Ieri la mossa del Pd. Continua oggi la discussione al Senato

(di Stefano Baldolini – repubblica.it) – Mossa di Roberto Vannacci sulla legge elettorale in discussione questa mattina al Senato. Il leader di Futuro nazionale lancia un appello dai suoi social a Fratelli d’Italia affinché “Voti l’emendamento per le preferenze pure”, perché “analogo a quello che noi di Futuro Nazionale avevamo presentato alla Camera”. L’ex generale fa riferimento all’emendamento presentato ieri dalle opposizioni, Pd in testa, per introdurre preferenze libere, senza candidati blindati, su cui il partito di Giorgia Meloni sta facendo delle valutazioni. A rischio, vista la contrarietà di Forza Italia e Lega, c’è la tenuta della coalizione di maggioranza o il futuro dello stesso Melonellum.
“FdI ad oggi ha introdotto delle preferenze meticce, cioè con capilista bloccati che rappresentano una grossa presa in giro nei confronti del popolo italiano. Mi appello a tutta la destra e, soprattutto, a Fratelli d’Italia, che alla Camera aveva votato il nostro emendamento: votate anche questo. Ne va della coerenza di FdI: perché votare sì alla Camera e votare no al Senato sulla stessa proposta?”. Così Vannacci su facebook postando postando un vecchio manifesto di FdI in cui si legge: “No alle liste bloccate. Siano direttamente i cittadini a scegliere i parlamentari”.
“Al di là delle barriere ideologiche, delle stanze del potere, delle manovre di palazzo e di una politica rancida e stantia, dovrebbe contare una cosa su tutte: l’obiettivo di fare il bene dell’Italia e degli italiani. Gli italiani vogliono tornare a eleggere direttamente i propri rappresentanti, senza listini bloccati e senza riservare posti agli ‘unti’ dalle segreterie di partito. Ridiamo agli italiani il diritto di scegliere chi li rappresenta. Ridiamo sovranità al popolo”, aggiunge Vannacci.

(Dott. Paolo Caruso) – Alternative für Deutschland (AfD) e Fratelli d’Italia (il partito di Giorgia Meloni) rappresentano due modelli di destra profondamente diversi, distanti sia per collocazione geopolitica che per cultura istituzionale. Nonostante condividano una retorica conservatrice sul controllo dei flussi migratori e la tutela dell’identità nazionale, la loro postura in Europa e nel panorama internazionale ne evidenzia una netta separazione. Il recente trionfo dell’ AfD nelle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt ha riacceso i riflettori su queste divergenze. All’ interno del parlamento europeo Fratelli d’Italia fa parte dei Conservatori e Riformisti europei (ECR) e dialoga attivamente con il centro destra europeo mentre lo schieramento della destra estrema tedesca Alternative fur Deutschland (AfD) attualmente guida il gruppo radicale Europa delle Nazioni Sovrane. La destra meloniana è fermamente Atlantista e pro NATO, schierata a sostegno dell’ Ucraina in contrapposizione ai partiti come l’ AfD filo russi , ostili alla NATO e contrari agli aiuti militari a Kiev. La Meloni presentatasi all’ inizio de mandato come una destra critica nei confronti della burocrazia UE, oggi opera stabilmente dentro le istituzioni europee ed è ormai lontana dal famoso slogan elettorale “è finita la pacchia”. Una falsa rivoluzionaria in cerca di un posto al sole nel sistema politico europeo, pontiera mancata tra le due sponde dell’ oceano nonostante il suo impegno servile nei confronti di Trump. Fortemente euroscettica la AfD, ha accarezzato l’idea di una “Dexit” (uscita della Germania) dalla UE. Profilo Istituzionale e Partito di governo quello della Meloni è saldamente inserito nel centro-destra tradizionale. Al contrario AfD è una Forza considerata estremista e isolata da un cordone sanitario (Brandmauer). Geopolitica e Russia sono i nodi fondamentali di scontro tra le destre in Europa. Infatti la faglia più profonda è quella internazionale. Giorgia Meloni ha impostato la sua credibilità internazionale sulla fedeltà all’alleanza atlantica e sul pieno sostegno all’Ucraina, al contrario la AfD mantiene posizioni fortemente filo putiniane, si è opposta da sempre alle sanzioni alla Russia e contesta l’invio di armi occidentali all’ Ucraina. Stesso profilo radicale comune ad altre destre dell’est-Europa.Mentre Meloni ha scelto una strategia di negoziazione e pragmatismo istituzionale a Bruxelles per accreditarsi come interlocutrice della Commissione Europea, l’ AfD incarna una opposizione antisistema. La delegazione dell’ AfD è considerata troppo radicale persino da partiti come il Rassemblement National di Marine Le Pen, motivo per cui i tedeschi si trovano confinati in un gruppo parlamentare europeo ultra sovranista e minoritario. In Italia Fratelli d’Italia è il perno di una coalizione di centrodestra che esprime il governo nazionale la cui Premier è proprio quella Giorgia Meloni che doveva rovesciare tutto come un calzino ma che in effetti è entrata prepotentemente negli apparati delle establishment. La rivoluzionaria della Garbatella che ha mancato la rivoluzione. Cosa diversa in Germania per l’ AfD che anche di fronte a vittorie elettorali schiaccianti non riesce a trovare alleati moderati disposti a formare coalizioni di governo. Infatti tutti i principali partiti, dalla CDU di Friedrich Merz alla SPD, responsabili delle difficoltà economiche del Paese applicano una rigida Brandmauer cioè un muro di contenimento che impedisce a questa formazione dell’ ultra destra nazionalista di governare. La Storia si ripete con una democrazia malata che vuole cancellare il voto popolare non gradito ai poteri forti e alle lobby.
(Estratto dall’introduzione di “Fascismo bianco”, di Michele Ainis, ed. Garzanti) – È il tempo della paura. […] E la paura libera un’energia negativa, puramente difensiva, che oscura l’idea stessa della libertà in cambio di maggiore sicurezza, in nome d’un bisogno di protezione, di rassicurazione. L’uomo moderno – diceva Sigmund Freud – rinunzia volentieri alla possibilità d’essere felice se questo è il prezzo per sentirsi più sicuro.
Ma è un fenomeno globale, sospinto dal vento della storia. Guardiamoci attorno, a partire dai quattro Stati più potenti del pianeta. Due di loro (Cina e Russia) sono autocrazie, se non vere e proprie dittature. Gli altri due (India e Stati Uniti) si qualificano come democrazie, almeno sulla carta.
Tuttavia in India governa da più di un decennio un Premier nazionalista (Narendra Modi), artefice di politiche discriminatorie contro la minoranza musulmana, oltre che d’una stretta sul dissenso e sulla libertà di stampa. Mentre negli USA ha (ri) vinto Donald Trump, aprendo una nuova stagione: deportazioni di massa per i clandestini, pugno di ferro contro l’opposizione, una museruola sul potere giudiziario.
Non sarà un caso se Trump, al pari di Modi, Putin e Xi Jinping, sia un leader ultrasettantenne. Quando il futuro genera angoscia, allora ti rifugi nel passato, nei vecchi che incarnano il passato.
Nemmeno è un caso se la stagione dei diritti – mezzo secolo fa, ma sembra ormai un millennio – sia stata inaugurata dal più giovane presidente degli Stati Uniti: John F. Kennedy, eletto a quarantatré anni. Ma quello era un tempo di speranza, d’ottimismo, di fiducia nel progresso. Il tempo che allevò i primi movimenti ambientalisti, pacifisti, femministi. Il tempo delle libertà.
Accadde anche in Italia, quando la Costituzione generò i suoi frutti più maturi, con un ventaglio di riforme che hanno trasformato il nostro vivere civile. L’approvazione della legge elettorale che permise d’introdurre le Regioni, nel 1968. Lo statuto dei lavoratori del 1970.
Sempre in quell’anno, la legge che ha permesso di celebrare i referendum e la legge sul divorzio, confermata da un referendum nel 1974. […] L’istituzione del Servizio sanitario nazionale, nel 1978. […] Infine la legge Basaglia, che in quello stesso anno chiuse i manicomi.
Ma la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: «La lascio cadere e non si muove». Affinché si muova, serve un popolo che la sostenga. I diritti vivono sulle gambe degli uomini, non sulle colonne a stampa delle Gazzette ufficiali. E non sono mai per sempre.
Ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, riconquistarli, giacché altrimenti appassiscono, benché scolpiti in una Carta costituzionale.
È la lezione (questa sì, perennemente attuale) dei fascismi: Mussolini non si curò d’abrogare lo Statuto albertino del 1848, pur calpestando una per una le sue garanzie liberali; Hitler lasciò sopravvivere la Costituzione di Weimar del 1919 – madrina dello Stato sociale – mentre il nazismo compiva i suoi misfatti.
Serve insomma una reazione, o almeno una presa di coscienza, rispetto alla stretta autoritaria che anche in Italia sta corrodendo le nostre libertà. Difatti è un fenomeno che cade goccia a goccia, generando assuefazione.
Dopotutto, la lezione del COVID ci ha mostrato che è possibile vivere senza libertà – anzi, che per sopravvivere dobbiamo rinunziarvi. Sarà che di libertà ne abbiamo ricevuta in dote troppa, e allora non ne riconosciamo più il valore. O forse sarà che in passato ne abbiamo fatto abuso: come osservò Platone, «dalla somma libertà viene la schiavitù maggiore e più feroce».
Tuttavia il pericolo maggiore giunge dall’accondiscendenza, figlia della paura ma altresì dell’ignoranza. Non conosciamo il nostro patrimonio di diritti, pochi hanno letto la Costituzione che dovrebbe garantirne la tutela. E non abbiamo perciò alcuna difesa contro la loro violazione. Tanto più se quest’ultima avviene in forme subdole e indirette, anziché palesi.
Senza negarne la validità formale, però svuotandoli di fatto, come un guscio d’arsella. Aggirandoli, tradendone lo scopo. In questi casi la regola costituzionale viene usata contro sé stessa, viene forzata al limite dell’autolesionismo. È il fenomeno della «frode alla Costituzione», su cui Georges Liet-Veaux scrisse pagine illuminanti già nel 1943.
[…] È la prassi dei regimi autoritari, che in ogni tempo s’accompagnano all’ossequio formale delle regole, congiunto al loro disprezzo sostanziale. E che giustificano le offese alla legalità costituzionale in nome della sicurezza, dell’allarme verso questo o quel pericolo incombente, vero o falso che sia.
Da qui uno stato d’emergenza permanente, che stressa la società civile e che trasforma la società politica in una casamatta, in una fortezza militare. Da qui l’abuso dei decreti legge o di altri strumenti normativi eccezionali, come gli executive or ders del presidente americano, ormai divenuti strumenti ordinari di legislazione. Da qui la moltiplicazione dei divieti, dei nuovi reati, degli aggravi di pena, frutto d’un pensiero otte nebrante come un anestetico. A danno di chi? Dei diseredati, come i detenuti o gli immigrati.
Dei dissidenti, di chi canta fuori dal coro. O più in generale di chi coltiva uno stile di vita irregolare rispetto ai crismi dell’autorità costituita. Accade in Italia, sta accadendo in tutto l’Occidente.
C’è insomma in circolo un vento autoritario, che sta spazzando via le nostre libertà. Riconoscerne il pericolo, denunziarlo, contrastarlo, non è una battaglia di partito, quale che sia il partito. È un obbligo costituzionale. […]
Ma questa legislazione securitaria, questa dottrina illiberale, è figlia di un equivoco, di un abbaglio costituzionale. Perché la sicurezza non è un diritto, bensì un limite all’esercizio dei diritti.
Vale per la privacy, che può ben essere violata quando entra in gioco l’esigenza di perseguire i criminali. Vale per cortei e manifestazioni, vietati se mettono a rischio l’incolumità pubblica. Vale per la libertà di domicilio, così come per ogni altra libertà. Ma se nessun diritto è incondizionato, allora non potrà mai dirsi assoluta la sete di sicurezza, che non assurge nemmeno al rango di diritto. Da qui la conclusione: se per respingere i migranti o i disobbedienti proclamiamo uno stato d’assedio permanente, ne va di mezzo la nostra stessa libertà. E in ultimo l’ossessione della sicurezza ci recherà in dono la più acuta insicurezza.

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Sarà per il sapore irresistibile del riso al mango, del pad thai o dei brodi a cottura lenta. Ma ormai il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio ha messo le tende in Thailandia: da giugno è volato a Bangkok ben due volte e non da solo. Per la missione a cavallo tra fine agosto e settembre a essere protagonista anche l’assessore Marina Chiarelli con annesso staff e viaggio da mille e una notte. Tutto questo quando la crisi morde e pure le polemiche come quelle delle opposizioni sul disavanzo monstre sulla sanità. Ma l’impresa val bene la spesa, come informa lo stesso assessore sui social. “Il Piemonte protagonista in Thailandia al prestigioso International Festival of Dance and Music. Un evento di riferimento in Asia per la danza e le arti dello spettacolo che guarda già al 2027 con l’obiettivo di avere tra i suoi ospiti d’onore il Teatro Regio di Torino”, spiega Chiarelli che detiene nella giunta Cirio la delega alla cultura, pari opportunità e politiche giovanili. Postando le foto dell’evento: abito lungo (per lei) e smoking (per i di lei collaboratori) oltre che lo skyline notturno di Bangkok che fa sempre il suo effetto. Ma è stata seratona all’insegna del motto Inspire Aesthetics of Life anche per Cirio anche lui impeccabile in mezzo ai padroni di casa.
“La Thailandia è un paese che ama la nostra storia, la nostra arte e la nostra enogastronomia. La grande attenzione che questo Festival, che rappresenta una delle istituzioni più prestigiose dell’intero continente asiatico, mostra verso il Piemonte e verso una delle sue eccellenze come il Teatro Regio ne è una testimonianza forte. Lavoreremo per fare in modo che la sua presenza alla prossima edizione della manifestazione diventi un’importante occasione per promuovere tutto il sistema Piemonte, imprenditoriale, culturale ed enogastronomico” spiega Cirio a cui, come informa l’ufficio stampa della regione “è stato riservato l’onore di sedere accanto al Re nel palco della massima autorità thailandese in occasione della prima del Festival”. Insomma ormai è fatta e del resto l’avvicinamento della Real Casa thailandese era iniziato dai ranghi più bassi: prima della missione appena conclusa e durata circa una settimana, il presidente – era inizio giugno – era volato a Bangkok per aprire alla Regione Piemonte il mercato del Sud-Est asiatico. Eccolo lì immortalato, sotto il ritratto di Sua Maestà la Regina, nel Palazzo Sa Pathum: in quell’occasione era stato ricevuto dalla principessa Maha Chakri Sirindhorn a cui Cirio aveva elencato i possibili settori di collaborazione: dalla formazione universitaria all’aerospazio, dalla sanità pediatrica all’enogastronomia e promozione internazionale del territorio. Di certo a corte non si sarà presentato a mani vuote anche se in occasione della missione di questi giorni Cirio si è superato: al fondatore del Bangkok’s International Festival J.S. Uberoi, tra i più influenti esponenti della cultura in Thailandia, ha portato in dono l’eccellenza piemontese: una pregiata bottiglia di Barolo del 1945, anno di nascita di Uberoi.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Il giovane scienziato Jacob Coxon si è dimesso da Anthropic, uno dei colossi dell’Intelligenza artificiale, accusando la sua e le altre aziende del settore di essere una manica di irresponsabili. Coxon è l’ennesimo esperto a denunciare la cieca avidità dei padroni dell’AI, che in nome della competizione più sfrenata stanno riducendo i sistemi di sicurezza, creando così le condizioni perché la situazione sfugga loro di mano e la Super Intelligenza prenda decisioni autonome in grado di portare entro pochi anni alla scomparsa dell’umanità.
Sono un ottimista di natura, però vi chiedo: se le valigette con i codici della bomba atomica, invece che nelle mani degli apparati statali (non solo di certi presidenti, per fortuna…), si trovassero in quelle di pochi privati cittadini, dormireste tranquilli la notte? E se Polizia e Carabinieri fossero imprese a scopo di lucro, non sareste un po’ preoccupati? Per motivi che in parte mi sfuggono e in parte purtroppo no, l’arma tecnologica più potente della nostra epoca è stata lasciata nelle mani di individui e società che non hanno altra preoccupazione che il profitto economico: a qualunque costo, compreso quello di perdere il controllo della propria creazione. Nel totale disinteresse dell’opinione pubblica, gli Stati hanno incredibilmente lasciato all’iniziativa privata l’Intelligenza artificiale, cioè uno dei pochi settori che invece dovrebbe essere sotto il loro esclusivo controllo. Forse non è ancora troppo tardi per rimediare.

(di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – Se passasse il ddl “Antisemitismo” che ieri è approdato alla Camera, si potrebbe proibire una manifestazione “in base alla probabilità di grave rischio” di comparazione delle politiche di Israele a quelle della Germania nazista, perché questo paragone rientra tra gli atti di antisemitismo, secondo la screditatissima dichiarazione dell’IHRA che ora si vuole adottare come ‘legge’. Il problema non pare che Netanyahu e i suoi assomiglino oggettivamente sempre di più ai nazisti: ma è dirlo. Dalla scuola alla polizia, un nuovo catechismo morale verrebbe a stroncare la libertà di espressione prevista dalla Costituzione, e un’intollerabile ipocrisia userebbe le vittime della Shoah per negare giustizia alle vittime di Israele. Se c’è davvero, oggi, un pericolo grave per gli ebrei è la deriva etnico-nazionalista di estrema destra per cui questo Israele criminale non solo è ormai uno Stato ebraico, ma vorrebbe accreditarsi come l’unico rappresentante dell’ebraismo mondiale. Non per caso a proporre questa legge è, in Italia, una destra ancora antisemita e fascista, ma incondizionatamente sionista.
Come ha scritto Luciano Belli Pace, “importanti esponenti delle comunità ebraiche, anche davanti al ‘folklore’ fascista, non solo si voltano dall’altra parte per non vedere la regressione, ma arrivano a ‘kasherizzare’ il partito della Meloni, eleggendolo a baluardo contro l’antisemitismo becero diffuso nelle componenti più radicali della sinistra antisionista e apprezzandolo come un prezioso alleato di Israele. Assistiamo a un rinnovato commercio delle indulgenze: tu appoggi incondizionatamente Israele (rectius, la destra sovranista e con componenti fasciste e razziste che in questo momento governa Israele) e noi in cambio certifichiamo il tuo inesistente approdo antifascista”. Di fronte a tutto questo non ci possono essere dubbi o astensioni: il grande mondo della sinistra che manifesta a Montecitorio non voterà per partiti che non dicano un chiaro e netto ‘no’ a questo scempio. E ha sacrosanta ragione.
L’istanza urgente di Scarpinato, senatore dei 5 stelle

(estr. di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – […] Un “vero e proprio spionaggio politico” ai danni di un esponente dell’opposizione, ostile e dunque da “neutralizzare”. Il senatore del M5S Roberto Scarpinato non ci sta: ha depositato un’istanza urgente perché il Senato sollevi conflitto di attribuzione contro la Procura di Caltanissetta che lo ha intercettato abusivamente per mesi. E anche contro l’operato della Commissione Antimafia presieduta dalla meloniana Chiara Colosimo, che ha tentato di delegittimare l’ex procuratore generale di Palermo proprio mentre il centrodestra tenta di riscrivere la storia della strage di via D’Amelio. Per questo oggi in Giunta delle autorizzazioni di Palazzo Madama si annunciano scintille.
Ma riavvolgiamo il nastro. Scarpinato, che è punta di diamante del partito di Giuseppe Conte in Commissione Antimafia, è stato intercettato dalla Procura di Caltanissetta dal 5 febbraio 2023 al 4 luglio 2024 pur non essendo indagato, ma soprattutto pur essendo senatore della Repubblica. Il centrodestra, sempre pronto a tuonare contro le inchieste dei magistrati e le odiate intercettazioni specie se riguardano i politici, questa volta non ha avuto nulla da dire. Anzi: bene ha fatto la Procura nissena e bene ha fatto la presidente Chiara Colosimo a mettere a disposizione dei membri dell’Antimafia il contenuto delle conversazioni di Scarpinato comprese quelle relative alla sua vita privata oltre che più strettamente legate al suo mandato di parlamentare. Partita chiusa? No. Se anche su questa istanza urgente il centrodestra continuerà a fare muro, Scarpinato è pronto a fare da sé: porterà in giudizio il Senato “a tutela delle attribuzioni costituzionalmente garantite al libero esercizio del mandato parlamentare”.
Del resto la Corte costituzionale a cui si era inizialmente rivolto Scarpinato ha riconosciuto la legittimazione del singolo parlamentare a promuovere un autonomo ricorso quando vi sia l’inerzia del Parlamento a difendere la propria indipendenza e le attribuzioni degli eletti. E di violazioni nella sua istanza ne ha elencate un bel po’. Sia da parte della Procura di Caltanissetta, sia della Commissione Colosimo. “Si evidenzia – scrive Scarpinato – come la Procura abbia perseguito scopi estranei alle effettive esigenze della giurisdizione prima quando ha trasmesso alla Commissione antimafia le trascrizioni delle conversazioni, e successivamente allorché ha svolto una cripto-requisitoria infamante nei confronti del sottoscritto, benché terzo non indagato, in una richiesta di archiviazione contro ignoti, trasmessa e resa ostensibile alla Commissione Antimafia”. Ma ce n’è anche per la Commissione parlamentare Antimafia che avrebbe avallato il modus operandi della Procura che senza chiedere l’autorizzazione al Senato si sarebbe auto-attribuita “il potere di libera intercettabilità dei parlamentari per finalità extraprocessuali” e anche di qualificare come casuali le captazioni che riguardano Scarpinato. Acquisendo le intercettazioni poi messe a disposizione dei suoi membri. Tutti, peraltro, tranne lui.
Quello che spaventa, a prescindere dalla persona, è un così smisurato potere economico, e per osmosi anche politico

(di Michele Serra – repubblica.it) – Del documentario su Musk presentato a Venezia si parla molto, e per la comprensibile ragione che un uomo così potente non dispone di una storia limpida né di una personalità rassicurante. Ma viene da dire che di Musk si dovrebbe parlare comunque, anche se fosse la reincarnazione di Galileo e avesse dimostrato le doti filantropiche di Madre Teresa. Perché quello che spaventa, a prescindere dalla persona, è un così smisurato potere economico, e per osmosi anche politico, nelle mani di un solo individuo.
Un potere e un patrimonio da Ancien Régime, premoderni e predemocratici. Tali da consentirgli di rilanciare in proprio, come un business tra i tanti, quella esplorazione del cosmo che fino a pochi decenni fa era tipicamente affare degli Stati e lui ha trasformato in accaparramento di spazi, esperienze, ricchezze sottratte alla disponibilità collettiva. C’è da chiedersi se la Compagnia delle Indie, forse la più rapinosa e organizzata protagonista della spoliazione coloniale, poté godere di una libertà d’azione paragonabile.
È evidente che molti parametri di perequazione e di controllo tipici della società di mercato “classica”, per esempio l’antitrust, per esempio la progressività del prelievo fiscale, sono saltati come birilli, negli Stati Uniti e altrove. Anche sotto governi dem ciechi e sordi di fronte alla nascita di un mostro come le tecno-oligarchie. Certo va riconosciuto che Musk incarna con zelo inimitabile, quasi cinematografico quel mostro: la sua megalomania, il suo dispotismo, il suo maschilismo tragicomico sono l’illustrazione perfetta di una distopia diventata realtà.
A Dallas quasi due ore di show: “Votate come se il mio nome fosse sulla scheda”. Poi attacca i democratici e rivendica la guerra all’Iran: “Stiamo vincendo”.

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – Dallas – Devono essere davvero preoccupanti i sondaggi sulle elezioni midterm, almeno per Donald Trump, se il presidente ha sentito la necessità di spingersi fino a promettere un dividendo di 5.000 dollari per ogni americano adulto, se voteranno i candidati repubblicani a novembre. Aldilà dei dubbi su come finanzierebbe questa compravendita di consensi, che costerebbe alle casse dello stato oltre mille miliardi di dollari, il problema è il segnale politico che manda. Se uno lo somma alla preghiera di fingere che sulla scheda ci sia il suo nome, per mobilitare la base ad andare alle urne, sembra di capire che il rischio di una sconfitta capace di bocciare la sua amministrazione e paralizzarla sia piuttosto alto.
Parlando per quasi due ore al termine della giornata inaugurale della prima Convention mai tenuta dal Gop in vista delle midterm, Trump ha fatto segnare diversi record politici. La sostanza però è che così ha trasformato la consultazione per rinnovare la Camera e un terzo del Senato in un referendum su se stesso. È sempre così, in realtà, perché le elezioni di metà mandato offrono agli americani la possibilità di esprimere il loro giudizio sui primi due anni dell’amministrazione, e in caso paralizzarla consegnando la maggioranza del Congresso all’opposizione. Il capo della Casa Bianca però ha abbracciato questo esame, mettendo la sua faccia sull’intera campagna elettorale. Un atto di coraggio, per certi versi, o di sbruffona convinzione della sua capacità di attirare voti, nonostante i sondaggi diano la sua popolarità intorno al 30%. Così si è chiuso ogni via di fuga, perché se i repubblicani non vinceranno a novembre, sarà impossibile scaricare sui loro candidati la colpa della sconfitta.
Il discorso fiume in realtà è stato soprattutto uno show a uso e consumo della base Maga, peraltro tenuto davanti a parecchi sedili vuoti nell’arena di Dallas, per motivare i propri sostenitori, perché la bassa affluenza potrebbe essere la sua condanna. L’unica vera sorpresa è stata la promessa di soldi in cambio dei voti, camuffata però da effetto positivo dei successi economici: “Quello che stiamo facendo, perché l’abbiamo fatto così bene, e perché il nostro paese sta guadagnando così tanti soldi, consente solo a me di farvi questa promessa: se i repubblicani vinceranno la Camera dei Rappresentanti e il Senato degli Stati Uniti, entrambi, grazie al nostro enorme successo economico, mai visto prima nella nostra storia, emetterò un dividendo a ogni cittadino adulto degli Stati Uniti d’America per 5.000 dollari”. Da battezzare, ovviamente, il “dividendo Trump”. Servirebbe oltre un trilione di dollari, ossia mille miliardi, stanziati dal Congresso, ma come arrivarci è un altro discorso.
In precedenza, Trump aveva insistito sul messaggio che lui aiuterà i repubblicani a sfidare le tendenze storiche vincendo le elezioni di metà mandato, perché in genere penalizzano il partito del presidente: “Quando sono nella lista, i repubblicani vanno sempre molto bene. Abbiamo vinto la presidenza tre volte”, ripetendo la solita bugia di aver prevalso anche nel 2020. Quindi ha lanciato il suo appello agli elettori: “Vi sto chiedendo di fingere che io sia sulla scheda elettorale, solo un’altra volta. Perché se perdiamo, perderete il vostro confine, i tagli fiscali, la sicurezza e protezione”. Per evitarlo, ha promesso di fare campagna in tutti i seggi più contesi, che secondo lui sono circa 35: “Andrò in ognuno di quegli stati per deputati e senatori e faremo comizi”.
Ha usato l’arma della paura, cercando di dipingere i democratici come pericolosi estremisti: “C’è una piccola nuvola malata e pazza sul nostro paese, ma sconfiggeremo il comunismo in America”. Ha attaccato il candidato senatoriale democratico in Texas, James Talarico, dipingendolo come un pazzo scatenato.
Ha ripetuto che vuole rinominare il New Mexico come New America, e ha difeso la guerra in Iran: “Serviva ad evitare che avesse l’arma nucleare. Stiamo vincendo, ma potrei presto colpire anche i siti nucleari della Pickaxe Mountain”. Hormuz invece è aperto, secondo lui, e “dovremmo ribattezzarlo Stretto di Trump”. Ha trovato anche il tempo anche di difendere la costruzione della sala da ballo alla Casa Bianca, e bocciare la campagna acquisti della squadra di basket locale. Oggi si ripeterà, tirando le conclusioni della Convention dopo il discorso del vice Vance. Ha promesso di parlare meno, nella convinzione o nella speranza di aver già cambiato il corso delle elezioni.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Siccome l’AfD avanza in Germania e minaccia di contagiare l’Europa, le menti più fulgide del giornalismo italiota vogliono portarsi avanti col lavoro e aprirne una filiale anche qui. Stiamo parlando di Polito El Drito, Sambuca Molinari e il rag. Cerasa. Qualcuno obietterà che non ce la possono fare, perché non se li fila nessuno. Ma loro non lo sanno e s’impegnano a diffondere le posizioni più assurde e detestate dagli elettori, per portarli alla disperazione che in Sassonia-Anhalt li ha spinti a votare Afd. La parola d’ordine del rag. Cerasa sul Foglio è “svuotare i populismi con più Europa”, più riarmo e più Ucraina: come curare l’obesità con più grassi e la cirrosi epatica con più alcol. El Drito invece vuole convincere gli elettori di AfD, tutti suoi assidui lettori, che non hanno capito niente, sennò non voterebbero così: “Le nuove destre scacciano anche le migliori idee sulla base del semplice fatto che sono condivise dall’establishment”. Che, essendo depositario delle idee migliori, non deve fare autocritica per non averne azzeccata una, ma perché “non siamo stati abbastanza bravi da spiegare perché abbiamo ragione”. Gli viene anche il dubbio se “abbiamo davvero ragione”, ma è solo un attimo, poi torna a sgridare i beoti perché non capiscono niente delle migliori idee delle élite: tipo spendere centinaia di miliardi in armamenti anziché finanziare il Welfare e farci pagare bollette doppie o triple per fare un dispetto alla Russia. Ergo basterà spiegargliele meglio e il popolo bue ritornerà all’ovile.
[…]
Casomai l’elettore titubasse ancora e gli servisse un’ultima spinta per votare l’ultradestra, gliela dà sulla Stampa Sambuca Molinari, quello che sta con l’invasore buono Netanyahu, ma sull’invasore cattivo Putin non transige, anzi lo vede pure sotto il suo letto. Per lui il voto tedesco dimostra che “Putin sfida l’Europa su tre fronti della stessa guerra”: l’invasione in Ucraina; i “partiti filorussi” annidati dappertutto con “lo stesso obiettivo dei soldati russi: fermare il sostegno a Kiev e far implodere Ue e Nato”; “i sabotaggi e gli sconfinamenti di droni non identificati” che, non essendo identificati, sono russi perché lo dice lui. Segue una lunga lista di partiti di destra, di sinistra e post-ideologici come i 5Stelle che, siccome non piacciono a lui, devono per forza essere pilotati o finanziati da Putin. Le prove non sono i bonifici in rubli (mai trovato mezzo), ma “le stime dell’intelligence Usa” (che notoriamente se ne intende, visto che finanzia da una vita i partiti amici e ogni tanto pure qualche golpista e stragista) e i programmi di “opposizione al sostegno a Kiev e alla coesione Ue-Nato”. Cioè i veri motivi per cui la gente vota così: non perché non capisca le idee delle élite, ma perché le capisce benissimo.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Torino, Milano, Lecce, Cagliari, Firenze: sono solo alcune delle decine di piazze convocate oggi in tutta Italia. Il grido è lo stesso: «antisionismo non è antisemitismo». Mentre in Commissione Affari costituzionali della Camera riprendeva l’iter del ddl n. 1004, centinaia di persone hanno dato vita a un presidio partecipato in piazza Montecitorio. Ribattezzata ddl Antisemitismo, la proposta presentata dal leghista Massimiliano Romeo gode di un sostegno bipartisan, coinvolgendo diversi pezzi della maggioranza e dell’opposizione. A marzo ha incassato il sì del Senato e ora i sostenitori puntano a farla diventare legge. L’obiettivo è contrastare gli atti di antisemitismo. Per farlo, viene proposto di adottare la definizione che ne dà l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA). Le critiche verso Israele sono qui equiparate a posizioni antisemite, creando il pretesto ottimale per reprimere attivismo, dissenso e dibattito pubblico sulle politiche di Tel Aviv. «È un decreto incostituzionale, puzza di incostituzionalità perché viola chiaramente il diritto alla libertà di espressione» ha dichiarato Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
Cartelli, striscioni e bandiere della Palestina hanno inaugurato il primo appuntamento della mobilitazione odierna. In centinaia sono accorsi a Roma, in piazza Montecitorio, posizionandosi dietro uno striscione eloquente: «No ddl Antisemitismo». «Difendiamo il diritto di critica. Sempre» e «Solidarietà alla popolazione palestinese» sono alcune delle scritte mostrate in piazza, mentre alla Camera riprendeva, dopo la pausa estiva, l’esame in Commissione Affari costituzionali. In questi minuti è atteso l’inizio delle altre 45 manifestazioni organizzate in tutta Italia: da Venezia a Palermo, passando per Torino, Cagliari e Firenze. Più di 250 le sigle promotrici, tra cui il ramo italiano della Global Sumud Flotilla (GSF), protagonista delle ultime missioni umanitarie dirette a Gaza e fermate illegalmente dall’esercito israeliano. Insieme alla Rete Liberi di Lottare — nata contro i decreti sicurezza — la delegazione italiana della GSF ha tracciato i confini ideologici della protesta odierna: «Per la libertà di espressione. Per il diritto al dissenso. Per la libertà accademica e di stampa. Per la solidarietà al popolo palestinese. Contro l’occupazione, l’apartheid e il genocidio». Al Senato, oltre al favore della maggioranza, il ddl Romeo ha incassato il consenso di diverse forze dell’opposizione: da Azione a Italia Viva, passando per alcuni pezzi del Partito Democratico.
L’approvazione del ddl n. 1004 alzerebbe di parecchio il livello della repressione che in questi ultimi tre anni si è abbattuta sul movimento solidale con la Palestina, limitando di fatto le critiche contro lo Stato di Israele e le sue politiche. Nella definizione elaborata dall’IHRA, vengono citati quali atti antisemiti le critiche all’esistenza di Israele, l’equiparazione della sua condotta a quella nazista o l’applicazione di «due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico». Lo scorso anno, un rapporto del Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) ha elencato 877 episodi recenti di antisemitismo prendendo proprio la definizione dell’IHRA come riferimento. Tra di essi figurano un murales con la scritta «Palestina libera»; un adesivo dove l’acronimo RAI veniva storpiato in Radio Televisione Israeliana; una scritta fuori da una scuola elementare che recitava «In Palestina i coetanei di tuo figlio muoiono sotto le bombe»; altri adesivi che invitavano a boicottare i prodotti israeliani. «L’incorporazione della definizione di antisemitismo dell’IHRA nella legislazione nazionale rischia di soffocare il dibattito pubblico, la libertà accademica e l’azione della società civile, dando priorità alle relazioni politiche con lo stato d’Israele rispetto alla giustizia e limitando la capacità di chiamare le autorità israeliane a rispondere di crimini di diritto internazionale da esse commessi», ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.
La differenza tra antisemitismo e antisionismo è uno degli argomenti cardini affrontati nel nostro primo libro: Palestina Papers. Se l’antisemitismo ha a che fare con il «pregiudizio, la paura o l’odio verso gli ebrei», l’antisionismo è invece l’opinione di chi rifiuta il sionismo, l’ideologia su cui si fonda lo Stato di Israele. Secondo la narrazione sionista, gli ebrei sarebbero «un popolo senza terra che è andato ad abitare una terra senza popolo». Tuttavia, a inizio Novecento, la Palestina era abitata da circa 800 mila persone: 700mila arabi-musulmani, circa 80mila cristiani e 20mila ebrei — in una convivenza pacifica stravolta poi dall’ascesa del sionismo. Diversi intellettuali ebrei sono antisionisti, come Ilan Pappé, secondo cui quest’ideologia è oggi agli sgoccioli. Nel suo ultimo libro, La fine di Israele (Fazi Editore, 2025), confuta l’idea dei “due popoli, due Stati”, auspicando invece la nascita di «uno Stato palestinese democratico e decolonizzato, con il ritorno dei rifugiati, la coesistenza di ebrei e palestinesi come cittadini con pari diritti e la guarigione delle ferite del passato». Un desiderio che, con l’approvazione del ddl Romeo, sarebbe in Italia perseguito.

(Tommaso Merlo) – Quello schifo di Netanyahu non solo sapeva del 7 ottobre, ma lo ha voluto e atteso con ansia. Netanyahu ha versato milioni di dollari ad Hamas attraverso il Qatar con lo scopo di rafforzare questa versione più intransigente della resistenza palestinese allo scopo di dividerla da quella più moderata della Cisgiordania. Notizie che si sapevano da anni ma che il mainstream censurava a conferma di come i cosiddetti complottisti sono in realtà gli unici veri giornalisti in circolazione. Quello schifo di Netanyahu ed i suoi complici avevano ridotto Gaza in un immenso campo di concentramento a cielo aperto, da anni controllavano perfino le proteine che entravano, figuriamoci le armi. E da anni bombardavano con regolarità la Striscia e perseguitavano psicologicamente la popolazione. Ma invece di arrendersi e scappare, le donne palestinesi hanno continuato testardamente a sfornare generazioni di combattenti per la libertà e la giustizia. Quando finalmente la versione più vomitevole del sionismo guidata da Nethanyahu ha preso il potere a Tel Aviv, volevano una scusa per far degenerare la situazione e coronare finalmente il sogno della pulizia etnica a Gaza. Un bel 7 ottobre e cioè un attacco militare frutto della disperazione e della rabbia da spacciare al mondo come terrorismo disumano e ingiustificato a dimostrazione dell’inciviltà palestinese e quindi dell’impossibilità di trovare un compromesso politico per colpa loro. La solita malata manipolazione propagandistica sionista. Probabilmente quello schifo di Netanyahu sapeva del 7 ottobre ben prima che gli telefonasse lo sceicco degli emirati, e comunque si è fregato le mani ed ha atteso con ansia per la storica occasione per rompere gli indugi e scatenare uno storico genocidio che nella testa sionista doc vaga da quando sono sbarcati dall’Europa dell’Est. La fatidica mattina poi, quello schifo di Netanyahu ha lasciato che Hamas agisse indisturbata per ore. Israele è un paese altamente militarizzato e pattugliato al centimetro quadrato soprattutto in zone sensibili come quella del confine con Gaza. E quando dopo ore sono arrivati i soldati israeliani sul posto, si sono messi a sparare a centinaia dei loro compatrioti. Forse dottrina Annibal per evitare che venissero rapiti ma forse anche per alzare la tragica contabilità e quindi la leva propagandistica. Quanto ai bambini decapitati e bruciati vivi e altri orrori, si sono rivelate tutte balle che la diabolica propaganda sionista ha inventato e ripetuto fino alla noia per rincarare la dose. In modo da infangare i palestinesi e avere mani libere per lo sterminio di massa che hanno lanciato pochi giorni dopo, come se non aspettassero altro e fossero pronti da tempo. Il resto è storia, un genocidio che loro stessi hanno annunciato di voler commettere e una pulizia etnica che non è ancora riuscita solo perché l’Egitto a blindato il confine a sud di Gaza e nessun paese ha accettato l’ignobile deportazione di massa che vorrebbero a Tel Aviv. Il resto è storia, decine di migliaia di bambi e donne intenzionalmente presi di mira e sterminati perché futuro di un popolo che invece il sionismo vuole archiviare nel passato. Le verità sul 7 ottobre sono emerse anche in Israele e potrebbero costare a quello schifo di Netanyahu la poltrona di premier e quindi anche le porte della galera sia per vecchi scandali di corruzione sia per tradimento del suo paese. E non sarebbe davvero niente male come karma, invece che finire in una cella all’Aia e magari venire alla fine celebrato come un martire come Ratko Mladić, venire condannato come giuda dal suo popolo eletto e quindi passare alla storia come infame manipolatore guerrafondaio che invece di realizzare la Grande Israele ha trascinato il progetto coloniale fino ad uno spaventoso baratro. Ma inutile farsi illusioni, più probabile che la mafia sionista americana gli metta a disposizione un jet per la fuga e una mega villa in Florida anche per paura che apra bocca e crolli il sistema Epstein. Quello schifo di Netanyahu è infatti uno dei padrini più potenti e potrebbe far finire nella fogna della storia intere classi dirigenti occidentali. Nel frattempo alcuni paesi tra cui Spagna ma anche Francia ed Inghilterra, dopo decenni di vuoti proclami, hanno lanciato un blocco commerciale contro i terroristi israeliani della Cisgiordania che negli ultimi mesi hanno accelerato la pulizia etnica di quel versante dei territori occupati col supporto del governo criminale di Netanyahu alla disperata ricerca di consenso. Meglio tardi che mai anche se è tutto lo stato terrorista di Israele che doveva essere boicottato fin dalla prima bambina dilaniata. Tra questi paesi comunque non c’è l’Italia e nemmeno Germania e Stati Uniti, il trio dei paesi più infestati dalla mafia sionista. Dalla complicità nel genocidio di Gaza siamo a quella della pulizia etnica in Cisgiordania sputando per l’ennesima volta sui valori della nostra Costituzione. L’ennesima conferma che la vera emergenza italiana e l’indecenza delle classi dirigenti che fanno perfino vergognare di essere italiani.
Il boss di cosa nostra Giovanni Brusca (uomo libero dopo aver scontato la sua pena) è intervenuto oggi come testimone durante il processo in corso a Firenze nei confronti di Salvatore Baiardo. Brusca ha parlato di Silvio Berlusconi, di Messina Denaro e dei fratelli Graviano. Ecco quello che ha rivelato.

(di Giorgia Venturini – fanpage.it) – Il boss di cosa nostra Giovanni Brusca, dal 2025 uomo libero per aver scontato tutta la sua pena di 25 anni di carcere, oggi è intervenuto come testimone in video collegamento da una località protetta durante il processo in corso a Firenze nei confronti di Salvatore Baiardo, l’ex gelataio di Omegna (Novara), che si sta difendendo dall’accusa di calunnia contro il conduttore tv Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cerasa, Giancarlo Ricca. Baiardo è già stato condannato per aver favorito i boss mafiosi Graviano ed è anche accusato di favoreggiamento aggravato a favore di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Durante l’udienza il pm Leopoldo De Gregorio gli ha chiesto di parlare dei rapporti tra cosa nostra e politica. Ecco quello che il boss ha detto: “Volevamo dare colpa delle stragi alla sinistra per aiutare il Cav. Ci avrebbe dovuto dare una mano, altrimenti avremmo messo altre bombe”. Nel dettaglio ha chiarito che dopo gli attentati della mafia del 1992 e del 1993 “nelle discussioni con Bagarella (fa riferimento a Leoluca Bagarella, erede e cognato di Totò Riina) dicevamo di usarli come strumento politico, come se fossero suggeriti dalla sinistra, in modo tale” da agevolare “Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica”, “eravamo nel 1994”.
Brusca poi conferma che per arrivare a Berlusconi il contatto era con Vittorio Mangano, ovvero lo stalliere dell’imprenditore di Arcore. Il boss al pm ha spiegato che con Mangano c’è stato “un incontro per dargli l’incarico”. Per poi aggiungere che “Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano”.
Ma non si fermarono a semplici incontri e parole: “Gli mandammo anche una minaccia velata”, cioè “che se non ci avesse dato una mano, avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà”, ha detto Giovanni Brusca confermando il metodo mafioso. Nel suo collegamento Brusca ha però anche detto “di non sapere nulla di rapporti economici e patrimoniali di Berlusconi antecedenti al 1993”, così come è venuto a sapere tardi degli investimenti di Berlusconi con altri soggetti.
E c’è molto di più: Brusca durante l’udienza ha precisato che dopo l’arresto di Bagarella, avvenuto il 24 giugno del 1995, i boss di cosa nostra si erano incontrati e durante quella ‘riunione’ Matteo Messina Denaro, capo mafioso del Trapanese, “disse che Giuseppe Graviano (insieme al fratello Filippo capi mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio) aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. E’ la prima volta che io sento di questo contatto con Berlusconi”. Precisando che “io sono appassionato di orologi e l’argomento mi è venuto facile crederlo. Il discorso c’è stato quando ci siamo messi a parlare dei nostri orologi”.
Che Giuseppe Graviano avesse incontrato Berlusconi lo ha confermato lui stesso anche di recente, quando si è reso disponibile di parlare con i procuratori di Caltanissetta. Lo scorso 12 agosto l’avvocato di Giuseppe Graviano, il legale Antonio Sanvito, ha inviato una lettera al giudice per le indagini preliminari Santi Bologna di Caltanissetta in merito al procedimento penale a carico dell’ex senatore Marcello Dell’Utri inerenti alle stragi di mafia. Nello scritto, girato a Fanpage.it dall’avvocato, si legge che già durante il processo sulla “‘Ndrangheta stragista” Graviano nel 2020 dichiarò di aver incontrato “personalmente Silvio Berlusconi in più occasioni. Il primo incontro avvenne all’hotel Quark di Milano, alla presenza del nonno Quartararo Filippo e del cugino Graviano Salvatore, che li presentò. Un altro incontro avvenne in una data successiva che Graviano non ha precisato. In un altro incontro — che Graviano colloca nel dicembre 1993, a Milano Tre — si discusse della formalizzazione dei rapporti economici in essere: erano presenti Graviano e il cugino Salvatore, mentre Berlusconi aveva con sé altre persone che non furono presentate. L’incontro del dicembre 1993 incluse anche una cena”.
E ora è anche Giovanni Brusca a parlare davanti a un magistrato dell’incontro tra Graviano e Berlusconi. Al boss è stato chiesto se i Graviano si fossero allontanati da Palermo dopo l’attentato a Borsellino e lui ha risposto così: “Non lo so. Fino alla strage di Capaci li ho visti, li ho visti fino a due, tre sere prima prima dall’attentato a Borsellino”. Su dove fossero i Graviano “ho saputo da Messina Denaro che erano al nord, che si erano divertiti, che facevano la bella vita”. Dopotutto, “Messina Denaro al nord era stato ospite dei fratelli Graviano, si parlava di ville affittate al nord”.
L’attenzione di Brusca era anche su Balduccio Di Maggio, era un altro boss uscito dalla Sicilia. Lo voleva rintracciare, “ma dopo aver individuato dove era facemmo un viaggio a vuoto, non lo potevamo colpire. A Borgomanero aveva un amico”. Ovvero “un gelataio ci fece sapere dove si trovava”, spiega Brusca. E il gelataio è assimilabile alla figura di Baiardo tanto che la presidente del collegio Anna Favi gli ha chiesto chiarimenti: “Non sapevo nulla chi era questo soggetto, l’ho saputo dopo. Sapevo solo che Di Maggio era amico di uno di Borgomanero, era da quelle parti”.
E nel caso di eventuali rapporti politici? Brusca ha citato l’imprenditore palermitano Gianni Jenna. Ha parlato di “un progetto politico per costituire un partito politico, Sicilia Libera, nel 1993-1994. Aderii inizialmente a questo progetto ma dopo che mandai due miei soggetti di fiducia a informarsi, tutti e due mi hanno dato notizie negative e decisi di ritirarmi”. E secondo Brusca, in questo partito era entrato Giuseppe Graviano. Anche se “poi Bagarella non mi disse più nulla”.
(di Mario Giordano – La Verità) – Hanno provato ad alzare la voce. Hanno minacciato querele, denunce, hanno vagheggiato di «mandanti politici», e hanno provato a mettere sotto silenzio la notizia anticipata dalla Verità.
Ma ora gli amministratori del Friuli-Venezia Giulia che a maggio hanno speso oltre 3 milioni di euro (per l’esattezza 3.110.961 euro) per il concerto di Andrea Bocelli, in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario del terremoto del 1976, dovranno rispondere agli inquirenti.
E vediamo se saranno ancora così arroganti. O se dovranno piegarsi a spiegare le procedure seguite, come, a voler essere trasparenti e intelligenti, avrebbero dovuto fare fin dal primo momento.
Ve l’avevamo anticipato, infatti, ed è accaduto: l’esposto preparato in Friuli è arrivato a Roma all’Anac, l’Autorità anticorruzione, che in data 7 settembre, come da documenti in nostra mano, ha registrato l’atto e aperto un fascicolo. Ma non è tutto.
Lo stesso esposto è stato inviato anche alla Procura regionale della Corte dei Conti, che a sua volta ha aperto un altro fascicolo, chiedendo alla Guardia di finanza di indagare. Nel mirino dei magistrati contabili c’è l’eventuale sperpero di denaro pubblico, con conseguente danno erariale, a causa di quella assegnazione che avvenne con procedura negoziale e senza bando.
Spendere oltre 3 milioni di euro (tutti a carico dei contribuenti) per un concerto in memoria di una tragedia, è già di per sé discutibile, al di là del successo dell’iniziativa. […] Ma ancor più ha colpito il fatto, rivelato dalla Verità, che a vincere l’appalto milionario (ripetiamolo: assegnato con procedura negoziale e senza bando) è stata la Fvg Live, una società amministrata da Luca Tosolini, che è socio (in altre società) di Giovanni Riccardi, figlio dell’assessore alla Protezione civile, Riccardo Riccardi.
Cioè, guarda caso, proprio di colui che ha istituito il Comitato per il cinquantennale del terremoto. La Fvg Live è stata scelta perché offriva, in esclusiva, le prestazioni di Bocelli, ma a essa sono state assegnate (sempre con procedura negoziale e senza gara) anche tutte le attività organizzative e tecniche (palco, tribune, pavimentazioni, camerini, eccetera) che alla fine sono risultate la parte preponderante della spesa.
Tutto corretto? Tutto normale? E come mai la Fvg Live scriveva nella proposta (9 marzo 2026) che la parte tecnica e organizzativa sarebbe stata «non scindibile né negoziabile»? E come aveva fatto due mesi prima (16 gennaio 2026) il Comitato per il cinquantennale a stanziare la cifra esatta che Fvg Live propone due mesi dopo (9 marzo 2026)?
Insomma: è stato tutto corretto? E si poteva risparmiare su quell’appalto? L’assessore Riccardi si è difeso finora dicendo che lui non c’entra nulla con l’assegnazione alla Fvg Live. Si tratta, evidentemente, di una difesa assai debole.
È vero che l’appalto viene formalizzato il 13 marzo 2026 dalla direzione attività produttive e turismo, dipendente da un altro assessore, Stefano Bini, come avevamo correttamente scritto sulla Verità del 30 agosto scorso. Ma è anche vero che questa direzione era stata incaricata di occuparsi di questa vicenda solo tre giorni prima (10 marzo 2026) e proprio con un decreto della Protezione civile, dunque dell’assessore Riccardi.
Ed è altrettanto vero che la scelta di Bocelli (e di conseguenza della Fvg Live) è stata fatta nella riunione del Comitato per il cinquantennale del 16 gennaio 2026, dunque sotto la responsabilità dell’assessore Riccardi. Come fa a dire che non c’entra nulla? L’assessore Riccardi, per altro, dovrà probabilmente rispondere su altre spese relative al cinquantennale del terremoto.
Secondo quanto riportato dal Piccolo di Trieste, infatti, «La Procura della Corte dei Conti del Friuli-Venezia Giulia ha inserito nel fascicolo, oltre alla spesa per il concerto di Bocelli, una serie di altri finanziamenti concessi dalla Regione, sempre senza gara».
Per esempio, potrebbero esserci finiti i 160.000 euro (134.800 euro più Iva) spesi per la creazione di un sito Internet ad hoc (appalto vinto da Interlaced Srl) oppure i quasi 300.000 (239.250 euro più Iva) spesi per la messa celebrata il 3 maggio alla Caserma Goi Pantanali di Gemona.
In effetti: davvero era necessario un nuovo sito Internet per celebrare le vittime del terremoto? Non bastavano quelli istituzionali? E davvero una messa per ricordare i morti può costare 300.000 euro? Quest’ultima notizia siamo sicuri che non farà piacere ai tanti sacerdoti friulani che ogni giorno stanno vicino ai poveri e neppure al cardinale Matteo Zuppi, che quella messa da 300.000 euro l’ha celebrata.
Per altro: l’appalto della messa sapete chi l’ha vinto? Guarda caso: la Fvg Live, sempre lei, quella di proprietà del socio del figlio dell’assessore Riccardi.
Il quale assessore per questo appalto (come per quello del sito Internet) ha gestito direttamente la procedura, in quanto responsabile della Protezione civile. Riuscirà a dire anche stavolta che non c’entra nulla? Aspettiamo con ansia. Nel frattempo lo invitiamo a andare a rileggere gli inviti a quella Santa messa di commemorazione dei defunti, organizzata dalla Fvg Live per 300.000 euro. Si parla di «due ingressi omaggio» in offerta (l’ingresso omaggio, per la messa…), ci si raccomanda di «presentarsi ai controlli con il biglietto», tenendo «il codice a barre rivolto verso l’alto» e alla fine di tutto, in maiuscolo, c’è stampato un allegro: «Auguriamo buon divertimento!». Evidentemente alla Fvg Live non sanno distinguere l’eucaristia da un concerto pop. Oppure si divertono alle spalle di 1.000 morti sotto le macerie.
(Riccardo Chiaberge – dagospia.com) – Oriana Fallaci è stata santificata dalla destra. E non se lo merita, lei figlia di un antifascista e staffetta partigiana. Ma non si merita nemmeno la damnatio memoriae della sinistra.
Martedì prossimo, 15 settembre, ricorrono i vent’anni dalla morte, e si annunciano celebrazioni bipartisan, tra cui una grande mostra a Palazzo Reale a Milano (a novembre), un convegno nella sua Firenze, sotto l’egida della rossa regione Toscana, una nuova biografia di Riccardo Nencini e riedizioni delle sue opere. Speriamo che Elly Schlein prenda la palla al balzo per fare pace con una donna coraggiosa e una gloria nazionale. Un’eretica senza etichette.
A me è capitato proprio ora di ripescare un libro di Fallaci del 1970, “Quel giorno sulla Luna” (Rizzoli Bur), che riprende le corrispondenze da Houston e dalla base di Cape Kennedy tra giugno e luglio del 1969: l’impresa spaziale di Apollo 11, il primo storico passo dell’uomo sulla superficie lunare. Un evento che ogni boomer ricorda come uno sballo in IMAX, più eccitante di un film di Nolan, anche se la tv era ancora in bianco e nero.
Ma Oriana non era il tipo da farsi abbindolare dalla scenografia hollywoodiana della “più grande avventura del secolo”. Dei tecnici della Nasa che lavorano al lancio, scrive: «Non ti aspettare da essi un’intelligenza pari alla responsabilità che hanno, o una visione nuova della vita».
Sono dei borghesi di provincia, dei conformisti, quasi dei Maga, dei trumpiani ante litteram.
Si sa come la pensano: «La guerra in Vietnam è una guerra santa, il marxismo una parolaccia, Che Guevara era un fuorilegge, i negri (sic) sono individui da non frequentare.
Del resto alla Nasa non c’è un solo negro, tutti gli impiegati sono rigorosamente bianchi e gran parte degli astronauti sono biondi con gli occhi azzurri». Dei tanto osannati eroi dello spazio non si salva nessuno.
Nemmeno Neil Armstrong, il mitico comandante della missione, che Fallaci liquida così: «Un tipo freddo, calcolatore…tra i 52 astronauti americani è colui che più di ogni altro possiede le virtù del robot. Vale a dire assenza di passioni, ordine e legge, controllo, nessuna fantasia…Niente lo interessa fuorché volare, conoscere le macchine che servono a volare. Niente lo seduce fuorché la tecnica necessaria ad andare sulla luna, e la luna stessa non è che uno strumento per applicare quella tecnica».
Armstrong ha combattuto in Corea, «settantotto missioni di combattimento», dice orgoglioso. Ma parla solo di quando l’artiglieria nordcoreana lo ha colpito e come ha fatto a salvarsi. «La guerra per lui era stata un’esperienza tecnica, un’occasione preziosa per volare, e il fatto di aver rasato al suolo interi villaggi, città, ucciso Dio sa quanta gente, non lo toccava per nulla».
«Se l’umanità del futuro sarà un esercito disciplinato di creature asettiche, cervelli elettronici, Neil Armstrong è già il futuro». Non scambiamo Fallaci per una Cassandra, o per il divino Otelma. Eppure dalla Houston degli anni Sessanta la grande giornalista sembra intravedere il mondo che verrà, il mondo della tecnologia trionfante e fine a sé stessa: «un mondo di automi ordinati nella ricerca del successo».
Il mondo dei Musk e dei Thiel, che pensano di salvare l’Occidente liberando l’AI da ogni vincolo etico e buttando la democrazia nella spazzatura. La tecnologia al servizio di Trump, di Putin e degli altri autocrati che vogliono privarci delle nostre libertà. Potrà pure essere usata come un santino dalla destra, Oriana, ma con la tecnodestra fa proprio a pugni