Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il genio e lo scroccone più amati dai giornaloni


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] In due giorni il Corriere ci ha steso con una doppietta micidiale: domenica l’intervista all’idolo del Blocco padronale più sgamato e bricconcello, Matteo Renzi, questa giovane promessa della politica che, per una serie di inspiegabili circostanze sfavorevoli, non ha avuto ancora modo di sfoderare tutto il suo talento; lunedì, mentre ci stavamo riprendendo dal quasi knockout, il giornale più venduto d’Italia ha intervistato il simpatico frontman delle lobby più danarose, il leader dei Municipi I e II di Roma, il genio della geopolitica Carlo Calenda. Niente di politicamente memorabile, intendiamoci: i due, come sempre, sono impegnati a narrare sé stessi nelle forme creative che l’attualità concede al loro ego ipergalattico; ma pure essi esistono, e conosciamo la storia della farfalla che batte le ali in Brasile provocando un tornado in Texas.

[…][ “Se tornerò in Parlamento”, dice Renzi, “lo farò con i miei voti, non con l’aiutino dei 5 Stelle o del Pd. Sono eletto ininterrottamente da oltre vent’anni prendendo voti, non scroccando passaggi”. L’intervistatrice, che in fondo fa solo la giornalista e quindi non è tenuta a saperlo, non gli fa notare che nel 2022, sapendo che il suo non-partito non avrebbe superato la soglia di sbarramento, Renzi scommise sul fatto che Calenda avrebbe fatto saltare l’intesa con Enrico Letta finendo per correre da solo alle elezioni, per le quali però gli sarebbe servito un simbolo elettorale esentato dalla raccolta firme. Renzi lo aspettava al varco: gli offrì il simbolo, chiedendogli in cambio la metà dei posti sicuri in lista. È così che Matteo, insieme al suo drappello di seguaci, è stato eletto: scroccando un passaggio da Calenda. Si potrebbe dire che anche Calenda l’ha fatto, attaccandosi come una cozza al simbolo della prestigiosa Italia Viva, e in effetti questo della vicendevole scroccaggine è un bel paradosso, per due che palesemente si odiano. A Renzi non piace che il cosiddetto Campo largo, in cui vuole infilarsi, decida di chiamarsi “Alleanza per la Costituzione” (anche un editoriale di Repubblica, giorni fa, stigmatizzava l’idea, perché vorrebbe dire che l’alleanza “si appropria della Costituzione”, teoria in base alla quale, allora, il Partito democratico si appropria della democrazia), e propone di rinominarlo “La Rosa Bianca”, come il movimento di resistenza contro Hitler creato da studenti e intellettuali a Monaco di Baviera nel 1942. Vabbè. Una magniloquenza che non deve trarre in inganno: Renzi è il solito bomba, visto che poco sopra sostiene di aver presentato al Senato una proposta sul conflitto di interessi: “Chi fa il parlamentare, non fa altro”, il che, detto dal senatore-sponsor dell’Arabia Saudita, fa piuttosto ridere.

[…]

Calenda, invece, ce l’ha col governo Meloni non perché esso sia nazifascista come crede Renzi, ma – se proprio gli deve trovare un difetto – perché da dieci mesi non manda pacchetti di armi a Kiev. Ciò è tecnicamente vero, ma Calenda non dice che in questi mesi sono stati consegnati all’Ucraina armamenti già autorizzati, come il secondo sistema di difesa aerea Samp/T, artiglieria, missili, munizioni, veicoli protetti etc. Né si può dire che finora ci siamo fatti parlare dietro: secondo l’Osservatorio Milex, il valore degli armamenti e dei mezzi militari ceduti dall’Italia direttamente all’Ucraina in 12 pacchetti di invii ammonta a circa 3 miliardi di euro (dato indicativo: la reale entità delle armi è secretata fin dal Governo Draghi), senza dimenticare la partecipazione pro-quota ai massicci stanziamenti europei come l’European Peace Facility e l’Ukraine Support Loan, che ci è costata 20 miliardi di euro. Visti i risultati, un affarone.

Calenda è forte anche in politica interna: il programma di Conte è “folle” e “delirante” perché vuole ripristinare il Reddito di cittadinanza, che per questa gente liberale è come il paletto di frassino per i vampiri; non si vede infatti il bisogno di salvare dalla povertà 6,5 milioni di poveri assoluti che vivono sul nostro territorio (non si potrebbe mandarli al fronte?) e che soprattutto non voterebbero mai Calenda. Infine, Carlo bolla come sintomo di “mitomania” l’idea di Renzi di chiamare La Rosa bianca l’alleanza M5S-Pd con lui dentro (dàgli torto). La sostanza è che Calenda schifa Renzi perché si fa “umiliare” cercando di imbucarsi nell’alleanza progressista, al contrario di lui, che invece si vanta di voler correre da solo, anzi: insieme al “partito” di Pina Picierno (il governo è avvisato: faccia transennare i seggi). È chiaro che le due interviste parlano allo stesso elettorato, quello del centrodestra elitario neoliberista, che dovrà scegliere se farsi buggerare dall’uno o dall’altro. Il problema semmai – morale e politico – è per l’Alleanza per la Costituzione, se decidesse di imbarcare uno come Renzi; ma in quel caso basterebbe chiamarsi “Alleanza contro la Costituzione” e tutto filerebbe liscio.


Guerrini


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – È un’infame calunnia che il Pd voglia battere la Meloni per poi fare le stesse cose. Se dipendesse da Lorenzo Guer(r)ini, “riformista” senza riforme di scuola lodigiana, farebbe molto peggio: “Se saremo chiamati al governo, dovremmo contribuire agli aiuti militari all’Ucraina in maniera più consistente del governo Meloni”. In effetti, fra Draghi e Meloni, abbiamo buttato per Kiev la miseria di 20 miliardi […]


Tira una brutta aria per Trump


ULTIMO INTERVENTO DI TRUMP PRIMA DELLE MIDTERM NON È UN COMIZIO, PRESENTI SOLO I MEDIA

(ANSA) – WASHINGTON, 02 NOV – Il preannunciato ultimo intervento di Donald Trump al Lincoln Memorial non sarà un comizio come quelli tenuti in queste ultime settimane prima delle midterm.

Si tratterà in realtà di una conferenza stampa all’aperto, di fronte alla vasca, e con pochi posti a sedere per i media. Tuttavia, essendo in luogo solitamente affollato di turisti, il podio dal quale parlerà il presidente americano è stato protetto con vetri antiproiettili.

OLTRE 55 MILIONI DI AMERICANI HANNO GIÀ VOTATO PER LE MIDTERM

(ANSA) – WASHINGTON, 02 NOV – Gli americani che hanno già votato alle elezioni di metà mandato sono 55,59 milioni, circa 10 milioni in più rispetto al 2022. Circa 31,5 milioni hanno votato di persona e 24,1 milioni per posta. E’ quanto afferma la Nbc.

‘LA RABBIA DEI REPUBBLICANI CONTRO TRUMP PER LE MIDTERM, È COLPA SUA’

(ANSA) – WASHINGTON, 02 NOV – I repubblicani hanno già iniziato a scaricare  la colpa su Donald Trump per la probabile sconfitta alle elezioni di metà mandato, dove i democratici sono dati in vantaggio per la conquista della Camera e nutrono speranze anche per il Senato. Pur non avendolo criticato pubblicamente, molti dietro le quinte non esitano a puntare il dito contro il presidente per l’atteso risultato negativo al voto.

“A un certo punto all’inizio dell’anno pensavano di poter fare la storia, poi Trump ha bombardato l’Iran”, ha ammesso un deputato conservatore con Politico. “Credo che il sedere di Jon Husted e quelli di Nicki Minaj siano un ottimo messaggio conclusivo”, ha detto sarcasticamente lo stratega repubblicano T. W. Arrighi, sottolineando che la “gente se la prenderà con lui. La responsabilità ultima è la sua”.

“Almeno Obama quando era presidente se la prendeva solo con i nemici, mai con gli amici”, ha messo in evidenza un altro deputato repubblicano.


Il passato conta, anche in Italia


(Giancarlo Selmi) – L’altra sera a Otto e mezzo Lilli Gruber, Evelina Christillin e Gianrico Carofiglio ci hanno spiegato che per battere le destre serve Renzi. Che serve “l’unità di tutti”. Scanzi era l’unico a dire di no. Fantastico. Peccato che qualcuno abbia la memoria più lunga di tre secondi. Nel 2022 le stesse voci (Carofiglio a parte, che almeno allora restò defilato) applaudivano Letta mentre chiudeva la porta in faccia al M5S. Niente alleanza, niente accordo, nemmeno quelli di desistenza nei collegi uninominali. Il motivo? La famosa “agenda Draghi”, che nessuno ha mai visto né saputo spiegare.

Com’è finita lo sappiamo: il Paese consegnato alle destre su un piatto d’argento. Oggi gli stessi ci spiegano che senza unità non si vince. Ieri l’unità era il male assoluto. Un’inversione a U da manuale: basta andarsi a rivedere le puntate di allora. Ricordiamo che La7, per quasi due anni, ha avuto un’unica linea editoriale: contro Conte c’è stato un fuoco di fila quotidiano, da Merlino a Panella, da Gruber a Floris e Formigli. I cinghiali di Roma a reti unificate, il “non sapranno spendere i soldi del PNRR”. In ogni trasmissione andava in onda la lacrima di turno, il ristoratore senza ristori, l’operaio senza cassa integrazione. Tutto amplificato, tutto gonfiato, tutto contro un solo bersaglio: Giuseppe Conte, e qualunque cosa avesse odore di Cinquestelle.

Poi arrivò Draghi, e partì la santificazione. Applausi a reti e giornaloni unificati, da Repubblica alla Stampa al Corriere. Il risultato di quella linea monocorde? Meloni portata a Palazzo Chigi sull’asinello, come in una Domenica delle Palme. Magari senza volerlo, ma non per questo sono meno colpevoli. E il PNRR, quello che “Conte non avrebbe saputo gestire”? Gestito male da Draghi e fatto evaporare da questo governo, senza che il Paese ne vedesse i benefici. Adesso arriva Renzi. Per lui entrare nel campo largo è questione di sopravvivenza politica: ultimo nei sondaggi di gradimento, un partito fermo a percentuali da prefisso telefonico nonostante la grancassa mediatica.

Ha ragione Conte: Renzi non garantisce nessuna stabilità a un futuro governo progressista. Ha ragione Scanzi: è il politico più detestato d’Italia, e toglierebbe più voti di quanti ne porta. E c’è una domanda a cui nessuno risponde. Vogliamo riportare al voto i giovani e i poveri? Vogliamo promettere redistribuzione, welfare, diritti sociali, un nuovo patto sociale? E poi candidiamo proprio l’uomo che quei diritti li ha smontati? Il passato conta, anche in Italia. Soprattutto per chi oggi pretende di dare lezioni a chi ricorda.


Manovra, l’analisi di Gimbe: “La quota di Pil destinata alla sanità torna a scendere, mentre si finanziano misure spot in vista del voto”


La Fondazione passa in rassegna le misure contenute nella legge di Bilancio come il voucher sanitario da 300 euro per gli ultra-75enni che “non potenzia direttamente l’offerta pubblica” e potrà essere usato sul mercato privato

Manovra, l’analisi di Gimbe: “La quota di Pil destinata alla sanità torna a scendere, mentre si finanziano misure spot in vista del voto”

(ilfattoquotidiano.it) – “È il definanziamento silenzioso del Sistema sanitario nazionale, misurato rispetto al Pil, che gli annunci sui finanziamenti record non possono cancellare”. La Fondazione Gimbe boccia la quinta legge di Bilancio del governo di Giorgia Meloni. Una Manovra che “conferma il mancato rilancio del Ssn. Il Fsn cresce in termini nominali, ma il suo peso sul Pil resta inferiore a quello del 2022 ed è previsto in ulteriore calo nel triennio 2027-2029”, sottolinea il presidente Nino Cartabellotta, in base all’analisi indipendente che la stessa Fondazione ha realizzato.

L’analisi di Gimbe passa in rassegna il contenuto del testo a partire dal finanziamento del Ssn che “cresce meno della ricchezza del Paese”. “Il Fondo Sanitario Nazionale (Fsn) raggiungerà 146,3 miliardi di euro nel 2027, 147,1 miliardi nel 2028 e € 148,2 miliardi nel 2029, ma” il rapporto con il Pil previsto per il 2027 “resta inferiore a quello del 2022 e scenderà sotto il 6% dal 2028″. A fronte degli oltre 18 miliardi richiesti dalle Regioni, la legge di Bilancio prevede un aumento del Fondo di soli 7,1 miliardi nel triennio 2027-2029. “L’incidenza del Fsn sul Pil scende al 6,11% nel 2027, per poi attestarsi sotto il 6% nel 2028-2029”, spiega la Fondazione sottolineando che adesso sono le Regioni che “devono garantire i servizi con margini finanziari sempre più ristretti, scaricando sui cittadini una quota crescente del costo delle cure”.

Giorgia Meloni, in conferenza stampa post-cdm, aveva sbandierato l’aumento di risorse per il Sistema sanitario di 3,4 miliardi per il prossimo anno. In realtà per il 2027 la manovra prevede solo 2,4 miliardi di nuove risorse per il Ssn, al netto del miliardo già stanziato nella precedente legge di Bilancio. Cifre che si traducono, comunque, in una riduzione a livello percentuale del peso della spesa per la sanità pubblica sul Pil. Tra l’altro, era stato proprio il ministro della Salute Orazio Schillaci ad avere fatto sapere di aver chiesto almeno 5 miliardi in più per il 2027.

Per quanto riguarda la misure contenute, Gimbe critica anche l’istituzione del voucher sanitario da 300 euro per gli ultra-75enni per l’acquisto di beni e prestazioni sanitarie finanziato con un apposito fondo da 1.645 milioni. Questa misura non intacca direttamente il Fondo sanitario nazionale ma “non potenzia direttamente l’offerta pubblica” e se potrà essere usato sul mercato privato “le risorse pubbliche finiranno per sostenerne la domanda, senza rafforzare la capacità del Ssn di rispondere ai bisogni di salute”, dice Cartabellotta.

“Si finanziano altri capitoli di spesa e costose misure temporanee legate a scadenze elettorali, senza assicurare al Ssn risorse e riforme adeguate ai bisogni di salute e al costo delle innovazioni”, evidenzia la Fondazione. “La Manovra 2027 segna un passo indietro su tre fronti“, chiosa Cartabellotta. “Innanzitutto, la crescita del Fsn rallenta bruscamente, mentre l’inflazione aumenta i costi dell’assistenza. In secondo luogo, una quota consistente delle risorse viene assorbita da maggiori oneri, senza un corrispondente potenziamento dei servizi. Infine, interviene sui tetti e sul payback a beneficio delle imprese, adegua le remunerazioni del privato accreditato e finanzia un costoso voucher che non rafforza l’offerta pubblica”, sottolinea. “Il Governo deve assumersi la responsabilità delle priorità. I cittadini non possono continuare a pagare con i propri risparmi o con la propria salute. Perché quando chi può paga e chi non può rinuncia, il diritto costituzionale alla tutela della salute diventa un privilegio. E la politica ha il dovere di fermare questa pericolosa deriva che mina la coesione sociale e la tenuta democratica del Paese”, conclude Cartabellotta.

A scagliarsi contro la Manovra arriva anche la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi: “È irricevibile e va cambiata. Le risorse destinate alla sanità sono assolutamente insufficienti ad arginare il sottofinanziamento cronico del Servizio sanitario nazionale, garantire il diritto alla salute e a rispondere ai bisogni urgenti delle persone”. Una “dura verità dei numeri”, che viene fuori dall’approfondimento della Confederazione, “che allontanano ulteriormente l’Italia dai Paesi europei più avanzati per finanziamento della sanità pubblica”. La Cgil sèpiega che il governo Meloni, “dal suo insediamento nel 2022, quando il FSN era al 6,6% del Pil, ha già ridotto di quasi mezzo punto di Pil, equivalente a 10,6 miliardi in meno all’anno, il finanziamento del Ssn”. Barbaresi sostiene che “si tratta di importi economici che non consentono né la doverosa valorizzazione del personale, né le assunzioni, a partire da quelle necessarie a garantire l’assistenza territoriale e l’operatività di Case della Comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, ecc., su cui sono stati investiti oltre dieci miliardi di euro del Pnrr. Oltretutto, le risorse non sono destinate al sostegno e al rafforzamento dell’attività ordinaria del servizio pubblico ma sono in gran parte vincolate, a partire dall’innalzamento dei tetti del payback per la spesa farmaceutica, così come del tetto alla spesa per il privato accreditato, mentre continuano a permanere e a pesare come un macigno i tetti alla spesa sul personale”, conclude.


Roma, Teatro Trastevere: dal 13 al 15 novembre “One More Kiss, Dear” di Giovanni Caloro e Francesca Pimpinelli


Associazione Culturale Teatro Trastevere

presenta

Dal 13 al 15 Novembre 2026

One More Kiss, Dear

di Giovanni Caloro e Francesca Pimpinelli

con Francesca Pimpinelli

regia di Giovanni Caloro

One More Kiss, Dear sembra un monologo ma non lo è: il personaggio in scena è sempre uno, ma le sue due facce si mischiano e si sovrappongono nel corso della storia. Tutto inizia da un amore rifiutato, stroncato nel più cinico e crudele dei modi, che innesca nella protagonista una reazione a catena di pensieri, emozioni e azioni. La storia si dipana in una serie di dialoghi che la donna intrattiene con alcuni personaggi più o meno a lei cari, veri o immaginari che siano, fino a far sì che lo spettacolo si ponga alcuni interrogativi: fin dove l’attaccamento è cura dell’altro? Quanto ci si può spingere nel desiderare qualcuno? L’amore è eterno? E l’odio?

One More Kiss racconta il viaggio emotivo di una donna dopo un amore rifiutato, attraverso dialoghi con personaggi reali o immaginari. Lo spettacolo esplora i limiti dell’attaccamento, del desiderio e la natura dell’amore eterno.

PRESS OFFICE del Teatro Trastevere:

Vania Lai vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: 13.00 intero e 10 ridotto

prevista tessera associativa

feriali ore 21:00– festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it https: http://www.teatrotrastevere.it


Quanti agenti segreti negli intrighi di Lavitola


(estr. di Peter Gomez per ‘’Millennium’’ – ilfattoquotidiano.it) – […] Attorno a Report e al suo ex conduttore corrono infatti da anni due storie parallele. La prima è pubblica e documentata. Dell’altra conosciamo soltanto alcuni pezzi, senza sapere se appartengano davvero allo stesso mosaico. Ma visto che a pensar male si fa peccato e a non pensare si fa male il mestiere di giornalista, in questo numero di Millennium mettiamo sul tavolo le tessere che abbiamo.

Cominciamo dalla prima storia. L’operazione contro Report non nasce con la bomba. E nemmeno con questo governo. Inizia più di dieci anni fa, quando Ranucci si occupa in prima persona degli affari dell’amministrazione dell’allora sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi.

La reazione politica è pesante: interrogazioni prima e dopo la messa in onda, accuse di aver utilizzato soldi Rai per acquistare presunti video compromettenti, raffiche di querele. Tutto archiviato. Ma da quel momento Ranucci e Report finiscono stabilmente nel mirino.

Dal 2020 la Commissione parlamentare di Vigilanza Rai si occupa non soltanto di ciò che Report racconta, ma anche di come lavora: fonti, collaboratori, consulenze, costi.

Nel 2021 arriva il caso dell’incontro all’Autogrill tra Matteo Renzi e Marco Mancini, uomo dei servizi, ripreso da una professoressa e mandato in onda. Esposti, altre interrogazioni, riunioni del Copasir.

Poi spunta un dossier anonimo. Nel documento si parla di mobbing, manipolazioni e perfino di avance sessuali. In Rai, inizialmente, lo cestinano. Ranucci denuncia tutto in Procura. Ma l’anonimo risorge in Parlamento, arriva in Vigilanza e finisce all’Audit Rai. Gli anonimi hanno sette vite. Quelli contro Report, qualcuna in più.

Nel 2023 Ranucci viene convocato in Parlamento e ricorda di aver affrontato 176 tra querele e richieste di risarcimento. Il forzista Maurizio Gasparri, che ha visto una foto pubblicata su Il Riformista, prende la parola in commissione e dice: “Poi c’è Tele Lavitola: c’è il ristorante di Lavitola che è un posto importante, con uomini e donne, bionde e bruni che frequentano (…); di questo ci occuperemo in altra sede perché pure Tele Lavitola è un capitolo. Ranucci conosce bene la questione”.

Poi Gasparri e il suo collega Roberto Rosso chiedono al ministro della Giustizia perché la magistratura non proceda sulle tante querele. La risposta è istruttiva: dal 2021, a Roma, risultano 21 procedimenti penali. Sei ancora in indagine, due trasferiti. Gli altri archiviati.

[…] non occorre l’intelligence per capire che contro Ranucci si combatte ormai da anni una guerra politica e mediatica. Una guerra diventata ancora più dura da quando Report ha concentrato molte delle sue inchieste sulla destra e sugli esponenti del governo Meloni. Questa è la storia visibile. Poi ce n’è un’altra.

Parte nel 2019. Nella vita di Ranucci entra Valter Lavitola e gli consegna un’informazione: qualcuno ti sta spiando attraverso un’agenzia investigativa privata. Ranucci ascolta. E lo registra di nascosto. Secondo la ricostruzione del nostro Marco Lillo sul Fatto, trascrive la conversazione e porta tutto in Procura.

L’amicizia nasce dunque dalla diffidenza. E da una rivelazione che, con il passare dei mesi, contribuisce parecchio a trasformare quella diffidenza in confidenza. Se fossimo nel mondo dei servizi segreti parleremmo di infiltrazione e poi di manipolazione: un termine utilizzato proprio dai magistrati per descrivere il rapporto tra Ranucci e Lavitola. Uno 007 avvicina un soggetto, ne conquista la fiducia, raccoglie informazioni e, fornendogliene a propria volta, prova a orientarne il comportamento.

Lavitola, però, non è uno 007. È un ex craxiano dalla parlantina sciolta, utilizzato in passato da Silvio Berlusconi in operazioni a volte borderline – la casa di Montecarlo di Gianfranco Fini – e altre volte illegali, come la compravendita di senatori per far cadere il governo Prodi.

Secondo la giustizia italiana è anche un ricattatore: è stato condannato per tentata estorsione ai danni dello stesso fondatore di Forza Italia. Si dice amico del cofondatore del partito Marcello Dell’Utri e coltiva da anni una fitta rete di rapporti in Sud America, anche con politici di primo piano, in Brasile, Panama e Argentina.

Non è un agente segreto. O almeno non risulta. Ma di uomini dei servizi ne ha conosciuti parecchi. Nel 2009 parla spesso al telefono con Paolo Poletti, già capo di Stato maggiore della Guardia di Finanza e allora vicedirettore dell’Aisi. Lo chiama «James». James Bond, naturalmente.

Insieme seguono la sponsorizzazione del generale Emilio Spaziante per i vertici della Guardia di Finanza. Lavitola organizza un incontro riservato con Berlusconi. Poi riferisce a Poletti. Nel 2011, nelle carte dell’inchiesta P4, compare un maresciallo del Ros, indicato nelle indagini come fonte di informazioni giudiziarie riservate. Vuole entrare nell’Aise.

Secondo l’uomo che sussurrava ai potenti, Luigi Bisignani (tessera P2 n. 1689), il maresciallo passa da Lavitola. Lavitola da Berlusconi. Berlusconi parla con qualcuno dell’Aise. Una specie di ufficio di collocamento. Ma riservato.

Giampaolo Tarantini, il giovane imprenditore pugliese che procurava ragazze al Cavaliere, racconta intanto ai magistrati che Lavitola diceva “di avere rapporti con la Cia”. Di certo Lavitola conosce bene Robert Gorelick, all’epoca capocentro degli 007 americani in Italia dopo precedenti incarichi in Sud America, tra Panama e Perù.

Nel 2012 sua sorella Maria Lavitola riferisce anzi una confidenza di Neire Gomes, amica e collaboratrice brasiliana di Valter. Neire le ha detto che il fratello si trovava in Argentina per “lavori come mercenario” e che in passato si era mossa con lui “per conto dei servizi segreti”. Poi c’è Lavitola in persona, che ricorda di essere stato aiutato nell’Operazione Montecarlo contro Gianfranco Fini dal capocentro dell’MI6 britannico nei Caraibi.

In quello stesso periodo Valter si muove a Panama tra il presidente Ricardo Martinelli e Finmeccanica cercando di piazzare elicotteri AgustaWestland, radar Selex e cartografia Telespazio. Sicurezza e lotta al narcotraffico. Non proprio import-export di mozzarelle.

I servizi, anzi la Cia, ricompaiono anche nelle carte dell’inchiesta sulla cosiddetta Operazione Libertà, la compravendita di parlamentari per far cadere il governo Prodi. In quella vicenda Sergio De Gregorio, ex senatore e socio di Lavitola ne L’Avanti, patteggia per la corruzione legata ai tre milioni di euro versati da Berlusconi proprio grazie a Valter.

Interrogato, De Gregorio ricorderà di aver organizzato un pranzo tra l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella e Gorelick. Secondo De Gregorio, durante quell’incontro lo 007 americano avrebbe detto che Washington vedeva con favore la fine del governo Prodi. Il pm gli chiede: “Volevano far cadere il governo pure loro?”. Risposta: “Sì”. Gorelick confermerà il pranzo. Ma definirà il resto “una balla”.

Poletti-Aisi. Il maresciallo del Ros-Aise. Il presunto lavoro “per conto dei servizi segreti”. L’uomo dell’MI6. Gorelick. Le armi a Panama. Lavitola non risulta essere stato un agente segreto. Ma per considerare l’intelligence una comparsa occasionale nella sua biografia occorre una certa innocenza.

Nel mosaico c’è poi un’altra tessera: Marcello Dell’Utri. Nel 2021 Lavitola porta Ranucci dall’ex senatore condannato per fatti di mafia. L’intervista sperata non si farà, ma l’ex craxiano dimostra ancora una volta di saper aprire tante porte. Anche perché tre anni dopo quel cognome ricompare.

Occhio alle date. È il 7 luglio 2024. Lavitola ha in mano una bozza di accordo destinata a chiudere l’affare africano dei carbon credit, un business potenzialmente miliardario che in ogni caso gli consente di aprire società e conti correnti in mezzo mondo (in passato Lavitola in Brasile è stato sospettato di riciclaggio, ma la vicenda si è chiusa in un nulla di fatto).

In quella bozza compare, attraverso un’intestazione fiduciaria di quote, anche il nome di Marco Dell’Utri, figlio di Marcello. È una bozza. Gli interessati negano che Dell’Utri junior sia poi effettivamente entrato nell’affare che porterà Lavitola a incassare forse un milione e ottocentomila euro.

Due giorni dopo, il 9 luglio, Lavitola riapre una causa civile in cui chiede a Marcello Dell’Utri, agli eredi di Silvio Berlusconi – Marina e Pier Silvio – e alla sua ultima compagna Marta Fascina sei milioni di euro per presunti servigi resi al defunto Cavaliere. Non presenterà però né prove né testimoni. La causa si chiuderà nel 2026 con la sua sconfitta. Perché lo fa? Mistero.

Poi c’è la bomba. Il 16 ottobre 2025 esplode davanti alla casa di Ranucci e, dopo mesi di indagini, gli investigatori arrivano a Lavitola. Per il Gip, Ranucci era all’oscuro di tutto. Le intercettazioni finora depositate mostrano un Lavitola che, anche dopo la prima perquisizione, continua a cercare di convincere Ranucci dell’assurdità della pista investigativa aperta contro di lui.

Mentre fuori alcuni giornali di destra insinuano subito che Ranucci sapesse, dentro l’inchiesta Lavitola continua dunque a ingannarlo. Ma viene arrestato. Interrogato confessa e dice che Ranucci non c’entra. Anche se la sua nuova amante brasiliana, ripresa di nascosto dalle telecamere tv, si fa scappare “per me lo copre”, resta un fatto: Lavitola con i giornalisti e soprattutto i magistrati lo ha sempre escluso. E il giudice gli crede.

Ed eccoci al punto. Da una parte c’è un’operazione contro Report che dura da anni ed è scritta nelle querele, negli atti parlamentari, negli articoli di giornale e negli Audit.

Dall’altra c’è il doppio, triplo gioco, di Lavitola. Un uomo che da sempre si muove tra potere, affari, politica e 007. Un uomo che riesce a guadagnare la fiducia e l’amicizia di Ranucci proprio mentre in molti cercano di indebolire Report. Può essere una coincidenza. Ma le coincidenze, prima di essere archiviate, vanno indagate.


Nel Paese delle meraviglie raccontato dalla Meloni gli italiani si sentono più poveri


(di Michela Finizio e Serena Uccello – il Sole 24 Ore) – Il carovita e l’emergenza abitativa sono le due scintille che nelle ultime settimane hanno acceso l’opinione pubblica: due priorità su cui si misurano l’azione del Governo e l’efficacia delle politiche. Proprio mentre prendono forma i contenuti della legge di Bilancio.

A mostrare quanto il carovita pesi sugli italiani è un dato, anzi una percezione: l’aumento dei prezzi percepito dagli italiani nell’ultimo anno tocca il 13,3%, quasi otto punti percentuali in più rispetto al dato reale del 5,4% pubblicato venerdì scorso dall’Istat (indice Nic provvisorio a ottobre 2026 su ottobre 2025).

È questo il principale risultato dell’indagine di Noto Sondaggi, realizzata tra il 14 e il 19 ottobre scorso – e condotta periodicamente per Il Sole 24 Ore del Lunedì – che ha misurato l’inflazione percepita negli ultimi 12 mesi, attraverso un questionario somministrato a un campione di 2mila individui.

La distanza tra il tasso di aumento dei prezzi avvertito dai consumatori e quello reale è infatti aumentata notevolmente negli ultimi anni: la stessa rilevazione condotta nel mese di ottobre 2023 – quando l’inflazione reale era al 5,3% dopo le fiammate inflazionistiche e il caro energia post guerra in Ucraina – registrava un’inflazione percepita pari a poco più del doppio, all’11,4 per cento.

L’allargamento della forbice tra i due valori è prima di tutto da imputare al perdurare del trend al rialzo dei prezzi che tra ottobre 2023 e ottobre 2026 (indice Nic, fonte Istat) sono complessivamente aumentati del 7,5%, un rialzo che diventa del 20,1% se confrontato con i prezzi di dicembre 2021. […]

Esemplificativo di questa dinamica è l’andamento dei trasporti, dove pesano le recenti proteste contro il caro-benzina: l’inflazione percepita nel settore è salita al 19,3% quando era al 14,4% nel 2023; oggi l’inflazione reale è al 9,3%, nel 2023 era al 5,1 per cento.

Seguono i beni e servizi per la persona e l’abbigliamento, dove i consumatori avvertono aumenti rispettivamente del 15,6% e del 14,5%, percentuali ben più marcate rispetto a quelle rilevate tre anni fa (8,2% e 11% a ottobre 2023).

Sul carrello della spesa, invece, il rincaro percepito è pari al 14,3%, in linea con il tasso rilevato a ottobre 2023 (quando era del 14,2%), con una forbice molto ampia rispetto all’inflazione reale che però sconta una difficile eredità: la variazione tendenziale dei prezzi misurata da Istat a ottobre è stata del 2,9% (nel 2023 era l’8,5%), ma sul lungo periodo sale al 27,8% se confrontata con i valori di fine 2021.

Un po’ a sorpresa, é in controtendenza la voce che ingloba «abitazione, acqua, elettricità e combustibili», che ha un’inflazione percepita al 18,1 per cento. In questo caso l’aumento avvertito risulta addirittura inferiore rispetto a quello reale, pari al 18,7 per cento.

In pratica un allineamento dei due valori che racconta quanto, dopo circa tre anni di caro-energia e di bollette sempre più salate, oggi i consumatori percepiscano con grande realismo i rincari registrati in questo settore […].

Tanto che “il conto” reale non risulta più così distante da quello avvertito come nell’ottobre del 2023, quando nel comparto l’inflazione percepita era al 15,6% e quella reale all’1,9 per cento.

Le tre principali voci che incidono sui bilanci familiari degli intervistati sono, nell’ordine, l’energia, i carburanti e la casa: in pratica i tre capitoli su cui pesa di più la dinamica inflattiva negli ultimi mesi. Seguono salute, ristorazione e tempo libero, mentre solo dopo si incontrano le spese per l’abbigliamento, per le comunicazioni, per l’istruzione e per la cultura.

A influenzare le aspettative degli italiani sono le prospettive sul futuro e la percezione di una spirale inflazionistica senza una fine all’orizzonte. Il 72% degli intervistati immagina un trend dei prezzi in aumento anche in futuro. In particolare, il 63% è convinto che i prezzi dei prodotti al supermercato aumenteranno ancora nel corso dei prossimi sei mesi.


Trump, l’orco malefico e il disastro nucleare


(Tommaso Merlo) – Se non riesce a imbrogliare, Trump rischia di prendersi una storica pedata sugli ammennicoli. Secondo i sondaggi il popolo americano non ne può più, dopo due anni di demenza senile e narcisismo maligno alla Casa Bianca, si ritrovano impoveriti anche dentro. Ma in realtà è l’intera umanità a sperare che perda e pure male in modo da sbatterlo in galera il prima possibile e buttar via le chiavi. Trump lo sa benissimo e per questo si è impegnato in prima persona in una serrata campagna elettorale. Paura. Fottuta. Della verità. Anche su se stesso. Ha fatto fatica a riempire anche gli scantinati ed è stato ripetutamente sfanculato tra una confabulazione e l’altra, ma ha insistito. Era convinto che la sua presenza portasse voti ed invece molti candidati gli hanno chiesto cortesemente di stare alla larga che oramai è peggio della rogna. Ma c’è un ma. Anzi, due. Il primo sono i soldi, la mafia oligarchica ha speso centinaia di milioni di dollari negli stati in bilico. Tipo Elon Musk in Texas dove ha diversi castelli del suo regno. Soldi versus cittadini, automatismi versus consapevolezza. Ma più i popoli si risvegliano e hanno proposte valide, meno la pubblicità martellante e le mancette condizionano le elezioni e quindi non è detta. Il secondo “ma” sono le lobby politiche. Tipo in Michigan dove la mafia sionista si è svenata per sconfiggere il nemico pubblico numero uno, un brillante ed energico medico di origini egiziane di nome Abdul El-Sayed che ha due colpe mortali, voler dare soldi pubblici agli americani invece che ad Israele ed essere musulmano. Contro di lui è sceso in campo perfino Trump ridicolizzandolo come Abdul “Ramadan” e dandogli del terrorista e dicendo che dovrà passare dal metal detector per entrare in senato. È il nuovo trend destronzo che si intravede anche da noi, da anti immigrati ad anti musulmani, tutti infangati come minaccia dell’umanità. Se si è antisemiti è un crimine intollerabile contro l’umanità, se si odiano cristiani o buddisti ma anche induisti non frega una mazza a nessuno mentre se si odiano i musulmani si fa una super carriera politica e mediatica. Già, invece di evolvere rigettando ogni forma di odio e generalizzazione, invece di riscoprire i diritti umani universali, ci manipolano con diavolerie propagandistiche. Ma del resto i sionisti sono terrorizzati di perdere l’appoggio statunitense e cioè bancomat infinito e armeria gratuita e dover cosi’ affrontare le proprie responsabilità storiche da soli. Ed è qui che iniziano le preoccupazioni per il colpo di coda di regime. Secondo gli analisti più fini infatti, la pedata negli ammennicoli di Trump è probabile ma non è detto che sia un bene. Più gli metti all’angolo, più i narcisisti patologici sclerano e se soffrono pure di demenza senile e siedono nello Studio Ovale, rischiamo il disastro nucleare. Trump minaccia da tempo un attacco di tre giorni all’Iran e pare che anche su pressioni di quell’orco malefico di Netanyahu abbia in mente di lanciare una bomba nucleare sull’oramai celebre Pickaxe Mountain oltre che colpire infrastrutture civili. Un attacco clamoroso e coerente con l’unico vero talento di Doland Trump, attirare l’attenzione su di sé distraendola dai suoi disastri. Quell’attenzione che i suoi genitori gli hanno sempre negato quando se la faceva sotto e che Trump si è messo a cercare nel mondo continuando a farsela sotto. Un attacco per rilanciare un’immagine sfregiata dalle urne e serrare i ranghi, esattamente lo stesso di cui ha disperato bisogno il suo compare israeliano. Quell’orco malefico di Netanyahu pare infatti stia stalkerando Trump per convincerlo a sganciare l’atomica. Anche lui rischia poltrona e galera ed ha bisogno di uscire dallo stallo elettorale rilanciano la sua immagine. Quella del sanguinario mai sazio e dell’unico in grado di tenere gli Stati Uniti al guinzaglio. I due compari vogliono la gloria e sono terrorizzati dalla fogna in cui l’umanità vorrebbe buttarli. Nel frattempo l’Iran attende caricato a molla. Dopo aver rifiutato le avance di Vance han ribadito che appena americani e sionisti accennano un attacco, faranno grandinare missili e droni a catinelle sia su quei viscidi mollaccioni degli sceicchi del Golfo sia sulla Palestina occupata. Altro che cambio di regime, gli iraniani sono granitici come le loro montagne e se la prendono coi loro politicanti perché disquisiscono elegantemente sullo scibile invece di tirare fuori le palle o meglio di arsenali e stroncare gli aggressori una volta per tutte. Già, sanno di essere militarmente superiori e vogliono sia la fine di una persecuzione che dura da mezzo secolo sia che in Asia Occidentale s’imponga la loro egemonia che include il controllo dello Stretto di Hormuz e quindi un futuro finalmente roseo. Se alla Casa Bianca vi fosse un presidente, si sarebbe già arreso richiamando le truppe, ma siccome c’è un burattino del sionismo e pure ricattabile, può ancora succedere di tutto.


Giovani, dalla manovra poco più di 600 milioni. Ma buona parte sono agevolazioni indirette


Dalla flat tax sugli aumenti alle agevolazioni per i datori di lavoro o i proprietari di casa. Ecco le misure dedicate alle nuove generazioni

Giovani, dalla manovra poco più di 600 milioni. Ma buona parte sono agevolazioni indirette

(di Emma Bonotti – repubblica.it) – MILANO – Cosa riserva la manovra ai giovani adulti? Poco più di 600 milioni tra sgravi e agevolazioni, appena il 2% della quinta finanziaria del governo Meloni. Peccato che buona parte di questi fondi siano destinati alle imprese che dovrebbero assumerli o ritoccare i loro stipendi e ai proprietari che dovrebbero affittare loro casa.

Misure solo per i lavoratori ventenni

Vediamo i dettagli. Per i lavoratori ventenni arriva una flat tax all’1% sugli aumenti di reddito del 2027, fino a 2.500 euro. Vale per i dipendenti privati nati dal 1998, con redditi fino a 28mila euro, e si applica solo all’incremento rispetto al reddito del 2026, a parità di giornate lavorate.

Una tantum – e sempre per i lavoratori con meno di 30 anni – anche il raddoppio del tetto dei fringe benefit esentasse: da mille a duemila euro, da utilizzare per ottenere il rimborso di buoni spesa, bollette, affitto e interessi passivi sul mutuo della prima casa. Il costo? La relazione tecnica stima 378,2 milioni per la flat tax e 16,5 milioni di minor entrate dalla seconda misura.

Chi ha scelto la carriera universitaria potrebbe essere interessato al programma talenti, che dedica 15 milioni (dal 2029) ai ricercatori al terzo anno di dottorato per un periodo di studi all’estero o un post-doc di un anno (cofinanziato al 50%).

Lavoro, agevolazioni indirette

Altre misure in tema lavoro agevolano i giovani, ma solo indirettamente. È il caso degli sgravi per le imprese che assumono under 35 a tempo indeterminato, prorogati per il 2027: esonero contributivo del 100% per due anni, fino a 500 euro al mese, 650 nelle Zes, le zone economiche speciali. Il limite di spesa è 110,7 milioni, a cui si aggiungono 45,1 milioni per le stabilizzazioni. Sale inoltre al 40% la maggiorazione del costo deducibile dalle imprese per i neoassunti under 36.

Casa, più fondi per mutuo e affitto

Il secondo capitolo riguarda la casa. La legge di bilancio proroga fino al 2029 (compreso) il regime speciale del Fondo di garanzia per i mutui prima casa, a favore di alcune categorie, tra cui gli under 36 con Isee fino a 40mila euro. Confermate le attuali condizioni di accesso e le percentuali di copertura, ovvero fino all’80% della quota capitale. La dotazione complessiva del fondo sarà incrementata di 400.

Sconti fiscali anche per chi affitta casa ai giovani: per i contratti a canone concordato stipulati nel 2027 con inquilini sotto i 36 anni, la cedolare secca scende dal 10 all’un per cento fino al 2031 (per gli altri contratti concordati cala al 5%). Come nel caso dei datori di lavoro, il beneficio va ai proprietari e mira a incentivare gli affitti ai più giovani. Per la misura sono stanziati 109,3 milioni.

A misura di bambino

E per i bambini? Nasce il Fondo valore nuovi nati, il salvadanaio da 100 euro all’anno versati dallo Stato per i bebé e gestito da Cassa depositi e prestiti. Un intervento giudicato da molti osservatori non sufficiente, soprattutto considerando i tagli alla scuola che l’anno prossimo vedrà sfumare quasi cinque mila cattedre.


Minipartiti, tanto piccoli, forse decisivi


Proliferano a destra, come nel 2022 e al centro del centrosinistra. Si agganciano a gruppi per aggirare lo scoglio delle firme e sperano nell’effetto ago della bilancia in caso di parità

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Il sogno dell’incontenibile Cateno De Luca, detto Scateno, «è fare il presidente della Regione siciliana». Parole sue e c’è da crederlo. La strategia? Non dare tregua a Renato Schifani e alla coalizione di centrodestra che guida. Eppure alle prossime elezioni politiche nazionali ha già detto che il suo partito, Sud chiama Nord, sta con Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia gli ha offerto una scialuppa del gruppo misto della Camera per aggirare lo scoglio delle firme. Lui ricambia: «All’amore clandestino che ci ha offerto il centrosinistra abbiamo preferito fare le cose alla luce del sole». Certo, com’è, che con Sud chiama Nord al centrodestra Roberto Vannacci non serve più.

Il mercato dei partitini, perché di mercato si tratta, è da mesi in piena frenesia. Chi ritiene di controllare un bacino anche minuscolo di voti pensa di avere la chiave per sovvertire il sottile equilibrio fra destra e sinistra. Convinto che pochi ma decisivi voti si dovrebbero pagare a peso d’oro. Il che dice tutto sul degrado del nostro sistema politico.

I precedenti sono formidabili. Il caso più clamoroso, quello dell’Unione: la coalizione guidata da Romano Prodi nel 2006, composta da 15 partiti. Una marmellata informe che comprendeva anche due partiti comunisti, due liste dei consumatori e il marchio Italiani nel mondo di Sergio De Gregorio (passato poi con Silvio Berlusconi per 3 milioni di euro). Oltre al partito pensionati di Carlo Fatuzzo reduce dal centrodestra, che dopo le elezioni rivendicò di essere stato l’artefice della vittoria di misura di Prodi. E per questo si aspettava un posto al governo. Quando il posto non arrivò, dichiarò guerra a Prodi e tornò nelle braccia di Berlusconi.

Uno schema, con qualche variazione sul tema, che continua a ripetersi. A destra il laboratorio di Noi con l’Italia di Maurizio Lupi ha messo in mostra una effervescenza senza precedenti. Dentro c’era Direzione Italia di Raffaele Fitto, poi folgorato da Fratelli d’Italia. E Cantiere popolare di Francesco Saverio Romano, ex ministro nell’ultimo governo del Cavaliere. E Alternativa popolare di Enrico Costa, figlio di Raffaele Costa. E Fare! dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. E l’Udc di Lorenzo Cesa. E Identità e Azione di Gaetano Quagliarello. E quel che restava di Scelta Civica, con Enrico Zanetti. E Italia al Centro di Giovanni Toti, federato con Europeisti e Noi di Centro di Clemente Mastella. E Coraggio Italia dell’ex sindaco di Genova Luigi Brugnaro. Un cartello sterminato, che nel 2022 ha prodotto 254 mila voti. Adesso, nella continua peregrinazione per le vie del Parlamento, al gruppone di Noi Moderati si è agganciato anche Italia dei Valori. Il partito fondato da Antonio Di Pietro, uscito dai radar, esiste ancora.

Il bello è che nella coalizione vincente alle elezioni del 2022 adesso c’è anche una Democrazia cristiana con il nome del suo leader nell’intestazione: Democrazia cristiana con Rotondi, DcR. Roba da far rivoltare nella tomba i padri dello Scudo crociato. Il partito l’ha fondato nel 2023 Gianfranco Rotondi dopo essere stato eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Così ironicamente fedele al credo democristiano (di destra) che il simbolo è una balena bianca. Metafora straordinaria coniata dal giornalista Giampaolo Pansa, che se fosse ancora vivo potrebbe chiedere le royalty.

La DcR è stata ammessa a beneficiare dei versamenti volontari del 2 per mille dell’Irpef. Nel 2025 ha incassato 36.022 euro. Il triplo dei 12.487 euro spettanti a Italia C’è (al Centro), partito promosso dall’ex deputato Gianfranco Librandi. Uno che, si può dire, ha fatto con la coerenza che contraddistingue il sistema politico made in Italy, il giro completo. Partito da Forza Italia, passa a Scelta civica. Ma prima fonda il partito Unione italiana. Quindi eccolo al Partito democratico. Poi a Italia Viva. Dopo aver fatto nascere Italia C’è si presenta alle Europee con Stati uniti d’Europa ma non ce la fa. Allora ritorna con il suo partitino fra le braccia di Forza Italia, che lo fa vicecoordinatore regionale in Campania. Lui che è di Saronno.

Dal centrodestra al centrosinistra. Dove esiste una minuscola formazione politica fondata nel 2023 che si chiama Campobase ed esprime un senatore dell’opposizione. È il trentino Paolo Patton. Quanti poi sanno che il deputato del centrosinistra Paolo Ciani è alla Camera in rappresentanza di DemoS, o Democrazia Solidale? È un partito nato dalla scissione di Popolari per l’Italia di Mario Mauro, già ministro della Difesa del governo di Mario Monti. Presidente è Mario Giro, viceministro degli Esteri nei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, fratello dell’ex parlamentare di Forza Italia Francesco Giro.

Ma è niente in confronto all’ondata che si prepara per l’anno prossimo.

C’è Progetto civico dell’assessore di Roma Capitale Alessandro Onorato, raccontato dal Foglio come «uomo di punta nel progetto di creazione e federazione di un centro moderato nel centrosinistra, motu proprio e con sostegno di Goffredo Bettini». Un altro ancora ad affollare il centro del centrosinistra. Senza contare il centro del centrodestra e il centro del centro, ovvero quello fuori dai poli con Azione di Carlo Calenda e il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin. Nuovo di zecca.

Ma senza trascurare un legame speciale con gli ex grillini, tanto che per i maligni a sinistra sarebbe la quinta colonna di Giuseppe Conte. Che non a caso lo aiuterebbe nella scorciatoia per le firme. Potrebbe fare massa critica, per modo di dire, con il Partito socialista di Enzo Maraio, proprietario dell’Avanti! Online. Ignoto, invece, il destino del Partito repubblicano, che in vent’anni ha subito due scissioni e altrettante riunificazioni con il Movimento repubblicano europeo di Luciana Sbarbati, ostile all’alleanza con il centrodestra. L’ultima pace è stata siglata a giugno 2026.

Più uno dell’ex direttore del Fisco Ernesto Maria Ruffini e dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli per evitare anche loro il calvario della raccolta firme si appoggeranno al Centro Democratico di Bruno Tabacci. Che ha negato lo stesso favore a Onorato.

La cosa più sensata sarebbe mettere tutte queste schegge centriste (Progetto civico, Più uno, socialisti, forse i repubblicani, Italia viva e magari altri pezzettini) sotto una sigla unica. Impresa impossibile. Dice il proverbio: «Con troppi galli a cantare non si fa mai giorno». Ma di questo passo ci saranno un giorno più partiti che elettori.

Content Image


Sanità pubblica, il campo largo rischia di rifinanziare la catastrofe


Più soldi alla sanità senza riforme vere? Un imbroglio pericoloso per milioni di italiani senza cure

Sanità pubblica, il campo largo rischia di rifinanziare la catastrofe

(Ivan Cavicchi – ilfattoquotidiano.it) – Per il campo largo oggi non basta dire che alla sanità bisogna dare più soldi. Anzi se pensassero di poter risolvere tutti i problemi solo dando più soldi, sarebbe un imbroglio pericoloso.

Faccia attenzione il campo largo e si rammenti che dietro l’astensionismo vi sono anche i grandi tradimenti fatti dalla sinistra sia contro la salute sia contro il più elementare diritto alla cura. Sei milioni di persone che non riescono a curarsi e oltre 44 milioni di persone, più di 2 italiani su 3, che nonostante l’articolo 32 della Costituzione nonostante il SSN, per accedere all’assistenza sanitaria devono pagare di tasca propria. Dopo ormai 30 anni di privatizzazione i cittadini sanno più degli esperti che, sia il diritto alla salute che la sanità pubblica, sono deragliati come un treno al quale hanno tolto i binari.

Il pericolo che vedo non è tanto la contrapposizione tra i vari neoliberisti che sono nel campo largo, i progressisti e la sinistra (per me la contrapposizione è scontata) ma è la mancanza di idee, di proposte, di impegno per governarla dialetticamente in avanti. Cioè sulla sanità temo i compromessi di facciata, quelli che per fare il campo largo accettano di lasciare la sanità pubblica al suo declino. In sanità non servono compromessi: ci serve una idea di cambiamento che, pure nelle differenze politiche che sono nel centrosinistra, spinga in avanti – non indietro – il grado di civiltà della nostro servizio sanitario.

Considererei un grave errore politico che per creare la coalizione si imbrogli la gente sulla sanità. Secondo me la prima cosa che il campo largo dovrebbe fare è ammettere la catastrofe cioè ammettere che per milioni di persone i diritti costituzionali sono negati. La seconda cosa è dire che si vuole voltare pagina e che si è disposti a fare riforme vere quindi a prendere impegni politici per cambiare la situazione. La terza cosa è dire con chiarezza che si parte dando alla sanità più soldi per tamponare le falle più grandi, ma che lo scopo degli scopi della coalizione è offrire al paese prima di tutto una salute nuova per abbattere le malattie e contestualmente una nuova sanità gratuita equa e universale, sia per il nord che per il sud.

Quindi certamente più soldi, ma a condizione di non barare.

Dietro lo slogan del Pd che tutti hanno fatto proprio – ossia “più soldi alla sanità” – se non si sta attenti si corre il rischio di rifinanziare in blocco la sanità attuale cioè di rifinanziare le controriforme fatte negli anni 90. Cioè di rifinanziare la catastrofe. Aumentare la percentuale di spesa sanitaria al 7.5% del Pil come propone il campo largo, su proposta del Pd, senza nessuna riforma, è un modo per rifinanziare in blocco la sanità che c’è lasciandola alla deriva.

Per tutti gli anni 90 il Pd ci ha spiegato che – per ragioni di sostenibilità – bisognava privatizzare la sanità poi nel 2018 è arrivata la batosta elettorale ma il Pd non ha cambiato linea. Sulla sanità resta a vocazione neoliberista, continua a ribadire le sue controriforme ma a differenza degli anni 90 – a partire da Letta – comincia a dire che il problema della sostenibilità non c’è più per cui comincia a chiedere di alzare al 7.5% la spesa sanitaria in rapporto al Pil ma al solo fine di rifinanziare in blocco la destrutturazione della sanità pubblica.

Oggi il Pd dovrebbe comprendere che non può pretendere che il campo largo accetti una strategia simile; nello stesso tempo, gli altri partiti dovrebbero capire le difficoltà enormi del Pd e offrirgli una via di uscita, un compromesso vero ma dicendo ai loro elettori chiaramente che sulla sanità si volta pagina. Personalmente sono convinto che il compromesso non sia facile ma anche che sia possibile. Si tratta di definire – tramite una relazione – un modo non contraddittorio per mettere insieme il pubblico con il privato, i diritti e gli interessi. La salute e la cura.

In questo post non ho lo spazio per spiegare come salvare la sanità dai suoi guai ma per chi fosse interessato a comprendere la questione segnalo un piccolo libro pubblicato solo due anni fa che sembra fatto a bella posta per il campo largo (Salviamo la sanità. Una riforma necessaria per garantire il diritto di tutti. Castelvecchi 2024)

Qui mi limiterei a dire al Pd che capisco le ragioni per le quali esso da un po’ di anni chiede di aprire i rubinetti sulla sanità ma negare la sostenibilità comporta molti rischi. Aumentare la spesa per la sanità continuando a incentivare la privatizzazione per via fiscale prima già ora pone seri problemi di sostenibilità. Per incentivare il privato si sottofinanzia il pubblico. Mi chiedo però se non sia il caso, per il campo largo, di ridefinire una idea più moderna di sostenibilità a partire dagli articoli 9 e 41 della Costituzione E mi chiedo perché nessuno nel campo lago – a partire dai Verdi, Sinistra italiana e M5S – questa possibilità neanche è da loro considerata.

Oggi lo scopo del campo largo dovrebbe essere quello di salvare la sanità pubblica e l’articolo 32 ma oggi farlo non è uno scherzo è un impegno che in nessun modo tollera né arretratezza culturale né paraocchi e men che mai imbrogli.


I giovani l’hanno capito: il ripudio della guerra va seguito dal rifiuto del potere che la prepara


Invece il governo, che agisce per decreti-repressione, è sordo ad ogni richiesta e rilancia la saldatura con gli interessi del complesso militare-industriale

I giovani l’hanno capito: il ripudio della guerra va seguito dal rifiuto del potere che la prepara

(Pasquale Pugliese – ilfattoquotidiano.it) – Mentre studenti e studentesse di un movimento che si fa ogni settimana più solido ribadiscono la richiesta di investimenti per le scuole invece di spese per la guerra, in una finanziaria che fa esattamente il contrario, la risposta del governo è sempre più di tipo militare, fondata sulla logica del nemico da combattere.

Il ministro della difesa Crosetto è stato capace di dire che i vandalismi di Milano del 17 ottobre, che nulla hanno a che fare con le manifestazione studentesche, è un episodio di “guerra ibrida” ed ha inviato in città 500 paracadutisti della Folgore, costruendo una saldatura simbolica tra la costruzione del nemico esterno e quella del nemico interno. Che poi è diventato il giovane ricercatore Siher arrestato dal pubblico ministero e liberato dalla giudice per le indagini preliminari. L’esito è il medesimo: la militarizzazione delle città trattate come territorio ostile. Per fortuna Mattarella ha evitato, per il momento, di far attribuire all’esercito poteri di polizia.

Niente di nuovo: il fascismo nelle sue diverse derivazioni e il militarismo sono facce della stessa medaglia. Non ci possiamo liberare davvero del primo se non ci liberiamo anche del secondo. Non si può dare un indirizzo diverso al Potere se non si mette in discussione, prima di tutto, il potere di fare la guerra. Lo diceva già Aldo Capitini, negli anni che precedettero il ‘68, quando scriveva che “il potere di tutti” prende corpo attraverso la capacità di lottare contro oppressioni e sfruttamenti, “ma questa capacità delle moltitudini ha il suo collaudo nel rifiuto della guerra”: anzi, “il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso” (Il potere di tutti, 1969).

La generazione che sta occupando scuole ed università e si è riversata nelle strade il 30 ottobre sembra averlo capito. Da molto tempo il tema del ripudio della guerra non era così al centro delle mobilitazioni giovanili: non la contestazione di una specifica guerra o del genocidio di Gaza, ma dell’apparato di potere che la prepara e brucia enormi risorse sottratte agli investimenti civili.

Invece il governo, che agisce per decreti-repressione, è sordo ad ogni richiesta e rilancia la saldatura con gli interessi del complesso militare-industriale: nelle stesse ore in cui centinaia di migliaia di studenti e studentesse protestavano nelle piazze di tutta Italia pretendendo più risorse per la scuola anziché per le armi, Meloni e Crosetto e inauguravano al Circo Massimo il “Villaggio Difesa”. Un’esposizione di armamenti aperta a famiglie e bambini: “Un catalogo di ciò che si muove, vola, galleggia e spara” – elenca Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano – “il sistema antiaereo Samp/T NG, i blindati Freccia, Lince 2 e Centauro II, il Mangusta, il nuovo elicottero AW249 di Leonardo, il cingolato Lynx, battelli d’assalto, robot terrestri, droni e antidroni, simulatori di volo, sommergibili”. Anche i famigerati Lince schierati a Milano insieme ai parà in una declinazione di “ordine pubblico” sempre più sovrapponibile alla guerra.

La lotta degli studenti italiani, dunque, non è che all’inizio. C’è già in preparazione lo Sciopero internazionale dei giovani contro la guerra del prossimo 20 novembre, lanciata con un manifesto, Combattiamo per il nostro futuro non per le loro guerre, che non solo esprime una serrata critica al riarmo che sottrae ingenti risorse a istruzione, sanità, alloggi e servizi pubblici, ma contesta la militarizzazione che si infiltra nelle scuole e nelle università per il reclutamento militare, la ricerca finanziata con fondi destinati alla produzione di armi e le collaborazioni con istituzioni complici di guerre e genocidi, normalizzando la violenza della guerra attraverso il pretesto della difesa. E indica puntuali rivendicazioni, tra le quali mettere fine alla militarizzazione, al riarmo e all’austerità imposti in nome della guerra e investire nel welfare, nell’istruzione pubblica, nella sanità e nei giovani, anziché in armi ed eserciti; abolire di ogni forma di leva e far sì che le scuole e le università siano spazi di pensiero critico, non strumenti di persuasione bellicista.

Obiettivi precisi, per raggiungere i quali vanno manutenuti e raffinati mezzi coerenti con i fini: quanto più oppressivo è il sistema di potere, alla ricerca spasmodica del capro espiatorio per giustificare la propria violenza sistemica, tanto più la lotta per il cambiamento deve usare le forme creative e spiazzanti della nonviolenza. Non sono gli scontri con la polizia che determinano la forza di un movimento (semmai il suo declino) ma la capacità di tenuta nel tempo allargando il consenso, la solidarietà, l’empatia verso le proprie ragioni, perfino da parte degli operatori delle forze dell’ordine. Studenti e studentesse hanno tutte le ragioni per lottare contro questo sistema di guerra: il primo impegno è non disperderle cedendo alle provocazioni della violenza. Che vengano dall’esterno o dall’interno.


Sconti alle lotterie, la scure sul ceto medio. La manovra dell’ingiustizia colpisce ancora


Calano le risorse per la sicurezza antisismica di scuole, ospedali, municipi, cresce la rabbia per i tagli all’istruzione. Condono e riduzione dei debiti pregressi agli imprenditori delle slot machine. In più una nuova estrazione SuperEnalotto

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – La totale mancanza di sostegno ai redditi più bassi, la scure sulle pensioni del ceto medio. Ma anche il dimezzamento dei fondi per le costruzioni antisismiche e la ricerca. La manovra dell’iniquità e dei tagli colpisce un po’ tutte le categorie del pubblico. Dopo gli squilli delle fanfare per la rivendicazione delle misure, da parte della destra, i conti non tornano. E in Parlamento si prevede battaglia.

La Camera avrà una dote di circa 120 milioni di euro per gli emendamenti parlamentari. Pochi spiccioli per invertire la direzione indicata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e dalla premier Giorgia Meloni. Ma almeno i deputati possono intervenire sulle misure più controverse. L’ultima sorpresa del governo Meloni è arrivata sulla Salute con un affronto al ministro Orazio Schillaci. L’attuazione della Carta sanitaria per gli anziani, prevista dal provvedimento con una dotazione di 1,6 miliardi di euro per il solo 2027, «è affidata a un decreto del ministro del Lavoro, di concerto con il ministro dell’Economia, senza prevedere il concerto del ministro della Salute», ha denunciato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. Uno sgarbo che riguarda tutto il mondo della medicina.

La manovra toglie risorse ai Comuni con meno asili nido per darle a chi ne ha già di più

Ma la sforbiciata sul pubblico non risparmia nessuno. «Nel 2027 università, enti di ricerca, ministeri e agenzie potranno sostituire solo tre dipendenti su quattro che vanno in pensione, con un risparmio di 431 milioni l’anno dal 2028», ha denunciato il co-leader di Alleanza verdi-sinistra, Angelo Bonelli. Inoltre vengono ridotte le risorse per mettere in sicurezza dal rischio sismico «scuole, ospedali, municipi», ha aggiunto il deputato di Avs. Lo stanziamento per il 2027 e il 2028 scende da 60 a 30 milioni l’anno e il resto viene rinviato al 2029 e al 2030.

Parlare d’altro

Meloni, intanto, ha preferito parlare di altro. La presidente del Consiglio ha guardato in avanti e confermato la volontà di portare al Colle un profilo di destra: «Il Quirinale non è nei miei piani. Detto questo, non si capisce perché debba fare scandalo l’idea che una personalità di cultura conservatrice possa un giorno ambire a quel ruolo». Con l’accusa al centrosinistra di «concezione proprietaria che hanno delle istituzioni».

Comunque Meloni ha cercato di tranquillizzare gli alleati sul voto anticipato: «Sono concentrata a chiudere bene questo mandato e a chiedere agli italiani di confermarmi la loro fiducia per altri cinque anni».

Fanno discutere le misure sull’istruzione. La riduzione di 7mila lavoratori negli organici scolastici è un assist agli attacchi delle opposizioni. Soprattutto di fronte alla richiesta dei giovani di un investimento sul futuro. La difesa d’ufficio è stata affidata al capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami: «Nessun taglio, nessuna riduzione. È uno degli impegni assunti con la Ue in sede di approvazione di Pnrr», scaricando la responsabilità sul centrosinistra. Sport preferito in tutta la legislatura. Anche perché la destra al governo ha modificato il Piano nazionale di ripresa e resilienza in varie occasioni.

Tagli alla scuola e alle pensioni: la manovra è un imbroglio

E, ha ricordato la senatrice dei 5 Stelle, Barbara Floridia: «Nel Pnrr non è presente alcun impegno espresso dell’Italia a tagliare i posti dei docenti». L’intervento sulla scuola ha comunque sollevato le critiche della Cisl. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha aperto a possibili cambiamenti del testo, pur attribuendo al ministro Giuseppe Valditara i meriti di aver compiuto miracoli: «Il Parlamento non è solo ad osservare quello che arriva dal governo», ha detto il vicepremier leghista.

In un quadro complicato, la propaganda sulle pensioni si è rivelata un boomerang. La revisione del meccanismo di rivalutazione degli assegni, a partire da 2.400 euro, è un macigno. Perché è un taglio strutturale previsto per i prossimi dieci anni. «Non parliamo certo di super ricchi. Con questo governo il ceto medio sta scivolando sempre di più verso la povertà. Le sparate della Lega sulle pensioni a 64 anni appaiono ancora più grottesche», ha detto la capogruppo di Italia viva al Senato, Raffaella Paita.

Ma il governo Meloni ha scelto con attenzione le lobby da tutelare o addirittura da aiutare. Alla faccia dura contro banche, assicurazioni e aziende energetiche, ha corrisposto una mano tesa a settori amici. Oltre al rinvio della sugar tax e della plastic tax, che comporta un costo di 300 milioni di euro per sei mesi (in proiezione annuale il costo sarà superiore al mezzo miliardo), la legge di Bilancio punta tutto sul gioco. Non c’è solo l’introduzione di un’ulteriore estrazione del SuperEnalotto, pensata per fare cassa. Ma fa capolino una misura ad hoc per gli imprenditori del settore con uno sconto di quanto dovuto allo Stato. «È un condono mascherato con la riduzione dei debiti pregressi fino a 18 milioni di euro dei concessionari delle slot machine, ai quali si aggiunge la rinuncia dello Stato agli interessi maturati», ha detto il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco. Una manovra da lotteria.


Tassa sui super-milionari: chi verrebbe colpito, quanto pagherebbe in più e dove andrebbe l’incasso


Tassa sui super-milionari: chi verrebbe colpito, quanto pagherebbe in più e dove andrebbe l'incasso

(di Milena Gabanelli e Francesco Tortora – corriere.it) – Nessuno fa i soldi da solo. Gli imperi economici si costruiscono grazie al lavoro di migliaia di dipendenti (spesso sottopagati), agevolazioni a carico degli Stati, infrastrutture costruite con risorse pubbliche, competenze e specializzazioni fornite dalle Università. Nel campo tecnologico il contributo della spesa pubblica è un motore fondamentale che finanzia la ricerca di base, sostiene l’innovazione industriale e accelera il processo di digitalizzazione. Hanno attinto a questa fertile prateria anche i 56 mila super-ricchi a livello mondiale che, secondo l’ultimo rapporto del World Inequality Lab, possiedono oggi un patrimonio personale di almeno 254 milioni di euro ciascuno. Una ricchezza tre volte superiore a quella di metà degli abitanti del pianeta. Tra il 1995 e il 2025, i loro patrimoni sono cresciuti in media del 4,9% all’anno (qui pag.41 e qui grafico pag 3.). Quanto restituiscano alla società dipende dal sistema fiscale del Paese in cui risiedono. Nelle economie avanzate, i paperoni (lo 0,001% della popolazione globale) hanno un prelievo fiscale medio pari al 20-35% del loro reddito: una percentuale inferiore a quella sostenuta da qualsiasi altra fascia di popolazione, anche da chi guadagna meno (qui pag. 23). Succede perché la parte più consistente del loro patrimonio deriva da redditi da capitale (azioni, obbligazioni e fondi comuni) sui quali viene applicata un’aliquota molto bassa, e in alcuni casi pari a zero.

Di fronte all’aumento di disuguaglianze innescate da crisi economiche e sociali, da salari troppo bassi rispetto al costo della vita, dalla difficoltà degli Stati a garantire un welfare dignitoso, a sostenere i costi provocati dal mutamento climatico e quelli per contrastarlo, cresce il consenso sull’idea che debbano essere proprio i super-ricchi a contribuire con un prelievo maggiore. Gli economisti hanno elaborato diverse proposte. Vediamo le tre più dibattute.

La tassa sui 246 miliardari californiani

Domani 3 novembre, insieme al voto di midterm, i cittadini della California saranno chiamati al referendum sulla Proposition 40, ribattezzata Billionaire Tax Act. La proposta prevede l’introduzione di una tassa una tantum del 5% sul patrimonio di 246 persone che detengono una ricchezza pari a 2.200 miliardi di dollari, quasi metà del Pil dello Stato. Secondo lo studio realizzato nel 2025 dal National Bureau of Economic Research (Nber) i miliardari americani pagano un’aliquota fiscale effettiva del 24%, contro il 30% dell’intera popolazione e il 45% dei benestanti. Il referendum, lanciato dal sindacato sanitario SEIU-West su una proposta di un gruppo di economisti capitanati dal professore di Berkeley Emmanuel Saez, ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme. I promotori stimano un maggiore gettito di circa 100 miliardi di dollari, anche considerando una quota di evasione ed elusione fiscale. Il 90% delle risorse raccolte sarebbero destinate al sistema sanitario per compensare i tagli federali dell’amministrazione Trump, il resto a istruzione e welfare. Per scongiurare la fuga dei contribuenti verso altri Stati, è inclusa una clausola anti-espatrio: la tassa si applicherà a tutti coloro che risultavano residenti in California il 1° gennaio 2026. I diretti interessati sono ovviamente divisi, per esempio Jensen Huang, Ceo di Nvidia, si è detto pronto a pagare, mentre Sergey Brin, co-fondatore di Google, ha trasferito la residenza in Nevada e ha speso ben 102 milioni di dollari per finanziare il comitato per il no (qui). Se la proposta dovesse ottenere la maggioranza dei voti favorevoli, potrebbe aprirsi la strada ad una misura analoga in altri Stati.

Francia, Zucman punta sui centimilionari

Il direttore dell’osservatorio fiscale europeo presso l’École d’économie di Parigi Gabriel Zucman propone in Francia una tassa minima del 2% su chi detiene patrimoni oltre i 100 milioni di euro. La misura coinvolgerebbe circa 1.800 famiglie e potrebbe generare fino a 20 miliardi di euro di gettito all’anno, necessari a rimpolpare le casse pubbliche e ad abbassare le tasse alla classe media. Nel suo libro I miliardari non pagano l’imposta sul reddito, il professor Zucman evidenzia come le classi popolari in Francia paghino un’aliquota effettiva complessiva di circa il 45%, i ceti medi del 50%, mentre i super ricchi versano appena il 25%. La concentrazione della ricchezza è cresciuta in modo vertiginoso negli ultimi 30 anni: dal 1996 al 2024, la quota detenuta dalle 500 famiglie più facoltose è passata dal 6% al 42% del Pil. L’imposizione si applicherebbe per cinque anni, anche dopo eventuali trasferimenti all’estero. Un disegno di legge ispirato alla tassa minima di Zucman è stato presentato l’anno scorso dalle forze di sinistra, ma è stato bocciato dall’Assemblée Nationale. Tuttavia la misura, appoggiata da 7 premi Nobel, sarà uno dei principali terreni di scontro nella prossima campagna elettorale.

Milionari in Italia

L’Italia è un Paese dove la distanza tra chi ha molto e chi ha poco si è allargata negli ultimi decenni: abbiamo stipendi più bassi della media della Ue. Lo studio congiunto fra la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca evidenzia che 25 milioni di adulti vivono con meno di 13 mila euro all’anno, mentre i 50 mila italiani più facoltosi, appena lo 0,1% della popolazione, guadagnano oltre un milione di euro all’anno e in media incrementano il proprio patrimonio del 5% (sempre su base annua) (qui).
L’Irpef è di fatto l’unico tributo che risponde al criterio della progressività: le aliquote aumentano in proporzione al reddito. Ma non nelle imposte indirette come l’Iva sui consumi, le accise sulla benzina, le addizionali o i contributi previdenziali, dove invece le aliquote sono fisse, come pure fissa al 26% è l’aliquota sui redditi finanziari e del 12,5% quella sui titoli di Stato. Inoltre se i milionari convogliano i dividendi delle loro aziende nelle holding, si può ridurre la base imponibile fino al 95%, con enorme abbattimento del carico fiscale. Siccome la maggior parte del patrimonio è formata proprio da redditi da capitale, la tassazione complessiva effettiva dei 50 mila italiani più ricchi si ferma al 32,6% (Qui). Per i lavoratori dipendenti del ceto medio invece la tassazione complessiva (Irpef, più Iva, accise, tassa sui rifiuti, addizionali) arriva in media al 45%, e quella delle classi popolari al 40%. Per riequilibrare il sistema, Oxfam Italia propone l’introduzione di una tassa extra dell’1% per chi ha un patrimonio compreso tra 5,4 e 8 milioni di euro, del 2% tra 8 e 20,9 milioni, e del 3% oltre i 21 milioni (qui).
In sostanza fino a 5,4 milioni di euro di patrimonio netto non si applica alcuna tassazione aggiuntiva, e quindi quanto dovrebbe versare in più chi ha un patrimonio di 8 milioni? L’1% sulla differenza fra 5,4 e 8 milioni, vale a dire 26 mila euro. Mentre per chi possiede 20 milioni sarebbero 240 mila euro in più. Il gettito stimato è di circa 13 miliardi annui da destinare a sanità, scuola, supporto ai salari e interventi contro il cambiamento climatico. La quota più consistente dovrebbe essere pagata dai 3.100 italiani che secondo il recente rapporto Global Wealth pubblicato da Boston Consulting Group (BCG) possiedono un patrimonio superiore a 100 milioni di dollari e controllano il 18,6% della ricchezza finanziaria nazionale, destinata a salire al 22,2% entro il 2030 (qui).

Le obiezioni

Come già successo in passato con misure oggi ampiamente accettate tra cui l’imposta progressiva sul reddito, le riforme agrarie o l’introduzione dei sistemi di welfare, i critici ipotizzano conseguenze disastrose se questa misura venisse adottata. Il timore più diffuso è la fuga dei capitali all’estero. Tuttavia studi recenti condotti nella Ue e in particolare nel Regno Unito dopo la revisione del regime fiscale dei cosiddetti «non-dom» ridimensionano le previsioni: i contribuenti più facoltosi che hanno scelto l’esodo si piazzano fra lo 0,1 e lo 0,5% del totale, e il loro impatto su investimenti e occupazione risulta trascurabile. La seconda obiezione riguarda la doppia tassazione sulla stessa ricchezza: prima quando viene prodotta e poi come patrimonio accumulato. E questo sarebbe ingiusto. In realtà, come abbiamo detto, il patrimonio dei super-ricchi deriva principalmente da reddito da capitale, agevolato fiscalmente.

Coordinamento tra Stati

Un tassa sui super-ricchi potrebbe ridurre almeno parte delle disuguaglianze del nostro tempo. Ne sono convinti anche 120 milionari che a luglio hanno chiesto al governo di Londra di aumentare il prelievo fiscale sui grandi patrimoni (qui). Il principale ostacolo resta però l’applicazione: la complessità dei patrimoni, spesso detenuti tramite trust e strutture societarie opache, riduce la base imponibile effettivamente tassabile. Sarebbe necessario un coordinamento tra Stati Ue o a livello internazionale con criteri fiscali uniformi.

Oggi il contesto è più favorevole rispetto al passato: l’abolizione del segreto bancario, l’approvazione della Global Minimum Tax, gli accordi di scambio automatico di informazioni e gli strumenti digitali rendono meno complicato scovare le grandi ricchezze. Volendo. Certo è che continuare ad ignorare questi livelli di disuguaglianze in crescita esponenziale, potrebbe diventare molto pericoloso.