«Sarebbe bene diffidare di coloro che costruiscono l’avvenire. Soprattutto quando, per costruire l’avvenire di uomini non ancora nati, hanno bisogno di fare morire gli uomini vivi. L’uomo è materia prima soltanto della propria vita» Jean Giono (Mi rifiuto di obbedire)

(Andrea Malaguti – lastampa.it) – Nel mondo è l’ora della destra. Il pensiero che si è affermato è di destra. Il pensiero che conta è di destra. E di destra è l’egemonia culturale, a dispetto di tanti surreali giudizi rovesciati. Persino la visione del futuro, gli strumenti per realizzarlo, le straordinarie nuove tecnologie sono di destra. Viviamo nel culto dell’autorità sbrigativa, delle decisioni prêt-à-porter, del fastidio esplicito per qualunque forma di discussione e di confronto. Il tono assertivo travolge quello dubitativo. Rifiutiamo la complessità. L’azione vale più del pensiero, scardinando la tessitura tipica dei progressisti di ogni dove. «La differenza tra Donald Trump e chi è venuto prima di lui è l’azione», ha scandito orgoglioso davanti ai potenti della terra riuniti a Davos il segretario di Stato Marco Antonio Rubio, rivelando la formula magica della Casa Bianca. Fare. Non importa come, con quali danni e quali risultati. Fare significa Essere. Dominare. Imporsi. La geopolitica e le organizzazioni sociali come un ring. Uno resta in piedi, l’altro va al tappeto. Naturalmente, folla in delirio. Lezione amara, che dovrebbe dire qualcosa persino a Bruxelles.
Ad applaudire Rubio alcuni dei più potenti, spietati e geniali tecno-feudatari americani, Alex Karp, Jensen Huang, Elon Musk. Billionaires che pavimentano la strada del futuro. Non semplicemente il loro, quello di tutti. Abbiamo bisogno di punti fermi.
E loro li danno. Di uomini forti. E loro lo sono. Di decisionisti che ripiegano le democrazie come bandiere ritirate da un pennone dopo un funerale. E loro non chiedono di meglio.
Come sopra, l’Unione dovrebbe prendere appunti. Non per copiare. Per capire e reagire. Non c’è stato bisogno di nessun colpo di Stato. Semplicemente è successo. Semplicemente, per molti è un bene. Vale per Mamma America, per l’Argentina, per una larga parte della Francia e della Germania. E vale per un pezzo d’Italia. L’attrazione per dinamiche russe, o cinesi, ha avuto la meglio sulle complicate costruzioni egualitarie a cui si erano vincolati l’Europa e l’Occidente nel dopoguerra, producendo crescita, sviluppo, uguaglianza, opportunità, scolarizzazione e aumento del benessere e delle aspettative di vita. Evidentemente non è bastato.
I satelliti, i Big Data, gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, eccolo l’armamentario dell’Uomo Nuovo. In guerra e in pace. Ma soprattutto in guerra. È nel disordine e nel conflitto, nell’incertezza e nella paura, che il Capitalismo della Sorveglianza – capace di mettere a disagio persino un numero sempre più significativo di banchieri planetari – moltiplica la propria forza, il proprio peso, il proprio potere e il proprio patrimonio. I satelliti decidono il destino degli scontri armati, a Kiev come sul Mar Rosso, gli scudi spaziali definiscono le gerarchie delle Nascenti Fortezze Globali e l’Occhio invisibile di Palantir scheda, individua e denuncia gli esseri umani destinati all’espulsione a Minneapolis e in ogni altro luogo in cui la presenza di uno “straniero” non è gradita. La caccia all’uomo dell’Ice non è certo un inedito nella storia. È semplicemente la chiusura di un cerchio. I primi schiavi arrivano in Virginia all’inizio del Seicento, portati da una nave olandese. Da lì in avanti comincia un commercio florido e sempre più disumano. Era un’America che gli “stranieri” li importava e li incatenava, sfruttandoli come manodopera pagata a colpi di frusta. Oggi li mastica e li sputa. E quando nel 1793 il Congresso approva la legge sugli schiavi fuggitivi, controfirmata da George Washington, nasce un vero e proprio esercito di Slave Patrols, Cacciatori di uomini, con la stessa attitudine alla violenza indiscriminata e la stessa licenza di uccidere dell’Immigration and Customs Enforcement. In un inatteso e bestiale gioco dell’oca, siamo tornati alla casella di partenza. Come si fa a non credere a Vico?
Domanda: questo cammino apparentemente inesorabile e condiviso, è in grado di produrre un nuovo sistema equilibrato e vantaggioso per la maggior parte di noi? Io penso di no. Certo di essere minoranza. Basta con il capello spaccato in quattro degli evoluzionisti woke, degli accademici e degli intellettuali, ci penserà il rapido, travolgente, entusiasmante, rigore tecnologico dei pirati della cybersicurezza, a ristabilire l’ordine, esaltando le economie di guerra. Questo è lo spirito di un tempo in cui chi fosse interessato alla ricostruzione di Gaza è costretto a sedersi al tavolo con i tiranni variopinti di un’Onu alternativa e avvelenata chiamata Board of Peace. Non esistono alternative. Salvo aggrapparsi a Jean Giono: «Sarebbe bene diffidare di coloro che costruiscono l’avvenire. Soprattutto quando, per costruire l’avvenire di uomini non ancora nati, hanno bisogno di fare morire gli uomini vivi. L’uomo è materia prima soltanto della propria vita». Analisi prodotta negli Anni Trenta, da scolpire in eterno nelle nostre menti.
L’auto-candidatosi premio Nobel per la Pace Donald Trump, dopo avere risolto le perplessità dei sauditi, degli emiratini e dei qatarioti (preoccupati dalla capacità di Teheran di distruggere i loro pozzi di petrolio), è pronto ad entrare in Iran. Poi toccherà forse alla Nigeria – «Nessun altro Paese dispone della nostra forza» – in un’escalation finalizzata a tagliare le fonti di rifornimento ai cinesi e che spiega anche l’esfiltrazione del dittatore Maduro dal Venezuela. La logica del dominio non ha mai fine. Alimenta sé stessa, si avvita alle proprie paure, moltiplica le proprie ansie. Ma i motori sono accesi, la corsa è partita, e nessuno sa chi finirà per pagarne il prezzo.
Un dubbio che deve colpire persino Giorgia Meloni, la cui solidità e stabilità interna sarebbero state certamente meglio garantite da un’amministrazione americana di segno opposto. La lucida follia di Donald Trump sta diventando un fattore di destabilizzazione anche per lei, il suo principale fattore di debolezza, rendendo visibile il suo imbarazzo. Un inedito, per chi, come Meloni, è capace di navigare anche nei mari più agitati, grazie ad un istinto politico tanto opinabile quanto raro. Che fare, adesso? Allinearsi all’adorazione che sconfina nell’obbedienza cieca per Trump non è più possibile. Come fai a stare serenamente dalla parte di chi accetta e giustifica gli omicidi a sangue freddo dell’attivista Renée Good e dell’infermiere Alex Jeffrey Pretti e promuove la sua sola coscienza a parametro universale del giusto e dell’ingiusto?
Ma è difficile per lei, per la sua parte, per la sua destra, anche prendere le distanze dal nuovo corso della Storia che accelera i processi e trasforma le relazioni internazionali imponendo il respiro della Silicon Valley, perché proprio di quel respiro marziano e marziale è innamorato il suo elettorato.
I dettagli di questi giorni indicano le prime vere difficoltà di Palazzo Chigi. La posizione ancora oggi marginale e radicale dell’estremismo vannacciano può diventare un elemento decisivo di una tornata elettorale più vicina di quanto sembri, il granello di sabbia che ingolfa il potente motore dell’esecutivo. Farsi rosicare un banale 3% dal lato oscuro della forza, potrebbe far precipitare la premier, pressata anche dall’infelicità aggressiva di Salvini, in una posizione d’inaspettata minoranza. Persino l’esito del referendum sulla giustizia non appare più scontato. I sondaggi danno il Sì ancora in vantaggio, ma con il No in impensabile recupero. Inoltre, c’è il caso Niscemi. La terra che frana. Le case in bilico. Gli abusi. Le liti. L’attivismo rivendicativo mostrato da Meloni quando ad essere piegata dalle alluvioni fu la rossa Romagna, si è trasformato in cauto appoggio solidale nella Sicilia guidata dall’eterno Renato Schifani, erede più prossimo del ministro di Fratelli d’Italia Nello Musumeci. In un pianeta che scivola senza freni su un piano inclinato, la presidente del Consiglio – chiamata alla sfida più dura e per lei paradossale, quella di trainare la rifondazione europea – è costretta per la prima volta in tre anni a farsi domande su chi vuole essere davvero. E quale prezzo è disposta a pagare per la propria stabilità. Come spiega Jean Giono, la voce ferma e lo sguardo feroce impediscono la pietà, sentimento mai stato tanto necessario. E al quale neppure la destra egemone è in grado di rinunciare, pena la rottura definitiva del patto sociale.
Leonardo Maria De Vecchio a Otto e mezzo ha praticato l’arte antica della sprezzatura: mostrarsi indifferente mentre tutti cercano di interpretarlo. I social si sono fermati all’acconciatura, la politica alle etichette di destra e sinistra. Lui, intanto, parlava solo di una cosa: vendere pubblicità. Il resto è rumore

(di Ottavio Cappellani – mowmag.com) – Mostrare mezzo cu*o, mostrare mezzo cu*o, mostrare mezzo cu*o, in Sicilia fa parte dell’educazione del giovinetto per bene. In Inghilterra lo chiamano understatement, che significa “mostrare mezzo cu*o”. Ne parleremo a proposito di Leonardo Maria De Vecchio, che ospitato da Lilli Gruber ha fatto impazzire di felicità i social (che sono sempre pronti a impazzire di felicità sui social – sì, è una tautologia).
E in realtà alcuni commenti sono davvero spassosi. Sì, è senz’altro uguale a Herbert Ballerina con gli occhiali e sembra – sembra – parlare come lui (immagino che Herbert Ballerina sia il più felice di tutti, potrà fare a Leonardo Maria Del Vecchio quello che Ubaldo Pantani ha fatto a Lapo Elkann, Fabio Fazio è avvisato). Sì, sembra essere andato, poco prima della trasmissione, dallo stesso parrucchiere del compianto Valentino Garavani – “una capigliatura scolpita nel legno”, questa non è dei social ma del New Yorker. Sì, ha sbagliato gli occhiali che con quel capello e quella barba lo faceva sembrare un mix riuscito tra un travestimento di una spia anni ‘70 (in una qualche commedia) e Groucho Marx – avete presente gli occhiali con il naso e i baffi? Sono effettivamente – o fattualmente, come si usa oggi – uguali. Ma…

Se però vogliamo andare più a fondo delle semplici battute irriflesse dei social bisogna capire che Leonardo Maria Del Vecchio è ricco. E’ nato ricco, è cresciuto ricco e ancora oggi è ricco. Di una di quelle ricchezze solide che possiedono, come si dice, capitale e liquidità. Di una di quelle ricchezze che non vende ma compra. Di una di quelle ricchezze che ti permettono di trattare Lilli Gruber, Massimo Giannini e Italo Bocchino come studenti delle elementari ai quali spiegare come funziona il mondo: perché in fondo siamo tutti così agitati a scalarlo, il mondo, coltivando la nostra, come dire, “smartitudine”, la nostra furbizia, il nostro eloquio, la nostra convinzione di comprendere i retroscena, la nostra prontezza di riflessi, che non riusciamo a comprendere come qualcuno possa, semplicemente, fottersene. E Leonardo Maria Del Vecchio se ne è fottuto alla grande. Ed ha praticato con maestria l’antica e spesso dimenticata arte della “sprezzatura”, la cui definizione è: “Atteggiamento improntato a un senso di superiore distacco, con una gradevole apparenza di spontaneità e di naturalezza”. Che tradotto in altri termini è sempre quello: mostrare mezzo cu*o.

Quello che vuole fare Leonardo Maria Del Vecchio è semplice: vendere pubblicità. Creare una Media Company che comprenda in sé, ovviamente, anche la rete, ma che abbia nel portafoglio anche quelli che lui chiama “campioni”. Per questo non gli interessa minimamente il DNA di un qualunque giornale (non gli interessa, per questo non ha intenzione di cambiarlo). “Repubblica” è un “campione” come un “campione” sono “Il Giorno”, “Il Resto del Carlino” e “La Nazione” che ha acquistato. Così come un “campione” (“di Montanelli” ha infatti specificato LMDV) è “Il Giornale” di cui possiede il 30%. Le domande di Lilli Gruber e di Massimo Giannini erano ingenuotte, provinciali, fatte da un mondo distante e inifluente, quello della stampa “di destra” o “di sinistra”. Domande tipo: “Ma non c’è una contraddizione nell’avere azioni de Il Giornale, che è di Destra e volere comprare La Repubblica, che è di Sinistra?”. Leonardo Maria De Vecchio vuole comprare i “marchi”, non i giornalisti, o meglio vuole comprare i giornalisti nella misura in cui sono coloro che hanno creato il “marchio” (quest’ultima frase l’ho dovuta aggiungere per non sembrare troppo competente e mostrare mezzo cu*o).
Anche la domanda sull’eventuale acquisto di una televisione appare altrettanto ingenua. E difatti Del Vecchio ha risposto, praticamente, “un passo alla volta”. Lui vuole vendere pubblicità, che è stato il vero successo di Silviio Berlusconi (la sua discesa in politica fa parte di una narrazione parallela che poco ha a che vedere col bisinissi). E per vendere pubblicità bisogna ancora capire se bisognerà possedere una televisione generalista o una piattaforma. Del Vecchio lo ha detto: vuole vendere “prodotti alle aziende”. Questo è il vero New Media. La politica non c’entra nulla. Del Vecchio lo ha detto banalmente e semplicemente, come uno studente del primo anno della Bocconi, perché non c’è altro modo per dirlo. E’ una cosa semplice. E’ stata la trasmissione Otto e Mezzo a volerla rendere più complessa di quanto è.

Ha anche detto, Del Vecchio, di avere già acquistato una compagnia che si occupa di marketing attraverso l’intelligenza artificiale. Pochi lavoratori, massimo rendimento. Saranno così le Media Company del futuro. Mi sembra che il giovane Del Vecchio abbia le idee chiare. Creerà valore aggiunto? Creerà posti di lavoro oltre che plusvalore? Magari forse erano queste le domande che gli andavano fatte, se proprio si volevano fare domande sull’uso dei “media”. Ma si sarebbe dovuta affrontare la realtà del nostro mondo e dei nostri progressi tecnologici. Invece, la politica è fatta così: la politica fa solo “comunicazione”, non ha più contatto con il cosiddetto paese reale; la politica si preoccupa dei “media” mentre i “media”, quelli in mano ai “veri ricchi” (non quelli in mano a chi vuole diventare ricco “con” la politica) pensano invece semplicemente agli affari. Lilli Gruber, Massimo Giannini (e anche un po’ Italo Bocchino) erano fuori dal mondo, che invece Leonardo Maria Del Vecchio aveva ben presente. O la pensate diversamente?

(di Marcello Veneziani) – Ho visto La grazia di Paolo Sorrentino ma non vi parlerò del film bensì del tema che ha innescato. Per cominciare definiamo la grazia. A dir la verità noi conosciamo tre grazie, piuttosto diverse tra loro: c’è la grazia che si accoppia alla giustizia, sin nel nome del ministero preposto e che si esprime nell’atto di clemenza del capo dello stato verso un condannato. C’è la grazia che viene dal cielo e dal divino, tramite i santi, che coincide col miracolo, di cui la grazia del sovrano o del presidente era una versione secolare, un riflesso umano. E c’è infine la grazia intesa come garbo, stile, bellezza dei modi, un tempo riferita soprattutto al ”gentil sesso” o ai signori (sua grazia, si dice ancora di alcuni regnanti). Sono tre grazie diverse, una metafisica-provvidenziale, una etico-giuridica e una estetico-spirituale. A proposito di quest’ultima, ricordo da bambino il settimanale femminile Grazia, parente di Panorama, e una sua famosa rubrica di buone maniere, intitolata Saper vivere, tenuta per anni da Donna Letizia, nom de plume di Colette Rosselli, moglie di Indro Montanelli.
Il titolo del film di Sorrentino è bello e chiaro ma regge su un equivoco, un qui pro quo alimentato lungo tutto il film. Si intrecciano nella trama del film due cose diverse e indipendenti: la grazia vera e propria, richiesta al presidente della repubblica per due detenuti, con storie diverse, che stanno scontando la pena per aver commesso un omicidio; e la firma del capo dello Stato, titubante se non riluttante agli inizi, al disegno di legge per introdurre in Italia l’eutanasia. Ma con la grazia l’eutanasia non c’entra perché si tratta di riconoscerla o meno come un diritto e con una legge; non è un atto straordinario di clemenza, una concessione “graziosa” dall’alto e una tantum. Il sottinteso che percorre il film è che l’eutanasia sia come una grazia concessa a chi sta morendo, per risparmiare loro la pena di una vita terminale di sofferenze. Ma il tema centrale del film, anzi l’unico argomento che viene ripetuto come la chiave del film, è che ciascuno può disporre della sua vita come crede. Di chi sono i nostri giorni?
Chiede la figlia del presidente a suo padre e sottintende la risposta: i nostri giorni appartengono solo a noi, non ad altri, non alla Chiesa, alla famiglia, allo Stato o ai protocolli della sanità. Una domanda che esclude a priori ogni altra considerazione sull’eutanasia e riduce la posizione della Chiesa al dogma irrazionale, alla pregiudiziale difesa a oltranza da imporre con l’autorità della tradizione e l’imperativo della fede. Sorrentino, spesso curioso del mondo cattolico, dà una pessima immagine della Chiesa, del Papa, dei cattolici coerenti; non riconosce nemmeno dignità ai loro argomenti. Libero di non condividerli, ma non può ridurli a una caricatura ottusa.
C’è poi un’altra frase, di apparente profondità, che dà l’impronta al film; una frase che ha subito fatto sua Walter Veltroni. La pronuncia Toni Servillo, nei panni del presidente, quando dice che la grazia è la bellezza del dubbio. A me sembra una grande sciocchezza. La grazia non viene data sulla base del principio in dubio pro reo, ossia nel dubbio mi pronuncio a favore del presunto colpevole perché la grazia è un atto libero e sovrano che viene compiuto nei confronti di un condannato per una colpa già accertata, su cui non sussistono dubbi. La grazia, semmai, è il bene che dirotta il giusto, e interrompe il corso della giustizia con un atto di clemenza, generoso e umanitario. Il dubbio non c’entra, semmai c’entra il pentimento reale di chi ha ucciso. Con la grazia il male compiuto viene separato dal suo autore, e ridotto ad errore; al posto dell’azione malefica, resta il pentimento di chi l’ha compiuta. Ancora più stupido è sostenere che la bellezza sta nel dubbio. La bellezza non c’entra niente col dubbio: la bellezza è una categoria estetica e spirituale, non etica o giuridica; c’entra con l’armonia, la chiarezza, la proporzione, l’ordine e la grazia, ma non quella concessa dai presidenti, bensì quella inerente al bel modo di essere e di fare.
Il dubbio può assalire il presidente se concedere la grazia oppure no, o se firmare la legge sull’eutanasia oppure no, ma riguarda lui, non la grazia o l’eutanasia, che sono invece frutti di una decisione, di una scelta che spezza ogni dubbio. E nel suo dubbio che precede la scelta non c’è la bellezza, c’è semmai la fragilità dell’umano e il tormento.
La bellezza è un’altra cosa, è splendor veritatis, avrebbe detto Giovanni Paolo II, lo splendore della verità, non del dubbio.
Facendola sua, Veltroni ha dato una lettura politica e ideologica, oltre che morale e intellettuale, della superiorità del dubbio e di chi dubita sulle certezze e su chi vive di certezze. Ma bisognerebbe innanzitutto distinguere, come faceva Cartesio, tra dubbio come metodo per avvicinarsi alla verità e dubbio sistematico che non porta a nulla. Poi bisogna distinguere tra tipi di dubbi e tipi di certezze: ci sono certezze fondate sull’evidenza, che non si possono negare, certezze che ci aprono alla vita, che ci fanno vivere e generano bene e ci sono certezze come chiusure, rifiuto di vedere la realtà e le incertezze, frutto di ottusità, egoismo e intolleranza. Ma la stessa cosa vale per i dubbi. A volte, poi, i fautori dichiarati di dubbi si rivelano dogmatici, liberticidi e intolleranti su altri piani: come, per esempio, i fautori dell’ideologia woke e del bigottismo progressista. Ma questa è un’altra storia e non c’entra con la grazia, semmai con la disgrazia…

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Esattamente un anno fa, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) condannava l’Italia per non aver tutelato il diritto alla vita dei suoi cittadini. La CEDU, con una sentenza storica, ha certificato l’abbandono istituzionale nei confronti degli abitanti della Terra dei Fuochi. Contestualmente, i giudici europei hanno imposto allo Stato italiano di mettere in campo, nel giro di due anni, una strategia volta alla bonifica di un’area comprendente 90 comuni campani, con l’obiettivo di salvaguardare la salute di quasi 3 milioni di persone. Al primo giro di boa, l’azione istituzionale risulta non essere decollata del tutto, tra interventi limitati e risorse insufficienti, come certificato dal Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo, nato a luglio a seguito della sentenza CEDU, si è posto a guida del fermento dal basso che anima la società civile campana, a cui i giudici europei hanno riservato un ruolo centrale, affidando loro il monitoraggio dell’esecuzione della sentenza.
Negli anni ’80, il sodalizio tra classe imprenditoriale, massoneria, politica e camorra trasformò l’area della Campania felix in Malaterra, sversando milioni di tonnellate di rifiuti ovunque fosse possibile: corsi d’acqua, terreni, strade. I rifiuti venivano poi dati alle fiamme, moltiplicando i tassi di inquinamento. Per indicare tale schema di distruzione sistematica della vita umana e dell’ambiente è stato scelto il termine biocidio.
Per i primi anni, il fenomeno criminale è andato avanti a fari spenti, all’ombra dell’interesse mediatico. Poi si sono susseguite le prime confessioni dei pentiti (Carmine Schiavone su tutti), gli studi scientifici e rilevazioni varie. Come riportato dalla sentenza n. 51567/14 del 2025 della CEDU, le autorità erano a conoscenza dello sversamento illegale dei rifiuti almeno dal 1988 ma le risposte sono tardate ad arrivare.
Nel corso degli anni, sia i governi sia gli enti locali non hanno messo in campo una strategia efficace, esponendo circa 3 milioni di persone a inquinamento ambientale e dunque a elevati rischi per la salute. Nello specifico, la CEDU — l’organo che giudica il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo — ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 2 del trattato, relativo al diritto alla vita. I giudici europei hanno così messo nero su bianco una verità che gli abitanti della Terra dei Fuochi conoscevano da anni, perché vissuta sulla propria pelle, tra malattie e morti premature. La sentenza ha, in altre parole, coronato la lotta dei cittadini contro il negazionismo e le accuse di allarmismo.
Preso atto dell’inerzia italiana, la CEDU ha disposto diverse misure vincolanti, come la bonifica del territorio, il monitoraggio costante e indipendente, la trasparenza sulle informazioni ambientali e sanitarie. Per adeguarsi alle prescrizioni, sono stati dati all’Italia due anni di tempo, a partire da maggio 2025, quando la sentenza del 30 gennaio è diventata definitiva. A un anno di distanza dall’intervento dei giudici europei è possibile tracciare un primo bilancio — non troppo confortante — della risposta messa in campo dalle istituzioni nella Terra dei Fuochi.

«Il bilancio non sta a 0 ma a -1. Serve un deciso cambio di rotta per adeguarci alla sentenza europea», dice Raniero Madonna, membro del Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo ha organizzato a Napoli una conferenza stampa per fare il punto della situazione a un anno esatto dall’intervento della CEDU. Nella stessa giornata è stato lanciato il Forum civico che, proprio come il comitato, avrà il compito di vegliare sull’attuazione della sentenza, facendo da raccordo tra società civile e istituzioni, a partire dal livello più prossimo, quello locale. Il forum continuerà dunque il lavoro condotto dal comitato (e dalle tante associazioni che lo hanno preceduto) con l’obiettivo di raccogliere segnalazioni di roghi e sversamenti, così come delle criticità sul territorio, monitorando lo stato delle bonifiche. A ciò si affianca l’elaborazione di proposte volte alla cura e alla rigenerazione di un’area vasta 1076 km², comprendente 90 comuni campani.
Durante la conferenza stampa del 30 gennaio, i cittadini riunitisi nel Comitato per la dignità e per la vita hanno ribadito le responsabilità delle istituzioni verso il fenomeno Terra dei Fuochi. Sono state poi contestate tanto l’inerzia storica quanto le risposte recenti, a partire dal commissariamento. Poco dopo la sentenza CEDU, il governo Meloni ha infatti nominato il generale Giuseppe Vadalà commissario straordinario per la bonifica della Terra dei Fuochi. Il comitato ha riconosciuto a Vadalà l’impegno nella mappatura dei siti contaminati così come per la rimozione superficiale dei rifiuti (pari a 1700 tonnellate sulle 2700 previste). Tali operazioni hanno impegnato quasi la metà degli appena 60 milioni di euro stanziati dal governo, 45 provenienti dal Ministero dell’Ambiente e 15 previsti dal decreto-legge n. 116/2025 approvato ad agosto. Nei prossimi mesi, buona parte dei fondi rimanenti (circa 23 milioni) dovrebbero essere assegnati per completare la rimozione dei rifiuti in superficie, all’interno dei siti mappati.
Le cifre in ballo, però, sono ben più alte. Secondo le stime prodotte da Vadalà, infatti, servirebbero almeno 2,5 miliardi di euro soltanto per completare la bonifica di 81 siti di competenza pubblica, attraverso interventi spalmati su 10 anni. 14 di questi 81 siti sono aree di interesse primario, ma lo stato complessivo dell’avanzamento degli interventi di bonifica è fermo al 35%. Su 826 ettari di terreno analizzati, 110 sono stati dichiarati inidonei alla coltivazione e dunque interdetti.
Pur riconoscendo l’impegno del commissario Vadalà, che ha elaborato mensilmente dei rapporti sulle attività svolte, il Comitato per la dignità e per la vita rigetta la narrazione emergenziale che accompagna il commissariamento. I cittadini puntano piuttosto sulla gestione del fenomeno attraverso gli organi democratici ordinari. A Palazzo Chigi, così come per enti locali e agenzie specializzate – gli abitanti chiedono comunque un netto cambio di passo.
L’organizzazione in comitati e forum permette ai singoli di ottenere maggiore forza contrattuale, al fine di richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità, da assolvere in proprio e, almeno per un altro anno, in sinergia col commissario straordinario. Il comitato denuncia carenze su entrambe i profili; ai vari comuni della Terra dei Fuochi è stato chiesto di prendere formalmente atto dell’intervento giudiziario europeo, agendo così per la tutela effettiva del diritto alla vita. «In questo quadro, procedimenti autorizzativi relativi a nuovi impianti e il persistente ricorso alla combustione dolosa come forma sistemica di smaltimento illegale stanno determinando forti preoccupazioni e mobilitazioni civiche in diverse aree del territorio, tra cui l’area industriale di Aversa e, in modo particolarmente critico, l’agro caleno», scrivono i cittadini. Pur non avendo ancora dati definitivi sui roghi verificatisi nel 2025, è certa la loro persistenza, tanto da essere una costante nella vita di milioni di persone. In diversi casi, a bruciare sono gli impianti deputati allo smaltimento rifiuti. Quest’estate gli incendi di Teano e Pastorano sono risultati tra i più devastanti, con migliaia di tonnellate di rifiuti in fiamme e diossine sprigionate nell’aria.
Nella lettera inviata ai comuni, i cittadini riprendono i passaggi della sentenza CEDU, pretendendo «sorveglianza sanitaria delle fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare di quella pediatrica». «La piena attuazione di tale sorveglianza — continuano — richiede che i dati ambientali e sanitari siano resi disponibili in modo trasparente, accessibile e verificabile, attraverso strumenti di accesso pubblico».
La via tracciata dalla CEDU e rivendicata dai cittadini è quella di una collaborazione multilivello tra autorità e società civile. A tal proposito, un segnale incoraggiante proviene da Caserta, dove a ottobre è stata attivata la Conferenza dei servizi, quale «sede di confronto e coordinamento tra enti locali e territoriali, istituzioni sanitarie, tecnico-amministrative e soggetti portatori di interessi civici qualificati».
L’interfaccia continua tra cittadini e istituzioni, intuita dalla CEDU, è un primo passo per ricomporre il danno decennale causato agli abitanti della Terra dei Fuochi. «Qui non ci sono vittime — dice Enzo Tosti, storico volto delle lotte ambientaliste campane – ma persone che rivendicano sulla propria terra diritti che nessuno può più mettere in discussione». Per farlo, la logica dell’emergenzialità deve cedere il passo a quella della gestione globale, che metta insieme cura, sostenibilità ambientale, opportunità sociali e lavorative.
Domani vertice a Palazzo Chigi: il pacchetto sicurezza atteso mercoledì in Consiglio dei ministri, si spinge per qualificare la tutela come «urgente»

(di Manuela Perrone – ilsole24ore.com) – I violenti scontri di ieri a Torino al corteo contro lo sgombero di Askatasuna, con i video dell’agente preso a calci e a martellate che hanno fatto il giro del web, accelerano l’iter del pacchetto sicurezza, atteso mercoledì in Consiglio dei ministri. «Ecco perché servono le nuove norme», è il coro partito dal Governo. E la premier, Giorgia Meloni, ha annunciato una riunione ad hoc per domani mattina.
Due misure, in particolare, l’Esecutivo indica come urgenti e dunque meritevoli di transitare dal veicolo del disegno di legge, dove il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi le aveva prudentemente collocate, a quello del decreto legge: la stretta sul porto di coltelli e la tutela processuale per evitare automatismi per l’iscrizione nel registro degli indagati, uno “scudo” pensato innanzitutto per le forze dell’ordine.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha chiamato Piantedosi a sera per chiedergli di trasmettere la sua solidarietà all’agente aggredito e a tutte le altre forze dell’ordine che hanno subito violenze. Ed è sul tasto della cronaca che, nelle interlocuzioni con il Colle, sta battendo Palazzo Chigi per superare i dubbi sull’effettiva necessità e urgenza delle due misure. Prima l’accoltellamento letale di Youssef Abanoub da parte di un compagno in una scuola a La Spezia, poi il caso del poliziotto indagato per omicidio volontario per aver ucciso il 28enne Abdherraim Mansouri durante un controllo antispaccio a Rogoredo, infine le scene di Torino biasimate anche dalle opposizioni, Pd e M5S in testa.
Durissima la condanna delle «aggressioni violente» alle forze dell’ordine da parte della premier Giorgia Meloni: «Il Governo ha fatto la sua parte rafforzando gli strumenti per contrastare l’impunità, ora è fondamentale che anche la magistratura faccia fino in fondo la propria perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende». Parole che richiamano quelle di inizio anno, quando Meloni si è era scagliata contro i magistrati che rendono «vano il lavoro delle forze dell’ordine». Un refrain che si ripeterà nella campagna per il Sì al referendum sulla giustizia.
Tra divise e toghe la maggioranza ha ben chiaro da che parte stare. Questo spiega perché i Fratelli d’Italia di Meloni e la Lega di Matteo Salvini gareggiano da mesi per intestarsi la paternità dell’intervento sullo “scudo” che vuole permettere al Pm di non provvedere all’iscrizione nel registro degli indagati quando «appare che l’uso delle armi o della forza è avvenuto in presenza di una causa di giustificazione». Ieri il vicepremier leghista è intervenuto a Firenze all’iniziativa “Io sto col poliziotto” per sostenere nel Dl lo scudo per gli agenti, a cui puntano le proposte presentate alla Camera da Fdi e Lega e l’altro nuovo Ddl al Senato targato sempre Fdi, che prevede la richiesta del ministro competente come «condizione di procedibilità» per i reati commessi in servizio con l’uso delle armi.
Il giro di vite su armi da taglio e baby gang è ritenuto altrettanto popolare. Un assist è arrivato ieri proprio dai giudici: all’inaugurazione dell’anno giudiziario delle Corti d’appello, gli allarmi sull’aumento della violenza giovanile sono stati diffusi, da Nord a Sud. Da qui la volontà del Governo di trasferire dal Ddl al Dl anche il divieto di porto di coltelli con lama più lunga di 5 centimetri, punito con la reclusione da 1 a 3 anni con aumento di pena se il reato è commesso da persone travisate o riunite vicino a banche e stazioni; le multe da 200 a mille euro per i genitori se il porto di coltelli riguarda minorenni; il divieto di vendita ai minori, anche sul web, di armi da taglio.
Il decreto acquisterebbe così vigore rispetto alla bozza iniziale, in cui le norme di maggiore impatto sono l’estensione delle “zone rosse” e l’aumento della videosorveglianza nelle città. Città su cui si consuma l’altro derby Meloni-Salvini, con la premier che a Termini ha infine blindato i militari di “Strade sicure” e il vice che insiste: «Altro che toglierli, io vorrei la militarizzazione delle strade vicino alle stazioni». Il leader leghista ha incalzato ieri anche su altro: «Nel decreto Sicurezza sto insistendo per inserire l’immediato sgombero non solo della prima casa occupata abusivamente, già previsto, ma di tutte le case occupate abusivamente». Segno che la battaglia su cosa entrerà nei provvedimenti, e in quale dei due, è ancora aperta.

(da “La legge del Nord”, di Mary Thompson-Jones) – Per visualizzare l’Artico serve l’immaginazione. È indubbiamente un luogo, ma dove inizia e dove finisce? Ha un centro vero e proprio? I suoi contrasti ci confondono. A differenza dell’Antartide, l’Artico è un mare, non un continente. C’è acqua in ogni dove, eppure climaticamente è per gran parte un deserto.
C’è chi sostiene che l’Artico possa essere delimitato da confini materiali, dove gli esseri umani vivono un’esistenza precaria. Ci sono montagne enormi, dalle vette ghiacciate. Ci sono fiumi e animali selvaggi.
C’è chi invece concettualizza l’Artico servendosi del suo cielo, un cielo di nuvole, tempeste e luci del nord – splendide – e delle prove, più che della diretta osservazione, dell’incontro tra magnetosfera e vento solare.
Sotto il cielo, il ghiaccio si presenta in tutte le sue strane forme. E perfino il ghiaccio custodisce una serie di enigmi. Ci sono ghiacci che provengono da grandi masse terrestri, come la Groenlandia; altri dai fiumi che si immettono nell’Artico; altri fanno parte del mare.
L’Oceano Artico è un miscuglio stratificato di acque dolci e salate. I suoi iceberg, formatisi molto lontano, sulla terra, e composti di acque dolci ghiacciate, viaggiano per centinaia di miglia fino a staccarsi e galleggiare nell’oceano. Nel mare sono presenti correnti che si comportano misteriosamente come i venti sovrastanti. Al di sotto di tutto c’è la piattaforma continentale,
L’Artico sfugge alle definizioni, ma può essere d’aiuto inclinare il mappamondo per farci un giro d’osservazione.
Le masse terrestri dell’Alaska e della Russia sembrano tendere l’una verso l’altra: allo stretto di Bering, la loro distanza è di soli 85 km; la parte occidentale dell’Oceano Artico può ricordare pertanto un grande lago.
L’enorme massa del Canada si dissolve in più di 36mila isole quasi vuote, mentre la parte russa, che circonda più di metà dell’Oceano Artico, è più coesa e popolosa.
La Groenlandia, così irrequieta per i suoi legami con la Danimarca, appartiene geologicamente al Nord America, ed è evidentemente più vicina al Canada che all’Europa.
L’Islanda galleggia sola e senza legami, e a malapena sfiora il confine ipotetico che contrassegna il Circolo polare artico.
La Norvegia si spinge un po’ più a nord, ostacolando l’accesso all’Oceano Artico alle sue vicine, Svezia e Finlandia.
Tecnicamente l’Artico inizia a 66° 33’ di latitudine nord. Perché proprio lì? È il punto più a nord in cui il sole di mezzogiorno è visibile durante il solstizio d’inverno, e il punto più a sud in cui il centro del sole di mezzanotte è appena visibile durante il solstizio d’estate.
Una definizione poco soddisfacente, considerato che ben pochi potranno vedere entrambi i punti coi propri occhi. Cosa ancor peggiore, il punto non è fisso, ma si muove. La sua latitudine dipende dall’inclinazione assiale della Terra, che fluttua con un margine di più di due gradi ogni 41mila anni.
La linea dell’Oceano Artico, visibile su mappe e mappamondi, si sposta verso nord alla velocità di circa 15 metri l’anno. Tale provvisorietà ci conferma che questa linea artificiale è frutto dell’immaginazione e non un reale costrutto geografico.
Le nazioni a sud considerano arbitrario il 66° parallelo. La Gran Bretagna, da secoli attiva nelle acque artiche, si considera uno Stato del Grande Nord e ancora oggi per la Royal Navy le spedizioni artiche sono una consuetudine.
La Cina si descrive come uno Stato quasi artico (Near-Arctic State) e ha mappato la Polar Silk Road per ribadirlo. La Cina ha intenzioni serie al riguardo, e le sue dichiarazioni vanno di pari passo con enormi investimenti finanziari e la costruzione di navi rompighiaccio che ne rendano più semplice la presenza sul lungo periodo.
Gli scienziati hanno cercato altri modi per definire l’Artico, basandosi ad esempio sulla linea degli alberi, il limite oltre al quale gli alberi non possono più crescere; oppure l’isoterma dei 10° C, l’area dove la temperatura media del mese più caldo dell’anno è inferiore ai 10°C.4 Il vantaggio della linea isoterma è che non dipende dalla percezione umana, ma da prove empiriche. A differenza della linea degli alberi, inoltre, è valida anche per le acque.
Ma è presumibile che per le nazioni non artiche nessuna alternativa farà poi molta differenza. Per gran parte del mondo, l’Oceano Artico appartiene ai cosiddetti beni comuni globali: zone che non fanno parte di alcuna singola entità e sono aperte a qualunque nazione, industria o individuo.
In genere tra questi beni vengono inclusi l’atmosfera, lo spazio, l’Antartide e i mari profondi.
Qualsivoglia concetto di bene comune globale è però molto più complesso nell’Artico. Otto Paesi possiedono territori a nord del Circolo polare artico, ma solo cinque o sei hanno territori costieri: una distinzione fondamentale.
L’Islanda entra nell’elenco solamente grazie alla sua isola più a nord, Grimsey, popolata solo da cento abitanti. Grimsey, e pertanto l’Islanda, un giorno si troveranno al di sotto del Circolo polare artico, che si sta spostando verso nord, e pertanto lo status di vero Paese artico dell’Islanda potrà essere messo in discussione.

L’identità artica della Danimarca deriva dal suo storico rapporto con la Groenlandia, un territorio autonomo e autodeterminato. La Danimarca le offre un significativo sostegno finanziario e si occupa della politica estera e della difesa della più grande isola del mondo, abitata solo da 56mila persone.
La costa artica norvegese è estremamente lunga. Russia, Canada e Stati Uniti completano il club degli Stati che possiedono territori costieri artici. La questione delle coste è importante in quanto conferisce diritti speciali, grazie alla United Nations Convention on the Law of the Sea (Unclos), firmata da 169 Paesi.
La Unclos ha ripreso idee storiche – libera navigazione e possibilità di attraversare le acque territoriali – e tramite un lungo e meticoloso processo, le ha aggiornate per la navigazione moderna.
L’accordo consente a ogni Paese costiero di stabilire un limite di acque territoriali di 12 miglia nautiche, più una zona contigua di altre 12 miglia nautiche. Ogni Paese può inoltre stabilire una Zona economica esclusiva (Eez) che si estende per 200 miglia nautiche oltre la zona contigua.5 Un fattore spesso sottovalutato è che gli Usa dispongono di una delle Eez più grandi del mondo, seconda solo a quella della Francia.
Ma non è tutto. Ogni nazione costiera detiene diritti correlati alla extended continental shelf, la Piattaforma continentale estesa (Ecs), definita nel trattato come “il prolungamento naturale del territorio terrestre oltre l’estremo margine continentale”. Sono stabiliti limiti a quanto possa estendersi la Ecs di un Paese (non più di 350 miglia nautiche, a seconda di quale delle due metodologie venga usata), lasciando ampio spazio al dibattito: spesso, infatti, le rivendicazioni di diversi Paesi sono in conflitto tra loro.
La Russia è stato il primo Paese artico a rivendicare che la propria Ecs dovesse arrivare fino al Polo Nord. Nel 2023, Mosca ha portato a termine un processo che durava da decenni, in collaborazione con una commissione Onu che si occupa di esaminare le richieste, per assicurarsi i diritti legali a una Ecs che copra metà dell’Oceano Artico.
Nel dicembre del 2023, gli Stati Uniti hanno annunciato i dettagli della propria rivendicazione Ecs, senza però procedere a una richiesta formale. Le ramificazioni della rivendicazione Usa e la strategia diplomatica sulla quale è fondata verranno discusse nel capitolo 9; l’annuncio ha destato perplessità in quanto gli Stati Uniti non sono un Paese firmatario della Unclos, e si trovano pertanto in una condizione di svantaggio.
Nelle parole dell’ex segretario di Stato John Kerry: “Questa cosa ci fa perdere leadership. Quando rivendichiamo obblighi e diritti siamo meno forti. Soprattutto, il non poter sedere al tavolo in cui si discute, si elabora e si esegue il processo ci indebolisce”.6 Le rivendicazioni Ecs dei Paesi che circondano l’Oceano Artico sono rilevanti anche perché danno ai cinque Stati artici costieri il controllo di gran parte della regione, lasciandone solo una piccola porzione centrale al riparo da rivendicazioni. Applicare l’idea di bene comune globale all’Artico, pertanto, non porta a immaginare che la regione sia aperta a tutti.
Il 95 per cento dei Comuni è esposto a rischi idrogeologici e abbiamo il record europeo di crolli. Serve un passo indietro: spostarsi dalle zone troppo pericolose. Non possiamo ingessare il territorio

(Mario Tozzi – lastampa.it) – La frana di Niscemi non è soltanto l’ennesimo fenomeno naturale che diventa catastrofe solo per colpa di noi sapiens. È anche la rappresentazione plastica e simbolica di un intero Paese esposto a ogni tipo di evento naturale e assolutamente impreparato culturalmente a incorporare il rischio nei propri orizzonti quotidiani. Ma perché l’Italia è così fragile? Quali sono i rischi naturali maggiori e in quali territori colpiranno più duramente? Cosa possiamo mettere in pratica per mitigare quei rischi e avventurarci, con un margine di sicurezza decente, in un futuro incerto?
Alla base del rischio naturale c’è la costituzione del territorio: l’Italia è un Paese geologicamente giovane e particolarmente attivo, fatto di rocce spesso friabili, molli che compongono pianure, colline e parte delle catene montuose. Il paesaggio italiano è un paesaggio sismico, perdipiù fatto di rocce vulcaniche, argille instabili, sabbie poco coerenti, alluvioni e frane. Ma proprio per questa ragione di fondo avremmo dovuto comportarci diversamente: su un territorio di questo genere (simile, in Europa, solo a quello dinarico-albanese-greco o, in parte, spagnolo) si doveva costruire solo sulle rocce dure e stabili e allargarsi il meno possibile. Come facevano i romani antichi, che non a caso, almeno all’inizio, evitavano di vivere stabilmente nelle valli, ma preferivano i Sette Colli, o come facevano i genovesi del XVII secolo, che a Marassi non costruivano nemmeno una capanna. Non che questa antica sapienza abbia sempre evitato disastri, ma, almeno, era una forma di pianificazione intuitiva decente.
A questo fattore di fondo va aggiunto ciò che gli italiani hanno combinato, lasciandosi andare a un furore costruttivo per la verità molto antico (ai Campi Flegrei ci andavano in villeggiatura gli imperatori romani), ma che oggi non può più annoverare l’ignoranza fra le motivazioni. In Italia si consumano oggi 2 mq/secondo di territorio, ma in passato il consumo è stato anche più elevato: talvolta la sola Sicilia ha divorato in un anno la stessa quantità di suolo dell’intera Gran Bretagna. Molte di queste costruzioni recenti sono abusive, addirittura più del 50% nella regione Campania. Quasi nessuna viene abbattuta, nemmeno nelle regioni dove il rischio lo creano proprio quelle stesse costruzioni. Un popolo di muratori incurante di dove appoggiassero le fondamenta, ammesso che fossero sempre contemplate. E un popolo di bonificatori che ha annullato stagni e paludi e tombato fiumi e torrenti come se non ci fosse un domani.
Il 95% dei comuni italiani è esposto al rischio di frana e alluvione: basterebbe questo dato per comprendere come mai registriamo il record europeo di frane. E raccomandare a otto milioni di connazionali di guardare con una certa attenzione le previsioni del tempo e l’andamento del clima. Il rischio è il prodotto della pericolosità per la vulnerabilità e per l’esposizione, dunque insieme agli eventi violenti e al surriscaldamento climatico, bisogna aggiungere l’aver costruito nei luoghi meno adatti, spesso abusivamente e sempre senza pianificazione. Oggi le tempeste sono diventate più violente e concentrate, registriamo mareggiate eccezionali e, alla fine delle perturbazioni, il territorio frana spettacolarmente a valle in tutto l’Appennino, in particolare quello meridionale, in Emilia, Trentino, Veneto, Marche, Lucania, Calabria e Sicilia. Una menzione particolare per la Sardegna, che sarebbe un territorio meno soggetto, ma dove siamo riusciti nel miracolo di costruire interi quartieri dentro gli alvei (Olbia) ritenuti, chissà perché, secchi per sempre.

C’entra la crisi climatica? Certo che sì: più calore significa più energia termica e più vapore acqueo, come a dire più combustibile e più materiale da bruciare. Ciò si traduce in una maggiore profondità degli effetti degli eventi e piogge di 400-500 mm in poche ore che insistono su un territorio reso impermeabile da asfalto e cemento. E in cui non si è affatto tenuto conto che i letti dei fiumi sono più ampi dell’acqua che portano e che vanno lasciati liberi il più che si può. Le stesse piogge che vanno ad alimentare le frane successive in un circolo micidiale che non trova alcun argine in quegli elementi naturali come paludi e foreste ormai quasi totalmente cancellate dalla penisola.
Per questo rischio le opere servono a poco: gli argini nelle città, qualche opera di difesa in ingegneria naturalistica, le casse di espansione strettamente dove serve. Ma il comportamento da adottare sarebbe di fare un passo indietro: spostarsi dalle zone troppo pericolose, arretrare dai litorali e dalle pendici montuose a rischio, evitare assolutamente di costruire nuovi edifici. Non possiamo cingere colline e montagne con mura di cemento armato, né innalzare muraglioni davanti alle spiagge o canalizzare ogni fiume. Parliamo di coste, fiumi e colline, elementi dinamici di un territorio attivo che non è pensabile ingessare per sempre. Meglio sarebbe essere elastici e resilienti: più lasci libero un fiume meno danni fa, altro che tagliare la vegetazione riparia e dragare gli alvei. Ma è pieno di amministratori ignoranti che vogliono illudere la popolazione che si sta facendo qualcosa, anche se è inutile o perfino dannoso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Bruce Springsteen è un signore di una certa età (76 anni). Ha alle spalle una lunga storia americana, una composizione di storie di strada, di società, di libertà e d’amore, le sue canzoni di questo si nutrono. Possiamo dire che pochi sono più americani di lui. Vederlo a Minneapolis, alla sua età, battersi sul confine estremo della democrazia americana, a un passo dal dispotismo e comunque già nel pieno dell’arbitrio di una sola persona, dev’essere qualcosa che impressiona anche lui. Non se l’aspettava: e chi poteva aspettarselo?
Siamo abituati, da quando siamo ragazzi, a considerare l’America come un luogo di conflitti anche durissimi. Conflitti sociali, conflitti razziali, conflitti economici, e uno scenario politico fatto anche di violenza. Ma tutto questo dentro un contenitore solido, che eravamo abituati a chiamare democrazia. Perfino l’omicidio politico, dentro questo contenitore, faceva orrore, ma non faceva temere per l’integrità del contenitore. La democrazia americana non era in discussione. Era un palcoscenico capace di mettere in scena drammi di ogni sorta: nessuno dei quali, però, metteva in discussione il palcoscenico stesso. Le famose “due Americhe”, quella dei diritti civili e della rivolta contro la guerra in Vietnam, e quella della Bomba e del perbenismo bianco e conservatore, ci sono sempre sembrate due facce della stessa medaglia.
Ora molto, e forse tutto è cambiato. Springsteen non è a Minneapolis per difendere questa o quella visione della società, questa o quella classe sociale, questa o quella America. Si è rimesso in strada per difendere l’ America come concetto. L’ America prima di Trump.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Una grandiosa Armada a stelle e strisce si aggira nei pressi delle coste iraniane. Trump minaccia fuoco e fiamme. Tutti aspettano l’attacco alla Repubblica Islamica, membro fondatore dell’ “Asse del Male”, slogan inventato da George Bush figlio per bollare perfidi regimi da rovesciare in nome della democrazia e della libertà. Forse Trump si è convertito alla fede rivoluzionaria dei neoconservatori? O Bush junior era un trumpista avanti lettera? Vale la pena scavare nell’apparente paradosso. Insomma, che cosa vuole l’America, da sé e da noi?
Trump ha costruito la sua doppia scalata alla Casa Bianca, con intermezzo para-golpista, sull’America First. Offerta come scelta, di fatto obbligata. La crisi della nazione a stelle e strisce è troppo profonda per lanciarsi in avventure destinate a redimere umanità sofferenti. Una nazione così divisa non può permettersi guerre vere, figuriamoci se in lontane regioni che non eccitano l’America profonda di cui Trump si erge portabandiera. Vero che la guerra gli americani l’hanno nel sangue. Quasi nevrosi: 400 interventi militari circa in 250 anni (1776-2026). La metà dopo la seconda guerra mondiale, un quarto dopo la proclamata fine della guerra fredda, alla faccia dei dividendi della pace cantati da Clinton. Eppure l’amministrazione al timone, certo non una banda di suicidi, sembra consapevole dell’emergenza che sconsiglia impegni bellici, per di più ravvicinati. Maduro era sul menù di gennaio, Khamenei sarà servito in febbraio? Massima la confusione sullo scopo dell’impresa. Autolegittimata quale punizione per la strage di manifestanti anti-regime, poi virata in attacco al programma atomico e missilistico dei pasdaran (ma non ci avevano detto che era stato distrutto?).
In attesa di scoprire se l’attacco ci sarà, per quali obiettivi e con quali esiti, cerchiamo una ratio in un’operazione che sta mettendo in subbuglio le petroligarchie del Golfo e agitando l’intero Medio Oriente. A cominciare da Israele, minacciato di robusta rappresaglia persiana. Allarmati anche gli ex alleati europei, ancor più cinesi e russi. Tutti temono effetti domino a cascata se si arrivasse al blocco dello Stretto di Hormuz, da cui scorre un quarto del petrolio consumato nel mondo. Il comandante in capo sembra indeciso sul da farsi. A meno che non abbia mobilitato l’Armada per libidine militare, memoria dei soldatini di piombo. La psicologia conta, soprattutto in chi è dominato da un ego tanto espanso da muovere a compassione. L’unica logica che resiste a queste premesse è la guerra economica. Per sottrarre risorse energetiche e minerarie al rivale cinese e al quasi amico russo. Per dividerli, quindi indebolirli nel quadro di un negoziato permanente all’ombra delle ultratecnologiche portaerei americane. Militarizzazione dell’Art of the Deal, la tecnica degli affari che tanto appassiona Trump, giusto il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1987. La pressione militare non serve a cambiare il regime avverso ma a fargli cambiare idea per allinearsi con gli interessi trumpiani, intesi americani. Poker a-strategico, ad altissimo rischio.
Che succederebbe se qualcosa andasse storto e l’America dovesse impegnarsi in guerra per salvarsi la faccia o quel che ne resta? Nel caso, quale reggente potrebbe imporre Washington a Teheran e che garanzie potrebbe costui dare sull’atomica? E se le fiamme toccassero Israele, potenza atomica in piena isteria bellica, con un leader azzoppato, volontario ostaggio dei coloni e degli ultrasionisti religiosi?
Fossimo ai tempi della guerra fredda, quando sovietici e statunitensi avevano stretto un patto di ferro che escludeva lo scontro diretto mentre ammetteva le guerre per procura nel Terzo Mondo, saremmo meno inquieti. Però primo, il mondo delle ex colonie ha oggi più di una fiche da giocare al tavolo dei Grandi. Secondo, Stati Uniti, Cina e Russia non vogliono farsi guerra. Ma allo stato delle tecnologie attuali, la guerra può farsi da sola. Basta una scintilla. Agitare candelotti accesi a ridosso dei pezzi di guerra mondiale è sport rischioso anche per Trump. A meno che l’amore del gioco non lo spinga ad affidarsi al lancio della medaglietta omaggiatagli dalla signora Machado, che lo incorona primo Nobel di seconda mano.

(di Eugenio Fatigante – avvenire.it) – I fatti nudi e crudi sono già eloquenti, al di là dei capannelli di curiosi davanti a san Lorenzo in Lucina, storica chiesa del centro di Roma. E della battuta con cui Giorgia Meloni stessa ha commentato (postando la foto del dipinto) sui social il caso del giorno:«No, decisamente non somiglio a un angelo», ha scritto aggiungendo una faccina che ride (e, forse, con un pizzico di soddisfazione per il clamore).
I fatti, dicevamo. Questa mattina il sito Repubblica.it lancia la notizia: “Meloni faccia d’angelo, spunta un ritratto della premier”. L’articolo racconta che all’interno della basilica, oggetto di lavori di restauro, in una cappella (quella del Crocifisso) è spuntata la raffigurazione di un angelo il cui volto ha le fattezze della presidente del Consiglio. E, in effetti, la somiglianza è forte. Acuita anche dal fatto che il personaggio regge un cartiglio su cui è raffigurato lo stivale dell’Italia. Il caso subito corre tra media e social. Ad amplificarlo, anche un altro elemento: i siti scrivono che l’opera sarebbe mano di Bruno Valentinetti, 83enne sacrestano della chiesa (con funzioni anche di decoratore), nel cui passato c’è anche una candidatura nel 2008, nel I Municipio di Roma, con la lista La Destra-Fiamma tricolore.
La notizia diventa subito anche un caso politico. La Soprintendenza guidata da Daniela Porro, che ovviamente aveva autorizzato i lavori, annuncia un sopralluogo per il pomeriggio. E dopo le 14 interviene anche il Vicariato di Roma, all’inizio colto di «stupore», secondo i primi flash d’agenzia: in un comunicato fa poi sapere che anche il Fec, il Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno (che ha la proprietà di questo luogo sacro), e l’Ufficio per l’edilizia di culto della Diocesi erano al corrente di lavori avviati nel 2023 «senza nulla modificare o aggiungere» sull’affresco in questione, che è molto recente risalendo al 2000. Pertanto, precisa la nota, «la modifica del volto del cherubino è stata un’iniziativa del decoratore, non comunicata» e per questo si assicura l’impegno ad «approfondire la questione e valutare eventuali iniziative» …
A San Lorenzo in Lucina, nel restauro di una parete ammalorata, compare il viso della premier “angelicata”

(di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – Tira più un angelo (in realtà una Vittoria…) con la faccia di Giorgia Meloni che dieci bambini morti di freddo a Gaza. Non veniva nient’altro da pensare, ieri, vedendo i siti dei due maggiori giornali italiani aprire per ore con la farsa della pittura murale del sacrestano-militante di Fratelli d’Italia che umilia un muro di San Lorenzo in Lucina, a Roma. È lo strapaese italiano, che ciclicamente torna a galla a rincoglionire ulteriormente il popolo, contribuendo a farci apparire come un paese ridicolo.
E così ieri, puntualmente, sono stati scomodati i criptoritratti della grande storia dell’arte, cioè i brani di pittura, o scultura, nei quali gli artisti del passato hanno dato a personaggi storici il volto di potenti del loro tempo, senza dichiararlo ma contando sul fatto che sarebbero stati riconosciuti. In alcuni casi si trattava di una sincera celebrazione, come nel caso del Dante messo nel paradiso giottesco affrescato nella cappella del Bargello a Firenze, o come per la Verità del sepolcro di Alessandro VII in San Pietro, cui Bernini conferisce il volto di Cristina di Svezia. Giorgia Meloni ha commentato ieri dicendo che non somiglia a un angelo: figuriamoci quanto somiglierebbe alla verità…
In altri casi, era una parte essenziale del programma fornito dal committente all’artista: così per il sublime Ghirlandaio che ritrae tutta la famiglia Medici e mezza Firenze di allora nelle storie di san Francesco sui muri della Cappella Sassetti in Santa Trìnita a Firenze, o per il san Leone Magno che – nelle Stanze vaticane di Raffaello – va incontro ad Attila con il volto pingue e imberbe del regnante Leone X. Più o meno come ritrarre oggi un grande maestro del diritto, come Piero Calamandrei, col volto di Antonio Tajani, quello del diritto internazionale che vale fino a un certo punto. Meno grottesco era il Bronzino che metteva il volto del grande ammiraglio Andrea Doria sul corpo nudo e atletico di Nettuno: ma vengono i brividi a pensare una cosa analoga per i signori della guerra di oggi, da Trump a Putin…
Era una tecnica reversibile, in cui all’encomio poteva sostituirsi facilmente la denigrazione. È ben noto come Michelangelo, insofferente alle critiche dell’insopportabile cerimoniere del papa, Biagio da Cesena, “volendosi vendicare, subito che fu partito lo ritrasse di naturale senza averlo altrimenti innanzi, nello inferno nella figura di Minòs con una gran serpe avvolta alle gambe, fra un monte di diavoli” (così Giorgio Vasari). È questa la tradizione ancora viva nell’arte di oggi: pensate alla street art che sui muri di tutto il mondo dà oggi alla figura di Adolf Hitler il volto di Benjamin Netanyahu. In altri quadri il movente era la fede (come per il bigotto Cosimo III di Toscana che si faceva ritrarre come san Giuseppe); o l’amicizia (come per Beato Angelico che metteva in paradiso i suoi amici e colleghi, o per Tiziano che dà il volto di Pietro Aretino a un Pilato umanissimo); o un amore sfrontato (come quando Caravaggio dette alla Madonna dei Pellegrini il volto di una prostituta che esercitava poco lontano dalla chiesa), o ancora una profonda disperazione: come è per il Caravaggio ultimo e nero, che dà il suo proprio volto alla testa di Golia spaccata da David con un colpo di spada.
Precipitiamo giù dalle vette vertiginose della storia dell’arte fino al fango dell’Italietta meloniana, dove la qualità della pittura comparsa a San Lorenzo è pari a quella media della politica o del giornalismo. Sarà la soprintendenza, spero, a cancellare quel murale da sala colazioni di hotel a tre stelle: e non certo perché rappresenta Giorgia Meloni, ovviamente, ma perché in una delle più antiche basiliche romane, dove sono esposti capolavori di Guido Reni e Bernini, e dove è sepolto Nicolas Poussin, non è pensabile che il signor Bruno Valentinetti si metta a decorare una cappella come più gli aggrada. La cappella (e il patrimonio culturale) delle libertà, avrebbe detto Corrado Guzzanti: dove ciascuno fa un po’ il cazzo che gli pare. Vero è che in quella povera cappella romana è tutto un disastro, a partire dal busto di Umberto II e dalla lapide monarchica piazzati lì nel 1985 da un prete nostalgico, in barba a ogni tutela dei monumenti. Ed è vero pure che l’immagine della Vittoria Meloni con l’Italia in mano che svolazza intorno alla memoria di Casa Savoia, dice più verità di molti degli editoriali dei sullodati giornaloni. Ma, santiddio, c’è un limite a tutto.
Il ministro Giuli e la governance della Rai ricordano l’artista catanese a cinque anni dalla morte. Tra Guénon e il pensiero italiano, l’ambizione è di portare nel pantheon chi non può più difendersi

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – «Considerare Battiato solo un musicista è riduttivo. È un bel pezzo di pensiero della cultura italiana dell’ultimo mezzo secolo». Parola di Giorgio Calcara, curatore della mostra sul cantautore che si inaugura oggi al MAXXI di Roma. S’intitola Un’altra vita. A organizzarla, assieme al museo romano, ci sono ministero della Cultura e C.O.R. Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia, in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS.
A essere maliziosi, si tratta, dopo il libro di Calcara edito da Railibri e il biopic Il lungo viaggio coprodotto da Rai Fiction e Casta Diva Pictures, dell’ultimo tassello di una manovra culturale di appropriazione da parte del mondo meloniano. Ma è giusto procedere per gradi.
Alla conferenza stampa della mostra si ribadisce il grande interesse del ministero per l’operazione. Emanuela Bruni, che ha raccolto proprio da Alessandro Giuli le redini della direzione del MAXXI, annuncia che con questa iniziativa si inaugura un ciclo di «mostre-evento» su una serie di personaggi della cultura italiana. La capodipartimento del Mic, Alfonsina Russo, parla di una «sinergia riuscita». Alberto Spampinato, che fa parte della segreteria tecnica del ministro, si dice fiero del fatto che la mostra si inserisca nello stesso filone del concerto di musica sacra celebrativo di Battiato messo in scena al Pantheon e sottolinea l’importanza delle sue «radici molto forti». Calcara, che nel look ricorda un po’ lo stile del ministro, insiste sul «pensiero italiano» e sul concetto di «inedito».
«Inedite» sono le composizioni dadaiste del maestro, «inedito» è il capitolo che inaugura Battiato negli anni Settanta. L’altro concetto che enfatizza è quello di «successo», che a un certo punto il cantautore si «autoimpone»: Battiato «non si limitava alla facile rima cuore-amore» e le sue composizioni sono «balsamo per l’anima». E la conclusione: «Dietro a un grande artista c’è un grande uomo».
Giuli, invece, salta la presentazione per la stampa ma partecipa all’esibizione serale delle danze Sufi, primo capitolo del public program che accompagna la mostra. Di certo uno spettacolo più vicino ai gusti del ministro che, nella sua trasmissione Vitalia su Rai 2, suonava lo zufolo e conduceva i telespettatori «sulle tracce dei popoli antichi che hanno creato l’Italia».


D’altra parte, racconta Calcara (che con il ministro condivide una gioventù e un sentire celtico che lo porta ad augurare ai suoi follower Facebook “Buon solstizio d’inverno” il 25 dicembre), il ministro è «un ragazzo di cinquant’anni che è cresciuto a pane e Battiato». Per loro, l’artista catanese è diventato un «punto di riferimento» a poco a poco che ascoltavano assieme i suoi dischi. «Il ministro ha sempre avuto una grande sensibilità per tutto ciò che non è scontato e banale. La generazione del ministro ci è cresciuta assieme». E quindi la destra lo vuole per sé? «Certe cose sembravano proprio di destra, ma quando si entra in una sfera culturale in cui si parla di filosofia, metafisica, ma anche impegno civile le categorie non valgono. Lui quelle cose ce le ha trasmesse».
Non sembra però un caso che sia Calcara sia Spampinato tirino in ballo gli studi di Battiato su René Guénon. Filosofo tradizionalista che si è occupato anche di Julius Evola e ha intrattenuto una lunga corrispondenza con l’idolo intellettuale della destra italiana. Nel suo libro Battiato svelato, Calcara attribuisce all’artista una visione quasi anti woke: «Magic Shop è una irriverente canzone nella quale Battiato si diverte letteralmente a canzonare tutto quel mondo di neospiritualismo new age fatto di “supermercati coi reparti sacri che vendono gli incensi di Dior”».
Combinazione: il volume è edito da Railibri, il cui direttore è Adriano Monti Buzzetti, un passato al Tg2, un passaggio al Centro del libro (dove la destra gli fece prendere il posto di Marino Sinibaldi). Per capirci uno che ha collaborato alla ormai leggendaria mostra su J. R. R. Tolkien voluta da Gennaro Sangiuliano quando era ministro. Nel volume di testimonianze, oltre alle riflessioni di Calcara (che si propone di indagare il «lato popolare» di Battiato e il suo mettere «in discussione i fondamenti dello stato laico occidentale») si trovano testimonianze dei fratelli Sgarbi, di Pietrangelo Buttafuoco e di altri che hanno avuto modo di conoscerlo.
C’è Marco Travaglio, che sottolinea come il cantautore abbia quasi previsto i sanguinosi attentati in Sicilia a inizio degli anni Novanta – uno degli episodi storici che Giorgia Meloni cita spesso per raccontare il suo ingresso in politica – in Povera Patria. C’è Simone Cristicchi, artista che a Sanremo si è guadagnato la stima della destra con una canzone considerata pro life e si è già esibito “per Battiato” al Pantheon. Con tutto lo scetticismo che questa scelta ha provocato in chi conosceva bene il Maestro.
Nella mostra, oltre all’ottagono centrale dentro al quale si possono guardare i videoclip e ascoltare – anche se almeno due sono fuori sincrono – cinque tracce originali rimasterizzate daccapo e suddivise su undici casse, si ritrovano soprattutto oggetti tesoro della famiglia e dei collezionisti privati.
La nipote Cristina, alla presentazione, ha raccontato dell’amore verso il prossimo che caratterizzava lo zio, della sua estrema socievolezza, del desiderio di condividere la tavola con gli amici o guardare un film insieme.
Il percorso espositivo, dal canto suo, offre qualche dipinto del maestro, diversi tappeti persiani, tanti libri, tantissimi LP e qualche fotografia. C’è un sintetizzatore, la tuta di Fetus e il manifesto pubblicitario che lo ritrae seduto su un divano e inquadrato dal basso per promuovere una fiera di mobili a Colonia.

Lo stesso sotto il quale tornano a incontrarsi, dopo anni, Battiato e sua madre Grazia. Almeno secondo il biopic di Renato De Maria, che in passato ha firmato film come Lo spietato e diverse serie tv come Distretto di polizia e Squadra antimafia. Torna nel film il concetto del successo «autoimposto», del desiderio di diventare popolare.
La fiction – che prima di andare in onda sulla Rai passerà nelle sale – si concentra sulla fase iniziale dell’esperienza artistica di Battiato: fortissimo viene sottolineato il rapporto con la madre, tanti pezzi vengono interpretati per intero e fanno da collante a flash su momenti diversi.
La fase iniziale di ricerca artistica, la gavetta, il viaggio a Tunisi che ha preceduto il destino pop di Battiato, appena accennato. Grazia che contesta le amicizie femminili di Franco dicendogli che «da soli non si sta bene», successivamente ha un malore mentre il figlio si esibisce di fronte a papa Giovanni Paolo II. Qualche bella immagine dell’Etna innevato, siciliano un po’ montalbanesco e l’affresco Rai è servito. A produrre è Casta Diva, che si è occupata anche di altri programmi del cuore (il dating show Mi presento ai tuoi e La porta magica) di quello che è considerato il più intellettual-identitario dei direttori di viale Mazzini: Angelo Mellone. Peccato che di tutta questa tendenza a destra, a guardare i fatti, non vi sia traccia.
Saro Cosentino ha lavorato a lungo con Battiato. Con lui ha scritto, tra le altre cose, I treni di Tozeur e No time no space. L’artista romano gli attribuisce una simpatia per il Partito radicale. Anche la partecipazione nella giunta Crocetta era un «tentativo di dare una mano, più che una partecipazione politica. Nessuno si è alzato a difenderlo quando la sua frase sulle “troie in parlamento” (una metafora per i parlamentari disposti a cambiare casacca, ndr) fece terminare la sua esperienza in regione». Senza dimenticare che, quando a Catania nel 2000 è stato eletto sindaco il berlusconiano Umberto Scapagnini, aveva minacciato di espatriare.
«Non credo ci sia mai stata una simpatia verso il potere» spiega Cosentino. «Quando è andato in Iraq, non ha voluto incontrare Saddam, non è mai stato sdraiato sui potenti». Eppure la destra continua a essere ossessionata da lui: «Forse cercano riferimenti più spendibili di quelli tradizionali». Quasi un caso simile a De Andrè, che Matteo Salvini cita volentieri come suo cantautore preferito. «Ma se uno non è in grado di capire quello che ascolta, problema suo».

(Dott Paolo Caruso) – Un caso di cronaca e di disumanità quello accaduto in questi giorni nel Bellunese dovrebbe colpire le nostre coscienze e fissare la nostra attenzione sulla realtà che ci circonda. Un realtà che purtroppo è figlia del nostro tempo. Una società disgregata priva di valori chiusa nel suo egoismo e interessata al profitto.
Il “caso” del Bellunese ne è la dimostrazione. Un ragazzino di undici anni non fatto salire sul pullman perché non aveva il “biglietto olimpico” di dieci euro, ma semplicemente quello ordinario. Illustre autista, non la conosco, ma il suo comportamento lascia spazio a una riflessione: possibile che in una società solidale come quella italiana accadono questi fatti incresciosi? “Cerco l’uomo” diceva, andando controcorrente, Diogene il Cinico. L’ Uomo che nel nostro tempo si è perduto. Infatti ha lasciato vagare nel buio, per sei kilometri, nella neve un ragazzino che con amore paterno, avrebbe potuto accettare sul pullman a dispetto dell’ indifferenza degli altri. D’altronde non ci commuoviamo più dei bambini che nel mondo anche a noi vicino muoiono di fame. E che dire dei bambini ucraini che vivono senza corrente elettrica a temperature rigide sotto i bombardamenti di una guerra che non vede ancora scritta la parola fine per il disinteresse dei più? E di quelli di Gaza uccisi dagli Israeliani, che continuano senza pietà il loro sterminio con il vittimismo dell’Antisemitismo? Abbiamo pianto per Auschwitz e per tutti i campi di concentramento nazista e continueremo a ricordarli c deon dolore. Ma i figli dei Palestinesi non avrebbero altrettanto diritto di essere compianti? Ridotti alla fame, senza terra e in ventimila uccisi senza pietà. Signor Autista, la sua “bravata folle”, mi auguro non sia mentalità diffusa, anche perché le Olimpiadi, deve sapere, sono nate per unire nella pace e nella solidarietà i popoli. Infatti siamo tutti umani. Accettiamo le sue scuse, ma resta comunque il suo operato.
«Cnn»: ecco le forze schierate dagli Usa in vista di un possibile attacco

(corriere.it) – Gli Stati Uniti hanno concentrato un imponente dispositivo militare in Medio Oriente nelle ultime settimane, mentre il presidente Donald Trump valuta la possibilità di un attacco all’Iran in risposta al rifiuto della Repubblica islamica di rinunciare al proprio programma nucleare e alla sanguinosa repressione delle recenti proteste che hanno infiammato il Paese.
L’emittente televisiva «Cnn» ha fornito un quadro delle forze schierate nella regione dagli Stati Uniti, avvalendosi di informazioni di pubblico dominio, incluse fotografie satellitari e dati relativi al traffico aeronavale. Il cambiamento più rilevante è l’arrivo del gruppo da battaglia della portaerei a propulsione nucleare Uss Abraham Lincoln, che attualmente si trova nel Mar Arabico settentrionale.
Il gruppo comprende la portaerei, tre cacciatorpediniere lanciamissili e la forza aerea imbarcata, con caccia F/A-18E Super Hornet, F-35C Lightning II ed EA-18G Growler per la guerra elettronica. A questi si aggiungono altri tre cacciatorpediniere lanciamissili statunitensi già presenti nella regione.
Fonti Usa: possibile attacco all’Iran nel fine settimana
Alti funzionari militari statunitensi hanno informato la leadership di un importante alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente che il presidente Donald Trump potrebbe autorizzare un attacco statunitense contro l’Iran già questo fine settimana. Lo riferiscono fonti informate al sito web d’informazione «Drop Site», secondo cui i raid potrebbero iniziare già domenica, qualora gli Stati Uniti decidessero di procedere.
«Non si tratta del nucleare o del programma missilistico. Si tratta di un cambio di regime,» ha affermato un ex alto funzionario dell’intelligence statunitense.
Teheran: «Forze armate in stato di massima allerta»
«L’Iran è in piena prontezza difensiva e militare e monitora attentamente i movimenti del nemico nella regione»: lo ha detto il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami, citato dall’Irna.
«Siamo in massima allerta e abbiamo la mano sul grilletto, e se il nemico (gli Stati Uniti) commette un errore, metterà in pericolo la propria sicurezza e quella della regione e del regime sionista, poiché qualsiasi aggressione incontrerà una dura risposta e gravi danni da parte dell’Iran», ha aggiunto.
Hatami ha anche parlato del nucleare, questione che Trump ha spiegato essere centrale per un eventuale accordo tra Teheran e Usa. «La scienza e la tecnologia nucleare dell’Iran non può essere eliminata, anche se gli scienziati e i figli di questa nazione vengono uccisi», ha detto.
Il quotidiano vicino all’ayatollah Khamenei: «Espellere i diplomatici europei»
Il quotidiano Kayhan, diretto dal rappresentante della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ha chiesto l’espulsione degli ambasciatori dell’Unione Europea dall’Iran in risposta alla decisione dell’Ue di designare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica come organizzazione terroristica. Lo riporta Iran International.
Il giornale ha scritto che un simile passo equivarrebbe a interrompere le relazioni diplomatiche con l’Europa e ha descritto la decisione dell’Ue come «ostile e illegale».
Times of Israel: «Attività in due siti nucleari iraniani bombardati da Israele e Usa»
Le immagini satellitari mostrano attività in due siti nucleari iraniani bombardati l’anno scorso da Israele e dagli Stati Uniti, il che potrebbe indicare che Teheran stia cercando di nascondere gli sforzi per recuperare i materiali rimasti lì. Lo riporta il Times of Israel.
Le immagini di Planet Labs Pbc mostrano che nelle ultime settimane sono stati costruiti dei tetti su due edifici danneggiati presso gli impianti di Isfahan e Natanz, la prima importante attività osservabile via satellite in uno dei siti nucleari colpiti del Paese dopo la guerra di 12 giorni tra Israele e l’Iran a giugno.
Tali coperture impediscono ai satelliti di vedere cosa succeda a terra, e questo è l’unico modo in cui gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica possono monitorare i siti in questo momento, poiché l’Iran ne ha impedito l’accesso.
Axios: «Per ministro saudita se Trump non attacca, il regime iraniano si rafforza»
Il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, ha dichiarato in un briefing privato tenuto a Washington che se il Presidente Usa Donald Trump «non darà seguito alle sue minacce contro l’Iran, il regime finirà per rafforzarsi».
Lo riporta il sito Axios, citando quattro fonti presenti al colloquio.
Khalid, fratello minore del principe ereditario saudita, ha incontrato giovedì scorso alla Casa Bianca il segretario di Stato, Marco Rubio, il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, l’inviato Usa, Steve Witkoff, e il capo dello Stato maggiore congiunto, generale Dan Caine.
Ieri ha invece avuto un incontro con circa 15 esperti di think tank sul Medio Oriente e rappresentanti di cinque organizzazioni ebraiche. Secondo le fonti sentite da Axios, che erano presenti in sala, in questa occasione il ministro saudita ha detto di ritenere che Trump dovrebbe lanciare un’azione militare dopo averla minacciata per settimane, ma che dovrebbe anche cercare di mitigare i rischi di un’escalation regionale.
Due giorni prima del servizio il Ministero presenta un esposto per accesso abusivo a sistema informatico. Per il dicastero l’accesso remoto ai pc dei magistrati senza tracce non è possibile. Ma i pm lo chiedono alla Postale

(di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – La Procura di Milano indaga per accesso abusivo a sistema informatico il tecnico del ministero della Giustizia che aveva mostrato a Report come il software Ecm consenta di entrare da remoto nei computer dei magistrati senza che se ne accorgano. La notizia si presta a letture diverse, non per forza favorevoli al Ministero. Finora via Arenula ha sempre negato l’esistenza stessa del problema, tacendo anche sull’esposto depositato due giorni prima della messa in onda del servizio, nonostante la questione fosse da anni al centro di confronti interni tra tecnici, e tra la Procura di Torino e ministero. Più che chiudere la vicenda, la mossa la riapre: non a caso la Procura ha subito delegato la Polizia postale a verificare se i pc dei magistrati possano essere controllati a loro insaputa e senza lasciare tracce. Un punto, evidentemente, tutt’altro che pacifico. Ma andiamo con ordine.
Il fascicolo è stato aperto venerdì 24 gennaio, dopo un esposto del ministero presentato all’indomani dell’anticipazione di giovedì della puntata di Report e prima della messa in onda di domenica 25 gennaio. L’ipotesi di reato è accesso abusivo a sistema informatico e l’indagato è un tecnico ministeriale del distretto di Torino: lo stesso che, in un’intervista in anonimato prima a Report e poi a Il Fatto Quotidiano, aveva raccontato di aver dimostrato al gip del tribunale di Alessandria Aldo Tirone, con il consenso del magistrato e sul suo computer d’ufficio, che il software ministeriale Ecm può essere utilizzato da remoto senza lasciare tracce nei sistemi degli amministratori centrali. Secondo il racconto, l’operazione consentiva di osservare lo schermo del pc del giudice e di intervenire come se si fosse fisicamente alla tastiera, a sua insaputa.
Con l’esposto firmato dal capo dipartimento Antonella Ciriello, il Ministero ha trasmesso alla Procura anche il carteggio intercorso con gli uffici di Torino nel biennio 2024-2025. In questo modo ha di fatto individuato Milano come ufficio competente, prospettando il gip Tirone come “parte offesa” dell’intrusione: nei casi in cui la persona offesa sia un magistrato in servizio in un ufficio del distretto torinese – come l’Ufficio gip del tribunale di Alessandria – la competenza spetta infatti alla Procura di Milano.
Nelle interviste, il gip aveva confermato senza ambiguità che il tecnico aveva agito con il suo consenso. Il Ministero, e in questa fase iniziale anche la Procura, muovono però dal presupposto che tale consenso sarebbe irrilevante qualora l’accesso non fosse avvenuto, come sostenuto dal tecnico in tv, tramite le sole credenziali ordinarie, ma attraverso ulteriori “forzature” tecniche della rete ministeriale. Secondo il dicastero, quella specifica funzione di Ecm non potrebbe operare senza una preventiva autorizzazione dei magistrati.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola con i pm Francesca Celle (del pool dell’aggiunto Paolo Ielo competente sui magistrati piemontesi) ed Enrico Pavone (pool cyber e terrorismo), vede anche l’applicazione da parte del procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo del sostituto Eugenio Albamonte. Alla Polizia postale è affidato il compito di verificare l’affidabilità e le reali capacità di Ecm, il software Microsoft utilizzato dal Ministero – come da molte grandi organizzazioni private – per la gestione centralizzata di installazioni, aggiornamenti e sicurezza su migliaia di computer.
I quesiti sono tre:
1) se un tecnico accreditato possa accedere ai pc dei magistrati senza la loro approvazione e a loro insaputa;
2) se tali accessi lascino traccia nei file di log, come sostiene il Ministero; 3) se sia tecnicamente possibile cancellare o alterare quelle tracce.
Sul punto, venerdì il ministro Nordio è tornato a intervenire, affermando di “trovare persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti insinuazioni diffuse in questi giorni sull’ipotesi di interferenze illecite da parte nostra nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura”.

(Andrea Zhok) – Come al solito, con la dovuta calma, dopo che la tempesta è finita e quando cominciano a crescere i fiori sulle tombe, le verità si definiscono.
L’IDF ha ammesso ufficialmente il conteggio di 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 (è ovviamente legittimo ipotizzare che se questi sono ammessi, in realtà siano ben di più, ma lasciamo stare).
Secondo l’IDF di questi 71.667 ben 20.000 erano combattenti di Hamas.
I parametri per definire cosa sia un combattente di Hamas per Israele sono notoriamente problematici e, diciamo così, “generosi”; ma ammettiamo di nuovo, per un momento, che il dato sia reale.
Questo significa che oltre 51.000 civili (sic!) sono stati sicuramente uccisi dall’esercito.
Ora per piacere continuate a spiegarci che Israele rispetta i civili e che i dati dell’autorità palestinese sono farlocchi (davano 56.000 morti).
Continuate a spiegarci che la repressione iraniana delle rivolte interne chiama in causa la nostra umanità, richiede sanzioni durissime e un cambiamento di regime, anche bombardandoli, ma che per Israele questo è inapplicabile.
Il punto di fondo, semplice, è lo stesso che abbiamo rilevato mille volte, e negli ultimi anni con particolare frequenza.
La “verità istantanea” promossa dalla propaganda internazionale, che è nelle mani di pochissime agenzie di stampa internazionali e di reti social imponentemente finanziate, non mira mai alla verità storica e sa benissimo che prima o poi verrà smentita. Ma tutto ciò non è rilevante, perché l’unica cosa che serve è riuscire a dare forma momentanea alla maggioranza dell’opinione pubblica nel periodo necessario e sufficiente per perseguire i propri fini politici.
Il meccanismo serve a produrre una “verità protempore” spendibile nella fase calda in cui gli eventi si decidono. Una volta che questa è scavallata, una volta che il risultato è ottenuto, i fondi che finanziano queste “verità protempore” vengono ritirati, le pressioni sulle redazioni vengono allentate, perché lo scopo è stato raggiunto.
L’opinione pubblica internazionale esce appagata dal cinema dove i buoni hanno vinto e può andare a farsi una pizza.
E la cosa sconcertante e deprimente è che funziona sempre, benissimo, come un orologio.
Anni e anni in cui regolarmente l’opinione pubblica viene attizzata ad hoc in qualche impresa presentata come altamente morale: “bombardamenti umanitari”, “sacrosanto diritto all’autodifesa nazionale”, “tutela armata dei diritti umani”, “abbattimento di feroci dittatori”, “interventi di polizia internazionale”, “esportazione della democrazia”, “eliminazione delle altrui armi di distruzione di massa”, ecc. ecc.
E sempre, regolarmente, dopo un po’ si viene a sapere (o, almeno, chi vuole informarsi, può facilmente venire a sapere) che era un cumulo di palle strumentali e che chi dava una spiegazione non morale ma strutturale (a chi giova? chi ne guadagna?) aveva ragione.
E una settimana dopo, si può riavviare la giostra senza tema che qualcosa non funzioni.
Un nuovo sdegno morale a orologeria, una nuova cooptazione delle “migliori forze morali dell’Occidente” (fase in cui un po’ di figuranti dello show business si assicurano la pagnotta chiamando a raccolta l’indignazione popolare), una richiesta di inderogabili interventi draconiani, una tempesta di fuoco su qualche luogo remoto, e via pronti a ripartire per un altro giro…