EUROSTAT STIMA DEFICIT/PIL ITALIA AL 3,1% NEL 2025, RESTA PROCEDURA

(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Eurostat stima il rapporto deficit/Pil dell’Italia al 3,1% per il 2025, dal 3,4% del 2024. Con questo valore sembra escludersi una uscita del Paese dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, all’esame dalla Commissione Ue a inizio giugno nell’ambito del Semestre europeo.
EUROSTAT, DEBITO DELL’ITALIA PIÙ ALTO DOPO LA GRECIA
(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Eurostat vede il debito dell’Italia in salita al 137,1% del Pil nel 2025, rispetto al 134,7% del 2024. Resta il secondo debito rispetto al Pil nella Ue alle spalle della Grecia, che si attesta in calo al 146,1% del Pil (dal 154,2%). Sotto i valori dell’Italia il debito della Francia, in aumento al 115,6 del Pil (dal 112,6%).

(Giuseppe Conte) – Da italiano la notizia di poco fa mi preoccupa molto e mi spinge a trovare soluzioni.
Il governo tutto tagli e austerità di Giorgia Meloni ha fallito e non ha centrato nemmeno l’obiettivo del 3% deficit/Pil su cui avevano puntato tutto, con 4 manovre lacrime e sangue. Ora siamo totalmente chiusi nella gabbia dei vincoli del Patto di stabilità che questo stesso Governo ha sottoscritto a Bruxelles, condannando l’Italia a tagliare su sanità, scuola, imprese, energia.
Meloni ha dimostrato di non essere il timoniere giusto in mezzo a questa fase storica: ha fallito le scelte di politica estera ed economica. È stato l’unico governo a trovare sul tavolo, senza merito, 209 miliardi da investire, conquistati da noi in Europa: invece di puntare tutto sulla crescita accompagnando quegli investimenti per ridurre il rapporto deficit/Pil hanno depresso le forze economiche del Paese, aumentato le tasse, raggiunto una pressione fiscale record e assistito inerti a 3 anni di crollo della produzione industriale.
Mentre famiglie e imprese sono sempre più in difficoltà ilGoverno ha aumentato di 12 miliardi l’anno le spese militari e lasciato che banche e industrie energetiche accumulassero ingenti profitti. Gli italiani piangono, ma le industrie delle armi (soprattutto straniere) e le banche festeggiano.
Cosa farei ora?
Ricostruirei. Perché l’Italia è forte. Ora, vista l’emergenza, bisogna subito andare a sospendere gli accordi sul riarmo in sede Nato e a Bruxelles. Bisogna rivedere gli accordi firmati sul Patto di stabilità che ci strangola. Prendiamo le risorse dagli extraprofitti di banche, colossi energetici e industria delle armi. Usiamo questi fondi per rimettere l’Italia in piedi.
Non è il momento di galleggiare dopo 4 anni di errori e fallimenti.
Una relazione della Corte dei conti mette insieme i numeri sul programma per i caccia. L’impatto sull’occupazione è al minimo sindacale, i costi una tantum sono quadruplicati

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un ritardo di almeno 10 anni sulla tabella di marcia, una spesa certificata di quasi 12 miliardi. E un ulteriore incremento dei costi una tantum, difficile da stimare, che per alcune voci sono già quadruplicati.
Il tutto con un impatto sull’occupazione inferiore rispetto alle ottimistiche stime iniziali. Il programma per i caccia F35, realizzati da un consorzio guidato da Lockheed Martin, presenta una serie di criticità, con un futuro che resta ancora carico di incognite.

A fare il punto è stata la Corte dei conti in una relazione, letta da Domani. Se nel 2017 i magistrati contabili proponevano di valutare «la prosecuzione o un ridimensionamento», nove anni dopo la rotta è ormai tracciata. Anche perché, nel nuovo documento programmatico per la Difesa, il numero di velivoli da acquistare per l’Italia è salito, di nuovo, da 90 a 115.
In tempi di discussione sulle spese per la Difesa il documento, redatto dai magistrati contabili della sezione di controllo per gli affari europei e internazionali, pone una serie di quesiti sulla qualità della spesa. Certo, il programma F35 fa discutere da decenni. Il primo memorandum è stato firmato nel 1998, sotto il governo D’Alema, e con l’esecutivo di Silvio Berlusconi, nel 2002, è stato ulteriormente ampliato e confermato dai vari esecutivi per la dotazione di 130 caccia F35, all’epoca illustrati come prodigi della tecnologia militare.
Solo nel 2012, con il governo Monti, c’è stato un ridimensionamento, a 90 mezzi, salvo poi il ritocco al rialzo (115) voluto dall’esecutivo Meloni nel documento programmatico, firmato dal ministero della Difesa di Guido Crosetto.

Il programma, al netto delle contestazioni, è indietro di oltre 10 anni. «Ha subito significativi ritardi specie nella sua fase sperimentale, dal momento che si sarebbe dovuto concludere nel 2012 e, invece, è terminato nel 2023», riporta la delibera.
A cascata ci sono stati effetti sulle fasi successive: «Il passaggio alla produzione a pieno ritmo dei velivoli si è verificato solo nel 2024, invece che nel 2015».
Inevitabilmente i rallentamenti hanno comportato un aggravio dei costi: al momento della sottoscrizione dell’accordo l’Italia si era impegnata per 10 miliardi di dollari. Dopo 27 anni le cifre sono diverse, nonostante il progetto stia nei fatti muovendo solo ora i primi passi concreti. «Al giugno 2025, per il programma F35 sono stati spesi (per le fasi di sviluppo e produzione, per lo stabilimento trivalente di Cameri e per l’attivazione dei siti) 11,84 miliardi di euro», mette nero su bianco la Corte dei conti. Il problema per l’Italia è soprattutto relativo ai costi shared, quelli condivisi con gli altri partner del progetto.
Le spese una tantum sono le più preoccupanti. Riguardano attrezzature, reingegnerizzazione di parti, sviluppo, continuo aggiornamento e industrializzazione del supporto logistico. E sono allocate nel bilancio ordinario della Difesa alla voce «investimento per l’ammodernamento delle Forze armate».
I numeri confermano la traiettoria imprevedibile. «La contribuzione italiana per i costi shared è, allo stato, di 3 miliardi e 276 milioni di dollari nel periodo 2007-2051», sottolinea la delibera, registrando già un aumento di 440 milioni di euro rispetto al tetto massimo previsto – dopo una prima revisione – di 2,8 miliardi di dollari. Ma la dotazione iniziale ammontava a 904 milioni di euro. I motivi del balzo sono vari, come «la necessità di dover introdurre nuove tecnologie», oltre «all’andamento inflattivo» che si è verificato negli anni.

Resta la considerazione di «una crescita esponenziale» che deve tuttavia fare i conti con «il successivo aggiornamento (non ancora concordato) che rivede la stima in aumento». C’è un ulteriore fattore fissato: la guida incontestabile degli Stati Uniti, che costringe gli altri partner, Italia inclusa, a un ruolo ancillare.
Gli svantaggi sono anche industriali. «La qualità di mero partner dell’Italia nel programma F35, la cui leadership è in capo solamente agli Usa, ha prodotto assenza di condivisione delle tecnologie sviluppate, crescita non bilanciata del know-how acquisito fra il Paese leader e i partner, carente trasparenza sui processi di costo inerenti alle attività progettuali e assenza di un’effettiva condivisione delle intellectual properties», scrive la Corte dei conti.
Perciò, «essendo la governance del programma sotto il controllo degli Usa, ne deriva l’impossibilità dei partner, a prescindere dal livello di trasparenza delle procedure di costo, di poter incidere sulle dinamiche decisionali, specie sulle componenti di costo condivise».
Nonostante lo sforzo già compiuto e quello da prevedere per il futuro, l’impatto sull’occupazione non è stato da urlo. L’effettiva occupazione, al 2024, è di 3.861 unità e sono così ripartiti: «2.304 nel contesto di Leonardo», circa un migliaio «nelle aziende fornitrici di Lm e/o P&W e 557 nell’approntamento dei siti operativi». Il dato complessivo, comunque, si colloca sulla parte più bassa della forchetta della stima, che partiva da 3.500 fino a un massimo di 6.400. Una valutazione che era stata già rivista al ribasso in confronto ai 10mila inizialmente formulate. Un progetto che non sembra un affare.

(di Alessandro Robecchi – ilfattoquotidiano.it) – Nel momento in cui scrivo, non si sa bene che fine farà il nuovo decreto Sicurezza, cioè quell’insieme di norme che il governo Meloni ha presentato (caratteristiche di urgenza, ecc. ecc. la solita solfa) per rafforzare la repressione del dissenso nel Paese. Come si sa, il nodo venuto al pettine del Quirinale è l’articolo 30 bis del decreto, che in soldoni (e il caso di dire) riconosce un pagamento all’avvocato del migrante (625 euro) se il migrante accetta di andarsene dall’Italia. Traduco: la Repubblica garantisce a tutti il diritto alla difesa, ma se il difeso è un migrante o un richiedente asilo l’avvocato viene pagato per farlo perdere e per caricarlo su un volo che lo riporta nel posto da cui è scappato. Ci vuole del genio: pagare un avvocato a seconda dell’esito della causa è un calcio in faccia alla Costituzione italiana (diritto alla difesa, articolo 24), e forse proprio per questo gradito a chi considera la Costituzione una discreta rottura di palle (quelli del Sì al referendum, per dire). Il decreto va tramutato in legge entro il 25 aprile (il calendario è beffarolo), sennò nisba, e questo agita gli agit-prop securitari del governo, povere stelle. […]
A proposito di schifezze, lo stesso decreto introduce una specie di scudo penale per le forze dell’ordine, libere di menare senza pensieri, e addirittura il fermo preventivo, cioè possono rinchiuderti prima che tu abbia fatto qualcosa perché c’è il sospetto che tu possa farlo (non si applica ai femminicidi per scongiurare retate di mariti).
[…]
I barbatrucchi del governo Meloni per evitare di fare l’ormai tradizionale figura da peracottaro sono a questo punto degni di Fantozzi: non modificare il decreto e fare subito al volo un altro decreto che smentisce l’articolo 30 bis del decreto (una legge con allegata legge che smentisce la legge, c’è del genio), far finta di niente e aspettare che la Corte costituzionale faccia a pezzi tutto quanto, oppure far passare il decreto e poi dimenticarsi dei decreti attuativi, in modo che la legge resti scritta, ma risulti inapplicabile. Tutti trucchetti da magliari.
[…] Sui decreti Sicurezza e porcate consimili, comunque, si dovrebbe studiare l’abbonamento mensile, rinnovabile automaticamente, come sui siti web, perché il governo Meloni li fa spesso, aggiornati e fantasiosi. Aveva cominciato dichiarando guerra ai rave party (decreto 162/2022), che erano chiaramente un’emergenza nazionale. Poi fece il decreto Cutro (20/2023), quello per cui Giorgia disse che avrebbe rincorso gli scafisti per tutto il globo terracqueo, facendo ridere tutto il globo terracqueo. Poi fu la volta del decreto Caivano, per contrastare la povertà educativa e le baby gang, che prevedeva addirittura l’arresto per chi non manda i figli a scuola (a meno che non vivano in un bosco con le caprette e possano essere usati per la propaganda). Poi arrivò il decreto Sicurezza del 2025, e ora questo pasticcio immangiabile del decreto Sicurezza 2026, che pretende (tra le altre cose) di pagare gli avvocati solo se fanno condannare l’imputato. Manca ancora un anno alla fine di questa parentesi sgangheratamente neo-fascista del governo italiano e sarebbe divertente prevedere quali altre mattane securitarie si potranno inventare i patrioti che siedono a Palazzo Chigi. Intanto, c’è una chiara indicazione per un prossimo ipotetico governo progressista: una legge di una riga, chiara e semplice. Articolo uno: “Sono aboliti tutti i decreti in materia di sicurezza del governo precedente, per manifesta stupidità”.

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Tutte le volte che ultimamente leggo le cronache di Forza Italia, mi viene in mente Il Padrino, con il Cupo Capo (in questo caso una signora) che parla da un fondale oscuro, a dirne il mistero e insieme la minaccia, e i bravi ragazzi che si passano nervosamente gli ordini, che hanno calibri differenti per ogni circostanza: vanno dall’avvertimento al funerale. […]
Immagino, in quella tetra oscurità, la figlia Marina, bianca come cera, nera vestita, accomodata nel bunker paterno che convoca gli affiliati per gettar loro in pasto il suo capriccio. È appena accaduto al povero Tajani che ha lasciato i pennacchi alla Farnesina, è arrivato di corsa al bunker, si è fatto annunciare dalle guardie armate, è entrato tremando al cospetto della signora infernale. Ha atteso. Mentre lei, impassibilmente, gli ha ordinato cosa fare e disfare dei poveri pupi di Forza Italia. Al suo cenno due capigruppo di Camera e Senato, sono saltati per aria. Spariti. A un altro cenno ha ordinato di frenare sulla legge con cui si raccolgono i voti nel Paese, mantenendo il più possibile il criterio proporzionale per non perdere le piazze migliori dello spaccio politico. A seguire ha ordinato di moderare l’alleanza con la banda Meloni, troppo succube della famiglia newyorkese dei Trump. E con quella dei barbari d’Oltrepò che ancora indossano le corna, detestano gli omosessuali, trattano la manodopera nera e bianca come fosse selvaggia e non una risorsa in grado di aprire un conto agli sportelli Mediolanum e contribuire al bene della Banda. Compreso quello di ripianare l’odioso debito di 90 milioni che gli affiliati hanno contratto con gli allibratori del padre fondatore.
[…]
Dopo il diktat, Marina si è dileguata nel suo rinnovato mistero. Ha fatto dire ai suoi avvocati che non ha intenzione di scendere in politica, né di parlare in pubblico. Lo spiegheranno i suoi autori di Ciao Darwin, che di quando in quando compongono lunghissime interviste a suo nome per un grande giornale milanese. Che addirittura le pubblica.
Fisico teorico, saggista e divulgatore, rilegge la Storia attraverso l’approdo (tragico) della fisica del Novecento alla bomba. E ora? «Stiamo marciando come sonnambuli verso il dirupo nucleare»

(di Greta Privitera – corriere.it) – Nel finale del suo La cattiva coscienza dei fisici (Solferino), Carlo Rovelli fa una mossa coraggiosa: si volta verso la storia e chiede conto a sé stesso e ai suoi colleghi della responsabilità morale del sapere. La fisica del Novecento ha consegnato all’umanità un «regalo avvelenato», la bomba atomica, e molti scienziati hanno scelto di rinchiudersi nella quiete asettica dei laboratori, come se quell’invenzione apocalittica non riguardasse il mondo reale, non avesse a che fare con la paura e con i morti polverizzati.
La costruzione del progetto Manhattan, racconta il fisico, nasce da un colossale malinteso: il timore che la Germania nazista sia vicina a produrre la bomba spinge gli scienziati americani a convincere Washington della necessità di dotarsi di un’arma simile. Ma è con l’atomica sovietica del 1949 che si entra nell’era della Mad, la Mutua Distruzione Assicurata, un equilibrio precario fondato sulla deterrenza e sulla minaccia della ritorsione immediata.
Rovelli ricorda però che il mondo è ancora in piedi grazie a un’umanità che ha preferito, più volte, disobbedire alla macchina, come quando l’ammiraglio russo Vasily Arkhipov, durante la crisi dei missili a Cuba, non schiaccia nessun bottone e scongiura un falso allarme. Dice Rovelli: la vera minaccia non è l’altro, ma la paura dell’altro. Lo dice mentre c’è una «nuova» guerra in Medio Oriente in nome di quella bomba da neutralizzare, in nome di quel terrore del nemico da annientare, in una sfida che non è solo militare, ma soprattutto morale.
Perché questo libro oggi?
«La probabilità oggettiva di una completa catastrofe nucleare non è mai stata alta come in questo momento. La politica non ne sta tenendo conto. La fisica ha portato molti doni all’umanità, ma fra questi uno era avvelenato: le bombe atomiche».
È più colpa dei fisici o dei politici, quindi?
«Non serve parlare di colpe nel passato: serve parlare di responsabilità e delle decisioni da prendere in questo momento. Credo che le leadership dei nostri Paesi, che noi abbiamo eletto, tutte prese dai problemi a breve termine, stiano marciando come sonnambuli verso una catastrofe. Ma questa volta la catastrofe è nucleare. È una responsabilità grave. Tutti i cittadini devono contribuire a fermare questo marciare da sonnambuli verso il baratro».
Lei scrive che le decisioni prese sull’atomica sono state spesso frutto di errori di calcolo. Quanto è possibile, anche nell’era dell’Intelligenza artificiale, che un errore di calcolo possa far lanciare una nuova atomica?
«Estremamente possibile. Se c’è una cosa che il passato insegna è che le decisioni dei politici si sono poi rivelate sbagliate. Per questo è essenziale un dibattito pubblico, serio ed esteso, su questioni gravi come gli armamenti, la guerra e le armi atomiche. In Italia non lo stiamo facendo».
Ha visto il film di Kathryn Bigelow, A house of dynamite, su un missile atomico verso gli Stati Uniti?
«Ho preferito non guardarlo. Ma conosco i dati oggettivi. Un’escalation che porta a un conflitto atomico significa che in 15 minuti decine di milioni di persone, tra cui certamente gli abitanti del Nord Italia, dove ci sono basi atomiche, quindi i primi obiettivi, muoiono bruciati vivi. Sono quelli fortunati».
Nel libro afferma che c’è una contraddizione nel fatto che l’Italia non abbia centrali atomiche (per scelta popolare) ma ospiti testate atomiche americane (non dichiarate).
«Che l’Italia abbia le bombe atomiche degli Usa è uno scandalo. Non lo vuole il popolo, siamo nell’illegalità, perché l’Italia aderisce al trattato di non proliferazione come Paese non nucleare, ma questo ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani».
Cosa succederebbe se l’America uscisse dalla Nato? L’apparato militare e nucleare resterebbe in mano agli Stati Uniti e dislocato nei nostri Paesi, Italia inclusa?
«Certo, mica ce li regalerebbero. Sarebbe ora che ci svincolassimo da questa sudditanza. Ce l’abbiamo perché abbiamo perso la guerra, ma sono passati ottant’anni. È ovvio a tutti in Europa che gli Stati Uniti non fanno i nostri interessi. Non sarebbe il momento di uscire da questo vassallaggio degradante?».
Con chi ci dovremmo alleare?
«Alleiamoci con i Paesi che spingono per la legalità internazionale, per rafforzare le Nazioni Unite e le istituzioni internazionali. I Paesi che spingono per occuparsi di crisi ecologica, ineguaglianze economiche, fame nel mondo, diminuzione della conflittualità, legalità internazionale. Questi Paesi sono tanti e rappresentano la grande maggioranza dei cittadini del mondo. Perché l’Italia non è con loro?».
E se l’arma atomica fosse nata in tempo di pace?
«Sarebbe stato tutto diverso. Gli uomini sanno anche essere ragionevoli. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nei decenni scorsi hanno negoziato una drastica riduzione bilanciata delle testate nucleari e si sono messi sotto controllo reciproco, in modo da evitare catastrofi. La ricerca connessa alle armi biologiche e a quelle chimiche è sotto stretto controllo internazionale. Se la tecnologia atomica si fosse sviluppata in tempo di pace, forse avremmo potuto egualmente metterla sotto un controllo ragionevole».
Un controllo ragionevole come può diminuire «la paura esagerata e immotivata che sviluppiamo gli uni degli altri»? Smettere di avere paura, scrive, non è impossibile. Ma come?
«L’Europa ha paura della Russia, la Russia ha paura dell’Europa, l’America ha paura della Cina, la Cina ha paura dell’America, Israele ha paura dell’Iran, l’Iran ha paura di Israele, e così via. Ciascuno vede le malefatte del suo nemico, ciascuno si riempie di armi, tutti parlano di guerra. In passato simili periodi hanno sempre portato a grandi guerre catastrofiche. Come tornare indietro? Basta seguire quello che implorano molte persone ragionevoli, dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, al Papa, a molti leader di grandi Paesi. Non purtroppo quelli che abbiamo eletto nelle nostre democrazie. Basta ricominciare a seguire la legalità internazionale. Ricordiamo che siamo stati anche noi italiani i primi a violarla, partecipando per piaggeria a una serie di guerre di aggressione illegali».
Truman era convinto che l’uso manifesto della bomba avrebbe messo il suo Paese nella posizione di diventare la sola potenza nucleare, e in questo modo la sola superpotenza mondiale. Quanto assomiglia questo modo di pensare al modo di pensare di Trump?
«Credo che una parte importante degli Stati Uniti, non solo Trump, sopravvaluti fortemente la propria capacità di dominare il mondo».
Trump, nelle vesti del dottor Stranamore, mette a rischio il mondo. Abbiamo mai raggiunto un livello di pericolosità così alto?
«In realtà Trump sta seguendo la stessa politica internazionale dei suoi predecessori: guerre di aggressione continue contro chiunque non si inchini al dominio americano. La differenza oggi è per noi: prima pensavamo che il potere americano ci proteggesse, ora l’Europa ha capito che l’America domina da sola e ci tratta da sottoposti».
Ma alla fine, incredibilmente, la bomba è stata usata “solo” due volte. Perché?
«Perché i massimi politici sovietici e statunitensi sono stati all’altezza della situazione, nonostante i loro consiglieri abbiano spesso spinto in altre direzioni. I Kennedy e Krusciov hanno avuto il coraggio di fermarsi un passo prima del baratro, durante la crisi di Cuba. Reagan e Gorbaciov, anche grazie alla pressione degli scienziati che mostravano i rischi reali, hanno negoziato trattati di controllo delle armi nucleari che hanno permesso, anche se talvolta per un pelo, di evitare la catastrofe».
Che cosa pensa del conflitto in Iran, nato per un accordo sul nucleare saltato?
«Credo in realtà che sia l’ennesima guerra di dominio scatenata dagli Stati Uniti per attaccare chiunque non si sottometta. Dal dopoguerra, gli Stati Uniti, mai attaccati, hanno preso di mira e bombardato una trentina di Paesi».
Ha senso attaccare l’Iran per impedirgli di avere l’atomica?
«Se l’Iran avesse armi atomiche non le userebbe di certo, perché usarle sarebbe un ovvio suicidio. Se le usasse, sarebbe spazzato via dalle atomiche di altri Paesi. Ma averle rappresenterebbe una garanzia contro attacchi come quello attuale, quindi potrebbe permettersi un po’ di più di non piegare la testa all’impero, e questo gli Stati Uniti non lo digeriscono».
Israele non ha mai confermato di avere la bomba, ma in molti pensano che sia altamente probabile che ce l’abbia. Quanto è pericoloso che il pulsante sia nelle mani di Netanyahu?
«Pochissimo, credo. Non penso proprio che sia così pazzo da usarla. Oltre al fatto che non è ovvio che Israele ce l’abbia, potrebbe anche essere un bluff. Perché mai non dichiararla? Il problema delle armi atomiche non riguarda le piccole potenze, è che le possono usare le grandi potenze. Per le piccole potenze, come Israele o la Corea del Nord, sono solo un’assicurazione sulla vita».
Torniamo al libro: perché la bomba non è stata realizzata in Germania, la nazione scientificamente più avanzata dell’epoca?
«La Germania ha fatto una scelta razionale: non era possibile costruire la bomba prima della fine della guerra in Europa, e quindi era meglio non sprecare risorse».
Perché gli Stati Uniti hanno usato l’atomica in Giappone a guerra praticamente vinta?
«Per evitare una resa negoziata del Giappone, volevano scongiurare che i russi arrivassero a Tokyo prima di loro, e che si imponessero come potenza dominante mondiale nell’immediato dopoguerra».
Alcuni scienziati, tra cui Oppenheimer, ebbero molti dubbi sull’opportunità di costruire la bomba. Avrebbero dovuto fermarsi?
«Penso che se avessero continuato a parlare con i colleghi tedeschi, con cui erano amici, e se molti non fossero caduti nel panico della bomba di Hitler (che era lontanissimo dall’avere), il mondo sarebbe potuto essere migliore. Non lo dico per criticare nessuno di loro, assolutamente. Erano momenti difficili. Lo dico per cercare di evitare di commettere gli stessi errori oggi».
Quanto sono utili ancora i trattati di non proliferazione?
«Tantissimo. Purtroppo gli Stati Uniti e la Russia li stanno tutti abbandonando e questo aumenta il pericolo».
Quanto è diventata instabile oggi la logica della deterrenza, cioè il fragile equilibrio del terrore?
«È completamente instabile per molti motivi. Tra questi il più rilevante è il progresso tecnologico, che sta facendo saltare la deterrenza e apre la porta alla guerra atomica».
Ha senso non dotarsi dell’atomica, quando ce l’hanno americani, francesi, inglesi?
«Non ha senso pensare in termini di paura e di difesa. Ha senso pensare di contribuire a costruire una coalizione globale fra tutti i Paesi della Terra. L’Italia è uno dei dieci Paesi più ricchi del pianeta, perché invece di stare a rimorchio di chi fa le guerre non usa la sua influenza per spingere alla collaborazione globale? Altri lo stanno facendo».
Che tipo di collaborazione immagina? E chi la sta facendo?
«La maggior parte dei Paesi del mondo spinge per rafforzare le Nazioni Unite e la legalità internazionale. Lo dichiarano ovviamente i Paesi deboli, ma anche, insistentemente, Paesi potenti come la Cina».
La Cina, però, non è un Paese democratico.
«L’Italia preferisce accodarsi, per miope convenienza, a un Paese come gli Stati Uniti che non solo pratica ma anche dichiara nei suoi documenti ufficiali di non tollerare la legalità internazionale e le istituzioni sovranazionali».
Nonostante i cupi presagi, nel suo libro c’è speranza e fiducia nell’umanità. Che cosa spera per il futuro?
«Che gli esseri umani riconoscano che abbiamo tutti un destino, interessi e problemi comuni. E che invece di sostenere chi è più potente, pensino a come collaborare. L’Italia sarebbe in condizione di dare il buon esempio e trascinare altri, invece non è parte della soluzione, ma del problema».
La carriera
Carlo Rovelli, nato a Verona il 3 maggio 1956 e creatore di una delle principali linee di ricerca in gravità quantistica, è fra i fisici teorici più attenti alle implicazioni filosofiche dell’indagine scientifica. Membro dell’Istituto universitario di Francia e dell’Accademia internazionale di filosofia delle scienze, dirige il gruppo di ricerca in gravità quantistica dell’Università di Aix-Marsiglia
I libri
Il nuovo libro, La cattiva coscienza dei fisici, Solferino, nasce dalla serie di video del Corriere della Sera — da un’idea e con la supervisione del vicedirettore Giampaolo Tucci — che Rovelli ha realizzato sulla storia delle armi atomiche e sull’attualità della minaccia nucleare. Fra i libri precedenti: Sette brevi lezioni di fisica (2014), L’ordine del tempo (2017), Helgoland (2020), Buchi bianchi (2023), Sull’uguaglianza di tutte le cose (2025), tutti Adelphi. Con Solferino ha pubblicato Ci sono luoghi al mondo dove più delle regole è importante la gentilezza (ultima edizione 2020) e Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao (2023)

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Torino, maggio 2025: la procura generale chiude definitivamente il primo processo penale in Italia che vedeva sul banco degli imputati l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e gli ex sindaci Piero Fassino e Chiara Appendino, accusati di inquinamento ambientale colposo per non aver fatto tutto il possibile per evitare il «deterioramento dell’aria della città di Torino». Per i giudici «il fatto non sussiste»: l’unica arma certa che possiedono gli amministratori locali per abbattere il deterioramento dell’aria sarebbe quella di fermare tutte le auto a combustione ma questo contrasterebbe «con altri interessi», come «la libertà di circolazione delle persone».
Il problema però resta. In Italia i trasporti sono responsabili di oltre un quarto del gas serra e molte città superano i limiti di polveri e sostanze nocive. Se si guarda al 2030, quando entreranno in vigore i nuovi e più stringenti limiti sulla qualità dell’aria, il nostro Paese resta ancora lontano dai parametri richiesti: applicandoli oggi, sarebbe fuorilegge il 53% delle città per il Pm10, il 73% per il Pm2.5 e il 38% per il biossido di azoto (Legambiente su dati Arpa). Il problema è di tutti: Istituto Superiore di Sanità e l’Agenzia per l’Ambiente stimano che ogni anno lo smog uccida 63mila italiani – 43mila morti premature per polveri sottili; 11mila per l’ozono e 9mila per biossido di azoto. È il dato peggiore d’Europa.
Con le tecnologie attualmente sul mercato (e in attesa di capire quale sarà il futuro del motore a idrogeno), annullare le emissioni significa una cosa sola: viaggiare su auto elettriche. I produttori guardano al 2035, quando si potranno immatricolare quasi soltanto veicoli nuovi a ricarica. Oggi in Italia l’elettrico rappresenta appena il 6,2% dell’immatricolato nel 2025 a fronte del 19% della Germania e del 20% della Francia. Anche perché, nel frattempo, lo Stato continua a garantire miliardi in sostegni per le vetture che bruciano diesel o benzina. Vediamo come.
Nonostante il miglioramento delle tecnologie, secondo l’Ispra il trasporto è l’unico settore che inquina più oggi rispetto al 1990: +10,2% di emissioni. Con una mobilità pubblica molto sotto la media europea, solo il 7,4% degli spostamenti avviene su bus, treni o metrò. Il risultato è che, quando usciamo di casa, due volte su tre scegliamo di farlo in automobile: non solo siamo il Paese con più veicoli dopo la Germania (47 milioni, che significa 701 vetture ogni mille abitanti a fronte delle 578 della media Ue), ma questi veicoli sono pure tra i più vecchi e per l’80% le montano motori endotermici a benzina o diesel. L’elettrico rappresenta solo lo 0,9% delle auto che si vedono sulle strade (dati Unrae).
Per gli operatori del settore, ma anche secondo la Commissione Ue, la spinta decisiva per un trasporto «sostenibile» deve passare dal rinnovo del parco auto delle imprese. Per due motivi: 1) quelle aziendali sono quasi la metà delle auto vendute che, percorrendo molta più strada, producono il 61% delle emissioni di anidride carbonica; 2) le aziende cambiano auto ogni 3-5 anni, e quindi – attraverso il mercato dell’usato – indirizzano le scelte dei cittadini. Ma le imprese italiane cosa scelgono? Poco l’elettrico (6,3% dell’immatricolato 2025), ancora parecchio i «vecchi» diesel e benzina (36,5%), e moltissimo l’ibrido (54%), con gli acquisti di veicoli plug-in che in un anno sono passati dal 5 al 10,4%.
Le ibride inquinano meno delle vetture a motore endotermico. Le più diffuse hanno batterie piccole e un’autonomia elettrica limitata: si ricaricano frenando e quindi la maggiore riduzione delle emissioni avviene solo se ci si sposta in città. Le plug-in invece sono ricaricabili direttamente e, a seconda delle situazioni, si muovono in elettrico oppure a combustione. Sulla carta sembra un buon compromesso, ma purtroppo non coincide con i fatti: gli studi (qui) resi pubblici dalla Commissione europea mostrano che le plug-in inquinano da 3 a 5 volte il dichiarato. Stando ai test di laboratorio dovrebbero viaggiare in elettrico per il 70-85% del percorso, nella realtà le auto private lo fanno al 45-49%, quelle aziendali all’11-15% anche perché, spiega la Corte dei conti europea, le aziende spesso rimborsano al dipendente le spese del carburante ma non quelle di ricarica, e se lo fanno – ha chiarito l’Agenzia delle entrate – i rimborsi vanno tassati.
Quella ibrida non è l’unica tecnologia che si vorrebbe definire green. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Picheto Fratin spinge perché l’Europa allarghi il ventaglio delle alternative: «Non c’è solo l’elettrico – dice – è fondamentale introdurre anche una categoria di veicoli alimentati con biocarburanti e carburanti sostenibili». Nicola Armaroli del Cnr: «Cambiare combustibili non sposta nulla a livello di enorme spreco energetico e ambientale: i biocarburanti rilasciano molte sostanze inquinanti. Inoltre, c’è un grande impatto connesso alla produzione, lavorazione e trasporto della materia prima vegetale da cui si ricavano. Tutto considerato, l’inquinamento prodotto da un’auto a biocarburante non si discosta molto da quello di un’auto a motore endotermico».
In un report del 2025, confrontando le emissioni dei motori più diffusi, è il ministero dei Trasporti a dire che «l’uso delle migliori tecnologie disponibili e l’eventuale riduzione della cilindrata media di tutti i veicoli porterebbero a ulteriori riduzioni delle emissioni ma non riuscirebbero comunque a garantire un significativo abbattimento delle emissioni di anidride carbonica». E questo rende «evidente la logica della strategia europea di lungo termine verso l’elettrificazione».
In Italia per spingere l’elettrico è prevista l’esenzione dal bollo per almeno cinque anni e uno sconto sulle imposte provinciali per l’immatricolazione, oltre agli incentivi-spot degli enti locali, come i 2000 euro di contributo della Provincia di Bolzano. Il Governo ha lanciato il piano automotive 2026-2030 da 1,6 miliardi di euro, ma vanno quasi tutti alle industrie, e – dopo quelli del 2025 – non si prevedono nuovi ecobonus per tutti i cittadini. C’è invece il contributo ai privati per le colonnine, considerato che pure sul fronte della diffusione dei punti di ricarica pubblici siamo quelli messi peggio in Europa.
Se andiamo a vedere i sussidi indiretti e i vantaggi fiscali, si scopre che lo Stato sta sostenendo le aziende affinché continuino ad acquistare e utilizzare veicoli ibridi o con motore endotermico. I conti (qui lo studio) li ha fatti Transport & Environment (T&E), la principale organizzazione per la decarbonizzazione dei trasporti: sull’acquisto di nuovi mezzi ibridi o a motore endotermico, ci sono 609 milioni di euro ogni anno per l’ammortamento della spesa e 360 milioni di detrazioni Iva. Per le agevolazioni fiscali sui carburanti 4,38 miliardi. Soprattutto: 8,95 miliardi di euro per le auto ibride, benzina e diesel date ai dipendenti in fringe benefit, per le quali è prevista una tassazione favorevole. In tutto 14,3 miliardi l’anno, a fronte dei 7,1 della Francia, 6,1 miliardi della Polonia, appena 800 milioni della Spagna. Perfino più che in Germania (13,7 miliardi di sussidi indiretti), dove l’industria dell’auto è potentissima anche perché crea molti più posti di lavoro che da noi.
Spingere sulle vetture a emissioni-zero, non significa solo salvaguardare la salute di milioni di italiani. «Ogni euro speso per l’aria pulita genera benefici almeno quattro volte più elevati» spiega la commissaria europea per l’Ambiente, Jessika Roswall.
Di certo c’è che lo scorso anno l’Europa ha speso 67 miliardi per importare circa un miliardo di barili di petrolio per auto: nello stesso periodo gli 8 milioni di veicoli elettrici che già circolano sulle strade europee hanno permesso di risparmiare 46 milioni di barili, per un valore di 2,9 miliardi di euro. Dopo lo scoppio del conflitto in Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz, con il prezzo dell’«oro nero» schizzato fin sopra i 100 dollari al barile (e accade ciclicamente, a ogni shock petrolifero), secondo le stime T&E, aggiornate a marzo 2026, percorrere 100 chilometri con un’auto a benzina costa mediamente 14,2 euro, mentre con un veicolo elettrico – anche conteggiando l’aumento dei prezzi dell’elettricità a causa del gas più caro – il costo medio scende a 6,5 euro. Sulle tasche degli automobilisti, il rincaro è stato 5 volte più alto per chi viaggia con motori endotermici. C’è un ostacolo a monte da considerare: il prezzo d’acquisto dell’auto elettrica è ancora troppo caro per molte tasche. A eccezione dei marchi cinesi, che stanno conquistando posizioni sul mercato europeo. Comunque per cambiare direzione da qualche parte bisognerà pur cominciare.
L’esperienza del Belgio mostra che per accelerare la transizione la leva fiscale può essere quella giusta: nel 2021 ha deciso che le aziende, a partire dal 2026 potranno ammortizzare solo il costo delle auto a zero emissioni, nessuna deducibilità fiscale per le altre, ibride comprese. Risultato: le elettriche sono passate dal 9 al 54%. Pochi giorni fa, a un convegno dell’associazione dei concessionari, il ministro per le Imprese Adolfo Urso ha promesso nuovi eco-incentivi, a cominciare dai veicoli commerciali. Resta da capire cosa intenda per «eco».

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Dal cosiddetto campo largo e in particolare dal Pd si ripete che per fare il programma occorre ripartire dai territori e dalla società civile. Buona idea in linea di principio, che tuttavia è anche una implicita confessione di aver perso il legame con la società che vorrebbe rappresentare, di non aver più gli strumenti che un tempo gli consentivano di avere il polso non solo degli umori, ma anche delle aspirazioni, difficoltà, cambiamenti. Probabilmente anche nel periodo d’oro del legame tra il Pd e il suo elettorato una parte dell’apparato politico viveva in una sorta di mondo separato e per molti versi auto-referenziale – un mondo di alieni, come ha scritto autoriflessivamente anni fa Laura Balbo, acuta sociologa prestata per un breve tempo alla politica negli anni Novanta, scomparsa proprio in questi giorni. Ma questa autoreferenzialità è aumentata sempre più specularmente al venir meno di una capacità, e disposizione, a conoscere contesti, pratiche, a instaurare relazioni e cercare alleanze non puramente strumentali.
La grande mobilitazione dell’Ulivo, ricordata su questo giornale da Prodi, probabilmente irripetibile non solo nella sua intensità, ma anche nei modi (ad esempio i molti comitati spontanei), che avrebbe forse potuto dare forma a nuove forme di partecipazione non legate esclusivamente ad una campagna elettorale, per altro fu affossata rapidamente dall’occupazione della scena da parte dei conflitti interni alla coalizione che aveva portato al governo. L’interlocuzione con la società civile, sempre più erratica e legata ai cicli elettorali, ha assunto sempre più spesso la forma di passerella ad inviti, in cui si chiamano gli ospiti più vari a dire la loro in cinque-dieci minuti, senza preoccupazione non dico per l’organicità, ma almeno per il principio di non contraddizione e comunque senza confronto, discussione, essa in comune di idee, punti di vista, esperienze.
L’apparente, anche ben intenzionata, apertura ad una molteplicità di idee e sguardi si risolve così vuoi in una lista, lunghissima e perciò ingestibile, di temi, vuoi in una cacofonia, non in un lavoro comune, tanto meno in effettiva partecipazione. Penso all’iniziativa “Piazza grande” di Zingaretti, o all’ “Agorà” di Letta ed ora agli incontri che il PD organizza in alcune grandi città. Anche le Leopolde di Renzi, pur organizzate in tavoli di lavoro, quindi con un minimo di confronto su singoli temi, erano forme di partecipazione (ad invito) per lo spazio di qualche giorno, non modalità di coinvolgimento sistematico e al di fuori dalla cerchia degli esperti e dei testimonials.
Queste formule possono forse gratificare gli e le invitate per la possibilità di avere una vetrina, se ne sentono il desiderio, ma la partecipazione alla definizione e costruzione di un progetto di società è un’altra cosa.
Temo che questa modalità di intendere l’ascolto e il coinvolgimento dei cittadini nasca non solo da una immagine superficiale di che cosa comporti davvero farlo sul serio, ma anche, se non soprattutto, dal fatto che manca un’idea strutturata della direzione che si vorrebbe prendere e in che modo. Anche lasciando da parte le questioni dei rapporti internazionali, che dividono non solo i partiti del possibile campo largo, ma anche il PD al proprio interno, in questi anni di opposizione non si è capito quali siano le proposte positive, strutturali, e da attuare con quali mezzi, per affrontare le sfide demografiche, economiche, tecnologiche, che ci stanno davanti. Salario minimo, congedo paritario, rafforzamento della sanità sono importanti, ma entro quale cornice complessiva? Va bene ascoltare le proposte che vengono “dai territori e dalla società civile”, ma a partire da quale proposta propria, eventualmente aggiustabile e modificabile nel confronto? Quale è la logica, la prospettiva di insieme, i punti fermi, in cui si valutano le idee e proposte che si raccolgono?
Anche per onestà verso i propri interlocutori i punti essenziali di questa cornice vanno chiariti. Ed invece di organizzare passerelle, suggerirei di andare a discutere questi punti e la cornice che li contiene in luoghi, con interlocutori che su quei punti hanno cose da dire e con il tempo necessario. Per gli intellettuali e gli esperti sarebbero utili incontri seminariali. Ma sarebbe anche utile farsi ospitare, non solo nelle grandi città, da case di quartiere, portinerie di comunità e simili, centri famiglia, sedi sindacali, associazioni, biblioteche – luoghi dove sia possibile incontrare cittadini nei loro contesti di vita e dove spesso si attuano sviluppano conoscenze e pratiche sociali interessanti e innovative, anche se pressoché invisibili alla politica (e agli intellettuali).
L’insistenza normativa avvalora l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul suo perno politico: la sicurezza

(Flavia Perina – lastampa.it) – Ma l’idea di una eterna emergenza sicurezza da affrontare pugnal tra i denti può pagare ancora a destra? È la domanda che la maggioranza dovrebbe porsi dopo l’esito surreale del quinto decreto sicurezza, che oggi vedrà il governo impegnato a cancellare con una mano ciò che aveva scritto pochi giorni fa con l’altra. Si può dire (e la destra lo dice): solo un incidente di percorso. Ma il provvedimento arrivato in queste ore al capolinea ha annaspato troppo tempo nelle difficoltà per chiudere la questione così.
Per mesi la maggioranza si è incagliata su ogni singolo dettaglio del testo, in una girandola di proposte avanzate e ritirate perché in conflitto con altre norme, o al limite della costituzionalità, o affondate da fatti di cronaca come l’omicidio di Rogoredo. Il testo è arrivato nell’aula del Senato senza relatore perché si è fatto e disfatto su ogni dettaglio del pacchetto: sul fermo preventivo senza limiti, sullo scudo legale assoluto per gli agenti, sulle cauzioni a carico di chi organizza manifestazioni, sull’uso dell’esercito in funzioni di ordine pubblico.
La difficoltà, evidente, è stata quella di produrre nuovi segnali di intransigenza e fermezza dopo aver esplorato con i quattro precedenti decreti sicurezza ogni angolo dell’universo securitario, dai rave (primo decreto sicurezza) alla caccia planetaria agli scafisti (decreto Cutro), dalle baby gang (decreto Caivano) ai quattordici nuovi reati introdotti dal decreto del 2025.
Restare nel canone della Costituzione alzando per la quinta volta il tiro era oggettivamente difficile, e infatti non ci si è riusciti: il provvedimento più significativo, introdotto all’ultimo minuto con un emendamento a prima firma FdI, si è scontrato non solo con le osservazioni del capo dello Stato ma soprattutto con le contestazioni indignate di chi avrebbe dovuto beneficiarne, gli avvocati e ogni loro rappresentanza.
Il problema tecnico sarà risolto, il problema politico rimane. Per il suo ipotetico weekend della riscossa il centrodestra aveva immaginato una coppia di iniziative ad alto impatto, concepite per segnare la ripartenza dopo lo choc referendario. La prima era la visita in Albania di una delegazione FdI di altissimo livello, che avrebbe dovuto “ribaltare la narrazione” sull’inefficienza del centro di Gjader. La seconda era appunto affidata al bonus di Stato agli avvocati che si spendono per il rimpatrio assistito dei loro clienti anziché brigare con le richieste d’asilo. Era, forse, anche un modo di assecondare l’input dato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio 2026 («Dovrà essere l’anno del cambio di passo sulla sicurezza») poi ribadito nell’ultimo intervento in Parlamento («Non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza»). Entrambe le idee hanno fatto cilecca, la seconda si è trasformata in un atto di autolesionismo difficile da riparare.
E dunque la domanda iniziale ha un suo senso: questa eterna emergenza sicurezza, valorizzata in ogni intervento, ogni trasmissione televisiva, ogni impegno parlamentare, può essere davvero la risposta giusta per la gestione dell’ultimo anno di legislatura? O è soltanto la comfort zone dove il centrodestra trova riparo in un momento di confusione e incertezza? Dopo quattro anni di governo, è immaginabile che gli elettori della maggioranza siano storditi da una escalation interventista che dà la sensazione di un esecutivo alla perenne e continua rincorsa di eventi che non riesce a controllare. Sistemate le baby gang ci sono i maranza, sistemato il piccolo spaccio ci sono i coltelli, sistemate le occupazioni delle prime case ci sono quelle delle case al mare, fatti gli accordi per i rimpatri ci sono quelli che non li assecondano, raddoppiata la vigilanza nelle stazioni ci sono i ragazzini che aggrediscono i professori.
Il rischio piuttosto evidente è che l’impegno sulla sicurezza e l’infinita serie di norme-bandiera prodotte per confermarlo si trasformino in boomerang e avvalorino l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul caposaldo politico della sua proposta, quello che nel 2022 ha contribuito a segnarne la vittoria. E il vero paradosso è che, a guardare i dati, l’emergenza non esiste o è molto minore di come la raccontano: tutti i reati di pericolo sociale sono in diminuzione da anni e pure l’immigrazione, ci dice l’Istat, sta registrando cali. Prenderne atto e valorizzare i risultati ottenuti piuttosto che i problemi ancora aperti forse sarebbe una migliore strategia. Di certo più convincente dell’allarmismo quotidiano, visti anche i risultati parlamentari che produce.

(di Michele Serra – repubblica.it) – In vista del 25 aprile, e delle ricorrenti e annose dichiarazioni sulla pari dignità dei morti (ultima in ordine di tempo, e certo non imprevedibile, quella del presidente del Senato La Russa), va detto che la pietà umana è un sentimento universale, e astenersi dal compiangere chi muore a vent’anni è segno di aridità e grettezza. Tutt’altra cosa è il giudizio sulle ragioni e gli ideali per i quali si muore — per esempio: la libertà, la fine di una dittatura, la fine della spaventosa guerra conseguente alla dittatura. È a quel giudizio, e a nient’altro, che deve attenersi una comunità cosciente di se stessa. Con le sue istituzioni, i suoi simboli, la sua ritualità pubblica. Per questo si commemorano i partigiani e non i repubblichini.
Perché gli uni morirono per la libertà e per una democrazia che non videro, ma seppero sognare. Gli altri morirono per molto dubbie questioni di “onore patriottico” e di lealtà all’ex alleato nazista. O più banalmente per ostinata fedeltà al regime fascista, totalitario e razzista fin dalle origini, ben prima di sprofondare nel nero della guerra.
Qualche pensiero a quei ragazzi inchiodati “dalla parte sbagliata” può spenderlo chiunque, anche chi è del tutto estraneo a quella ideologia necrofila (il «viva la muerte» falangista ne è il sunto perfetto). Ma non è neppure in discussione l’univocità del 25 aprile, il suo essere Festa della liberazione dal nazifascismo: e nient’altro.
Si capisce che questa univocità possa avere, per qualcuno, qualcosa di escludente. Ma se c’è una occasione nella quale gli esclusi possono farsene una ragione, e gli inclusi non dolersene, è proprio il 25 aprile.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] L’influenza del berlusconismo e della famiglia Berlusconi, con le sue aziende, si fa sentire tuttora, nonostante il capostipite sia morto da quasi tre anni, come ricordavamo nel nostro articolo su lady Minetti graziata a capocchia da Mattarella. Questa influenza, in politica interna ma anche estera, si fa sentire soprattutto attraverso Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri ma, soprattutto, segretario di Forza Italia, il partito creato dal Cavaliere: cioè, di fatto Tajani è un dipendente di Marina e Pier Silvio Berlusconi, mai stati eletti da nessuno. […]
Naturalmente anche altre grandi famiglie italiane, come gli Agnelli, avevano i loro rappresentanti in Parlamento, ma non interi partiti, quindi con possibilità di intervento ben inferiori. Mi ricordo Vittore Catella, rappresentante di un partito, quello liberale, che non contava niente, soprattutto dopo la morte di Giovanni Malagodi che un po’ di tempra a questo partito esangue l’aveva portata. In ogni caso tutto avveniva alla luce del sole perché gli Agnelli, scelto il loro uomo, dovevano pur farlo eleggere. Adesso invece Marina e Pier Silvio, cioè Mediaset, si trovano col piatto già pronto: il loro uomo ce l’hanno già, Tajani appunto, senza dover affrontare faticose e insidiose campagne elettorali.
[…] Certamente Tajani opera per gli interessi dell’Italia, ma quasi altrettanto certamente per gli interessi di Mediaset, soprattutto dopo che gli Usa hanno troncato la Via della Seta siglata dal governo Conte. Così oggi noi italiani dobbiamo subire interamente gli interessi cinesi invece di essere in grado, almeno, di condizionarli.
Penso che Tajani sia un buon ministro degli Esteri, anche perché, meno esposto, subisce meno, a differenza di Giorgia Meloni, l’influenza yankee. Tajani segue la traccia di Berlusconi: una politica di appeasement molto concreta con gli altri Paesi, priva però degli infantilismi di Berlusconi che era amico di Putin perché ci giocava a calciobalilla e lo invitava nella sua villa sarda; ma era anche amico di Gheddafi, cui permise di accamparsi a Roma con tende da Tuareg e di soggiornare nella caserma Salvo D’Acquisto (e questa, moralmente, è la cosa più spregevole perché D’Acquisto, per salvare dei patrioti presi in ostaggio dai nazisti che li ritenevano responsabili di un attentato a cui non avevano partecipato, si consegnò ai tedeschi e venne fucilato. A 22 anni).
Berlusconi era un uomo molto pragmatico (“Io mi faccio concavo o convesso a seconda della persona che ho davanti”), questo bisogna concederglielo. Quando era in corso da qualche mese la guerra russo-ucraina, disse in sostanza a Biden: “Di’ a Zelensky di trattare subito con Putin, altrimenti gli togliamo gli appoggi militari ed economici”. Ma Rimbambiden, come lo chiama Travaglio, non ci sentì da quell’orecchio e ora Putin ha sostanzialmente vinto la guerra, senza che gli appoggi europei siano serviti a nulla. Berlusconi quindi era “putiniano”? Può darsi, anche se non possiamo sapere quali fossero i motivi che lo muovevano.
[…]
Ma in tutte le vicende che lo riguardano non può mancare il suo ributtante cinismo. E non parlo qui della truffa sulla villa di Arcore, in combutta con Previti, ai danni della marchesina minorenne Anna Maria Casati Stampa, orfana di entrambi i genitori morti in circostanze drammatiche, perché ne ho scritto tante volte e, con buona pace di Marina e Pier Silvio Berlusconi, è stata accertata da una sentenza della Corte d’Appello di Roma. Ciò non ha impedito a Marina di querelarmi, insieme ad altri colleghi del Fatto, chiedendomi, bontà sua, dieci milioni.
Parlo invece dei rapporti che Berlusconi ebbe col colonnello Gheddafi, rapporti “più che fraterni”, come li definì un mediatore tunisino che conosceva bene entrambi. Questo non impedì a Berlusconi di approvare l’aggressione alla Libia del Colonnello, del tutto controproducente per l’Italia, ma che interessava soprattutto ai francesi per troncare, a loro favore, i nostri rapporti con Tripoli. Qualcuno sostiene che Berlusconi non fosse d’accordo, ma era o non era lui il presidente del Consiglio cui spettava l’ultima parola? O prefigurava già Giorgia Meloni che, dopo aver steso il tappeto agli americani, è stata mazzolata da Trump, facendo la giusta fine che spetta ai servi? Gheddafi fu assassinato, brutalizzato, sodomizzato, alla presenza delle truppe francesi che non mossero un dito. E cosa disse il “fraterno amico” Silvio? “Sic transit gloria mundi”.
[…] Quando morì Berlusconi, nel 2023, alla fine di un articolo lo ripagammo della stessa moneta: “Sic transit gloria mundi”. Ma, mentre Gheddafi è sparito dalla scena lasciando la Libia nelle condizioni disastrose che conosciamo (i mercanti di morte e di uomini devono pagare una taglia all’Isis per poter lasciare le coste libiche), in Italia il berlusconismo domina ancora la scena.

(di Davide Manlio Ruffolo – lanotiziagiornale.it) – Hai voglia a prendertela con i comici. Brunella Orecchio in Tajani non ha preso per niente bene l’imitazione, diventata virale, del marito. “Ma Crozza (Maurizio, ndr) al di là di quello che fa che mi pare pochino sa fare qualcosa di utile senza offendere”, ha scritto qualche giorno fa su Facebook. La satira del resto è satira, ed è fatta per disturbare il potere: se la moglie di un potente si risente, ha raggiunto il suo scopo. Ma viste le ultime, imbarazzanti performance del ministro degli Esteri, l’imitazione di Crozza è forse perfino preferibile all’originale. E lasciamo stare la gag della telefonata in diretta social con l’ambasciatrice italiana in Iran (“Oggi come sono stati i bombardamenti?”, 7 marzo 2026) o i preziosissimi consigli dispensati dal titolare della Farnesina ai connazionali rimasti bloccati a Dubai per mettersi al riparo dai droni degli ayatollah (tipo “l’invito è quello di non affacciarsi e di non andare per strada”, 2 marzo 2026).
È quando il discorso si fa serio che preferiremmo ascoltare la versione ministeriale di Crozza. Quando, per esempio, con decine di migliaia di civili palestinesi morti tra le macerie di Gaza, lo abbiamo sentito assolvere Netanyahu e il suo governo: “Israele non è un Paese criminale. Non ha compiuto crimini” (Report, 14 gennaio 2025). E pazienza se, per quei crimini, sul premier israeliano pende un mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale. Mandato che, se il premier israeliano venisse in Italia, a detta di Tajani non sarebbe comunque eseguito: “Mi pare che è tutto molto chiaro, ci sono delle immunità e le immunità vanno rispettate” (Ansa, 15 gennaio 2025).
Poi c’è stata la batosta referendaria sulla riforma della Giustizia. E sulla scia del calo dei consensi, c’eravamo illusi che, sebbene con colpevole ritardo, il governo si fosse ravveduto dopo tre anni di sostegno incondizionato a Netanyahu con la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum sulla difesa con Israele. Ma ieri Tajani ha scoperto il bluff, opponendosi con la Germania, allo stop all’accordo Ue-Israele. “Abbiamo una posizione diversa dalla Spagna, perché la loro non ci sembra la via giusta. La nostra posizione è identica alla Germania”, ha spiegato. Non so voi, ma io continuo a preferire l’imitazione di Crozza all’originale.
Il presidente dell’Anticorruzione alla Camera con i risultati dell’attività 2025. Mercato degli appalti in crescita, ma le gare sono ancora residuali

(di Flavia Landolfi – argomenti.ilsole24ore.com) – Il mercato dei contratti pubblici prosegue la sua corsa e tocca un nuovo massimo. Nel 2025 il valore complessivo degli appalti di importo pari o superiore a 40.000 euro, si è attestato attorno ai 309,7 miliardi di euro, di cui circa 20,8 miliardi relativi ad appalti finanziati con le risorse del Pnrr. Si tratta del valore più alto della serie storica, con un aumento di circa il 49,1% rispetto al 2021 e del +13,9% rispetto al 2024, crescita trainata in larga parte da appalti di elevato importo concentrati soprattutto nei settori delle forniture e dei servizi. Ma nell’ultima relazione dell’era Busìa, l’ultima prima della scadenza del mandato che il 21 aprile il presidente Anac ha presentato alla Camera alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, ci sono come di consueto i conti del mercato degli appalti, ma anche un richiamo forte sulla “piaga senza patria”, la corruzione. Un fenomeno che, avverte Busia, “nel tempo si è fatto più insidioso e sfuggente, per insinuarsi in ogni interstizio della vita pubblica” e che “non si limita a violare le regole, ma punta a riscriverle, privatizzando la sovranità”. E che “a volte arriva addirittura a lambire i livelli istituzionali più alti”, affonda il numero uno dell’Authority.
Ma andiamo per ordine. La dimensione economica degli appalti «è uno dei più potenti strumenti per realizzare politiche pubbliche», ma resta anche il terreno dove si misurano efficienza, trasparenza e tenuta del sistema. Dentro il record del mercato i settori però giocano ciascuno la propria partita, segnando risultati diversi. Rallenta ma non cambia rotta la caduta dei lavori che nel 2024 segnava -39% e che nel 2025 con appalti per 54,3 miliardi si attesta a -10,6%. Volano i servizi con 110 miliardi (+15,9%) e ancor di più le forniture con 145,4 miliardi (+25,2%). Spacchettando ancora i numeri, dentro le forniture pesa la farmaceutica, la cui spesa aumenta rispetto al precedente anno del 65,4% e quelle relative alle apparecchiature mediche, che fanno registrare un incremento di spesa del 10,1% rispetto al 2024. Per i servizi la spesa maggiore ha riguardato i servizi di assistenza sociale anche se diminuiti del -20,7% rispetto all’anno precedente.
Il dato che più colpisce resta quello sugli affidamenti. E conferma la spinta sulle procedure senza gara dopo la rincorsa 2021-2024 raccontata sul Sole24Ore del 14 aprile scorso. Nel 2025 gli affidamenti diretti per servizi e forniture arrivano a quasi il 95% delle acquisizioni totali (includendo anche i piccoli appalti), con un addensamento evidente appena sotto soglia, tra 135mila e 140mila euro. Un salto netto: gli acquisti in quella fascia passano da 1.549 nel 2021 a 13.879 nel 2025. È qui che l’Anac accende il faro. Dietro questa dinamica, segnala Busia, «si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali». Il rischio è doppio: compressione della concorrenza e maggiore esposizione delle amministrazioni a pressioni indebite. Per i lavori l’86% delle procedure non prevede la gara, per i servizi l’83%, e per le forniture il 61,3% per le forniture. Il Pnrr continua a pesare, con oltre 20 miliardi di gare. Ma la lettura dell’Autorità resta critica. «È stato fatto moltissimo, ma forse meno di quanto avremmo potuto ottenere», osserva Busia, che richiama «i ritardi – troppi – della fase attuativa: sospensioni illegittime, tempi disallineati, progettazioni carenti». La corsa alla spesa, in diversi casi, ha sacrificato qualità e inclusione, con effetti visibili anche sulle clausole sociali.
“Avevamo prontamente segnalato i vuoti di tutela che avrebbero lasciato l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio ed il parallelo ridimensionamento del traffico di influenze illecite – spiega Busìa -.Per compensare l’arretramento del diritto penale, si sarebbero dovute rafforzare almeno le garanzie amministrative. Purtroppo, è avvenuto il contrario”. Il richiamo non potrebbe essere più chiaro e va dritto all’indirizzo del governo. Stesso richiamo anche per il cosiddetto sistema delle porte girevoli, che consente alle cariche politiche di passare direttamente negli ingranaggi delle partecipate pubbliche e ai vertici della Pa. Con il rischio, sottolinea Anac, “di incentivare la nascita di nuove società partecipate non funzionali all’interesse pubblico”. L’allarme di Busìa sui rischi della corruzione è netto e assume nuove forme. «Non più soltanto le tradizionali tangenti, ma una costellazione di condotte subdole: dalle consulenze fittizie alle sponsorizzazioni opache, dai concorsi inquinati alla distrazione dei fondi dell’Unione», scandisce Busia. Un fenomeno che assume forme più sofisticate e che sfrutta le zone grigie e le modifiche normative. L’Autorità segnala esplicitamente i vuoti creati da alcune scelte recenti, dall’indebolimento delle regole su conflitti di interesse e pantouflage fino all’assenza di una disciplina organica sul lobbying. Un terreno dove «le strategie per esercitare pressioni si fanno più subdole e pervasive». Sul fronte della macchina pubblica, infine, l’operazione digitalizzazione segna nel 2025 un traguardo netto: il 99% delle procedure di gara ha abbandonato la carta e viaggia su piattaforme online.
La campagna elettorale si apre nel modo più ipocrita: con una norma che invoca con l’illegalità la lotta all’illegalità. E rivela l’urgenza di trovare un’ancora di salvezza

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Il centrodestra rincorre Vannacci e infila nel decreto la legittimità della “remigrazione”. Si introduce nell’ordinamento italiano – nel caos di una procedura che dà vita a una norma già morta dovendo fare i conti con i limiti di costituzionalità – la remigrazione. Parola che fino a qualche mese fa era propria del linguaggio dei movimenti europei di estrema destra che evocavano, senza nasconderla, la natura razzista della proposizione.
Remigrare: respingere con le buone oppure deportare con le cattive i clandestini, i migranti senza titolo. La norma è figlia di un doppio pasticcio procedurale in quanto si sa che verrà rimodellata e però non riduce il portato politico di una decisione del governo che tenta di agganciare i voti dell’estrema destra di Vannacci.
Si apre così la campagna elettorale nel modo più ipocrita, avanzando in una squinternata traduzione legislativa, che il Quirinale ritiene irricevibile, pur di far fronte alle necessità di una condizione politica che si va facendo ogni giorno di più triste.
Prima il referendum, che ha azzoppato la premier in Italia, poi il default in politica estera, il ponte crollato con gli Usa di Donald Trump, hanno infragilito così tanto l’esecutivo da imporre di sterzare nell’unico ambito possibile: la ricerca di un campo largo anche a destra per tener testa all’opposizione. Senza i voti di Vannacci la sfida è infatti matematicamente perduta.
Ecco allora spuntare la norma che invoca con l’illegalità la lotta all’illegalità. È a suo modo un salto all’indietro per il centrodestra che rivela l’urgenza di trovare un’àncora a cui legare la barca che sta per essere inghiottita dal mare incattivito.
Giuseppe Del Deo, oggi tra gli indagati per peculato nell’ambito dell’inchiesta sulla Squadra Fiore, era uno degli uomini dei servizi segreti più vicini alla presidenza del consiglio. E si era misteriosamente dimesso, un anno fa. Meloni e Mantovano sapevano qualcosa? Tre sempici domande, per aiutarci a capire.

((di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Riassunto delle puntate precedenti, per chi non conosce i fatti.
Giuseppe Del Deo, fino a un paio di anni fa, era vicedirettore dell’AISI, i servizi segreti interni italiani. Poi, nel 2024, è stato promosso a vice direttore del DIS, il dipartimento della Presidenza del Consiglio che coordina tutti i servizi segreti italiani, interni ed esterni.
Le cronache di allora e di oggi lo raccontano vicinissimo a Fratelli d’Italia: il favorito della presidente del consiglio Giorgia Meloni e del suo fido sottosegretario Giovanbattista Fazzolari per la nomina a capo dell’AISI, poi sfumata. Amico del ministro della difesa Guido Crosetto, molto apprezzato da Matteo Piantedosi. Addirittura amico personale, così dicono i giornali, di Patrizia Scurti, fedelissima segretaria di Giorgia Meloni, e di suo marito Giuseppe Napoli, anche egli agente dell’AISI e capo scorta di Giorgia Meloni.
E qui cominciano i misteri.
Nell’aprile del 2025, Del Deo si dimette improvvisamente e va in pensione, a 51 anni, senza che nessuno dia alcuna spiegazione, a seguito di un accordo con Giorgia Meloni in persona. Le dimissioni vengono presentate all’opinione pubblica “nell’esclusivo intendimento di effettuare nuove esperienze professionali”.
Qualcuno ha legato questa vicenda al cosiddetto Caso Giambruno, l’allora compagno della premier, la cui auto, nella notte tra il 30 novembre e il 1 dicembre del 2023 fu avvicinata da due uomini, che poi si scoprì erano due agenti dell’AISI.
È un caso, questo, che esplode nei primi mesi del 2025, in una fase di incredibile turbolenza dei servizi segreti, scossi dalle rivelazioni su giornalisti e attivisti spiati con Paragon, dalle altrettanto improvvise dimissione della capa del DIS Elisabetta Belloni e dal disastro sul caso Almasri.
Oggi, invece, scopriamo che Del Deo è indagato dalla procura di Roma per peculato nell’ambito dell’inchiesta sulla Squadra Fiore, un centro di spionaggio parallelo e illegale che, dicono gli inquirenti, operava per costruire dossier su commissione, accedendo illegalmente “a banche dati protette da misure di sicurezza, realizzando riprese video e audio di conversazioni e incontri privati destinate a essere successivamente diffuse, intercettazioni di comunicazioni e/o conversazioni, specie di natura telematica (email, chat WhatsApp)”.
Tiriamo le fila, quindi.
C’è un uomo potentissimo dei servizi segreti, molto vicino alla premier e al governo.
Ci sono delle misteriose dimissioni.
E pare ci sia, o ci sia stata, una centrale di spionaggio illegale, di cui faceva parte anche questo potentissimo uomo dei servizi segreti, molto vicino alla premier e al governo.
E in attesa che la procura di Roma faccia chiarezza su questa vicenda, ci sono almeno tre domande, da aggiungere alla lista, per chi comanda i servizi segreti italiani, cioè la premier Giorgia Meloni e il sottosegretario Alfredo Mantovano.
Hanno mai avuto sospetti che Giuseppe Del Deo, a loro così vicino, potesse fare parte o aver agevolato le attività di una rete di spionaggio illegale?
C’entrano qualcosa i loro eventuali sospetti con le improvvise dimissioni di Del Deo?
E se c’erano dei sospetti, sono stati denunciati all’autorità giudiziaria, o si è preferito chiudere la vicenda senza troppo clamore, dimissionando Del Deo?
Ci auguriamo che qualcuno ponga queste domande alla Presidente del Consiglio. E, ovviamente, ci auguriamo che la Presidente del Consiglio o il suo sottosegretario Alfredo Mantovano, per una volta, rispondano.