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Tajani: “Se facciamo più figli possiamo ridurre il numero di migranti regolari”. Il Pd attacca


Il vicepremier al Festival del Lavoro: “Più c’è denatalità, più abbiamo bisogno nelle nostre imprese di lavoratori stranieri. Con ciò che ne consegue, l’integrazione, i rischi di immigrazione irregolare”. I dem Boccia, Valente e D’Elia: “Servono politiche per donne e giovani”

Tajani: “Se facciamo più figli possiamo ridurre il numero di migranti regolari”. Il Pd attacca

(repubblica.it) – Scoppia la polemica per le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani al Festival del Lavoro a Roma. “Abbiamo un problema di decrescita nell’ambito demografico e dobbiamo capire se vogliamo fare più figli. E se facciamo più figli poi possiamo anche dire: bene, riduciamo il numero dei migranti regolari che vengono a lavorare nelle nostre imprese, ma se no noi non abbiamo lavoratori – ha detto il segretario di Forza Italia – Più c’è denatalità, più abbiamo bisogno nelle nostre imprese di lavoratori stranieri. E allora poi con tutto quello che ne consegue, l’integrazione, i rischi di immigrazione irregolare, sono temi poi di cui si è parlato in questi giorni, ma anche nel mondo del lavoro c’è questo problema”.

Il Pd contesta le parole del vicepremier. “La questione della denatalità in Italia è complessa e non ne usciamo certo dicendo, come ha fatto il ministro Tajani, che tutto si risolverà facendo fare più figli agli italiani – osserva il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia – Se dal 2014 a oggi abbiamo perso 2 milioni di persone non è perché sono scappati tutti dall’Italia, ma perché per la prima volta c’è un saldo negativo tra nati e morti. Oggi ogni anno in Italia nascono circa 370 mila bambini e muoiono 700 mila persone. È un’emergenza demografica che non riguarda il resto del mondo, riguarda l’Italia. Servono politiche serie per sostenere le donne e i giovani e serve più Europa, anche su questo fronte. E certamente serve più immigrazione regolare – continua Boccia – Perché l’emergenza demografica porta anche problemi di occupazione e di innovazione. Sono tutte questioni per le quali il governo Meloni ha fatto poco e lo ha fatto male, perché continua a guardare il mondo dal buco della serratura dei nazionalismi, mentre noi dovremmo pensare all’Italia nei termini di un pezzo degli Stati Uniti d’Europa”.

Frasi “assurde” quelle di Tajani secondo la senatrice del Pd Valeria Valente. “Mentre il rapporto annuale dell’Istat registra che nel 2026 esiste ancora in Italia una gigantesca questione femminile sotto gli occhi di tutti. Tajani forse in un modo tutto suo intendeva sostenere, contro i suoi alleati di governo, che c’è bisogno di più migranti regolari perché li chiedono le imprese. Ma la denatalità non c’entra nulla e non è certo solo una questione di volontà, ma è un fenomeno sociale con precise cause sociali – continua Valente – L’istat conferma oggi che le donne lavorano meno degli uomini, vengono pagate in media 2000 euro in meno all’anno, svolgono il 90% del lavoro domestico e di cura, pagato e non pagato, e si sobbarcano in media più di 5 ore al giorno di lavori domestici, mentre gli uomini solo 2. E la situazione è ovviamente peggiore nel mezzogiorno. Certo, si registra un lento miglioramento rispetto a qualche decina di anni fa. Ma tutto questo continua a incidere anche sulla natalità, perché 6,6 milioni di persone nel nostro paese hanno rinunciato ad avere figli o ne hanno meno di quanti vorrebbero. E il governo Meloni? Fa finta di non vedere. Ha respinto la proposta del Pd sul congedo paritario di 5 mesi retribuito al 100 per cento, ha tagliato l’obiettivo dei posti nido previsto dal Pnrr, ha incentivato il part time tra le donne, ha fatto poco e niente per le giovani donne, pur facendo propaganda per la natalità. Eppure liberare le energie delle donne e fare dell’Italia un paese per donne e per giovani costituirebbe un gigantesco volano anche per l’economia, lo sappiamo e non da ora”, conclude Valente. E Cecilia d’Elia, altra senatrice del Pd, aggiunge: “L’Istat conferma oggi che l’Italia è bloccata dalla disparità di genere, che si declina nella disparità occupazionale e salariale e nella mancata condivisione del lavoro domestico e di cura. In questa situazione non servono bonus e propaganda, ma politiche serie e continuative, come il congedo paritario che abbiamo proposto e che il governo Meloni e la sua maggioranza hanno bocciato. La principale causa della denatalità nel nostro Paese sono le gravi disuguaglianze che colpiscono donne e giovani. Finché l’Italia non sarà un paese per donne e per giovani, non ci saranno le condizioni perché nascano più figli – conclude D’Elia – E forse al ministro Tajani sfugge che natalità e migrazioni non vanno per forza contrapposte, le politiche di sostegno al desiderio di diventare genitori e quelle di accoglienza nel nostro millennio, in una società globalizzata, si completano”.


Usato sicuro quasi nuovo: il Sud ribelle


L’avviso di sfratto a Meloni passa per le alchimie. A Reggio favorito il forzista Cannizzaro, a Messina, Basile. Eterno De Luca a Salerno e ad Avellino Pizza vuole la rivincita

(Gianfrancesco Turano, Carlo Tecce – lespresso.it) – Il Sud ha un’occasione storica: essere determinante per il prossimo governo. Né la Lega di Matteo Salvini ieri, né i Fratelli di Giorgia Meloni oggi hanno attecchito in profondità. Il centrodestra ha vinto in Italia le Politiche quattro anni fa, ma non le ha vinte al Sud. E non per il reddito di cittadinanza o per la parodia di un meridione indolente e parassita. Il Sud è stato davvero abbandonato dal governo Meloni e dalle sue politiche nordiste e lo ha segnalato con le Europee 2024 (Fdi secondo partito con il 23,58 per cento) e con il Referendum 2026 (il No ha segnato il 57 per cento in Sicilia e Calabria e oltre il 60 in Puglia e Campania). In cinque anni, hanno salutato il Mezzogiorno più di mezzo milione di abitanti, quanti ne ha Palermo. Non soltanto per il calo delle nascite, diffuso ovunque, quanto per l’emigrazione interna. Il voto nelle città si preannuncia come un altro avviso di sfratto al governo Meloni.

Reggio e Messina

L’area dello Stretto vale 400 mila abitanti fra Reggio e Messina. Diventano 1,1 milioni di persone, se si conta la popolazione delle due città metropolitane che si trovano ai margini dell’asse Catanzaro-Cosenza e Catania-Palermo ma non hanno mai trovato la forza di fare sistema.

Più che nel Ponte, contestato e rinviato alla Legge di bilancio 2033, si spera nel potenziamento dell’aeroporto sulla sponda calabrese, dove il nuovo terminal è stato inaugurato con la solita corsa ad attribuirsi i meriti. Le differenze comportamentali saltano all’occhio appena atterrati al Tito Minniti. Il candidato sindaco a Reggio, lo strafavorito forzista Francesco “Ciccio” Cannizzaro, 44 anni, è dovunque con manifesti in formato Hollywood. Anche i candidati delle sue undici liste sono dappertutto, sugli autobus, sui muri delle strade, nei negozi sfitti trasformati in segreterie politiche. A Messina è persino difficile capire che si vota e, naturalmente, Messina non sa che Reggio vota e viceversa. Lato continente, il centrosinistra al governo dal 2014 con Giuseppe Falcomatà è dato perdente con margine ampio già al primo turno. Il successore di Falcomatà, Domenico “Mimmetto” Battaglia, 65 anni, figlio dello storico sindaco dc protagonista dei Moti di Reggio del 1970-1971, si aggrappa alla speranza del ballottaggio. Lì, forse, la partita può cambiare.

Intanto Cannizzaro, che si dovrà dimettere dalla Camera in caso di vittoria, ha fatto un passo indietro rispetto ai primi comizi infuocati, dove le invocazioni alla patrona Madonna della Consolazione inciampavano in congiuntivi più insidiosi delle buche nelle strade. Forse dipende dalla laurea tardiva (2011) di Cannizzaro all’Università degli stranieri “Dante Alighieri” come operatore pluridisciplinare e interculturale d’area mediterranea con il voto finale di 98 su 110.

In una città ancora legata al concetto greco di polis, soprattutto quando si tratta di abbandonare le periferie, Cannizzaro è in qualche misura straniero anche lui. Pur essendo nato a Reggio, la sua famiglia è di Santo Stefano d’Aspromonte. Il padre Giuseppe ha diretto il Parco. Il figlio, che vanta un master all’Isesp (Istituto superiore europeo di studi politici) e un brevetto regionale di maestro di sci diverso da quello della Federazione sport invernali, ha debuttato da consigliere nel comune aspromontano a 23 anni (2005), prima di essere eletto in Regione nel 2014 con la Casa delle libertà sconfitta dal centrosinistra di Mario Oliverio.

La probabilità vaga di arrivare a un ballottaggio è affidata non tanto al terzo incomodo Edoardo Lamberti Castronovo, imprenditore della sanità, quanto ai rapporti contrastati fra Cannizzaro e Giuseppe Scopelliti, ex sindaco e presidente regionale.L’ex missino, capo dei giovani di An con Gianfranco Fini transitato fra i salviniani, è stato il regista politico di Reggio città metropolitana, oltre che dell’apertura dell’università degli stranieri nel 2007, prima di finire condannato per la falsificazione dei bilanci comunali che ha impiombato l’amministrazione Falcomatà con 800 milioni di debiti e un piano di rientro da lacrime e sangue con le tariffe dei servizi pubblici più alte d’Italia.

Nell’ottobre 2012 Reggio è anche diventato il primo capoluogo di provincia italiano a essere commissariato per infiltrazioni del crimine organizzato. Scopelliti potrebbe mandare un messaggio al futuro sindaco, ed ex Scopelliti boy, nella prospettiva della spartizione post-elettorale, anche se chi è in confidenza con Cannizzaro gli attribuisce la volontà di nominare una giunta di esterni selezionata in base ai meriti professionali. Ma non ci sarà la corsa degli ottimati a un incarico pubblico in una città dove amministrare significa inevitabilmente affrontare una o più inchieste giudiziarie, con la sanità regionale appena uscita da diciassette anni di gestione straordinaria e l’Asp di Reggio Calabria sciolta per infiltrazioni mafiose nel 2008 e nel 2019.

Perché allora lasciare un posto da deputato? Il Cannizzaro confidenziale avrebbe riferito di una scarsa fiducia nella vittoria meloniana alle prossime Politiche, nonostante la premier abbia spedito a Reggio la sorella Arianna per dare la linea. Anche a Messina si profila una vittoria senza ballottaggio ma in una situazione del tutto diversa. Dalla parte di Cariddi il centrodestra è all’opposizione mentre il campo largo ha i numeri di una specie in via di estinzione.

Il sindaco uscente Federico Basile, 49 anni, viaggia verso la conferma con il sostegno di quindici liste da 32 candidati l’una. Secondo i suoi avversari, che le liste hanno faticato a chiuderle, Basile è il ventriloquo dell’ex sindaco messinese Cateno De Luca, imprenditore e fondatore dei Caf Fenapi che dopo due mandati si è fatto eleggere a Taormina.

Il De Luca siciliano, che guida il partito Sud chiama Nord, ha chiesto a Basile di dimettersi un anno prima della scadenza per averlo a sua piena disposizione nella campagna elettorale per la regione prevista nel 2027, se non nel prossimo autunno nel caso non improbabile di un collasso della giunta guidata da Renato Schifani.

L’avversario della coppia Basile-De Luca è Marcello Scurria, avvocato amministrativista di 65 anni che spera di arrivare al secondo turno cercando il voto popolare nei quartieri di baracche che ancora resistono dal terremoto del dicembre 1908.

Scurria, ex subcommissario allo sbaraccamento su nomina regionale revocata proprio da Schifani poco più di un anno fa, punta a giocarsi una carta giuridica in caso di sconfitta. Esiste un parere non ostensibile dell’Avvocatura regionale che potrebbe invalidare l’eventuale vittoria di Basile per irregolarità nella presentazione delle liste. In quel caso Messina sarebbe commissariata per un anno e dovrebbe poi tornare al voto.

A parte le questioni in punto di diritto, la città è nella trappola di una lunga crisi economico-giudiziaria. Nonostante un polo universitario di antica tradizione, indebolito dalle aperture di atenei dovunque nei dintorni, a cominciare proprio da Reggio dove una volta per laurearsi bisognava prendere la nave, il centro è pieno di negozi chiusi.

Messina è appesantita da lavori su una rete autostradale obsoleta e a rischio crolli. Un vero fronte mare, potenziato con successo dal centrosinistra reggino, non esiste e per andare verso Ganzirri e Faro ci sono code da megalopoli asiatica.

In questi anni, la città ha vissuto lo scandalo del rettore Salvatore Cuzzocrea, accusato di falso e peculato per i rimborsi gonfiati. A fine aprile Cuzzocrea è stato interdetto per un anno da tutte le università italiane con sentenza della Cassazione.

Sempre in aprile l’ex sindaco e parlamentare Pd Francantonio Genovese è stato condannato in via definitiva per una vicenda giudiziaria complessa che non gli impedisce di essere un riferimento a livello regionale con Mpa-Grande Sicilia dell’ex ministro Gianfranco Micciché, dell’ex governatore Raffaele Lombardo e del sindaco di Palermo Roberto Lagalla.

A rallegrare il quadro, due mesi fa nella centrale piazza Cairoli si è presentato il vicepremier Matteo Salvini. Più poliziotti che cittadini, dice chi c’era, mentre sono migliaia alle manifestazioni No Ponte, l’unico tema che unisca davvero le due sponde dello Stretto.

Salerno

Quando a Salerno cala un forestiero scettico sui prodigi nel meridione, Vincenzo De Luca lo carica in macchina e lo istruisce con tappe ben rodate: la cittadella giudiziaria di David Chipperfield, la stazione marittima di Zaha Hadid, il Crescent che abbraccia Piazza della Libertà di Ricardo Bofill.

La stella De Luca in un firmamento di architetti stellari! Vista da lontano, Salerno brilla. Vista da vicino, Salerno non brilla più. “Don Vicienzo” è tornato a casa dopo due mandati da presidente in Regione Campania, ne voleva un terzo. L’uomo non ha limiti se non quelli posti da altri. O dalle norme. Proprio in questi giorni compie 33 anni – 22 maggio 1993 – da sindaco padrone. La prima volta fu inaspettata. La giunta socialista di Vincenzo Giordano crollò con un’inchiesta di Tangentopoli (poi il sindaco galantuomo fu assolto con formula piena) e il professor comunista De Luca, originario della provincia di Potenza e laureato in Filosofia con una tesi sulla critica dello Stato fra Lenin e Gramsci, si ritrovò la fascia tricolore per una manciata di mesi. Non se l’è più tolta di fatto.

A volte l’ha concessa in prestito, a Mario De Biase mentre era costretto a fare il deputato a Roma, a Vincenzo Napoli mentre era impegnato a fare il governatore a Napoli. Però a Salerno ci ha sempre badato la famiglia De Luca, per interposti segretari di Vincenzo o per interposti eredi di Vincenzo, soprattutto il figlio Piero, inviato alla Camera due legislature fa per esercitare il diritto dinastico e qui parzialmente rientrato – in un baratto con Elly Schlein durante le trattative per la Regione – da segretario regionale del Partito Democratico. A marcare il sindaco Napoli, per esempio, c’era Enzo Luciano tramite di Piero De Luca. Segno che il passaggio generazionale a Salerno, se non completato, è quantomeno avviato.

Il principale interlocutore di Vincenzo De Luca con il partito di Schlein è il deputato nazionale e segretario regionale Piero De Luca. E non biasimiamo Piero De Luca quando ha dovuto accettare, e poi comunicare al Nazareno, che il candidato Vincenzo De Luca aveva emanato due ordini non contestabili, figurarsi se revocabili: a Salerno il centrosinistra va diviso, a Salerno il simbolo Pd non esiste. Così De Luca con sé stesso e nient’altro si ripresenta ai salernitani per il quinto mandato da sindaco e l’ottavo – perché i prestiti non contano – da padrone della città. Seppur oltre il pianerottolo della famiglia De Luca non ci sia vita per i politici locali che hanno aspirazioni locali e anche nazionali (le liste le fa Piero, tenete a mente!), il tempo ha inciso sul consenso del 77enne “Don Vicienzo”. Non più devozione: sopportazione, e parecchia riconoscenza. Nota bene: è scritto riconoscenza, non clientelismo. 

Da Napoli ha innaffiato Salerno con tante risorse regionali, nazionali ed europee: 140 milioni di euro per lo stadio “Arechi”, il campo “Volpe”, il palazzetto “Tulimieri”; un incastro da 470 milioni di euro per l’ospedale “Ruggi”; 100 milioni per il prolungamento della metropolitana leggera che collega la zona orientale; un paio di milioni annui per il teatro “Verdi” (con miseri incassi da botteghini); altri due milioni per le “luci di artista” che intasano il centro da novembre a gennaio.

I 125.000 residenti (in calo) si trascinano un disavanzo di 117 milioni di euro, erano 170 due anni fa quando il Comune ha aderito al piano “Salva Città”. Questo si riflette sulle tasse. Quelle sui rifiuti, in un anno, sono aumentate di oltre l’11 per cento. De Luca prima versione fu adorato dai salernitani perché sgombrò il lungomare e il centro storico da malavita, prostituzione, degrado e si conquistò i gradi di “Sceriffo” e, in subordine, di “Vicienzo ‘a funtana” e di “Vicienzo a rotonda” per la passione per il decoro urbano.

Poi ha prevalso la passione per le “grandi opere” come espressione di potenza. Il Crescent e Piazza della Libertà sono un’enorme macchia grigia senza alberi, un’attrazione per turisti frettolosi che sbarcano con le navi, ma è estranea ai salernitani che, nemesi, il venerdì e il sabato si rifugiano nella più accogliente Cava de’ Tirreni. La dibattuta costruzione del Crescent ha generato un movimento di pensiero che da un decennio si oppone al pensiero deluchiano comunque dominante: si chiama “Figli delle chiancarelle”, fu coniato da De Luca per additare i nostalgici delle baracche.

Le opposizioni a Salerno sono transeunte: durano le due settimane di campagna elettorale. Stavolta De Luca teme soltanto i supplementari, cioè il ballottaggio che può unire i vari tipi di malcontento. Cinque Stelle e Alleanza Verdi Sinistra, il centrosinistra non ammesso al governo di Salerno, propongono l’avvocato Franco Massimo Lanocita. Il centrodestra si è compattato attorno a Gherardo Maria Marenghi (Fratelli d’Italia), giovane professore ordinario di diritto amministrativo all’Università di Salerno, figlio di Enzo Maria, ex professore ordinario di diritto amministrativo all’Università di Salerno. L’ingegnere Armando Zambrano rappresenta il centro o almeno quello che gli rimane dopo che Forza Italia ha ritirato la lista e l’ha consegnata a Marenghi.

Avellino

Da quando l’Irpinia e Avellino hanno perduto i giganti della Prima Repubblica, da Ciriaco De Mita a Nicola Mancino, da Antonio Maccanico a Ortensio Zecchino, da Gerardo Bianco a Peppino Gargani, per quanto criticabili e criticati, la politica è «a pazziella ’mmane ’e criature». Il giocattolo nelle mani dei bambini. E se lo girano, e se lo rigirano, sempre gli stessi. Con pessimi risultati. Stavolta per il ballottaggio si misura un terzetto che proviene dal Pd: il già candidato sindaco Nello Pizza, l’ex sindaco Gianluca Festa, l’ex sindaca Laura Nargi.

Soltanto l’avvocato Pizza, che in gioventù simpatizzava per Alleanza Nazionale, è un superstite dem e si presenta con il centrosinistra al completo. Otto anni fa la sua coalizione raggiunse il 53 per cento al primo turno, ma il suo nome si fermò al 42 e poi al ballottaggio fu travolto dal vento dei Cinque Stelle con l’elezione di Vincenzo Ciampi. Durò quattro mesi.

In quella stagione si impose l’ex cestista Festa con la sua movida luccicante finché non si dimise per l’inchiesta “Dolce Vita” e però non riuscì a ricandidarsi per gli arresti domiciliari durati 154 giorni. Oggi Festa è imputato per vari reati nel processo su appalti e concorsi al Comune.

Con i voti di Festa in dote, l’ex vice Nargi si era fatta eleggere sindaca, ma poi ha traballato subito, ostaggio di Festa, e lo scorso anno è stata sfiduciata con il mancato voto al bilancio. E che bilancio. La commissaria prefettizia ha suggerito agli avellinesi, per evitare il dissesto, di donare il 5×1000 al Comune. Festa ha la sua truppa di liste civiche e il sostegno dei leghisti; Nargi è stata recuperata da Forza Italia, ma qualche mese fa sperava di essere candidata dal Pd. Forza Italia in Irpinia è Angelo Antonio D’Agostino, sindaco di Montefalcione, ex deputato di Scelta Civica, costruttore edile, distributore di energia, titolare di cliniche, alberghi, concessionarie, televisioni, ma soprattutto patron dell’Avellino calcio.

Però Nargi è talmente debole che né Forza Italia né Fratelli d’Italia si presentano con il proprio simbolo. La proposta politica più solida è quella di Pizza, nonostante la bocciatura di otto anni fa. Gli argomenti sul tavolo sono pochi e scarni. Avellino è l’unico capoluogo della Campania non collegato con i treni: chi ha soluzioni? In Irpinia nessuno ambisce più alla Serie A. Tranne il Lupo. Viva il Lupo.


L’incenso sui Melodi e gli affari di cotone tra selfie e caramelle


(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Giorgia Meloni ha scoperto, pure lei, un nuovo Rinascimento. Come testimonia uno spassosissimo videoselfie postato da Giorgia su X, il premier indiano Narendra Modi, in visita a Roma, le ha regalato un pacco di caramelle Melody (presumibilmente acquistate in qualche duty free, a giudicare dal packaging scrauso); entrambi, oggettivamente simpatici, ridono di gusto per le “good toffee” il cui nome ricalca la crasi tra i loro cognomi (“Melodi”) diventata “virale” dopo il G7 del 2024 in Puglia, quando si consolidò il feeling tra loro. Se poi i due firmano insieme un pezzo sul Corriere il giorno dopo la gita notturna al Colosseo, capite che siamo in quella zona liminale tra la conferenza stampa congiunta e l’intervista doppia a coppia pop famosa, tipo Benedetta Parodi e Fabio Caressa. Nel pezzo, tutto lavoro di staff e spin doctor, compare ben 5 volte la parola “resilienza”, a riprova del fatto che ormai l’India è occidentalizzata: “resilienza al terrorismo”, “infrastrutture cyber resilienti” (sic), “resilienza ai disastri”, “catene di approvvigionamento resilienti”… E poi: start-up, unicorni (che, apprendiamo, sono un tipo particolare di start-up), l’IA, l’eccellenza… Tutta fuffa neoliberista per dire “soldi” e accreditare l’indiano tra i giusti del mondo. Chi è infatti che mina la nostra resilienza? Putin, ovviamente, insieme a Xi Jinping. Per carità: è saggio che Meloni, dopo aver chiuso la Via della Seta con la Cina aperta da Conte nel 2019, apra e curi la cosiddetta Via del Cotone per collegare i mercati dell’Indo-Pacifico al Mediterraneo; ed è oculato, dopo le 20 sanzioni (auto)comminate dall’Ue alla Russia per obbedire agli Usa, cercare altri accordi. Gli italiani, in questo partenariato, metterebbero l’umanesimo; gli indiani il “MANAV (‘umano’ in hindi) che pone l’essere umano al centro della tecnologia”. Ma davvero? Modi, al governo dal 2014, è capo del BJP, partito nazionalista induista e suprematista, che discrimina i musulmani e limita la libertà. Nel pezzo a 4 mani è scritto: “La tecnologia non può sostituire le persone né minare i loro diritti fondamentali, né essere utilizzata per manipolare il dibattito pubblico o alterare i processi democratici”. Tutto molto bello e resiliente. Chissà se Modi ha detto a Giorgia che per limitare le proteste fa ricorso al coprifuoco, all’arresto illegittimo e all’interruzione di Internet, cioè usa la tecnologia per alterare la democrazia. Più Rinascimento di così!


Un transatlantico che va verso l’iceberg di fine legislatura: per Meloni inciampi in agguato


A un anno e mezzo dalla fine della legislatura, nel pieno di una crisi mondiale che impoverisce gli elettori, si moltiplicano i segnali da liberi tutti

Un transatlantico che va verso l'iceberg di fine legislatura: per Meloni inciampi in agguato

(di Serenella Mattera – repubblica.it) – Il primo grande inciampo risale all’aprile 2023, sei mesi appena dalla nascita del governo. Giorgia Meloni è nello studio dell’allora premier inglese Rishi Sunak a Downing street, quando per una svista di chi dovrebbe governare il truppone parlamentare della maggioranza la Camera boccia lo scostamento di bilancio chiesto dall’esecutivo per finanziare il suo primo decreto lavoro. Senza fondi, rischia di crollare la scena imbastita dalla leader di FdI per sottrarre ai sindacati i riflettori del primo maggio. “Sono senza parole”, commenta lei da Londra l’imbarazzante figuraccia. A Roma, con lo zelo di chi ha combinato un grosso guaio, i suoi ci mettono una pezza e si va avanti dopo un voto riparatore. È il segnale che non basta una coalizione dai numeri amplissimi per governare sereni. Ma Giorgia Meloni è forte, in ascesa costante, i capifila della coalizione capiscono che devono stare attentissimi a non farla arrabbiare.

Tre lunghi anni dopo, c’è il cambio di fase. La prima premier donna d’Italia perde un referendum costituzionale sulla giustizia che s’illudeva di poter vincere o sminare. Ne esce indebolita. A un anno e mezzo dalla fine della legislatura, nel pieno di una crisi mondiale che impoverisce gli elettori. L’ammaccatura si fa crepa. Gli inciampi si moltiplicano, grandi e piccoli. In meno di due mesi, un rosario di grane. Meloni non fa in tempo a risolverne una ed ecco spuntarne un’altra. Errori si sommano a forzature maldestre e, questa la novità, sgambetti. Fioccano segnali da liberi tutti. Il truppone di Fratelli d’Italia all’apparenza regge ancora, obbediente. Forza Italia e Lega prendono la lunga rincorsa verso le politiche. Matteo Salvini arriva a dire – e non basta una smentita a cancellare il messaggio – che forse è il caso di valutare di andare a votare prima dell’autunno 2027 per non perdere consensi. Meloni, scrivono i chigisti, non vuole, non prima di aver conquistato tra qualche mese il titolo di presidente del Consiglio più longevo della storia repubblicana. Ma il clima è già da fine legislatura. In transatlantico si respira un’aria nuova, come in spiaggia alla fine dell’estate. I più scafati assicurano che si andrà avanti fino almeno ad aprile del prossimo anno, quando per i parlamentari maturerà il diritto alle pensioni. I più navigati ribattono che bisogna raddoppiare l’attenzione, perché l’incidente fatale è dietro l’angolo.

Sgraniamolo allora, dopo questo lungo preambolo, il rosario post-referendario. Solo quello parlamentare, sia chiaro, tralasciando le dimissioni di Santanchè, la bisteccheria di Delmastro, il pasticcio della Biennale, i veti incrociati su Consob, Antitrust, Rai. Per episodi, senza pretesa di completezza. Perché servirebbe un capitolo intero solo a raccontare la vicenda del decreto bis concordato con il Quirinale – e approvato dal Consiglio dei ministri in simultanea con il voto parlamentare – per correggere una norma palesemente incostituzionale inserita con emendamento FdI (e successivo rimpallo di colpe con il Viminale) nel decreto sicurezza: dava un premio agli avvocati che convincessero i migranti a farsi rimpatriare.

Episodi, dunque. Il 7 maggio si vota la nomina non di primissimo piano (sia detto con rispetto) di un componente della consulta dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin). La maggioranza candida Giorgio Graditi: servono 31 voti e ha 31 deputati per garantirli. Tutto a posto, sembrerebbe. Fino a che non si contano le palline nere e bianche usate in commissione per il voto segreto. Nera per il no, bianca per il sì. Ventotto bianche, certifica lo scrutatore. Mancano tre voti. Tre franchi tiratori. Nomina saltata. L’opposizione esulta, il centrodestra cerca di far finta di niente.

Il 29 aprile al Senato si vota un decreto commissari – c’entra il ponte sullo Stretto – e la Lega ci prova: infila in commissione un emendamento per prorogare fino al 2030 le concessioni balneari in Sicilia, Sardegna e Calabria (motivazione ufficiale: i danni del maltempo) e la commissione approva. Panico negli uffici del governo. Sui balneari sono accesi i fari dell’Europa e pendono ripetute sentenze della Consulta. Il parere informale dei tecnici del Quirinale su quella norma era negativo, raccontano a palazzo Madama (dove a dire il vero la vigilanza dei consiglieri di Mattarella viene sempre più spesso agitata come spauracchio per contenere gli ardori dei senatori). Alla fine è il leghista Giancarlo Giorgetti a dover risolvere il problema: il ministero dell’Economia spedisce alla commissione Bilancio un parere negativo – motivazione ufficiale: mancano le coperture – e la norma salta.

Forza Italia trazione Marina Berlusconi intanto rispolvera battaglie liberali amarissime per gli alleati di Lega e FdI. Alla Camera chiede di liberalizzare gli Ncc, mettendo un dito negli occhi ai tassisti che la destra si coccola da sempre. E al Senato vuole approvare una legge sul fine vita che indigna i pro-life di ogni risma. Le iniziative sono destinate a non avere futuro, ma in questa fase politica i meloniani non possono archiviarle con una scrollata di spalle. E nelle commissioni se ne discute, si immaginano percorsi, si riaprono margini per emendamenti. A ogni nuova seduta, un nuovo mal di pancia.

Anche perché i salviniani mica vogliono stare a guardare. E così parte la rincorsa. Mercoledì 20 maggio le opposizioni si accorgono con un sorriso che nel decreto edilizia è spuntato un emendamento degli azzurri per chiedere di riaprire il condono del 2003 e uno dei leghisti per sanare gli abusi precedenti il 1985. Ma come il condono?, si dispiacciono i meloniani. Loro l’avevano proposto per primi, per la Campania, nel tentativo disperato di far vincere il loro Edmondo Cirielli contro Roberto Fico. E ora? A diciassette mesi (o molto meno) dalle elezioni, condonare o no? Parola ai leader, solo loro possono far sì che le truppe smettano di accapigliarsi: serve un vertice per decidere.

Ma accorgersene è già una fortuna. Perché può capitare che nessuno veda. Come martedì 19 maggio, il giorno prima della sorpresa del condono, quando in una mozione di maggioranza al Senato viene sconfessato l’impegno assunto solennemente da Meloni davanti a Donald Trump (e alla Nato) di portare da qui al 2035 le spese per la difesa al 5% del Pil. Se ne avvede anche stavolta la minoranza, perché i senatori cinquestelle scoprono con divertito stupore che la destra vuol combattere una battaglia che è già della sinistra. Ma quando la notizia trapela, arriva lo stop. “Ira di Crosetto, ira di Meloni”, recitano i titoli. Il passaggio salta dal testo e parte la caccia al colpevole. È finita? No, perché il ministero degli Esteri sempre in Senato poco dopo chiede di correggere un’altra mozione, sull’agricoltura, firmata dalla Lega, che contraddice posizioni del governo. Una ritorsione? Il sospetto corre, fioccano le smentite. Ma che l’atmosfera sia cambiata, nessuno nega. Un inciampo trascurabile sull’agricoltura potrebbe presto diventare un enorme incidente sulla prossima manovra o, prima, sulla legge elettorale (con voto segreto, decine di potenziali franchi tiratori). I luogotenenti meloniani sono avvertiti: allacciare le cinture.


Derby a destra Lega-Vannacci sul neorazzismo


(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – “È un immigrato di seconda generazione”, ha sentenziato Matteo Salvini portandosi avanti col lavoro nel caso Salim El Koudri che, sabato pomeriggio, ha travolto e ferito otto persone a Modena c’entrasse qualcosa con il terrorismo islamico. Non sembra sia così anche se il leader leghista ha tenuto il punto per dare fiato e consistenza a quella Remigrazione, espulsione di fatto dei cittadini stranieri (ma par di capire anche di quelli con cittadinanza italiana) colpevoli di reati. Stretta condivisa a Milano con i “patrioti” convenuti da tutta Europa. È, in sostanza, un razzismo di seconda generazione che il capo del “Carroccio” è costretto a “condividere”, con l’estremismo del generale Roberto Vannacci. in continua crescita con “Futuro nazionale”. Del razzismo di prima generazione, del resto, Salvini fu l’assoluto protagonista dopo l’attentato di Macerata del 3 febbraio 2018 quando Luca Traini, nel contesto di una campagna elettorale incardinata sugli assi di immigrazione e sicurezza, sparò addosso a un gruppo di cittadini di origine africana, ferendone gravemente sei. Traini si avvolse nel tricolore, asserendo di voler vendicare l’uccisione di Pamela Mastropietro da parte di un migrante nigeriano. Seguì un tweet di Salvini, che attribuiva la responsabilità dell’attentato di Macerata alla paura dell’immigrazione clandestina. Punto di partenza di una campagna a tappeto con apice il comizio di Pescara del 9 agosto 2019 quando l’allora ministro degli Interni scoprì le carte con la richiesta dei “pieni poteri”. Da quel momento la parabola salviniana, dopo aver superato il 34 per cento, è discesa in picchiata fino al modesto 7 per cento degli ultimi sondaggi. Mentre, e non è un caso, cresce il consenso del razzismo di seconda generazione incardinato nella Remigrazione vannacciana, da applicare anche solo a chi entra illegalmente o mostra culture considerate incompatibili con quella italiana ed europea. Ecco perché sull’immigrazione, o meglio contro, si svolge una partita decisiva all’interno della destra radicale, impegnata nelle sue varie articolazioni a seminare intolleranza e rabbia. Un terreno che non sarà facile per Giorgia Meloni sminare, in vista delle prossime elezioni politiche. Poiché il razzismo, quello di ieri e di oggi, porta voti che potrebbero essere determinanti nella sfida con il centrosinistra. Razzisti che negano di esserlo, come quel tale che dice a un immigrato: io non sono razzista, sei tu che sei nero.


Ranucci è sempre nel mirino di telemeloni


(di Gennaro Marco Duello – fanpage.it) – Sigfrido Ranucci avrebbe ricevuto una seconda lettera di richiamo dalla direzione Rai, secondo quanto risulta a Fanpage.it. Il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini avrebbe esposto nella lettera a Ranucci una richiesta di carattere editoriale: meno “reportage a tesi”, più pluralismo.

La prima era arrivata ad aprile, dopo le dichiarazioni rilasciate a È sempre Cartabianca sulla presunta presenza del ministro della Giustizia Carlo Nordio nel ranch dell’imprenditore Cipriani in Uruguay.

Secondo quanto appreso da fonti vicine all’azienda, il nuovo richiamo sarebbe relativo allo stop al “reportage a tesi” e a una richiesta esplicita di “pluralismo” dopo i contenuti della puntata andata in onda domenica 17 maggio su Rai 3.

La puntata era costruita su tre inchieste di peso. L’apertura era affidata a Giorgio Mottola, con la collaborazione di Greta Orsi, nell’inchiesta “In nome del padre”: il programma ha ricostruito con testimonianze inedite il ruolo che avrebbe avuto Ignazio La Russa nell’ascesa del primogenito Geronimo ai vertici dell’Aci, nel percorso politico avviato dal secondogenito Lorenzo Kocis e nella vicenda giudiziaria che ha riguardato il terzogenito Leonardo Apache. 

Il secondo servizio, “Il braccio destro” di Luca Bertazzoni con Samuele Damilano, ha indagato la galassia digitale che gravita attorno a Fratelli d’Italia. La terza inchiesta, “Giustizia cieca”, a firma di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale, ha approfondito le vulnerabilità informatiche del Ministero della Giustizia, tornando sul software Ecm.

Secondo le fonti di Fanpage.it, il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini avrebbe reiterato a Ranucci, già con la prima lettera, una richiesta di carattere editoriale: meno “reportage a tesi”, più pluralismo, e un ritorno alle grandi inchieste su criminalità organizzata, economia e società. […]

La puntata del 17 maggio avrebbe alimentato le tensioni interne, ma va detto con altrettanta chiarezza: nessuno degli elementi finora noti configura un tentativo di bloccare la messa in onda.

Le puntate sono andate regolarmente in onda. Le lettere di richiamo sono strumenti interni di governance editoriale, non censure. La differenza conta, e va tenuta presente nel valutare la vicenda.

La posizione pubblica di Ranucci, già espressa dopo la prima lettera, è quella di chi non considera i richiami interni come questioni di governance ma come pressioni sulla libertà d’inchiesta. Dopo le contestazioni per le dichiarazioni su Nordio, il conduttore aveva dichiarato di non avere paura del ministro. È ragionevole attendersi una risposta analoga anche stavolta.


Ecco i grandi record di Giorgia Meloni


PIL: UE TAGLIA STIME ITALIA A +0,5% NEL 2026, FANALINO DI CODA NEL 2027

(LaPresse) – La Commissione europea rivede al ribasso le stime del Pil per l’Italia al +0,5% nel 2026, rispetto al +0,8% delle scorse previsioni economiche autunnali. E’ quanto emerge dalle previsioni economiche primaverili pubblicate oggi dall’Esecutivo Ue.

Per il 2027 il Pil è atteso ancora in calo al +0,6% rispetto alla stima precedente del +0,9%, registrando il dato di crescita più basso in Ue. Si prevede che il Pil reale crescerà dello 0,5% nel 2026, come nel 2025, sostenuto dagli investimenti incentivati dal Pnrr.

La crescita dei consumi rallenta a causa della perdita di potere d’acquisto e le esportazioni nette incidono negativamente sulla crescita. Nel 2027, la produzione dovrebbe crescere dello 0,6%, sostenuta dalla ripresa del commercio globale e dalla normalizzazione dei prezzi.

UE: DEFICIT ITALIA SOTTO IL 3% NEL 2026, STABILE AL 2,9% NEL 2027

(LaPresse) – Il deficit italiano nel 2026 risale rispetto alle scorse previsioni autunnali ma resta sotto la soglia del 3%. Stando alle stime primaverili della Commissione europea, si attesta al 2,9% in lieve aumento sul 2,8% di quelle precedenti.

Nel 2027 il dato è atteso stabile al 2,9% sempre in aumento rispetto al 2,6% delle scorse previsioni. Nel 2026, osserva la Commissione europea, si prevede una leggera riduzione del deficit, al 2,9% del Pil. La spesa per interessi dovrebbe aumentare di 0,3 punti percentuali del Pil, a causa dell’aumento dei rendimenti, in particolare dei titoli indicizzati all’inflazione.

Si prevede un aumento delle entrate fiscali in linea con il Pil nominale. Il bilancio 2026 ha introdotto modifiche alla tassazione sul reddito, tra cui un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale sul lavoro per i redditi medi, che sarà interamente compensata da aumenti delle imposte per gli istituti finanziari e le compagnie assicurative.

Sul fronte della spesa, la riduzione dei sussidi agli investimenti è parzialmente compensata da ulteriori investimenti pubblici, rafforzati dai fondi del Recovery fund, e dalla spesa corrente primaria. Le misure di sostegno al settore energetico introdotte prima del 4 maggio 2026 – pari allo 0,06% del Pil – sono state interamente finanziate da risparmi di bilancio.

Si prevede che il deficit rimanga stabile nel 2027, ipotizzando l’assenza di cambiamenti di politica economica. Si prevede che gli effetti ritardati di un’inflazione più elevata spingeranno al rialzo la spesa corrente, in particolare quella pensionistica, mentre la graduale eliminazione dei progetti relativi al Fondo di ripresa e resilienza (Rrf) porterà a una riduzione della spesa in conto capitale.


Dopo l’Iran e il Venezuela, Trump sta apparecchiando l’intervento a Cuba!


Gli Usa hanno schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi

(ANSA) – L’AVANA, 21 MAG – Il Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom) ha comunicato l’arrivo ieri nei Caraibi della portaerei a propulsione nucleare Nimitz e del relativo gruppo d’attacco.

L’annuncio coincide con l’intensificarsi della campagna di pressione dell’amministrazione di Donald Trump contro Cuba e con l’incriminazione, sempre ieri, dell’ex presidente Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei civili vicino alle coste cubane nel 1996. “Benvenuti nei Caraibi, Gruppo d’Attacco del Nimitz”, ha postato su X il Southcom, responsabile delle operazioni in America Latina, Messico escluso.


Affari di famiglia


(dagospia.com) – Scordatevi gli intrighi machiavellici di “House of cards”. Dimenticatevi delle lotte fratricide epiche alla “Succession”. La guerra per il potere in Italia si combatte, molto più miseramente, all’Aci.

L’Automobile club italiano è una cassaforte che vale un giro d’affari di oltre 3 miliardi di euro.

È l’ente sportivo più ricco d’Italia, ha quasi mezzo miliardo di euro di fatturato (la Figc fattura meno di 200 milioni di euro all’anno e il Coni poco più di 100 milioni), che deriva in gran parte dalla gestione del Pra, il registro di tutte le automobili italiane, e dalla raccolta del bollo auto. 

Ciò che però rende Aci una fenomenale macchina da soldi è la proprietà di una compagnia assicurativa: Sara Assicurazioni, che garantisce una invidiabile liquidità (oltre ai lauti stipendi dei dirigenti)

La famiglia La Russa ha intuito da tempo il valore dell’Aci: nove anni fa Geronimo, il primo dei tre figli con nome da pellerossa del Presidente del Senato, è diventato presidente dell’Aci di Milano.

Nonostante la rete di protezione politica nazionale, però, Geronimo non era mai riuscito a toccare palla sugli equilibri dell’ente.

Per 12 anni l’Aci, infatti è stato il regno incontrastato di Angelo Sticchi Damiani. Democristiano leccese, amico di famiglia di Raffaele Fitto, Sticchi Damiani ha governato l’Automobile club con un piglio da caudillo, facendo il bello e il cattivo tempo, incontrastato, per una dozzina d’anni.

Quando la destra ha vinto le elezioni, quel vecchio volpone di Sticchi Damiani ha subito annusato l’aria. Avendo capito che per lui poteva mettersi male, e consapevole delle ambizioni di Geronimo La Russa, è andato a parlare con il padre, presidente del Senato.

E così, come ha raccontato ai microfoni di “Report” il diretto interessato, è stato organizzato un pranzo al Senato, all’inizio del 2023, grazie ai buoni uffici dell’allora ministro Raffaele Fitto.

Sticchi Damiani e Ignazio La Russa si sono stretti la mano e si sono apparecchiati un accordo “win-win” per tutti: a Geronimo sarebbe andata la vicepresidenza nazionale di Aci e Sara Assicurazioni (360mila euro di stipendio annuale) e Sticchi Damiani avrebbe potuto farsi un quarto mandato di presidenza, al termine del quale avrebbe lasciato il posto al figlio del presidente del Senato.

Quello che Sticchi non immaginava è che i La Russa non avrebbero atteso la fine del suo mandato di Sticchi Damiani, che sarebbe scaduto nel lontano 2028, per spedirlo ai meritati giardinetti.

E così, secondo “Report”, sarebbe stato coinvolto anche Andrea Abodi: il sonnecchiante ministro dello Sport, in quota Fdi, improvvisamente si è trasformato in un leone e ha ingaggiato una lotta senza esclusione di colpi contro Sticchi Damiani.

Abodi ha riesumato dagli archivi polverosi di Palazzo Chigi una vecchia legge del 1978 sul limite dei due mandati negli enti pubblici. Una regola che in cinquant’anni non era mai stata fatta valere per gli enti sportivi, dal momento che in Aci il presidente non viene nominato direttamente dal governo, ma viene eletto da un’assemblea di iscritti ad Automobile club.

In quella contesa legale, Geronimo La Russa ha inizialmente finto di stare dalla parte di Sticchi Damiani, mentre il padre, sempre secondo la ricostruzione di Giorgio Mottola per “Report”, lavorava per far convincere il Governo della necessità di un cambio di regime in Aci.

Il primogenito ha trovato subito un alleato importante nel ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti (che avendo un disperato bisogno di recuperare denari, ha un forte interesse a mettere le mani sulle ricche casse di Aci).

L’unico a schierarsi dalla parte di Sticchi Damiani a Palazzo Chigi è stato Matteo Salvini, che a un certo punto gli ha rivelato il trappolone: «Mi disse: Angelo, guarda che qua il problema non è Giorgetti. Io Giorgetti lo fermo. Ma se si mettono insieme Giorgetti e La Russa, io sono fottuto. Testuali parole. E così è stato», ha raccontato Sticchi Damiani a “Report”.

Per estromettere definitivamente Sticchi Damiani, alla vigilia di Natale del 2024,  il governo piazza un emendamento nel decreto emergenze che impone retroattivamente il limite dei due mandati all’Automobile club.

In questo modo, il voto dell’assemblea che a ottobre aveva eletto presidente Sticchi Damiani con un plebiscito (90% dei voti), viene invalidata e il quarto mandato annullato.

Non finisce qui. Essendo rimasto come “traghettatore” fino al congresso, Sticchi Damiani non vuole mollare, e prova a “vendicarsi”, cercando di spingere per un “suo” nome alla presidenza dell’Automobile Club d’Italia. È a quel punto che interviene di nuovo Andrea Abodi, che commissaria l’ente e nomina alla guida di Aci l’ex generale dei Carabinieri Tullio Del Sette, già capo dell’ufficio legislativo di Ignazio La Russa quando era ministro della Difesa.

Il nuovo commissario fa piazza pulita di tutti i fedelissimi di Sticchi Damiani e Geronimo ha la strada spianata. Vince nel luglio del 2025 il congresso con il 76 per cento dei voti. Il generale diventa presidente di Sara, con 800mila euro all’anno di compenso.


Sono 1.024 i comuni italiani con i conti in rosso


(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – il Corriere della Sera) – Quanto sono fortunati i 900 abitanti di Bioglio! Nel piccolo comune in provincia di Biella, scuola materna e asilo nido sono gratis: ci pensano le casse comunali a pagare i 50mila euro l’anno che chiede la cooperativa per gestirli.

Chi ha in affitto una abitazione del Comune non riceve le bollette di luce e gas. Chi non paga le imposte locali, nessuna azione di riscossione, al massimo gli arriva un avviso bonario. E poi: 30mila euro di contributi alla società sportiva, 8mila alla ciclistica, 1.500 euro per portare i biogliesi in gita in Francia.

Tutto merito del sindaco Stefano Ceffa, che i cittadini hanno rieletto tre volte di fila, tenendoselo stretto per 15 anni, dal 2009 al 2024. E poi la favola bella è finita, e la realtà ha presentato il conto.

I debiti

Nel 2022 il Comune si ritrova con un buco da un milione di euro. «Ho ecceduto in progettualità e nella fiducia nei confronti di chi gestiva i conti» si giustifica Ceffa. In realtà, dice la Corte dei Conti: errori nei bilanci, Iva mai versata, continuo ricorso ad anticipi di cassa. Scatta il piano di riequilibrio finanziario: primi tagli alla spesa, aumentano le imposte.

Nel 2024, la nuova sindaca Lucia Acconci scopre altre 3.500 fatture non pagate: i debiti salgono a 1,9 milioni. Troppi per pensare a un piano di rientro. E infatti nel 2025 il Comune dichiara fallimento. Chiude l’asilo, le tasse locali salgono al massimo, fine dei contributi alle associazioni, si rinuncia al vigile urbano. […]

 A marzo 2026 arriva il commissario liquidatore che ha pieni poteri per vendere i beni pubblici e rinegoziare i debiti coi creditori. Intanto, indaga la procura di Biella: l’ex sindaco Ceffa, il suo vice, un ex assessore sono indagati per falso ideologico, l’ex responsabile del settore finanziario è accusata di truffa.

I Comuni in crisi

Oggi sono 1.024 i comuni italiani con i conti in rosso. Quelli messi peggio devono adottare un piano di riequilibrio (D.L. 10 ottobre 2012, n. 174) o dichiarare il dissesto (D.L. 2 marzo 1989): in tutto sono 484. Finora, il 63% di queste crisi finanziarie si sono concentrate nelle città di Sicilia, Calabria e Campania, ma neppure il Nord è immune (il 9,4%), e negli anni hanno coinvolto anche città benestanti come Alessandria, Imperia, Savona, Segrate.

I motivi per cui si riducono così vanno dall’incapacità di riscuotere le imposte locali al clientelismo, dagli investimenti sbagliati alle infiltrazioni criminali, ma un ruolo lo giocano anche i ritardi e i tagli ai trasferimenti da parte dello Stato.

Succede anche che i sindaci del presente paghino colpe di una

 passato non loro, come a Castellaneta (Taranto), che solo ora sta uscendo da un decennio trascorso strozzato dalla condanna a risarcire le famiglie dei morti nel crollo di una palazzina avvenuto 41 anni fa […]

Se i conti non tornano

Attualmente i Comuni in riequilibrio sono 256: è l’ultima spiaggia prima della bancarotta. Il consiglio comunale deve varare un piano di rientro in 5-20 anni da sottoporre alla Corte dei Conti e al ministero dell’Interno, prevedere l’aumento delle entrate (alzando le imposte), e la riduzione delle spese, che significa riduzione dei servizi.

I Comuni in dissesto invece sono 228. In questi casi si dichiara fallimento e il presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Interno, nomina un commissario liquidatore che, per saldare i debiti, aumenta al massimo i tributi, vende il vendibile, ed elimina tutti i servizi non indispensabili.

Ci rimettiamo tutti

Per legge gli enti locali devono inseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio. Se non ci riescono, i primi a rimetterci non sono soltanto i 7,9 milioni di italiani che vivono nei comuni in crisi finanziaria, che vengono tartassati, ma anche tutti noi. I debiti di questi comuni (verso aziende, partecipate, altri Comuni, cui si sommano gli obblighi di accantonamento) ammontano a 8,1 miliardi. I liquidatori propongono ai creditori di accontentarsi del 40-60%. C’è chi si accontenta e chi fa causa, e quando l’ente locale non ce la fa, tocca allo Stato.

I conti, per Dataroom, li ha fatti l’Istituto per la finanza e l’economia locale (Ifel). Dal 2020 a oggi:

a) 2,3 miliardi, è il nuovo fondo istituito nell’ultima manovra finanziaria del governo, che servirà in gran parte proprio per coprire le condanne dello Stato a pagare i debiti degli enti locali in dissesto.

b) 1,749 miliardi a fondo perduto per sostenere i Comuni medi e piccoli in difficoltà.

c) 1,316 miliardi a fondo perduto per i capoluoghi.

d) 1,7 miliardi (a rate, per i prossimi 16 anni) rientrano nei «Patti» per Napoli, Torino, Palermo, Reggio Calabria e Catania.

e) 513 milioni come anticipo di liquidità ai Comuni, che poi dovranno restituire.

Complessivamente lo Stato va in soccorso con 7,6 miliardi.  Sia chiaro: è doveroso sostenere un territorio in difficoltà. Il problema è che i Comuni assediati dai creditori sono sempre di più, molti non fanno che entrare e uscire da uno stato di crisi all’altro, e una volta su tre finiscono poi per fallire. […]

La soluzione

Per la Corte dei Conti il sistema non funziona: le istruttorie sono lunghissime e la doppia procedura riequilibrio/dissesto fa più danni che altro; inoltre nei Comuni più piccoli non c’è personale qualificato in grado di gestire le criticità finanziarie e per questo andrebbero sostenuti fornendo loro l’affiancamento di specialisti. Per risanare – sostengono i giudici – serve una «radicale riforma». A parole lo dicono pure il ministero dell’Interno e il Mef, ma questa riforma non arriva mai.

Il Testo unico enti locali (D.Lgs. 267/2000) elenca i parametri-spia che dovrebbero mettere in pre-allerta e far scattare i correttivi (come l’aumento delle tasse o delle tariffe per gli asili nido), ma non sono efficaci anche perché analizzano dati vecchi di due anni.

Infatti nel 2026 scatteranno le misure sulla base delle criticità rilevate nel 2024, quando magari nel biennio il quadro è completamente cambiato, tant’è che diversi Comuni si ritrovano in bancarotta prima ancora che scatti l’alert.

A febbraio i giudici della Corte dei Conti hanno scritto al Parlamento: la soluzione c’è, dovete usare un modello predittivo che – unendo intelligenza artificiale e indicatori economici aggiornati – vi dica in largo anticipo se, continuando così, una città finirà in crisi. Proprio la Corte dei conti ne sta sperimentando uno, si chiama Modì. Il ministero dell’Interno e il Mef potrebbero farselo prestare…


“La vestizione della sposa”: tradizione, ricerca antropologica e solidarietà nel cuore di Eboli


Cresce l’attesa per “La vestizione della sposa”, l’evento promosso e organizzato da La Scafa ETS in collaborazione con il Muves – Museo Collezione Scasserra, in programma sabato 23 maggio alle ore 19.30 presso la sede dell’associazione, in località Casarsa di Eboli.
L’iniziativa rientra nel calendario del Maggio dei Monumenti e proporrà un viaggio tra abiti, gioielli, rituali e memoria popolare attraverso uno dei momenti più significativi della tradizione del Sud Italia: la vestizione della sposa.
Al centro della serata ci saranno abiti storici, ornamenti e preziosi appartenenti alla cultura popolare, testimonianze materiali di un patrimonio identitario che continua ancora oggi a raccontare storie, relazioni e comunità.
Figura centrale dell’evento sarà Antonio Scasserra, direttore del Muves di Campobasso, etnoantropologo, ricercatore e collezionista specializzato in costumi tradizionali e oreficeria popolare. Parte della sua collezione, riconosciuta dal Ministero come bene culturale di notevole interesse nazionale, sarà esposta nel corso della serata.

«Abbiamo immaginato un evento capace di unire memoria, cultura e partecipazione», dichiara Anna Marra, presidente de La Scafa ETS. «La vestizione della sposa non è soltanto un rito tradizionale, ma un racconto collettivo fatto di simboli, gesti e identità che meritano di essere custoditi e tramandati».

«La collaborazione con Antonio Scasserra e con il Muves rappresenta per noi un momento importante», aggiunge Marra. «Portare a Eboli parte di questa collezione significa offrire al territorio un’occasione di approfondimento culturale e antropologico di grande valore».
La serata avrà anche uno scopo benefico. Nel corso dell’evento sarà infatti possibile contribuire liberamente a sostegno dell’associazione “La Fattoria della Pace”, impegnata in percorsi di ippoterapia dedicati a ragazzi con neurodivergenze.
Prevista inoltre la partecipazione di Giovanni Germano, aspirante coordinatore del prossimo Forum dei Giovani di Eboli, con  una delegazione di giovani candidati al Forum.
Ad aprire gli interventi saranno Anna Marra, presidente de La Scafa ETS, Antonio Scasserra, direttore Muves Campobasso, e Claudia Gallo, presidente dell’associazione La Fattoria della Pace. La serata sarà presentata da Angela Clemente.


Vomero-Arenella, quartieri groviera: si apre nuova voragine


Da ieri transennata in via San Giacomo in Capri. Traffico in tilt

          “ Nella municipalità collinare, che comprende i quartieri del Vomero e dell’Arenella aumentano di giorno in giorno le strade e le piazze afflitte da problemi legati alla carenza di manutenzione, con particolare riguardo alle perdite delle reti di sottoservizi e all’intasamento degli impianti fognari, con caditoie e tombini in molti casi otturati – afferma Gennaro Capodanno, ingegnere, presidente del Comitato Valori collinari, fondatore su Facebook del gruppo “Buche partenopee, vedi Napoli e poi..cadi“ che conta circa 2.800 iscritti ( https://www.facebook.com/groups/buchepartenopee ) -. Purtroppo la situazione è in graduale peggioramento e, anche se problema appare comune ad altri quartieri della città,  ciò non rappresenta affatto una consolazione, anzi “.

            “ L’ultima voragine si è aperta ieri sera in via San Giacomo dei Capri, nei pressi dell’incrocio con via Ruoppolo, tratto stradale che è stato transennato in attesa degli accertamenti del caso – puntualizza Capodanno -. Una strada fondamentale per i flussi di traffico provenienti dalla zona alta della Città, percorsa anche da mezzi pubblici su gomma. Allo stato il traffico veicolare  è stato dirottato su  un percorso alternativo ma occorrerebbe riaprire il tratto di piazza  degli Artisti per evitare la mole di autovetture che si è riversata segnatamente su piazza Medaglie d’Oro che è andata subito in tilt “.

            “ Oramai a Napoli rappresenta un classico – puntualizza Capodanno -. Molte strade del capoluogo partenopeo sono di fatto delle  vere e proprie forme di groviera, afflitte da dissesti di varia consistenza ed entità, che, per mera fortuna, non generano tragedie, con vittime, che pure, in alcuni casi, in passato si sono registrate. Intanto, in un territorio che manifesta da lustri una notevole fragilità del sottosuolo, c’è chi pensa di poter continuare a scavare per realizzare parcheggi interrati, come quello, alla ribalta delle cronache in questi giorni, in piazza degli Artisti, a poche centinaia di metri dal luogo dove oggi si è aperta l’ennesima voragine “.

            “ Quando nel febbraio di due anni fa si aprì una voragine in via Morghen che solo per miracolo non comportò la perdita di vite umane – ricorda Capodanno – si parlò dell’acquisto e dell’utilizzo di apparecchiature in grado di effettuare il monitoraggio di tutte le strade della collina vomerese, attraverso metodologie rapide e non invasive, come il georadar, che, nel sottoporre a una vera e propria radiografia il sottosuolo, a partire dalle zone dove, per la presenza di manifestazioni in superficie, come gli avvallamenti, si potrebbe ipotizzare un dissesto in atto,  consente d’individuare eventuali rotture delle condotte idriche e fognarie presenti. Un tecnica già adottata altrove, per indagini sul sottosuolo, con ottimi risultati, peraltro con costi contenuti.  Ma il tutto è rimasto solo nelle intenzioni senza passare dalle parole ai fatti concreti “.

            Capodanno ancora una volta sollecita gli uffici competenti a provvedere, con l’urgenza del caso, alla manutenzione delle strade dell’area collinare, previa una ricognizione puntuale e completa, restituendo, nel contempo, dignità e decoro alla carreggiate e ai marciapiedi, sottolineando, con l’occasione, ancora una volta lo stato di degrado nel quale versano, in particolare, le arterie dell’isola pedonale di via Scarlatti, che, a ragione dei numerosi rattoppi, vanno assumendo sempre di più l’aspetto d’improbabili mosaici, realizzati con materiali ibridi ed eterogenei. Con gli opportuni e oramai improcrastinabili interventi sarebbero peraltro eliminati i possibili pericoli causati dalla presenza di buche e avvallamenti, che, con le piogge, si trasformano in piccoli laghetti, estremamente pericolosi per i passanti.


Il giornalismo tradizionale è morto


Quando l’aggettivo “ebreo” non si deve dire.

(Stefano Rossi) – Ieri sera, a Otto e Mezzo, abbiamo assistito all’ennesima inutilità di ascoltare pseudo giornalisti che non informano, non precisano, non spiegano, ma sono lì per se stessi, per limare, ammantare, smussare al solo fine di annacquare l’informazione.

La parola d’ordine è: spegnere l’incendio acceso dai social.

Di turno c’era Beppe Servegnini, quando non è il turno di Paolo Mieli, che ieri, da mattina a sera, era su altri programmi.

Servegnini si è lanciato contro Israele al punto da dover ricordare il “7 Ottobre”, ed ha pure detto, preoccupatissimo, di “rischiare” di passare per un antisemita.

Rassicuriamolo, non c’è pericolo.

Il suo intervento è sempre contro Israele senza mai affrontare il vero problema, quello religioso, di un popolo che è pervaso da una verità per esso inconfutabile: essere il prescelto da Dio.

Mai abbiamo sentito pronunciare la parola “ebreo”, come fosse un tabù pericolosissimo da Servegnini.

E infatti, Anna Foa, ebrea, non ha paura a pronunciare quell’aggettivo ed affrontare il nocciolo del problema ebraico: i coloni, che sono tutti fondamentalisti ebrei.

Il giovane Raffaele Giuliani che, invece, rappresenta i social, tanto vituperati dai giornaloni, ha affrontato il problema con parole adeguate, ricordando il genocidio e lo sterminio del popolo palestinese al punto che, la Gruber si è sentita in dovere di precisare: “Parole molto forti”.

Michele Serra, nel suo ultimo articolo “Nell’elenco degli ingiusti”, scrive: “Quelli come Ben-Gvir, a dispetto della loro prosopopea etnico-religiosa, non appartengono ad alcuna razza o religione … Non diamogli l’illusione di giudicarlo male in quanto israeliano o (come lui vorrebbe) in quanto ebreo. Lo giudichiamo male come essere umano. Punto”.

Ecco un altro esponente di un giornalismo che fugge, nasconde, evita di esporsi in un argomento scomodo ma necessario per capire il problema arabo-israeliano.

Non c’è solo il problema del sionismo, ma anche una cultura che è pregna di un razzismo verso un intero popolo che viene considerato né più né meno come animali da schiacciare come formiche fastidiose.

Ma quel razzismo nasce da una cultura, da una educazione che compare fin dalla giovanissima età.

Negarlo vuol dire negare realtà e storia.

Otto e Mezzo compare giustamente un esponente del mondo dei social.

Ma il confronto con il giornalismo tradizione è impietoso!


La Spagna chiede sanzioni europee contro Ben Gvir: il governo italiano cosa farà?


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Immagini «inaccettabili», trattamento «infimo», e «contro ogni elementare tutela della dignità umana». Dure parole per un duro atteggiamento, quelle rilasciate dall’Italia nei confronti del ministro israeliano Ben Gvir, che ieri ha pubblicato un video che ritraeva gli attivisti della Global Sumud Flotilla legati, bendati e costretti in ginocchio sotto al sole. Davanti a immagini che lasciano poco scampo a interpretazioni, Meloni ha «preteso» le scuse di Israele e Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano a Roma. Dalla Spagna, invece, il premier Sanchez ha dichiarato che farà pressione su Bruxelles perché vengano approvate «con urgenza» sanzioni contro il ministro. L’Italia si trova ora a un bivio: sebbene in patria abbia iniziato a distanziarsi dallo Stato Ebraico, in Europa rimane ancora la prima alleata di Tel Aviv; malgrado le dichiarazioni, Roma ha bocciato la sospensione degli accordi con Israele e schivato il tema delle sanzioni ai ministri più estremisti. Ora dovrà decidere se continuare a seguire questa linea o se passare definitivamente dalle parole ai fatti.

video che arrivano da Israele hanno provocato un’ondata di sdegno internazionale. A pubblicarli è stato il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir, che si è fatto ritrarre con una bandiera israeliana mentre passeggiava scortato tra l’equipaggio sequestrato, deridendolo e provocandolo. «Quanto emerge dal video del Ministro Ben Gvir è assolutamente inaccettabile e contro ogni elementare tutela della dignità umana», ha scritto Tajani, annunciando di avere convocato l’ambasciatore israeliano a Roma; «Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili», Meloni. «È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. L’Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo italiano», ha chiuso. «Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali; un comportamento inaccettabile che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo israeliano», ha aggiunto Mattarella.

Insomma, i comunicati dei massimi rappresentanti dell’esecutivo e dello Stato italiano sono inequivocabili: dura condanna per l’atteggiamento di Ben Gvir, e presa di distanza dall’operazione illegale condotta dall’esercito israeliano in acque internazionali; su quest’ultimo tema si è espresso anche il ministro della Difesa Crosetto affermando che Israele dovrebbe prendere esempio dal modo in cui l’Italia accoglie le persone, perché «noi non abbiamo l’abitudine di catturare nessuno illegalmente in acque internazionali». In generale, le azioni di Ben Gvir sono state condannate da diversi leader internazionali, dal premier canadese Carney, al ministro spagnolo Sanchez, che ha lanciato un appello alle istituzioni dell’UE per sanzionare il ministro isrealiano a livello comunitario. Le parole di Sanchez non lasciano spazio ad ambiguità, e costringono l’UE a prendere una scelta; le stesse dichiarazioni dell’Italia e la convocazione dell’ambasciatore israeliano da parte della Farnesina costituiscono i primi passi istituzionali per una reale presa di distanza da Israele, ma ora l’Italia deve decidere se andare fino in fondo o se continuare a seguire la linea di appoggio incondizionato di Israele davanti all’Unione.

Una eventuale emanazione di sanzioni ai ministri estremisti israeliani è dopo tutto la prima azione concreta che gli altri Paesi hanno compiuto per allontanarsi da Israele; Ben Gvir è stato sanzionato dagli stessi Canada e Spagna, ma anche da altri Paesi come Regno Unito e Slovenia. Il tema delle sanzioni ai ministri israeliani sarebbe inoltre già stato sollevato in sede di Consiglio Europeo, dove, secondo quanto emerge da indiscrezioni mediatiche mai smentite dal governo, sarebbe stato agilmente schivato anche grazie all’appoggio dell’Italia; i ministri degli Esteri dei 27 hanno piuttosto approvato sanzioni farsa nei confronti di qualche colono, senza che neanche venissero discussi potenziali divieti di acquisto dei beni prodotti negli insediamenti illegali nella Palestina Occupata. Se la questione delle sanzioni ai ministri è rimasta fuori dal piatto, non lo è stata quella degli accordi UE-Israele, il cui congelamento è stato bloccato proprio grazie al no dell’Italia e della Germania. Sebbene in patria il governo abbia iniziato a prendere le distanze dalle azioni dello Stato Ebraico, sospendendo il rinnovo del memorandum di intesa militare, in sede Europea Roma resta il primo dei sostenitori di Tel Aviv; davanti al blocco degli accordi con Israele, inoltre, nei porti italiani continuano ad arrivare armi dirette verso Tel Aviv, e l’Italia continua dunque a fornire a Israele supporto logistico – almeno in maniera indiretta.

Non è ancora chiaro se il governo italiano intenda sollevare i propri veti in sede europea per prendere una posizione più netta contro Israele. Certamente un eventuale cambio di postura sarebbe sgradito all’alleato oltreoceano: come il presidente Trump ha già dimostrato in diverse occasioni, gli Stati Uniti non lasciano passare indisturbate azioni contro gli interessi di Israele; è il caso dell’emanazione di sanzioni nei confronti della Corte Penale Internazionale, rea di avere emanato un mandato di arresto contro Netanyahu, o delle analoghe misure contro la Relatrice Speciale Francesca Albanese, revocate oggi stesso dopo una sentenza di un tribunale. Ultimamente i rapporti tra Italia e Israele si sono raffreddati, così come quelli con il presidente Trump; un eventuale appoggio delle sanzioni ai ministri israeliani potrebbe segnare un ulteriore frattura con gli USA in un momento in cui l’Italia, nonostante le tensioni, continua a ricoprire un posto privilegiato nei dialoghi europei con Trump. Lo stesso Stato Ebraico ha un peso specifico rilevante in Italia e nel Vecchio Continente, fornendo tecnologie di sorveglianza testate direttamente proprio nei Territori Palestinesi Occupati.


Gli Usa rimuovono le sanzioni contro Francesca Albanese


Il Dipartimento del Tesoro ha rimosso Francesca Albanese dalla lista delle persone sanzionate dopo il ricorso accolto da un giudice federale americano

Gli Usa rimuovono le sanzioni contro Francesca Albanese

(lastampa.it) – Gli Stati Uniti hanno rimosso Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per Cisgiordania e Gaza, dalla lista delle persone sanzionate. La notizia è riportata sul sito del Dipartimento del Tesorostatunitense, che però non ha fornito spiegazioni ufficiali sulla decisione. La revoca arriva una settimana dopo che un giudice federale aveva temporaneamente bloccato le sanzioni, ritenendo che l’amministrazione Trump avesse probabilmente violato il diritto alla libertà di parola di Albanese imponendo quelle misure. La relatrice Onu era stata sanzionata lo scorso anno dall’amministrazione Trump per una presunta «guerra politica ed economica» contro Stati Uniti e Israele. Le sanzioni prevedevano il divieto di ingresso negli Usa e l’impossibilità di aprire conti bancari nel Paese.