Selezione Quotidiana di Articoli Vari

1.413 giorni: Meloni tra scandali e fallimenti


1.413 giorni: Meloni tra scandali e fallimenti

(ilfattoquotidiano.it) – Da mesi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prepara la sua festa di oggi a Bari. Ha precettato parlamentari, consiglieri e militanti per celebrare il primato di longevità del suo governo: 1.413 giorni, più di quelli del Berlusconi-2 e di tutti gli altri esecutivi della Repubblica.

Ma cosa ha portato agli italiani tutta questa longevità? Una solida maggioranza parlamentare e quasi quattro anni di legislatura avrebbero potuto consegnarci riforme istituzionali, programmi a lungo termine sul lavoro e la natalità, investimenti strutturali nella Sanità e tanto altro. Durare a lungo è un merito e una grande occasione solo se si occupa bene il tempo. Mentre Meloni festeggia, proviamo a riassumere i risultati ottenuti in questi anni da record e gli effetti prodotti dalle sue politiche sull’economia e sulla società. Senza dimenticare le gaffe e gli scandali.

22 ott 2022
Il giuramento
Un mese dopo la vittoria alle Politiche, il governo giura al Quirinale: Meloni è la prima premier donna

24 gen 2023
Armi
La Camera dà il via libera definitivo al primo decreto di aiuti militari a Kiev del governo. Saranno confermati ogni anno

07 ott 2023
Altra guerra
L’attacco di Hamas a Israele riapre la crisi in Medio Oriente. Il governo ripete il mantra dei “due popoli due Stati”. Condannerà gli eccessi di Netanyahu, ma senza mai scaricarlo

21 nov 2023
Capotreno
Il Fatto scopre che il ministro Lollobrigida ha fatto fare una fermata ad hoc a un Frecciarossa per poter scendere dal treno in ritardo. Lui glissa: “Non mi dimetto, ho chiesto come un qualunque cittadino”

01 gen 2024
Pistolero
L’onorevole FdI Emanuele Pozzolo, fedelissimo di Delmastro, spara per errore un colpo di pistola a Capodanno, ferendo un uomo

01 feb 2024
Cultura a pagamento
Vittorio Sgarbi si dimette da sottosegretario alla Cultura: si era fatto pagare per alcune attività private in ambito culturale, in conflitto di interessi con il ruolo da sottosegretario. Per l’Antitrust è vietato

6 set 2024
Soap estiva
Si dimette il ministro della Cultura Sangiuliano: aveva coinvolto in attività del ministero Maria Rosaria Boccia, con cui aveva una relazione, avviando anche l’iter per una consulenza poi saltata

21 gen 2025
Il torturatore a casa
L’Italia rimpatria in Libia con volo di Stato il generale Almasri, accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. Arrestato in Italia, viene rilasciato perché il ministero non completa l’iter. Nordio lo rivendica: “Il ministro non è un passacarte”

25 feb 2025
Salva-Santa
La Camera boccia la mozione di sfiducia contro la ministra Santanchè, imputata per falso in bilancio e truffa ai danni dello Stato

6 ago 2025
Eterno incompiuto
Il Cipess approva il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto, riesumato per volere di Salvini. Il costo stimato è di oltre 13 miliardi

18 mar 2026
Bisteccheria
Il Fatto rivela che Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, fino a pochi mesi prima era socio di fatto di Mauro Caroccia, condannato per essere il prestanome del clan Senese

23 mar 2026
Purghe elettorali
La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere è bocciata: 53% no, 47% sì. Meloni avvia un repulisti: si dimettono sia Delmastro sia la “zarina” Giusi Bartolozzi, che aveva gestito il caso Almasri e parlato dei giudici come di “un plotone di esecuzione”. Poi se ne va pure Santanchè

11 apr 2026
Grazia segreta
Il Fatto rivela che, senza darne notizia, il Quirinale ha graziato Nicola Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione. Ministero della Giustizia e Procura generale di Milano hanno dato parere favorevole al provvedimento

14 apr 2026
Bye bye donald
Dopo oltre un anno di “special relationship”, Trump scarica Meloni: “Non sta facendo nulla per ottenere il petrolio (da Hormuz, ndr). Sono scioccato, pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo”. È l’inizio della crisi tra i due

14 lug 2026
Botola
Col voto segreto, la maggioranza va sotto alla Camera su un emendamento sulle preferenze voluto da Meloni

5 ago 2026
Schiaffo ai pm
La Camera nega ai pm le chat di Delmastro con Caroccia: affonda l’inchiesta sui clan


In Europa dilaga l’ossessione sulle “influenze russe” alle elezioni


(Enrica Perucchietti – lindipendente.online) – «La guerra ibrida c’è ed è in corso». Mentre infuria lo scontro sul ritrovamento di un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia-Halle in Germania, il ministro degli Esteri Antonio Tajani rilancia l’allarme: Mosca potrebbe tentare di condizionare le prossime elezioni italiane, in un’Europa dove la minaccia di Mosca viene ritenuta sempre più aggressiva e «sconsiderata» – per usare le parole del segretario generale della NATO, Mark Rutte. Quasi in contemporanea, il Financial Times titola “Russia’s ‘Trojan horse’ in Italy tests Giorgia Meloni”, riprendendo la definizione riservata dall’European Council on Foreign Relations a Roberto Vannacci: «Un cavallo di Troia dell’influenza russa in Italia». Pochi giorni prima, dopo il “no” islandese alla riapertura dei negoziati con Bruxelles, sui media italiani era già comparsa l’ombra delle onnipresenti ingerenze straniere, utile a decifrare l’“inspiegabile” rifiuto di un’offerta che non si poteva rifiutare: aderire all’euro e magari ritrovarsi, appena sei mesi dopo, sotto procedura per disavanzo eccessivo, come la Bulgaria.

Tre vicende diverse, un unico riflesso condizionato: se gli elettori deviano dalla linea atlantista ed europeista, qualcuno deve averne manipolato la volontà. E quel qualcuno, naturalmente, non può che essere “Putin”. Che la Russia conduca operazioni di propaganda, disinformazione e influenza all’estero è plausibile, soprattutto durante una guerra combattuta anche attraverso servizi segreti, sabotaggi e campagne mediatiche. Il problema nasce quando l’ipotesi smette di essere verificata e diventa la chiave universale con cui spiegare qualsiasi risultato sgradito, alimentando un clima di minaccia permanente utile a giustificare leggi liberticide e riarmo. Tajani non ha indicato operazioni concrete contro le elezioni italiane: si è limitato a evocare possibili tentativi futuri, subito trasformati in notizia (“Ombre russe“) da prima pagina che rimbalza dalle colonne dei quotidiani ai TG. Nel caso Vannacci, invece, l’“influenza russa” sembra coincidere con le sue posizioni su Mosca e Kiev: opinioni politicamente discutibili in democrazia, ma che non provano alcuna regia del Cremlino. Eppure, il passaggio dalla vicinanza politica al sospetto di subordinazione è immediato, fino alla più efficace delle etichette: il «cavallo di Troia».

Lo stesso schema si è ripetuto in Islanda, dove il 52,8% degli elettori, con un’affluenza superiore all’82%, ha respinto la ripresa dei negoziati con l’UE per ragioni tutt’altro che oscure: sovranità, pesca, controllo delle risorse e storica diffidenza verso Bruxelles. Eppure, parte della stampa ha evocato subito disinformazione e influenze occulte. Persino Repubblica, pur ammettendo l’assenza di prove sui presunti bot russi, ha richiamato «tecniche da infowar» attribuite alle fabbriche dei troll di Mosca. Il sospetto, però, era già nel titolo: tanto bastava per essere condiviso anche dall’Ansa.

Mentre l’ingerenza russa viene evocata anche prima che si manifesti, quella statunitense avviene spesso alla luce del sole e viene derubricata a libertà di espressione o sostegno alla società civile (che si tratti del defunto USAID o dell’attuale amministrazione Trump poco cambia). Durante la campagna elettorale tedesca del 2025, Elon Musk proclamò che soltanto AfD avrebbe potuto «salvare la Germania», pubblicò un intervento a favore del partito e offrì ad Alice Weidel una lunga vetrina sulla propria piattaforma. Il vicepresidente americano JD Vance incontrò la leader di AfD a pochi giorni dal voto, dopo avere usato la Conferenza di Monaco per attaccare frontalmente i governi europei. Oggi, l’intervento non si limita alle dichiarazioni. L’amministrazione Trump prepara un programma da 25 milioni di dollari destinato a organizzazioni conservatrici europee, quattro dei quali per sostenere media e giornalisti orientati sui temi della sovranità nazionale, della libertà di parola e dei valori religiosi. Formalmente, i fondi non andranno ai partiti; materialmente contribuiranno a costruire l’ambiente culturale e mediatico nel quale quei partiti competono. Trump indica i leader europei che considera amici o nemici, Musk dispone della piattaforma con cui amplificarli e la rete politico-finanziaria cresciuta attorno a Peter Thiel lavora da anni per spostare a destra gli equilibri occidentali; il suo socio e ceo di Palantir, Alex Karp sostiene apertamente Israele e fonda una società tecnologico-militare con l’ex ministro ucraino Mykhailo Federov, ora nominato consulente della Difesa italiana.

Se finanziare media, sostenere candidati, amplificarne la voce e delegittimarne gli avversari è ingerenza, allora lo è anche quando proviene da Washington o dalla Silicon Valley. Altrimenti, non si può trasformare ogni apertura al dialogo con Mosca nella prova di un complotto. La retorica della «guerra ibrida» serve soprattutto a riclassificare il dissenso come minaccia: chi contesta le sanzioni è filorusso, chi critica la NATO fa propaganda per il Cremlino, chi rifiuta una maggiore integrazione europea è stato manipolato. L’elettore resta sovrano soltanto finché vota «correttamente», altrimenti, come capitato rispettivamente in Romania e in Grecia, si annullano le elezioni o i referendum. È questa la paranoia che dilaga in Europa: non il legittimo timore delle interferenze straniere, ma l’incapacità delle élite di ammettere che una parte crescente della popolazione possa respingerne spontaneamente le politiche. Mosca diventa così il grande alibi per sottrarsi a ogni autocritica, mentre l’influenza americana entra dalla porta principale, finanzia, incontra candidati e dichiara apertamente le proprie preferenze.


Meloni, è qui la festa?


Meloni festeggia il record di durata del suo governo. Ignorando il divario tra la sua narrazione trionfalistica e la realtà del Paese

Meloni, è qui la festa?

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Hai voglia a festeggiare il governo più longevo della storia repubblicana. Anche perché, spente le luminarie di Bari dove oggi Giorgia Meloni celebrerà i suoi 1.413 giorni a Palazzo Chigi, superando il secondo esecutivo Berlusconi, cosa rimarrà di questo record si riassume in due parole: ben poco.

Meloni, è qui la festa?

Arrivata al potere al minaccioso grido di “la pacchia è finita” rivolto a Bruxelles, ha finito per ingoiare senza fare un plissé, tutti i diktat di quella stessa Europa che prometteva di voler combattere e riformare: dal nuovo Patto di Stabilità capestro che costerà al nostro Paese 13 miliardi all’anno per sette anni al folle Piano di riarmo europeo di Ursula von der Leyen al quale il governo Meloni ha deciso di aderire indebitando ulteriormente il Paese. L’elenco dei flop è lungo. Dalle riforme (della Giustizia, bocciata dagli italiani al referendum, dell’Autonomia, svuotata dalla Consulta, e del premierato, finito sul binario morto in Parlamento) all’economia (crollo della produzione industriale e del potere d’acquisto dei salari, tanto per cominciare).

Per non parlare della lotta all’immigrazione clandestina: tradita la promessa del blocco navale è arrivata la fallimentare campagna propagandistica dei Centri rimpatri in Albania. Poi ci sono i dati sull’occupazione, sulla carta positivi, se non fosse che a crescere è soprattutto il lavoro povero. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Arrivata a Palazzo Chigi promettendo una rivoluzione conservatrice, Meloni festeggerà oggi a Bari fingendo, come al solito, di non vedere il divario tra la narrazione trionfalistica della sua maggioranza e la dura verità dei dati economico-sociali che consegnano al suo governo, insieme al record di durata, anche quello dei fallimenti.


Meloni, il giorno della parata fra panzerotti e luminarie. Nessun invito a Leccese e Decaro


La festa con la premier al tramonto tra musica e spaghetti all’assassina. Fitto ha sciolto la riserva: parlerà. I timori di una contestazione bis ma il corteo di protesta è stato dirottato lontano dallo scalo

La premier Giorgia Meloni

(di Lucia Portolano e Chiara Spagnolo – repubblica.it) – È il giorno in cui la premier Giorgia Meloni viene “a ballare in Puglia”, come cantava una canzone qualche anno fa. E una coincidenza la porta a Bari nelle stesse ore in cui Caparezza la intonerà alla Fiera del Levante. La premier festeggerà il governo “più longevo della storia” con l’evento organizzato da Fratelli d’Italia in porto ma senza aver mai messo piede all’Ilva o sui campi di pomodori della Capitanata. Ed è per questo che si teme il bis delle contestazioni di Taranto e si terrà il corteo di protesta — organizzato da varie sigle unite sotto l’egida di Pugliantagonista — ben lontano dall’area portuale.

Davanti al terminal 10 ci sarà spazio solo per l’osanna all’esecutivo e ai suoi risultati, con una parata di ministri sul palco (attesi Carlo NordioMatteo PiantedosiFrancesco LollobrigidaMarina CalderoneAndrea Abodi) e le assenze — di peso, proprio nei giorni in cui si discute di legge elettorale — dei vicepremier Matteo Salvini Antonio Tajani, che si collegheranno o manderanno videomessaggi. Non sono stati invitati il sindaco di Bari Vito Leccesené il governatore Antonio Decaro. Previsto l’intervento di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, che dismetterà il ruolo super partes per ricordare che la Puglia è anche “sua”.

La preparazione della festa, del resto, è stata una gara di abnegazione per i vertici di Fratelli d’Italia pugliesi: in prima linea il coordinatore Marcello Gemmato e il senatore Filippo Melchiorre. I referenti provinciali hanno fatto a gara a chi porterà più gente per marcare i territori in vista delle politiche dell’anno prossimo. Una sessantina dovrebbero essere i pullman organizzati, che entreranno in porto e giungeranno sotto il palco. Per chi vorrà arrivare a piedi, sarà possibile solo tramite il varco Caracciolo, anche se parcheggiare le auto nelle vicinanze non sarà facile e per questo il consiglio è di utilizzare le aree sosta vicino lo stadio San Nicola e a Pane a pomodoro (la prima gratuita, la seconda a un euro) e da lì prendere le navette messe a disposizione da FdI.

A proposito di navette, il suggerimento per chi oggi deve spostarsi in città con i mezzi pubblici, è verificare i percorsi sul sito dell’Amtab, perché le linee saranno soggette a deviazioni. Il numero dei taxi è stato aumentato fino a 180 ma non è detto che sarà facile trovarne uno disponibile. La concomitanza tra la festa di FdI, i concerti del weekend, la chiusura dei Giochi del Mediterraneo, ha portato in città migliaia di persone e riempito alberghi e mezzi di trasporto. Un biglietto andata e ritorno da Roma, comprato pochi giorni fa, è arrivato a costare 800 euro.

Ma per il centrodestra oggi vince l’orgoglio della festa in salsa barese. Condita da panzerotti e spaghetti all’assassina, con le luminarie a fare da scenografia alla premier che, alle 19.20, parlerà con il viso illuminato dal tramonto. Il concept è quello dell’evento in cui si parla di politica e ci si diverte pure, con un dj a mettere musica, i ragazzi di Gioventù nazionale a fare da steward. Da giorni vanno in giro con la maglia “Governo più stabile, Italia più forte”, per le strade e nei mercati a partire da Santa Scolastica, dove mercoledì il responsabile organizzativo del partito, Giovanni Donzelli, ha fatto volantinaggio tra banchi di pesce e caciocavalli. Del resto, lo sforzo della destra è proprio arrivare alle persone e convincerle della bontà di quanto è stato realizzato dall’esecutivo. «Scenderemo in piazza per ribadire a Meloni la netta distanza tra le priorità del suo governo e i bisogni reali della popolazione» ha annunciato Pugliantagonista. Insieme all’intenzione di avvicinarsi al porto il più possibile.


Michele Ainis: “Il fascismo gentile che svuota la Carta con i decreti sicurezza”


Il costituzionalista: “Parlamenti esautorati, magistrati intimiditi: la democrazia scricchiola”

“Il fascismo gentile che svuota la Carta con i decreti sicurezza”

(estr. di Silvia Truzzi – ilfattoquotidiano.it) – [… ]Il Fascismo bianco, titolo dell’ultimo lavoro di Michele Ainis, è uno spettro che si aggira per il mondo e non solo nelle autocrazie (Cina e Russia) o nelle grandi democrazie (Usa e India). Anche qui, nella vecchia Europa che ha inventato i diritti e il welfare – dalla Francia all’Inghilterra, passando per l’Italia dei Fratelli, eredi dei postfascisti – non ce la passiamo affatto bene.

Professore, “eterno” e “bianco”: perché il fascismo non muore mai?

Il desiderio di sicurezza è connaturato alle nostre vite, esposte a una quantità di rischi: con la sensazione di pericolo aumenta il desiderio di protezione che induce a rivolgersi all’uomo o alla donna forte. Sul nostro tempo si addensano le nubi di grandi paure collettive: dal clima alle guerre, dai flussi migratori alle epidemie. Durante il Covid abbiamo sperimentato come la sopravvivenza possa dipendere dalla rinuncia alle libertà più elementari. La dinamica è questa: paure, desiderio di sicurezza e, quindi, rinuncia ai diritti, un altare su cui eleviamo il salvatore.

Dedica una lunga riflessione all’abuso dei decreti-legge e al monocameralismo alternato: che parentela c’è?

La natura ha orrore del vuoto e così le istituzioni: il Parlamento è in crisi da tempo, il suo spazio lo occupa il governo. C’è una simmetria tra l’Italia di Meloni e gli Stati Uniti di Trump. Il dominio del presidente americano sugli altri poteri avviene attraverso gli executive order , atti amministrativi che diventano normativi. Nei primi sei mesi Trump ne firmati più di quanti ne abbia sottoscritti Biden nell’intero mandato. Anche Giorgia Meloni ha firmato 15 decreti-legge in tre mesi stracciando tutti i record precedenti. Da un lato si trasmette l’impressione di un governo decisionista, dall’altro si espropriano i poteri del Parlamento. Il bicameralismo, qui come negli Usa, viene percepito come una fastidiosa lungaggine, così ci siamo ficcati in un monocameralismo alternato: se devi approvare una legge di Bilancio, tutto il lavoro lo fa la prima Camera, la seconda ha solo il tempo di dire sì. Ma il Parlamento è l’unico luogo delle istituzioni in cui risuona la voce delle opposizioni. E il potere si verticalizza vertiginosamente.

[…] Lei dice che l’ossessione securitaria è figlia di un abbaglio costituzionale.

La sicurezza non è un diritto, è un limite all’esercizio dei diritti. Il diritto alla manifestazione del pensiero può essere compresso e allora il corteo viene vietato per ragioni, appunto, di sicurezza. Ma se per respingere i migranti o i disobbedienti proclamiamo uno stato d’assedio permanente, ne va di mezzo la nostra stessa libertà. Quest’ossessione si traduce in una superfetazione della norma penale: abbiamo 35mila fattispecie di reato, nemmeno i giudici le conoscono tutte. Risultato: da inizio legislatura si registra un sovraffollamento del 133 per cento delle carceri, 16mila detenuti in più dei posti letto. Un’offesa alla civiltà giuridica.

La divisione dei poteri è stata stravolta?

Parlamento e magistratura sono due poteri altri rispetto all’esecutivo: il primo è stato svuotato, il secondo intimidito. Basta vedere la riforma della Corte dei conti, la tentata riforma della giustizia abortita al referendum… Il caso più emblematico mi pare sia quello di Iolanda Apostolico, la giudice che dopo essere stata crocifissa per non aver applicato il decreto Cutro, si è dimessa dalla magistratura prima di avere maturato il diritto alla pensione. Se per fare il magistrato bisogna essere eroi civili, la democrazia scricchiola.

[…] Contro lo stile di vita: “Lo Stato autoritario ci vuole sobri, obbedienti e ben vestiti”.

Salvini voleva punire chi si era fatto uno spinello cinque giorni prima di mettersi alla guida! Lo ha detto bene Foucault: lo Stato autoritario vuole imprigionare i nostri corpi per controllare le nostre menti.

Che fare contro il fascismo gentile?

Intanto riconoscerlo, ed è difficile farlo. Se metti tutti gli oppositori in uno stadio la gente capisce subito che c’è una frattura democratica. Ma se la stretta liberticida avviene poco a poco, non te ne accorgi. Non si tratta di andare in montagna, ma di fare una testarda battaglia di idee che influenzi anche i comportamenti elettorali.


Il porcino influencer


(di Michele Serra – repubblica.it) – Agli habitat naturali favorevoli alla crescita dei funghi se ne sono aggiunti due nuovi: Instagram e Facebook, che in questi giorni pullulano di porcini single (se molto grossi), ammucchiati e anche in formazione coreografica, tipo Frecce Tricolori. Laddove forti temporali hanno annaffiato il terreno surriscaldato i boleti abbondano, ma il tradizionale riserbo dei raccoglitori, che piuttosto di condividere i loro luoghi erano disposti a fingersi morti, ha ceduto di fronte all’ossessione dilagante di condividere in rete ogni singolo istante della giornata (prima o poi anche i “key moments” al cesso saranno trendy).

Ed ecco le immagini di caterve di funghi, cestini rigurgitanti, a volte decine di chili, alla faccia dei limiti di legge; spesso complete dell’indicazione del luogo di raccolta. Pare che in alcune vallate liguri si rischi l’effetto Roccaraso, migliaia di cercatori sedotti dai post sui social che rastrellano boschi e crinali. Overtourism da boleto, da finferlo e da ovolo, non se ne sentiva il bisogno e soprattutto non ne sentivano il bisogno boschi e sottoboschi, che non amano farsi calpestare dalle folle.

L’unica speranza è che fungaioli di vecchia scuola, gelosi dei loro segreti, diventino hacker e disseminino i social di fake per dirottare le orde con cestino. “Ragazzi, non avete idea di quanti porcini ho trovato stamattina all’Idroscalo!”. “Questa amanita cesarea gigante è stata raccolta nell’area cani vicina a piazzale Mazzini a Roma. Correte, ce n’è ancora un sacco!”. “Nell’autogrill di Firenze Nord c’è una buttata pazzesca di funghi, alcuni già trifolati”. Il fine giustifica i mezzi.


Quattro anni buttati


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Quattro anni fa Giorgia Meloni aveva una grande occasione: spogliarsi degli abiti di capofazione per indossare quelli di rappresentante di tutti e conquistare consensi fuori dal suo recinto, senza recidere le radici del suo passato. Che non è il fascismo del Duce, come troppi superficialmente dicono, ma la destra sociale, legalitaria, multipolare, eurocritica e antiamericana: quella che, oltre a tanti brutti ceffi e fenomeni da baraccone, affascinava anche Paolo Borsellino e tuttora vanta intellettuali irregolari come Cardini, Tarchi, Veneziani, Buttafuoco, Foa. La Meloni avrebbe potuto scegliersi un ministro della Giustizia borselliniano, anziché il berlusconiano Nordio. Mettere agli Esteri e alla Difesa due uomini del dialogo col Sud e l’Est del mondo, anziché i pappagalli Nato Tajani e Crosetto. Piazzare all’Economia e al Lavoro esponenti della destra sociale anziché il rigorista Giorgetti e l’imbarazzante Calderone. Difendere e magari affinare il reddito di cittadinanza, anziché gettare sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Tassare i profitti extra di banche, assicurazioni, Big Pharma, Big Tech e Big Oil e combattere l’evasione, rastrellando risorse per politiche espansive su investimenti, salari, caro-energia, sanità e lotta all’immigrazione irregolare. Far funzionare la giustizia anziché sfasciarla e perder tempo (e schiantarsi) sulla separazione delle carriere. Infilarsi nelle spaccature di un’Ue sfarinata per fare alleanze pragmatiche con chiunque, a destra (Orbán) e a sinistra (Sánchez), mettesse in dubbio gli euro-dogmi dell’austerità, del bellicismo, del riarmo, della russofobia e della sudditanza a Kiev e a Tel Aviv. Aiutare gli ucraini e i russi, gli israeliani e i palestinesi con l’unica opzione utile: i negoziati, candidando Roma come campo neutro per ospitarli. Sfruttare l’amicizia con Trump per dirgli Sì quando ci conveniva – cioè sulla fine della guerra ucraina e dello sterminio a Gaza – e No sui dazi, il 5% di Pil alla Nato, il suo Gnl al quadruplo del prezzo russo, gli acquisti di armi da regalare a Zelensky, le aggressioni al Venezuela e all’Iran: invece gli ha detto No quando doveva dire Sì e viceversa.

[…]

Ha preferito tirare a campare rinnegando il sovranismo degli interessi dell’Italia: sennò sarebbe durata 4 mesi, non 4 anni. Più il prossimo semestre di agonia, che passerà straparlando di legge elettorale, con l’incubo dei fascisti (veri) di Vannacci cresciuti e moltiplicati dai suoi tradimenti. Il presepe completo del quadriennio lo trovate nel nostro inserto: diversamente dalla Meloni, gli italiani hanno ben poco da festeggiare e, almeno quelli che l’hanno votata, molto di cui pentirsi. Dopo 1.413 giorni di vuoto pneumatico, il record di longevità non è un merito: è un’aggravante.


Giorgia Meloni è in modalità “Cattivissima me”


(dagospia.com) – Giorgia Meloni è entrata in modalità “Cattivissima me”. Di fronte ai guai e ai turbamenti che affollano la sua cofana bionda, si prepara ad armarsi e a non lasciare prigionieri.

Domani, con il comizio a Bari per festeggiare il record di longevità del suo Governo, calzato l’elmetto, coltello tra i denti, inizia ufficialmente la campagna elettorale per tentare di uscire dal pantano in cui si è infilata la “Thatcher della Garbatella”.

Eppure per quattro anni la Ducetta ha navigato in acque tranquillissime: grazie a un’opposizione di quelle pippe al sugo di Schlein e Conte, è andata avanti noncurante della crisi economica e delle guerre, riuscendo con il suo linguaggio retorico da “donna der popolo” ad anestetizzare gli italiani.

Poi, improvvisamente, qualcosa è cambiato: il 22 e 23 marzo, la vittoria del “No” al referendum sulla giustizia, ha fatto saltare il tappo. E tutto è iniziato ad andare storto: è arrivato il “vaffa” di Trump, il caos con la riforma elettorale, le liti con gli alleati, le bollette alle stelle.

La barca di Giorgia Meloni ha iniziato a prendere acqua, con intorno i suoi due alleati che annaspano. Matteo Salvini è ormai un leader senza base: commissariato dai “nordisti” che chiedono la sua testa, rincuorato da una ridotta di fedelissimi con pochi voti, sta traghettando la Lega verso il baratro, dopo aver regalato a Roberto Vannacci un ascensore verso l’Europarlamento e la legittimità politica.

Se Salvini piange, Tajani non ride: il ”magggiordono” preferito di casa Meloni è osteggiato dal corpaccione del suo partito, con gli “azionisti di maggioranza” di Forza Italia, Marina e Pier Silvio Berlusconi, che da mesi chiedono inutilmente un rinnovamento che non arriva.

Entrambi i partiti sono ormai superati nei sondaggi da Futuro Nazionale, e senza le truppe vannacciane per il centrodestra si mette male alle elezioni: anche con il “Melonellum”, raggiungere la soglia del 42%, per ottenere il premio di maggioranza, sarebbe possibile solo con il generale putiniano.

La situazione è da allarme rosso, e Giorgia Meloni l’ha capito. La Ducetta non intende rassegnarsi alla disperazione, piuttosto si prepara a rispolverare la cazzimma di un tempo e a lottare colpo su colpo. Il guaio – per lei -, è che si circonda dall’affetto dei suoi cari della Garbatella e non si fida delle poche voci sagge dei due co-fondatori del suo partito, La Russa e Crosetto, che di politica si intendono.

La prova la si è avuta in questi giorni, con la gestione imbarazzante del caso “Report”. L’ad della Rai, Giampaolo Rossi, ha sempre agito “su commissione”. L’ex filosofo di Colle Oppio si è sempre coordinato con i vertici meloniani, avendo un filo diretto con la Fiamma Magica di Fazzolari, Arianna e Scurti, (non con Mantovano).

È da attribuire quindi alla gang del Colle Oppio la scelta scellerata di togliere la conduzione di “Report” a Sigfrido Ranucci, dando al giornalista quello che cercava dall’inizio, ovvero la scusa per trasformarsi in martire.

Quei geni dei meloniani hanno così tirato fuori dal cilindro il nome di Giulia Presutti, riuscendo nel miracolo: riunire la redazione di “Report” e ricompattare la squadra della trasmissione, che si era frantumata tra invidie personali, ansie da prime donne e vendette incrociate.

Della questione “Report” non sarebbe stato informato il direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, ma sarebbe tutta farina del sacco dell’asse Rossi-Palazzo Chigi.

Giorgia Meloni si è fidata della fiamma magica, eppure gli avvertimenti non le sono mancati. A suggerirle nemmeno troppo velatamente che “rimuovere” Ranucci fosse una cazzata, ci aveva pensato il più arguto (politicamente) dei suoi colleghi di partito: Ignazio La Russa.

Domenica scorsa il mai paludato presidente del Senato, dalla sua Sicilia, ha insistito: “Io ho detto tenetelo Ranucci perché qualunque inchiesta di Report adesso tutti capiranno che è una bufala, che Dio ce lo conservi”.

Come ‘Gnazio, anche l’altro cofondatore di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, è scettico sulla “epurazione” dell’amico “fraterno” di Valter Lavitola. Non a caso, due giorni fa con un tweet ha addirittura manifestato solidarietà a Sigfrido Ranucci: “Valgono, per me, nei confronti del caso Report e di Ranucci, le stesse riflessioni che ho sempre fatto nei confronti di chiunque. Sono disgustato dalle continue violazioni del segreto investigativo e dalla pubblicazione di intercettazioni e chat che, per legge, non dovrebbero essere pubblicate. Lo considero un vulnus alla Costituzione e alla democrazia”.

Crosetto ha poi aggiunto: “Allo stesso tempo, difendo il diritto di non essere giudicati moralisticamente solo sulla base delle persone che si frequentano. Sono e rimango garantista. E continuerò a considerare una barbarie inaccettabile questo modo di fare informazione e di celebrare processi nelle piazze mediatiche. Anche quando a subirlo è qualcuno che, in passato, di quella stessa barbarie è stato spesso interprete…”

Parole che hanno ricevuto un plauso dello stesso giornalista, e che forniscono un’ulteriore prova della distanza tra Crosetto e i vecchi camerati che occupano Palazzo Chigi. Sia lo “Shrek di Cuneo” che il siculo-milanese La Russa sono visti dal trio Fazzo-Scurti-Arianna come degli estranei, non appartenendo al gruppetto romano-laziale della “fogna” di Colle Oppio. Al massimo, La Russa viene chiamato “spurio” (non autentico), e Crosetto “abusivo”, in quanto democristiano.

Al bailamme Rai si aggiunge il caos totale sulla legge elettorale: i meloniani di rito romano sostengono che l’emendamento di Marcello Pera sul ballottaggio, infatti, sia stato “consigliato” proprio da Ignazio La Russa, cosa che avrebbe fatto sgranare gli occhioni a Giorgia Meloni. Incazzatissima con l’amico di Danielona Santanchè, la Ducetta è agitata anche perché sa che il Governo potrebbe non reggere al mancato passaggio dello “Stabilicum” a Palazzo Madama, il prossimo 15 settembre.

L’idea condivisa e sussurrata nei palazzi romani è che i vertici di Fratelli d’Italia siano convinti che, al 60-70%, si andrà a votare ad aprile.

Quello che non contemplano è che non è il Governo a decidere quando si vota, ma il presidente della Repubblica. E Sergio Mattarella non è affatto convinto che sia la scelta giusta spendere milioni di euro per due tornate elettorali.

Nella situazione economica drammatica in cui si trova il Paese (tra benzina a 2,5 euro al litro, bollette alle stelle e stipendi da paese del terzo mondo), sarebbe un messaggio pessimo per i cittadini, già con le palle piene della politica e per i costi della “Casta”.

Per il capo dello Stato, la soluzione si chiama “Election day”: una data unica, meglio a giugno, quando scadono i sindaci di Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna. Meloni si oppone: essendo cinque città governate dalla sinistra, ad alto rischio sconfitta per il centrodestra, teme l’effetto traino. Meglio dunque separare i due voti e non portarsi dietro il marchio della “perdente”…


Meloni fa festa a Bari con il fantasma delle riforme mancate


Tra promesse e rivendicazioni la leader lancerà la corsa al voto. Ma su di lei pesano i fallimenti su autonomia, premierato e giustizia

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Bari caput mundi meloniano. Tutto è pronto per la giornata campale di celebrazione del governo più longevo della storia repubblicana: lo slogan è “governo più stabile, Italia più forte”, sono attesi settanta pullman da tutta Italia, la taranta è già nelle casse e i panzerotti pronti a friggere per nutrire gli elettori con un tocco di orgoglio locale. Le anticipazioni della vigilia fissano l’arrivo di Giorgia Meloni sul palco alle 19.30, quando la temperatura sarà più mite e il pubblico caricato dall’attesa. La premier ha preparato un intervento di circa un’ora e mezza, in cui dismetterà i panni della donna di Stato per rinfilare quelli della leader politica, tra rivendicazioni di quanto fatto e promesse per il futuro su welfare e sicurezza, fondamentali in vista della campagna elettorale.

Eppure, all’elenco dei successi che Meloni snocciolerà sul palco, una voce sarà necessariamente assente e, per paradosso, è proprio quella su cui nel 2022 la neo presidente del consiglio aveva investito di più. La leader potrà puntare sui numeri dell’occupazione in crescita, la quasi uscita dalla procedura di infrazione, lo standing internazionale e la lotta all’immigrazione clandestina, ma a mancare sarà la parola «riforme».

Il trittico era una dichiarazione d’intenti: presidenzialismo, autonomia e giustizia. Le tre riforme erano considerate fondamentali per ammodernare l’infrastruttura istituzionale del paese secondo il disegno del centrodestra, tutte e tre sono deragliate nonostante i numeri della maggioranza.

L’Italia di Meloni non sa qual è il suo posto nel mondo

Le riforme mancate

Quella del presidenzialismo – la «madre di tutte le riforme» secondo la retorica meloniana – è finita su un binario morto nonostante il passaggio in prima lettura al Senato, nel 2024. La riforma che doveva caratterizzare il mandato di Meloni ha cambiato molte volte natura, passando dal presidenzialismo al premierato, scontrandosi con le difficoltà della procedura di approvazione aggravata necessaria ai disegni di legge costituzionale. Più la premier si è ostinata a portarla avanti, più i ritocchi hanno pasticciato il testo fino a renderlo un Frankenstein indigeribile anche per i sostenitori più indefessi. Un barlume di quell’impostazione è finito nella proposta di legge elettorale, anche questa impallinata dagli emendamenti e con un percorso ancora molto accidentato. Il testo, infatti, prevede l’indicazione del premier sulla scheda elettorale, ma questa sorta di premierato di fatto rischia di diventare uno dei punti di incostituzionalità, visto che in un sistema parlamentare la prerogativa di indicare il presidente del Consiglio spetta al Quirinale. Se anche la legge passasse, la soddisfazione rimarrebbe magra rispetto ai sogni di riforma costituzionale vagheggiati a inizio legislatura.

Quanto alla riforma dell’autonomia, che è anche la più invisa all’impostazione centralista di Fratelli d’Italia, per paradosso anche l’unica ad essere andata in porto almeno formalmente. La legge – ordinaria e dunque approvata con procedura ordinaria – è stata infatti smontata da una sentenza della Corte costituzionale che ne ha evidenziato i profili incostituzionali, rendendola di fatto inattuabile nei suoi connotati più rilevanti. Qualche scampolo è rimasto, tanto che le regioni di centrodestra soprattutto a guida leghista si sono affrettate a sottoscrivere le poche intese devolutive possibili. Tuttavia la realtà poco o nulla somiglia al mito autonomista della Lega. E, a microfoni spenti, proprio questo stop viene considerato per paradosso una vittoria secondo i più realisti tra i dirigenti di Meloni.

La Lega non ha mai fatto i conti con sé stessa, per questo rischia di dissolversi

Il referendum

L’ultimo fallimento ha riguardato la riforma costituzionale della giustizia e probabilmente è anche quello che – pur inconsciamente – determinerà il tono del comizio di Meloni. La drammatica sconfitta al referendum di marzo, infatti, è stata il vero passaggio che ha concluso politicamente l’esperienza del governo Meloni 1. Quella sconfitta col 46 per cento, infatti, ha dato alla premier la misura del suo non essere più (o di non essere mai stata davvero) maggioranza nel paese e ha infranto l’illusione di una luna di miele infinita con gli italiani. L’enorme investimento che l’esecutivo aveva fatto sul referendum ha determinato lo speculare peso psicologico della mancata vittoria.

Non a caso, sul fronte della giustizia, tutte le altre riforme minori si sono fermate: quella sulle intercettazioni galleggia in parlamento, ferma è anche la vagheggiata riforma del codice di procedura penale. Comprensibile che Meloni non voglia tornare su un terreno che ha scoperto essere minato. Tuttavia, il peso del referendum è stato ben maggiore di quello di una riforma mancata, che per altro non era nemmeno in cima alla lista delle priorità della premier. La sfida era massima: modificare la Costituzione repubblicana, in faccia alle forze di opposizione che ancora attaccavano il governo per i silenzi sul fascismo. Anche per questo la sconfitta ha fatto così male, insinuando in Meloni il dubbio che la sua maggioranza non basti. Non a caso da quel momento in poi i suoi dirigenti sono tornati insistentemente a parlare di riforma della legge elettorale, depositando poco dopo una proposta in parlamento.

Meloni salirà sul palco carica del suo successo di longevità, ma anche con i demoni di quel 46 per cento e il grande non detto delle tre riforme mancate. Dalla sua gente prenderà lo slancio per aprire di fatto una campagna elettorale di cui però non si conosce ancora la durata, visto che una data del voto ancora non c’è. Col rischio, per questo, che il governo abbia ancora molti lunghi mesi di logorio da attraversare. Il primo scoglio, il 15 settembre, sarà a palazzo Madama proprio con la legge elettorale, che rischia di aggiungersi all’elenco delle fallite riforme di sistema.


Napoli, parco comunale Mascagna: di nuovo degrado e abbandono


Aiuole brulle, servizi igienici chiusi e fontana con rifiuti e fioritura algale

            “ Come era prevedibile e ampiamente previsto, senza un’idonea manutenzione costante e senza una vigilanza attenta, il parco comunale Mascagna, oggetto di recenti lavori di riqualificazione, a poco più di un anno e mezzo dalla riapertura, avvenuta il 1° febbraio dell’anno scorso, alla presenza del sindaco e dell’assessore al ramo, manifesta di nuovo un totale degrado e abbandono. Dal sopralluogo effettuato stamani è emerso molte delle aiuole c sono già senza un filo d’erba. Inoltre la maggior parte dei muretti sono di nuovo imbrattati con scritte e disegni mentre non ci sono bambini nell’area delle giostrine, poste su terreno battuto ed esposte totalmente al sole cocente. Aspetto ancora più grave, in un parco che, anche a ragione delle ondate di calore di questo periodo e delle scuole chiuse, è frequentato quotidianamente da tanti bambini accompagnati ma anche da numerose persone anziane che passano la giornata prendendo il sole o giocando a carte, gli unici servizi igienici presenti sono chiusi anche se non si conoscono i motivi di tale chiusura, visto che non c’è alcun avviso al riguardo. Infine la fontana, posta nei pressi dell’ingresso su via Ruoppolo, è piena di rifiuti tra  i quali anche due bottiglie vuole di birra che galleggiano su un’acqua di colore verdastro per la fioritura algale “. A segnalare l’ennesima puntata dell’eterna telenovela che, negli ultimi anni, sta caratterizzando la vita dell’unico polmone di verde pubblico attrezzato posto in un’area densamente abitata, a confine tra i quartieri del Vomero e dell’Arenella, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, il quale, nel corso dei lunghi 17 mesi di chiusura del parco Mascagna per i lavori di riqualificazione, ha condotto una vera e propria battaglia, insieme ai residenti, con petizioni, sit-in e comunicati stampa per denunciare i ritardi che si andavano sommando nella riapertura del parco comunale.

            ” Va rimarcato – afferma Capodanno – che i lavori di riqualificazione del parco, che occupa una superficie di circa 12.000 mq, sono costati alla collettività circa 600mila euro finanziati con fondi della Città Metropolitana di Napoli. Diversi gli interventi previsti nel progetto originario, in uno alla sostituzione di numerose alberature e alla ricostruzione del manto erboso, tra i quali la revisione e il rifacimento di muretti e balaustre, il ripristino dell’impianto di irrigazione, il rifacimento delle pavimentazioni, la riqualificazione delle aree giochi, il ripristino del campo polifunzionale, le opere in ferro, l’impianto di illuminazione e quello idrico e l’integrazione di arredi e segnaletica, oltre alla realizzazione dell’impianto di videosorveglianza e alla riqualificazione dei locali adibiti a spogliatoi, uffici e servizi igienici “.

            ” Inoltre – continua Capodanno – una parte delle somme stanziate, quasi 100mila euro, era destinata alla riattivazione della fontana, realizzata dall’azienda speciale ABC Napoli. Ma senza una manutenzione, per effettuare la quale occorrono personale e risorse economiche, usando specifici prodotti, le fontane, come dimostrano tanti altri esempi presenti in Città, l’ultimo dei quali proprio la fontana posta nel parco Mascagna, sono destinate riempirsi di rifiuti e di alghe “.

            ” Quanto riscontrato oggi – afferma Capodanno –  rinfocola  le  tante polemiche sollevate nel corso del lungo periodo di chiusura, dal momento che sono rimaste senza risposte alcune questioni sulle quali chiediamo da tempo di fare chiarezza, anche attraverso indagini da promuovere sia da parte della magistratura inquirente che di quella contabile “.

            ” Questioni – puntualizza Capodanno – che riguardano il lungo lasso di tempo impiegato per i lavori, iniziati, come si leggeva nel primo cartello di cantiere, solo il 20 novembre 2023, benché il parco fosse chiuso dal 7 settembre precedente,  affidati all’impresa MAIBA S.r.l., la quale però, dopo aver eseguito i primi interventi anche con l’abbattimento numerosi alberi che si trovavano all’interno del parco, rinunciò a proseguire, sostituita, dopo alcuni mesi, dalla ditta TEKNO GREEN S.R.L., che era risultata seconda nella gara d’appalto. Inoltre la durata dei lavori in origine era indicata in 120 giorni, 4 mesi, mentre il parco è rimasto chiuso 512 giorni, ben 17 mesi, un tempo che si è dunque più che quadruplicato “.

            Sulle questione sollevate Capodanno lancia l’ennesimo appello al sindaco Manfredi e all’assessore al verde, Santagada, affinché si proceda in tempi rapidi a fare eseguire tutti i lavori necessari al parco Mascagna con particolare riguardo al ripristino del manto erboso, alla manutenzione e pulizia costante della fontana e alla riapertura dei servizi igienici, previa riparazione dei guasti.


Guardia Sanframondi, spopolamento: la proposta di Fiorenza Ceniccola


“UNA LEGGE NAZIONALE PER LA RINASCITA DEI PICCOLI BORGHI”

GUARDIA SANFRAMONDI – Le aree interne non possono tornare al centro dell’attenzione soltanto durante le campagne elettorali. Se davvero si vuole contrastare lo spopolamento dei piccoli borghi, è arrivato il momento di passare dalle dichiarazioni alle scelte concrete.

A sostenerlo è Fiorenza Ceniccola, vice sindaco di Guardia Sanframondi, che lancia una proposta rivolta al Governo, al Parlamento e alla Regione Campania, una legge nazionale per la rinascita dei piccoli borghi e il ripopolamento delle aree interne, accompagnata da un grande piano pluriennale di rigenerazione dei centri storici e dei territori più fragili.

“Le aree interne – sottolinea Ceniccola – tornano ciclicamente al centro del dibattito politico, salvo poi essere rapidamente dimenticate una volta chiuse le urne. È quanto rischia di accadere anche dopo le recenti elezioni regionali in Campania, nonostante gli impegni assunti durante la campagna elettorale e l’ipotesi di una specifica delega o di un assessorato alle Aree interne. Ora, però, è il momento di passare dalle parole ai fatti”.

L’appello arriva da chi amministra direttamente uno dei territori che più di altri conoscono il problema.
“Parlo da amministratrice di un piccolo Comune – spiega Ceniccola – e quindi da una posizione che mi consente di vedere ogni giorno gli effetti concreti dello spopolamento. Non parliamo soltanto di numeri: parliamo di giovani che partono, di attività commerciali che chiudono, di servizi che diventano sempre più difficili da garantire, di case che restano vuote e di comunità che progressivamente si impoveriscono”.

La proposta nasce anche dalle recenti parole pronunciate dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Matteo Zuppi, durante l’assise dei vescovi delle aree interne svoltasi a Benevento, secondo cui proprio dalle aree interne possono arrivare “germogli di crescita per l’intero Paese”, attraverso percorsi condivisi e programmi di ampio respiro.

Un richiamo che si aggiunge alle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha più volte sottolineato la necessità di fare di più per le aree interne e di non rassegnarsi al declino di un patrimonio di persone e territori che appartiene all’intera Italia.

“Di fronte a questi richiami – afferma Ceniccola – non servono altre dichiarazioni. Serve una decisione politica. E serve adesso, prima che per molti territori diventi troppo tardi, ma non basta spendere di più. Bisogna spendere diversamente”

Secondo la vice sindaco di Guardia Sanframondi, gli strumenti messi in campo negli ultimi anni hanno rappresentato segnali importanti, ma non sono riusciti a invertire una tendenza demografica ormai strutturale.
“La legge sui piccoli Comuni, la Strategia nazionale per le aree interne e i diversi programmi di finanziamento hanno certamente avuto un ruolo importante – osserva Ceniccola – ma il problema è che continuiamo troppo spesso ad affrontare il fenomeno per singoli pezzi”.

“Possiamo restaurare una piazza, recuperare un edificio, sistemare una strada. Ma se nello stesso territorio contemporaneamente chiudono una scuola, diminuiscono i servizi sanitari, scompaiono i negozi e i giovani continuano ad andare via, non abbiamo fermato lo spopolamento”.

Da qui la necessità di cambiare prospettiva.
“Non è sufficiente spendere di più. Bisogna spendere diversamente. Bisogna costruire una strategia nazionale nella quale urbanistica, patrimonio, servizi, lavoro, fiscalità e politiche demografiche siano finalmente parte di un unico progetto”.
L’idea: un “Piano Malraux italiano”
Ed è qui che entra in gioco il modello francese.

“Dobbiamo avere il coraggio di guardare anche alle esperienze che hanno funzionato fuori dall’Italia – continua Ceniccola – e penso in particolare alla legge Malraux del 1962”. La legge francese introdusse strumenti destinati a proteggere e rigenerare interi quartieri storici attraverso piani organici di salvaguardia e valorizzazione, accompagnando la tutela del patrimonio con la riqualificazione degli immobili e, nel tempo, con incentivi fiscali alla restaurazione.

“Non dobbiamo copiarla meccanicamente – precisa Ceniccola – ma possiamo trarne una lezione fondamentale, un borgo non si salva intervenendo su un edificio alla volta. Si salva quando si ricostruisce un progetto complessivo di vita del territorio.”
Da qui la proposta di un “Piano Malraux
italiano”, destinato ai piccoli borghi dell’Appennino e delle aree interne, con particolare attenzione alle realtà del Mezzogiorno.
“Immagino un grande programma nazionale di rigenerazione dei centri storici e dei tessuti urbani dei piccoli Comuni – spiega – che consenta di recuperare gli immobili abbandonati, riqualificare gli spazi pubblici, valorizzare l’architettura e il paesaggio e, nello stesso tempo, creare le condizioni perché quelle case tornino a essere abitate e quei luoghi tornino a produrre economia”.
Cinque priorità
La proposta dovrebbe poggiare, secondo Ceniccola, su cinque grandi direttrici.
Primo: recuperare i borghi.
Un grande programma pluriennale per la rigenerazione dei centri storici, il recupero degli immobili abbandonati, la riqualificazione degli spazi pubblici e la tutela del patrimonio architettonico e paesaggistico.
Secondo: riportare persone.
Incentivi per giovani coppie e famiglie, nuovi residenti, professionisti, lavoratori da remoto e cittadini che vogliono tornare nei paesi di origine.
Terzo: garantire i servizi.
Scuola, sanità territoriale, trasporti, servizi sociali e connessione digitale devono essere considerati una condizione essenziale per poter scegliere liberamente di vivere in un piccolo Comune.
Quarto: creare lavoro.
Servono incentivi per imprese, artigiani, agricoltori, commercianti e professionisti, puntando sulle vocazioni dei territori e sulla capacità dei borghi di generare nuova economia.
Quinto: garantire risorse per un periodo lungo.
Non una successione di bandi occasionali, ma un vero Fondo nazionale pluriennale per la rinascita dei piccoli borghi, con risorse certe e programmate per almeno dieci anni.

“I nostri piccoli Comuni non chiedono assistenzialismo. Chiedono una possibilità.Possiedono un patrimonio straordinario di storia, cultura, ambiente, paesaggio, tradizioni, produzioni agricole e artigianali. Ma soprattutto possiedono comunità che continuano a resistere”.

Fiorenza Ceniccola


La legge elettorale riparte da… dove è stata bocciata


VIA LIBERA IN COMMISSIONE AL SENATO ALL’EMENDAMENTO DI MAGGIORANZA SULLE PREFERENZE

(ANSA) – Via libera della commissione Affari costituzionali del Senato all’emendamento unitario del centrodestra sulle preferenze nella riforma della legge elettorale.

Il testo, che ricalca quello bocciato a luglio per un solo voto alla Camera, lascia bloccato il capolista, mentre per tutti gli altri candidati l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, mettendo una croce sulla scheda.

L’alternanza di genere parte dal candidato successivo al capolista, che resta dunque escluso dal meccanismo. Per i capilista non viene dunque riproposta la regola del 60%-40% del Rosatellum, che pone un limite alla prevalenza di uno dei due generi. 

LEGGE ELETTORALE: OPPOSIZIONI SENATO, FORZATURA MAGGIORANZA PREFERENZE 

(Agenzia Agi) – “Sulla legge elettorale la maggioranza compie una forzatura dopo l’altra, truccando le carte in maniera plateale”, affermano i senatori di Pd, Avs e Iv in commissione Affari costituzionali.

“Il colpo di mano del giorno – prosegue una nota – riguarda la scelta del presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, Andrea De Priamo, di Fratelli d’Italia, di impedire che i commissari potessero esprimersi sull’emendamento unitario delle opposizioni che, in contrasto con la proposta-farsa del centrodestra sulle ‘finte preferenze’, reintroduce le preferenze in modo serio e vero, per tutti gli eletti, e insieme innalza la soglia di premio al 45%, elimina l’obbligo di pre-indicazione del candidato premier e inserisce una reale tutela di genere”.

“E’ una scelta grave, non in linea con il regolamento e il buonsenso. La maggioranza ha paura di far risaltare quel che tutti hanno sempre piu’ chiaro: il fatto che il centrodestra vuole azzerare il potere di scelta dei cittadini e dar vita a un Parlamento composto per la stragrande maggioranza da nominati”, conclude la nota.


Rai: Claudia Di Pasquale nuova co-conduttrice di Report


(LaPresse) – Claudia Di Pasquale sarà la nuova co-conduttrice di ‘Report’. Lo apprende LaPresse. Fumata bianca all’esito dell’incontro di oggi pomeriggio con il direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini.

Di Pasquale prende il posto di Giulia Presutti, che ieri ha rinunciato all’incarico, al fianco di Daniele Piervincenzi. Di Paquale avrebbe già incontrato e fatto un discorso alla redazione di ‘Report’. Applausi e grida di esultanza sono stati uditi provenire dalle stanze dove si trova la redazione di ‘Report’. Alle 18 sarebbe previsto un incontro a quattro con Corsini, cui dovrebbero partecipare Di Pasquale, Piervincenzi, Bernardo Iovene e Giulio Valesini.

APPLAUSI E GRIDA DI ESULTANZA DALLA REDAZIONE DI REPORT

(ANSA) – Applausi e grida di esultanza dalle stanze in cui si trova la redazione di Report nella sede Rai di Via Teulada. Lo riferiscono persone presenti sul posto. Nel pomeriggio il direttore dell’Approfondimento, Paolo Corsini, ha convocato la storica inviata del programma Claudia Di Pasquale, che potrebbe essere la nuova conduttrice.

L’esultanza arrivata dalla redazione fa pensare che possa essere stata sciolta la riserva sul futuro del programma.


Munizioni fantasma comprate in Italia per l’Ucraina, si dimette il ministro della Difesa estone


Pevkur si fa da parte. Un’indagine interna ha rivelato che i proiettili di un’azienda della Spezia non sono mai arrivati a Kiev. Il contratto vale 70 milioni

Munizioni fantasma comprate in Italia per l’Ucraina, si dimette il ministro della Difesa estone

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – Uno scandalo di munizioni fantasma comprate in Italia per l’Ucraina ha portato alle dimissioni del ministro della Difesa dell’Estonia Hanno Pevkur. Un’indagine interna ha rivelato come la Repubblica baltica avesse firmato un contratto da 70 milioni di euro con un’azienda della Spezia, che aveva garantito la consegna di proiettili da cannone mai arrivati a Kiev. Dopo la pubblicazione del rapporto del National Audit Office, Pevkur ha deciso di farsi da parte. “Un leader deve avere la forza e il coraggio di assumersi la responsabilità. Anche se il ministro non conta calzini e munizioni, né si occupa di negoziare i contratti, il documento dell’Audit pone una questione di responsabilità politica di cui mi faccio carico”.

Il contratto con l’azienda ligure

La vicenda nasce da un accordo firmato nell’estate 2024 dalla Repubblica baltica, in prima fila nel sostenere la resistenza ucraina. In quel momento la priorità di Kiev era ricevere munizioni per l’artiglieria, protagonista dei combattimenti, che l’Estonia non produce. Così il governo ha utilizzato i fondi messi a disposizione dal programma finanziato dalla Ue “European Peace Facility” per ordinare proiettili dalla Datasel Srl della Spezia. Si tratta di una compagnia fondata nel 2005 da Sandro Pazzini, un ex manager di Oto Melara (Leonardo) e poi amministratore italiano del consorzio missilistico europeo Mbda. La società proprio nel 2024 è stata rilevata dal gruppo indiano Neco Defence Munitions: un conglomerato della famiglia Jayaswal che si occupa di acciaierie, miniere e solo tre anni fa è entrato nel settore militare. Il sito web della Datasel presenta un catalogo di munizioni di piccolo e medio calibro, oltre a cariche propellenti per i 155 millimetri più richiesti dall’esercito ucraino. Secondo l’Audit estone invece Datasel e Neco non hanno mai prodotto munizioni.

I ritardi e quei proiettili “inutilizzabili”

Alla firma del contratto, le autorità di Tallinn hanno pagato 15 milioni, a cui è seguito il versamento di altri 10 milioni nell’ottobre 2024. Le prime consegne erano previste nel novembre 2024 ma sono state rinviate “per difficoltà tecniche”. Nonostante questo, ci sono stati altri bonifici con l’esborso di tutti i 70 milioni. Secondo la stampa estone, soltanto nel 2025 è arrivato uno stock di colpi per cannoni: erano tutti pessima qualità e sarebbero stati giudicati “inutilizzabili”.

La replica di Pazzini

“Non so cosa abbiano fatto con l’Estonia – spiega Sandro Pazzini a Repubblica -: la gestione della Datasel è passata interamente ai nuovi proprietari della Neco dal 2024. Ho venduto l’ultima quota del 10 per cento all’inizio del 2026: io ho 85 anni e mantengo solo una collaborazione perché sono ancora il titolare delle licenze per l’esportazione. L’azienda che ho fondato in passato si occupava di assemblare munizioni con componenti acquistate altrove, oltre a produrre sistemi elettronici e spolette per i missili di Mbda. Il contratto con l’Estonia è stato portato avanti dalla Neco e la Datasel è stata una sorta di broker: di fatto è diventata una società di trading. Gli avevo proposto di proseguire l’assemblaggio dei proiettili alla Spezia ma so che loro si sono affidati a filiali in Romania e nella Repubblica Ceca”.

La causa e lo scontro politico

Adesso il governo di Tallinn ha intentato una causa contro la Datasel e si è rivolta alla Corte europea degli arbitrati di Strasburgo. E la vicenda è diventata oggetto di scontro politico, con l’apertura di un’inchiesta penale e lo scaricabarile tra i soggetti che hanno gestito la partita. Elmar Vahe, da inizio anno direttore generale del Center for Defense Investments (RKIK) ossia l’ente che ha siglato i contratti, ha dichiarato che lui non avrebbe accettato condizioni del genere e che la decisione è stata presa “da un circolo ristretto a un livello più alto”: “Se comincio a costruire una casa e affido i lavori a un’impresa che non ha mai costruito case, c’è il dubbio che il cantiere non sarà mai completato”. Il suo predecessore, Magnus-Valdemar Saar, ha respinto le accuse spiegando che “gli acquisti da Paesi terzi comportano sempre dei rischi” e che tutto era stato approvato dal vertice del ministero.

La questione è al centro del dibattito in un Paese che quest’anno spenderà per le forze armate il 5,4 per cento del Pil, con un incremento del 42 per cento: la piccola Repubblica baltica si trova sul confine russo ed è l’epicentro delle tensioni tra la Nato e il Cremlino. “So di avere fatto le scelte giuste per potenziare la nostra difesa – ha scritto Pevkur su Facebook nell’annunciare le dimissioni da ministro – L’Estonia è più protetta. Il popolo deve essere rassicurato sulle capacità e le risorse della difesa e continuare a sostenere l’Ucraina, perché così si rafforza anche la nostra sicurezza”.

Una corsa spregiudicata alle armi

Allo stesso tempo, questo episodio è illuminante sulla corsa spregiudicata agli armamenti alimentata dal conflitto ucraino. Sono nate nei Paesi dell’Ue numerose iniziative per procacciare armamenti e munizioni, con investimenti miliardari e una catena di fornitori che si è estesa in ogni continente: dall’India al Pakistan, dal Brasile al Sud Africa. Spesso sono stati rivenduti residuati e rimanenze degli arsenali della ex Jugoslavia o di nazioni africane. Un vortice di denaro di cui sarà difficile ricostruire le tracce e sul quale aleggia il sospetto di giri colossali di mazzette.


“Ricostituzione del partito fascista”, la Procura Militare avvia un’indagine su Vannacci


L’esposto-denuncia, rivolto alla Procura di Roma, è stato depositato dal Sindacato dei Militari. L’intervento della Procura militare è dovuto alla presenza del leader di FnV, che è un generale

“Ricostituzione del partito fascista”, la Procura Militare avvia un’indagine su Vannacci

(ilfattoquotidiano.it) – La Procura militare di Roma, guidata da Marco De Paolis, ha avviato “accertamenti preliminari” in relazione ad un esposto presentato dal Sindacato dei Militari nei confronti del generale Roberto Vannacci, presidente di Futuro nazionale, del coordinatore nazionale Massimiliano Simoni e del responsabile del programma Lorenzo Gasperini e in cui si ipotizza la ricostituzione del partito fascista con la violazione della legge Scelba. L’attività della Procura “è in ordine alla posizione di appartenenti alle Forze Armate – spiega il procuratore in una nota – all’interno della struttura organizzativa Futuro Nazionale”. Obiettivo dei pm è verificare “l’eventuale sussistenza di fatti di propria stretta competenza in relazione a persone soggette alla giurisdizione militare”.

Nei giorni scorsi il segretario del Sindacato dei Militari, Luca Marco Comellini, insieme al giurista Massimiliano Strampelli, ha depositato un esposto-denuncia alla Procura di Roma. La tesi centrale è che il movimento riproporrebbe “il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta” del fascismo, e i denuncianti chiedono alla magistratura di verificare se si sia superato il confine tra legittima competizione politica e reato. Secondo l’esposto, concorrerebbero a delineare questo “nucleo dottrinale” fascista la retorica della superiorità nazionale, la concezione gerarchica della società, il culto della figura del capo e la delegittimazione costante delle istituzioni di garanzia. Vengono contestati anche il ruolo attribuito ai militari nella gestione dell’ordine pubblico, con “zone rosse” senza limiti temporali e la possibilità di dare a reparti militari il potere di arrestare persone sospettate di reati, oltre ai punti definiti “non negoziabili” dal partito (famiglia naturale, identità cristiana, tutela della vita).

Ieri il Il Financial Times ha lanciato l’avviso all’indirizzo della maggioranza di governo, sulla possibile alleanza (in vista delle elezioni nel 2027, dove Vannacci sarà appunto una figura chiave) con l’estrema destra guidata da Roberto Vannacci: “Il cavallo di Troia russo mette alla prova Meloni”, ha titolato l’autorevole testata londinese. Accusa a cui Vannacci aveva risposto con ironia: “Egregio Signore, Le rispondo con mano tremante, avendo appena scoperto di essere un ‘candidato della Manciuria’ inviato dalla Federazione Russa – è l’esordio del leader di Futuro Nazionale – per lamentarmi dei prezzi insostenibili della benzina nel mio Paese, l’Italia. Si affida a testate notoriamente russofobe come l’Ecfr e l’Iai per dipingermi come un ‘Cavallo di Troia’. Onestamente, mi aspettavo di più da Lei”. Il generale è tornato sul tema sui social, con un video, in cui si legge: “Mamma li russi. Grandi titoloni sulle possibili e potenziali influenze russe sulle elezioni italiane ma, guarda caso, nessuno si preoccupa sulle attuali, e già presenti, influenze sulle elezioni italiane da parte del Financial Times e da parte di tantissime altre testate manovrate dalla finanza internazionale e dai poteri forti“, dice nell’ultimo video pubblicato su Facebook.

Futuro nazionale, la procura militare indaga su Vannacci: “Forze armate nella struttura del partito”

L’inchiesta arriva dopo la denuncia del sindacato dei militari: approfondimenti sulla posizione di appartenenti alle forze armate nel movimento del generale

Futuro nazionale, la procura militare indaga su Vannacci: “Forze armate nella struttura del partito”

(di Giuseppe Scarpa – repubblica.it) – La procura militare di Roma accende il suo faro su Futuro nazionale. E questa volta non c’è più soltanto un esposto. Il procuratore Marco De Paolis ha avviato “accertamenti preliminari” sulla presenza di appartenenti alle forze armate nella struttura organizzativa del movimento presieduto dal generale Roberto Vannacci. Un primo passo, ancora esplorativo, per capire se dietro l’attività politica del movimento possano esserci fatti di competenza della magistratura con le stellette.

È il nuovo fronte giudiziario – anticipato da Repubblica nei giorni scorsi – che si apre attorno a Futuro Nazionale. E nasce dalla seconda denuncia presentata dal Sindacato dei Militari guidato da Luca Comellini, dopo quella depositata il 28 agosto, alla procura ordinaria di Roma nella quale si chiede ai magistrati di verificare, tra le altre ipotesi, una possibile violazione della legge Scelba sulla ricostituzione del partito fascista.

Ora, però, De Paolis guarda a un terreno più circoscritto. “L’attività della Procura è in ordine alla posizione di appartenenti alle Forze Armate all’interno della struttura organizzativa Futuro Nazionale”, spiega il procuratore. L’obiettivo è verificare “l’eventuale sussistenza di fatti di propria stretta competenza in relazione a persone soggette alla giurisdizione militare”.

Nel mirino dell’esposto ci sono infatti alcuni militari ancora in servizio e il ruolo che avrebbero assunto nella macchina politica costruita attorno a Vannacci. Un comitato a Roma, un altro a Villafranca di Verona. È da qui che parte la domanda posta alla magistratura militare: fino a dove può spingersi l’attività politica di chi continua a indossare una divisa?

Gli accertamenti della procura militare si affiancano così al primo esposto del Sindacato dei Militari presentato alla procura ordinaria. Una denuncia molto più ampia, costruita sul programma, sulle dichiarazioni pubbliche e sui contenuti diffusi online da Futuro Nazionale, firmata dall’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di Diritto militare all’Università degli studi Link.

La tesi dei denuncianti è che il movimento riproporrebbe “il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta” del fascismo. Non sarebbe necessario, sostengono richiamando la giurisprudenza della Cassazione, dimostrare che Futuro nazionale sia la copia del disciolto Partito nazionale fascista: la legge Scelba potrebbe trovare applicazione anche di fronte alla riproposizione del suo fondamento ideologico e del suo metodo politico.

Nella denuncia vengono passati al setaccio i principi definiti dal movimento “non negoziabili”, dal modello di “famiglia naturale” all’identità cristiana; il piano di “remigrazione”, che contempla anche il ritorno nei Paesi d’origine degli immigrati regolari; le proposte sulle zone rosse e sull’impiego dei militari nei controlli; fino ai moduli di educazione alla difesa e ai campi di “educazione militare con valenza civica” destinati agli studenti.

Ci sono poi le immagini realizzate con l’intelligenza artificiale nelle quali alcuni avversari politici vengono raffigurati come schiavi dell’antica Roma e dati in pasto alle fiere, mentre Vannacci osserva la scena nelle vesti di un alto ufficiale dell’Impero. Per i firmatari dell’esposto sarebbe uno degli elementi che segnano il passaggio dall’avversario politico al “nemico”.

È sulla base di questo insieme di elementi che il Sindacato dei Militari ha chiesto alla Procura ordinaria di accertare se sia stato oltrepassato il confine della legittima battaglia politica. Tra le ipotesi prospettate figurano la violazione della legge Scelba, la propaganda e l’istigazione all’odio, l’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi. È stato chiesto anche il sequestro del portale online che ospita il programma del movimento.

La seconda denuncia ha spostato invece l’attenzione dalle idee alle divise. E adesso la procura militare ha deciso di verificare. Nessuna conclusione, per il momento, sulla sussistenza di reati. Ma gli “accertamenti preliminari” disposti da De Paolis trasformano quello che fino a ieri era un esposto in un’attività formale della magistratura militare.