Il Parlamento europeo: inaccettabile. Il presidente americano: se produrranno automobili e camion in stabilimenti degli Stati Uniti, non ci sarà nessun dazio

(lastampa.it) – Donald Trump alza i dazi per le auto europee al 25%. «Sono lieto di annunciare che, in considerazione del fatto che l’Unione Europea non sta rispettando il nostro accordo commerciale, pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi applicati all’Unione Europea su automobili e autocarri in ingresso negli Stati Uniti. Il dazio sarà innalzato al 25%», ha detto il presidente sul suo social Truth. «Se produrranno automobili e camion in stabilimenti negli Stati Uniti, non ci sarà nessun dazio», ha scritto ancora.
La scorsa estate i due partner avevano raggiunto un accordo commerciale, mettendo fine ai continui tira e molla seguiti al Liberation Day, la giornata in cui una lunga lista di Paesi colpiti da dazi aveva modificato gli equilibri economici globali. In particolare, sulle autovetture europee l’Unione Europea era riuscita a ottenere un dazio limitato al 15%, rispetto al 27,5% inizialmente minacciato da Washington. Questo risultato era stato possibile solo accettando una tariffa “zero” sui beni industriali statunitensi e introducendo garanzie di accesso preferenziale al mercato per diversi prodotti agricoli e ittici provenienti dagli Stati Uniti, come la carne di montone e la soia.
Ora però Trump cambia nuovamente le carte in tavola, continuando a favorire le aziende che spostano la produzione negli Stati Uniti. In un post ha ribadito che «chi produrrà auto e camion negli stabilimenti americani non sarà soggetto ad alcun dazio». Ha inoltre sottolineato come siano già in costruzione numerosi impianti produttivi, con investimenti superiori ai 100 miliardi di dollari, definendoli un record storico per il settore. Secondo Trump, queste nuove fabbriche, con lavoratori americani, apriranno a breve, segnando un momento senza precedenti per l’industria automobilistica negli Stati Uniti.
«Il piano di Trump di imporre dazi del 25% sulle auto dell’Ue è inaccettabile» e dimostra che gli Stati Uniti sono un partner «inaffidabile». Lo afferma il presidente della commissione commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange. «Il Parlamento europeo continua a rispettare l’accordo siglato in Scozia, lavorando per finalizzare la legislazione. Mentre l’Ue mantiene gli impegni, la controparte statunitense continua a non rispettarli», sottolinea il tedesco in un post su X, aggiungendo che «l’Ue deve ora mantenere chiarezza e fermezza».

(AGI) – In attesa degli sviluppi giudiziari dell’aggressione a una suora francese avvenuta martedi’ a Gerusalemme, la comunita’ cattolica a cui appartiene la religiosa ha ringraziato “le persone venute in aiuto durante l’attacco, i diplomatici, gli accademici e tutti coloro che hanno offerto sostegno”.
“La piaga dell’odio e’ una sfida comune”, ha scritto su X padre Olivier Poquillon, direttore della Scuola francese di ricerca biblica e archeologica di Gerusalemme, di cui e’ ricercatrice la suora. La polizia israeliana ha annunciato mercoledi’ scorso l’arresto di un uomo sospettato di aver aggredito la suora, vicino alla Tomba di Re Davide sul Monte Sion a Gerusalemme, in un contesto di crescente violenza contro i cristiani in Israele e nei Territori palestinesi.
“Il sospettato, un uomo di 36 anni, e’ stato identificato e successivamente arrestato dalla polizia”, si legge in un comunicato, in cui si aggiunge che le forze dell’ordine considerano con “estrema serieta’” qualsiasi atto di violenza “motivato da potenziali intenti razzisti e diretto contro membri del clero”.
Contattata dall’Afp, la polizia si e’ rifiutata di rivelare la nazionalita’ del sospettato, ma ha precisato che l’arresto e’ avvenuto “con l’accusa di aggressione, e tutti i possibili moventi sono al vaglio”. Un filmato diffuso dalla polizia mostra lividi sul lato destro del volto della religiosa, 48 anni, di cui non sono state diffuse le generalita’.
Padre Olivier Poquillon ha fatto sapere che la suora non desidera rilasciare dichiarazioni pubbliche. “Ieri pomeriggio ha sentito qualcuno avvicinarsi da dietro e scaraventarla con tutta la sua forza a terra contro una roccia”, ha detto Poquillon, descrivendo il giorno dopo l’aggressione.
“Mentre la sorella era a terra, l’uomo ha iniziato a prenderla a calci ripetutamente”, ha aggiunto. L’aggressione e’ avvenuta di fronte al Cenacolo, un edificio sul Monte Sion a Gerusalemme considerato sacro sia dai cristiani che dagli ebrei, questi ultimi lo ritengono il luogo di sepoltura del re Davide, figura biblica. Martedi’, Poquillon aveva denunciato un'”aggressione gratuita” in una dichiarazione pubblicata su X, che e’ stata rilanciata dal Consolato francese a Gerusalemme che ha condannato “con forza” quanto accaduto.
Il ministero degli Esteri israeliano ha parlato di “atto vergognoso” in una dichiarazione pubblicata su X e ha affermato che Israele rimane impegnato “a salvaguardare la liberta’ di religione e la liberta’ di culto per tutte le fedi”. La Facolta’ di Scienze umanistiche dell’Universita’ ebraica di Gerusalemme ha espresso in una dichiarazione “profondo shock e condanna” per l’attacco, deplorandone la crescente frequenza.
“Non si tratta di un episodio isolato, ma di parte di un preoccupante schema di crescente ostilita’ verso la comunita’ cristiana e i suoi simboli”, ha ammesso la Facolta’. Una fonte diplomatica europea a Gerusalemme ha inoltre osservato che l’aggressione “e’ avvenuta in un contesto in cui gli atti anticristiani sono diventati comuni, con insulti e sputi da parte di estremisti (ebraici) contro il clero in abiti religiosi su base quotidiana”.
All’inizio di aprile, l’esercito ha rimosso due soldati dal servizio di combattimento dopo che questi avevano vandalizzato una statua di Gesu’ in un villaggio del Libano meridionale, un atto che ha suscitato un’ampia condanna.

(Gioacchino Musumeci) – Beatrice Venezi è balzata agli onori della cronaca per l’interruzione dei rapporti col teatro la Fenice.
Essere stata scaricata ha provocato una reazione esilarante per non dire paradossale e un po’ triste.
La sindrome da Calimero bastonato che affligge la Venezi, è piena di contraddizioni.
Sostiene di essere una donna che si è fatta da sé, senza un cognome altisonante, e senza una tessera politica.
Questo, a suo dire, le impedisce di ricevere gli allori che merita.
Allora la domanda da porre alla Venezi è semplice: perché si è prestata alla destra e non ha lesinato di farsi ritrarre sorridente in compagnia della premier? Perché lei dava immagine, loro davano incarichi. Poi lei ha smesso di dare immagine (anzi, l’ha data negativa), loro hanno smesso di dare incarichi. Fine.
Dopo mesi trascorsi a sostenere che la nomina alla Fenice non fosse politica, la Venezi conferma che lo era: si lamenta per la mancata protezione politica.
Se la nomina non era politica, perché il governo avrebbe dovuto fare quadrato per difendere un direttore d’orchestra?
La Venezi a dire il vero vorrebbe sembrare ingenua, ma ha fatto male i calcoli. La politica è un ingranaggio e se ci metti le mani, te le mangia. E’ tra le ragioni più consistenti per cui evitarla caldamente. Ma la foto sotto mostra che la Venezi non ha evitato, è entrata dentro dalla porta principale.
La verità è che Calimera Venezi si è prestata a un meccanismo in cui si utili in base ai voti che si spostano. Il controllo dei voti, quantifica il potere. E la Venezi ha dimostrato che non sposta consenso, al massimo attrae antipatia. Perciò eccole il biglietto di sola andata verso l’oblio transnazionale.
E’ pure divertente che la Venezi, nel descriversi donna senza cognome e appartenenze politiche utili, abbia improvvisamente scoperto la realtà di quasi tutti. Coloro che non possono agitare bacchette alle convention di forze politiche rampanti. Persone che lavorano senza ricorrere a scorciatoie.
Inutile dire “ Mi sono fatta da sola” e poi protestare per il mancato sostegno della destra perché allora l’unica cosa che ti sei fatta, è del male da sola. Chi si è fatto da solo, e le è riconosciuto quel che vale, non ha bisogno di ritrarsi con la premier. Riceve proposte tali che davanti al diniego di un’ orchestra sorriderà.
Ma la Venezi non sembra disposta a imparare. Pensa di impugnare un precontratto stipulato con la Fenice in cui compare solo la sua firma, nemmeno quella di Colabianchi che l’ha nominata e poi rigettata.
Essenzialmente il direttore non è stato mai assunto, ne discende che non è mai stato licenziato perché non esiste un contratto che attesti la sua assunzione.
Da punto di vista giuridico la Venezi non ne caverà un ragno dal buco perché sta impugnando l’aria fritta che forse ce l’ha contro di lei. Probabilmente si aspetta un risarcimento che con ogni probabilità non otterrà. E anzi deve prestare attenzione perché se racconti che i ruoli nell’orchestra passano da padre in figlio sei tu quella che diffama l’immagine dell’orchestra che ti ha detto “no grazie”.
Il “ No grazie” che la Venezi dovrebbe offrire ai media avvoltoi che per avere un click in più la intervisteranno finché la polpa non sarà stata del tutto erosa dalla carcassa. Perciò domani sentiremo la Venezi piangere perché è stata usata come carne da macello dai giornali.
Impari anche a dire di no. La vita le sorriderà di più.

(Stefano Rossi) – La c.d. famiglia nel bosco ha smosso tante emozioni e diviso tutti noi.
Ora c’è la perizia della dott.ssa Simona Ceccoli, psichiatra presso la Casa Di Cura Villa Letizia, nominata dal Tribunale per i minorenni de L’Aquila, secondo la quale, i genitori Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, “hanno tratti di personalità che potrebbero incidere sulle capacità genitoriali in funzione dei bisogni evolutivi dei minori”.
Potrebbero.
Pertanto, sempre secondo la responsabile della qualità di una casa di cura, i figli presenterebbero “un’immaturità neuropsicologica”.
Chissà perché mi torna in mente l’intervista che l’ingegnere Carlo De Benedetti ha rilasciato ad Aldo Cazzullo di recente.
Doverosa premessa per i più giovani.
Carlo De Benedetti e Gianni Agnelli sono stati due imprenditori tra i più importanti ed influenti dell’Italia negli anni ’80 e ’90. Gianni Agnelli fu presidente della Fiat quando era la fabbrica più grande ed importante d’Europa, e lui l’uomo più potente del nostro Paese. Rifiutò la nomina a presidente del Consiglio da parte di Giovanni Spadolini.
Dunque, raccontando alcuni episodi, De Benedetti ricordava di essere a colloquio con Gianni Agnelli a Villar Perosa, quando la figlia entrò nello studio rapata a zero.
Il padre, sorpreso, chiese il motivo. La risposta fu “Almeno ti sei accorto di me”.
Il figlio maschio si suicidò lanciandosi da un cavalcavia ed erano noti i rapporti tesi con il padre sempre assente ed impegnato nel lavoro.
Ecco, se dovessimo mai essere sottoposti a visite psichiatriche, credo che buona parte delle famiglie rimaste unite, verrebbe sparigliata come carte da gioco sul tavolo verde.
La cosa peggiore che ci può capitare è quella di trovare una persona che, per farci del bene, ci distrugge la vita.
Guardia Sanframondi, appuntamento a lunedì 4 maggio in Villa Comunale: squadra, visione e programma per il futuro

Lunedì 4 maggio, alle 19:30, presso la Villa Comunale di Guardia Sanframondi, sarà ufficialmente presentata alla cittadinanza la lista ‘Guardia Comune Orizzonte’, guidata dal candidato sindaco Giovanni Ceniccola. L’incontro pubblico rappresenterà il primo momento di confronto diretto con la comunità.
L’incontro sarà moderato dalla giornalista Barbara Serafini, che introdurrà il candidato alla carica di primo cittadino e l’intera compagine in corsa per il Consiglio Comunale: Vincenzo Del Rosso, Morena Di Lonardo, Giulia Falato, Michele Foschini, Barbara Garofano, Edvige Garofano, Innocenzo Pengue, Luigi Pengue, Leopoldo Rossi, Elena Sanzari, Michele Sanzari, Antonello Sebastianelli.
Al termine della presentazione è previsto un intrattenimento con Niky, accompagnato da un buffet.
La lista si propone come una sintesi tra continuità e rinnovamento, con l’obiettivo di offrire una prospettiva concreta di rilancio per Guardia Sanframondi. Una compagine che integra esperienza e nuove candidature, espressione di un tessuto civico che intende tornare protagonista attraverso partecipazione, ascolto e condivisione.
“Un progetto che nasce da un forte senso di appartenenza e dalla volontà di non assistere passivamente alle difficoltà del territorio – comunica il candidato Ceniccola – Guardia deve recuperare slancio, credibilità e capacità di costruire opportunità”
“Abbiamo dato vita a una squadra equilibrata, che unisce competenze e nuove energie, con un obiettivo chiaro: rimettere al centro i cittadini e affrontare con concretezza le criticità quotidiane”.
E come il logo della lista suggerisce, il sole che illumina i tetti e i filari del paese è accompagnato da tre figure stilizzate, a richiamare i valori fondanti del progetto: comunità, partecipazione e solidarietà civica, a rappresentare una presenza costante accanto ai cittadini.
Conclude Ceniccola: “Guardia non può aspettare e quel sole all’orizzonte rappresenta una nuova possibilità, un punto di ripartenza. È da qui che intendiamo ricostruire fiducia e prospettive per il paese: perché la fiducia riparte da qui!”

In occasione della Festa dei Lavoratori, la lista “Radici e Futuro”, con il candidato sindaco Carmine Valentino, rilancia con forza la propria visione di sviluppo fondata sul lavoro, sulla valorizzazione delle risorse locali e sul protagonismo della comunità di Sant’ Agata dè Goti. “Oggi celebriamo chi, quotidianamente, tiene viva la nostra città: commercianti, artigiani, imprese locali e agricoltori rappresentano il cuore pulsante della nostra economia”, dichiara la squadra di Carmine Valentino. Il programma pone al centro azioni concrete per contrastare la desertificazione del centro storico, attraverso incentivi fiscali, semplificazione burocratica e riduzione dei costi per chi investe. “Vogliamo riportare vita, attività e opportunità nei nostri vicoli, sostenendo chi ha il coraggio di credere nel territorio”, aggiungono i candidati. Ampio spazio è dedicato anche alla valorizzazione delle eccellenze agricole locali: “Difenderemo e promuoveremo il nostro oro giallo e rosso – olio e vino – insieme alle mele annurche, attraverso strategie strutturate di promozione e tutela dei prezzi. Allo stesso tempo, sosterremo colture innovative come la feijoa e rafforzeremo la filiera corta, per trattenere valore e reddito sul territorio”. Tra i punti qualificanti del programma, anche il recupero degli usi civici come diritto collettivo: “Garantire pascolo, semina e legnatico significa fare giustizia sociale e assicurare un presidio concreto del territorio”. Particolare attenzione è rivolta ai giovani e al lavoro del futuro: “Restare a Sant’Agata deve essere una scelta, non un sacrificio. Trasformeremo l’area industriale in un polo per start-up e agroindustria, creando connessioni con le università campane e intercettando fondi europei. La nostra città può diventare un nodo strategico tra gli interporti di Nola, Marcianise, Caserta e il Sannio beneventano”.“Investire in chi già produce e offrire spazio ai talenti significa costruire una comunità che non subisce il presente, ma lo governa con competenza e visione”, conclude la squadra di Carmine Valentino. “Insieme, riaccendiamo l’orgoglio del fare per restituire a Sant’Agata il posto che merita. Per una Sant’Agata protagonista.”

“I giovani non devono scegliere tra il proprio futuro e la propria terra. Servono opportunità concrete, merito e valorizzazione delle competenze”.
“Il lavoro è oggi la vera emergenza del Sud, delle aree interne e, nel nostro piccolo, anche di Guardia Sanframondi. Non bastano più gli auguri di rito: servono scelte coraggiose e azioni concrete”. Lo dichiara Fiorenza Ceniccola, candidata al consiglio comunale di Guardia Sanframondi nella lista Insieme per Guardia con Raffaele Di Lonardo Sindaco, in occasione del Primo Maggio, Festa del Lavoro.
“Troppi giovani sono costretti a scegliere tra le proprie radici e un biglietto di sola andata. Restare non deve essere un atto di sacrificio, ma una possibilità reale. E questa possibilità si costruisce con politiche serie che premino davvero il merito e le competenze”, aggiunge Ceniccola.
“La mia candidatura nasce dall’urgenza di trasformare Guardia in un luogo di opportunità concrete, dove chi ha talento possa trovare spazio senza essere costretto a partire. Per farlo, però, bisogna passare dagli slogan ai fatti”.
“Attivare uno Sportello Lavoro e Impresa comunale, fisico e digitale, che faccia da ponte tra cittadini, imprese e opportunità. Un punto di riferimento stabile per accedere ai bandi regionali, nazionali ed europei, con assistenza gratuita nella progettazione e nell’avvio di nuove attività.
Costruire una vera rete tra scuola e territorio, superando l’alternanza scuola-lavoro formale e spesso inefficace. Inserire gli studenti in percorsi strutturati, con tutor, obiettivi chiari e competenze certificate, creando un collegamento diretto con il mondo del lavoro locale. L’attivazione di borse lavoro e incentivi alle assunzioni, utilizzando le risorse disponibili, per sostenere l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e favorire il rientro di competenze sul territorio.

Fondamentale è anche la valorizzazione delle risorse locali: agricoltura, artigianato e turismo devono tornare a essere leve di sviluppo. Attraverso bandi mirati, promozione e strumenti di rete, vogliamo rafforzare queste filiere e renderle realmente sostenibili. Intendiamo recuperare spazi pubblici inutilizzati per creare luoghi di lavoro condiviso, laboratori e opportunità per professionisti e giovani che vogliono restare o tornare”.
“Queste sono azioni concrete, misurabili e realizzabili, che mettono al centro una visione chiara: fare di Guardia Sanframondi un paese dove restare sia una scelta possibile e dignitosa”.
“Buon Primo Maggio a chi ogni giorno lavora, resiste e crede nel futuro di questa comunità. Riprendiamoci il diritto di costruirlo qui”, conclude Ceniccola.

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Questosecondo e più grave atto di pirateria è una miccia accesa dentro l’Europa e l’Italia è in prima fila per aver saggiato già, con gli scontri del 25 aprile, a quale livello di crisi sia giunta la coesistenza con la comunità ebraica.
Questo secondio atto totalmente illegale, sul quale finalmente il nostro esecutivo pare prendere posizione, è ancora più grave perchè giunge, come una bomba ad orologeria, alla vigilia del 1 maggio, dentro il catino già infuocato di una manifestazione, pensiamo al palco del San Giovanni, dentro cui ogni provocazione può divenire la scintilla per atti di violenza.
Perciò quella di Netanyahu è molto più che un esercizio di pirateria, molto oltre il germe banditesco. Illustra la dimensione ormai nettamente criminogena del governo di Tel Aviv.
Aver anticipato l’intercettazione della Flotilla al largo di Creta, territorio europeo, dunque a centinaia di miglia dalle coste di Gaza, significa anzitutto aver voluto anticipare la produzione della crisi.
E’ un dito nell’occhio europeo, finora assai premuroso nei confronti di Israele al quale lo legano solide relazioni commerciali e un interscambio militare di tutto rispetto. L’assoluta accondiscendenza, la voglia di confermare un’amicizia al di sotto di ogni decenza, ci porta adesso a fare i conti con la capacità destabilizzante di Nethanyahu. Che da oggi entra, con le sue retate e i suoi fucili, non solo nelle case delle ventiquattro famiglie di italiani finora arrestati (temiamo che il conto nelle prossime ore possa salire), ma porta in ebollizione il conflitto politico interno e diviene un’altra buccia di banana sotto le suole delle scarpe di Giorgia Meloni che sembra essersi accorta della pericolosità dell’alleato – come sempre più spesso le capita – fuori tempo massimo.

(estr. di Pasquale Tridico – ilfattoquotidiano.it) – […] Il decreto Lavoro del governo Meloni si presenta come una risposta al problema del lavoro povero, ma è solo un’operazione di facciata. Dietro la formula del “salario giusto” c’è solo retorica e nessuna svolta normativa. Ci sono incentivi e bonus già esistenti che vengono prorogati e ora condizionati a una formula incerta quale il “salario giusto” che rischia addirittura di ridurre quegli incentivi e renderne meno oggettiva l’applicazione, più arbitraria e selettiva. Del resto, ai lavoratori di quei bonus non va un centesimo perché si tratta di esoneri per le imprese.
[…] Esiste una direttiva europea sui salari minimi, esiste l’art 36 della Costituzione che ha una portata più forte della retorica del “salario giusto”, ed esiste la contrattazione collettiva, ma si continua a non affrontare il nodo centrale: l’assenza di una tutela salariale minima legale e indicizzata all’inflazione contro il lavoro povero, realmente efficace per permettere una vita dignitosa a tutti i lavoratori. La strategia dell’esecutivo punta apparentemente a valorizzare i contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi” (Cpr). Ma senza un criterio certo per stabilire quali siano davvero questi contratti e senza una soglia salariale chiara, il rischio è che la risposta al lavoro povero resti solo sulla carta. In un mercato del lavoro frammentato, con incertezza nell’identificare i datori di lavoro rappresentativi oltre che i sindacati dei lavoratori, con perimetri incerti tra i diversi settori, tra industria, artigianato, forme cooperative, e segnato da contratti pirata, part-time involontario, lavoro a termine e precarietà, affidarsi soltanto alla contrattazione collettiva significa lasciare irrisolto il problema della povertà lavorativa.
Infatti, il punto più delicato riguarda proprio il rapporto tra il decreto e l’articolo 36 della Costituzione. Il governo sembra voler blindare per legge i minimi contrattuali dei Cpr, ma la giurisprudenza della Cassazione e le diverse sentenze dei tribunali nel 2023 hanno chiarito che nessun contratto collettivo può impedire al giudice di verificare se la retribuzione sia davvero sufficiente e proporzionata. In altre parole, il decreto non può cancellare il controllo giudiziario sulla dignità della paga, anche se per legge si chiama “salario giusto”. Ad esempio, ‘giusto’ non era il Ccnl della Vigilanza con salario a 5 euro che il Tribunale di Milano ha disapplicato, pur essendo Cpr.
A rendere ancora più debole l’impianto del provvedimento è la scelta di sostituire il salario minimo con il concetto di “trattamento economico complessivo”. È una formula più opaca, che mescola paga base, indennità, premi e altre voci accessorie, senza garantire una soglia chiara e comprensibile di retribuzione oraria. C’è bisogno di una scelta molto più coraggiosa ed efficace: fissare un vero limite alla povertà salariale, non lasciando spazio a interpretazioni e aggiramenti. La realtà economica italiana rende questa cautela ancora meno giustificabile. Secondo i dati Ocse, l’Italia è l’unica grande economia avanzata in cui i redditi da lavoro non hanno tenuto il passo dell’inflazione post-Covid: a inizio 2025, il potere d’acquisto dei salari reali risultava ancora inferiore dell’8% rispetto al 2021, in un contesto di lungo periodo già drammatico caratterizzato dalla peggiore dinamica salariale tra le economie avanzate negli ultimi 30 anni. E secondo l’Ocse, il salario minimo, che esiste in quasi tutti i paesi dell’Ue, ha protetto i lavoratori a salario più basso dall’inflazione. Il confronto europeo è impietoso. Restare l’unico grande paese Ue privo di un salario minimo legale non è un segno di autonomia sindacale, ma di debolezza di un sistema che, senza tutele minime, si presta a un dumping salariale diffuso.
[…]
L’Italia continua a rinviare una decisione strutturale, nascondendosi dietro la retorica della contrattazione collettiva. Ma senza una legge sulla rappresentanza, senza controlli efficaci e senza minimi certi, la contrattazione da sola non basta a proteggere i lavoratori più deboli. Il governo preferisce quindi puntare su bonus temporanei, proroghe di incentivi e formule linguistiche rassicuranti. Ma il problema non si risolve con un lessico nuovo: servono scelte chiare. Una legge sulla rappresentanza, un salario minimo legale indicizzato all’inflazione e il contrasto ai contratti pirata sarebbero stati strumenti più coerenti per affrontare davvero il lavoro povero. […]
La direttiva Ue sui salari minimi adeguati chiede proprio di rafforzare la protezione dei lavoratori e la qualità della contrattazione, non di sostituire tutele concrete con formule generiche. Questo decreto cerca di chiudere la partita del salario minimo senza risolvere la povertà di chi lavora, sperando che la propaganda basti a coprire l’assenza di una visione economica.
60mila abitazioni da ristrutturare, il resto lo fa un fondo Cdp-Emirati in 10 anni…

(di Carlo Di Foggia – ilfattoquotidiano.it) – L’obiettivo-slogan lo ribadisce Giorgia Meloni nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri: “Centomila nuovi alloggi in dieci anni”. In realtà, di certo, diciamo così, ci sono 60mila vecchie “case popolari” – non nuovi alloggi, ma ristrutturazioni di abitazioni oggi inagibili – il resto è affidato a un po’ di recupero del patrimonio pubblico e agli affari immobiliari privati incentivati dallo Stato in cambio di una quota da affittare o da vendere a prezzi un po’ inferiori a quelli di mercato, opportunamente declinati negli inglesismi oggi di moda: Social Housing (fasce in difficoltà moderata), il più lucroso Affordable Housing (ceto medio vero) etc. La cornice legislativa si completa con le solite semplificazioni per i passaggi urbanistici, commissari straordinario e (ma coi tempi lunghi di un disegno di legge) sfratti più veloci.
Eccolo il “Piano casa” che il governo annuncia da un paio d’anni e approvato ieri in Cdm con un decreto non ancora chiuso, che ieri ha fatto già litigare due ministri. Matteo Salvini voleva escludere le Sovrintendenze sui vincoli urbanistici, specie nei centri storici, fermato dal titolare dei Beni culturali, Alessandro Giuli (“è incostituzionale”). Per ora niente pieni poteri al ministero del leghista, ma i poteri degli enti potrebbero essere limitati, sulla falsariga di quanto fatto nel Pnrr per gli studentati.
Breve premessa. L’Italia non vede un grande piano di edilizia residenziale pubblica dagli anni 60 e infatti è l’unica categoria di alloggi che scarseggia: è sotto la media Ocse – il 6% del patrimonio abitativo, contro oltre il 10% – e vede circa 750mila alloggi costruiti, di cui 650mila assegnati e il resto inagibile per mancanza di manutenzione od occupato abusivamente.
In questo scenario si inserisce il “piano” di Meloni&Salvini, in sostanza una goccia nel mare, che conta su “tre pilastri”. Il primo prevede di ristrutturare 60mila alloggi Epr e riassegnarli “in tutte le Regioni”, spiega Salvini, che però cita solo i “17mila nella mia Lombardia”. Il ministro delle Infrastrutture promette: “Saranno pronti in un anno”. Una quota andrà anche a nuovi alloggi, non quantificati. Qui ci sono 1,7 miliardi a disposizione, di cui uno dalle leggi di Bilancio, ai quali si potrebbero aggiungere “oltre 4 miliardi”, dice Meloni, oggi inseriti nei programmi di “rigenerazione urbana” dei comuni, da assegnare con decreti di Palazzo Chigi (e qui toccherà al commissario).
Il secondo pilastro, il più fumoso, prevede di accorpare tutte le risorse dei piani di “housing sociale”, soprattutto recupero di immobili pubblici, in un fondo gestito da Invimit, la società immobiliare del ministero dell’Economia. A disposizione ci sono “solo” 100 milioni per far partire il fondo, il resto arriverebbe dai Fondi di coesione se Bruxelles darà l’ok (“fino a 3,6 miliardi”, spiega il ministro degli Affari Ue, Tommaso Foti).
Infine c’è il terzo pilastro, l’affare per i privati. Funzionerà così: lo Stato nomina un commissario che concede una corsia preferenziale per investimenti oltre il miliardo, a patto che il 70% degli alloggi venga venduto o affittato con uno sconto del 33% rispetto al mercato. Chi lo farà? Qui la forma è bizzarra perché Palazzo Chigi sta mettendo in piedi un fondo immobiliare con la pubblica Cassa depositi e prestiti e il fondo sovrano degli Emirati arabi, Mubadala Investment. Si parte con 1 miliardo, Cdp mette 420 milioni, ma della partita faranno parte anche Poste e le casse di previdenza invitate dal governo, azionista della prima e vigilante delle seconde. Problema: il fondo sarà lussemburghese e affidato a una società privata di manager fuorusciti da Hines Italia, colosso attivo in grandi speculazioni immobiliari a Milano e Roma, con in testa l’ex responsabile Mario Abbadessa.
PRIMO MAGGIO: MELONI, ‘CON DECRETO AGGIUNTO NUOVO TASSELLO, LAVORO NON SI DIFENDE CON PROPAGANDA MA CON MISURE CONCRETE’

(Adnkronos) – “Con il decreto lavoro approvato in Consiglio dei Ministri abbiamo aggiunto un altro tassello importante: affermare il principio del salario giusto. Significa una cosa molto semplice: le risorse pubbliche devono andare a chi rispetta i lavoratori, non a chi sottopaga, sfrutta o usa contratti pirata.
Per noi il salario giusto non si difende con slogan o scorciatoie, ma valorizzando la contrattazione di qualità e colpendo chi fa concorrenza sulla pelle delle persone”.
Ad affermarlo in un post su ‘X’ è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni in occasione della festa del primo maggio. “Sappiamo bene – sottolinea Meloni – che c’è ancora molto da fare.
Perché il lavoro deve essere sempre più stabile, sicuro, ben retribuito e capace di dare futuro, soprattutto ai giovani, alle donne e a chi vive nelle aree più fragili della Nazione. Ma sappiamo anche che la strada intrapresa è quella giusta. Per noi il lavoro non si difende con la propaganda, ma con misure concrete, diritti veri e rispetto per chi ogni giorno manda avanti questa Nazione”.
PRIMO MAGGIO: MELONI, ‘GOVERNO IMPEGNATO PER MIGLIORARE CONDIZIONI LAVORATORI, IN QUESTI ANNI PIU’ OCCUPATI E MENO PRECARI’
(Adnkronos) – “Il Primo Maggio è la festa di chi ogni giorno, con impegno, sacrificio e dignità, manda avanti l’Italia. Ed è anche il giorno in cui la politica deve misurarsi con i fatti.
Da quando siamo al Governo abbiamo scelto di farlo così: intervenendo ogni anno con misure concrete per migliorare la condizione dei lavoratori italiani. Lo abbiamo fatto con il taglio del cuneo fiscale, con gli incentivi all’occupazione, con gli interventi sulla sicurezza sul lavoro.
E continuiamo a farlo rafforzando la qualità del lavoro, la tutela dei salari più bassi e il contrasto a ogni forma di sfruttamento, compreso il caporalato digitale. In questi anni i risultati sono arrivati: l’Italia ha oltre 1 milione e 200 mila occupati in più, 550 mila precari in meno e ha raggiunto il livello più alto di occupazione femminile della sua storia.
Sono numeri che non risolvono tutto, ma che raccontano una direzione chiara e un cambio di passo reale”. Ad affermarlo in un post su ‘X’ è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni in occasione della festa del primo maggio.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Oggi è la festa di un martire o di un disperso: il lavoro. Ma lo dico sottovoce, perché ad augurare «buon Primo Maggio» si passa per nostalgici dei soviet. Non che vada meglio negli altri giorni dell’anno. Se festeggi il 25 Aprile, ti criticano perché manchi di rispetto ai combattenti di Salò. Se il 4 novembre ricordi la vittoria nella Prima guerra mondiale, ti danno del guerrafondaio. E se il 20 Settembre rendi omaggio alla breccia di Porta Pia, ti prendi come minimo del massone. Stessa sorte per le ricorrenze religiose. «Buon Natale» è diventata una provocazione, e non parliamo della Befana: a farle gli auguri si rischia ancora l’accusa di bodyshaming. La Festa del Papà urta la sensibilità di chi non ha o non è un papà, e così quella della mamma, mentre a San Valentino non festeggia più nessuno e in compenso si intristiscono i single. Quanto alle giornate della Memoria e del Ricordo, meglio scordarsele: le opposte curve le usano come pretesto per insultarsi. Ma ogni festa è diventata una rissa. Nate per condividere, le commemorazioni riescono ormai solo a dividere. Nella giornata dell’Ambiente si arrabbiano i nemici dell’elettrico e nel Dante Day i lettori di Leopardi. Se esistesse il Giorno della Pantegana, si offenderebbero le gattare.
Superato in qualche modo il Primo Maggio, per domani propongo la Festa del Niente. Ma non mi faccio illusioni: ho appena scoperto che il 2 maggio si celebra Leonardo da Vinci. I fan di Michelangelo la prenderanno malissimo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Anni fa vidi un documentario illuminante, “Keep Quiet”. Storia (vera) di un leader neonazista ungherese dei nostri tempi, Csanád Szegedi, che scopre di avere origini ebraiche. Per lui, antisemita, è un colpo inaccettabile. Ne rimane stordito. Ma per superarlo e rialzarsi non trova altra maniera che trasformarsi in ebreo ortodosso.
Tutto quello che sta nel mezzo deve sembrargli mediocre: ha un’indole così animosa che solo una identità “forte” può dargli requie. Non esiste sfumatura di grigio che possa imprimersi nella sua retina. O bianco, o nero. Non esiste identità “mista”, composita, ibrida (come quella della maggioranza degli umani) che basti a placare il suo disperato bisogno di sentirsi “puro”, interamente definibile solo se porta impressa in fronte una etichetta precisa, inequivocabile.
Ripenso a Szegedi ogni volta che un fanatico si prende la scena — rubandola agli altri. Penso che la condizione determinante non sia dovuta alla sua uniforme (in quale milizia politica o religiosa si sia arruolato) ma al suo essere fanatico. Penso che tra il tizio (o i tizi) che usano la Brigata Ebraica come un tram per inneggiare a Netanyahu nel cuore di un corteo che celebra la liberazione e la cacciata degli invasori; e il tizio (o i tizi) che gli urlano “sei solo una saponetta mancata”, non ci sia una grande differenza. Sono lo stesso tizio, gli stessi tizi. Il fanatico è un tipo umano (quasi sempre maschio, il testosterone ha un suo ruolo politico) che si sente vivo solo nello scontro frontale. Non è vero che ci sono gli “opposti estremismi”. L’estremismo è uno solo.

(ansa.it) – a minaccia di Donald Trump di colpire i “cattivi” della Nato che non lo hanno aiutato nella guerra in Iran si allarga dalla Germania all’Italia e alla Spagna.
A chi gli chiedeva nello Studio Ovale se prenderebbe in considerazione anche per Roma e Madrid l’ipotesi di una riduzione delle truppe, il commander in chief ha risposto “probabilmente”. “L’Italia non è stata di alcun aiuto. E la Spagna è stata terribile”, ha aggiunto. “È la Nato. Non è nemmeno una questione di quanto siano cattivi. Sarebbe un conto se avessero detto le cose con garbo”, ha spiegato Trump.
“Non ne capirei le ragioni. Come è evidente a chiunque, non abbiamo usato Hormuz. E ci siamo anche resi disponibili ad una missione per proteggere la navigazione. Cosa che peraltro è stata molto apprezzata dai militari americani”. Così all’ANSA il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in merito alle dichiarazioni del presidente Usa.
“Guardate il livello di assistenza che stanno fornendo all’Ucraina. Hanno creato un disastro in Ucraina: un caos totale. La cosa incredibile è che hanno utilizzato lo stretto di Hormuz, mentre noi non lo usiamo”, ha messo in evidenza riferendosi al fatto che il passaggio serve più agli europei che agli americani.
In Italia si trovano 13 mila soldati americani in varie basi, in Spagna 4 mila.
E’ la stessa minaccia avanzata nei confronti del cancelliere tedesco. Le cordialità riservate al cancelliere tedesco alla Casa Bianca a marzo, neanche due mesi fa, sono ormai solo un ricordo. Trump ha sferrato in poche ore un duplice attacco a Friedrich Merz: prima annunciando di essere pronto a ridurre le truppe americane di stanza in Germania, poi consigliando al cancelliere tedesco di occuparsi “dell’Ucraina e del suo Paese in rovina” piuttosto che dell’Iran.
Una situazione che non fa che aumentare la pressione su un leader sempre più debole e già alle prese con le questioni interne e isolato persino fra i conservatori che – stando alla Welt – starebbero già pensando a un successore se si dovesse arrivare a una crisi e a un governo di minoranza. Con Trump il cancelliere tedesco paga il conto delle durissime dichiarazioni rilasciate giorni fa, quando si è spinto a dire che gli Usa sono del tutto “privi di strategia per uscire dal conflitto in Iran”, aggiungendo che la leadership di Teheran “sta umiliando un’intera nazione”, quella americana. Un passaggio, quest’ultimo, che ha fatto infuriare il tycoon.
Così mentre i due fronti, quello esterno e quello interno, moltiplicano i guai del Kanzler, provocando una sorta di tempesta perfetta (fra l’altro a pochi giorni dal primo anniversario dell’esecutivo di Unione e Spd, che cadrà il 6 maggio), Berlino ha replicato all’annuncio di una “decisione a breve” sulla riduzione delle truppe Usa dicendo di essere preparata a questo scenario. In divisa militare per la visita a un campo di addestramento della Bundeswehr a Munster, Merz, che fino a ieri negava che vi fosse un problema con il presidente americano, ha scandito: “In questo periodo turbolento seguiamo una linea chiara.
Questa linea resta fondata sulla Nato e su un partenariato transatlantico affidabile”. Il suo ministro degli Esteri ha risposto entrando, invece, nel merito: “Siamo preparati a questo, ne stiamo discutendo approfonditamente e in uno spirito di fiducia i tutti gli organi della Nato, e attendiamo decisioni da parte degli americani a riguardo”, ha assicurato Johann Wadephul. In Germania si trovano circa 39mila soldati americani, in basi come quelle di Ramstein, Garnison e Grafenwoehr. Il timing degli attacchi di Trump non potrebbe essere peggiore per il leader della Cdu, il cui consenso è calato a picco nei sondaggi, mentre Afd svetta cinque punti sopra l’Unione con un 27%.
E il cancelliere sarebbe sempre più isolato perfino fra i suoi: è stata la Bild a far trapelare che non si esclude, in questo clima, che il leader debba presentarsi al Bundestag e chiedere la fiducia. In un’aula, occorre ricordarlo, in cui la maggioranza si regge su 12 voti. Non bastano, nella Germania in crisi, le 174 leggi approvate nel primo anno, né sembrano convincere le sue riforme.
Solito decreto del Primo maggio per il governo. Ma intanto si continua a morire: nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Per il quarto anno di fila, il governo ha scelto il Primo maggio per varare un decreto sul lavoro. Stessa data, stesso rito: conferenza stampa, miliardo, parola magica. Quest’anno è “salario giusto”. L’anno scorso era sicurezza. Prima gli incentivi, il cuneo. Ogni Primo maggio la sua formula, ogni formula più lontana dalla realtà.
Il decreto vale 934 milioni, quasi tutti alle imprese. Gli sgravi per chi assume giovani o donne nelle aree Zes li incassa il datore, non il lavoratore. L’adeguamento per i rinnovi scaduti è al 30% dell’inflazione: tre punti con inflazione al 10%. I contratti già scaduti aspettano il 2027. Il salario minimo legale rimane il “logoro vessillo della sinistra”. Il decreto “Primo maggio 2023” aveva allargato i contratti a termine, il reddito di cittadinanza è stato abolito. Quattro anni, quattro decreti, quattro operazioni di retorica della dignità che hanno coperto lo svuotamento delle garanzie.
Intanto si continua a morire. Nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093, tre in più del 2024: 148 nelle costruzioni, 117 nella manifattura, 110 nei trasporti. I lavoratori stranieri muoiono a un ritmo doppio: 72 decessi ogni milione di occupati contro 29. Questi numeri non compaiono nelle conferenze stampa.
Ieri mattina Meloni si è svegliata con un’altra urgenza. La Global Sumud Flotilla era stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali, a 960 chilometri da Gaza, davanti a Creta. Tra i fermati, 57 italiani. Palazzo Chigi ha convocato Tajani, Crosetto e Mantovano. La nota finale condanna “il sequestro” e chiede “il pieno rispetto del diritto internazionale”. La stessa premier che per mesi ha coperto ogni escalation con il silenzio, che ha votato contro la sospensione degli accordi commerciali con Israele in sede europea. FdI è sceso al 27-28% dopo il referendum perso. Il Mediterraneo è tornato a essere uno specchio in cui si vede l’opinione pubblica.
La logica è la stessa del lavoro. Si cambia idea quando la pressione costa consensi. Un abbordaggio in acque greche basta a spostare Netanyahu dalla lista degli alleati impliciti. Resta da capire quale arrembaggio serva nel mare dei diritti. Finora non è bastata la morte di oltre mille persone l’anno.