Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Scusate, ma è troppo facile difendere il Papa e poi fare quel che dice Trump


Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora, per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in atto.

Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda, in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a morire nelle prigioni libiche.

Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:

Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).

Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una svolta.

Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro nome.

Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.


Un altro grande record del governo Meloni: l’Italia è ultima in Europa per il tasso di occupazione!


Lavoro: Eurostat, nel 2025 occupazione in Ue al 76,1%, Italia ultima

(LaPresse) – Nel 2025, il 76,1% (197,7 milioni di persone) della popolazione Ue di età compresa tra i 20 e i 64 anni era occupato, la percentuale più alta registrata dall’inizio della serie storica nel 2009.

Il tasso di occupazione è aumentato di 0,3 punti percentuali rispetto al 2024 e di 0,8 punti rispetto al 2023.Tra i paesi dell’Ue, i tassi di occupazione più elevati sono stati registrati a Malta (83,6%), nei Paesi Bassi (83,4%) e nella Repubblica Ceca (82,9%). I tassi più bassi sono stati registrati in Italia (67,6%), Romania (69,0%) e Grecia (71,0%). Lo rileva l’Eurostat in una statistica sul mercato del lavoro.

Secondo quanto si evince dai dati, a pesare è in particolare il gap di genere. Nel 2025, in tutti i Paesi dell’Ue, ad eccezione della Lituania, il tasso di occupazione maschile era superiore a quello femminile. Il tasso di occupazione maschile nell’Ue si attestava all’80,9%.

Tra i paesi dell’UE, i tassi più elevati sono stati registrati a Malta (89,1%), nella Repubblica Ceca (88,2%) e nei Paesi Bassi (87,2%), mentre i tassi più bassi sono stati osservati in Belgio (76,4%), Croazia (76,8%) e Finlandia (77,0%).Nell’UE, il tasso di occupazione femminile si attesta al 71,3%, con i valori più elevati registrati in Estonia (81,4%), Lituania (80,3%) e Svezia (79,8%). Le percentuali più basse si registrano in Italia (58,0%), Romania (59,5%) e Grecia (62,3%).

ISTAT, POSSIBILE UN TASSO DI INFLAZIONE DELL’1,8%/2,2% NEL 2026

(ANSA) – L’inflazione acquisita a marzo per il 2026 è pari a +1,5% ed è il tasso ipotetico che si realizzerebbe in caso di variazioni mensili nulle per il resto dell’anno.

Nell’ipotesi di una “dinamica moderata”, con aumenti dei prezzi dello 0,1% su su base mensile da aprile a fine anno, l’inflazione media del 2026 sarebbe dell’1,8%. Con una crescita congiunturale leggermente più ampia”, dello 0,2% per i prossimi mesi, il tasso di inflazione sarebbe del 2,2% nell’intero anno.

Sono le proiezioni illustrate dall’Istat in conferenza stampa che sottolinea che sono in linea con le aspettative delle imprese.


Trump vuole arruolare le banche nella sua lotta all’immigrazione


(di Marco Capponi – MilanoFinanza) – Raccogliere dati sulla cittadinanze dei clienti, per escludere dal sistema bancario gli immigrati clandestini. La stretta dell’amministrazione di Donald Trump contro l’immigrazione negli Stati Uniti passa anche dal sistema bancario. Ma gli istituti di credito non sono affatto felici.

Nel corso di un’intervista a Cnbc il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, è stato perentorio: «Le banche farebbero meglio a prepararsi al compito di raccogliere i dati sulla cittadinanza dei clienti», ha detto. «Gli immigrati clandestini non hanno il diritto di accedere al sistema bancario» […] 

Di questo ordine esecutivo di si discute da mesi, ma all’inizio di questa settimana Bessent ha spinto sull’acceleratore, dichiarando in un’intervista a Semafor che è «in fase di elaborazione». La mossa rappresenta un ulteriore tassello nella più ampia strategia del presidente Donald Trump volta a collegare la sua politica sull’immigrazione alla raccolta di informazioni, anche ai fini del voto e del censimento.

Attualmente negli Usa per aprire un conto corrente non sono necessari documenti di cittadinanza. Le banche sono soltanto tenute a verificare l’identità del richiedente. Ma Bessent non è d’accordo. «Perché cittadini stranieri sconosciuti possono venire e aprire un conto in banca?», ha detto alla Cnbc. […] 

Oltre alle questioni legali, alcuni esperti di politica economica e le banche stesse hanno avvertito che l’eventuale esclusione degli immigrati irregolari dal sistema bancario e dai conti deposito potrebbe causare danni ingenti all’economia, nonché sui potenziali e ingenti aumenti dei costi amministrativi per gli istituti di credito.

Peraltro, secondo le stime del think tank di centro-destra American Action Forum, per le banche l’obbligo di verifica della cittadinanza potrebbe comportare un aumento delle ore di lavoro burocratico compreso tra 30 e 70 milioni e un costo aggiuntivo stimato in una forchetta che va dai 2,6 ai 5,6 miliardi di dollari.


Avviso a Giorgia Meloni: l’FMI giudica “imprudente” il taglio delle accise sui carburanti


FMI, ‘IMPRUDENTE BLOCCO AUMENTO PREZZI O TAGLIO ACCISE SUI CARBURANTI’

(ANSA) – Il Fmi mette i guardia i Paesi europei da manovre di sostegno contro lo shock energetico dovuto al conflitto in Medio Oriente. Il capo del Dipartimento europeo del Fmi, Alfred Kammer, osserva, in un’analisi sull’Imf Blog, che “alcuni Paesi, come la Danimarca o la Svezia, con livelli di debito comparativamente basso, dispongono dello spazio necessario per attuare politiche di bilancio anticicliche, a differenza di Francia e Italia”.

La tentazione è “di limitarsi a bloccare l’aumento dei prezzi, ricorrendo a tetti massimi, sussidi generalizzati o tagli alle accise sui carburanti”: sono, tuttavia, “misure imprudenti”.

Il sostegno “non mirato avvantaggia in modo sproporzionato le famiglie a reddito più elevato”, che consumano più energia, si legge ancora nell’analisi.   

Durante la crisi del 2022, i governi europei hanno stanziato in media il 2,5% del Prodotto interno lordo per pacchetti di sostegno energetico, di cui oltre due terzi non mirati.

Un’analisi del Fmi evidenzia che compensare integralmente il 40% delle famiglie a reddito più basso per l’intero aumento dei costi energetici avrebbe richiesto appena lo 0,9% del Pil. Il costo fiscale rappresenta solo una parte del problema”, aggiunge Kammer.

FMI, ‘UE POTREBBE SFIORARE LA RECESSIONE CON L’INFLAZIONE AL 5%’

(ANSA) – L’Ue potrebbe “sfiorare la recessione, con l’inflazione in avvicinamento alla soglia del 5%. Nessun Paese europeo ne è immune”.

Lo scrive il capo del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale Alfred Kammer, in un’analisi sull’Imf Blog.   

La regione “deve rispondere agli shock energetici con politiche disciplinate che tutelino le fasce vulnerabili e rafforzino la resilienza”, nota Kammer.

Lo shock energetico, di entità inferiore rispetto a quello del 2022 e radicato ora nel conflitto in Medio Oriente, “sta pesando sulla crescita e spingendo l’inflazione al rialzo”. L’Fmi stima l’inflazione 2026 al 2,8% dal 2,5% del 2025

Prima dello scoppio della guerra in Medio Oriente, osserva Kammer, “le nostre previsioni sarebbero state riviste al rialzo: ora, invece, osserviamo un rallentamento della crescita”. I dati preliminari indicano già un indebolimento degli investimenti privati e dei consumi.

Le prospettive di crescita per l’area dell’euro sono stimate ad appena l’1,1% nel 2026 e e all’1,3% per l’Unione europea: sono previsioni “accompagnate da un elevato grado di incertezza”. In uno scenario più severo, come descritto nel World economic outlook, caratterizzato da uno shock dell’offerta persistente e aggravato da un inasprimento delle condizioni finanziarie, l’inflazione al 5% avvicinerebbe la recessione.   

I responsabili delle politiche economiche si trovano ad affrontare pressioni intense: “agire con rapidità, in modo visibile e a beneficio di tutti. Spesso ciò si traduce nell’adozione di politiche che comportano svantaggi a lungo termine superiori ai benefici immediati. Un sostegno mirato risulta, al contrario, molto più efficace”, aggiunge Kammer.   

La risposta dell’Europa “dovrebbe essere guidata da due imperativi: “l’adozione di una solida politica macroeconomica, adeguata a un contesto globale caratterizzato da shock frequenti e imprevedibili”, e “la costruzione di una resilienza che non comporti sprechi di risorse di bilancio né interferenze con il libero funzionamento dei mercati”.   

Le Banche centrali, quanto alla politica monetaria, devono mantenere una “concentrazione assoluta sull’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche”. Nell’area dell’euro – dove l’inflazione si attesta in prossimità del livello obiettivo e le aspettative a medio termine appaiono sostanzialmente ancorate – la Bce dispone di un certo margine per adottare un atteggiamento attendista, osservando l’evoluzione dello shock prima di intervenire.

“Attualmente, prevediamo un incremento cumulativo di 50 punti base del tasso di riferimento entro la fine dell’anno in corso, mantenendo al contempo un orientamento monetario sostanzialmente neutrale alla luce delle più elevate aspettative inflazionistiche a breve termine”.


Lo Stretto, il blocco e la persecuzione occidentale


(Tommaso Merlo) – I volenterosi muovono il sedere per sbloccare lo Stretto di Hormuz quando per Gaza non hanno mosso un dito. Toccagli tutto ma non i soldi che gli servono per tenere a bada le masse e le poltrone. Gli Iraniani sono così intimoriti dalla combriccola europea che tempo fa hanno invitato il loquace Macron a farsi una crociera dalle parti di Hormuz magari in compagnia del marito, ma poi non se n’è fatto più nulla. Del resto se non ci riesce il presunto esercito più potente del mondo a riaprire lo Stretto, figuriamoci quei geni strategici dei volenterosi europei detestati dai loro popoli e dissanguati a furia di sostenere le imprese di Zelensky e compagnia bella. L’unico che conta è Trump che per riaprire lo Stretto ha aggiunto il suo blocco navale a quello iraniano a conferma di come l’unica cosa bloccata sono i neuroni nel suo cranio oltre che il sistema gastrointestinale di chi deve sorbirselo. Un doppio blocco ma a debita distanza e senza dare fastidio alle navi cinesi e russe per evitare una terza guerra mondiale anticipata. Del resto volano droni ma anche panzane propagandistiche ovunque ed è un attimo, l’unica certezza è che i prezzi della benzina e quindi di tutto il resto schizzano alle stelle mentre le scorte di oro nero e di fertilizzanti si prosciugano al punto che di questo passo anche il mondo ricco sarà costretto a tirare la cinghia. Roba che alle elezioni di novembre Trump rischia di venire sotterrato vivo da cittadini americani mai così imbestialiti dai tempi della Guerra di Secessione mentre in Europa masse esasperate dalle classi deficienti sognano nell’ombra qualche salvifica rivoluzione. Ma se i volenterosi non contano una fava Trump pare stia trattando dietro le quinte con Teheran. A bloccare le navi nello Stretto sono le assicurazioni, non le mine. Troppo rischioso passare anche perché le supposte esplosive possono arrivare sia dai fondali che dal cielo o meglio da qualche montagna a centinaia di chilometri di distanza. Già, o a suon di bombe a Teheran torna qualche pupazzo occidentale che cala le braghe oppure bisogna scendere a patti coi Pasdaran che sono stati chiari, quelle sono le loro acque territoriali e come si paga a Suez e da altri parti, si pagherà anche ad Hormuz. Due milioni di dollari in yuan condivisi con l’Oman che serviranno a ricostruire tutto quello bombardato a tappeto e soprattutto a casaccio dai loro aggressori. Due piccioni con una fava, riprendersi da soli le riparazioni di guerra ma anche acquisire un potere internazionale inaudito fino ad un mesetto fa. Quel potere che volevano i sionisti ed invece finisce nelle mani dei loro acerrimi nemici che vogliono anche la fine delle sanzioni, dell’invadenza americana nel Golfo e di quella sionista. Che tradotto significa vittoria epocale ed infatti i sionisti non ne vogliono sapere, è da quarant’anni che corrompono la democrazia di quegli idioti degli americani per sfruttare i loro soldi e il loro esercito per colpire l’Iran e adesso che ci sono finalmente riusciti non vogliono mollare l’osso. Distruggendo tutto il possibile in modo da ridurli in ginocchio, alimentando divisioni intestine in modo da manipolarli e pretendendo la fine del programma nucleare che per gli iraniani è però una questione di sovranità e cioè vogliono esser padroni a casa loro nel rispetto delle leggi. La bega sul nucleare iraniano è un caso scuola del suprematismo bianco, siccome gli iraniani sono nostri nemici o meglio nemici dei sionisti e quindi automaticamente anche nostri, allora non possono averlo neanche ad uso civile mentre Israele può detenere decine di testate atomiche illegalmente e nessuno fiata. Pura ipocrisia, vero pilastro dell’inciviltà occidentale. Con l’Iran secondo solo ai palestinesi in quanto a campagna diffamatoria decennale al servizio dei deliri ideologici sionisti. E in attesa che la verità storica trovi la luce anche in Persia, Trump e le colonie europee vogliono riaprire lo Stretto per salvare capra e poltrone. Il problema è che i Pasdaran sanno benissimo che alla Casa Bianca comanda Israele ma con lo Stretto possono colpire l’economia americana al punto da costringere Trump a servire il suo pase invece che i suoi padroni sionisti. Un’arma più potente di qualunque ordigno. Più salgono i prezzi, più Trump sarà costretto a scegliere tra venire seppellito vivo dagli elettori e un docufilm hollywoodiano in tutte le sale del pianeta sulle sue maialate con Epstein. Un guado karmico devastante aggravato dal blocco neuronale. Trump cerca disperatamente una via di uscita e nel frattempo minaccia e manda truppe e bombe nel Golfo per fare pressione su Teheran. Alcuni temono possa accontentare i sionisti con un ultimo duro attacco nella speranza di un crollo last minute della Repubblica islamica fregandosene del rischio che gli sceicchi tornino ad allevare cammelli tra le dune. Altri credono invece che convincerà i sionisti ad accontentarsi per adesso promettendogli nuove aggressioni più avanti dato che uno schiavo come lui alla Casa Bianca non gli capita più e che per una invasione risolutiva di terra serve tempo. A quel punto a Trump basterebbe un appiglio tipo il nucleare per fingere di aver vinto e bye bye. Questo sempre che vada bene ai Pasdaran che potrebbero accontentarsi della vittoria strategica e delle nuove prospettive economiche oppure optare per sfruttare il momento favorevole e mettere una pietra sopra alla persecuzione occidentale.


Il Foglio: “Il Fatto e gli avvoltoi. La politica fa festa quando un giornale va male”


Quando un’azienda è in difficoltà, scatta automaticamente la retorica della difesa, un meccanismo che invece non funziona per i quotidiani perché il giornalismo non sta simpatico a nessuno. E infine: c’è una differenza tra chiedere trasparenza e godersi le difficoltà altrui

Immagine di Il Fatto e gli avvoltoi. La politica fa festa quando un giornale va male

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Carlo Calenda ieri ha pubblicato su X i numeri del bilancio del Fatto Quotidiano con il tono di chi ha appena trovato una pistola fumante. Debiti con fornitori, fisco e banche, redditività in calo, anomalie contabili: Marco Travaglio, secondo lui, dovrebbe delle spiegazioni. Forse. Ma prima di arrivare a Travaglio vale la pena fermarsi su Calenda, e più in generale su un certo clima. In Italia, quando un’azienda è in difficoltà, scatta automaticamente la retorica della difesa. I lavoratori, il tessuto produttivo, la continuità occupazionale: chiunque si precipita a invocare interventi, ammortizzatori, tavoli di crisi. E’ uno dei grandi riflessi condizionati della Repubblica. Funziona per le acciaierie, per le compagnie aeree, per i call center, per i mobilifici. Non funziona per i giornali. Quando un’azienda editoriale entra in difficoltà, ronzano gli avvoltoi. E sono avvoltoi festanti. Il motivo è semplice: il giornalismo sta sulle scatole a tutti. Ai politici che vengono criticati, agli imprenditori, ai lettori che vengono contraddetti nelle loro certezza partigiane. E’ una professione strutturalmente antipatica, e le redazioni in crisi non trovano difensori perché non ne hanno mai trovati nemmeno quando stavano bene. Così, appena i bilanci peggiorano, gli avvoltoi hanno campo libero. E si godono lo spettacolo.

Il Foglio e il Fatto non condividono quasi nulla: né la linea, né il metodo. Negli anni ci siamo detti tutto il male possibile, e probabilmente ce ne diremo ancora. Ma bisogna dirlo lo stesso: se il Fatto è in difficoltà, non è una buona notizia. Per nessuno. I quotidiani sono istituzioni fragili, infrastrutture civili difficili da rimpiazzare. Persino la tv e internet si nutrono ogni giorno delle notizie che i giornali trovano, delle inchieste che i giornali aprono, delle polemiche che i giornali innescano. Senza di loro, l’informazione non si democratizza: si rattrappisce.

Quanto alla questione dei fornitori e delle banche citate da Calenda: se hanno scelto di fare credito al Fatto, hanno fatto le loro valutazioni. Non spetta a un leader politico spiegare loro come gestire i propri rischi, né spettava a lui pubblicare quei numeri con quella soddisfazione. C’è una differenza tra chiedere trasparenza e godersi le difficoltà altrui. Calenda, stavolta, non ha fatto la prima cosa. 

P.s. A parti invertite, temiamo che Travaglio non si sarebbe fatto scrupoli a gioire per le difficoltà del Foglio. Ma anche questo, in fondo, è il sapore del giornalismo


Due americani a Roma


(Paolo Arigotti – lafionda.org) – Lo “scontro” tra i due statunitensi più famosi e potenti al mondo – Donald Trump e Leone XIV (al secolo Robert Francis Prevost) – non giunge inatteso. Piero Schiavazzi, docente universitario e collaboratore di Limes, lo aveva previsto circa un anno fa, e i fatti gli hanno dato ragione.

Per quanto stia facendo discutere l’ultimo episodio in ordine di tempo, non è la prima volta che le visioni assai diverse, per non dire antitetiche, circa i destini degli Stati Uniti e la situazione internazionale emergono chiaramente, solo che stavolta il Pontefice ha voluto parlarne direttamente coi giornalisti, palesando le sue posizioni contrarie alla guerra. Il che detto da un Papa non dovrebbe stupire nessuno, tranne il presidente statunitense, che rivendicando una maggiore adesione del Pontefice alle sue decisioni, semplicemente perché americano (e peruviano), si è spinto sino a dire che Prevost dovrebbe a lui l’elezione al soglio. Dio solo sa come o perché!

Se la politica bellicista è al centro della “contesa”, non può dirsi l’unico elemento di discussione, visto e considerato che pure sul tema immigrazione le posizioni non potrebbero essere più distanti. Se Trump sostiene la necessità di contenere i flussi, Prevost non solo si dichiara a favore dell’accoglienza, ma ha deciso che il 4 luglio prossimo – quando si celebrerà il duecentocinquantesimo anniversario della dichiarazione d’indipendenza delle allora colonie americane – non sarà negli States, dove era stato invitato per l’occasione, ma a Lampedusa, riproponendo quello che fu il primo viaggio di Papa Francesco.

E non finisce qui, perché occorre tenere a mente che in occasione di una conferenza stampa prepasquale al Pentagono il segretario alla Guerra – come oggi si fa chiamare – Pete Hegseth, evangelico e fedelissimo di Trump, aveva invitato i presenti a recitare un salmo, chiedendo di colpire con una “violenza d’azione schiacciante” i nemici, parlando di “guerra santa” o preventiva, promossa nel nome di Gesù Cristo. Ebbene, nell’omelia per le celebrazioni della domenica delle Palme Leone XIV aveva esecrato l’invocazione di Dio per giustificare ogni forma di conflitto, aggiungendo che il Signore non ascolta le preghiere di chi commette (o incita alla) violenza, citando un passo del Vangelo, dove si legge: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno».

Pochi giorni dopo, durante la Via Crucis al Colosseo, e lo stesso in occasione del messaggio Urbi et Orbi per la Pasqua, Prevost ha detto che coloro che avviano o scatenano guerre saranno chiamati a risponderne dinanzi a Dio.

In questo senso, le parole dette direttamente, e sua sponte, ai giornalisti fuori dei cancelli di Castel Gandolfo sono solo le ultime di una serie di prese di posizione, che individuano chiaramente Donald Trump (e la sua cerchia ristretta) come destinatari degli strali del Papa, non evocando tanto uno scontro tra due autorità, quanto tra due opposte visioni dell’America, e del mondo.

Trump ha gettato la maschera, o forse e per meglio dire dice apertamente quello che molti dei suoi predecessori hanno cercato di spacciare come difesa (o esportazione) della libertà e della democrazia, rinnegando molte delle promesse fatte in campagna elettorale: non a caso l’indice di gradimento anche all’interno dei MAGA è in caduta libera. E lo scontro col Papa potrebbe avere ulteriori e forti ripercussioni in vista dell’appuntamento elettorale di medio termine, dato che negli Stati Uniti i cattolici sono circa cinquanta milioni, e il loro peso elettorale è di tutta evidenza.

Per spostarci alle nostre latitudini, l’Italia nazione a sovranità limitata dalla fine della Seconda guerra mondiale (dal lato USA) e da molto prima per quanto concerne la “moral suasion” proveniente dall’altra sponda del Tevere (diciamo dal 1870 in poi, con la fine del potere temporale dei Papi), vive una condizione per nulla agevole. Non si tratta di scegliere tra Stati Uniti e Vaticano, quanto tra due visioni di America, quella incarnata da Trump, in evidente remissione, e quella promossa da Leone XIV.

Per quanto la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sia stata una sostenitrice di Trump, probabilmente si sta facendo sempre più forte l’esigenza di distanziarsi, almeno a parole, da una linea politica che l’opinione pubblica italiana non condivide, e che lo scontro con la massima autorità religiosa del cattolicesimo può solo rafforzare.

Del resto, se non manca molto alle elezioni di mid-term, lo stesso dicasi per il voto politico in Italia, in calendario al più tardi alla fine dell’estate del prossimo anno, il che impone una svolta, pure sulla scia dell’esito del referendum sulla giustizia. Si può ragionevolmente ipotizzare che diverse scelte del Governo, come pure la sospensione dell’automatico rinnovo del memorandum d’intesa con Israele, vadano in questa direzione. Tutte decisioni, si badi bene, che non incidono sul pregresso, e non ne mettono in discussione i fondamenti.

Solo il tempo ci dirà se questa strategia sortirà gli effetti (forse) desiderati: di sicuro la sponda del Vaticano potrebbe rivelarsi propizia, ma se ad essa non si accompagnasse una prova della stessa statura (e autorità) morale servirebbe a poco; detto in altri termini, se alle parole non seguissero i fatti, ben difficilmente si andrà lontano.


Nel delirio globale la Cina si sta accreditando come unica potenza responsabile


(Armando Negro – lindipendente.online) – Davanti all’incertezza e al caos scatenati ormai quotidianamente dal presidente statunitense Donald Trump, la Repubblica Popolare Cinese si sta proponendo come elemento di stabilità all’interno dello scacchiere internazionale. Non si tratta di una semplice presa di posizione da parte di Pechino, ma del risultato di incontri e mediazioni che nel corso degli anni (e degli ultimi conflitti) hanno consolidato il ruolo di alternativa affidabile alle bizze imprevedibili dell’amministrazione a stelle e strisce.

La prova di questo riallineamento istituzionale risiede nelle recenti visite che hanno coinvolto il presidente della Repubblica popolare Xi Jinping con alcuni leader internazionali: in attesa della visita di Trump a Pechino, prevista per la fine di marzo e successivamente posticipata a maggio, la Grande Sala del Popolo ha accolto negli ultimi giorni la leader dell’opposizione taiwanese Cheng Li-wun, il premier spagnolo Pedro Sánchez, il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled Mohamed bin Zayed, il presidente del Vietnam To Lam e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Il denominatore comune alla base di questi incontri è stato la ricerca di un equilibrio basato sulla sicurezza, sulla pace e sulla stabilità, in virtù dell’inalienabilità del diritto internazionale. Il raggiungimento di obiettivi congiunti grazie al dialogo e alle relazioni è parte di un processo finalizzato a difendere interessi economici e sviluppare piani di cooperazione ad ampio raggio.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, in occasione dell’incontro con il principe dhabense, la Cina ha proposto un piano di pace in quattro punti per garantire la stabilità in Asia occidentale: coesistenza pacifica degli stati del Golfo; rispetto della sovranità nazionale; rispetto del diritto internazionale fondato sulle Nazioni Unite «per evitare che il mondo ricada nella legge della giungla»; coordinazione di sviluppo e sicurezza. La proposta, caratterizzata da una semplicità quasi disarmante di fronte alle dichiarazioni avanzate dalla controparte statunitense, ha raccolto il plauso degli Emirati Arabi Uniti, che hanno approvato lo sforzo della Cina nella mediazione e nella promozione di un cessate il fuoco tra le parti coinvolte.

A collocarsi in una posizione parallela è stata la presidente del Kuomintang taiwanese (KMT), partito attualmente all’opposizione del governo dell’isola, che ha raccolto l’invito di Xi Jinping e si è recata a Pechino per compiere quello che la stessa leader ha definito come «viaggio di pace». In risposta alle operazioni di compravendita di armi statunitensi promosse dal governo del Partito Progressista Democratico taiwanese (DPP), Cheng ha puntato sulla restaurazione del dialogo con la Repubblica Popolare con l’obiettivo di mantenere lo status quo sullo stretto e provare a sgonfiare la tensione che negli ultimi anni ha interessato i protagonisti delle due sponde. In quella che la Cina vede come una questione interna, Pechino cerca di consolidare la propria immagine di alleato responsabile anche davanti alla mercurialità degli Stati Uniti in occasione di un’eventuale difesa dell’isola.

Se questi incontri sono stati caratterizzati dalla ricerca di un equilibrio in ambito internazionale e la necessità di garantire una stabilità basata sul dialogo, i summit con il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e con il presidente del Vietnam To Lam si configurano in un’ottica di collaborazione strategica anche in ambito economico e commerciale. Lavrov, che ha incontrato anche il ministro degli esteri cinese Wang Yi, ha ribadito insieme al presidente Xi, la necessità di lavorare per rafforzare la cooperazione, la fiducia comune e il partenariato all’interno del contesto dei BRICS e dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Con il presidente vietnamita, invece, Xi ha sottolineato l’importanza di rinnovare il nuovo piano di cooperazione tra i due partiti comunisti, basato su diplomazia, difesa e sicurezza pubblica. A questo si è aggiunta la promessa di collaborare sulla connettività infrastrutturale tra i due Paesi e la partecipazione condivisa sull’innovazione tecnologica. Il Vietnam, che tra i Paesi dell’Asia Sud-orientale vanta tassi di crescita economica senza precedenti, da anni persegue una strategia vicina ora alla Cina, ora agli Stati Uniti, rendendosi così un fulcro geopolitico tra le due potenze.

La visita del presidente spagnolo Pedro Sánchez, la quarta in quattro anni, assume un ruolo essenziale nelle relazioni tra Repubblica popolare e Unione Europea. Quest’insolita assiduità dimostra un progressivo avvicinamento da parte di Madrid alla Cina e riconferma la rottura avvenuta tra Sánchez e il presidente statunitense. In seguito all’incontro con Xi il presidente socialista non ha solo sottolineato l’importanza di Pechino nella diplomazia internazionale, ma ha preteso un maggiore coinvolgimento del governo cinese nella mediazione dei conflitti in corso. In occasione della conferenza stampa concessa il 14 aprile, il premier ha ribadito di «essere dal lato giusto della storia», pensiero che ha trovato la convergenza del presidente cinese. Davanti all’ipotetica reazione di Trump, Sánchez ha affermato, ripetendo le parole di Xi, di non poter permettere l’avanzamento della ۫«legge della giungla» e con una certa schiettezza ha affermato che la Cina può essere l’unico interlocutore con il potere di risolvere la situazione di stallo nello stretto di Hormuz.

La stabilità diventa la principale pedina di scambio utilizzata dal governo cinese per attrarre un numero sempre maggiore di Paesi (e quindi ipotetici alleati e partner commerciali) a sé. Manca un mese all’annunciato incontro tra Trump e Xi, e come in una partita a scacchi, Pechino sta preparando il terreno di quella che potrebbe rivelarsi un’astuta trappola negoziale.


Il martello di Silvia e l’incudine del PD


La sindaca “federatrice” che prometteva Genova fino al 2030, ma ha già l’amo in bocca per Roma. Tra sondaggi-cannibale, selfie con le DJ e l’ira di Don Farinella: ecco come si sgonfia l’Anti-Meloni dei salotti.

(Michele Agagliate – lafionda.org) – Che rottura questa Silvia Salis. Ma, concretamente, cos’ha fatto di così speciale o eclatante per essere vista come la “reginetta del centrosinistra”, la futura federatrice del cosiddetto campo largo (o larghissimo, per meglio dire)?

A guardare il pedigree, sembra la versione politica di un set Lego: incastri perfetti per non scontentare nessuno. Figlia del custode di Villa Gentile (e via con la narrazione operaia e popolare), radici nel PCI del padre Eugenio (omaggio alla nostalgia), ma laureata alla Link University, l’ateneo prediletto dai “servizi” e dalla politica d’élite. Un mix che farebbe invidia a un alchimista del consenso. Eppure, tra un lancio del martello e una poltrona da vicepresidente vicaria del CONI gentilmente offerta dal Gran Maestro delle relazioni Giovanni Malagò, si fatica a trovare la scintilla della statista per acclamazione.

E così, nell’aprile 2026, ci ritroviamo a commentare il “miracolo Genova”. Eletta sindaca da meno di un anno, nel maggio 2025, la Salis è diventata istantaneamente il feticcio di un’area politica che non sa più a che santo votarsi. La vogliono a guidare il baraccone — e non è nemmeno del tutto colpa sua — perché risponde all’ossessione speculare della sinistra: contrapporre una donna a Giorgia Meloni. Se la Premier è la “madre cristiana e conservatrice”, Silvia Salis deve essere la risposta liberal-progressista; la campionessa dei diritti civili, della (imbarazzante) sinistra moderna. È l’estetica della parità usata come scudo spaziale, un casting fatto a tavolino per dimostrare che “anche noi abbiamo la nostra leader forte”, purché sia carina e salottiera.

Ma scavando sotto lo smalto istituzionale, emerge la vera natura politica della Sindaca: un centrismo spinto che guarda decisamente a Rignano sull’Arno. La Salis è, sostanzialmente, una renziana di ferro prestata al campo largo. Si muove in quel solco tipico dei centristi occidentali: ferocemente progressisti sui diritti individuali (che non costano nulla al bilancio dello Stato) e rigorosamente liberali su tutto il resto.

Lei stessa, del resto, non ha mai fatto mistero delle sue simpatie, dichiarando di aver votato Renzi “in quanto uomo di sinistra”. Certo, se Matteo Renzi è il punto di riferimento della sinistra, allora uno come Pierluigi Bersani rischia di passare per un pericoloso guevarista pronto a prendere la Sierra Maestra. Eppure è proprio Bersani che, con la sua proverbiale pazienza, da un anno va ripetendo in TV che servirebbero “i liberali veri”. Eccoli serviti, Pierluigi: ti hanno preso in parola.

A sgonfiare il pallone ci pensa Don Paolo Farinella che, sul blog del Fatto Quotidiano, accusa la Sindaca di tradimento. La Salis aveva giurato: “Sarò sindaca di Genova fino al 2030”. Una promessa solenne. Ma è bastato il primo fischio delle sirene romane per farle dire: “Di fronte a una richiesta unificante, ci penso”. Come scrive Farinella, chi tradisce una volta è già allenato a farlo ancora. Genova, per la Salis, rischia di non essere una missione, ma un trampolino per non “mangiare pane a tradimento” a spese dei genovesi mentre sogna Palazzo Chigi.

L’ultimo “colpo di genio” — noi umili mortali diremmo “paraculata” — documentato dall’HuffPost è il sorpasso sui social ai danni di Elly Schlein. Silvia ha capito tutto: eccola lì, nelle foto virali, posizionata “un passo indietro” alla consolle della DJ producer belga Charlotte de Witte. Uno sguardo soddisfatto che i social hanno già trasformato nel meme della Disaster Girl: la bambina che sorride mentre la casa brucia.

I numeri di Antonio Noto a Porta a Porta confermano il disastro politico: l’effetto Salis non ruba un solo voto a Fratelli d’Italia — che resta granitico al 29% — ma svuota il PD. Se la Salis scendesse in campo con una sua lista, il PD crollerebbe dal 22,5% al 19%. La “federatrice” non aggiunge nulla, cannibalizza solo i voti di chi le sta accanto, per la gioia di un Renzi che aspetta solo di fagocitarla.

Ricapitolando: quanto c’è di nuovo in una dirigente sportiva cresciuta all’ombra di Malagò e sposata con il regista della Roma bene, Fausto Brizzi? Siamo di fronte a un’operazione di marketing politico da manuale. La Salis è parte integrante di una “sinistra 2.0” che ai lavoratori preferisce i content creator.

Cara Silvia, il martello serve a costruire, non solo a farsi largo tra le macerie. Se l’obiettivo è Roma, abbia almeno il buon gusto etico suggerito da Farinella: si dimetta subito. Perché Genova non merita di essere il “piano B” di una carriera folgorante, e l’Italia non ha bisogno di un’altra influencer prestata alle istituzioni che, tra un set e l’altro, scopre che la Patria la chiama altrove.


Papa Leone: “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni, miliardi di dollari per uccidere e non ci sono risorse per curare ed educare”


Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa

Pope Leo XIV arrives in procession to celebrate a Mass at Bamenda Airport, Cameroon, Thursday, April 16, 2026, on the fourth day of his 11-day pastoral visit to Africa. (AP Photo/Andrew Medichini)

(di Gian Guido Vecchi – corriere.it) – DAL NOSTRO INVIATO BAMENDA (Camerun) «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».

Il comprensorio della cattedrale di Bamenda, delimitato da cancellate, comprende la chiesa e una serie scuole dal nido al college. Gli ingressi sono controllati, davanti e dentro la chiesa entrano gruppi selezionati, altri migliaia restano all’esterno e nelle strade della città.

E mentre il Papa interviene in inglese, la voce rimandata dagli altoparlanti, dentro e fuori la chiesa c’è un silenzio che contrasta con il calore dell’accoglienza, migliaia di persone che aspettavano il Papa e ora non si perdono una parola: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni («a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».

Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa. Come Francesco nove anni fa, nella Repubblica centrafricana, giovedì ha passato la giornata in una regione divisa dalla guerra civile, nel Nord-Ovest del Camerun.

Per l’occasione, i ribelli indipendentisti avevano annunciato una tregua di tre giorni ma non si sa mai, l’intero percorso del Papa era sorvegliato da militari in tuta mimetica, volto coperto e armi automatiche.

Leone XIV è arrivato all’incontro per la pace su una papabile blindata e protetta da vetri antiproiettile, la stessa che nel pomeriggio lo avrebbe portato tra i ventimila fedeli arrivati per la messa celebrata nell’aeroporto.

Mentre saliva la scalinata che conduce all’ingresso della cattedrale, era protetto alle spalle dai militari. La guerra civile non fa distinzioni di credo e anzi «ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un movimento per la pace», ha ricordato Prevost: «In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così! Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Nel mondo diviso da oltre una cinquantina di conflitti tutto si tiene, Leone parla di una delle diverse guerre dimenticate per parlare di tutte le guerre, «serviamo insieme la pace!», il tema che soprattutto dopo gli attacchi di Trump ha finito riassumere il senso del viaggio africano e dello stesso pontificato del primo Papa americano.

Bamenda sta su un altopiano a milleseicento metri d’altezza, un paesaggio di palme, campi coltivati soprattutto a mais e colline a chiudere l’orizzonte.

Dopo l’indipendenza del 1960, qui le tensioni tra la minoranza di lingua inglese e la maggioranza francofona sono cresciute fino alla dichiarazione di indipendenza degli irredentisti anglofoni, la proclamazione nel 2017 della «Repubblica di Ambazonia», da Ambas Bay, la baia del fiume Mungo che in epoca coloniale segnava il confine tra il Camerun francese e quello Sud-occidentale sotto il mandato britannico.

Ne è nata una guerra che ha causato migliaia di morti e più di settecentomila sfollati. Le postazioni militari governative sparse nella zona vengono periodicamente attaccate dai ribelli.

Nei giorni in cui si spara, scatta il coprifuoco o la fuga nei boschi o nelle case parrocchiali e le missioni del comunità religiose. La chiusura forzata e ricorrente delle scuole ha complicato la formazione di una generazione di bambini. Alcune facciate in cemento o mattoni d’argilla mostrano fori di proiettile.

«Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine», dice Papa Leone.

Del resto le guerre si somigliano, le sue considerazioni si ampliano all’intero pianeta: «È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a “U” – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana».

Nel pianeta devastato da pochi dominatori, c’è tuttavia una miriade di persone che lavora alla pace, «sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare».

Nella cattedrale c’è il rappresentante dei capi tradizionali che ringrazia perché «la maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università».

L’imam di Buea ricorda che la guerra non fa distinzioni di credo, da ultimo «il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamenda, uccidendo tre persone e ferendone altre nove».

Il portavoce delle chiese protestanti e anglicana ricorda gli sforzi di tutti i leader religiosi per tentare una mediazione tra governativi e ribelli. «Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa», conclude il Papa: «Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme», alla fine libera fuori dalla cattedrale sette colombe bianche.

La messa del pomeriggio viene celebrata accanto alla pista dell’aeroporto per ragioni di sicurezza, l’area è chiusa e più facile da sorvegliare.

Qui Leone si concentra sul Camerun, «le numerose forme di povertà», «la corruzione», i «gravi problemi nel sistema educativo e sanitario» e «la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani», ma non basta: «Alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo».

Di rado il tono di Prevost è stato così vibrante: «Questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani! Adesso e non in futuro! È giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».

L’ultimo richiamo è al «coraggio degli Apostoli» che nel racconto degli Atti «si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose».

Il Papa cita la risposta di Pietro alle minacce ricevute per la loro testimonianza: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini».


Così Trump sta trasformando l’America in uno Stato psicotico


Le patologie del presidente si sono diffuse nella sua amministrazione e in tutti gli Usa. Il Paese più potente del mondo ragiona in modo caotico e ha perso forse il contatto con la realtà, come mostra anche la gestione della guerra all’Iran. Alcune lezioni per il futuro. Un articolo del New York Times

Così Trump sta trasformando l’America in uno Stato psicotico

(di Jonathan Rauch e Peter Wehner – repubblica.it) – Ormai abbiamo capito da tempo che il presidente Trump possiede una mente disorganizzata e una personalità caotica. Ciò che gli ultimi mesi e specialmente le ultime settimane hanno messo in luce è che le patologie del presidente hanno avuto effetti a cascata all’interno della sua amministrazione. Si sono istituzionalizzate. Il motivo per cui spesso l’amministrazione non agisce con coerenza è perché non ci riesce. In questo secondo mandato di Trump il mondo si trova ad affrontare qualcosa di nuovo, sconcertante e spaventoso: uno Stato psicotico.

Questo non significa che tutti, all’interno del governo, siano emotivamente o psicologicamente instabili. Né si tratta di fare una diagnosi clinica del presidente. La questione è che all’amministrazione nel suo complesso mancano un costante contatto con la realtà e la capacità di organizzare il proprio pensiero in maniera coerente. La grandiosità, l’impulsività, l’incoerenza di Trump e il suo totale distacco dalla realtà si sono trasformate in prassi dello Stato.

La grande confusione della guerra all’Iran

Sotto questo punto di vista il secondo mandato di Trump è diverso dal primo. Nel 2020 Trump borbottava per i risultati delle elezioni o vaneggiava di curare il Covid con iniezioni di disinfettante, non era però in grado di trasformare in realtà le sue fantasie, almeno non sempre. Nel secondo mandato, invece, la psicosi istituzionale si è manifestata fin dal primo giorno. La guerra all’Iran ha reso evidente la dimensione del problema. L’avversario più potente in questo conflitto è proprio l’incoerenza dell’amministrazione.

L’amministrazione Trump ha deciso di dare avvio alla guerra senza aver fissato degli obiettivi, delineato una strategia, preparato piani di emergenza e senza nemmeno essere in grado di spiegare cosa sta facendo. L’obiettivo iniziale dichiarato era il cambio di regime, ma da un certo punto in poi ha smesso di esserlo. Minacce di distruzione totale sono state pronunciate e poi ritirate. A febbraio il programma nucleare iraniano ci è stato presentato come il casus belli, ma Trump lo scorso giugno aveva dichiarato di averlo «obliterato». Il presidente ha cercato di raccogliere attorno a sé una coalizione internazionale per riaprire lo stretto di Hormuz, poi ha detto che per farlo sarebbero bastati gli Stati Uniti e infine che lo stretto si sarebbe in qualche modo sbloccato da solo. Ha dichiarato che gli Stati Uniti avevano già vinto la guerra, poi che sarebbe finita presto, poi che finirà “quando me lo sentirò nelle ossa”. Come ha efficacemente sintetizzato un titolo del New York Times, la posizione del presidente riguardo all’Iran “può cambiare a ogni frase”.

Impreparati anche a causa dei tagli

Mentre ancora piovevano le bombe l’amministrazione, preoccupata per i rialzi del prezzo della benzina, ha rimosso le sanzioni su una parte del petrolio iraniano “dando impulso agli sforzi bellici dell’Iran”, come ha riferito il Washington Post. Gli esperti della regione sono rimasti sbalorditi quando l’amministrazione, davanti alla chiusura parziale dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, è apparsa impreparata: era una mossa tattica prevista da decenni. L’amministrazione avrebbe potuto essere colta meno di sorpresa se non avesse ridotto il personale dell’ufficio per il Medio Oriente del dipartimento di Stato, se non si fosse liberata dei suoi consulenti in materia di petrolio e gas e se non avesse chiuso il proprio ufficio dedicato all’Iran. L’amministrazione ha sabotato lo stesso Consiglio per la sicurezza nazionale: ha licenziato parte del personale per assecondare i desideri di una teorica del complotto e ne ha compromesso l’indipendenza – una pessima mossa, alla vigilia di una guerra. I post di Trump sui social media sembrano in contraddizione fra loro e rasentano la demenza.

L’incoerenza di questa amministrazione non è un caso, è il suo modus operandi. Il cosiddetto Dipartimento per l’efficienza del governo (Doge) ha seminato il caos fra le agenzie federali, licenziando dipendenti senza un criterio discernibile, per poi talvolta riassumerli, e non ha ridotto in maniera significativa la spesa del governo. Trump è passato dalla posizione «niente più guerre» a dichiarare guerra (all’Iran) o minacciare l’uso della forza militare (Venezuela, Groenlandia, Cuba) un mese sì e uno no. La politica nei confronti dell’Ucraina è stata allo stesso tempo di concedere e negare il proprio sostegno. I dazi sono saliti e scesi, sono stati imposti e ritirati secondo i capricci del presidente. A febbraio Trump si è vantato di aver ridotto il prezzo del gas, a marzo di averlo aumentato.

Tutto questo non è affatto normale.

Un “cervello” in difficoltà

Un’amministrazione normale definisce le proprie politiche raccogliendo informazioni da varie fonti, armonizzando i punti di vista e le priorità di molte agenzie e assicurando un processo deliberativo razionale prima di sottoporre al presidente le possibili opzioni. Uno di noi due ha fatto parte di tre amministrazioni repubblicane e ha partecipato ai processi di revisione interagenzia che si sono svolti in un dipartimento, in un’agenzia esecutiva e nella stessa Casa Bianca. Una sola frase in un discorso di politica estera del presidente raccoglieva il contributo di venti o più persone appartenenti al dipartimento della Difesa, al dipartimento di Stato, alla Cia, al dipartimento del Tesoro e così via.

Il processo di revisione delle politiche può essere tortuoso e talvolta fallace, e non si può sostituire al giudizio del presidente, ma è un processo vitale. Affronta domande difficili e valuta opinioni contrastanti, accoglie il contributo di esperti in materie specifiche, anticipa le possibili conseguenze di un provvedimento e prepara piani per ogni evenienza.

Questo processo assomiglia a una specie di «mente istituzionale»: un processo cognitivo che determina le decisioni del governo e assicura che siano razionali e ancorate alla realtà. Lo si può immaginare come l’equivalente di una corteccia prefrontale, la parte del cervello responsabile di funzioni esecutive di alto livello come il controllo degli impulsi e la pianificazione a lungo termine. Durante il secondo mandato di Trump tali funzioni esistono ancora ma possono essere compromesse, aggirate o semplicemente abbandonate in qualsiasi momento per volere del presidente e dei funzionari di più alto livello. Da questo punto di vista, è come se l’amministrazione Trump fosse priva di cervello.

L’ultima parola sulle decisioni politiche spetta al presidente, non ad agenzie o esperti subordinati, ma un processo irrazionale produce risultati inspiegabili, ed è quello che continua a verificarsi. L’unico criterio sembra essere il principio enunciato da Trump stesso per descrivere l’atteggiamento nei confronti di Cuba: «Penso che posso farne quello che mi pare». È questo il criterio di governo della sua amministrazione.

Quando un’agenzia va fuori controllo, l’amministrazione dovrebbe affrettarsi a stabilizzarla, come è accaduto con il Dhs, il dipartimento della Sicurezza interna, quando caos e violenza hanno portato all’uccisione di due cittadini americani nelle strade di Minneapolis. Ma finché non verrà ripristinato un processo politico coerente, sotto il controllo di un responsabile che ne comprende la necessità, possiamo aspettarci di veder erompere geyser di irrazionalità in luoghi e modi imprevedibili.

Un leader imprevedibile e disperato

Come è comprensibile, studiosi, giornalisti e politici hanno tentato di inquadrare il secondo mandato di Trump in uno schema almeno in parte razionale: populismo, isolazionismo, unilateralismo, nazionalismo, transazionalismo, imperialismo, teoria del folle, sfere di influenza e altro. Alcuni di questi schemi possono aiutare a comprendere il presidente e le persone che lo circondano. Come ha sostenuto uno di noi due, Trump è un patrimonialista: un leader che considera lo Stato una sua proprietà. Ed entrambi abbiamo detto che questa amministrazione presenta alcuni tratti fascisti. Alla fine dei conti, però, la psicosi istituzionalizzata sfida le categorie razionali. Quale che sia lo schema utilizzato, prevedere il comportamento dell’amministrazione risulta impossibile. E se il presidente, man mano che la sua popolarità diminuisce, diventa sempre più disperato, il pericolo non può che aumentare.

E questo porta tutti a domandarsi: quali possono essere le conseguenze se l’amministrazione del Paese più potente del mondo pensa in modo caotico, agisce in modo imprevedibile ed è scollata dalla realtà? Non lo sappiamo. L’America e i suoi alleati hanno gestito molte imperfezioni e fallimenti presidenziali ma non abbiamo precedenti, né categorie, per la psicosi istituzionale che caratterizza la seconda amministrazione Trump. Proprio perché lo stato psicotico è del tutto imprevedibile, cercare di impostare un sistema per gestirlo è inutile.

I baluardi razionali

Ciò pone il Paese e i suoi alleati nella precaria ma non disperata condizione di fare eccessivo affidamento sui baluardi razionali che rimangono. Alcuni di essi si trovano all’interno del ramo esecutivo: nelle burocrazie federali e nei servizi militari, dove pratiche e processi ordinari resistono meglio che possono. Ancora più importanti sono i baluardi negli altri rami del governo. I tribunali sono rimasti indipendenti e ancorati alla realtà. Il Congresso ha silenziosamente posto il veto ad alcune delle nomine più bizzarre di Trump e contrastato alcuni degli impulsi più distruttivi dell’amministrazione, come l’attacco sferrato contro il budget per la ricerca scientifica. I governi dei singoli Stati, specialmente di quelli a guida democratica, hanno usato i tribunali e le leggi statali per resistere all’agenda di Trump e chiedere a Washington un comportamento coerente.

Ancora più importante è il fatto che l’opinione pubblica sia a favore di un governo efficace e reattivo, e non delle mattate di uno Stato irrazionale, e che faccia sentire la propria voce.

La psicosi istituzionale è, in ultima analisi, autodistruttiva e insostenibile. La realtà troverà il modo di riaffermarsi, come sempre. Nel frattempo però saranno stati fatti danni ingenti, danni che richiederanno almeno una generazione per essere riparati.

Man mano che l’era Trump volgerà al tramonto, il Paese potrebbe reimparare qualcosa che non avrebbe mai dovuto dimenticare: che le istituzioni devono essere riformate, non distrutte e che governare richiede abilità e una forte attenzione al dettaglio, non leader che agiscono per impulso o ignoranza; e forse la stabilità mentale e di carattere hanno un peso ancora maggiore.

(Traduzione di Alessandra Neve)

Copyright The New York Times


La partita tra la famiglia Berlusconi e quello che resta di Tajani


(dagospia.com) – Pare che Marina Berlusconi  non sia per niente soddisfatta del “rimescolamento” di carte interno a Forza Italia.

Pur essendo partito dalla ”Famiglia” l’input a rinnovare i vertici, per avere “facce nuove”, ciò che è stato portato a casa è un compromesso un po’ al ribasso.

I nuovi capigruppo, Enrico Costa alla Camera e Stefania Craxi al Senato, non sono esattamente i nomi che la primogenita del Cav. aveva immaginato.

Al posto di Gasparri, infatti, la Cavaliera  di Arcore avrebbe voluto la sua avvocata, la senatrice Cristina Rossello, che però si è immediatamente chiamata fuori, visti i suoi pessimi rapporti con Tajani.

Al posto di Paolo Barelli, potente consuocero del segretario ciociaro che ha messo mano su tutte le nomine, la favorita era la fedelissima Deborah Bergamini.

Ma l’ameba ciociare non ha preso per niente bene il siluramento del famiglio Barelli e avrebbe addirittura minacciato le dimissioni da vice premier e ministro degli Esteri.

A quel punto, per evitare la rovinosa caduta del governo Meloni, la ”gianniletta” in gonnella è stata costretta a fare un passo indietro. In questa fase convulsa della vita del partito, Marina si ritrova circondata da un manipolo di fedelissimi: in primis Deborah Bergamini, seguita da Cristina Rossello, Giorgio Mulè, il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, l’ad di Fininvest, Danilo Pellegrino, un manager che, ovviamente, non mastica granchè di politica romana.

A preoccupare Marina ci sono anche le inevitabili conseguenze dei cambi al vertice: il verace Paolo Barelli, che ha perduto il potere di mettere mano su tutte le nomine, ha infatti il coltello tra i denti e vuole vendicarsi.

Lo ha già fatto intuire con alcune velenose dichiarazioni (“FI non si guida da fuori”; “Non sono stato dimesso da nessuno”) e Tajani sta provando ad allinearsi alla guerriglia aperta dal consuocero.

In questo senso va la decisione di procedere con i congressi regionali, per blindare le file del partito a livello locale, controllando il segretario gran parte delle tessere (nonostante Francesca Pascale abbia evocato stranezze sul numero degli iscritti e dei tesserati al partito).

Al centro della partita tra i Berlusconi e quello che resta di Tajani c’è il potere di mettere mano alle liste elettorali in vista delle elezioni politiche del 2027. Significa avere il controllo sugli eletti di Forza Italia, e quindi sul destino della legislatura.

Al fianco della Cavaliera Marina c’è ovviamente il fratello, Pier Silvio, che sta cercando di “bonificare” la rete(4) di Mediaset, i cui talk sono  da un pezzo più propensa a portare acqua ai Meloni di Fratelli d’Italia che agli azzurri.

E per un Sallusti che si è riavvicinato alla Famiglia, dopo una sbandata di due libri in gloria della Statista immaginaria della Garbatella, e per un Mauro Crippa avviato alla pensione, ci sono Paolo Del Debbio e Nicola Porro che si fanno trombettieri del verbo meloniano.

Dei due, è soprattutto Nicola Porro a preoccupare di più i vertici di Mediaset, vista anche la pervasività della sua comunicazione: il giornalista non ha solo uno spazio televisivo, ma una piattaforma online molto seguita (che pare gli garantisca tra i 60 e i 95mila euro al mese), e dei canali social martellanti.

Tra i giornalisti in quota destra, si segnala il vivacissimo e multitasking Tommasino Cerno. I soliti maligni sussurrano che il sereno-variabile ex direttore de “L’Espresso”, già senatore di Italia Viva di Matteo Renzi, si sia così ben acclimatato a Milano, dove tra una ospitata e un programma televisivo, dirige “Il Giornale” e che, più che parlare con gli editori Angelucci, preferisca intrattenersi con i diavoletti della bollente nighlife a “misura Duomo”…


La grande bufala dello strappo tra Meloni, Trump e Netanyahu


Definire inaccettabili le parole di Trump sul Papa è il minimo sindacale, così come interrompere un memorandum sulla difesa con Israele dopo tutto quel che è successo a Gaza. Per cambiare davvero passo in politica estera serve altro. Meloni vuole farlo, o vuole solo fare finta, per recuperare un po’ di popolarità?

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Quindi, ora che si fa?

Cioè: adesso che, a quanto pare, Donald Trump è diventato “inaccettabile” e abbiamo sospeso il rinnovo automatico del memorandum sulla difesa tra Italia e Israele, qualunque cosa significhi questa frase, cosa facciamo di bello?

Smettiamo di concedere le nostre basi agli americani per andare a portare armi nel Golfo per bombardare l’Iran, ad esempio, come stiamo continuando a fare dall’inizio del conflitto?

Usciamo dal Board of Peace, unica democrazia a farne parte, seppur in qualità di osservatori, e smettiamo di prestarci al gioco di chi vuole distruggere l’Onu?

Diciamo qualcosa a favore dell’Unione Europea quando Trump e Vance, quello che firma le prefazioni americane dei libri di Meloni, vengono a raccontarci che è il male assoluto?

Rinunciamo a spendere quel che chiede Trump in armamenti e mettiamo quei soldi altrove, magari su scuola e sanità?

E ancora:

Condanniamo finalmente quel che sta ancora accadendo a Gaza, chiamando finalmente un genocidio  e un blocco navale illegale col loro nome?

Condanniamo quel che Netanyahu sta facendo in Libano, anche quando non prende di mira il nostro contingente Unifil?

Riconosciamo lo Stato palestinese e il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato per loro?

Perché, spiacenti, questo vuol dire strappare con Trump e Netanyahu.

Non definire inaccettabile un commento sul Papa, o bloccare il rinnovo automatico di un memorandum d’intesa, che la maggioranza stessa dice di ritenere da anni poco più che simbolico.

Se tutto rimane com’è, spiacenti, allora quello di Meloni non è uno strappo. È solo un timido, patetico tentativo di divincolarsi dal bacio della morte dei due leader più impopolari del mondo, per evitare di colare ancora più a picco nei sondaggi.

Un trucco, l’ennesimo, per provare a vendere agli italiani  l’ennesima realtà che non esiste.


New York Times: “Ci troviamo di fronte a una vera e propria profanazione e a un sacrilegio”


(Ross Douthat – il New York Times) – Analizziamo l’ultima zuffa tra Chiesa e impero nel mondo, il conflitto aperto tra il presidente Donald Trump e papa Leo XIV, secondo tre cerchi concentrici, che ci conducono dalle realtà generali della politica cattolica alle intense specificità di questo caso.

A livello generale, non c’è nulla, in un conflitto tra un’autorità secolare e il pontefice romano, che dovrebbe spingere i cattolici a ricorrere ai sali per rinvenire. Nulla, nell’insegnamento cattolico, afferma che i papi siano immuni dall’errore in materia di politiche pubbliche, e il dato storico offre prove abbondanti del fatto che possano commettere errori profondi.

Di conseguenza, quando i papi si impegnano nella politica, non è empio che i politici dissentano da loro, e tali contrasti non sono intrinsecamente liberali, secolari o moderni. […]

Nell’attuale zona di controversia — le dispute che oppongono il papa o il Vaticano o cardinali di primo piano al conservatorismo nazionalista — i conservatori hanno spesso lamentele ragionevoli.

La dottrina sociale cattolica, nella sua forma ideale, mette in discussione tanto la destra quanto la sinistra, ma è un equilibrio difficile da mantenere, e i leader della Chiesa tendono spesso a incalzare più duramente una parte, offrendo all’altra un atteggiamento di “accompagnamento”.

Sotto papa Giovanni Paolo II, i cattolici più liberal potevano ragionevolmente ritenere che il Vaticano accompagnasse più la destra che la sinistra; sotto papa Francesco, invece, la dinamica si è invertita.

[…]  Leone ha riportato maggiore stabilità nella Chiesa anche semplicemente mostrando ai conservatori un volto più paterno e prendendo più sul serio le loro preoccupazioni riguardo al rito e alla chiarezza dottrinale, pur continuando a suonare note simili a quelle di Francesco quando affronta temi come l’immigrazione o il cambiamento climatico.

Di conseguenza, si è vista una netta separazione tra i cattolici di destra più attivi online, desiderosi di polemizzare costantemente contro il papato, e una platea conservatrice più ampia, soddisfatta di avere un papa che adotta toni progressisti purché non sembri intenzionato a sconvolgere la dottrina.

[…] Il Vaticano appare chiaramente più a suo agio nel collaborare con Emmanuel Macron o Biden piuttosto che con Trump o Marine Le Pen. Ma manca di uno spirito di comprensione quando si tratta di capire perché gran parte del suo stesso gregge preferisca i populisti.

La carenza di chiarezza, invece, è un problema costante nella retorica ecclesiastica su temi che vanno dalla ricchezza e la povertà alla guerra e alla pace. […] Il risultato è che, così come i commenti papali sull’economia possono apparire non solo di sinistra ma anche evanescenti, la posizione sulla politica estera può scivolare verso un pacifismo disinvolto che non è fedele alla tradizione cattolica. E se si è, per esempio, un cattolico nominato al Pentagono, può essere del tutto ragionevole sollecitare il Vaticano a riconoscere che il potere militare, talvolta, può avere un ruolo pienamente morale.

Questi sono i punti generali che si potrebbero avanzare in difesa del dissenso cattolico conservatore nei confronti di Roma. Essi iniziano però a incrinarsi quando ci spostiamo nel secondo cerchio, quello del dibattito specifico sulla guerra in Iran, la questione che ha portato il conflitto tra la Chiesa e l’amministrazione Trump al punto di ebollizione.

Qui non è il papato a faticare con la concretezza; sono piuttosto le argomentazioni dell’amministrazione a vacillare, oscillare e dissolversi. Si possono trovare sostenitori di Trump lamentarsi del fatto che la condanna papale della guerra sia troppo ampia, o che i messaggeri […] siano troppo partigiani, o ancora che dal Vaticano non si senta abbastanza sulle malefatte del regime iraniano.

Ma queste critiche sono secondarie rispetto alla domanda centrale: la guerra è giusta oppure no? E l’amministrazione non ha fornito una giustificazione coerente e consistente della sua legittimità. Per esempio, si potrebbe sostenere che la guerra sia giusta perché mira a rimuovere un governo malvagio. Se non fosse che, al momento, Trump sostiene di non voler perseguire un cambio di regime, dichiarandosi disposto a un accordo che non obbligherebbe l’élite clericale a rinunciare al potere, né tantomeno ad affrontare la giustizia per i propri crimini.

Oppure si potrebbe dire che la guerra sia giusta perché rappresenta un intervento limitato volto a prevenire una minaccia militare iraniana. Ma Trump e il suo segretario alla Difesa hanno ripetutamente evocato una campagna ben più ampia, con bombardamenti “riportanti all’età della pietra” e distruzione su scala civilizzazionale, scenari che nessuna teoria della guerra giusta potrebbe accettare.

[…]  Le migliori ricostruzioni disponibili suggeriscono che l’amministrazione sia entrata in questo conflitto senza un obiettivo strategico chiaro né una giustificazione morale coerente, senza adeguata considerazione dei rischi in agguato — e nonostante l’opposizione del vicepresidente (cattolico) e i dubbi del segretario di Stato (anch’egli cattolico). […] è una situazione in cui il capo della Chiesa cattolica ha tutte le ragioni per dire: questa sembra una guerra ingiusta.

E la risposta del presidente a tale critica — ed eccoci al cerchio più interno della vicenda — non rientra affatto in una normale dialettica tra Chiesa e Stato, tra papa e impero. Non è nemmeno una delle consuete anomalie trumpiane. Ci troviamo invece di fronte a una vera e propria profanazione e a un sacrilegio, in una sequenza iniziata con un post sui social la domenica di Pasqua, tra maledizioni, minacce di violenza e un sarcastico elogio di Allah, e proseguita con un attacco a Leone fino ad arrivare a un contenuto generato dall’intelligenza artificiale che lo ritrae come Gesù Cristo.

Nella misura in cui Trump gode di difensori cristiani, questi tendono a separare l’ultimo oltraggio dai precedenti, sostenendo che sia accettabile per il presidente usare un linguaggio blasfemo contro teocrati islamisti, legittimo polemizzare con il vescovo di Roma (che “non ha autorità in questo ambito americano…”), lasciando il meme di Trump come Cristo come unica vera offesa.

Ma il nodo centrale, da una prospettiva religiosa, […] è che esiste un filo coerente che collega le minacce blasfeme della domenica di Pasqua, l’invettiva contro il più celebre leader cristiano del mondo e la rappresentazione di sé come Seconda Persona della Trinità. L’offesa cumulativa non è contro un’identità religiosa o la dignità papale. È una violazione del primo e del secondo comandamento, in cui la parte offesa è Dio onnipotente.

Se si è un osservatore secolare, si può ritenere che la blasfemia sia un peccato privo di un oggetto reale, e che questa escalation conti soprattutto come indicatore dello stato mentale del presidente nel suo secondo mandato.

Se invece si è credenti, allora l’intera carriera politica di Trump — il suo ruolo catalizzatore nella crisi del liberalismo, il suo passaggio dal potere all’esilio e di nuovo al potere — si colloca sotto il segno della provvidenza. In tal caso, la svolta verso la blasfemia presidenziale rappresenta un monito per i suoi sostenitori religiosi circa i possibili esiti della sua parabola e il pericolo spirituale di sostenerlo fino alla fine.


Mon Dieu, Giorgia è stata umiliata da Trump!


(Agenzia_Nova) – La premier Giorgia Meloni prende le distanze dal presidente Donald Trump dopo gli attacchi al Papa. Lo scrive il quotidiano “Le Monde”, spiegando che Trump ha finito per prendere “di mira” la titolare di Palazzo Chigi.

“Giorgia Meloni, dirigente di un Paese la cui capitale e’ anche quella della Chiesa universale, non poteva piu’ permettersi la minima ambiguita’ dopo questo affronto fatto al vescovo di Roma”, afferma il giornale francese. “Le Monde” ricorda che Meloni nei mesi passati non ha mai criticato il presidente Usa.

“Malgrado gli sforzi nei confronti di Washington, Roma non ha ottenuto niente”, nota il quotidiano. “L’Italia ha subito lo stesso trattamento degli altri Paesi europei in materia commerciale e ha visto allontanarsi le speranze di influenza che Giorgia Meloni aveva fondato sull’adesione, come osservatore, dell’Italia al Consiglio di Pace di Donald Trump.