
(Dott. Paolo Caruso) – Grande vigilia per gli USA e per il mondo. Che faranno gli Americani? Ribalteranno lo strapotere folle del loro Tycoon, opponendogli maggioranze contrarie nelle due Camere? Ha fatto già sapere che, nell’ipotesi a lui più avversa, si è già attrezzato, sarà il “signor Veto”. Bloccherà tutte le decisioni del Congresso e del Senato. Ciò dà la cifra del personaggio psicopatico.Chiaramente non è lì per gli interessi del suo Popolo ma per continuare a fare profitti, avendolo dimostrato a josa.Allo spoglio serale si saprà si saprà il verdetto. E il mondo temera’ il peggio o emetterà un sospiro di sollievo?In questo pazzo mondo c’è da aspettarsi anche l’ immaginabile. Altri due anni ci separeranno dalla sua definitiva scomparsa di scena, ma egli come animale ferito farà pesare ancora più negativamente il suo ruolo. Al compare Netanyahu garantisce che riprenderà le ostilità con l’Iran. Mondo strano quello attuale. Nel frattempo l’Europa sempre più frammentata guarda oltreoceano. La Le Pen in Francia riscalda i muscoli per l’Eliseo, e blocca il sostituto di La Garde al ministero della economia. La Bulgaria rinnova fiducia alla precedente presidenza, e rimette in sella a governare la tizia tiepida europeista e di chiare tendenze filo-russe. E la signora von der Leyen che fa? Si complimenta, ma la bulgara le fa sapere che in politica estera agirà in modo indipendente dalle decisioni dell’Unione europea. La Polonia vive in parallelo, il “colpo di Stato”, con lotta non solo ideologica, tra primo ministro filo europeo e il presidente ostinatamente filorusso. La Meloni vive queste ore dello spoglio in trepida attesa augurandosi un successo per il suo amico padrone. Mentre l’ Italia meloniana sempre più autoritaria è economicamente all’osso, grazie anche a Trump, non ha contributi sufficienti per la scuola e la sanità pubblica venendo privilegiati i privati e le armi. L’ Europa appare sempre più sfilacciata, anche perché non ha una politica unitaria e la presidente della Commissione è priva di carisma e di strategie. Nella guerra d’ Ucraina, non è stata in grado di avviare un tavolo di negoziato tra i due contendenti, rimanendo appiattita sulle pretese di Zelensky. È talmente debole e incapace da non sapere dare un progetto unitario all’ Europa, ne saper fronteggiare i ribelli sovranisti che sanno prendere l’utile, e recalcitrano da ingrati. Le democrazie in mano a Trump e all’ incapacità dei nostri Rappresentanti europei sono in serio pericolo mentre le voglie belliciste fanno il resto, lasciando trasparire orizzonti poco rosei per gli anni a venire.
Sbarra, Vianelli e Festa aprono la 27ma edizione di Orientasud
Berriola: “Creare le condizioni per cui i giovani
si sentano apprezzati sul territorio”
4-5-6 novembre 2026 – Mostra d’Oltremare di Napoli

Napoli, 3 ottobre 2026 – Al via domani la XXVII edizione di OrientaSud – Il Salone delle Opportunità, da anni il più grande evento dedicato alla formazione e all’orientamento del Sud Italia. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. Un impoverimento di competenze che si accompagna alle difficoltà dei percorsi formativi: secondo Istat, nel 2024 aveva un titolo di istruzione terziaria il 25,9% dei giovani meridionali di 25-34 anni, contro il 34,5% del Nord. Sono numeri che riportano al centro delle politiche per il Sud una questione concreta: come accompagnare i giovani nelle scelte, valorizzarne le capacità e creare le condizioni perché possano costruire il proprio futuro, anche nei territori in cui sono cresciuti.
Sbarra, Vianelli e Festa aprono la XXVII edizione di Orientasud
Il Salone apre i battenti con l’evento inaugurale dove oltre a Mariano Berriola, presidente di OrientaSud e direttore del Corriere Università e Lavoro saranno presenti Luigi Sbarra, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per il Sud; Danilo Giovanni Festa, capo dipartimento al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Donata Vianelli, coordinatrice della Commissione Orientamento della CRUI.
Tre le grandi novità dell’edizione 2026
1) Lavoro e prevenzione dei rischi sulla sicurezza
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, insieme a Ispettorato Nazionale del Lavoro, INAPP e INPS, sarà presente con uno spazio informativo e un calendario di appuntamenti nei tre giorni. Domani 4 novembre l’attenzione sarà rivolta alle regole dei rapporti di lavoro, alla salute e sicurezza e al riconoscimento del lavoro regolare: strumenti essenziali per affrontare una prima esperienza in azienda conoscendo diritti, responsabilità e rischi. La Fondazione Italia Education presenterà l’innovativo gioco Jobs and School che tutte le scuole potranno adottare al fine di educare le giovani generazione alla prevenzione del rischio.
2) Le professioni del futuro
I workshop della Fondazione Italia Education accompagneranno i visitatori nella conoscenza dei percorsi universitari, collegando materie di studio, modalità di accesso, competenze e sbocchi occupazionali. Il programma attraversa le principali aree formative. L’obiettivo è aiutare i ragazzi a comprendere il contenuto delle professioni e a mettere in relazione interessi personali, studi e prospettive di lavoro. A questi appuntamenti si affiancheranno le presentazioni e gli incontri con gli atenei e le accademie, tra cui L’Orientale, Università della Campania Luigi Vanvitelli, Suor Orsola Benincasa, Luiss e NABA. Alle ore 11 del 5 novembre, Inarcassa proporrà inoltre “Progetta la tua professione. Dai forma al tuo futuro”: un confronto sul passaggio dalla laurea alla libera professione, tra competenze, autonomia e previdenza.
3) Il Rapporto Università 2026
Al centro della mattinata inaugurale anche la presentazione del Rapporto Università 2026 della Fondazione Italia Education, frutto del lavoro del Comitato Tecnico Scientifico presieduto dal professor Stefano Ubertini. Il Rapporto analizza le scelte universitarie, l’andamento degli studi, la mobilità tra atenei, i cambi di percorso, gli abbandoni e il conseguimento del titolo. Uno strumento per leggere il sistema universitario e comprendere quali fattori incidano sulle decisioni degli studenti e sulla possibilità di portarle a termine. La presentazione del Rapporto si svolgerà alla presenza anche dei rettori campani.
Tra gli elementi centrali, l’IQA, Indice Qualitativo di Attrattività degli Atenei, che considera apertura internazionale, capacità di attrarre studenti, rapporto con il territorio, profilo istituzionale, accessibilità economica, specializzazione ed esiti. I confronti riguardano gli atenei non telematici inclusi nell’analisi e avvengono all’interno di fasce e tipologie omogenee: l’indice offre una lettura dell’attrattività, senza rappresentare una valutazione assoluta della qualità complessiva di un’università.
Berriola: “Creare le condizioni per cui i giovani si sentano apprezzati sul territorio”
“Dobbiamo costruire le condizioni per cui i nostri giovani non siano costretti ad andar via, ma soprattutto si sentano apprezzati sui territori. Un ragazzo ha bisogno di sapere che qualcuno crede in lui, prima ancora di decidere che cosa farà da grande. Ha bisogno di essere ascoltato, considerato, amato. Può sembrare un punto di partenza lontano dall’economia, dall’innovazione, dalle politiche per il Mezzogiorno. È invece il loro fondamento. Perché nessuna strategia di sviluppo può durare se chi dovrebbe realizzarla cresce sentendosi superfluo” dichiara Mariano Berriola.
Dopo il voto in Israele e negli Stati Uniti: la geopolitica spiegata ai giovani
Venerdì 6 novembre alle ore 12, in Sala Musica, “Capire il mondo che cambia: la geopolitica spiegata ai giovani” offrirà strumenti per interpretare gli equilibri internazionali e le loro conseguenze sulla vita quotidiana. L’appuntamento si terrà dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre scorso e le elezioni statunitensi di metà mandato. Un’occasione per interrogarsi su che cosa cambia per l’Italia e per il Mediterraneo, tra conflitti, alleanze, energia, tecnologia e migrazioni, e su come questi processi influenzino studio, lavoro e cittadinanza.
Interverranno Emiliano Errico, giornalista RAI; Massimiliano Lenzi, giornalista, scrittore e autore; Barbara Schiavulli, giornalista e inviata di guerra. Il confronto aiuterà anche a riconoscere fonti affidabili e a orientarsi in un’informazione internazionale sempre più complessa.
Giustizia, opportunità e diritto di scegliere
Domani 4 novembre alle ore 11 l’incontro “Il diritto di scegliere il proprio futuro” porterà al Salone Paola Brunese, presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli; Maria Rosaria Covelli, presidente della Corte d’Appello di Napoli; e Stefano Ubertini, presidente del Comitato Tecnico Scientifico della Fondazione Italia Education. La mattinata inaugurale ospiterà inoltre la premiazione dell’XI edizione di “Città e lavoro: le mie idee”, il concorso promosso da OrientaSud e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania per dare voce alle proposte dei giovani sul lavoro e sulle città come luoghi di espressione e socializzazione.
La partecipazione è gratuita, previa registrazione. Programma in aggiornamento – Informazioni, iscrizioni e programma aggiornato su www.orientasud.it.
Ufficio stampa – Marco Vesperini

Dal 9 al 15 novembre 2026 a Napoli la ventitreesima edizione di accordi @ DISACCORDI – Festival internazionale del cortometraggio, diretta artisticamente da Pietro Pizzimento; Festival organizzato dall’associazione Movies Event, con il coordinamento di Fabio Gargano e Giuseppe Collela e con il contributo della Regione Campania tramite il fondo regionale per il cinema e l’audiovisivo.
Centosedici cortometraggi, documentari, film d’animazione e sperimentali, in rappresentanza di trentadue nazioni, con moltissime opere in anteprima assoluta europea e italiana sui quattromilacinquecentosedici lavori pervenuti da centoventicinque Paesi a cui si affiancheranno incontri con gli autori e gli attori delle opere presentate, sono il programma di questa edizione.
Alle sezioni di sei concorsi consueti (internazionale, nazionale, Regione Campania, documentari, film brevi d’animazione e film a tematica ambientale) si affianca anche quest’anno, oltre alle sezioni dei “Cortissimi”, e quella fuori concorso dei film sperimentali giunti dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna e da moltissime nazioni dei cinque continenti, una sezione focus sul cinema italo canadese curata dal partner internazionale Italian Contemporary Film Festival.
Una selezione dei cortometraggi italiani presentata durante la ventitreesima edizione di accordi @ DISACCORDI verrà programmata nel mese di marzo 2027 in Canada durante una manifestazione curata dall’Italian Contemporary Film Festival.
Lo svolgimento di questa ventitreesima edizione, ad ingresso gratuito, avverrà presso la Corte dell’Arte di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli, in via Portacarrese a Montecalvario, 69 a Napoli, location che ospiterà anche la serata conclusiva della kermesse il 15 Novembre con la premiazione e la visione dei filmati brevi vincitori di tutte le categorie del concorso festivaliero.
Confermate le giurie del Festival, oltre a quella del pubblico che assegnerà il suo premio e quella artistica presieduta quest’anno dallo sceneggiatore e regista cinematografico Maurizio Braucci accompagnato dai giurati lo storico del Cinema Giuseppe Borrone e dalla regista Simona Cocozza, anche la giuria dell’associazione nazionale partnership della manifestazione AMC – Associazione Montatori Cinematografici e Televisivi che assegnerà un suo premio al miglior montaggio ai film in concorso nelle sezioni nazionale e quella della regione Campania. L’associazione nazionale di categoria ha designato come giurati : presidente di giuria la montatrice Annalisa Forgione e giurati i montatori: Daniele Camaioni, Chiara Dainese, Federico Lagna, Patrizio Marone. La giuria d’onore composta da Guido Lombardi, Nero Nelson e Marcello Sannino affiancherà quella artistica nelle decisioni di assegnazione dei premi. Il Festival si avvarrà della preziosa collaborazione della canadese Italian Contemporary Film Festival e come sempre, della preziosa collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia – Production, dell’AFIC – Associazione Festival Italiani di Cinema e delle agenzie nazionali di promozione cinematografica tedesca, francese oltre a quella italiana.
Nella sezione internazionale si contenderanno la vittoria finale, il film breve tedesco “City of owls” di Zhenia Kazankina : l’ultima sera prima della sua partenza, Vera sta mettendo a letto la sorellina. Per nasconderle il vero motivo del suo addio, le racconta una fiaba della buonanotte. È la storia di una città inghiottita da una notte eterna. Il cortometraggio francese “La ligne de vie” di Hugo Becker, in concorso allo 82° Festival di Venezia: Katel e Pierre, impiegati delle poste, si offrono volontari per consegnare la corrispondenza la sera del 24 dicembre 1916, con l’intento di risollevare il morale dei soldati al fronte. Purtroppo, durante il tragitto, finiscono sotto il fuoco nemico e, senza rendersene conto, sconfinano in territorio tedesco. Sono così costretti a confrontarsi con la dura realtà della guerra e con i sospetti dei loro stessi commilitoni, quando nella loro camionetta viene ritrovata una lettera militare strategica nascosta. Il film inglese “Ten to six” del regista italiano Alessio Rupalti: un fisico, ormai in pensione e tormentato da decenni dal senso di colpa per non essere riuscito a salvare la moglie dal tumore al seno, crede di aver finalmente trovato una possibilità di redenzione. Infatti, trentacinque anni dopo la morte della moglie, si reca in un piccolo caffè alla periferia di Londra, dove un giovane cameriere che sta per incontrare, apparentemente per caso, si rivelerà non essere affatto uno sconosciuto. E il cortometraggio olandese “Last shot” di Parham Rahimzadeh: quando Musa, un palestinese che vive nei Paesi Bassi, riceve la macchina fotografica del fratello scomparso, fotoreporter a Gaza, decide di sviluppare l’ultimo rullino rimasto, trovandosi così a fare i conti con il dolore della perdita, la censura e il peso dell’eredità lasciata dal fratello. Completano la sezione gli spagnoli “When no one calls” di Julio GarcÍa e “Until God wills it” di David Fernández, e il cortometraggio francese “Pixels rouges dans le port bleu” del regista iraniano Ali Zare Ghanatnowi.
La sezione nazionale, quest’anno è ben rappresentata da otto film brevi.
“Bratiska” di Gregorio Mattiocco, migliore cortometraggio ad Alice nelle Città 2025. Hlib, un ragazzo ucraino rifugiato in Italia, vive con il suo fratellino Vlad, in una condizione economica precaria e senza alcun interesse a integrarsi nella società. Quando un giorno un professore si presenta a casa per parlare della pagella, Vlad finge che si tratti di un assistente sociale, sfruttando il fatto che Hlib non conosca una parola di italiano.
“Caffè nero bollente” di Cinzia Pedrizzetti con attrici protagoniste Fiorella Mannoia e Lella Costa: in un mondo dove la tecnologia ha sostituito il contatto umano, esiste ancora un luogo fuori dal tempo: il carcere. Lì, l’amore può sopravvivere solo come immaginazione, come respiro condiviso attraverso muri e silenzi. Una giovane donna, segnata dalla violenza, viene rinchiusa in prigione. Tra le ombre della sua cella, scopre un sentimento inatteso — un legame invisibile che diventa il suo unico modo per restare viva. In un universo dove le parole non bastano e i corpi sono separati, lei impara a sentire di nuovo: la fiducia, la tenerezza, la fragile bellezza dell’essere umani. “Un racconto poetico e intimo sull’amore impossibile, sulla solitudine e sul potere salvifico della poesia”. Da non perdere “Oreste” di Alessandro Cedola, giovane e talentuoso allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia: Oreste, un ragazzo disorganizzato e pieno di dubbi sul futuro, è alle prese con la ricerca ossessiva di una ragazza che corrisponda perfettamente ai suoi bizzarri ideali. Nella torrida estate romana, si ritrova travolto da appuntamenti fallimentari, amici eccentrici e consigli improbabili, che lo porteranno a capire che l’unico modo per trovare qualcosa è smettere di cercarla.
Nella sezione: “La talpa” di Marco Santoro: Fabio (disoccupato, esasperato e, a trent’anni, non più così giovane) ha una vera e propria ossessione: i rifiuti. Dopo aver trascorso mesi a segnalare inutilmente gli sversamenti illegali nella sua zona, gli viene un’idea. Si finge un giornalista inviato dalla nota trasmissione televisiva Le Iene. Insieme a una troupe, simula la realizzazione di servizi televisivi nel quartiere per denunciare il problema, finendo per diventare un eroe agli occhi dei residenti esasperati. “In una città dove tutto sembra immobile, è possibile una rivoluzione?”
Nella sezione nazionale, la più rappresentativa del Festival, anche: “Dov’è che ci siamo già visti” di Claudio Piccolotto e Gemma Iuliano, “Esagerata” di Giuseppe Cacace e Daniela Stocchi, “L’ultimo reporter” di Michele D’Anca e infine “Facciamo rumore” di Daniele Lince.
Sorprendente e ricchissima, come al solito, la sezione dei film brevi prodotti o girati in Campania, che esprime la notevole vivacità creativa della produzione cinematografica campana e della città di Partenope. Intriga la storia e l’ottima fattura con miscuglio di generi del sorprendente “Omicidio assicurato” di Fulvio Ricca: in una Napoli sconvolta dalla crisi del 2008, un barista truffatore, un avvocato enigmatico e un becchino folle tentano di uccidere un misterioso senzatetto per una frode assicurativa. Il loro piano si scontra però con l’inaspettata immortalità della vittima, trasformandosi in un’avventura bizzarra. Fanno riflettere “Kher” di Lorenzo Cammisa e prodotto dall’attrice Miriam Candurro: Kher — una parola in romanì che significa «casa» — racconta la storia di un bambino di otto anni che attraversa da solo il Mediterraneo. I suoi genitori non possono permettersi di sostenere il costo del viaggio per tutti e tre e sono costretti a separarsi da lui, affidandolo a una disperata traversata in mare. Quando l’imbarcazione affonda, il bambino sopravvive e raggiunge le coste italiane, dove viene accolto da una comunità pronta a proteggerlo e prendersi cura di lui.
Danotare che i bambini nel cortometraggio non sono attori, sono bambini arrivati – soli – in Italia!
Come fa riflettere e ricordarci una vicenda dolorosa e toccante “La mancanza” di e con Lina Sastri e con Luigi Iacuzio: una donna profondamente legata al fratello maggiore, affetto da una grave malattia, si dedica a lui e cerca di assisterlo come meglio può. L’uomo vive prigioniero dei ricordi, incapace di abitare il presente a causa della sua condizione. Pur vivendo in un’altra città, la sorella non rinuncia a stargli vicino: quando non riesce a raggiungerlo a Napoli, lo chiama regolarmente al telefono, sempre all’ora del crepuscolo, il momento più malinconico della giornata per il fratello. L’arrivo della pandemia di COVID-19 spezza bruscamente questa consuetudine, quando l’uomo viene ricoverato in ospedale.
Anche quest’anno è risultata finalista con una sua opera la regista Paola Beatrice Ortolani, “Solo il mare”: un’esplosione. Il mare ne inghiotte il fragore. Poi, il silenzio. Mario, un giovane ufficiale, viene ritrovato privo di sensi su una spiaggia da Giovanni, un pescatore che lo accoglie nella propria casa. In quella dimora, lontano dalla guerra e accudito da Emilia, la figlia di Giovanni, ritrova una pace che sembrava ormai dimenticata.
Coinvolgeranno il pubblico anche le storie di “L’alone” di Gian Piero Rotoli con l’attrice Nunzia Schiano in gran spolvero, “Olive” di India Santella, “Ricciolidò” di Francesca Lepore. E si apprezzeranno infine fini prodotti cinematografici campani quali: “I giorni della merla” di Marco Agosto, “Il fotografo” di Marco Sommella e di “Sottopelle di Andrea Marsico.
Un quinto della programmazione del Festival accordi @ DISACCORDI, quest’anno è dedicato al cinema d’animazione che ha visto la partecipazione al Concorso di opere di ottima fattura sia nella tipologia classica che in quella della stop-motion.
Di notevole fattura i cortometraggi italiani: “Rukeli” di Alessandro Rak e in “In Gaza Pietas” di Diego Monfredini.
In “Rukeli”, Johann Wilhelm Trollmann diventa campione dei pesi medi nella Germania nazista. È il primo pugile rom al mondo a vincere il titolo. È famoso per il suo stile di combattimento danzato. Con l’emanazione delle leggi razziali, viene imprigionato nei campi di concentramento di Wittenberge e Neuengamme, dove morirà all’età di 37 anni. Decide di morire da campione e combatte contro un kapò nazista che lo sfida. Lo zingaro Rukeli (che vuol dire albero), mette KO il nazista e l’intero apparato di potere.
Sottolinea Diego Monfredini con “In Gaza Pietas” che il genocidio ha privato un’intera generazione della propria infanzia. Il popolo palestinese è stato annientato e umiliato, a partire dai sogni dei suoi bambini, dal loro futuro. La storia rappresentata è immaginaria, ma tutti i disegni dei bambini palestinesi sono reali!
Dichiara il Regista: questo film è stato realizzato per dare voce alla loro immaginazione, alle loro speranze e al loro dolore.
Da non perdere il cortometraggio d’animazione “Silent Cinema” presentato in Concorso al Festival Internazionale d’Animazione di Annecy: un suggestivo film d’animazione di 16 minuti realizzato con la tecnica del passo uno e diretto dal macedone Krste Gospodinovski.
Ambientato nel crepuscolo dell’era del cinema muto, “Silent Cinema” racconta la storia di una ex stella del cinema muto che si rifiuta di accettare l’avvento del sonoro. Nel disperato tentativo di preservare una gloria ormai in declino, l’uomo isola il suo giovane figlio in un mondo fatto di proiettori tremolanti e schermi senza voce. Quando il bambino porta alla luce una verità sepolta, l’illusione della loro vita insieme comincia a sgretolarsi, costringendo padre e figlio a confrontarsi con il mondo moderno che li attende appena oltre i confini dello schermo.
Per i documentari sono stati scelti anche quest’anno diversi film che toccassero i temi più svariati invece di concentrarsi su un focus. Tra i documentari brevi presentati in concorso ci sarà “Blackout dreams” di Gabriele Licchelli, Francesco Lorusso, Andrea Settembrini.
A Cuba è scesa la notte. L’oscurità inghiotte ogni incrocio, ogni casa, ogni essere umano. C’è chi dice che l’«apagón» (il blackout) sia destinato a durare, come tutto il resto sull’isola. Nell’oscurità della notte, rischiarata soltanto dalla luce delle lampade portatili, la vita continua.
I registi dichiarano “Sogni, desideri e visioni si mescolano ai suoni della natura che, nel silenzio lasciato dalla tecnologia, torna a farsi sentire più forte che mai. Lentamente, la realtà svanisce, lasciando spazio all’immaginazione e all’inconscio: un’esperienza intima e onirica”.
Il documentario “Perigrafia” di Stefano Pablo Zito esplora le periferie di Palermo attraverso lo sguardo del fotografo Francesco Faraci, il cui lavoro restituisce un ritratto delle cosiddette «città fuori fuoco»: aree da lungo tempo emarginate, sfruttate e raramente destinatarie di investimenti adeguati.
Attraverso il racconto delle proprie esperienze nelle periferie siciliane, il fotografo riflette sulle possibili strategie per la rigenerazione di questi luoghi.
Infine a chiudere le sezioni in concorso quella a tematica ambientale e sui cambiamenti climatici. Uno sguardo a 360° gradi sullo stato del Pianeta Terra, contemplando anche bellezze che forse un giorno potranno definitivamente scomparire.
In selezione ufficiale non mancherà lo sguardo verso il cinema sperimentale e verso i film brevissimi di durata fino a tre minuti. La grafica della manifestazione è stata curata dal talentuoso illustratore Davide Arpaia. Si terranno, come di consueto, workshop sul linguaggio del formato breve cinematografico in alcuni licei partenopei.
Info: www.accordiedisaccordi.it
Il leader del Carroccio attacca FdI e FI che hanno messo in discussione l’utilizzo del fondo per l’uscita anticipata a 64 anni con 36 di contributi. “Se serve le banche pagheranno ancora”

(di Giuseppe Colombo – repubblica.it) – ROMA – Si può fare di più. Anzi si deve. Dopo giorni di mugugni e sfoghi con i suoi, Matteo Salvini esce allo scoperto. Lamenta di non essere stato messo al corrente di alcune misure finite nella manovra. Punta i piedi. Chiede correzioni. Tira una stoccata agli alleati, accusati di non rispettare le priorità della Lega. Ecco l’affondo: “Dico agli amici della maggioranza, col totale rispetto per tutti gli interventi che ci sono in manovra, dal taglio dell’Irpef all’aumento della flat tax per le partite Iva, che il fondo per l’uscita in anticipo rispetto a quanto previsto dalla Fornero è un fondo per arrivare a quota 64”.
In affanno perché nella legge di bilancio non c’è un riferimento al cavallo di battaglia leghista – l’uscita anticipata con 64 anni di età e 36 di contributi – Salvini prova a blindare la destinazione dello stanziamento di 2,5 miliardi (850 milioni all’anno, dal 2027 al 2029) che nel testo è riservato a un fondo per il supporto in uscita dal mercato del lavoro, da riempire l’anno prossimo con un decreto attuativo. Facendo leva anche sui dettagli dei destinatari che compaiono nella norma – “specifici soggetti in difficoltà e con eventuali misure in materia di ammortizzatori sociali” – Fratelli d’Italia e FI tengono aperta la partita sull’utilizzo del fondo.
Ecco perché Salvini insiste sul punto. “Siccome leggo cose varie ed eventuali, l’uscita anticipata a 64 anni è una scelta per chi vorrà, non è un obbligo: il fondo per la previdenza – chiosa – è stato disegnato per quello, non per altro”. Poi reitera il messaggio ai partiti della coalizione: “Come io rispetto gli altri, conto che tutti rispettino quella che è la priorità della Lega, che è il superamento della legge Fornero, cioè quota 64 a partire già dal 2027”.
Lo schema dei leghisti, anticipato da Repubblica, punta anche a chiedere 1,5 miliardi più per il fondo pensionistico, portando la dotazione complessiva a 4 miliardi. Le risorse aggiuntive verrebbero spalmate sul 2028 e il 2029.
Ma il partito di via Bellerio vuole ancora di più. Punta ad attenuare la stretta sulla scuola. “Sicuramente – dice Salvini – il taglio al mondo della scuola in questo momento è qualcosa su cui ragionare e come Lega qualche proposta la faremo”. Un impegno condito dall’irritazione. Dei tagli – annota – “io non sapevo nulla”.
L’arrembaggio del Carroccio alla Finanziaria non può essere però a costo zero. Per le correzioni servono soldi. Si torna perciò a bussare alla porta delle banche, che insieme alle assicurazioni sono state chiamate dal governo a versare un contributo di circa 5,5 miliardi per le coperture della manovra. “Se ci fosse la necessità di avere anche qualcosa in più per andare a intervenire in quei settori più delicati, come scuola, salute e pensioni, noi non avremo problemi a proporlo”, dice il leader della Lega.
I conti, però, vanno fatti con palazzo Chigi. Negli scorsi giorni, proprio a ridosso del via libera del Consiglio dei ministri alla manovra, la premier Giorgia Meloni aveva avvisato gli alleati. Così: “Abbiamo accontentato tutti, ora niente errori in Parlamento”. Tradotto: niente modifiche extra large, barra dritta e conti da mantenere in sicurezza. E invece neppure il tempo di avviare l’iter alla Camera, che la Finanziaria si ritrova già sommersa di richieste.
Il controllo non è manuale, le centraline vengono monitorate da remoto. Ma c’è chi dimentica anche di installare gli aggiornamenti

(di Alessia Candito – repubblica.it) – Quintali di cibo congelato e refrigerato andato al macero. Banchi frigo e congelatori che diventano forni. L’attacco hacker che ha mandato in tilt i sistemi di decine di supermercati in otto diversi Paesi europei sta impensierendo intelligence e governi, che si scoprono fragili su un aspetto fondamentale per la tenuta sociale: la catena di approvvigionamento alimentare.
Da tempo cammina sulle spalle delle catene della grande distribuzione e mandarle in tilt – si è dimostrato – non è poi così difficile. Probabilmente, non serve neanche mettere insieme una piccola o grande “armata” di hacker come per gli attacchi ransomware, che bloccano e criptano interi sistemi e database liberati e non divulgati solo dietro pagamento di un riscatto, o Ddos, che li bloccano saturandoli di richieste.
Alla base del sistema di refrigerazione dei supermercati, soprattutto quelli della grande distribuzione, non c’è un controllo manuale e fisico, ma informatico e da remoto. Insomma, non c’è un addetto che manovra valvole e termostati. Banchi frigo e celle sono collegati a centraline elettroniche e regolatori industriali, connessi a internet e reti aziendali, che controllano temperature, sbrinamento, funzionamento delle valvole, consumi e malfunzionamenti in tempo reale. Un sistema efficiente ma che si scopre fragile.
Stando alle prime informazioni, uno o più hacker sono riusciti a mandare a gambe all’aria decine di esercizi commerciali in otto diversi Paesi “bucando” un unico sistema di controllo, quello dell’azienda danese Danfoss, già “porta” di un attacco simile avvenuto in Francia. È una delle leader nella refrigerazione industriale e quella a cui più frequentemente si rivolgono le catene della grande distribuzione. Individuata la vulnerabilità in quel sistema, all’hacker o al gruppo che ha agito è bastato scansionare la rete alla ricerca di quei dispositivi, tutti presenti (e in molti casi neanche schermati da una vpn, una rete privata) perché necessariamente connessi a internet.
Come mai sistemi così delicati si sono rivelati così vulnerabili? La risposta non è univoca perché le falle spesso sono tante. In molti esercizi commerciali, gli hacker sono riusciti a “entrare” e sabotare frigoriferi e celle banalmente perché il sistema di controllo era troppo vecchio, non più aggiornato, quindi non in grado di resistere a una forzatura. In altri casi, era agganciato a una rete mobile 4G, come nel caso di Coop Sweden, e non a una rete privata (vpn), dunque facilmente individuabile. Secondo le prime informazioni, c’è stato anche chi non ha protetto l’accesso un’autenticazione a due fattori, in altri casi non erano stati installati gli aggiornamenti (patch di sicurezza) rilasciato dopo l’allarme lanciato ad agosto dalla società di cybersecurity Team82, che aveva segnalato falle nei sistemi di gestione remota di questi dispositivi. Una sciatteria da principianti, quest’ultima.
Secondo Nick Jackson, direttore delle operazioni informatiche presso l’azienda di cybersicurezza Bitdefender, molti supermercati avrebbero rinviato a data da destinarsi l’aggiornamento perché è operazione che richiede tempo e per un po’ mette fuori servizio i macchinari. O più semplicemente “non ci pensano e la questione non è tra le loro priorità”. Alla base, la falla principale rimane sempre l’uomo.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Si stanno facendo accertamenti, tecnici e giuridici, sull’incidente aereo occorso a un velivolo italiano, precipitato a Brcko, con quattro italiani a bordo, facente parte della Eufor Althea, missione militare iniziata nel 2004 dall’Unione europea che ha l’obiettivo di mantenere la pace nel paese dopo la guerra degli anni Novanta.
[…] Com’è noto la Jugoslavia si frantumò come Stato dopo la morte di Tito che, come prima di lui aveva fatto l’Impero austro-ungarico, era riuscito nel miracolo di tenere insieme popolazioni diversissime, croati, serbi, musulmani che su quel territorio avevano convissuto detestandosi. A quel punto la Croazia chiese di essere riconosciuta come Stato indipendente dalla Comunità internazionale che, dopo un breve scontro fra quel che rimaneva dell’esercito jugoslavo e gli indipendentisti croati, glielo concesse. Fu allora la Serbia a chiedere a sua volta l’indipendenza o quantomeno la riunione alla madre patria. Ma ciò che era stato concesso alla Croazia cattolica, con la spinta decisiva del Vaticano di Giovanni Paolo II e della Germania, fu negato alla Serbia di religione ortodossa e sostanzialmente socialista. Sul terreno lo scontro fu soprattutto fra croati e serbi, che potevano appoggiarsi alle rispettive madri patrie, mentre la componente islamica riceveva solo sporadici aiuti dall’Iran.
Sul terreno la guerra era stata vinta dai serbi che, a detta di chi se ne intende, sono i migliori combattenti del mondo (l’Isis era di là da venire). Ma gli americani decisero che i serbi avevano perso quella guerra che invece avevano vinto. Venne creato così uno Stato inesistente e mai esistito: la Bosnia, fino ad allora nota solo per i suoi boschi prediletti da Tito per le sue avventure di caccia. Oggi abbiamo quindi uno Stato diviso in tre parti. Uno a guida musulmana che ne ha la presidenza, ma non la forza per tenere insieme le altre due componenti, quella serba e quella croata. Insomma l’attuale Bosnia è uno Stato fantasma tenuto insieme con lo sputo e grazie all’appoggio di quella forza internazionale chiamata KFOR (Kosovo Force) a cui, come si deduce anche dall’incidente, partecipiamo anche noi italiani. Non si tratta quindi di tenere insieme a forza popolazioni che si sono sempre detestate, ma di permettere che croati, serbi, musulmani e bosniaci possano autodeterminarsi secondo la propria storia, i proprio costumi, le proprie tradizioni, come stabiliscono gli accordi di Helsinki firmati da quasi tutti gli Stati del mondo. La Storia va avanti, ma ci sono casi in cui è meglio tornare indietro e ricominciare da capo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Chiunque sia, e qualunque fine si proponga, chi attacca i depositi refrigerati della grande distribuzione allo scopo di far marcire il cibo va sprofondato nel girone degli spregevoli. Colpire il pane è altamente simbolico e orribilmente vile, immaginare quelle tonnellate di cibo rese guaste dolosamente stringe il cuore, rimanda al lavoro di chi lo ha prodotto e alla fatica economica di chi deve comprarlo.
Per i nostri vecchi sprecare il pane era peccato, e dei tanti precetti e tabù che ci hanno lasciato questo me lo tengo stretto: il cibo è sacro perché è sacro il ciclo della natura, che è il ciclo della vita. E nessuna sovrastruttura economica e produttiva, nessuna giga-dimensione di un deposito di alimenti può cancellare l’aura (di lavoro ma anche di festa) che sprigiona dalle cose da mangiare: anche le più umili, le meno costose.
Chiunque abbia vissuto il piccolo incidente domestico del freezer guasto ricorda con sgomento e pure con rimorso (anche quando è immotivato: i blackout non si possono prevenire) i resti melmosi e maleodoranti di ciò che fu pesce, carne, verdure. L’esclamazione classica, in quei casi, è «che peccato buttare tutta quella roba!», e va moltiplicata per mille, per centomila pensando ai depositi, in giro per l’Europa, con montagne di cibo ormai immangiabile.
Con la terribile variante che qui esiste un peccatore cosciente, che ha trasformato il fresco in marcio, gli aromi della materia vivente nel puzzo della decomposizione. Un crimine perverso che rende ancora più odioso il movente (terrorismo ibrido? Avvertimento mafioso? Hackeraggio sadico? Chissà). Tra le svariate violenze dell’epoca, l’attentato contro il pane non è tra le meno ripugnanti.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Come riferito dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, Xi Jinping non è interessato a un incontro trilaterale con Trump e Putin sull’Ucraina. La ragione è chiara: Xi Jinping pensa che sarebbe una colossale perdita di tempo. Zelensky usa la retorica che piace all’opinione pubblica (la pace) per nascondere le decisioni operative che piacciono all’Unione europea (la guerra).
[…]
L’Unione europea non ha le risorse per garantire la vittoria dell’Ucraina, ma per assicurare la prosecuzione della guerra e guadagnare il tempo per riarmarsi. Xi Jinping lo sa. Ecco perché non crede nell’incontro trilaterale. I cinesi vedono la guerra in Ucraina in modo lucido perché non sono immersi nella campagna di disinformazione orchestrata dal vertice della Repubblica italiana. Ad esempio, nella sua intervista alla Bbc del 17 ottobre 2026, Guido Crosetto ha affermato che Zelensky ha presentato molte proposte di pace respinte da Putin, ma è una notizia falsa. Zelensky ha confermato nell’intervista di domenica a Fox News che non intende cedere alla Russia nessun territorio ucraino, nemmeno la Crimea. Nelle ultime settimane, Zelensky ha ribadito che l’Ucraina intende entrare nella Nato e che si doterà di missili capaci di colpire il territorio russo in modi sempre più devastanti. Zelensky ha avanzato un compromesso operativo (congelare il fronte), ma nessuna proposta di pace. La diffusione di notizie false sulla guerra in Ucraina da parte di Fratelli d’Italia è un fatto normale nella Tv italiana. Ad esempio, Giorgia Meloni affermò il falso quando disse di avere armato la controffensiva ucraina per impedire ai russi di arrivare a Kiev. In realtà, aveva armato Zelensky per sconfiggere la Russia in Donbass, Kherson e Zaporizhzhia. Il 13 maggio 2023 a Palazzo Chigi, in conferenza stampa con Zelensky, Meloni disse: “Scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina, sono convinta che l’Ucraina vincerà”. L’inganno, la menzogna, il raggiro ai danni dei cittadini sono la struttura portante dell’informazione di Fratelli d’Italia sulla politica internazionale, come ho documentato nei miei libri Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno Stato satellite (PaperFirst 2025) e Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali (PaperFirst 2026). La controffensiva ucraina avviata il 5 giugno 2023 è stata armata dalla Nato con l’obiettivo ufficiale di liberare i territori ucraini con le bombe secondo una linea rigorosamente non-negoziale. Nel suo discorso del 7 giugno 2023 a Boston, Draghi disse che l’Ucraina avrebbe dovuto riportare una vittoria netta sulla Russia, rifiutando un “pareggio confuso”.
[…]
Con il fallimento della controffensiva, Zelensky ha capito di non poter liberare i territori in Donbass. Questa nuova consapevolezza operativa non ha modificato il progetto strategico di sconfiggere la Russia. Ed ecco la svolta operativa nella continuità strategica: Zelensky ha pensato di sconfiggere la Russia in Russia anziché in Ucraina. Il 6 agosto 2024 ha invaso la Russia, regione di Kursk, e poi ha intensificato il bombardamento delle città russe per costringere la Russia ad accettare le condizioni di Kiev. Il consenso interno di Putin e la devastazione dell’Ucraina sono cresciuti in modo smisurato, secondo la previsione di questa rubrica, formulata come proposizione bivariata all’inizio della guerra: “Quanto maggiore sarà il volume di fuoco dell’Ucraina contro la Russia, tanto più grande sarà il volume di fuoco della Russia contro l’Ucraina”, esemplificata come segue: “Per ogni passo avanti, l’Ucraina farà due passi indietro”.
Il capogruppo M5s alla Camera: “Se il programma rispecchia le nostre priorità, gli elettori ci seguiranno anche se alle primarie dovesse vincere Schlein. Su Kiev parte del Pd è con noi

(di Serena Riformato – repubblica.it) – In testa il no al riarmo, poi tutto il resto. Per Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera, il programma del campo progressista non può che partire da lì: «Deve essere ispirato a una cultura di pace: la priorità è che non si parli più di armi un giorno sì e l’altro pure. È la base su cui costruire tutto il resto, dal reddito al salario minimo».
Nei punti di Nova lo chiamate “Reddito 2.0”. Nuova versione?
«È stata una riforma epocale e drastica. Ha avuto bisogno di un tagliando, ma il principio è sempre quello: nessuno può rimanere in povertà».
Può cambiare pelle per agevolare la mediazione con gli alleati?
«I titoli non interessano né a noi né a chi ne deve usufruire. Lo si può chiamare come si vuole. Troverei mortificante concentrare il dibattito sul nome, la gente non ce la fa ad arrivare a fine mese. Ed è per questo che bisogna agire anche su altri fronti».
Le priorità?
«Serve garantire salari degni e una legge sul conflitto di interessi che imponga ai politici di lavorare per il Paese e non per se stessi».
Avs insiste con la patrimoniale. Il M5S rimane contrario?
«Non si può intervenire sul fisco con una sola misura. Se si lavora sulla progressività della tassazione, lo Stato può comunque incassare di più da chi ha di più. Senza stare a infilarci nella patrimoniale».
Volete rivedere gli impegni presi in sede Nato dall’Italia: il 5% del Pil in difesa entro il 2035. Come?
«Non un euro in più in materiale bellico. Abbiamo impegnato 14 miliardi di euro in armi, e solo in parte in energia. Debiti per le future generazioni. Ma se vogliamo cambiare la rotta sul riarmo, bisogna invertire la marcia sull’Ucraina. Le armi a Kiev giustificano il riarmo europeo».
Vanno condannati alla resa?
«Vanno aiutati a raggiungere la pace con una via negoziale seria. Sto frequentando molte piazze. Nessuno dei cittadini che incontro mi chiede di continuare a inviare armi a oltranza. Tutti, anzi, mi dicono: pensiamo al nostro futuro, alle scuole, alla sanità. Solo la politica e i media si arrovellano su questo tema, come se fosse l’unico elemento per la sopravvivenza della democrazia in Europa».
Molti sono convinti che lo sia. E chi governa non può solo inseguire la pancia del Paese, no?
«Nessuno insegue. La voglia di pace è un sentimento che provo anch’io e che unisce chi oggi manifesta».
Qual è quindi il compromesso tra il no alle armi a Kiev e il sì del Pd?
«Nel Pd ci sono varie sensibilità. Dentro il M5s o Avs non c’è nessuno che la pensi diversamente».
Intende che una parte dei dem sarebbe pronta a spostarsi sulle vostre posizioni?
«Non ho detto questo, ma solo che non è un segreto che ci siano anche altre posizioni. Il discorso di Virginia Libero, qualche mese fa, era assolutamente condivisibile e non viene dal M5s».
Era un’invettiva contro la guerra, non contro l’assistenza militare a Kiev. Davvero crede che il Pd potrebbe rinunciarvi?
«Non è una rivelazione. Comunque il partito ha una linea ufficiale e noi la rispettiamo».
Se Elly Schlein dovesse vincere le primarie, il vostro elettorato voterebbe la coalizione?
«I nostri elettori sono abituati a votare su tutto e poi seguire le indicazioni che vengono da scelte democratiche. Non ci sarà alcun problema se il programma rispecchia le nostre priorità».
E con la segretaria Pd come candidata si vincono le elezioni?
«Sono convinto di sì. Ripeto, il vero prerequisito è avere proposte forti».
Siete favorevoli al doppio turno?
«Se ne occuperà chi scrive le regole. Per noi un solo turno aiuterebbe anche a dare a chi vince il tempo per connettersi con gli elettori che avranno scelto un altro candidato».
Che garanzie chiedete al Pd su Matteo Renzi? Meno seggi? Nessun posto di governo?
«Ci sono molti modi, tra i quali questi che ha citato. Ma penso che la garanzia migliore sia quella di

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Secondo tutti i sondaggi, centrosinistra e centrodestra sono praticamente appaiati. E già questo è clamoroso, tenendo conto dei disastri inenarrabili del governo Meloni. In virtù di questo equilibrio, sembrano essere diventati decisivi i partitucci & partitini. La nuova legge elettorale somma tutti i voti di ogni coalizione, compresi quelli delle forze politiche che non raggiungono la soglia di sbarramento. Quindi, se un partito prende anche solo lo 0,4%, questo viene poi sommato a tutto il resto. E a quel punto può addirittura assurgere ad ago della bilancia. I partitini & partitucci sono più di centrosinistra che di centrodestra, e proprio per questo la Meloni ha fatto sì che ogni formazione nuova debba raccogliere un numero di firme pressoché impossibile da raggiungere per potersi presentare. Per ovviare a tale sconcezza istituzionale, il centrosinistra si sta inventando degli escamotage notevoli, tipo il “prestito” di alcuni parlamentari: è il caso dei 5 Stelle con la formazione centrista di Onorato, come pure del Pd per agevolare Rifondazione comunista. Ma chi sono queste forze politiche? Chi le guida e cosa vogliono? La galassia è pressoché infinita. Accontentiamoci di una lista provvisoria. […]
Onorato. Rappresenta il centro gradito a Conte. Dovrebbe incarnare quel centro derenzizzato, gradito quindi all’elettorato 5 Stelle.
Gabrielli e Ruffini. Altra neonata formazione centrista in quota Campo largo, che si è fatta aiutare da Tabacci per ovviare al problema della raccolta firme. Ruffini in tv se la sta cavando bene e giovedì scorso a Piazzapulita si è messo in tasca quel personaggio commovente che passa il tempo a difendere l’indifendibile (cioè la Meloni). Al tempo stesso, questa forza pare in qualche modo antitetica a Onorato. E se il campo progressista parte così, ciao core.
Cateno De Luca. Detto “Scateno”, felicissimo di fungere da satellitino ameno della Meloni per ottenere il superpremio di maggioranza.
Volt. Mai capito chi siano.
Socialisti. Esistono ancora. O almeno così dicono.
Rifondazione comunista. Il Pd gli ha prestato Crisanti. Idea nobile e persino misericordiosa, anche se non si capisce come il Pd pensi di tenere insieme Acerbo e Scalfarotto. Boh.
Schierarsi. La formazione di Alessandro Di Battista, laddove decidesse di schierarsi, otterrebbe probabilmente un ottimo risultato, ancor più se le primarie le vincesse Schlein.
Magi. Radicale senza dubbio preparato e pugnace, ma troppo in odor di renzismo e ahilui senza granché consenso. Spera di avere un ruolo nel campo progressista. Auguri.
Rizzo. Por’omo.
Noi Moderati. Formazione a suo modo mitologica, avendo probabilmente più politici che elettori. Eppure, in un modo o nell’altro, riesce sempre a trovare uno strapuntino in qualsivoglia governo destrorso. Fenomeni.
Calenda. La sua idea è quella di non stare né di qua né di là, ma più passa il tempo e più sta platealmente dalla parte della Meloni. Contento lui, scontenti tutti.
I cosiddetti Lib Dem. Probabilmente il pulviscolo più sgradevole della politica italiana contemporanea. Guidati (si fa per dire) da un soggetto ex (?) renziano, orgogliosamente sionista, a lungo fintamente di centrosinistra e ora pronto ad abbracciare Donzelli e Bignami. Se avesse consenso sarebbe un incubo, ma per fortuna ha meno estimatori del Poro Asciugamano. Una prece.
Renzi. Nonostante goda dei peana di quasi tutti i media, resta inchiodato al 2% (se va bene) ed è per distacco il leader (si fa sempre per dire) più detestato dagli italiani. Corteggiarlo è da masochisti, e anche per questo larga parte del campo progressista lo sta facendo. Complimenti!

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] In due giorni il Corriere ci ha steso con una doppietta micidiale: domenica l’intervista all’idolo del Blocco padronale più sgamato e bricconcello, Matteo Renzi, questa giovane promessa della politica che, per una serie di inspiegabili circostanze sfavorevoli, non ha avuto ancora modo di sfoderare tutto il suo talento; lunedì, mentre ci stavamo riprendendo dal quasi knockout, il giornale più venduto d’Italia ha intervistato il simpatico frontman delle lobby più danarose, il leader dei Municipi I e II di Roma, il genio della geopolitica Carlo Calenda. Niente di politicamente memorabile, intendiamoci: i due, come sempre, sono impegnati a narrare sé stessi nelle forme creative che l’attualità concede al loro ego ipergalattico; ma pure essi esistono, e conosciamo la storia della farfalla che batte le ali in Brasile provocando un tornado in Texas.
[…][ “Se tornerò in Parlamento”, dice Renzi, “lo farò con i miei voti, non con l’aiutino dei 5 Stelle o del Pd. Sono eletto ininterrottamente da oltre vent’anni prendendo voti, non scroccando passaggi”. L’intervistatrice, che in fondo fa solo la giornalista e quindi non è tenuta a saperlo, non gli fa notare che nel 2022, sapendo che il suo non-partito non avrebbe superato la soglia di sbarramento, Renzi scommise sul fatto che Calenda avrebbe fatto saltare l’intesa con Enrico Letta finendo per correre da solo alle elezioni, per le quali però gli sarebbe servito un simbolo elettorale esentato dalla raccolta firme. Renzi lo aspettava al varco: gli offrì il simbolo, chiedendogli in cambio la metà dei posti sicuri in lista. È così che Matteo, insieme al suo drappello di seguaci, è stato eletto: scroccando un passaggio da Calenda. Si potrebbe dire che anche Calenda l’ha fatto, attaccandosi come una cozza al simbolo della prestigiosa Italia Viva, e in effetti questo della vicendevole scroccaggine è un bel paradosso, per due che palesemente si odiano. A Renzi non piace che il cosiddetto Campo largo, in cui vuole infilarsi, decida di chiamarsi “Alleanza per la Costituzione” (anche un editoriale di Repubblica, giorni fa, stigmatizzava l’idea, perché vorrebbe dire che l’alleanza “si appropria della Costituzione”, teoria in base alla quale, allora, il Partito democratico si appropria della democrazia), e propone di rinominarlo “La Rosa Bianca”, come il movimento di resistenza contro Hitler creato da studenti e intellettuali a Monaco di Baviera nel 1942. Vabbè. Una magniloquenza che non deve trarre in inganno: Renzi è il solito bomba, visto che poco sopra sostiene di aver presentato al Senato una proposta sul conflitto di interessi: “Chi fa il parlamentare, non fa altro”, il che, detto dal senatore-sponsor dell’Arabia Saudita, fa piuttosto ridere.
[…]
Calenda, invece, ce l’ha col governo Meloni non perché esso sia nazifascista come crede Renzi, ma – se proprio gli deve trovare un difetto – perché da dieci mesi non manda pacchetti di armi a Kiev. Ciò è tecnicamente vero, ma Calenda non dice che in questi mesi sono stati consegnati all’Ucraina armamenti già autorizzati, come il secondo sistema di difesa aerea Samp/T, artiglieria, missili, munizioni, veicoli protetti etc. Né si può dire che finora ci siamo fatti parlare dietro: secondo l’Osservatorio Milex, il valore degli armamenti e dei mezzi militari ceduti dall’Italia direttamente all’Ucraina in 12 pacchetti di invii ammonta a circa 3 miliardi di euro (dato indicativo: la reale entità delle armi è secretata fin dal Governo Draghi), senza dimenticare la partecipazione pro-quota ai massicci stanziamenti europei come l’European Peace Facility e l’Ukraine Support Loan, che ci è costata 20 miliardi di euro. Visti i risultati, un affarone.
Calenda è forte anche in politica interna: il programma di Conte è “folle” e “delirante” perché vuole ripristinare il Reddito di cittadinanza, che per questa gente liberale è come il paletto di frassino per i vampiri; non si vede infatti il bisogno di salvare dalla povertà 6,5 milioni di poveri assoluti che vivono sul nostro territorio (non si potrebbe mandarli al fronte?) e che soprattutto non voterebbero mai Calenda. Infine, Carlo bolla come sintomo di “mitomania” l’idea di Renzi di chiamare La Rosa bianca l’alleanza M5S-Pd con lui dentro (dàgli torto). La sostanza è che Calenda schifa Renzi perché si fa “umiliare” cercando di imbucarsi nell’alleanza progressista, al contrario di lui, che invece si vanta di voler correre da solo, anzi: insieme al “partito” di Pina Picierno (il governo è avvisato: faccia transennare i seggi). È chiaro che le due interviste parlano allo stesso elettorato, quello del centrodestra elitario neoliberista, che dovrà scegliere se farsi buggerare dall’uno o dall’altro. Il problema semmai – morale e politico – è per l’Alleanza per la Costituzione, se decidesse di imbarcare uno come Renzi; ma in quel caso basterebbe chiamarsi “Alleanza contro la Costituzione” e tutto filerebbe liscio.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] È un’infame calunnia che il Pd voglia battere la Meloni per poi fare le stesse cose. Se dipendesse da Lorenzo Guer(r)ini, “riformista” senza riforme di scuola lodigiana, farebbe molto peggio: “Se saremo chiamati al governo, dovremmo contribuire agli aiuti militari all’Ucraina in maniera più consistente del governo Meloni”. In effetti, fra Draghi e Meloni, abbiamo buttato per Kiev la miseria di 20 miliardi (Osservatorio Milex), senza contare i costi stratosferici delle (auto)sanzioni alla Russia su gas e petrolio, l’attentato ucraino ai gasdotti Nord Stream e i bombardamenti sulle raffinerie russe coi nostri missili che fanno impazzire il prezzo del gasolio. Basta braccino corto: sveniamoci di più. Lo slogan per elettrizzare i progressisti, ingolosire gli astensionisti e scaldare i cuori dei ragazzi in piazza è bell’e pronto: “Votate per noi, così invieremo ancor più armi a Kiev e allungheremo un altro po’ la guerra. Tanto su scuola, sanità, salari e pensioni c’è ancora tanto da tagliare. Altro che Meloni: l’alternativa siamo noi”. Trionfo garantito: converrà transennare i seggi. Già nel 2022, da ministro della Difesa di Draghi, Guerini aveva tentato il colpaccio di portare la spesa militare dall’1,4 al 2% entro il 2024, scatenando le ire di papa Francesco (“Mi sono vergognato per loro, sono dei pazzi!”). Poi Conte l’aveva costretto a rinculare. Ora vuole recuperare il terreno perduto: non sia mai che i guerrafondai Ue&Nato lo scambino per un pacifinto panciafichista.
[…]
Il bello di questi strateghi da divano è che non spiegano mai a cosa servirebbe inviare più armi all’Ucraina, ove mai il centrosinistra vincesse le elezioni del 2027 e l’Ucraina esistesse ancora. Se avessero un piano, uno li starebbe pure a sentire. Ma non risulta. Dall’autunno 2022, quando la prima controffensiva ucraina recuperò alcuni territori presi dai russi nei primi sei mesi, Kiev non fa che arretrare e Mosca avanzare. Il trend, pur lentissimo, soprattutto dall’assedio alla cuspide fortificata (dalla Nato) delle ultime roccaforti in Donetsk, non si è mai invertito in quattro anni in una sola rilevazione mensile. Nel 2025 i russi hanno conquistato circa 5mila kmq e nei primi 10 mesi del 2026 ne rivendicano 6.500, contro appena 100 secondo l’americano Isw e 1.300 secondo istituti più neutrali. Sta di fatto che controllano ormai circa il 21% del Paese, con tutto il Lugansk, il 90% del Donetsk, l’84,5 dell’oblast di Zaporizhzhia, il 65 di quello di Kherson e hanno creato una zona cuscinetto di confine rubando 465 kmq agli oblast di Sumy e Kharkiv. Quanta Ucraina dovrà ancora scomparire e quanta gente morire prima che gli “amici” capiscano che l’unico aiuto utile per Kiev è costringerla a negoziare un compromesso con Mosca finché le resta qualcosa da salvare?
ULTIMO INTERVENTO DI TRUMP PRIMA DELLE MIDTERM NON È UN COMIZIO, PRESENTI SOLO I MEDIA
(ANSA) – WASHINGTON, 02 NOV – Il preannunciato ultimo intervento di Donald Trump al Lincoln Memorial non sarà un comizio come quelli tenuti in queste ultime settimane prima delle midterm.
Si tratterà in realtà di una conferenza stampa all’aperto, di fronte alla vasca, e con pochi posti a sedere per i media. Tuttavia, essendo in luogo solitamente affollato di turisti, il podio dal quale parlerà il presidente americano è stato protetto con vetri antiproiettili.
OLTRE 55 MILIONI DI AMERICANI HANNO GIÀ VOTATO PER LE MIDTERM
(ANSA) – WASHINGTON, 02 NOV – Gli americani che hanno già votato alle elezioni di metà mandato sono 55,59 milioni, circa 10 milioni in più rispetto al 2022. Circa 31,5 milioni hanno votato di persona e 24,1 milioni per posta. E’ quanto afferma la Nbc.
‘LA RABBIA DEI REPUBBLICANI CONTRO TRUMP PER LE MIDTERM, È COLPA SUA’
(ANSA) – WASHINGTON, 02 NOV – I repubblicani hanno già iniziato a scaricare la colpa su Donald Trump per la probabile sconfitta alle elezioni di metà mandato, dove i democratici sono dati in vantaggio per la conquista della Camera e nutrono speranze anche per il Senato. Pur non avendolo criticato pubblicamente, molti dietro le quinte non esitano a puntare il dito contro il presidente per l’atteso risultato negativo al voto.
“A un certo punto all’inizio dell’anno pensavano di poter fare la storia, poi Trump ha bombardato l’Iran”, ha ammesso un deputato conservatore con Politico. “Credo che il sedere di Jon Husted e quelli di Nicki Minaj siano un ottimo messaggio conclusivo”, ha detto sarcasticamente lo stratega repubblicano T. W. Arrighi, sottolineando che la “gente se la prenderà con lui. La responsabilità ultima è la sua”.
“Almeno Obama quando era presidente se la prendeva solo con i nemici, mai con gli amici”, ha messo in evidenza un altro deputato repubblicano.

(Giancarlo Selmi) – L’altra sera a Otto e mezzo Lilli Gruber, Evelina Christillin e Gianrico Carofiglio ci hanno spiegato che per battere le destre serve Renzi. Che serve “l’unità di tutti”. Scanzi era l’unico a dire di no. Fantastico. Peccato che qualcuno abbia la memoria più lunga di tre secondi. Nel 2022 le stesse voci (Carofiglio a parte, che almeno allora restò defilato) applaudivano Letta mentre chiudeva la porta in faccia al M5S. Niente alleanza, niente accordo, nemmeno quelli di desistenza nei collegi uninominali. Il motivo? La famosa “agenda Draghi”, che nessuno ha mai visto né saputo spiegare.
Com’è finita lo sappiamo: il Paese consegnato alle destre su un piatto d’argento. Oggi gli stessi ci spiegano che senza unità non si vince. Ieri l’unità era il male assoluto. Un’inversione a U da manuale: basta andarsi a rivedere le puntate di allora. Ricordiamo che La7, per quasi due anni, ha avuto un’unica linea editoriale: contro Conte c’è stato un fuoco di fila quotidiano, da Merlino a Panella, da Gruber a Floris e Formigli. I cinghiali di Roma a reti unificate, il “non sapranno spendere i soldi del PNRR”. In ogni trasmissione andava in onda la lacrima di turno, il ristoratore senza ristori, l’operaio senza cassa integrazione. Tutto amplificato, tutto gonfiato, tutto contro un solo bersaglio: Giuseppe Conte, e qualunque cosa avesse odore di Cinquestelle.
Poi arrivò Draghi, e partì la santificazione. Applausi a reti e giornaloni unificati, da Repubblica alla Stampa al Corriere. Il risultato di quella linea monocorde? Meloni portata a Palazzo Chigi sull’asinello, come in una Domenica delle Palme. Magari senza volerlo, ma non per questo sono meno colpevoli. E il PNRR, quello che “Conte non avrebbe saputo gestire”? Gestito male da Draghi e fatto evaporare da questo governo, senza che il Paese ne vedesse i benefici. Adesso arriva Renzi. Per lui entrare nel campo largo è questione di sopravvivenza politica: ultimo nei sondaggi di gradimento, un partito fermo a percentuali da prefisso telefonico nonostante la grancassa mediatica.
Ha ragione Conte: Renzi non garantisce nessuna stabilità a un futuro governo progressista. Ha ragione Scanzi: è il politico più detestato d’Italia, e toglierebbe più voti di quanti ne porta. E c’è una domanda a cui nessuno risponde. Vogliamo riportare al voto i giovani e i poveri? Vogliamo promettere redistribuzione, welfare, diritti sociali, un nuovo patto sociale? E poi candidiamo proprio l’uomo che quei diritti li ha smontati? Il passato conta, anche in Italia. Soprattutto per chi oggi pretende di dare lezioni a chi ricorda.
La Fondazione passa in rassegna le misure contenute nella legge di Bilancio come il voucher sanitario da 300 euro per gli ultra-75enni che “non potenzia direttamente l’offerta pubblica” e potrà essere usato sul mercato privato

(ilfattoquotidiano.it) – “È il definanziamento silenzioso del Sistema sanitario nazionale, misurato rispetto al Pil, che gli annunci sui finanziamenti record non possono cancellare”. La Fondazione Gimbe boccia la quinta legge di Bilancio del governo di Giorgia Meloni. Una Manovra che “conferma il mancato rilancio del Ssn. Il Fsn cresce in termini nominali, ma il suo peso sul Pil resta inferiore a quello del 2022 ed è previsto in ulteriore calo nel triennio 2027-2029”, sottolinea il presidente Nino Cartabellotta, in base all’analisi indipendente che la stessa Fondazione ha realizzato.
L’analisi di Gimbe passa in rassegna il contenuto del testo a partire dal finanziamento del Ssn che “cresce meno della ricchezza del Paese”. “Il Fondo Sanitario Nazionale (Fsn) raggiungerà 146,3 miliardi di euro nel 2027, 147,1 miliardi nel 2028 e € 148,2 miliardi nel 2029, ma” il rapporto con il Pil previsto per il 2027 “resta inferiore a quello del 2022 e scenderà sotto il 6% dal 2028″. A fronte degli oltre 18 miliardi richiesti dalle Regioni, la legge di Bilancio prevede un aumento del Fondo di soli 7,1 miliardi nel triennio 2027-2029. “L’incidenza del Fsn sul Pil scende al 6,11% nel 2027, per poi attestarsi sotto il 6% nel 2028-2029”, spiega la Fondazione sottolineando che adesso sono le Regioni che “devono garantire i servizi con margini finanziari sempre più ristretti, scaricando sui cittadini una quota crescente del costo delle cure”.
Giorgia Meloni, in conferenza stampa post-cdm, aveva sbandierato l’aumento di risorse per il Sistema sanitario di 3,4 miliardi per il prossimo anno. In realtà per il 2027 la manovra prevede solo 2,4 miliardi di nuove risorse per il Ssn, al netto del miliardo già stanziato nella precedente legge di Bilancio. Cifre che si traducono, comunque, in una riduzione a livello percentuale del peso della spesa per la sanità pubblica sul Pil. Tra l’altro, era stato proprio il ministro della Salute Orazio Schillaci ad avere fatto sapere di aver chiesto almeno 5 miliardi in più per il 2027.
Per quanto riguarda la misure contenute, Gimbe critica anche l’istituzione del voucher sanitario da 300 euro per gli ultra-75enni per l’acquisto di beni e prestazioni sanitarie finanziato con un apposito fondo da 1.645 milioni. Questa misura non intacca direttamente il Fondo sanitario nazionale ma “non potenzia direttamente l’offerta pubblica” e se potrà essere usato sul mercato privato “le risorse pubbliche finiranno per sostenerne la domanda, senza rafforzare la capacità del Ssn di rispondere ai bisogni di salute”, dice Cartabellotta.
“Si finanziano altri capitoli di spesa e costose misure temporanee legate a scadenze elettorali, senza assicurare al Ssn risorse e riforme adeguate ai bisogni di salute e al costo delle innovazioni”, evidenzia la Fondazione. “La Manovra 2027 segna un passo indietro su tre fronti“, chiosa Cartabellotta. “Innanzitutto, la crescita del Fsn rallenta bruscamente, mentre l’inflazione aumenta i costi dell’assistenza. In secondo luogo, una quota consistente delle risorse viene assorbita da maggiori oneri, senza un corrispondente potenziamento dei servizi. Infine, interviene sui tetti e sul payback a beneficio delle imprese, adegua le remunerazioni del privato accreditato e finanzia un costoso voucher che non rafforza l’offerta pubblica”, sottolinea. “Il Governo deve assumersi la responsabilità delle priorità. I cittadini non possono continuare a pagare con i propri risparmi o con la propria salute. Perché quando chi può paga e chi non può rinuncia, il diritto costituzionale alla tutela della salute diventa un privilegio. E la politica ha il dovere di fermare questa pericolosa deriva che mina la coesione sociale e la tenuta democratica del Paese”, conclude Cartabellotta.
A scagliarsi contro la Manovra arriva anche la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi: “È irricevibile e va cambiata. Le risorse destinate alla sanità sono assolutamente insufficienti ad arginare il sottofinanziamento cronico del Servizio sanitario nazionale, garantire il diritto alla salute e a rispondere ai bisogni urgenti delle persone”. Una “dura verità dei numeri”, che viene fuori dall’approfondimento della Confederazione, “che allontanano ulteriormente l’Italia dai Paesi europei più avanzati per finanziamento della sanità pubblica”. La Cgil sèpiega che il governo Meloni, “dal suo insediamento nel 2022, quando il FSN era al 6,6% del Pil, ha già ridotto di quasi mezzo punto di Pil, equivalente a 10,6 miliardi in meno all’anno, il finanziamento del Ssn”. Barbaresi sostiene che “si tratta di importi economici che non consentono né la doverosa valorizzazione del personale, né le assunzioni, a partire da quelle necessarie a garantire l’assistenza territoriale e l’operatività di Case della Comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, ecc., su cui sono stati investiti oltre dieci miliardi di euro del Pnrr. Oltretutto, le risorse non sono destinate al sostegno e al rafforzamento dell’attività ordinaria del servizio pubblico ma sono in gran parte vincolate, a partire dall’innalzamento dei tetti del payback per la spesa farmaceutica, così come del tetto alla spesa per il privato accreditato, mentre continuano a permanere e a pesare come un macigno i tetti alla spesa sul personale”, conclude.