Notificato l’atto di citazione al movimento 5 stelle di Roma, a cui l’ex comico aveva concesso l’utilizzo del marchio. L’udienza è prevista per luglio. Se perde, Conte dovrà cambiare nome al suo partito

(Francesca Milano – open.online) – Beppe Grillo e l’associazione Movimento 5 Stelle di Genova hanno notificato l’atto di citazione davanti al Tribunale di Roma per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo “Movimento 5 Stelle”. La prima udienza è prevista nel mese di luglio di quest’anno: il giudice dovrà stabilire se il logo e il nome di quella che nel 2009 fu provocatoriamente definita dallo stesso Grillo una «non-associazione», sorta in esplicito contrasto con il modello tradizionale di partito politico e alla quale ha fatto seguito la nascita nel 2012 dell’associazione politica con sede a Genova con tanto di nome e simbolo registrati, possano essere ancora usati da Giuseppe Conte.
Non si tratta solo di volersi riprendere un nome e un simbolo. Si tratta, piuttosto, di voler sottolineare che quel nome e quel simbolo erano nati per rappresentare un movimento ben diverso dall’attuale partito di Conte, che secondo Grillo e l’associazione genovese “MoVimento 5 Stelle” – assistiti dall’avvocato Matteo Gozzi e dall’avvocato Giulio Enea Vigevani, costituzionalista dell’Università Bicocca – avrebbe abbandonato i principi fondativi del movimento (tra cui il principio dell’alternanza e il limite dei due mandati per gli eletti) e si sarebbe trasformato di fatto in un partito tradizionale, caratterizzato da una leadership forte e da classi dirigenti stabili. «In particolare – si legge nell’atto di citazione – il Prof. Conte si adopera per farsi nominare “Presidente” del Movimento e non solo “capo politico”, carica prevista nello Statuto solo nelle norme transitorie e comunque con poteri assai limitati, in linea con la concezione “anti-leaderistica” del Movimento». Conte – secondo Grillo – ha mutato radicalmente il Dna e la linea politica del movimento nato nel 2009, arrivando a stringere «nuove alleanze e compromessi con gli altri partiti». In sostanza, Grillo e l’associazione Movimento 5 Stelle chiedono di vedere tutelata la loro identità e di essere non più accomunati a un partito che non rispecchia i valori e i principi che hanno caratterizzato la nascita e l’ascesa del Movimento.
Nel dicembre del 2017 era stata fondata una nuova associazione politica con sede a Roma, definita “Movimento M5S-Roma”. I soci fondatori erano Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. L’associazione romana aveva lo scopo di svolgere l’attività politica nelle istituzioni e sul territorio restando nel solco dell’esperienza del Movimento 5 Stelle di Genova. Come fu messo nero su bianco nello statuto dell’associazione di Roma, il M5S “originale” concedeva in uso il simbolo, che restava però di proprietà dell’associazione genovese. In quello statuto si attribuiva a Beppe Grillo il ruolo di garante dei valori del Movimento 5 Stelle (ossia dell’associazione di Genova). Successivamente, vi sarebbero stati poi altri riconoscimenti da parte del Movimento di Roma e dello stesso Giuseppe Conte in merito alla titolarità del nome e del simbolo in capo alla associazione di Genova e la richiesta, rivolta a Beppe Grillo, a non contestarne il relativo utilizzo.
Negli anni il Movimento 5 Stelle di Roma ha subito una progressiva trasformazione: già nel 2021, infatti, il nuovo statuto prevedeva l’attribuzione di poteri assai estesi al presidente del Movimento: si trattava, secondo Grillo, di una svolta “presidenzialista” che aveva affievolito la visione democratica e partecipativa del M5S degli albori. Insomma, del vecchio movimento del “vaffa” e dei meetup era rimasto poco o nulla, e al suo posto c’era un «movimento nuovo, snaturato e molto “partitico” nelle dinamiche e nelle aspirazioni autoconservative di ruoli e posizioni di potere», come si legge nell’atto di citazione. «L’attuale configurazione del Movimento di Roma – in sintesi – non rispecchia più e non ha nulla da condividere con lo spirito e con i principi rappresentati dal nome e dal simbolo del Movimento5Stelle di Genova e sarebbe francamente ingiusto (oltre che contrario alle norme di diritto) il consentire uno stravolgimento dei principi giuridici imponendo al Movimento di Genova la perdita di un nome e di un simbolo che – pacificamente – erano stati concessi provvisoriamente in utilizzo».
Se al termine del processo il giudice dovesse confermare il diritto del movimento di Genova, il partito di Giuseppe Conte sarebbe obbligato a cambiare il proprio simbolo e la propria denominazione con un simbolo e un nome nuovi «che meglio possano rispecchiare il nuovo assetto organizzativo e le nuove scelte di natura politica gestionale».
Giallo per i voli Usa su Sigonella. Crosetto: “Da loro nessuna forzatura deliberata”. I servizi non sapevano. Le domande sul ruolo di palazzo Chigi

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Una domanda, anzi tre: chi sapeva, chi ha deciso, chi ha lasciato trapelare la notizia? Chi, innanzitutto, ha fatto deviare la notte di venerdì scorso i velivoli americani che, senza avvertire il governo italiano, puntavano ad atterrare nella base siciliana di Sigonella per poi decollare nuovamente alla volta del Medio Oriente. Di certo, sapeva e ha deciso Guido Crosetto. E di certo era a conoscenza di quanto stava succedendo, perché avvertito dal capo di Stato maggiore Luciano Portolano, a sua volta allertato dall’Aeronautica militare. Sul resto, la questione si fa più complessa.
Quando e quanto, ad esempio, è stato coinvolto Palazzo Chigi, nei minuti caldi del diniego? E soprattutto: l’urgenza della decisione ha fatto sì che Giorgia Meloni venisse informata in tempo quasi reale, ma a scelte già assunte, o sia stata lei a dare l’ultimo via libera al diniego? Di certo, Palazzo Chigi rivendica la scelta, ma assicura che non incrinerà i rapporti con gli Usa. Trapela però intanto che non sapessero i servizi, almeno nei minuti in cui è esploso il caos. Mentre il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, intercettato fuori dalla sede del governo dribbla le domande: “Una decisione nell’interesse nazionale? Vado di fretta”.
Notte lunghissima. In cui di certo, si diceva, la responsabilità è stata assunta da Crosetto. In queste ore il ministro ha spiegato ai suoi l’accaduto, ridimensionando la portata degli eventi (e forse, vista la delicatezza dei fatti, non avrebbe potuto fare altrimenti). A chi gli domandava della reazione americana, ha replicato: ‘’Nessuno strappo, nessun incidente, nulla di problematico’’. In realtà, nel dibattito pubblico già si sprecano i paralleli con il caso che coinvolse nel 1985 Bettino Craxi, sempre a Sigonella. Ma il titolare del Difesa, che da sempre coltiva relazioni strette con gli Stati Uniti, ridimensiona anche queste suggestioni: “Gli Usa conoscono le regole meglio di noi – spiega, sempre in privato ai suoi – Noi non siamo la Spagna e rispettiamo gli accordi’’.
Il riferimento è al diniego all’utilizzo delle basi da parte di Pedro Sánchez, ma anche ai trattati bilaterali che regolano l’utilizzo da parte degli americani degli avamposti militari presenti sul territorio italiano. Di recente, il Parlamento ha votato a favore di questa possibilità, ma limitandola all’uso logistico, ed escludendo che l’Italia possa ospitare mezzi che partecipano ad azioni cinetiche contro l’Iran. Resta la necessità di spiegare una scelta, quella americana, che al momento non trova ragioni plausibili, se non quella di una forzatura con un alleato storico: perché questi velivoli puntavano su Sigonella senza aver avvertito gli italiani? Anche in questo caso, la spiegazione di Crosetto, secondo le stesse fonti, tende a ridimensionare l’accaduto: “Secondo me c’è stato qualche errore – sostiene il ministro – Non farebbero mai una cosa senza avvertire’’. Ancora più chiaramente: un errore umano, comunque non una forzatura deliberata. È evidente che l’esecutivo dovrà provare a fornire una spiegazione accurata. Sempre che non sia prima Donald Trump o l’amministrazione Usa a rendere pubbliche ricostruzioni alternative, magari critiche rispetto all’atteggiamento di Roma.
Tutto quello che accade nei mari e nei cieli ormai viene tracciato ed è a disposizione del pubblico

(Francesco Grignetti – lastampa.it) – C’è una variabile nuova che complica moltissimo le mosse di chi prende le decisioni in campo militare: la visibilità digitale. Tutto quello che accade nei mari e nei cieli ormai viene tracciato ed è a disposizione del pubblico. Ci sono siti appositi. Per i voli, il sito FlyRadar24: attraverso una mappa di Google Maps costantemente aggiornata, si possono monitorare i voli in tempo reale e in modo molto semplice. Per le navi in movimento, basta collegarsi ai siti MarineTraffic oppure VesselFinder. E insomma molto di ciò che un tempo era coperto da segreto militare oggi è di pubblico dominio. Difficilissimo nascondere un aereo statunitense che arriva a Sigonella e poi riparte per dirigersi verso il Medio Oriente. Un attimo dopo, poi, si scatenano i social.
Anche al ministero della Difesa devono fare i conti con i nuovi tempi. Ed è materia particolarmente sensibile, perché da una parte c’è un’Amministrazione Trump che ha scatenato una guerra contro l’Iran senza curarsi del diritto internazionale (citazione di Giorgia Meloni in Parlamento) e degli effetti sistemici che questa guerra avrebbe causato sul resto dell’Occidente. Dall’altra ci sono il mondo pacifista e le opposizioni con il fucile puntato. Nel mezzo, il ministro Guido Crosetto si muove lungo un sentiero particolarmente stretto.
Il diniego ad usare la base di Sigonella sembra essere scattato venerdì scorso, 27 marzo. Giova qui notare come lunedì 30 marzo (tre giorni dopo) il ministro avesse rilanciato su X il seguente post di un gruppo di esperti militari, di geopolitica e d’intelligence chiamato GeopoliticalCenter: «È in corso l’esercitazione NATO Neptune Strike, se osservate nostri assetti operare in maniera non classica è per questa esercitazione. Troppi post abbiamo letto relativi a azioni italiane correlate alla guerra in Medio Oriente. È solo una esercitazione. Fine».
In effetti l’esercitazione Neptune Strike era in corso. In effetti un aereo cisterna italiano era decollato da Sigonella per partecipare all’esercitazione. In effetti era sbagliatissimo collegare azioni italiane alla guerra contro l’Iran. Ma l’aspetto politico restava caldo, ovvero l’attenzione su quanto accade a Sigonella. Tanto più che nelle stesse ore, più o meno, la Spagna negava addirittura lo spazio aereo agli aerei militari americani, costringendoli a rotte diverse che passano per Gibilterra e per il mar Mediterraneo. Con la Sicilia che sta lì nel mezzo.
Va ricordato che il ministro Crosetto il 5 marzo era in Parlamento ad annunciare la posizione del governo sull’uso delle basi americane in Italia: «Ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta. Qualora dovessero emergere domande di questo tipo saremmo qua, ma ad oggi non è successo». Garantì che eventuali decisioni sulla concessione di basi Usa sul territorio italiano per attacchi in Iran sarebbero state condivise con il Parlamento.
Il Movimento 5Stelle però da giorni è all’erta. Non c’è volo attorno a Sigonella che non sia seguito sui siti di cui si diceva. Si legge su un loro comunicato della settimana scorsa: «Segnaliamo quello che sembra essere un salto di qualità preoccupante nell’uso della base siciliana. Sabato 21 marzo e anche giovedì 19 marzo sono transitati a Sigonella anche cacciabombardieri F-15 USA (codici di chiamata Gstdr43 e Gr43) in configurazione “tattica”, ovvero di combattimento con armi e bombe montate, non in configurazione trasferimento “ferry” o addestramento “training”. I tracciati radar non sono significativi perché si fermano a pochi chilometri dalla base: evidentemente i velivoli hanno spento i transponder radar dopo il decollo».

(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Commentatori vari e il centrosinistra nel suo complesso hanno individuato nell’amore per la Costituzione uno dei motivi principali per cui la maggioranza degli italiani ha respinto la proposta del governo di destracentro di imbrigliare la magistratura.
In effetti, questo è stato probabilmente uno dei motori principali, insieme all’avversione verso l’attuale governo, che ha portato tanto popolo e tanti giovani a votare No: un voto democratico trasversale, ma anche di classe. Le zone ZTL, infatti, questa volta si sono sfaldate, mentre il No ha prevalso nelle periferie allargate.
La difesa della Costituzione sembra dunque aver funzionato come significante generale: un “significante pieno” opposto al “significante vuoto” alla Laclau. La Costituzione agisce come leggenda, come riferimento di valori positivi derivanti da un tempo storico reale, anche se ormai distante. Dal ’48, infatti, molte cose sono cambiate.
Quale Costituzione abbiamo dunque difeso?
Abbiamo difeso la Costituzione antifascista? A questo proposito, Massimo Cacciari, in una trasmissione su La7, ha interrotto la signora Gruber, che aveva iniziato il solito discorso sull’antifascismo, affermando con fastidio che era ora di finirla con questa tiritera. La Costituzione non è antifascista per etichetta, ma per ciò che contiene e propone: lo è nei fatti, nel suo impianto. Non c’è bisogno di ripetere continuamente questo slogan.
Cacciari, in questo senso, ha ragione. Si tratta infatti di uno slogan ripetuto fino alla noia dagli “antifascisti della domenica”, spesso utile come foglia di fico per coprire le continue manomissioni e la sostanziale sospensione della Carta.
È stato il centrosinistra a modificare il Titolo V in senso federalista, scelta non prevista originariamente e che ha aperto la strada alle spinte leghiste. Per fortuna, la Consulta ha poi demolito la legge Calderoli, criticando implicitamente anche quelle modifiche costituzionali.
Per non parlare dell’introduzione del pareggio di bilancio, operata dal governo Monti con il consenso di quasi tutti i partiti, senza che — peraltro — “l’Europa ce lo chiedesse”. Successivamente, il segretario del PD Matteo Renzi ha tentato un ulteriore affondo, fortunatamente fallito.
In realtà, l’attacco alla Carta del ’48 è stato ben più grave e sistematico e non riguarda soltanto la seconda parte. È stato un attacco più sottile, aggirante, rivolto alla prima parte, che rappresenta il cuore della Costituzione e che formalmente non può essere modificata. Di questo aspetto fondamentale, però, la maggior parte degli italiani è ignara.
Non parliamo qui delle difficoltà già presenti fin dai primi anni della Repubblica, che tuttavia ha prodotto risultati importanti, seppur parziali, grazie soprattutto alla spinta del movimento operaio, dei giovani e della cosiddetta società civile negli anni ’60 e ’70. Pensiamo allo Statuto dei lavoratori, al Servizio Sanitario Nazionale, all’aborto e al divorzio.
Ci riferiamo piuttosto al fatto che la sconfitta del movimento operaio negli anni ’80, sotto l’egemonia liberista, ha segnato la fine dell’attuazione concreta del dettato costituzionale, con l’indebolimento del ruolo sociale, politico e democratico dei lavoratori. Una pietra tombale sono stati gli accordi del 1992-93.
Stiamo parlando della cosiddetta Seconda Repubblica e dei relativi partiti di centrosinistra e centrodestra, che hanno progressivamente svuotato — attraverso una legislazione spesso in contrasto con lo spirito costituzionale — la parte più significativa della Carta: quella dei principi, dei valori e del modello sociale.
Da allora sono stati disattesi o aggirati articoli fondamentali:
l’articolo 1 (la Repubblica fondata sul lavoro e il principio della sovranità popolare),
l’articolo 2 (solidarietà politica, economica e sociale),
l’articolo 3 (rimozione degli ostacoli all’uguaglianza),
l’articolo 4 (diritto al lavoro),
l’articolo 9 (tutela dell’ambiente),
l’articolo 36 (retribuzione dignitosa),
l’articolo 41 (limiti sociali all’iniziativa economica),
l’articolo 44 (vincoli alla proprietà).
L’ingresso nel Trattato di Maastricht ha sancito l’adesione a un modello fondato sul libero mercato e sulla concorrenza. La perdita della sovranità monetaria è diventata uno strumento per comprimere la democrazia e il potere popolare. Gli obiettivi pubblici si sono spostati: non più occupazione, scuola e salute, ma imprese, mercati e finanza.
L’Unione Europea, con il suo impianto liberista, appare dunque in tensione con la Carta del ’48, che contiene elementi di impronta sociale.
Nonostante l’Unione non disponga di una vera Costituzione — e quando si è tentato di introdurla è stata respinta — si opera come se esistesse. Ne deriva una subordinazione di fatto della Costituzione italiana a un assetto sovranazionale, in cui la Corte di Giustizia europea assume un ruolo assimilabile a quello di una corte costituzionale.
Evidente è anche il contrasto con l’articolo 11. Dalla guerra in Ucraina alle precedenti operazioni nei Balcani, fino all’utilizzo del territorio italiano in conflitti internazionali, la vocazione pacifista della Costituzione appare spesso disattesa.
L’elenco delle tensioni tra Costituzione del ’48 e assetto europeo è lungo.
In parallelo, sono state introdotte leggi elettorali di tipo maggioritario, che sacrificano la rappresentanza e l’uguaglianza del voto in nome della “governabilità”, concetto non previsto dalla Carta. Ciò anche per limitare la possibilità che il popolo influenzi politiche economiche sempre meno compatibili con il dettato costituzionale.
Il risultato è una condizione che può essere definita di post-democrazia e, in parte, di post-costituzionalità. L’astensionismo crescente ne è il sintomo più evidente.
Quello che abbiamo difeso con il referendum, dunque, è soprattutto il ruolo di quella parte della magistratura che ancora richiama una Costituzione formalmente vigente.
Se ai vertici la Costituzione rischia di diventare una foglia di fico, nel popolo resta invece un riferimento vivo. Per questo, la lotta per la sua attuazione — oggi più che mai necessaria, di fronte a frammentazione sociale, impoverimento diffuso e ritorno della guerra — non può che aprire una prospettiva di superamento dell’attuale assetto politico.
Altrimenti resteremo confinati in battaglie difensive e parziali.
È come giocare solo per difendere uno svantaggio: non è gioco.
In libreria dal 14 aprile, il leader del M5S ricostruisce gli snodi della sua ascesa professionale e politica, da palazzo Chigi alla rottura con Grillo. “Di fronte alle ingiustizie del nostro tempo dobbiamo sentire il dovere di reagire”, scrive nella presentazione

(repubblica.it) – Si intitola Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia (Marsilio) il nuovo libro di Giuseppe Conte in libreria dal 14 aprile. “Di fronte alle ingiustizie del nostro tempo dobbiamo sentire il dovere di reagire, mettendo in campo competenze, passione, coraggio per difendere i diritti di coloro che hanno perso ogni tutela, per riaffermare i valori che ci tengono insieme”, scrive il leader del M5S nella presentazione.
“Scelte audaci, successi insperati, ma anche esperienze dolorose e prese di posizione controcorrente. È fatto di tante svolte il percorso di Giuseppe Conte che si intreccia con la storia recente del nostro paese – si legge nella scheda di sintesi – Dalla provincia del Sud alle sfide della capitale. Dalle aule universitarie e di tribunale a quella di Montecitorio. Dal Movimento di protesta al Movimento di proposta, che riforma competenze e valori, e si assume una responsabilità di governo esprimendo una forte carica innovatrice. Il leader alla testa di tante battaglie per la prima volta si racconta, senza censure e senza sconti”.

Si legge ancora: “Mette ordine tra le vicende del passato, pubblico e privato, e ricostruisce gli snodi della sua ascesa professionale e politica, le riforme più osteggiate, la rottura con Beppe Grillo e l’arrivo alla guida del Movimento 5 Stelle. Torna alle decisioni più difficili nei giorni bui della pandemia, all’impegno a favore dei più deboli, alle tensioni che hanno portato alla nascita e alla conclusione del governo Draghi, fino agli scontri con l’esecutivo di Giorgia Meloni. In questo libro lancia il suo progetto per un futuro diverso, fondato su una visione di rottura rispetto alla destra nazionale e nazionalista, e alternativa rispetto all’Unione europea dei burocrati e all’America dei tecnocrati. Emerge una chiara consapevolezza politica: se il rispetto delle regole è fondamentale, queste si possono e si devono cambiare per far funzionare davvero la nostra democrazia, rimuovere le ingiustizie e tornare a coltivare la speranza”.
Gennaro Santamaria, 63 anni, sorpreso mentre intascava una mazzetta da un geometra. Bloccava le pratiche per ottenere il denaro. Decisiva la denuncia della vittima. Mastella: “Stupito e rammaricato”

(di Pierluigi Melillo – repubblica.it) – Arresto choc al comune di Benevento. E’ finito in carcere Gennaro Santamaria, 63 anni, dirigente del Comune di Benevento e responsabile del Gabinetto del sindaco Clemente Mastella, una lunga carriera politica alle spalle. I carabinieri lo accusano di concussione: Santamaria è stato sorpreso nella sua segreteria alla contrada San Vito, dove stava incontrando un geometra, che avrebbe dovuto sborsare una tangente di 4mila euro.
Nel corso di una perquisizione nella sua abitazione, i militari hanno rinvenuto e sequestrato oltre 150mila euro in contanti ed orologi di lusso. Sul caso indaga il Procuratore della Repubblica di Benevento Nicola D’Angelo che in una nota ha chiarito che “allo stato attuale delle investigazioni, le condotte contestate attengono esclusivamente al profilo di responsabilità individuale del dirigente e non risultano estese, né riconducibili, ad altri settori o dinamiche gestionali della macchina amministrativa del comune di Benevento. dell’ente”. Non sono emersi, dunque, elementi di connessione con la struttura comunale.
L’operazione dei carabinieri, coordinata dalla Procura della Repubblica, trae origine dalla coraggiosa e dettagliata denuncia sporta da un libero professionista, amministratore di una società di progettazione locale. Il professionista ha riferito agli inquirenti una reiterata serie di condotte vessatorie poste in essere dal pubblico ufficiale il quale, “abusando della propria posizione apicale, avrebbe indebitamente preteso una ingente somma di denaro in cambio dello sblocco di procedimenti amministrativi e pratiche edilizie”.
Per giustificare la richiesta di mazzette il dirigente comunale avrebbe posto in essere una serie di comportamenti per bloccare le pratiche dell’imprenditore, tra ritardi burocratici e pretestuose richieste di integrazione di documenti. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti ci sarebbe stata una richiesta esplicita di 70mila euro per sbloccare l’iter delle pratiche. I Carabinieri sono intervenuti di iniziativa subito dopo la consegna di una prima tranche di 4mila euro in contanti (denaro precedentemente censito dalla Polizia Giudiziaria e già restituito all’avente diritto).
Nel corso della successiva perquisizione presso l’abitazione dell’indagato, oltre al sequestro di vari orologi di pregio (del valore stimato in circa 100.000,00 euro), i Carabinieri si sono trovati di fronte a un vero e proprio tesoretto in contante, precisamente 157.400,00 euro in banconote (principalmente da 50 e 100 euro) suddivisi con chirurgica precisione in mazzette da 5mila euro ciascuna. Ogni mazzetta era inserita in una busta di carta recante all’esterno l’indicazione a penna della cifra contenuta.
“Questo risultato investigativo – spiega il Procuratore D’Angelo – dimostra plasticamente come la legalità non possa essere delegata esclusivamente all’azione repressiva della Procura della Repubblica o delle Forze dell’ordine. Il vero e insuperabile argine contro ogni forma di sopruso, concussione o condizionamento illecito risiede nel sentimento di legalità dei cittadini e nella loro determinazione a non piegarsi alle logiche del malaffare. Il rinvenimento di somme di denaro così ingenti e – allo stato – non giustificate, richiama l’urgenza di fare fronte comune contro ogni forma di prevaricazione. Per questo motivo, la Procura della Repubblica di Benevento invita fermamente cittadini, professionisti e imprenditori a non subire in silenzio, ma a denunciare tempestivamente qualsiasi episodio di concussione, estorsione o comunque di pressione illecita di cui siano stati vittime o testimoni. Si rivolgano con fiducia alle istituzioni dello Stato”.
“L’obiettivo – aggiunge il Procuratore D’Angelo – non è solo fare piena luce su specifici fatti reato, ma innescare una svolta culturale in cui la denuncia diventi la normalità: l’unico modo per bonificare il mercato da illecite rendite di posizione, liberare il contesto sociale dal giogo delle estorsioni e da ogni altra forma di asfissia criminale, garantendo così sicurezza, dignità e pari opportunità a tutti i cittadini ed agli operatori economici onesti”.
“Ho appreso con stupore la notizia dell’arresto del dirigente del Comune di Benevento, Gennaro Santamaria. Da quello che leggo si sarebbe trattato di un arresto in flagranza di reato per una ipotesi di concussione. Leggo anche del sequestro di somme di denaro in contanti. Se le ipotesi di reato dovessero corrispondere al vero, oltre ad essere parte offesa quale Sindaco del Comune di Benevento, sarei profondamente rammaricato anche sul piano umano. Il segretario generale ha disposto la sospensione dal servizio del Dirigente coinvolto. Tanto premesso, considerato che vige il principio di non colpevolezza fino ad una eventuale sentenza definitiva di condanna, il dirigente avrà modo di difendersi dinanzi all’Autorità giudiziaria, esponendo le proprie ragioni, che mi auguro possano rappresentare una realtà diversa da quello che appare. Ripongo, come sempre, la massima fiducia nell’operato della magistratura”, lo scrive in una nota il sindaco di Benevento Clemente Mastella.
Nel 2017 Meloni prese l’aereo per La Vardera tra elogi e giri sull’Apetta. L’altra notte il whattsapp in piena crisi internazionale

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Viviamo un’epoca che sente la fine prima ancora di comprenderla. La pensosa considerazione, del tutto sproporzionata rispetto a un evento politico minore, consente tuttavia di acchiappare al volo, o tentare di, alcuni aspetti del polemico scambio di whatsapp avvenuto in notturna tra la premier Giorgia Meloni e il deputato regionale siciliano Ismaele La Vardera.
Come ovvio, la faccenda va oltre l’accusa al governo di aver sabotato i rimborsi dopo la mareggiata in Sicilia, così come forse trascende la reazione della presidente che ha invitato il suo interlocutore a vergognarsi del suo modo di far politica.
La prima chiave riguarda semmai la qualità del tempo meloniano nel week-end, per cui in presenza di problemi di enorme rilievo anche internazionale, dopo la mezzanotte la premier ha trovato l’energia e la sdegnata verve di rispondere, ben sapendo che subito il tipo se la sarebbe giocata trionfante e indignato, “si deve vergognare lei”, eccetera.
Al di là di ogni giudizio, si capisce che Meloni, come molti di noi, vive appiccicata al telefonino, ma trattandosi del capo del governo tale pulsione appare al limite ammirevole, una specie di evoluzione della finestra accesa nel buio a Palazzo Chigi – e prima a Palazzo Grazioli e prima ancora a Palazzo Venezia.
Ciò detto, il secondo aspetto ha a che fare con il personaggio La Vardera, pure lui evidentemente vigile e insonne. Giorgia lo conosce fin troppo bene, anzi diciamo pure che se l’è legata al dito quando, nella primavera del 2017, prese l’aereo e arrivò a Palermo proprio per lui che, giovanissimo, si presentava alle elezioni. Fu amore a prima vista, complimenti, elogi, pollicioni alzati, foto di loro due sorridenti a bordo dell’Apetta di lui. Solo che era tutta una finta, nel senso che quella campagna elettorale servì al candidato-attore per farsi un documentario, per di più strafottente con Meloni e Salvini, che pure c’era cascato con tutti e due gli scarponi. La Vardera comunque fu eletto, alla faccia e insieme grazie a Fratelli d’Italia e alla Lega.
Con il suo nome solennemente biblico e un gusto anche creativo per le beffe e le carambole ad alto impatto, mosso dall’idea che il vero è falso e il falso è vero, Ismaele, già incursore delle Iene, sarebbe piaciuto a Guy Debord, santo fondatore del situazionismo. Qui un po’ ritorna il cervellotico assunto di partenza che prelude all’apocalisse, nel senso originario di sollevamento di veli o rivelazione. Basta farsi un giretto sui social per ritrovare in questo giovanotto dalla rossa chioma qualcosa di Don Chisciotte, Garibaldi, Pannella, Leoluca Orlando, un po’ di grillismo, tratti che lo rendono il king, detto in gergo social, di una politica tanto effervescente quanto impressiva ed evanescente, comunque all’altezza dei tempi.
La mamma, Bob Dylan, la mafia, le basi americane, la liberazione delle spiagge, il bagno d’inverno, il patriottismo siciliano, le ospitate nei talk, le ingiustizie, le buone azioni. A Natale si è anche vestito da Babbo Natale, si sta affrancando da Cateno De Luca e ha fondato un suo movimento, “Controcorrente”. Insomma, l’esordio ego-situazionista è un po’ rientrato e ora La Vardera punta a fare il presidente della Regione. Con l’arietta che tira, magari con l’aiuto degli dei e del caos, nel 2027 potrebbe addirittura farcela.
E qui, sempre pensando alla premier e al suo telefonino compulsato nottetempo, entra in ballo il terzo aspetto e cioè il ruolo politicamente cruciale che dai tempi di Crispi fino alla strage di Capaci, la Sicilia ha giocato e può ancora giocare rispetto al potere centrale e all’Italia, di cui per tanti versi l’isola è un prolungamento, ma al quadrato. Ricchissima di elettori e ben piazzata al centro del Mediterraneo, oltre a passare di mano facilmente, è anticipatrice di scossoni ed equilibri.
Sopraffatto da catastrofi, scandali e impicci, a occhio il governatorato di Schifani sta più di là che di qua. Infiniti guai possono venire a Meloni da laggiù. Dopo tutto era appena scattata l’ora legale.
Esclusivamente 7 e 8 aprile 2026 ore 21
Quattro Quarti. Io sono rara.
di: Oriana Gullone
Con e regia di: Alessandra Silipo
Musiche: Andrea Strange

Ombre, ricordi, oggetti simbolici e voci reali. Attraversamento di piani, tempi e respiri. Oriana, il suo sguardo sul mondo, il suo humour tagliente e la sua forza luminosa. Capace di ridere quando nessuno avrebbe riso. Capace di trovare parole dove altri avrebbero trovato solo silenzio. Il tentativo di raccontarla, di ricordarla, – con amore, precisione e smarrimento – di restituire la musica della sua presenza, delle sue parole, dei suoi pensieri. E poi la Miastenia, una nota stonata che non vuole rientrare nello spartito. Una quotidianità smontata, osservata, raccontata con sincerità disarmante. E poi i consigli assurdi, gli amori che inciampano. Un monologo biografico, un omaggio a una donna che ha fatto del proprio sguardo un’arma e un riparo, che ha trasformato la malattia in materiale poetico e la quotidianità in resistenza creativa. Stand-up amara, poesia, canzoni, dialoghi in controluce e frammenti di vita. Un racconto che ci trasporta in un mondo fatto di speranza. Un inno alla vita e al ritmo personale. Un invito a riascoltare il proprio tempo interiore, anche quando non coincide con quello del mondo. Una vertigine che ci riguarda tutti: sani, non sani, stanchi, resilienti, distratti, in lotta, in ascolto.
LO SPETTACOLO
Lo spettacolo nasce dalle parole e dalla voce della giornalista Oriana Gullone: un materiale vivo, potente, intimo, attraversato da ironia feroce e lucidità poetica. Quattro Quarti. Io sono rara è un atto politico e poetico, una dichiarazione d’amore verso il ritmo personale di ciascuno, verso quelle battute irregolari che, nonostante tutto, continuano a suonare. Oriana ci consegna una musica segreta. Le sue parole sono scintille che illuminano il buio, a volte ferocemente ironiche, con lo sguardo che non si piega mai alla tragedia ma che continua a cercare la bellezza. È un atto d’amore: verso Oriana, verso chi vive con una malattia rara, verso chi lotta per essere creduto, verso chi trova la forza nell’ironia e nella verità. Il fulcro è la sua voce e il tentativo di raccontarla, ricordarla, celebrarla. Per questo la scelta è di far dialogare teatro, maschera, commedia e poesia con il materiale autobiografico che compone lo spettacolo e lo arricchisce di un taglio cinematografico: linguaggi che abitavano il suo modo di stare al mondo. Lo spettacolo racconta tutti noi, il nostro bisogno di tenere insieme i pezzi, di continuare a suonare la nostra musica anche quando la partitura si strappa. La malattia si trasforma in linguaggio scenico in un ambiente sospeso tra reale e simbolico. La regia non vuole imitare Oriana, ma ascoltarla profondamente, lasciando che sia lei a guidarne il ritmo emotivo indipendentemente dalla misura del “tempo ordinario”. Un invito a riconoscere la propria dissonanza, a scoprire che nella rottura si può trovare un ritmo nuovo, personale, profondamente umano. Un ritmo che, nonostante tutto, continua a battere.
Parte dell’incasso sarà devoluto alla fondazione Il Bullone. (https://bullone.org/)
PRESS OFFICE
Vania Lai vanialai1975@gmail.com
TEATRO TRASTEVERE
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Biglietti: 13.00
-prevista tessera associativa-
giorni feriali ore 21
Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847
OLTRE CENTO CANTINE UNITE IN UN PROGETTO INTEGRATO TRA IDENTITÀ, VINO ED ENOTURISMO

Tra gli appuntamenti in programma, tre Masterclass in programma con firme di rilievo internazionale, focus su enoturismo, nuove generazioni del vino e realtà virtuale. Il Commissario straordinario Pettrone: “Così Irpinia e Sannio si presentano come un sistema coeso, capace di dialogare con i mercati internazionali”
Anche quest’anno la Camera di Commercio Irpinia Sannio sarà protagonista al Vinitaly con una presenza strutturata e coordinata che valorizza l’identità, la qualità produttiva e la vocazione enoturistica dei territori di Irpinia e Sannio. Saranno 101 le realtà vitivinicole coinvolte nella collettiva della Regione Campania presso il Padiglione Campania, espressione delle principali denominazioni del territorio, in una partecipazione unitaria che punta a rafforzarne il posizionamento nel panorama nazionale e internazionale. Un’iniziativa che supera la dimensione della semplice presenza fieristica per affermarsi come una piattaforma integrata di comunicazione, promozione e relazione.
Cuore del progetto è l’adozione di un claim unitario Irpinia-Sannio – “Irpinia Sannio IS” – pensato per rafforzare la riconoscibilità del territorio attraverso una narrazione contemporanea, capace di valorizzare biodiversità, paesaggio ed eccellenza produttiva. Il claim richiama sia le iniziali di Irpinia Sannio sia il verbo essere in inglese, aprendo a una comunicazione internazionale e a molteplici declinazioni del racconto territoriale. Durante Vinitaly saranno realizzati contenuti video e attività di media relation per raccontare in tempo reale l’esperienza in fiera e amplificarne la visibilità sui diversi canali di comunicazione.
La partecipazione della Camera sarà arricchita da tre Masterclass in programma presso l’Area Eventi della Regione Campania, al centro del Padiglione Campania.
La prima si terrà lunedì 13 aprile alle ore 15.00: un talk & tasting sul tema “Irpinia Sannio Wine Experience: territori, vini e ospitalità”, incontro-degustazione dedicato alla valorizzazione dell’esperienza enoturistica e dell’identità dei territori irpini e sanniti. Interverranno Tommaso Luongo, Presidente AIS Campania, Maria Paola Sorrentino, Presidente Movimento Turismo del Vino Campania, Violante Gardini Cinelli Colombini, Presidente nazionale Movimento Turismo del Vino, Alessandra Dal Monte, Cook – Corriere della Sera. Il talk sarà accompagnato da una degustazione di vini dell’Irpinia e del Sannio.
La seconda Masterclass è in programma martedì 14 aprile, alle ore 15.00, sempre presso l’Area Eventi della Regione Campania, sul tema “Nuove generazioni del vino campano: visioni, sostenibilità e mercati”. Un approfondimento dedicato ai protagonisti del futuro del vino campano, guidato dal wine writer internazionale Ian D’Agata e da Tommaso Luongo, Presidente AIS Campania.
Infine, mercoledì 15 aprile, dalle ore 12 alle ore 13, “Realtà virtuale e vino: nuove frontiere della promozione – Strumenti immersivi per valorizzare cantine e territori”, un appuntamento dedicato alle nuove tecnologie applicate al vino, per esplorare come la realtà virtuale possa trasformarsi in uno strumento strategico e coinvolgente per la promozione delle cantine e la valorizzazione dei territori.
“La partecipazione a Vinitaly si inserisce in una strategia più ampia di valorizzazione del territorio – afferma il Commissario straordinario della Camera di Commercio Irpinia Sannio, Girolamo Pettrone – attraverso cui la Camera di Commercio Irpinia Sannio è impegnata nel sostenere concretamente le imprese e nel promuovere un modello integrato che unisce produzione, turismo e cultura. Irpinia e Sannio si presentano oggi come un sistema coeso, capace di dialogare con i mercati internazionali con una proposta sempre più strutturata e competitiva, raccontando attraverso il vino una storia autentica fatta di identità, qualità e visione contemporanea. L’obiettivo è rafforzare il posizionamento dei nostri territori e accompagnare le aziende in un percorso di crescita che valorizzi non solo il prodotto, ma l’esperienza complessiva che esso rappresenta”.
Le aziende partecipanti
Irpinia
Antica Hirpinia
Antico Castello
Azienda Vitivinicola Nardone Nardone
Azienda Agricola Torricino
Benito Ferrara
Borgodangelo
Calafe’
Cantina Giovanni Molettieri
Cantine Antonio Caggiano
Cantine Buonanno
Cantine Catena di D’Agostino Angelo Antonio
Cantine Cennerazzo
Cantine di Marzo
Cantine Forno
Cantine Lonardo Contrade di Taurasi
Cantine Russo Taurasi
Ciro Picariello Vignaiolo in Summonte
Colli di Castelfranci
Colli di Lapio di Clelia Romano
Colline del Sole
Consorzio Tutela Vini d’Irpinia
Crypta Castagnara Cantine
D’antiche Terre Società Agricola srl
Di Meo
Donnachiara
Famiglia Pagano srl
Feudi di San Gregorio
Filadoro
Fonzone
Guido Marsella
I Capitani
I Favati
Il Cortiglio
Vini Fratelli Follo
In Cinere
Laura De Vito
Liquorificio Mastr’Antonio
Macchie Santa Maria Cantine
Macchioni Caprinatura
Montesole
Orneta Vino&Olio
Passo delle Tortore srl
Paterno
Perillo
Petilia Azienda Agricola
Pietracupa
Rocca del Principe di Fabrizio Aurelia
Salvatore Molettieri
Sella delle Spine
Selva Solina Azienda Agricola
Tenuta Cavalier Ferrante
Tenuta Cavalier Pepe
Tenuta De Gregorio
Tenuta del Meriggio
Tenuta Gregorio
Tenuta Sarno 1860
Tenuta Scuotto
Tenuta Vitagliano
Terre D’Aione
Terre di Valter Società Agricola srl
Terredora
Torrevigne
Traerte Vadiaperti
Vigna Villae in Taurasi
Vigne Irpine
Villa Diamante
Villa Raiano
Sannio
Aia dei Colombi
Antica Masseria Venditti
Azienda Agricola Cav. Mennato Falluto
Azienda Agricola Elena Catalano
Azienda Agricola Via dei Mulini
Cantina del Taburno
Cantina di Solopaca
Cantine del Maresciallo
Cantine Iannella
Cantine Tora
Capolino Perlingieri
Fattoria La Rivolta
Fontana Reale
Fontanavecchia
I Pentri
Il Poggio Famiglia Fusco Viticultori
La Fortezza Enzo Rillo
La Guardiense – Janare
La Vinicola del Titerno
Masseria Frattasi
Nifo Sarrapochiello
Ocone Vini 1910
Pietrefitte
Sannio Consorzio Tutela Vini
Santiquaranta
Tenuta San Girolamo
Terre d’Aglianico di Libero Rillo
Terre Stregate
Torre dei Chiusi Azienda Agricola di Domenico Pulcino
Torre del Pagus
Torre Varano
Vigne di Malies di Foschini Flaviano
Vigne Storte
Vinicola del Sannio srl
PER CONTATTI E PER LA PRENOTAZIONE ALLE MASTERCLASS
UFFICIO STAMPA
Miriade & Partners per Camera di Commercio Irpinia Sannio – Vinitaly 2026
La città irpina è l’unica realtà campana che partecipa al programma ministeriale di sviluppo territoriale
Il Sindaco Ruggiero ringrazia il Direttore artistico Cascino e il team del dossier L’Appia dei Popoli

Mirabella Eclano (AV) entra in Cantiere Città, il percorso di rafforzamento delle competenze progettuali che il Ministero della Cultura e la Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali riservano alle finaliste candidate a Capitale italiana della Cultura 2028 per valorizzare i progetti del dossier e consolidare le relazioni avviate.
In una dichiarazione pubblica, il Sindaco della città irpina che ha rappresentato la Campania, Giancarlo Ruggiero, riconosce il contributo qualificato e appassionato del Direttore artistico Francesco Cascino, del team e della community di Art Thinking Project e di SEF Consulting, che hanno lavorato alla definizione del dossier, oltre che della Regione e dei Comuni limitrofi: «Cantiere Città ci offre lo strumento concreto per dare continuità ai progetti del dossier e siamo pronti a ripartire determinati, con l’amore, le competenze e le connessioni internazionali del nostro Direttore artistico e delle distintive professionalità che ha coinvolto».
«Il progetto è di un intero territorio, con imprese, università e cinquanta Comuni che hanno creduto nel dossier – conclude il Sindaco Ruggiero –: a tutti va la nostra gratitudine e l’impegno a proseguire insieme».
DICHIARAZIONE DEL DOTT. GIANCARLO RUGGIERO, SINDACO DI MIRABELLA ECLANO
A nome mio personale e di tutta la Giunta di Mirabella Eclano desidero ringraziare di vero cuore tutte le professioniste e tutti i professionisti che si sono impegnati nell’analisi prima, e nella sintesi del Dossier poi, la cui altissima e inedita qualità ci ha portati a essere tra le dieci finaliste al titolo di Capitale italiana della Cultura 2028, unica città a rappresentare la Campania. Sappiamo tutti com’è andata, abbiamo letto decine di articoli per merito del nostro Capo Ufficio Stampa e di una stampa che, evidentemente anch’essa innamorata della nostra sfida, ci ha davvero riempito di attenzioni fuori ogni aspettativa, cosa per la quale ringrazio giornaliste e giornalisti campani e non. Dispiace a tutti noi non aver vinto il titolo ma, ribadisco, abbiamo intenzione di dare a Mirabella Eclano il presente e il futuro che merita, forti anche del supporto ufficiale della Regione che, con una splendida lettera del Presidente Roberto Fico, dell’Assessore alla Cultura Onofrio Cutaia e dell’Assessore al Turismo Vincenzo Maraio, che ringrazio sentitamente, ci ha trasmesso fiducia e motivazione; una politica illuminata e operatori culturali evoluti, alleati, in dialogo e in armonia come ai tempi del Rinascimento, sono il segreto per creare valore ancor prima di successo.
Sappiamo tutti quanto il nostro Direttore artistico, Francesco Cascino, ci abbia messo cuore e visione, amore e competenze, fiducia e connessioni internazionali, cosa per la quale gli saremo per sempre grati e lo sentiamo ormai parte della nostra comunità. Oggi è anche il momento di dare l’esempio di una politica vicina alle emozioni e alle persone, le uniche cose che restano per sempre e motivano ogni essere umano ad andare avanti, ringraziando anche tutto il Team e tutte le persone che si sono innamorate di Mirabella e del progetto, e si sono messe a disposizione pur quasi senza risorse e con nessuna certezza di vincere. Le loro competenze distintive e le loro visioni uniche sono state, sono e saranno per noi sempre fonte di ispirazione anche nella collaborazione futura. Cantiere Città ci offre lo strumento concreto per dare continuità ai progetti del Dossier e siamo pronti a ripartire determinati, con l’amore, le competenze e le connessioni internazionali di Art Thinking Project ETS e delle professionalità che ha coinvolto.
Desidero quindi ringraziare personalmente Crescenzo Abbate, Errico Formichella, Paolo Animato, Pierpaolo Forte, Gianvirgilio Cugini, Maria D’Ambrosio, Donato Faruolo, Alberto Improda, Massimo Maggio, Giuseppe Assanti, Massimo Lo Pilato, Barbara Martusciello, Marco Scotini, Laura Marchetti, Mario Cesarano, Adele Picone, Angelo Bianco Chiaromonte, Peppe Biscaglia, Luigi Maffei, David Ardito, Massimo De Cristofaro, Flavio Castaldi, Raffaele Pietropaolo, Pierfrancesco Fiore, Claudio Bruno, Ugo Morelli, Generoso Picone e Michele Costabile. Ringrazio anche le artiste e gli artisti che hanno accettato l’invito a lavorare con noi, che ora non cito perché davvero sono troppi e che ha citato Cascino a questo link, raccontando anche la sintesi del Dossier. Spero davvero di vederli ancora al nostro fianco nella prosecuzione delle politiche di sviluppo territoriale che stiamo mettendo in campo.
Ringrazio le organizzazioni che hanno lavorato per noi, a cominciare da Art Thinking Project ETS e SEF Consulting fino al Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli, il Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Salerno, la Direzione Regionale dei Musei della Campania, il Parco archeologico di Conza, le Cantine Quintodecimo, le Cantine Mastroberardino, le Cantine Antonio Caggiano (Taurasi), l’Azienda Guarino EPS, l’Azienda Enrico Imbriano, Villa Orsini, Villa Assunta, l’Azienda Vitale, l’Azienda Univerest, l’Azienda Profilia, AXIO Insurance Broker, Aloha gelateria internazionale ed Æclanum Travel Agency, sperando che molte altre ne seguano l’esempio supportando gli sforzi che ci accingiamo a fare per il futuro di tutti e di ciascuno. Ringrazio la mia Assessora alla Cultura e i 50 Comuni a noi vicini che hanno aderito al Dossier, con i loro rispettivi sindaci.
Il progetto è di un intero territorio, con imprese, università, studenti, docenti, commercianti e i Comuni che hanno creduto nel Dossier. A tutti va la nostra gratitudine e l’impegno a proseguire insieme, oltre che a chi vorrà aggiungersi.
Se andiamo a guardare gli esempi contemporanei di chi i palinsesti culturali e l’arte pubblica se li è fatti da soli, cioè senza lo Stato e insieme alle amministrazioni locali e regionali, come nel caso del nostro Dossier, con gli operatori culturali e le imprese che hanno lavorato insieme, in tutto il mondo, vedremo che i numeri sono impressionanti: dai sei ai sedici punti di PIL ogni anno sono quelli legati agli interventi culturali e di arte pubblica. La cultura produce idee, visioni e stimoli che alimentano l’impresa e la politica, da sempre, quindi la società e la scuola.
Il sogno a Mirabella può ancora avverarsi e per comprenderlo basta avere l’attenzione di saper osservare le nostre terre; l’armonia con cui sono state ideate e costruite le nostre città viene da artiste e artisti, persino ante litteram, che hanno realizzato abitati, monumenti, strade, piazze e ponti alla maniera dell’arte: armonia, intelligenza, accoglienza, funzione.
Desidero in ultimo ricordare ai nostri giovani che ringraziare viene da grazia, riconoscenza e piacevolezza, cioè l’eleganza con cui si vive la vita. Per questo li invito a condividere il mio sentimento di accoglienza e ascolto di chiunque venga da noi con le proprie conoscenze e le proprie diversità, a cominciare dagli amici citati prima, di chiunque si innamori di noi e ci aiuti a migliorare in ogni senso, come noi aiutiamo loro a sentirsi a casa con i nostri valori, le nostre intelligenze e le nostre sapienze. Che questo sia anche un invito all’unità, all’unione e all’armonia tra noi.
Ad maiora!
Giancarlo Ruggiero
Sindaco di Mirabella Eclano

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Giorgia Meloni sta operando un avvincente restyling. Ovviamente, se avesse vinto il sì, tutti quelli che ha tardivamente dimesso sarebbero ancora lì, e pure questo fa capire quanto la sua ritrovata attenzione per la “questione morale” di berlingueriana memoria sia sincera. Apprezziamo però lo sforzo, e – già che ci siamo – ci permettiamo sommessamente di consigliare altre operazioni, invero assai urgenti, di maquillage politico.
[…]
Defenestrazione di Urso. Meloni non può fermarsi alla simpatica signora Garnero, al bisteccaio nero Delmastro e alla zarina aggraziata Bartolozzi. Servono urgentemente altre defenestrazioni. La prima? Adolfo Urso. Sarebbe una tragedia per la satira, e quindi molti – a partire da Maurizio Crozza – ne soffrirebbero assai, ma ne trarrebbero giovamento immediato tanto il governo quanto il paese. Si parla in questo senso di Zaia al suo posto. Ci può stare, però i rumors darebbero a quel punto non Urso spedito in Siberia, bensì comodamente riparcheggiato al ministero del Turismo. Ora: in quel dicastero c’è già stata tre anni e mezzo la Garnero. Non ha sofferto già abbastanza? Che diavolo vi ha fatto di male il turismo?
Lollobrigida go away. Il livello del governo Meloni è così basso che neanche si parla più di Lollobrigida, che nei primi mesi sembrava per distacco il più improponibile del lotto. Invece lo stanno superando in tanti, anzi troppi, a conferma di come la classe dirigente meloniana sia esaltante come un disco di Tony Effe ricantato da Pucci. Consiglio: prenotare un Frecciarossa a Lollobrigida (mezzo che come noto ben conosce) e farlo partire per destinazione ignota. Buona vita e non tornare, mitico Lollo!
Il preside Valditara. Distruggere la scuola pubblica è sempre stato il grande sogno di Licio Gelli e, più in generale, di tutti i sistemi antidemocratici (o comunque assai poco liberali): più le nuove leve crescono stolte e più sono poi propense a credere a qualsivoglia menzogna del potere. Valditara pare però la versione da discount del preside bigotto de L’attimo fuggente. Con un ministro così, i giovani col cavolo che voteranno mai Meloni. E l’ultimo referendum (daje!) mi pare che l’abbia ampiamente dimostrato.
[…] Salvate il soldato Tajani. Marina Berlusconi vuole cacciare anche Tajani. Come non capirla. Sarebbe però, per chi fa satira, una tragedia. Da solo Tajani mi fa mezzo spettacolo teatrale, e io ci ho proprio investito a livello professionale sui Tajani Bond. Quindi, per favore, almeno lui lasciatecelo. È una sagoma, e negli ultimi mesi – tra droni nel garage e appelli alla pace – ha una forma Slam che neanche Sinner. Leggenda pura.
“Vinceremo di dieci punti”. La figuraccia (tra le tante) che ha fatto Italo Bocchino (con rispetto parlando) sul referendum resterà nei secoli. Ed è andata ad aggiungersi alle sue precedenti 870mila operazioni autolesionistiche di tremebondo mirror climbing. Chiunque lo senta parlare, per reazione, vota tutti tranne che la Meloni. Eppure, dopo il disastro referendario (daje!), Bocchino è tornato in tv come nulla fosse. Delle due, l’una: o Meloni vuole perdere a tutti i costi le prossime elezioni, e quindi lo usa come instancabile disboscatore di consensi, oppure si intende di comunicazione come Nordio di giustizia.
[…]
E poi ancora. Andrebbero allontanate molte altre figure. “Bau Bau” Montaruli. Donzelli, che andrebbe dimesso da Donzelli. Bignami, un altro che desertifica consensi con impeto wagneriano. E poi i troppi giannizzeri della comunicazione destrorsa, a partire da Sallusti (efficacissimo come maestro comunicativo dei comitati per il Sì), che di sicuro non aiuteranno Meloni a gestire con intelligenza la legnata referendaria (daje!) senza finire rosolata.
Concludendo. Si dirà: “Eh, ma se ripulisce tutto alla fine non resta nessuno”. Appunto!

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Trump invaderà l’isola di Kharg? Trump consente di azzardare una previsione sulla base dei suoi comportamenti passati. Quando Trump ha detto che stava valutando se condurre un’operazione militare, aveva già deciso di condurla. È accaduto nel giugno 2025, quando disse che stava valutando di bombardare l’Iran, e nel gennaio 2026, quando disse che stava valutando di bombardare Caracas. Da una parte, dichiarava di essere indeciso; dall’altra, costruiva l’armada. Due casi sono pochi per una generalizzazione, ma in tutti i casi osservati finora, Trump ha usato le dichiarazioni pubbliche per nascondere le decisioni operative.
[…]
In caso di invasione, gli scenari più probabili sono tre: 1) la vittoria facile; 2) lo stallo; 3) la guerra asimmetrica. Nello scenario della vittoria facile, Trump distrugge le capacità offensive dell’Iran e l’operazione diventa un gioco da ragazzi. Questo è lo scenario assicurato da Trump. A suo dire, l’invasione di Kharg sarebbe una passeggiata giacché l’Iran è disarmato. Nello scenario dello stallo, gli americani si ritrovano circondati dagli iraniani. Nello scenario asimmetrico, gli americani mantengono il controllo dell’isola, ma l’Iran attacca le navi nello Stretto di Hormuz e le strutture energetiche dei Paesi del Golfo. È improbabile che l’Iran baci la mano di Trump per una ragione culturale. Le leadership politiche non prendono decisioni nel vuoto, ma all’interno di sistemi di valori. La classe governante iraniana ha dimostrato di non avere paura di morire perché è sorretta dalla cultura del martirio. Trump uccide i leader iraniani per spaventare i loro sostituti. Secondo la teoria della “decapitazione” di Trump, nessun iraniano accetterà una posizione di comando per paura di morire. Eppure i sostituti sono più radicali dei predecessori. È la stessa cultura del martirio che ha reso impossibile distruggere Hamas e Hezbollah. La cultura di Trump esalta la vita e i piaceri della carne più della morte e della mortificazione del corpo. Trump ha l’esercito più potente del mondo, ma non conosce la cultura guerriera. A causa del suo etnocentrismo, era convinto che il regime iraniano si sarebbe arreso al primo bombardamento. Trump ha proiettato sui leader iraniani il modo di concepire la vita dei leader occidentali, figli di una società opulenta ossessionata dall’edonismo e dalla cura estetica del corpo.
[…] I festini di Epstein sono una “mappa culturale”. Nel frattempo, Netanyahu gongola. Israele, che prospera grazie agli aiuti Usa, non ha bisogno di stabilità. L’Iran, invece, potendo contare soltanto sulle proprie forze, può prosperare soltanto nei commerci e, quindi, nella pace. Israele ha un interesse strutturale nell’instabilità del Medio Oriente. Nelle guerre civili permanenti, i suoi vicini sono più deboli. Il fatto che Israele sia un Paese così piccolo e povero di risorse condanna il Medio Oriente a una tragedia permanente. Siccome Israele è debole, tutti devono essere più deboli di lui. Gli accordi di Obama rischiavano di stabilizzare il Medio Oriente e Netanyahu ha lavorato per disfarli. Anche con un presidente trumpiano, l’Iran continuerebbe a essere povero giacché gli Stati Uniti “toserebbero” ogni suo nuovo incremento di ricchezza per proteggere Israele. L’Iran, sotto il dominio americano, non potrebbe mai sviluppare appieno le proprie potenzialità. Il controllo coloniale di Gaza richiede il controllo coloniale dell’Iran. I palestinesi devono essere privati di ogni alleato e arma per difendersi dallo sterminio. Giorgia Meloni, appoggiando tutto questo, ha rinnovato la cooperazione militare con Netanyahu per altri cinque anni ed è entrata nel Board of peace di Trump.
Una delle aziende fallite, a lei riconducibili, possedeva opere per 1,8 milioni, poi svalutate. I conti di Bioera presso Signature Bank e i soldi inviati al misterioso fondo emiratino Negma

(Enrica Riera e Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Un dipinto del maestro surrealista Joan Miró. Capolavori di arte moderna come Charlemagne di Ouattara Watts, quadro stimato circa 40mila euro. E poi pezzi d’antiquariato: dal divano di Gio Ponti fino al mobile bar di Aldo Tura, passando per librerie, tavoli, vasi pregiati. Negli atti d’indagine dei pm di Milano su Bioera, la società fallita che ha comportato l’iscrizione per bancarotta fraudolenta di Daniela Santanchè, si fa il punto sui conti dell’azienda un tempo attiva nel settore dei prodotti alimentari biologici. E non solo emerge che, dalla vendita all’asta di 51 opere d’arte stimate circa 250mila euro, i curatori fallimentari hanno ricavato poco più di 34mila euro. Viene fuori anche un altro fatto, forse più interessante e inedito, che riguarda i beni di Bioera e, soprattutto, la sua gestione, non sempre cristallina, anche in riferimento ad alcuni bonifici “sospetti” che la srl avrebbe destinato ai conti di un fondo offshore negli Emirati Arabi.

Al 2018 la società, di cui l’ex ministra del Turismo è stata presidente fino al 2021, possedeva opere d’arte per un valore di 1,8 milioni di euro (solo nel 2015 ne ha acquisita una da un milione). Bioera ne è diventata proprietaria grazie al trasferimento da parte di Biofood Holding Srl, società della galassia Santanchè, a titolo di estinzione di un credito.
Cinque anni dopo però, nel 2023, il valore complessivo delle opere è sceso a 413mila euro. Un cambiamento da imputare, in base a quanto emerge, a variazioni e cessioni. Tradotto: la collezione d’arte di Bioera ha subito una pesante svalutazione in parte perché i periti esterni chiamati dalla srl a stimare il “costo” delle opere l’hanno ritenuto più basso rispetto a quanto credeva la stessa Bioera, in parte perché le opere sono state vendute.
Proprio sulle cessioni, realizzate due anni prima dell’asta giudiziaria, ci sarebbero i maggiori dubbi. Qual è stato il loro prezzo? Chi sono stati gli acquirenti? Abbiamo provato a chiederlo all’ex ministra del Turismo, ritirata a vita privata dopo l’atto di «obbedienza» nei confronti della premier Giorgia Meloni che ne ha chiesto le dimissioni a seguito della vittoria dei No al referendum sulla Giustizia. Santanchè ha detto di «non saperne niente e di rivolgersi a chi aveva le deleghe».

I misteri non finiscono qui. Dai bilanci emergono i rapporti tra Bioera e Signature Bank, banca commerciale statunitense con sede a New York, fallita il 12 marzo 2023. Il terzo fallimento più grande nella storia bancaria degli Stati Uniti. In questo istituto di credito Bioera possedeva due conti correnti: uno dichiarato e l’altro, invece, tenuto “nascosto” nella contabilità della società. Proprio da quest’ultimo conto, secondo quanto apprende Domani, è stato effettuato un bonifico di circa 100mila euro a favore di Negma, misterioso fondo con sede a Dubai. Di quel trasferimento non c’è tuttavia la causale.
Anche in questo caso abbiamo chiesto a Santanchè, che ha ribadito di «non saperne niente». Le ombre pertanto restano. D’altronde, Negma ha “prestato” milioni di euro a tutte le società in difficoltà della ministra del Turismo: oltre a Visibilia anche a Ki group e alla stessa Bioera. Il fondo, dei cui componenti non si conosce l’identità, avrebbe quindi sostenuto le società della senatrice di FdI, comprando obbligazioni convertibili, prima del fallimento dichiarato dal tribunale meneghino.
Di Negma, come già raccontato da Domani, si parla nelle carte giudiziarie di Equalize, la società dei dossier su cui indagano sempre i pm di Milano. In particolare, gli hacker di Enrico Pazzali, proprietario di Equalize ed ex presidente della Fondazione Fiera Milano, avevano stilato un report proprio sul fondo offshore Negma Group Investment Ltd. Agli atti c’è una chat tra «(Samuele Nunzio, ndr), Calamucci e Pazzali che traeva origine da un articolo di stampa sull’inchiesta Visibilia e proseguiva con la richiesta di alcuni approfondimenti su Negma e sul proprietario».
Così, si legge nelle carte, l’hacker Calamucci «ricostruiva per Pazzali la mappa societaria di Negma». Perché dunque queste indagini da parte del gruppo di via Pattari numero 6?
E perché sono state effettuate dagli uomini di Pazzali il giorno dopo del presunto incontro, di cui si parla nelle carte, tra Santanchè, Pazzali e il generale della Guardia di finanza, Fabrizio Carrarini? Un incontro, quello col comandante interregionale dell’Italia nordoccidentale, organizzato nel 2023 quando le indagini su Visibilia, condotte dalla Guardia di finanza milanese, erano in corso. Non è dato sapere se si sia tenuto o meno.
La posizione dell’ex ministra intanto non può che aggravarsi. Entro fine aprile, come già raccontato da questo giornale, la “pitonessa” potrebbe ricevere l’ennesimo avviso di conclusione delle indagini per i fallimenti delle sue tre società: da Bioera, passando per Ki group srl, fino a Ki group Holding spa.
Serve un sistema di voto che motivi i cittadini. Con i listini bloccati la nostra scelta non vale un fico secco. Nei referendum invece vale, ne decide il risultato

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Un referendum, due paradossi, tre lezioni. E all’orizzonte una sciagura: la nuova legge elettorale, che suonerebbe come uno sberleffo al popolo del no. Eppure stamani (martedì 31 marzo) è stata incardinata alla Camera, con l’intenzione di procedere al passo dell’oca.
Primo paradosso: il quorum. Quando serve (è il caso dei referendum abrogativi) non si raggiunge; e infatti negli ultimi vent’anni ne sono naufragati 35. Invece quando non serve (è il caso dei referendum costituzionali) si raggiunge: 52% di votanti sulla riforma Berlusconi nel 2006, 65% sulla riforma Renzi nel 2016, 51% sulla riduzione dei parlamentari nel 2020, 59% sulla giustizia adesso.
Da qui la prima lezione: sbarazziamocene. Cancelliamo con una riforma costituzionale — questa sì, necessaria — la condizione che si rechi alle urne la maggioranza del corpo elettorale, per la validità dei referendum sulle leggi ordinarie. E disarmiamo con un tratto di penna i furbetti dell’astensionismo organizzato. Perché l’appello all’astensione è «un trucco», come diceva Norberto Bobbio. E perché non c’è democrazia in una chiesa vuota di fedeli.
Secondo paradosso: quesito tecnico, per non dire astruso. Anche per chi non abbia una laurea di giurisprudenza in tasca, figuriamoci per gli altri. Più o meno ci domandava di scegliere tra un Csm oppure due, tra un sorteggio vero per i membri togati e uno finto per i membri laici, tra la carriera della magistratura requirente e di quella giudicante. Tuttavia gli italiani, che avevano disertato in massa le europee del 2024 e le regionali del 2025, stavolta sono andati in massa nei seggi elettorali. Smentendo doppiamente ogni pronostico: difatti maghi e sondaggisti avevano previsto un’affluenza microscopica; e avevano anche aggiunto che se le urne si fossero riempite, allora avrebbe trionfato facilmente il sì.
Da qui la seconda lezione: per mobilitare gli elettori deve scattare una scintilla, deve accendersi un’idea, anzi un ideale. E la nostra vecchia Carta è ancora capace di scaldare i cuori. Perché la Costituzione italiana organizza l’esercizio del potere, ma soprattutto detta un limite al potere, armando una rete di contropoteri. L’ordine giudiziario, pur con tutte le sue inefficienze, svolge per l’appunto quest’ultima funzione. Ma la riforma è stata percepita come un intervento normativo contro la magistratura, non in sua difesa. Sicché a difenderla hanno provveduto i cittadini. Difendendo al contempo la democrazia contro il vento autoritario che soffia in ogni dove, che scuote le coscienze pure alle nostre latitudini.

No, non è stato un voto a sostegno del vecchio Csm, o almeno non soltanto. È stato un voto contro la postura d’un governo che strizza l’occhio a Trump e a Netanyahu, che ha sequestrato il Parlamento, che detta un’informazione televisiva di regime, che limita il dissenso con i decreti sicurezza. E che ha tentato di cambiare la Costituzione manu militari, con quattro voti blindati tra Camera e Senato senza correggere una virgola nel testo licenziato dal Consiglio dei ministri. È questa vocazione autoritaria, è questo metodo muscolare, che ha gonfiato le urne con un no secco e rotondo. Soprattutto dei giovani, loro hanno orecchie più sensibili alle sirene della libertà.
C’è però una terza lezione che sarebbe bene registrare. Nonostante l’apparenza, non c’è contraddizione tra il crescente astensionismo elettorale alle politiche e alle amministrative, rispetto all’affluenza che denota i referendum costituzionali.
Il denominatore comune è sempre uno: gli italiani non si fidano dei loro politici (sicché non vanno a votare) e dunque non si fidano delle riforme timbrate dai politici (sicché votano contro). Nel 2016 ne fece le spese la sinistra di Renzi, adesso la destra di Meloni.
Serve cautela, insomma, prima d’affermare che l’Italia si sia riconciliata con le proprie istituzioni. Serve un rinnovamento della politica e dei partiti. E serve un sistema di voto che motivi i cittadini. Con i listini bloccati il nostro voto non vale un fico secco. Nei referendum invece vale, ne decide il risultato. Dato che gli operai sono già al lavoro sulla nuova legge elettorale, la preghiera è una soltanto: fate in modo che somigli a un referendum.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Non so se sia un sentimento tacciabile di moralismo, di passatismo, di altre mie personali inadeguatezze: ma vorrei tanto non avere mai visto, nelle edizioni online di tutti i giornali, anche questo, l’insostenibile video, in soggettiva, dell’agguato all’arma bianca contro la professoressa Mocchi, che guarda ignara e inerme arrivare il suo alunno senza sapere che è il suo aguzzino. A diversi giorni dal misfatto quel video ancora guizza, qui e là, nel nostro palinsesto da tavolo e tascabile. E se mi ripugna vederlo non è tanto perché sia orrendo (lo è), quanto perché il movente fondamentale del suo giovane autore era che fosse mostrato, che il suo gesto avesse followers, che la fama (che è il solo vero Satana dei nostri tempi, tra i tanti immaginari) potesse baciarlo a soli tredici anni, precoce trionfo. Beh, è stato accontentato.
Si dice tanto che gli adulti sono responsabili del dissesto psicologico che scombina pensieri e parole di molti adolescenti: bene, ecco un’ottima occasione per mostrarsi, per una volta, adulti responsabili. Non si può far vedere tutto. Se la ragione, o il pretesto, è il diritto/dovere di informare, basta e avanza far sapere quello che è accaduto, dicendo dell’esistenza di quel video ma senza spiattellarlo davanti ai nostri occhi esterrefatti.
L’informazione, ogni giorno di più, si modella su format che non le appartengono e sono estranei alla sua funzione: che non è dare spettacolo, non è emozionare, non è scandalizzare, è dare notizie. I media, come è ovvio, devono rendere conto del presente, ma senza farsene colonizzare. Selezionare con intelligenza e con rispetto umano i materiali che si pubblicano fa parte, a pieno titolo, della libertà di informazione.
Tanti i campi minati sulla strada di Meloni verso il secondo mandato. E un’occasione per il centrosinistra. A patto che sappia coglierlaanti

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – E’ la legge del consenso. Volatile come l’elettorato. Che per oltre tre anni è rimasto granitico e inscalfibile. Finché 15 milioni di italiani hanno demolito la riforma dell’ingiustizia sulla quale Giorgia Meloni aveva messo la faccia.
Una battuta d’arresto per la maggioranza che inizia a riverberarsi anche nei sondaggi con la prima flessione nei consensi per i partiti di governo che neppure il repulisti (tardivo) imposto dalla premier (Delmastro, Bartolozzi e Santanché) e non solo (Gasparri liquidato da capogruppo FI per volere di Marina Berlusconi), all’indomani della débâcle referendaria, è servito ad evitare. L’ultima vittima è Elena Chiorino – ex socia, come Delmastro, di Caroccia jr, figlia del prestanome dei Senese (vicenda sulla quale l’inchiesta della Procura di Roma si è arricchita ieri di un nuovo capitolo) – che, dopo quelle da vice presidente, ha rassegnato le dimissioni anche da assessora regionale del Piemonte.
Certo, non è un’emorragia, ma è comunque un segnale. Molto più preoccupante perché le opzioni a disposizione della premier per invertire la rotta scarseggiano. La bocciatura della legge Nordio chiude il capitolo delle riforme costituzionali: il premierato è ormai un’utopia mentre la Corte costituzionale ha già ridimensionato pesantemente i provvedimenti sull’Autonomia differenziata. Le tre riforme portanti del programma elettorale sono evaporate. I prezzi dei carburanti continuano a correre: gli aumenti si sono già mangiati lo sconto (per soli 20 giorni), introdotto per decreto, prima della scadenza . Gli imprenditori sono sul piede di guerra per la scure sugli incentivi agli investimenti, calata dal ministro Giorgetti, per far quadrare i conti. Ad agosto scadrà il Pnrr, unica vera leva sul Pil che ha evitato finora al Paese la recessione. A metà aprile è atteso il Dpef, ma le casse sono vuote per le spese militari.
Il voto anticipato non è un’opzione: tra guerre ed economia al palo, il Quirinale le proverebbe tutte per formare un governo di emergenza nazionale. Anche sulla riforma della legge elettorale, per blindarsi al prossimo giro, la strada è tutta in salita. Un campo minato sulla strada di Meloni verso il secondo mandato. E un’occasione per il centrosinistra. A patto che sappia coglierla, evitando i soliti casini.