Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Se l’Italia non abbassa il costo del lavoro, sarà finita


Cna, ‘100 euro ai giovani all’azienda ne costano oltre 180, più degli altri Paesi Ue’

(ANSA) – “Garantire a un giovane lavoratore 24mila euro netti all’anno può costare a una piccola impresa italiana oltre 43mila euro, considerando retribuzione, imposte, contributi previdenziali e tfr. In altri termini, per ogni 100 euro netti che finiscono nelle tasche del dipendente, l’azienda può arrivare a spenderne oltre 180”.

La stima è della Cna che avverte: è “la cifra più elevata rispetto ai principali Paesi europei. Per assicurare 100 euro netti, il costo aziendale infatti ammonta a 178 in Germania, 171 in Portogallo, 170 in Spagna, 166 in Francia e 127 in Irlanda”.   La simulazione della Cna è sul costo del lavoro giovanile in sei Paesi europei prendendo a riferimento un’impresa con cinque addetti che assume a tempo indeterminato un giovane di 25 anni, single e senza figli, e considera il costo ordinario del rapporto di lavoro una volta esauriti gli incentivi all’assunzione.

“È necessario superare la logica della continua successione di incentivi temporanei, che possono sostenere l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro ma rischiano di produrre forti discontinuità nei costi aziendali quando terminano”, sottolinea il presidente della Cna, Dario Costantini: “Non basta incentivare l’assunzione di un giovane, occorre rendere sostenibile anche la sua permanenza in azienda. Perché il successo delle politiche per l’occupazione non si misura soltanto dal numero dei contratti attivati, ma soprattutto dalla capacità di trasformarli in lavoro stabile e duraturo”. (ANSA).

Il confronto europeo – evidenzia la confederazione di artigiani e pmi – “mette in evidenza divari significativi. Per garantire 24mila euro netti annui, il costo aziendale è stimato intorno a 43.500 euro in Italia, 42.800 in Germania, 41.100 in Portogallo, 40.700 in Spagna e 39.900 in Francia. In Irlanda la stima si colloca intorno a 30.400 euro”.

Cna evidenzia che “il problema non riguarda soltanto il livello del costo del lavoro. Riguarda soprattutto la sua evoluzione nel tempo. Ipotizzando un esonero contributivo di 6mila euro annui per i primi due anni, la spesa dell’impresa italiana passa da circa 37.500 euro durante l’agevolazione a oltre 43.500 euro quando questa termina. Un aumento nell’ordine del 16%, senza che la retribuzione del lavoratore cresca di un solo euro”.

“Su un orizzonte di cinque anni, sempre mantenendo costante il reddito netto di 24mila euro annui e ipotizzando il pieno utilizzo del bonus biennale, il costo complessivo supera i 200mila euro, a fronte di 120mila euro netti percepiti dal giovane”.

L’analisi europea della Cna “evidenzia anche differenze negli strumenti utilizzati per sostenere l’occupazione. In Francia opera una riduzione strutturale e decrescente dei contributi datoriali, applicabile alle retribuzioni inferiori a tre volte il salario minimo. Una misura che, a differenza dei bonus temporanei, può accompagnare il rapporto di lavoro anche negli anni successivi all’assunzione. In Portogallo, accanto ai contributi economici per favorire le assunzioni, il sistema IRS Jovem prevede agevolazioni sulla tassazione personale dei giovani fino a 35 anni, con benefici distribuiti su un periodo che può arrivare a dieci anni. In Irlanda, dove la contribuzione aziendale ordinaria risulta relativamente contenuta nel profilo considerato, la previdenza integrativa MyFutureFund viene introdotta gradualmente, con aliquote a carico di lavoratore e impresa destinate a crescere nel tempo”.


“Il Quirinale non è nei miei piani”. Giorgia Meloni sostiene di non essere interessata al dopo Mattarella


Meloni: «Il Quirinale non è nei miei piani. L’allarme antifascista non funzionerà neanche nel 2027». Nel nuovo libro di Bruno Vespa, la premier si dice concentrata nel riottenere la fiducia degli italiani e denuncia il «razzismo culturale» della sinistra sul Colle. Poi torna sulla bocciatura del referendum sulla giustizia e sfida il campo largo: «Sono loro, e non la destra, che devono fare paura»

(editorialedomani.it) – Il Quirinale non rientra nei suoi progetti, almeno per il momento. Giorgia Meloni guarda piuttosto alle elezioni politiche del 2027 e alla possibilità di ottenere dagli italiani un secondo mandato a palazzo Chigi. Ma sulla futura scelta del capo dello Stato la presidente del Consiglio rivendica il diritto del centrodestra a esprimere un proprio candidato e attacca duramente la sinistra, accusandola di considerare le istituzioni una propria prerogativa.

Sono alcuni dei passaggi dell’intervista contenuta nel nuovo libro di Bruno Vespa, Storia della Seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein, in uscita lunedì 2 novembre per Mondadori-Rai Libri.

«Sono totalmente concentrata a chiudere bene questo mandato e a chiedere agli italiani di confermarmi la loro fiducia per altri cinque anni. Il Quirinale non è nei miei piani», chiarisce la premier. Che però aggiunge: «Non si capisce perché debba fare scandalo l’idea che una personalità di cultura conservatrice possa un giorno ambire a quel ruolo».

Meloni contesta quello che definisce un pregiudizio politico e culturale nei confronti della destra. «Ma chi lo ha detto che per essere un ottimo presidente della Repubblica si debba per forza venire dal centrosinistra?», si chiede. E prosegue: «Trovo insopportabile questo “razzismo culturale” per il quale una parte degli italiani, su per giù la metà o più, debba sempre essere considerata figlia di un dio minore, in molti casi da gente che da giovane faceva il tifo per l’Unione Sovietica».

La presidente del Consiglio rincara la dose sulle reazioni dell’opposizione all’ipotesi che sia una maggioranza di centrodestra a scegliere il successore di Sergio Mattarella. «Le crisi isteriche che vengono alla sinistra ogni volta che si adombra la possibilità che, la prossima volta, possa essere una maggioranza di centrodestra a indicare il presidente della Repubblica la dice lunghissima sulla concezione proprietaria che hanno delle istituzioni», sostiene.

La riforma mancata della giustizia

Nelle anticipazioni del volume c’è spazio anche per un bilancio della sconfitta al referendum sulla giustizia. «Per me si è persa una grande occasione. Non per Giorgia Meloni o per il governo, ma per l’Italia», afferma la premier, riconoscendo che la maggioranza potrebbe aver condotto una campagna «un po’ troppo tecnica», mentre gli avversari avrebbero puntato su una mobilitazione prevalentemente politica, alimentata, a suo giudizio, da accuse infondate sui rischi per l’indipendenza della magistratura e per la Costituzione.

La bocciatura della riforma, tuttavia, non cancella secondo Meloni le ragioni che avevano spinto l’esecutivo a promuoverla. «Dovremo continuare a lavorare per migliorare la giustizia, renderla più efficiente e meritocratica, liberando la magistratura dalla piaga delle correnti, che rappresentano quelle sì la subordinazione della giustizia alla politica. Ho letto alcune recenti prese di coscienza da parte di taluni che avevano contrastato con forza la nostra riforma, mi auguro siano sincere e che si possa lavorare per migliorare ciò che si può migliorare», ha detto.

L’allarme antifascista

Il ragionamento si sposta infine sulla prossima sfida elettorale. Meloni si dice convinta che il centrosinistra tenterà ancora una volta di mobilitare gli elettori evocando un pericolo per la democrazia. «L’allarme antifascista non ha funzionato nel 2022, a maggior ragione non credo funzionerà nel 2027», afferma, sostenendo che durante gli anni del suo governo non sia stata compressa alcuna libertà.

«I cittadini sono molto più maturi di quanto spesso la politica, soprattutto a sinistra, sia solita pensare; che sanno distinguere i diversi tipi di elezione e la diversa posta in campo, e immagino sapranno farlo anche quando si voterà l’anno prossimo per le politiche. Sicuramente ci sarà il tentativo di creare il solito “allarme democratico”, lo si vede già nell’enfasi creata attorno alla valutazione che la Corte costituzionale farà della legge elettorale. E, ovviamente, lo vedremo anche nella prossima campagna elettorale, del resto è l’unica posizione condivisa nel Campo largo. Dopo questi anni di governo, nessun italiano intellettualmente onesto può sostenere che il governo abbia compresso alcuna libertà; al contrario, è un dato inconfutabile che, se qualcosa si è fortemente radicalizzato in Italia, è proprio l’opposizione al governo, in un costante inseguimento sempre più a sinistra tra Avs, il M5s e il Pd, con il ruolo di una Cgil sempre più oltranzista e di movimenti antagonisti sempre più violenti, dai quali questa sinistra fatica a prendere le distanze senza se e senza ma. È la sinistra, e non la destra, che deve fare paura».


Tagli alla scuola e alle pensioni: la manovra è un imbroglio


Il testo del provvedimento svela la riduzione degli organici scolastici per il prossimo anno. Ridotti per 10 anni gli assegni previdenziali, nuovo regalo alle strutture sanitarie private. Il “taglietto” delle tasse al ceto medio dura solo un anno

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – ROMA – Tagli alla scuola, più sanità privata a danno di quella pubblica e finto taglio delle tasse, peraltro temporaneo, al ceto medio. La manovra firmata da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti getta la maschera e mostra tutto il ghigno furbesco della destra. All’insegna dei bluff per provare a ottenere la riconferma a Palazzo Chigi della leader di Fratelli d’Italia.

Non ci sono solo bonus di piccolo cabotaggio (come i 100 euro all’anno per i nuovi nati fino a 18 anni per un plafond di 1.800 euro destinato a essere divorato dall’inflazione), ma un colpo alla spesa per i servizi pubblici. La versione di Giorgia Meloni in conferenza stampa è stata smentita dai fatti.

Manovra, cosa cambia per le famiglie: confermati i bonus edilizi e lo stop al bollo auto

Bluff fiscale

Un caso clamoroso è la riduzione del secondo scaglione Irpef, ma a tempo determinato. Il testo sancisce che il taglio dell’aliquota dal 43 al 33 per cento per i redditi tra 50mila e 55mila euro sarà valido solo per il 2027. Giusto l’anno del voto. Una mancia elettorale che politicamente rappresenta un contentino last minute a Forza Italia, che fin dallo scorso anno chiedeva un taglio strutturale fino a 60mila euro. Il segretario di FI e vicepremier, Antonio Tajani, ha dovuto portare un risultato di facciata.

Ora «l’intervento coinvolge circa 3,2 milioni di contribuenti», si legge nella relazione tecnica. Un bacino da cui provare ad attingere voti in vista delle Politiche con un costo di 1,4 miliardi di euro e un beneficio economico che in media ammonta a 450 euro all’anno (circa 40 euro al mese). Ma, appunto, solo per il 2027. Una differenza sostanziale con i lavoratori autonomi con l’estensione, a regime, della flat tax per le partite Iva. «Guadagneranno in media 7.317 euro, ogni anno, dal 2027 in poi. Un diamante è per sempre», ha sottolineato la deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra. Un impianto che conferma l’impostazione ideologica della destra.

La manovra non cambia le pensioni: l’uscita a 64 anni e il libretto per i nuovi nati

Scuola tagliata

La scure si è abbattuta con violenza pure sulla scuola. A partire dall’anno scolastico 2027-2028, è stata prevista una riduzione di 4.925 posti dell’organico dell’autonomia e di 2.049 posti delle dotazioni organiche del personale amministrativo, tecnico e ausiliario: in totale 7mila lavoratori in meno. Messo nero su bianco nella relazione tecnica. L’iniziativa ha sollevato le proteste anche della Cisl, solitamente disponibile verso Meloni. «Servono investimenti e personale, a partire da docenti e Ata e non certamente tagli», ha detto la segretaria Daniela Fumarola.

Il governo approva la manovra: taglio Irpef fino a 55mila euro e flat tax più ampia

Anche sulle pensioni, il governo ha giocato con l’effetto annuncio. In realtà non c’è alcun aumento su questo capitolo, anzi il governo fa cassa sulla previdenza per il prossimo decennio. Prima di tutto il fondo di 850 milioni di euro, previsto in manovra per favorire l’uscita anticipata dal mondo del lavoro, è «destinato a finanziare interventi diretti a disciplinare misure di supporto in uscita dal mercato del lavoro, anche con riferimento a specifici soggetti in difficoltà e con eventuali misure in materia di ammortizzatori sociali», si legge nella relazione tecnica che accompagna la Legge di Bilancio. Dunque deve essere adottato «con successivo provvedimento legislativo».

Insomma, la quota-100 agognata dalla Lega è tutta da scrivere. Anche perché lo stanziamento potrebbe non essere sufficiente. La certezza decennale è invece scolpita nella finanziaria: viene inserita una stretta sugli assegni pensionistici che porta un risparmio strutturale di quasi un miliardo e mezzo in un anno. Il meccanismo è la revisione al ribasso delle rivalutazioni degli assegni «complessivamente superiori a quattro volte il trattamento minimo Inps».

La manovra di Meloni ha fatto un regalo al campo largo. Conte e Schlein lo sapranno sfruttare?

L’operazione tra il nuovo fondo per uscita dal lavoro e il freno alle rivalutazioni porta a un risparmio netto di oltre 600 milioni di euro nel 2027 spalle dei pensionati. Tuttavia sui dieci anni, il taglio è superiore ai 14 miliardi di euro. A conti fatti, il ministro dell’Economia Giorgetti frantuma le promesse del leader del suo partito, il vicepremier Matteo Salvini. Alla ricerca di ogni spicciolo, poi, l’esecutivo ha affondato il colpo verso le banche: ha addirittura ridotto la deducibilità delle spese di pubblicità per gli intermediari finanziari e le aziende energetiche per raggranellare appena 38,6 milioni di euro.

Uno sgarbo che colpisce l’organizzazione e il sostegno di eventi. Con un paradosso: in manovra è previsto l’ennesimo slittamento della sugar tax, la tassa sulle bevande zuccherate dannose per la salute. Un regalo ai colossi dell’industria alimentare, che costa 170 milioni di euro per soli sei mesi. Quattro volte l’attacco alle pubblicità di banche e assicurazioni.

L’unica novità sulla sanità, invece, riguarda i maggiori margini d’azioni concessi ai privati, che in Parlamento contano sulla presenza di Antonio Angelucci, deputato leghista e re delle cliniche nel Lazio.

La manovra prevede «l’incremento di 3 punti percentuali del limite di spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati accreditati». Da qui l’attacco del co-leader di Alleanza verdi-sinistra, Angelo Bonelli: «Infermieri, operai, insegnanti e la gran parte dei pensionati non ricevono un euro. Questa legge di Bilancio è una rapina sociale». Di sicuro un manifesto della destra delle mance. Contro gli investimenti nel pubblico.


Le conseguenze politiche del voto in Israele


(Anna Foa – lastampa.it) – La grande novità del voto in Israele è stata la forte adesione al voto dei palestinesi e il raddoppio dei seggi ottenuti dai partiti arabi, 19 invece che 10 nelle precedenti elezioni. Non pochi ebrei hanno, in realtà, votato per i partiti arabi, e non è una novità di oggi, ma non può essere negato o minimizzato il fenomeno del voto massiccio dei palestinesi – i cittadini di Israele, oltre due milioni, perché la maggior parte degli abitanti di Gerusalemme Est non possono votare alle politiche, non sono cittadini ma residenti, e i palestinesi dei territori occupati non godono di alcun diritto politico. Le conseguenze politiche di questo voto sono chiare a tutti: se i partiti di opposizione, il blocco del cambiamento come viene chiamato, si uniranno in qualsiasi modo, nel governo o dall’esterno, ai partiti arabi, Netanyahu sarà da subito sconfitto. Altrimenti, resterà in sella, determinato a nuove guerre, a nuovi massacri, a nuove annessioni, a nuovi attacchi alla democrazia.

Ma non è questo che mi sollecita a scrivere, bensì la domanda di cosa ci sia dietro questo voto palestinese, il voto di un quinto della popolazione. Un voto che ora si discute se conti o non conti, se può o meno servire a spodestare Bibi e a far ripartire il Paese. Cosa spinge queste lunghe file di uomini e donne, con i bambini aggrappati alle gambe e il velo, a votare, cioè a compiere un gesto politico fondamentale di partecipazione e di protagonismo politico? Quello, insomma, che Netanyahu ha definito come il fatto che gli arabi stavano rubando le elezioni agli ebrei? Un articolo pubblicato ieri su Haaretz lo spiega, almeno in parte. È la confessione di una giovane donna palestinese che vota per la prima volta perché fino a quel momento ha aderito al boicottaggio del voto promosso da una grande parte dei cittadini palestinesi per non avallare l’idea di un’Israele democratica, per non fare la ciliegina sulla torta diremmo. Questa volta, guardando le lunghe file in coda per il voto, decide di votare anche lei. È combattuta e piena di dubbi, ma vota.

Che cosa rappresenta il suo voto? Innanzitutto, la sua partecipazione alla politica del paese di cui è cittadina, una partecipazione che ci immaginiamo combattiva e decisa a trasformarlo e a distruggerne la violenza, il razzismo, il suprematismo. Non un adeguamento, quindi, ma la partecipazione ad una battaglia civile che ha in comune con altri cittadini, ebrei o palestinesi. Poi, un gesto di fiducia. È una scelta coraggiosa, da parte sua, avere fiducia, dopo quello che è successo e continua a succedere, come sarebbe una scelta coraggiosa da parte degli israeliani ebrei avere fiducia nei loro concittadini palestinesi. Con questo voto, l’hanno compiuta i palestinesi, questa scelta, non la stanno compiendo quegli israeliani che rifiutano i voti arabi come se non esistessero. Mossi dalla paura, certo, ma anche da un altro sentimento ancor meno degno che possiamo chiamare “razzismo”.

Ecco, se mi si dice che tutti i palestinesi, non solo Hamas, vogliono la distruzione di Israele, rispondo dicendo che questo voto a me sembra un ramoscello d’ulivo porto agli ebrei israeliani in vista di una riconciliazione.

In vista non significa oggi, né domani. Questi percorsi sono lunghi, ma a volte si compiono. Ma richiedono che la fiducia sia accolta. Ha ragione Netanyahu a dire che una situazione simile non si ripeterà, che i palestinesi non andranno una seconda volta in massa a votare, se le elezioni si ripeteranno. Perché significherebbe che averlo fatto non ha contato, che tutti i partiti dell’opposizione, tranne quello di Yair Golan, autore di un bell’appello, pur tardivo, ad allearsi con i partiti arabi, non li contano, non li vedono, non li considerano cittadini. Certi miracoli non si ripetono. E l’autrice palestinese di quell’articolo deciderebbe definitivamente di non andare mai più a votare.


Rinascimento e architettura: Salvatore Costanzo e la nuova lettura delle cupole ad ombrello


Giunge solo ora, a distanza di qualche giorno, l’occasione di dedicare a Salvatore Costanzo le più vive congratulazioni per la riuscitissima presentazione del suo ultimo saggio “Le due Grandi Cupole. Nuove ricerche sull’opera di Brunelleschi e Michelangelo”, la cui presentazione si è tenuta lo scorso 24 ottobre nel Palazzo della Cultura di Marcianise. I lavori sulla narrazione dell’opera – un ponderoso volume di oltre 350 pagine patrocinato dal Comune di Marcianise e dalla Società di Storia Patria di Terra di Lavoro – sono stati aperti dal Presidente di Storia Patria di Caserta avv. Alberto Zaza d’Aulisio e dalla dott. Maria Luigia Iodice, Sindaca di Marcianise, a cui hanno fatto seguito gli interventi del dott. Andrea Tartaglione, Presidente del Rotary Club Marcianise e dell’autore del libro.

Salvatore Costanzo – urbanista, storico e critico d’arte – continua a raccogliere apprezzamenti unanimi anche in molti ambienti Accademici nazionali e nelle principali sedi delle Soprintendenze del Ministero della Cultura.

La presentazione al pubblico della sua ultima ricerca è diventata un’espressione tangibile di quel mondo affascinante e misterioso al quale sono appartenuti i più quotati padri nobili (architetti e artisti) del Rinascimento.

Nelle pagine del libro vengono indagati con rigore scientifico gli schemi strutturali delle cupole di Firenze (Santa Maria del Fiore) e di Roma (San Pietro in Vaticano), intimamente partecipi delle più avanzate ricerche di forme e profili sempre più progrediti: costruzioni straordinarie attraversate da campi disciplinari diversi e innovatori del Rinascimento, che favoriscono momenti imprescindibili di riflessione e ricerca.

Il nodo centrale del saggio, focalizzato sulle “cupole a ombrello” di matrice brunelleschiana, sposta l’asse interpretativo della storiografia tradizionale. Strutture come Santo Spirito, Santa Maria delle Carceri a Prato, la Sagrestia Vecchia di San Lorenzo e la Cappella Pazzi in Santa Croce si rivelano archetipi geometrici e numerici fondamentali per l’evoluzione progettuale michelangiolesca. Si delineano, così, le coordinate per una nuova esegesi del genio di Michelangelo a Roma: il Buonarroti reinterpreta la lezione di Brunelleschi non in chiave dogmatica, bensì come un paradigma di invenzioni spaziali da emendare, potenziare e spingere oltre i limiti fisici dell’epoca.

Nell’opera di Costanzo, sono stati misurati e soppesati, oltre ai grandi maestri dell’architettura e dell’ingegneria dal Quattrocento al Settecento (Vanvitelli, in particolare), le loro prestazioni e i loro percorsi, e analizzati soprattutto  i profondi valori culturali e linguistici legati alle diverse concezioni spaziali delle due Grandi Cupole.

L’apporto divulgativo del saggio mira ad esprimere occasioni sempre maggiori di crescita e diffusione dei nuovi studi sulle Scienze delle Costruzioni, in cui il rilevante lascito del patrimonio monumentale fiorentino e romano e la sua impareggiabile ricchezza delle opere d’architettura, assicurano il significato di correlazioni, continuità di vita e di pensiero, e ci riportano alle sorgenti della nostra storia e cultura.

Da evidenziare, inoltre, il contenuto riservato agli “Apparati illustrativi” del volume, una fittissima serie di immagini di progetti, architetture e disegni che – pur nella varietà dei loro contrasti – costituiscono una densa panoramica per interpretare la vitalità espressiva e il fervore creativo dei repertori proposti.


Scuola, tagliati 7mila posti tra docenti e Ata. Un bonus alle paritarie


Blocco del turn over negli atenei

Scuola, tagliati 7mila posti tra docenti e Ata. Un bonus alle paritarie

(di Virginia Della Sala – ilfattoquotidiano.it) – Quasi 7mila dipendenti scolastici in meno nelle dotazioni organiche dal prossimo anno: la goccia del governo, che scava nel solco della denatalità e del dimensionamento scolastico, con questo Ddl di Bilancio raggiunge un nuovo strato di erosione. Il testo e la relativa relazione tecnica certificano per il 2027 e il 2028 una riduzione di 4.925 posti dell’organico dell’autonomia dei docenti e di 2.049 unità del personale Ata. Se si tiene conto che la manovra 2025 aveva già previsto la riduzione di 5.660 docenti quest’anno e di 2.174 posti Ata il successivo, si arriva a quota 14.808 posti in meno in due manovre: 10.585 docenti e 4.223 Ata.

La sforbiciata alla scuola – presente nell’articolo 66, che si occupa pure di tagliare la sostituzione dei pensionati (turn over) nel pubblico impiego – secondo la relazione tecnica garantirà un risparmio di 83,9 milioni nel 2027 e di 251,7 milioni annui dal 2028, a cui si aggiungono 33,3 milioni dalle università, 6,9 dagli enti pubblici di ricerca e 0,7 da accademie e conservatori. Altri 130,5 milioni arrivano invece dalla riduzione del turn over nei ministeri, a Palazzo Chigi e negli enti pubblici non economici. Là dove dovrebbe esserci il segno “più”, come per la Sanità, continuano a esserci risparmi. La scusa del governo è sempre quella del calo demografico che, però, non dovrebbe essere un alibi per tagliare bensì, come spiega la Flc Cgil, “l’occasione per migliorare la qualità, aumentare il tempo a scuola, ridurre gli alunni per classe e garantire una rete scolastica degna di un Paese europeo”. Invece viene anche prorogato per il 2027 il buono da 1.500 euro per le famiglie che iscrivono i figli nelle scuole paritarie, che costa 20 milioni.

Zero euro anche per il recupero del potere d’acquisto di chi lavora nel comparto. Giovedì il sindacato ha presentato un dossier sul tema: entro il 2027 ogni lavoratore della scuola avrà accumulato una perdita media stimata di 21.507 euro di potere d’acquisto rispetto al valore reale della retribuzione del 2021. Solo l’anno prossimo, spiega sempre Flc Cgil, mancheranno all’appello 4.129 euro lordi annui a lavoratore in un comparto con 302mila precari, personale senza buoni pasto e, per gli insegnanti fuori sede, un affitto che può assorbire fino al 65% dello stipendio netto.

A una prima lettura del testo della manovra, emerge anche una stretta per le università, che a differenza della scuola rientrano nel blocco del turn over al 75% assieme a buona parte della Pubblica amministrazione, dai ministeri a Palazzo Chigi, agenzie ed enti pubblici non economici, autorità indipendenti, camere di commercio e autorità portuali. Questo significa che nel 2027 gli atenei statali potranno assumere a tempo indeterminato spendendo non più del 75% della spesa del personale cessato l’anno precedente. Lo stesso taglio del 25% delle capacità di assunzioni interessa gli enti pubblici di ricerca ma non i ricercatori degli atenei. Per accademie e conservatori è previsto dal 2027/2028.

L’articolo 108 modifica invece le regole di finanziamento delle università senza prevedere risorse aggiuntive. Diversi stanziamenti già esistenti vengono riuniti nel Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) e cambiano le regole per calcolare le spese del personale: gli atenei potranno escludere dal conteggio alcune spese coperte da finanziamenti esterni, pubblici o privati, anche di durata inferiore a 15 anni. Se però questi finanziamenti termineranno, le università dovranno coprire i costi del personale assunto a tempo indeterminato utilizzando le proprie risorse disponibili per le assunzioni. Infine, la (nuova) riduzione della spesa corrente: per il ministero dell’Istruzione e del Merito ammonta a 6,46 milioni nel 2027 e 8,25 milioni nel 2028, per salire a 25,85 milioni annui dal 2029 (anno in cui 21,5 milioni sono imputati a reclutamento e aggiornamento del personale scolastico). Per il ministero dell’Università arriva a 15,89 milioni nel 2027, 16,62 nel 2028 e 16,83 milioni annui dal 2029. Tra le voci interessate, ricerca scientifica e diritto allo studio.

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Sanità dimezzata, niente fondi per gli screening e le assunzioni di medici


Sanità, alle Regioni niente fondi per screening e salute mentale. La manovra stanzia la metà delle risorse sollecitate da Schillaci. Salta l’acquisto di apparecchiature e l’assunzione di nuovi medici

Sanità, alle Regioni niente fondi per screening e salute mentale

(di Michele Bocci – repubblica.it) – Sconfitte su tutta la linea. Le Regioni non avranno soldi per potenziare, dove servono, gli screening oncologici, per dotare gli ospedali di nuove apparecchiature, per assumere medici o pagarli di più, per riempire di attività le Case di comunità, per la salute mentale. La sanità ha ricevuto dalla manovra molto meno di quanto richiesto da chi la amministra sul territorio. I presidenti dovranno rinunciare a tante delle richieste che hanno avanzato in un documento ufficiale nei giorni scorsi, potrebbero anche avere problemi a reggere gli aumenti delle spese fisse, come quelle per l’energia. Come le Regioni, non ha avuto alcuna voce in capitolo nella costruzione della manovra sanitaria il ministro alla Salute Orazio Schillaci, che aveva chiesto il doppio del denaro poi stanziato, cioè 6,5 contro 3,4 miliardi, per potenziare tra l’altro la prevenzione, l’assistenza all’autismo e ai problemi di salute mentale. A Schillaci non è stata neanche data la gestione degli 1,6 miliardi per il cosiddetto bonus dentiere, del quale si occuperà il Lavoro con l’Inps.

Le Regioni avevano approvato all’unanimità un documento con le norme da inserire in finanziaria. Chiedevano circa 18 miliardi in tre anni. Per il 2027, il totale faceva, compreso il miliardo stanziato dalla finanziaria dell’anno scorso, faceva circa 7,5 miliardi.

La prima misura che salta riguarda il personale. Le Regioni volevano aumentare gli stipendi di infermieri e medici, rispettivamente con 1,1 miliardi e 400 milioni. I soldi servivano anche per fare assunzioni. Pagare di più i lavoratori, avvicinando gli stipendi a quelli degli altri grandi Paesi europei, avrebbe reso più appetibile il lavoro in sanità (tra l’altro Schillaci per la stessa cosa aveva chiesto un miliardo). Ma nella manovra c’è giusto il miliardo necessario a pagare gli aumenti per i rinnovi contrattuali. Sono invece stanziati i 114 milioni di euro chiesti dalle Regioni per aumentare gli stipendi dei medici del pronto soccorso.

Le Regioni avevano chiesto anche 1,5 miliardi di euro per un fondo dedicato all’innovazione terapeutica. Niente. Nel testo della finanziaria, infine, ci sono appena 138 milioni per gli aumenti legati all’inflazione. È una cifra ridicola se confrontata con quanto chiesto: le amministrazioni locali volevano circa 3,5 miliardi per il cosiddetto fondo indistinto, cioè denaro non vincolato, che sarebbe servito a fronteggiare gli aumenti dei costi fissi, dall’energia a quelli per farmaci e dispositivi.

Ma i soldi sarebbero serviti a finanziare la cosa più importante, cioè l’attività sanitaria. Ovviamente, ogni realtà locale, proprio perché non sarebbero stati fondi vincolati, avrebbe agito sui settori in cui aveva più bisogno. Un esempio sono gli screening oncologici, che al centro-nord funzionano, ma al sud no. Senza soldi non si possono rinforzare. In alcuni casi i soldi potevano servire a ospedali e ambulatori, ad esempio per l’acquisto o la manutenzione dei macchinari diagnostici, utili per abbattere le liste di attesa, ma anche per investimenti sul territorio. Il Pnrr ha pagato solo la costruzione o ristrutturazione di Case e Ospedali di comunità. Vanno però riempiti di servizi e di personale, dai medici di famiglia agli specialisti, e servirebbero soldi. Praticamente in tutto il Paese, inoltre, c’è un drammatico problema di assistenza ai giovani con patologie psichiatriche, il cui numero è in aumento. I soldi del fondo indistinto sarebbero stati utilizzati anche per questo tipo di attività. Lo stesso Schillaci aveva chiesto soldi per questo tipo di problemi e per l’autismo, ma anche in questo caso non è stato preso in considerazione.


La lezione di Sachs all’Europa e a noi


Nel 1952 l’allora cancelliere poté scegliere di riunificare la Germania, a patto che rimanesse neutrale. Disse di no: “Non perché non mi fido di Stalin, ma perché non mi fido dei tedeschi”

La lezione di Sachs all’Europa e a noi

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] La master class di Jeffrey Sachs a una quarantina di deputati e assistenti del Parlamento europeo è stata ripresa dal Fatto con alcuni significativi stralci. Spero che questo interesse sia stato sufficiente a indurre i lettori a guardarsi la registrazione su YouTube. Un’ora piena d’intervento introduttivo del professore e un’altra ora di domande e risposte. Una vera Master Class. Chiara, lucida, dettagliata e appassionata su cosa hanno rappresentato e rappresentano gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e l’Europa nel mondo.

[…] Sachs ha letteralmente fatto a pezzi tutta la narrazione corrente sulla guerra in Ucraina. Ha denunciato le provocazioni, i tradimenti e gli attacchi portati contro la Russia dagli occidentali della Nato e della Ue dalla caduta del Muro di Berlino in poi. Il giudizio sul suo paese, erede dell’imperialismo europeo, è sferzante. Nessuna pietà per quasi tutti i presidenti di ieri e di oggi. Nessuna pietà per i pundit che pontificano senza sapere e senza ritegno. Nessuna parola misurata con il centimetro del politichese, del politically correct, della nebbia diplomatica: gli imbecilli sono tali, gli idioti pure e i genocidi e i criminali sono tali. Papali papali. Una lezione superlativa di cosa sia accaduto nel mondo a causa della smania di egemonia statunitense, della frenesia bellica della Nato, delle follie israeliane e dell’ottusità europea. Una lezione ricca di esperienze personali e di episodi sconosciuti, di promesse fatte e non mantenute, di parole pronunciate e non scritte e viceversa. Un quadro che aiuta a capire molti dei “misteri” sulle guerre e le crisi attuali. E sulle prospettive future. Lo trovate qui:

Tra le varie parole scritte e non dette (e viceversa) citate da Sachs, colpiscono quelle scritte e non dette da Adenauer nel 1952. In quell’anno la Germania ebbe l’occasione di scegliere la neutralità. Stalin in cambio prometteva la riunificazione. E poteva farlo perché tutta la Germania orientale era controllata dall’Armata Rossa. Se l’avesse accettata probabilmente non ci sarebbe mai stata la Guerra fredda e l’equilibrio fra i blocchi sarebbe stato assicurato senza il ricorso al terrore nucleare. Adenauer rifiutò affermando che preferiva una Germania divisa (sotto dominio occidentale e orientale) piuttosto che unita, indipendente e neutrale. Era una scelta di campo da parte sua ma anche una scelta che condannava il popolo tedesco e l’Europa intera alla guerra permanente. Fratricida. Per essere pronunciata e scritta dal padre della democrazia tedesca era un’affermazione gravissima e una decisione inspiegabile. Molti anni dopo, dice Sachs, si è trovato negli archivi inglesi il documento in cui Adenauer spiegava la ragione di quella scelta: “Preferisco la divisione non perché non mi fido di Stalin, ma perché non mi fido del popolo tedesco”. Guardando a ciò che è avvenuto dopo la riunificazione e cosa sta succedendo adesso in Germania viene da pensare che il vecchio Adenauer era davvero un genio e soprattutto conosceva i suoi compatrioti. La Germania unificata non è stata in grado di superare o appianare le differenze tra Est e Ovest e nemmeno di garantire un equo trattamento sociale ed economico alle rispettive popolazioni. Per molti anni la parte orientale è stata considerata la palla al piede di quella occidentale. Le Forze armate sono state le prime a essere “epurate” anche se gli archivi segreti della Ddr e i contatti con i paesi dell’Est, dalla Polonia alla Mongolia, sono stati la manna per l’intelligence tedesca, americana e della Nato. Dal 1992 in poi, di quel patrimonio è stato utilizzato soltanto quello che faceva comodo per costruire la narrazione della Germania comunista stupida e cattiva. Si è taciuto sul dettaglio che con l’unificazione la Germania occidentale riceveva in dote i contatti e i contratti con una parte del mondo fino a quel momento ignorata o inaccessibile. Di fatto “la palla al piede” ha lavorato per decenni sottopagata e discriminata per ingrassare le stesse identiche oligarchie familiari che avevano sostenuto il terzo Reich. Per loro la guerra non è mai stata persa veramente.

[…] Nel 1994 in una pubblica intervista, Kissinger affermò che la Russia non era una minaccia: i paesi della Nato non erano minacciati, ma bisognava espandere la Nato anche se questo costituiva una provocazione militare contro la Russia. La logica di Kissinger, adottata dalla stessa amministrazione Clinton e da quelle seguenti era “se non sfidi la Russia quando è debole, cosa farai quando sarà di nuovo forte?”. Lo scontro era voluto, ricercato e pianificato. Le guerre balcaniche non furono che una manifestazione di tale volontà. A nessuno negli Usa, in Europa e nella Nato venne in mente che una Russia più prospera sarebbe stata più alleata che nemica. O forse venne in mente agli americani che però non concepiscono un paese al mondo che sia “più grande” di loro. Nessuno considerò che la provocazione avrebbe prodotto esattamente ciò che volevano, ma non necessariamente il risultato sarebbe stato favorevole. La guerra in Ucraina da questione bilaterale si è trasformata in incubo continentale. A forza di evocare la guerra e la minaccia russa, l’Europa e la Nato hanno ritenuto di doversi riarmare nonostante la palese superiorità militare della Nato nel suo complesso. La pressione statunitense sull’incremento delle spese militari al solo scopo di foraggiare il sistema industriale americano ha trovato un’ottima sponda nell’individuazione della Russia come nemico ideale. L’Europa oggi si riarma, versando soldi agli Stati Uniti; l’euro si deprezza rispetto al dollaro e persino alla sterlina. La parola magica è che bisogna difendersi, bisogna aiutare l’Ucraina a difendersi; bisogna affrontare la crisi facendo lavorare le industrie belliche. La Germania è quella che s’impegna di più nello sforzo bellico. Tutti chiedono soldi per affrontare la guerra, anzi scatenarla per primi. Un detto americano dice: “Stai attento a ciò che chiedi, potresti ottenerlo”. Chi, in Europa, ha letto Kissinger può aver colto la stessa lezione di allora, ma la sta applicando nel periodo sbagliato.


Quando il Tg1 fa fuoco e fiamme


(di Michele Serra – repubblica.it) – Mettiamo che una persona interessata alle manifestazioni di venerdì 30 ottobre avesse acceso, per saperne di più, il Tg1 delle 20, che è pur sempre il telegiornale generalista più seguito da almeno tre generazioni di italiani. La prima immagine, fino dalle anticipazioni che precedono di qualche minuto il notiziario: fiamme.

La seconda, la terza, la quarta: cassonetti rovesciati, tafferugli con la polizia, fumogeni, manciate di ragazzi vestiti di nero con il passamontagna calato sul volto. Devono passare tre o quattro minuti (che in televisione sono un’eternità) prima che si odano, da uno degli inviati, le due parole «corteo pacifico». Fiuuu… sospiro di sollievo. Sembrava la guerra civile, erano solo manifestazioni.

In termini di scelta giornalistica, significa: privilegiare gli aspetti di disordine pubblico, mettere in ombra gli aspetti politici. Il titolo di Rainews (stessa azienda) era, correttamente: «Sciopero generale, centinaia di migliaia nei cortei. Tensioni al Colosseo e a Torino». Rovesciando esattamente la logica del Tg1: la prima notizia è l’evento politico nazionale, rilevante e partecipato. E dopo, solo dopo, le tensioni ai margini. Le quali, almeno secondo i bilanci ufficiali, si sono risolte con danni modesti e zero feriti.

Poiché non risulta che il direttore del Tg1 Chiocci sia un attivista di Askatasuna, è lecito domandarsi perché mai il racconto della giornata desse maggiore rilievo al punto di vista di Askatasuna piuttosto che a quello dei manifestanti pacifici. Il problema, si sa, è anche strutturale: per l’informazione così come è congegnata, vale di più uno che sbraita di cento che parlano. Le telecamere sono tutte per lui. Se poi (è il caso del Tg1) quello che sbraita toglie attenzione a quelli che scendono in piazza contro il governo, lo sbraito merita l’apertura del giornale.


Gualtieri: re dell’aiuola, del cemento e dei rifiuti


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Ora che i termini della coalizione tra Pd e M5S sembrano stabiliti, e alle primarie correranno solo Conte e Schlein, un po’ dispiace non veder gareggiare gli idoli centristi e/o moderati dell’establishment, i vari Ruffini, Gabrielli, Manfredi, Salis, Gualtieri. Soprattutto Gualtieri: abbiamo un debole per il sindaco di Roma. L’entusiasmo con cui inaugura una biglietteria, un’area cani sul Tevere o un parco giochi (pardon: “area ludica”) è a dir poco commovente. Gualtieri fa cose graziosissime adatte a una cittadina di un cantone svizzero. A scorrere il suo Instagram viene il dubbio che amministri una Roma parallela, sita in un altro universo quantistico: pulita, funzionante, popolata di cittadini attivamente oziosi e grati al loro sindaco (“Hai fatto un miracolo!”). Il nostro video preferito è quello in cui Gualtieri inaugura “Tiberis, la prima spiaggia urbana estiva per i romani”, che non vedevano l’ora di far giocare i pupi con le pantegane di Ponte Marconi, sulle rive di uno dei fiumi più inquinati d’Italia (che Gualtieri vuole render balneabile entro il 2030), tra i miasmi degli scarichi abusivi (da cui: stormi di gabbiani feroci che inseguono i convenuti). Gualtieri decanta la piantumazione di poetiche tamerici: questa delle “nuove alberature” è una sua fissa da quando i comitati hanno denunciato la deforestazione della città (sotto la sua amministrazione sono stati abbattuti 29.136 alberi). Ora non c’è giorno che Gualtieri non pianti un arbusto, come se un alberello in uno slargo compensasse un platano di viale Mazzini o un pino di piazza Risorgimento, rasa al suolo per accogliere i pellegrini giubilari e ricostruita sul modello di una rotatoria della Brianza.

[…]

Gualtieri è un Candido di Voltaire planato in una delle città più trafficate del mondo dopo Città del Messico (Roma è al 17° posto, con circa 71 ore perse nel traffico all’anno per conducente), che si commuove quando pubblicizza i “rifugi climatici” che ha fatto costruire nella città disboscata (da lui) per il motivo che bisognava espiantare gli alberi malati, fermo restando il mistero insolubile di piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini, che adesso pare uscita da Ai confini della realtà. La congiuntura micidiale di fondi del Pnrr e sindaci progressisti-pidini genera mostri: l’eliminazione degli ulivi e la colata di cemento grigio chiaro, tipo set di Antonioni, hanno dapprima creato un panorama post-nucleare, poi (e chi poteva prevederlo?) il passaggio dei bus ha sgretolato il pavé, inconveniente risolto con una sversata di bitume nero, per meglio assorbire i raggi solari. Lo spiazzo catramato ustiona l’incauto passante che dovesse mettervi piede tra maggio e ottobre, con rischio di vaporizzazione immediata, tipo Pompei nel 79 d.C.. Apposta, poi, servono i rifugi climatici: per costruire o meglio decostruire quelle geometrie metafisiche (prive di bivacchi di mendicanti), bisogna abbattere ogni residuo di flora, alla faccia dei rendering degli architetti con eleganti alberelli-Ikea (lo studio It’s Architettura, parte del team internazionale che ha vinto la gara, ha disconosciuto il progetto). Tutte oasi infernali create togliendo spazio a parcheggi e strade, con ulteriore aumento di traffico, ingorghi, emissioni su strade, consolari, tangenziali di Roma, piene di automobilisti che tentano di raggiungere il luogo di lavoro o magari, ironia della sorte, un’isola climatica, per rinfrescarsi sotto i lecci trasportati dal Comune coi tir, con ulteriori emissioni di Co2, in un circolo vizioso senza redenzione né fine. E che dire della nuova piazza Pia a San Pietro, inaugurata per il Giubileo 25 alla presenza di Meloni e del ministro dei Non Trasporti Salvini: Gualtieri si vanta di questo “polo urbano”, “una vera e propria piazza dell’abbraccio”, come se bastasse delimitare un’area pedonalizzata per fare una piazza, che è invece un luogo d’incontro per la comunità. Si aggira nella landa vuota stile Outlet di Valmontone come un agente Tecnocasa che illustra le pregevoli rifiniture: “Guardate queste bellissime sedute”, dei parallelepipedi brutalisti inospitali, perché i sindaci progressisti sono inclusivi, ma come quelli di destra rimuovono le panchine su cui dormono i senzatetto (“decoro urbano”); “Queste nuove fontane sono davvero stupende!”, e sono le solite vasche a sfioro stile Milano city, puro ornamento per turisti senza utilità civile.

[…] Poiché Roma fuori da Instagram trabocca di immondizia, Gualtieri farà l’inceneritore, che chiama “termovalorizzatore” per farlo sembrare moderno, a Santa Palomba, estrema periferia sud: fa niente se l’Ue lo ha escluso dalla Tassonomia verde, il sistema di classificazione che distingue le opere davvero sostenibili da quelle di puro greenwashing, e tasserà le città che ne hanno. Insomma, peccato: avremmo voluto un presidente del Consiglio che spianasse l’Italia per farne un’area ludica piena di aiuole.


Apriamo le porte ai futuri cittadini


L’integrazione è la sfida vera. Non è con qualche decreto flussi in più che possiamo cavarcela. Solo affrontando questo tema in una cornice strategica che ne faccia il centro delle politiche pubbliche saremo all’altezza del nostro dovere

Roma, 30 ottobre: studenti in piazza

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – La differenza fra l’Italia e il mondo è che mentre dei problemi gli altri discutono noi ne chiacchieriamo. Specie se il problema è serio. Meglio girarci attorno, parlando di “ben altro”, cioè del nulla. La retorica al grado zero può anche divertire, ma quando il tema è esistenziale la fuga dalla realtà, partita in commedia, rischia di finire in tragedia. Ogni riferimento al movimento non solo giovanile di protesta che il nostro governo, un magistrato inventivo e buona parte dei media hanno intestato alla mente criminale di Youssef Siher è voluto.

Qui il benaltrismo dei complottisti si è superato, inzuppando nello stesso giro di frase vetrine sfasciate, ritorno del terrorismo e guerra ibrida. Tutto fuorché il punto: i ragazzi protestano perché temono che il loro futuro sia compromesso. E hanno ragione. Due volte: perché è vero e perché non è affatto incurabile se da oggi lo affrontiamo.

Il vero dramma del nostro Paese è che nascono sempre meno italiani e che questo processo è irreversibile causa costante riduzione del bacino di donne in età feconda. Nel 2025 sono nati appena 355mila nuovi italiani, la metà circa di quanti ne venivano al mondo durante le guerre mondiali. E ciò nel contesto di un drastico calo della popolazione — novità assoluta nell’Italia unita — avviato nel 2014 e in rapido avvitamento.

Eravamo 58,9 milioni lo scorso anno, saremo 54,7 nel 2050 — come se ci sparissero insieme Roma e Milano — dei quali solo 15,5 giovani fino a 34 anni e addirittura 3,9 più che 85enni (oggi sono 2,4 milioni). La nostra età mediana, valutata sui 49,2 anni, inferiore solo a quella di monegaschi (56,9) e giapponesi (50,2), è destinata a presto superare la soglia del mezzo secolo. Per uno Stato super-indebitato (oltre 3.200 miliardi) questa demografia promette secca riduzione dei servizi sociali.

Palermo, 30 ottobre

Questo quadro, illustrato e discusso alla Scuola di Limes dal direttore del Censis Massimiliano Valerii, insieme a Giuseppe De Ruvo, sarebbe l’alfa e l’omega di ogni dibattito pubblico in ogni Paese che avesse cura di sé. Speriamo che la pubblicazione del sessantesimo rapporto sulla nostra situazione sociale curato dal centro studi fondato da Giuseppe De Rita, il prossimo 4 dicembre, sia occasione per affrontare di petto questo tema esistenziale.

Ne dubitiamo. Se non discutiamo a fondo del tracollo demografico e del rovesciamento della piramide dell’età è perché l’unica cura efficace sarebbe importare i figli che non facciamo, anche per non costringere quelli che facciamo a cercar fortuna e stipendi decenti all’estero. Per motivi non perfettamente razionali, il tema è tabù, non solo in Italia. Sarà che per secoli siamo stati il centro del mondo, ma l’idea che ne stiamo diventando periferia, finora ma non per sempre privilegiata, non ci entra in testa.

Le proteste di queste settimane in Italia come nei principali Paesi europei sono un primo segnale della malattia strutturale determinata dalla crisi demografica. Sommata a quella debitoria significa addio alla pace sociale. Dunque alla ragione sociale dello Stato.

Una deriva anarchica e violenta può essere scongiurata, o almeno limitata, solo dall’apertura regolamentata delle frontiere, specie a giovani stranieri qualificati. Paradosso vuole che il governo almeno a parole più nazionalista del dopoguerra sia anche quello che, evitando di parlarne troppo, è stato il più liberale nel socchiudere le porte dell’Italia alle persone di cui abbiamo bisogno per far girare l’economia e tenere insieme la società.

Persone, non solo braccia. L’integrazione è la sfida vera. Non è con qualche decreto flussi in più che possiamo cavarcela. Solo affrontando questo tema in una cornice strategica che ne faccia il centro delle politiche pubbliche saremo all’altezza del nostro dovere.

Anche perché l’alternativa è palese: se non freniamo l’emigrazione giovanile, allarghiamo gli ingressi regolari e trattiamo chi ci raggiunge come futuro cittadino saranno i Paesi del Sud del mondo a penetrarci e trattarci come loro conviene. L’Italia non è un dato di natura. Dobbiamo volerla. Nel mondo com’è e sarà, non come vorremmo fosse.


Le piazze, il governo e la strategia di Cossiga


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Giorgia Meloni: più 0,3 per cento. Roberto Vannacci: meno 0,9. Lo stesso 0,9 che, guarda caso, recupera la Lega. Ovvero: alla luce dell’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli (ieri sul “Corriere della Sera”) l’operazione legge e disordine funziona eccome (per Youtrend, Fratelli d’Italia crescerebbe addirittura dell’1 per cento). Sia come sia, tre settimane fa il partito della premier e l’intera maggioranza di governo non sapevano letteralmente dove sbattere la testa con tutti gli indicatori economici in discesa. Poi, come per miracolo (elettorale), una folla di ragazzotti mette a soqquadro il centro di Milano: vetrine infrante, saccheggi griffati, mentre su tutti gli schermi suscita vasta impressione l’immagine di un funzionario di polizia sanguinante dopo una sassata in faccia. Per il governo delle destre si tratta di una vera pacchia che in cinque mosse viene prontamente messa a frutto.

[…]

1) Meloni posta messaggi indignati accusando l’opposizione di non aver preso le distanze dalla violenza con sufficiente vigore. 2) Settimo decreto Sicurezza approvato d’urgenza con l’inasprimento del fermo preventivo e del “reato” di travisamento: insomma, meglio non farsi vedere dalle parti di una manifestazione con un berretto un po’ troppo calato sulla testa. 3) Giornali e talk al seguito della Fiamma e del Carroccio preconizzano sanguinose rivolte di piazza, risultato della saldatura tra “rossi” e islamici. L’arresto (poi negato dalla Gip) della presunta “mente” dei disordini Youssef Siher conferma il clima pre-insurrezionale. 4) Alla vigilia dei cortei di venerdì scorso, un videospot (con musica da ascensore in sottofondo) diffuso dal Viminale mostra il ministro Piantedosi che istruisce prefetti e questori in merito a possibili emergenze di piazza. Dunque, gli onesti cittadini possono dormire sonni tranquilli. 5) Scioperi e manifestazioni si svolgono in tutto il Paese con qualche scontro tanto per gradire, ma niente di allarmante. Missione compiuta. Ristabilito l’ordine, la destra di governo recupera posizioni sui manipoli di Roberto Vannacci, in stallo dopo l’exploit estivo. Dal cosiddetto Campo largo niente da segnalare se non il calendario su programma e primarie che sembra quello di Frate Indovino.

[…]

Un passo indietro: davvero il weekend delle vetrine infrante è stato per il governo un fulmine a ciel sereno? Nando dalla Chiesa ha ricordato, lunedì scorso su queste pagine, il consiglio che nel 2008 l’esperto del ramo Francesco Cossiga diede al ministro degli Interni dell’epoca, Roberto Maroni, nel pieno dell’Onda, il movimento studentesco che stava scuotendo le università e le scuole. “L’ex presidente della Repubblica suggerì di lasciare commettere le violenze fino al punto limite in cui le forze dell’ordine sarebbero state moralmente benvenute dai pacifici cittadini se avessero represso la protesta con tutta la durezza possibile”. Sì, sono accadute troppe cose strane in quei disordini, a cominciare da un’insufficiente presenza delle forze dell’ordine segnalata dal sindaco di Milano, Beppe Sala. E non è complottismo registrare che prima degli scontri del 17 ottobre c’era stato un allarme dell’intelligence ignorato dal Viminale. “I Servizi avevano segnalato i disordini che poi si sono verificati. Nei giorni precedenti alla manifestazione erano circolati volantini diversi, diffusi attraverso piattaforme e canali considerati compatibili tra loro. Il messaggio era sostanzialmente identico: scendere in piazza 17 ottobre” (“Repubblica”). Intanto, si preannunciano nuovi cortei di protesta per sabato prossimo. Con i partiti di governo che già si fregano le mani.


Ufficio Collocarenzi


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] L’altra sera, accerchiando Scanzi a Otto e mezzo, l’Ufficio Collocamento Renzi ha confermato che il renzismo, nella sua fase terminale, ha smesso di essere una tragicommedia politica per diventare una religione. È materia di fede, dunque prescinde da ogni dato fattuale, numerico e razionale. Perché mai il politico più detestato dagli italiani e più amato dai padroni dovrebbe tornare in Parlamento proprio con i Progressisti che ha passato la vita a insultare, danneggiare e tradire? Perché sì. Gli altri politici subiscono severe analisi del sangue sulla coerenza, la lealtà, l’affidabilità, la compatibilità di programma. Vale per il centrodestra e Vannacci, soprattutto sul riarmo e Kiev. Vale per Schlein, Conte e Avs, soprattutto su Kiev e il riarmo. Per Renzi no.

[…]

Lui può mandare a picco i governi Letta e Conte-2, firmare due leggi elettorali peggiori del Melonellum (Italicum e Rosatellum), scassinare la Costituzione con B. e Verdini, mentire sul ritiro dalla politica, tagliare su sanità e ricerca, minacciare giornalisti liberi con liti temerarie, peggiorare la legge Gasparri consegnando la Rai al governo, far chiudere Ballarò ed epurare Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro nonché la Berlinguer dal Tg3, spifferare il dl Banche popolari a De Benedetti per le sue scorrerie in Borsa, anticipare le destre su premierato (il “sindaco d’Italia”), autonomia differenziata (partita col suo Pd nel governo Gentiloni) e separazione delle carriere, scacciare il popolo di sinistra a colpi di Jobs Act, precariato, abolizione dell’art. 18, Buona scuola, Salva-frodatori fiscali, tetto al contante da mille a 3mila euro, attacchi e denunce ai pm che indagano su di lui, insulti alla “barbarie” di Mani Pulite, riabilitazioni di Craxi, B. e pure Dell’Utri, beatificazioni di Marchionne, tasse ridicole ai miliardari d’importazione, voluntary disclosure per scudare i capitali dall’estero, poi mollare il Pd per “svuotarlo” con Iv e svaccare coi conflitti d’interessi della fondazione Open, i milioni di Bin Salman, la raccolta firme per abolire il reddito di cittadinanza, i voti di Iv a La Russa presidente del Senato, alla Commissione Covid e alle schiforme Nordio su bavagli, intercettazioni e prescrizione, l’appoggio alla Moratti in Lombardia, i no al salario minimo (“populismo di sinistra”) e alla sfiducia alla Santanchè, la direzione editoriale del Riformista di Alfredo Romeo (già coimputato del babbo e condannato in primo grado per corruzione), infine il ritorno al centrosinistra perché la destra l’aveva rimbalzato. Strano che qualcuno ancora diffidi di questo bocciolo di rosa. “Senza di lui si perde”, dicono gli adepti della nuova religione, ispirandosi al celebre slogan circense: “Venghino, siori, venghino! Più gente entra, più bestie si vedono!”.[…]


Separazione delle carriere, Forza Italia ci riprova (ignorando il referendum)


“Ripresentiamo la proposta, le riforme ambiziose richiedono tempo”. Nonostante i 15 milioni di No, il capogruppo azzurro Costa insiste: “Se qualcuno pensa di voltare pagina dovrà confrontarsi con noi”. Si riparte dal testo promosso dalle Camere penali: l’ipotesi di procedere con legge ordinaria

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – Poco più di sei mesi fa, i cittadini hanno bocciato quel progetto con 15 milioni di No. Eppure, come gli ultimi giapponesi nella giungla dopo la Seconda guerra mondiale, c’è chi continua a combattere la sua battaglia ignorando completamente l’esito del referendum: “Forza Italia alla Camera e al Senato ripresenterà la proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, promossa dall’Unione delle Camere penali, già depositata in Parlamento e sottoscritta da oltre 70mila cittadini. Un atto simbolico in ossequio ai 13 milioni di Sì, ma anche un segnale concreto della nostra determinazione a portare avanti questa battaglia”, ha annunciato il capogruppo azzurro a Montecitorio Enrico Costa, a margine del congresso delle Camere penali in corso a Brescia. “Le criticità sono ancora tutte sul tavolo e, se qualcuno pensa di voler voltare pagina, dovrà confrontarsi con la nostra convinzione”, sottolinea Costa, in un messaggio implicito anche agli alleati di Fratelli d’Italia, che dopo il referendum hanno deposto le armi sulla giustizia. “Siamo consapevoli che le riforme più ambiziose hanno bisogno di tempo per maturare, ed è fondamentale tenere accesa la fiammella riformatrice di fronte a un tentativo di conservazione delle correnti” dei magistrati, afferma in riferimento alle elezioni dei membri togati del nuovo Consiglio superiore della magistratura, appena stravinte dalla “sinistra giudiziaria”. A suonare la carica, dal palco del congresso, anche il presidente dell’associazione politica degli avvocati penalisti, Francesco Petrelli: “La separazione delle carriere resta un obiettivo necessario, inequivoco ed ineludibile dell’azione politica dell’Unione delle Camere penali, in quanto consustanziale alla concreta realizzazione del giusto ed equo processo penale”, arringa.

L’annuncio di Costa è l’avvio di un progetto a lungo termine dei berlusconiani: far approvare la separazione dei percorsi professionali di giudici e pm – storica battaglia del partito – “depurata” però dall’altro pilastro della fu riforma Nordio, il sorteggio dei componenti del Csm voluto da Fratelli d’Italia (“L’unica cosa figa è il sorteggio”, ammise off the records l’ex sottosegretario Andrea Delmastro) e vero motivo, secondo gli azzurri, della sconfitta referendaria. Il primo passo per arrivare all’obiettivo sarà proprio la riproposizione, nelle prossime settimane, del testo delle Camere penali, già depositato da Costa il primo giorno di legislatura e poi assorbito da quello firmato dal ministro della Giustizia. Anche questa proposta modifica la Costituzione istituendo due Csm separati, uno per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica; a differenza della riforma bocciata nelle urne, però, i componenti togati non verrebbero sorteggiati, ma eletti come adesso dai colleghi magistrati. L’altra grossa differenza riguarda la proporzione tra i togati e i laici, cioè i consiglieri eletti dal Parlamento tra avvocati e professori universitari: la riforma Nordio manteneva l’attuale rapporto di due a uno in favore dei magistrati, mentre il testo promosso dai penalisti prevede la metà dei seggi per ciascuna categoria. Non solo: la proposta di iniziativa popolare interviene anche sull’obbligatorietà dell’azione penale, cioè l’obbligo dei pm di indagare su qualsiasi notizia di reato di cui vengano a conoscenza. In base al testo, il principio contenuto nell’articolo 112 della Carta varrà solo “nei casi e nei modi previsti dalla legge“: una frase che apre la porta a uno svuotamento dell’obbligo, consegnando alla politica il potere di decidere i reati da perseguire.

Ma quella della riforma costituzionale non è l’unica strada a disposizione di Forza Italia: l’altra è l’ipotesi di separare le carriere con legge ordinaria, senza creare due Csm ma semplicemente riorganizzando quello esistente in due distinte sezioni, una per i giudici e una per i pm, come avviene in Francia. A suggerirlo apertamente, giovedì, è stata la ministra delle Riforme Elisabetta Casellati: “La separazione delle carriere si può rifare con legge ordinaria”, ha detto, rispondendo alla domanda se la riforma verrà riproposta da una futura maggioranza di centrodestra. Se ne parlerà, in ogni caso, solo nel prossimo Parlamento. Per ora gli azzurri sono concentrati a portare a casa l’obiettivo numero uno di questa legislatura in tema giustizia: la riforma del sequestro degli smartphone a firma del senatore Pierantonio Zanettin, bloccata da due anni e mezzo alla Camera dopo il via libera al Senato. Nelle ultime settimane sul provvedimento si è finalmente trovato l’accordo tra FI e Fratelli d’Italia, ma il provvedimento è ancora fermo per il veto della Lega, che pretende in cambio l’approvazione (senza modifiche) del disegno di legge per riaprire il tribunale veneto di Bassano del Grappa, terra del sottosegretario alla Giustizia del Carroccio Andrea Ostellari. Per i berlusconiani, l’approvazione della proposta – che prevede una complessa procedura governata dal gip per il sequestro dei telefoni – sarebbe il fiore all’occhiello “garantista” della legislatura da aggiungere agli altri risultati ottenuti: il ritorno dei benefici penitenziari per i condannati per corruzione, la limitazione delle intercettazioni a 45 giorni, il divieto ai giornali di pubblicare brani delle ordinanze di custodia cautelare e l’obbligo (diventato legge nei giorni scorsi) di pubblicare invece le sentenze di assoluzione.


Il vero problema di Giorgia Meloni è che sa di aver perso la partita più importante


(di Adriano Biondi – fanpage.it) – Non è semplice provare a fare ordine nella confusione di queste ultime settimane. Non lo è soprattutto perché siamo abituati a ragionare secondo schemi codificati e cerchiamo in ogni modo di inserire in un unico puzzle pezzi che non si incastrano e probabilmente appartengono a disegni molto diversi fra loro. Dobbiamo abituarci, però, perché la complessità, la confusione e l’indeterminatezza sono elementi caratterizzanti questo particolare momento storico. Ci sono tante cose in movimento, altre che ancora non riusciamo a vedere, con conseguenze sul piano sociale e politico piuttosto imprevedibili. Parlare genericamente di “proteste”, accomunando la mobilitazione degli studenti, le lotte per la casa, i blocchi degli autotrasportatori, i riot di Milano, ma anche la tensione nel mondo agricolo è semplicistico e non serve a comprendere nessuno dei fenomeni. Allo stesso tempo, non inquadrare i singoli eventi in un contesto più ampio, che trascende persino il nostro Paese, o in una prospettiva diacronica, sarebbe un errore.

C’è un grande fermento nell’aria, la sensazione di aver assistito solo al teaser di una stagione di grandi tensioni e conflitti. C’è il vento delle grandi mobilitazioni studentesche, che soffia in Francia, in Albania, in tante altre zone d’Europa e che in Serbia ha già prodotto un clamoroso rovesciamento dell’ordine costituito. C’è la mobilitazione più o meno spontanea contro il carovita, quella per la casa e gli spazi sociali. C’è l’entrata sulla scena politica, confusa, disordinata e imprevedibile ma estremamente rilevante, delle seconde e terze generazioni di immigrati. C’è l’enorme questione culturale, sociale e ancora una volta politica delle periferie (e attenzione anche alle province, soprattutto quelle in cui la deindustrializzazione è stata più marcata). Ci sono le tante questioni sindacali da tempo sul tavolo, decisive per centinaia di migliaia di lavoratori. Ci sono le tante mobilitazioni più strettamente politiche, contro il riarmo, contro la manovra, sulla crisi climatica e via discorrendo. C’è una generale attenzione, che non sappiamo in che forma si concretizzerà, alle derive del capitalismo, al pericolo della trasformazione dei sistemi liberali in autocrazie più o meno al servizio dei tecnocapitalisti della sorveglianza. Ci sono i collettivi, i centri sociali, i movimenti organizzati pronti a dire la loro. Insomma, c’è una situazione di grande complessità, che potrebbe trasformare le piazze, reali e virtuali, in grandi incubatrici di protesta, tensione, conflitto e violenza politica. Non solo in Italia, non specificamente in Italia, non principalmente in Italia, ma sicuramente in Italia.

Di fronte a tutto questo, vi starete chiedendo, qual è la strategia del governo? La risposta la conoscete, temo, ed è un grande classico della reggenza a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni: repressione, criminalizzazione del dissenso, mostrificazione degli avversari politici. La leva è sempre la stessa, l’utilizzo della decretazione d’urgenza e (meno) della legislazione ordinaria per la creazione di nuovi reati, la riduzione degli spazi del conflitto sociale, la pressione sull’equilibrio fra i poteri. Ricette già sperimentate in questi anni e che, per inciso, hanno funzionato in un senso diverso da quello ipotizzato dal governo. È, a mio avviso, un piccolo cortocircuito che riguarda anche l’opposizione, perché spesso si tende a liquidare con un banale “non hanno funzionato” provvedimenti che hanno invece avuto un impatto negativo. Gli otto decreti sicurezza si sono dimostrati inefficaci allo scopo per cui erano stati pensati (“riportare l’ordine”, “restituire la legalità”, “far sentire la presenza dello Stato” e tutte le altre sciocchezze propagandistiche da cui sono stati accompagnati), ma hanno reso sempre più complesso esprimere il dissenso, hanno diminuito gli spazi democratici, hanno incrinato diritti e conquiste sociali.

L’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, in un colloquio con Susanna Turco su L’Espresso, mette a fuoco quella che per me è la questione essenziale: “Mi sorprende come, ogni volta, ogni questione venga trattata come mai accaduto. Come se non avessimo avuto nel passato problemi analoghi, mi ricordo per dire gli allevatori che versavano latte davanti al Senato. O tante piazze complicatissime del nostro Paese. Alla fin fine le risposte sono sempre vecchie, come i decreti sicurezza, fatti peraltro affastellando norme su norme che in teoria ci sono già e che vengono rinnovate come una sorta di memento, di sottolineatura che le istituzioni ci sono. E ci sono, dal mio punto di vista, nella maniera più sbagliata. La sicurezza è una precondizione di tutti i diritti e di libertà. Ma non ci si può fermare a questo. La guerra cognitiva lavora sulle fratture e sulle criticità delle democrazie. Bisognerebbe rammendare questa società sempre più disgregata. Invece, abbiamo un governo che cavalca le fratture, che nutre la pancia, ed è ormai alla coazione a ripetere, senza risultati, dopo quattro anni e un numero infinito di decreti, tutti urgenti e tutti necessari”.

Ciò accade essenzialmente perché fuori dalla logica dell’emergenza, la maggioranza non esiste. Gli ultimi quattro anni hanno dimostrato l’incapacità di un’intera classe politica di pensare con orizzonti più ampi, fuori dalle contingenze del momento e dall’ottica di contrapposizione. Questo governo, in altre parole, ha sempre bisogno di un nemico, di un conflitto, di una situazione emergenziale, per trovare un senso e una missione. E pazienza se il nemico e l’emergenza non ci sono, si costruiscono. Ne scriveva già Umberto Eco, spiegando in che modo l’identità di interi gruppi si costruisca e si consolidi attraverso l’odio e la paura verso un nemico comune, meglio ancora se presentato come immanente, pericoloso, fortissimo e capace di minacciare la nostra sicurezza. La fabbricazione del nemico, scriveva, è uno strumento politico di grande efficacia proprio perché incanalare l’aggressività collettiva verso un bersaglio esposto e isolabile, consente ai regimi e alle classi dirigenti in generale di distogliere l’attenzione dalle proprie inadeguatezze. Il nemico finisce per essere non soltanto un alibi e un capro espiatorio, ma anche un enorme argomento di distrazione di massa. E, non in subordine, un elemento in grado di garantire quella coesione sociale e quel senso di appartenenza la cui costruzione richiederebbe un lavoro continuo e complesso.

Il caso Siher è paradigmatico, in tal senso. Il ricercatore (la cui piattaforma politico-ideologica è estremamente discutibile, a parere di chi scrive) incarna alla perfezione tutto ciò che in quel momento serviva al governo per distogliere l’attenzione dal fallimento dei meccanismi di prevenzione e controllo dei disordini nelle piazze. Il vero problema di Meloni è che il fallimento resta e i fatti a volte sono impermeabili alla propaganda. Se hai governato oltre quattro anni non hai più tante scuse, non puoi pretendere di risultare credibile quando annunci l’ennesima serie di interventi risolutivi e decisivi. Non puoi raccontare agli italiani che ampliare le carceri per far posto ai minorenni sia la strada principale per combattere le devianze giovanili.

Perché se c’è un merito innegabile delle piazze è che rendono evidente lo scollamento fra ciò che il governo ha promesso e quello che ha fatto, tra ciò che la maggioranza dice di essere e la qualità della classe dirigente, tra il racconto del Paese e la realtà dei fatti. Che è quella di un’Italia sfilacciata, impaurita, sempre più insicura e meno speranzosa nel futuro. Che scende in piazza o sostiene chi lo fa, perché sente di essere meno sicura, meno protetta. Meloni lo sa, sa di aver perso la sfida della credibilità e della capacità di incidere. E si rifugia nella propaganda.

Commetteremmo un errore a pensare che il discorso riguardi solo le proteste studentesche e sindacali contro il governo. Prendiamo a mero titolo di esempio la questione degli autotrasportatori del Sud Italia.

[Piccolo inciso: È probabilmente vero che i media sono stati pigri, quando non reticenti, nella copertura delle prime manifestazioni di protesta, in particolare blocchi stradali e picchetti. Va detto che la mobilitazione ha avuto dinamiche piuttosto confuse, nonché uno sviluppo peculiare, che l’hanno resa agli occhi dell’opinione pubblica un fenomeno unitario, con una regia unica, obiettivi predeterminati e, soprattutto, un inarrestabile desiderio di equità e giustizia. Un’analisi un minimo più approfondita avrebbe potuto mostrare in realtà un quadro decisamente diverso, o quantomeno con più sfaccettature.]

A una componente organizzata da associazioni, enti, corpi intermedi si è sommata la partecipazione spontanea di cittadini e lavoratori, ma anche quella più “orientata” da interessi di varia natura. Si sono mescolate rivendicazioni e istanze di varia natura, tra cui alcune avevano una decisa componente di natura corporativa e altre ancora una chiara matrice politica. In tempi in cui la narrazione è tutto, all’opinione pubblica è invece arrivato un messaggio univoco: proteste contro il carovita, il costo del carburante e dei generi alimentari. Ne è derivata una solidarietà diffusa, che ha portato il governo a muoversi con grande cautela, per evitare contraccolpi in termini di consenso elettorale, e a scegliere la strada del dialogo con quei corpi intermedi che si presumeva avessero un ruolo centrale nell’organizzazione della mobilitazione. La domanda che nessuno si è fatto è sul come mai le proteste siano scemate malgrado le condizioni che le avevano generate siano sostanzialmente rimaste le stesse e lo scenario sia quello di un peggioramento inesorabile, peraltro quasi del tutto indipendente dalle scelte del governo. Citiamo Matteo Salvini: “È chiaro che a breve non caleranno né il costo del carburante né il costo per l’energia, né il costo per le imprese, né per le famiglie. È chiaro che o ti rassegni o ti attrezzi”. È servito “l’impegno” del governo (quale, oltre i palliativi?), è stata sufficiente la minaccia del “pugno duro” o semplicemente i manifestanti hanno scelto altre strade per proseguire la lotta? E ancora, quanto durerà questa tregua, considerando che i rincari proseguiranno e di risposte nella manovra non ce ne sono? Non sarà per caso che la scelta di chiudere accordicchi con mediatori e portatori di interessi si rivelerà quantomeno miope?

Siamo sempre allo stesso punto, a mio modo di vedere. Situazioni complesse richiederebbero analisi profonde e risposte adeguate. Una politica responsabile e competente, in sintesi. Che non c’è.