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Nova, il M5S è già alle primarie: “Il leader va scelto dalla gente”


Muro All’evento M5S a Milano, Conte ripete: “Il mandato è netto, inviare armi allontana la pace”. Ovazione per Francesca Albanese

Nova, il M5S è già alle primarie: “Il leader va scelto dalla gente”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – In un angolo due parlamentari raccontano: “La gente si offre già di fare comitati per Conte, soprattutto al Sud”. Davanti all’ingresso, un coordinatore regionale spiega: “Stiamo raccogliendo il materiale e preparando i volontari, ormai ci siamo”. E poi c’è il sondaggio di Nando Pagnoncelli, pubblicato ieri dal Corriere della Sera, con l’ex premier davanti a Elly Schlein, e neanche di poco, che gira sui cellulari e domina nelle chiacchiere tra veterani. Milano, World Join Center, in zona Fiera: le primarie sono già qui. È già aria di gazebo a Nova, l’evento dei Cinque Stelle che deve raccontare i venti punti di programma di governo del Movimento, in votazione tra gli iscritti fino a questo pomeriggio. Ma in questa grande scatola di vetro e metallo affollata da quasi duemila accreditati, con i cuscini colorati, i giochi per i bimbi e i pannelli del M5S color tortora, le proposte dei 5Stelle sono già una corsia verso le primarie, quelle che il M5S ritiene inevitabili. “Se si consulteranno le persone anche per scegliere il leader di questa coalizione non si sbaglierà” scandisce dal palco il capogruppo alla Camera, Riccardo Ricciardi. “Le primarie si faranno” riassume il presidente della Regione Campania, Roberto Fico.

Però prima bisognerà passare da un tavolo di programma di tutto il centrosinistra. E la prima botola resta quella, le armi all’Ucraina. “Continuare a dare armamenti a Kiev allontana la pace” recita il punto 17 del programma. Qualcuno l’ha interpretata come una formula per ammorbidire la linea. Ma i 5Stelle, tutti, giurano di no: “Giovedì in Consiglio nazionale qualcuno voleva una frase meno dritta, ma si è andati in altra direzione”. E se quelle parole suonano più educate di un no secco, “è solo per rispetto nei confronti del dramma dell’Ucraina, mica per aprire al Pd” assicura un dirigente. “Il nostro no all’invio di armi resta netto, terremo il punto” ribadisce Chiara Appendino. “E se il Pd non lo accettasse?”. “Non è un problema nostro” replica l’ex sindaca di Torino. E comunque anche Conte ripete che “le armi allontanano la pace: con la guerra e il riarmo non andiamo da nessuna parte”. Secondo l’ex premier “il mandato della base è chiaro: no all’economia di guerra. Al governo costruiremo percorsi di pace, saremo capofila in Europa, saremo contagiosi”. Prevedibile entusiasmo dalla platea, da cui partono timidi applausi quando citano la segretaria dei Giovani democratici, Virginia Libero, che ha esortato alla diserzione contro tutte le guerre. Conte invece chiede e ottiene un lungo applauso per Alessandro Di Battista, “un nostro compagno di strada”. E promette: “Nel primo Consiglio dei ministri cancelleremo una serie di norme sulla giustizia e quelle sulla sicurezza che reprimono il dissenso”. Parole da candidato a Palazzo Chigi, secco: “Non sono disponibile a vivacchiare”. Niente compromessi, è il sottotesto. Ma con i dem bisognerà trovarne: pure su Kiev. Anche se dalla destra del Pd Filippo Sensi attacca: “Altro che Nova, sono stravecchi come l’ipocrisia e il cinismo”. Nell’attesa, l’area riservata alla giovanile del Movimento – “ormai ne fanno parte quasi 10 mila ragazzi” spiega Vittoria Baldino – ricorda che prima bisogna vincere nei gazebo. Perché il voto dei ragazzi sarà fondamentale. Lo sa anche la platea, che riserva ovazioni a Francesca Albanese. Lei torna sullo sterminio a Gaza e bolla come “un’infamia” il ddl antisemitismo ora in discussione in Parlamento, che piace anche a un pezzo del Pd: “Isolerà ancora di più Israele ed è incostituzionale”.

A margine, la relatrice dell’Onu sui territori palestinesi occupati parla proprio dei dem: “Hanno bravissimi deputati, ma devono liberarsi della componente pro-apartheid”. La guerra resta il centro della giornata, con l’economista americano James Kenneth Galbraith che teorizza: “Continuare a comprare armi inutili porterà allo stesso collasso economico dell’Unione sovietica”. Oggi seconda giornata, con i risultati del voto online e il discorso di Conte: quello vero, dove “parlerà di futuro” sorridono i suoi.


Le donne secondo Tajani


Le donne secondo Tajani

(Simonetta Sciandivasci – lastampa.it) – Complimenti, italiane più belle che simpatiche: se siete “non appariscenti ma serie”, un discendente di Tajani potrebbe chiedervi in sposa. Non fatevi trovare impreparate. Se siete belle e affascinanti e avete per questo “la tendenza a mettere qualche cornetto”, ché si sa come siete fatte, invece, dispiace: non avete speranze. Il vicepremier 2 ha detto così: «Se quella bella poi ti tradisce non va bene. La meno vistosa ti garantisce la stabilità di casa e famiglia».

La moglie bella fa il marito cornuto, dicevano gli antichi e ora lo dice anche l’uomo che paghiamo per mediare tra Zelensky, Putin e Trump. E che però adesso, causa Vannacci, consegna il figlio alla vetustà della modestia per rinnegare la sua immagine di volto arcobaleno della destra di governo, che tanto piaceva a Marina Berlusconi, figlia di uno che avrebbe dato il Copasir a Kim Kardashian e la Difesa a Pamela Prati, e che chissà cosa penserebbe di questa apertura all’Italia rurale anni 50, che come in ogni campagna elettorale si ripresenta sotto forma di politico maschio che dice “Lo dico da padre”. Vi supplico, non arriviamo a rimpiangere il “lo dico da tombeur” del de cuius.


Conte doppia Schlein: un sondaggio agita i dem


L’avvocato pesca pure tra i rivali, bocciati gli aiuti a Kiev

Conte doppia Schlein: un sondaggio agita i dem

(estr. di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – […] Di sicuro il risultato fa felice il M5S: ieri il Corriere della Sera ha pubblicato un sondaggio sulle intenzioni di voto dei potenziali elettori del campo dei Progressisti che dà avanti Giuseppe Conte nella sfida alle primarie con Elly Schein. Ma la rilevazione di Ipsos premia la linea pentastellata anche su riarmo e guerra in Ucraina. In particolare il tema del riarmo europeo vede una maggioranza che si oppone all’ipotesi di arrivare al 5 per cento del Pil per la difesa. Poi c’è il nodo della guerra in Ucraina: il 36 per cento propende per proseguire il supporto militare al Paese aggredito, il 38 invece interromperebbe l’invio di armi per concentrarsi sulle vie diplomatiche. E anche nell’elettorato dem il sostegno a Kiev, pur prevalente, non è maggioritario, a dispetto della linea ufficiale del Pd oltre che della grancassa mediatica.

[…] Ma quello che in giornata fa esplodere le chat del Pd è la contesa delle primarie: Conte si aggiudicherebbe la vittoria nella sfida ai gazebo. Secondo Ipsos infatti può contare su un consenso più trasversale della segretaria del Pd che risulta più divisiva. Il leader del M5S infatti pesca abbondantemente anche tra gli elettori dem. Ma prima classifica e numeri. Conte si assicura il primo posto con una percentuale del 38 per cento, mentre Schlein è data al 22, seguita da un terzo candidato al 20. “Il prevalere di Conte è motivato dal fatto che ottiene oltre al consenso della stragrande maggioranza degli elettori pentastellati (78 per cento), un voto maggioritario a sinistra (54, presumibilmente motivato dagli orientamenti pacifisti sempre più marcati negli ultimi tempi), e otterrebbe anche il voto di un quinto circa degli elettori Pd e delle forze centriste” spiega Nando Pagnoncelli.

[…]

Al contrario Schlein fatica di più: “Solo la metà (49 per cento) degli elettori Pd voterebbe la propria segretaria, mentre il 20 per cento si orienterebbe su Conte, il 15 su un candidato terzo, il 16 è incerto o per scheda bianca o nulla; inoltre, la segretaria Pd otterrebbe scarsi consensi dagli elettori degli altri partiti”. E qui si torna al ribollire di ieri nelle chat del Pd. Specie attorno al ruolo di portavoti (per Conte) di Alessandro Onorato. Ma alcuni insistono sulla necessità di prevedere il ballottaggio come fa in chiaro Filippo Sensi, che segnala il rischio legato al voto on line caro ai 5Stelle: “Non vorrei che invece dei cinesi in fila, ci trovassimo a votare i bot russi…”. Ma a tenere banco è l’idea del “federatore” da mettere in campo lasciando ai gazebo solo la possibilità di incoronarlo. Ma chi? Viene evocato il maggiore gradimento registrato da Ispos sul nome di Silvia Salis. Ma c’è chi taglia corto. “Saranno primarie vere e Salis ha detto che non accetterà la sfida: i nostri elettori si dovranno accontentare di Schlein”.


Ricciardi (M5S): “I nostri ci chiedono la svolta, la pace va aiutata”


Il capogruppo dei 5 stelle alla Camera: “Se non ci sarà una nuova legge elettorale, Meloni andrà a dimettersi al Colle e si andrà al voto”

Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera del M5S

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera del M5S, con quale approccio vi presentate al tavolo con gli alleati? Sull’Ucraina il no all’invio di armi è uno dei punti di maggior distanza con pezzi di Pd.

«La domanda “come aiutare militarmente l’Ucraina?” era valida quattro anni fa, non oggi. Kiev è diventato l’hub più innovativo e produttivo per quanto riguarda gli investimenti nelle armi, laboratorio di sviluppo numero 1 in Europa. Ha ancora senso continuare ad alimentare una dialettica e retorica belligerante? La base ci ha detto con chiarezza che serve una svolta».

Gli altri però vi rispondono: dobbiamo continuare ad aiutare gli ucraini. Voi dite di non farlo più con le armi: allora come?

«Intanto a non morire più e ad arrivare a una pace. È innanzitutto questo l’aiuto che dobbiamo dare».

Ma così non si rischia di lasciare l’Ucraina in balia di Putin?

«Ci sono due posture possibili: o scegli di essere un mediatore oppure di vedere nella Russia il nemico da sconfiggere. Finora l’Europa ha scelto di essere la controparte e così si è autoisolata, rinunciando a svolgere un ruolo politico e diplomatico».

Ma ci sono margini per trovare un accordo con il Pd oppure per voi è una linea invalicabile?

«Una coalizione progressista non puo fare la politica estera di Meloni. Noi l’abbiamo sempre contrastata e abbiamo sempre votato contro. Perché dovremmo perseguire sulla stessa strada?».

Alcuni sondaggi indicano Conte come il candidato più forte nel centrosinistra. Ci credete?

«Intanto siamo convinti che far scegliere alla comunità progressista sia il metodo migliore. Le persone vogliono partecipare. Se i sondaggi dicono questo, bene, ma oggi non li stiamo guardando: certe indicazioni saranno tangibili quando ci saranno regole e candidati. Di sicuro quei numeri rappresentano un attestato di stima nei confronti di Conte, perché le persone ricordano che è stato un grande presidente del Consiglio».

Ora c’è un cronoprogramma?

«Non ancora. Il nostro percorso come M5S è durato cinque-sei mesi, il resto delle forze della coalizione lo sapevano. Ora dobbiamo essere pronti il prima possibile, col programma e con le primarie».

A prescindere dalla legge elettorale con cui si andrà a votare?

«Credo di sì, per un fatto banale: se non ci sarà una nuova legge elettorale, Meloni andrà al Quirinale a dare le dimissioni e si andrà al voto. Non c’è una terza strada».

Su Renzi c’è l’altra linea rossa?

«Per noi il punto è che ci sia un programma chiaro per cinque anni. Sarebbe catastrofico costruire qualcosa che dopo due anni si frantuma. Dobbiamo mettere in piedi un progetto che sia in grado di durare per tutta la legislatura».

Nel programma non compare esplicitamente la parola “patrimoniale”, nonostante il tema fosse molto presente nelle richieste dal basso. Perché?

«Abbiamo punti molto concreti sulla redistribuzione e su un fisco più equo e progressivo. Scrivere semplicemente “patrimoniale”, senza avere a disposizione dati precisi, significava solo avere un gagliardetto. L’obiettivo è una tassazione più forte sulle rendite speculative, senza bisogno di uno slogan che ti espone soltanto agli attacchi. La prospettiva rimane comunque quella di combattere le disuguaglianze e non toccare l’economia reale, senza polarizzare il dibattito attorno a una parola».

Tra le proposte c’è anche l’istituzione di un ministero delle Politiche migratorie. Perché?

«Un fenomeno di queste dimensioni, epocale, deve essere governato e serve un ministero che ne abbia la responsabilità a 360 gradi. È paradossale che tutti parlino continuamente di immigrazione e poi non ci sia un soggetto istituzionale che abbia una responsabilità complessiva sulle politiche migratorie».


Il regista del circo (dei potenti), da B. a Meloni


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “In generale Berlusconi non dava troppa importanza a quello che usciva sui giornali, perché secondo lui parlavano solo a una piccola élite”. Egli “non temeva per la presa che avrebbero avuto sul suo elettorato”. Che, sosteneva, si fidava solo di ciò che diceva lui. Ecco, se cercassimo pezzi di discontinuità tra il prima e l’attuale dopo della destra italiana, subito ce ne scodella uno lo strepitoso libro di Paola Zanca. Che ha raccolto i segreti del “Regista di Berlusconi” (PaperFirst) direttamente dalla inedita e croccante testimonianza di Roberto Gasparotti. L’uomo che ha curato tutte le apparizioni pubbliche del suo leader e capo assoluto, a cominciare dal video che iniziava con “L’’Italia è il Paese che amo”. Mentre, come sappiamo, per la premier underdog stampa, televisione e un po’ l’informazione tutta rappresentano un pericolo da cui stare alla larga, come la classica fossa dei serpenti (a meno che l’invito non giunga da luoghi protetti e inoffensivi, come la Rai dei Bruno Vespa, o la Mediaset dei Nicola Porro e Paolo Del Debbio). Un atteggiamento quasi opposto che può fornirci più di una spiegazione.

[…]

Certo, l’ex cavaliere aveva dalla sua la capacità di controllo assoluto sulla scenografia costruita a sua immagine e somiglianza e l’essere stato capace di sovrapporre (a colpi di editti, ricatti e censure) una comunicazione super controllata a una informazione perlopiù sottomessa. Altra carta vincente, come sappiamo, è l’aver saputo costruire una immagine che negli anni si è fatta leggenda: “Le canzoni-inno, i palchi bianchi, il divieto di ospiti vicino al podio, il prompter per leggere i discorsi, i bigliettini delle fan in tasca”. E poi, i capelli, il trucco, l’altezza poiché ogni appuntamento pubblico dell’inventore di Forza Italia doveva seguire un format preciso. Il racconto di un mistero narrato con accenti certamente gloriosi e gaudiosi (quasi mai dolorosi, per un sentimento di lealtà quasi filiale di Gasparotti). Di come un agente immobiliare, mezzo spiantato, sia riuscito a “vendere” agli italiani, per quasi un ventennio, una illusione abbagliante e avvelenata. La Meloni si accontenta di molto meno, attenta però a tracciare un solco netto con lo stile ruffiano e svaccato coltivato dai cortigiani del presidente-padrone (imperdibile la sfuriata dell’allora giovanissima ministra davanti al video musicarello di “Meno male che Silvio c’è”).

Scrive nella prefazione Marco Travaglio che il ritratto di Berlusconi tracciato dal suo regista-tuttofare “è anche quello della serva Italia che purtroppo gli è sopravvissuta”. È questo, purtroppo, un tratto deleterio di continuità di una nazione costantemente incline al servo encomio salvo poi, alla bisogna, capace di praticare con premeditata smemoratezza il codardo oltraggio nel celebrare la caduta dell’idolo di turno. Da quando c’era Lui a quando, adesso, c’è Lei si può dire che i Gasparotti (e i suoi eredi non pervenuti) si adoperino per allestire la scenografia più sfavillante e per vendere le bugie più farlocche. Anche se poi, come sempre, se il pubblico si stufa e smette di comprare, il circo chiude.


I colori della cronaca


(di Michele Serra – repubblica.it) – Se vivessimo nel famoso “paese normale”, nessuno si chiederebbe dove è nato il ragazzino che ha accoltellato la prof a Roma, e di che colore è la sua pelle. E nessuno si chiederebbe dove è nato il ragazzino che l’ha soccorsa, e di che colore è la sua pelle. Staremmo discutendo di ragazzini e basta; della loro fragilità e della loro esposizione alla violenza, che i social trasmettono come i ratti e le pulci la peste; e della loro capacità di empatia, per aiutare una vittima e neutralizzare un aggressore.

Invece ci tocca la classificazione etnica dei protagonisti, è il bianco indigeno che ha offeso, è il nero importato che ha difeso; e in aggiunta ci tocca la mesta analisi delle idee della prof, che ama Almirante e di conseguenza “difende la razza”, è a favore della remigrazione che è un poco come essere a favore del ritorno del dentifricio nel tubetto, ma si sa che tra l’ideologia e l’intelligenza non sempre c’è un nesso.

Cosa che non la rende meno vittima, quella prof, e meno degna di soccorso e di solidarietà: ma oramai il quadro è avvelenato, niente è più leggibile per come la realtà lo ha scritto, anni e anni di schifoso razzismo e di disperato, affannato antirazzismo hanno trasfigurato le parole e gli sguardi.

A parti invertite (il nero che assale, il bianco che difende) la storia sarebbe diventata una bandiera per l’oscena propaganda razzista, che ha piantato le tende, da anni, nelle prime pagine dei giornali di destra.

La sola risposta intelligente e civile sarebbe ignorare totalmente quel criterio di giudizio. Non invertirlo: proprio ignorarlo. Non approfittare del fatto che è stato il bianco a violare e il nero a proteggere. Mi chiedo se ci siano ancora margini per farlo, e temo di no. La lettura cromatica degli episodi di cronaca è di per se stessa una vittoria del razzismo.


Il Senato celebra la pasta alla norma. Con tutti gli onori


Il Senato celebra la pasta alla norma. Con tutti gli onori

(di Vanessa Ricciardi – ilfattoquotidiano.it) – Il popolo ha fame e il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, pensano alla pasta alla Norma; per chi non lo sapesse, piatto tipico siciliano con le melanzane fritte e la ricotta salata. Il 23 settembre Fratelli d’Italia ha organizzato un convegno al Senato dal titolo “Da Nino Martoglio ai giorni nostri, la Pasta alla Norma come identità culturale della Città di Catania” per celebrare la Giornata nazionale dedicata alla specialità. La Russa, da programma, porterà i saluti. Nel 2023 aveva fornito in un’intervista la ricetta, chiedendo alle “donne” di “prendere nota”, e raccontando la sua variante con il sugo che fa “ploploplo” per ore, ma senza soffritto. La seconda carica dello Stato, di origine etnea, si confronterà sull’argomento con il sindaco di Catania, Enrico Trantino, parlamentari e chef Giovanni Trimboli. Anche Lollobrigida, tra gli ospiti, ha il suo curriculum: già l’anno scorso, al ristorante di Palazzo Madama, aveva sponsorizzato l’abbassamento dell’Iva sulle ostriche, senza dimenticare che, quando aveva detto che “spesso i poveri mangiano meglio”, La Russa lo aveva giustificato proprio con la Norma. Ormai sono molti i parlamentari che si dedicano ai prodotti tipici, con magna magna metaforici e/o reali anche due volte a settimana. In quella appena passata, per la farina gialla di Storo a Montecitorio, e a Palazzo Madama per “sua maestà il tartufo” in abbinamento al “territorio spettacolare: Menconico”, commenta il vicepresidente Gian Marco Centinaio.


Il destino dell’Ucraina (e il nostro)


Quel che resterà di Kiev non metterà solo in gioco la qualità della vita degli ucraini per diverse generazioni. Riguarderà anche la nostra reputazione, il nostro benessere, la nostra sicurezza

Kiev (Ucraina), 19 settembre: una donna e una bambina al memoriale dei caduti

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Cominciamo con la buona notizia: un giorno la guerra in Ucraina finirà. Quel giorno è sempre più vicino perché sempre più lontano dall’invasione russa del 24 febbraio 2022. A meno di una guerra totale, atomica, che forse chiuderebbe la partita non solo per i contendenti ma per l’umanità.

Probabilmente sarà nel 2027, perché i costi del conflitto sono sempre meno tollerabili per la Russia e già più che intollerabili per l’Ucraina, che pure resiste in condizioni che né noi né altri popoli europei potremmo sopportare. Ma non a tempo indeterminato. La «pace dignitosa» (Zelensky) sarà un lungo cessate-il-fuoco, necessario per ricostruire il Paese e ridurre le probabilità di ripresa del massacro.

Segue la brutta notizia. Ci riguarda molto direttamente: quel che resterà dell’Ucraina dopo l’amputazione di un quinto del suo territorio già svuotato di circa metà della popolazione residente alla rifondazione come Repubblica indipendente (1991) non metterà solo in gioco la qualità della vita degli ucraini per diverse generazioni. Riguarderà anche la nostra reputazione, il nostro benessere, la nostra sicurezza.

Di noi italiani e di quegli europei che da quasi cinque anni sono in un conflitto a crescente intensità con la Russia, fortunosamente contenuto sotto la soglia dello scontro armato diretto. E senza l’America, che con Mosca cerca come sempre un accordo, non la guerra.

Odessa (Ucraina), 17 settembre: una donna nell'appartamento distrutto da un raid russo

Quanto alla reputazione: dopo aver solennemente stabilito che gli ucraini stanno combattendo per noi guardandoci bene dal combattere con loro, sarebbe così strano immaginare che all’annuncio del cessate-il-fuoco cessasse anche il nostro impegno per l’Ucraina? E che questo valesse in maggiore o minore misura per tutti i “volenterosi”, salvo di passaggio saccheggiare le risorse locali a disposizione nel caos post bellico?

Strano sarebbe il contrario. Ovvero contribuire attivamente alla salvezza degli ucraini e di quel che del loro Stato resterà. Fin qui la reputazione, cui non tutti tengono. Per esempio gli Stati Uniti, che almeno evitano di fare la morale ai clienti sedotti e abbandonati — afghani, iracheni, iraniani o quanti altri non riescono ad aggrapparsi alle code degli elicotteri in fuga.

Dnipro (Ucraina), 19 settembre: vigili del fuoco sul luogo di un attacco russo

Ma il dovere di impegnarsi per salvare Kiev dal caos permanente risponde anche al più gelido calcolo dei nostri interessi strategici ed economici. Preferiamo non immaginare quale sarebbe il nostro futuro se l’Ucraina, grande quasi due volte l’Italia e a meno di due ore di volo da noi, sprofondasse in un buco nero nel quale prospererebbero oligarchi vecchi e nuovi armati fino ai denti, al servizio di potenze opposte, nel clima di corruzione pervasiva che ci raccontano le cronache, con i vicini non solo russi pronti a rosicchiarne spazi e ricchezze.

A quel punto tra Trieste e il Donbass russo avremmo una Grande Balcania, sequenza di terre contestate, piagate da conflitti interminabili a varia intensità. Altro che ex Jugoslavia.

Prima e seconda guerra mondiale ruotarono sul destino dell’Ucraina contesa fra russi e tedeschi. Vogliamo vedere chi vince il terzo round?

Soldati ucraini al fronte nel Donetsk

Questa deriva non è un destino. Possiamo almeno limitarne gli effetti insieme ai “volenterosi” disposti a non giocare con le vite degli ucraini. E nostre (loro). Cominciando dall’abc: l’Ucraina senza Donbass può esistere — specie nel Nord-Ovest già asburgico pochi si straccerebbero per questo le vesti, al contrario. Ma l’Ucraina senza ucraini proprio no.

Ci sono circa 60 milioni di ucraini nel mondo (300mila circa in Italia). Di questi solo 20 o poco più — soprattutto donne — resistono in patria. O molti milioni di costoro, soprattutto uomini giovani, tornano in Ucraina, oppure il futuro si presenta tremendo per Kiev e oscuro per noi.

Infine, alla Russia stessa conviene salvare dalla morte per dissanguamento la preda ferita che sperava di catturare. Perché per Putin gli ucraini sono russi (di serie B, certo) con i quali l’impero avrà sempre a che fare. Eppoi, a Mosca qualcuno ricorda l’avvertimento del segretario di Stato Powell al presidente Bush junior, prima dell’attacco all’Iraq: «Se rompi il vaso, i cocci sono tuoi». Quale prezzo Putin farà ancora pagare alla Russia per non aver ascoltato i suoi Powell?


I partigiani non c’entrano


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Chi passa il tempo a insultare il Fatto, i 5Stelle, Avs, Virginia Libero e gli altri rari oppositori al Partito della Guerra sta riesumando il paragone con la nostra Resistenza. Che però fa acqua da tutte le parti.

[…]

1. I partigiani italiani combattevano per liberare l’Italia, così come gli ucraini combattono per liberare l’Ucraina. E nessuno nega il diritto-dovere dei popoli all’autodifesa. Ma qui si discute del diritto degli ucraini a farlo con armi italiane e del dovere dell’Italia di fornirgliele: diritto e dovere che non esistono, perché l’Italia fa parte di due alleanze (Ue e Nato) e l’Ucraina no. L’Italia, al di fuori delle alleanze, “ripudia la guerra come strumento di offesa ad altri popoli” (incluso quello russo) e “strumento di risoluzione delle controversie internazionali” (come quella fra Mosca e Kiev, che va risolta con negoziati, o comunque non con le nostre armi).

2. I partigiani italiani si armarono da sé, con gli arsenali abbandonati dall’esercito in rotta, poi furono armati poco e male dagl’inglesi. Salvarono l’onore all’Italia che, schierata coi nazisti, aveva perso la guerra e ribaltato l’alleanza. Ma il loro peso militare sarebbe stato trascurabile senza le truppe anglo-americane in casa e quelle sovietiche a Est, già coinvolte nella guerra mondiale in un equilibrio di forze che rendeva possibile la vittoria. Gli ucraini combattono senza truppe alleate, per la cinica scelta Usa-Nato di spingerli a una guerra per procura alla Russia in inferiorità numerica e di armarli per far morire solo loro. Allungare il conflitto locale per ritardare i compromessi che tutti sanno essere inevitabili rischia di allargarlo fino a un’altra guerra mondiale.

3. In Ucraina, dopo l’invasione, c’era anche una resistenza di popolo, ma ora Zelensky fatica financo ad arruolare le truppe.

4. Se nel 1943-’45 si fosse chiesto agli italiani sotto occupazione tedesca con chi volevano stare, la risposta prevalente sarebbe stata “contro i nazifascisti”. Se oggi lo si chiedesse agli ucraini delle regioni russofone occupate, siamo sicuri che risponderebbero “con Kiev e contro i russi”?

5. La seconda guerra mondiale esplose perché Hitler voleva annettersi l’Europa. Putin non è Hitler e la guerra in Ucraina scoppiò nel 2014 dopo Maidan, per colpa sia della Russia sia della Nato.

6.Il mondo di oggi non è paragonabile a quello di 85 anni fa: proprio la Seconda guerra mondiale, col suo epilogo atomico, indusse gli europei che l’avevano vinta a far di tutto per scongiurare la terza, che col nucleare avrebbe estinto l’umanità. Perciò in Europa nacque la cooperazione comunitaria. E in Italia la Costituzione che “ripudia la guerra”. Anime belle del pacifismo? No, partigiani e partigiane come Teresa Mattei, che avevano appena deposto le armi. E giuravano: “Mai più”.


Guerra o pace? La lezione (dimenticata) di Tiziano Terzani


(Gloria Germani – lindipendente.online) – 11 settembre 2001: quando tutto è iniziato! Quando è iniziata la grande crociata! Guerra ai terroristi. Guerra! A 25 anni di distanza, molti media hanno rilanciato la disputa Tiziano Terzani-Oriana Fallaci, in particolare Il Corriere della Sera sulle cui pagine furono pubblicati i lunghi e abissalmente distanti articoli dei due grandi giornalisti (16, 29 settembre e 8 ottobre 2001). Ma l’operazione del Corriere è stata costruita in maniera scorretta, omettendo la prima esortazione alla riflessione e alla pace scritta da Terzani, per mettere viceversa in gran risalto la posizione guerrafondaia della Fallaci: l’invettiva contro l’Islam, privo di cultura, e l’incitamento alla battaglia per difendere l’identità e “i valori” dell’Occidente. Oggi questa posizione è ancor più diffusa e seguita, anzi come scrive Tommaso Montanari su Il Fatto Quotidiano, «allora apparve come l’unica via giusta, ma era il suicidio morale dell’Occidente nelle cui conseguenze siamo oggi  immersi fino al collo». La questione continua ad essere pericolosamente cruciale: riarmo e guerra come ci  incitano i governi europei e gli Stati Uniti, oppure pace? E quali sarebbero i valori dell’Occidente, se ogni principio di giurisprudenza  e di diritto internazionale è stato calpestato?

E sopratutto cosa voleva dirci Tiziano Terzani quel 16 settembre e poi nel suo Lettere contro la Guerra, scrivendo che l’11 settembre poteva essere “una buona occasione”? Avendo dedicato 25 anni di studio e  quattro libri al suo pensiero costruito sulla base di un’eccezionale  esperienza di vita, mi rifiuto di liquidarlo – come ha fatto quasi tutta la  stampa – come mera retorica buonista e terzomondista.

Per lui era chiaro che lo schiantarsi di due aerei civili sul World Trade Center di New York non poteva essere letto come un attacco alla libertà occidentale e racchiuso nella facile dicotomia di George Bush “o con noi o con i terroristi”, ma era il simbolo eclatante che tutte le cose sono  interconnesse. Come scrive, citando tra gli altri lo studioso americano Chalmers Johnson su The Nation: «Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana. Per lui si  tratterebbe appunto di un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Johnson fa l’elenco di tutti gli imbrogli, i complotti, i colpi di Stato, le persecuzioni, gli assassinii e gli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi». Il fine di questa politica – scriveva allora Terzani con estrema lucidità – «è la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi siano, le riserve petrolifere della regione». E ci esortava «Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?».

Terzani aveva dunque ben afferrato l’enorme problema del collasso ecologico dovuto ai combustibili fossili e le guerre più o meno mascherate per il controllo del petrolio (che è alla base della civiltà industriale); guerre che oggi non  sono più  mascherate, bensì esibite tramite la legge del più forte. Perché  invece  non abbiamo  iniziato dagli anni  ‘80 ad abbandonare i combustibili fossili  che sono la causa del riscaldamento globale?  Il celebre  studio sistemico I limiti della crescita del 1972 redatto dal Massachusetts Institute of Technology aveva già previsto quello che oggi stiamo vivendo: lo scioglimento dei ghiacciai sull’Himalaya, delle Alpi, delle Ande, il riscaldamento degli oceani, gli incendi, l’aumento delle temperature globali oltre il limite di 1,5 gradi, che – come attestato dal rapporto delle Nazioni Unite  per il cambiamento climatico del 2 settembre 2026 – metteranno a grave rischio la vita umana sulla terra. Terzani aveva ben presente Il Protocollo di Kyoto sul clima firmato dalle nazioni sviluppate nel 1997 e poi totalmente disatteso. L’uomo moderno sembra aver perso il senso della sua connessione cosmica, il senso di quanto fragile e delicato  sia l’ecosistema a cui appartiene.  

Per queste ragioni solide e anticipatrici, Terzani ci ammoniva: «L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con la logica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto dell’ignoranza» E ancora più chiaramente sosteneva che l’orrore dell’11 settembre poteva essere una buona occasione «per ripensare tutto: i rapporti tra Stati, fra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi tra uomo e uomo. Era una buona occasione per fare un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e magari far finalmente un salto di qualità nella nostra concezione della vita». 

In foto: lo scrittore italiano Tiziano Terzani

Un salto di qualità nella concezione della vita? Esattamente così e anche qui le ragioni sono più che profonde. Infatti il punto di svolta nella vita del giornalista Terzani avviene  nel 1991. Aveva già vissuto per 20 anni in Asia ed aveva visto con i propri occhi l’impatto della modernità su queste millenarie civiltà, sia  secondo il modello del comunismo (in Vietnam, in  Cambogia, in Cina)  sia secondo il modello del capitalismo in Giappone che, al tempo della permanenza di Terzani (1985-1990), aveva il Pil più alto del mondo. Quando il caso – che lui considerava la sua più grande guida – lo fa essere in Unione Sovietica nel momento  in cui Gorbaciov viene deposto, ha delle intuizioni radicali che gli imporranno  una rivoluzione della sua vita  e del suo pensiero. Come scrive in Buonanotte Signor Lenin, comprende che le due grandi ideologie moderne – tanto il comunismo che il  capitalismo – sono ambedue basate sulla visione  materialista nel mondo e sulla fede “scientifica” di poter modificare la materia ( sia concreta che sociale) per migliorare la vita dell’uomo. Tiziano comprende che questa concezione è sbagliata. La visione dualista, cioè la separazione tra il mondo materiale e la mente, tra l’io e il mondo,  tra l’uomo e natura, sono astrazioni troppo razionali nate tra Settecento e Ottocento (allora molto funzionali al dominio coloniale dell’Europa sul resto del pianeta). Ma ormai la fisica quantistica ci insegna che il mondo materiale  non può essere separato dalla mente e dalla coscienza! Proprio la scienza classica, quella di Cartesio e Newton che ci insegnano a scuola, scendendo nel più piccolo e sempre più piccolo , «sta accettando che, contrariamente a tutto ciò che ha pensato finora, non esiste una osservazione oggettiva, in quanto persino gli oggetti più inanimati non restano indifferenti all’essere scientificamente osservati: reagiscono! – annota Terzani. E il fisico e inventore dei micro-chips Federico Faggin, sostiene oggi che la materia deriva dalla coscienza!

Questa concezione della non separazione, della interconnessione tra mente e materia, tra uomo e natura ha sempre sostenuto le visioni orientali ed indigene del mondo, come già sostenne Fritjof Capra nel suo famosissimo Il Tao della Fisica. Sono questi i reali motivi per cui il grande giornalista internazionale decise di cambiare strada, scese dal treno della modernità e dall’”autostrada del sapere scientifico” e  per un anno – il 1993 – andò alla scoperta di altre visioni della vita che ancora sentiva pulsare in Asia.  Ci regalerà un libro di struggente poesia:  Un indovino mi disse che però è anche un continuo sdegno per quello che la modernità ha distrutto per mezzo dei «missionari del materialismo e del benessere economico». Piuttosto che manifestazione di  evoluzione, Terzani vedeva la globalizzazione come un processo di  avvelenamento, una forma estrema di  violenza nei confronti di  una vita più semplice ma sicuramente  più serena ed armoniosa. «Il mondo di oggi è alla soglia  di un nuovo Medioevo – annotava nei suoi diari. Bisogna che l’umanità ripensi la direzione dello sviluppo. Così come uno nel bosco o in un deserto si ferma e cambia direzione se si accorge che quella che ha preso è sbagliata, così oggi deve fare l’uomo se si accorge che la direzione che hanno preso la scienza e lo sviluppo lo sta portando a distruggere la natura e a distruggere se stesso». Aveva capito la  prigionia dei consumi, i bombardamenti della pubblicità, la dittatura della televisione, e  li considerava un automatico  meccanismo di infelicità imposto dalla civiltà industriale, per vendere i propri prodotti.

Per questo nel 1996, quando aveva  appena 58 anni,  si dimise dal giornalismo, questo mestiere che intrinsecamente esalta la modernità. Avrebbe voluto, al contrario, essere un “perennialista”, per indagare ciò che c’è di costante e di sacro nella vita e negli uomini. Lascia dunque il rapporto professionale con il settimanale Der Spiegel e la collaborazione con Il Corriere

La giornalista e scrittrice italiana Oriana Fallaci

Quando dunque pubblica il primo, lungo articolo pacifista post 11 settembre 2001, sono già cinque anni che ha abbandonato il giornalismo e la sua visione barricadera della superiorità della civiltà industriale e scientifica dell’occidente. Visto che ormai è appurata l’origine antropica ed industriale del collasso climatico e attualmente è in corso una grande revisione storica dei domini coloniali, forse sarebbe davvero il momento di pensare diversamente la superiorità dell’Occidente, quanto meno non nella maniera rabbiosa e superficiale in cui la immaginava la Fallaci.

Il ruolo dei media è veramente importante, allora come in questo momento. Serve per indirizzare la comprensione  e l’agire dei popoli e dei governi. E sulla scia della Fallaci continuano a muoversi le destre ma anche le sinistre europee, e  un enorme numero di giornalisti che «continuano a fare quello che facevano trent’anni fa». Non a caso Terzani era rimasto sbigottito dalla posizione della Fallaci, quanto dal crollo delle Torri; riteneva che nelle sue parole e nelle  sue invettive morisse la parte migliore dell’umanità, la sua testa e il suo cuore: la comprensione e la compassione.

Ciò di cui abbiamo bisogno è una grande rivoluzione di pensiero collettivo, per proteggere la vita su questa piccola terra, per i nostri figli e i nostri nipoti. Abbiamo bisogno di abbandonare la visione materialista che ha messo l’economia al vertice delle nostre vite e ci rende schiavi e succubi dei una perenne crescita economica  che è oltretutto impossibile in un pianeta finito, come il nostro.  

Tiziano, prima di abbandonare il corpo, ci lasciò infatti un testamento: «Questa secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Occorrono nuovi modelli di sviluppo, non solo crescita, ma parsimonia».


Conte: “Programma di Nova mi onora, non disponibile a diluirlo”. E saluta Di Battista: torna con noi


Il leader del M5S al World Join Center di Milano parla del mandato che gli viene dato con progetto in venti punti che dovrà portare al tavolo della coalizione di centrosinistra: “Non credo al vivacchiare della politica”

Conte: “Programma di Nova mi onora, non disponibile a diluirlo”. E saluta Di Battista: torna con noi

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – MILANO – Sala piena, c’è il tutto esaurito al World Join Center di Milano per la prima giornata di Nova, organizzata dal M5S. Grandissimi applausi per Francesca Albanese che ospite dal palco parla dei diritti calpestati dei palestinesi, ovazione quando Giuseppe Conte nel suo intervento nomina Alessandro Di Battista. In questo clima di grande convinzione, il leader del Movimento prende già un impegno sul programma che uscirà dalle votazioni, destinate a chiudersi domani: «Non pensate che sia disponibile a diluirlo. Questo mandato mi onora e mi responsabilizza e cercherò di assolverlo con la massima determinazione, fermezza e chiarezza», dice il presidente del M5S. «Non credo al vivacchiare della politica. Mi conoscete».

Il messaggio è ovviamente rivolto anche agli alleati, perché tra le proposte sottoposte al voto ce ne sono alcune destinate a pesare nel confronto sul programma comune. A cominciare dalla politica estera, con il no a nuovi invii di armi all’Ucraina e all’aumento delle spese militari. Conte insiste proprio su questo terreno. Alla domanda sul rischio che un’Italia contraria all’invio di armi a Kiev possa rimanere isolata in Europa, replica: «Sulla costruzione di percorsi di pace e sicurezza vera, cioè quella cooperativa, non quella della deterrenza militare, non saremo mai soli». Anzi, se l’Italia diventasse «capofila e protagonista di questa svolta, saremo contagiosi». Per l’ex premier «la scommessa militare l’abbiamo vista quattro anni e mezzo»: ora serve qualcuno che abbia «la determinazione» di imprimere «la svolta negoziale».

Ma il confronto con il resto del centrosinistra non riguarderà soltanto l’Ucraina. Conte anticipa anche cosa dovrebbe accadere in caso di ritorno al governo: «A leggere bene le proposte, nel primo Consiglio dei ministri dovremo abrogare una serie di norme sulla giustizia, oltre che quelle sulla sicurezza che reprimono la protesta e il dissenso civile». Tra i venti punti in votazione ci sono poi una nuova forma di reddito di cittadinanza, la legge sul conflitto d’interessi, la tassazione delle speculazioni finanziarie e diverse misure sul welfare e sulle famiglie.

Poi il passaggio che scalda più di tutti la platea, di natura più affettiva. Conte saluta Di Battista, rientrato da Cuba dopo il delicato intervento chirurgico. Basta il nome dell’ex deputato per far partire un lungo applauso. «Un grande abbraccio a un compagno di questa comunità che non dimentichiamo». E quindi un invito che ha inevitabilmente anche un peso politico: «Torna con noi, abbiamo ancora tante battaglie che ci accomunano. Forza, fai presto».

Domani Nova chiuderà le votazioni e fisserà definitivamente i punti che Conte dovrà portare al confronto con Pd e Avs. Ma alla vigilia della conclusione di Nova, il leader Cinque Stelle ribadisce che la bozza di programma si potrà discutere, non “diluire”.


“Salvini traditore, ridacci la Lega”. A Pontida le scritte contro il leader


Inizia oggi la tradizionale due giorni sul pratone nel Bergamasco. Sull’asfalto e sui muri insulti contro il ministro dei Trasporti: “Ponte=Mafia”, “-Mojito, +Treni”

A Pontida scritte contro Matteo Salvini alla vigilia della due giorni leghista (Foto di Paolo Berizzi)

(Paolo Berizzi – repubblica.it) – PONTIDA – “Salverdini traditore”. “Salvini ridacci la Lega”. “Ponte=mafia”. “- mojito + treni”, e via di questo tenore. Scritte vergate con vernice bianca (tipo gare ciclistiche) sull’asfalto, sui muri, sui pali dell’illuminazione. A Pontida. Scritte più che esplicite indirizzate a Matteo Salvini. La roccaforte storica della Lega si prepara (anche) così ad ospitare, oggi e domani, come da tradizione, la due giorni identitaria e comunitaria della Lega sul – e intorno al – mitico pratone un tempo padano. Clima teso, dunque, alla vigilia del raduno e prime avvisaglie di contestazione al segretario federale. Mai, nella storia della Lega, era successo che a Pontida le ore precedenti la kermesse del partito fossero così agitate; e mai – dai tempi di Bossi, con cui il rito di Pontida iniziò – si erano visti insulti e slogan così duri contro un segretario federale. “Non credo che i leghisti vogliano polemiche al raduno. Ci sarà anche l’omaggio al genio assoluto che ci ha riuniti lì: Umberto Bossi”. Con queste parole, in un’intervista al Corriere della Sera, Salvini aveva provato l’altro giorno a spegnere le polemiche e gli “avvertimenti” provenienti da mesi dal fronte dei “nordisti” che si riconoscono nella corrente dei “governatori” – in testa Attilio Fontana insieme al capogruppo al Senato Massimiliano Romeo.

Un tentativo ripetuto anche, con una sorta di moral suasion, nell’incontro avvenuto giovedì pomeriggio a Milano con lo stesso Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti (“a Pontida evitate che mi fischino”, è stato l’appello). Tuttavia l’accorato altolà di Salvini non pare avere sortito effetto, almeno finora e almeno a giudicare dalle scritte che da ore stanno tappezzando le strade di Pontida. Sia oggi sia domani l’ex Capitano sarà qui: stasera per benedire Padania Giovani, il raduno dei militanti di Lega Giovani tra i quali – giusto per aggiungere altri tizzoni ardenti – sono montate le proteste contro il responsabile (deputato e ultrà salviniano) Luca Toccalini. E domani Salvini sarà ovviamente sul palco del pratone per il comizio finale del raduno. Lo fischieranno? Lo contesteranno? “Non si sa…”, ripetevano ieri sera fonti vicine ai leghisti “nordisti”. Sono gli anti-salviniani, quelli che – per bocca di Romeo e Fontana -, da quest’estate chiedono un cambio di passo a Salvini nella gestione e nella linea del partito, e anche la modifica dello statuto. Le proteste negli ultimi giorni sono cresciute: la prova plastica sono le centinaia di persone che, prima ad Alzano Lombardo e poi a Lazzate, hanno partecipato ai due eventi che hanno visto sul palco il tandem Romeo-Fontana (l’occasione era la presentazione del libro scritto dal capogruppo al Senato, titolo “Fare la Lega”). Poi ci sono le altre anime, che sembrano saldarsi: gli ex leghisti che hanno dato vita al Partito Popolare del Nord (il capofila è l’ex ministro bossiano Roberto Castelli), Patto per il Nord di cui è segretario Paolo Grimoldi (anche lui ex Lega), e infine i frondisti riuniti dall’ex parlamentare Gianluca Pini che ha creato un comitato per rilanciare la Lega Nord (e il suo simbolo con l’Alberto da Giussano, oggi ancora utilizzato dalla Lega Salvini premier) attraverso un congresso. Sia Grimoldi che Pini hanno fatto sapere che domani non saranno a Pontida: ma questo non significa che non ci saranno i loro. Magari proprio per farsi sentire.

“La militanza leghista che ancora crede nell’autonomia del Nord attende con speranza e qualche illusione l’ennesimo raduno di Pontida – si legge in una nota firmata da Giulio Arrighini, ex Deputato della Lega Nord, Segretario Regionale Lombardia del Partito Popolare del Nord -. Quando si è creduto tanto in un progetto politico, si è lavorato, si è affidato un pezzo della propria passione e esistenza ad un ideale ma ancora di più ad un leader, è naturale sperare che il prossimo evento di partito sia quello risolutivo, quello che sistema tutto e fa dimenticare delusioni, cancella amarezze e tanti dubbi. Ad alimentare la speranza hanno contribuito le recenti schermaglie in casa leghista con improbabili richiami al passato, come se gli interpreti di queste rimostranze in questi anni fossero stati altrove, in un non luogo, come il “territorio” al quale fanno spesso riferimento, come se la Lombardia, il Veneto, la Padania non avessero un nome. Quasi che nominare quelle Patrie richiedesse coraggio, lo stesso che non hanno avuto mentre i temi identitari e culturali venivano archiviati per far posto alla svolta “naziunale”. Come se il Nord fosse una cosa da togliere dalla naftalina ogni volta che si avvicina una campagna elettorale, una candidatura ma ancora di più una non candidatura. Sul Sacro Prato – aggiunge Arrighini – , fra le bancarelle di Nduja calabresi, pallotte cacio e ova abruzzesi e Caponate siciliane la fronda avanzerà le proprie richieste e qualche candidatura verrà concessa, spacciandola in chiave nordista ma la prova che mentono e tradiscono la troveremo nella loro ormai annose attività parlamentari non diverse da quelle di un deputato di FI o FdI dove si tratta di ponti sullo stretto, ZES al Sud ma mai di Nord. Bisognerà, prima o poi spulciare e vedere cosa hanno prodotto parlamentari che sono stati votati e pagati per tutelare il Nord, così come farebbe chiunque abbia pagato, e non solo in denaro, per un servizio”.

Rilancio della questione settentrionale e raffreddamento del motore “nazionalista”; collegialità nella gestione del partito (con la nomina di nuovi vicesegretari), modifica dello Statuto. Sono le richieste fatte e rifatte a Salvini dai “nordisti” o, se si preferisce, del fronte dei “governatori”. Finora il segretario federale ha preso tempo, provando a siglare una specie di tregua proprio in vista di Pontida. Avrà effetto? Funzionerà? Le incognite aleggiano sul pratone. Per “arginare” un’eventuale e possibile contestazione Salvini ha mobilitato le sezioni del Centro e Sud Italia: un treno speciale e un centinaio di pullman sono in arrivo da Lazio e regioni meridionali. Anche questo, in fondo, pare surreale vista la storia della Lega federalista e secessionista di Bossi, ma tant’è. “La Lega vince unita, non possiamo pensare a partiti nei partiti – ha detto ieri il vicepremier e ministro dei trasporti a Mattino 5 -. A Pontida parleremo di pensioni, dei giovani, della sicurezza, non parleremo di filosofia o di altro”, ha aggiunto facendo il pompiere. Quando gli hanno chiesto se l giornata di domani a Pontida rappresenta un esame, Salvini ha risposto “io l’esame me lo faccio tutti i giorni, cercando di andare a letto con la coscienza apposto”. Mentre cercava di spegnere le polemiche – che però continuano – Salvini ha affidato al sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, un suo fedelissimo, il compito di provare a allentare la tensione all’interno del partito. Ed è arrivata una dichiarazione che sembrerebbe scongiurare l’ipotesi di una possibile epurazione – che circola da giorni – di Massimiliano Romeo. “Romeo ha fatto il capogruppo, fa il capogruppo e farà il capogruppo – ha detto Durigon – Sta lavorando bene, dopodiché sulla metodologia di come si può cambiare qualcosa in Lega la vedo in modo diverso da un libro. Anche con lui – è la promessa finale, chissà se un avvertimento – faremo una discussione serena e sarà al confronto di Pontida che lo faremo nelle giuste maniere per fare bene al partito”. Non resta che attendere che sul pratone si aprano le danze, chiamiamole così


Sondaggi, centrodestra sotto il 41%. Con il Melonellum vincerebbe il campo largo al 43,8%


Secondo la Supermedia settimanale di YouTrend i partiti che sostengono il governo continuano a perdere quota. Cresce ancora Vannacci. Il M5S guadagna un 0,4%

Sondaggi politici, centrodestra sotto il 41%. Con il Melonellum vincerebbe il campo largo al 43,8%

(repubblica.it) – Il centrodestra continua a perdere quota nei sondaggi. Secondo la Supermedia di YouTrend, questa settimana, i partiti della maggioranza scendono al 40,7%: per la prima volta in questa legislatura sotto il 41%. Se invece si sommano Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa, le opposizioni raggiungono il 43,9%. È la differenza tra la vittoria e la sconfitta con la nuova legge elettorale. Il Melonellum consegna infatti un maxi-premio di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che arriva prima, se supera l’asticella del 42% in entrambe le Camere. Se invece nessuno supera la soglia, la suddivisione dei seggi è solo proporzionale.

Tra i partiti crescono, anche se solo di uno 0,1%, Futuro Nazionale (ormai al 7,7%), Avs (6,4%) e il Pd (21,1%). Il segno più è particolarmente positivo per il M5s, alle prese con Nova, il percorso di ascolto della base. Il partito di Giuseppe Conte guadagna un buon 0,4%.

Perdono o rimangono in equilibrio le forze politiche a sostegno del governo: Fratelli d’Italia è al 26,6% (in calo di un 0,3%), Forza Italia al 7,4 (perde -0,2), la Lega ferma al 5,6 come la settimana scorsa. Tra i piccoli la Supermedia registra Azione al 3,3% (con una perdita di -0,4) Italia Viva 2,3 (-0,1), +Europa 1,5 (+0,1) e Noi Moderati all’1,1 (+0,1).

La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione di questa settimana include sondaggi realizzati dal 2 al 16 settembre ed è stata effettuata il giorno 17 settembre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 10 settembre), Ixe’ (10 settembre), Noto (8 settembre), Only Numbers (4, 11 e 15 settembre), Piepoli (11 settembre), SWG (7 e 14 settembre), Tecne’ (7 e 9 settembre) e Youtrend (4 settembre).


In un modo o nell’altro, Trump è riuscito a mettere le mani sulla Groenlandia


Trump, accordo con Danimarca e Groenlandia per controllo sicurezza isola

(ANSA) – WASHINGTON, 18 SET – Donald Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo con la Danimarca e la Groenlandia, che conferisce agli Stati Uniti “il controllo permanente sulla sicurezza e su ogni altra esigenza” nell’isola.

“Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti hanno stipulato un accordo con Danimarca e Groenlandia, che conferisce agli Stati Uniti il controllo permanente sulla sicurezza e su ogni altra esigenza in Groenlandia che risponde pienamente a tutte le nostre numerose preoccupazioni”, ha scritto Trump su Truth.

“Non ci saranno costi per gli Stati Uniti! Su mia direttiva, abbiamo collaborato con i rappresentanti di Danimarca e Groenlandia per garantire che gli Stati Uniti abbiano per sempre la piena facoltà di agire in Groenlandia come necessario per tutelare e difendere la sicurezza della Groenlandia stessa e degli Stati Uniti”, ha aggiunto il presidente.

Trump, nessun avversario potrà mettere basi o investire in Groenlandia senza ok Usa

(ANSA) – WASHINGTON, 18 SET – In base all’accordo raggiunto tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia “d’ora in avanti, nessun avversario degli Stati Uniti potrà mai stabilire una base o una presenza militare sull’isola né effettuare investimenti sensibili nell’area, senza la nostra espressa approvazione scritta degli Stati Uniti”, ha scritto Donald Trump su Truth annunciando l’intesa. “Si tratta di un sogno che si realizza per l’America”, ha aggiunto.

FREDERIKSEN, ACCORDO SU GROENLANDIA UN BENE PER LA NATO, RICONOSCE NOSTRA SOVRANITÀ

(ANSA) – ROMA, 19 SET – “Sono lieta che si stia delineando un accordo positivo per la Groenlandia, il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti. Un accordo che rafforza la nostra sicurezza condivisa nell’Artico e nella regione del Nord Atlantico, risultando così vantaggioso anche per la Nato e per l’Europa. Un accordo che, al contempo, riconosce la sovranità e l’integrità territoriale del Regno, nonché il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione”.

Lo afferma in una nota la premier danese Mette Frederiksen dopo che Donald Trump ha annunciato un accordo con la Danimarca e la Groenlandia, che conferisce agli Usa “il controllo permanente sulla sicurezza” dell’isola.


Quanti parlamentari perderanno la pensione se si va a elezioni anticipate?


(di Luca Pons – fanpage.it) – Negli ultimi mesi si è fatta largo più volte l’ipotesi delle elezioni anticipate: se ne parla anche adesso che la Camera dovrà approvare definitivamente la legge elettorale, e Giorgia Meloni ha detto che il governo porrà la questione di fiducia. A fare da deterrente per i deputati che potrebbero essere tentati di votare contro l’esecutivo, però, c’è la prospettiva della pensione (che, è bene ricordarlo, non è un vitalizio: questi sono stati eliminati da anni e non esistono più).

Se la legislatura si chiude troppo in anticipo, e il prossimo Parlamento entra in carica prima del 14 aprile 2027, i deputati che sono al primo mandato non matureranno l’assegno pensionistico. Un incentivo importante, dal punto di vista economico. Ecco quanti sono i deputati al primo mandato, come funzionano le pensioni parlamentari e cosa può succedere in Aula nei prossimi mesi.

PERCHÉ SI RISCHIANO LE ELEZIONI ANTICIPATE E QUANDO

Il problema per il governo Meloni è che alla Camera si può richiedere il voto segreto: per questo a luglio la maggioranza era andata sotto (di un solo voto) su un emendamento riguardante le preferenze, sgradito soprattutto a Lega e Forza Italia. Il Senato ha poi introdotto quello stesso emendamento più avanti.

La Camera, probabilmente già a inizio ottobre, si troverà a votare su tutto il testo: bocciare o approvare l’intera legge elettorale. Con tutta probabilità, verrà chiesto di nuovo il voto segreto. Giorgia Meloni ha già detto esplicitamente che il governo porrà la questione di fiducia. In altre parole, se anche stavolta la maggioranza dovesse andare sotto, il governo cadrà.

Per quanto riguarda le ‘vere’ intenzioni della presidente del Consiglio, ci sono speculazioni e retroscena che vanno in tutte le direzioni. C’è chi sostiene che preferirebbe andare al voto a fine legislatura, cioè a ottobre dell’anno prossimo.

Chi pensa che sia interessata ad accelerare i tempi, con le dimissioni dell’esecutivo a breve e le elezioni già tra le fine del 2026 e l’inizio del 2027.

Chi invece guarda a una via di mezzo, per il momento ancora la più quotata: elezioni tra aprile e maggio, per evitare la campagna elettorale nel pieno dell’estate. Con un possibile ‘election day’ che accorpi le elezioni politiche alle amministrative in moltissimi Comuni, tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bologna e altri capoluoghi.

Alla Camera potrebbe saltare la maggioranza, se abbastanza deputati di centrodestra decidessero di opporsi alla riforma nel segreto del voto. L’esecutivo spera che a convincerne molti sia proprio il diritto alla pensione.

QUANDO MATURA LA PENSIONE PER I PARLAMENTARI

Dal 2012, la pensione parlamentare segue le stesse regole di tutte le altre. I deputati e i senatori versano contributi ogni mese, e alla fine possono incassare una pensione commisurata ai contributi che hanno versato. Va chiarito che la pensione non si può intascare subito, ma solo dai 65 anni in su. L’età limite si abbassa di un anno per ogni anno in carica dopo la prima legislatura, fino a un minimo di 60 anni. Inoltre, il pagamento viene sospeso per chi viene rieletto o comunque occupa un’altra carica politica.

Ma il passaggio più importante è che il diritto all’assegno scatta solo per chi resta in carica per almeno quattro anni, sei mesi e un giorno nel corso di una stessa legislatura. Tradotto: chi adesso è al primo mandato ha bisogno di restare in carica per almeno quattro anno, sei mesi e un giorno dal 13 ottobre 2022, senza elezioni anticipate. La data cerchiata sul calendario è il 14 aprile 2027.

Un aspetto spesso dimenticato, ma piuttosto importante, è poi cosa significhi essere “in carica”. Un parlamentare rimane ufficialmente in carica fino alla prima seduta del Parlamento successivo. Il conto non si ferma quando vengono sciolte le Camere, né quando si torna alle urne.

Questo è il motivo per cui, nel 2022, deputati e senatori al primo mandato ottennero la pensione: anche se il governo Draghi era caduto a luglio, si votò a settembre e il nuovo Parlamento entrò in carica a ottobre. Allo stesso modo, per esempio, se il governo Meloni cadesse a gennaio e si votasse poi a fine marzo, ai parlamentari basterebbe che Camera e Senato si insedino dopo il 14 aprile.

Chi sono i deputati al primo mandato che non sono ancora sicuri di avere la pensione

Stando ai dati ufficiali della Camera, attualmente sono in carica 184 deputati che sono al loro primo mandato, tra maggioranza e opposizione. Quasi la metà, sui 400 seggi totali. Nel centrodestra sono 115: i più osservati dal governo.

Il rischio, per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, è che a Montecitorio si ripeta la scena avvenuta pochi mesi fa, quando con il voto segreto una maggioranza silenziosa bocciò la norma sulle preferenze. In questo caso, però, votare contro la legge elettorale significherebbe a tutti gli effetti votare per la fine del governo Meloni. […]

In Fratelli d’Italia ci sono 78 deputati alla prima legislatura (il 66% di tutti i meloniani), che almeno sulla carta non dovrebbero dare grossi problemi al governo perché più ‘fedeli’ alla linea della premier. I problemi possono venire con più facilità da Lega e Forza Italia. Che, incidentalmente, hanno anche una percentuale più bassa di parlamentari al primo mandato: 18 per FI (il 35%), 16 per il Carroccio (il 29%). Meno deputati che potrebbero essere spinti a tapparsi il naso e votare una legge elettorale che li svantaggia per non rinunciare all’assegno.

Va detto che ci potrebbe anche essere l’effetto opposto, nelle file dell’opposizione. Il voto segreto può spostare molti equilibri. Il Pd si è duramente opposto alla legge elettorale, ma i suoi 31 deputati alla prima esperienza (il 46%) saranno tutti intenzionati a far cadere il governo a pochi mesi dalla pensione? Lo stesso vale per i 19 del M5s (il 40%) e tutti gli altri.

QUANTO VALE LA PENSIONE DI DEPUTATI E SENATORI

Quando un parlamentare va in pensione, si applica lo stesso meccanismo che riguarda tutti i pensionati con il sistema contributivo: riceve un assegno misurato sulla quantità di contributi che ha versato negli anni. L’importo del suo cedolino, quindi, dipende dalla sua intera carriera lavorativa.

La specifica pensione da parlamentare, però, si sblocca solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato, come detto. Se non si raggiunge questa soglia, tutti i contributi versati fino a quel momento sono sostanzialmente inutili. Si perdono circa 47mila euro di contributi: una stima indicativa, per un periodo poco al di sotto di quattro anni e mezzo, considerato che ciascun deputato e senatore versa l’8,8% della sua indennità lorda, che oscilla attorno ai 10mila euro al mese. Insomma, in termini concreti andare a elezioni anticipate potrebbe costare qualche centinaio di euro al mese di (futura) pensione ai parlamentari che non finiscono il primo mandato.

Per questo, già dall’inizio dell’estate si parla di una norma che potrebbe venire in soccorso dei deputati. Basterebbe un cambiamento al regolamento della Camera per permettere a tutti coloro che lo desiderano, in caso di fine anticipata della legislatura, di versare in autonomia i contributi che mancano. In questo modo, l’assegno pensionistico sarebbe salvo anche se il governo Meloni dovesse chiudere la sua esperienza a breve.