Il Consiglio dei ministri convoca le urne forzando la prassi e con l’iniziativa popolare ancora in corso. I promotori chiederanno la sospensiva urgente al Tar: le incognite e gli scenari

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – Alla fine il governo ha deciso di forzare. Come anticipato dal Fatto e poi confermato dalla premier Giorgia Meloni, il Consiglio dei ministri ha fissato al 22 e 23 marzo il voto sulla riforma Nordio, senza attendere i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale. Una scelta che viola la prassi seguita in tutta la storia repubblicana, ignorando le oltre 350mila firme già raccolte dall’iniziativa popolare per il referendum (qui il link per firmare con Spid o Carta d’identità elettronica). In base alla Carta, infatti, cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di ciascuna Camera possono chiedere il voto su una legge costituzionale entro tre mesi dalla pubblicazione. Per la riforma Nordio questo termine scade il 30 gennaio: fino a quel giorno i cittadini hanno il diritto di raccogliere le firme e consegnarle all’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione, che ha trenta giorni per ammettere o meno la richiesta e definire il quesito. Solo a quel punto il Consiglio dei ministri avrebbe potuto deliberare sulla data del referendum, fissandola con un anticipo compreso tra i cinquanta e i settanta giorni. Considerando le festività pasquali, dunque, con ogni probabilità non si sarebbe potuto votare prima di metà aprile.
Il centrodestra, però, ha fretta di capitalizzare il vantaggio del Sì nei sondaggi. Così il governo ha proposto un’interpretazione inedita delle norme, sfruttando le richieste già depositate dai parlamentari, ammesse dalla Cassazione il 18 novembre. La legge sulla materia (la 352 del 1970) prevede infatti che il referendum vada indetto entro sessanta giorni “dall’ordinanza che lo abbia ammesso”. E poiché un’ordinanza in questo caso c’è già – quella ottenuta dai parlamentari – secondo palazzo Chigi non c’era bisogno di aspettare l’esito della raccolta firme: anzi, la data andava obbligatoriamente fissata entro il 17 gennaio.
Non la pensano così i promotori, che hanno già pronto il ricorso al Tar del Lazio con cui chiederanno la sospensione d’urgenza degli effetti della delibera. Anche se la raccolta firme resta formalmente in piedi, infatti, la scelta dell’esecutivo potrebbe svuotarne completamente il senso: non essendoci precedenti in materia, non è chiaro se la Cassazione possa ancora modificare il quesito una volta che la consultazione è stata indetta. La questione è rilevante perché il quesito proposto dai 15 giuristi che hanno lanciato la raccolta firme è diverso da quello (già ammesso) dei parlamentari, in quanto elenca uno per uno i sette articoli della Costituzione modificati dalla riforma.
Per rivolgersi al Tar, i promotori aspetteranno probabilmente il decreto con cui il presidente della Repubblica convocherà ufficialmente le urne (impugnando già la delibera del Cdm il ricorso potrebbe essere dichiarato inammissibile). Dal Quirinale è arrivato il messaggio che Sergio Mattarella non si opporrà alla scelta del governo, pur mettendo in guardia dal rischio di un pantano giudiziario. Se il Tar accogliesse la richiesta di sospensiva, infatti, in teoria la consultazione non si potrebbe tenere fino a quando la questione non sia stata decisa nel merito: il referendum a quel punto resterebbe congelato per mesi.
Il governo di Nuuk: “Lavoriamo con la Danimarca per garantire dialogo via Nato”. Il presidente Usa: “Potrei dover scegliere tra l’isola e l’Alleanza”. Mercoledì incontro Usa-Danimarca

(adnkronos.com) – Il governo groenlandese ha dichiarato di “non poter in alcun modo accettare” il “desiderio americano di impossessarsi della Groenlandia”. Lo si legge in un comunicato diffuso all’indomani delle parole del presidente americano, Donald Trump, che ieri aveva ribadito: “Otterremo la Groenlandia, in un modo o nell’altro”.
Secondo quanto riportato dai media statunitensi, mercoledì è previsto un incontro tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e una delegazione danese per affrontare la questione.
La Groenlandia è “parte del Regno di Danimarca” e “in quanto parte del Commonwealth danese, è membro della Nato e la difesa della Groenlandia deve quindi avvenire attraverso la Nato”, ha affermato il governo di Nuuk nel comunicato.
“Sulla base della dichiarazione molto positiva dei 6 Stati membri della Nato riguardo alla Groenlandia, il governo della Groenlandia intensificherà i propri sforzi per garantire che la difesa della Groenlandia avvenga sotto l’egida della Nato – si legge – Tutti gli Stati membri della Nato, compresi gli Stati Uniti, hanno un interesse comune nella difesa della Groenlandia e la coalizione di governo della Groenlandia collaborerà quindi con la Danimarca per garantire che il dialogo e lo sviluppo della difesa in Groenlandia avvengano nel quadro della cooperazione Nato“.
Il presidente americano potrebbe trovarsi a dover scegliere tra la Groenlandia e preservare la Nato. Lo ha dichiarato lo stesso Trump al New York Times, come si legge nella trascrizione dell’intervista rilasciata nei giorni scorsi e pubblicata integralmente sul sito del giornale. Trump continua a rivendicare la Groenlandia per questioni di interesse nazionale dinanzi alle ‘minacce’ di Russia e Cina.
“Beh, non vorrei dirvelo, ma potrei dover fare una scelta“, ha detto Trump rispondendo a una domanda. “Dovete capire. La Russia non è affatto preoccupata dalla Nato senza di noi. La Cina non è affatto preoccupata dalla Nato senza di noi”, ha affermato il tycoon. “L’Europa sta diventando un posto molto diverso e devono davvero adattarsi. Voglio che si adattino”, ha aggiunto il presidente americano. Che oggi è tornato a parlare dell’Alleanza in un post su Truth, rivendicando: “Sono io quello che ha salvato la Nato!!!“.
Parlando ai giornalisti mentre si trova a Zagabria, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha detto che l’Alleanza atlantica lavora al rafforzamento della sicurezza nell’Artico: “Attualmente stiamo lavorando sui prossimi passi da fare per garantire che effettivamente proteggiamo collettivamente ciò che è in gioco”.
Riguardo a Trump, “sta facendo ciò che è giusto per la Nato”, il presidente americano sta “incoraggiando tutti noi a spendere di più, pareggiando quanto speso dagli Stati Uniti, risultato che sarebbe stato impossibile senza di lui”. Rutte ha inoltre assicurato che “non c’è assolutamente” una crisi all’interno dell’Alleanza.
Funzionari dell’amministrazione Trump si incontreranno mercoledì con la controparte della Danimarca per affrontare la questione della Groenlandia. E’ quanto scrive Cbsnews, citando fonti diplomatiche, dopo che ieri la premier danese, Mette Frederiksen, ha confermato per questa settimana l’incontro tra il ministro degli Esteri, Lars Løkke Rasmussen, e il segretario di Stato americano, Marco Rubio.
Rubio ha detto la scorsa settimana al Congresso che Trump è interessato ad acquistare l’isola artica che è territorio autonomo danese, aggiungendo che si stanno valutando una serie di opzioni per l’acquisizione della Groenlandia, considerata da Trump essenziale per questioni di sicurezza nazionale, non escluso il ricorso alla forza militare.
“Se noi non prendiamo la Groenlandia, la Russia o la Cina la prenderanno e questo non possiamo permetterlo – ha scandito il presidente la settimana scorsa alla Casa Bianca – vorrei fare un accordo con loro, è più facile, ma in un modo o in un altro avremo la Groenlandia, se non lo faremo con le buone lo faremo con le cattive”.
“La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che riguardano la Danimarca e la Groenlandia. Nulla su di loro senza di loro”, ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, parlando con un gruppo di media europei tra cui il Corriere della Sera. “La sicurezza dell’Artico è di enorme importanza per noi – ha sottolineato – Ed è, in modo cruciale, un tema per la Nato”. L’Ue ha “un ottimo rapporto con la Groenlandia. Questo è importante. Stiamo investendo e accelerando il nostro lavoro lì. Nella nostra proposta di bilancio (per il 2028-2034) abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica”.

(LaPresse/AP) – Gli agenti dell’Ice impegnati negli arresti nella regione delle Twin Cities, in Minnesota — già scossa dall’uccisione di Renee Good — domenica hanno sfondato la porta di un’abitazione e si sono fatti strada all’interno, in quella che il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha definito la sua più grande operazione di contrasto di sempre. Gli agenti hanno catturato un uomo in casa pochi minuti dopo aver usato spray al peperoncino contro i manifestanti all’esterno, che si erano scontrati con gli agenti federali pesantemente armati.
Lungo la strada residenziale, i manifestanti hanno suonato i clacson delle auto, battuto su tamburi e suonato fischietti nel tentativo di disturbare l’operazione. Un video dello scontro ripreso dall’Associated Press mostra alcuni agenti che respingono i manifestanti, mentre una donna esce successivamente dalla casa con un documento presentato dagli agenti federali per arrestare l’uomo. Firmato da un funzionario dell’immigrazione, il documento, a differenza di un mandato firmato da un giudice, non autorizza l’ingresso forzato in una residenza privata.
Un mandato firmato da un funzionario dell’immigrazione autorizza l’arresto solo in un luogo pubblico. I gruppi di difesa degli immigrati hanno condotto ampie campagne ‘conosci i tuoi diritti’, esortando le persone a non aprire le porte a meno che gli agenti non abbiano un ordine del tribunale firmato da un giudice. Pochi minuti dopo aver sfondato la porta in un quartiere pieno di case unifamiliari, l’uomo è stato portato via in manette. Oltre 2.000 arresti per immigrazione, ha dichiarato la portavoce della Sicurezza Nazionale Tricia McLaughlin, sono stati effettuati in Minnesota da quando l’operazione è iniziata all’inizio di dicembre.
Trump, ‘l’unica carta per Zelensky nei negoziati sono io’

(ANSA) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ritiene che il leader ucraino Volodymyr Zelensky non abbia e non abbia mai avuto “carte da giocare” nei negoziati. “Il presidente ucraino ha una sola cosa: Donald Trump”.
In un’intervista al New York Times , riportata da Rbc Ukraine, Trump ha confermato le dichiarazioni rilasciate a febbraio, secondo cui Zelensky non ha “carte da giocare” nei negoziati sull’Ucraina e che non ne ha avute fin dal primo giorno. “È vero. Beh, non ha le carte in regola. Non aveva le carte in regola dal primo giorno”, ha sottolineato.

Si riaccende il dibattito nazionale sull’opportunità di limitare le aperture domenicali e festive degli esercizi commerciali, al fine di garantire maggiore equilibrio tra vita lavorativa e familiare per i dipendenti del settore. Sull’argomento è intervenuto Gaetano Graziano, vicepresidente dell’Associazione dei Direttori di Centri Commerciali, sottolineando la necessità di distinguere tra i diversi comparti del commercio. “È fondamentale separare il tema della grande distribuzione organizzata (GDO) da quello dei centri commerciali. Questi ultimi, oggi, non sono più solo luoghi di acquisto, ma veri e propri spazi di aggregazione sociale e svago per famiglie, giovani e anziani, soprattutto nei giorni festivi. Limitare le aperture avrebbe un impatto non solo economico, ma anche sociale”. Il confronto resta aperto e merita un approccio equilibrato, che tenga conto sia delle esigenze dei lavoratori sia della funzione sociale che molti spazi commerciali svolgono nelle comunità locali.
UFFICIO STAMPA
FRANCESCO CELIENTO

(Virginia Raggi) – Agricoltori italiani messi in ginocchio, l’arrivo di prodotti con pesticidi che da noi sono vietati e carne con scarsi controlli sulle nostre tavole. Sono gli effetti di un accordo firmato da Giorgia Meloni venerdì scorso.
In pratica entreranno sui nostri mercati i prodotti agricoli dal Sudamerica in cambio di un abbassamento dei dazi da parte dei paesi sudamericani. Accordo con il Mercosur: suona bene ma non lo è.
Ovviamente a guadagnarci anche stavolta saranno i soliti noti e non i cittadini. E’ avvenuto lo stesso quando negli anni ’90 si decise di fare una grande apertura del commercio mondiale: promesse di controlli sulla qualità dei prodotti e soprattutto sulle condizioni dei lavoratori che sono stati sempre dimenticati. “Esporteremo in nostri prodotti in nuove aree del mondo”, ci dicevano. Poi l’unica cosa che hanno esportato sono state le fabbriche con gli operai rimasti senza lavoro. A perderci infatti siamo sempre noi: avremo meno diritti e dovremo lavorare di più per resistere alla concorrenza dei nuovi competitor. Inoltre non ci saranno neanche più diritti per i lavoratori di quei Paesi che continueranno ad essere sfruttati.
E’ un film già visto. In pochi si arricchiscono a scapito di noi tutti.
La firma dell’accordo è l’ennesima promessa non mantenuta dalla Meloni che preferisce ascoltare la Von der Leyen piuttosto le voci degli italiani. Altro che Fratelli d’Italia! In tutta Europa ci sono state proteste contro la firma di quest’accordo con i trattori che hanno bloccato il traffico in Spagna, Francia e altre nazioni per dire “no” all’intesa. Un tradimento da parte del nostro governo. Da notare che Francia, Ungheria, Irlanda, Polonia e Austria hanno votato contro mentre il Belgio si è astenuto. L’Italia invece, a sorpresa, ha votato a favore dando il via libera all’accordo.
Che vergogna…
In scena al Teatro Trastevere
Il tuo è un posto dove non posso arrivare
Dal 22 al 25 gennaio 2026
di e con: Eleonora Gusmano
regia: Daniele Aureli
adattamento per la scena: Daniele Aureli, Ania Rizzi Bogdan, Eleonora Gusmano
dramaturg: Giusi De Santis
profondità sonore | sound designer: Alessandro Romano LORCO
aiuto regia: Lorenzo Del Buono
estetica: Ania Rizzi Bogdan
produzione: Focus 2
coproduzione: Fortezza Est

E’ la storia di M, la storia di una donna, nata tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Ed è anche la storia di tante donne e uomini, ragazzi e ragazze… La storia di uno spaccato sociale e umano, filtrato dalle parole di una ‘ragazza dagli occhi azzurri’ che, attraverso un monologo incalzante, ricerca i pezzi mancanti della vita di M, per ricreare il suo non-posto nel mondo; per ritrovare la sua voce e, con essa, la sua identità. Riportando alla luce la sua storia anche attraverso le testimonianze di coloro che non l’hanno più vista.
Un tempo congelato. Come un orologio senza pile, un loop infinito di un giorno eterno, una foto di famiglia immobile. È da qui che prende vita la storia, scavando nel vissuto personale dell’autrice e interprete, esplorando l’invisibile. Un monologo a più voci, audace. e impertinente, punteggiato dalle testimonianze reali di chi ha vissuto questi eventi, legato ai sogni di una donna mai cresciuta. Seguiamo i ricordi di una bambina che diventa adolescente ma non adulta. I vestiti troppo larghi per nascondere la femminilità, la pelle bianca vietata al sole, le scelte imposte. Legami familiari immobili, prigionieri dei loro rituali, gesti ripetuti, copiati, annullati, dove i coinvolti sono incapaci di rispondere alle esigenze affettive richieste dall’altro. M si ammala lentamente, invisibile agli altri. Insieme alla sua identità, perde contatto con il suo corpo e con la voce. Ma in questo disegno di vita, emergono possibilità. Momenti spartiacque che possono portarla a chiudersi alla vita, troppo pericolosa, o a tentare di uscire a respirare aria nuova. M è sola in scena, ma mai completamente. Nella sua stanza riaffiorano voci, scene e dialoghi. La scena è essenziale: lei e la sua stanza. Un vuoto con una vasca al centro. Luci che spiano come occhi. Fogli, possibili finali di una storia o richieste d’aiuto mai ascoltate. Un dentro e un fuori. Il corpo, non abitato nella sua interezza, sfocato nella percezione, dove il gesto è espressione di un mondo interiore sommerso. E una vocalità che diventa accadimento poetico nella sua espressione più irresistibile.
“Il tuo è un posto dove non posso arrivare” racconta in parallelo le vicende della protagonista, della ragazza dagli occhi azzurri e di tutti i personaggi narrati. Il cuore abita un luogo fisico che diviene un non luogo per tutti gli altri. Un posto dove nessuno riesce ad entrare e dove lei chiude a chiave i suoi desideri e la sua voce. Un’impossibilità di incontro dei sentimenti.
La ricerca di rapporti validi.
PRESS OFFICE: Vania Lai vanialai1975@gmail.com
TEATRO TRASTEVERE
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Biglietti:
Intero: 13.00 Ridotto: 10.00 -prevista tessera associativa-
giorni feriali ore 21, festivi ore 17:30
Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847
A occuparsene è l’intelligence italiana, in sinergia con polizia e carabinieri, sulla base di regole operative molto stringenti e dettagliate

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Kazakistan, fine maggio 2025. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è in visita ufficiale in Asia centrale. Come spesso accade durante i viaggi all’estero, specie in Paesi extra-Ue considerati a rischio, i protocolli di sicurezza previsti per garantire l’incolumità delle alte cariche dello Stato sono rigidissimi. E contemplano, fra l’altro, la gestione dei rischi alimentari, che sono parte integrante della protezione personale del nostro capo del governo, attraverso l’analisi delle minacce e la collaborazione internazionale. A occuparsene è l’intelligence italiana, in sinergia con Polizia e Carabinieri, sulla base di regole operative molto stringenti e dettagliate.
Ebbene, proprio nella capitale dell’ex Repubblica sovietica, prima del buffet offerto in occasione dell’Astana International Forum dove sono stati annunciati accordi per oltre 4 miliardi, ha fatto la sua comparsa quello che qualche ospite ha definito “l’assaggiatore della premier”. Sia chiaro: niente a che vedere con le donne costrette a mangiare i pasti destinati a Hitler per sincerarsi che non fossero avvelenati, come raccontato nell’ultimo film di Giovanni Soldini tratto dal bel romanzo di Rosella Postorino. Bensì un agente dei Servizi. Come di consueto incaricato di controllare, insieme a un gruppo di colleghi, non solo i cibi e le bevande serviti in tavola, ma tutti gli ambienti, la catena di fornitura (catering e cucine), il personale (identificato e verificato), la preparazione e la somministrazione, nonché eventuali piani sanitari di emergenza. Tutte procedure seguite con grande discrezione, circondate da un elevato grado di riservatezza e dunque sprovviste di evidenza pubblica, pure per evitare che ne venga inficiata l’efficacia. Il principio base è la prevenzione di qualsivoglia pericolo, compreso quello legato alla filiera alimentare. Con un’unica accortezza: più alto è il rischio, legato all’analisi del contesto, più le misure adottate diventano severe.
Fonti dei nostri apparati di sicurezza confermano l’esistenza del “protocollo assaggiatore”, anche se da Palazzo Chigi si affrettano a smentire che sia stato mai attivato per la presidente del Consiglio. Ma è difficile immaginare che un meccanismo così complesso, relativo alla tutela di tutti i massimi esponenti delle istituzioni tricolori, possa essere disatteso proprio per la capa dell’esecutivo.
Di certo, la presenza degli agenti deputati a controllare il buffet kazako non è passata inosservata fra la folta delegazione al seguito di Meloni in trasferta in Kazakistan, che includeva funzionari governativi, ministri e svariati rappresentanti di aziende italiane invitati per finalizzare intese economiche e strategiche. Con l’omologo Kassym Jomart Tokayevsugli la premier ha infatti concordato “un ulteriore sviluppo del partenariato commerciale e di investimento” in comparti chiave quali “il settore petrolifero, il gas, l’energia (comprese quelle rinnovabili e verdi), la gestione delle risorse idriche, l’ingegneria meccanica, il complesso agroindustriale e altri settori”, si legge nella nota congiunta diffusa alla fine del summit. Celebrato con un sontuoso banchetto sorvegliato dai nostri 007. Perché, come ebbe a dire la stessa Meloni sei mesi fa, in occasione del giuramento dei nuovi arruolati nell’intelligence: “Gli algoritmi non si sostituiranno mai a quello che fa la differenza nei momenti decisivi: il cuore, la passione, l’amor di patria”. E, in questo caso, anche il palato.
«Sono orientato a lasciare Exxon fuori» dai pozzi petroliferi del Venezuela, ha dichiarato Donald Trump dopo che il Ceo della compagnia, Darren Woods, aveva espresso dubbi sulla possibilità effettiva di entrare nel Paese nel corso della riunione con i vertici delle aziende del settore alla Casa Bianca
(ilsole24ore.com) – «Sono orientato a lasciare Exxon fuori» dai pozzi petroliferi del Venezuela, ha dichiarato Donald Trump dopo che il Ceo della compagnia, Darren Woods, aveva espresso dubbi sulla possibilità effettiva di entrare nel Paese nel corso della riunione con i vertici delle aziende del settore alla Casa Bianca venerdì.
Il Venezuela è al momento, senza cambiamenti significativi del quadro economico, giuridico e del settore, «non investibile», aveva detto Woods sottolineando l’auspicio che l’Amministrazione Trump potesse introdurre le riforme necessarie insieme al governo venezuelano. «Non mi è piaciuta la loro risposta. Fanno troppo i carini», ha commentato nella notte Trump. Gli asset di Exxon erano stati nazionalizzati in Venezuela, per la seconda volta, nel 2007. La compagnia aveva querelato Caracas per 12 miliardi di dollari ma era riuscita a recuperare solo una minima parte di quanto richiesto. Nel giro di due settimane, Exxon, già impegnata in un grande progetto in Guyana, invierà a Caracas un ’team’ tecnico per valutare lo stato attuale degli asset petroliferi.
Intanto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sulla sua piattaforma social Truth Social, si è autoproclamato leader ad interim del Venezuela a partire da gennaio 2026. Difatti, Trump ha pubblicato domenica una sua foto in cui, tra i suoi incarichi, compare anche quello di “presidente facente funzioni del Venezuela”, pochi giorni dopo l’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura del presidente del Paese, Nicolas Maduro.

(Gioacchino Musumeci) – “La campagna dell’Anm“mi fa arrabbiare perché ci accusano di una cosa che è esattamente il contrario di quello che facciamo con la riforma. Quale sarebbe l’articolo della legge che dice che i giudici verranno sottomessi alla politica? Quello che facciamo noi è togliere al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm, quindi semmai stiamo togliendo la possibilità della politica di influenzare il lavoro dei magistrati, questa è la realtà”…Queste alcune parole della premier sull’ Anm che rovescerebbe la realtà perché il governo fa il contrario di ciò che propagandano i magistrati. Sarà vero o falso?
Scopriamolo insieme: Giorgia Meloni sostiene che la riforma impedirebbe che la politica non possa eleggere un pezzo di Csm ma secondo la riforma il parlamento elegge 10 membri laici del Csm. Dunque a meno di non ritenere che Giorgia Meloni sia completamente pazza, non è dato sapere in che modo si possa sostenere che la riforma impedisca ai politici di eleggere un pezzo del Csm.
Contrariamente alle falsità pronunciate dalla Meloni è proprio la politica a ostacolare fortemente il lavoro dei magistrati, non il contrario e si dimostra facilmente.
In questo periodo di legittimazione Meloniana della guerra contro i Narcos venezualani inventata da Trump, voglio ricordare il caso del Tunisino presunto narcotrafficante fuggito nel 2024 dall’Italia perché grazie al ministro Nordio, e quindi a Giorgia Meloni, non si può arrestare nessuno, esclusi casi di flagranza di reato, senza prima avergli notificato di presentarsi in caserma per un interrogatorio preventivo. Non devo spiegare che informare l’indagato prima che venga emessa a suo carico una misura cautelare, mette a rischio anni di lavoro investigativo.
Essendo il governo diventato legislatore preminente secondo uno schema consolidato che sovverte le funzioni dei poteri nella democrazia e il parlamento per lo più ratificatore, è falso e strumentale proiettare sui magistrati responsabilità di organi legislativi ed esecutivi.
La premier ha affermato inoltre che “ Se chi ha nel suo dna la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la sua campagna, questo delegittima. Così come le menzogne delegittimano politica e giornalisti”. Per fortuna con le menzogne sul Csm la Meloni si è delegittimata da sé e non potrà dire domani che sia colpa di altri.
Giorgia Meloni, come abbiamo letto sopra, ha sostenuto che nella riforma non si legge alcun articolo dichiarante che i magistrati sottostanno ai politici, che è uguale ad ascoltare il coniuge infedele dire all’altro: “Mi hai mai visto tradirti esplicitamente?” Come non fosse possibile tradire di nascosto e poi dare del pazzo al coniuge sospettoso.
Naturalmente, e sarebbe stato opportuno sottolinearlo in conferenza stampa, un articolo di legge teso a sottomettere esplicitamente i magistrati al governo sarebbe possibile in un regime totalitario ove il governo prono al premier controlla anche il potere giudiziario. Perciò affermare che nella riforma non figura un articolo tanto sputtanato e quantomeno ridicolo. Tuttavia in Italia, casomai non ve ne foste accorti e col benestare di classi dirigenti e colletti bianchi overprotected, non siamo troppo lontani dall’autocrazia eterodiretta: governo e maggioranza parlamentare, al netto delle farse leghiste, sono zerbinati alla Meloni, zerbinata agli Usa ma non è ancora possibile dichiarare esplicitamente che i poteri dello stato devono sottostare alla volontà del capo dell’esecutivo.
Di fatto esistono tecnicismi e furberie sufficienti affinché tutti, come ha sottolineato la premier “lavorino nella stessa direzione” ovvero quella decisa dal capo del governo,troppo spesso bugiardo, giusta o sbagliata che sia. Se il potere giudiziario non si allinea alla volontà dell’esecutivo bisogna correggere la stortura. Così nella riforma il Pm separato dal giudice resta titolare dell’azione penale ma gli organi di polizia sono sottoposti verticisticamente al ministero dell’interno della difesa e dell’economia. Ovvero i mezzi idonei all’esercizio dell’azione penale dipendono dal governo; e la coordinazione dei mezzi disposta dal PM separato dal giudice può dunque essere condizionata dai ministeri competenti. Perciò nella riforma non si legge un articolo che sottomette i magistrati alla politica me nei fatti la politica a seconda delle convenienze può controllare, amplificare o inibire l’esercizio dell’azione penale, che in altre parole equivale a sottomettere il Pm ai capricci del governo.
Per gli enti territoriali lievi ritardi per la metà dei progetti

(ANSA) – ROMA, 12 GEN – “Qualche preoccupazione legata ai tempi di completamento degli interventi” del Pnrr “emerge dal controllo effettuato dalle Sezioni regionali, pur in presenza di situazioni eterogenee.
Limitatamente al sottoinsieme considerato, i dati sul rispetto del cronoprogramma indicano infatti la presenza di lievi ritardi per circa la metà dei progetti, con una media ponderata dei tempi di realizzazione che, nella maggioranza dei casi, evidenzia tuttavia un recupero dei ritardi iniziali durante la fase in corso, lasciando presupporre un’accelerazione nella realizzazione del cronoprogramma da parte dei soggetti attuatori, in vista delle scadenze prefissate”.
Lo scrive la Corte dei Conti a proposito degli interventi legati al Pnrr da parte degli enti territoriali.

(ANSA) – ROMA, 12 GEN – Duro attacco di Luca Barbareschi a Sigfrido Ranucci nella serata di Rai3. Il conduttore di Report ha lasciato la linea, limitandosi a dire: “L’offerta di Rai3 continua…” e il collega alla guida di Allegro ma non troppo, che viene dopo il programma d’inchiesta, non l’ha mandata giù, chiamando in causa la vicenda del commercialista Gian Gaetano Bellavia, consulente della storica trasmissione delle terza rete, finito nel mirino del centrodestra.
“Volevo ringraziare il conduttore di Report e ricordargli che io mi chiamo Luca Barbareschi, lui fa fatica a dirlo – ha detto Barbareschi all’inizio del programma -. Gli costerebbe poco dir che dopo il suo programma c’è il nostro ma gli fa fatica. E allora voglio ricordargli che non dovrebbe fargli fatica perché il suo consulente commerciale è quello che mi sta spiando da due anni, l’ho letto dal giornale, per questo verrà querelato. Io non spio voi ma almeno ricordatevi il nome. Stai attento!”
Pronta risposta di Ranucci su Facebook. “Indegno sproloquio di Luca Barbareschi, frutto di una campagna di fango esercitata dal il Giornale contro Gian Gaetano Bellavia che è stato vittima di un furto, che nessun organo giudiziario ha accusato di spionaggio o dossier – ha replicato il conduttore di Report -. A Barbareschi Report e il suo consulente fanno comodo solo per il traino, visto che ha espressamente chiesto di essere posizionato dopo di noi. Un abbraccio sempre più forte al nostro consulente”.
L’ex attore e politico prende a pretesto un mancato saluto per attaccare Report e Bellavia annunciando querela. Ranucci replica: “Ricordati che hai chiesto tu di essere posizionato dopo di noi”
(di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – “Vorrei ringraziare il grande conduttore di Report e ricordargli che mi chiamo Luca Barbareschi“. Così ieri sera ha esordito il conduttore di Allegro ma non troppo, prendendo la linea dopo Report. Sembra una stizzosità da palinsesto, uno sgarbo tra conduttori della stessa rete. Ma il vero bersaglio è un altro: non la formula di cortesia, bensì Report e Gian Gaetano Bellavia, commercialista e storico consulente della trasmissione, travolto in questi giorni da accuse di dossieraggio e spionaggio che lui respinge.
“Il suo consulente è quello che mi sta spiando da due anni”, grida Barbareschi annunciando una querela, perché il suo nome compare nell’elenco dei soggetti “sensibili” agli atti di un’inchiesta in cui Bellavia è, peraltro, parte lesa, dopo il furto dei dati dal suo studio. Sigfrido Ranucci replica secco su Facebook contro l’”indegno sproloquio di Luca Barbareschi”, un’uscita “frutto di una campagna di fango del Giornale contro Gian Gaetano Bellavia, vittima di un furto, che nessun organo giudiziario ha mai accusato di spionaggio o dossieraggio“. E aggiunge il dettaglio decisivo: “A Barbareschi Report fa comodo solo per il traino, visto che ha espressamente chiesto di essere posizionato dopo di noi”.
È il punto che smonta tutta la scena. Barbareschi si lamenta di non essere stato presentato a dovere, quando è stato lui stesso a chiedere di andare in onda dopo Report. La stizza da palinsesto si rivela per quello che è, un pretesto: un gancio per dare visibilità, in prima serata sulla rete pubblica, all’ultima offensiva politica del centrodestra contro la trasmissione. L’offensiva porta soprattutto un nome: Maurizio Gasparri. Il capogruppo di Forza Italia, membro della Vigilanza Rai e della Commissione Antimafia, ha individuato in Bellavia il nemico perfetto. Non perché Bellavia sia il bersaglio reale, ma perché tirando quel filo si arriva dritti dentro Report.
Ed è lì che Report fa davvero paura: sulla pista nera delle stragi del 1992-93, sugli intrecci tra mafia, apparati e pezzi delle istituzioni che la trasmissione continua a documentare. Il furto di oltre un milione di file dallo studio di Bellavia diventa così il grimaldello ideale. Gasparri presenta interrogazioni urgenti ai ministri, annuncia denunce, minaccia la Commissione Antimafia come un “tribunale parallelo”. Cita diciannove magistrati. Parla di un “groviglio allucinante” tra procure, Bellavia e Report. Costruisce l’immagine di un asse corrotto tra magistratura e televisione pubblica, con Ranucci perno di una trama oscura.
Tutto questo esplode per una mancata formula di cortesia televisiva. Non si parla più di inchieste sulle stragi di mafia, ma di Report come centro di un fantomatico complotto. Bellavia ha spiegato che i magistrati gli affidavano i documenti in qualità di perito, che li analizzava, e che quando Report gli chiedeva chiarimenti non passava carte riservate, ma spiegava contenuti che la redazione già possedeva. Una storia molto diversa dal “groviglio” opaco che la destra cerca di accreditare. Intanto Gasparri grida al complotto, la Commissione Antimafia si prepara a intervenire e Il Giornale e Il Tempo alimentano lo “scandalo”. E Ranucci, che continua a fare inchieste sulle stragi anziché abbassare la testa, si ritrova trascinato pure in questa pantomima.
La repressione aumenta ma gli Ayatollah faticano a contenere la protesta

(ANNA FOA – lastampa.it) – L’Iran è in fiamme. Ci sono state molte prove generali in cui sembrava che il regime crollasse, in cui però gli ayatollah sono riusciti a riassorbire la spinta dell’opposizione. La maggior parte di questi tentativi sono stati almeno inizialmente opera delle donne, tanto marginalizzate e represse. Così nel 2009, nel 2017 e nel 2019, così in particolare nel 2022, quando l’uccisione in carcere della giovane curda Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per aver portato troppo allentato l’hijab – il velo obbligatorio – aveva suscitato una grande ondata di proteste in tutto il Paese e la nascita di un movimento di opposizione che proprio sulle donne faceva leva, “Donna, vita, libertà”.
La polizia aveva sparato sulla folla, c’erano stati centinaia di manifestanti uccisi, arresti, aumento della repressione da parte della polizia religiosa, appunto la “polizia morale”, e tentativi invece da parte del regime di calmare gli animi con qualche concessione. Qualcosa, a detta degli oppositori fuorusciti, sembra tuttavia essersi rotto nel 2022. A fianco della repressione, cresceva il numero delle manifestazioni spontanee di protesta, donne che uscivano a capo scoperto, rifiuti anche individuali di obbedire alle regole del regime.
Quando la protesta cresce capillarmente dal basso in questo modo, anche la repressione diventa più difficile. È vero che l’Iran non è mai stato simile all’Afghanistan, dove alle donne è proibito tutto, non solo studiare, e che in Iran è sempre esistita una sorta di doppio regime, di spinta alla libertà da una parte e di dura repressione dall’altra. Basta leggerne la letteratura per rendersene conto. Le donne hanno potuto studiare, diventare medici, avvocati, scrittrici. Il Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, la prima donna musulmana a riceverlo nel 2003, è stata più volte arrestata, ha subito persecuzioni, è stata costretta infine all’esilio ma ha anche potuto in alcuni momenti esercitare la sua professione di avvocato in favore dei perseguitati dal regime e vivere in Iran.
Dopo la breve guerra con Israele, che sembrava poter dar nuovamente fuoco alle polveri, la repressione in Iran è aumentata. Ma qualcosa di nuovo è emerso: la rivolta stavolta è partita non dalle donne ma dai commercianti, un ceto molto ampio che finora non aveva manifestato attivamente contro il regime. Da oltre due settimane, sono scesi in massa nelle piazze a fianco degli altri manifestanti, delle donne e dei giovani. Il regime ha bloccato i telefoni e Internet per evitare che il mondo venga a conoscenza di quanto sta accadendo. Dalla televisione di Stato si mostrano solo manifestazioni a sostegno del governo, del resto si tace. Il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione islamica nel 1979, Reza Pahlavi, ha invitato tutti a unirsi alle manifestazioni e si è detto disposto a guidare il Paese nella transizione verso la democrazia.
Anche gruppi politici che non erano favorevoli a una qualsiasi forma di ritorno alla monarchia si sono a questo punto rassegnati a questa soluzione. Molto meno favorevoli gli oppositori iraniani sono invece a un intervento degli Usa minacciato da Trump, gravido di incognite proprio sulle sue motivazioni e i suoi risultati. Lo stesso si può dire a proposito di Netanyahu, come è stato dichiarato dalle opposizioni durante la guerra del giugno 2025. In realtà ciò che finora è mancato all’Iran, data la decennale dittatura che ha caratterizzato il Paese, è stato un gruppo dirigente che potesse guidare e orientare la resistenza.
È possibile che il figlio dello scià, monarca che pure ai suoi tempi non ha brillato per democrazia, possa invece dimostrarsi all’altezza di questo compito? Intanto, la rivolta divampa senza la necessità di interventi esterni, anche se il numero dei morti cresce, così quello degli arresti. I rivoltosi sono definiti dalle autorità «nemici di Dio» e «terroristi», il che implica la pena di morte. Ed è ancora quello di una giovane donna, la studentessa curda Rubina Aminian, uccisa l’8 gennaio, il volto del primo manifestante assassinato. Se questa rivolta non riuscirà a diventare una rivoluzione, si aprono giorni molto oscuri per il popolo iraniano. Ma sembra difficile che il regime possa continuare a lungo a sopravvivere.
Il direttore degli Approfondimenti ha chiesto a Ranucci di non mandare in onda l’intervista al consulente della trasmissione che è parte lesa in un procedimento della Procura di Milano

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – Non mandare in onda l’intervista a Gian Gaetano Bellavia, centro di un’inchiesta che Report ha preparato nella prossima puntata sul tema della moda. È quanto il direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini, ha domandato a Sigfrido Ranucci, scatenando così un polverone destinato a durare nei prossimi giorni. Ranucci, infatti, ha trasmesso regolarmente il servizio. O meglio, l’anticipazione. Corsini aveva chiesto infatti di evitare anche un breve stralcio dell’intervista a Bellavia, utilizzato per annunciare l’inchiesta della prossima settimana. Un’intervista che rappresenta il cuore del servizio e che dovrebbe essere trasmessa integralmente tra sette giorni, a patto che la Rai non decida di intervenire contro il parere della redazione.
Il tutto ruota attorno a Bellavia, che è parte lesa in un procedimento della Procura di Milano – una sua ex collaboratrice gli ha sottratto dei file dallo studio – ma che è finito sotto accusa da parte della destra (da qui la richiesta di Corsini) per la detenzione di un archivio di atti legittimamente conservati, in ragione del suo lavoro di consulente delle procure e anche di Report, così come di altre testate giornalistiche.
«Siamo molto preoccupati», scrive il Cdr dell’Approfondimento Rai in un comunicato di solidarietà alla redazione di Report. «Si chiede “prudenza” – scrivono, riferiti a Corsini – ma quando questa si traduce in una censura preventiva di fatto, equivale a chiedere al programma di abdicare al proprio ruolo». «Si chiede a Report di non essere più Report», aggiunge il Cdr. «Motivi di opportunità per smussare scelte e contenuti giornalistici ce ne sono sempre stati. Ma tale ponderazione, in sé assai difficile, pesa sulle spalle del giornalista e del conduttore. Il direttore dovrebbe difendere il lavoro della redazione da qualsiasi pressione». Solidarietà è arrivata anche dal Movimento 5 Stelle.

(ilfattoquotidiano.it) – “Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas”. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, seguito subito dalla premier, Giorgia Meloni: “Ho parlato con loro, e un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa”. I due nostri connazionali dovrebbero atterrare in Italia questa sera o al massimo domattina”.
Immediata la reazione della famiglia Trentini: “Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione”, hanno dichiarato i familiari attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini. “Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!”, aggiungono i Trentini.
La loro liberazione era attesa da qualche giorno, da quando la presidente ad interim Rodriguez aveva cominciato a rilasciare i prigionieri politici. Venerdì scorso, durante la conferenza stampa di inizio anno, Meloni aveva voluto ringraziare la presidente venezuelana. E il ministro Tajani oggi si è speso per ringraziarla nuovamente: “La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente Rodriguez che il governo italiano apprezza molto”, conclude.
Era il 15 novembre del 2024 quando Alberto Trentini, veneto, fu arrestato in Venezuela circa 3 settimane dopo il suo arrivo nel Paese. Cooperante, Trentini lavorava per la ong Humanity and Inclusion, impegnata nell’assistenza umanitaria alle persone con disabilità. Quando è stato fermato si stava recando dalla capitale Caracas a Guasdualito. Da allora è iniziata la sua detenzione nel carcere di El Rodeo. L’accusa non è stata resa nota e sono passate diverse settimane prima che arrivassero delle notizie del cooperante.
Oggi 46enne, secondo quanto riferisce l’Ispi Trentini era attivo nel settore della cooperazione da molti anni e aveva operato in Ecuador, Etiopia, Paraguay, Nepal, Grecia, Perù, Libano e Colombia, lavorando per Focsiv, Cefa, Coopi, Danish Refugee Council e altre organizzazioni non governative. Prima della liberazione odierna, avvenuta dopo 423 giorni, Trentini aveva parlato con la famiglia solo tre volte.Dai Blog