Washington ha fretta, Teheran no

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La crisi iraniana va letta prima di tutto come una guerra del tempo. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un risultato rapido, visibile, spendibile sul piano politico interno e utile a ristabilire l’immagine di una potenza capace di imporre la propria volontà. L’Iran, invece, può permettersi una strategia più lenta, più logorante, più adatta alla sua storia recente: sopportare la pressione, assorbire sanzioni, usare la geografia e trasformare ogni negoziato in una prova di resistenza.
È questo il punto che spesso sfugge. Le proposte iraniane non nascono dalla paura di essere annientati. Nascono dalla convinzione di poter trattare da una posizione meno debole di quanto dicano i media occidentali. Teheran chiede il ritiro delle forze americane dal Golfo, la restituzione degli averi congelati, la fine — o almeno l’alleggerimento — delle sanzioni, il pagamento di riparazioni, un trattato di non aggressione e il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio nei limiti del Trattato di non proliferazione.
Non è il linguaggio di chi si arrende. È il linguaggio di chi ritiene di aver resistito abbastanza da poter dettare condizioni.
Trump, al contrario, appare prigioniero di una contraddizione. Vuole mostrarsi risoluto, ma non vuole una guerra lunga. Vuole piegare l’Iran, ma non vuole morti americani. Vuole proteggere la navigazione, ma non vuole trasformare Hormuz in un Vietnam navale. Vuole usare la forza, ma deve fare i conti con il Congresso, con i limiti giuridici interni all’uso della forza militare e con il rischio che un’operazione punitiva diventi un conflitto regionale ingestibile.
Il nodo giuridico e politico americano
La posizione americana non è solo militare. È anche istituzionale. Il presidente degli Stati Uniti può impiegare le forze armate in caso di emergenza, ma non può trasformare indefinitamente un’azione limitata in una guerra senza passare dal Congresso. Qui entra il problema dei sessanta giorni: una finestra temporale oltre la quale la Casa Bianca deve giustificare, rinnovare o chiudere l’operazione.
Ecco perché i cessate il fuoco, i piani negoziali, le formule intermedie e le dichiarazioni di “successo” hanno anche una funzione interna. Servono a dire: la fase è chiusa, abbiamo ottenuto un risultato, possiamo ripartire da un nuovo quadro. Ma l’Iran non si presta facilmente a questa scenografia. Se Teheran non accetta la narrazione americana della vittoria, Washington resta intrappolata tra due alternative sgradevoli: intensificare oppure riconoscere che la pressione non ha prodotto l’effetto sperato.
Hormuz come arma geoeconomica
Lo Stretto di Hormuz è molto più di un passaggio marittimo. È una leva strategica mondiale. Non controlla tutto il petrolio del pianeta, ma ne controlla abbastanza da condizionare prezzi, assicurazioni, noli, logistica, approvvigionamenti industriali e aspettative dei mercati.
L’Iran lo sa e usa Hormuz come un’arma geoeconomica. Non deve necessariamente chiuderlo del tutto. Basta renderlo incerto. Basta aumentare il rischio. Basta far salire i premi assicurativi. Basta costringere le compagnie di navigazione a domandarsi se convenga davvero mandare una petroliera in un’area dove ogni errore può diventare un incidente militare.
Qui sta la forza della strategia iraniana: non colpire soltanto il nemico, ma contaminare l’intero sistema che dipende dalla sicurezza marittima. Una petroliera che passa sotto minaccia costa di più. Una rotta insicura produce inflazione. Una compagnia assicurativa che arretra vale più di una cannonata.
I limiti della Marina americana
Gli Stati Uniti possono annunciare scorte, corridoi protetti, guida navale a distanza, missioni di sicurezza. Ma tra l’annuncio politico e la realtà operativa c’è una distanza enorme. Scortare il traffico commerciale attraverso Hormuz non significa semplicemente mandare qualche nave da guerra. Significa controllare un flusso continuo di petroliere, navi mercantili, rotte, comunicazioni, minacce missilistiche, droni, mine, barchini veloci, possibili incidenti.
Una grande petroliera non si ferma in pochi metri. Non si ispeziona come un’automobile. Non si devia senza conseguenze. Per bloccare, controllare o proteggere davvero una nave servono mezzi, uomini, intelligence, tempo e porti di appoggio. E se le navi sono molte, servono molte unità navali. È una forma di guerra costosa, lenta, logorante.
Washington, quindi, preferisce evitare lo scontro ravvicinato con gli iraniani. Può bombardare da lontano, colpire infrastrutture, usare droni e missili. Ma un confronto diretto nel Golfo aprirebbe un fronte molto più pericoloso: basi americane esposte, alleati arabi vulnerabili, traffico energetico compromesso, opinione pubblica interna inquieta.
La guerra economica contro l’Iran: arma spuntata?
La cosiddetta “furia economica” americana vuole soffocare l’Iran. Ma qui emerge il paradosso. L’Iran vive sotto sanzioni da decenni. La sua economia è meno efficiente, meno ricca, meno integrata; ma proprio per questo è più abituata alla pressione. Ha imparato a vendere attraverso canali indiretti, a commerciare con partner disposti ad aggirare le restrizioni, a sopravvivere in condizioni che per un Paese europeo sarebbero traumatiche.
Una nuova stretta economica può danneggiare Teheran, certo. Ma difficilmente la farà crollare. Al contrario, può colpire più rapidamente i Paesi che dipendono dalla stabilità dei mercati: Europa, Giappone, Corea del Sud, India, economie industriali importatrici di energia. L’Occidente immagina spesso che la propria vulnerabilità sia quella degli altri. Ma non è così. Una società abituata al benessere e alla fluidità commerciale soffre lo shock molto prima di una società addestrata alla scarsità.
Alla fine, il costo della guerra economica rischia di essere pagato anche da chi l’ha promossa: energia più cara, trasporti più costosi, inflazione, tensione industriale, rallentamento delle catene produttive.
Gli Emirati Arabi Uniti e la rottura della disciplina petrolifera
In questo quadro, la scelta degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’OPEC assume un valore enorme. Non è un dettaglio tecnico. È una frattura politica nel cuore del sistema petrolifero.
L’OPEC funziona come cartello solo se i membri accettano una disciplina comune: produrre entro certi limiti, sostenere i prezzi, non rompere la linea decisa dai grandi produttori, soprattutto dall’Arabia Saudita. Se un Paese importante come gli Emirati decide di muoversi autonomamente, il cartello si indebolisce.
Gli Emirati hanno ragioni precise. Primo: hanno bisogno di liquidità. Secondo: hanno un’economia più diversificata di quella saudita e quindi meno dipendente dal solo prezzo alto del petrolio. Terzo: dispongono di Fujairah, sbocco strategico sul Golfo di Oman, che permette di esportare senza passare direttamente da Hormuz. Quarto: vogliono maggiore libertà nel vendere petrolio a prezzi competitivi.
Per Trump, questa è una piccola vittoria. Se Abu Dhabi produce e vende di più, una parte della pressione sui prezzi può essere attenuata. Ma per l’Arabia Saudita è un segnale pericoloso. Riad ha bisogno di prezzi sostenuti per finanziare la propria trasformazione economica, il proprio bilancio pubblico, le proprie ambizioni di potenza. Una corsa al ribasso del petrolio danneggerebbe proprio chi ha costruito la propria stabilità sulla rendita energetica.
Il Golfo non è più un blocco compatto
La crisi rivela anche un’altra verità: il Golfo non è più un blocco compatto sotto tutela americana e regia saudita. Gli Emirati ragionano da potenza commerciale autonoma. L’Arabia Saudita cerca di difendere il proprio ruolo centrale. Il Qatar ha già mostrato in passato una capacità di muoversi fuori dagli schemi tradizionali. L’Oman conserva una funzione di mediazione. Il Kuwait e gli altri attori regionali valutano rischi e convenienze.
La protezione americana, inoltre, non appare più assoluta. Se l’Iran colpisce o minaccia, gli alleati del Golfo non sono sicuri che Washington voglia davvero arrivare fino in fondo. Questo produce un effetto strategico profondo: i Paesi arabi del Golfo cominciano a chiedersi se convenga affidarsi solo agli Stati Uniti o se non sia meglio diversificare alleanze, rotte, mercati e canali diplomatici.
Libano e Israele: il fronte che impedisce la pace
Il Libano entra nella crisi come detonatore permanente. Ogni volta che si apre una possibilità di tregua, il fronte libanese rischia di far saltare il tavolo. Israele vuole impedire che Hezbollah mantenga una posizione forte nel sud del Libano; vuole creare profondità strategica; vuole rendere inabitabile o comunque militarmente sterile l’area di confine.
Ma il risultato è una guerra di distruzione progressiva: villaggi colpiti, infrastrutture civili devastate, scuole e strutture sanitarie prese di mira o rese inutilizzabili, popolazioni spinte alla fuga. La logica è quella della fascia di sicurezza, ma il metodo produce radicalizzazione, odio, instabilità permanente.
Israele cerca sicurezza attraverso la forza, ma più amplia il raggio della distruzione, più moltiplica i fronti politici della propria insicurezza. Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran: tutto si tiene. La guerra non è più un episodio, ma un sistema.
Ucraina: l’Europa che parla di negoziato senza sapere cosa negoziare
L’altro grande fronte è l’Ucraina. Qui emerge la debolezza europea. Alcuni leader cominciano a parlare di negoziati con la Russia, ma l’Europa non ha ancora chiarito il proprio obiettivo politico. Vuole la sconfitta della Russia? Vuole il ritorno ai confini precedenti? Vuole una tregua armata? Vuole garanzie di sicurezza per Kyiv? Vuole guadagnare tempo per riarmarsi?
Dire “sostenere l’Ucraina” non è una strategia. È una formula morale e politica. Dire “indebolire la Russia” non basta. Indebolirla fino a che punto? Con quali strumenti? A quale prezzo per gli ucraini? E con quale uscita diplomatica?
La sensazione è che l’Ucraina venga usata anche come tempo strategico per l’Europa: Kyiv combatte, Mosca si logora, Bruxelles si riarma. Ma questo implica una domanda brutale: gli ucraini combattono per la propria sovranità o anche per consentire all’Europa di prepararsi a una guerra futura che nessuno sa davvero definire?
Valutazione militare complessiva
Sul piano militare, gli Stati Uniti conservano superiorità tecnologica, aeronavale e missilistica. Ma l’Iran dispone di vantaggi asimmetrici: profondità territoriale, missili, droni, reti regionali, capacità di disturbo navale, influenza su più fronti. Washington può vincere battaglie tattiche; Teheran può rendere il costo strategico della vittoria troppo alto.
Israele mantiene una formidabile capacità offensiva, ma rischia l’eccesso di estensione: Gaza, Libano, Iran, Cisgiordania, pressione diplomatica internazionale. La forza militare produce risultati immediati, ma non necessariamente stabilità.
L’Europa, invece, appare militarmente in ricostruzione e politicamente confusa. Vuole riarmarsi, ma non sa ancora per quale architettura strategica. Vuole contare di più, ma resta dipendente dagli Stati Uniti. Vuole negoziare, ma non ha una proposta.
Valutazione geopolitica e geoeconomica
Il centro della crisi è il passaggio dal mondo unipolare al mondo della resistenza diffusa. L’Iran non può battere gli Stati Uniti in uno scontro frontale, ma può impedire agli Stati Uniti di ottenere una vittoria pulita. Gli Emirati non sfidano apertamente l’ordine americano, ma cercano autonomia. L’Arabia Saudita difende il prezzo del petrolio, ma deve fare i conti con partner meno disciplinati. L’Europa invoca valori, ma subisce gli effetti materiali delle guerre che non controlla.
Il nuovo ordine non nasce da un grande trattato. Nasce da fratture: Hormuz, OPEC, Ucraina, Libano, sanzioni, rotte energetiche. La geografia torna a comandare. Chi controlla strettoie, porti, energia, assicurazioni, valute e materie prime possiede strumenti di potere superiori a molte dichiarazioni diplomatiche.
Hormuz, in questo senso, è il simbolo perfetto del nostro tempo: pochi chilometri di mare che possono mettere in crisi la globalizzazione, mostrare i limiti della potenza americana, dividere il Golfo, indebolire l’Europa e trasformare l’Iran da Paese assediato in attore capace di imporre costi al sistema mondiale.
Al di là degli annunci il grande intervento esiste, per ora, solo sulla carta. Nel testo sono previsti due commissari. Costo nel biennio: 5 milioni

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il Piano casa non c’è. Esiste solo sulla carta, ma le poltrone sono state già preparate da Matteo Salvini, nelle vesti di ministro delle Infrastrutture. Incarichi confezionati con un costo che sfiora i 5 milioni di euro solo nel primo biennio. E la stima è prudenziale, perché bisogna attendere i decreti attuativi.
Peraltro il progetto, nelle intenzioni di Giorgia Meloni, ha una durata decennale: nella speranza di portare a compimento il piano, l’esborso, solo per i commissari, potrebbe essere di (almeno) 25 milioni.

La premier ha parlato di 10 miliardi di euro e centinaia di migliaia di alloggi. Ma questo riguarda il futuro. Il presente è il provvedimento, approvato dal governo, che prevede stanziamenti incerti per risolvere l’emergenza abitativa in Italia.
La certezza è che Palazzo Chigi ha fatto ricorso allo strumento prediletto, ossia la moltiplicazione di incarichi e poteri attraverso l’istituzione di commissari straordinari.
Una specialità della casa, dalle carceri allo sport. Proprio nelle ultime ore alla Camera è stato approvato il decreto Commissari, provvedimento ad hoc, per cristallizzare le posizioni su varie opere, e per indicare il commissario sugli stadi. Il Piano casa raddoppia. Prevede infatti la figura due commissari. Il primo «per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi», indicato dal ministro delle Infrastrutture Salvini, e formalmente nominato dalla presidenza del Consiglio.
Il compenso sarà determinato da un decreto ad hoc. I super poteri sono stati già messi nero su bianco.
Tra i compiti base c’è quello di predisporre «l’elenco degli immobili su cui possono essere presentate iniziative di edilizia sociale» e definire «uno o più schemi-tipo di convenzione volti a disciplinare i rapporti tra gli enti proprietari e i soggetti attuatori».

Tutto questo ha un prezzo. Solo per la costituzione della struttura commissariale, il governo ha messo a disposizione 154mila euro per il 2026 e 265mila euro per l’anno prossimo con un conto iniziale di 419mila euro.
Non è l’unica spesa prevista dal governo su questo capitolo.
Nel testo spuntano altre risorse a disposizione. «Per l’esercizio delle proprie funzioni, compresa la stipula di eventuali convenzioni e la nomina di esperti per lo svolgimento dell’attività di indirizzo, coordinamento e monitoraggio al medesimo affidata, al commissario straordinario è riconosciuta una dotazione, nel limite di spesa di 500mila euro per l’anno 2026 e di 1 milione di euro per l’anno 2027», si legge nella bozza finale del decreto esaminato a Palazzo Chigi. Insomma, un altro milione e mezzo sul biennio, che si somma al resto.
La questione economica non passa inosservata. «Con questo cosiddetto Piano casa non vengono recuperate nemmeno le risorse tagliate annualmente a partire dall’insediamento di questo governo. Cambiano titoli e problemi di cui fingono di occuparsi ma con Meloni e Salvini crescono sempre solo le poltrone», osserva Andrea Casu, deputato del Partito democratico.

Per aggiungere un bel po’ di poltrone, il governo ha pensato di sfornare l’ennesima cabina di monitoraggio, guidata dalla presidente del Consiglio (o un delegato), insieme a un rappresentante del ministero delle Infrastrutture, quello delle Politiche di coesione, il commissario e gli enti locali.
Almeno in questo caso, non sono previsti stanziamenti. C’è giusto la possibilità di essere nel nuovo organismo.
«Il Piano casa di Meloni è un gioco di prestigio da quattro soldi, anzi da zero soldi, visto che non c’è l’ombra di un euro. Gli unici soldi certi sono destinati agli stipendi dei commissari nominati dal governo. Più che un piano casa, un piano poltrona», dice il segretario di +Europa, Riccardo Magi.
C’è un secondo commissario incluso nel pacchetto. Quello per il progetto di realizzazione dei «programmi infrastrutturali di edilizia integrale».
La struttura serve, scrive il governo, «per assicurare il coordinamento e l’azione amministrativa necessari per la tempestiva ed efficace realizzazione del programma di investimento individuato e dichiarato di preminente interesse strategico nazionale».

A sua disposizione c’è un plafond di 600mila euro all’anno. Una parte di questi finanziamenti può essere usata per reclutare esperti a chiamata diretta, da pagare fino a un massimo di 80mila euro.
Una corsia preferenziale per reclutare professionisti di fiducia in nome dell’emergenza.
C’è ancora una spesa, indiretta, affrontata dallo Stato: il commissario potrà contare su un contingente di «massimo di dieci unità di personale non dirigenziale delle amministrazioni pubbliche con oneri a carico delle amministrazioni di appartenenza».
Insomma, saranno gli altri a pagare i dipendenti della struttura, almeno fino a quando sarà in piedi.

In questo caso non esiste un onere calcolato con precisione, ma la stima del costo, per le casse pubbliche, è di almeno mezzo milione di euro all’anno. Mettendo insieme le varie voci, ecco che si arriva a un esborso di 5 milioni di euro. Il Piano casa, insomma, parte dalle poltrone.
La citazione. Uno studio legale di Wall Street ci accusa di aver pubblicato e diffuso “dichiarazioni false e altamente lesive”

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Rimuovere ogni traccia degli articoli sulla grazia concessa a Nicole Minetti, ma anche “cessare e desistere” dal portare avanti la nostra inchiesta giornalistica. Altrimenti ci verrà chiesto un risarcimento “in nessun caso inferiore” a 250 milioni di dollari. È una richiesta record quella che Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, ha indirizzato al nostro giornale. Non si tratta ancora di una causa, ma è probabile che lo diventerà presto visto che i legali di Cipriani ci hanno dato 48 ore per dare seguito alle loro richieste, francamente irricevibili. Un ultimatum che è già scaduto.
[…] Cipriani e Minetti non hanno mai voluto rispondere alle domande poste dal Fatto sin dall’11 aprile, quando abbiamo dato per la prima volta la notizia della grazia concessa a Minetti. Poi il 4 maggio, l’imprenditore ha rilasciato un’intervista al Corriere in cui ha dichiarato di voler chiedere i danni “quando le cose si saranno calmate”. Nel frattempo è arrivata al nostro giornale una mail da Reinhardt Savic Foley, studio legale con sede al Wall Street Plaza di New York. Sono sei pagine, la data è quella del 2 maggio ed essenzialmente accusano Il Fatto di aver “pubblicato e diffuso dichiarazioni false e altamente lesive nei confronti di Cipriani”. Gli avvocati dell’imprenditore non contestano un articolo specifico, ma varie informazioni riportate nei nostri pezzi che hanno acceso un faro sulla grazia concessa a Minetti. È solo dopo la nostra inchiesta che, il 27 aprile scorso, il Quirinale è intervenuto per chiedere al Ministero della Giustizia ulteriori approfondimenti in merito alla “supposta falsità degli elementi” indicati nell’istanza dei legali dell’ex igienista dentale, già condannata a 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby-bis e a un anno e un mese per peculato nella “rimborsopoli” lombarda.
La Procura generale di Milano ha riaperto le indagini, che sono tutt’ora in corso tra Ibiza e l’Uruguay. In attesa di capire quale sarà l’esito degli accertamenti dell’Interpol, dunque, Cipriani ci chiede di smetterla subito di scrivere, cancellando ogni traccia di quanto raccontato finora.
[…]
“La presente lettera costituisce una richiesta formale affinché il Fatto Quotidiano, insieme ai suoi proprietari, affiliati, redattori, giornalisti, collaboratori, agenti e tutte le persone che agiscono di concerto con esso (“Il Fatto”) cessino e desistano immediatamente dal pubblicare, ripubblicare, distribuire, diffondere, trasmettere, pubblicare o altrimenti diffondere dichiarazioni false e diffamatorie riguardanti Cipriani”, è l’incipit della lettera dei legali. Seguono poi tutta una serie di richieste. Ci viene chiesto di “rimuovere immediatamente da tutti i siti web, archivi, piattaforme di social media, canali video, newsletter, notifiche push e qualsiasi altro mezzo di comunicazione o canale di distribuzione” tutti gli “articoli, i post, i titoli, gli estratti, le immagini, le didascalie, i teaser, gli episodi, i clip e altri contenuti” relativi al caso.
[…] Ma i legali di Cipriani ci chiedono anche di “pubblicare e diffondere una ritrattazione e una rettifica complete” di quanto raccontato finora. Inoltre dobbiamo “cessare e desistere dal redigere, pubblicare, ripubblicare, trasmettere, postare, distribuire o diffondere in qualsiasi altro modo dichiarazioni, suggerimenti, allusioni o insinuazioni false, diffamatorie, fuorvianti o denigratorie”. La diffida ci impone pure di “conservare tutti i documenti, le comunicazioni, le note, le bozze, i materiali di riferimento, le registrazioni, i metadati, le e-mail, i messaggi di testo, le chat interne, i commenti editoriali e tutte le informazioni archiviate elettronicamente relative in qualsiasi modo alla creazione, alla ricerca delle fonti, alla revisione, all’approvazione, alla pubblicazione” degli articoli relativi a Cipriani, a Jeffrey Epstein, a Carlo Nordio, a Nicole Minetti ma pure a Punta del Este e “qualsiasi presunta richiesta di grazia”. Insomma dobbiamo imporci un bavaglio completo oppure Cipriani “chiederà un risarcimento danni per un importo da determinarsi in sede di giudizio, ma in nessun caso inferiore a 250.000.000 di dollari Usa”.
Le accuse. L’imprenditore veneziano fu citato da una dipendente: “I suoi locali erano diventati terreno di caccia di Weinstein”

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Nell’istanza per graziare Nicole Minetti, Giuseppe Cipriani viene descritto come una persona “normo-inserita e lontana da contesti di devianza”, capace di offrire alla compagna un ambiente stabile, equilibrato e rispettabile. È uno dei pilastri della richiesta firmata dall’avvocata Antonella Calcaterra per cancellare la pena residua di 3 anni e 11 mesi inflitta a Minetti per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Eppure, mentre quel documento prendeva forma, nei registri pubblici della giustizia americana era già stata depositata una causa civile per molestie sessuali che coinvolgeva direttamente l’imprenditore veneziano.
[…] Nel novembre 2020, a diecimila chilometri di distanza, la giustizia percorreva infatti due strade parallele. In Uruguay, un giudice concedeva a Giuseppe Cipriani, come lui ha fatto sapere, e Nicole Minetti l’affidamento temporaneo di un bambino presso la loro tenuta “Gin Tonic”, preferendoli a una coppia uruguaiana incensurata. Nello stesso periodo, a New York, Giuseppe Cipriani veniva citato personalmente nella causa federale numero 20-cv-09802 intentata da María Sol Larrea contro Cipriani Usa Inc. e lo stesso imprenditore. Negli atti della donna si legge che i suoi locali erano diventati “terreno di caccia” del suo amico Harvey Weinstein.
La causa si è chiusa il 30 luglio 2021 con un accordo economico transattivo riservato. Per la legge americana, la transazione non costituisce un’ammissione di colpa né un patteggiamento penale: significa soltanto che le parti hanno raggiunto un accordo rinunciando a proseguire il contenzioso. Resta però un atto giudiziario pubblico rilevante, se pure di parte, perché collide frontalmente con l’immagine di Cipriani restituita nell’istanza di grazia. Assunta nel settembre 2017 come addetta al servizio bottiglie al “Cipriani Downtown Socialista”, con obbligo di tacchi alti, minigonna nera e camicia bianca, María Sol Larrea denuncia di aver subito per due anni molestie sistematiche dal titolare. Nel fascicolo si legge che Cipriani, durante le visite al locale, la fissava con sguardi insistenti al seno e all’inguine. Insisteva perché bevesse shot di alcol durante il turno: ai rifiuti della donna rispondeva “I am your boss”, obbligandola a bere. Più volte, a fine serata, l’avrebbe invitata nel suo appartamento privato. Lei avrebbe sempre rifiutato. L’escalation fisica avviene a metà maggio 2019, un mese dopo che la condanna di Minetti per favoreggiamento della prostituzione era diventata irrevocabile. Cipriani invita la dipendente al nightclub “1Oak” dopo il lavoro. Lei accetta solo portando con sé la supervisora Silvia Porcu e una collega. Nel taxi, sostiene la denuncia, Cipriani “mette la mano sulla gamba della querelante, la fa scivolare sotto la minigonna e cerca di toccarle la vagina”. Racconta di averlo respinto più volte nel tragitto. Alla riapertura estiva del locale, la dipendente viene esclusa dai turni: secondo la causa, una ritorsione per aver respinto le avance.
[…]
Dall’atto d’accusa emerge poi un capitolo che collega i locali di Cipriani ad Harvey Weinstein, l’ex produttore oggi detenuto per aggressioni sessuali e stupro. I legali della dipendente scrivono che i due erano “close friends”, circostanza di cui parlavano anche i giornali americani. Secondo la causa, nel maggio 2019 – con il #MeToo esploso da quasi due anni – la direzione avrebbe permesso a Weinstein di usare il locale come “terreno di caccia per la sua devianza sessuale”. Per gli avvocati i convenuti avevano esposto le dipendenti alle sue avance e lui perseguitava la cameriera: “Vuoi diventare famosa?”. Lei chiede di non essere più assegnata al suo tavolo, ma la supervisora: “You have to serve him, it is your job”. Parole che ricompaiono anche in una mail del 2012 contenuta negli Epstein Files. Jeffrey Epstein, altro amico di Cipriani e frequentatore dei suoi locali a New York, scrive a un interlocutore: “Tutte le ragazze stanno andando da Cipriani, stasera dovresti andare a caccia”.
La difesa di Cipriani non ottiene l’archiviazione della causa e deposita una Answer to Complaint contestando integralmente le accuse. Il procedimento si chiude poi con un accordo riservato. Quando la Procura generale della Corte d’Appello di Milano viene chiamata a dar un parere sulla domanda di grazia, ritiene sufficienti gli elementi raccolti in Italia ed esprime parere favorevole. Il 18 febbraio il capo dello Stato firma il decreto. Solo il 27 aprile, dopo le inchieste del Fatto sulle omissioni e incongruenze dell’istanza, chiede verifiche urgenti e la Procura attiva nuovi approfondimenti. Eppure molte di quelle informazioni erano da anni nei registri pubblici della giustizia americana, accessibili a chiunque avesse deciso di cercarle nel luogo più ovvio: New York, centro degli affari di Giuseppe Cipriani.
[…] Cipriani ha diffidato formalmente il Fatto Quotidiano dal pubblicare altri articoli o minaccia di chiedere 250 milioni di dollari. Se il giornale avesse piegato la testa, tutto questo non l’avreste mai saputo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – L’aperto sostegno di Pedro Sánchez a Francesca Albanese viene commentato con sollievo a sinistra e con toni ostili e beffardi a destra. Ma non dovrebbe funzionare così, perché la questione non è se Albanese sia politicamente simpatica o antipatica; se dica cose affini o contrarie alle opinioni del pubblico che fischia o applaude.
La questione è se le sanzioni del governo Usa (non simboliche: anche economiche) ai danni di una cittadina europea nonché funzionaria delle Nazioni Unite, e anche ai danni dei giudici della Corte Penale dell’Aja, sulla base di come hanno liberamente svolto il loro lavoro, siano lecite o illecite; se siano una comprensibile presa di posizione politica, oppure una intimidazione gravissima, e inaccettabile. In senso più lato, se l’intolleranza della Casa Bianca nei confronti di chiunque essa consideri non amico, non sottomesso, non docile, debba ricevere, in Europa, una risposta forte e decisa, o se si debba glissare e incassare il colpo in virtù degli ormai fantomatici “solidi rapporti di alleanza con gli Stati Uniti” (anche se l’atlantismo, dal punto di vista ideologico, è un concetto che nel 2026 ha già un sapore museale).

Non sono tempi, questi, per commentini da bar sulle disgrazie del “nemico” (tale risulta essere l’italiana Albanese per la destra politica e mediatica italiana). Sono tempi nei quali i princìpi del diritto internazionale barcollano, e si deve decidere se provare a tenerli in piedi o lasciarli crollare. Sánchez lo ha fatto. È questo che interessa, il resto è la ciancia risaputa delle fazioni.
Il diritto non è infallibile, né del resto lo pretende. Tuttavia aspira alla certezza, se non alla verità assoluta, ammesso che ne esista una

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Il vero e il falso. Talvolta si confondono, s’accavallano, si scambiano l’odore. Succede, sta succedendo adesso per il delitto di Garlasco. Dove c’è una giovane vittima (Chiara Poggi) e un colpevole acclarato (Alberto Stasi): assolto in primo grado nel 2009, in appello nel 2011, poi condannato in via definitiva dopo un ping pong tra la Cassazione e un nuovo giudice d’appello. È in carcere dal 2015. Ma nel frattempo la procura di Pavia ha aperto un’indagine su un altro personaggio (Andrea Sempio), sospettandone la colpevolezza.
Da qui un caso che sta avvincendo gli italiani come un thriller. Che li divide tra chi proclama l’innocenza dell’uno o dell’altro. E che infine li sconcerta per i paradossi del diritto. Ma è possibile processare Sempio quando un processo ha già riconosciuto la responsabilità di Stasi? E se poi anche il primo fosse condannato? Non c’è il rischio che la giustizia italiana, alla fine della giostra, individui due colpevoli esclusivi per il medesimo delitto? E se Stasi è davvero innocente, perché da undici anni lo tengono in galera? Come può mai determinarsi un abbaglio giudiziario di questa gravità?
Dobbiamo tollerarci a vicenda — diceva Voltaire — perché siamo tutti deboli, incoerenti, esposti all’errore. Vale nelle relazioni sociali, vale altresì nei rapporti giuridici. Il diritto non è infallibile, né del resto lo pretende. Altrimenti non si spiegherebbe perché ogni sentenza possa venire appellata, e magari rovesciata come un guanto, da un giudice diverso, e poi da un altro ancora, fino alla Corte di cassazione. Tuttavia il diritto aspira alla certezza, se non alla verità assoluta, ammesso che ne esista una.
«Nella certezza consiste la specifica eticità del diritto», scrisse Lopez de Oñate, un giovane filosofo cui il destino non ha concesso d’invecchiare. Sicché in ultimo occorre fissare un punto, un accertamento conclusivo che distingua il creditore dal debitore, il reo dall’innocente. Anche se non sempre la verità giuridica rispecchia la verità dei fatti.
D’altronde la storia è piena di clamorosi errori giudiziari, dall’affaire Dreyfus (Francia, 1894) all’esecuzione di Sacco e Vanzetti (Usa, 1927), dall’arresto di Valpreda per la strage di piazza Fontana (Italia, 1969) al caso Tortora (ancora Italia, 1983). E d’altronde il nostro Stato continua a pagare un fiume di quattrini in risarcimenti per ingiusta detenzione (26,9 milioni nel 2024).
Qual è dunque il punto d’equilibrio tra verità e certezza? E dove si situa quanto al delitto di Garlasco? In questo caso l’iniziativa giudiziaria contro Sempio parrebbe ostacolata da un antico principio giuridico, che a sua volta riflette un bisogno di certezza: ne bis in idem. Significa che non è possibile processare due volte la stessa persona per lo stesso fatto. Se a suo tempo i tribunali avessero proclamato l’innocenza di Stasi, e se in seguito fosse emersa la prova provata della sua colpevolezza, lui l’avrebbe fatta franca. Magari i familiari della vittima avrebbero potuto reclamare un risarcimento economico in sede civile, però la via penale no, quella sarebbe rimasta chiusa.
Tuttavia quel principio vale per Stasi, non per Sempio. Se emergono elementi di prova a carico d’un altro soggetto, i magistrati hanno il diritto e il dovere di procedere. C’è del resto un famoso precedente: il processo a Priebke per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, durante gli anni Novanta. La difesa del gerarca nazista invocò una sentenza del 1948 passata in giudicato che assolveva altri imputati per la sua stessa accusa; la Cassazione lo ritenne invece processabile, giacché lui non era parte di quel vecchio processo.
Da qui, allora, l’eventualità più sconcertante: una condanna definitiva anche per Sempio, la verità giuridica smentita da un’altra verità giuridica. Eppure anche quest’ultima ipotesi trova spazio nel vocabolario del diritto. Dice l’articolo 630 del codice di procedura penale: se c’è un contrasto di giudicati, se una sentenza di condanna stride con una sentenza successiva, la prima può venire revocata. È l’istituto della revisione, ma dopotutto ogni nostra conoscenza è sempre oggetto di revisioni, di correzioni, di confutazioni. Ed è questa, in fondo, la promessa dei costituenti: non la giustizia in sé, assoluta e immarcescibile, bensì la ricerca della giustizia — una fatica quotidiana.

(Andrea Legni – lindipendente.online) – I leader che si autodefiniscono sovranisti al governo in Italia, pochi giorni fa hanno ricevuto il più bel regalo che potessero desiderare. Almeno in teoria. Da ben prima di Bruxelles e dei vincoli di bilancio, infatti, la piena sovranità dell’Italia è negata dall’occupazione militare imposta dagli Stati Uniti dal lontano 1945. La presenza militare americana ha storicamente costretto il Paese al ruolo di una democrazia a sovranità limitata: non solo impossibilitata ad avere una vera politica estera autonoma, ma con tanto di piani americani per il colpo di Stato già pronti nel caso in cui i cittadini italiani avessero scelto opzioni sgradite da Washington alle urne. È storia: l’organizzazione USA dedita a sorvegliare la democrazia italiana si chiamava “Gladio”. Bene, pochi giorni fa, Trump ha ipotizzato di iniziare il ritiro dei militari americani dall’Italia. Ma, a palazzo Chigi, anziché stappare lo spumante per la fortuna di avere finalmente la possibilità di passare dalle parole ai fatti in termini di sovranità, è sceso il gelo. Giorgia Meloni ha protestato che «non sarebbe corretto» perché l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni; Matteo Salvini non ha avuto nemmeno il coraggio di ribattere, trincerandosi dietro un imbarazzato «non commento le minacce». Parole testuali. Per il politico che rivendica di essere il vero sovranista della coalizione, la possibile fine dell’occupazione militare straniera del suo Paese è una «minaccia».
Non sappiamo di preciso quanti siano i siti militari statunitensi presenti sul territorio italiano, il dato non è pubblico ed alcuni di questi sono segreti: gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti che ne regolano l’uso restano in larga parte riservati. Quelli di cui sappiamo l’esistenza sono 31, ma di certo non sono tutti. Conosciamo invece il numero di militari americani presenti in Italia. O meglio, ne conosciamo quello ufficiale: secondo gli ultimi dati resi pubblici dal Dipartimento della guerra statunitense sono 12.662. L’Italia è il quarto Paese al mondo con più soldati a stelle e strisce sul proprio territorio dopo Giappone, Germania e Corea del Sud. Ma il documento non conteggia i soldati in missione temporanea, né il numero di ufficiali dei servizi segreti e delle unità speciali. L’unica cosa che sappiamo per certo sono le conseguenze dell’ottantennale occupazione americana: interi territori sottratti alla sovranità nazionale; inquinamento e contaminazione del territorio e delle falde acquifere con residui bellici, metalli pesanti, esplosivi, rifiuti militari e conseguente aumento di tumori e patologie nelle aree circostanti; inquinamento elettromagnetico specie in corrispondenza delle stazioni radar, come il MUOS di Niscemi; presenza di ordigni nucleari (in particolare nella base di Ghedi, a Brescia, ma non solo) controllati dagli americani ma che metterebbero a rischio l’Italia in caso di guerra o di incidenti.
Dopo 80 anni di servitù forzata seguita alla seconda guerra mondiale, il governo Meloni si è visto servire direttamente dal potere americano l’opportunità di mettere fine a tutto questo. Un governo “sovranista” avrebbe dovuto chiamare immediatamente la Casa Bianca, prima che il cervello suggerisse a Trump di scoreggiare su Truth un nuovo comunicato nel quale cambiava idea, e rilanciare. «Benissimo, Donald, siamo d’accordo con te. Firmiamo subito l’accordo: riprenditi tutti i soldati e usali per rifare l’America Great Again a casa loro. Puoi riprenderti anche tutte le armi atomiche. Tranquillo, non vogliamo niente: alla bonifica dei territori che avete devastato per quasi un secolo ci pensiamo noi, basta che andate via». Il giorno dopo l’Italia sarebbe stata finalmente libera di perseguire i propri interessi in un mondo multipolare, senza essere obbligata a contravvenire continuamente all’articolo 11 della propria Costituzione per assecondare la prossima guerra americana. Non dovrebbe essere il sogno per una classe politica che si dichiara “sovranista”, nel senso di dedita solo all’interesse nazionale? Peccato che siano solo politicanti. E domani aspetteranno con la cenere in testa il vicepresidente americano Vance, in visita a Roma, pronti a qualsiasi rassicurazione con il solo scopo di rinnovare il patto di vassallaggio e legare ancora una volta i destini dell’Italia a quelli dell’impero americano in disfacimento.
Il vertice con Xi Jinping del 14 maggio impone a Trump di trovare un accordo con l’Iran entro la prossima settimana: ecco perché il manico del coltello è nelle mani degli Ayatollah, di Netanyahu, di Putin. E, soprattutto, della Cina.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Facciamo finta che la guerra tra Usa e Iran finirà davvero settimana prossima, come ha annunciato ieri Donald Trump.
Se davvero accadrà, finirà con il regime iraniano ancora in piedi, più repressivo di prima e desideroso di prendersi una vendetta su donne e giovani che hanno davvero creduto Trump li volesse liberare.
Finirà con l’Iran che si prende un pedaggio sul passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz, che prima non aveva.
Finirà con la Russia che si prende l’uranio arricchito iraniano, e con Putin che diventa di fatto il garante della stabilità globale, con buona pace dell’Ucraina e delle sanzioni europee.
Finirà con Netanyahu che otterrà tutto quel che vuole da Trump per accettare un cessate il fuoco in Libano, precondizione agli accordi di pace tra Washington e Teheran, dopo aver di fatto costretto Trump a imbarcarsi in una missione suicida e aver portato il mondo sull’orlo della catastrofe economica.
Finirà con gli Stati Uniti che hanno rotto i rapporti con tutti i Paesi europei e con il Vaticano, rapporti che Marco Rubio oggi cercherà faticosamente di ricucire, in attesa della prossima sparata di Trump.
Finirà con la Cina che attende silenziosa che arrivi il 14 maggio, giorno in cui si terrà l’incontro tra Xi e Trump, il primo in 9 anni, rinviato di un mese e mezzo perché Trump non poteva presentarsi in Cina nel mezzo del disastro di Hormuz.
Finirà alle condizioni di Teheran, perché Trump non può può permettersi di arrivare a Pechino senza un accordo con l’Iran e non può nemmeno permettersi di rinviare di nuovo l’appuntamento col suo omologo cinese.
Finirà, soprattutto, con mezzo mondo a rischio carestia, con un blocco energetico che ha già fatto – e continuerà a fare – danni all’economia globale e con la paura che il 16 maggio, a vertice finito, la questione possa di nuovo riaprirsi.
Finirà, se davvero finirà, ma era davvero difficile devastare gli Stati Uniti e il mondo in soli due mesi e mezzo come ha fatto Trump.
Applausi a lui e a chi lo ha sostenuto, davvero.
Secondo l’ultima Supermedia Agi/Youtrend, si accorcia la distanza tra il partito di Meloni al 27,8% (-0,4) e i dem di Elly Schlein al 22,3% (+0,1). Lega in affanno

(repubblica.it) – Una netta flessione del centrodestra, in particolare con la Lega al 6,6% che perde ben 7 decimali e Fratelli d’Italia che scende sotto il 28%. La nuova Supermedia Agi/Youtrend, la media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto realizzati dal 23 aprile al 6 maggio, mostra movimenti di grande rilievo. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, il centrodestra fatica a risalire.
L’ultima rilevazione mostra la coalizione guidata dalla premier che, nel complesso, scende al 43,9%, il valore più basso dall’insediamento del governo. Per contro, il campo largo cresce di mezzo punto, soprattutto grazie al +0,4% di M5S ora al 13,2%. Il suo vantaggio sul centrodestra cresce fino a sfiorare i due punti. Più vicini i due principali partiti: ora i dem di Elly Schlein al 22,3% accorciano la distanza dal partito di Meloni che invece perde lo 0,4% e si attesta al 27,8%.
FdI 27,8 (-0,4)
Pd 22,3 (+0,1)
M5S 13,2 (+0,4)
Forza Italia 8,2 (-0,1)
Lega 6,6 (-0,7)
Verdi/Sinistra 6,5 (+0,3)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Italia Viva 2,4 (-0,2)
+Europa 1,4 (-0,1)
Noi Moderati 1,2 (+0,1)
Centrodestra 43,9 (-1,0)
Centrosinistra 30,2 (+0,3)
M5S 13,2 (+0,4)
Terzo Polo 5,4 (-0,2)
Altri 7,2 (+0,4)
Campo largo 45,8 (+0,5)
Centrodestra 43,9 (-1,0)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Altri 3,0 (-0,4)
NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (23 aprile 2026).
NOTA: La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 23 aprile al 6 maggio, è stata effettuata il giorno 7 maggio sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 1 maggio), Ipsos (1 maggio), Ixè (27 aprile), SWG (27 aprile e 4 maggio), Tecnè (25 aprile) e Youtrend (30 aprile).

(Adnkronos) – Delinquente, fantoccio fanatico, simulatore utopico, rimbambito, scellerato, schiavista, arrogante, tracotante, vaneggiatore, pervertitore, incapace di intendere e di volere. Questi, e molti altri, gli insulti disseminati in una lettera anonima ricevuta da Beppe Grillo, che il co-fondatore e ormai ex garante del Movimento 5 stelle pubblica sui social. “I miei fan internazionali”, è la battuta sarcastica con cui il comico genovese denuncia quanto successo. Ma nella lettera, scritta a mano, non ci si limita ai soli epiteti tutt’altro che carini nei suoi confronti.
Tra le parole – in italiano, latino, persino tedesco – quelle che vanno per la maggiore e sono ricalcate di nero sono resistenza, libertà, democrazia, ce ne sono poi altre, sempre sottolineate, che tendono ad accomunare fascismo, comunismo e, appunto, grillismo, così come sembra che chi scrive voglia chi segue Grillo come “comunista fascistoide grillifero”.
Per i “Figli delle stelle”, associazione rimasta ancora ai ‘vecchi’ valori del Movimento 5 stelle, questi non sono che insulti “stile Br”. “Il sistema che isola le voci critiche. Beppe Grillo ha pubblicato sul suo profilo una foto di alcune lettere minatorie ricevute con insulti in diverse lingue. Oltre alla gravità del fatto colpisce il silenzio dei media e della politica, sempre cosi attenti alle vicende del fondatore del MoVimento quando si tratta di criticare e cercare di delegittimare ma in questo caso estremamente silenti”, scrivono sulla loro pagina Facebook, passando poi all’attacco.
“Insomma quando Grillo è da criticare, attaccare o delegettimare uno spazio per i post al vetriolo si trova sempre. Quando invece bisognerebbe esprimere solidarietà per un fatto cosi grave cala il silenzio. Il punto è tutto qui. Non serve condividere tutto quello che Grillo dice o fa ma basterebbe avere un minimo di empatia. Anche quando la voce colpita è scomoda per lo status quo, ca vas sans dire”.

(Stefano Rossi) – Francesco Lollobrigida: “Siamo andati in Europa a dire che l’uomo per noi è un bioregolatore. L’uomo è l’unico essere senziente. Non ce ne sono altri. Sono tutti importanti gli animali, le piante, tutti (a questo punto, Lollo, si rivolge alla sua destra verso chi gli sta vicino, il quale, temendo di doverlo assecondare con uno sguardo di assenso, preferisce guardare da un’altra parte, 1,18 nel video. https://www.youtube.com/watch?v=Ak0wb7G4Pug), ma l’uomo è una cosa diversa“.
Senziente vuol dire avere la capacità di provare emozioni, piacere, dolore, rispondere in base ai cambiamenti sociali o ambientali; più semplicemente, avere una vita su questo pianeta Terra.
La cultura che si erge a sommo giudice e argina, da una parte chi avrebbe il diritto di vivere come meglio crede e, dall’altra, tutti coloro che questo diritto non ce l’hanno, l’abbiamo chiamata nazismo, fascismo, comunismo sovietico, per non andare troppo lontani nel tempo.
È la cultura che poi, tra gli umani, distingue la “razza” pura da quelle impure.
Essi non ce la fanno a comprendere che tra la specie umana ci sono solo etnie e non razze e che la capacità di essere senzienti riguarda gran parte di tutto lo scibile della natura.
Anche una pianticella sperduta nelle Ande americane o un insetto minuscolo sono esseri senzienti che hanno il diritto, come noi, di vivere su questa Terra.
Il Prof. Stefano Mancuso, ha fondato e dirige il laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale all’Università di Firenze, e potrebbe facilmente confutare l’astrusa boiata di questo Lollobrigida che ci tiene, ogni tanto, a ricordarci di quanto sia ignorante completamente sbiellato su temi importanti.
L’idea che l’intelligenza, ma soprattutto l’essere senziente, appartenga solo alla razza umana, è scientificamente tramontata molte decine di anni fa quando, gli studiosi, si sono accorti di quanti problemi vengono risolti da animali e piante.
Il Prof. Mancuso potrebbe spiegare che, le piante, pur non avendo un cervello, cooperano con l’ambiente circostante, tra di esse, e con animali per risolvere problemi per la sopravvivenza e, alcune di esse, riescono a predare o imporsi con la forza pur di sopravvivere. Altre si difendono e mutano strategie.
L’idea di una supremazia di una specie, di una etnia, è tipica di una cultura primitiva.
Ma, uno come Lollobrigida, non lo può sapere.
Mi chiedo, oltre ad aver studiato alla Niccolò Cusano, Lollo, ha fatto un corso speciale per diventare così?
Non credo che in natura si possa arrivare a tanto senza uno sforzo ulteriore.
Siamo tutti animali, ma qualcuno esagera.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Martedì scorso a Torre Annunziata autorità locali e nazionali, tra cui il ministro e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, hanno salutato con entusiasmo l’abbattimento di Palazzo Fienga, per decenni fortino del clan Gionta. Prima di quello però, l’edificio testimoniava l’influenza spagnola sull’architettura napoletana e per questo era oggetto di tutela culturale. Di costruzione ottocentesca, Palazzo Fienga era dal 2015 anche un bene confiscato alla criminalità organizzata. Per anni si sono sprecate le ipotesi di ristrutturazione e riuso, come accaduto con altre centinaia di beni sottratti alle mafie e restituiti ai cittadini. Poi, nel 2023, è arrivata la revoca del vincolo culturale e la decisione di demolire l’edificio per far sorgere al suo posto una piazza e un parco pubblico.
Le ruspe dell’esercito segnano l’avvio dei lavori di demolizione di Palazzo Fienga, per cinquant’anni il Fortapàsc del clan Gionta, attivo nella provincia napoletana. «La lotta a mafia, camorra e ’ndrangheta si fa così: con i fatti, con i cantieri, con la presenza dello Stato», scrive Salvini, presente alla cerimonia. Dello stesso avviso anche il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, secondo cui «la lotta alle mafie si fa anche restituendo alla comunità i patrimoni confiscati, trasformandoli così da frutto di attività criminali in presìdi di legalità, sicurezza e di welfare». A quanto pare, per i rappresentanti del governo Meloni la restituzione di un bene passa dalla sua demolizione — una strada, questa, tracciata già nel 2023, quando all’ottocentesco Palazzo Fienga è stato revocato il vincolo culturale a causa del grave stato di conservazione. Tra le più recenti testimonianze dell’influenza spagnola sull’architettura napoletana, il Palazzo Fienga viene ancora oggi definito dal Ministero della Cultura «uno dei simboli più rappresentativi dell’alta borghesia di Torre Annunziata», nonché «uno dei Palazzi più maestosi della città». Nel 2015 aveva ottenuto lo status di bene confiscato alla criminalità organizzata, vedendo susseguirsi decine di ipotesi per il suo recupero; nel 2020 il Ministero dell’Interno scriveva: «Palazzo Fienga sarà adibito a presìdi e uffici delle Forze di polizia, uffici della Polizia giudiziaria, della Polizia metropolitana e della Polizia locale».
In effetti esiste una logica precisa dietro il riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata, che in Italia gode di una delle normative più avanzate al mondo, ed è la restituzione ai cittadini. Con questo gesto, un luogo per anni simbolo del potere criminale riacquista la sua dignità sociale e diventa monito, tanto della presenza dei clan sul territorio quanto della possibilità di sconfiggerli. Nel momento in cui si sceglie la via della demolizione, bypassando per di più il valore storico e culturale dell’edificio, la potenza simbolica del riuso si dissipa, nonostante i proclami istituzionali. A riempire il vuoto è la spettacolarizzazione che, tra ruspe e telecamere, pecca forse di presunzione riguardo all’efficacia della lotta alla criminalità organizzata. Sul punto è tornato anche il procuratore di Torre Annunzia Nunzio Fragliasso, che dal palco allestito martedì ha rotto con la narrazione della “ricostruzione” e del “trionfo dello Stato”, chiedendo meno cerimonie e più azioni concrete.
Le parole del procuratore Fragliasso hanno provocato un primo terremoto politico, proprio nell’amministrazione di Torre Annunziata, con le dimissioni presentate dal sindaco Corrado Cuccurullo. Avrà venti giorni per ripensarci. Nel frattempo, l’abbattimento di Palazzo Fienga andrà avanti. Al suo posto sorgeranno un parco pubblico e la “Piazza Libertà”. Durante la cerimonia di martedì, più voci hanno chiesto che la piazza venga intitolata a Giancarlo Siani, il cronista napoletano che combatté la criminalità organizzata a suon di inchieste e azioni concrete, pubblicando circa un centinaio di articoli sulle infiltrazioni camorristiche nella politica campana. Per questo impegno venne assassinato dalla camorra nel 1985, a soli 26 anni.

(di Stefano Ciavatta – dagospia.com) – Premessa: la città, la grande città, logora chi non ce l’ha. Senza questa certezza non si va avanti. Altra premessa: bisogna aggiornare il detto per cui “tutte le strade portano a Roma”, uno studio recente ha mappato ex novo la rete viaria dell’Impero: 299.171 chilometri, 110 mila km in più di quelli finora stimati e celebrati. Sono passati quasi duemila anni ed entrare a Roma è ancora il grande tema. Ma in quale Roma? I romani possono ancora entrare a Roma? In che maniera? Ormai gli abitanti della Roma del 2000 stanno al fondale dell’overtourism come i sindacati al capitalismo. Ma nessuno desidera Roma, muoversi a Roma, raggiungere Roma, più di chi ci vive. Non si può ignorare questo desiderio.
Con Luca Galofaro, architetto e curatore, ho lavorato al libro “Roma Vietata” (Humboldt Books), un viaggio fotografico nella città raggiungibile degli anni 70, una incursione nella Roma in movimento di ieri, oggi reportage irripetibile. La ricerca è partita da “Le piazze di Roma” di Cesare Jannoni Sebastianini (Schwarz & Meyer, 1972), testo minore rispetto ai colossi del genere, ma di agile divulgazione e felice distribuzione, sulla storia delle piazze del centro storico di Roma.
Le foto illustrative di Enrico Blasi usate nel libro non raccontavano l’accesso alla composta solennità del museo a cielo aperto, fuori dal tempo, ma alla città viva, raggiunta da ogni latitudine. Tradotto: le piazze usate come parcheggi. Ecco illustrato uno dei momenti di massima confidenza dei romani della città moderna con la città storica, da Roma antica a quella medievale, dalla polis rinascimentale a quella barocca, dalla Roma settecentesca a quella umbertina, fino a salire per tutto il Novecento. La libertà di movimento dentro la Città Eterna, prima dell’arrivo delle ZTL, degli anelli ferroviari, delle isole pedonali, dell’utopia della smart city.
“Roma Vietata” non è un libro sulla grande bellezza delle piazze di Roma strapazzata dalla mobilità. È un libro su quando Roma era ancora tutta raggiungibile in macchina, quando si poteva parcheggiare ovunque, e le piazze non erano solo scenografie, ma spazi d’uso quotidiano, parcheggi, luoghi attraversati, occupati, vissuti. Quando raggiungere il cuore della città era un diritto, un bisogno, una faccenda naturale, familiare, non una colpa.
Da piazza del Campidoglio a piazza San Pietro, Roma era aperta e disponibile, non ancora impaurita dal proprio splendore, non ancora chiusa nelle maglie delle tutele e dei Beni Culturali. Questa accessibilità al massimo grado era mancanza di pudore, incoscienza, o fiducia eccessiva nella città che ha resistito a tutto? Una cosa è certa: da qualsiasi latitudine della mappa cittadina era possibile arrivare a ridosso della pietra dell’Urbe, e questa disponibilità era vissuta come un’estensione dello spazio della vita quotidiana a Roma.
Una confidenza che durerà ancora per decenni, e con cui è cresciuta, di cui si è nutrita qualsiasi espressione prodotta dalla città. Quale confidenza sorgerà da un centro radicalmente disanimato e svuotato? Questo libro non è un’operazione nostalgica: sognare una restaurazione sarebbe anacronistico. Non è nemmeno una denuncia per l’horribile visu delle lamiere. Oggi Roma è altrettanto ingolfata e nascosta dai pedoni del turismo, sempre più convinti di muoversi in un fondale sterilizzato, sradicato dalla comunità degli abitanti. Le città non sono giganteschi taxi, con Roma là fuori come fondale da cartolina, da cui scendere e salire con un clic. Lo crede il cittadino globale, ultimo arrivato, che tale vuole restare perché gli fa comodo. La città va raggiunta, ma non in maniera asettica; bisogna sbatterci addosso.

Piuttosto, è un libro su un cortocircuito ancora attivo. Pur tra tutte quelle lamiere, ti veniva incontro una città più vissuta che consumata, impossibile da esaurire in 15 minuti, o da ridurre negli scenari perfetti ma irreali dei percorsi prestabiliti. Arrivare, sostare, ma anche andarsene era un diritto concreto. Oggi sei solo un visitatore in transito, obbligato a muoverti dove la città decide. Anche la casualità del parcheggio conteneva una caccia al tesoro: ogni piazza, vicolo o via secondaria, diventava un’occasione per scoprire la città, non per questo minore.
Le piazze piene di macchine di Blasi vengono anche da un cambiamento di percezione immortalato 15 anni prima dal fotografo americano William Klein. Klein ha spezzato la stasi dettata dalla classicità e dal rigore della pietra. Ha detto a tutti – ma proprio tutti – che si poteva arrivare in velocità anche davanti a quel fondale secolare percepito come familiare ma immobile.
Che dall’arcipelago della nuova Roma, e quella che sarebbe arrivata nei decenni successivi, ci si poteva cercare, ricongiungersi, unirsi, farsi città, questa città, partendo dalle sue fondamenta.
Scrive Galofaro: “È per questo che quelle immagini ci sembrano oggi assurde: automobili sotto le basiliche, sulle piazze, a ridosso delle fontane. Pensiamo sia uno scempio, un’invasione. Ma allora — in quel momento — non lo era. Era semplicemente un’altra condizione della città. Un’altra epoca che si aggiungeva a tutte le altre. Roma, che ne aveva viste di peggio e di meglio, accettava anche quello”.
Cosa resta di questa Roma mobile e confidenziale, immortalata nelle foto di Enrico Blasi? Come è possibile preservare un’attitudine simile, legata allo sviluppo stesso della città metropolitana? È un discorso che vale per tutte le città, non quelle invisibili di Italo Calvino, stilizzate e impalpabili, un raffinato gioco semiotico di carta, una promessa di città non mantenuta.
La reale fisica distanza dell’arcipelago della Roma moderna, la porosità del territorio e persino il distacco – Roma è fatta di vuoti, di soglie, di improvvise discontinuità del tessuto urbano – non hanno impedito il bisogno fisico di cercare di arrivare sotto le pietre del cuore dell’urbe, perché arrivarci ha fatto parte dell’elastico di cui si è nutrita la mobilità romana. Per paradosso, l’incursione di “Roma Vietata” guarda al futuro di Roma attraverso quello che le è stato vietato.

(di Marcello Veneziani) – Negli ottant’anni di repubblica, la destra è andata tre volte al governo, anche se nell’immaginario collettivo del Paese è stata quasi sempre un corpo estraneo e una forza di opposizione.
Ci andò la prima volta come Ulisse e i suoi uomini uscirono dalla grotta di Polifemo: nascosti sotto il ventre degli armenti democristiani. C’era un’Italia destrorsa nella pancia della Dc, un’Italia moderata e conservatrice, cattolica e anticomunista, ma era sotto falso nome e conviveva con l’anima centrista e democratica, progressista e incline al dialogo con la sinistra. La Dc restò un partito-fisarmonica che si allargava a destra, centro e sinistra, più un’ispirazione cristiana che faceva sia da collante che da diluente. Solo una volta quella tendenza uscì dalla latenza allo scoperto e fu quando si tentò di far nascere il centro-destra agli albori degli anni sessanta, includendo tutte le destre in campo, liberali, monarchici, missini (appoggio esterno). Ma il tentativo fu stroncato dalla violenza della piazza, a Genova, e dalla paura dell’establishment di forzare i tempi e generare una pericolosa radicalizzazione. La forza vincente della Dc era anestetica, sedativa, addormentava le tensioni, rassicurava il paese, come già era stato per le contrapposizioni tra fascismo e antifascismo o tra monarchia e repubblica; non amava un bipolarismo netto. E la sinistra non capì o non aveva sufficiente autonomia nazionale e internazionale per farlo, che un governo aperto alla destra avrebbe creato le condizioni per una democrazia dell’alternanza: oggi voi, domani noi. Alla fine la Dc restò in permanenza al potere, e che le opposizioni restarono sempre tali, al più guadagnando alcuni spazi, o allargando il governo alla sinistra non comunista. La destra nella Dc restò una cripto corrente, anche se a volte alzò la testa, come ai tempi della Maggioranza Silenziosa, del divorzio o in qualche elezione del Quirinale o con le campagne di Indro Montanelli che esortava quelli di destra a turarsi il naso e a votare la Dc.
La seconda esperienza della destra al governo fu aperta ma laterale. Si erano create le condizioni per un bipolarismo dell’alternanza. E la destra missina, dapprima sdoganata, con Cossiga e con Craxi, andò al governo con Berlusconi e con una coalizione tra reduci del vecchio centro-sinistra, missini e leghisti. Quella destra, concentrata in Alleanza Nazionale, non ebbe mai la guida dei governi e mai si pose effettivi propositi di portare le idee, la cultura, la visione del mondo di destra alla guida dell’Italia. Fu alleata e ospite, alla fine riluttante, del Re leader, fece alcune battaglie identitarie e nazionali, s’insediò al potere come seconda forza, sposò il pragmatismo e visse a rimorchio del berlusconismo. A sua volta Forza Italia non fu mai una forza di destra ma cercò di essere un po’ come la vecchia Dc, contenitore di più tendenze. Nella sua esperienza di potere fu una monarchia nata dai media, che trasformò l’audience in consenso popolare, incentrata sul Re leader e rivestita di un lessico liberale, anticomunista, filoamericano. Non monarchia illuminata né oscurantista, semmai monarchia luccicante, come le paillettes e i fari degli studi televisivi. Quella destra durò poco meno di un ventennio, seguendo la parabola del berlusconismo.
Venne poi dalla gavetta neomissina e da una costola del Popolo delle libertà, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che in dieci anni passò da piccolo frammento destrorso a partito di maggioranza relativa e di governo. Andando al governo e restandoci a lungo. A conti fatti, la durata resta la sua qualità maggiore. Anche in questo caso la destra vera e propria, i temi cruciali della sovranità e dell’identità nazionale, della famiglia e della tradizione, delle idee e dei principi che solitamente caratterizzano la destra, furono al più ingredienti di comizi e posture elettorali. Ma i contenuti si dispersero nell’aria un po’ come le scie verdi, bianche e rosse dopo un’esibizione delle frecce tricolori. Si può avere un giudizio anche positivo sul governo Meloni ma oggettivamente non c’è nulla di significativo che esprima la presenza di un disegno culturale che abbia qualche attinenza con la “destra”. E i recenti fatti hanno mostrato l’irreparabile conflitto con ogni espressione variamente definita, a torto o ragione, di cultura di destra.
Stiamo ragionando di destra, dando per scontato il suo significato. In realtà sono molteplici e contrastanti le versioni della destra. E sul piano storico c’è un paradosso ancora più grande che accompagna la definizione di destra. L’espressione destra è stata sempre rigettata da coloro che provenivano da una tradizione sociale e nazionale, come i missini, che sconfinava nel fascismo. Ma anche i cattolici ritenuti di destra rigettavano l’etichetta, pur essendo conservatori, legati alla tradizione, o in alcuni casi reazionari. E non basta: i liberali e gli anticomunisti hanno quasi sempre rigettato la collocazione a destra. Pure i monarchici non l’hanno mai issata come bandiera e come identità, anche perché la monarchia voleva essere popolare e trasversale, super partes, non collocata a destra. A dividere la destra c’erano e ci sono ancora linee di fondo che riguardano il rapporto tra stato e mercato, tra Europa e Nazione, e fra entrambi e gli Stati Uniti, oltre che differenti sensibilità sul piano religioso, culturale, geopolitico e civile.
La parola destra assunse rilevanza nella repubblica italiana solo agli inizi degli anni settanta, quando si cominciò da un verso a parlare e scrivere di “cultura di destra”, nacquero riviste che si definivano di destra, e il vecchio Movimento Sociale Italiano confluì coi monarchici più ex liberali ed ex democristiani dando vita alla Destra Nazionale.
Sotto l’etichetta di cultura di destra oggi si indicano, come nel passato, del resto, personalità assai diverse, irriducibili a quel comune denominatore, individualità spiccate, refrattarie a ogni intruppamento.
I cosìddetti intellettuali di destra hanno sempre avuto rapporti ostili con il potere culturale e non solo; e rapporti conflittuali con le forze politiche di destra. A dio spiacenti e a li inimici sui. Già trent’anni fa lo riassunsi in una formula: all’intellettuale di destra la sinistra non gli perdona di essere di destra e i governi di destra non gli perdonano di essere intellettuale. Un disagio salomonico, bilaterale, che ancora più spinge alla solitudine se non all’isolamento.
Paradossalmente la definizione politica di destra è stata usata per decenni con più disinvoltura dalla sinistra, e usata con un significato negativo, accusatorio, denigratorio, e spesso era considerato il primo step di una progressione inesorabile: destra, estrema destra, fascismo, nazi-razzismo.
In definitiva, la destra al governo ci è andata tre volte ma senza mai avviare, non dico realizzare, una coerente riforma civile e morale, prima che politica e culturale. La destra, alla fine dei conti, è rimasta una forma platonica, che forse non è mai scesa dai cieli.

(lafionda.org) – Vi proponiamo un estratto del discorso di Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Fondazione Biennale, alla conferenza stampa di Biennale Arte 2026.
Oggi arriviamo a questa apertura dopo aver attraversato settimane complicate; vorrei dire giornate complicate, anzi ore complicate, momenti complicati. Ci sono state discussioni accese, richieste di esclusione, prese di posizione che spesso hanno preceduto l’ascolto.
Se c’è qualcosa che mi meraviglia è che tutto questo mondo che deriva dalla Rivoluzione francese, dall’ecumenismo, dal laicismo, dal voler trovare la formula perfetta della democrazia, si sia capovolto nel suo esatto contrario: in un laboratorio di intolleranza, di richieste di censura, di chiusura e di esclusione.
Si è parlato di chi deve esserci e di chi no. Di chi rappresenta cosa e di quale colpa porti con sé. E ci sono tragedie reali, ci sono guerre in corso, ci sono civili che in questo tempo muoiono molto più di quanto non accadesse quando pensavamo di avere chiuso nelle pagine dei libri di storia i massacri, le tragedie e l’abominio. E non lo vogliamo ammettere.
Però noi non ignoriamo quello che accade fuori di qui. Noi non siamo ciechi. In quella luna ci sono anche realtà — e sto parlando di democrazie, non di satrapie — che istituiscono d’improvviso la pena di morte. Ci sono continue discriminazioni, continue violenze, guerre che devastano vite e territori.
E qui sta il nodo: chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso altri. Se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere, ma le appartenenze; non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata: il luogo dove il mondo si incontra. E si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato.
E poi c’è questa città, Venezia, che da secoli non ha mai avuto paura dell’incontro. Venezia non ha mai chiesto al mondo di essere puro per entrare. Venezia accoglie le differenze, le contraddizioni, persino i conflitti, e li trasforma sempre in dialogo e convivenza.
Questo ha fatto la Fondazione Biennale da 130 anni: ha raccolto le tensioni, i conflitti, le visioni, e li ha esposti senza mai banalizzarli, senza mai ridurli a slogan. Oggi lo dico ai colleghi, agli artisti, ai curatori, a chi ha responsabilità, ai cittadini che incontro ogni giorno: non intendiamo barattare, per il quieto vivere politicante, 130 anni di storia che hanno sempre raccontato così il mondo.
Noi qui non alimentiamo polemiche. Noi non diamo risposte. Ma apriamo discussioni. Anche questo è contenuto della mostra. Anche questo tema fa parte della mostra.
Questa edizione della Biennale, curata da Koyo Kouoh, è profondamente consapevole della fragilità del presente. È una Biennale che non pretende di risolvere, di semplificare, di rassicurare, ma vuole mostrare, stratificare punti di vista, aprire alle domande.
Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva. Infatti mi preoccupa, e ci preoccupa, una particolare deriva: quella della sentenza anticipata, della censura che arriva ancora prima che qualcosa venga mostrato; delle dichiarazioni che piovono da ogni dove, costruendo un verdetto ancora prima del confronto.
Questo, lo sappiamo bene, è un clima che non aiuta la comprensione, ma la irrigidisce. La Biennale, sia chiaro — e fa bene spiegarlo continuamente — non è un tribunale. Qui non si assiste a un processo già celebrato, con sentenze già decise. Questo è un giardino di pace. È un luogo dove si espone, dove si discute, dove si ascolta.
Ed è un giardino — lo riprendo dalle immagini dei poeti a me cari, i poeti dell’anno Mille, Ibn Abdīs su tutti — non è mai un recinto. Questo ci serve per ribadire un principio semplice: noi non possiamo chiudere. Non possiamo considerare la chiusura come risposta automatica. Possiamo e dobbiamo discutere, possiamo dissentire, e lo facciamo anche con forza, ma dentro uno spazio condiviso, mai fuori da esso.
Alle istituzioni chiediamo dialogo, non documenti che circolano sottobanco. E quindi torniamo all’immagine iniziale: non fermiamoci al dito. Meno che meno a un dito puntato contro qualcuno. Proviamo insieme a guardare la luna, anche quando è offuscata, anche quando è difficile da sostenere. Perché è la luna la misura del senso di ciò che facciamo qui.
La Biennale di Venezia, fondata nel 1895 per iniziativa di un sindaco, di un gruppo di intellettuali, artisti, uomini d’industria, riformisti e progressisti, opera sin dalla sua nascita in modo asimmetrico. È una città oggi rappresentata da un’istituzione autonoma, che dialoga con i Paesi che decidono di partecipare a loro volta in modo autonomo.
Oggi, a 131 anni di distanza, alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte partecipano, per loro autonoma decisione, 100 Paesi ufficialmente riconosciuti dalla Repubblica Italiana; Paesi che a loro volta riconoscono la Repubblica Italiana come Stato sovrano. La presenza di questi Paesi si può realizzare nel rispetto del diritto internazionale e nazionale: lo ius. E quindi non ci sono margini per valutazioni di altra natura. Non ci sono margini per valutazioni di natura etica, politica, morale, religiosa, razziale.
Perché, sia chiaro una volta per tutte, è nel diverso da noi che troviamo noi stessi. È un crisma che ci arriva dalla lex romana, che è lo stesso di Cristo e delle civiltà universali. Vorrei dire: la mia Sicilia degli emiri. L’universalità.
Questi 100 Paesi partecipanti hanno deciso autonomamente di essere presenti qui e ora alla Mostra. Trentuno di questi Paesi hanno una casa; diciassette l’hanno eretta loro stessi, per loro iniziativa, e sono ai Giardini in via permanente.
Siamo tutti a Venezia, città che ha fondato sul dialogo, sul commercio, sull’incontro tra culture e religioni diverse la sua storia e la sua bellezza. Storia e bellezza di cui siamo tutti testimoni.
È su questi principi di incontro tra soggetti diversi che noi autonomamente celebriamo le arti. Ed è su questi principi che l’istituzione che guido trova fondamento. La Biennale di Venezia usa con tutti i Paesi lo stesso metro di relazione: il diritto, lo ius, il rispetto, la pace — potrei dire salam — e il dialogo.
È questa la migliore garanzia per tutte le nazioni che qui partecipano. Ed è questo che ci insegna Venezia: l’uguaglianza nella diversità e nel confronto. È questo autonomo operare di soggetti diversi che risolve la grave crisi, capovolgendo la prospettiva che stiamo vivendo: un bisogno assoluto di pace.
Occorre risolvere anche questa nostra volontà del non voler guardare, del non voler dire, del non poter pronunciare; questo rodio continuo, questo bisogno di censura e di esclusione, che può soddisfare solo l’ego e il narcisismo di chi, al chiuso e nella comodità della propria casa, pensa di risolvere tutto con un picco — ovvero una firma — e poi via.
No. Tutto ci offende e ci ferisce nel profondo, ma proprio per questo dobbiamo creare uno spazio e una possibilità alternativa.
Ai Giardini della Biennale oggi sono presenti l’Ucraina e la Russia. Come alla Mostra del Cinema, dove d’improvviso ho potuto scorgere vicine, accostate — e non certo solo per l’ordine alfabetico — la bandiera dell’Iran e quella di Israele.
Perché a Venezia noi non imbracciamo le armi. Ed è quello che dobbiamo a Koyo.