
(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] La stampa italiana, sempre in cerca di donne che governino come o peggio degli uomini in vista dell’imminente débâcle della Meloni (una “fuoriclasse”, “avercene”, nel 2022), è divisa in tre come la Gallia di Cesare. Sono tre, infatti, le donne che vellicano gli appetiti del blocco borghese.
[…] Una è Marina Berlusconi, che ha acquisito dall’albero genealogico l’inevitabile fascino nero, ma è riuscita a conquistare la prima pagina di Repubblica (per sponsorizzare il Sì dal referendum di Nordio). Neo-cavaliera del Lavoro per evidenti meriti (aver ereditato un impero costruito con la frode, l’inganno, la corruzione), proprietaria col fratello Pier Silvio di un semi-monopolio editorial-finanziario-televisivo e del non-partito Forza Italia, Marina porterebbe in dote, più che un amore per l’Italia che non sembra nutrire (peraltro ricambiata), una tanica di liberalissimi diritti civili. Marina è quasi Lgbtq (proprio lei, la figlia di quello per cui “è meglio essere appassionati di belle ragazze che gay”) e paladina dei diritti delle donne, dei quali si è erta a difesa biasimando un puntuale articolo di Pino Corrias in quanto “misogino” (sempre lei, la figlia del raccontatore compulsivo di barzellette sporche a tema “culo”, “tette” e “fica”, colui che disse a Rosy Bindi: “Lei è sempre più bella che intelligente”). Una sua discesa in campo sarebbe salutata con favore, oltre che dalle banche, da quel sistema estremista di centro che ha pompato personaggi come Passera, Cottarelli, Calenda, Ruffini etc.; vedrete che ci sarà chi, dopo aver retto bordone alla Meloni per 4 anni, vorrà spiegarci che è pur meglio una liberale che una post-fascista. Ricordiamo che il babbo a un certo punto è stato “un argine ai populisti”.
[…]
Un’altra è Stefania Craxi, rivalutata come possibile Merkel da quando è stata nominata capogruppo di FI al Senato al posto di Gasparri (era meglio anche niente, piuttosto che Gasparri), intervistatissima sui rapporti tra Italia e Usa, come se dall’episodio di Sigonella di cui fu protagonista il padre lei avesse tratto per osmosi schiena dritta e pugno di ferro. Dopo che al babbo sono stati dedicati libri, film, spettacoli teatrali e strade per eternare il contributo che egli ha dato al progresso etico del Paese, sarebbe ora di restituire qualcosa agli eredi Craxi, ai quali nel 2021 la Cassazione ha intimato di pagare allo Stato oltre 10 miliardi di lire delle tasse evase dal papà nascondendo fondi illeciti in conti svizzeri. “Non abbiamo ereditato nulla, nulla c’era da ereditare, se non i valori e le idee”, ha detto Stefania, quindi nisba: ci ripagherà in valori invece che in miliardi di lire (e dove approda naturaliter un politico coi valori? In Forza Italia, ovvio).
[…]
La terza donna scatena la stampa marpiona: è Silvia Salis, sindaca di Genova. Salis è il segno che il virus renziano ha fatto il salto di specie, o meglio di genere, incubandosi in questo modello aggiornato e con cromosomi XX del vecchio prodotto di punta del neoliberismo. Dovrà avere lo stesso ruolo che aveva Renzi: triturare lo Stato sociale con sorrisi e fresco entusiasmo. Salis è la continuazione di Renzi con altri mezzi, ma non è un clone 1:1 del prototipo: laddove l’eloquio di Renzi gronda di retorica, celie, minacce, quello di Salis è basic, levigato e light come il pensile di una cucina Ikea; mai un guizzo, mai un’asperità che possa impensierire gli elettori (e giammai gli intervistatori, che tornano da un colloquio con lei risanati come dopo un’ora di spa in un centro termale); anche quando fa cose di sinistra, come cantare in piazza Bella ciao, sembra Chiara Ferragni quando pubblicizzava gli Uffizi. Il Foglio si porta avanti quale organo ufficiale di un partito-startup guidato da lei, pop in superficie e conservatore in sostanza, chiamandola “la Nilde Iotti con giacca Armani”. Lei seleziona il suo elettorato: giovani (perciò il concerto […] techno “gratis” a Genova, in realtà uno spottone elettorale costato 140mila euro pubblici); anziani del Pd spaventati dai “comunisti” à la Schlein (sì, buonanotte), ma non tanto da votare FI; “riformisti”, cioè renziani dormienti, pronti a usare la ex martellista olimpica per tornare ai piani alti delle Istituzioni. Lo fa pubblicando una foto in cui appare in poltrona a piedi nudi; in bella vista, un paio di scarpe da 1.300 euro, lo stipendio medio di un insegnante, di un operatore sanitario, di un metalmeccanico. Perché non farne la nuova madonnina di un Pd pastorizzato e innocuo, archiviate la botticelliana Madia e la giaguara Boschi? Schlein, dicono i giornali, ha “sbilanciato il Pd a sinistra”; in realtà aprirebbe le porte delle primarie e del governo al M5S, cosa da evitare assolutamente. Dopotutto, il blocco borghese è di bocca buona: ha provato a rivenderci come candidata di centrosinistra pure Letizia Moratti, arruolata a Milano da quei grandi statisti di Renzi e Calenda.
Nel mezzo di questa trama, tra fondi riservati dei servizi segreti e spionaggio illegale, i protagonisti, cioè gli indagati, conducono lungo la linea di confine del potere dove convivono mondi che sarebbe meglio tenere separati per opportunità e soprattutto per evitare conflitti di interessi

(Giovanni Tizian – editorialedomani.it) – Fin dove arriverà l’ultimo scandalo maturato nel ventre delle istituzioni è presto per dirlo. La caratura dei personaggi coinvolti lascia ipotizzare un orizzonte ampio: dipende da quanto affiorerà dalle perquisizioni e dunque dall’acquisizione di materiale sensibile contenuto nei telefoni, nelle chat, negli archivi informatici dei computer o in quelli cartacei nascosti chissà in quale anfratto.
La certezza è che nel mezzo di questa trama da Prima Repubblica, tra fondi riservati dei servizi segreti e spionaggio illegale, i protagonisti, cioè gli indagati, conducono lungo la linea di confine del potere dove convivono mondi che sarebbe meglio tenere separati per opportunità e soprattutto per evitare conflitti di interessi, materia che negli altri paesi porta a dimissioni immediate mentre in Italia suscita al massimo un’interrogazione parlamentare senza risposta. Tuttavia l’inchiesta su Carmine Saladino e su Giuseppe Del Deo è un problema per la maggioranza di governo.
Saldino è il fondatore dell’azienda di cybersicurezza Maticmind, oggi governata da tutt’altra dirigenza, che ha collaborato all’inchiesta della procura. Il secondo è stato vice direttore prima dell’Aisi (il controspionaggio interno) e poi, su nomina del governo Meloni, del Dis, l’agenzia che coordina l’attività dell’Aisi e dell’Aise. Entrambi i profili conducono nei corridoi del governo di Giorgia Meloni.

Del Deo, infatti, non è un agente segreto qualsiasi. Ha avuto un rapporto idilliaco con la presidente del Consiglio già prima che diventasse tale. Ma la fiducia è sempre a tempo in certi mondi. Ed è venuta meno per alcuni fatti svelati da Domani: prima lo strano armeggiare attorno all’auto dell’ex compagno della premier da parte di non meglio precisati soggetti (spioni, poi declassati a delinquenti comuni); poi le verifiche (abusive?) sul conto del capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Gaetano Caputi, disposte dall’Aisi, o meglio, come hanno raccontato i testimoni, proprio su ordine di Del Deo. Una vicenda che il governo ha preferito dimenticare in fretta, senza fornire mai una risposta a una semplicissima e banalissima domanda: Meloni era stata informata da Del Deo del monitoraggio sull’alto burocrate con cui lavora fianco a fianco?

Seppure non siano arrivate risposte ufficiali, gli eventi successivi contengono forse un pezzo della risposta. Del Deo è stato prepensionato con un decreto ad hoc, garantendogli comunque un’uscita ben remunerata. Il provvedimento rivela una certa fretta di allontanare una figura fidatissima diventata improvvisamente scomoda. E per dire dell’incandescenza della faccenda, il decreto è stato tenuto riservatissimo e tale sarebbe rimasto se questo giornale non lo avesse scovato.
La pubblicazione ha suscitato l’ira di un altro esponente del governo: Guido Crosetto, ministro della Difesa, che durante il recente passato da lobbista delle industrie degli armamenti ha stretto solidi rapporti in quell’ambiente, con particolare riguardo alla cybersicurezza. Ed è questo l’habitat, dove girano cifre da capogiro, in cui si è sempre mosso Saladino: un tempo amico del ministro Crosetto, tanto da concedergli in affitto un suo appartamento, e pure lui legato a Del Deo. Saladino è oggi indagato per truffa relativamente alle manovre che hanno portato alla cessione della sua Maticmind al fondo Cvc e a Cassa depositi e prestiti.

Ma in questa trama le intersezioni di queste tre parabole umane non sono finite. Perché attorno alla vecchia Maticmind si intrecciano altri affari che conducono a persone intime del ministro della Difesa. Di questa truppa ha fatto parte Giancarlo Innocenzi Botti, sottosegretario con Berlusconi, già socio del figlio del ministro e tuttora azionista assieme alla moglie di Crosetto in un’azienda attiva nel campo della sanità privata. Botti ha avuto da Maticmind una consulenza che è durata fino al 2023 (ultimo pagamento nel 2024) del valore di 100mila euro l’anno. Botti non è tra gli indagati, ma sulle consulenze ottenute sono in corso verifiche dei pm.
Senza contare i suoi affari a Dubai. Lì, dove Botti ha società e ufficio di super lusso, il ministro si è fatto trovare quando gli aerei americani hanno iniziato a bombardare l’Iran e Teheran ha risposto con missili sui paesi del Golfo. Un viaggio «familiare» che si è tradotto in un’assenza istituzionale in piena crisi mondiale che dalle parti di Chigi ha creato forti tensioni per come è stato gestito. Non l’unica fonte di frizione in questi anni.

In questo senso, ancora una volta sono i fatti a fornire risposte in assenza di versioni ufficiali: Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e autorità delegata ai servizi segreti, ha scelto i nuovi vertici cercando profili che fossero distanti dalla galassia Del Deo-Saladino. E non è un caso che fonti autorevoli vicine all’indagine riferiscano di una proficua collaborazione della “nuova” Aisi, che ha fornito quanto richiesto sugli affidamenti gestiti da Del Deo con la società Sind, che Saladino ha voluto a tutti i costi acquisire prima di vendere Maticmind.
La collaborazione con chi indaga è un altro fatto che rivela molto di più di una versione ufficiale. E non è scontata quando si maneggiano segreti inconfessabili.

(Giancarlo Selmi) – Nessuno meglio di me conosce gli israeliani. Ci ho lavorato. So quali siano i loro pregi e i loro difetti. Senza cadere in stupide generalizzazioni e riferendomi a ciò che ho visto e conosciuto, posso affermare senza timore di sbagliare che si tratti di gente che ha un incredibile senso di superiorità. E che quel senso di superiorità lo applica a tutto.
Non so da cosa nasca questa cosa, se dalla religione, dalla loro educazione, dalla certezza di essere “il popolo eletto” che viene dalla lettura, a senso unico, delle sacre scritture, ma so che esiste. Si vede. Si sente. Sono incredibilmente solidali fra loro e il rapporto con “gli altri” è influenzato proprio da questo: giudicare tutti quelli che non fanno parte del loro mondo “gli altri”. Quelli che loro chiamano “gentili”.
Sono educati in questo modo da piccoli, sono incentivati al disprezzo degli altri da piccoli. È evidente che non tutti siano così, ma la distinzione del popolo dagli atti e le decisioni del loro governo, è una barzelletta. Non credo di esagerare se dico che il 90% degli israeliani la pensi esattamente come i suoi capi. A qualcuno è accaduto di essere sputato per strada da bambini, perché facente parte dei “gentili”.
Hanno un sontuoso senso del diritto e un inesistente senso del dovere. Ciò che vale per loro è voluto da Dio, e non è ciò che vale per gli altri. L’esercizio della doppia morale è normale. E questa cosa dell’antisemitismo è un’arma che non esitano a usare. Nessuno può essere meno antisemita del sottoscritto. Ho pianto per la “Shoah”, mi sono formato con il ribrezzo per quell’orrore. Non ho nulla che mi ponga contro di loro, ma per diventare antisemita, con quella gente, è sufficiente uno starnuto.
Le immagini li stanno sputtanando. Quella del militare con il telefono che umilia una giovane donna palestinese e l’oltraggio fatto alla statua di Gesù in una comunità maronita, offendono il più basilare concetto di tolleranza, di umanità, di appartenenza al genere umano. Ma offendono più cose, non solo questo. Senza parlare delle migliaia di bambini ammazzati con metodo scientifico. È un’arroganza insopportabile che li sta isolando irrimediabilmente.
È disgustoso pensare che la narrazione di chi pensa che il diritto alla sopraffazione degli altri venga da un Dio, prenda il sopravvento sulla logica e la umanità della convivenza, ma tant’è. La cosa più disgustosa è constatare che ci sia gente che li difenda contro ogni evidenza e nonostante tutto. È un problema che riguarda la coscienza di chi li difende, ma riguarda, senza voler esagerare, i motivi della presenza dell’uomo su questo pianeta e, forse, vista la disponibilità di ordigni atomici, a questo punto, la sua sopravvivenza.
Non ho nulla contro gli israeliani. A questo punto, però, il problema non è più quello che io (o altri) possa avere contro di loro, che non esiste, ma cosa abbiano loro contro il resto dell’umanità.

In questi giorni sono stati affissi i manifesti per annunciare la convocazione dei comizi elettorali ed ecco che incominciano i soliti “giochetti” fatti di lavori frenetici (per gettare un pò di fumo negli occhi), promesse di posti negli enti pubblici e … progetti straordinari per “invertire la rotta” nelle aree interne.
Questa volta, la grande progettualità presentata dal sindaco Di Lonardo (che da oltre 45 anni è comodamente seduto nella cosiddetta stanza dei bottoni del comune di Guardia Sanframondi) e pubblicizzata con squilli di tromba sulla stampa locale è stata denominata: “Titerno Distretto Vivo, Rete Diffusa di Commercio, Identità e Innovazione” epresentata assieme ad altri sei comuni per “rendere il Titerno più attrattivo”.
Tralasciando il fatto che nell’elenco dei comuni interessati compare qualche paese che con il Titerno non ha niente a che vedere non possiamo non stigmatizzare che trattasi di … una storia che si ripete. La solita storia fatta di “giochetti”, di promesse e piccoli e/o grandi inganni. Adesso basta! Anche i bambini hanno capito che parlare sempre di progetti per il futuro può essere una buona “furbizia” per non pagare il conto delle tante promesse (non mantenute) fatte per carpire il voto dei cittadini-elettori.

Per quanto riguarda la nostra comunità, l’occasione è buona per rinnovare una domanda al sindaco di Guardia Sanframondi:
Una progettualità intercomunale per avviare un nuovo modello di sviluppo dell’area basato sulla valorizzazione delle risorse locali materiali e immateriali e caratterizzato dalla concertazione dei vari enti istituzionali che insistono sul nostro territorio caratterizzato da artigianato di qualità, da attività di produzione e trasformazione dei prodotti dell’agricoltura, in primo luogo le nostre pregiate uve, da una discreta disponibilità di aree già destinate agli insediamenti produttivi, dall’esistenza di siti e potenzialità di interesse turistico, dalla presenza di un buon numero di strade di comunicazione, dalla grande disponibilità di risorse umane sottoutilizzata (o costrette a scappare via) e, infine, dall’ assenza di criminalità organizzata.
In attesa di ricevere adeguare e chiare risposte, sarebbe opportuno astenersi dal mettere in campo qualsiasi altro “grande progetto” per cercare di ingannare, ancora una volta, il cittadino-elettore in vista del prossimo appuntamento elettorale che già si profila all’orizzonte.
RINASCITA GUARDIESE
Corruzione, a giudizio l’assessora Amata (FdI). Due anni e sei mesi all’imprenditrice Cannariato. La decisione del gup Walter Turturici per l’esponente politico di Fratelli d’Italia. L’inchiesta nata dal caso Galvagno

(di Francesco Patanè – palermo.repubblica.it) – Rinviata a giudizio per corruzione l’assessora regionale al Turismo Elvira Amata di Fratelli d’Italia e condannata a due anni e sei mesi l’imprenditrice Marcella Cannariato, ex moglie del patron di Sicily by Car Tommaso Dragotto. Sono i primi verdetti dell’indagine sulla gestione dei fondi all’assessorato al Turismo legata a filo doppio con quella riguardante lo scandalo dei finanziamenti erogati dalla presidenza dell’Ars. Il gup del tribunale di Palermo Walter Turturici accoglie le tesi dei pubblici ministeri Felice De Benedittis e Andrea Fusco e manda a processo una esponente della giunta Schifani. È una nuova tegola anche per Fratelli d’Italia dopo il rinvio a giudizio del presidente dell’Assemblea regionale Gaetano Galvagno per corruzione, peculato, falso e truffa.
Le due imputate hanno scelto strade diverse: l’assessora Amata (assistita dagli avvocati Giuseppe Gerbino e Sebastiano Campanella) si difenderà in dibattimento che inizierà il 7 settembre davanti ai giudici della terza sezione del tribunale palermitano. L’imprenditrice Cannariato (difesa da Vincenzo Lo Re e Giada Traina) ha optato invece per il rito abbreviato che le ha consentito lo sconto di un terzo della pena.
Il patto corruttivo fra le due donne emerge durante l’inchiesta principale sulla corruzione alla presidenza dell’Ars, lo scandalo che ha travolto Gaetano Galvagno. Gli investigatori della guardia di finanza scoprono che Marcella Cannariato ha assunto il nipote della politica di Fratelli d’Italia. Amata ottiene da Cannariato (legale rappresentante della A&C Broker S.r.l.) il contratto per il nipote comprensivo delle spese per l’alloggio durante i mesi di lavoro a Palermo. Un patto segreto fra le due donne. L’imprenditrice avrebbe ricevuto in cambio dall’esponente di Fratelli d’Italia un finanziamento di 30 mila euro per un convegno organizzato a Palermo dalla Fondazione Bellisario, di cui Cannariato era rappresentante per la Sicilia.
Scrivono gli investigatori del gruppo tutela spesa pubblica del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo: «Particolarmente significativa circa il pactum sceleris in essere tra il privato corruttore (Cannariato) ed il pubblico ufficiale (Amata) è una comunicazione telefonica intercorsa il 16 febbraio 2024 tra l’imprenditrice e Valeria Lo Turco, segretaria particolare dell’assessore, nel corso della quale Cannariato ammette di corrispondere delle utilità indebite alla Amata esclusivamente per conquistarne i favori».
Nella telefonata Cannariato dice che Amata «non può dire più niente (…) lei no non me lo può dire». E ancora: «È già tanto che un ragazzino di niente ti guadagna mille cinquecento euro al mese». Marcella Cannariato pagava pure le spese di soggiorno per il giovane a Palermo. E quando dopo un primo finanziamento alla Fondazione Bellissario, l’assessora Amata sembrava tergiversare su un’altra richiesta, Cannariato sbottò: «A me no non lo può dire, perché la scanno viva». L’esponente di Fratelli d’Italia è stata interrogata dai pm e ha sostenuto che «non c’era alcun accordo corruttivo con l’imprenditrice». Amata ha confermato di aver chiesto l’assunzione del nipote «per aiutarlo in un momento di difficoltà dopo un grave lutto in famiglia».

Il rinvio a giudizio e la condanna di ieri riguardano soltanto uno dei quattro processi in corso nati dall’indagine madre sullo scandalo Galvagno. Un fascicolo che a sua volta è figlio degli accertamenti sulla vicenda del falso in atto pubblico e turbativa d’asta per la partecipazione della Regione Siciliana al festival di Cannes del 2023. Il 4 maggio comincerà il processo con rito immediato al presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, imputato per corruzione, peculato truffa e falso ideologico. E’ stato lo stesso politico di Fratelli d’Italia a chiedere di essere processato saltando l’udienza preliminare. Una scelta condivisa anche dal suo autista Roberto Marino accusato di corruzione e peculato per aver intascato note spese di trasferte ritenute inesistenti dagli inquirenti (e autorizzate da Galvagno) e per l’uso a fini privati dell’auto blu (tra cui passaggi ad amici e parenti, ritiro di fiori, generi alimentari e cibo pronto dai ristoranti).
Due giorni dopo toccherà all’udienza preliminare del filone principale con imputati l’ex portavoce di Galvagno Sabrina De Capitani, Marcella Caterina Cannariato, la dipendente della Fondazione orchestra sinfonica siciliana Marianna Amato e il manager della comunicazione Alessandro Alessi.
Prima di decidere su eventuali riti abbreviati o rinvii a giudizio il gup dovrà stabilire se le intercettazioni sono utilizzabili o meno. Lo scontro fra accusa e difesa riguarda le conversazioni sulla vicenda Cannes da cui è partita l’inchiesta sui casi di corruzione all’Ars. Gli avvocati Fabio Ferrara, Vincenzo Lo Re, Mario Monaco, Giada Traina e Luigi Montagliani sostengono l’inutilizzabilità perché non è provata l’esistenza di un unico disegno criminoso che partiva da Cannes per proseguire con le altre vicende.
Infine il processo che riguarda solo la mostra dell’artista Omar Hassan che si è tenuta a Palazzo reale nel 2023 è già arrivato a sentenza in febbraio. Patrizia Monterosso, ex direttore generale della Fondazione Federico II, Sabrina De Capitani e lo stesso Hassan sono stati assolti dall’accusa di corruzione. Per il giudice i quadri regalati dall’artista non furono il prezzo della corruzione, non servirono ad organizzare la mostra.
Il leader di Azione difende l’attacco alle infrastrutture, perseguito dalla magistratura tedesca, e – tra l’altro – fa un clamoroso errore di grammatica

(ilfattoquotidiano.it) – Attacchi ibridi e atti di sabotaggio contro un Paese dell’Unione Europea? Malissimo se a compierli è la Russia, via libera se a portarli avanti è l’Ucraina. Si può sintetizzare così il pensiero di Carlo Calenda, che domenica mattina ha fatto sfoggio del suo pensiero in una serie di post su X. Ed è arrivato a giustificare, anzi a glorificare, la distruzione del gasdotto Nord Stream che – secondo la magistratura tedesca – è stata opera di un gruppo di cittadini ucraini, almeno uno dei quali è un veterano dell’SBU, il servizio di intelligence di Kiev. Un’azione gravissima per la quale il commando rischia fino a 15 anni di carcere in Germania con l’accusa, tra le altre, di sabotaggio anticostituzionale.
Ma cos’ha dunque detto il leader liberale? Tutto è nato da un suo post sull’ex Twitter che sembra prendere ispirazione dalle ultime aperture a un ritorno dell’acquisto del gas russo che hanno coinvolto sia l’ad di Eni, Claudio Descalzi, che il numero uno di Confindustria, Emanuele Orsini: “I russi hanno compiuto 4.000 attacchi cyber e centinaia di attacchi di attacchi ibridi contro i paesi dell’UE, prendendo dati finanziari, anagrafici e mettendo nel mirino infrastrutture critiche – ha scritto Calenda – La Russia di Putin è un nostro nemico. Finanziare un nemico è un’idiozia e un comportamento da traditori e vigliacchi. Il gas russo non va comprato né ora ne in futuro. Piuttosto siamo in tragico ritardo nello sviluppo del nucleare, che il Governo ha promesso e su cui non sta facendo nulla”.
A quel punto, un account fa il controcanto: “Gli ucraini hanno distrutto in (il, ndr) Nordstream”. E l’ex ministro dello Sviluppo Economico non ci vede più: “Ho cercato di distruggere politicamente il raddoppio del Nord Stream per tutta la mia vita politica. Avrebbe determinato un’indebito vantaggio (sic!, ndr) per le industrie tedesche e aumentato la dipendenza dalla Russia”. E fin qui, le considerazioni che attengono le sue legittime battaglie “politiche”, per l’appunto. E tacciamo sulla svista grammaticale dell’ex ministro con l’uso, certamente indebito, dell’apostrofo. Poi però, arriva l’affondo: “Quindi hanno fatto bene”. Del resto, già in passato, lo stesso Calenda sull’argomento aveva detto: “Ringrazio Dio”. Praticamente la stessa posizione del premier polacco Donald Tusk.
Insomma, ben vengano atti di sabotaggio contro Paesi alleati, purché siano commessi dallo Stato invaso con un’azione quantomeno al limite del “Principio di distinzione” secondo la Convenzione di Ginevra. Su chi abbia distrutto i due gasdotti sottomarini nel mar Baltico, del resto, ci sono ormai pochi dubbi. Nord Stream 1 e Nord Stream 2, mai entrato in funzione, sono stati danneggiati da diverse esplosioni nel settembre 2022, alcuni mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Nessuno ha mai rivendicato l’azione, che ha provocato – tra l’altro – la fuoriuscita di quantità enormi di metano nel mare. Entrambe le infrastrutture, di proprietà di un consorzio che ha come socio di maggioranza Gazprom, servivano per portare il gas russo in Germania e, da lì, nel resto d’Europa.
Nelle settimane precedenti al sabotaggio, la Russia aveva minacciato di chiudere i rubinetti, poi era arrivato il grande botto che, in un primo momento, diversi analisti avevano imputato proprio a Mosca. Nel giro di due anni, però, la magistratura tedesca ha offerto una ricostruzione diametralmente opposta: per gli investigatori, i sabotatori ucraini utilizzarono l’imbarcazione Andromeda portando un carico di esplosivi con punto di partenza Rostock, sul Baltico, per poi entrare in azione il 26 settembre 2022 danneggiando il Nord Stream, che era stato inaugurato nel 2011, e l’impianto Nord Stream 2, che non era ancora entrato in funzione.
Negli scorsi mesi sono stati arrestati Serhii Kuznetsov, veterano dello SBU catturato mentre era in vacanza a Rimini, e Volodymyr Zhuravlov, fermato in Polonia. L’Italia ha concesso l’estradizione di Kuznetsov, mentre il governo di Varsavia si è opposto alla richiesta della Germania. Sono stati identificati anche gli altri cinque componenti del commando, uno dei quali sarebbe morto nei combattimenti al fronte contro i russi nel 2024. I legami del gruppo con alte sfere degli apparati militari e governativi di Kiev sono emersi in diverse circostanze, compresa un’indagine della Cia e degli 007 olandesi: a loro avviso, nell’operazione sarebbe stato coinvolto anche il generale delle forze armate ucraine Valery Zaluzhny. Dell’azione, secondo indiscrezioni e ricostruzioni giornalistiche, era a conoscenza ma contrario il presidente Volodymyr Zelensky. Poco male, il gruppo – a distanza di anni – può comunque contare sull’appoggio di Carlo Calenda.
Chiusa da oltre sei anni e non ancora trasferita in via Morghen

Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della circoscrizione Vomero, in prossimità della giornata mondiale del libro, che cade giovedì 23 aprile, rilancia l’appello al sindaco di Napoli Manfredi affinché venga riaperta al più presto la biblioteca comunale “Benedetto Croce “.
” Dopo la notizia – afferma Capodanno – che i locali posti al piano terra del polifunzionale di via Morghen, 84, di proprietà del Comune di Napoli, sarebbero stati liberati da cose e persone, a seguito della diffida, inoltrata dall’ufficio patrimonio dell’amministrazione comunale, alla fondazione Francesco De Martino che, alla quale nel 2009 erano stati assegnati quei locali, senza che fosse stato mai sottoscritto il contratto d’uso, si pensava che la biblioteca comunale Croce, trasferita nel 2008 nei locali posti in via De Mura, al piano interrato dell’edificio scolastico Vanvitelli, locali chiusi al pubblico dall’inizio dell’anno 2020, tornasse nella sede che le era stata destinata fin dalla costruzione dell’edificio di via Morghen, dalla quale fu trasferita proprio per far posto alla succitata fondazione, esprime la propria delusione dal momento che a tutt’oggi l’importante presidio culturale del Vomero non è stato ancora riaperto al pubblico nei nuovi locali “.
” Purtroppo – continua Capodanno – anche dal sopralluogo effettuato in questi giorni, a seguito delle continue segnalazioni e proteste al riguardo, ho potuto constatare che nella è cambiato e che il trasferimento nella nuova sede non è stato ancora effettuato mentre i locali dell’attuale sede continuano a rimanere sbarrati “.
“ Nel passato – ricorda Capodanno – , le biblioteche, luoghi di cultura e di sapere, venivano allocate nei palazzi reali o in enormi luminose strutture. Nel ventunesimo secolo invece una struttura di straordinaria importanza di questo tipo, anche come luogo di aggregazione, specialmente per i giovani, viene collocata in un cantinato interrato, così come è capitato alla biblioteca “Benedetto Croce”, inopinatamente trasferita dalla sede a piano terra della casa comunale di via Morghen ai locali interrati, decisamente poco consoni, pure per problemi di umidità e d’illuminazione, del plesso scolastico Luigi Vanvitelli. A dimostrazione il fatto che la biblioteca è stata poi chiusa al pubblico, chiusura che permane oramai da oltre quattro anni “.
“ Quando ero presidente della circoscrizione, negli anni ’80 – puntualizza Capodanno -, intrapresi una vera e propria battaglia per trasferire la biblioteca Croce nella nuova sede comunale della circoscrizione, posta in via Morghen, 84, in una palazzina strappata all’utilizzo originario, fissato dall’allora sindaco-commissario Valenzi, a silos multipiano per parcheggi. Successivamente, nel 2009, i locali della biblioteca, senza che venissero mai chiariti i motivi di una tale decisione, vennero destinati a sede di una delle tante fondazione che, negli ultimi anni, sono state create nel capoluogo partenopeo. Da qui scaturì il trasferimento della biblioteca comunale nell’attuale sede. Eppure il Vomero, con i suoi circa 45mila residenti, avrebbe sicuramente bisogno di più di un luogo pubblico per fare cultura, anche come punti d’incontro e di aggregazione, dopo la scomparsa di diverse librerie, come Guida e Loffredo, e di numerose sale cinematografiche “.
” Dopo la chiusura dei locali in via De Mura – sottolinea Capodanno – sono state numerose le richieste inoltrate per sapere se e quando la biblioteca comunale sarebbe stata riaperta. Ma ad esse non è stato mai dato riscontro operativo, la qual cosa ha alimentato, tra l’altro, le giuste proteste, purtroppo inascoltate, anche da parte di tante persone, in particolare dei numerosi giovani, che frequentavano in passato i locali in questione, anche per ragioni di studio “.
” Per la giornata mondiale del libro – conclude Capodanno – lancio un nuovo appello al sindaco di Napoli, Manfredi, sollecitando la ricollocazione, in tempi rapidi, nella vecchia sede del polifunzionale di via Morghen della biblioteca comunale Benedetto Croce, trasferendola dagli attuali locali di via De Mura, restituendo così al quartiere Vomero una struttura storica fondamentale e di grande importanza, anche per i nostri giovani “.
Il premio di maggioranza in discussione alla Camera ha degli oscuri precedenti storici

(Franco Corleone – lespresso.it) – Giacomo Matteotti fu assassinato il 10 giugno 1924 dopo il discorso in Parlamento di vibrante contestazione dei risultati elettorali condizionati da violenze e brogli, documentati con puntiglio dal leader socialista. Si era votato con la legge Acerbo approvata l’anno prima che prevedeva un enorme premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 25 per cento dei voti. Esattamente i 2/3 dei seggi.
È iniziata la discussione alla Camera dei deputati di una proposta di legge elettorale che prevede al partito o alla coalizione che raggiunga il 40 per cento dei voti un premio di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato. Così per un esercizio di magia una minoranza passerebbe a Montecitorio da 160 a 230 seggi!
Stupisce che non sia ancora esplosa la denuncia e l’indignazione per una operazione contro la Costituzione e la democrazia. Per prendere un esempio di lotta politica in Parlamento e nel Paese è davvero istruttivo approfondire la vicenda della legge “truffa” proposta a ridosso delle elezioni del 1953 da De Gasperi. Nel settembre 1952 su Il Ponte Piero Calamandrei denunciava l’inadempienza della maggioranza democristiana nell’avere disatteso l’approvazione di strumenti di controllo come la Corte costituzionale, l’indipendenza della magistratura, il referendum popolare e invece di usare lo scampolo finale della prima legislatura per una prova di «incoscienza costituzionale»: «Questi cinque mesi che rimangono basteranno appena per fabbricare la nuova legge elettorale che servirà a questa maggioranza per rimanere maggioranza. Rimaner maggioranza: perché qui è, in sostanza, il segreto di questa quinquennale inadempienza costituzionale». Il testo, marchiato come “legge truffa”, prevedeva un premio di governabilità per la coalizione centrista se avesse superato il cinquanta per cento dei voti. Come si vede niente di nuovo sotto il sole.
La motivazione di un premio di seggi consisteva nell’impedire il rischio di una svolta a destra della Democrazia Cristiana ma questa giustificazione fu pagata a caro prezzo dai laici che come La Malfa si esposero su quella linea. Epicarmo Corbino lasciò i liberali, la sinistra uscì dal Psdi e Ferruccio Parri abbandonò il Pri e presentò alle elezioni il Movimento di Unità Popolare che raccolse tante personalità dell’azionismo.
Il fulcro dell’opposizione si concentrò sul pericolo che l’alto premio portasse a un regime con la possibilità di raggiungere i due terzi previsti per modifiche costituzionali senza referendum confermativo e sulla analogia con la legge fascista.
Si rimane sbalorditi a leggere la lezione di diritto costituzionale di Almirante relatore di minoranza e la ridicolizzazione della stabilità di governo in assenza di alcun vincolo per i partiti dopo il voto. Togliatti citò ampiamente la critica di Giovanni Amendola alla legge Acerbo «perché questa riforma elettorale è, essa stessa, la riforma costituzionale» e insistette sulla violazione costituzionale dell’articolo 48 che sancisce l’eguaglianza del voto dei cittadini.
La legge truffa non scattò per cinquantamila voti dopo una mobilitazione popolare enorme. Se il premio è di governabilità, come si sostiene anche oggi, allora vale la sentenza 35 del 2017 della Corte costituzionale che richiede il raggiungimento da parte della lista o della coalizione, almeno del 50 per cento dei voti. Dopo il referendum una prova di colpo di Stato?

(Michele Agagliate – lafionda.org) – In Bulgaria si sono chiuse le urne. Il risultato non ha calcato — per così dire — il copione scritto tra Bruxelles e Strasburgo. E allora scatta, puntuale, il solito riflesso pavloviano. In un nano-secondo, la democrazia — quella divinità che l’Occidente invoca solo quando vince il “suo” candidato — smette di essere il sacro volere del popolo e diventa un “rischio da monitorare”.
Il voto del 19 aprile 2026 ha fatto partire la solita reazione isterica: Rumen Radev ha stravinto, incassando una maggioranza assoluta schiacciante con il 45,9% delle preferenze. Tradotto in poltrone: 130 seggi su 240. Per le cancellerie euro-atlantiche, e per i giornaloni d’ordinanza, è già tempo di lutto stretto.
Sui media mainstream è tutto un fiorire di aggettivi scelti col bilancino della paura: “deriva”, “ombra del Cremlino”, “minaccia alla stabilità”. Come se il problema fosse il voto dei bulgari, e non il cumulo di macerie che i paladini dell’europeismo di facciata hanno lasciato dietro di sé. Otto elezioni in cinque anni. Leggete bene: otto. Non è il ritmo di una democrazia vivace, è il rantolo di un Paese ridotto a laboratorio di futilità. Dal 2021 a oggi, la Bulgaria è stata trattata come una colonia di serie B, costretta a votare ogni sei mesi perché la sua classe politica “affidabile” — quella che piace molto a “Madame Ursula” — era troppo impegnata a spartirsi le briciole del potere per ricordarsi dei cittadini.
Ma finché a Sofia comandava Boyko Borisov, il “problema bulgaro” era solo pura demologia. Borisov, l’uomo del GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) che garantiva obbedienza cieca all’UE mentre costruiva un sistema di potere basato su relazioni clientelari e controllo oligarchico. Finché la Bulgaria restava nel recinto geopolitico corretto, la corruzione era un “rumore di fondo” e l’oligarchia una variabile accettabile. Oggi, il GERB crolla al 13%, un naufragio che certifica la fine di un’epoca di fango spacciata per stabilità sociale e politica.
Ma veniamo al punto che fa davvero schiumare di rabbia nei salotti turbocapitalisti. Radev ha vinto con un programma che, in un mondo normale, verrebbe definito di sinistra sociale: sanità e istruzione pubblica, riduzione dei costi dell’energia, meno libero mercato e più Stato nell’economia. Aggiungeteci la forte critica alle politiche energetiche dell’UE, il no all’invio di armi all’Ucraina, la normalizzazione dei rapporti con la Russia e un referendum sull’adesione all’euro, e avrete il quadro completo dell’incubo burocratico di Bruxelles.
E qui casca l’asino: la nostra sinistra farlocca, quella che rappresenta gli interessi dell’élite neoliberale dominante e che si sciacqua la bocca con i “diritti individuali”, non festeggia. Anzi, piange. Preferiscono il conservatore democristiano, europeista e filo-ucraino che ha vinto in Ungheria (dopo la fine dell’era Orbán) a un leader bulgaro che parla di pane, lavoro e sovranità popolare. È la prova del nove: se una sinistra non festeggia chi vuole rimettere lo Stato al centro per difendere i poveri, non fa altro che fare da ufficio stampa ai padroni del vapore.
Prima di Radev, ci avevano provato i “ragazzi di Harvard”. Kiril Petkov e i suoi tecnocrati col colletto inamidato, il sogno erotico di ogni burocrate della Commissione. Erano il “nuovo che avanza”, il volto pulito dell’anti-corruzione istruita negli USA. Sono durati lo spazio di un mattino, sciogliendosi nell’abbraccio mortale con il vecchio sistema di Borisov. Quando l’alternativa si fonde con il nemico, la credibilità evapora; nel vuoto lasciato da questa melassa “europeista” è entrato Radev.
Il doppio standard è servito: se vince un liberale è democrazia, se vince un sovranista popolare e socialista è un “pericolo”. Se vince un europeista che tollera le mafie è un “partner difficile”, se vince un leader che trascina alle urne il 65% degli elettori (sconfiggendo l’apatia) è un “rischio geopolitico”. Lo temono: mette insieme ciò che a Bruxelles non piace — identità nazionale, protezione sociale e rigore morale.
L’aspetto più esilarante è che “Madame Ursula” non aveva ancora finito di brindare per Budapest che a Sofia si ritrova un osso ancora più duro. Radev, ex maggiore generale, ha capito che l’Europa è «caduta vittima della propria ambizione di essere leader morale in un mondo con nuove regole» e ora ha la forza per governare da solo.
Lo farà attraverso la sua nuova creatura, Bulgaria Progressista; il tentativo disperato di superare le delusioni del cosiddetto “socialismo del XXI secolo” incarnato per decenni dal Partito Socialista Bulgaro (BSP), oggi rimasto ai margini, impantanato tra nostalgie e compromessi.
Radev archivia la vecchia sinistra di apparato e prova a costruire una forza nuova, più pragmatica e dichiaratamente ostile al modello oligarchico.
Il segnale è chiaro: una fase politica si chiude, un’altra si apre — con equilibri e linguaggi diversi.

(Gioacchino Musumeci) – Secondo Giuseppe Conte non fu Renzi a far cadere i suo governo: “Draghi si era mosso” sostiene l’ex premier.
Non è una tesi misteriosa. Che le politiche del secondo governo Conte fossero invise a classi dirigenti cristallizzate sull’idea di profitto a costo dell’estinzione democratica è un fatto.
E i frutti dell’ideologica iperliberista di cui Mario Draghi è altissimo rappresentante, oggi si vedono tutti. Certamente lasciare 209 miliardi nelle mani di un governo che licenziò Benetton, vittima di rappresaglie politiche “ingiuste” perfino dopo 42 morti, avrebbe portato l’Italia verso un futuro decisamente migliore.
Ma d’altra parte cittadini perduti dietro bugie su banchi a rotelle e gestione pandemica, che ambizioni possono avere oltre servire un padrone.
Perciò ecco l’Italia traboccante di pezzenti felici. Corrosi dall’odio per la sinistra mentre l’economia piegata alla guerra fa esplodere i profitti nel settore bellico a spese di fondamentali sociali degradati a spreco.
Questo è il fallimento peggiore delle democrazie occidentali di cui la Spagna è l’eccezione ignorata. Aver educato i cittadini a subire senza domandare. A rinchiudersi, disertare le urne perché tanto non c’è niente da fare, è l’aberrazione politica più grave dell’ultimo quarto di secolo italiano.
L’Italia, guardatela bene, oggi è il vessillo principale della refrattarietà politica ai precetti costituzionali. Allergia assimilata addirittura da cittadini che ne subiscono danni gravissimi.
Il simbolo del fallimento italiano è stato la crociata contro il reddito di cittadinanza, raccontata come contrasto decisivo all’assistenzialismo indiscriminato. Come se la Repubblica abbia il dovere abbandonare i cittadini alla miseria nera, piuttosto che aiutarli a trovare un posto degno nella società civile.
Cancellare il reddito di Cittadinanza non era solo l’apparente rifiuto del “Movimento di improvvisati ignoranti”che gli elettori hanno vissuto come distruzione della loro identità. Cancellare il Rdc era un obbligo morale degli ignobili. Necessario per sancire definitivamente che un paese sempre più diseguale sia l’unico possibile.
E la sinistra, o meglio il suo fantasma nel frattempo ha lasciato fare. Prima coi suoi elogi mediatici sperticati a un banchiere improvvisato politico, poi con la Meloni in fin dei conti capace.
Il vuoto a sinistra è tangibilissimo.
La volatilità della coalizione è espressa nelle opinioni di elettori che si odiano come ieri anche dentro il benedetto campo largo che ambisce a governare.
E programmi a parte non c’è nessuno che si dichiari apertamente di sinistra perché oggi c’è il centrosinistra. Un modo per dire che la Sinistra autentica non esiste. Si ricorre a definizioni alternative: progressista. Lo trovo paradossale.
Di fatto dichiararsi politicamente di sinistra oggi è uno stigma. Sinistra= sovietismo e da questa puttanata storica non si esce. Essere di sinistra equivale a farsi bollare come dinosauri da teca museale. La democrazia dei padri fondatori, incentrata sull’idea che l’Italia dovesse essere una repubblica lavorista equa, è diventata mito.
Detto questo dopo le dichiarazioni di Conte sulla caduta del suo governo, Beppe Grillo è il non plus ultra dell’assurdo: non solo Draghi si è mosso per far cadere Conte. Il Movimento, con Giuseppe Conte dentro, è stato inghiottito nel governo dei migliori di Draghi, con la scusa di vigilare su denaro che non avrebbe mai controllato. Ciò mentre Grillo e Di Maio, traditori senza vergogna, tramavano dall’ interno per deflagrarlo.
Era tutto prevedibile. Perciò Grillo sarà sempre colpevole di aver scelto il destino gramo della sua creatura politica. E il ruolo storico che Conte gli attribuisce è solo di maniera.
Il risultato di un percorso che conosciamo bene è il Movimento inchiodato a percentuali utili in un governo dove si suona in sordina. Certo, meglio di niente. E si spera che con la giusta strategia, in quest’anno e mezzo il consenso del Movimento cresca. Ma se Di Battista dovesse presentarsi alle prossime politiche?
Dalla manifestazione della Lega ai guai sulle nomine, dalle candidature prossime venture alla strategia per venire a capo alla crisi di Hormuz, sino ai rapporti con Usa ed Europa: è passato un mese dal referendum e il governo e la maggioranza sono ancora nella confusione più totale.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Ok, una botta è una botta.
Ma è passato ormai un mese dal referendum sulla giustizia. E trenta giorni sono sufficienti per andare oltre, per tornare a una specie di normalità, anche dopo una sconfitta che fa male.
Per la destra al governo, invece, è come se si fosse rotto un incantesimo. Da quel giorno sono arrivate, in rapida successione, epurazioni, liti interne alla maggioranza, clamorosi flop politici e un totale stallo dell’azione di governo.
Mettiamo in fila giusto le ultime, per rendere l’idea.
Sabato si è svolta la manifestazione dei Patrioti Europei a Milano organizzata dalla Lega e da Matteo Salvini. Doveva essere per promuovere la remigrazione e doveva prevedere ospiti e partecipazione di tutta la coalizione. Poi la Lega ha cambiato idea, e ammorbidito i toni, non graditi a Fratelli d’Italia e sopratutto a Forza Italia, in cui si registra una sempre maggiore insofferenza dei due Berlusconi. Niente da fare: in piazza non si sono visti meloniani e forzasti. E nemmeno gente sotto il palco, visto che la piazza era semivuota.
Peraltro, Salvini dal palco di Milano, è ritornato a essere uno scatenato promoter di Putin e dell’appeasement con la Russia, mentre Meloni continua a sostenere l’Ucraina e Zelensky nella loro resistenza a oltranza. Che faranno al prossimo giro di rifinanziamenti all’Ucraina e conferma delle sanzioni alla Russia? Salvini continuerà a dire una cosa e farne un’altra? Vedremo.
Mentre Salvini urlava dal palco, tuttavia, Meloni aveva altre gatte da pelare: ad esempio, quella di Giuseppina Di Foggia, attuale ad di Terna, neo nominata presidente Eni, cui spetterebbero 7,3 milioni di euro di buonuscita, da contratto. Secondo Meloni dovrebbe rinunciarvi, poiché promossa dal governo. Lei invece si appella a quel che ha firmato. Sono passati giorni, e non se ne viene a capo.
Così come la destra non viene a capo nemmeno nella scelta del candidato sindaco di Milano. Ignazio La Russa, presidente del Senato col gusto della fronda e delle dichiarazioni improvvide candida a sindaco Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, senza dirlo a nessuno. Meloni tace, Forza Italia e Lega, che ci avevano fatto più di un pensierino, si arrabbiano.
Nel frattempo, ci sarebbe da governare un Paese e una crisi economica in arrivo. E Meloni non si capisce che vuole fare. Rompe con Trump a causa degli “inaccettabili” attacchi al Papa, ma l’America rimane il nostro primo fornitore di gas liquido naturale, peraltro caro come il fuoco, mentre dal Qatar, che copre il 10-12% del nostro fabbisogno, hanno smesso di arrivare idrocarburi. Che si fa, quindi? Rimaniamo appesi ad Algeria, Azerbaigian e agli umori del presidente Usa, che dal giorno dello “strappo” non perdere occasione di attaccare Meloni e promette vendetta? Anche qui, non è dato sapere.
Ciliegina sulla torta, non si capisce che posizione abbia il governo sull’Europa. Meloni si è riavvicinata a Macron, Merz e Von der Leyen, oppure si sta preparando alla guerra per chiedere di buttare all’aria il nuovo patto di stabilità e crescita, da lei stessa firmato, che dovrebbe entrare in vigore quest’anno? Soprattutto: come concilia la posizione di Forza Italia, vicina a quella dei cristiano democratici tedeschi che non vogliono toccare le regole europee, e quella della Lega di Salvini, che ha preso il posto lasciato libero da Victor Orban, e che vorrebbe andare all’assalto di Bruxelles e delle sue regole? Buio totale, pure qua.
Buon ultima grana, l’emendamento contenuto nel decreto sicurezza che premia gli avvocati dei migranti che convincono i loro assistiti ad andarsene dall’Italia. Una legge che ha scatenato le proteste di giuristi e avvocati, secondo cui aiutare il governo nella remigrazione ““non rientra tra le proprie competenze istituzionali”. Ma se non altro, nel dare addosso agli stranieri, il governo è ancora unito e compatto. Almeno per ora.
Siamo forza giovane. Lo dico in punta di piedi con rispetto

(ANSA) – ROMA, 19 APR – Lei dice sempre ‘progressista’ ma non usa mai la parola sinistra, perchè? “Perché è una tradizione che non appartiene al M5s”. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte a ‘Che tempo che fa’ su La Nove. “E’ una tradizione – ha aggiunto – che non appartiene a una forza giovane come M5s, lo dico in punta di piedi, con rispetto”.
CONTE, DECRETI SICUREZZA DEL GOVERNO GIALLOVERDE INCOSTITUZIONALI NELLA PRIMA VERSIONE
Qualche compromesso andava concesso alla Lega
(ANSA) – ROMA, 19 APR – I decreti sicurezza varati dal governo Conte, nato dall’alleanza tra il M5s e la Lega “sono stati assolutamente una delle pagine più tristi ma qualcosa bisognava concedere alla Lega sull’unica vera riforma chiesta dalla Lega. E abbiamo avuto una sponda dal Quirinale per cambiare l’originaria versione. Qualche compromesso andava fatto, la versione originaria era veramente anticostituzionale”. L’ha detto il presidente del M5s, Giuseppe Conte, a ‘Che tempo che fa” in onda su La9
CONTE, HO PROPOSTO LE PRIMARIE NON PER DIVIDERE, NON SI CADA NEL TRANELLO
(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Le primarie non appartengono alla tradizione del M5s tanto meno per scegliere il leader della coalizione. Ma io non è che ho detto ‘Facciamole’ perché voglio dividere, non cadiamo nel tranello”. L’ha detto il presidente del M5s, Giuseppe Conte, a ‘Che tempo che fa” in onda su La Nove.
E incalzato da Fabio Fazio, ha aggiunto che nel fronte progressista “ci sono tradizioni diverse”, ricordando che il M5s è nato all’inizio “anche per contrastare un Pd allora al governo”. Quindi ha concluso: “Scherzi a parte le primarie sono un criterio che può favorire la partecipazione. Adesso dovete lasciarci lavorare sul programma, non potete chiederci ogni giorno delle primarie”.
CONTE, LEADER CHI HA UN VOTO IN PIÙ? VOCAZIONE EGEMONICA NON FA BENE NEANCHE A PD
Dobbiamo costruire un progetto per cinque anni, Paese va cambiato
(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Dobbiamo andare al governo per 5 anni” serve “stabilità, non è che arriviamo e poi ci sciogliamo dopo poco: dobbiamo costruire un progetto per 5 anni, questo Paese va cambiato”. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte parlando a ‘Che tempo che fa’ su La Nove. “Fateci lavorare al programma – ha aggiunto – e poi fateci lavorare su un soggetto” che lo porti avanti, no ai leaderismi.
La leadership a chi prende un voto in più? “E’ uno dei criteri. Ma se lo scegliessimo” prima, “significherebbe che ci affidiamo a un leader prima ancora di avere il programma” e “non fa bene neppure al Pd esprimete questa vocazione egemonica” e “noi facciamo da stimolo”.
CONTE, GAS RUSSO? PRIMA FACCIAMO NEGOZIATI, SANCHEZ CORAGGIOSO MA NON LASCIAMO SOLO
(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Ho detto che dobbiamo assolutamente fare il negoziato noi e non lasciarlo agli altri”. Così il presidente del M5s, Giuseppe Conte chiarendo di non avere rilanciato l’acquisto del gas russo e rispondendo a una domanda di Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa”, in onda su La Nove.
Ha ribadito che la soluzione, a suo avviso, sono gli accordi di pace, aggiungendo che “il problema è avere avere governanti che abbiano il coraggio e la forza di andare a negoziare con le unghie e i denti per arrivare alla pace. Ma all’orizzonte sinceramente non vedo questa possibilità in Europa. Sanchez è stato molto coraggioso perché dice pane al pane, ma se lo lasciamo da solo… I nostri governanti ora sono Macron che è in difficoltà a livello interno, la Merkel non c’è più. E’ uno scenario che non fa bene sperare”.
CONTE, PRIMO PUNTO DEL PROGRAMMA DEL CAMPO LARGO? I NOSTRI GIOVANI
Spinta per una legge sul conflitto di interessi, no a contaminazione politica-affari
(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Il primo punto del programma del campo largo? I nostri giovani che hanno diritto a stage e tirocini retribuiti e stipendi” normali e “hanno il diritto di restare” in Italia. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte parlando a ‘Che tempo che fa’ su La Nove. In un altro passaggio il leader pentastellato ha evidenziato come l’obiettivo sia quello di “un progetto progressista dove non ci sia contaminazione tra politica e affari”. Per questo “spingerò per una legge sul conflitto di interessi che oggi è il male della politica”.

(di Federico Fumagalli – bergamo.corriere.it) – Il professor Silvio Garattini ne ha per tutti, perché vuole bene a tutti. E moltissimi alla Fiera dei Librai di Bergamo ricambiano l’affetto. Lui non usa perifrasi: «Le liste d’attesa in sanità sono colpa nostra. Mantenessimo un buono stile di vita, non ci sarebbero».
Critica la presenza del governo al Vinitaly, per la promozione dei prodotti nostrani: «L’Oms ha dichiarato cancerogeno l’alcol». Inoltre: «In Italia l’attenzione alla droga è scarsa, fa male doverlo constatare». Infine: «Passeggiare per vetrine non può essere considerato attività fisica».
Gigante della ricerca medica, fondatore dell’Istituto Mario Negri, Garattini ha le caratteristiche del migliore divulgatore: chiarezza, incisività, sobrietà. Sono pregi che si ritrovano nel suo ultimo libro «Non è mai troppo tardi. La salute è una scelta quotidiana» (ed. Piemme) […]
[…] «Non è mai troppo tardi» dice che «l’educazione alla salute deve cominciare il più presto possibile, per poi crescere nel tempo — spiega l’autore —. Ma non è mai troppo tardi per smettere le cattive abitudini. A qualsiasi età lo si faccia, ci sono vantaggi».
Il consumo di alcol è un nemico. Fin dove gli riesce, Garattini ci scherza su. Ricorda quando ha rifiutato «un bottiglione che mi avevano regalato a Nizza Monferrato. Quando siamo invitati a cena è meglio presentarsi con un mazzo di fiori piuttosto che con il vino».
Continua il professore: «Ci sono nove tumori che dipendono dall’alcol. Il primo è quello all’esofago. Viviamo in un Paese libero e ognuno si prenda i rischi che vuole. Noi cultori della scienza però, dobbiamo fare una corretta informazione. Non possiamo certo dire che bere, anche se poco, faccia bene».
Classe 1928, alla scienza Garattini unisce l’esperienza. Dedica un intero capitolo, naturalmente civico e sociale, ai giovani. «Ho vissuto 17 anni durante il regime fascista. La mia fortuna è stata avere un padre, anzi, un papà (il professore addolcisce il termine, ndr) molto attento e che certo non stava dalla parte dei fascisti. La sera accendevamo Radio Londra, per ascoltare chi la pensava diversamente.
Oggi i giovani faticano a cogliere la differenza tra dittatura e democrazia, perché nessuno gliela insegna. Quella italiana è una scuola del passato. Dovremmo invece parlare ai ragazzi con molti più verbi al futuro». […]
Gli Stati Uniti hanno perso nettamente il primo round della guerra contro l’Iran. Se Trump decidesse di intraprendere un secondo round, i risultati sarebbero disastrosi per l’America e i suoi alleati. [Scott Ritter]

(di Scott Ritter – megachip.globalist.it) – Per quasi 40 giorni, Israele e gli Stati Uniti hanno condotto un’estesa campagna aerea contro l’Iran, progettata per rovesciare il governo e sopprimere la capacità di difesa dell’Iran. Questa campagna non è riuscita a raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati. Al contrario, si è trasformata in un gioco di numeri in cui risultati gonfiati sono stati presentati a un pubblico acritico da professionisti militari e politici. Il governo iraniano non solo ha resistito ai tentativi di cambio di regime tramite decapitazione, ma ha addirittura rafforzato la sua presa sul potere quando il popolo iraniano, invece di rivoltarsi contro la Repubblica islamica, si è schierato dalla sua parte. Inoltre, anziché sopprimere la capacità dell’Iran di lanciare missili balistici e droni contro basi militari statunitensi, infrastrutture critiche negli Stati arabi del Golfo e Israele, l’Iran non solo ha mantenuto la sua capacità di colpire, ma ha schierato nuove generazioni di armi in grado di neutralizzare facilmente tutti i sistemi di difesa missilistica, intanto che, nell’utilizzare informazioni di intelligence che hanno permesso un puntamento preciso, ha distrutto infrastrutture militari critiche per un valore di decine di miliardi di dollari.
Gli esperti regionali avevano da tempo messo in guardia sulle conseguenze di un conflitto esistenziale con l’Iran, sottolineando che l’Iran non si sarebbe semplicemente lasciato annientare come Stato nazionale vitale senza garantire che anche le altre nazioni della regione fossero soggette a minacce esistenziali simili per la loro sopravvivenza, e che la sicurezza energetica globale sarebbe stata compromessa in modo tale da innescare una crisi economica mondiale. Queste valutazioni erano supportate dalla convinzione che l’Iran non solo sarebbe stato in grado di bloccare il transito marittimo nello Stretto di Hormuz, ma anche di colpire e distruggere efficacemente il principale potenziale di produzione energetica degli Stati arabi del Golfo.
Non è che i politici e i pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele dubitassero della capacità dell’Iran di influenzare i mercati energetici globali o di colpire obiettivi in Israele e nella regione del Golfo.
Sapevano che l’Iran aveva del potenziale.
Credevano semplicemente di poter realizzare un cambio di regime a Teheran in tempi relativamente brevi, annullando così qualsiasi minaccia che l’Iran potesse rappresentare per le forniture energetiche e le infrastrutture.
Si sbagliavano, ed è per questo che gli Stati Uniti cercavano una via d’uscita dalla guerra poco dopo il suo inizio.
Il risultato finale è stato l’attuale cessate il fuoco, stipulato ufficialmente per dare tempo ai negoziatori statunitensi e iraniani di elaborare un piano di pace duraturo.
Esiste però un problema fondamentale.
Mentre l’Iran ha affrontato i negoziati in corso con un approccio pragmatico e realistico, incentrato sulla risoluzione dei principali punti di disaccordo tra Stati Uniti e Iran, gli Stati Uniti sono ostaggio dei capricci politicizzati di un presidente americano che ha bisogno di plasmare l’opinione pubblica interna in modo da trasformare la realtà di una sconfitta umiliante nella percezione di una vittoria schiacciante.
Il presidente Trump si è candidato con un programma basato sull’idea che avrebbe tenuto l’America fuori da quel tipo di costose e interminabili avventure militari che avevano caratterizzato gli Stati Uniti dall’inizio del XXI secolo.
La guerra con l’Iran ha dimostrato che questa promessa era una menzogna.
Questa menzogna, unita a numerosi altri passi falsi politici commessi durante il primo anno e mezzo del suo secondo mandato, ha messo a rischio il presidente Trump e la sua eredità politica, con le cruciali elezioni di metà mandato all’orizzonte, che minacciano di spostare gli equilibri di potere al Congresso degli Stati Uniti dal Partito Repubblicano al Partito Democratico. Se i Repubblicani perdessero la Camera dei Rappresentanti, l’impeachment di Donald Trump sarebbe pressoché certo. Già solo questo segnerebbe la fine del programma legislativo di Trump. Ma se i Democratici conquistassero anche il Senato, e con un margine sufficientemente ampio, Trump non solo si troverebbe sotto impeachment, ma potrebbe anche essere condannato.
E questo non significherebbe solo la fine della presidenza Trump, ma anche la fine del marchio Trump, qualcosa che Trump ha coltivato per tutta la sua vita adulta e che ha trasformato in un culto della personalità che ha ridefinito la politica americana.
L’Iran è entrato nell’attuale ciclo di negoziati incentrato sugli aspetti pratici e concreti della geopolitica e della sicurezza nazionale.
Trump si impegna a plasmare le percezioni a proprio vantaggio politico.
Questi obiettivi non sono compatibili, soprattutto considerando che l’Iran è uscito vittorioso da una guerra che non voleva, e Trump sta cercando di inventare una narrazione che lo veda vincitore in un conflitto in cui il suo team non solo non avrebbe mai dovuto impegnarsi, ma che ha perso, e ora Trump deve manipolare questa triste realtà in modo da trarne un vantaggio politico.
Si pensi all’attuale situazione di stallo sullo Stretto di Hormuz.
L’Iran ha esercitato il controllo su tutte le navi che transitano in questa strategica via d’acqua e, operando una selezione sulle navi autorizzate al transito, ha creato una crisi energetica globale che ha avuto un impatto negativo sugli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia.
È stata la consapevolezza che gli Stati Uniti non disponessero di una soluzione militare al problema della chiusura forzata dello Stretto da parte dell’Iran a spingerli a cercare una soluzione diplomatica ai problemi che essi stessi avevano creato.
Ci sono anche altre questioni irrisolte, come le scorte di uranio arricchito al 60% dell’Iran (che gli Stati Uniti avrebbero tentato di sequestrare in un raid delle forze speciali fallito), nonché la questione del programma nucleare iraniano in generale, che gli Stati Uniti insistono possa proseguire solo se l’Iran rinuncia completamente all’arricchimento, cosa che l’Iran ha dichiarato di non voler mai fare.
Gli Stati Uniti desiderano inoltre limitare i programmi missilistici balistici dell’Iran, nonostante siano proprio questi missili ad aver fornito all’Iran la capacità di prevalere militarmente sugli Stati Uniti, su Israele e sugli Stati arabi del Golfo.
Gli Stati Uniti insistono inoltre affinché l’Iran interrompa i suoi rapporti con alleati regionali come Hezbollah in Libano (impegnato in un conflitto a tempo indeterminato con Israele a causa dell’occupazione israeliana del Libano meridionale) e il movimento Ansarullah in Yemen, che si oppone all’aggressione guidata dall’Arabia Saudita dal 2014.
Non c’è letteralmente alcuna possibilità che l’Iran ceda su una qualsiasi di queste questioni, soprattutto dopo aver vinto una guerra in cui tutti gli aspetti non nucleari hanno contribuito alla vittoria iraniana.
Ed è proprio qui che sta il problema.
Trump ha in gran parte abbracciato una narrazione influenzata da Israele, secondo la quale la vittoria si basa sulla resa dell’Iran su tutte le questioni sopra elencate.
Una cosa che l’Iran non farà mai.
Trump non ha dimostrato alcuna abilità politica nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica statunitense a suo favore.
Invece di prendersi il merito di aver convinto l’Iran ad aprire lo Stretto di Hormuz, Trump insiste nel fare il duro, mantenendo un blocco navale che esiste solo di nome, spingendo così l’Iran a fare marcia indietro e a chiudere lo Stretto.
E chiudere le trattative.
Mettendo Trump ulteriormente alle strette in una situazione che lui stesso si è creato.
L’unica opzione disponibile è la ripresa delle stesse operazioni militari che si sono dimostrate incapaci di sconfiggere l’Iran e che, se avviate, innescheranno conseguenze con un impatto devastante sui mercati energetici globali: proprio ciò che Trump cercava di evitare quando ha cercato di raggiungere il cessate il fuoco.
Ma potrebbero esserci anche altre conseguenze.
L’Iran è giunto a un punto di questo conflitto in cui tentare di gestire l’escalation è controproducente.
Se gli Stati Uniti decidessero di riprendere gli attacchi contro l’Iran, con o senza Israele, l’Iran non avrebbe altra scelta che colpire al cuore fin da subito.
L’obiettivo è colpire non solo le capacità di produzione energetica degli attori regionali, come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Bahrein, che continuano a fornire assistenza agli Stati Uniti nel conflitto con l’Iran, ma anche i loro impianti di desalinizzazione dell’acqua e le centrali elettriche.
Negare a queste nazioni l’accesso all’acqua di cui hanno bisogno per sopravvivere.
E l’energia necessaria per alimentare con l’aria condizionata i grattacieli che ne hanno definito lo status di moderne oasi di civiltà.
Si avvicinano i caldi mesi estivi.
E se l’Iran eliminasse l’acqua e l’aria condizionata, questi moderni Stati arabi del Golfo diventerebbero inabitabili.
Città come Dubai e Abu Dhabi diventano inabitabili. Lo stesso vale per Kuwait City, Riyadh e Manama.
Tutto ciò che i governanti di queste nazioni del Golfo hanno aspirato a realizzare nel corso degli ultimi decenni giacerà in rovina, città fantasma al posto di metropoli fiorenti.
E l’Iran probabilmente farebbe lo stesso con Israele, distruggendo le infrastrutture critiche di cui la piccola enclave sionista ha bisogno per sopravvivere come stato nazionale moderno.
Rendendo la terra promessa inabitabile per milioni di israeliani, che non avranno altra scelta se non quella di tornare nei loro paesi d’origine.
Sono tutte cose già note: non c’è alcun mistero sulle conseguenze che comporterebbe la ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.
Si attribuisce spesso ad Albert Einstein la frase secondo cui la definizione di follia è fare la stessa cosa più e più volte aspettandosi un risultato diverso.
Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran utilizzando tutta la potenza delle rispettive forze aeree.
E hanno fallito.
Oggi l’Iran è pronto a ricevere un attacco combinato tra Stati Uniti e Israele che eguaglierà, ma non supererà, la potenza distruttiva di quegli attacchi iniziali.
L’Iran risponderà con attacchi missilistici e con droni che supereranno di un ordine di grandezza la distruzione mirata dei suoi precedenti attacchi di rappresaglia.
L’Iran interromperà il ciclo di escalation puntando dritto al punto debole.
E Trump non capirà cosa gli è successo.
Le conseguenze dell’incompetenza sono reali.
È qualcosa che Trump e il popolo americano stanno per scoprire in tempo reale, qualora gli Stati Uniti dessero seguito alle minacce di riprendere i bombardamenti sull’Iran nei prossimi giorni. Fonte: https://scottritter.substack.com/p/the-consequences-of-incompetence

(Andrea Zhok) – Ieri si sono tenute in Bulgaria le elezioni parlamentari. La coalizione Bulgaria Progressista, guidata dall’ex presidente Rumen Radev, ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando il 44% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi.
Dopo i gridolini di gioia per la sconfitta della destra conservatrice di Orban da parte della destra liberista di Magyar, ci si sarebbe potuto aspettare una fiaccolata di accendini intonando “Imagine” da parte delle varie componenti della sinistra europea e italiana.
Purtroppo il destino, notoriamente cinico e baro, ha frapposto per l’ennesima volta un ostacolo insuperabile all’impeto entusiastico del progressismo nostrano.
L’agenda di Radev presenta vari difetti. In primo luogo è un’agenda socialmente orientata, che mira al rafforzamento della sanità pubblica, all’aumento delle pensioni, ad una significativa presenza dello stato in economia. Non si capisce bene perché non si sia limitato a promuovere i bagni transgender, a contestare l’oppressione delle donne iraniane e a discutere di femminicidi, incaponendosi invece in questioni obsolete da Prima Repubblica.
Ma vabbé, questo glielo si sarebbe perdonato (magari si limita a farci sopra la campagna elettorale e poi chi s’è visto s’è visto, come i nostri).
Ciò che non è perdonabile, invece, è che Radev rivendica anche il diritto di fare gli interessi del popolo bulgaro, riallacciando i legami energetici con la Russia, smettendo di fornire armi all’Ucraina e contestando lo strapotere della commissione europea su energia, green economy e politiche di bilancio.
E qui alla sinistra europea ed italiana viene un mancamento.
L’intellighentsia giornalistica (scusate l’ossimoro) entra in confusione.
Apparentemente, non hanno finito di gioire per la caduta di Orban che si ritrovano in Bulgaria un rossobruno, come Fico in Slovacchia.
Eh, niente, la storia, ingrata, continua a porre enigmi alla sinistra e centro-sinistra del Vecchio Continente. Sembrava tutto così semplice. Per dirsi in linea col progresso bastava cantare Bella Ciao un paio di volte l’anno, strillare contro fascismo e patriarcato, e chiedere consigli all’armocromista. E per tutto il resto c’è Mastercard.
Invece adesso continuano a venir fuori questi residuati di un piccolo mondo antico, retrivi, populisti, legati ad idee tediose come l’interesse nazionale, l’economia mista, la giustizia sociale, la presenza di uno Stato che non sia un mero braccio armato delle multinazionali.
Dove andremo a finire?