Il segretario della Lega e quella passione per le vittorie altrui che da sempre lo accompagna: dalla Formula 1 all’AfD, da Putin a Draghi. E intanto i colonnelli commentano rassegnati su whatsapp

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Vince tutte le gare, e tutte le elezioni, tranne quelle a cui partecipa. Domenica mattina le agenzie diffondevano il suo primo dispaccio: “Il segretario della Lega Matteo Salvini ha inviato un messaggio ad Alice Weidel, leader di Afd, in occasione delle elezioni regionali di oggi in Sassonia-Anhalt”. E già, su whatsapp, uno dei più importanti dirigenti della Lega scriveva così a un suo collega in Senato: “Siamo all’imitazione di Vannacci. Matteo è la fotocopia della sua stessa copia”. Passa qualche ora, Afd vince sul serio, Salvini è appena sceso dal podio (non se ne perde uno) dove ha consegnato la coppa del gran premio di Monza al pilota Kimi Antonelli, ed ecco un altro dispaccio con il quale il leader della Lega si congratula per il trionfo dell’estrema destra tedesca. “Complimenti all’amica Alice Weidel e a tutta Afd”. E bisogna riconoscergli una certa continuità di temperamento. Nel maggio del 2024, quando la medesima Afd venne cacciata dal gruppo europeo che ospitava anche la Lega, per via di certe simpatie per le SS naziste, Salvini si era congratulato pure allora, ma con Marine Le Pen, che l’espulsione l’aveva voluta. Altro messaggio laconico del solito dirigente leghista: “E’ disperato”. Ma davvero non si capisce perché questi colonnelli, o ex colonnelli di Salvini, non apprezzino il loro segretario e vicepremier, quest’uomo di illimitata cordialità, che al lampeggiare di un successo qualunque, in qualunque latitudine, sente accendersi dentro di sé la lampadina delle felicitazioni, come un tempo con Putin e poi con Trump, e non ha modo di spegnerla.
Anni fa, durante la campagna elettorale in Emilia-Romagna, l’avevamo visto farsi foto con i partigiani avvolti nel fazzoletto rosso, celebrare la statua di Peppone a Brescello, indossare il cappellino della Ferrari a Maranello e quello di Pantani a Cesenatico. Poi se ne andò pure a festeggiare le bellezze della Corea del Nord (“qui si respira un’aria bellissima”), si rallegrò anche per il ballottaggio di André Ventura in Portogallo, ma questo solo dopo il periodo in cui diceva che “sono d’accordo con Mario Draghi su tutta la linea”. Oggi manca tuttavia un nome all’appello di questa sterminata cordialità, e i colonnelli che si scrivono su whatsapp lo sanno benissimo: cercherà pure di salire sul podio con Vannacci? “Noi non escludiamo nessuno”, ride Massimiliano Simoni, il numero due del Generale. Lui scherza, ma sottovaluta Salvini.
Il leader 5 stelle tra dibattiti e cene alle feste Pd: «Ma se vincerà Schlein la sosterremo, non faremo i vigliacchi»

(Niccolò Carratelli – lastampa.it) – Giuseppe Conte assaggia tutto. Gradisce la pasticciata, uno stracotto di manzo, tipico piatto della cucina pesarese, poi chiede un bis di cannelloni. «Questo è il vero motivo per cui partecipo volentieri alle feste dell’Unità, mica per fare campagna per le primarie», scherza il presidente del Movimento 5 stelle. Dopo oltre un’ora di dibattito con l’ex sindaco di Pesaro e ora parlamentare europeo del Pd, Matteo Ricci, dopo aver fatto il giro delle cucine della festa dei giovani democratici, Conte si toglie la giacca e si accomoda a un tavolo nel cortile del circolo Arci di Villa Fastiggi. Un tempo sezione del Partito comunista, nel quartiere più rosso della città, lotte operaie e solide radici antifasciste. Tanto che lo chiamano ancora “piccola Russia”. Ma l’ex premier respinge al mittente le facili battute: «Ho sempre condannato l’aggressione all’Ucraina, qui non ci sono filoputiniani, è chiaro?».
Lui è venuto a fare la parte dell’alleato modello, come già alle feste di Genova e Bologna, come farà anche sabato sera alla festa nazionale di Reggio Emilia. Centinaia di persone accorse ad ascoltarlo, strette di mano, richieste di foto, la fila per farsi firmare una copia del suo libro. «Sono al servizio del progetto progressista, a prescindere da chi vincerà le primarie – assicura Conte -. Se sarà Schlein, la sosterremo. Non farlo sarebbe di una vigliaccheria inconcepibile».
In tutti i suoi ragionamenti, la consultazione degli elettori ai gazebo per scegliere il candidato premier viene data per scontata. «Per me non ci sono alternative – spiega a La Stampa – se accettassi di individuare il leader in un altro modo, i miei mi sputerebbero». Si guarda intorno, a tavola ci sono anche il deputato Giorgio Fede, coordinatore M5s nelle Marche, poi la consigliera regionale Marta Ruggeri e altri esponenti locali del Movimento. «Per noi è la prima volta in una coalizione alle Politiche, dobbiamo far sentire coinvolta la nostra base – avverte Conte -. Dite che, se perdessi le primarie, molti dei nostri poi non andrebbero a votare alle elezioni, ma vi garantisco che se mi facessi da parte per far correre Schlein o un eventuale altro candidato, sarebbe peggio». Quindi, nessun rischio che le primarie spacchino la coalizione? «Vanno preparate bene, non è che si vota un giorno e stop, serve un percorso per creare le giuste condizioni».
Gli mettono davanti la pizza Rossini, una margherita con uova sode e maionese. Conte la guarda scettico, ma siccome i ragazzi del Pd lo stanno filmando, taglia e assaggia uno spicchio: «Però non fate circolare il video, se no la prossima volta che vado a Napoli mi insultano». Si avvicina un anziano dai modi spicci: «Renzi non ce lo voglio nella coalizione, quello ti frega alla prima occasione». Conte ride: «A me lo dice?». Poi abbozza una risposta diplomatica: «Da parte mia nessun veto personale, ma c’è un tema di affidabilità degli alleati e di coerenza sul programma». Non va bene il «contratto alla tedesca», proposto dal leader di Italia Viva? «Per me Renzi ci fa perdere voti, prenderlo in coalizione è un errore – sottolinea – ma tanto Elly ha deciso fin dall’inizio di tenerlo dentro e dovremo farci i conti». Va detto che un bel pezzo di popolo dem la pensa come lui: durante il dibattito, Ricci ha suscitato più di un mugugno dalla platea sostenendo la necessità di allargare il più possibile la coalizione, perché «non possiamo permetterci di lasciare fuori nessuno».
Per Conte, molto meglio Alessandro Onorato: «Il suo movimento degli amministratori ha più capacità espansiva, al contrario di Renzi – ragiona – può farci recuperare una parte degli astenuti». E, in caso di primarie a doppio turno, l’assessore romano potrebbe riversare i suoi voti su di lui al ballottaggio, mentre Renzi ha già dichiarato che appoggerebbe Schlein. In realtà, il presidente M5s preferirebbe una sfida secca, ai gazebo e con il voto online, «ma non decido da solo, dovremo metterci d’accordo». Valutando l’incognita Silvia Salis, con cui il leader 5 Stelle ha cenato pochi giorni fa a Genova. «Secondo me, ancora non ha deciso se partecipare o no alle primarie, ci sta pensando e aspetterà fino all’ultimo – dice Conte -. Poi, se non ci sarà lei, potrebbe esserci Renzi». Smorfia maliziosa, quasi a pregustare la sfida tra ex premier. Un’eventuale gara a quattro tra Schlein, Conte, Onorato e Renzi (o Salis) certo non mancherebbe di appeal politico e mediatico.
«Dovete fare questo benedetto programma» gli urla, però, una signora, afferrandolo mentre Conte si alza e inizia a salutare. «Prenda nota, dobbiamo parlare di programma, entro fine ottobre possiamo scriverlo. Questo ci chiedono i nostri elettori» dice il presidente rivolto al cronista. «I nostri elettori». Prendiamo nota. «Anche tra quelli del Pd ho un certo seguito» gongola, mentre sfila tra i tavoli verso l’uscita e si prende l’ultimo applauso della “piccola Russia”.
Con sinistra e centro cristiano in crisi, in Occidente resta la cultura liberale, che opponendosi alle derive progressiste, viene collocata a destra

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Il segnale dalla Sassonia è solo una conferma: la crisi dell’Occidente europeo si manifesta nel modo più evidente innanzi tutto come crisi dei suoi sistemi politici. L’assetto tradizionale dei quali conosce da anni un processo di disgregazione che appare segnato da due fattori concomitanti e perciò più distruttivi: da un lato la perdita di consensi dell’antica sinistra riformista socialdemocratica, dall’altro lato le crescenti, forti difficoltà delle forze di centro. Il caso esploso nelle elezioni di domenica in Germania, patria storica di quella sinistra e di un centro cristiano da sempre o quasi al governo è il più clamoroso e significativo. In generale, a beneficiare della crisi della sinistra e del centro sono in qualche misura i Verdi e l’estrema sinistra, ma in misura assai maggiore è la destra radicale.
La comparsa di nuove formazioni d’ispirazione nazional-sovranista e/o populista è la grande novità del nuovo secolo che sta ridando alla destra europea il ruolo che essa aveva nei lontani anni Trenta del Novecento, poi travolto dall’esito del conflitto mondiale. E, questa attuale, una destra che va per le spicce, insofferente e anzi spesso indifferente verso le regole dello Stato di diritto democratico-costituzionale modello dei regimi politici dell’Europa occidentale post-1945, per giunta filorussa.
Una destra preda dell’ossessione etnico-nazionale, incline al richiamo plebiscitario e alla polemica contro le élite. Su un altro versante è una destra che non sembra mostrare alcuna attenzione o preoccupazione per l’attuale dilagare della tecno-scienza e dell’intelligenza artificiale in ogni ambito della produzione e della vita, tanto meno per la conseguente drammatica rivoluzione culturale in corso e per i suoi effetti. Né ad essa dicono alcunché l’oblio del passato, della religione, e della tradizione umanistica o gli effetti distruttivi causati dall’invasione del digitale sulla costruzione della soggettività, sulle relazioni interpersonali, sui sistemi d’istruzione e d’informazione; nulla neppure l’agonia geopolitica delle nostre democrazie insidiate dai nemici di dentro e di fuori.
Proprio oggi che è chiamata ad affrontare il mondo da sola l’Europea si trova dunque in condizioni di particolare debolezza. A preoccuparsi di difendere la sua identità democratica, a preoccuparsi che non sia cancellato un passato che per molti versi è ancora un presente, non c’è né la cultura politica dell’antica sinistra socialdemocratica, oggi incline a prosternarsi davanti ad ogni sciocchezza di sapore progressista, né il cristianesimo troppo spesso ansioso di non dispiacere alle mode del secolo per riscattarsi dai suoi antichi abbagli. A conti fatti, dunque, sembra esserci solo la cultura liberale, nell’attuale panorama europeo, a non vergognarsi di difendere il passato occidentale, il modello democratico del continente, il suo percorso storico, il suo retroterra culturale e morale (sì, anche morale). In questo senso, delle tre grandi culture fondative dell’Europa democratica oggi solo la cultura liberale sembra avere il coraggio di assumere una posizione conservatrice. Non degli interessi bensì dei valori fondativi — di libertà politica e difesa della dignità umana — di una tale Europa. Ad esempio osando schierarsi apertamente contro i nuovi comandamenti del politicamente corretto e contro l’idolatria scientifico-tecnologica. Anche a costo perciò — per il solo fatto di contrapporsi alla sinistra e al centro divenuti nel frattempo adepti della deriva progressista — di trovarsi collocata di fatto a destra.
Una tale collocazione è specialmente evidente in Italia a causa di una particolarità del nostro sistema politico. Da noi, infatti, a differenza di molti Paesi europei che dopo il ’45 hanno registrato l’assenza di una vera destra (ad esempio i Paesi ex comunisti) da noi c’è sempre stata, viceversa, una destra significativa di origine parafascista. La quale oggi costituisce però un oggettivo contrasto alla diffusione anche in Italia di formazioni sovraniste-razziste di schietta natura plebiscitario populista, tipo «Futuro nazionale», che nell’Europa di cui sopra conoscono invece, quasi per contrappasso, uno sviluppo spesso rapidissimo. Ma non solo. Dopo oltre ottant’anni (ottant’anni!) d’inserimento nelle istituzioni rappresentative e addirittura nel governo della Repubblica, la destra italiana di cui sto dicendo ha finito per gettarsi alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria e per attestarsi su posizioni nazional-conservatrici che ricordano alla lontana quelle presenti peraltro in un certo numero anche nel fascismo regime (si pensi a personalità come Luigi Federzoni o Gioacchino Volpe). Proprio tale trasformazione è ciò che consente su molti temi il rapporto, chiamiamolo di sintonia, che in Italia si è stabilito tra questa destra e una parte importante della cultura politica liberale. Quella parte che, fedele alla propria storia, oggi non può che assumere una postura difensiva e conservatrice di fronte all’irrompere distruttivo di una contemporaneità intenzionata a fare piazza pulita di tratti irrinunciabili della nostra modernità otto-novecentesca.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Lollobrigida dev’essere ossessionato dai liquidi. Dopo averci spiegato che l’acqua fa male e avere moltiplicato il vino invece dei pesci, il ministro dell’Agricoltura ha rivolto le sue attenzioni al latte in un breve video generato, purtroppo, dall’Intelligenza Naturale. Vi si vede il nostro, parzialmente scremato in camicia e bretelle, e con un set di pentole sullo sfondo, mentre indottrina un incolpevole bimbetto inquadrato di spalle e ammutolito dall’imbarazzo. Per spiegargli la differenza tra una mucca, una capra e una pecora, il signor ministro gli agita davanti tre apposite statuette e poi gli versa un bicchiere di latte, «eccellenza italiana», esortandolo con un «Vai Giulio!» e spalancando subito dopo la sua eccellentissima bocca, come se Giulio non sapesse che per bere bisogna aprirla, e avesse bisogno di un tutorial. Qualunque altro bambino di sinistra, di centro o di destra moderata, e a questo punto anche dell’AfD, avrebbe versato il latte per terra rifiutandosi di piangerci sopra.
Ma forse la scena è stata tagliata in montaggio.
Come abbiamo potuto ridurci così? mi ha scritto un lettore senza acrimonia, solo con un pizzico di tristezza. Un po’ alla volta e poi di colpo, credo. La politica ormai si fa con gli sketch. Il timore è che questo video inauguri una serie. «Lollo e la minestrina, eccellenza italiana». «Le torte della nonna di Lollo». «Digerire bene, digerire italiano: i consigli di Lollo».
«E dopo Lollo, tutti a nanna». Svenuti.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] La vittoria roboante dell’estrema destra tedesca dovrebbe insegnare alcune cose al campo progressista italiano. Queste.
Parla come mangi. Per vincere le elezioni bisogna parlare al cuore, ma anche alla pancia. Non dico che si debba ruttare per forza, come fa spesso l’estrema destra, ma di sicuro essere più assertivi e “semplici” aiuta a conquistare gli elettori. Se insegui per forza l’elucubrazione intellettuale, ottieni forse un’ospitata da Augias, ma le elezioni in Italia non le vinci mai.
[…]
L’importanza della leadership. La politica è diventata leaderistica, personalistica e dominata dal carisma (vero o comunque percepito) dei leader. L’AfD ha vinto anche perché ha leader che sembrano più convincenti. Con uno come Bonelli (e mica solo lui) non vinci mai: sarebbe un ottimo ministro dell’ambiente, ma come leader è improponibile. Il campo progressista italiano ha bisogno come il pane di figure assimilabili al Di Battista del 2018, al Salvini (aiuto!) del 2019, alla Meloni del 2022. E a parte un Ricciardi qua e là, di figure in grado di portare voti grazie a passione, dialettica e carisma, nel Campo largo se ne vedono poche. E tra queste di sicuro non la pompatissima Silvia Salis.
Demonizzare non serve a niente. Parlare di fascismo è storicamente nobile, ma elettoralmente masochistico. Esistono milioni di elettori che non solo se ne fregano del rischio fascista, ma votano estrema destra anche per dispetto. Più gli dici di non farlo e più lo fanno. Disquisire di fascismo riempie i talk show, ma rimpolpa pure i consensi a destra. Per sconfiggere questa gente bisogna casomai insistere sulla smisurata pochezza dei loro programmi, sull’analfabetismo delle loro proposte, sulla miseria della classe dirigente. È lì che li inchiodi, anche perché sono tutte figure che abbaiano all’opposizione e poi diventano zerbini incapaci una volta al potere. Proprio come il governo Meloni.
Il successo della destra è il fallimento dei progressisti. La destra vince pressoché ovunque perché il centrosinistra ha fallito pressoché ovunque. Quelli che ora votano estrema destra prima votavano (anche) centrosinistra, M5S, eccetera. Non è che siano diventati improvvisamente tutti fascisti. Se la cosiddetta sinistra insegue il riarmo, se ne frega di welfare e sanità pubblica e non fa nulla per combattere le diseguaglianze sociali, gli elettori percepiscono il centrosinistra come élite e la destra come cambiamento. È un falso storico, ma è quello che sta accadendo. E l’opposizione italiana deve capirlo in fretta.
Dire che gli elettori sono idioti è da idioti. Continuare a sostenere che chi vota a destra è stupido, equivale a una strategia politicamente scellerata. È ovvio che chi vota gente come Ravetto, Vannacci, Furgiuele, Donzelli, Sardone, Pozzolo & soci non brilla per cultura politica e conoscenza della storia. Ma questo possono dirlo gli intellettuali, gli artisti, i liberi pensatori. Non certo i politici di centrosinistra, che fanno politica per vincere e non per giocare alle per anime candide. Se gli dici che sono scemi, gli elettori non ti voteranno mai. Ancor più in Italia, dove la maggioranza è da sempre di centrodestra.
[…]
Serve radicalità, mica centrismo. Per sconfiggere l’estrema destra serve una risposta politica uguale e contraria. Non vuol dire estrema sinistra: vuol dire radicalità. Se il mondo si sposta (parecchio) a destra, non puoi cercare di controbilanciare andando al centro e inseguendo il mitologico “voto moderato”. Se qualcuno pensa di sconfiggere l’estrema destra seguendo Calenda, Picierno e Renzi, o è totalmente deficiente a livello politico, o è smisuratamente disonesto a livello intellettuale, oppure è semplicemente tonto. E onestamente non saprei individuare la migliore tra le tre opzioni.

(di Michele Serra – repubblica.it) – La grande permeabilità di molte società dell’Est Europa ai partiti di estrema destra, alle strette autoritarie, al nazionalismo e perfino al razzismo, proietta una luce tragica (ulteriore) sull’eredità del comunismo sovietico e la sua influenza sui Paesi satelliti (la Sassonia-Anhalt è ex Ddr).
Parrebbe un paradosso che laddove il socialismo era Legge e Regola, e l’internazionalismo una vantata ideologia di Stato, oggi prosperano la destra, il suprematismo etnico e religioso, il culto del leader forte come soluzione di qualunque problema. Prima rossi, poi neri: ma come è possibile?
Forse, invece, non è un paradosso. Esiste un nesso ben leggibile tra il duro passato di quei popoli e il loro presente. E questo nesso, non so come dirlo altrimenti, è l’estraneità alla democrazia. Laddove la democrazia non è mai stata un valore condiviso, e soprattutto non è mai stata una pratica, un potere autoritario, magari con qualche merito assistenziale che il capitalismo non è più in grado di garantire (Welfare addio?), risulta preferibile alle incertezze, al caos sociale, alla paura del domani.
Si usa dire che in assenza di tutele sociali per i poveri e per gli impoveriti, e in mancanza di un governo efficace dei flussi migratori, non c’è fede nei princìpi che tenga. Con i princìpi non si mangia. Verissimo. Ma la pancia piena, se non si crede in qualcosa di giusto e perfino di allegro, come l’uguaglianza e la libertà, non basta per dare respiro e luce a una società.
La famosa “identità” che il sovranismo nero indica nella Nazione, nella chiusura e nella nostalgia del passato, è un’identità truce. Non può essere il fondamento di una comunità che pensa al suo futuro. Nella battaglia sui princìpi, sulle idee-bandiera, la democrazia non parte battuta.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Vi sono tre frasi tipiche del propagandista della Nato in televisione. La prima frase è: “La Nato è un’alleanza difensiva”. In realtà, la Nato non è più un’alleanza difensiva almeno dal bombardamento della Serbia del 1999, avvenuto senza un mandato specifico del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Inoltre, la Nato bombardò la Libia nel 2011 per rovesciare Gheddafi d’intesa con i ribelli, come spiegò l’allora comandante supremo della Nato in Europa, James Stavridis. L’Onu non aveva autorizzato la Nato a rovesciare il regime della Libia, che peraltro non aveva rivolto alcuna minaccia alla Nato. Daalder e James Stavridis scrissero su Foreign Affairs nel 2012 che la Nato aveva fornito ai ribelli libici “il tempo e lo spazio necessari” per rovesciare Gheddafi. Secondo il Trattato istitutivo, la Nato può ricorrere alla forza militare se uno dei suoi membri viene aggredito, in base all’articolo 5 che non comporta per gli alleati l’obbligo di entrare in guerra, bensì l’obbligo di assistere il Paese della Nato aggredito attraverso l’azione che ciascun membro ritenga necessaria. L’uso della forza armata è una delle possibilità previste dal Trattato, non un obbligo automatico. Gheddafi e Milosevic non minacciarono la Nato. Il propagandista della Nato replica che Gheddafi e Milosevic erano cattivi, ma questo non riguarda il tema in discussione. Le due affermazioni non sono necessariamente in contraddizione. La frase: “Gheddafi era cattivo e la Nato non è un’organizzazione difensiva” non presenta contraddizioni logiche.
La seconda frase del propagandista della Nato è: “L’Ucraina è libera di avere tutte le armi che vuole”. In realtà, la sicurezza internazionale non funziona in base a questo principio. Ad esempio, il Trattato sullo stato finale della Germania del 12 settembre 1990 stabiliva che il personale complessivo delle forze armate della Germania unita non avrebbe dovuto superare i 370.000 uomini. La Germania, per liberarsi degli eserciti che la occupavano, dovette accettare ulteriori limitazioni alla propria sovranità: i territori orientali della Germania non possono ospitare soldati non tedeschi, né testate nucleari. Il diritto internazionale si fonda spesso su trattati che limitano, a volte pesantemente, la sovranità dei singoli Stati per garantire l’equilibrio geopolitico.
L’idea che l’Ucraina non debba accettare limitazioni alla sovranità per porre fine alla guerra, come Giorgia Meloni ha sempre sostenuto, è un’idea radicata nella propaganda e non nella storia delle relazioni internazionali. Lo slogan: “La guerra sarà fermata da una pace giusta” è usato per nascondere agli italiani che Meloni intendeva sconfiggere la Russia sul campo di battaglia. Il significato politico di quello slogan è l’Ucraina non deve fare concessioni alla Russia. La pace giusta, come è stato spiegato dai vari leader europei, è una pace che restituisca all’Ucraina i territori perduti e il diritto di entrare nella Nato.
La terza frase del propagandista della Nato è: “Trump vuole fermare la guerra”. In realtà, Trump ha ideato con Mark Rutte il programma “Purl” per consentire agli Stati Uniti di guadagnare miliardi di dollari con la guerra. Purl ovvero: i Paesi della Nato comprano le armi dagli Stati Uniti per darle a Zelensky. Il programma Purl scarica il costo della guerra sull’Europa. Trump ha mantenuto la linea di Biden: armare l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”. Ecco perché Putin ha rispedito Witkoff a casa.
L’Egitto celebra l’incontro tra Al Sisi e Tajani a due settimane dalla sentenza del tribunale di Roma sull’omicidio del ricercatore

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – Un incontro istituzionale, con tanto di photo opportunity. Il racconto di «un rapporto pacificato». Eccolo l’ultimo tentativo egiziano prima della sentenza: fare pressione, condizionare il clima nel quale tra due settimane i giudici italiani dovranno decidere sui presunti sequestratori, torturatori e assassini di Giulio Regeni. Il messaggio che il Cairo sta facendo passare in queste ore è semplice: la crisi è finita, i rapporti con l’Italia sono stati ricostruiti, il caso Regeni non è più un ostacolo tra i due Paesi. Una rappresentazione che Roma ufficialmente respinge ma che arriva nel momento più delicato possibile. E dentro la quale si inserisce un’altra vicenda, quella di Nessy Guerra.

La scorsa settimana Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto al Cairo il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E sui media egiziani quell’incontro è diventato la certificazione della ritrovata normalità. C’è soprattutto un fatto: la commissione congiunta egiziano-italiana ad alto livello è tornata a riunirsi per la prima volta dopo dieci anni. Di fatto, dalla morte di Giulio. L’ambasciatore egiziano in Italia, Bassam Radi, l’ha definita il «coronamento dei grandi sforzi compiuti dalle due parti negli ultimi anni». La lettura rilanciata al Cairo è ancora più esplicita: la crisi aperta nel 2016 dall’uccisione del ricercatore sarebbe ormai superata. La tempistica non è passata inosservata alla famiglia Regeni. I genitori di Giulio hanno sempre sostenuto che, davanti alla mancata collaborazione egiziana sull’omicidio del figlio, l’Italia avrebbe dovuto interrompere i rapporti diplomatici con il Cairo. Veder riaprire proprio adesso, alla vigilia della sentenza, il principale tavolo politico ed economico tra i due Paesi non può essere considerato un passaggio qualsiasi.
E poi c’è Nessy Guerra. Italiana, originaria di Sanremo, da circa tre anni è bloccata in Egitto insieme alla figlia, oggi di tre anni. Dopo la separazione dall’ex marito italo-egiziano, Tamer Hamouda, l’uomo ha ottenuto dalla giustizia egiziana il divieto di espatrio per la bambina fino ai 21 anni. Guerra ha denunciato ripetutamente minacce dell’ex marito ed è arrivata a vivere nascosta, insieme alla figlia e ai propri genitori. Nel febbraio scorso è stata condannata a sei mesi per adulterio proprio in seguito a una denuncia dell’ex marito; ad aprile la condanna è stata confermata in appello. Ora teme il carcere e, soprattutto, che la bambina possa essere affidata al padre. La Farnesina segue il caso da mesi e Tajani ne ha parlato direttamente con il ministro degli Esteri egiziano. Una storia sulla quale la nostra diplomazia e intelligence si sta muovendo con grande delicatezza. E che rende particolarmente delicato ciò che sta accadendo in queste settimane. Perché da una parte c’è una cittadina italiana che chiede al proprio Paese di poter tornare a casa con sua figlia e la cui sorte è nelle mani delle autorità egiziane; dall’altra c’è un processo nel quale lo Stato egiziano ha fatto di tutto per impedire che quattro suoi uomini arrivassero davanti ai giudici. Nessuno, è la preoccupazione, pensi di mettere le due vicende sullo stesso tavolo.
In mezzo ci sono interessi enormi. Sisi ha chiesto di dare attuazione ai risultati della commissione su commercio, investimenti, energia, trasporto marittimo, agricoltura e turismo e ha invitato Giorgia Meloni al Cairo. Tajani ha ricordato che le esportazioni italiane verso l’Egitto sono cresciute del 17 per cento negli ultimi sei mesi. Poi c’è l’immigrazione, dossier sul quale il governo considera il Cairo un interlocutore fondamentale.
È questo lo scenario nel quale tra due settimane arriverà la decisione del tribunale di Roma. Sul banco degli imputati ci sono quattro uomini della National Security egiziana. Il processo può stabilire per la prima volta in una sentenza che uomini degli apparati di sicurezza del regime di Sisi sequestrarono, torturarono e uccisero un cittadino straniero. È esattamente il punto che il Cairo ha cercato per anni di evitare, prima ostacolando le indagini e poi impedendo di fatto la notifica degli atti agli imputati. È stato necessario l’intervento della Corte costituzionale perché il processo potesse andare avanti anche in loro assenza.
Su una cosa, però, la famiglia Regeni non ha mai mostrato incertezze: la fiducia nella magistratura italiana. È rimasta intatta durante questi dieci anni e lo è anche adesso. La preoccupazione riguarda ciò che accade intorno al processo, non dentro l’aula. Il Cairo può provare a ricostruire i rapporti diplomatici, riaprire i tavoli economici e raccontare che la crisi è finita. Ma non può decidere quello che tra due settimane verrà scritto in una sentenza. Davanti a tutto il mondo.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] “Su Hitler non mi viene in mente niente”: così Karl Kraus iniziava il suo libro La terza notte di Valpurga, analisi in diretta di quello che successe in Germania durante il primo anno del regime nazista. Ecco: a guardare in video questo Ulrich Siegmund, il candidato governatore del land tedesco di Sassonia-Anhalt che ha fatto prendere a Alternative für Deutschland (AfD) il 45% dei voti, viene in mente proprio quel non venire in mente niente a Kraus di fronte alla mediocre feccia nazista. Il giovane e prestante biondino bacia la moglie sul palco e dice le solite frasi dei nazionalisti: abbiamo scritto la storia, ci stiamo riprendendo il nostro Paese, non ci piegheremo. Il sorriso è rassicurante e persuasivo, da immobiliarista di Biella; l’outfit è macroniano-neoliberista, completo blu e camicia bianca: uno startupper classe 1990.
[…] Già più inquietante risulta il fototipo di Alice Weidel, co-leader di AfD insieme a Tino Chrupalla, colei che Elon Musk volle intervistare su X perché Trump deve sembrargli troppo moderato: una Ursula von der Leyen se possibile più ariana, che vedremmo bene come comparsa in un film sull’Olocausto, ovviamente nella parte dell’Aufseherin (sorvegliante) che fa salire la gente sui treni per Birkenau nell’abbaiare dei cani. Davanti a questa banalità, a parte ritirare fuori Hannah Arendt, che motivo c’è di provare panico? Ce ne sono diversi. Ma poiché noi non ci rassegniamo a considerare “putiniana” la complessità come vorrebbero i maniaci filo-Nato, è il caso di contestualizzare la crescita di AfD, a meno di liquidare la questione sostenendo che centinaia di migliaia di tedeschi si stanno riscoprendo nazisti da un giorno all’altro in un’Europa florida e democratica.
Senza dubbio AfD è filo-nazista: Björn Höcke, leader di AfD in Turingia, è stato condannato perché nel 2021 ha chiuso un discorso a Merseburg al grido di “Alles für Deutschland“, “Tutto per la Germania”, slogan delle SA, truppe d’assalto naziste, vietato dal codice penale tedesco (si è difeso dicendo di ignorare che fosse il motto delle camicie brune, ma i giudici non gli hanno creduto: è un ex insegnante di Storia). Un altro buonuomo, l’eurodeputato Maximilian Krah, ha detto che non tutti i membri delle SS erano dei criminali (per ciò AfD è stato espulso dal gruppo europeo Identità e Democrazia su spinta del Rassemblement National di Le Pen).
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È vero che AfD è islamofobo: vuole vietare il velo integrale, la macellazione halal, i minareti sulle moschee, il richiamo dei muezzin alla preghiera; nel 2016 ha inserito nel suo manifesto la frase: “L’Islam non appartiene alla Germania”. In ciò AfD è in sintonia con FdI, che oggi fatica a dissociarsene, visto che anche nelle Tesi di Trieste, suo manifesto ideologico, c’è un continuo richiamo ai “patrioti” ad affermare i valori della “tradizione e dell’identità” contro “l’islamizzazione dell’Europa” (ma Meloni è apprezzatissima dalle élite sovranazionali che tanto osteggiava in campagna elettorale). Atroci scherzi della politica: è stato Friedrich Merz, cancelliere tedesco e capo della Cdu appena sconfitta da AfD, nonché uno dei leader della “Coalizione dei volenterosi” europei per il sostegno militare rafforzato a Kiev, a dire un anno fa: “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”, laddove il lavoro è sterminare i palestinesi e bombardare l’Iran, e “noi” è l’Occidente buono che ha delegato al popolo eletto l’eliminazione dei barbari infedeli.
Come dimenticare poi i nostri lib-dem, che facevano gli occhi languidi davanti alla svastica tatuata sui petti dei ragazzoni del Battaglione Azov, una delle fazioni ultra-nazionaliste dell’esercito ucraino? Erano eroici “partigiani” che “leggono Kant” e combattono “per la nostra democrazia” contro l’autocrazia russa. Così mentre le élite europee, narcotizzate dalla droga del riarmo – droga che hanno cercato di somministrare anche ai loro popoli, indicando la Russia, in una risibile risoluzione dell’Europarlamento, come “la principale minaccia all’integrità dell’Unione” – lavoravano per la guerra invece che per la diplomazia, per la spesa militare invece che per la giustizia sociale, per la propaganda invece che per l’istruzione e la ricerca, AfD si presentava davvero come “alternativa” per la Germania, come il partito che avrebbe messo fine a questa follia in nome del pragmatismo e del sovranismo. Che volete che siano qualche richiamo a Hitler e qualche buffetto alle SS, peraltro già sdoganati dai “democratici”, di fronte a un regime, quello neoliberista, che toglie il pane di bocca ai poveri per alimentare cannoni? Sono stati i lungimiranti leader europei a disporre un riarmo da 800 miliardi per i 27 Paesi dell’Unione e la riconversione dell’industria tedesca, specie automobilistica, in industria bellica. E AfD era già al 25% nei sondaggi: cosa può andare storto, se approda al governo federale? Sono loro, che dobbiamo ringraziare.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Mentre in Sassonia l’AfD sbancava le urne e spianava quel che resta dei vecchi partiti, a Cernobbio il ministro Giorgetti sussurrava la prima ragione del cataclisma che travolge l’Europa: “L’Italia paga le due guerre, in Medio Oriente e in Ucraina, due volte elevato a potenza. Noi ci approvvigionavamo del gas russo, non lo possiamo più fare: ci siamo affidati ad altri fornitori, che hanno difficoltà a fornircelo e a prezzi aumentati. Metà della capacità di raffinazione russa è stata distrutta dagli ucraini e il prezzo del gasolio dipende dal fatto che nessuno lo raffina più”. È la fotografia del suicidio perfetto dell’Ue: prima subisce, poi fomenta e allunga la guerra fra Nato e Russia in Ucraina; rinuncia al gas russo a buon prezzo per comprarlo a costi più alti da regimi uguali o peggiori; si fa distruggere i gasdotti da Kiev continuando a finanziarla (siamo a 220 miliardi: più della quota italiana di Pnrr) e armarla, fornendole i missili che distruggono le raffinerie russe e fanno impazzire i prezzi; e i pochi soldi che restano li butta nel riarmo (su cui già spende il triplo della Russia) e li toglie a salari, sanità, scuola, investimenti produttivi e gestione dei migranti. Il resto lo fa la guerra di Israele&Usa all’Iran, spalleggiata dagli europei con basi aeree e zero sanzioni.
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I popoli impoveriti e impauriti s’incazzano e s’aggrappano a chi non c’entra nulla con l’Ue: destre estreme e progressisti radicali. E il combinato disposto più povertà-più paura-meno voti ai partiti tradizionali fa impazzire le élite, come Giove che toglie la ragione a chi vuole rovinare. Ecco Paolo Gentiloni su Rep: “Hanno vinto quelli che vogliono farla finita con la memoria dell’Olocausto”, i “nostalgici del nazismo e i filo-putiniani”. Comunque niente di che: quattro baluba di un “Land poco meno popoloso della Calabria, i cui cittadini sono i più anziani e tra i più poveri della Germania”. Ed ecco la ricetta vincente: un succulento mix fra “un’Europa più integrata e forte”, “il messaggio di Mattarella a Cernobbio”, la “difesa comune” contro “l’ostilità russa”, la “pace giusta in Ucraina” e magari, volendo esagerare, l’Agenda Draghi. Questi geni, invece di guardarsi allo specchio per capire perché tutti li odiano, danno la colpa a Putin raccontandosi che la gente li adora, ma appena entra al seggio viene traviata dalle fake news russe e vota male. Quindi va rieducata a suon di insulti (populisti, sovranisti, putiniani, fascisti, nazisti, bifolchi), curata con dosi intensive di Europa, Occidente, Ucraina e riarmo (se “ha stato Putin”, bisogna fargli la guerra) e punita mettendo al bando i suoi punti di riferimento (censure “democratiche”, piazze represse, sanzioni individuali, partiti fuorilegge, elezioni annullate). Con idee così brillanti, cosa potrà mai andare storto?
Scrivere un progetto comune significa sciogliere oggi i nodi che finora sono stati rinviati a domani

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Il problema del campo largo non è più capire se riuscirà a mettersi d’accordo. È capire su che cosa dovrebbe mettersi d’accordo prima: sul programma o sul candidato premier. Perché da qualunque parte si cominci si finisce davanti allo stesso ostacolo.
Michele Serra lo ha spiegato con due obiezioni difficili da aggirare. La prima riguarda quanti sostengono che un programma comune sia impossibile, viste le distanze tra i partiti della coalizione. Se è così, perché mai gli elettori dovrebbero affidare il governo a una coalizione che sa già di non poter governare insieme? La seconda riguarda la soluzione opposta: prima facciamo le primarie, scegliamo il leader e poi sarà lui, con il peso della vittoria, a scrivere il programma. Ma anche questa strada conduce a un precipizio. Perché una competizione tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein può stabilire chi ha preso un voto in più, non garantire che gli sconfitti accettino le idee del vincitore. I due maggiori leader del campo largo rischiano di trovarsi di fronte a quella che Frederick Forsyt definì «l’alternativa del diavolo»: trovarsi a scegliere tra due opzioni che portano entrambe a una catastrofe.
Il peccato originale è stato costruire la coalizione rinviando a dopo ogni scelta fondamentale. Le differenze, infatti, non riguardano questioni marginali. Conte ha assunto da tempo una posizione nettamente contraria all’invio di nuove armi all’Ucraina e al riarmo, mentre nel Pd esiste un’area consistente che considera il sostegno militare a Kiev e il rafforzamento della difesa nazionale scelte irrinunciabili. Non sono divergenze che si possono nascondere dentro un programma di cinquanta pagine mettendo tutti d’accordo sul salario minimo, sulla sanità pubblica e sulla lotta alla precarietà.
Certo, la soluzione più razionale sarebbe quella che Elly Schlein indica nella sua intervista a L’Espresso: concordare un programma prima delle primarie. I candidati dovrebbero sottoscriverlo, impegnandosi entrambi a rispettarlo. Ma proprio qui cominciano i guai. Perché scrivere quel programma significa sciogliere oggi i nodi che finora sono stati rinviati a domani. Conte, in realtà, la sua strategia ce l’ha. Vuole le primarie perché esse azzerano i rapporti di forza tra i partiti e trasformano la scelta in una sfida personale. Esattamente il terreno sul quale lui ritiene di avere maggiori possibilità, non avendo quasi nulla da perdere.
Se ottiene le primarie, ha già vinto la prima battaglia. Se le vince, diventa candidato premier pur guidando il secondo partito della coalizione. Se le perde, resta padrone del Movimento. Se infine il campo largo salta sull’Ucraina o sul riarmo, rivendicherà di non aver tradito le proprie idee.
Schlein rischia molto di più. Perché guida il maggiore partito dell’opposizione e quindi spetta innanzitutto a lei costruire un’alternativa credibile. Ha avuto anche una risorsa che raramente i suoi predecessori hanno avuto: il tempo. La sua permanenza alla guida del Pd è ormai da record. Anni nei quali avrebbe potuto definire le alleanze, fissarne i confini, stabilire le condizioni programmatiche e indicare il metodo per scegliere il candidato premier.
Se il Pd arriverà alle elezioni senza aver risolto nessuna di queste questioni, quel record cambierà significato. Dimostrerà che si può restare molto a lungo alla guida di un partito senza riuscire a dargli ciò di cui aveva più bisogno: una strategia per vincere.
Doveva essere il volto di punta del nuovo corso Rai. Invece gli sono state lasciate solo le briciole

(Beatrice Dondi – lespresso.it) – C’è stato un momento in cui ci aveva proprio creduto: Pino Insegno, il prescelto. Il delfino. Colui il quale avrebbe preso lo spazio che credeva di dover occupare a buon diritto, il merito della tv del merito, per guidare con il suo pizzetto, il ditino puntato e la voce avvolgente il pubblico verso l’occupazione dell’intero servizio, pubblico anch’esso.
Sembrava che tutto fosse predisposto per vederlo attraversare le praterie della conduzione di varietà, prime serate e perché no, il volto nuovo del Festival di Sanremo.
Certo i motori sembravano scaldarsi con una certa lentezza, qualche recupero in corsa, un piccolo flop dopo l’altro, nessun nuovo titolo a parte il disastroso esperimento vintage delle barzellette (di cui si dice potrebbe esserci un ritorno nonostante i numeri decimali della scorsa stagione) ma la speranza non voleva proprio morire.
«Verrà il giorno della sconfitta ma non è questo il giorno», continuava a ripetersi, con la stessa enfasi con cui aveva porto questa frase per far entrare sul palco Giorgia Meloni e che gli aveva aperto quel barlume di onnipotenza, in cui sembrava che il suo nome potesse occupare ogni casella disponibile tenendo le redini strette neanche fosse un cavallo, di viale Mazzini o di Aragorn poco cambiava.
Ma nonostante la sua fiducia immota, col tempo cominciarono a farsi largo altri nomi, altri volti, altri professionisti, forse perché altrettanto spalleggiati e decisamente assai prestanti, ex ballerini, accenti partenopei e portatori sani di quella qualità, al povero Insegno perlopiù sconosciuta, altrimenti detta empatia.
Così il mantello dell’invisibilità ha deciso di avvolgere Pino Insegno e inesorabile come l’indifferenza, è arrivata la nebbia: basta titoli, citazioni, interviste, niente palco dell’Ariston, nessuna novità, nessun investimento. E con il sorriso stampato e le orecchie basse, si è ripresentato in video per l’ennesima edizione dell’ennesima “Reazione a catena”, il preserale estivo di Rai Uno rodato al punto che potrebbe andare avanti da solo.
Con la stessa aria del Saverio di Benigni, che nonostante gli sforzi si vede preferire sempre il Mario di Troisi in “Non ci resta che piangere” ma ancora ci crede, è entrato in studio col petto gonfio, bacchettando come sempre i concorrenti, mostrando di saperle tutte e ancor di più e ringraziando ogni sera il santo protettore che ha lasciato a Mediaset il gioco più debole.
Insomma, i tempi sono cambiati parecchio ma se ci fosse ancora la penna formidabile di Fortebraccio, avrebbe potuto parafrasare l’imperdibile battuta su Cariglia: «L’auto si fermò. Lo sportello si spalancò e non scese nessuno. Era Pino Insegno».
DA GUARDARE
Dopo anni di scontri accesi e tinti il giusto di impalpabile volgarità, Alessandra Mussolini ha dato il meglio di sé nella scorsa edizione del Grande Fratello. Così, vista la sua predisposizione alla critica è stata scelta come opinionista di Uomini e donne. E il mondo della politica, elettori compresi, ancora una volta, ringrazia.
MA ANCHE NO
Il “caso Ranucci” è ormai diventato la nuova Garlasco, un modo di usare le parole vuote per riempire ore di palinsesti. Ma soprattutto per coprire, con il brusio generalizzato sulle quisquilie, la gravità gargantuesca di aver affondato il giornalismo di inchiesta del servizio pubblico.
Sono partiti i primi trasferimenti dei detenuti al 41 bis in Sardegna. Un’ottantina di capimafia sono stati portati ieri nella nuova sezione del carcere di Uta inaugurata dal ministro Nordio. Ora nell’isola si temono rischi per il sovraffollamento e possibili infiltrazioni mafiose. La presidente Todde a Fanpage si scaglia contro il piano del governo: “Siamo stati ignorati”.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Strade chiuse in Sardegna e un lungo corteo di pattuglie, tra carabinieri, polizia, polizia penitenziaria e Guardia di finanza. Un imponente apparato di sicurezza che di solito siamo abituati a vedere per capi di Stato, primi ministri, personalità importanti, ma che ieri è stato convocato per scortare il trasferimento di un’ottantina di capi mafia all’interno della nuova sezione detentiva per i 41 bis del carcere di Cagliari-Uta. La decisione imposta dal governo Meloni ha aperto un altro fronte di scontro con la Regione governata da Alessandra Todde, che a Fanpage.it dice: “Da mesi chiediamo un tavolo di confronto. Il governo non può continuare a considerare la Sardegna un territorio su cui scaricare decisioni prese altrove”.
Il piano del governo per trasferire i detenuti al 41 bis in Sardegna
Per capire come si è arrivati sin qui occorre fare un piccolo passo indietro, perché quest’operazione è il risultato di un piano avviato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio più di un anno fa. A giugno 2025 infatti la Regione viene a conoscenza dell’ipotesi di destinare al 41 bis le carceri di Uta, Bancali e Badu ‘e Carros. La governatrice scrive una lettera al Guardasigilli per chiedere conto della notizia ma non riceve risposta. Un mese dopo, quando il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ufficializza la cosa, è chiaro che l’ipotesi è diventata realtà: Palazzo Chigi ha deciso di collocare in una sezione dell’istituto penitenziario di Uta 92 detenuti sottoposti al regime di carcere duro, il cosiddetto 41 bis.
Si tratta di uno strumento detentivo che dal 1992, dopo le stragi di Capaci e via d’Amelia, è stato utilizzato per isolare esponenti di clan mafiosi e impedire le comunicazioni con l’organizzazione criminale. Chi si trova al 41 bis è costantemente sorvegliato, in una cella singola, ha contatti e ore d’aria limitate e non ha accesso agli spazi comuni con gli altri detenuti. Nel tempo, il numero di reati a cui si può applicare è stato ampliato anche ad altre tipologie di delitti, come ad esempio violenza sessuale di gruppo o prostituzione minorile. Oggi in Italia, secondo i numeri di Antigone, sono circa 750 le persone sottoposte a questo regime.
Ma torniamo al piano. Perché il governo ha scelto di concentrare proprio in Sardegna un numero così elevato di detenuti al 41 bis? L’obiettivo è trasferire queste persone in istituti penitenziari di massima sicurezza e geograficamente isolati in virtù di una legge, approvata nel 2009 durante il governo Berlusconi, che ha modificato la legge sull’ordinamento penitenziario, prevedendo che “i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari”.
Ignorate le proteste di Regione e associazioni: il carcere di Uta è già al collasso
Forte di questa previsione, nell’ultimo anno l’esecutivo ha accelerato l’operazione che coinvolge 7 istituti penitenziari, tre dei quali nell’isola, per un totale di 800 detenuti al 41-bis (240 in Sardegna). Secondo quanto riferito da Todde, durante l’incontro con Nordio dello scorso settembre, il ministro avrebbe assicurato che non si sarebbe proceduto senza accordo con la Regione e che sarebbero stati affrontate le criticità legate al personale penitenziario, il sovraffollamento e le spese sanitarie.
Come ricorda la Camera Penale di Cagliari, la struttura di Uta sta già collassando. “Al 31 agosto ospitava 748 detenuti nei circuiti di media e alta sicurezza, a fronte di 561 posti disponibili. A questi si aggiungono 80 detenuti sottoposti al 41 bis, 40 dei quali sono già arrivati”. Una volta completati i trasferimenti, la popolazione dell’istituto potrà raggiungere 828 persone. Ma “il nuovo reparto non è un corpo separato dal resto del carcere. Le esigenze di altre 80 persone detenute inevitabilmente incideranno sui servizi e sulle risorse di una struttura già fortemente sovraccarica”.
Ma a nulla sono valsi gli allarmi di associazioni e amministrazione, le interrogazioni dei parlamentari sardi all’opposizioni e le mobilitazioni dei cittadini. Il governo ha deciso di portare avanti il progetto, ignorando le lettere – l’ultima a luglio – in cui la Regione chiedeva conto dei criteri sanitari, di pianificazione penitenziaria e sicurezza alla base di un così imponente trasferimento.
Ora nell’isola si temono possibili infiltrazioni mafiose
Così la nuova struttura è stata inaugurata, con tanto di visita sorpresa di Nordio e ieri, i primi gruppi sono arrivati nell’isola. I detenuti sono partiti dall’aeroporti di Pomezia, a bordo di diversi aerei della Guardia di Finanza e sono atterrati, in tre fasi, nello scalo militare di Decimomannu. Per l’occasione, le strade e l’area attorno al carcere, che si trova nell’hinterland cagliaritano, è stata blindata.
“La Sardegna ha raggiunto il massimo storico di detenuti presenti negli Istituti penitenziari. Un numero destinato a salire ancora con l’arrivo dei 41bis a Cagliari-Uta “, ha commentato la presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme, Maria Grazia Caligaris, tra le prime a lanciare l’allarme. “I dati del ministero, 2.451 presenze al 31 agosto per 2.583 posti, nascondono due importanti realtà. Non vengono infatti conteggiati le 90 celle già occupate dai 41bis a Sassari-Bancali e i 300 posti ‘liberi’ per lavori a Badu ‘e Carros. Quindi la Sardegna è ormai satura per numero di persone private della libertà ma nulla è cambiato per il personale medico, infermieristico e della sicurezza”.
Dall’altra parte, le voci sarde della maggioranza scaricano la responsabilità sugli esecutivi precedenti. “L’attuale governo non ha fatto altro che collaudare e mettere in funzione, per dovere di efficienza e per non sprecare risorse pubbliche già spese, un’opera ereditata dal centrosinistra e dal Movimento 5 Stelle”, ha dichiarato il deputato FdI Salvatore Deidda.
All’emergenza sovraffollamento, si affiancano i timori per possibili infiltrazioni mafiose nell’isola. “Il metodo con cui il governo ha deciso di ignorare un’istituzione regionale eletta dai sardi è vergognoso. Da mesi chiediamo un tavolo di confronto sulla gestione del sistema penitenziario isolano. Da mesi non arriva risposta”, dice Todde.
Todde a Fanpage: “Il governo usa l’insularità come alibi per scaricare le sue decisioni sulla Sardegna”
Ad oggi infatti, il governo non ha ancora spiegato come garantire, a fronte di un aumento della popolazione detentiva, personale, sicurezza e assistenza sanitaria adeguati. A farsi carico dei costi oltretutto, sarà la stessa Regione. “Non mettiamo in discussione l’utilità del 41 bis nella lotta alla criminalità organizzata. Mettiamo in discussione il fatto che oggi il sistema sardo si trovi a gestire un carico ulteriore senza personale adeguato, senza rafforzamento della sanità penitenziaria, senza un euro in più annunciato. Continueremo a chiedere, con ogni strumento istituzionale a disposizione, che lo Stato assuma le proprie responsabilità verso un’isola che non può essere trattata diversamente dal resto del Paese”, prosegue.
Per la governatrice il principio dell’insularità, inserito in Costituzione allo scopo di riconoscere, rimuovere e compensare gli svantaggi di territori distanti dal resto della penisola, è stato paradossalmente usato come giustificazione per un’eccessiva concentrazione di detenuti ad alta pericolosità in Sardegna. “Il governo Meloni non può continuare a considerare la Sardegna un territorio su cui scaricare decisioni prese altrove, senza nemmeno la cortesia istituzionale di un confronto. L’insularità non può trasformarsi nell’alibi per essere trattati come un territorio a cui non si deve nulla”, spiega.
“L’Europa si è stravaccata su una posizione atlantica, subalterna agli Usa nel bene e nel male. E’ franato il terreno sotto i piedi. Non è una questione italiana, ma europea”

(adnkronos.com) – “Ormai l’Europa è in briciole”. Massimo Cacciari, intervistato dall’Adnkronos, commenta il trionfo di AfD nelle elezioni in Sassonia-Anhalt e il quadro di un’Europa sempre più divisa, che fatica a trovare una voce comune mentre deve confrontarsi con potenze autocratiche, come la Cina o con guide forti come gli Stati Uniti. “Bisogna sperare che cambi un po’ il vento negli Usa e da lì si possa prendere un discorso di relazioni con gli Usa improntato su altri principi”, osserva.
“Bruxelles deve ricordarsi di come era nata l’Europa, sulla base di culture politiche di solidarietà, servizi sociali, assistenza, difesa dei ceti più deboli. Principi che sono nella nostra Costituzione e sono stati abbandonati. E poi politiche autonome. Invece l’Europa si è stravaccata su una posizione atlantica, subalterna agli Usa nel bene e nel male. Ormai l’Europa è in briciole e stanno sfasciando persino Schengen. Torneremo a mostrare i passaporti per andare in Francia o in Spagna. Una catena infinita di errori ha condotto a questo”, afferma ancora.
Per Cacciari, tuttavia, l’avanzata della destra radicale non è un fenomeno improvviso, ma l’esito di un lungo processo. “È un processo che va avanti da quasi un decennio e di cui non si è mai preso sul serio il pericolo. Se fai politiche di destra in tutti i Paesi europei, in quasi tutti i Paesi Ue, come fai a non far crescere un’opposizione di destra? Si è cercato di moderare le politiche di destra, ma alla fine la gente finisce per pensare che hanno ragione quelli di destra-destra. È discorso del c… quello secondo cui vince il moderato. È sempre meglio l’originale della mala copia. Se faccio politiche di destra, do ragione a chi fa politiche di destra e alla fine la spunta la proposta radicale rispetto al compromesso moderato”. Una dinamica che, secondo il filosofo, riguarda anche il centrosinistra. “Temo sia franato il terreno sotto i piedi. Non è una questione italiana, ma europea”.

È di questa mattina la notizia dell’ennesima tragedia consumatasi all’interno del carcere di Benevento, dove un uomo di soli 37 anni ha deciso di togliersi la vita in cella. Era padre di una bambina.
Una morte che non può lasciarci indifferenti. Una morte che, ancora una volta, ci costringe a interrogarci sullo stato delle nostre carceri e sul significato che vogliamo dare alla pena.
Sono anni che, come Giovani Democratici, denunciamo le condizioni insostenibili in cui versano gli istituti penitenziari italiani e, in particolare, quello della nostra città. Oggi, di fronte a questa ennesima tragedia, sentiamo ancora più forte il dovere di non rimanere in silenzio.
Quello che dovrebbe essere un luogo nel quale lo Stato garantisce dignità, rieducazione e una concreta possibilità di reinserimento sociale rischia sempre più di trasformarsi in un luogo di abbandono e disperazione.
I numeri raccontano una realtà drammatica: sono già 45 le persone che dall’inizio del 2026 si sono tolte la vita nelle carceri italiane. In Campania sono 5, contando anche il caso avvenuto questa notte a Benevento.
Non possiamo accettare che questi numeri diventino una statistica da aggiornare ogni volta che una vita viene spezzata.
Il carcere non può essere una risposta automatica a ogni forma di marginalità sociale. Non può essere il luogo nel quale rinchiudere persone per poi dimenticarsene. E soprattutto, non possiamo continuare a confondere l’aumento delle pene e dei reati puniti con un aumento della sicurezza.
Per questo continueremo a batterci per un sistema penitenziario realmente orientato alla rieducazione e al reinserimento: dalla depenalizzazione dei reati di minore gravità al maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, dal potenziamento dei servizi psicologici e sanitari all’incremento degli educatori e delle figure professionali necessarie a seguire le persone detenute.
Ma soprattutto continueremo a rivendicare un principio semplice, che dovrebbe essere alla base di ogni politica sulla giustizia: la pena deve privare della libertà, non della dignità.
La sicurezza non si costruisce riempiendo le carceri. Si costruisce facendo in modo che chi entra in carcere abbia, quando ne uscirà, una reale possibilità di non tornarci.
Perché se lo Stato prende in custodia una persona, quello Stato ha il dovere di proteggerne la vita, garantirne la dignità e lavorare affinché possa tornare a vivere nella società.
Il silenzio davanti a queste morti non è più un’opzione. Per questo continueremo a denunciare, a proporre e a batterci. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una storia. E perché una società davvero sicura è una società che non lascia nessuno solo davanti alla propria disperazione.
Stefano Orlacchio – Giovani Democratici