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Il Cremlino: “Noi attaccare la Nato? Niente di vero, solo spauracchi”


Zakharova: ‘Possibili rappresaglie su basi britanniche’. Fonti Ue: ‘Non ravvisiamo il rischio immediato di un attacco di Mosca ai 27’

Il presidente russo Vladimir Putin © ANSA/EPA

(ansa.it) – Le notizie dei media su una presunta intenzione della Russia di attaccare la Nato “non hanno niente a che vedere con la realtà” e sono solo “spauracchi”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, citato da Ria Novosti.

La Russia potrebbe attaccare qualsiasi struttura militare britannica, “all’interno o all’esterno dell’Ucraina”, per rappresaglia agli attacchi ucraini sul territorio russo con armamenti forniti da Londra. Aveva detto la portavoce ministeriale Maria Zakharova citata da Interfax.

Attualmente vengono pubblicate molte di queste storie allarmistiche – ha detto Peskov -. Naturalmente, non hanno nulla a che vedere con la realtà e non hanno nulla a che vedere con le intenzioni della Federazione Russa”. “Allo stesso tempo – ha proseguito il portavoce del presidente Vladimir Putin – la Federazione Russa si trova ad affrontare una politica molto aggressiva nei suoi confronti da parte dei Paesi europei. E questa aggressività proviene proprio dai Paesi europei. Le speculazioni contrarie sono una distorsione della realtà e semplici notizie infondate, nient’altro”. “Se parliamo di escalation militare – ha aggiunto Peskov in un’intervista a Bloomberg – noi semplicemente non ne abbiamo bisogno, perché stiamo comunque avanzando (in Ucraina)”.

Il capo dei servizi segreti per l’estero russi, Serghei Nyshkin, ha confermato di avere avuto un colloquio martedì a Mosca con il direttore della Cia, John Ratcliffe, affermando che si è tratto di un normale “incontro di lavoro” senza “nulla di insolito”. “abbiamo discusso una serie di questioni che rientrano nella competenza dei servizi di intelligence, e, come ben sapete, la competenza dei servizi di intelligence è una cosa piuttosto delicata e particolare”, ha detto Naryshkin, citato dall’agenzia Interfax.

Il viaggio a sorpresa del capo della Cia a Mosca è stato per avvertire la Russia di non attaccare i paesi della Nato. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti informate sulla prima visita nota di John Ratcliffe a Mosca. L’avvertimento segue le nuove valutazioni dell’intelligence americana, secondo le quali Vladimir Putin potrebbe mettere alla prova la determinazione della Nato con un attacco limitato contro un paese dell’alleanza nei prossimi anni. 

“È in corso una conversazione piuttosto concreta su come andare avanti insieme in un mondo in cui l’Europa, che è ovviamente un continente molto ricco, può assumersi e si sta assumendo la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale”. Lo ha detto il sottosegretario Usa Elbridge Colby al quarter generale della Nato. “L’Europa – ha aggiunto – rimane un interesse fondamentale per gli Stati Uniti, anche se diamo priorità all’emisfero occidentale e alla prima catena di isole (davanti alla Cina, ndr)”. “Ma ci sono alcune cose che dobbiamo chiarire affinché tutto abbia senso in futuro”.

Le truppe russe stanno avanzando su un fronte di 160 chilometri per prendere il controllo dell’intera regione ucraina di Donetsk e “hanno superato, in alcune zone, la prima linea difensiva del complesso fortificato di Sloviansk-Kramatorsk”. Lo ha affermato il capo di Stato maggiore, Valery Gerasimov, durante una visita ad un centro di comando vicino al fronte. Secondo Gerasimov, i soldati russi sono arrivati a circa “quattro chilometri dalla periferia orientale di Sloviansk, mentre a est di Kramatosk “stanno combattendo sul territorio dell’aeroporto, a tre chilometri dalla periferia della città”.

“L’obiettivo strategico principale del regime di Kiev rimane il mantenimento del controllo sulla parte rimanente del Donbass” e a tal fine “ha costruito e continua a migliorare una difesa profondamente stratificata, basata sugli edifici alti e sulle zone industriali delle principali città di Sloviansk, Kramatorsk e Druzhkivka, collegate tra loro da una sviluppata infrastruttura di trasporti e da un sistema di fortificazioni”, ha detto Gerasimov, citato nel canale Telegram del ministero della Difesa russo. Il capo di Stato maggiore ha aggiunto che le unità russe si sono avvicinate anche a Druzhkivka e “si trovano a un chilometro e mezzo dalla città. “In totale, durante i due mesi trascorsi sul fronte di Druzhkivka, sono stati liberati più di 100 chilometri quadrati di territorio” ha affermato Gerasimov.

Fonti Ue: ‘Non ravvisiamo il rischio immediato di un attacco di Mosca ai 27’

“Posso affermare con estrema chiarezza che noi, così come i servizi europei in generale, non ravvisiamo alcun rischio immediato di un attacco da parte della Russia nei confronti dei Paesi europei e dei membri della Nato”. Lo afferma un alto funzionario europeo in merito alle varie indiscrezioni succedute alla visita del capo della Cia a Mosca, precisando che non ci sono i segnali sul campo. “Quello a cui abbiamo assistito sono stati attacchi ibridi e, in alcuni casi, non proprio ibridi, che continuano a verificarsi e che, secondo le nostre previsioni, continueranno a verificarsi”, precisa.


Capolavoro di FdI: fare di Ranucci un martire


Gli effetti assai poco intelligenti di togliergli la conduzione di “Report”

Immagine di Capolavoro di FdI: fare di Ranucci un martire

(ilfoglio.it) – In Italia l’epurazione è come il premio Nobel. Togliendo a Sigfrido Ranucci la conduzione di “Report”, come si appresta a fare, la Rai gli consegna dunque la più ambita onorificenza, con la motivazione già scritta dallo stesso premiato, che nelle sue dichiarazioni pubbliche si è collocato da settimane nella postura del perseguitato. Il paradosso è che quella postura era proprio il programma di Valter Lavitola, il quale voleva fabbricargli attorno un’aureola. L’attentato aveva prodotto soltanto un abbozzo, un martirio di carrozzeria. Per un martirio vero ci vuole ben altro, ci vuole un provvedimento aziendale. Così Viale Mazzini porta a termine con diligenza impiegatizia l’opera che l’oste del ristorante Cefalù aveva lasciato a metà.

Che la spinta sia venuta da Fratelli d’Italia è pacifico, così come è pacifico che da quelle parti si ragioni sovente non da uomini ma da caporali, secondo l’antropologia stabilita da Totò e mai smentita dai fatti, dove il caporale è quello che comanda a voce alta senza avere capito il problema. Il problema politico, per FdI, non era Ranucci. Era Report. E Ranucci, dopo il caso Lavitola, era anzi diventato lo strumento più efficace per neutralizzare la faziosità di Report, perché un programma d’inchiesta condotto da un uomo che deve rispondere di frequentazioni e di chat non incalza nessuno, si difende e prende pernacchie. Bastava lasciarlo lì, Ranucci. Immobile, autorevole soltanto per contratto, e la trasmissione si sarebbe spenta da sé, senza piazze, senza spettacoli in teatro, senza il libro annunciato per il 2027. Hanno invece scelto la rimozione, che rende Ranucci un epurato (dunque un Nobel) e trasferisce la trasmissione a un successore il quale, chiunque sia, dovrà dimostrare urbi et orbi di non essere il conduttore del regime. Sicché farà esattamente quello che si faceva prima, con maggiore zelo. Il risultato è che la destra avrà il doppio del problema, Ranucci martire e Report iperfazioso. Ma l’intelligenza è come il coraggio, se uno non ce l’ha non se la può dare.


Jeffrey Sachs: “Zelensky si avvia alla sconfitta, ma Usa e Ue parlano di armi”


L’economista della Columbia: “Il negoziato non partiràse Usa e Ue continuano a negare i timori dei russi per la loro sicurezza”

“Zelensky si avvia alla sconfitta, ma Usa e Ue parlano di armi”

(di Riccardo Antoniucci – ilfattoquotidiano.it) – Non illudiamoci, invita l’economista della Columbia e consigliere diplomatico Jeffrey Sachs il giorno dopo la visita del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca. “Siamo sempre allo stesso punto: l’Ucraina viene distrutta pezzo a pezzo e la sua sconfitta si avvicina, mentre gli Stati Uniti e l’Europa continuano a non essere disposti a discutere le principali preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza, che fin dall’inizio sono state le cause della guerra”.

Sono state avanzate almeno quattro ipotesi sui contenuti della visita di Ratcliffe a Mosca. L’unica che Trump ieri non ha smentito è quella che fosse legata al dossier del conflitto in Ucraina, anche se poi l’ha definita “di routine”. L’ultima volta che un C-17 è atterrato nella Capitale russa, trasportava Witkoff e Kushner per un tentativo di negoziato. Stavolta, lei vede la possibilità di un rilancio di una soluzione diplomatica? Magari intrecciando anche questioni sorte con l’altro conflitto aperto dagli Usa con l’Iran?

I dettagli sono troppo scarsi per trarre conclusioni definitive. Il punto principale però è che l’Ucraina in questa fase sta subendo un duro colpo. Mancano le difese aeree ed è comprensibile che l’Occidente, che non può più fornirgliele per motivi noti, stia facendo pressioni su entrambi i belligeranti per ottenere una sorta di cessate il fuoco. Ma la realtà è che l’Occidente non offre nulla di interessante alla Russia dal punto di vista diplomatico. Un’offerta interessante per Mosca sarebbe un impegno chiaro a favore della neutralità dell’Ucraina e la fine dell’allargamento della Nato. Ma non succede, e la situazione rimane la stessa di sempre.

Ha parlato delle preoccupazioni di sicurezza di Mosca. Qual è la posizione di Putin a questo punto del conflitto?

La Russia ha preoccupazioni di sicurezza reali e fondamentali. I sistemi missilistici statunitensi ed europei schierati ai confini della Russia sono un fatto. Ci sono voci sullo schieramento di armi nucleari in prossimità dei confini russi, attacchi con missili statunitensi ed europei mirati in profondità nel territorio russo (lanciati dagli ucraini, ndr). L’espansione della Nato in Ucraina è ancora una richiesta sul tavolo, e viene promessa da alcuni leader europei e dalla dirigenza della Nato a Kiev. Posso continuare: la scadenza degli accordi sulle armi nucleari tra Usa e Russia, le sanzioni economiche e il sequestro dei beni russi… Nulla di tutto questo viene discusso apertamente e in modo tale da arrivare a una soluzione. Al contrario, l’Europa parla soltanto di preparativi per una futura guerra aperta contro la Russia.

Se dovesse davvero concretizzarsi un cessate il fuoco, cosa ne sarebbe di questa Europa che cerca la guerra, per lei?

Se la Nato ponesse fine alla sua espansione errata e pericolosa e l’Ucraina dichiarasse la neutralità, si potrebbe ottenere la pace e l’Europa conoscerebbe una vera ripresa economica. Altrimenti, l’economia civile europea continuerà a declinare e il rischio di una guerra devastante rimarrà. L’Europa sarebbe la principale beneficiaria di una pace negoziata. Invece è la regione che teme di più la diplomazia.

In questi giorni è emerso anche un intervento esplicito e visibile del Vaticano, con la visita di Mons. Paul Gallagher… Questo slancio, ora che il papa è Leone XIV, ha forse più potenziale?

È molto difficile dirlo, sappiamo ancora troppo poco dei contenuti della missione in Russia. Ma indubbiamente Papa Leone è una voce eccezionale a livello globale in favore della pace.

Tornando a Kiev, Zelensky appare indebolito dagli scandali di corruzione che lo circondano nel governo. Non è un incentivo a chiudere la guerra?

Zelensky è leader di un regime corrotto e in crisi. Lo sanno tutti.

E un Trump in cerca di risultati internazionali può essere un incentivo, invece?

No. Trump è incompetente e inefficace. Non ha né la capacità né la volontà di spiegare alcuna questione in modo chiaro e convincente, né di affrontare i negoziati con serietà.


Inondazioni Nepal e Tibet, Mario Tozzi: “A rischio anche le Alpi a causa del cambiamento climatico”


Intervista a Mario Tozzi. Primo Ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria)

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – Il geologo Mario Tozzi a Fanpage.it: “Il disastro in Nepal e Tibet probabilmente causato dal surriscaldamento globale. Eventi simili stanno già accadendo anche sulle nostre montagne, sebbene con proporzioni diverse. Due esempi? La valanga della Marmolada del 2022 e l’alluvione di Bardonecchia del 2023”.

Lo zero termico sale oltre le vette più alte, i ghiacciai fondono e le montagne perdono il collante naturale che le tiene insieme da milioni di anni. Il disastro avvenuto in Nepal e Tibet – dove una catastrofica frana ha causato centinaia di morti e migliaia di dispersi – è l’ennesimo campanello d’allarme di un equilibrio idrogeologico spezzato dal riscaldamento globale.

Già, il cambiamento climatico. Ancora e sempre lui. In attesa di analisi più approfondite, appare già chiaro che il disastro sull’Himalaya non è stato causato da una serie di terremoti, come inizialmente ipotizzato, bensì dall’improvviso e imprevedibile collasso di un’enorme massa di ghiaccio e detriti su un lago glaciale in alta quota che, dopo aver oltrepassato gli argini, si è riversato a valle causando gli impatti catastrofici immortalati anche in alcuni impressionanti video.

Una dinamica che, fatte le debite differenze, ricorda la tragedia del Vajont del 1963 ma che, in scala fortunatamente ridotta, si sta verificando già anche sull’arco alpino italiano, come dimostrano la valanga sulla Marmolada del luglio 2023 e l’alluvione di Bardonecchia dell’anno successivo. Fanpage.it ne ha parlato con Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, che non ha dubbi: di fronte a un equilibrio idrogeologico ormai compromesso dal riscaldamento globale è sempre più urgente mettere in sicurezza il territorio azzerando il consumo di suolo zero, bloccando ogni nuovo cantiere in quota e trovando finalmente il coraggio di fare un passo indietro. Insomma, lasciare finalmente “in pace” le Alpi e smetterla di edificare per assecondare le esigenze del turismo di massa.

Professor Tozzi, partiamo dal drammatico evento avvenuto in Nepal e nella regione cinese del Tibet. Dal punto di vista scientifico e geologico, cosa ha scatenato questa catastrofica colata di acqua, fango e rocce?

Al momento non abbiamo ancora una certezza assoluta, ma i primi riscontri ci dicono cose molto interessanti. Inizialmente si era valutato il possibile impatto di un terremoto, visti i sismi di magnitudo 4, 4.5 e 5.2 registrati nell’area, tuttavia, gli studiosi dell’USGS – il servizio geologico degli Stati Uniti – hanno  stabilito che quelle scosse sarebbero state in realtà provocate dal crollo stesso della frana, non il contrario. Quando una massa rocciosa enorme precipita da quote così elevate, l’impatto sul terreno può generare terremoti locali. Escludendo quindi la causa sismica come innesco primario, lo scenario più probabile vede come colpevole l’accumulo eccessivo e concentrato di acqua di fusione dei ghiacciai. Questa massa d’acqua ha rotto gli argini naturali in cui era trattenuta ed è precipitata a valle tutta insieme, trascinando con sé rocce, detriti e ogni cosa che ha trovato sul suo corso.

Si può ipotizzare una correlazione diretta tra questo disastro e la crisi climatica che stiamo attraversando?

Molto probabilmente sì, anche se in attesa di verifiche più approfondite usare il condizionale è d’obbligo. Il fenomeno si è verificato verso la fine dell’estate, proprio nel periodo in cui i ghiacciai raggiungono il loro minimo storico annuale di consistenza. Il riscaldamento globale ha, come risultato generale, quello di acuire i fenomeni estremi, vuoi per il maggiore calore presente in atmosfera e la maggiore quantità di vapore acqueo, che causano precipitazioni spesso molto violente, vuoi – a livello locale – per queste situazione che interessano l’arco alpino himalayano; le grandi catene montuose d’alta quota, come l’Himalaya, sono ambienti incredibilmente delicati e sensibili ai cambiamenti climatici: essendo le aree in cui si concentra la maggior parte dei ghiacci del pianeta, sono anche quelle più direttamente colpite e destabilizzate dal surriscaldamento atmosferico.

Spostiamoci a casa nostra: un disastro di questa portata, naturalmente su scala ridotta, potrebbe verificarsi anche sull’arco alpino?

In realtà, eventi simili – ma di portata fortunatamente minore – stanno già accadendo anche sulle nostre montagne. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continui crolli di roccia sulle Dolomiti, al disastro della Marmolada e a decine di episodi di fusione rapida con rottura di piccoli sbarramenti naturali che trattenevano acqua, ghiaccio e neve. Le immagini che arrivano dal Nepal mostrano una colata di fango grigio e scuro alta diversi metri che ha spazzato via intere infrastrutture, case e binari, provocando migliaia di dispersi, compresi molti turisti. Una violenza distruttiva che non avevo mai visto e che – fatte le debite differenze – a livello di dinamica ricorda molto la tragedia del Vajont del 1963: lì la causa scatenante fu legata a un’opera artificiale come la diga, ma il crollo della frana nel bacino generò un’ondata d’urto devastante, preceduta da una forte compressione d’aria prima ancora dell’arrivo dell’acqua e del fango.

Però sulle Alpi non abbiamo i volumi di ghiaccio e gli spazi geografici immensi dell’Himalaya…

Certo, la scala dei fenomeni rimane più ridotta, ma la dinamica profonda è la stessa. Oltre alla valanga della Marmolada – che nel luglio 2022 causò 11 vittime – penso ad esempio a quanto accaduto a Bardonecchia nel 2023 o ai crolli alle Tre Cime di Lavaredo. Il problema alla base è che, sempre a causa del cambiamento climatico, il ghiaccio non fa più da sostegno e da collante per la montagna: poiché lo zero termico si è alzato oltre le vette più alte, il ghiaccio profondo fonde, la montagna perde stabilità e inevitabilmente frana. Questi fenomeni diventeranno sempre più frequenti, intensi e distribuiti lungo tutto l’anno, poiché le stagioni calde si stanno allungando a dismisura.

Di fronte a questa progressiva fragilità dei territori montani, quali sono le misure di adattamento urgenti che le amministrazioni pubbliche dovrebbero adottare in Italia?

La prima cosa fondamentale da fare è smetterla di costruire su tutto l’arco alpino. Bisogna fermare qualsiasi nuovo cantiere nei comuni montani, imponendo il consumo di suolo zero: nessun nuovo metro quadro di cemento, nessuna nuova seconda casa, albergo, ristorante o infrastruttura. Prendiamo Bardonecchia come caso emblematico: lì, per assecondare il turismo invernale, si è costruito l’inverosimile, in modo privo di senso, edificando aree esposte dove il fango, prima o poi, era destinato a scendere per via naturale, e nel 2023 non ci sono state vittime solo per puro caso. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la stagione invernale naturale per lo sci è ormai finita e difficilmente vedremo ancora delle Olimpiadi invernali sulle Alpi. Insistere con l’innevamento artificiale, consumando enormi risorse idriche ed energetiche per portare l’acqua in quota, significa solo sommare errori su errori. Per non parlare di opere inutili come la pista da bob delle scorse Olimpiadi, di cui è meglio non discutere nemmeno.

Oltre a bloccare il nuovo cemento, poi, le amministrazioni devono avere il coraggio di rimuovere e demolire le strutture già esistenti posizionate in aree ad altissimo rischio, eliminando del tutto la possibilità di risiedere in zone non sicure. Dobbiamo smettere di aggredire la montagna con nuovi impianti sciistici e infrastrutture inutili: l’unica vera misura di adattamento efficace è fare un passo indietro e lasciare finalmente in pace le Alpi.


Primarie campo progressista, parla Bettini: “No a tarantelle, serve un comitato di garanti”


Intervista al veterano Pd: “Salis è intelligente, ma se vuole correre per Palazzo Chigi si confronti nei gazebo. Sul woke Conte non voleva colpire Schlein ”

Primarie campo progressista, parla Bettini: “No a tarantelle, serve un comitato di garanti”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Esorta tutti a non perdere tempo ed energie in dibattiti sfibranti su come e quando scegliere il nome per Palazzo Chigi. “Prima il programma” insiste Goffredo Bettini, demiurgo del Pd romano, che non vede manovre interne contro Elly Schlein: “All’interno del partito ha goduto di una tranquillità esemplare. Quelli che la contestavano apertamente sono andati via e il suo avversario nelle primarie Stefano Bonaccini è di grandissima correttezza”. Cosa ci racconta l’intervista di Speranza al Corriere della Sera contro le primarie? Che la maggior parte del Pd le teme?

Ho il timore che riparta nel centrosinistra una “tarantella” infinita su metodi e regole. Ritardando ciò che è prioritario: concordare un testo essenziale, programmatico e di principi, di visione dell’Italia; intensificare la nostra opposizione sull’intollerabile carovita e sulla legge elettorale proposta dal governo, di stampo presidenzialista; non considerarla già approvata, piuttosto chiamare alla mobilitazione i democratici e la società civile. E infine, instaurare un clima di amicizia tra di noi, più sincero rispetto all’oggi. Escludo che Elly Schlein abbia il timore delle primarie. Ha detto con limpidezza che due sono le strade: scegliere il leader del partito più forte o le primarie di popolo. Un aspetto non criticabile della segretaria è il coraggio. Ne ha da vendere.

Come si può evitare ad esempio che i 5Stelle disertino le urne in caso di vittoria nei gazebo di Schlein?

Può accadere, ma c’è un’altra possibilità: che aumenti la mobilitazione degli elettori democratici e che crescano la passione, il confronto, le idee, la voglia di sconfiggere la destra italiana, sempre più intollerante e persecutoria. Occorrerebbe una deontologia delle primarie; bandire critiche e polemiche tra gli alleati che competono; accettare solennemente il risultato della votazione; saper rappresentare l’insieme della coalizione da parte del vincitore; rinunciando a velleità di comando solitario. Decisiva, nel cuore, resta la consapevolezza che una sconfitta farebbe pagare, anche in termini di libertà e di garanzie, un prezzo salatissimo all’Italia e all’Europa.

Speranza pone di fatto anche un altro tema, ossia che individuare un candidato premier prima delle Politiche sarebbe anche un modo di legittimare il Melonellum.

Mi permetto di ricordare che qualche tempo fa avanzai, insieme a Michele Fina e ad Alessandro Onorato, un ragionamento simile, su Rinascita. Fui accorto e prudente. Ma parlai della possibilità di candidare un riferimento altissimo e indiscusso della Costituzione. Allora mi parevano esserci le condizioni. Aveva vinto da poco il No nel referendum. Sarebbe stato ancora possibile svolgere una lunga campagna politica e culturale per coinvolgere l’elettorato sulla scelta di contestare un candidato premier, dal sapore plebiscitario. Nessuno colse questo suggerimento. Oggi mi pare un po’ tardi. I leader fondamentali del centrosinistra hanno accettato le primarie. Un percorso è già iniziato. Nelle condizioni attuali, il cambio di linea potrebbe essere interpretato come una debolezza, un’incapacità di scegliere, un espediente. La destra ci metterebbe in croce. E anche non pochi commentatori autorevoli.

Molti continuano a evocare come terzo nome Silvia Salis. Ma sia Schlein che Conte sono contrarissimi. Lei che giudizio dà della sindaca di Genova? Potrebbe correre per Palazzo Chigi?

Certo, se intende partecipare alle primarie. Mi pare una donna intelligente e che sa comunicare. Perderebbe freschezza, con un’eventuale convergenza su di lei ‘a tavolino’. E le sarebbe difficile rappresentare al meglio tutte le sensibilità del centrosinistra.

Quello delle regole delle primarie sarà un tema caldissimo: lei come le vorrebbe? E chi dovrebbe stabilirle? Magari un comitato apposito, fatto anche di esterni ai partiti?

Le opinioni che sto esprimendo sono personali. Prive del peso che danno incarichi politici e di gestione, che da tempo non ho. Comunque, per me, le primarie dovrebbero allargare al massimo i partecipanti al voto. Garantire la trasparenza, con regole drastiche che evitino possibili inquinamenti. Infine, i gazebo andrebbero promossi e gestiti da un comitato di garanzia, sopra le parti, impegnato in un lavoro non solo di rappresentanza, ma concreto e deliberativo. Su quando è meglio farle francamente sono incerto. Se le fai il prima possibile, chiudi questo argomento che è durato fin troppo. Se le fai a ridosso del voto, eviti un periodo di possibile logoramento del leader scelto.

Conte sta effettivamente surclassando Schlein sul piano politico, in queste settimane? Lo pensano e lo scrivono in diversi.

Non penso affatto che Conte stia surclassando il Pd e la sua leader. Il Pd è pienamente in campo, a partire dalla campagna delle Feste dell’Unità e dai contributi che la sua segretaria ha proposto sulla stampa e sui media. L’ultimo, quello consegnato al Foglio. Se devo essere sincero, mi ha sconcertato la reazione, persino di alcuni democratici, nei confronti del ragionamento pacato, integralmente politico, svolto da Conte su Repubblica, circa i possibili eccessi dell’ideologia woke. Non ci ho visto l’intenzione di colpire. Si è costruita ogni tipo di dietrologia, persino alludendo che non fosse farina del suo sacco. Una menzogna paradossale. Non vorrei offendere qualcuno, ma pochi politici italiani hanno la forza accademica e scientifica, la cultura generale di Conte. Queste asprezze sì, al di là delle primarie, vanno lasciate cadere, per il bene di tutti.


Campania Wine, il 6 e 7 settembre Napoli ospita il grande racconto dei vini della regione


CAMPANIA WINE 2026: MERCOLEDI 2 SETTEMBRE
A PALAZZO SANTA LUCIA CONFERENZA STAMPA
DI PRESENTAZIONE 
DELLA TERZA EDIZIONE

Alle ore 10.30, nella Sala De Sanctis della Regione Campania,
la presentazione dell’evento dedicato al vino campano, in programma a Napoli il 6 e 7 settembre. Consorzi di tutela, Regione Campania
e Comune di Napoli insieme per illustrare programma
e novità dell’edizione 2026
NAPOLI – Sarà presentata mercoledì 2 settembre 2026, alle ore 10.30, presso la Sala De Sanctis di Palazzo Santa Lucia a Napoli, la terza edizione di CAMPANIA.WINE, la manifestazione dedicata alla promozione e alla valorizzazione del patrimonio vitivinicolo regionale, in programma nel capoluogo campano domenica 6 e lunedì 7 settembre.

La conferenza stampa sarà l’occasione per illustrare il programma e le novità dell’edizione 2026 e, più in generale, per fare il punto su un progetto che punta a costruire un racconto unitario del vino campano, mettendo insieme territori, denominazioni, produttori e istituzioni.

All’incontro con la stampa sono previsti gli interventi di un rappresentante dei Consorzi di tutela dei vini campani, dell’assessora al Turismo e alle Attività produttive del Comune di Napoli Teresa Armato, dell’assessore alle Attività produttive e allo Sviluppo economico della Regione Campania Fulvio Bonavitacola, dell’assessore al Turismo, Promozione del territorio e Transizione digitale della Regione Campania Vincenzo Maraio e dell’assessora all’Agricoltura della Regione Campania Maria Carmela Serluca.

Giunta alla sua terza edizione, Campania Wine rappresenta un importante momento di promozione unitaria del comparto vitivinicolo regionale, grazie all’aggregazione dei cinque principali Consorzi di tutela della Campania: Sannio Consorzio Tutela Vini, Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, Vitica – Consorzio Tutela Vini Caserta e Vita Salernum Vites – Consorzio Tutela Vini Salernitani. L’iniziativa è realizzata dai Consorzi di Tutela con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania e il Comune di Napoli e coinvolge l’intero patrimonio enologico regionale, dalle pendici del Vesuvio ai Campi Flegrei, dal Sannio all’Irpinia, dalla provincia di Caserta fino al Cilento e alla Costiera Amalfitana.

La manifestazione avrà quest’anno come scenario alcuni dei luoghi più rappresentativi del centro di Napoli. Cuore dell’evento saranno la Galleria Umberto I, che ospiterà il grande percorso di degustazione aperto al pubblico, e il MUSAP – Museo Artistico Politecnico, sede delle masterclass e degli incontri di approfondimento.

Per due giorni produttori, giornalisti, buyer, operatori e appassionati potranno conoscere da vicino le eccellenze vitivinicole campane attraverso degustazioni guidate, incontri con le aziende e momenti di confronto dedicati al settore. Le masterclass, organizzate in collaborazione con AIS Campania, saranno articolate in appuntamenti riservati ai professionisti del settore e sessioni dedicate ai winelover, con percorsi di degustazione sui vini spumanti, bianchi, rosati e rossi della regione.

Tra gli appuntamenti di maggiore rilievo figura il Campania Wine Forum, in programma lunedì 7 settembre, dedicato al tema “Enoturismo 4.0 in Campania: Territorio, Ospitalità e Innovazione”, momento di confronto tra istituzioni, operatori e protagonisti del settore sulle prospettive dell’enoturismo regionale.Accanto alle attività di degustazione, Campania Wine dedicherà ampio spazio anche all’ospitalità e alla promozione territoriale attraverso Lunch Experience, showcooking e momenti di networking riservati alla stampa e agli operatori, con l’obiettivo di raccontare la Campania non solo attraverso il vino, ma anche attraverso la gastronomia, l’accoglienza e il patrimonio culturale. Nel corso della conferenza stampa del 2 settembre saranno illustrati nel dettaglio il calendario degli appuntamenti, le iniziative dedicate a stampa e operatori e le attività rivolte al pubblico.

Per tutte le informazioni gli aggiornamenti è possibile visitare il sito www.campania.wine 

NOTA PER LA STAMPA: per richieste di accrediti è possibile contattare i recapiti dell’Ufficio Stampa in calce  

UFFICIO STAMPA

Campania.Wine

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Abiurare per vincere, l’idea di Conte per prendersi il campo largo


La stoccata sulla necessità di liberarsi della cultura woke sposa la definizione sprezzante che ne ha dato la destra. Più che un autogol un altro modo per marcare il territorio

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – L’insopprimibile pulsione all’abiura autolesionista, che da anni nulla risparmia dei fondamenti della sinistra alimentandone malcelati sensi di colpa, colpisce ancora. Duramente. E anche stavolta, per non infrangere uno schema già collaudato non senza sofferenza, la sinistra (ma forse sarebbe meglio dire l’opposizione) riesce nell’intento di farsi dettare l’agenda politica, di fatto, dalla destra. Eppure mai l’oggetto dell’abiura, che ha preso ad appassionare leader politici e opinionisti di area, è stato così vago e indecifrabile. Al punto che il termine britannico con cui tale oggetto viene definito, «woke», significa qualcosa di diverso da ciò che dovrebbe significare.

Assurdo. Resta il fatto che prima ancora di abbozzare quel benedetto programma per battere la destra al quale inutilmente si accenna da mesi con la paura di doverlo prima o poi affrontare, il problema che ora attanaglia la sinistra italiana è sbarazzarsi degli «eccessi» (termine che ha fatto capolino nella discussione in corso) di certi valori. Facendoli passare in secondo piano nella lista delle priorità. Fra questi, per dirne una, ci sono i diritti, e non solo delle minoranze: in un Paese dove guarda un po’ con il governo in carica quei diritti appaiono quanto mai sotto attacco. Che poi già soltanto affiancare l’aggettivo «eccessivo» a un sostantivo come «diritto» suona come una bestemmia in chiesa. Tanto più, in certe esternazioni, prefigurando perfino una specie di contrapposizione fra i diritti e le vere emergenze delle famiglie, qual è per esempio quella dei bassi salari. Problemi che invece sono strettamente connessi, perché indebolendo i diritti si indebolisce la capacità dei lavoratori di rivendicare salari decenti. Dettaglio non marginale, il principio secondo cui i salari devono garantire una vita dignitosa è anche stabilito dalla nostra Costituzione (articolo 36).

Insomma, non ci potrebbe essere disegno più efficace per far cadere la sinistra in un tranello. Spuntato, per un curioso plus di masochismo, proprio in quello che viene ormai comunemente appellato «campo largo». Mai però così pieno di insidie. La parola «woke», è stato spiegato fino allo sfinimento, viene usata negi Stati Uniti da un secolo come esortazione a vigilare sui soprusi nei confronti dei neri. Anche in seguito a fatti di cronaca il suo significato ha inglobato comportamenti e spinte sociali diverse, a comiciare dalla «cancel culture», ossia l’eliminazione dei presunti simboli dello sfruttamento e della segregazione, ma anche la battaglia in difesa delle minoranze sessuali e degli immigrati, l’ambientalismo più esasperato e radicale, ai confini del fanatismo. Woke è diventato rapidamente il marchio di fabbrica di una sinistra snobista, elitaria e indifferente ai problemi reali della popolazione. Tutta benzina, alle ultime elezioni presidenziali americane, per Donald Trump: che dichiarando guerra al «wokismo» ha sbaragliato i democratici. Tracciando pure una linea alla quale si sono adeguate le destre in tutto il mondo occidentale. A partire proprio dall’Italia, dove la propaganda politica della destra se n’è immediatamente impadronita come sinonimo di «politicamente corretto», l’insulto preferito affibbiato con sarcasmo alla sinistra dal fronte sovranista.

«La chiamano cultura woke. Ci sono forze che cercano di ridefinire la nostra storia e distruggere le nostre tradizioni condivise, non glielo permetteremo», promette Giorgia Meloni nell’ottobre 2025 agli italoamericani. È un’appassionata difesa del Columbus day, la celebrazione di Cristoforo Colombo scopritore dell’America e dunque accusato di aver spianato la strada al razzismo. Si prende per questo gli encomi della comunità tricolore e soprattutto i complimenti via Internet di Trump. E ancora oggi che lui non le vuole più bene gli ricorda in una intervista al New York Times le affinità nell’offensiva contro il «wokismo» che ha fatto trionfare nel 2024 il presidente americano. Fatica sprecata. Rispolverare quel tratto comune non sana un rapporto ormai alla frutta.

Ma l’equivoco nascosto nella parola sventolata con disprezzo dalla presidente del Consiglio è profondo, come le differenze fra gli Stati Uniti e l’Italia. E anche denso di paradossi. Se questa è la deprecata «cultura woke», non c’è anche a destra del wokismo, materializzato per esempio nella furia contro i vaccini che sfocia addirittura in una commissione parlamentare d’inchiesta dove si arriva a processare la scienza?

Nella campagna elettorale per le ultime presidenziali americane i democratici hanno commesso errori clamorosi. L’impressione di voler privilegiare i diritti delle minoranze rispetto ai problemi delle maggioranze è risultata fatale: il timore di veder arrivare nuove ondate di immigrati ha indotto anche parte dell’elettorato nero e ispanico, tradizionalmente più vicino al partito democratico, a votare Trump. Comprensibile perciò che alla vigilia delle elezioni di midterm previste a novembre, con lo schieramento repubblicano in enorme difficoltà e la popolarità del presidente in caduta libera, da una esponente dem del calibro di Alexandra Ocasio-Cortez arrivi una pesante sottolineatura di quegli errori. «Woke 1.0? Una follia!».

Meno comprensibile è invece il dibattito che sul wokismo in salsa italiana sta investendo l’opposizione al governo Meloni per iniziativa del capo del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte. Una mossa giocata sullo scacchiere delle primarie, dietro cui è impossibile non intravedere un tentativo di cogliere in contropiede la segretaria del Pd Elly Schlein, sua rivale nella sfida per la guida della coalizione alle future elezioni politiche. Utilizzando per giunta un fantasma agitato dalla destra. Un colpo basso, non istintivo. Con molte cose che però non tornano.

Intanto i presupposti. Un esempio rende bene l’idea. La cosiddetta cancel culture, pilastro della cultura woke attribuita da Conte alla sinistra nella lettera a Repubblica che ha dato fuoco alle polveri, in Italia non ha mai fatto breccia. Diversamente il Paese non sarebbe ancora pieno zeppo di simboli del regime fascista, con decine di strade e piazze dedicate a figure eminenti del Ventennio: alcune intitolate addirittura da amministrazioni di centrosinistra. Ci sono perfino 12 scuole statali che portano ancora il nome di Vittorio Emanuele III, il re che nel 1938 firmò le leggi razziali nella tenuta di San Rossore. Gli esperti della materia rammenteranno che i pochi fautori dell’abbattimento di una delle opere più simboliche del fascismo, l’obelisco con la scritta “Mvssolini Dvx” del Foro Italico a Roma, sono sempre stati regolarmente respinti con perdite. E l’obelisco è ancora lì, in bella mostra, con la sua scritta, ad accogliere i tifosi delle squadre capitoline che vanno allo stadio. Quanto alle migliaia di cittadinanze onorarie attribuite a Benito Mussolini dai Comuni italiani negli anni del regime, ne sopravvivono ancora molte. E non sono mancati casi, come a Gorizia, nei quali la revoca della cittadinanza onoraria al Duce è stata bloccata dall’amministrazione di destra. Questo proprio nell’anno in cui Gorizia e la sua parte slovena Nova Gorica venivano insignite del titolo di capitali europee della cultura. Per non parlare dell’atteggiamento ondivago su altri pilastri della cosiddetta cultura woke, quali l’immigrazione e l’ambientalismo.

E poi i paradossi. Perché nell’uscita del capo ex grillino ci sono anche quelli. «Per buona parte della sinistra –  scrive Conte – l’indirizzo culturale woke è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i buoni dai cattivi…» Ancora: «La cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale…». Vero. Però è un concetto che sembra richiamare pure rigidità ideologiche tipiche dei Movimento 5 stelle, il partito di Conte. Talvolta ai confini, appunto, del credo religioso. Lasciamo perdere l’intransigenza su questioni cruciali per il rapporto con il Pd, come la politica estera e il sostegno all’Ucraina. È sufficiente ricordare la guerra senza quartiere, dichiarata a prescindere da qualunque argomentazione scientifica, agli inceneritori. I buoni contro, i cattivi a favore. Di quella guerra adesso se ne sono perse le tracce. Ma prendendo per buona la traduzione di Conte non è wokismo anche questo? E forse ancora più «woke» di quello attribuito alla sinistra?


Sondaggi: FdI e Pd in calo, Futuro Nazionale vola all’8% e scavalca Forza Italia


Sondaggi politici, BiDiMedia: FdI e Pd in calo, Futuro Nazionale vola all’8% e scavalca Forza Italia e diventa quarto partito

Sondaggi politici, BiDiMedia: FdI e Pd in calo, Futuro Nazionale vola all’8% e scavalca Forza Italia

(di Nicola Scuderi – lanotiziagiornale.it) – I due partiti che dominano la scena da mesi battono in ritirata. Fratelli d’Italia e Partito Democratico perdono terreno, il Movimento Cinque Stelle respira, e alle loro spalle si fa largo un soggetto che fino a poco tempo fa non compariva nemmeno nei radar: Futuro Nazionale. Il movimento guidato dal generale Roberto Vannacci, secondo l’ultima rilevazione dell’istituto BiDiMedia, è ormai il quarto partito italiano. Un dato che, dentro la coalizione di governo, qualcuno comincia a leggere con una certa inquietudine.

Il quadro generale: affluenza bassa, un elettore su quattro non sa

Prima di entrare nei numeri, un contesto che pesa. Se si andasse alle urne oggi, l’affluenza si fermerebbe tra il 56 e il 60 per cento. Non proprio un plebiscito di partecipazione. E la quota di indecisi resta inchiodata al 23%: quasi un elettore su quattro, davanti alla scheda, non saprebbe dove mettere la croce. È in questo scenario di disaffezione e incertezza che si muovono le variazioni fotografate da BiDiMedia.

Centrodestra: FdI frena, la Lega scivola sotto il 5

Fratelli d’Italia resta saldamente il primo partito, ma il 25,4% registrato questa settimana rappresenta un calo dello 0,8 rispetto alla rilevazione precedente. Non un crollo, certo. Però è il segnale di una flessione che, sommata ad altri numeri, racconta una coalizione in affanno.

La Lega, infatti, perde un altro 0,4 e scende al 4,8%. Sotto la soglia psicologica del 5. Forza Italia cresce di un decimale (7,3%), ma non basta a tenere il passo di chi le sta davanti. E chi le sta davanti, adesso, non è più un alleato “classico”: è Futuro Nazionale.

Futuro Nazionale all’8%: il sorpasso su Forza Italia

Ecco il dato che fa rumore. Il movimento di Vannacci guadagna lo 0,9 in una sola settimana e tocca l’8 per cento. Abbastanza per scavalcare Forza Italia e piazzarsi al quarto posto nelle intenzioni di voto. La crescita, va detto, non avviene nel vuoto: i voti che Futuro Nazionale incamera arrivano in larga parte dal bacino del centrodestra. La Lega cala, FdI cala, e il nuovo soggetto si nutre di quella emorragia. Per Palazzo Chigi è un problema di aritmetica prima ancora che di politica.

Centrosinistra: il Pd arretra, il M5S ne approfitta

Dall’altra parte del campo la musica non cambia granché. Il Partito Democratico scende al 21%, lasciando per strada uno 0,4 che brucia, soprattutto perché non si traduce in un vantaggio per gli alleati del cosiddetto campo largo. A beneficiarne è invece il Movimento Cinque Stelle, che cresce dello 0,6 e si porta al 12,6%. Un segnale di vita per i pentastellati, che nelle ultime settimane sembravano appannati.

Per il resto, staticità. Alleanza Verdi e Sinistra si attesta al 6,5% (-0,1), Azione scende al 2,8% (-0,2) e Casa Riformista – Italia Viva si ferma al 2% (-0,2). Numeri che, messi in fila, restituiscono l’immagine di un’area progressista che non riesce a capitalizzare le difficoltà del governo.

I partiti minori: la fotografia completa

Sotto la soglia del 2 per cento il panorama è frammentato, ma non privo di movimenti interessanti. Sud Chiama Nord sale all’1,3% (+0,1), così come Noi Moderati che tocca l’1% (+0,1). Stessa quota per Più Europa, che però perde uno 0,1. Progetto Civico Italia e Partito Liberaldemocratico si fermano anch’essi all’1%.

Potere al Popolo registra la crescita relativa più consistente tra i piccoli: +0,2, per uno 0,9% che lo mette in linea con “Un’altra lista” (0,9%, -0,1). Chiudono il quadro UDC (0,7%, +0,1), Ora! (0,7%, +0,1), Avanti PSI (0,6%) e Rifondazione Comunista (0,5%).

Cosa ci dice questo sondaggio

La sintesi è semplice: nessuno dei due poli sorride davvero. Il centrodestra vede erodersi il proprio consenso da destra, con un competitor nuovo che non mostra segni di rallentamento. Il centrosinistra non riesce a trasformare la flessione avversaria in slancio proprio. E in mezzo, un 23% di elettori che aspetta. O che, più probabilmente, ha smesso di aspettare.


Premio Faraglioni Capri International 2026: Toni Servillo celebra la cultura italiana nel mondo


Premio Faraglioni Capri International 2026: la motivazione ufficiale del Premio a Toni Servillo Un riconoscimento che celebra uno dei protagonisti più autorevoli del teatro e del cinema italiano e il suo contributo alla diffusione della cultura italiana nel mondo

Capri, 26 agosto- «A Toni Servillo per dare voce e anima al teatro e al cinema con un’arte di rara profondità, trasformando ogni interpretazione in un’esperienza universale. Con il rigore del grande attore e la sensibilità del maestro, ha raccontato l’identità, le contraddizioni e la bellezza del nostro Paese, elevando il prestigio della cultura italiana nel mondo e affermandosi quale suo autorevole ambasciatore».

Sono queste le parole che compongono il testo della motivazione del Premio Faraglioni Capri International 2026 che celebra il modo in cui Servillo ha saputo fare del teatro e del cinema strumenti per raccontare l’essere umano e, attraverso di esso, il nostro Paese. portando la cultura italiana oltre i suoi confini. La consegna del riconoscimento a Toni Servillo avverrà domenica 30 agosto, nella suggestiva cornice del Chiostro Grande della Certosa di San Giacomo a Capri.

La serata si aprirà con un filmato-omaggio dedicato a Toni Servillo, che attraverso le immagini ripercorrerà alcune delle tappe più significative della sua carriera, accompagnando il pubblico in un viaggio tra cinema, teatro e i grandi personaggi che hanno segnato il suo straordinario percorso artistico.

Si proseguirà con una performance teatrale del Maestro Servillo, un momento speciale in cui porterà sul palco la sua straordinaria esperienza e il suo personale rapporto con la parola e il teatro. Un omaggio alla sua arte attoriale, attraverso cui Servillo accompagnerà il pubblico dentro il mondo della scena, restituendo tutta la forza, la profondità e l’intensità di una recitazione capace di trasformare la parola in emozione e racconto.

Spazio quindi alla musica con Simona Molinari e le Ebbanesis, duo musicale originario di Napoli composto da Serena Pisa e Viviana Cangiano, conosciute per la loro capacità di fondere tradizione e innovazione.

Il Maestro, inoltre, dialogherà con Eleonora Daniele in un incontro che, come da tradizione dell’iniziativa, porterà il pubblico oltre il racconto dell’artista, tra arte, ricordi, passioni e vita, per scoprirne anche la dimensione più personale e umana.

La serata si concluderà con la cerimonia di consegna del Premio Faraglioni Capri International, rappresentato dall’opera scultorea in argento raffigurante i celebri Faraglioni di Capri, realizzata, come sin dalla prima edizione, dai Maestri Argentieri di Pierino Gioielli di Anacapri.

Ideato, prodotto e organizzato da Capri Arte dei fratelli Aldo e Bruno Damino, il Premio si avvale del patrocinio morale e della collaborazione istituzionale della Città di Capri. Partner ufficiali della manifestazione sono il Grand Hotel Quisisana, simbolo dell’ospitalità caprese e sede storica del Premio, Polis Consulting e Kimbo, storico Main Sponsor dell’evento.


Toninelli consiglia lo psicologo a Ranucci


Toninelli consiglia lo psicologo a Ranucci: «Guardati dentro: un percorso interiore aiuta a dire “ho sbagliato”». L’ex ministro M5S sul caso Report: «Sigfrido resta per un giornalista bravo e coraggioso. Avrei preferito sentirgli dire una cosa molto semplice: ho sbagliato a costruire un rapporto di amicizia così profondo con Valter Lavitola»

27 ago 2026

(corriere.it) – Danilo Toninelli non è più ministro, non è più parlamentare e da tempo ha cambiato vita. Un anno fa ha lanciato il suo sito bastapensieri.it, una piattaforma attraverso cui trovare uno psicologo più adatto alle proprie ansie e necessità. E nel suo ultimo video sui social è intervenuto appunto per consigliare una «terapia» al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, da settimane nella bufera per il caso Lavitola.  «Un percorso interiore», spiega, può aiutare anche a capire quando si è sbagliato. 

È il Toninelli psicologo-motivazionale che si rivolge a Ranucci, con un consiglio preciso: guardarsi dentro, interrogarsi, riconoscere eventualmente i propri errori. «Ranucci resta per me un giornalista d’inchiesta bravo e coraggioso. Proprio per questo avrei preferito sentirgli dire una cosa molto semplice: ho sbagliato a costruire un rapporto di amicizia così profondo con Valter Lavitola – è la riflessione di Toninelli -. Non avrebbe tolto nulla al suo lavoro. Anzi, secondo me lo avrebbe reso ancora più forte».  E infine: «Quando sentiamo minacciata l’immagine che abbiamo costruito di noi, l’ego ci porta a difenderla. Succede a tutti, è successo anche a me.  Un percorso interiore serve anche a questo: fermarsi, ascoltare quello che succede dentro di noi e riuscire, quando serve, a dire “ho sbagliato”». 


Afghanistan e yankee: due pesi e due misure


Ancora oggi a Guantánamo ci sono ex combattenti talebani trattati nel peggiore dei modi, però si criticano i diritti delle donne violati dagli islamici. Ma il vero nodo sono le terre rare di cui è ricco il sottosuolo del Paese

Afghanistan e yankee:due pesi e due misure

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] In un recente reportage di Euronews si legge che, secondo una valutazione dell’Onu del marzo 2024, l’Afghanistan sotto i talebani è diventato il Paese più repressivo al mondo per le donne.

Strano: secondo un reportage de Linkiesta del 30.11.2025 in Afghanistan esistono ristoranti gestiti da sole donne. Cosa che non risulta in Arabia Saudita, stretta alleata degli Usa in funzione anti-Iran. Nel 2021 una poliziotta afghana fu uccisa da uomini dell’Isis: così si scoprì che, nel solo comparto giudiziario, lavorano ben 200 donne afghane in posizioni apicali. Difficile sostenere che non abbiano accesso al lavoro.

Nemmeno il diritto allo studio è stato mai negato, in linea di principio, alle donne. Un editto della “polizia morale” all’epoca del Mullah Omar recita: “Nel caso che sia necessario che le donne escano di casa per scopi di istruzione, esigenze sociali, o servizi sociali devono coprirsi concordemente alle norme della sharia islamica…”. Sempre a quell’epoca gli edifici dove studiavano i ragazzi dovevano essere separati da quelli dove studiavano le ragazze: i talebani, nella loro indubbia sexofobia, pretendevano che fossero molto distanti fra loro. Ma, stretti nella morsa della lotta all’Occidente e all’Isis, non ebbero modo e tempo di costruirli a debita distanza. Avevano altre priorità e lo si può capire. Anche se in forma un po’ diversa, accadeva anche in Italia, con classi frequentate e frequentabili solo da studenti maschi e altre solo da studentesse. Questa separazione, sia pure in forma meno cogente, durò da noi almeno sino a fine anni 50, quando il movimento hippie ci liberò da queste stronzate. Le classi miste erano un’eccezione. Eri tu, studente, che decidevi in che classe preferivi andare? No, erano i tuoi genitori. Forzando un po’ il tema, tuttora in Pakistan sono i genitori a scegliere al figlio la futura sposa.

[…]

Non si può capire la cultura afghana, o se si preferisce, afghano-talebana o qualsiasi altra cultura, se si resta trincerati nella nostra, dimenticando il diritto all’autodeterminazione dei popoli sancito dal Trattato di Helsinki sottoscritto da quasi tutti gli Stati del mondo. Un popolo può evoluire, o anche non evoluire, a seconda della propria storia, delle proprie tradizioni, dei propri costumi. Faceva notare Zaeef, uno dei più stretti collaboratori del Mullah Omar, in My life with the Taliban: “Noi non abbiamo mai preteso che gli occidentali vestissero alla maniera islamica”.

Più che altro l’atteggiamento della Corte Penale Internazionale sembra un tentativo di separare i presunti crimini commessi dagli afghano-talebani, che in fondo difendevano il proprio territorio occupato illegalmente, da quelli certi degli Stati occupanti, Usa in testa. Lo afferma a chiare lettere Shaharzad Akbar, ex presidente della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan e oggi ricercatrice al Wolfson College di Oxford. È il tentativo di fare di tutta l’erba un fascio nascondendo in un grande calderone i crimini, torture comprese, degli occupanti Usa. Ancora oggi, a Guantanámo, ci sono ex combattenti talebani trattati nel peggiore dei modi, ai limiti, e forse oltre, della tortura. Si nega loro la qualità di combattenti e li si considera criminali di diritto comune. Questo avviene a Guantanámo, paradossalmente territorio cubano, perché la tortura è ufficialmente proibita negli Usa, secondo un’ipocrisia molto yankee. Afferma ancora la Akbar: “…è allarmante sentire che le prepotenze, le intimidazioni e gli attacchi degli Stati Uniti contro la Corte influenzano le decisioni sulle indagini”. Akbar spiega inoltre che le organizzazioni della società civile afghana “hanno ripetutamente chiesto alla Cpi indagini complete su tutte le accuse che rientrano nel suo mandato”, anche contro le forze Usa, e ha definito il comportamento di Washington sulla Corte durante tutta l’inchiesta “scioccante e vergognoso”. Insomma, il bullo di Washington, un ottantenne fuori di testa, sospettato anche di pedofilia, vuole piegare pure la Cpi ai propri voleri. Del resto gli Usa, come Russia, Ucraina e Israele, non hanno mai riconosciuto l’autorità e la legittimità della Cpi. E anche quando questa potrebbe essere fatta valere contro i criminali di guerra, negando loro la libera circolazione oltre i confini dei propri Stati, ci pensano i servi degli yankee. Netanyahu non potrebbe calpestare il suolo italiano, ma Salvini si è affrettato ad affermare che, se questo avvenisse, accoglierebbe festosamente il criminale di guerra a Roma.

[…]

Aveva ragione il colonnello Gheddafi quando in un’assemblea dell’Onu affermò che non tutti gli Stati sono uguali: ce ne sono alcuni più uguali degli altri. I rappresentanti del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) possono violare tutti i principi del fu “diritto internazionale” (in Palestina, Israele spara sulla Croce rossa e la Mezzaluna rossa, cosa mai avvenuta nemmeno nell’ultima guerra mondiale: anche la Germania di Hitler rispettò la neutralità di questi organismi). Gheddafi osò anche affermare che l’aggressione all’Afghanistan del 2001 andava rivista. E infatti fu assassinato dai francesi per svellere i suoi rapporti privilegiati con l’Italia, che sotto il governo Berlusconi si appecoronò, contro i suoi stessi interessi, agli yankee. Berlusconi per l’anagrafe è morto nel 2023, ma il berlusconismo continua a imperversare con le Meloni e i Tajani.

Ma che cosa significa il reportage di Euronews sui “new Talebans”? Che, nonostante il disastroso precedente, c’è qualcuno negli Usa, e magari anche in Europa, che vuole attaccare nuovamente l’Afghanistan, anche se i costumi di quel popolo sono ormai molto lontani da quelli dei tempi del Mullah. Negli ultimi due secoli l’Afghanistan è stato oggetto delle mire di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti, non tanto per motivi ideologici, ma per la sua posizione strategica in Asia centrale (Caos Asia di Ahmed Rashid, giornalista pachistano, forse il maggiore esperto dell’area). L’Afghanistan confina con Pakistan, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Metterci le mani sopra significa controllare e determinare le politiche di molti Paesi. Ma l’interesse per l’Afghanistan di oggi ha motivi molto più solidi e ragionevoli di quelli ideologici e geopolitici passati. Si è scoperto infatti che il suo sottosuolo è ricco di quelle “terre rare” oggi determinanti e all’origine di vari conflitti. Soprattutto il litio, indispensabile in tutto il processo digitale. Se n’è accorta la Cina, l’unico grande Paese che, pur confinante, non abbia aggredito l’Afghanistan. Per estrarre il litio, l’Afghanistan ha bisogno di una tecnologia che non possiede: quella cinese. La coincidenza di interessi è evidente: altro che affannarsi sul numero di ristoranti gestiti da donne. La Cina, che non fa guerre guerreggiate, ma solo economiche, o al massimo ibride come questa, è arrivata per prima. Dell’importanza di questo mondo immenso si era reso conto il presidente Usa Richard Nixon: il primo a iniziare a percorrere una sorta di “via della seta”. Ma aveva un brutto grugno, a differenza di John Fitzgerald Kennedy, “bello e di gentile aspetto”: infatti fu affossato da uno scandalo risibile, il Watergate: poco o nulla al confronto della guerra in Vietnam del bel Jfk. Fu la vittoria dell’apparire sull’essere, in cui siamo ancora tutti coinvolti.


Il Pd rischia di andare alle elezioni nel nome del nulla


Speranza fa quasi il filosofo svelando il problema del centrosinistra: i nomi dipendono dalle cose, e senza cose ben venga anche un prestanome per guidare un governo. La dura realtà di un partito costruito sulla sabbia

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(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Questa idea bislacca di Roberto Speranza, un prestanome per guidare la coalizione di centrosinistra, un bambinone appena diciottenne o un partigiano combattente che vada per i cento, non sarà realizzabile ma la dice tutta sulla coalizione a guida Pd. I nomi dipendono dalle cose, e se non c’è la sostanza politica, che è la cosa in sé, decisiva, dell’arte della competizione tra rapporti di forza e della eventuale vittoria, allora va bene interrompere la dipendenza e andare alle elezioni con il nome del nulla. Speranza forse non lo immagina neppure, ma è un filosofo. La sostanza politica, la cosa, non è un programma, alla portata di tutte le borse, e nemmeno una persona, tutti sono interscambiabili alla fine, è una faccenda diversa. Un insieme di esperienza, carattere, esposizione collettiva e personale, un fondamento insieme logico e immaginifico, storico e profetico, un teorema e una poesia, o almeno una gran faccia tosta che ispiri sicurezza e tenacia: questa è la sostanza di una politica, e della sua espressione individuale nella capacità di guida. E questa cosa c’è o non c’è. Nel caso in ispecie non c’è. Di qui l’intuizione peregrina ma parlante di un prestanome che certifichi la mancata sostanza.

Ci sono la capa del partito che ha più voti, la più votata a sua volta in assurde primarie aperte di parecchi anni fa, una capoclasse da assemblea studentesca che gentile e onesta pare, il che in sé non sarebbe poco. C’è il capo del secondo partito, come consistenza elettorale, la persona più fungibile del mondo, una capriola molto divertente con una sua strana efficacia ribaltabile. Ci sono sindaci in passerella, città simbolo, esperienze varie ma generiche, evanescenti competenze, ma non c’è quell’insieme che è una storia personale, un punto di vista convincente e di comando politico sul mondo e sul paese, non si dica addirittura una visione, non c’è lo slancio culturale e materiale, fatto delle più sofisticate astrazioni retoriche e delle più concrete promesse, che sta alla base di una candidatura credibile.

E’ il destino e la non consistenza del Pd, un partito dove di serio ci sarebbero solo le aborrite correnti, perché il resto dell’amalgama fu condannato come “non riuscito” da uno dei suoi cinici fondatori e considerato fungibile per una carriera di cineasta, romanziere e moralista vago da un altro fondatore. Il centrosinistra per adesso, con tutte le sue probabilità statistiche di vittoria o pareggio, con tutte le debolezze del campo avverso che il campo largo potrebbe sfruttare, sembra costruito sulla sabbia. Ce la può fare, l’amalgama, perché l’opposizione per definizione ha il margine per affermarsi contro la maggioranza, ma sarebbe una sorpresa prima di tutto per la coalizione stessa. Non ha esperienza del tragico, dell’ossatura dura del tempo che vive, lavora a pieno ritmo come un frullatore quando sarebbe necessario non dico un carro armato ma una macchina ben oleata e costruita in acciaio. L’idea del prestanome per la candidatura alla guida del governo poteva venire in mente, per quanto dissennata, solo a una sorta di politico saggio capace di sentire dall’interno, malgré soi, quanto sia gramo e floscio il rapporto tra la cosa e il nome.


Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza


(di Pino Arlacchi – ilfattoquotidiano.it) – Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.

È il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l’economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali. Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa. E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio. Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro. Leggono il mondo con categorie occidentaliste – i rendimenti dei Treasury come “punto di riferimento della finanza globale”, i verbali della Fed come oracoli planetari – e non si accorgono che il baricentro dell’economia mondiale si è spostato nell’Estremo Oriente, nell’Asia profonda, e ha cambiato natura. Non è più finanziario. È tornato reale. Fabbriche, infrastrutture, energia, tecnologia. L’Asia produce ormai quasi metà del Prodotto lordo mondiale; la sola Cina vale circa un terzo della manifattura del pianeta, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme. E il commercio interno dell’Asia orientale supera quello con l’intero Occidente. I Brics allargati pesano ormai, a parità di potere d’acquisto, più del G7. Sono numeri noti a chiunque, eppure il commento economico dominante continua a ragionare come se fossimo nel 1995: quando sale il rendimento dei titoli americani sale il costo del capitale “ovunque”. Ovunque dove? Nell’Occidente indebitato, certamente. Non nel continente che finanzia la propria crescita col proprio risparmio.

La Cina è la dimostrazione vivente che un’altra architettura è già all’opera: la più grande manifattura mondiale sostenuta da una Banca centrale che decide in base ai piani di crescita dell’economia reale, non secondo i frizzi della Borsa di Shanghai o di Wall Street. Mentre la Fed, tra il 2022 e il 2023, portava i tassi ai massimi da vent’anni, la Banca del Popolo li tagliava, serenamente, perché così richiedeva l’economia domestica: un’eresia inconcepibile per chi crede che il pianeta intero debba muoversi al ritmo di Washington. Conto capitale presidiato, debito finanziato dal risparmio interno, credito orientato dalla pianificazione: tutto ciò che i manuali della fede neoliberal bollano come “repressione finanziaria” si è rivelato, alla prova dei fatti, il più formidabile scudo contro i cicli speculativi altrui.

E l’Asia profonda ha buona memoria. Ricorda lo scherzo inflitto da Wall Street nel luglio 1997, quando l’attacco speculativo al baht thailandese travolse in pochi mesi Indonesia, Corea e Malaysia. Da quelle parti non la chiamano “crisi asiatica”: la chiamano “crisi Imf”, perché fu la cura del Fondo – la solita austerità feroce, tassi al 30 per cento, svendita degli asset nazionali ai creditori occidentali – ad affondare economie fondamentalmente sane. La Malaysia di Mahathir, che disobbedì all’ortodossia imponendo controlli sui capitali, ne uscì prima e meglio di tutti.

La lezione fu appresa una volta per sempre. L’Asia ha accumulato riserve oceaniche, ha costruito con l’iniziativa di Chiang Mai la propria rete di protezione monetaria, ha moltiplicato gli scambi regolati nelle proprie valute. E ha adottato una regola non scritta ma ferrea: mai più a Washington col cappello in mano. Non a caso, da un quarto di secolo, il Fondo presta quasi soltanto a chi non ha potuto emanciparsene.

Il mio maestro Giovanni Arrighi lo aveva spiegato con largo anticipo: ogni egemonia al tramonto attraversa una fase di espansione finanziaria in cui la finanza del centro brilla della sua luce più intensa proprio mentre l’economia reale migra altrove. Accadde a Genova, ad Amsterdam, a Londra. Accade oggi a New York. I rendimenti dei Treasury non sono il termometro del mondo: sono il canto del cigno di un’egemonia che scambia la propria febbre per il polso del pianeta.

Gli economisti ortodossi continueranno a sbagliare le previsioni perché non sbagliano i decimali: sbagliano l’oggetto. Prevedono il futuro di un mondo che sta uscendo di scena, con strumenti costruiti per misurarlo. Finché guarderanno l’economia mondiale da Wall Street, vedranno soltanto Wall Street. Il mondo, nel frattempo, si è trasferito altrove. E non ha lasciato l’indirizzo al Fondo monetario.


Un autogol chiamato polisilicio: il caso del materiale prodotto da Pechino


Nella pazza estate dei dazi, Donald Tump ricorre a sotterfugi e leggi desuete. Causando incidenti diplomatici e gaffe continue

(Eugenio Occorsio – lespresso.it) – Ci risiamo con i dazi, versione 2.0. L’ultima trovata di Donald Trump e delle sue “teste d’uovo” più fidate in materia commerciale, Steve Miller e Peter Navarro, ha un nome esotico: polisilicio. È una delle materie prime essenziali per pannelli solari e semiconduttori. Naturalmente il produttore dominante è Pechino. L’America non ne produce più del 2%, la Cina il 50%. Ecco spiegata l’attenzione: gli strateghi della Casa Bianca, sempre alla ricerca di nuovi sotterfugi per consentire al presidente di tener fede al suo motto «i dazi sono la parola più bella del mondo» hanno scoperto il polisilicio e la possibilità di usarlo come arma d’attacco addirittura sulla base del Trade Expansion Act, una storica legge federale firmata dal presidente John F. Kennedy l’11 ottobre 1962, praticamente mai usata anche se contiene alcuni riferimenti che pare permettano ancora oggi di imporre dazi o restrizioni sulle importazioni se minacciano la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (anche se poi ci saranno sempre da superare Congresso e Corte Suprema ma di questo Trump com’è noto non si preoccupa molto). Il relativo ordine esecutivo è stato firmato il 6 agosto ed entrerà in vigore il 4 dicembre: dazio aggiuntivo del 15% per il polisilicio, oltre a tutti quellì già in vigore verso Pechino. La cui risposta ovviamente non si è fatta attendere e nel giro di pochi giorni sono scattati dazi su ben 150 componenti automobilistiche esportate in tutto il mondo dalla Cina. Tutto per il polisilicio.

Ma il colmo del ridicolo Trump lo aveva già superato quando, sempre quest’estate, la Casa Bianca aveva scoperto altre leggine desuete e imposto dazi aggiuntivi del 15% (da sommare sempre a quelli già esistenti anche se hanno passato le forche caudine della Corte Suprema) a ben 65 Paesi, compresi quelli dell’Unione europea, colpevoli a suo dire di sfruttare malamente i lavoratori. Anche se effettivamente lo sfruttamento in certe zone di certi Paesi esiste (anche in America,) è sembrato grottesco agli osservatori internazionali  il ricorso ai dazi per combattere questa battaglia etica. Non è finita: all’inizio di agosto, ennesimo incidente diplomatico con il Canada, tassato di tariffe aggiuntive di ben il 50% su prodotti come le mazze da hockey (!), il miele e altri generi di consumo perché non farebbe abbastanza per domare gli incendi boschivi che come in tutto il mondo in questo momento imperversano senza pietà: riverserebbero, quelli canadesi, fuliggine e ceppi arroventati sugli Stati Uniti del Nord (in questo caso c’è un precedente diciamo così inverso: quando negli anni 70 un’impressionante serie di falò devastò il parco di Yellowstone al confine fra Usa e Canada, i vigili del fuoco americani vennero tenuti a freno dai gruppi ecologisti più radicali degli Stati Uniti perché «la natura deve fare il suo corso» provocando immani danni e robuste proteste dalle autorità canadesi).

Insomma la pazza estate dei rinati dazi di Trump sembra appena cominciata. Era stato tranquillo qualche mese dopo la sonora sconfitta di fronte alla Corte Suprema che il 20 febbraio aveva stabilito che il presidente non poteva applicare l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 perché non c’era nessuna emergenza in corso, anzi aveva anche cominciato a restituire agli importatori (ma non ai consumatori) una prima parte dei dazi illegalmente riscossi, quando Trump si è di nuovo scatenato, convinto che le tariffe siano davvero un buon affare per l’America: invece sono solo una tassa che pagano gli americani. La sua coriacea speranza  è che questo nuovo accanimento gli farà risalire i sondaggi per le elezioni di midterm ormai imminenti (3 novembre) anche perché – e questo è il pericolo maggiore – la crisi mediorientale probabilmente non sarà risolta fino ad allora.

Così il capo della Casa Bianca accumula gaffe su gaffe, errori su errori, così come la fallimentare manovra di qualche giorno fa quando la Fed ha acquistato massicciamente yen usando le riserve non in dollari ma in euro, rafforzando dell’otto per 100 la valuta giapponese in pochi giorni ma provocando una tempesta valutaria globale e l’ira funesta di Christine Lagarde, a capo della Bce. Tra l’altro entro due settimane lo yen si è deprezzato nuovamente mandando in fumo l’intervento del Tesoro, un ennesimo clamoroso autogol per l’amministrazione. L’operazione è tutta politica, con regista naturalmente Trump insieme al segretario e al tesoro Scott Bessent e alla premier nipponica Sanai Takaichi, i cui rapporti con la Casa Bianca sono strettissimi: Tokyo è rimasto l’unico vero avamposto in Estremo Oriente per l’America e visto che lo yen continuava a indebolirsi il presidente ha ritenuto di fare questa cortesia ai giapponesi, finita malissimo. Peggio ancora: per procurarsi i dollari necessari per sollevare lo yen, infatti, Washington avrebbe dovuto vendere titoli di Stato americani, provocando ulteriori rialzi dei rialzi dei tassi di mercato (quelli di lungo termine non governati dalla Fed) in un clima già difficile e teso proprio per le incertezze e il caos globale causato dallo stesso Trump. Per fortuna neanche l’euro ha risentito di questa manovra spericolata e scorretta.

Di un’altra cortesia diplomatica Trump non si è neanche accorto: il grosso favore che la Cina gli sta facendo proprio sul fronte petrolifero. Nella crisi attuale, calcolano gli esperti, il prezzo del greggio avrebbe facilmente superato i 150 dollari se i cinesi non avessero bruscamente ridotto i loro acquisti. Il fatto è che per tutto il 2025 e fino all’inizio del 2026, Pechino ha comprato dai Paesi arabi molto più petrolio di quanto gliene servisse: almeno un milione di barili in più sugli 11 in media acquistati ogni giorno. Una scelta lungimirante: allo scoppio dell’ostilità ha potuto così tirare il freno, una frenata che vale secondo gli esperti internazionali almeno 30 dollari di quotazioni “risparmiate”. Per questo la Cina viene chiamata “la nuova Opec”, in grado di influenzare con la decisione di un uomo solo, il presidente Xi Jinping, i valori del greggio molto più della rissosa organizzazione dei 21 Paesi produttori dai quali peraltro si stanno chiamando fuori gli Emirati arabi Uniti e che comprendono nazioni in gravissime difficoltà quali Venezuela e Iran.

Ma le vere umiliazioni Trump le sta subendo sul piano interno, specialmente con i suoi maldestri tentativi di trasformare Kevin Warsh, il nuovo capo della Fed, in una “lame duck”, un’anatra zoppa, proprio la dizione che si usa per i presidenti quando cominciano a perdere potere. Ma Warsh, che ha prestato giuramento il 22 maggio 2026, è un osso duro e malgrado l’inflazione infatti sia relativamente sotto controllo ma comunque piuttosto alta in quanto vicina al 4%, non ha intenzione di abbassare i tassi neanche nella riunione di settembre, contro il potere il volere di Trump – sempre convinto che questa sarebbe una misura salvifica per la periclitante economia americana – che già su questa vicenda aveva innescato come noto una dura battaglia con il predecessore di Warsh, Jay Powell. Tutt’al più non li alzerà (il che peraltro sembra soddisfare I mercati pur fra alti e bassi). Che l’inflazione sia sul lungo termine fuori controllo lo prova la vendita di giovedì 13 agosto di buoni del tesoro Usa per 25 miliardi di dollari al tasso di interesse più alto, il 5,22%, dal 2001 ad oggi.

Insomma Trump è preso fra più fuochi e non solo letteralmente per le vicende belliche ma anche perché le sue decisioni risultano impopolari, inesatte e maldestre, tanto è vero che il più delle volte vengono respinte sia dell’opinione pubblica che dalle autorità giudiziarie e finanziarie americane. Trump era stato rieletto nel 2024 con la promessa di riportare sotto controllo le finanze pubbliche ma invece il deficit e il debito hanno raggiunto livelli mai visti. Ora per soddisfare la sua base Maga, o almeno ciò che resta di essa, il capo della Casa Bianca, spinto pare dal suo vice JD Vance,  ha deciso di incentivare l’attività di una serie di gruppi privati di prima scelta nella lotta contro il crimine informatico, ma questo l’ha fatto dopo aver smantellato la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency che svolgeva lo stesso compito in modo molto più neutrale e pragmatico. Un taglio, quello di quest’agenzia, che minaccia di mettere la questione della cybersecurity nelle mani dei giganti dell’intelligenza artificiale, con tutti i rischi del caso, sottraendola a un controllo pubblico rigoroso e indipendente. E per Trump potrebbe essere l’ennesimo autogol. Eppure l’uomo è testardo: malgrado i giudici gli avessero detto di no, è riuscito a ottenere che il suo nome figurasse di nuovo sulla facciata del Kennedy Center.

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump mostra un ordine esecutivo sulla regolamentazione delle importazioni di polisilicio


Primarie, Schlein resta irremovibile: e da settembre il programma


È soprattutto Stefano Bonaccini a spostare l’attenzione sul metodo: prima va scritto il programma, poi eventualmente si andrà ai gazebo

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(ilsole24ore.com) – Elly Schlein non arretra sulle primarie. Mentre nel Pd cresce chi teme che un corpo a corpo diretto con Giuseppe Conte lasci «più macerie che voti», dal Nazareno la linea resta netta: «O si fanno le primarie o va avanti chi prende più voti».

Anche negli ambienti vicini a Romano Prodi si starebbe lavorando per un passo indietro di entrambi i leader, ma la posizione della segreteria dem non cambia. Sul fronte opposto, il M5s esclude comunque che la leadership possa andare in automatico al partito con un voto in più, e nel cerchio di Conte la linea sulle primarie resta altrettanto granitica.

Le altre proposte

Le proposte per aggirare lo scontro diretto non mancano, ma restano deboli. Roberto Speranza ha suggerito di puntare su una figura simbolica, «un neo diciottenne o un anziano partigiano», raccogliendo più ironie che consensi; dietro la battuta si muove il “correntone” legato a Dario Franceschini e Andrea Orlando. Di segno opposto Lia Quartapelle, che difende i gazebo e definisce “dannosissima” l’idea di evitarli, rilanciando la formula del doppio turno.

Il programma

È soprattutto Stefano Bonaccini a spostare l’attenzione sul metodo, indicando la strada che porterà a settembre: prima va scritto il programma, poi eventualmente si andrà ai gazebo, «o, come in tutte le democrazie del mondo, il primo partito esprime la leadership».

Un passaggio che, secondo l’ex governatore, è urgente perché «se non uniamo le forze, Meloni può andare in vacanza e dopo le elezioni tornare a Palazzo Chigi». Sui nomi terzi circolano comunque ipotesi come Giorgio Gori, Nicola Zingaretti, Silvia Salis, Gaetano Manfredi, Antonio Decaro e Pier Luigi Bersani, ma nessuno chiude la partita.

Il confronto nel campo largo

Prima del voto tra gli iscritti, va costruito il terreno del confronto. Riccardo Magi chiede di aprire rapidamente un tavolo sui punti programmatici essenziali, a partire dalla politica estera, per evitare che le primarie diventino «dilanianti e divisive». Una prima finestra utile potrebbe aprirsi dopo Nova, l’appuntamento nazionale del M5s del 19 e 20 settembre: fino a inizio ottobre, con tutta probabilità, le carte resteranno coperte.