
(Tommaso Merlo) – Il prezzo della benzina è a livelli record ma per adesso non si intravedono disordini. Tutti col naso sul telefonino e la testa altrove mentre la politica e i maggiordomi della stampa mainstream blaterano d’altro. Lo chiamano giornalismo ma è propaganda, la chiamano società ma è atomizzazione sociale che avviene quando trionfa l’iper capitalismo ed i cittadini si trasformano in indifferenti teleconsumatori che vivono per conto loro occupandosi degli affaracci propri. Consumo ed appaio ergo sum con la politica ridotta a sparuto tifo verso qualche improbabile messia. Cagnare e risse mediatiche e poi non cambia una mazza di nulla anche grazie ad una propaganda permanente spacciata come informazione che lavora ai fianchi le masse affinché il sistema sopravviva sempre e comunque. Ma con questa crisi bestiale e con le masse alla fame, la storia potrebbe rimettersi in moto. Rispetto agli altri disastri occidentali, questa crisi ha un impatto diretto su quello che le masse occidentali hanno di più caro, i soldi e quindi la vitale spinta a consumare. La chiamano democrazia ma è lobbismo, la chiamano politica ma è marketing che impazza perché questa crisi devastante è palese responsabilità di chi comanda davvero: l’America a matrice sionista, la Nato a matrice americana con al seguito la servitù di Bruxelles e delle capitali europee a matrice egoistico poltronistica. Pensavano di sottomettere ed abusare agevolmente della Russia e dell’Iran ed ingozzarsi di gas e petrolio e dominio globale ed invece la storia gli ha riservato una clamorosa sorpresa. Dopo decenni a prendersela coi più deboli e sterminare milioni di innocenti tra bombe a grappolo e strangolamenti economici, siamo ad una clamorosa sconfitta militare ma anche politica ed economica dell’Occidente nel suo insieme che apre praterie ed un nuovo mondo multipolare con la Cina unica vera superpotenza. Pace, stabilità, una più equa distribuzione della ricchezza, cooperazione invece che competizione e controversie risolte con diritto ed istituzioni internazionali, quel sistema prima creato e poi tradito da un Occidente perduto nell’orgia ego consumistica. Era ora, ma inutile attendersi mea culpa ed esami di coscienza, le élite politiche e mediatiche si arroccheranno nei palazzi fino all’ultimo sperando che con qualche panzana propagandistica potranno riciclarsi anche questa volta. Ma questa tempesta è diversa dalle altre, lontana dagli occhi dei teleconsumatori ma non dalle loro tasche e colpisce in particolare quello stramaledetto popolino quando va a fare benzina o la spesa per riempirsi lo stomaco. L’inflazione galoppa e quando nemmeno togliersi il cibo di bocca per darlo ai propri figli basterà, la propaganda non riuscirà più a distrarre le masse che imbestialite si risveglieranno dal torpore consumista e ricominceranno a lottare per una vita decente. E visto che da soli non si combina nulla, ricominceranno ad unire le forze. Qua e là s’intravedono già segnali positivi, coi cittadini che quando hanno l’occasione votano ovunque partiti radicali e anti sistema. Perfino nella rigida Germania dove quel burattino lobbistico e guerrafondaio di Merz è già politicamente un morto che cammina mentre destre e sinistre estreme risorgono dall’entroterra fino a Berlino. Si respira ovunque voglia di sbarazzarsi del pensiero unico neoliberista con cittadini desiderosi di rimpossessarsi del potere rubatogli da organismi e lobby senza volto e cuore, e di una una politica genuina invece di influencer del nulla cosmico e attori d’avanspettacolo. In Italia da una parte abbiamo Vannacci mentre dall’altra il vuoto. Il partito di Conte e i cespugli comunisti ambiscono infatti ad un governo col Pd, un partito di sistema nonché guerrafondaio e parte integrante delle tecnocrazie di Bruxelles nonché solito inchinarsi anche ai camerieri di turno alla Casa Bianca. Un partito di “sinistra” che ha distrutto i diritti dei lavoratori in Italia e massacrato lo stato sociale ma se lo faceva Berlusconi sarebbe sceso in piazza a sventolare bandiere rosse. Un partito che ha come unica competenza quella di garantire da decenni poltrone alla solita manica di tromboni nullafacenti. Neoliberisti elitari vestiti di rosa che si alternano al potere con quelli vestiti di grigio, poltronari professionisti che una volta eletti giurano più sull’agenda atlantista che sulla Costituzione e che hanno la propria carriera come unica vera stella polare. Cagnare e risse mediatiche e poi non cambia una mazza di nulla. Ma con questa crisi bestiale e con le masse alla fame, la storia potrebbe rimettersi in moto. L’inflazione galoppa e quando nemmeno togliersi il cibo di bocca per darlo ai propri figli basterà, la propaganda non riuscirà più a distrarre le masse che imbestialite si risveglieranno dal torpore consumista e ricominceranno a lottare per una vita decente. E visto che da soli non si combina nulla, ricominceranno ad unire le forze stravolgendo lo scenario politico e sbarazzandosi delle élite politiche e mediatiche responsabili di tale epocale disastro. Si chiama vera democrazia in cui è il popolo l’unico legittimo sovrano.
Grillo, Conte dovrebbe avere il suo stemma e mandare avanti la sua cosa
(ANSA) – “Come faccio a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere di farlo, non ho le facoltà.
Posso dare degli input a delle idee”. Lo ha detto Beppe Grillo a Pulp Podcast.
Parlando del M5s ha detto che ora “è un partito normale”. “Sono stato estromesso, è un dato di fatto. Ma non ho rimpianti, ora il Movimento è un’altra cosa, in mano al reverendo Jones, l’uomo che sussurrava ai cavilli, persone che si agitano in un movimento che di progressista ha solo la paralisi progressiva”.
“Il Movimento doveva essere compostabile, non biodegradabile, mi sento postumo di me stesso da vivo, tutto quello che dicevo 20 anni fa devono ancora arrivare qua, questo è il disagio”.
Con la politica, ha proseguito, “io ci ho rimesso un sacco di soldi, un po’ di salute, una parte della mia famiglia, perché non sono mai stati d’accordo. Siamo partiti con Casaleggio. Poi, mancando Casaleggio sono rimasto un po’ privo. Poi c’è stato Di Maio, bravissimo, per l’amor di Dio, però… Poi ho fatto il garante che non contava quasi nulla. La situazione si è evoluta. Io e Casaleggio non ci siamo mai candidati e mai ci abbiamo pensato. Abbiamo fondato il Movimento nel giorno di San Francesco”.
“Ho fatto cinque Festival con Baudo – ha aggiunto Grillo -, ho vissuto con lui una vita, fanno un programma su di lui e io non ci sono. Presentano i David di Donatello, che io ho preso, e non vengo messo nell’elenco di chi l’ha vinto. Gino Paoli fa l’ultima intervista in vita, io e lui in tournee insieme, amicissimi, fa un’intervista e Cazzullo gli chiede di Grillo, lui parla di me benissimo, ma tagliano la risposta. Allora penso che ci sia una piccola manovra per togliere dalla memoria il mio nome”.
Durante l’intervento ha parlato anche del figlio Ciro. ‘Sta attraversando – ha detto – un periodo un po’ particolare, di enorme pesantezza, che sta risolvendo. Si è laureato 110 e lode, si ha fatto una famiglia, una figlia stupenda, una moglie, studia per diventare penalista e gridare al mondo la sua innocenza, vuole difendersi da solo e gridare la sua innocenza”.
E su Vannacci: “Il pensiero si sta rattrappendo un po’, oggi le persone intelligenti si nascondono, hanno paura di confrontarsi. Vannacci… il suo futuro sono le domande stupide, con un sottile astio. Lui è come una decalcomania, più gli sputi sopra più si appiccica”.
Poi, parlando de Il fatto Quotidiano: “Con Travaglio non abbiamo più niente da dividere, quando una persona ha un’idea della realtà che deve combattere con la propria opinione… Trovo che sia ancora un ottimo giornalista, non ho critiche personali da fare, ma il giornalismo è una professione in via di estinzione”. Poi, sempre parlando di giornalismo: “Mi terrorizza che giornalisti di destra parlano bene di me. Io rimango sconvolto”.

(Adnkronos) – “Futuro nazionale cresce”: è il titolo della conferenza stampa convocata domani, martedì 22 settembre, alle 12 nella Sala stampa della Camera dei deputati, per presentare l’ingresso di un nuovo parlamentare nella componente del movimento guidato da Roberto Vannacci.
Alla conferenza stampa interverranno il capogruppo alla Camera di Futuro nazionale Edoardo Ziello, il consigliere regionale e coordinatore nazionale Massimiliano Simoni e il presidente di Futuro nazionale, l’eurodeputato Roberto Vannacci.
L’iniziativa segue l’annuncio del passaggio a Futuro nazionale del deputato Tommaso Calderone, in uscita da Forza Italia.
A Pontida annuncia un congresso farsa per alzata di mano. A sfidarlo ora restano Romeo e Fontana

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Un cimitero. Prepara i Sepolcri, lo chiama congresso. E’ la Pontida del “qui giace”, del Salvini “all’ombra de’ cipressi e dentro l’urne”. Sul prato, pratino, il sacro suolo, annuncia che convocherà il congresso straordinario della Lega a ottobre, e avvisa che chi lo perde, “certa gente senza dignità”, “non ritroverà più casa nostra”. E’ una pupazzata, un’altra, un congresso per alzata di mano, e anche se fosse vero, Salvini ha le tessere di questo partito dove, come Foscolo, “e tu onore di pianti, Ettore, avrai”. Per chi perde non ci sarà riposo, neppure sopra il cielo di Pontida. Anche le nuvole sono di Salvini, e passano aerei, a pagamento, con striscioni “forza segretario”. Non è la tromba della democrazia che Salvini suona, ma quella del settimo sigillo, è la foiba che promette ai giornalisti “servi di regime”, di Repubblica e Foglio, quel Foglio di cui legge l’articolo di fronte al “popolo”: “Vuota, vuota, vuota. Pontida è vuota… Questo – ed è Salvini a parlare – hanno scritto. Fossi in voi, proverei vergogna. Sciacquatevi la bocca”. Rimane asciutta quella dei governatori e di Attilio Fontana, che sul palco promette: “Io non starò zitto. Io non mi fermo. Non mi fermerà niente, e soprattutto non mi fermerà nessuno”. La sorte già lo chiama: solo un hidalgo come Fontana può sfidare a congresso il Salvini della purga zero.
Vedrete, anche Fontana sarà falciato, con onore, insieme a Zaia-Fedriga-Fugatti, come ci anticipa Gianluca Savoini, il consigliori di Salvini, il suo Salvinov: “Da domani, Matteo farà zac. I governatori sono dei senza palle. Vedrai. Zac”. L’altro per cui si prepara il lumino politico è quel Romeo, il partigiano Romy, che viene applaudito dai lombardi “Rom-e-o, Rom-e-o”, con tanto di fumogeni verdi, un altro che, come Fontana, assicura: “Non mi fermerò”. Quando il coro dei ragazzi di Alzano, Bergamo e Brescia inizia a farsi forte, intervengono i caporali di Salvini che li spintonano. Oh, Romeo! Sono due Leghe, Caino e Abele, con gli Abele sbranati dalla brigata nera, maglie nere, che parte dal sud, con i bus pagati, i fischietti pagati, i megafoni pagati, e il mandato: “Quando sale Matteo, iniziate a urlare Matteo, il suo nome deve sovrastare tutti”. Sono i Cobas di Claudio Durigon, la sua quota latte, e marciano al suo ordine, soffiano al suo ordine, obbediscono quando Durigon invoca ordine e “Rispetto. Ci vuole rispetto”. E’ rimpicciolito il prato, ancora più piccolo del 2025, con il tendone, dove si cucinano rane fritte in pastella, quasi in lotta per avvicinarsi al palco. Negli anni di Bossi, e i primi di Salvini, era festa, ma ora è un picnic di rancori, il dehors di Salvini. Dove c’erano i libri di Miglio ci sono adesso quelli di Armando Siri, l’ultimo, dal titolo “A tutto c’è un perché”. Fa sorridere anche lo striscione “Non passa lo straniero”, montato da un operaio straniero. E che pensare di Silvia Sardone, che Salvini candida a sindaco di Milano, una che rincorre Vannacci, che immagina la Lega come Alternative anti maranza, mentre Zaia propone: “Chi scappa dalla fame ha diritto a venire in Italia”. Che pensare? Non si vede passare l’elfo, il vecchio leghista che ogni anno regalava a questa domenica la corda di colore, e non c’è neppure il lino stazzonato di Gad Lerner, quando veniva inviato a Pontida e Repubblica titolava “Cancellare Salvini”. E’ così infuriato con la stampa che Salvini rivendica quel titolo antico, ma omette che sono le urne a cancellarlo, quel Vannacci che per Riccardo Molinari, il capogruppo alla Camera, ha “lordato il pratone” e che ha un programma che sembra scritto “nelle birrerie di Monaco negli anni Venti”. Chi gli ha aperto casa, chi lo ha nominato vicesegretario della Lega? Sono arrivati al punto che Vannacci li irride e gli manda baci da Orvieto e dice pure: “Vi ho fatto un favore, ricordatevi dai diamanti non nasce niente, ma dal letame nascono i fior”. Fanno il loro dovere in silenzio Federico Freni, che si mimetizza per vendere panini e spillare birra, come qualsiasi militante, come fa ogni anno, e Tiziana Nisini, deputata toscana, che indossa la maglia di Bossi. Le parole più vere le pronuncia Calderoli, il Calde: “Mi incazzo come una bestia perché è inutile applaudire Bossi quando poi, ieri pomeriggio, in chiesa, eravamo in quattro a ricordarlo”. Erano in quattro e non c’era Salvini che fa abuso di Bossi, che lo cita per iniziare la grande purga zero. Sono in quattro, quattro governatori, Fontana-Fedriga-Zaia-Fugatti, e si muovono insieme, scendono sul pratone, si fotografano insieme, tanto che Fontana propone “siamo i quattro moschettieri”. Ha la bellezza dell’incosciente, e anche questo congresso farsa, questa mossa di Salvini è alla fine opera di Fontana, delle sue uscite, del suon testardo dissentire. Mi confida: “Ho un’età e mi sento legittimato a dire quello che penso”. Zaia è diverso. Ha trovato il suo Fienile ed è così abile che quando il prato lo acclama “segretario, segretario”, risponde ai giornalisti: “Si stanno rivolgendo a Salvini”. Vuole una Lega liberale ma non la troverà in questo partito Duma, e non intende mettersi alla guida dei Morelli, i Tiziano Terzani a Ceuta. Sono passati mesi e in Veneto provano a farlo dimenticare, senza successo, come nel film “Dimenticare Palermo”. Ogni anno si srotolava il bandierone di Zaia, ma quest’anno Alberto Stefani ne ha confezionato un altro, un0 ulteriore. Due. Non bastava quello di Zaia? E’ Giorgetti che, parlando di Caino e Abele, ricorda che “Fratelli sul libero suolo vuole dire fratelli, che non sono Caino e Abele, ma un popolo che ha giurato di stare assieme. La libertà non è libertà di fare casino”. Ma dire che la linea politica di Salvini è fallimentare, rimproverargli quel generale Feccia, con cui forse andrà da Meloni, un giorno, a proporgli l’alleanza (siete sicuri che Salvini e Vannacci non si parlano?”) è forse casino o verità?
Dice Romeo che l’anno scorso “quando nessuno ha sfidato Salvini a congresso, è stato commesso un grande errore, non lo commetteremo. Se ci sarà un congresso vero, qualcuno ci sarà”. Pochi si accorgono che Salvini parla di “congresso per alzata di mano”. Significa che si vota per mozioni, che votano gli stessi delegati che lui ha eletto. Tutt’al più, si potrà fare una mozione di minoranza, come ai tempi di Gianni Fava, il vecchio sfidante al congresso di Salvini. Era più vero quel congresso del 2017 che quello che si prepara per ottobre. E’ da almeno dieci anni che Salvini modifica lo statuto e che stipa i suoi uomini, circa 450, nel parlamentino che deve eleggere il segretario. Sarebbe meglio dire che il congresso straordinario della Lega non eleggerà Salvini ma Durigon. E’ lui insieme a Denis Verdini e la figlia Francesca, a gestire il Pentagono della Lega. E’ Durigon che ha i voti e i delegati del sud, che ormai scelgono il segretario della vecchia Lega Nord. C’è una frase di Durigon che vale più dei pezzi che si scriveranno: “Romeo addà paga”, e anche i senatori rispondono a Durigon, tanto che quando Romeo interviene sul palco, si guardano e cercano Durigon per chiedergli: “Claudio, vuoi che dal palco lo buttiamo giù noi?”. La Lega di Salvini non è il Pd che si diverte con i congressi, in Lega un congresso serve solo per azionare la mano dal boia, per legittimare la cacciata, a pochi mesi dalle elezioni. E’ Salvini ad anticipare il destino attende i ribelli: “La prima voce fuori posto non farà un torto a me, ma danneggia la voce dei militanti in tutta Italia. Non voglio perdere tempo e non voglio cedere il microfono a chi insulta la Lega e la infanga”. E’ un modo per indicargli l’uscita di servizio. Ma quale dialogo, road map, manifesto che prometteva da mesi? Li ha portati fino a Mosca, come fece lo zar con i francesi. Ogni settimana li faceva avvicinare con lo scopo di farli cadere nella sua trappola, morire di freddo, le tenebre. A loro i Sepolcri, a Salvini la dacia.
La premier ammette che governare è difficile. Una verità che arriva sempre dopo le promesse elettorali

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – C’è una frase, nell’intervista di Giorgia Meloni al direttore del Foglio, che vale più di molte rivendicazioni del governo. È l’ammissione che soltanto entrando a Palazzo Chigi si scopre quanto sia difficile governare l’Italia. «Ci sono migliaia di ostacoli che da fuori non vedi, che fanno sembrare ogni cosa molto più facile di quanto lo sia in realtà». È una confessione onesta, ma anche la conferma di un antico vizio: fingere, finché si è all’opposizione, che la realtà sia un alibi di chi governa.
Quella che Nenni chiamava “la stanza dei bottoni” ha sempre avuto una porta girevole. Chi entra arriva con un baule di promesse ma, varcata la soglia, comincia a disfarlo: una misura richiede tempo, l’altra costa troppo, una terza dipende dall’Europa o dalla burocrazia. Ragioni fondate. Peccato che lo fossero anche prima, quando venivano liquidate come scuse. La realtà era pure lì, visibile a chi volesse guardarla.
La promessa del candidato è diventata una moneta senza copertura, stampata in campagna elettorale e ritirata dopo il voto. Berlusconi offrì l’Irpef al 33 per cento. Grillo la sconfitta della povertà. Salvini l’abolizione delle accise. Bossi l’indipendenza della Padania. E Meloni, quando toccò a lei, annunciò il blocco navale.
Non è uno scandalo che un governante corregga un progetto quando urta contro i fatti. Lo scandalo è il patto truccato: prima si nascondono i limiti, poi si invoca il realismo; prima ogni cautela è codardia, poi diventa responsabilità. Le promesse non vengono smentite, ma spostate. Non erano impegni: erano obiettivi. Non sono state tradite: attendono tempi migliori. Il futuro è il magazzino dove la politica deposita ciò che non vuole consegnare.
Kruscev diceva che i politici promettono ponti anche dove non ci sono fiumi. Sturzo raccomandava di non promettere ciò che si dubita di poter mantenere, e di «non affidarsi al tempo per cercare di non mantenere quel che si è promesso». Saggio consiglio: ma purtroppo la prudenza non prende applausi.
Per questo l’ammissione di Meloni conta. Il suo partito era l’ultimo, tra quelli maggiori, a non aver compiuto il viaggio dall’opposizione al governo. Ora anche la destra postmissina ha scoperto che lo Stato non è una ruspa pronta a partire con il conducente giusto. Governarlo significa scegliere, mediare, rinunciare; soprattutto, dire dei no. La coscienza del limite può rendere più adulta una classe dirigente e meno infantile la democrazia.
Ma non basta. Mentre i partiti imparano la lezione del governo, gli elettori dimenticano quella delle promesse. Ogni delusione non li vaccina: spesso li rende più disponibili al prossimo incantatore, purché abbia un flauto nuovo e un colpevole convincente. Così, quando sembrava concluso il giro di giostra — centrosinistra, centrodestra, tecnici, populisti, destra nazionale — dalla destra della destra è comparso un altro venditore di soluzioni assolute. Il catalogo è pronto: meno tasse, più ordine, confini invalicabili, sovranità senza vincoli.
La democrazia italiana ha imparato tutto e non ha imparato niente. Sa che la stanza dei bottoni contiene meno bottoni di quanti se ne vedano sui manifesti. Ma continua a premiare chi giura di aver trovato quello segreto. Meloni ha aperto la porta e mostrato il meccanismo. Sarebbe un progresso se chi aspira a entrare dicesse prima ciò che lei ha scoperto dopo. Il guaio è che la verità aiuta a governare, ma per conquistare il governo la bugia conserva un formidabile vantaggio competitivo.

(Enrica Perucchietti – lindipendente.online) – Il Corriere della Sera ha compilato la nuova lista dei presunti putiniani d’Italia. Questa volta nel mirino finiscono gli osservatori italiani invitati in Russia per seguire le elezioni che rinnovano la Duma. Il titolo dell’articolo, Elezioni in Russia, ex deputati, no vax e filosofi: chi sono i membri, stabilisce già la sentenza: appartengono a un’«Internazionale» nella quale «tutti apprezzano lo zar». Seguono nomi e santini, precedenti politici, apparizioni televisive e vecchie opinioni su Green Pass e vaccini, dosati per suggerire al lettore non soltanto che la delegazione sia inaffidabile, ma che lo sia per una sorta di tara ideologica. Il sigillo arriva in chiusura della rassegna italiana, senza argomentazioni, ma con un’ammiccante condanna: «La variopinta delegazione italiana presenta molte sfumature, diciamo così».
Il Corriere non analizza il lavoro degli osservatori, né verifica con quali criteri intendano valutare lo svolgimento delle elezioni. Preferisce ricorrere alla fallacia dell’argumentum ad hominem: anziché entrare nel merito del loro operato, costruisce un ritratto ideologico deformato, selezionando precedenti politici, apparizioni televisive e opinioni personali del tutto estranee all’incarico. L’attenzione viene così spostata dai fatti alle persone, scegliendo gli elementi più facilmente strumentalizzabili per esporle al sarcasmo e condizionare preventivamente la percezione del pubblico. In questo modo, l’obiettivo non è quello di stabilire se la delegazione operi in modo rigoroso e indipendente, ma di orientare preventivamente il giudizio del lettore: gli osservatori diventano inaffidabili non per ciò che hanno fatto durante la missione, ma per le posizioni espresse in passato su temi trasversali: Russia, Green Pass, vaccini e guerra in Ucraina. E, allora, l’ambasciatore Vito Grittani viene presentato attraverso il suo incarico per l’Abkhazia e una biografia liquidata come «di ampie vedute, seppure un pochino particolari». Angelo d’Orsi è uno storico, saggista ed ex docente universitario, già fondatore movimento politico Agorà, ma diventa un personaggio «assunto a notorietà per le sue comparsate nei talk show», cancellando con un colpo di penna il suo curriculum accademico. Gli altri nomi completano una galleria nella quale ogni dettaglio deve trasformarsi in indizio.
Il metodo non è nuovo. Nel marzo 2022 Gianni Riotta pubblicò su Repubblica, con tanto di fotografie, l’«identikit dei putiniani d’Italia»: Massimo Cacciari, Barbara Spinelli, Diego Fusaro, Ugo Mattei, Marcello Foa e Gianluca Savoini vennero riuniti sotto l’etichetta di «giustificazionisti del Cremlino». Una lista di “cattivi”, dipinti come presunti fiancheggiatori del nemico, alla quale Riotta cercava di conferire una patina di autorevolezza richiamando la pubblicazione Russian Active Measures: Yesterday, Today, Tomorrow, edita negli Stati Uniti nel 2021. Peccato che alcuni dei nomi inseriti nell’articolo – tra cui Mattei, Fassina, Boldrini e Spinelli – non comparissero affatto nello “studio” citato. Il riferimento alla ricerca finiva così per funzionare non come fonte della lista, ma come una cornice autorevole applicata a una classificazione costruita a titolo personale.
Poco dopo, la patente di filoputinismo fu estesa persino a Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevole di aver ricordato l’inefficacia delle sanzioni e ridimensionato la retorica occidentale sul conflitto. A Cacciari non restò che rispondere: «Io putiniano? Non rispondo a queste stupidaggini, con gli idioti non discuto». Erano i mesi del boicottaggio di Dostoevskij, dell’esclusione degli atleti e perfino del bando dei gatti russi dalle kermesse feline. Le liste rappresentavano il gradino successivo: non confutare le idee, ma classificare chi le esprimeva, trasformando il dubbio in sospetto e il sospetto in colpa. Una forma di maccartismo editoriale utile a intimidire.
Nel nuovo elenco del Corriere curato da Marco Imarisio ricompare lo stesso ponte costruito da Riotta tra la Russia e il dissenso contro il Green Pass. Di Giorgio Deschi, additato come “irredentista”, si evocano gli scontri di Trieste del 2021; di Donato Lorenzo Tilli, liquidato come “No vax”, una vignetta sarcastica sui vaccini; il filosofo Arturo Ferrara è descritto attraverso la sua opposizione alla «narrativa emergenziale», ai «vaccini inutili e dannosi» e alle armi all’Ucraina. Gabriele Lorenzoni, invece, è ricordato per essersi opposto all’intervento di Zelensky alla Camera. Informazioni che possono raccontare solo in parte le loro idee, ma non ne provano l’incompetenza né documentano irregolarità.
Il procedimento è quello della contaminazione: si accostano posizioni infamanti e si lascia al lettore l’inevitabile sentenza di condanna. “No vax”, “filorussi”, “vannacciani”, “ultradestra”, “complottisti”: categorie diverse vengono fuse in un solo campo semantico, dove ogni dissenso conferma tutti gli altri. La pandemia diventa un archivio permanente di cattiva reputazione, da riaprire per delegittimare qualcuno. Il punto non è stabilire in anticipo se gli osservatori siano affidabili né attribuire una patente di regolarità alle elezioni russe, ma valutare il loro operato sulla base di elementi pertinenti. Quali protocolli seguiranno? In quanti seggi saranno presenti? Potranno assistere allo scrutinio, consultare i reclami e pubblicare un rapporto verificabile? Esistono legami politici, istituzionali o economici tali da comprometterne l’autonomia? Sono queste le domande che dovrebbe porre un’inchiesta giornalistica. Le opinioni espresse sul Covid non forniscono alcuna risposta: servono soltanto a tracciare il confine tra chi è considerato rispettabile e chi deve essere preventivamente screditato. Si può criticare il sistema russo e contestare la scelta degli osservatori, ma suggerire che il dissenso sanitario sia la prova generale del tradimento geopolitico non è informazione: è “character assassination”. E quel «diciamo così» usato come chiosa ammiccante dice molto più sul metodo del giornale che sulla delegazione italiana.
Sul verbo coniugato un po’ alla romana si sono concentrati le critiche e i dileggi. E così è passato in silenzio un altro elemento linguistico dell’intervista decisamente più interessante

(Giorgio Simonelli – ilfattoquotidiano.it) – Nei giorni scorsi ha goduto di una certa viralità un momento dell’intervista (si fa per dire) che Nicola Porro ha fatto al Presidente del Consiglio (rigorosamente e ridicolmente al maschile) per celebrare la parziale abolizione della tassa di circolazione su alcune auto e moto. Il momento è quello in cui Giorgia Meloni afferma che alcune recenti reazioni del governo spagnolo le (o dovrei dire gli?) parono francamente scomposte. Sul verbo coniugato un po’ alla romana si sono concentrati le critiche e i dileggi. E così è passato in silenzio un altro elemento linguistico dell’intervista decisamente più interessante. Non un verbo ma un vocativo.
La frase in cui spicca il parono si apre con un bel “Nicola”, rivolto all’intervistatore (si fa sempre per dire) e chiamato confidenzialmente per nome. Nicola chi? Verrebbe da dire. Si tratta forse di un familiare, un di amico, di un collega? Il tono mi fa pensare ad altro, a una signora che si rivolge al suo maggiordomo o meglio a un giardiniere affinché sia partecipe della sua osservazione, la condivida pienamente. Una richiesta avanzata con spirito democratico, di cordialità e simpatia, a cui non si può che aderire annuendo. Come fa il buon Nicola.
Si è molto parlato ultimamente della credibilità di un giornalista e delle frequentazioni che la possono compromettere. Ecco a volte non c’è bisogno di frequentazioni pericolose per mettere in dubbio la credibilità, basta un vocativo.
(di Federico Thoman – il Corriere della Sera) – Monaco di Baviera val bene una Mass. Il tipico boccale di birra da un litro è tornato in questi giorni ad affollare (fino al 4 ottobre) le infinite tavolate della 191esima edizione dell’Oktoberfest, […] che è anche la fiera più visitata al mondo con oltre 6 milioni di persone.
Quest’anno, secondo uno studio UniCredit, un litro di birra sotto i tendoni dell’Oktoberfest costa in media 15,61 euro, il 2,4% più di un anno fa: la «buona» notizia è che l’aumento è il più contenuto da vent’anni e risulta inferiore anche all’inflazione tedesca, salita in agosto al 2,9% su base annua. Ma dal 1985 il costo di un boccale è quintuplicato, molto più dei prezzi al consumo sia in Germania che in Europa. […]
Ma la soglia dei 16 euro a boccale si avvicina, ed ecco che allora da semplice indicatore sull’andamento dei prezzi il costo diventa una sorta di test: quanto siamo ancora disposti a pagare in più per qualcosa che ci piace ma non è vitale?

(di Milena Gabanelli e Marta Serafini – corriere.it) – A Zaporizhzhia, in Ucraina, un drone russo ha colpito una stazione di servizio e ucciso tre persone. Secondo gli investigatori ucraini citati dal New York Times (qui) era guidato interamente dall’intelligenza artificiale: nell’ultima fase il sistema avrebbe scelto e attaccato il bersaglio senza un intervento umano. La ricostruzione pone una domanda: se a selezionare l’obiettivo è un software, chi risponde di un eventuale crimine di guerra? Il soldato, il comandante, il programmatore? La risposta può coinvolgere più persone, anche molto lontane dal fronte.
Dentro la guerra tecnologica c’è il software della californiana Palantir Technologies, che integra immagini satellitari, video dei droni, informazioni dal terreno e intelligence open source per offrire ai comandanti opzioni di targeting. In un’inchiesta di Time, il suo amministratore delegato Alex Karp dice che la sua piattaforma è «responsabile della maggior parte del targeting in Ucraina». E poi c’è Starlink, la rete satellitare di Elon Musk, che garantisce connettività continua sul campo: senza collegamento stabile la guerra dei droni non funziona alla stessa scala, con la stessa precisione, con la stessa rapidità. La novità è qui: non solo armi sempre più intelligenti, ma guerra sempre più dipendente da software proprietari e infrastrutture private.
Chi fabbrica un cannone normalmente non decide contro chi sparare. Vende un’arma che può essere impiegata legittimamente contro un obiettivo militare oppure illegalmente contro dei civili. La vendita, da sola, non lo rende responsabile dell’attacco. La differenza è nel ruolo del prodotto. In un sistema autonomo il software può determinare quali oggetti riconoscere come bersagli, quali segnali considerare sufficienti per attaccare e quando rinunciare. Una parte delle scelte che prima venivano compiute sul campo può essere incorporata nella progettazione. Chi scrive il programma lo modifica o ne approva le funzioni può così contribuire anche al processo di selezione del bersaglio. Questo rende necessario indagare sul suo ruolo, ma non basta a dimostrarne la colpevolezza (fonte: SIPRI e ICRC). Per capire chi debba rispondere bisogna mettere in ordine quattro passaggi: accertare il crimine, verificare il controllo dell’operatore, risalire alle decisioni del comando, esaminare il contributo del produttore.
La morte di civili non dimostra, da sola, un crimine di guerra. Occorre verificare che cosa si voleva colpire, quali informazioni fossero disponibili prima dell’attacco, quali precauzioni siano state adottate e quale danno civile fosse prevedibile rispetto al vantaggio militare atteso. Un guasto o un riconoscimento sbagliato non diventano automaticamente crimini: possono comportare altre responsabilità, ma per una condanna servono gli elementi specifici del reato. Lo Statuto di Roma scrive chiaramente che «errore tecnico, violazione del diritto umanitario e crimine di guerra non sono sinonimi».
Il secondo passaggio riguarda l’operatore: poteva verificare il bersaglio? Aveva informazioni sufficienti? Quanto tempo aveva per decidere? Poteva fermare l’attacco? La presenza di una persona davanti a uno schermo non garantisce, da sola, un controllo effettivo. Alessandro Arduino, autore di La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari (Einaudi), individua proprio questo squilibrio: «Al momento abbiamo un’intelligenza artificiale che sceglie gli obiettivi». L’essere umano, osserva, ma non è «così veloce cognitivamente da poterci star dietro». Non è un’assoluzione del soldato, ma una ragione per non scaricare automaticamente su di lui tutta la responsabilità.
(…) , l’automazione non cancella i doveri di comando.
Il terzo passaggio riguarda chi ha ordinato l’attacco e stabilito come impiegare l’arma, ovvero chi ha scelto l’area operativa e chi ha deciso quanta autonomia concedere al sistema. Un comandante può rispondere per aver ordinato un crimine, ma anche per i crimini delle forze sotto il suo controllo effettivo, se non ha adottato le misure necessarie e ragionevoli per prevenirli, reprimerli o segnalarli alle autorità competenti. In sostanza, l’automazione non cancella i doveri di comando.
Il quarto passaggio porta dentro l’azienda. L’articolo 25 dello Statuto di Roma prevede la responsabilità di chi, allo scopo di agevolare un crimine, aiuta a commetterlo anche fornendo i mezzi. Dunque non riguarda soltanto i militari, ma può coinvolgere dirigenti e sviluppatori. Facciamo un esempio ipotetico. Un reparto chiede di modificare un programma per identificare e attaccare deliberatamente dei civili. Un responsabile tecnico realizza quella modifica. Se vengono provati il contributo e gli elementi soggettivi richiesti, quel dirigente può rispondere del crimine anche senza aver pilotato il drone.
Diverso è vendere un programma utilizzabile legittimamente che il cliente impiega poi per un attacco criminale. Il contratto di fornitura non dimostra il concorso e non basta nemmeno conoscere genericamente i rischi della tecnologia. Bisogna ricostruire che cosa ciascuno abbia fatto, saputo e voluto: istruzioni, richieste del cliente, modifiche, test, avvertimenti e comunicazioni possono diventare elementi dell’indagine.
Sappiamo che la Corte penale internazionale giudica persone fisiche, non società, poiché le eventuali responsabilità dell’azienda dipendono dagli ordinamenti nazionali. E trovare un componente commerciale dentro un drone non dimostra, da solo, la complicità del produttore. Né un difetto del software equivale automaticamente a un crimine di guerra. Sta di fatto che alla fine provare la responsabilità penale di progettisti e programmatori è una strada percorribile, ma piena di difficoltà, come evidenzia lo studio congiunto SIPRI e ICRC.
(…) il Comitato internazionale della Croce Rossa chiede nuove proibizioni e restrizioni specifiche per i sistemi autonomi (..)
Per le mine la decisione è stata quella di vietare la produzione, non soltanto un determinato impiego. La Convenzione di Ottawa del 1997 proibisce agli Stati aderenti l’uso, lo sviluppo, produzione, acquisizione, stoccaggio e trasferimento delle mine antipersona, salvo l’utilizzo di quelle esistenti per scopo di addestramento. L’articolo 9 richiede misure nazionali, comprese sanzioni penali, contro le attività vietate, e per punirne la produzione illegale non occorre aspettare che una mina uccida qualcuno. In questo caso è vietato il prodotto stesso, non solo un determinato uso. Il caso delle mine però è diverso dal concorso in un atto criminale e, pertanto, non si può estendere automaticamente quel tipo di divieto a ogni software militare che utilizzi l’AI. Tuttavia il Comitato internazionale della Croce Rossa chiede nuove proibizioni e restrizioni specifiche per i sistemi autonomi, complementari alle regole del diritto umanitario già applicabili.
I droni russi lanciati sull’Ucraina sono stati 50 mila solo nel 2025. Una trasformazione che investe anche medici, soccorritori e operatori umanitari. Il presidente di Medici Senza Frontiere, Ettore Mazzanti, ci dice che dieci anni fa i droni erano utilizzati anche per usi civili e sanitari: trasporto di sangue, medicinali, campioni clinici in zone remote, mentre oggi operare con i droni in Ucraina diventa molto più difficile. L’immagine dominante è quella di una minaccia che vede, insegue, aspetta, riduce lo spazio del soccorso e allarga quello della paura. La guerra sempre più tecnologica non è chirurgica né asettica e non ha impedito perdite di massa.
Il Center for Strategic and International Studies stima, tra febbraio 2022 e giugno 2026, almeno 525-625 mila perdite militari ucraine tra morti, feriti e dispersi, con 125-150 mila morti. Per la Russia, circa 1,4 milioni di perdite, di cui 400-450 mila morti. Sono stime che non includono le vittime civili e non separano quelle uccise dai droni o dall’intelligenza artificiale.
In Sudan, invece, l’organizzazione indipendente Acled ha registrato nel 2025 almeno 2670 morti, fra militari e civili, collegati direttamente agli attacchi con i droni. Un’espansione del 600% rispetto al 2024, con un aumento degli attacchi dell’81%. Anche qui i dati non dimostrano che i bersagli siano stati scelti dall’AI.
È davanti a queste morti che la catena delle responsabilità deve restare ricostruibile. Nessuno è colpevole soltanto per il mestiere che fa; nessuno è necessariamente estraneo perché lavora lontano dal fronte. Il software non può essere imputato, mentre chi contribuisce a un crimine attraverso quel software, può esserlo.

(di Pino Arlacchi – ilfattoquotidiano.it) – A Washington è successo qualcosa che non si vedeva dagli ultimi anni del Vietnam. I vertici delle forze armate americane hanno messo per iscritto che la guerra in corso non è più sostenibile, hanno continuato ad eseguire gli ordini, e poi hanno fatto in modo che il paese lo venisse a sapere. Non è un ammutinamento. È un’operazione di salvataggio del proprio didietro, quella che nel gergo militare americano si chiama cover your ass, condotta con la freddezza di chi sta già scrivendo la propria memoria difensiva per un processo che si terrà fra due o tre anni.
I fatti sono questi. Nel registro riservato che fotografa ogni due settimane la disponibilità delle forze americane nel mondo, il Secretary of Defense Orders Book, edizione del 14 agosto, i comandi per l’Europa, l’Indo-Pacifico e l’America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto all’ordine di prolungare fino al 2027 il dispiegamento di oltre cinquantamila uomini in Medio Oriente con la formula tecnica del non-concur. Non siamo d’accordo, ma obbediremo. L’ammiraglio Daryl Caudle ha messo a verbale che soltanto un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare. Il generale Alexus Grynkewich, che comanda in Europa, ha dichiarato di non disporre di navi sufficienti per assolvere i propri compiti. E tutti insieme hanno segnalato che le scorte di Patriot, THAAD e Tomahawk sono esaurite. Il giudizio complessivo, riferito dal Washington Post che ha pubblicato lo scoop il 30 agosto, è inequivocabile. Dopo sei mesi l’operazione si è spinta troppo oltre ed è durata troppo a lungo.
Chi conosce il funzionamento delle grandi burocrazie sa leggere un atto di questo genere. Il non-concur non ferma nulla. L’ordine viene eseguito comunque, le navi restano dove sono e i cinquantamila uomini non tornano a casa. Proprio perché non produce effetti operativi immediati, il suo significato è interamente rivolto al futuro. È un documento di archivio, destinato a consentire che un domani si possa stabilire chi aveva avvertito e chi, ciononostante, aveva ordinato.
Che questa sia la lettura corretta lo ha certificato la reazione della Casa Bianca. Il portavoce del Pentagono ha parlato di tradimento, e pochi giorni dopo il dipartimento ha rimosso dalla rete interna classificata i documenti in questione.
Il Pentagono ha smesso di credere che questa guerra possa essere vinta e ha cominciato a scontare in anticipo la sconfitta politica di chi l’ha voluta. Non soltanto quella elettorale di novembre. Il calcolo è più a lungo termine.
Le piroette della Casa Bianca in questi sei mesi si spiegano solo così. Ad aprile il presidente prometteva di distruggere ogni centrale elettrica e ogni ponte dell’Iran, cioè la civiltà materiale di un paese di novanta milioni di abitanti. A giugno firmava a Versailles il memorandum di Islamabad. Fine delle sanzioni, sblocco dei fondi congelati e un piano di ricostruzione da almeno trecento miliardi di dollari da destinare… al nemico. Nella storia delle guerre è il vincitore che impone riparazioni al vinto. Qui il presunto vincitore prometteva di pagare i danni al presunto sconfitto pur di potersi ritirare proclamando la vittoria. Due giorni dopo la firma, Trump definiva quei trecento miliardi una fake news dei democratici. Oggi, scaduti i sessanta giorni e con Hormuz mai riaperto, lo stesso presidente accetta di fatto la chiusura dei due stretti della penisola arabica. Il 10 settembre l’Arabia Saudita ha chiesto un intervento americano contro gli Houthi e se l’è visto rifiutare.
Il memorandum di Islamabad fu la prima traccia visibile della pressione del Pentagono, due mesi prima che il registro degli ordini finisse sui giornali. Con una differenza sostanziale, però, perché allora i militari glielo dissero in privato e lui obbedì, mentre ora lo hanno messo agli atti e lo hanno fatto sapere al paese.
Non è la prima volta, ed è il punto che dovrebbe far riflettere gli sprovveduti adoratori della forza militare americana. Dal disastro del Vietnam nacque la dottrina Weinberger-Powell, secondo cui cui non si combatte senza obiettivi chiari e senza sostegno popolare. La formula elegante con cui i militari scaricarono sui civili una guerra che avevano chiesto, pianificato e perduto.
Dall’Iraq scaturì la rivolta dei generali in pensione contro Rumsfeld, con identico effetto. Ogni volta l’apparato esce dalla crisi intatto, con un bilancio accresciuto, mentre il conto politico viene pagato dall’inquilino provvisorio della Casa Bianca. Questa volta l’inquilino è Trump, circostanza che rende l’operazione più facile, perché scaricare un presidente in caduta è una prodezza alla portata di tutti.
Il censimento della Funzione pubblica rivela che rispetto all’insediamento del governo Meloni sono aumentate (da 17 a 22) le auto di servizio a disposizione della presidenza del Consiglio. Un balzo che riguarda il dato in generale. Con un occhio alle Province

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Ci sono più auto blu in giro per l’Italia, oltre 31mila. Negli anni del governo Meloni, anche a Palazzo Chigi, dall’inizio della legislatura, la dotazione di auto di servizio è infatti aumentata. A fine 2022, pochi mesi dopo l’insediamento dell’esecutivo in carica, erano 17 a uso non esclusivo con autista. I dati del 2025 parlano di 22 auto in totale, di cui 5 con uso esclusivo. Insomma, dalla presidenza del Consiglio a guida Giorgia Meloni arriva l’esempio. E così dalle asl alle authority indipendenti, dai ministeri ai comuni (e alle sempiterne province), le amministrazioni pubbliche non rinunciano a un benefit simbolico. A metterlo nero su bianco è il censimento annuale sulle auto di servizio della Pa della Funzione pubblica: alla fine del dicembre 2025 «si registra un aumento complessivo del numero di veicoli censiti, che raggiungono le 31.181 unità».

Anche se il dipartimento mette le mani avanti: l’incremento è «connesso all’aumento delle amministrazioni partecipanti e alla maggiore qualità delle informazioni raccolte», scrive in una nota. Insomma, ci sono più amministrazioni che hanno fornito i dati. Ma in alcuni casi la crescita è innegabile. Non c’è solo l’incremento di Palazzo Chigi, anche al ministero delle Infrastrutture, guidato da Matteo Salvini, risulta un’esponenziale crescita con una dotazione complessiva di 83 auto di servizio rispetto alle 58 di inizio legislatura. In questo caso, tuttavia, sotto l’egida del leader leghista sono aumentate di molto le dotazioni (senza autisti) per gli uffici, a quota 77, lasciando solo 6 veicolo con autista. Il dato è comunque notevole. Più mezzi di servizio ci sono al ministero della Salute di Orazio Schillaci: nel 2023 se ne contavano appena 2 a disposizione degli uffici, oggi sono 4 (con una a uso esclusivo con autista). Chi ha tagliato è invece il ministero della Cultura di Alessandro Giuli, passato da 43 a 36 veicoli, di cui 3 in meno a uso esclusivo. Il censimento, tuttavia, non riguarda solo il governo.
La Corte dei Conti ha attuato una riduzione drastica: da 22 auto di servizio è scesa a 14. Non tutti sono virtuosi, però. Le Province hanno visto depotenziate le proprie funzioni, ma restano vive e vegete. E amano le autoblu. Un dato su tutto: nel 2023, nel complesso, si contavano 968, oggi ce ne sono almeno 1.231. Dal Nord al Sud, le abitudini non cambiano. La provincia di Brescia ne ha dichiarate 69 – più de triplo rispetto alle 22 del 2023 – a disposizione degli uffici, quella di Reggio Calabria 53, sebbene in lieve calo. Ma la passione per le auto blu resta. Ovunque.
Il conduttore di Quarta Repubblica ha ottenuto 50mila euro da Enav e affidamenti da regione Lazio e Liguria. Il volto di Dritto e rovescio ha vinto un appalto da 100mila euro con Sport e Salute. Tutti enti legati alla destra

(Enrica Riera e Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Di sera presentatori e cantori del governo Meloni, di mattina imprenditori con società che prendono appalti anche con enti pubblici. Non mancano contratti per migliaia di euro. Da società, come Sport e Salute, alle autorità portuali, fino alle Regioni: tutti legati comunque alla medesima area politica venerata nei talk show di cui sono i mattatori.
Porro e Del Debbio sono i volti più noti e influenti del melonismo televisivo. I megafoni mediatici della destra: in televisione, sui giornali. E ovviamente sui social. «Giorgia Meloni profuma di popolo. Quello che per molti a sinistra è un puzzo, per noi è un profumo», ha detto, dal palco di Atreju nel 2024, Paolo Del Debbio, presentatore di Diritto e rovescio su Rete4. Il principale esempio del retequattrismo, modello di informazione sovranista. Più di recente Nicola Porro, conduttore di Quarta Repubblica, ha messo nero su bianco sui social: «Bollo auto, addio a una tassa odiosa». Un claim che sarebbe stato perfetto per il sito di Fratelli d’Italia. Del resto il pensiero di Porro è noto: «Che piaccia o no Giorgia Meloni oggi è uno dei leader più influenti in Europa». Non a caso la presidente del Consiglio preferisce i loro salotti televisivi per le interviste. Trova un ambiente accogliente, disposto ad amplificare gli slogan. Ma, appunto, non c’è solo l’attività giornalistica, protesa verso il centrodestra.

Del Debbio, Porro, così come molti altri volti mediatici della destra, hanno le loro società che li porta ad avere rapporti con enti statali, che talvolta elargiscono compensi. Ricalcando quanto già raccontato su Daniele Piervincenzi, nuovo co-conduttore di Report, e socio della Outcast srls, beneficiaria di due affidamenti di 47mila euro totali dal Cnel di Renato Brunetta.
Nicola Porro è probabilmente uno dei nomi più noti nel giornalismo di area meloniana. Vicedirettore de Il Giornale e conduttore della trasmissione Quarto grado su Rete4, nonché della striscia quotidiana di approfondimento 10 minuti, Porro ha sempre amato definirsi un «liberale di destra», affermando in uno dei suoi libri che «le disuguaglianze fanno bene». Il giornalista risulta titolare di due società: una è Liberiliberi srl, in cui ricopre la carica di presidente del cda, mentre l’altra è la Lunifin srl, sempre società a responsabilità limitata. Porro è socio unico, la carica di presidente del cda è ricoperta dalla moglie, Allegra Galimberti.

La società di famiglia, con sede a Milano, è la vera gallina dalle uova d’oro, edita il sito web ufficiale del conduttore, Nicolaporro.it: il bilancio del 2025 riporta ricavi per 2,7 milioni di euro. Numeri che hanno di poco migliorato quelli già importanti del 2024, quando i ricavi ammontavano a 2,6 milioni di euro. Notevoli gli utili: 946mila euro per lo scorso anno, in quello precedente addirittura 988mila euro. La capacità di macinare utenti è alla base dei numeri importanti della Lunifin. Qualche introito, poi, arriva anche grazie a rapporti con enti pubblici.

L’ultimo in ordine cronologico risale al febbraio 2026, l’agenzia regionale per la promozione turistica della Liguria ha dato un affidamento diretto da 5mila euro alla Lunifin per una campagna promozionale della regione, presieduta oggi da Marco Bucci. I rapporti con le amministrazioni di centrodestra sono ottimi. Lo scorso anno la regione Lazio di Francesco Rocca ha assegnato un appalto, sempre da 5mila euro, per la campagna di comunicazione Ancora oggi sui servizi sanitari regionali. In precedenza, nel 2025, la società si era aggiudicata un affidamento da 50mila euro da parte dell’Enav, società pubblica che dipende dal ministero dell’Economia e delle finanze ed è sottoposta alla vigilanza del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. La somma è stata elargita per l’evento, del luglio 2025, «La Ripartenza. Liberi di Pensare», ideato da Nicola Porro. La stessa Enav aveva assegnato, nel 2023, un altro appalto, più piccolo, da 4.500 euro. L’anno precedente anche la Sace, il gruppo assicurativo-finanziario, controllato dal Mef, aveva fatto una campagna pubblicitaria da 8mila euro sul sito di Porro.

C’è poi il capitolo delle autorità portuali. A febbraio 2026 la società di Porro ha ottenuto 5mila euro dall’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia occidentale (che già nel 2024 aveva dato la stessa somma), guidata da Annalisa Tardino, già eurodeputata della Lega e molto vicina al ministro Salvini. Il leader leghista l’ha infatti indicata alla guida dell’ente che Autorità di sistema portuale (Adsp) del mare di Sicilia occidentale che gestisce e coordina e promuove i porti di Palermo, Termini Imerese, Trapani, Porto Empedocle, Gela e Sciacca. Affidamenti di simile importo sono arrivati da altre Adsp, in Liguria come nel Lazio. Intrecci tra pubblico e privato, tra informazione e politica. Porro, contattato da Domani, ci ha inoltrato la risposta di Lunifin srl: «Lunifin, editore della testata nicolaporro.it e organizzatrice de La Ripartenza, conta circa 140 tra inserzionisti pubblicitari e sponsor, privati e pubblici. I rapporti con gli enti citati sono contratti di pubblicità e sponsorizzazione, dello stesso tipo che quegli enti stipulano con numerose altre testate, compresa, ci risulta, Domani, e rappresentano una frazione del fatturato di Lunifin». Tuttavia, aggiungiamo noi, c’è una netta differenza: Domani è una Fondazione che non distribuisce utili, Porro unico socio che incassa tutto, oltre ai lauti stipendi di Mediaset e dagli Angelucci, che insieme arrivano a poco meno di un milione di euro.

Dunque, aggiunge la nota di Lunifin «sia il giornale sia La Ripartenza hanno raccolto pubblicità e sponsorizzazioni, anche da soggetti vigilati, con governi e amministrazioni di ogni colore, e non soltanto negli ultimi quattro anni. Non esiste alcun conflitto di interessi con l’attività televisiva di Porro. La raccolta pubblicitaria di Lunifin non ha alcuna relazione con le trasmissioni prodotte da Rti, società diversa, con una propria struttura editoriale indipendente».
Ma la questione non riguarda solo e soltanto Porro. Anche Paolo Del Debbio è uno dei nomi che si divide tra televisione pro-Meloni e attività private che vivono anche di fondi stanziati da enti controllati dalla politica. Già assistente dell’ex ad di Fininvest Fedele Confalonieri, Del Debbio, su Rete4 volto di Diritto e rovescio, è attualmente proprietario della società milanese Lumiere, che si occupa di campagne marketing.
Il bilancio del 2025 dice che l’azienda del giornalista ha un valore totale di produzione di non molto superiore ai 100mila euro, lo scorso anno ha chiuso con ricavi per 112mila euro e addirittura con una perdita di circa 26mila euro. Ma il vero affare Del Debbio l’ha fatto con un’altra sua società, ora in liquidazione, cancellata dal 2025. Si tratta di Idea workshop srl, con sede a Milano. L’azienda era attiva nel campo della comunicazione. Domani ha scoperto che nel 2023 Idea workshop ha ottenuto ben 100mila euro da Sport e Salute spa, l’azienda pubblica che come socio unico ha il ministero dell’Economia e delle finanze, nata su idea di Giancarlo Giorgetti ai tempi del primo governo Conte.

Il motivo dell’appalto? Servizi di «consulenza per la strategia e la creatività delle campagne online e offline». La gara risale al novembre 2022, alla precedente gestione di Sport e salute, quando l’amministratore delegato era Vito Cozzoli, mentre nel ruolo di direttore generale figurava Diego Nepi, attuale ad della spa, considerata la cassaforte dello sport. Del Debbio era stato scelto dunque per rilanciare l’immagine della società. Contattato da Domani, il giornalista ha detto: «Non vedo alcun tipo di conflitto di interesse. Meloni non c’entra. Si trattava di un lavoro di tre anni fa, richiesto a questa mia società che ora non esiste più. E poi nei miei talk c’è la stessa percentuale di ospiti della maggioranza e di quelli di opposizione. Tutti i leader, dal centrodestra fino ad Avs, si complimentano per l’equilibrio. Io ho fatto un tipo di televisione un po’ mirata, ma sono passati 25 anni. Vi è andata male».

Quel che è certo è che Porro e Del Debbio non sono i soli a mescolare la loro attività giornalistica, presentata come imparziale a difesa dell’esecutivo, con attività che gli garantiscono introiti da enti gestiti dalle stesse forze politiche venerate nei salotti dei loro talk show. (1-continua)
Con l’attuale legge elettorale il vantaggio sarebbe di 27 seggi tra Camera e Senato, con la riforma salirebbe a 118

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – C’è un dato, nelle simulazioni elaborate da Only Numbers sui dati delle intenzioni di voto realizzate per la trasmissione Porta a Porta, che merita di essere isolato dal resto e messo sotto una lente d’ingrandimento perché con la stessa identica distribuzione dei voti – centrodestra al 41,1% e centrosinistra al 43, 2% – il Rosatellum e lo Stabilicum produrrebbero due Parlamenti differenti nei numeri, ma non nell’esito politico. Infatti, con questi dati, nel confronto tra le due leggi elettorali, il “campo Largo” al gran completo resterebbe sempre la coalizione di maggioranza, tuttavia a cambiare in modo tutt’altro che marginale sarebbe invece l’ampiezza di questa maggioranza.

Con la legge elettorale in vigore dal 2022, il vantaggio del centrosinistra sarebbe di 12 seggi alla Camera e di 15 al Senato, mentre con la nuova proposta di legge elettorale, questo stesso vantaggio di voto si dilaterebbe fino a 78 seggi alla Camera e 40 al Senato. In questo senso, da un vantaggio di appena 2 punti percentuali si otterrebbe una rappresentanza parlamentare con un vincitore netto, in grado di governare con un’ampia stabilità. Questo non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, ma è la sostanza stessa della domanda che ogni riforma elettorale dovrebbe porsi e che si traduce in quanto deve pesare il consenso reale espresso dagli elettori, e quanto invece il meccanismo che trasforma quel consenso in seggi? Il Rosatellum, con la sua quota di collegi uninominali maggioritari, tende a premiare le coalizioni ampie e coese su scala nazionale. Lo Stabilicum, riequilibrando la componente proporzionale, potrebbe restituire una rappresentanza più fedele al voto reale, anche se questa fedeltà rischia di essere accentuata, o addirittura distorta, dal premio di maggioranza, ottenibile solo dalla coalizione che superi – a oggi – il 42% dei consensi.
In questa simulazione emerge con chiarezza l’importanza dei partiti al di fuori delle principali alleanze, e qui il riferimento va soprattutto a Futuro Nazionale e ad Azione. Il partito di Roberto Vannacci risulta ancora attrattivo per una quota significativa di elettori di centrodestra e, con il 7,4% rilevato dalle intenzioni di voto, otterrebbe 19 seggi alla Camera e 11 al Senato con il Rosatellum, che potrebbero diventare 24 e 12 con lo Stabilicum. Azione di Carlo Calenda, con il 3,3%, raggiungerebbe 8 seggi alla Camera e 1 al Senato con l’attuale legge elettorale, contro 11 e 5 con la nuova proposta. La riflessione che emerge da questi numeri è duplice. Da un lato, i partiti che si collocano fuori dalle grandi coalizioni sembrano essere i beneficiari più coerenti del passaggio allo Stabilicum: crescono in entrambi i rami del Parlamento, e nel caso di Calenda al Senato il salto da 1 solo seggio a 5 è proporzionalmente il più vistoso di tutta la simulazione. Dall’altro, per Giorgia Meloni la nuova legge elettorale rappresenterebbe un prezzo doppio perché, non solo la sua coalizione perderebbe seggi rispetto al Rosatellum, ma anche all’interno del centrodestra il non alleato Vannacci – che si posiziona proprio sul terreno identitario conteso con Fratelli d’Italia -, risulterebbe rafforzato più che proporzionalmente, sottraendo peso relativo al partito della premier nello stesso campo politico. È evidente che in caso di accordo tra il centrodestra e Futuro Nazionale questa alleanza garantirebbe alla coalizione un vantaggio in termini percentuali con entrambe le leggi elettorali accaparrandosi il massimo dei seggi distribuibili e blindando la governance. Basti pensare che, unendo aritmeticamente i consensi rilevati per le due liste, il centrodestra allargato a Vannacci supererebbe il 48% dei voti, ben oltre la soglia del 42% che fa scattare il premio di maggioranza. Un’ipotesi che ribalterebbe l’intero scenario qui descritto. In questo caso tuttavia, l’instabilità si presenterebbe non tanto nella capacità di vincere, ma in quella di governare con un alleato così “esuberante” all’interno della maggioranza.
Nel dettaglio dei partiti il salto più vistoso è quello attribuito al Partito Democratico, che alla Camera passerebbe da 63 a 111 seggi. Un balzo che dice più di molte analisi teoriche su come i sistemi elettorali distribuiscano il potere all’interno delle stesse coalizioni. Il fenomeno, del resto, non riguarda solo il centrosinistra perché guardando al peso di ciascun partito dentro la propria coalizione, la dinamica è perfettamente simmetrica. Alla Camera, Fratelli d’Italia passerebbe dal 38,8% dei seggi del centrodestra con il Rosatellum al 61,7% con lo Stabilicum, esattamente come il Partito Democratico salirebbe dal 33,2% al 50, 7% dei seggi del centrosinistra. Lo stesso schema si ripeterebbe al Senato. Un contrappunto curioso in questo esercizio matematico arriva da Forza Italia, che al Senato resterebbe fissa a 12 seggi in entrambi i sistemi. La nuova legge, insomma, non si limita a spostare seggi tra le due coalizioni, ma concentra il potere nel partito egemone di ciascun campo, comprimendo il peso relativo degli alleati minori anche quando questi ultimi guadagnano seggi in termini assoluti. È probabilmente da considerazioni di questo tipo che è nato tra i commentatori il soprannome “Melonellum”, coniato da chi ha letto la riforma come pensata per consolidare il vantaggio del governo in carica. I dati di questa simulazione raccontano, invece, l’esatto contrario, e sembrano quasi confermare quella sorta di superstizione che accompagna da sempre chi cambia la legge elettorale: il timore di perdere, alle elezioni successive, proprio con le regole che si è contribuito a scrivere. Uno strumento, insomma, che potrebbe rivelarsi un boomerang per chi lo ha voluto, capace di trasformare un vantaggio elettorale modesto in una sconfitta parlamentare netta. È un paradosso che dovrebbe indurre alla cautela sia i sostenitori più entusiasti sia i detrattori più netti della riforma.
Le leggi elettorali, per loro natura, producono effetti che raramente coincidono con le intenzioni di chi le scrive, e dipendono in modo determinante dai rapporti di forza del momento in cui vengono applicate, non da quelli immaginati al momento della loro approvazione. Su questo punto si dividono, legittimamente, due visioni della democrazia rappresentativa. Chi guarda con favore a una maggiore proporzionalità sottolinea che un sistema più fedele al voto reale riduce le distorsioni maggioritarie e restituisce dignità a ogni singolo voto, indipendentemente da dove sia stato espresso. Chi invece difende l’impianto attuale, o quantomeno una sua correzione più moderata, teme che un eccesso di proporzionalità renda più difficile la formazione di maggioranze stabili, aprendo la strada a governi meno coesi o a trattative post-elettorali più lunghe e opache. Sono argomenti che meritano di essere ascoltati entrambi, senza appiattire il dibattito sulla convenienza di parte del momento. C’è infine un’avvertenza che la stessa simulazione richiama e che vale la pena ribadire con la stessa insistenza con cui si sono diffusi i numeri: il testo dello Stabilicum non è ancora legge. Modificato dal Senato il 15 settembre rispetto alla versione approvata dalla Camera in luglio, dovrà affrontare una terza lettura a Montecitorio a partire dal 28 settembre, e nulla esclude che emendamenti ulteriori possano cambiare, anche sensibilmente, gli scenari qui descritti. Prima di trasformare questi numeri in certezze di vittoria o di sconfitta sarebbe saggio ricordare che si tratta, appunto, di una simulazione che fotografa un possibile epilogo, ma non ne garantisce nessuno.
La segretaria Pd al festival di Open, stretta di mano con Mario Calabresi ma non si sbilancia su una sua candidatura a Milano

(Miriam Romano – repubblica.it) – PARMA – «Molte proposte «condivisibili, se non sovrapponibili». Ma sull’Ucraina Elly Schlein marca la distanza dai Cinque Stelle. Proprio nel giorno in cui gli iscritti M5S approvano la linea di Giuseppe Conte per lo stop all’invio di armi a Kiev, la segretaria del Pd ribadisce dal Festival di Open a Parma che «fino a che non otteniamo un negoziato e una pace giusta per l’Ucraina è fondamentale sostenere un Paese che subisce un’invasione criminale». Un paletto che subito dopo ammorbidisce: «Discuteremo fino a trovare un compromesso, perché nessuno di noi intende mai più fare il favore alla destra di dividerci».
Del percorso appena concluso dal Movimento, Schlein dice di aver seguito con attenzione le proposte e di averne trovate «moltissime assolutamente condivisibili, se non sovrapponibili» a quelle del Pd e delle altre forze della coalizione. Sulle altre, Ucraina compresa, «discuteremo». Il punto di caduta, assicura, si troverà: «Quando ci mettiamo insieme governiamo bene».
Più sfuggente, invece, sui tempi. Enrico Mentana la incalza chiedendole quando si riunirà finalmente la coalizione per scrivere il programma comune. Schlein non indica una data e ribatte che quel lavoro in realtà è già cominciato e viene portato avanti «tutti i giorni». Cita il salario minimo e il congedo paritario, battaglie condivise già dal 2023. E rivendica il «lavoro testardamente unitario» costruito in questi anni.
Resta poi il nodo della leadership. Anche qui Mentana insiste, chiedendole se consideri prioritaria l’ipotesi che a guidare la coalizione sia chi ha più consenso rispetto alla strada delle primarie. Schlein non sceglie: «Prima il programma, lo chiede la nostra gente. Dobbiamo capire di quale progetto vogliamo essere coprotagonisti». Solo dopo, «o facciamo che guida chi ha più consenso, oppure faremo le primarie».
L’obiettivo dichiarato è costruire l’alternativa al governo. «Accanto a ogni critica mettiamo una risposta alternativa», dice Schlein, richiamando le proposte contenute nella lettera a Giorgia Meloni pubblicata su Repubblica.
Alla premier lancia però soprattutto la sfida sul voto: «È Giorgia Meloni che deve dire quando questo Paese deve andare al voto e per me prima è, meglio è. Quando sarà noi ci faremo trovare pronti».
E la costruzione dell’alternativa passa anche dalle grandi città. Su Milano Schlein ripete la stessa formula: «Prima il programma». Mentana le chiede di Mario Calabresi, tra i nomi per il dopo Sala, ma lei non si sbilancia e parla di «alcune figure validissime». Poi, dietro le quinte, proprio Schlein e Calabresi si incontrano. Una stretta di mano immortalata in una foto, qualche parola e l’intesa di sentirsi ancora. Nessuna investitura. Anche a Milano, almeno per ora, nomi e leadership possono aspettare. Ma l’ipotesi primarie è sempre più vicina anche nel capoluogo lombardo.

(Giancarlo Selmi ) – Questo è il governo delle barzellette. L’abolizione “struttural-temporanea” del bollo, appartiene alle barzellette pre-elettorali, di quelle hanno già riempito un’enciclopedia. Poi ci sono i ministri diffusori di barzellette: da Sangiuliano a Lollobrigida, passando per l’eterno e immancabile Salvini, l’ottimo Valditara e il mai domo e inarrivabile Tajani, ce n’è per tutti i gusti. Per chi ama le barzellette, certo.
Ma la barzelletta più grande e più esilarante di tutte è quella che narra la loro avversione (ahahah) a Vannacci. Quella sì che fa scompisciare, scusate il neologismo, dalle risate. Dicono che non lo vogliono. E qui casca il teatro, la gente si tiene la pancia, piange (per il ridere), che neppure con Johnny Stecchino che fa il finto invalido. Stanno al 38%, alla Meloni non basterebbe neppure per vincere l’elezione ad amministratore di condominio. Dicono che non lo vogliono?
Ma dai, parliamo di cose serie. Anche se con questa compagnia di guitti che ha occupato palazzo Chigi, la serietà è cosa appartenente alla fantasia, come le casette di marzapane delle favole di Andersen. Qualcuno dice che i Berlusconi non approverebbero. Lasciate che mi spacchi dalle risate. Preferirebbero un governo con Conte dentro che vuole una legge sul conflitto di interessi? No, certo che no.
Dicono che non lo vorrà Salvini. E qui le risate mi provocano problemi gravi. Ho bisogno di un defibrillatore. Fino alle prossime elezioni, Vannacci sarà al 10% e Salvini al 2%. Se non dovesse mettersi d’accordo con gli altri, compreso Vannacci, Salvini non troverà neppure il suo seggio che ha incollato al suo culo con tanta fatica. Si fa per dire, la fatica e Salvini abitano su due pianeti diversi. Vannacci quel seggio glielo scioglierà, forse lo ha già fatto, con l’acido.
Meloni ha l’occasione, con Vannacci dentro e con quella schifezza di legge elettorale che sta facendo approvare, di avere in mano (fra le altre cose, questo è un comitato d’affari, prima ancora di essere un governo) l’elezione del Presidente della Repubblica, si farà scappare l’occasione? Quindi Vannacci è già dentro, il resto sono barzellette. E, quindi, se dovessero vincere avremmo un governo più a destra e peggiore di questo, già pessimo.
Prepariamoci, dunque. Mandando affanculo i guerrafondai chiamati riformisti e Renzi. Con un programma che inverta paradigmi economici e privilegi la redistribuzione, che metta in primo piano chi non ce la fa e i settori più fragili della popolazione. Stop a guerre e riarmo. Investimenti nel welfare, attivazione di una carta dei diritti dei lavoratori. Riportiamo la gente a votare. Non ci sono alternative. O vinciamo o lasciamo il Paese al potere delle barzellette. Barzellette tragiche e fasciste.
Vi garantisco che in natura non esiste nulla di peggio.