è al centro di questa competizione, essendo uno snodo di due progetti di portata continentale: la Belt and Road Initiative (BRI), ovvero la cosiddetta “via della seta” cinese, e l’International North-South Transport Corridor, che consente alla Russia di esportare i propri prodotti verso l’Oceano Indiano attraverso il Caspio e l’Iran bypassando il Canale di Suez. Teheran è poi essenziale negli equilibri politici regionali. Se la Repubblica Islamica dovesse cadere, l’intero Medio Oriente rientrerebbe nella sfera d’influenza israelo-americana. Dopo che il conflitto ucraino e la nascita di una nuova cortina di ferro in Europa hanno bloccato il corridoio settentrionale della BRI, ciò ostruirebbe ulteriormente la proiezione cinese verso occidente. La Russia, dal canto suo, si vedrebbe accerchiata lungo il fianco meridionale. Per questo la partita che si gioca in Iran ha una rilevanza globale, soprattutto alla luce dell’attuale scontro per la ridefinizione degli equilibri mondiali.

S.B.: E veniamo alla questione di fondo. Nello stretto di Hormuz può realmente naufragare il “predominio energetico” Usa come da te ipotizzato? E nel caso, che scenari energetici globali si prefigurano?

R.I.: L’aggressione israelo-americana all’Iran si è rivelata un gigantesco boomerang. La Casa Bianca e il governo Netanyahu si sono illusi di poter rovesciare la Repubblica Islamica in pochi giorni con un’operazione di decapitazione dei vertici, a cominciare dall’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei. Avevano previsto un’azione talmente fulminea da escludere lo scenario di una chiusura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana. Un errore di proporzioni storiche, visto che tale scenario ha sempre fatto parte di tutte le simulazioni di guerra nel Golfo elaborate dal Pentagono. Il blocco dello Stretto da parte di Teheran ha cambiato le carte in tavola. Sono gli USA a dover giocare una corsa contro il tempo, molto più dell’Iran. Quest’ultimo è temprato da decenni di embargo, ha diversificato la propria economia paradossalmente proprio a causa delle sanzioni americane, ha sviluppato un settore industriale autosufficiente sotto molti aspetti, può commerciare attraverso altre vie (Iraq, Turchia, Caspio, Pakistan). La chiusura di Hormuz ha invece messo in crisi le monarchie del Golfo alleate di Washington, che dipendono quasi interamente dal Golfo per i loro scambi commerciali, così come i partner asiatici degli Stati Uniti, dal Giappone alla Corea del Sud, che contavano sulle esportazioni energetiche delle petromonarchie molto più della Cina. Pechino ha raggiunto un’autosufficienza energetica superiore all’80%, fondata sul binomio di carbone ed energie rinnovabili. Ha diversificato le proprie fonti di approvvigionamento, in particolare stringendo accordi con la Russia e con le repubbliche centrasiatiche. Ed ha accumulato riserve strategiche per oltre 1,2 miliardi di barili. Inoltre l’Iran lascia passare attraverso Hormuz le petroliere dei paesi “non ostili”, in primo luogo quelle cinesi, che Washington a sua volta evita di fermare per evitare uno scontro diretto con Pechino. L’intero progetto americano rischia quindi di crollare. Prendendo il controllo del Venezuela e muovendo guerra all’Iran, il presidente americano Donald Trump pensava di impadronirsi di risorse energetiche ingenti. Se nel Golfo Persico le cose sono andate in maniera completamente opposta alle sue previsioni, neanche in Venezuela le prospettive sono rosee. Per rilanciare il settore energetico venezuelano, affossato proprio dalle sanzioni americane, sono necessari massicci investimenti per almeno un decennio, in un paese instabile e sostanzialmente ostile nel quale le compagnie americane sono restie a spendere. Quanto alla produzione petrolifera statunitense, difficilmente può rimpiazzare quella del Golfo Persico. Sebbene gli USA estraggano oltre 13 milioni di barili al giorno, è improbabile che riescano ad aumentare ulteriormente tale produzione in maniera significativa come ha promesso Trump. L’estrazione dei giacimenti americani di petrolio convenzionale è in calo dal 1970, mentre l’aumento di produzione degli ultimi quindici anni è provenuto dal cosiddetto shale oil, costoso da estrarre e inadatto a molte delle raffinerie USA. Anche tale aumento di produzione è andato calando negli ultimi anni. Al punto che, sebbene gli Stati Uniti siano un esportatore netto di prodotti petroliferi raffinati, sono un importatore netto di greggio. Anch’essi dunque sono destinati a risentire della crisi energetica originata dal Golfo. In questo momento, per soddisfare l’accresciuto fabbisogno dei propri alleati, gli USA stanno dando fondo alle proprie riserve strategiche, e ciò è destinato a esacerbare la crisi futura, soprattutto se lo stallo di Hormuz non sarà risolto. La supremazia energetica americana è dunque una chimera, mentre l’emergenza petrolifera accrescerà l’interesse per le energie rinnovabili, dando un’ulteriore spinta all’economia della Cina, che è leader nel settore.

S.B.: Ci troviamo probabilmente ad un bivio drammatico della storia: o guerra, sempre più estesa e distruttiva, o pace, da ricercare con un sforzo diplomatico e il riconoscimento delle ragioni dell’altro. Che previsioni fai e soprattutto da cosa ripartire per scongiurare la catastrofe totale?

R.I.: A Hormuz gli Stati Uniti hanno incassato una sconfitta strategica di portata storica. Non soltanto non sono stati in grado di piegare l’Iran, ma hanno mostrato di non essere in grado di proteggere i propri alleati del Golfo. Le basi USA sul territorio delle monarchie arabe, che hanno dato un contributo chiave alle operazioni militari contro l’Iran, hanno subito la pesante rappresaglia iraniana che ha prodotto danni ingenti. Invece di essere garanzia di sicurezza per le petromonarchie, tali basi si sono rivelate una passività. Allo stesso tempo, dopo aver impiegato grandi quantità di armamenti nelle guerre in Ucraina, a Gaza, e nello Yemen contro gli Houthi, gli Stati Uniti hanno finito di dilapidare le loro riserve strategiche di armi a lunga gittata e missili intercettori con l’Iran, al punto da essere costretti a trasferirne una quota da altri teatri, come ad esempio dal Pacifico. Malgrado questo impegno bellico, Washington non è riuscita a neutralizzare le basi iraniane che, a differenza di quelle USA, sono fortificate e poste a decine di metri nel sottosuolo, sotto strati di dura roccia. La perdita del potere di deterrenza subita dagli Stati Uniti nel Golfo ha ripercussioni mondiali. Se l’Iran è riuscito a infliggere una simile sconfitta alla superpotenza americana, non è difficile immaginare cosa sarebbe in grado di fare la Cina alle basi USA nel Pacifico. La credibilità americana ne esce fortemente ridimensionata, così come la capacità di deterrenza in una potenziale crisi con la Cina su Taiwan. A ciò si aggiunga il fatto che Washington ha letteralmente perso il controllo del Golfo, e ha poche speranze di riacquistarlo. Per questo una soluzione negoziata con l’Iran è così difficile. Accettare le condizioni iraniane comporterebbe un ridimensionamento significativo della potenza americana. Per altro verso, Teheran è determinata a sbarazzarsi del giogo americano, e in particolare vuole porre fine all’assedio economico che impedisce la ricostruzione, e a lungo termine potrebbe portare al crollo della Repubblica Islamica. Dal canto suo, Washington non ha gli strumenti coercitivi per imporre la propria volontà all’Iran, ma al tempo stesso non può ammettere la sconfitta. Perciò lo stallo continua, la bomba a orologeria della crisi energetica prosegue il suo conto alla rovescia, e permane l’instabilità diffusa nella regione, dal Golfo al teatro libanese. Tale instabilità potrebbe protrarsi fino a quando gli USA non saranno costretti a riconoscere la sconfitta sotto la pressione delle molteplici crisi in atto, o portare a una nuova disastrosa conflagrazione, in particolare sotto la pressione di Israele che vuole regolare i conti con tutti i suoi avversari regionali. Da una simile conflagrazione usciranno tutti sconfitti.

S.B.: Ti ringrazio.


L’Italia, un paese che si regge sui lavoratori dipendenti


UPB, ITALIA AI MINIMI IN UE PER FEDELTÀ FISCALE, EVASIONE ELEVATA TRA AUTONOMI

(ANSA) –  Nonostante i progressi sull’attività di recupero dell’evasione (in aumento di 2,8 miliardi nel 2025 secondo quanto indicato nel Documento di finanza pubblica) e il calo della propensione all’evasione nell’ultimo decennio, “l’Italia ha tuttora un tasso di fedeltà fiscale tra i più bassi nella Ue.

Permangono livelli elevati di evasione dell’Irpef da lavoro autonomo, inefficienze nella riscossione, specialmente per le Amministrazioni locali, e ampi margini di miglioramento nell’analisi del rischio di evasione”. Lo ha sottolineato la presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, nella relazione di introduzione al Rapporto sulla politica di bilancio.

UPB, PIÙ PROGRESSIVITÀ IRPEF INSIEME A FLAT TAX AUMENTA LE DISPARITÀ

(ANSA) – L’accresciuta progressività dell’Irpef, “unita all’ampliamento dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta, ha accentuato le disparità di trattamento tra le varie tipologie di reddito e allontanato l’obiettivo di graduale perseguimento dell’equità orizzontale previsto dalla delega per la riforma fiscale”. Lo ha detto la presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, nella sua relazione in occasione della presentazione del Rapporto sulla politica di bilancio.

Gli interventi sull’Irpef che si sono susseguiti nel periodo 2021-25, ha proseguito, “hanno risposto a specifiche esigenze di policy – spesso di natura emergenziale – attraverso modifiche che hanno beneficiato prevalentemente i lavoratori dipendenti con redditi bassi e medio-bassi. Essi hanno, tuttavia, complicato la struttura dell’imposta sul reddito da lavoro dipendente, determinando un ripido aumento del prelievo in corrispondenza di una crescita anche modesta del reddito imponibile”.

“Per ovviare all’effetto indesiderato, l’ultima legge di bilancio ha previsto la detassazione degli incrementi di reddito per i rinnovi contrattuali nel biennio 2025-26. L’intervento – ha spiegato ancora la presidente – offre un rimedio temporaneo che verrebbe meno negli anni successivi quando l’aumento ormai consolidato del livello retributivo verrebbe assoggettato alle aliquote ordinarie.

Tali criticità sollevano interrogativi sull’opportunità di affidare al sistema fiscale obiettivi che, per loro natura, richiederebbero interventi selettivi e temporalmente definiti. Il rischio è di subordinare i principi di equità, neutralità e semplicità del prelievo a finalità che potrebbero trovare strumenti più efficaci al di fuori del sistema impositivo”.


Grasse risate al Cremlino


Ursula von der Leyen persevera nella deriva del doppio standard: tolleranza zero per la Russia, sanzioni zero per Israele

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima? Meno male che Ursula c’è. Porta la firma della presidente della Commissione europea, infatti, la mossa a sorpresa che potrebbe invertire le sorti della guerra in Ucraina. “Per la prima volta proponiamo di vietare l’ingresso nell’Ue a chiunque abbia prestato servizio nelle forze armate russe dall’inizio del conflitto”, ha annunciato urbi et orbi la volpe tedesca di stanza a Bruxelles.

“In altre parole, l’Europa sarà preclusa a chiunque abbia partecipato all’invasione dell’Ucraina. È così semplice”. Semplicissimo. Roba da far tremare i polsi a Vladimir Putin. Dopo una ventina di pacchetti di sanzioni, che più che la Russia hanno affossato le economie di mezza Europa – Italia in testa – a colpi di rincari su gas e carburanti, finalmente il colpo di genio che non ti aspetti. Tra una grassa risata e l’altra – a partire da quelle del Cremlino – basta spostare i riflettori dalla Russia ad Israele per tornare di colpo seri.

Pensando ai militari dell’Idf, protagonisti da quasi tre anni dello sterminio nell’inferno di Gaza, ordinato dal ricercato internazionale (al pari di Putin) Benjamin Netanyahu. Ma che anziché finire al bando, come quelli russi, svacanzano a turno nei resort della Sardegna protetti e scortati dalle forze dell’ordine italiane. Nel silenzio dell’Unione europea e di Ursula bomb der Leyen. Che persevera ostinatamente nell’insopportabile deriva del doppio standard: tolleranza zero per la Russia, sanzioni zero per Israele. Al peggio, del resto, non c’è mai fine.


“Cipriani chiede soldi per intimidire il Fatto”


Grazia a Minetti, il consorzio europeo: “Quella di Cipriani contro Il Fatto è un’intimidazione”. “Sproporzionata la richiesta di 250 mln, mette a rischio la vostra esistenza”

Grazia a Minetti, il consorzio europeo:  “Quella di Cipriani contro Il Fatto è un’intimidazione”

(di Martina Castigliani – ilfattoquotidiano.it) – Un’azione legale “contro la libertà di stampa”, “sproporzionata” e nata da “un evidente squilibrio di potere economico”. Il “Media Freedom Rapid Response”, consorzio europeo che monitora gli attacchi a giornali e giornalisti, ha lanciato un’allerta pubblica sulle cause di Cipriani contro il Fatto Quotidiano e Report. “La richiesta è una chiara intimidazione”, spiega la responsabile advocacy Sielke Kelner.

Il caso ora è sul tavolo del gruppo di sei attori che hanno fatto partire l’iter di valutazione delle querele temerarie (in inglese chiamate con la sigla Slapp): “European Centre for Presse and Media Freedom”, “Article 19 Europe”, “European Federation of Journalists”, “Free Press Unlimited”, “International Press Institute”, “Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa”. Al termine, la squadra di ricercatori internazionali e ong deciderà quale azione congiunta intraprendere. “Il ricorrente – dichiara Kelner – fa leva su una forza economica molto importante con un evidente squilibrio rispetto a quella del Fatto Quotidiano e Report. Quindi l’effetto è intimidatorio. Inoltre la richiesta di 250 milioni di dollari è quantomeno sproporzionata, anche se foste in errore. È di un’entità tale che mette a rischio la sopravvivenza della testata: è chiaro che c’è un uso strumentale del diritto e un potenziale effetto dissuasivo sull’attività di critica di qualsiasi attività associata a Cipriani”. L’imprenditore lo ha detto testualmente al Corriere della Sera il 4 giugno: “Più che (pagare, ndr) i danni, io credo dovrebbero chiudere”. “La frase tradisce un obiettivo intimidatorio, più che quello di aver ragione in tribunale”, osserva Kelner. “In Italia io non ricordo di averne mai vista una così spropositata. Il cardinale Becciu chiese 10 milioni di euro all’Espresso, ad esempio”.

Nell’esame dell’azione intimidatoria, viene poi valutato il contesto, come previsto dal Consiglio d’Europa in materia, in particolare se sono toccati la partecipazione pubblica e l’interesse pubblico. “Siamo nel perimetro della prima perché viene considerata tale qualunque attività che metta in luce abusi di potere, anche il giornalismo. Inoltre, a mio avviso, è rilevante il fatto che l’imprenditore abbia una relazione stabile con una persona in passato al centro del dibattito pubblico proprio per i suoi rapporti con l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Sono tutte caratteristiche che ci dicono che potremmo trovarci di fronte a una Slapp”. Infine, “è giusto ricordare che pure la minaccia di un’azione legale” può essere considerata querela temeraria: “Non serve neanche che sia formalizzata perché ci può già essere l’effetto intimidatorio”.

Nel 2024 l’Unione europea ha approvato una direttiva, chiamata “legge Daphne” in onore della giornalista uccisa Caruana Galizia, volta a tutelare dalle azioni temerarie: l’Italia è tra i cinque paesi Ue, insieme all’Ungheria, che ancora non ha avviato il recepimento e da un mese ha superato la scadenza. “La legge europea – continua Kelner – ha i suoi limiti e non si applica ai casi nazionali, ma solo a quelli transfrontalieri. E questo lo è. Senza l’intervento del legislatore, starà al giudice applicare le tutele o meno”.

E in Italia è una necessità urgente: “Siamo tra gli Stati membri dove il fenomeno risulta più allarmante. In maniera sistematica le élite politiche ed economiche, ogni volta che c’è una critica, rispondono con un procedimento legale. Siamo in ritardo”. Nonostante questo, “non sembra essere una questione prioritaria per l’agenda di governo. Noi – chiude l’esponente di MFRR – abbiamo cercato un dialogo, ma non è stato proficuo”.


Inchiesta sul Ponte, Salvini traballa e Zaia sorride: inizia il processo dei nordisti


I malumori del fronte del Nord, già ostile ai miliardi sulla grande opera, crescono ancora. E al Sud i leghisti rischiano lo sfaldamento. Le opposizioni vogliono il ministro in aula

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – ROMA – Il Ponte sullo Stretto è diventato un ponte tibetano per Matteo Salvini. Il segretario della Lega è sempre più costretto a esercizi di equilibrismo per tenere in piedi la propria leadership.

Il consiglio federale in programma oggi era già complicato, il primo vero processo alla segreteria dopo una serie di battute d’arresto. E con il sondaggio di Swg che conferma il trend di calo, dal 5,8 al 5,6 per cento, mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci continua a crescere ed è segnalato a meno di un punto di distacco. Con il sogno di compiere prima possibile l’operazione sorpasso.

Sono numeri “virtuali” ma con un effetto trascinamento tangibile. La notizia dell’inchiesta sul Ponte, insomma, rende il consiglio federale una strettoia ulteriormente pericolosa. Il vicepremier vede traballare il pilastro della svolta nazionale della Lega, il Ponte che dovrebbe unire Calabria e Sicilia.

Nord contro Sud

L’infrastruttura resta indigesta all’elettorato del Nord, quello legato alle origini, attento alla questione settentrionale, all’autonomia differenziata, non certo all’investimento per il Ponte. È la tesi di Luca Zaia, il presidente del Consiglio regionale veneto, pronto a scendere in campo con un ruolo nazionale. Il Doge ha chiesto un mandato forte di vicesegretario per il rilancio sui territori d’origine. Il suo Veneto, appunto, ma anche Lombardia, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia.

La tempistica dell’inchiesta non giova al ministro delle Infrastrutture per una questione anche di nomi. Tra gli indagati c’è anche Giacomo Francesco Saccomanno, che professa la propria estraneità dai fatti, braccio operativo del leader leghista sulla grande opera. È stato il volto centrale del partito in Calabria per anni: è lui che ha messo insieme la classe dirigente in regione.

Un uomo-immagine della Lega salviniana, interessata a espandere il proprio consenso ovunque. Dopo l’addio di Domenico Furgiuele, altra “icona” della Lega salviniana, per l’approdo a Futuro nazionale, un altro colpo calabrese arriva con l’inchiesta che riguarda Saccomanno.

A mettere nero su bianco il disagio proveniente dal Settentrione, è stato Patto per il Nord, il partito guidato dall’ex segretario della Lega in Lombardia, Paolo Grimoldi: «Basta parlare del ponte di Messina, Se ne prenda definitivamente atto e si destinino quei 14 miliardi a sostegno di famiglie e imprese, a partire da un abbassamento definitivo delle accise sui carburanti».

Non c’è solo il fronte Nord ad agitare i sonni di Salvini. Dalle opposizioni è arrivata una richiesta di passo indietro del ministro. Hanno provato a mettere su un progetto che non ha mai avuto i piedi per terra, e alla fine si sono ridotti a tentare di truccare la partita. A Salvini non resta che dimettersi», ha detto l’eurodeputato del Movimento 5 stelle Pasquale Tridico.

Il Pd ha chiesto invece al vicepremier di riferire in aula: «I cittadini meritano risposte, trasparenza e investimenti nelle vere priorità del paese, non una corsa a qualsiasi costo verso un’opera che continua a sollevare dubbi, interrogativi e ora anche inchieste», ha detto la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga.

Oltre il Ponte, c’è il partito che ribolle. L’unica buona notizia è stata la sospensione dello sciopero dei treni previsto per domani. Il vicepremier, per il resto, è consapevole di dover trovare una soluzione: «Ci sono lavori in corso da mesi, non da tre giorni, evidentemente è un percorso lungo. Il nostro obiettivo è vincere le politiche dell’anno prossimo», ha ammesso.

Certo, ha poi cercato di minimizzare, sminuendo le ricostruzioni che lo danno a un passo dall’addio alla leadership: «Leggo molte fantasie», ha detto. Ma la “doppia Lega”, con Zaia capo al Nord, e il vicesegretario Claudio Durigon come coordinatore del Centro-sud, è l’unico sbocco possibile per Salvini.

Lega dimezzata

La soluzione di mediazione per restare in sella, almeno per un altro po’. Altrimenti il partito rischia di collassare e per il segretario l’uscita di scena sarebbe più traumatica. Zaia non vuole fare da salvagente, ma lanciarsi come uomo del futuro per il partito. Durigon, da parte sua, non vuole sentirsi il curatore fallimentare della Lega al Centro-sud. Una Lega dimezzata più che raddoppiata.

Salvini ha incassato la solidarietà di tutti per la sua foto bruciata in piazza durante una manifestazione. Ma non è un mistero il clima da «tutti contro tutti» nei gruppi parlamentari. Il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, è sotto pressione per la fuoriuscita di deputati. La colpa non è direttamente sua, la calamita di Vannacci ha funzionato. Ma gli viene addossata una responsabilità oggettiva. Il clima a Montecitorio è pessimo. Si guarda avanti con preoccupazione.

I parlamentari del Nord temono ulteriori contraccolpi, quelli del Centro e del Sud valutano la possibile migrazione verso altri lidi perché le elezioni sono vicine. I sovranisti hanno il partito di Vannacci come approdo naturale. Altri, anche i più moderati, sfogliano la margherita tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. Salvini, nel mezzo, cerca di tenersi in piedi sul ponte traballante.


La “manina” su Zapatero e Sánchez non era fuffa


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Non avevamo poi tutti i torti quando abbiamo scritto che sentivamo odore di bruciato nello scandalo che ha improvvisamente investito l’ex premier iberico socialista, José Luis Zapatero, e a seguire l’intero governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sánchez. C’è una ‘manina’ che ha innescato questi scandali e ha dato loro clamore. La ‘manina’ è targata, vedi caso, United States of America. Lo ha rivelato il giornalista Enric Juliana, vicedirettore del quotidiano catalano La Vanguardia, un liberale che non può essere certamente accusato di simpatie nei confronti del governo socialista.

[…] Ma andiamo con ordine. Zapatero è noto soprattutto per aver rifiutato, quando era premier, di mandare i soldati spagnoli a combattere in Iraq unendosi a quella ‘congregazione dei volenterosi’ organizzata dagli Stati Uniti e a cui partecipò anche l’Italia. Ma Zapatero ha preso anche altri provvedimenti tutti di stampo socialista: la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, un programma di regolarizzazione per gli immigrati clandestini e l’introduzione di misure per combattere il cambiamento climatico. Gli vengono anche rimproverati i rapporti col Venezuela di Nicolas Maduro, che appartiene a quel grande movimento di cui fa parte anche il Brasile di Inácio Lula da Silva che prende il nome di “socialismo bolivariano” da Simón Bolívar che immaginò, a cavallo fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, una “Grande Colombia” che raccogliesse tutti gli Stati socialisti sudamericani.

Questo per quel che riguarda l’infamato, dagli Usa, Zapatero. Il governo di Pedro Sánchez ha negato agli Stati Uniti l’uso delle basi che gli Usa hanno in Spagna per l’attacco all’Iran e ha vietato agli Stati Uniti anche il sorvolo sulle stesse. Ha criticato l’aumento delle spese militari chieste dagli Usa alla Nato (un’organizzazione sotto lo stretto controllo degli americani) nel 2025 (5% del Pil), si è opposto con fermezza a Israele per le stragi che sta compiendo a Gaza e su tutto il territorio palestinese e lavora per un fronte comune europeo, proponendo di regolamentare le piattaforme tecnologiche Usa. Inoltre l’ambasciatore degli Stati Uniti in Spagna, Benjamin León, ha criticato i legami del governo iberico con la Cina. […]

Insomma la Spagna è un’anomalia nel panorama, non solo europeo, ma mondiale, basti pensare all’opposizione all’aggressione yankee del Venezuela, che invece Giorgia Meloni giudicò “legittima”, per poi essere presa a schiaffi da Donald Trump, distruggendo così le fantasie della nostra premier di essere un ponte privilegiato tra Europa e Stati Uniti. Afferma ancora Juliana: “Ogni volta che il Psoe supera una linea pericolosa viene colpito duramente”. Particolarmente sgraditi agli americani sono i rapporti che la Spagna, sia sotto Zapatero sia sotto Sánchez, ha sempre avuto con la Cina. Insomma, nel coacervo degli Stati sudamericani, si preferisce l’Argentina di Javier Milei che ha affermato che “il socialismo è un cancro che impoverisce”. È ovvio che sotto questa pressione anche gli Stati sudamericani di orientamento socialista si sentano minacciati. Lo testimonia un’intervista molto prudente che Lula ha dato al Corriere della Sera per la firma di Sara Gandolfi (13 ottobre 2025). Eppure il Brasile, a differenza del Venezuela, è anche geograficamente molto lontano dal territorio americano.

Il socialismo è considerato il vero nemico delle democrazie, mentre è vero il contrario. Lo conferma il fatto che buona parte dell’Europa sta virando a destra e sembrano inutili gli sforzi di Gran Bretagna e Francia di sganciarsi dalla tutela dell’‘amico americano’. A breve sarà la volta di Cuba più volte minacciata da Donald Trump. Cuba è comunista, non socialista, e ciò che distingue il socialismo dal comunismo è che il comunismo mira a una ragionevole uguaglianza sociale, mai raggiunta peraltro. Tutti gli Stati comunisti, dalla Russia alla Cina, sono diventati capitalisti provocando danni gravissimi alle loro popolazioni (per la Cina si legga in proposito il bel saggio di Tiziano Terzani, La porta proibita, 1984). Il socialismo, a differenza del comunismo, non comprime i diritti civili, li rispetta.

[…] Adesso, come dicevamo, è la volta della Cuba comunista, che si trova in una posizione debolissima perché gli Stati Uniti dal 6 giugno hanno proibito ogni transazione finanziaria con l’isola. Senza scomodare che cos’era Cuba prima della vittoria della Revolución di Castro e Che Guevara, come abbiamo già fatto in altre occasioni (a Cuba la sanità e l’istruzione sono gratuite).

È necessario ricordare che la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Csce) nell’Atto finale di Helsinki del 1975, firmato da quasi tutti gli Stati del mondo, sancisce il diritto all’“autodeterminazione dei popoli”, cioè che ogni popolo può evoluire o anche non evoluire secondo la propria storia, i propri costumi, le proprie tradizioni. Diritto che le cosiddette democrazie hanno calpestato, prima contro la Serbia ortodossa e socialista nel 1999, poi nel 2001 in Afghanistan, quindi nel 2003 in Iraq, poi nel 2008 in Somalia con un colpo di Stato per interposta Etiopia e infine, nel 2011, con l’apporto decisivo della Francia e dell’Italia di Berlusconi contro la Libia del colonnello Gheddafi. Devo continuare?


Il Donald è rotondo


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Non è la prima volta che i Mondiali di calcio si giocano in un paese governato da un prepotente, ma non era mai successo che il prepotente fosse un tipo così caotico. Il povero Cannavaro annusato voracemente dai cani antidroga all’ingresso dello stadio di New York – in quanto c.t di una nazionale invisa a Trump, l’Uzbekistan – rappresenta un momento di tragicomicità surreale. E che dire di Omar Artan, il somalo premiato come miglior arbitro africano dell’anno, che al suo arrivo a Miami è stato sottoposto a un interrogatorio di undici ore e rispedito a casa nonostante il visto diplomatico perché la Somalia è nella lista nera del Presidente? 

Una lista, ecco il punto dolente, sempre passibile di modifiche in base al suo umore. Poiché cambia idea di continuo su tutti, persino su Khamenei, nessuno si stupirebbe se chiudesse i giocatori iraniani a chiave negli spogliatoi e subito dopo andasse in curva a tifare per loro.

La verità è che con i bioritmi di Trump nessuno può sentirsi al sicuro. Gli spagnoli meno di tutti. Se domani Sanchez ne dice un’altra delle sue, quello è capacissimo di mandare l’ICE nel ritiro delle furie rosse a Chattanooga, prendere Lamin Yamal per le ascelle e portarlo via. E nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero disgraziatamente perdere una partita, l’Ingrugnito in Capo accetterebbe il risultato o invaderebbe il campo travestito da sciamano? 

L’unica certezza immutabile è che, in qualunque stadio vada, la gente lo fischia a più non posso. E non sono fischi uzbeki o somali. Sono fischi rigorosamente americani.


Quell’insofferenza ai poteri di controllo


Gli organismi di garanzia – dalla Consob alla vigilanza Rai – dovrebbero essere in grado di lavorare sempre, impedendo che qualcuno, come il governo, forzi la mano

Quell’insofferenza ai poteri di controllo

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Che il governo Meloni abbia una sorta di allergia agli enti regolatori e di controllo, si è capito fin dai suoi primi passi. È stato evidente nel rapporto con la Corte dei conti, sfidata apertamente fino a toglierle – con legge ordinaria – poteri che le affida la stessa Costituzione. Nella gestione della Rai, che non ha un presidente perché la maggioranza non è riuscita a imporre chi voleva lei, con buona pace della funzione di garanzia che quella figura avrebbe dovuto assicurare.

Negli attacchi scomposti all’Autorità anticorruzione guidata da Giuseppe Busia, reo di aver cercato di arginare l’indebolimento dei presidi di controllo quando si tratta di appalti e opere pubbliche. La sua presidenza scade a settembre, e chissà se almeno su quella il governo sentirà l’urgenza di trovare subito un sostituto.

Perché quel che sta facendo adesso, dopo aver fallito nel tentativo di mettere alla guida della Consob – l’autorità di controllo dei mercati finanziari – il sottosegretario leghista Federico Freni, è tirarla il più possibile per le lunghe. Come per l’Antitrust, che ha la sedia del presidente vacante dal 5 maggio, quando è scaduto il mandato di Roberto Rustichelli, nominato dal primo governo Conte al tempo dei gialloverdi. O per la Privacy, che è rimasta senza un suo esponente, ma procede come niente fosse nonostante tutto il collegio, a partire dal presidente Pasquale Stanzione, sia stato investito da un’indagine per peculato e corruzione che procede veloce e contesta spese pazze e favori estorti in cambio di indulgenza. Meloni non ha il potere di far decadere l’authority, né può farlo il Parlamento, questo è vero a meno che non si intervenga con una riforma straordinaria, ma quel che la presidente del Consiglio ha fatto finora è stato – semplicemente – disinteressarsene.

Così, il quadro che si compone è quello di un Paese attraversato da interessi fortissimi legati al mercato dei dati, alla concorrenza, alle istituzioni bancarie, all’equilibrio nelle comunicazioni, alla costruzione di grandi opere, in cui gli arbitri sono azzoppati e il rischio è che prevalga la legge del più forte. Esattamente quello che una democrazia funzionante dovrebbe saper evitare, per non essere svuotata dalla sua principale funzione: quella di tutelare tutti i suoi cittadini, contro ogni interesse di parte.

L’esempio più lampante è quel che sta accadendo intorno a Mps, Intesa San Paolo e Banco Bpm. Con il nuovo ruolo di Unipol e Bper e l’avvio di una concentrazione bancaria premiata dal mercato con i titoli in rialzo, ma che avviene in un momento di vacatio dal punto di vista del controllo. Si può obiettare che l’altro risiko, quello che aveva visto l’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps con il supporto di Delfin e Caltagirone, non era stato in alcun modo ostacolato dall’ex presidente Consob Paolo Savona. E che l’ipotesi di un concerto illecito tra gli attori sia invece stata mossa dalla procura di Milano, che indaga per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Ma proprio perché siamo nel mezzo di una tempesta che coinvolge banche un tempo legate al territorio, assicurazioni che hanno in cassa i risparmi degli italiani (Generali) e un mercato azionario in fibrillazione, ci si aspettava dal governo che si ponesse il problema di un’autorità senza presidente dall’8 marzo. E invece, è passato più di un mese da quando in conferenza stampa la presidente Meloni promise: la settimana prossima avrete i nomi. E nulla è successo.

Dal giorno della decadenza di Savona, la Consob è retta dalla presidente vicaria Chiara Mosca insieme ai commissari Carlo ComportiGabriella Alemanno e Federico Cornelli. Senza un vero presidente scelto dal governo e nominato dal presidente della Repubblica, è evidente che il suo ruolo è depotenziato. Così come lo è quello dell’Antitrust, dove la nomina del successore di Rustichelli spetta ai presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, ma per la quale bisognerà aspettare un accordo di maggioranza che ancora non c’è. E che non sarà semplice, visto che da qui a settembre le nomine da fare saranno 103 in 35 enti pubblici.

A cosa è dovuto lo stallo? A sentire chi in maggioranza scalpita per chiudere la partita, si tratta della logica del pacchetto. Nel momento in cui Forza Italia ha fermato la candidatura di Freni, perché sottosegretario all’Economia e tra l’altro autore di quella legge sui capitali sulla cui applicazione sarebbe stato chiamato a vigilare, la Lega deve avere un risarcimento. E non può certo accettare che all’Antitrust vada qualcuno scelto da Forza Italia. Serve una quadra tra due vicepremier i cui rapporti sono ai minimi termini, e Meloni fatica a trovarla.

Freni è stato fermato in nome di un principio valido sulla carta, ma disatteso tante di quelle volte che si fatica a elencarle. Basta ricordare che Giuseppe Vegas fu nominato presidente Consob quando era viceministro dell’Economia nel governo Berlusconi. E non risulta che allora il collega di partito Tajani si fosse adontato (vale la pena ricordare che per un partito che ha dietro di sé gli interessi di Fininvest e Mediolanum, la funzione di presidente Consob non è una scelta trascurabile). Non è quindi una questione di regole né di equilibrio. È, tristemente, una questione di potere. Questo è l’ultimo giro di nomine assicurato per un governo che dopo il referendum perso sulla giustizia ha iniziato le sue rese dei conti interne. E ha perso aderenza con i problemi del Paese. Arriva in un momento in cui la Lega è in grande sofferenza per l’emorragia di consensi dovuta alla nascita del partito del generale Vannacci, da Salvini vezzeggiato e nutrito fino al giorno dell’addio. In cui Tajani sente addosso le pressioni della famiglia Berlusconi, da cui Forza Italia dipende. E in cui Meloni ha una terribile paura di sbagliare, e per questo resta immobile. Peccato che il Paese non possa aspettare che risolva i suoi guai. E che gli organismi di garanzia – dalla Consob alla vigilanza Rai – dovrebbero essere in grado di lavorare sempre, possibilmente con autonomia e indipendenza, impedendo che qualcuno – governo compreso – forzi la mano.


La guerra è vecchia


(di Michele Serra – repubblica.it) – C’è quell’immagine che gira ovunque, il missile iraniano ficcato nel terreno desertico vicino a Gerico. Un missile proprio a forma di missile, come lo disegnerebbe un bambino, come quello che Méliès immaginò infisso nell’occhio della Luna nel 1902, centoventiquattro anni fa. Qualcuno lo osserva e lo fotografa, è alto come un paio di uomini. Avrebbe potuto uccidere persone o distruggere una casa, per questo era stato lanciato, ma ora appare per quello che è: un patetico rottame, esposto al dileggio delle sue mancate vittime.

È appena caduto ma sembra un relitto che è lì da sempre, come certe barche spiaggiate. Ferraglia arrugginita, un chiodo infisso a caso da una mano incapace, uno spreco maldestro. Non ha nemmeno la solennità inquietante di un totem rovesciato, è solo un colpo fallito, uno degli infiniti sperperi della guerra. Della quale ci atterrisce la potenza tecnologica, la forza nuova e micidiale che attribuiamo ai suoi arsenali. Ma la guerra è anche (se non soprattutto) questa ferraglia sparpagliata, questa cilecca demente che spara centinaia, migliaia di proiettili qualche volta a segno, molte volte nel nulla.

Montagne di denaro regalate al vento. Dissipazione economica e rovina ambientale. Baccano dimostrativo.

La guerra è vecchia: questa è la didascalia ideale di quella foto così simbolica. La guerra è un relitto arcaico, puzza di ruggine e di bruciato, di fango e di macerie, la sua scintillante buccia tecnologica copre una polpa avvizzita. La guerra che fa esplodere gli smartphone a distanza è un lusso per i capi e i sottocapi che si fanno la pelle a vicenda come nei film di spie. Il grosso della guerra è ancora carne e metallurgia, trincea e fame, calcinacci e profughi in fuga con i bambini e i vecchi in spalla, come nell’Iliade. E razzi, a decine di migliaia, che partono belli lustri e si schiantano nella polvere.


Gara di solidarietà


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – La gara di solidarietà della stampa italiana al Fatto, colpito da due cause temerarie negli Usa (220 milioni) e in Italia (altri 5) per aver pubblicato notizie vere sul duo Cipriani&Minetti, non accenna a placarsi. Tra olgettini di destra e corazzieri di sinistra, è tutto un coro di “non mollate”, “tenete duro”, “non fatevi intimidire”, “viva il […]


Ma lo capite o no che chiedere 250 milioni al Fatto è un attacco alla libertà di stampa?


Lo volete capire o no che 250 milioni di dollari di causa a un giornale e a un programma di inchiesta sono un attacco alla libertà di stampa? A prescindere da quanto Il Fatto e Report abbiano sbagliato nel caso Minetti, a prescindere dai presunti danni fatti al gruppo Cipriani, il colosso milionario del compagno dell’ex berlusconiana. E a difendere Il Fatto, anzi, a difendere la libertà di stampa, dovrebbero essere prima di tutto quei giornali che, anche se lo hanno criticato vogliono ancora definirsi tali

(Riccardo Canaletti – mowmag.com) – Cipriani che chiede 250 milioni di dollari a Il Fatto e Report per il caso Minetti è una attacco al giornalismo, a prescindere da come la pensiate su questa vicenda. Lo capite o no?

Il gruppo Cipriani, ora che la storia è finita, che la Procura di Milano si è pronunciata, che il Quirinale ha confermato che non farà altre valutazioni sulla grazia concessa a Nicole Minetti, una delle poche ad averla ottenuta e di certo non l’unica ad averne bisogno per “motivi umanitari” (cioè il figlio malato), ha chiesto 250 milioni di dollari di risarcimento, anche per danno di immagine, a Il Fatto quotidiano e a Report. Forse aggiungeranno una seconda azione legale contro È sempre Cartabianca di Bianca Berlinguer. 

A parte che, se la preoccupazione del gruppo Cipriani, guidato dal compagno di Nicole Minetti, è davvero il presunto danno di immagine, una causa monstre contro due media di inchiesta che si sono permessi di fare delle domande non farà certo bene alla loro reputazione (di Giuseppe Cipriani e dell’ex berlusconiana Nicole Minetti); a parte che le domande andavano fatte e Il Fatto non ha nulla da recriminarsi per questo, come avevamo scritto qui; a parte che restano dei dubbi su come la Procura di Milano abbia scelto di chiudere in fretta le verifiche (in pratica senza verificare quanto sostenuto dal Fatto); a parte tutto questo, la cosa grave, ma veramente grave, è che chiedere 250 milioni di dollari (quasi 220 milioni di euro) a un giornale e a un programma televisivo, equivale a farli chiudere. E questo dovrebbe preoccupare tutti, anche chi Il Fatto l’ha criticato, come noi. Anche gli amici de Il Dubbio, Pietro Sansonetti de L’Unità, i colleghi de Il Foglio. Tutti. 

Intanto perché il giornalismo che sbaglia dimostra pur sempre che qualcuno ha ancora il coraggio di osare, di provarci, di porsi tutte le domande che, per etica personale e professionale, crede di dover fare. E questo in Italia è sempre più raro, non prendiamoci in giro. Basta guardare le conferenze stampa con Giorgia Meloni e i talk show più blasonati: le domande sono preparate, smussate in modo da non dare fastidio al potente di turno. Quindi chi ancora prova a fare inchiesta in questo Paese dovrebbe essere difeso da tutti, anche perché quelli de Il Fatto, spesso e volentieri, fanno pure il lavoro dei colleghi, si espongono pure quando potrebbero evitare, perché hanno giustamente la fame per la notizia, la voglia di pubblicare. 

E poi perché chiunque faccia il giornalista in Italia, il Paese delle querele temerarie, delle denunce per diffamazione anche quando la diffamazione non c’è, delle persecuzioni giudiziarie contro i giornalisti che fanno i giornalisti, sa cosa vuol dire difendere seriamente la libertà di espressione, la libertà di stampa. Poi può scegliere di non esporsi per rimanere nel recinto dell’idolatria verso la legge (che, come sa chiunque abbia fatto un po’ di filosofia, è una cosa diversa dalla morale), della servilità nei confronti delle istituzioni (che poi sono quelle che ti danno i finanziamenti o ti consentono gli sgravi fiscali…). Ma la libertà di parola è una cosa semplice e radicale, e la puoi difendere solo in un modo: senza fare distinzioni tra amici e nemici. 

Ora tocca a Il Fatto, ma potrebbe toccare a MOW, a Repubblica, a Il Manifesto, a La Verità. Queste cause, fatte tra l’altro negli Stati Uniti, con regole del gioco diverse, costi legali diversi, e una durata lunghissima, sono una bomba sulle attività di un giornale. Non è difficile capirlo e non dovrebbe essere difficile capire quanto tutto questo sia sbagliato. Soprattutto se il resto dell’anno poi tutti i giornali la menano sugli attacchi alla libertà di stampa in Italia. 


I Mondiali 2026 non sono neanche cominciati e la Coppa di Trump e Infantino è già una porcheria


L’avvicinamento ai Mondiali 2026 è stato un vero disastro per i protagonisti tra visti negati e tensioni politiche che stanno esasperando un clima già pesantissimo. Cresce la percezione di una FIFA sempre più intrecciata alla politica e meno alla tutela del calcio globale

(di Vito Lamorte – fanpage.it) – Ogni quattro anni i Mondiali non sono solo un torneo di calcio ma un punto fermo nella memoria collettiva, una specie di calendario emotivo che attraversa le generazioni. Anche quando l’Italia non c’è, ormai sta diventando una cattiva abitudine, per gli appassionati restano le notti viste sul divano, le sveglie all’alba, le partite ricordate per sempre insieme a un luogo preciso, una persona, una sensazione. “Dove eri quando…?” è la domanda che ogni Coppa del Mondo si porta dietro, perché finisce sempre per diventare più grande del calcio stesso.

Ed è proprio per questo che l’avvicinamento ai Mondiali 2026 colpisce in modo diverso. Perché non sta raccontando soltanto l’attesa sportiva, ma anche una serie di tensioni, ostacoli e contraddizioni che rischiano di offuscare l’idea stessa di evento globale. Tra visti negati, controlli serrati, delegazioni bloccate e decisioni controverse, la sensazione è che questa Coppa del Mondo stia iniziando molto prima del primo calcio d’inizio, e non necessariamente nel modo in cui il calcio vorrebbe raccontarsi.

I vertici della FIFA e gli organizzatori del torneo, che si giocherà per la prima volta su tre paesi (USA, Canada e Messico), hanno parlato per anni di festa universale fatta di incontro tra popoli e culture ma la realtà di questi ultimi mesi cozza pesantemente con questa narrazione. Non è una questione di moduli o di forma fisica, ma di controlli e decisioni politiche che stanno definendo un clima tutt’altro che piacevole intorno alla manifestazione calcistica più bella e più attesa.

Mondiali 2026, polemiche prima del via tra visti negati e tensioni politiche
Negli ultimi giorni si è accumulata una sequenza di episodi che, letti insieme, disegnano un quadro difficile da ignorare. Il calciatore della Svizzera, Breel Embolo, ha dovuto attendere la revisione del visto prima di raggiungere la propria nazionale, con un ritardo che ha inciso sulla preparazione. Un dettaglio solo in apparenza tecnico, ma che mostra quanto anche le delegazioni europee non siano immuni da una macchina burocratica sempre più rigida.

Aymen Hussein, attaccante dell’Iraq fermato e interrogato per oltre 7 ore dopo il suo arrivo negli USA per i Mondiali.
Poi c’è il caso del giocatore dell’Iraq, Aymen Hussein, fermato all’ingresso negli Stati Uniti e trattenuto per quasi sette ore tra interrogatori e verifiche. Un episodio che racconta un’altra faccia del Mondiale che non ha nulla a che vedere con lo sport e l’inclusione che spesso è stata nominata dagli alti vertici della FIFA e del principale paese ospitante.

La situazione della nazionale iraniana è ancora più complessa ma fa capire ancora meglio come si è arrivati a questo torneo. Giorni interi trascorsi tra pratiche consolari in Turchia, ingressi concessi solo a ridosso delle partite, e quindici membri della delegazione respinti. Una partecipazione ridotta all’essenziale, quasi compressa dentro finestre temporali rigidissime. Lo sport, in questo caso, sembra adattarsi alle vicende politiche e alle restrizioni più che il contrario.

L’arrivo dell’Iran in Messico e la spilla #168 per ricordare le vittime della strage di Minab per mano dei bombardamenti israelo–americani.
A questo si aggiunge il caso più simbolico di tutti: Omar Abdulkadir Artan, miglior arbitro africano del 2025, arrivato fino a Miami con passaporto diplomatico e poi respinto. La FIFA ha confermato che non potrà prendere parte al torneo. Un Mondiale senza uno dei migliori arbitri del continente africano è già, di per sé, una contraddizione evidente rispetto all’idea di universalità che il calcio pretende di incarnare.

Non mancano poi episodi che coinvolgono altre nazionali: il Sudafrica costretto a ritardare l’arrivo per problemi di visti, la delegazione del Senegal sottoposta a controlli prolungati sulla pista subito dopo l’atterraggio, la nazionale dell’Uzbekistan perquisita con unità cinofile in scene finite sui media internazionali. Perfino alcuni tifosi scozzesi, pur in possesso dei requisiti per entrare negli Stati Uniti tramite ESTA, hanno visto revocata l’autorizzazione all’ultimo momento, mentre molti altri hanno perso viaggi e prenotazioni già pagate.

A tutto questo si aggiungono le proteste degli insegnanti a Città del Messico che colpiscono anche i simboli dei Mondiali 2026: abbattute e incendiate alcune statue dedicate alle nazionali, con il sindacato minaccia nuove manifestazioni durante il torneo se il governo non accoglierà le richieste su salari e pensioni.

La Coppa del Mondo di Infantino e Trump: tanta politica e poco calcio
Questo scenario si inserisce in un contesto politico più ampio, che è impossibile da ignorare. Il rapporto sempre più stretto tra Gianni Infantino e Donald Trump ha contribuito a spostare il baricentro del Mondiale, con la FIFA che appare sempre più dentro logiche di equilibrio politico e relazioni di potere e meno centrata sulla tutela dell’evento sportivo in sé e sulla sua accessibilità reale per i tifosi e gli appassionati.

Il numero uno della FIFA pochi mesi fa ha premiato il presidente americano con il premio FIFA per la Pace e nelle settimane successive Trump è stato capace di impegnarsi su diversi fronti di guerra mettendo a disagio molti vertici dell’ente che governa il calcio mondiale. Tanta politica, tanta diplomazia, e poca attenzione al calcio.

Il risultato è una Coppa del Mondo che, al momento, sembra raccontare più esclusioni che inclusioni. E il paradosso è sempre più evidente: mentre si celebra il torneo come il ‘più globale di sempre’, cresce la sensazione che non tutti avranno le stesse condizioni per viverlo. La palla inizierà a rotolare il giorno 11 e alcune cose verranno messe nel dimenticatoio ma questo è un Mondiale già profondamente segnato da ciò che accade fuori dal campo, sia a livello sociale che politico.

Sappiamo benissimo che il calcio, a tutti i livelli, lavora a stretto contatto con diplomazia e politica ma ci sono delle situazioni che riguardano i diritti sociali, i diritti umani, i diritti civili e le libertà degli individui che chi occupa posizioni di potere non può mettere da parte per essere vicino al ‘potente di turno’. La storia dello sport e del calcio, dei Mondiali in particolare, è piena di questi episodi e, per questo motivo, quando qualcuno vi dirà “tenete la politica fuori dal calcio”, potrete rispondergli in maniera elegante di chiederlo prima al presidente della FIFA. Poi via via a tutti gli altri.