
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Per sabato 18 aprile la Lega aveva annunciato «Senza paura», manifestazione sovranista a favore della remigrazione e contro l’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti. Poi il governo ha perso il referendum e per sabato 18 aprile la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione sovranista non più contro i migranti ma sempre contro l’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti. Poi il sovranista Orbán ha perso le elezioni in Ungheria, così per sabato 18 la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti Europei. Poi però Trump ha insultato il Papa e quindi per sabato 18 la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa e per la pace. Senonché poi Trump se l’è presa pure con la Meloni e perciò ieri Salvini ha annunciato in conferenza stampa che sabato 18, in piazza Duomo, si svolgerà «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa, per la pace e contro l’aumento dei prezzi causato dalle smargiassate belliche degli americani.
Sempre che tra oggi e domani i sovranisti, al di qua o al di là dell’oceano, non perdano altri colpi. In tal caso, sabato 18 aprile in piazza Duomo, Salvini potrebbe chiudere il cerchio con «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa dei migranti, per la pace, contro l’aumento dei prezzi e contro il ponte sullo Stretto, sostituito dal ponte di Tripoli per consentire a chiunque lo desidera di raggiungere l’Italia in bici.
“Meloni e il Memorandum? Primo passo, in ritardo di 70mila morti. Ora i fatti”

(estr. di Maddalena Oliva – ilfattoquotidiano.it) – […] Francesca Albanese, in Libano l’Idf ha colpito civili, giornalisti, ospedali, ong e mezzi Unifil. Ora potrebbe arrivare la tregua di una settimana. Cosa sta accadendo?
Gli attacchi di Israele in Libano colpiscono per brutalità e intensità, ma non sono nuovi. Nel silenzio della comunità internazionale, da anni – e con una frequenza crescente, in parallelo con il genocidio a Gaza – Israele conduce operazioni militari specie nel sud del Libano, per consolidare il controllo territoriale. Oggi lo dice apertamente tanto il governo israeliano quanto il suo sponsor americano: il progetto del grande Israele non è solo legittimo ma realizzabile. Questo disegno è criminale. Il contesto della guerra con l’Iran ha offerto a Tel Aviv l’occasione per perseguirlo con rinnovata ferocia.
[…]
È la “gazificazione” del Libano.
Espressione orribile, ma purtroppo veritiera. Israele sta facendo terra bruciata del diritto internazionale così come delle zone che vuole annettere, per portare la comunità internazionale al fatto compiuto del controllo effettivo del Sud del Libano, dopo averlo svuotato. Con Gaza vedo un continuum: lì Israele ha testato con mano come portare avanti i più brutali crimini contro l’umanità e di guerra, perfino un genocidio, senza conseguenze. Anzi, camuffando l’azione militare come ‘difesa’. Perché dovrebbero fermarsi ora di fronte alle vite dei libanesi, se nessuno ha chiesto loro il conto per quelle dei palestinesi? Questa è la spirale mortifera in cui l’inazione dei nostri Paesi ha trascinato l’umanità tutta.
Intanto a Gaza si continua a morire. Lei ha detto che la “pace” trumpiana è la prosecuzione a bassa intensità del genocidio. È sempre convinta?
Assolutamente. Tra il 2 e l’8 aprile, almeno venti palestinesi sono stati uccisi a Gaza, portando a 750 il conto delle vittime dall’inizio del ‘cessate-il-fuoco’ che non è che uno specchietto per le allodole. Nella Striscia la popolazione vive in tende e in ambienti insalubri, senza cure mediche adeguate. E l’accesso agli aiuti umanitari continua a essere compromesso. Non può esserci pace senza giustizia. Il suddetto Board of Peace si prepara a banchettare tra le spoglie del popolo palestinese, mentre quasi nessuno in Europa propone un piano alternativo centrato sull’autodeterminazione dei palestinesi e la fine dell’occupazione, del genocidio e dell’apartheid. Fuori dall’Europa, per fortuna, sì.
[…] Meloni ha annunciato lo stop al rinnovo automatico del Memorandum con Israele. Che segnale è?
L’annuncio è importante, ma arriva più di 70 mila morti in ritardo. Rappresenta la prima vera risposta del governo dopo due anni di genocidio, una decisione che non assolve l’Italia dalle sue responsabilità nei crimini israeliani, ma almeno è un passo. Diversi giuristi e avvocati del gruppo ‘Giuristi e avvocati per la Palestina’ hanno incalzato il governo, messo sotto pressione dalle grandi mobilitazioni della società civile, supportata da Avs, M5S e parte del Pd. Ora le parole di Meloni devono tradursi in fatti: recessione, non solo interruzione, dell’accordo. E vanno bloccati i contratti di Leonardo con le controparti israeliane, senza che questo sani le responsabilità dell’azienda e dell’Italia per quanto fornito finora. Non è un’opzione, è un obbligo internazionale.
Avrà visto lo scontro con Trump.
La servitù al sovrano Usa non paga. La necessità di un nuovo multilateralismo, senza suprematismi e razzismo, che nasce e spiega le vele dai Paesi decolonizzati si sente sempre più anche qui. Questo mi fa sperare. Dobbiamo resistere resistere resistere. L’emancipazione passa dal diritto e dai diritti.
Molti analisti hanno letto il risultato della grande partecipazione al voto referendario dei giovani come un effetto-Gaza, un’onda lunga delle mobilitazioni dei mesi scorsi.
Lo chiamo ‘effetto Palestina’. La Palestina – e l’insensata sofferenza inferta al suo popolo – hanno fatto scoppiare le contraddizioni interne alle nostre società. Ha bucato il velo di Maya del neoliberalismo, di quell’europeismo ipocrita che parla di diritti umani, ma che non ha mosso un dito di fronte a un genocidio. Ha portato le persone a voler agire da protagonisti di fronte a una classe politica incapace e inadempiente.
[…]
È in partenza una nuova Flotilla.
La Flotilla è un simbolo, non deve diventare un fine in sé: spero possa continuare a far parte di quel movimento di società civile che si è risvegliato, spingendo ad alzare il tiro sugli scenari nazionali affinché la macchina della guerra si fermi. Certo, c’è la preoccupazione per lo scenario bellico attuale…
La Procura di Roma, dopo gli esposti di 36 attivisti italiani, ha contestato il reato di tortura.
Mi auguro per le vittime che sia fatta giustizia. Nel mio ultimo rapporto Onu ho menzionato diversi casi. Seppur marginali rispetto a ciò che subiscono ogni giorno i palestinesi, sono il segnale di quanto sia forte il senso d’impunità dell’Idf.
Nell’ultimo rapporto ha raccolto anche centinaia di casi di stupro nelle carceri israeliane rese da Ben-Gvir luoghi di tortura, con oltre quattromila persone scomparse…
C’è un uso sistematico e sistemico della tortura, sia nelle carceri, con livelli senza precedenti negli ultimi due anni, sia fuori.
[…] Ora Israele ha deciso di introdurre la pena di morte per i terroristi.
Purtroppo non mi sorprende. Questo è l’ultimo orribile tassello della politica carceraria israeliana, che da tempo mira all’annientamento dei prigionieri palestinesi. L’assassinio ora viene legalizzato.
Ha appena rilanciato sui social un appello per Ahmed Shihab-Eldin.
Ahmed è un reporter palestinese, di nazionalità kuwaitiana e statunitense, detenuto da più di un mese in Kuwait – e non è il solo – per aver raccontato sul campo gli attacchi iraniani. Mi auguro una mobilitazione internazionale per il suo rilascio. E faccio un appello al governo italiano, perché Ahmed si era trasferito da poco a Bari per insegnare all’università. La libertà di espressione va difesa: il giornalismo non è un crimine.
Sarà all’Uno Maggio di Taranto. E sono già partite le polemiche…
Davvero? Non lo sapevo e non me ne curo, onestamente. Mi amareggia pensare che difendere i diritti di un popolo vittima di un genocidio generi ‘polemiche’: non siamo in grado di essere d’accordo nemmeno sui principi più basilari di umanità. Ma spero tutto si traduca in più partecipazione all’evento… ci vediamo l’Uno Maggio!

(Tommaso Merlo) – L’atto politico più importante del governo Meloni resterà il silenzio assordante sul genocidio a Gaza. Un governo che verrà ricordato per i mesi a glissare o addirittura assecondare i carnefici di donne e bambini palestinesi. Una linea politica sciagurata che si spiega con l’atavico servilismo italiano verso gli Stati Uniti che a loro volta sono servi del sionismo. Un vero e proprio suicidio per i sovranisti de noialtri che si son fatti largo blaterando di popolo e patria e sul più bello si sono adeguati al vassallaggio lobbistico. Perchè un conto è il marketing elettorale, un altro governare la realtà. Eppure non era così difficile, bastava che i sovranisti de noialtri dessero retta ai sovrani e cioè ai cittadini che per mesi hanno manifestato contro l’orrore di Gaza. E bastava che dessero retta alla nostra Costituzione e al diritto internazionale su cui si fonda la nostra Repubblica. Tagliando così ogni legame con Israele e spingendo per un embargo economico e militare anche in Europa in modo da fermare lo sterminio, sradicare una ideologia da secolo scorso finita fuori controllo e promuovere una ricostruzione democratica e rispettosa dei diritti umani per tutti in Terra Santa. Non era così difficile. Bastava che il governo rispettasse i trattati schierandosi senza esitazioni coi tribunali internazionali arrestando quel terrorista di Netanyahu quando ha sorvolato il nostro spazio aereo per andare alla Casa Bianca a ricattare Trump. Ed invece siamo arrivati alle ignobili chicche di ospitare per le vacanze i soldati israeliani esausti dopo mesi a massacrare donne e bambini e di partecipare all’osceno Board of Peace. Già, non ci voleva chissà quale lungimiranza politica e sapienza per stare dalla parte giusta della storia, bastava un minimo di sensibilità, di coerenza e di coraggio. La Spagna ma anche l’Irlanda e altri paesi hanno dimostrato che era ed è possibile una alternativa. Ma i sovranisti de noialtri non hanno voluto sentire ragioni inginocchiandosi non solo a Washington ma anche a Bruxelles. Il governo italiano più a destra di sempre si è rivelato un maggiordomo di quei tecnocrati europei per anni infangati come male assoluto nonchè della Nato ormai ridotta ad agenzia della lobby guerrafondaia occidentale. Ed è così che si sono accodati senza fiatare e soprattutto senza ragionare all’autolesionista guerra in Ucraina buttando immense risorse pubbliche per mantenere il corrotto governo di Kiev e per un riarmo continentale abnorme mentre i cittadini sono alla canna del gas vittime di un declino epocale spacciato come crisi passeggera. Una cocciuta deriva bellica alla faccia dell’articolo 11 e del desiderio di pace di milioni di cittadini scesi in piazza. Altro che sovranismo, il solito lobbismo col potere delegato a padroni oltreoceano, consessi internazionali e meschino conformismo carrierista. Altro che nazione sovrana, una foglia trascinata dal vento russofobo e guerrafondaio di potentati senza cuore e nemmeno cervello. Ma visto che la sfiga aiuta i pavidi, i sovranisti nostrani si sono ritrovati un padrone come Trump che incarna non solo i mali politici ma anche quelli psicologici del nostro tempo. Un padrone maligno e scorbutico che dopo aver venduto l’anima al diavolo sionista, ha reso la vita dei suoi leccapiedi impossibile. Una situazione precipitata con l’aggressione criminale all’Iran che ha sconquassato il mondo. Trump pretendeva che i servi europei lo seguissero senza fiatare dopo mesi che li maltrattava e si sa, per un padrone non c’è nulla di più insopportabile di un servo che si ribella e se quel padrone è narcisista cronico, apriti cielo. Già che c’era, Trump se l’è presa anche col Papa nonché vescovo di Roma e a quel punto i sovranisti nostrani sono stati costretti ad un sussulto. Forse di dignità o forse per paura di fare la fine di Orban, altro trumpiano sovranista finito in pensione anticipata. Altro pezzo di una destra nazionalista e bigotta a chiacchiere che ha in Trump il suo leader e altri amiconi di Epstein come Steve Bannon come ideologi. Un sovranismo campione di marketing elettorale o meglio di cavalcata di odio e paura, ma che alla prova dei fatti si è rivelato in Italia nullafacente e servile e nel mondo una sciagura. Già, serve un cambio di rotta radicale e non ci vuole chissà quale lungimiranza politica e sapienza, basta un minimo di sensibilità, di coerenza e di coraggio. Tagliando ogni legame col sionismo e scegliendo il diritto internazionale per promuovere una ricostruzione democratica e rispettosa dei diritti umani per tutti in Terra Santa. Scegliendo la nostra Costituzione e quindi la pace anche con la Russia per evitare la catastrofe atomica mondiale e sprecare risorse in pieno declino. Salvando la democrazia abbandonando ogni servilismo e ridando sovranità ai cittadini.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Giorgia Meloni, leggiamo su Rep, martedì ha “iniziato il Vinitaly tour infilandosi nel gigantesco tunnel-bottiglia rosso allestito dal ministero delle Politiche agricole (quando uno ha gusto e non è per niente kitsch, ndr): all’interno della galleria sono esposte sei statue provenienti dalle Gallerie degli Uffizi che rimandano all’immaginario di Dioniso e al corteo dionisiaco. Lollobrigida e Mazzi ‘raccontano’ a Meloni i ‘componenti’ del corteo dionisiaco: le Menadi, i Satiri, Sileno, le Horae (personificazioni delle stagioni, ndr), Appello (in realtà Ampelo, giovane satiro amato da Dioniso, ndr)”. Mazzi è il nuovo ministro del Turismo e, considerando che prende il posto di Santanchè, può solo elevare la carica (intanto ha già detto “Le cantine diventano luoghi di benessere”: Nordio potrà confermare).
[…]
Ma noi friggiamo al pensiero di come possa aver illustrato il corteo dionisiaco il sapiente ministro Lollobrigida, uno per il quale, ricordiamolo, Gesù compì il miracolo della “moltiplicazione del vino” (da millilitri a ettolitri, si suppone) e l’acqua può mandarti in ospedale quanto e più del vino (i nosocomi sono pieni di affogati da Ferrarelle, infatti, e Lollo sa di gente finita in coma per aver bevuto 36 litri di acqua in due minuti, per dire). Soprattutto, chissà come Lollo avrà raccontato l’amore folle tra Dioniso e Ampelo. […] Il mito dice che il giovane aveva messo le redini a un toro, l’unico animale da cui Dioniso gli aveva raccomandato di guardarsi, e lo montava con spavalderia, quando la madre Selene, irritata dalla hybris (tracotanza) di Ampelo, ordinò a un tafano di pungere il toro, che si imbizzarrì e trafisse il giovane con un corno. Dioniso, trovandolo a terra insanguinato, pianse, lui che era il dio della danza e dell’ebbrezza, e cosparse di ambrosia il corpo amato. Atropo, una delle Moire, impietosita, trasformò il corpo di Ampelo in una vite (àmpelos significa “cespo di vite”). Appena l’uva nata dal corpo di Ampelo fu matura, Dioniso ne raccolse i grappoli, li strizzò e poi si leccò dita macchiate, pensando al colore rosato della pelle del giovane, identico a quello del succo appena sgorgato. Che zozzoni, questi greci. Vedi tante volte a rivangare “le nostre radici”: si scopre che “il sangue di Cristo” è stato prima il sangue di un giovane gay.
Dal 2023 la famiglia Berlusconi ha garantito donazioni per 2 milioni di euro a Forza Italia. Denari arrivati dai figli del Cavaliere, dal marito di Marina e dal Biscione. Così vive il partito

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Ci sono almeno 2 milioni di motivi, solo nell’ultima legislatura, per cui Forza Italia non può emanciparsi dalla famiglia Berlusconi. Ragioni solide, come la somma dei versamenti fatti dagli eredi del Cavaliere in tre anni sul conto del partito.
Il giornalista e volto Mediaset Paolo Del Debbio, in un editoriale sulla Verità, ha sostenuto che i figli di Silvio Berlusconi, in testa Marina e Pier Silvio, abbiano sbagliato a convocare il segretario del partito e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nella sede dell’azienda, a casa Mediaset. Si tratta infatti del capo della diplomazia, in un periodo storico in cui il ministero degli Esteri ha una centralità che non si vedeva da anni.

La vicenda è finita anche al centro di un’interrogazione annunciata dal deputato del Movimento 5 stelle, Francesco Silvestri: «Possibile che con una guerra in corso Tajani non avesse altre priorità?», ha chiesto, ricordando che «è assolutamente improprio che si sia recato a parlare di temi nazionali e internazionali con i proprietari di un’azienda privata».
Di sicuro un atto irrituale, molto discutibile, ma che deriva da un elemento mai risolto: un soggetto politico dipendente da un impero economico. Forza Italia non è (forse) più un “partito-azienda”, ma continua a essere un partito dell’azienda. Non fornisce più personale dirigenziale, come agli esordi, ma ne decide le sorti. Dietro al logo di Forza Italia, con la bandiera tricolore, c’è sempre il Biscione. Così sfuma la narrazione di una normalizzazione degli azzurri, capaci di farlo diventare un partito “normale” con una leadership contendibile e congressi locali.
I desiderata di Cologno Monzese non possono essere traditi: se i Berlusconi hanno chiesto rinnovamento, deve esserci un rinnovamento. Non è possibile alcuna forma di resistenza. Perché, per un partito fondato da un imprenditore, i soldi, i danè, sono decisivi. E peseranno nell’indicazione del futuro leader di Forza Italia.

La candidatura in prima persona resta solo un’ipotesi giornalistica. In una lettera inviata a Dagospia, Marina Berlusconi ha smentito l’ipotesi di una sua «fantomatica discesa in campo», annunciata dal Fatto quotidiano che aveva decritto, come propedeutica alla candidatura da leader, l’ingaggio di un dialogue coach per migliorare la voce e di autori per preparare il racconto di aneddoti durante gli eventi pubblici. Niente candidatura, ma l’impegno politico è nei fatti e fa passare quasi in secondo piano la presunta discesa: il partito è dipendente dai Berlusconi. Altrimenti non si spiegherebbe la convocazione di Tajani negli uffici di famiglia e il siluramento dei capigruppo di Camera e Senato.
Gli eredi del fondatore continuano a far affluire fondamentali risorse economiche per garantire l’equilibrio dei bilanci, che altrimenti sarebbero in profondo rosso. Solo nell’ultima legislatura, i cinque figli di Silvio Berlusconi e il fratello, Paolo, hanno donato a Forza Italia 1,8 milioni di euro, cui si aggiungono 100mila euro di Maurizio Vanadia, marito di Marina Berlusconi e altrettanti versati da Fininvest nel maggio 2023, quando era ancora in vita l’ex presidente del Consiglio. Ciascuno stacca un assegno da 100mila euro ogni anno.

Nel 2026 non è ancora stata registrata alcuna donazione: seguendo la tradizione dovrebbe arrivare nei mesi tra primavera ed estate. In ogni caso, il totale, nell’ultimo triennio, raggiungono i 2 milioni di euro, fondamentali per far vantare alla segreteria-Tajani un rendiconto sostanzialmente in salute.
Certo, nel 2023 il bilancio si è chiuso con un avanzo di 1,1 milioni di euro, grazie a un boom di tesseramenti, ma senza i fondi provenienti da Berlusconi (e della società di famiglia) sarebbe stato di solo 400mila euro. Ma, ancora peggio, sarebbe andato nel 2024: l’anno è stato chiuso con un disavanzo di 307mila euro. Senza la mano al portafogli della famiglia Berluscon, il dato avrebbe sfiorato il milione di euro in rosso.
Le donazioni sono solo un pezzo, riguardano la gestione di Forza Italia. Il partito è legato a doppio filo anche per il pregresso, le fidejussioni per oltre 90 milioni di euro, sottoscritte da Berlusconi tra il 2014 e il 2015. Un fardello che blocca qualsiasi operazione di svincolo.
«I “debiti verso altri finanziatori” espongono l’ammontare di 90.433.600 euro. Tali debiti scaturiscono della escussione di fidejussioni rilasciate dal presidente Silvio Berlusconi rilasciate a diversi istituti bancari a garanzia di affidamenti da questi concessi al nostro Movimento», si legge nella relazione che accompagna il bilancio del 2024.

E «a seguito del decesso del nostro presidente questo credito si è trasferito ai suoi aventi diritto». Lo sfogo dell’ormai ex capogruppo alla Camera, Paolo Barelli (destinato al ministero dei Rapporti con il Parlamento), «i partiti si guidano da dentro», apparterrebbe alla categoria della polemica priva di sbocchi. Ma in questo caso suona ancor più irrealizzabile visti i flussi finanziari che legano il partito alla famiglia del Cavaliere.
Dopo le congratulazioni di rito, il compito di Enrico Costa, neo-eletto al ruolo di capogruppo a Montecitorio proprio al posto di Barelli, sarà quello di fare da raccordo tra i deputati e la famiglia. Marina Berlusconi non scende in campo. Ma detta la linea e tiene in vita finanziariamente il movimento. Con portafogli alla mano, insieme ai fratelli di Forza Italia.
Il leader del Movimento 5 stelle: «Se perdo non ne farò un dramma. E penso nemmeno Schlein». L’affondo contro la premier Meloni: «Quando difendi il tuo Paese ti batti. E te ne fotti se resti isolato»

(Niccolò Carratelli – lastampa.it) – Si inizia con la foto del campo progressista quasi al completo, alla faccia della scaramanzia. Tutti riuniti dentro la Galleria Alberto Sordi, giusto di fronte a Palazzo Chigi, per celebrare “Una nuova primavera”, che è il titolo del libro di Giuseppe Conte e, volendo, l’auspicio per il centrosinistra. C’è Elly Schlein con vari parlamentari del Pd, tra cui gli ex ministri giallorossi Dario Franceschini, Francesco Boccia, Roberto Speranza, ma anche il “draghiano” Lorenzo Guerini (bacchettato nel libro). Poi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, con un gruppetto di Avs, il leader del Psi, Enzo Maraio, e il fondatore di Progetto Civico Alessandro Onorato. C’è anche Giorgio La Malfa. Assenti Matteo Renzi, ma nessuno lo aspettava, e Riccardo Magi. Non manca, invece, una schiera di 5 stelle di oggi e di ieri, tra cui spiccano il presidente della Campania, Roberto Fico, ex di governo come Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro o Stefano Buffagni (hai visto mai che ci scappa un terzo mandato).
Tutti lì ad ascoltare l’ex premier che, non è un mistero, si candida per tornare a ricoprire quel ruolo. «Nessuna ossessione, stare lì è stressantissimo, un logoramento pazzesco», assicura lui, incalzato dalle domande del direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, e della direttrice di Quotidiano nazionale Agnese Pini. Però poi ammette che, se la sua «comunità politica» glielo chiederà, sarà in campo per le primarie e punterà di nuovo a Palazzo Chigi: «Quello o lo scudetto della Roma? Sono molto tifoso, ma ho grane rispetto per il Movimento, quindi resto agnostico». Tradotto, il bis da premier è in cima alla lista dei desideri. Gli altri, gli alleati in platea, lo sanno benissimo. A cominciare da Schlein, che lo osserva dalla prima fila, assorta e impassibile, mentre Conte ricorda il terribile periodo del Covid, i miliardi del Pnrr presi in Europa, i confronti accesi con Merkel e Macron, il rapporto con il primo Trump «sempre per portare un vantaggio al Paese».
Il gas russo? Non si può prendere finché non c’è un negoziato di pace. Ma la politica estera dell’Italia non la fa l’Eni
Della serie, io so già come si fa. Passa in rassegna le facce dei suoi ex ministri, ci sono anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, all’epoca all’Economia, Peppe Provenzano, Paola De Micheli. Conte si infervora: «La filosofia Maga non mi è mai appartenuta, io l’ho declinata subito come Miga: Make Italy great again». Poi ricorda le lunghe trattative a Bruxelles e fa un paragone tra lui e Meloni, che ha ceduto su tutto, dal Patto di stabilità all’aumento del 5% delle spese militari in sede Nato: «Quando difendi il tuo Paese ti batti e te ne fotti se resti isolato», grida il leader M5s tra gli applausi dei fan, che poi si metteranno in fila per il firmacopie.
Del resto, è la prima presentazione pubblica dopo quella di lunedì scorso, riservata a giornalisti e ospiti selezionati. «Ma poi dicono qualcosa pure del libro? » , chiede una signora rimasta in piedi a lato del piccolo palco. Verrà accontentata più avanti, con un paio di notazioni biografiche sul Conte studente e padre. «A scuola avevo un serio problema di balbuzie, ne soffrivo – racconta – avevo difficoltà a parlare in pubblico, ora mi sto rifacendo». Poi si commuove ripensando al tempo negato al figlio Niccolò (cui è dedicato il libro) quando era premier durante il Covid: «Lui era malato e io non c’ero mai, la vita familiare non esisteva, è stato molto difficile».
Parentesi sentimentale, poi si torna a parlare di politica estera, perché «la destra ci lascia macerie, noi dovremo ridefinire un principio di gestione delle relazioni internazionali». A proposito, che si fa con il gas russo? Conte ribadisce che «non si può prendere finché non c’è un negoziato di pace», anche se non tutti nel Movimento la pensano così. E riserva una frecciatina a Claudio Descalzi, perché «la politica estera dell’Italia non la fa l’Eni». Non si sottrae nemmeno sull’Ucraina, il nodo mai sciolto nel centrosinistra, ripetendo che «era meglio fare subito un negoziato, a condizioni migliori, invece di pensare a una vittoria militare sulla Russia. Abbiamo scommesso sulle armi, dovevamo scommettere sulla diplomazia». La faccia di Guerini, defilato ai margini della platea, tradisce qualche perplessità.
Ho dedicato il libro a mio figlio Niccolò. Durante il Covid lui era malato e io non c’ero mai. È stato molto difficile
Poi, inevitabilmente, si vira sulle primarie: «Alzi la mano chi vuole farle», scherza Malaguti rivolto ai leader in prima fila. Risata generale, Schlein ora sembra divertita. «Non ne avessi mai parlato – dice Conte – adesso me lo chiedete sempre, ma con i miei colleghi siamo d’accordo che viene prima il programma». E non si parte da zero, «ci sono già punti comuni, in questa legislatura non siamo stati certo a pettinare le bambole, né sul divano, come dice Meloni», attacca il presidente 5 stelle. Lui, comunque, le primarie le dà per scontate, ma auspica che «non siano divisive: con un progetto politico condiviso non ci saranno personalismi, si andrà avanti a prescindere dall’interprete». Sembra sincero, aggiunge: «Cercheremo di lavorare tutti per un progetto, che deve trascendere l’interesse legittimo della propria forza – spiega –. Poi ci può essere anche un’ambizione, per carità, chi ce l’ha di più chi meno». Si gira verso Schlein: «Io se perdo, non mi suiciderò. E penso nemmeno Elly».
La guarda, lei annuisce, forse rinfrancata dal sondaggio pubblicato ieri da Youtrend, che ha registrato un quadro diverso rispetto a quasi tutti quelli usciti prima: le primarie le vincerebbe Schlein con il 41%, davanti a Conte col 26% e alla sindaca di Genova, Silvia Salis, col 25%. Dopo un’ora abbondante è finita, c’è la fila anche per salutare lo scrittore. Abbracci, pacchetti sulle spalle, sorrisi e «bravo Giuseppe». Si esce fuori e la facciata di Palazzo Chigi è illuminata. Impossibile non voltare lo sguardo.
L’androide. Covata sotto l’ala protettrice di Malagò al Coni, forgiata nel laboratorio di Franceschini (e Renzi) come futura Prodi, ha solo quel problemino di omonimia…

(estr. di Selvaggia Lucarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] L’ascesa di Silvia Salis in politica sembra provenire da un perfetto esperimento di laboratorio, uno di quelli progettati con cura tafazziana dai partiti centristi di Carlo Calenda e Matteo Renzi nonché da Dario Franceschini e dagli ultimi alchimisti della vecchia corrente del Pd, per creare artificialmente un leader che abbia una caratteristica indispensabile: non essere di sinistra. Non azzardarsi a sembrare duro e puro, e dare possibilmente l’idea di essere qualcuno che se potesse convertirebbe i centri sociali in coworking per startupper scandinavi.
[…] Gli alchimisti del Pd, va detto, ci hanno lavorato strenuamente per anni, perfezionando l’androide Salis in un laboratorio segreto in casa Franceschini a cui si accede tramite una porta nascosta dietro a un ritratto dipinto a olio di Romano Prodi mentre riceve a Mosca la centoventisettesima laurea honoris causa.
Svezzato nella città di Genova – quel giusto compromesso centrista tra identità operaia e borghesia – l’androide Salis viene dapprima forgiato fisicamente nella pratica di uno sport rude, che consiste nel lancio del martello, ma che evochi pure quello della falce, così da eliminare ogni sospetto di radicalismo comunista, per poi venire collaudato in un ambiente lontano da qualsiasi conflitto sociale: è infatti al Coni, sotto l’ala esperta di Giovanni Malagò, che Salis viene addomesticata e affina la competenza essenziale per diventare il leader perfetto del centrosinistra: non dare mai l’impressione di stare dalla parte degli ultimi, ma al massimo degli argento e bronzo, e ricordare che lo scontro ideologico deve consistere tutt’al più in una divergenza sul calendario degli eventi con buffet. Imparato sempre dal vate Malagò a non stare mai da una parte sola, l’ultimo modello di “potenziale federatrice della sinistra” era praticamente pronto. Mancava solo una città da amministrare, perché è solo diventando sindaco che l’inaugurazione di una nuova aiuola si può convertire in un post da 2 milioni di like convincendo così tutti del fatto che quella sia la prova definitiva di una cangiante capacità politica.
[…]
Ed ecco che l’androide Silvia Salis, uscita ancora inscatolata a notte fonda dal laboratorio di casa Franceschini, è approdata a Genova, per poi ammaliare il centrosinistra e in qualche modo tutta la politica nazionale.
Nulla è stato lasciato al caso. C’è perfino Fausto Brizzi, il marito-regista di cinema, perché dopo soli sette anni al ministero della Cultura, l’alchimista Franceschini ha giustamente pensato che il comparto cinematografico andasse presidiato. […]
Anche sul piano estetico Salis è stata progettata con una chirurgica attenzione al dettaglio, perfetta per rappresentare l’anti-Meloni: alta un metro e 80 per evocare la superiorità morale ma pure genetica, bionda come Giorgia ma con una chioma sintetica, resistente a eventi atmosferici e politici avversi e scolpita a colpi di piastra Ghd, sopracciglia disegnate della matita di Massimiliano Fuksas nonché una voce ferma, calibrata, quasi istituzionale, progettata per non incrinarsi mai, l’esatto opposto di quella di Giorgia Meloni, che trasforma ogni intervento in una lite di condominio.
Certo, Salis è pur sempre un prodotto creato in laboratorio, quindi c’è quel problemino della parlata monocorde e di quello sguardo fisso, inespressivo, che attraversa l’interlocutore e gli lascia addosso una strana inquietudine. Io, per dire, quando vedo i video di Salis su Instagram ho sempre la sensazione che non stia guardando la camera ma il mio algoritmo, che mentre mi spiega cosa sarà di quel cantiere al porto di Genova, in realtà stia scannerizzando i miei recenti acquisti su Amazon e le mie ultime preferenze alle urne. L’androide Silvia Salis, evidentemente compatibile con ogni piattaforma e ogni alleanza, è anche progettata per incarnare un progetto politico perfettamente instagrammabile. In questo – va detto – rappresenta la sorprendente evoluzione tecnologica del vecchio Pd in quanto versione PRO MAX di Matteo Renzi: quest’ultimo, nonostante gli antichi sforzi di Marco Agnoletti e dei suoi social media manager, sembrava sempre un ciuco triste dopo una giornata di salite e tornanti col cesto di pietre sul dorso. Silvia Salis – le va riconosciuto – in tutti gli scatti sembra una hostess intercontinentale anni 60 della Pan-Am, che però da mezzanotte alle 5 del mattino viene ricaricata di nascosto presso la colonnina delle auto elettriche davanti allo stadio Marassi. Un salto qualitativo non indifferente, che rende senz’altro il progetto politico Salis più gradevole.
[…]
C’è poi un retroscena: la sua foto dietro alla consolle del dj set a Genova è diventata virale in tutto il mondo, e c’è un motivo. No, non è quell’evidente profumo di proletariato che emanano i suoi occhiali Bottega Veneta da 520 euro, ma un elemento subliminale di cui nessuno, a parte Franceschini e il suo diabolico team di alchimisti, è a conoscenza: in realtà la dj Charlotte de Witte era una semplice figurante, dentro la sua consolle e nelle casse c’erano sacchi di sale. La musica elettronica ascoltata in piazza consisteva in frequenze centriste a 170 bpm emesse dallo stesso androide Salis, calibrate per far muovere la testa al pubblico senza però spingerlo a formulare una sola critica strutturale al capitalismo contemporaneo. Un vero capolavoro di comunicazione e proselitismo, all’insaputa di (quasi) tutti. Un progetto praticamente perfetto, creato per piacere a ogni singola corrente politica, con un unico difetto sfuggito al rigoroso controllo qualità degli ultimi alchimisti del Pd: quel cognome – Salis – identico a quello della comunista Ilaria. Perfino Salvini, ieri, rispondendo a una domanda di un giornalista ha confuso Silvia con Ilaria. A questo punto le soluzioni sono due: o il Pd procede con un rapido rebranding – magari un sobrio “Silvia Sala” (così da fare contento anche l’amico Beppe) – oppure fare ciò che gli riesce meglio da anni: dare la colpa a Conte.
Il leader non è un “capo”, è il responsabile di un progetto politico. E quindi viene prima il programma

(di Michele Serra – repubblica.it) – Sono solo uno dei tanti elettori di centrosinistra, e dunque non ho alcun titolo per intervenire nel dibattito tra i leader di partito in vista delle non lontane politiche del ‘27. No, questo inizio è sbagliato. Rifaccio.
Sono solo uno dei tanti elettori di centrosinistra, e in quanto tale sono il più titolato a intervenire nel dibattito tra i leader di partito in vista delle politiche. Noi cittadini elettori, quando prendiamo la parola, siamo la fanteria che dice ai generali che non possono disporre di noi a loro piacimento: se poi è “la sinistra”, ciò di cui stiamo discutendo, è nata apposta per suggerire una concezione sociale della politica, non personale ma collettiva, che nessuna leadership, nemmeno la più carismatica, può permettersi il lusso di scavalcare o di trascurare. Dalle nostre parti prima viene la politica. Poi viene il leader. E il leader non è un “capo”. È il responsabile di un progetto politico condiviso da una squadra di governo e dai cittadini che lo hanno votato. Il mito del Capo lasciamolo a questa povera destra, che levato quello non sa nemmeno chi è e cosa vuole.
Sono sicuro che gli elettori — molti dei quali solo potenziali — del centrosinistra (lascio “campo largo”, “fronte progressista” e altre formule politologiche agli addetti) sono molto preoccupati. Perché spira un’aria nuova — la destra in edizione nazionalpopulista comincia a pagare il prezzo del suo azzardo autoritario e della sua mala educazione civile — ma il tempo stringe. Anzi: è proprio l’aria nuova a sollecitare energia e idee, e a farci misurare il ritardo con il quale i partiti dell’opposizione organizzano il loro futuro, forse dimenticando che è anche il nostro. Datevi una mossa, voi che guidate i partiti all’opposizione. Fiutate l’aria e datevi una mossa. Tutto ci aspettiamo da voi, nel bene e anche nel male, tranne un faticoso, inespressivo tergiversare tattico, sospettabile di nascondere interessi personali e interessi di partito. Non ne vogliamo sapere niente, delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che vi aspetta: unire le forze e mettere nero su bianco un programma di governo.
Per prima cosa, che è al tempo stesso più importante e più urgente di ogni altra: serve un programma comune. Serve per sapere per cosa ci si batte, per quali obiettivi si va a votare, quale lavoro sarà chiamato a svolgere, se vincesse, il nuovo governo. Le cose sulle quali Pd, Cinquestelle, Avs ed eventuali forze democratiche centriste possono trovare una solida convergenza (per esempio la lotta all’evasione fiscale, il rilancio del welfare a partire da scuola e sanità, il salario minimo, un ministero dell’Ambiente che conti e investa tanto quanto i dicasteri tradizionalmente di maggior peso) sono molte di più di quelle sulle quali l’accordo è complicato. Ma anche se così non fosse, se cioè gli elementi di divisione fossero tanti, e di seria natura, non cambierebbe l’obbligo (l’obbligo!) di far prevalere i punti che uniscono. Nessuno potrebbe perdonare il fallimento di un’alleanza politica che può vincere le elezioni e governare, per le impuntature di questo o quel partito. I principi fondamentali sono già ben detti nella Costituzione: inviolati quelli, tutto il resto, ma proprio tutto, è passibile di trattativa e di compromesso.
Nominate un micro comitato di “saggi”, di padri e madri nobili investiti del compito di radunare e coordinare una piccola assemblea con un paio di esponenti per ciascuno dei partiti coinvolti, più qualche iniezione di energia sociale e culturale (con un occhio all’anagrafe). Ci sono giovani attiviste e attivisti che avrebbero parecchio da aggiungere, quanto a proposte per presente e futuro. Chiudetevi in una stanza e per carità uscitene solo quando avete un programma: in un mese — al massimo — ce la potete fare, se l’intenzione è seria.
Poi, solamente dopo, viene la questione del leader. A partire da primarie no/primarie sì. Questione molto rilevante, certamente. Ma da contenere nel suo alveo specifico, impedendole di tracimare. Dicono che Schlein e Conte non abbiano alcuna intenzione di fare un passo indietro. Che Silvia Salis sia una outsider di forte impatto. Più varie ed eventuali. Ma non può essere accettabile che la discussione sulla leadership, con le polemiche e le tossine che inevitabilmente porta con sé, offuschi o ritardi ciò che la precede di gran lunga, ovvero la formazione di un’alleanza politica e la stesura di un programma comune. Meglio: la stesura di un programma comune come condizione di un’alleanza politica.
Fatto il programma, chiunque vinca eventuali primarie, o chiunque sia convocato al Quirinale (al quale spetta la nomina) per ricevere l’incarico, sarà comunque qualcuna, qualcuno che ha sottoscritto quel programma. Che a quel programma, a quel patto con gli elettori non solo del proprio partito, ma dell’intera coalizione, deve attenersi. Cosa che rende decisamente meno gravi anche eventuali asprezze interne alla coalizione, in caso di primarie: perché chiunque prevalga sarà comunque legato, al pari dei suoi competitori, al patto di programma. E in assenza di primarie sdrammatizza l’attribuzione dell’incarico presumibilmente al leader del partito più votato, perché non è al suo partito, ma al programma di coalizione che deve rendere conto.
Quanto ho scritto è sicuramente carico di approssimazione e di omissioni: l’argomento è delicato e complicato. E conosciamo tutti le difficoltà che deve affrontare chi è direttamente responsabile di costruire (o distruggere) un percorso di alternativa civile che restituisca a questo vecchio Paese un poco di fiducia nel futuro, e una visione di sé più lucida e più serena. L’importante è che sia chiara la sostanza: il compito di Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi ed eventuali altri è cercare e trovare una strada comune da percorrere. Mettere mano subito, immediatamente, a un programma di governo. Sottomettere a quel programma la questione del leader, che mediaticamente minaccia di rubare la scena a tutto il resto. Un eventuale match Schlein-Conte può appassionare i bookmaker e le rispettive tifoserie. Molto più appassionante, per la maggioranza dei cittadini (non solo di centrosinistra) sarebbe capire quale Italia ha in mente l’attuale opposizione al governo Meloni. Qualche milione di italiane e italiani aspetta vostre notizie.
Il sospetto che il vero danno non lo abbia fatto Trump scaricando Meloni, ma la nostra premier aggrappandosi a Zelensky è sempre più forte

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Ora che il rapporto con Trump non è più lo stesso, come è tornato a ribadire ieri il presidente Usa dopo aver scaricato la premier italiana, a Meloni non resta che aggrapparsi a Zelensky come e più di prima. E’ il paradosso finale del divorzio sovranista consumatosi tra i due leader: Donald che scarica brutalmente Giorgia malgrado lo abbia assecondato sui dazi, sul 5% del Pil per il riarmo Nato, sul Venezuela e perfino sull’Iran.
Su tutto tranne una cosa: il tentativo – prima di iniziare a scatenare guerre in giro per il mondo al guinzaglio di Netanyahu – di chiudere il conflitto in Ucraina, fallito anche per il sistematico sabotaggio dell’Ue, da cui l’Italia, guidata da una premier sedicente sovranista che sull’interesse nazionale ha costruito le sue fortune elettorali, avrebbe avuto e avrebbe solo da guadagnare.
Al contrario, con il rinnovato giuramento di eterna fedeltà alla causa Ucraina, ribadito di fatto ieri a reti unificate da Palazzo Chigi e dal Quirinale a Zelensky, Meloni insiste con il solito copione: pieno sostegno a Kiev nella guerra contro la Russia. Non si sa fino a quando e con quali obiettivi, mentre se ne conoscono benissimo gli effetti.
Non foss’altro per averli sperimentati in questi quattro anni: miliardi spesi in armi (per lo più dagli Stati Uniti) e danni economici (impennata dei prezzi dell’energia, sempre ingrassando gli Usa) in conseguenza delle auto-sanzioni comminate a Mosca e ora aggravati dalla crisi iraniana. Il sospetto che il vero danno all’Italia non lo abbia fatto Trump scaricando Meloni, ma la nostra premier aggrappandosi a Zelensky è sempre più forte.
Le opposizioni chiedono chiarimenti su Marco Mattei, ex sindaco di Albano Laziale e assessore regionale con Polverini

(Paolo Molinari – agi.it) – AGI – Una informativa urgente da parte della presidente del Consiglio dei Ministri sulla eventuale indicazione di Marco Mattei alla Corte dei Conti. È quanto chiedono le opposizioni su impulso del Movimento 5 Stelle. In Aula alla Camera, il deputato Alfonso Colucci ha infatti preso la parola sull’ordine dei lavori “perché sembra che il governo stia per indicare dottor Marco Mattei, medico ginecologo che ha iniziato l’attività ai Castelli Romani, è stato sindaco ad Albano Laziale e assessore regionale presso la Giunta Polverini: un profilo poco accostabile con la funzione di magistrato in Corte dei Conti”, aggiunge il Cinque Stelle.
“La nomina è una competenza del Consiglio dei Ministri e viene da ricordare la designazione fatta dal governo di Raffaele Borriello alla carica di magistrato della Corte dei Conti. Quella nomina intercorse il 17 gennaio 2025 e dopo appena sette giorni il ministro Lollobrigida lo richiamò alla carica di capo di gabinetto. Serviva quindi un posto sicuro, non una funzione pubblica ma una assicurazione sulla vita. Il dottor Marco Mattei è amico di Giorgia e Arianna Meloni, siamo di fronte al più classico dei provvedimenti improntati ad amichettismo. Ma Marco Mattei”, aggiunge Colucci, “è entrato anche all’interno dell’inchiesta Mondo di Mezzo. E ho qui una ordinanza in cui si dice che Buzzi si incontrava presso un ristorante con Carminati e il consigliere del Lazio Marco Mattei. E nel corso dell’incontro Mattei mostrava dei documenti a Buzzi”, conclude Colucci. All’informativa si associano anche i dem.
Il deputato Toni Ricciardi commenta, sul filo dell’ironia, che “un ginecologo che transita presso la Corte dei Conti fa pensare che si stia per partorire un incesto. Ci associamo all’informativa del collega M5s, Alfonso Colucci, perché il governo ci convinca che un ginecologo può diventare un magistrato della Corte dei Conti. Ci ritroviamo davanti all’ennesimo tentativo di volere occupare una poltrona prestigiosa, significativa, fatta da un governo che vuole limitare la possibilità di controllo della Corte dei Conti“. Per Ricciardi le possibilità sono due: “O la nomina di un ginecologo alla Corte dei Conti è fatta per depotenziarla, oppure siete talmente privi di figure credibili che dovete rivolgervi a figure professionali diverse. Alla luce anche del risultato referendario, la giustizia e la macchina del controllo dei poteri e contropoteri meriterebbe rispetto e cautela”.
Anche Avs si associa alla richiesta di informativa: “Inutile premettere l’importanza strategica della Corte dei Conti che garantisce l’erario pubblico ed è presidio dell’interesse pubblico, come prescrive la Costituzione“, spiega il deputato Devis Dori. “L’informativa è per questo doverosa, tanto più che abbiamo sentito la presidente Meloni sfidarci sulla legalità in questa aula. Il governo ha il tempo di ritirare la nomina di Marco Mattei alla Corte dei Conti come magistrato. I nostri dubbi sono sia in merito alle competenze e poi anche rispetto all’accostamento del suo nome a vicende poco limpide, per essere delicati. Chiediamo che venga nominato alla Corte dei Conti una persona al di sopra di ogni ragionevole dubbio riguardo la propria persona”.
Se lo schema dovesse prendere corpo, le conseguenze sarebbero pesanti. Perché un asse tra centro e pezzi di centrosinistra, con una figura come la sindaca di Genova a fare da collante, potrebbe rimettere in discussione l’intero impianto politico italiano

(Marco Antonellis – lespresso.it) – C’è un nome che, sussurrato nei salotti buoni della politica e nei corridoi ovattati del potere, sta facendo alzare più di un sopracciglio a Palazzo Chigi: Silvia Salis. E non solo perché la sindaca di Genova si sta ritagliando uno spazio da outsider nel campo largo. Ma perché, secondo più di una voce insistente, avrebbe conquistato una estimatrice di peso: Marina Berlusconi.
Un dettaglio? Tutt’altro. Il punto politico è semplice e insieme esplosivo: se davvero una parte di Forza Italia (leggi Arcore) cominciasse a guardare con interesse a una figura come Salis, gli equilibri del centrodestra potrebbero iniziare a scricchiolare. E infatti, dalle parti di Giorgia Meloni, il dossier è aperto. Senza allarmi ufficiali, certo. Ma con una crescente attenzione. Perché lo scenario che prende forma è di quelli che, fino a pochi mesi fa, sembravano fantapolitica.
A muovere i fili, neanche troppo nell’ombra, è Matteo Renzi. Il leader di Italia viva osserva, studia, attende. E poi affonda. La mossa è chiara: utilizzare la figura di Salis come elemento di rottura negli equilibri del campo largo, ma anche come possibile ponte verso il centro, ovvero Forza Italia. Non a caso, proprio mentre il Partito democratico si dibatte tra primarie sì e primarie no, Renzi spinge per una soluzione alternativa: un federatore. Una figura capace di tenere insieme mondi diversi, evitando lo scontro diretto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
E qui Salis diventa perfetta. Non troppo schierata, non troppo divisiva, ma abbastanza spendibile da poter diventare il perno di un’operazione più ampia. Un’operazione che, nei sogni renziani, potrebbe addirittura ridisegnare i confini tra centrodestra e centrosinistra.
Il vero epicentro, però, resta Forza Italia. Dove le tensioni non mancano e il confronto tra Antonio Tajani e la famiglia Berlusconi è tutt’altro che risolto. I colloqui con Marina e Pier Silvio non hanno sciolto i nodi strategici. E il partito resta sospeso tra fedeltà al governo e tentazioni di riposizionamento. Perché il punto è tutto qui: FI può continuare a essere il pilastro moderato del centrodestra oppure può tornare a giocare una partita autonoma, guardando anche altrove. E in questo “altrove” lo schema Salis comincia a prendere forma.
Non si tratta ancora di un progetto strutturato. Piuttosto di un’ipotesi, di un laboratorio politico in fase embrionale. Ma abbastanza concreto da attirare l’attenzione di chi, come Renzi, ha fatto della capacità di spostare equilibri il proprio marchio di fabbrica.
Se lo schema dovesse prendere corpo, le conseguenze sarebbero pesanti. Perché un asse tra centro e pezzi di centrosinistra, con una figura come Salis a fare da collante (non a caso anche un democristiano di lungo corso come Dario Franceschini la vorrebbe a capo della gamba “centrista”), potrebbe rimettere in discussione l’intero impianto politico italiano. E soprattutto potrebbe mettere in difficoltà non solo Meloni, ma anche Matteo Salvini. Già alle prese con tensioni interne e con un consenso meno solido rispetto al passato.
Il rischio, per il centrodestra, è quello di essere stretto in una tenaglia: da un lato l’immobilismo di governo, dall’altro la nascita di un nuovo centro capace di attrarre voti decisivi. Quei voti che, come insegna la vecchia regola della politica, non si contano ma si pesano.
Per ora siamo alle manovre. Ai sondaggi esplorativi, ai contatti informali, alle suggestioni. Ma la sensazione, sempre più diffusa, è che qualcosa si stia muovendo davvero. E che questa volta la sorpresa possa arrivare da dove meno ce lo si aspetta: non dalle urne, ma dal centro. Dove Marina osserva, Renzi costruisce e Salis, aspetta l’incoronazione.

Apprendiamo dalla stampa che “continua a crescere il “Giardino dei Ciliegi” di Morcone inaugurato nel 2019 allo scopo di piantare un ciliegio per ogni bambino nato nel corso dell’anno” e, nel rivolgere il più sincero apprezzamento al Sindaco Luigino Ciarlo, l’occasione è buona per far conoscere a tutti l’intervento pronunciato, 25 anni orsono, dal Sindaco di Guardia Sanframondi, Amedeo Ceniccola, in occasione della seconda edizione della “Festa dei Nati”:
“Cari ragazzi e ragazze, amici e concittadini,ci ritroviamo, a distanza di un anno, in questo luogo simbolo per la nostra comunità per celebrare la seconda edizione della “Festa dei Nati” e per accogliere i 55 bambini che sono nati nel corso dell’anno 2000 nel nostro paese. Con la messa a dimora di questi 55 alberi che si vanno ad aggiungere ai 58 lecci piantati lo scorso anno vogliamo dare attuazione ad una legge dello Stato, la legge n.13 del 1992, che obbliga tutti i Comuni a piantare un albero per ciascun nato. Una legge ignorata dai nostri predecessori e che vuol recuperare quell’anticha tradizione, diffusa in molti Paesi del mondo, di piantare un albero quando nasce un bambino ma anche, per stimolare una riflessione sulla più ampia questione ambientale. Purtroppo, come molto spesso accade, le leggi restano sulla carta e, anche in questo caso, non essendo stato previsto dal legislatore un regime sanzionatorio, fino ad oggi nessuno si era mai preoccupato di dare attuazione a questa legge che ha l’unico scopo di promuovere la difesa e la salvaguardia della cosiddetta Casa Comune. Posso comprendere che l’applicazione di questa legge nelle grandi città possa creare qualche difficoltà e però, anche in questo caso, il problema potrebbe essere facilmente risolto con la creazione di aree parco in cui concentrare le piante da mettere a dimora. Invece, è vergognoso che nemmeno dalle nostre parti sia stata applicata. Si tratta di un vero e proprio ritardo culturale in merito alla tematica ambientale ed è, francamente, inaccettabile perché in un paese poco urbanizzato, con poche nascite all’anno, è facile trovare lo spazio per mettere a dimora gli alberi e dare attuazione ad una Legge che lo Stato finanzia con ben 5 milioni di lire per favorirne l’applicazione. Infatti, in questi giorni, ho già avuto comunicazione che per il prossimo anno è stato deliberato dalla Regione Campania un finanziamento a favore del nostro comune di ben 5 milioni di lire per organizzare la III edizione della “Festa dei Nati” per omaggiare i bambini che nasceranno nel corso dell’anno 2001. Da parte mia, avvierò nei prossimi giorni le procedure per organizzare il prossimo evento incominciando ad individuare il luogo dove saranno messi a dimora i nuovi alberi e, tal proposito, abbiamo già pensato di sistemare la zona adiacente e antistante il Convento di San Francesco, area conosciuta con il nome di Monte Tre Croci. Per quanto riguarda la cerimonia odierna, fra poco vi sarà la consegna a ciascun genitore della targa metallica che abbiamo fatto realizzare su cui è inciso il nome e la data di nascita del proprio bambino che sarà posizionata sull’albero che ognuno può scegliere e della pergamena con la poesia scritta dal nostro carissimo don Giuseppe Lando per celebrare questa giornata “particolare” e poi procederemo alla messa a dimora dei 55 alberelli che sono stati messi a disposizione dall’Ente Forestale del Taburno e trasportati gratuitamente dalla ditta Foschini Damiano a cui va il mio più sincero ringraziamento. Un altro sincero ringraziamento non posso non rivolgerlo agli amici della Pro Loco guidata dall’amico Filippo Pengue, meglio conosciuto come il maestro Pippetto e agli amici del circolo “Viticoltori” e al presidente, Marino Mancinelli, che mi aiuteranno a piantare questi alberi. Non posso nascondere che il pensiero di vedere piantato un albero che porta il nome del proprio figlio e vederlo crescere assieme al proprio figlio/figlia, assume un significato particolare, stimola emozioni profonde e ci fa guardare con ottimismo al futuro. Dal profondo del cuore rivolgo a voi tutti i miei più sinceri e sentiti ringraziamenti”.

Infine, non possiamo non rivolgere qualche domanda a tutti i Sindaci che nell’ultimo quarto di secolo si sono succeduti alla guida della comunità di Guardia Sanframondi:
-per quale motivo è stata affossata anche questa straordinaria manifestazione di ambientalismo comunitario che aveva fatto di Guardia Sanframondi un esempio virtuoso da poter emulare nel Sannio e in Campania?
– Che fine hanno fatto le targhe con il nome dei ragazzi/e che erano state collocate sul tronco degli alberi messi a dimora e che oggi rappresentano una bellissima isola verde nei pressi della Basilica dell’Assunta e del convento di San Francesco?
– Per quale motivo il sindaco Di Lonardo ha disatteso e cestinato questa straordinaria iniziativa pur avendola inserita nel programma della lista “EsserCi” sotto la voce:
PROGETTI COERENTI DI RAPIDA ATTUAZIONE?
RINASCITA GUARDIESE

(estr. di Phillip Nieto – dailymail.co.uk) – Donald Trump ha dichiarato lo Stretto di Hormuz “permanentemente aperto” dopo colloqui segreti con Xi Jinping, sostenendo che il leader cinese avrebbe accettato di smettere di armare l’Iran.
Il presidente ha fatto l’annuncio mercoledì su Truth Social, aggiungendo che Xi gli avrebbe dato “un grande, caloroso abbraccio” in un prossimo incontro.
«La Cina è molto felice che io stia aprendo permanentemente lo Stretto di Hormuz», ha scritto Trump su Truth Social. «Lo sto facendo anche per loro — e per il mondo. Questa situazione non si ripeterà mai più».
«Hanno accettato di non inviare armi all’Iran. Il presidente Xi mi darà un grande, caloroso abbraccio quando arriverò lì tra qualche settimana», ha continuato Trump.
«Stiamo lavorando insieme in modo intelligente, e molto bene! Non è meglio che combattere??? MA RICORDATE, siamo molto bravi a combattere, se necessario — molto più di chiunque altro!!!».
Dopo il fallimento dei colloqui di pace con il regime islamico nel fine settimana, il presidente ha lanciato un blocco navale dello Stretto di Hormuz, un passaggio petrolifero cruciale attraverso il quale transita circa un quinto delle forniture mondiali.
Trump ha imposto il blocco per costringere Teheran a tornare al tavolo negoziale, mostrando — secondo quanto riferito — una certa riluttanza a riprendere la campagna di bombardamenti che ha portato il caos in Medio Oriente.
Non è ancora chiaro se Trump intendesse dichiarare lo stretto immediatamente aperto al traffico marittimo o se stesse segnalando l’intenzione di raggiungere una soluzione permanente mentre i negoziati con l’Iran proseguono. […]
Trump e Xi dovrebbero incontrarsi per un vertice diplomatico a Pechino a metà maggio, per discutere della gestione dei dazi commerciali e dell’accesso degli Stati Uniti alle terre rare.
Il vertice sarà il primo grande viaggio all’estero di Trump dall’inizio della guerra contro l’Iran — il principale alleato mediorientale della Cina.
La Cina, insieme alla Russia, ha assistito l’Iran durante le cinque settimane di conflitto fornendo immagini satellitari e intelligence utilizzate per colpire basi militari statunitensi con missili balistici e droni kamikaze.
Nelle ultime 24 ore, le forze armate statunitensi hanno bloccato sei petroliere nel tentativo di attraversare lo stretto.
Il Pentagono, nel frattempo, si prepara a inviare altri 6.000 soldati nella regione a bordo della USS George H. W. Bush e di diverse altre navi da guerra.
Pechino ha criticato il blocco imposto da Trump, con Xi Jinping che lo ha definito “pericoloso e irresponsabile”, aggiungendo che il mondo non deve “tornare alla legge della giungla”. […]

(Stefano Baudino – lindipendente.online) – A poco meno di due anni dall’entrata in vigore della riforma Nordio, un pezzo importante del provvedimento rischia di essere bocciato dalla Corte Costituzionale. La Corte d’Appello di Milano, infatti, ha sollevato questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta sul divieto per il pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento per i reati a citazione diretta, previsto dalla riforma che porta la firma del Guardasigilli. Il giudice delle leggi è così chiamato nuovamente a pronunciarsi su una disciplina che, già nel 2007 con riforma Pecorella, era stata dichiarata illegittima. Un potenziale altro “colpo” per la legge Nordio dopo l’approvazione della direttiva anticorruzione di fine marzo da parte dell’Europarlamento, che, di fatto, chiede la reintroduzione del reato di abuso d’ufficio, abrogato dalla medesima riforma.
La legge Nordio è entrata in vigore il 25 agosto 2024. Tra le varie modifiche, ha riscritto l’articolo 593 del codice di procedura penale, stabilendo che il pubblico ministero non può appellare le sentenze di proscioglimento per i reati che si giudicano con citazione diretta a giudizio. Sulla carta, si tratterebbe di reati “minori”, ma l’elenco – in seguito all’entrata in vigore della riforma Cartabia nel 2002 – si è significativamente ampliato, vedendo ormai al suo interno delitti tutt’altro che secondari, tra i quali falsa testimonianza, evasione aggravata, lesioni personali stradali gravi, truffa aggravata, furto aggravato e frodi assicurative.
Nello specifico, il caso da cui tutto è partito riguarda un procedimento per truffa nel quale una donna è stata processata per aver ottenuto con un raggiro una somma di denaro da chi gestiva un negozio di fiori, sostenendo che servisse per un funerale. Il tribunale di Busto Arsizio ha però deciso di non proseguire, ritenendo che mancasse una valida querela, perché chi l’aveva presentata non era legittimato a farlo. Non condividendo tale conclusione, i pm hanno cercato di impugnare la decisione. Ma, per l’appunto, l’iniziativa di appello era destinata a scontrarsi con la nuova norma che lo vieta. L’obiettivo della Procura era ovviamente quello di sollecitare il vaglio della Consulta: la Corte d’appello di Milano ha ritenuto inevitabile chiedere se una disciplina del genere possa davvero reggere sul piano costituzionale.
Nell’ordinanza pubblicata lo scorso 8 aprile, i giudici scrivono testualmente che «non appaiono manifestamente infondati i dubbi di compatibilità dell’art. 593» con la Carta Costituzionale. La norma, osservano i giudici, crea una disparità palese: il pm non può appellare un’assoluzione (dunque quando perde completamente), mentre può farlo se il primo grado ha solo ridotto una pena o escluso un’aggravante (quando perde solo in parte). Una contraddizione che la Consulta aveva già bocciato nel 2007, dichiarando illegittima la cosiddetta “riforma Pecorella”. Ma c’è di più. Secondo i giudici milanesi, verrebbe violato anche l’articolo 111 della Costituzione, che garantisce il giusto processo e la parità tra le parti. «La disposizione denunciata – si legge nell’ordinanza – non permetterebbe all’accusa di far valere le sue ragioni con modalità e poteri simmetrici a quelli di cui dispone la difesa». È vero che l’imputato e il pm non devono avere poteri identici, ma ogni disparità dev’essere giustificata da una ragionevole finalità. Nel caso del rito abbreviato, per esempio, la limitazione all’appello del pm è accettabile perché l’imputato rinuncia al contraddittorio in cambio di una pena ridotta e di un processo più veloce; al contrario, nel giudizio ordinario, «la limitazione dei poteri di impugnazione del pubblico ministero si presenta come del tutto unilaterale, priva cioè di qualsivoglia contropartita in particolari modalità di svolgimento del processo». Ora la palla passerà alla Consulta.
Oltre alle limitazioni all’appello per i pm, la legge Nordio ha previsto l’abolizione del reato di abuso di ufficio, ossia l’articolo specifico con cui si sanzionava «un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle sue funzioni, compie un atto in violazione di leggi o regolamenti, con l’intenzione di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale oppure di arrecare ad altri un danno ingiusto», ma anche la riformulazione del reato di traffico di influenze illecite e una forte stretta all’utilizzo e alla pubblicazione delle intercettazioni. A fine marzo, però, l’Europarlamento ha approvato una direttiva anticorruzione che introduce una fattispecie comune sull’esercizio illecito di funzioni pubbliche. In sostanza, la traduzione europea di una condotta che, nel contesto giuridico italiano, risulta sovrapponibile al perimetro dell’ex reato di abuso d’ufficio. Il testo dovrà ora essere formalmente adottato dal Consiglio e, una volta pubblicato, entrerà in vigore dopo 20 giorni. Da quel momento, l’Italia avrà 24 mesi per recepire la direttiva nel proprio ordinamento; in caso di mancato o incompleto adeguamento, la Commissione europea potrà avviare una procedura d’infrazione.
Marco Travaglio si scaglia duramente contro Mediaset, in particolare contro Pier Silvio e Marina Berlusconi, accusandoli di entrare nelle dinamiche politiche di Forza Italia, in maniera inaccettabile.

(di Ilaria Costabile – fanpage.it) – Durante la puntata di Otto e mezzo di martedì 14 aprile, Marco Travaglio si è scagliato in maniera decisa contro Mediaset, parlando in maniera diretta di Marina e Pier Silvio Berlusconi. Il direttore del Fatto Quotidiano non si è risparmiato e ha parlato di come l’azienda di Cologno Monzese influenzi le dinamiche interne di Forza Italia, in maniera a suo avviso inaccettabile.
Il giornalista aveva già affrontato la questione nell’editoriale pubblicato a inizio settimana sul quotidiano da lui diretto ed è tornato sulla questione, ospite di Lilli Gruber, nel corso di un blocco dedicato alle parole che il presidente Trump ha rivolto a Giorgia Meloni, definendola “poco coraggiosa”. Travaglio è poi passato a commentare l’incontro tra il Ministro Tajani e Pier Silvio Berlusconi avvenuto nelle sedi Mediaset e anche in collegamento nel noto talk show ha dichiarato:
Forse in Italia, finito di dare lezioni di liberaldemocrazia agli ungheresi, si comincerà a notare una sconcezza tutta nostra: un’azienda privata nata e ingrassata per 50 anni violando mezzo Codice penale, corrompendo giudici, politici, finanzieri e testimoni, finanziando la mafia, falsificando i bilanci e frodando il fisco, controlla tuttora la cassa di un partito al governo e dunque ne decide il segretario, la linea politica, i candidati e persino i capigruppo parlamentari.
Il giornalista è poi entrato nel dettaglio e si è scagliato in maniera piuttosto dura contro i Marina e Pier Silvio Berlusconi, facendo anche un paragone con il padre, verso il quale non si è mai risparmiato esprimendo sempre il suo dissenso. Anche in questa occasione, Travaglio ha sottolineato come questo modo di agire non sia accettabile in un paese democratico:
L’altro giorno Antonio Tajani, segretario di FI, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, con tutto quel che accade nel mondo, è stato convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese e lì tenuto in ostaggio quattro ore per ricevere ordini da Marina e Pier Silvio B. e da altri due tizi mai eletti da alcuno per assumere decisioni politiche: Gianni Letta e tal Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest. (…) Ma dove siamo, in Ungheria? Anzi, in Corea del Nord?