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La prima di Vannacci da leader di partito: prega dal palco e dice no all’alleanza con il centrodestra


Roberto Vannacci ha parlato all’apertura dell’assemblea costituente di Futuro nazionale, il primo grande appuntamento da leader di una forza politica nascente. Il generale ha chiuso alle alleanze con il centrodestra e ha rilanciato diversi slogan di estrema destra, dalla “remigrazione” a “Italia agli italiani”. Ha detto: “Rappresentiamo la feccia, e siamo orgogliosi di esserlo”, e ha anche pregato dal palco.

(di Luca Pons – fanpage.it) – “Noi oggi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento abbiamo la sporca dozzina, fuori ci siamo noi, i figli di nessuno, contenti di esserlo”. Lo ha detto Roberto Vannacci, aprendo l’assemblea costituente di Futuro nazionale con un discorso durato circa un’ora. Il generale ex leghista ha inaugurato quello che di fatto è il primo evento nazionale del suo partito, che dovrebbe mettere le basi per la campagna in vista delle prossime elezioni politiche. Poco meno di 2mila persone, tra delegati e ospiti, hanno preso parte all’assemblea arrivando a Roma da diverse Regioni. Nel lungo discorso c’è stato spazio per un momento di preghiera, così come per diversi attacchi al centrodestra – senza mai citare per nome Giorgia Meloni.

“Siamo partiti pochi mesi fa e oggi il sogno si sta realizzando”, ha detto Vannacci, che ha rapidamente attaccato diversi giornalisti, ringraziandoli in modo ironico e dicendo: “Se siamo qui, è grazie a loro”. Poi ha messo all’erta contro le ‘infiltrazioni’: “L’infiltrazione dei giornalisti è già iniziata – dice – registrano di nascosto, come se si infiltrassero tra i Vietcong e io fossi il colonnello Kurtz. Attenzione, ormai ho cominciato a conoscerli. Qualcuno comincerà a girare tra di voi con il registratore nascosto. Ci sarà sicuramente qualcuno bene informato che dice di avermi visto al Circolo canottieri con Renzi, ma io non so nemmeno dove sia. Continueranno a scrivere su di noi, su di voi, ci esamineranno”.

“I pelati, quelli con i tatuaggi… sono degli estremisti. Così come quelli che hanno dei monili strani. Vorranno dimostrare che noi tutti siamo la feccia, lo scarto”. Il generale ha usato questo passaggio come spunto per rivendicare: “Noi oggi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento abbiamo la sporca dozzina, fuori ci siamo noi, i figli di nessuno, contenti di esserlo. C’è qualche massone? Perché stanno cercando anche quelli”.

Vannacci prega dal palco
Vannacci a un certo punto ha chiesto alla platea di alzarsi in piedi: “Ora preghiamo”, ha detto. Quella che Vannacci ha recitato è una preghiera attribuita al parà francese André Zirnheld, che l’avrebbe composta nel 1938. E recita:

Dammi, mio dio, ciò che ti resta, dammi ciò che nessuno ti chiede mai. Non ti chiedo il riposo o la tranquillità, né dell’anima né del corpo. Non ti chiedo la ricchezza, né il successo, né la salute. Tutto questo, mio dio, te lo chiedono talmente che ormai non devi averne più.Dammi, mio dio, ciò che ti resta; dammi quello che gli altri rifiutano da te. Voglio l’insicurezza e l’inquietudine, voglio la tormenta e la lotta e che tu me le dia definitivamente. Che io sia sicuro di averle sempre, perché non sempre avrò il coraggio di chiedertele. Dammi, mio dio, ciò che ti resta, dammi quello che gli altri non vogliono, ma dammi anche il coraggio, la forza e la fede.
A questo Vannacci ha aggiunto, in chiusura: “Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli”.

L’attacco al centrodestra: “O con noi o con Draghi, von der Leyen e il globalismo”
Giorgia Meloni non è mai stata citata per nome, e l’unico leader di centrodestra menzionato esplicitamente è stato Antonio Tajani. Ma Vannacci ha rivolto più di un attacco alla maggioranza di governo. Maggioranza che, alla fine, qualche rappresentante l’ha mandato. Erano stati invitati diversi esponenti del centrodestra: i ‘big’ hanno declinato, ma si sono visti i tre coordinatori cittadini di Roma di FdI (il deputato Marco Perissa), Forza Italia (Luisa Regimenti) e Lega (Angelo Valeriani).

Buona parte del discorso dei Vannacci è stata dedicata a respingere l’accusa di ‘aiutare’ in qualche modo le opposizioni. “Si parla di patrimoniale negli ultimi giorni, con la sinistra che la vuole imporre, senza rendersi conto che non funziona e che di patrimoniali ne paghiamo già parecchie”, come “l’Imu e il bollo auto”, ha iniziato il generale. “Tajani ha detto: ‘Fintanto che ci sono io al governo, non ci sarà’. Bene. In Europa però ha votato a favore per dare altri soldi all’Ue. E io sarei quello che vota con la sinistra e le fa da stampella?”, ha attaccato a quel punto Vannacci

“Alla prova dei conti c’è un asse tra il Partito popolare europeo e i Socialdemocratici in Europa” e questo governo “si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita von del Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra?”, ha insistito. E ancora: “Su tutta la stampa è apparso che Futuro nazionale sta con la sinistra, vota con Zan, con Fratoianni, ci hanno definito gli ‘utili idioti’. Dicono che aiutiamo la sinistra, che siamo la stampella. Ci dicono di smetterla e di allearci con questa alleanza di centrodestra, ma perché dovrei allearmi con questa alleanza di centrodestra che continua a portare avanti l’agenda Draghi, il Green deal o il debito comune?”.

Vannacci ha anche risposto all’idea che votare per lui sia come ‘buttare’ il voto e far vincere il centrosinistra: “Si invoca il voto utile, secondo questo manicheismo ‘o stai con noi o stai con la sinistra’. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro Nazionale, guardiani della sovranità, o con von der Leyen, Draghi, multinazionali e globalismo”.

La Russia, la remigrazione e “l’Italia agli italiani”
Infine, il generale si è assicurato di toccare diversi dei punti più cari ai suoi sostenitori. A partire dalla questione della Russia: “Si dice ‘E ma Vannacci fa gli interessi della Russia, di Putin’. Qualcuno sostiene che io sia pagato dalla Russia. Magari ce l’avessi la villa in Crimea… Ditemi dov’è che ci porto la famiglia e ci vado in vacanza. Deve essere un posto bello, io non ci sono mai stato”, ha detto. Ha anche attaccato Carlo Calenda, uno dei critici più duri di Vannacci sul tema della guerra in Ucraina, senza menzionarlo direttamente.

In un passaggio successivo, Vannacci ha rivendicato la battaglia sulla cosiddetta remigrazione, un punto su sui insistono numerose forze di estrema destra europee. “Prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, e ne vado orgoglioso”, ha detto l’ex leghista. “Si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. Eppure al poliziotto inglese Mark Bullen è stata tolta la cittadinanza senza essere mai stato giudicato o condannato, la sua unica colpa è stata quella di essersi trasferito in Russia e aver raccontato la sua vita”, ha continuato.

Infine, il generale ha rilanciato lo slogan “l’Italia agli italiani”. Lo ha fatto riferendosi a un caso finito nelle cronache nazionali: quello di una scuola di Cesena dove alcuni studenti, dopo aver esposto uno striscione che recitava “Italia agli italiani” e aver intonato dei cori inneggianti alla X Mas, sono stati puniti con il 6 in condotta e una tesina obbligatoria sulle leggi razziali. Naturalmente, tra i primi a cavalcare il caso c’è stato Matteo Salvini, ma i vannacciani hanno seguito poco dopo.

Vannacci ha detto: “Lo diciamo con forza e non ci vergogniamo, anzi vi chiedo di dirlo insieme: l’Italia agli italiani. Avrei voluto preparare un lenzuolo per esporlo qui oggi, così poi per ‘loro’ avremmo dovuto fare una tesina per essere rieducati”. E ancora: “Non ci scoraggiamo e andremo avanti con la fierezza di essere italiani e faremo della nostra nazione uno spazio di esistenza e il nostro sogno di vita”.


Arroganza, brama di potere, approssimazione: il partito democratico è in un piano inclinato verso il baratro


Bonafoni a Chigi e Boccia al posto di La Russa: via al toto-nomi dem

Bonafoni a Chigi e Boccia al posto di La Russa: via al toto-nomi dem

(di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – Si materializza accanto a Elly Schlein in ogni occasione non troppo istituzionale, ma decisamente identitaria. Un corteo, la presentazione di un libro, un seminario al Nazareno. Soprattutto, la si vede spuntare quando il tema sono i “diritti”, come martedì sera al “Pride Croisette” di Caracalla, ovvero il villaggio del Pride di Roma. Per il resto è invisibile, tesse relazioni. Stiamo parlando di Marta Bonafoni, che sarebbe pronta ad occupare il posto di Alfonso Mantovano, come sottosegretaria a Palazzo Chigi, in un (futuro?) governo Schlein. D’altra parte, lei ha a cuore le tematiche Lgbt almeno quanto lui quelle della famiglia una e indivisibile. Oggi è la coordinatrice della segreteria politica Pd, la sera della vittoria alle primarie fu immortalata mentre ballava sulle note di “Occhi di gatto” con Marco Furfaro. Uno che è dato verso il ministero del Welfare; alla Camera ha messo in piedi una sorta di consulenza per casi difficili. Ogni settimana arriva una disgrazia, in cerca di ascolto, se non di soluzioni. La lista dei ministri di un governo di centrosinistra, guidato dalla segretaria del Pd, gira ormai da settimane, rimbalza dai corridoi del Nazareno a quelli della Camera e del Senato. Si aggiorna in corso d’opera, tra desiderata e balzi in avanti. Una sorta di follia collettiva, visto che quanto meno per scaramanzia sarebbe meglio evitare: c’è sempre qualcuno che avverte come non porti proprio bene (tutti ricordano come quella di Pier Luigi Bersani finì per essere dimenticata davanti a una birra, dopo la “non vittoria” del 2013), non c’è verso di smettere di farla e rifarla. D’altra parte, “è più facile sognare che guardare in faccia la realtà” (copyright, Eros Ramazzotti). Sarà pure per questo che Goffredo Bettini, dalle colonne del Fatto si è sentito in dovere di chiedere di smettere.

Non si sa se e quando ci saranno le primarie, non esiste un programma e neanche un timing e un metodo per costruirlo. Non si sa neanche se ci sarà un centro o uno, due, tre, enne centrini. Ma il gioco preferito nel Pd resta la lista dei ministri. D’altra parte, dicono: “Le elezioni le perde Meloni grazie a Vannacci, noi non dobbiamo fare niente”. Alla faccia delle certezze. E allora, Francesco Boccia? Al ministero dell’Economia. Anzi no, alla presidenza del Senato. Andrea Orlando e Dario Franceschini? Fuori, come ex ministri. O come capicorrente, troppo abituati a manovrare. Meglio i più giovani tra i Montepulciano boys. Per esempio Marco Sarracino al Sud, Michela Di Biase sottosegretaria alla Giustizia (delega alle carceri, si scende nel dettaglio), Chiara Braga ai Rapporti con il Parlamento. E Peppe Provenzano? Gli piacerebbero gli Esteri, ma per quello serve una figura d’area, che vada bene al Pd, ma pure ai 5S e a Sergio Mattarella. È una parola. Per fortuna che al Viminale ci sarebbe l’ex prefetto, Franco Gabrielli. E alla Difesa? Chi lo sa, c’è chi sospetta che toccherà ancora Lorenzo Guerini, ma forse è un po’ troppo. Magari ripiegherà sulla presidenza di una Commissione e vigilerà da lì. Senza contare che ci sono M5S, renziani, Avs. Troppa gente, pochi posti. E in un partito che solo tre giorni fa la segretaria definiva “energivoro”, Igor Taruffi, il responsabile Organizzazione, uno che ha l’educazione comunista di cantare portando la Croce, toccherebbe la vice-segreteria, grane comprese. A Palazzo Chigi, però, bisogna arrivarci. Non proprio un dettaglio.


Dal lettone di Putin al… lettino! L’anima del Cav diventa oggetto di psicanalisi


(dagospia.com) – Silvio Berlusconi non finisce mai. Neanche da morto. In “Silvio va in Paradiso. Psicoanalisi di un arcitaliano” (Aliberti), lo psichiatra modenese Luciano Casolari si prende la briga che mezza Italia avrebbe sempre voluto spiare dal buco della serratura: cosa succede quando l’anima del Cavaliere finisce sul lettino dello psicoanalista?

Il dispositivo è semplice (e velenoso): dodici sedute “nell’aldilà” tra un’anima ribattezzata “B.” e un terapeuta di provincia neutrale, che non lo odia ma nemmeno lo idolatra.

Il menù è il seguente:

Bulimia di vita: donne in serie, notti infinite, bisogno patologico di applausi e adorazione;

Narcisismo a dosi industriali: la paura furiosa di essere “uno dei tanti”, di invecchiare, di diventare anonimo;

Bunga Bunga & co.: sesso come moneta di scambio, potere come afrodisiaco, barzellette come arma di distrazione di massa;

Tv commerciale e pubblicità: il laboratorio dove si costruisce un popolo di eterni adolescenti, perennemente insoddisfatti e quindi perfetti consumatori / elettori.

Casolari non fa l’agiografia del “Divo Silvio”: lo tratta come un caso clinico da manuale. B. appare come un’anima che non riesce a staccarsi da tre idoli: soldi, visibilità, giovinezza. Confessa la sua solitudine (“sempre circondato da gente, ma senza un vero amico”), la dipendenza da yes-men e ragazze-ornamento, la paura fisica della vecchiaia e della fine.

A complicare il quadro, nel libro compaiono anche un Diavolo – che spiega che il vero inferno di B. è l’anonimato totale, senza riflettori – e un Angelo che prova a tirarlo su ricordando il “bravo padre di famiglia” dietro il personaggio da jet-set. In mezzo, una domanda scomoda: quanto di Berlusconi c’è in ciascun “arcitaliano”?

Il bersaglio, in filigrana, è il berlusconismo come malattia collettiva:

trent’anni di tv commerciale che hanno sdoganato machismo, denaro facile, furbizia elevata a virtù;

politica ridotta a spettacolo e tifo da stadio;

la scorciatoia eretta a modello educativo nazionale.

Nel finale, l’anima di B. ammette di essere stata narcisista e bugiarda e decide di chiedere a San Pietro il Purgatorio a fiamma alta. Pentimento vero o ultimo numero da imbonitore per fregarci tutti ancora una volta? Casolari stesso non ne è sicuro. Ma intanto, sul lettino dell’aldilà, il Cavaliere si lascia vivisezionare come non era mai successo in vita.

SILVIO VA IN PARADISO 

(Estratto da “Silvio va in paradiso” di Luciano Casolari, ed. Aliberti) – Dopo la prima nottata con il sogno (o incubo) di una così strana seduta, al risveglio ero sollevato. Tornavo al tran tran della mia vita, che è piacevole. Tornavo alle mie sedute con pazienti reali, mia moglie, due figli ormai fuori casa, le nuore e i due nipotini.

Tutto ok. Eppure, in alcuni momenti, mi tornava in mente la seduta notturna. La curiosità si era impadronita di me. Al tempo stesso pensavo che non fosse bene cedere alla lusinga di cimentarmi nell’analisi di un personaggio così celebre e divisivo.

Mi è capitato alcune volte di avere in cura pazienti molto rinomati e influenti. Indubbiamente avevano stimolato la mia vanità di medico e psicologo. Questo sentimento, tuttavia, può divenire un ostacolo alla cura perché interferisce con le decisioni che devono essere prese e con il dipanarsi delle emozioni.

Anche in questo caso prevaleva forse la vanagloria di cimentarmi in un’analisi tanto bizzarra? Era una notte tranquilla, senza malesseri, con l’aria condizionata che faceva silenziosamente il suo lavoro. Tutto filava liscio. Ma l’anima si ripresentò. Come la prima volta si sdraiò sulla chaise longue. «Dottore, ricorderà che ci siamo detti che oggi avremmo parlato di donne». Il tono della voce era ridanciano, come se stessimo fra amici a raccontare storielle sconce.

«Modestamente, io sono un esperto in campo femminile. Mi vanto di aver avuto nella vita un numero a dir poco elevato di relazioni con donne bellissime! Fin da giovane, era senz’altro il mio fascino ad attirarle.

Come molti della mia generazione avevo il desiderio di conquistare quante più donne possibile. Lei avrà letto sui giornali che fino all’ultimo giorno della mia vita ho sempre avuto al mio fianco delle donne da coccolare e far sentire importanti. Avrei un resoconto di particolari piccanti da esporle! Ad esempio, vuole che le spieghi cosa succedeva nel lettone di Putin?»

Chiaramente il paziente cercava di coinvolgermi, come un compagno da bar, nelle sue fantasie e nei suoi ricordi per ottenere la mia benevolenza e in questo modo eludere il vero nodo dell’argomento. Per questo lo riportai sui binari. «Lei può parlarmi di ciò che vuole, deve sentirsi libero. Mi pare però che stia sfuggendo di fronte alle emozioni per concentrarsi invece su numeri o particolari che secondo la sua immaginazione dovrebbero interessarmi».

Il paziente sembrò piccato. «Credevo di farle piacere. Mi sono informato. Ho saputo che lei ha sempre vissuto con la stessa donna, conosciuta da giovane. Ma dottore, avrà pure anche lei le sue fantasie, i suoi desideri nascosti! Io posso soddisfare le sue domande».

Continuava a difendersi dall’esprimere le proprie emozioni. Rimasi a lungo in silenzio, mentre lui sembrava sempre più a disagio sul lettino. Si muoveva nervosamente. A un tratto sbottò. «Insomma! Io vengo qui per fare analisi, non per stare in silenzio! Va bene, procederò come mi pare».

Iniziò a raccontarmi per filo e per segno avventure erotiche in cui emergeva una sorta di grandiosità, in quanto era riuscito a conquistare tante donne con l’aiuto del carisma, del suo atteggiamento simpatico e del denaro.

Questo racconto, a dir la verità, era un poco noioso e ripetitivo. L’erotismo d’altronde è come il sale nella minestra. In piccole dosi esalta il gusto, ma se si eccede diventa sgradevole.

Ricordo che quando avevo sedici anni con alcuni amici decidemmo, per goliardia, di andare a vedere un film vietato ai minori. Raccontammo di essere maggiorenni e il gestore del cinema finse di crederci per intascare il denaro. Dopo dieci minuti di rappresentazione ci guardammo in faccia e uscimmo, tutti insieme, per andare a mangiare un gelato. Il bello non era vedere il film erotico, ma raccontare agli amici la nostra bravata.

E dopo i diciotto anni non cercammo nemmeno più film di quel tipo, dato che non c’era più il fascino del proibito. Ora l’accesso alla pornografia per i giovani è molto precoce, attraverso internet e gli smartphone.

Questo tende a provocare un’assuefazione, con conseguente perdita della libido nelle relazioni reali. Come psicoterapeuti stiamo assistendo a numerosi problemi della sfera erotica in ragazzi e ragazze molto giovani che hanno avuto un contatto troppo prolungato con la pornografia. Dopo una ventina di minuti in cui il paziente si impegnava a raccontare le sue avventure lo interruppi.

«Mi ha parlato di tanti particolari. Ma non dei suoi sentimenti. Di quello che lei provava, o di quello che prova tuttora. Forse le emozioni riguardo alle donne le fanno paura? E perché si avvicinava sempre a donne più giovani, a volte minorenni (come hanno riportato alcuni giornali) o comunque molto distanti dalla sua età?»

«Lei è un giudice? No di certo! Deve sapere che sono tutte illazioni e maldicenze per incastrarmi. A dir la verità è vero, mi piacevano le donne giovani. Ma non stavo certo a chiedere la carta d’identità! Quando ero ragazzo, essere “ganzi” voleva dire conquistare tante donne, soprattutto quelle irraggiungibili. Ci piccavamo di riuscire nelle avventure più proibite e difficili. La ragazza minorenne era proibita per definizione, è normale che attirasse l’attenzione…»

Mi stava comunicando chiaramente come, per lui, la relazione sentimentale e sessuale non fosse finalizzata a incontrare una persona da amare, con cui completarsi, ma unicamente a soddisfare uno spirito narcisista. Mi sono capitati diversi pazienti simili, soprattutto di sesso maschile. Ma negli ultimi decenni ho avuto in cura anche alcune donne che sono solite passare da un’avventura a un’altra per riuscire a soddisfare il proprio ego.

Ricordo un signore piuttosto facoltoso che, man mano che invecchiava, cercava ragazze via via più giovani, affinché la somma degli anni rimanesse simile. Non gli importava che si mettessero con lui solo per i soldi, tanto a sua volta le usava come oggetti. Le trattava bene, come si usa fare con un’automobile costosa appena comprata, ma non si lasciava andare a sentimenti.

Soffriva naturalmente di solitudine pur condividendo, almeno formalmente, la vita con un’altra persona. Interloquii per cercare di comprendere meglio e permettere anche a lui di capire sé stesso. «Vorrei che approfondisse un frammento di cui mi ha parlato, balzato all’onore della cronaca nel 2010, che lei ha definito “Bunga Bunga”…»

Si mise a ridere. «Il termine Bunga Bunga è stato utilizzato per de- scrivere le cene eleganti in cui invitavo amici e donne allegre! Forse, in verità, alcune erano prostitute…

Ma lei lo sa da dove viene questo appellativo? Da una barzelletta! Senta qui. Un aereo precipita nell’Africa e si salvano solo due steward e il comandante, ma sono catturati da una tribù indigena. Vengono immediata- mente legati e il capo tribù si avvicina al primo steward e dice:

Scegli! O la morte o il Bumba Bumba! Lo stuart: Vabbè, preferisco il Bumba Bumba. E duecento africani lo sodomizzano. Allora il capo tribù si avvicina al secondo steward e gli fa la stessa domanda, lo stuart risponde che preferisce il Bumba Bumba.

E mille africani fanno lo stesso (si era sparsa la voce nelle tribù vicine, eh eh). Il capo tribù si avvicina, infine, al comandante e chiede: morte o Bumba Bumba? Il comandante: io sono il capitano dell’aereo, devo portare onore alla mia patria, quindi scelgo la morte! Il capo tribù rimane molto colpito e afferma: ti fa onore quello che hai detto… Però prima un po’ di Bumba Bumba!»

Di nuovo scoppiò a ridere.

«A quell’epoca raccontavo questa storiella sostituendo i capi dell’allora centrosinistra agli steward e al comandante! Faceva molto ridere, perché loro apparivano come tanti bacchettoni fuori dal tempo, che non capivano la modernità. Era per questa loro incapacità di stare al passo coi tempi che le elezioni andavano diversamente da come si aspettavano, non trova? Niente di cattivo… Solo una storiella».

Dentro di me prevaleva il medico. Riflettevo su come la barzelletta non fosse particolarmente divertente, perché mancava l’elemento dell’arguzia e dello svelamento di qualcosa di recondito. Era il desiderio da parte dei primitivi di praticare la sodomia, indi- pendentemente dalla risposta alla domanda.

Un secondo desiderio nascosto, inconscio, che emerge dalla storiella è quello di trovare una valida giustificazione per essere sodomizzato e non provare sensi di colpa perché costretto. L’idea, infine, che a compiere l’attività sessuale siano uomini primitivi fa balenare l’immagine dell’infanzia (la nostra età primitiva) in cui non vi sono tabù o vergogne. Si tratta di una barzelletta profondamente omofoba, in quanto descrive certe pratiche, non come espressione d’amore e reciproco dono di piacere, ma come atti di sopraffazione e dileggio.

Se proviamo ad analizzarla ancora meglio, scopriamo che è messo in ridicolo il senso dell’onore del comandante. Si afferma che non ha senso voler proclamare le proprie convinzioni morali o etiche, perché “così fan tutti”. Cioè tutti sono deboli e posti in condizioni estreme, accettano qualsiasi cosa. O se per caso si ribellano, è perché sono sciocchi.

Per estensione potremmo dire che tutti, in determinate condizioni, ruberebbero, si prostituirebbero, mentirebbero. Forse ucciderebbero. Mi rivolsi all’anima. «Si tratta di una storiella che vuole sdoganare gli istinti più sgradevoli dell’essere umano, ridicolizzando l’onore, i principi e le convinzioni morali o religiose.

Chi la racconta con insistenza e la fa sua, chi ne ride a crepapelle, manifesta un forte senso d’inferiorità, un’omosessualità nascosta e una visione negativa dei propri valori di vita che compensa col pensiero inconscio: “Anche gli altri in fondo sono come me! Mal comune mezzo gaudio”. Il confine fra lecito e illecito, fra legale o illegale, fra morale e immorale sparisce, per offrire un momento di disinibizione in cui si può fare tutto. Anzi “si deve” provare tutto.

Tutte le esperienze sessuali sono lecite, o addirittura si devono praticare. Se c’è un limite morale, legale o religioso deve essere infranto. La ricerca di una sessualità che, per queste caratteristiche, possiamo definire perversa, è ricercata attivamente. Alla base scopriamo allora una mancanza della vera gioia che la vita intima e la sessualità matura possono donare».

Mi ero troppo scaldato. Forse avevo esagerato. Deve essere il paziente a capire cosa nasconde un certo aspetto della propria vita, non lo psicoterapeuta che fa una lezioncina. Dissi fra me e me che avevo commesso un errore grossolano. A mia discolpa cito il fatto di aver riletto poco tempo prima una ricerca pubblicata il 24 agosto 2011 nel portale italiano UniversiNet.it che mi aveva colpito negativamente.

In questa indagine condotta su un campione di oltre sedicimila ragazzi di tutta Italia che stavano preparando i test di ammissione all’Università, emergeva che il cinquantasette per cento delle ragazze e il trentanove dei ragazzi sarebbero stati disposti a offrire prestazioni sessuali ai professori pur di superare gli esami.

Alla domanda: «Secondo te è più importante studiare o trovare una raccomandazione?» solo il dodici per cento, contro l’ottantotto, rispondeva studiare. Questi dati non sono statisticamente corretti, il campione non è idoneo e sono esiti viziati dalla voglia dei giovani di fare i cinici o, come si dice, spararla grossa.

Ma rimaneva in me il forte dubbio che la cultura del Bunga Bunga si fosse ormai imposta nell’immaginario collettivo. Il paziente era rima- sto colpito dalla veemenza della mia esternazione e con fare cortese mi disse: «Dottore non si scaldi! Era solo una barzelletta. Lei ci ricama troppo sopra. Si immedesima per caso nel comandante?» Si mise nuovamente a ridere fragorosamente, poi continuò più serio.

«Certo non volevo essere omofobo. Nelle mie televisioni i gay abbondano e anzi, mi compiaccio di aver contribuito a sdoganare l’accettazione dell’omosessualità. La televisione di Stato, prima dell’avvento dei miei canali, era bigotta. Per noi è stato facilissimo far fortuna e attirare i telespettatori che non vedevano l’ora di vedere qualche ragazza seminuda, e poter scherzare un po’ sul sesso».

Era arrivato il termine della seduta. «In questo colloquio ha premesso che avrebbe parlato di donne, ma ho notato che non ha fatto alcun accenno a sua mamma. Immagino sia stata una donna importante per lei». Pareva colpito. Gli si inumidirono gli occhi. «La mamma è un’altra cosa». Calò un lungo silenzio. «Una madre ti ama per come sei, anche se hai difetti o manchevolezze. Le altre donne, invece, pretendono che tu sia spiritoso, gentile, ossequioso. Che tu sia sempre perfetto». Mi stava informando di essersi sempre dovuto sforzare di apparire diverso da ciò che era, per cui cercai di entrare in empatia. «È difficile indossare tutti i giorni una maschera e non essere sé stessi. La capisco».

Avevo centrato il problema. «È così… Forse soltanto una delle mie mogli mi ha veramente capito, e accettato, per come sono in realtà. Perché, vede dottore, visto che oramai siamo in confidenza… A lei posso dirlo. Mi sono sempre sentito in qualche modo inferiore… Al di sotto… Mi sono dovuto nascondere sotto a un sorriso di superiorità, per essere certo che nessuno lo capisse». Conclusi la seduta dicendogli che mi pareva che in quell’incontro avessimo fatto un buon lavoro e che, nella seduta successiva, saremmo potuti ripartire dall’ultimo aspetto trattato: il senso di inferiorità. 


L’equivoco della patrimoniale


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Tra le tafazzate più rimarchevoli del Pd, oltre alle divisioni con i Pentastellati in ordine alla geopolitica, ve n’è una davvero plateale: la patrimoniale. Non perché non sia in linea di principio legittima l’idea di tassare i patrimoni sopra una certa soglia, che colpirebbe lo 0,5% dei contribuenti, ecc. Ammesso che poi si riesca a stanarli, con la mobilità europea dei capitali e le elusioni di ogni tipo possibili.

No, il punto è un altro. Intanto, già in passato Schlein scrisse addirittura di imposte sopra i 500 mila euro: una cifra poi oggi lievitata a 2 milioni. Il che può generare diffidenza e allarmi, oltre a non produrre un gettito apprezzabile. Ma la questione è diversa: l’eco impopolare che il concetto stesso di patrimoniale genera mediaticamente.

Bene. Una volta varato il concetto, che garanzie vi sono che il provvedimento di solidarietà non vada a regime anche per ricchezze più esigue? Tutto sbagliato, dunque, l’approccio. Poiché sarebbe invece necessario non allarmare tutta la platea fiscale e isolare due o tre punti basati su progressività e rendite.

Battere non già sulla massa indefinita del patrimonio, slogan che viene vissuto come una minaccia in una società a individualismo proprietario come la nostra, con l’85 per cento di proprietari di casa. E, di contro, scegliere una lotta per la progressività, contro la flat tax e per un maggior numero di aliquote.

L’opposto di quel che fa la destra. E soprattutto l’inserimento delle rendite da fondi e risparmi nel sistema IRPEF, anziché nella tassazione separata. Come ha scritto più volte Stefano Fassina. Spieghiamo.

Un guadagno fino a 23 mila euro oggi viene tassato al 26 per cento alla fonte, così come uno di un milione di euro. Laddove anche per le plusvalenze in Borsa dovrebbero valere le aliquote vigenti nell’IRPEF, sia pure con tassazione separata.

Se guadagno 7 mila euro — che oggi sono di fatto esenti dall’IRPEF — pago il 26 per cento come uno che incassa centinaia di migliaia di euro all’anno. A parte i BOT al 12,5 per cento. Vi pare equo?

E poi ci sono le aliquote al 24 per cento per il profitto d’impresa. E i regimi forfettari al 15 per cento fino a 85 mila euro, e addirittura il forfettario al 5 per cento per le nuove attività. Ma il punto chiave — oltre all’ingiustizia di un’IRPEF che, rispetto alle imprese di capitali, penalizza il lavoro e incentiva il lavoro povero — sono le rendite finanziarie, oggetto di un trattamento iniquo.

È lì che la riforma fiscale dovrebbe concentrarsi. Invece di agitare spauracchi alla carlona che, specie in un periodo di bassa crescita, inflazione da guerra, riarmo ed extracosti energetici, non fanno che aiutare la destra di governo. Che, al contrario, si presenta oggi furbamente come il partito della pace, della prudenza e del fisco leggero. Contro chi vuole mettere le mani nelle tasche della gente e vuole pure accelerare l’allargamento di questa Europa coinvolta nella guerra. Europa, a torto o a ragione, vissuta oggi come matrigna.


Il Generale e la Feldmarescialla


(di Marcello Veneziani) – È uscito bene il generale Roberto Vannacci dall’agguato televisivo di Lilli Gruber e della sua complice nel salotto delle torture di 8 e mezzo. Non è apparso mai in difficoltà, mai sulla difensiva, mai sgradevole e tignoso, a differenza delle due inquisitrici, piuttosto spazientite e nervosette. Anzi, Vannacci ha compiuto un piccolo miracolo in video: per la prima volta la Gruber e la sua aiutante di campo, Lina Palmerini, hanno difeso le ragioni del governo Meloni e perfino della Lega di Salvini contro di lui. Era fantastico vederle all’opera nelle vesti sorprendenti di meloniane, salviniane, moderate e realiste, pur di contrastare il generale sornione che procedeva come un carro armato, lento e inesorabile.

È stato accorto il generale, paracadutato negli stati televisivi della 7, a non contrapporsi al governo Meloni, prestando il fianco all’accusa di lavorare per la sinistra; si è presentato invece come un grande correttore del governo, che vuol riportare la Meloni sulla diritta via della destra autentica e delle battaglie sulle quali aveva conquistato il consenso popolare. È uscito benissimo quando ha criticato le quote rosa e l’lgbtq+, quando ha chiesto a che titolo parla Marina Berlusconi, quando ha chiarito che Futuro nazionale non è di estrema destra, quando ha toccato temi delicati come la cosiddetta deportazione dei migranti, persino quando ha difeso gli arrivi dei transfughi dalla Lega e da Forza Italia in casa sua con la scusa che lui è accogliente, prende i rifiuti degli altri, compie opere di bene, come il Vangelo e la Legione Straniera.

Insomma, Vannacci si è proposto come alleato potenziale della Meloni, come sponda destra per riequilibrare il governo, ponendosi più come ala destra che come sostituto di Forza Italia. Certo, temi come la remigrazione spaccano l’opinione pubblica, ma gli italiani stanno più con Vannacci che con la Gruber e la sinistra italiana; il vero problema – e qui avevano ragione le due intervistatrici – è la difficile realizzabilità del proposito. Come ha dimostrato pure il governo Meloni. Ma almeno proviamoci, potrebbe dire Vannacci.

Insomma Vannacci risponde a un’opinione diffusa nel nostro paese, che la Meloni, i suoi alleati e il suo governo evidentemente non soddisfano, o che secondo alcuni hanno tradito rispetto alle promesse iniziali. Il movimento del generale si rivolge proprio ai delusi del centro-destra, a coloro che sono attualmente nella zona grigia del non-voto e della disaffezione e che possono essere decisivi l’anno prossimo alle elezioni politiche. Non sono la maggioranza, si sa, ma sono una corposa minoranza, tra il 4 e l’8 per cento. Determinante, con ogni probabilità. Certo, poi basta sentire agitare da sinistra la parola patrimoniale, i gay pride, l’antifascismo in malafede, la difesa forsennata degli immigrati o basta seguire una veloce terapia intensiva, assistere ai talk show antimeloniani, in particolare della 7, e quel popolo di delusi in parte riprende la strada della Meloni e ripiega sul suo governo. Non per merito della destra ma per colpa o demerito della sinistra. Può non far niente il governo in carica, come spesso dà l’impressione, ma poi riprende i consensi, seppure in forma di opposizione all’opposizione…

Restano tuttavia sul tappeto tre o quattro problemi. Il primo è: può un governo reggere sull’antipatia dei suoi avversari, sulla paura che vinca la sinistra e sulla stampella in un nuovo partito, come quello di Vannacci, nato proprio dalle delusioni che il governo stesso ha generato? Non sarebbe un gioco di prestigio, far rientrare il coniglio scappato nel cilindro del governo Meloni? E gli alleati come la prenderebbero questa alleanza con Vannacci, come la prenderebbe Salvini in declino da anni e di cui Vannacci rischia di succhiare la residua linfa? E la Marina si schiererà a favore del Parà, ovvero Forza Italia berlusconiana accetterà di coabitare col generale e di assumersi il ruolo speculare di ala sinistra (in realtà centrista) della coalizione? Dovrebbe farlo se vuol rivincere le elezioni e tornare al governo, anche se le manovre in campo e le spinte che riceve, soprattutto dall’esterno e dall’alto, sono in direzione opposta. Con il supporto di Vannacci potrebbero davvero farcela; senza, invece, è più difficile.

Le domande che restano sono invece per Vannacci e Futuro Nazionale. Se una parte considerevole di italiani che avevano votato Meloni o Lega si sposta su Vannacci è proprio perché sono delusi da Meloni e dalla Lega; voterebbero ancora Vannacci se questi raccoglie voti delusi e li riporta a casa Meloni? Non rischierebbe di sgonfiarsi il suo fenomeno, magari a vantaggio di un altro puro e indomito Oppositore Radicale?

E l’arrivo dei transfughi, seppur brillantemente giustificato da Vannacci (la sua boutade sui rifiuti accolti ricordava quella di Cossiga quando definì i transfughi che andavano nel suo partito come “gli straccioni di Valmy”), non rischia di imbarcare persone scadenti e motivate solo da ragioni di sopravvivenza personale? Un conto è Alemanno che ha una sua storia e un suo profilo politico o magari l’ex leghista Rinaldi, ma gli altri? Già, che classe dirigente si sta si formando intorno a Vannacci, anche lui rischia di essere un generale senza capitani e colonnelli, con un partito tutto capo e popolo, cioè tutto testa e coda, ma senza un corpo dirigente nel mezzo? Sarà divertente osservare il rapido mutamento dei mass media su Vannacci: ora lo pompano al massimo per indebolire la Meloni, ma se si alleerà con lei, diventerà la pietra dello scandalo della coalizione meloniana, la prova che i fasciomilitari, omofobi, islamofobi, sessisti sono con lei. E sotto sotto spereranno che Vannacci sia per la Meloni quel che fu Bertinotti per Prodi (la bomba sotto il trono) o il primo Bossi per Berlusconi.

Poi ci sono i disincantati, coloro che vedono sorgere e sfiorire nel mercatino politico tante meteore e promesse svanite, nella loro prevedibile parabola da illusioni a delusioni, e reputano che anche Vannacci sarà una di queste; e nemmeno per sua colpa ma perché non è possibile ormai che la politica sia in grado di imprimere vere svolte, incidere davvero nei processi reali, cambiare linee e diktat e opporsi ai poteri forti, alla melma europea, agli errori in politica estera (Vannacci, da quel che capisco, è critico sulla posizione italo-europea pro Ucraina e sull’intervento in Iran, ma non con Israele). Sarà un’ennesima delusione, dicono i disincantati, un altro film già visto. E altri aggiungeranno: il massimo che può fare Futuro Nazionale è il partito-testimonianza, cioè rappresentare idee, principi e valori coraggiosamente diversi dal mainstream ma decisamente ininfluente, isolato. Pura testimonianza. E qualcuno si ricorderà del Msi. A proposito, è curioso constatare che quando i meloniani contestano Vannacci come voto inutile e funzionale solo alla sinistra, collocano la loro leader non nel solco di Almirante, come lei fa, ma in quello di Andreotti, che rinfacciava ad Almirante proprio questo: voto inutile e funzionale alla sinistra. Con la differenza che Andreotti era sempre stato così, lei no. La politica è un gioco delle parti, un gioco all’apparenza imprevedibile ma scontato e poco divertente.


Il governo va alla resa dei Conti


Palazzo Chigi tradisce insofferenza a controlli e giudizi di responsabilità e blocca le nomine della magistratura contabile sollecitate per scongiurare la paralisi della Corte

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – La lettera riservata del presidente della Corte dei conti arriva a palazzo Chigi alla vigilia della festa della Repubblica. Proprio nel pieno della tempesta. Guido Carlino chiede spiegazioni sul blocco di una decina di nomine a presidente di sezione della magistratura contabile decise a febbraio dall’organo di autogoverno. Il tempo stringe. Incombono le scadenze della «parificazione» dei bilanci regionali, previste per la fine di luglio. E la paralisi, insiste Carlino, può creare seri problemi. Le nomine le ha bloccate il governo e la risposta alla lettera di Carlino è un siluro a mezzo stampa. Per il sottosegretario Alfredo Mantovano, magistrato, le nomine sono inopportune perché la riforma approvata dal Parlamento a gennaio dà al governo la delega anche per ridurre il numero delle posizioni di vertice. Inopportune anche se «legittime», ammette, visto che la delega è in alto mare e le vecchie norme sono tuttora in vigore.

Potrebbe sembrare la solita bega fra burocrazie. Invece la faccenda rischia di avere un impatto ben più clamoroso. La nomina dei presidenti di sezione della Corte dei conti spetta infatti al presidente della Repubblica, su proposta del governo che a sua volta dovrebbe recepire le indicazioni dell’organo di autogoverno. Ma se il governo le blocca, Sergio Mattarella non può firmare i decreti. Trovandosi così in una situazione senza precedenti.

Per contestare la tesi dei giudici contabili secondo cui le nomine servirebbero a tappare i buchi, Mantovano sottolinea pure come una delle promozioni riguardi un magistrato «che è e continuerà a essere» fuori ruolo. Si tratta di Elena Lorenzini, vice capo di gabinetto del ministro delle Imprese Adolfo Urso, cioè lavora per lo stesso governo di Mantovano. Ma tant’è. Si sa che in una guerra qualcuno viene colpito dal fuoco amico. Perché questa ormai è una guerra in piena regola.

Va detto che la Corte dei conti non è amata in modo incondizionato da nessun governo. Controlla la spesa, che non risparmia nemmeno le nomine governative. E basterebbe già questo. Ma ha pure il potere di sanzionare i danni erariali, che colpiscono le tasche di politici e amministratori scivolati in qualche crepaccio. E perciò fatalmente finisce talvolta associata anch’essa alla fattispecie ormai classica: «Uso politico della giustizia». Ecco perché non si contano i tentativi legislativi di limitare la sfera d’azione dei giudici. Il conflitto è fisiologico.

Adesso però è diverso. Molto diverso, tanto che dalle parole e dalle minacce si passa ai fatti. La riforma proposta dall’attuale ministro al Pnrr Tommaso Foti di Fratelli d’Italia, cui si è curiosamente associato Paolo Barelli di Forza Italia, destinatario di una condanna per danno erariale (da lui contestata), prevede una delega al governo per rimettere mano alle funzioni della Corte. Uno dei punti decisivi è l’integrazione fra le due funzioni: quella di controllo dei conti pubblici e quella giudiziaria. E qui si apre uno scenario che potrebbe impattare sull’articolo 103 della Costituzione, nel quale si riconosce alla magistratura contabile «giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica». Ma il cambiamento sarà profondo, e inciderà senza dubbio sul potere dei giudici contabili.

Senza però tener conto del contesto politico nel quale si dipana la vicenda non si capirebbe il perché un conflitto strisciante e fisiologico abbia assunto le proporzioni di una guerra totale. E perché l’offensiva del governo Meloni contro la magistratura ordinaria, sfociata nella riforma costituzionale bocciata dal referendum di marzo, non poteva risparmiare la Corte dei conti. Le ragioni sono diverse nel merito, ma l’approccio è identico. L’attuale maggioranza considera la decisione di qualunque giudice, quando sfavorevole, un indebito intralcio all’azione del governo investito dalla volontà popolare. Succede per «le sentenze ideologiche dei giudici» sui centri per gli immigranti irregolari in Albania. Come succede per la bocciatura della Corte dei conti alla delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile sul Ponte sullo stretto di Messina. La vera pietra dello scandalo.

«La mancata registrazione da parte della Corte dei conti della delibera Cipess è l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del governo e del Parlamento», dice la premier Giorgia Meloni. Mentre il ministro delle Infrastrutture e vicepremier leghista Matteo Salvini la bolla come «una scelta politica e un grave danno per il Paese», scavalcato a destra perfino dall’altro vicepremier forzista Antonio Tajani. Per il quale, «esterrefatto», non è «ammissibile che in un Paese democratico la magistratura contabile decida quali siano le opere strategiche da realizzare». Nientemeno.

Ma ripeterebbero le stesse frasi oggi, che salta fuori un tentativo di ammorbidire il giudizio della Corte su cui indaga la Procura di Roma, denunciato a quanto pare dall’interno della stessa Corte? Un fatto gravissimo. E se fossero accertate le presunte responsabilità in capo agli indagati, fra cui l’ex magistrato contabile Tommaso Miele e un ex consigliere di amministrazione della Stretto di Messina (Giacomo Saccomanno) già coordinatore a Reggio Calabria del partito di Matteo Salvini, la narrazione governativa non potrebbe essere più la stessa. La delibera sul Ponte è stata ritenuta la prova regina che la Corte dei conti rema politicamente contro il governo. Ma cosa direbbero se davvero si scoprisse che dall’esterno volevano influenzarne le decisioni con la corruzione?

Certo, resterebbero in piedi tutte le altre imputazioni politiche a carico della Corte. Per esempio che i giudici contabili hanno organizzato la resistenza alla riforma Foti-Barelli. Come pure che la posizione delle toghe contabili è sempre più vicina a quella dell’Anm, l’associazione nazionale magistrati fermamente contraria alla separazione delle carriere. Non hanno forse fatto anche loro un appello per il «No» al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia? E non si mettono di traverso su ogni iniziativa del governo Meloni?

Adesso pure sul capo di gabinetto del ministro della Salute Orazio Schillaci, che il governo Meloni vuole nominare consigliere della Corte dei conti. La legge glielo consente: c’è una disposizione anacronistica che alla faccia del criterio di indipendenza delle magistrature dall’esecutivo sancito dalla Costituzione attribuisce al governo il potere di nominare un certo numero di giudici contabili e consiglieri di Stato. Per alcuni funzionari pubblici di rango è quasi una sine cura ben retribuita, che però alle volte provoca curiosi cortocircuiti. Basta pensare che, causa vacanza del presidente di ruolo, le funzioni di presidente della sezione regionale della Calabria sono ricoperte dall’ex generale della Guardia di Finanza Fabrizio Carrarini. L’ha nominato il 17 ottobre 2025 alla Corte dei conti il governo Meloni, in seguito a una procedura che stabilisce il preliminare assenso dell’organo di autogoverno dei magistrati contabili. Assenso che invece è negato al capo di gabinetto di Schillaci. E non perché, come sbraita l’opposizione, appartiene al cerchio magico delle sorelle Meloni. Ma perché non avrebbe i numeri: che c’azzecca con la Corte dei conti un ginecologo?

La stessa domanda fatta in precedenza con analogo risultato a proposito dell’agronomo Raffaele Borriello. Che però a differenza di Marco Mattei ha la nomina. E immediatamente dopo viene messo dal cognato della premier Francesco Lollobrigida a capo del gabinetto del suo ministero. Mentre i magistrati masticano amaro.

Troppi sgambetti. Ora la misura è colma: la Corte dei conti si prepari alla Resa dei conti.


Per la prima volta i lavoratori della cultura hanno scioperato in tutta Italia


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Per la prima volta nella storia del Paese, lavoratrici e lavoratori dell’intero comparto culturale hanno incrociato le braccia in una mobilitazione nazionale. Musei, biblioteche, teatri, archivi, editoria, musica e cinema: tutte le anime del settore si sono unite per protestare contro il dilagare di esternalizzazioni, contratti precari e salari inadeguati. La richiesta, rivolta al governo, è di aumentare le tutele, fermare le esternalizzazioni consentite da una legge del 1993 e varare un piano straordinario di assunzioni, a partire dal ministero della Cultura. Lo sciopero, organizzato da Fp-Cgil e Nidil-Cgil, ha visto l’adesione di numerosi altri sindacati e movimenti, tra cui la campagna «Mi riconosci?».

La mobilitazione ha generato disagi diffusi in tutte le principali città italiane. A Venezia sono rimasti chiusi dieci padiglioni della Biennale; a Firenze l’Archivio di Stato e alcuni reparti degli Uffizi hanno abbassato le serrande; a Milano la Biblioteca Braidense ha osservato la chiusura; a Roma il Museo dei Fori Imperiali e in varie aree della capitale molti monumenti, biglietterie e punti di accoglienza hanno lavorato a ranghi ridotti (nella mattinata i lavoratori si sono ritrovati in piazza del Planetario, per poi spostarsi nel pomeriggio a Largo di Torre Argentina); a Napoli si è tenuto un presidio molto partecipato in piazza San Domenico, con ripercussioni su Capodimonte, Biblioteca Universitaria, Palazzo Reale, Castel Sant’Elmo e Accademia di Belle Arti. Manifestazioni si sono svolte in numerosi altri capoluoghi come Ravenna, Pisa, Brescia, Mantova, Genova, Bari, Torino, Padova, Cagliari e L’Aquila. Secondo i sindacati, la riuscita dell’evento è il frutto di un lungo lavoro organizzativo.

Secondo i dati richiamati dai sindacati, il comparto culturale in Italia occupa circa 580mila persone, pari al 3,5% degli occupati. Tra queste, 306mila risultano registrate all’Inps come lavoratori dello spettacolo. Il resto comprende figure essenziali ma spesso invisibili: maschere, tecnici, addetti alle biglietterie e all’accoglienza, bibliotecari, archivisti e altre professionalità specializzate. La criticità principale resta la frammentazione contrattuale: una minoranza è assunta con inquadramenti regolari, mentre molti lavorano tramite appalti, finte partite Iva o collaborazioni deboli, spesso con contratti al ribasso. Questa condizione ha reso finora difficile una mobilitazione comune, ma, spiegano i promotori, l’organizzazione costruita nell’ultimo anno ha reso possibile lo sciopero unitario.

I sindacati sottolineano anche il peso economico della cultura, un settore che genera ricchezza e valore ma continua a essere trattato come marginale. La Cgil parla di oltre 112 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 15% del Pil, a fronte però di servizi sotto organico e di una politica di definanziamento. Nei soli monumenti gestiti dal ministero della Cultura, la carenza di personale sarebbe di circa 6mila unità, con ricadute pesanti soprattutto nelle città d’arte più esposte all’overtourism. A questo si aggiunge la questione salariale: secondo «Mi riconosci?», il 69% dei lavoratori culturali guadagna meno di 8 euro l’ora e metà di loro resta sotto i 10mila euro annui.

«Il settore della Cultura in Italia è da troppo tempo sottofinanziato, non riconosciuto nella sua specificità professionale, con un ricorso continuo alla precarietà», hanno denunciato Giordana Pallone e Roberta Turi, segretarie nazionali di Fp Cgil e Nidil Cgil, aggiungendo che si tratta di «un settore che non valorizza lavoratrici e lavoratori, frammentato, invisibile e spesso ricattabile». «Questo sciopero è un primo passo, non un punto d’arrivo», ha concluso la segretaria della Fp-Cgil, mentre le attiviste del movimento hanno ribadito dalle piazze che «non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora».

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Stefano Baudino


Il Generale marcia su Roma


CON L’INNO DI MAMELI AL VIA L’ASSEMBLEA COSTITUENTE DI FUTURO NAZIONALE

(ANSA) – Con l’inno d’Italia è iniziata a Roma l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci. Sul palco dell’auditorim della Conciliazione anche il leader Vannacci. Il primo a prendere la parola è stato il deputato e coordinatore del partito, Edoardo Ziello.

La sala è off limits per i giornalisti, destinati inizialmente in una saletta laterale e ora spostati nell’atrio di uno degli ingressi laterali dell’auditorium. Decisione che ha creato molta confusione e momenti di nervosismo con gli organizzatori.

VANNACCI, SIAMO LA FECCIA, I FIGLI DI NESSUNO E FIERISSIMI DI ESSERLO ++

(ANSA) –  “Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo”. Così il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, dal palco dell’assemblea costituente del suo partito in corso a Roma.

VANNACCI, GRAZIE A CHI È VENUTO PER CELEBRARE LA PRIMA ASSEMBLEA DI FNV

(ANSA) – “Sono state giornate di lavoro duro, ma io non mi sono occupato di nulla, questo è il risultato del lavoro di qualcun altro che ringrazio dal profondo del mio cuore e sono convinto che le cose vadano bene così.

Grazie a chi è partito da terre lontane dal Trentino, dalla Liguria, dalla Sicilia, ma anche da terre vicine come Roma, grazie a chi è venuto qui per celebrare la prima assemblea nazionale di futuro nazionale”. Lo afferma Roberto Vannacci dal palco della prima assemblea nazionale di Futuro Nazionale in corso a Roma

VANNACCI SUL CENTRODESTRA, MI DOVREI ALLEARE CON CHI PORTA AVANTI AGENDA DRAGHI?

(ANSA) –  “Ci hanno detto che stiamo aiutando la sinistra. Ma io mi dovrei alleare adesso con quest’alleanza di centrodestra che continua a portare avanti l’agenda Draghi, il green deal?”. Così il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, parlando dal palco dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale.

VANNACCI LEGGE PREGHIERA PARÀ FRANCESI SUL PALCO, ‘AVANTI CON FEDE VERSO LA CONQUISTA’

(ANSA) – Roberto Vannacci, dal palco dell’Assemblea costituente del suo partito in corso a Roma, ha letto ai presenti la preghiera dei paracadutisti francesi e ha chiesto alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. Quindi ha concluso: “Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli”.

VANNACCI, NOI DI FNV SIAMO GUARDIANI DEL SOVRANISMO E DELLA CITTADINANZA

(ANSA) –  “O con noi di Futuro Nazionale, guardiani del sovranismo e della cittadinanza, o con Von der Leyen, Draghi, multinazionali e globalismo”. Così Roberto Vannacci, dal palco dell’assemblea del suo partito, ha risposto alle parole della premier Giorgia Meloni in merito alla scelta di Futuro Nazione di non votare fino ad ora la fiducia al governo. Il leader di Fnv, parlando del centrodestra, non ha mai pronunciato il nome di Meloni, ma ha citato per nome solo il segretario di Fi Antonio Tajani.

VANNACCI ATTACCA LA STAMPA PER ARTICOLI SU FNV E POI IRONIZZA, ‘DOBBIAMO RINGRAZIARLI’

(ANSA) – Roberto Vannacci attacca la stampa per quello che ha scritto su Futuro Nazionale facendo un elenco di nomi e cognomi di alcuni giornalisti partendo da Repubblica, ‘la capofila’, ma poi elencando giornalisti del ‘Fatto Quotidiano, il Foglio’, ma anche della tv come ‘Sigfrido Ranucci e Gad Lerner’. Il leader di Fnv dopo l’elenco ironicamente ringrazia: ‘Se siamo qui, è grazie a loro’.

    ‘L’infiltrazione dei giornalisti è già iniziata – dice – registrano di nascosto, come se si infiltrassero tra i Vietcong e io fossi il colonnello Kurtz’.


Azzurro Infantino


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Siamo ancora capaci di scherzare? Di prenderci, e di lasciarci prendere, in giro? Il capo del calcio planetario Giovanni Vincenzo Infantino, che fin dal nome denuncia origini non proprio austroungariche, ha scherzato sulla latitanza dell’Italia ai Mondiali extralarge — 48 squadre — chiedendosi ironicamente se basterà allargarli a 64 o a 208 perché ci si riesca a qualificare. Non sarà la battuta del secolo, però è simile a tante altre che si leggono sui social e che si sentono al bar in questi giorni di abbuffata calcistica in cui noi siamo gli unici a digiunare.

Infantino ha la cittadinanza italiana e spasima per l’Inter fin da bambino, rientra perciò a pieno titolo nella categoria degli orfani azzurri. L’incarico istituzionale (è presidente della Fifa) gli impone un contegno, ma stiamo pur sempre parlando di un bonario sfottò rivolto alla sua Nazionale del cuore. Invece il Tribunale dell’Indignazione, riunito in seduta plenaria davanti alle tastiere, ha subito manifestato sorpresa e disgusto, rinfacciando a Infantino di avere mancato di rispetto a una squadra che tutti abbiamo dileggiato. Persino il ministro dello Sport ha espresso perplessità per le sue parole, riservandosi di chiederne ragione all’interessato. Nel caso davvero lo sentisse, farebbe meglio a contestargli di aver completato la trasformazione di uno sport popolare in un baraccone spillasoldi che solo le élite possono permettersi di frequentare, come dimostrano certi stadi semivuoti. E questa, purtroppo, non è una battuta.


Ombrelloni vietati a Villasimius


(beppegrillo.it) – A Punta Molentis, una tra le spiagge più famose della Sardegna, l’estate comincia con una regola che sta facendo assai polemica: il Comune di Villasimius ha deciso di rendere l’accesso a pagamento e contingentato, con prenotazione obbligatoria e un “biglietto d’ingresso” di 10 euro al giorno. La misura riguarda una delle spiagge colpite lo scorso anno da un incendio doloso che aveva minacciato l’arenile, gli habitat e la biodiversità della zona. Secondo il Comune, l’obiettivo è limitare la pressione turistica su un ecosistema fragile e ridurre il numero di presenze sulla spiaggia.

La decisione più contestata riguarda l’ombra. Dal 6 giugno al 31 ottobre sarà vietato installare ombrelloni, gazebo, tende e altri sistemi di ombreggio. L’eccezione vale soltanto per le famiglie con bambini sotto i 10 anni e per le persone dai 65 anni in su. Anche in questi casi sarà consentito un solo ombrellone per nucleo familiare che “rispetta le condizioni”.

Sui social c’è chi ha commentato con ironia, chiedendo: “Per aprire un ombrellone devo noleggiare un bambino?”. Un altro utente ha scritto: “Per venire in spiaggia con un ombrellone devo portare mio nonno o mettere al mondo un bambino da qui a domani?”. Altri hanno sollevato il tema della sicurezza sotto il sole estivo: “Si rischia un’insolazione, un colpo di calore!”.

Il Comune di Villasimius difende la scelta richiamando le condizioni ambientali dell’area. “L’ecosistema di Punta Molentis è tra i più preziosi del nostro territorio, ma anche tra i più fragili”, ha scritto l’amministrazione, ricordando che gli incendi e gli eventi meteomarini eccezionali hanno “ridotto la capacità dell’arenile e messo a dura prova habitat e biodiversità“. Per questo, secondo il Comune, è diventato “necessario limitare l’impatto antropico e garantire la tutela di questo patrimonio per le future generazioni”.

Le nuove regole prevedono anche limiti molto rigidi agli accessi. Via terra potranno entrare al massimo 70 veicoli al giorno e non più di 150 persone contemporaneamente sull’arenile. Gli ingressi saranno sospesi una volta raggiunta la capienza massima. Via mare potranno arrivare solo operatori autorizzati, con un massimo di 100 persone contemporaneamente e permanenza limitata a un’ora, al costo di 5 euro a persona. Sarà vietato sbarcare con zaini, borse termiche e attrezzature “non compatibili con la tutela ambientale del sito”.

L’accesso sarà consentito dalle 8 alle 20.30, con uscita obbligatoria entro le 21. Le persone con disabilità potranno accedere gratuitamente, fino a un massimo di tre persone contemporaneamente presenti oltre ai limiti ordinari di capienza, con accompagnatore.

Il caso Punta Molentis riapre una questione sempre più evidente sulle spiagge italiane, il diritto dei cittadini a vivere il mare pubblico con libertà come è giusto che sia. Si può chiedere alle persone di pagare per entrare in una spiaggia pubblica e poi impedire loro di ripararsi dal sole?


La legge elettorale e la fretta di Meloni. Giorgia scommette solo su sé stessa


L’obbligo di indicare il presidente del Consiglio mira a seminare il caos nel campo largo

L’intervento della premier Giorgia Meloni giovedì alla Camera in vista del Consiglio europeo

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il Piano B di Giorgia Meloni, sul quale tanto si era fantasticato dopo la catastrofe referendaria, comincia a delinearsi in Parlamento e sui social.

Sarà un duello personale su larga scala: non tanto una scommessa costruita su programmi, elenchi di cose realizzate, nuove e vecchie promesse, forza della squadra, ma una questione di facce e personalità. La sua contro quelle di tutti gli altri. Contro Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Contro chiunque sia scelto in loro vece come lord del campo largo. Contro Roberto Vannacci, anche, e ogni altro rompiscatole d’area in cerca di facile fortuna.

La sciabola sarà la legge elettorale con l’obbligo di indicare il capo della coalizione e/o candidato premier. Chiusi ieri i preliminari, lunedì si sfoltiscono gli emendamenti in Commissione. Martedì si comincia a votare. A fine giugno, con o senza relatore, si va in aula alla Camera e metà dell’opera sarà compiuta. Il resto seguirà in velocità.

La leadership è un tipo di arma che i progressisti non hanno quasi mai maneggiato, sono fuori esercizio da un ventennio, dall’epoca di Prodi. Meloni la usa benissimo. E lo spettacolo degli ultimi due giorni, con l’umiliazione del generale remigrazionista in diretta tv e la sberla a Conte per il video di propaganda furbetto, sono solo il debutto della nuova fase. Gli elettori si accomodino. Lo spettacolo della premier in campagna elettorale è appena cominciato.

Il nome latinesco della riforma, Stabilicum, e l’intera retorica sul tema della stabilità da preservare, non devono portare fuori pista. Il vero nocciolo dell’operazione non è il premio di maggioranza, né le nuove alchimie del proporzionale con listini bloccati: tutti sanno che se spunta un nuovo Bertinotti, un nuovo Mastella, un nuovo Scilipoti, non ci saranno blindature capaci di evitare una crisi. Il vero nocciolo è: obbligare l’opposizione a dire chi vuole portare a Palazzo Chigi. Un emendamento in extremis ha reso il capitolo “indicazione del premier” più articolato e gentile, allo scopo di salvaguardare i poteri del capo dello Stato. Ma il senso non è cambiato. Sarà quella disposizione a definire il tipo di sfida che vedremo nei prossimi mesi: individuale, soggettiva, tarata sulla forza personale dei contendenti.

È il campo migliore per Meloni, che su moltissimo altro non può contare. Non sul cambiamento impresso al Paese, che è impalpabile; non (non più) sul ruolo di pontiere che si era attribuita tra l’Europa e gli Usa; non sul vento Maga che ha portato sfortuna a chiunque l’ha usato; non sulla squadra, che ha generato in quattro anni una sequenza di disavventure picaresche con pochi precedenti, tra amanti-consulenti, bisteccherie, mini-pistole di Capodanno, sgangherati attacchi alla magistratura.

La stessa ossatura della maggioranza scricchiola. Matteo Salvini è raccontato anche dai suoi come un leader a fine corsa. Antonio Tajani vive di rendita sulla nostalgia del berlusconismo, ma quanto può durare?

Il quadro è politicamente disgraziato, ma risulta perfetto per il duello su larga scala che Meloni ha cominciato a impostare. Nessun fastidio all’interno, dove i partner hanno i guai loro e sono terrorizzati dalla prospettiva di una decimazione nel prossimo Parlamento. E, fuori, un campo largo che non ha ancora né un’identità né una faccia a cui affidarla, e dove ogni giorno si può scegliere un nemico a piacere, mostrandosi al proprio mondo come la Giorgia dei bei tempi dell’opposizione: sferzante, combattente, indomita.

Alla sciabola, dunque, e senza mezze misure pure nella sfida sulla “vera destra”. Contro Vannacci l’arma è stata messa sul tavolo a sorpresa. Non con un tweet, un retroscena, un’intervista, ma nella solennità dell’ultimo dibattito parlamentare, il giorno dopo la performance televisiva a Otto e Mezzo in cui il generale furbacchione aveva blandito Meloni e molti già dicevano: accordo dietro l’angolo. Tutto il contrario. «Avete votato sei volte con la sinistra» ha ricordato la premier a quelli di Futuro Nazionale. Il resto è conseguenza, non c’è neanche bisogno di esplicitarlo. Tradimento. Fellonia. Badoglio. L’accusa ha stroncato personalità ben più attrezzate di Vannacci, e il tribunale speciale è già in allestimento: se l’uomo del Mondo al Contrario riuscirà a uscirne vivo, potrà sempre essere recuperato. Se ci resterà sotto, meglio.

Il timing frettoloso imposto alla riforma elettorale è dunque l’allestimento di un contesto che si vuole immediatamente operativo per due motivi. Il primo, avere mani libere nella determinazione del momento migliore per andare al voto con la legge più favorevole. Il secondo, portare il caos nel campo largo prima possibile e creare lo scenario giusto per poter mettere a confronto, giorno dopo giorno, mese dopo mese, la leadership indiscussa, effettiva, consolidata, di Giorgia Meloni con i troppi volti che si affollano e sgomitano dall’altra parte


Con i raid, Trump ha solo peggiorato problemi già risolti


Con i raid, Trump  ha solo peggiorato  problemi già risolti

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Se il piano di pace è quello che sta circolando sui grandi media, siamo in presenza di un disastro di portata difficilmente calcolabile per Trump.

[…] Il piano che dovrebbe essere firmato domenica a Ginevra è un trionfo per l’Iran. Prevede, infatti: 1) Lo sblocco di 24 miliardi di fondi iraniani congelati nelle banche estere. L’Iran riceverebbe 12 miliardi prima delle trattative sul nucleare e 12 miliardi alla loro conclusione; 2) Il cessate il fuoco in Libano, cioè una vittoria di Hezbollah su Israele. Di più: il governo di Teheran ha dimostrato di difendere i libanesi meglio del governo del Libano; 3) nessun impegno preliminare sul nucleare. È un’altra vittoria dell’Iran, che aveva chiesto di separare le trattative sul nucleare da quelle per la riapertura di Hormuz. Trump aveva giurato che le due cose sarebbero state risolte insieme, ma alla fine si è piegato; 4) la fine del blocco statunitense dei porti iraniani; 5) la riapertura dello Stretto, ma senza pedaggi, che non esistevano nemmeno prima della guerra; 6) la revoca delle sanzioni petrolifere; 7) l’impegno degli Usa a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti l’Iran: è il segno più vistoso della sconfitta. Anziché rovesciare il regime di Teheran, Trump dovrà rafforzarlo ritirando missili e soldati dalle basi americane semidistrutte dai missili iraniani.

Il 6 marzo 2026, Trump aveva dichiarato: “Non ci sarà nessun accordo, ma soltanto la resa senza condizioni”. Per misurare la portata della sconfitta, occorre confrontare gli obiettivi iniziali di Trump con quelli raggiunti: 1) fine del programma nucleare dell’Iran: nessun risultato; 2) fine del programma missilistico: nessun risultato; 3) rovesciamento del regime: nessun risultato; 4) consegna dei 440 kg di uranio ai soldati americani: nessun risultato; 5) fine dei rapporti tra l’Iran e Hamas-Hezbollah-Houthi: nessun risultato.

[…] Trump si difende sostenendo che l’Iran si impegnerà a non costruire la bomba atomica. Ma l’Iran aveva già preso quell’impegno con gli accordi di Obama. Le agenzie internazionali avevano certificato che l’Iran stava rispettando scrupolosamente gli accordi. L’Iran ha ripreso ad arricchire l’uranio dopo la decisione di Trump di ritirarsi dagli accordi di Obama. Ritirandosi dagli accordi, Trump ha peggiorato un problema risolto.

[…]

Trump ha peggiorato la posizione degli Stati Uniti, che adesso dovranno firmare un accordo più svantaggioso di quello precedente. Ai fini dei miei studi, è interessantissima la strategia che Trump ha utilizzato per manipolare l’opinione pubblica. Trump ha bombardato l’Iran per indurre i cittadini a credere di avere costretto l’Iran a firmare gli accordi con la forza. In realtà, l’ultimo bombardamento di Trump è stato ininfluente ai fini degli accordi, già definiti. Trump ha usato l’ultimo bombardamento dell’Iran – che chiamerò il “bombardamento inutile” – per salvare l’ideologia della destra repubblicana che si basa sul mito della forza in stile Ice. Grazie al bombardamento inutile del 10 giugno 2026, Trump può dire: “Visto? Le cose si ottengono con le bombe!”. Tutte le bombe sganciate sull’Iran gli sono costate una sconfitta. Trump non ha ottenuto nulla con le bombe e ha dovuto trattare come Obama. E ha pure distrutto la retorica del Corriere della Sera secondo cui le democrazie occidentali sono moralmente superiori alla Russia perché rispettano il diritto internazionale.


L’emergenza nascosta del lavoro minorile


L’emergenza nascosta del lavoro minorile

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Il lavoro minorile è definito come l’attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, della loro dignità e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico. Ai bambini in situazione di lavoro minorile viene negato il diritto di andare a scuola, o di andarci regolarmente, la possibilità di giocare, spesso anche di coltivare relazioni affettive e di cura, in sintesi, il diritto a crescere.

Non si tratta di un fenomeno marginale e neppure relegato a contesti particolarmente arretrati. Secondo le ultime stime dell’organizzazione Internazionale del lavoro, ci sono nel mondo 138 milioni i bambini e adolescenti — di cui circa 59 milioni femmine e circa 78 milioni maschi — vittime di lavoro minorile. Non si tratta di lavoretti occasionali, di qualche aiuto prestato ai familiari durante la raccolta, o in bottega, ma di prestazione di lavoro sistematico e fuori da ogni protezione. I dati, inoltre, non comprendono i bambini reclutati a forza per fare i soldati nei contesti caratterizzati da guerre civili, quelli che vivono per strada e devono procurarsi il necessario ogni giorno rovistando nella spazzatura, chiedendo la carità o facendo piccoli servizi, così come quelli che vivono in zone di guerra o colpite da disastri naturali e che insieme alle loro famiglie lottano per sopravvivere come possono. Non comprendono neppure né coloro che sono costretti alla prostituzione né le bambine e adolescenti impegnate a tempo pieno nel lavoro domestico. Vi è quindi un ampio sommerso, ancora più invisibile di ciò che è riconosciuto come attività lavorativa vera e propria. Nonostante le grandi dichiarazioni sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e la convenzione ILO sull’età minima al lavoro del 1973 (18 anni in linea di principio e comunque non inferiore a 15), un numero sterminato di minorenni, anche in età molto piccola, non solo soffre di gravi deprivazioni materiali, ma è costretto a lavorare come e in peggiori condizioni di un adulto.

Paradossalmente, nei paesi, come l’Italia, in cui l’età minima ha valore legale, il fenomeno rischia di essere invisibile sia alle statistiche sia a controlli superficiali, lasciando i minorenni coinvolti ancora più sprotetti. Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2023, frutto di un’indagine della Fondazione di Vittorio insieme a Save the Children, in Italia nella fascia di età tra i 7 e i 15 anni ci sarebbe un 6,8% di bambine/i e adolescenti impegnati in età lavorative in modo sistematiconella ristorazione e nel commercio soprattutto, ma anche in campagna e nei cantieri. La percentuale è più alta con in il crescere dell’età, coinvolgendo fino al 20% dei quattordici-quindicenni. Tra questi, uno su quattro era stato coinvolto in attività pericolose, o comunque in contrasto sia con la frequenza scolastica sia con il benessere psico-fisico, per orari e carichi gravosi. Il fenomeno è strettamente legato alla povertà, con bambine/i e adolescenti che sentono precocemente la responsabilità di aiutare economicamente la propria famiglia, di “fare la propria parte”, anche a discapito del proprio futuro.

Per contrastare il lavoro minorile provocato dalla povertà e la riduzione delle opportunità di sviluppo che provoca su bambine/i e adolescenti, oltre a rendere sistematicamente visibile il fenomeno con indagini aggiornate e che colgano tutte le forme di lavoro, anche quelle più nascoste, occorre innanzitutto sostenere economicamente in modo adeguato le famiglie così povere da aver bisogno del reddito guadagnato dai loro bambini. Ma occorre anche avere più attenzione per le cause che possono provocare dispersione o scarso impegno scolastico. Dietro alla svogliatezza, alle assenze, ai compiti non fatti e le lezioni non studiate ci possono essere bambine/i e adolescenti troppo stanchi per andare a scuola, o per studiare e stare attenti, o troppo presi dalla loro responsabilità economica. Invece di punirli con una bocciatura, o minacciare di galera i genitori che non li mandano a scuola, occorre un lavoro paziente di attenzione e costruzione di alternative, con le bambine/i e adolescenti, con i loro genitori, con i servizi sociali, con la società civile organizzata.

Ma negli ultimi anni la tecnologia digitale ha consentito forme di sfruttamento minorile non legate alla povertà, con genitori che utilizzano la messa in scena dei propri figli per guadagnare più follower e aumentare le proprie entrate da sponsor pubblicitari, ampliando le possibilità già offerte, e regolate, nella pubblicità e nel mondo dello spettacolo. Temo che in questo caso siamo ancora ai preliminari di ciò che sarebbe necessario fare, a partire dalla discussione sulla soglia di esposizione oltre la quale vi è sia lesione del diritto alla privacy, sia imposizione di prestazioni destinate ad essere fruite da altri, analogamente al coinvolgimento in uno spot pubblicitario o a una performance pubblica a pagamento, quindi lavoro, oltre che sulle conseguenze sullo sviluppo dei bambini/e di una esposizione precoce e sistematica.


Nel fondo dei miei libri rimane l’idea che la ragione ha torto


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] A volte i lettori mi chiedono da dove nascono le idee dei miei libri. Per le biografia è semplice. Nerone, Catilina, il Mullah Omar sono personaggi condannati dalla communis opinio e a me è sempre piaciuto questo tipo di personaggio. Nerone e Catilina sono lontani nel tempo, la storia del Mullah è invece recente e proprio a lui, alla sua testarda e coraggiosa difesa dei costumi afgano-talebani, voglio riagganciarmi.

[…]Alla fine degli anni Sessanta feci un viaggio in Kenya e in Tanzania, non come giornalista, non lo ero ancora, ma da turista. Atterrammo a Nairobi, la capitale del Kenya, poi con una macchina noleggiata, guidata da un pazzo cui dovevo dire continuamente “pole, pole!” che in swahili significa “piano”, ci spingemmo in una regione al confine fra Kenya e Tanzania dove vivono, o forse sarebbe meglio dire vivevano (non so se con le convulsioni africane siano stati anch’essi spazzati via dalla modernità) i masai. I masai bevevano latte misto a sangue e vidi una donna picchiata dal marito perché urlava di dolore mentre partoriva. Ne chiesi il perché al nostro accompagnatore, quello del “pole, pole”, e costui mi rispose che un comportamento del genere era indegno per una donna masai. Col mio bravo bagaglio illuminista appresso pensai che la comunità masai doveva essere civilizzata al più presto. Poi tornai a Nairobi dove vivono i kikuyu che si sono adeguati alla modernità. Invece che in capanne, come i masai, vivevano in case, chiamiamole così, fatte con i materiali di risulta del nostro mondo, cioè in case di lamiere contorte. Mi ricordo di una foto da cui era stata ritagliata una gigantesca Coca-Cola che era quasi un simbolo del disastro. I kikuyu erano abbruttiti dall’alcol, dalla droga, dalla prostituzione e non conoscevano più l’economia del baratto su cui avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni. E allora mi chiesi se avessero ragione i masai che avevano conservato la propria cultura, le loro tradizioni, il loro modo di vivere o i kikuyu che si erano allineati al progresso, chiamiamolo così, del nostro mondo. […]

Con La ragione aveva torto?, del 1985, un libro, se posso dirlo, molto documentato (“La madre di tutte le battaglie” per parafrasare Saddam Hussein, cioè il libro che ha dato origine a tutti quelli successivi di tipo filosofico, da Il vizio oscuro dell’Occidente agli altri) decisi di trasferire questa questione nel nostro mondo. Hanno avuto ragione i progressisti, gli illuministi che hanno cavalcato il progresso o quelli che invece l’hanno rifiutato? È la domanda cruciale. Io sto con Papa Ratzinger che, quando era ancora cardinale, disse, ignorato da tutti: “Il progresso non ha migliorato l’uomo, né la società, e si prospetta come un grave pericolo per l’intera umanità” (l’AI docet, concetto, quest’ultimo, ripreso anche da Leone XIV). Del resto nevrosi e depressione, patologie oggi diffusissime, sono malattie che nascono con la modernità. Prima non esistevano, c’era, come c’è ancora, lo “psicopatico”, il “matto del villaggio” che però gli antichi, parliamo del Medioevo, erano riusciti a metabolizzare pensando che, per ragioni imperscrutabili, avesse un rapporto privilegiato con Dio.

[…] Ciò chiarisce anche una contraddizione che molti lettori trovano nel mio pensiero, come posso essere un “socialista libertario” (per altro io penso a un socialismo comunitario e non organizzato e regolarizzato in una società) e allo stesso tempo un “antimodernista”. Con questo non spiego tanto le origini dell’idea da cui nasce La ragione aveva torto?, ma il mio pensiero di cui molti miei lettori, anche affezionati, non capiscono niente. Peraltro vedo che l’antimodernismo sta facendo parecchi passi avanti, col fenomeno del luddismo che nelle sue versioni estreme è un rifiuto del lavoro (in quelle più moderate è un rifiuto di dare all’imprenditore capitalista un solo minuto in più della propria giornata), ma so già qual è la mia sorte. Fra un secolo, o anche meno, sarò considerato il più bieco dei modernisti. Sono nato postumo.


Uno straniero per nemico


Uno straniero per nemico

(Massimo Giannini – repubblica.it) – Da una parte c’è Belfast: nei nuovi Troubles, a trent’anni di distanza, precipita contro gli immigrati l’odio atavico che per un secolo ha dilaniato nazionalisti e lealisti, e riesplode nel cuore del Continente il conflitto socio-culturale ed etnico-politico che Trump ha scientemente riacceso in America. Dall’altra parte c’è Gran Canaria: sul “molo della vergogna” di Arguineguin, dove sei anni fa 3 mila disperati rimasero per mesi senza cibo né medicine, Leone XIV getta in mare una corona di fiori, dice ai profughi “mi inchino davanti alla vostra dignità, non siete numeri né fascicoli” e lancia il suo anatema all’Occidente, “un giorno si saprà se abbiamo saputo custodire l’umanità o lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”. Tra questi due estremi del pendolo della storia e della geografia — il primo violento e rabbioso, il secondo solidale e misericordioso — ci siamo noi. C’è l’Europa impaurita, che insegue i pifferai magici della destra nazionalista e xenofoba, i Farage in Gran Bretagna e le Weidel in Germania, i Bardella in Francia e gli Abascal in Spagna. E c’è l’Italia impoverita, che dopo aver ceduto al canto della sirena sovranista di Meloni ora sembra sedotta dalla marcetta militare e neo-fascista di Vannacci.

L’una e l’altra, nel decisivo biennio elettorale che ci aspetta, sembrano aver già capito quale sarà anche stavolta il campo di battaglia. Lo straniero. Il solito nemico “necessario”.         Quello che sta avvenendo in Irlanda del Nord — dopo la tentata decapitazione di Stephen Ogilvie da parte di un rifugiato sudanese — sembra una prova generale di ciò che può succedere nelle banlieue di Lione, nei sobborghi di Bruxelles, nelle favelas di Rosarno. I penultimi che si rivoltano contro gli ultimi. Dove un tempo si massacravano i cattolici di Falls Road e i protestanti di Shankill Road, oggi il rancore reciproco si scarica sui “neri che rubano case e lavoro” ai residenti a basso reddito dei quartieri degradati. E politicanti cinici, addetti ai livori e impresari della paura sono lì, pronti a cavalcare ogni disagio, ogni frustrazione, ogni risentimento. La semina dell’odio funziona: il partito ultrà Reform Uk avanza impetuoso alle suppletive e manda l’avviso di sfratto a Starmer. Il partito neo-nazista tedesco Afd è diventata la seconda forza del paese col 20,8% e già prenota la Cancelleria di Berlino. La stessa cosa fanno i lepenisti a Parigi e i neo-franchisti a Madrid. Vogliono governare, promettendo ovunque il ripristino dei confini e la cacciata dei clandestini.

Ora li unisce una parola-chiave, che riassume in sé la grande promessa e la grande menzogna: “remigrazione”. Non basta più accogliere i regolari e respingere gli irregolari. Bisogna espellerli tutti, compresi quelli con diritto di asilo e permesso di soggiorno. Questo dicono il Movimento Identitario Europeo di Martin Sellner e la Rete dei Patrioti, Casa Pound e Veneto Fronte Skineads, che hanno addirittura presentato una proposta di legge in Parlamento. E questo sostiene anche Futuro Nazionale, il partito del mondo al contrario guidato dal generalissimo della Folgore scappato dalla Lega e innamorato della X-Mas. L’abbiamo sentito a Otto e Mezzo, Vannacci, spacciare barbarie per buon senso, contrabbandare rozzi pregiudizi per free spech, vaneggiare con agghiacciante semplicità di “rimpatri forzati”, di trasferimenti obbligati “nei paesi terzi”, di “esami di assimilazione”. Questo smerciano le destre razziste e turbo-populiste del prossimo turno, pronte a subentrare a quelle che hanno governato ma “hanno tradito tutte le promesse”. Come la Sorella d’Italia, ormai scavalcata dal suo nuovo “nemico a destra”: la formula complottarda della “sostituzione etnica” lei l’aveva teorizzata già nelle “Tesi di Trieste” del 2017 (“le frontiere si difendono”, “l’immigrazione non è un diritto, la cittadinanza lo è ancora meno”), e col racconto “cattivista” dei blocchi navali e dei porti chiusi ci aveva vinto le elezioni del 2022. Ma poi, arrivata a Palazzo Chigi, ha dovuto fare i conti con il diritto umanitario e con quello comunitario, con la Carta Onu e con la Costituzione, con i tribunali della Repubblica e con la Corte di Giustizia Ue. Cioè con la civiltà giuridica che per secoli ha reso questa parte di mondo migliore di tutte le altre. Perché riconosce i principi di libertà e di legalità, di dignità e di solidarietà, mentre garantisce i diritti civili e sociali di tutti, senza distinzione di sesso, di lingua, di razza, di religione.

Ma è proprio questa civiltà — e, insieme a essa, la democrazia che la rende possibile — che i nuovi sfascisti stanno prendendo a colpi di piccone. Pericolose caricature dei vecchi Bombacci e Farinacci, i nuovi Vannacci invocano patrie marziali e illiberali. Dove c’è un solo “spazio vitale”, quello della nazione e della tradizione, e una sola “legge di natura”, quella del sangue e del suolo. Tutto il resto — l’uguaglianza e l’accoglienza, lo Stato di diritto e il Nomos della Terra — è merce avariata e ormai vomitata dai popoli, sempre più “addestrati” a pensare e a votare con la pancia. È l’inutile orpello della deriva wokista e politicamente corretta. Il feticcio elitista dei progressisti decadenti che “vogliono far entrare tutti”. Il tragico problema — nell’ignavia delle sinistre occidentali che non hanno granché da opporre, a eccezione di Sánchez — è che questo truce storytelling ricomincia a far breccia nelle opinioni pubbliche. E condiziona le scelte delle tremebonde destre “moderate” dell’Unione riunite nel Partito popolare. Il nuovo “Patto su migrazione e asilo”, entrato in vigore proprio ieri, segna una netta regressione verso l’ideologia dell’apartheid cara alle destre estremiste. Controlli più stringenti alle frontiere, detenzioni negli hotspot anche per i minori, procedure d’asilo accelerate, espulsioni più facili, disciplina più lasca sui soccorsi in mare, un “tributo” pagabile per ogni migrante non ricollocato. Il “decalogo comunitario” dà un’altra mano di vernice sulla faccia feroce dell’Ue, scimmiottando quasi il modello brutale dell’Ice trumpiano. Ma rinvia ancora una volta la soluzione del problema. Che esiste, sia chiaro, e rischia di infiammare ovunque le prossime campagne elettorali. Ma andrebbe affrontato nella logica dell’integrazione, non della “deportazione”. Anche questa sarebbe una grande sfida per i riformisti, se esistono davvero. Gestire il fenomeno, senza ignorarlo. Comprendere e razionalizzare le angosce, senza criminalizzare chi le vive sulla propria pelle. Governare i flussi: con umanità sempre, con fermezza quando serve. L’esempio, nonostante tutto, resta la Merkel del 2015 che di fronte ai 6 milioni di profughi in arrivo dalla Siria non strillò né “cacciamoli tutti”, né “accogliamoli tutti”. Disse “Wir Shaffen Das”: ce la faremo. Così parla uno statista, pronto a sconfiggere qualunque generale. Altrimenti, ci resta solo un Papa coraggioso, che in quelle povere anime ferite, umiliate e naufragate sulle nostre coste ci chiede di vedere Gesù.