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Trump, l’Iran e l’escalation mondiale


(Tommaso Merlo) – Nell’ennesimo penoso show della Nato in Turchia, il protagonista assoluto è stato quel criminale di Trump con gli europei nel solito ruolo di inutili comparse. Con queste classi dirigenti rischiamo davvero l’escalation mondiale. Oltre al solito repertorio di bugie, insulti e deliri da gerontocomio, Trump ha deliziato le platee sputando sul memorandum con l’Iran e ordinando bombardamenti senza neanche aspettare la sepoltura dell’Ayatollah. Un criminale comune che diventato presidente lo è diventato anche di guerra. L’accordo prevedeva che il controllo dello Stretto di Hormuz rimanesse all’Iran che si impegnava a non chiedere nessun pedaggio almeno per i 60 giorni della trattativa, fino a quando sarebbe entrato in vigore la nuova gestione con l’Oman. L’Iran ripete poi da mesi che ha intenzione di mantenere il controllo dello Stretto, ma con gli americani è così, non si capisce mai se sono tonti o fanno finta. Il giorno dopo aver firmato il memorandum, Trump ha iniziato a violarlo spronando i mercantili ad attraversare lo Stretto fregandosene. Come se comandasse lui. Quando poi gli iraniani hanno prima avvertito e poi reagito, Trump si è messo a starnazzare e bombardare facendo la vittima. Gaslighting geopolitico aggravato dai metodi intimidatori mafiosi. Come se avesse vinto la guerra lui e come se gli Stati Uniti fossero ancora la potenza egemone e non invece uno stato canaglia che dopo decenni di distruzione e sangue innocente dovrebbe vergognarsi e tornarsene a casa ed occuparsi dei suoi cittadini ormai allo stremo piuttosto. Come noi servi e complici europei del resto. L’Iran ha già reagito all’ennesima aggressione di Trump bombardando quello che resta delle basi americane in Bahrain, Kuwait e Qatar e adesso vedremo gli sviluppi. Se cioè si conterranno e torneranno al tavolo, oppure se questa volta andranno fino in fondo nella loro lotta di liberazione dal gioco occidentale. Durante i funerali oceanici dell’Ayatollah, molti iraniani hanno insultato i ministri di Teheran impegnati nei negoziati accusandoli di collusione col nemico e debolezza. Vogliono vendetta per l’assassinio terroristico di un leader che era anche spirituale e di migliaia di civili. E vogliono liberarsi per sempre dal giogo di un nemico che li perseguita ingiustamente da decenni e di un criminale come Trump che li insulta e minaccia violentemente da mesi. E ritengono sia il momento storico migliore per riuscirci. Perché gli americani hanno gli arsenali vuoti come le teste dei loro generali, perché sono sull’orlo della bancarotta e con Hormuz possono sferrargli il colpo di grazia e perché quel demente in capo di Trump è detestato anche dai suoi cittadini. Trump è anche politicamente un morto che cammina e lo è anche per quell’ennesima guerra sbagliata nel momento sbagliato contro cui ha votato perfino il Congresso. Gli americani non sono mai stati così deboli e divisi e gli iraniani mai così forti ed uniti. Anche i complici sionisti sono ai minimi storici, con una società da psichiatria dopo tre anni di deliri genocidari e poi si sa, quando stramazza il bisonte fanno la stessa fine anche i parassiti. È storia al contrario. L’Iran ha sempre agito nel rispetto del diritto internazionale, non ha mai aggradito per primo e ha sempre cercato di limitare le vittime civili. Ha poi tentato seriamente di trovare una soluzione diplomatica e potrebbe convincersi di non avere alternative alla guerra se vuole sopravvivere. Del resto gli Stati Uniti e il clan sionista che li infesta hanno dichiarato candidamente che voglio distruggere anche l’Iran e sono tradizionalmente incapaci di ogni compromesso e disposti a calpestare tutto e tutti pur di raggiungere i loro scopi. È storia degli ultimi decenni come degli ultimi giorni. Trump è solo il criminale di turno che manifesta platealmente vizi antichi, quelli dell’arroganza e prepotenza che impedisce ogni empatia ed esame di coscienza, quelli della realtà parallela di comodo e della propaganda con cui manipolare le masse, quelli della bulimica lobby della guerra che da dietro le quinte manovra burattini politici sempre più spaesati, quelli delle relazioni internazionali basate sulla legge del più forte e del più ricco coi valori rilegati a robaccia da perdenti, quelli dei missili e dei droni al posto della diplomazia e del buonsenso. L’Iran è solo l’ultima tappa di una lunga serie di disastri e l’Occidente ha già perso la guerra politica. I popoli del mondo intero sono dalla parte dell’Iran come dei palestinesi e dei libanesi e gli Stati Uniti da leader del mondo libero sono diventati leader di quello sanguinario con noi europei nel ruolo di inutili comparse. Ma per il cambiamento ci vuole tempo e l’ennesimo penoso show della Nato in Turchia ha confermato che con queste classi dirigenti rischiamo davvero l’escalation mondiale.


La maggioranza si è incartata sulla legge elettorale


(di Lorenzo De Cicco – la Repubblica) – […] mentre il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, ricorda che chi ha cambiato il sistema di voto poi ha sempre perso le elezioni e dunque, cara Meloni «occhio alla cabala», il ministro Roberto Calderoli si presenta al vertice di maggioranza in via della Scrofa vestendo i famosi calzoni corti, come nell’epoca d’oro del riformismo lumbard, correva l’anno 2003, quando a Lorenzago di Cadore i saggi della Casa della Libertà si riunivano per riscrivere la Costituzione. Battuta: «Vado al mare…». […] nel chiuso del quartier generale di FdI, l’atmosfera è tutt’altro che vacanziera. Riceve Giovanni Donzelli, per il Carroccio oltre a Calderoli c’è il salviniano Andrea Paganella; per FI Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni, Alessandro Colucci per Noi Moderati.

Ma è un nulla di fatto, l’ennesimo: gli “sherpa” si rivedranno stasera, al più tardi domattina. Il tempo stringe: nell’aula della Camera martedì si parte con le batterie di votazioni. Per gli emendamenti il gong suona lunedì.

La trattativa sulla riforma detta Melonellum continua a incartarsi sulle preferenze, che la premier pretende, per non perdere la faccia dopo averle chieste per una vita, quando era all’opposizione. Alla vigilia, la Lega sembrava quasi essersi convinta ad accettare un compromesso: capilista bloccati e il resto dei candidati da votare con le crocette.

In realtà il Carroccio è spaccato: Salvini è aperturista, in maggioranza sottovoce parlano di un segnale di disponibilità per altre partite, dal ritorno al Viminale alle nomine in Ferrovie. Ma i “nordisti” sono in subbuglio e pure Calderoli è molto scettico, tanto da ripetere al tavolo ai Fratelli: se tirate dritto, al Senato la riforma balla.

È soprattutto Forza Italia a non voler sentire parlare di preferenze. Nemmeno formule ibride, di compromesso appunto, con i soli capilista bloccati: «A noi non va bene – spiega il portavoce nazionale, Raffaele Nevi – perché questo sistema avvantaggia i grandi partiti: i piccoli potrebbero eleggere solo i capilista e nelle urne non avrebbero la spinta di chi cerca voti personali per avere il seggio».

Il muro azzurro, a cui si sono accodati i leghisti, come nel gioco dell’oca ha riportato la coalizione di governo alla casella di partenza: «Dovranno rivedersi i leader, per trovare la quadra», è il responso che trapela all’ora di cena. A Giorgia Meloni, reduce dal rognoso vertice di Ankara con l’ex amico Donald Trump, toccherà sbrogliare anche questa matassa, riconvocando Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi, almeno al telefono.

Nel vertice-conclave, quattro ore filate, si parla anche di altre questioni. I seggi per l’estero che saranno dimezzati (da 2 a 1 al Senato, da 4 a 2 alla Camera), di soluzioni per favorire il voto dei fuori sede. Rispunta pure il ballottaggio: una riflessione, nata dopo il boom nei sondaggi di Roberto Vannacci, ma subito accantonata, vista la raffica di bocciature nelle audizioni da parte dei costituzionalisti.

[…] Sulle preferenze si è speso di nuovo ieri anche un peso massimo del partito come il presidente del Senato, Ignazio La Russa: i Fratelli d’Italia alla fine presenteranno un emendamento? «Secondo me sì – risponde la seconda carica dello Stato – FdI fa parte di una coalizione, non è che questo fatto vale solo per il campo largo, ma io credo che alla fine Fratelli d’Italia lo presenterà, dopo averne discusso giustamente con gli alleati».

E poi, ovvio, «decide il Parlamento». Leghisti e azzurri aggiungono a mezza bocca: ecco, il Parlamento sulle preferenze voterà a scrutinio segreto.


La Cantina di Solopaca celebra 60 anni di storia e guarda al futuro: Marco Giulioli è il nuovo enologo


Nell’anno del suo 60° anniversario, la storica cooperativa sannita annuncia la nuova conduzione enologica per elevare ulteriormente la qualità dei propri vini e puntare alle fasce premium del mercato, nel segno dell’innovazione e del rispetto della tradizione.

Solopaca (BN), 9 Luglio 2026 – La Cantina di Solopaca annuncia l’ingresso di Marco Giulioli nel ruolo di consulente enologo, una scelta che si inserisce in un percorso di crescita orientato al rafforzamento della qualità dei vini e alla valorizzazione dell’identità territoriale del Sannio.

Storica cooperativa campana e punto di riferimento per la viticoltura del territorio, la Cantina di Solopaca riunisce da decenni centinaia di soci viticoltori e rappresenta una realtà profondamente legata alla propria comunità, alle varietà autoctone e alle denominazioni locali. Un modello cooperativo che ha fatto della condivisione, della competenza tecnica e del rispetto della tradizione i propri valori fondanti e che celebra nel 2026 i 60 anni di attività, guardando al futuro con rinnovata consapevolezza.

La nuova conduzione enologica ha l’obiettivo di valorizzare le varietà autoctone del Sannio, consolidare la qualità e l’identità stilistica dei vini e accompagnare la cooperativa nelle sfide dei mercati contemporanei, nel rigoroso rispetto della sostenibilità e della tradizione cooperativa.

A guidare questa evoluzione sarà uno dei professionisti più autorevoli e stimati nel panorama enologico della Campania. Formatosi sul campo e specializzatosi nella valorizzazione dei vitigni autoctoni del Sannio, Marco Giulioli ha legato il suo nome ad alcuni dei progetti enologici di maggior successo della provincia di Benevento. Dotato di una consolidata esperienza nella gestione agronomica ed enologica di grandi realtà cooperative, ha dimostrato negli anni una rara capacità: far coesistere i grandi numeri di produzione con il concetto di cru e di altissima qualità. La sua abilità nel mappare, selezionare e valorizzare le singole parcelle dei soci viticoltori lo ha reso un maestro nell’interpretazione della Falanghina e dell’Aglianico, rendendolo oggi la figura tecnica ideale per guidare la Cantina.

Il Presidente della Cantina di Solopaca, Carmine Coletta, esprime così la soddisfazione del Consiglio di Amministrazione: «Non c’era modo migliore per celebrare i 60 anni della nostra fondazione. Siamo entusiasti di accogliere Marco Giulioli nella nostra grande famiglia. La sua firma stilistica e la sua competenza indiscussa sul territorio rappresentano esattamente ciò di cui avevamo bisogno per inaugurare questa nuova fase della nostra storia. Fino a pochi anni fa eravamo visti come una cantina da grandi volumi; oggi portiamo sui mercati vini di pregio, e l’arrivo di Marco Giulioli ci consentirà di fare l’ultimo salto di qualità, dando ancora più valore al sudore dei nostri viticoltori».

Anche Marco Giulioli ha commentato l’inizio di questa nuova avventura professionale: «Lavorare con una realtà storica come la Cantina di Solopaca, le cui radici sono profondamente intrecciate con la storia vinicola del Sannio da ben sessant’anni, è una sfida tanto affascinante quanto ricca di responsabilità. Trovo un patrimonio viticolo immenso, un mosaico di parcelle e altitudini che offre possibilità espressive straordinarie. Il mio impegno sarà quello di tradurre questa diversità in vini identitari, puliti, capaci di raccontare Solopaca ed il Sannio con rigore e modernità».

Il nuovo corso è già pienamente operativo. Con la nuova vendemmia ormai alle porte, la squadra tecnica e i soci viticoltori stanno già lavorando intensamente in campo per monitorare l’evoluzione delle uve. I primi frutti di questa direzione tecnica saranno visibili proprio a partire dalle selezioni della prossima vendemmia, segnando così il primo passo di questo ambizioso percorso di rinnovamento.


Simeone: “Picierno sbaglia bersaglio, basta trasformare il confronto politico in un processo alle intenzioni”


Il consigliere regionale e capogruppo del gruppo Fico Presidente: “Conte può essere criticato, ma merita rispetto. La politica si faccia sulle idee, non sugli attacchi personali”

“Le parole di Pina Picierno nei confronti di Giuseppe Conte rappresentano l’ennesimo tentativo di spostare il confronto politico dal merito delle idee alla delegittimazione personale. In una fase così delicata per gli equilibri internazionali, il Paese ha bisogno di un dibattito serio, fondato su posizioni e argomenti, non di etichette o processi alle intenzioni”. Lo dichiara il consigliere regionale e capogruppo del gruppo Fico Presidente, Nino Simeone.

“Giuseppe Conte non ha bisogno di avvocati difensori e certamente non sarò io a farne le veci. Ma una cosa gli va riconosciuta: il coraggio di metterci sempre la faccia e di sostenere, con chiarezza e senza ambiguità, le proprie convinzioni. Lo ha fatto da Presidente del Consiglio e continua a farlo oggi da leader politico, non solo sui temi della politica internazionale, ma anche su quelli economici, sociali e ambientali”.

“Anche quando le sue posizioni risultano controcorrente, non sceglie mai la strada dell’ambiguità o delle convenienze del momento. In un periodo storico in cui è sottoposto a un fuoco incrociato di critiche, non solo da parte degli avversari politici ma anche di esponenti dello stesso campo, continua ad assumersi la responsabilità delle proprie idee”.

“Al di là delle differenze politiche e delle valutazioni nel merito, il rispetto del confronto democratico dovrebbe essere un punto fermo. Le critiche sono legittime, gli attacchi personali no. La politica torni a confrontarsi sulle proposte e sulle soluzioni, perché è sulle idee che si misura la qualità della democrazia”.


La NATO è rinata? Questo è il dilemma…


(Dott. Paolo Caruso) – Mugugni e rimbrotti di Trump per tutti ad Ankara non ne sono mancati. I sedicenti alleati NATO ancora una volta senza dignità hanno subito in silenzio le accuse di tradimento perché a dire del Tycoon lo hanno privato dell’ utilizzo delle basi dislocate in Europa, penalizzando le operazioni di guerra contro l’Iran. Nel mirino soprattutto Italia e Spagna. L’ Italia alla fine messa meglio perché Sanchez gli risulta particolarmente indigesto. Per Trump, la “Meloni resta sempre la bella ragazza ma non affidabile”. E comunque niente self. La Groenlandia fu di nuovo motivo di lagna. Strategicamente importante per “il bisonte americano”, la Danimarca farebbe bene a venderla agli USA. Le ricchezze sottomarine, emerse dallo scioglimento dei ghiacciai, in quella parte dell’artico gli fanno gola. Soprattutto però lo preoccupano le rotte navali russe e cinesi, che transitano a loro comodo e da lì controllano gli USA. Ad Ankara fu un summit della NATO strascicato tra recriminazioni, lamentele e ai margini qualche proposito. Non ci fu la spaccatura paventata, ma con Trump, l’imprevedibile, è sempre dietro l’angolo. Nuovi però i vassallaggi economici. Manco a dirlo. Con Trump si deve sempre parlare di affari. La firma della Meloni al programma di riarmo nazionale di difesa costerà all’Italia il 5% del PIL. Miliardi da non destinare più alla Sanità o alla Istruzione, ma agli armamenti. Da comprare a prezzi esorbitanti e non concorrenziali esclusivamente dagli USA. Un vero e proprio salasso per le già anemiche casse dello Stato italiano. In questo un grazie va alla nostra “Sovranista della Garbatella”. Dollari da portare in dote al Tycoon, per riequilibrare lo spaventoso debito americano contratto soprattutto con la Cina. Agli occhi di Donald gli Europei sono scrocconi, e vivono alle sue spalle. Proprio di lui stramaledettamente più ricco da quando è tornato a pontificare sul mondo. Trump è un marpione e attua la teoria dei “due forni”, l’altro è lo zar russo. Durante il vertice avrà tenuto aperto il contatto con il compare del Cremlino. Ufficialmente, alla fine del summit, si è promesso aiuto all’Ucraina, ma dei Patriot anti missili contro la Russia, solo gli schemi per costruirli sono stati concessi dagli Usa all’Ucraina. Ora che l’ innamoramento servile a Tramp non ha prodotto benefici e il ruolo di pontiera è venuto meno, la Meloni ha fatto di necessità virtù. Ha cambiato polarità. Pare che l’Europa sia ora la sua vocazione. Pardon! Quella dell’Italia. Cosa succederà? Intanto Trump ha ripreso a bombardare l’Iran e il petrolio è schizzato di nuovo alle stelle. “Chissà, se finirà?”, cantava Sergio Endrigo…


Vannacci supera il 6% e si conferma sopra la Lega: e il centrosinistra allunga sul centrodestra


La Supermedia YouTrend/Agi. La coalizione di governo arretra e il vantaggio del campo largo supera i due punti e mezzo

(lespresso.it) – Il sorpasso, anticipato nelle scorse settimane da diverse rilevazioni, ora è nero su bianco anche nella media dei sondaggi. Secondo la Supermedia YouTrend/Agi pubblicata giovedì 9 luglio, Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci, sale al 6,2% delle intenzioni di voto, guadagnando 0,9 punti in due settimane, e scavalca la Lega, che scende al 5,8% (-0,4).

Il travaso di consensi avviene tutto dentro il perimetro della maggioranza: il centrodestra nel suo complesso arretra esattamente della stessa misura della crescita di Vannacci, perdendo 0,9 punti e fermandosi al 42,3%. Fratelli d’Italia resta il primo partito ma cala leggermente al 27,7% (-0,1), mentre Forza Italia scende al 7,8% (-0,2) e Noi Moderati all’1% (-0,1).

Sostanzialmente stabili, invece, i partiti di opposizione: il Pd sale al 21,5% (+0,1), il Movimento 5 stelle al 13% (+0,2), mentre Alleanza verdi-sinistra si attesta al 6,5% (-0,1). Il risultato è che il campo largo — la coalizione tra Pd, M5s e Avs che ha debuttato in piazza a Napoli l’8 luglio — tocca il 44,7% (+0,2) e porta il vantaggio sul centrodestra a oltre due punti e mezzo. Nell’area di centro, Azione cala al 3% (-0,2), Italia viva è stabile al 2,3% e +Europa scende all’1,3% (-0,1).

Il dato di Futuro Nazionale conferma una tendenza in atto da settimane. Il primo sorpasso era stato registrato dal sondaggio YouTrend per Sky TG24 del 18 giugno, con il partito di Vannacci al 5,9% contro il 5,8% della Lega, mentre la Supermedia del 2 luglio lo aveva fotografato al 5,9%, con Fratelli d’Italia al minimo dall’insediamento del governo Meloni. Un’ascesa che non preoccupa solo via Bellerio: il Financial Times ha definito lo slancio del generale “una sfida significativa” per la premier, anche perché, coalizioni alla mano, i numeri attuali non garantiscono al centrodestra la vittoria né con né senza Vannacci.


NATO 3.0, l’Alleanza che cambia pelle


Da patto militare a macchina finanziaria della guerra

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il vertice di Ankara segna una svolta che sarebbe ingenuo liquidare come l’ennesima riunione rituale dell’Alleanza Atlantica. Non siamo davanti a una semplice conferenza diplomatica, né a un passaggio tecnico sulla ripartizione delle spese militari. Siamo davanti a una mutazione di natura. La NATO che uscì dal 1949 come architettura militare della guerra fredda e quella che si allargò dopo il crollo dell’Unione Sovietica per inglobare l’Europa centro-orientale sembrano ormai lasciare il posto a un organismo diverso: una struttura politico-finanziaria in cui la sicurezza diventa mercato, la minaccia diventa debito, la difesa diventa rendita.

La formula “NATO 3.0” coglie proprio questo passaggio. Non più soltanto alleanza militare, ma piattaforma di mobilitazione di capitali, commesse industriali, fondi di investimento, banche, imprese belliche e governi subordinati a un meccanismo che ha il suo centro negli Stati Uniti. Ankara non è importante solo per ciò che viene detto nei comunicati ufficiali. È importante per ciò che avviene attorno al vertice: il grande foro dell’industria della difesa, le intese miliardarie, l’appello ai capitali privati, la saldatura sempre più visibile tra finanza e guerra.

La NATO, insomma, non si limita più a preparare eserciti. Prepara mercati. Non organizza soltanto piani operativi. Organizza flussi di denaro. Non chiede più soltanto soldati, basi e disponibilità politica. Chiede bilanci pubblici, risparmio privato, fondi pensione, investimenti bancari, indebitamento permanente.

La difesa come nuovo welfare rovesciato

Il messaggio che arriva da Ankara è semplice e brutale: la spesa militare non deve più essere considerata un costo, ma un investimento. Il problema è capire per chi. Per i cittadini europei, che già vedono sanità, scuola, infrastrutture e servizi pubblici sottoposti a una cura dimagrante continua, l’aumento delle spese militari significa una scelta precisa di priorità. Significa che lo Stato torna forte, ma non per proteggere la società. Torna forte per finanziare la guerra, garantire commesse, assicurare profitti, sostenere imprese che vivono di appalti pubblici e tecnologie controllate.

Questa è la grande inversione politica della fase attuale. Per decenni ci è stato ripetuto che lo Stato doveva arretrare, che non c’erano risorse, che il debito pubblico era il male assoluto, che la spesa sociale andava compressa in nome dei mercati. Oggi, improvvisamente, quando si tratta di difesa, il denaro ricompare. Non solo: diventa urgente, necessario, morale. Non si discute più se sia sostenibile spendere centinaia di miliardi in armamenti; si discute solo di come trovare il denaro.

Da qui nasce l’idea di una banca della NATO, proposta come strumento per aiutare i Paesi membri a sostenere impegni finanziari sempre più gravosi. La formula è elegante: coordinare capitali, organizzare investimenti, rafforzare la base industriale. La sostanza è meno elegante: trasformare la sicurezza in un circuito di indebitamento, canalizzare risorse pubbliche e private verso l’apparato militare-industriale, rendere la guerra una componente stabile dell’accumulazione finanziaria occidentale.

È il welfare rovesciato della nuova epoca: meno protezione sociale, più protezione armata; meno investimenti nella vita civile, più investimenti nella produzione bellica; meno diritti garantiti, più obblighi strategici.

Il complesso militare-industriale e il capitalismo dei costi gonfiati

Il cuore del problema non è solo la quantità di denaro spesa per la difesa. È il rapporto tra denaro speso e capacità militare reale. Gli Stati Uniti spendono cifre enormi, superiori a quelle di qualsiasi altro attore globale. Eppure la guerra in Ucraina e le tensioni nel Golfo Persico hanno mostrato una fragilità sorprendente: difficoltà nel produrre munizioni in quantità adeguate, carenza di intercettori, scorte strategiche sotto pressione, sistemi d’arma costosissimi ma non sempre riproducibili su vasta scala.

Qui emerge il nodo strutturale: il sistema occidentale, soprattutto quello statunitense, non è organizzato per vincere guerre lunghe di logoramento industriale. È organizzato per generare profitti attraverso programmi complessi, costosi, tecnologicamente sofisticati, spesso fragili, sempre dipendenti da continui aggiornamenti. Il caccia F-35 è l’emblema di questo modello: un programma immenso, costosissimo, politicamente blindato, industrialmente ramificato, ma anche segnato da ritardi, problemi tecnici e dipendenze incrociate.

La logica non è quella dell’efficienza militare pura. È quella della massimizzazione del costo. Se la finalità principale diventa il profitto delle imprese fornitrici, il sistema non punta necessariamente a produrre armi semplici, numerose, robuste e facilmente sostituibili. Punta a produrre piattaforme complesse, contratti pluriennali, manutenzioni obbligate, catene di fornitura chiuse, dipendenza tecnologica.

La Russia, pur con un’economia molto più piccola, ha mostrato una capacità diversa: produzione centralizzata, controllo statale, costi calmierati, priorità alla quantità, adattamento continuo al campo di battaglia. Il confronto non è tra democrazia e autoritarismo, come vorrebbe la propaganda. È tra due economie della guerra. Da una parte un apparato finanziarizzato che trasforma la difesa in rendita; dall’altra un apparato statale che subordina l’industria all’obiettivo militare.

L’Europa come cliente, non come alleato

La trasformazione più importante riguarda l’Europa. Il vecchio discorso sull’autonomia strategica europea appare sempre più come una formula vuota. Gli europei parlano di sovranità, ma comprano sistemi statunitensi. Parlano di industria comune, ma si integrano nelle catene produttive dominate dai grandi appaltatori americani. Parlano di sicurezza europea, ma accettano standard, tecnologie, priorità e vincoli fissati a Washington.

Il risultato è una NATO composta da pochi soci reali e molti clienti. Gli Stati Uniti vendono sicurezza; gli europei la comprano. Gli Stati Uniti forniscono sistemi d’arma; gli europei si indebitano per acquistarli. Gli Stati Uniti mantengono il controllo delle tecnologie cruciali; gli europei producono componenti, partecipano a programmi, ottengono qualche ritorno industriale, ma restano in posizione subordinata.

La Germania è il caso più evidente. Il suo riarmo viene presentato come ritorno della potenza tedesca, ma va letto con maggiore cautela. Un aumento massiccio del bilancio militare non si traduce automaticamente in forza militare. Può tradursi, più semplicemente, in un trasferimento di risorse pubbliche verso aziende che cercano una via d’uscita dalla crisi del modello industriale civile. L’automobile tedesca è sotto pressione: energia russa perduta, materie prime più costose, concorrenza cinese sempre più avanzata. La tentazione è trasformare una parte del capitalismo industriale tedesco in capitalismo bellico.

Ma una nazione che converte pezzi crescenti della propria economia civile in economia militare non diventa necessariamente più forte. Può diventare più rigida, più dipendente dallo Stato, più esposta a decisioni geopolitiche esterne, più simile a quei sistemi tardi che compensano la perdita di vitalità produttiva con la mobilitazione permanente.

L’articolo 5 e l’illusione della protezione automatica

Uno dei miti più resistenti dell’Alleanza Atlantica è quello dell’articolo 5, spesso presentato come garanzia automatica di intervento militare collettivo. Ma l’automatismo non riguarda la guerra. Riguarda la consultazione politica. In caso di attacco a un Paese membro, gli altri alleati si consultano e decidono le misure ritenute necessarie. Non esiste un meccanismo per cui tutti entrano automaticamente in guerra contro l’aggressore.

Questa ambiguità è stata utile per decenni. Ha permesso agli europei di credere di essere protetti senza dotarsi di una vera autonomia. Ha permesso agli Stati Uniti di mantenere basi, influenza e controllo politico sull’Europa senza impegnarsi in modo assoluto a rischiare la propria sopravvivenza per difenderla. Durante la guerra fredda, la vera funzione della NATO era triplice: tenere i russi fuori, i tedeschi sotto e gli americani dentro. Oggi quella formula cambia solo in apparenza. I russi restano il nemico utile, i tedeschi vengono riarmati ma dentro un perimetro controllato, gli americani restano dentro ma con un obiettivo diverso: non tanto difendere l’Europa, quanto monetizzarne la dipendenza.

Trump ha reso esplicito ciò che altri presidenti avevano mantenuto in forma più diplomatica. L’ombrello americano si paga. La protezione si paga. L’accesso alle tecnologie si paga. La fedeltà geopolitica si paga. E, soprattutto, si paga comprando americano.

Finanza, fondi pensione e dollarizzazione del risparmio europeo

Il passaggio più inquietante della NATO 3.0 riguarda il coinvolgimento della finanza privata. Quando banche, fondi e grandi gestori del risparmio entrano stabilmente nel circuito della difesa, la guerra smette di essere soltanto una decisione politica e diventa una classe di investimento. Il confine tra sicurezza nazionale e rendimento finanziario si assottiglia.

I grandi fondi globali raccolgono capitali ovunque, li amministrano su scala planetaria e li indirizzano dove il rendimento appare più promettente. Se la difesa diventa il grande settore garantito dagli Stati, allora il risparmio europeo rischia di essere convogliato verso l’industria militare americana. In questo senso, la questione non riguarda solo i bilanci pubblici, ma anche il risparmio privato: fondi pensione, trattamento di fine rapporto, gestioni patrimoniali, assicurazioni, strumenti collettivi di investimento.

È qui che la guerra economica assume la sua forma più moderna. Non c’è bisogno di conquistare un Paese se si controllano le sue infrastrutture finanziarie, il suo debito, i suoi standard industriali, i suoi acquisti militari e persino l’impiego del suo risparmio. L’Europa rischia di finanziare la propria subordinazione. Paga per armarsi, ma si arma secondo standard altrui. Investe nella difesa, ma rafforza aziende altrui. Mobilita risorse nazionali, ma le inserisce in una catena di comando politica, tecnologica e finanziaria che non controlla.

Questo è il cuore geoeconomico del vertice di Ankara: non la difesa dell’Europa, ma l’inquadramento dell’Europa in un nuovo ordine occidentale militarizzato, dove la sovranità viene sostituita dalla compatibilità con le esigenze strategiche americane.

Globalizzazione ridotta e catene del valore militarizzate

La crisi della globalizzazione non significa ritorno automatico alla sovranità nazionale. Significa nascita di una globalizzazione ristretta, selettiva, blindata. Gli Stati Uniti hanno compreso che l’ordine costruito dopo la guerra fredda ha prodotto un paradosso: ha arricchito il capitale occidentale, ma ha trasferito capacità industriale, competenze e catene produttive verso l’Asia, soprattutto verso la Cina.

Il risultato è che Washington si trova oggi a competere con il Paese che ha contribuito a far crescere. La Cina non è diventata un Giappone addomesticato, né una fabbrica senza ambizione politica. È diventata il centro manifatturiero del mondo, un attore tecnologico di primo livello, una potenza capace di controllare segmenti fondamentali delle catene di approvvigionamento globali.

Per questo gli Stati Uniti cercano ora di riorganizzare la globalizzazione su basi geopolitiche. Non conta più solo produrre dove costa meno. Conta produrre dove il controllo politico è garantito. Le fabbriche devono uscire dai Paesi rivali e spostarsi negli Stati Uniti o in Paesi considerati affidabili. I dazi non sono solo strumenti economici. Sono strumenti di disciplina imperiale. Servono a costringere alleati, partner e subordinati a riallinearsi.

L’Europa, il Giappone, la Corea del Sud, i Paesi del Golfo vengono trattati non come alleati paritari, ma come riserve di capitale, mercati obbligati, piattaforme produttive e acquirenti di sicurezza. In questo senso, la NATO diventa anche uno strumento di riorganizzazione della globalizzazione occidentale: meno apertura, più blocchi; meno mercato libero, più mercato armato; meno efficienza economica, più fedeltà geopolitica.

La Turchia torna indispensabile

Nel quadro di Ankara, la Turchia occupa un posto centrale. Erdogan sa di essere necessario. Controlla gli stretti tra Mar Nero e Mediterraneo, parla con Mosca e con Kiev, è presente nel Caucaso, in Siria, in Libia, nel Mediterraneo orientale, in Asia centrale. È membro della NATO, ma non è un semplice esecutore della volontà americana. Ha comprato sistemi russi, ha sviluppato una propria industria militare, ha costruito margini di autonomia.

Il possibile rientro della Turchia nel programma F-35 non è solo una questione tecnica. È un segnale politico. Washington ha bisogno di ricucire con Ankara perché la Turchia è troppo importante per essere lasciata scivolare verso una posizione apertamente autonoma o troppo vicina al blocco eurasiatico. Ma Erdogan non regala nulla. Accoglie Trump con tutti gli onori, ma tratta da potenza regionale, non da vassallo.

La Turchia vuole tecnologia, riconoscimento, libertà di manovra. Vuole restare dentro la NATO senza essere ingabbiata. Vuole sfruttare la crisi dell’ordine occidentale per aumentare il proprio peso. Ed è proprio qui che Ankara diventa il luogo simbolico della nuova NATO: una NATO che deve tenere dentro alleati inquieti, clienti europei, partner mediorientali, industria americana, capitale finanziario e crisi energetiche.

Iran, Golfo Persico e limiti della potenza americana

Il dossier iraniano completa il quadro. La questione nucleare viene usata da anni come strumento di pressione, ma il nodo reale è geopolitico: chi controlla il Golfo Persico, lo stretto di Hormuz, le rotte energetiche e il rapporto tra Asia occidentale e mercati globali. L’Iran, nonostante sanzioni, attacchi, isolamento e pressioni, ha conservato una capacità di deterrenza convenzionale rilevante. Missili, droni, milizie alleate, profondità strategica e controllo potenziale delle vie marittime rendono Teheran un avversario difficilissimo da piegare.

Gli Stati Uniti possono bombardare, ma non possono facilmente imporre un ordine stabile. Le loro scorte militari non sono infinite, le riserve strategiche di petrolio sono sotto pressione, le basi nel Golfo sono vulnerabili, Israele non può sostenere indefinitamente una guerra regionale senza rischiare una risposta devastante. La superiorità tecnologica occidentale resta enorme, ma non basta se il conflitto diventa lungo, diffuso, costoso e politicamente incontrollabile.

Il dato più importante è che molti attori regionali sembrano averlo compreso. I Paesi del Golfo, la Turchia, il Pakistan, il Qatar, l’Arabia Saudita si muovono con prudenza. Nessuno vuole farsi trascinare in una guerra totale contro l’Iran. Tutti sanno che il prezzo energetico, economico e politico sarebbe altissimo. La posizione iraniana nello stretto di Hormuz non può essere cancellata con un comunicato della NATO né con una dichiarazione di Trump.

La potenza americana resta formidabile, ma non più onnipotente. Deve scegliere, calcolare, risparmiare munizioni, contenere i costi, evitare che ogni crisi diventi una voragine strategica. È il segno classico delle potenze mature: tanta forza, ma sempre meno libertà di usarla.

Il rischio europeo: pagare la guerra degli altri

Per l’Europa, il bilancio è severo. Il vertice di Ankara conferma che il continente non sta costruendo una propria sicurezza. Sta comprando una sicurezza decisa da altri. Non sta creando autonomia strategica. Sta approfondendo la propria dipendenza. Non sta usando la crisi per tornare soggetto geopolitico. Sta diventando il principale pagatore della riorganizzazione militare occidentale.

L’aumento delle spese militari, se non accompagnato da una sovranità politica, industriale e tecnologica, non produce indipendenza. Produce subordinazione più costosa. Gli europei rischiano di trovarsi con meno welfare, più debito, più armi americane, più vincoli atlantici, più esposizione alle crisi e nessuna vera capacità decisionale.

La NATO 3.0 nasce così: non come alleanza di eguali, ma come dispositivo di governo dell’Occidente in crisi. Una struttura che monetizza la paura, finanziarizza la difesa, trasforma gli alleati in clienti e usa la minaccia russa, iraniana o cinese per imporre una nuova disciplina economica e strategica.

Ankara non ha inaugurato soltanto una nuova fase della NATO. Ha mostrato il volto della guerra nell’epoca del capitale finanziario: non più soltanto carri armati, missili e basi militari, ma banche, fondi, risparmio privato, debito pubblico, filiere industriali e dipendenza tecnologica. La guerra come mercato totale. La sicurezza come prodotto. L’alleanza come contratto.

E l’Europa, ancora una volta, come pagatore di ultima istanza.


Mark Lekka Lekka. L’Europa al vertice Nato di Ankara


(Alessandro Somma – lafionda.org) – Non serve ricorrere alla psichiatria per definire il Presidente degli Stati Uniti un narciso maligno e megalomane: è sotto gli occhi di tutti e parlarne è divenuto un argomento di conversazione soporifero. Più interessante è osservare il comportamento dei molti giullari che lo circondano e che fanno a gara per compiacerlo e ottenere un segno della sua considerazione. Anche perché prima o poi l’adulato si stanca dell’adulatore, e decide che è più divertente ridicolizzarlo e persino bullizzarlo. È allora spassoso osservare l’adulatore mentre tenta goffamente di sottrarsi a questa dinamica perversa e simula un sussulto di dignità, che però giunge fuori tempo massimo: con la considerazione dell’adulato, ha perso anche e soprattutto la faccia.

Un solo personaggio si è finora sottratto alle dinamiche di questo circo. Non nel senso che l’adulato continua a tenerlo in considerazione, bensì nel senso che l’adulatore non si stanca di essere ridicolizzato e bullizzato. Evidentemente gradisce il trattamento, che accetta supino con il sorriso sulle labbra: un sorriso ebete ma pur sempre indicativo di un certo apprezzamento per la situazione.

Parliamo ovviamente del Segretario generale della Nato, che si è dato uno scopo nella vita: ampliare le funzioni di quell’organo mobile definito dalla letteratura medica come formato da muscoli che permettono la fonazione, la masticazione, la deglutizione e la percezione del gusto. Per Mark Rutte la lingua è divenuto lo strumento con cui gratificare Trump e farlo così desistere dal proposito di far implodere l’Alleanza atlantica.

Non si possono spiegare altrimenti le molte uscite imbarazzanti che scandiscono la carriera politica di chi è stato prima un ottuso paladino dell’austerità, e poi lo sponsor più intransigente di un folle incremento della spesa militare.

Resta memorabili la reazione di Rutte alle parole pronunciate dal Presidente degli Stati Uniti in occasione del vertice Nato tenutosi all’Aja nel giugno del 2025. Trump definì il conflitto tra Iran e Israele una «lite tra ragazzi nel cortile di scuola» e Rutte non seppe fare di meglio che sganasciarsi dalle risate e affermare: «paparino a volte deve usare toni forti». Lo ha chiamato paparino: come le partecipanti alle celeberrime cene eleganti di Arcore chiamavano Berlusconi…

Ma non è tutto. Poco prima il Segretario generale della Nato aveva scritto un messaggio privato a Trump, complimentandosi per il bombardamento dei siti nucleari iraniani: «congratulazioni e grazie per la tua azione decisiva in Iran, è stata davvero straordinaria e nessun altro avrebbe osato farlo. Ora siamo tutti più al sicuro». E soprattutto aveva espresso la sua ammirazione per essere riuscito a imporre un deciso aumento delle spese militari ai membri dell’Alleanza atlantica: «ci hai portati a un momento davvero, davvero importante per l’America, per l’Europa e per il mondo. Riuscirai in qualcosa che nessun presidente americano è riuscito a ottenere in decenni. L’Europa pagherà in grande misura, come è giusto che sia, e sarà una tua vittoria». Fantozzi non avrebbe saputo fare di meglio.

Il bello è che di questo uso della lingua siamo venuti a conoscenza solo perché l’adulato ha voluto ridicolizzare l’adulatore rendendo pubblico il suo messaggio. Come abbiamo detto, però, Rutte non l’ha presa male. Probabilmente si è anzi sentito appagato per l’eco inaspettato che ha avuto il suo abuso del muscolo di cui sopra.

Anche la recente uscita di Rutte sul massiccio impiego delle basi italiane per condurre la guerra in Iran è stata motivata dalla volontà di compiacere Trump. Non ha svelato nulla che non si sapesse, ma dal punto di vista diplomatico è stato un colpo basso: ha messo la maggioranza in imbarazzo con l’opposizione. Ovviamente non è successo nulla: questa opposizione non ha una politica estera e di difesa davvero alternativa a quella della maggioranza.

Eppure i tempi sarebbero maturi per cambiamenti radicali. Gli Stati Uniti vogliono smontare l’Alleanza atlantica, e accettano di non farlo solo se l’Europa decide di dirottare i soldi spesi per lo Stato sociale, oramai davvero pochi, verso il massiccio acquisto di armi prodotte oltreoceano. La cosa più normale del mondo sarebbe l’apertura di un dialogo serio su chi siano i reali nemici dell’Europa e su come fronteggiare la loro ostilità. E invece si persevera con politiche che costituiscono l’ennesimo riscontro di come l’Unione europea sia un progetto atlantista: nato sulla scia del Piano Marshall per serrare le fila dell’occidente capitalista nello scontro con il socialismo, e divenuto dopo la caduta del Muro di Berlino il cavallo di troia per l’espansone della Nato verso est.

Tutto questo sullo sfondo della litania ben sintetizzata guarda caso proprio da Rutte, che nel febbraio 2026 si è rivolto al Parlamento europeo trasmettendo queste sue granitiche certezze: il Vecchio continente si può difendere solo con gli Stati Uniti, senza i quali si «perderebbe il garante ultimo della nostra libertà, ovvero l’ombrello nucleare».

Parole ovviamente ribadite in occasione del vertice Nato di Ankara appena concluso, dove l’Europa ha confermato l’intenzione di incrementare la spesa militare e di farlo comperando armi made in Usa. Con l’occasione e con piglio fantozziano Rutte ha sottolineato che questo porterà 200mila nuovi posto di lavoro… negli Stati Uniti. E ovviamente ha colto l’occasione per benedire la ripresa della guerra contro l’Iran, affermando che i bombardamenti statunitensi sono «assolutamente necessari». A dimostrazione che la lingua batte dove il dente duole: che l’adulazione di Trump è la fissazione di Rutte e che nessuna umiliazione lo fermerà.

Peraltro, almeno questa volta, Trump non l’ha umiliato. Gli ha anzi dedicato i tre o quattro aggettivi che conosce per descrivere i suoi adulatori preferiti: ha detto che Rutte è straordinario, molto intelligente e un grande leader. Se lo dice lui…


La guerra del Golfo è come il gioco dell’oca: si torna alla casella di partenza


BLOOMBERG, ‘DOPO I RAID USA TRAFFICO NAVALE IN STRETTO HORMUZ È QUASI FERMO’

(ANSA) – BELGRADO, 09 LUG – Il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz si è quasi completamente fermato dopo due giorni di raid degli Stati Uniti contro l’Iran: lo scrive l’agenzia Bloomberg.

Il transito in questa cruciale via d’acqua è ora in gran parte limitato a una rotta settentrionale approvata dall’Iran, mentre un corridoio più a sud, protetto da Oman e Stati Uniti, ha registrato scarsa attività.

Solo una superpetroliera sanzionata dagli Stati Uniti in uscita dal Golfo e una nave portacontainer battente bandiera iraniana sono state avvistate attraversare lo stretto, secondo Bloomberg News, citata anche da Al Jazeera. Questo dato rappresenta un netto calo rispetto ai livelli di attività recenti.

Nelle tre settimane successive all’accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran per la riapertura di Hormuz, la media giornaliera dei transiti di navi mercantili si è attestata a 34, con un picco di 59 il 24 giugno, secondo i dati di Kpler. Durante il periodo di guerra, i transiti giornalieri erano inferiori a 20 nella maggior parte dei giorni, come dimostrano i dati.


Quasi amici


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Essere amici di un Lavitola non è reato, però è strano
È strano se sei un Ranucci, intendo. 
Che ci fa un uomo tutto d’un pezzo a cena due volte al mese con un uomo tutto d’un prezzo? Un faccendiere che per anni è stato dentro qualsiasi pasticcio in cui ci fossero politici e soldi di mezzo? Il giornalista d’inchiesta è come il poliziotto: a volte deve frequentare anche il lupo cattivo perché chiunque può servirgli da fonte. Ma l’espressione «amico» – anzi, «caro amico» – usata da Ranucci a proposito del possibile mandante dell’attentato alle sue automobili, è una cosa seria. 
Ciascuno di noi ha uno o due amici, al massimo tre. E sono persone simili, o almeno compatibili, che magari usano parole diverse, ma condividono lo stesso alfabeto. Che alfabeto potranno avere in comune Ranucci e Lavitola? Come se Cicerone fosse stato sorpreso a spassarsela con Catilina, Fabrizio Corona a giocare a briscola col Dalai Lama e Vannacci – invece che di Vladimir Putin – fosse un fan di Vladimir Luxuria.

Non dico che non possa succedere, ma sono cose che non ti aspetti, ecco. E che rischiano di confermare l’eterno pregiudizio per cui tutti i Famosi sono legati da un cordino invisibile e fanno parte dello stesso club. Un circoletto esclusivo dove ci si combatte in pubblico e ci si «attovaglia» (copyright Dago) in privato. Sarà pur vero che «la rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti» (copyright dubbio, Longanesi o Flaiano). Ma una cosa è conoscerli, un’altra è andarci regolarmente a cena.


Il primato dell’io senza misura


Il presidente americano non riconosce regole “al di fuori di sé”

Donald Trump

(di Michele Serra – repubblica.it) – La raffica di insolenze e giudizi sommari che Trump ha distribuito al vertice Nato ai suoi (teorici) alleati europei aggiunge ben poco al formidabile cumulo di umiliazioni inferte, regole calpestate, convenzioni ignorate. Si direbbe che la misura è colma se avesse un qualche senso parlare di misura di fronte a un uomo che ha pubblicamente dichiarato “quali sono i miei limiti lo stabilisco io”. Se le parole contano, questa breve frase vale, da sola, a capire di che cosa stiamo parlando: la democrazia, che è il regno del limite condiviso, ha partorito, democraticamente, il suo esatto contrario.

È in atto da tempo una discussione sulla natura di questa plateale rottura di ogni forma di rispetto per “gli altri”, che sono, dopotutto, il mondo intero, nonché circa la metà degli americani. Come può comportarsi in maniera così greve, così primitiva, un presidente degli Stati Uniti, il successore di Washington, Lincoln, Roosevelt, Eisenhower, Kennedy? Si dibatte — per dirla secca — sulla sua possibile pazzia, oppure se si tratti solamente di una “normale” seppure estrema manifestazione di arroganza politica (secondo i suoi estimatori: di lodevole schiettezza. Ognuno consideri quale grado di schiettezza è disposto a riconoscere a un violento, o anche solo a un cafone).

È un dibattito che, alla luce dei fatti, conta relativamente. Quali siano le radici dell’incredibile spettacolo cui stiamo assistendo da un paio d’anni, è lo spettacolo in sé a costituire la novità sensazionale, e a fare la storia. Lo spettacolo di un uomo che si presenta ai suoi concittadini, e all’opinione pubblica mondiale, dicendo con le parole e con gli atti: faccio quello che voglio e dico quello che mi pare. Comando io, decido io. Guai a chi non mi obbedisce. L’aneddotica sui tiranni dell’antichità, sui capricci e lo scialo dei sovrani nell’Ancien Régime, sul dispotismo novecentesco e il suo rapporto psicopatologico con le masse osannanti, hanno sicuramente attinenza con la smodatezza di Donald Trump. Ma non ne hanno alcuna con la vita democratica così come siamo abituati a viverla da ormai quattro o cinque generazioni: il conflitto sociale, sì, lo scontro ideologico, sì, e perfino l’odio politico sono stati tra gli ingredienti naturali di quell’impasto di convivenza e di lotta tra diversi che chiamiamo democrazia.

Ma l’idea che un uomo potesse proclamare tra gli applausi: non riconosco alcuna regola al di fuori di me stesso, del mio vantaggio economico, del mio potere personale, io sono la personificazione della Nazione e dunque il mio primato e il primato americano sono la stessa identica cosa, prima di Trump non aveva mai avuto una definizione così nitida, e così agghiacciante. Perfino Berlusconi, che una tendenza egotica l’aveva eccome, e fu tra i primi sperimentatori del narcisismo come valore da spendere in politica, fu in qualche modo rassegnato — volendo, anche costretto — a giocarsela dentro lo stesso campo di gioco dell’avversario, e sottostando alle stesse regole. Se nacque demagogo e morì, almeno formalmente, liberale (così viene celebrato dai suoi) è anche perché la politica, che lui voleva forgiare a suo piacimento, in qualche modo finì per forgiare lui.

Trump no. Trump è come lo schermidore che, durante un match di fioretto, estrae la pistola e fredda l’avversario. “Le regole le stabilisco io. Io posso sparare, tu no”. Ogni accusa di slealtà, di truccare regole buone per tutti, ma non per lui, gli è del tutto indifferente. Non capisce proprio di che cosa si sta parlando. Vale per tutti il pazzesco episodio (tragico, ma anche comico) del cartellino rosso rimangiato dalla Fifa su pressione del presidente degli Stati Uniti. Abbiamo dovuto rileggere due o tre volte la notizia per capacitarci che fosse vera.

La vera domanda, a questo punto, quella che pesa come un macigno, è come sia possibile che una persona di questo stampo, uno che nessuno inviterebbe a cena per paura che insulti gli altri ospiti e faccia deportare la cuoca, sia alla Casa Bianca. Le analisi politico-economiche che, ormai da anni, tutti leggiamo nella speranza di farci una ragione dell’accaduto, aiutano a spiegarlo solo fino a un certo punto. Va bene, la working class che si sente tradita dai dem e minacciata dalla globalizzazione; va bene, gli eccessi opprimenti del politically correct; va bene, il riscaldamento climatico è solo una bufala messa in giro dai menagramo e dai comunisti, così possiamo continuare a tenere il condizionatore a 19 gradi e cuocere sul barbecue una vacca al giorno pro-capite, God Bless America.

Ma basta, questo insieme di promesse a costo zero e di fole rassicuranti su un’età dell’oro da ripristinare, anche se non è mai esistita, a spiegare Trump? Forse no, non basta. Ci si deve arrendere all’idea che sparare con la pistola a chi credeva fosse un incontro di fioretto è, per molte persone, una soluzione praticabile, e forse sperabile. Lo spavento e la confusione che il mondo ci scarica addosso rendono legittima qualunque via d’uscita, non importa se sleale o scorretta o violenta. Nella vasta umanità che ama Trump, non solamente in America, e lo rivoterà o voterà per i suoi emuli, sopraffare gli altri, se dagli altri ti senti minacciato, poco importa se in modo concreto o fantasmatico, è legittima difesa. Tra essere il lupo o l’agnello meglio essere il lupo, e meglio ancora esserlo nella maniera di Esopo: superior stabat lupus, il lupo stava più in alto, lungo il corso del torrente, ma accusò l’agnello, più a valle, di intorbidargli l’acqua. E con quel pretesto se lo mangiò. Sui social, in molti applaudirebbero.


I funerali dell’Ayatollah (e del nostro occidente)


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Il corteo per i funerali di Stato dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, ucciso lo scorso 28 febbraio in un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele, sta mettendo a dura prova il sempre efficiente apparato di comunicazione dell’Occidente libero. Milioni di persone – mentre piovono su Teheran nuove e fiammanti bombe americane come “punizione” (così il Pentagono) per l’attacco iraniano su tre navi nello Stretto di Hormuz dopo la tregua – si sono riversate nelle strade per seguire il carro che trasporta attraverso il Paese i feretri di Khamenei e di quattro suoi famigliari morti nello stesso raid, tra cui una bambina di 14 mesi.

[…] Noi, che leggiamo i giornali più autorevoli, ci aspettavamo sì che gli iraniani scendessero in strada, ma per accogliere e festeggiare gli americani che li stavano liberando (bombardando le scuole) dopo aver eliminato fisicamente il tiranno che li opprimeva da 40 anni; forse erano allucinazioni “gli applausi alle finestre”, “il crollo del regime”, “la spallata agli ayatollah”, “il ruggito di Israele per il regime change”, “la nuova primavera a Teheran”, il “tracollo della tigre di carta” e altre meraviglie testimoniate da analisti e politici liberal-sionisti su di giri per l’operazione Epic fury? Non bastava la famosa “scossetta”, la “schicchera”, la “scintilla” per far rivoltare il popolo iraniano contro il regime che voleva costruirsi l’atomica?

Guardate se non ci tocca ritirare fuori la “complessità”, che, come ricorderete, fu vietata nel febbraio 2022, dopo l’aggressione russa dell’Ucraina, quando anche solo alludere alla storia pregressa delle relazioni tra i due Paesi e alla loro composizione demografica, oltre che alle manovre della Nato verso est, divenne un chiaro indizio di essere al soldo della propaganda putiniana. […]

Non basta liquidare la tragicità estetica delle esequie di Khamenei come folklore oscurantista. Le autorità iraniane si aspettano per i sei giorni di cerimonie la partecipazione di 15-20 milioni di persone (su 93 milioni di abitanti), più dei 10 che nel 1989 parteciparono ai funerali di Khomeini, il cui feretro fu preso d’assalto dalla folla al punto che la salma cadde a terra, e dei 7 milioni che nel 2020 seguirono il corteo del generale Soleimani, ucciso a Baghdad da un raid Usa.

[…] C’è chi la sa lunga: la gente che vedete piangere e battersi il petto rappresenta la fazione ultraconservatrice della popolazione, una minoranza tra il 15% e il 25% legata all’apparato dei Guardiani della Rivoluzione, per la quale la Guida Suprema era una figura semi-divina e la sua uccisione da parte di forze straniere è un sacrilegio imperdonabile; il regime usa queste persone per ostentare la sua forza davanti al mondo, offrendo loro acqua e trasporti pubblici gratuiti (avrebbero dovuto farle morire di sete e non diffonderne le immagini: come si sa, infatti, solo le teocrazie islamiche fanno uso di propaganda, da cui le nostre democrazie sono immuni). Inoltre ai funerali non partecipa l’altra metà dell’Iran, la gioventù urbana che ha protestato al grido di Donna, Vita, Libertà. Tutto vero. Quindi quello in lutto non è popolo, essendo i popoli tali solo quando piacciono a noi, che siamo pronti alla morte per difendere la nostra libertà di aperitivo contro i terroristi, ma ignoriamo vieppiù a chi appartenga la ‘sovranità’. In quali casi potremmo mai vedere una folla simile nelle nostre città, a parte una svendita di iPhone da Unieuro?

Agli smagati commentatori non è sfuggito un dettaglio: le donne in lutto indossano il chador nero integrale imposto loro dai Guardiani della Rivoluzione; forse pensavano che, dopo i benèfici attacchi americani, le donne partecipassero ai funerali di Stato con un outfit piùsbarazzino, chessò: il body glitterato di Jennifer Lopez; forse non hanno presente com’erano vestite le donne italiane fotografate dall’équipe di Ernesto De Martino in Lucania tra 1952 e il ’56, quando il rito funebre collettivo serviva a cementare la comunità e a proteggere dalla disperazione chi era colpito dalla morte di un caro; forse hanno dimenticato i funerali di Enrico Berlinguer, quando si riversarono per le strade di Roma quasi due milioni di persone, il 13 giugno 1984.

Gli americani e i loro zerbini pensavano che bombardando l’Iran col criminale Netanyahu avrebbero in poche ore rovesciato il regime e avuto orde di iraniani festanti a cui distribuire cioccolata. Invece, l’Iran resiste e piange la sua guida. Trump ha somministrato steroidi alla tradizionale arroganza americana, scartavetrando la patina di ipocrisia che ha ricoperto gli abusi, le infamie, le violazioni dei diritti umani che gli Usa hanno compiuto in giro per il mondo in nome del Bene. Infatti il segretario della Nato Rutte ha benedetto i nuovi attacchi americani come “assolutamente necessari”. Se non altro, marxianamente, Trump un merito lo ha avuto: ha portato al suo stato terminale un Occidente già in bancarotta.


E noi paghiamo


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Se il giornalismo esistesse ancora, la stampa europea inchioderebbe i leader Nato a una domanda: “Ci spiegate perché l’Europa dovrebbe buttare altre centinaia di miliardi nelle armi, levandoli allo Stato sociale?”. 1) Rutte: “La Russia, anche dopo la fine della guerra in Ucraina, continuerà a rappresentare una minaccia di lungo periodo alla sicurezza euro-atlantica”. Generale americano Grynkewich, comandante supremo delle forze Nato […]


Virginia Raggi: “il mondo in cui voglio vivere non è quello che stanno costruendo”


(Virginia Raggi) – Non so se avete visto il film “Don’t look up” uscito qualche anno fa: in grandissima sintesi, alcuni scienziati americani si accorgevano che un asteroide era in rotta di collisione con la terra e provavano ad avvertire la Presidente la quale, impegnata a difendere il suo ruolo, ridicolizzava gli scienziati coniando il motto “don’t look up”, non guardare in alto, proprio per invitare il popolo ad occuparsi di altri temi.

E’ un po’ come quello che sta accadendo qui: con il clima che mostra un quadro evidentemente preoccupante, con eventi meteo completamente fuori dagli standard che mietono sempre più vittime, alcuni governi, invece di correre ai ripari, continuano a ridicolizzare gli scienziati che da anni ci stanno avvertendo chiedendoci, al contrario, di guardare altrove.

L’ONU dice che 1 bilione di dollari crea 26700 posti di lavoro nell’educazione, 17200 nella sanità, 16800 nelle energie pulite e solo 11200 nel settore militare.

Ebbene, trovo inaccettabile che quei politici miopi, stiano decidendo non solo le sorti del nostro Paese ma, a quanto pare, anche i destini del mondo.

Fateci caso: gli Stati che potrebbero orientare le scelte di politica industriale verso l’economia green, la transizione ecologica ed energetica si stanno concentrando, al contrario, a riconvertire i sistemi produttivi in ambito bellico. L’economia di guerra, in altri termini, viene preferita ad una economia di pace e prosperità per tutti.

E così in Italia l’industria delle armi si fa strada: prima in Veneto, poi a Modena dove la “motor valley” si trasfomerà in “drone valley”, accogliendo l’arrivo di una nuova società che produce droni alcuni dei quali realizzati per un solo viaggio e schiantarsi all’arrivo (one-way effectors). Poi in campo medico: c’è il caso di una start-up che faceva ricerca sul cancro che si sta trasformando per produrre di armi, ecc..

Una cosa ho molto chiara: il mondo in cui voglio vivere e vedere crescere mio figlio non è quello che stanno costruendo.

E voi che mondo volete?


Cosa sono gli Edi Rama Files?


Il più importante alleato della Meloni in Europa è al centro di un’inchiesta su un impero immobiliare. Cosa sono gli Edi Rama Files: permessi di costruzione, scandali in Albania, traffico di droga e resort di lusso. Il dossier Edi Rama si sta allargando. Dopo le polemiche legate al progetto immobiliare della famiglia Trump in Albania e le maxi proteste che hanno travolto il Paese, adesso spuntano gli Edi Rama Files. L’organizzazione Progressive International ha pubblicato un dossier esplosivo che accusa il primo ministro albanese di essere al centro di un radicato sistema di speculazione, espropriazioni e corruzione ai danni dei cittadini del suo Paese. Ecco che cosa sappiamo. Il più importante alleato della Meloni in Europa è al centro di un’inchiesta su un impero immobiliare. Cosa sono gli Edi Rama Files: permessi di costruzione, scandali in Albania, traffico di droga e resort di lusso

(di Federico Giuliani – mowmag.com) – Tira una brutta aria per Edi Rama. Il primo ministro dell’Albania, fino a qualche anno fa uno dei politici più in hype in circolazione, è alle prese con un brutto affare che rischia di compromettere la sua immagine. In realtà, nonostante le molteplici smentite abbozzate, la sua immagine è già in frantumi. Tutto è iniziato con una notizia apparentemente banale: il governo guidato da Rama ha ceduto i diritti di sviluppo dell’isola di Sazan,e dell’area costiera protetta di Zvernec a capitali stranieri. Gli acquirenti, un gruppo di investitori legati a Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia di Donald Trump, intendono realizzare un maxi progetto turistico (e di lusso) nelle due zone. Il risultato? Il popolo albanese è sceso in piazza per protestare contro il lassismo del leader socialista, reo di voler svendere pezzi del Paese all’oligarchia globale. La soprannominata Rivoluzione dei Fenicotteri va ormai avanti da settimane. La manifestazione nazionale del 4 luglio ha portato in piazza migliaia di persone, a dimostrazione di come la protesta continui a mobilitare la folla come il primo giorno. La richiesta della piazza? Un cambiamento politico da innescare, in prima battuta, con le dimissioni di Rama.

Rama per il momento resiste, non vuol saperne di dimettersi e prova a respingere le accuse, in parte delegittimando i manifestanti e in parte sbandierando lo spauracchio di una fantomatica guerra ibrida in corso contro Tirana. Intanto, però, l’organizzazione Progressive International ha pubblicato un dossier che racconta nel dettaglio il fantomatico sistema all’interno del quale si muoverebbe il premier albanese. Si chiamano Edi Rama Files e accusano il diretto interessato di essere al centro di un radicato sistema di speculazione, espropriazioni e corruzione ai danni dei cittadini dell’Albania. Stando a vari documenti consultati dagli autori dell’indagine, il resort di Zvernec rappresenterebbe soltanto un tassello di una rete immobiliare che si estenderebbe dalla costa albanese fino alla capitale. Una rete, a quanto pare, autorizzata direttamente da Edi Rama. Gli Edi Rama Files hanno acceso i riflettori sull’attività del Consiglio Nazionale del Territorio, l’organo che rilascia le autorizzazioni per tutti i principali progetti edilizi del Paese. Ebbene, il suo presidente è Rama. “Ogni resort sulla costa e ogni grattacielo costruito nelle città ha richiesto la firma personale di Edi Rama. Senza il suo timbro, non si costruisce nulla”, si legge nel paper. Il problema, al netto di tutto, è quanto avrebbe scoperto la Procura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata (Spak): una vasta rete di traffico di droga e riciclaggio di denaro che passerebbe proprio attraverso il settore immobiliare.

Pare che ogni progetto immobiliare oggi oggetto d’indagine da parte della Spak abbia ricevuto l’approvazione personale del primo ministro. C’è poi da attenzionare lo status di Investitore Strategico utilizzato per tutti i grandi progetti del Paese, una qualifica giuridica ideata da Rama, proposta al parlamento e oggi sotto il suo diretto controllo in qualità di presidente del Comitato per gli Investimenti Strategici. “Una volta ottenuto questo status i precedenti proprietari dei terreni non possono più contestare il progetto in tribunale”, si legge sul paper. Non solo: il Comitato per gli Investimenti Strategici (per la cronaca: presieduto da Edi Rama e recante la sua firma) avrebbe conferito lo stesso status a una tale Atlantic Incubation Partners, società collegata a Jared Kushner dietro il progetto di Zvernec. Per la Spak, il terreno di quell’azienda sarebbe stato ottenuto grazie a un documento… falsificato. Gli atti della Spak, per esempio, collegano i terreni di Zvernec a un certo Artur Shehu, originario di Valona, residente in Florida ma attivo con interessi economici lungo la costa albanese. Nel gennaio 2019 le autorità europee monitorarono un incontro in quel di Aruba durante il quale Shehu e altri soggetti avrebbero discusso “della logistica del traffico di cocaina in America Latina e di investimenti immobiliari in Albania potenzialmente finanziati con fondi illeciti e sostenuti da autorità politiche”, ha spiegato ancora Progressive International. Seguendo il flusso del denaro, la Spak ha ampliato l’inchiesta ben oltre Zvernec. La stessa rete, gli stessi nomi e lo stesso metodo comparirebbero anche nei grattacieli Garden Building e Colonnade nel centro di Tirana, in un’area vicino allo stadio Air Albania e nel resort Green Coast di Palasa. E Rama? Ha attaccato la Spak e i magistrati di “essere andati fuori controllo”. L’indagine della Spak? Ancora in corso. Le proteste? Pure.