Selezione Quotidiana di Articoli Vari

I funerali dell’Ayatollah (e del nostro occidente)


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Il corteo per i funerali di Stato dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, ucciso lo scorso 28 febbraio in un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele, sta mettendo a dura prova il sempre efficiente apparato di comunicazione dell’Occidente libero. Milioni di persone – mentre piovono su Teheran nuove e fiammanti bombe americane come “punizione” (così il Pentagono) per l’attacco iraniano su tre navi nello Stretto di Hormuz dopo la tregua – si sono riversate nelle strade per seguire il carro che trasporta attraverso il Paese i feretri di Khamenei e di quattro suoi famigliari morti nello stesso raid, tra cui una bambina di 14 mesi.

[…] Noi, che leggiamo i giornali più autorevoli, ci aspettavamo sì che gli iraniani scendessero in strada, ma per accogliere e festeggiare gli americani che li stavano liberando (bombardando le scuole) dopo aver eliminato fisicamente il tiranno che li opprimeva da 40 anni; forse erano allucinazioni “gli applausi alle finestre”, “il crollo del regime”, “la spallata agli ayatollah”, “il ruggito di Israele per il regime change”, “la nuova primavera a Teheran”, il “tracollo della tigre di carta” e altre meraviglie testimoniate da analisti e politici liberal-sionisti su di giri per l’operazione Epic fury? Non bastava la famosa “scossetta”, la “schicchera”, la “scintilla” per far rivoltare il popolo iraniano contro il regime che voleva costruirsi l’atomica?

Guardate se non ci tocca ritirare fuori la “complessità”, che, come ricorderete, fu vietata nel febbraio 2022, dopo l’aggressione russa dell’Ucraina, quando anche solo alludere alla storia pregressa delle relazioni tra i due Paesi e alla loro composizione demografica, oltre che alle manovre della Nato verso est, divenne un chiaro indizio di essere al soldo della propaganda putiniana. […]

Non basta liquidare la tragicità estetica delle esequie di Khamenei come folklore oscurantista. Le autorità iraniane si aspettano per i sei giorni di cerimonie la partecipazione di 15-20 milioni di persone (su 93 milioni di abitanti), più dei 10 che nel 1989 parteciparono ai funerali di Khomeini, il cui feretro fu preso d’assalto dalla folla al punto che la salma cadde a terra, e dei 7 milioni che nel 2020 seguirono il corteo del generale Soleimani, ucciso a Baghdad da un raid Usa.

[…] C’è chi la sa lunga: la gente che vedete piangere e battersi il petto rappresenta la fazione ultraconservatrice della popolazione, una minoranza tra il 15% e il 25% legata all’apparato dei Guardiani della Rivoluzione, per la quale la Guida Suprema era una figura semi-divina e la sua uccisione da parte di forze straniere è un sacrilegio imperdonabile; il regime usa queste persone per ostentare la sua forza davanti al mondo, offrendo loro acqua e trasporti pubblici gratuiti (avrebbero dovuto farle morire di sete e non diffonderne le immagini: come si sa, infatti, solo le teocrazie islamiche fanno uso di propaganda, da cui le nostre democrazie sono immuni). Inoltre ai funerali non partecipa l’altra metà dell’Iran, la gioventù urbana che ha protestato al grido di Donna, Vita, Libertà. Tutto vero. Quindi quello in lutto non è popolo, essendo i popoli tali solo quando piacciono a noi, che siamo pronti alla morte per difendere la nostra libertà di aperitivo contro i terroristi, ma ignoriamo vieppiù a chi appartenga la ‘sovranità’. In quali casi potremmo mai vedere una folla simile nelle nostre città, a parte una svendita di iPhone da Unieuro?

Agli smagati commentatori non è sfuggito un dettaglio: le donne in lutto indossano il chador nero integrale imposto loro dai Guardiani della Rivoluzione; forse pensavano che, dopo i benèfici attacchi americani, le donne partecipassero ai funerali di Stato con un outfit piùsbarazzino, chessò: il body glitterato di Jennifer Lopez; forse non hanno presente com’erano vestite le donne italiane fotografate dall’équipe di Ernesto De Martino in Lucania tra 1952 e il ’56, quando il rito funebre collettivo serviva a cementare la comunità e a proteggere dalla disperazione chi era colpito dalla morte di un caro; forse hanno dimenticato i funerali di Enrico Berlinguer, quando si riversarono per le strade di Roma quasi due milioni di persone, il 13 giugno 1984.

Gli americani e i loro zerbini pensavano che bombardando l’Iran col criminale Netanyahu avrebbero in poche ore rovesciato il regime e avuto orde di iraniani festanti a cui distribuire cioccolata. Invece, l’Iran resiste e piange la sua guida. Trump ha somministrato steroidi alla tradizionale arroganza americana, scartavetrando la patina di ipocrisia che ha ricoperto gli abusi, le infamie, le violazioni dei diritti umani che gli Usa hanno compiuto in giro per il mondo in nome del Bene. Infatti il segretario della Nato Rutte ha benedetto i nuovi attacchi americani come “assolutamente necessari”. Se non altro, marxianamente, Trump un merito lo ha avuto: ha portato al suo stato terminale un Occidente già in bancarotta.


E noi paghiamo


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Se il giornalismo esistesse ancora, la stampa europea inchioderebbe i leader Nato a una domanda: “Ci spiegate perché l’Europa dovrebbe buttare altre centinaia di miliardi nelle armi, levandoli allo Stato sociale?”. 1) Rutte: “La Russia, anche dopo la fine della guerra in Ucraina, continuerà a rappresentare una minaccia di lungo periodo alla sicurezza euro-atlantica”. Generale americano Grynkewich, comandante supremo delle forze Nato […]


Virginia Raggi: “il mondo in cui voglio vivere non è quello che stanno costruendo”


(Virginia Raggi) – Non so se avete visto il film “Don’t look up” uscito qualche anno fa: in grandissima sintesi, alcuni scienziati americani si accorgevano che un asteroide era in rotta di collisione con la terra e provavano ad avvertire la Presidente la quale, impegnata a difendere il suo ruolo, ridicolizzava gli scienziati coniando il motto “don’t look up”, non guardare in alto, proprio per invitare il popolo ad occuparsi di altri temi.

E’ un po’ come quello che sta accadendo qui: con il clima che mostra un quadro evidentemente preoccupante, con eventi meteo completamente fuori dagli standard che mietono sempre più vittime, alcuni governi, invece di correre ai ripari, continuano a ridicolizzare gli scienziati che da anni ci stanno avvertendo chiedendoci, al contrario, di guardare altrove.

L’ONU dice che 1 bilione di dollari crea 26700 posti di lavoro nell’educazione, 17200 nella sanità, 16800 nelle energie pulite e solo 11200 nel settore militare.

Ebbene, trovo inaccettabile che quei politici miopi, stiano decidendo non solo le sorti del nostro Paese ma, a quanto pare, anche i destini del mondo.

Fateci caso: gli Stati che potrebbero orientare le scelte di politica industriale verso l’economia green, la transizione ecologica ed energetica si stanno concentrando, al contrario, a riconvertire i sistemi produttivi in ambito bellico. L’economia di guerra, in altri termini, viene preferita ad una economia di pace e prosperità per tutti.

E così in Italia l’industria delle armi si fa strada: prima in Veneto, poi a Modena dove la “motor valley” si trasfomerà in “drone valley”, accogliendo l’arrivo di una nuova società che produce droni alcuni dei quali realizzati per un solo viaggio e schiantarsi all’arrivo (one-way effectors). Poi in campo medico: c’è il caso di una start-up che faceva ricerca sul cancro che si sta trasformando per produrre di armi, ecc..

Una cosa ho molto chiara: il mondo in cui voglio vivere e vedere crescere mio figlio non è quello che stanno costruendo.

E voi che mondo volete?


Cosa sono gli Edi Rama Files?


Il più importante alleato della Meloni in Europa è al centro di un’inchiesta su un impero immobiliare. Cosa sono gli Edi Rama Files: permessi di costruzione, scandali in Albania, traffico di droga e resort di lusso. Il dossier Edi Rama si sta allargando. Dopo le polemiche legate al progetto immobiliare della famiglia Trump in Albania e le maxi proteste che hanno travolto il Paese, adesso spuntano gli Edi Rama Files. L’organizzazione Progressive International ha pubblicato un dossier esplosivo che accusa il primo ministro albanese di essere al centro di un radicato sistema di speculazione, espropriazioni e corruzione ai danni dei cittadini del suo Paese. Ecco che cosa sappiamo. Il più importante alleato della Meloni in Europa è al centro di un’inchiesta su un impero immobiliare. Cosa sono gli Edi Rama Files: permessi di costruzione, scandali in Albania, traffico di droga e resort di lusso

(di Federico Giuliani – mowmag.com) – Tira una brutta aria per Edi Rama. Il primo ministro dell’Albania, fino a qualche anno fa uno dei politici più in hype in circolazione, è alle prese con un brutto affare che rischia di compromettere la sua immagine. In realtà, nonostante le molteplici smentite abbozzate, la sua immagine è già in frantumi. Tutto è iniziato con una notizia apparentemente banale: il governo guidato da Rama ha ceduto i diritti di sviluppo dell’isola di Sazan,e dell’area costiera protetta di Zvernec a capitali stranieri. Gli acquirenti, un gruppo di investitori legati a Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia di Donald Trump, intendono realizzare un maxi progetto turistico (e di lusso) nelle due zone. Il risultato? Il popolo albanese è sceso in piazza per protestare contro il lassismo del leader socialista, reo di voler svendere pezzi del Paese all’oligarchia globale. La soprannominata Rivoluzione dei Fenicotteri va ormai avanti da settimane. La manifestazione nazionale del 4 luglio ha portato in piazza migliaia di persone, a dimostrazione di come la protesta continui a mobilitare la folla come il primo giorno. La richiesta della piazza? Un cambiamento politico da innescare, in prima battuta, con le dimissioni di Rama.

Rama per il momento resiste, non vuol saperne di dimettersi e prova a respingere le accuse, in parte delegittimando i manifestanti e in parte sbandierando lo spauracchio di una fantomatica guerra ibrida in corso contro Tirana. Intanto, però, l’organizzazione Progressive International ha pubblicato un dossier che racconta nel dettaglio il fantomatico sistema all’interno del quale si muoverebbe il premier albanese. Si chiamano Edi Rama Files e accusano il diretto interessato di essere al centro di un radicato sistema di speculazione, espropriazioni e corruzione ai danni dei cittadini dell’Albania. Stando a vari documenti consultati dagli autori dell’indagine, il resort di Zvernec rappresenterebbe soltanto un tassello di una rete immobiliare che si estenderebbe dalla costa albanese fino alla capitale. Una rete, a quanto pare, autorizzata direttamente da Edi Rama. Gli Edi Rama Files hanno acceso i riflettori sull’attività del Consiglio Nazionale del Territorio, l’organo che rilascia le autorizzazioni per tutti i principali progetti edilizi del Paese. Ebbene, il suo presidente è Rama. “Ogni resort sulla costa e ogni grattacielo costruito nelle città ha richiesto la firma personale di Edi Rama. Senza il suo timbro, non si costruisce nulla”, si legge nel paper. Il problema, al netto di tutto, è quanto avrebbe scoperto la Procura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata (Spak): una vasta rete di traffico di droga e riciclaggio di denaro che passerebbe proprio attraverso il settore immobiliare.

Pare che ogni progetto immobiliare oggi oggetto d’indagine da parte della Spak abbia ricevuto l’approvazione personale del primo ministro. C’è poi da attenzionare lo status di Investitore Strategico utilizzato per tutti i grandi progetti del Paese, una qualifica giuridica ideata da Rama, proposta al parlamento e oggi sotto il suo diretto controllo in qualità di presidente del Comitato per gli Investimenti Strategici. “Una volta ottenuto questo status i precedenti proprietari dei terreni non possono più contestare il progetto in tribunale”, si legge sul paper. Non solo: il Comitato per gli Investimenti Strategici (per la cronaca: presieduto da Edi Rama e recante la sua firma) avrebbe conferito lo stesso status a una tale Atlantic Incubation Partners, società collegata a Jared Kushner dietro il progetto di Zvernec. Per la Spak, il terreno di quell’azienda sarebbe stato ottenuto grazie a un documento… falsificato. Gli atti della Spak, per esempio, collegano i terreni di Zvernec a un certo Artur Shehu, originario di Valona, residente in Florida ma attivo con interessi economici lungo la costa albanese. Nel gennaio 2019 le autorità europee monitorarono un incontro in quel di Aruba durante il quale Shehu e altri soggetti avrebbero discusso “della logistica del traffico di cocaina in America Latina e di investimenti immobiliari in Albania potenzialmente finanziati con fondi illeciti e sostenuti da autorità politiche”, ha spiegato ancora Progressive International. Seguendo il flusso del denaro, la Spak ha ampliato l’inchiesta ben oltre Zvernec. La stessa rete, gli stessi nomi e lo stesso metodo comparirebbero anche nei grattacieli Garden Building e Colonnade nel centro di Tirana, in un’area vicino allo stadio Air Albania e nel resort Green Coast di Palasa. E Rama? Ha attaccato la Spak e i magistrati di “essere andati fuori controllo”. L’indagine della Spak? Ancora in corso. Le proteste? Pure.


Il comunismo made in Usa


(di Marcello Veneziani) – C’è un inconsapevole nucleo di verità nell’affermazione di Donald Trump che gli Stati Uniti sono attaccati da un minaccioso comunismo e marxismo di ritorno. La boutade è come sempre una trumpata grossolana e risponde a rozzi motivi di propaganda politica. Il comunismo è stato per cinquant’anni uno spauracchio formidabile nell’America del dopoguerra, fino alla caduta dell’Urss. E Trump (come fece da noi Berlusconi col Libro nero del comunismo) cerca di riesumare il cadavere di Marx per usarlo contro il Partito democratico in vista delle prossime elezioni. Una rispolverata al maccartismo per proteggersi dal Mostro già fallito nella storia.

Ma involontariamente scopre una verità e tocca un punto cruciale benché poco conosciuto, su cui personalmente insisto da tempo: il marxismo fallito a est serpeggia a ovest. Finito male a Mosca, riparte dal suo epicentro, New York, e dagli Stati Uniti. Dai campus, dai circoli radical chic di New York, dai flussi migratori, dal femminismo e dagli lgbtq+. Un marxismo diverso da quello conosciuto nel Novecento, un marxismo separato dal comunismo e dall’operaismo, sostengo a differenza di Trump, sposato allo spirito radical, in prevalenza neoborghese, incentrato sul conflitto tra progresso e tradizione, demonizzata come reazione, fascismo di ritorno, oscurantismo. Un marxismo che riprende in altro modo e in altro contesto, più globale, il tema della lotta di classe, non più in chiave di anticapitalismo ma di diritti umani e diritti civili trasformando la lotta di liberazione dei popoli oppressi in lotta di liberazione degli individui repressi. Il riequilibrio sociale è affidato al sistema fiscale, alle tasse-Robin Hood (Robin-Tax); sul piano etico-politico risale un marxismo politicamente corretto, magari deviato dall’ideologia woke della sinistra radicale americana. Woke contro Wasp, ovvero nero, migrante, femmina, omo-trans contro il maschio, etero, bianco e cristiano. Con tutto il carico di intolleranza, censura, cancel culture, razzismo a rovescio che comporta questa contrapposizione manichea.

Ci sono buone ragioni per ritenere che Marx, fuggito da Mosca, sopravviva oggi a New York sotto falso nome. Il marxismo a New York appare nella sede appropriata in cui Marx si aspettava che avvenisse la sua rivoluzione. Come è noto, Marx sosteneva che il comunismo sarebbe nato laddove il capitalismo è più sviluppato, perché è il capitalismo – a suo dire – che crea le condizioni, le premesse per lo sviluppo del comunismo, dopo aver dissolto la società tradizionale. Si aspettava che il marxismo sarebbe nato a occidente: nella sua Germania, luogo nativo, e nella sua Inghilterra, luogo adottivo, nel nord Europa. Ma in modo particolare negli Stati Uniti, da cui Marx era fortemente attratto, e in cui sognava di emigrare, anche perché era il mondo nuovo, il Paese più proteso verso l’avvenire, il paese meno carico di storia, legami sociali e tradizioni antiche, che si era liberato da regni e dinastie ed era una repubblica di uomini che si erano fatti da soli (self-made-man). Marx detestava la Russia, la considerava paese arcaico e oscurantista, fermo al Medioevo contadino e al dispotismo asiatico e non avrebbe mai auspicato di vedere il marxismo-comunismo finire in altri paesi premoderni e pre-industriali come la Cina, il sud-est asiatico o Cuba.

Ho già ricordato in alcuni miei libri che Marx per anni ha campato con i soldi americani, scrivendo per il New York Tribune, che lo retribuiva decentemente. Scisse un mezzo migliaio di articoli nell’arco di alcuni anni. Scriveva con gli occhi di un marxista atlantico, filoamericano, antirusso (molti suoi articoli americani furono pubblicati mezzo secolo fa dalle edizioni de Il Borghese in un libro dal titolo Contro la Russia). Nella guerra di secessione americana, Marx si schierò dalla parte dei nordisti contro i sudisti, spingendo l’Impero britannico a fare altrettanto; e dalla parte dei progressisti democratici contro i reazionari agrari. Peraltro, ricordava Lucio Caracciolo su la Repubblica di domenica scorsa, alcuni comunisti tedeschi andarono a combattere negli Stati Uniti dalla parte dei nordisti e in particolare di Abramo Lincoln, a cui si ispirava il giornale su cui scriveva Marx. E lo stesso Marx mandò tempestivamente a nome dell’Internazionale le felicitazioni a Lincoln quando fu rieletto nel 1864. Lincoln gli rispose cordialmente. È curioso notare che molti europei andarono a combattere in America cercando una rivincita delle loro sconfitte europee: alcuni borbonici del meridione d’Italia andarono a combattere coi sudisti nel nome del sud colonizzato, nella guerra di secessione americana, così come alcuni rivoluzionari, che avevano fatto e perduto il “Quarantotto”, andarono a cercare la loro rivincita coi nordisti americani contro lo schiavismo, i privilegi di classe e la società patriarcale degli stati del sud.

Quali sarebbero oggi i bastioni del marxismo negli Stati Uniti e in Occidente? Con gli occhi di Trump direi questi: i flussi migratori, le aperture della Chiesa al Terzo Mondo e all’accoglienza, la promessa di nuove tasse per i ricchi nel nome del pauperismo; il progressismo tra i dem, il movimento transgender, femminista e l’ideologia woke. Il sindaco di New York l’islamico radical Mamdami è il testimonial principale di questo nuovo marxismo e, per Trump, di questo comunismo tornante; ma per Trump anche il suo connazionale Prevost, Papa Leone XIV, sarebbe una specie di traditore dell’America e dell’Occidente e dunque un alleato di quel nuovo comunismo antipatriottico sorto negli Stati Uniti. È inutile aggiungere che Trump indica con l’infamante etichetta di comunismo l’antitrumpismo.

Insomma, l’idea che una specie di comunismo, che meglio sarebbe chiamare solo marxismo, si riaffacci negli Stati Uniti, e in Europa, sotto le vesti dei radical americani, degli immigrati e dei loro diritti, del femminismo contro la società patriarcale, dei catto-comunisti e dei seguaci dell’ideologia woke, non è poi peregrina. Certo, viene usata in modo grossolano da Trump per evidenti calcoli politici. Ma rispolverare il comunismo a babbo morto non è molto diverso dal continuare a denunciare il fascismo a più di ottant’anni dalla sua morte, da parte degli Antifa occidentali. Trump oggi, come Berlusconi ieri, stanno semplicemente restituendo ai loro nemici la patata bollente del passato, che per gli uni è il fascismo e per gli altri il comunismo. Chi evoca i fantasmi per vincere nel presente non può poi disprezzare chi, animato dalle stesse finalità di dominio, rivolge la loro caccia ai fantasmi in altra direzione. Se nelle loro sedute spiritiche loro evocano Hitler e Mussolini, non possono poi protestare se Trump nelle sue sedute evochi Stalin e Lenin. Occhio per occhio, defunto per defunto.


Corsini: “Ranucci? Non so se la bomba era farlocca… Col metodo Report sarebbe già al gabbio”


Il direttore degli Approfondimenti Rai: “Mai stato a cena da Lavitola, ma chi aveva problemi con la trasmissione andava lì”

Sigfrido Ranucci nello studio della trasmissione Report
 

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – “Report è un marchio Rai, quindi nel palinsesto c’è, andrà avanti comunque, poi Ranucci può esserci o no, può condurlo Giorgio Mottola o un altro”. Davanti all’ingresso di Montecitorio, Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai in quota FdI, parla della vicenda della bomba contro Sigfrido Ranucci e dell’ultimo, sorprendente, sviluppo delle indagini, che hanno individuato come presunto mandante Valter Lavitolaamico del conduttore di Rai3 e protagonista degli intrighi dell’ultima stagione del berlusconismo.

Per Corsini, si tratta di una “vicenda inquietante, per ora Ranucci è parte lesa, ma…”. Seguono stoccate contro un cronista da anni sgradito a Giorgia Meloni e al partito della fiamma, per le sue inchieste: “Se altri avessero usato il metodo Report su questa vicenda, Ranucci sarebbe stato già al gabbio, pensa se fosse successo a me, già mi avrebbero crocefisso”. Quanto alle frequentazioni del ristorante aperto da Lavitola a Monteverde, crocevia di politici, imprenditori e giornalisti, Corsini prende le distanze: “Io a mangiare pesce da lui non ci sono mai andato. Ma so che chi aveva un problema con Report ci passava”.

Sull’evoluzione dell’inchiesta, poche parole ma chiare: “Come è uscito il nome di Lavitola ho pensato che ci fosse qualcosa dietro. Ranucci comunque la bomba ce l’ha avuta, poi se vera o farlocca non lo so. A questo punto deve chiarire”.

Corsini (Approfondimenti Rai): “Ranucci è parte lesa ma dovrà chiarire. Col metodo Report sarebbe già al gabbio”

Il dirigente di viale Mazzini che ha la responsabilità su Report: “Il programma non rischia e andrà avanti, poi magari può condurla Mottola o altri. Il ristorante di Lavitola? Spesso chi aveva problemi con la trasmissione d’inchiesta andava lì”

Corsini (Approfondimenti Rai): “Ranucci è parte lesa ma dovrà chiarire. Col metodo Report sarebbe già al gabbio”

(ilfattoquotidiano.it) – Sigfrido Ranucci “per il momento resta parte lesa in questa vicenda”. A parlare è Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti della Rai che ha la responsabilità anche su Report. Corsini è stato intercettato davanti a Montecitorio dai cronisti parlamentari di Repubblica e Corriere. “Aspettiamo la magistratura – dice Corsini al Corriere.it -, ma poi chiamerò Ranucci perché deve chiarire questa vicenda inquietante nella quale lui per il momento è parte lesa. La bomba era per lui, vera o farlocca che fosse”. Insomma, il senso del ragionamento del dirigente di viale Mazzini parte dal fatto di essere “garantista”. “Se avessero usato il metodo Report per questa storia, Ranucci sarebbe già al gabbio. Se fosse capitato a me ora sarei già crocifisso“.

Corsini assicura che Report non rischia niente: “E’ in una trasmissione di cui la Rai ha il marchio. Nel prossimo palinsesto c’è e andrà avanti comunque, poi magari può condurla Giorgio Mottola o un altro”. Questo non significa che Ranucci sia già fuori, precisa il direttore degli Approfondimenti: “Per il momento resta parte lesa in questa vicenda, come sapete con lui ho un rapporto vivace e franco: abbiamo discusso molte volte”. Il cronista del Corriere gli domanda: a pranzo da Lavitola? “Mai stato – risponde Corsini – e mi permetto di aggiungere che deve esistere un confine anche tra fonte e giornalista. Ma so che chi aveva un problema con Report spesso andava da Lavitola”. Anzi, aggiunge, “quando è uscito il nome di Lavitola ho subito pensato che ci fosse qualcosa di strano dietro”.

“Non sono stato io, non ho idea del movente”, Valter Lavitola interrogato per due ore nega di essere il mandante della bomba Ranucci

L’ex direttore dell’Avanti, indagato a Roma per tentata strage e associazione mafiosa, ha risposto alle domande del procuratore Lo Voi. Ha detto di essere “sconvolto” per l’accusa perché legato da un rapporto di amicizia con il conduttore di Report. Lascia il tribunale in taxi da un’uscita secondaria senza rilasciare dichiarazioni

“Non sono stato io, non ho idea del movente”, Valter Lavitola interrogato per due ore nega di essere il mandante della bomba Ranucci

(ilfattoquotidiano.it) – “Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente”. È durato circa due ore l’interrogatorio di Valter Lavitola, convocato oggi dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre 2025. L’ex direttore dell’Avanti, indagato per tentata strage e associazione per delinquere di tipo mafioso, è stato ascoltato dal procuratore capo Francesco Lo Voi e avrebbe detto di essere estraneo alle pesantissime contestazioni.

L’ex faccendieri – protagonista di tanti casi eclatanti della seconda Repubblica – si è detto “sconcertato” dell’accusa di essere il mandante alla luce del rapporto di “fraternità” che lo lega a Ranucci. Per quanto riguarda la sua presenza sul luogo dell’attentato un mese prima dei fatti avrebbe detto che spesso “andava lì a trovare Ranucci”. In merito al ruolo sull’uomo accusato di essere l’intermediario, Gomes Clesio Tavares, ha sostenuto di “non averlo mandato in Camerun’’, lui “sta spesso lì e ciò è riscontrabile dal suo passaporto. Ora si trova nel suo Paese di origine per un affare sul carbon credit”.

Lavitola – considerato il presunto mandante della bomba – quindi avrebbe risposto alle domande degli inquirenti e reso dichiarazioni nel corso dell’atto istruttorio, che si è svolto nell’ufficio del procuratore. Al termine dell’interrogatorio, l’indagato ha lasciato il palazzo di giustizia da un’uscita secondaria insieme al suo difensore, l’avvocato Sergio Cola, salendo immediatamente a bordo di un taxi senza rilasciare dichiarazioni ai cronisti presenti.

Il legale: “È sconvolto”

Poco prima dell’inizio dell’interrogatorio era stato il difensore a prendere la parola, limitandosi però a poche dichiarazioni. “In questo momento, per motivi di riservatezza, non vi posso anticipare niente. Sarei scorretto sul piano professionale”, ha affermato l’avvocato Cola. “Vi posso solo dire che Valter Lavitola è sconvolto per le accuse che gli sono state mosse, e ciò in ragione dello stretto e fraterno rapporto di amicizia che ha con Ranucci. Come ha confermato Ranucci in questi giorni”. Il conduttore di Report si è detto “sconcertato”, ritenendo l’ordigno di Pomezia un “messaggio destinato a qualcun altro”. Il legale non ha fornito ulteriori dettagli sul contenuto dell’interrogatorio né sulla linea difensiva adottata.

L’inchiesta

Lavitola è tra gli indagati nell’inchiesta della Procura di Roma sull’attentato dinamitardo che il 16 ottobre dello scorso anno ha preso di mira il giornalista. La sua auto e quella della figlia sono andate distrutte. Nei giorni scorsi i Carabinieri hanno arrestato quattro persone – tre uomini e una donna – considerati i componenti del commando che preparò e agì quella notte. I quattro sono Pellegrino D’Avino e sua moglie, Marika De Filippi, finita ai domiciliari, Saverio Mutone, e Antonio Passariello, 53 anni, ritenuto uno dei capi del gruppo. Stando a quanto scrive il giudice su di loro gravano “elementi gravi, precisi e concordanti” a ritenere che “abbiano preso parte all’azione criminosa e abbiano offerto, ognuno con un ruolo specifico e determinato, un contributo rilevante alla commissione dei reati”, messi in atto in cambio di denaro. Ad interfacciarsi con l’intermediario era il solo D’Avino.


Meloni: “Ridicolo dire che si chiudono gli ospedali per comprare i carri armati”


La presidente del Consiglio nella conferenza stampa al termine del vertice Nato di Ankara parla dell’aumento della spesa in difesa e sicurezza

(ilfattoquotidiano.it) – “Io sono convinta che noi dobbiamo rafforzare la nostra spesa in difesa e sicurezza, soprattutto nel concetto ampio di difesa e sicurezza. Chiaramente bisogna farlo con un equilibrio, perché l’unica cosa che non farò e che non sono disposta a fare è togliere risorse ad altri capitoli che considero ugualmente importanti. Per cui questa accusa strumentale che viene fatta di un’Italia che chiude gli ospedali per comprare i carri armati è ridicola, ridicola, perché è per me un limite invalicabile. Dove ho gli strumenti per rafforzare la difesa e la sicurezza, li rafforzo finché posso”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella conferenza stampa al termine del vertice Nato di Ankara.

“Oggi noi siamo al 2,8% di Pil, il prossimo anno faremo i nostri sforzi per crescere e migliorare ancora, rispetteremo i nostri impegni, ma insomma gli impegni che ci siamo impegnati a mantenere mi paiono quelli adeguati in questo tempo, ecco non andrei oltre rispetto a quelli, ma credo che quelli siano degli impegni che oggi vale la pena di mantenere anche se non viene riconosciuto, anche se non è popolare”, conclude la premier.


Attacco statunitense all’Iran: la crisi di nervi dell’amministrazione americana


(Andrea Zhok) – Nella notte c’è stato un pesantissimo attacco statunitense all’Iran nonostante fosse stato detto che sarebbero stati rispettati i giorni di lutto dichiarati per i funerali di stato di Khamenei. All’attacco su città costiere e postazioni navali, è seguita una risposta iraniana sulle basi americane in Bahrain e Kuwait.

Questo attacco è stato presentato dall’amministrazione americana come reazione ad alcuni colpi di avvertimento della marina iraniana su navi che cercavano di uscire dallo stretto di Hormuz attraverso un passaggio non concordato. Il carattere pretestuoso della reazione è palese: i colpi avevano prodotto danni minori ad una delle 3 navi commerciali che avevano cercato di forzare la mano.

Per l’Iran l’insistenza sul seguire la rotta prestabilita per passare dallo stretto di Hormuz ha un valore innanzitutto simbolico: si tratta di stabilire che d’ora in poi saranno loro a supervisionare il transito dallo stretto.

La reazione statunitense sembra difficilmente comprensibile in termini di strategia politica.

Sembra quasi un “fallo di reazione”, uno scatto di nervi di fronte alle impressionanti manifestazioni di massa dei funerali tributati a Khamenei (e non escluderei giochi un ruolo anche il nervosismo per il discredito mondiale ricaduto sugli USA dopo i magheggi di Trump per favorire la nazionale di calcio americana).

Considerando chi è oggi il comandante in capo dell’esercito americano, l’idea di una crisi di nervi che si esprime – American Style – non dall’analista, ma mettendosi a sparare, è assai plausibile.

Comprendere altrimenti quale possa essere il senso di questo attacco è arduo.

Esso probabilmente condurrà ad una nuova chiusura dello stretto di Hormuz, ad una nuova crisi di approvvigionamento di combustibile (senza aver ancora superato la precedente) e ad un’impasse, forse definitiva, nelle trattative di pace.

Se l’idea è di distruggere il morale degli iraniani, persino dei culturalmente deprivati come gli statunitensi dovrebbero aver capito che quella non è una strada percorribile.

La cosa più angosciante nei nostri tempi non è la crudeltà al potere, che pure non manca, ma l’odierna schietta irrazionalità del potere. La selezione delle classi dirigenti occidentali ha preso da tempo una china per cui di fatto vengono incoronati i peggiori. I casi di Trump e Nethanyahu sono solo quelli in cui il tratto psicopatologico è più manifesto e gli armamenti più imponenti, ma una carrellata sui leader dei maggiori governi europei (o della commissione europea) identifica in modo consistente come a gestire il potere siano persone che pochissimi cittadini vorrebbero avere come ospiti a cena.

Il sistema di selezione delle classi dirigenti nel modello liberaldemocratico – direttamente plutocratico o dipendente da plutocrazie operanti dietro le quinte – si è dimostrato un fallimento epico.


Trump contro tutti al vertice Nato


Trump contro tutti al vertice Nato: Rutte lo elogia mentre il presidente Usa attacca Italia e Spagna. “Dall’Ue sono partiti 5mila voli a sostegno di Epic Fury, è tantissimo, e anche la Spagna ora è al 2%, se non ci fossi stato tu non sarebbe successo, è una tua grande vittoria, prendila”, gli dice il segretario generale mentre il tycoon se la prende ancora con gli Alleati

Trump contro tutti al vertice Nato: Rutte lo elogia mentre il presidente Usa attacca Italia e Spagna

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – ANKARA – L’Italia si è comportata “molto male” con le sue basi durante la guerra in Iran; il cessate il fuoco con Teheran è finito; l’intera Nato lo ha deluso; la Groenlandia deve passare agli Usa; con la Spagna ha interrotto tutte le relazioni commerciali; ma i rapporti con la Cina sono ottimi.

Donald Trump è stato incontenibile, parlando all’apertura del vertice Nato di Ankara, insieme al segretario generale Mark Rutte. In pratica non ha risparmiato nessuno, o quasi, a parte l’ospite turco Erdogan e gli autocrati con cui si trova a proprio agio. Così è tornato ad alimentare tutti i timori non solo sul futuro dell’Alleanza o la difesa dell’Ucraina, ma anche sulla tenuta dell’intero paradigma occidentale, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi ha garantito quanto meno una relativa stabilità, prosperità e libertà alle due sponde dell’Atlantico.

Dopo aver detto ieri che la premier Meloni è una brava persona, oggi il capo della Casa Bianca è tornato ad attaccare Roma per il mancato sostegno durante l’offensiva in Iran, ripresa con i forti bombardamenti delle ultime ore. L’Italia “ha fatto molto male” nelle decisioni sulla mancata concessione delle sue basi alle forze armate Usa.

L’Iran, “è un Paese bugiardo e malato. Per quanto mi riguarda la tregua à finita”. Quindi ha spiegato che negoziare con Teheran “è una perdita di tempo. Queste sono persone malvagie e malate, e dobbiamo sbarazzarcene: sono un cancro. Un cancro. E sapete cosa bisogna fare? Bisogna estirpare il cancro sul nascere”. Il motivo lo ha spiegato così: “C’è qualcosa che non va in loro. Abbiamo detto ‘andate a occuparvi delle vostre faccende funebri’, e invece ieri hanno iniziato a sparare razzi e attaccare le navi. Quindi ieri sera li abbiamo colpiti duramente. I nostri attacchi sono stati 20 volte più duri delle rappresaglie iraniane. Ho detto loro che ogni volta che colpiscono, colpiamo anche noi. Ovviamente sono giocatori scorretti, quindi se la prendono con tutti. Non ci piacciono, non piacciono a me, sono persone malvagie”. Trump ha detto che la trattativa di 60 giorni avviata con il memorandum of understanding è chiusa: “Non voglio più avere a che fare con loro. Per quanto mi riguarda, è finita. Parlerò con i nostri negoziatori. Loro vogliono negoziare e possono farlo. Per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo occuparsi degli iraniani”.

Il presidente ha ribadito di essere “molto contrariato con i membri europei della Nato. Parlerò delle cose che ci stanno a cuore. La Groenlandia per noi è un grande problema, è in gioco la sicurezza nazionale. Noi abbiamo speso più di mille miliardi in 10 anni per difendere i paesi Nato dalla Russia e in cambio siamo trattati ingiustamente. Sono molto arrabbiato con la Nato, abbiamo pagato troppo, miliardi e miliardi di dollari”, mentre “gli altri paesi non pagano niente” e non lo hanno aiutato nella guerra contro l’Iran. Perciò è “molto in collera” con loro. Dall’Europa sono partiti 5mila voli a sostegno di Epic Fury, è tantissimo, e anche la Spagna ora è al 2%, se non ci fossi stato tu non sarebbe successo, è una tua grande vittoria, prendila”, ha detto invece il segretario generale della Nato Mark Rutte.

Quanto alla Danimarca, che si ostina a non vendergli la Groenlandia, “i nazisti entrarono nel paese in meno di una giornata. Segno della sua incapacità a proteggere il proprio territorio”, e quindi anche la grande regione artica presa di mira da Cina e Russia. La Groenlandia “è importante per la protezione del mondo, non solo per gli Stati Uniti”, perciò lui insiste nel volerla.

“State a vedere – ha previsto Trump – vedrete che torneranno strisciando. Oh, torneranno eccome. Trattano malissimo quest’uomo (il segretario generale della Nato Mark Rutte, ndr), e lui è una brava persona. Un grande uomo. Sono fortunati ad averlo. Ma la Spagna non accetta nulla. E noi non dovremmo farci carico di loro”. La Spagna poi “è un pessimo alleato. Non voglio avere rapporti con loro. I rapporti commerciali sono finiti, sono un caso senza speranza. Ci sono anche un altro paio di paesi difficili, ma La Spagna è particolarmente ostile”. Invece “la Cina ci ha trattato bene. Sono la persona numero uno su TikTok con circa 4 miliardi di visualizzazioni”.

Trump non è nuovo a questi sfoghi, che fanno parte della sua strategia di incertezza e pressione, per tenere alleati e avversari sempre sul filo. Il rischio però è che questo filo finisca prima o poi per spezzarsi davvero.


Ranucci: “Dietro c’è chi vuole affossare Report e la mia reputazione”


“Quale vantaggio avrei ottenuto dalla bomba? Visibilità? Ma se ho fatto più di 500 eventi“

(di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – “Non so più cosa pensare. Sto di merda, non dormo”. Sigfrido Ranucci non usa perifrasi per raccontare lo stato in cui l’ha lasciato la notizia che il mandante dell’attentato dinamitardo sotto casa sua, il 16 ottobre scorso, avrebbe un nome: Valter Lavitola. Non un nemico, ma un amico vero, dice lui. Uno con cui ha mangiato coi figli, che è stato ospite a casa sua. “Mi sento anche tradito”, aggiunge parlando al Fatto, “al di là di tutto”. Fa uno strano effetto rileggere gli scambi fra i due. Il 30 giugno, quando arriva la notizia dell’arresto dei quattro esecutori materiali, è Ranucci stesso a girare il lancio d’agenzia a Lavitola, quasi esultante – “li hanno beccati”, con tanto di emoji. Lavitola risponde con una sola parola: “Chi”. Nessun sospetto, in quel momento, che l’inchiesta potesse risalire fino a lui.

Una settimana dopo lo scenario cambia. Perquisito, Lavitola scrive a Ranucci che gli investigatori lo indicano come mandante, ma che l’obiettivo non era fargli del male, casomai aiutarlo, ma senza chiarire in cosa. Aggiunge che se Ranucci fosse stato consapevole verrebbe indagato pure lui – ipotesi che liquida come assurda – e chiude con parole d’affetto quasi da addio.

Ranucci si pone da ore la stessa domanda con malcelato fastidio: quale vantaggio avrebbe ottenuto dalla bomba? “Io avrei bisogno di visibilità? Ho fatto 500 eventi, basta andare sui social”, dice ricordando che dieci giorni prima aveva invitato lo stesso Lavitola a un evento pubblico con 1300 persone. I contratti editoriali erano già firmati, le puntate di Report già tagliate. L’amicizia, quella vera, Ranucci non la mette in discussione. Racconta che il rapporto nasce professionale – “sui Canadair, sulla famiglia Berlusconi” – poi diventa personale nel 2019, quando Lavitola riceve consigli anche dalla figlia di Ranucci, che segue casi di persone fragili. Da lì un rapporto “quotidiano, settimanale”: “È venuto a casa mia, ha mangiato coi miei figli due volte”. Per questo è convinto che Lavitola non avrebbe mai voluto fargli male.

La sua ipotesi è che Lavitola sia stato lo strumento, non la testa: un’operazione per “far detonare la reputazione” di un nemico, trovando in un personaggio malleabile – amico vero, ma da sempre disposto a imprese corsare – l’esecutore ideale. Ma per conto di chi? La Procura ha ricostruito una filiera precisa: Lavitola avrebbe incaricato Gomes Celesio Tavares, dipendente del suo ristorante Cefalù di Monteverde, di reperire esplosivo ed esecutori, i quattro già arrestati per strage aggravata dal metodo mafioso.

Ma Ranucci, al telefono, passa e ripassa collegamenti, ipotesi, indizi come le pieghe di un ventaglio, senza scartarne nessuno. Se tre anni fa, quando il Riformista aveva pubblicato una sua foto a cena con Lavitola e un monsignore se l’era presa con l’ex premier Matteo Renzi inviandogli un sms di fuoco, oggi si fa domande su Marco Mancini ex numero 2 del Sismi, che con Renzi si incontrava all’Autogrill e con il quale i rapporti sono ai minimi storici dopo la puntata di Report col famoso video che ha costretto Mancini al pensionamento. Una soffiata sull’ira di Mancini nei suoi confronti, sostiene Ranucci, se l’era annotata pure il suo capo scorta. I dettagli temporali alimentano suggestioni senza prove: la bomba è del 16 ottobre 2025, sei giorni dopo si tiene l’udienza che chiuderà con l’archiviazione l’indagine nata dall’esposto di Mancini contro Report per rivelazione di segreto di Stato sull’incontro con Renzi.

Il giallo torna in un nome forse in codice. Nell’ordinanza contro i quattro esecutori compare una frase dell’intermediario di Lavitola: “Non bisogna far arrivare a Corrado”. Corrado, sostiene Ranucci, era uno dei nomi con cui il Sismi identificava Mancini. Ranucci non punta il dito, ma rimarca la pista del traffico d’armi verso la Libia e di un cantiere navale legato ai clan Moccia e Contini, quella che a Report interessa da tempo.

Il ventaglio è così largo che un minuto dopo Ranucci cerca risposta a un’altra domanda: come faceva chi ha organizzato l’attentato a sapere che proprio quella sera sarebbe rientrato a casa? O lo pedinavano da giorni, o qualcuno gliel’ha “soffiato”. La sensazione, più che la prova, è quella di un pozzo avvelenato apposta. Le carte non dicono ancora nulla. Oggi Lavitola, accusato di concorso in strage aggravata dal metodo mafioso, potrebbe dire di più.


Dalla parte sbagliata della storia


Non saranno i meme né il risentimento di Meloni verso Trump a cancellare l’onta di aver scelto la parte sbagliata della storia.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – C’è qualcosa di masochistico in questa Europa e nelle istituzioni internazionali alle quali partecipa, a partire dalla Nato, l’alleanza militare sopravvissuta al crollo del muro di Berlino per difenderci da un nemico che, a seconda delle contingenze, gli Stati Uniti hanno pescato di volta e volta da un capo all’altro del mondo. Un’alleanza che ha visto progressivamente il suo primus inter pares, gli Usa, prendere il sopravvento sui cosiddetti alleati.

Fino a disvelare già prima di Donald Trump – che a differenza dei suoi predecessori ha solo smesso di fingere che non sia vero – la sua natura di padre padrone in un consesso di servi sciocchi (con le sole eccezioni di Spagna e Canada). A forza di chinare il capo ad ogni richiesta del dominus, i vassalli europei hanno legittimato le pretese sempre crescenti di una superpotenza che, oltretutto, ha iniziato pure a dileggiarci – Giorgia Meloni ne sa qualcosa – mentre otteneva il via libera di ectoplasmi come Ursula von der Leyen ai dazi senza contropartita impostici da Maga Magò, agli acquisti di gnl al quadruplo del prezzo del gas russo e di armi americane con l’accordo capestro del 5% del Pil sottoscritto senza battere ciglio dai cosiddetti leader europei (ad eccezione dello spagnolo Sanchez) in sede Nato guidata da un altro noto statista.

Quel Mark Rutte che si rivolgeva a Trump chiamandolo daddy. Il padre padrone – appunto – che oggi accusa mezza Europa, Italia (e Meloni) in testa, di non averlo sostenuto nella folle guerra all’Iran, scatenata con il suo degno sodale Netanyahu. Un’altra guerra contro l’Europa, che continua a pagare il prezzo più alto della crisi petrolifera esplosa con il conflitto. Al pari di quella in Ucraina, fomentata dagli statisti della Nato per conto e nell’interesse degli stessi Stati Uniti, che continuano a lucrare miliardi gentilmente offerti dai contribuenti Ue a sostegno della resistenza – coraggiosa, ma senza speranze – delle truppe di Kiev.

Non saranno i meme né il risentimento postumo di Meloni di fronte agli insulti di Trump a cancellare l’onta peggiore per il Paese che rappresenta, al pari dei suoi colleghi europei. Quella di aver scelto per l’Italia la parte sbagliata della storia.


Meloni e i giornalisti definiti “un plotone d’esecuzione”


Vertice Nato, Meloni arriva per ultima poi la cena ad alta tensione: “Trump? Rapporti cordiali”. Al tavolo che apre i lavori le sedie del padrone di casa e del segretario Rutte separano la presidente del Consiglio dal tycoon

La premier Giorgia Meloni

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ANKARA – Di nero vestita, Giorgia Meloni solca la hall dello Sheraton al termine di una cena complessa, consumata allo stesso tavolo di Donald Trump. Ha di fronte i cronisti, tira dritto con un sorriso accennato: «Ecco il plotone d’esecuzione…». Giornata faticosa, incroci pericolosi. Non può neanche fumare, ha smesso di recente. E quindi poche parole, discretamente gelide, volutamente distaccate. «Come è andata con il Presidente Usa? Rapporti cordiali». Il minimo sindacale della diplomazia, forse anche un po’ meno. Il passo accelera, non c’è alcuna intenzione di parlare del meme insultante del tycoon. «Ma c’è stato un chiarimento?». «Vi ho già risposto».

Meloni al vertice Nato dribbla i giornalisti: “Chiarimento con Trump? Ho già risposto”

La cena, dunque. Il tavolo è lo stesso, la distanza di sicurezza garantita alla presidenza turca: un paio di sedie dividono la premier dal presidente americano. Meloni siede tra Mark Rutte e Keir Starmer. Fino all’ultimo, il cerimoniale si confronta con l’organizzazione del summit, ma si sa: quando gioca in casa, decide tutto Erdogan. E d’altra parte, sarebbe stato peggio finire esclusa dai nove big selezionati per mangiare al desco del Sultano. Di fatto, un G5 senza il canadese e il giapponese.

La conversazione, almeno così giurano fonti qualificate, corre lungo binari politici, o comunque: per quanto questo sia possibile senza scontri personali con Trump. Si discute di lavoro, soprattutto di Nato. Il presidente americano ce l’ha con gli europei, li ha insultati cinque ore prima di cenarci e adesso se li ritrova di fronte, il dossier è delicato. Ma forse, per Meloni è anche meglio così: politica, sicurezza, Ucraina e Hormuz sono meglio che scendere su un piano conviviale, visti gli argomenti insultanti utilizzati nei giorni scorsi da leader Maga. La presidente del Consiglio evita di mostrarsi offesa e silenziosa: impossibile ipotizzare chiarimenti più o meno pubblici con l’inquilino della Casa Bianca.

Quando rientra in hotel, però, si intuisce che il faccia a faccia tra i big continentali e l’americano è stato impegnativo, quantomeno. E comunque, non è ancora il momento di tornare sul meme, perché significherebbe esporsi durante la giornata di lavori di oggi alla “ritorsione” trumpiana. Semmai, ne parlerà a vertice concluso in un punto stampa con i cronisti italiani.

È un giorno intero che va così, d’altra parte: manovre di avvicinamento millimetriche, senza troppo rischiare. L’arrivo, ad esempio: l’italiana decolla alle 17.40 (ora di Ankara) e atterra dopo le 20. Tutti i leader sono già nella capitale turca da un paio d’ore. A ridosso dell’avvio della serata vengono accolti Friedrich Merz ed Emmanuel Macron. Poi, per ultimo (anzi, penultimo) tocca Trump. In cima alla scalinata lo salutano Erdogan e consorte. Foto di rito, i tre si girano e, seguiti dall’intero cerimoniale d’accoglienza, entrano nel palazzo. Si chiudono le porte. La banda militare in abiti tradizionali si rilassa, qualcuno rompe le righe. Le telecamere indugiano sugli scudi, gli elmi, i baffi, le mezzelune. Il circuito chiuso della Nato tentenna, infine stacca la diretta. E Meloni, dov’è Meloni?

Non c’è, non ancora. Si presenterà poco dopo. Accolta da un ministro, sembra. Ritardo tattico, scelta utile a evitare incroci pericolosi? Oppure, come circola, un errore di percorso del corteo che le fa perdere una decina di minuti? All’inizio si propende per la tesi dell’intenzionalità che mira a schivare spiacevoli sorprese con Trump, anche perché la foto di famiglia dei trentadue leader mostra la presidente del Consiglio tra Pedro Sanchez ed Emmanuel Macron, distante almeno quattro capi di governo dall’americano. Tutto questo finché non trapela la composizione del tavolo: la premier siede a pochi metri dal tycoon, quindi sarebbe comunque inutile esagerare con le tattiche diversive.

E d’altra parte, qualche indizio di un percorso di timido, scettico riavvicinamento si registra per tutto il giorno. Ad esempio, Antonio Tajani riesce a costruire un bilaterale con Marco Rubio, in agenda a tarda sera. Un ruolo pare averlo avuto anche l’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta, che pare abbia chiamato direttamente Trump cercando di smussare qualcosa, sperando di evitare lo scontro finale. Non ha evitato il meme della discordia, comunque, né il gelo di Ankara. «Rapporti cordiali».


La tregua è finita, andate in pace


(ANSA) – WASHINGTON, 07 LUG – Donald Trump ha approvato il piano di attacco contro l’Iran e ne ha ordinato l’esecuzione mentre si trovava in Turchia per il vertice della Nato. Lo riporta Axios citando un funzionario americano. Il presidente, spiega la fonte, ha tenuto una riunione ad Ankara con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, quello di Stato Marco Rubio, quello al Tesoro Scott Bessent e il capo degli stati maggiori congiunti il generale Dan Caine.

Secondo il funzionario “non è ancora chiaro per quanto tempo proseguiranno gli attacchi. Riceveremo una valutazione sui risultati dei raid e prenderemo decisioni in seguito”. 

IRAN: COMANDO USA, COLPITI 80 OBIETTIVI TRA CUI SISTEMI DIFESA E 60 IMBARCAZIONI

(LaPresse) – “Le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) hanno completato una nuova serie di attacchi offensivi contro l’Iran il 7 luglio, colpendo oltre 80 obiettivi con munizioni di precisione come risposta immediata agli ultimi attacchi iraniani contro navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz”.

È quanto si legge in una nota del Centcom. “Le forze statunitensi hanno colpito i sistemi di difesa aerea iraniani, le reti di comando e controllo, le postazioni radar costiere, le capacità missilistiche anti-nave e oltre 60 piccole imbarcazioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche all’interno e in prossimità dello stretto, al fine di ridurre la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare il commercio internazionale che transita attraverso questo corridoio commerciale”, fa sapere il Comando Usa, “l’Iran ha recentemente attaccato tre navi mercantili in transito nello stretto, tra cui la M/T Al Rekayyat battente bandiera delle Isole Marshall, la M/T Wedyan battente bandiera dell’Arabia Saudita e la M/T Cyprus Prosperity battente bandiera liberiana.

L’aggressione ingiustificata da parte delle forze iraniane costituisce una chiara e pericolosa violazione del cessate il fuoco e compromette la libertà di navigazione”. “Le forze del Centcom rimangono pronte e preparate a chiamare l’Iran a rispondere delle proprie azioni qualora l’accordo non venga rispettato o osservato”, conclude la nota.  

AXIOS, ‘ULTIMI ATTACCHI USA 4-5 VOLTE SUPERIORI A QUELLI DI FINE GIUGNO’ 

(ANSA) – Gli attacchi Usa di poco fa contro l’Iran sono stati, per portata e potenza, quattro o cinque volte superiori a quelli avvenuti dieci giorni prima. Lo riporta Axios citando un funzionario americano.

IRAN, ‘ATTACCHI USA VIOLANO INTESA, CI SARANNO RITORSIONI’ 

(ANSA-AFP) – TEHERAN, 08 LUG – Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno ripetutamente violato il memorandum d’intesa concordato e ha avvertito che ci saranno ritorsioni in seguito agli attacchi di Washington contro obiettivi nello Stretto di Hormuz.

“L’Iran lancia un serio avvertimento sulle conseguenze della violazione del trattato da parte degli Stati Uniti e adotterà misure decisive per proteggere i propri interessi e la sicurezza nazionale”, ha affermato il ministero in una dichiarazione pubblicata su Telegram da Irib News.

IRAN, ‘COLPITE BASI MILITARI USA IN KUWAIT E BAHREIN’ 

(ANSA-AFP) – ROMA, 08 LUG – L’Iran afferma di aver colpito basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, secondo quanto riportato dalla televisione di Stato iraniana. Le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito decine di installazioni militari statunitensi in Bahrein e Kuwait in risposta agli attacchi americani, secondo un comunicato diffuso dall’emittente statale IRIB.

“In una prima risposta a questa aggressione, la Marina e le Forze Aerospaziali delle Guardie Rivoluzionarie hanno condotto un’operazione con missili e droni, colpendo 85 installazioni militari statunitensi chiave” nei due Paesi, e abbattendo un drone MQ-9, si legge nel comunicato.

GHALIBAF, ‘DA USA VIOLAZIONE MEMORANDUM, FINITA ERA DEL BULLISMO NON CI PIEGHIAMO’ 

(ANSA) – ROMA, 08 LUG – “Grave violazioni dell’memorandum di intesa tra Usa e Iran da parte degli Stati Uniti: Violazione della regolamentazione  nello Stretto (di Hormuz, ndr). Minacce persistenti di ulteriori attacchi. Reintroduzione delle sanzioni sul petrolio. Attacchi al sud dell’Iran.

Aggressione sionista continua sul Libano. L’era del bullismo e dell’estorsione è finita. Non porta da nessuna parte. Non ci pieghiamo”. Lo ha scritto in un post sul suo profilo X, Mohammad Bagher Ghalibaf presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore per l’Iran nella trattativa con gli Stati Uniti, in seguito agli attacchi delle forze armate americane sul Paese. 

IL KUWAIT STA RISPONDENDO AD ATTACCHI CON DRONI E MISSILI 

(ANSA-AFP) – ROMA, 08 LUG – I sistemi di difesa aerea del Kuwait sono impegnati in scontri con droni e missili ostili. Lo ha dichiarato lo Stato Maggiore dell’Esercito kuwaitiano. Le esplosioni, udite in alcune zone del Paese, sono state causate da intercettazioni in volo, secondo un comunicato dello Stato Maggiore. Si raccomanda alla popolazione di attenersi alle istruzioni di sicurezza emanate dagli organi competenti. 

IL PETROLIO IN RIALZO DOPO GLI ATTACCHI USA ALL’IRAN

(ANSA-AFP) – ROMA, 08 LUG – Il prezzo del petrolio di riferimento statunitense è aumentato di oltre il 2,5% all’apertura dei mercati, in seguito dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente e dei nuovi attacchi statunitensi contro l’Iran.    Il greggio West Texas Intermediate, uno dei due principali benchmark globali, ha guadagnato il 2,63%, attestandosi a 72,29 dollari al barile.

L’incremento è avvenuto dopo che le forze statunitensi hanno lanciato raid contro l’Iran in seguito all’attacco a tre navi mercantili nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dall’esercito americano.   

I media statali iraniani hanno segnalato numerose esplosioni intorno allo stretto, tra cui sei sull’isola di Qeshm, sette nella città di Sirik e altre nella città portuale di Bandar Abbas. I prezzi del petrolio rimangono comunque ben al di sotto dei picchi raggiunti all’inizio della guerra. 


Vannacci all’assalto contro l’italica pigrizia


Perfettamente in linea con i tempi che corrono, il generale lancia il suo programma di allenamento ossessivo. E noi, con fierezza e orgoglio nazionale, ce ne stiamo sul divano

(di Saverio Raimondo – ilfoglio.it) – Una celebre battuta di Woody Allen dice: “Chi non sa fare niente insegna, e chi non sa fare nemmeno quello insegna ginnastica”. Figuratevi quindi quanto deve essere scarso quel politico che promuove l’educazione fisica come rimedio universaleSto parlando ovviamente del leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, che per questo fine settimana ha organizzato a Sanremo una tre giorni di sport “per pesare di meno sul Servizio Sanitario Nazionale” – con buona pace di quelli che facendo sport si fanno male e finiscono al pronto soccorso per una storta, uno strappo, la rottura di un crociato o di un menisco.

Secondo Vannacci lo sport va promosso non solo per risolvere i problemi della sanità italiana (da un ex militare mi sarei aspettato piuttosto la proposta di allestire ospedali da campo e ridurre così le liste d’attesa con le amputazioni), ma anche per altre due ragioni. La prima è lo sport come alternativa al Gay Pride – come se quel birbante del generale non sapesse che gli spogliatoi maschili delle palestre sono un’app di dating omosex permanente, e che se davvero vuole disincentivare l’omosessualità deve puntare su corpi flaccidi e sovrappeso, non certo tonici e dai muscoli scolpiti. Secondo, perché lo sport fa bene alla leadership, tanto che Vannacci lancia la proposta: “Prove fisiche per tutti i politici”. Praticamente sembra che Vannacci più che alle elezioni voglia sfidare la classe politica italiana a una Coppa Cobram di fantozziana memoria, con Meloni Schlein Conte Salvini Renzi Tajani Calenda e tutto il Parlamento che si cimentano assieme a Robertone in una gara ciclistica sul Curvone di Montecitorio.

Ma in cosa consiste questa “tre giorni dei futuristi” (cit.) di sport vannacciani? Si legge sul manifesto che le sfide sono tre: la prima, “Nuoto: la mente domina l’acqua” – e qui più che sullo sportivo si va sull’alchemico, se non sul biblico, con i camerati di Futuro Nazionale che aprono il Mar Ligure come fosse il Mar Rosso con la sola forza del pensiero. Seconda sfida, “Corsa campestre: la determinazione oltre l’ostacolo della distanza, come il cuore futurista” – qui invece siamo nel cardiologico: che patologia è infatti il cuore futurista? M’immagino un’aritmia che fa “tri tri tri, fru fru fru, ihu ihu ihu, uhi uhi uhi” come nella celebre poesia di Palazzeschi. Infine, “Ciclismo: pedalando controvento riuniamo una Nazione” – e qui siamo nel delirio allucinatorio, con Vannacci che si vede un po’ Coppi un po’ Bartali, ma soprattutto che minaccia di fare una pista ciclabile lunga tutta l’Italia. Questo triathlon vannacciano sembra un colpo di calore (sia effetto che possibile causa), ma in realtà è spirito dei tempi: in giro è pieno di gente che si allena in attività sportive sempre più intense, estreme e ossessive, monitorando frequenza cardiaca e consumo di calorie con app e dispositivi indossabili. Non c’è dubbio che l’attività fisica sia benefica e salutare; ma altrettanto indubbio è che in questi anni la pratica sportiva abbia assunto i contorni della patologia mentale. Dunque, per ragioni sia politiche che psicologiche, propongo questo fine settimana di rispondere a Vannacci con la sedentarietà: statevene molli in poltrona o su un’amaca a sonnecchiare, alzatevi pigramente solo per spiluccare un frutto, e poi rimettetevi giù a oziare. La nostra identità non è fiatone e sudore. E a noi dello sport ci interessa solo il doping. 


Pontiera bullizzata, a destra tutti zitti: e il tricolore a chi va?


Li vedete i corsivi indignati di fronte agli insulti di Trump alla premier? Li leggete i corsivi feroci di quelli che mettono foto fatte con l’Ia in prima pagina per virare odio verso i marocchini?  Zero di zero. E allora riprendiamoci la bandiera italiana, restituiamola a tutti. Magari in piazza. In nome della Costituzione

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.

Tradotto: siamo un paese – pardon, nazione – di simpatici zuzzurelloni perché dividerci è la cosa che sappiamo fare meglio. E ce l’abbiamo scritto nella seconda strofa dell’inno nazionale, quella che avete appena letto. Perché Mameli ci conosceva assai, anche se non aveva contezza di Meloni e del suo orgoglio patrio ad assetto variabile.

Ora che Trump ne ha chiesto il Tso (lui!) immaginate come avrebbe reagito la claque sovranista a un diverso latore dell’insulto. Immaginate se uno qualunque non dico comunista, non dico di sinistra, diciamo uno che normalmente separa la carta dall’umido, avesse osato profferire cotanto pernacchio planetario verso il nostro presidente del consiglio. Che poi è una lei. Ma pare che questo, il corretto uso dei pronomi sia, allo stato dell’arte, ben più offensivo che farsi trattare da strofinaccio globale.

Lo sentite il rollio berciante del galeazzobignami di turno, in prima serata, col microfono retto da mano amica e l’inquadratura ben stretta a nascondere i bermuda e la spiaggia attrezzata? Li leggete i corsivi feroci di quelli che mettono in prima pagina foto fatte con l’Ia per virare odio verso i marocchini, colpevoli di averci surclassato a livello calcistico? Lo intercettate, derubricandolo subito dopo a “chissenefrega”, il post molliccio di Tajani, scritto da chissachì senza troppa foga o fantasia, sennò si vede che non è Tajani, per esprimere solidarietà e invitare ad abbassare i toni?

Invece niente. Troncare, sopire. Se percepite un fischiettio in sottofondo, è Crosetto. Di più: è l’Italia. A leggere in giro, pare sia il segnale che LA presidente è diventata adulta, che non agisce di pancia. Dunque assume le sembianze di Homer Simpson quando indietreggia fino a sparire nella siepe. Doh.

Per carità: sul fronte interno, continuano a volare sciabolate, vigilanza Rai in primis, con la tipica insofferenza di chi questo Stato vuole abbatterlo, mica cambiarlo. Questione di Dna: Decisamente Non Assembleari. Ma fuori, accidenti, manca solo il mandolino in sottofondo che suona Ankara tu. Così, al nuovo incontro, andiamo per rassicurare, per ricucire. In fondo siamo “brave persone”. Le commesse? Non cambiano. Anzi, se necessario, andiamo in magazzino e ti troviamo pure la taglia migliore.

Per questo, da cittadino del mondo in genere, europeo nello specifico, con la confusa consapevolezza che dove c’è confine c’è sofferenza, mi permetto di fare un’eccezione al mio ottuso internazionalismo: se non la fa lei, la patriota, se nessuno tra i nostalgici degli anni ruggenti difende l’Italia dall’altrui protervia (per davvero, non saltellando contro il comunismo) facciamolo noi.

Ormai quando il tricolore garrisce in un qualche giardino, su una qualche maglietta, sotto una qualche pelata, a nessuno vengono in mente il Risorgimento, Parri, manco Dino Zoff con la coppa che fende il cielo di Madrid. Davanti, ci passa inevitabile tutto l’album della destra italiana, da Vannacci a Salvini, quelli che Mussolini ha fatto solo cose buone, ma non urliamolo in pubblico per almeno altri 10’, quelli che la bandiera la usano di norma per coprire i cazzi propri, per piccini che siano, come d’uso nel caso dei prepotenti che urlano assai.

Nei primi 2000, il presidente Carlo Azeglio Ciampi aveva ricondiviso il tricolore. L’aveva restituito alla Resistenza, di cui fu simbolo, e di cui era stato protagonista. Ne aveva fatto un simbolo di unità che sembrava guidarci verso un piccolo miracolo italiano: essere un po’ meno derisi, un po’ meno calpesti.

Poi Berlusconi ricicciò il comunismo già morto – quello sovietico, con cui peraltro faceva affari prima del crollo – ed eccoci qua, col verde, il bianco e il rosso che sono tornati a essere diavolina per la fiamma tricolore. Quella dei cortei di La Russa che finivano col poliziotto assassinato, quella di Giorgio Almirante che favoriva i latitanti della strage di Peteano. Quella erede dichiarata del mascellone, e da sempre bisognosa di una legittimazione esterna: cosicché anche stavolta andiamo al vertice Nato col cappello in mano, senza capire che, in confronto a Trump, Pino Rauti o Junio Valerio Borghese erano sinceri democratici.

Ci fosse vita, a Sinistra, raccoglierebbe la bandiera che Meloni ha permesso di far molestare davanti a tutti, per ignavia e sudditanza. Che è stabilita dalla Costituzione, quella che – bella trovata, classica zampata post-Casaleggio – pare sarà il collante del cosiddetto campo largo. Ma forse non è tardi. Riprendetela. Restituitela a tutti. Magari in piazza. Magari presto.

Com’è che era? Ah sì: viva l’Italia.