Il costituzionalista: “All’elettore dicono un’altra volta che non vale un piffero. La Consulta può intervenire”

(estr. di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – […] Professor Ainis, se davvero Meloni porterà a casa lo “Stabilicum”, saremo di fronte a un’altra legge elettorale incostituzionale?
In caso – mi perdoni l’ovvietà – lo deciderà la Consulta. Il fatto è che l’orientamento della Corte costituzionale cambia a seconda della sua composizione. Nel 2014 il presidente era Gaetano Silvestri e la sentenza numero 1 – che bocciò il Porcellum – fu molto criticata da chi sostenne che i giudici avessero invaso la discrezionalità del legislatore. Io credo invece che quella sentenza fissò dei principi molto importanti. Se la Corte di oggi dovesse avere la stessa sensibilità, è probabile che quei principi saranno fatti valere anche oggi.
Il punto più delicato è ancora il premio di maggioranza?
Sì. La Corte non ha mai stabilito che il premio sia incostituzionale in sé. Disse però che non può e non deve produrre un effetto distorsivo eccessivo sulla rappresentanza. Nel Porcellum mancava una soglia minima: potevi ottenere quel premio anche con il 21 o il 25 per cento. Era chiaramente sproporzionato.
[…] Nello “Stabilicum” invece c’è una soglia minima del 40%.
Eppure, se ho fatto bene i conti, chi supera il 40 per cento ottiene 70 deputati e 35 senatori in più; il premio incide per oltre il 17 per cento dei seggi, parliamo di un sesto della rappresentanza parlamentare.
E le liste bloccate?
Nel 2014 la Corte costituzionale censurò quelle troppo lunghe. Con questo nuovo sistema saltano i collegi uninominali. Se rimanessero le circoscrizioni attuali, le liste si allungherebbero inevitabilmente.
La Consulta però non ha fissato un numero magico o una tabellina che stabilisca i confini “leciti”, né per il premio di maggioranza, né per la lunghezza delle liste bloccate.
No, però ha stabilito un limite implicito e questa legge sembra voler ignorare ogni principio di ragionevolezza. Il fatto davvero scandaloso è che questi sistemi elettorali – per una sorta di nevrosi che abbiamo noi italiani – vengono disegnati, cuciti e scuciti ad ogni legislatura. In questi anni le pluricandidature e le liste bloccate hanno contribuito non poco all’astensionismo. Il messaggio dei partiti è chiaro: tu, elettore, non conti un piffero.
Lo “Stabilicum” prevede anche l’ipotesi di un ballottaggio nazionale tra coalizioni.
Rispetto al piatto che si sta cucinando, è l’ingrediente meno indigesto, anche se sarebbe una soluzione inedita per le Politiche. Ma è tutto confuso. Si sono inventati un “maggiorzionale”: un proporzionale drogato da un premio di maggioranza abnorme. Una creatura ibrida. Né proporzionale vero, né un maggioritario come quello inglese o americano, dove ci sono i collegi uninominali.
Mi affido alla sua memoria storica: è mai esistita una “etica costituzionale” della legge elettorale? Oppure il cinismo strategico a cui abbiamo assistito negli ultimi 20 anni è un classico della cultura politica italiana?
Nella Prima Repubblica quell’etica c’era. Dal 1948 al 1993 il proporzionale puro era accettato da tutte le forze politiche. Quando la Democrazia cristiana tentò la cosiddetta “legge truffa” ci fu una battaglia furente. E pensi che il premio sarebbe scattato solo superando il 50 per cento dei voti! Invece quell’ipotesi fu cestinata immediatamente. Esisteva un senso di condivisione delle regole.
[…] Ogni nuova legge elettorale porta con sé il giochino del nome. A questa hanno già affibbiato lo “Stabilicum”. Qualcuno ha parlato pure di “Ipocritellum”. Vuole partecipare?
Il vezzo dei latinismi è diventato stucchevole e non fa onore alla memoria di Giovanni Sartori, che lo inventò per primo e poi fu goffamente imitato. La chiamano “Stabilicum” per la stabilità, ma se la stabilità è la suprema virtù, Mussolini era un grande virtuoso. E allora chiamiamolo “Mussolinum”.
La legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – C’è stata la fase dell’assalto al potere, mica per governare ma per comandare. Quello Giorgia Meloni l’ha fatto (e bene) in occasione delle ultime elezioni politiche. Le è bastato approfittare dello sfilacciamento degli avversari, usurati dalla pandemia e dal governo tecnico che ha funzionato come bromuro.
Lei si è presentata come la dura e pura, l’underdog che avrebbe ribaltato tutto, sgretolando l’inutile Unione Europea, combattendo qualsiasi alfiere dei moderati e curando gli interessi della Patria. Non si è visto nulla di tutto questo ma Palazzo Chigi ormai era espugnato e così Meloni e i suoi hanno potuto comodamente fare ciò che è loro più connaturale: revanscismo in purezza.
Il brivido di comandare invece di governare ha alzato l’asticella. Dalla prima battaglia campale contro i rave party si è passati via via ai giornalisti, ai comici, ai musicisti, agli scrittori, ai sindacati, ai magistrati. Tutto ciò che è lontanamente afferrabile alla sinistra è un nemico da abbattere. Per gli amici invece c’è un posto al banchetto del comando, sia anche una disastrosa striscia nella televisione pubblica ammaccata dall’amichettismo.
Poi c’è la fase dell’assoggettamento dei poteri, funzionale all’inettitudine del governo e all’inclinazione per il comando. La riforma costituzionale della Giustizia è l’ultimo passo ma le stoccate alla Corte dei conti, al diritto internazionale e al multilateralismo sono state i prodromi impossibili da non leggere. In questo caso il finale rischia di non essere quello sperato: troppa caciara, troppo impudico entusiasmo nei sostenitori del referendum. E così il trucco si nota da lontano.
Per questo siamo nella terza fase: l’arroccamento. Un governo di revanscisti sa che per togliersi tutte le soddisfazioni ci vuole più tempo della singola legislatura. Bisogna quindi costruire una legge elettorale che consenta di continuare l’opera di desertificazione istituzionale e culturale. Per questo la legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia. E se per farlo serve una legge chiamata elettorale ma semplicemente confermativa dell’esistente allora eccola servita.
Si tratta di un metodo che potremmo definire tirannico. Il presidente impone con violenza le sue volontà che non tengono conto degli altri, ma solo dell’immagine personale del mondo che lui stesso vuole costruire

(di Massimo Ammaniti – repubblica.it) – Non è la prima volta che si parla della salute mentale di Donald Trump. Anche nel 2017 quando fu eletto presidente per il primo mandato ci furono dubbi e interrogativi sul suo equilibrio personale. Addirittura in quell’occasione 27 psichiatri americani di università prestigiose come Yale e Harvard pubblicarono un libro dal titolo allarmante The dangerous case of Donald Trump (Il caso pericoloso di Donald Trump), curato dalla psichiatra di Yale Bandy Lee. Nel libro gli psichiatri pur riconoscendo i limiti di una diagnosi psichiatrica in absentia, ossia in assenza della persona interessata, giunsero a conclusioni inquietanti ipotizzando che Trump potesse avere una personalità pericolosa per la sua megalomania e il suo egotismo strabordante.
Nonostante questa diagnosi Trump è riuscito a raggiungere con una strategia elettorale efficace la seconda incoronazione adottando la parola d’ordine Maga-Make America Great Again a cui hanno risposto con entusiasmo maree di sostenitori ed elettori del popolo americano e ancora di più gli oligarchi delle nuove tecnologie e dell’IA.
È evidente che sia poco giustificabile supporre che Trump possa avere un disturbo psichico che potrebbe ostacolare gravemente i suoi executive order, gli ordini esecutivi con i quali si è imposto come leader mondiale. È stato in grado di applicare regole vincolanti dalla Palestina al Venezuela e ha giocato alzando e abbassando i tassi mondiali a suo piacimento, senza trovare opposizioni significative da parte dei Paesi colpiti.
Questo non vuol dire condividere in alcun modo le sue tattiche politiche, ma ammettere che hanno avuto un metodo efficace, non facile da riconoscere anche perché offuscato dalle sue stravaganze, dai comportamenti erratici e dall’ostentato disprezzo per quanti non condividono le sue decisioni.
Si tratta di un metodo che potremmo definire tirannico, con cui impone con violenza le sue volontà che non tengono conto degli altri, ma solo dell’immagine personale del mondo che lui stesso vuole costruire. E come ha profetizzato nel recente discorso sullo stato dell’Unione, presentandosi come Creso il Re che trasformava tutto in oro, è in arrivo per gli Stati Uniti un’età aurea. D’altra parte il senso grandioso di sé è alimentato dall’enorme potere di cui dispone e dall’opportunismo e dall’acquiescenza dei suoi collaboratori e anche dei suoi stessi oppositori costretti a rincorrerlo continuamente.
Per comprendere Trump più che ricorrere ai trattati di psichiatria occorre cercare di analizzare i cambiamenti antropologici delle classi al potere verificatisi negli ultimi decenni negli Stati Uniti e anche nel nostro Paese, nei quali si sono via via affermate nuove forme di personalità nelle classi dirigenti plasmate dal contesto sociale, politico ed economico.
In Germania, ad esempio, con l’avvento del nazismo giunsero al potere persone con un carattere fortemente autoritario e violento, come è stato poi indagato dalla Scuola di Francoforte guidata da Adorno. Questo è successo anche in Italia negli anni ’70 del secolo scorso quando si è verificato un cambiamento antropologico in alcuni esponenti delle classi imprenditoriali, la cosiddetta razza padrona (come l’avevano definita Scalfari e Turani in un loro libro) che voleva saccheggiare le casse pubbliche per arricchirsi indebitamente.
È quello che sta succedendo oggi in America in cui una razza predona, favorita da un capitalismo rapace, si è impossessata del potere per accumulare capitali smisurati, divorata da un’avidità incontenibile che cancella ogni etica e ogni regola civile.
Queste figure si caratterizzano per la ricerca compulsiva di potere e di dominio sugli altri, accecate da una competizione esasperata e una forte propensione per il rischio. Un narcisismo estremo con un baricentro esistenziale rivolto esclusivamente a sé stessi per garantirsi il proprio piacere e la propria felicità con nessun interesse, addirittura un disprezzo nei confronti delle altre persone, soprattutto quelle più vulnerabili. Non è necessario rifarci al filosofo inglese Thomas Hobbes per farci preconizzare un possibile ritorno alle leggi della giungla.

(dagospia.com) – Il giorno dopo l’addio al Carroccio, nella prima uscita pubblica, Robertino Vannacci così ha lanciato il nuovo partito, “Futuro Nazionale”: “La mia è la vera destra”.
E squadernò le seguenti ragioni: “Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come si proponeva il documento di Zaia”.
“Non è possibile – ha detto ancora – fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina”.
In sintesi, “La mia destra non è né estrema né nera: è vera”. Del resto, basta passare in rassegna quanti principi ideologici, durante i suoi tre anni e mezzo a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, già gabbianella del Fronte della Gioventù, pur ben dotata di arte camaleontica, è stata costretta a rinnegare e mettere in soffitta.
Un elenco interminabile di giravolte e capriole, financo doppi salti mortali su principi e valori fino a ieri difesi col coltello tra i denti, accompagnati da facce di bronzo in preda ad attacchi di Alzheimer (basta ascoltare le dichiarazioni dei Camerati d’Italia quando sedevano ai banchi dell’opposizione).
Un buon esempio dello stordimento di una buona parte dell’elettorato e degli iscritti di Fratelli d’Italia è rappresentato dalla loro renitenza a recarsi alle urne il 22/23 marzo per apporre la croce sul “Sì” sulla scheda del referendum sulla riforma della giustizia.
Purtroppo per la Statista dei Due Mondi, gli ex missini, passati poi in Alleanza nazionale e traghettati infine in Fratelli d’Italia hanno sempre avuto un Dna giustizialista. Li ricordiamo applaudire il cappio leghista in Parlamento ai tempi di Tangentopoli, con la foto di Paolo Borsellino sventolata come santino da Giorgia Meloni.
Erano gli ex missini, che rivendicavano la propria diversità morale da chi aveva sempre gestito il potere, e celebravano la magistratura dei Di Pietro come un angelo vendicatore per mandare all’inferno quelle élites corrotte della Prima Repubblica che avevano spedito nelle “fogne” (copy Marco Tarchi) i “topi” del post-fascismo.
Quando nel 2012 Meloni, La Russa e Crosetto fondarono Fratelli d’Italia, raccolsero l’eredità della destra sociale, rappresentata dalla corrente nel Msi capitanata da Pino Rauti, che si distingueva dalla destra di Almirante (nazione, ordine, gerarchia) perché propugnava anche una forte attenzione alla giustizia sociale e all’intervento dello Stato nell’economia.
E Meloni lo sa bene perché la sua formazione politica è sbocciata tra i Gabbiani di Colle Oppio, fondati dal rautiano Fabio Rampelli.
Certo, la vera misura dell’intelligenza politica è la capacità di adattarsi al cambiamento quando necessario, e la “salamandra della Garbatella” lo sa benissimo.
Ma la “Giorgia dei Due Mondi” deve anche sapere che c’è un limite che non va oltrepassato: quello dei principi e valori che rappresentano l’identità di un partito, di una forza politica. Quando si dimenticano (eufemismo), allora i Vannacci ne hanno ben donde a gridare: ‘’La mia è la vera destra’’.
La conferma delle liste bloccate è l’aspetto più grave della legge che vuole il governo

(di Roberto Celante – ilfattoquotidiano.it) – Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, la maggioranza ha trovato un accordo interno, circa i contenuti di un ddl che mira a modificare la legge elettorale. Prima di valutarne gli aspetti, converrà confrontare le caratteristiche dei due principali sistemi elettorali.
Nel sistema maggioritario, prevedendo collegi uninominali, in cui si candida un solo esponente di ogni partito, vince il candidato più votato e vengono cestinati i voti per gli altri candidati, penalizzando fortemente la rappresentanza. Questo sistema, secondo i propri estimatori, favorirebbe la governabilità. La tesi è censurabile, sia perché in democrazia la governabilità non può essere un vantaggio da preferire alla rappresentanza, sia perché non è scontato che il partito che elegge più candidati ottenga automaticamente una maggioranza schiacciante dei seggi disponibili.
Il sistema proporzionale, prevedendo seggi plurinominali da assegnare ai partiti con i candidati più votati, è viceversa il sistema più rappresentativo, ma, nel caso si registrasse uno scarto minimo tra i due partiti, o le due coalizioni, principali, la neonata legislatura sarebbe caratterizzata da una forte instabilità, con il rischio dell’arruolamento determinante, a sostegno della maggioranza, degli eletti dei piccolissimi partiti, che tradirebbero i propri elettori (ancorché, secondo l’art. 67 Cost., i parlamentari rappresentino l’intera Nazione e non siano legati da alcun vincolo di mandato con gli elettori). Il secondo difetto del sistema proporzionale (che peraltro concorrerebbe ad aggravare il primo) è da individuarsi nell’eccessiva frammentazione politica che esso favorisce.
Tra le criticità dei due sistemi elettorali, il sistema proporzionale si fa comunque preferire, perché in democrazia il pluralismo è un valore irrinunciabile; i difetti di questo sistema elettorale andrebbero tuttavia mitigati con degli opportuni correttivi. L’eccessiva frammentazione potrebbe essere evitata da una soglia di sbarramento del 5%, come nel sistema tedesco. Nel caso nessuno ottenga la maggioranza assoluta dei seggi, la governabilità potrebbe essere favorita da un premio di maggioranza, che attribuisca il 53% dei seggi al partito, o alla coalizione, che vinca al secondo turno: in questo modo, anche gli elettori dei partiti minori sarebbero coinvolti nella scelta del male minore, sempre nell’ottica di favorire la rappresentatività.
Inoltre, un premio di maggioranza limitato sarebbe funzionale a responsabilizzare i parlamentari, tanto di maggioranza, quanto di opposizione, per ovvi opposti motivi: il fenomeno dell’assenteismo, in tal modo, dovrebbe tendere a scomparire.
L’ultimo correttivo, teso a mitigare il rischio del “mercato delle vacche”, sarebbe la reintroduzione della possibilità per l’elettore di scegliere il candidato, attraverso il voto di preferenza: il parlamentare che “cambiasse casacca” rischierebbe molto a ripresentarsi nuovamente al successivo appuntamento elettorale, perché verosimilmente non verrebbe votato neanche dal proprio nuovo partito, i cui elettori gli preferirebbero candidati di maggiore “anzianità” di militanza nel partito e quindi di più elevata affidabilità.
Relativamente alla proposta di modifica della legge elettorale da parte della maggioranza, a mio avviso gli aspetti più critici sono: una soglia di sbarramento troppo bassa (3%), un premio di maggioranza eccessivamente elevato (60% dei seggi a chi raggiunga almeno il 40% dei voti) e infine, ma non ultimo, la conferma delle liste bloccate, ed è quest’ultimo il più grave, perché mina l’indipendenza dei parlamentari, rispetto alle direttive delle segreterie dei partiti.
Quindi, ogni proposta di legge elettorale che non prevede il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata, perché il Parlamento, da attuale luogo di nominati dai partiti, deve tornare ad essere un luogo di eletti. Altrimenti, continuerà ad essere una sorta di “ufficio ratifiche”, con il governo reale titolare anche del potere legislativo.
La riforma costituzionale rischia di diventare un “pro o contro Meloni”: ciò che la premier non vuole. La mobilitazione tiepida nei territori, le dichiarazioni pubbliche e le tensioni sono gli indizi che portano a pensare come il voto rischi di trasformarsi in un regolamento di conti

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Non è solo una questione di numeri. È una questione di narrazione. Ed è su questo terreno che, secondo fonti di maggioranza, Giorgia Meloni avrebbe maturato il sospetto più politico di tutti: gli alleati starebbero lasciando che il referendum scivoli verso una personalizzazione estrema. Non per aiutarla, ma per indebolirla.
Nelle riunioni riservate a Palazzo Chigi, la premier avrebbe fatto notare un dettaglio che considera decisivo: invece di difendere la riforma nel merito, Forza Italia e Lega si tengono ai margini dello scontro politico, lasciando che il confronto pubblico si polarizzi sempre più sulla sua figura. Il risultato? Il referendum rischia di diventare un “pro o contro Meloni”. Esattamente quello che Giorgia non vuole.
gli indizi
Per la presidente del Consiglio è un terreno scivoloso. Perché se la consultazione si trasforma in un giudizio sulla sua leadership, ogni voto contrario diventa automaticamente un voto contro di lei. E in caso di risultato risicato – o peggio, negativo – la lettura sarebbe inevitabile: non è la riforma a non convincere, ma la premier.
Il sospetto nasce da più elementi. Primo: la mobilitazione tiepida. Nei territori, raccontano, l’impegno degli alleati non è paragonabile a quello messo in campo da Fratelli d’Italia. Pochi big schierati in prima linea, campagne comunicative poco coordinate, scarso investimento emotivo. Come se la partita fosse lasciata deliberatamente nelle mani della leader di FdI.
Secondo: le dichiarazioni pubbliche. Sempre più spesso esponenti di FI e Lega parlano di “riforma del governo”, di “scelta dell’esecutivo”, alimentando – volontariamente o meno – la percezione che il referendum sia un’iniziativa personale di Meloni. Un modo sottile per spostare il baricentro dello scontro sulla sua figura.
Terzo: le tensioni che ormai non si nascondono più. Volano stracci tra alleati, accuse reciproche di scarso impegno, distinguo sempre più frequenti. In questo clima, l’idea che qualcuno possa voler trasformare il voto in un regolamento di conti interno alla maggioranza non appare più fantapolitica.
un possibile nuovo schema verso le elezioni
Perché agli alleati potrebbe convenire? Il calcolo è lineare. Se il referendum diventa un giudizio su Giorgia Meloni e il risultato non è travolgente, la sua forza negoziale si riduce. Anche una vittoria di misura, in questo schema, può essere letta come un segnale di affaticamento della leadership. E una sconfitta aprirebbe inevitabilmente una fase di “verifica”, con richieste di maggiore collegialità e riequilibrio interno in vista dell’ultimo anno di governo, ammesso che non si voti prima. Insomma, ridimensionare Giorgia Meloni potrebbe fare comodo a molti all’interno della maggioranza di governo. Tanto più che subito dopo il referendum si aprirà la grande partita della prossima campagna elettorale, con seggi e posti da scegliere e spartire.
Il paradosso è che questa strategia è ad alto rischio. I sondaggi – compresa la Supermedia di YouTrend – indicano un margine sottile tra i due fronti. Se davvero la campagna viene lasciata scivolare verso una personalizzazione senza un impegno corale, il confine tra “ridimensionare” e “colpire” può essere superato in un attimo.
test alle urne
È questo che preoccupa la premier: non tanto il confronto con l’opposizione, quanto la sensazione che dentro la maggioranza qualcuno stia lasciando che il referendum diventi un test diretto sulla sua persona. Un voto non più sulla riforma, ma sulla leader.
Ufficialmente, tutti smentiscono. Ma nel retroscena che circola tra i piani alti del governo, la domanda è ormai chiara: è solo una coincidenza che la personalizzazione stia crescendo mentre l’impegno degli alleati appare in calo? Oppure è una strategia per trasformare il referendum in un giudizio politico su Giorgia Meloni, così da poterle presentare il conto il giorno dopo? Perché dal giorno dopo, come sanno bene Tajani e Salvini, comincerà la volata che porterà alle prossime elezioni politiche. Meglio dunque trattare con una premier vincente oppure trattare con una premier azzoppata dal referendum? È questa la domanda che angoscia Palazzo Chigi.

(Stefano Baudino – lindipendente.online) – La famiglia di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha deciso di citare in giudizio il presidente statunitense Donald Trump e alcuni alti funzionari della amministrazione USA. Al centro del ricorso, che è stato depositato presso il tribunale distrettuale per il distretto di Columbia, ci sono le sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla funzionaria ONU per le sue posizioni a sostegno dell’avvio di procedimenti giudiziari contro i leader israeliani e le aziende coinvolte nel conflitto a Gaza. Secondo i ricorrenti – specificamente il marito di Albanese, Massimiliano Cali, e il figlio minorenne della coppia – i provvedimenti violerebbero infatti il primo, quarto e quinto emendamento della Costituzione americana, configurando un sequestro di beni senza giusto processo.
Il ricorso, come ha raccontato per primo il New York Times, è stato presentato dai familiari della Albanese perché, come hanno chiarito i legali, le regole delle Nazioni Unite impediscono alla relatrice di agire direttamente a titolo personale. Nel ricorso vengono elencate le pesanti conseguenze delle misure adottate da Washington: il blocco dei conti bancari, l’interruzione dei rapporti con diverse università, l’impossibilità di viaggiare negli USA, la perdita dell’accesso all’appartamento che Albanese utilizzava nella capitale americana. Gli avvocati della famiglia della funzionaria ONU contestano la legittimità stessa delle sanzioni, sostenendo che il provvedimento abbia superato il confine dell’uso appropriato di questo strumento. «Le sanzioni, se utilizzate in modo appropriato, sono uno strumento potente per interrompere e indebolire le attività di terroristi, criminali e regimi autoritari – si legge nel ricorso –. Tuttavia, le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce». Formalmente, attraverso il ricorso si chiede dunque ai giudici di dichiarare incostituzionali le misure adottate dall’esecutivo.
Nel frattempo, si attenuano le polemiche che avevano coinvolto Albanese dopo alcune sue dichiarazioni all’emittente Al Jazeera. La Francia, che nelle scorse settimane aveva annunciato l’intenzione di chiedere le sue dimissioni in sede ONU, ha fatto marcia indietro. Durante il consiglio per i diritti umani a Ginevra, Parigi ha scelto di optare per un semplice richiamo formale, rinunciando alla richiesta di rimozione. «Prendo atto che la diplomazia francese ha infine cambiato idea», ha commentato Albanese all’emittente Bfmtv. «Mi sarei aspettata una parola di chiarimento e di scuse, perché mi hanno insultata in modo duro e inaccettabile». Una vicenda che si intreccia con quella giudiziaria americana, mentre la famiglia Albanese attende ora la risposta del tribunale di Washington sulla costituzionalità delle sanzioni.
L’amministrazione di Donald Trump aveva inserito Albanese nella lista dei sanzionati lo scorso anno, accusandola di aver «apertamente sostenuto l’antisemitismo, il terrorismo» e di essersi «impegnata in azioni legali contro la nostra nazione e i nostri interessi, anche contro importanti aziende americane vitali per l’economia mondiale». Le colpe della relatrice ONU? Il fatto di aver dettagliato, nel suo ultimo rapporto redatto per le Nazioni Unite, le complicità di molte imprese e istituzioni – in particolare quelle con sede negli USA– nel progetto israeliano di svuotamento genocida dei territori palestinesi allo scopo di colonizzarli e sfruttarne le risorse. Come abbiamo già illustrato, l’impatto effettivo delle misure punitive è enorme: Albanese non può recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU a New York per relazionare con chi le ha conferito l’incarico, né può avere un conto in banca negli USA o in Italia. Per via del provvedimento statunitense, la funzionaria non può poi compiere nessuno scambio che abbia un valore economico, nemmeno con un privato – fosse anche solo l’accettazione di un caffè al bar (se a offrirlo fosse un cittadino statunitense, egli rischierebbe 20 anni di carcere e una multa miliardaria).

(Alessio Mannino – lafionda.org) – Come dimostrano le dimissioni del ceo del World Economic Forum di Davos, Børge Brende, il caso Epstein sta generando effetti a catena nelle prime file del gotha occidentale. Ma realismo impone di non scambiare la rimozione degli elementi più sacrificabili per un crollo dell’intera impalcatura su cui i grandi interessi internazionali si reggono. Per arrivare a questo non basteranno nemmeno i clamorosi arresti di Andrea, fratello di re Carlo d’Inghilterra, e di Peter Mandelson, ex braccio destro di Tony Blair. Né di altri in futuro. Anzi, tutto il contrario: la pur obbligata individuazione ed esposizione al pubblico ludibrio dei singoli segue il collaudato meccanismo di isolare e scaricare le “mele marce”, così da proteggere e puntellare l’istituzione o circolo di cui fanno parte. E anche quando la decapitazione dell’establishment assumesse proporzioni da valanga, le conseguenze ben difficilmente metterebbero in pericolo i meccanismi profondi che permettono alla classe dirigente di riprodursi. Per la semplice ragione che il piano giudiziario ed etico, di per sé, colpisce le storture del sistema. Ma non tocca il sistema. Facendo salire l’indignazione popolare, può provocare qualche terremoto dando maggiori appigli ai contestatori. Ma in assenza di una forza pronta a mettere in discussione non la sola gerenza sotto accusa, ma le fondamenta stessa dell’edificio, nessuna apocalisse politica potrà mai verificarsi. Non basta che i piani alti vengano squassati, per altro autogestendo gli scossoni: dev’esserci anche chi sa approfittare del momento per piazzare la dinamite alla base.
Non è sufficiente neppure il sussulto di trasparenza informativa. Come se una momentanea trasmissione di informazioni, per quanto benvenuta, possa produrre da sola reazioni tali da impensierire chi monta la guardia ai cancelli di Versailles. Anche qui, in maniera contro-intuitiva, può degradare l’impatto a un pur gigantesco fuoco d’artificio, fra campagne stampa e folle sdegnate, e contribuire a ostacolare, anziché favorire, il giudizio di radicale condanna non di tizio o caio, ma di quel che tizio o caio rappresentano. La nostra tesi è che la desecretazione della corrispondenza del mostro Epstein, fra l’altro parziale, a singhiozzo e chissà quanto manipolata, svela un paradosso non facile da digerire. Questo: non sarà la gravità circostanziata di fatti specifici a determinare una vera presa di coscienza del marcio d’Occidente. Non se ad accompagnarla è l’incapacità di inserirli in un quadro analitico dell’apparato dominante e della sua egemonia. In parole povere: quand’anche venissimo a conoscenza di ogni singolo ripugnante atto che quei files testimoniano o adombrano, e fossero pure tutti verificati dal primo all’ultimo, questo non cambierebbe assolutamente niente, se si è privi di chiavi di lettura in profondità. Sapere che il membro tale della cosiddetta élite, il politico X o il finanziere Y, si è macchiato di colpe infami, non migliora la consapevolezza della gerarchia dei rapporti di forza. Che se non c’era prima, non ci sarà neanche adesso. L’emersione di risvolti immorali o psicopatologici può far cadere qualche testa. Dopodiché, il corpo che la genera – ossia, per dirla con Marx, la struttura sociale e annessa sovrastruttura ideologica – ne partorirà un’altra. Un’altra che compirà o non compirà le stesse nefandezze, in misura in ogni caso irrilevante per la tenuta dell’organismo.
Sono i fattori, appunto, organici ad essere quasi completamente assenti nella critica scandalistica. Si addita il potente malvagio, che nel 99% dei casi malvagio lo è davvero. Ma ci si ferma alla proiezione psicologica, in virtù della quale si addossano tutti i mali e guasti della civiltà alla ristretta minoranza al vertice. Dipanare quel groviglio di nominativi, contingenze e consuetudini dovrebbe servire, invece, per munire di una radiografia il più possibile precisa una diagnosi da elaborare indipendentemente dalle ricorrenti, e per giunta qui pilotate, fuoriuscite di sterco dagli arcana imperii. Non c’è bisogno degli Epstein files per studiare le filiere di dominio, o indagare la morfologia dei centri decisionali, o approfondire gli aspetti più disturbanti dei privilegi di classe dei neo-feudatari. Compulsarli e diffonderne i contenuti aggiunge documentazione e corrobora di casistica un bagaglio teorico che dovrebbe essere già in grado di rispondere alla domanda su chi comanda davvero. Ma la voglia, pur comprensibile, di patibolo e ghigliottina a spese dei titolari del potere rischia di fare da succedaneo, o addirittura da placebo, della messa in mora del modello in cui il potere si organizza.
Spiace per gli amanti del genere esoterico e dei libri-fotocopia sui club occulti, ma la strada maestra è, e resta, esaminare come il potere si distribuisce lungo la compagine sociale. E qua, non c’è proprio niente di segreto da scoprire: origini e modi in cui si struttura nei suoi gangli e si spartisce nei suoi beneficiari sono rilevabili con l’osservazione empirica. Certo, non banalmente giornalistica. Va fatto lo sforzo di guardare alla complessità dei processi che si dispiegano nel tempo, chiamando in causa non solo, come oggi va di moda, la prospettiva geopolitica, e neppure, come facevano i marxisti di una volta, la sola analisi di classe. L’oggetto in considerazione va messo ai raggi X facendo convergere sociologia, antropologia, religione, diritto, filosofia, tecnologia. Sfaccettature esplorabili con strumenti e dati per nulla misteriosi. Non è indispensabile, insomma, scrutare la millesima riga del milionesimo Epstein-file per sapere, ad esempio, che in una meccanica fondata sul controllo del denaro che produce denaro (un tempo definito usura, oggi comunemente detto capitale), il potere si commisura sulla bilancia truccata di chi ne gestisce l’emissione, il flusso e l’allocazione. La difficoltà, per molti insormontabile, sta nell’accettare il fatto che tale limpida, ripetiamo limpida realtà riguarda non solo chi se la gode in alto, ma anche chi smadonna e svelena in basso.
Quel che sfugge agli appassionati delle trame oscure è che, al netto di delitti e abominii e del grado di responsabilità, i mascalzoni che se la spassano alla faccia nostra rappresentano il vertice di una scala in cui, giù in basso, la maggioranza di coloro che si sentono, e in sostanza sono, delle vittime, si limita alla rabbia vittimista. Foriera di fiammate di sdegno ma, priva com’è di un retroterra critico, condannata al risentimento da impotenza, il quale si nutre di sé stesso. Senza per altro accorgersi di cadere, oltre che in una svista cognitiva, in un errore politico. Puntare le carte sull’emotività, sulla riprovazione morale e sull’evocazione di Satana ricalca il copione dello scontro fra Bene e Male che è lo stesso, identico, medesimo plot della narrativa moraleggiante di lorsignori, adoratori del falso mito della “libertà” tradotto in quell’altro, ancora più falso, che è la “democrazia liberale”. Contraffazioni che spacciano da libertà (in sé equivalente a nulla più che a un effettivo potere d’azione) l’anti-etica cannibalistica da arrampicatori sociali in cui, di fatto, consiste l’individualismo diffuso. Praticata dai giri à la Epstein nella fascia top class fino, forse, a eccessi di cannibalismo reale e non figurato – e soltanto quest’ultimo sarebbe lo scarto, veramente disumano, fra il perverso comune, pedofilo incluso, e il pervertito d’alto bordo.
Narcisismo patologico, ansia competitiva, brama di possesso, doppiogiochismo, millanteria, anaffettività, irresponsabilità: difetti dell’anima che traducono in termini psicologici ed esistenziali quello che di solito è chiamato nichilismo. Sono caratteri di un tipo umano medio, che vive in mezzo a noi, nient’affatto esclusivo delle alte sfere, considerato vincente, e che non ci porta all’autodistruzione solo grazie al contrappeso di ipocrisia formale e genuina umanità che, combinati assieme, tengono in piedi la baracca in cui abitiamo tutti. I demagoghi della sedicente informazione alternativa, e i loro seguaci boccaloni, sono i nemici ideali dei “nemici del popolo”: illusi che basti sostituire i “cattivi” ai piani alti con loro, i “buoni”, ignorano o fingono di ignorare che a contare sono le forme, le regole, gli schemi e i paradigmi in cui si sostanziano le relazioni di potere. Da ripensare anzitutto, precisiamo, con l’intento non di garantire la giustizia, ma di ridurre al minimo l’ingiustizia. Perché sotto qualsiasi regime, anche il più autenticamente democratico (ossia non liberale, non capitalistico, non palesemente sperequato e ingiusto), chi di volta in volta si ritrovi a comandare avrà la tendenza all’abuso e al sopruso. E allora, è certamente importante occuparsi di chi spadroneggia, ma decisivo è concentrarsi su quale sistema di vita, di economia, di società e di cultura legittimi lo spadroneggiare del padrone di turno. E su come, materialmente e in linea logica, il sistema si articoli e si perpetui. Adattandosi alle trasformazioni storiche che nessun Epstein, nessun Brende, ma nemmeno nessun Rotschild o nessun Fink, con tutta la loro potenza di manovra, possono controllare e prevedere, come vorrebbe certo ridicolo complottismo che equipara le cospirazioni (a volte esistenti, comunque residuali) alle strategie (determinanti, sebbene mai onnipotenti). In modo da capire – o almeno cercare di capire, cristo! – su cosa far leva non diciamo per abbatterlo, il sistema, ma quanto meno per sabotarlo. In un’ottica simile, rovistare nella fogna Epstein può fornire, in ultima istanza, dettagliati e interessanti epifenomeni. Ma sono i sottostanti fenomeni, che c’erano prima e continueranno a esserci anche dopo le dimissioni e gli arresti, le priorità che dovrebbero ossessionarci. Tutto il resto è utile cronaca. O sensazionalismo da citrulli followers di qualche controinformatore d’accatto.
La testata britannica ricorda anche che la legge elettorale “non è l’unica riforma controversa promossa da Meloni”: il referendum, si legge, “potrebbe intaccare la sua aura di fiducia e invincibilità”

(ilfattoquotidiano.it) – Giorgia Meloni “è stata accusata di aver tentato di truccare le prossime elezioni italiane dopo che la coalizione di governo ha approvato una controversa riforma elettorale“. Inizia così l’articolo del Telegraph che parla dell’accordo raggiunto dal centrodestra sulla nuova legge elettorale. Il blitz notturno della maggioranza che punta a un nuovo sistema proporzionale con un corposo premio di maggioranza finisce così anche sulle pagine del noto quotidiano del Regno Unito.
Il Telegraph riporta anche le critiche dei partiti di opposizione che definiscono “autoritaria” questo testo, deciso a porte chiuse e senza confronto con le altre forze politiche. La testata britannica ricorda anche che la legge elettorale “non è l’unica riforma controversa promossa da Meloni”. Il riferimento è alla riforma costituzionale della Giustizia firmata dal ministro Carlo Nordio. Il referendum del 22 e 23 marzo viene così definito dal Telegraph come “una prova fondamentale per Meloni prima delle elezioni politiche del prossimo anno”. “Una sconfitta – si legge – potrebbe intaccare la sua aura di fiducia e invincibilità, sebbene abbia insistito sul fatto che non si dimetterà“.
Perché questa fretta di mettere le mani sulla legge elettorale? La risposta è nel nervosismo che trapela da Palazzo Chigi riguardo al referendum sulla magistratura

(di Serena Poli – ilfattoquotidino.it) – Mentre il Paese dorme, il governo lavora col favore delle tenebre. Eppure sembra ieri: Giorgia Meloni, dai banchi dell’opposizione, urla contro Conte per il MES. Oggi le tenebre sono il momento ideale per partorire in tutta fretta lo Stabilicum. Ma voglio chiamarlo col suo vero nome: Benitellum.
Siamo di fronte a una legge Acerbo edulcorata. Dopo anni di retorica contro i giochi di palazzo e dopo aver affermato che “chiunque dovesse proporre un sistema proporzionale si assumerebbe la responsabilità di essere nemico dell’Italia”, Meloni si appresta a far passare un proporzionale con un premio di maggioranza capace di trasformare una vittoria di misura in un dominio assoluto. Un meccanismo che non garantisce stabilità, ma esautora definitivamente il Parlamento e il voto popolare. Ricordiamo tutti quando Meloni, nel salotto di Vespa, urlava contro Renzi e l’Italicum, accusandolo di voler scippare la sovranità popolare. Oggi, con lo Stabilicum, firma lo stesso scippo che ieri denunciava, dimostrando che la coerenza è un lusso che ci si concede a parole e solo finché non si hanno le chiavi della stanza dei bottoni.
Perché questa fretta? Perché cambiare le regole proprio ora?
La risposta è nel nervosismo che trapela da Palazzo Chigi riguardo al referendum sulla magistratura. La macchina della propaganda si è inceppata: Meloni ha inizialmente cercato di sfilarsi per non associare il proprio destino politico all’esito della consultazione. “Non è un voto sul governo”, ripeteva. Ma poi ha perso il controllo: la bulimia comunicativa che la contraddistingue ha preso il sopravvento, trasformando ogni post, ogni video e ogni intervento in un bombardamento per il Sì. La sfida sulla giustizia è diventata, per sua stessa mano, un voto sul governo. La propaganda l’ha inghiottita, costringendola a metterci la faccia così tanto da non poter più fingere, domani, che quel voto non la riguardi.
Ora Giorgia Meloni ha capito che il Paese potrebbe non seguirla e che il referendum rischia di diventare la sua Waterloo.
Mentre molti analisti prevedono dimissioni in caso di vittoria del Sì, io credo sia più probabile che ciò avvenga in caso di vittoria del No. Non mi aspetto però le consuete grida al sabotaggio e al complotto, anzi: credo che Meloni coglierà l’occasione per indossare la maschera dell’onestà intellettuale, dichiarando con solennità di voler dare peso politico a un voto che lei stessa dichiarava non ne avesse. Una pelosa correttezza utile a rimettersi in piedi prima di trascinare il Paese a elezioni anticipate, blindate da una legge elettorale cucita su misura.
Credo che il piano sarà in primis fingere di accettare la sconfitta onorevolmente, senza arroccarsi. Poi arriverà il discorso, che suonerà più o meno così: “Avevo detto che non mi sarei dimessa, ma per amore della verità e per rispetto verso il popolo di questa Nazione, non posso ignorare il segnale. Restituisco la parola agli elettori”… un atto di finta umiltà che nasconde il coltello tra i denti. Infine si andrà al voto prestissimo, col “Benitellum” e con un’opposizione che, colpevolmente, non ha ancora trovato una quadra su alcunché.
Vincere le elezioni con quel premio di maggioranza significa avere i numeri per realizzare qualunque cosa e assicurarsi il Premierato, trasformando l’Italia in una democrazia di investitura dove il Parlamento diventa l’ufficio timbri del gran Capo.
Lascio qui questo scritto come un vaticinio, un atto notarile a futura memoria. Spero di sbagliare, prego di sbagliare. Vorrei che il tempo rendesse queste righe ridicole e paranoiche. Ma se così non fosse, se tra qualche mese ci ritroveremo un paese che ha scambiato la rappresentanza con la stabilità di un regime, questo scritto sarà la mia personalissima cronaca di un disastro annunciato.

Come Associazione di lavoratori precari di Poste Italiane, radicata a Montella ma punto di riferimento nazionale per centinaia di giovani che prestano o hanno prestato servizio per questa azienda, sentiamo il dovere di intervenire sullo scontro in corso tra il Presidente della Provincia di Avellino, Buonopane, e il PD irpino. Da anni denunciamo l’incertezza che spinge i nostri ragazzi a migrare verso Nord nella speranza di opportunità che questa terra non offre, portando avanti vertenze per il riconoscimento dei loro diritti nelle più disparate province italiane. Questa crisi non è solo politica: è la prova di un modo di amministrare che calpesta il territorio. Mentre la retorica istituzionale parla di trattenere i giovani in Irpinia, i fatti lanciano un segnale di sfiducia irreparabile. Non si governa con i tatticismi, ma con la responsabilità che è mancata a chi oggi si accusa a vicenda.
La guerra di parole che stiamo ascoltando è uno spettacolo indecoroso in cui la verità naufraga nel mezzo. Da un lato un Presidente accusato dagli stessi dem di «arroganza, superficialità e scarsa collaborazione»; dall’altro, un partito che si accorge di tali mancanze mentre il mandato presidenziale volge al termine. Staccare la spina a tempo scaduto non è un atto di coraggio, ma un maldestro tentativo di distrazione di massa. Dichiarare che Buonopane non ha più sponde – «né nel partito, né tra i sindaci, né in Regione» – è un’ammissione di colpa devastante. Significa confessare che per un intero quadriennio il PD irpino è stato lo scudo di ogni sua scelta, garantendogli copertura politica pur di non rompere il giocattolo del potere.
Se la gestione del Presidente fosse stata davvero «scellerata» – così come effettivamente è stata – la coerenza di prenderne le distanze avrebbe dovuto prevalere ben prima sulla convenienza di conservare quel fortino territoriale a tinte “democratiche”. La domanda dei dem – «Chi lo ha protetto?» – rasenta il ridicolo: lo ha protetto il PD stesso, che cerca una verginità tardiva rinnegando la propria creatura a mandato ormai concluso. La realtà è impietosa: l’Irpinia si è rivelata la rana bollita di questa regione. La gestione De Luca-Bonavitacola ci ha declassati a periferia di Napoli e Salerno con un fuoco lento fatto di promesse e tagli, mentre il PD locale preferiva non disturbare i manovratori in cambio di misere briciole di sottopotere.
Ora che il disastro è compiuto e la pentola scotta, i dem tentano un salto disperato verso l’esterno, sperando che i cittadini abbiano la memoria corta. Sulla presunta «miriade di finanziamenti» dirottata verso Montella, il PD smetta di lanciare ombre: indichi le cifre e chiarisca quali opere sarebbero state favorite. In caso contrario, l’accusa resta mera propaganda. Invitiamo chiunque a venire a Montella, capitale di un territorio fermo al palo: troverete proclami e risultati miseri. Promettere 100 per portare a casa 10 non è un privilegio territoriale, ma la prova documentata di una gestione mediocre che non ha portato benefici reali alla comunità.
È tempo che i cittadini non abbocchino all’amo di chi cerca di rifarsi una faccia dopo anni di co-gestione. Il PD si è ridotto a un contenitore autoreferenziale che guarda il territorio dall’alto in basso, mentre l’Irpinia sprofonda nel disinteresse generale. Alle prossime elezioni serve un segnale chiaro: mandare a casa sia il “monarca” che i suoi complici, liberando finalmente la provincia da una gestione privatistica del potere consumata sulla pelle dei cittadini e dei lavoratori. Bisogna restituire dignità a chi resta e a chi è stato costretto a partire per colpa di questa politica piccola e miope.
Carmine Pascale
Associazione Lavoratori Precari Poste Italiane
Rilevata nel corso dei lavori per la restituzione delle zone interdette

” In questi giorni, a seguito dei lavori in corso per restituire, dopo lustri, alla fruizione dei visitatori alcune aree interdette con transennamento del parco storico della villa Floridiana, parco la cui gestione ricade nella competenza del ministero della cultura, torna alla ribalta una vicenda che già era stata portata all’attenzione dei mass media nel novembre di tre anni fa, a seguito di una segnalazione di un consigliere regionale della Campania. Al riguardo mi sono state inoltrate alcune fotografie che mettono in evidenza la presenza di una zona, all’interno del parco borbonico, posta nei pressi del museo Duca Di Martina, dove vengono parcheggiate numerose autovetture, un’area che prima era in gran parte nascosta dalla presenza della folta vegetazione e del transennamento ma che ora, a seguito dei lavori di disboscamento anche con l’abbattimento di alcune alberature, salta agli occhi con grande evidenza “. A intervenire, ancora una volta, sulle datate vicende del parco vomerese, nel cuore di tante persone, afflitto però da un abbandono che si trascina, nonostante le petizioni e le proteste dei cittadini, da oltre quindici anni, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, che è sceso in campo più volte, pure con la creazione di una pagina sul social network Facebook, che conta oltre 5.000 iscritti, e con il lancio di una petizione online, al fine di ripristinare la piena fruibilità del parco borbonico.
” La vicenda – ricorda Capodanno – arrivò all’epoca sul tavolo della procura della Corte dei Conti a seguito di un esposto dello stesso consigliere regionale ma del seguito del succitato esposto non si è saputo più nulla. Oggi torna alla ribalta delle cronache e molti si chiedono chi sono quei privilegiati che, in una zona dove è quasi impossibile trovare uno stallo per la sosta e dove si pagano fino a dieci euro all’ora per parcheggiare in un garage privato, possono usufruire di un parcheggio gratuito per l’intera giornata e per giunta in un’area a verde demaniale, che evidentemente viene sottratta alla fruizione dei visitatori “.
” All’epoca – sottolinea Capodanno – la risposta della funzionaria responsabile del museo Duca di Martina, avallata poi anche dalle dichiarazioni rilasciate al riguardo dal direttore generale musei, fu che i dipendenti del museo erano legittimati a lasciare le auto in sosta nel parco in un’area transennata e interdetta al pubblico, un’area che sarebbe stata assegnata come zona di parcheggio riservata sia ai dipendenti sia ai veicoli di manutenzione e di servizio del museo Duca di Martina e della villa Floridiana, anche se, nell’occasione, veniva evidenziata la necessità di una più chiara definizione dello spazio, con un miglioramento della perpetrazione e della segnaletica, il livellamento del piano stradale ed il potenziamento del sistema di videosorveglianza, per scongiurare episodi di intrusione e manomissione dei veicoli, già verificatisi “.
” Una storia – puntualizza Capodanno – , quella del parcheggio delle autovetture dei dipendenti, ma anche dei privati, all’interno di beni culturali e ambientali demaniali che a Napoli è finita più volte alla ribalta delle cronache per le polemiche e le proteste che ha sollevato. Solo per esemplificare l’anno scorso nel mirino finì Palazzo Reale a ragione delle presenza di auto parcheggiate in un cortile interno, praticamente utilizzato come parcheggio privato “.
Una vicenda sulla quale Capodanno chiede l’intervento del ministro della cultura Giuli, richiamando le diposizioni degli art. 146 e 181 del D.Lgs. 42/2004, codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che vietano interventi o mutamenti di destinazione d’uso in aree vincolate paesaggisticamente senza autorizzazione, pena sanzioni e ripristino nonché i vigenti regolamenti di gestione del parco e le norme urbanistiche comunali, che preservano l’integrità del verde pubblico e storico del giardino borbonico, senza tollerare trasformazioni urbanistiche, evitando l’utilizzo di aree interne a parcheggio, peraltro con rischi di compattazione del suolo, inquinamento e danno alla vegetazione oltre a creare un pregiudizio grave per un bene d’interesse pubblico, frequentato da cittadini e turisti, già oggetto in passato di numerose segnalazioni e proteste a causa del perdurante stato di degrado e d’abbandono.
Usa al personale non essenziale in Israele: “Può lasciare il Paese, meglio se oggi”. Londra ritira personale diplomatico dall’Iran. Il ministro degli Esteri iraniano avverte Washington: abbandonare le loro “richieste eccessive”, dopo i colloqui tra le due parti a Ginevra

(repubblica.it) – Gli Stati Uniti hanno autorizzato il personale non essenziale della propria ambasciata a Gerusalemme a lasciare il Paese, sullo sfondo di un possibile attacco americano contro l’Iran. Secondo il New York Times, l’ambasciatore Mike Huckabee ha avvertito il personale che se volevano lasciare Israele, “avrebbero dovuto farlo OGGI”.
“Non c’è motivo di farsi prendere dal panico”, ha aggiunto Huckabee, “ma per chi desidera partire, è importante pianificare la partenza il prima possibile”. Il Regno Unito ha ritirato “temporaneamente” il personale diplomatico dalla sua ambasciata a Teheran. Lo stesso messaggio è arrivato dalla Cina per i suoi cittadini in Iran: Pechino ha consigliato ai suoi di evitare di recarsi in Iran e ha esortato coloro che si trovano già nel Paese ad andarsene il prima possibile, con i voli disponibili o via terra.
Oggi la USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, arriverà a largo delle coste settentrionali di Israele. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al gruppo d’attacco di portaerei di dirigersi in Medio Oriente questo mese, nell’ambito di un massiccio rafforzamento militare, mentre valuta se intraprendere un’azione militare contro l’Iran. La portaerei è partita ieri dall’isola greca di Creta dopo una sosta di rifornimento presso una base navale statunitense.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che, per raggiungere un accordo, gli Stati Uniti dovranno abbandonare le loro “richieste eccessive”, dopo i colloqui tra le due parti a Ginevra. In una telefonata con l’omologo egiziano Badr Abdelatty, Araghchi ha affermato che “il successo in questo percorso richiede serietà e realismo da parte dell’altra parte, evitando qualsiasi errore di calcolo e richieste eccessive”.
Il costituzionalista: “Si rischia di dare alla maggioranza la chance di eleggere in autonomia tutti gli organi di garanzia”

(di Gabriella Cerami – repubblica.it) – ROMA – Chi ha proposto la nuova legge elettorale «non ha imparato la lezione della Corte costituzionale». È il giudizio di Gaetano Azzariti, costituzionalista dell’università La Sapienza.
Secondo i proponenti garantisce la stabilità, è così?
«Nella sentenza numero 1 del 2014 la Consulta ha detto che certamente la governabilità è un obiettivo legittimo. Ma la stessa Corte ha ricordato che prima della stabilità c’è un valore su cui si fondano le nostre democrazie che la rappresentanza politica. La governabilità non può comprimere eccessivamente la rappresentanza politica».
Con la nuova legge in che modo verrebbe compressa?
«Con l’abbandono di tutte le logiche di carattere proporzionale. La soglia fissata per un riparto proporzionale è del 35-40% ed è distorsiva. Perché poi tramite il ballottaggio, o peggio tramite un numero eccessivo di seggi premiali si persegue una maggioranza che può rivelarsi eccessiva».
Perché eccessiva?
«Si rischia di dare alla maggioranza la possibilità di eleggere autonomamente gli organi di garanzia, cioè il presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i membri del Csm. In questo modo viene escluso il ruolo delle minoranze, e ciò dimostra una fortissima disattenzione per il ruolo del Parlamento a favore di una governabilità tutta incentrata nelle mani del governo».
Poteva essere l’occasione per rintrodurre le preferenze?
«È la dimostrazione della insensibilità dell’attuale classe politica rispetto all’opinione pubblica e alla giurisprudenza della Corte, che ha ricordato come i deputati non possono essere nominati dalle segreterie dei partiti. C’è un rischio evidente che anche questa legge elettorale sia dichiarata incostituzionale ove le liste bloccate risultassero essere troppo lunghe».
È stato stabilito un massimo di sei candidati. Con la legge attuale sono tre o quattro candidati per lista.
«Sei è un numero al limite di incostituzionalità. Più si allungano e più c’è il rischio di non rispettare la Corte. Ma questo dipenderà dal numero dei collegi, che è necessario aumentare rispetto a quelli attuali, per fare in modo che le liste rimangano brevi. È tempo di tornare a un proporzionale puro».

(di Mila Fiordalisi – wired.it) – Via alla “tassa” per la copia privata sul cloud nonostante la levata di scudi di molte associazioni e stakeholder che per mesi hanno battagliato con l’obiettivo di convincere il ministero della Cultura a fare un passo indietro.
Eppure, il ministro Alessandro Giuli ha firmato il decreto (inviato agli organi di controllo per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) che aggiorna le tariffe relative all’equo compenso per le opere audio e video tutelate da diritto d’autore […] e, per la prima volta, include nel perimetro anche gli spazi di archiviazione in cloud. Insomma, un unicum a livello mondiale.
Stando a quanto si apprende, mentre siamo in attesa della pubblicazione del testo definitivo, il compenso mensile per utente calcolato per gigabyte (GB) di memoria equivale a 0,0003 euro fino alla soglia dei 500 gigabyte e di 0,0002 euro per ogni giga aggiuntivo oltre i 500. E in ogni caso il compenso mensile massimo è fissato a 2,4 euro. Mentre non è previsto alcun importo per archiviazioni fino a 1 GB.
Confindustria si spacca, Anitec-Assinform chiede un tavolo urgente
Ma la partita potrebbe non chiudersi qui. A poche ore dall’annuncio della firma del decreto da parte del ministro Giuli si è scatenato un vero e proprio putiferio.
Al netto dei favorevoli alla misura a partire dalla Federazione industria musicale italiana (Fimi), Nuovo Imaie e naturalmente la Siae, la Società italiana degli autori ed editori, nelle cui casse sono entrati circa 120 milioni di euro l’anno nell’ultimo triennio 2023-2025, a fronte di un picco di circa 150 milioni nel biennio precedente, sul piede di guerra le principali associazioni dell’Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione).
E in Confindustria si è addirittura creata una spaccatura totale sulla questione: se da un lato Confindustria Cultura (la federazione che riunisce le imprese produttrici di contenuti culturali) plaude al provvedimento, Anitec-Assinform (l’associazione che raggruppa le imprese Ict e dell’elettronica di consumo) considera le misure anacronistiche e pericolose […]
L’Associazione è preoccupata, oltre che dalla questione del cloud storage, anche per l’aumento generalizzato delle tariffe per la copia privata che dovrebbe essere di circa il 20%, “misure che rischiano di tradursi in nuovi costi per cittadini e imprese e di incidere sull’attrattività del mercato italiano per gli operatori tecnologici”.
[…]
Il primo dei rischi messi nero su bianco riguarda la doppia imposizione lungo la filiera: di fatto “chi ha già versato il compenso su supporti e dispositivi di storage rischia di subire un ulteriore prelievo, questa volta mensile e cumulativo, per la mera disponibilità di spazio cloud”.
Riguardo all’applicazione delle tariffe ai servizi cloud B2B “non è riconducibile alla copia privata di opere protette” e dunque sarebbe “indiscriminata” mettendo a rischio lo storage usato da imprese e pubbliche amministrazioni per backup, continuità, operativa, compliance, elaborazione dati e sicurezza.
E, ancora, “gli oneri di compliance e rendicontazione sono sproporzionati” e avranno “un impatto particolarmente gravoso per pmi e operatori nazionali”. Per non parlare delle “distorsioni concorrenziali” e del “rischio di penalizzazione degli operatori con sede operativa in Italia, a vantaggio di grandi piattaforme internazionali difficilmente raggiungibili dal meccanismo di controllo e prelievo”.
“Siamo sconcertati: le anticipazioni di agosto vengono confermate senza modifiche sostanziali. Nel momento in cui timidamente si sta parlando di supportare il cloud nazionale ed europeo, nell’ottica della sovranità digitale, il prelievo sul cloud storage rischia di trasformarsi in una doppia imposizione e in un freno agli investimenti digitali italiani”, commenta il presidente di Aiip Giuliano Claudio Peritore.
E la presidente di Assintel Paola Generali evidenzia che “colpire indiscriminatamente lo storage cloud significa introdurre un onere parafiscale su un’infrastruttura abilitante per competitività e innovazione. È una misura incoerente con le politiche di digitalizzazione e con la Strategia Cloud, e rischia di aggravare i costi per imprese e professionisti”.
[…]
Sul fronte aziende è Google a lanciare per prima l’allarme: “Sembrava una proposta senza alcuna base invece l’hanno approvata davvero: il ministero della Cultura ha deciso che i cittadini italiani dovranno pagare la cosiddetta ‘copia privata’ anche sullo spazio cloud.
Anche quando quello spazio è gratuito. E persino quando quello spazio non è utilizzato. Solo perché esiste e quindi potrebbe in teoria essere usato per caricarci una canzone piratata.
L’Italia è il primo paese al mondo a fare questa scelta, ed è davvero triste avere questo primato”, commenta sul suo profilo Linkedin Diego Ciulli, head of Government affairs and Public policy di Google Italia.
“È una decisione contro tutte le evidenze che mostrano che le persone sul cloud caricano le proprie foto, i propri documenti, non i contenuti protetti da diritto d’autore che negli ultimi anni la fruizione di contenuti legali in streaming è cresciuta costantemente.
E soprattutto, che la copia privata viene già pagata quando si acquista un telefono o un computer. E non è possibile accedere al cloud senza un dispositivo”.