Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Matteo, la sola certezza della rete


(ilfattoquotidiano.it) – Eravamo rimasti al diluvio di interviste incassate a marzo nemmeno fosse il frontman del No al referendum. Epperò non è ancora il caso di chiudere l’ombrello: Matteo Renzi a reti unificate resta l’unica certezza di questo aprile incerto e capriccioso per la politica oltre che per il meteo. Ma se la grandine improvvisa rende ancora impervio il cambio di stagione, per Renzi splende sempre il sole, specie in tv dove ha collezionato in pochi giorni almeno dieci comparsate. Eccolo qui, appena principiato il mese, ospite di Lilli Gruber (Otto e Mezzo) e poi di Bianca Berlinguer (Rete4). A seguire SkyTg24 e poi la capatina da David Parenzo a La7, giusto il tempo di rompere il ritmo catodico per un’intervista a La Stampa. E tutto questo dovendo pure presenziare in Senato e, naturalmente, sui social. Ma il piccolo schermo è da richiamo della foresta: Matteo non ha deluso neanche gli spettatori di Giovanni Floris (DiMartedì) o quelli di Tiziana Panella (Tagadà) né il pubblico d’Oltremanica. Come ha rivelato nell’edizione numero 1100 della sua Enews, che annuncia anche la partecipazione a Pulp Podcast, ospite col generale Vannacci di Fedez. “A quelli che dicono: ‘eh, ma vai a parlare da Fedez’ rispondo che certo che ci vado. Come vado nei talk show italiani, sui social, sui giornali. Ovunque. Ultimamente sono stato coinvolto spesso anche da Tv internazionali come Sky, Cnn, Bbc: qui un passaggio del mio intervento proprio alla Bbc”. Denghiu!


Conte battezza l’agorà del programma


Conte battezza l’agorà del programma

(di Francesco Bei – repubblica.it) – Al “Global Progressive Mobilisation” di Barcellona Giuseppe Conte non c’è andato, è rimasto a Roma per la prova generale di Nova, la fabbrica del programma dei cinque stelle. Di fronte a un caffè, al palazzo dei congressi dell’Eur, l’ex premier non si scompone del mancato invito: «Non facciamo parte della famiglia socialista, ecco perché non siamo andati. Noi siamo progressisti, ma vedo che anche loro ormai si definiscono così…è un passo avanti». Conte sorride rilassato, l’esperimento sul programma sta andando bene, nelle varie sale del fascistissimo palazzo dell’Eur ci sono cinquecento attivisti venuti da tutta Italia per formarsi e vedere come si fa. Saranno questi primi “apostoli”, una volta tornati a casa, a dirigere i cento punti Ost (Open Space Technology, un metodo partecipativo ideato da Harrison Owen) che il 16 e 17 maggio inizieranno concretamente quel percorso «dal basso» di redazione delle proposte da portare al tavolo del centrosinistra.

Le prossime politiche saranno un test: per la prima volta, a livello nazionale, il M5S si presenterà in un’alleanza organica con Pd, Avs e persino con l’ex odiato Renzi. Quindi bisogna andarci con i piedi di piombo. Conte finisce il caffè e, prima di arringare gli attivisti per caricarli, ammette che qualcosa potrebbe andare storto: «Il nostro elettorato è molto esigente e non bisogna dimenticarsi che noi siamo nati contro i partiti, ma soprattutto contro il Pd di allora. Quindi, se vogliamo convincere i nostri che l’alleanza va fatta, bisogna portarceli su progetti concreti, scritti nero su bianco, altrimenti non ti seguono». E non rinunciare alle differenze, come l’approccio alla Russia. «Facciamo subito un negoziato — ribadisce — gestiamolo noi coinvolgendo anche la Cina, arriviamo subito a una soluzione perché dobbiamo comprare il gas russo: è più conveniente per le nostre imprese e per i nostri cittadini».

Al centro di un’agorà di sedie disposte in cerchio, Conte dà la carica agli attivisti con queste parole: «Ci accingiamo a costruire un progetto di governo scritto insieme ai cittadini dai cittadini. Non esiste in un altro Paese un percorso simile. È un progetto rivoluzionario».

I cinquecento si dividono in una ventina di tavoli tematici, dalla salute al fisco, dalle rinnovabili alla giustizia. Si discute, un team leader scrive su un grande foglio le proposte che riscuotono il consenso del gruppo.

La politica alla fine fa capolino. Dopo aver addentato un panino, un gruppo di giovani si ritrova a discutere del Pd. Riccardo: «Il Pd è un animale strano, ci trovi Pina Picierno e i pro Pal, ma ormai ci siamo abituati. La nostra vera fatica sarà accettare Renzi». Concorda Mario: «In Puglia con Decaro lavoriamo benissimo. L’amalgama con il Pd è possibile». Francesco già sogna palazzo Chigi: «Conte non è un 5S tipico, può essere lui il federatore dopo che avrà vinto le primarie». E a Schlein che farete fare? Gabriele risponde senza ironia: «Parla bene le lingue, potrebbe essere la ministra degli esteri».


Debito, “manine”. E poteri forti: Fmi e Ocse all’attacco, nel mirino Giorgia Meloni


Palazzo Chigi teme la tempesta perfetta. Crescita debole, asta Btp deserta e rendimenti in salita, un mix pericoloso, aggravato da fattori strutturali: popolazione che invecchia, produttività stagnante e margini fiscali ridotti

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Crescita debole, asta Btp deserta e rendimenti in salita accendono i riflettori sul governo Meloni. Altro che semplice contabilità. Il debito italiano torna a essere un’arma politica. È in questa zona grigia che, secondo fonti finanziarie e istituzionali, riemergono i soliti attori: Fondo Monetario Internazionale, Ocse e quel sottobosco di “manine” che si muove tra Roma e le capitali europee. Il copione è noto: quando i conti si complicano, le pressioni aumentano. E oggi i numeri iniziano a mandare segnali tutt’altro che rassicuranti.

I numeri che pesano: crescita al palo e debito verso il 140% Secondo le stime riportate, la crescita italiana resta debole: +0,4% nel 2026 e +0,6% nel 2027, tra le peggiori performance tra le economie avanzate. Un ritmo che non basta a sostenere un debito destinato a salire fino al 140% del Pil tra il 2025 e il 2029. Un mix pericoloso, aggravato da fattori strutturali: popolazione che invecchia, produttività stagnante, margini fiscali ridotti. Il risultato è un sistema più esposto agli shock. Ma il vero campanello d’allarme arriva dai mercati. E non è solo una questione di numeri: è una questione di fiducia.

Lo spread Btp-Bund resta intorno ai 79 punti, ma il dato più significativo è il rendimento del decennale, arrivato a sfiorare il 3,9%. Non è ancora emergenza, ma è una crepa che si allarga. E quando i mercati iniziano a frenare, la pressione politica sale. A rendere il quadro ancora più fragile c’è lo shock energetico. L’Italia importa circa il 38% delle forniture, restando esposta alle tensioni internazionali. Questo aumenta il rischio Paese e alimenta la narrativa della vulnerabilità. Una narrativa che, nei circuiti finanziari, può trasformarsi rapidamente in pressione concreta. In questo contesto, il bersaglio diventa inevitabilmente Giorgia Meloni. Non con attacchi diretti, ma attraverso report, previsioni e raccomandazioni. Il parallelo con il passato è inevitabile: lo schema visto ai tempi di Silvio Berlusconi, quando lo spread diventò strumento politico. Oggi il meccanismo sembra ripartire, in forma più sofisticata ma con lo stesso obiettivo: aumentare la pressione.

E poi ci sono loro: le “manine”. Tecnici, funzionari, advisor che si muovono tra istituzioni italiane e internazionali. Non complotti, ma dinamiche consolidate. Un ecosistema che orienta decisioni e percezioni. “Non serve forzare”, spiegano fonti economiche. “Basta accompagnare i segnali”. E i segnali, oggi, iniziano a essere chiari. Il confine tra economia e politica si assottiglia sempre di più. Il debito diventa leva, i mercati amplificatore, le istituzioni moltiplicatore. Con una crescita debole, rendimenti in salita e aste Btp che non andrebbero come si vorrebbe, il rischio è che si riapra una stagione già vista. La domanda torna a rimbalzare nei palazzi romani: è solo una fase economica difficile o l’inizio dell’offensiva finale sul governo? La tempesta perfetta? Perché quando la fiducia si ritira, anche di poco, qualcuno – dentro e fuori – è sempre pronto ad approfittarne.


La sindrome di Trump


Ricatta, attacca, provoca, posta, negozia, fa marcia indietro, poi fa passi in avanti con un effetto contaminazione mostruoso e creando uno show demenziale e ipnotico di cui tutti noi ci siamo inguaribilmente infettati

Immagine di La sindrome di Trump

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – “Una parte di me pensa che sia pazzo; una parte di me pensa che voglia dare l’impressione alla gente che è pazzo; parte di me pensa che voglia fare impazzire tutti gli altri”. (Bret Stephens sul Nyt). Le cose stanno esattamente così, e il mondo si è ammalato dell’abominevole Trump. Ci si sveglia con lui, che fa notizia, a ogni fuso orario. Si lavora con lui sullo sfondo, si pranza con lui, con lui si fa merenda, con lui attivo e squillante, assurdo e buffo, carogna e nunzio di pace, orrendo e spiritoso, ci si addormenta. Potrà finire sul Monte Rushmore, con Washington e gli altri, o all’inferno. Intanto si è fatto la copertina della Domenica del Corriere con tanto di tavole di Beltrame, una collana di figurine Panini in cui si rappresenta come Papa, come Gesù, come l’apostolo più amato dal Signore. Certo è che questi dieci anni appena di politica trumpiana, l’ultimo al massimo livello di incandescenza, sono la fantasmagoria patologica ovvero lo show demenziale di cui tutti noi ci siamo inguaribilmente infettati. Al momento sembra in recupero e in manovra, sorvegliato, se lo si sta a sentire nelle dozzine di conferenze stampa improvvisate l’impressione è che stia per arrivare di nuovo il suo momento Venezuela, ma questa volta con il bestione iraniano e con l’economia mondiale in ballo, e forse c’è anche un tocco di momento Groenlandia, con la Nato e l’Unione europea pregate di non rompere le balle ché lo Stretto lui l’ha chiuso e lui lo riapre, non servono aiuti pusilli dopo la vittoria. Vittoria? Ma dove. Eppure assicura che a Teheran c’è gente affidabile che ha capito la lezione e si libera della polvere nucleare, garantisce a comando l’armistizio aereo e missilistico e lo replica in Libano. La vittoria è elusiva, ma i libanesi sparano fuochi d’artificio, le borse volano, il petrolio scende di prezzo. Ha anche spiegato senza piegare il sopracciglio che tutte quelle bombe erano inutili, perché il big beautiful blocco navale è molto più efficace. Nessuno gli domanda se non poteva pensarci prima, tutti sono tetanizzati, avvinti al suo abbraccio funambolico, e ascoltano le sue spiegazioni.

La sindrome Trump rende tutti gli altri capi di governo e di stato funzionari grigi di un potere che non si vede più, che dipende dalla catena burocratica, che non ha autonomia e inventiva strategica, che non riesce non si dica a splendere o luccicare ma nemmeno a farsi vivo come un soggetto attivo. Lui è in torto, sempre e sistematicamente, e vantarsene è la sua ragion di stato. Con le vanterie da ballroom e da arco di trionfo conferma e smentisce di ora in ora decisioni sempre diverse e contraddittorie ma sempre inseguendo la verità effettuale di una cosa che solo a lui è squadernata davanti nei suoi significati più arcani. L’effetto di contaminazione è mostruoso, la democrazia liberale non è più forte o più debole, è solo un ricordo, un’ipotesi di scuola, e a tutti compreso il Papa tocca la sua razione di ingenua fremente rutilante avida presenza scenica e retorica dell’uomo più potente del mondo che esercita a piacimento, e con piacere narcisistico evidente, la sua potenza. Da quando si cominciava a formare il sistema europeo degli stati, dall’epoca dei re francesi in lotta con l’impero, dai tempi dei Borboni e degli Asburgo, con i Machiavelli e i Bodin e i successori che guardavano e giudicavano la grande politica, mai un tipaccio così destro e furbo aveva calcato la scena.


Bibi Files, cosa c’è nel documentario proibito: Netanyahu corrotto tra sigari, gioielli e champagne per la moglie Sara


Nel documentario “The Bibi Files”, non accessibile in Italia, le testimonianze delle indagini per corruzione contro il primo ministro israeliano. Tra regali a centinaia di migliaia di dollari e favori, emerge il ruolo dominante della moglie Sara.

(di Antonio Musella – fanpage.it) – Il documentario “The Bibi files”, la cui visione è bloccata in diversi paesi tra cui l’Italia, da Benjamin Netanyahu, contiene i filmati degli interrogatori legati al processo per corruzione che vede imputato il primo ministro israeliano, accusato di un giro di favori e tangenti con ricchissimi imprenditori. Fanpage.it ha potuto vedere il documentario diretto da Alexis Bloom e quello che emerge è un quadro sconcertante. Un uomo al comando che si considera un Re, che richiede regali preziosi a uomini ricchissimi che si rivolgono a lui per favori da milioni di dollari, come le leggi sull’esenzione fiscale, oppure prestiti bancari.

Ma tutta quell’opulenza gli si è riversata contro, con uno stuolo di ex collaboratori pronti a testimoniare contro di lui, e i ricchi magnati che gli avevano chiesto favori, che sono crollati durante gli interrogatori della polizia. L’inchiesta giudiziaria aveva suscitato grandi proteste in Israele contro il primo ministro, che nel 2023, aveva proposto addirittura una riforma della giustizia per permettere alla politica di controllare i giudici. Ma poi, con il 7 ottobre e l’avvio della guerra a Gaza, tutto si è cristallizzato. La guerra permanente, che vede ancora oggi Israele attaccare il Libano e l’Iran, sembra costruita come una condizione necessaria per non affrontare i processi. Per determinare questo scenario, “Bibi” ha portato al governo la destra più estrema che Israele abbia mai conosciuto, con Ben Gvir e Smotrich diventati gli azionisti di maggioranza dell’esecutivo.

Sigari, regali e i ricchi ai suoi piedi: la vita da Re di Bibi Netanyahu
I video degli interrogatori raccolgono le accuse contro Bibi dalla stessa bocca dei protagonisti. Ci sono gli imprenditori in cerca di favori, che hanno pagato con regali costosissimi, e ci sono i suoi ex collaboratori pronti a testimoniare. I fatti contestati seguono un arco temporale di poco meno di 10 anni, in una inchiesta iniziata nel 2016 e che ha visto centinaia di interrogatori dal 2021 al 2024. I regali più frequenti che Netanyahu e sua moglie Sara avrebbero ricevuto in cambio di favori, sarebbero sigari, champagne e gioielli. Queste ultime due tipologie sarebbero state indirizzate direttamente a Sara Netanyahu la cui figura, grazie a questa inchiesta, emerge come vera stratega del marito.

Una delle testimoni chiave del processo è Hadas Klein, ex assistente di alcuni miliardari, tra cui Aron Milchan, anche lui coinvolto nello scandalo per favori richiesti in cambio di regali al primo ministro israeliano. Klein, in “Bibi Files”, ammette che sapeva benissimo che prima o poi la polizia sarebbe venuta a bussare alla sua porta. Una volta interrogata ha raccontato tutto nei dettagli, facendo emergere anche delle dinamiche di potere interne alla famiglia Netanyahu che non erano mai state rese evidenti. “Nessuno poteva presentarsi a Netanyahu a mani vuote, e quello che portavi non era certamente qualcosa che porteresti a un amico” dice Klein. “Tutto quello che ho comprato, l’ho comprato per una sola persona, per Bibi – spiega la Klein – ho comprato una quantità di sigari enorme, davvero spropositata”.

Si parla di casse da 11 mila dollari l’una di sigari Cohiba di cui Netayahu andava matto e che avrebbe richiesto a più riprese in cambio della sua disponibilità ad ascoltare le richieste dei vari magnati che bussavano alla sua porta. “Netanyahu chiedeva che i sigari venissero messi in dei sacchetti e consegnati a lui personalmente, in modo che nessuno avrebbe potuto vedere” racconta Klein. Nei dialoghi con gli intermediari Benjamin e Sara Netanyahu avrebbero usato dei nomi in codice per indicare le loro volontà. “Sembra strano – dice Klein – ma amavano il linguaggio in codice. Per i sigari dicevano “foglie verdi”, mentre per lo champagne, dicevano “pinks”. Negli interrogatori Netanyahu risulta impassibile. Nel 95% delle risposte alle domande che gli vengono poste risponde: “Non ricordo”.

Una percentuale imbarazzante, come gli stessi agenti di polizia gli fanno notare. Il resto delle sue risposte tendono a minimizzare i regali, di cui però non ricorda mai, affidandosi a una serie infinita di “forse si o forse no”, “è possibile”, “non me ne occupavo io”. Il primo ministro israeliano sapeva di essere ripreso durante gli interrogatori, e la sua postura sembra proprio quella di uno che sa di essere davanti a una telecamera e si comporta di conseguenza. Spavaldo e sicuro, offende spesso i poliziotti israeliani che lo interrogano con frasi come: “Ci sono centinaia di terroristi in giro e voi perdete tempo con queste cose?”. La moglie Sara invece fa molto peggio.

Il ruolo di Sara: la regina dello champagne e dei gioielli

Dalle interviste e dagli interrogatori quello che emerge è il ruolo assolutamente centrale di Sara Netanyahu nella coppia. È lei che consiglia il marito, dà indicazioni, cura in prima persona l’immagine pubblica del marito, si occupa di richiedere per sé i regali che le persone che chiedono favori a Bibi devono fare per ottenere quello che vogliono.  Tutte le testimonianze su Sara coincidono, è una bevitrice accanita di champagne, tanto che il suo stato umorale è continuamente alterato, passando da urla isteriche di rabbia ad atteggiamenti gentili. “Tutte le persone normali sorseggiano caffè, Sara invece beve champagne, sempre, ovunque, Sara è sempre con un bicchiere di champagne in mano” rivela Hadas Klein. “Quando l’autista va a prenderla per spostarsi, dopo che lei sale in macchina, lui carica le casse di champagne nel bagagliaio”.

Una testimonianza simile è quella di Meni Naftali, ex maggiordomo di casa Netanyahu: “Vivono nel lusso. Io sono stato tre giorni con loro alla Casa Bianca, ma lo Stato non avrebbe coperto il mio onorario, quindi hanno falsificato le fatture. Lei beve molto e il suo stato d’animo passa dalle urla alla gentilezza, continuamente come un ciclo infinito. Io non capisco benissimo il rapporto tra lei e suo marito, ma credo proprio che lui abbia paura di lei”, dice l’ex maggiordomo. “Lei controlla tutto, sa sempre dove si trova il marito, e se non lo trova, chiama quattro o cinque generali dell’esercito che glie lo trovano subito”.

Sara negli interrogatori con la polizia, come mostrato dai video, ha un atteggiamento estremamente aggressivo, nega qualsiasi addebito. I regali in champagne, i regali in gioielli, nega tutto, anche quando le cose sono evidenti. “Sara mi ha chiesto un regalo e io le ho portato una collana e un anello. Poi mi ha chiesto di ricevere un regalo per il suo anniversario di matrimonio, e io le ho comprato un braccialetto da 42 mila dollari” ammette Hadas Klein, che al tempo lavorava per il produttore di Hollywood Aron Michal.

“Bibi le disse che era un braccialetto troppo vistoso, con tutti quei diamanti le persone si sarebbero chieste da dove fosse spuntato fuori. Così Sara mi chiese di cambiarlo, ma le spiegai che era impossibile, era completamente tempestato di diamanti, non si sarebbe potuto cambiare. Loro erano così, erano dei Re e noi dovevamo obbedire, e credo che Bibi abbia paura di Sara”.

Anche la miliardaria americana Miriam Adelson ricevette una richiesta simile da Sara Netanyahu. “Sara mi ha mostrato una collana e mi ha detto che Aron Milchan l’aveva presa per lei da Tiffany. E mi ha fatto intendere che sarebbe stata felice se ne avessi presa una anche io. Le ho detto che io ho la licenza per i casinò in Israele, e non posso fare nulla perché è illegale, non sembrava una cosa buona”. Adelson è stata tra le principali finanziatrici della campagna elettorale di Donald Trump con oltre 100 milioni di dollari, ha investito nelle colonie illegali in Cisgiordania, fondando una università, ed è amica personale di Sara Netanyahu come lei stessa ha ammesso da molto tempo.

Miriam Adelson era presente alla Knesset quando Donald Trump presentò al parlamento israeliano il cosiddetto piano di pace per Gaza, venendo citata direttamente dal presidente americano come una persona a lui cara. Secondo molti commentatori statunitensi, Miriam Adelson è uno degli anelli di congiunzione tra l’amministrazione Trump e quella di Netanyahu. Sara negli interrogatori ha risposto rabbiosamente respingendo ogni accusa, ma non entrando mai nel merito. Le sue risposte erano tutte in chiave politica come ad esempio: “Ci sono attacchi terroristici e voi dove siete? Cosa fate? Questo è uno stato di polizia e dei media? Non ha alcun senso quello che state facendo. Fate questi interrogatori per abbattere il primo ministro, siete tutti complici”. Oppure: “Mio marito è la persona più onesta del mondo, lui difende questo paese, se ne prende cura. È un leader ammirato in tutto il mondo, siamo stati 3 giorni alla Casa Bianca è stato accolto come un Re, i leader e i generali di tutto il mondo lo ammirano, quando cammina nelle strade di New York o in Australia, la gente si ferma ad applaudirlo”. E infine: “Non accetterò nessuna domanda e non darò nessuna risposta, le vostre evidenze sono solo merda. Arrivederci”. Nessuna risposta invece sui gioielli e sulle casse di champagne.

La campagna d’odio contro la testimone chiave

Il ruolo centrale di Sara Netanyahu, negli affari di famiglia e in quelli di Stato, viene confermato anche da Nir Hafez, ex capo della comunicazione della famiglia Netanyahu e di Bibi. “La signora Sara è molto importante nelle relazioni politiche e con i media. Sta anche assumendo lei il personale dell’ufficio. Io ero la persona più vicina a Sara Netanyahu, tra i più vicini a Bibi, ed ero il portavoce di tutta la famiglia. Dopo le elezioni del 2015, lui ha iniziato a credere di essere un mago. Ha iniziato a credere quello che la moglie gli ha sempre detto, ovvero che lui è nato in Israele, ma se fosse nato in Michigan sarebbe il presidente degli Stati Uniti di sicuro” sottolinea Hafez.

La first lady durante il processo non è stata con le mani in mano, oltre a rispondere con aggressività agli interrogatori della polizia, avrebbe orchestrato una campagna d’odio nei confronti di Hadas Klein, una delle testimoni chiave al processo. A dicembre del 2024, la Procura di Stato ha avviato una indagine contro Sara Netanyahu, con l’accusa di aver organizzato con Hanni Bleiweiss, la defunta assistente del marito, proteste e campagne d’odio online contro Hadas Klein, allo scopo di condizionarne le dichiarazioni davanti ai magistrati. La vicenda venne portata alla Knesset dalla deputata di sinistra Naama Lazimi,  che ricordò anche le condanne definitive già ripotate da Sara. La first lady è stata condannata nel 2019, a seguito di un patteggiamento, per aver utilizzato impropriamente fondi statali per un importo di circa 50.000 dollari per pasti forniti da un servizio di catering, mentre presso la residenza del Primo Ministro era presente uno chef a tempo pieno. Il ruolo chiave di Sara viene confermato anche dalla presenza costante ai vertici internazionali e agli incontri di Stato. È al tavolo con Donald Trump e il marito, nell’incontro bilaterale alla Casa Bianca. È all’assemblea dell’ONU a New York, quando il primo ministro israeliano interviene. E chiaramente appare in tutte le manifestazioni pubbliche.

I processi a carico di Benjamin Netanyahu sono tre, denominati “caso 1000”, “caso 2000” e “caso 4000” e si stanno svolgendo presso il Tribunale distrettuale di Gerusalemme. C’era anche un “caso 3000”, un’inchiesta condotta dal giudice Benny Sagi, morto in un misterioso incidente stradale a gennaio del 2026, che riguardava dei casi di corruzione nell’acquisto di sottomarini e navi militari dall’azienda tedesca ThyssenKrupp. Nel caso “3000” il primo ministro israeliano non è stato rinviato a processo. I processi però vivono di continui rinvii dovuti agli impegni istituzionali del primo ministro e al rischio per la sua sicurezza. Il continuo stato di guerra che vive Israele metterebbe a rischio la partecipazione di Netanyahu alle udienze del processo poiché, secondo i servizi segreti, diventerebbe un obiettivo per i nemici di turno. Per molti mesi sono stati quelli di Hamas, che potenzialmente avrebbero potuto colpire il primo ministro, le ultime “giustificazioni” invece parlano di un rischio attentato da parte degli iraniani. Lo scorso 14 aprile, il Tribunale di Gerusalemme ha richiesto allo Shin Bet, il servizio segreto militare israeliano, di poter visionare i documenti secondo i quali la partecipazione di Netanyahu alle udienze del processo lo metterebbe in pericolo. Bibi è accusato di corruzione, frode e abuso d’ufficio nei processi a suo carico, e ha presentato una richiesta di grazia al presidente israeliano Isaac Herzog. Richiesta fortemente caldeggiata da Donald Trump, che proprio in occasione del suo discorso alla Knesset, chiese a Herzog di concedere la grazia a Netanyahu. Anche se ci fosse la volontà politica, la grazia resterebbe assai improbabile. Innanzitutto perché potrebbe arrivare solo dopo la condanna, e in secondo luogo perché secondo la legge israeliana, come ricordato da uno dei leader dell’opposizione e testimone al processo contro Netanyahu, Yair Lapid, la grazia può essere concessa solo dopo l’ammissione di colpevolezza e il rimborso di quanto sottratto.


Lo sceriffo del Mondo


(Dott. Paolo Caruso) – Da cowboy Trump si è promosso a sceriffo del mondo. Lo yankee minaccia, allarma, pretende, detta legge, esclude, include… E chi più ne ha più ne metta. Non ammette che qualcuno, anche timidamente, possa contestarlo. Si presenta come “Giove” dio dell’Olimpo che tuona, fulmina, fa il bello e il cattivo tempo. Impera. Imperatore dunque del mondo.Tanto di tracotanza da esaltare e affossare anche coloro che, appena qualche giorno prima, definiva amici particolari. La stessa Meloni “amica speciale del cuore” ora è la nemica per eccellenza, infatti gli ha negato l’aeroporto di Sigonella, ma soprattutto è intervenuta anche se in ritardo a difesa del Papa dalle sue ingiurie volgari e arroganti. La pulzella della Garbatella non aveva capito con chi aveva a che fare. Si sottometteva spudoratamente da serva sciocca agli ordini del ” Padrone statunitense “, gongolando per i benefici che avrebbe potuto ottenere da questo rapporto privilegiato. Una fedeltà al Tycoon pagata a caro prezzo, basti ricordare i miliardi che ci siamo impegnati a versare nelle casse americane per acquistare a prezzo maggiorato il gas, il petrolio e le armi per Zelensky, senza ottenere di contro oneri mitigati dei dazi all’ export del nostro agroalimentare. Ora che uno dopo l’altro i “cartonati amici” di cui si era fidata, Trump e Orban, sono scomparsi dai radar, ed essa stessa appare ridimensionata dalla sconfitta referendaria, preferisce allora evitare i voli transatlantici e riorganizzarsi con i vicini di casa. Così ieri la Caciottara è volata a Parigi, per un poker a quattro. Tutti di fede rigorosamente europeista. “Che fare?” per trovare una alternativa alle impennate di Trump che continua a minacciare la NATO, e ora, per ciò che ci riguarda strettamente l’ Italia. Intanto siamo costretti a subire il nuovo blocco dello stretto di Hormuz con relativa impennata dei prezzi energetici che tendono sempre più a soffocare la nostra economia. Che sperare? “Adda a passà a nuttata!”. Ma quanto durerà? Mi sovviene dalla Catilinaria di Cicerone la frase iniziale della sua arringa: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”. Fino a quando, il mondo sopporterà tale arrogante e folle megalomane che detta i destini dei popoli?


Napoli, municipalità collinare: “Abbiamo paura”. È allarme delinquenza!


Capodanno: ” Subito un corteo per sensibilizzare le istituzioni “

            “ Siamo fortemente preoccupati dalla recrudescenza sulla collina vomerese degli episodi delinquenziali. L’ultimo evento, che, in queste ore, sta facendo il giro del mondo è la rapina avvenuta nella banca Crédit Agricole, in pieno giorno, nella centralissima piazza Medaglie d’Oro nel quartiere Arenella, peraltro con 25 ostaggi che sono rimasti per circa un’ora nelle mani dei rapinatori prima della liberazione. L’ultimo anello, almeno al momento, di una lunga catena di fatti criminali che si sono verificati di recente sulla collina “. A intervenire sulla vicenda, dopo il grido d’allarme di residenti e commercianti: “Abbiamo paura!”,  è ancora una volta Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, da sempre attento alle questioni che riguardano l’ordine e la sicurezza pubblica nell’ambito del territorio della municipalità 5, che comprende i territori del quartieri del Vomero e dell’Arenella, dove risiedono circa 120mila napoletani e dove è presente una fitta rete di attività commerciali.

            “ Fino ad oggi, purtroppo, gli organi in Città responsabili della sicurezza e dell’ordine pubblico hanno dato risposte che, allo stato, non appaiono sufficienti a fronteggiare la gravità della situazione, così come si sta manifestando, con un’escalation oramai quotidiana, testimoniata dalle pagine della cronaca nera – prosegue Capodanno – . Certo per risolvere questi problemi occorrerebbe monitorare l’intera area, impresa oltremodo ardua oltre che dispendiosa. Le telecamere, peraltro, come dimostrano le numerose esperienze al riguardo, anche in altre metropoli nazionali ed europee, non sono sufficienti, da sole, a eliminare il grave fenomeno “.

            “ E’ necessario – conclude Capodanno – un miglior coordinamento delle forze dell’ordine, anche con il ripristino di gruppi interforze. Bisogna poi dare corpo e sostanza ai comitati municipali per la sicurezza e l’ordine pubblico, nell’ambito di ciascuna delle dieci municipalità che costituiscono il tessuto cittadino. Inoltre è indispensabile che i cittadini collaborino, denunciando tutti gli episodi riconducibili ad azioni criminali ai quali sono loro stessi soventesoggetti o dei quali vengono in qualche modo a conoscenza. Sulla collina vomerese, in particolare, bisognerebbe ripristinare figure quali il poliziotto di quartiere e il carabiniere di prossimità che, in passato, hanno conseguito ottimi risultati ”.

            “ Per sensibilizzare il governo nazionale e quello locale rispetto ai gravi problemi della sicurezza al Vomero e all’Arenella – conclude Capodanno -, propongo alla municipalità collinare, alle associazioni di categoria e ai comitati di zona di organizzare una serie di manifestazioni contro la delinquenza, a partire da un corteo da svolgersi per le strade del territorio interessato, con appuntamento proprio in piazza Medaglie d’Oro, invitando la cittadinanza tutta a partecipare, chiedendo alle autorità preposte, anche alla luce dell’ultimo grave episodio delinquenziale, interventi costanti e continui per estirpare definitivamente la malapianta della criminalità, ripristinando la tranquillità e la serenità per residenti e commercianti oltre che per i tanti turisti che stanno arrivando anche sulla collina vomerese “. 


Big tech Usa può “spegnere” i servizi tecnologici in Europa. A iniziare dal settore della difesa


L’Italia è tra i Paesi a rischio. Il Ministero della Difesa britannico ha contratti con Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro. Anche l’esercito tedesco ha un contratto con Google e la Polonia ha firmato con Microsoft. Unico esempio alternativo è costituito dall’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice

(di Virginia Della Sala – ilfattoquotidiano.it) – Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.

Contratti nascosti, dipendenza reale

La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.

Il precedente della Corte Penale Internazionale

Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.

Sistemi “sovrani” ma vulnerabili

In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute

Mappa dei rischi e casi europei

L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.

Il modello alternativo

L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.


Lo strappo che non c’è


La servile obbedienza è stata intensificata durante la presidenza Trump.

(Alessandro Di Battista) – Sono passati 5 giorni da quello che qualcuno ha definito “strappo” tra la Meloni e Trump. È vero, Trump l’ha attaccata, ha detto che non ha coraggio, che non sta risolvendo i problemi legati all’immigrazione. Ha detto che non lo aiuta in Iran. Un vero ingrato, se ci pensate bene.

La Meloni ha obbedito a tutti i diktat arrivati dalla Casa Bianca da quando è Presidente del Consiglio. La servile obbedienza è stata intensificata durante la presidenza Trump.

Mi viene in mente lo sketch di Guzzanti-Rutelli, che si lamentava per le critiche che gli rivolgeva Berlusconi nonostante il centrosinistra lo avesse sempre sostenuto nei fatti, dalle leggi sul conflitto di interessi mai fatte fino a descrivere Mediaset come grande azienda culturale del Paese.

“A Berluscò che altro dobbiamo fare, ingrato? Ti abbiamo portato l’acqua con le orecchie, che ce volevi pure la scorzetta di limone?”. Questo diceva Guzzanti e questo ha fatto la Meloni con Trump.

Adesso pare che lei abbia dato ordine ai suoi di non cedere al cosiddetto “ping pong”, ovvero al botta e risposta con Trump, il quale l’altro ieri l’ha riattaccata senza ricevere repliche dalla Meloni. Ci sta. Ma il punto è un altro.

Cosa ha fatto (magari lo farà ma dubito fortemente) la Meloni per strappare davvero con Trump?

Ha riconosciuto lo Stato di Palestina, condannando il genocidio sionista a Gaza? No, non l’ha fatto!

Ha condannato la pulizia etnica fatta da Israele nel sud del Libano, pulizia etnica che non potrebbe avvenire senza il supporto militare USA allo Stato genocida? No, non l’ha fatto!

Ha imposto sanzioni allo Stato genocida? No, non l’ha fatto!

È uscita da quella buffonata immorale chiamata Board of Peace, all’interno della quale l’Italia è “Paese osservatore” (ricordate la scena patetica di Tajani, letteralmente col cappello MAGA in mano)? No, non l’ha fatto!

È tornata ad acquistare gas russo in cambio del costosissimo gas naturale liquefatto USA? No, non l’ha fatto! Anzi, 2 giorni fa ha ricevuto Zelensky promettendo nuovi aiuti, ancora più armi e una nuova collaborazione militare. Una follia!

Ha detto all’UE che deve smettere di acquistare armi USA (sulle quali oltretutto il Pentagono esercita un controllo da remoto sul loro utilizzo) e deve iniziare a produrre per lo più europeo e comprare europeo? No, non l’ha fatto!

Ha condannato l’operazione terroristica in Venezuela fatta da Trump? No, non l’ha fatto!

Ha per caso deciso di inviare navi di aiuti a Cuba, strozzata dall’atteggiamento mafioso di Trump? No, non l’ha fatto!

Ha per caso smesso di concedere le basi italiane agli USA, che le utilizzano per trasportare armamenti nel Golfo? No, non l’ha fatto!

Ha iniziato a ipotizzare la possibilità che, dopo 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, i soldati USA sul nostro territorio (sono 15.000) vadano finalmente a casa? No, non l’ha fatto!

Questi sono i fatti, il resto è distrazione di massa. Oltretutto sapete qual è il paradosso? La Meloni ha obbedito a Trump su tutto quel che non ci conviene e allo stesso tempo in Ucraina non segue la linea Trump (il quale ha smesso di fornire armi a Zelensky: gli conviene molto di più venderle a noi e noi, furbi, poi le regaliamo a Kiev), segue la folle linea della von der Leyen.

Io non credo affatto, dunque, che la Meloni abbia rotto con Trump. Magari! Ad ogni modo, se fosse vero, dovrebbe fare immediatamente una cosa: smettere di comprare gas naturale liquefatto dagli USA e tornare a comprare gas russo, che costa meno ed è di maggiore qualità.

Gliel’ha suggerito anche Descalzi, l’amministratore delegato di ENI, la principale impresa energetica italiana nonché, ad oggi, il maggior gruppo industriale italiano per fatturato. Sarà putiniano anche lui?


Il valzer del rimpastino: tra faide e dimissioni slittano i sottosegretari


Lite preventiva nella Lega per il Mef, Tajani vuole posti per i suoi. Giuli “dimissiona” Manieri dalla commissione sui fondi al cinema 

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – È l’atteso rimpastino di primavera, l’assegnazione di poltrone di sottogoverno che sta agitando – per usare un eufemismo – i partiti della maggioranza. Un tutti contro tutti che fotografa bene la situazione a destra.

Fratelli d’Italia è ai ferri corti al ministero della Cultura, Forza Italia deve smaltire le scorie delle bordate della famiglia Berlusconi contro la leadership di Antonio Tajani. Si profila una convivenza difficile al ministero dei Rapporti con il Parlamento tra l’entrante Paolo Barelli e la “veterana” Matilde Siracusano. E nella Lega solo l’ipotesi di nuovi posti, al Mef, irrigidisce le anime del partito.

Le nomine erano attese entro la settimana. Ma, giorno dopo giorno, sono slittate. Nel segno di faide interne e scontri tra alleati. «Non c’è alcuna scadenza», è la linea rassicurante di Palazzo Chigi. Giorgia Meloni, però, avrebbe voluto chiudere la partita prima possibile per scongiurare lo stillicidio. Di sicuro vuole archiviare la pratica con una nomina in blocco: tutti i sottosegretari in unico giuramento per tirare dritto fino alla fine della legislatura.

Guerra preventiva

La chiave di volta dovrebbe essere il prossimo Consiglio dei ministri. È atteso lo sblocco della nomina di Federico Freni, ora sottosegretario al ministero dell’Economia, alla presidenza della Consob. A quel punto sarà inevitabile riorganizzare tutto. La Lega dà per scontato di dover riempire la casella. Il candidato numero uno è Claudio Durigon, attualmente al Lavoro, che però ha cercato di abbassare l’attenzione. «Non ne sono nulla», ha detto, aggiungendo: «Se cambia qualcosa, chiaro che tocca a noi».

Per molti una smentita di rito per non aumentare il livello di tensione con il vertice del ministero, che fa capo a Giancarlo Giorgetti, compagno di partito di Durigon. Ma che preferirebbe Massimo Garavaglia, da sempre legato a doppio filo con il ministro. In vista della prossima legge di Bilancio, l’ultima della legislatura, vorrebbe aver un profilo gradito a seguire il dossier.

Il leader leghista Matteo Salvini, però, vorrebbe mettere uno dei suoi al Mef per avere più possibilità di incidere nella “finanziaria elettorale”. Durigon, da potente braccio del segretario, conta molti nemici interni ed esterni. Che lavorano per evitare l’approdo a via XX Settembre. La casella di sottosegretario non è ancora libera ed è già iniziata una guerra preventiva.

A cascata si consuma la faida dentro Forza Italia. Al posto di Durigon, al Lavoro, Tajani punta a piazzare la deputata Chiara Tenerini, sua fedelissima, facendo imbufalire gli altri azzurri. Anche perché il cursus honorum della parlamentare di FI non è proprio dei più esperti nel settore. È alla prima legislatura e il suo nome non è stato di certo molto in auge.

Per Tajani, però, è una prova di forza dopo il siluramento dei capigruppo di Camera e Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. E proprio questo punto apre la parentesi di un altro scontro tra i forzisti. A Barelli è destinato un premio di consolazione: sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento. In quella postazione c’è già Siracusano, che è moglie e quindi sostenitrice della linea di Roberto Occhiuto. Fazioni diverse in conflitto tra loro.

Colleghi di partito che però potrebbero aumentare il nervosismo negli uffici. Un punto sembra chiaro: l’ex capogruppo di FI sarebbe un’aggiunta non il sostituto di Siracusano. Il ministro Luca Ciriani stima molto la sottosegretaria e non vuole privarsene. «Il lavoro non manca», ha sintetizzato il meloniano interpellato sul possibile potenziamento dell’organico.

Poche, insomma, le certezze. Oltre alla leghista Mara Bizzotto al ministero delle Imprese, in sostituzione di Massimo Bitonci, passato nella giunta della regione Veneto, sta per andare a dama un’altra pedina: Maria Chiara Fazio come sottosegretaria agli Esteri. La vicepresidente di Noi Moderati, figlia dell’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, è la soluzione individuata dal leader del partito, Maurizio Lupi, per (ri)avere il posto lasciato vuoto da Giorgio Silli.

Cultura e dimissioni

L’epicentro degli scontri resta sempre il ministero della Cultura. I nomi vanno sulle montagne russe. L’accordo non si trova. FdI deve decidere chi promuovere sottosegretario dopo il trasloco di Gianmarco Mazzi al ministero del Turismo: Emanuele Merlino, in quota Giovanbattista Fazzolari, o Francesca Caruso, quota Ignazio La Russa (e Mazzi stesso). Il terzo incomodo è il preferito del ministro Alessandro Giuli, il deputato Alessandro Amorese.

La cosa certa è che si punta a indebolire la posizione dell’unica sottosegretaria in carica, Lucia Borgonzoni, con una redistribuzione delle deleghe, sottraendone alcune alla leghista. Addirittura si ipotizza un ulteriore sottosegretario per Forza Italia. Ma a quel punto sarebbe necessario un decreto per aumentare il numero di posti al governo, passaggio che Meloni non sarebbe intenzionata ad affrontare.

Al ministero della Cultura, intanto, continuano a volare gli stracci. Si è dimesso Pier Luigi Manieri, componente della Commissione per i contributi selettivi al cinema (coinvolta nella vicenda del documentario su Regeni). È stato Giuli a dimissionarlo. Il critico è in realtà considerato vicino a Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura alla Camera, e antagonista dentro FdI del ministro. Il comunicato ufficiale non nasconde il livello di tensione.

Manieri ha fatto il passo indietro «alla luce di un confronto aperto e franco col ministro Alessandro Giuli, circa gli esiti delle procedure di finanziamento relative alle richieste di fondi selettivi». Chiunque arrivi al Mic non trova certo un clima sereno.


Conte: “Puntiamo ai negoziati e poi compriamo il gas russo”


Il presidente M5s a margine dell’Open space technology di formazione per il 100 team di Nova

Conte: “Puntiamo ai negoziati e poi compriamo il gas russo”

(repubblica.it) – “Facciamo subito un negoziato, gestiamolo noi coinvolgendo anche ad esempio la Cina, che è un player importante” e che “si è offerto sin dall’inizio. Arriviamo subito a una soluzione perché dobbiamo comprare il gas russo ed è più conveniente per le nostre imprese e per i nostri cittadini”. A dirlo il presidente del M5s, Giuseppe Conte, rispondendo a una domanda sull’eventuale acquisto di gas russo per superare il blocco dello stretto di Hormuz post crisi iraniana. Conte l’ha detto a margine dell’Open space technology di formazione per il 100 team di Nova, in corso all’Eur a Roma.

L’ex premier spiega: “E’ ovvio che è una follia andare a comprare gas americano che costa tantissimo, andare a comprare in giro per il mondo quando c’è del gas disponibile che costa molto meno. Però in queste condizioni non sarebbe serio per l’Italia, visto che noi non abbiamo un doppio standard per quanto riguarda la politica internazionale nei confronti di un paese, la Russia, che ha aggredito l’Ucraina”.

Conte prosegue: “Noi siamo stati sempre favorevoli per le istanze economiche e finanziarie, riteniamo un fallimento la gestione di questo conflitto, perché dall’inizio correva una svolta negoziale e ancora oggi in Europa abbiamo dei governanti che non riescono a esprimere un’iniziativa, ad assumere un’iniziativa diplomatica, a restituire forza e dignità alla politica e quella è la soluzione”.

Sulla politica interna e sul campo largo, il presidente M5s afferma: “Non c’è un minuto da perdere e quindi oggi iniziamo a scrivere il programma, ma non lo scriviamo da soli, non c’è una segreteria di partito, un gruppo dirigente, ma qui ci sono 500 nostri cittadini che contribuiranno ad avviare questo processo che poi si svilupperà a maggio e sarà il programma scritto con i cittadini, per i cittadini, scritto da loro stessi con la nostra partecipazione e aperto a tutti. Non ci saranno soltanto gli iscritti del movimento, ma tutti i cittadini, dalla società civile, anche da altre forze politiche, dovremo coinvolgere tutti”.


Cacciari: “Nessuno oggi è pronto per competere con la destra. Candidarmi io? No, ho altro da fare prima di morire”


“Non c’è stato nessun strappo strategico tra Meloni e Trump, solo un grande favore mediatico”. Il filosofo spiega perché Meloni può stare serena

(ilfattoquotidiano.it) – “Tra Meloni e Trump non è avvenuto nessuno strappo sulle questioni strategiche, né poteva avvenire con un governo e con una Europa del genere. Non c’è stata una critica radicale del governo Meloni nei confronti della politica estera americana sulla questione palestinese o sull’intervento in Iran. Il mancato rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele? È un qualcosa che lascia il tempo che trova”. Sono le parole pronunciate a Uno, Nessuno, 100Milan, su Radio24, dal filosofo Massimo Cacciari, che ha smontato con la consueta ironia e profondità le recenti tensioni tra Donald Trump e il governo Meloni, per poi estendere lo sguardo sul futuro della destra italiana, sulle debolezze del centrosinistra e sulla vera posta in gioco dietro la “maschera” trumpiana.

Sul piano dell’immagine, secondo Cacciari, la polemica tra Trump e Meloni ha dato anzi “un po’ di smalto” all’esecutivo, facendolo apparire più autonomo. Ma i problemi di questo governo sono “talmente profondi e così alla radice della situazione nazionale ed europea” che, salvo imprevisti, il percorso di Giorgia Meloni si concluderà con le elezioni politiche del prossimo anno.
E chi sarà pronto a competere con la destra? “Nessuno ovviamente – risponde lapidario il filosofo – Vi risulta che ci siano stati dei cambiamenti di governo sulla base del fatto che veniva fuori una proposta di governo davvero dotata di respiro strategico? Ha vinto semplicemente chi l’altro ha perso”.

Cacciari esclude il rischio di un nuovo governo tecnico alla Draghi: “Ci sarà un confronto tra l’attuale destra, che alcuni in modo ridicolo chiamano “centrodestra” e che sarà rappresentata dalla Meloni, e dall’altra parte ci sarà un esponente di centrosinistra. Né Schlein, né Conte proporranno mai un altro Draghi, Monti o Prodi, anche perché non ci sono“.
Sulle primarie del centrosinistra, il giudizio è tranchant: “Se le farà, sbaglierà, perché dovrebbe presentarsi bella, unita, con un nome solo. Le primarie non fanno bene, hanno sempre fatto male, a meno che non siano la benedizione di un candidato, come fu nel caso di Romano Prodi”.
Quando i conduttori Leonardo Manera e Alessandro Milan gli chiedono perché non si candidi lui, Cacciari replica con sarcasmo: “Primo, perché sto male, ho l’influenza. E poi perché sono vecchio, c’ho altro da fare prima di morire“.

L’ex sindaco di Venezia si sofferma poi sulla vera natura di Trump: la sua è strategia o squilibrio psichico? Cacciari vede ben altro: “È un grosso discorso che la sinistra fatica a capire. Trump è la maschera, a volte anche carnevalesca, di un discorso di fondo che sta dilagando all’interno dell’intellighenzia americana. L’unico del suo governo che in qualche modo lo esprime è Vance. È un discorso che ha preso piede all’interno dell’élite economico-finanziaria e che ha un suo fondamento su cui andrebbe fatto un ragionamento. Basta leggere i libri di un personaggio come Peter Thiel“.
Peter Thiel è uno dei più influenti imprenditori e investitori della Silicon Valley: co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno di Facebook, co-fondatore di Palantir Technologies (società di big data e intelligence) e gestore di fondi di venture capital. Miliardario, conservatore libertario e apertamente scettico verso la democrazia liberale post-bellica, Thiel è diventato una delle menti di riferimento della nuova destra tecnologica americana. Nel suo libro più famoso, Zero to One, sostiene che la vera innovazione non è migliorare ciò che esiste ma creare qualcosa di completamente nuovo e che le democrazie di massa, con le loro lentezze e i loro compromessi, rischiano di essere incompatibili con i ritmi vertiginosi del progresso tecnologico.

Cacciari sintetizza il pensiero imperante nell’ élite statunitense: “Si sostiene che la democrazia come l’abbiamo conosciuta nel secondo dopoguerra non sia strutturalmente adeguata a rispondere ai processi di innovazione tecnico-scientifica, che rappresentano l’anima, anche in senso spirituale, della nostra civiltà”.
A Milan che gli chiede se da filosofo lo turbi questa deriva tecnocratica, Cacciari risponde convintamente: “Non mi spaventa affatto, anzi mi affascina anche in un certo modo, perché la presenza dell’Anticristo è una cosa che segna il carattere apocalittico di questo tempo. C’è da vedere se questa grande transizione d’epoca, culturale, antropologica, ideale, possa essere percorsa, ordinata, governata in qualche modo, oppure inevitabilmente possa far scoppiare una catastrofe”.
Per Peter Thiel, l’Anticristo ha il volto della Cina di Xi Jinping, perché, spiega Cacciari, incarna ancora l’idea di una politica capace di programmare, governare e ordinare. L’ideologia della nuova destra americana, invece, vede come ostacolo tutto ciò che frena l’innovazione senza vincoli. Perfino l’attacco al Papa da parte di Trump e Vance, pur essendo “politicamente senza dubbio un errore”, è del tutto logico in questa chiave. “L’ideologia a cui si ispira Trump – conclude il filosofo – vuole far fuori la storia e il passato, e quindi una potenza radicata nella tradizione e nella storia. Il passato ostacola, impedisce, zavorra. È ovvio che una potenza etica come la Chiesa, così radicata nella tradizione e nel passato, sia vista come una potenza nemica”.


Attenti alle primarie boomerang


Inutili e forse dannose se servono a sciogliere il nodo della leadership di un’alleanza che non riesce a essere coalizione. Conte le vuole, Schlein frena e Renzi scalpita per Silvia Salis

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – Le primarie? Difficile farle, ma altrettanto difficile evitarle», risponde una persona che se ne intende, Arturo Parisi, ricordando di aver contribuito in prima persona al «regolamento applicato per la prima volta in Puglia nel gennaio 2005, in vista delle successive elezioni regionali con la vittoria di Nichi Vendola su Francesco Boccia». Ora, una conferma della doppia difficoltà delle primarie – sia celebrarle sia evitarle – il politologo ed ex ministro, parlando con L’Espresso, la vede proprio nelle discussioni di queste ultime settimane. Le primarie vanno fatte «se si punta a costruire una coalizione per il governo capace di battere il campo conservatore, una coalizione che grazie all’unità – sottolinea Parisi – cerchi la sua forza nel voto dei cittadini». Perché «una cosa è trovarsi assieme attorno a un No come nel referendum, un’altra cosa ritrovarsi uniti attorno a un Sì, un Sì di tempo lungo…». Solo dando vita – è il ragionamento – a un semplice cartello elettorale, si può rinunciare a coinvolgere i cittadini e i militanti. «Le primarie possono essere evitate – avverte colui che è stato il braccio destro di Romano Prodi – se si prende atto che il campo largo è nient’altro che una alleanza larghissima, al cui interno marciare divisi e tranquilli, immaginando di poter rinviare a dopo il voto la composizione delle evidenti divisioni. Solo le coalizioni hanno un solo capo, le alleanze molti».

Ad accelerare è Giuseppe Conte, leader del Movimento Cinque Stelle. Subito dopo la vittoria delle opposizioni nel referendum sulla separazione della carriere ha rilanciato il progetto di coinvolgere gli elettori prima delle Politiche. Di fatto mettendo energicamente sul tavolo la propria candidatura per Palazzo Chigi. Alla presentazione del proprio libro a Roma (Una nuova primavera) l’ex presidente del Consiglio è tornato sull’argomento aggiungendo che dovrà essere una consultazione aperta ai non iscritti ai partiti.

Negli ultimi tempi, il Pd di Elly Schlein ha  invece avuto un ripensamento sul ricorso ai gazebo, anche per il rischio che l’alleanza Pd-M5s, decollata nelle regioni che fra il 2024 e il 2025 si sono recate alle urne (dalla Sardegna alla Campania e alla Puglia) potesse incoraggiare sempre più le riemergenti mire di Conte sulla guida del governo. Alcuni sondaggi sulle primarie hanno previsto non solo una vittoria del leader M5s ma anche e soprattutto –dato ancora più allarmante per il Nazareno –  uno spostamento di consensi di una parte della base Pd verso il presidente dei pentastellati. Più recentemente, Dire-Tecnè ha rivelato un testa a testa.

Davanti alla Direzione del Pd, il tema delle primarie è stato evitato accuratamente da Schlein. «In giro per l’Italia, nessuno chiede di parlarne», rafforza il muro il presidente del partito, Stefano Bonaccini. Per diversi giorni, il tam tam arrivato dai Democratici è stato questo: «Prima il programma e le regole condivise». L’esplicito avvertimento all’alleato pentastellato  ha trovato una valida sponda a Bologna: con un’immagine calcistica, ricavata dall’eliminazione dell’Italia ai Mondiali, Romano Prodi non ha avuto mezze parole per bloccare l’impazienza di Conte: «Una gara fatta oggi vuol dire litigare e lasciare spazio ai cinque gol della Bosnia. Davvero non capisco perché Conte abbia fatto questa mossa. Prima si faccia squadra, prima di discuta di tattica e strategia. Fare le primarie oggi senza pensare a tutto questo significa perdere». 

Con i sondaggi incoraggianti, evidentemente si cerca di non sbagliare in vista delle Politiche. Difficile che ci si possa sottrarre alle primarie, ma il problema è come arrivarci, mettendo anche in conto il rischio che le divisioni, inevitabili davanti a una sfida reale, possano poi riflettersi anche sul successivo cammino dell’alleanza, fino alle candidature e alle elezioni. Non sarebbe come nel 2005, quando le primarie dell’Unione si svolsero sostanzialmente per legittimare, con il voto dei cittadini, prima ancora delle elezioni politiche, la candidatura di Prodi per Palazzo Chigi (74%).  Per le forze politiche fu «nient’altro che una festa di mobilitazione pre-elettorale», ricorda Parisi. Era il massimo che i partiti potessero accettare, ma le primarie, quelle che il politologo studiò a lungo negli Stati Uniti, sono altro: «Appunto una competizione primaria, divisiva come in democrazia è divisiva ogni scelta, soprattutto sulle persone».

Dalla teoria alla pratica. Conte sfida Schlein. Insiste  per una terza candidatura, centrista, Matteo Renzi, identificandola con la sindaca di Genova Silvia Salis, nonostante l’indisponibilità della diretta interessata a misurarsi con il voto dei gazebo. Ecco perché il politologo Salvatore Vassallo crede poco al doppio turno, che «può essere utile e opportuno – spiega il direttore dell’Istituto Cattaneo – se ci sono più di due candidati davvero competitivi, se lo chiederanno partiti partner della coalizione che intendono presentare un proprio candidato». Ma al momento «sembra assai verosimile – osserva Vassallo – che il Pd abbia un candidato unico». Quanto agli alleati, «non si vede perché Verdi e Sinistra dovrebbero farsi misurare in una prova per la quale non hanno un candidato adeguato». Per il politologo, appare anche «improbabile che lo facciano sia Renzi sia Calenda». Conclusione: «Se i due candidati realmente competitivi saranno, come appare verosimile, Schlein e Conte, non c’è ragione di impegnare gli elettori in due turni che deprimerebbero la partecipazione».

Regole a parte, Pd e Cinque stelle saranno in grado di mettersi in gioco fino a sfidarsi apertamente sulla premiership? Per un’alleanza nata nelle elezioni regionali, con i candidati governatori scelti dai vertici dei partiti, vorrebbe dire navigare in mare aperto. Ma non è rilevante solo l’impazienza di Conte di tuffarsi nella competizione. Resta e pesa l’indisponibilità della leader del partito più grande a farsi indietro, non escludendo, per raggiungere l’obiettivo, un’ «alternativa» alle primarie. Va a Palazzo Chigi chi prende più voti all’interno del campo progressista (la stessa regola che è stata adottata dal centro-destra, a vantaggio di Fratelli d’Italia, nelle scorse elezioni politiche). Se non dovesse essere approvata la nuova legge elettorale con l’indicazione del candidato premier da parte di ciascuna coalizione, non sarebbe una soluzione così improbabile, anche se Conte è già stato esplicito nell’escluderla. Primarie oppure no? Dietro il dilemma c’è una questione di sostanza e di leadership.


Stretto di Hormuz: abbiamo scherzato!


IRAN, HORMUZ CHIUSO NUOVAMENTE A CAUSA DEL BLOCCO USA

(ANSA-AFP) – TEHERAN, 18 APR – Il comando militare iraniano afferma di aver nuovamente chiuso Hormuz a causa del blocco statunitense. (ANSA-AFP). Ansa: link blockchain-info PA 10:22 18-04-2026

IRAN: TEHERAN, TORNA CHIUSURA HORMUZ A CAUSA BLOCCO USA

(AGI) – Le forze armate iraniane hanno annunciato che lo Stretto di Hormuz tornera’ al suo “stato precedente”, dopo che gli Stati Uniti hanno deciso di mantenere il blocco navale nella cruciale rotta marittima, nonostante Teheran avesse allentato le proprie restrizioni.

In una dichiarazione diffusa dal comando congiunto e attribuita a un portavoce del quartier generale centrale Khatam al-Anbiya, l’Iran ha affermato di aver accettato “in buona fede” il passaggio controllato di un numero limitato di petroliere e navi commerciali nello stretto, sulla base di precedenti accordi negoziali.

Tuttavia, “gli americani continuano il cosiddetto blocco”, si legge nella nota, motivo per cui “il controllo dello Stretto di Hormuz e’ tornato al suo stato precedente” ed e’ ora “sotto la stretta gestione e il controllo delle forze armate”.

Teheran ha inoltre avvertito che, finche’ gli Stati Uniti non garantiranno “la completa liberta’ di passaggio delle navi dall’Iran verso le destinazioni e viceversa”, la situazione nello stretto restera’ “sotto stretto controllo e nel suo stato precedente”.  (AGI)Bra 10:26 18-04-2026


A Morcone la Tammaro Rural Design Week: una settimana di mostre, laboratori e incontri per ripensare il rapporto tra territorio e progetto


Dal 26 aprile al 3 maggio 2026 Morcone ospita la Tammaro Rural Design Week, una settimana di esposizione diffusa e attività dedicate al Rural Design che trasformerà il paese in un laboratorio aperto di sperimentazione tra progettazione, ambiente e comunità.

La manifestazione si svolge all’interno del progetto TAM – la Cultura è un fiume, progetto del Comune di Morcone, finanziato, nell’ambito del PNRR, da Next Generation Eu e gestito dal Ministero della Cultura. L’azione è a cura di Ru.De.Ri– Rural Design per la Rigenerazione dei Territori, associazione del terzo settore impegnata nella rigenerazione dei contesti rurali, promuovendo la valorizzazione delle risorse locali attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità e la ridefinizione di concetti centrali come territorio, identità e paesaggio.

Al centro dell’edizione 2026 il tema del Metabolismo rurale, inteso come chiave per leggere e ripensare le relazioni tra risorse, produzione e vita dei territori. Per una settimana Morcone diventa così uno spazio di confronto che si nutre del contesto che lo ospita, mettendo in relazione designer, ricercatori, artisti e artigiani con abitanti, imprese e amministrazioni, e proponendo un approccio ecosistemico alla progettazione.

“La Rural Design Week non è solo una manifestazione, ma l’espressione di una visione ecosistemica verso un obiettivo concreto: creare le condizioni per favorire processi di innovazione territoriale e l’attivazione di relazioni generative. In un’epoca in cui tutto corre veloce è un pretesto per fermarsi, immergersi in un tempo ricco, utile ad attivare un confronto vivo su nuove forme dell’abitare e sulla cura degli ecosistemi di cui siamo parte” spiega Valentina Anzoise dell’Associazione Ru.De.Ri.

Il tema del metabolismo rurale, al centro di questa edizione, pone una domanda urgente: come possono le attività produttive e trasformative, spesso responsabili di effetti dissipativi, diventare generative? Come possono contribuire a valorizzare il patrimonio naturale e culturale, rimettendo in circolo competenze e valori immateriali? In una prospettiva multispecie e non estrattiva, ciò implica immaginare modelli di vita e produzione basati su rigenerazione, cooperazione, coevoluzione e capacitazione degli attori locali.

“Questo è, per noi, il rural design “, aggiunge Anzoise, “un approccio al progetto, che ci riguarda tutti, centrato sulle relazioni e sulle interconnessioni tra le parti di un sistema. In questo senso, Morcone e il Parco del Matese sono già il luogo in cui sperimentare pratiche che concepiscono il territorio come un ecosistema vivente”

L’edizione 2026 presenta oltre venti opere selezionate attraverso l’open call internazionale che nei mesi scorsi ha coinvolto progettisti da diversi contesti, anche locali. Francesco Battaglia (Italia-Olanda), è il vincitore della sezione Prodotti con il progetto “Tra transumanza e memoria collettiva”, che esplora il rapporto con la pastorizia attraverso la costruzione di un archivio e di una mappa condivisa. Davide Viggiano (Italia), è stato selezionato per la categoria Materiali con “Olea Mucrae”, un progetto che valorizza gli scarti dell’ulivo trasformandoli in un biopolimero sostenibile. Filippo Clemente e Davide De Carli (Italia), sono i premiati per la categoria Processi con “IN-Thèrra: INfrastruttura Thèmporanea tessile di Rigenerazione Rurale Attivante”, che reintegra la lana ovina nei cicli del suolo trasformandola in fertilizzante e ammendante biodegradabile. Infine, a Karl Logge e Marta Romani, per l’opera The Flock (Il gregge), è stata assegnata la menzione speciale, che prevede una residenza di sviluppo del progetto sul territorio.
La premiazione si terrà il 26 aprile alle ore 17.00 all’Auditorium San Bernardino, in occasione dell’inaugurazione ufficiale della manifestazione.

Nel corso della settimana, il programma propone un calendario ricco di attività distribuite tra spazi pubblici, luoghi rigenerati e aziende del territorio.  Tra gli appuntamenti, momenti di approfondimento dedicati all’approccio ecosistemico alla progettazione, laboratori sulla trasformazione dei materiali e attività pensate per conoscere da vicino le opere esposte e i loro autori, anche attraverso la sperimentazione diretta nella realizzazione di nuovi materiali e processi.

Il programma include inoltre proiezioni presso la Casa del Cinema Ambientale e dei Territori (ex Cinema Vittoria), insieme a itinerari a piedi sul territorio, pensati per offrire ai partecipanti la possibilità di immergersi nel patrimonio naturale e culturale locale della Valle del Tammaro e del Matese. Il programma completo è disponibile su tam-morcone.it/rdw. Per informazioni stampa e dettagli: info@tam-morcone.it  – http://www.tam-morcone.it