Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Italiani, popolo di tartassati!


(di Giovanni Parente, Marco Mobili – il Sole 24 Ore) – C’è un modo particolarmente efficace per aumentare le tasse senza dare troppo nell’occhio: evitare di chiamarle tasse. Basta intervenire sul prezzo di un pacchetto di sigarette, aumentare il prelievo sul gioco d’azzardo o infilare nuovi oneri nella bolletta della luce e il conto ai cittadini è servito. Il risultato, infatti, non cambia: lo Stato incassa di più e il cittadino paga alla cassa o allo sportello.

Solo che in questi casi il conto arriva attraverso canali diversi da quelli tradizionali, senza passare necessariamente dalla busta paga o dalla dichiarazione dei redditi; o ancora senza ricevere una cartella esattoriale o doversi confrontare con una nuova aliquota, perché comunque sia il prelievo aggiuntivo scatta in automatico nel momento in cui si beneficia di un servizio, come quello della fornitura della luce, o nel momento in cui si paga, per l’acquisto di sigarette, svapatori o di azioni, o ancora per una giocata alle Slot.

Mettendo insieme solo queste voci si arriva in tutto il periodo di proiezione (a partire dal 2027 e a seguire con gli anni successivi, a seconda di quello in cui ciascuna misura produrrà gli effetti) a un totale di almeno 5 miliardi di euro. Un conto che potrebbe addirittura lievitare se le previsioni di incremento della Tobin tax si traducessero in realtà anche dopo il 2027, senza che si verifichi una riduzione della base imponibile di riferimento.

Facciamo un passo indietro. Il Ddl di Bilancio 2027 offre diversi esempi di questa fiscalità che chiameremo invisibile. […] Parliamo delle bollette elettriche. La manovra prevede che una parte degli aiuti alle imprese contro il caro energia sia finanziata ricorrendo agli oneri di sistema presenti in tutte o quasi le bollette.

La componente destinata al sostegno delle fonti rinnovabili dovrà garantire 2,6 miliardi di euro nel biennio 2029-2030: 1,4 miliardi nel primo anno e 1,2 miliardi nel secondo. Certo, la data è lontana ma resta il fatto che già oggi il Governo mette sul piatto un prelievo aggiuntivo che potrebbe arrivare anche fino 100 euro a utenza, Iva inclusa. Un balzello aggiuntivo che il cittadino paga con i consumi quotidiani, a cui certo non può rinunciare.

L’altra tassa che si paga direttamente alla cassa è quella sui tabacchi. La manovra anticipa al 1° luglio 2027 gli aumenti delle accise, che erano già programmati per il 2028. Per le sigarette significa un doppio rincaro nell’arco dello stesso anno: il primo a inizio anno, il secondo al 1° luglio.

Secondo le stime circolate, l’aumento complessivo potrebbe essere tra i 40 e i 50 centesimi a pacchetto. […] Un intervento che la relazione tecnica stima in risorse aggiuntive per circa 112 milioni.

Un ulteriore capitolo è quello del gioco d’azzardo. Nel mirino del governo sono finiti anche gli apparecchi da intrattenimento come le slot e le videolottery. Nell’aumentare il prelievo erariale unico (Preu) sulle giocate dal 24 al 25% per le slot e dall’8,6 al 9,6% per le videolottery, il Governo ha incrementato anche la singola puntata che è passata da uno a due euro, consentendo comunque una vincita più elevata da 100 a 200 euro.

La manovra conta di ricavare da queste modifiche oltre 1,1 miliardi nel prossimo triennio e una parte di queste risorse destinate a far quadrare i saldi di finanza pubblica arriveranno proprio dai consumatori con la loro giocata da 2 euro.

Di certo, invece, c’è che i risparmiatori si troveranno a fare i conti dal 2027 con un altro rialzo della Tobin tax sulle transazioni finanziarie. In questo caso «tax» c’è nel nome e quindi è un aumento di tasse “dichiarato”.

Si tratta del secondo aumento di fila di aliquote a distanza di un anno. Il Ddl di Bilancio prevede, dal 1° gennaio 2027, il raddoppio delle aliquote della Tobin Tax sui trasferimenti azionari: quella ordinaria, applicabile ai trasferimenti che non avvengono su mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione, sale dallo 0,4% allo 0,8%, mentre per le operazioni effettuate su tali mercati passa dallo 0,2% allo 0,4 per cento.

Resta ferma, per queste ultime, l’esenzione relativa alle azioni di società con capitalizzazione media inferiore a 500 milioni di euro. Raddoppia anche l’aliquota sulle negoziazioni ad alta frequenza, dallo 0,04% allo 0,08 per cento. L’impatto dell’aumento si può comprendere con un esempio: su un trasferimento azionario soggetto all’aliquota ordinaria (quindi fuori da mercati regolamentati), con il calcolo su una base imponibile di 10.000 euro, la Tobin tax passa dai 20 euro del 2025 ai 40 euro del 2026, fino a raggiungere gli 80 euro nel 2027.

Agli ulteriori incrementi di aliquota la relazione tecnica alla manovra delinea maggiori entrate per 1,38 miliardi di euro all’anno a partire dal 2027. Ma cosa succederebbe se la base imponibile dovesse “sgonfiarsi”, ossia si riducessero le transazioni soggette a Tobin tax? Per ora il 2026 ha registrato una corsa del gettito anche dopo l’aumento scattato a inizio anno: da gennaio a settembre le entrate hanno sfondato il miliardo di euro (+90,2% sul 2025). Anche in questo caso, la scommessa è aperta.


La guerra delle molestie di stato alla quale non crediamo


Non sembra nemmeno una violazione della pace: la guerra ibrida è la variazione gangsteristica dell’uso della forza nei rapporti tra le nazioni, la preparazione strisciante della perdita di sovranità e di libertà. Eppure non pensiamo ancora di affrontarla

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(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – La guerra ibrida ha qualcosa di grottesco, appare come la molestia che colpisce quelli che frignano, che riluttano a mettersi in guardia, che non credono nella possibilità della guerra dispiegata e tradizionale nemmeno quando la subiscono alle frontiere, dunque non praticano la dissuasione, la deterrenza, non danno retta agli allarmi nemmeno quando a formularli sono funzionari e politici seri, composti, non fanfaroni, e si espongono da ebeti alle piccole e grandi trame provocatorie che riguardano i tabelloni arrivi/partenze dei treni, i bancomat, gli allarmi sulle tratte aeree, i frigoriferi dei supermercati e occasionalmente – questo finalmente terrorizza ma non abbastanza da farti reagire – le catene del freddo per la conservazione del sangue. Sfugge al diritto internazionale cosiddetto, non ha diretti profili umanitari, non sembra nemmeno una violazione della pace, la guerra ibrida è la variazione gangsteristica dell’uso della forza nei rapporti tra le nazioni, è una pratica sporca per definizione che fa sembrare perfino pulita l’oscenità dell’azione blindata e del bombardamento aereo o via droni o di artiglieria.

La guerra tradizionale punisce, limita, ti fa prigioniero di una logica inesorabile di potere, terrorizza e umilia, imporrebbe un chiaro profilo alla strategia di difesa e contrattacco, riarmo, soldi per sistemi d’arma, cooperazione, politiche estere collegate, patti militari impermeabili all’offensiva del nemico, mentre la guerra ibrida intimidisce, ti mette in ginocchio, è la preparazione sorniona, strisciante della tua perdita di sovranità e di libertà, procede per strappi, colpisce le abitudini, le sicurezze del consumo e della mobilità e della cura quotidiana, cerca di tirare giù i meccanismi della finanza, degli investimenti, della certezza di funzionamento dei servizi essenziali alla condotta opulenta o comunque sicura e certificata degli apparati pubblici e privati sui quali si appoggia la famosa vita di tutti i giorni, l’ordinarietà. Eppure da veri ubriachi a questo uso sistematico della molestia tra stati, della manipolazione dei dati e dell’aggressione ai sistemi complessi che reggono il nostro mondo anche nei suoi aspetti di vita più semplici crediamo ancora meno di quanto non crediamo nella possibilità che l’ordine della pace fondato sull’equilibrio sia rotto dal disordine e dalla bestialità della guerra, nonostante quasi cinque anni di prova provata della possibilità di tutto questo in Ucraina, alla porte dell’Europa democratica, e nell’arteria del potere mondiale che è il medio oriente dopo l’infinita colpa nichilista del 7 ottobre 2023.

Non sono invidiabili la posizione di un Guido Crosetto, di un Boris Pistorius, dei comandi Nato, dei capi dei servizi, devono combattere attraverso la parola e la persuasione contro il peggior pregiudizio che ci sia, il pregiudizio della paura, l’inclinazione alla sottomissione, la voglia matta di scappare davanti alla realtà politica, a ciò che di minaccioso e inquietante sempre essa contiene. Abbiamo avuto l’esperienza del tremendo, che ha colpito generazioni del Novecento e per trasmissione ereditaria si è insinuata nel passaggio millenario al postmoderno, ora crediamo a tutto, anche all’intelligenza artificiale, e ci prepariamo a tutto ma non alla guerra di sempre e a quella di nuovo tipo, ibrida, la molestia di stato concepita per spaventare i pavidi che noi mettiamo stupidamente tra virgolette.


Autunno caldissimo, inverno rovente


Le ansie di Meloni per il novembre di scioperi. La “minaccia” di medici e poliziotti. Anche categorie “amiche” come le forze dell’ordine annunciano “mobilitazioni senza precedenti”. E pure il mondo della scuola si potrebbe fermare. La strategia del governo

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(di Luca Roberto – ilfoglio.it) – Da qui a fine novembre sono in calendario più di dieci scioperi (anche se ieri le sigle del personale di Italo hanno comunicato di aver cancellato la mobilitazione del 9 dopo la prescrizione della commissione competente). Il più partecipato dei quali, si presume, va da sé, sarà quello generale indetto dalla Cgil di Maurizio Landini contro la legge di Bilancio (ancor prima che fosse disvelata). In contemporanea allo sciopero generale convocato in tutta Italia dalle sigle studentesche. E a una mobilitazione dei Cobas. Si capisce allora perché Giorgia Meloni e il governo non si sentano affatto rasserenati dall’idea che altre mobilitazioni si possano aggiungere al già fitto cronoprogramma. Soprattutto vista la piega presa dai cortei e dalle manifestazioni nelle settimane passate. La maggiore apprensione, dalle parti di Palazzo Chigi, l’hanno ingenerata proprio le dichiarazioni dei rappresentanti delle forze dell’ordine. “Nessun impegno concreto, nessuna traccia delle risorse stimate e promesse per la previdenza dedicata. La lettura della bozza della legge di Stabilità rivela un quadro sconcertante per le donne e gli uomini in uniforme. Nonostante le ripetute rassicurazioni ufficiali, giunte sia attraverso annunci pubblici sia durante i tavoli negoziali da parte di ministri ed esponenti di spicco dell’esecutivo e della maggioranza, il governo ha tradito la parola data al personale della Polizia di stato e dell’intero comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico”, ha commentato nei giorni scorsi Felice Romano, segretario generale del Siulp, primo sindacato della Polizia per numero di iscritti. Anche per questo, ha aggiunto Romano, “se il governo manterrà questo atteggiamento di netta chiusura, il sindacato non esiterà ad avviare una stagione di protesta senza precedenti”. In sostanza: scioperi e mobilitazioni che porterebbero le forze dell’ordine a sfilare dall’altra parte rispetto all’usuale. Il Siulp, va detto, non è il riferimento diretto del centrodestra, è vicino alla Cisl e si ritene indipendente dalle forze politiche. Ma segnala un malumore che nelle ultime settimane si è mosso trasversalmente alla categoria. Anche per questa ragione Forza Italia e il vicepremier Antonio Tajani hanno provato da subito a cavalcarne la protesta, dicendo che “rimane da risolvere il problema della previdenza dedicata ai militari e alle forze dell’ordine. C’è un pacchetto di oltre 4 miliardi e dovrà essere individuato cosa si può fare. Ci saranno degli incontri già nei prossimi giorni del ministro Zangrillo con i rappresentanti sindacali, con le amministrazioni. Per Forza Italia questa è una priorità quindi durante il dibattito parlamentare faremo di tutto”. Lasciando intendere che anche il confronto parlamentare, convocando in audizione le sigle “scontente”, possa essere un modo se non altro per ascoltarle e in qualche modo prendere tempo rispetto all’indizione degli scioperi.

Ci sono però anche altre categorie pronte a dare seguito allo scontento sullo manovra. In primis i docenti e il personale della scuola, che hanno già in programma un sit-in organizzato da Cisl Scuola, a Roma, l’11 novembre, a cui aderiranno anche altre sigle. Al centro il taglio degli organici su cui anche il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara s’è detto contrario e disposto a trovare una soluzione. Anche loro saranno convocati in audizione in commissione Bilancio alla Camera, a partire da martedì prossimo. Così come ascolto si presterà alle rivendicazioni delle sigle dei medici e del personale sanitario, altra categoria che ha manifestato molti malumori dopo la presentazione della manovra. Anaao Assomed, una delle associazioni più rappresentative, ha infatti parlato di “doccia gelata” e ha manifestamente aperto a possibili “discese in piazza”. Un quadro non particolarmente entusiasmante per l’esecutivo. Che nel frattempo deve scontare pure la mobilitazione della Cisl (inizia oggi da Genova e si concluderà a dicembre a Roma), sempre più fredda nei confronti della maggioranza a cui continua a rimproverare una legge di Bilancio, per usare un eufemismo, tutt’altro che perfetta. Mentre una sigla come la Uil, nonostante le aperture al governo e la mancata adesione allo sciopero generale di Landini, si aspetta risposte concrete sulle pensioni. Dall’autunno caldo al novembre caldissimo.


Guardia Sanframondi, Rinascita Guardiese: “Accadde oggi … 8 novembre 2000”


L’associazione RINASCITA GUARDIESE continua la pubblicazione di documenti  inerenti la nostra storia per coltivare la memoria e … progettare il futuro partendo dal passato.

26 anni orsono il Sindaco Ceniccola chiedeva al Consiglio Comunale di approvare la deliberaconsiliare n. 77 avente ad oggetto: “Richiesta di adesione al Parco Regionale del Matese”.

Sala Comunale – Comune di Guardia Sanframondi

Fonoregistrazione del discorso pronunciato in data 8novembre 2000

“Cari Consiglieri,

nel prendere atto che i rappresentanti del gruppo “Per Guardia” hanno abbandonato l’aula per non essere coinvolti in questa decisione che, a loro parere, porterà solamente danni e sciagure alla nostra comunità, tralascio tutti i preliminari e mi limito semplicemente a leggervi un atto che è stato già  approvato dalla Giunta Regionale, in data 19 ottobre u.s. con il quale si è deciso di allocare risorse economiche per il recupero dei centri storici, in via prioritaria, nelle comunità ricadenti nell’Ente Parco. Penso che sia a voi tutti ben chiaro che cosa può significare  questa decisione per il nostro paese che deve, purtroppo, fare i conti con un centro storico in condizioni disastrose e per decenni completamente dimenticato dai nostri governanti per favorire gli amici e compagni interessati a vendere le nuove aree edificabili individuate con il Piano Regolatore Generale approvato agli inizi degli anni 80. E rimandiamo ad altra occasione una riflessione sul disastro edilizio creato da una edificazione selvaggia nelle cosiddette nuove aree di  espansione e sviluppo urbano. Come voi sapete, allo stato attuale il Parco del Mateseè rappresentato da 11 Comuni della provincia di Caserta e 5 Comuni che rientrano nella comunità Montana del Titerno, rappresentati da Cerreto Sannita, Cusano Mutri, Faicchio, Pietraroja e San Lorenzello. A voi tutti è ben chiaro, a differenza dei nostri oppositori, che cosa può significare l’adesione al Parco del Matese e quali benefici può dare alla nostra comunità. Già ho fatto riferimento alla delibera di indirizzo approvata dalla regione Campania. Per farla breve, permettetemi di ricordare che le caratteristiche geo-morfologiche del nostro territorio, che nell’analisi storica di Salomon, hanno rappresentato una barriera per gli scambi culturali e sociali, chiudendo il Sannio nell’isolamento, oggi nella moderna società della comunicazione sono la vera ricchezza per farlo uscire dall’arretratezza. I nostri monti in una moderna concezione dei parchi, come luoghi di valorizzazione delle risorse ambientali e paesaggistiche, non saranno più da ostacolo allo sviluppo e alla comunicazione ma possono diventare il vero volano di un nuovo sviluppo: quello basato su una comunicazione equilibrata tra l’uomo e l’uomo e tra esso e l’ambiente che lo circonda. Occorre, però,organizzare l’architettura del paesaggio chiamando al confronto anche i nostri cosiddetti “architetti del territorio”.Tanto nuovo lavoro si può creare. Per non parlare del turismo eno-gastronomico che di riflesso ne potrebbe nascere.Guardiamo dall’alto la nostra provincia, guardiamolo dall’altoil nostro Sannio non solo per cristallizzarlo bensì per coglierne tutte le potenzialità e le ricchezze che per essere valorizzatenecessitano di una classe dirigente “illuminata” che sappiaguardare più lontano della punta del proprio naso e della prossima campagna elettorale e sappia far valere a Napoli e a Roma le cento buone ragioni di questa nostra terra che ha tutte le carte in regola per ritagliarsi uno spazio, un ruolo in un mercato dove la domanda qualitativa è crescente ed  è sempre più esigente. Per tutte queste ragioni vi chiedo di approvare senza indugi questa deliberazione per far aderire anche Guardia Sanframondi al Parco del Matese, senza dare ascolto alle false argomentazioni dei nostri oppositori che si sono dati alla fuga per non essere coinvolti in questa che, aloro parere, è una “sciagurata decisone” che porterà solamente danni alla nostra comunità”.

P.S. Per dovere di cronaca, è necessario ricordare che quelli che oggi “battono le mani” per la costituzione del Parco Nazionale del Matese, 26 anni orsono si strappavano i capelli e si davano alla fuga per impedire al Sindaco Ceniccola di far entrare Guardia Sanframondi nel Parco Regionale del Matese ….

E’ difficile trovare le parole per definire questo modo di amministrare la cosa pubblica che ha reso Guardia Sanframondi il luogo delle occasioni perdute e un Comune Marginale, privo di futuro nel breve e lungo periodo.

RINASCITA GUARDIESE


Trump ordina indagini sui dem pronti a metterlo sotto inchiesta: “Devono finire in prigione”


Il presidente accusa gli avversari di “estorsione” per le minacce di impeachment e le iniziative contro i finanziatori repubblicani. Sullo sfondo lo scontro con il Congresso

Trump ordina indagini sui dem pronti a metterlo sotto inchiesta: “Devono finire in prigione”. La linea dura dell’era Miller

(ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump ordina al Dipartimento di Giustizia di indagare sui democratici, accusandoli di “estorsione ai massimi livelli” e invocando il carcere per gli avversari politici. È la risposta del presidente alle inchieste annunciate dall’opposizione dopo la conquista di entrambe le Camere del Congresso. “Trovatevi un avvocato”, aveva avvertito il deputato Robert Garcia, destinato alla guida della commissione di Vigilanza della Camera che si occupa dell’operato dell’amministrazione. Il primo, nuovo scontro dopo le elezioni di medio termine arriva alla Casa Bianca mentre inizia l’era di Stephen Miller, l’ideologo della linea dura sull’immigrazione appena promosso capo di gabinetto al posto di Susie Wiles.

“I democratici vanno in giro minacciando molte persone, tra cui il ministro della Giustizia e altri, prospettando l’impeachment e svariate altre forme di punizione”, scrive Trump sul suo social Truth. Sostiene che non esistano ragioni per procedere contro i suoi collaboratori e rilancia: “Sono questi estorsori a dover finire in prigione”. Poi l’annuncio: “Ordino al Dipartimento di Giustizia di indagare immediatamente su questo atto criminale”. Nel mirino di Trump finiscono anche le presunte minacce di sanzioni e reclusione ai finanziatori repubblicani. I democratici sarebbero intenzionati a utilizzare i poteri di controllo parlamentare conquistati alle elezioni per indagare sugli affari della famiglia Trump, le criptovalute, la gestione del caso Jeffrey Epstein e le operazioni dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione. Il leader democratico Hakeem Jeffries non ha escluso un nuovo impeachment, mentre la Casa Bianca respinge le accuse di illeciti e denuncia il rischio di indagini politicamente motivate.

La reazione di Trump coincide con la promozione di Miller, che ha assicurato al presidente la propria “fedeltà assoluta”. Una nomina criticata anche da ambienti repubblicani. “Una decisione orribile”, ha detto a Fox il deputato repubblicano Marlin Stutzman, spiegando che la sua stretta sui migranti è costata ai conservatori il voto dei latinos. E non è l’unico. “Ha danneggiato l’amministrazione e ha trasformato la politica sull’immigrazione che favoriva Donald Trump in una zavorra. Non piace a molti repubblicani”, ha spiegato l’ex deputato del Nebraska Don Bacon. A quanto pare, Miller non sarebbe interessato a compromessi con i democratici, pronti a chiedere documenti e testimonianze sull’attività dell’amministrazione.

Il cambio di passo, o forse semplicemente la conferma della linea trumpiana, potrebbe investire anche la libertà di stampa. Secondo la rivista di politica The Atlantic, Miller sarebbe favorevole all’arresto dei giornalisti che rifiutano di rivelare le proprie fonti governative nelle indagini penali sulle fughe di notizie relative alla sicurezza nazionale. Ipotesi alla quale si sarebbe invece opposta Wiles, che lo ha preceduto nell’incarico. Le stesse fonti citate dalla storica rivista spiegano la scelta di Trump con la volontà di mettersi accanto uno che “spacchi le teste” e “non lo freni”. Il Dipartimento di Giustizia ha smentito categoricamente la ricostruzione. Nelle stesse ore Trump ha offerto il ruolo di portavoce a Dana White, amico personale e presidente dell’organizzazione di arti marziali miste Ufc. Un annuncio attorno al quale circolano ricostruzioni tutte da verificare su un possibile scambio di persona con l’omonima ex responsabile della comunicazione del Pentagono. I cambiamenti potrebbero essere solo all’inizio. “Mi piace la mia squadra di governo, ma forse farò qualche cambiamento”, ha dichiarato Trump a 60 Minutes.


Midterm, Travaglio: “Ecco perché Trump ha perso”


L’intervento sul Nove. Il direttore del Fatto Quotidiano ad Accordi & Disaccordi: “Io credo che gli americani siano sempre gli americani, semplicemente si sono dimostrati più Maga di lui”

(ilfattoquotidiano.it) – “Io credo che Trump sia perfettamente conscio di quello che fa, per il suo arricchimento personale e per le sue mire politiche”. Così Marco Travaglio ad Accordi & Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi il sabato sera sul Nove, ha commentato la sconfitta di Trump alle elezioni di midterm e le voci su un peggioramento della salute mentale del presidente Usa.

Secondo il direttore del Fatto Quotidiano, gli elettori americani non avrebbero punito il tycoon per la corruzione, per il caso Epstein o per il suo atteggiamento autoritario. La ragione della sconfitta, secondo Travaglio, sarebbe da ricercare soprattutto nella guerra in Iran e nelle promesse tradite: “Secondo me l’hanno punito per la guerra in Iran. L’hanno punito perché l’ICE, cioè la polizia speciale che, per altro, non ha creato lui – l’ha creata Bush figlio, che adesso sta con i democratici -, e che lui ha peggiorato ulteriormente, anche se diciamo che era già abbastanza truculenta prima, e ha spaventato la gente che l’aveva votato”, ha continuato il giornalista. “E poi la questione dei data center, che deturpano il Paese e peggiorano la vita dei cittadini. E poi i latinos che lo avevano votato in maggioranza l’altra volta, i poveri l’avevano votato, il ceto medio che adesso rientra tra i poveri perché è scomparso, per la globalizzazione, per la fuga delle aziende, si sono sentiti traditi quando hanno visto il carrello della spesa, le bollette e soprattutto il pieno di benzina”.

“Se già stai male, vedi che uno sacrifica il tuo interesse di cittadino che l’ha votato per andare a fare una guerra che nessuno ha capito a che cosa serviva, che non ha nemmeno portato un cambio di regime, ove mai a qualcuno in America interessasse un cambio di regime in Iran. A stento sanno dov’è sulla cartina geografica. Io credo che gli americani siano sempre gli americani, semplicemente si sono dimostrati più Maga di lui”, ha concluso Marco Travaglio.


Alessandro Di Battista candidato: “Grande rispetto per lui”. Ma l’ipotesi agita il M5S


L’ipotesi di una corsa e le mosse dei 5 Stelle. Gubitosa: scende in campo? Siamo sereni

«Grande rispetto per Di Battista». Ma una  sua candidatura agita il M5S

(di Emanuele Buzzi – corriere.it) – «Si candida? Non si candida?»: la possibile presenza in lista alle prossime Politiche di Alessandro Di Battista agita il Movimento 5 Stelle. In questi ultimi giorni circolano con insistenza voci sull’eventualità di vedere l’ex deputato in prima linea in campagna elettorale con l’associazione Schierarsi.

Solo l’idea ha dato il la a una ridda di voci tra gli ex colleghi. «Sono contento, vuol dire che le sue condizioni di salute glielo permettono», commenta un parlamentare. Un altro, invece, pone la questione da un punto di vista più politico: «Deve essere un pungolo per noi una sua presenza». E spiega: «Dobbiamo prendere posizioni più radicali. Noi siamo nati per combattere le disuguaglianze e Di Battista incarna perfettamente questo spirito: deve essere la strada maestra anche per noi». A microfoni spenti c’è chi chiede se davvero l’ex deputato possa raggiungere la soglia di sbarramento e qualcuno domanda: «Che influssi potrà avere sulla corsa del Campo largo?».

Ma le preoccupazioni di una parte degli stellati sembrano non scuotere i vertici. Michele Gubitosa, vicepresidente stellato considerato tra i più vicini a Giuseppe Conte, dice: «Abbiamo grande rispetto per il percorso di Alessandro Di Battista e guardiamo con serenità a una sua eventuale discesa in campo». Nell’inner circle contiano sono sicuri che una sua eventuale presenza servirà per far convergere ancora di più l’attenzione mediatica su certe tematiche comuni. Insomma: nessun contrasto, ma solo una voce in più in chiave anti-Meloni.

Molti big di vecchia data, che hanno vissuto insieme all’ex membro del direttorio la prima stagione del M5S, dribblano le domande sul duello con Di Battista alle urne. Chiara Appendino, invece, rilancia: «Alessandro è un amico con cui ho condiviso, e continuo a condividere, molte battaglie e pensieri. Non conosco i suoi piani futuri, e sta a lui deciderli e comunicarli, ma io sono concentrata sul M5S. Oggi (ieri, ndr) ero di nuovo in piazza, dove ritengo che dobbiamo continuare a stare per ascoltare il malessere che monta nel Paese e dargli voce».

Intanto c’è chi studia i dati del sondaggio Ipsos commissionato da Schierarsi proprio per valutare la candidatura: «Di Battista ha forte presa al Sud, dove storicamente siamo forti». Timori e quesiti presto però avranno una risposta.


Quanto ci costa TikTok?


(di Michele Serra – repubblica.it) – Quali e quante attività quotidiane dovremmo ridurre, o rallentare, nel caso volessimo limitare (o fossimo costretti a farlo) la costruzione dei data center che alimentano la nostra vita digitale? A cosa dovremmo rinunciare in cambio di un minor consumo di suolo, di acqua e di energia?

Il problema è che non lo sappiamo. Non credo esistano studi attendibili in proposito. Qualcosa o qualcuno che ci prospetti, possibilmente da fonte neutrale, le conseguenze dei nostri consumi digitali. È come se lo sviluppo si fosse avviato lungo un percorso automatico, che prescinde dalle nostre scelte e dalla nostra consapevolezza. Tutto è avvenuto per suo conto, tanto è vero che la coscienza pubblica (e la sua ricaduta politica) di quanto sia energivora la nostra vita digitale è molto recente. Una tecnologia tascabile che ci appare leggera, impalpabile, quasi eterea, si serve di macchine gigantesche, e questo problema è diventato di dominio pubblico solo a cose fatte, o quasi fatte.

Il sistema digitale è andato conformandosi per suo conto, e per conto dell’oligarchia che lo possiede. Il risultato è che grandi masse di persone, a seconda del loro reddito e dell’andamento dei prezzi, possono decidere che cosa levare dal carrello della spesa, come risparmiare, come orientarsi in un mercato o in un discount. Ma la nostra dieta digitale, invece, è avvolta nel mistero.

Rinunciare a TikTok o ai sistemi informatici degli ospedali o degli aeroporti non è la stessa cosa. Ma quanto ci costa TikTok, quanto l’informatizzazione dei servizi essenziali, non è un dato “in chiaro” come il prezzo del latte o della frutta. Una delle grandi sfide della politica, da adesso in poi, è cercare di portare in chiaro, a disposizione di tutti, i costi del digitale.


L’Italia grande assente dal tavolo ucraino


Donald Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Il governo italiano è un’organizzazione non governativa? Mentre intorno a noi si comincia a negoziare dietro le quinte un nuovo assetto paneuropeo a partire dalla fine del conflitto in Ucraina, Roma risulta non pervenuta. Il “grande, bell’accordo” evocato due giorni fa da Donald Trump dopo aver ricevuto alla Casa Bianca l’inviato russo Kirill Dmitriev – in barba alla sanzione che gli vieterebbe l’ingresso negli Usa – non è per domani e forse nemmeno per dopodomani. Ma qualsiasi intesa che ponga fine al massacro in Ucraina comporterà uno spostamento di pesi, misure e gerarchie nel contesto europeo, con riflessi mondiali. E noi zitti a prenderne atto.

Si prepara un fragile dopoguerra nel quale ucraini ed europei si vedranno i posti assegnati da Trump e Putin, su pelosa licenza di Xi. Sempre che la guerra non si prolunghi fino alla disintegrazione totale dell’Ucraina o allo scontro totale fra Russia e frammenti di Nato senza America. Finale per tutti.

Come sempre quando si negozia davvero – cioè in (quasi) segreto – il campo di battaglia incrudelisce. I russi si accaniscono contro ciò che resta dell’Ucraina mentre Kiev risponde con quel che le resta dopo le limitazioni imposte da Washington alle sue capacità militari. Intanto vecchi e nuovi oligarchi o capi-milizia preparano la successione a Zelensky, che russi, americani e non solo considerano bruciato.

Qualche segnale sullo stato di avanzamento dell’accordo preannunciato da Trump, tanto più pericoloso perché ferito a morte, verrà dai prossimi incontri fra russi, ucraini e americani ad Abu Dhabi. Èevidente che gli assetti di potere in Europa non torneranno al 23 febbraio 2022. Lo scopo dell’invasione scatenata il giorno dopo da Putin non era solo riportare Kiev nella sua orbita imperiale ma riscrivere gli equilibri paneuropei d’accordo con gli americani e con il benestare dei cinesi. E noi? Finiremo come il soldato semplice Nemecsek dei Ragazzi della via Pál, l’unico senza gradi della sua banda, eroico campione di moralità che muore sacrificandosi per la causa?

Colpisce che il nostro presidente del Consiglio si alteri per lo stretto coordinamento del solito trio franco-britannico-tedesco, a parole indisponibile a farsi dettare i compiti da Trump, tantomeno di sottostare a Putin, salvo poi ritirarsi in disordine di fronte ai fatti compiuti. Qualche carta da giocare ce l’hanno, specialmente gli inglesi, antirussi per storia e vocazione. Londra è sempre l’attore occidentale più attivo nel sostegno militare, diplomatico e di intelligence all’Ucraina. Berlino è (stata?) la più decisa a dare per scontato un prossimo attacco russo alla Nato, anche per legittimare la riconversione militare della sua industria non solo meccanica in profonda crisi. Parigi sta provando a fare del suo arsenale nucleare il perno di uno schieramento antirusso che nasconde a stento il retropensiero antitedesco. Roma, direbbe Trump, semplicemente “non ha le carte”. L’impressione è che se anche ne avesse le nasconderebbe. Fosse mai diventassimo corresponsabili di noi stessi. Epperò l’Italia un posto a tavola all’altezza dei Tre lo pretende da sempre. Classico obiettivo “strategico” della nostra diplomazia. Ma l’etichetta esprime la sostanza. Se non abbiamo nulla da dire, perché dovrebbero invitarci? Si può guadagnare un ruolo solo se elaboriamo una linea per il dopoguerra, la perseguiamo nel tempo e stanziamo le risorse materiali e immateriali necessarie. Raro esempio di concretezza fu nel 1995 la decisione del ministro degli Esteri Susanna Agnelli di impedire ai caccia americani di usare le nostre basi se non ci avessero ammessi nel Gruppo di contatto sulla ex Jugoslavia. Dove infatti ci ammisero, ferma la nostra ostilità ad affermarvi qualcosa. Nella crisi ucraina non abbiamo un peso paragonabile, eppure nel marzo-aprile 2022 la Farnesina approntò una bozza di piano di pace che finì subito nel cassetto, quasi ci spaventasse l’idea di avere un’idea.

Oggi tutti trattano con russi e ucraini, che intanto trattano fra loro: dal papa al duo Finlandia-Norvegia, dai cinesi agli indiani, dai turchi ai brasiliani. E molti altri lavorano sottobanco. Aspettiamo che la storia ci serva un piatto avvelenato, cucinato da chi non ci considera nemmeno uno Stato? Parrebbe di sì. Forse è meglio che a tavola non ci facciamo vedere.


Tutti alla corte di LMDV, noi no!


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Leggo “Slurp slurp, tutti alla corte di Leonardino” (copy Dagospia) e penso con nostalgia a Umberto Pizzi, a quanto ci mancano i suoi ritratti della Roma cafona patinata e narcisa. Ma pure palpitante e sgomitante l’altra sera alla Gnam (Galleria nazionale d’Arte moderna) e poi scodinzolante con la scusa della presentazione del nuovo Quotidiano Nazionale. Con la libido di esserci, destra, centro e sinistra, di farsi vedere, c’era lui c’era lei, di baciare la pantofola all’acronimo barbuto LMDV slurp slurp gnam gnam. Sì, c’era anche il Catering largo ad omaggiare. Per Schlein e Conte più che altro comparsate di cortesia. Più uno svolazzante Angelo Bonelli, munito di Fedez, ma privo di Fratoianni, immaginiamo per scelta tormentata ma alla fin fine condivisa, come in certe coppie stagionate, provviste di qualche residua acidità (Vado o non vado? Dai vai che ti diverti. Ma è roba di destra. Si, ma quei giornali contano in campagna elettorale e poi lui è stato gentile a invitarci. Se proprio insisti faccio appena un salto, non aspettarmi per cena). […]

Quanto a noi, “il tortellone pieno di sé” (sempre l’impunito Dago), non potendoci avere come menù nel suo privato buffet editoriale, si è autoinvitato a casa nostra esibendo un 2% di Seif, caffè compreso. Per educazione non diremo, come in quel famoso film, che la sua infelicità (come azionista) sarà la nostra missione nella vita, ma insomma. Infatti, l’acronimo ereditiero ci ispira una divertita simpatia, soprattutto, come ha scritto su queste colonne Paola Zanca, per il suo esprimersi: “giusto il tempo di dare all’uditorio la sensazione che non sapesse di cosa stesse parlando”.

[…]

Ps. Caro Umberto, amavamo sommamente quei pacchiani assalti alla lasagna da te magistralmente immortalati. E sai perché? Pensavamo: meno male che nessuno ci ha invitati.


I cyberpirla


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] In attesa di scoprire se gli hacker che da mesi minacciano, destabilizzano o attaccano infrastrutture, voli, ministeri, enti pubblici, procure, forze dell’ordine, politici, imprese e giornalisti sono russi o filorussi mandati da Putin in vena di suicidio, oppure ucraini o nordici che si fingono russi per screditarli, oppure russi nemici di Putin e amici di Zelensky che si fingono amici di Putin per trascinarci in guerra contro di lui, una sola cosa è certa: l’Italia, anche nella cybersicurezza, è un colabrodo. Ieri, per dire, il Fatto ha rivelato ciò che il governo, la Polizia, i Servizi segreti e la mitica Acn – l’agenzia di cybersicurezza messa su da Draghi fra squilli di tromba e rulli di tamburo – sapevano o dovevano sapere da un paio di settimane. E cioè che sul dark web (la parte clandestina di Internet non indicizzata dai motori di ricerca tradizionali) gli hacker filorussi di “Noname” o qualcuno che si spaccia per loro hanno pubblicato e chiesto dati personali e familiari a pagamento su 18 personalità ritenute nemiche di Mosca. Quattro sono italiani: il ministro degli Esteri Tajani, il procuratore di Roma Lo Voi, il capo della Polizia postale Gabrielli e Paolo Tassan-Zanin, sindaco di Aviano (Pordenone) che ospita la base Usa. Gli altri sono il presidente di Eurojust, un pm di Francoforte, il capo della Polizia tedesca e alcuni cronisti investigativi europei. I loro profili, con tanto di curricula e dati pubblici, ma anche numeri di cellulari privati, email e perfino indirizzi di casa, sono tuttora online, facilmente accessibili. Vi aveva fatto un cenno il Giornale il 26 ottobre, ma da allora nessuno ha mosso un dito: è ancora tutto lì, a disposizione del dark-pubblico.

[…]

Crosetto parla di “guerra ibrida sotto soglia”, ma non è un passante che commenta le notizie al bar: dovrebbe tappare le falle, visto che il primo che passa ci perfora. Tajani si vanta di aver “creato dal 1° gennaio una Direzione Cyber alla Farnesina per proteggerci da incursioni informatiche di soggetti spesso collegati a entità statali ostili”, quindi “siamo operativi”. Mica tanto, visto quel che abbiamo scoperto un paio di giorni dopo di lui. La Meloni ne approfitta per spingere i folli piani di riarmo, raccontando che servono per la cybersicurezza: strano, perché lì taglia il 10% dei fondi, mentre le aziende che decuplicano gli utili sono quelle che fabbricano missili, droni, cacciabombardieri, tank e munizioni. Armi da guerra convenzionale, non ibrida. Che non richiede il 2 o il 5% del Pil. Anziché cybercarrozzoni in tutti i ministeri e gli uffici in aggiunta al baraccone dell’Acn, pieno di “amici e parenti di”, dove gli stipendi (fino a 700 mila euro l’anno) sono inversamente proporzionali all’efficienza, servirebbe un’unica struttura magari più snella, ma che funzioni. Con qualche hacker in più e qualche raccomandato in meno.


Noi, trumpiani per caso…


(Dott. Paolo Caruso) – La sconfitta del partito repubblicano e di Donald Trump alle elezioni di Midterm statunitensi di novembre 2026, ovvero di qualche giorno fa, ha aperto un acceso dibattito in Italia tra la maggioranza di governo e i partiti di opposizione. Mentre i partiti di opposizione e parte della stampa vedono nel voto una smentita politica della vicinanza tra l’esecutivo italiano e l’amministrazione Trump, i vertici del centrodestra rivendicano la continuità dei rapporti istituzionali con Washington e respingono l’etichetta di subalternità al movimento Maga.
Giorgia Meloni come un “alligatore” si immerge sotto le acque torbide della cialtroneria e scompare alla vista dei suoi “predatori”, i giornalisti liberi. Successivamente intervenendo a Fieracavalli a Verona il 6 novembre 2026, la Meloni eludendo la domanda diretta del suo recente trumpismo ha dichiarato di rispettare le scelte degli elettori americani e di essere contraria alle ingerenze negli affari elettorali di altri Paesi. Ha ribadito inoltre che le relazioni tra Roma e Washington restano solide indipendentemente da chi governa gli Stati Uniti. Tanto come evidenziato dai fatti il servilismo non conosce padrone. Ipocrisia e cialtroneria poi fanno il resto. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, “prima che il gallo cantasse tre volte”, ha preso le distanze dall’ etichetta trumpiana rinnegando di esserlo stato né Lui né la Meloni. “Il mondo MAGA non ci appartiene”. Dopo la batosta elettorale di Midterm anche i leader della destra europea pur essendogli vicini per affinità ideologica stanno marcando le distanze da Trump. Uno squallido mondo di ignavi ! Le Opposizioni attaccano “la Pontiera della Garbatella” di avere svenduto l’ Italia al Tycoon americano ricevendone l’ innalzamento dei dazi, il prezzo del gas quadruplicato, l’ obbligo d’acquisto delle armi americane, avendone pure assecondato i suoi folli progetti, e di averlo proposto addirittura per l’ Oscar della pace. Una vergogna infinita di cui la Caciottara dovrebbe farsi carico e chiedere scusa agli Italiani. Ma come se niente fosse, dall’ alto della loro ipocrisia, i Fratelli d’Italia a difesa del Dux sostengono la piena autonomia del governo ritenendo infondate le voci di subalternità della Premier al Tycoon e che le elezioni estere non debbano essere usate per trarre conclusioni affrettate sulla politica interna italiana. La variazione di Cartesiana memoria ” Dubito Ergo sum ” appare in questo caso sempre più realistica.


In piazza la rabbia dei poliziotti: “Anche noi beffati dal governo”


In manovra nessuna risorsa per la pensione dedicata, su cui Piantedosi si era impegnato. Agenti pronti ad abbassare gli scudi: “Garantiamo sicurezza, basta promesse disattese”

In piazza la rabbia dei poliziotti: "Anche noi beffati dal governo”

(di Alessandra Ziniti – repubblica.it) – Pronti ad abbassare gli scudi, a togliere caschi e divise. E a scendere in piazza. Questa volta non per fronteggiare o contenere chi manifesta contro il caro vita, ma per rivendicare il loro diritto ad una pensione dignitosa. «Saremo in piazza sicuramente per lo sciopero generale del 20 novembre», annuncia Pietro Colapietro, segretario generale del Silp Cigil.

Un nuovo sabato di cortei

Alla vigilia di un nuovo sabato di cortei che, da Torino a Bologna a Genova, porta con sè i timori di tensioni e scontri, esplode la protesta dei poliziotti italiani contro il governo. «Legge di stabilità, la grande beffa. Impegni totalmente disattesi, nessuna traccia delle risorse promesse.Stavolta nelle piazze manifesteranno i poliziotti.Sarà una stagione di proteste senza precedenti», promette il volantino del Siulp, il sindacato di polizia più rappresentativo che chiama a raccolta le forze dell’ordine deluse dall’assenza nella manovra delle norme e dei finanziamenti sulla previdenza dedicata su cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si era impegnato già l’anno scorso.

In chat la rivolta dei poliziotti

La rivolta dei poliziotti corre sulle chat: «Avrei voglia di togliere la divisa e manifestare insieme alla gente che sta vedendo il proprio lavoro andare a rotoli». E ancora: «Come posso ferrare un camionista che a causa del caro del gasolio non riesce più ad andare avanti?». «I giovani vanno in corteo perché non hanno futuro. E hanno ragione, qui stiamo tutti nella stessa barca». «La benzina la facciamo anche noi, la spesa la facciamo anche noi». E così a centinaia. Nessuna solidarietà con i violenti e con chi sfascia le vetrine e saccheggia ovviamente, ma con chi protesta perché non ce la fa più sì.

La beffa sulla pensione a 60 anni

«Sapete quanto prenderanno di pensione, a 60 anni, questi poliziotti che stanno in trincea, pronti a prendersi pietre, sputi, calci e pugni dalle frange violente dei cortei? Non più di 1200-1300 euro, il 65 per cento di stipendi da 2.000 con i quali già si fa fatica a campare», dice Felice Romano, segretario del Siulp.

Nella legge di stabilità le forze dell’ordine contavano di trovare ben altro: le norme che – così come era stato assicurato loro già nel 2025 al tavolo delle trattative con il governo – avrebbero previsto una previdenza dedicata al comparto in cui l’età pensionabile, fissata a 60 anni, legata al sistema contributivo dà una grossa sforbiciata alle pensioni che, con un pensionamento a 65 anni, salirebbero mediamente di 500 euro al mese.

Le assunzioni degli agenti ausiliari

E non è una questione di risorse. A fare inferocire il comparto sono i soldi che il governo ha invece trovato per le assunzioni degli ausiliari. «Sfruttamento e precariato di Stato – denuncia ancora il Siulp -si assumono agenti ausiliari con uno stipendio più basso di quello effettivo e solo per un anno. E poi li si manda a casa, costo 251 milioni di euro. Dunque i soldi c’erano, questione di priorità. Il governo ha scelto di non mettere in sicurezza chi la sicurezza la fa veramente».

Protesta a cui si associano sindacati militari e vigili del fuoco: «Il governo ci riceva, senza soluzioni scenderemo in piazza anche noi»


Sondaggi, il M5S spinge il campo largo al 45%: il centrodestra perde terreno


La nuova Supermedia YouTrend/AGI evidenzia la crescita del Movimento 5 Stelle, che guadagna un punto netto salendo al 13,1% e spinge il campo largo al 45,0%. Fratelli d’Italia resta solida al 27,9%, mentre si ferma il declino di Futuro Nazionale e il centrodestra scende al 42,5%.

(di Francesca Moriero – fanpage.it) – La fotografia scattata dall’aggiornamento del 5 novembre della Supermedia YouTrend per l’agenzia AGI descrive uno scenario parlamentare complessivamente consolidato, ma segnato da uno scossone rilevante nell’area delle opposizioni. Al netto di oscillazioni minime per gran parte degli schieramenti, a catalizzare l’attenzione è l’impennata del Movimento 5 Stelle, che guadagna un punto pieno rispetto alla rilevazione di due settimane fa. Un balzo che consente all’intero campo progressista di allargare il divario rispetto alla coalizione di maggioranza, mentre al vertice Fratelli d’Italia conferma una tenuta granitica e si arresta la parabola discendente di Futuro Nazionale, che trova un punto di equilibrio a ridosso della soglia del 7%.

M5S trascina le opposizioni, tiene FdI e si assesta Vannacci
Entrando nel merito dei singoli partiti, la variazione più marcata riguarda proprio il Movimento 5 Stelle, che compie un salto in avanti di un punto percentuale netto e raggiunge il 13,1%. Una crescita robusta che risente in modo decisivo dell’effetto traino di una rilevazione particolarmente favorevole targata Ipsos, senza la quale il dato pentastellato sarebbe rimasto in linea con i valori precedenti. Nel medesimo schieramento il Partito Democratico accusa una limatura quasi impercettibile di un decimo, posizionandosi al 20,2%, mentre Alleanza Verdi e Sinistra cede due decimali e si ferma al 6,3%. Chiudono il fronte progressista +Europa, che sale all’1,5%, e Italia Viva, in lieve calo al 2,3%.

Sul versante governativo, la vetta resta saldamente nelle mani di Fratelli d’Italia, perfettamente stabile al 27,9%.All’interno dell’alleanza di maggioranza si registrano movimenti contenuti ma divergenti: Forza Italia lascia sul campo tre decimi e scivola al 7,0%, mentre la Lega mette a segno un piccolo recupero salendo al 5,7% (+0,1%) e Noi Moderatiregistra l’1,0% (-0,1%). Nelle formazioni d’area conservatrice si interrompe intanto la fase critica di Futuro Nazionale: il movimento guidato da Roberto Vannacci guadagna un decimo e si attesta al 6,9%, fermando un’emorragia di consensi che proseguiva da settimane. Fuori dai due schieramenti maggiori, Azione flette leggermente al 3,2%.

Il confronto tra coalizioni e il distacco nel campo largo
La spinta impresso dal Movimento 5 Stelle si riflette direttamente sui rapporti di forza complessivi. Il campo largoprogressista compie un deciso passo in avanti guadagnando sette decimi, che portano l’alleanza a quota 45,0%. Una prestazione che allarga la forbice sul centrodestra, il quale nel suo perimetro tradizionale di governo arretra di quattro decimi e scende al 42,5%.

A completare il quadro dei raggruppamenti concorrono Futuro Nazionale, rilevato in solitaria al 6,9%, e l’area di Centro, che perde otto decimali collocandosi al 3,2%. Per questa tornata di rilevazioni non figurano invece le stime relative a Sud chiama Nord e ai LiberalDemocratici, escluse dal computo per insufficienza di basi statistiche. L’analisi odierna della Supermedia scaturisce dall’elaborazione ponderata dei dati raccolti tra il 22 ottobre e il 4 novembre da sei istituti demoscopici di primo piano: SWG, Only Numbers, Ipsos, Youtrend ed Eumetra.


Il Carroccio orientato al Sud!



(dagospia.com) – Alberto da Giussano si starà rivoltando nella tomba. Al di là del nuovo simbolo della Lega, presentato da Salvini lo scorso 25 ottobre, che vede lo spadone del cavaliere caro all’epica “lumbard” e sotto la dicitura, gigante, Federale, il Carroccio del fu “Truce del Papeete” resta fortemente orientato verso il Sud. Non basta sbianchettare la scritta “Salvini PREMIER” per far tornare la Lega a essere il partito nordista di Bossi e Maroni.

Per capire che l’attenzione per il Mezzogiorno di Salvini è sempre alta, basta guardare le nomine. Nella ghiotta spartizione degli incarichi, infatti, la partecipazione della componente pugliese all’ interno della Lega emerge netta, riuscendo a progredire senza particolari qualità, ma con forte determinazione verso i propri interessi.

Si è appena assistito al tentativo (non riuscito) di piazzare Trifone Altieri all’ANAC. Altieri, pugliese di Conversano, è l’ex portavoce, al ministero della Difesa, di Antonio Martino, ex deputato forzista convertito al leghismo salviniano in salsa “orecchiette e cime di rapa”.

Altro fulgido esempio è la spinta impressa da Salvini per la promozione del barese Gianpiero Strisciuglio, prima da amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana (gestore), poi da amministratore delegato di Trenitalia (operatore), fino al ruolo di massimo vertice dell’ intero gruppo Ferrovie dello Stato Italiane (nomina celebrata il 13 luglio 2026 in sostituzione di Stefano Donnarumma), nonostante l’indagine della Procura di Ivrea sul tragico incidente (4 morti bianche) di Brandizzo.

Nella stessa partecipata statale (Fs è 100% controllata dal Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti) c’è Giuseppe Inchingolo, come Vicedirettore Generale. Inchingolo, from Andria, è un altro fedelissimo di Salvini, che in pochi anni ha allargato incredibilmente la sua sfera di influenza.

Prima assommando la direzione comunicazione alla direzione affari istituzionali, poi ottenendo il ruolo di vice direttore generale del gruppo.

Prima di finire in Ferrovie, Inchingolo era un consulente di Salvini per la “propaganda” (la famosa “Bestia”), che con la sua piccola srl avrebbe contribuito al successo leghista dei bei tempi pre-Papeete.

Non finisce qui. Pare che il barese Gianpiero Strisciuglio abbia chiuso con il Ministro delle Infrastrutture e il senatore leghista Roberto Marti, rigorosamente pugliese anche lui, gli incastri delle ambite nomine delle partecipate delle FS.

In RFI andrebbero Manolo Cipolla (presidente di Cotral) come presidente, in quota FDI, e Dario Lo Bosco come AD, in quota Lega.

Fabio Massimo Saldini (indagato insieme ad Elisabetta Pellegrini dalla Procura della Repubblica di Belluno per il reato di turbata libertà di gara d’appalto per la realizzazione della cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina) andrebbe, in quota Lega, al timone di FS Engineering (hanno recentemente cambiato il nome di ITALFERR).

In Trenitalia si è celebrato un duello tra il pugliese (aridaje) Raffaele Fitto, Vicepresidente esecutivo della Commissione europea nonché testimone di nozze dell’Altieri nominato-con-dietrofront all’ ANAC, e il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.

Trasversale ed eternamente vincitrice, la corrente pugliese ha imposto il nome di Simone Gorini come Amministratore delegato e direttore generale di Trenitalia, relegando l’influenza del Ministro dell’ Agricoltura alla duplice riconferma di Sabrina De Filippis quale AD di Fs Logistic e del pugliese (n’altra volta) Matteo Colamussi come vertice di FS Sistemi Urbani.

“Quando l’anguria è rossa, tutti vogliono una fetta”. È l’unico proverbio pugliese che piace ai governatori del Nord, deliberatamente esclusi dalle influenze nella tornata delle nomine, che con spirito sarcastico e ad attenta distanza dai microfoni, continuano a ripetersi che se continua così Salvini, in stile Lino Banfi, arriverà a lasciarsi influenzare anche per spostare la sede storica della Lega da via Bellerio alla trafficata via Sparano di Bari…