Selezione Quotidiana di Articoli Vari

È arrivato il pop-fascismo


Provate solo per un attimo a pensare a cosa sarebbe accaduto se nel 1994, alla vigilia delle elezioni politiche, su un sito riconducibile ad Alleanza Nazionale fosse apparso un video in cui si mostrava Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi che si scambiavano un fascio littorio grande come una mazza da baseball

(Luca Telese -ilcentro.it) – ROMA. Arriva il pop-fascismo. Provate solo per un attimo a pensare a cosa sarebbe accaduto se nel 1994, alla vigilia delle elezioni politiche, su un sito riconducibile ad Alleanza Nazionale fosse apparso un video in cui si mostrava Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi che si scambiavano un fascio littorio grande come una mazza da baseball. L’evocazione di un simbolo così potente, un richiamo così esplicito al fascismo da parte di An, avrebbe fatto esplodere una polemica infinita, avrebbe sollecitato pronunciamenti, appelli, e probabilmente smentite. L’identità fascista, nelle comunicazione ufficiale dei missini – proprio per via di questa origine – è sempre stata evocata in modo criptato, persino nel simbolo: la fiamma tricolore che si anima sulla bara trapezoidale del Duce.

Oggi, invece, nell’articolo di Daniele Cristofani che trovate in apertura di questa pagina, potete leggere il racconto di questo ennesimo prodotto dell’intelligenza artificiale, pubblicato ancora una volta da un sito di fedelissimi di Roberto Vannacci, in cui il generale, stretto in una armatura da imperatore romano, riceve dalla matrona Giorgia Meloni, questo enorme manufatto. Un fascio tutto d’oro, che viene consegnato come il pegno di una investitura, viene poi sollevato a braccia aperte davanti ad una folla adorante, sotto gli sguardi umiliati di Elly Schlein e Giuseppe Conte in tenuta schiavi (e ovviamente legati). In un dettaglio si raffigura persino il dispetto del povero Matteo Salvini (che viene allontanato con un gesto brusco dalla Meloni). La folla grida entusiasta: “Ave!”. Un delirio.

Prendo questo video come il simbolo di una strategia, di un sentimento, di una operazione di invenzione identitaria che in questi giorni sta gonfiando le vele a Futuro Nazionale e (probabilmente) contribuisce alla sua crescita continua nei sondaggi. Vannacci può permettersi quello che la Meloni non può fare. Parole più estreme, slogan più duri, e – soprattutto – continui richiami espliciti alla tradizione del ventennio e della cultura fascista. Il tormentone: «Fate una Decima sulla scheda!», evocando lo stemma della X Mas di Junio Valerio Borghese. L’appello ai «Camerati!», nell’apertura del congresso. Persino i continui richiami dei delegati a Giorgio Almirante che hanno indispettito i dirigenti di Fratelli d’Italia come la scoperta di un ladro che ti si intrufola in casa a rubare i gioielli di famiglia che tu non esibisci per discrezione e stile, e che invece il furfante indossa in pubblica piazza. C’è ovviamente una fiamma tricolore anche nel simbolo Vannacciano, insieme ai caratteri futuristi in stile ventennio tanto cari prima al Msi e poi ad An. Annalisa Terranova, ex direttrice de Il Secolo d’Italia, ha dato voce a questo sentimento di rabbia: «Ma loro chi sono? Dove erano quando noi eravamo nelle piazze a rischiare la vita negli anni di piombo per ascoltare Almirante? Loro il fascismo non dovrebbero nemmeno nominarlo, con quella storia non c’entrano nulla».

E invece ecco il cortocircuito: il Generale, dopo aver risciacquato il suo verbo nell’Arno di Gianni Alemanno ha assorbito perfettamente il lessico, gli stilemi, le idee della Destra sociale missina e post missina. Sarà pure “abusivo”, agli occhi dei puristi meloniani, ma ha costruito un avatar perfetto. Ecco perché il fascismo e l’antica Roma, nelle mani dei Vannacciani possono diventare un’unica cosa, una specie di sandalone sincretico in cui tutto si mescola e tutto vale: fasci littori, gladiatori e leoni, piazza Venezia o il Colosseo, Camerati e muova narrativa trumpiana. Certo, nulla è filologico, ma nulla è casuale: il pop-fascismo è il veicolo in cui viaggia la nuova identità, in cui il generale, in un altro video in cui impugna due meloni (capita la fine allusione?) può addirittura indossare un ciondolo con il Labrys, l’ascia bipenne che fu il simbolo di Ordine nuovo. Il Pop fascismo è come un parco giochi a tema in cui ci sono tutte le attrazioni e tutte le identità della destra estrema, miscelate insieme, e agganciate alle bandiere della nuova destra europea.

Ed ecco l’ultimo punto, decisivo, di quello che pare un missile a due stadi: nella prima fase questa nuova creatura ha usato come propulsore il carburante della Lega salviniana, i suoi elettori (molto più radicali e a destra dei vecchi leghisti bossiano). Questa operazione (riuscita) ha portato Vannacci tra il 6-7%, in una crescita registrata da tutti i sondaggisti, facendo sprofondare Salvini Ma il secondo stadio del missile è quello che ha come propellente questa miscela identitaria: l’Avatar pop-fascista non supera il fascismo, ci torna sopra: ed è costruito per aggredite lo zoccolo di consenso più antico (quello ex missino) che si è conservato in Fratelli d’Italia, diventandone il dna primario.

Bene, ora il dilemma è questo: Vannacci può contare su tre motivazioni di voto. Il “voto di protesta”, il “voto identitario” e il “voto utile”. Se il centrodestra tiene Futuro Nazionale fuori dalla porta dell’alleanza, il voto utile (noi siamo contro la sinistra, voi invece la fate vincere) è l’unico strumento rimasto per contenere la crescita del generale, ma la coalizione rischia di perdere (anche nei sondaggi di queste ore senza Vannacci è quattro punti sotto il Campo largo). Se invece la Meloni accoglie Vannaccius, come sognano i suoi cineasti, non c’è più nessuna barriera: il voto di protesta, quello identitario pop fascista, e quello utile anti-sinistra si concentrano sul Generale e svuotano gli altri partiti della coalizione. Non vorrei essere nei panni di chi farà questa scelta, auguri.


Le ragioni del sistema proporzionale


(Saverio Regasto – lafionda.org) – Parafrasando il filosofo, “uno spettro si aggira per l’Italia…, l’astensionismo”, fenomeno che ha raggiunto, nel giro di due decenni, un livello ben più che allarmante per tutte le tipologie elettorali, salvo quando il “popolo sovrano” non percepisca e realizzi che in discussione ci siano i valori della Repubblica, come nel referendum costituzionale sul controllo della magistratura.

Ma come talora accade, invece di analizzare il problema e proporre soluzioni, le forze politiche, sempre più ridotte a comitati elettorali, taluni peraltro eterodiretti da gruppi imprenditoriali e fiancheggiati da stampa compiacente, sono lì a spartirsi le spoglie di ciò che resta del parlamentarismo italiano proponendo una legge elettorale, ribattezzata Melonellum, che non solo presenterebbe gravi inconvenienti di costituzionalità, ma che soprattutto, attraverso un premio elettorale mostruoso, tende a svuotare di significato e contenuti la volontà popolare, insomma il voto, che è appena il caso di ricordare è “personale, uguale, libero e segreto” secondo le vigenti disposizioni costituzionali. Non solo un premio abnorme, ma anche la conferma delle liste bloccate e delle candidature plurime che confermeranno, in capo a quei comitati elettorali, perché chiamarli partiti nel senso costituzionale del termine mi sembra del tutto inopportuno e fuorviante (anche qui il richiamo è alla disposizione costituzionale che indica i partiti politici quali associazioni che concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Quale metodo democratico? Quale politica nazionale?), la legittimazione a compilare le liste degli eletti in Parlamento, con ciò invertendo l’ordine costituzionale della forma di governo: è il Governo (reale o potenziale, o chi per lui) che determina i componenti del Parlamento e non l’opposto, come prescrive, sempre la Costituzione. Ben si comprende, dunque, la disaffezione al voto di larga parte della popolazione che, disillusa, preferisce non recarsi alle urne, piuttosto che confermare, con il proprio complice atteggiamento, scelte prese altrove. E pensare che dopo Tangentopoli, figlia anche del crollo del muro di Berlino, avevano provato a convincere gli italiani, non chi scrive per la verità, che il sistema elettorale allora vigente, il proporzionale, doveva essere abbandonato e sostituito da un maggioritario (corretto) tale da garantire un rapporto migliore e più diretto fra elettore ed eletto, senza minimamente rendersi conto che l’imposizione centralistica delle candidature (tanto nel maggioritario, quanto in un proporzionale con liste bloccate) avrebbe allontanato gli elettori non solo dalla politica, ma anche dalle urne.

La proposta di legge attualmente in discussione non solo ignora il problema dell’astensionismo, ma cristallizza la situazione (in buona sostanza legittima pochi a decidere al posto di molti) e, quel che è peggio, appare come un grimaldello in grado di “scardinare” la forma di governo, anticipando per via di legislazione ordinaria quella riforma costituzionale, il premierato, che tanto piace all’attuale maggioranza di governo: un unicum che ridimensiona i poteri del Presidente della Repubblica, amplifica quelli del Capo dell’Esecutivo e, infine, riduce a cinghia di trasmissione del governo la volontà del Parlamento. Per giustificare politicamente (e istituzionalmente) questo vero e proprio scempio costituzionale, viene utilizzato, ancora una volta, il “criterio” della stabilità, corollario indegno della “governabilità” e della necessità che l’Esecutivo, di fatto, non sia il frutto di una trattativa fra forse politiche successivamente all’esito elettorale, ma discenda, direttamente e magari con un “aiutino” in termini di deputati e senatori, dalle elezioni. Forze politiche non più mediatrici della volontà popolare, ma ruota di scorta di un candidato premier. Ciò non solo è intollerabile, ma è anche grandemente pericoloso, perché lascia aperti spazi enormi a visioni populistiche e autoritarie che non tarderanno ad affermarsi sulla scena politica del nostro Paese.

Esistono rimedi a questa deriva autoritaria e autoreferenziale di chiara origine fascista?

Il primo rimedio è rappresentato dalla necessità di rivedere, aggiornare, attualizzare le modalità di voto, adottando una organizzazione che tenga conto della oggettiva innovazione tecnologica che consente, oggi, di operare a distanza mediante l’uso di credenziali, come lo SPID, affidabili, certe e trasparenti. Ciò consentirebbe a molti più elettori di partecipare al voto senza necessariamente recarsi al seggio. Ma su queste tematiche chi scrive ammette di non avere sufficienti conoscenze per proporre una soluzione degna di questo nome!

Molto più pregnante e significativo è l’adozione di un sistema elettorale in grado di ri-mettere al centro il popolo sovrano, invertendo la rotta adottata negli ultimi decenni (dalla preponderanza della governabilità alla preponderanza della rappresentanza), ciò anche in linea con quanto sostenuto in Assemblea costituente: se è pur vero che il testo costituzionale non indica la tipologia di sistema elettorale, è altrettanto vero che le maggioranze previste per l’elezione di taluni organi istituzionali (Presidente della Repubblica) o di garanzia (giudici della Corte costituzionale e componenti del CSM) lasciano chiaramente intendere che il costituente avesse in mente la necessità di coinvolgere l’opposizione, non già l’esistenza di una stramaggioranza autosufficiente. Per questa ragione mi appare più consono che la stagione della governabilità (e delle sue leggi elettorali) possa considerarsi conclusa e (per necessità o per scelta consapevole) debba tornarsi, con opportune correzioni, a un sistema elettorale proporzionale. A tal riguardo non mancano, in Europa, modelli a cui ispirarsi, in particolare quello tedesco. Il contesto di quel Paese è, tuttavia, del tutto peculiare ed è destinato a un rapido, quanto forse traumatico, mutamento anche a causa della presenza di forze politiche di destra radicale. In presenza di un federalismo non competitivo e di una unificazione che appare compiuta solo giuridicamente, la Germania ha deciso di conservare il suo sistema elettorale proporzionale con clausola di sbarramento al 5% ed elezioni “mista dei componenti del Bundestag, la Camera di rappresentanza del popolo tedesco. L’elettore, come è noto, esprime sulla medesima scheda elettorale due voti contestuali: uno per un candidato nel collegio uninominale e l’altro per il partito politico, presente in una circoscrizione che combacia con il singolo Land, che presenta una lista bloccata di candidati. Ciò che rende profondamente diverso il contesto politico-istituzionale tedesco dal nostro è la circostanza che i candidati sono scelti, sulla base di una sorta di elezioni primarie, dagli iscritti al partito di quel singolo Land, con ciò “recuperando” il senso democratico della compilazione delle liste circoscrizionali. L’esistenza poi della norma costituzionale sulla sfiducia costruttiva (che impedisce di sfiduciare il Cancelliere se, contestualmente, non si è in grado di garantire una maggioranza parlamentare a un nuovo soggetto) rende molto bene l’idea dell’esistenza, in Germania, di partiti politici estremamente organizzati e, soprattutto, i cui componenti, tanto i dirigenti, quanto i parlamentari, rispettosi di una radicata quanto forte disciplina di partito. Ciò rende quel Paese un unicum e, soprattutto, allontana il nostro dall’idea che si possano adottare disposizioni elettorali simili. Che fare? Un ripensamento verso un sistema elettorale proporzionale, del tutto simile a quello in vigore nella c.d. prima Repubblica appare a chi scrive necessario, ancorché attualizzato con alcune disposizioni volte a eliminare i segni del tempo: liste circoscrizionali a livello regionale “aperte”, introduzione delle preferenze (doppia preferenza di genere?), divieto (o forte contenimento) delle candidature plurime (che appaiono sempre più ingannevoli), introduzione di una clausola di sbarramento (4-5%) e di un meccanismo volto a disincentivare gli apparentamenti farlocchi (intervenendo, ad esempio, sui rimborsi elettorali), forti limitazioni alle spese per i candidati, sono solo alcune delle possibilità che, naturalmente, non troveranno “cittadinanza” nelle strategie delle attuali segreterie dei partiti, tutte concentrate a confermare, all’infinito, l’attuale sistema di potere. Diversamente il Paese è destinato a una deriva autoritaria, legittimata da una minoranza, sui cui esiti, in tempi di crisi economica, nessuno può far previsioni, anche in termini di conservazione della democrazia.


Bersani oggi, un Mario Giordano de sinistra


Dice che l’Italia si sta avviando al modello Trump. Meloni, che i veri rischi politici li corre a destra, è lì per smentirlo. Bersani fu ottimo come amministratore e ministro ma è stato rovinato dai talk-show e dalla generosità di conduttori e pubblico 

Immagine di Bersani oggi, un Mario Giordano de sinistra

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Sale su un palco a Treviglio e dice che l’Italia si sta avviando al modello Trump. Che cosa ha rovinato Pier Luigi Bersani? L’età no, perché è mio coetaneo e si può essere splendidi rottami settantenni. Forse la grottesca sconfitta politica quando da segretario del Pd coltivò ambizioni di governo e le affidò ai grillini piccoli piccoli dello streaming a Montecitorio. O quando nel 2013, per il Quirinale, fu preso a bastonate dai suoi parlamentari e da tutti gli altri che poi subirono la generosa sculacciata del rieletto Giorgio Napolitano, dopo essere entrati in stato confusionale e aver soggiaciuto, sotto la regia del partito di maggioranza diretto dall’ondivago e arboriano Ferrini di Piacenza, alle acrobazie dell’Antipolitica che infilzò i candidati del centrosinistra come tordi allo spiedo. Certo la batosta, quando deriva da ambizioni sbagliate e incapacità di manovra plateale, conduce a una pericolosa voglia di riscatto dell’ego, ti convince che se non sei stato un buon numero uno sarai un magnifico ex numero uno. Ma ora Bersani esagera. Modello Trump per l’Italia?

Meloni è una secchiona di talento, perfino troppo seriamente impegnata a smentire ogni giorno chi aveva previsto una tremenda scossa alle istituzioni democratiche all’avvento di una guida di destra del governo nazionale. Trump voleva impiccare Pence, che il 6 gennaio del 2021 somigliava come tutore delle regole al riverito e ben custodito Mattarella, quando l’arancione eccitava la marcia violenta sul Campidoglio per invalidare regolari elezioni da lui perse. Si può imputare la stabilità come immobilismo, se proprio si vuole, al governo del centrodestra, ma il modello Trump è l’opposto di questa imputazione. Fa casino nel mondo, minacciosamente indecisionista, attacca l’Europa, e litiga nel suo solito modo sgraziato anche con Meloni, di cui evidentemente non apprezza il modello europeista e l’amichevole autonomia sostanziale. Il modello Trump prevede la guerra all’informazione che non si conforma, qui si inventa Telemeloni per dimenticare i fasti un po’ loschi di Teleranucci e Telelavitola. E a voler parlare del generale Catenacci, “quando c’era lui”, altro personaggio di Alto Gradimento, i veri rischi politici notoriamente Meloni li corre a destra, in quella miscela di nostalgia e surrealtà che cerca di occupare lo spazio del fascismo cosiddetto futurista, che baggianata, perché su immigrazione e diritti ci stanno le formule Meloni-von der Leyen invece delle trovate autoritarie e delle tendenze allo stato di polizia contrastate molto a fatica dal sistema costituzionale americano. Qui la destra è quella del No tondo tondo al referendum sulla giustizia, a proposito di regole violate e corporazioni che erodono il sistema democratico, e il Parlamento combatte e vive insieme a noi a colpi di voto segreto, mentre il Congresso americano arranca appresso agli ordini esecutivi che ne cancellano l’autonomia e l’efficacia istituzionale. Modello Trump?

Bersani, che fu ottimo come amministratore e ministro, che ha un tratto delizioso nel linguaggio strapaesano, è stato rovinato dalla tv, dai talk-show, dalla accudente generosità di conduttori e pubblico che a forza di coccole e di applausi ne fanno, se non sta attento a quello che dice, un Mario Giordano de sinistra.


Il Conformismo dilaga, nascondendo il dissenso


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Inaccettabile! Uno dei vocaboli maggiormente utilizzato dai nostri politici, in particolare dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani. Suona abbastanza comico in quanto le classi dirigenti ci hanno ormai abituato ad accettare tutto: dalle tremende ingiustizie sociali al genocidio del popolo palestinese, dalle aggressioni occidentali a Stati sovrani alla ghettizzazione disumana dei migranti, dalla censura alla trasformazione dell’Ue in un organismo autoritario che sanziona senza processo scrittori e politologi affermati come Jacques Baud e toglie i finanziamenti alla Biennale di Venezia: rea di aprire, a tutti gli Stati in grado di portare cultura, i propri spazi, come da finalità dell’ente. La parola inaccettabile è tuttavia calzante in quanto non si può tollerare il tradimento dei principi umanistici che sono stati la base delle costituzioni democratiche del dopo guerra e in particolare della nostra, sintesi mirabile dei valori e delle tradizioni più illustri delle famiglie politiche democristiane, liberali e socialiste, come ha spiegato su questa testata Roberto Scarpinato.

L’opinione pubblica tollera ormai l’aumento dei prezzi, la fine dello stato sociale, mentre i miliardari si schierano contro la tassazione progressiva. Come affermava profeticamente Pasolini nel lontano 1975, in un colloquio con gli studenti universitari a Bologna, un nuovo potere totalitario si sta affermando, in grado di uniformare la pianta uomo, cancellare le identità culturali e sociali, dei contadini come dei borgatari, il loro dialetto creativo e il loro modo di essere, affinché una piccola borghesia consumista si affermi col cinismo e il nichilismo che le è proprio.

[…] Del resto, quanti cittadini europei conoscono Jacques Baud e le sanzioni europee rivolte al dissenso, a tre cittadini tedeschi che hanno rituittato i contenuti di una tv russa? Quanti cittadini europei sanno che la proposta di un liberale polacco, Donald Tusk, (di fatto costretto dall’indignazione pubblica e per merito del Presidente conservatrore Nawrocki) al Parlamento Europeo (PE) di condanna della glorificazione, da parte di Zelensky, dell’esercito insurrezionale ucraino OUN-UPA – collaboratore dei nazisti e artefice del massacro di polacchi in Volinia e Galizia, vera e propria pulizia etnica -, è stata boicottata dai Paesi baltici, la cui storia si macchiò ugualmente di collaborazione con i nazisti?

L’opinione pubblica è tenuta all’oscuro da un apparato mediatico occidentale che ha una propria agenda politica. Ci siamo ormai abituati alla televisione, non a caso individuata da Pasolini come arma del nuovo fascismo, che entra nelle nostre case e ci bombarda con una propaganda avvilente. Se qualcuno di noi prova a protestare contro il diritto divino che ci impone in tv gli stessi volti, gli stessi giornalisti, gli stessi analisti, gli stessi artisti, gli stessi esperti, dovrà subire da tutti, anche da coloro che reputa amici, il gaslithing, una sorta di manipolazione psicologica della vittima accusata di essere paranoica al fine di farle credere che l’abuso è inesistente. Provate a dire a un diplomatico o a un giornalista, coccolato dai media, che esiste una discriminazione politica e vedrete la reazione. Occhi al cielo e accuse di complottismo.

Siamo arrivati in questo modo a non stupirci se uno dei vice presidenti del PE accoglie calorosamente le lobby israeliane più estremiste, se le più alte cariche istituzionali chiamano aggressore nazista la Russia ma non spiccicano parola contro Israele, se il Presidente buono della democrazia bandiera dell’occidente, Biden, inizia la militarizzazione dell’Ucraina in funzione antirussa e quello cattivo, Trump, minaccia il popolo iraniano di annientamento e aggredisce, assieme al complice Netanyahu, Paesi stranieri, promettendo cambiamenti di regime e democrazia.

[…]

Nessuno sembra accorgersi che a Gaza, in Libano, in Iran, in Venezuela , a Cuba, ci sono morte e disperazione per responsabilità occidentale. Quanti politici e intellettuali sanno che ogni giorno in cui continuano a sostenere la guerra suicida contro la Russia, il sangue innocente ucraino gronda maggiormente dalle loro mani? Il dissenso se ne accorge, una società civile in fermento, che si organizza intorno a Disarma, Agorà, Schierarsi, Rifondazione, Democrazia Sovrana, se ne accorgono gli elettori dei 5 stelle e di AVS, se ne accorgono i lettori del Fatto, della Fionda del Giornale di Italia, de Il ponteKrisis e altre riviste, gli ascoltatori di tv dimenticate come Ottolina, Levante, Teleambiente, DignitàTv e tanti altri canali Youtube. Il non voto, primo partito italiano, non spera. Come in Iran, si ha la convinzione che chiunque vada al potere, la politica non muti. Nulla cambia per gli ultimi, per i lavoratori senza protezione. L’oligarchia si esprime nei Dem Usa e in Trump, nei loro riflessi europei, stabilendo le linee rosse del pensiero ammesso, difese dall’apparato mediatico.


A lezione di inglese: il ministero paga il corso a Lollobrigida


Una determina del Masaf prevede il pagamento delle lezioni di lingua al ministro Lollobrigida, che lo ha espressamente chiesto ai suoi uffici. A inizio agosto il ritorno tra banchi a spese del suo ministero

(Carmine Gazzanni e Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – C’è chi l’inglese lo studia la sera, magari dopo il lavoro. Chi investe con i propri risparmi, con gran fatica, in una scuola privata. C’è chi, invece, può contare direttamente sui fondi del ministero di cui è a capo. Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, ad agosto tornerà infatti tra i banchi per un corso intensivo di lingua inglese. A pagare le lezioni sarà proprio il Masaf dato che – così è messo nero su bianco sulla determina letta da Domani – è «utile ed opportuno garantire la formazione in lingua inglese per l’On. le Signor Ministro». Il motivo? «Rappresenta uno strumento di lavoro fondamentale per la sua carica istituzionale». Anche se il mandato entra di fatto nell’ultimo anno.

Tutto è nato da una mail del 26 giugno con cui la segreteria di Lollobrigida ha comunicato agli uffici preposti «l’intenzione del ministro» di frequentare una scuola d’inglese. Da lì è partito l’iter che è arrivato a metà luglio alla delibera autorizzativa.

Il corso avrà una durata complessiva di trentaquattro ore: diciassette erano già state acquistate nel 2024 e non sono mai state utilizzate. Ora il ministero provvederà a finanziare le restanti diciassette ore, per il costo di 688,50 euro, pari a 40,50 euro l’ora.

Una cifra non esorbitante, ma che è coperta in toto dai fondi del Masaf destinati alle «spese per l’attuazione di corsi di preparazione, formazione, aggiornamento e perfezionamento del personale» dell’anno finanziario 2026.

L’erogazione delle lezioni è affidata alla società, con sede a Napoli, Inlingua- International School of Languages. Insomma, Lollobrigida ha deciso di accontentare la presidente del Consiglio, seppure un po’ in ritardo. Fin dall’insediamento, infatti, Giorgia Meloni aveva sollecitato i ministri a migliorare la conoscenza delle lingue.

L’ex cognato della premier, in versione studente, ha scelto come sede la Scuola di lingue estere dell’Esercito, nel reparto accademico di Perugia, grazie a un accordo già in essere tra la società Inlingua e il ministero della Difesa, guidato da un altro big di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto. La collaborazione consente di utilizzare il costo orario previsto dall’accordo quadro stipulato nel 2024 con lo Stato maggiore dell’Esercito.

Insomma, nessuno provi a disturbare il ministro Lollobrigida dal 3 al 7 agosto. Sarà a Perugia. Immerso in conversazioni in lingua. Per qualche ore l’agricoltura può aspettare. La sovranità alimentare passa per le ripetizioni di inglese. Pagate dal ministero.


Gherardo Colombo: “L’Italia è incattivita e premia la cultura della discriminazione”


“Mani Pulite non era l’eden, ma ora sembra vana ogni lotta”

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] Dottor Colombo, la questione morale oggi ha le sembianze di un ricordo sbiadito e l’etica pubblica è andata smarrendosi fino a perdersi.

Siamo davanti, e non da oggi, a un cambio dei punti di riferimento civile. Stiamo infatti progressivamente abbandonando il principio che sta alla base della Costituzione: nessuno può essere escluso, disumanizzato.

Nel senso che non siamo più uguali di fronte alla legge?

Giorno per giorno ci si sposta sempre più verso un’idea dello stare insieme secondo la quale c’è chi conta e chi può essere buttato via. Avanza cioè la cultura della discriminazione. È il principio della società diseguale, una parte di essa è immune dagli obblighi che colpiscono l’altra parte. Chi sta sopra, chi abita nella parte alta del sistema Paese, rivendica diritti che gli altri non possono avere.

L’élite gode di un’immunità più larga.

È così. E la società che invece guarda in silenzio è anche figlia di una grande disillusione patita. Le grandi proteste, le campagne di stampa, le denunce non hanno sortito gli effetti sperati. Vive la sensazione che sia stato inutile battersi per marginalizzare la corruzione.

La corruzione è come quel moto ondoso che sembra ritrarsi ma che poi avanza sulla battigia più prepotentemente.

C’è un livello di compatibilità sociale, una sorta di sostenibilità collettiva dell’onda anomala, come la chiama lei. Sono convinto che quando la cultura, il modo di pensare e la legge confliggono, vince la cultura e perde la legge.

La corruzione è figlia di una trascuratezza collettiva verso i comportamenti, anche minimi, rispettosi del principio di legalità? È il segno della nostra indole?

Se, per esempio, eleviamo la furbizia a un carattere virtuoso, la identifichiamo con la scaltrezza e la coltiviamo fin dai banchi di scuola, poi come possiamo lagnarci se evadere le tasse sia vista da tanti positivamente?

[…]

Lei è stato tra i protagonisti di Mani pulite.

Beh, neanche dobbiamo però pensare che quel tempo fosse l’eden rispetto al supposto odierno inferno.

I magistrati ieri erano rispettati, oggi invece per lo più irrisi.

Non mi sembra proprio. Ricorda quel che Craxi disse, al tempo della scoperta della P2, a proposito dell’arresto di Calvi? Ricorda che il Parlamento ha respinto per ventisette volte le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti? Dal potere i magistrati erano ben visti solo quando evitavano di guardare nei suoi cassetti. Dal popolo, dalle persone, i magistrati sono considerati un esempio nel caso vengano ammazzati, oppure quando risolvono grandi problemi come il terrorismo, oppure quando con Mani pulite mostrano le trasgressioni del potere.

Oggi la politica segue il ritmo della cronaca nera. E la cronaca nera è l’unica manifestazione pubblica dell’interesse generale.

La cattiveria attrae, chiama a raccolta, unisce. Ostentare il male aumenta i clic sul computer e porta all’insù l’audience.

[…]

Le parole della politica si fanno crude, volgari, spesso dichiaratamente scandalose.

Sono figlie del medesimo meccanismo. L’oltraggio, l’offesa, la chiara manifestazione razzista chiama frotte di visitatori su internet, i followers. E d’altra parte più si disprezza l’avversario, più lo si deride, lo si umilia, più si trova seguito. Specie se tutto è trasmesso attraverso immagini piuttosto che parole.

Il vannaccismo è un fenomeno linguistico oltre che politico.

L’estremo contro l’ordinario. Ce lo siamo detti prima: la cultura della discriminazione per razza, religione, colore della pelle rende legittima l’idea che la giustizia possa essere asimmetrica. C’è chi sta sopra e chi sta sotto.

Lei ha detto che Mani pulite ha perso tifosi quando voi magistrati avete iniziato a indagare anche ai piani bassi della società.

Credo che sia andata esattamente così.


Elezione diretta del premier: il no del 53% degli italiani


Il sondaggio condotto di recente da Demos

Giorgia Meloni

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – È ormai da tempo che il ruolo dei leader ha superato quello dei partiti. Il primo ad aver tracciato questa tendenza è stato Silvio Berlusconi, negli anni Novanta, quando impose e si impose fondando Forza Italia. La cui immagine e identità coincidevano con la sua persona. E per questo motivo venne definito un “partito personale”. Anzitutto da Mauro Calise. Per sottolineare che la persona non solo si sovrapponeva al partito. Ma lo riassumeva. Lo ri-proponeva. Berlusconi, d’altra parte, controllava un sistema mediatico importante. In tempi nei quali i partiti erano… “partiti”, mentre il territorio principale della politica era divenuto quello mediatico. La televisione, anzitutto, in seguito associata all’online. Che ne hanno presto occupato lo spazio. E ciò spiega la progressiva e rapida affermazione dei leader, nella percezione dei cittadini. D’altronde il tempo dei partiti di massa è finito. Da tempo. E negli ultimi anni questa tendenza si è rafforzata. O meglio, è divenuta la normalità. Per questo oggi in politica, e non solo, si è alla ricerca dell’uomo forte. O meglio. della donna forte, visto che alla guida dei principali partiti vi sono due figure femminili: Giorgia Meloni, leader dei FdI, a capo del governo, ed Elly Schlein, segretaria del principale partito di opposizione, il Pd. Mentre, se rivolgiamo lo sguardo oltre confine, alla presidenza dell’Ue incontriamo un’altra donna. Ursula von der Leyen.

Naturalmente ciò non significa che le differenze di genere siano dissolte. Ma probabilmente, in tempi nei quali è diffuso il sentimento antipolitico, sostenere una donna in un ruolo istituzionale importante è divenuto politicamente significativo.

Il sondaggio condotto di recente da Demos, comunque, ripropone una questione che in passato è già stata affrontata. E ha mostrato la presenza ampia e diffusa di una domanda di democrazia diretta. Anzi, come abbiamo già osservato in altre occasioni, immediata. Senza mediazioni e senza mediatori.

Circa il 45% del campione, infatti, sostiene l’idea di introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Ma il 53 per cento è contrario. Resta il fatto che circa metà degli italiani pensa a una sorta di presidenzialismo fondato sulla figura del capo del governo. E una quota di poco superiore di persone riterrebbe opportuno (anche per questo) approvare una nuova riforma istituzionale.

Questi orientamenti riflettono le diverse posizioni politiche dei cittadini. In particolare, le differenze di rapporto con il sistema dei partiti. In altri termini, la posizione rispetto ai partiti. Anzitutto, è evidente il legame fra preferenze di partito e la domanda di riforme istituzionali.

È evidente come il premierato goda di un ampio grado di sostegno soprattutto nel centrodestra e in particolare nel centro. Fra chi è vicino a Futuro Nazionale e Italia Viva. Inoltre, nella base della Lega, dei Fratelli d’Italia (FdI) e di Forza Italia. In quest’area, politica, infatti, il consenso supera in alcuni casi il 60%. Soprattutto sulla richiesta di una riforma istituzionale. Questo sostegno invece si riduce sensibilmente nella base di centrosinistra. Soprattutto rispetto all’introduzione dell’elezione diretta del premier. Il premierato, in generale, si conferma il contraddittorio emergente di una domanda di cambiamento senza prospettive chiare. Senza risposte precise. E ciò conferma un quadro inquietante per il nostro Paese. Che rifugge e fugge dal passato senza un’idea di futuro. Senza sapere come e soprattutto verso dove muoversi.


Le tribù dei faziosi così prigioniere dei loro fantasmi


Ha ragione Serra. Oggi la politica non guida il popolo ma lo insegue verso il basso. Vannacci e la sinistra “corretta” sono speculari

Le tribù dei faziosi così prigioniere dei loro fantasmi

(di Giordano Bruno Guerri – repubblica.it) – Non amo il calcio perché, a sentire chi lo ama, la sua squadra ha sempre ragione, l’altra ha sempre torto, e l’arbitro è cornuto quando fa comodo che lo sia. Per lo stesso motivo ho smesso da un pezzo di scrivere sui giornali perché — quelli di destra come quelli di sinistra — fanno da megafoni alle proprie parti politiche, e quelli più equilibrati non vogliono sorprese da chi oggi dice una cosa di sinistra e domani una di destra. Penso a Pasolini, che proprio per la sua ostinata incapacità di appartenere a una parte, continua a essere così necessario.

Mi piace Massimo Cacciari, perché non si sa mai cosa dirà. E da oggi amo un po’ anche Michele Serra per il suo articolo di ieri sull’”Insostenibile rumore della faziosità”, uno splendido esempio di letteratura civile. «Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero», ha scritto Serra, «con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida». Ti servo subito, caro Michele, se mi consideri di destra: Roggero è stato trattato con clemenza dalla giustizia, con una pena mite per chi spara alle spalle, per uccidere, a degli uomini in fuga. Un eroe al contrario, perfetto per Vannacci. Mi auguro che il vendicatore si faccia i suoi anni di carcere (saranno molti meno di quelli comminati) e diociscampi dal ritrovarcelo in Parlamento, prima o poi, a gridare che lo farebbe ancora, e volentieri.

Il fanatismo sportivo porta a vedere i tifosi dell’altra squadra come nemici da combattere, anche a botte. Il fanatismo religioso minaccia la convivenza pacifica e la libertà di chi ha credenze diverse. Il fanatismo politico porta a conflitti sociali, e a nessuna soluzione, perché non accetta il dialogo e il confronto. Il danno è ingigantito proprio da chi dovrebbe risolverlo, ovvero i politici. Se i grandi capi argomentano — almeno — le proprie posizioni inaccettabilmente faziose, toccano l’abisso quei povericristi ben retribuiti e felici di dire ai tg — nei trenta secondi concessi — le loro verità imparate a memoria. «Si battono per l’Idea, non avendone», diceva Flaiano: guardano fieri in camera (alla Camera dovrebbero impegnarsi di più) e recitano felici il “tweet”, senza vergognarsi di quel che la parola significa, “cinguettio”. La politica ridotta alla povertà dei social non va verso il popolo, è la zavorra che lo affonda. Ma l’ortodossia di partito esige il conformismo assoluto. Chi prova a dire «l’avversario su questo ha un argomento valido» viene immediatamente epurato dai vertici e linciato sui social. La caccia al consenso ha creato una classe dirigente di subalterni che hanno terrore del dubbio.

La cultura, quella vera, vive di dubbi, non di certezze granitiche. L’incapacità di vedere le ragioni dell’altro è, fondamentalmente, mancanza di coraggio e profonda ignoranza. Si ignora che la media degli italiani non è affatto stupida, e che sentire due «rappresentanti del popolo» in cerca dello scontro frontale porta a credere che si tratta di un conflitto di interessi mascherato da idea politica.

Pur sottoscrivendo la diagnosi, caro Serra, sorrido per il tuo stupore. Il tuo è l’ennesimo, nobile lamento del progressista colto che scopre, ogni volta con ingenua sorpresa, che la politica è diventata una recita per analfabeti funzionali. Non si tratta di un incidente di percorso: i politici non dicono nulla di sorprendente perché la sorpresa richiede pensiero, e il pensiero non produce like nell’immediato. Oggi la politica non guida il popolo, lo insegue verso il basso. Hai dunque ragione quando parli del populismo che si comporta da “bestia e da cafone” per apparire popolare. Niente è più aristocratico — nel senso più alto del termine — del difendere il popolo dalla sua stessa degradazione.

In realtà questo Paese non ha mai brillato per una classe dirigente capace di sfumature. Il fascismo prima, e nel dopoguerra lo scontro fra ideologie, hanno abituato gli italiani a tifare, non a pensare. Nella Prima Repubblica, almeno, c’erano uomini di spessore culturale. Penso a figure come Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Giorgio Almirante, Aldo Moro, che pur nella loro distanza radicale erano capaci di leggere le ragioni dell’altro perché possedevano una profonda cultura storica che li rendeva forti. Sapevano che la storia è fatta di tesi e antitesi. Il conformismo della provocazione a tutti i costi (il Vannacci che cita Serra) è speculare al conformismo del politicamente corretto di certa sinistra: sono due facce della stessa pigrizia mentale.

Quando chiediamo sfumature, chiediamo l’impossibile a dei burocrati del consenso. La realtà è complessa, e la politica teme la complessità perché richiede studio, e lo studio — oltre a essere faticoso — toglie tempo alla propaganda. Non aspettiamoci che la classe politica inverta la rotta, l’unica salvezza rimane l’individuo che sceglie, ostinatamente, di non farsi arruolare in nessuna tifoseria. E noi dobbiamo ricominciare a insegnare la storia, l’estetica e il dubbio. Solo che il dubbio non prende voti. Riconoscere valore all’avversario, anche a una soltanto delle sue idee, viene percepito come un tradimento della tribù.

La destra si ammanta di forza, la sinistra di superiorità morale. Un’incrinatura di questo muro contro muro abbatterebbe ogni difesa e allora occorrerebbe dare risposte concrete, fatti concreti, non conterebbe più chi ha vinto lo scontro frontale. Invece è preferibile e facile ignorare il fatto concreto pur di non convalidare l’avversario. Il risultato è un’amputazione della realtà: ognuno si tiene la sua mezza verità, e il Paese resta paralizzato.

Le risposte migliori ai problemi complessi nascono sempre dal superamento delle barricate, ce lo insegna il Novecento. Quando D’Annunzio parlava sia ai nazionalisti sia ai sindacalisti rivoluzionari, non cercava un compromesso al ribasso, ma una sintesi superiore. Finché sinistra e destra continueranno a cercare i mostri fuori da se stesse, riducendo la complessità della nostra storia a una lotta tra “onesti d’ufficio” e “malfattori di professione”, rimarranno prigioniere dei propri fantasmi.

«Ci toccherà allora rimpiangere la Democrazia cristiana», come si celia nei salotti fra una bollicina e un salatino? Sì, ci tocca. Non lei, la Dc, ma il centro, che era un luogo dove idee e opinioni si potevano incontrare, parlare fra loro, trovare una soluzione che tenesse conto di tutte le ragioni, per quanto possibile. La politica dei due poli, se ha giovato alla stabilità dei governi, ha ammazzato i grigi, la vastissima gamma di sfumature fra il bianco e il nero dove si realizzano un pensiero equilibrato e azioni che uniscano, invece di dividere. E se chi porta il mio cognome — avendo più che onorato per decenni la locuzione nomen omen — auspica equilibrio e unione, potete concedervi il tempo di un dubbio.


Ma mi faccia il piacere


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] È tornato Lui. “Animati dalla presenza del Duce i calciatori italiani conquistano il campionato del mondo” (Corriere della sera, 14.5.1934). “La Spagna ha vinto i Mondiali facendo ciò che Mario Draghi ha chiesto di fare all’Ue. Il piano Draghi spiegato in modo spericolato con la vittoria della Spagna. Appunti di puro feticismo europeista” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 21.7). Lo portano via.

Programmi di evasione. “Dal lavoro esterno ai domiciliari: le vie per far uscire Roggero di galera” (Libero, 20.7). E la cara vecchia lima? E le lenzuola annodate? Dove le mattiamo?

Levategli il fiasco/1. “La Russa ricorda Borsellino: ‘Oggi sarebbe di FdI’” (Libero, 20.7). Come agente sotto copertura.

Levategli il fiasco/2. “Non è detto che il ladro sia moralmente peggio del giudice” (Carlo Nordio, ministro FdI della Giustizia, Ansa, 21.7). Ma solo se il giudice è Carlo Nordio.

Krosettov. “Le do una notizia. Ho chiamato Fedorov (il ministro della Difesa ucraino cacciato da Zelensky, ndr) il giorno dopo la sua destituzione e gli ho detto: quando vuoi venire a Roma a collaborare con me come advisor? Ha risposto commosso” (Guido Crosetto, ministro FdI della Difesa, Repubblica, 25.7). Poi gli ha chiesto cappuccino e brioche.

Prete à porter. “Spunta monsignor Paglia: ‘Darà assistenza spirituale’” (Repubblica, 25.7). Ma anche l’estrema unzione.

Grandi firme. “Sulla giustizia non si può inseguire il populismo” (Enrico Costa e Stefania Craxi, prima pagina di Repubblica, 21.7). Una volta c’erano Scalfari, Bocca, Pansa, Biagi, Pirani e Ronchey. Ora Costa e Craxi. Come passa il tempo.

[…]

Par condicio. “Trovo importante e positiva la decisione di Meloni di escludere un’alleanza con Vannacci. Elly Schlein dovrebbe mostrare la stessa chiarezza” (Carlo Calenda, leader Azione, X, 22.7). Ma perché, è testardamente unitaria pure con Vannacci?

Criminali o imbecilli. “‘Per salvarsi dai criminali, non c’è che da ripiegare sugl’imbecilli: la democrazia non offre che questa alternativa’. Citando Montanelli, il Fatto condensa ammirevolmente tutta la propria storia in quattro righe” (Luca Sofri, X, 22.7). Dev’essersi sentito chiamato in causa.

Carambole. “Dallo scoop alla bomba per Ranucci: l’ipotesi di una trappola contro FdI” (Verità, 18.7). Ma certo: mettono una bomba sotto casa di Ranucci per colpire FdI. Ammazza che volpi.

Trovato il colpevole. “Il cardinale Pizzaballa su Gerusalemme complica trenta anni di dialogo con Israele. Limes gli assegna il Premio per il dialogo e la pace, lui pubblica una lettera in cui le differenze religiose si annullano e si integrano. Il patriarca è effettivamente uomo di dialogo e pace, ma le sue posizioni sembrano riprendere un’antica frattura col mondo ebraico” (Davide Assael, Huffington Post, 20.7). Ah, ecco chi era che complica il dialogo fra cristiani ed ebrei: non i coloni israeliani e il governo israeliano che sterminano i palestinesi, anche cristiani, ma Pizzaballa.

Culturame. “Buttafuoco ha voluto giocare a fare l’intellettuale chic” (Alessandro Sallusti, Libero, 14.7). Parla e scrive in italiano e pare che abbia persino letto dei libri.

Merlacci. “Vannacci, un epigono di Grillo” (Francesco Merlo, Repubblica, 22.7). Ma va’ a ciapà i ratt.

Da buono a cattivo. “Il padre di Lavitola curò da psichiatra Raffaele Cutolo” (Giornale, 21.7). Peccato non averlo scoperto nel 2010, quando Lavitola passò al Giornale il dossier su Fini e la casa di Montecarlo.

Il beccamorto/1. “Craxi, il Re Midas che trasformò il Psi e mandò in fumo i sogni dei comunisti” (Paolo Guzzanti, Giornale, 16.7). Veramente l’unico partito che mandò in fumo fu il suo.

Il beccamorto/2. “50 anni dopo l’alba di Bettino Craxi la politica ha cancellato la parola ‘socialismo’” (Francesco Damato, Dubbio, 16.7). Veramente l’ha cancellata Craxi.

Il Giornalone Unico. “Se finiamo in balìa degli estremismi. Il ballottaggio di coalizione permetterebbe di fermarli: conviene a Meloni e Schlein” (Angelo Panebianco, Corriere della sera, 18.7). “L’ipotesi ballottaggio contro la paralisi” (Stefano Folli, Repubblica, 18.7). Ma sono telepatici o si telefonano prima?

Un pesce di nome Zanda. “Conte provoca, si sta mangiando pezzi di Pd. E Schlein tace” (Foglio, 22.7). Oh no, e adesso come facciamo?

Il reietto. “Renzi: ‘Il Campo largo senza il centro perde. E non mi interessano le foto di gruppo’” (Corriere della sera, 20.7). E poi l’uva era acerba.

[…]

Il titolo della settimana/1. “Morto Daniele Faggi, la mamma di Luana d’Orazio: ‘Dispiace molto, non è questa la giustizia’” (Repubblica, 21.7). Ma quindi Daniele Faggi era la mamma di Luana D’Orazio? E, se è morto, come fa a parlare?

Il titolo della settimana/2. “Roggero, Moretti, Castellucci e Minetti: i cittadini non capiscono più questa giustizia…” (Alessandro Diddi, Dubbio, 21.7). In effetti, che si condannino ancora i colpevoli è una roba incomprensibile.

Il titolo della settimana/3. “La Russia espelle due addetti italiani. Tajani: ‘Plateale ritorsione’” (Repubblica, 21.7). Non puoi proprio nascondergli niente.

Il titolo della settimana/4. “Intercettazioni, tensione FdI-FI: ‘Le leggi non le fa Melillo’” (Dubbio, 23.7). Mica è Dell’Utri o Cosentino.

Il titolo della settimana/5. “Perché noi di ‘Adesso!’ aderiamo a ‘Spazio Pubblico’” (Riformista, 18.7). Forse per capire che cazzo sono “Adesso!” e “Spazio Pubblico”.

Il titolo della settimana/6. “Noi, banda di irregolari fuori dal coro” (Tommaso Cerno, Giornale, 22.7). Ma soprattutto dal colon.


L’esplosiva discesa in campo di Vannacci sta fottendo l’armata branca-Meloni


(dagospia.com) – Tra un “vaffa” di Trump e la batosta del referendum e la sfi-Ducetta sulle preferenze, Giorgia Meloni se lo ricorderà l’anno di disgrazia 2026. Se lo ricorderà anche e soprattutto per l’esplosiva discesa in campo di Roberto Vannacci.

Nel giro di pochi mesi – dal 7 febbraio, giorno di nascita di Futuro Nazionale, all’Assemblea costituente del 13 giugno – la Lega è stata macinata come chicchi di caffè dal fascio-sovranismo dell’ex generale, Forza Italia in modalità Berlusconi ha iniziato a fare la fronda alla maggioranza e Fratelli d’Italia è precipitata nel casino.  

L’inattesa impennata nei sondaggi del vannaccismo senza limitismo ha reso vano il premio di maggioranza previsto dal “Melonellum” con il raggiungimento del 42% dei voti: senza Futuro Nazionale, l’Armata Branca-Meloni rischia di perdere Palazzo Chigi.

E imbarcarlo è molto difficile, se non impossibile: nel caso di un ingresso ‘last minute’ di Vannacci nella coalizione, a Forza Italia non resterebbe altro che abbandonare al suo destino Giorgia e camerati. Per non parlare delle conseguenze nell’Unione Europea per un governo italiano con un tipino alleato con i post-nazi di Afd.

Nel frattempo, l’ex generale della Folgore sta mandando all’aria anche un’altra operazione della “Thatcher di Colle Oppio”: alle amministrative della primavera 2027, azzeccando il candidato giusto, Roma e Milano, i due comuni più importanti d’Italia, attualmente amministrati dal centrosinistra, sono contendibili.

E in caso di vittoria, la premier alla Fiamma ricompatterebbe la malconcia maggioranza per rilanciarsi alla grande per le politiche del 2027.

All’inizio della partita comunali, la Sora Giorgia non aveva fatto i conti con il gran dominus della Lombardia, Ignazio La Russa, che nella sua Milano vuole “dare le carte”.

E per recuperare terreno nell’elettorato moderato, l’ex missino co-fondatore di FdI aveva messo da parte i residuati bellici proposti dalle Sorelle Meloni (Fidanza) e da Forza Italia (Cottarelli), per lanciare la candidatura del ciellino Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati.

Tutto stava girando per il verso giusto, quando zac! piombano sulla capoccia di La Russa i dati degli ultimi sondaggi riservati che registrano quanto Vannacci stia prendendo piede in Lombardia, e soprattutto a Milano che considera strategica e dove ha già annunciato la candidatura di un ‘’futurista’’: 7-8%.

Se da qui a ottobre 2027 in politica tutto è possibile, non è però immaginabile, da qui ad aprile, una alleanza di FdI e Lega con Futuro Nazionale. E quella di Milano è una percentuale tale che toglie voti al centrodestra e, già adesso, la mette fuori gioco da ogni possibile speranza di espugnare Palazzo Marino.

Viste le rilevazioni sulla candidatura a sindaco di Milano, sentito puzza di sconfitta, La Russa, da quel politico scaltro ed esperto che è, al volo ha scaricato al suo destino Lupi e balilla, mollando la patata bollente della scelta del candidato nelle manine delle sorelle Meloni.

Sentite che dichiarazione, intrisa del politichese più ipocritamente arzigogolato, ha rilasciato il poco paludato presidente del Senato alle agenzie:

“Si tratta di mettere da parte ogni distinguo interessato e affidare, dopo un serio sondaggio, la scelta a Giorgia Meloni e ai suoi vicepresidenti, consapevoli che è emersa la volontà della quasi totalità dei candidabili a unire le loro forze a prescindere da chi sarà il prescelto, senza ulteriori ritardi e con l’obiettivo di vincere”.

Eia eia trallalà…

Se La Russa a Milano balla la rumba con un Vannacci tra il 7 e l’8%, a Roma le Sorelle Meloni hanno i nervi a fior di pelle: Futuro Nazionale è accreditato nei sondaggi riservati al 6,8% (mentre a Torino viaggia sul 5%).

Con Vannacci pronto a portarsi via una fetta di elettorato anche nella Città Eterna, in via della Scrofa brancolano nel buio sulla scelta del candidato che dovrà vedersela con il favorito dem Robertino Gualtieri, ben appoggiato dal Calta-“Messaggero”.

Se Arianna non ha nessuna intenzione di correre il rischio di una scoppola (come dicono alcuni dirigenti di FdI “è una sfida che non sembra essere nelle sue corde”), restano in campo la malvista auto-candidatura dell’ex Gabbiano supremo delle Meloni e attuale vice-presidente della Camera, Fabio Rampelli, e la vicepresidente della Regione Lazio, Roberta Angelilli.

Ma la scelta dello sfidante di Gualtieri sarà svelata solo all’indomani del ritiro dell’indigesto Rampelli. E il dirigente di FdI che ha l’arduo incarico di far tornare sui suoi passi l’ingombrante ex tutor di gran parte dei meloniani oggi al potere si chiama Francesco Lollobrigida, oggi ritornato in gran spolvero dopo che l’ex moglie Arianna ha inanellato in via della Scrofa un rosario di figuracce.

Quello che confermano off record i dirigenti di FdI è che il candidato romano al 70% non sarà un esponente del partito ma un civico. Insomma, un altro Michetti a perdere…


Se Londra va a Manchester


(di Michele Serra – repubblica.it) – Sarebbe bello se funzionasse davvero, la “Downing Street bis” aperta dal premier britannico Burnham a Manchester, la sua città. Non è ordinario decentramento, non è localismo, non è una goffa impuntatura autonomista (tipo il buffo “parlamento del Nord” di memoria bossiana, del quale non rimane nemmeno la polvere).

È una specie di sdoppiamento di Londra, è lo Stato che rimane uno solo ma apre bottega anche nel Nord depresso. Come se Palazzo Chigi aprisse una sua seconda sede operativa a Palermo o a Reggio Calabria, e questa sede non fosse in alcun modo un’articolazione delle Regioni: fosse Stato, fosse governo nazionale.

Le polemiche sui costi dell’operazione (ma Burnham replica che costa molto anche convogliare su Londra persone, riunioni, decisioni) sottovalutano il suo significato politico. Ricucire il rapporto sempre più lacerato tra potere e cittadini, e tra centro e periferia (nel caso di Manchester si dovrebbe dire: tra centro e non centro) è forse la sfida più difficile della politica.

L’idea che tutto si decida “lontano” coincide con l’idea stessa di Palazzo. È immaginabile che in Inghilterra si dica “tanto decidono tutto a Londra” così come noi diciamo “tanto decidono tutto a Roma”. E in questo senso già decidere qualcosa a Manchester (qualcosa che valga anche per Londra, non solo per Manchester) comunica un piccolo brivido di novità.

Riavvicinare “la gente” alla politica è in questo momento, in mezzo mondo, la sfida più difficile. Il problema non è Vannacci (sempre più somigliante ad Alberto Sordi, anche travestito da imperatore), il problema è che a votare, di questo passo, ci andrà meno della metà degli elettori. Tanto hanno già deciso tutto a Londra.


Russia e Italia, sorelle d’anima


(di Marcello Veneziani) – Da quando l’Unione europea ha dichiarato guerra alla Russia, immaginando di essere stata aggredita, non sono più permessi spazi di dialogo nemmeno a livello di arte, cultura e sport, ambiti un tempo impermeabili ai conflitti, alle guerre fredde e alle tensioni internazionali, zone franche e luoghi aperti di scambio nonostante le ostilità. Lo confermano i vertici europei, il riarmo, la retorica dei Volenterosi, le polemiche nostrane che vedono allineati governo, Fratelli d’Italia e il Pd sul fronte antirusso; la ridicola “multa” dell’Ue alla Biennale per aver osato tenere in vita quel canale di rispetto e di scambio sul piano artistico, lasciando ai russi il loro padiglione. Ma lasciamo stare le polemiche, ricordiamo piuttosto cosa ci stiamo giocando sul piano culturale e letterario. Noi europei, noi italiani. 

I grandi scrittori russi hanno sempre considerato l’Italia una patria sorella. Hanno avvertito l’appartenenza a una comune civiltà, greca, romana e cristiana, seppur lacerata dallo scisma tra Roma e Bisanzio. L’Italia era il luogo ideale in cui venivano a ristorare le loro anime con l’arte e il paesaggio e i loro corpi per via del clima mite e salubre. Erano attratti dal sole e dall’arte, la storia e la cultura ma anche da una percezione di affinità caratteriale e popolare. Persino il cantore del populismo russo, Aleksandr Herzen, attraversando “il meridione estremo d’Italia” si ricordò dei villaggi e dei contadini russi. Un altro Alessandro, prima di lui, Puškin, vedeva l’Italia nel romanzo Evgenij Onegin, come un luogo ideale, “dove il cielo è più azzurro, dove il sole è più caldo” luogo di bellezza, di frutti e di sentimento, ma anche di “dolce vita” e di naturale eleganza. 

All’Italia vista dalla letteratura russa come patria dell’anima, dedica un saggio su Rinascita, la storica rivista da poco rinata, Giorgio Starace. È da almeno tre secoli, nota Starace, che l’Italia esercita un fascino potente sugli scrittori russi; in particolare Roma e Firenze, Napoli e Venezia. I russi scoprirono l’Italia molto prima che la letteratura italiana scoprisse la Russia. 

Gogol’ scrisse a Roma il celebre racconto Il Cappotto e gran parte del suo poema in prosa Le anime morte. Affascinato da Dante, da Tasso e da Raffaello, era invaghito dell’aria di Roma al punto che sognava di avere un naso gigantesco per respirare di più la sua bellissima aria. Gogol’ era ucraino, ma fa parte della letteratura russa; a conferma che sul piano culturale, come sul piano religioso, linguistico, storico, l’Ucraina è da secoli considerata nell’universo russo, non certo in quello europeo.

Fedor Dostoevskij s’innamorò di Firenze, in quel tempo capitale del neonato Stato italiano e in Italia portò a compimento L’Idiota. A proposito dell’unità d’Italia Dostoevskij notò che l’Italia era sempre stata un faro universale di civiltà, con la gloria di Roma imperiale, del Papato, dell’Arte e della Cultura; vederla ridotta dal processo unitario a un mediocre staterello, “un piccolo regno di second’ordine…un’unità meccanica, non spirituale” era per lui deludente. Lev Tolstoj portò l’Italia nel suo capolavoro Anna Karenina; lo colpì della vita italiana lo splendore dell’ozio, il dolce far niente; e dire che la percezione italiana della Russia, almeno al tempo degli Zar, era più o meno la stessa: una vita oziosa, pigra, soprattutto nelle classi agiate, come quella descritta da Goncarov in Oblomov, il possidente russo che somigliava per la sua indolenza ai nostri proprietari terrieri meridionali; due mondi vicini. A Roma Tolstoj fu colpito, scrive Starace, “più dalla povertà del popolo romano che dalle glorie dell’Impero”. Tolstoj s’inoltrò nella lingua italiana per leggere in lingua originale Dante. Tra Roma e Venezia trascorse giorni memorabili anche Ivan Turgenev e vi è traccia di quel soggiorno in alcuni suoi racconti e in poesie; memorabile è un volo onirico notturno descritto da Turgenev sulle rovine di Roma nel racconto mistico Fantasmi. Restò nei suoi scritti l’immagine di una “nazione poetica”. Anche Cechov, s’innamorò dell’Italia che battezzò “il paese delle meraviglie”, a partire dalla fiabesca Venezia, “un sogno a occhi aperti”. Amò Napoli e Firenze, Genova e Sanremo ma non fu conquistato da Roma. In tempi a noi più vicini, fu memorabile il soggiorno a Capri, in esilio dorato, di Maksim Gorkij, per ben sette anni. Trasformò Capri in un salotto russo, e vi passo pure Lenin, per ben due volte. Amò l’Isola e il nostro sole ma “a me manca la nostra terra”, diceva l’esule russo.

Il più grande pensatore russo, Pavel Florenskij, fu a lungo considerato il “Leonardo da Vinci” russo, per i suoi molteplici interessi scientifici, sperimentali, filosofici e letterari. Mistico, teologo e sacerdote, con una numerosa famiglia, perseguitato dal regime sovietico e ucciso dagli scherani di Stalin nel giorno dell’Immacolata del 1937, Florenskij studiò a lungo Dante e scrisse pagine originali sulla visione dantesca e sulla geometria non euclidea che il sommo poeta aveva intuito figurando l’Aldilà. Affascinata da Dante fu pure la poetessa Marina Cvetaeva che amava l’Italia, la riviera ligure e ci veniva sin dall’infanzia, e Anna Achmatova, affascinata da Roma e da Taormina e Iosif Brodskij, innamorato di Venezia, su cui scrisse un memorabile libretto, Fondamenta degli Incurabili. L’arte e la cultura uniscono la Russia all’Italia, ma oggi si vietano concerti, conferenze e mostre sui russi; che delitto e che castigo…


La promessa tradita della politica


(ilsole24ore.com) – Nel Critone Platone immagina Socrate in carcere, in attesa di essere giustiziato. Gli amici hanno organizzato la fuga. Corrompere le guardie è possibile, lasciare Atene anche. Socrate, tuttavia, rifiuta. Per spiegare la sua decisione fa appello alle leggi della città, le quali gli ricordano che, se non è riuscito a persuadere la patria, deve fare ciò che essa ordina, anche quando questo significa affrontare la guerra, una ferita o la morte. La domanda che attraversa quel dialogo naturalmente continua a interrogarci anche oggi e a farci riflettere su un tema sempre più cruciale per la politica contemporanea e cioè perché un cittadino dovrebbe obbedire alle istituzioni del proprio paese? Non perché la disobbedienza sia rischiosa. Non perché ogni legge sia giusta. Non perché lo Stato disponga della forza necessaria a punirlo. Ma perché quel paese è, in un senso particolare, il suo paese. È questa la prospettiva adottata da Margaret Gilbert nel suo A Theory of Political Obligation (Oxford University Press, 2006). Il punto di partenza è cio che la filosofa definisce il membership problem. “L’appartenenza a una società politica comporta, in quanto tale, l’obbligo di sostenerne le istituzioni? (p. vii) – scrive. La domanda va distinta da altre che le somigliano. Gilbert non si chiede soltanto quando sia moralmente opportuno rispettare una legge, né quando un governo sia abbastanza giusto da meritare obbedienza. Non si chiede neppure perché sia prudente conformarsi alle decisioni di chi dispone della polizia, delle carceri e degli strumenti della coercizione. Il problema è più circoscritto e insieme più radicale e vuole indagare la natura di quel particolare vincolo che deriva dall’essere membri di una determinata società politica.

L’obbligo che il contratto non spiega

La risposta più nota a tale questione viene dal contrattualismo. Se una società nasce da un accordo con il quale i suoi membri accettano determinate istituzioni, allora l’obbligo politico sembrerebbe derivare da quell’accordo. Non obbedisco a una volontà estranea, semplicemente rispetto una decisione alla quale ho partecipato. Le leggi possono essere considerate, almeno idealmente, come prescrizioni che ci siamo dati insieme. Questa soluzione possiede una forza evidente. Spiega perché l’obbligo sia particolare. Mi sento vincolato alle istituzioni del mio paese perché ho partecipato all’accordo che le ha costituite. Spiega anche perché l’obbedienza non sia soltanto sottomissione. Chi rispetta una decisione comune è, almeno in parte, autore della norma alla quale si conforma. Gilbert osserva che l’accordo rende i partecipanti “coautori della richiesta di legge” e consente quindi di interpretare la conformità come una istanza almeno parziale di autodeterminazione. Ma il contrattualismo incontra un’obiezione difficilmente superabile. Nella realtà, infatti, quasi nessuno ha stipulato un simile contratto. Non abbiamo scelto il paese nel quale siamo nati, non abbiamo sottoscritto la sua costituzione, non abbiamo approvato personalmente le leggi ereditate dalle generazioni precedenti. La maggior parte dei cittadini non ha mai pronunciato un “sì” rivolto all’intero ordinamento politico.

Neanche il ricorso al consenso tacito risolve la faccenda. Restare in un paese, utilizzare una strada, ricevere un’istruzione pubblica, votare o pagare le imposte possono essere comportamenti compatibili con l’accettazione delle istituzioni, ma non equivalgono necessariamente a un accordo. Un’intesa tacita richiede comunque che esista una proposta riconoscibile e che il silenzio o il comportamento siano compresi come accettazione. Altrimenti il contratto diventa una finzione che attribuisce al cittadino un consenso che non ha mai manifestato. La Gilbert accetta dunque la forza dell’obiezione dell’assenza di accordo, ma non rinuncia all’intuizione contrattualista. Il contratto coglie qualcosa di importante. La società politica non è soltanto un insieme di individui sottoposti al medesimo potere. È una relazione nella quale le persone possono considerare certe istituzioni come “nostre”. L’errore consiste nel ritenere che questa relazione debba necessariamente nascere da un unico atto fondativo. La teoria del contratto, sostiene la Gilbert, è un caso particolare di una teoria più generale. Ogni accordo produce un impegno congiunto, ma gli impegni congiunti possono formarsi anche senza un accordo esplicito, per esempio attraverso il graduale consolidamento di regole e pratiche comuni. Una società politica può essere fondata da un contratto, ma non è necessario che lo sia. 

Quando le istituzioni diventano “nostre”

La risposta della Gilbert trasferisce alla politica l’intero apparato del soggetto plurale che abbiamo analizzato nei tre Mind the Economy precedenti. Una società politica esiste quando i suoi membri sono congiuntamente impegnati a sostenere, come un corpo, un certo insieme di istituzioni di governo. L’appartenenza non coincide, dunque, con la semplice residenza. Vivere all’interno di un territorio governato da qualcuno non basta a trasformare quel governante nel “nostro” governo. Neppure il fatto che un ordinamento ci attribuisca formalmente la cittadinanza dimostra, da solo, l’esistenza di un’autentica relazione politica. Una norma può dichiararmi membro, così come può imputarmi obblighi, senza che ciò fondi ancora il vincolo che pretende di descrivere.

Al riguardo possiamo distinguere tre forme elementari di istituzione politica. Possono esistere, anzitutto, regole che governano direttamente la vita comune: come risolvere una controversia, come distribuire un bene o come prendere una decisione. Possono poi esistere regole che attribuiscono a una persona o a un organo la capacità di comandare. Infine, vi sono le rules of governance, le regole costituzionali che stabiliscono chi possa produrre altre regole, mediante quali procedure e entro quali limiti. Queste forme possono combinarsi in ordinamenti estremamente semplici oppure molto complessi. Ciò che le rende istituzioni di quella società non è soltanto la loro efficacia, ma l’esistenza di un impegno comune che le sostiene. 

Una costituzione, da questo punto di vista, non è soltanto un testo collocato al vertice delle fonti del diritto. È la formulazione pubblica delle condizioni alle quali una pluralità pretende di governarsi come un “noi”. Stabilisce chi può comandare, come il potere viene conferito, quali procedure trasformano una proposta in legge, quali diritti non possono essere sacrificati e quali strumenti permettono di contestare le decisioni. La sua forza giuridica dipende dagli apparati che la applicano. La sua forza politica più profonda dipende dal fatto che i cittadini possano riconoscerla come la grammatica delle proprie relazioni comuni. E’ qui che la Gilbert compie un passaggio decisivo. L’obbligo politico non è, originariamente, un debito verso un’entità impersonale chiamata Stato. È, invece, un’obbligazione reciproca tra i membri del soggetto politico. Se siamo congiuntamente impegnati (joint committed) a sostenere determinate istituzioni, ciascuno deve agli altri la propria parte di conformità. Le istituzioni sono il contenuto dell’impegno e i concittadini sono i destinatari dell’obbligo.

La politica appare allora meno verticale di quanto suggerisca il linguaggio dell’obbedienza. Non c’è soltanto un’autorità che comanda e un cittadino che esegue. C’è una pluralità di membri che si devono reciprocamente il sostegno delle istituzioni comuni. Coloro che partecipano a un impegno congiunto – scrive la Gilbert – possono essere considerati, in un senso particolare, proprietari delle azioni conformi degli altri. “Si può dire che coloro che si impegnano congiuntamente a fare qualcosa come gruppo si assumano la responsabilità reciproca delle azioni conformi di ciascuno” (p. 241). È questa struttura a spiegare i “legami” politici. L’impegno unifica le persone e, nello stesso tempo, le vincola reciprocamente. Questa impostazione chiarisce anche perché l’evasione fiscale, la corruzione, l’abuso di una carica o l’elusione sistematica delle regole non siano soltanto violazioni contro lo Stato. Sono rotture di una relazione tra cittadini. Chi evade non sottrae semplicemente risorse a un’amministrazione astratta; trasferisce sugli altri il costo dei beni che continua a utilizzare. Chi esercita una funzione pubblica per interesse privato non infrange soltanto una norma penale; si appropria di un potere che esiste perché gli altri ne hanno riconosciuto l’uso per fini comuni. Il vocabolario gilbertiano rende visibile questa fondamentale dimensione orizzontale del torto politico.

Essere membri senza essersi scelti

La forza della teoria coincide, però, con il suo punto più problematico. Come può esistere un impegno congiunto tra milioni di persone che non si conoscono, non hanno mai comunicato direttamente e spesso dissentono profondamente sulla natura stessa delle istituzioni? La Gilbert sostiene che un soggetto plurale può essere vasto, anonimo, inclusivo e gerarchico. Non è necessario che ogni membro conosca personalmente tutti gli altri. È sufficiente che le espressioni di disponibilità riguardino gli altri in quanto membri di una determinata popolazione e diventino pubblicamente riconoscibili. In una collettività molto grande, i confini del soggetto plurale possono inoltre restare parzialmente sfumati, per cui può essere conoscenza comune che la maggioranza abbia manifestato la disponibilità a partecipare all’impegno, senza che sia possibile identificare con precisione ogni parte. Ma questa risposta apre una difficoltà politica che non può essere dissolta mediante una definizione. Dove e quando i cittadini manifestano quella disponibilità? Nel voto? Nel giuramento di cittadinanza? Nell’accettazione ordinaria delle procedure? Nel fatto di rivolgersi ai tribunali, utilizzare documenti pubblici o parlare delle istituzioni come “nostre”? E quale significato attribuire al silenzio di chi non possiede alternative realistiche? La nascita non è un atto di adesione. Neppure la permanenza lo è necessariamente. Emigrare può voler dire perdere lingua, legami familiari, lavoro, storia e protezione sociale. La filosofa stessa riconosce che l’ingresso in una relazione politica può avvenire sotto una forte pressione esterna e che molti migranti scelgono un nuovo paese perché ogni alternativa è divenuta intollerabile. La partecipazione può quindi essere intenzionale senza essere pienamente volontaria. Questo punto rende la sua teoria più realistica, ma anche più inquietante. La Gilbert, infatti, nega che la coercizione cancelli automaticamente l’impegno. Una persona minacciata può decidere consapevolmente di aderire a un accordo. Il fatto che la decisione sia stata estorta non significa che non sia avvenuta. Analogamente, il contenuto immorale di un impegno non impedisce che esso produca obblighi tra le parti. Né le circostanze coercitive né il contenuto ingiusto eliminano, in quanto tali, la normatività del legame. La conseguenza è decisamente scomoda perché in questo modo anche una società dispotica può costituire un soggetto plurale. Anche istituzioni crudeli possono essere sostenute da un impegno comune.

L’appartenenza, dunque, non santifica l’ordine politico. Produce ragioni e obbligazioni, ma non stabilisce che esse debbano prevalere su ogni altra ragione. Un obbligo è sufficiente a orientare l’azione quando non esistono considerazioni contrarie più forti, ma non può essere ritenuto necessariamente conclusivo. Posso essere realmente vincolato da un impegno e, tuttavia, avere il dovere morale di violarlo. Questa distinzione è essenziale per comprendere la disobbedienza civile. Chi disobbedisce a una legge ingiusta non deve necessariamente negare ogni appartenenza politica. Può riconoscere il vincolo e sostenere, proprio perché prende sul serio il carattere comune delle istituzioni, che in quel caso ragioni superiori impongono di non conformarsi. La protesta non è sempre una fuoriuscita dal “noi”. Può essere il tentativo di richiamarlo alle condizioni che giustificano la sua esistenza.

La giustizia come promessa interna

L’obiettivo di Margaret Gilbert non è quello di offrire una teoria della giustizia comparabile a quelle di Rawls o Roemer. Non stabilisce come distribuire reddito, opportunità, libertà o potere. Il suo contributo è precedente e, per certi aspetti, più basilare. Vuole spiegare come possa esistere un soggetto al quale attribuire impegni politici e all’interno del quale gli obblighi di giustizia possano diventare reciproci. La giustizia, infatti, non è soltanto un metro esterno con cui un osservatore valuta le istituzioni. In una democrazia costituzionale è anche parte della promessa attraverso cui la società definisce sé stessa. Quando una costituzione proclama l’eguaglianza, tutela la libertà, limita il potere e riconosce la pari dignità, non descrive semplicemente ciò che già esiste. Formula ciò che il soggetto politico si impegna a diventare. Trasforma alcuni principi in criteri interni di coerenza, in ragioni che i cittadini possono rivolgere gli uni agli altri e, soprattutto, a coloro che agiscono in loro nome. Per questo l’ingiustizia democratica possiede la struttura del tradimento. Quando una società esclude alcuni dall’istruzione, tollera discriminazioni sistematiche, abbandona interi territori o distribuisce in modo arbitrario la protezione della legge, non viola soltanto un principio filosofico astratto. Agisce contro la rappresentazione normativa che offre di sé. Dice “noi siamo eguali” e organizza rapporti nei quali alcuni sono sistematicamente meno eguali degli altri. Dice “queste istituzioni sono nostre”, ma consente soltanto ad alcuni di definirne gli obiettivi, interpretarne le regole e utilizzarne i poteri. La teoria della Gilbert permette allora di formulare una domanda ulteriore rispetto al problema dell’obbligazione politica. Non dobbiamo solo chiederci perché i cittadini devono sostenere le istituzioni, ma anche quando le istituzioni cessano di essere riconoscibili come loro. Un ordinamento, infatti, non può pretendere indefinitamente obbedienza appellandosi a un “noi” calato totalmente dall’alto. Se alcuni sono sottoposti alle leggi senza poter partecipare alla loro formazione, se contribuiscono alla vita comune senza essere riconosciuti come membri, se sopportano i costi delle decisioni senza avere voce nelle procedure, il difetto non riguarda soltanto la distribuzione dei benefici. Riguarda la costituzione stessa del soggetto politico. Il “noi” parla, ma non tutti possono parlare nel “noi”. È qui che la promessa costituzionale acquista il suo significato più esigente. Non garantisce l’assenza del conflitto e non richiede unanimità. Promette qualcosa di più sobrio e più difficile al tempo stesso e, cioè, che coloro ai quali viene chiesto di rispettare le decisioni comuni possano riconoscersi anche come loro autori, che il dissenso non sia trattato automaticamente come tradimento, che il potere rimanga tenuto a dare ragioni e che l’appartenenza non sia soltanto il nome politico della soggezione.

La conclusione di Margaret Gilbert è, allora, ambivalente. Senza impegni comuni non esiste una società politica, ma soltanto una popolazione amministrata. Eppure, non ogni impegno comune è giusto, non ogni appartenenza è libera così come non ogni “nostra istituzione” merita di essere sostenuta. La politica comincia quando possiamo dire “noi”. La giustizia comincia quando quella opzione non resta una formula retorica, ma diventa effettiva possibilità, per ciascuno, di partecipare alla definizione delle regole, di contestarle e di chiedere conto del loro eventuale tradimento.


Giampaolo Rossi (Ad Rai): “Report? Non lo chiudiamo”


(Roberto Sommella – Mf – Milano Finanza) – Giampaolo Rossi fuma la pipa, è convintamente di destra ma ama la figura di Giuseppe Garibaldi. In questa prima intervista a Milano Finanza, l’amministratore delegato della tv pubblica ci tiene però subito a mettere in chiaro una cosa: «Non siamo TeleMeloni».

Domanda. Dottor Rossi, i Mondiali di calcio non hanno visto l’Italia protagonista ma sono stati almeno un successo per la Rai?

Risposta. Sì. Abbiamo avuto dei grandissimi risultati sia in termini di raccolta pubblicitaria: abbiamo superato la raccolta pubblicitaria del Qatar nel 2022, pur avendo quasi la metà delle partite rispetto agli scorsi Mondiali e non avendo l’esclusiva. Oltre 50 milioni di raccolta pubblicitaria è un risultato straordinario da parte di Rai Pubblicità e da parte di Rai, ma si lega in modo particolare agli ascolti, che sono stati ascolti che hanno superato tutti i record immaginabili.

D. Che tipo di record?

R. Ad esempio, si è invertita la tendenza al calo degli ascolti estivi che genericamente ha la televisione lineare in questo periodo. Un grazie sincero a tutta la squadra di Rai Sport: questi risultati sono il frutto di straordinaria professionalità, competenza e passione al servizio del pubblico. È un successo di cui tutta la Rai può essere orgogliosa.

D. Siete giustificatamente contenti, ma il pubblico anche?

R. La cosa più interessante per noi è che coloro che hanno 15-24 anni hanno visto la Rai ed essi sono raddoppiati rispetto al passato.

D. Come ve lo spiegate?

R. Lo sport, così come tutti gli eventi, attirano sulla televisione lineare il pubblico che oggi sulla televisione lineare non c’è più. Appunto i giovani. Questa è una televisione che è ormai over 60, quando ci sono grandi eventi, come può essere il Festival di Sanremo o come può essere il grande sport, hai un ritorno del pubblico giovane che tra l’altro fruisce di questi contenuti anche in second screen sugli altri device.

(…)

D. Avete caricato tutto l’archivio Rai?

R. Non tutto, perché i diritti di alcuni prodotti, soprattutto dell’area visiva, scadono e se ne comprano altri; però noi oggi abbiamo circa 7000 titoli su RaiPlay, che è un contenuto enorme perché, ripeto, è quasi il doppio di quello che ha in questo momento la BBC.

D. Insomma, Arbore era stato profetico quando cantava, Non è la BBC…

R. È uno sforzo questo su cui la Rai lavora tanto, è l’investimento del futuro perché tra l’altro consente anche di immaginare contenuti un domani diversificati su modelli di fruizione diversificati come il miglior domani che non è più quindi la funzione. Noi oggi sappiamo che alcuni generi televisivi, vedi per esempio le fiction e i film, quasi esclusivamente si vedono on demand. Se c’è oggi una fiction, non è detto che tu la vedi solamente alle 9 e mezza di sera su Rai Uno, magari ti vedi tre o quattro puntate il sabato della stessa fiction insieme. E questo ovviamente ci impone anche un cambiamento di come pensare il prodotto televisivo, perché i modelli di funzione cambiano.

D. Prima dei 50 milioni dei Mondiali avete avuto un record di raccolta pubblicitaria anche con Sanremo.

R. Sì oltre 70 milioni. Anche quello è stato un altro record, la più grande raccolta nella storia della Rai.

D. Con questi risultati ci fate il bilancio…

R. Ci facciamo tanto, e non dimentichiamoci che abbiamo i tetti pubblicitari che ci impediscono di accadere liberamente al mercato. Però sicuramente sono numeri importanti che si concentrano soprattutto su alcuni eventi.

D. Perché?

R. Perché la cosa interessante da notare è come il mercato televisivo e pubblicitario sia molto legato all’eventizzazione, cioè i grandi eventi non solo fanno la raccolta pubblicitaria, ma diversificano il target. Sanremo, le Olimpiadi, i Mondiali sono i grandi eventi che oggi fanno registrare anche il ritorno dei giovani a guardare la televisione.

D. Vi siete aperti ai social, che in Francia vietano sotto i 15 anni. Funziona?

R. Sui social della Rai abbiamo circa 7 milioni quasi di interazioni, quindi stiamo parlando di Tik Tok, Facebook, YouTube e tutte le altre modalità. È un mercato che sta esplodendo enormemente, si tratta di una raccolta pubblicitaria minoritaria rispetto alla divisione lineare, ma in percentuale sta crescendo tantissimo. Quindi abbiamo una total audience crescente e la diversificazione del target.

D. Gli inserzionisti come vanno?

R. Il numero sta crescendo. Siamo passati da circa 200 inserzionisti che hanno investito in pubblicità sui Mondiali 2022 a 270-280 aziende.

D. In termini di bilancio che impatto ci sarà da questi numeri?

R. Nel 2025 abbiamo chiuso con un bilancio consolidato per la prima volta dopo 8 anni in attivo con 9,3 milioni e il consolidamento è un risultato straordinario. Che è stato tra l’altro il quarto miglior risultato della Rai negli ultimi 17 anni di bilancio, ottenuto senza interventi straordinari, che in passato c’erano stati. E la cosa molto interessante è che siamo per la prima volta stati in grado, con questo risultato, di retrocedere il premio di risultato al 100% ai dipendenti. Una grande soddisfazione dell’intera macchina produttiva dell’azienda.

D. E per il 2026 cosa prevedete?

R. Abbiamo fatto una serie di investimenti molto importanti, abbiamo ovviamente il piano immobiliare, il piano industriale, abbiamo aumentato gli investimenti tecnologici. Il nostro obiettivo ovviamente è quello di raggiungere la parità di bilancio che sarebbe un risultato nel biennio molto importante, soprattutto in vista di quello che è il grande sforzo che stiamo facendo di trasformare la Rai in una Digital Media Company, che è quanto previsto dal contratto di servizio.

D. Quanto vale il vostro piano immobiliare?

R. Noi abbiamo messo in previsione circa 500 milioni da qui al 2032. 500 milioni con un’ipotesi di ottimizzazione di risorse di circa 10 milioni l’anno una volta entrato a regime. Il piano immobiliare prevede una serie di dismissioni di tutti quegli immobili che noi consideriamo ormai non più funzionali.

D. Come il Teatro delle Vittorie?

R. Sì.

D. Non si poteva tenere?

R. No. Costava solo per ristrutturarlo 7 milioni di euro e dove restare chiuso 4-5 anni, tra l’altro è in un condominio e veniva usato molto poco. In questo contesto la Rai mantiene tutti gli studi di via Teulada, mantiene la Dear di Via Nomentana e si prepara ad inaugurare a settembre, a Saxa Rubra, due grandi studi televisivi super tecnologici da 2.000 metri quadrati. E a Milano in Fiera stiamo costruendo la nuova sede da 55.000 metri quadrati.

D. A Roma, a Viale Mazzini, davanti al celebre cavallo, rientrerete mai?

R. I lavori finiranno per il 2030.

D. Su questa data c’è un po’ di scetticismo.

R. Lo scetticismo ci sprona a fare meglio.

D. Seguirete l’America’s Cup?

R. Sì. noi continuiamo a investire tantissimo nello sport. Dal 2023 ad oggi abbiamo investito più di 600 milioni di euro in diritti sportivi perché la Rai praticamente copre quasi tutti i grandi eventi. Il prossimo anno avremo l’America’s Cup e gli europei di basket maschile e femminile, il mondiale di ciclismo, il mondiale di basket e abbiamo già acquistato molti diritti di grandi eventi degli anni prossimi, come le Olimpiadi del 2028 e 2032 e gli Europei di calcio. E abbiamo il Tour de France fino al 2032.

D. Wimbledon tornerà mai sulla Rai?

R. Magari (sospira, ndr). A parte le battute, va detto che il tema vero è il mercato dei diritti sportivi, il cui costo per alcune discipline è diventato esagerato. Adesso speriamo di continuare anche con la Coppa Davis.

D. Fiducioso?

R. Ancora dobbiamo rinnovare i diritti, però siamo fiduciosi.

D. Preoccupato per le uscite di alcuni conduttori importanti come Milo Infante?

R. No. Faceva da noi Ore 14 e ora va a Mediaset a fare la stessa cosa alle 11. Una scelta analoga a quella di Bianca Berlinguer.

D. Avete deciso chi sostituirà Federica Sciarelli a Chi l’ha visto?

R. No, credo sarà una scelta interna, ma Federica Sciarelli resterà con noi. La Rai in qualche modo è da sempre una fucina di talento creativo. Ha un numero di talenti superiore a tutte le altre televisioni italiane. E quindi è chiaro che attrae molto la possibilità dei broadcaster che hanno anche capacità economiche forti come Mediaset. Ma in questo la Rai non è carente di grandi talenti, soprattutto per le prime serate e per l’intrattenimento, da Carlo Conti a Stefano De Martino, a Antonella Clerici.

D. Sanremo invece chi lo farà?

R. Stefano De Martino come direttore artistico. Questo è una delle pagine più belle della Rai degli ultimi anni, perché quando andò via Amadeus noi abbiamo avuto la prontezza di investire e di affidare il programma, il Sanremo del record storico, a Carlo Conti. E Carlo ha portato a casa due edizioni di Sanremo straordinarie, di una bellezza anche artistica enorme, battendo tutti i record di ascolto. De Martino è un talento televisivo su cui noi abbiamo investito e ha portato a casa dei risultati incredibili.

D. Con il Comune di Sanremo ci saranno i soliti problemi?

R. No. Abbiamo chiuso la convenzione lo scorso anno con un braccio di ferro lunghissimo, oggi c’è una grande collaborazione, una convenzione che dura tre anni e soprattutto una sorta di tavolo permanente.

D. In molti lanciano accuse verso il servizio pubblico: la Rai è Telemeloni?

R. No. Basta analizzare i dati dell’AGCOM e i dati dell’osservatorio di Pavia, che è un organismo indipendente. Se si analizzano i dati dell’informazione dei telegiornali si scopre una novità molto curiosa.

D. Quale?

R. Che rispetto agli ultimi governi, addirittura dall’ultimo governo Berlusconi a oggi, la Rai di oggi è quella che dà più spazio all’opposizione rispetto agli esecutivi appunto di Berlusconi, Monti, Letta, Gentiloni, Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2, Draghi. È la Rai che ha l’equilibrio maggiore nel rapporto tra forze di maggioranza, governo e opposizione negli spazi dei TG. Quindi Telemeloni di fatto non esiste.

D. Chi vi accusa vive in un altro mondo? Pare strano…

R. Il problema è che non è più proprietà privata di qualcuno come lo era fino a qualche anno fa e questo magari dà fastidio, ma è sicuramente una Rai che svolge a pieno il ruolo di servizio pubblico.

D. Quello che fa Report di Ranucci. Vi accusano di volerlo chiudere.

R. Sul caso Ranucci abbiamo attivato il comitato etico come strumento previsto per analizzare quello che sta avvenendo, quello che si sta scoprendo anche dai giornali, anche per verificare che i materiali e le inchieste di cui si sta parlando in questi giorni non abbiano avuto impatti sul ruolo di servizio pubblico e sul ruolo che la Rai deve svolgere rispetto al contratto di servizio.

D. Non mi pare una risposta…

R. Finisco. Report è un format della Rai di proprietà della Rai non è di proprietà di nessun altro e quindi per noi è un patrimonio editoriale da mantenere. Quindi Report va avanti perché è un brand Rai, è sempre esistito e continuerà a esistere anche dopo, a prescindere da chi lo conduce e dagli amministratori delegati.

D. La7 è la nuova Rai Tre. E Rai Tre cosa è diventata?

R. Rai Tre oggi è una rete molto più specializzata sull’approfondimento giornalistico e sulla divulgazione culturale. Diciamo che oggi Rai Tre ha una connotazione meno orientata culturalmente. E’ una rete che può ospitare appunto Report da una parte e Massimo Giletti dall’altra, Marco Damilano e Far West.

D. Il duopolio Rai-Mediaset esiste ancora?

R. C’è una competizione ormai senza colpi bassi legata ovviamente al fatto che siamo due parti fondamentali di un intero sistema. Quando noi pensiamo alla televisione, oggi dobbiamo pensare che i broadcaster, almeno nel lato Rai, non sono semplicemente delle aziende televisive, sono degli hub industriali che sostengono intere filiere del mercato televisivo italiano. La Rai da sola sostiene il cinema, la fiction, la documentaristica, l’animazione italiana. La Rai è l’azienda che produce più ore di televisione in Europa.

D. Non ha paura de La7 di Urbano Cairo?

R. La7 è un’altra cosa, è troppo aggressiva per i nostri standard e punta sui talk show. La Rai ha una responsabilità diversa, grazie a 1.900 giornalisti e alla rete regionale la Tgr, la più grande d’Europa. E con un canone, 90 euro, il più basso d’Europa, produce più ore di tutti gli altri broadcaster. La Rai dobbiamo proteggerla, ci sono troppe persone che non hanno consapevolezza del ruolo che ha questa azienda.

D. Come giudica l’operazione Prosiebensat di Mediaset?

R. È un cambio di paradigma per quell’azienda. Un’operazione importante, il cui elemento competitivo sono le piattaforme.


L’abito non fa più il monaco: fa il meme


Le felpe di Matteo Salvini non sono mai state un semplice capo d’abbigliamento, sono il suo vero ufficio stampa

(di Aldo Grasso – corriere.it) – Le felpe di Matteo Salvini non sono mai state un semplice capo d’abbigliamento. Sono il suo vero ufficio stampa. Prima ancora di un’intervista o di un comizio, parla la scritta sul petto: «Padania is not Italy», «Ruspe», «Stop invasione», «Prima gli italiani», fino all’ultima: «Grazia subito». La tv e i social, che vivono di immagini immediate, non potevano chiedere di meglio.

Ogni felpa è un manifesto, ogni t-shirt un post. Cambia il vento e cambia la divisa. Per chiedere consenso, Salvini si traveste da elettore. È la politica ridotta a un guardaroba fornito e militante: l’identità come merchandising.

Per anni il meccanismo ha funzionato. La felpa accorciava la distanza con la «gente», sostituiva il linguaggio della rappresentanza con quello dell’appartenenza. Ma ogni format, a forza di essere ripetuto, si logora. È la politica camaleontica dell’iper-comunicazione: l’abito non fa più il monaco, fa il meme. Salvini indossa il territorio, i nemici del giorno e i propri eroi con la disinvoltura di uno Zelig ideologico che cambia pelle a seconda della piazza, del talk, di Instagram.

La comunicazione fast fashion può conquistare il consenso immediato, ma difficilmente riesce a sostituire la politica. Anche perché, passata la moda, nell’armadio restano soltanto vecchie felpe, t-shirt sgualcite e il fantasma di Vannacci.