Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Corona vuole la guerra? E guerra sia


MEDIASET, ‘CAUSA CIVILE DA 160 MILIONI DI EURO CONTRO CORONA’

(ANSA) –  “I singoli soggetti lesi, insieme a Mediaset e Mfe- Mediaforeurope, hanno deciso di promuovere azioni civili risarcitorie, per un importo complessivo di 160 milioni di euro, nei confronti di Fabrizio Corona e delle società a lui riconducibili, per danni reputazionali e patrimoniali”.

Lo si legge in una nota di Mediaset. “Quanto diffuso dal progetto Falsissimo e da Fabrizio Corona, attraverso una violenza verbale inaudita, costituisce un insieme di menzogne, falsità e insinuazioni”, si legge. Gli eventuali risarcimenti saranno destinati “alla creazione di un fondo per la copertura delle spese di assistenza legale delle vittime di stalking, dei reati rientranti nel cosiddetto Codice Rosso e di tutti i fenomeni di cyberbullismo”.

PIER SILVIO E MARINA BERLUSCONI, GERRY SCOTTI E ALTRI FANNO CAUSA A CORONA

(ANSA) –  I “soggetti lesi”, ossia che hanno subito danni e che hanno deciso di intentare, insieme a Mediaset e Mfe-Mediaforeurope, una causa civile da 160 milioni di euro contro Fabrizio Corona, sono Pier Silvio e Marina Berlusconi, Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi, Samira Lui. E’ quanto si è saputo da fonti Mediaset.


Ambasciata a Tajani, “per voi la Russia è colpevole di tutto”


(ANSA) – “Qualcuno dubita che la Russia sia colpevole sempre e in tutto?”. Così l’ambasciata russa in Italia risponde al ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ieri aveva denunciato una serie di cyberattacchi di matrice russa contro sedi diplomatiche e alberghi a Cortina.

Qualcuno, scrive l’ambasciata sul suo canale Telegram, dubita che la Russia sia colpevole anche “dello scioglimento dei ghiacciai sulle Alpi italiane, del maltempo in Sicilia, delle malattie dei pini romani, del calo di pesci spada nelle acque nostrane del Mediterraneo, nonché delle zanzare italiane incattivite…? Come tireremmo avanti se la Russia non esistesse?”.

Fonti Farnesina ad amb. Mosca, ‘cyberattacchi rivendicati da filorussi’ ++

 (ANSA) – ROMA, 05 FEB – In merito alle critiche mosse dall’ambasciata russa in Italia per quanto dichiarato ieri dal ministro degli Esteri Antonio Tajani sui cyberattacchi lanciati in occasione delle Olimpiadi invernali, fonti della Farnesina precisano che “sono stati gli hacker filorussi di Noname057(16) ad aver rivendicato e motivato l’attacco cyber ad ambasciate italiane e alberghi delle Olimpiadi di Milano-Cortina”.

“L’Italia – proseguono le fonti – non ha alcun pregiudizio contro la Russia, non è in guerra con la Russia, ma condanna la violazione del diritto internazionale prodotta dall’invasione dell’Ucraina.

E’ una guerra che la Russia sta continuando a portare avanti uccidendo cittadini ucraini e distruggendo installazioni elettriche, ospedali e strutture civili. L’Italia sostiene tutte le iniziative di pace favorite dagli USA e rivolge un appello alle autorità russe a negoziare con spirito costruttivo al tavolo delle trattative”.

Mosca, ‘accuse di Tajani su cyberattacchi sono calunnie’

(ANSA) – Mosca ha definito “calunnie” le accuse del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ieri ha denunciato una serie di cyberattacchi di matrice russa contro sedi diplomatiche italiane e alberghi a Cortina alla vigilia dell’apertura delle Olimpiadi invernali. “Se tali dichiarazioni vengono fatte senza prove, sono definite calunnie”, ha detto all’agenzia Ria Novosti la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.


Dopo Vannacci, il bivio di Meloni tra destra estrema e nuova Dc


Inseguire il generale potrebbe rivelarsi un errore: la premier potrebbe disperdere l’investimento politico verso il “collateralismo bianco” modello Dc

Reuters

(di Manuela Perrone – ilsole24ore.com) – Il «nuovo conservatorismo» di Giorgia Meloni, come è stato battezzato sulla stampa estera, potrebbe essere costretto a cambiare marcia. Dopo l’addio del generale Roberto Vannacci alla Lega, il centrodestra italiano si trova davanti a un bivio: la scelta tra la radicalizzazione e la normalizzazione, ovvero tra la rincorsa al fianco estremo e lo scivolamento dell’agenda verso il centro dello schieramento.

Il rischio di uno spostamento a destra del baricentro politico

«Sotto il profilo generale – spiega Fulvio Lorefice, political risk analist di Bistoncini Partners – la nascita di Futuro Nazionale potrebbe rappresentare un’ulteriore tappa dello spostamento a destra del baricentro politico in Italia: Fratelli d’Italia e Lega, all’esito delle elezioni del 2022, avevano 184 deputati (pari al 46% dei componenti dell’assemblea), mentre nel 1994 erano 226 (pari al 35,87%). Assumendo che Futuro Nazionale si collochi al di fuori della maggioranza attuale, come assicurato anzitutto dalla Lega, il primo rischio è la radicalizzazione dell’attuale maggioranza e al suo interno, più in particolare, di Fratelli d’Italia».

I costi della radicalizzazione

Ma inseguire Vannacci sul terreno della “radicalità” – innanzitutto sui temi della sicurezza, dell’immigrazione e del sostegno all’Ucraina – potrebbe inficiare, secondo Lorefice, «il grande investimento politico fatto da Meloni nei riguardi del “collateralismo bianco” (Cisl, Coldiretti, Comunione e Liberazione) con il ritorno positivo che ne è conseguito». Perché è stata innegabile la capacità della premier di coprire l’area di centro senza lasciare spazio a un’efficace concorrenza da destra, come quella di Matteo Salvini dell’ultimo triennio.

Una destra trumpizzata fino in fondo?

L’altro grande interrogativo è quanto il nuovo movimento vannacciano possa affermarsi come un tentativo di trumpizzare la destra italiana. «Il rapporto di Meloni con la galassia trumpiana – commenta Lorefice – è stato finora quasi un vinci-vinci. Ha beneficiato cioè del fenomeno fino a quando è stato remunerativo in termini di consenso, limitandosi ad importare elementi circoscritti e per lo più cosmetici della proposta e dell’immaginario Maga». Ma davanti alle posizioni più estreme – la minaccia di annettere la Groenlandia, ad esempio – Meloni ha preso le distanze, abbracciando con i partner tedeschi e francesi il pragmatismo europeo in difesa della Danimarca e della sovranità territoriale della Groenlandia. «Il lancio di un’offerta politica da parte di Vannacci, invece, potrebbe imporre a Meloni e a Fratelli d’Italia di fare i conti fino in fondo con l’universo trumpiano e i relativi cascami politici, con i costi che si possono immaginare».

«Sbriciolare il consenso potenziale» dei vannacciani

Alcune contromosse si renderanno comunque inevitabili, da qui in avanti, anche considerando il tempo che manca alle elezioni politiche del 2027 e che consente a Vannacci di organizzare le sue truppe in Parlamento e sui territori e di crescere. «Non stupirebbe – sostiene Lorefice – la promozione ex novo di proposte politiche, dentro e fuori alla coalizione di centro-destra, assimilabili a Futuro Nazionale, con l’obiettivo di “sbriciolare” quest’area di consenso potenziale e “drenare” o “deviare” i voti alle politiche». Quanto pesi quest’area è, però, tutto da vedere.

Il caso Italexit per l’Italia

Il confronto più facile è quello con Italexit per l’Italia di Gianluigi Paragone, «che però aveva – nota l’esperto – un profilo programmatico più forte, un populismo euroscettico per semplificare, e una leadership più debole. Futuro Nazionale ad oggi sembra incardinarsi su un bilanciamento opposto: profilo programmatico più debole, leadership più forte». Sappiamo come è finita: a dispetto dei sondaggi promettenti, Italexit si è fermato sotto il 2% sia alla Camera sia al Senato. Circostanza da cui lo stesso Paragone aveva tratto l’indicazione che non c’era «uno spazio al di fuori del perimetro del centro-destra».

Come leggere il boom di preferenze alle europee

È ancora così o il “fattore Trump” ha aperto questo spazio? Nell’era della personalizzazione della politica, Vannacci sembrerebbe avvantaggiato rispetto a Paragone. E parte forte delle 500mila preferenze ottenute alle europee del 2024, che oggi rivendica per annunciare che non si dimetterà da europarlamentare: «Sono voti miei». Come ricorda Lorefice, l’unica circoscrizione in cui, pur da capolista, non è arrivato primo per preferenze era quella insulare dove a prevalere è stato invece Raffaele Stancanelli. «Questi dati per annotare che al di fuori delle coalizioni è sempre molto dura. Puntare sulla leadership è croce e delizia, le dinamiche del consenso variano molto a seconda dei contesti territoriali».

Il ruolo dei media

Per Lorefice, bisognerà capire adesso quanto i media più legati alle opposizioni saranno incentivati «a “pompare” Vannacci nella logica di indebolire il centro-destra per vincere le elezioni», rendendo più concreto «il rischio che il lupo della destra cattivista, evocato non sempre a proposito in questi anni, possa materializzarsi in Parlamento al prossimo turno».

Il giudizio su Salvini

Quanto alla partita giocata dal segretario del Carroccio, Lorefice vede due tesi contrapporsi. Una è quella del “piccolo Salvini” che ha permesso alla Lega di snaturarsi con l’ingresso di Vannacci, «accentuando la perdita di contatto col Nord produttivo e assumendo un profilo di estrema destra che non si addice all’elettore medio leghista». Ma c’è anche un’altra tesi, più ardita: quella del “grande Salvini”, che «nel 2023 sarebbe stato capace di trasformare la “minaccia” Vannacci in una risorsa elettorale per la Lega, nei tempi duri successivi alle politiche 2022, e in un argine al dilagare di proposte radicali di destra nel nostro Paese, in concorrenza alle forze conservatrici».

La sfida di Meloni

Ora, però, quell’argine è crollato. E la patata bollente torna nelle mani di Meloni: se «le crisi sono opportunità», come la premier ama ripetere, questa potrebbe persino rappresentare l’occasione per neutralizzare definitivamente gli estremismi della “far right” e, grazie anche al rilancio della “Lega dei governatori”, prima trasformare Fdi nella nuova Balena bianca e poi, chissà, realizzare il sogno berlusconiano di federare il centrodestra sul modello dei repubblicani americani. Magari con l’aiuto di qualche centrista allergico al campo largo e alle nozze con il M5S, come Carlo Calenda.


Dl Sicurezza, c’è il fermo preventivo: ma il pm potrà annullarlo subito. Lo scudo penale solo per legittima difesa “evidente”


Dopo una serrata trattativa col Quirinale, il nuovo decreto legge viene leggermente edulcorato dal governo, ma conserva intatte le sue misure-bandiera

Dl Sicurezza, c’è il fermo preventivo: ma il pm potrà annullarlo subito. Lo scudo penale solo per legittima difesa “evidente”

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – Il fermo preventivo ci sarà, ma circoscritto e sottoposto al controllo del pubblico ministero. Lo scudo penale pure, ma dovrà essere “evidente” la sussistenza della legittima difesaDopo una serrata trattativa col Quirinale, il nuovo decreto-legge sulla sicurezza viene leggermente edulcorato dal governo, ma conserva intatte le sue misure-bandiera. A partire dalla possibilità per le forze dell’ordine, in occasione di manifestazioni, di “accompagnare nei propri uffici”, trattenendole per un massimo di 12 ore, persone “rispetto alle quali sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento” dell’evento di piazza, anche se non hanno commesso alcun reato. Rispetto alla bozza diffusa nei giorni scorsi, viene specificato che il pericolo dev’essere “concreto“, e non potrà essere desunto semplicemente dall’uso di “caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona”. Soprattutto, del fermo dovrà essere data “immediata notizia al pubblico ministero”, che potrà ordinare subito il rilascio se riterrà che sia stato eseguito senza i presupposti: nella versione precedente, invece, questo potere di controllo non era previsto.

Il provvedimento, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, contiene poi l’annunciato “scudo” pensato per gli agenti che sparano, ma valido per tutti i cittadini. “Quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione”, come la legittima difesa, chi ha sparato non verrà iscritto nel registro degli indagati, ma potrà godere di tutte le “garanzie della persona sottoposta alle indagini preliminari”, come la possibilità di nominare un difensore o di mentire se interrogato. A questo scopo, il nome del “non-indagato” verrà inserito con “annotazione preliminare” in un “separato modello“. Rispetto alla bozza, viene specificato che la causa di giustificazione dovrà apparire “evidente”.


Il mondo degli Epstein


(Andrea Zhok) – Spesso, quando si discute di ricchezza e giustizia sociale emerge la voce di qualcuno che riconduce ogni obiezione mossa agli eccessi patrimoniali a “invidia sociale”. L’idea che la “giustizia sociale” sia un concetto fallace risale niente meno che a Friedrich von Hayek e la sua versione popolare è che ogni discussione in termini di giustizia sociale sarebbe solo una forma di invidia per meriti superiori, per capacità superiori, per godimenti superiori.

Questo nietzscheanesimo d’accatto è molto diffuso anche perché si associa al timore che ogni critica alle grandi patrimonialità finisca per coinvolgere qualsiasi patrimonio, secondo l’infelice slogan “la proprietà è un furto”.

Ciò che sfugge sistematicamente a questo tipo di approccio è il fatto che esiste una cesura qualitativa tra le piccole patrimonialità, quelle che possono essere frutto di un lavoro qualificato, di capacità personali, di sacrifici e le patrimonializzazioni capaci di comprare le persone, di comprare i direttori di giornale, di comprare i ministri, di comprare i giudici, di comprare sistemi satellitari, di orientare politiche nazionali.

Nella forma di produzione storica al cui interno ci è capitato di nascere e che prende il nome tecnico di “capitalismo” il denaro non è più primariamente mezzo di consumo, ma Potere.

Le persone normali, quelli abituati a lavorare per vivere, pensano al denaro come a qualcosa che serve per dare sicurezza, per parare i colpi della fortuna avversa, per facilitare progetti, per consentirsi degli agi, per mangiare e bere meglio, e anche per apparire migliori agli occhi altrui. Tutto ciò potrà essere talvolta sacrosanto talaltra discutibile, a seconda del gusto con cui uno impiega il proprio denaro, ma non accede al livello superiore in cui il denaro si trasforma senza resti in potere.

Quel denaro che consente a un Musk di condizionare le sorti di una guerra in Europa attraverso Starlink, a un Trump di correre per la presidenza statunitense, a un Bill Gates di condizionare l’OMS e di essere ospitato da Mattarella al Quirinale, a un Larry Fink di poter ricattare con deflussi di capitali intere nazioni, e molto moltissimo altro che non appare e non deve apparire alla superficie, quel denaro appartiene ad una categoria qualitativamente differente.

Il Potere conferito dal grande capitale, tuttavia, è un potere particolare in quando non deriva da meriti reali o presunti, né dal riconoscimento altrui delle proprie facoltà. Il Potere del capitale si esercita in forme unilaterali, senza dover essere accolto o riconosciuto da chi vi è soggetto. Il Potere del capitale può esercitare la sua forza a prescindere dalla sua origine: può essere stato ereditato da un trisavolo brigante, ottenuto attraverso insider trading, la tratta degli schiavi o lo sfruttamento del lavoro minorile, e niente di questo retroterra appare sulla scena dove il denaro si fa Potere.

Le grandi patrimonializzazioni capitalistiche sono l’unica forma di Potere davvero assoluto, in quanto non deve ciò che è a nessuna procedura di legittimazione (salvo il funzionamento delle regole giuridiche che tutelano proprietà ed eredità).

Chi manipola un Potere immenso, non correlato se non accidentalmente con le proprie qualità e con i propri meriti, esercita intrinsecamente una violenza sugli altri, una violenza continua con la sua stessa esistenza. Il fatto che il denaro possa esercitare potere sugli altri senza che nessuno lo abbia riconosciuto come potere legittimo ha come antecedente storico soltanto le guerre di conquista o saccheggio. Ma quelle attività si esercitavano verso “gli altri”, le “popolazioni estranee”, mentre questa forma di Potere si può esercitare egualmente al di fuori e all’interno dei propri confini: qui tutti sono “estranei”.

Chi è abituato ad esercitare e pensare il Potere sugli altri come svincolato dalle proprie qualità, capacità o meriti pensa il Potere come arbitrio.

Questa relazione radicalmente unilaterale verso gli altri, per definizione impotenti, produce una forma mentis in cui qualunque cosa è dovuta, senza ragioni.

Al contempo, la consapevolezza profonda del carattere schiettamente arbitrario e infondato del proprio potere produce un costante timore di perderlo, giacché dopo tutto, esso è legato a chi lo detiene solo in modo completamente esteriore, e potrebbe di principio essere trasferito in un istante ad altri. La ricchezza è sempre contendibile.

L’abitudine ad esercitare un potere assoluto, impersonale, arbitrario, e tuttavia contendibile, tende a generare danni morali permanenti.

Li produce sulle persone circostanti, sulla società nel suo complesso, che si abitua all’arbitrarietà del potere-ricchezza e si abitua a confidare sempre meno sulle proprie qualità e sempre di più su spregiudicatezza, opportunismo, piaggeria, viltà.

Ma li produce anche e primariamente in chi esercita quel potere, che finisce per equiparare il mondo circostante e le persone che lo abitano come mezzi a disposizione per l’esercizio arbitrario della propria volontà, a prescindere da buone o cattive ragioni.

Questa è la prima delle ragioni strutturali che connettono l’esistenza di oligarchie finanziarie con forme di scompenso morale, nei casi più estremi, di autentica perversione.

Di una seconda ragione parleremo in seguito.


Sigfrido Ranucci: “Tosi mi querelò 19 volte per 36 minuti d’inchiesta”


Ranucci: «Ho scritto un libro per spiegare ai ragazzi la trappola dei social. Tosi mi querelò 19 volte per 36 minuti d’inchiesta». Il conduttore di Report: «Mi comporto come un trapezista. Quando sei un obiettivo, bisogna spostare l’attenzione da un problema all’altro»

Il conduttore Sigfrido Ranucci durante un photocall per il programma televisivo Rai, 'Report', Roma, 13 ottobre 2023. ANSA/ETTORE FERRARI

(di Renato Franco – corriere.it) – È uscito Navigare senza paura. Il libro per giovani esploratori digitali (edito da Ape Junior), un libro-gioco per orientarsi nella complessità del mondo digitale. Tutto ci si aspettava da Sigfrido Ranucci tranne un libro per ragazzi.

Come mai l’ha scritto?
«È un manuale di istruzioni su come orientarsi nell’epoca della navigazione digitale. Stiamo vivendo un cortocircuito generazionale che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Per la prima volta i più giovani sono in grado di insegnare qualcosa ai più anziani, ma i più anziani possono metterli in guardia da rischi che loro non vedono».

E dove l’ha trovato il tempo per scriverlo?
«Mi ha aiutato molto mio figlio Giordano che fa l’insegnante di sostegno: lui è stato fondamentale per trovare il linguaggio adatto ai ragazzi, che rappresenta l’aspetto più complicato. Devi coinvolgerli, non fargli la lezione».

L’informazione — e la disinformazione — passano ormai dal web.
«La speranza di un futuro migliore deve partire dai ragazzi. Il web è sì un grande strumento di libertà, ma è come se ci trovassimo di fronte a una sorta di bibliotecario ubriaco, perché non sai mai se i contenuti che ci propone sono veri o falsi. E in molti casi sono tossici».

Il libro si articola in quattro storie che parlano anche di intelligenza artificiale e fake news. Lei è critico nei confronti dei social.
«I social sono nati non come strumenti di informazione, ma di condivisione. Il meccanismo dell’algoritmo su cui girano le informazioni non è quello di privilegiare la verità, ma la loro notiziabilità, cioè la capacità di attirare clic. Ed è una trappola: questo consente di liberare e veicolare fake news e video manipolati».

Una storia del libro è dedicata alla condivisione dei contenuti.
«Sulla spinta dell’entusiasmo e dell’inconsapevolezza si corre il rischio di condividere un contenuto che poi non riesci a governare perché una volta premuto il tasto invio non puoi più tornare indietro. La finalità del libro è anche lanciare un warning: non fare qualcosa di cui puoi pentirti».

Mette anche in guardia dalla condivisione dei dati personali.
«Le piattaforme digitali speculano su questo aspetto: hanno la necessità di coinvolgere il più grande numero di utenti per un tempo più lungo possibile in modo da accaparrarsi dati, passioni e ideologie politiche, con la finalità di vendere dati e pubblicità».

È più difficile fare inchieste oggi rispetto al passato?
«La difficoltà più grande è muoversi in un ambito di delegittimazione continua e di tentativi di diffusione di fake news».

Un consiglio a chi si vuole avvicinare al mestiere?
«Non lasciarsi sedurre dalle tecnologie. Spesso i giovani confondono la tecnologia con il giornalismo, con i contenuti. La tecnologia è uno strumento. I contenuti invece devi andare sempre sul territorio a vederli con i tuoi occhi, perché devi mantenere la capacità di filtrare le informazioni e le notizie: non puoi pensare di fare informazione senza coltivare memoria e giudizio critico».

Perché dice di essere un trapezista?
«La teoria del trapezista è la teoria di Roberto Morrione, un grande direttore della Rai che è scomparso troppo presto, lui mi diceva sempre: quando diventi obiettivo di qualcuno passa al trapezio successivo perché così è più difficile colpirti».

In concreto?
«Basta vedere quello che è successo ultimamente. Poco tempo fa mi attaccavano per legarmi allo scandalo dossieraggio di Bellavia, che è uno scandalo che non c’è, come dimostrerà la storia. Subito dopo abbiamo scoperchiato la vicenda del trojan di Stato dentro i computer dei pubblici ministeri e di tutti gli uffici giudiziari. Quindi l’attenzione si è spostata tutta da un’altra parte. Questa è la teoria del trapezista: devi passare da un’inchiesta all’altra, da un problema a un altro, così nel frattempo è più complicato acchiapparti».

Vive sotto scorta da anni: quanta paura ha?
«La paura ce l’ho, l’ho sempre avuta. È un sentimento con cui convivo, ed è un sentimento che secondo me è importante perché in qualche modo mi tutela, ma tutela anche le persone care che mi stanno vicine. Il problema è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare. Se non hai coscienza della paura, il coraggio si trasforma in incoscienza».

Cosa risponde a chi dice che fa un uso politico delle sue inchieste?
«In qualsiasi luogo e contesto — teatro, libri, tv — ho sempre ritenuto il pubblico l’editore di riferimento, non sono mai mosso da una finalità politica. Se poi le nostre inchieste hanno una ricaduta politica, questo è un problema che non ci interessa, ci interessa chi raccoglie il messaggio. Il libro in coerenza con le mie inchieste ha una valenza esclusivamente sociale».

Come si sopravvive a 224 querele?
«Si sopravvive cercando faticosamente di dimostrare ancora una volta che avevi ragione, perché attraverso la credibilità passa tutto il mio lavoro e quello della squadra».

Mai persa una causa?
«Al momento no, per fortuna».

La querela più assurda?
«Quelle più assurde e temerarie le ha fatte Tosi una decina di anni fa: mi furono accollate 19 querele per un’inchiesta da 36 minuti, credo che sia un record mondiale. Sono state tutte archiviate».

Ogni tanto c’è qualche politico che le sta vicino, che le dimostra empatia e vicinanza?
«Nella maggior parte dei casi i politici ti stanno vicino nell’immanenza, non tanto perché credono in quello che fai, ma perché quello che hai detto può essere strumentale e funzionale ai loro scopi. Quindi la vicinanza politica la prendo per quella che è. Chi mi odia invece è chiaro, basta andare a vedere il numero di interrogazioni parlamentari nei miei confronti».

Qualche tempo fa ha detto di fare «una vita di merda»: è cambiato qualcosa?
«No, è pure peggiorata. Una vita di merda la facevo prima della scorta e continuo a farla anche dopo».

Si chiede mai: chi me l’ha fatto fare?
«Sì, me lo chiedo. L’energia più grande mi arriva dall’affetto della gente. La madre di una ragazza mi ha consegnato una lettera. Io l’ho ringraziata e lei mi ha gelato: è di mia figlia morta la scorsa settimana. Miriam, questa ragazza, aveva 20 anni, era bellissima ed è morta di tumore».

Cosa diceva la lettera?
«Ringraziava me e la mia squadra. Perché nei due anni di malattia Miriam ha sempre guardato Report e voleva ringraziarci del lavoro fatto per il bene comune. È stata una sensazione bellissima e allo stesso tempo un pugno nello stomaco, però mi ha fatto capire quanto può essere importante il nostro lavoro. Il giornalismo se lo fai per il bene comune, per la collettività, ti fa mettere da parte le amarezze e la stanchezza».

Conduce «Report» dal 2017: la pressione della politica è aumentata in questi anni?
«Devo dire che è sempre stata la stessa. Non abbiamo mai avuto un periodo facile. Ma direttori come Franco Di Mare, Antonio Di Bella, Andrea Vianello e Silvia Calandrelli hanno sempre difeso Report da tutto e da tutti. E non smetterò mai di ringraziare la Rai che in questi 35 anni mi ha consentito di essere libero nel fare giornalismo d’inchiesta: non è una cosa da poco».

Che lezione ne ha tratto?
«Uso una frase che viene attribuita spesso a Borges: ogni direttore che ho incontrato mi ha portato qualcosa di importante, qualcuno si è portato via qualcosa di me, qualcuno mi ha insegnato a non essere come lui».

Ha lavorato per dieci anni al fianco di Milena Gabanelli, che cosa le ha insegnato?
«Lasciarmi Report, suo figlio, è stato un gesto di grande generosità e fiducia. Ci siamo visti l’altro giorno, ci siamo abbracciati e mi ha detto una cosa bellissima: sei la mia soddisfazione».


L’anno Maga che ha svilito l’America – Colloquio con Steven Levitsky


Ha scavalcato il Congresso, usato le istituzioni, governato a colpi di ordini esecutivi. Ma ha soprattutto militarizzato il Paese. La deriva di Trump secondo il politologo Levitsky

(Donatella Mulvoni Manuela Cavalieri – lespresso.it) – È difficile individuare una singola decisione come la più grave di questo primo anno dell’amministrazione Trump. Ma se devo indicarne due, la prima è il modo in cui si è rivolto ai vertici militari, cercando di politicizzarli e di spingerli a concentrarsi su un presunto nemico interno invece che sulle minacce esterne». Poi, spiega a L’Espresso Steven Levitsky, uno dei maggiori politologi americani, docente a Harvard e studioso di derive autoritarie, «la decisione dell’amministrazione di non avviare nemmeno un’indagine dopo l’uccisione di Renee Good. Un messaggio gravissimo: bande paramilitari armate a volto coperto che pattugliano le città americane, terrorizzano i cittadini e possono uccidere impunemente».

Parole che risultano tristemente profetiche, quasi quanto uno dei suoi libri più noti, “How Democracies Die” (2018), scritto con Daniel Ziblatt. Il nostro colloquio avviene infatti poche ore prima dell’uccisione di Alex Pretti, infermiere trentasettenne, seconda vittima statunitense uccisa da agenti federali durante i raid anti-immigrati a Minneapolis. Un’esecuzione, come mostrano i video girati con i cellulari da diversi testimoni (dieci colpi di pistola, mentre si trovava già a terra), che non solo ha riacceso le proteste in tutto il Paese ma ha anche messo sotto pressione la Casa Bianca, spingendo il presidente a manifestare la volontà di allentare le operazioni dell’Ice e iniziare a collaborare con le autorità locali.

«La democrazia americana è scivolata in una forma soft di autoritarismo, quello che definisco autoritarismo competitivo», dice Levitsky. «Non siamo ai livelli di Russia, Venezuela o Turchia: lo spostamento è più lieve e, a mio avviso, reversibile. Ma la democrazia oggi è in coma, gli americani hanno tardato a capirlo». Per “autoritarismo competitivo”, il professore di Harvard intende un sistema in cui le elezioni restano formalmente in vigore, ma chi governa abusa del proprio potere. Certo, non sono mancate resistenza e mobilitazioni, né le denunce legali e gli stop imposti dai tribunali, che in più occasioni hanno bloccato o rallentato le iniziative dell’amministrazione. «Per fortuna c’è una società civile forte, con molte risorse per fermare Trump. L’opposizione più energica arriva dal basso, da città come Minneapolis; però è vero che i leader economici e sindacali sono rimasti in silenzio. Le università, in larga misura, hanno scelto di tacere. Molti si stanno auto-censurando» per paura di ritorsioni.

A dispetto dell’età, ottant’anni a giugno, dal 20 gennaio 2025 il presidente si è mosso a ritmo frenetico, concedendosi pause quasi solo per il golf nei suoi resort, soprattutto a Mar-a-Lago. In un anno ha firmato oltre 200 ordini esecutivi, incontrato quasi 100 leader stranieri e compiuto otto viaggi all’estero in 13 Paesi, dall’Asia al Medio Oriente fino al Regno Unito. Alcune promesse mantenute, altre rimaste sulla carta. In linea con l’agenda Project 2025, il manifesto della destra elaborato dalla Heritage Foundation,  la Casa Bianca ha smantellato l’impianto delle politiche “woke”, riducendo il riconoscimento di genere a maschile e femminile nei documenti ufficiali, e cancellando i programmi Dei (Diversità, equità e inclusione) dagli uffici federali. Ha militarizzato diverse città tra cui Washington con l’invio dei riservisti della Guardia Nazionale e lanciato una vasta offensiva anti-immigrazione, sebbene i numeri siano lontani dai 3.000 rimpatri al giorno annunciati. I raid dell’Ice nelle città democratiche colpiscono soprattutto persone senza precedenti penali, fermate in casa, al lavoro, mentre accompagnavano i figli a scuola.

Trump ha politicizzato le istituzioni: ha epurato funzionari di carriera da Dipartimento di Giustizia, Fbi e altre agenzie, sostituendoli con fedelissimi,  ha usato i finanziamenti federali come leva di pressione e il potere dell’esecutivo per delegittimare, intimidire o mettere sotto pressione chi ne contesta l’operato. In compenso, ha concesso 88 grazie e “perdonato” i ribelli dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Nel mirino anche le università con indagini su decine di campus e congelamento di miliardi di fondi per la ricerca già approvati dal Congresso. La stretta, presentata come lotta all’antisemitismo a seguito delle proteste pro-Palestina per Gaza, ha però inciso sulla libertà di espressione, con fermi e revoche di visti a studenti stranieri. In parallelo, Trump ha scavalcato il Congresso, smantellando agenzie, imposto dazi a nemici e alleati senza avere un mandato parlamentare. Ha attaccato costantemente i media (con cause da milioni di dollari) e svilito il ruolo della scienza (basti pensare alla scelta di un ministro della salute no vax).

Sul fronte internazionale ha incassato consensi per la fragile tregua a Gaza, ora nella seconda fase con l’avvio di una gestione transitoria del territorio e un’intesa palestinese su un comitato di transizione. Molto più lontana la pace in Ucraina, annunciata come imminente, ma mai realizzata. Anche la formula America First si è rivelata ambigua: il Trump Bis ha mostrato una marcata propensione all’intervento, dall’attacco alle infrastrutture nucleari iraniane all’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rivendicata nel solco della Dottrina Monroe. Fino all’ipotesi di acquisire la Groenlandia.

in tutto questo l’economia? Non è migliorata. Anzi, secondo il  conservatore Wall Street Journal, la situazione è lievemente peggiorata: la crescita è rimasta sostanzialmente invariata, l’inflazione è ancora un problema con l’indice dei prezzi al consumo aumentato del 2,7% su base annua a dicembre, mentre l’amministrazione è in rotta di collisione con la Fed sui tagli dei tassi. È in salita anche la disoccupazione, complice la mannaia abbattuta sui lavoratori federali dal famoso Doge (ormai estinto) dell’amico-nemico Elon Musk. Le finanze, però, vanno bene almeno per le sue tasche: gli affari continuano a prosperare grazie alla carica presidenziale, dall’immobiliare ai bitcoin, alimentando un evidente conflitto di interessi.

Resta il nodo del dossier Epstein: promesso integralmente in campagna elettorale, una volta al governo Trump ha preso tempo e, nonostante una legge ne imponesse la pubblicazione, gran parte dei documenti è ancora secretata.

Da sempre poco popolare, i sondaggi più recenti indicano che una parte crescente degli americani si è stancata dei suoi metodi. Secondo il Washington Post,  a gennaio il 57% dei giudizi è negativo. Un bilancio che contrasta con la lettura della Casa Bianca, che rivendica questi dodici mesi come «il primo anno più incisivo di qualsiasi presidenza nella storia moderna». D’altra parte, lo zoccolo duro Maga continua a considerarlo il «miglior presidente di sempre», citando il calo dei reati, degli ingressi irregolari alla frontiera e dei morti da overdose da fentanyl.

Solo apparentemente sembra inutile parlare di fact-checking. «Esistono ancora elettori indipendenti sensibili alla realtà. È per questo che l’opposizione ha buone possibilità di vincere le elezioni di metà mandato a novembre», avverte Levitsky. Sempre che Trump non provi a metterci le mani, come già fece nel 2020 nel tentativo di ribaltare la sconfitta contro Joe Biden. I continui accenni a un possibile terzo mandato, per tanti non hanno affatto il tono di una battuta.

Intanto nel Partito repubblicano la corsa alla successione è iniziata: in pole resta il vicepresidente J.D. Vance, volto giovane e caro alla base Maga, ma cresce anche il peso del segretario di Stato Marco Rubio, sempre più centrale alla Casa Bianca. Un delfino ci vuole,  perché c’è un fattore che pesa sempre di più: la salute del presidente più anziano che si sia mai insediato. Mangia McDonald’s, beve Diet Coke, dorme poco e conduce una vita sedentaria. Le apparizioni pubbliche suggeriscono qualche cedimento: si appisola durante le riunioni, perde il filo del discorso, confonde nomi e ruoli. I lividi frequenti sulle mani (che attribuisce all’aspirina assunta per la prevenzione cardiaca) e i gonfiori alle gambe, mitigati da calze a compressione, alimentano interrogativi che lui liquida rivendicando la salute di un toro.

Nell’America di Donald Trump la parola «fascismo» non è più tabù. Ma, avverte Levitsky, «a un autoritarismo si può sempre reagire, non esiste un punto di non ritorno». Il vero nemico è il tempo: più passa, più la finestra si chiude e riportare ossigeno alla democrazia diventa difficile.

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Clienti in coda in un supermercato a Washington
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repressione dell’Ice a Minneapolis


Guardia Sanframondi, Rinascita Guardiese: “Patto territoriale Valle Telesina”


Accadde oggi: 5 febbraio 2000

L’associazione RINASCITA GUARDIESE continua la pubblicazione di  documenti  inerenti la storia guardiese per coltivare la memoria e …progettare il futuro partendo dal passato

 Il Sindaco Ceniccola propone ai Sindaci della valle telesina di avviare una progettualità intercomunale:          

     “PATTO TERRITORIALE VALLE TELESINA”

Sala Convegni – Castello Medievale

Il Sindaco Ceniccola chiede di  approvare un protocollo d’intesa per valorizzare e mettere in sinergia i centri storici presenti in valle telesina e realizzare una moderna rete di accoglienza turistica.

Fono-registrazione del  discorso pronunciato il 5/2/ 2000

  “Cari amici, egregi colleghi sindaci,

vi saluto e vi ringrazio dal profondo del cuore per non aver fatto cadere nel vuoto il mio invito. Siamo qui per approvare pubblicamente  il protocollo d’intesa  sottoscritto in data 23 novembre 1999 presso il comune di Guardia Sanframondi con il quale abbiamo manifestato l’intento di predisporre un Patto territoriale denominato “Valle Telesina” inteso come strumento necessario per realizzare una moderna rete di accoglienza turistica.  Qual’é l’idea-forza che è alla base di tale progettualità? In poche parole, l’idea è di dare nuova vita ai nostri centri storici per la realizzazione di una moderna rete di accoglienza turistica che può davvero rappresentare un’occasione straordinaria per uno sviluppo vero e duraturo di queste nostre comunità. Per farla breve, l’idea è quella di attuare un recupero ambientale coniugando un adeguato sviluppo economico con una migliore vivibilità sociale. In primo luogo, si prevede un’azione specifica di recupero dei centri urbani dei comuni di maggior interesse storico, quali Guardia Sanframondi, Cerreto Sannita, Castelvenere, San Lorenzello, Faicchio, Cusano Mutri, Pietraroja, Amorosi, San Salvatore Telesino, Puglianello, San Lorenzo Maggiore, San Lupo, attraverso interventi di recupero di insediamenti più interessanti, con impianti e attrezzature. Considerando, inoltre,  che nell’area della valle telesina si prevede un trend turistico in crescente aumento, si intende intervenire valorizzando tutte le straordinarie risorse ambientali e naturalistiche, finora scarsamente utilizzate o abbandonate. Mi riferisco al lago di Telese, le sorgenti del Grassano, i siti archeologici dell’antica Telesia. Infine, nel nostro progetto si prevede un miglioramento dei collegamenti tra i diversi centri interessati. In conclusione, nel rinnovare i miei più sinceri ringraziamenti per aver immediatamente condiviso questa straordinaria progettualità cedo volentieri il microfono per ulteriori approfondimenti di questa nostra idea progettuale che ha già suscitato interesse da parte di numerose amministrazioni locali”. 

P.S. Per amore di verità, è doveroso stigmatizzare che i governanti subentrati al Sindaco Ceniccola, in preda ad una vera e propria furia distruttiva, non hanno esitato ad affossare anche questa straordinaria progettazione intercomunale indicata come “Albergo diffuso” che aveva suscitato grande interesse a livello provinciale.

    Infine, basta ricordare questa straordinaria concertazione progettuale per sbugiardare clamorosamente i 9 consiglieri dimissionari che hanno falsamente accusato il Sindaco Ceniccola di aver “bisticciato con tutti, anche con i comuni vicini” per giustificare la decisione di mandare a casa un Sindaco eletto da ben 2026 cittadini-elettori e che aveva avviato, per davvero, la rinascita guardiese …

Ai cittadini l’ardua sentenza! 

RINASCITA GUARDIESE                                                                


Liste d’attesa, Auriemma (M5S): “Fallimento del governo Meloni”


“Il nuovo allarme lanciato dalla Fondazione GIMBE certifica ciò che il Movimento 5 Stelle denuncia da tempo: il decreto del Governo Meloni sulle liste d’attesa è un fallimento totale.

A 18 mesi dall’approvazione del provvedimento, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: zero benefici concreti per i cittadini. Mancano ancora due decreti attuativi fondamentali e la cosiddetta piattaforma nazionale sulle liste d’attesa è una scatola vuota, con dati incomprensibili, frammentati e senza alcuna reale trasparenza su Regioni e strutture sanitarie.

Il Governo aveva promesso una svolta storica, ma ha prodotto solo propaganda e annunci. Le liste d’attesa restano interminabili, milioni di persone sono costrette a mettere mano ai propri risparmi per curarsi nel privato oppure, cosa ancora più grave, rinunciano alle cure. Il diritto alla salute viene così calpestato ogni giorno, nel silenzio colpevole dell’esecutivo.

Questo non è semplice immobilismo o inefficienza ma una precisa scelta politica: lasciare che il Servizio Sanitario Nazionale venga progressivamente smantellato, favorendo la sanità privata e scaricando i costi sulle famiglie. È una deriva inaccettabile che colpisce soprattutto i più fragili Il Governo Meloni smetta di nascondersi dietro slogan e assuma finalmente le proprie responsabilità. La salute non può essere un lusso, né un privilegio per chi può permetterselo. Il Movimento 5 Stelle continuerà a battersi in Parlamento e nel Paese per difendere la sanità pubblica e universale, come sancito dalla nostra Costituzione”. Così in una nota Carmela Auriemma, Vicecapogruppo M5S alla Camera e Coordinatrice provinciale napoletana.

Ufficio stampa

On. Carmela Auriemma

Vicepresidente Vicaria del Gruppo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati
Coordinatrice M5S Provincia di Napoli

auriemma_c@camera.it


Il piffero di montagna Salvini e Vannacci l’incursore: chi frega chi con la scissione?


La commedia è finita secondo le previsioni: il generale ingrato ora deve provare a chiudere il salto carpiato, l’altro è andato per suonare ed è stato suonato

Il piffero di montagna Salvini e Vannacci l’incursore: chi frega chi con la scissione? | L’analisi

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Lui: “Ingrato!”. L’altro: “Il traditore sei tu!”.

Chi frega chi? Decidere chi tra Matteo Salvini, il capitano della Lega, e Roberto Vannacci, l’incursore del Col Moschin, abbia avuto la peggio è questione decisamente aperta. La faccenda si fa seria e trova la sua radice quadrata, la ragion pura del dissidio, nel grande slam dell’irriconoscenza.

C’è stata scaltrezza nell’acchiappare al volo il generale scrittore, l’autore de “Il mondo al contrario”, il libro campione d’incassi, nuova voce della società nascosta che ha voglia di più destra, più di quanto perfino Giorgia Meloni possa offrirgliene?

“Attento che ti frega”, dissero a Matteo i colonnelli capricciosi, in prima fila i governatori del Nord sempre più allergici alla linea di comando. Ma lui replicò esibendo i risultati elettorali e obbligando tutti al silenzio: il partito, grazie a Vannacci ingaggiato in zona Cesarini, aveva ottenuto quasi il 9 per cento, l’8,97 per la precisione. Silenzio in sala, infatti. Per soprammercato, intuito che il filone vannacciano era in quelle settimane come la pizza margherita, pietanza popolare a buon prezzo, il paracadutista della Folgore venne lanciato a Pontida e nominato sul campo per meriti straordinari vicesegretario.

“Io non tradisco, io conosco la lealtà” disse lui chiamato a sedare l’ansia leghista proprio nel pratone verde: un giuramento contro i fastidiosi refoli di vento sul voltafaccia in arrivo.

La commedia è finita nei tempi attesi e secondo le previsioni della vigilia. Vannacci, ovvero l’ingrato, ora deve provare a finire in piedi il salto carpiato e augurarsi di non finire, come ci ricorda la filastrocca, giù per terra.

Poi, vero, c’è Matteo: per adesso ha fatto la figura di quei pifferi di montagna che andarono per suonare e vennero suonati.


Da Adinolfi a Cicalone, da Corona a Soumahoro: l’improbabile corsa al nuovo partito di Vannacci


Da Adinolfi a Cicalone, il nuovo partito di Vannacci stuzzica gli influencer. Nella Lega, sono tre i deputati vicini a Vannacci. Nessuno però ha formalizzato l’addio, tanto che dai vertici è arrivato l’aut aut: decidete

Da Adinolfi a Cicalone, il nuovo partito di Vannacci stuzzica gli influencer

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – Mollato in blocco dai giornali di destra (non solo quelli del gruppo Angelucci, che lo dipingono come un disertore), con le pressioni montanti nel centrodestra perché spengano i riflettori anche le trasmissioni sovraniste targate Mediaset, e neanche a dirlo la Rai, che mezzo resta a Roberto Vannacci per fare proseliti e ingrossare le fila del suo partito neonato? Per ora si offrono gli influencer. «Sogno un tridente Adinolfi-Vannacci-Corona», va dicendo da qualche giorno Mario Adinolfi, tirando in ballo Fabrizio Corona, che pure ha ventilato una sua discesa in campo tramite il suo Falsissimo (ma visto il carattere del personaggio, difficilmente farebbe da secondo al generale). Lo stesso Adinolfi pubblica su Instagram un manifesto di questo tridente immaginario, con Corona e Vannacci, tutti in preghiera sotto un crocifisso, una colomba-Spirito santo e le bandiere americane. Titolo: «Difensori della cristianità e dei valori morali». Pare interessato pure Simone Ruzzi, in arte Cicalone, lo youtuber delle ronde anti-borseggio nel metrò di Roma, coccolato a destra, ma corteggiato sottotraccia pure dai 5 Stelle. «Vannacci? Disponibile a collaborare – diceva ieri al Foglio – Candidarmi? Mi servono garanzie».

Intanto l’ex incursore cerca truppe parlamentari. Per ora l’unico ad associarsi al suo Futuro nazionale è stato Emanuele Pozzolo, il deputato pistolero espulso da FdI, certo che «Vannacci sarà il de Gaulle italiano». Nel tam tam impazzito di Montecitorio, c’è chi fa questa ipotesi: «Sapete chi sarà il prossimo? Aboubakar Soumahoro». L’ex rossoverde al telefono non risponde.

Nella Lega, sono tre i deputati vicini a Vannacci. Nessuno però ha formalizzato l’addio, tanto che dai vertici è arrivato l’aut aut: decidete. Edoardo Ziello ieri pomeriggio rispondeva così: «Perché dovrei lasciare il gruppo della Lega?». Però aggiunge sibillino: «Del doman non v’è certezza». Rossano Sasso si sbilancia di più: «Potrei lasciare la Lega e andare nel gruppo misto. Deciderò a breve, venerdì torno in Puglia e sentirò i miei amici e la mia famiglia». Sasso conferma le chiamate da Salvini: «Ci siamo sentiti». Domenico Furgiuele pare invece frenare: «Non sono vannacciano, sono leghista». Indica pure la spilletta di Alberto da Giussano, prima di mostrarsi infastidito per la calca di cronisti interessati alle sue sorti. «Non fate questo codazzo, sennò sembra davvero che sono una persona seria». E come dargli torto.


Bannon: “A novembre faremo circondare i seggi dall’Ice”


(ANSA) – WASHINGTON, 04 FEB – L’ideologo dell’estrema destra Usa Steve Bannon ha espresso il suo sostegno alla spinta di Donald Trump per “nazionalizzare” le elezioni, invitando il presidente a schierare agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) e truppe militari nei seggi elettorali per impedire ai non cittadini di votare, richiamandosi a una teoria cospirativa — infondata — su presunti brogli elettorali diffusi nelle elezioni del 2020.

“A novembre faremo circondare i seggi dall’Ice. Non resteremo qui a permettervi di rubare di nuovo il Paese”, ha detto Bannon nel suo podcast. “Potete lamentarvi, piangere e fare tutti i capricci che volete, ma non permetteremo mai più che un’elezione venga rubata”, ha aggiunto l’ex stratega della Casa Bianca.


Da oggi non è più in vigore il Trattato sul disarmo nucleare tra USA e Russia


(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – È stato firmato nel 2010, prorogato in extremis nel 2021 e scadrà oggi, 5 febbraio 2026: si tratta del Trattato per il contenimento degli armamenti strategici New START, ultima carta siglata tra Washington e Mosca sulla proliferazione di armi nucleari. Il trattato impone limiti vincolanti al numero di testate nucleari dispiegate dalle due superpotenze. Sul tavolo resta ancora la proposta russa di estendere il trattato di un ulteriore anno, ma gli USA continuano a proporre la stesura di un accordo nuovo. Il portavoce del Cremlino aveva già ricordato che scrivere una carta da zero è «un processo lungo e complesso», sostenendo che «dopo la scadenza del New START, emergerà una lacuna nel quadro giuridico per la stabilità strategica».

Il trattato, siglato dai presidenti Barack Obama e Dmitry Medvedev, prevedeva per entrambe le parti un massimo di 700 missili balistici per parte, 1550 testate nucleari e 800 lanciatori, schierati e non, per questi vettori. Il trattato prevedeva inoltre ispezioni in loco e scambio di notifiche sui movimenti delle forze atomiche. Esso rappresenta l’ultimo di una serie di accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty), il primo dei quali fu siglato il 31 luglio 1991 a Mosca dai presidenti George H. W. Bush e Mikhail Gorbachev, a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nel febbraio 2023, a un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina, la Russia decise di sospendere la propria partecipazione al New START e, successivamente, Washington si rifiutò di negoziare un trattato nuovo – in particolare che non comprendesse la Cina. Nel settembre 2025, Putin si è detto favorevole a continuare a sottostare ai limiti quantitativi del trattato per un anno dopo la scadenza, ma solo a condizione che gli USA facciano lo stesso. Tuttavia, fino ad ora, Washington non ha intrapreso alcuna azione concreta per rispondere alle proposte russe.

Di fatto, secondo quanto riporta Reuters, una nuova proroga del trattato non è possibile, in quanto ne è stata già fatta una nel 2021 dall’allora presidente Biden, che accettò di allungarlo per cinque anni. In merito all’attuale scadenza, all’inizio di gennaio il presidente statunitense non si è mostrato molto preoccupato: «se scade, scade» ha dichiarato al New York Times, «ne faremo semplicemente uno migliore». Come sottolineano gli scienziati sulla rivista Bulletin of Atomic Scientists, inoltre, il trattato presentava alcune criticità: ad esempio, non limitava la quantità di armi nucleari non strategiche nè i nuovi sistemi d’arma strategici. A partire da maggio 2023, inoltre, gli USA non hanno più reso pubblico alcun dato aggregato. Barack Obama ha commentato come lasciar cadere il trattato «cancellerebbe inutilmente decenni di diplomazia e potrebbe innescare un’altra corsa agli armamenti che renderebbe il mondo meno sicuro».

Intanto, la società civile prova a intraprendere iniziative affinchè il vuoto normativo venga colmato. La rete pacifista Peace Link invita i cittadini a mobilitarsi, inviando al ministro degli Esteri del proprio Paese una lettera al fine di esercitare pressione sui governi per richiedere il rinnovo del documento. «Il New START rappresenta attualmente l’ultimo accordo esistente che limita le dimensioni degli arsenali nucleari degli Stati Uniti e della Russia. Lasciarlo scadere costituirebbe una grave battuta d’arresto nel controllo internazionale degli armamenti e renderebbe ancora più instabile una situazione globale già estremamente fragile», riporta il testo.


Decreto sicurezza, Riccardo Noury (Amnesty International): “L’Italia di Meloni va verso l’autoritarismo”


Il portavoce dell’ong racconta le pericolosità del nuovo pacchetto sicurezza pronto a essere varato dal Governo tra fermo di 12 ore e scudo penale: «Una garanzia di impunità. Niente per la tutela delle piazze dove il dissenso viene criminalizzato mentre la richiesta di numeri identificativi per gli agenti resta inascoltata. Tra lacrimogeni e taser, la protesta pacifica è a rischio»

Riccardo Noury (Amnesty International)

(Simone Alliva – editorialedomani.it) – Una lentissima erosione. La stretta sul dissenso, sulla possibilità di agire nello spazio pubblico è qualcosa che è iniziato a poco a poco ma non ce ne siamo accorti. Distratti da altro: polemiche del giorno, scontri e battibecchi sui social. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia dal 2000 a Resistenze indica la ferita originaria, quella mai più rimarginata, lasciata lì a infettare la possibilità di dissenso e di difesa delle libertà civili: «È dal G8 di Genova», dice. Lì qualcosa si è rotto. Bisognerà fare un bilancio in questo quarto di secolo trascorso ma il risultato è già qui, basta aprire gli occhi per vederlo: le iniziative del governo Meloni, dai pacchetti sicurezza all’uso crescente di lacrimogeni nelle manifestazioni («A Udine uno ogni due persone. A altezza uomo»). I morti a causa dell’uso improprio dei taser («Il manganello di domani»). La criminalizzazione: «Siamo in un momento di picco», dice. Come su un crinale, possiamo precipitare o resistere.

Riccardo Noury, qual è l’analisi di Amnesty International sulle iniziative per la sicurezza del governo Meloni?

Neanche otto mesi dopo un primo pacchetto di norme securitarie già si pensa al secondo. E questo non credo voglia significare che il primo ha fallito, ma conferma questa spinta verso l’autoritarismo di questo governo, che aumenta le garanzie per le forze di polizia e le toglie alle persone che manifestano in maniera pacifica. L’agire nello spazio tipico del dissenso, cioè le piazze, è a rischio. Una cosa che non solo Amnesty International ha rilevato, ma anche altri organismi europei, che vedono una reale minaccia alla libertà di manifestare.

Il pacchetto sicurezza prevederà uno scudo penale per gli agenti e il fermo di 12 ore. Il governo difende queste iniziative dicendo che sono una tutela anche per la gente che manifesta. Che ne pensa?

Dipende. La gente o l’agente. È un apostrofo che fa la differenza. Se è per la gente che manifesta direi di no. Si è iniziato a parlare di questo secondo pacchetto sicurezza prima dei fatti di Torino, risale a quell’aumento molto forte della solidarietà dei cittadini con la popolazione di Gaza nella seconda metà dell’anno. È ben possibile che i fatti del 31 gennaio a Torino abbiano costituito un’ulteriore accelerazione. È una costante di questo governo restringere gli spazi di espressione del dissenso, penalizzare la protesta pacifica, estendere sicurezza alle forze di polizia ed estendere insicurezza alle persone che manifestano. Ma vorrei aggiungere un elemento in più.

Prego.
In questa situazione, in cui c’è una ricorrenza di scontri tra una esigua minoranza dei partecipanti alle manifestazioni e le forze di polizia, si produce un doppio effetto deterrente per le persone. Il primo è che, grazie anche alle narrazioni dei mezzi di informazione, sembra che sia tutta violenza, tutto scontro. Il secondo è che, soprattutto se si tratta di persone giovani, la deterrenza è costituita da manganelli, lacrimogeni e cannoni d’acqua. C’è una serie di conseguenze combinate che preoccupano. Sappiamo bene che quando la piazza si muove, la piazza costringe a trattare un tema, che sia la crisi climatica o la Palestina.

Ha parlato dell’uso dei lacrimogeni che però è una costante negli scontri di piazza tra forze dell’ordine e manifestanti.

Però è in aumento. Prendo come parametro le dichiarazioni ufficiali della Questura di Udine dopo il 14 ottobre: hanno utilizzato una quantità di lacrimogeni, rispetto al numero di manifestanti, che equivale a un lacrimogeno ogni due persone. È presto per dire se questa proporzione sia rimasta tale o peggiori a Torino, stiamo ancora visionando filmati e documenti. Il punto è che si usano i lacrimogeni in maniera illegale: spesso non c’è un preavviso, spesso vengono usati ad altezza persona e in modo indiscriminato e massiccio. Il risultato è che di fatto si sciolgono le manifestazioni, danneggiando il diritto di protesta pacifica. Le forze di polizia devono contenere le minacce usando una forza necessaria e proporzionale; quando usano una forza non necessaria, anziché tutelare chi protesta pacificamente e isolare chi sta usando violenza, arrecano un danno alle persone che esercitano un diritto fondamentale. Questo è molto ricorrente».

Per il partito della Presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, il problema è un altro. «La polizia ha le mani troppo legate», dice per esempio il deputato Giovanni Donzelli.

Queste frasi sulle mani legate le ho sentite in un precedente molto pericoloso nella seconda metà degli anni Dieci, quando si parlava dell’introduzione del reato di tortura. Come a dire: se non torturano non possono lavorare. È una frase che danneggiava prima di tutto gli operatori delle forze di polizia, che nella maggior parte dei casi fanno un lavoro difficile e lo fanno bene. È una frase con un effetto intimidatorio molto forte: verrebbe da chiedersi che altro dovrebbero fare.

Del resto Giorgia Meloni si è mostra in passato favorevole a modificare o togliere il reato di tortura.

Sì, fu avversaria all’opposizione e in campagna elettorale promise che sarebbe stato rivisto una volta al governo. Non vorrei svegliare il can che dorme, ma temo che sia già sveglio e che non ce ne stiamo accorgendo.

La piazza è da sempre nel mirino: dal decreto anti-Rave in poi. Amnesty ha monitorato la sua applicazione. Queste iniziative che fine fanno?

Si potrebbe dire che sono espressioni di una volontà di dare risposte apparentemente securitarie, ma bisogna guardare alle conseguenze. Rispetto al primo decreto sui rave, ricordiamo cosa è successo a Campo Galliano, in provincia di Modena, tra ottobre e novembre 2025: uno sgombero di 5mila persone e uno spiegamento enorme di forze di polizia, cariche violente, lanci di lacrimogeni e il tentativo di procedere all’identificazione di tutte le persone partecipanti. Non sono soltanto misure bandiera. Il primo pacchetto sicurezza non è privo di conseguenze, nella misura in cui introduce pene per una serie di reati e 14 nuove fattispecie di illeciti, buona parte delle quali legate a forme di manifestazione del dissenso. Questo ha una sua attuazione. Questo secondo pacchetto, tra fermo di 12 ore e scudo penale rafforzato, può voler dire, soprattutto rispetto allo scudo, una garanzia di impunità.

Abusi e violazioni da parte di chi dovrebbe per mandato garantire la sicurezza di tutti sono una storia ben nota.

Noi abbiamo ancora una legge mancante sui codici identificativi. La sua necessità è emersa 25 anni fa durante i processi per torture e altre violazioni dei diritti umani commesse durante il G8 di Genova. Da allora la richiesta è stata avanzata da Amnesty International a più governi di segno diverso. La campagna vera e propria l’abbiamo lanciata nel 2011. In 15 anni si sono succeduti governi di segno contrapposto e non ce n’è stato uno sotto il quale questa proposta abbia ottenuto una minima apertura. Nel frattempo quasi tutti gli altri Stati dell’Unione europea l’hanno adottata: siamo rimasti noi e altri quattro. Le forze di polizia fanno un lavoro encomiabile sotto molti punti di vista. Rafforzare le garanzie per i cittadini, garantendo che non ci sia impunità per le singole persone appartenenti ai corpi di polizia sospettate di aver violato i diritti umani, e dunque consentire processi che possano terminare con condanne quando le prove sono accertate: è una garanzia per tutti. Ripristina anche un rapporto che da Genova 2001 si è incrinato.

Cinque morti con le pistole a impulso elettrico nel 2025. Che cosa ci dicono?

O la definizione di arma non letale è una presa in giro, oppure queste armi dovevano essere affidate a persone iperformate e invece la diffusione è stata di massa. Cinque morti di taser nel 2025, su un totale di sette nel 2022, indicano un’escalation che rischia di renderle un’arma ordinaria. Non voglio nemmeno immaginare la distopia dell’uso del taser durante le manifestazioni, ma neanche voglio pensarci. Diventerebbe il manganello di domani.

Lei pensa che in Italia siamo scesi a un livello più basso rispetto al passato riguardo alla libertà di dissenso? È molto pericoloso anche per chi dissente in maniera “allegra”, pensiamo ai Pride, alle manifestazioni per i diritti delle donne.

È difficile negarlo. C’è una narrazione criminalizzante nei confronti di interi gruppi di persone e movimenti, e la narrazione criminalizzante precede la criminalizzazione. Siamo nel momento di picco di questo combinato disposto e la parola che riassume tutto è autoritarismo. L’Italia si è avviata verso una forma di limitazione dello spazio civico. Uso indiscriminato della forza.

Siete preoccupati?

Non da oggi. Questo è un anno importante: ricorre un quarto di secolo da Genova. Bisognerà fare un bilancio su una serie di questioni: sulle piazze, sul comportamento delle forze di polizia, su questa narrazione imposta che divide tra vittime buone e vittime cattive, come se le vittime “cattive” avessero qualche ragione per essere ferite o uccise. Bisogna riflettere sulla formazione delle forze di polizia rispetto agli standard internazionali, capire fino a che punto in questi 25 anni lo stato abbia collaborato all’accertamento della verità e della giustizia, se abbia chiesto scusa, se abbia preso provvedimenti. Bisognerà fare questo bilancio e, quando lo faremo, temo che la preoccupazione risulterà confermata.


De Gaulle o Papeete, il bivio del generale


Vannacci sollecita emozioni ancestrali e il suo bacino elettorale è cruciale per vincere. Se la scissione dalla Lega è sicura, quella dalla maggioranza è tutt’altro che scontata

De Gaulle o Papeete, il bivio del generale

(Flavia Perina – lastampa.it) – Si fa presto a dire: generale fellone. Ma se il generale sventola le bandiere che sono anche tue, che piacciono anche ai tuoi – remigrazione, lotta all’Europa dei burocrati, morte al politicamente corretto – dov’è la fellonia, dove il tradimento, dove il voltafaccia? Roberto Vannacci, a guardar bene, si propone al pubblico della destra come un Badoglio al contrario: uno che straccia il presunto armistizio firmato dalla maggioranza con i “poteri forti” per governare e durare, proponendosi come alfiere della battaglia originaria del sovranismo contro gli immigrati, il woke, il buonismo, i falsi idoli dell’integrazione, la modernità, la tolleranza verso i diversi. Le possibili percentuali elettorali di Futuro Nazionale sono in fondo una questione relativa, che il centrodestra può rimandare a quando avrà un quadro esatto della legge elettorale. Più pressante è il problema di tenere testa nel quotidiano a un controcanto che sollecita emozioni ancestrali dell’elettorato, e oltretutto si avvale del fascino che le divise – e specialmente le divise da parà – hanno sempre avuto a destra.

Si fa presto a dire: ha disertato. Ma se il disertore si piazza in prima linea, sul bordo della trincea, e offre il petto alle accuse di razzismo, fascismo, maschilismo delle orride sinistre, la tesi della defezione sleale crolla. E tutto fa pensare che Roberto Vannacci abbia intenzione di fare esattamente questo: diventare il primo bersaglio polemico dell’opposizione, sostituire Giorgia Meloni e Matteo Salvini in ogni discussione di giornata, in ogni scontro da talk show, in ogni meme satirico. Il suo terzo libro, annunciato a breve, avrà come soggetto la remigrazione, uscirà sull’onda di una legge di iniziativa popolare che è già arrivata a centomila firme, i suoi si leccano i baffi immaginando le mobilitazioni di Avs e Verdi sotto le sale dove sarà presentato, il rifiuto di qualcuno di ospitare le presentazioni, e tutto il cucuzzaro delle conseguenti zuffe. Ci censurano! Non si tollerano gli intolleranti, leggete Popper! Leggete la Costituzione, in Italia l’opinione è libera. Eccetera, eccetera, eccetera.

La prima uscita pubblica di Vannacci dopo la scissione ieri ha confermato il copione. «Sono gli altri che tradiscono, non io». Segue elenco: hanno tradito le promesse fatte agli elettori sull’abolizione della Fornero, sullo stop delle armi all’Ucraina, sulla famiglia. Con lui non sarebbe successo. Con lui «destra più forte». Altro che traditore, altro che Badoglio. Vannacci è il nostro De Gaulle, chiosa Emanuele Pozzolo, primo ad aderire a Futuro Nazionale, forse con qualche confusione perché lo status a cui Vannacci aspira somiglia più a quello del colonnello Mathieu immortalato in mimetica e Ray-ban da Gillo Pontecorvo nella battaglia di Algeri (pure lui guidava una Decima, guarda la coincidenza). E dunque il racconto è già fatto: l’uomo forte contro i proni, i rinunciatari, i rassegnati al quieto vivere della maggioranza, e magari la scissione di Futuro Nazionale alla fine risulterà un altro Papeete, il catastrofico atto di ubris di un politico ubriacato dal successo, ma vai a vedere.

Di sicuro Fratelli d’Italia e Forza Italia, nel dubbio, preferiscono lasciare solo Salvini nell’anatema contro il generale. Perché si fa presto a dire traditore, disertore, sleale, ma persino se il generale facesse flop all’uno o due per cento quel miserrimo risultato tornerebbe assai utile alla coalizione, forse indispensabile alla vittoria: se la scissione vannacciana dalla Lega è sicura, quella dal centrodestra è tutt’altro che scontata. Lui registra la continenza delle dichiarazioni di maggioranza e ricambia volentieri: «Un partito come quello che mi approccio a fondare è interlocutore naturale della destra». Vogliamo funzionare «da sveglia, da adunata del mattino». Ne vedremo delle belle.