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La maggioranza strizza l’occhio alle “caste”


Destra salva-lobby. Altro rinvio per le gare dei balneari. Congelata la riforma sull’accreditamento al Ssn. Un regalo ad Angelucci e ai re della sanità privata. Spunta pure la sanatoria fiscale che si aggiunge al condono edilizio, che però è finito nella mannaia delle inammissibilità

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Slittamento pluriennale delle gare per le concessioni balneari, la mano tesa agli imprenditori della sanità privata e le sanatorie di ogni tipo. Il decreto Milleproroghe, quest’anno più che mai, è diventato uno strumento perfetto per la destra che lo vuole utilizzare per strizzare l’occhio alle lobby amiche.

Gli emendamenti al provvedimento, in esame nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera, sono una summa del pensiero del governo Meloni. Sembra una legge anti-concorrenza. Le difficoltà sono già messe in conto, tanto che per l’approvazione si prevedono tempi lunghi. L’approdo in aula è stato calendarizzato a metà febbraio per un decreto che deve essere approvato, anche al Senato, entro il 1° marzo.

Operazione balneare

È comunque arrivato puntuale il tentativo di far slittare le gare sulle concessioni demaniali marittime, a dispetto delle bocciature arrivate in tribunale sulla smania di prorogare i tempi dei bandi. La proposta è firmata dalle deputate di Forza Italia, Deborah Bergamini e Rosaria Tassinari, che puntano a rimandare tutto sine die, trovando il supporto dei due deputati valdostani, Franco Manes e Dieter Steger.

Nell’emendamento si prova a condurre in porto un’operazione diversa rispetto al solito: sospendere il percorso verso la liberalizzazione delle concessioni balneari, agganciando la situazione italiana ad altri paesi. In attesa della «definizione di un quadro regolatorio nazionale coerente con le disposizioni applicate negli altri paesi dell’Unione», si legge nell’emendamento, le gare saranno congelate «sino al dodicesimo mese successivo all’applicazione degli esiti delle procedure di infrazione (sull’uso delle zone costiere, ndr) di Spagna e Grecia». Insomma, prima si attende cosa succede a Madrid e Atene, poi Roma penserà ad adeguarsi. Prendendosi, appunto, un anno supplementare.

Sempre in materia di “non libero mercato”, c’è il tentativo di dilatare a dismisura le scadenze per le concessioni agli ambulanti. L’emendamento è stato presentato dalla Lega, a prima firma Silvana Comaroli, e da Forza Italia con Roberto Pella. In questo caso l’intento è quello di far slittare, fino alla fine del 2032, le gare per chi è già titolare di una concessione.

Un irrigidimento della maggioranza che potrebbe tuttavia creare frizioni con il Quirinale. A gennaio 2024, il capo dello stato, Sergio Mattarella, aveva inviato una lettera ai presidenti delle Camere, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, per manifestare le proprie perplessità sulle proroghe predisposte – già allora – in materia di concessioni, sia per i balneari sia per gli ambulanti. Ma, oltre all’aspetto istituzionale, resta il cortocircuito politico: i partiti che si professano liberali, Forza Italia su tutti, si arroccano a difesa degli interessi particolari di precisi settori.

Status quo sanità

Tra gli emendamenti del Milleproroghe a Montecitorio è arrivato poi un altro grande classico della destra: la norma per non intaccare lo status quo sul sistema di accreditamento al sistema sanitario nazionale. Da quando si è insediato il governo Meloni si sono susseguiti interventi ad hoc per stoppare la riforma, varata dal precedente esecutivo, guidato da Mario Draghi.

Insomma, la destra confeziona l’ennesimo regalo per i big della sanità privata, di cui in parlamento c’è un rappresentante di rilievo: Antonio Angelucci, deputato della Lega e capostipite dell’impero del gruppo San Raffaele, oggi affidato ai suoi figli. Ovviamente la disposizione interessa tutti gli attori del settore, inclusi i gruppi San Donato, Humanitas e Kos.

Il testo, presentato dalla deputata di Forza Italia, Annarita Patriarca, propone di rinviare al dicembre 2027 la riforma, varata dal governo Draghi, che prevedeva un’apertura al mercato dell’accreditamento con apposite gare. In pratica se ne parlerebbe nella prossima legislatura.

Ma non è il solo emendamento che tenta di dilatare i tempi: anche i renziani di Italia viva, con Davide Faraone, puntano a riscrivere la normativa sulle strutture convenzionate. Mettendo come punto iniziale il rinvio dei bandi per aggiudicarsi l’accreditamento.

Al gran ballo delle proposte a favore di lobby, spuntano due cavalli di battaglia della destra negli ultimi venti anni: sanatoria fiscale e condono edilizio. Il forzista Pella propone un’ulteriore estensione, dal 2022 al 2023, del ravvedimento speciale. Insomma, chi non è in regola con i pagamenti avrebbe un tempo supplementare per scongiurare le emissioni delle cartelle esattoriali.

Il tema del condono edilizio, come anticipato da Repubblica, è stato infine rilanciato da Fratelli d’Italia, con l’emendamento della deputata Imma Vietri, seguito da Lega, con il testo firmato da Giampiero Zinzi, e Forza Italia, con la proposta depositata da Patriarca. Una tempistica quantomeno infelice, visto quando sta accadendo a Niscemi. Alla fine, la dichiarazione di inammissibilità (per estraneità al provvedimento) degli emendamenti sul condono, firmata dai presidenti delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio, Nazario Pagano e Giuseppe Mangialavori, ha tolto dall’impaccio la maggioranza. Almeno fino al prossimo tentativo di condono.


È sempre guerra tra toghe e governo


(ANSA) – ROMA, 28 GEN – “L’Associazione Magistrati della Corte dei conti apprende, con stupore, della presentazione in sede di conversione del decreto Milleproroghe, di emendamenti parlamentari volti a prorogare fino al 31 dicembre 2026 lo ‘scudo erariale’.

Una simile scelta comporterebbe il perdurare dell’esonero dalla responsabilità per colpa grave per i danni arrecati alle finanze pubbliche, nonostante la recente approvazione della riforma della Corte dei conti che, solo poche settimane fa, ha già ridotto il risarcimento massimo al 30 per cento del danno accertato, con un tetto pari a due annualità di stipendio, e ha fornito una puntuale definizione della nozione di colpa grave”.

Lo afferma in una nota l’Associazione Magistrati della Corte dei conti esprimendo “preoccupazione” e ritenendo che “un’ulteriore proroga dello scudo indebolirebbe in modo significativo il sistema delle responsabilità e la tutela delle risorse pubbliche, risultando incoerente con la scelta, recentemente compiuta dal legislatore, di disciplinare a regime la materia, anche alla luce delle indicazioni della giurisprudenza costituzionale che aveva sottolineato il carattere eccezionale e temporaneo dello strumento”.   

L’Associazione auspica quindi che il Parlamento “non proceda a un nuovo intervento estemporaneo su un tema che richiede invece scelte ponderate e stabili, capaci di assicurare un equilibrato bilanciamento tra efficienza dell’azione amministrativa e salvaguardia degli interessi e delle risorse pubbliche”.   

Il riferimento è ad alcuni emendamenti di maggioranza (di Lega, FI e Noi Moderati-Maie) che prorogano per un altro anno l’articolo 21 del decreto semplificazioni del 2020 che, in emergenza Covid, stabiliva una limitazione della responsabilità erariale alle sole condotte commesse con dolo, escludendo la colpa grave. Lo scudo era previsto per un periodo temporaneo, successivamente rinnovato fino al 31 dicembre scorso. 


Nuovo tentativo di inserire la norma salva-imprenditori sui lavoratori sottopagati


(ANSA) – Nuovo tentativo del governo di inserire la norma salva-imprenditori sui lavoratori sottopagati. Inserita a dicembre nella legge di bilancio e poi espunta dal maxi-emendamento della commissione Bilancio per l’Aula del Senato, la norma è ora contenuta in una bozza dell’ultimo decreto Pnrr, all’articolo 18.

Si stabilisce che i datori di lavoro che, sulla base di quanto accertato dai giudici, non pagano i propri lavoratori conformemente all’articolo 36 della Costituzione sulla retribuzione proporzionata, non possano essere condannati al pagamento di differenze retributive o contributive se hanno applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo.

La norma stabilisce che, in presenza di un “provvedimento con cui il giudice accerta, in ogni stato e grado del giudizio, la non conformità all’articolo 36 della Costituzione” (che garantisce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata) “dello standard retributivo stabilito dal contratto collettivo di lavoro per il settore e la zona di svolgimento della prestazione”, il datore di lavoro non possa “essere condannato al pagamento di differenze retributive o contributive per il periodo precedente la data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio se ha applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo” o dai “contratti che garantiscono tutele equivalenti” per il settore e la zona di svolgimento della prestazione.   

La disposizione “non si applica se il giudice accerta che il datore di lavoro non applica un contratto collettivo a norma o altro contratto equivalente, oppure se il contratto collettivo applicato non si riferisce al settore economico nel quale il lavoratore ha prestato attività per conto dell’impresa”.


Ucraina, “Zelensky pronto a incontrare Putin”. Il Cremlino: “A Mosca è il benvenuto”


Nuovo round trilaterale 1 febbraio a Abu Dhab. Raid colpisce treno in regione Kharkiv, 4 morti e 4 dispersi. A Kiev due morti e 4 feriti. Kallas: “Russia rimarrà una minaccia a lungo termine”

Ucraina,

(adnkronos.com) – “Se Zelensky è pronto ad incontrare Putin, venga a Mosca“. A rinnovare l’invito, dopo le parole del ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha – secondo il quale il leader di Kiev è pronto a incontrare personalmente il presidente russo – è il consigliere del Cremlino, Yury Ushakov, in un’intervista ai media statali rilanciata dall’agenzia Tass.

Secondo Ushakov, Putin non avrebbe mai escluso un faccia a faccia con Zelensky e avrebbe ribadito più volte la propria disponibilità anche pubblicamente. “Se Zelensky è davvero pronto a incontrarsi, saremmo lieti di accoglierlo a Mosca”, ha affermato, sottolineando che la Russia “non ha mai rifiutato e non rifiuta” contatti diretti.

Il tema di un possibile incontro tra i due leader sarebbe emerso anche durante diverse telefonate tra Putin e Donald Trump. Stando alle parole di Ushakov, sarebbe stato proprio il presidente americano a suggerire di valutare un vertice diretto tra Mosca e Kiev.

Dal Cremlino arriva però una precisazione: eventuali colloqui dovrebbero essere accuratamente preparati e orientati a risultati concreti. “I contatti devono essere ben organizzati e finalizzati a obiettivi positivi”, ha spiegato Ushakov, assicurando che, in caso di visita, la sicurezza di Zelensky e le condizioni di lavoro sarebbero pienamente garantite.

In precedenza, Sybiha aveva dichiarato ad European Pravda che Zelensky era pronto ad incontrare Putin per discutere la questione dei territori e della centrale nucleare di Zaporizhia. Il capo della diplomazia ucraina ha sottolineato che Kiev prevede di firmare un piano di pace in 20 punti, a condizione che venga concordato, perché le questioni più delicate, ovvero i territori e la centrale nucleare, restano ancora irrisolte. Sybiha ha definito i negoziati ad Abu Dhabi “molto difficili”, ma ha notato un cambiamento qualitativo nella composizione del team negoziale russo. “Si tratta di persone diverse, e non ci sono state più lezioni pseudo-storiche. Le conversazioni erano molto mirate”, ha detto Sybiha.

Il ministro ucraino ha anche spiegato che l’Ucraina firmerà un piano di pace in 20 punti con gli Stati Uniti, e la Russia farà lo stesso separatamente con gli Stati Uniti. Non ci sarà alcuna firma da parte europea, ma, come ha osservato Sybiha, è presente nel processo di pace e negli accordi sulle garanzie di sicurezza.

Nuovo round trilaterale 1 febbraio a Abu Dhabi

Intanto il ​​portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha annunciato che il nuovo round di colloqui trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina dovrebbe tenersi ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, il primo febbraio. “I negoziati sono previsti per il primo febbraio”, ha dichiarato secondo quanto riferito dall’agenzia Tass, precisando che si tratta di una data “provvisoria”, ma è “quella su cui stiamo lavorando per ora”.

Il gruppo “continuerà senza dubbio a lavorare”, ha detto Peskov. “E’ positivo che i contatti diretti siano iniziati. Sono trattative molto difficili, iniziate a livello di esperti”, ha aggiunto. Due round di negoziati sull’Ucraina si sono svolti a porte chiuse ad Abu Dhabi il 23 e il 24 gennaio scorso. Il 24 l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff aveva anticipato un terzo round per la settimana successiva, vale a dire questa.

Nuovi attacchi

Nuova notte di attacchi della Russia contro l’Ucraina. Le forze di difesa aerea di Kiev hanno riferito di aver neutralizzato 103 dei 146 droni lanciati tra il 27 e il 28 gennaio 2026. Lo ha comunicato l’aeronautica militare ucraina, citata da Ukrinform.

Due persone sono state uccise e altre quattro sono rimaste ferite a cause dei raid aerei russi nell’oblast di Kiev, nei pressi della capitale ucraina. “Nella comunità di Bilogorodska due nostri connazionali, un uomo e una donna, sono morti a seguito dell’attacco”, ha affermato Mykola Kalashnyk, capo dell’amministrazione militare della regione di Kiev, in un post su Telegram.

Inoltre, a Kharkiv, tre droni russi hanno colpito un treno con oltre 200 passeggeri a bordo. Almeno quattro le persone uccise, mentre altri quattro passeggeri risultano ancora dispersi e due sono rimasti feriti, ha denunciato Zelensky. “In qualsiasi Paese l’attacco di un drone contro un convoglio civile sarebbe considerato allo stesso modo, come un atto di terrorismo. Non c’è e non ci può essere una giustificazione militare per l’uccisione di civili in un vagone di treno”, ha aggiunto Zelensky sollecitando maggiori pressioni della comunità internazionale sulla Russia. Il ministro per lo Sviluppo, Oleksii Kuleba, aveva reso noto che sul treno da Barvinkove a Leopoli vi erano 291 passeggeri, il procuratore 155. I droni hanno colpito l’automotrice e un vagone passeggeri.

Mosca accura Zelensky di attaccare i civili

Intanto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, ha a accusato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky di voler interrompere qualsiasi dialogo di pace con la Russia ordinando alle sue forze di compiere attacchi terroristici e contro i civili. “Come risponde il regime di Zelensky ai contatti? Non colpisce per necessità militare o in base alla logica della situazione sul campo di battaglia”, ha dichiarato Zakharova a radio Sputnik.

“Gli attacchi vengono condotti proprio contro la popolazione civile e le strutture sociali. Non si tratta solo di attacchi, sono attacchi terroristici”, ha sostenuto Zakharova. Il motivo di questi attacchi ”è senza dubbio un tentativo di interrompere e far deragliare qualsiasi discussione e progresso verso la pace”, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo.

Kallas: “Russia rimarrà minaccia a lungo termine”

“La crisi che stiamo affrontando si è aggravata drasticamente nell’ultimo anno. Mentre ci avviciniamo alla ricorrenza dei quattro anni di guerra della Russia contro l’Ucraina, stiamo respingendo attacchi informatici, sabotaggi contro le infrastrutture critiche, interferenze straniere e manipolazione delle informazioni, intimidazioni militari, minacce territoriali e ingerenze politiche. È diventato dolorosamente chiaro che la Russia rimarrà una delle principali minacce alla sicurezza a lungo termine”, ha detto l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, nel suo discorso alla conferenza annuale dell’European Defence Agency.

Kallas isola anche la Cina come una “sfida a lungo termine”, poiché “rappresenta un rischio per il nostro modello economico, minaccia i Paesi nei mari della Cina orientale e meridionale e sostiene la guerra della Russia contro l’Ucraina. A questo proposito, la Cina non è l’unica. Come ha sottolineato Volodymyr Zelensky a Davos la scorsa settimana, la Russia può continuare a costruire armi e a pagarle solo grazie alle importazioni di componenti critici e alle continue vendite di petrolio. Se vogliamo fermare la guerra, dobbiamo tagliare fuori la Russia da entrambi”, avverte.


Montanari: “O si fanno i Giochi Olimpici o c’è l’Ice. Le due cose nella stessa frase non possono stare”


Parla il professor Tomaso Montanari: “Se i nostri sovranisti obbediscono al governo Usa è perché c’è unità di intenti”

Montanari: “O si fanno i Giochi Olimpici o c’è l’Ice. Le due cose nella stessa frase non possono stare”

(di Andrea Sparaciari – lanotiziagiornale.it) – “Il ministro Tajani ha confermato che quelli dell’Ice sono come le SS, ma che da noi arrivano quelli bravi…”. Cosi ieri Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena, ha commentato la querelle dell’arrivo delle truppe della famigerata Ice a Milano.

Professor Tomaso Montanari,il ministro Antonio Tajani ieri ha detto che l’Ice non sono le SS… E’ d’accordo? Magari le SS no, ma la Gestapo molto la ricorda…
“Ho letto quella dichiarazione. La cosa bella è che ha detto che non sono quelli che vanno per strada con i passamontagna, ma sono i funzionari. Quindi, il ministro degli Esteri ha sostenuto che ci sono anche le SS, però da noi non vengono quelle, vengono le altre…”.

Un passo avanti…
“Mi fa piacere che il ministro degli Esteri lo riconosca, però è un governo – quello Usa – col quale sono strettamente affini da un punto di vista politico. È il governo del nostro ex principale alleato. Il ministro degli Esteri, a leggere questo testo con attenzione, dice: ‘sì, ci sono le SS, ma quelli rimangono a Minneapolis…’. E’ un testo allucinante, comunque lo si legga. Una barbarie assoluta. A parte che l’ha detto in romanesco”.

Ieri su La Notizia abbiamo raccontato di come il governo Meloni avesse supplicato Washington di non mandare l’Ice ai Giochi: inascoltato. Non le pare ironico che il governo più sovranista della storia repubblicana prima preghi e poi si faccia dare ordini da quello Usa?
“E’ chiaro che da una parte c’è una rivendicazione di sovranità naturalmente risibile, nel senso che rispetto all’America, abbiamo le basi americane ovunque. Ormai si dice “ex-alleato”, ma con intere porzioni di territorio nazionale con le basi militari, per cui la rivendicazione di sovranità da questo punto di vista è veramente ridicola. Ma più che altro, accanto a questo, c’è una Internazionale nera, una Internazionale fascista, che vede una comunità di valori e di intenti, quindi non è soltanto la sottoposizione agli Stati Uniti, è che sono d’accordo sulle cose. Cioè, la possibilità di andare a prendere gli immigrati casa per casa, con quei metodi, è la traduzione operativa di chi prometteva il blocco navale, di chi parla di sostituzione etnica, di distruzione della nostra identità, di complotti naturalmente ebraici, perché ora vanno in sinagoga per il Giorno della memoria, ma poi il regista della sostituzione etnica per loro è George Soros, il magnate ungherese ebreo. Diciamo che se i sovranisti obbediscono, è perché ci credono, in questo caso”.

Oltre all’arrivo dell’Ice due giorni fa ha fatto molto discutere anche la “limitata” la libertà di espressione di Ghali, invitato a cantare alla cerimonia olimpica, ma diffidato dal proferire parola sulla Palestina e Gaza. Non propri lo spirito olimpico…
“Nello stesso momento si dice che Ghali non può parlare di Gaza all’inaugurazione del Giochi Olimpici, perché i valori dei Giochi Olimpici sono l’etica e il rispetto. Ora, a casa mia, parlare contro l’uccisione di decine di migliaia di bambini qualcosa a che fare con l’etica e il rispetto ce l’ha. In ogni caso, se dà fastidio Ghali che parla di Gaza – con una monotona ipocrisia e con un paternalismo legato al fatto che non è perfettamente bianco Gali – e gli si può dire anche che cosa deve dire, allora come i valori olimpici vanno d’accordo con la gente che spara a persone disarmate per strada? Vorrei capire qual è esattamente il profilo di integrabilità fra la presenza dell’Ice e i Giochi Olimpici. O si fanno i Giochi Olimpici o c’è l’Ice. Le due cose insieme nella stessa frase non possono stare”.

Sebbene Tajani dica “non vi preoccupate, non è che vengono qua a stanare casa per casa gli immigrati”, Milano ribolle ed è pronta a scendere in piazza per dire No all’Ice. Sarebbe un bel messaggio da mandare a Donald Trump, forse l’inizio di una resistenza, no?
“Spero che ci sia una rivolta, a volte ci sono cose più gravi per cui ribellarsi, ma notoriamente non c’è una logica della rivolta, per cui spero che se parte da questo, ben venga una rivolta, diciamolo, pacifica perché non siamo l’Ice. Però che qualcuno dica basta, si è raggiunto un troppo pieno, anche le SA o le SS di Trump non le vogliamo, mi parebbe come un segno di buona salute mentale, ancora prima che democratica”.


Corsa al riarmo, in Parlamento piovono decreti: il Pd si astiene, i 5 Stelle votano contro


In Parlamento continuano a piovere decreti sul riarmo. Il Pd si astiene. M5S vota no. Continua la folle corsa allo shopping militare

Corsa al riarmo, in Parlamento piovono decreti: il Pd si astiene, i 5 Stelle votano contro

(di Raffaella Malito – lanotiziagiornale.it) – Siamo alle solite. In commissione Difesa di Camera e Senato continuano a piovere decreti che autorizzano il governo Meloni allo shopping militare e l’unico partito che continua a dire no alla folle corsa al riarmo, sebbene a onor del vero in questa commissione non ci siano esponenti di Avs né a Montecitorio né a Palazzo Madama, è il Movimento Cinque Stelle.

In Parlamento continuano a piovere decreti di riarmo. Il Pd si astiene. M5S vota no

La commissione Difesa della Camera (e quella del Senato) ha dato ieri il via libera ad altri decreti ministeriali da circa 1 miliardo di euro per programmi pluriennali militari. I decreti spaziano su ogni dove, dall’acquisizione di sistemi di Difesa aerea a quella di razzi. La maggioranza ha votato a favore, dunque anche i finto-pacifisti della Lega. Il Pd, non venendo meno all’ambiguità sul tema che lo contraddistingue, si è astenuto. Solo il M5S ha votato contro sei atti su sette mentre su un decreto (quello sui droni di ricognizione Leonardo per Esercito) si è astenuto.

Dagli obici ruotati ai razzi a lunga gittata: la lista dello shopping per il riarmo è lunga

A spiegarci cosa si votava è stato il M5S. Si spazia dagli obici ruotati della tedesca Krauss-Maffei Wegmann – sia nuovi che da ammodernare – ai razzi Mlrs a lunga gittata dell’americana Lockheed Martin, dai droni-bomba dell’israeliana Uvision ai lanciarazzi della svedese Saab, dai mortai della francese Thomson-Brandt alle batterie contraeree del consorzio a maggioranza anglo-francese Mbda, più un centinaio di droni da sorveglianza di Leonardo, hanno spiegato i parlamentari M5S nelle Commissioni Difesa di Camera e Senato.

L’impegno degli ultimi sette decreti approvati ieri supera il miliardo di euro

L’impegno di spesa pluriennale da approvare ammontava a oltre un miliardo di euro, a cui si aggiungono i quasi 9 miliardi per lo sviluppo del caccia Gcap approvati settimana scorsa in Senato e i 2,3 miliardi per le batterie missilistiche Samp/T già trasmessi alle commissioni. Un fiume di denaro in piena, un’ondata di 76 programmi di riarmo che ha travolto le commissioni da inizio legislatura per impegni finanziari da oltre 36 miliardi, quasi metà dei quali – 16,5 miliardi – solo nei sedici decreti che – hanno continuano a spiegare i pentastellati – abbiamo in esame da inizio anno.

Il M5S dice no

“Una corsa sempre più veloce e sempre più costosa, con aumenti di spesa spesso inspiegabili, che Crosetto ha intrapreso per rispettare i folli impegni presi da Meloni con la Nato. A Montecitorio la seduta si è appena conclusa. Mentre c’è chi solleva critiche a parole ma poi vota a favore o assume posizioni pilatesche, il Movimento 5 Stelle coerentemente ha votato e continuerà a votare contro queste spese folli. Non perché siamo contrari ad ammodernare la nostra Difesa, ma perché è chiaro che qui si sta solo spendendo il più possibile e il più in fretta possibile a prescindere dalle reali esigenze di sicurezza nazionale”, hanno detto i Cinque Stelle, concludendo con la richiesta di “un dettagliato e motivato piano nazionale di Difesa che dia al Parlamento un quadro di riferimento oggi inesistente su cui basare le nostre valutazioni, invece di continuare a votare alla cieca”.

Il Pd, ambiguo come sempre, si astiene

Chi assume posizioni pilatesche il M5S non lo dice ma a noi pare proprio che tra questi ci sia il Pd di Elly Schlein. Con quella che ci sembra un’arrampicata sugli specchi Stefano Graziano, capogruppo Pd in commissione Difesa della Camera, ci spiega perché il suo partito si sia astenuto. “Oggi (ieri, ndr) in commissione ci siamo astenuti sugli investimenti da 1 miliardo sui sistemi d’armi perché – ha spiegato Graziano – chiediamo al governo che venga messa sul tavolo una discussione seria tra spese per il personale, spese per l’esercizio e spese per gli investimenti. Non è accettabile che il governo propenda e si preoccupi solo degli investimenti senza pensare al personale delle forze armate e relativi esercizi. Il rapporto dovrebbe essere 50% investimenti, 25% personale e 25% esercizio. Oggi siamo completamente sbilanciati, 50-10-40. Questo non va bene perché significa uno sbilanciamento sugli investimenti a danno dell’esercizio. E questo non lo diciamo noi del Pd, ma lo dicono i capi di stato maggiore delle diverse forze armate audite. In più vogliamo che il governo intraprenda una discussione seria sul benessere del personale delle forze armate che significa stipendi adeguati, pensioni e alloggi, temi che questo governo ha trascurato completamente”.


Il primo ministro slovacco, Robert Fico avrebbe descritto Donald Trump come “fuori di testa”


(estratto dell’articolo di Nicholas Vinocur e Zoya Sheftalovich – politico.eu) – Il primo ministro slovacco ha detto ai leader dell’Unione europea, durante un vertice la scorsa settimana, che un incontro con Donald Trump lo ha lasciato scioccato per lo stato mentale del presidente degli Stati Uniti, secondo quanto riferito da cinque diplomatici europei informati sulla conversazione.

Robert Fico, uno dei pochi leader dell’Ue a sostenere frequentemente la linea di Trump sulle debolezze dell’Europa, era preoccupato per lo “stato psicologico” del presidente americano, hanno detto due dei diplomatici.

Secondo altri due, Fico ha usato la parola “pericoloso” per descrivere l’impressione che Trump gli ha fatto durante il loro incontro faccia a faccia nella tenuta di Mar-a-Lago, in Florida, il 17 gennaio.

La conversazione tra Fico e i suoi omologhi europei ha avuto luogo a Bruxelles il 22 gennaio, a margine di un vertice Ue di emergenza convocato per discutere delle relazioni transatlantiche dopo le minacce di Trump di impadronirsi della Groenlandia. […]

Il primo ministro slovacco ha fatto queste osservazioni in un incontro informale separato tra alcuni leader e i vertici dell’Ue, e non durante le tavole rotonde ufficiali, hanno riferito i diplomatici. Nessuno dei diplomatici che hanno parlato con POLITICO era presente, ma singoli leader li hanno informati separatamente sul contenuto della conversazione poco dopo che era avvenuta.

Tutti i diplomatici hanno ottenuto l’anonimato da POLITICO per poter discutere degli scambi riservati tra i leader. Provengono da quattro diversi governi dell’Ue. Il quinto è un alto funzionario europeo. Tutti hanno detto di non conoscere i dettagli di ciò che Trump avrebbe detto a Fico e che avrebbe provocato quella reazione.

I commenti di Fico sono particolarmente significativi perché è tra i politici europei più filo-Trump: dopo l’incontro a Mar-a-Lago ha rivendicato il suo accesso al presidente statunitense in un video su Facebook e ha espresso sostegno all’approccio di Washington alla guerra tra Russia e Ucraina.

Un anno fa, Fico ha parlato alla Conservative Political Action Conference, dicendo agli americani che “il vostro presidente sta rendendo un grande servizio all’Europa”.

Mercoledì Fico ha scritto su X: “Devo respingere con fermezza le bugie del portale POLITICO su come avrei valutato il mio incontro con il presidente degli Stati Uniti D. Trump in occasione di un vertice informale a Bruxelles. Nessuno ha sentito nulla, nessuno ha visto nulla, non ci sono testimoni, ma questo non ha impedito al portale POLITICO di inventare bugie”.

Fico ha affermato di “non aver parlato al vertice informale di Bruxelles” e ha aggiunto: “Concordo con molte strategie del presidente degli Stati Uniti, ma con alcune no. Onestamente mi aspettavo che, dopo la mia dura dichiarazione sul Venezuela, la mia visita negli Stati Uniti sarebbe stata annullata. Questo non è accaduto, e ciò mi fa apprezzare ancora di più l’incontro con il presidente americano”. […]

Un alto funzionario dell’amministrazione, che era presente all’incontro tra Trump e Fico e ha parlato in forma anonima per descrivere la conversazione, ha detto di non ricordare momenti imbarazzanti né scambi fuori tono. Ha aggiunto che l’incontro, richiesto da Fico, è stato piacevole e normale e ha incluso anche alcuni momenti leggeri, immortalati da un fotografo della Casa Bianca.

Fico sarebbe apparso “traumatizzato” dall’incontro con Trump, ha detto uno dei diplomatici europei. Fico avrebbe descritto Trump come “fuori di testa”, secondo le parole riferite al diplomatico dal proprio leader, che era direttamente coinvolto nella conversazione. […]

Le preoccupazioni private di Fico contrastano con il resoconto pubblico della sua visita a Mar-a-Lago, fornito tramite un post ufficiale su Facebook.

In quel video, Fico ha detto che l’invito nella residenza in Florida di Trump era un segno di “alto rispetto e fiducia” da parte del presidente americano. I due leader hanno discusso dell’Ucraina e della loro visione condivisa secondo cui l’Ue si trova in una “crisi profonda”, durante quelli che Fico ha definito “colloqui informali e aperti”.

Fico, che durante il viaggio negli Stati Uniti ha firmato un accordo di cooperazione civile sul nucleare con Washington, nel video non ha menzionato le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia né la sua operazione per rovesciare il leader venezuelano Nicolás Maduro all’inizio di gennaio.

Ha detto che i colloqui si erano concentrati su temi come l’Ucraina, sostenendo che Washington cercava il suo punto di vista perché la Slovacchia “non è un pappagallo di Bruxelles”, cioè non si limita a ripetere le posizioni delle istituzioni europee.

Robert Fico avrebbe descritto Donald Trump come “fuori di testa”, ha detto un diplomatico, usando le parole riferitegli dal proprio leader, direttamente coinvolto nella conversazione. | Shawn Thew/EPA

Anche senza le osservazioni di Fico, i leader europei e gli alti funzionari sono sempre più preoccupati per l’“imprevedibilità” del presidente statunitense, secondo un sesto diplomatico dell’Ue che non è stato informato direttamente da un leader sulla conversazione della scorsa settimana.

Le paure riguardo alla salute del presidente degli Stati Uniti stanno “rapidamente diventando un tema di discussione sempre più frequente a tutti i livelli”, ha detto un funzionario europeo coinvolto nei dibattiti politici a Bruxelles e tra le capitali.

Trump, 79 anni, ha ripetutamente e con forza negato di soffrire di qualsiasi condizione che influisca sulle sue capacità cognitive, dichiarando questa settimana a New York Magazine di non essere affetto dal morbo di Alzheimer.

“Non lo farò, ok?”


Va’ dove ti porta il putinismo


La fronda vannacciana ha la Russia nel cuore. E detesta gli Usa. Dove però c’è Trump. Il generale non si apprezza elettoralmente ma resta un’insidia

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – «Dobbiamo riaprire i mercati con la Russia. Le sanzioni hanno prodotto danni enormi al comparto agricolo europeo e italiano, senza offrire reali benefici ai nostri produttori». Per capire qual è l’ambiente che circonda Roberto Vannacci, è il Veneto a offrire un eloquente esempio, con Stefano Valdegamberi. Alle ultime Regionali, nelle liste del partito salviniano è stato eletto anche un fedelissimo del vicesegretario federale “ribelle”, il cui  putinismo era noto alle cronache.

Il consigliere regionale che Vannacci è riuscito ad imporre alla Lega al momento delle candidature, per inserire un cuneo nel regno del nemico Luca Zaia, aveva già fatto parlare di sé, a proposito di Putin, sostenendo che difendere il presidente russo  significava «difendere la democrazia». Del resto, proprio in Veneto, Vannacci aveva anticipato la linea anti-Zelensky in una manifestazione con Valdegamberi. E quest’ultimo, alla vigilia del voto parlamentare di gennaio sulle armi, aveva incoraggiato il dissenso nei gruppi della Lega con l’argomento che «la riproposizione automatica dell’invio di armi non rappresenta una strategia di pace, ma il prolungamento di un conflitto che continua a produrre instabilità, vittime e gravi conseguenze economiche anche per l’Italia».

È sul terreno della politica estera che i leghisti di rito “vannacciano” escono allo scoperto. Lo strappo è avvenuto in Parlamento sulle armi all’Ucraina, con il no al decreto da parte di una pattuglia che fa riferimento al generale. Il deputato Rossano Sasso ha invitato a guardare agli interessi dell’Italia prima che a quelli dell’Ucraina; sempre a Montecitorio Edoardo Ziello ha invocato una discontinuità nelle scelte italiane relative al conflitto in Ucraina. In Senato, Claudio Borghi, non da oggi schierato sulla linea sovranista più intransigente ma pur sempre in raccordo con Salvini, si è invece limitato a non partecipare al voto sul decreto.

Nell’immediato,  il dissenso dei parlamentari vicini a Vannacci non danneggia più di tanto la Lega, perché è un’espressione politica che “copre” il vicepremier sul versante del putinismo più esplicito e gli consente di rafforzare il proprio potere contrattuale nei confronti di Meloni e Tajani sulle scelte di politica estera. In prospettiva, invece, il rischio di una scissione è tutto da valutare: anche se nel partito salviniano per minimizzare il pericolo c’è chi ricorda il flop di Fare (il gruppo scissionista di Flavio Tosi), la questione Vannacci assume caratteri nuovi rispetto alle passate vicende interne dei leghisti. Il generale si muove in primo luogo sul territorio, sia pure senza risultati apprezzabili nelle recenti elezioni regionali. Emblematica la vicenda della Toscana, che ha visto il tracollo della Lega dopo che Salvini si era affidato proprio a Vannacci, nominandolo in loco responsabile della campagna elettorale. Ma, in vista delle Politiche, la musica può cambiare. La scelta di mobilitare nuove energie al di fuori della Lega, con la fondazione del movimento “Il Mondo al contrario”, sembra avere ora un forte rilancio: la nascita di un secondo movimento ispirato dal generale e presieduto dalla moglie – Fondazione Generazione Xa –  ed anche il centro studi Rinascimento Nazionale, come rivelato dall’inchiesta giornalistica del programma di Raitre Report.

Sarà un caso, ma la linea “movimentista” si accentua dopo che la sconfitta toscana ha interrotto la scalata all’interno della Lega ridando slancio ad una opzione scissionistica mai accantonata del tutto, neppure dopo la nomina a vicesegretario federale del partito. In politica estera, sarebbe  un mix di trumpismo e di putinismo. Una destra filo-americana ma solo perché alla Casa Bianca c’è il tycoon, non un presidente alla Biden oppure un presidente repubblicano moderato sul modello di Bush senior e junior. E ciò a differenza di Meloni che appoggia Trump dopo aver sostenuto le scelte di Biden, sulla scia dell’atlantismo della destra italiana, da Almirante a Fini (si veda il libro-intervista di Marco Tarchi, Le tre età della Fiamma, a cura di Antonio Carioti).

La piattaforma politica di Vannacci affonda le radici in un filone minoritario della destra italiana, quello anti-americano, che pure è esistito, intendendo per ostilità agli Usa la negazione dei valori fondanti della democrazia liberale d’oltre Atlantico. È un filone riaffiorato negli anni più recenti con il movimento sovranista di Gianni Alemanno, il primo politico di destra che ha dissentito dalle scelte filo-atlantiche del governo Meloni, prima che si aprisse la vicenda giudiziario-carceraria. Andando indietro nel tempo, va ricordato il movimento Giovane Europa degli anni Sessanta, che ebbe fra i promotori Franco Cardini, ancora oggi non certo definibile un ammiratore degli Stati Uniti.

I tempi però cambiano. Davanti ad un rivolgimento che vede la Nato vicina ad un’implosione, con un presidente Usa che fa saltare tutti gli schemi della politica occidentale, una destra alla Vannacci si presenta come una sfida alla destra di governo, sia leghista sia post-missina, senza il timore di contraddirsi. Il fatto che sull’Ucraina una posizione “pacifista” (a senso unico, quello russo) sia sostenuta da un generale in pensione, proveniente dai paracadutisti della Folgore, è un sintomo di quanto possa essere fantasiosa una politica che cerca sbocchi anche dove forse non ci sono.


Tik Tok, i corona e il dentifricio ideologico


(Tommaso Merlo) – Il nuovo CEO del Tik Tok americano ha dichiarato che d’ora in poi se sul social usi la parola sionismo in senso positivo va bene, altrimenti vieni censurato e bandito. È la nuova guerra mediatica annunciata da Netanyahu, vogliono ridare al sionismo una immagine decente, cancellare il genocidio e continuare indisturbati l’annientamento del popolo palestinese. Agghiacciante. Prima la potentissima lobby sionista è riuscita a piegare la politica americana facendole scorporare Tik Tok sotto minaccia di chiusura e poi un loro miliardario se l’è comprato cominciando subito a manipolare l’algoritmo. Nel frattempo la lobby lavora nei corridoi politici di tutto l’occidente per un altro obbrobrio, equiparare le critiche all’ideologia sionista con l’antisemitismo. Una vigliaccata rigettata in primis da tutti gli ebrei perbene che non vogliono avere nulla a che fare col sionismo, una ideologia che dai suoi vergognosi frutti si conferma essere l’ennesima resurrezione del fascismo in salsa israeliana. E un obbrobrio che cozza contro le libertà sancite da tutte le costituzioni democratiche occidentali. Davvero agghiacciante. Ma più le ideologie sono fanatiche più sono incapaci di qualsiasi esame di coscienza e ogni cedimento è una sconfitta. E invece di cedere, rilanciano. E invece di cambiare loro, manipolano gli altri. Netanyahu ed i suoi complici pensavano di riuscire a spacciare il genocidio come una guerra qualsiasi giustificata dall’attacco del 7 ottobre, e grazie alla loro potentissima lobby sono riusciti in effetti ad ottenere totale complicità dalla politica e dai media mainstream occidentali e quindi soldi, armi ed impunità. Il problema è che il mondo nel frattempo è cambiato. Tra classi dirigenti e popoli si è creato un drammatico fossato. A furia di svendersi alle lobby, politica e media tradizionali sono piombati in una devastante crisi di credibilità e sono stati rimpiazzati dai social media e dai vari corona sparsi per il mondo. Gran parte dei cittadini del pianeta hanno seguito il genocidio raccontato direttamente dalle vittime e si sono fatti una opinione ascoltando canali e personalità alternativi e liberi dalla morsa sionista e dal conformismo carrierista che infesta ogni sistema. Non nicchie come in passato, ma numeri impressionanti. Tra i corona americani ad esempio, spicca un giornalista conservatore antisionista come Tucker Carlson che ha una audience e una credibilità e quindi una influenza da far vergognare tutte le reti televisive ed i giornali americani messi insieme. Al punto che è considerato il pericolo pubblico numero uno dalla lobby sionista che sta facendo di tutto per screditarlo e zittirlo. Ma non è un problema di comunicazione, è strategico. Netanyahu ha lanciato la guerra mediatica non per ragioni morali o di verità, ma perché senza supporto economico e militare americano, il sionismo è spacciato. Sa che un popolo antisionista prima o poi darà vita ad un governo antisionista che taglierà ogni legame facendo crollare un sistema di potere che da decenni permette ai sionisti di perseguitare i palestinesi indisturbati arrivando perfino a boicottare l’ONU grazie al controllo del veto USA. Un terremoto già in atto con candidati americani che rifiutano i soldi della lobby sionista e sondaggi popolari da incubo. La manipolazione del Tik Tok americano e l’attacco ad altre piattaforme, è un disperato tentativo sionista di rimettere il dentifricio dentro al tubetto. Ma indietro non si torna. Gaza è lo sterminio del secolo, è la tragedia che non doveva succedere più a nessuno, è la fine di ogni complesso di superiorità occidentale, è l’ennesima dimostrazione storica di quanto siano deleterie le ideologie a prescindere dai deliri politici o religiosi che le animano. Perché per raggiungere i loro fini, sono disposte a calpestare tutto e tutti. Non solo la verità, ma anche regole ed istituzioni ed esseri umani. Lo insegna la storia del secolo scorso e indietro non si torna. Il mondo intero ha capito dai suoi vergognosi frutti cosa sia davvero il sionismo, fascismo in salsa israeliana. E una volta che la verità emerge, è per sempre. L’ideologia sionista ha commesso crimini contro l’umanità e quindi è sacrosanto che venga rigettata dall’umanità. E quando questo suo inevitabile destino si compirà, si potrà finalmente girare pagina storica in Medioriente ed ispirati da buonsenso ed umanità, costruire un futuro di pace e giustizia per tutti.


Alla fine Giorgia Meloni ce l’ha fatta


La premier Giorgia Meloni in Comune a Niscemi

(ANSA) – La premier Giorgia Meloni è arrivata nel Municipio di Niscemi (Caltanissetta), il paese sconvolto dalla frana. La premier prima di arrivare nel comune ha sorvolato in elicottero le zone colpite dal maltempo col capo della protezione civile con Fabio Ciciliano. In Municipio Meloni è col sindaco Massimiliano Conti e il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno. 

Schifani, ‘Niscemi rischia di crollare davanti a un vuoto enorme’. ‘Serve un piano urbanistico di ricostruzione parziale lontano dalla frana’

(ANSA) – “A Niscemi c’è una situazione senza precedenti: ho visto di persona un paese che rischia di crollare davanti a un vuoto enorme. Bisogna rimboccarsi le maniche, cosa che stiamo facendo. Studieremo un piano urbanistico di ricostruzione parziale di quella struttura, lontana dalla frana. Le risorse le individueremo, c’è tutta la buona volontà”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, intervenendo a SkyTg24.


Kristi Noem, la “Ice Barbie” che sparò al suo cane e ora caccia i migranti in Usa


Le sue comparsate in tenuta mimetica superaderente e gli occhi di ghiaccio le hanno valso il nomignolo: un gioco di parole con la sigla dell’Immigration and Customs Enforcement che guida

Kristi Noem, la “Ice Barbie” che sparò al suo cane e ora caccia i migranti in Usa

(di Anna Lombardi – repubblica.it) – Le sue comparsate in tenuta mimetica superaderente fra gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement, le hanno procurato il nomignolo di “Ice Barbie:” gioco di parole fra la sigla della polizia antimigranti e lo sguardo di ghiaccio ostentato. Che Kristi Noem — l’ex governatrice del Sud Dakota che in pieno Covid si distinse per le posizioni no-mask, così fedele da essere scelta alla guida dell’Homeland Security — sia una donna di ghiaccio, è il mito da lei stessa nutrito: non solo con foto d’impatto come quella in cui posa davanti a una gabbia piena di detenuti seminudi.

Ma col racconto di come uccise a sangue freddo il suo cucciolo di pointer Cricket, troppo «irrequieto», e pure una capretta «troppo brutta» nella sua autobiografia. Aneddoti scelti per sottolineare la sua capacità di intraprendere scelte dure e portare a termine, se necessario, «lavori raccapriccianti».

Quei racconti, all’epoca, indignarono così tanto i compagni di partito da farle perdere la chance di fare la vicepresidente. Anche a Minneapolis la responsabilità del lavoro sporco è sua. Ameno per ora, l’amico Trump gliel’ha fatta passare liscia.


Ice in Italia, Palazzo Chigi incassa un nuovo sgarbo dall’alleato americano


L’esecutivo fa l’ultimo tentativo di limitare la presenza della controversa agenzia, ma i trumpiani vogliono la vetrina mondiale

Ice in Italia, Palazzo Chigi incassa un nuovo sgarbo dall’alleato americano

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – L’ultimo tentativo di frenare l’operazione “Ice in Italia” lo porta avanti Matteo Piantedosi, il ministro reduce da smentite, rettifiche, ritrattazioni e imbarazzi. Niente da fare, comunque: nonostante l’incontro tra il titolare del Viminale e l’ambasciatore americano a Roma, gli agenti appartenenti alla contestata agenzia federale faranno parte del sistema di sicurezza per le Olimpiadi di Milano-Cortina. E d’altra parte, è esattamente quello che la Casa Bianca vuole fin dall’inizio, come ammettono fonti italiane di massimo livello a conoscenza del dossier: mostrare al mondo che l’Ice è corpo di fiducia dell’amministrazione, gode a pieno titolo di una vetrina internazionale e che, soprattutto, non finirà in panchina per un veto alleato. Un approccio ruvido, molto trumpiano. Una scelta vissuta nell’esecutivo come uno sgarbo. Consapevole, insensibile all’imbarazzo di un Paese amico. Se ne ragiona da 48 ore a Palazzo Chigi, al Viminale, alla Farnesina. Sottovoce, perché nessuno arriva apertamente a opporsi. Il tentativo, semmai, è contenere il danno. Ricevendo però una, due, tre porte in faccia.

L’effetto assume venature paradossali. Ancora ieri, per dire, il governo si esprimeva in modo dissonante. Tesi diverse pronunciate negli stessi minuti e nello stesso luogo da due ministri. Reduce dalla Giornata della memoria al Colle, Piantedosi nega addirittura la presenza dell’Ice: «Che ruolo avranno? Nessuno, perché non ci saranno». Ci sarà però, aggiunge, una squadra dell’Homeland security investigations, che dipende proprio dall’Ice. Si allontana intanto dal Colle anche Antonio Tajani, confermando invece l’unica cosa vera di questa storia, per di più già ufficializzata dall’amministrazione Usa: «Ci saranno tre o quattro di loro nella sala operativa».

Confusione, assenza di una comunicazione coordinata. Pasticci. E necessità di prendere tutte le precauzioni per ammortizzare la presenza dell’agenzia contestata, senza però strappare. La ragione è chiara e diventa oggetto di un dibattito intenso ai vertici di governo e intelligence: non possiamo sfidare Washington. Non è possibile farlo per ragioni politiche e operative. Agli americani, per dire, si sono rivolti gli italiani soltanto pochi giorni fa, per favorire la liberazione di Alberto Trentini. Solo un esempio, tra tanti, con cui deve fare i conti Giorgia Meloni.

E però, il caso Ice mostra anche una crepa diplomatica con cui la leader è ormai costretta a fare i conti da diverse settimane. Accompagnata da un imbarazzo crescente, per certi versi insostenibile, eppure necessariamente destinato a restare per lo più sottotraccia. Le riflessioni del cerchio magico meloniano attorno all’amministrazione Trump, quelle almeno che è possibile registrare da ormai un mese, sono infatti un misto di sconcerto e rassegnazione rispetto all’affidabilità dell’attuale amministrazione Usa. Un disincanto inespresso, per ragioni di opportunità politica. Semmai, la speranza – sostenuta a mezza bocca, mai ufficialmente – è quella che il deep state americano imbrigli il presidente, prima che le elezioni di medio termine di novembre lo azzoppino del tutto. È la tesi che la delegazione tedesca di Friedrich Merz ha consegnato informalmente agli italiani, durante il recente bilaterale a Roma.

Il risultato, comunque, è un equilibrismo sempre più faticoso. I dazi ventilati dagli Usa agli europei dopo la minacciata invasione della Groenlandia hanno messo a dura prova Meloni, che ha reagito contestando «l’errore» di Trump e frenando però su ritorsioni doganali Ue. Fino allo schiaffo del tycoon ai militari alleati, che sarebbero rimasti lontani dal fronte in Iraq e Afghanistan. In questo caso, la premier ha dettato una dura nota, anche se tardiva rispetto alle proteste degli inglesi. Si è mosso anche Guido Crosetto, scrivendo all’omologo Pete Hegseth e Mark Rutte. La missiva, in realtà, sarebbe partita soltanto ieri, dopo lunga limatura e accurata traduzione. Un segnale, però, della necessità politica di insistere, senza rassegnarsi al mortificante silenzio degli Stati Uniti. Serve una ritrattazione di Washington, per riaffermare il senso di una collaborazione. L’alternativa è un nuovo, dolorosissimo sgarbo.


Giochi olimpici Milano Cortina, così agiranno gli uomini dell’Ice in Italia


La sala operativa sarà al consolato di Milano

La protesta a Minneapolis contro gli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement)

(ilsole24ore.com) – Sarà l’His, il braccio investigativo degli uomini dell’Ice, a lavorare nella sala operativa del consolato Usa a Milano, in occasione dei giochi olimpici invernali Milano Cortina che si svolgeranno a febbraio. Durante tutto l’evento – per supportare i dettagli della sicurezza diplomatica e non per condurre operazioni di controllo dell’immigrazione – entreranno in campo per gli Stati Uniti gli uomini dell’His (Homeland security investigations).

L’Ice non avrà una funzione di ordine pubblico in strada: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha incontrato l’ambasciatore Usa, Tilman J.

L’Ice in Italia: altro caso di sudditanza verso gli Stati Uniti

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – È stata ventilata la possibilità che durante il periodo delle Olimpiadi di Milano-Cortina le nostre forze di sicurezza siano affiancate da elementi dell’Ice (Immigrations and Customs Enforcement) col pretesto di proteggere JD Vance, vicepresidente degli Usa, e Marco Rubio, segretario di Stato. Dal ministro degli Interni Matteo Piantedosi e tantomeno dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni è avvenuta una secca e precisa smentita su questa eventualità. Al contrario, Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, l’ha confermata anche se poi, da buon rappresentante della Lega, non quella di Bossi ma di Salvini, ha fatto qualche passo indietro. Anche solo ventilare questa possibilità, cioè che uomini dell’Ice affianchino le nostre forze di polizia, è indice, come ha notato Avs, di una perdita di sovranità sul nostro territorio. E questa è la questione principale, senza però dimenticare i metodi feroci, spietati e largamente illegali dell’Ice, contestati anche all’interno degli Stati Uniti. Dopo l’assassinio di Renée Nicole Good, è recente quello di Alex Pretty, un infermiere attivo nel campo della terapia intensiva e definito invece da Donald Trump un “terrorista”. Tutte le immagini documentano che Pretty non aveva nessuna intenzione aggressiva. Buttato a terra da quelli dell’Ice, prima è stato colpito dai gas lacrimogeni e poi freddato con dieci colpi di pistola.

La violenza dell’Ice è tale che diversi Stati Nordamericani, a cominciare dal Minnesota, dove sono avvenuti gli omicidi di Pretty e della Good, hanno chiesto che l’Ice si “levi letteralmente dai coglioni”, come avevamo scritto in un nostro precedente articolo.

L’Italia è suddita degli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale, basi americane anche nucleari sono in Italia e militari americani godono di una sorta di immunità anche quando commettono, volontariamente o per un eccesso di disinvoltura, reati di diritto comune. Non è stato mai perseguito e condannato il pilota americano “Rambo”, Richard J. Ashby, che volendo fare il fenomeno e volando a bassissima quota in territorio alpino aveva reciso le funi di una funivia provocando la morte di 20 persone. Se ne è tornato negli States e chi s’è visto s’è visto.

Non sono stati mai processati né tantomeno perseguiti i militari americani di base, soprattutto a Napoli, che periodicamente stuprano le donne del capoluogo campano.

Ed è anche inaccettabile che ci si accorga oggi e solo oggi delle violenze dell’Ice perché sono stati minacciati dei giornalisti italiani. Le violenze dell’Ice c’erano state già prima e ci saranno anche dopo tanto che qualcuno l’ha paragonata alla Gestapo, col timore che voglia indurre i suoi metodi razzisti (ma questo è fare un torto ai nazisti) anche in Italia.

Ma in questa occasione, anche solo suggerendo la presenza dell’Ice a Milano per collaborare con le nostre forze di polizia, si è superato ogni limite di decenza.

È dalla fine della Seconda guerra mondiale che l’Italia, con l’eccezione di Andreotti quando era ministro degli Esteri e per un breve periodo e molto limitatamente di Craxi, è suddita degli yankee.

Col governo Meloni, dati i legami della premier non solo con gli Usa ma anche personali con Donald Trump, questo soccombismo ha raggiunto e superato i limiti che abbiamo cercato di documentare. In Italia gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessun regime change, il regime che c’è attualmente gli basta e anche gli avanza (è stata la Meloni a definire l’aggressione al Venezuela “legittima”) ma mentre gli stessi americani denunciano le violenze dell’Ice (per cui negli Stati Uniti è in atto una quasi guerra civile con milioni di cittadini americani, bianchi, non solo neri o afro) da noi non si fa un plissé, a meno che non colpiscano giornalisti italiani. Ma solo questo fatto ci dice che noi siamo sudditi degli americani più degli stessi americani.


Maggioranza e Pd salvano Santanchè dal processo Visibilia


Offese Zeno che denunciò il bubbone Visibilia. Daniela Santanchè polverizza il campo largo. Ieri in Giunta al Senato, il Pd e Italia Viva hanno infatti votato con le destre per salvare la ministra dal processo per diffamazione nei confronti di Giuseppe Zeno, azionista di minoranza […]

Maggioranza e  Pd salvano  Santanchè: “No al processo”

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Daniela Santanchè polverizza il campo largo. Ieri in Giunta al Senato, il Pd e Italia Viva hanno infatti votato con le destre per salvare la ministra dal processo per diffamazione nei confronti di Giuseppe Zeno, azionista di minoranza di Visibilia, che con i suoi esposti aveva fatto partire l’inchiesta di Milano: per la maggioranza allargata a un bel pezzo di opposizione, le parole pronunciate da Santanchè contro il suo accusatore meritano la garanzia dell’insindacabilità delle opinioni, riconosciuta ai parlamentari dalla Costituzione affinché siano liberi nell’esercizio del loro mandato. E pace se nel caso specifico le opinioni in questione nulla abbiano a che fare con il mandato di senatrice[…]

“È una sorta di finanziere, partito da Torre del Greco che si è trasferito prima a Londra, poi in Svizzera e successivamente a Montecarlo e ora risiede alle Bahamas”. In ogni caso, “fa riferimento a inverosimili e oscure mie manovre solo dopo aver inutilmente tentato di costringermi ad accordi per me inaccettabili” aveva detto di Zeno Santanchè intervenendo dai banchi del governo il 5 luglio 2023 durante l’ora più buia della richiesta di dimissioni per via dei boatos sull’inchiesta per bancarotta e falso in bilancio. Parole pronunciate contro Zeno in diretta tv nel tentativo di difendere il suo operato di imprenditrice. Epperò per le destre, ma anche per il Pd e i renziani, il fatto che le abbia pronunciate in aula a Palazzo Madama fa scattare in automatico lo scudo riservato ai parlamentari e dunque bye bye processo. A settembre Santanchè aveva peraltro già incassato anche un altro aiutone ossia il conflitto di attribuzione, da lei sollecitato, in vista dell’udienza preliminare per un altro reato oltre al falso in bilancio per cui è già a processo: il Senato aveva infatti trascinato di fronte alla Corte costituzionale i magistrati di Milano che la accusano di truffa ai danni dello Stato per l’utilizzo della cassa Covid per i dipendenti di Visibilia. Di sicuro il processo per diffamazione finisce qui.

“Nel caso delle parole pronunciate contro Zeno, siamo di fronte al tentativo di estendere una prerogativa costituzionale oltre il suo ambito, per coprire affermazioni che nulla hanno a che vedere con l’attività parlamentare. L’insindacabilità è una garanzia funzionale dell’istituzione volta a proteggere la libertà e l’autonomia del Parlamento, non un privilegio personale del singolo parlamentare. […] E ricordo che Santanchè rappresenta una funzione pubblica di governo che deve essere adempiuta con disciplina e onore, come impone la Costituzione”, ha commentato Ada Lopreiato del M5S che, come Avs, ha votato no allo scudo accordato alla ministra e senatrice meloniana dalla Giunta del Senato che con questa decisione raggiunge un record evidenziato dalla stessa senatrice pentastellata. “Da inizio legislatura ha un tasso di ‘assoluzioni’ che sfiora il 100%. Avete approvato la riforma che sottrae il potere disciplinare al Csm perché dite che i magistrati tendono ad autoassolversi. Siate coerenti: proponete anche l’abolizione della Giunta che avete contribuito a delegittimare nei fatti”.


Aumenti di stipendio, perché chi prende meno paga più tasse?


Quanto sono tassati davvero gli aumenti di stipendio?

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Quanto sono tassati davvero i nostri aumenti di stipendio? È la domanda che ogni lavoratore si pone nel momento in cui il contratto viene rinnovato. Il motivo è che tra lordo e netto, aliquote ordinarie, bonus che non concorrono alla formazione del reddito imponibile e detrazioni che invece riducono l’imposta da pagare, capire quanto ci rimarrà in tasca è tutt’altro che immediato.
Che le imposte sugli aumenti siano elevate, e non solo quando i soldi in più comportano il passaggio a uno scaglione Irpef superiore, lo dimostra una misura contenuta nella Legge di Bilancio 2026. Per aumentare il netto in busta paga, il governo Meloni ha deciso di applicare un’aliquota agevolata del 5% agli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali del settore privato sottoscritti tra il 2024 e il 2026, per i lavoratori con redditi fino a 33 mila euro lordi annui (qui).

Perché il governo interviene sugli aumenti

Per comprendere i motivi della scelta, e se è davvero risolutiva, è necessario comprendere come funziona oggi la tassazione ordinaria sugli aumenti di stipendio. Una risposta arriva dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) che, nell’audizione sulla Finanziaria 2026, mette in evidenza un dato significativo: «Un aumento di stipendio del 5% costa al lavoratore quasi il 30% in più di tasse». Facciamo due conti utilizzando proprio i dati riportati nel documento dell’Upb (qui da pag. 70).

Reddito da 20 mila euro

Prendiamo un lavoratore con un reddito imponibile di 20 mila euro annui. Si colloca interamente nel primo scaglione Irpef, fino a 28 mila euro, dove l’aliquota di legge è del 23%. Ma l’imposta lorda non coincide con quella effettivamente pagata.
Con un reddito di 20.000 euro, la formula prevista dal Testo unico delle imposte sui redditi (articolo 13, comma 1-b qui) riconosce detrazioni da lavoro dipendente per 2.642,3 euro, a cui si aggiunge il bonus da 960 euro introdotto dalla Legge di Bilancio 2025 (qui art. 1 comma 4 c). In termini concreti, a fronte di un’imposta lorda teorica di 4.600 euro, il lavoratore paga in realtà solo 998 euro di Irpef, oltre quattro volte in meno.

Cosa succede quando arriva l’aumento

Arriva ora un aumento di stipendio del 5%, pari a 1.000 euro. Il reddito sale a 21 mila euro. Se l’aumento fosse tassato con la stessa aliquota media effettiva del reddito precedente, le imposte crescerebbero di poco, arrivando a 1.050 euro. Ma non è quello che accade. Su quei 1.000 euro in più scattano due meccanismi.

Il primo è immediato: sull’aumento si applica l’aliquota Irpef prevista per lo scaglione di riferimento, il 23%. Questo significa 230 euro di imposta aggiuntiva che fa salire l’imposta lorda complessiva da 4.600 a 4.830 euro.

Il secondo meccanismo è più complesso. Con l’aumento del reddito cambiano anche le detrazioni da lavoro dipendente. Il bonus Meloni da 960 euro non è più riconosciuto e viene sostituito, secondo quanto previsto dalla Finanziaria 2025, da una diversa detrazione pari a 1.000 euro (qui art. 1 comma 6 a). La formula per il calcolo delle detrazioni da lavoro dipendente produce un risultato diverso (art. 13 comma 1b qui). In questo caso lo sconto fiscale ammonterà complessivamente a 3.550,8 euro: sono 51 euro in meno rispetto agli sconti fiscali di 3.602,3 euro per il reddito di 20.000 euro. Sottraendo 3.550,8 euro dall’imposta lorda di 4.830 euro, l’imposta netta sale a 1.279,2 euro.

La differenza, come evidenziato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, è di 281 euro di imposte in più (28%), a fronte di un aumento di stipendio di 1.000 euro (5%). L’effetto non dipende dal passaggio di scaglione, ma dalla sovrapposizione di detrazioni e bonus che riducono progressivamente i benefici fiscali al crescere del reddito, anche di poco, creando al contempo evidenti distorsioni che fanno rabbrividire chi si occupa di finanza pubblica.

Gli altri redditi

Le detrazioni da lavoro dipendente si applicano al reddito complessivo e l’aumento di stipendio è ciò che fa scattare il ricalcolo dell’imposta. Con l’aumentare del reddito, le detrazioni riconosciute si riducono e l’effetto del ricalcolo diventa progressivamente meno rilevante. Vediamo, allora, cosa succede con gli altri redditi e quanto cresce in percentuale l’imposta totale.

Scaglione Irpef al 33%. Su un reddito di 30.000 euro, un aumento di stipendio del 5% fa crescere l’imposta complessiva di circa il 15%. A fronte di 1.500 euro di aumento lordo, le imposte passano da circa 4.300 a circa 4.924 euro.

Scaglione Irpef al 43%. Su un reddito di 50.000 euro, un aumento di stipendio del 5% determina un incremento dell’imposta complessiva pari a circa l’8%. Su 2.500 euro di aumento lordo, le imposte salgono da 13.700 a 14.775 euro.

Quanto resta davvero in busta paga

Alla fine, tutto si può tradurre nel netto che resta in busta paga. Quanto valgono, allora, davvero gli aumenti di stipendio?
Su 20.000 euro di imponibile, un aumento di 1.000 euro vale in realtà 719 euro netti.
Su 30.000 euro1.500 euro di aumento diventano 875 euro netti.
Su 50.000 euro2.500 euro di aumento si traducono in 1.425 euro netti.

Cosa fa il governo con la Finanziaria 2026

Con la Legge di Bilancio 2026 il governo interviene sugli aumenti di stipendio riducendo il prelievo fiscale. Abbiamo visto che gli incrementi salariali derivanti dai rinnovi contrattuali sottoscritti tra il 2024 e il 2026, per i lavoratori con redditi fino a 33.000 euro, saranno tassati al 5% invece che con le aliquote Irpef ordinarie.

La misura riguarda oltre 2 milioni di lavoratori del settore privato. Restano esclusi i 3,3 milioni di dipendenti pubblici, così come i lavoratori i cui contratti vengono rinnovati fuori da quel periodo temporale.

Si tratta inoltre di una misura temporanea. Dal 2027, gli aumenti contrattuali entreranno a regime nella busta paga e saranno assoggettati alle aliquote ordinarie. Il meccanismo che oggi riduce il valore netto degli aumenti tornerà quindi a operare integralmente.

L’intervento alleggerisce il prelievo nel momento della contrattazione, ma non modifica la struttura dell’Irpef. Il problema viene rinviato di un anno, non risolto.

dataroom@corriere.it