
(di Marcello Veneziani) – C’era una volta il moderato. Era colui che frenava quando gli altri acceleravano, che smorzava quando gli altri appiccavano il fuoco, naturalmente per la pace, la mediazione e il dialogo; c’era sempre una soluzione migliore che passare alle mani, imbarcarsi in una guerra, armarsi e attaccare. Li abbiamo conosciuti lungo il novecento i moderati, anche se c’erano anche prima, anzi ci sono sempre stati. Erano neutralisti al tempo dell’interventismo, erano afascisti durante il regime, una parte si rivolse tiepidamente al regime ed un’altra sposò altrettanto tiepidamente l’antifascismo. Riapparvero dopo la guerra felicemente smemorati del passato. Furono in larga parte cattolici, magari all’acqua di rose, una fede blanda e ragionevole, borghese e senza grandi slanci. Furono liberali ma poi votavano democristiano e comunque si professarono per definizione contro gli opposti estremismi, pensavano che in ogni campo dovesse prevalere il buon senso, tenere a freno gli impulsi e le passioni, che la via migliore anche con i dittatori di fuori e i regimi dispotici, fosse la diplomazia. Il moderato parlava con pacatezza, non urlava, aveva uno stile sobrio, con qualche mosceria, aveva un’andatura moderata. Non correre papà.
Ora che gli estremisti sono fuori dalla politica o ai suoi margini, ora che non si trovano più fascisti, comunisti, integralisti nei partiti manco a pagarli per recitare un ruolo, è successo qualcosa di sconvolgente: i moderati sono in Italia, e non solo, il partito del riarmo, dell’interventismo militare, della guerra su tutte le ruote e in tutti i campi. Caldeggiano la guerra “preventiva” ovunque vi sia a loro avviso una minaccia anche vaga, e perfino surreale: chiedono che l’Europa scenda in guerra con la Russia, con la scusa che è la Russia a voler attaccare l’Europa. La controprova, naturalmente, è la guerra in Ucraina, che viene considerata una costola dell’Europa anche se da secoli è stata con la Russia; si prescinde totalmente dalle ragioni che hanno portato al conflitto russo-ucraino e si dimentica l’atteggiamento occidentale e statunitense in particolare che ha sempre tifato per quel conflitto, perché avrebbe inguaiato la Russia e l’Europa, come di fatto è avvenuto, e perciò avrebbe rafforzato gli Usa. Si dà per scontato che l’Ucraina sia Europa anche se per secoli di storia, per lingua, letteratura, religione, affinità di popoli e perfino per corruzione, scarsa democrazia e apparato militare, è molto più simile alla Russia.
Il moderato incoraggia a dare pacchi di miliardi al corrotto regime di Zelenskij, a cui aggiungere pacchi di miliardi per riarmarci pure noi europei sempre in funzione antirussa; e sottrarre pacchi di miliardi per i danni commerciali ed “energetici” che ci stiamo facendo con le sanzioni alla Russia. Senza dimenticare i pacchi di miliardi che ci stiamo rimettendo dacché impazzano queste guerre ad est e in medio oriente e i carburanti vanno alle stelle, con tutta una ricaduta sui prezzi di ogni genere oltre che sul pieno di benzina.
Ma i moderati, soavi anime belle che stanno di preferenza al centro, a cavallo tra il governo e mezza opposizione, non si accontentano della guerra con l’Oriente. Strizzano un occhio perfino all’esagitato Trump nella sua scellerata e unilaterale guerra all’Iran che ci ha cacciati in un mare di guai. E non contenti, chiudono l’altro occhio ai massacri quotidiani, alle aggressioni dei coloni e agli attacchi a tutti i paesi vicini, dell’Israele di Netanyahu perché è avamposto dell’Occidente, combatte per tutti noi, fa il lavoro sporco che noi non abbiamo il coraggio di fare.
Come i moderati di un tempo anche quelli di oggi non sono né di destra né di sinistra, o lo sono se la destra e la sinistra si convertono al “buon senso” moderato; vale a dire bombe & libero mercato, armi & capitale. Sono per indole più inclini al centro-destra e trovano interlocutori tra i moderati di quell’area anche nel governo; ma poi, sapendo che si è trattati meglio se si appare col centro-sinistra, alcuni di loro pavoneggiano un vecchio pedigree di sinistra, si reputano ancora tali, o più salomonicamente stanno nel mezzo, e saltano da qua a là come anguille d’allevamento.
Il moderato guerrafondaio è una novità assoluta sulla scena politica ma vellica la paura dei benpensanti, quella che rende violento e cruento persino il “borghese piccolo piccolo” (do you remember il film di Mario Monicelli con Alberto Sordi?).
Insomma, un tempo erano i d’Annunzio, i Marinetti, gli ardimentosi volontari, i militi e i rivoluzionari, e più di recente i contestatori, i ribelli, i seguaci di Che Guevara e di Mao Tzedong, a suonare la carica, disotterrare l’ascia di guerra e spaventare i moderati. Ora invece sono i moderati, i ragionieri e i romani della buona borghesia, i figli de mammà, fallaciani tardivi, a spingere per la guerra ad oltranza, ovunque ci sia un focolaio. Sono loro gli estremisti del momento, ma loro tengono alla fama di mansueti, ragionevoli, filo-occidentali; lo fanno per salvare la nostra libertà e i nostri diritti. Salvo accusare chi non la pensa come loro di tramare e prendere soldi dai russi, dai persiani, da Hamas e paraggi. Dio ci salvi dai moderati che ci stanno portando in guerra e a svenarci economicamente allo scopo di prevenire la guerra altrui. E per evitare che un missile nemico, un drone russo o iraniano, venga a sporcare il salotto de casa.
GERMANIA: EXIT POLL SASSONIA-ANHALT, AFD AL 44,5%, NETTO CROLLO DELLA CDU
(LaPresse) – L’AfD ha vinto nettamente le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, secondo la prima proiezione diffusa dalla Ard alla chiusura dei seggi. Secondo Infratest dimap, l’AfD è al 44,5% dei voti, oltre il doppio rispetto al 20,8% ottenuto alle elezioni del 2021. Si tratta del miglior risultato mai ottenuto dall’AfD in un’elezione regionale in Germania.
Con grande distacco segue la Cdu del ministro presidente Sven Schulze, accreditata del 18,5%. Per la Cdu si tratta di un risultato storicamente negativo: nel 2021, quando il Land era guidato da Reiner Haseloff, aveva ottenuto il 37,1% dei voti.
Al terzo posto si colloca la Linke con il 9,5%, seguita dai Verdi con il 9% e dalla Spd con l’8%. Anche per la Spd si profila il peggior risultato mai ottenuto nel Land: nel 2021 aveva raggiunto l’8,4%.
Il Bsw è al 5% e deve quindi ancora assicurarsi l’ingresso nel Landtag, mentre la Fdp è al 2% e sarebbe esclusa dal Parlamento regionale. I dati sono ancora provvisori e potranno cambiare con le successive proiezioni e con lo scrutinio dei voti.
SIEGMUND, NON SO SE SARÒ PRESIDENTE, MA GIÀ SCRITTA LA STORIA
(ANSA) – BERLINO, 06 SET – “Non si può già dire alle 18 di stasera se sarò ministro presidente della Sassonia-Anhalt, ma abbiamo già scritto la storia”. Lo ha detto il candidato di Afd Ulrich Siegmund, parlando alla tv Ard, dopo gli exit poll che danno il partito al 44,5%.
Lo storico Giovanni De Luna legge “Il mondo al contrario” (strafalcioni compresi): “Un fascismo antropologico fatto di modi di dire e di pensare. Che temo andrà lontano”

(di Roberto Casalini – ilfattoquotidiano.it) – Un Patriota con la P maiuscola come Roberto Vannacci non può non sentirsi “offeso da chi deturpa la mia lingua natale che incarna la cultura, la civiltà, le tradizioni ed anche, perché no, la Patria”. Il generale ce l’ha con chi usa termini stranieri. “Non è un caso” mette nero su bianco nel Mondo al contrario, il pamphlet alle origini della sua popolarità, “che nella nostra ricca, antica, melodica e bellissima lingua sia stato ostracizzato ogni termine che descriva un omosessuale maschile (sic). Dobbiamo ricorrere ad un idioma straniero e chiamarli gay perché i vocaboli esistenti sino a pochi anni fa nei dizionari… sono tutti considerati inappropriati, se non addirittura volgari ed offensivi. Pederasta, invertito, sodomita, finocchio, frocio, ricchione, buliccio, femminiello, bardassa, caghineri, cupio, buggerone, checca, omofilo, uranista, culattone sono ormai termini da tribunale, da hate speech, da incitazione all’odio e alla discriminazione…”.
Mentre lui, in nome della libertà, rivendica il diritto a odiare. “Chiunque esprima un’opinione che possa essere percepita come offensiva o discriminante nei confronti della comunità lgbtq+” scrive “rischia di essere sottoposto a giudizio per appurare se si tratti di libera espressione delle proprie opinioni o di omofobia ed incitazione all’odio. Per quanto esecrabile, l’odio è un sentimento, un’emozione che non può essere represso nell’aula di un tribunale. Se questa è l’era dei diritti allora, come lo fece Oriana Fallaci, rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute… Dire che un trans vestito da badessa con le labbra gonfie su un viso che lascia intravedere le tracce della barba e che mostra le tette siliconate in pubblico durante il Gay Pride è ripugnante e disgustoso non implica l’istigazione all’odio né, tantomeno, dovrebbe essere più grave che rivolgere lo stesso commento ad una donna che si dovesse comportare allo stesso modo”. Con ossimoro ardito, nasce l’odiatore beneducato.

“Questi immigrati hanno costituito quello che Marx definiva l’esercito industriale di riserva del padrone togliendo i diritti ai lavoratori e facendoli lavorare per un salario non adeguato. Quindi rimandandoli a casa sbloccheremmo una situazione assurda e porteremo gli italiani stessi, che raccoglievano fragole, olive e pomodori trenta/quaranta anni fa, probabilmente a rivolgersi anche a questi lavori”. (In onda, 22 giugno 2026)
L’ex generale il dizionario non lo sfoglia più da tempo. Gli sarebbe tornato utile per evitare svarioni. Quando per esempio descrive gli uomini normali che “vagheggiano nel presente”, vittime di ambiente e ambientalismo a tal punto che “non possiamo lamentarci che ci si puzzi dal freddo in inverno e ci si boccheggi in estate”. Del lassismo contemporaneo sarebbero testimonianza la “rimessione in libertà degli arrestati”, le “quote rose”, il “quieto intercedere di rospi e tritoni” nei luoghi pubblici (lasciati forse a pascolo brado dagli animalisti per la “perpetrazione della specie”), mentre in passato tra i grandi delitti perseguiti c’erano “la blasfemia, l’eretismo (che a dire il vero sarebbe uno stato di forte eccitabilità, ma forse gli eretici erano anche iperemotivi, ndr), l’adulterio e tanti altri comportamenti”. Fino a perle di pensiero complesso come “se alcuni gruppi di individui che la Natura ha relegato in ambienti impossibili finiscono per mangiarsi tra di loro ciò non ammette la banalità di una tale condotta in condizioni usuali”.

“Non esiste il femminicidio. Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”. (ilfattoquotidiano.it, 14 giugno 2026)
Più del lessico, però, c’è la sostanza del dire vannacciano. Un passatismo travestito da spiccia praticità, un misoneismo che inneggia alla Tradizione. È nuovo fascismo, il suo? E se lo è, perché ci ha colti di sorpresa? «Non lo abbiamo visto arrivare perché c’era già, c’è sempre stato» dice Giovanni De Luna, storico dell’Italia contemporanea che ha indagato a lungo le radici e le pratiche del ventennio. «Il fascismo è l’autobiografia della nazione, per usare la celebre definizione di Piero Gobetti: preesisteva a Mussolini e gli è sopravvissuto. Non c’è soltanto la continuità dello Stato che ha travasato uomini e pratiche della dittatura nell’Italia repubblicana. C’è anche, per così dire, un fascismo antropologico fatto di modi di sentire e di pensare, che viene da lontano e temo andrà lontano se non viene contrastato».
Nel dopoguerra, la Dc è diventata il contenitore di umori passatisti, poi a destra è scattata la libera uscita
Di fascismo, a dire il vero, Il mondo al contrario non parla: accenni alle imprese guerresche durante la prima e la seconda guerra mondiale, nient’altro. Le allusioni alla ritualità militar-fascista, i richiami alla X Mas, sono arrivati dopo. Ma il pensiero che veicola è individualista ed elitista. Come ha potuto trovare udienza? «Il lungo dopoguerra italiano, sepolta la dittatura» spiega De Luna «ha visto rinascere le forze cattoliche e di sinistra e affievolirsi la presa della vecchia destra liberale. La Democrazia Cristiana è diventata il grande contenitore degli umori passatisti, che ha controllato e disciplinato. La destra estrema – l’Msi, l’Uomo Qualunque – in questo schema è rimasta ai margini. Quando è caduta la Prima Repubblica, nella metà degli anni Novanta, per il radicalismo di destra è scattata la libera uscita».

“L’umanità non è mai stata meglio, siamo 8 miliardi di persone. L’inquinamento ci ha fatto benissimo e lo dico in modo provocatorio: l’aspettativa di vita planetaria nel 1800 era di 33 anni, oggi 68. Da quando abbiamo iniziato a inquinare abbiamo moltiplicato l’aspettativa. Inquinamento ovviamente non ci ha fatto bene, è il progresso che ci ha regalato benefici ed è sbagliato fermare il progresso”. (La Nazione, 23 maggio 2024)
Oggi la destra governa ma si vive come catacombale e vittimista, “maggioranza silenziosa” assediata da un mondo ostile. Ridiamo la parola a Vannacci: “Basta aprire quella serratura di sicurezza a cinque mandate che una minoranza di delinquenti ci ha imposto di montare sul nostro portone di casa per inoltrarci in una città in cui un’altra minoranza di maleducati graffitari imbratta muri e monumenti, sperando poi di non incappare in una manifestazione di un’ulteriore minoranza che, per lottare contro una vaticinata apocalisse climatica e contro i provvedimenti già presi e stabiliti dalla maggioranza, blocca il traffico e crea disagio all’intera collettività. I dibattiti non parlano che di diritti, soprattutto delle minoranze: di chi asserisce di non trovare lavoro, e deve essere mantenuto dalla moltitudine che il lavoro si è data da fare per trovarlo; di chi non può biologicamente avere figli, ma li pretende; di chi non ha una casa, e allora la occupa abusivamente; di chi ruba nella metropolitana, ma rivendica il diritto alla privacy”. Insomma, “la dittatura delle minoranze ha prevaricato il concetto di democrazia dove la maggioranza decide ed il resto si adegua”: la democrazia come una caserma dove io do gli ordini e tu marci affardellato.

“Recentemente in Toscana c’è stato il gay pride. Ci mandiamo questi signori a morire al fronte. Ditemelo voi. Chi è pronto a questo sacrificio? Chi viene educato ancora con questi valori? È inutile spendere 800 miliardi se poi al fronte non ci va a combattere nessuno”. (ilfattoquotidiano.it, 27 giugno 2025)
In un mondo dove tutti gli avversari dell’ex generale sono caricaturati e assimilati alle frange più estreme o più eccentriche, chi sono i nemici? I terroristi, le nuove Brigate Rosse? No, gli asili nido perché “la cosiddetta emancipazione femminile ed il concetto del lavoro ad ogni costo limitano, se non addirittura impediscono, il regolare svolgimento della funzione educativa da parte dei genitori che la delegano ad altre istituzioni appositamente concepite”. La donna invece è meglio che stia a casa, nella famiglia tradizionale contro cui “un’altra incredibile bordata proviene dal movimento femminista che si batte per l’emancipazione della donna. Oltre a promuovere istituzioni come il divorzio e l’aborto al suon dello slogan “tremate, tremate, le streghe son tornate” si oppone alla figura femminile intesa come madre. Le moderne fattucchiere sostengono che solo il lavoro ed il guadagno possono liberare le fanciulle dal padre padrone e dal marito che le schiavizza condannandole ad una sottomessa, antiquata, involuta ed esecrabile vita domestica”.
Dal libro di Vannacci emerge la democrazia al contrario: io ordino, tu marci affardellato
Assieme a loro, vanno parimenti esecrati gli ambientalisti, i proprietari di cani e gatti (“Nel Belpaese, il numero di animali domestici supera quello degli stessi abitanti”: e non è vero) e chi segue una dieta (“L’ecologia è figlia del benessere, come l’animalismo e l’alimentazione vegana”); chi ha scrupoli morali (“Il mondo è caos irrazionale, disordine, entropia, susseguirsi concitato di eventi catastrofici, vuoto, temperature estreme, forze incommensurabili e, sinceramente, non si vuole complicare la vita mettendosi a disquisire anche di etica”); e in genere chi si oppone al suo passatismo (“Il lavaggio del cervello a cui siamo sottoposti giornalmente volto ad imporre l’estensione della normalità a ciò che è eccezionale ed a favorire l’eliminazione di ogni differenza tra uomo e donna, tra etnie (per non chiamarle razze), tra coppie eterosessuali e omosessuali, tra occupante abusivo e legittimo proprietario, tra il meritevole ed il lavativo non mira forse a mutare valori e principi che si perdono nella notte dei tempi?”).

“Credo che delle classi con caratteristiche separate aiuterebbero i ragazzi con grandi potenzialità a esprimersi al massimo, e anche quelli con pi. difficolt. verrebbero aiutati in modo peculiare. Non è discriminatorio. Per gli studenti con delle problematiche mi affido agli specialisti. Non sono specializzato in disabilità”. (La Stampa, 27 aprile 2024)
Di contro, c’è un’esaltazione tronfia dell’italianità di lungo corso (“Ritengo che nelle mie vene scorra una goccia del sangue di Enea, di Romolo, di Giulio Cesare, di Dante, di Fibonacci, di Giovanni dalle Bande Nere e di Lorenzo de Medici, di Leonardo da Vinci, di Michelangelo e di Galileo, di Paolo Ruffini, di Mazzini e di Garibaldi”) contro chi non ha quarti di purezza bimillenaria (“Anche se abbiamo seconde generazioni di Italiani dagli occhi a mandorla, il riso alla cantonese e gli involtini primavera non fanno parte della cucina e della tradizione nazionale; anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri”). E un disprezzo per niente velato nei confronti degli immigrati (“Lo straniero che non si integra nel tessuto della terra che lo accoglie non è più un immigrato ma diventa un invasore”). E nei confronti dei poveri (“Non gradisco il termine ‘ridistribuzione della ricchezza’: evoca in me, nel migliore dei casi, un mostro tentacolare che priva di beni chi li ha guadagnati onestamente per darli ai meno fortunati ma anche a chi, probabilmente, non si adopera sufficientemente per essere autosufficiente”).
Il vincente è, dal suo punto di vista, chi emerge da una dura selezione darwiniana: “Le comunità dove ancora vince il migliore, a prescindere dalle altre caratteristiche, dove la giusta corretta competizione incrementa l’efficienza, dove le capacità e i meriti individuali sono premiati sono considerate dal multiculturalismo troppo violente, razziste, esclusive e, in definitiva, da smantellare! È la competitività stessa a salire sul banco degli imputati, quella che garantisce la sopravvivenza e l’evoluzione di tutti gli esseri animati sulla terra: produce selezione, stress, affanno, fa emergere i migliori… Che schifo, va eliminata!”.
Giovanni De Luna taglia corto: «È un album di famiglia che conosciamo bene. Che si appella al buon senso, ma lo tradisce. Ricorda quel passo dei Promessi sposi in cui Manzoni dice: “Il buon senso c’era , ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”? Un’Italia che non vuole fastidi né vincoli, che guarda la luna ma vede il dito, l’Italia del tengo famiglia, del mi faccio gli affari miei. Quella porzione di Paese che i veri liberali di Mario Pannunzio e del Mondo chiamavano l’Italia alle vongole. La parte peggiore dell’identità italiana».
Nel ridurre tutto a piccolo cabotaggio, a fastidio davanti alla porta di casa, Vannacci nei numerosi esempi di cui adorna il suo pamphlet dà ragione a De Luna. C’è la criminalità? “La cronaca spopola con delitti di mafia, organizzazioni criminali e malaffare internazionale, ma ai reati a cui è esposta la maggioranza della popolazione, alla microcriminalità che affligge ogni cittadino sembra dedicata solo un’importanza marginale”. Insomma, lo spacciatore è più pericoloso del mafioso che gli affida le dosi di coca da smerciare. Ci sono nubifragi e inondazioni? Non è colpa della crisi climatica ma, a Milano, dei troppi alberi ad alto fusto che piombano sulle auto: basta piantare oleandri e cespugli, e il problema è risolto. E in Emilia-Romagna di istrici e nutrie che scavano gallerie rendendo permeabile il terreno, con la complicità di animalisti e sinistra radical chic.
Si potrebbe continuare a lungo, in questa elencazione risentita che abbina la vestaglietta piccolo-borghese alla mimetica. Il generale procede con la ruspa contro tutto ciò che gli si para davanti ma si cautela: “L’autore declina ogni responsabilità in merito a eventuali interpretazioni erronee dei contenuti del testo e si dissocia, sin d’ora, da qualsiasi tipo di atti illeciti possano da esse derivare”. Nel mondo al contrario di cui Vannacci ci accusa di far parte si direbbe che getta il sasso e nasconde la mano, com’è di ogni excusatio non petita.

Per quanto esecrabile, l’odio è un sentimento, un’emozione che non può essere represso in un’aula di tribunale. Se questa è l’era dei diritti allora, come lo fece Oriana Fallaci, rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute (Il mondo al contrario, 2023)
“Entro fine mese programma e primarie”. Il leader dei 5S interviene alla festa dell’Unità di Bologna accolto da richieste di selfie e autografi. “Il nostro giudizio sul sindaco Lepore è molto positivo”

(di Emanuela Giampaoli – repubblica.it) – Al popolo dem che lo accoglie al grido “Giuseppe Giuseppe”, gli chiede selfie e autografi, consiglia di «non avere paure delle primarie». Assicura che un leader scelto sia più difficile da «far cadere» e che in politica estera ci sono «più convergenze» di quel che si crede. Tanto che una delle prime cose che faranno una volta a Palazzo Ghigi sarà riconoscere lo Stato di Palestina. Applausi.
Ma è tra i volontari delle cucine della Festa dell’Unità di Bologna, dove si friggono le crescentine, che l’alleanza tra Pd e 5stelle si cementa. Mangiando salsicce.
Dal palco il leader dei Cinque stelle Giuseppe Conte traccia la roadmap per arrivare al voto, mandare a casa il governo Meloni. Adesso è il «tempo del programma. Perché ciascuna forza politica sta lavorando un poco alle rispettive proposte e quindi a fine mese inizieremo a riunirci per lavorare al programma e poi insieme, subito dopo, ovviamente le primarie».
Che non vanno temute perché «possono aiutarci, perché chiunque risulterà vincente gli altri non risulteranno perdenti. Perché saremo una squadra. Non sarà un leader di partito ma il leader di coalizione. Quindi già far cadere un leader di coalizione che è passato dalle primarie è più complicato che mettersi invece d’accordo tra segreterie di partito».
Se c’è un tema a cui fare attenzione è semmai quello di “allargarsi” troppo. A chi dice «che più mettiamo persone insieme e più abbiamo risolto il problema» spiega che «non è così che funziona e io ci sono passato. Perché poi quando si è al governo chi vuole sganciarsi, trova scuse». Chi vuole stare nel campo largo dovrà firmare il programma: «Non una firma frettolosa. Bisogna inchiodarli al programma. Un programma coeso, solido, partecipato».

Serve per vincere, e per governare, non mettere insieme «l’un per cento lì, 0,3 per là, 0,4 lì» perché «con l’ammasso viene fuori una somma aritmetica al contrario. Dobbiamo proporvi un programma realmente progressista, con tutti i partner realmente affidabili e poi andremo a vincere». La longevità di Meloni sarebbe il frutto di «un’alleanza con i poteri forti, come nella tradizione di destra. A Bari ha fatto un comiziaccio». E l’Ucraina? «Occorre passare dal negoziato, una parola che nessuno in Europa pronuncia più». Poi fa suo l’appello del papà di Lorena: «Finanziare i centri antiviolenza e lavorare sul piano culturale».
A margine, “molto positivo” dice è il suo giudizio sul sindaco Lepore: “Noi siamo direttamente coinvolti in questa giunta, vediamo i risultati positivi e confidiamo che ci sia la disponibilità anche da parte della città a rinnovargli il mandato”.
Solite chiacchiere dell’establishment in una città blindata

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Appena passate, in addestramento, le Frecce Tricolore a scavallare il Monte Bisbino, dalla bella località di Cernobbio, in pieno territorio di guerra ibrida, mi telefona un amico, che ha fatto scorta di acqua potabile, tonno e fagioli in scatola per fare fronte alla segregazione imposta dal celebre appuntamento annuale organizzato niente di meno che dallo Studio Ambrosetti, specializzato in alte consulenze geopolitiche, strategie finanziarie, diplomazia economica e insonne produzione di così tanti “position papers” per governi e miliardari, da avvolgerci intere carriere e interi fallimenti.
Da luogo di aperitivi, chiacchiere e rimorchio, Cernobbio s’è voltato in fortino. Lo avvolge una fitta rete di posti di blocco, stesa per la sicurezza nazionale che è la posta in gioco, anzi la preda, di ogni guerra ibrida che si rispetti: russa, russofila, cinese, se non addirittura spagnola e Antifa.
Tre cinture di sorveglianza si allargano per cerchi concentrici. Le formano ingenti forze di polizia, drappelli di carabinieri: ogni incrocio è presidiato. Ogni parcheggio svuotato. Ogni cestino dei rifiuti è perquisito. Interdette finanche le graziose, ma infide rive del lago, dove da cinque giorni è proibito avvicinarsi a meno di 800 metri dalla riva. Transitano motoscafi e sommozzatori. Volano elicotteri e droni. Cani addestrati annusano. Microspie ascoltano. Telecamere registrano.
In attesa che il nemico minacci o agisca, nei sontuosi saloni di Villa D’Este – 1500 euro a notte la stanza più scamuffa, ma sono tutti in conto spese – s’addensano gli gnomi dell’alta finanza, i banchieri, i faccendieri, 200 manager a caccia di denari, la stampa ronzante. È arrivato a illuminare il dibattito Tajani Antonio che con Salvini Matteo guida il drappello di governo, mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte scortano la marcia delle opposizioni. Ma ci sono anche star internazionali come il francese Jordan Bardella, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio e in collegamento il trilionario Larry Fink, quello di Black Rock, che dice una cosa inedita: “Europei svegliatevi!”. Ma persino lui passa in secondo piano quando s’avanza il legionario Vannacci, questa volta non a torso nudo, ma armato di sonanti “Me ne frego!” quando il mite senatore Monti lo avvisa: “Combatterò la sua retorica fascista”.
Importa a nessuno che siano già stati tutti in tv per l’intera estate, alla Versiliana, alla sagra del Porcino e in piazzetta a Capri a spacciare selfie. È Villa d’Este il luogo che conta, dall’anno 1975, anche se le molte chiacchiere transitate nei 52 incontri precedenti sono finite negli archivi delle “parole al vento”. Un po’ come capita al prestigioso Cnel guidato da Renatino Brunetta, lo sfortunato economista che meritava il Nobel e ora si accontenta di uno stipendio con autista.
Il Forum, a differenza del Cnel, è privato, ma gode di altrettante generose sovvenzioni, comprese quelle necessarie per il sorvolo delle Frecce Tricolore a segnalare “l’altissimo profilo dell’evento” che vale il saluto istituzionale e i 160 mila euro spesi dal ministero della Difesa per il carburante e i piloti. “Non ci credo!” strilla il mio amico al telefono da Cernobbio. “Io sono qui a mangiare tonno e fagioli, controllato a vista, mentre loro giocano con i Jet”.
Sorvolano lo spirito dei tempi e del Forum, gli dico. Sono armi da parata che evocano la guerra, quella che i ricchi non vedono l’ora di scatenare, mentre si addestrano con i fantasmi di quella ibrida. La sola cosa che contava, qui a Cernobbio, l’ha quasi detta il presidente Mattarella nel suo messaggio registrato: “Mentre una parte del mondo lotta per la vita”, nell’altro emisfero “si affaccia la pretesa predatoria delle risorse”. Solo la pretesa, presidente? E quale sarebbe l’emisfero? Il monito non lo dice, ma a Villa d’Este fischiavano le orecchie.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Lette le cronache dell’atroce delitto di Firenze, viene da fare memoria a noi stessi, come comunità, di un paio di cose. Tutti, proprio tutti i femminicidi, pur avendo esecutori spesso molto diversi l’uno dall’altro, hanno un movente identico, immutabile: tu sei mia, e poiché rifiuti di esserlo ti uccido.
È un movente padronale, esplicito e rivendicato. A volte seguito dal suicidio dell’assassino, incapace di immaginare anche se stesso svincolato da quel rapporto carcerario. A volte no, bastando al boia avere eseguito la sua sentenza.
Difficile immaginare, dunque, un crimine più “politico” del femminicidio: crimine contro la libertà, quella delle singole vittime e per esteso quella del genere femminile. Crimine tipicamente reazionario nel senso tecnico del termine: ammazzando te, reagisco alla pretesa inaccettabile che una femmina possa appartenere solo a se stessa. Una specie di “delitto esemplare”, ammazzarne una per educarne cento. A ben vedere, una pratica terrorista, ne sia o non ne sia cosciente il suo autore.
Ne consegue che ogni provvedimento di legge, ogni ausilio psicologico, ogni azione educativa (nelle scuole, nei centri di cura, ovviamente anche nelle famiglie) non può che fondarsi sulla intangibilità della libertà di ciascuna e ciascuno, come ambizione e come diritto. E sulla ripulsa dell’idea stessa di controllo e di dominio che molti maschi tendono a esercitare sulle femmine.
Ma questa sarebbe politica allo stato puro: risposta politica a un delitto politico. Difficile che avvenga, per l’ovvia ragione che un pezzo rilevante della politica e della società non è affatto convinto che la libertà delle donne sia compatibile con l’ordine sociale.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] “Il contrario di ignoranza non è cultura, è curiosità”, scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 1° settembre. I genitori di Shakespeare firmavano con la X, ciò non ha impedito loro di formare forse il più grande poeta della storia, non solo anglosassone. Evidentemente avevano inoculato nel loro pargolo qualcosa che è molto più importante della cultura: la curiosità, come scrive Cazzullo, che è fondamentale nella vita dell’uomo al pari della sensibilità, ma mentre la sensibilità implica sofferenza la curiosità è uno slancio vitale. Un uomo che perde la curiosità ha un tasso di vitalità pari allo zero. È già morto. L’uomo curioso è il vero rivoluzionario perché, attraverso la sua curiosità, mette in dubbio il già dato. La curiosità si lega strettamente alla capacità di ascolto. Scendiamo un po’ di livello: curiosità e capacità di ascolto dovrebbero essere le doti, non solo dell’“uomo comune”, espressione già di per sé razzista, ma dell’intellettuale e in particolare del giornalista.
[…] Noi uomini moderni, creduli che l’intelligenza artificiale ci dà e ci darà ancor più nel prossimo futuro tutte le risposte di cui abbiamo bisogno, abbiamo perso non solo la curiosità, ma anche la capacità di ascoltare e capire il diverso. Se dopo l’ultimo conflitto mondiale gli americani – allora ancora sufficientemente ignoranti per avere curiosità, sufficientemente bambini per rimanere affascinati dal grande gioco del mondo tenendosi stretti nel loro, di mondo, fatto di bisonti, di cowboy, di Winchester – hanno perso tutte le guerre, è proprio per una mancanza di curiosità, di volontà di ascoltare e capire il diverso.
Hanno attaccato il Vietnam senza conoscere la cultura e i costumi dei vietnamiti. Dirà il lettore: ma il Vietnam aveva alle spalle la Russia, altra cultura altra sensibilità di cui pure non abbiamo mai capito nulla, nonostante la lettura dei grandi scrittori russi, da Dostoevskij a Gogol a Tolstoj, ce ne desse la possibilità. Vero. Ma hanno anche attaccato un’infinità di altri popoli, insieme a un’imponente congrega di loro accoliti, fra cui non potevano mancare gli italiani, specialisti – come scrive Flaiano – nel salire sul carro dei vincitori di quelli che credono siano i possibili vincitori. Il fascismo era un fenomeno originariamente nostro, anche se a qualcuno spiacerà ammetterlo, ma si appecoronò davanti alla corrente nazionalsocialista della Germania di Hitler, con i risultati che conosciamo. Ma la sconfitta più bruciante è avvenuta quando abbiamo affrontato l’universo afgano-talebano senza conoscere nulla di quel mondo. Eppure, a supporto degli afgano-talebani, non c’era nessuno, anzi si può dire che gli afgano-talebani avessero contro, per motivi ideologici e geopolitici, il mondo intero. E dopo vent’anni di invasione e occupazione abbiamo rimediato la più bruciante delle sconfitte.
[…] Nel 1999 abbiamo attaccato la Serbia socialista di Slobodan Milosevic, che pur era stato uno dei firmatari della pace di Dayton, senza tenere in minimo conto che la Serbia è profondamente legata, per motivi culturali e anche linguistici, al mondo russo, oltre al cirillico, che per altro adesso nessuno usa più in Russia e pochissimo in Serbia (a parte la corrente ipernazionalista che fa idealmente riferimento a Novak Djokovic): moltissimi sono i vocaboli della lingua serba che sono identici a quelli russi, o viceversa. E ciò avvenne due anni prima degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono, che in base alle rivelazioni del Wall Street Journal e del Times (tutto sommato bisogna ammettere che, in generale, la stampa americana è più libera della nostra, ci vuol poco) io penso fossero opera o godessero di complicità degli stessi Usa, per avere un buon pretesto per attaccare successivamente non solo l’Afghanistan, ma anche l’Iraq. È un po’ la storia dell’attacco kamikaze giapponese a Pearl Harbor, che fu il pretesto che consentì agli americani di intervenire nella Seconda guerra mondiale contro i Paesi dell’Asse, Germania, Italia, Giappone.
Recentemente abbiamo attaccato pure l’Iran senza tenere minimamente conto, anche qui, che l’Iran è l’antica Persia. Cioè abbiamo preteso di eliminare di colpo con un paio di bombe una società bimillenaria. Donald Trump proclama un giorno sì e uno no, in contraddizione con se stesso come sua abitudine, di avere sconfitto e distrutto l’Iran. Ma l’Iran è sempre lì. E da potenza regionale si è trasformata in una potenza che, grazie ai legami con Russia e Cina, determina i ritmi della politica mondiale.
Intanto, a causa di questa guerra, in Europa i prezzi di tutti i generi essenziali, alimentari ma non solo, sono saliti alle stelle (petrolio, pasta, riso ecc…). Chi salda il conto di questi sperperi inauditi di risorse? Il cittadino comune in Europa, ma anche negli Stati Uniti. “E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”.
Impressiona l’assoluto silenzio della premier sul mondo in guerra tutt’intorno a noi. Quasi fossimo sulla Luna

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Se c’è un segreto, cercalo nel silenzio. Perché il silenzio è musica, almeno quanto i suoni, forse di più. Se vuoi entrare nel cuore della mia musica, cerca tra i vuoti, tra le pause. Ogni suono è soltanto la pausa di un silenzio». Il genio di Ennio Morricone può aiutarci a cogliere la cifra nascosta nell’autoritratto che Giorgia Meloni ci ha offerto celebrando il suo record di durata a palazzo Chigi.
Rileggendolo — è un testo scritto e riscritto — colpisce il tono rivendicativo ma tutt’altro che trionfalistico. Più bemolle che diesis. Parlare di estensione della Zona economica speciale e del petrolio in Basilicata, avvertire che «chi vi propone soluzioni facili (ergo: Vannacci) non vi dice la verità», offrire scuse non richieste («le liste d’attesa per la sanità non le ho inventate io») sono stilemi che difficilmente rientrano nella retorica del trionfo.
Il tutto accompagnato dalle struggenti note di A mano a mano cantata da Rino Gaetano… Ci saremmo aspettati l’Elton John di I’m still standing. Ma più del minimalismo domestico impressiona l’assoluto silenzio sul mondo in guerra tutt’intorno a noi. Quasi fossimo sulla Luna.
Eppure la presidente del Consiglio parlava dal molo borbonico di Bari, affacciato sul Mediterraneo in fiamme che minaccia di chiuderci gli sbocchi all’oceano, da cui traiamo le materie prime che non abbiamo e per cui viaggiano le merci che produciamo. Non una parola su Trump o Putin, sulle guerre di Israele, sul riarmo degli europei. Silenzi interpretati dai fini esegeti del melonismo come «effetto Vannacci».
Leggendo nei sondaggi il crescente disincanto per il nostro pur modesto appoggio all’Ucraina, Meloni avrebbe preferito tacere per non dare altri argomenti al generale più russo che filorusso, unico vero ostacolo fra lei e un altro quinquennio di governo. Sarà. Ma quel silenzio rivela, forse inconsciamente, qualcosa di più profondo: oggi l’Italia non fa politica estera. E questo, con tutto il rispetto, è molto più importante del duello Meloni-Vannacci.
La nostra inerzia non è nata ieri ma oggi rischia di compromettere il futuro dell’Italia. In tempi di rivoluzione chi sta fermo è finito. Può al massimo sperare nella benevolenza dei protagonisti delle partite che stanno riscrivendo il profilo del pianeta, per i quali semplicemente non esistiamo. Se non come area di ameno parcheggio e svago per militari stanchi (una delle priorità del Pentagono dopo gli ammutinamenti sulle portaerei Ford e Lincoln, per informazioni rivolgersi a Croazia e Thailandia) o stazione di rifornimento per bombardieri, senza pedaggio.
Leggenda vuole che l’Italia sia troppo piccola per pensare il mondo e agirvi. La coscienza dei propri limiti non esenta nessuno Stato dal partecipare al sistema internazionale. Ne è anzi la premessa per contarvi. E se nella bonaccia il prezzo dell’introversione appare impalpabile, quando soffiano venti di tempesta manovrare è necessario. Altrimenti sprofondiamo. Da soli. Senza nemmeno bisogno che qualcuno ci affondi.
Con tutto il rispetto per le rivalità fra destra e ultradestra, la tabe che gli omissis di Meloni — ma vale per entrambi gli schieramenti, perché è questione culturale prima che politica — squadernano sotto i nostri occhi è emergenza nazionale. Se ne esce solo prendendo coscienza della realtà, per quanto sconfortante.
Impressiona come la retorica corrente continui a trattare di Nato, Unione Europea, Onu e quanti altri riferimenti storici della Repubblica come se fossero quel che furono ai tempi del primato americano (Nato), come se esprimessero un soggetto politico e non una cacofonia di nazionalismi ciechi e velleitari (la mitica “Europa”) o fungessero da attivi custodi della pace (Onu) nel regno del cosiddetto diritto internazionale, universale misura di tutte le cose.
Capita ogni tanto che a qualche responsabile sfugga un riferimento alla realtà, non solo in privato. Ricordiamo Meloni stessa, di fronte a un allibito Bruno Vespa, affermare l’evidenza («L’Unione Europea non esiste», 7 aprile 2022).
Il suono del silenzio può aiutarci a capire che bisogna cambiar musica. Purché si senta: «Il mio suono prediletto è quello della grancassa sommata al tam tam» — Morricone dixit. Per ulteriori chicche del Maestro, vedi l’intervista a Giuseppe Tornatore Il silenzio è musica.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Noi non abbiamo avuto la loro compattezza”, ammette Arturo Parisi (“Corriere della Sera”) e l’invidia del fondatore dell’Ulivo per i governi della destra non può riguardare certamente i risultati, inesistenti, realizzati da Giorgia Meloni. Egli, piuttosto, si immedesima sull’impatto psicologico che il record di durata dell’underdog può determinare sull’elettorato di centrosinistra, piuttosto disorientato dall’instabilità “preventiva” di un’alternativa che non riesce ancora a quagliare. Secondo i sondaggi il “campo largo” o come si vuole chiamarlo, potrebbe accumulare fino a quattro punti di vantaggio sulla destra (senza Vannacci), se non fosse che nel mondo reale le intenzioni di voto possono evaporare in mancanza di una proposta strutturata e con un candidato premier riconosciuto come tale. Meloni, inutile girarci attorno, è percepita dal senso comune trasversale come tosta, determinata, strutturata: perfino la sua arroganza non è sempre considerata un disvalore se paragonata alla indeterminatezza degli avversari. Per questo motivo ogni giorno che passa senza un messaggio condiviso di coesione del centrosinistra crea incertezza e rischia di mettere in modalità di attesa molti potenziali elettori.
[…]
Parisi cita come elemento destabilizzante “il problema del riconoscimento della leadership al nostro interno”. Nodi che speriamo comincino ad essere sciolti da Schlein e Conte alla festa del Pd di Reggio Emilia e del “Fatto” alla Versiliana. Un altro suicidio del centrosinistra (dopo quello del 2022) potrebbe essere quello definitivo.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] “Ormai sono vecchio, ma combatterò fino all’ultima mia energia il suo tentativo di ricostruire la retorica del fascismo”. L’ha detto ieri Mario Monti a Roberto Vannacci, che sedeva accanto a lui nel sinedrio delle élite a Cernobbio. Le élite fiutano l’aria che tira e si coccolano l’ennesimo astro nascente della politica. Poi, se cadrà, lo scaricheranno; se avrà successo, gli presenteranno il conto. E lui, da quel furbacchione che è, si metterà a vento: come B., Renzi, Di Maio, Salvini e Meloni, che dovevano ribaltare tutto e hanno ribaltato solo se stessi. Alle élite italiote, ignoranti come capre e dedite solo al particulare, non è mai fregato niente della democrazia: sotto il fascismo e dopo hanno sempre appoggiato i peggiori antidemocratici e golpisti pur di fare soldi. Monti invece ha le sue idee, che non sono le nostre, ma è un galantuomo. Però la sua ricetta per svuotare Vannacci rischia di gonfiarlo vieppiù, perché si basa su un’altra retorica, anch’essa autoritaria: l’europeismo acritico di chi guarda ai popoli come mandrie da portare al pascolo e da mungere e scomunica con parole vuote chiunque non sposi i dogmi Ue: “populista”, “sovranista”, “fascista”. Vannacci e la sua fureria sono certamente fascisti, o fanno di tutto per sembrarlo. Ma i loro elettori, per ora solo virtuali (esistono nei sondaggi, in attesa delle urne), non lo sono. Non tutti, almeno. Ieri votavano B. e i suoi derivati, o centrosinistra, o M5S. Persone normali, sempre a caccia dell’ultima novità e sempre più delusi da troppe promesse tradite. Chi pensa di riconquistarle insultandole o di ingolosirle con vecchie sbobbe tipo l’Ue tutta finanza, riarmo e Ucraina non solo s’illude. Ma regala nuovi consensi a Vannacci. Così come chi tempesta di denunce le Procure per far mettere fuorilegge Futuro Nazionale per ricostituzione del Partito Fascista, cioè per le sue idee. Che sono aberranti e pericolose, ma pur sempre idee da affidare alla politica: non tangenti o mafioserie da affidare ai magistrati.
[…]
A Cernobbio c’era anche Bill de Blasio, ex sindaco dem di New York per 8 anni. Che, senza conoscere Vannacci, ha capito benissimo come lo si combatte: “I liberali in Canada, i laburisti in Gran Bretagna, i socialisti in Francia, i socialdemocratici in Germania negli ultimi 30 anni sono apparsi più vicini alle élite urbane che ai lavoratori. Questo distacco ha lasciato uno spazio enorme che la destra radicale ha saputo occupare… Dobbiamo diventare noi i nuovi populisti. Non in senso divisivo, razzista o riduttivo, ma con un’agenda economica radicale e coraggiosa, capace di entrare nella quotidianità delle famiglie”. Quando il nostro centrosinistra capirà che esistono anche un populismo buono e un sovranismo sano, sarà sempre troppo tardi.

(Giancarlo Selmi) – Mancava solo la regia di Leni Riefenstahl. Poi gli ingredienti del racconto agiografico di tempi andati ci sarebbero stati tutti: la scenografia studiata, la claque, le bandiere distribuite, le inquadrature compiacenti e infine i titoli dei rotoli di carta igienica del regime mediatico – Libero, Il Giornale, Il Tempo, La Verità. Quest’ultimo, peraltro, con un nome davvero bizzarro per un giornale impegnato nella propaganda di regime. Quella di ieri non è stata una manifestazione. Una manifestazione chiama in piazza chiunque voglia partecipare e si espone al rischio del dissenso, dei fischi, dell’urlo non previsto. Quello di ieri è stato un raduno di partito, organizzato su invito e con una claque trasportata, sistemata e pagata. Proprio il metodo che Giorgia Meloni rimproverava alla sinistra quando sedeva all’opposizione.
Figuranti, dunque. Distribuiti negli spazi con sapiente architettura, affinché fotografie e video moltiplicassero l’effetto visivo di una partecipazione ben più modesta dei numeri sbandierati. I baresi? Tenuti fuori dalla festa dell’autoglorificazione. Molti erano altrove, nelle piazze del dissenso, a denunciare l’assurdità di una celebrazione del potere mentre il Paese boccheggia. Perché la piazza vera è pericolosa. La piazza vera non applaude a comando, non fa la ola quando parte il vittimismo, non agita bandiere consegnate all’arrivo. La piazza vera può ricordare i fischi di Taranto. Può far vacillare la narrazione trionfale. Può domandare conto dei sondaggi, della distanza crescente tra propaganda e realtà, tra il consenso esibito e quello effettivamente rimasto. Meglio allora un pubblico selezionato davanti al quale mettere in scena l’ennesimo comiziaccio: le colpe sono sempre degli altri, i risultati sempre straordinari, gli avversari nemici da dileggiare e insultare.
Magistrati, rossi, stranieri, oppositori, giornalisti non allineati. Tutti colpevoli, tranne chi governa. Tutto un repertorio di rancore, vittimismo e autoincensamento, condito persino con la “riforma della maturità” presentata come prova dell’azione salvifica del governo. E poi una caterva di menzogne. Ma una risposta ai problemi veri, nemmeno l’ombra. Quante promesse elettorali sono state mantenute? In che cosa questo governo sarebbe diverso da quello precedente, bersagliato da Meloni con post indignati quando era all’opposizione? Che cosa è stato fatto contro l’inflazione, i salari sempre più bassi e il costo dei carburanti? Perché non si colpisce seriamente la speculazione? Perché gli extraprofitti, ormai profitti strutturalmente smisurati, restano sostanzialmente intoccabili? Perché chi evade, sottopaga e specula continua a essere protetto, mentre lavoratori e famiglie vengono spremuti?
Su questo? Silenzio. Nessuna parola sulle promesse tradite. Nessuna spiegazione sulle condizioni materiali del Paese. Nessun bilancio serio sul potere d’acquisto crollato, sulla sanità pubblica allo stremo, sulla scuola, sulla precarietà, sulla povertà e sui disabili scaricati nella terra di nessuno. Nessuna risposta sul fatto che, dietro la retorica della “madre e cristiana”, ci sia un governo che lascia affamare i bambini e abbandona chi avrebbe più bisogno dello Stato. Solo autoglorificazione. Solo nemici da additare. Solo successi inesistenti da proclamare davanti a chi era stato portato lì per applaudire. E allora la domanda resta: che cosa avrebbe detto Giorgia Meloni di questo governo se fosse ancora all’opposizione?
Probabilmente avrebbe pubblicato uno dei suoi post a effetto, denunciando ogni rincaro, ogni promessa mancata, ogni famiglia in difficoltà. Oggi, invece, governa e tace. O meglio: parla moltissimo, purché non debba parlare dei problemi reali e delle responsabilità proprie. Forse il punto non è che non sappia governare. Forse sa perfettamente a chi togliere e a chi dare, chi proteggere e chi sacrificare. Sa quali interessi premiare, quali rendite difendere, quali amici accontentare. E sa anche che, per nascondere tutto questo, serve uno spettacolo ben confezionato: pullman, bandiere, figuranti e giornali pronti a trasformare una claque in un bagno di folla. Fuffa, solo fuffa, irrimediabilmente fuffa. Ma montata bene, fotografata meglio e applaudita a comando.
Che tristezza. Per il Paese e, prima o poi, anche per i suoi tifosi.
Intervista a Gian Piero Travini
Analista di Piave

(di Giulia Casula – fanpage.it) – La maggioranza è divisa sul ballottaggio per le prossime politiche. Secondo un sondaggio Piave per Fanpage.it, il centrosinistra sarebbe avanti al primo turno, ma il centrodestra vincerebbe al secondo con il 51%. Decisivi potrebbero essere i voti di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci.
La maggioranza è ancora impantanata sulla legge elettorale, specie dopo l’emendamento sul ballottaggio firmato dal parlamentare di FdI Marcello Pera, che ha mandato in confusione gli alleati. Mentre sulle preferenze sembrano essersi ricompattati, sul doppio turno Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia tornano a dividersi. Matteo Salvini ha affossato l’ipotesi e anche gli azzurri sono scettici. FdI invece, prende tempo. Per Meloni però, introdurre il ballottaggio alle prossime politiche, potrebbe esser la chiave per neutralizzare Roberto Vannacci e assicurarsi un secondo mandato. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio realizzato da Piave in esclusiva per Fanpage.it. Vediamo come potrebbe andare.
Con il ballottaggio il centrodestra è avanti (di poco)
In uno scenario, con FdI al 25,4%, Lega al 6% e FI all’8,2%, al primo turno il centrosinistra totalizzerebbe il 43,9%, superando il centrodestra, al 40,8%. Il restante 15,3% è composto da Futuro Nazionale, con il 7,6%, e dalle forze centriste. Ad un eventuale secondo turno però, il centrodestra recupererebbe terreno, aggiudicandosi la vittoria con il 51%, contro il 49% del campo largo.
Si tratta chiaramente di una distanza ristretta, in cui va considerato il margine d’errore. “Ad oggi il ballottaggio avvantaggia Meloni, ma è un margine talmente risicato che non è detto che continui a farlo”, commenta a Fanpage.it Gian Piero Travini, analista di Piave.
La destra vincerebbe anche grazie ai voti di Vannacci
Una quota di quei voti arriverebbe dal partito di Roberto Vannacci. Anche se il generale ha rimarcato proprio qualche giorno fa che i suoi consensi “non sono pacchi postali”, bisogna capire “quanto presa avrà sul suo elettorato al secondo turno se optasse per l’astensione”, spiega l’analista, “perché un conto è un partito radicato da anni, un conto è Vannacci. Lui può avere radicamento su chi crede in lui e su un elettorato o ex elettorato M5s per spingerli a non votare al secondo turno, ma non è detto che lo abbia su i delusi di centrodestra che votano Fn e che tornerebbero a votare per non far vincere il centrosinistra: quello è un trigger molto forte per l’elettorato di destra e estrema destra. E non solo. Ad esempio gli elettori di Azione che si trovano davanti a una scelta Meloni-Conte o Meloni-Schlein potrebbero comportarsi molto diversamente al secondo turno anche avendo inclinazioni moderatamente di sinistra, preferendo l’astensione”.
È difficile insomma, che un elettore di Futuro Nazionale che non sia un “vannacciano purista” o un “astensionista” (tra il 10 e il 20% del suo elettorato a seconda di quanto crescerà nel futuro), non torni a votare centrodestra al doppio turno.
Ad ogni modo, “andare al ballottaggio con questi numeri è un terno al lotto. Oltretutto va considerata una cosa: sarebbe la prima volta in era repubblicana per un’elezione nazionale”. Uno dei timori della maggioranza infatti, è che alle politiche possa verificarsi ciò che succede ai ballottaggi delle amministrative, dove tendenzialmente il centrodestra perde. “La politica nazionale funziona diversamente dalle dinamiche territoriali”, ricorda Travini. Tuttavia, “al secondo turno l’elettore non va per dare una preferenza (ammesso che si ci siano le preferenze), ma per una coalizione e il candidato premier. Pensiamo come potrebbe reagire il centrosinistra in caso di Schlein o Conte. In caso di Conte un 5-8% del Pd potrebbe non tornare a votare, ma se fosse Schlein la candidata, il M5s potrebbe astenersi con numeri più alti”, osserva. “Oltre a questo, c’è anche lo scoglio di dover spiegare al cittadino che deve tornare a votare per il ballottaggio. Già lì qualcuno si perde. Non ai livelli delle amministrative, dove c’è una dispersione sui ballottaggi molto alta, ma ci sarà”.
A penalizzare il campo largo invece potrebbe essere la scelta del leader. “Va considerato ad esempio che l’elettorato del Movimento 5 Stelle è uno di quelli che si astiene di più ai ballottaggi amministrativi. Abbiamo considerato un 15% di astensionismo in media, ma con tassi diversi tra Nord e Sud. Inoltre, potrebbe anche crescere se non sarà Conte il nome sulla scheda. Questa dinamica è meno presente nel Pd, che potrebbe sentire di più la spinta ad andare votare contro il centrodestra”.
Vannacci al 10% potrebbe rafforzare il centrodestra al doppio turno
Una seconda proiezione invece, considera l’ipotesi che Futuro Nazionale arrivi al 10%. Pure in quel caso, il centrodestra ne uscirebbe avvantaggiato. Al primo turno il centrosinistra prenderebbe il 43,1%, contro il 39,3% dell’attuale maggioranza. Ma al ballottaggio, il risultato verrebbe ribaltato. “Se si andasse al ballottaggio vincerebbe comunque il centrodestra. Sarà però da valutare se ci sarà anche la soglia minima di sbarramento: il 38% indicato da Pera si avvicina per il centrodestra”, spiega.
Nello specifico, la coalizione di Meloni prenderebbe il 51,8%, il centrosinistra il 48,2%. “Vannacci prenderebbe voti dalle astensioni e porterebbe ancora via qualcosa dal Movimento 5 Stelle, ma di più dal centrodestra. Ma tutto dipenderà dalla dialettica elettorale, soprattutto in caso di doppio turno. Con distanze risicate, le campagne elettorali saranno determinanti a decidere chi vince”, conclude.
Il no di Tajani e Salvini al voto anticipato: “Legislatura da finire”. Il leghista: “Alle urne nell’autunno 2027 con un turno solo”. Ma la premier frena Lollobrigida: “A maggio? No preclusioni”

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – BARI – Con un bizzarro tempismo, il centrodestra festeggia il record di durata del governo litigando su quando farlo finire. Meloni, Tajani e Salvini scelgono proprio la giornata della grande celebrazione sul porto di Bari per ricordare agli italiani che la longevità, in politica, non è sempre sinonimo di armonia: si può durare, anche bisticciando a ciclo continuo, persino sulla data di scadenza.
La premier ha fretta di archiviare la legislatura. I fedelissimi confidano sottovoce: «Fosse per Giorgia, si voterebbe fra tre mesi». Cioè subito dopo il varo del controverso Melonellum, sempre che i deputati di maggioranza non facciano altri scherzi col voto segreto quando il testo tornerà a Montecitorio. Votare a dicembre non si può, ovviamente, c’è una legge di bilancio da approntare, anche se Giancarlo Giorgetti sta già mandando messaggi in bottiglia, direzione Palazzo Chigi: pure stavolta è difficile immaginare una manovra davvero espansiva. Tradotto: scordiamoci misure d’impatto su larga scala buone per la campagna elettorale.
Dopo la manovra, comunque, Meloni vuole sterzare verso il voto. Nella sua cerchia le ripetono da dopo il referendum: più passa il tempo, più Vannacci rischia di crescere e la coalizione di perdere consensi. Non esclude un voto nella prima metà dell’anno prossimo il capodelegazione di FdI al governo, Francesco Lollobrigida, passeggiando tra gli stand di panzerotti e spaghetti “all’assassina” piazzati dietro al palco del comizio della leader a Bari. «Si voterà a maggio? Nessuna preclusione, si vota quando è necessario – risponde il ministro dell’Agricoltura – Prima c’è da approvare la legge elettorale, poi ne discuteremo».
Problema: gli alleati la pensano all’opposto. Scrutano gli stessi sondaggi di Meloni con apprensione, vedono che Futuro nazionale ha già sorpassato sia la Lega che FI. Però anziché fretta, predicano calma. Vorrebbero più tempo, per attrezzarsi e tentare un recupero, che alla premier sembra improbabile. Dunque per una volta Salvini e Tajani si ritrovano a giocare di sponda contro le volontà della leader, anziché a scornarsi tra loro come accade di solito, dalle tasse sulle banche alle bizze della politica estera.
Il primo a esporsi è Salvini, in mattinata, a margine di un punto stampa a Milano. «Stiamo festeggiando il governo più longevo della storia della Repubblica, perché interrompere prima l’enorme lavoro che tutti stiamo facendo? C’è una scadenza ed è nell’autunno 2027». Poi torna sul ballottaggio, per esprimere la sua contrarietà: «Giusto andare al voto con un solo turno». Anzi, lui il secondo turno lo abolirebbe anche per le Comunali: «One shot, chi vince governa». Poi insiste: «Ho tante cose da fare, tanti cantieri da portare avanti e vorrei arrivare fino all’ultimo giorno». A partire ovviamente dal famigerato Ponte sullo Stretto, sogno del ministro dei Trasporti impallinato da inchieste e controlli della magistratura. Salvini spera ancora di posare la prima pietra entro il voto. Ma considerata la ridda infinita di rimandi, non è detto. Pure Tajani si allinea, a domande dei cronisti a Cernobbio, anche se con meno enfasi del capo lumbard: «La data? Per me è la fine della legislatura, si vedrà. Non ho problemi a votare un mese prima, due mesi prima, ma forse la data giusta è quella di fine legislatura».
Il ministro degli Esteri conferma anche quanto anticipato da Repubblica nei giorni scorsi: la premier sta pensando di accorpare elezioni nazionali e comunali nelle grandi città, visto che l’anno prossimo si voterà a Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. «Ci saranno problemi forse con l’election day per ragioni economiche – ammette Tajani – Ma non c’è stata ancora una decisione». E prenderla, se queste sono le premesse, non sarà una passeggiata.

(di Marcello Veneziani) – È giunto il momento di dire chiaro e forte No alla guerra. Dirlo da pacifisti è facile quanto irrilevante e forse retorico; è una petizione morale e ideologica, una professione di buone intenzioni e nobili propositi, o semplicemente un modo per tirarsi fuori dalla realtà della vita, salvaguardando il proprio profilo di anime belle e cuori umanitari. Non è nemmeno l’appello alla pace, che nobilmente e vanamente rivolgono i papi, sempre accorati e sempre inascoltati, perché tacciano le armi. Ma il no alla guerra nasce da un realistico ripudio della guerra come male, come danno terribile, incapace di risolvere le situazioni: la guerra fa male a tutti, vincitori e vinti, popoli e stati. In tempi e modi diversi, ma l’effetto è inesorabile e totale. Oggi più di ieri, meno di domani.
I no alla guerra sono generali ma anche specifici. No alla guerra che l’Europa sta preparando col suo scellerato interventismo anti-russo, immaginando che la Russia abbia invaso l’Ucraina per attaccare poi l’Europa. Lo abbiamo stabilito noi che l’Ucraina sia Europa come non lo è mai stata (o se lo è stata, lo è stata come la Russia). Fino a considerare l’Unione Europea quasi un appendice dell’Ucraina, e Zelenskij il capo morale (!) di un’Europa che fronteggia la Russia e dichiara di fatto la sua ostilità a tutto l’immenso Oriente, dalla Cina all’India, alla Turchia e al sud est asiatico. No anche alla guerra scellerata che Trump ha dichiarato all’Iran, unilaterale e “pretestuosa”, caldeggiata da Netanyahu, e che sta perdendo con gravi danni economici per tutti: non a caso Trump dichiara ogni giorno di averla vinta, se fosse vero basterebbe la realtà dei fatti. No alla guerra che Israele ha avviato con i paesi limitrofi del Medio Oriente, preparando il terreno ad altri odii, azioni terroristiche, attacchi. Un’ostilità armata che serve a tenere in piedi Netanyahu al potere, scatenando nel mondo odio verso Israele e di riflesso verso tutto l’Occidente.
In tutti i casi si tratta di vere e proprie guerre preventive: per prevenire che la Russia attacchi l’Europa ci armiamo contro di lei e armiamo l’Ucraina e partecipiamo al conflitto. O per prevenire che l’Iran sganci la bomba atomica o faccia una guerra che non ha intenzione di fare contro Israele e l’Occidente. O per prevenire che i paesi limitrofi cancellino Israele. C’è chi sogna anche una bella guerra in forma di crociata contro l’Islam ma non c’è nessuno stato islamico che vuole attaccarci o dichiarare guerra all’Occidente; ci sono i flussi migratori, al cui interno crescono o si insinuano sacche di odio verso l’Occidente che possono sfociare nel terrorismo. Ma non si combatte il conflitto molecolare del terrorismo con la guerra ai popoli, agli stati e alle religioni; lo si combatte affrontandolo sul suo terreno.
La guerra preventiva non risolve le situazioni, non previene nulla, semmai suscita o alimenta intenzioni bellicose e genera danni superiori ai presunti vantaggi: danni immediati – perdite vistose, rovine fumanti – e danni a lunga scadenza che risalgono poi nel tempo. Ma coloro che fanno guerra sono tutti concentrati sul medio periodo quando i paesi vincitori traggono qualche profitto e qualche esercizio di potenza in più, ma dopo aver pagato un caro prezzo e dopo aver gettato le basi per altre guerre, altri disordini, altre tensioni nel lungo periodo.
Un grande eroe e scrittore di guerra come Ernst Jünger, che ebbe le più alte onorificenze militari e descrisse con entusiasmo le tempeste d’acciaio della guerra, si ritirò poi disgustato dalle guerre di materiali, dalla prevalenza degli apparati, dei dispositivi, oggi diremmo della tecnica, dei droni e dell’Ai, sul valore umano. E descrisse lo squallore della guerra, per poi scrivere un saggio sorprendente su La Pace come prospettiva per l’avvenire. Jünger riteneva la pace l’obiettivo di un’Europa federata, protesa verso la rinascita spirituale e intesa come risposta al nichilismo; riteneva che la pace richiedesse un coraggio perfino superiore alla guerra. Era tutt’altro che un pacifista, veniva da una tradizione militare prussiana, condivideva il realismo eroico della cultura tradizionale, ma capì che la guerra ormai era una spaventosa catastrofe in cui la volontà di potenza si mette al servizio della Macchina. Ogni guerra diventa così guerra contro l’umano e l’umanità.
All’Europa toccherebbe una missione importante: scegliere la via della neutralità e in questo modo uscire dai conflitti, presentarsi come luogo di mediazione e baricentro di equilibrio mondiale, cercando di incoraggiare altri paesi a fare altrettanto. Abbiamo l’esperienza storica, la cultura, gli argomenti e i valori, oltre che la capacità di calcolare vantaggi e svantaggi per poterci presentare al mondo come neutralisti. È assurdo che stiamo lasciando questo ruolo di mediazione a Erdogan o addirittura a XIJinPing. I rischi che si corrono dichiarandosi neutrali non sono superiori a quelli che si corrono se si procede verso il riarmo, acuendo il clima di tensione internazionale; ma i vantaggi sono evidenti su troppi piani. Se riuscissimo a convertire gli investimenti sugli arsenali militari in investimenti per guidare la tecnologia e lo sviluppo sociale avremmo solo da guadagnare. Ma per far questo servono statisti, che hanno grande realismo e vedono lontano, non piccoli funzionari dell’apparato o piccoli piazzisti in cerca di voto e di galleggiare al potere (uso il maschile ma molti leader europei sono donne).
Per cominciare se l’Europa avesse un minimo di lucidità e di coraggio dovrebbe fermare questa escalation di ostilità con la Russia, che ha le sue gravi responsabilità ma non ha mai mostrato, né avrebbe alcun interesse, ad allargare il conflitto all’Europa. L’idea di un’Europa in conflitto con la Russia magari piace alle amministrazioni Usa, come era chiaro già ai tempi di Biden; ma nuoce all’Europa e ai singoli stati europei, a cominciare dalla Germania. L’Europa dovrebbe poi con maggiore fermezza deplorare gli scellerati conflitti del Medio Oriente e compattamente separare il proprio destino da quello dell’America trumpiana e dalla sua strategia tronfia e aggressiva, fondata su minacce e punizioni, come se il mondo fosse alle sue dipendenze.
Non possiamo farci intimidire da chi, davanti a questa sacrosanta battaglia per la neutralità ci accusa di essere al servizio della Russia, dell’Iran o addirittura di essere antisemita. Sappiamo che non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello essere al servizio di qualcuno, tantomeno di qualche autocrazia o di qualche fanatismo. Mai come in questo caso lo facciamo da italiani, da mediterranei, da europei che hanno a cuore il destino dell’umanità.
L’Europa non può essere l’appendice degli Usa e di Israele ma deve essere l’interlocutore di tutti i giganti mondiali e di tutte le potenze regionali significative, e con loro trattare, senza minacce e proclami di guerra. Finora l’abbiamo scampata: ma se davvero il mondo dovesse prendere sul serio questo ridicolo, improbabile bellicismo europeo sarebbero dolori, ma seri. Abbia l’Europa il coraggio di dire No alla guerra e di dare subito l’esempio, sfilandosi dai conflitti in corso e scegliendo il ruolo di potenza neutrale, garante di pace e di equilibrio tra est e ovest, sud e nord del pianeta. Prima che sia troppo tardi.

(Francesco Cancellato) – Sarà anche il più longevo della storia della Repubblica, il governo di Giorgia Meloni, ma di certo non ha battuto nessun record di coerenza, sincerità e modestia, perlomeno nel discorso autocelebrativo che la premier ha recitato a Bari.
Andiamo con ordine, però.
“La sinistra inventa ogni giorno una nuova emergenza”, esordisce Meloni. E mentre lo dice, ci chiediamo chi abbia inventato l’emergenza rave, l’emergenza maranza, l’emergenza anarchici, l’emergenza centri sociali, l’emergenza ambientalisti, l’emergenza migranti-in-arrivo-dalla-Spagna e tutti i relativi nuovi reati che sono stati inventati per contrastarle.
Alla sinistra, Meloni attribuisce anche di “non finirla” con “tutto questo complottismo”, e anche qui forse varrebbe la pena di ricordare a Meloni chi è che vedeva complotti ovunque, da quelli della “finanza internazionale” a quelli dell’immarcescibile George Soros, fino a quelli dell’ideologia gender e dell’ideologia green .
E mentre dice alla sinistra, sempre, che “battere Meloni non è un programma elettorale”, verrebbe da dire alla premier che anche inventarsi una legge elettorale per non essere battuta non tocca esattamente i vertici della politica.
E se rischia di essere battuta, Meloni, è anche per colpa di un tizio, Roberto Vannacci, che va in giro con il ciondolo di Ordine Nuovo, che chiama “badogliani” i traditori, e che sta mietendo voti a colpi di “me ne frego” e altre fascisterie varie. Forse, fossimo in lei, eviteremmo di definire l’antifascismo come un “arma di distrazione di massa”.
E se rischia di perdere, Meloni, è anche perché forse le cose non vanno così bene come dice la premier. Sul fronte economico, soprattutto, dove la crescita è zero e il debito è alle stelle. Su questo Meloni tace, dal palco di Bari. E il silenzio, in questo caso, è più bugiardo di mille parole. Tanto più ieri, in Puglia, dove sono arrivate le prime 2500 lettere di licenziamento ai lavoratori dell’indotto dell’Ilva.
(…)
Una cosa vera, però, la dice, Giorgia Meloni, quando parla di migranti e dice che le proposte di Fratelli d’Italia erano “fuori dalla civiltà giuridica europea” mentre oggi “ sono la civiltà giuridica europea”.
È vero, per l’appunto, che Meloni è riuscita, con la complicità dei popolari europei e delle destre più estreme a far diventare legge ciò che fino a qualche anno fa era ritenuto un abominio umanitario: l’idea, cioè, che l’Europa non sia più solidale al suo interno nella gestione dei richiedenti asilo, cosa che va contro gli interessi dell’Italia, peraltro. E che li possa parcheggiare in campi di prigionia in Paesi terzi, in attesa di decidere se accoglierli o rimpatriarli.
Tutto vero, sì. Peccato sia l’unica cosa per cui non c’è niente di cui essere fieri.