
(Dott. Paolo Caruso) – Terzo complotto contro Trump, “vero oppure orchestrato “? Quest’ ultimo a detta della Stampa americana lascia molti dubbi sulle modalità e sul personaggio che ne è l’esecutore.
“Il Signore a cui è particolarmente devoto almeno con le recite esteriori insieme ai suoi collaboratori non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Così recita la Bibbia. Ma a cosa dovrebbe convertirsi Trump? Un uomo psicopatico avvitato sull’ arroganza e sul potere, dal comportamento demoniaco. A sentire lui, a caldo degli attentati subiti (finora tre) non esiste sulla Terra uno più giusto, più brillante, più onnipotente di lui. Uomo “salvato da Dio” come Mosè lo fu “dalle acque”. Stupefacente è il fatto che non si renda conto dell’odio che ha seminato nel mondo con le sue mancanze di rispetto verso gli avversari. Ha umiliato come razza inferiore i negri, equiparando per esempio la coppia Obama alle scimmie. Non ha difeso i deboli perseguitati dalle sue “SS” come quelle hitleriane di infelice memoria. Ha prodotto guerre coi dazi per ricavarci profitti dalle banche, costrette ad altalenanti “montagne russe” da luna-park. Ha bombardato insieme, e per conto del suo compare Netanyahu, Gaza, e i Palestinesi senza patria, case e senza la “Striscia” , da lui destinata a “resort” per miliardari americani. Arrabbiato con l’Europa per non avergli regalato la Groenlandia. Imbronciato con il Canada, che ha preteso rimanere indipendente, senza volere fare parte della bandiera a stelle e strisce. Ha violato il diritto internazionale con il Venezuela, per accaparrarsi, a giochi fatti, il suo petrolio. Mira ad invadere Cuba, affamata con disumane sanzioni. Con l’Europa ha rotto da tempo, per i suoi interessi e per i rapporti di amicizia affaristica che lo legano a Putin, che stima disinvoltamente da dittatore. L’Ucraina e le sue “terre rare” sono diventate occasione di lucro e di probabile spartizione con lo ” zar “. Con la nostra Caciottara pare sia finita la luna di miele e la “serva sciocca” è dovuta rientrare nella casa comune europea Non parliamo della NATO. Non si capisce come le Nazioni che la compongono non lo abbiano preceduto nel tagliare con lui, che senza chiedere parere bombardò l’Iran affondando egli stesso e l’economia mondiale, in mezzo al guado dello Stretto di Hormuz. Nell’arco di un anno e mezzo ha destabilizzato il Pianeta, senza una strategia maturata e sicura. A suo dire, ” il mondo è impazzito “, ( da che pulpito viene la predica! ). Se il suo caso non fosse da inquietante psichiatria, mi verrebbe da pensare ad un ” mostro ” clonato da uno scienziato criminale in qualche laboratorio americano perché “una ne pensa e cento ne fa.
Bufera su Nordio per la grazia a Minetti, la telefonata con Meloni: “Ho rispettato la legge”. Il ministro torna al centro della polemica. Avs lo vuole in Aula. Il Pd chiede le dimissioni. FdI scarica tutto su Bartolozzi

(di Gabriella Cerami – repubblica.it) – Un nuovo terremoto rischia di travolgere il ministro della Giustizia. Uscito sconfitto dal referendum sulla “sua” riforma, azzoppato dai casi Almasri e Bartolozzi, costretto a liquidare il sottosegretario Delmastro, Carlo Nordio finisce ancora una volta nella polvere.
La lettera con la quale la Presidenza della Repubblica gli chiede di verificare la «supposta falsità» di alcuni elementi contenuti nella domanda di grazia di Nicole Minetti getta un’ombra pesantissima sulla regolarità delle procedure seguite da Via Arenula in questa delicata vicenda.
È bastato che le agenzie di stampa battessero la notizia della missiva (che non ha precedenti nella storia delle grazie concesse dal Colle) per far scattare l’allarme rosso al ministero. Un intero ufficio è andato in tilt. È a quel punto che Nordio ha cercato l’ombrello di palazzo Chigi, non sapendo come replicare al pesante affondo incassato. E lo ha ottenuto. Giorgia Meloni lo ha sentito al telefono. Toni pacati, massima attenzione alla vicenda da parte della presidente del Consiglio. Un passo falso e la pedina già claudicante della Giustizia potrebbe rotolare, come avvenuto dopo il referendum per ministri e sottosegretari sostituiti.
Del resto, quella di ieri è l’ennesimo guaio che investe via Arenula. Ultimo in ordine di tempo quello sotto la lettera “D” di Delmastro, l’esponente di Fratelli d’Italia in affari con i Caroccia, ritenuti vicini al clan di stampo camorristico dei Senese. Per non dire dell’addio forzato della capo di gabinetto Bartolozzi, la fidatissima costretta infine a lasciare l’incarico. Fatali per lei le affermazioni rilasciate durante una trasmissione televisiva in cui ha paragonato i magistrati a un plotone di esecuzione. Ma questa era stata solo la goccia che aveva fatto traboccare un vaso già stracolmo. Vaso che nel tempo si era riempito del caso Almasri, il generale libico accusato di torture, prima arrestato in Italia e poi rimpatriato da un aereo dei servizi segreti italiani con la copertura appunto del ministero. La sconfitta del governo al referendum sulla separazione delle carriere era apparsa come la bocciatura definitiva di quattro anni di politiche fallimentari sulla giustizia.
Ora il Guardasigilli cerca di venire fuori dalle macerie chiedendo alla procura generale presso la Corte d’appello di Milano di acquisire nuove informazioni sulla richiesta di grazia, come se non fosse stato necessario, a suo tempo, da parte del ministero chiedere già le dovute verifiche prima di trasmettere l’istruttoria al Quirinale. Leggerezza, lettura superficiale delle carte, procedure forse troppo accelerate. Ecco il sospetto che incombe sul dicastero e che rischia di risultare fatale al veneto di governo, l’ex magistrato che ha fatto della “schiettezza” senza freni il suo vanto e la sua maledizione.
Nel centrodestra nessuno ha voglia di commentare. C’è chi informalmente dalle parti di Fratelli d’Italia sottolinea che questi dossier sono stati seguiti dal gabinetto del Guardasigilli, guidato a suo tempo proprio da Bartolozzi, ora tornata nei ranghi della magistratura. Ma c’è anche chi sostiene che Nordio, che da ministro della Giustizia ha espresso parere favorevole alla grazia, conosca bene la famiglia Cipriani, la dinastia dell’Harry’s Bar di Venezia, di cui è erede Giuseppe, il nuovo compagno di Minetti. Anche per questo il rischio che Nordio rimanga schiacciato da questa vicenda è alto.
E infatti le opposizioni lo incalzano e tornano a colpire il nervo scoperto del governo. Parla di «pesanti dubbi» il coportavoce di Avs Angelo Bonelli, che annuncia un’interrogazione al ministro. Attacca anche la responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani: «Cosa sta aspettando Meloni a far fare un passo indietro a Nordio? Non c’è più tempo da perdere». Secca la replica del Guardasigilli: «Prima di chiedere le mie dimissioni l’onorevole Serracchiani avrebbe dovuto rileggere, visto che è laureata in giurisprudenza, l’articolo 681 del codice di procedura penale, sui provvedimenti relativi alla grazia». Mentre il leader di Italia viva, Matteo Renzi, osserva: «Non conosco Nicole Minetti, ma conosco molto bene Sergio Mattarella. So che c’è una garanzia di serietà». E chiede le dimissioni non di Nordio, bensì di Meloni.
Mentre esplode il caso della grazia a Nicole Minetti e infuriano le polemiche sulla marcia indietro relativa alla nomina alla Fenice di Beatrice Venezi, il governo si ritrova con una legge di bilancio da fare senza soldi, le critiche di tutte le categorie e lo scontro all’orizzonte tra Tajani e Salvini.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Attenzione, caduta governi.
Il segnale stradale non c’è, ma forse mai come oggi servirebbe. E basta ricapitolare i fatti delle ultime ventiquattro ore, per rendersi conto di quanto la frana post referendaria dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non si sia arrestata, ma stia continuando a sgretolare la maggioranza di destra – e il consenso di cui gode – ogni giorno che passa.
Solo ieri, dicevamo, è esploso il caso della grazia a Nicole Minetti, ex igienista dentale, consigliera regionale e organizzatrice delle “cene eleganti” di Silvio Berlusconi, con il Quirinale che ha chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di accertare se vi fossero “supposte falsità” nella richiesta di clemenza approvata da Sergio Mattarella. Curiosità: la pratica per la grazia a Minetti è stata istruita dall’ex capo di gabinetto Giusi Bartolozzi in persona, quella che se ne sarebbe andata dall’Italia se il No avesse vinto al referendum e che è stata defenestrata da Meloni un minuto dopo il voto. Sarà interessante scoprire come mai non aveva tenuto conto delle tante anomalie scovate dall’inchiesta del Fatto Quotidiano.
Distratti da Minetti, quasi ci perdevamo gli sviluppi del caso Beatrice Venezi, direttrice d’orchestra protagonista di un affaire che è il ritratto perfetto di questi quattro anni di governo Meloni. Nominata direttrice della Fenice di Venezia dopo aver esplicitato ai quattro venti le sue simpatie per la destra, Venezi viene sfiduciata dagli orchestrali di tutta Italia, che si oppongono alla sua nomina in ragione della sua conclamata inadeguatezza a svolgere una mansione così prestigiosa. Lei, non paga, spara a zero in un’intervista a un giornale argentino contro gli orchestrali della Fenice accusandoli di nepotismo e il governo fa marcia indietro, revocandole l’incarico e mostrando per l’ennesima volta le mille crepe della maggioranza. Il tutto, a un mese dalle elezioni del sindaco di Venezia, giusto per completare il capolavoro.
Distratti da Minetti e Venezi, nel frattempo, tocca tornare a Roma, dove non c’è associazione di categoria, datoriale o sindacale che non abbia bocciato il documento di finanza pubblica del governo, preludio all’ultima legge di bilancio di questa maggioranza.
Il succo è sempre lo stesso: mancano i soldi di fronte alla crisi economica causata dalla guerra in Iran di Trump e Netanyahu. E per quanto la destra ci provi ad alzare la cortina fumogena delle colpe degli altri e del destino cinico e baro, la realtà racconta altro, cioè una guerra interna alla maggioranza tra chi come il vicepremier leghista Matteo Salvini vorrebbe violare i patti di stabilità firmati da questo stesso governo con l’Unione Europea poco più di due anni fa, e tornare a comprare il gas dalla Russia dell’”amico Putin”. Contro chi, come il vicepremier di Forza Italia Antonio Tajani, non ci pensa nemmeno a muovere contro Bruxelles, contro i popolari europei e contro i cristiano democratici tedeschi. Che linea sceglierà, tra le due, la premier Giorgia Meloni? Chi preferirà scontentare?
Anche qui, insomma, voleranno stracci e cadranno massi. Roba da comiche finali, non fosse che per l’Italia, mentre il governo si impantana su Minetti e Venezi, rischia di essere una mezza tragedia.

(ANSA) – Nove giovani italiani su dieci si sentono sotto pressione per avere successo o essere ‘perfetti’. La pressione sale con l’età e grava soprattutto sulle ragazze: il 95% tra i 16 e i 21 anni contro l’89% dei coetanei maschi. Già alle medie lo scarto c’è: 84% le ragazze di 11-14 anni, 76% i loro compagni.
È la fotografia della seconda edizione di “Sognando il futuro e il lavoro”, la ricerca realizzata da Valore D in collaborazione con Ipsos su 1.300 studentesse e studenti tra gli 11 e i 21 anni. La fiducia nelle pari opportunità si erode con il passaggio all’età adulta: tra gli 11-14 anni crede in pari chance di successo il 77% dei ragazzi e il 74% delle ragazze; tra i 16-21 anni la quota maschile scende al 70%, mentre quella femminile crolla al 51%. Un divario di quasi venti punti che – viene sottolineato – racconta come, crescendo, le ragazze vedano restringersi il perimetro di ciò che ritengono possibile.
La priorità numero uno, per ragazzi e ragazze di entrambe le fasce d’età, non è più la carriera. È l’equilibrio tra vita privata e professionale; molto alti anche il desiderio di stabilità e di realizzazione personale. Sullo sfondo, però, pesano timori molto concreti: tra i 16-21enni il 52% prevede difficoltà nel trovare il lavoro desiderato e uno su quattro (25%) teme di non poter contare su un impiego capace di garantire l’autonomia economica.
Già alle scuole medie le aspirazioni si separano: le professioni tecnico-scientifiche attraggono il 31% dei ragazzi contro l’11% delle ragazze. Anche sull’intelligenza artificiale lo scarto è netto: prenderebbero in considerazione un lavoro in questo campo il 71% dei maschi e il 51% delle femmine.
Grazie alla maggiore sensibilizzazione sul tema, oggi il 71% dei giovani tra i 16 e i 21 anni sa cosa sono le materie Stem, più del doppio rispetto al 33% registrato nel 2021. Eppure gli stereotipi restano: il 31% dei ragazzi e il 21% delle ragazze continua a considerare i lavori scientifici “più adatti agli uomini”, mentre oltre una ragazza su quattro pensa le ragazze studino meno spesso le materie scientifiche perchè non si sentono all’altezza. Non sorprende che il 51% di chi conosce le Stem le percepisca come ambienti “troppo maschili”.
La famiglia è ancora il primo punto di riferimento e influenza l’87% degli 11-14enni; tra i più grandi, mamma (71%) e papà (62%) restano al vertice delle figure che orientano le decisioni sul futuro. Migliora anche il ruolo della scuola, la cui efficacia percepita è passata dal 34% del 2021 al 50% di oggi. L’84% dei giovani chiede più supporto nell’orientamento, attraverso strumenti concreti, testimonianze dirette, confronto con chi quei mestieri li fa per davvero.
“Questa ricerca racconta una generazione lucida e ambiziosa, ma esposta a una doppia pressione: quella individuale, legata al successo, e quella culturale, che continua a orientare le scelte fin da giovanissimi – sottolinea Barbara Falcomer, direttrice Generale di Valore D – Se vogliamo incidere davvero sulle disuguaglianze e colmare il gender gap nelle Stem, che sono il motore principale dell’innovazione e le discipline più strategiche per il mercato del lavoro futuro, dobbiamo intervenire già nella prima infanzia: nei modelli che offriamo, nell’orientamento, nei contesti educativi”.

(Alberto Bradanini – lafionda.org) – 1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza – cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania – il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone – e ogni giorno il numero sale – senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.
Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.
Allo Stato Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta: invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.
Solo alle acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America, governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice, incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su ricchezze, senza fine.
Secondo una certa ermeneutica, la decisione di aggredire l’Iran, calpestando la Carta delle Nazioni Unite, il diritto internazionale, i principi di convivenza tra nazioni, l’etica delle Genti e via dicendo, troverebbe spiegazione nella pervasività delle lobby pro-Israele che imperversano nella politica statunitense, cui si aggiungerebbe il ricatto dei documenti Epstein che incombe sulla testa dell’attuale inquilino della Casa Bianca in declino cognitivo, a sua volta interessato a distrarre l’opinione pubblica dalle inclinazioni pedofiliche a cui – dicono le malelingue – aveva l’abitudine di cedere. A tutto ciò si aggiungerebbe l’eloquenza persuasiva del citato criminale israeliano, secondo il quale questa scriteriata avventura sarebbe stata una distensiva passeggiata pomeridiana nei giardini del quartiere.
Di tutta evidenza, appare poco plausibile che un paese di 345 milioni di abitanti, prima economia mondiale e massima potenza militare del pianeta, che dispone di 800 basi sparse ovunque, accetti di sottomettere la propria agenda ai capricci messianico-espansionisti di uno staterello di sette milioni di abitanti, pur mettendo sulla bilancia la tossicità ricattatoria delle lobby menzionate e la putrescenza morale e materiale che imperversa nel principale stato canaglia del pianeta Terra.
Ora, anche quando le agende dei due paesi guerrafondenti non si sovrappongono (sulla carta, il colonialismo israeliano non dovrebbe interessare l’agenda Usa), in realtà anche qui i benefici imperiali di ritorno sono giganteschi: instabilità diffusa, caos geopolitico, destabilizzazione energetica, frantumazione delle economie ostili, direzionamento dei capitali verso Wall Street, vendita di armi e conflitti altrimenti destinati a un equilibrio, contenimento delle nazioni ostili e via dicendo.
Le brutalità di Israele nascondono dunque l’iceberg dell’imperialismo statunitense, quel mostro dalle fauci insaziabili che minaccia, aggredisce, saccheggia le nazioni che non si piegano, e che oggi, intuendo il proprio declino, agisce con ferocia ancor più disumana, senza badare ai rischi di escalation o distinguere alleati, paesi neutrali e nemici, avendo a mente null’altro che gli interessi di una cerchia privilegiata di disturbati mentali.
È bene ricordare che il nemico principale della pace, della convivenza tra nazioni, del rispetto delle civiltà, del progresso etico e culturale, e finanche della sopravvivenza del genere umano, è costituito da un gruppo di oligarchi che disponendo di immense risorse, eserciti di spie, analisti d’intelligence, giornalisti al libro paga, operatori di algoritmi e de-formazioni mediatiche, venditori di armi e via dicendo, vogliono dominare su tutto e tutti, nell’illusione de-umanizzante che ciò possa guarire le incurabili patologie di cui sono affetti. Siffatti individui sono vittime di un infantile complesso di onnipotenza, nel patetico convincimento che la loro eccezionalità (la sola nazione indispensabile della terra: M. Albright, 1996, W. Clinton, 1999) li autorizzi a ogni genere di nefandezze.
Sappiamo che questo nemico principale assume lineamenti diversi a seconda di tempi e luoghi: sul piano economico esso s’incarna nel neoliberismo antisociale, globalista e bellicista, su quello dei valori nella mercificazione ontologica della società, su quello politico in una democrazia di forma, non di contenuti, su quello filosofico in un pervasivo nichilismo solipsista, nei rapporti economici sul cinismo della plutocrazia dominante,e su quello geopolitico sull’impero più violento del pianeta.
La pratica di occultamento di tali evidenze – deve rilevarsi – non è dovuta a disattenzione o scarsa memoria, ma a un sistematico lavaggio ideologico e mediatico del cervello. Va detto, per evitare fraintendimenti, che con Stati Uniti non s’intende il popolo americano – quei 345 milioni di abitanti anch’essi sfruttati e sottomessi, oltre che in gran parte politicamente analfabeti – ma quell’0,1% che, come una piovra, proietta ovunque la sua ombra vorace. Il citato lavaggio di cervelli aiuta anche a capire l’oscura ragione che impedisce ai cittadini europei di prendere coscienza della penosa qualità delle loro classi deprimenti, reclutate – come ben sanno persino i barracuda dell’Amazzonia – sulla scorta di un solo criterio: saper indossare con dignità la livrea del maggiordomo.
2. Alla luce di quanto esposto, si proverà dunque a decifrare le tragiche vicissitudini in corso in Asia occidentale. Nelle mire malate dei padroni del mondo, dopo aver aggredito, destabilizzato, sbriciolato quasi tutti i paesi della regione (Iraq, Egitto, Siria, Libia, Sudan, Afghanistan, Yemen, seppure con risultati alterni) e dopo aver colonizzato le monarchie del Golfo con il famigerato petrodollaro, è ora il turno dell’Iran, che si ostina a non lasciarsi depredare, mentre dietro le quinte fa capolino persino un paese Nato, la Turchia, che Israele ha già sfrontatamente minacciato per bocca dell’ex PM N. Bennett[1].
I paesi presi di mira dal duo mortifero americano-sionista appartengono a due categorie: a) possiedono gas e petrolio in quantità rilevante (e questo interessa gli Usa); b) oppure sono paesi islamici, e come tali si oppongono all’espansionismo biblico-coloniale di Israele, ovvero (come si permettono!) difendono la causa palestinese.
Rebus sic stantibus, la guerra di Trump/Netanyahu è persa. La rabbia spinge il primo a minacciare la distruzione della civiltà persiana, fors’anche con la Bomba, un’ipotesi questa che il monarca del sistema solare avrebbe accarezzato quando, più fuori di testa del solito, è stato informato che la presunta operazione di recupero del pilota disperso – in realtà dissennatamente volta a trafugare dal sito di Isfahan i famigerati 430 kg di uranio arricchito al 60% – si era risolta in un’amara perdita di uomini, aerei ed elicotteri[2]! Quanto ai presunti negoziati in corso, in verità le notizie diffuse sono, come sempre, null’altro che inganni. Gli Usa fingono di trattare, mentre intendono solo dettare le condizioni della resa (quella iraniana, beninteso), ipotesi che ha un senso quando si vince una guerra, e non è questo il caso. Per Teheran infatti le condizioni poste sono inaccettabili: niente arricchimento dell’uranio (consentito invece dal Trattato di Non Proliferazione, sotto vigilanza dell’Aiea[3], come avveniva fino all’aggressione israeliana del giugno 2023), niente missili in grado di raggiungere Israele e interruzione dei legami con Hezbollah/Houthi (alleati politici e religiosi) e Hamas (finanziato soprattutto dagli arabi sunniti e in passato dalla stessa Israele, in funzione divisiva). In definitiva, una lista di aberrazioni che solo ai due negoziatori sionisti (Kushner e Witkoff) ha punta vaghezza di proporre.
L’economia statunitense è come noto in declino, il dollaro si svaluta, domina la finanza, la produzione di beni materiali è stata delocalizzata, la società è sempre più violenta, l’ingiustizia sociale è immensa, i ricchi diminuiscono ma le loro ricchezze aumentano. La re-industrializzazione dovrebbe avvenire ampliando la produzione di armi (e dunque promuovendo altre guerre) e controllando le energie fossili. Fortuna vuole che, secondo la legge dei contrappesi, ciò spinge ancor più la Cina, per sottrarsi ai ricatti, verso le rinnovabili.
Quanto a Israele, ancora peggio. Il perverso capo del governo israeliano – lo stesso che ha resuscitato quei sentimenti antisemitici che sembravano sepolti per sempre con il sacrificio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti tedeschi – intende radere al suolo l’Iran, colpevole di sostenere la causa palestinese, di essere rimasto una nazione sovrana, trasformarlo (se fosse possibile) in una gigantesca Gaza, incurante persino delle immense conseguenze (inflazione, recessione) per il pianeta intero e dunque per gli stessi Stati Uniti.
Ma la civiltà persiana mai accetterà di essere distrutta. Anzi, la sua reazione potrebbe infliggere qualche serio dispiacere allo Stato Ebraico (nessuno è in grado di anticipare, ad esempio, cosa avverrebbe se il sito nucleare di Dimona fosse colpito da un missile balistico iraniano), e in tal caso Israele potrebbe decidere di ricorrere alla Bomba, rimanendo dubbio che l’attuale instabile e ricattato inquilino della Casa Bianca sarebbe in grado di opporsi. Solo Russia e Cina, a quel punto, avrebbero qualche chance di far rinsavire tale cerchia di svalvolati.
Alla luce di tutto ciò, occorre trovar modo di contenere i deliri di un individuo e invero di un paese intero (il 93% degli ebrei israeliani, a marzo 2026, approvava l’aggressione all’Iran[4]), consentendo all’umanità di proteggere la convivenza pacifica tra i popoli, che seppur diversi hanno diritto di respirare e prosperare a modo loro, secondo il buon senso, la Carta delle Nazioni Unite e quel minimo di Diritto Internazionale che l’umanità era riuscita a edificare dopo la carneficina della Seconda guerra mondiale.
Per far questo, poiché nelle cosiddette democrazie occidentali (i cui governi sono tutti dalla parte di Israele) il punto di vista delle popolazioni è considerato solo un fastidioso mormorio di fondo – così come le ricorrenti manifestazioni dei 25 aprile del mondo intero, eventi fondamentalmente distrattivi, sui quali si concentrano infinitesimali spaccature di capelli, mentre lassù il potere dorme sonni beati – coloro che possono sono chiamati a dar segni di vita.
In queste ore, le scommesse oscillano. L’ammasso di marines nelle vicinanze di Hormuz suggerisce che il confuso presidente biondochiomato e il crociato Pete Hegseth stiano pianificando la ripresa delle ostilità. I mercati, invece, sembrano propendere per un possibile compromesso, che equivarrebbe a una sconfitta cocente per l’impero che rappresentano.
Saremmo sulla strada giusta se Israele fosse espulso da ogni consesso internazionale, commerci, investimenti e legami di ogni genere, boicottando i suoi prodotti e via dicendo, affinché quel popolo sia indotto a riflettere, e dopo aver recuperato resipiscenza torni a dialogare con umana moderazione sulla strada della convivenza, tenendo a mente che alle sue frontiere vivono e crescono 500 milioni di mussulmani, arabi, turchi, persiani e altre etnie e religioni, con cui dovrà fare i conti, sempreché in futuro ci sia ancora un mondo.
Quanto agli Stati Uniti, in attesa che possa avverarsi la profezia di Jack London, la rivoluzione socialista nella tana del lupo, diamoci da fare per accelerare il sorgere di un mondo plurale, in grado di contenere i capricci e la cupidigia dell’impero. Sappiamo di contare poco, ma non cesseremo per questo di elevare la voce al dio della pace e del senno recuperato. Breve è l’umana esistenza, non v’è necessità di accelerarne il passo. Uniamo le forze ed entriamo nelle praterie del sogno, spazi eterei, i soli che vale la pena frequentare, perché non saremo certo in grado di costruire una società migliore se prima non l’avremo immaginata nella nostra mente.
[1] https://www.maurizioblondet.it/il-genocida-minaccia-la-turchia/
[2] Tre aerei caccia F-15E, un C-130 o MC-130J, un A-10 Thunderbolt, 4 elicotteri: due Black Hawk (HH-60), un MH-6 Little Bird e un AH-6 o un HC-130J
[3] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica
[4] https://search.brave.com/search?q=il+93%25+degli+israeliani+sostiene+la+guerra+contro+l%27Iran%2C+vero%3F&source=desktop&summary=1&conversation=090491415b9b1e7bc3e7be9cab8a5ed84395
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Ancora troppi sono convinti che l’uomo sia il padrone dell’universo, che possa fare quello che vuole su questo pianeta, che solo i suoi interessi contino, che l’armonia naturale e la biodiversità non abbiano influenza sul suo futuro. Eppure gli scienziati ci avvertono che stiamo distruggendo l’ambiente in cui viviamo in delicato equilibrio

(di Dacia Maraini – corriere.it) – Nel parco nazionale di Abruzzo Lazio e Molise, uno dei più antichi e ben tenuti del nostro Paese sono stati avvelenati una decina di lupi due settimane fa e ora la strage continua con altri 13 trovati avvelenati. Naturalmente di nascosto, all’oscuro di chi ama il parco e conosce le sue ricchezze, spinti da una crudeltà stupida e oscena. La terra, spiegano gli scienziati, vivrebbe benissimo senza l’essere umano, mentre l’essere umano non potrà vivere in una terra privata della sua vitalità bioecologica. Ancora troppi sono convinti che l’uomo sia il padrone dell’universo, che possa fare quello che vuole su questo pianeta, che solo i suoi interessi contino, che l’armonia naturale e la biodiversità non abbiano influenza sul suo futuro. Eppure gli scienziati ci avvertono che stiamo distruggendo l’ambiente in cui viviamo in delicato equilibrio, che il riscaldamento creato dalle nostre pretese produttive sta portando a pericolosi risultati, e che continuando così ci stiamo dirigendo verso l’estinzione della specie umana. Ma in questo momento di regresso culturale, di sfiducia nella scienza (tanto da arrivare alla stupidissima affermazione che la terra è piatta), di ambizioni interplanetari rivendicate da ricchissimi tecnocrati privi di empatia, ci sono ancora molti che credono di potere fare i propri privati interessi senza pensare alle conseguenze. Persone che ritengono di risolvere le differenze di potere e le rivendicazioni geografiche con le guerre. Persone che pensano di potere moltiplicare l’energia atomica senza però sapere di fare delle scorie che stanno rimpinzando i sotterranei di pericolosissimo materiale radioattivo. Persone che invece di puntare sull’energia alternativa, tornano alle miniere di carbone e al continuo risucchio di petroli che spingono al ricatto i pochi sui molti.
Quei lupi ormai fra i pochi rimasti che sono stati avvelenati, sappiano gli egocentrici ciechi e irresponsabili, sono quella parte della natura con cui dobbiamo convivere se non vogliamo trovarci soli su una terra desolata e destinati a morire di stenti. Tutti gli animali, perfino l’ape, fanno parte di un ecosistema che dura da miliardi di anni, ma che nella nostra enorme presunzione crediamo di potere eliminare perché «l’uomo è il centro dell’universo». Oggi sappiamo con certezza che la natura si adatta ai cambiamenti cercando di ripristinare ogni volta un nuovo equilibrio, ma solo fino a un certo punto, oltre c’è la discesa verso il disastro finale.
La storia si ripete due volte, e così gli attentati a Trump. A cosa servono i comici alla cena dei corrispondenti quando c’è Robert F. Kennedy Jr. che si dà alla fuga lasciando la moglie indietro? Più che alla settima arte tocca rivolgersi all’ottava, la grande serialità

(Alice Valeria Oliveri – editorialedomani.it) – Come una scena di un film di Fellini, dice su X la grande scrittrice americana Joyce Carol Oates. Come una sorta di Truman Show in versione Trump, come Una pallottola spuntata ma con Erika Kirk al posto di Priscilla Presley. La figura retorica che meglio si presta al disorientamento del presente è senza dubbio la similitudine, stampella cognitiva.
Come in un Blockbuster di spionaggio, scritto da sceneggiatori un po’ pigri: per dare senso ai fatti avvenuti all’hotel Washington Hilton bisogna appellarsi alla forma di rappresentazione con cui gli Stati Uniti hanno plasmato l’immaginario del Ventesimo secolo.
Solo che, nel 2026, essendo l’Occidente invischiato in questo canovaccio farsesco che trasforma un evento tragico come l’attacco armato a un presidente in un’avventura rocambolesca dalle tinte demenziali – la storia si ripete due volte, e così gli attentati a Trump, a cosa servono i comici alla cena dei corrispondenti quando c’è Robert F. Kennedy Jr. che si dà alla fuga lasciando la moglie indietro? – più che alla settima arte tocca rivolgersi all’ottava, la grande serialità.

Nel 2013, Netflix lanciava il suo catalogo di streaming con una serie che ha bruciato tanto intensamente quanto velocemente per diverse ragioni, non ultime le accuse di abusi sessuali al protagonista Kevin Spacey. House of Cards, oltre a essere un punto di riferimento per Matteo Renzi, lo era anche per gli appassionati di fanta-politica statunitense, grazie al protagonista Frank Underwood che infestava di cinica furbizia travestita da Realpolitik una Casa Bianca ancora priva di fondamentale Ballroom trumpiana.
Nella quarta stagione, il presidente Underwood viene quasi ucciso da un proiettile durante un comizio. Lui si salva, la sua campagna elettorale fino a quel momento in netto sfavore, pure. Speriamo di non ci tocchi dire: «Come in una puntata di House of Cards».

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Se le lacrime facessero reddito, il governo Meloni ci avrebbe già resi ricchi tutti quanti. La povertà sarebbe stata abolita (altro che Di Maio!), l’Italia sarebbe un paese felice e Fratelli d’Italia avrebbe con pieno merito il 50% e più per cento. Invece frignare in politica serve a poco, se non a raccattare qualche consenso di contrabbando dai soliti boccaloni, e quindi tutto questo eterno piagnisteo di Giorgia Meloni è solo noioso. Anzi noiosissimo. Un vittimismo continuo, ostentato, conclamato, che serve solo come arma (l’ennesima) di distrazione di massa per tirare a campare. Meloni non governa: frigna. Persino più di Berlusconi, Renzi e financo Mazzarri. L’ultima sua lacrimata ha riguardato il 25 Aprile, giornata a lei come noto ontologicamente indigesta. A fine serata, sui suoi gremiti profili social, ha partorito l’ennesimo pianto di governo. Per mettere in cattiva luce sinistra e antifascisti, ha parlato di “aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina (tra cui anche esponenti politici), “immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione”, “Sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati”, “cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati, “la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo sotto scorta delle Forze dell’ordine”. Praticamente l’apocalisse. Ovviamente, nella sua lista, Meloni si è curiosamente dimenticata di citare gli spari a due iscritti all’Anpi, evento da ella verosimilmente ritenuto non rilevante. Dopo tre anni e mezzo di governo tremebondo e quasi sempre ributtante, esiste una vera e propria tecnica della Frignata Meloniana. […]
Frignata contro i giudici. Grande classico, reso immortale da Silvio Berlusconi, non a caso grande maestro politico di Meloni (altro che Borsellino e la destra sociale e legalitaria). È sempre colpa degli altri e mai sua. In questo senso, nella vasta galassia degli “altri” assume un’importanza peculiare la categoria dei “giudici”, ovvero le “toghe rosse”. Tramano sempre contro, non si limitano ad assecondare supinamente quel che vuole il governo, ci rispediscono in Italia i migranti, liberano pedofili e stupratori, non rispettano la volontà popolare, vessano le famiglie nel bosco e – quel che è peggio – non hanno il poster di Donzelli vestito da Minnie in camera. Un atteggiamento vile e odioso, che provoca nella povera martire Meloni continue crisi di pianto. Poveretta.
[…]
Pianto contro i giornalisti bolscevichi. La stampa tutta, secondo Meloni, ce l’ha con lei e il suo mirabile esecutivo. Non si capisce bene dove Donna Giorgia veda tutta questa sviluppata propensione critica nei suoi confronti. Su Rai1? Su Rai2? A Mediaset (fatta salva È sempre Cartabianca)? Nei giornali di destra? Nei giornaloni di centro? Meloni parla dei giornalisti come se fossero tutti uguali a quei pochi talk show/firme/testate/programmi non meloniani, ma è una narrazione così falsa che può (fingere di) crederci giusto Bruno Vespa, non a caso definito da Fratelli di Italia “baluardo della pluralità di informazione” (ahahah). La verità è che Meloni ha un’idea di giornalismo libero coincidente con Porro, e quindi reputa le domande (e le inchieste) lesa maestà. Da qui la lacrima (furbamente) facile.
[…] Oltre a tali categorie, Giorgia Meloni aggiunge – o potrà aggiungere – molte altre fonti lacrimali. Tra le tante: il pianto per qualsivoglia organo di controllo che non le dia ragione a prescindere; per gli intellettuali comunisti; per gli artisti figli dell’egemonia di sinistra; per Sánchez e la sinistra che governa il mondo (?); per Putin (sul serio) e Trump (per finta); per Prodi, il Superbonus, l’Unione europea; per gli arbitri; per il clima (piove governo ladro); per i terremoti, le tremende inondazioni, le cavallette. Eccetera. Va bene tutto, l’importante è piangere benissimo. E governare malissimo.
L’ex senatore, braccio destro del Cavaliere, a processo dal 9 luglio. Da condannato per mafia non ha dichiarato quel denaro

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – Il processo per l’ex senatore Marcello Dell’Utri accusato di non aver dichiarato i 42 milioni di euro ricevuti da Silvio Berlusconi si aprirà a Milano il 9 luglio. Sul banco degli imputati oltre all’ex parlamentare di Forza Italia, uomo che per decenni è stato ombra, memoria e cassaforte politica della stagione berlusconiana, ci sarà pure la moglie Miranda Ratti. La gup Giulia Marozzi li ha rinviati a giudizio per la vicenda degli otto bonifici milionari, tra il 2014 e il 2024, disposti da Berlusconi all’amico di una vita. Una parte delle dazioni è prescritta e la somma è scesa a 10 milioni e 840 mila euro, che sono sotto sequestro. Il resto diventa materia di processo.
La contestazione, depurata dall’aggravante mafiosa dopo il passaggio dal tribunale di Firenze a quello di Milano, resta pesante: Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe omesso di comunicare variazioni patrimoniali milionarie, obbligo imposto dalla legge Rognoni-La Torre a chi, come lui, ha scontato una condanna definitiva per mafia. Alla moglie viene contestata l’intestazione fittizia di beni.
La storia giudiziaria è solo la superficie. Sotto, scorre il rapporto tra due uomini che non hanno mai smesso di appartenersi. Berlusconi e Dell’Utri: il fondatore dell’impero Fininvest e l’uomo che ne conosceva stanze, debiti, origini, fedeltà. Il patron del Biscione e il manager di Publitalia che partecipò alla nascita di Forza Italia, alla costruzione del partito, alla discesa in campo.
Nelle carte investigative, quel denaro non è mai soltanto denaro. È riconoscenza. È debito. È memoria. La Dia nelle informative al pm scrive che le dazioni sarebbero connesse a «un riconoscimento anche morale», all’assolvimento di «un debito non scritto», soprattutto nell’ultimo periodo, per avere Dell’Utri “pagato il prezzo” della carcerazione «senza lasciarsi andare a coinvolgimenti di terzi». Tradotto: senza tradire. Per l’accusa è il prezzo del silenzio. Marcello Dell’Utri è attualmente indagato nell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi del ‘93.
Il fascicolo sui bonifici era nato a Firenze, nell’orbita dell’inchiesta sui concorrenti esterni delle stragi del 1993. Poi l’esclusione dell’aggravante mafiosa ha mutato il quadro e spostato la competenza nel capoluogo lombardo, dove Dell’Utri risiede. Le causali dei bonifici parlavano di prestiti. Le carte della Dia agli atti dell’inchiesta raccontano altro: intercettazioni con richieste di denaro, versamenti continui, operazioni immobiliari, società, conti, spese legali sostenute integralmente. Un sistema di sostegno economico che, secondo gli investigatori, non aveva una ragione trasparente.
«Mai emerge la causale vera», annotano. Mai una obbligazione chiara. Mai un titolo capace di spiegare la perseveranza dei pagamenti. Berlusconi nel 1996 aveva spiegato ai giudici: «Il rapporto esistente tra il dottor Dell’Utri e il sottoscritto è un rapporto di amicizia così profonda e c’è in me una considerazione tale nei suoi confronti per quello che lui ha fatto come fondatore e gestore poi di Publitalia che è sempre stato naturalmente remunerato alle condizioni di mercato, ma che ha lasciato e lascia in me una viva considerazione nei suoi confronti».
Uno stretto rapporto li ha legati, tanto che il cavaliere ha indicato l’ex senatore nel suo testamento lasciandogli 30 milioni. Nelle informative degli investigatori dell’antimafia compaiono parole che pesano più dei numeri: “ricatto”, “copertura”, “colpa”, “danno”. Termini che raccontano non una semplice amicizia, ma una relazione asimmetrica, segnata dalla conoscenza, dal silenzio, dal bisogno reciproco. «Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità dei nostri assistiti anche nel presente procedimento», hanno detto i difensori.
Per la procura di Milano, il punto è tecnico: Dell’Utri poteva ricevere quei milioni senza dichiararli? Quei soldi erano davvero prestiti? E perché Berlusconi continuò a versare somme enormi a un uomo già condannato, già detenuto, già portatore di un segreto pubblico e privato? Il processo dovrà rispondere a questo. Non alla leggenda, ma ai bonifici. Non alle allusioni, ma ai documenti.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il capolavoro strategico dell’Iran è consistito nell’avere rivoluzionato la priorità della scaletta diplomatica. Prima della guerra, il programma nucleare era in cima alla lista. Oggi c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz. Per capire ciò che sta accadendo, occorre capire l’obiettivo dell’Iran. L’Iran vuole tenersi i suoi 440 kg di uranio arricchito al 60% di purezza per tre ragioni.
La prima ragione è che, se riesce a trattenerli, può certificare di avere vinto la guerra con uno scatto fotografico.[…]
La seconda ragione è che l’Iran potrà sopravvivere alla sua distruzione, piuttosto certa, soltanto costruendo la bomba atomica. Se l’Iran si spogliasse del nucleare, rischierebbe di fare la fine della Libia. Gheddafi si fidò dell’Occidente. Si spogliò delle sue armi più letali in cambio della pace, e poi fu trucidato grazie alle bombe della Nato. Una volta privato l’Iran del nucleare, gli Stati Uniti e Israele tornerebbero ad attaccarlo per distruggere il suo programma missilistico, fomentando qualunque tipo di rivolta. Israele non vuole la pace con l’Iran, vuole indebolirlo per tornare ad attaccarlo. La sicurezza internazionale non ha nulla di divertente, ma credere nella voglia di pace d’Israele è esilarante. Israele vuole rubare la terra ai palestinesi per estendere il proprio territorio ed è quello che farebbe anche se Hamas diventasse un’associazione cattolica di volontariato.
[…]
La terza ragione è che il possesso dell’uranio consentirebbe all’Iran di tirare le trattative per le lunghe. Occorre infatti ricordare che Obama e Rohani, per disciplinare una sola questione, l’arricchimento dell’uranio, dovettero produrre un documento di 160 pagine che richiese due anni nella sola fase finale intensa. Intendo dire che, quando i negoziatori si misero a correre, corsero per due anni. E stiamo parlando di una sola questione. Ecco perché Trump, il 28 febbraio 2026, ha tentato il cambio di regime. Se Trump si mettesse intorno a un tavolo con gli iraniani per dirimere tutti gli aspetti tecnici relativi al nucleare, morirebbe prima di vecchiaia o di depressione. Bombardando nuovamente l’Iran, Trump potrebbe soltanto peggiorare la situazione. L’Iran ragiona in questo modo: “L’ultima ora è ora”. Il regime iraniano pensa che rimandare lo scontro finale con gli Stati Uniti ridurrebbe soltanto le sue possibilità di sopravvivere. Per l’Iran lo scontro finale è adesso. L’Iran non vuole rimandare la guerra al prossimo anno perché si troverebbe a combattere in una posizione di debolezza più grande di quella attuale. Ecco perché l’Iran ha avuto il coraggio di non presentarsi al tavolo delle trattative in Pakistan, nonostante la minaccia di Trump di condurre un Olocausto. È il coraggio della disperazione. Ne consegue che l’Iran è pronto a seguire Trump in tutti i giri di escalation. […] Chiamo “giro di escalation” la capacità di uno Stato di innalzare il livello dello scontro militare di un livello ulteriore. Se Trump colpirà le strutture energetiche dell’Iran, l’Iran distruggerà le strutture energetiche dei Paesi del Golfo Persico. Se Trump invaderà l’Iran, l’Iran sparerà contro i soldati americani. Se Trump invaderà l’isola di Kharg, l’Iran chiuderà lo Stretto di Bab el-Mandeb. Trump ha deciso di estendere il cessate il fuoco a tempo indefinito perché sa che tutto quello che può fare è peggiore di quello che ha già fatto. Ne parlerò il 16 maggio al Salone del Libro di Torino, presentando Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali (PaperFirst).

(di Michele Serra – repubblica.it) – Notizia rivoluzionaria! Da oggi (28 aprile) nei paesi della Ue, per legge, tutti i nuovi dispositivi elettronici (computer, tablet, cellulari) devono essere ricaricabili tramite una sola sorgente Usb-c: come si sarebbe detto nel Novecento, una sola presa della corrente buona per ogni elettrodomestico.
Perché rivoluzionaria? Perché le nostre vite digitali sono state infestate, per decenni, da un folle accumulo di caricatori, non uno che valesse anche per ricaricare altri aggeggi, la costante ricerca di quello giusto in mezzo a grovigli di cavetti, maschi e femmine di foggia sempre incompatibile, diametri mutevoli, cosini rettangolari che non entrano in cosi ovali e viceversa. Un caos programmatico che ha sicuramente arricchito a dismisura i produttori di cosi e cosini e ha intasato le discariche dei rifiuti elettronici, tra i più difficili da smaltire.
Abbiamo visto agghiaccianti servizi fotografici su bambini africani che risalgono lungo cordigliere di rifiuti frugando in mezzo alle nostre deiezioni elettroniche alla ricerca di non so quali metalli preziosi. E abbiamo visto, nel nostro piccolo, cassetti intasati di cadaveri digitali, e udito urla disperate per casa: dov’è il caricatore giusto?
Lo pensavamo tutti: ma non sarebbe più comodo e più pulito ricaricare tutto quanto alla stessa maniera? Ora — incredibile — in Europa potrebbe accadere per davvero. Che la politica riesca ancora a dare regole a un’economia ingorda e inquinante, quasi nessuno ci sperava più. La tecnologia è una folgore, la politica un pachiderma, ma con i suoi tempi infiniti (ci sono voluti anni!) il pachiderma per una volta è riuscito a domare la folgore.
La logica è la stessa: si trova il modo, si firma il parere, si reggono le posizioni finché si può. Poi arriva l’ora in cui non regge più

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Domenica La Fenice di Venezia ha annullato le collaborazioni future con Beatrice Venezi, difesa per mesi dalla maggioranza di governo, poi scaricata dopo un’intervista al quotidiano argentino La Nación in cui aveva accusato i musicisti di tramandare i posti «di padre in figlio». Il sovrintendente Nicola Colabianchi ha preso le distanze con la stessa velocità con cui si era accorto che il vento era cambiato. Palazzo Chigi: Meloni «non è stata coinvolta in alcun modo».
Venezi era arrivata alla Fenice per linea diretta: consigliera musicale del ministero della Cultura sotto Sangiuliano, ospite di Atreju, premiata da Federico Mollicone (FdI) «per il suo immenso talento». Il governo aveva trasformato quella vicinanza in titolo di merito. Mesi di proteste, volantini in sala: tutto resistito. Poi un’intervista a Buenos Aires e la copertura è evaporata.
Mentre Venezia festeggiava, ieri saltava fuori l’altra storia: Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda condannata in via definitiva doveva a una pena complessiva di tre anni e undici mesi per favoreggiamento della prostituzione nel Ruby-bis e per peculato nella rimborsopoli lombarda, aveva ottenuto la grazia presidenziale il 18 febbraio 2026 su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Motivazione: le condizioni di salute di un minore affidatole in Uruguay. Il Fatto Quotidiano ha ricostruito che il bambino aveva entrambi i genitori viventi, e che il San Raffaele e l’ospedale di Padova, citati come strutture che avrebbero sconsigliato di operarlo in Italia, hanno smentito: quel nome non risulta nei loro terminali. Il Quirinale ha scritto a Nordio: verificare con urgenza «la fondatezza di quanto rappresentato». L’istruttoria che il ministero avrebbe dovuto fare prima di firmare il parere, la sta aprendo adesso. Anche se ieri Minetti ha liquidato come notizie “false” gli scoop del Fatto.
Sono due storie diverse. Eppure entrambe mostrano un governo convinto di gestire questioni di rilievo istituzionali con metodi decisamente poco istituzionali. La logica è la stessa: si trova il modo, si firma il parere, si reggono le posizioni finché si può. Poi arriva il momento in cui non regge più. E allora si dice che i vertici non erano coinvolti. O si apre un’istruttoria su una grazia firmata due mesi fa.
ARAGHCHI, ‘L’IRAN STA VALUTANDO RICHIESTA DI COLLOQUI DAGLI STATI UNITI’

(ANSA) – Gli Stati Uniti hanno proposto all’Iran colloqui e Teheran ora sta valutando questa opzione. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi in un commento all’emittente russa Vesti, commentando le dichiarazioni del presidente Usa, Donald Trump, il quale si definisce “vincitore”. “Non ha raggiunto un singolo obiettivo. Ecco perché chiede i colloqui e ora stiamo valutando questa opzione”, ha detto Araghchi.
(dagospia.com) – La visita a Mosca del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, conferma che la guerra mondiale sarà pure a pezzetti, come sosteneva Papa Francesco, ma il fronte è unico: Iran, Russia e Cina giocano la stessa partita, e solo quel babbeo di Trump finge di non accorgersi del doppio gioco di Mosca e Pechino.
Ragguagliato Putin, uno dei suoi due padroncini, Araghchi sta avendo in queste ore contatti diplomatici fittissimi con Qatar e Arabia Saudita, mentre non interloquisce con Emirati arabi uniti e Bahrain, i due paesi che hanno firmato gli accordi di Abramo con Israele nel 2020.
Il pallino dei negoziati resta però in mano al Pakistan, che come scrive oggi sulla “Stampa” Francesco Semprini è diventato “il punto di equilibrio regionale.
Il premier Sharif sta investendo molto su questo ruolo, non per semplice prestigio internazionale ma per un interesse diretto. Il Pakistan ha bisogno che il confronto tra Iran e Stati Uniti non degeneri in una crisi più ampia.
Una destabilizzazione di Teheran o un allargamento dello scontro produrrebbero effetti immediati anche oltre confine, dentro un equilibrio interno già fragile”.
Anche se Trump prova ad alimentare una narrazione differente, il blocco prolungato dello stretto di Hormuz manda fuori giri il demente della Casa Bianca: è vero che le esportazioni greggio americane crescono (la scorsa settimana sono salite a una media di 5,2 milioni di barile al giorno, un milione in più dei sette giorni precedenti), ma il prezzo al gallone resta ai massimi degli ultimi anni.
Il motivo è semplice: in un mercato globale, il prezzo non si stabilisce a Washington, ma lo fa l’equilibrio tra domanda e offerta.
Insomma, Trump scatenando il caos in Medioriente ha fatto un favore ai grandi produttori, ma non a se stesso: gli elettori si vendicheranno alle urne alle elezioni di metà mandato di novembre…
La presidenza della Repubblica ha inviato la lettera al ministero della Giustizia: “Chiarimenti sulla fondatezza della richiesta”

(repubblica.it) – L’ufficio stampa del Quirinale comunica che la presidenza della Repubblica ha inviato la seguente lettera al ministero della Giustizia: “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.
Nicole Minetti ottiene la grazia “umanitaria” per via di un bambino dato per abbandonato: vengono, infatti, cancellate le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Ma gli atti parlano di genitori vivi e poveri, come riporta il Fatto quotidiano. Precisamente, il bambino ha una madre biologica in Uruguay. Che, da metà febbraio, risulta scomparsa. Non solo. L’avvocata che la difendeva è morta carbonizzata in un incendio insieme al marito (anche lui avvocato). Sulla grazia, spuntano dunque le prime ombre sui motivi umanitari che hanno portato alla concessione della grazia all’ex consigliera regionale della Lombardia.

Gli atti del Tribunale di Maldonado, secondo il Fatto, raccontano invece che ancora oggi il minore ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”.
La nota del Quirinale precisa ancora: “Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che vengono prospettati e fonda la propria decisione sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal ministro della Giustizia”. La lettera del Quirinale, si sottolinea, è infatti partita” in seguito a notizie di stampa dalle quali emergerebbe la sussistenza di circostanze diverse da quelle rappresentate al presidente della Repubblica con la domanda di grazia. Nel caso in questione – si rileva – il procuratore generale di Milano e il ministro hanno motivato il loro parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova della Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero”.
Fonti del Quirinale, a questo proposito, fanno notare che la richiesta è stata rivolta al ministero della giustizia, competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come affermato dalla Corte Costituzionale (sentenza 200 del 2006).
Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (Inau) per un massimo di 45 giorni proprio per la delicata situazione della famiglia. Tanto che il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”, scrive ancora il Fatto. Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare.
È un ultimo, insperato successo del No al referendum: finora la copertura politica offerta dalla premier ha garantito ogni tipo di incompetenza

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Beatrice Venezi, maestra d’orchestra dalla lingua lunghissima come i treni merci di una volta, ha perso l’immunità meloniana che l’aveva finora tenuta coperta da ogni responsabilità per i comportamenti tenuti con i suoi colleghi de La Fenice. La premier le ha tolto la copertura e fatto sapere che d’ora in avanti ciascuno sarà responsabile delle proprie azioni (sic!).
È un ultimo, insperato successo del No al referendum che ha indebolito l’immunità della destra italiana che non rispondeva della qualità delle proprie prestazioni, diciamo così.
Finora la copertura politica offerta dalla premier, al tempo in cui le sue mosse erano sistematicamente giudicate vincenti e dunque incommentabili per il principio della superiorità della fonte, ha infatti garantito ogni tipo di incompetenza, una per tutti quella del ministro Nordio, ogni grado dell’imbarazzo e dell’inopportunità (vedasi alla voce Delmastro) e ogni altra fanfaluca che l’esecutivo (Adolfo Urso fra tutti) era in grado di generare.
Venezi è stata licenziata dal sovrintendente de La Fenice e il governo, che l’aveva imposta contro ogni evidenza per il curriculum problematico, non ha fiatato.
Bisognerebbe, per dare senso al nuovo corso e uguaglianza tra i profeti del verbo meloniano, annotare il destino del sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, il primo dei giuristi di Palazzo Chigi promotore del più grande pasticcio legislativo di questi anni: aver scritto e fatto approvare una norma (quella sulla “remigrazione” finanziata per gli avvocati di buon cuore col governo) totalmente e platealmente incostituzionale.