Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Dittatori buoni e cattivi


Trump o non Trump, noi europei facciamo le stesse cose degli americani. Ma nel loro interesse, a discapito del nostro.

Dittatori buoni e cattivi

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Diciamoci la verità. Nel primo anno del suo secondo mandato Donald Trump, con i suoi modi spicci e brutali, ha solo detto e fatto ciò che i suoi predecessori non dicevano, ma facevano, cercando di salvare almeno le apparenze.

Non è stato Trump a stilare la lista degli Stati canaglia, ma il repubblicano George W. Bush: Trump l’ha solamente aggiornata ai nuovi interessi degli Stati Uniti. Non è stato Trump ad invadere Cuba (Baia dei Porci, 1961) nel fallimentare tentativo di rovesciare Fidel Castro, ma il democratico John Fitzgerald Kennedy: Trump si è limitato ad emularlo con il blitz e il sequestro di Maduro in Venezuela e tornando, allo stesso tempo, a minacciare il governo de L’Avana. Non è stato Trump a fomentare la guerra in Ucraina, lucrando sull’Unione europea con la vendita di gas (al posto di quello russo di gran lunga più economico) e armi Usa, ma il democratico Joe Biden: Trump si è solo accordato con Putin, nel tentativo finora fallito di chiudere il conflitto, per continuare a svenare gli alleati-vassalli del Vecchio Continente con lo stesso gas e le stesse armi americane.

Quindi, a stupire non è tanto Trump, di cui oggi molti si dicono scandalizzati (vedi Macron) quando minaccia di prendersi la Groenlandia danese (quindi Ue) e alcuni (tipo Meloni) ne plaudono le gesta quando attacca il Venezuela (atto di legittima difesa) ma fischiettano se nel mirino mette un territorio Ue. Quanto piuttosto chi si stupisce dinanzi ad un copione che si ripete ininterrottamente dal secondo dopoguerra in poi. E’ la vecchia storia del dittatore buono e di quello cattivo ad uso e consumo degli interessi statunitensi a cui i Paesi Nato-Ue si allineano da sempre.

E’ successo in Iraq, in Afghanistan. Si è ripetuto con la Russia del ricercato internazionale Putin, messo da Biden sulla lavagna nella colonna dei cattivi, contro la quale l’Ue sta preparando il 20esimo pacchetto di sanzioni. Ma non con l’altro ricercato internazionale Netanyahu (zero sanzioni in due anni di genocidio), alleato degli Usa e quindi intoccabile in re ipsaIn fondo, Trump o non Trump, noi europei facciamo le stesse cose degli americani. Ma nel loro interesse e a discapito del nostro.


L’Iran è un grosso problema per Putin e Trump


IRAN: MOSCA, ‘ASSOLUTAMENTE INACCETTABILI’ MINACCE RAID MILITARI USA

(Adnkronos) – Mosca definisce “assolutamente inaccettabili le minacce di nuovi raid militari” americani contro l’Iran e “un ricatto” quelle di nuovi dazi.

In una nota, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha affermato: “Coloro che intendono usare disordini di origine straniera come pretesto per ripetere l’aggressione contro l’Iran commessa nel giugno 2025 devono essere consapevoli delle terribili conseguenze di tali azioni sulla situazione in Medio Oriente, nonché sulla sicurezza internazionale globale”.

IRAN: ONG, 734 MORTI ACCERTATI MA POTREBBERO ESSERE MIGLIAIA =

(AGI/AFP) – Parigi, 13 gen. – Almeno 734 manifestanti sono stati uccisi in Iran dall’inizio del movimento di protesta contro il governo. A riferirlo e’ stata l’Ong norvegese Iran Human Rights (Ihr), secondo cui il bilancio reale delle vittime potrebbe essere nell’ordine delle migliaia.  

Ihr “continua a ricevere segnalazioni di migliaia di morti in diverse citta’ e province dell’Iran”, ha dichiarato l’organizzazione. (AGI)Sab 18:08 13-01-2026

++ ‘Witkoff ha incontrato segretamente Pahlavi nel weekend’ ++

Secondo fonti di Axios (ANSA) – WASHINGTON, 13 GEN – L’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff ha incontrato segretamente nel fine settimana l’ex principe ereditario iraniano in esilio, Reza Pahlavi, per discutere delle proteste che infuriano in Iran, secondo un alto funzionario statunitense. Lo scrive Axios.

IRAN: INTELLIGENCE, SEQUESTRATO CARICO ‘ILLEGALE’ KIT STARLINK IN REGIONI CONFINE

(Adnkronos) – L’intelligence iraniana ha annunciato il sequestro di un ampio carico di kit per internet satellitare Starlink nelle regioni di confine, sostenendo che fosse destinato a “operazioni di spionaggio e sabotaggio” all’interno del Paese. Secondo quanto riportato da canali Telegram dei media statali, la spedizione sarebbe entrata “illegalmente da un Paese vicino”.

L’uso di Starlink è illegale in Iran, dove le autorità hanno tentato di disturbare i segnali tramite attività di “jamming”, sebbene alcuni iraniani siano comunque riusciti a utilizzare il servizio. Nel materiale sequestrato figurerebbero 100 ricevitori a lunga portata, 50 amplificatori di segnale Bts, 743 modem 5G di diverse marche e 799 telefoni cellulari di nuova generazione.

Un video diffuso insieme alla notizia mostra scatole di dispositivi elettronici, alcune delle quali recano il marchio Starlink: si tratterebbe del primo sequestro segnalato di apparecchi Starlink in Iran.

Intanto, il gruppo per i diritti digitali Filterban ha reso noto che l’abbonamento a Starlink in Iran sarebbe diventato gratuito, dopo che l’account NasNet, che promuove l’accesso al servizio nel Paese, ha affermato in un post su X che Starlink è ora disponibile gratuitamente a seguito di settimane di trattative con l’azienda e con funzionari statunitensi.

TAJANI CONVOCA L’AMBASCIATORE IRANIANO ALLA FARNESINA

(ANSA) – ROMA, 13 GEN – “Le donne e gli uomini dell’Iran si stanno battendo nelle strade, nelle piazze, pagando un altissimo prezzo di sangue, di sofferenze, di carcerazione e probabilmente di torture. Tutto questo è assolutamente inaccettabile”: lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

“Dialogo non significa accettazione passiva dello spettacolo di un regime che reprime con la violenza i suoi stessi cittadini. Ecco perché oggi ho fatto convocare al Ministero degli Esteri l’ambasciatore dell’Iran in Italia che sarà alla Farnesina alle 17.30”.


Groenlandia, il premier: “Non vogliamo far parte degli Usa, scegliamo la Danimarca”


E Frederiksen: «Il peggio deve ancora venire». Le dichiarazioni di Nielsen, premier della Groenlandia, e di Frederiksen, premier della Danimarca. Mercoledì l’incontro alla Casa Bianca tra Vance, Rubio e gli inviati di Copenaghen e Nuuk sul futuro dell’isola

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(corriere.it) – «Che sia chiara una cosa: la Groenlandia non vuole essere posseduta dagli Stati Uniti, la Groenlandia non vuole essere governata dagli Stati Uniti, la Groenlandia non vuole far parte degli Stati Uniti. La Groenlandia sceglie la Danimarca rispetto agli Stati Uniti. Scegliamo la Groenlandia che conosciamo oggi, che fa parte del Regno di Danimarca». Parola di Jens Frederik Nielsen, che dell’isola artica è il primo ministro e che oggi è intervenuto a Copenaghen in una conferenza stampa congiunta con l’omologa danese Mette Frederiksen. 

Frederiksen – che ha parlato di una «situazione difficile: non è stato facile sopportare una pressione del tutto inaccettabile da parte di uno dei nostri più stretti alleati di una vita, ma c’è da sospettare che il peggio sia ancora in arrivo» – ha invece lanciato un appello per una maggiore collaborazione tra alleati nella difesa del territorio che Donald Trump ha più volte detto di voler annettere «in un modo o nell’altro»: «Vogliamo rafforzare la cooperazione nella sicurezza nell’Artico con gli Usa, la Nato, l’Europa. È una responsabilità condivisa: l’Alleanza atlantica deve proteggere la Groenlandia come fa con ogni parte del suo territorio, e la garanzia collettiva è la difesa più forte contro minacce russe o cinesi nell’Artico». Le ha fatto eco, poco più tardi, il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte: «Stiamo compiendo i prossimi passi per la sicurezza dell’Artico. Nella Nato siamo tutti d’accordo: quando si tratta della protezione dell’Artico, dobbiamo lavorare insieme».  

In attesa delle discussioni in seno alla Nato, domani i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia saranno a Washington per incontrare alla Casa Bianca il vicepresidente Usa JD Vance e il segretario di Stato, e consigliere per la Sicurezza nazionale, Marco Rubio. Inizialmente solo Rubio avrebbe dovuto partecipare all’incontro, ma Vance – che lo scorso marzo volò in Groenlandia per visitare la base statunitense di Pituffik, l’unico avamposto militare americana sull’isola, suscitando accese polemiche – «ha voluto prendervi parte», ha spiegato il ministro degli Esteri di Copenaghen: «Abbiamo chiesto questo incontro – ha sottolineato Lars Lokke Rasmussen – per poterci sedere nella stessa stanza, guardarci negli occhi e parlarne faccia a faccia». 

Già nel 2019 Trump parlò per la prima volta dell’ipotesi che la Groenlandia diventasse il 51esimo Stato a stelle e strisce. Ma durante il suo secondo mandato, e in particolare nelle ultime settimane, è tornato sull’argomento più volte, giustificando le sue mire come «una questione di sicurezza nazionale» e aggiungendo che «per gli Stati Uniti possedere la Groenlandia avrebbe una importanza psicologica». 


Per la campagna elettorale del Sì, Meloni arruola Dettori, lo storico collaboratore di Grillo e Casaleggio


Carriere separate: l’ex guru grillino Dettori lavora al sì. Lo storico collaboratore di Grillo e Casaleggio approda al comitato per sì al referendum: sarà responsabile della campagna social e digital

(Ivan Righi – editorialedomani.it) – Giorgia Meloni arruola anche l’ex punta di diamante della comunicazione del Movimento 5 stelle per la campagna elettorale del Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Sta prendendo forma la macchina elettorale del comitato (FdI) in vista del voto. L’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti sarà portavoce del comitato. Ma la novità è l’arrivo in squadra di Pietro Dettori, già braccio destro di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. È stato per anni supervisore del blog delle Stelle. Ora al fianco di Meloni sarà responsabile della campagna digital e social del comitato per il Sì, in accoppiata con il meloniano Andrea Moi, responsabile comunicazione di FdI. Dettori è stato inoltre in passato consulente (ben pagato) dell’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Finendo proprio nel mirino dei parlamentari FdI. Ma i tempi cambiano.


Taxi, manifestazione a Montecitorio: petardi e cartelli contro Meloni


TAXI, HALLISSEY: AGGREDITI A MANIFESTAZIONE, LIBERIAMOCI DA LOBBY 

(9Colonne) Roma, 13 gen – “Abbiamo deciso di manifestare pacificamente insieme a Ivan Grieco contro lo sciopero nazionale taxi indetto dalla categoria oggi mostrando cartelli con scritto ‘basta lobby’ e con dei pos da offrire agli stessi tassisti.

È inconcepibile che una delle lobby più tutelata d’Italia protesti chiedendo ancora più privilegi, scagliandosi contro le multinazionali invece di prendere atto della sostanziale assenza di concorrenza e degli enormi disservizi provocati ai cittadini – per non parlare dei redditi dichiarati bassissimi.

La risposta è stata un’aggressione pesantissima da parte dei tassisti che hanno sfondato la piazza e tentato di superare le forze dell’ordine per raggiungerci tra sputi e calci. La dimostrazione ancora una volta che non possiamo continuare a tutelare questa lobby vergognosa ai danni dei cittadini”. Lo afferma Matteo Hallissey presidente di +Europa e Radicali.

TAXI, MANIFESTAZIONE A MONTECITORIO: PETARDI E CARTELLO CONTRO MELONI

(askanews) – La protesta dei tassisti, nel giorno dello sciopero nazionale, arriva davanti alla sede del Parlamento. Con esplosione di petardi, slogan contro la premier Meloni definita ‘l’americana’. E tensioni quando Matteo Hallisey, presidente di +Europa e dei Radicali italiani, è arrivato in piazza Montecitorio con un pos in mano contro la schiavitù della “lobby” dei taxi.

“‘Giorgia Meloni tu vuo’ fa l’americana ma sei nata in Italy. Dove paga le tasse Uber?”, uno dei cartelli della categoria da sempre importante bacino elettorale del centrodestra. La situazione appare sotto controllo ma resta tesa e la piazza davanti a palazzo Chigi è stata chiusa. “Le Iene uguale Mediaset. Forza Italia amici di banche e multinazionali “, si legge su un altro cartello. Hallissey ha denunciato di essere stato aggredito insieme a Ivan Grieco quando si sono avvicinati con Pos e cartelli ‘basta lobby’:

“È inconcepibile che una delle lobby più tutelata d’Italia protesti chiedendo ancora più privilegi, scagliandosi contro le multinazionali invece di prendere atto della sostanziale assenza di concorrenza e degli enormi disservizi provocati ai cittadini – per non parlare dei redditi dichiarati bassissimi. La risposta è stata un’aggressione pesantissima da parte dei tassisti che hanno sfondato la piazza e tentato di superare le forze dell’ordine per raggiungerci tra sputi e calci”.


Donald Trump su “Truth” promette un intervento in Iran


(Dal profilo Truth di Donald Trump) – Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE – PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate i nomi degli assassini e degli abusatori. Pagheranno un prezzo altissimo. Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l’insensata uccisione dei manifestanti NON cesserà. GLI AIUTI STANNO ARRIVANDO.

MIGA!!! PRESIDENTE DONALD J. TRUMP

TRUMP AI MANIFESTANTI IRANIANI, ‘CONTINUATE, L’AIUTO È IN ARRIVO’

(ANSA) – “Patrioti iraniani continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Salvate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani. L’aiuto è in arrivo”. Lo afferma Donald Trump su Truth.

CBS, ‘TRUMP INFORMATO SU OPZIONI PER IRAN. OGGI RIUNIONE ALLA CASA BIANCA’

(ANSA) – Donald Trump è stato informato su una vasta gamma di strumenti segreti e militari da utilizzare in Iran: lo riporta la Cbs citando due funzionari del Dipartimento della Difesa. Gli attacchi missilistici a lungo raggio rimangono un’opzione per un potenziale intervento statunitense, ma i funzionari del Pentagono hanno anche presentato operazioni informatiche e risposte psicologiche alla campagna.

Il team per la sicurezza nazionale di Trump dovrebbe tenere una riunione alla Casa Bianca martedì per discutere le opzioni per l’Iran, hanno riferito le fonti, ma non è chiaro se il presidente stesso sarà presente.


Ranucci, sempre al centro della tempesta


Ranucci, la campagna per il «no» al referendum e l’imbarazzo in Rai. Barbareschi si è lamentato in diretta accusando Ranucci di avvalersi di un consulente – il commercialista Bellavia – «che mi sta spiando da due anni». La richiesta di audizione del giornalista all’Antimafia

Da Bellavia alle stragi, il centrodestra attacca. È scontro su «Report»

(di Antonella Baccaro – corriere.it) – Certo, le polemiche non sono mancate. Ma in Rai la notizia della presenza di Sigfrido Ranucci, vicedirettore e conduttore di Report , sul palco romano da cui, sabato scorso, è stato presentato un Comitato referendario per il No alla riforma della giustizia, è stata presa con un surplace singolare, dati i rapporti tesi tra l’azienda e il giornalista. In via Asiago, dove si muove la dirigenza, si lascia intendere che non si può vietare a nessuno in Rai di esprimere «a titolo personale» la propria opinione, sulla politica o su un referendum. Certo, si osserva, quando si tratta di dirigenti, come Ranucci, «occorre chiedere un’autorizzazione per parlare in un convegno o moderarlo». E dunque, se Ranucci non l’avesse chiesta, questo sarebbe un addebito formulabile nei suoi confronti. Con conseguenze che difficilmente potrebbero arrivare a una sospensione o peggio.

Esposto del senatore Gasparri alla Procura di Milano

Una linea che qualcuno fa discendere dall’imbarazzo di chi sa che i precedenti in azienda esistono, targati centrodestra. Come l’intemerata del direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini sul palco di FdI, Atreju, dove parlò da militante. E la più recente disinvoltura con cui Gennaro Sangiuliano ha iniziato la campagna elettorale nelle Regionali campane per FdI, prima di andare in aspettativa. A non abbassare la guardia c’è il senatore azzurro Maurizio Gasparri. Che, dopo aver chiesto la sospensione del collaboratore di Report, Gian Gaetano Bellavia, il commercialista cui è stata sottratta parte delle consulenze da lui fornite alle Procure, ieri ha inviato un esposto alla Procura di Milano perché apra un’inchiesta. Domenica sera Bellavia è apparso nell’anticipazione di Report di un prossimo servizio. A nulla è valsa la moral suasion di Corsini perché non andasse in onda, che il cdr Approfondimento e l’Usigrai hanno letto come tentativo di censura.

FI: l’audizione di Ranucci e Bellavia in commissione Antimafia

Ed è polemica anche nel «condominio» di RaiTre. Luca Barbareschi ha accusato Ranucci di non aver passato il testimone alla sua trasmissione, in onda dopo Report, limitandosi a dire: «L’offerta di RaiTre continua». Barbareschi si è lamentato in diretta, accusando Ranucci di avvalersi di un consulente (Bellavia, ndr) «che mi sta spiando da due anni». Il riferimento è a un dossier che, secondo indiscrezioni giornalistiche, Bellavia avrebbe curato su di lui. «Per questo verrà querelato — ha detto l’attore —. Io non spio voi, ma almeno ricordatevi il nome». Un attacco per Ranucci «indegno»: «A Barbareschi Report fa comodo per il traino». In sua difesa ieri si sono spesi i consiglieri di amministrazione Alessandro Di Majo, Davide di Pietro e Roberto Natale. Infine oggi, in commissione Antimafia, FI è intenzionata a chiedere l’audizione di Ranucci e Bellavia. Ad avanzare l’istanza sarà il vicepresidente azzurro della commissione Mauro D’Attis, mentre nei giorni scorsi anche Gasparri aveva annunciato: «Porteremo il caso Bellavia in Antimafia, affinché, si apra o non si apra il fascicolo, la vicenda abbia una soluzione».


Sopravvivere è un fatto geografico


Un Paese spaccato in due nella fotografia di Agenas: in Veneto sette pazienti su dieci ricevono l’angioplastica salvavita in tempo. In Sardegna soltanto tre su dieci

(Linda Di Benedetto – lespresso.it) – Hanno tutti lo stesso infarto, ma non tutti hanno la stessa possibilità di sopravvivere. In Veneto, sette pazienti su dieci ricevono l’angioplastica salvavita in tempo. In Sardegna solo tre su dieci. La differenza non è clinica: è geografica. È quanto emerge dall’edizione 2025 del Programma nazionale esiti (Pne) di Agenas, che ha fotografato un Paese spaccato in due, dove l’accesso alle cure d’emergenza varia in modo drammatico da regione a regione.Secondo i dati del 2024, in Italia solo il 63 per cento dei pazienti colpiti da infarto Stemi riesce a ricevere un’angioplastica entro 90 minuti dall’arrivo in ospedale o nella struttura di riferimento. È un dato che supera di poco la soglia minima fissata dal Dm 70/2015, che indica nel 60 per cento il livello da garantire, ma che fotografa comunque un sistema che viaggia appena sopra lo standard di sicurezza.A preoccupare, però, sono soprattutto le forti disuguaglianze territoriali. In diverse aree del Paese – Friuli-Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, Molise, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia e Sardegna – la percentuale di pazienti trattati nei tempi corretti scende sotto il 40 per cento. Numeri che certificano il mancato funzionamento della rete dell’emergenza, che dovrebbe garantire le stesse possibilità di sopravvivenza indipendentemente dal luogo in cui si vive.

All’opposto, molte regioni hanno superato nel 2024 la soglia del 60 per cento e quelle che raggiungono e superano il 70 si concentrano prevalentemente nel Centro-Nord, confermando un divario ormai strutturale.Le ragioni di questa profonda disomogeneità sono molteplici. C’è innanzitutto la conformazione del territorio: nelle aree interne e insulari le distanze diventano un fattore decisivo e spesso fatale, allungando i tempi di accesso ai centri hub dotati di emodinamica attiva 24 ore su 24, sette giorni su sette.Ma la geografia da sola non basta a spiegare il divario. Il nodo centrale resta la debolezza del coordinamento operativo tra il 118, gli ospedali periferici spoke e i centri specializzati. Un sistema che sulla carta dovrebbe funzionare come una rete continua e integrata, ma che nella pratica procede per compartimenti stagni.Inoltre, a rendere il quadro ancora più critico contribuisce la cronica carenza di personale qualificato, che colpisce in particolare i servizi di emergenza e gli ospedali di provincia, indebolendo ulteriormente la capacità del sistema di rispondere in modo rapido ed efficace.Ma oltre ai limiti oggettivi, emerge una responsabilità politica diretta: la mancanza di investimenti strutturali nel rafforzamento delle reti di emergenza, diventata ancora più evidente durante il governo di centrodestra.Nel Lazio, ad esempio, pur avendo raggiunto nel 2024 il 65 per cento – in miglioramento rispetto al 60 per cento del 2023 – il sistema continua a mostrare criticità organizzative che rallentano i percorsi di cura, soprattutto per i pazienti provenienti dalle province.

A raccontarlo è un operatore dell’Ares 118 del Lazio, che preferisce restare anonimo. «L’elettrocardiogramma viene inviato alla nostra centrale operativa, dove sono presenti i medici che dovrebbero valutarlo e darci indicazioni. E qui nasce il problema: quando mi trovo a casa di una persona che sta avendo un infarto, una sindrome coronarica acuta, la situazione clinica può essere molto variabile. Il paziente può essere pallido, sudato, con un dolore fortissimo al petto, instabile dal punto di vista emodinamico. Sul territorio, però, l’equipaggio dell’ambulanza è composto solo da autista e infermiere, non c’è un medico a bordo. In caso di infarto, il protocollo della rete prevede che il paziente venga trasportato direttamente all’ospedale dotato di sala di emodinamica più vicino, saltando il pronto soccorso. L’autista si occupa della guida e della parte operativa del trasporto, l’infermiere monitora il paziente, può praticare il massaggio cardiaco se il cuore si ferma, applicare le piastre del defibrillatore, ripetere l’elettrocardiogramma durante il tragitto. 

Ma il punto è questo: se la persona è instabile, se rischia l’arresto cardiaco da un momento all’altro, io infermiere non posso permettermi di affrontare da solo 30 o 40 minuti di viaggio fino all’ospedale con emodinamica. Non ho le competenze mediche per gestire certe complicanze, e le automediche sono poche e distanti. In quei casi, insieme all’autista, decidiamo di portare il paziente al presidio ospedaliero più vicino, anche se non ha l’emodinamica, perché almeno lì ci sarà un medico che potrà stabilizzarlo».L’operatore sottolinea poi un problema ancora più grave, quello della tecnologia che nel Lazio funzionerebbe a intermittenza: «La teletrasmissione dell’elettrocardiogramma dalla nostra ambulanza alla centrale operativa, dove i cardiologi potrebbero valutarlo in tempo reale e dirci subito dove portare il paziente, esiste ma non è mai stata implementata in modo stabile. E comunque, anche dove è attiva, ci sono zone dove il segnale non arriva. Posso tentare di inviare l’elettrocardiogramma quante volte voglio, ma se dalla centrale operativa non arriva nulla perché non c’è copertura di rete, l’unica soluzione è spostare l’ambulanza, magari allontanarsi dalla casa del paziente. Alcune volte sono saltate completamente le linee informatiche della centrale operativa del 118 e gli operatori hanno dovuto gestire le emergenze compilando a mano i moduli cartacei, quei modelli che sono superati da anni».Secondo la European society of cardiology, nei Paesi più avanzati circa il 73 per cento dei pazienti riceve l’angioplastica entro 90 minuti, 10 punti percentuali in più rispetto alla media italiana e addirittura 38 punti in più rispetto alla Sardegna. 

Ma quali sono le conseguenze per il cuore? «Il tempo è muscolo – spiega Gaetano Chiricolo, responsabile dell’Utic del Policlinico di Tor Vergata, in prima linea da vent’anni – Questa definizione rende chiaro quanto sia determinante un trattamento precoce. Diventa quindi decisivo il primo contatto col paziente per indirizzarlo alla migliore cura possibile. Dopo il primo contatto, entro 10 minuti va definito il quadro elettrocardiografico e il paziente deve essere indirizzato all’angioplastica primaria. Questo trattamento può essere effettuato solo in centri con servizio attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il trattamento effettuato precocemente – nelle prime tre ore – assicura una completa ripresa della funzione cardiaca, ma più tempo passa e meno reversibile è il quadro. Dopo le quattro ore gli esiti sono sempre più invalidanti. I pazienti che giungono a Tor Vergata dal pronto soccorso hanno un trattamento quasi immediato. Siamo tra i centri che trattano più precocemente lo Stemi, entro la prima ora. Ma avendo uno dei più grandi bacini di utenza, spesso ci confrontiamo con gravi ritardi nei trasferimenti dal territorio. Parlo di 5-6 ore dalla diagnosi, a volte anche di più, senza che sia stata nemmeno fatta la trombolisi. Significa non aver potuto fare quasi nulla per modificare la storia naturale della malattia».Il problema, sottolinea il cardiologo, è chiaro: «Una volta fatta la diagnosi elettrocardiografica, il paziente deve essere indirizzato direttamente in un centro capace di offrire angioplastica primaria. La consuetudine di portarlo all’ospedale più vicino crea solo danno. La rete deve essere un sistema di efficienza, non una trappola».Le reti tempo-dipendenti per l’infarto oggi dimostrano che, in Italia, la differenza tra la vita e la morte può dipendere dal chilometro in cui si cade a terra. Una realtà che disegna una vera e propria mappa dell’ingiustizia sanitaria, dove ammalarsi nel posto sbagliato rischia di trasformarsi in una condanna.


Perché, da filo-palestinese, non scendo in piazza per la rivolta in Iran


(Alessio Mannino – lafionda.org) – Può piacere un regime teocratico come l’Iran khomeinista, a un europeo? No, esattamente come, per fare un esempio non casuale, non può piacergli l’Afghanistan talebano. Può presumere per questo che gli iraniani vogliano sostituire il sistema clericale con chi è gradito a noi occidentali (magari con quella nullità ambulante che è l’erede dell’ultimo Shah, rovesciato a furor di popolo nel 1978)? Nemmeno, poiché proprio la batosta inferta all’Occidente dai talebani avrebbe dovuto insegnare di smetterla una buona volta di pensare che il mondo intero sia moralmente obbligato a farsi governare da chi diciamo noi.

È la democrazia di tipo occidentale il migliore dei sistemi possibili? Neanche per sogno, perché un popolo ha una storia passata ed esigenze presenti che lo portano, o almeno dovrebbero portare, ad adottare metodi di governo suoi, o comunque non necessariamente tarati sul nostro modello. È da considerare autentica la rivolta divampata in Iran in questi giorni? Sì, perché alla base della protesta ci sono solide ragioni di ordine economico (la recessione causata dal crollo del prezzo del petrolio combinata ai tagli e sacrifici decisi dal governo, in un Paese strangolato dalle sanzioni), sociale (l’inflazione record ha fatto sollevare anche commercianti e artigiani dei bazar, i bazarj, tradizionale base di consenso della “rivoluzione” su cui montano la guardia i pasdaran, gestori clientelari di idrocarburi, grande industria e finanza, fonti di sostegno per l’altro pilastro del regime: gli abitati delle aree rurali) ed etnico (gli scontri più sanguinosi stanno avvenendo nelle regioni dove sono presenti le minoranze, soprattutto curda, ma anche baluci, azera e araba, che chiedono autonomia). Ma in misura significativa no, perché è più che plausibile che l’escalation di violenza sia avvenuta non soltanto per la mano pesante delle autorità, ma anche perché sobillata da agenti provocatori di Israele, sponsor di un ritorno della monarchia. Il Mossad, del resto, è notoriamente attivissimo in territorio iraniano.

Chi sfilava per la causa palestinese deve farlo anche oggi per solidarietà con i manifestanti accoppati o tratti in arresto a Teheran e nelle città insorte? No, perché il genocidio dei palestinesi attuato negli ultimi due anni da Israele è figlio di una colonizzazione e un apartheid vecchi di ottant’anni in sfregio dei più elementari princìpi di giustizia e autodeterminazione. Mentre i rivoltosi iraniani, fatta la tara alle infiltrazioni dei servizi israelo-americani, si possono mettere sullo stesso piano di ogni uomo o donna che sul pianeta si ribelli a Stati che non ammettono l’insurrezione come espressione della volontà popolare. E cioè tutti, nessuno escluso. Compreso il nostro. O ci è forse sfuggito qualche Stato talmente democratico da fare spontaneo atto di resa e lasciarsi rovesciare, anziché sedare le sommosse?

Si deve quindi tifare per la repressione in corso? No, perché nelle folle in piazza c’è della gente – in gran parte giovane, dato che la popolazione persiana è mediamente molto giovane – che vuole anzitutto vivere più decentemente e che merita rispetto. Ma il fatto che non abbiano una rappresentanza politica, ovvero uno o più leader in cui riconoscersi, dimostra che si tratta di rabbia tanto più strumentalizzabile dai nemici esterni quanto più di pancia. Ed essendo noi Occidente il nemico esterno (particolarmente autolesionista, almeno per ciò che riguarda italiani ed europei, aggiogati ai pretestuosi diktat americani contro il nucleare di una nazione accerchiata con cui avevamo relazioni proficue e consolidate), chi qua pensa di fare l’ami de peuple, il sanculotto con il culo altruitifando per la caduta degli ayatollah, mostra di essere geopoliticamente un imbecille. Il punto è abbandonare la mentalità da tifoso. O meglio: se proprio non ce la si fa a non tifare, si tifi pure. Ma non ci si arroghi il compito di giudicare dal divano cosa devono volere gli iraniani per l’Iran.

In tutti i casi, l’interventismo “democratico” ha già fatto troppi danni e troppi morti (a tal proposito chiedere lumi, oltre agli afghani, a serbi, irakeni, siriani e libici). Fra l’altro, non ci pare di avvistare all’orizzonte nessun volontario di immaginifiche “brigate internazionali” per la liberazione dell’Iran. Agli internazionalisti della domenica, d’altronde, basta la strategia terroristica fatta di droni, bombardamenti e omicidi mirati della premiata coppia Trump-Netanyahu. Ogni sporco lavoro è buono, se compiuto in nome della “democrazia”. E quanto agli iraniani che manifestano in una legittima, anche se sionisticamente inquinata eruzione di insofferenza popolare, beh, se fossero italiani e facessero lo stesso in Italia, verrebbero liquidati dai benpensanti di destra e sinistra come puzzoni facinorosi, fascisti o comunisti a seconda dei punti di vista. “Democratici” de’ noantri: massa di ipocriti.


Caccia ai furbetti del carrello: ci stanno spennando sul cibo!


“Indagine sui prezzi”. L’Antitrust contro la grande distribuzione. Nel mirino dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato in particolare la retribuzione dei fornitori da parte della gdo e i prezzi dei prodotti a marca del distributore (private label)

“Indagine sui prezzi”. L’Antitrust contro la grande distribuzione

(Claudia Luise – lastampa.it) – Un carrello della spesa sempre più costoso, con l’inflazione per i prodotti alimentari che cresce più di quella generale. Parte da questo presupposto l’indagine conoscitiva aperta dall’Autorità garante per la concorrenza e il mercato a fine dicembre sulle pratiche commerciali della grande distribuzione nella filiera agroalimentare. In particolare, sotto accusa dell’Antitrust sono finiti sia la retribuzione dei fornitori da parte della gdo, sia i prezzi dei prodotti a marca del distributore (private label).

Il provvedimento con cui l’Antitrust ha avviato l’istruttoria parte dalla considerazione che negli ultimi quattro anni, da ottobre 2021 a ottobre 2025, i prezzi dei beni alimentari in Italia sono aumentati del 24,9%, quasi otto punti percentuali in più rispetto all’indice generale dei prezzi al consumo (+17,3%). E, nell’ambito dei beni alimentari, la crescita dei prezzi è stata decisamente più marcata con riferimento al comparto dei prodotti non lavorati sino al mese di settembre 2025, mentre negli ultimi due mesi sembra essersi verificata un’inversione di tendenza. Anche per la Bce i prezzi dei prodotti alimentari sono il fattore principale nella percezione dell’inflazione.

Nell’ultimo Bollettino della Banca centrale europea si sottolinea che l’aumento dei prezzi nel 2025 è stato trainato principalmente da caffè, cacao, dolciumi e carne, nonostante una quota del paniere pari al 25%. Anche se è lievemente in discesa: il tasso annuo dell’inflazione alimentare misurata dall’Ipca nell’area dell’euro si è attestato al 2,4% nel novembre 2025, dopo aver raggiunto un picco del 15,5% nel marzo 2023. In media, tra gennaio e novembre 2025 si è stato al 2,9% e rimane al di sopra della sua media di lungo periodo prepandemia, pari al 2,2%, dal dicembre 2021. Quindi, scrive l’Agcom, «a fronte dei descritti incrementi dei prezzi al consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno, una crescita inadeguata dei propri margini, che potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle catene della grande distribuzione organizzata».

L’Antitrust evidenzia come a monte della filiera agroalimentare vi sia una base produttiva estremamente frammentata, composta da diverse migliaia di fornitori. A valle della filiera, viceversa, «si osserva un settore della distribuzione finale caratterizzato da un livello di concentrazione piuttosto elevato e crescente nel tempo, che potrebbe consentire alle catene della gdo di imporre unilateralmente le condizioni economiche e operative della fornitura, spuntando e trattenendo margini di guadagno ingiustificatamente superiori a quelli riconosciuti ai propri fornitori». Per questo l’Autorità ritiene «meritevole di approfondimento il ruolo svolto dalla gdo nelle modalità di ripartizione del valore aggiunto lungo la filiera agroalimentare e di formazione dei prezzi».

Grande rilievo, per l’Agcom, è da attribuire anche al tema dei private label che, si legge ancora nel provvedimento, «incidono in misura crescente sugli assortimenti delle catene, rafforzandone ulteriormente il potere contrattuale nei confronti dei propri fornitori. Con questi ultimi, infatti, oltre al tradizionale rapporto contrattuale di tipo verticale, si viene a configurare anche un rapporto di concorrenza diretta di tipo orizzontale». Per questo lo scopo dell’indagine è approfondire il ruolo e l’importanza dei prodotti a marca dei distributori e al posizionamento di prezzo sui mercati. Per la gdo, invece, i prodotti di marca del distributore, che nel 2025 hanno raggiunto il fatturato complessivo di 31,5 miliardi (in aumento del 6,8% rispetto all’anno precedente) confermano il ruolo di «ammortizzatore contro il caro vita nel carrello della spesa per le famiglie italiane».

Dai dati preliminari del rapporto Teha per Adm, Associazione distribuzione moderna, che sarà diffuso domani durante il convegno inaugurale dell’edizione 2026 di Marca a BolognaFiere, sono 9 italiani su 10 a fidarsi dei prodotti del proprio punto vendita, con risparmi per 22 miliardi di euro dal 2020 a oggi, circa 150 euro l’anno per nucleo familiare. I prodotti marca del distributore sono in crescita anche in termini di volumi, con un +4% rispetto al 2024. Un ruolo che rivendica Mauro Lusetti, presidente di Adm, secondo cui obbiettivo è «saper intercettare i cambiamenti della società, rispondendo alla riduzione della capacità di spesa con un’offerta sempre più ampia».

«La distribuzione moderna è una vera e propria cinghia di trasmissione del valore che si crea dalla filiera produttiva al consumatore finale – aggiunge Valerio de Molli, ceo di The European House-Ambrosetti e Teha Group -. Nel 2024 il settore ha generato 173 miliardi di euro di fatturato, 28,9 miliardi di valore aggiunto e 454 mila occupati, con oltre 70 mila nuovi posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni, attestandosi come nono settore economico per crescita occupazionale, più di telecomunicazioni, tessile e amministrazione pubblica».


Dal Venezuala alla Palestina. Tanti sconvolgimenti, un’unica matrice


(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – L’inizio del 2026 si è caratterizzato come un vero e proprio punto di svolta nel pianeta. La tanto sbandierata visione di un ordine internazionale basato su regole condivise ha rivelato al mondo il proprio vero significato. Oggi non ha nemmeno più l’alibi di essere un concetto che descrive un sistema fondato sulla democrazia rappresentativa, sul rispetto dei diritti umani e sulla centralità di una qualche parvenza di diritto internazionale.

Per essere chiari, non è che ci fosse bisogno di capirlo dagli avvenimenti di inizio anno in Sudamerica; tuttavia, l’ultima ingerenza statunitense ai danni della Repubblica venezuelana ha definitivamente chiarito l’essenza di tale paradigma: il diritto internazionale è una mera e perbenistica finzione, mentre quelle che contano sono le regole che l’Impero stabilisce e poi applica e disapplica.

Di certo, l’aggressività di taglio imperialistico non era una novità nel modo di fare dell’attuale presidente USA; la novità è stata invece il totale venir meno di qualsiasi pudore nel dichiarare gli obiettivi della Casa Bianca: petrolio e conduzione diretta dei propri interessi direttamente dentro i confini di un paese sovrano.

Sembra sempre più palesarsi una visione del mondo, suffragata da alcuni potenti settori dell’ordine internazionale, per cui non solo esistono popoli eletti ma anche nazioni le cui ricchezze sono state collocate da Dio in altri Paesi: queste nazioni ne hanno pieno diritto.

Quanto sia potente questo assunto è dimostrato, non tanto e non solo dagli esecutori di questo ennesimo atto ultra-imperialista, ma dai ligi famigli europei, a cominciare dalla Presidente della Commissione UE, la quale con un incredibile sprezzo del ridicolo si è affrettata a salutare la pacifica e democratica transizione a favore del popolo venezuelano, un po’ come quando aveva salutato, quale espressione di alta democrazia, l’annullamento delle elezioni e la messa al bando di partiti politici non in linea con le posizioni dominanti nella libera Europa: così è stato in Romania e in Moldavia, per esempio.

Non sono da meno le dichiarazioni di Starmer, Merz, Sanchez e Meloni. Esse mettono in risalto che le elezioni in cui vinse Maduro non furono riconosciute dai loro Stati, e oggi auspicano che il popolo venezuelano possa determinare democraticamente il proprio destino. Insomma, finché i venezuelani non votano come chiede questa manica di suprematisti bianchi, tutto rimarrà come è adesso.

Allora, la vicenda venezuelana diventa un vero e proprio caso paradigmatico: non tanto per la sua unicità, quanto per la chiarezza con cui rende visibili le asimmetrie di potere che regolano la produzione, l’interpretazione e l’applicazione delle “regole” invocate nel discorso internazionale dominante.

Ora, ciò che è successo realmente in Venezuela è ancora qualcosa di abbastanza oscuro. Ciò che si capisce chiaramente è che l’attuale amministrazione USA, come ha appena dichiarato il segretario di Stato Rubio, non ha sostanzialmente risolto niente con il sequestro di Nicolas Maduro, ma gli USA si aspettano, a detta del ministro degli esteri statunitense, che la nuova leadership venezuelana abbia capito la lezione ed esegua con scrupolo i desiderata di Washington. Quindi fintanto che non avranno prove di buona volontà continua tutto come prima: restrizioni sul commercio del petrolio, blocco delle imbarcazioni, pressione economica sul popolo venezuelano ecc.

Diventa ancora più risibile la scusa del narcotraffico, proprio mentre Trump minaccia Delcy Rodriguez di fare una fine ancora peggiore di quella che ha fatto Maduro se non esegue gli ordini: forse è pronta anche per lei un’accusa di narcotraffico?

Quindi, non c’è nessuna esportazione della democrazia e dei diritti umani: il movente è il petrolio, e mantenerne gli scambi denominati in dollari rimane un obiettivo vitale, cosa che per altro ripete lo stesso schema di sempre e ricorda la fine di molti soggetti che tentarono di minare il petrodollaro commerciandolo in altre valute.

Tutto il resto rimane nell’ombra. Restano ancora senza risposta le modalità sulla destituzione di Maduro e se questa sia stata in qualche modo negoziata.

Oppure il presidente è stato tradito dal complesso militare? Uno degli aspetti più rilevanti della vicenda è stata l’assenza di una risposta militare significativa. Le ricostruzioni disponibili indicano che elicotteri statunitensi avrebbero operato nello spazio aereo venezuelano senza incontrare alcuna resistenza, volando a bassa quota e in condizioni di luna piena, e ciò nonostante la presenza di sistemi di difesa aerea e di forze armate numericamente consistenti.

Questo dato ha alimentato l’ipotesi di una paralisi deliberata della catena di comando o di una cooperazione attiva o anche passiva di settori dell’apparato militare e dei servizi di sicurezza.

Alcuni analisti hanno riflettuto sul fatto che la mancanza di risposta antiaerea fosse dovuta a una preliminare “vendita”, forse non per solo denaro, delle chiavi del cielo, ovvero all’inserimento dei trasponder degli elicotteri nel sistema di identificazione amico-nemico.

Ciò che risulta chiaro è che fino ad ora non c’è stato un cambio di regime a favore di improbabili soggetti come il recente premio Nobel Corina Machado o tramite la grottesca invenzione di personaggi alla Guaidó.

Regna un caos totale anche in relazione alle posizioni del governo ad interim venezuelano, in questo momento certamente esposto a operazioni mediatiche che mirano a screditarlo di fronte al popolo e che, d’altro lato, lancia un appello al governo statunitense per una collaborazione e alla cooperazione per uno sviluppo condiviso e per rafforzare una convivenza duratura.

Insomma, grande è la confusione sotto il cielo. Vedremo presto come si svilupperanno le vicende in Venezuela ma non solo, visto che Trump ha minacciato apertamente la Colombia e il suo presidente, ha minacciato Cuba e il Messico ed ha ribadito la necessità di appropiarsi della Groenlandia. Quest’ultima non tanto per le risorse naturali ma per questioni di sicurezza nazionale…

Con quest’ultimo caso appare sempre più evidente, ed imbarazzante, lo stato avanzato di decomposizione in cui versa la UE.

Ci sono altri aspetti interessanti che non fanno molta luce sulla vicenda, ma dovrebbero indurre a pensare, e a risvegliare un poco di senso critico in quel che rimane della parte critica dell’opinione pubblica occidentale, o almeno di quella europea.

In questi primi giorni del 2026 l’informazione mainstream sta girando a pieno ritmo nella costruzione e sedimentazione di un pensiero omologato e sterilizzato rispetto agli scempi commessi dal potente dominus.

Tuttavia, per la salute intellettuale di ognuno di fronte alla poderosa azione dell’informazione ufficiale, bisognerebbe anche ricordare cosa era quel paese, prima dell’avvento di Chavez e del chavismo, dal punto di vista politico, sociale, economico e geopolitico. Ma si sa che l’ordine basato su regole condivise non gradisce contestualizzare gli avvenimenti dal punto di vista storico. Esiste solo il momento presente, e così tutto è più comodo da spiegare.

All’inizio degli anni Novanta, quel Paese era caratterizzato da una profonda disuguaglianza sociale, da un sistema politico fortemente oligarchico e da un’economia le cui risorse petrolifere erano gestite a beneficio di ristrette famiglie da élite economiche, tra cui quella della oppositrice Machado. Non c’era alcun tipo di Stato sociale e la stragrande maggioranza della popolazione era in assoluta povertà.

L’avvento del comandante Chavez segnò una discontinuità significativa. Attraverso un ampio programma di redistribuzione della rendita petrolifera, furono introdotte politiche sociali estese in ambito sanitario, educativo e abitativo. Fu introdotta una massiccia alfabetizzazione per consentire a tutto il popolo di poter votare. Dati pubblici e verificabili da chiunque dimostrano che le misure introdotte dal processo chavista produssero, almeno in una fase iniziale, una riduzione sensibile della povertà e un netto miglioramento degli indicatori sociali[1].

Il fatto è che quel modello si sviluppò in un contesto di crescente conflitto geopolitico e il progetto venezuelano fu progressivamente interpretato come una sfida all’egemonia statunitense in America Latina e come un esempio di sovranismo economico e politico nel cosiddetto Sud globale, che non doveva affatto essere imitato.

A ciò seguirono tentativi di destabilizzazione politica, falliti colpi di Stato e, soprattutto, un regime di sanzioni economiche prolungate, che ebbero effetti cumulativi profondi sulla struttura produttiva del Paese e ne hanno drasticamente minato le capacità di crescita sociale ed economica[2].

Chávez fu, inoltre, assai critico nei confronti del cosiddetto Washington Consensus e delle politiche di liberalizzazione sostenute da istituzioni globali come la Banca Mondiale e il FMI, mirando invece a promuovere un modello economico alternativo, e sostenendo forti legami strategici con paesi come Cuba, Russia e altri Stati critici verso l’egemonia statunitense.

Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e successivamente dall’Unione Europea rappresentano dunque un elemento centrale per comprendere anche le difficoltà e i fallimenti del governo del Venezuela contemporaneo.

Una prova di quello che stiamo dicendo è data proprio dalla narrazione mediatica dominante, che non utilizza altro se non il temine di cattura con riferimento a Maduro, ed evita attentamente l’altro termine, il solo appropriato: quello di sequestro.

Stiamo assistendo a un assoluto caos informativo nei media mainstream, giornali, telegiornali e talk, le cui parole ed espressioni sono figlie di una ideologia dalla cattiva coscienza. In un mondo normale gli attacchi militari alla sovranità del Venezuela e il sequestro del suo presidente Maduro rappresenterebbero una chiara violazione della sovranità di un Paese, ed una ingerenza mastodontica nei suoi affari interni, che sarebbe impossibile narrare in altro modo.

La società occidentale contemporanea sta procedendo, come ormai quotidianamente si può verificare, a grandissimi passi verso il nichilismo più assoluto – come ci ricorda in modo magistrale Emmanuel Todd – e verso il completo svuotamento dei meccanismi democratici; i vari popoli vengono ridotti a plebi costrette ad assistere impotenti a vuote, inutili e decisamente dannose rappresentazioni politiche, mentre un poderoso apparato mediatico plasma pazientemente e in maniera incessante le percezioni quotidiane di enormi masse racchiuse in bolle digitali.

Ed è un processo che si struttura così capillarmente da non lasciare libero alcuno spazio, dalla politica alla salute, fino alle relazioni internazionali e alla creazione manipolata dell’indignazione sociale.

Tutto si sviluppa in un quadro narrativo in cui intervengono diversi immaginari e molteplici significanti. Nel caso venezuelano, si è inculcata nella percezione comune la presenza del Cartel de los Soles. Quel termine fu inventato nel 1993 dai giornalisti quando non esisteva nessun cartello: semplicemente un paio di generali della Guardia nazionale del Venezuela furono scoperti mentre partecipavano a una operazione coperta della CIA per trasportare cocaina negli USA; i generali al posto delle stellette avevano dei soli. Al bisogno si è rianimata quella estrema semplificazione narrativa, insegnata alla “Netflix University”, che consente di associare l’intero Stato venezuelano a un’entità criminale, la cui leadership è dedita al narcotraffico, più redditizio, guarda caso, delle immense riserve petrolifere.

Ebbene, cosa può ulteriormente insegnare la vicenda venezuelana, appena iniziata, a quelle ampie frange dotate ancora di un minimo di pensiero autonomo e critico (non è lecito catalogarle come di sinistra o progressiste dato che tali categorie sono oggi per loro natura estremamente fuorvianti)?

Nei mesi scorsi a sostegno del popolo palestinese e contro il genocidio perpetrato dal regime sionista si era sviluppato un imponente movimento mondiale, di massa. Tuttavia, quel movimento sotto la promessa di una tregua del massacro, che però si è dimostrata falsa, si è sostanzialmente dileguato.

Ma i suoi più importanti limiti sono stati, da un lato, la sostanziale incapacità di collegare l’orrenda situazione in cui verte il popolo palestinese all’unitarietà della trama complessiva della guerra mondiale diffusa; e dall’altro l’incapacità di comprendere come l’avanzato stato di decomposizione delle istituzioni europee e di molti governi del Vecchio Continente siano i primi complici, non solo nel fiancheggiare quelle politiche genocidarie, ma anche nella preparazione di un confronto militare planetario, nel quale Gaza sarebbe solo una tessera del mosaico.

Di fronte alla sensibile compressione degli spazi democratici in Europa, che colpisce ormai apertamente qualsiasi forma di dissenso – la vicenda di Jacques Baud è un esempio che dovrebbe fare accapponare la pelle tutti i giorni –, non è più possibile – almeno in questa fase – continuare con i soliti ingenui distinguo.

Il 2026 sembra iniziare sotto i peggiori auspici. Stiamo assistendo a quanto avviene in America Latina, ma se si analizza in profondità l’attualità della guerra in Ucraina, al netto delle fanfaronate del mainstream informativo europeo, che da un lato tende a tranquillizzare l’opinione pubblica e dall’altro dipinge costantemente la Russia come una minaccia, non siamo per nulla vicini alla pace, anzi tutto il contrario. Si preparano forti venti di guerra in Iran, preceduti da disordini sociali probabilmente assai poco spontanei, ed è un fuoco sul quale il solito governo sionista sta soffiando con forza.

Mentre si comprime ogni forma di dissenso le popolazioni continuano a essere impoverite e indebitate: si veda e si rifletta sul portato dell’ulteriore prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina che sarà restituito solo in caso di sconfitta della Federazione Russa.

Infine, dato che uno degli elementi di successo dei problemi gravissimi che attanagliano l’Europa è quello di tenere separate, in bolle mediatiche nazionali, le varie opinioni pubbliche e le forze sociali e culturali più ricettive, sarebbe fortemente auspicabile la formazione di un movimento a livello europeo, capace di mettere in relazione tutte quelle sensibilità che esistono ma che, attualmente, sono condannate all’isolamento e a uno stato di afasia globale.

Giovanni Tonlorenzi


[1] Nel 1999, dopo la sua elezione, Chávez promosse e ottenne l’approvazione tramite referendum popolare di una nuova Costituzione che ridefiniva lo Stato come “República Bolivariana de Venezuela”, ampliava i poteri del Presidente e introduceva nuovi diritti sociali. La Costituzione includeva meccanismi di democrazia partecipativa, come i referendum e la possibilità di revoca dei funzionari eletti. Chávez tentò ulteriori riforme costituzionali nel 2007 per accelerare la transizione verso un modello socialista. Altro elemento assai importante è che Chávez nazionalizzò settori chiave dell’economia, in particolare l’industria petrolifera (PDVSA) e altri settori strategici, portando l’industria sotto controllo statale diretto e proibendo la privatizzazione di tali risorse. Utilizzando gli alti ricavi petroliferi degli anni 2000, il governo incrementò la spesa pubblica e applicò controlli su prezzi, tasso di cambio e commercio, muovendosi verso un’economia con forte intervento pubblico. Chávez potenziò alleanze petrolifere regionali come Petrocaribe, attraverso cui il Venezuela forniva petrolio a condizioni agevolate ad altri paesi caraibici e latinoamericani. Una delle innovazioni più riconosciute del governo Chávez fu l’istituzione delle “Missioni Bolivariane”, una vasta serie di programmi sociali con l’obiettivo di ridurre povertà, analfabetismo, malnutrizione e precarietà sanitaria con una serie di iniziative mirate all’alfabetizzazione, alla sanità gratuita, alla distribuzione di alimenti a prezzi calmierati. Questi programmi incrementarono la spesa sociale e ampliarono l’accesso ai servizi essenziali per fasce popolari: cfr. https://venezuelanalysis.com/indicators/2007-2/

[2] Organizzazioni e rapporti accademici stimano che sanzioni finanziarie e petrolifere abbiano contribuito alla drastica riduzione delle entrate fiscali, alla scarsità di dollari e alla difficile stabilizzazione del tasso di cambio, aggravando iperinflazione e crisi economica. Inoltre, secondo analisi dell’ONU, le sanzioni unilaterali hanno privato la Banca Centrale di riserve in valuta estera, riducendo drasticamente la capacità del governo di sostenere il bolívar e di importare beni essenziali. Cfr. Geopolitical Economy Report, https://geopoliticaleconomy.com/2025/11/15/analysis-venezuela-us-attacks-economy-sanctions/


Referendum, il blitz del governo spinge la raccolta firme: raggiunta quota 380mila. I promotori verso il ricorso: gli scenari


L’obiettivo della mobilitazione popolare è ormai completo al 75%. Il dubbio (politico) sull’impugnazione: agire contro la delibera del Cdm o aspettare il decreto di Mattarella

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – La forzatura del governo non frena la mobilitazione popolare per chiedere il referendum sulla riforma Nordio. Anzi, tra lunedì e martedì la raccolta firme lanciata prima di Natale da 15 giuristi ha avuto una nuova impennata, raccogliendo 25mila adesioni in poche ore: le sottoscrizioni sono ormai 380mila, cioè oltre il 75% delle 500mila da raggiungere entro il 30 gennaio, quando scadranno i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale (qui il link per firmare con Spid o Carta d’identità elettronica). Nonostante il successo dell’iniziativa, però, il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto prima di quel termine, convocando le urne per domenica 22 e lunedì 23 marzo sulla base della richiesta già depositata dai parlamentari. Una scelta che contraddice l’interpretazione della Carta seguita per tutti e quattro i referendum costituzionali della storia repubblicana, inaugurata nel lontano 2001 dal governo Amato. A motivare il colpo di mano è soprattutto il timore del centrodestra di disperdere l’attuale vantaggio del Sì nei sondaggi: poiché il voto va fissato con un anticipo di almeno cinquanta giorni, infatti, aspettare il completamento della raccolta firme avrebbe significato tenere il referendum non prima di metà aprile.

I giuristi promotori – rappresentati dall’avvocato Carlo Guglielmi – hanno però già annunciato di voler agire “in tutte le sedi giudiziarie” contro la scelta dell’esecutivo, “a tutela della legalità repubblicana“. La mossa più probabile in questo senso è un ricorso urgente al Tar del Lazio per ottenere la sospensione cautelare. Al momento, però, il referendum ufficialmente non è ancora stato indetto: a farlo dovrà essere – forse già nelle prossime ore – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il dubbio dei giuristi, quindi, è se impugnare già la delibera del Consiglio dei ministri (con il rischio che il ricorso sia dichiarato inammissibile) o chiedere al Tar di sospendere direttamente il decreto del capo dello Stato: una questione dall’evidente ricaduta politico, perché la seconda ipotesipotrebbe essere letta come una contestazione a Mattarella. Se il Tar accogliesse la richiesta di sospensiva in teoria la consultazione non si potrebbe tenere fino a quando la questione non sia stata decisa nel merito: il referendum però dovrebbe restare congelato per mesi, e la via d’uscita più semplice a quel punto sarebbe la revoca in autotutela dell’atto.

Quella del ricorso amministrativo, però, non è l’unica strada percorribile dai giuristi per far sospendere l’atto: è ipotizzabile anche un ricorso d’urgenza al Tribunale civile, sostendendo che la fissazione anticipata del voto violi il diritto soggettivo dei cittadini a chiedere il referendum. Se i promotori raccogliessero e depositassero il mezzo milione di firme, poi, assumerebbero la qualità di potere dello Stato e potrebbero sollevare conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale, che avrebbe i tempi tecnici per dirimere definitivamente la questione prima del voto. “È interessante vedere quanto e come questi ricorsi avranno una ricaduta sulla tempistica del voto. Siamo osservatori interessati ma assolutamente estranei a questa problematica, che però è importante perché serve per calibrare le modalità con le quali cercheremo di informare i cittadini”, ha detto a Omnibus, su La7, il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cesare Parodi.


Almeno prima a scuola mancava solo la carta igienica, ora direttamente i bagni 


(AGI) –  Una scuola ‘occupata’ dalle mamme dei piccoli alunni. Accade a Napoli, e la segnala un servizio della Tgr Campania. L’istituto comprensivo De Filippo di Ponticelli questa notte ha visto dormire nella struttura del plesso De Filippo le madri degli alunni delle elementari, che non vanno piu’ a scuola dal 19 dicembre scorso.

Nel plesso tutti i bagni sono fuori uso per gravi problemi idraulici, come spiega la dirigente scolastica Concetta Stramacchia, malfunzionamento progressivo “che ho piu’ volte segnalato da novembre scorso”.

Nell’altro plesso, adiacente a questo, sono da poco terminati lavori eseguiti con fondi del Pnrr. “Serve ridare dignita’ ai bambini di questo quartiere – spiegano le madri – affrontiamo i disagi dell’occupazione per tutelare i nostri figli. La scuola e’ la base di tutto. Per nostri bimbi e’ importante dare continuita’ allo studio”.

“Sto seguendo la vicenda, anche ieri ero li’ – dice Maura Striano, assessore comunale – c’e’ stato un problema idraulico risolto dalla municipalita’, ma sono state rilevate altre criticita’. L’impegno e’ ora per trovare le risorse per un secondo intervento. La struttura accanto si sta completando e dopo il collaudo valuteremo una temporanea messa a disposizione”.


L’aggressione occidentale all’Iran e la verità


(Tommaso Merlo) – Dietro ai disordini in Iran vi sono i servizi segreti israeliani e americani. Dopo la testa di Maduro, ci riprovano con quella dell’Ayatollah Khamenei. A giugno hanno aggredito l’Iran a tradimento mentre trattava sul nucleare, oggi siamo tornati alla truffa tradizionale. Gli americani sanzionano pesantemente l’Iran da decenni, quando poi scoppiano proteste, arrivano gli infiltrati del Mossad ad aizzarle contro il regime e scatenare violenze. A quel punto tocca a politicanti di turno e stampa organica che cominciano a parlare di intervento militare necessario per salvare i poveri iraniani, in nome della libertà e della democrazia coi teleconsumatori che si bevono tutto tra uno spot e l’altro. Una truffa che dura da decenni, con la ciliegina che certe fregnacce oggi le dicono gli artefici ed i complici del genocidio del secolo. Dietro le quinte lo stato profondo guerrafondaio, davanti politicanti di turno e stampa organica a manipolare le masse per fargli digerire l’ennesima operazione di regime change. Che tradotto significa, i governanti che ci piacciono o ci fanno comodo li tolleriamo, gli altri li ammazziamo con qualche scusa. Ma i cattivoni sono solo gli altri, ci mancherebbe. Da decenni ci lasciamo alle spalle solo macerie e dolore, dall’Iraq, alla Libia passando per la Siria, ma è proprio questo lo scopo, mettere in ginocchio potenziali nemici in modo da continuare a spadroneggiare. È egemonia imposta con la forza militare ed i ricatti economici. Ma gli incivili sono gli altri, ci mancherebbe. Una egemonia basata sui soldi e quindi sulle armi e quindi sulla violenza bruta. Gli Stati Uniti verso il mondo non succube, i sionisti verso i palestinesi e noi europei servi ipocriti, dietro a ruota. L’Iran è nella lista nera da quando la Rivoluzione del 1979 cacciò lo Scià perché considerato autoritario e troppo filo occidentale. Oggi il figlio attende che gli americani lo riportino a Teheran in pompa magna, ma sono tempi duri per i fantocci. Perfino la Machado è rimasta nel tinello di casa mentre i Talebani se la spassano a Kabul e l’anarchia banditesca regna tra le altre vittime del delirante suprematismo occidentale. La vera colpa dell’Iran è essere l’unico paladino della lotta di liberazione del popolo palestinese e che a differenza degli altri paesi arabi, non è corrotto e corruttibile. Se l’Iran non è ancora in macerie, è solo perché è un grande paese con circa novanta milioni di abitanti e perché farcito di oro nero che i Pasdaran hanno investito in cervelloni militari e missili a lungo raggio. Israele da solo non può nulla contro quel gigante e allora da anni la sua mega lobby lavora ai fianchi Washington per trascinare i Marines in uno scontro diretto. Ci voleva Trump per cedere. Un presidente la cui demenza senile è niente rispetto alla sua ignoranza ed arroganza narcisistica, un presidente che i miliardari sionisti si son messi in tasca salvandolo in passato dalle bancarotte e poi ricoprendolo d’oro per farlo entrare alla Casa Bianca. Eccola la famosa superiorità morale dell’Occidente, eccole le democrazie modello all’opera. Repubbliche fondate sui soldi la cui sovranità appartiene alle lobby che la esercitano nelle forme e nei limiti previsti dalla mafia in giacca e cravatta. Ed è così che siamo arrivati all’aggressione illegale e a tradimento contro l’Iran a giugno, 12 giorni di una guerra talmente di successo che dopo appena qualche mese ne vogliono fare un’altra. Già, vogliono la decapitazione dell’Ayatollah Khamenei, altra specialità di una civiltà occidentale talmente superiore da non riuscire nemmeno ad imparare nulla dai suoi disastri. Poi certo, l’Iran non è un paradiso. Oltre ad essere provato dalle vigliacche sanzioni americane, una fetta del popolo iraniano vuole cambiamento politico e sociale, vuole aperture culturali e libertà civili e non amano l’austero regime degli Ayatollah. Ma tali legittime conquiste, le devono ottenere gli iraniani. Si chiama democrazia, si chiama autodeterminazioni dei popoli. Le interferenze straniere fanno da sempre solo enormi danni. E soprattutto se in malafede come quelle occidentali. Il vero obiettivo degli americani e dei sionisti non è affatto salvare gli iraniani, ma al contrario metterli in ginocchio distruggendo anche quel grande paese in modo da continuare a spadroneggiare indisturbati nella regione, rubando risorse e perseguitando il popolo palestinese. Altro che fregnacce per le masse di teleconsumatori. Davvero, chissà se un giorno emergerà la verità sulle guerre che insanguinano il mondo da decenni, chissà se verranno alla luce i maneggi dello stato profondo e le complicità politiche e mediatiche. Chissà se noi occidentali capiremo di non essere affatto dalla parte giusta della storia e al contrario di essere la principale minaccia alla pace e alla stabilità mondiale. E chissà se riusciremo ad imparare finalmente dai nostri disastri e ricominciare a lottare per i valori perduti e per una vera democrazia.


Il Nord dimenticato non ama più Salvini


Il Nord dimenticato non ama più Salvini

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il processo del Nord a Matteo Salvini è iniziato da un pezzo ma aspettiamoci che adesso, ai blocchi di partenza di una campagna elettorale decisiva, si faccia più esplicito, quotidiano, insistente. Negli ultimi tre anni il Capitano si è perso per strada tutti gli atout che inorgoglivano il suo vecchio mondo di riferimento: efficienza, connessioni europee, rilevanza nelle sedi di governo. Lo ha fatto un po’ per inseguire il consenso, un po’ per incapacità di ripensarsi, ma comunque non sembra intenzionato a tornare indietro o a trovare soluzioni creative per recuperare i tratti identitari che hanno fatto le fortune della Lega.

L’idea del Carroccio come “partito del fare”, innanzitutto. Era quel mood pragmatico, risolutore di problemi, che aveva reso il leghismo credibile interlocutore delle aree più produttive del Paese. È affondato insieme al crash del progetto per il ponte sullo Stretto, all’impantanamento dei cantieri per cui si invoca un super-commissario, al disastro sistematico dei treni. Non è cosa da poco. Il dinamismo operativo ha cementato per decenni l’idea di sé del Nord: più europea che italiana, più in sintonia con la Baviera o la Vallonia che con la Calabria o la Campania. Richiede impegno all’altezza, duro lavoro, cose che si vedono assai poco nel quotidiano del Capitano.

Ma anche quel tipo di sentimento generale, quel “sentirsi Europa” delle regioni di confine, è stato tradito dal populismo sovranista che Salvini ha scelto come cifra. Il Nord lo ha perdonato finché voti e sondaggi sorridevano e consentivano di dire: è solo grancassa, serve a prendersi Palazzo Chigi. Oggi che quell’ambizione è seppellita dai fatti e tutt’al più Salvini può aspirare al Viminale, l’imprenditore veneto o lombardo medio si chiede: ma come saremmo finiti se avesse comandato lui, uno che per compiacere Donald Trump ha definito i dazi un’opportunità e preferisce Viktor Orban ai nostri storici alleati e soci in affari?

E poi, il vero nervo scoperto del Nord: la scarsa capacità del leader leghista di incidere nei processi di governo. Se Umberto Bossi, benché minoritario, benché provocatorio, benché altamente rivendicativo, sedeva con Silvio Berlusconi davanti al caminetto di Arcore ogni settimana, Salvini non è riuscito a innescare un analogo rapporto con Giorgia Meloni. Anzi, il suo istinto competitivo lo ha reso una sorta di opposizione interna alla premier, che cerca luce contestandone in ogni sede le scelte.

In Europa sull’immigrazione, sul patto di stabilità, sul sostegno a Ursula von der Leyen. In Italia sugli aiuti all’Ucraina, sulla difesa, sugli accordi commerciali del Mercosur, sul Sud del mondo, e persino sul pacchetto d’ordine pubblico, con uno stucchevole braccio di ferro per assicurarsi il titolo del pugno di ferro più duro del reame.

Le contestazioni del Nord a Matteo Salvini sono alquanto quiete, ovattate, costruite con educate prese di distanza, ma hanno radici profonde e avranno effetti perché il Nord non è una categoria di pensiero o un vago segmento sociologico.

È una realtà produttiva, con interessi concretissimi, che in questa legislatura si ritiene mortificata e vuole avere più voce e rappresentanza nella prossima: lavorerà per ottenerle, con Salvini o a prescindere da lui.