Destra? Sinistra? Più che simboli e partiti nella politica siciliana conta il cognome

(di Accursio Sabella – ilfoglio.it) – Santi e santini di Sicilia cambiano faccia, senza prendersi il disturbo di cambiare il cognome. Spesso, non è necessario. In tanti, nell’isola, imparano presto che il voto è una preferenza, certo, ma anche una processione per la grazia, una supplica. E’ successo anche all’ultima tornata di elezioni amministrative che si concluderanno tra sabato e domenica con i ballottaggi. In Sicilia, sono tre i Comuni al secondo turno. Tra questi, anche un capoluogo di provincia, Agrigento. A pochi chilometri dalla città di Luigi Pirandello, in un paese di dodicimila abitanti, quindi al di sotto della soglia necessaria per andare ai ballottaggi, non ci sarebbe stato comunque bisogno di tornare alle urne. I cittadini, da quelle parti, si sono espressi con un plebiscito. “Garantirò la continuità amministrativa”, ha promesso a poche ore dall’elezione, come se ce ne fosse bisogno, il nuovo sindaco di Raffadali che di cognome fa Cuffaro. No, non si parla del più famoso Totò. E nemmeno del meno famoso Silvio. Il nuovo sindaco è Ida Cuffaro. Nipote dell’uno e dell’altro zio di Sicilia. Anzi, lo zio Silvio le ha anche lasciato la poltrona di primo cittadino.
La continuità amministrativa? E’ continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia. Quasi l’ottanta per cento dei votanti hanno scritto, sulla scheda elettorale, quella parola d’ordine che gronda di politica, di inchieste, di cadute e di miracoli. Un cognome che in quel paese è la password giusta per il consenso. E l’intreccio politico-familiare ha pure finito per generare un rompicapo, un corto circuito: l’ex governatore Totò, infatti, è finito ancora una volta nei guai giudiziari e ha patteggiato una condanna a tre anni di servizi sociali, insieme a un “daspo” insolito: non potrà frequentare esponenti politici e burocratici. Ma la nipote, che adesso è una politica, è, appunto, una parente. Come la mettiamo? In questo caso, interverrà la logica deroga, la cui assenza avrebbe finito per complicare feste e ricorrenze. Sì, Cuffaro senior potrà incontrare la nipote. E’ pur sempre una nipote.
La continuità amministrativa? E’ continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia
Il frutto è caduto vicino ai rami, nel sacro giardino siculo degli alberi genealogici dove il governo regionale vuole riportare cervelli fuggiti dalla mediocrità e dalle logiche tribali. L’appello è stato lanciato nel burocratese di una leggina approvata poche settimane fa. La norma prevede, in sostanza, incentivi e sconti sulle tasse per chi volesse prendere residenza tra le parrocchie di Sicilia. Del resto, ai vertici di Palazzo d’Orleans tengono molto al “merito” (o all’insopportabile “meritocrazia” che almeno confessa come l’argomento sia il potere), dovrà essere quello il codice per sbloccare l’avvenire, il pin dello sviluppo. Il governatore Renato Schifani lo ha anche ripetuto agli studenti accolti pochi giorni fa nei giardini della presidenza in occasione dell’ottantesimo anniversario dello Statuto siciliano: “Voi siete il futuro”, ha detto. “La nostra sfida – ha ribadito ai giovani pochi giorni dopo – è creare i presupposti perché il lavoro non manchi in Sicilia. Questa terra è meravigliosa, non abbandonatela”.
C’è un grande prato verde, tra le parrocchie e le cattedrali di Sicilia. E qualche mese fa, un cervello è già rientrato nel giardino. “Mia figlia? Ha grandi qualità”, ha commentato Totò Cardinale, già ministro nei governi di centrosinistra ed esperto tessitore di maggioranze variabili, con quel cognome che beffardamente rimanda alle liturgie degli accordi. Era dalla parte del governatore gelese del Pd Rosario Crocetta, qualche anno fa, con la sua “Sicilia Futura” (e che, la retorica del futuro nell’isola non poteva diventare partito?) e adesso tra i più fedeli sostenitori di Schifani, insieme a un drappello di deputati regionali di ultima (o penultima) generazione, da sempre titolari di un pacchetto di voti consistente. Uno di questi si chiama Edmondo Tamajo, detto Edy, quartier generale a Partanna Mondello e capace, alle ultime elezioni europee, di portare a casa più di 120 mila voti, un bottino così prezioso da costringere il vicepremier Antonio Tajani a chiedergli il beau geste del passo indietro, per lasciare il banco di Strasburgo a Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici e simbolo dell’antimafia prima dentro la giunta di Raffaele Lombardo, poi da candidata alla presidenza della Regione siciliana col Pd, infine da eurodeputata di Forza Italia. E Tamajo ha accettato, limitando il suo comunque amplissimo raggio d’azione alla Sicilia delle Attività produttive. E’ proprio nell’ufficio di gabinetto di quell’assessorato che siede oggi Serena Cardinale, 37 anni, figlia dell’ex ministro e dipendente della Regione Lombardia: “Se sono felice che sia tornata? Certo che lo sono”. Di sicuro, non si può dire che lo stratega di Mussomeli abbia mai ostacolato la carriera delle figlie negli ambienti politici: Daniela Cardinale è stata eletta alla Camera dei deputati per la prima volta nel 2008, quando aveva solo ventisei anni, e in parlamento è rimasta fino al 2022, per gran parte dell’esperienza tra le file del Pd, abbandonato nel 2019. E già si parla di una nuova candidatura alle prossime politiche, stavolta con i berlusconiani. Si vedrà. Intanto, la sorella Serena è nello staff di Tamajo, un incontro tra sacre famiglie sicule del voto. I Tamajo, infatti, non danno mica le carte solo alla Regione. Il padre di Edy, Aristide, è assessore all’Istruzione della giunta del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Un ponte, quello dei Tamajo’s che lega Mondello al resto della Sicilia. Un ponte poggiato sul solido terreno del trasformismo: un po’ col centrosinistra, un po’ col centrodestra, poco importa. L’unico simbolo che conta è il cognome.
Discorso che vale anche a pochi chilometri dal mare di Mondello. Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali. Il capostipite è Angelo Figuccia che qualche anno fa si autoproclamava “consigliere comunale emerito”, anche, forse, sulla scorta di alcune prese di posizione pubbliche. Come quando festeggiava la Giornata della famiglia naturale, affermando che “forse (bontà sua, ndr) essere gay o tutelarne i diritti, sarà anche un modo per ‘essere trendy’, ma la vita non può seguire la moda”. Non una sorpresa, quell’uscita, per l’emerito che aveva affermato, pochi anni prima: “Dio ci castigherà per il registro delle unioni civili”. Senza dimenticare le crociate che puntavano a preservare la purezza del palermitano del centro storico dal fenomeno della prostituzione: “Non è più possibile che la sera debba stare barricato in casa per evitare di vedere questo triste spettacolo o, peggio ancora, rischiare di rimanerne coinvolto”. Che si sa, ti volti un attimo… Concetti che oggi sarebbero in sintonia col mondo al contrario di Roberto Vannacci. E a dire il vero, anno dopo anno, la famiglia Figuccia si è spostata sempre più verso destra. Basta seguire il filo dei movimenti del deputato regionale Vincenzo, figlio di Angelo, entrato all’Ars per la prima volta nel 2013, senza più uscirne. Primo approdo col vessillo del Movimento per l’autonomia di Lombardo, lo sbarco in Forza Italia, poi l’Udc con cui sarà eletto per la seconda volta, infine l’arrivo alla Lega di Matteo Salvini. Ma anche in questo caso, il partito non è indicativo. Come per i Tamajo, il cognome è già un simbolo. La famiglia è già un partito. Con i suoi avamposti. Oggi Sabrina, sorella di Vincenzo, è una combattiva consigliera comunale. L’altro fratello, Marco, il più giovane, è stato eletto consigliere della circoscrizione che comprende Borgo Nuovo, appunto. Lì dove sorge la chiesa della sacra famiglia Figuccia.
Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali
Ma non si pensi che il concetto di famiglia debba essere interpretato necessariamente nella sua accezione più pura del legame di sangue. A volte, basta un matrimonio. Serafina Marchetta, detta Rossellina, nel 2022 è volata dai banchi del consiglio comunale di Grotte, comune confinante con la sciasciana Racalmuto, a quelli preziosi di Palazzo dei Normanni. Un successo elettorale? Non esattamente. Perché l’onorevole Marchetta raccoglierà un bottino di voti paragonabile a quello di un’elezione a capoclasse: ben venticinque nella lista della Democrazia cristiana. Cosa ci fa, allora, all’Ars, con un dorato stipendio da quasi diecimila euro lordi mensili? Il marito Decio Terrana è il segretario regionale dell’Udc, partito che ha deciso di sostenere Schifani alle elezioni. E nel listino del presidente, composto da candidati che entrano direttamente all’Ars in caso di elezione dell’aspirante governatore, serviva una donna per fare quadrare il computo delle quote rosa. Una parrocchietta, in fondo, quella dei coniugi Terrana, come le tante che sorgono attorno alle grandi cattedrali del consenso. E’ anche il caso di due giovani dai cognomi noti, cooptati negli staff del governo regionale: Andrea Mineo, oggi, è un componente della segreteria particolare del presidente Schifani. Figlio di Franco, già deputato regionale di Grande Sud e anche lui con qualche vecchio grattacapo nei tribunali, Andrea, estraneo a quelle inchieste, nonostante non sia ancora quarantenne, ha già una carriera politica alle spalle: è stato assessore e consigliere al Comune di Palermo, ed è passato da Fratelli d’Italia alla Dc, fino a Forza Italia. A presiedere quel consiglio comunale, oggi, è Giulio Tantillo, storico riferimento azzurro nel capoluogo: anche lui ha un figlio trentenne e rampante, Fabrizio, attuale segretario dei giovani di Forza Italia in Sicilia ed entrato negli uffici dorati di Palazzo d’Orleans, nella segreteria di Schifani.
Basta smorzare le ambizioni, poi, e per le sacre famiglie di Sicilia si apre un mondo sotterraneo di assessorati, aziende, società pubbliche o partecipate, dove ritagliarsi un orticello di potere. Pochi mesi fa, tra un tentativo e un altro, tra un tira e un molla, è finito per esplodere lo scandalo dei cosiddetti “comandati”: persone assunte per lavorare negli esangui reparti degli ospedali siciliani e trasferite con un colpo di penna nei più comodi uffici degli assessorati. Tra questi, Giorgia Iacolino, figlia di Salvatore, ex europarlamentare di Forza Italia e potentissimo direttore generale della sanità, prima di finire dentro una spinosa inchiesta sui rapporti tra burocrazia, politica e mafia. La stessa Giorgia era già stata introdotta in politica: consigliera comunale ad Agrigento e candidata alle Europee per Forza Italia. Ma non solo. Nel lungo elenco dei comandati, spunta anche Maria Paola Ferro, moglie del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Negli ultimi anni, invece, il Cefpas, un ente regionale che ha il compito di formare i professionisti della sanità sicula, è stato infarcito di parenti e amici di deputati e dipendenti. Ne è scaturita l’inchiesta denominata “La corte dei miracoli” che ha coinvolto, tra gli altri, il deputato regionale di Forza Italia Riccardo Gallo Afflitto per presunti incarichi e favori alla moglie.
E così, inchieste giudiziarie e saghe familiari rischiano di incrociarsi ancora una volta. Nel 2012, l’indagine per mafia a carico di Raffaele Lombardo portò alle elezioni anticipate in Sicilia: da quell’inchiesta l’ex governatore di Grammichele finirà assolto e politicamente riabilitato, al punto da essere tornato a dare le carte nella politica siciliana, con due assessori nella giunta di Schifani che rispondono a lui. In quella vecchia storia giudiziaria finì anche il fratello Angelo, che nel frattempo aveva raggiunto i banchi del parlamento nazionale: le accuse di mafia sono cadute anche in questo caso, resta una condanna per corruzione elettorale. Ma la famiglia Lombardo è grande. Nel 2012, all’Ars arriva il ventiquattrenne Toti, figlio dell’ex presidente. Dieci anni dopo, sarà la volta di Giuseppe, nipote di Raffaele, attualmente in carica.
Non ce l’ha fatta, invece, in quella stessa tornata e dalle stesse liste dell’Mpa, Luigi Genovese, figlio di Francantonio. Quest’ultimo, già sindaco di Messina, segretario regionale del Pd, poi parlamentare per dieci anni con i Dem e con Forza Italia, prima di schiantarsi anche lui contro un’inchiesta giudiziaria, aveva nutrito il proprio consenso in Sicilia con i frutti della formazione professionale, un settore che fino a una decina di anni fa muoveva centinaia di milioni l’anno e dava da mangiare a oltre diecimila famiglie. Per la verità, anche quella di Francantonio è una tappa intermedia di una lunga storia di famiglie e politica. Oltre a essere nipote del più volte ministro Nino Gullotti, Francantonio Genovese è figlio di Luigi, senatore della Democrazia cristiana per la bellezza di ventidue anni, tra il 1972 e il 1994. Ventidue anni. Uno in più di quelli compiuti dall’altro Luigi, il nipote, quando entrerà all’Ars nel 2017. Non ci riuscirà al giro successivo, come detto. Poco male. Le sacre famiglie di Sicilia non finiscono mai. E Luigi Genovese, figlio di Genovese e nipote di Genovese, erede di una sacra dinastia, è stato “ripescato” per guidare a soli trent’anni una delle aziende pubbliche regionali più importanti, cioè l’Ast, che si occupa di trasporto pubblico e dà lavoro a oltre cinquecento dipendenti, stagionali e interinali esclusi. Nel giardino siciliano degli alberi genealogici, i frutti non cadono mai lontano dai loro rami.
Le ali della nostra economia sono tarpate dai mancati rimedi. La gravità politica (non solo della destra) consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nel dopoguerra

(di Isaia Sales – ilfattoquotidiano.it) – La bolla mediatica di un paese solido nonostante i venti contrari che spirano dall’infida Europa sta lasciando il posto alla crescente consapevolezza di vivere in una nazione in preoccupante declino.
Sembra essersi esaurita la spinta propulsiva della nostra creatività, la capacità di superare in avanti i momenti difficili, ripartendo a razzo dopo crisi strutturali o eventi drammatici. Dalla crisi del 2008 l’Italia non riesce più a tirarsi fuori dagli impacci, dai limiti storici della sua base produttiva, senza un guizzo risolutivo, senza idee innovative e senza classi dirigenti consapevoli della fine di un ciclo storico: l’arresto traumatico della lunga fase di espansione di una nazione che pur non possedendo materie prime era diventata una delle manifatture più importanti del mondo. Come se tutti i fattori di debolezza, che per un lungo tratto erano stati nascosti o attutiti dalla fase di espansione, improvvisamente fossero emersi in maniera tale da diventare un ostacolo per ogni duratura ripresa. L’ultima illusione che la ricchezza del Nord fosse in grado di trascinare con sé l’intera economia nazionale è miseramente naufragata. La spinta propulsiva che ci si aspettava dall’aver dato centralità alla questione settentrionale si è dimostrata un bluff. Giuseppe Berta aveva dimostrato già nel 2015 nel saggio Le vie del Nord come il Settentrione non fosse più il motore del paese sul piano economico e come avesse dissipato quelle “virtuose pratiche” (civili e morali) di cui si credeva un tempo depositario. Bisogna tornare al 1973 per vedere così minacciata la nostra economia dall’aumento vertiginoso dell’energia.
Perché l’Italia si sta dimostrando così fragile? Perché ai grandi sconvolgimenti si presenta meno attrezzata per superarli o per limitarne i danni? Restiamo un paese “oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché”, come scriveva Guido Piovene nel suo preziosissimo Viaggio in Italia. “Sotto un involucro di sorriso e bonomia, l’Italia è diventata il paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo”. Considerazioni ancora oggi attuali.
La responsabilità di tutto ciò, certo, non è ascrivibile solo alle destre oggi al governo, ma il loro modo di intendere le priorità della nazione non fa altro che acuire i motivi che sono alla base del declino di lungo periodo. La destra italiana ha oggi la responsabilità grave di nascondere la polvere sotto il tappeto con un trionfalismo arrogante, di rivestire di subalternità e di aggressività una particolare forma di nazionalismo localistico e impotente.
Qual è la zavorra che appesantisce la nostra economia e ci trascina sempre più giù nelle statistiche del malessere? A mio parere l’Italia è malata essenzialmente di disuguaglianze (territoriali, sociali, economiche, di genere, di salute, di dotazioni di servizi essenziali) e questa sua malattia si ripercuote, ormai senza più attenuazioni, sulla sua base produttiva. Tutto ciò che nel passato era sembrato funzionale allo sviluppo, ora sembra accelerarne la caduta. Il Sud a scarso livello di industrializzazione, il basso costo della manodopera, l’emigrazione di massa dal meridione, i servizi pubblici sostituiti dalla famiglia e dai parenti, la più ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro, un peso enorme dei lavori precari che non ha pari in Europa, l’assenza di politiche alternative sull’energia, la produzione in serie di violenza dalle periferie delle grandi aree metropolitane e delle medie città di cemento che abbiamo irresponsabilmente costruito.
Le ali della nostra economia sono tarpate dalle disuguaglianze. E la gravità consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nell’immediato Secondo dopoguerra, avviando un paese povero e sconfitto verso i suoi anni migliori, con il sostanziale consenso di tutti i principali attori politici che avevano sconfitto il fascismo.
La lotta alle disuguaglianze, dunque, non è solo un entusiasmante programma politico, ma una grande strategia di crescita dell’economia. L’Italia è un paese lungo geograficamente, ristretto economicamente e storto socialmente. Ma gli squilibri territoriali e gli egoismi sociali, oltre un certo limite, diventano un handicap economico, rallentano il motore dello sviluppo, ne inficiano la potenza, e addirittura sono in grado di incepparlo.
Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti.
In effetti, una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità.
Viene in mente l’apologo intramontabile di Menenio Agrippa: un corpo è sano solo se lo sono tutte le sue parti e solo se esse cooperano tra loro. Abbiamo bisogno di un nuovo apologo per l’Italia, quello delle divisioni territoriali e della umiliazione sociale si sta dimostrando perdente.
Se guardiamo ai dati sulla crescita salariale nel periodo 2020-2025, l’Italia compare all’ultimo posto in Europa. Il salario lordo annuo degli italiani, a parità di potere d’acquisto, è stato nel 2021 di 29.694 euro rispetto ai 29.341 del 1990. Nello stesso periodo gli spagnoli sono passati da 25.000 dollari a 27.000, i francesi da 29.000 a 40.000 e i tedeschi da 30.000 a 43.000. L’Italia, dunque, è rimasta sostanzialmente ferma al 1990. I vantaggi sarebbero enormi se si riducesse la disparità delle retribuzioni tra l’Italia e il resto d’Europa.
In Italia il divario di genere è doppio rispetto al resto d’Europa. Se in Europa la differenza tra il tasso di occupazione delle donne rispetto a quello degli uomini è di 10,7 punti, nel nostro paese è di ben 20 punti. Una differenza, però, non uniforme territorialmente: nel Sud appena il 35% delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64% delle mamme del Centro-Nord. E il tasso di occupazione delle donne nel Sud è così basso non soltanto perché mancano gli asili ma perché manca il lavoro. In ogni caso, se si portasse il tasso di occupazione femminile meridionale ai livelli del Centro-Nord comporterebbe un vantaggio economico per l’Italia intera, oltre che un passo in avanti in materia di diritti elementari.
Si vive in due Italie nettamente distinte, è evidente. Geograficamente e socialmente. Come fa a reggere una nazione con differenze così marcate? Ecco perché l’Autonomia differenziata è un veleno per la nostra base produttive. Un secondo motore dello sviluppo, quello meridionale, sarebbe più che necessario all’Italia intera. Ecco perché l’avversione per il salario minimo (e per ogni forma di riduzione delle differenze salariali) è un ulteriore freno per la nostra economia. Ecco perché aver tolto il reddito di cittadinanza porterà solo all’aumento della povertà e una riduzione dei consumi.
I progressisti hanno una grande opportunità di mostrarsi fino in fondo tali e di non cercare nel moderatismo la chiave di volta del successo. L’Italia sta sperimentando il radicalismo della destra, quello di sinistra non ancora. L’identità dei progressisti non può che definirsi come lotta quotidiana alle disuguaglianze per arrestare il declino della nazione.

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – È ormai un luogo comune: oggi in Europa le democrazie non godono di buona salute e il loro indice di gradimento non è certo tra i più alti (anche perché, ricordiamolo, sono gli unici regimi la cui popolarità è più o meno misurabile attraverso quell’indice rozzo ma pur sempre significativo che sono i risultati elettorali. Dove le elezioni non ci sono o sono finte ogni misurazione di gradimento del regime politico è in realtà impossibile). Comunque le cose qui in Europa stanno come dicevo: le democrazie non piacciono. Agli occhi dei loro cittadini le democrazie appaiono regimi «freddi», che non hanno alcuna capacità di coinvolgimento emotivo, non suscitano alcun sentimento vero d’identificazione e quindi di partecipazione. Ma la ragione non sta solo nelle difficoltà concrete, specialmente economiche, che pure ci sono, in cui si dibattono le società democratiche le quali riescono sempre meno a mantenere le loro promesse di benessere e di eguaglianza. In realtà la crisi attuale della democrazia europea ha anche spiegazioni di natura completamente diverse: il fatto, ad esempio, che nei nostri regimi democratici è ormai venuto meno qualunque aspetto di tipo realmente agonistico della politica. Si è avuta cioè una radicale sterilizzazione di ogni aspetto di scontro, di contrapposizione, e dunque è venuta meno quella capacità che la democrazia come ogni regime politico deve pur possedere di produrre una autorappresentazione pubblica di sé.
Ad esempio del suo potere, di tipo anche scenico-spettacolare ma sempre fondato in definitiva sul conflitto. Un’autorappresentazione ovviamente adeguata alla natura di un regime politico diverso da ogni altro, come di fatto essa è, ma pur sempre un regime politico destinato a governare il mal seme d’Adamo, non una messa cantata. È vero insomma che la democrazia vanta legittimamente come una sua conquista storica il fatto di essere quel regime che le teste non le taglia ma le conta. E tuttavia lo spettacolo affascinante e terribile della ghigliottina deve pur essere sostituito da qualcosa: non altrettanto sanguinario, certo, ma che un qualche impatto emotivo insomma alla fine ce l’abbia e lo comunichi pur esso.
Uno di questi spettacoli — di carattere simbolico, ma comunque significativo — nel quale all’origine i regimi democratici autorappresentavano periodicamente, in modo anche brutale, la propria essenza era classicamente la serata elettorale nella quale si assisteva alla sconfitta della parte che fino al giorno prima era al governo. Il rovesciamento dei ruoli, il potente cacciato dal suo trono e ridotto d’improvviso a non contare più nulla, evocavano e corrispondevano in un certo modo ad antichissimi modelli del folklore di rivolta e di rivalsa delle popolazioni europee (lo «charivari»). Ben più concretamente, un tempo la vittoria elettorale di uno schieramento su un altro poteva significare ad esempio nuove leggi che decidevano in maniera rilevante sull’uso delle risorse collettive, spostavano il potere, cambiavano realmente la vita delle persone e dei gruppi sociali.
Oggi invece di tutto ciò non rimane più nulla o quasi. Almeno in Europa, infatti, la regola delle democrazie è di essere ormai governate da classi politico-parlamentari mediocri, prive di grandi idee, di forza e di personalità. Classi politiche, inoltre, che trasmettono visibilmente l’idea di non contare più di tanto e di esserne del tutto consapevoli. Di sentirsi, anche a causa del fragile rango geopolitico dei propri Paesi nonché della propria mediocrità di tono burocratico-impiegatizia, prive di qualunque mandato politico forte, oltre tutto perché prive alle proprie spalle di elettorati coesi, motivati.
Insomma, mentre è sul punto di cambiare drammaticamente il profilo demografico del continente e la sua identità civil-religiosa, mentre l’intero retaggio del passato umanistico europeo rischia di essere lasciato morire travolto dal pregiudizio inclusivo-democratico dei nostri attuali sistemi d’istruzione, mentre il nostro storico alleato-protettore americano ha deciso di abbandonarci a noi stessi, mentre si rivela in pieno tutta la carenza di sistemi satellitari nostri, di fonti di energia nostre, di catene di approvvigionamento sicure, le democrazie del vecchio continente sembrano ancora cullarsi in una sorta di dolce sonno. Le nostre opinioni pubbliche appaiono ancora interessate a gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi e le sempiterne faziosità. Mentre il mondo va in fiamme e queste ormai ci lambiscono sempre più da vicino, in Italia ancora costituiscono forse la maggioranza quelli per cui il semplice pensiero di costruire un carro armato equivale a sterminare un orfanotrofio.
Tutti i sistemi politici europei hanno oggi uno straordinario bisogno di leadership determinate e capaci di visione di largo respiro, hanno bisogno di donne e uomini che prendano risoluzioni coraggiose e chiedano ai propri concittadini sacrifici ancora più coraggiosi essendo capaci di spiegargliene bene le ragioni. Le nostre democrazie insomma hanno urgente bisogno di cambiare: che cos’altro deve accadere perché ce ne convinciamo?

(estr. di Filoreto D’Agostino – ilfattoquotidiano.it) – […] Le leggi elettorali che prevedono un premio di maggioranza o di governabilità sono per definizione “leggi truffa” perché servono ad alterare significativamente il rapporto tra volontà dei votanti e rappresentanza degli stessi. L’Italia, purtroppo, ha un triste primato di tali leggi, dalla n. 2444/1923 (cosiddetta legge Acerbo), preordinata a instaurare il regime fascista, alla n. 58/1953 (alla quale deve l’epiteto denigratorio), fino al Porcellum (nomen omen: n. 270/2005) e all’Italicum (n. 52/2015), mai applicato.
[…] Il premio di maggioranza è incompatibile con un ordinamento realmente democratico, come dimostra la sostanziale inesistenza dell’istituto fuori dall’Italia: solo in Grecia e a Malta è previsto tale premio, ma in misure tali da non assicurare un’effettiva prevalenza parlamentare. Tutto il resto del mondo ignora il premio di maggioranza. Probabilmente lo ignoreremmo pure noi se la Corte costituzionale, anziché sanzionarlo, non avesse aperto all’ipotesi, giungendo fino a definire il 40 per cento di voti come soglia ragionevole per garantirne l’applicazione (con un argomento non dissimile da un pugno sbattuto sul tavolo: n. 35/2017). Si è così ignorato il principio secondo il quale ogni sistema elettorale deve salvaguardare il rapporto tra singolo votante e rappresentanza dello stesso, come sancito dall’articolo 48 della Costituzione che, al secondo comma, afferma solennemente che il voto è personale ed eguale. Eguale ovviamente anche nel conteggio secondo il rapporto “uno vale uno” che il premio di maggioranza modifica in modo abnorme. L’aperta violazione del parametro costituzionale sarebbe giustificata, secondo la favoletta propalata dal centrodestra, per salvaguardare la governabilità. Ma questo risultato non si può conseguire incidendo sui diritti fondamentali dei quali l’eguaglianza costituisce cardine.
[…] Augusto Barbera con altri studiosi sostiene che l’ordinamento repubblicano disciplinato nella seconda parte della Costituzione è stato configurato per l’apprensione delle forze costituenti di non ricadere in un esecutivo come quello fascista caratterizzato dall’assoluto accentramento di poteri. Una riforma utile ad assicurare stabilità al governo va fatta, di conseguenza, nell’ambito proprio, innovando cioè la seconda parte della Costituzione, senza alterare o violare i principi della prima. Gli strumenti sono noti, a iniziare dalla sfiducia costruttiva. Occorre aggiungere: il premio di governabilità previsto dallo Stabilicum comporta una doppia truffa. La prima deriva dal tipo di normazione, la seconda riguarda in concreto la pesante elusione della volontà popolare. Sembra che il centrodestra abbia concordato nell’aumentare al 42 per cento la soglia d’applicazione del premio (ridotto ma ancora abnorme). Quale che sia la misura della soglia non cambia l’illecita e grave manipolazione della volontà degli elettori. Per comprenderlo basta fare una semplice ipotesi suffragata oggi dai sondaggi. Secondo rilevazioni sostanzialmente condivise dagli operatori, all’esito elettorale le due maggiori coalizioni supererebbero entrambe il 42 per cento attestandosi a distanza minima con uno scarto che, secondo alcuni sondaggisti, non andrebbe oltre lo 0,1 per cento dell’intero elettorato. La riforma prevede che la coalizione con un voto in più ottenga il premio di maggioranza; l’altra coalizione, che con il sistema proporzionale otterrebbe probabilmente un egual numero di seggi, subisce una drastica riduzione. È costituzionalmente ragionevole tutto ciò? Può ammettersi che una norma prevarichi la rappresentanza popolare? […]
Uno 0,1 per cento avrebbe la capacità di polverizzare perfino un milione di voti. Per evitare questo grave attentato alla democrazia occorre prevedere un meccanismo che riconduca la scelta al popolo sovrano. Unica soluzione praticabile è il ballottaggio perché sia l’intera comunità nazionale, comprendendo coloro che non hanno votato per le due coalizioni, a decidere chi dovrà rappresentare gli italiani e governare il Paese. Solo il ballottaggio può rabberciare una riforma costituzionalmente illegittima nell’ipotesi che entrambe le coalizioni superino la soglia del 42 per cento. In mancanza di tale previsione sarebbe estremamente difficile per il presidente Mattarella dare immediato corso a una legge che offende i principi fondanti della Repubblica.

(di Michele Serra – repubblica.it) – La grossolanità del titolo di un giornale inglese (molto contento di far coincidere Palermo e mafia) ha messo in ombra il vero dibattito sorto attorno al fastoso matrimonio di Dua Lipa, dinamica popstar anglo-albanese molto quotata nelle classifiche mondiali.
Come già accadde per le nozze di Bezos a Venezia, Lipa e il suo sposo hanno noleggiato un pezzetto del centro storico di Palermo per farne uso privato. Poiché poche cose sono pubbliche come una città, specialmente una piazza del suo centro storico, una parte dei palermitani si è sentita espropriata e non l’ha presa bene. Ed è questo — non la mafia — l’argomento rilevante, specie in uno scorcio d’epoca nel quale non sembra esserci limite al potere dei soldi.
Le grandi manifestazioni popolari — gare sportive, concerti, cortei politici, sagre, processioni — hanno sulle città un impatto evidente, seppure per poche ore e non per un paio di giorni (è il caso delle nozze dei due Lipa). Ma hanno anche una evidente rilevanza pubblica.
Qui invece si tratta di una festa privata, che non inclina certo al basso profilo. Si tratta di circoscrivere e affidare al governo di un piccolo esercito di buttafuori un pezzo di spazio civico. Se ville e castelli non bastano più si affitta una città d’arte, sperando che le città d’arte bastino, almeno per un poco, a ospitare coreografie e banchetti direttamente proporzionali al patrimonio degli anfitrioni.
Pensare male di questa tendenza attira quasi in automatico l’accusa di populismo, in aggiunta a quella di non capire come funziona l’economia di mercato (lo volete capire che tutto ha un prezzo?). Muterei il capo di imputazione: non è populismo, è civismo pensare che ci sia un drastico limite all’uso privato di una città.
I padri nobili sognano un altro candidato

(di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – “AbC”. L’acronimo – che gira nella destra dem – non sta a indicare le prime lettere dell’alfabeto, ma una locuzione precisa. Anything but Conte, che significa “Tutto tranne Conte”. Ed è per questo che esiste un’alleanza sotterranea tra Elly Schlein e la minoranza del Pd per fare le primarie. Nella convinzione che la segretaria ai gazebo vincerà e che questo è il modo migliore per sbarrare definitivamente la strada all’ex premier. D’altra parte, l’asse che maggiormente tiene nel Pd è quello tra Schlein e Lorenzo Guerini, il presidente del Copasir, che le indica le linee rosse da non superare in politica estera. Il drappello, poi, è sufficientemente poco nutrito ormai da lavorare per mantenere un’agibilità politica dentro al Pd (e un posto in lista).
La strategia è direttamente figlia del fatto che a questo punto tra i dem sono tutti convinti che la legge elettorale si farà, e che dunque bisognerà indicare il candidato premier prima del voto. E allo stesso modo il Melonellum allontana pareggi, governi con Forza Italia dentro, federatori post-elettorali. Uno scenario sul quale stavano lavorando già in molti, anche dentro al partito. Forse quasi tutti, secondo le analisi che si fanno in questi giorni di giugno. Ora però, lo scenario è diverso. E così un momento dopo l’approvazione della riforma del voto c’è da scommettere che partiranno i pressing su Schlein per farle convocare un “tavolo” per il programma. Un modo per cercare di imbrigliarla, per provare a vedere se è così che si arriva a un altro candidato premier, che non sia lei, senza passare per una sconfitta ai gazebo, troppo pericolosa. Rosy Bindi aveva lanciato Pier Luigi Bersani federatore per il programma, l’ultimo a evocare un “papa straniero” è stato Romano Prodi, nella corrente di Montepulciano (quella di Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza), i più sono convinti che la segretaria non è proprio la candidata ideale. I nomi si sono sprecati in questi mesi, a partire da chi avrebbe scelto direttamente Conte, al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, a quello di Napoli, Gaetano Manfredi, per arrivare a Silvia Salis, prima cittadina di Genova. Difficile immaginare un passo indietro di Schlein (come di Conte), ma i gazebo restano per lei la strada più facile per provare a consolidare la sua leadership. Ed ecco l’asse con la minoranza.
La partita, comunque, resta lunga e niente affatto scontata, anche se dovesse vincere il centrosinistra. Perché all’orizzonte c’è il voto per il Quirinale. E dunque, in caso di un qualsiasi inciampo del leader designato dalle urne, i governisti del Pd sarebbero pronti a un esecutivo con dentro Forza Italia o comunque in grado di portarli fino all’elezione del presidente della Repubblica, la vera partita. D’altronde, i padri nobili del Pd sono tutti quirinabili: Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, Bersani, Bindi. Persino Massimo D’Alema non ha del tutto deposto le ambizioni. Sergio Mattarella darà le carte: e anche se non sarà mai interventista come Giorgio Napolitano, lavorerà per tenere l’Italia nella sua collocazione saldamente atlantista e vigilerà – a suo modo – sul proprio successore al Colle.
Al bivio tra repubblica nazionale e impero universale l’asino di Buridano a stelle e strisce ha esitato troppo a lungo, esaurendosi nello sforzo di conciliare gli opposti. Di qui la crisi di identità che segna la fine dell’egemonia planetaria Usa

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – L’America va veloce. Considerata fino allo scadere dell’Ottocento sede disagiata dalle diplomazie europee, Washington impiegò nemmeno mezzo secolo — dal 1898, guerra ispano-americana per Cuba e le Filippine, al 1945, trionfo su Germania, Giappone e Italia — per affermarsi prima potenza al mondo in contrapposizione/cogestione con l’impero sovietico. Quasi altrettanto, fino al 1991, per stabilirsi superpotenza unica o Nuova Roma grazie al suicidio dell’Urss. Appena un trentennio — ritiro dall’Afghanistan nel 2021 — per accorgersi di non potere né volere assumersi costi e responsabilità che derivano da tanto disumano privilegio.
Al bivio tra repubblica nazionale e impero universale l’asino di Buridano a stelle e strisce ha esitato troppo a lungo, esaurendosi nello sforzo di conciliare gli opposti. Di qui la crisi di identità che sta devastando nazione e repubblica mentre segna la fine dell’egemonia planetaria Usa.
Questo non è declino, è schianto. Pessima notizia per chi come noi sotto quel tetto si è riparato e ora lo vede spazzato via dal cedimento strutturale dell’impero. Mai dichiarato per incompatibilità con la mentalità dello yankee medio. Educato a sentirsi erede di una rivoluzione anticoloniale, cresciuto in una cultura che infliggeva al lemma empire uno stigma negativo — e-word, parolaccia, nella prospettiva repubblicana dei Fondatori.
Quando gli storici disporranno della distanza sufficiente per interpretare la traiettoria degli Stati Uniti potremo meglio cogliere le diverse ragioni della vertiginosa perdita di potenza del fu Numero Uno. Ieri riferimento assoluto di amici e nemici. Oggi depresso e inaffidabile. Un grado di ansia per il crollo Usa è percepibile persino a Pechino. Xi Jinping teme che le rovine dell’impero americano lo intrappolino in impegni insopportabili.
Nessuno si illude che l’autoaffondamento dell’America possa amministrarsi in pace. Al meglio, si tratta di evitare che la somma dei conflitti in espansione sfoci nell’ultima guerra mondiale combattuta con armi definitive. Al peggio, quel conflitto sarà combattuto non con ma da armi autonome, agite da algoritmi in rivolta contro i loro arroganti padroni.
L’impero americano è crollato perché non era impero. La contraddizione in termini è voluta. Per marcare che dell’impero gli Stati Uniti avevano tutto, salvo cultura e limes.
Cultura intesa vocazione a regere imperio populos, come da celeberrimo memento virgiliano (Eneide, VI, 851). Ad accollarsi il britannico fardello dell’uomo bianco o perseguire la missione civilizzatrice del positivismo laicista francese. Come convincere una sempre più eterogenea popolazione, composta da americani che non riconoscono in altri americani degli americani, ad americanizzare il mondo?
Limes inteso limite del territorio imperiale. Ogni impero ha confini. Mobili, talvolta informali, ma effettivi. E si dota di rappresentazione cartografica di se stesso. Con relativo colore, spettacolare il rosa/rosso del British Empire. La carta dell’impero americano è il planisfero. No limits. Per informazioni, studiare la mappa dei comandi regionali del Pentagono e quella delle flotte dell’US Navy, che si spartiscono l’orbe terracqueo. Nessuna zolla di terra, nessuna goccia di oceano è fuori della responsabilità a stelle e strisce. Per tutto il resto — il firmamento — c’è Elon Musk.
Gli imperi si pensano in rapporto con gli avversari. Nota Roberto Esposito in Kaos, scritto con Massimo Cacciari: la geopolitica obbliga ad amare il nemico per capirlo «non come oggetto di analisi, ma come altro soggetto, a sua volta impegnato a comprendere noi». Peccato che secondo Kissinger «gli americani tendono a trattare i problemi psicologici e politici come fossero primariamente tecnici». Motivo per cui non vincono una guerra vera dal 1945.
Ne era consapevole Andrew Marshall, detto Yoda, dal 1973 al 2015 leggendario capo del pentagonale Office of Net Assessment, laboratorio strategico deputato a pensare fuori dalla scatola. Egli lamentava la tendenza dei decisori americani a omettere dalla pianificazione il punto di vista del nemico. Delirio di monopotenza. Garanzia di impotenza.
A sigillare questa craniotomia, Pete Hegseth, forse il più limitato ma non per questo imperiale tra i responsabili della Difesa (oggi Guerra) Usa, decise nel marzo 2025 di terminare la creatura di Yoda, salvo ripristinarla, svuotata di personale, senso e soldi, sei mesi dopo. Fuori dalle scatole.
“Ho subito un attacco sessuale a freddo, era la prima volta che ci vedevamo, non c’era consenso”, il suo racconto alle forze dell’ordine

(di Conchita Sannino – repubblica.it) – ROMA – Un pomeriggio di febbraio, lo studio ovattato di un parlamentare, bandiere scenografiche e divanetto per gli ospiti. Chi entra in quelle stanze per motivi di lavoro pensa di non aver nulla da temere in uno dei palazzi istituzionali più blindati di Roma. Invece proprio nel cuore di San Luigi dei Francesi – l’ex complesso dei Beni Spagnoli, l’edificio dove hanno i loro uffici gli eletti a Palazzo Madama – una donna di 52 anni, che chiameremo solo V., professionista autonoma, salde radici in Emilia, residente da alcuni anni in una cittadina del Sud Italia, scopre che si può scivolare in un incubo.
Vittima di un atto di violenza sessuale da parte di un senatore di Forza Italia. Che lei, stimata agente di commercio di vini di pregio, aveva incontrato per la prima volta. V. è stata contattata da un terzo, un carabiniere parente di lui (e conoscente di lei), in quanto «il senatore aveva bisogno di una fornitura importante di bottiglie, in particolare champagne e Sassicaia, per le cantine della nuova villa a Capri da inaugurare». Questo, almeno, è il racconto che la professionista ha depositato in un’articolata denuncia che Repubblica è in grado di rivelare, nella doverosa e doppia scelta: tutelare chi denuncia, e sentire chi è accusato.
La violenza che la donna dice di aver subìto, a freddo, «senza alcun consenso né espresso né implicito», è avvenuta il 25 febbraio ‘25. La querela giunge oltre un anno dopo. Perché? «Sono stata in terapia, ero sotto choc. E ho avuto paura. Sono stata intimidita da un amico del senatore, un carabiniere anche suo lontano parente. Ha cercato di dissuadermi dal fare la querela», spiega.
Il parlamentare indicato nella querela è Francesco Silvestro di FI. Ma sotto accusa finisce anche A. P., l’uomo che, tempo prima, si era già presentato a lei come carabiniere. A tutela di entrambi i denunciati, il pm potrebbe decidere di sentirli, prima di proseguire con l’iscrizione nel registro degli indagati. E gli atti, oggi in un ufficio di periferia, potrebbero presto essere trasferiti a Roma.
Silvestro, 55 anni, già assessore ad Arzano (Comune poi sciolto per camorra), oggi segretario di Fi in provincia di Napoli, facoltoso imprenditore, è noto come “il re della notte”, sia perché è titolare della prima azienda italiana di materassi («Siamo un colosso da 100 milioni»), sia perché ama tirare tardi nei locali romani e bere champagne («Sempre il Krug»). Ieri sera ha risposto a Repubblica negando però quanto denunciato dalla donna a suo carico.
Le sue parole, tuttavia, confermerebbero alcuni elementi del racconto della stessa V. al pm. Questi: é vero che l’ha incontrata un’unica volta a San Luigi dei Francesi; è vero che doveva inaugurare la sua villa a Capri; è vero che le ha ordinato dei vini; è vero che a suggerirle l’agente di commercio è stato il carabiniere-parente. Falsa, a suo dire «assurda», invece, la scena di lui che le mette le mani sulla testa e la spinge a subire un atto di violenza.
Cosa accade, secondo V., in quei «terribili» 30-35 minuti nello studio al Senato? Dopo i convenevoli, e dopo l’ordinativo con cui lui largheggia («Champagne, sassicaia, vari cartoni»), il parlamentare si racconta con orgoglio («Io guidavo i camion che ero ancora minorenne, e adesso sto al Senato»). Silvestro avrebbe cominciato con frasi allusive e molestie («Il vino mi eccita, perdo i freni») e di punto in bianco lei si ritrova col senatore che la blocca, spingendo un tavolino contro di lei che resta immobile seduta sul divano, «costretta» all’atto sessuale. V. dice di aver lasciato quella stanza in stato di choc. Fuori, l’attendeva in auto un amico che l’ha trovata in lacrime.
Silvestro non è mai stato denunciato per molestie. È finito invece nella bufera per altre storie: un vecchio procedimento per tentata corruzione e falso da cui è uscito (con la prescrizione); le sospette frequentazioni con personaggi in odore di camorra, da lui smentite; lo scontro pubblico con Mimmo Rubio, il giornalista autore di inchieste anticamorra che Silvestro aveva querelato (perdendo la causa). Attengono ai meme e al ”colore” invece le gaffe in aula, di cui il senatore – che ha avuto vari dolori, un figlio morto giovanissimo, un fratello travolto da una voragine – è il primo a sorridere.
Nella denuncia, colpiscono tuttavia anche le presunte intimidazioni. Quando A. P. è messo al corrente della violenza dalla donna, le dà appuntamento «in un anonimo bar di una zona industriale in Campania» e, facendole segno di tenere a distanza borsa e cellulare «nel timore di essere registrato», l’avrebbe ammonita: «Guarda che se denunci, ti rovini la vita. Pensaci bene, i politici hanno un potere che neanche ti immagini. Se lo fai, non lavorerai più». Per inciso: l’ordinativo, circa 7mila euro di vini per Silvestro, la vittima l’ha cestinato. Il senatore, ricorda V., aveva assicurato che poteva pagare ma «tutto in contanti».
La palla passa a questo punto alla magistratura, la giustizia farà il suo corso.

(di Conchita Sannino – repubblica.it) – ROMA – «Io non ho ricevuto nessuna carta, nessun atto di indagine. Vediamo. Poi ci divertiamo». Ieri sera, sabato in compagnia. Il senatore Silvestro d Forza Italia, attuale presidente della Bicamerale per Affari regionali e l’autonomia, replica su tutto.
Senatore Francesco Silvestro, è accusato di una vicenda grave. Una violenza sessuale avvenuta nel suo studio da parlamentare.
«No, guardi, non ricordo nulla del genere proprio».
Lei è amante dei vini, e ha una villa a Capri da inaugurare?
«Sì, e non l’ho ancora inaugurata. E poi i vini non servivano per l’isola, servivano per casa».
Quindi ricorda l’incontro con questa donna.
«Sì, ma non è successo nulla. La signora me l’ha portata in ufficio un amico, servitore dello Stato, distaccato per lavoro al Senato»
Quindi, esiste l’intermediario che è un carabiniere?
«Sì, lui la conosce e me la porta».
E il carabiniere: è suo parente?
«Sì, ha sposato una mia cugina».
Era il 25 febbraio del 2025, cosa successe quel giorno?
«Ma io c’ho tutto, è tutto registrato: il suo orario di entrata, di ufficio. Ma che è successo? Niente».
La signora sostiene che lei ebbe una condotta totalmente fuori asse, fece prima allusioni sul vino che «fa perdere i freni inibitori», poi le avrebbe usato violenza.
«Quando mai. Non ci pensi. Poi, modestamente io sono un bel ragazzo, la signora è una signora normale … Uno può dire quello che vuole. Poi però le cose vanno provate. Magari mi vuole estorcere qualcosa».
Perché dovrebbe?
«Non ho idea. Comunque, la signora so che va anche da altri senatori, per vendere il vino».
E di nessuno, però, ha mai detto che le avevano mancato di rispetto. Come vi lasciaste, quel giorno?
«Normale. Lei disse che voleva andare a cena, poi invece non è venuta più».
La signora sostiene invece che fu cercata da lei anche a sera, quel giorno. Ma non le rispose.
«Ma no, non ricordo proprio. Comunque, denunciasse. Poi ci divertiamo».

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Certo, io sono di parte, ma il reportage del nostro Antonio Massari da Punta del Este (Uruguay) mi è parso una bella pagina di giornalismo. Liberi tutti, naturalmente, di credere o non credere alle testimonianze dei due autisti uruguaiani che dicono di aver portato prostitute al Gin Tonic (casa Cipriani). Confermando i festini raccontati sul “Fatto Quotidiano” dalla testimone Graciela (purtroppo non ascoltata dalla Procura di Milano). Resta il fatto che Antonio si trovava da alcuni giorni lì sul posto, piuttosto in solitudine, anche se è possibile, mentre scriviamo, che frotte di segugi inviati delle più importanti testate nazionali siano in volo per l’Uruguay, onde verificare con i propri occhi e con le proprie orecchie quanto asserito dai magistrati milanesi. Poiché il pluralismo dell’informazione, valore sacro e inviolabile di ogni democrazia degna di questo nome, consisterebbe, per esempio, nel fornire una diversa versione dell’affaire uruguaiano, attingendo ad altre testimonianze rispetto a quelle pubblicate dal “Fatto”. Che formidabile scoop sarebbe apprendere che, grazie al percorso riabilitativo intrapreso da Nicole Minetti, sono anni che il Gin Tonic si presenta più simile a un convento delle Carmelitane scalze (nel senso penitenziale) che non a un luogo di dissipazione morale. Fremiamo di curiosità, qualcuno ce lo può raccontare? […]
[…] I venerati maestri di questo mestiere ci hanno insegnato che il cronista, per essere tale, deve consumare le suole delle scarpe (muovere il culo, dicevano i più sboccati). Ma poi, dove sono finiti coloro che ci hanno sfrantumato le orecchie denunciando gli articoli scritti, sostenevano, “sotto dettatura” delle procure? Gli stessi che oggi pubblicano come oro colato i comunicati di una Procura perché fanno loro comodo? Ai bravi colleghi che si accingessero, eventualmente, a raggiungere Montevideo per rendere edotti i lettori degli sviluppi della vicenda, vorremmo segnalare un documento che potrebbe fare loro comodo in un resoconto il più completo e oggettivo. Si tratta del pezzo del giornalista Antonio Ladra di “La Diaria”, trasmesso dalla radio venerdì e dal titolo: “Caso Minetti: silenzio in Uruguay, celebrazione in Italia”. Dopo aver riferito che la Presidenza della Repubblica italiana ha chiuso la questione, Ladra scrive: “Nel frattempo, a Maldonado, una madre biologica povera, tossicodipendente e con precedenti penali si dissolve tra telecamere di sicurezza, piazze di spaccio di pasta base e un fascicolo per ‘persona scomparsa’ che quasi nessuno legge. A 29 anni, Maria de los Angeles Colinet è sparita dalle mappe istituzionali uruguaiane e dalle pagine dei giornali. […] Risulta ancora scomparsa: lo dicono i manifesti ormai scoloriti affissi in qualche commissariato di Maldonado”. L’articolo rivela particolari inediti e sconcertanti sulla madre biologica del bimbo adottato dalla coppia Minetti-Cipriani. A dimostrazione che esiste una certa differenza tra il giornalismo cane da guardia della democrazia, e i giornalisti cani da salotto.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – E niente, ai nostri giuristi per caso non ne va bene una. Avevano finalmente scoperto due magistrati da adorare: la Pg milanese Nanni che s’è data ragione da sola perché Mattarella potesse darsi ragione da solo sulla grazia alla Minetti; e la gip fiorentina Martucci che ha archiviato l’inchiesta su B. (morto) e Dell’Utri (vivo) sulle stragi del 1993-94. “Magistrate da urlo”, le incensava […]
Il discorso quirinalizio di Paola Cortellesi sulle donne e la Repubblica che non cita Meloni è un piccolo ma significativo esempio di come il centrodestra non ha capito che per fare cultura non basta organizzare mostre

(Di Andrea Venanzoni – tempi.it) – «Nulla di umano verrà fuori dal futuro prossimo», scriveva in uno slancio di nichilismo cyberpunk Nick Land. E verrebbe da rispondergli, citando un grande filosofo italiano, il Lino Banfi di Cornetti alla crema, con un sonante «ma magari!». Accade, in questo mesto Paese condannato ad affrontare le tragedie con piglio da Temptation Island e le bagattelle con tono da apocalisse, accade dicevo che lo scorso 2 giugno l’attrice Paola Cortellesi tenga via Rai un discorso sul voto delle donne, ottanta anni dopo il riconoscimento formale di tale diritto.
Paola Cortellesi, da quando ha diretto C’è ancora domani, è divenuta un’intellettuale fatta e rifinita e ha dovuto pure inforcare gli occhiali perché un intellettuale senza occhiali lascia il dubbio dell’impostura. Il discorso è stato tenuto alla presenza delle massime autorità, quelle che nelle saghe di Fantozzi venivano poi “segretamente varate”, del gotha degli artisti, da Roberto Bolle a Carlo Verdone, e ovviamente della politica tutta, di governo e di opposizione, affratellata dalla festa della Repubblica e dalla celebrazione del suffragio femminile.
L’evento è stato puramente quirinalizio: tenuto in piazza del Quirinale, quindi all’aperto rispetto a portoni e cortili, in uno slancio enfatico di pop-culture partecipata, e soprattutto quel discorso letto e recitato dall’attrice sarebbe stato figlio di una intelligenza collettiva, tra cui la stessa Cortellesi, certo ma non escludente la sensibilità del portavoce del Presidente della Repubblica, Giovanni Grasso e, a quanto riportano alcuni giornali, pure quella del giallista Maurizio De Giovanni. Il quale ultimo è da poco entrato nella segreteria campana del Pd. Un particolare da tenere a mente, considerando quanto avverrà.
E cioè che nelle parole della Cortellesi, memoria delle donne passate dal non-voto ad occupare importanti scranni della Repubblica, dalla Presidenza della Camera all’Assemblea Costituente, c’è una donna che rimane fuori: Giorgia Meloni.
Il caso deflagra. I giornali riportano l’irritazione, assai comprensibile, della Presidente del Consiglio. Io, purtroppo, vengo costretto a sorbirmi il discorso e la sua retorica. La retorica della Repubblica nata dalla lotta partigiana e dalla scheda elettorale piegata e il voto delle donne e le amministrative di marzo 1946 e poi il referendum del due giugno e la democrazia e i tiranni e la retorica fascista e ancora fascismo e poi ancora fascismo e fascismo e c’era meno fascismo in M di Scurati o durante il Ventennio che nel discorso fatto dalla Cortellesi.
In effetti, la prima Presidente del Consiglio donna della storia repubblicana una citazione, se non altro per coerenza filologica, pure se in ipotesi antipatizzata dal dinamico duo quirinalizio, l’avrebbe meritata.
Anche se non riesco a capire dove la si sarebbe potuta inserire, considerando che tutto il discorso alla fine ci tiene a far capire che la sua elezione, non come donna ma come “destra”, è uno sfortunato incidente di percorso lungo la gloriosa storia italiana nata dalla resistenza e dai partigiani e dalla lotta al fascismo e aggiungere fascismo a piacimento.
O forse, è una ipotesi, pur non nominata, lei c’era, quando c’era lei, caro il mio lei. Perché quel discorso sembra talmente agonistico e retoricamente antagonistico da lasciar pensare che l’omissione sia quasi il minore dei mali.
Però tutta questa storia, l’omissione ma pure il discorso insopportabile che in certi temi e toni appare un attacco nemmeno tanto indiretto alla parte politica che oggi governerebbe, è l’ennesima lezioncina sbattuta in volto a chi pensava che egemonia culturale o arte di governo non fossero altro che esercizi museali, un paio di mostre organizzate con piglio notarile, il mantra dell’egemonia recitato come le preghiere dopo la confessione, e via, andare.
Si dice che si cerchino i colpevoli, che in Rai ma pure a Chigi, lato Cerimoniale, ci si domandi perché nessuno sapesse di quella omissione. «Voi sapè la procedura?», domandava Alberto Sordi al falegname Aronne Piperno, nel Marchese del Grillo. E allora, ecco, spieghiamola la procedura.
Se nomini in giro, dalla Rai fino all’ultima partecipata statale, gente che non ha idea di come vada il mondo bizantino delle amministrazioni, se non hai occhi che controllino e osservino e soprattutto non hai persone che con grande galateo istituzionale, felpato contegno istituzionale e prussiana decisione occhieggino i discorsi e voci che dicano, bè ragazzi miei, ma io capisco che la Presidente, anzi Giorgia, non vi sia simpatica ma non vi pare troppo ometterne il nome? Io lo dico per voi, per serietà storica, per non farvi figurare come troppo presi dall’afflato tribale della parte politica considerando che sedete su un alto colle, poi per carità, fate come meglio credete e non sarò certo io a ingerirmi con la vostra verve creativa la quale in questo profluvio tonitruante di fascismo omettendo il nome della prima Presidente del Consiglio donna sembra quasi suggerire che ci sia del fascismo pure in lei, tanto da non doverla nominare.
Lo avrebbe saputo per tempo, almeno. Lo avrebbe rappresentato alla committenza politica di governo (leggasi: Giorgia). Avrebbe instillato il dubbio dell’inopportunità, storico-filologica, di quella mancata presenza, nel cuore dei redattori, per le motivazioni dette.
Questo, i frequentatori delle segrete stanze lo sanno bene, avviene per ministeri, agenzie statali, autorità di ogni tipo e pure in Parlamento: andatevi a riprendere le prime bozze di discorsi istituzionali, celebrazioni, commemorazioni scritti da burocrazie indigene e vedrete quanto lavoro ci si è dovuto fare sopra per depurarli da un aroma di leninismo burocratico.
A volte non si è captato prima, non ci si è lavorato sopra, e si è finiti così a sentirsi sciorinare le virtù di personaggi disparati la cui unica sostanza pareva l’aver sbarrato il cammino alla destra in Italia, da Berlusconi in poi.
Dover leggere, oggi, della Meloni infastidita, rabbiosa, indispettita, ognuno poi ricostruisce con cinquanta sfumature di intensità dell’arrabbiatura, fa sorgere solo un abissale quesito: governate da oltre quattro anni, maggioranza solida, governo longevo, e possibile, possibile, che tutto ciò che sappiate fare è mangiarvi i gomiti per l’arrabbiatura? Non è mica la prima volta, poi. Fosse la prima volta uno ci passerebbe sopra, una sbavatura, un foro nel muro, ci possono stare. Ma no, questo è il sistema, la prassi.
E tutto quel che sembra poter e saper fare il centrodestra è andare dietro in processione, la processione dell’indignazione, come fossero tutti, parlamentari, esponenti di governo, commentatori simpatizzanti, dei passanti che non sono mica al governo, che non hanno responsabilità e potere di decidere, scegliere, selezionare.
No. Gli è rimasta a quanto pare solo la biliosa esacerbazione perché altri, non eletti da nessuno, esercitano il potere. Lo esercitano Stati profondi e acquitrini burocratici e scrittori e attrici e chiunque, ad eccezione loro.
Proprio per questo acquista nuova luce, davanti gli occhi, un filmato che Fratelli d’Italia ha realizzato in occasione del 2 giugno e di quel voto che le donne esercitarono, dopo il riconoscimento del marzo 1946 e le amministrative: una sorta di C’è ancora domani in versione Telenovela Piemontese, e chi si ricorda Mai Dire TV saprà, per tutti gli altri andate a cercare su YouTube e ridetene, un neorealismo turco epifanico con tanto di sogno da peperonata istituzionale.
C’è una donna disillusa e triste che si corica, poter andare a votare non la emoziona, non cambierà niente, poi però di notte, chissà che ha mangiato a cena, le appare il futuro, e questo futuro contiene al posto dei fantasmi dei Natali passati presenti e futuri donne ascese ai vertici dello Stato e nel novero c’è pure Giorgia (Meloni, in FdI si cerca sempre di dire solo “Giorgia” per lasciar intendere una prossimità amicale). A differenza invece del monologo della Cortellesi, dove è stata omessa.
Visto adesso, dopo la polemica, sembra un tentativo di giustificarsi a posteriori. Ma è stato fatto prima! Si dirà, giustamente. Ma ingiustamente alla gente non gliene frega niente. Se lo trovano davanti, adesso, sulle piattaforme social e sghignazzano, pensando sia la reazione in house, tipo quando vai in un negozio di premi e trofei a far preparare la coppa per il settimo classificato perché tuo figlio arriva sempre in fondo e vuoi dargli un contentino.

(lespresso.it) – Il presidente colombiano Gustavo Petro s’infuria con Giorgia Meloni. Il motivo? Una chiamata tra la presidente del Consiglio e Abelardo de la Espriella, il candidato conservatore in testa al primo turno delle elezioni presidenziali e che il prossimo 21 giugno sfiderà al ballottaggio il senatore progressista Ivan Cepeda.
Duro il post sui social del leader uscente. “Meloni te lo dico dico dalla Colombia: o Mussolini o le brigate di Giuseppe Garibaldi. Noi siamo le camicie rosse di Garibaldi”. Nello stesso post, Petro ha tirato in ballo anche Hitler e Goebbels e poi ha aggiunto: “L’obiettivo sono le riforme sociali per rendere realtà la costituzione del 1991. Il resto è un invito al suicidio nazionale o a scegliere i carnefici del narcoparamilitarismo”.
Nella conversazione telefonica, Abelardo de la Espriella ha garantito a Meloni l’impegno a “costruire una stretta relazione di cooperazione” tra i due Paesi, “rafforzando il commercio, la sicurezza e la lotta congiunta alla criminalità organizzata”. De la Espriella, che ha anche cittadinanza italiana, ha ringraziato Meloni, “simbolo di leadership e determinazione, che ha promosso importanti trasformazioni in un Paese che occupa un posto speciale nel mio cuore: Italia”.
Il candidato conservatore assicura che con Meloni “condivide la difesa dei valori e principi che hanno dato forma alla civiltà occidentale: la libertà, la dignità umana, la famiglia, il rispetto della legge e le radici giudaico cristiane su cui si sono fondate le nostre istituzioni e le nostre democrazie”. Sono “convinto”, ha scritto De la Espriella su X, “che le nostre nazioni possano lavorare assieme per creare prosperità, proteggere i loro cittadini e rafforzare i valori della democrazia e della libertà”. “Grazie mille, Presidente Meloni”, ha concluso in italiano De la Espriella.
Nel botta e risposta interviene oggi il capo delegazione di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza: “Petro se ne faccia una ragione: il vento del cambiamento soffia forte in tutta l’America Latina e c’è da sperare che anche i colombiani scelgano la libertà dal comunismo… senza se e senza ma!”.

(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Ogni tanto sull’inutile e fazioso Corriere si trova qualcosa di buono da leggere. Le paginate della Gabanelli, quelle di Pagnoncelli, qualche decente articolo in Cultura. Oggi Vasili Kashin, studioso russo e grande esperto di geopolitica russa, accreditato al Cremlino, spiega a Marco Imarisio perché la guerra resta in stallo. Sostanzialmente un pareggio. Modestamente ve lo raccontiamo da anni, e con gli stessi argomenti. Supremazia ucraina in logistica, intelligence e telecomunicazioni. Impossibilità, e non volontà, russa di occuparne il residuo territorio ostile, dopo il mancato regime change. E ancora: superiorità russa nei cieli e nella missilistica, ben bilanciata però dai droni ucraini a medio e corto raggio.
In sintesi: stallo e guerra infinita che devono e possono concludersi con una tregua e una spartizione. Del resto storica e fisiologica, con le zone russe alla Russia, Crimea russa inclusa: un quinto del Paese che stava in Ucraina a condizioni pattuite e negoziate. E un’Ucraina centro-settentrionale garantita da un ombrello euro-NATO, con accesso al mare via Dnepr fino a Odessa, città libera ucraina.
Che cosa si oppone a tutto questo? Ben più dei falchi russi, in minoranza: a opporsi è questa Europa del Rearm Readiness di von der Leyen, con la pretesa di integrare Kiev nel nascente complesso militare-industriale europeo, come antemurale armato a est e a difesa di interessi bellici, energetici e agroalimentari. E con la richiesta simultanea di fare da peacekeeping, ma con volontari boots on the ground!
Ora il messaggio del Cremlino appare più che mai chiaro. Ancora una volta. Con questa intervista, che qui postiamo. Ovvero: le vie sono due. O la sanzione diplomatica dello stallo e del pareggio, oppure la guerra infinita, con il continente inchiodato alla distopia perenne di un’economia da escalation militare, a ovest e a est, in luogo della cooperazione.
Mosca, come dice oggi anche Zelensky, deve accettare di fermarsi sulla linea del fronte raggiunta. L’Ucraina, a sua volta, può entrare in Europa, ma deve rinunciare a essere l’officina integrata del riarmo europeo e la sua punta avanzata nelle costole russe. Sarebbe tempo che anche il Pd cavalcasse questa linea giusta e realista in Europa. Ne va della sua stessa identità strategica in Italia e a Bruxelles, oltre che del suo ruolo trainante del campo alternativo alla destra.
La strategia di Meloni è fallimentare tra tassi, crescita dimezzata e Superbonus: ecco perché pagheremo tutti. Il rapporto debito/Pil italiano potrebbe toccare il 138%, superando anche la Grecia. Non è un caso, l’Italia non è sull’orlo del baratro, ma la distanza si sta accorciando. Ecco perché

(di Andrea Muratore – mowmag.com) – Nel 2026 c’è la possibilità che l’Italia tocchi un rapporto debito/Pil pari al 138%, superando i dati consolidati per il 2025 che lo prevedono al 137%, record storico per tutti i periodi non coperti dallo shock della pandemia di coronavirus. Le statistiche del Fondo Monetario Internazionale lasciano presagire che il Belpaese possa sorpassare la Grecia e distaccare gli altri Paesi del Mediterraneo e il dato ha a che fare con il sovrapporsi di tre circostanze. Primo punto: è in atto il pesante riflusso della lunga fase di oltre tre anni in cui il debito ha viaggiato col vento in poppa rispetto al passato. Quando si è insediato il governo Meloni, nell’ottobre 2022, il decennale italiano rendeva il 4,9%. Negli anni, nonostante una fase critica sul fronte dei tassi e dell’inflazione, il rendimento era sceso fino al 3,38% del 23 febbraio.
Poi, la guerra in Iran ha causato un degrado del quadro macroeconomico europeo portando a impennarsi la curva dei bond del 10% circa in tutta Europa. Risultato: in poco tempo si è tornati al 3,8% di rendimento in una fase in cui, venendo al secondo punto, si erode la crescita. Il rapporto debito/Pil è sotto stress sul fronte del numeratore in crescita e del denominatore che non sta al passo. L’Ocse ha tagliato le prospettive di crescita per l’Italia allo 0,5% nel 2026 e inoltre, come dimostrato dalle recenti critiche del Financial Times, anche il Pnrr non sembra aver dato, alla prova dei fatti, l’impatto decisivo sulla crescita che si sperava. Il terzo punto è dato da un contesto macroeconomico globale tutt’altro che favorevole. Roma subisce l’inflazione energetica (che ha portato i rincari al 3,2%) come fattore di compressione della competitività e al contempo si trova a dover fare i conti con dazi, guerre commerciali e tensioni geopolitiche come ulteriori fattori di rischio. In tal senso, il Paese è difeso dalla tenuta della manifattura e dell’export, che l’hanno reso la quarta potenza globale del settore, e sui 65 miliardi di euro di surplus annuo della bilancia commerciale si gioca l’intera rendita di posizione del Paese e molto della sua capacità di restare competitivo.

Il debito, poi, è vittima “narrativa” del mancato raggiungimento da parte del governo del target del 3% nel rapporto deficit/Pil e della conseguente uscita dalla procedura d’infrazione europea. Un colpo narrativo, in un’epoca in cui la narrazione è tutto. Tecnicamente, tra il 3 e il 3,1% di rapporto deficit/Pil non cambia molto. Ma, al netto dello scivolone dell’attacco di Meloni all’Istat (Ball don’t lie, data neither), politicamente in quello “zero virgola” passa molto: passa il cortocircuito di una strategia di austerità con cui Meloni ha provato a garantire stabilità e che si è riversata, invece, in una percezione di immobilismo. Passano potenziali, ulteriori, incrementi del rating che per ora non ci saranno. E passano dunque miliardi che saranno pagati in interessi e debito. L’Osservatorio Conti Pubblici della Cattolica di Milano aggiunge poi un dettaglio tecnico che pesa sul debito: “Si tratta dell’effetto ritardato dei crediti d’imposta del Superbonus, che impattano contabilmente sul debito al momento del riscatto, e quindi dello sconto fiscale per il cittadino e della mancata entrata di cassa per lo Stato (dal 2024 in poi), e non quando sono stati concessi (tra il 2021 e il 2023, quando infatti il residuo frena la crescita del debito)”.
Eterno paradosso di un Paese dove le scelte di ieri le pagano le politiche di domani e a cui oggi servirebbero risorse per investire. Il dato positivo è che in questa circostanza la spirale degli interessi non è esplosa e dunque l’Italia non rischia una situazione paragonabile al 2010-2015, quando forti rincari dei tassi fecero accumulare gli interessi. Parimenti, il problema del debito non riguarda solo il nostro Paese: tutto l’Occidente è in una spirale debitoria crescente. Nel G7 Giappone (Debito/Pil al 249%, per quanto in larga parte in mano ai cittadini nipponici), Usa (123%), Francia (116%) e Canada (114%) fanno compagnia all’Italia nell’avere un debito eccedente il Pil, mentre la Germania (63,5%) è comunque sopra la soglia europea di equilibrio del 60%. A Parigi l’accumularsi di crisi politiche e di gap di riforme che l’Italia ha fatto in tempi più duri, come sulle pensioni, crea una spirale di crescita notevole. Negli Usa le spese dal Covid-19 in avanti stanno creando una valanga che porta gli interessi sul debito a superare la spesa militare. Il mondo è sempre più indebitato e lo sarà ulteriormente ora che nuove politiche energetiche, intelligenza artificiale e difesa chiameranno nuovi investimenti e in molti Paesi la piramide demografica cambierà spingendo una quota di lavoratori decrescente a dover mantenere un sistema pensionistico ipertrofico. In tal senso, ciò rassicura l’Italia: sempre più Paesi dovranno al resto del mondo più dicò che producono. E questo renderà Roma sempre meno un’anomalia e sempre più la regola. Chi verrà mai ad esigere qui crediti, però? Questa resta la grande domanda. Insoluta, probabilmente, fino al prossimo shock dell’economia globale

(di Marcello Veneziani) – Figuratevi se conta qualcosa essere esclusi da un festival letterario, a Salerno o dove volete voi. Anzi, ti si nota di più se vieni epurato. Escludere Erri De Luca perché ha negato il genocidio di Gaza e si è schierato dalla parte dei sionisti, inverte un canone. Di solito era lo stesso De Luca a interpretare il ruolo di Anima Bella, col suo volto scavato e sofferto alla Eduardo, rispetto al mondo circostante; stavolta invece i ruoli si sono invertiti e De Luca ha pagato il suo mancato allineamento al coro. Dal mio punto di vista De Luca ha torto, ma è importante che io premetta: dal mio punto di vista. Non ho nessuna pretesa di erigermi a fonte unica della Verità Assoluta. Esprimo idee, le firmo, mi assumo le responsabilità conseguenti. Stiamo parlando di valutazioni, libere opinioni; la mia, la tua, la sua. Non stiamo stabilendo l’Unica Opinione Fondata e Autorizzata rispetto a cui le altre non hanno diritto di espressione e di asilo. Ho nausea a ripetere queste cose così banali e scontate, dovrebbero essere di comune evidenza; è come se all’università ti fanno tornare in prima elementare: ma visti i fatti, evidentemente scontata non è la libertà di opinione e il suo significato: pensarla diversamente e dirlo pubblicamente, senza subire censure. Poi se commetti un reato, se calunni o diffami qualcuno, sarai condannato; ma finché esprimi punti di vista, dovresti poterli dire senza colpo ferire.
La motivazione per l’esclusione di De Luca è attinta direttamente dal prontuario woke: la sua opinione urtava la suscettibilità di tanti ospiti che la pensano diversamente, è troppo divisiva. Ma se non è ammesso dividersi non c’è libertà d’opinione; c’è catechismo. E se non la pensi come gli altri, fossero pure la maggioranza, non li stai insultando, offendendo, picchiando; esprimi solo un diverso punto di vista. Se urta la tua suscettibilità chi non la pensa come te, hai problemi tu, non lui. Tu puoi esprimere la tua opinione nel merito e dire che su quel tema sta sbagliando, come penso anch’io.
Ma la questione è ben più vasta e radicale anche se altrettanto banale e superficiale. Erri De Luca era stato invitato a De Luca City (il suo omonimo sindaco e rifondatore della Città) in quanto membro della parrocchia. Ora, avendo commesso un peccato rispetto al catechismo, la parrocchia lo esclude. Come ha censurato Francesco De Gregori ed Enrico Ruggeri, cantautori dalla mente libera. E come si censurano artisti, musicisti e atleti russi, israeliani, iraniani.
Altri autori sono esclusi a priori da queste rassegne perché non fanno parte della parrocchia; hanno altre idee, altre opinioni, dunque non invitiamoli, non recensiamoli, ignoriamoli. Di quegli altri nemmeno si parla, dei loro libri e opere figuriamoci, non esistono. Ai premi letterari non ne parliamo. E dove sono obbligati, per ragioni di sponsor e di istituzioni, a simulare un po’ di pluralismo, li ammettono in qualche sottoscala delle loro rassegne. Ma non siamo in un regime totalitario e da noi anche l’intolleranza è temperata dall’inefficienza, da qualche maglia larga o bucata, da distrazioni, ignoranza o dal buon rapporto personale, da qualche scambio di favori, dalla micioneria amicona dell’autore che ha opinioni non conformi. È possibile che qualche pesce piccolo sfugga alla rete della censura. Ma la censura c’è, eccome. Solo che avvenendo a priori, non si può nemmeno citare.
Passano i decenni, tramonta il comunismo, arriva l’intelligenza artificiale, ma quell’intolleranza c’è ancora, con la relativa epurazione; funziona bene quando è fatta a priori, così non se ne accorge nessuno. Escludere dopo aver invitato, invece, è una gaffe. Ed escludere uno che comunque è della parrocchia è un errore. Molte delle critiche di altri scrittori alla censura del festival di Salerno, lette in filigrana, dicono proprio questo, senza dirlo. È un compagno che sbaglia, è dei nostri, non è mica un conservatore, un reazionario, un fascista o comunque un destrorso, ha la patente di Vero Scrittore perché risponde ai requisiti richiesti, è stato beatificato in poltrona dal Sant’Uffizio di Fazio, non possiamo revocarla. Questa mentalità intollerante, censoria, ai limiti dell’associazione mafiosa, è tipica del mondo culturale e politico di sinistra. Diciamolo, senza mezzi termini.
E nei paraggi di quella che per convenzione chiamiamo destra come si comportano? È interessante studiare quell’altra parte. Ci sono due particolarità. La prima è che non gliene frega niente della cultura, delle idee, dei libri, e dunque non sono intolleranti perché sono indifferenti. A loro non importa nulla di quella roba là, e se vuoi dare una connotazione positiva a questo loro deficit, dirai che si occupano di cose concrete, sono realisti. Magari poi non realizzano un bel nulla, ma per esempio sono bravi a durare al potere, a costo di negare pure la loro madre…
Poi c’è una seconda caratteristica che li contraddistingue. Se dispongono di un potere culturale puntano a compiacere quelli della parte avversa, la prima cosa che fanno è tenerseli buoni, si allineano pure alle loro esclusioni o emarginazioni, anche ai danni di coloro che la pensa(va)no come loro (pensare, una parola grossa). Così loro la scampano, la sfangano, o perlomeno pensano di farla franca, di essere risparmiati. Sono inadeguati al ruolo, non vogliono sfigurare e dunque accettano quel che passa il convento e la conventio, anche quella ad excludendum. Anche loro sono intolleranti ma verso la loro stessa parte, ossia verso chi avendo libere opinioni è reputato traditore, disertore, infame. Questa tiritera dura da tempo, la osservo ormai da lontano e da straniero.
Ma cosa pensi di De Luca? Ho letto poco di lui, e quindi esprimo un giudizio parziale, su un paio di libri letti. Alcune sue pagine mi sono piaciute e, a differenza della parrocchia che ignora chi non fa parte del circoletto, le ho pure citate; ma di solito non mi piace, non mi interessa ed esprime idee che non condivido. Forse è sopravvalutato, ma è un parere, non leggo molto di narrativa e ho letto troppo poco di lui per poter esprimere giudizi compiuti; è solo un punto di vista. Già i punti di vista, quello è il problema: a sinistra ne vedono solo uno e a “destra” non ne vedono nessuno. Ma i punti di vista esistono al plurale e sono un segno di libertà, intelligenza e dignità.