Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La partita tra la famiglia Berlusconi e quello che resta di Tajani


(dagospia.com) – Pare che Marina Berlusconi  non sia per niente soddisfatta del “rimescolamento” di carte interno a Forza Italia.

Pur essendo partito dalla ”Famiglia” l’input a rinnovare i vertici, per avere “facce nuove”, ciò che è stato portato a casa è un compromesso un po’ al ribasso.

I nuovi capigruppo, Enrico Costa alla Camera e Stefania Craxi al Senato, non sono esattamente i nomi che la primogenita del Cav. aveva immaginato.

Al posto di Gasparri, infatti, la Cavaliera  di Arcore avrebbe voluto la sua avvocata, la senatrice Cristina Rossello, che però si è immediatamente chiamata fuori, visti i suoi pessimi rapporti con Tajani.

Al posto di Paolo Barelli, potente consuocero del segretario ciociaro che ha messo mano su tutte le nomine, la favorita era la fedelissima Deborah Bergamini.

Ma l’ameba ciociare non ha preso per niente bene il siluramento del famiglio Barelli e avrebbe addirittura minacciato le dimissioni da vice premier e ministro degli Esteri.

A quel punto, per evitare la rovinosa caduta del governo Meloni, la ”gianniletta” in gonnella è stata costretta a fare un passo indietro. In questa fase convulsa della vita del partito, Marina si ritrova circondata da un manipolo di fedelissimi: in primis Deborah Bergamini, seguita da Cristina Rossello, Giorgio Mulè, il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, l’ad di Fininvest, Danilo Pellegrino, un manager che, ovviamente, non mastica granchè di politica romana.

A preoccupare Marina ci sono anche le inevitabili conseguenze dei cambi al vertice: il verace Paolo Barelli, che ha perduto il potere di mettere mano su tutte le nomine, ha infatti il coltello tra i denti e vuole vendicarsi.

Lo ha già fatto intuire con alcune velenose dichiarazioni (“FI non si guida da fuori”; “Non sono stato dimesso da nessuno”) e Tajani sta provando ad allinearsi alla guerriglia aperta dal consuocero.

In questo senso va la decisione di procedere con i congressi regionali, per blindare le file del partito a livello locale, controllando il segretario gran parte delle tessere (nonostante Francesca Pascale abbia evocato stranezze sul numero degli iscritti e dei tesserati al partito).

Al centro della partita tra i Berlusconi e quello che resta di Tajani c’è il potere di mettere mano alle liste elettorali in vista delle elezioni politiche del 2027. Significa avere il controllo sugli eletti di Forza Italia, e quindi sul destino della legislatura.

Al fianco della Cavaliera Marina c’è ovviamente il fratello, Pier Silvio, che sta cercando di “bonificare” la rete(4) di Mediaset, i cui talk sono  da un pezzo più propensa a portare acqua ai Meloni di Fratelli d’Italia che agli azzurri.

E per un Sallusti che si è riavvicinato alla Famiglia, dopo una sbandata di due libri in gloria della Statista immaginaria della Garbatella, e per un Mauro Crippa avviato alla pensione, ci sono Paolo Del Debbio e Nicola Porro che si fanno trombettieri del verbo meloniano.

Dei due, è soprattutto Nicola Porro a preoccupare di più i vertici di Mediaset, vista anche la pervasività della sua comunicazione: il giornalista non ha solo uno spazio televisivo, ma una piattaforma online molto seguita (che pare gli garantisca tra i 60 e i 95mila euro al mese), e dei canali social martellanti.

Tra i giornalisti in quota destra, si segnala il vivacissimo e multitasking Tommasino Cerno. I soliti maligni sussurrano che il sereno-variabile ex direttore de “L’Espresso”, già senatore di Italia Viva di Matteo Renzi, si sia così ben acclimatato a Milano, dove tra una ospitata e un programma televisivo, dirige “Il Giornale” e che, più che parlare con gli editori Angelucci, preferisca intrattenersi con i diavoletti della bollente nighlife a “misura Duomo”…


La grande bufala dello strappo tra Meloni, Trump e Netanyahu


Definire inaccettabili le parole di Trump sul Papa è il minimo sindacale, così come interrompere un memorandum sulla difesa con Israele dopo tutto quel che è successo a Gaza. Per cambiare davvero passo in politica estera serve altro. Meloni vuole farlo, o vuole solo fare finta, per recuperare un po’ di popolarità?

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Quindi, ora che si fa?

Cioè: adesso che, a quanto pare, Donald Trump è diventato “inaccettabile” e abbiamo sospeso il rinnovo automatico del memorandum sulla difesa tra Italia e Israele, qualunque cosa significhi questa frase, cosa facciamo di bello?

Smettiamo di concedere le nostre basi agli americani per andare a portare armi nel Golfo per bombardare l’Iran, ad esempio, come stiamo continuando a fare dall’inizio del conflitto?

Usciamo dal Board of Peace, unica democrazia a farne parte, seppur in qualità di osservatori, e smettiamo di prestarci al gioco di chi vuole distruggere l’Onu?

Diciamo qualcosa a favore dell’Unione Europea quando Trump e Vance, quello che firma le prefazioni americane dei libri di Meloni, vengono a raccontarci che è il male assoluto?

Rinunciamo a spendere quel che chiede Trump in armamenti e mettiamo quei soldi altrove, magari su scuola e sanità?

E ancora:

Condanniamo finalmente quel che sta ancora accadendo a Gaza, chiamando finalmente un genocidio  e un blocco navale illegale col loro nome?

Condanniamo quel che Netanyahu sta facendo in Libano, anche quando non prende di mira il nostro contingente Unifil?

Riconosciamo lo Stato palestinese e il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato per loro?

Perché, spiacenti, questo vuol dire strappare con Trump e Netanyahu.

Non definire inaccettabile un commento sul Papa, o bloccare il rinnovo automatico di un memorandum d’intesa, che la maggioranza stessa dice di ritenere da anni poco più che simbolico.

Se tutto rimane com’è, spiacenti, allora quello di Meloni non è uno strappo. È solo un timido, patetico tentativo di divincolarsi dal bacio della morte dei due leader più impopolari del mondo, per evitare di colare ancora più a picco nei sondaggi.

Un trucco, l’ennesimo, per provare a vendere agli italiani  l’ennesima realtà che non esiste.


New York Times: “Ci troviamo di fronte a una vera e propria profanazione e a un sacrolegio”


(Ross Douthat – il New York Times) – Analizziamo l’ultima zuffa tra Chiesa e impero nel mondo, il conflitto aperto tra il presidente Donald Trump e papa Leo XIV, secondo tre cerchi concentrici, che ci conducono dalle realtà generali della politica cattolica alle intense specificità di questo caso.

A livello generale, non c’è nulla, in un conflitto tra un’autorità secolare e il pontefice romano, che dovrebbe spingere i cattolici a ricorrere ai sali per rinvenire. Nulla, nell’insegnamento cattolico, afferma che i papi siano immuni dall’errore in materia di politiche pubbliche, e il dato storico offre prove abbondanti del fatto che possano commettere errori profondi.

Di conseguenza, quando i papi si impegnano nella politica, non è empio che i politici dissentano da loro, e tali contrasti non sono intrinsecamente liberali, secolari o moderni. […]

Nell’attuale zona di controversia — le dispute che oppongono il papa o il Vaticano o cardinali di primo piano al conservatorismo nazionalista — i conservatori hanno spesso lamentele ragionevoli.

La dottrina sociale cattolica, nella sua forma ideale, mette in discussione tanto la destra quanto la sinistra, ma è un equilibrio difficile da mantenere, e i leader della Chiesa tendono spesso a incalzare più duramente una parte, offrendo all’altra un atteggiamento di “accompagnamento”.

Sotto papa Giovanni Paolo II, i cattolici più liberal potevano ragionevolmente ritenere che il Vaticano accompagnasse più la destra che la sinistra; sotto papa Francesco, invece, la dinamica si è invertita.

[…]  Leone ha riportato maggiore stabilità nella Chiesa anche semplicemente mostrando ai conservatori un volto più paterno e prendendo più sul serio le loro preoccupazioni riguardo al rito e alla chiarezza dottrinale, pur continuando a suonare note simili a quelle di Francesco quando affronta temi come l’immigrazione o il cambiamento climatico.

Di conseguenza, si è vista una netta separazione tra i cattolici di destra più attivi online, desiderosi di polemizzare costantemente contro il papato, e una platea conservatrice più ampia, soddisfatta di avere un papa che adotta toni progressisti purché non sembri intenzionato a sconvolgere la dottrina.

[…] Il Vaticano appare chiaramente più a suo agio nel collaborare con Emmanuel Macron o Biden piuttosto che con Trump o Marine Le Pen. Ma manca di uno spirito di comprensione quando si tratta di capire perché gran parte del suo stesso gregge preferisca i populisti.

La carenza di chiarezza, invece, è un problema costante nella retorica ecclesiastica su temi che vanno dalla ricchezza e la povertà alla guerra e alla pace. […] Il risultato è che, così come i commenti papali sull’economia possono apparire non solo di sinistra ma anche evanescenti, la posizione sulla politica estera può scivolare verso un pacifismo disinvolto che non è fedele alla tradizione cattolica. E se si è, per esempio, un cattolico nominato al Pentagono, può essere del tutto ragionevole sollecitare il Vaticano a riconoscere che il potere militare, talvolta, può avere un ruolo pienamente morale.

Questi sono i punti generali che si potrebbero avanzare in difesa del dissenso cattolico conservatore nei confronti di Roma. Essi iniziano però a incrinarsi quando ci spostiamo nel secondo cerchio, quello del dibattito specifico sulla guerra in Iran, la questione che ha portato il conflitto tra la Chiesa e l’amministrazione Trump al punto di ebollizione.

Qui non è il papato a faticare con la concretezza; sono piuttosto le argomentazioni dell’amministrazione a vacillare, oscillare e dissolversi. Si possono trovare sostenitori di Trump lamentarsi del fatto che la condanna papale della guerra sia troppo ampia, o che i messaggeri […] siano troppo partigiani, o ancora che dal Vaticano non si senta abbastanza sulle malefatte del regime iraniano.

Ma queste critiche sono secondarie rispetto alla domanda centrale: la guerra è giusta oppure no? E l’amministrazione non ha fornito una giustificazione coerente e consistente della sua legittimità. Per esempio, si potrebbe sostenere che la guerra sia giusta perché mira a rimuovere un governo malvagio. Se non fosse che, al momento, Trump sostiene di non voler perseguire un cambio di regime, dichiarandosi disposto a un accordo che non obbligherebbe l’élite clericale a rinunciare al potere, né tantomeno ad affrontare la giustizia per i propri crimini.

Oppure si potrebbe dire che la guerra sia giusta perché rappresenta un intervento limitato volto a prevenire una minaccia militare iraniana. Ma Trump e il suo segretario alla Difesa hanno ripetutamente evocato una campagna ben più ampia, con bombardamenti “riportanti all’età della pietra” e distruzione su scala civilizzazionale, scenari che nessuna teoria della guerra giusta potrebbe accettare.

[…]  Le migliori ricostruzioni disponibili suggeriscono che l’amministrazione sia entrata in questo conflitto senza un obiettivo strategico chiaro né una giustificazione morale coerente, senza adeguata considerazione dei rischi in agguato — e nonostante l’opposizione del vicepresidente (cattolico) e i dubbi del segretario di Stato (anch’egli cattolico). […] è una situazione in cui il capo della Chiesa cattolica ha tutte le ragioni per dire: questa sembra una guerra ingiusta.

E la risposta del presidente a tale critica — ed eccoci al cerchio più interno della vicenda — non rientra affatto in una normale dialettica tra Chiesa e Stato, tra papa e impero. Non è nemmeno una delle consuete anomalie trumpiane. Ci troviamo invece di fronte a una vera e propria profanazione e a un sacrilegio, in una sequenza iniziata con un post sui social la domenica di Pasqua, tra maledizioni, minacce di violenza e un sarcastico elogio di Allah, e proseguita con un attacco a Leone fino ad arrivare a un contenuto generato dall’intelligenza artificiale che lo ritrae come Gesù Cristo.

Nella misura in cui Trump gode di difensori cristiani, questi tendono a separare l’ultimo oltraggio dai precedenti, sostenendo che sia accettabile per il presidente usare un linguaggio blasfemo contro teocrati islamisti, legittimo polemizzare con il vescovo di Roma (che “non ha autorità in questo ambito americano…”), lasciando il meme di Trump come Cristo come unica vera offesa.

Ma il nodo centrale, da una prospettiva religiosa, […] è che esiste un filo coerente che collega le minacce blasfeme della domenica di Pasqua, l’invettiva contro il più celebre leader cristiano del mondo e la rappresentazione di sé come Seconda Persona della Trinità. L’offesa cumulativa non è contro un’identità religiosa o la dignità papale. È una violazione del primo e del secondo comandamento, in cui la parte offesa è Dio onnipotente.

Se si è un osservatore secolare, si può ritenere che la blasfemia sia un peccato privo di un oggetto reale, e che questa escalation conti soprattutto come indicatore dello stato mentale del presidente nel suo secondo mandato.

Se invece si è credenti, allora l’intera carriera politica di Trump — il suo ruolo catalizzatore nella crisi del liberalismo, il suo passaggio dal potere all’esilio e di nuovo al potere — si colloca sotto il segno della provvidenza. In tal caso, la svolta verso la blasfemia presidenziale rappresenta un monito per i suoi sostenitori religiosi circa i possibili esiti della sua parabola e il pericolo spirituale di sostenerlo fino alla fine.


Mon Dieu, Giorgia è stata umiliata da Trump!


(Agenzia_Nova) – La premier Giorgia Meloni prende le distanze dal presidente Donald Trump dopo gli attacchi al Papa. Lo scrive il quotidiano “Le Monde”, spiegando che Trump ha finito per prendere “di mira” la titolare di Palazzo Chigi.

“Giorgia Meloni, dirigente di un Paese la cui capitale e’ anche quella della Chiesa universale, non poteva piu’ permettersi la minima ambiguita’ dopo questo affronto fatto al vescovo di Roma”, afferma il giornale francese. “Le Monde” ricorda che Meloni nei mesi passati non ha mai criticato il presidente Usa.

“Malgrado gli sforzi nei confronti di Washington, Roma non ha ottenuto niente”, nota il quotidiano. “L’Italia ha subito lo stesso trattamento degli altri Paesi europei in materia commerciale e ha visto allontanarsi le speranze di influenza che Giorgia Meloni aveva fondato sull’adesione, come osservatore, dell’Italia al Consiglio di Pace di Donald Trump.


È l’età dell’oro nero per le Big Oil (e per Putin)


(di Damian Carrington – theguardian.com) – Secondo un’analisi esclusiva del Guardian, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas al mondo hanno incassato oltre 30 milioni di dollari all’ora di profitti straordinari nel primo mese della guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran.

Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil sono tra i maggiori beneficiari di questa manna, il che significa che i principali oppositori dell’azione per il clima continuano a prosperare.

Il conflitto ha spinto il prezzo del petrolio a una media di 100 dollari (74 sterline) al barile a marzo, generando profitti straordinari stimati in 23 miliardi di dollari per le compagnie nel solo mese.

Ci vorranno mesi prima che le forniture di petrolio e gas tornino ai livelli prebellici e le compagnie guadagneranno 234 miliardi di dollari entro la fine dell’anno se il prezzo del petrolio si manterrà in media a 100 dollari. L’analisi si basa su dati forniti da Rystad Energy, una delle principali società di intelligence, e analizzati da Global Witness.

Questi profitti eccessivi provengono dalle tasche dei cittadini comuni, costretti a pagare prezzi elevati per il carburante e l’energia elettrica, nonché dalle aziende che si trovano a dover affrontare bollette energetiche più salate.

Decine di paesi hanno ridotto le tasse sui carburanti per aiutare i consumatori in difficoltà, il che significa che queste nazioni, tra cui Australia, Sudafrica, Italia, Brasile e Zambia, stanno raccogliendo meno fondi per i servizi pubblici.

Cresce la pressione per l’introduzione di tasse straordinarie sui profitti di guerra delle compagnie petrolifere e del gas, con la Commissione europea che sta valutando una richiesta dei ministri delle finanze di Germania, Spagna, Italia, Portogallo e Austria per “inviare un messaggio chiaro: coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerra devono fare la loro parte per alleviare il peso sui cittadini”.

“Ciò consentirebbe di fornire un sollievo finanziario temporaneo, soprattutto ai consumatori, e di frenare l’inflazione crescente, senza gravare ulteriormente sui bilanci pubblici”, hanno affermato i ministri in una lettera del 4 aprile. La spesa dell’UE per i combustibili fossili è aumentata di 22 miliardi di euro dall’inizio della guerra in Iran.

Aramco è di gran lunga la maggiore beneficiaria, con un profitto di guerra stimato in 25,5 miliardi di dollari nel 2026, se il prezzo del petrolio si attestasse in media a 100 dollari.

Questo si aggiunge agli enormi profitti che la compagnia saudita a maggioranza statale realizza abitualmente: 250 milioni di dollari al giorno tra il 2016 e il 2023. L’Arabia Saudita da decenni guida con successo gli sforzi per bloccare e ritardare l’azione internazionale sul clima.

Tre compagnie russe – Gazprom, Rosneft e Lukoil – potrebbero realizzare circa 23,9 miliardi di dollari di profitti legati alla guerra con l’Iran entro la fine dell’anno.

Il conflitto ha arricchito le casse di Vladimir Putin per la sua guerra in Ucraina, con la Russia che ha ricevuto entrate dalle esportazioni di petrolio pari a 840 milioni di dollari al giorno a marzo, il 50% in più rispetto a febbraio, secondo un’analisi del Center for Research on Energy and Clean Air.

ExxonMobil, che da tempo nega i cambiamenti climatici, incasserà 11 miliardi di dollari di profitti di guerra non meritati nel 2026 se il prezzo del petrolio supererà i 100 dollari. Shell beneficerà di un incremento di 6,8 miliardi di dollari. Il valore di entrambe le società, come quello di altre, è aumentato significativamente a causa dell’incremento dei prezzi azionari nel mese successivo all’inizio della guerra con l’Iran: ExxonMobil vale 118 miliardi di dollari in più, Shell 34 miliardi.

Secondo l’analisi, Chevron è sulla buona strada per realizzare profitti straordinari dalla guerra con l’Iran pari a 9,2 miliardi di dollari. Anche l’amministratore delegato della società, Mike Wirth, ne ha beneficiato, vendendo azioni Chevron per un valore di 104 milioni di dollari tra gennaio e marzo.

L’impatto della guerra con l’Iran sarà probabilmente duraturo, tanto che il direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, l’ha definita lunedì il più grande shock mai registrato sul mercato energetico globale.

L’impennata dei prezzi del petrolio e del gas ha spinto il responsabile delle Nazioni Unite per il clima, Simon Stiell, a lanciare un avvertimento a metà marzo: “La dipendenza dai combustibili fossili sta erodendo la sicurezza e la sovranità nazionale, sostituendole con la sottomissione e l’aumento dei costi”.

Ha affermato che le energie rinnovabili potrebbero proteggere persone e nazioni dagli aumenti dei prezzi: “La luce del sole non dipende da stretti navigabili, angusti e vulnerabili”.

I profitti derivanti dalla guerra in Iran per le compagnie petrolifere e del gas si aggiungono a quello che da decenni è un business estremamente redditizio per gli stati petroliferi e i loro azionisti.

Il settore petrolifero e del gas ha realizzato in media 1.000 miliardi di dollari di profitto netto all’anno negli ultimi cinquant’anni, e molto di più negli anni di crisi come il 2022, quando la Russia ha lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina.

Il settore dei combustibili fossili beneficia anche di sussidi espliciti che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, ammontavano a 1.300 miliardi di dollari nel 2022.

Patrick Galey, responsabile delle inchieste giornalistiche di Global Witness, ha dichiarato: “I momenti di crisi globale continuano a tradursi in profitti da capogiro per le grandi compagnie petrolifere, mentre la gente comune ne paga il prezzo.

Finché i governi non si libereranno dalla dipendenza dai combustibili fossili, tutto il nostro potere d’acquisto sarà ostaggio dei capricci degli uomini forti”. […]


Papa Leone ruggisce ancora contro Trump


Papa: sporco chi usa il nome di Dio per i propri obiettivi militari

(LaPresse) – “Beati gli operatori di pace. Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso”.

Così Papa Leone XIV nell’incontro per la pace a Bamenda, in Camerun. Il Papa nel suo discorso ha sottolineato, ancora una volta, il ruolo delle donne nella pace: “A questo proposito, il mio grazie va a tutti coloro – in particolare alle donne, laiche e religiose – che si prendono cura delle persone traumatizzate dalla violenza. È un lavoro immenso, invisibile, quotidiano”.

Papa: signori della guerra fingono di non trovare risorse per educazione

(LaPresse) – “I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”.

Così Papa Leone XIV nell’incontro per la pace a Bamenda, in Camerun.”Chi rapina la vostra terra delle sue risorse – ha detto ancora il Papa -, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine.

È un mondo al rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a u – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali”.

Papa: Leone XIV libera colombe per la pace a Bamenda in Camerun

 (LaPresse) – Al termine dell’incontro per la pace di Bamenda, in Camerun, Papa Leone XIV, accompagnato dai rappresentanti della comunità del luogo, all’ingresso della cattedrale ha liberato 7 colombe in segno di pace.Il Pontefice ora si trasferisce in auto all’arcivescovado di Bamenda per un pranzo privato.

Iran: amb. Teheran in Vaticano, grazie al Papa per parole di pace Città del Vaticano (Vaticano), 16 apr. (LaPresse) – “Esprimo a Sua Santità un sincero e profondo ringraziamento per posizioni ferme e chiare assunte a sostegno della pace, della convivenza pacifica e dell’opposizione alla guerra e allo spargimento di sangue, che oggi, in particolare nel Medio Oriente, vengono alimentati dalle potenze dominanti”. Così l’ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede, Mohammad Hossein Mokhtari, in una lettera indirizzata a Papa Leone XIV.

“Il mondo contemporaneo – scrive l’ambasciatore -, più che mai, necessita di una convergenza delle tradizioni divine contro la violenza. Se la voce del Vangelo e quella del Corano si avvicinano nella difesa degli oppressi, si aprirà all’umanità un nuovo orizzonte di speranza. In questo orizzonte, le guide religiose non agiscono come attori politici, bensì come custodi del senso e della coscienza.

Essi, richiamando una verità che trascende gli interessi contingenti, invitano l’essere umano a ritornare alla propria essenza, ossia alla misericordia, alla giustizia e alla pace”.


Censura e doppi standard: un allarme europeo


(Elena Basile e Angelo D’Orsi – lafionda.org) – In Europa, la situazione sta degenerando. Il liberalismo appare superato nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei socialisti europei.

L’onorevole Pina Picierno, forte della sua carica di vicepresidente del Parlamento UE, non perde occasione per lanciare strali diffamatori verso i “putiniani” d’Italia, sorretta, all’interno, dal senatore Carlo Calenda e da qualche radicale e “+europeista”.

Tra i bersagli favoriti ci sono un’ambasciatrice, un professore universitario e tanti giornalisti che criticano nei loro scritti la politica della NATO, come Vauro Senesi, giornalista, umorista e vignettista ben conosciuto. Ogni iniziativa culturale viene regolarmente attaccata, specialmente quelle del prof. D’Orsi, non di rado con tentativi di aggressione. È successo recentemente a Milano, a Perugia, a Marzabotto, a Bologna, a Foligno, a Napoli, a Varese.

Il sen. Calenda ha tenuto una conferenza stampa per denunciare come atto “indecente” la presentazione del libro di Angelo D’Orsi nella Sala Stampa di Montecitorio, con la partecipazione, accanto all’autore, dell’ambasciatrice Elena Basile, dell’on. Stefania Ascari e della giornalista Fiammetta Cucurnia.

L’ambasciatrice è stata linciata sui giornali più letti, è stata chiamata “addetta della Farnesina” e “funzionario di grado medio-basso”.

Il gruppo di intellettuali summenzionato ha partecipato recentemente al festival del cinema documentario “Il tempo dei nostri eroi” (Bologna, 11-12 aprile), organizzato dalla rete internazionale RT-Doc, nel quale si sono proiettati docufilm su varie aree di crisi nel mondo, in particolare sul genocidio di Gaza. Un festival promosso, tra gli altri, dal grande regista serbo Emir Kusturica. Ebbene, l’on. Picierno ha trovato il tempo di indirizzare una lettera aperta alla presidente del Consiglio, per chiedere divieti, censure e sanzioni per i partecipanti.

La trasmissione TV “Di Martedì”, in data 14 aprile, ha mandato in onda un servizio di due comici che fanno satira di parte, al servizio dei potenti di un partito, che si concludeva con sberleffi all’indirizzo di privati cittadini, rei di aver osato guardare documentari di autori belgi, tedeschi, turchi, slovacchi, russi sulla guerra in Ucraina e su Gaza.

Come è noto, molti politici difendono Israele malgrado le aggressioni e le violazioni del diritto internazionale, partecipano a conferenze del governo saudita, i cui rappresentanti sono stati considerati i mandanti del delitto del giornalista Khashoggi, avvenuto nel consolato saudita in Turchia, e polemizzano aspramente con il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, per aver concesso il padiglione ai russi come agli israeliani. I doppi standard imperversano. Alcuni organi di stampa, vedi “Il Foglio”, rilanciano le accuse della Picierno e chiedono che siano applicate le sanzioni europee a liberi cittadini colpevoli di aver assistito a un festival del cinema.

Ricordiamo che la Commissione europea, organo esecutivo e non giudiziario, ha bloccato i conti al politologo svizzero Jacques Baud senza processo, limitando duramente la sua libertà di circolazione, e ha ricattato economicamente la Biennale. Le banche dei Paesi europei applicano, nell’indifferenza delle destre e dei socialisti europei, le sanzioni statunitensi a Francesca Albanese.

La censura dei media russi, decisa dalla Commissione europea, è contraria ai nostri principi costituzionali. Se fossimo in guerra con la Russia, essa avrebbe dovuto essere dichiarata dal Presidente della Repubblica, dopo una discussione e conseguente decisione parlamentare. I cittadini europei sono liberi, fino a prova contraria, di ascoltare propaganda ucraina, russa, NATO, cinese, statunitense, iraniana e di farsi la propria opinione. La censura è una violenza autoritaria e intimamente fascista. Le libertà di pensiero, di espressione e di stampa sono tutelate dalla Costituzione e dai Trattati europei.

Ci appelliamo all’intellettualità libera, a prescindere dagli orientamenti politici dei singoli, perché faccia udire la propria voce di protesta e si schieri, senza esitazione, dalla parte dello Stato di diritto. Chiediamo ai cittadini, ai politici, agli artisti, agli scrittori, agli uomini e alle donne del cinema e del teatro, ai giornalisti, di mobilitarsi per respingere ogni tentativo di silenziare o ostracizzare chi si rifiuta di piegarsi a una narrazione univoca della guerra in Ucraina e delle guerre in Medio Oriente, sulla base non di pregiudizi ideologici, bensì della documentata ricostruzione dei fatti, sorretta dalla gran parte della storiografia e dell’analisi politologica.

Ricordiamo che chi non viene colpito oggi molto probabilmente lo sarà domani; coloro che provano a ragionare con la propria testa, se cedono ai ricatti e alle pressioni, piegandola oggi, domani la vedranno rotolare in un cesto.


Il programma del centrosinistra? Io partirei da alcuni punti essenziali


Il centrosinistra si concentri sui problemi che toccano le persone nella vita quotidiana. Non focalizzarei la campagna elettorale sull’immigrazione: gli italiani sono molto sensibili

(di Angela Apostoli – ilfattoquotidiano.it) – Sono una “semplice” cittadina, non sono esperta di politica ma reputo possibile un cambiamento del sistema partendo dalle cose essenziali e soprattutto parlando alla “pancia” degli italiani, esattamente la strategia adottata dalla destra. Premesso questo, mi permetto di suggerire una sorta di “programma” o forse meglio dire riflessione: alla luce dei fatti recentemente accaduti e cioè la vittoria del No al referendum sulla giustizia e la sconfitta di Orban alle elezioni in Ungheria, occorre cavalcare l’onda, cogliendo l’opportunità di ribaltare la situazione attuale. Il primo problema che si pone è il cosiddetto campo largo: non mi sembra possa funzionare, ci sono troppe divergenze ma, nel caso si voglia convergere in questa direzione, bisogna individuare alcuni punti essenziali ma assolutamente condivisi da tutti, senza ripensamenti. L’unione di intenti è fondamentale. Il centrosinistra si concentri sui problemi che toccano le persone nella vita quotidiana e reale, parlando con chiarezza e semplicità:

1) salari – Vanno adeguati al caro vita sempre più insostenibile;
2) sanità – La situazione attuale sta portando il servizio sanitario nazionale al collasso: chi ha le possibilità economiche per farlo si rivolge al privato mentre i più indigenti rinunciano alle cure, spesso per le interminabili liste di attesa;
3) istruzione – Investire nella cultura garantisce una maggiore democrazia e libertà di espressione: questo messaggio deve arrivare con estrema chiarezza ai cittadini ormai assuefatti a uno stato di privazione di diritti fondamentali come, ad esempio, poter manifestare senza incorrere in segnalazioni e fermi da parte delle forze dell’ordine, per non parlare dell’informazione sempre più spesso ostaggio o peggio ancora, connivente, di questo governo (Rai, quotidiani, ecc);
4) politica estera – Al momento la maggior parte degli italiani boccia la politica del governo Meloni: la sudditanza a Trump, il non riconoscere il genocidio di Gaza, le posizioni ambigue su molti fronti. Bisogna portare la nostra nazione a fianco dell’Europa contribuendo di fatto al rafforzamento della stessa, senza ambiguità e tentennamenti.

Non è il caso di focalizzare la campagna elettorale sulla questione dell’immigrazione: gli italiani sono molto sensibili su questo argomento e tendenzialmente voteranno chi promette di liberare l’Italia dallo “straniero”; leggi a tal proposito si potranno studiare una volta arrivati al governo. L’esecutivo attuale ha messo in atto questa strategia, quasi a stravolgere le regole una volta eletti! Stessa cosa dicasi per i diritti civili: a mio avviso bisogna affrontare il tema solo quando eletti (adozioni, interruzione di gravidanza, famiglia, ecc).

Altro argomento fondamentale ma da non toccare in campagna elettorale è la crisi climatica, così come la protezione dell’ambiente (caccia indiscriminata, agricoltura, rivedere la legge che protegge le specie più vulnerabili).

Un’ultima questione sulla quale mi arrovello da tantissimo tempo ormai, la proposta di vietare l’uso dei social media come strumento di comunicazione e informazione da parte dei politici tutti. Trovo assurdo l’uso indiscriminato che la politica fa dei social media, per informare e sensibilizzare i cittadini sulle varie tematiche esiste un sito istituzionale chiamato Parlamento.


Donald Trump, in pieno delirio di onnipotenza, minaccia Cuba


(di Kim Hjelmgaard, Rick Jervis, Francesca Chambers – eu.usatoday.com) – La pianificazione militare per una possibile operazione guidata dal Pentagono a Cuba sta avanzando sottotraccia, nell’eventualità che il presidente Donald Trump impartisca l’ordine di intervenire sull’isola. Lo ha appreso USA TODAY.

Due fonti a conoscenza della direttiva hanno parlato con USA TODAY a condizione di anonimato, poiché non autorizzate a rilasciare dichiarazioni ai media.

Le direttive sembrano configurarsi come un’escalation delle recenti tensioni tra Washington e L’Avana, iniziate a gennaio quando l’amministrazione Trump ha ridotto le forniture di petrolio a Cuba nell’ambito di una più ampia campagna volta a imporre profondi cambiamenti politici sull’isola a governo comunista.

In una dichiarazione rilasciata a USA TODAY, il Pentagono ha affermato di pianificare una serie di scenari contingenti e di essere pronto a eseguire gli ordini del presidente secondo le direttive ricevute. Le notizie sui piani di escalation sono apparse per la prima volta sul Substack di Zeteo, per poi circolare rapidamente tra i corridoi del Campidoglio e nel resto di Washington.

Stati Uniti e Cuba hanno riconosciuto di trovarsi nelle fasi iniziali di un tentativo di uscita dalla crisi, ma non è chiaro fino a che punto ciascuna delle parti sia disposta a scendere a compromessi. A marzo, USA TODAY aveva riferito che i due Paesi stavano conducendo trattative per la firma di un possibile accordo economico storico, che avrebbe potuto aprire a un disgelo delle relazioni bilaterali.

Anche mentre l’attenzione dell’amministrazione Trump si è spostata sulla guerra con l’Iran, le tensioni tra Washington e L’Avana si sono inasprite nelle ultime settimane. Trump ha lasciato intendere di aspettarsi presto l’«onore» di «prendere Cuba, in qualche forma», aggiungendo: «Che io la liberi o la prenda — credo di poterci fare quello che voglio».

Il 13 aprile, Trump ha dichiarato a USA TODAY alla Casa Bianca: «Potremmo fare un salto a Cuba dopo aver chiuso la faccenda», riferendosi al conflitto in corso con l’Iran. In una recente intervista a Newsweek, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha promesso che il suo Paese avrebbe risposto con le armi nel caso in cui gli Stati Uniti lanciassero un attacco militare.

«Combatteremo, ci difenderemo, e se dovessimo cadere in battaglia, morire per la patria è vivere», ha dichiarato Díaz-Canel alla testata. L’operazione clandestina statunitense che ha sottratto l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro dal suo compound a Caracas il 3 gennaio ha provocato uno shock nelle comunità di esuli venezuelani e cubani nel sud della Florida, alimentando le speculazioni su Cuba come prossimo obiettivo. Nel blitz delle prime ore del mattino contro Maduro, erano stati uccisi 32 militari cubani che facevano la guardia al presidente.

A differenza di quanto avvenuto prima delle operazioni militari statunitensi in Venezuela e in Iran, i funzionari americani non hanno finora costruito un caso per dimostrare una «minaccia imminente» di Cuba nei confronti degli Stati Uniti. Lo ha osservato Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute for Public Policy della Florida International University, studioso di lungo corso delle forze armate cubane.

Fonseca ha dichiarato di ritenere che il dibattito sulla preparazione di piani militari abbia più i connotati di una minaccia che di una strategia concreta, aggiungendo: «In questo momento, si tratta in larga misura di un gioco di segnali».

Per decenni, i funzionari statunitensi hanno discusso di qualche forma di intervento militare a Cuba da quando Fidel Castro e le sue forze ribelli presero L’Avana nel 1959, e Cuba si legò successivamente all’Unione Sovietica e al comunismo.

Con le forze armate cubane in condizioni di deterioramento materiale e i loro ufficiali verosimilmente poco inclini a restare fedeli a un regime impopolare, un’operazione militare statunitense a Cuba sarebbe probabilmente un successo rapido e schiacciante, ha spiegato Fonseca.

Ciò che verrebbe dopo — il ripristino dello stato di diritto, il sostegno ai leader dell’opposizione — si rivelerebbe invece un compito assai più spinoso, ha aggiunto. «Questa sarà una vittoria militare molto facile», ha concluso Fonseca, «ma una vittoria politica ben più difficile».


L’Italia supera la Grecia: nel 2026 avrà il debito pubblico più alto d’Europa


Il debito sale al 138,4 per cento del pil nel 2026. Con 450 miliardi spesi tra Pnrr e bonus edilizi, Roma cresce sempre meno dell’1 per cento, ultima tra i Pigs: dal 2022 Spagna, Portogallo e Grecia crescono più di noi spendendo meno

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(di Luciano Capone – ilfoglio.it) – Il sorpasso, che un paio d’anni fa si pensava dovesse arrivare nel 2028, ci sarà già quest’anno: alla fine del 2026, l’Italia toglierà alla Grecia il primato del paese con il debito pubblico più alto d’Europa. Secondo i dati del Fiscal monitor dell’Fmi, pubblicato ieri, quest’anno l’Italia vedrà aumentare il suo debito pubblico al 138,4 per cento del pil (dal 137,1 del 2025), di contro quello della Grecia scenderà al 136,9 per cento (dal 145,7 del 2025).

Si tratta di un evento simbolico, che però mostra una dinamica più preoccupante se si allarga l’orizzonte dello sguardo. Roma ha un debito più alto di 4,5 punti rispetto al 2019, l’anno prima del Covid, mentre Atene nello stesso periodo lo ha abbattuto di quasi 50 punti. 

Rispetto al picco del 2020, quando è schizzato al 210 per cento, il debito pubblico della Grecia in sei anni è crollato di oltre 70 punti (un terzo). Il caso della Grecia è un po’ anomalo, visto che la maggior parte del suo debito pubblico (circa il 90 per cento del pil) è costituito dai programmi di sostegno forniti dai partner dell’Ue durante la grave crisi greca, e pertanto si tratta di prestiti con tassi agevolati e scadenze lunghe.

Ma la prospettiva non cambia molto, anzi peggiora, se si fa un confronto con gli altri paesi mediterranei che componevano il cosiddetto gruppo dei “Pigs”. Il Portogallo, che nel 2019 aveva un debito del 116 per cento, poi salito al 134,1 nel 2020, ha registrato una forte riduzione del rapporto debito/pil che secondo l’Fmi sarà dell’85,6 per cento nel 2026 e continuerà a scendere fino al 75,5 per cento nel 2030. La Spagna, invece, che partiva nel 2019 da un livello più basso (97,6 per cento), avrà nel 2026 un debito pari al 98,2 per cento che scenderà al 91,7 per cento nel 2030. In sostanza, l’Italia è l’unico paese dei Pigs che nel 2030, dieci anni dopo lo choc della pandemia, avrà un debito pubblico più elevato (136,5) rispetto al livello pre Covid (133,9).

Stesso discorso se si guarda l’andamento del pil. Per Spagna, Grecia e Portogallo l’Fmi prevede una crescita economica attorno al 2 per cento del pil nel 2026 e leggermente inferiore negli anni successivi (1,7-1,8 per cento), mentre per l’Italia la crescita è stata tagliata per quest’anno allo 0,5 per cento del pil e così si manterrà negli anni successivi. Se, invece, si volge lo sguardo all’indietro, agli anni in cui i governi italiani hanno celebrato la forte ripresa post pandemica, si nota che dal 2022 in poi Spagna, Portogallo e Grecia sono cresciuti costantemente a tassi superiori rispetto all’Italia. E non è un discorso di colore politico, visto che la Grecia è governata dal 2019 dal centrodestra di Mitsotakis, in Spagna il socialista Sánchez è al potere dal 2018, mentre in Portogallo si sono alternati centrosinistra e centrodestra (Costa e Montenegro).

L’altro aspetto da considerare è che in questo stesso periodo l’Italia è il paese che ha avuto la politica fiscale più espansiva del gruppo, soprattutto considerando Portogallo e Grecia che sono in avanzo di bilancio da diversi anni. Certo, il governo Meloni ha portato avanti un importante aggiustamento dei conti, con una riduzione del deficit di 5 punti (dall’8,1 per cento nel 2022 al 3,1 nel 2025), ma si è trattato in buona parte della chiusura ritardata del Superbonus, un programma di spesa abnorme che non esisteva negli altri paesi. Sebbene Giorgetti sia stato accusato di aver fatto troppa “austerità”, l’Italia non ha fatto più austerity degli altri Pigs, tutto il contrario. E i risultati economici sono peggiori: debito pubblico più alto e crescita più bassa.

A dispetto della polarizzazione del dibattito politico e dei cambi di maggioranza, c’è una sostanziale continuità nelle scelte di politica economica da parte dei governi che si sono avvicendati dal 2020. Sia il governo Conte (centrosinistra) sia il governo Draghi (tecnico di grande coalizione) sia il governo Meloni (centrodestra), pur avendo visioni diverse su alcuni aspetti e sulle tempistiche, hanno condiviso l’ideazione e/o la gestione delle misure più importanti di questi ultimi anni: il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e il Superbonus. E’ vero che inizialmente, quando era all’opposizione di Conte, la destra di Meloni e Salvini era contraria al Pnrr, ma una volta al governo lo hanno revisionato e attuato; ed è anche vero che, quando è esplosa la spesa dei bonus edilizi, Meloni e Giorgetti si sono scagliati contro i bonus edilizi ma i loro partiti – anche nella campagna elettorale del 2022 – hanno sempre sostenuto il Superbonus. Questi due piani di spesa, pari a circa 450 miliardi di euro (220 miliardi il Pnrr e 230 miliardi i bonus edilizi), probabilmente i due programmi di investimenti pubblici più costosi della storia d’Italia, avrebbero dovuto nelle intenzioni dei proponenti trasformare il paese, guidando una transizione energetica e digitale che avrebbe aumentato la produttività e la crescita dell’economia. Nulla di tutto questo è accaduto: l’Italia si ritrova con un tasso di crescita inferiore all’1 per cento, ben al di sotto della media europea, e con il debito pubblico più alto d’Europa.

L’aspetto paradossale è che per la prossima legislatura destra e sinistra propongono di proseguire allo stesso modo: le proposte del governo e dell’opposizione si fondano sulla richiesta all’Europa di emettere degli “Eurobond” per finanziare un nuovo Pnrr e di sospendere il Patto di stabilità per consentire di finanziare in deficit qualche nuovo bonus. Dopo aver conquistato il primato del debito in Europa, i programmi per il futuro prevedono più debito.


Trump, il nuovo “eresiarca”. Non gli bastano le religioni esistenti: il divino è lui


L’obiettivo del presidente Usa è radicale: diventare egli stesso fonte di legittimità religiosa. Il bisogno di questo “salto” non nasce da un capriccio narcisistico ma dal capitalismo

(Iside Gjergji, Sociologa e giurista – ilfattoquotidiano.it) – Nell’agosto 2015, in un’intervista concessa a Mark Halperin e John Heilemann, Donald Trump definì la Bibbia il suo libro preferito (“number one”), arrivando a giudicarla persino “superiore” al suo The Art of the Deal. Ma quando gli fu chiesto di indicare il passo che amava di più, tagliò corto: “È una cosa molto personale”, disse, rifiutandosi di rivelarlo. Incalzato sulla preferenza tra Antico e Nuovo Testamento, liquidò la domanda con un secco: “Sono uguali”.

All’epoca Trump non aveva ancora vinto le elezioni del 2016 e si dichiarava presbiteriano. Cinque anni dopo, nell’ottobre 2020, in un’intervista al Religion News Service, corresse il tiro: “Sebbene sia cresciuto in una chiesa presbiteriana, ora mi considero un cristiano non confessionale”. Un cristiano generico, insomma, senza una chiesa specifica di riferimento. In realtà, nei cinque anni del suo primo mandato presidenziale, Trump aveva già iniziato a stringere forti legami con diversi leader evangelici. Nel febbraio 2025, con la creazione dell’Ufficio della Fede presso la Casa Bianca, diretto dalla telepredicatrice evangelica, Paula White-Cain, il rapporto tra il presidente statunitense e l’evangelismo apocalittico si è reso esplicito e strutturato.

La forte torsione teologica dei discorsi politici di Trump nel secondo mandato non ha però a che fare con la sua eventuale “conversione” personale. Rivela invece un progetto di lungo corso, volto a ristrutturare il “campo religioso”. Come ha spiegato Pierre Bourdieu, il campo religioso è uno spazio strutturato da rapporti di forza, in cui si lotta per il monopolio dei “beni di salvezza” e della definizione legittima del sacro. Non si tratta cioè di una semplice sfera spirituale, ma di un dispositivo di dominio simbolico e ideologico.

Trump, infatti, non si limita a mobilitare simboli cristiani per allargare o rafforzare la propria base elettorale, perché punta a ridefinire il perimetro stesso del campo religioso, posizionandosi come un eresiarca, ossia un soggetto che, privo del capitale simbolico istituzionale delle Chiese tradizionali, cerca di conquistare legittimità attraverso (anche) una rivoluzione simbolica.

Affinché questa operazione possa sperare di avere un qualche risultato deve necessariamente mobilitare la “domanda di salvezza” che sale da ampi settori della società, in particolare dagli strati impoveriti. Una domanda generata dalla precarietà economica, dalla disgregazione sociale e istituzionale, in altre parole dalla profonda crisi del capitalismo contemporaneo, che non riesce più a sedurre gli individui, che non è capace di dare loro un minimo di futuro in cui credere, oppure – per dirla con Walter Benjamin, che nel capitalismo scorgeva una vera e propria religione – che non riesce più “a soddisfare le ansie, tormenti, inquietudini” a cui sono solitamente chiamate a dare risposta le religioni.

L’offerta del trumpismo a chi chiede “salvezza” è una potente sintesi ideologica tra: suprematismo nazionale, teologia evangelica apocalittica, leadership carismatica (il culto del capo) e tecnologia divina (basti pensare alle ambizioni teologiche dei guru della tecnologia di sorveglianza globale come Peter Thiel, che solo alcune settimane fa ha tenuto seminari sull’Anticristo a pochi passi dal Vaticano). In questa prospettiva, l’azione politica assume inevitabilmente i contorni di una lotta tra le forze del Bene e le forze del Male, e la guerra diventa un evento redentivo, funzionale alla realizzazione di una profezia.

Non a caso, le figure evangeliche che circondano l’attuale amministrazione Trump leggono la storia contemporanea alla luce dell’Apocalisse, contribuendo così a costruire un immaginario in cui la sofferenza, la guerra e la morte diventano condizioni necessarie per l’avvento di un ordine superiore. È in questo quadro che va letto anche il recente attacco di Trump a papa Leone XIV. Lungi dall’essere uno screzio episodico, esso rappresenta un atto di lotta dentro il campo religioso. La Chiesa cattolica, con il suo enorme capitale simbolico e la sua pretesa universalistica, rappresenta un ostacolo nel processo di costruzione della nuova ortodossia centrata sui valori del trumpismo. Delegittimare il Papa significa contestare la sua autorità come garante legittimo del sacro e, di conseguenza, aprire lo spazio per una diversa forma di consacrazione.

Trump non si limita quindi a usare le religioni esistenti per realizzare o promuovere i suoi fini (come in tanti hanno fatto e fanno nei movimenti politici conservatori e fascisti in ogni angolo del mondo). Il suo obiettivo è più radicale: diventare egli stesso fonte di legittimità religiosa (come appariva chiaro, prima che fosse rimossa, nell’immagine pubblicata sui suoi social), un’autorità che egli vuole gli sia derivata dalla capacità e dalla volontà di incarnare una visione fortemente arbitraria e predatoria del mondo. Il bisogno di questo “salto”, o meglio di questo “assalto” al sacro, non nasce da un capriccio narcisistico, o dalla strategia elettorale per le prossime votazioni, ma dalle necessità oggettive del capitalismo statunitense e, in particolare, del blocco sociale ed economico di cui l’amministrazione Trump è espressione.

I giganteschi movimenti tellurici nel sistema di produzione e di commercio internazionali stanno ridisegnando la geografia e la struttura del sistema produttivo mondiale con grande velocità. L’economia americana arretra di fronte all’ascesa di altre e il centro del capitalismo globale si sposta sempre più verso Oriente. Per creare una controtendenza effettiva nella parabola discendente del sistema produttivo americano sono necessarie azioni estreme, gesti aggressivi e strategie inedite, la cui giustificazione ideologica non può più poggiare sull’universo simbolico delle religioni tradizionali. Ne serve uno nuovo, uno capace di creare un collante sociale e ideologico per i nuovi terribili conflitti globali, attuali o in corso di preparazione. Le nuove forme di legittimazione religiosa che Trump, insieme a molti altri soggetti intorno a lui, sta cercando di realizzare negli ultimi anni, servono esattamente a questo.

Al momento, va detto, non si riescono a vedere in dettaglio né l’andamento del conflitto in corso nel campo religioso né i contorni della nuova forma religiosa proposta dalla coalizione politico-economica al potere. Si dovrà attendere per ottenere maggiore chiarezza. Molto dipenderà dalla piega che assumeranno gli eventi in corso e, soprattutto, dalle mobilitazioni popolari contro tali lugubri progetti. Del resto, come diceva Benjamin, non è facile “sciogliere la rete su cui stiamo sospesi” e, quindi, la visione d’insieme ci sarà pienamente data solo nel prossimo futuro.


Meglio di un film di fantascienza


(ANSA) – Un unico programma valido per tutti i robot, da quelli industriali a quelli destinati ad altri usi, li rende consapevoli delle loro capacità e dei loro limiti. In questo modo, macchine molto diverse tra loro possono imparare nuove abilità senza ricevere istruzioni personalizzate, ma semplicemente osservando un essere umano o un altro robot eseguire una determinata azione e adattandola poi alle proprie caratteristiche.

È il risultato ottenuto dal gruppo di ricerca del Politecnico di Losanna (Epfl) in Svizzera, pubblicato sulla rivista Science Robotics. Si tratta di un passo avanti per riuscire a integrare facilmente i robot nella vita di tutti i giorni, come nel caso di quelli domestici.

     Con l’avanzare della tecnologia, la progettazione dei robot include componenti sempre più complesse e capacità di movimento sempre più sofisticate. Pertanto, può risultare molto difficile generalizzare per tutti una stessa abilità senza uno specifico intervento umano.

      Per trovare una soluzione al problema, i ricercatori guidati da Sthithpragya Gupta hanno analizzato diverse tipologie di macchine e le hanno classificate in base alle caratteristiche delle loro articolazioni e della libertà di movimento. Quindi hanno progettato un programma che codifica la consapevolezza dei vincoli e delle possibilità di ciascun robot. Il programma identifica tutti i movimenti possibili per compiere una determinata azione, e seleziona poi il migliore tra quelli che rientrano nelle sue capacità.

     Gli autori dello studio hanno dimostrato la validità del loro approccio testandolo con diverse macchine industriali. Durante l’esperimento, una persona ha eseguito davanti a loro un compito, come tracciare le lettere di una parola o manipolare oggetti su una catena di montaggio. Grazie al nuovo programma, i robot sono stati in grado di apprendere il compito e adattare le proprie capacità per eseguirlo con successo.


Patrioti senza paura


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Per sabato 18 aprile la Lega aveva annunciato «Senza paura», manifestazione sovranista a favore della remigrazione e contro l’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti. Poi il governo ha perso il referendum e per sabato 18 aprile la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione sovranista non più contro i migranti ma sempre contro l’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti. Poi il sovranista Orbán ha perso le elezioni in Ungheria, così per sabato 18 la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti Europei. Poi però Trump ha insultato il Papa e quindi per sabato 18 la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa e per la pace. Senonché poi Trump se l’è presa pure con la Meloni e perciò ieri Salvini ha annunciato in conferenza stampa che sabato 18, in piazza Duomo, si svolgerà «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa, per la pace e contro l’aumento dei prezzi causato dalle smargiassate belliche degli americani.

Sempre che tra oggi e domani i sovranisti, al di qua o al di là dell’oceano, non perdano altri colpi. In tal caso, sabato 18 aprile in piazza Duomo, Salvini potrebbe chiudere il cerchio con «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa dei migranti, per la pace, contro l’aumento dei prezzi e contro il ponte sullo Stretto, sostituito dal ponte di Tripoli per consentire a chiunque lo desidera di raggiungere l’Italia in bici.


Francesca Albanese: “Da Gaza al Libano: Israele ci ha trascinato in una spirale di morte”


“Meloni e il Memorandum? Primo passo, in ritardo di 70mila morti. Ora i fatti”

Intervista a Francesca Albanese: ‘Da Gaza al Libano: Israele ci ha trascinato in una spirale di morte’

(estr. di Maddalena Oliva – ilfattoquotidiano.it) – […] Francesca Albanese, in Libano l’Idf ha colpito civili, giornalisti, ospedali, ong e mezzi Unifil. Ora potrebbe arrivare la tregua di una settimana. Cosa sta accadendo?

Gli attacchi di Israele in Libano colpiscono per brutalità e intensità, ma non sono nuovi. Nel silenzio della comunità internazionale, da anni – e con una frequenza crescente, in parallelo con il genocidio a Gaza – Israele conduce operazioni militari specie nel sud del Libano, per consolidare il controllo territoriale. Oggi lo dice apertamente tanto il governo israeliano quanto il suo sponsor americano: il progetto del grande Israele non è solo legittimo ma realizzabile. Questo disegno è criminale. Il contesto della guerra con l’Iran ha offerto a Tel Aviv l’occasione per perseguirlo con rinnovata ferocia.

[…]

È la “gazificazione” del Libano.

Espressione orribile, ma purtroppo veritiera. Israele sta facendo terra bruciata del diritto internazionale così come delle zone che vuole annettere, per portare la comunità internazionale al fatto compiuto del controllo effettivo del Sud del Libano, dopo averlo svuotato. Con Gaza vedo un continuum: lì Israele ha testato con mano come portare avanti i più brutali crimini contro l’umanità e di guerra, perfino un genocidio, senza conseguenze. Anzi, camuffando l’azione militare come ‘difesa’. Perché dovrebbero fermarsi ora di fronte alle vite dei libanesi, se nessuno ha chiesto loro il conto per quelle dei palestinesi? Questa è la spirale mortifera in cui l’inazione dei nostri Paesi ha trascinato l’umanità tutta.

Intanto a Gaza si continua a morire. Lei ha detto che la “pace” trumpiana è la prosecuzione a bassa intensità del genocidio. È sempre convinta?

Assolutamente. Tra il 2 e l’8 aprile, almeno venti palestinesi sono stati uccisi a Gaza, portando a 750 il conto delle vittime dall’inizio del ‘cessate-il-fuoco’ che non è che uno specchietto per le allodole. Nella Striscia la popolazione vive in tende e in ambienti insalubri, senza cure mediche adeguate. E l’accesso agli aiuti umanitari continua a essere compromesso. Non può esserci pace senza giustizia. Il suddetto Board of Peace si prepara a banchettare tra le spoglie del popolo palestinese, mentre quasi nessuno in Europa propone un piano alternativo centrato sull’autodeterminazione dei palestinesi e la fine dell’occupazione, del genocidio e dell’apartheid. Fuori dall’Europa, per fortuna, sì.

[…] Meloni ha annunciato lo stop al rinnovo automatico del Memorandum con Israele. Che segnale è?

L’annuncio è importante, ma arriva più di 70 mila morti in ritardo. Rappresenta la prima vera risposta del governo dopo due anni di genocidio, una decisione che non assolve l’Italia dalle sue responsabilità nei crimini israeliani, ma almeno è un passo. Diversi giuristi e avvocati del gruppo ‘Giuristi e avvocati per la Palestina’ hanno incalzato il governo, messo sotto pressione dalle grandi mobilitazioni della società civile, supportata da Avs, M5S e parte del Pd. Ora le parole di Meloni devono tradursi in fatti: recessione, non solo interruzione, dell’accordo. E vanno bloccati i contratti di Leonardo con le controparti israeliane, senza che questo sani le responsabilità dell’azienda e dell’Italia per quanto fornito finora. Non è un’opzione, è un obbligo internazionale.

Avrà visto lo scontro con Trump.

La servitù al sovrano Usa non paga. La necessità di un nuovo multilateralismo, senza suprematismi e razzismo, che nasce e spiega le vele dai Paesi decolonizzati si sente sempre più anche qui. Questo mi fa sperare. Dobbiamo resistere resistere resistere. L’emancipazione passa dal diritto e dai diritti.

Molti analisti hanno letto il risultato della grande partecipazione al voto referendario dei giovani come un effetto-Gaza, un’onda lunga delle mobilitazioni dei mesi scorsi.

Lo chiamo ‘effetto Palestina’. La Palestina – e l’insensata sofferenza inferta al suo popolo – hanno fatto scoppiare le contraddizioni interne alle nostre società. Ha bucato il velo di Maya del neoliberalismo, di quell’europeismo ipocrita che parla di diritti umani, ma che non ha mosso un dito di fronte a un genocidio. Ha portato le persone a voler agire da protagonisti di fronte a una classe politica incapace e inadempiente.

[…]

È in partenza una nuova Flotilla.

La Flotilla è un simbolo, non deve diventare un fine in sé: spero possa continuare a far parte di quel movimento di società civile che si è risvegliato, spingendo ad alzare il tiro sugli scenari nazionali affinché la macchina della guerra si fermi. Certo, c’è la preoccupazione per lo scenario bellico attuale…

La Procura di Roma, dopo gli esposti di 36 attivisti italiani, ha contestato il reato di tortura.

Mi auguro per le vittime che sia fatta giustizia. Nel mio ultimo rapporto Onu ho menzionato diversi casi. Seppur marginali rispetto a ciò che subiscono ogni giorno i palestinesi, sono il segnale di quanto sia forte il senso d’impunità dell’Idf.

Nell’ultimo rapporto ha raccolto anche centinaia di casi di stupro nelle carceri israeliane rese da Ben-Gvir luoghi di tortura, con oltre quattromila persone scomparse…

C’è un uso sistematico e sistemico della tortura, sia nelle carceri, con livelli senza precedenti negli ultimi due anni, sia fuori.

[…] Ora Israele ha deciso di introdurre la pena di morte per i terroristi.

Purtroppo non mi sorprende. Questo è l’ultimo orribile tassello della politica carceraria israeliana, che da tempo mira all’annientamento dei prigionieri palestinesi. L’assassinio ora viene legalizzato.

Ha appena rilanciato sui social un appello per Ahmed Shihab-Eldin.

Ahmed è un reporter palestinese, di nazionalità kuwaitiana e statunitense, detenuto da più di un mese in Kuwait – e non è il solo – per aver raccontato sul campo gli attacchi iraniani. Mi auguro una mobilitazione internazionale per il suo rilascio. E faccio un appello al governo italiano, perché Ahmed si era trasferito da poco a Bari per insegnare all’università. La libertà di espressione va difesa: il giornalismo non è un crimine.

Sarà all’Uno Maggio di Taranto. E sono già partite le polemiche…

Davvero? Non lo sapevo e non me ne curo, onestamente. Mi amareggia pensare che difendere i diritti di un popolo vittima di un genocidio generi ‘polemiche’: non siamo in grado di essere d’accordo nemmeno sui principi più basilari di umanità. Ma spero tutto si traduca in più partecipazione all’evento… ci vediamo l’Uno Maggio!


L’Italia sovranista, Trump e il cambio di rotta


(Tommaso Merlo) – L’atto politico più importante del governo Meloni resterà il silenzio assordante sul genocidio a Gaza. Un governo che verrà ricordato per i mesi a glissare o addirittura assecondare i carnefici di donne e bambini palestinesi. Una linea politica sciagurata che si spiega con l’atavico servilismo italiano verso gli Stati Uniti che a loro volta sono servi del sionismo. Un vero e proprio suicidio per i sovranisti de noialtri che si son fatti largo blaterando di popolo e patria e sul più bello si sono adeguati al vassallaggio lobbistico. Perchè un conto è il marketing elettorale, un altro governare la realtà. Eppure non era così difficile, bastava che i sovranisti de noialtri dessero retta ai sovrani e cioè ai cittadini che per mesi hanno manifestato contro l’orrore di Gaza. E bastava che dessero retta alla nostra Costituzione e al diritto internazionale su cui si fonda la nostra Repubblica. Tagliando così ogni legame con Israele e spingendo per un embargo economico e militare anche in Europa in modo da fermare lo sterminio, sradicare una ideologia da secolo scorso finita fuori controllo e promuovere una ricostruzione democratica e rispettosa dei diritti umani per tutti in Terra Santa. Non era così difficile. Bastava che il governo rispettasse i trattati schierandosi senza esitazioni coi tribunali internazionali arrestando quel terrorista di Netanyahu quando ha sorvolato il nostro spazio aereo per andare alla Casa Bianca a ricattare Trump. Ed invece siamo arrivati alle ignobili chicche di ospitare per le vacanze i soldati israeliani esausti dopo mesi a massacrare donne e bambini e di partecipare all’osceno Board of Peace. Già, non ci voleva chissà quale lungimiranza politica e sapienza per stare dalla parte giusta della storia, bastava un minimo di sensibilità, di coerenza e di coraggio. La Spagna ma anche l’Irlanda e altri paesi hanno dimostrato che era ed è possibile una alternativa. Ma i sovranisti de noialtri non hanno voluto sentire ragioni inginocchiandosi non solo a Washington ma anche a Bruxelles. Il governo italiano più a destra di sempre si è rivelato un maggiordomo di quei tecnocrati europei per anni infangati come male assoluto nonchè della Nato ormai ridotta ad agenzia della lobby guerrafondaia occidentale. Ed è così che si sono accodati senza fiatare e soprattutto senza ragionare all’autolesionista guerra in Ucraina buttando immense risorse pubbliche per mantenere il corrotto governo di Kiev e per un riarmo continentale abnorme mentre i cittadini sono alla canna del gas vittime di un declino epocale spacciato come crisi passeggera. Una cocciuta deriva bellica alla faccia dell’articolo 11 e del desiderio di pace di milioni di cittadini scesi in piazza. Altro che sovranismo, il solito lobbismo col potere delegato a padroni oltreoceano, consessi internazionali e meschino conformismo carrierista. Altro che nazione sovrana, una foglia trascinata dal vento russofobo e guerrafondaio di potentati senza cuore e nemmeno cervello. Ma visto che la sfiga aiuta i pavidi, i sovranisti nostrani si sono ritrovati un padrone come Trump che incarna non solo i mali politici ma anche quelli psicologici del nostro tempo. Un padrone maligno e scorbutico che dopo aver venduto l’anima al diavolo sionista, ha reso la vita dei suoi leccapiedi impossibile. Una situazione precipitata con l’aggressione criminale all’Iran che ha sconquassato il mondo. Trump pretendeva che i servi europei lo seguissero senza fiatare dopo mesi che li maltrattava e si sa, per un padrone non c’è nulla di più insopportabile di un servo che si ribella e se quel padrone è narcisista cronico, apriti cielo. Già che c’era, Trump se l’è presa anche col Papa nonché vescovo di Roma e a quel punto i sovranisti nostrani sono stati costretti ad un sussulto. Forse di dignità o forse per paura di fare la fine di Orban, altro trumpiano sovranista finito in pensione anticipata. Altro pezzo di una destra nazionalista e bigotta a chiacchiere che ha in Trump il suo leader e altri amiconi di Epstein come Steve Bannon come ideologi. Un sovranismo campione di marketing elettorale o meglio di cavalcata di odio e paura, ma che alla prova dei fatti si è rivelato in Italia nullafacente e servile e nel mondo una sciagura. Già, serve un cambio di rotta radicale e non ci vuole chissà quale lungimiranza politica e sapienza, basta un minimo di sensibilità, di coerenza e di coraggio. Tagliando ogni legame col sionismo e scegliendo il diritto internazionale per promuovere una ricostruzione democratica e rispettosa dei diritti umani per tutti in Terra Santa. Scegliendo la nostra Costituzione e quindi la pace anche con la Russia per evitare la catastrofe atomica mondiale e sprecare risorse in pieno declino. Salvando la democrazia abbandonando ogni servilismo e ridando sovranità ai cittadini.