Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Premio di truffanza


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Il Regno Unito ha la stessa legge elettorale dal 1832, gli Usa dal 1845, la Germania dal 1956, la Francia dal 1958. Noi, furbi, ne abbiamo cambiate 9 in 80 anni di Repubblica: 3 nella Prima e 6 nella Seconda. E continuiamo. Nel 1993 si passa dal proporzionale con preferenza unica al sistema misto Mattarellum: 75% di seggi maggioritari (vince il più votato nel collegio) e 25% proporzionali (ogni partito ha tot […]


L’11 settembre fu un falso allarme?


(di Marcello Veneziani) – Come si annunciò funesto il nuovo millennio quell’11 settembre di venticinque anni fa, con lo spettacolo così esagerato da sembrare finto, di due aerei che si infilavano in due grattacieli, detti Torri Gemelle e poi venivano mangiati dal fuoco, nel pieno centro di New York. Sembrò l’inizio dell’apocalisse, la profanazione della Superpotenza mondiale in casa sua, come mai era successo, l’insicurezza di vivere trasmessa a tutto l’Occidente. Il passaparola che ne derivò fino a diventare un mantra fu che niente da quel momento sarebbe stato come prima. E invece molto tornò come prima, la guerra globale non venne, l’apocalisse dopo il trailer di NY non venne. Dobbiamo avere la cruda franchezza di dirlo: si trattò di un gigantesco, doloroso falso allarme. Si apriva in modo spettacolare e feroce il terzo millennio annunciando la terza guerra mondiale. Non tra est e ovest ma tra nord e sud del pianeta, non tra due ateismi, uno pratico e l’altro ideologico come era il comunismo ma tra due civiltà venute da due religioni, di cui una appariva come giudeo-cristiana. Con la perdita dell’invulnerabilità dell’America in casa sua pensavamo di entrare in uno scontro di civiltà. Eravamo rassegnati a veder precipitare le cose, sembrava una valanga inarrestabile, un po’ come il 1939 o il 1914.

Per fortuna ci sbagliammo. L’11 settembre non fu l’inizio di una guerra mondiale ma l’apice, la fase più acuta di un fenomeno terribile e molecolare, che non configurava i prodromi di una guerra ma un imprevedibile stillicidio: il serpeggiare del terrorismo. Allora pensavamo che il peggio dovesse ancora accadere. Invece, il peggio, perlomeno quel peggio, passò. E le guerre hanno continuato senza evocare scontri di civiltà. Negli anni seguenti la psicosi fu alta e diffusa, gruppi di fanatici lampeggiavano qua e là coi loro focolai di odio e distruzione, l’attesa di attentati è stata mille volte più alta di quel che è realmente accaduto; ma pochi furono gli strascichi, a Londra e Madrid e poi Parigi e pochi altri episodi, anche cruenti. Ma non abbiamo visto moltiplicarsi le due torri distrutte, non abbiamo visto orde di fanatici, come cantava Battiato, invadere le terre degli infedeli. Arrivò qualcuno alla spicciolata nascondendosi sotto la pancia dell’immigrazione, ma i terroristi islamisti più noti erano cresciuti in Occidente e mescolavano fanatismo integralista d’importazione e fanatismo giacobino di marca occidentale.

Vedemmo al seguito un paio di guerre, in Afghanistan e in Iraq ma guerre preventive, mosse dagli Usa e dall’Occidente, la seconda più discutibile, morte di Saddam inclusa. E da ultimo, nei nostri giorni, l’attacco all’Iran. 

Nulla ha superato in spettacolare efferatezza l’attentato dell’11 settembre; ci furono stragi, minacce e presentimenti, lupi solitari, prevenzioni e falsi allarmi, o allarmi sventati. L’emergenza Medio Oriente è rimasta, con ruoli e attori mutati, e col permanente focus sulla striscia di Gaza e i territori occupati. 

L’11 settembre incise più nella mentalità globale che negli assetti mondiali e nella storia. L’egemonia planetaria dell’America è rimasta con le stesse cadute ma sempre più ristretta a contrastata; l’antiamericanismo, che si era sopito all’indomani dell’11 settembre quando tutti si proclamarono americani per solidarietà col Paese colpito, ha ripreso in Occidente e nel resto del mondo, trovando anche validi argomenti. E dall’altra parte, l’Islam non si è unificato, non ha seguito bin Laden, Daesh, gli ayatollah, non ci sono Stati islamici che minacciano l’Occidente. Il mondo islamico ha continuato a dividersi. E le varianti all’integralismo sono tante, tra nazionalismo, modernizzazione, islamizzazione ibrida. 

Non dirò allora che tutti, da Bush ai teocon e ai nostri atei devoti, si erano sbagliati, che Oriana Fallaci aveva perso il suo tempo a suonare l’allarme, che gli apparati militari e polizieschi si mobilitarono per nulla, che le file interminabili agli aeroporti per i controlli, soprattutto negli Usa, fossero ingiustificati. Altro che, il pericolo c’era… Ma la guerra non c’è stata, i barbari interni all’Occidente hanno ripreso il sopravvento sulla paura dei barbari esterni; e chi diceva che l’Islam sarà il comunismo del XXI secolo, ribaltando una vecchia teoria, si è sbagliato, perché la Cina, ad esempio, è il nuovo antagonista globale del XXI secolo e l’Islam non c’entra. C’è ancora irrisolto e tremendo il nodo Russia, non si capisce bene come si svilupperanno le altre potenze regionali, e l’insofferenza dei paesi non allineati verso un Nuovo Disordine mondiale.  

Comunque non fu Dio il mandante dell’Orrore e del Terrore, alle Torri Gemelle e altrove,  come credono sciami di atei; non sono le religioni a insanguinare il pianeta, ma sono i fanatici che usano religioni, ideologie o interessi vari per spargere sangue ed esercitare la loro volontà di predominio. Ogni segno di tradizione cancellato per forza e per legge è un’offesa all’uomo, alla sua civiltà e un incitamento ai fanatici a reagire e a imporlo poi con la forza. Lasciate che i costumi cambino col maturare del tempo e delle situazioni, senza forzature progressive o regressive, comunque repressive. Non restaurare, non rinnegare…   

Non dirò che l’allarme suonato dopo l’11 settembre fosse un effetto propagandistico per tenere unito il mondo sotto l’America, dopo che aveva perso il suo antagonista sovietico; non dirò, come sostenevano gli stessi neocon, che l’Islam fanatico è stato utile all’America per risvegliare la rabbia e l’orgoglio; non dirò che dietro tutto ci sono solo gli interessi petroliferi, militari e strategici degli Usa o di altri soggetti che hanno pompato il pericolo e tantomeno seguirò i complottisti di allora che parlarono dell’11 settembre come di un evento inesistente, una fiction pilotata dalla stessa America, più ambienti giudaici…I fanatici sono tanti e gente disposta a morire per farci morire ce n’è ancora tanta, in numero impressionante. Ma le aspettative tragiche dopo l’11 settembre non si sono avverate, l’allarme ha superato di gran lunga la realtà. E il nemico principale dell’Occidente è ancora l’Occidente, il suo nichilismo, la sua depressa vitalità, la sua perdita di lucidità e il suo ripiegare nell’egoismo.

Oggi rivedo quelle immagini di due aerei che bucano i due grattacieli e per un attimo prescindo dai terroristi, dal fanatismo islamico: tutto mi appare come un simbolo tremendo di un cortocircuito della modernità, una specie di tecnologia impazzita che si serve di folli terroristi per portare a compimento la sua facoltà di annientamento e distruzione dell’umanità, imponendo l’avvento disumano della Tecnica. A vederlo così sembra un caso di Intelligenza Artificiale ammutinata ai comandi, che distrugge l’umanità, come nelle denunce Anthropic di questi giorni, e si serve di personale fanatico per realizzare il suo disegno antiumano. Poi ritorno alla storia vera dell’11 settembre, inclusi alcuni misteri irrisolti, e concludo: la fine del mondo, con annesso giudizio universale, è stata rinviata a data da destinarsi. Però non rilassatevi…


Le torri e il muro


(Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Quando, venticinque anni fa, le Torri Gemelle furono abbattute, in giro per il mondo cominciò a salire un muro fatto soprattutto di leggi, spesso anticostituzionali e certamente liberticide, cresciuto per un quarto di secolo senza mai fermarsi. Non è solo un’immagine, che si potrebbe definire anche retorica: è una sequenza di date ben allineate. Che inizia poco più di un mese dopo.

Il 26 ottobre 2001, quarantacinque giorni dopo gli attentati, il titolo quarto del Patriot Act approvato in fretta e furia sull’onda dell’emozione si intitola “Protecting The Border” e prevede già misure sui migranti irregolari, non solo sui terroristi. L’anno dopo nasce il Department of Homeland Security, dalla cui riorganizzazione vengono al mondo ICE e CBP, le sigle che oggi danno la caccia ai clandestini per conto di Trump. Il muro col Messico che lui userà come bandiera elettorale non lo ha inventato: il Secure Fence Act lo autorizza già nel 2006, per 1.125 dei 3.169 chilometri di confine. Lui lo ha solo ereditato e allungato.

In Italia la sequenza è più delicata, perché non parte da zero l’11 settembre. La linea dura sull’immigrazione la scrivono Bossi e Fini già il 19 luglio 2000, come proposta di iniziativa popolare, oltre un anno prima delle Torri, da un banco d’opposizione al governo di centrosinistra: una proposta di minoranza, uno dei tanti cavalli di battaglia con cui la destra tiene viva la sua base. Poi arriva l’11 settembre, e il 2 novembre 2001 quello stesso impianto torna in Senato come disegno di legge del governo Berlusconi da poco insediato. Nel frattempo l’Italia si è già dotata di una sua legge antiterrorismo, la 438 del 15 dicembre 2001. La Bossi-Fini viene promulgata il 30 luglio 2002 ed entra in vigore il 10 settembre: il giorno prima del primo anniversario delle Torri. Da proposta residuale a legge dello Stato, in tredici mesi, con l’urgenza presa in prestito da un altro continente.

È lo stesso periodo in cui cambiano le parole. Fino agli anni novanta chi arrivava scappando si chiamava esule, o profugo: parole che portavano dentro il diritto di essere accolti, il ricordo degli italiani stessi in fuga nel Novecento. Poi diventano migranti, termine più neutro. Poi migranti irregolari. Poi, semplicemente, clandestini, un aggettivo penale travestito da sostantivo, che sposta la persona dal campo del bisogno a quello del reato. E infine si inventa la distinzione più utile di tutte: il migrante economico, quello che non avrebbe diritto di essere qui, da tenere separato per contratto dal profugo, l’unico che un trattato internazionale obbliga ancora ad accogliere. Non è mai stata una differenza semplice da tracciare nella vita reale di chi attraversa un deserto o un mare; è però comodissima da tracciare su un modulo, ed è lì che serve.

La seconda scossa arriva quindici anni dopo, e stavolta parte dall’Europa. Charlie Hebdo a gennaio, il Bataclan il 13 novembre 2015, centotrenta morti; due mesi dopo Colonia, la notte di Capodanno. È in quella finestra che l’AfD tedesca smette di essere un partito anti-euro e diventa quello che è oggi, che la Le Pen di allora getta le basi del Rassemblement National, che il Regno Unito matura il referendum sulla Brexit, anch’esso in parte un muro. Il meccanismo del 2001, un trauma reale usato per legittimare una chiusura già scritta, si ripete quasi identico, con un solo cast di attori diverso.

E qui viene la parte più scomoda, quella che riguarda chi si oppone a tutto questo a parole. L’infrastruttura non l’ha smontata nessuno, nemmeno quando è tornato al governo il mondo presunto progressista, a cominciare dall’abolizione della Bossi-Fini annunciata e mai attuata. Nel febbraio 2017 è il governo di centrosinistra di Gentiloni, su spinta del ministro dell’Interno Marco Minniti, a firmare con la Libia di Sarraj l’accordo che finanzia la guardia costiera libica, quella che negli anni successivi riporterà indietro decine di migliaia di persone verso centri paragonati a lager. Lo stesso anno, sempre un governo di centrosinistra, converte i vecchi centri di identificazione ed espulsione in centri di permanenza per i rimpatri. Minniti la giustificò parlando di tenuta democratica del paese. Vent’anni prima quella stessa preoccupazione aveva un nome diverso e veniva da un altro emisfero politico: il risultato, sulla pelle di chi arriva, cambia sorprendentemente poco.

Sono passati venticinque anni da quando le Torri furono abbattute. Il muro che ci è cresciuto intorno, nel frattempo, non lo ha voluto una sola parte politica: lo ha voluto la destra, e la sinistra lo ha lasciato in piedi. Forse è l’unica vera eredità bipartisan di questo quarto di secolo.


La Commissione UE ai Paesi membri: tagliate quello che volete, ma non il riarmo


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – «Abbiamo proposto uno stanziamento di 131 miliardi di euro per la difesa, la sicurezza e lo spazio. Dobbiamo mantenere alta l’ambizione e portare a termine il nostro progetto». Così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha lanciato un appello agli Stati membri, in un intervento che sembra assumere i contorni di una risposta alle richieste dei governi nazionali. Questi ultimi hanno infatti chiesto alla Commissione di ridurre i 2.000 miliardi di euro previsti nella proposta dell’esecutivo, nell’ottica di un bilancio «sostenibile e realistico». Per i Paesi firmatari, nessuna voce dovrebbe essere risparmiata e «tutte le rubriche di bilancio dovrebbero contribuire a tali riduzioni». Di fronte a queste richieste, il messaggio della Commissione appare chiaro: l’obiettivo è preservare i finanziamenti destinati alla difesa, nonostante, per ammissione della stessa presidente, essi siano «cinque volte superiori ai fondi attualmente disponibili».

Le parole della presidente von der Leyen sono giunte a margine del summit sullo spazio di Parigi, uno degli eventi più importanti per il settore, che negli anni ha assunto sempre più i contorni di un appuntamento diplomatico informale. Il tempismo non pare casuale: appena due settimane fa, i governi di Germania, Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui chiedono alla Commissione di rivedere i fondi previsti per il periodo 2028-2034, che ammontano a quasi 2.000 miliardi di euro: «In un momento in cui praticamente tutti gli Stati membri stanno attuando dolorosi interventi di consolidamento fiscale, il bilancio dell’UE non può fare eccezione». Insomma, 2.000 miliardi di euro non sono briciole e «il ricorso a nuovo indebitamento comune non rappresenta la soluzione alle nostre sfide di bilancio né un’alternativa alle riforme strutturali».

La Commissione non ha ancora rilasciato una risposta ufficiale alla lettera dei sei Paesi europei. L’intervento di von der Leyen, tuttavia, affronta il tema centrale della loro richiesta: niente tagli, almeno per quanto riguarda la difesa. Alla presidente ha poi fatto eco il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, che ha lanciato un appello ben più diretto: «Abbiamo proposto di quintuplicare i fondi destinati alla difesa e allo spazio nel prossimo bilancio pluriennale dell’UE. Si tratta di una nuova priorità, ma la realtà è cambiata e le sfide sono evidenti: invito gli Stati membri a sostenere la nostra proposta». Tra le varie proposte nel settore spaziale figurano IRIS², «una costellazione multi-orbita per comunicazioni sicure», e soprattutto lo Scudo Spaziale Europeo. L’iniziativa punta a rafforzare i sistemi di difesa contro il jamming, ovvero il disturbo delle comunicazioni, e lo spoofing, cioè la falsificazione o manipolazione dei segnali, oltre a introdurre «azioni congiunte per colmare lacune critiche». Kubilius ha inoltre richiamato la presunta minaccia russa e il ruolo delle tecnologie spaziali per la localizzazione e il tracciamento nella guerra in Ucraina.


Di Battista partito da Cuba per rientrare in Italia


(ANSA) – ROMA, 11 SET – Alessandro Di Battista, a quanto si apprende, è partito con un volo da Cuba per far rientro in Italia.

Il noto attivista era in territorio cubano per un reportage quando è stato ricoverato in seguito a forti dolori alla testa. Operato d’urgenza la scorsa settimana – quando sarebbe dovuto rientrare a Roma – è stato fino ad oggi in un ospedale di L’Avana.


I ladri di voti e lo spirito del tempo. Se ogni legge elettorale è fatta per essere cambiata


I ladri di voti e lo spirito del tempo. Se ogni legge elettorale è fatta per essere cambiata

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – PorcellumItalicumRosatellum. Domani, forse, Melonellum. Non fatevi ingannare dal rosario di questo latinorum da bar, siamo di fronte al codice della vergogna italiana. Questi nomi sono i lucchetti con i quali il potere scassina la democrazia, manomette le regole del gioco, abusa del proprio potere.

In Italia lo schema è ormai rodato: chi detiene la maggioranza parlamentare tende ad appropriarsi del diritto di cambiare la legge elettorale, col proposito, nemmeno tanto nascosto, di alterare il confronto e misurare le proprie capacità di vittoria utilizzando, come sistema di calcolo, le previsioni statistiche, i sondaggi. Che oggi non sono favorevolissimi al centrodestra, causa Vannacci.

Siamo giunti così al paradosso che la presidente del Consiglio festeggia il suo governo più longevo nella storia della Repubblica grazie proprio a una legge che le ha concesso i numeri parlamentari per occupare il suo ufficio senza interruzioni per un’intera legislatura, e, dopo una settimana appena dalla festa, fa approvare al Senato una legge che dovrebbe rendere stabile ciò che già appare così stabile da salire al primo posto nella hit parade della longevità politica.

La nuova legge elettorale serve a condizionare e possibilmente agevolare il governo di centrodestra e permettergli di mantenere in futuro la maggioranza. Punto.

Riuscirà nell’intento? In genere chi abusa del suo potere poi fa la fine dei pifferi di montagna: andarono per suonare e furono suonati. Il cambio della legge elettorale è politicamente una frode della fede pubblica ma – di più – è lo sterminio di ogni alito di reputazione della politica ed è la radice dove prende forma la cosiddetta antipolitica, il rigetto di questo sistema di rappresentanza popolare.

Oggi la premier, col suo Melonellum, tenta di cambiare le carte in tavola. Ci riuscirà? Forse sì, forse no.

Si era nel 2005 quando Silvio Berlusconi diede incarico a Roberto Calderoli, aitante leghista bossiano, oggi attempato ministro, di cambiare le carte in tavola. Calderoli si impegnò e riuscì a battezzare una legge fatta apposta per far perdere gli avversari del centrosinistra. “E’ una porcata” ammise candidamente lui medesimo, nella veste di ladro di voti. E da allora la legge si chiama Porcellum, l’odore (o la puzza) è sempre viva.

Come viva nel 2015 è la creatura renziana dell’Italicum, fatto apposta per tentare di arginare chi non fosse del giro vincente. Due anni dopo, 2017, il Rosatellum. Altro ribaltone, nel nome dell’estensore, Ettore Rosato, l’ennesimo della covata renziana poi convertitosi ad altra religione.

Oggi la regina Giorgia, monarca assoluta e madre del governo di legislatura, una cosa mai vista, picchetta la vecchia legge e promuove una nuova nel nome della stabilità.

Fa ridere, vero?


Meno libertà e più sicurezza: l’anima sepolta sotto la paura


Il “Patriot Act” doveva essere temporaneo, è ancora in vigore. Travolgendo un’idea di nazione

(Vittorio Macioce – ilgiornale.it) – L’ultima vittima era solo un’idea e la possiamo battezzare Thomas Jefferson. Le altre 2.977, quelle reali, sono finite in fumo o si sono lasciate cadere senza speranza dalle torri o sono morte dopo giorni di tormenti. Nessuna di loro vale meno di un’idea, di un principio, ma dopo 25 anni non possiamo non ricordare che il pensiero dei padri della Costituzione americana, Jefferson e gli altri, è stato seppellito sotto una coltre spessa e inesauribile di paura. Sono passati 44 giorni dall’undici settembre del 2001 e il Senato degli Stati Uniti approva il Patriot Act con novantotto voti a favore e uno contrario. Solo uno. Il giorno dopo il presidente firma. Quel testo è lungo centinaia di pagine che quasi nessuno, in quell’aula, ha letto. Non è pigrizia. È qualcosa di peggio, ed è il vero motore di questa storia: in quelle settimane studiare e leggere significava esitare, sembrare tiepidi. Alla Camera i pochi contrari nel campo repubblicano furono tre, e uno era un medico del Texas che si chiamava Ron Paul. Sono le uniche persone che quel giorno hanno fatto il loro mestiere, che consiste nel valutare le leggi prima di votarle, e per anni sono stati considerati stravaganti.

Chi scrisse quella legge sapeva benissimo che stava esagerando, tanto è vero che ci mise dentro le clausole di scadenza. Sedici disposizioni, le più invasive, dovevano decadere automaticamente il 31 dicembre 2005. Era la formula rassicurante di ogni emergenza: adesso serve, poi si vedrà. Il guaio è che quasi sempre l’emergenza diventa quotidianità. Nel 2006 quattordici di quelle sedici disposizioni sono diventate permanenti, e alle altre due è stata data una proroga. Uno dei pochi che provò a impedirlo, il vecchio senatore Robert Byrd, disse una cosa che vale la pena rubare: l’erosione della libertà non arriva quasi mai come un assalto frontale.

Ron Suskind l’ha chiamata la dottrina dell’uno per cento, e l’attribuisce all’amministrazione Bush: se esiste anche solo l’un per cento di possibilità che il sospetto sia fondato, trattalo come una certezza e colpisci.

Il diritto penale liberale poggia su un principio scomodo e magnifico: meglio dieci colpevoli liberi che un innocente condannato. È un principio inefficiente, costoso, e ogni volta che qualcuno muore sembra un lusso da azzeccagarbugli, ma è esattamente ciò che separa uno Stato di diritto da un apparato di sicurezza. La dottrina dell’uno per cento dice il contrario: meglio novantanove innocenti dentro che un colpevole fuori. Una frase così, pronunciata una volta ad alta voce, non si ritira più. Diventa metodo. A Guantanamo gli interrogatori più duri presero un nome tecnico, ebbero un protocollo, dei tempi, un numero massimo di ripetizioni. Poi tutto questo è sceso nel quotidiano, che è il posto dove le leggi diventano abitudini. Qui il rovesciamento si è tradotto in una faccenda semplicissima: non è più lo Stato che deve provare che tu sei colpevole, sei tu che devi dimostrare ogni giorno di non essere sospetto. Al varco, allo sportello, alla frontiera, davanti al lettore biometrico. Nessuno ti accusa di niente. Ti chiedono soltanto di provare, ogni volta, di essere quello che dici di essere.

Chi è nato dopo trova tutto naturale, ed è la parte più difficile da spiegare a un venticinquenne: che è esistito un mondo in cui nessuno ti chiedeva nulla, e non era considerato un mondo pericoloso. Era considerato semplicemente casa. La paura poi ha cambiato indirizzo. È successo l’inevitabile, l’apparato costruito contro il nemico esterno non è stato smontato quando il nemico esterno è finito. È stato girato verso l’interno. Nel 2013 gli americani hanno scoperto che i loro tabulati telefonici venivano raccolti in massa, e lo scandalo è durato una stagione. Poi ci si è abituati anche a quello. Il 4 luglio 2025 il Congresso ha stanziato circa centonovantuno miliardi di dollari per il Dipartimento della Sicurezza Interna, un terzo dei quali per il confine, e i fermi alla frontiera messicana sono crollati da quattromila al giorno a poco più di trecento. Il muro funziona.

Lo sappiamo da allora: il muro è sicurezza e il non muro è libertà, ma il muro serve appunto a difendere la libertà, e tutto questo è davvero un bel dilemma. Si possono aprire le porte a chi corrode la tua identità? Forse sì, ma solo fino a quando non hai paura. Quel dilemma oggi non esiste più, e questa è la vera notizia del venticinquesimo anniversario. È scaduto. L’America ha scelto. Benjamin Franklin scrisse che chi rinuncia alla libertà essenziale per comprare un po’ di sicurezza temporanea non merita né l’una né l’altra. È una frase che gli americani si ripetono da due secoli e mezzo con l’orgoglio con cui si recita un versetto. Solo che adesso nessuno ci crede più.

Cento milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001.

Non hanno ceduto niente, perché non hanno mai posseduto ciò che è stato ceduto. Per loro non è un baratto: è il mondo. Lo scambio è finito.


Cambiare la legge elettorale a un anno dal voto è una porcata, preferenze o no


(Francesco Cancellato) – Ormai ci siamo abituati al peggio, e va beh: ma quanto è sleale cambiare una legge elettorale, a un anno dalle elezioni, perché improvvisamente scopri che con quella attuale rischi di perdere le elezioni? Perché è questo quel che sta facendo il governo, se non ve ne siete accorti.

Rinfreschiamo la memoria un attimo: fino a che la maggioranza di governo era stabilmente in vantaggio sulle opposizioni, di legge elettorale non se ne parlava, e nessuno avvertiva il bisogno di cambiarla. Poi l’alleanza che oggi chiamiamo “campo largo” si è fatta progressivamente più stabile e nell’imminenza del referendum sulla giustizia sono iniziati a uscire i primi sondaggi che davano le opposizioni in vantaggio.

Non solo: l’unione delle opposizioni, spiegavano le simulazioni più accurate, dicevano che con l’attuale legge elettorale, quella che chiamiamo Rosatellum, la coalizione di centrosinistra avrebbe vinto le elezioni perché unendosi avrebbe fatto il pieno di seggi nei collegi assegnati con l’uninominale del centro-sud Italia, dove nel 2022 era andata divisa. E questo sarebbe potuto accadere anche se complessivamente, a livello nazionale, le opposizioni avessero preso una percentuale di voti inferiore a quella del centrodestra.

In altre parole: la stessa legge elettorale che aveva garantito una vittoria schiacciante e una maggioranza stabile alla coalizione di centrodestra alle ultime elezioni, avrebbe garantito con ogni probabilità vittoria e maggioranza alla parte avversa.

Può piacere o meno, il Rosatellum, ma questi sono fatti: non c’erano avvisaglie che l’attuale legge elettorale avrebbe prodotto pareggi o instabilità. A cambiare le carte in tavola sono state l’alleanza tra le opposizioni e la crescente impopolarità del governo.

Ecco quindi che arriva lo Stabilicum, o Melonellum che dir si voglia: chi prende un voto in più e supera una certa soglia di consenso, si prende il premio di maggioranza. Ma siccome il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, ecco che arriva pure Roberto Vannacci col suo nuovo partito, Futuro Nazionale. Che spacca il centrodestra, drena consenso alla Lega, e cambia di nuovo i rapporti di forza tra le coalizioni. Da qualche mese, il centrosinistra è stabilmente in vantaggio sul centrodestra: 43% contro 40%. Anche con la nuova legge elettorale, vincerebbero le opposizioni, in pratica. Tant’è che, nella maggioranza pare comincino a pentirsi di questa mossa.

E quindi, a destra, provano a cambiare ancora le carte in tavola provando a introdurre – non riuscendoci – un ballottaggio che sembrava essere l’escamotage perfetto per portare i voti di Vannacci a Giorgia Meloni nel secondo turno, senza fare alleanze. O ancora, puntano sul fatto che ogni coalizione debba indicare il proprio candidato premier, anche qui, giocando sporco.

Perché è stata proprio la destra, nel 2018 e nel 2022, a fare proprio il principio che governa chi prende un voto in più nella coalizione. Fino a che gli conveniva, indicare un candidato premier prima del voto non era una necessità: ora che farlo può creare problemi alle opposizioni, sorprendentemente, lo diventa. Curioso, no?

Tutto il balletto di questi giorni, la tarantella sulle preferenze, le liti all’interno della maggioranza, è fumo che non deve distrarre al punto reale di tutta la vicenda: cambiare la legge elettorale a un anno dal voto è una mossa parecchio sleale. E farlo a maggioranza, senza un accordo tra maggioranza e opposizioni, è doppiamente sleale.

Una porcata, oggi come allora, che non fa onore a Giorgia Meloni, al suo governo, alla coalizione che lo sostiene.


11 settembre 2026


(Tommaso Merlo) – L’11 settembre è uno dei misteri dello stato profondo, uno di quelli che da JFK arrivano fino a Charlie Kirk ed Epstein. L’unica cosa certa è che gli attentati alle Torri Gemelle hanno inaugurato una stagione di guerre per la felicità dell’indotto bellico, di finanzieri e petrolieri oltre che ovviamente degli onnipotenti sionisti. Da quel fatidico giorno le spese militari sono decollate a dismisura e la superpotenza americana ha iniziato a collezionare disastri miliari con la complicità di noi insulse colonie europee. Le celebri Coalizioni che portando la pace a suon di bombe hanno reso il mondo drammaticamente più ingiusto ed insicuro senza ovviamente mai risponderne. Quell’obbrobrio di Netanyahu si fece scappare che l’11 settembre era “un bene” per Israele ed infatti a finire nel mirino sono stati casualmente tutti i paesi nemici del progetto coloniale sionista. Mancava solo l’Iran e ci ha pensato Trump a mettersi l’elmetto. Col risultato che rischiamo la terza guerra mondiale perché una manciata di nazi sionisti vogliono un biblico dominio in Medioriente e perché il presidente americano aveva il viziaccio di abusare ragazzine senza sapere di venire immortalato. È passato un quarto di secolo ed oggi a bruciare non sono le torri ma le basi americane nel Golfo Persico. Siamo al ground zero dell’esercito più corrotto e sbruffone del mondo al punto che non sanno più dove nascondere le quattro carrette del cielo e del mare che gli rimangono e i marines si devono travestire da beduini e dormire nei bed and breakfast per non farsi impallinare. Storia che corre sotto il nostro naso mentre il mainstream distrae le masse e i politicanti maneggiano per le poltrone. Un perenne 11 settembre del vero giornalismo e della politica di qualità su entrambe le sponde dell’oceano. Il marasma senile del presidente americano ha scombussolato il Creato ma invece di nascondersi in un tombino dalla vergogna, Trump fa campagna elettorale per paura che un Congresso democratico lo sbatta in galera e butti via la chiave. Si è spinto ad offrire 5.000 dollari a cani e porci ovviamente dopo le elezioni. Come le altre volte, contanti, saluti. Fragorosi “fuck you” ormai echeggiano da ogni dove anche perché di questo passo con quella cifra non ci fanno neanche la spesa e il pieno per una settimana. Alcune pompe di benzina americane non sono nemmeno predisposte per indicare il costo del gallone oltre i 10 dollari e ormai ci siamo mentre i titoli di stato americani puzzano sempre più di spazzatura. Si prefigura una crisi senza precedenti e ormai i sondaggisti si sono arresi, a votare per quell’egoarca rincoglionito sono rimasti i dementi come lui e i nazifascisti cristiani e sionisti che vogliono anche la testa del figlio dell’Ayatollah anche a costo di finire tutti nella fogna della storia insieme all’impero. E il mondo non vede l’ora. L’11 settembre del turbo capitalismo esistenziale e del suprematismo bianco che in nome della libertà e dei diritti umani da decenni insanguina il pianeta sprecando miliardi e vite umane per placare gli appetiti di qualche mafia lobbistica. L’11 settembre dell’onesta intellettuale e della vera democrazia mentre classi impenitenti si prendono a postate in faccia e dal fronte arrivano bollettini inquietanti. Gli americani si son messi a colpire petroliere iraniane beccandosi in cambio devastanti grandinate di bolidi ipersonici. Già, Trump canta vittoria davanti alla più eclatante sconfitta della storia americana. Una sconfitta militare, strategica, economica e politica anche se può succedere ancora di tutto. Gli Houthi hanno riconquistato altri pezzi strategici del loro paese colpendo raffinerie e condotte dell’Arabia Saudita dove comanda all’altro amicone di Epstein, Bin Salam. Per questo il prezzo del greggio è schizzato alle stelle. E se oltre ad Hormuz si ostruisce anche lo stretto di Bab el-Mandeb, la crisi globale si aggraverà con miliardi di persone che rischieranno la fame e tutto questo per il marasma senile di Trump e la manciata di sionisti che lo tengono per le palline atrofizzate. Davvero troppo. Ma inutile attendersi la resa di un Iran che combatte per la propria sopravvivenza e difficile anche che Trump cali il pannolone. O lo fermano, oppure la crisi nel Golfo rischia di innescare una spirale da terza guerra mondiale potenziamento atomica. La speranza è che a quel punto la Cina si decida ad esordire come nuovo leader planetario facendo ragionare la parti in causa e inaugurando una nuova era di buonsenso, diplomazia e rispetto del diritto internazionale. In modo che l’11 settembre si celebri l’inizio della fine dell’impero occidentale e della violenta giungla in cui ha ridotto il mondo. Davvero, storia che corre rapidamente sotto il nostro naso mentre il mainstream distrae le masse e i politicanti maneggiano per le poltrone. Un perenne 11 settembre del vero giornalismo, della politica di qualità e di una democrazia sana che sceglie la pace.


“Sovranismi neoliberali” e “sovranismi sociali”


(Andrea Zhok) – Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.

Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.

A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità ed autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.

Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.

Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.

Il “sovranista sociale” ha anch’esso posizioni euroscettiche, che però si estendono ai rapporti internazionali, alla Nato, agli USA. È critico verso l’intero pacchetto delle “libertà di movimento” (capitali, merci, forza lavoro), ma predilige una lettura sociale dei processi migratori (l’“esercito industriale di riserva”) rispetto a quella etnica. Non utilizza la leva simbolica del conservatorismo e del tradizionalismo, ma preferisce formulazioni che accentuano il comunitarismo. Sulle questioni economiche è fortemente favorevole all’esistenza di un robusto stato sociale con rilevante attività redistributiva, e di un ruolo dello stato nell’industria. Rifugge i toni nazionalisti.

Questi due ritratti corrispondono, a grandi linee ai due partiti tedeschi di cui si parla molto in questi giorni, AfD e BSW rispettivamente.

Ciò che è interessante notare è il divario di consensi tra AfD e BSW, ma più in generale tra i “sovranismi neoliberali” e i “sovranismi sociali” in Europa. In Germania il rapporto è quasi di 10 a 1. Questo fa pensare. Com’è possibile che posizioni affini, ma differenziate soprattutto sulle diseguaglianze sociali e sull’attacco agli interessi del grande capitale abbiano un seguito così diverso?

Noto di passaggio che questa dicotomia politica tra “sovranismi neoliberali” e “sovranismi sociali” è presente in tutti i paesi europei, ma praticamente – con rare eccezioni – solo i primi sono arrivati all’attenzione del grande pubblico e a qualche successo elttorale.

Come mai?

Ecco, credo che la ragione sia tanto sgradevole da sentire, quanto facile da capire.

In molti si affaticano a ricercarne le ragioni in questo o quell’errore di comunicazione, questa o quella incongruenza, questo o quel passo falso. Ma se guardiamo, per dire, le rispettive storie di AfD e BSW vediamo che ci sono stati errori di comunicazione, incongruenze e passi falsi da entrambe le parti. Tuttavia i primi ne hanno patito le conseguenze molto meno dei secondi.

Di nuovo, come mai?

Qui la risposta è, credo, elementare.

I “sovranismi neoliberali” si prestano (che lo facciano intenzionalmente o meno è irrilevante) ad essere perfetti “gate-keeper”: raccolgono il dissenso e il disagio reale della gente e lo convertono in agende del tutto innocue sul piano dei rapporti reali di forza. Non toccano una virgola delle distribuzioni di potere, delle diseguaglianze economiche, dei rapporti di subordinazione alle èlite internazionali. Fanno, ogni tanto, la faccia feroce ad uso delle telecamere su qualche ladro di galline, qualche islamista decerebrato, qualche caso di cronaca. Questo posizionamento è graditissimo a chi le leve del potere le detiene davvero, che perciò concede abbondante spazio mediatico (e spesso fondi cospicui) ai “sovranisti neoliberali”. La storia italiana della Lega di Salvini, di FdI della Meloni, e oggi di Vannacci è esattamente questa. Sono tutte forze il cui ruolo fondamentale nella politica italiana è stata ed è quella di instradare le richieste di autodeterminazione e sovranità popolare in direzioni che non disturbassero il manovratore.

I “sovranismi sociali” invece, non prestandosi a questo utilizzo, non possono diventare il “piano B” delle èlite finanziarie (il “piano A” sono partiti liberali classici, dalla CDU al PD). Perciò ottengono un trattamento mediatico (e finanziario) molto diverso, a partire dalla pura e semplice assenza di una copertura mediatica e di fondi per edificare alcunché.

Mi piace concludere con una piccola riflessione di lungo periodo.

Chi pensi che questo meccanismo sia un’invenzione recente dovrebbe fare attenzione ad alcuni grandi, esemplari modelli storici.

La storia del movimento fascista è notoriamente caratterizzata da una partenza di impianto socialisteggiante, popolare e redistributivo (Manifesto dei Fasci di Combattimento del 1919) per trascolorare in un impianto economico simpatetico con i latifondisti e Confindustria. Questa “conversione sulla via di Damasco”, che fece passare da un partitello di 300 persone al governo del paese nell’arco di 3 anni, avvenne grazie ad un patto fondamentale che garantiva gli interessi degli agrari e della grande industria.

La storia del movimento nazionalsocialista è parimenti caratterizzato dalla svolta che porta all’appoggio del grande capitale tedesco in cambio della liquidazione dell’ala “sociale” del NASDAP di Ernst Röhm e dei fratelli Strasser (“Notte dei lunghi coltelli”, 1934).

Che poi quei “gate-keeper” del ventennio si siano dimostrati inaffidabili, e in parte controproducenti, per la stessa mano che inizialmente li aveva nutriti non è necessariamente una lezione consolatoria.


E’ morta Emma Bonino, aveva 78 anni


(AGI) – E’ morta a 78 anni Emma Bonino. Ne da’ notizia Piu’ Europa. “Emma ci ha lasciati ma non ci lascera’ mai”, si legge in una nota. “Oggi non ci lascia soltanto la nostra leader, ci lascia una delle protagoniste piu’ lucide, coraggiose e libere della storia politica del nostro Paese e del mondo libero”.

EMMA BONINO: + EU, NO PAROLE PER DESCRIVERE VUOTO CHE PROVIAMO

(AGI) –  “Emma fu ‘scelta dalla politica radicale’ quando un divieto cambio’ la sua giovane vita. E da quel momento decise che avrebbe lottato affinche’ non potesse capitare mai piu’ a nessuna.

Attivista, parlamentare, ministra, commissaria europea. Sempre radicalmente libera. La sua vita e’ stata una lunga lotta contro tutto cio’ che nega le liberta’: contro l’aborto clandestino, contro la fame nel mondo, contro la partitocrazia, contro l’infibulazione, contro il giustizialismo, contro i genocidi, contro ogni forma di autoritarismo.

Ma ancora piu’ numerose sono state le sue battaglie per: per la democrazia, per lo Stato di diritto, per la giustizia internazionale, per i diritti e i doveri di ogni persona e ogni famiglia, per l’autodeterminazione delle donne, per la liberta’ di scegliere, fino alla fine. E per l’Europa unita, democratica e federale: gli Stati Uniti d’Europa.

E’ questo il suo testamento: non e’ importante quante volte occorra perdere prima di riuscire a vincere e conquistare una liberta’ per tutti. Non ci sono parole per descrivere il dolore e il vuoto che proviamo oggi.

Da domani proveremo a trovare le parole giuste per trasformare la gratitudine che proviamo per aver potuto lottare al suo fianco nel coraggio di continuare a batterci come ci ha insegnato. Grazie Emma, dal profondo del cuore”. Lo si legge in una nota di Piu’ Europa.


Silvia Salis è pronta: a ottobre il lancio nel talk di Fazio


Silvia Salis è pronta: a ottobre  il lancio nel talk di Fazio

(estr. di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Sta limando i dettagli Silvia Salis. Per il lancio del suo libro il battage mediatico sarà imponente. È già domani, edito da Feltrinelli, arriva nelle librerie martedì 13 ottobre. Prima presentazione, un evento in piazza a Genova. Poi, nella stessa settimana, in un’altra grande città. Previste anticipazioni su tutti i quotidiani e una grande intervista su carta stampata. Poi, soprattutto, la prima uscita tv a Che tempo che fa da Fabio Fazio, la domenica 18. D’altra parte, il conduttore è cliente di Jump, l’agenzia di comunicazione dell’ex portavoce di Renzi, Marco Agnoletti, che segue anche Salis. Insomma, un inizio sprint che ancora una volta rivela stile e ambizioni della sindaca di Genova, che di certo non si accontenta di qualche comparsata spot o di palchi minori. “Parleremo di primarie dopo la legge elettorale”, ha detto Elly Schlein martedì sera durante il dibattito con i leader alla festa di Avs. La segretaria del Pd ha ripetuto spesso in questi giorni – in pubblico e in privato – che il Melonellum non si farà. Forse un auspicio, più che una vera previsione: ieri FdI poteva scegliere in un solo colpo di votare le preferenze e affossare la legge. Non l’ha fatto, dunque la riforma elettorale appare più vicina. Con buona pace di chi vuole evitare i gazebo. Tentazione accarezzata a tratti anche da Schlein, a favore della tesi che il premier lo deve fare il leader del partito che prende più voti. Ma a questo punto a Reggio Emilia dovrebbe annunciare la sua candidatura. Condizionale d’obbligo: il discorso non l’ha ancora scritto. D’altra parte, l’imponente discesa in campo di Salis racconta che senza i gazebo la segretaria dem non potrà arrivare a Palazzo Chigi. Basterebbe il veto di Giuseppe Conte per fermare un eventuale incarico da parte del Colle. Salis resta in pole position come premier alternativo. Ma non è l’unica.

[…]

Raccontano che dietro il no di Roberto Speranza alle primarie ci sarebbe la voglia di Massimo D’Alema e degli ex Articolo 1 che rispondono a lui di puntare sul sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Una suggestione che va avanti da mesi. Sta di fatto che proprio lui martedì sarà in prima fila a presentare l’ultimo numero della rivista dalemiana, Italianieuropei. Domenica sarà un giorno importante per il campo progressista: Conte interverrà alla Festa del Fatto, Schlein chiuderà la Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, appuntamento a cui sta lavorando da mesi, con tanto di mobilitazione di tutte le federazioni. E a Roma, in chiusura della festa di Avs, sul palco salirà l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli. Uno che viene considerato una garanzia da Mattarella. Ultimamente si è avvicinato a Ernesto Maria Ruffini, pure lui ben visto dal Quirinale, che aspira a rappresentare il centro meglio di Matteo Renzi. In questo contesto, per chi cerca premier alternativi, appaiono indicative alcune convergenze tra Nicola Fratoianni (il più esplicitamente contrario alle primarie) e lo stesso Gabrielli: alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia il leader di Avs ha rilanciato la patrimoniale e Gabrielli ha approvato. Ma intanto Salis è lanciatissima. Da Fazio ad aprile disse che alle primarie – strumento che non condivide – non avrebbe votato né Conte, né Schlein. Si aspettano aggiornamenti.


Abusivismo, feste, veleni: l’ex Iena antisistema inciampa ad Agrigento


La Vardera si scontra con il “suo” sindaco e invoca le dimissioni del vice che ha una casa costruita illegalmente. E che oggi forse uscirà dalla giunta. In crisi il movimento che cresce in Sicilia e guarda a Conte

 Ismaele La Vardera.

(di Emanuele Lauria – repubblica.it) – La crepa del “modello Agrigento”, che ha rilanciato la sinistra nella terra dei cacicchi, si è aperta inevitabilmente intorno a una casa abusiva. Il proprietario, a sorpresa, è il vicesindaco della nouvelle vague rivoluzionaria di Ismaele La Vardera, leader del movimento Controcorrente e presidente del Progetto civico di Alessandro Onorato, l’incursore siciliano che sta terremotando il campo largo mettendo in ambasce anche Schlein. E che, in questo angolo di Sicilia, si è imposto di recente contro «i dinosauri che hanno oppresso per anni la città con pratiche illegali». Ma una pratica illegale, La Vardera, se l’è trovata improvvisamente sotto il naso, messa in atto da uno dei simboli del successo degli antisistema che dai Templi vuole esportare nei palazzi della Regione Siciliana.

Giovanni Crosta

Il protagonista meno noto di questa storia si chiama Giovanni Crosta. È l’avvocato che il nuovo sindaco Michele Sodano, ex grillino e alfiere del deputato, ha scelto come vice. Crosta ha ereditato dal padre un’abitazione con cubatura fuorilegge. Quando la notizia è spuntata su un sito locale, Crosta ha minacciato querele e lo stesso La Vardera l’ha difeso: «Non esiste l’abusivismo per eredità». Però la questione si è fatta un po’ più grossa nello scorso week-end, proprio nei giorni in cui La Vardera, ad Agrigento, celebrava gli stati generali dei civici, con Onorato ma pure con gli interventi di Conte, Fratoianni, Bonelli, Gualtieri e Manfredi, da tempo incuriositi da un movimento che un sondaggio in Sicilia dà al 20 per cento. E però La Vardera, su quella ribalta luminosa, si è trovato a fronteggiare l’assalto dei giornalisti. Nel momento in cui pure quelli delle Iene, trasmissione per cui il deputato ha fatto per anni l’inviato, si sono presentati per fare luce sulla magagna, il capo di Controcorrente non ci ha visto più. Ha tirato fuori mail con richieste di chiarimento ai suoi inviate precedentemente, e ha chiesto pubblicamente le dimissioni del vicesindaco. Trovando però l’opposizione di Sodano: «Non c’è alcuna indagine», la risposta del primo cittadino, preso da inossidabile garantismo. In questo braccio di ferro, l’ipermediatico La Vardera ha deciso di scoprire tutti gli altarini: «Crosta afferma di aver solo ereditato questa casa abusiva, afferma che è disabitata. E invece ci hanno fatto di recente feste, grigliate e serata danzanti. Hanno avviato lavori di ristrutturazione!».

Va da sé che la vicenda non poteva risolversi con la semplice restituzione della delega alla polizia municipale da parte di Crosta. Ora La Vardera chiede ai probiviri del movimento l’espulsione del vicesindaco e con Sodano non parla più: «Prima ritorni in sé». Sostiene che è un fatto di trasparenza, che non si «può usare la verga con gli altri e la bambagia con il proprio partito: sennò faremmo come Meloni con il caso Senese o come Vannacci con Pozzolo».

Tutto fermo, ma questa crisi finisce ovviamente per far sogghignare i tanti nemici del deputato, probabile ago della bilancio alle prossime elezioni. Nel centrodestra, anzitutto, già beffato nel 2017 da una candidatura per finta al Comune di Palermo (lui corse solo per fare un film ma Meloni e Salvini lo appoggiarono con liste vere) e adesso bersaglio di attacchi social quotidiani, fra cui quelli sfociati nel commissariamento antimafia dello storico lido di Mondello. Ma lo scandalo non dispiace tanto al Pd, che critica la candidatura solitaria di La Vardera alla Regione. Anche perché l’instancabile produttore di reel, nel frattempo, flirta con Conte: «Il mio presidente senza se e senza ma». E nel Pd si sospetta un inconfessabile scambio: il sostegno di Controcorrente al leader dei 5S, per le primarie, in cambio di un appoggio a La Vardera alla presidenza della Regione. Trame ad ampio raggio si dipanano da Agrigento. Dietro il caso di una scomoda eredità, con il contorno di grigliate e serate danzanti, c’è un pezzettino di futuro del campo largo.


Trump, si fidi della tradizione italiana: “Cchiù pilu pe’ tutti”


Il presidente americano ha promesso di distribuire un’ingente somma di denaro a ogni americano adulto se i repubblicani vinceranno le elezioni di mid-term. Ma il dono di scambio non è una questione di quantità, è una disciplina esatta con un solo paese al mondo in cui sia stata condotta a perfezione. Il nostro, ovviamente. Un consiglio

Immagine di Cinquemila dollari a elettore sono troppi, presidente Trump. Si fidi della tradizione italiana: “Cchiù pilu pe’ tutti”

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Bisognerà pure che qualcuno glielo dica, a Donald Trump, che cinquemila dollari sono troppi. Ha promesso di distribuirli a ogni americano adulto se i repubblicani vinceranno le elezioni di mid-term. E la notizia, che pure ha fatto un certo rumore, ci ha lasciati in quello stato di temperata malinconia che coglie il maestro quando vede l’allievo affrontare con mezzi sterminati un problema che lui aveva risolto, in povertà, molti anni prima. Perché il dono di scambio, in politica, non è affatto una questione di quantità, e chi lo crede dimostra soltanto di essere ricco e nuovo del mestiere. Il dono è una disciplina esatta, con le sue regole, i suoi trattatisti, la sua scuola napoletana, e con un solo paese al mondo in cui sia stata condotta a perfezione. Il nostro, ovviamente. La bibliografia è vasta e la conosciamo a memoria, va da dal “piano dentiere” di Silvio Berlusconi, che fu la via odontoiatrica al moderatismo, fino al “gra-dui-da-men-de” scandito sillaba per sillaba da Giuseppe Conte in trentuno piazze diverse, eventualità che resta il vertice del genere, perché prometteva non una somma né un oggetto ma addirittura una condizione dello spirito. Del resto, sull’elargizione elettorale, l’Italia ha in tutta evidenza costruito la sua industria più competitiva.

L’abolizione dell’Ici del 2006, la restituzione dell’Imu del 2013, gli ottanta euro di Renzi, la carta “dedicata a te” con 500 euro, i mille euro che adesso Meloni vorrebbe dare a ogni nuovo nato, lo sconto sulle accise, il salario minimo di Schlein, il reddito di cittadinanza, e infine il superbonus centodieci per cento, che aveva la particolarità geniale di valere più di cento, come i voti dei collegi bulgari, e che ha lasciato dietro di sé ponteggi, cappotti termici e una voragine che pagheranno (con i mille euro di Meloni) quelli che nasceranno l’anno prossimo. Tutto questo senza tenere conto, s’intende, della minutaglia composta da condoni edilizi, condoni fiscali, scudi, sanatorie, rottamazioni ormai numerate come i film di cassetta, baby pensioni concesse dopo quattordici anni sei mesi e un giorno di servizio, quote varie, e ancora la pioggia dei bonus, cultura, vacanze, monopattini, rubinetti, zanzariere, occhiali, psicologo, serrature e aria condizionata distribuiti da governi di ogni colore con la mano distratta di chi getta il mangime alle carpe.

Il padre di tutto questo fu Achille Lauro, che una mattina del 1952 mandò i suoi uomini per i quartieri di Napoli con i pacchi di pasta, di zucchero e di farina, le scarpe spaiate e le mille lire tagliate in due, con l’impegno di consegnare l’altra metà a elezione avvenuta. In quel gesto, che i manuali sbrigano come voto di scambio e che è invece un’invenzione formale paragonabile al sonetto, c’era già tutto. C’era la parsimonia, perché si dava mezza banconota. C’era la sospensione, perché il resto arrivava dopo. E c’era soprattutto la scarpa sinistra, che resta la trovata geniale, dal momento che un uomo con una scarpa sola non è un uomo che ha ricevuto un regalo, ma è un uomo che ha un problema, e per risolverlo dovrà tornare da chi glielo ha procurato. E insomma Donald Trump ha scoperto l’acqua calda con l’entusiasmo di chi crede di aver scoperto il fuoco, mentre noi quell’acqua la teniamo sul fornello da settant’anni. Adesso però bisogna accogliere il neofita con la benevolenza che si deve agli allievi tardivi, e con la generosità di un consiglio che deriva dalla nostra esperienza di italiani: Cchiù pilu pe’ tutti, presidente, e non ci pensi più.


Donald della Mancia


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Tutti sghignazzano e si indignano per i cinquemila dollari promessi da Trump a ogni adulto americano in caso di vittoria alle elezioni (una follia economica, prima ancora che morale), ma siamo sicuri che gli altri si comportino in modo tanto diverso? Certo, nessuno ha la sua sfrontatezza, però in giro non si vedono statisti che chiedono il consenso su programmi politici in grado di affrontare davvero i grandi temi del nostro tempo o almeno le piccole angosce della vita quotidiana. Si vedono invece mercanti di voti più o meno sfacciati: sceglimi e ti ricompenserò con dei soldi pronta cassa, in forma di superbonus e redditi di cittadinanza, quando va bene, altrimenti di compravendite sottobanco a prezzi strecciati, anche 30 euro per una preferenza, che al confronto Trump è un signore.

Nulla di nuovo, intendiamoci. Il sindaco Lauro regalava una scarpa prima del voto e l’altra dopo, e uno dei reportage più straordinari che abbia mai letto rimane quello di Gaetano Salvemini sui cosiddetti «mazzieri» che circuivano o intimidivano gli elettori fuori dalle urne (e si era agli inizi del Novecento). Ma non pensiate che Cesare si comportasse tanto diversamente, quando si faceva prestare soldi dal Musk dell’epoca, Crasso, per procacciarsi i voti utili a diventare edile e poi console. 

Trump è solo la versione caricaturale (perché disinibita) di un male endemico: la mortificazione del popolo sovrano a plebe da tenere buona con le mance. Il bello è che a dirlo si rischia di passare per radical chic.