Selezione Quotidiana di Articoli Vari

L’Iran ha vinto su tutta la linea


IRAN: MEDIA TEHERAN, ‘AGGIUNTA IN ACCORDO CLAUSOLA SU PEDAGGI PER TRANSITO HORMUZ, OK USA’

(Adnkronos/Afp) – L’Iran ha aggiunto all’ultimo momento, nell’accordo con gli Stati Uniti per la fine della guerra, una clausola sull’imposizione di un pedaggio alle navi in transito dallo Stretto di Hormuz, ha reso noto l’agenzia iraniana Fars, citando fonti informate.

“Nella fase finale dei negoziati, il testo del memorandum di intesa è stato corretto per sottolineare in modo chiaro ed esplicito la questione della sovranità dell’Iran e dell’Oman sullo Stretto di Hormuz. L’impiego del termine ‘servizi marittimi, significa che gli Stati Uniti hanno accettato che saranno pagati all’Iran”, ha spiegato la fonte.

IRAN: MEDIA TEHERAN, TARRIFE PER PASSAGGIO DA HORMUZ SOSPESE PER 60 GIORNI

(LaPresse) – Una fonte informata ha detto all’agenzia iraniana Fars che nel memorandum di intesa fra Teheran e Washington viene sancito che l’Iran “accetterà il passaggio delle navi” tramite lo Stretto di Hormuz “senza alcun addebito” solamente per un periodo di 60 giorni. Questo – viene sottolineato – significa che gli Usa avrebbero “accettato il principio della riscossione di tariffe” ottenendo però un’esenzione di 60 giorni da parte dell’Iran.

IRAN: TRUMP, ‘HORMUZ ESENTE DA PEDAGGI, XI VERO GENTILUOMO’

(Adnkronos) – L’accordo raggiunto con l’Iran ha assicurato che lo Stretto di Hormuz sia “permanentemente esente da pedaggi”. Lo ha confermato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump al New York Times, aggiungendo di aver salvato Israele dall’annientamento nucleare, nonostante le obiezioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu riguardo il raggiungimento di un’intesa con Teheran.

Trump ha anche insistito sul fatto che se l’Iran non dovesse raggiungere un accordo nucleare definitivo con gli Stati Uniti ((dovrebbe essere siglato in Svizzera venerdì prossimo), riprenderebbe gli attacchi militari contro Teheran, rendendo gli Usa “guardiani del Medio Oriente” in cambio del 20 percento delle entrate della regione.

Nella sua conversazione con il giornale americano, Trump ha affermato che il presidente cinese Xi Jinping “è stato un vero gentiluomo: non avendo tentato di rompere il blocco inviando una petroliera, insieme a 20 cacciatorpediniere su ogni lato, per tentare di rompere il blocco”, un atto che avrebbe messo le marine cinese e americana in potenziale conflitto. Il tycoon ha invece aspramente criticato Netanyahu per aver sferrato attacchi che avevano quasi fatto deragliare l’accordo finale.

“È un tipo molto difficile”, ha detto a proposito del primo ministro israeliano, “e ad essere onesti, dovrebbe esserci molto grato. Perché se l’Iran avesse avuto un’arma nucleare, Israele non esisterebbe più dopo due ore”. L’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti sarebbero diventati, se necessario, una forza di polizia a pagamento per il Medio Oriente – scrive il New York Times – rappresenterebbe una svolta sorprendente, seppur molto “trumpiana”.

Il presidente, in effetti, trasformerebbe la protezione americana della regione – e l’ombrello nucleare statunitense – in una forza mercenaria, presente in cambio di profitto. Questo accordo di fatto rifiuterebbe la tradizione americana del secondo dopoguerra, in cui gli Stati Uniti usavano il loro potere per assicurare pace e prosperità globali.


La sinistra che esulta perchè Vannacci ruba voti a Meloni non ha capito quel che sta per succedere


(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – La sinistra che esulta perché Vannacci ruba voti a Meloni non ha capito nulla di quel che sta per succedere

La storia è già successa altrove, quindi guardiamola con attenzione. È il 5 luglio del 2024, due anni fa, quando il Regno Unito va al voto. I Laburisti, la sinistra, prendono il 33%.

Niente di esaltante, un voto su tre. Ma sul fronte opposto esplode un partito a destra dei conservatori, Reform Uk. È guidato dal vecchio leone della Brexit Nigel Farage, ma soprattutto da un agita-popolo neofascista che si chiama Tommy Robinson, che Wikipedia definisce non a torto “politico e criminale britannico”, condannato per risse, frodi e altre amenità.

Comunque, dicevamo: i Tories prendono il 22% e Reform Uk quasi il 15%. Non si fossero divisi avrebbe vinto la destra, ma in virtù della legge elettorale britannica, a trionfare è la sinistra. Keir Starmer, leader dei laburisti, diventa primo ministro, dissolvenza in nero, titoli di coda.

Chiudiamo gli occhi e riapriamoli oggi, estate 2026, due anni dopo. Laburisti e Tories arrancano al 19% mentre Reform Uk è al 27%. Si votasse oggi, Farage e Robinson andrebbero al governo del Regno Unito, sospinti dal malcontento per la crisi economica e dall’odio xenofobo che attraversa il Paese, che si manifesta cicliche rivolte anti-migranti che assomigliano a veri propri pogrom, l’ultima a Belfast, in Irlanda del Nord, pochi giorni fa.

Morale della favola: chi ieri esultava per l’ascesa di Reform Uk e per l’ascesa di una forza di estrema destra che rompeva il fronte avverso, consentendo alla sinistra di vincere, oggi si ritrova terrorizzato da una destra neofascista con in mano la maggioranza relativa dei voti e concrete possibilità di prendersi il governo, tra un paio d’anni. Ricorda qualcosa?


Mai nominare La Russa: stop ai chiarimenti sulle consulenze alla nipote dall’Enel


Respinta a Palazzo Madama l’interrogazione del M5s sulle consulenze affidate dall’Enel all’avvocata Raspagliesi. Il motivo? Non si parla del presidente del Senato

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Vietato nominare Ignazio La Russa. Pena la bocciatura dell’atto parlamentare. Al Senato non si può menzionare il presidente dell’Aula nelle interrogazioni parlamentari. Gli uffici di Palazzo Madama, secondo quanto hanno riferito a Domani, hanno addotto come motivazione una prassi per cui la seconda carica dello Stato non può essere nemmeno citata negli atti di sindacato ispettivo.

Il destinatario del messaggio è il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco, che ha presentato un’interrogazione, a partire dall’articolo pubblicato da questo giornale sulle consulenze legali (per un totale di 90mila euro in tre anni) affidate dall’Enel all’avvocata Matilde Raspagliesi, nipote di Ignazio La Russa e collaboratrice dello studio La Russa (oggi gestito dal figlio Geronimo).

Nel caso specifico la società pubblica ha spiegato di aver assegnato gli incarichi alla professionista, senza alcun rapporto con lo studio. Turco, nell’esercizio delle proprie prerogative parlamentari, ha cercato informazioni aggiuntive dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in quanto responsabile del Mef, azionista nelle partecipate statali. L’esponente dei 5 stelle ha chiesto, tra le varie cose, se Raspagliesi abbia ricevuto «incarichi professionali, consulenze o affidamenti anche da parte di altre società pubbliche, controllate o partecipate direttamente o indirettamente dallo Stato». Quindi «in caso affermativo, quali siano tali società, la natura e il numero degli incarichi conferiti, gli importi riconosciuti, le modalità di selezione adottate».

La richiesta di Turco è stata rimandata al mittente dagli uffici preposti. Il motivo? Non ci sono precedenti del genere con interrogazioni a Palazzo Madama che trattano (anche) questioni relative al presidente del Senato. Una situazione determinata dalla specificità del caso: le attività professionali della famiglia della seconda carica dello Stato e l’eventuale rapporto con società pubbliche dei suoi familiari.

Uno scenario che, fanno notare nei corridoi parlamentari, non era mai accaduto in precedenza. Il risultato è che l’interrogazione non è stata depositata. A meno che non venga eliminato il nome di Ignazio La Russa. Alla Camera, invece, non ci sono stati problemi a depositare l’atto firmato dal deputato dei 5 stelle, Alfonso Colucci, che ricalca i contenuti dell’interrogazione scritta da Turco. A Montecitorio non vige il divieto di nominare La Russa. 


Perché le aziende tifano Meloni e non la sinistra


Il problema è che la sinistra ha smesso di essere ascoltata dalle imprese. E non perché queste si siano improvvisamente spostate a destra, ma perché non ricevono risposte convincenti su ciò che considerano prioritario. Il risultato è una dinamica politica peculiare: una destra che governa beneficiando delle politiche europee e, al tempo stesso, costruisce consenso criticandone gli effetti più impopolari

(Lorenzo Castellani – editorialedomani.it) – C’è uno spazio di manovra per il governo che l’opposizione si ostina a non vedere: Giorgia Meloni può permettersi di criticare con veemenza l’Unione europea senza apparire una leader di governo antisistema perché, in questo momento, è il principale punto di riferimento del mondo produttivo. Un tempo il centrosinistra di Letta, Renzi e Gentiloni rappresentava la voce affidabile ed europeista, oltre che riformista, per il mondo delle aziende. Poi le sirene del populismo hanno cantato anche nel campo progressista e negli ultimi anni, anche grazie alla stabilità governativa e dei conti pubblici, Giorgia Meloni ha monopolizzato la relazione con l’Italia industriale.

Non è una questione di egemonia culturale, ma una elementare capacità di rappresentanza degli interessi. Le imprese italiane, soprattutto quelle manifatturiere e orientate all’export, non sembrano trovare più nella sinistra un interlocutore credibile. Non lo trovano sul fisco, non lo trovano sulla semplificazione amministrativa, non lo trovano sulla politica industriale e nemmeno sull’energia. Trovano, piuttosto, un linguaggio incerto, spesso più incline a redistribuire le risorse che ad aiutare chi produce, più incline a regolamentare che a incentivare all’investimento produttivo.

In questo vuoto si è inserita Giorgia Meloni. La premier offre stabilità, promette un rapporto meno ostile con il fisco e, soprattutto, si propone come argine a un eccesso di regolazione europea percepito come penalizzante. Non serve molto altro, quando dall’altra parte manca un’offerta alternativa sulle politiche industriali e i soli programmi che emergono sono concentrati su diritti, welfare e tassa patrimoniale.

Il punto decisivo è che questa postura dura di Meloni contro la regolamentazione, come quella sulla riduzione delle emissioni, non si traduce in un problema complessivo di rapporto con Bruxelles. Anzi. Il governo italiano ha ottenuto risultati significativi proprio dentro il quadro europeo: dalla flessibilità sui migranti alle risorse del Pnrr, fino agli interventi sull’energia. Meloni non è più considerata una leader anti europea; ma una presidente del Consiglio che usa l’Europa come spazio negoziale e, al tempo stesso, come bersaglio politico selettivo.

Il Green Deal diventa così il terreno ideale dell’offensiva, poco importa che questa produca modesti risultati per il governo. Criticare le regole green significa parlare direttamente a un pezzo rilevante del sistema produttivo che vive la transizione ecologica come un vincolo più che come un’opportunità, almeno nel breve periodo. E qui il discorso si salda con un dato difficilmente contestabile: mentre l’Europa si è dotata di un impianto regolatorio ambizioso, Stati Uniti e Cina hanno puntato su massicce politiche industriali, meno condizionate da vincoli ambientali e pianificazione. Il risultato è una crescente percezione di svantaggio competitivo delle industrie europee.

Meloni intercetta e amplifica questa percezione, trasformandola in linea politica. Ma può farlo senza pagare il prezzo dell’isolamento perché non mette in discussione l’appartenenza europea: ne contesta, piuttosto, le modalità operative. È una strategia che funziona perché si colloca esattamente nello spazio lasciato scoperto dalla sinistra.

Qui sta il nodo. La sinistra non ha dapprima smesso di parlare di imprese; di seguito ha smesso di essere ascoltata dalle imprese. E non perché queste si siano improvvisamente spostate a destra, ma perché non ricevono risposte convincenti su ciò che considerano prioritario. Il risultato è una dinamica politica peculiare: una destra che governa beneficiando delle politiche europee e, al tempo stesso, costruisce consenso criticandone gli effetti più impopolari; una sinistra che difende l’impianto europeo ma non riesce a tradurlo in una proposta credibile per aiutare chi produce. Non è una contraddizione della prima, ma una debolezza della seconda.

Finché questo squilibrio persiste, Meloni potrà continuare a occupare una posizione che in altri contesti sarebbe insostenibile: europeista nei fatti, critica dell’Europa nel discorso pubblico; istituzionale nelle sedi negoziali europee, competitiva nella narrazione interna. È una sintesi fragile, ma politicamente efficace.

La vera anomalia, oggi, non è la strategia della destra. È l’assenza di una opposizione capace di contendere il rapporto con l’economia reale. E finché questo vuoto non verrà colmato, il baricentro del sistema politico ha buone possibilità di restare dove si trova.


Tangenti mimetizzate e magistrati con le armi spuntate: così l’Italia “legalizza” la corruzione


Il testo edito da Paper First, la casa editrice del Fatto

Tangenti mimetizzate e magistrati con le armi spuntate: così l’Italia “legalizza” la corruzione

(di Vincenzo Bisbiglia e Marco Grasso – ilfattoquotidiano.it) – Gli intrecci nel porto di Genova. Venezia svenduta ai privati. La ‘ndrangheta nei cantieri torinesi. La nuova terra dei fuochi toscana. Gli appalti romani sulla cybersicurezza. C’è un filo conduttore che tiene insieme tante inchieste italiane, che spesso invadono per qualche giorno le cronache nazionali, per poi morire lentamente su quelle locali. La corruzione contemporanea non passa più attraverso le mazzette. Si mimetizza con scambi e triangolazioni di favori, viene mascherata con consulenze, erogazioni liberali o incarichi, fatturata e giustificata. È difficile da comprendere, prima ancora che da provare. L’epicentro non sono quasi più i partiti, indeboliti dai tagli al finanziamento pubblico, ma singoli uomini politici, sempre più simili a lobbisti. Ma c’è un altro cambiamento epocale, che racconta un’Italia molto diversa da quella di Mani Pulite: la lotta ai reati contro la pubblica amministrazione è appesa al filo di una giurisprudenza (la cosiddetta “corruzione funzionale”), mentre il governo smonta leggi e reati, i pm sono costretti a combattere con armi sempre più spuntate un fenomeno via via più rarefatto. Le ipotesi corruttive evaporano nella grande zona grigia del conflitto di interessi.

È questo il contesto che proviamo a raccontare nel libro “La repubblica delle mazzette”: la corruzione senza più tangenti, le tangenti senza più partiti, la magistratura senza più strumenti. È un viaggio che tocca tante città, un atlante che messo insieme assomiglia a una Tangentopoli a pezzi. Si parte da Giovanni Toti, dalla politica che si era trasferita sullo yacht di un grande imprenditore portuale, che finanziava le campagne elettorali del presidente ligure in cambio di concessioni milionarie. La svalutazione delle dazioni genera spesso incredulità: a Bari bastavano 50 euro per comprare un voto; in Trentino un magnate che si era comprato mezza regione in cambio di favori trascurabili. A Venezia il sindaco-imprenditore Brugnaro è indagato in una vicenda che riguarda terreni di sua proprietà comprati a 5 milioni di euro che, se resi edificabili dalla sua giunta, sarebbero arrivati a un valore di 150.

Dal 2024 l’Italia ha cancellato l’abuso d’ufficio, una riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, creando un vuoto di tutela enorme: non è più reato truccare un bando universitario, affidare un appalto a un parente, prendere una decisione contro le regole senza la prova di una corruzione. Poi è arrivato lo svuotamento del traffico di influenze, il reato contestato agli intermediari di affari opachi. Si sono poi aggiunte le limitazioni delle intercettazioni a 45 giorni e l’interrogatorio preventivo a chi sta per essere arrestato. Battaglie ammantate dalla bandiera nobile ma fuorviante del garantismo, e che invece mirano a colpire anche al diritto di cronaca. Per non disturbare il manovratore occorre colpire giudici e giornalisti, chi fa le indagini e chi le racconta. La vittoria del No al referendum costituzionale ha in parte rallentato questo processo di accentramento di poteri nelle mani del governo, ma non lo ha arrestato. Il risultato rischia di essere una democrazia fragile, che non riesce a punire comportamenti dannosi per la collettività e un’opinione pubblica poco informata.


La patrimoniale spacca l’Italia: sì da uno su due ma il ceto medio è scettico


Sempre più preoccupati dalle disuguaglianze, l’obiettivo è beneficiare di maggiori risorse pubbliche

La patrimoniale spacca l’Italia: sì da uno su due ma il ceto medio è scettico

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Un italiano su due si dichiara favorevole all’introduzione di una tassa patrimoniale sui grandi patrimoni, a condizione che il gettito venga destinato al finanziamento dei servizi pubblici. È quanto emerge dai dati raccolti da Only Numbers dove il 48,1% degli intervistati guarda con favore a questa ipotesi. Un dato che testimonia la crescente attenzione verso il tema della redistribuzione della ricchezza in un Paese in cui la percezione delle disuguaglianze patrimoniali resta particolarmente elevata.

L’analisi delle diverse fasce di reddito rivela un elemento interessante: tra i redditi più bassi e quelli più elevati emerge una convergenza di giudizio favorevole alla proposta, seppur motivata da ragioni differenti. Da un lato vi è l’aspettativa di beneficiare di maggiori risorse pubbliche e di interventi di sostegno; dall’altro si manifesta la volontà di contribuire, attraverso un maggiore prelievo fiscale, al finanziamento del bene comune. Il dato più significativo riguarda però il ceto medio, che si mostra la componente più scettica e contraria all’introduzione di una patrimoniale. A prevalere è il timore di finire tra i destinatari della misura senza sapere con chiarezza quali sarebbero soglie e criteri di applicazione. Una diffidenza che riflette il senso di vulnerabilità economica di una fascia della popolazione che, pur non considerandosi ricca, avverte il rischio di essere chiamata a sostenere un peso fiscale aggiuntivo.

Le differenze emergono con altrettanta chiarezza sul piano politico. Gli elettori dei partiti di maggioranza si mostrano prevalentemente contrari: il dissenso sfiora il 70,0% tra i sostenitori di Forza Italia e supera il 51,0% tra quelli di Fratelli d’Italia, mentre l’elettorato della Lega esprime posizioni più articolate. Sul versante delle opposizioni, invece, il consenso cresce in modo significativo: raggiunge il 100% tra i simpatizzanti di Alleanza Verdi e Sinistra e il 71,1% tra quelli del Partito Democratico. Più sfumata la posizione degli elettori del Movimento 5 Stelle e di Italia Viva, che pur esprimendo una maggioranza favorevole mostrano un orientamento meno netto rispetto al tema. Tuttavia, il vero nodo emerge quando si passa dal principio generale ai dettagli concreti. Chi è favorevole alla patrimoniale ritiene in maggioranza che la tassazione debba scattare solo oltre il milione di euro di patrimonioIl 25,3% vorrebbe invece abbassare la soglia a 500.000 euro, una posizione particolarmente diffusa tra gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra, del Movimento 5 Stelle e di Italia Viva.

La questione centrale resta però un’altra: quali patrimoni dovrebbero essere effettivamente coinvolti? I favorevoli alla misura indicano prevalentemente una tassazione che tenga conto del patrimonio complessivo (68,5%), sommando ricchezza immobiliare e finanziaria. Una scelta che punta a evitare disparità tra chi possiede grandi patrimoni sotto forma di immobili e chi invece concentra la propria ricchezza in investimenti finanziari. I critici sottolineano però la necessità di distinguere tra situazioni molto diverse. Una parte del patrimonio immobiliare italiano è composta da abitazioni ereditate, spesso possedute da pensionati o famiglie dai redditi modesti che già faticano a sostenere costi di gestione e manutenzione. Per questo il tema delle esenzioni e dei criteri di valutazione resta uno dei più controversi.

Tuttavia, il dibattito sulla patrimoniale non può limitarsi all’aspetto redistributivo. Il 63,7% degli intervistati individua, infatti, come principale rischio quello della fuga dei capitali e del trasferimento dei grandi patrimoni all’estero verso sistemi fiscali più vantaggiosi. Si tratta di una preoccupazione tutt’altro che teorica in un’economia globalizzata nella quale persone e capitali possono spostarsi con relativa facilità. Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti del dibattito italiano. Da una parte si propone di aumentare la pressione fiscale sui patrimoni accumulati da cittadini e imprese italiane; dall’altra, negli ultimi anni l’Italia ha adottato regimi particolarmente favorevoli per attrarre grandi patrimoni provenienti dall’estero, consentendo a soggetti molto facoltosi di trasferire la propria residenza fiscale nel nostro Paese pagando un’imposta forfettaria sui redditi prodotti all’estero. La domanda, quindi, è inevitabile: è equo chiedere maggiori sacrifici ai patrimoni italiani mentre si offrono condizioni fiscali particolarmente vantaggiose a quelli stranieri? Se l’obiettivo è la giustizia fiscale, il principio dovrebbe essere uguale per tutti. Diversamente si rischia di trasmettere il messaggio che la ricchezza nazionale debba essere tassata maggiormente rispetto a quella importata dall’estero. Il tema della patrimoniale, dunque, non riguarda soltanto la quantità di tasse da pagare, ma soprattutto la coerenza del sistema fiscale. Qualunque scelta politica dovrà trovare un difficile equilibrio tra esigenze di equità sociale, competitività internazionale e capacità di trattenere nel Paese investimenti e capitali. Perché una tassazione percepita come ingiusta o incoerente rischia di produrre effetti opposti a quelli desiderati, riducendo la base imponibile anziché ampliarla e alimentando ulteriormente la sfiducia dei contribuenti nella politica nazionale.


La bolla del vino: perché in Piemonte ormai si lavora in perdita


Dazi, guerre, sovrapproduzione. Dopo anni di tumultuosa crescita il Piemonte ora teme la crisi: il mercato è saturo e crolla il prezzo dell’uva. «Ormai lavoriamo in perdita»

La bolla del vino: perché in Piemonte ormai si lavora in perdita

(Andrea Rossi – lastampa.it) – Alle sette di venerdì sera Sandro Vico sta ancora trinciando tra i filari nella sua vigna a Castel Boglione, nell’Astigiano. «Ho 66 anni, lavoro questa terra da quando ne avevo 14. Mio padre ci ha passato la vita, mio nonno pure e così il mio bisnonno. Mio figlio ha deciso di fare altro e non lo biasimo: perché mai dovrebbe lavorare in perdita e indebitarsi?».

Dopo anni di tumultuosa espansione il vino piemontese – e non solo – arranca. Sembrava una crescita inarrestabile e illimitata. Ora non sono in pochi a chiedersi se stia per esplodere una bolla. È successo tutto in pochi mesi: i dazi americani hanno colpito il primo mercato d’esportazione, con la Russia si lavora sempre meno, chi scommetteva sul Medio Oriente fronteggia un’altra guerra. In generale il mercato è saturo: le cantine sono piene, i magazzini anche. Per chi produce i costi sono lievitati: gasolio, energia, fertilizzanti. Una sequenza di fattori che ha fatto emergere storture celate nell’epoca del boom.

Sandro Vico coltiva uve destinate a moscato, brachetto, chardonnay, barbera, dolcetto. Le raccoglie e le vende a chi imbottiglia. «Stiamo lavorando in perdita, il 20-30%. Ci stiamo mangiando quanto messo da parte in anni».

Dal suo ufficio di Alba, dove da 25 anni commercia vini, Paolo Repetto si è fatto un’idea piuttosto chiara: «Attraversiamo una fase di forte rallentamento dal punto di vista commerciale. Le cantine – dei bevitori e dei produttori – sono piene. Tanti nodi stanno venendo al pettine a cominciare dall’eccesso di offerta: troppi produttori. E bottiglie vendute a prezzi eccessivi». Una sorta di ingordigia collettiva, spinta dalle moltitudini di visitatori sulle colline Unesco (1,6 milioni lo scorso anno), da un’abile strategia di marketing capace di attrarre turisti ad altissima capacità di spesa su cui edificare un modello di business: resort di lusso, esperienze esclusive, prezzi sostenuti. Ma ora che il mercato non promette più crescita illimitata tutti tirano il freno. E il sistema si è inceppato.

Prezzi dell’uva in caduta libera

A cominciare dalla base, i prezzi dell’uva, che dovrebbero tenere a galla i 33 mila produttori piemontesi. Tre anni fa un chilo d’uva destinato a diventare barolo veniva pagato fino a 4,30 euro al produttore; l’ultimo dato disponibile dice 2,70 euro al chilo. La barbera d’Alba è passata da 1,72 a 1,18 euro. L’uva da nebbiolo ha dimezzato il proprio valore: da 2,09 a 1,05 euro al chilo. Quella per vini meno pregiati ma molto diffusi, dalla barbera d’Asti al dolcetto al grignolino, non vale quasi più nulla: da 50 a 70 centesimo al chilo; appena tre anni fa veniva pagata intorno all’euro. Stesso discorso per il vino sfuso che i piccoli produttori vendono a chi imbottiglia: «In Langa nebbiolo o barbera si vendevano all’ingrosso a 2-2,50 litro. Sono scesi a 1-1,20», spiega Alessio Povero che guida l’azienda di famiglia, una realtà medio grande del Roero – a cavallo tra Langhe e Monferrato – arrivata alla quarta generazione. Producono, imbottigliano, vendono. «Se sei bravo nella gestione, con l’uva pagata da 1,20 euro in su al chilo riesci a stare a galla. Ma ora siamo sotto su quasi tutte le tipologie e quest’anno i prezzi scenderanno ancora perché il mercato è saturo. I produttori sono i primi a essere colpiti: se non hanno liquidità bastano un paio d’annate così per dare il giro. Chi come noi gestisce tutto il processo ha margini maggiori».

Se il mercato è fermo non si riduce solo il prezzo dell’uva ma prima ancora i volumi complessivi. «Chi negli anni scorsi comprava uva per aumentare la produzione ha smesso», spiega Povero. Altro elemento: i tempi di pagamento. «A fine giugno riceverò i soldi che aspetto dallo scorso settembre», dice Sandro Vico, «ma nel frattempo le spese corrono e nessuno le dilaziona o le sospende».

Dai suoi terreni a Serralunga d’Alba, una delle patrie del barolo, Enrico Rivetto assiste con disincanto al processo in corso: «Chi ha quasi cinquant’anni come me ha visto solo boom ed espansione. Hanno piantato vigneti ovunque, senza pensare che fosse necessario darsi dei limiti». Nella Langa è considerato un produttore illuminato: niente agricoltura intensiva, alternanza di vigna, a bosco e altre coltivazioni. «Negli ultimi anni molte cantine sono state organizzate come se a ogni annata si potessero vendere tutte le bottiglie prodotte. Quando si sono ritrovate dell’invenduto hanno cominciato a svendere pur di liberarsene. E poi a ridurre l’acquisto di uva, disdire i contratti con i produttori, evitare di acquistare nuovi terreni. Non credo siamo entrati in crisi, di sicuro in una fase di inevitabile riequilibrio».

Qualche giorno fa gli hanno offerto di acquistare un vigneto. «Bellissimo. Ho chiesto perché a me. Mi hanno risposto che i miei vicini, aziende molto più grandi, non sono interessati». Se c’è troppo vino in circolazione difficile che qualcuno voglia produrne di più.

I costi dei terreni alle stelle

Dal 2010 a oggi il valore dei terreni adibiti a vigneto ha vissuto una corsa forsennata. Secondo i valori agricoli medi dell’Agenzia delle Entrate e le stime del mercato fondiario del Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura) un ettaro di vigna nelle Langhe può arrivare a 220 mila euro; dieci anni fa la quotazione media era 130 mila euro. Il valore dei terreni nella Langa monregalese è cresciuto del 20% dal 2010, nell’alto Monferrato alessandrino è quasi raddoppiato, nel medio Bormida dove si impianta uva da moscato è triplicato. Sulle colline del Gavi si è passati da 20-30 mila euro per ettaro a oltre 80 mila. «La terra è diventata un asset finanziario», riflette Rivetto, «però ora le compravendite sono pochissime. E i prezzi stanno scendendo». Il valore del terreno è arrivato a riflettere la sua rarità, il prestigio della denominazione, l’aspettativa di rivalutazione più che la redditività agricola.

Barolo e dintorni giocano un campionato a parte, riservato quasi esclusivamente a fondi di investimento e magnati. Eppure anche qui un riequilibrio è in corso: «Fino a un anno fa un ettaro di vigneto partiva da un milione, in alcune zone si arrivava a 2,5; adesso si parte da 6-700 mila euro. Valori comunque fuori da qualsiasi logica economica o agricola», ragiona Paolo Repetto. Quanti anni ci vogliono per rientrare dell’investimento iniziale? E chi se lo può permettere?

Il discorso, a maggior ragione, vale per chi lavora nelle zone meno “nobili” e coltiva uve meno pregiate senza imbottigliare e vendere direttamente. Se il costo di gestione di un ettaro di vigneto si aggira sui 15-16 mila euro l’anno, coltivare uva da nebbiolo oggi rende meno di 10 mila euro. Discorso analogo per tutti gli altri vini. Barolo escluso: si ricava sui 22 mila euro a ettaro, sopra i costi di gestione ma molto al di sotto dei 34 mila di appena tre anni fa.

«Non pensavo di arricchirmi a lavorare la terra, ma nemmeno di rimetterci», dice Sandro Vico. La base della piramide sta lavorando in perdita. E trema. La cima no, ma il sistema non è più in equilibrio e le conseguenze si potrebbero avvertire anche in alto.


Quando l’ideologia soffoca il pensiero


È legittimo organizzare incontri solo tra e con persone con cui si ha un’identità di vedute. Ma non può essere l’unica prassi nell’attività culturale, perché si rischia l’asfissia del pensiero

Quando l’ideologia soffoca il pensiero

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Ha ragione Anna Foa. Nella petizione contro l’invito a Eshkol Nevo si intrecciano due questioni che la perdurante tragedia di Gaza ed ora del Libano si sono fuse, ma hanno origini e motivazioni distinte.

Una riguarda l’opportunità di escludere, in contesti di dibattito culturale, chi non è allineato al millimetro con le posizioni di chi invita su una questione che questi ritiene dirimente per riconoscere lo statuto di interlocutore, che si tratti di come definire ciò che il governo israeliano sta facendo a Gaza, nella Striscia, in Libano, della guerra russo-ucraina, ma anche delle varianti del femminismo, lo statuto da riconoscere alle persone trans, la possibilità di essere fortemente in accordo con il papa su alcune cose e in disaccordo su altre, l’equità fiscale e via elencando.

L’altra riguarda come trattare chi, ebreo e israeliano, si batte contro il proprio governo, ne critica le nefandezze, ma, appunto non ha posizioni perfettamente allineate con chi, non israeliano, ha deciso quale sia l’unica posizione giusta da tenere. Perciò è ritenuto di fatto assimilabile al governo che critica e combatte. È lo stesso atteggiamento per cui è stato impedito alla brigata ebraica di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile e alla associazione LGBT ebraica di partecipare alle manifestazioni per il gay pride a Roma perché, secondo gli organizzatori, non avevano preso “adeguatamente” le distanze dal governo israeliano. Una richiesta, per altro, non fatta ad altri gruppi, ma solo a loro, appunto perché ebrei, quindi per principio sospetti di intelligenza con Netanyahu e il suo governo.

Peraltro, come accenna signorilmente solo di sfuggita Anna Foa nel suo bel commento di ieri, non si vede altrettanto acribica attenzione da parte dei custodi dell’ortodossia anti–Netanyahu a difesa di quegli e quelle italiane ebree che, come la stessa Foa, sono state ostracizzate dalla comunità ebraica romana a motivo della loro forte ed esplicita denuncia come genocidio di ciò che succede a Gaza e in Palestina.

Anna Foa ha descritto meglio di quanto possa fare io il rischio di antisemitismo strisciante presente in questo tribunale permanente in cui si giudicano le posizioni dei singoli ebrei rispetto a ciò che fa il governo israeliano, oltre che di delegittimazione e indebolimento dell’azione di chi, in Israele, si batte nei modi che ritiene più opportuni e efficaci contro il governo, tenendo conto anche della complessità del contesto e delle questioni in gioco. Qui vorrei tornare alla prima questione: la polarizzazione diffusa e crescente che sta caratterizzando il dibattito culturale e politico, non solo tra gli schieramenti politici in senso stretto, ma anche all’interno di quello progressista ed anche nelle manifestazioni culturali.

Non sono così ingenua da non sapere che ogni iniziativa culturale ha, necessariamente, un’idea di ciò che ritiene importante discutere, promuovere, fare circolare. Gli inviti sono quindi fatti entro quella cornice, a persone che si pensa portino un contributo a sollecitare la riflessione, provocare confronti. So anche che dagli intellettuali che sono figure in qualche modo pubbliche spesso ci si aspetta che esprimano opinioni e diano indicazioni su questioni che non sono di loro stretta competenza incoraggiando forme di sopravvalutazione di sé pericolose e a rischio di franare quando la risposta non corrisponde alle attese. Ma questo non significa, non dovrebbe significare, una perfetta omogeneità di vedute e tantomeno una patente preventiva di aderenza a posizioni su questioni che possono o meno avere a che fare con il tema oggetto dell’incontro, festival, rassegna, mostra.

È del tutto legittimo organizzare incontri solo tra e con persone con cui si ha un’identità di vedute. Ma non può essere l’unica prassi nell’attività culturale (ed anche politica, credo), perché si rischia l’asfissia del pensiero, l’incapacità di adottare prospettive diverse, di comprendere la complessità e accettarne la sfida. La logica dicotomica amico/nemico, simile/dissimile, nella sua mancanza di articolazione è una forma di vannaccismo culturale che andrebbe lasciato al suo inventore e contrastato sul piano dell’esercizio al confronto, allo scambio delle idee e delle proprie ragioni.


Lotta all’evasione fiscale: perché è una grande finzione


(di Milena Gabanelli – corriere.it) – L’aumento del prezzo dei carburanti non era un’emergenza prevista a bilancio, quindi i soldi che servono per gli interventi sulle accise bisogna pur andarli a prendere da qualche parte, visto che in fondo al barile non c’è più nulla. E allora: via 80 milioni alla Sanità, via 50 milioni a istruzione e ricerca, tagli agli investimenti per il trasporto pubblico locale, al fondo per l’automotive, ecc. E siccome la crisi perdura, Meloni ha chiesto a Bruxelles il via libera all’aumento del nostro debito pubblico per alleggerire le bollette elettriche. Autorizzazione concessa, ma solo per ridurre la dipendenza dal gas; però il governo fa finta di nulla e, pertanto, continueranno a usufruire dello sconto sui carburanti anche i benestanti e tutti coloro grazie ai quali il barile è sempre vuoto.
Loro, i ladri, si prendono i vantaggi e i servizi pagati con le tasse versate soprattutto da dipendenti e pensionati. Non solo: fra i 29,9 milioni di persone che nel 2025 hanno chiesto la Dichiarazione Sostitutiva Unica (qui i dati) per accedere a bonus e agevolazioni (sconti su bolletta elettrica, sulle tasse universitarie dei figli, servizi sociosanitari, ecc), insieme ai poveri veri, ci sono anche i poveri finti. Un vizio antico del quale non ci siamo mai vergognati; al contrario è un obiettivo che viene meticolosamente perseguito. Prendiamo gli ultimi 10 anni: nel 2015 l’evasione stimata dal Mef di Irpef, Ires, Irap, Iva, Imu e contributi Inps ammontava a 106 miliardi di euro, nel 2019 a 103, nel 2022 a 100 e nel 2023, ultimo dato disponibile (e primo anno del governo Meloni) a 110 (qui).

2015-2025: soldi recuperati

Per impedire a monte questa gigantesca evasione, è stato introdotto nel 2019 l’obbligo di fatturazione elettronica e questo ha dimezzato le possibilità di frodi: il divario fra l’Iva teoricamente esigibile e quella riscossa è passato dai 35 miliardi annui ai 18 miliardi.
Sul fronte del contrasto, con la legge di stabilità del 2015 sono state introdotte le lettere di conformità (compliance) inviate dall’Agenzia delle Entrate ai contribuenti per segnalare irregolarità nelle dichiarazioni dei redditi, con l’invito a mettersi a posto. Anche questa procedura sta dando qualche risultato, come pure l’evoluzione tecnologica che ha reso più agevole l’incrocio e la verifica dei dati. Parallelamente ci sono le attività di accertamento e controllo, i cui effetti però si vedono anni dopo.
Se ora guardiamo i numeri relativi al recupero si vede che c’è un costante aumento: nel 2015 l’incasso totale è stato di 18,9 miliardi, nel 2016 salgono a 23,1, nel 2018 a 25. Negli anni del Covid scendono redditi, evasione e recupero, ma nel 2022 si torna a 25,1 miliardi, a 33,4 nel 2024, e nel 2025 il record di 36,2 miliardi.
La presidente del Consiglio, lo scorso 25 marzo, ha celebrato l’incasso con queste parole: «È il dato più alto di sempre, oltre il 43 per cento in più rispetto al 2022, quando il governo si è insediato… sono risultati frutto di una visione chiara che il governo sta portando avanti fin dal primo giorno». Purtroppo non è così.

L’inganno dei numeri

Vediamo nel dettaglio cosa c’è in quei 36 miliardi: 7,2 miliardi riguardano l’incasso dell’Agenzia per conto dei comuni, regioni, ministeri, Inps; 6,9 miliardi si riferiscono all’esito degli accertamenti relativi alle dichiarazioni dal 2017 al 2022; poi ci sono 15,9 miliardi di versamenti dei contribuenti a seguito di un atto dell’Agenzia e 3,3 dopo la lettera di conformità. Di attribuibile all’attività di governo sono i 2,9 miliardi fra liti pendenti e rottamazione introdotta nel 2023: «Se paghi quello che dovevi dal 2000 al 2022 ti tolgo sanzioni e interessi» (qui i dati). Quindi della «visione chiara che il governo sta portando avanti dal primo giorno» si è visto soltanto l’effetto della sanatoria, il resto è frutto dell’ordinaria attività e dell’efficacia di misure precedenti (qui la relazione dell’Agenzia). È invece alta la probabilità che nei prossimi anni, grazie alle nuove norme introdotte dal governo Meloni, il bottino sia più basso. Prima di vedere il perché, occorre capire come funziona il meccanismo dei controlli e accertamento in base ai tempi previsti dall’Agenzia delle Entrate.

Accertamento: come funziona

Sulla dichiarazione presentata nel 2024 e relativa ai redditi conseguiti nel 2023 partirà: 1) il controllo automatico entro il 31 dicembre 2026; 2) il controllo formale entro il 31 dicembre 2027 (accerta, in base all’analisi del rischio, se la dichiarazione corrisponde alla documentazione del contribuente incrociata con dati di enti terzi); 3) l’accertamento sostanziale entro il 31 dicembre 2028 (l’Agenzia contesta la dichiarazione e chiede il pagamento di un maggiore importo); 4) Infine entro il 31 dicembre 2030 scatta «l’omessa dichiarazione» a carico di chi non ha presentato la dichiarazione, oppure con un ritardo superiore ai 90 giorni. Pertanto quando parliamo di «recupero evasione», una parte consistente si riferisce sempre ad annualità risalenti dai 3 ai 7 anni precedenti e in base alle norme in vigore in quel periodo. E allora vediamo perché dal 2023 in poi si suppone che la tendenza al recupero sarà più bassa.

L’evasione legalizzata

Nel 2024 viene introdotto il concordato preventivo biennale (qui): una delle misure bandiera della riforma fiscale varata dal governo. In pratica l’Agenzia ti informa che in base ai loro calcoli sei fuori parametro: dichiari 30, ma dovresti dichiarare 50. Se aderisci, su quei 20 in più pagherai un’imposta compresa fra il 10 e il 15% (a seconda del tuo grado di affidabilità) e sui 5 anni precedenti e i 2 successivi difficilmente scatteranno controlli e verifiche. Lo sconto prevede un limite: la differenza fra quanto dichiarato e quanto dovresti non deve superare gli 85 mila euro, sui quali pagherai al massimo un’imposta del 15%.
Un sistema che può generare due distorsioni: da una parte chi consegue redditi superiori rispetto a quelli concordati non li dichiarerà, dall’altra se è tassato sulla base di un reddito predeterminato non ha alcun incentivo a produrre di più. Inoltre la data stabilita per l’adesione al concordato è il 30 settembre, e questo consente di fare due calcoli di convenienza.
Una norma che può tradursi in una forma di evasione legalizzata o, più correttamente, in una sottotassazione consentita poiché il contribuente beneficia di un’imposizione inferiore rispetto al proprio reddito. Quindi pochi, maledetti e subito e pazienza se si tradisce il principio costituzionale che è quello di pagare in base alla reale capacità contributiva.

(…) viene modificato il redditometro (…) In pratica fino a 69.500 euro hai carta bianca.

Redditometro, ravvedimento e chirurgia estetica

Nello stesso anno viene modificato il redditometro (qui), lo strumento che consente all’Agenzia delle Entrate di contestare un reddito basso rispetto allo stile di vita: automobili di lusso, imbarcazioni da diporto, viaggi in resort 5 stelle, rette per scuole e università private, etc. Con la modifica la contestazione è consentita solo se è pari ad almeno 10 volte il valore dell’assegno sociale. In pratica fino a 69.500 euro hai carta bianca. E anche oltre se il contribuente ha aderito al concordato preventivo.
È stata poi fatta una sanatoria per tutta l’attività svolta dai chirurghi estetici fino a dicembre 2023. La misura riguarda i chirurghi che non hanno pagato l’Iva dichiarando che le prestazioni servivano a curare una malattia, ma senza presentare l’attestazione medica. Il provvedimento ha bloccato le operazioni di recupero fiscale, le contestazioni avviate dall’Agenzia delle Entrate e cancellato i relativi contenziosi.
Nel 2025 due nuovi aiuti: 1) la modifica del ravvedimento operoso (qui). Fino all’anno prima, il contribuente che si accorgeva di aver fatto un errore nella dichiarazione e si affrettava a saldare il conto veniva esentato da sanzioni e interessi; ora non le pagherà anche se verserà il dovuto solo dopo aver ricevuto l’avviso da parte dell’Agenzia. In pratica la norma induce a pagare solo se ti beccano; 2) estensione della rottamazione anche al dovuto fino al 2023. E così si consolida il detto che a pagare c’è sempre tempo.

Conseguenze sul recupero

Gli effetti di queste norme, proposte come una semplificazione del sistema, secondo gli addetti ai lavori produrranno un minor incasso e diminuiranno la capacità di controllo. Infatti gli uffici dovranno svolgere una serie di nuove attività: dall’analisi preventiva dei dati fiscali all’elaborazione delle proposte di concordato, dalla gestione delle adesioni alle eventuali decadenze, interlocuzione con i contribuenti nella fase di contraddittorio anticipato, nonché trattazione di ravvedimenti anche in fase avanzata del procedimento. È vero che il reclutamento di personale è in aumento, ma di fatto gran parte delle risorse dovranno occuparsi più dell’attività amministrativa e meno di quella di controllo. Va infine aggiunto l’effetto perverso della flat tax che crea il motore perfetto per il nero. 

(…) il rapporto Istat fra tributi incassati e ricchezza prodotta (Pil) mostra che la pressione fiscale con questo governo è aumentata di un punto.

I tributaristi concordano

A Palermo il 6 giugno la Camera degli Avvocati Tributaristi ha assegnato il «Premio legalità fiscale» al viceministro dell’Economia Maurizio Leo, che commenta: «Sono onorato di questo premio perché la legalità fiscale è la cifra della nostra riforma che abbiamo messo in campo». E cita i 4 assi portanti: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, contrasto all’evasione e riduzione della pressione fiscale.
In effetti l’adempimento di presentare una dichiarazione dei redditi corretta è decisamente superato. Citare la certezza del diritto e il contrasto all’evasione, richiede un po’ di faccia tosta. E anche parlare di riduzione della pressione fiscale: il rapporto Istat fra tributi incassati e ricchezza prodotta (Pil) mostra che la pressione fiscale con questo governo è aumentata di un punto (qui).

Chi bara

«L’umiltà è una virtù stupenda, il guaio è che molti italiani la esercitano nella dichiarazione dei redditi» diceva Giulio Andreotti, uno che la sapeva lunga. L’analisi sui dati pubblicati dal Mef nel 2025 mostra che, rispetto alla congruità delle dichiarazioni, sono sotto soglia il 25% di studi medici e laboratori, il 37% delle farmacie, il 48% dei dentisti, il 37% dei notai. Le attività di intermediazione e consulenza finanziaria e assicurativa: il 68% non raggiunge la sufficienza nei punteggi Isa e dichiara 125.000 euro contro i 568.000 di quelli con dichiarazioni attendibili. Gioiellerie: il 55% sostiene di guadagnare solo 28.000 euro. Il 58% dei balneari dichiara di vivere con 15.000 euro. Elettricisti e idraulici: quasi sei su dieci sono in odore di evasione. I titolari di ristoranti e bar presentano redditi medi da poco più di 15.000 euro (qui i dati).
Tutte queste categorie sotto soglia possono stare tranquille e per due ragioni. La prima: Meloni ha più volte dichiarato che intende combattere l’evasione vera, non quella presunta, ed essere fuori parametro è una presunzione e non una certezza. La seconda: le norme messe in campo suggeriscono che tentare di non pagare le tasse non ha nessuna conseguenza rispetto al pagarle in tempo, poiché si passa da una rottamazione all’altra (norma primaria articolo 1, commi da 82 a 101, della Legge n. 199/2025).


Da Erri De Luca a Nevo: la sinistra e il vizietto di zittire scrittori e artisti


Dopo il festival di salerno, l’ultimo caso: l’autore israeliano

Da Erri De Luca a  Nevo: la sinistra e il vizietto di zittire scrittori e  artisti

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] L’egemonia culturale (cosiddetta) della destra fa ridere, finalizzata, come si è visto, ad egemonizzare le poltrone in Rai e ad arraffare nomine museali. Però la futuribile egemonia della sinistra fa più paura per la propensione che mostra a censurare questo o quello, dall’alto di una sedicente cattedra morale. Prima, Erri De Luca escluso dall’apertura del festival Salerno Letteratura dopo aver rifiutato l’uso della parola genocidio per Gaza e aver rivendicato il “diritto a una difesa esistenziale e necessaria per Israele”. Adesso, la petizione contro la presenza dell’autore israeliano Eshkol Nevo al festival “ Il Libro possibile”, in programma a luglio tra Polignano a Mare e Vieste. Una indignata raccolta di firme capeggiata dall’arcivescovo di San Giovanni Rotondo, Franco Moscone, e dalla vicesindaco di Bari Giovanna Iacovone, oltre a docenti, professionisti, attivisti e a non meglio precisati rappresentanti della società civile. La colpa di una delle più limpide voci della letteratura mondiale? Non avere espresso “una chiara e pubblica presa di distanza dalle politiche del governo israeliano”. Un delitto, par di capire, emendabile previo pubblico pentimento e sottomissione al supremo magistero dei buoni e dei giusti. Bene ha fatto la direttrice artistica, Rossella Santoro a ribadire con nettezza come da 25 anni il festival porti la cultura nelle piazze, accogliendo con la massima libertà “voci, sensibilità e posizioni differenti”. Poiché, senza la parola di Eshkol Nevo, altri a Polignano e Vieste avrebbero taciuto. Là dove destra e sinistra sono unite nella lotta, è nella censura della cultura russa, sanzionata come se i più famosi scrittori, musicisti e artisti fossero altrettanti strumenti nelle mani di Putin.

[…]

Si comincia nel 2022 quando Paolo Nori denuncia la cancellazione di un corso su Fedor Dostoevskij (!) che avrebbe dovuto tenere all’Università Bicocca di Milano (“per non generare tensioni”, farfugliò un comunicato dell’ateneo). Nel luglio del 2025 tocca al celebre maestro Valery Gergiev essere cancellato dalla direzione della Reggia di Caserta, insieme al concerto sinfonico previsto nell’ambito della rassegna “Un’Estate da Re”. Mentre il ministro Giuli mette la testa sotto la sabbia, esulta il Pd locale:” Abbiamo lottato e vinto: la Campania non ospiterà un ambasciatore di Putin”. Eddai! Sappiamo dei tentativi di estromettere gli artisti russi dalla Biennale di Venezia, ed ecco che subito, a sinistra, risponde uno squillo. Con la fiera “Più libri più liberi” che chiede agli editori di sottoscrivere il patentino antifascista , con apposita dichiarazione. Un gentile cadeau per Giorgia Meloni (“Censura!”) che se confermato porterà alla disdetta di molti editori, sicuramente antifascisti ma insofferenti alla mordacchia, da qualunque parte provenga. […] Colpisce il silenzio della Schlein e del sinedrio del Nazareno. Se temono di perdere i voti dei censori, continuando a tacere su questo scempio di libertà il consenso di chi non ne può più di questi commissari del popolo in servizio permanente effettivo, se lo scordano. Sì, vi meritate il generale Vannacci.


Ma mi faccia il piacere


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Roba da querela. “Telese: ‘Picierno una Vannacci di sinistra’. Lei telefona in diretta e replica: ‘Non posso transigere’” (La7.it, 7.6). In effetti “sinistra” è una parola forte. Miracolo. “Pier Silvio e lo schianto: ‘Poteva essere una tragedia, ma lassù qualcuno ha fatto il miracolo’” (Corriere della sera, 12.6). Ma chi, Mangano? […]


Un altro che si vende come “il nuovo”


(Giancarlo Selmi) – Ne abbiamo un altro. Un altro che si vende come “il nuovo”. Non bastava Meloni, “nuova” da trent’anni di Parlamento, ministeri, apparato, partito, carriera politica e retorica riciclata. No. Adesso arriva pure lui: il generale spacciato per novità, l’ennesimo prodotto confezionato per sedurre quella parte del Paese che si innamora di slogan, frasi da bar, banalità urlate in tv e pensieri masticati male tra un grappino e un tavolo da biliardo. Ed ecco il “nuovo”: uno con la faccia da tunisino che vuole rimandare indietro i tunisini, perfino quelli nati in Italia e perfettamente inseriti.

Nuovo come la muffa sui muri. Nuovo come una ragnatela in una casa chiusa da due secoli. Nuovo come certa destra italiana che cambia faccia, cambia confezione, cambia tono, ma ripete sempre lo stesso identico repertorio: paura, esclusione, regressione, ignoranza elevata a programma politico. Di nuovo qui non c’è nulla. Ci sono le stesse pulsioni reazionarie di sempre. Ci sono parole che odorano di colonialismo, di sopraffazione, di nostalgia autoritaria. C’è il solito scimmiottamento della parte peggiore della nostra storia politica, quella più rozza, più aggressiva, più nemica del progresso sociale e civile.

Ma va benissimo così per chi deve raccattare voti nel segmento più arretrato del Paese. Va benissimo per chi vuole parlare alla rabbia più ottusa, al pregiudizio più pigro, alla cultura del risentimento e del rutto elevato ad analisi politica. Va benissimo per riportare a galla relitti della peggior destra italiana: riciclati, transfughi, reduci, opportunisti di professione, gente che ha servito chiunque pur di stare in scena un altro po’. Tutti improvvisamente “nuovi”. Tutti improvvisamente folgorati. Tutti pronti a raccontare che adesso, finalmente, dicono la verità.

La verità vera è che dicono le stesse cose di sempre. Le stesse che diceva Salvini. Le stesse che dice Meloni. Le stesse che da anni rimbalzano da una curva televisiva all’altra, da un talk show a un comizio, da una provocazione miserabile a una successiva ancora più miserabile. Cambia solo l’imballaggio. Il contenuto è marcio da decenni. E intanto c’è chi si agita. Chi dice che ruberà voti alla destra e farà perdere Meloni. Sciocchezze. Se mai, finirà perfettamente dentro quel campo politico, perché ne rappresenta una delle espressioni più rozze ma più coerenti. Non è l’alternativa alla destra: è un pezzo della destra più tossica che cerca semplicemente una voce piu’ stonata per farsi notare.

E poi ci sono quelli che lo descrivono come un pericolo enorme. Anche qui, calma. Per essere davvero pericoloso in proprio, bisognerebbe avere spessore politico, visione, struttura, contenuti. Qui siamo davanti a un fenomeno costruito sul nulla. Un nulla scritto male, pensato peggio, confezionato per solleticare gli istinti più bassi e le frustrazioni più elementari. Non un progetto politico: un rigurgito. Non un’idea di Paese: una sequenza di slogan da bar trasformati in merchandising ideologico. Il punto non è sopravvalutarlo. Il punto è riconoscere cosa rappresenta.

Rappresenta la parte peggiore di un clima culturale che in Italia esiste da tempo, e che ogni tanto trova una faccia nuova da appendere al vecchio copione. Rappresenta la miseria politica che si traveste da franchezza, la volgarità che si finge coraggio, l’ignoranza che pretende di essere buonsenso. Per questo, più che trasformarlo in un gigante, sarebbe il caso di trattarlo per quello che è: l’ennesimo rigurgito di un Paese che fatica a liberarsi dei suoi fantasmi peggiori.


Le aziende israeliane stanno penetrando nel business italiano delle rinnovabili


(Michele Manfrin – lindipendente.online) – Dietro la narrazione della “transizione ecologica” si nascondono spesso le stesse dinamiche economiche di potere globale, ciniche e predatorie. Affianco a progetti necessari, in Italia la proliferazione di maxi-impianti legati all’agrivoltaico, al fotovoltaico a terra e all’eolico si contraddistinguono non di rado come processi calati dall’alto, vissuti come un’usurpazione da parte di territori lasciati a margine del processo decisionale e dei potenziali benefici economici. In questo quadro opaco, non a caso, è stata un’inchiesta collettiva condotta da collettivi ecologisti e attivisti a svelare un altro punto oscuro della “green economy” tricolore, scoperchiando il vaso di Pandora sugli investimenti israeliani nei progetti di energia rinnovabile in Italia. Un dossier che, partendo dalle lotte contro la stazione elettrica di Carisio, nel vercellese, o dalle proteste dei cittadini contro i pannelli nei campi di Massarosa, sull’Appennino, o in Sardegna, ha tracciato il filo rosso che unisce speculazione, devastazione del paesaggio e del suolo agricolo italiano, direttamente alle aziende che fiancheggiano il potere sionista nell’occupazione della Palestina e nello sterminio sistematico dei suoi abitanti.

Il meccanismo rivelato dall’inchiesta è emblematico di come l’innovazione tecnologica non sia mai neutrale. Lo Stato d’Israele si propone a livello globale come leader mondiale delle tecnologie, quelle verdi comprese. Eppure, questo know-how si nutre in maniere diretta delle politiche coloniali israeliane. Come sottolineato nel dossier, che si avvale anche dei dati incrociati del centro di ricerca indipendente WhoProfits, le aziende israeliane hanno potuto sperimentare e affinare le proprie tecnologie energetiche sfruttando le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina e in Siria (Alture del Golan). Nel contesto mediorientale, la distesa di pannelli solari non è solo uno strumento di produzione energetica, ma una vera e propria infrastruttura di colonizzazione: occupa fisicamente il terreno, previene il ritorno della popolazione palestinese e siriana e normalizza la presenza degli insediamenti dei coloni. Si tratta di una gigantesca operazione di greenwashing su scala statale:ripulire l’immagine di un Paese responsabile di apartheid e di genocidio sotto la patina rassicurante della “sostenibilità ambientale”.

Il ciclo di accumulazione e sfruttamento non si ferma in Medio Oriente. Dopo aver capitalizzato tecnologie e profitti sulle terre occupate, i grandi gruppi esportano il loro modello in Europa, e l’Italia rappresenta oggi un terreno di caccia ideale. Tra i nomi emersi nell’indagine troviamo colossi come Enlight Renewable Energy, Ecoenergy, Sunprime e Ellomay.

Il caso di Enlight è forse il più paradigmatico. Nata nel 2008, la società è ampiamente coinvolta in progetti sulle Alture del Golan occupate (installazione di turbine, costruzione di strade, reti ad alta tensione) e nell’installazione di pannelli solari nelle basi militari israeliane. Come se non bastasse, nei bilanci dell’azienda compaiono persino donazioni destinate alle forze armate israeliane (IDF). Oggi, attraverso le sue sussidiarie, Enlight ha messo le mani su svariati progetti eolici e solari nel Sud Italia, come in Puglia, dove c’è anche chi ha manifestato la volontà di costituire una colonia israeliana autosufficiente, ma anche in Basilicata e in Molise. La colonizzazione del paesaggio italiano entra dunque nel ciclo di estrazione di profitto e distruzione, andando a foraggiare un’economia di guerra, di apartheid e di genocidio.

Lo stesso schema si ripete per altre realtà sostenute da fondi e colossi assicurativi come Clal, Migdal, NofarEnergy e NoyFund, entità finanziarie che detengono infrastrutture in Cisgiordania e contemporaneamente investono pesantemente nella speculazione energetica nelle campagne italiane. Siamo di fronte a quello che il dossier definisce efficacemente un “triplo livello di sfruttamento”. In primo luogo, l’occupazione di suoli per piazzare mega-infrastrutture esternalizzando i costi ambientali; in secondo luogo, l’espropriazione delle risorse naturali come sole e vento, unita alla sottrazione di terra fertile alla vocazione agricola locale; in terzo luogo, la finanziarizzazione estrema del territorio, ridotto a mero asset in un portafoglio d’investimento volto a garantire rendimenti a entità estere, in questo caso entità che portano avanti un genocidio. Parlare di “israelizzazione” del territorio italiano, riprendendo un concetto già applicato alle università italiane legate a doppio filo con l’industria bellica israeliana, secondo gli attivisti non è dunque una provocazione, ma l’amara fotografia di una svendita nazionale. 

Una certa logica mediatica spinge spesso a considerare i comitati contro le opere come espressioni di quello che in inglese è stato ribattezzato movimento NIMBY (not in my backyard – letteralmente “non nel mio cortile”) un acronimo inventato per denigrare i movimenti ecologisti accusandoli di essere egoisticamente a protezione di minuti interessi locali. Alcuni di questi movimenti, come quelli che hanno dato vita a questo dossier, si dimostrano invece in prima linea nella difesa dell’interesse pubblico contro un capitalismo “verde” che, dietro la promessa di un futuro a zero emissioni, nasconde la cruda realtà della speculazione finanziaria, del neocolonialismo e della complicità alle più spietate dinamiche di oppressione. Da parte loro non c’è nessuna battaglia contro le energie rinnovabili, solo la richiesta che dietro la retorica della transizione verde non si celino le solite dinamiche dell’affarismo di rapina ai danni dei territori e dei diritti umani.


L’altra faccia di Silvio Berlusconi, “Il Figantropo”


(Estr. da “Berlusconi Files”, di Pino Corrias – ed. Paperfirst, pubblicato dal Fatto quotidiano) – L’avventura di Silvio Berlusconi si chiude alle 9:30 di lunedì 12 giugno 2023, dopo una serie di ricoveri e l’ultima crisi respiratoria. Meno di un’ora dopo il Consiglio dei ministri proclama il lutto nazionale e i funerali di Stato per l’ex premier.

La famiglia li annuncia per mercoledì 14. Da celebrare in Duomo. Con tutte le autorità dello Stato presenti da Sergio Mattarella in giù, l’arcivescovo, gli onori militari, le corone di fiori. Più tutte le autorità della sua peggiore televisione.

E poi i calciatori, i politici, i banchieri, i finanzieri, gli industriali, tutti gli oligarchi in fila sotto le arcate del Duomo, con le scorte armate ai bordi, come ai tempi delle dinastie regnanti, il popolo fuori, in piazza, controllato da polizia, carabinieri, tiratori scelti, droni, telecamere, guai a chi disturba, guai a chi si muove.

L’arcivescovo Mario Delpini non sapendo come cavarsela la butta in poesia declinando la vita, l’amore e la felicità “che egli cercava”. E solo dopo essersi allungato in retorica standard per una ventina di minuti, frena sul finale: “Silvio Berlusconi è stato un uomo e ora incontra Dio”. Frase che può anche essere intesa come una minaccia, visti i quattro carabinieri, vestiti come nei libri di Pinocchio, che circondano la bara, al centro della navata, mentre sale l’applauso liberatorio della platea.

Che il funerale di Stato sia il funerale allo Stato, viste le imprese e le opere del defunto, nessuno si azzarda a dirlo, al netto di qualche ostinato antiberlusconiano. Il lutto va rispettato, ci mancherebbe.

Elly Schlein corre all’omaggio. E com’è giusto offre le sue condoglianze. Piangono tutti i campioni della sua nazione, da Lele Mora a Maria De Filippi. Da Massimo Boldi a Flavio Briatore. Da Barbara d’Urso a Gerry Scotti, passando per Roberto Formigoni e Iva Zanicchi. (…) Il rito dura tre ore. La coda tre giorni, tre mesi, tre anni. Da sinfonia diventa musica di sottofondo.

Anche se, al netto degli elogi, nessuno sa riconoscere i meriti di quel potere smisurato, se non nella sua smisurata ricchezza accumulata, e nella ostinazione, persino ammirevole, con cui in trent’anni, in 36 processi, con 155 avvocati difensori, un partito personale, un’altra mezza dozzina a sua disposizione, in tutto un migliaio tra deputati e senatori al suo servizio, l’ha fatta franca.

Così come a nessuno, neppure ai politologi e ai cantori più zelanti, vengono in mente quali e quante riforme di una qualche importanza ha fatto in trent’anni di potere. E vale per tutti i rendiconti, quello della povera Stefania Craxi che interrogata da Lilli Gruber in televisione, balbetta: “Ha fatto tante piccole e grandi cose”. Quali? Annaspa poi spalanca gli occhi: “La riforma Sirchia!”. Sarebbe? “Quella contro il fumo!”. Brava, bravissima.

Forse persino la patente a punti. Il resto di quel che resta sono parole piene d’aria che gonfiano i giornali dal giorno dopo in poi: “Un gigante che ha cambiato il Paese”, “Un leader entrato nella storia”, “Il padre del bipolarismo”. “Un leader transatlantico”, “Un uomo straordinario”. “Un grande riferimento politico, una guida”. “Un geniale imprenditore”. “Un uomo che ci lascia una grande eredità”.

L’eredità, giusto. Una intera caverna di Alì Babà. Che nel 1994 era quasi vuota e ora straripa di gemme e di contanti. Ma non proprio destinata al Paese, semmai ai cinque figli.

Un patrimonio immenso che i giornali calcolano di 7,5 miliardi di euro, tassati allo 0,38 per cento, grazie al babbo. Che comprendono le televisioni in Italia, in Spagna, in Germania, le aziende, un pezzo di Medionalum, la Mondadori, le assicurazioni, i giornali. I palazzi, i terreni e gli appartamenti. Una flotta di aerei e di yacth, una ventina di ville tra la Brianza e il mondo, compresa villa La Certosa in Sardegna che da sola è valutata 500 milioni di euro. Lascia spiccioli qua e là: 100 milioni alla quasi moglie Marta Fascina, e una quarantina al quasi fratello Marcello Dell’Utri. Entrambi muti, anche se Dell’Utri per altre ragioni.

A Forza Italia, che negli ultimi tempi scombiccherati, era tornato a chiamare “Il partito dell’amore”, lascia 90 milioni di debiti, con le fideiussioni intestate a Marina e a Pier Silvio che dal giorno dopo le esequie, sono diventati i titolari del partito, dei parlamentari, dei ministri, tutti utili al benessere delle aziende, quando si tratterà di leggi, tasse, condoni. E che possono chiamare a piacimento per servire i loro capricci, oppure a tavola.

(…) Ho conosciuto Silvio Berlusconi nel remoto 1987. Neanche a farlo apposta per lo scandalo di un elenco di “famiglie Auditel”, utili per misurare gli ascolti, che doveva rimanere segretissimo ai vertici delle tv private e pubbliche e che invece era stato trovato in chiaro tra le scartoffie della Fininvest. Uno scandalo che oggi sta sepolto sotto gli altri cento, forse neanche si trova più negli archivi. Lui diceva di non saperne nulla. Ma era talmente impegnato a rendersi simpatico e dunque innocente, che lo giudicai antipatico e colpevole.

Regalava ai cronisti orologini aziendali, biglietti per lo stadio, raccontava barzellette, parlava di soldi, di calcio e di figa. Non necessariamente in quest’ordine. In azienda lo chiamavano il Dottore, ma il nome migliore l’aveva inventato uno del suo ufficio stampa, Giovanni Belingardi, di prodigiosa simpatia che lo battezzò “il Figantropo”.

L’ho seguito nella prima campagna elettorale, fino a Palazzo Chigi. E nei primi processi. Ho scritto delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Dei suoi misteri siciliani. Dei suoi fondi neri e dei suoi debiti. Del suo immenso repertorio di bugie che raccontava come niente fosse, delle donne che masticava, delle ville in cui abitava, dei servi di cui si circondava, spesso disprezzandoli.

Della sua addestrata intelligenza a inventare per sé vantaggi, guadagni, immunità politiche e penali. Di come e quanto si sia fatto travolgere dalle sue ambizioni. Dalla sua avidità. Dai suoi vuoti esistenziali. Dai suoi privati tormenti come raccontava il suo amico Mike Bongiorno: “Mangiavamo noi due da soli, nel salone vuoto. Lui stanchissimo. Davanti a quel minestrone. Cucchiaiata dopo cucchiaiata. Diceva: dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti. C’era un senso di freddo e di buio intorno a noi”.

Quel buio Berlusconi non lo ha mai sconfitto. Veniva dai suoi esordi negli affari. Era il suo rimorso. Ha provato a sconfiggerlo accumulando tutto, l’oro, il potere, le donne, i quadri, per poi finire in cenere nel Mausoleo che si è costruito, lasciandoci un’Italia che gli assomiglia, un danno che non passa.


Strade deserte e posti di blocco: Évian-les-Bains è blindata. Con la cena di lavoro dei leader inizia il G7 in Francia


Tre giorni di lavori, incontri bilaterali e sessioni dedicate alle principali crisi internazionali (in primis Iran e Ucraina) e alle sfide economiche globali

(ilfattoquotidiano.it) – Cittadine deserte, animate quasi unicamente dalle divise della gendarmerie, per l’occasione griffate con il logo del G7. Posti di blocco, lungo tutto il percorso che da Ginevra (aeroporto di arrivo per delegazioni e cronisti stranieri) conduce sulle rive del Lago Lemano. Évian-les-Bains è pronta ad accogliere i leader delle principali economie occidentali in un clima di massima sicurezza.

La località francese affacciata sul Lago è blindata per l’apertura del vertice del G7, mentre a Ginevra, a pochi chilometri dal confine e poco distante dalla sede dei lavori, sono annunciate manifestazioni di protesta. Temendo possibili scontri, nella città Svizzera molte vetrine dei negozi sono state coperte con barriere di legno. Il summit prende ufficialmente il via con una cena di lavoro in programma alle 19.30, intitolata “Affrontare insieme le grandi sfide internazionali”: all’Evian Resort arriveranno i capi di Stato e di governo dei Paesi membri del G7 insieme ai rispettivi consorti, accolti dal presidente francese.

Tre giorni di lavori, incontri bilaterali e sessioni dedicate alle principali crisi internazionali e alle sfide economiche globali: questo il programma del summit, in programma fino al 17 giugno sotto la presidenza francese di Emmanuel Macron. Martedì 16 giugno entrerà nel vivo il confronto politico. La mattinata si aprirà con una sessione di lavoro sulla sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa, seguita da una colazione di lavoro dedicata alle crisi e alla stabilità in Medio Oriente. Nel pomeriggio faranno il loro ingresso a Evian anche i rappresentanti dei cinque Paesi partner invitati dalla Francia (BrasileIndiaCorea del SudKenya ed Egitto) che parteciperanno alla sessione dedicata ai nuovi partenariati internazionali e al rilancio della solidarietà globale. La giornata si concluderà con il tradizionale appuntamento di rappresentanza: il pranzo di gala offerto da Macron e dalla première dame Brigitte in onore dei capi delegazione e dei loro consorti. Mercoledì 17 giugno sarà invece dedicato ai temi economici e tecnologici. I leader discuteranno delle misure per rilanciare una crescita economica “equilibrata, condivisa e sostenibile”, uno dei pilastri della presidenza francese del G7. A seguire, una colazione di lavoro vedrà al centro l’intelligenza artificiale e le condizioni per una sua diffusione “sicura, rapida ed efficace”. La chiusura del vertice è prevista nel primo pomeriggio. Alle 15, il presidente Macron terrà la conferenza stampa finale.

La speranza di molti è che questo G7 possa diventare quello della pace in Medio Oriente, con gli europei che già guardano allo sminamento dello Stretto di Hormuz come mano tesa a Donald Trump che sarà accolto con tutti gli onori dal presidente Macron, che in extremis ha strappato al tycoon l’impegno a una cena tutta franco-americana nei sontuosi saloni della Reggia di Versailles.

La morte di un gendarme che stava completando i lavori di messa in sicurezza di Evian e dintorni, cominciati oltre un anno fa, ha funestato la vigilia, le prove generali della “bolla” che racchiuderà e proteggerà i leader riuniti, dal loro arrivo all’aeroporto di Ginevra, fino alla permanenza blindata nel Resort dove si svolgerà il vertice. Sono 16.000 i poliziotti, gendarmi e militari schierati, con imbarcazionimotodronipolizia a cavallo e squadre cinofile. Emmanuelle Dubée, prefetto dell’Alta Savoia, ha parlato di schieramento eccezionale per far fronte “ai rischi di un contesto internazionale estremamente teso“, al “rischio terrorismo che resta alto in Francia” e a quello di “sabotaggio o cyberattacco”. Oltre a quello dell’ordine pubblico, che domani sarà messo alla prova dalle manifestazioni di dissenso previste a Ginevra. Si tratterà, per chi ha ancora negli occhi i gravi incidenti e i danni per le violenze durante il G8 di Evian del 2003, di far dimenticare quell’esperienza.

I leader saranno comunque protetti da ogni minaccia esterna nell’Hotel Royal, che già accolse i loro predecessori 23 anni fa, che fa parte del più vasto e blindatissimo Resort. Fortemente voluta da Macron, la cena di mercoledì sera con Trump sarà un omaggio della Francia ai 250 anni dell’Indipendenza americana, proprio in quella Reggia di Versailles considerata “luogo sacro all’amicizia franco-americana” perché proprio lì – ricorda l’Eliseo – “fu firmato nel 1783 il trattato che sanciva l’indipendenza degli Stati Uniti“. Dall’Eliseo trapela che Trump, prima di cena, visiterà la Reggia, in particolare il Salone degli Specchi. La serata sarà allietata da uno spettacolo di luci e fontane nel giardino, oltre che da fuochi d’artificio. Il giorno prima, martedì, a Evian, si potrebbe concretizzare l’altro momento attesissimo costruito pazientemente da Macron, l’incontro di Trump con Volodymyr Zelensky. I due parteciperanno ad una riunione di lavoro, mentre al momento non è confermato un bilaterale formale tra i due, in un clima che vede Macron alla ricerca di un’unanimità dei Volenterosi non sempre scontata. Trump incontrerà ad Evian anche il premier indiano Narendra Modi, e i leader di QatarEmirati arabi ed Egitto mentre non ci sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu.