Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Qualcuno ci salvi dalla follia di Trump


TRUMP, ‘SIAMO PIENI DI MUNIZIONI, POSSIAMO FAR GUERRA PER SEMPRE’

(ANSA) – “Le scorte di munizioni degli Stati Uniti, di livello medio e medio-alto, non sono mai state così elevate o migliori. Come mi è stato detto oggi, abbiamo una scorta praticamente illimitata di queste armi”.

Lo scrive su Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.    “Le guerre possono essere combattute ‘per sempre’, e con grande successo, usando solo queste scorte, che sono migliori delle migliori armi di altri paesi! aggiunge Trump – Al massimo livello, abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vorremmo essere. Molte altre armi di alta qualità sono immagazzinate per noi nei paesi periferici”.

TRUMP, ‘ARMI TOP? BIDEN LE DAVA GRATIS A BARNUM-ZELENSKY’

(ANSA) – Rispetto alle armi di altissimo livello “abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vorremmo essere. Il sonnolento Joe Biden ha speso tutto il suo tempo e i soldi del nostro Paese, dando tutto a P.T. Barnum (Zelensky!) dell’Ucraina, per centinaia di miliardi di dollari, e mentre ha regalato così tanta merce della migliore qualità (gratis!), non si è preoccupato di sostituirla”.

Così su Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Barnum è stato il più famoso imprenditore circense degli Stati Uniti.    “Fortunatamente – dice ancora – ho ricostruito l’esercito durante il mio primo mandato e continuo a farlo. Gli Stati Uniti sono riforniti e pronti a vincere, alla grande!!!”.

TRUMP CONTRO I DEM, ‘SULL’IRAN SI LAMENTANO SOLO PERCHÉ L’HO FATTO IO’

(ANSA) – Donald Trump replica su Truth alle critiche sugli attacchi all’Iran in corso con Israele. “I Democratici di Sinistra Radicale, un partito che ha completamente perso la bussola, si lamentano amaramente dell’attacco, necessario e importante, degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Ciò che la maggior parte delle persone capisce è che si lamentano solo perché l’ho fatto e, se non l’avessi fatto, urlerebbero: “Perché Trump non ha attaccato l’Iran? Dovrebbe farlo, immeditamente?”.   

Pertanto, ha aggiunto il tycoon in un post, “non c’è niente di sorprendente in questo! Sono le stesse persone che l’altra sera al Discorso sullo Stato dell’Unione non avrebbero sopportato nessuno, nemmeno una madre che ha perso la sua bellissima figlia a causa di un immigrato clandestino, un grande e coraggioso pilota di elicottero, che ha ricevuto la Medaglia d’Onore del Congresso, o un veterano centenario il cui coraggio è leggendario! Il fatto è che, qualunque cosa io faccia, loro saranno dalla parte opposta”. Quindi, ha accusato Trump, “queste persone sono malate, pazzesche e dementi, ma l’America, nonostante tutto, ora è più grande, migliore e più forte che mai. Rendiamo l’America di nuovo grande”.


Dal Levante al Golfo, la guerra che cambia il Medio Oriente


Beirut, Teheran, Doha: tre fronti, un solo conflitto

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il punto non è più il singolo bombardamento, il singolo raid, il singolo nome eccellente caduto sotto i colpi. Il punto è che il Medio Oriente è entrato in una fase in cui ciò che fino a ieri appariva diviso in teatri distinti oggi si salda in un’unica crisi strategica. Beirut, Teheran, il Qatar, il Golfo, il Levante: tutto comincia a rispondere alla stessa logica. La guerra non resta più confinata nel luogo in cui esplode. Si propaga per onde successive, colpisce la catena politico-militare degli avversari, travolge i mercati energetici, costringe gli attori regionali a ridefinire posizione, rischi e priorità.

Il bombardamento israeliano su Beirut nella notte tra il primo e il 2 marzo va letto esattamente in questa chiave. In superficie, la sequenza è quella di una rappresaglia: Hezbollah colpisce nei pressi di Haifa con razzi e droni, Israele risponde con raid sulla periferia meridionale della capitale libanese, sul Sud del Libano e nella Valle della Bekaa. Ma chi si ferma a questo livello vede solo la cronaca tattica e perde la sostanza politica. La realtà è che il fronte libanese, rimasto formalmente sotto il logoro ombrello del cessate il fuoco del novembre 2024, è rientrato a pieno titolo dentro la guerra regionale apertasi con l’uccisione di Ali Khamenei e con l’operazione israelo-americana contro l’Iran.

Hezbollah non ha presentato il proprio attacco come un semplice gesto militare, ma come una rappresaglia per l’eliminazione della Guida Suprema iraniana e come un atto di difesa del Libano. Israele, da parte sua, ha reagito rilanciando la propria dottrina: colpire in profondità, con rapidità e intensità, per ristabilire la deterrenza e impedire che il fronte settentrionale torni a essere uno spazio di pressione continua. Ma né Hezbollah né Israele stanno parlando solo al Libano. Il primo deve dimostrare che l’asse sciita non è rimasto paralizzato dopo il colpo subito da Teheran. Il secondo deve dimostrare che la libertà d’azione dell’asse anti-iraniano resta intatta anche mentre il conflitto si allarga.

Dahiya come messaggio politico

La scelta di colpire Dahiya non è una semplice scelta di bersaglio. Dahiya non è solo una roccaforte di Hezbollah: è il simbolo politico, sociale e psicologico della sua presenza nella capitale. Colpirla significa toccare il centro nervoso del movimento sciita, mandare un messaggio alla sua catena di comando, alla sua base e, indirettamente, a tutto il Libano. Non è soltanto un attacco a infrastrutture o uomini: è un attacco alla rappresentazione stessa del potere di Hezbollah nel cuore di Beirut.

L’estensione dei bombardamenti al Sud del Libano e alla Bekaa conferma che Israele non intende limitarsi alla rappresaglia puntuale. Vuole allargare il raggio della pressione lungo tutta la profondità operativa del movimento, costringerlo a consumare risorse, spingerlo verso una scelta scomoda: reagire rischiando la guerra totale oppure contenersi e apparire indebolito davanti al proprio campo politico-militare. Sul piano strettamente militare, Israele prova così a riprendere la superiorità di iniziativa: ordini di evacuazione, colpi su figure considerate di alto livello, pressione simultanea su più aree, combinazione di disarticolazione tattica e intimidazione strategica.

Hezbollah, però, non ha risposto in modo improvvisato. L’uso congiunto di razzi e droni contro una base vicino Haifa indica che il movimento conserva capacità offensive e, soprattutto, la volontà di riaprire il fronte nel momento in cui ritiene superata la soglia politica della sopportazione. La morte di Khamenei, in questo quadro, non è solo un fatto iraniano. È un evento che obbliga l’intero asse sciita a ridefinire la propria postura e a dimostrare di non aver perso capacità di risposta.

Il Libano tra impotenza statale e guerra importata

La reazione del premier Nawaf Salam dice molto più di quanto sembri. La sua condanna dell’azione di Hezbollah, definita irresponsabile e pericolosa, mostra il dramma di uno Stato che non controlla pienamente il monopolio della forza. Beirut prende le distanze, denuncia il rischio, cerca di rassicurare cittadini e interlocutori internazionali. Ma non possiede gli strumenti per imporre davvero una linea alternativa al principale attore armato del Paese.

Ed è questo il nodo strutturale libanese. Hezbollah non è una milizia esterna al sistema: è una forza politico-militare radicata, con una sua rete territoriale, sociale e logistica. Il decreto di disarmo emesso lo scorso anno è rimasto sostanzialmente lettera morta proprio perché lo Stato non ha la forza necessaria per tradurre una decisione formale in una realtà concreta. Il risultato è un Libano a sovranità incompleta, in cui il governo incarna la legittimità internazionale, ma non il pieno controllo della sicurezza.

In queste condizioni, ogni scambio di colpi con Israele produce una doppia destabilizzazione: militare sul confine e politica all’interno. Le fughe notturne da Beirut, le strade congestionate, il panico civile ricordano che il primo costo dell’escalation viene pagato, come sempre, dalla popolazione libanese. Ma il vero rischio è un altro: non il singolo raid, bensì la dinamica cumulativa. Ogni rappresaglia aumenta la pressione a rispondere. Ogni colpo contro quadri di vertice e infrastrutture sensibili alza il prezzo della moderazione. Così la deterrenza smette di contenere e si trasforma in spirale di logoramento.

Israele conserva una superiorità aerea e una capacità di colpire in profondità nettamente superiori. Ma Hezbollah mantiene una struttura dispersa, ridondante, adattata alla guerra asimmetrica. Questo significa che la superiorità tecnologica non garantisce affatto una chiusura rapida del fronte. Il vero pericolo è il trascinamento: non una guerra totale dichiarata in un solo istante, ma una progressiva estensione degli scambi fino a rendere inevitabile un conflitto più ampio. In un Medio Oriente già scosso dalla crisi iraniana, il fronte libanese rischia di diventare il moltiplicatore di instabilità più immediato.

Ahmadinejad, il simbolo colpito

Dentro questa nuova guerra si inserisce anche la morte di Mahmoud Ahmadinejad, uno dei nomi più riconoscibili della lunga stagione di sfida iraniana a Israele e all’Occidente. La sua uccisione nei raid che dal 28 febbraio martellano Teheran e altre città iraniane aggiunge un’altra figura di peso all’elenco delle vittime eccellenti. Ma il significato della sua morte non va cercato nel potere reale che ancora esercitava, perché quel potere da tempo si era consumato. Va cercato piuttosto nel valore simbolico della sua parabola.

Ahmadinejad era stato per anni l’incarnazione di un certo Iran: l’uomo delle origini umili, il prodotto ideale della Repubblica islamica, il presidente populista e intransigente, il nemico dichiarato di Israele, il volto più aggressivo della sfida ideologica di Teheran. La sua ascesa passò dalla guerra Iran-Iraq, dove servì vicino ai Basiji, all’amministrazione locale, alla sindacatura di Teheran nel 2003, fino alla presidenza nel 2005, costruita con il favore di Khamenei. La Guida Suprema vedeva in lui un uomo utile, un esecutore, una figura apparentemente innocua da contrapporre tanto ai conservatori pragmatici quanto al riformismo erede degli anni di Khatami.

Condivideva con Khamenei l’origine modesta, che nel suo caso divenne il vessillo di una proposta politica basata sulla retorica dell’uomo del popolo. Non amava definirsi populista, ma la sua immagine era costruita esattamente su quel terreno: abiti sobri, tono diretto, promesse di giustizia sociale, stipendi più alti per insegnanti e funzionari, esposizione pubblica di uno stile di vita semplice e piccolo-borghese. La sua vittoria politica nacque anche così: dividendo i riformatori, neutralizzandoli e presentandosi come interprete autentico della società profonda.

La sua presidenza, dal 2005 al 2013, alternò consenso iniziale, fondato su sussidi e redistribuzione delle rendite petrolifere, e crescente aggressività in politica estera. Sfidò apertamente gli Stati Uniti e soprattutto Israele, auspicandone la scomparsa, spingendo la retorica fino alla negazione dell’Olocausto. Sul piano interno, la sua parabola divenne autoritaria nel 2009, quando la contestata rielezione e le accuse di brogli accesero il Movimento Verde. La risposta fu durissima e segnò una frattura profonda tra parte della società civile e l’establishment.

Sul piano esterno, invece, la sua linea dura sul programma atomico contribuì all’inasprimento delle sanzioni contro la Repubblica islamica, salvo aprire in seguito spazi tattici di dialogo, come il messaggio inviato a Barack Obama dopo la sua vittoria elettorale e la disponibilità dichiarata a un confronto nel rispetto reciproco. Fu anche il primo presidente iraniano a visitare l’Iraq dopo la rivoluzione, altro segnale della proiezione regionale che Teheran stava costruendo.

Dopo il secondo mandato, Ahmadinejad tentò più volte di rientrare in scena, cercando inutilmente di ricandidarsi. Ma Khamenei, che lo aveva sostenuto agli inizi e protetto nel momento più duro dopo il 2009, non gli perdonò gli smacchi e le ambizioni degli anni successivi. Ahmadinejad finì così per trasformarsi da “figlio prediletto” a figura scomoda, marginale, sostanzialmente ripudiata ma incapace di arrendersi davvero. Ecco perché la sua morte pesa soprattutto sul piano del simbolo: colpisce un uomo che per un decennio aveva incarnato la fase più ideologica e aggressiva della Repubblica islamica, anche se da tempo non ne dirigeva più i centri decisionali.

La guerra che arriva ai mercati del gas

Ma questa guerra non si limita a colpire capitali, reti militari e simboli politici. Colpisce anche il cuore dell’economia energetica globale. La sospensione della produzione di gas naturale liquefatto da parte di QatarEnergy a Ras Laffan, l’hub più strategico del mercato mondiale del gas che viaggia via nave, è forse il segnale più eloquente di quanto il conflitto stia già uscendo dal campo militare per entrare in quello geoeconomico. Se si ferma Ras Laffan, e con esso Mesaieed, non si blocca solo un impianto: si incrina una quota enorme dell’equilibrio del mercato globale del gas.

Secondo quanto riportato, i due terminal contribuiscono insieme a circa un quinto dell’offerta mondiale di gas naturale liquefatto. L’impatto si è visto immediatamente sui mercati: il prezzo del gas naturale alla borsa di Amsterdam, il Ttf, ha accelerato violentemente, passando in breve da un rialzo del 22 per cento a uno del 45 per cento nelle valutazioni infra-giornaliere. Non è una semplice oscillazione speculativa. È il segnale che gli operatori stanno prezzando uno shock reale e di grande ampiezza.

QatarEnergy non è un attore qualsiasi: dal sistema qatariota dipende tra il 12 e il 14 per cento circa delle forniture europee di gas naturale liquefatto, e una quota rilevante, seppure inferiore, del gas complessivo acquistato dall’Italia. Questo significa che la crisi militare aperta dal 28 febbraio, con i droni iraniani che colpiscono il territorio del Qatar nel quadro della risposta all’operazione congiunta israelo-americana, non minaccia solo il Golfo. Minaccia direttamente la tenuta energetica dell’Europa e, con essa, i suoi costi industriali, la sua competitività e la sua già fragile sicurezza economica.

L’Europa e il ritorno della vulnerabilità energetica

L’Italia, in particolare, è esposta più di quanto la politica spesso ammetta. L’industria energetica italiana è presente in Qatar, e non in modo marginale. Da Ras Laffan, QatarEnergy ed Eni hanno previsto già nel 2023 di inviare, a partire da quest’anno, un milione di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno estratte dal giacimento North Field East attraverso una cooperazione di lungo periodo, con un accordo da ventisette anni. Non è un dettaglio tecnico: è la prova che il legame tra il sistema energetico italiano e il Qatar è strutturale, non occasionale.

Se questo flusso viene interrotto o rallentato da una chiusura imposta dalla guerra, il problema non riguarda soltanto le quotazioni. Riguarda la strategia energetica europea costruita negli ultimi anni per sostituire la dipendenza dal gas russo con un maggiore ricorso al gas via nave. E qui appare tutta la contraddizione del momento: un continente che ha cercato di sottrarsi a una dipendenza si ritrova ora esposto a un’altra vulnerabilità, potenzialmente costretto a comprare quote maggiori dagli Stati Uniti per compensare l’eventuale mancanza del gas qatariota.

Il conflitto tra Usa e Israele da un lato e Iran dall’altro rischia quindi di produrre, oltre allo shock militare, un effetto collaterale di enorme portata: consolidare ancora di più il ruolo energetico americano sul mercato europeo, mentre l’Europa paga il costo dell’instabilità. Ed è un costo che cade su economie già in affanno, su un apparato produttivo sotto pressione e su una base industriale che da tempo soffre energia cara, incertezza e rallentamento.

Una sola guerra, più livelli di crisi

Se si mettono insieme questi tre piani — il ritorno della guerra in Libano, la morte simbolicamente pesante di Ahmadinejad, lo shock energetico partito dal Qatar — emerge un quadro molto più chiaro e molto più inquietante. Non siamo davanti a episodi separati. Siamo davanti alla saldatura di una crisi unica che si muove contemporaneamente su tre livelli.

Il primo è quello militare: Israele allarga il conflitto, Hezbollah rientra nello scontro, l’Iran risponde, il fronte regionale si moltiplica. Il secondo è quello politico-simbolico: vengono colpite figure che, anche quando non contano più nei centri decisionali, rappresentano capitoli interi della storia del potere iraniano. Il terzo è quello geoeconomico: la guerra entra nei terminal del gas, nei prezzi, nelle forniture, nella vulnerabilità energetica europea.

Ed è proprio qui il punto decisivo. Il Medio Oriente non sta solo vivendo un’escalation. Sta entrando in una fase in cui la guerra locale non è più locale, il danno politico non è più separabile da quello economico e la crisi di sicurezza si trasforma immediatamente in crisi energetica e industriale. Se Beirut brucia, Teheran perde i suoi simboli e Doha rallenta il suo gas, allora significa che il conflitto ha già superato il livello della rappresaglia e si è trasformato in un meccanismo di destabilizzazione regionale estesa.

Il prezzo della nuova fase

La tregua libanese del 2024 appare ormai superata dai fatti. L’Iran perde figure di alto profilo, anche se non tutte strategicamente decisive. Il Qatar, nodo vitale del gas mondiale, viene investito direttamente dalla guerra. Tutto questo dice una sola cosa: il Medio Oriente sta entrando in una stagione in cui la deterrenza sarà più fragile, la politica più debole e il costo della sicurezza molto più alto.

Più alto per i Paesi che combattono, naturalmente. Ma anche, e forse soprattutto, per quelli che si illudono di restarne ai margini. L’Europa è tra questi. Perché ogni volta che il Levante e il Golfo rientrano in una fase di guerra aperta, il Mediterraneo orientale, i traffici marittimi, i mercati energetici e la struttura industriale del continente entrano a loro volta in una nuova zona di rischio.

Il punto finale, allora, è semplice: questa non è più una serie di crisi parallele. È una sola guerra che parla linguaggi diversi — missili, simboli, gas — ma produce un unico risultato. Allargare il disordine, ridurre lo spazio della politica e far salire per tutti il prezzo della sopravvivenza strategica.


Il Pakistan atomico sta con gli ayatollah


Il Pakistan atomico sta con gli ayatollah

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Occorre parlarne? Proprio ora, mentre l’industria della distruzione distribuisce senza risparmio i suoi gadget apocalittici nel Vicino Oriente allargato, ahimè, allargatissimo? Sì. perché un più vasto girone degli Inferi è già pronto: cosa direste se scopriste che esiste già un altro possibile Iran, non con materiale inerte, perennemente sulla catena di montaggio, temibile soltanto in potenza, ma con atomiche vere, e i missili per portarle al bersaglio? È il Pakistan. Immaginate: al potere a Islamabad un mullah Omar, un talebano con il bottone dell’apocalisse… Possibile. Il prossimo micidiale capitolo di questo Nuovo Disordine mondiale ispirato da un diffuso stato d’animo da repulisti, da facciamola finita.

La geografia di avventurieri omicidi si globalizza purtroppo secondo un inesorabile pavlovismo. Lavora come un rullo compressore, senza distinguere. Non si tien conto che le nostre guerre “preventive’’possono far esplodere per l’ennesima volta la forza d’urto del jihad nelle terre dove non c’è per le masse separazione tra cielo e terra e si passa santamente dall’esecuzione dell’apostata all’assassinio del miscredente. Dove la demarcazione tra angeli e diavoli non corrisponde alla nostra e non si vede altro da una parte che il nostro imperialismo e dall’altra la sacrosanta causa dei martiri. Il mondo dell’islam, sciita e sunnita, è teologia che si risolve in una metastoria, in millenarismo che può essere via via nazionalista, teologico e combattente, affascinato dal culto del paradiso qui ed ora o del ritorno dell’imam occulto. In ogni caso è tutta benzina per rivolte che assomigliano a resurrezioni. Materiale incandescente su cui noi siamo ostinatamente letargici.

Dunque, medusizzati dall’apocalypse now imbastita da Netanyahu – Trump contro l’Iran, pedata dissuasiva sul formicaio degli ayatollah, abbiamo riservato uno sguardo distratto a quanto accadeva un po’ più in là ad est, in Pakistan. Dove plebi furibonde di migliaia di persone, tutt’altro che convinte delle buone ragioni del presidente americano nel regalare a furia di bombe e intimazioni la democrazia ai fratelli iraniani, sfilano inneggiando al martire Kamenei. A Karachi ispirati da catechisti incattiviti hanno incendiato il consolato americano scontrandosi con la polizia: guerriglia urbana, morti.

La tentazione è archiviar tutto come passeggeri squassamenti di primitivo fanatismo. Ma ahimè, il Pakistan è un caso a parte: qui dove Ben Laden è stato protetto e nascosto (fino a quando è stato utile) potrebbe realizzarsi il suo sogno del primo stato jihadista con le bombe atomiche con cui ricattare, invulnerabili, grandi e piccoli satana.

Il Pakistan, martirizzato dal terrorismo, rischia di essere travolto da talebani che puntano a imporre la sharia e dare vita a una replica di Kabul. È la istruttiva storia di una nemesi. Perché il Pakistan ha inventato i talebani, li ha portati al potere nel 2006 e non li mai abbandonati neppure dopo l’unici settembre, ingannando gli americani.

Il generale Faiz Hameed, nel 2021 capo degli onnipotenti servizi di sicurezza, salutò con soddisfazione il ritorno a Kabul degli studenti-guerrieri. Disse: nessuna paura, tutto andrà per il meglio. Ora si combatte ferocemente al Khiber pass, lungo la linea Durand, ennesima sciagurata eredità dell’impero britannico, aerei bombardano Kabul.

La causa sono i talebani pachistani, che, con il sostegno dei fratelli pashtun di oltrefrontiera, hanno siglato nel 2025 più di millecinquecento attentati che sono costati la vita a un migliaio di persone. Comanda questa pullulazione talebana un jjhadista di 46 anni, Noor Wali Mehsud, uno stratega che si è alleato utilmente con al Qaida e con gli indipendentisti beluci. Da Kabul riceve denaro e armi prelevate dagli arsenali abbandonati dagli americani in fuga.

Il vero padrone del Pakistan, il nostro caro alleato per garantire la stabilità, è l’Isi, Inter Service Intelligence: furfanti in uniforme impegnati per mestiere a intessere ogni forma di legami cospirativi, congiure, delitti infestanti, doppi e tripli giochi, alleanze con politici senza morale, criminali comuni e esaltati di tutti i fanatismi.

Fanno e disfano governi e dittature, Zia, la smagliante antigone pachistana Benazir Musharraf, controllano economia e corruzione di un paese dove, sotto gli occhi sempre più nauseati dei pachistani accasciati nella miseria, polizia e bande criminali si dedicano a autentiche battaglie, eserciti privati provvedono al regolare andamento del più grande mercato di narcotici del mondo e nelle madrase più radicali dell’islam i piccoli allievi sillabano l’abc della guerra santa. L’Isi ha sacrificato tutto all’ossessione di controllare l’Afghanistan per garantirsi la “profondità strategica’’ contro l’arcinemico, l’India. Per questo ne ha fatto un paese di zeloti che ora sfilano con i ritratti di Khamenei. E hanno l’atomica.


Lo spirito del tempo


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Per essere liberi bisogna essere temuti. Non l’ha detto Gengis Khan, e nemmeno Gengis Trump, ma il mite figlio dell’illuminismo Emmanuel Macron, il cui massimo afflato machista era consistito finora nell’indossare un paio di occhiali da sole. Lo ha detto proprio mentre la guerra infuria nel Vicino Oriente sempre più vicino, per spiegare la decisione di ampliare a dismisura il garage delle bombe atomiche francesi, nonché di varare un nuovo programma di difesa aerea che coinvolgerà tutti i più grandi Stati europei, tranne uno che comincia per I e non è l’Irlanda.

Per essere liberi bisogna essere temuti. Questa frase incarna lo spirito del tempo e piacerà a coloro che non si fanno troppe illusioni sulla natura umana. Tutti abbiamo avuto un padre, un amico, un collega o un editorialista di riferimento (prevalentemente maschio) che un giorno ci ha detto o scritto:«Nessuno ti rispetta finché sei gentile, simpatico, collaborativo. Quella che tu chiami mitezza viene percepita dagli altri come debolezza. Se cerchi il dialogo, riceverai uno schiaffo. Mentre se dai uno schiaffo, o minacci di darlo, otterrai il dialogo. O comunque un risultato. La psiche umana funziona così dai tempi delle caverne ed evolve assai lentamente. Perciò, se desideri che Trentini torni libero, non devi trattare con Maduro, ma rapirlo. E se desideri che le donne iraniane siano libere, non devi trattare con Khamenei, ma ammazzarlo». 

Va bene, ho afferrato il senso. Ma potrò almeno dire che mi fa un po’ senso?


Silenzi e liti: il ring in Senato ora riunisce le opposizioni che vogliono stanare Giorgia


Lettera ai presidenti delle camere

Silenzi e liti: il ring in Senato ora riunisce le opposizioni che vogliono stanare Giorgia

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] I ministri parlano, ma non rispondono. Casomai litigano. Così Antonio Tajani si scaglia contro un nemico, Giuseppe Conte. “Trump non mi ha mai chiamato ‘Tony’, a lei la chiamava ‘Giuseppi’, quindi un rapporto di amicizia lo avrà lei, io non sono mai andato in ginocchio dal presidente americano o da Merkel come ha fatto lei” risponde in audizione in Senato all’ex premier, che gli aveva rinfacciato il cappellino Maga sfoggiato al Board of Peace.

[…]

Nervi, urla e battute sotto la cintura, per coprire l’imbarazzo e i silenzi di governo. Il varco che ora i progressisti, dal Pd al Movimento ad Alleanza Verdi e Sinistra, vogliono sfruttare per mostrare che questo governo è isolato a livello internazionale, fragile. Solo, come il ministro della Difesa Crosetto che stava a Dubai senza ufficialmente sapere dell’attacco all’Iran, “e già questo potrebbe bastare” ringhiavano ieri le opposizioni. Così oltre a Conte all’audizione si presentano Elly Schlein (in collegamento), Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Chiedono tutti a Giorgia Meloni di riferire in Parlamento. Richiesta che in serata viene rilanciata con una lettera ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, firmata anche da Iv, Azione e Più Europa. Le difficoltà dell’esecutivo fanno risorgere il campo largo. Effetto anche del ring in Senato, con la presidente della Commissione Esteri e Difesa, Stefania Craxi, che cerca di far abbassare i toni e la dem Lia Quartapelle che le siede accanto in versione sfinge: forse perché tra Tajani e Conte difficile che stia con quest’ultimo.

[…] La certezza è Schlein, che insiste sul fatto che non si capisce se i ministri siano al corrente della strategia di Trump, mette il dito nella piaga: altro che governo amico del presidente degli Stati Uniti. Dopodiché cala la domanda: “Vi hanno chiesto supporto militare?”. E ribadisce la sua linea: “Khamenei era un dittatore sanguinario di cui non sentiremo la mancanza. Ma le azioni militari unilaterali in violazione del diritto internazionale sono sbagliate e pericolose”. Fratoianni protesta: “Un dibattito così non si può fare in tre minuti, ne va della dignità del Parlamento”. Per questo invocano la premier in Aula. Mentre Conte assalta Tajani: “Sottoscrivete tutto quello che viene da Washington? Vi siete dimenticati il tricolore?”. Da lì la rispostaccia del ministro degli Esteri – “Trump la chiamava Giuseppi” – e la controreplica contiana: “Voi non venite proprio chiamati”. Ma a pesare sono i non detti. Per esempio il neo capogruppo del M5S in Senato Luca Pirondini chiede conto a Crosetto di quanto scritto dal Domani, ossia che “il governo sarebbe stato avvisato della possibilità di un attacco dai servizi dieci giorni prima”. Ma il ministro di fatto schiva la domanda, e i 5Stelle lo notano. Dopodiché in commissione rimbalza anche una domanda naturale, ossia se l’Italia fornirà basi militari per operazioni belliche.

[…]

A porla a Crosetto è il dem Alessandro Alfieri: “Ci sono state interlocuzioni con gli alleati, in particolare con gli americani, per l’utilizzo delle nostre basi Nato, in particolare di Sigonella, che in passato è stata utilizzata come base di riferimento per i droni di ricognizione?”. La replica del meloniano – “non ancora, un problema alla volta” – lascia degli ampi margini di ambiguità. Anche se difficilmente l’Italia lo farà, visti i rischi. Ma le opposizioni sono già pronte a picchiare sul tema. Mentre in serata Meloni parla al Tg5. Facendo capire che lei sta con Trump, ancora.


Siamo nell’evo dello scimmione


(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – “Vi bruceremo il cuore”, “Vi stiamo massacrando”: non sono un esperto di linguaggio bellico (esisterà una filologia della guerra?) ma questo sembrerebbe piuttosto un tipico linguaggio malavitoso. Da cosche sul piede di guerra. Da braccio carcerario nel quale i boss regolano i conti tra loro. E il fatto che siano i capi di Iran e Stati Uniti a pronunciarle, queste parole, non aiuta a sopportare l’angoscia della guerra. È uno sputo in più su una ferita aperta, ed è uno sputo infetto.

In attesa dell’ostensione della testa mozza del capotribù nemico infilzata in una picca (il tutto, beninteso, postato sui social), ci si domanda se dai tempi di Attila fino al discorso di Churchill agli inglesi (“Non ho niente da offrire se non sangue, sudore e lacrime”) la cultura bellica avesse o non avesse fatto qualche timido passo in direzione di una attenuazione dei suoi aspetti tribali; se non altro per salvare la forma; e nel caso lo avesse fatto, se adesso non si stia tornando rapidamente ad Attila e più indietro ancora, giù giù lungo i secoli, quando nessuna legge valeva, al di fuori dalla tua tribù.

Curioso contrasto: lo scenario è ipertecnologico, tutto droni e intelligence, tutto algoritmi e AI, ma al centro della scena irrompe lo scimmione che si batte il petto con i pugni in segno di sfida, e brandisce l’osso spolpato come arma primigenia (sì, quello di “Odissea nello spazio”). Di certo c’è questo: se è la tecnologia, a farvi paura, state sbagliando. È molto più pericoloso lo scimmione che la brandisce.


Patuanelli: “Dallo Stabilicum pericoli per la democrazia. Primarie? Non è l’unica via”


Il vicepresidente 5S: “Va abrogato o ridotto il premio e vogliamo le preferenze Loro hanno solo paura di perdere il referendum”

Patuanelli: “Dallo Stabilicum pericoli per la democrazia. Primarie? Non è l’unica via”

(di Serena Riformato – repubblica.it) – ROMA – «La prima menzogna è già nel nome Stabilicum», dice Stefano Patuanelli, senatore e neo vicepresidente del M5S: «La stabilità di un governo la fa il consenso nel Paese, non la legge elettorale».

E allora qual è l’obiettivo?

«Vogliono solo garantirsi più possibilità di vincere. E per farlo hanno messo a punto un sistema di voto che crea una distorsione pericolosa della rappresentatività».

Cosa vi preoccupa di più?

«Il cosiddetto “premio di governabilità”: per come l’hanno costruito, porterà chi vince le elezioni ad avere maggioranze vicine al quorum necessario per eleggere in autonomia il capo dello Stato, i membri del Csm e i giudici della Consulta scelti dalle Camere».

Il centrodestra replica: potreste avere voi questa possibilità.

«È il principio che è pericoloso, quale che sia lo schieramento. Sono figure che non possono essere appannaggio di una sola parte politica. Il rischio democratico è reale».

La presidente del Consiglio punta al Colle?

«Di certo non le manca l’ambizione. E l’ambizione è un motore positivo solo se non diventa il fine ultimo di quello che si fa».

La maggioranza si dice pronta al dialogo su questa legge elettorale. Voi lo siete?

«Hanno trovato l’accordo sul testo con un’accelerazione nel cuore della notte. Alla luce di questa e tante altre forzature non credo affatto alla loro volontà di dialogo».

Quali sarebbero le modifiche più urgenti?

«Abrogare o limitare fortemente il premio. Pensiamo da sempre che un impianto proporzionale sia ciò che serve al Paese».

E poi?

«La soglia di sbarramento è troppo bassa. La frammentazione minaccia la stabilità a cui dicono di ambire. Ma soprattutto: vanno previste le preferenze, una nostra storica battaglia, ne discuteremo con le altre forze politiche».

FdI ha già annunciato un emendamento per reintrodurle. Potreste votarlo insieme?

«Se avessero davvero voluto le preferenze le avrebbero già messe nella prima versione che hanno depositato. Non si possono sempre dissociare a posteriori dalle scelte che fanno».

Come spiega lo sprint per presentare questo Melonellum prima del referendum?

«Facile, rispondo con una battuta: stiamo facendo un’intervista sul sistema di voto e non sul referendum. Ecco la spiegazione. È un diversivo per coprire la paura, sempre più forte, di perdere il 22 e 23 marzo».

E il 24 marzo, se dovesse vincere il no, ci saranno conseguenze per il governo?

«Mi interessa più l’effetto per il Paese: si sarebbe sventata una riforma sbagliata e dannosa. Penso che a quel punto la premier tirerebbe a campare ancora per qualche mese fino alle elezioni anticipate, la prossima primavera».

E le forze progressiste? L’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio della coalizione è un’opportunità o un problema?

«Né l’uno né l’altro, ne prendiamo atto. Io credo che intanto ogni partito di opposizione debba fare un percorso al proprio interno. Noi lo faremo con Nova 2.0 per definire il nostro campo da gioco e gli obiettivi inderogabili da sottoporre a chi vuole stare con noi».

Ma non è tardi? Manca poco più di un anno alle prossime Politiche.

«Un anno in politica è un’era geologica».

Definiti i punti programmatici, come si sceglie chi guida l’alleanza? Primarie?

«Le primarie sono uno dei modi possibili, ma non l’unico».

Quali sono gli altri, se il candidato premier va indicato prima del voto?

«Si può arrivare anche a un accordo politico complessivo tra i partiti, a prescindere dalle primarie».

Lei ce li vede Conte o Schlein cedere il passo all’altro in ragione di un accordo politico?

«Ripeto, vedremo al momento opportuno quale sarà il modo migliore».

Il senatore Pd Franceschini a Repubblica ha detto che le primarie, nel caso, sarebbe bene farle entro dicembre. Voi che tempi vi date?

«Ci interessa costruire un progetto credibile e alternativo alla destra, per il bene del Paese. Difficile determinare i tempi di un percorso che non dipende solo da noi».

Insisto: troppo a ridosso delle elezioni non rischia di sembrare un’alleanza di convenienza?

«L’ipotesi peggiore è fare presto ma fare male. Noi dobbiamo avere l’ambizione di fare bene e nei tempi compatibili con la tornata elettorale».


La storia farà pagare il conto a Usa e Israele


Scrivevamo sul Fatto del 25.02.26 che i veri terroristi non sono quelli che vengono ufficialmente definiti tali, ma gli americani, che danno la patente di terrorismo a tutti coloro che considerano nemici, insieme agli israeliani che gli Usa proteggono, anche se non si capisce bene se non sia piuttosto vero il contrario e a Washington non comandi lo psicolabile pedofilo Donald Trump, ma piuttosto Netanyahu attraverso la potenza finanziaria […]

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Scrivevamo sul Fatto del 25.02.26 che i veri terroristi non sono quelli che vengono ufficialmente definiti tali, ma gli americani, che danno la patente di terrorismo a tutti coloro che considerano nemici, insieme agli israeliani che gli Usa proteggono, anche se non si capisce bene se non sia piuttosto vero il contrario e a Washington non comandi lo psicolabile pedofilo Donald Trump, ma piuttosto Netanyahu attraverso la potenza finanziaria della comunità ebraica internazionale che è più forte di Stati Uniti, Russia e Cina messi insieme, che detta di fatto le regole e che strangola tutti noi comuni mortali. Avevamo avvertito da tempo che il pericolo veniva dai venti di guerra che soffiavano intorno all’Iran, ma come al solito non siamo stati ascoltati. La nostra previsione è stata, per così dire, certificata dall’attacco giudeo-americano all’Iran.

[…] I governi occidentali, con la loro stampa al seguito, hanno approvato senza se e senza ma l’aggressione. Solo Putin ha condannato la violenza affermando che l’assassinio della Guida Suprema dell’Iran e della sua famiglia è stato commesso “in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale”. Sono le sole parole ragionevoli e umane che ho ascoltato in questi giorni. Alla condanna di Putin si è associata quella, sia pur espressa in maniera diversa, del premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, unico membro della Ue a farlo.

Ma Putin, a parte le disapprovazioni, può far ben poco per l’Iran. Ha già i cazzi suoi cui pensare con la guerra all’Ucraina che lo sta dissanguando, non tanto economicamente ma umanamente, se è vero che dopo aver ingaggiato soldati, peraltro impreparatissimi, della Corea del Nord, ora ricorre al reclutamento da Cuba, India, Nepal, Kenya, Uganda, Ghana. Cioè anche i russi, che pur si batterono fino all’ultimo uomo e donna contro i nazisti, si sono evidentemente stufati di dare la vita per strategie che non comprendono e sorpassano.

Tutti i governi europei, con l’eccezione, come avevo detto, di Pedro Sánchez, hanno commentato in modo favorevole l’eliminazione fisica di Khamenei. A parte il fatto che l’assassinio del Capo di uno Stato aderente all’Onu, come l’Iran o la cattura e la prigione per un altro Capo di Stato, intendo Maduro, non fa propriamente parte del galateo diplomatico internazionale, io se fossi direttore di un giornale mi sarei piuttosto concentrato sull’assassinio di 148 studentesse iraniane e le 95 ferite. Un assassinio premeditato e voluto perché come afferma un attivista italo-palestinese, Karem, “Israele quando uccide non lo fa mai a caso, ogni singolo bambino, civile o edificio colpito è bersagliato attraverso la tecnologia più precisa e letale al mondo”.

[…] Non paghi i giudeo-americani hanno bombardato una manifestazione di cordoglio degli iraniani a favore di Khamenei. Il che significa che non tutti gli iraniani erano anti regime. Inoltre non si può sapere dove andrà a finire un Paese che ha perso tutti i suoi leader ed è sotto aggressione straniera. Dice sostanzialmente Fatemeh, un’iraniana che vive a Parma: sono felice per la caduta di Khamenei e del regime della Repubblica islamica, ma avrei preferito che gli iraniani si liberassero da soli, passare da un regime a un altro non mi fa felice, perché i vincitori chiederanno sicuramente un prezzo. Quel prezzo lo pagheremo noi iraniani. Non mi fa felice passare da un’oppressione all’altra e per soprammercato straniera.

L’aggressione all’Iran, definita un attacco “preventivo” da Trump, è stata motivata col fatto che era diventato pericoloso perché voleva farsi la Bomba. Un processo alle intenzioni basato su una falsità. L’Aiea ha sempre accertato che in Iran l’arricchimento dell’uranio non è mai andato oltre il 6% ed era quindi per usi civili e medici, per fare la Bomba l’arricchimento deve arrivare al 96%. Le reazioni dell’Iran, che non ha la Bomba e non possiede missili all’altezza, possono essere solo commerciali, chiudendo, come è stato fatto, lo Stretto di Hormuz attraverso il quale transita oltre un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare e più del 30% del gas naturale liquefatto.

[…]

Ma le conseguenze dell’attacco immotivato all’Iran sono più profonde. In Pakistan, che ha la Bomba anche se nessuno gliel’ha mai contestata, alleato storico degli Usa (fornì le proprie basi ai B52 americani per bombardare il vicino Afghanistan talebano) una folla inferocita ha attaccato e distrutto l’ambasciata americana. E di questi attacchi, nel prossimo futuro, dobbiamo aspettarcene parecchi. “Pagherete caro, pagherete tutto” era uno slogan del Sessantotto. Anche per i giudeo-americani verrà il giorno del Giudizio, non di Dio, che non esiste, ma della Storia.


Il prezzo dell’irrilevanza, pure sull’Iran


Come già nel Board of peace, il nostro governo si è ritagliato lo stesso ruolo sull’Iran. Quello di osservatore pagante

Il prezzo dell’irrilevanza, pure sull’Iran

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Il copione si ripete. Nessuna condanna da parte del governo Meloni per l’attacco illegale a quattro mani Trump-Netanyahu contro l’Iran. Del resto, quando sono gli alleati privilegiati del governo italiano a violarlo platealmente, come aveva detto il ministro degli Esteri Tajani a suo tempo, il diritto internazionale vale fino a un certo punto.

L’audizione nelle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato del titolare della Farnesina (protagonista di un durissimo scambio con il leader M5S Conte) insieme al collega Crosetto, rimasto bloccato a Dubai mentre gli alleati bombardavano l’Iran dimenticandosi di avvertire, tra gli altri, anche l’Italia della pontiera Meloni – che ieri ha ritrovato la parola per scaricare su Teheran (l’aggredito) la colpa della nuova crisi mediorientale aperta dai raid dei suoi amichetti (gli aggressori) – è servita a certificare quello che era parso subito chiaro sin dall’inizio dell’offensiva contro il regime degli ayatollah.

L’irrilevanza del nostro Paese (e del nostro governo) agli occhi di Trump, cui ci siamo legati mani e piedi in una sorta di rapporto di vassallaggio, e persino del ricercato internazionale Netanyahu, nonostante l’incondizionato sostegno politico (e non solo) offerto dall’Italia durante la devastazione e lo sterminio indiscriminato a Gaza. Bel ringraziamento per il sostegno – o meglio, per la sudditanza – dimostrata. E neppure il tentativo di puntare sul fine, cioè l’eliminazione del leader (Khamenei) della sanguinaria teocrazia iraniana, sorvolando sui mezzi, l’assassinio pianificato del capo di uno Stato sovrano al di fuori di ogni regola del diritto internazionale (come a suo tempo avvenuto per il sequestro del presidente venezuelano Maduro) alleggerisce minimamente la débâcle diplomatica italiana.

Da cui, però, almeno una conclusione si può certamente trarre. Nella vicenda iraniana il nostro governo, più che alleato privilegiato, sembra relegato allo stesso ruolo di comprimario che si è ritagliato con imbarazzante riverenza nel Board of Peace della vergogna di Trump. Quello di mero osservatore pagante. Perché anche stavolta, c’è da scommetterci, il costo delle bombe finiremo per pagarlo caro.


Crescita bassa e tasse al top, la Melonomics è da piangere


L’Istat conferma l’aumento nel 2025 della pressione fiscale sopra il 43 per cento, frena il Pil. Il deficit resta in zona infrazione. E il governo fa lo scaricabarile: «È colpa del Superbonus». Il conflitto annulla anche i (piccoli) benefici del decreto Bollette 

Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il disastro è servito. La realtà presenta il conto alla propaganda firmata Giorgetti-Meloni. E così rischiano di saltare i piani elettorali, con misure acchiappa-voti in vista delle Politiche.

Una tempesta perfetta: il Pil arranca e la pressione fiscale continua a volare, mentre le bombe sganciate sull’Iran sono destinate a sbriciolare anche gli effetti del decreto Bollette che inizia il proprio iter alla Camera.

A far scattare il primo allarme è lo stop alla produzione di gas naturale liquefatto da parte del Qatar. Il lunedì nero del governo Meloni è iniziato con i dati Istat, ancora parziali ma comunque pesanti. Nel 2025 la crescita in termini reali è stata dello 0,5 per cento, inferiore rispetto allo 0,7 per cento stimato in precedenza.

Un’altra bocciatura delle politiche economiche. E soprattutto una frenata che allontana sempre più l’Italia dall’1 per cento, la soglia psicologica (e non solo) che vorrebbe raggiungere l’esecutivo. Peraltro nel 2026, nella migliore delle ipotesi, nessuno azzarda un balzo dell’economia italiana (le stime oscillano tra lo 0,7 e 0,8 per cento), che sarà tra le ultime in Europa.

Zona infrazione

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, questa volta non può nemmeno più sventolare la bandiera dell’abbattimento del deficit, su cui ha investito buona parte del suo mandato. Il calo è stato meno corposo rispetto alle attese: nel 2025 si è fermato al 3,1 per cento (dal 3,4) ancora al di sopra della fatidica soglia del 3 per cento che garantisce la fuoriuscita dalla procedura di infrazione, necessaria a riallargare i cordoni della spesa per la futura legge di Bilancio in ottica elettorale.

Un grosso guaio, visto che l’ordine di Meloni è quello di varare misure a elevato impatto e con effetti immediati per la crescita. Giorgetti ha preso tempo: «È un dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue». Per il resto, ha seguito la solita strategia: addossare le responsabilità a chi c’era prima. Fino a riesumare un suo vecchio pallino: il Superbonus. «Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi», ha detto.

Lo spartito è lo stesso: la colpa è degli altri. Anche dopo oltre tre anni al potere. Dalla Commissione europea, comunque, hanno confermato che le valutazioni avverranno sui dati consuntivi. Un’ulteriore batosta per Giorgetti, poi, arriva sulla pressione fiscale, che lo scorso anno ha superato il tetto del 43 per cento, attestandosi al 43,1.

La riforma fiscale meloniana non ha prodotto alcun effetto positivo. Anzi. «È la smentita definitiva della propaganda sulla cosiddetta riforma fiscale targata Meloni-Giorgetti-Leo: 19 decreti legislativi inutili che non hanno alleggerito il carico su famiglie e imprese», ha commentato il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco. E si sgonfia la narrazione del governo che taglia le tasse. Per la maggioranza sarà ancora più complicato arrampicarsi sugli specchi della propaganda per elogiare l’impegno sul fisco.

«I dati rappresentano la certificazione del fallimento in politica economica: niente calo delle tasse, niente uscita anticipata dalla procedura di infrazione e soprattutto niente crescita», ha sintetizzato la senatrice del Pd, Cristina Tajani. L’immagine è quella di un paese retto solo da pensionati e dipendenti pubblici.

Il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari, ha parlato di «un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e pensioni che, dopo aver subito un’altissima inflazione da profitti che li ha brutalmente impoveriti, pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa del drenaggio fiscale». Risorse che, ha aggiunto il dirigente sindacale, non «sono state restituite».

Bolletta esplosiva

E se i numeri dello scorso anno creano malumori, le prospettive future non sono migliori. È ancora difficile prevedere l’esatto impatto sui prezzi dell’energia della guerra avviata da Israele e Usa contro l’Iran. Ma sicuramente non saranno positivi, come testimoniato dall’impennata dei costi del petrolio e del gas.

Nel governo cresce la preoccupazione per l’azzeramento dei benefici del decreto Bollette, decantato da Meloni come una misura rivoluzionaria, anche se i vantaggi erano già minimi. Basti pensare all’una tantum di 115 euro per una platea di cittadini con particolari requisiti.

Al ministero dell’Ambiente (Mase) stanno facendo i conti che diventeranno, di conseguenza, calcoli politici. «L’aumento dei prezzi dopo l’attacco rischia di mangiarsi tutto il decreto», è il ragionamento che rimbalza tra Palazzo Chigi e il dicastero. Nessuno, in pubblico, si azzarda a parlarne. Ma i timori ci sono.

«Il governo ci lega al gas, sostituendo una dipendenza (quella dalla Russia, ndr) con un’altra. Il prezzo viene pagato dai territori e scaricato sulle bollette», ha detto il deputato del M5s e vicepresidente della Camera, Sergio Costa. E così, dopo i dazi, Meloni deve fare i conti con un altro effetto collaterale delle decisioni dell’«amico» Donald Trump. Rendendo esplosive le bollette.


Reggio Emilia, Giorgia Meloni “ghigliottinata” alla sfilata di carnevale. Proteste di Fdi


Tra le teste “da tagliare” anche quella di Netanyahu, Orban, Trump e Putin. Solidarietà alla premier anche dal Pd. A Milano condannati due uomini per minaccia aggravata nei confronti della presidente del Consiglio

Un frame del video diffuso sui social

(lastampa.it) – Giorgia Meloni ghigliottinata: ecco l’ultima trovata degli hater della presidente del Consiglio. In un video, ripubblicato sui social dai canali di Fratelli d’Italia, e risalente come scrive il Secolo d’Italia a una sfilata del “Carnevale popolare” di Reggio Emilia di sabato 28 febbraio, un ragazzo vestito da boia – felpa nera e volto coperto da un passamontagna dello stesso colore – con un’ascia di cartone in mano, si prodiga nel tagliare la testa (di carta) della premier davanti a una riproduzione della ghigliottina tra le grida di giubilo di chi assiste alla scena. A Milano invece oggi due uomini sono stati condannati a tre mesi di reclusione per minaccia aggravata alla Meloni per alcuni post del 2022 sui social.

Non è solo Meloni, però, a finire sotto i colpi della scure. Tra le teste riconoscibili che potrebbero aver ricevuto lo stesso trattamento si intravede anche quella del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. «Collezionali tutti», c’è scritto in un cartello verde posto sotto il patibolo. Così come accanto si scorge una “ruota della fortuna” con una freccia che indica il cognome Meloni, ma anche quello di Bibi, di Victor Orban, Donald Trump e persino Vladimir Putin, scritto Peoutin, ed Elon Musk, coperto però dall’erba che di fatto ne ostruisce la visuale.

«Ecco come certi centri sociali promuovono valori come tolleranza e rispetto di cui tanto si vantano. Quello andato in scena a Reggio Emilia durante il carnevale è uno spettacolo degradante che non diverte nessuno. La loro violenza, seppur simbolica, è il segno di un vuoto politico e culturale che provano a riempire con l’odio. Vergognatevi e chiedete scusa», scrivono sui social da Fdi.

E sono molti gli esponenti di Fratelli d’Italia che hanno denunciato e rilanciato l’accaduto, da Galeazzo Bignami a Federico Mollicone, oltre alla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, alla collega del Turismo Daniela Santanché e quello della Cultura Alessandro Giuli. Solidarietà anche da parte di Martina Semenzato di Noi Moderati, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e violenza di genere: «Questo clima di violenza è inaccettabile – denuncia –. Le immagini sono di una gravità inaudita. Basta con questa campagna di odio e di delegittimazione delle Istituzioni, non può essere più sottovalutato e più tollerato!».

Ma la solidarietà alla presidente del Consiglio è bipartisan: «Mi chiedo cosa ci sia di comico, o anche solo di divertente, nel gioco andato in scena durante il carnevale di Casa Bettola a Reggio Emilia – dice il parlamentare reggiano del Pd Andrea Rossi –. Anche in un contesto come quello carnevalesco, riprodurre l’immagine della premier sottoposta alla ghigliottina porta con sé un messaggio di violenza e di delegittimazione delle istituzioni che non può essere sottovalutato. Abbiamo un problema serio se non comprendiamo che gesti del genere inquinano le falde della nostra democrazia e non appartengono alla storia civile della nostra città – avverte il dem –. Si può essere avversari, si possono esprimere critiche anche dure, ma sempre nel rispetto delle istituzioni e delle persone. Agli avversari politici si deve il confronto, non lo scontro. Alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni va la mia personale solidarietà». Italia Viva, per voce dei capigruppo di Senato e Camera, Raffaella Paita e Maria Elena Boschi si dissocia: «Per noi noi non c’è nulla da ridere, più che con la satira ha a che fare con l’imbarbarimento del dibattito pubblico».

La condanna a Milano

A Milano sono stati condannati a tre mesi di reclusione (oltre a una provvisionale di mille euro ciascuno da pagare), senza sospensione della pena, per minaccia aggravata alla premier Giorgia Meloni un 32enne e un 49enne che, nell’agosto del 2022, prima che il centrodestra vincesse le elezioni, pubblicarono sui social dei post. I due scrivevano che la leader di Fratelli d’Italia sarebbe diventata «la prima premier donna di un partito di destra in Italia», allegando – come si legge nell’imputazione – «la foto della Renault 4» all’interno del quale rinvenuto il cadavere» di Aldo Moro nel 1978.


Piccola riflessione sul “male”


(Andrea Zhok) – Di fronte all’ennesima aggressione unilaterale della Epstein Connection (Usa+Israele), tutti giù a formulare complesse analisi geopolitiche per capirne il senso.

Tutti – me incluso – a contorcersi tra giustificazioni artefatte e contraddizioni palesi.

Stanno bombardando gli iraniani per difendere i diritti umani?

Stanno violando il diritto internazionale per difendere l'”ordine basato sulle regole”?

Stanno cercando di promuovere la democrazia esportando con le bombe uno Scià di seconda mano?

Stanno subendo danni e morti per il piacere di infliggere danni e morti al nemico?

C’è da uscirne pazzi.

A meno che…

A meno che la spiegazione non sia tanto semplice quanto complesse sono quelle scuse fittizie.

Basta pensare di aver a che fare con quello stesso tipo di esseri che vediamo dialogare nei file Epstein.

Quella gente non sta rischiando niente di persona; altri moriranno per loro. Non rischia niente Trump, non rischia niente Rubio, non rischia niente Hegseth, non rischia niente Netanyahu (la cui famiglia è a Miami), non rischia niente nessuno di quelli che prendono le decisioni più fatali.

Al contempo per loro e i loro sodali, ogni bomba usata sul nemico è una bomba da ricomprare, ogni radar distrutto dal nemico è un radar da ricomprare, ogni grattacielo distrutto è un futuro investimento immobiliare, ogni vittoria bellica è un incoraggiamento a spendere ancora nella stessa direzione, ogni sconfitta è un ammonimento a non aver speso abbastanza in passato.

Questa tipologia antropologica casca sempre in piedi.

Qualunque livello di distruzione umana e materiale ha un aspetto fruttifero per chi vive di commesse pubbliche (bisognerà fare pur qualche sacrificio per la sicurezza) e di capitali in cerca di investimenti redditizi. Non esistono strategie perdenti, purché tu riesca a convincere abbastanza gente che grandi atti di distruzione sono necessari.

Vedendo le cose da questo punto di vista, tutto cade perfettamente al suo posto.

Ogni contraddizione viene spianata, ogni nodo viene sciolto.

Se anche alla fine non hai raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente sbandierati (e QUANDO MAI sono stati raggiunti?), non c’è assolutamente nessun problema.

Avrai bruciato, insieme a donne, bambini, cittadini e soldati, una bella quantità di materiale bellico da rimpiazzare, una bella quantità di carburante da riacquistare.

Che ti frega del resto? Tu sei quello che governa la spesa prima e dopo la distruzione.

Lascia le formiche imbecilli laggiù in basso, e i giornalisti a molla, alle loro contorsioni dialettiche per fare spazio in qualche modo al “diritto internazionale”, alla “liberazione dei popoli”, al “conflitto di civiltà”, e altre cazzate.

Che si scervellino pure, tanto alla fine del falò a loro resterà la cenere, i conti da pagare, i morti da seppellire; a te e ai tuoi compagni di golf resterà un’isola in più.

Ma e il regno di Baal? E l’Anticristo? E il satanismo?

Ma perché vi immaginate Baal, l’Anticristo o Satana come alfieri di un Regno del Male? Perché alimentate l’idea romantica degli Imperatori delle Tenebre?

Mi spiace amici, ma il Male, il vero autentico inflessibile Male nel mondo non ha nessuna grandiosa “impresa maligna” da portare a compimento.

Questo gli darebbe comunque una dignità, gli imporrebbe una coerenza, lo costringerebbe a tener ferme strategie: in fin dei conti lo renderebbe “costruttivo”.

No, il Male sta in quella minuta meschinità di chi è disposto a dar fuoco al mondo per il solo gusto di avervi fottuto; e questo anche se in quel rogo dovesse finire lui stesso. E’ questa assurdità a renderlo potente: chiunque ragioni in termini di fini positivi, di una costruzione di vita, non riesce a seguirne i ragionamenti.

Il Male, come è stato detto altrove, è straordinariamente banale: è la dedizione di piccoli uomini dall’enorme frustrazione, capaci di spendere la vita, propria ma soprattutto altrui, per “ottenere profitti”, cioè per ottenere ulteriore potenza senza nulla di importante da farci, cioè – in ultima analisi – per sentirsi vincenti, per non percepirsi come “losers”, perdenti, sfigati.

Dedicare la propria vita ed energia alle battaglie del profitto è una vocazione reale, diffusa in molti ominicchi allevati nel grande pazzo serraglio della modernità, subumani che in ciò vivono la loro rivincita.

Il trionfo risentito del nulla.


Dio li fa e poi l’accoppia


(ANSA) –  “Con Renzi c’è l’idea di fare la Margherita 2.0 e il progetto politico lo presenteremo a breve in una conferenza stampa. C’è l’intenzione di strutturare le nostre forze a livello nazionale, come abbiamo fatto in consiglio regionale, qui in Campania, dove i nostri consiglieri eletti hanno dato vita a un gruppo unico consiliare”.

Lo ha detto il leader di Noi di Centro, Clemente Mastella, commentando il risultato elettorale per il rinnovo del consiglio provinciale di Benevento dove il partito dell’ex Guardasigilli è riuscito a far eleggere cinque consiglieri su dieci. “Un risultato importante – ha aggiunto Mastella – che con il presidente Nino Lombardi (di Nd) ha anche la maggioranza assoluta”.


Siamo nelle mani di un pazzo


TRUMP, CI ABBIAMO MESSO UN’ORA A ELIMINARE LA LEADERSHIP DELL’IRAN

(ANSA) – WASHINGTON, 02 MAR – “Avevamo programmato quattro settimane per eliminare la leadership iraniana e ci abbiamo messo un’ora”. Lo ha detto Donald Trump. “Siamo in anticipo sul programma”, ha detto.

TRUMP, AVEVAMO PREVISTO 4-5 SETTIMANE MA POSSIAMO ANDARE OLTRE

(ANSA) – WASHINGTON, 02 MAR – “Avevamo preventivato 4-5 settimane ma abbiamo la capacità di andare oltre”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca parlando dell’operazione in Iran. “Continuiamo con determinazione per soffocare la minaccia, prevarremo”, ha detto.

TRUMP, CONTINUIAMO A CONDURRE OPERAZIONI SU VASTA SCALA IN IRAN

(ANSA) – WASHINGTON, 02 MAR – “Continuiamo a condurre operazioni su vasta scala in Iran”. Lo ha detto Donald Trump ad una cerimonia alla Casa Bianca. Trump ha elencato i quattro obiettivi dell’operazione militare in Iran. “In primo luogo, stiamo distruggendo le capacità missilistiche dell’Iran”, ha detto. “In secondo luogo, stiamo annientando la loro marina. Abbiamo già distrutto dieci navi”, ha aggiunto il presidente.   

“In terzo luogo, stiamo facendo in modo che il principale sponsor mondiale del terrorismo non possa mai ottenere un’arma nucleare, non avrà mai un’arma nucleare”. E infine  “stiamo facendo in modo che il regime iraniano non possa continuare ad armare, finanziare e dirigere eserciti terroristici al di fuori dei propri confini”.

TRUMP, ‘CON MISSILI E ARMA NUCLEARE IRAN UNA MINACCIA INTOLLERABILE’

(ANSA) – WASHINGTON, 02 MAR – Dopo gli attacchi di giugno “avevo avvertito l’Iran di non riavviare il programma nucleare”. Lo ha detto Donald Trump ad una cerimonia alla Casa Bianca. Teheran con i missili a lungo raggio e l’arma nucleare sarebbe stato una “minaccia intollerabile”, ha aggiunto.

TRUMP, ‘HO COLTO L’ULTIMA E MIGLIORE CHANCE PER ATTACCARE L’IRAN’

(ANSA) – WASHINGTON, 02 MAR – “Ho colto l’ultima e la migliore chance per attaccare l’Iran”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca ribadendo che “lo scopo del programma missilistico di Teheran era quello di proteggere il loro sviluppo di armi nucleari e rendere estremamente difficile per chiunque impedire loro di produrre queste armi nucleari, da noi proibite”. “Tutti ci sostenevano. Semplicemente non hanno avuto il coraggio di dirlo”, ha aggiunto.

IRAN: TRUMP, ONOREREMO I CADUTI E VINCEREMO FACILMENTE

(AGI) – New York, 2 mar. – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso di vendicare la morte di quattro soldati americani, uccisi dalla risposta iraniana all’attacco Usa.

“In loro memoria, continuiamo questa missione con una determinazione feroce e incrollabile per schiacciare la minaccia che questo regime terroristico rappresenta per il popolo americano, e minaccia lo e’ davvero”, ha detto Trump parlando alla Casa Bianca. “Abbiamo l’esercito piu’ forte e potente, di gran lunga, del mondo, e prevarremo facilmente”, ha aggiunto.


Meloni all’assalto del sistema di potere tricolore


Prima di lasciare palazzo Chigi vuole prendere tutto: legge elettorale, Rai, grandi partecipate di Stato. Si pensa alle urne anticipate per fare il più grande risiko di potere della destra italiana. Prima che il vento cambi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – A Palazzo Chigi la chiamano “normalizzazione”, nei corridoi la sussurrano come “operazione pigliatutto”. Nel mirino di Giorgia Meloni non c’è solo la prossima campagna elettorale, ma l’architettura del sistema di potere nazionale dei prossimi dieci anni. Altro che gestione dell’ordinario: qui si gioca d’anticipo, con il cronometro in mano.

Primo tassello: la legge elettorale. In maggioranza la vendono come “Stabilicum”, parola che sa di efficienza e governabilità. Ma sarebbe meglio chiamarla “Meloncellum“. Per le opposizioni è il ritorno mascherato del Porcellum, con trucco e parrucco. Addio collegi uninominali del Rosatellum, proporzionale con premio robusto: 70 seggi alla Camera, 35 al Senato, soglia al 3 per cento e zero preferenze. Tradotto: coalizioni blindate e liste in mano ai capi. L’obiettivo? Mettere il campo largo davanti allo specchio delle sue divisioni e costringerlo a perdere le elezioni.

maledetto tempo

Il timing non è casuale. La finestra ideale, come da noi anticipato più volte, è ottobre 2026. Un anno prima della scadenza naturale. Perché aspettare di logorarsi quando si può capitalizzare? Se il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati passa con una valanga di Sì, la premier si presenta alle urne con il trofeo in mano. Se invece vince il No, meglio votare subito e trasformare la sconfitta in chiamata alle armi contro “le toghe politicizzate”. In entrambi i casi, l’idea è una: sorprendere.

Ma il retropensiero vola anche oltre Atlantico. Le midterm americane incombono (a novembre) e l’ombra di Donald Trump si allunga fin dentro Palazzo Chigi. Se a Washington il fronte trumpiano dovesse uscire ammaccato, l’effetto domino sui governi affini potrebbe essere meno simbolico di quanto si pensi. Uno stallo negli Stati Uniti significherebbe mercati nervosi e alleati meno spendibili. Meglio chiudere la partita prima che il vento in America cambi.

Nel frattempo si stringono i bulloni del potere domestico. Aprile: nomine delle partecipate, partita da miliardi e da poltrone strategiche. Luglio: riforma della governance della Rai (riforma si fa per dire perché in ogni caso il il controllo rimane in mano ai partiti e quindi al governo) sotto l’ombrello dell’European Media Freedom Act. Nuovo cda con scadenza 2031, blindatura settennale. L’attuale ad Giampaolo Rossi potrebbe essere riconfermato mentre nei corridoi si fa il nome del direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci per un avanzamento. Fantapolitica? In via Asiago nessuno ride.

Capitolo sicurezza: a maggio scade il vertice della Guardia di Finanza. L’attuale comandante Andrea De Gennaro è in uscita. Nella rosa circolano Bruno BurattiUmberto Sirico e Francesco Greco. Ma chi conosce il metodo meloniano sa che l’outsider è sempre dietro l’angolo. L’importante per palazzo Chigi è che sia un uomo di fiducia, in una stagione in cui fisco, Pnrr e controlli incrociano politica e affari.

Il quadro è chiaro: legge elettorale su misura, referendum come trampolino, voto anticipato per congelare i consensi ed evitare il logoramento, Rai e grandi partecipate di Stato in sicurezza gestite da fedelissimi, vertici sensibili allineati. Poi se tutto va in porto nel ’29 sarà un gioco da ragazzi prendersi il Quirinale. Un risiko che punta a lasciare all’opposizione solo le briciole (e forse nemmeno quelle) e a trasformare una legislatura fortunata (Meloni al governo ci è arrivata grazie alle divisioni del campo largo) in un ciclo lungo. La scommessa è alta: se l’all-in riesce, il banco resterà alla destra per molti anni ancora. Se salta, resteranno comunque in mano alla destra i principali centri di potere tricolore. Un modo per sedimentare il consenso e creare non pochi problemi e grattacapi a chi verrà dopo.