(ilfattoquotidiano.it) – “Non replico a Grillo, è un giochino che facciamo da 17 anni, da quando è nato Il Fatto“. Così a Otto e mezzo (La7) Marco Travaglio commenta le parole del fondatore del M5s, Beppe Grillo, che, ospite di Fedez e di Mister Marra nel loro Pulp Podcast, ha detto che il giornale ha “una direttiva politica precisa”, che con il direttore del Fatto Quotidiano “non ha più niente da dividere” con lui e che “non ha senso parlare con uno che si sta estinguendo, perché tutto il giornalismo è in via di estinzione”.
Travaglio aggiunge: “Quando nacque Il Fatto, Grillo e Casaleggio dissero che la carta stampata era morta, che il giornalismo era morto e che se facevi un giornale andavi a sbattere. Per fortuna sono 17 anni che cresciamo e siamo diventati addirittura il terzo quotidiano generalista d’Italia, quindi meno male che non gli ho dato retta”.
E sottolinea: “Tuttavia, ho trovato Grillo interessante nel podcast: mi è piaciuto quello che ha detto. Le battute su Conte sono strepitose, quella sul “reverendo Jones” è bella”. Il riferimento è al passaggio in cui Grillo ha paragonato il leader del M5s a Jim Jones, fondatore del Tempio del Popolo, la comunità nata nel solco delle controculture americane degli anni Sessanta e Settanta e finita nel 1978 in Guyana con la strage-suicidio di 909 seguaci.
Travaglio definisce ancora più bella un’altra formula sarcastica usata da Grillo, “l’uomo che sussurrava i cavilli”, e rivendica la paternità dell’espressione: “È mia: così chiamavo l’avvocato Ghedini quindici anni fa”. Il vicedirettore de La Stampa Alessandro De Angelis obietta che il paragone con Jones “non pare una carezza” e che, al posto di Conte, farebbe “tanti scongiuri”.
Travaglio ride e non smussa il colpo: “Certo, era un criminale matricolato. A me piacciono quelle battute grandguignolesche”. Per il resto, il direttore del Fatto dice di aver trovato Grillo “amaro, malinconico, come negli ultimi spettacoli”, che non ha mai perso.
“Io la penso sempre allo stesso modo, lui si è innamorato di Draghi e ha preso delle grandi cantonate. Adesso credo che sia anche guarito e ogni tanto lo fa capire. Io spero di riparlarci presto perché devo dire che l’ho trovato in palla”.
Travaglio, in particolare, isola un passaggio dell’intervento di Grillo: “Su Vannacci ha detto una cosa molto acuta: più lo sputi e più si appiccica, come le decalcomanie. Grillo è un uomo di comunicazione che ancora oggi capisce esattamente come bisognerebbe fare e come non bisognerebbe fare se si vuole combattere Vannacci. Se invece lo si vuole favorire, si deve fare esattamente quello che sta facendo gran parte dell’informazione e della classe politica”.
ISTAT RIVEDE AL RIBASSO IL DEBITO DEL 2025, AL 136,7%, IN AUMENTO DAL 134,2% DEL 2024
(ANSA) – Il debito nel 2025 è pari al 136,7% del Pil, in aumento dal 134,2% del 2024. E’ quanto risulta dai dati contenuti nella nota dell’Istat sui Conti economici nazionali 2010-2025, da cui emerge una revisione al ribasso del dato dello scorso anno, rispetto alla precedente stima di aprile (137,1%).
Dalle tabelle risulta una limatura al ribasso anche per il debito del 2024 (ad aprile era stimato al 134,7%). Limati anche i dati dei due anni precedenti: il dato del 2023 è rivisto al 134% (dal 133,9%), quello del 2022 al 138,3% (dal 138,4)
GIORGETTI, RAMMARICO, ITALIA NON ESCE ANTICIPATAMENTE DA PROCEDURA DEFICIT
(ANSA) – “Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto Deficit-Pil 2025. Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027”. Così in una nota il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti sul deficit Pil 2025 diffuso oggi dall’Istat.
ISTAT: PEGGIORA DI 355 MLN STIMA INDEBITAMENTO NETTO 2025
(Agenzia Agi) – Per il 2025 la revisione e’ stata al rialzo sia per le entrate, 1,991 miliardi, sia per le uscite, 2,346 miliardi, con un peggioramento della stima dell’indebitamento netto di -355 milioni.
Lo rileva l’Istat, che ha confermato il rapporto deficit/Pil al 3,1% nel 2025. Per le entrate le revisioni sono imputabili a rettifiche nella stima della produzione vendibile e per uso proprio (+1,758 miliardi), delle altre entrate correnti (+538 milioni) e delle entrate in conto capitale (+536 milioni).
Queste revisioni al rialzo – spiega l’Istat – sono state in parte compensate da quelle al ribasso delle imposte (-794 milioni), in particolare quelle indirette sull’energia, e dei contributi sociali (-47 milioni).
La revisione delle uscite correnti e’ risultata di -142 milioni, a sintesi di rettifiche positive per le altre uscite correnti di +1,271 miliardi e negative per tutte le altre poste. Le uscite in conto capitale sono state riviste al rialzo (+2,488 miliardi), principalmente per gli investimenti.
CONTI PUBBLICI: ISTAT CONFERMA, DEFICIT/PIL AL 3,1% NEL 2025
(Agenzia Agi) – Nel 2025 le amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari al -3,1% del Pil, in miglioramento rispetto al -3,4% del corrispondente periodo del 2024. Lo rileva l’Istat confermando il dato diffuso ad aprile. 
Il valore dell’indebitamento e’ di -69.736 milioni di euro, in miglioramento per circa 5,1 miliardi rispetto all’anno precedente. Il saldo primario (indebitamento netto al netto della spesa per interessi) e’ stato positivo e pari a 17.422 milioni di euro, con un’incidenza sul Pil dello +0,8% (+0,5% nel 2024); il saldo di parte corrente (risparmio o disavanzo delle AP) e’ stimato pari a 50.358 milioni di euro, in miglioramento rispetto a quello registrato nel 2024, pari a 36.692 milioni.
Tale risultato e’ dipeso da un crescita di circa 42,4 miliardi di euro delle entrate correnti, superiore a quella delle uscite correnti (pari a circa 28,8 miliardi).
Il leader di FnV interviene sulle polemiche nate dalle parole del vicepremier Tajani

“Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna”.
Lo ha detto – intervenendo sulle polemiche nate attorno alle parole del ministro e vicepremier, Antonio Tajani – il leader di Fnv, Roberto Vannacci, a Start su Sky TG24.
Boschi (IV), Vannacci offensivo ci porta indietro nel tempo. “Da Vannacci arrivano affermazioni sbagliate e offensive. Le persone con disabilità non sono ‘sfortunate’ da compatire e non hanno bisogno di essere separate dagli altri. Hanno diritto a studiare, crescere e vivere insieme agli altri, con tutto il sostegno necessario perché quell’inclusione sia reale”. Così Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, che sottolinea: “Colpisce che queste parole arrivino appena ventiquattr’ore dopo quelle del cardinale Zuppi, che ha indicato nella scuola inclusiva uno dei più potenti strumenti di giustizia e ha ricordato che la condizione fisica di un ragazzo non può determinarne le opportunità di apprendimento, e a quelle del presidente Mattarella che, nel ricordare la nostra Carta fondamentale, ha sottolineato che la scuola è la più efficace leva di integrazione”.
“L’Italia ha superato le classi speciali da 50 anni per costruire un modello di scuola inclusiva. Non sarà Vannacci a farci tornare indietro. Il problema non sono i ragazzi con disabilità nelle nostre classi. Il problema è una politica che nel 2026 pensa ancora che la diversità vada tenuta a distanza. Vannacci chieda scusa alle famiglie e agli insegnanti che lavorano ogni giorno per una scuola per tutte e tutti”, conclude.
Piccolotti: ‘Donna senza gonna? Vannacci regredito allo stato animale’. “L’imminente sconfitta elettorale sta mandando fuori di testa gli uomini del centro-destra. Ogni giorno regrediscono un poco: Tajani è tornato negli anni ’50, Valditara – con i suoi divieti di educazione sessuale – al Medioevo e ora abbiamo anche Vannacci che sta regredendo fino allo stato animale. Lo afferma Elisabetta Piccolotti di Avs commentando le vergognose dichiarazioni odierne dell’ex generale Vannacci. Starebbero bene a fare le comparse in un parco a tema o in un circo – prosegue la deputata rossoverde – ci porterei volentieri mio figlio per fargli vedere quanta pena faceva una parte degli uomini prima che le donne si liberassero grazie al femminismo.
Marattin: ‘Vannacci? Evidentemente gli piacciono i pantaloni’. Vannacci “ha detto veramente così? Si vede che gli piacciono con i pantaloni, dopodiché abbiamo di meglio a cui pensare”. Lo ha detto il deputato Luigi Marattin, segretario del partito liberaldemocratico a margine di una iniziativa sulla sanità, interpellato sulla frasi di Roberto Vannacci sulle donne senza gonna.
Il volto dei conservatori meloniani ha come socio un ex lobbista. E la fondazione Tatarella ha preso soldi dal Mic per finanziare libri della sua casa editrice. La conduttrice di Ping Pong fa relazioni istituzionali con la sua società, che macini utili

(Stefano Iannaccone ed Enrica Riera – editorialedomani.it) – Tra giornalismo, comunicazione e lobbying diventa a volte difficile comprendere quali siano le strade dei megafoni del governo. Le voci di destra che fanno da cassa di risonanza a Giorgia Meloni. È il caso di Francesco Giubilei e Annalisa Chirico, così diversi e così affini nella diffusione del sostegno al governo. Giubilei è uno dei volti mediatici meloniani più in vista. Ospitate tv, convegni ed eventi: la presenza della firma del Giornale è costante.
La ramificazione porta a sviluppare il suo network tra manager pubblici e lobbisti. Non senza rischi. Già una volta ha dovuto lasciare il ruolo di consulente dell’allora ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, per evitare conflitti di interessi. Ma ancora oggi il Mic finanzia dei libri della fondazione che presiede, pubblicati dalla casa editrice di cui è proprietario. In tre anni il totale è superiore a 8mila euro.

Andiamo con ordine. Giubilei è presidente di due think tank di destra: Nazione futura, che è una sua diretta creatura. Ma soprattutto è alla guida, dal 2018, della Fondazione Giuseppe Tatarella, che raccoglie l’eredità dello storico rappresentante della destra post-missina. L’ente, nel 2025, ha beneficiato di finanziamenti del ministero della Cultura per 97mila euro. La quota più corposa, 78mila euro, è arrivata per il «contributo per l’anno 2026 quale ente ammesso per il bando pubblico degli Istituti culturali», previsto dalla legge. Ma ci sono altre voci che riportano dritti al nome di Giubilei.
Lo scorso anno, infatti, altri 2.337 euro sono arrivati alla fondazione per il libro «di rilevante interesse culturale» di Fabrizio Tatarella (vicepresidente della fondazione), La destra di governo da Pinuccio Tatarella a Giorgia Meloni. Il testo è stato dato alle stampe dalla editrice Historica Giubilei Regnani, di proprietà di Francesco Giubilei. E non è la prima volta. Nel 2024, la stessa cifra era stata destinata alla pubblicazione La destra italiana in Europa, mentre nel 2023 il titolo era La destra verso il futuro di Pinuccio Tatarella, beneficiario di un contributo di 3.500 euro.
Tutti i titoli sono della casa editrice di Giubilei. Contattato da Domani, l’editore ha risposto: «Non c’è nulla di particolare, anzi è del tutto logico che sia così visto che la casa editrice Historica-Giubilei Regnani è riferimento editoriale per i conservatori italiani ed edita ogni anno decine di libri, tra cui da vari anni quelli della Fondazione Tatarella. Il costo della pubblicazione dei libri è sostenuto dalla casa editrice e non dalla fondazione, dalla quale peraltro non ricevo nessun emolumento svolgendo la mia funzione a titolo totalmente gratuito». La fusione tra varie realtà è consuetudine: a giugno, al Tempio di Adriano, a Roma, si è tenuto l’evento sul «ricambio generazionale».
Sulla locandina campeggiava sia il logo di Nazione futura che di Historica. Tutto intorno a Giubilei. Oltre ai canali istituzionali, il volto mediatico della destra ha sviluppato un network. Lo scorso anno, infatti, è stata costituita la Inception media srl, con sede a Teramo, che da statuto si occupa di servizi di comunicazione e pubblicità. Intanto ha sviluppato il progetto editoriale Ribalta, un altro veicolo nella rete di propaganda a destra. La compagine societaria presenta al suo interno varie figure.
Giubilei detiene il 15 per cento. La stessa quota di Antonio Zennaro, ex deputato leghista, di recente confermato nel cda della Consap, società pubblica che gestisce i servizi assicurativi. Tra i soci compaiono nomi riconducibili al lobbismo: il 30 per cento fa capo alla Pino holding, di proprietà di Ernesto Di Giovanni, a lungo socio di Utopia, società di relazioni istituzionali che piace molto a destra, guidata da Giampiero Zurlo. Poi le strade si sono separate, Di Giovanni ora è anche socio del giovane editore. «La società si occupa di editare la pagina social Ribalta di cui curo la direzione editoriale», ha detto Giubilei.

Annalisa Chirico è un altro profilo tra giornalismo e lobbismo. Conduttrice di Ping Pong su Radio 1, «direttore responsabile», senza declinazioni femminili, di Fortune Italia, fondatrice del sito web Lachirico.it, ospite di diverse trasmissioni televisive, come Giubilei megafono delle iniziative del governo. Dal 2020 Chirico, come già raccontato da Domani, è amministratrice unica di Ac Advocacy & Communication, la srl con sede a Roma che presta servizi di consulenza alle aziende.
Ac Advocacy & Communication nell’ultimo bilancio disponibile ha dichiarato oltre 1,1 milioni di euro di fatturato con un utile di oltre 500mila euro nel 2025: se il suo business va bene è anche grazie agli affidamenti che la società continua ad ottenere sia da enti privati sia da enti pubblici. Solo a giugno scorso la società della giornalista ha fatto affari, così come in passato, con Sace srv: dalla società in-house di Sace, gruppo assicurativo-finanziario che fa capo al Mef, nonché componente dell’associazione nazionale tra le imprese di informazioni commerciali, ha ottenuto 20mila euro. A gennaio la srl ha avuto 10mila euro da Aeroporto Friuli-Venezia Giulia spa, società partecipata dalla regione a guida leghista e che già negli anni precedenti aveva “premiato” l’Ac Advocacy con una serie di affidamenti.
Da un lato, dunque, voce del servizio pubblico e dall’altro manager al servizio delle aziende, Chirico organizza anche una scuola rivolta ai giovani che si chiama “The Young Hope”: l’evento, atteso a fine settembre, è arrivato all’ottava edizione ed è promosso dall’associazione Fino a prova contraria da lei presieduta. Negli anni la kermesse ha avuto sponsor d’eccezione: tra le altre, Sace e multinazionali private come Google e Philip Morris.
Tra i sostenitori dei progetti della giornalista c’è proprio la Rai, la stessa per cui oggi lavora: tra l’altro Ping Pong è tornato ieri con il presidente del Senato La Russa come ospite. L’azienda quattro anni fa – rivelò questo giornale – aveva preacquistato per 40mila euro un suo documentario. Contattata all’epoca, l’ex firma de Il Foglio aveva respinto l’ipotesi di conflitto di interessi, dichiarando di non fare «la lobbista». Autrice di diverse pubblicazioni, tra le ultime c’è il libro scritto col ministro Matteo Piantedosi Dalla parte delle divise. E, naturalmente, dalla parte del governo.

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Dedicata a te, a lei, a lui, a tutti. È la carta dedicata spedita alle famiglie in difficoltà, un buono spesa alimentare di 500 euro che il governo distribuisce in autunno. Ma nel 2027 il bonus anticipa di qualche settimana e confluisce per le coincidenze meloniane nel grande sogno d’aprile. È il mese più fortunato dell’anno e per gli italiani il piatto è più ghiotto del solito. In aprile chi sta benino o anche non malissimo e possiede un auto di media cilindrata è sollevato dal pagamento della tassa automobilistica che nel 2027 è sospesa per decreto del governo il cui pagamento nella maggior parte dei casi cade proprio in primavera.
Gli italiani con le ruote ancora più sgonfie avranno, sempre in aprile, la possibilità di godere di una spesa e dirigersi al supermercato senza pensieri.
In aprile dovrebbero cadere anche le elezioni politiche, anticipando così di qualche mese la scadenza naturale. E se così fosse le coincidenze sarebbero tante e davvero performante l’idea di ricordare agli italiani con questi alert che si vota e, trovandosi al seggio, anche per chi conviene votare.
L’idea di fondo è che il voto ha bisogno di una spintarella, una qualche misura che favorisca l’idea che al seggio è meglio andarci, e insomma chi scegliere viene da sé.
La carta dedicata, lo dice il nome stesso, è il principio e destino di questo impegno supplementare di Giorgia nell’anno orribile delle elezioni.
Perciò l’idea dello scambio, tu dai una cosa a me e io una cosa a te, diviene una proposizione suggestiva. Sembrerebbe una cattiveria, una maldicenza, qui trovandoci sul tema piuttosto facile delle regalie elettorali, con la memoria che andrebbe alla scarpa di Achille Lauro, e – più da vicino – agli 80 euro di Matteo Renzi.
Ma Giorgia Meloni, magari in una intervista al Tg1, replicherebbe da par suo: “Sono solo dei rosiconi!”.

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Nella concitazione della corsa all’estremissima destra innescata da Vannacci, vola via la striminzita foglia di fico che si supponeva coprisse le vergogne fasciste di Giorgia Meloni. E così già ora siamo all’“Ausländer raus” (via gli stranieri) dalla scuola italiana: i prossimi saranno i disabili, poi i poveri. Come sempre, siamo al rovesciamento perfetto della Costituzione: che vuole “la scuola aperta a tutti”. La presidente del Consiglio, no: la vuole chiusa “agli stranieri”. Anche se sono nati in Italia, e si vedono negare la cittadinanza da una concezione della nazionalità ancora legata al sangue. Non importa se tutti i dati disponibili certificano che gli studenti stranieri non sono un problema, anzi. I test INVALSI dimostrano che l’andamento delle classi non dipende dal numero degli alunni con cittadinanza non italiana: visto che è peggiore nelle regioni con più cittadini italiani, migliore dove sono di più i non cittadini.
[…]
Quello di cui c’è bisogno è semplicemente potenziare e valorizzare la presenza delle e dei docenti della classe A023, ovvero i docenti di lingua italiana per discenti che parlano altre lingue. È una figura prevista dalla legge, ci sono tante persone che si sono formate e specializzate presso le nostre università per svolgere questa professione, eppure ancora il reclutamento è scarso, e spesso questi docenti sono inseriti nelle scuole solo per prestare servizio in ore di potenziamento, non nelle cattedre curriculari. Per sostenere il percorso scolastico dei bambini figli di immigrati, che devono migliorare la loro conoscenza della lingua italiana, non servono quote o discorsi propagandistici, servono insegnanti d’italiano in classe. Perché i bambini che non hanno (ancora) la nostra cittadinanza ma condividono banco e vita con i nostri figli, non sono carne da cannone per la propaganda politica: sono la speranza che questo Paese abbia un futuro di pace, giustizia, eguaglianza. Un futuro di umanità: la quale umanità, come ha spiegato una volta per tutte Hannah Arendt, è plurale per definizione. O non è.
Da un lato il decreto flussi per attirare lavoratori, dall’altro misure che allontanano le famiglie

(Flavia Perina – lastampa.it) – La destra che ha messo Adriano Olivetti nel suo Pantheon, la destra che lo celebra giustamente come pioniere del capitalismo sociale e dell’emancipazione culturale, dovrebbe ricordarsi di lui anche quando parla di immigrazione, formazione, scuola. Il “modello Olivetti” fu un’esperienza che consentì a decine di migliaia di meridionali di integrarsi in un Nord che aveva bisogno di loro ma li guardava con sospetto, paura e talvolta disprezzo. In uno straordinario documentario del 1970, “I bambini e noi” di Luigi Comencini, una giovanissima maestra di Torino racconta la realtà della sua classe, piena di assonanze con l’attualità: 36 studenti, la metà “immigrati” (dice proprio così) che vivono in cantine e soffitte senza acqua, parlano in dialetto, vengono da una cultura diversa. Ne parla con l’orgoglio di chi gestisce un problema enorme, senza scoraggiarsi. Olivetti vide quel problema, lo affrontò con servizi sociali avanzati, una politica abitativa d’avanguardia, asili nido, corsi di formazione, azzeramento delle disparità di trattamento tra vecchi e “nuovi” dipendenti.
Viene spontaneo citare quell’avventura davanti all’annunciato provvedimento che fissa al 30 per cento il numero di stranieri in ogni classe, una norma che solleva una precisa domanda: cosa vuole il governo? Ottenere una migliore integrazione dei bambini di origine straniera oppure incentivare i loro genitori ad andarsene? Il trasferimento in una scuola distante, con un lungo accompagnamento da fare ogni mattina, magari senza tempo pieno (solo il 46 per cento delle elementari lo prevede) è un’ovvia spinta a dirsi: meglio spostarsi altrove. E tuttavia non si capisce come stia insieme questo intento con i decreti flussi che hanno aperto le porte a 500mila immigrati in tre anni, giudicandoli necessari al sistema economico. O gli immigrati ci servono, come nei ’70 servirono i meridionali al Nord del boom economico, e allora vanno accompagnati verso una piena integrazione, oppure non li vogliamo. Ostracizzare la presenza straniera e al tempo stesso sollecitare l’ingresso di mano d’opera straniera è un paradosso che può produrre solo disastri.
Il governo sembra orientato, malgrado la protesta dei presidi, a emettere un decreto che sarà valido fin dall’anno in corso: non inciderà sulle classi già formate ma varrà per tutti gli alunni che si iscriveranno nei prossimi mesi. Se così fosse, un numero imprecisato di scuole dovrà affrontare le conseguenze del disordine e della casualità con cui finora è stata gestita l’immigrazione dall’estero. Le classi ghetto nelle grandi città sono figlie dei quartieri ghetto, dove la prevalenza delle famiglie straniere è generata dall’espulsione verso le periferie dei ceti deboli. E le aree-ghetto dei centri piccoli o medi sono legate ai distretti-ghetto dell’agricoltura, della cantieristica, del tessile, dell’industria. Se a Prato il 26 per cento dei residenti è straniero è perché quel modello economico è fondato sul lavoro degli stranieri. Se a Monfalcone la percentuale sale al 30 per cento, se in piccoli comuni come Baranzate o Pioltello si arriva al 34 o al 36 per cento, è per lo stesso motivo. La scuola è l’ultimo anello di un sistema che “chiama” immigrati ma poi non li vuole vedere, ascoltare, considerare, e ovunque stanno sono troppi, andrebbero smistati in giro, anche se non si capisce come.
Rovesciare l’equazione e dirsi che dove i ragazzi immigrati sono tanti servono più risorse, più tempo pieno, più insegnanti, più servizi sociali, sarebbe il solo modo per tenere insieme la nuova realtà dell’immigrazione, le esigenze del Paese e anche l’articolo 34 della Costituzione, ricordato ieri da Sergio Mattarella: la scuola è un diritto fondamentale di tutti, senza discriminazioni. Per la destra risulterebbe anche una scelta coerente con l’esaltazione del modello Olivetti e delle sue comunità educanti, dove istruzione e formazione tengono insieme cultura umanistica, progresso scientifico e crescita sociale.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Intervistato da Peter Gomez, Ignazio La Russa ha sostenuto che il governo Meloni colpisce la Russia con le sanzioni, ma non Israele, perché molti Stati affermano che Israele non ha diritto a esistere. Come ho spiegato ad Accordi e Disaccordi, Fratelli d’Italia è una grande lobby israeliana. Mi accingo a dimostrarlo ricorrendo a un paradosso: se qualcuno negasse il diritto della Russia a esistere, Putin dovrebbe essere sollevato da tutte le sanzioni? La capacità del governo Netanyahu di penetrare in Fratelli d’Italia diventa ancora più chiara se passiamo dal piano logico a quello storico. Lo studio del periodo 1967-2026 mostra che gli Stati in Medio Oriente che negano il diritto d’Israele a esistere non esistono più. L’Iran è l’unico a perseverare in questa propaganda. Gli Stati che parteciparono all’attacco contro Israele nel 1948 non negano più il diritto d’Israele a esistere. La Giordania intercetta persino i missili dell’Iran diretti a Tel Aviv. Egitto e Israele hanno firmato la pace nel 1979; Giordania e Israele hanno firmato la pace nel 1994. Il quadro regionale del 2026 è molto diverso da quello del 1948. Arabia Saudita e Israele collaborano nel campo dell’intelligence. Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020. Che Ignazio La Russa sia stato ministro della Difesa desta impressione alla luce della sua risposta a Gomez. Israele può essere sanzionato, anche se l’Iran nega il suo diritto all’esistenza. Le sanzioni dipendono da ciò che Israele fa a Gaza e non da ciò che l’Iran dice di Israele.
[…]
A questo punto, Ignazio La Russa obietta: “Ma Hamas nega il diritto d’Israele a esistere!”. Quando il mondo è oggetto di studio, diventa complesso. Il 1° maggio 2017 a Doha, Hamas presentò un nuovo Document of General Principles and Policies, che modificava significativamente il documento fondativo del 1988. Hamas eliminò il riferimento alla distruzione d’Israele, presente nello Statuto del 1988. Nel documento del 2017, Hamas, separando ebraismo e sionismo, eliminò anche il riferimento agli “ebrei” come nemici dell’organizzazione, sostituendolo con il riferimento agli “israeliani”. Di più: nelle modifiche, Hamas lasciò intendere che avrebbe accettato uno Stato palestinese entro i confini precedenti alla guerra del 1967 con capitale Gerusalemme, ponendo la condizione necessaria, ancorché insufficiente, per il riconoscimento d’Israele e per una soluzione negoziale. Trump si precipitò a distruggere tutto: il 6 dicembre 2017, riconobbe Gerusalemme come capitale d’Israele, senza dare niente in cambio ai palestinesi. Il messaggio politico era chiaro: “Anche se Hamas si modera, Israele continuerà a rubare la terra dei palestinesi”.
[…]
Le domande sono due: 1) perché, in materia di politica internazionale, il livello intellettuale della classe dirigente di Fratelli d’Italia è spaventosamente basso? 2) perché La Russa non si vergogna di umiliare la Repubblica italiana con le sue assurdità in difesa di Netanyahu? La risposta è agevole: perché Meloni è stata una politica di quartiere per tutta la vita. Quando “Giorgia” è diventata presidente del Consiglio, Meloni non aveva alcuna conoscenza della politica internazionale. Avendo concepito la propria esistenza politica, peraltro meritoriamente, come un servizio nei quartieri di Roma, Meloni ha nominato dirigenti totalmente incompetenti in materia di politica internazionale perché questo tema non è mai esistito nella sua mente se non come propaganda contro l’Arabia Saudita (che adesso protegge con i Samp/T italiani). Il bassissimo livello intellettuale di Meloni in questo campo ha fatto velo a quello dei suoi colonnelli. Peter Gomez, con una sola domanda, lo ha reso evidente.
Non si può chiedere a cittadini spaventati di avere fiducia nel sistema, se il sistema non li vede. È questo che ci insegna il voto tedesco

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Annunciando che il suo governo resterà in carica per garantire «il futuro democratico del Paese», il cancelliere tedesco Friedrich Merz dimostra — ancora una volta — di non aver capito nulla di quel che sta succedendo non solo in Germania, ma in Occidente. Di non avere quindi compreso la portata delle due vittorie dell’ultradestra di Afd in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania, dove comunque non riusciranno a governare, e del successo della sinistra radicale di Die Linke nel Land di Berlino.
Non si tratta di forze comparabili, se non altro perché la prima è antidemocratica e l’altra non lo è. Ma hanno in comune l’essere percepite come fuori dal sistema. Aver capito cioè che davanti al cambio d’epoca dentro il quale siamo non è più possibile promettere di gestire l’esistente senza scosse per nessuno. Non è più credibile parlare genericamente di riforme. Davanti ai risentimenti che muovono il popolo quel che vince — in politica — è un sovvertimento del paradigma. O quanto meno la sua promessa.
La sfida delle democrazie liberali oggi è qui e ci chiama a rapporto: inglesi, francesi, italiani, spagnoli, americani, non solo tedeschi. Cos’è che nutre l’estrema destra fino a farle sfondare traguardi psicologici che non avremmo immaginato? Fino a farle sognare di governare un giorno in Germania, un Paese che sembrava aver fatto i conti con la propria storia. Oppure nella Francia che aveva rinnegato Vichy. O nella Gran Bretagna che solo mettendo in fila i danni della Brexit dovrebbe correre forte in un’altra direzione?
Sappiamo tutti quali sono i sentimenti oscuri con cui la democrazia deve imparare ad avere a che fare, per far sì che non la distruggano dall’interno. Il politologo americano William A. Galston li mette in fila in un saggio che si intitola Rabbia Paura Dominio. E che spiega esempio dopo esempio come «ignorare le passioni non le neutralizza: le consegna a chi sa manipolarle per fini autocratici».
Quando i leader «si rendono conto di trovarsi di fronte a passioni oscure, dovrebbero fare tutto ciò che è onorevolmente possibile per modificare le forze — materiali o retoriche — che le hanno suscitate», scrive Galston. Programmi concreti, parole rispettose, potrebbero non bastare. Ma aiutano. Così come aiuta sapersi scusare per gli errori del passato.
Quando negli Stati Uniti nel primo decennio del ventunesimo secolo si sono persi oltre cinque milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero, per via del cambiamento tecnologico e dell’ingresso della Cina a condizioni vantaggiose nell’Organizzazione mondiale del commercio, nessuno dei leader progressisti allora al potere si preoccupò degli invisibili lasciati indietro dalle magnifiche sorti del progresso. È lì che hanno lavorato il trumpismo e l’irrazionalità Maga. È su quella ferita che sono prosperati l’odio e il rancore e che è maturata perfino la violenza del 6 gennaio 2021 con l’assalto a Capitol Hill.
La tendenza di chi crede fortemente nelle istituzioni democratiche che per ottant’anni ci hanno difeso dal declino e dalle guerre è spesso quella di non voler guardare in faccia i problemi dei cittadini comuni. I partiti tradizionali sono impegnati a difendere l’esistente, senza vedere che in troppi — da quell’architettura di regole e valori — si sentono tagliati fuori. Chi non legge risposte ai suoi problemi nei programmi politici delle forze democratiche tende a credere che sia proprio la democrazia, l’ostacolo. Che lo siano l’inclusione, la tolleranza, i diritti estesi a tutti.

A tutto questo non si risponde con l’ordinaria amministrazione, ma con sogni uguali e contrari. È questo che dimostra la vittoria della Linke a Berlino sul modello di quella di Mamdani a New York. La proposta che la quarantacinquenne Elif Eralp, di origine turca e musulmana, avvocata esperta di diritto d’asilo, ha portato avanti sulla casa — l’esproprio di decine di migliaia di appartamenti ai grandi fondi immobiliari — è tacciata di utopia e velleitarismo da parte dei partiti tradizionali, così come lo erano i trasporti e gli asili gratis per i bambini a New York quando a proporli era Mamdani, ma ha il merito di vedere problemi che quei partiti usano eludere. Rifiutando anche misure meno radicali, come ad esempio un piano di edilizia pubblica simile a quello che ha cambiato il volto dell’Italia negli anni ’50.
Le grandi città sono diventate inaccessibili per la maggioranza di coloro che le abitano. È successo a Londra, a Milano, a Roma, a Berlino, a Madrid. Non si può far finta di niente e parlare di cedolari secche, davanti a una crisi di questa portata. Con l’aumentare delle diseguaglianze e del disagio sociale, aumenta l’insicurezza dei cittadini: non si può solo dire che il cattivismo e il farsi giustizia da soli non sono la risposta. Servono soluzioni.
Per l’immigrazione vale lo stesso discorso: se interi quartieri cambiano volto e spaventano chi li ha abitati tradizionalmente, l’integrazione e l’incontro vanno favoriti da politiche sociali apposite, mirate, costose, non pretesi per legge di natura. Su questi ultimi due punti, nel nostro Paese, la destra ringhia, ma la sinistra è afona.
Poi c’è l’enorme questione del lavoro e della trasformazione tecnologica, cui non si può rispondere con ricette degli anni ’90, le riforme, gli aggiustamenti, le terze vie, perché negli anni ’90 non erano tornate le guerre, non era esploso il terrorismo, non c’erano state bolle finanziarie che hanno tolto ai risparmiatori la terra sotto ai piedi. A ripetizione. Mentre una fetta di persone continuava a ingigantire la sua ricchezza proprio sfruttando il debito e la povertà di tutte le altre.
Non si può più chiedere a cittadini spaventati da una trasformazione che non controllano di avere fiducia nel sistema, se il sistema non li vede. È questo che insegna il voto tedesco. È a questo che forze che vogliono essere di governo dovrebbero pensare, se hanno davvero a cuore la democrazia.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Le critiche piovute addosso a Virginia Libero, leader dei giovani dem, sono particolarmente sintomatiche. Alla festa nazionale del Pd a Reggio Emilia, Libero non ha fatto altro che tradurre in comizio politico l’ossatura di quel capolavoro che è Il disertore di Boris Vian, messo in musica anche da Ivano Fossati: un testo irrinunciabile contro ogni guerra.
Apriti cielo: l’hanno massacrata. Lungi dal santificarla anzitempo, perché la storia del Pd è piena di aspiranti leader nati incendiari e finiti pompieri (si pensi anche solo a Debora Serracchiani), le critiche a Libero sono puntualmente arrivate da persone riconducibili a quella fatiscente e mitologica galassia di “riformisti dem”, tutta gente senza arte né parte (men che meno voti) che fa più danni della grandine. Renziani, calendiani e altri demoni. È naturale che a criticare in prima fila Libero ci sia Giorgio Gori: nulla di più scontato. Ed è naturale pure l’imbarazzo di Elly Schlein, che verosimilmente ha rivisto in Virginia ciò che un tempo era e che ancora vorrebbe incarnare, ma che non può più essere pienamente in qualità di leader di un partito con 180mila correnti. Virginia ha quindi avuto la colpa di dire apertamente ciò che Elly pensa in cuor suo: una colpa gravissima.
[…]
In questa galassia di scontenti, arrabbiati e imbarazzati, colpisce – ma non stupisce – che figuri anche Diego Bianchi, alias Zoro. Bianchi è un caso emblematico di tutto quel mondo che gravita attorno al Pd. Ottimo professionista, conduce un bel programma con ospiti notevoli, buonissima musica e qualche momento televisivamente efficace. Lo schema è sempre quello del “salotto buono alla Fazio”, con tutti i pregi e difetti che ne conseguono, ma in ogni caso “ad averne” di Propaganda Live. Zoro è anche un personaggio televisivo discretamente permaloso e vendicativo, e dunque occorre stare molto attenti nel criticarlo, ancor più se da sinistra, perché è uno di quegli intoccabili cari al “piddismo salottiero” che piace alla gente che piace. Corro il rischio di ulteriori fatwa e garbatamente espongo le mie perplessità. I suoi punti deboli sono due. Il primo è quello di ostinarsi a parlare romanesco stretto, tipo “Er Monnezza”, come se fosse un vanto ostentare il dialetto e fregarsene della lingua italiana. Ma perché? È La7, mica TeleAbbacchio. Il secondo problema – che però per lui è un pregio – è quello di essere in tutto e per tutto il classico piddino ostinatamente avverso a tutto ciò che è – o sembra – sinistra radicale, peggio ancora grillismo. Chi lo ha ascoltato giovedì scorso a Otto e 1/2 ne ha avuto conferma. Dialogando proprio con Virginia Libero, ha tenuto una posizione così guerrafondaia e filo-Von der Leyen che, ad ascoltarlo, pareva Mark Rutte. Il web, che lui ben conosce, si è spaccato – o meglio, neanche tanto: lo hanno applaudito giusto renziani, calendiani e i quattro lettori in croce del Foglio. Una gogna che non augureremmo a nessuno. Tutti gli altri lo hanno demolito, soprattutto da sinistra. Praticamente un trionfo.
[…] Zoro è il classico sostenitore Pd il cui approccio, in estrema sintesi, si riassume nella seguente frase: “Sì, okay, Renzi è un po’ antipatico, ma resta il miglior leader di tutti, ed è l’unico che sa fare politica”. È ovviamente anche la posizione di molti dirigenti del Partito democratico: “Torniamo con Renzi, non fidiamoci di Fratoianni, non fidiamoci di Conte, non fidiamoci di questi sedicenti pacifisti in realtà putiniani”. Le stesse parole dei Parsi (ma senza la stessa competenza), dei Calenda, dei Molinari, dei Casini, dei Fassino, delle Quartapelle. Che bella compagnia, Diego! Forse anche Zoro è un ex incendiario diventato pompiere: non sarebbe il primo e men che meno l’ultimo. Di sicuro, essendo una persona intelligente (convinta d’esser pure urticante), se si fermasse a riflettere e prendesse atto che spesso ad ascoltarlo pare un Cerasa minore, forse qualche domanda gli verrebbe voglia di porsela.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Ma quante ragazze, o bambine, frequentano le scuole pubbliche italiane indossando il burqa? Sarebbe una domanda importante da porsi per dare una dimensione concreta, non propagandistica, al problema “integrazione e rispetto delle leggi italiane”. Problema di rilievo, sia ben chiaro. Ma nei comizi non è uso affrontare i problemi, è più facile e più comodo sparare slogan per arraffare l’applauso.
Sempre per dare una dimensione concreta, leggibile, affrontabile al problema dell’integrazione: quanti corsi di italiano per immigrati hanno messo in campo fino a qui i governi, compresi i governi regionali? Quali e quante sono le risorse investite, le vie praticate, le buone idee per passare dall’accoglienza all’integrazione, che sono due cose distinte, e ben diverse? Esistono politiche di integrazione (culturale, sociale, abitativa) degne di questo nome, oppure tutto è affidato al caso o alla buona volontà o al volontariato civico?
Se esistesse un censimento dei corsi di italiano per immigrati, e più in generale degli sforzi per favorirne l’inclusione nella vita sociale, sono sicuro che le istituzioni brillerebbero per assenza. Terzo settore e volontariato ci mettono una pezza, per il poco che possono. E ci dica, presidente Meloni, e lo comunichi anche alla sua claque: per migliorare lo stato delle cose, ovvero per fare politica e non propaganda, conta di più vietare i burqa (quali? quanti?) nelle scuole o mettere in piedi percorsi chiari, e non facoltativi, di informazione e di formazione, di inclusione e di cittadinanza, favorendo chi partecipa a scapito di chi rifiuta? O sono solo braccia da sfruttare e non nuovi cittadini da integrare, gli immigrati?
La risposta dell’amministrazione repubblicana dopo le polemiche per la cacciata dalla Casa Bianca dei reporter di Cnn, MsNow e Politico. Un nuovo strumento di propaganda in vista delle temute elezioni di midterm

(repubblica.it) – La coincidenza è quantomeno sospetta. La Casa Bianca ha annunciato la nascita dell’emittente TrumpTv: The Essential Station – un canale attivo 24 ore su 24 a partire dalle 19 americane del 21 settembre – tre giorni dopo la cacciata dei reporter di Cnn, MsNow e Politico e le mosse che hanno incendiato le ore successive, dalla causa legale avviata dalle tre testate coinvolte al boicottaggio della maggior parte degli organi di stampa e dei broadcaster. Donald Trump ha prima assestato una spallata all’informazione americana, poi ha sferrato un secondo colpo con la creazione di una comunicazione a propria immagine e somiglianza. Un altro strumento messo in campo in vista delle temute elezioni di midterm.
Non è un caso, infatti, che il lancio social del nuovo canale abbia toni da campagna elettorale: “Benvenuti – dice Kaelan Dorr, vice assistente del presidente in un post su X –, la stampa, in alcuni casi, ha riportato in modo inaccurato o non ha riportato affatto i numerosi successi da record dell’amministrazione a beneficio di tutti gli americani”. Trump Tv, spiega Dorr, “è una diretta streaming 24 ore su 24, 7 giorni su 7, dei più grandi successi dell’amministrazione, senza filtri. Tutto sul canale YouTube della Casa Bianca e sull’app ufficiale. Buona visione”. Il primo filmato trasmesso è stato il discorso che il tycoon ha pronunciato a Mount Rushmore il 3 luglio, per i 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti d’America.
Immediate le critiche, a cominciare da chi definisce il servizio un mezzo di comunicazione gestito dallo Stato, simile ai sistemi rigidamente controllati di Cina e Russia. “Un altro dittatore non aveva forse un mezzo di comunicazione statale, o me lo sono immaginato?”, ha ironizzato su X Breck Worsham, nota personalità di destra sui social ed ex sostenitrice di Trump. Philip Lewis, vicedirettore di HuffPost, ha invece parlato di una rete di propaganda, come riporta Newsweek: “Nel contesto del divieto imposto da Trump a tre organi di informazione – ha evidenziato Lewis – la Casa Bianca sta ora promuovendo la propria rete di propaganda statale”.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Riusciranno i nostri eroi del fronte progressista a trovare un accordo sui due punti del programma che più dividono il Pd da una parte e M5S e Avs dall’altra, cioè il riarmo europeo e le armi all’Ucraina? Per saperlo, bisognerebbe conoscere i programmi dei tre partiti, mentre ne è noto soltanto uno: quello del M5S, che l’ha appena approvato con i suoi iscritti dopo mesi di proposte dal basso. Ed è un No secco sia al riarmo Ue da 800 miliardi a debito (solo in parte sovrapponibile al 5% del Pil per la Nato), sia all’invio di altre armi a Kiev. Di Avs si sa che finora ha votato No su entrambi i punti. Del Pd, come sempre, non si sa nulla: c’è chi è per il Sì a tutt’e due le cose, chi per il Ni, chi per il Sì alla prima e il No alla seconda, chi viceversa. Dipende da chi risponde: la segretaria Elly Schlein ha una linea, la leader dei giovani Virginia Libero un’altra, la destra interna un’altra ancora ecc.: gli eurodeputati si dividono regolarmente e riescono quasi sempre a votare all’opposto dei parlamentari italiani. Quindi sono le varie tribù del Pd che devono mettersi d’accordo, prima di portare una proposta unitaria – possibilmente comprensibile, senza supercazzole – al tavolo del programma con gli alleati. E a oggi non si sa né se né in quale sede ciò avverrà, né tantomeno cosa uscirà dal cilindro magico.
[…]
Siccome però il tempo stringe, è molto meglio sciogliere subito il nodo dei nodi. Come? Affidando alla base degli elettori progressisti la scelta che paralizza i vertici. Dove? Nelle primarie aperte per il candidato premier. Conte dirà che, se sarà lui, cancellerà i piani di riarmo e smetterà di armare Kiev per non ritardare ancora il negoziato. Schlein dirà che ridurrà un pochino il riarmo e continuerà ad armicchiare Kiev, ma intanto si batterà per la famosa “pace giusta”. Il candidato della destra dem, tipo Gori o un altro dei famosi “riformisti” (che poi sono 7 in tutto), dirà che bisogna confermare il riarmo e seguitare ad armare Kiev fino alla vittoria contro la Russia, cioè fino all’ultimo ucraino. Altre eventuali figure di centro o di sinistra copriranno le altre posizioni del Kamasutra. Poi gli elettori voteranno, decidendo una volta per tutte sia il candidato premier sia la linea su queste questioni che non sono due fra le tante, ma “le” questioni fondamentali e dirimenti. Poi si potrà completare il programma su tutto il resto: sanità, lavoro, giustizia, scuola, cultura, tasse, investimenti, sicurezza. Tutti temi molto meno divisivi, ma soprattutto inutili se vincerà un candidato riarmista e bellicista. Perché, se i progressisti si impegneranno a spendere decine di miliardi per le armi all’Italia e pure all’Ucraina, non solo non saranno alternativi alla Meloni: saranno come lei. Ma per le urgenze degli italiani non avranno neppure un euro da spendere.

(Tommaso Merlo) – Il prezzo della benzina è a livelli record ma per adesso non si intravedono disordini. Tutti col naso sul telefonino e la testa altrove mentre la politica e i maggiordomi della stampa mainstream blaterano d’altro. Lo chiamano giornalismo ma è propaganda, la chiamano società ma è atomizzazione sociale che avviene quando trionfa l’iper capitalismo ed i cittadini si trasformano in indifferenti teleconsumatori che vivono per conto loro occupandosi degli affaracci propri. Consumo ed appaio ergo sum con la politica ridotta a sparuto tifo verso qualche improbabile messia. Cagnare e risse mediatiche e poi non cambia una mazza di nulla anche grazie ad una propaganda permanente spacciata come informazione che lavora ai fianchi le masse affinché il sistema sopravviva sempre e comunque. Ma con questa crisi bestiale e con le masse alla fame, la storia potrebbe rimettersi in moto. Rispetto agli altri disastri occidentali, questa crisi ha un impatto diretto su quello che le masse occidentali hanno di più caro, i soldi e quindi la vitale spinta a consumare. La chiamano democrazia ma è lobbismo, la chiamano politica ma è marketing che impazza perché questa crisi devastante è palese responsabilità di chi comanda davvero: l’America a matrice sionista, la Nato a matrice americana con al seguito la servitù di Bruxelles e delle capitali europee a matrice egoistico poltronistica. Pensavano di sottomettere ed abusare agevolmente della Russia e dell’Iran ed ingozzarsi di gas e petrolio e dominio globale ed invece la storia gli ha riservato una clamorosa sorpresa. Dopo decenni a prendersela coi più deboli e sterminare milioni di innocenti tra bombe a grappolo e strangolamenti economici, siamo ad una clamorosa sconfitta militare ma anche politica ed economica dell’Occidente nel suo insieme che apre praterie ed un nuovo mondo multipolare con la Cina unica vera superpotenza. Pace, stabilità, una più equa distribuzione della ricchezza, cooperazione invece che competizione e controversie risolte con diritto ed istituzioni internazionali, quel sistema prima creato e poi tradito da un Occidente perduto nell’orgia ego consumistica. Era ora, ma inutile attendersi mea culpa ed esami di coscienza, le élite politiche e mediatiche si arroccheranno nei palazzi fino all’ultimo sperando che con qualche panzana propagandistica potranno riciclarsi anche questa volta. Ma questa tempesta è diversa dalle altre, lontana dagli occhi dei teleconsumatori ma non dalle loro tasche e colpisce in particolare quello stramaledetto popolino quando va a fare benzina o la spesa per riempirsi lo stomaco. L’inflazione galoppa e quando nemmeno togliersi il cibo di bocca per darlo ai propri figli basterà, la propaganda non riuscirà più a distrarre le masse che imbestialite si risveglieranno dal torpore consumista e ricominceranno a lottare per una vita decente. E visto che da soli non si combina nulla, ricominceranno ad unire le forze. Qua e là s’intravedono già segnali positivi, coi cittadini che quando hanno l’occasione votano ovunque partiti radicali e anti sistema. Perfino nella rigida Germania dove quel burattino lobbistico e guerrafondaio di Merz è già politicamente un morto che cammina mentre destre e sinistre estreme risorgono dall’entroterra fino a Berlino. Si respira ovunque voglia di sbarazzarsi del pensiero unico neoliberista con cittadini desiderosi di rimpossessarsi del potere rubatogli da organismi e lobby senza volto e cuore, e di una una politica genuina invece di influencer del nulla cosmico e attori d’avanspettacolo. In Italia da una parte abbiamo Vannacci mentre dall’altra il vuoto. Il partito di Conte e i cespugli comunisti ambiscono infatti ad un governo col Pd, un partito di sistema nonché guerrafondaio e parte integrante delle tecnocrazie di Bruxelles nonché solito inchinarsi anche ai camerieri di turno alla Casa Bianca. Un partito di “sinistra” che ha distrutto i diritti dei lavoratori in Italia e massacrato lo stato sociale ma se lo faceva Berlusconi sarebbe sceso in piazza a sventolare bandiere rosse. Un partito che ha come unica competenza quella di garantire da decenni poltrone alla solita manica di tromboni nullafacenti. Neoliberisti elitari vestiti di rosa che si alternano al potere con quelli vestiti di grigio, poltronari professionisti che una volta eletti giurano più sull’agenda atlantista che sulla Costituzione e che hanno la propria carriera come unica vera stella polare. Cagnare e risse mediatiche e poi non cambia una mazza di nulla. Ma con questa crisi bestiale e con le masse alla fame, la storia potrebbe rimettersi in moto. L’inflazione galoppa e quando nemmeno togliersi il cibo di bocca per darlo ai propri figli basterà, la propaganda non riuscirà più a distrarre le masse che imbestialite si risveglieranno dal torpore consumista e ricominceranno a lottare per una vita decente. E visto che da soli non si combina nulla, ricominceranno ad unire le forze stravolgendo lo scenario politico e sbarazzandosi delle élite politiche e mediatiche responsabili di tale epocale disastro. Si chiama vera democrazia in cui è il popolo l’unico legittimo sovrano.
Grillo, Conte dovrebbe avere il suo stemma e mandare avanti la sua cosa
(ANSA) – “Come faccio a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere di farlo, non ho le facoltà.
Posso dare degli input a delle idee”. Lo ha detto Beppe Grillo a Pulp Podcast.
Parlando del M5s ha detto che ora “è un partito normale”. “Sono stato estromesso, è un dato di fatto. Ma non ho rimpianti, ora il Movimento è un’altra cosa, in mano al reverendo Jones, l’uomo che sussurrava ai cavilli, persone che si agitano in un movimento che di progressista ha solo la paralisi progressiva”.
“Il Movimento doveva essere compostabile, non biodegradabile, mi sento postumo di me stesso da vivo, tutto quello che dicevo 20 anni fa devono ancora arrivare qua, questo è il disagio”.
Con la politica, ha proseguito, “io ci ho rimesso un sacco di soldi, un po’ di salute, una parte della mia famiglia, perché non sono mai stati d’accordo. Siamo partiti con Casaleggio. Poi, mancando Casaleggio sono rimasto un po’ privo. Poi c’è stato Di Maio, bravissimo, per l’amor di Dio, però… Poi ho fatto il garante che non contava quasi nulla. La situazione si è evoluta. Io e Casaleggio non ci siamo mai candidati e mai ci abbiamo pensato. Abbiamo fondato il Movimento nel giorno di San Francesco”.
“Ho fatto cinque Festival con Baudo – ha aggiunto Grillo -, ho vissuto con lui una vita, fanno un programma su di lui e io non ci sono. Presentano i David di Donatello, che io ho preso, e non vengo messo nell’elenco di chi l’ha vinto. Gino Paoli fa l’ultima intervista in vita, io e lui in tournee insieme, amicissimi, fa un’intervista e Cazzullo gli chiede di Grillo, lui parla di me benissimo, ma tagliano la risposta. Allora penso che ci sia una piccola manovra per togliere dalla memoria il mio nome”.
Durante l’intervento ha parlato anche del figlio Ciro. ‘Sta attraversando – ha detto – un periodo un po’ particolare, di enorme pesantezza, che sta risolvendo. Si è laureato 110 e lode, si ha fatto una famiglia, una figlia stupenda, una moglie, studia per diventare penalista e gridare al mondo la sua innocenza, vuole difendersi da solo e gridare la sua innocenza”.
E su Vannacci: “Il pensiero si sta rattrappendo un po’, oggi le persone intelligenti si nascondono, hanno paura di confrontarsi. Vannacci… il suo futuro sono le domande stupide, con un sottile astio. Lui è come una decalcomania, più gli sputi sopra più si appiccica”.
Poi, parlando de Il fatto Quotidiano: “Con Travaglio non abbiamo più niente da dividere, quando una persona ha un’idea della realtà che deve combattere con la propria opinione… Trovo che sia ancora un ottimo giornalista, non ho critiche personali da fare, ma il giornalismo è una professione in via di estinzione”. Poi, sempre parlando di giornalismo: “Mi terrorizza che giornalisti di destra parlano bene di me. Io rimango sconvolto”.