FI, ‘NO A PRIMARIE A MILANO, SE LEGA VUOLE VADA DA SOLA’

(ANSA) – MILANO, 10 OTT – “Se dovessimo fare le primarie a Milano, è chiaro che a quel punto si fanno dappertutto. Non può essere un metodo a macchia di leopardo. Detto questo, se non si dovesse trovare la quadra e la Lega volesse correre da sola, si andrebbe un po’ a rifare il vecchio Polo della libertà che nel primo governo Albertini a Milano vinse anche senza la Lega. Non sarebbe una tragedia”. Così il segretario lombardo di Forza Italia, il deputato Alessandro Sorte, replicando a margine di un evento di partito a Milano alla proposta di Matteo Salvini di fare le primarie per Milano.
“Non tifo per questa soluzione, ma in via del tutto eccezionale, solo su Milano, non la troverei così drammatica” osserva Sorte. “Probabilmente – spiega il deputato azzurro – Forza Italia, in una condizione del genere, riuscirebbe ulteriormente a essere attrattiva per tutto un elettorato in fuoriuscita, scontento della giunta Sala”.
“Per noi – commenta Sorte – Matteo Perego è il candidato più forte, gli altri sono assolutamente rispettabili. Aggiungo che oggi noi abbiamo bisogno di prendere un elettorato che normalmente vota Terzo polo o Pd per vincere Milano. Con scelte troppo identitarie mi sembra molto complicato”. Nel caso di una giunta senza la Lega, Fratelli d’Italia appoggerebbe Perego? “È tutto nella mia risposta” conclude Sorte.
LEGA, ‘SPIACE PER PAROLE FI SU MILANO, NOI PER CENTRODESTRA UNITO’
(ANSA) – MILANO, 10 OTT – “Dispiace sinceramente leggere le dichiarazioni dell’amico Alessandro Sorte su possibili corse in solitaria a Milano o rievocazioni del passato che rischiano solo di fare il gioco della sinistra. Per la Lega il valore dell’unità del centrodestra non è negoziabile: la nostra coalizione vince, convince e governa bene quando si presenta compatta, determinata e con un progetto chiaro e condiviso per la città”. Lo dichiara in una nota Samuele Piscina, segretario provinciale della Lega a Milano e consigliere comunale, replicando al coordinatore lombardo di Forza Italia, Alessandro Sorte.
“Mentre i milanesi sono esasperati da 15 anni targati sinistra e Beppe Sala, segnati da fallimenti, degrado e insicurezza, il centrodestra non può permettersi divisioni, calcoli di parte o tentazioni solitarie. L’obiettivo primario deve essere liberare Milano dal centrosinistra, allargando e rafforzando la nostra coalizione, non frammentandola”, aggiunge Piscina.
“Proprio per questo motivo – prosegue – se al tavolo della coalizione c’è un momento di stallo e non si trova la quadra sul candidato ideale, non dobbiamo avere timore della democrazia: lasciamo scegliere direttamente ai milanesi attraverso le primarie. Coinvolgere i cittadini, aprirsi alla base e ridare voce a chi vive ogni giorno i quartieri e le periferie non deve spaventare nessuno, anzi, è il modo più forte e trasparente per incoronare un candidato vincente e creare entusiasmo attorno a una squadra unita. Chi ha paura del giudizio dei cittadini? Lavoriamo insieme per un centrodestra compatto e vincente, mettendo al centro Milano e il suo futuro”.
LA RUSSA, GUAI AL MURO CONTRO MURO, SINTESI PER MILANO CON O SENZA PRIMARIE
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Sarebbe sbagliato chiudere subito, come al solito il centrodestra troverà la sintesi con o senza primarie, non escludo niente, guai a fare muro contro muro, noi non abbiamo chiesto le primarie ma se un partito importante della coalizione, specie a Milano come la Lega le chiede non dico che bisogna farle, dico che non si può dire allora se ne va da solo, quello è sbagliato”. Così il presidente del Senato Ignazio La Russa interpellato a margine della Festa del Foglio a Firenze sulla presa di posizione di Forza Italia.
“Speriamo di vincere questa volta, io – ha sottolineato La Russa – sono molto fiducioso anche a Milano, è una strada in salita ma l’Italia ha una tradizione di scalatori da Coppi in poi che riescono a vincere anche in salita”. Gli avversari del centrosinistra “hanno da 15 anni la guida della città, l’hanno saputa abbastanza controllare, non governare. Quindi è una strada in salita ma in salita si vince bene”.

Il Lions Club Benevento Host esprime le più vive congratulazioni a Fausto Lamparelli per la nomina a Questore di Napoli, rivolgendo al dirigente della Polizia di Stato, originario di Benevento, i migliori auguri di buon lavoro per il nuovo e prestigioso incarico.
A formulare gli auguri sono la presidente Angela De Nisco, a nome di tutti i soci del Club, e Gianfranco Ucci, Primo Vice Governatore del Distretto Lions 108 Ya, che si uniscono nell’esprimere soddisfazione per un nuovo importante traguardo professionale raggiunto da un rappresentante del territorio sannita.
La nomina assume un significato particolare per il Lions Club Benevento Host, al quale Lamparelli è legato da un rapporto di stima e vicinanza che risale al 14 dicembre 2018, quando, durante la presidenza di Nicola Lauro, gli venne conferito il prestigioso Premio Arco d’Argento, riconoscimento assegnato dal Club alle personalità originarie del Sannio che, attraverso il proprio impegno e la propria attività professionale, contribuiscono a dare lustro e prestigio al territorio.
In quell’occasione, il riconoscimento fu attribuito a Lamparelli per gli importanti meriti acquisiti nella sua carriera investigativa e per l’impegno profuso nel contrasto alla criminalità organizzata, testimoniando l’attenzione del Lions Club Benevento Host verso le personalità sannite distintesi al servizio delle istituzioni e della collettività.
Nel corso della sua carriera, Lamparelli ha ricoperto incarichi di particolare responsabilità nella Polizia di Stato, dalla direzione di diverse Squadre Mobili, tra cui quella di Napoli, alla guida del Servizio Polizia Scientifica e del Servizio Centrale Operativo, fino agli incarichi di Questore di Perugia e Firenze.
Il ritorno a Napoli, questa volta alla guida della Questura, rappresenta un ulteriore e significativo passaggio di un percorso professionale caratterizzato dall’impegno nella tutela della legalità e della sicurezza dei cittadini.
La presidente Angela De Nisco, il Primo Vice Governatore Gianfranco Ucci e tutti i soci del Lions Club Benevento Host rinnovano a Fausto Lamparelli le più sincere congratulazioni, accompagnate dall’augurio di un proficuo lavoro al servizio della città di Napoli e delle istituzioni.
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Salvatore Esposito

Dalla rappresentanza delle nuove generazioni alla sfida di una politica sociale fondata su lavoro, libertà e opportunità: doppio riconoscimento per Fiorenza Ceniccola, selezionata da PoliticaMag tra i 60 Under 30 che stanno cambiando il Paese e premiata da Sondaggi BiDiMedia nell’ambito del Liberi Network Award, dedicato ai comunicatori politici emergenti.
Un riconoscimento che arriva per il secondo anno consecutivo e che valorizza un percorso politico e istituzionale caratterizzato dall’impegno sui territori e dall’attenzione ai temi che riguardano il futuro delle nuove generazioni.
Il Liberi Network Award, assegnato a una selezione di protagonisti dell’iniziativa 60 Under 30 di PoliticaMag, ha individuato in Ceniccola una figura capace di accendere i riflettori su questioni spesso trascurate dal dibattito pubblico, come lo spopolamento del Mezzogiorno, la fuga dei giovani e la coesione territoriale.
Un riconoscimento che si inserisce in un percorso che l’ha vista diventare la prima donna a ricoprire il ruolo di vicesindaco di Guardia Sanframondi, dopo essere stata l’unica donna eletta in Consiglio comunale, e assumere un incarico nella Segreteria Regionale di Forza Italia in Campania a 28 anni.
«Essere tra i 60 Under 30 che stanno cambiando il Paese per il secondo anno consecutivo è un riconoscimento che accolgo con gratitudine, ma soprattutto uno stimolo a proseguire il lavoro iniziato. Dopo sei anni all’estero, ho scelto di tornare in Italia e investire nel territorio in cui sono cresciuta, perché credo che la politica debba offrire alle persone non soltanto speranza, ma possibilità concrete di costruire qui il proprio futuro», dichiara Ceniccola.
Guardando ai prossimi anni, la sfida che indica è quella di consolidare una politica sociale di centrodestra che metta al centro la libertà delle persone, la dignità del lavoro e la capacità di creare opportunità durature.
«Non possiamo continuare a rispondere a problemi strutturali con politiche ad effetto. Se un giovane non trova lavoro, non può permettersi una casa e non riesce a costruire un progetto di vita, non basta introdurre un nuovo sussidio. Servono politiche capaci di creare occupazione, favorire le assunzioni, sostenere chi vuole fare impresa e lasciare a chi lavora un reddito adeguato a vivere con dignità».
Una visione che, secondo Ceniccola, deve tradursi in interventi concreti anche per il mondo agricolo e per i piccoli Comuni. Per gli agricoltori, sottolinea la necessità di rafforzare il potere contrattuale di chi produce, rendere più trasparente la formazione dei prezzi e garantire rapporti di filiera più equi. Per le aree interne, invece, occorre superare la logica degli interventi sporadici attraverso una strategia nazionale capace di integrare casa, lavoro, imprese, servizi, accesso al credito e infrastrutture.
«Il sostegno pubblico può essere fondamentale nelle situazioni di emergenza, ma non può diventare una risposta permanente a problemi che richiedono soluzioni strutturali. La vera politica sociale è quella che mette le persone nelle condizioni di essere autonome, lavorare, fare impresa e scegliere liberamente il proprio futuro».
Infine, il tema della rappresentanza delle nuove generazioni e delle donne nelle istituzioni: «Vedere più giovani e più donne nei luoghi decisionali non deve più rappresentare un’eccezione, ma diventare la normalità. Il cambiamento non va soltanto invocato, il senso più vero di questo premio è riconoscere che è già in corso e creare le condizioni perché possa continuare». Dal riconoscimento del percorso compiuto alla costruzione di nuove opportunità, il messaggio di Fiorenza Ceniccola è chiaro: il futuro del Paese si costruisce oggi, investendo sulle persone, sul lavoro e sui territori.

(Dott. Paolo Caruso) – Il “melonellum” premierato di fatto, parola di Giovanbattista Fazzolari, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, di indubbia fede meloniana. Infatti la Meloni che porta nel suo DNA l’ eredità politica di quello che fu il ventennio, fin dalla prima ora del suo mandato è ossessionata dai pieni poteri “da Capocrazia”. La Costituzione non glielo consente, perché è il Presidente della repubblica che ha il potere di nominare il Premier e a sua volta lo stesso Presidente deve essere eletto dal Parlamento, da almeno due terzi, ma essa forte dei sondaggi e gonfia delle sue ambizioni, vuole quel posto, che le è negato dalla Corte Costituzionale. Ha tuttavia trovato escamotage nella sua riforma, dove l’elettore deve dichiarare chi vuole al comando. Nostalgia del “Ventennio”? Tutto coopera al sospetto. La nostra “sana e robusta” Costituzione, approvata nel 1948 da tutti i Partiti dell’arco costituzionale, non fu avallata dalla fiamma di Almirante, il partito che ereditava, con i “distinguo” obbligati, l’idea del fascismo. Oggi la Meloni, epigone di quella ideologia, dà con trasformazioni apparenti, cittadinanza alla vecchia ideologia. Nell’ultimo Referendum “pro o contro” l’indipendenza della magistratura, gli Italiani hanno detto a chiare lettere a questo Governo, che “la Costituzione non si tocca”, perché è garanzia della nostra democrazia e della libertà. Il Primo Ministro, è chiamato non a comandare, ma a servire e garantire il bene degli Italiani, e soprattutto la libertà. Allora difendiamo la nostra Costituzione. Meditate gente meditate!
Subito una task force presso ciascuna municipalità per monitorare gli edifici

” Nell’ambito della municipalità collinare che comprende i quartieri del Vomero e dell’Arenella, dopo le prime piogge autunnali, tiene banco non solo il problema della caduta delle alberature stradali ma anche il fenomeno altrettanto preoccupante, per le possibile conseguenze sull’incolumità dei passanti, della caduta di calcinacci dalle facciate degli edifici ” . A intervenire, ancora una volta su una vicenda salita in più occasioni alla ribalta delle cronache è Gennaro Capodanno, ingegnere, presidente del Comitato Valori collinari.
” Stamani – afferma Capodanno – un tratto di marciapiede di via Enrico Alvino, nei pressi dell’incrocio con via Solimena, abitualmente particolarmente trafficato, anche per la presenza nei pressi di un edificio scolastico, è stato completamente transennato mentre a terra risultano ancora presenti alcuni calcinacci derivati dal distacco di pezzi d’intonaco dal fabbricato adiacente. Anche in questo caso si è sfiorata la tragedia. L’area è stata transennata in attesa delle necessarie attività di verifica e di messa in sicurezza “.
“ Oramai a Napoli, con eccessiva frequenza, si è costretti a registrare il crollo sulla strada di calcinacci derivanti dal cedimento d’intonaci dalle facciate degli edifici, per lo più dai cornicioni e dai sottobalconi – puntualizza Capodanno -. Per fortuna la maggior parte di questi crolli avvengono senza danni a persone o cose, ma, come testimoniano anche recenti fatti di cronaca, in qualche caso si è stati costretti a registrare anche la perdita di vite umane “.
“ La collina partenopea risulta particolarmente colpita da questi eventi, pure per la presenza di numerosi edifici, afflitti da evidenti carenze manutentive, a partire proprio dalle facciate prospicienti sulla pubblica – sottolinea Capodanno – Purtroppo, nel capoluogo partenopeo, negli ultimi tempi sembra manifestarsi una diffusa indisponibilità alla cura costante e continua delle parti comuni dei fabbricati, con il risultato che, quando s’interviene, anche perché costretti dai provvedimenti emessi delle autorità competenti, ai fini della sicurezza, lo si fa sovente con le sole opere provvisionali, tese ad eliminare nell’immediato il pericolo, rimandando poi, sine die, gli interventi definitivi “.
“ Per risolvere il problema in maniera organica e definitiva – propone ancora una volta Capodanno – occorrerebbe organizzare, presso ciascuna delle dieci municipalità cittadine, una vera e propria task force di tecnici con il compito di monitorare tutto il patrimonio edilizio pubblico e privato che si affaccia lungo le strade, descrivendo attraverso apposite schede lo stato nel quale si trovano i singoli edifici esaminati, e segnalando immediatamente quelle situazioni dove si manifestano problematiche che potrebbero incidere sulla sicurezza per gli immediati interventi del caso “.
Capodanno al riguardo rivolge un nuovo appello al sindaco di Napoli, Manfredi, affinché vengano messi in campo, in immediato, interventi mirati, riguardanti il patrimonio edilizio cittadino, atti a garantire la sicurezza delle persone, scongiurando così possibili danni a persone e a cose.

(Riccardo Chiaberge – dagospia.com) – Il 26 marzo 1933, dal suo esilio parigino, Joseph Roth scrive al collega Stefan Zweig, scrittore ebreo e austriaco come lui: «Il mondo è ancora più tetragono che nel 1914. Se si ferisce a morte ciò che è umano, l’uomo non reagisce più. Nel 1914 tutte le parti cercavano di spiegare la bestialità invocando ragioni e pretesti di carattere umano. Oggi invece alla bestialità si forniscono semplicemente giustificazioni bestiali, che sono ancora più raccapriccianti degli stessi atti di bestialità…Lei converrà con me che il 1933 si distingue dal 1914 nella stessa misura in cui una bestia malata del genere di Goering si differenzia da Guglielmo II, il quale era comunque rimasto ancora umano».
La lettera è pubblicata per esteso nel bel libro di Adelphi “Ombre folli”, che raccoglie la corrispondenza tra i due. Notare la data: Hitler è cancelliere da due mesi. La bestialità che si autogiustifica, con tutto il rispetto per le bestie, ha preso il potere a Berlino e si prepara a dilagare in Europa.
Roth vede nero, Zweig è più possibilista. Purtroppo ha ragione Roth. Sono cose di un secolo fa: Hitler non tornerà, come non tornerà Mussolini e nemmeno Stalin. Ma la bestialità è tra noi, più forte che mai. I dittatori del Novecento erano dei dilettanti, in confronto.
Oggi le armi di manipolazione sono cento, mille volte più potenti. Tiktok, Instagram, fake news, bot russi, guerra ibrida. Siamo nell’era della Bestialità Artificiale. Della tecnobestialità, o cyber-bestialità, chiamatela come volete. Bestialità ricorsiva e generativa, che si alimenta da sé. E fa tabula rasa dei “pretesti di carattere umano”.
Secondo voi, chi sono oggi i campioni del bestialismo globale, “the best” della bestialità? È una bella gara, e la shortlist la conosciamo tutti. Ma mi sembra che abbia ottime chance, per esempio, Pete Hegseth, segretario alla guerra di Trump. È sua l’idea di trasmettere in diretta tv la fucilazione del terrorista Nidal Hasan: roba che nemmeno gli Ayatollah di Teheran.
Un altro buon candidato è Flavio Bolsonaro, il figlio dell’ex-presidente golpista favorito nelle elezioni brasiliane, che progetta prigioni-lager modello El Salvador e ci vuole rinchiudere pure i ragazzini. Poi, come nei talent show, ci sono gli aspiranti bestialisti, tipo Giuseppe Cruciani, conduttore della Zanzara su Radio 24, che insieme a Mario Giordano di Retequattro ha concepito una “cruciale” (e davvero bestiale) proposta di legge anti-ladri, molto apprezzata dal vicepremier Matteo Salvini: “Se tu entri nella mia proprietà perdi ogni diritto. E io ho il diritto di reagire come cazzo mi pare”. Come fanno, appunto, le bestie.

(ANSA) – ROMA, 09 OTT – “Che io rispetti la sentenza del giudice è ovvio: mi sono sempre battuto per l’indipendenza della magistratura e battersi per un valore del genere non significa togliersi la maglietta quando non ti fa comodo per poi rimetterla all’occorrenza. Quindi ne prendiamo atto: è una decisione che ha abbracciato l’idea secondo cui il clamore mediatico può arrivare a far sostituire un conduttore con una redazione che ha subito delle pressioni e che, di conseguenza, non vi sia la prova che i dirigenti Rai abbiano subito un’influenza diretta da parte della politica. Accetto serenamente questa sentenza”. Lo dice all’ANSA Sigfrido Ranucci.
A margine dell’evento “Censura di Stato – A sostegno di Report e del giornalismo d’inchiesta”, organizzato da AntimafiaDuemila nel Teatro Italia di Roma, Ranucci risponde alla richiesta di un commento sulla decisione del Giudice del Lavoro di Roma, che ha rigettato il ricorso urgente presentato dal giornalista contro la decisione dell’azienda di rimuoverlo dalla guida del programma.
“Tutte le battaglie che ho fatto nella mia vita e che mi hanno portato a 247 querele, a una bomba, a essere sospeso e a subire la decurtazione dello stipendio, trovano compenso solo nell’affetto della gente. L’avete visto tutti: per me significa che ho fatto bene e questo mi basta”, aggiunge Ranucci.
RANUCCI, “IN ATTO FANGO ORCHESTRATO PER CANCELLARE REPORT”
(ANSA) – ROMA, 09 OTT – “Se qualcuno pensa che sia stato sostituito perché porto i jeans attillati, non ha capito. L’obiettivo era chiaro: cancellare la storia di Report. Gran parte dello ‘strepitus’ mediatico che ha messo in ginocchio la mia redazione ed è servito a motivare la sentenza di rigetto è una narrazione artefatta, guidata da precise regie politiche e mediatiche”.
Con queste parole Sigfrido Ranucci è intervenuto a Roma di fronte al bagno di folla, oltre mille persone dentro la sala, radunatosi al Teatro Italia per l’evento “Censura di Stato – A sostegno di Report e del giornalismo d’inchiesta”, organizzato da ANTIMAFIADuemila. Nel corso di un accorato intervento, il conduttore ha ripercorso la complessa vicenda giudiziaria e la valanga di attacchi subiti negli ultimi mesi, criticando duramente le motivazioni poste alla base della decisione della Rai e della pronuncia dei giudici sul rigetto del reintegro: “Rispetto la giustizia e il ruolo della magistratura, che per me in questo Paese è sacro, ma resta il fatto che la Rai ha motivato il mio mancato reintegro parlando di ‘clamore mediatico’ e di ‘ombre’ che avrebbero condizionato la redazione.
Ma quale clamore? Un fango fatto di oltre 3.500 articoli, dossieraggi, notizie false e persino immagini manipolate con l’intelligenza artificiale, costruiti ad arte da un gruppo di giornali e da piattaforme digitali vicine a settori politici”.
Ranucci ha poi rivelato dettagli sul ruolo delle fonti e delle pressioni politiche che avrebbero puntato a condizionare l’informazione di servizio pubblico: “Siamo stati accusati per mesi di essere condizionati da Lavitola, per poi scoprire che era Italo Bocchino, responsabile editoriale del quotidiano di Fratelli d’Italia, a inviare mail a Lavitola per tentare di condizionare Report. Nessun politico ha ripreso questa notizia. Ho messaggi di parlamentari e di colleghi giornalisti che ammettono chiaramente che non avrebbero mollato finché non mi avessero fatto fuori, per pagare il prezzo delle inchieste scomode che abbiamo realizzato”.
Ranucci ha infine richiamato l’attenzione sui pericoli che corrono la libertà di stampa e l’indipendenza dell’informazione nell’era dei social e della disinformazione globale: “Oggi l’informazione non serve più per informare, ma per ordinare e fare piazza pulita dei mediatori. Quando grandi multinazionali o poteri politici agiscono, gli unici in grado di fermarli sono i magistrati indipendenti e i giornalisti d’inchiesta. Per questo vanno combattuti entrambi. Ma io vi dico: difendete il prossimo Sigfrido Ranucci che nascerà, tutelatelo e non consentite a nessuno di rendervi infelici. La libertà di stampa è il pilastro della nostra democrazia”.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Il diversamente sensibile Pete Hegseth, ministro della Guerra di Trump, ha annunciato che il militare statunitense di origine palestinese condannato a morte per una strage di commilitoni sarà fucilato in streaming. Messo al muro in diretta sugli smartphone. Dalle nostre parti, propaggini decadenti dell’Impero neo-barbarico, succede ormai solo negli spot di Massimo Lopez. Gli unici Paesi al mondo dove la gente viene ancora fucilata sono la Corea di Kim e l’Afghanistan, tutti posticini altamente raccomandabili. Però, a onore del vero, soltanto Kabul diffonde le immagini dell’impresa. Mi sembrava di ricordare che l’esercito americano fosse andato a casa dei talebani per esportarvi i famosi valori dell’Occidente. Invece si direbbe che abbia finito per importare i loro.
Ancora non sappiamo se il macabro spettacolo di un uomo bendato davanti al plotone di esecuzione verrà gentilmente offerto da qualche sponsor, e se il signor ministro chiederà di proiettarlo nelle scuole per mostrare alla gioventù americana le meraviglie della legge del taglione. Di sicuro sarebbe troppo comodo attribuire al solo Hegseth la colpa di questo divorzio tra il senso di giustizia e le ultime particelle di umanità. Trump e la sua band sono la punta di un movimento d’opinione che sta raccogliendo proseliti anche in Italia e che, per paura di andare avanti, non fa altro che riportarci indietro. Sempre più indietro, fino all’età precristiana. Quando l’uomo, se nemico o traditore, valeva meno di niente.
FdI vuole rilanciare la vecchia battaglia per fare il pieno al sud. Pronti per il voto anche ad aprile. Salvini pressa le banche Il Colle e “l’uscita ordinata”

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – In attesa di portarli al voto, li porta a spasso. Solo una sinistra disarmante può credere che Meloni verrà fermata dalla Consulta e che Salvini e Tajani le impediranno di andare al voto presto, addirittura ad aprile. Primo, Mattarella (che ha promulgato il Melonellum) non ha intenzione di ostacolare il percorso, ma chiede soltanto “l’uscita ordinata”. Lo dicono gli amici del presidente e dicono anche che “se Meloni decide di andare alle urne, non si farà certo un governo tecnico. Non scherziamo”. Secondo. Si stanno preparando Meloni d’artificio. Riprendetevi una battaglia del 2025 accantonata. FdI intende ripresentare in legge di Bilancio la norma sul condono edilizio in Campania. Un’altra misura sarà la “Zes Italia” e c’è sempre Salvini che chiede, come Elsa Fornero, “i sacrifici” ma alle banche, l’esproprio volontario.
A Palazzo Chigi pensano che una seria discussione sulla data del voto si farà a gennaio. Pensano anche, ma lo pensa Salvini (dice ora che “non è mai stato amico di Putin”) che si vota “a scadenza naturale, in autunno 2027” e che le dieci grandi banche nazionali, assicurazioni, devono dare “cinque miliardi, di contributo straordinario, gioioso e volontario”. A parte Salvini, che sogna un’economia alla Bucharin, a parte questi trucchi di scena sulla data, anche la Lega è pronta a votare. Lunedì si terrà il federale, che dovrà stabilire il regolamento per il Congresso della Lega, quello straordinario, ma si sa già che Salvini ne uscirà, al solito, da segretario, e forse meglio di prima. Non si prevedono novità e neppure sfidanti, anzi. Salvini è certo che alle prossime politiche Luca Zaia tirerà la lista e che ci sarà anche Attilio Fontana. I 160 milioni delle accise mobili che Meloni tiene nel cassetto per i tempi più bui, serviranno nei prossimi mesi e tutti comprendono che serviranno per la campagna elettorale. Mercoledì, Meloni si presenterà al Senato e alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo e come sempre pranzerà con Mattarella. Sarà l’occasione per parlare di “uscita ordinata”, quell’uscita che, come ha raccontato Fazzolari a Salvatore Merlo sul Foglio, permetterebbe al prossimo governo di allestire, in serenità, una legge di Bilancio.
Si fa sempre più seria l’idea che si possa votare prima delle amministrative anche perché Vannacci si è sgonfiato. Ne sono convinti i Fratelli d’Italia che monitorano le sue bacheche e registrano gli insulti al generale. La sinistra è impreparata, avviluppata nelle sue primarie e quello che manca a Forza Italia e Lega può recuperarlo Meloni. Tajani dovrebbe incontrare, mentre si scrive, Marina Berlusconi, o ad Arcore o a casa della Cavaliera. Lo Zaia di Forza Italia può farlo invece Occhiuto anche come co-leader, mentre al sud c’è una formidabile possibilità di fare il pieno di preferenze. Si chiama condono, ed è quella norma pensata per sanare le cinquantacinquemila ordinanze di demolizione pendenti. Il provvedimento permetterebbe di riaprire i termini del 2003. L’anno scorso ci ha provato FdI con quattro emendamenti segnalati al Senato (ma anche nel Milleproroghe e Piano casa). L’operazione allora saltò. FdI ci riproverà quest’anno anche solo per mettere in contraddizione la sinistra in Campania. Il presidente di regione, Roberto Fico, potrebbe opporsi, non recepire la norma, ma avrebbe in ogni caso un effetto sul voto, nella regione cuore del M5s. La battaglia sul condono è una battaglia che porta avanti Edmondo Cirielli, il viceministro degli Esteri, che vanta oltre centomila preferenze, la figura che dovrà trascinare il partito. Il condono è la misura pensata per il sud, mentre al nord, Meloni vuole lanciare la “Zes Italia”, in passato immaginata per semplificare la burocrazia in aree disagiate e ora estesa, come chiedevano le associazioni industriali (che Meloni incontrerà lunedì a Milano insieme ad Attilio Fontana). Le richieste della Lega, oltre alla nuova politica economica di Salvini-Bucharin, sono quelle note. Si torna alle identitarie, che ha curato in questi anni Claudio Durigon: la flat tax, fino a centomila euro, e la libertà pensionistica, ma ragionata, di uscita a 64 anni. Ci sono poi le richieste di Forza Italia, un partito sempre più a quattro teste: Tajani, Occhiuto, Mulè, Zangrillo. Dice il ministro della Pubblica amministrazione, a Milano, a un evento di partito dal sapore gramsciano: “Bene la legge elettorale ma ora dobbiamo spiegare i veri motivi per cui mettere una croce sul simbolo di Forza Italia”. Occhiuto chiede un partito “ambizioso e sexy”.
Le rivendicazioni di FI, le elenca Maurizio Casasco, il responsabile Economia, che spiega al Foglio, e a Salvini: “Chiedere alle banche un contributo non fa altro che innervosire i mercati; chiedere alle banche un contributo (banche che hanno in pancia 450 miliardi di titoli di stato) serve solo a esasperare e pone un problema di credibilità. Alle banche va proposto un patto sociale, per consentire di destinare i loro ricavi in economia sociale”. Anche Forza Italia vuole da Giorgetti una flat tax incrementale, la detassazione della tredicesima e un cashback per le spese sanitarie. La praticabilità, per fortuna, è un problema di Giorgetti. Non sarebbe invece un problema (ma questa è legge elettorale) l’eventuale pronuncia della Corte. Almeno se parlate con i ministri di Meloni. La parte che il governo prevede possa essere modificata riguarda il premio al Senato, che non viene distribuito su base regionale. Al governo stanno cercando denari (che non hanno), tirando fuori le vecchie giacche nuove (bollo, condono). Immaginare di battere Meloni con la Corte, i ricorsi, e confidando nel soccorso di Mattarella fa tornare in mente Pinocchio che si fa portare a spasso dall’omino di burro.
Il premio Nobel è un giudizio scomodo per le cancellerie che tacciono su Gaza

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Inutile girarci intorno: il mondo d’oggi più che mai è una antologia di festosi baccanali di violenze torture persecuzioni bugie massacri, le canaglie abbondano “tous azimuts” (a 360 gradi, ndr), la guerra celebra i suoi fasti fino a sfiorare l’inconcepibile della Bomba. Tutto il patrimonio carismatico del Bene e del Diritto, che sarebbe in teoria affar nostro, di europei, appare nella sua più desolante e depressiva esiguità. In questo groviglio di vipere la soteriologia annuale e ritualistica del premio Nobel intitolato alla pace appare ben piccolo conforto. Spesso un omaggio alla bontà e alla rettitudine ma che, tristemente, opera per galvanismo.
Qui bisogna che ci fermiamo un momento. A contribuire alla sua troppo frequente irrilevanza pratica hanno dato mano anche gli stessi giudici con recenti e bizzarri svarioni. Perché questo Nobel è un atto politico; al contrario di quelli “neutri” assegnati per le materie scientifiche e per la letteratura (ma anche lì talora il rischio i giudici più audaci lo sanno correre, basta pensare a Solženicyn).

È soprattutto un atto politico quello assegnato ieri, 9 ottobre, alla giurista sudafricana Navi Pillay e come tale ha il diritto di esser giudicato. Perché il contrario della pace è la guerra che nei nostri tempi così scandalosamente si fa cronaca. La morale del premio istituito da Nobel è un atteggiamento di fronte al mondo, di fronte agli uomini, di fronte alla vita. È tutto contenuto in un semplice aforisma che è anche una rigida consegna: chi fa della vita umana un tesoro avaramente amministrato la uccide. Mi metto nei panni dei signori del comitato: dovrebbero immaginare le vittime, entrare per così dire nelle loro case distrutte, nelle celle della tortura, carpirne i bisogni e le speranza e il dolore, ascoltare le urla e il silenzio. Tutto questo è molto difficile. Premiare chi li difende val molto più di dodici milioni di corone svedesi e di un po’ di breve notorietà. Dovrebbe creare legittime e virtuose influenze, non chiacchiere; mobilitare, spezzare comodi silenzi e bugie, sollevare le coscienze alla rivolta contro i reprobi impennacchiati e la solita litania, Caino continua a uccidere Abele e così via. Perché premiare gli eroi della pace se quando c’è l’occasione non si ascoltano? Questo era il sacrosanto rimorso che mosse il signor Nobel. Lo so, lo so: siamo ai limiti della visione. In una epoca in cui prevalgono integralisti e fanatici per i quali la pace è un crimine, un sacrilegio, una apostasia.
Allora non è far torto alla vincitrice limitarsi all’essenziale della sua splendente biografia: figlia di un povero autista di bus, in gioventù avvocata-pasionaria in lotta con le burocratiche vergogne dell’apartheid, alla Corte penale internazionale giudice e poi presidente, che ha punito almeno alcuni, non tutti, i satanassi del genocidio ruandese; e ancora presidente della commissione indipendente delle Nazioni Unite che ha fulminato con lo stesso vocabolo, genocidio, la rappresaglia israeliana a Gaza dopo i massacri di Hamas il 7 di ottobre. Tutto questo parla da sé. La stessa Pillay immagino inviterebbe a fissar l’attenzione semmai su quello che la sua biografia più recente porta alla ribalta. Che non è il Ruanda del declinare del secolo scorso, ormai Storia e in parte memoria, o la Birmania dei generali di cui si occupa ora alla Corte internazionale. È Israele. Questo è un premio che certifica un esplicito atto di accusa contro il premier Netanyahu, il suo governo e quanto è stato fatto dall’esercito israeliano a Gaza dopo il 7 di ottobre. I giudici di Oslo hanno scavalcato le cautele abituali in cui pur celebrando il bene non si rischia di infastidire qualcuno spesso molto potente. Hanno messo la loro firma sotto la definizione di genocidio accanto a quello della commissione presieduta da Pillay. Questo è il punto: non la riverenza alla “necessità assoluta del diritto internazionale”, che sarebbe necessario se non fosse purtroppo un pio desiderio. Come dimostrano gli impotenti mandati di cattura emessi dalla Corte per alcune Eccellenze come appunto Netanyahu. Che continuano a sguazzare “ad libitum” nelle pagane idiolatrie della forza e del fatto compiuto.
È genocidio un triste vocabolo che a pronunciarlo brucia le labbra, soprattutto se applicato ai discendenti delle vittime dell’Olocausto. Pillay ha fatto cadere il tabù che è molto più che terminologico o giuridico. Per questo a Oslo la premiano; ma in Israele e negli Stati Uniti, da ieri con ancor maggior furia, molti la vorrebbero sottoporre a ostracismo e sanzioni per “antisemitismo”. I giurati del Nobel si sono sottoposti a un ben più serio repentaglio di quanto accade se encomiano organizzazioni umanitarie che si sforzano di lenire i dolori delle vittime. In cui irrompono il plauso dei fanatici di Hamas e i riferimenti a Goebbels di Israele. Altro che premio a Trump “il pacificatore” per cui peraltro si erano spesi alcuni volenterosi apostoli del servilismo. Tra i 287 candidati sono andati a spigolare in un labirinto di odio e di guerre e di ragioni incrociate che dura da ottanta anni. Ma portando in primo piano un principio che è davvero giuridico: che i governi, anche quelli che amministrano una memoria diversa e intangibile, non possono pretendere una indulgenza incondizionata, non devono esser giudicati per quello che sono ma per quello che fanno e che la loro condanna non implica la minaccia alla loro esistenza.
Un giudizio scomodo quello del Nobel anche per le cancellerie che su Gaza tacciono o si sono sveltamente sgravate la coscienza con ben modeste sanzioni. Imbarazzo di cui è esemplare l’ipocrita commento della sempre più mediocre presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ha ricordato l’apartheid e il Ruanda tra i meriti della premiata. Ma ha omesso scrupolosamente qualsiasi riferimento al giudizio su Israele.

(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Il processo per diffamazione è una trappola da cui per un giornalista è difficile uscire indenne, anche se ha svolto un lavoro egregio e ha raccontato la verità” (da “E io ti querelo” di Caterina Malavenda – Marsilio, 2025)
Se c’è un tema su cui tutti i giornali – grandi e piccoli; di destra, di centro e di sinistra – dovrebbero fare fronte comune, è quello delle cosiddette “liti temerarie”: cioè le querele per diffamazione, o le citazioni in giudizio civile, “consapevolmente infondate e pretestuose”. Vale a dire quelle azioni intimidatorie, intraprese per lo più da politici o potentati economici, contro la libertà di stampa. Una sorta di “bavaglio giudiziario” che mira a silenziare l’informazione, colpendo un giornalista nel tentativo di “educarne cento”. E con lui, coinvolgere anche il suo editore, chiamandolo a rispondere in solido.
L’Italia, secondo i dati raccolti a livello europeo, detiene la “maglia nera” per il maggior numero di querele temerarie e azioni legali abusive rivolte ai giornalisti, reporter e attivisti: 2,9 milioni di euro su scala nazionale (fonte: ministero della Giustizia). Non è disponibile un dato ufficiale sull’importo complessivo di queste richieste per il risarcimento dei danni, ma ammontano approssimativamente a qualche miliardo di euro. Una pesante e minacciosa “spada di Damocle”, dunque, sui bilanci delle imprese editoriali e sulle tasche degli stessi giornalisti, in particolare su quelli precari o “in nero” che non hanno una tutela contrattuale.
Bene ha fatto perciò l’Ordine dei giornalisti del Lazio, su iniziativa del presidente Guido D’Ubaldo, a organizzare recentemente a Roma un convegno su un tema così delicato. Tanto più che il 7 maggio scorso è scaduto il termine per recepire la Direttiva dell’Unione europea (2024/1069) denominata “anti Slapp”: sembra quasi una voce onomatopeica, per dire “schiaffo”, ma in realtà è un acronimo che in inglese sta per Strategic lawsuits against public participation. E proprio nel corso di questo incontro, sono emersi tutti i ritardi e le ambiguità per cui l’Italia non s’è ancora adeguata al provvedimento.
Il meccanismo europeo anti-Slapp prevede una serie di misure come archiviazione o rigetto anticipato della querela, quando questa risulta manifestamente infondata o pretestuosa; inversione dell’onere della prova, a carico di chi ha intentato la causa; garanzia finanziaria di una cauzione; copertura totale delle spese legali; sanzioni dissuasive pesanti in caso di soccombenza. Senza entrare qui nel merito degli aspetti più strettamente tecnici e giuridici, basterà dire che a giugno la Polonia ha approvato per prima una legge anti-Slapp e altrettanto ha fatto il Belgio. Seguiti poi da altri Paesi tra cui Romania, Malta, Spagna e Grecia. Sono 14, invece, quelli che non hanno ancora recepito la Direttiva, in primis il nostro, sebbene il 5 agosto lo schema di decreto legislativo approvato dal governo abbia ricevuto il parere favorevole delle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato.
Ecco, allora, un provvedimento che meriterebbe di essere menzionato nel programma di qualche partito, di maggioranza o di opposizione, in vista delle prossime elezioni politiche. O meglio ancora, fosse approvato magari all’unanimità ancor prima di andare alle urne. Qui non si tratta, infatti, di difendere gli interessi di questo o quel giornale, bensì di salvaguardare la libertà d’informazione in funzione dell’interesse generale. Questa non è una rivendicazione corporativa. Non punta solo a tutelare una categoria professionale particolarmente esposta, com’è quella dei giornalisti. Ma piuttosto a preservare il diritto dei cittadini di essere informati in modo trasparente e completo, anche sugli abusi o sulle violazioni di chi esercita poteri pubblici.

(Flavia Perina – lastampa.it) – Chiusa la partita per lo Stabilicum, Melonellum o comunque lo si voglia chiamare, l’Italia si trova in una posizione molto specifica rispetto al grande ciclo elettorale continentale, alle sue incertezze e ai diffusi timori di un’onda di protesta che potrebbe travolgere gli attuali assetti e lo stesso processo di integrazione dell’Unione.
La destra italiana è infatti la sola destra europea che dovrà affrontare questo passaggio da posizioni di governo, nella salvaguardia del fortino che ha conquistato cinque anni fa anziché nell’assalto al potere che impegna ogni altra destra continentale: sarà, in qualche modo, obbligata a giocare in difesa mentre tutti gli altri possono recitare il copione opposto.
In Francia, in Spagna, in Germania, le forze sovraniste e conservatrici si sentono alla vigilia di una scadenza fatale. Nei sondaggi hanno numeri importanti, vincenti, e vedono a un passo la frana degli establishment che le hanno sempre trattate da appestate, negando loro ogni rispetto e addirittura la legittimità democratica.
Rassemblement National, Afd, Vox, hanno improntato da un pezzo la loro campagna elettorale sul tema della spallata. I loro programmi promettono cambiamenti radicali nei rapporti con l’Europa, il rifiuto non solo dell’immigrazione illegale ma anche di quella regolare (la famosa remigrazione), l’abbandono dell’Ucraina al suo destino, l’appeasement con la Russia, il ritorno alle forniture energetiche di Mosca per affrontare la crisi dei carburanti. Ma, soprattutto, puntano sulla mobilitazione del “voto contro”, contro classi dirigenti raccontate come opache, truffaldine, suddite dei poteri forti, disinteressate ai problemi del popolo.
È lo stesso ruolo antagonista che la destra italiana ha esercitato in passato con successo, fino a scardinare le porte del Palazzo. Ma ora deve forzatamente cercare un’altra chiave, perché quel Palazzo lo occupa in prima persona, e da molto tempo.
Al contrario dei cugini europei, dovrà presidiare le posizioni conquistate e difendere lo status quo che ha gestito per un quinquennio: un impegno del tutto inusuale soprattutto per Fratelli d’Italia, che ha affrontato ogni precedente campagna elettorale in opposizione radicale a qualunque governo, compreso l’esecutivo tecnico di Mario Draghi al quale partecipavano i suoi partner.
Anche per questo, le immagini di Parigi e Madrid invase da folle turbolente, che in altri tempi sarebbero state buone notizie (Emmanuel Macron e Pedro Sanchez sono gli avversari di sempre) ora suscitano un po’di ansia. È una protesta “da sinistra”, certo, contro governi di imprinting liberale e progressista. Ma, se guardata insieme all’avanzata delle destre sovraniste in Germania e del Nord del Continente, genera una notevole incertezza. Ci si chiede: che tipo di vento soffia in Europa? Lo agitano i problemi specifici che raccontano le singole vicende nazionali, l’immigrazione e la crisi economica a Berlino, la casa e gli sfratti in Spagna, la scuola in Francia, o nel sottofondo c’è un più generico atto di sfiducia e rivolta nei confronti delle classi dirigenti, a prescindere dal loro colore?
È un interrogativo fondato, alimentato anche dalla repentina ascesa nei sondaggi di Roberto Vannacci, che di quella sfiducia e rivolta risulta l’interprete italiano. E se davvero l’agente del momento, quello che muove piazze e folle elettorali, fosse la ribellione agli establishment a prescindere dalla loro collocazione ideologica, vai a vedere come può finire.
Qui da noi, l’establishment non sono i pallidi popolari post-Merkel, la traballante sinistra post-Zapatero, i pericolanti liberisti macroniani. Da noi l’establishment è una destra che ha appena festeggiato una continuità da record al potere, nonché approvato una riforma che rende difficile ogni soluzione machiavellica per restarci. Al di là dei numeri fissati dai sondaggi, al di là della caotica situazione degli avversari, servirà un enorme sforzo politico e creativo per farcela.
il vero obiettivo della legge elettorale è stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Bisogna sempre lasciarli parlare, i Fratelli d’Italia. Prima o poi, gettano sempre la maschera. E sono sempre loro a rivelare chi sono, come ragionano, cosa vogliono. Era già successo alla vigilia del referendum sulla riforma della giustizia, quando il Guardasigilli Nordio disse a Elly Schlein che la separazione delle carriere tra giudici e pm “gioverebbe anche al Pd, perché nel momento in cui andasse al governo non subirebbe le invasioni di campo della magistratura”. Oggi la parte del fool scespiriano tocca a Giovanni Donzelli. È lui, il responsabile dell’organizzazione di FdI, a svelare al Parlamento e al Paese il vero obiettivo della nuova legge elettorale, in un misto di ingenuità e tracotanza: “Il centrodestra vuole stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più dagli italiani”. Eccolo, il senso profondo del Melonellum appena varato dalle Camere: il governo come puro “strumento del comando”, e non istituzione che insieme agli altri organi dello Stato concorre all’indirizzo politico definito dal Parlamento. Il voto come delega in bianco per la costruzione di una “verticale del potere” sovraordinata a tutti gli altri, non come espressione di una sovranità popolare e plurale. In parole più semplici: la trasformazione definitiva della democrazia rappresentativa in una capocrazia elettiva.
Tutto torna, nella parabola della destra italiana. Come sulla giustizia, anche sulle regole elettorali si corona il sogno di Berlusconi. Il Cavaliere nel 2005 il nome del premier lo voleva sulla scheda. Vent’anni dopo Meloni lo rende obbligatorio all’atto della presentazione del programma. La sostanza è la stessa: d’ora in poi, quando andremo alle urne, lo faremo non per scegliere un partito o una coalizione, ma per nominare un capo. E qui c’è la prima impostura di questo atto di forza: fallito il tentativo di imporre già dall’autunno 2022 “la madre di tutte le riforme”, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio, Meloni fa rientrare dalla finestra quel che non è riuscita a far passare dalla porta. E lo fa con una legge ordinaria, che cambia la “forma di governo” senza passare dalla via maestra della revisione costituzionale: una svolta presidenzialista, raggiunta con uno stratagemma normativo. Se lo denunci, i Fratelli d’Italia insorgono. Ma di nuovo, se li lasci parlare, confermano tutto. All’insegna della vecchia legge di Bogart: non contraddire mai un politico, prima o poi lo farà da solo. Infatti, è di nuovo Donzelli a dire che “oggi nasce la Terza Repubblica”. Ed è il plenipotenziario di Palazzo Chigi, Fazzolari, a ribadire che il Melonellum introduce “il premierato di fatto”. Questa è la verità: con tanti saluti al diritto.
Fa ridere, ma anche piangere, che costoro festeggino l’ennesima “porcata” accostandola a Costantino Mortati, il più importante giurista italiano del Ventesimo Secolo, e la intestino agli azzeccagarbugli del Ventunesimo, da Tatarella a Bossi. Si rivolta nella tomba, il padre costituente che già nel 1946 era ossessionato dalla necessità di dare forza ai governi, ma di darne ancora di più ai contrappesi, ipotizzando persino il ricorso sistematico ai referendum. E come lui si rivolta nella tomba un altro padre costituente, Piero Calamandrei, che in uno storico discorso del marzo 1947 disse “quando il Parlamento decide sulla Costituzione e sulle regole del gioco i banchi del governo devono restare vuoti”. È la seconda impostura, di metodo: il Melonellum passa a colpi di fiducia, a pochi mesi dalla fine della legislatura, in palese violazione dei principi della Commissione di Venezia. Un testo tarato sui sondaggi del momento e tagliato a misura dei bisogni di una maggioranza impegnata ad avvelenare i pozzi e a costruire trappole, utili solo a non far vincere l’opposizione, com’era già accaduto nel 2006 col Porcellum e nel 2016 con l’Italicum. E anche qui, a proposito di coerenza, si potrebbe ricordare l’ennesima Meloni d’annata e da combattimento: nel 2017, mentre stava passando il Rosatellum, bollava come “scandaloso” un voto di fiducia su una legge elettorale, si appellava a Mattarella e irrideva gli avversari che “non si fidano del voto dei loro, e poi vogliono il voto degli italiani”. Nove anni dopo la “sua” riforma elettorale, con buona pace di Calamandrei, passa con i banchi del governo stracolmi, mentre gli altri sono occupati solo da anime perse, militarizzate e sorvegliate dalle “vedette” di via della Scrofa. Scene che umiliano le Camere, e fanno degenerare la prassi del “votificio” già in corso da anni.
Poi ci sono le altre imposture, di merito. Il superpremio che trasforma una minoranza periclitante nell’urna in una maggioranza schiacciante in Parlamento, moltiplicando pochi voti in troppi seggi. I 105 parlamentari assegnati da chi prende il premio, di cui gli elettori ignoreranno persino la faccia. Le preferenze farlocche che, col meccanismo dei capilista bloccati, danno al cittadino l’illusione di poter votare il suo candidato, mentre gli sottraggono ancora una volta il diritto di scegliere, saldamente custodito dalle segreterie di partito. Le donne discriminate dalla prima donna premier, che abolita l’alternanza di genere ridurrà a un quarto la presenza femminile in Parlamento. Le firme-capestro per i partiti che si presentano per la prima volta. La “colonna infame” delle illegittimità è lunga, come dimostreranno i ricorsi che già da lunedì prossimo presenteranno i giuristi del gruppo “Democrazia e Costituzione”, Zaccaria e Grosso. Se ne occuperà la Consulta, ove mai riuscisse a farlo prima delle elezioni. La fulminea promulgazione della legge da parte di Mattarella – letta in sincrono con le garanzie temporali fornite dal presidente della Corte Amoroso – potrebbe contribuire allo scopo. Ma a questo punto — ferme restando le prerogative del Capo dello Stato, unico titolare del via libera allo scioglimento delle Camere — la miccia del voto anticipato è innescata: che sia aprile o maggio, poco importa.
Ora, al cospetto delle nefandezze della destra, brillano le manchevolezze della sinistra. All’opposizione non basta colorare l’emiciclo con i sacrosanti cartelli contro la legge truffa del 1953. Pari alla iattanza del Campo Hobbit sovranista, c’è solo l’inconcludenza del Campo Largo progressista. Pd, Cinque Stelle e Avs hanno perso un’occasione formidabile, la disfatta del governo al referendum del 22-23 marzo, per offrire agli italiani un’alternativa credibile e spendibile, qui ed ora. Avrebbero dovuto salire su quell’onda civica, per presentare prima dell’estate al Paese un programma essenziale, non le 271 pagine dell’Unione di Prodi ma due paginette, sei punti chiari e forti su fisco, sanità, scuola, salari, sicurezza e immigrazione, politica estera e Ucraina. E poi avrebbero dovuto indicare una road-map per la scelta del candidato premier, da fare in autunno. Cioè adesso. Una riunione plenaria, per concordare tutti insieme la persona più giusta. Oppure le primarie, aperte o di coalizione, online o ai gazebo, con ballottaggio o senza. Tutte le opzioni erano possibili. Bastava deciderle e annunciarle. Invece siamo qui, nel limbo, con alle spalle sei mesi sprecati tra pranzi carbonari e “campagne d’ascolto”, patrimoniali “a là carte” e ricette energetiche. E con Schlein e Conte in lotta continua su una leadership che, avanti così, non diventerà mai premiership.
Nel migliore dei mondi possibili, stabilita la “cosa”, il nodo del “chi” lo scioglierebbero insieme tutti gli alleati. Ma ormai questa strada maestra è sbarrata, dall’ambizione dei singoli e dalla divisione degli elettorati. L’unica via d’uscita sono le primarie. Ma se chi le organizza e chi vi concorre continua a viverle e a presentarle così, come un’ordalia fratricida che farà morti e feriti, la profezia si auto-avvererà, e le primarie saranno davvero un suicidio politico collettivo. Eppure, ci fu una stagione felice in cui furono una bella festa di popolo. Certo, era un’altra era geologica, si trattava di legittimare un Professore, il “papa straniero” arrivato dalla società civile. Ma sarebbe così difficile recuperare un po’ di quello spirito e di quel senso di responsabilità? Finora abbiamo sentito evocare solo tragedie. “Se alle primarie vince Schlein i 5S non la voteranno mai alle politiche”. Oppure: “Se alle primarie vince Conte il Pd si sfascia in mille pezzi”. Basta con questo gioco al massacro, signore e signori del centrosinistra. Non è questo il modo. E soprattutto non è questo il tempo. La prossima sfida elettorale segna il cambio d’epoca. L’unica ragione che può consentire alla capocrazia meloniana di perpetuare se stessa, conquistando anche il Quirinale tra due anni, siete solo voi.
Dalle esecuzioni capitali fino alle guerre: nella storia degli Stati Uniti tutto è individualismo, istinto predatorio, mancanza di società civilee fede nelle virtù taumaturgiche della competizione e del mercato

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Il nostro maggiore alleato, anche detto “la più grande democrazia dell’Occidente”, sta dando prova di meritare il credito che da 80 anni il resto della parte buona del pianeta gli accorda più che volentieri.
Chiariamo subito che Trump non è un alieno sceso sulla Casa Bianca con la sua navicella, ma che anzi può essere considerato il sintomo più eclatante della malattia americana giunta al suo stadio terminale. Trump è un catalizzatore del sadismo individualista che è diventato il marchio di fabbrica di ogni processo sociale che interessi il suolo e il popolo americano.
[…] La storia di Christa Pike, giustiziata in Tennessee per punire un omicidio da lei commesso 30 anni fa e sopravvissuta a due iniezioni letali di pentobarbital, è solo un capitolo allucinante dell’utopia negativa americana. Fin dall’infanzia, Christa Pike ha assorbito come un parafulmine tutte le iniquità possibili prodotte dalla sua patria, divisa nelle due caste dei ricchi (e ricchissimi) e dei dannati. Figlia di genitori alcolisti, vittima fin da bambina di abusi da parte del compagno della nonna e di altri uomini durante l’adolescenza, rinchiusa in un centro di rieducazione per aver tentato il suicidio, Christa (nome a sua volta atrocemente esatto) a 18 anni ha ucciso brutalmente una sua compagna di scuola insieme al suo fidanzato, che la scampò perché aveva 17 anni. Il suo avvocato d’ufficio non ritenne di raccontare la sua storia, che avrebbe potuto procurarle delle attenuanti. La sfortuna che ha contrassegnato la vita di Pike ha voluto che le iniezioni letali, fatte da solerti boia-agenti penitenziari, non da medici, non funzionassero, e che lei fosse portata in ospedale – una di quelle cliniche super-efficienti che vediamo nelle serie Tv, a cui hanno accesso solo gli assicurati – dove è stata tenuta in coma perché guarisse e fosse di nuovo pronta per l’esecuzione.
Forte di questa bella ed edificante vicenda, il ministro della Guerra, Pete Hegseth, ha appena annunciato che l’esecuzione per fucilazione del musulmano Nidal Hasan, lo psichiatra dell’esercito Usa che nel 2009 uccise 13 persone nella base militare di Fort Hood, sarà trasmessa in diretta streaming. Tutti gli americani perbene devono goderne. Hegseth è lo scimmione ariano che citò le Sacre Scritture, precisamente il libro di Ezechiele, ma nella versione rivista da Quentin Tarantino in Pulp Fiction. Veterano di guerra in Afghanistan e Iraq e poi star di Fox News, Hegseth ha un tatuaggio sul bicipite destro con scritto: Deus Vult, in latino “Dio lo vuole”; però non sa distinguere un testo biblico da un film. Deus Vult è un grido di battaglia associato alle Crociate: Dio voleva lo sterminio degli infedeli, dei musulmani; recentemente è stato ripreso dai movimenti suprematisti bianchi e neo-nazisti per evocare la “guerra santa” contro l’Islam, integrandosi nel simbolismo dell’alt-right. Il premier israeliano Netanyahu, non a caso, cita il Deuteronomio per giustificare il genocidio dei palestinesi, indicati come il popolo delle tenebre. Il suo governo di sadici messianici può sterminare gli infedeli o espellerli dalla loro terra per dare agli israeliani il loro “spazio vitale”, espressione nefasta che accompagnò crimini orribili perpetrati proprio contro gli antenati del popolo eletto. Il suprematismo biblico è l’anima del sionismo, ma anche degli eredi trumpisti del Ku Klux Klan, i migliori alleati di Israele.
[…]
Ai nostri benpensanti filo-americani piace credere che l’agente di questa degenerazione sia Trump, che aveva promesso di terminare le guerre in Ucraina e Medio Oriente e poi ha bombardato l’Iran insieme a Israele e minaccia la Groenlandia. Ma questo è falso: gli Usa, pacieri del mondo, non hanno fatto che portare morte e distruzione ovunque. J. F. Kennedy, Democratico: di fatto, fu l’iniziatore della Guerra del Vietnam, nonché il presidente della Baia dei Porci, il tentativo fallito di invadere la Cuba di Fidel Castro nel 1962. L. B. Johnson, Democratico: escalation della guerra in Vietnam e invasione della Repubblica Domenicana per rovesciare il governo socialista di Juan Bosch Gavino. Nixon, Repubblicano: bombardamenti a tappeto del Nord Vietnam, Cambogia e Laos. Carter, Democratico: benché non abbia iniziato guerre, quando l’Urss invase l’Afghanistan nel 1979 mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani. Reagan, Repubblicano: invasione di Grenada nel 1983 per impedire che un regime filo-marxista si affiancasse a quello cubano; bombardamento di Tripoli nel 1986 per colpire Gheddafi. George W. Bush, Repubblicano: Prima guerra del Golfo; invasione di Panama per rovesciare Manuel Noriega. Bill Clinton, Democratico: invio di truppe in Somalia; raid aerei contro i serbi di Bosnia per costringerli a trattare e invio di una “forza di pace” nei Balcani, a cui noi italiani abbiamo partecipato con solerzia; nel 1998, in risposta agli attentati di al Qaeda, bombardamenti in Afghanistan e Sudan; un anno dopo, col nostro aiuto, Guerra del Kosovo per rovesciare Milosevic. Obama, Democratico, Nobel per la Pace: oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan (più di un milione di morti civili), ha bombardato Yemen, Somalia e Pakistan. Secondo alcuni analisti, è stato il presidente Usa che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo. […]
“Il sogno americano è diventato un incubo”, leggiamo sui giornali filo-Nato. Ben svegliati. È lecito credere, invece, che il sogno americano sia sempre stato un incubo e che la sua forma attuale non sia che il risultato della sua naturale evoluzione. Gli americani, discendenti di esuli provenienti da Inghilterra, Spagna, Francia e Paesi Bassi tra XVII e XVIII secolo, camminano sulle ossa di 100 milioni di nativi americani, sterminati da guerre deliberate, epidemie e carestie perché i pionieri potessero guadagnarsi il loro posto al sole. Il sogno americano è individualismo, istinto predatorio, mancanza di società civile se non come consorteria di complici o clan, classismo, fede nelle virtù taumaturgiche della competizione e del mercato, privatizzazione di beni pubblici, rapace conquista dell’oro da parte di pochi soggetti “meritevoli”. È questo il tipo antropologico che ci fa da modello: lavorando sodo, adulando i superiori, rinunciando alla vita naturale a favore di un tempo di lavoro continuo che, grazie ai device digitali, ha invaso tutti gli ambiti della vita attiva, i vincenti riescono ad accaparrarsi la loro quota di fortuna a scapito dei sommersi. La vittoria di Trump è frutto dell’odio per i Dem e dell’alacre lavoro di lavaggio dei cervelli messo in atto dalle Tv e dai social in mano ai magnati detentori di immani ricchezze. È pura dialettica marxiana: il “diritto alla felicità” stabilito dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 porta dritto alla diretta streaming di una fucilazione. La società capitalistica non può che condurre alla psicosi sadica; l’accumulazione di ricchezza privata, mentre aumentano i mendicanti e i drogati di Fentanyl, non può che portare agli arsenali nei capanni e alle pistole vendute nei supermarket. La società Usa tritura i popoli nella più abietta povertà finché non ne rimane più niente di umano.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Mentre il capo del Pentagono Pete Hegseth (miles ingloriosus) introduce la fucilazione in pubblico – il pubblico immenso della rete – per maggior gloria degli Stati Uniti d’America, i radical chic scandinavi infliggono a Trump il peggiore degli oltraggi, dando il Nobel per la Pace non a lui, che lo pretendeva per misteriose falle della sua psiche, ma a una giudice internazionale, Navi Pillay, che dirige la Commissione di inchiesta dell’Onu su Gaza, e ha imputato Israele di genocidio.
Donald già progetta ritorsioni economiche (pensa solo ai soldi) contro la Corte Penale Internazionale, luogo di formazione di Pillay: odia tutto ciò che è sovranazionale – a cominciare dall’Onu – odia chiunque, persona o istituzione, valuti i diritti umani uguali ovunque. Navi Pillay si occupò dell’apartheid in Sudafrica (il suo paese), poi delle stragi in Ruanda. Da giurista, lo stesso criterio ha applicato a Gaza. Per questo la giuria del Nobel loda la sua “bussola morale”, per questo i governi suprematisti di Usa e Israele, che non hanno vaga idea dell’uguaglianza tra gli esseri umani, sono furibondi.
Vietato fare finta che non sia indispensabile prendere parte a questa disputa, che in questo momento divide il mondo in due. O si sta con chi crede nel superiore interesse della Nazione (la sua), o si sta con chi crede che esista, eccome, una inviolabile supremazia della persona umana. I suprematisti umani, pochi o tanti che siano, sono l’opposizione attiva ai suprematisti di razza, di Nazione, di religione. Bisogna darsi da fare, non tutto è perduto.
PS – È probabile che la giuria del Nobel non voglia premiare Trump soprattutto perché è terrorizzata dal discorso che costui pronuncerebbe nella cerimonia di consegna.