Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Giuseppe Conte, il nemico numero uno


(Giancarlo Selmi) – Preparatevi. Prepariamoci. Da adesso, fino alla data delle prossime elezioni, Giuseppe Conte sarà il bersaglio di attacchi continui e forsennati. Troveranno tutti i peli nell’uovo possibili e immaginabili per limitarne l’appeal, per evitare che possa diventare il leader di un vincente schieramento progressista. Chi? Meloni innanzitutto, che per la competizione elettorale, soprattutto con la legge elettorale che ha in mente, in Conte troverebbe l’avversario più forte, più amato, ergo, più pericoloso. Meloni metterebbe la firma per avversari come la Schlein o la pompatissima, da renziani e centrini vari, Salis. Ma fra i nemici non c’è solo la Meloni, ovviamente. L’intero establishment italiano, prenditori, faccendieri, attori del gattopardismo, quelli presenti accanto al potere chiunque vinca. Potentati economici e finanziari, corporazioni, beneficiati della sontuosa transumanza di risorse spostate dal welfare e dal bene comune verso i già ricchi, fanatici della religione neoliberista, al potere in Italia da decenni. E forse anche qualche loggia non ufficiale.

Tutta questa gente aspira alla stessa cosa e vede in Giuseppe Conte il nemico numero uno per la soddisfazione dei loro bulimici appetiti economici e dei loro rivoltanti interessi. E, si badi bene, nel nostro Paese i loro rappresentanti occupano tutte le formazioni, da destra a sinistra, esclusi solo AVS e 5 Stelle. Attaccheranno, con la complicità di giornalini, giornaloni, TG, talk shows e la partecipazione delle penne e voci con opinioni un tanto al chilo. Prepariamoci, quindi, a una guerra continua e intensa.

E non perché il nemico sia Conte in quanto tale, ma l’ideologia economica che rappresenta: la redistribuzione. Più ancora delle differenze in politica estera che, comunque, obbediscono anch’esse a postulati di natura squisitamente economica. La redistribuzione è una minaccia autentica per quella gentaglia che, in Italia, detiene il potere da decenni. Inclusa la parentesi renziana (e affini), draghiana e meloniana. Cominciano ad avere paura, reagiscono e reagiranno.

Ieri un neoliberista di destra, un certo Sensi, uno che lo voterebbe solo la madre, però seduto in parlamento, ha definito il Movimento 5 Stelle “formazione di destra”. Fa parte del gruppo composto da Picierno, Delrio e altra similare cacca politica. Un gruppo che, incredibilmente si definisce collocato a sinistra, ma scrive e vota leggi insieme a Gasparri. Sensi che definisce di destra Conte e i 5 Stelle, equivale a un “mafioso” detto a Falcone da Totò Riina. Dato che lo ha detto un uomo politico insignificante e meno importante di un peto di Conte, possiamo limitarci a una fragorosa risata.

Questo paese ha bisogno che si cambi definitivamente il paradigma economico dominante. Che si inverta definitivamente la direzione della citata transumanza: non più verso i ricchi, ma dai ricchi ai poveri. E che si riducano le enormi, ormai insopportabili, differenze.


Povertà, FdI: “L’Istat conferma: con Meloni gli italiani stanno meglio”. Ma aumenta la grave deprivazione materiale


Nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6%, dal 23,1% del 2024. Stabile la quota di lavoratori poveri e aumenta chi fatica a pagare l’affitto e le bollette, o a permettersi un pasto adeguato

Povertà, FdI: “L’Istat conferma: con Meloni gli italiani stanno meglio”. Ma aumenta la grave deprivazione materiale

(ilfattoquotidiano.it) – L’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Istat sulle condizioni di vita e il reddito delle famiglie nel 2025 è un Paese a due velocità, dove i timidi segnali di ripresa occupazionale si scontrano con una povertà materiale che morde fette sempre più ampie di popolazione. Mentre l’indice generale del rischio di esclusione sociale registra un lieve arretramento, la politica si divide tra la soddisfazione della maggioranza e l’allarme delle opposizioni e dei sindacati, che puntano il dito sulla crescente difficoltà di milioni di cittadini nel far fronte alle necessità più elementari, come affitto e bollette.

I numeri ufficiali indicano che nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa di mezzo punto percentuale, al 22,6% rispetto al 23,1% del 2024, coinvolgendo complessivamente circa 13 milioni e 265mila persone. Tuttavia, se si analizzano le singole componenti dell’indicatore, il quadro che emerge è più complesso. La quota di individui a rischio di povertà monetaria, coloro che vivono in nuclei con un reddito netto inferiore a 13.237 euro, è rimasta sostanzialmente stabile al 18,6% rispetto al 18,9% dell’anno precedente. Il miglioramento complessivo è trainato esclusivamente dal calo di chi vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, che passa dal 9,2% all’8,2% grazie alla crescita dell’occupazione registrata nell’ultimo anno. Il dato più allarmante riguarda però la grave deprivazione materiale e socialesalita dal 4,6% al 5,2%, coinvolgendo oggi oltre 3 milioni di cittadini. Si tratta di persone che presentano almeno sette dei tredici segnali di disagio individuati dai parametri europei, come l’impossibilità di affrontare spese impreviste, pagare puntualmente l’affitto e le bollette, o permettersi un pasto adeguato e regolari attività di svago.

A livello territoriale, la controtendenza rispetto al dato nazionale è marcata in alcune regioni dove il disagio è aumentato in modo significativo. In Liguria la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è balzata dal 13,8% al 19,7% nel 2025, un incremento del 5,9% che vede quasi un ligure su cinque in condizione di difficoltà. Peggioramenti registrati anche in Piemonte, dove l’indice è salito dal 13,5% al 16,9%, in Toscana dal 15,2% al 18,1%, nelle Marche dall’11,8% al 13,9% e in Sicilia, dove il rischio coinvolge ormai il 44% della popolazione rispetto al 40,9% del 2024. Nonostante il reddito medio delle famiglie sia cresciuto nominalmente del 5,3% arrivando a 39.501 euro, l’inflazione e il carovita continuano a colpire i nuclei più fragili, come le famiglie con almeno un cittadino straniero dove il rischio povertà sale al 41,5%. Resta inoltre strutturale la piaga del lavoro povero: il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni non guadagna abbastanza per uscire dalla soglia di indigenza.

Oltre i numeri, la battaglia politica. Il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei rivendica i risultati dell’esecutivo sostenendo che “l’Istat certifica che da quando c’è il governo Meloni gli italiani stanno meglio economicamente di quando governava la sinistra”. Secondo l’esponente della maggioranza, la creazione di “700 mila posti di lavoro e il calo del rischio povertà” dimostrerebbero che “l’operato di Giorgia Meloni ha consentito all’Italia di reagire meglio della maggior parte delle nazioni europee”, aggiungendo che il taglio del cuneo fiscale e le misure energetiche stanno dando i frutti sperati. Di parere opposto è la deputata del Movimento 5 Stelle Valentina Barzotti, secondo cui il dato sul lavoro povero “certifica il fallimento delle politiche adottate dal Governo in questi anni”. E definisce “inaccettabile che lavorare non basti per vivere dignitosamente, una condizione che colpisce milioni di cittadini dimostrando l’urgenza di un intervento strutturale”. Così anche Arturo Scotto del Pd: “I dati Istat parlano chiaro: i lavoratori dipendenti in povertà sono oltre il dieci per cento: non servono misure spot, serve il salario minimo come misura di civiltà”.

Tino Magni di Alleanza Verdi e Sinistra propone di portare la soglia oraria a 11 euro per contrastare una condizione che definisce simile alla schiavitù, mentre Raffaella Paita di Italia Viva parla di dati “devastanti” per il ceto medio tra caro bollette e sanità al collasso. Le critiche arrivano anche dal mondo sindacale. La segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi definisce “allarmanti” i dati sulla condizione di 13,3 milioni di persone e accusa l’esecutivo di ignorare la mancanza di politiche inclusive. Barbaresi sottolinea che “si diventa poveri anche per la mancanza di adeguate politiche di contrasto alla povertà” e chiede servizi pubblici in grado di rispondere ai bisogni abitativi, sociali e sanitari delle famiglie. Infine l’Unione Nazionale Consumatori attacca il decreto bollette, definendo “gravissimo” il taglio del bonus luce da 200 a 115 euro e il crollo della soglia Isee di oltre 15 mila euro, lasciando milioni di famiglie senza protezione contro i rincari energetici.


Trump minaccia di uscire dalla Nato: come può farlo e cosa accadrebbe


Il percorso per uscire dal Trattato atlantico è complesso e il presidente non può decidere da solo. Senza gli Stati Uniti, l’alleanza perderebbe il 60% del budget

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump partecipa a una conferenza stampa al termine del vertice NATO all'Aia, nei Paesi Bassi, il 25 giugno 2025.  EPA/Robin van Lonkhuijsen EPA

(di Massimo De Laurentiis – ilsole24ore.com) – Dopo l’attacco israelo-americano all’Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato ad attaccare la Nato, arrivando a minacciare l’uscita degli Stati Uniti dall’Alleanza atlantica. Non è la prima volta che Trump critica la Nato, giudicata dal tycoon un peso inutile per gli Stati Uniti, che ne sono i maggiori finanziatori. Il presidente americano si è detto «disgustato» dagli alleati, definiti «codardi» soprattutto dopo il rifiuto di partecipare a una coalizione militare per riaprire lo stretto di Hormuz, e ha definito la Nato «una tigre di carta». In questo contesto, la minaccia della Casa Bianca sembra più concreta che mai.

Il processo per uscire dalla Nato

Nella pratica, però, per Washington tirarsi fuori è un processo complesso. Sulla carta, il trattato stabilisce che ogni membro può abbandonare la Nato con un preavviso di un anno. E qui c’è una prima anomalia: la notifica per avviare questa procedura va consegnata al governo degli Stati Uniti, promotore originale e garante del patto atlantico, che in questo caso si troverebbe nella condizione paradossale di dover notificare se stesso.

Oltre a questa curiosità formale, le difficoltà maggiori sono sul fronte interno. Nel 2024, infatti, l’amministrazione Biden ha approvato il National Defense Authorization Act, che impedisce al presidente di prendere da solo una decisione di questo tipo. In base alla legge, per uscire dalla Nato serve una votazione favorevole di due terzi del Senato, oppure un’autorizzazione tramite un atto del Congresso.

Inoltre, il presidente si deve consultare con le Commissioni affari esteri di Camera e Senato «in relazione a qualsiasi iniziativa volta a ritirare gli Stati Uniti» dall’alleanza, e deve notificare alle commissioni «qualsiasi deliberazione o decisione» sul ritiro «il prima possibile, e in nessun caso oltre i 180 giorni prima di intraprendere il processo».

Un iter difficile da completare prima delle elezioni di midterm di novembre 2026, che potrebbero lasciare i Repubblicani con una maggioranza ancora meno solida in Senato. Se Trump trovasse un modo per aggirare il procedimento ordinario, non è da escludere una disputa con la Corte Suprema, che di recente ha già bocciato i dazi del tycoon. In ogni caso, la legislazione americana presenta alcune zone grigie su questo tema e l’eccezionalità della situazione rende le previsioni difficili.

Cosa prevede il Trattato Atlantico

Lo stesso trattato fondativo della Nato contiene alcuni punti in contrasto con le politiche di Trump. In primo luogo il famoso articolo 5, fulcro del trattato, prevede l’intervento degli alleati a difesa di un membro sotto attacco, ma non il supporto militare a un’aggressione iniziata da un Paese dell’alleanza.

Inoltre, gli articoli dell’intesa fanno esplicito riferimento alla Carta delle Nazioni Unite, vincolano i membri a risolvere le controversie internazionali in modo pacifico e invitano a promuovere la collaborazione in materia economica. Tutti punti di fatto già messi in discussione dall’amministrazione americana, che a gennaio 2026 ha anche creato un Board of Peace non vincolato dalle prescrizioni delle altre organizzazioni internazionali.

Il ruolo degli Stati Uniti nella Nato

Una eventuale uscita degli Stati Uniti non significa in automatico la fine della Nato, ma nell’immediato avrebbe un grande impatto sulla sicurezza degli alleati, specialmente gli europei. Washington contribuisce per il 60% al budget totale della Nato (980 milioni di dollari), mentre il Canada e i Paesi del vecchio continente coprono tutti insieme il restante 40% (657 milioni di dollari).

La consistente presenza militare americana in Europa è stata un pilastro della deterrenza durante la Guerra Fredda, e in totale i soldati statunitensi nel continente sono circa 90mila, dislocati in oltre 40 basi. Inoltre, per decenni la Nato ha garantito lo scudo nucleare americano agli alleati occidentali, e il contributo degli Stati Uniti al sistema di difesa missilistico dell’alleanza è determinante.

Il generale italiano Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, ha espresso delle preoccupazioni per un possibile ritiro dell’America. «Se gli Usa si sfilassero dalla Nato, sono due i fattori principali che verrebbero a mancare – ha dichiarato Tricarico – Il primo e più importante è la capacità di comando e controllo, perché la guerra bisogna saperla fare e l’Europa non la sa fare. Il secondo è l’intelligence, perché non averne una efficace significherebbe avere uno strumento cieco».


A tutto gas


(Valentina Za, Angelo Amante e Francesca Landini – Reuters) – L’Italia inizierà a ricevere gas naturale liquefatto (GNL) dall’impianto Golden Pass negli Stati Uniti, una joint venture tra QatarEnergy ed Exxon Mobil, a partire da giugno, secondo quanto riferito a Reuters da due fonti informate sui fatti.

Le navi metaniere provenienti dagli Stati Uniti aiuteranno l’Italia a colmare un potenziale e costoso deficit di approvvigionamento dovuto alle interruzioni delle forniture dal Qatar, legate al conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, hanno affermato fonti con conoscenza del mercato del GNL.

L’Italia riceve già GNL dagli Stati Uniti, ma questi carichi rappresenterebbero le prime forniture provenienti dall’impianto Golden Pass in Texas verso il terminale Adriatic LNG in Italia, hanno aggiunto.

A marzo, le esportazioni statunitensi di GNL hanno raggiunto un massimo storico, con gli impianti operanti oltre la capacità nominale e l’avvio di nuove unità, secondo dati preliminari della società finanziaria LSEG.

La utility italiana Edison, che sta affrontando mancate forniture di gas dal Qatar, ha rifiutato di commentare.

QatarEnergy non era immediatamente disponibile per un commento. Exxon Mobil ha dichiarato che le esportazioni di gas da Golden Pass LNG inizieranno nel secondo trimestre di quest’anno.

Edison ha un contratto a lungo termine con QatarEnergy per ricevere 6,4 miliardi di metri cubi di GNL all’anno, pari a circa il 10% del consumo annuo totale dell’Italia.

La scorsa settimana, la società italiana ha ricevuto la notifica che il suo fornitore del Golfo aveva esteso la sospensione delle consegne di GNL a causa della quasi chiusura dello Stretto di Hormuz e che non avrebbe spedito 10 carichi tra aprile e metà giugno.

Gli attacchi iraniani hanno ridotto del 17% la capacità di esportazione di GNL del Qatar, ha dichiarato a Reuters il mese scorso l’amministratore delegato di QatarEnergy e ministro di Stato per gli affari energetici.

QatarEnergy dovrà dichiarare forza maggiore sui contratti a lungo termine fino a cinque anni per le forniture di GNL destinate a Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina, ha aggiunto il CEO.

Golden Pass LNG ha dichiarato all’inizio di questa settimana di aver prodotto il suo primo GNL, aprendo la strada alla consegna di un primo carico. Una volta pienamente operativo, l’impianto sarà in grado di produrre 18 milioni di tonnellate metriche all’anno.


La legge SpaccaItalia è il prossimo obiettivo del governo


Dopo il referendum perduto tocca all’autonomia differenziata. Ma la legge Calderoli è già stata colpita dai verdetti della Corte costituzionale e nell’esecutivo affiorano divergenze. La Lega la vuole fortemente. Forza Italia è titubante. E i meloniani si trovano con un Nord guidato dagli alleati e un Sud contrario alla nuova norma

(Gianfrancesco Turano – lespresso.it) – Come passa il tempo quando si riforma. Sembra ieri che Giorgia Meloni voleva cambiare la giustizia, introdurre il premierato, governare fino al 2032, secondo la previsione del vicepremier Matteo Salvini. Nel libro dei sogni finiti in rottami, rischia anche l’autonomia differenziata che il 18 febbraio a Palazzo Chigi, appena quattro giorni prima del referendum sulla giustizia, ha visto l’accordo preliminare tra l’esecutivo e quattro regioni del Nord: Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto. Tutte amministrate da giunte di centrodestra, nessuna presieduta da un meloniano. Il Veneto ha subito giocato la carta economica annunciando l’arrivo di 300 milioni di euro in più. Ma la manovra pre-elettorale non ha avuto effetto né in Liguria, dove il No ha conquistato il 57 per cento, né in Piemonte con il No in linea con il dato nazionale (53,5 per cento). Alla fine, la riforma Nordio ha prevalso soltanto nel lombardo-veneto con l’aggiunta del Friuli-Venezia Giulia che però l’autonomia ce l’ha già da statuto e guarda con diffidenza la nuova legge.

Le regioni del Sì, che sarebbero la «parte sana e produttiva del paese» secondo il presidente della Lombardia Attilio Fontana, hanno così rispolverato l’imperativo vetero-leghista “Federalismo!”  caro a Umberto Bossi, scomparso il 19 marzo scorso. È un segnale che questa legislatura lascia pochi margini agli interventi legislativi strutturali e che la stangata referendaria sta agitando non poco il mare interno della coalizione di governo.

Mentre l’attenzione mediatica va alle epurazioni di Giorgia Meloni in Fdi e di Marina Berlusconi in Forza Italia, con una Lega colpita dalla scissione vannacciana, la maggioranza cerca di recuperare il terreno nella prospettiva del voto politico. L’autonomia differenziata può fare la differenza nei consensi.

La legge che porta il nome del ministro leghista agli affari regionali Roberto Calderoli (numero 86 del 2024) non è meno divisiva della riforma targata Carlo Nordio. Anche su questa norma si è rischiato un referendum che la Corte costituzionale ha bocciato con una sentenza del febbraio 2025. A dicembre del 2024 però la stessa Consulta aveva ridotto l’ambito dell’autonomia differenziata, accogliendo in parte il ricorso di alcune regioni governate dal centrosinistra (Puglia, Toscana, Sardegna e Campania). Erano stati esclusi dall’ambito dell’autonomia l’ambiente, la scuola, l’energia, il commercio estero. Soprattutto era arrivata l’indicazione di rimodulare i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni che rappresentano gli standard minimi di servizi civili e sociali da garantire sul territorio nazionale per non aggravare il divario fra Nord e Sud.

«Sono solo tredici punti», aveva commentato l’allora presidente della giunta veneta, il leghista Luca Zaia, sul verdetto dei giudici. «Potremo fare velocemente». Nulla di più relativo della velocità. Dopo un tentativo fallito di inserire i Lep nella manovra a ottobre del 2025, il governo ha puntato su previdenza complementare, albi professionali e sul ricco piatto della sanità, che è già di competenza regionale ma che con l’autonomia differenziata offre ulteriori spazi di manovra ai governi locali in termini di gestione delle risorse finanziarie. La possibilità di offrire stipendi più alti rischia di attirare verso Lombardia e Veneto non soltanto personale dal Sud ma ancora di più da regioni vicine, come hanno denunciato i rappresentanti liguri di Anaao-Assomed, il principale sindacato nazionale dei medici e dirigenti sanitari.

Fra i tre partiti dell’esecutivo, i leghisti sono quelli che temono di più un ulteriore rallentamento dell’iter della legge Calderoli. Con il revival dell’oltranzismo federalista i salviniani puntano a recuperare il bacino elettorale delle origini, quello delle camicie verdi che hanno accompagnato il feretro di Bossi a Pontida, peraltro contestando il segretario nazionale.

Forza Italia sta mostrando divisioni interne di fronte alla prospettiva di una crisi economica molto dura. Il partito-azienda è dato in crescita nei sondaggi con una presa ancora consistente al Sud e Antonio Tajani è sempre stato tiepido sulla legge Calderoli criticandola in modo esplicito sul tema del commercio estero, da mantenere sotto una regia nazionale a maggior ragione dopo la tempesta sui dazi. Nel mirino di Roma è finita anche la giunta siciliana a trazione berlusconiana di Renato Schifani che dopo il referendum sulla giustizia si è vista congelare i ristori statali per il ciclone Harry.

Sul fronte Fdi, la mancata presa sulle regioni del Nord resta la spina nel fianco della presidente del consiglio. Nessuna giunta potrà essere presieduta da un meloniano prima delle prossime politiche, siano anticipate o regolari al 2027. Lombardia e Friuli-Venezia Giulia voteranno nel 2028. Piemonte e Liguria nel 2029. Il Veneto ha votato quattro mesi fa eleggendo come erede di Zaia un altro leghista, Alberto Stefani, nonostante il crollo della Lega alle politiche del 2022.

In tempi di crisi economica globale l’autonomia differenziata somiglia sempre più a un aiuto di Stato riservato alle cosiddette locomotive d’Italia, che ne hanno urgente bisogno. In realtà, i dati delle superpotenze regionali del Nord davano segni di rallentamento fin da prima della guerra in Medio Oriente. L’ultimo rapporto Svimez, presentato a fine novembre 2025, segnala che nel quadriennio 2021-2024 il pil del Sud ha un aggregato dell’8,5 per cento contro il 5,8 per cento. Per i due anni successivi le stime confermano la tendenza con uno 0,7 per cento contro lo 0,5 nel 2025 e uno 0,9 contro lo 0,6 per cento nel 2026. La guerra in Iran sta già cambiando al ribasso queste cifre ma lo scarto resterà grazie agli investimenti del Pnrr nelle regioni meridionali e nonostante il contributo straordinario dei Giochi invernali di Milano-Cortina che, secondo le stime più entusiastiche, avrebbero aumentato dell’1,7 per cento il pil per la sola Milano.

Adesso il governo corre, o dovrebbe correre, contro il tempo. Il percorso è tortuoso. Dopo l’intesa preliminare del 18 febbraio si attende il parere della Conferenza unificata, che si è appena incontrata l’1 e il 2 aprile 2026. Da lì le Camere hanno 90 giorni per esprimersi e, a seguire, Palazzo Chigi ha 45 giorni per rendere definitiva l’intesa che poi tornerà alle regioni per l’approvazione.

Non finisce qui perché l’accordo deve tornare al Consiglio dei ministri che l’approverà con un ddl da votarsi in parlamento. Ci sono in mezzo una guerra, l’estate e l’urgenza di modificare il sistema elettorale in senso favorevole al governo. Politicamente parlando, è lo stretto di Hormuz.


Sondaggi, Meloni e Fdi calano mentre l’incremento di Pd e M5s porta il campo largo a superare il centrodestra


Le stime sulle intenzioni di voto rispetto al 5 marzo scorso dipingono un’inversione di tendenza, impressa dallo scossone del referendum: Fratelli d’Italia perde quasi un punto, mentre il centrosinistra supera l’attuale maggioranza. A patto di restare unito

(Serena Convertino – lespresso.it) – Cala Fratelli d’Italia, crescono Partito democratico e Movimento 5 stelle. Le rilevazioni sulle intenzioni di voto della Supermedia di Youtrend parlano chiaro: il primo partito del governo arranca sotto il peso di un terremoto politico ancora in corso, dopo la sconfitta referendaria del 23 marzo scorso. Quasi un punto percentuale perso rispetto al 5 marzo, prima delle urne, contro i dem e i pentastellati che guadagnano rispettivamente lo 0,4% e lo 0,5%. Il riequilibrio si riflette soprattutto nei rapporti di forza tra le coalizioni. Nelle simulazioni aggiornate, il “campo largo” risulta competitivo in entrambe le configurazioni: raggiunge il 48,2% includendo Azione e si attesta al 45,1% senza il partito di Carlo Calenda.
Sul fronte opposto, il centrodestra mostra segnali di arretramento. La coalizione si ferma al 48,1% includendo Futuro Nazionale (-0,2%), mentre scende al 44,8% senza la lista guidata da Roberto Vannacci (-0,3%).

A parte Fratelli d’Italia, a destra, tutte le altre forze sono in lieve crescita. Forza Italia sale dello 0,3% e arriva al 9%, mentre la Lega arriva al 6,9% crescendo dello 0,4%. A sinistra a trainare c’è il 22% tondo del Pd, seguito dal 12,9% dei Cinque Stelle, mentre in coda arretrano Alleanza verdi e sinistra insieme ad Azione e + Europa, con lievi variazioni percentuali tra lo 0,3 e lo 0,1%. 

Un trend che era già emerso nei giorni immediatamente successivi al referendum sulla giustizia. La rilevazione del 26 marzo di Youtrend aveva infatti registrato i primi effetti del voto, con un rafforzamento del Movimento 5 Stelle (+0,8%, al 13,2%) e una flessione di Fratelli d’Italia (-0,6%). Segnali iniziali di una dinamica che la rilevazione più recente, nel confronto con il 5 marzo, conferma e consolida: il progressivo indebolimento del partito di Giorgia Meloni e, in parallelo, la crescita delle principali forze di opposizione. 


Caso Almasri: la Corte Penale Internazionale deferisce l’Italia all’Assemblea


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – «L’Italia non ha rispettato i propri obblighi internazionali ai sensi dello Statuto di Roma, impedendo alla Corte di esercitare le proprie funzioni e poteri ai sensi dello Statuto». Così la presidenza della Corte Penale Internazionale (CPI) ha annunciato il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati membri per le sue inadempienze sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato con volo di Stato dal governo nonostante il mandato di cattura internazionale emesso dallo stesso tribunale. Non avendo la CPI strumenti coercitivi, il deferimento non comporta sanzioni dirette, ma può avere effetti pratici indiretti, aprendo un caso politico e diplomatico di notevole portatacon possibili ripercussioni sulla credibilità internazionale di Roma nel rispetto dei propri obblighi e della legge internazionali. L’Assemblea potrà ora emettere risoluzioni, chiedere spiegazioni o adottare raccomandazioni sulla condotta dell’Italia e sulle sue future modalità di collaborare con la CPI.

La CPI ha emesso la decisione di deferire l’inadempimento da parte dell’Italia alla richiesta di cooperazione sul caso Almasri all’Assemblea degli Stati membri lo scorso 26 gennaio; la presidenza dell’Assemblea ha trasmesso la decisione al presidente tre giorni dopo e ieri, 1° aprile, ha convocato un rappresentante dell’Italia a una riunione per «discutere le implicazioni della decisione della Corte in merito alla sua mancata cooperazione e per presentare il suo punto di vista su come intende cooperare con la Corte in futuro». L’annuncio del deferimento è arrivato oggi. La CPI spiega che tale decisione è stata presa perché l’Italia non ha eseguito «correttamente la richiesta della Corte di arresto e consegna del signor Njeem [ndr. Almaseri] mentre si trovava sul territorio italiano», e non ha «cooperato con» né «consultato» la «Corte per risolvere le presunte questioni derivanti dall’emissione del mandato d’arresto e dalla presunta richiesta concorrente di estradizione». L’ufficio della presidenza ha dichiarato che «presenterà una relazione sulle azioni intraprese, unitamente a eventuali raccomandazioni, alla prossima sessione dell’Assemblea», in cui i membri saranno chiamati a esprimersi sul caso.

Almasri, soprannominato «il torturatore di Tripoli» dalle organizzazioni che investigano la situazione delle persone migranti in Libia, si trovava a Torino quando, il 19 gennaio 2025, è stato arrestato dalle forze dell’ordine italiane su segnalazione dell’Interpol. Su di lui pendeva un ordine di arresto segreto della Corte Penale Internazionale (CPI) con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità, principalmente per quanto accade all’interno delle carceri libiche. La Corte d’Appello di Roma ha però giudicato «irrituale» l’operazione, sostenendo che la polizia italiana non avesse l’autorità per agire, come prevedono le norme sulla cooperazione con la Corte dell’Aia, senza una preventiva autorizzazione del ministro della Giustizia. Il ministro della giustizia Nordio, a quel punto, avrebbe potuto sanare la situazione dando l’autorizzazione per convalidare l’arresto, ma non è intervenuto.

In una informativa al Parlamento, Nordio si è difeso dicendo che il mandato è «arrivato in lingua inglese senza essere tradotto con una serie di criticità che avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello». Tra questa sorta di barriera linguistica, cui Nordio ha fatto più volte riferimento, e il «pasticcio» formale della CPI, il guardasigilli – almeno secondo la sua versione – avrebbe tardato nella lettura degli atti, che in ogni caso avrebbe giudicato «nulli». Così, Almasri è stato scarcerato, con il ministro dell’Interno Piantedosi che ha firmato un decreto di espulsione, dichiarandolo «soggetto pericoloso» e vietandogli l’ingresso in Italia per 15 anni. Almasri è stato quindi riportato in Libia su un aereo dei servizi segreti italiani, per venire arrestato dalle stesse autorità di Tripoli lo scorso novembre.

Investito della questione in seguito alla denuncia presentata sul caso dall’avvocato Luigi Li Gotti, lo scorso agosto il Tribunale dei Ministri aveva archiviato la posizione della premier Giorgia Meloni, chiedendo invece l’autorizzazione a procedere per i ministri Nordio e Piantedosi e per il sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati per favoreggiamento, con ulteriori accuse di peculato e rifiuto di atti d’ufficio. Il 9 ottobre, la Camera dei deputati ha però respinto definitivamente la richiesta di processare i tre membri del governo: come previsto, la maggioranza di centrodestra ha votato compatta contro l’autorizzazione a procedere: 251 voti contrari per Nordio, 252 per Mantovano e 256 per Piantedosi, con circa venti voti provenienti anche da parte dell’opposizione. L’esito ha comportato l’archiviazione delle indagini.


Occidente, un movimento di vermi


(Antonio Cantaro – lafionda.org) – Profezie, letture. Hegel, Manlio Sgalambro, Franco Battiato. «C’è molto movimento, ma è un movimento di vermi». Quando la metafora impallidisce di fronte alla realtà. Ma sono solo canzonette…, non mettetemi alle strette.

C’era una volta una formazione globale chiamata Occidente. Al posto di quella formazione, che i benpensanti dell’epoca chiamavano Civiltà, c’è oggi un’espressione geopolitica senza nome. Di quella espressione geopolitica è parte un’espressione geografica chiamata, non si sa più bene perché, Europa. Questa espressione geografica si lascia ormai riconoscere solo in virtù di antiche e nuove città che, in modo apparentemente erratico, ripetutamente franano. A capo di esse – ove un tempo c’erano Partiti, Parlamenti, Governi – comandano degli uffici, diversamente denominati, della protezione civile. Gli abitanti di queste città hanno da tempo smesso di parlare tra loro: si affidano per “comunicare” a dei monosillabi. Un giorno un vecchio signore, stancatosi dei monosillabi, si mise a scrivere per sé stesso. Il suo nome e cognome, essendo andati nel frattempo distrutti gli uffici dell’anagrafe, è ignoto. Avendo l’uomo occidentale definitivamente perduto la capacità di metamorfosi, nessuno sentiva più il bisogno di uffici dell’anagrafe. Il mondo occidentale era ormai diventato quel mondo scrutato da un (anch’esso) dimenticato filosofo, scrittore, poeta, paroliere, sceneggiatore e autore siciliano, nato a Lentini e vissuto a Catania. La cui opera forse più nota – La morte del Sole – inizia con una delle più profetiche citazioni di Hegel: «C’è molto movimento, ma è un movimento di vermi». Profezia che condivideva con l’amico Franco Battiato con cui aveva dal 1994 iniziato a scrivere testi e a collaborare anche sul palco. Quel “Cammino interminabile” (e indimenticabile) che, oggi più di ieri, non ha bisogno nella sua centrale strofa di traduzione alcuna: «Ca di lì vermi sugnu già mangiatu tuttu».   


Lo scenario mondiale sta cambiando


(di Marcello Veneziani) – No, non è solo questione di referendum perduto, di epurazioni e di scossa. Qualcosa sta cambiando in profondità nello scenario politico e dobbiamo rendercene conto. Negli ultimi dieci anni soffiava un vento in Italia e in Occidente che si poteva riassumere in tre parole chiave: populismo, sovranismo, conservatorismo. Nascevano in opposizione al predominio delle oligarchie, al destino della globalizzazione e all’egemonia dell’ideologia progressista woke. Avevano portato e poi riportato Donald Trump alla Casa Bianca, avevano fatto crescere in Europa i movimenti nazional-popolari e identitari, avevano premiato in Italia prima i 5Stelle e la Lega poi Fratelli d’Italia. Si opponevano alla sinistra, alla tecnocrazia, alla grande finanza e a quell’agglomerato di poteri che abbiamo chiamato qualche anno fa la Cappa. Dopo la fermentazione movimentista, la sua sedimentazione era un tipo di conservatorismo, proteso a mettere in salvo la civiltà in pericolo, la tradizione religiosa e civile, l’amor patrio e la famiglia naturale, frenando flussi migratori e stravolgimenti tecno-progressisti. Avanzava col favore dei popoli, o quantomeno con un largo consenso, anche se strada facendo doveva vedersela con la tentazione alla ritirata, all’astensionismo, alla disaffezione politica per crescente delusione di aspettative. Poi qualcosa è successo, e il fenomeno più importante ha riguardato il paese più importante in gioco: il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha innestato dopo pochi mesi una clamorosa retromarcia nelle aspettative. 

Cos’è successo? Il neopresidente, benché umanamente sgradevole e spaccone, aveva acceso da outsider alcune aspettative importanti, non solo in America: la cessazione dei conflitti a partire dalla guerra in Ucraina, con la ripresa di un rapporto normale con la Russia; la ritirata degli Stati Uniti dal ruolo di gendarme mondiale che negli ultimi anni ha fatto più danni che rimedi; la controffensiva conservatrice per togliere l’egemonia sottoculturale al dominio woke ormai insopportabile; la nascita su queste basi di una specie di alleanza, di cartello internazionale di un sano conservatorismo popolare e sovranista che avrebbe anche avuto il suo peso sugli assetti dell’Unione europea. Tutto questo è stato bruciato nel giro di un anno o poco più dagli sconsiderati atteggiamenti di Trump e dalle nefaste influenze subite in forme di pressioni e forse di ricatti. Le guerre si sono moltiplicate, si è riaperto e aggravato il fronte caldo del Medio Oriente, Israele ha fato da battistrada, Trump ha preteso di essere il Re del Mondo che distribuisce ruoli, dazi, parti e spazi geografici, toglie e assegna sovranità, decide su ogni pezzo di terra, dal Venezuela all’Iran, dalla Groenlandia ai canali di navigazione. Impone il diritto della forza e il primato assoluto della sua volontà su ogni altra considerazione. Parallelamente, quel mondo che pareva in espansione irresistibile ha avuto in Europa e non solo alcune battute d’arresto significative; in Francia che era stata un po’ l’avanguardia col fenomeno Marine Le Pen, da tempo si assiste a un annacquamento del suo messaggio in vista di un accorpamento con la destra insider di tipo gollista e moderato. Anche in Italia la Meloni al governo è stata profondamente diversa dalla Meloni all’opposizione, come c’era da aspettarsi; ha mantenuto nei comizi lo stesso lessico grintoso ma a livello di governo ha scelto una linea di moderazione, prudenza e compromesso. Questo ha determinato un’emorragia di consensi sul versante destro, con la nascita dell’incognita Vannacci; ma resa più cospicua dagli effetti dell’apparentamento, subito più che voluto, con la destra bellicista di Trump e di di Netaniahu.

Il risultato di questi sommovimenti e di queste scelte strategiche è stata la messa in crisi delle sovranità nazionali e popolari, col relativo consenso, del gergo populista, e della prospettiva conservatrice. Un libro di autori vari, come Conservatorismo nel terzo millennio (ed. Unint, a cura di Danilo Breschi) rischia così di essere superato dall’implosione rapida dell’espressione conservatore, emersa con difficoltà in un lungo cammino di anni, appena riabilitata e già sul punto di cadere.

Allora, a questo punto, che scenario si apre? Chi ha il controllo della situazione, che tendenze e controtendenze emergono nel quadro politico civile internazionale? Chi detiene, per usare un’abusata definizione, l’egemonia culturale? Da tempo scrivo che l’egemonia oggi è piuttosto anticulturale (ora lo scrivono anche libri che riprendono l’espressione di egemonia contro la cultura). Di che si tratta? Non avendo spiccato il volo la cultura identitaria, conservatrice, nazionale e popolare, restiamo in balia di due dominazioni prevalenti. L’egemonia culturale è finita come cultura ma esiste ancora come egemonia; ma non è un’egemonia attinente alla politica, riguarda semmai quel gorgo epocale chiamato mainstream. Anzi, a ben vedere, i flussi malmostosi dell’egemonia sono di due tipi, ed entrambi subculturali se non anticulturali: una è l’egemonia dell’ignoranza spensierata, quella che aderisce interamente al vuoto universo riempito di chiacchiere, social e intrattenimento, più tecnologia; fondata sul desiderio di non sapere, di sottrarsi, di distrarsi. Un quadro occidentale, non solo locale, che è descritto malamente in un recente saggio di Mark Lilla, studioso americano della Columbia University, L’estasi dell’ignoranza, edito in Italia dalla Luiss. È un’egemonia apolitica e anticulturale, ricreativa e commerciale, anche se ebbe qualche ricaduta politica al tempo del berlusconismo (e in parte al tempo dell’era democristiana).

L’altra egemonia subculturale, se non anticulturale, è quella persistente, residuale, ideologica, del canone woke, tardo progressista, fondata su due verbi: correggere e cancellare, da cui il politically correct e la cancel culture.

Un’egemonia fondata sullo spartiacque etico tra bene e male, tra progresso e reazione, e sulla conseguente censura e indignazione verso tutto ciò che si ribella allo schema manicheo e non si subordina al catechismo woke.

È quel che resta della vecchia egemonia culturale di tipo gramsciano, o se preferite della sinistra. La esercita una specie di Funzionario Collettivo, che è l’erede saccente dell’Intellettuale Collettivo; un tempo si identificava in un partito, oggi è un agglomerato di piccole sette, ciascuna dominante in alcuni specifici ambiti culturali (cinema, teatro, arte, comunicazione, ecc.) o nelle scuole e nelle università. Si tratta, lo ripeto, di due egemonie contro la cultura, che convivono perché agiscono su piani diversi. Ma hanno preso il posto di una vera egemonia culturale.

Non producono idee, ma solo influencer, tendenze, pressioni, censure e conformismi. Come si traduce questo quadro sul piano politico? In una politica interamente assorbita dal presente, dipendente dai sondaggi, dalle tecniche di sopravvivenza e dalle tattiche di aggregazione. Al futuro ci pensa l’intelligenza artificiale…A meno che avvenga qualcosa di nuovo e di imprevisto che per ora non s’intravede.


Piantedosi voleva mollarla e Claudia Conte ha fatto coming out. Ora sono in lite


Claudia Conte avrebbe fatto coming out sulla relazione con il ministro dell’Interno Piantedosi, perché lui voleva lasciarla, e ora sarebbero in lite. Ecco tutto il retroscena sui suoi legami con Ludovico Mazzolin (il liquidatore di Banca Progetto) e Renzo Lussetti (ex Pd e volto storico della Democrazia Cristiana) marito di Vira Carbone (“La Mezz’ora Legale”) e intimo amico di Francesco Pionati, il direttore di Rai Radio 1 (in quota Lega) compaesano di Matteo Piantedosi

Piantedosi voleva mollarla e Claudia Conte ha fatto coming out. Ora sono in lite. E lei era socia di un big del Pd, amico del direttore di Radio Rai 1 Pionati (dove lavora)

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – Le conseguenze dell’amore, ma non è un film di Paolo Sorrentino. Lo sapevano tutti da tempo che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, alle prese con un doloroso divorzio, avesse una relazione con la bella giornalista ciociara, Anna Claudia ConteNon tutti sanno, però, che “Amore” è una parola abusata, troppo abusata, diceva qualcuno, Piantedosi incluso. Per questa ragione lei, avrebbe scelto di far sapere a tutti della loro storia, e si sarebbe rivolta proprio a Marco Gaetani – voce del podcast di Atreju, ma su Money.it – dopo aver sondato varie possibilità per effettuare questa intervista. Se mi lasci ti cancello? Qualcosa di simile, ma non c’è nessun ricatto dietro, nessun complotto, solo amore amore e amore, che però non ha trovato una risposta altrettanto intensa da parte di Piantedosi, ci dicono. D’altronde il ministro vive un periodo parecchio difficile. Tra il divorzio con sua moglie, il disastro al referendum, l’apocalisse in Iran, non è facile essere un partner perfetto. Nel suo ufficio, con quei maledetti pappagalli che ormai hanno fatto il nido sugli alti pini marittimi che arrivano fino all’ultimo piano del ministero – e starnazzano che manco’e sirene da’a Madama – proprio non si riesce a lavorare. Questa del coming out, davvero, non gliela doveva fare. Per questo il ministro, ora, sarebbe furibondo con la sua amante e sul punto di mettere la parola fine alla loro storia.

Claudia Conte e Matteo Piantedosi insieme a SenatoTV

Anna Claudia Conte, dal canto suo, è una donna determinata. Non si ferma mai, è frenetica, e vanta entrature in ogni dove per la sua straordinaria abilità nel creare connessioni. Il suo curriculum su Linkedin lo dimostra. Nel 2019 l’esordio come attrice su Rai Cinema, passando per la meditazione poetico-musicale presso la Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola e poi MaxxiSanta Sede, Unicef, Ferrara Film Festival (tra cui ospiti come il sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco e il commissario alla Cultura Federico Mollicone), editorialista presso il Riformista. Nel dicembre del 2024 ha anche presentato alla Comunità Ebraica romana un documentario sul 7 ottobre in sala della Regina a Montecitorio, con tanto di intervento del commissario alla Cultura di Fratelli d’Italia Federico Mollicone e alla presenza del questore di Roma Roberto Massucci. In prima fila il presidente dell’associazione Italia-Israele Pierluigi Battista e il presidente dell’Ucei Noemi Di Segni. E dopo tutti questi risultati, l’appuntamento fisso settimanale per appena 200 euro a puntata a “La Mezz’ora Legale” su Rai Radio 1 e infine la nomina in Commissione Sicurezza come consulente (a titolo gratuito). Qualcuno scrive che la Conte abbia vissuto mille vite in una, ed effettivamente, un po’ è così. Ne ha fatta tanta di strada, Anna Claudia Conte, che dalla piccola Aquino è arrivata ad essere un volto noto della Roma che conta, ma l’amore per il Viminale non è un cinico punto d’arrivo come molti giornalisti sibillini insinuano, ma piuttosto un album di famiglia, pieno di ricordi. Suo padre è poliziotto nel piccolo comune ciociaro dove è cresciuta Anna Claudia, che nel 2024 è stata per la seconda volta madrina della Festa della Polizia a Frosinone, dove ha frequentato il liceo. Ricordi luminosi, ma lontani. Infatti, anche i suoi genitori sarebbero divorziati.

Matteo Piantedosi Ansa

Poi la laurea in giurisprudenza alla Luiss, la scuola politica di Sabino Cassese. Nel gennaio del 2022 fonda la Far From Shallow Srls, che fino al settembre dello stesso anno è posseduta al 30% da Lodovico Mazzolin – il liquidatore di Banca Progetto nominato da Banca d’Italia a marzo 2025 – e per il 70% da lei, che ne diviene l’unica proprietaria fino alla liquidazione nel febbraio 2024. Parallelamente, nel luglio del 2021 fonda la Shallow srls: “un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile”. Nell’atto costitutivo, accanto ad Anna Claudia Conte risulta Renzo Lusetti (non è attualmente socio, ma lo è stato al 50% fino al febbraio 2022), ex parlamentare del Pd ed e volto storico della Democrazia Cristiana (un vero e proprio protagonista della Prima Repubblica) marito di Vira Carbone, inviata di Porta a Porta nonché conduttrice de “La Mezz’Ora Legale”. Lussetti, inoltre, è intimo amico di Francesco Pionati, il direttore di Rai Radio 1, natìo di Avellino, proprio come Matteo Piantedosi. Anna Claudia Conte, poi, ha fondato l’associazione “per la cultura a 360 gradi” Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, con cui la giornalista ha prodotto numerose rappresentazioni cinematografiche, e che attualmente è un militante del partito Futuro Nazionale fondato da Roberto Vannacci. Ad oggi, la quasi ex amante di Piantedosi si occupa della Shallow Srls insieme a Cristina Dragut, che da quel che ci viene riferito, alloggerebbe in casa sua. Meloni, nel frattempo, è preoccupatissima che questa storia si trasformi presto in un nuovo caso Boccia. Forse, è ancora peggio, dato che l’ex ministro della Cultura – almeno secondo la sua versione – fermò l’iter di nomina di Boccia. Tra i corridoi di Montecitorio si parla di Claudia Conte non già come di un caso “Boccia 2”, bensì di una “Maria Rosaria BocciATA”. Sarebbe un peccato per la premier esser costretta ad un Meloni bis prima di settembreBisogna battere a tutti i costi il record di governo più longevo della storia d’Italia e, dunque, Piantedosi, almeno in teoria – e la pratica si sa, è tutt’altra storia – deve reggere. Poi ad ottobre si potrà andare ad elezioni e di tutto il resto, d’altronde, che importa. Dunque, amici di MOW, restate sintonizzati, perché presto ne vedremo delle belle.


È primavera, Grillo s’è svegliato dal letargo! 


Grillo, l’idea clamorosa dietro la guerra a Conte: riprendersi logo e simbolo prima delle elezioni (affondando il Campo largo). Nuovo post del fondatore dei Cinque Stelle, che cita Caproni: «Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito». E che spera in un processo «breve» per riprendere il controllo di logo e simbolo prima del voto

01 apr 2026

(di Emanuele Buzzi – corriere.it) – Beppe Grillo sceglie i versi di Giorgio Caproni per tornare a pungere. Lo fa sui social, il giorno dopo la divulgazione della notizia della causa su logo e simbolo M5S. «Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito/ Il mio viaggiare è stato tutto un restare qua, dove non fui mai», scrive il poeta. Parole che il fondatore dei Cinque Stelle fa sue. 

Chi lo conosce bene sostiene sia un messaggio a Giuseppe Conte, quel «sappiate che non sono mai partito» che suona un po’ come una dichiarazione di intenti, di riprendere in mano quel che considera suo. Grillo ha rotto davvero gli indugi. E tenta uno sgambetto che potrebbe avere ripercussioni sulle prossime Politiche.

Dopo 15 mesi di voci, illazioni, stop improvvisi il fondatore dei Cinque Stelle ha deciso di fare causa a quella che è stata per lungo tempo la sua creatura politica. Grillo vuole titolarità del simbolo e del nome del M5S. Un nome condiviso dal 2009 a oggi da tre associazioni che hanno fatto da esoscheletro ai Cinque Stelle: una del 2009, retta da un non-statuto, una del 2013 con sede a Genova e una del 2017 con sede a Roma. L’associazione Movimento 5 Stelle di Genova – di cui l’ex garante è presidente del consiglio direttivo – ha notificato, come ha rivelato Open, l’atto di citazione al Tribunale di Roma. Nel mirino un’altra associazione, quella fondata nel 2017 da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, che governa tuttora gli stellati. L’udienza al momento è fissata a fine luglio (non è escluso che slitti dopo la pausa estiva).

Secondo la tesi di Grillo – che è assistito dai legali Matteo Gozzi e Giulio Enea Vigevani (quest’ultimo molto attivo sul fronte del No nella campagna referendaria) – nome e logo sono del M5s con sede a Genova, mentre quello con sede a Roma li ha solo «in uso». Fonti vicine al fondatore del Movimento spiegano che «sul piano giuridico è incontestabile che simbolo e nome siano del M5S di Genova». E citano proprio l’articolo 1 del primissimo statuto dell’associazione presieduta ora da Giuseppe Conte, un passo in cui si rimarca che la titolarità del simbolo è dell’associazione genovese (quella che ora muove causa) e che è «concesso in uso».

«Affrontiamo con assoluta tranquillità questa iniziativa di Beppe Grillo, che si manifesta già a un primo esame assolutamente infondata», replica il notaio e deputato Alfonso Colucci, uomo di fiducia di Conte che ha seguito tutte le vicissitudini statutarie dell’era contiana. «La vita democratica di una comunità politica non può né deve essere piegata a logiche padronali», aggiunge Colucci. «Risponderemo con fermezza in giudizio alla richiesta di Grillo e – anticipa il deputato – valuteremo con equilibrio una eventuale nostra richiesta di danni per un’iniziativa che appare chiaramente temeraria».

Prima di arrivare allo scontro legale, si sono mossi dei mediatori. Grillo, è noto, considera che il Movimento abbia perso i suoi valori e non condivide (per usare un eufemismo) la linea politica di Conte. Eppure per mesi ci sono stati contatti tra le due parti: un filo invisibile per non sfociare nella querelle giudiziaria. Un filo che si è spezzato definitivamente. Ma al di là delle prese di posizione delle parti, perché Grillo ha agito proprio adesso? Fonti vicine al fondatore spiegano che si tratterà di un «processo documentale», con poche persone chiamate a deporre. Un processo quindi dai tempi rapidi. Un processo su cui aleggia lo spettro ingombrante delle Politiche del 2027: se si arrivasse a sentenza prima di quella data Grillo potrebbe «riprendersi» nome e simbolo, sfilandolo a Conte e affondando un colpo importante al disegno del Campo largo.


Torna il Festival Internazionale della Cinematografia Sociale “Tulipani di Seta Nera”


Torna il Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani di Seta Nera

La nuova edizione porta ospiti e visioni internazionali

per dare voce ai luoghi dell’anima

Antonia Liskova e Alessio Vassallo
testimonial 2026

Da oggi online la piattaforma in collaborazione con Rai Cinema Channel, 

per la prima volta disponibile anche su RaiPlay

Presentate le opere selezionate per il Premio Sorriso Rai Cinema Channel, 

disponibili su www.tulipanidisetanera.rai.it e su www.raiplay.it

Roma, 2 aprile 2026 – Torna con la sua 19ª edizione il Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani di Seta Nera, confermandosi un appuntamento di riferimento per il racconto delle diversità e delle trasformazioni culturali attraverso il linguaggio audiovisivo.

Dopo il grande successo della scorsa edizione, che ha visto la partecipazione di ospiti speciali, il Festival apre ufficialmente una nuova stagione, rilanciando il concorso e presentando le opere in gara per il Premio Sorriso Rai Cinema ChannelTestimonial 2026 sono Antonia Liskova e Alessio Vassallo, rispettivamente madrina e padrino della selezione dei film sociali per Rai Cinema Channel.

Un festival che rinnova la propria natura ibrida, capace di coniugare lo stupore dello spettacolo con l’urgenza della riflessione, e che rimette in primo piano l’essere umano come origine del racconto: una presenza viva, mai neutrale, capace di trasformarne forma e significato.

Cuore pulsante della programmazione è il valore della narrazione come strumento di inclusione: storie che restituiscono centralità all’esperienza umana – nelle sue fragilità, unicità e differenze – e la riconducono al nucleo più autentico del nostro tempo. Il Festival si svolgerà dal 7 al 10 maggio presso il The Space Cinema Moderno di Roma, offrendo al pubblico e agli addetti ai lavori quattro giorni di proiezioni e incontri, e rappresentando un’importante occasione di confronto e approfondimento sui temi della cinematografia sociale.

Salute, disabilità, bullismo, stereotipi di genere, ambiente, tecnologia, lavoro, legalità e guerra, sono solo alcuni dei principali ambiti di forte rilevanza sociale al centro di questa edizione, che pone l’accento sul racconto delle fragilità fisiche e psicologiche dell’essere umano e sulla necessità di una narrazione rispettosa e consapevole.

Con 540 opere iscritte provenienti da tutto il mondo di cui 400 cortometraggi80 documentari e 60 #socialclip, a testimonianza di una partecipazione sempre più ampia e diversificata e di una pluralità di linguaggi espressivi, il Festival si conferma un punto di riferimento nel panorama audiovisivo internazionale, registrando per questa edizione un risultato straordinario in termini di partecipazione.

Sono 105 le opere selezionate tra cortometraggi, documentari e #socialclip che da oggi efino alla fine del Festival saranno disponibili sulla piattaforma Cinema sociale e sostenibile www.tulipanidisetanera.rai.it realizzata da Rai Cinema Channel in collaborazione con Rai per la Sostenibilità ESG e Rai Pubblica Utilità.L’iniziativa digitale rappresenta un’importante opportunità di fruizione e partecipazione per il pubblico che avrà un ruolo centrale: le cinque opere più visualizzate per ciascuna categoria accederanno alla fase finale per il Premio Sorriso Rai Cinema Channel, mentre l’assegnazione dei vincitori sarà affidata ai direttori artistici delle tre sezioni. Le votazioni saranno aperte da oggi fino a mezzogiorno del 30 aprile.

Nel dettaglio, la sezione Cortometraggi – diretta da Paola Tassone –presenta 70 opere selezionate, di cui 64 dall’Italia, 5 internazionali e 1 mista. Il Lazio si distingue come principale polo produttivo con 27 titoli, seguito dalla Puglia (7), dalla Campania (6) Piemonte e Sicilia (5), Toscana (3), Emilia Romagna, Lombardia e Liguria (2), mentre Lazio/Toscana, Lazio/Calabria, Sicilia/Lazio, Calabria, Valle D’Aosta e Sardegna completano il quadro territoriale con 1 titolo.

Per i Documentari curati da Christian Carmosino Mereu, sono stati selezionati 17 titoli di cui 10 italiani, 2 internazionali e 5 misti. Anche in questo caso il Lazio conferma il proprio ruolo centrale con 3 opere, seguito dalla Campania, Lombardia e Veneto (2), mentre Liguria, Emilia-Romagna, Piemonte, Marche/Piemonte/Lombardia registrano 1 presenza ciascuna a testimonianza della diffusione capillare della produzione documentaristica sul territorio nazionale.

Per i #SocialClip, diretti da Igor Righetti, conta 18 opere tutte italiane, tra cui 1 realizzata in Spagna. Domina la Lombardia con 7 titoli seguita dal Lazio (3), Puglia (2) e, infine, Lazio/Puglia, Piemonte, Calabria, Campania e Marche con 1 presenza ciascuna. La sezione evidenzia l’importanza dei nuovi linguaggi digitali nella comunicazione sociale contemporanea.

Le opere selezionate sono state presentate oggi alla presenza dei testimonial Antonia Liskova e Alessio Vassallo, delPresidente Diego Righini – “che ha ringraziato Rai Cinema per l’accordo raggiunto con RaiPlay dove per la prima volta saranno disponibili tutte le opere selezionate” –e del Direttore artistico Paola Tassone, insieme a Christian Carmosino Mereu (Direttore artistico sezione documentari), Igor Righetti (Direttore artistico sezione #Socialclip), Paolo Del Brocco (AD Rai Cinema), Carlo Rodomonti (Responsabile marketing & innovazione Rai Cinema), Silvia Calandrelli (Direttore Rai per la Sostenibilità ESG), Giuseppe Sangiovanni (Direttore Rai Pubblica Utilità), Gianfranco Zinzilli (Direttore della direzione Radio Digitali Specializzate e Podcast) e Gianmaurizio Foderaro (Dirigente Rai Isoradio). L’incontro ha rappresentato un momento istituzionale di condivisione e valorizzazione del progetto culturale del Festival.

Presieduto da Diego Righinie realizzato dall’associazione di promozione sociale “Università Cerca Lavoro”, su idea di Paola Tassone, il Festival nasce con l’obiettivo di promuovere e diffondere una cultura dell’inclusione, della tutela dei diritti e della valorizzazione delle diversità.

Comunicato stampa, opere selezionate e foto in allegato

Con il patrocinio di

Presidenza del Consiglio dei Ministri, MiC Ministero della Cultura,

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Ministro per le Disabilità, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica,

MASAF Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale,

Regione Lazio, Municipio Roma I, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Inail, Comitato Italiano Paralimpico, Federmanager Roma, Rai Cinema, Rai per la Sostenibilità ESG

Partner culturali

Anmil, ASviS, Fondazione UniVerde, ANCoS Aps, Movimento per la Giustizia – Art. 3 ETS, Unicef Italia, Sophia Società Cooperativa

Media partner

Rai Pubblica Utilità, Rai Isoradio, Rai Play Sound, No Name Radio, Rai Radio Tutta Italiana

Frecciarossa è il treno ufficiale del Festival

Sponsor tecnici

Antica Norcineria Lattanzi Franco, Autonoleggio Sferrazza

www.tulipanidisetanera.it – www.tulipanidisetanera.rai.it – www.raiplay.it

Ufficio stampa

Antonio Naselli

Lionella Fiorillo


Un “Calcio” all’Italia…


(Dott. Paolo Caruso) – L’ Italia pallonara priva di quello spirito combattivo che si addice alle grandi squadre nei momenti più difficili e impegnativi ci riporta con i piedi a terra, nella triste mediocrità di un Paese che di sicuro non è quello di Bengodi come vorrebbe farci intendere la “Patriota d’ Italia”. Anatra azzoppata “la Giorgia nazionale”, Somara la nostra Nazionale di calcio bocciata all’ esame di riparazione che l’ avrebbe portato ai Mondiali 2026. Per la terza volta consecutiva l’ Italia non va ai mondiali. Se il calcio è metafora della vita sociale che viviamo, vorrà dire che in Italia non siamo messi proprio bene. Fatti fuori da una squadra nazionale che occupa a livello mondiale il 71.mo posto del rating. Questo piccolo Stato, la Bosnia-Erzegovina, la cui nazionale di calcio ha umiliato la fu blasonata nazionale italiana, ora oltre a essere ricordato per l’uccisione a Sarajevo dell’ arciduca d’Austria e della moglie, e lo scoppio della prima Guerra Mondiale, passerà alla Storia calcistica per il successo insperato sugli Azzurri nella finale di qualificazione ai mondiali americani. Abbiamo perso ai rigori. Più rabbia, perché alcuni di quei giocatori li avevamo allevato nelle nostre associazioni calcistiche. Ieri ce li siamo trovati fatali avversari. Dunque tripletta! Non possono non interrogarsi la FIFA e il CONI. Il calcio, sa poco di sport, è diventato un mercato, come di chi offre ad alto reddito i migliori cavalli, che, per appartenenza, non saranno mai nostri a difendere i colori della nostra bandiera. “Suos devorat alienos nutrit”. (Gli stranieri sono favoriti mentre i talenti locali faticano a trovare riconoscimento ). L’ Italia fagocita i suoi figli per nutrire gli stranieri che, all’occorrenza, si qualificano avversari pericolosi, come accade nelle competizioni tra le squadre nazionali. È un calcio malato, perché diventato un business economico, solo per lo spettacolo “intra moenia”. Godimento esclusivamente campanilistico, spettacolo da giostre medievali. È mancata “l’italica vis”, il fervore tutto italiano “da purosangue”. Per le competizioni internazionali, il povero Gattuso non sa da dove attingere i migliori italiani da esibire, e più che “cavalli di razza” si trova “brocchi” per accomodare. Dove sono i giocatori di un tempo, che facevano mondiale il nome dell’Italia? Dopo l’espulsione di Bastoni la partita fu chiaro a tutti che si metteva in salita e che non aveva futuro. Inoltre l’arbitro francese fu “doppio pesista” perché per lo stesso fallo di gioco non espulse l’avversario, come invece si premurò col nostro giocatore. Un arbitro mediocre che ha inciso sul corso della partita anche se presto è emersa la povertà tecnico agonistica della squadra italiana. Ha pianto Gattuso per la partita dove aveva investito tecnica e passione. Con lui ha pianto mezza Italia e gli Italo americani che finalmente avrebbero potuto abbracciare i loro beniamini. Salteremo così anche questo altro turno dei Mondiali americani, e dopo sedici anni torneremo a sperare in quelli del 2030. “Repetita iuvant”, locuzione latina più che mai attuale: Se il calcio è metafora della vita sociale e politica di una Nazione, vorrà dire che in Italia non siamo messi proprio bene.


La Russa, Bocchino e la politica nel pallone


La Russa, Bocchino e la politica nel pallone

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il dibattito sull’esclusione della Nazionale di calcio dai Mondiali chiarisce la vera aspirazione della maggior parte dei politici italiani: fare gli allenatori della medesima, o di ripiego i capi della Figc. È il solo tema di dibattito che galvanizza, il solo argomento su cui si esprimono opinioni precise, l’unico campo dove si rinuncia alla pilatesca noncuranza che avvolge tutto il restocompresa l’ultima intervista di Donald Trump con la conferma di un possibile addio americano alla Nato.

La felpata cautela è da tempo la cifra del nostro confronto pubblico. Si tronca, si sopisce, si allude, è tutto un “bivio” tra questo e quello, il no di Sigonella che forse è un segnale o forse un adempimento burocratico, le armi a Kiev che si spediscono ma senza dirlo (a destra), il disarmo di Kiev che un po’ è necessario e un po’ no (a sinistra), la legge elettorale che magari si fa tutti insieme e magari litigando, le cene con i Caroccia e i pranzi con Zampolli, l’agenda della ripartenza, le primarie: tutto un bisbiglio, un retroscena, un non condivido e non condanno.

Il coraggio della dichiarazione salta fuori solo davanti a un tal Alessandro Bastoni che si è fatto espellere in Bosnia, ed è uno spettacolo mirabolante vedere la politica finalmente parlare a chiare note, mobilitarsi, spendersi con franchezza. Parlano e pretendono immediate contromisure il presidente del Senato (“A tutto c’è un limite”), il capo dell’organizzazione di FdI (“serve meritocrazia!), il capogruppo della Lega alla Camera (“potere ai tifosi”), il vice-presidente forzista della Camera (“povera Italia”), vari ministri, capigruppo di Commissione (“repulisti completo”), esponenti di vaglia dell’opposizione, mentre si annuncia su richiesta dal partito di Giorgia Meloni una informativa parlamentare urgente, forse un’altra raccolta firme di Claudio Lotito (lui smentisce), un tavolo di discussione di Italia Viva (promosso da Matteo Renzi) e ognuno ha un nome per sostituire l’allenatore sconfitto, i giocatori imbelli, e ovviamente il presidente della Federazione Calcio, neanche fosse il repulisti post-referendario.

Anche le analisi sono tempestive e scintillanti. Il generale Roberto Vannacci non le manda a dire: “l’immigrazione ha distrutto il calcio italiano”Italo Bocchino va oltre: è stata la sinistra che ha indebolito l’orgoglio nazionale cosicché oggi i calciatori sognano la Ferrari anziché la maglia dell’Italia. In tanti rivendicano per i giovani l’imprescindibile diritto di vedere gli Azzurri al Mondiale almeno una volta prima dei trent’anni, che non è in Costituzione come altri diritti ma vai a vedere: sarebbe una riforma votatissima, altro che Csm e carriere.

Tanta assertività fa piacere. Conferma che, volendo, i partiti italiani hanno il coraggio della dichiarazione netta, a petto in fuori. E se tutti questi aspiranti allenatori o capi del calcio utilizzassero lo stesso stile nelle loro effettive carriere, se spiegassero le loro scelte e visioni politiche con lo stesso ardimento, sarebbe davvero un beneficio. Riusciremmo finalmente a capire con chi stiamo in Europa e nel mondo, cosa vogliamo, perché, e lo sapremmo dai diretti interessati, con facilità senza doverci chiedere l’un l’altro tra colleghi: ma questo, secondo te, che ha detto, dove va a parare?


Sulla relatività del tempo


(di Michele Serra – repubblica.it) – Trump potrebbe smettere di bombardare l’Iran fra tre settimane — ha detto. Quattro settimane fa aveva detto che la guerra sarebbe durata quattro settimane, ma probabilmente si riferiva alla settimana di Giove, che dura cinquantasei giorni, o al famoso “mese soggettivo” del pianeta Ork (quello di Mork), che dura il tempo necessario a ciascuna persona per poter dire, a seconda delle sue esigenze e delle sue preferenze: ecco, per quanto mi riguarda è finito anche questo mese.

E comunque le settimane e gli anni — in fin dei conti anche la vita — dipendono da come uno li vede. Certe volte non sembra anche a voi che la giornata non finisca mai, o al contrario che il tempo voli e non avete ancora cenato che è già ora di andare a dormire? E cosa è mai il tempo, se non una convenzione alla quale non è bene sottostare senza qualche salutare moto di ribellione, almeno ogni tanto? E che sarà mai, questa mania dei giorni, delle settimane e dei mesi?

La guerra, dice sempre Trump, comunque è già vinta, e gli iraniani distrutti e imploranti. Il fatto che la guerra prosegua ugualmente, nonostante gli iraniani siano sconfitti fin dal primo minuto e abbiano esaurito, dopo le bombe, anche i fucili, le scimitarre e le cerbottane, dipende da circostanze inspiegabili, e comunque non ascrivibili alla volontà di Trump, che la guerra — già vinta — la rivincerà comunque tra un paio d’ore, o un paio di mesi, o un paio di anni, a seconda di come gira la ruota. Perché non sta scritto da nessuna parte che una guerra si vinca una volta sola. Su Ork, per esempio, le guerre si vincono fino a ventotto volte, e ventinove negli anni bisestili.