Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Guerra o pace? La lezione (dimenticata) di Tiziano Terzani


(Gloria Germani – lindipendente.online) – 11 settembre 2001: quando tutto è iniziato! Quando è iniziata la grande crociata! Guerra ai terroristi. Guerra! A 25 anni di distanza, molti media hanno rilanciato la disputa Tiziano Terzani-Oriana Fallaci, in particolare Il Corriere della Sera sulle cui pagine furono pubblicati i lunghi e abissalmente distanti articoli dei due grandi giornalisti (16, 29 settembre e 8 ottobre 2001). Ma l’operazione del Corriere è stata costruita in maniera scorretta, omettendo la prima esortazione alla riflessione e alla pace scritta da Terzani, per mettere viceversa in gran risalto la posizione guerrafondaia della Fallaci: l’invettiva contro l’Islam, privo di cultura, e l’incitamento alla battaglia per difendere l’identità e “i valori” dell’Occidente. Oggi questa posizione è ancor più diffusa e seguita, anzi come scrive Tommaso Montanari su Il Fatto Quotidiano, «allora apparve come l’unica via giusta, ma era il suicidio morale dell’Occidente nelle cui conseguenze siamo oggi  immersi fino al collo». La questione continua ad essere pericolosamente cruciale: riarmo e guerra come ci  incitano i governi europei e gli Stati Uniti, oppure pace? E quali sarebbero i valori dell’Occidente, se ogni principio di giurisprudenza  e di diritto internazionale è stato calpestato?

E sopratutto cosa voleva dirci Tiziano Terzani quel 16 settembre e poi nel suo Lettere contro la Guerra, scrivendo che l’11 settembre poteva essere “una buona occasione”? Avendo dedicato 25 anni di studio e  quattro libri al suo pensiero costruito sulla base di un’eccezionale  esperienza di vita, mi rifiuto di liquidarlo – come ha fatto quasi tutta la  stampa – come mera retorica buonista e terzomondista.

Per lui era chiaro che lo schiantarsi di due aerei civili sul World Trade Center di New York non poteva essere letto come un attacco alla libertà occidentale e racchiuso nella facile dicotomia di George Bush “o con noi o con i terroristi”, ma era il simbolo eclatante che tutte le cose sono  interconnesse. Come scrive, citando tra gli altri lo studioso americano Chalmers Johnson su The Nation: «Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana. Per lui si  tratterebbe appunto di un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Johnson fa l’elenco di tutti gli imbrogli, i complotti, i colpi di Stato, le persecuzioni, gli assassinii e gli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi». Il fine di questa politica – scriveva allora Terzani con estrema lucidità – «è la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi siano, le riserve petrolifere della regione». E ci esortava «Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?».

Terzani aveva dunque ben afferrato l’enorme problema del collasso ecologico dovuto ai combustibili fossili e le guerre più o meno mascherate per il controllo del petrolio (che è alla base della civiltà industriale); guerre che oggi non  sono più  mascherate, bensì esibite tramite la legge del più forte. Perché  invece  non abbiamo  iniziato dagli anni  ‘80 ad abbandonare i combustibili fossili  che sono la causa del riscaldamento globale?  Il celebre  studio sistemico I limiti della crescita del 1972 redatto dal Massachusetts Institute of Technology aveva già previsto quello che oggi stiamo vivendo: lo scioglimento dei ghiacciai sull’Himalaya, delle Alpi, delle Ande, il riscaldamento degli oceani, gli incendi, l’aumento delle temperature globali oltre il limite di 1,5 gradi, che – come attestato dal rapporto delle Nazioni Unite  per il cambiamento climatico del 2 settembre 2026 – metteranno a grave rischio la vita umana sulla terra. Terzani aveva ben presente Il Protocollo di Kyoto sul clima firmato dalle nazioni sviluppate nel 1997 e poi totalmente disatteso. L’uomo moderno sembra aver perso il senso della sua connessione cosmica, il senso di quanto fragile e delicato  sia l’ecosistema a cui appartiene.  

Per queste ragioni solide e anticipatrici, Terzani ci ammoniva: «L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con la logica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto dell’ignoranza» E ancora più chiaramente sosteneva che l’orrore dell’11 settembre poteva essere una buona occasione «per ripensare tutto: i rapporti tra Stati, fra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi tra uomo e uomo. Era una buona occasione per fare un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e magari far finalmente un salto di qualità nella nostra concezione della vita». 

In foto: lo scrittore italiano Tiziano Terzani

Un salto di qualità nella concezione della vita? Esattamente così e anche qui le ragioni sono più che profonde. Infatti il punto di svolta nella vita del giornalista Terzani avviene  nel 1991. Aveva già vissuto per 20 anni in Asia ed aveva visto con i propri occhi l’impatto della modernità su queste millenarie civiltà, sia  secondo il modello del comunismo (in Vietnam, in  Cambogia, in Cina)  sia secondo il modello del capitalismo in Giappone che, al tempo della permanenza di Terzani (1985-1990), aveva il Pil più alto del mondo. Quando il caso – che lui considerava la sua più grande guida – lo fa essere in Unione Sovietica nel momento  in cui Gorbaciov viene deposto, ha delle intuizioni radicali che gli imporranno  una rivoluzione della sua vita  e del suo pensiero. Come scrive in Buonanotte Signor Lenin, comprende che le due grandi ideologie moderne – tanto il comunismo che il  capitalismo – sono ambedue basate sulla visione  materialista nel mondo e sulla fede “scientifica” di poter modificare la materia ( sia concreta che sociale) per migliorare la vita dell’uomo. Tiziano comprende che questa concezione è sbagliata. La visione dualista, cioè la separazione tra il mondo materiale e la mente, tra l’io e il mondo,  tra l’uomo e natura, sono astrazioni troppo razionali nate tra Settecento e Ottocento (allora molto funzionali al dominio coloniale dell’Europa sul resto del pianeta). Ma ormai la fisica quantistica ci insegna che il mondo materiale  non può essere separato dalla mente e dalla coscienza! Proprio la scienza classica, quella di Cartesio e Newton che ci insegnano a scuola, scendendo nel più piccolo e sempre più piccolo , «sta accettando che, contrariamente a tutto ciò che ha pensato finora, non esiste una osservazione oggettiva, in quanto persino gli oggetti più inanimati non restano indifferenti all’essere scientificamente osservati: reagiscono! – annota Terzani. E il fisico e inventore dei micro-chips Federico Faggin, sostiene oggi che la materia deriva dalla coscienza!

Questa concezione della non separazione, della interconnessione tra mente e materia, tra uomo e natura ha sempre sostenuto le visioni orientali ed indigene del mondo, come già sostenne Fritjof Capra nel suo famosissimo Il Tao della Fisica. Sono questi i reali motivi per cui il grande giornalista internazionale decise di cambiare strada, scese dal treno della modernità e dall’”autostrada del sapere scientifico” e  per un anno – il 1993 – andò alla scoperta di altre visioni della vita che ancora sentiva pulsare in Asia.  Ci regalerà un libro di struggente poesia:  Un indovino mi disse che però è anche un continuo sdegno per quello che la modernità ha distrutto per mezzo dei «missionari del materialismo e del benessere economico». Piuttosto che manifestazione di  evoluzione, Terzani vedeva la globalizzazione come un processo di  avvelenamento, una forma estrema di  violenza nei confronti di  una vita più semplice ma sicuramente  più serena ed armoniosa. «Il mondo di oggi è alla soglia  di un nuovo Medioevo – annotava nei suoi diari. Bisogna che l’umanità ripensi la direzione dello sviluppo. Così come uno nel bosco o in un deserto si ferma e cambia direzione se si accorge che quella che ha preso è sbagliata, così oggi deve fare l’uomo se si accorge che la direzione che hanno preso la scienza e lo sviluppo lo sta portando a distruggere la natura e a distruggere se stesso». Aveva capito la  prigionia dei consumi, i bombardamenti della pubblicità, la dittatura della televisione, e  li considerava un automatico  meccanismo di infelicità imposto dalla civiltà industriale, per vendere i propri prodotti.

Per questo nel 1996, quando aveva  appena 58 anni,  si dimise dal giornalismo, questo mestiere che intrinsecamente esalta la modernità. Avrebbe voluto, al contrario, essere un “perennialista”, per indagare ciò che c’è di costante e di sacro nella vita e negli uomini. Lascia dunque il rapporto professionale con il settimanale Der Spiegel e la collaborazione con Il Corriere

La giornalista e scrittrice italiana Oriana Fallaci

Quando dunque pubblica il primo, lungo articolo pacifista post 11 settembre 2001, sono già cinque anni che ha abbandonato il giornalismo e la sua visione barricadera della superiorità della civiltà industriale e scientifica dell’occidente. Visto che ormai è appurata l’origine antropica ed industriale del collasso climatico e attualmente è in corso una grande revisione storica dei domini coloniali, forse sarebbe davvero il momento di pensare diversamente la superiorità dell’Occidente, quanto meno non nella maniera rabbiosa e superficiale in cui la immaginava la Fallaci.

Il ruolo dei media è veramente importante, allora come in questo momento. Serve per indirizzare la comprensione  e l’agire dei popoli e dei governi. E sulla scia della Fallaci continuano a muoversi le destre ma anche le sinistre europee, e  un enorme numero di giornalisti che «continuano a fare quello che facevano trent’anni fa». Non a caso Terzani era rimasto sbigottito dalla posizione della Fallaci, quanto dal crollo delle Torri; riteneva che nelle sue parole e nelle  sue invettive morisse la parte migliore dell’umanità, la sua testa e il suo cuore: la comprensione e la compassione.

Ciò di cui abbiamo bisogno è una grande rivoluzione di pensiero collettivo, per proteggere la vita su questa piccola terra, per i nostri figli e i nostri nipoti. Abbiamo bisogno di abbandonare la visione materialista che ha messo l’economia al vertice delle nostre vite e ci rende schiavi e succubi dei una perenne crescita economica  che è oltretutto impossibile in un pianeta finito, come il nostro.  

Tiziano, prima di abbandonare il corpo, ci lasciò infatti un testamento: «Questa secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Occorrono nuovi modelli di sviluppo, non solo crescita, ma parsimonia».


Conte: “Programma di Nova mi onora, non disponibile a diluirlo”. E saluta Di Battista: torna con noi


Il leader del M5S al World Join Center di Milano parla del mandato che gli viene dato con progetto in venti punti che dovrà portare al tavolo della coalizione di centrosinistra: “Non credo al vivacchiare della politica”

Conte: “Programma di Nova mi onora, non disponibile a diluirlo”. E saluta Di Battista: torna con noi

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – MILANO – Sala piena, c’è il tutto esaurito al World Join Center di Milano per la prima giornata di Nova, organizzata dal M5S. Grandissimi applausi per Francesca Albanese che ospite dal palco parla dei diritti calpestati dei palestinesi, ovazione quando Giuseppe Conte nel suo intervento nomina Alessandro Di Battista. In questo clima di grande convinzione, il leader del Movimento prende già un impegno sul programma che uscirà dalle votazioni, destinate a chiudersi domani: «Non pensate che sia disponibile a diluirlo. Questo mandato mi onora e mi responsabilizza e cercherò di assolverlo con la massima determinazione, fermezza e chiarezza», dice il presidente del M5S. «Non credo al vivacchiare della politica. Mi conoscete».

Il messaggio è ovviamente rivolto anche agli alleati, perché tra le proposte sottoposte al voto ce ne sono alcune destinate a pesare nel confronto sul programma comune. A cominciare dalla politica estera, con il no a nuovi invii di armi all’Ucraina e all’aumento delle spese militari. Conte insiste proprio su questo terreno. Alla domanda sul rischio che un’Italia contraria all’invio di armi a Kiev possa rimanere isolata in Europa, replica: «Sulla costruzione di percorsi di pace e sicurezza vera, cioè quella cooperativa, non quella della deterrenza militare, non saremo mai soli». Anzi, se l’Italia diventasse «capofila e protagonista di questa svolta, saremo contagiosi». Per l’ex premier «la scommessa militare l’abbiamo vista quattro anni e mezzo»: ora serve qualcuno che abbia «la determinazione» di imprimere «la svolta negoziale».

Ma il confronto con il resto del centrosinistra non riguarderà soltanto l’Ucraina. Conte anticipa anche cosa dovrebbe accadere in caso di ritorno al governo: «A leggere bene le proposte, nel primo Consiglio dei ministri dovremo abrogare una serie di norme sulla giustizia, oltre che quelle sulla sicurezza che reprimono la protesta e il dissenso civile». Tra i venti punti in votazione ci sono poi una nuova forma di reddito di cittadinanza, la legge sul conflitto d’interessi, la tassazione delle speculazioni finanziarie e diverse misure sul welfare e sulle famiglie.

Poi il passaggio che scalda più di tutti la platea, di natura più affettiva. Conte saluta Di Battista, rientrato da Cuba dopo il delicato intervento chirurgico. Basta il nome dell’ex deputato per far partire un lungo applauso. «Un grande abbraccio a un compagno di questa comunità che non dimentichiamo». E quindi un invito che ha inevitabilmente anche un peso politico: «Torna con noi, abbiamo ancora tante battaglie che ci accomunano. Forza, fai presto».

Domani Nova chiuderà le votazioni e fisserà definitivamente i punti che Conte dovrà portare al confronto con Pd e Avs. Ma alla vigilia della conclusione di Nova, il leader Cinque Stelle ribadisce che la bozza di programma si potrà discutere, non “diluire”.


“Salvini traditore, ridacci la Lega”. A Pontida le scritte contro il leader


Inizia oggi la tradizionale due giorni sul pratone nel Bergamasco. Sull’asfalto e sui muri insulti contro il ministro dei Trasporti: “Ponte=Mafia”, “-Mojito, +Treni”

A Pontida scritte contro Matteo Salvini alla vigilia della due giorni leghista (Foto di Paolo Berizzi)

(Paolo Berizzi – repubblica.it) – PONTIDA – “Salverdini traditore”. “Salvini ridacci la Lega”. “Ponte=mafia”. “- mojito + treni”, e via di questo tenore. Scritte vergate con vernice bianca (tipo gare ciclistiche) sull’asfalto, sui muri, sui pali dell’illuminazione. A Pontida. Scritte più che esplicite indirizzate a Matteo Salvini. La roccaforte storica della Lega si prepara (anche) così ad ospitare, oggi e domani, come da tradizione, la due giorni identitaria e comunitaria della Lega sul – e intorno al – mitico pratone un tempo padano. Clima teso, dunque, alla vigilia del raduno e prime avvisaglie di contestazione al segretario federale. Mai, nella storia della Lega, era successo che a Pontida le ore precedenti la kermesse del partito fossero così agitate; e mai – dai tempi di Bossi, con cui il rito di Pontida iniziò – si erano visti insulti e slogan così duri contro un segretario federale. “Non credo che i leghisti vogliano polemiche al raduno. Ci sarà anche l’omaggio al genio assoluto che ci ha riuniti lì: Umberto Bossi”. Con queste parole, in un’intervista al Corriere della Sera, Salvini aveva provato l’altro giorno a spegnere le polemiche e gli “avvertimenti” provenienti da mesi dal fronte dei “nordisti” che si riconoscono nella corrente dei “governatori” – in testa Attilio Fontana insieme al capogruppo al Senato Massimiliano Romeo.

Un tentativo ripetuto anche, con una sorta di moral suasion, nell’incontro avvenuto giovedì pomeriggio a Milano con lo stesso Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti (“a Pontida evitate che mi fischino”, è stato l’appello). Tuttavia l’accorato altolà di Salvini non pare avere sortito effetto, almeno finora e almeno a giudicare dalle scritte che da ore stanno tappezzando le strade di Pontida. Sia oggi sia domani l’ex Capitano sarà qui: stasera per benedire Padania Giovani, il raduno dei militanti di Lega Giovani tra i quali – giusto per aggiungere altri tizzoni ardenti – sono montate le proteste contro il responsabile (deputato e ultrà salviniano) Luca Toccalini. E domani Salvini sarà ovviamente sul palco del pratone per il comizio finale del raduno. Lo fischieranno? Lo contesteranno? “Non si sa…”, ripetevano ieri sera fonti vicine ai leghisti “nordisti”. Sono gli anti-salviniani, quelli che – per bocca di Romeo e Fontana -, da quest’estate chiedono un cambio di passo a Salvini nella gestione e nella linea del partito, e anche la modifica dello statuto. Le proteste negli ultimi giorni sono cresciute: la prova plastica sono le centinaia di persone che, prima ad Alzano Lombardo e poi a Lazzate, hanno partecipato ai due eventi che hanno visto sul palco il tandem Romeo-Fontana (l’occasione era la presentazione del libro scritto dal capogruppo al Senato, titolo “Fare la Lega”). Poi ci sono le altre anime, che sembrano saldarsi: gli ex leghisti che hanno dato vita al Partito Popolare del Nord (il capofila è l’ex ministro bossiano Roberto Castelli), Patto per il Nord di cui è segretario Paolo Grimoldi (anche lui ex Lega), e infine i frondisti riuniti dall’ex parlamentare Gianluca Pini che ha creato un comitato per rilanciare la Lega Nord (e il suo simbolo con l’Alberto da Giussano, oggi ancora utilizzato dalla Lega Salvini premier) attraverso un congresso. Sia Grimoldi che Pini hanno fatto sapere che domani non saranno a Pontida: ma questo non significa che non ci saranno i loro. Magari proprio per farsi sentire.

“La militanza leghista che ancora crede nell’autonomia del Nord attende con speranza e qualche illusione l’ennesimo raduno di Pontida – si legge in una nota firmata da Giulio Arrighini, ex Deputato della Lega Nord, Segretario Regionale Lombardia del Partito Popolare del Nord -. Quando si è creduto tanto in un progetto politico, si è lavorato, si è affidato un pezzo della propria passione e esistenza ad un ideale ma ancora di più ad un leader, è naturale sperare che il prossimo evento di partito sia quello risolutivo, quello che sistema tutto e fa dimenticare delusioni, cancella amarezze e tanti dubbi. Ad alimentare la speranza hanno contribuito le recenti schermaglie in casa leghista con improbabili richiami al passato, come se gli interpreti di queste rimostranze in questi anni fossero stati altrove, in un non luogo, come il “territorio” al quale fanno spesso riferimento, come se la Lombardia, il Veneto, la Padania non avessero un nome. Quasi che nominare quelle Patrie richiedesse coraggio, lo stesso che non hanno avuto mentre i temi identitari e culturali venivano archiviati per far posto alla svolta “naziunale”. Come se il Nord fosse una cosa da togliere dalla naftalina ogni volta che si avvicina una campagna elettorale, una candidatura ma ancora di più una non candidatura. Sul Sacro Prato – aggiunge Arrighini – , fra le bancarelle di Nduja calabresi, pallotte cacio e ova abruzzesi e Caponate siciliane la fronda avanzerà le proprie richieste e qualche candidatura verrà concessa, spacciandola in chiave nordista ma la prova che mentono e tradiscono la troveremo nella loro ormai annose attività parlamentari non diverse da quelle di un deputato di FI o FdI dove si tratta di ponti sullo stretto, ZES al Sud ma mai di Nord. Bisognerà, prima o poi spulciare e vedere cosa hanno prodotto parlamentari che sono stati votati e pagati per tutelare il Nord, così come farebbe chiunque abbia pagato, e non solo in denaro, per un servizio”.

Rilancio della questione settentrionale e raffreddamento del motore “nazionalista”; collegialità nella gestione del partito (con la nomina di nuovi vicesegretari), modifica dello Statuto. Sono le richieste fatte e rifatte a Salvini dai “nordisti” o, se si preferisce, del fronte dei “governatori”. Finora il segretario federale ha preso tempo, provando a siglare una specie di tregua proprio in vista di Pontida. Avrà effetto? Funzionerà? Le incognite aleggiano sul pratone. Per “arginare” un’eventuale e possibile contestazione Salvini ha mobilitato le sezioni del Centro e Sud Italia: un treno speciale e un centinaio di pullman sono in arrivo da Lazio e regioni meridionali. Anche questo, in fondo, pare surreale vista la storia della Lega federalista e secessionista di Bossi, ma tant’è. “La Lega vince unita, non possiamo pensare a partiti nei partiti – ha detto ieri il vicepremier e ministro dei trasporti a Mattino 5 -. A Pontida parleremo di pensioni, dei giovani, della sicurezza, non parleremo di filosofia o di altro”, ha aggiunto facendo il pompiere. Quando gli hanno chiesto se l giornata di domani a Pontida rappresenta un esame, Salvini ha risposto “io l’esame me lo faccio tutti i giorni, cercando di andare a letto con la coscienza apposto”. Mentre cercava di spegnere le polemiche – che però continuano – Salvini ha affidato al sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, un suo fedelissimo, il compito di provare a allentare la tensione all’interno del partito. Ed è arrivata una dichiarazione che sembrerebbe scongiurare l’ipotesi di una possibile epurazione – che circola da giorni – di Massimiliano Romeo. “Romeo ha fatto il capogruppo, fa il capogruppo e farà il capogruppo – ha detto Durigon – Sta lavorando bene, dopodiché sulla metodologia di come si può cambiare qualcosa in Lega la vedo in modo diverso da un libro. Anche con lui – è la promessa finale, chissà se un avvertimento – faremo una discussione serena e sarà al confronto di Pontida che lo faremo nelle giuste maniere per fare bene al partito”. Non resta che attendere che sul pratone si aprano le danze, chiamiamole così


Sondaggi, centrodestra sotto il 41%. Con il Melonellum vincerebbe il campo largo al 43,8%


Secondo la Supermedia settimanale di YouTrend i partiti che sostengono il governo continuano a perdere quota. Cresce ancora Vannacci. Il M5S guadagna un 0,4%

Sondaggi politici, centrodestra sotto il 41%. Con il Melonellum vincerebbe il campo largo al 43,8%

(repubblica.it) – Il centrodestra continua a perdere quota nei sondaggi. Secondo la Supermedia di YouTrend, questa settimana, i partiti della maggioranza scendono al 40,7%: per la prima volta in questa legislatura sotto il 41%. Se invece si sommano Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa, le opposizioni raggiungono il 43,9%. È la differenza tra la vittoria e la sconfitta con la nuova legge elettorale. Il Melonellum consegna infatti un maxi-premio di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che arriva prima, se supera l’asticella del 42% in entrambe le Camere. Se invece nessuno supera la soglia, la suddivisione dei seggi è solo proporzionale.

Tra i partiti crescono, anche se solo di uno 0,1%, Futuro Nazionale (ormai al 7,7%), Avs (6,4%) e il Pd (21,1%). Il segno più è particolarmente positivo per il M5s, alle prese con Nova, il percorso di ascolto della base. Il partito di Giuseppe Conte guadagna un buon 0,4%.

Perdono o rimangono in equilibrio le forze politiche a sostegno del governo: Fratelli d’Italia è al 26,6% (in calo di un 0,3%), Forza Italia al 7,4 (perde -0,2), la Lega ferma al 5,6 come la settimana scorsa. Tra i piccoli la Supermedia registra Azione al 3,3% (con una perdita di -0,4) Italia Viva 2,3 (-0,1), +Europa 1,5 (+0,1) e Noi Moderati all’1,1 (+0,1).

La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione di questa settimana include sondaggi realizzati dal 2 al 16 settembre ed è stata effettuata il giorno 17 settembre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 10 settembre), Ixe’ (10 settembre), Noto (8 settembre), Only Numbers (4, 11 e 15 settembre), Piepoli (11 settembre), SWG (7 e 14 settembre), Tecne’ (7 e 9 settembre) e Youtrend (4 settembre).


In un modo o nell’altro, Trump è riuscito a mettere le mani sulla Groenlandia


Trump, accordo con Danimarca e Groenlandia per controllo sicurezza isola

(ANSA) – WASHINGTON, 18 SET – Donald Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo con la Danimarca e la Groenlandia, che conferisce agli Stati Uniti “il controllo permanente sulla sicurezza e su ogni altra esigenza” nell’isola.

“Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti hanno stipulato un accordo con Danimarca e Groenlandia, che conferisce agli Stati Uniti il controllo permanente sulla sicurezza e su ogni altra esigenza in Groenlandia che risponde pienamente a tutte le nostre numerose preoccupazioni”, ha scritto Trump su Truth.

“Non ci saranno costi per gli Stati Uniti! Su mia direttiva, abbiamo collaborato con i rappresentanti di Danimarca e Groenlandia per garantire che gli Stati Uniti abbiano per sempre la piena facoltà di agire in Groenlandia come necessario per tutelare e difendere la sicurezza della Groenlandia stessa e degli Stati Uniti”, ha aggiunto il presidente.

Trump, nessun avversario potrà mettere basi o investire in Groenlandia senza ok Usa

(ANSA) – WASHINGTON, 18 SET – In base all’accordo raggiunto tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia “d’ora in avanti, nessun avversario degli Stati Uniti potrà mai stabilire una base o una presenza militare sull’isola né effettuare investimenti sensibili nell’area, senza la nostra espressa approvazione scritta degli Stati Uniti”, ha scritto Donald Trump su Truth annunciando l’intesa. “Si tratta di un sogno che si realizza per l’America”, ha aggiunto.

FREDERIKSEN, ACCORDO SU GROENLANDIA UN BENE PER LA NATO, RICONOSCE NOSTRA SOVRANITÀ

(ANSA) – ROMA, 19 SET – “Sono lieta che si stia delineando un accordo positivo per la Groenlandia, il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti. Un accordo che rafforza la nostra sicurezza condivisa nell’Artico e nella regione del Nord Atlantico, risultando così vantaggioso anche per la Nato e per l’Europa. Un accordo che, al contempo, riconosce la sovranità e l’integrità territoriale del Regno, nonché il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione”.

Lo afferma in una nota la premier danese Mette Frederiksen dopo che Donald Trump ha annunciato un accordo con la Danimarca e la Groenlandia, che conferisce agli Usa “il controllo permanente sulla sicurezza” dell’isola.


Quanti parlamentari perderanno la pensione se si va a elezioni anticipate?


(di Luca Pons – fanpage.it) – Negli ultimi mesi si è fatta largo più volte l’ipotesi delle elezioni anticipate: se ne parla anche adesso che la Camera dovrà approvare definitivamente la legge elettorale, e Giorgia Meloni ha detto che il governo porrà la questione di fiducia. A fare da deterrente per i deputati che potrebbero essere tentati di votare contro l’esecutivo, però, c’è la prospettiva della pensione (che, è bene ricordarlo, non è un vitalizio: questi sono stati eliminati da anni e non esistono più).

Se la legislatura si chiude troppo in anticipo, e il prossimo Parlamento entra in carica prima del 14 aprile 2027, i deputati che sono al primo mandato non matureranno l’assegno pensionistico. Un incentivo importante, dal punto di vista economico. Ecco quanti sono i deputati al primo mandato, come funzionano le pensioni parlamentari e cosa può succedere in Aula nei prossimi mesi.

PERCHÉ SI RISCHIANO LE ELEZIONI ANTICIPATE E QUANDO

Il problema per il governo Meloni è che alla Camera si può richiedere il voto segreto: per questo a luglio la maggioranza era andata sotto (di un solo voto) su un emendamento riguardante le preferenze, sgradito soprattutto a Lega e Forza Italia. Il Senato ha poi introdotto quello stesso emendamento più avanti.

La Camera, probabilmente già a inizio ottobre, si troverà a votare su tutto il testo: bocciare o approvare l’intera legge elettorale. Con tutta probabilità, verrà chiesto di nuovo il voto segreto. Giorgia Meloni ha già detto esplicitamente che il governo porrà la questione di fiducia. In altre parole, se anche stavolta la maggioranza dovesse andare sotto, il governo cadrà.

Per quanto riguarda le ‘vere’ intenzioni della presidente del Consiglio, ci sono speculazioni e retroscena che vanno in tutte le direzioni. C’è chi sostiene che preferirebbe andare al voto a fine legislatura, cioè a ottobre dell’anno prossimo.

Chi pensa che sia interessata ad accelerare i tempi, con le dimissioni dell’esecutivo a breve e le elezioni già tra le fine del 2026 e l’inizio del 2027.

Chi invece guarda a una via di mezzo, per il momento ancora la più quotata: elezioni tra aprile e maggio, per evitare la campagna elettorale nel pieno dell’estate. Con un possibile ‘election day’ che accorpi le elezioni politiche alle amministrative in moltissimi Comuni, tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bologna e altri capoluoghi.

Alla Camera potrebbe saltare la maggioranza, se abbastanza deputati di centrodestra decidessero di opporsi alla riforma nel segreto del voto. L’esecutivo spera che a convincerne molti sia proprio il diritto alla pensione.

QUANDO MATURA LA PENSIONE PER I PARLAMENTARI

Dal 2012, la pensione parlamentare segue le stesse regole di tutte le altre. I deputati e i senatori versano contributi ogni mese, e alla fine possono incassare una pensione commisurata ai contributi che hanno versato. Va chiarito che la pensione non si può intascare subito, ma solo dai 65 anni in su. L’età limite si abbassa di un anno per ogni anno in carica dopo la prima legislatura, fino a un minimo di 60 anni. Inoltre, il pagamento viene sospeso per chi viene rieletto o comunque occupa un’altra carica politica.

Ma il passaggio più importante è che il diritto all’assegno scatta solo per chi resta in carica per almeno quattro anni, sei mesi e un giorno nel corso di una stessa legislatura. Tradotto: chi adesso è al primo mandato ha bisogno di restare in carica per almeno quattro anno, sei mesi e un giorno dal 13 ottobre 2022, senza elezioni anticipate. La data cerchiata sul calendario è il 14 aprile 2027.

Un aspetto spesso dimenticato, ma piuttosto importante, è poi cosa significhi essere “in carica”. Un parlamentare rimane ufficialmente in carica fino alla prima seduta del Parlamento successivo. Il conto non si ferma quando vengono sciolte le Camere, né quando si torna alle urne.

Questo è il motivo per cui, nel 2022, deputati e senatori al primo mandato ottennero la pensione: anche se il governo Draghi era caduto a luglio, si votò a settembre e il nuovo Parlamento entrò in carica a ottobre. Allo stesso modo, per esempio, se il governo Meloni cadesse a gennaio e si votasse poi a fine marzo, ai parlamentari basterebbe che Camera e Senato si insedino dopo il 14 aprile.

Chi sono i deputati al primo mandato che non sono ancora sicuri di avere la pensione

Stando ai dati ufficiali della Camera, attualmente sono in carica 184 deputati che sono al loro primo mandato, tra maggioranza e opposizione. Quasi la metà, sui 400 seggi totali. Nel centrodestra sono 115: i più osservati dal governo.

Il rischio, per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, è che a Montecitorio si ripeta la scena avvenuta pochi mesi fa, quando con il voto segreto una maggioranza silenziosa bocciò la norma sulle preferenze. In questo caso, però, votare contro la legge elettorale significherebbe a tutti gli effetti votare per la fine del governo Meloni. […]

In Fratelli d’Italia ci sono 78 deputati alla prima legislatura (il 66% di tutti i meloniani), che almeno sulla carta non dovrebbero dare grossi problemi al governo perché più ‘fedeli’ alla linea della premier. I problemi possono venire con più facilità da Lega e Forza Italia. Che, incidentalmente, hanno anche una percentuale più bassa di parlamentari al primo mandato: 18 per FI (il 35%), 16 per il Carroccio (il 29%). Meno deputati che potrebbero essere spinti a tapparsi il naso e votare una legge elettorale che li svantaggia per non rinunciare all’assegno.

Va detto che ci potrebbe anche essere l’effetto opposto, nelle file dell’opposizione. Il voto segreto può spostare molti equilibri. Il Pd si è duramente opposto alla legge elettorale, ma i suoi 31 deputati alla prima esperienza (il 46%) saranno tutti intenzionati a far cadere il governo a pochi mesi dalla pensione? Lo stesso vale per i 19 del M5s (il 40%) e tutti gli altri.

QUANTO VALE LA PENSIONE DI DEPUTATI E SENATORI

Quando un parlamentare va in pensione, si applica lo stesso meccanismo che riguarda tutti i pensionati con il sistema contributivo: riceve un assegno misurato sulla quantità di contributi che ha versato negli anni. L’importo del suo cedolino, quindi, dipende dalla sua intera carriera lavorativa.

La specifica pensione da parlamentare, però, si sblocca solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato, come detto. Se non si raggiunge questa soglia, tutti i contributi versati fino a quel momento sono sostanzialmente inutili. Si perdono circa 47mila euro di contributi: una stima indicativa, per un periodo poco al di sotto di quattro anni e mezzo, considerato che ciascun deputato e senatore versa l’8,8% della sua indennità lorda, che oscilla attorno ai 10mila euro al mese. Insomma, in termini concreti andare a elezioni anticipate potrebbe costare qualche centinaio di euro al mese di (futura) pensione ai parlamentari che non finiscono il primo mandato.

Per questo, già dall’inizio dell’estate si parla di una norma che potrebbe venire in soccorso dei deputati. Basterebbe un cambiamento al regolamento della Camera per permettere a tutti coloro che lo desiderano, in caso di fine anticipata della legislatura, di versare in autonomia i contributi che mancano. In questo modo, l’assegno pensionistico sarebbe salvo anche se il governo Meloni dovesse chiudere la sua esperienza a breve.


Altro che rientro dei cervelli: Meloni ha tagliato gli aiuti


È dell’ente presieduto dal marito del ministro

Altro che rientro dei cervelli: Meloni ha tagliato gli aiuti

(di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) – A leggere certi titoloni entusiasti di alcuni giornali su uno studio della Fondazione studi consulenti del lavoro, parrebbe che i giovani expat italiani stiano preparando in massa le valigie per tornare festanti al patrio suolo, fertile di rinnovate opportunità. La ricerca, sventolata dalla maggioranza come prova di uno dei tanti “successi” dell’esecutivo Meloni, racconta di un presunto “boom” dei ritorni nell’ultimo quinquennio, un trionfale 4 giovani emigrati su 10 che fanno rientro in Italia. Per deliziosa coincidenza, la Fondazione che ha sparato il dato è presieduta da Rosario De Luca, marito del ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone. L’oste di Palazzo Chigi, insomma, certifica la bontà del proprio vino.

Ma se si consultano le statistiche ufficiali Istat e le analisi della Voce.info, la realtà appare invece drammaticamente diversa. Innanzitutto gli altri 6 giovani su 10 a rimpatriare non ci pensano proprio. La strombazzata riduzione degli espatri nel 2025 non indica affatto un’improvvisa età dell’oro: il dato statistico è viziato dal boom contabile delle iscrizioni all’Aire registrate nel 2024, che ha drenato quelle dell’anno dopo, dovuto a motivi squisitamente tecnici, l’entrata in vigore delle sanzioni volute da Meloni a dicembre 2023 per chi risiedeva all’estero senza mettersi in regola con l’anagrafe.

Nessun miracolo economico, dunque, nessuna inversione demografica. A demolire la favola del rientro d’altronde ci aveva già pensato, pochi giorni prima, uno studio del Cnel intitolato “Giovani Expat”: come condizione fondamentale per rientrare l’83% dei ragazzi emigrati chiede salari più alti, il 79% reclama una reale meritocrazia nelle carriere. Qui il paradosso si fa amara commedia: a occuparsi delle speranze degli italiani all’estero è il baraccone presieduto da un fulgido esempio di giovane meritorio, Renato Brunetta, che a 76 anni suonati è finito sui giornali per aver tentato di portarsi lo stipendio da 250mila a 310mila euro l’anno e poi è stato costretto alla retromarcia da un polverone di polemiche.

Quanto alla barzelletta degli sforzi governativi per favorire il rientro di cervelli e ricercatori, per smontarla basta mettere in fila date e fatti. Tra il quinquennio 2016-2020 e il 2021-2025 a riportare il 10% in più di giovani emigrati in Italia sono stati solo i benefici fiscali. I quali di certo non sono un’invenzione dell’esecutivo Meloni: il regime “Controesodo” risale alla Finanziaria di Tremonti del 2010, quello per gli “impatriati” è stato introdotto da Renzi nel 2015, la sua estensione stava nel decreto Crescita del 2019 varato dall’esecutivo Conte 1. Al quale Giorgia Meloni ha risposto sì, ma con il Dlgs 209 del 2023 che invece ha ridotto fortemente gli incentivi Irpef per il rientro dei cervelli: dal 2024 le vecchie regole più generose sono state abrogate, gli sconti fiscali abbassati e sostituiti da norme molto più severe e selettive. Intanto le politiche del lavoro non hanno aumentato davvero stipendi e opportunità per i ragazzi, tanto che l’unico balzo degli occupati regolari riguarda gli over 50. Con buona parte delle famiglie italiane alla canna del gas per l’inflazione e a pochi mesi dalle elezioni, insomma, il governo manipola i dati nel tentativo di recuperare qualche consenso.


Il caso Renzi e il centro del campo largo


(Daniele Barni – lafionda.org) – Ci troviamo alla fine dell’estate e delle vacanze. E vogliamo trastullarci con un ultimo divertimento, come quei turisti che sulla spiaggia, sazi di sole e di risate, si concedono l’ultimo tiro di pallina o di pallone prima di chiudere l’ombrellone e recarsi a cena in hotel. Un divertimento, però, di logica, applicata alla politica italiana. In particolare, alla Sinistra e a Matteo Renzi, o a eventuali sue mascherature, come Silvia Salis e Alessandro Onorato.

Sembra che il Gran Rottamatore sia stato preso dalla fregola di rientrare a sinistra, nel cosiddetto “campo largo”. Fregola, a quanto pare, incoraggiata o non ostacolata da Elly Schlein e dagli altri dirigenti del PD. Intanto, dilaga lo sconcerto fra gli elettori, fra i partiti della coalizione, primo fra tutti il Movimento Cinque Stelle, e fra quei pochi analisti che ancora pensano senza buttare gli occhi alla banderuola. Possibile, si stanno chiedendo in molti, che il Partito Democratico sia posseduto da tanto autolesionismo, da tanto masochismo, da questa vera e propria Sindrome di Stoccolma? Possibile che il PD si fidi ancora di chi: ha fatto bere ai lavoratori italiani il ricinale Jobs Act; ha giurato solennemente, nel 2016, che avrebbe abbandonato la politica se avesse perso il referendum confermativo sulla sua riforma costituzionale, per cavarsela, dopo la sconfitta, fischiettando; ha buggerato tutti i suoi alleati, da Giuseppe Conte a Carlo Calenda; fa l’amicone dello squarta-giornalisti Mohammad bin Salman Al Sa’ud; ha accolto, nel 2014, Silvio Berlusconi al Nazareno, sede del Partito Democratico, per stipulare con cotanto statista, frodatore del fisco (sentenza di Cassazione 35729/13) e finanziatore della mafia (sentenza di Cassazione 28225/14), un accordo su sciocchezzuole come la riforma della legge elettorale e della Costituzione?

Ma applichiamo la logica. Partiamo da una prima ipotesi disgiuntivo-esclusiva. O la Schlein e il gruppo dirigente del PD sono bischeri, come si dice a Firenze, minchioni, come si dice a Palermo, pirla, come si dice a Milano, oppure sono costretti da qualcuno a riaccogliere Italia Viva e il suo fondatore nella coalizione. Dato che, anche per tema di querele, dobbiamo escludere che Elly & Co. siano pirla, minchioni o bischeri, non possiamo che affidarci al secondo corno dell’ipotesi: qualcuno impone al Partito Democratico ciò a cui non vorrebbe sottostare.

Proseguiamo con un’ipotesi implicativa. Se qualcuno può imporre a un partito di concludere un’operazione politica, ovvero l’ingresso di Renzi e Italia Viva in coalizione, che, stando ai sondaggi, con ogni probabilità gli farebbe perdere elettori ed elezioni; cioè, se qualcuno può imporre a un partito politico di suicidarsi, questo qualcuno deve essere davvero potente. E chi potrebbe essere così potente? Più potente di un partito fatto di milioni di persone, elettori, militanti, dirigenti? Quale potentato interno o estero potrebbe essere più forte di un grande partito?

Proviamo a seguire le impronte, a unirle, per tracciare il disegno. Nel 2015, Denis Verdini, uomo forte di Berlusconi in Toscana, dopo un pranzo con questi, annuncia la sua fuoriuscita da Forza Italia e, trascorsi pochi giorni, appoggia il governo Renzi con un pugno di fedelissimi. Strano, vero? Una rottura tra due vecchi compari dopo un pranzo, a pancia piena. In realtà, è tutto concordato. Berlusconi, con questa operazione, dà l’avallo al governo renziano e vi pone a guardia un suo mastino. Nel 2014, come ricordato sopra, il Grande Rottamatore, da segretario del Partito Democratico, sigla con Berlusconi il cosiddetto “patto del Nazareno”. Ma non è la prima volta che i due si incontrano. Nel 2010, Renzi, da sindaco di Firenze, compie una visita riservata ad Arcore per parlare dei problemi del capoluogo toscano (sic!). Visita che susciterà in molti perplessità e polemiche. Nel 1994, il giovine Matteo partecipa su Canale 5 alla Ruota della Fortuna di Mike Bongiorno, vincendo 48,4 milioni di lire.

Già, Canale 5, Mediaset: proprio a Mediaset potrebbero condurre le impronte, e alla famiglia Berlusconi. Ma non famiglia in quanto tale, bensì in quanto perno del sistema gigantesco di interessi che le trottola intorno. La famiglia Berlusconi è la politica, in cui aggeggia tramite Forza Italia. È il sistema bancario, in cui si è intrufolata con Mediolanum. È il sistema industriale, in cui spicca con le sue tante aziende, prima fra tutte Mediaset. E con Mediaset è l’informazione, il cinema, la radio e, insieme alla casa editrice Mondadori, l’editoria. La famiglia Berlusconi, è il Sistema. Un pachiderma di denaro e di interessi spaventato da un topolino, il Movimento Cinque Stelle, con la sua carica antisistema, che potrebbe far deflagrare equilibri di potere sistemati con certosina cura nei decenni. Il sistema politico-economico italiano, con informazione al guinzaglio, è terrorizzato dal Movimento. Di tutto ha fatto per neutralizzarlo. E, oggi, un Renzi buttato nel centrosinistra potrebbe essere un utile strumento di interdizione e di ricatto.

Ma proviamo a seguire altre impronte, altri profili: Renzi conduce a bin Salman; questo all’Arabia Saudita; questa al suo grande alleato occidentale, gli Stati Uniti; questi a Israele, loro perno in Medio Oriente; questo alla guerra con Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran; queste guerre all’altra guerra, tra Russia e Ucraina; questa agli equilibri internazionali, in cui sono coinvolti, oltre l’Iran, Cina, India, Corea del Nord e del Sud, Brasile, Giappone e, alla fine della catena, l’Italia. Il nostro paese, provincia dell’impero talassocratico yankee, ne è pedina importante, posta in mezzo al Mediterraneo, tra Oriente e Occidente. Gli americani non possono e non vogliono rischiare che essa non risponda ai movimenti che loro intendono imprimerle sullo scacchiere mondiale e mediterraneo. Il governo Meloni, fascista o meno agli americani non interessa, così pedissequo alla Nato, al di là dell’Atlantico piace da impazzire. Così come piacerebbe un governo PD, dentro al centrosinistra o, meglio, in un’ammucchiata tecnica. Ma, ancora una volta, non piace per niente, in un momento storico e geopolitico delicato come questo, un governo del Partito Democratico con il Movimento Cinque Stelle. Quest’ultimi sono troppo filo-pacifisti, filo-palestinesi, filo-cinesi, insomma troppo liberi e ingestibili. E, ancora una volta, un Renzi buttato nel centrosinistra potrebbe essere un utile strumento di interdizione e di ricatto. Per gli americani di garanzia.

Ed Elly Schlein? Quali sono le sue tracce? Nel 2008 partecipa come volontaria alla campagna elettorale di Barack Obama. Replica per la sua rielezione nel 2012. Parla bene l’inglese. Non è per caso che da Washington o dall’ambasciata americana a Roma, in Via Vittorio Veneto, sia partita una telefonata alla segreteria del PD in cui si è fatta a Elly, in un inglese chiarissimo, un’offerta impossibile da rifiutare?

Non so se le nostre siano divagazioni estive o ipotesi vicine al vero. So, però, che applicare la logica aiuta a capire. E so che la politica si avvale spesso di personaggi improbabili per le sue macchinazioni. Basti osservare lo spazio, spropositato rispetto al gradimento e al consenso, che nei media è dato a Renzi e alla sua conventicola.

Ci sembra opportuno concludere con una doppia implicazione logica. Se e solo se politici come Renzi saranno esclusi dal cosiddetto “campo largo” della sinistra, questa potrà rinnovarsi nei metodi e nei programmi al fine di cambiare, si spera in meglio, l’Italia.


L’Italia, la cuccagna degli imprenditori della sanità


Sanità, un euro in più sul ticket delle visite specialistiche. E aumenta il costo di 450 prestazioni. La novità riguarda soprattutto le Regioni, che pagheranno di più le prestazioni dei privati convenzionati. Ecco cosa cambia

Sanità, un euro in più sul ticket delle visite specialistiche. E aumenta il costo di 450 prestazioni

(di Michele Bocci – repubblica.it) – Lunedì prossimo cambiano le tariffe delle prestazioni sanitarie, anche se ancora, a tre giorni dalla data, deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che introduce le novità. I cambiamenti riguardano soprattutto i privati convenzionati con la sanità pubblica, ma in qualche caso anche i cittadini, che spenderanno un po’ di più (un euro) per i ticket di alcune visite specialistiche.

Cambiano 450 tariffe

Le tariffe sono i soldi riconosciuti dalle Asl ai privati che lavorano in convenzione per le attività specialistiche, visite ed esami. Servono anche per stabilire quanto una Regione deve dare a un’altra se un suo paziente si sposta per curarsi. Da anni si lavora per cambiarle e dopo battaglie, polemiche e ricorsi, l’impostazione definitiva prevede l’aggiornamento di 450 tariffe (su 2.100) di prestazioni ambulatoriali e su 222 codici di assistenza protesica (su 2.000). Il valore totale dell’aumento dei prezzi per le Regioni italiane è di circa 210 milioni (dei quali 180 per le prestazioni ambulatoriali), già coperti dalla manovra dell’anno scorso. Saranno coperte così le maggiori spese delle Regioni.

Quali sono gli aumenti

Sempre restando alle maggiori spese per il sistema sanitario, non per i cittadini, le prime visite specialistiche saranno pagate ai privati il 4,4% in più cioè più meno da 25 a 26 euro, l’ecocolordopplerdegli arti superiori passa da 47 euro a 48,75, la spirometria da 38 a 39,4 euro, l’elettorcardiogramma dinamico da 61,95 a 64,25 euro, la scintigrafia globale da 480 euro a 501 e così via. Ferme le tariffe per gli esami del sangue, ad aumentare sarà soltanto quanto viene riconosciuto ai privati convenzionati per il prelievo, che passa da 3,8 euro a 4,2 euro.

Cosa cambia per i cittadini

In Italia il ticket massimo a carico dei cittadini è di 36,15 euro e questa soglia non potrà essere superata (anche se nella ricetta ci sono più prestazioni, fino a otto della stessa branca). Tutte le prestazioni che valgono di più e hanno visto un aumento della tariffa, la maggior parte, non incidono quindi sulla spesa dei pazienti, che resterà appunto ancorata alla franchigia. Aumenti ci saranno in quelle che valgono di meno, come appunto le prime visite specialistiche (ma solo quelle che non prevedono contestualmente accertamenti diagnostici). Qui l’aumento sarà di circa un euro e dovrà pagarlo il paziente.

Quanto spendono le Regioni

A livello nazionale, le Regioni incasseranno 27 milioni di euro in più dai ticket, cifra piuttosto contenuta. Stando solo alla specialistica, quindi, e visto che l’aumento della remunerazione dei privati costerà 210 milioni, la spesa netta in più sarà di 187 milioni.


Virginia Raggi: “Vedo fermento anche nel Pd. Ma ora dicano cosa vogliono”


“Grillo? Faccia ciò che vuole, ma le nostre idee sono ancora quelle delle origini”

“Vedo fermento anche nel Pd. Ma ora dicano cosa vogliono”

(ilfattoquotidiano.it) – L’ex sindaca di Roma, Virginia Raggi, non è sorpresa dai punti di programma di Nova: “Sulle armi il Movimento ha da tempo una posizione netta. Vedo che anche in una parte del Pd sta crescendo un fermento interessante contro la guerra. Ma se i dem vogliono che il mondo vada verso un conflitto perenne lo dicano chiaramente”.

La vostra linea sull’Ucraina resta il principale motivo di distanza dai dem. Eppure per Schlein vi metterete comunque d’accordo.

Io dico che la linea seguita finora è stata fallimentare. Continuare a inviare armi in quattro anni non ha risolto né cambiato nulla.

Ma senza armi l’Ucraina verrebbe spazzata via da Putin, no?

Rifiuto questa narrazione, assieme a quella della Russia pronta a invadere l’Europa. Ora serve che torni in campo la diplomazia, con un approccio a un mondo che è ormai multipolare e che non può più essere schiacciato su Washington.

Con che postura voi del M5S dovreste sedervi al tavolo sul programma con gli altri partiti?

Con la consapevolezza di chi è molto fiero del suo percorso. Noi abbiamo già elaborato punti di programma, mentre altri nel centrosinistra si parlano un po’ addosso. Abbiamo dato risposte: ora bisogna comprendere quelle degli alleati. Ricordando a tutti che solo meno di un anno fa centinaia di migliaia di persone scesero in piazza a Roma contro tutte le guerre: chi si definisce progressista non può non tenerne conto.

Di certo nel Campo largo siete uniti sul chiedere a Crosetto di riferire in Parlamento sull’attacco a un aereo italiano e sulla missione Aspides.

Io sono perplessa e preoccupata. La Carta è molto chiara: non si possono prendere certe decisioni senza prima passare per le Camere.

È perplessa anche per il no di tanti del Pd alle primarie?

È un loro classico strumento, quindi mi sorprende. Dopo aver costruito il programma, che è sempre il fondamento di tutto, servirà trovare un candidato. E le primarie possono starci.

Beppe Grillo ha voglia di formare un nuovo partito. Che ne pensa?

È una sua scelta.

Sarà: ma non perde occasione per attaccarvi. Ora vi chiama Movimento Stelle Zero. Può trovare tanta gente per questo progetto?

Premetto che a Beppe, come a Gianroberto Casaleggio, dobbiamo gratitudine e affetto perché hanno portato tanta gente competente, onesta e appassionata in politica. Detto questo, io nel programma di Nova trovo tutti i temi cruciali nella storia dei 5Stelle, dalla sostenibilità ambientale alla sanità e alla pace, fino al Reddito di cittadinanza, alla partecipazione e all’acqua pubblica. Non mi pare proprio che siamo lontani dal Movimento delle origini.

@lucadecarolis


Non saranno i generali a “scatenare l’inferno”


(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Quando, l’altro giorno, è giunta la notizia che due Tornado italiani in servizio di pattuglia in Lituania avevano abbattuto un drone che era entrato nello spazio aereo di quel Paese, l’Italia è stata attraversata da un brivido di patriottico orgoglio. “È il secondo che abbiamo abbattuto” aveva commentato il comandante sul campo. Niente drammi, niente retorica: “Abbiamo ricevuto l’allarme a mezzanotte e dopo venti minuti avevamo neutralizzato l’intruso”.

[…] L’intera compagine politica euroatlantica ha colto l’occasione per denunciare l’inaccettabile attacco russo, l’ennesima provocazione che tenta di mettere alla prova le capacità della Nato di respingere qualsiasi attacco. Identificato come Shahed in forza alla Bielorussia, ma presente anche negli arsenali russi, veniva da Est, dalla Bielorussia, appunto, e dirigeva verso ovest (mar Baltico). I resti del velivolo erano dispersi attorno alle cascine di Pratkunai, paesino a 100 km dal confine con Bielorussia (Est-Sud Est), un’ottantina da quello con la Polonia (Sud-Ovest). I droni di questo tipo seguono rotte predeterminate secondo coordinate geografiche (Gps) ed è normale che tali rotte prevedano punti di cambio di direzione (waypoint). La rotta impostata non è mai seguita con precisione, anzi il sistema prevede un continuo movimento a zig zag a cavallo della rotta in modo da eludere le intercettazioni e ingannare sull’obiettivo finale. A causa della bassa velocità (max 180 km/h), della bassa quota di volo (300 m) e del rumore del motore è più facile che sia individuato da terra che dall’aereo, soprattutto di notte. Di fatto l’intercettazione aerea è molto più rischiosa e costosa di un qualsiasi sistema antiaereo terrestre compreso tra il missile e la fionda. Evidentemente l’operazione di air policing (“polizia aerea”) in atto nei Paesi baltici è calibrato sulla minaccia maggiore piuttosto che su quella più probabile. Inoltre la stessa Nato ha fornito istruzioni che tendono a evitare reazioni eccessive, errori di identificazione o accidentali. Nonostante le fregole belliciste dei vertici della Nato e dell’Unione europea e i deliri di molti capi di Stato e di governo, gli organi militari esercitano ancora molta cautela nelle risposte operative. Non è soltanto rispetto delle norme stabilite dai trattati, è buon senso, rispetto di se stessi e coscienza delle conseguenze che ogni atto militare comporta. “Non sarò io a scatenare la terza guerra mondiale”. Così ragionò Sir Michael Jackson, comandante del corpo d’armata di reazione rapida della Nato quando ricevette l’ordine da un esagitato comandante supremo che gli intimava di invadere il Kosovo. Doveva distruggere uno sparuto nucleo corazzato russo che dalla Bosnia stava andando a presidiare gli aerei serbi schierati nel loro aeroporto di Pristina. Fu lui, invece, che poco tempo dopo raggiunse un accordo con i comandanti serbi per il cessate il fuoco e il ritiro delle loro truppe dalla loro provincia. Altri tempi e altri generali!

[…] Intanto sul drone in Lituania cominciano a sorgere i soliti dubbi. Dalle ultime precisazioni si è appreso che il drone era “armato”. Sarebbe stato strano se non lo fosse. Lo Shahed non è un velivolo senza pilota: per costruzione è una bomba volante. Ma questo deve essere stato un drone umanitario: è stato inseguito, abbattuto, fatto a pezzi sparsi sui campi e non è esploso. Giustamente, i tecnici della Nato stanno esaminando l’Ufo, oggetto straniero non identificato. L’Unione europea, come al solito, ha denunciato il piano deliberato di attacco da parte russa a tutta l’Europa e oltre. Sarebbe ora che qualcuno spiegasse agli strilloni che la pianificazione russa non prevede un attacco, ma una risposta a una provocazione. Se continuano a strillare finisce che saranno presi per provocatori. La risposta russa che la Nato si aspetta non è un drone solitario e umanitario, ma uno sciame di droni di saturazione seguito da centinaia di missili sui responsabili. Se non peggio. Il drone in questione ha superato il confine lituano proveniente da non si sa dove. Poteva essere la Bielorussia, la Russia stessa, la Germania, la Polonia e l’Ucraina che in Polonia è di casa. Un raggio d’azione di 1000-2500 chilometri permette qualsiasi ipotesi. Lo stesso esame dei resti può dire poco. Russi e ucraini, assieme a francesi e tedeschi si contendono il primato di replica dei droni. Potrebbe dire qualcosa di più conoscere l’obiettivo stabilito per il drone. A partire dallo sconfinamento si è diretto verso Ovest. Ha superato l’allineamento di Vilnius, che evidentemente non interessava, e ha continuato per 30 chilometri in direzione di… Kaliningrad. Quale obiettivo più succulento, non per una provocazione, ma per un casus belli? La Russia potrebbe dire di essere stata attaccata e risponderebbe. Europa e Ucraina potrebbero dire che la Russia si è bombardata da sola e la Russia rafforzerebbe la risposta. Fortunatamente il drone è stato abbattuto. Chi voleva la provocazione o addirittura il casus belli non sarà contento. Va a finire che se la prenderà con chi l’ha abbattuto. A noi invece va bene così. Non sarete stati voi a scatenare la terza guerra mondiale. Grazie ragazzi!


La pace è una cosa seria


La sinistra rischia di scordare la storia. Ci sono situazione che non si affrontano con slogan o diserzione. Il ritorno del massimalismo

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – La sinistra italiana scherza col fuoco. Essa rischia per la seconda volta nella sua storia di dare un contributo decisivo a consegnare il Paese ad un marasma irto di pericoli decretando, insieme, il proprio suicidio politico. E lo fa di nuovo a proposito della questione cruciale della guerra: come già fu nel 1919-20, quando la sua azione contribuì a produrre la nascita e la vittoria del fascismo.

Mi chiedo se di tutto questo abbia una pur pallida consapevolezza Virginia Libero, la ventottenne segretaria nazionale dei giovani del Partito democratico, fedelissima della Schlein, la quale l’altro giorno, in un comizio dai toni incendiari tenuto alla Festa dell’Unità a Reggio Emilia, rivolgendosi evidentemente alla maggioranza di governo ha detto: «Non saremo i soldati delle vostre guerre (…) alle guerre andateci voi perché noi organizzeremo i disertori. Per noi patria significa ripudiare la guerra (…) non saremo spettatori e arriveremo senza chiedere permesso». Una voce isolata? Per nulla. A rincalzo ecco infatti un altro membro della segreteria dei «giovani democratici» (mai denominazione mi è sembrata più inappropriata), Marco Rocco De Luca, che sempre in un comizio a Reggio Emilia, dopo aver rivendicato la propria qualifica di «nipote del comunismo italiano» ha dichiarato di voler «distruggere questo capitalismo e liberarci dal giogo imperialista Usa, dal giogo sionista e dall’oppressione dei potenti».

Sia quelle di Libero che quelle di De Luca sono parole intrise di un’aggressività roboante e di maniera, dettate solo da una sfrenata quanto infantile vis polemica, e specie per quanto riguarda la promessa di diserzione, gonfie di una retorica insurrezionalistica semplicemente grottesca dal momento che il governo italiano, oltre a una piena solidarietà politica, ha offerto all’Ucraina soprattutto materiale non militare e ha sempre assicurato che neppure un uomo o una donna del nostro esercito metteranno mai piede in quel Paese. Ma quelle risuonate a Reggio Emilia sono soprattutto parole stupefacenti sulla bocca di militanti del Pd perché incompatibili con qualsiasi opposizione che miri ad assumere responsabilità di governo in una democrazia parlamentare come quella italiana. Non da ultimo — vero segretaria Schlein? — per il piccolo particolare che esse sfidano apertamente il dettato di almeno due o tre articoli della Costituzione della Repubblica; e dunque sarebbe stato più che opportuno che qualcuno della segreteria del Pd si affrettasse a correggerle e magari a prenderne le distanze immediatamente e nel modo più netto.
Ciò che tuttavia dei comizi di Libero e di De Luca deve colpire di più l’opinione pubblica è qualcos’altro, a me pare. È il loro valore di sintomo, di spia, di un orientamento politico che negli ultimi anni ha conquistato parti significative della gioventù italiana. Di quella gravitante non solo nel mondo della sinistra diciamo così tradizionale. Sappiamo dai giornali, ad esempio, che Virginia Libero, oggi anche convinta militante pro Pal, è stata pure una «scout», cioè appartenente a un movimento giovanile proprio del mondo cattolico.

Che cosa si agita dunque nella mente di questa gioventù? Che cosa c’è dietro questo straparlare eccitato potenzialmente pronto però a divenire, o comunque ad alimentare, l’esaltazione violenta cui abbiamo assistito in tanti cortei degli ultimi anni?
Essenziale, mi sembra, una vasta ignoranza del passato, della storia. Dicendo questo non c’è in me alcuna volontà di disprezzo: se i giovani sanno poco è colpa soprattutto di noi «grandi» che negli ultimi decenni abbiamo fornito loro un’istruzione sbagliata e/o insufficiente.

Non conoscere la storia (e al suo posto invece una qualche mitologia ideologica) significa avere con la realtà sociale un rapporto che facilmente diviene un rapporto onirico, di sogno. In base al quale invece degli esseri umani in carne ed ossa ci si dipinge un mondo di angeli da una parte e di demoni dall’altra, un mondo in bianco e nero. Che o non conosce vincoli e costrizioni, e dunque nel quale tutto è possibile, o, viceversa, che è dominato da poteri onnipotenti e ostili con cui è inevitabile una guerra all’ultimo sangue. Ma dunque un mondo che per definizione non è quello della democrazia: intendo della democrazia dei partiti, delle elezioni e del parlamento, dominato dalla fatica del consenso e costantemente insidiato dal grigiore inevitabile del compromesso. Del compromesso non solo con l’avversario ma da quello ben più importante con i propri sogni.

E non basta, perché in una gioventù ignara della storia e perlopiù anche ignara — grazie al tenore di vita di cui bene o male gode — delle durezze dell’esistenza quotidiana, la mancanza di senso della realtà tende inevitabilmente a produrre quel veleno mortale della politica che è il moralismo. Moralismo che come si sa, è cosa ben diversa dall’avere principi morali e comportarsi seguendo tali principi, bensì vuol dire giudicare i fatti e le persone astraendo dalle circostanze e applicando unicamente il criterio di ciò che è formalmente giusto e ciò che è formalmente sbagliato. Ad esempio ponendo sullo stesso piano la violenza di chi aggredisce e la violenza di chi è aggredito e dunque considerando l’uno e l’altro colpevoli allo stesso modo di non volere «la pace».

Sono ormai anni che la sinistra italiana, lei stessa dimentica della storia, lungi dal contrastare tutto questo insieme di inclinazioni le ha viceversa coltivate e diffuse a piene mani trovando facile ascolto specie nella gioventù del Paese. Che oggi per bocca di Marco Rocco De Luca ci assicura baldanzosamente di essere pronta a «salpare con coraggio verso nuovi orizzonti». Benissimo, ma prima della partenza qualcuno l’avverta che Crosetto non è Cadorna, e che su quei nuovi orizzonti si staglia, in realtà, solo il profilo di un’ennesima, immancabile sconfitta.


Gaiani: “La presenza dei militari nell’area espone sempre più a rischi incomprensibili”


“La presenza dei militari nell’area espone sempre più a rischi incomprensibili”

(di Roberta Zunini – ilfattoquotidiano.it) – Già il 3 agosto su Analisi Difesa, un articolo avvertiva sul rischio che lo spostamento nel marzo scorso di 400 soldati italiani e mezzi militari dal Kuwait all’Arabia Saudita rappresentava per il nostro paese. La riflessione risulta oggi più che mai attuale dopo che durante la notte scorsa, la base aerea saudita di Ta’if è stata colpita da diversi attacchi in cui è stato danneggiato uno dei quattro Eurofighter Typhoon italiani presenti. “Constato che l’Italia – afferma Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa – ha trasferito i nostri soldati dal Kuwait all’Arabia Saudita per metterli al riparo da una guerra, quella americana contro l’Iran, che non era la nostra, per finire di coinvolgerli, per ora indirettamente, nelle nuove ostilità tra Arabia Saudita e Houthi perché dalla base di Ta’if partono i bombardamenti sauditi contro gli Houthi in Yemen”.

L’evacuazione dal Kuwait era legittima però?

Certo, ma lo spostamento in Arabia Saudita si è trasformato in una nuova missione senza averne le credenziali.

Anche questa guerra non ci riguarda?

Gli Houthi non colpiscono le nostre navi nello Stretto di Bab el Mandeb. Il problema è che aiutando i sauditi a controllare e difendere il loro spazio aereo, potremmo essere visti come cobelligeranti e venire coinvolti direttamente. Va anche sottolineato che gli Houthi non solo non colpiscono le nostre navi mercantili ma neanche quelle di altri Stati, bensì solo quelle saudite, motivo per cui gli Stati Uniti si sono rifiutati di correre in soccorso dell’alleata Riad. A maggior ragione non ha senso per noi rimanere lì.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto sta valutando il da farsi. Secondo lei che cosa è più urgente?

Innanzitutto spiegare e discutere questa missione in ambito governativo e farla approvare dal Parlamento perché se noi sosteniamo che aiutare l’Arabia Saudita, seppur indirettamente, contro gli Houthi sia nei nostri interessi e il Parlamento l’approva, allora diventa una missione come tutte le altre nonostante comporti dei rischi molto seri. Però questo passaggio cruciale in aula finora non c’è stato.

Insomma, l’Italia può solo rimetterci da questa situazione?

Sì, se gli Houthi ci considereranno nemici, allora la Difesa dovrà far scortare le nostre navi mercantili nello Stretto di Bab el Mandeb. Capisco la precauzione di continuare a mantenere la nostra fregata Bergamini e altri mezzi a Gibuti, specialmente per tranquillizzare i nostri armatori qualora ci fossero incidenti, ma rimanere in Arabia Saudita per aiutarla a difendersi per noi può essere controproducente, peraltro si tratta di uno dei paesi che spende di più per la Difesa e ha ben 450 aerei da guerra.

Anche per il trasferimento del nostro contingente dal Kurdistan iracheno agli Emirati non c’è stato il passaggio parlamentare?

È così.


Il dovere di aiutare Kiev


A decidere i nostri destini, più della tenuta di Bruxelles, sarà la resistenza dell’Ucraina

Il dovere di aiutare Kiev

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Le navi della Marina accendono la sala macchine in attesa di salpare per Bab el-Mandeb, un Eurofighter tricolore viene colpito dalle milizie Houthi in una base saudita e l’Italietta va un po’ a ramengo. Giorgia Laqualunque alla canna del gas sgancia l’arma fine di mondo con l’abolizione del bollo auto, mentre Schlein in modalità auto-candidata premier insegue farfalle col “piano-energia in cinque punti”.

Danze macabre sotto il Vulcano. Più rimbombano i tamburi di guerra, più noi balliamo la salsa elettorale, rinunciando all’assunzione di ogni vera responsabilità di fronte al dilagare degli opposti estremismi nei due schieramenti. Da una parte si pencola tra Crosetto con l’elmetto e Vannacci col colbacco, dall’altra si oscilla tra la crescente foga bellicista dei “riformisti Dem” (chiunque siano adesso, al di là di Lorenzo Guerini) e il vibrante inno alla pace dei “giovani Pd” (qualunque cosa significhi, purché non la resa dell’Ucraina).

Tanti falsi movimenti ci chiudono l’orizzonte e ci impediscono di vedere quelli veri, che pure ci sono e ci riguardano molto da vicino. Quasi suo malgrado, si muove l’Europa, dove è sempre più chiaro che a decidere i nostri destini, più della tenuta di Bruxelles, sarà la resistenza di Kiev. E qui, a parte il rituale discorso di von der Leyen sullo stato dell’Unione, colpisce di nuovo la discesa in campo di Mark Carney, che ancora una volta sveglia i sonnambuli del Vecchio Continente.

L’aveva già fatto il 26 gennaio al Forum di Davos, in un discorso memorabile. Quando aveva scosso le coscienze sbattendoci in faccia la dura realtà non della “transizione” ma della “rottura” e del “cambio d’epoca”. Aveva ricordato il fruttivendolo di Havel che ogni mattina nella Cecoslovacchia “sovietica” esponeva il cartello “lavoratori di tutto il mondo unitevi” col quale esibiva la sua conformità al sistema, sapendola falsa. Aveva paragonato quel piccolo uomo al Grande Occidente, abituato per decenni a esibire in vetrina lo stesso cartello col quale rinnovava la sua “fede” in un ordine mondiale formale basato sulla comoda egemonia americana, sapendola superata. E aveva invitato le medie potenze e l’Europa orfana di Trump a reagire con forza di fronte al ritorno degli Imperi e ad agire subito perché “se non sei al tavolo, sei nel menù”. A Strasburgo il primo ministro canadese, citando la quercia e le affinità elettive di Goethe, ha rilanciato la sfida chiedendo uno sforzo comune all’Europa.

Non sarà una “svolta storica”, ma è un atto politico di grande portata in questo momento cruciale della guerra di Putin e del disimpegno di Trump. Di fronte all’onda nera filo-russa che preme sugli argini e fa tremare le cancellerie dell’Ue, non è affatto banale ripetere che “la libertà va difesa ogni giorno”, che “abbiamo valori comuni per i quali abbiamo lottato e che dobbiamo continuare a difendere restando vigili” e che “perseguiamo la resilienza affinché nessuno possa controllare i nostri mercati aperti e minacciare la nostra sovranità, la nostra integrità territoriale, le nostre democrazie”. È come se Carney, nell’ora più buia di Churchill, desse ai leader europei il coraggio che gli manca per rialzare la testa, resistere al’urto delle autocrazie, prosciugare i fiumi dell’odio nei quali sguazzano le forze estremiste e ultra-nazionaliste che sfasciano l’Europa dall’interno.

È vero che le elezioni in Svezia sono state una boccata d’ossigeno per i socialisti, che lì governano da 109 anni ininterrotti. Ma domani si vota a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania, e dopo il trionfo in Sassonia-Anhalt il partito neo-nazista punta a bissare la vittoria nei laender dove trent’anni fa iniziarono le prime rivolte xenofobe e a contendere la capitale a una Cdu sempre più esausta e confusa. Che succede se anche lì si realizza quel Alles ist möglich, tutto è possibile, col quale Alice Weidel e Tino Chrupalla – quelli che vogliono cacciare tutti gli stranieri, compresi i figli di migranti tedeschi di seconda generazione, e istituire le classi separate per i disabili e i “meticci” – aggiungono da mesi mattone a mattone, per ricostruire la Fortezza Germania che rompe con Palazzo Justus Lipsius e ricuce col Cremlino?

Per adesso nella galassia dell’ultradestra sovranista a marcare qualche distanza dall’Afd è stata solo Marine Le Pen, e non certo per le posizioni filo-russe dei tedeschi, visto che lo stesso Rassemblement National è finanziato ufficialmente da Russia Unita. Per il resto, esultano tutti, dal neo-franchista Santiago Abascal in Spagna al brexiteer Nigel Farage in Gran Bretagna. Giorgia Meloni, come sempre quando c’è un intricato nodo identitario da sciogliere, si finge morta come l’opossum: non abbiamo ancora sentito una sua sola parola su quanto sta accadendo in Germania e su quanto possa costringerla a cambiare linea l’ideale ritorno di fiamma di Salvini sulla Piazza Rossa, risucchiato nel gorgo dal generale pacifinto che pretende a ogni costo la fine del conflitto e delle sanzioni.

In questo inquietante “cupio dissolvi” europeo, Zelensky può solo sperare. Nelle nostre armi, ma prima ancora nei nostri cuori. Prima del solito inverno al gelo – con le infrastrutture energetiche colpite dai missili Kh-101 e i 3M Kalibr lanciati dalla flotta del Mar Nero – il popolo ucraino deve fare i conti con l’autunno del nostro scontento, che ci vede sempre più stanchi di guerra. E che stavolta incrocia pure il voto per il rinnovo della Duma nella Federazione Russa e nei territori occupati.

Per quel che valgono le elezioni in una democratura – e considerato che nei villaggi del Donetsk la gente va alle urne “accompagnata” dai soldati armati di Ak-47 – non è un fatto da poco: lo Zar può costruire il suo primo “Parlamento di guerra”, senza nemici visibili visto che il partito della pace Yabloko è bandito dalla Corte suprema russa e tutti gli altri oppositori sono in rotta, da Yulia Navalnaya a Maxim Katz. La Madre Russia, che già spende in armi più di 20 miliardi di dollari al mese, è quasi in ginocchio.

Ma come diceva Alfred Koch, ex ministro delle Privatizzazioni negli anni ’90, “a Stalin non si poteva mentire, mentre a Putin non si può dire la verità”. Ecco perché Bunkerny Ded – il “nonno del bunker” come lo chiamava il povero Navalny – non smetterà mai di bombardare. Ed ecco perché i russi continuano rassegnati a ripetere quello che diceva il diavolo Voland nel capolavoro di Bulgakov, Il maestro e Margherita: “Un giorno finirà”, perché “alla fine tutto andrà come deve andare, è su questo che poggia il mondo”.

Ma la fine è ancora molto, molto lontana. E per questo noi europei, senza tentare a ogni ora del giorno la via diplomatica, abbiamo il dovere morale e politico di non lasciare sola l’Ucraina. E qui sta l’unico rilievo che si può muovere all’appassionata apologia della pace di Virginia Libero dal palco di Reggio Emilia: è sacrosanto gridare “noi non saremo mai i soldati delle vostre guerre”. Ma la resistenza di Zelensky e del suo popolo non è una guerra “loro”. E noi europei, quando su quel treno per Kiev c’era ancora un bel pezzo d’Europa, Slava Ukraini l’abbiamo urlato molto prima che Meloni entrasse a Palazzo Chigi e Trump tornasse alla Casa Bianca. Per questo dobbiamo urlarlo ancora.


L’Italia in guerra senza dirlo al Colle


La missione Aspides. Crosetto minimizza sull’Eurofighter distrutto e rilancia sull’operazione nel Mar Rosso, di cui non aveva parlato col Quirinale

L’Italia in guerra senza dirlo al Colle

(estr. di Ilaria Proietti e Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Guido Crosetto compulsa le agenzie che piovono dall’Europa, con aria soddisfatta. E ai suoi ripete: “Il mio obiettivo era scuotere l’Unione sulla missione Aspides, e l’ho raggiunto”. E così a fine giornata l’Eurofighter italiano colpito dagli Houthi nella notte passa in secondo piano, benché si tratti dell’attacco forse più grave inflitto ai nostri mezzi militari negli ultimi dieci anni. Certamente prova, a dispetto delle parole pronunciate pochi giorni fa da Antonio Tajani, che i nostri soldati sono tutt’altro che al sicuro lì – in Arabia Saudita – dove il governo ha deciso di dislocarli. Con una decisione su cui il Parlamento non ha toccato palla neppure quando, per l’intervento dell’Arabia nel conflitto con l’Iran, la base area di Ta’if è diventata un bersaglio naturale. “Vogliamo sapere se ora Crosetto vuole riportare i nostri in Italia o intende lasciarli lì e a far cosa. Quali sono diventate le regole d’ingaggio? Non si può trasformare una missione di pace in una missione di guerra”, dicono al Fatto usando una sola voce tutti i partiti del campo progressista.

[…]

Crosetto però pensa positivo: è contento perché l’intenzione di assicurare una scorta della Marina alle navi mercantili italiane in transito nel Mar Rosso senza aspettare la “burocrazia europea” – leggasi la missione Aspides –, ha fatto breccia. Innanzitutto tra la platea degli armatori riuniti a La Spezia, di fronte a cui si è presentato giovedì dopo aver presenziato a Monte Romano nell’alto Lazio alle esercitazioni di “Aegis 26”, una delle manovre tattiche più rilevanti dell’anno pianificate dall’esercito italiano, in compagnia del capo dello Stato, Sergio Mattarella. E così sono in molti a credere che Crosetto prima di prendere la parola a La Spezia, avesse già informato l’inquilino del Quirinale ricevendo la copertura necessaria per mettere in mora l’Europa sulla missione. Ma a quanto apprende il Fatto Crosetto non avrebbe anticipato nulla a Mattarella. E forse questo spiega perché la decisione di predisporre la scorta della Marina per ripristinare rapidamente il traffico dei mercantili italiani attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb è diventata con il passare delle ore un’ipotesi. Poi uno stimolo all’Europa: ieri Crosetto ha scritto all’Alta rappresentante Ue per gli Esteri, Kaja Kallas, per ottenere dagli Stati membri nuovi mezzi e nuovi contributi alla missione europea nel Mar Rosso.

[…] Su questo e sul rischio che l’Italia venga trascinata sempre più nell’escalation militare in Medio Oriente le opposizioni ieri hanno chiesto discontinuità. “Vista l’importanza e la delicatezza della questione, chiediamo al governo di non ricorrere a cavilli legali – la cornice autorizzativa della missione Aspides – per evitare il coinvolgimento del Parlamento, peraltro già evocato dallo stesso ministro Crosetto. Non basta un’informativa: chiediamo con la massima urgenza comunicazioni dettagliate, un dibattito approfondito e un voto in aula” sostengono i Cinque Stelle. Sulla stessa linea Avs, con Angelo Bonelli: “Decisioni che riguardano l’impiego delle nostre Forze armate in un’area di guerra non possono essere assunte senza un pieno confronto parlamentare. L’Italia deve lavorare per fermare l’escalation e riaprire la strada della diplomazia, non rischiare di essere trascinata sempre più dentro una guerra”. Tutto il Campo largo ricorda come il governo Meloni abbia deciso di spostare il contingente nella base di Ta’If al confine con lo Yemen senza passare dal Parlamento, ma solo grazie all’applicazione di un codicillo approvato nel 2024 per spostare forze e assetti nella stessa area geografica dove già insistono missioni autorizzate. Diventata però teatro di guerra.