Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La Schlein sa come battere Meloni


“Tolkien è nostro, riprendiamocelo”. Il 1° febbraio, all’iniziativa “Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia”, il cosiddetto “percorso d’ascolto” del Pd a Milano, Elly Schlein ha detto: “Giustizia sociale e climatica stanno insieme, dobbiamo tenere insieme la fine del mese con la fine del mondo”; e vabbè, il renzismo nel Pd […]

(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Il 1° febbraio, all’iniziativa “Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia”, il cosiddetto “percorso d’ascolto” del Pd a Milano, Elly Schlein ha detto: “Giustizia sociale e climatica stanno insieme, dobbiamo tenere insieme la fine del mese con la fine del mondo”; e vabbè, il renzismo nel Pd in fondo non è mai morto, e meglio qualche spassoso calembour senza senso che il tifo per le armi o l’appoggio al governo terrorista e infanticida di Israele. Del resto Schlein è stata capace di partorire frasi peggiori, come “Non è più il tempo di essere respingenti verso le energie più fresche attraverso meccanismi di cooptazioni correntizie”, il che ha determinato ipso facto l’autocombustione di alcune centinaia di tessere del Pd. Ed è anche colei che, criticando l’idea del governo Meloni di ridurre l’assegno unico per i figli, disse: “Ha semplificato la frammentazione dei sussidi precedenti”, una cosa che pure Heidegger avrebbe fatto fatica a capire e forse persino a scrivere, per poi chiarire: “Sarebbe sbagliato minarne la dimensione universalistica”, il che forse significava “bisogna darlo a tutti”, posto che darlo a tutti è una misura di destra, visto che una coppia di metalmeccanici di Taranto ne ha sicuramente più bisogno, e quindi più diritto, di una coppia che abita sul lago di Como vicino alla villa di George Clooney […]

Per fortuna, leggiamo sul Corriere, Elly ha ripreso “l’intervento della scrittrice Chiara Valerio, per lanciare una sfida simbolica: ‘Dobbiamo riprenderci Tolkien’”, lo scrittore preferito di Giorgia. Oh, era ora. Proprio giorni fa eravamo in fila dal medico, e i pazienti, alcuni dei quali con impegnative in tasca per esami urgentissimi che gli sarà possibile fare solo nel 2028, erano infuriati contro il Pd che ha lasciato Tolkien alla destra. “È ora di finirla con questa Arianna Meloni che si appropria del Signore degli Anelli! Basta ministri della Cultura di FdI che fanno le mostre su Frodo togliendole al proletariato! La Meloni ci dia quello che ci spetta: saghe nordiche e colossal fantasy!”, e via così. Il Pd sì, che sa ascoltare i bisogni della gente. Ci consola non poco che, mentre in America le squadracce dell’Ice sparano in testa alla gente, qui in Italia c’è ancora un welfare e soprattutto una sinistra seria a difenderci contro gli eserciti di Sauron.


Meloni già s’infila la toga


Meloni, intanto, già s’infila la toga: si è sostituita ai pm formulando il capo di imputazione per gli aggressori del poliziotto a Torino

Meloni già s’infila la toga

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non manca giorno che il governo, autore della riforma che demolisce il Consiglio superiore della magistratura, non fornisca un valido motivo per affossarla al referendum di marzo. Ricordate quando Nordio, estensore della novella, gridò alle fake news contro il manifesto dell’Anm (dall’eloquente slogan: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota No”)?

Non ha avuto da ridire stavolta sul volantino, circolato sul web, del comitato Sì Riforma, che associava “i delinquenti che hanno aggredito in branco un poliziotto a Torino, prendendolo a martellate, pugni e calci in testa” ai sostenitori del No. Una becera strumentalizzazione che – fermo restando la condanna di ogni atto di violenza, in qualunque contesto e a prescindere dalla matrice – nulla toglie ovviamente alle ragioni che animano la battaglia referendaria contro i rischi della riforma Nordio. A cominciare da quello indicato proprio nel manifesto dell’Anm che ha fatto tanto arrabbiare il ministro ma che, proprio lo stesso Guardasigilli ha di fatto suggerito al comitato per il No.

Con quella che il procuratore di Napoli, Gratteri, ha definito una vera e propria confessione: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”, aveva candidamente ammesso parlando di possibili “invasioni di campo” della magistratura nella politica. E se due indizi fanno una prova, a chiarire ulteriormente dove si andrebbe a parare se vincessero i Sì, ci ha pensato il vice premier, nonché leader di Forza Italia, Tajani: “Penso anche ad aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati. Discutiamone, parliamone”.

Di fatto sottraendo ai magistrati il coordinamento delle indagini per spostarlo sotto l’ala dell’esecutivo. Meloni, intanto, già s’infila la toga. Dopo gli scontri di Torino, utilizzati dal governo come una clava contro i sostenitori del No al referendum e come alibi per la nuova stretta in arrivo contro il dissenso, si è sostituita ai pm formulando il capo di imputazione (tentato omicidio) per gli aggressori del poliziotto. Un assaggio di quello che ci aspetta se malauguratamente dovessero vincere i Sì.


La conferenza di Francesca Albanese alla Camera fa scoppiare la polemica


La relatrice speciale Onu presenterà un rapporto dal titolo “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”. Pochi giorni fa, le opposizioni avevano occupato lo spazio di Montecitorio per impedire lo svolgimento di un incontro sulla Remigrazione

(lespresso.it) – Quattro appuntamenti a Roma “per parlare del genocidio in corso in Palestina”. Parlamento incluso. Scoppia la polemica politica intorno alla conferenza stampa di Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, che domani – 3 febbraio – prenderà parola alla Camera dei deputati presentando un rapporto dal titolo “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”. Con lei, i deputati del Movimento 5 stelle Stefania Ascari, Dario Carotenuto e Carmela Auriemma, i senatori di Alleanza verdi sinistra Tino Magni e Peppe De Cristofaro, il deputato Pd Arturo Scotto, l’avvocato Fausto Gianelli e la professoressa di diritto internazionale Alessandra Annoni.

“Hanno una doppia morale”. “Una totale mancanza di coerenza”. “Un doppiopesismo che ci lascia basiti”. L’affondo arriva da Sara Kelany, responsabile del dipartimento immigrazione di Frateli d’Italia, ed Elisabetta Gardini, vice capogruppo del partito. Proprio secondo Gardini, la relatrice Onu avrebbe più volte espresso “posizioni inaccettabili sulla natura dell’organizzazione terroristica Hamas, responsabile del pogrom del 7 ottobre, mostrando una grave mancanza di equilibrio e imparzialità incompatibile con il ruolo che ricopre in seno alle Nazioni Unite”. Un’assenza di coerenza che, secondo Gardini, “rischia di compromettere la neutralità e l’autorevolezza delle istituzioni parlamentari, trasmettendo un messaggio sbagliato e profondamente divisivo”. Una scelta irresponsabile e inopportuna, secondo Kelany, quella di “ospitare in sedi istituzionali personaggi che veicolano idee antisemite senza alcun rispetto delle istituzioni italiane”.

La polemica nasce in seguito all’occupazione della sala per le conferenze stampa da parte di circa 30 parlamentari di opposizione. L’occasione, era l’iniziativa di lancio della raccolta firme per la proposta di legge ‘Remigrazione e riconquista‘, promossa da Casapound, Fronte Skinheads, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani. 
“Abbiamo occupato la sala stampa della Camera: qui i fascisti e i nazisti non entrano”, aveva scritto sui social il deputato del Partito democratico Matteo Orfini.


Il Sud ostaggio di Salvini. Ma dietro l’egomania c’è un capitalismo rapace


Abbiamo un Ponte da costruire, un’Olimpiade da celebrare. Che importa se qualche bimbo resta al gelo, se qualche siciliano rimane senza la sua casa misera e precaria. La politica frequenta le case eleganti e verticali, che non corrono il rischio di crollare. La povera gente sta da tutt’altra parte

(Sergio Labate – editorialedomani.it) – Che il Sud sia preso in ostaggio dalla mania di protagonismo del ministro Salvini è ormai evidente. Il suo è un misto di colonialismo e populismo. Salvini non sa nulla del Sud, se non disprezza i suoi abitanti certamente ne ignora i bisogni, che sono invece sotto gli occhi di tutti. Eccolo il colonialismo: per lui il Sud è solo un terreno da sfruttare ancora una volta per l’arricchimento delle grandi imprese (presumibilmente settentrionali).

Ogni sua parola dedicata ai bisogni dei cittadini meridionali trasuda di paternalismo: di chi non si sporca né si spende per capire cosa serve, ma presume prima ancora di sapere come stiano davvero le cose. Accanto al colonialismo, il Sud paga anche gli effetti politici del populismo. Che ha trasformato definitivamente il lavoro del politico, almeno agli occhi degli stessi politici. Salvini sembra ossessionato dal ponte sullo Stretto. Un’ossessione che non gli permette di vedere nient’altro, di allargare lo sguardo, studiare.

Ma del resto il politico populista non vuole governare le cose degli uomini, vuole passare alla storia mediatica. Non è interessato al mondo così come è, gli interessa soltanto di come lui apparirà. Della sua reputazione, non della vita dei suoi sudditi cittadini.

Politica predatoria

Ma sarei ingeneroso se dicessi che il problema sta tutto nell’atteggiamento di una sola persona. La mania di grandezza di Salvini è un sintomo, non la causa. La causa è una politica incapace di fare altro che non sia accodarsi al capitalismo cannibale e diventare essa stessa predatoria. Da un lato i grandi eventi, le manovre-spot.

Dall’altro il paese reale, composto da persone abbandonate a loro stesse e che non sperano nemmeno più di essere prese in considerazione. Una dissonanza prospettica che la frana di Niscemi restituisce plasticamente ma che non possiamo non riconoscere in tanti piccoli eventi quotidiani.

Chissà perché, ma non riesco a non pensare che il senso di abbandono e di smarrimento provato da coloro che hanno perduto la loro casa per via della frana sia simile a quello provato dal povero bimbo di Belluno, lasciato al gelo fuori dal suo autobus perché il suo biglietto non era aggiornato al tariffario olimpico.IfondiperdutiperNiscemi

Eccola la politica predatoria: che celebra il benessere distribuito a pochi e lascia a piedi e senza casa i molti che non possono permettersi di accedere alle case eleganti e verticali di Milano (che valgono molto più di quelle di Niscemi, come ha sostenuto qualche giornalista che non riesce a celare il proprio odio di classe). È la rivoluzione passiva del nostro tempo: la politica che si affanna a difendere gli interessi di pochi e non coinvolge le masse popolari che vivono della fragilità delle loro case, della precarietà delle loro esistenze. Costretti soltanto a subirne le conseguenze.

Anche i fondi del Pnrr sono stati gestiti secondo un ordine di priorità rovesciato, nonostante gli avvertimenti. Sono stati rifatti i marciapiedi, i grandi gestori delle nostre strade hanno cantierato tutto. Ma le case crollano e nessuno se ne stupisce più; una parte consistente dell’Italia – quella che non è sulla linea dell’alta velocità – è ridotta a viaggi della speranza; le nostre autostrade sono ancora occupate dalle file ininterrotte di Tir perché non abbiamo saputo cambiare i nostri modelli di distribuzione fermi a cinquant’anni fa. Tutti lo sanno, ma tutti si sono ormai stancati di ricordarlo.

Privatizzare il mondo

È curioso che il governo, mentre difende il feticcio del Ponte, avanza come ricetta quella di rendere obbligatoria la polizza anti-calamità per le case a rischio. L’unica prospettiva che la destra sa proporre: la privatizzazione del mondo. Scaricare sui cittadini il prezzo da pagare per restare nelle loro misere case dove hanno trascorso una vita. Aumentare i biglietti degli autobus ai poveri bambini che continuano a vivere una vita normale mentre intorno si sta organizzando un grande evento che interessa i pochi che si potranno permettere di partecipare.

Continuiamo pure così: privatizziamo il mondo, scarichiamo sui cittadini inermi il prezzo dei nostri trionfi e delle nostre manie di protagonismo. Abbiamo un Ponte da costruire, un’Olimpiade da celebrare. Che importa se qualche bimbo resta al gelo, se qualche siciliano rimane senza la sua casa così misera e precaria. La politica frequenta le case eleganti e verticali, che non corrono il rischio di crollare per gli effetti della crisi ecologica (sarà per questo che la destra si affanna così spesso a negarla).

La povera gente sta da tutt’altra parte, dentro case costruite sul vuoto, lasciate a metà in attesa di ciò che viene, di un nuovo condono che prima o poi giungerà. Basta che la pioggia arrivi e tutto crolla, e allora non gli resta che arrangiarsi e cercare un modo per sopravvivere ancora una volta alla propria disperazione.


Calenda torna utile a Palazzo Chigi: Meloni benedice il dialogo che spiazza il centrosinistra


Il leader di Azione, dato ciclicamente per politicamente disperso, è rientrato nel grande gioco con una mossa studiata: salire sul palco del teatro Manzoni di Milano, all’evento di Forza Italia. Dietro le quinte i contatti si moltiplicano. Non per costruire un nuovo centro, bensì per usarlo

(Marco Antonellis – lespressp.it) – Il nome di Carlo Calenda torna a circolare nei palazzi con una frequenza sospetta, di quelle che non nascono per caso. E infatti non è un caso. Il leader di Azione, dato ciclicamente per politicamente disperso, è rientrato nel grande gioco con una mossa studiata: salire sul palco giusto, nel momento giusto, davanti al pubblico giusto. Teatro Manzoni di Milano, evento di Forza Italia organizzato da Letizia Moratti per celebrare la discesa in campo del Cavaliere. Una passerella che vale più di cento dichiarazioni. E che non è sfuggita a Palazzo Chigi.

Ufficialmente nessuno conferma nulla. Ufficiosamente, Giorgia Meloni osserva e annuisce. Perché l’asse Calenda–Forza Italia, più che un’alleanza politica, è un’operazione di ingegneria elettorale. Di quelle fredde, ciniche, efficaci. L’ex ministro si dice “felicissimo” di collaborare con gli azzurri, Fi nicchia, prende tempo, smentisce accordi organici. Ma dietro le quinte i contatti si moltiplicano. Non per costruire un nuovo centro, bensì per usarlo.

Il punto non è governare insieme. Il punto è far superare ad Azione la soglia di sbarramento alle Politiche 2027. Un obiettivo che conviene a tutti, tranne che al centrosinistra. Per Calenda significa sopravvivenza parlamentare. Per Meloni significa un doppio colpo: indebolire l’opposizione e trasformare Azione in un alleato “funzionale”, utile più per sottrazione che per addizione.

Nei corridoi si parla apertamente di un’operazione da manuale calderoliano. Riecheggia il fantasma del Porcellum e della sua clausola più furba: il “miglior perdente”. Dentro una coalizione vincente, anche chi restava sotto la soglia poteva essere ripescato. Uno schema che, adattato ai tempi moderni, consentirebbe di portare Calenda in Parlamento senza dargli troppo potere. Presenza garantita, voce controllata.

A Forza Italia l’idea non dispiace. Il partito orfano di Berlusconi cerca sponde, centralità, ruolo. Calenda è incompatibile sul piano ideologico? Dettagli. Qui contano i seggi, non i sentimenti. E poi l’ex ministro di Matteo Renzi ha un pregio: parla a un elettorato che Fratelli d’Italia fatica a intercettare e che il Pd rischia di perdere definitivamente.

Chi mastica amaro è la Lega. Salvini incassa in silenzio, ma i suoi non dimenticano anni di attacchi frontali di Calenda, soprattutto su Ucraina, Russia e politica estera. Favorire il leader di Azione suona come un boccone indigesto, l’ennesimo sacrificio sull’altare della stabilità meloniana. E infatti il malumore cresce. Sottotraccia, ma cresce.

Per ora è tutto tattica. Nessun patto scritto, nessuna foto ufficiale, solo segnali. Ma nei palazzi c’è chi scommette che Calenda, da eterno battitore libero, stia per diventare il “miglior perdente” perfetto: troppo debole per comandare, troppo visibile per essere ignorato. E soprattutto utile. Molto utile.


Da Niscemi a Torino, così la destra senza scrupoli sfrutta politicamente ogni tragedia del Paese


Un continuo flusso di parole, tweet, articoli, commenti che farebbero vergognare qualsiasi persona normale, ma che la destra utilizza con maestria

(di Enza Plotino – ilfattoquotidiano.it) – E’ stato detto dalle parti della destra e dai suoi megafoni di Stato che Elly Schlein “specula su Niscemi”. La segretaria del Pd, accorsa sul luogo della frana poche ore dopo l’accaduto, aveva chiesto al governo “di destinare un miliardo di euro che non verrà usato per infrastrutture inutili come il ponte sullo Stretto per dare sostegno alle aree colpite dal maltempo”.

Una constatazione sulle responsabilità abbastanza chiare di chi governa la Sicilia da vent’anni e che ha il dovere verso la popolazione di quella cittadina in bilico sul baratro di far fronte, finalmente, al disastro annunciato e mai affrontato con progetti di recupero e finanziamenti dedicati. Sono parole ovvie e chiare che però si scontrano con un punto di forza della destra di governo: l’assoluta mancanza di scrupoli.

E’ un continuo flusso di parole, tweet, articoli, commenti che farebbero vergognare qualsiasi persona normale, ma che la destra utilizza con maestria e con la destrezza di chi è uso fare politica da sempre in questo modo e con questi “mezzucci infami”. La destra che dichiara su Elly Schlein è la stessa che applaude con foga incontenibile alle speculazioni propagandistiche di Meloni. Dove? A Niscemi? Macchè! A poche ore dai tafferugli durante la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale di Askatasuna a Torino, la premier Meloni, alla velocità della luce, è corsa nel capoluogo piemontese, a dare la mano al poliziotto in ospedale, accusando con parole incandescenti il Pd e i magistrati.

Apriti cielo! Una valanga di veleno ha inondato media, social e ogni sorta di ingiurie ha accompagnato la cronaca dei fatti torinesi. Insieme all’accelerazione sul pacchetto securitario e repressivo, pronto da diversi giorni e utile “alla bisogna” del momento. Meloni plana, come un angelo (quello dell’affresco di San Lorenzo in Lucina a Roma?) del male, su disgrazie e tragedie, adattandole al suo disegno ideologico contro giudici e oppositori e repressivo dei diritti di chi dissente.

E’ un modus operandi della destra da quel dì. Da quando urlava sguaiatamente sui bambini di Bibbiano con tanti di cartelloni, passando per le foto in stivaloni nell’Emilia-Romagna devastata dalle alluvioni, fino alla pandemia. Non c’è stato un solo tragico evento, negli anni prima del suo insediamento a Palazzo Chigi, in cui non l’abbiamo vista correre con cartelloni, megafoni, striscioni e tutto l’armamentario annesso per sfruttare politicamente ogni tragedia del Paese.

Ha alimentato la paura e lucrato su di essa e sulle tragedie adattabili allo scopo, con scientifica perseveranza. E, dalla sua elezione a premier, il modus operandi si è fatto sistema e la propaganda violenta e immorale è diventata la cifra di questo governo. Questa sì una vergognosa, continua speculazione che il referendum potrebbe smascherare! Appuntamento al 22 marzo per dire No e mortificarla nei seggi elettorali!


La risposta all”‘harakiri catodico” di Del Vecchio jr arriverà domenica con Report?


(dagospia.com) – Anche se i nostri giornaloni (ah, il potere della pubblicità!) non si sono permessi di scrivere una riga di commento, raramente l’indomabile giungla del Web ha riversato così tanti insulti e battute perfide su Leonardo Maria Del Vecchio per la sua straziante performance scodellata a “Otto e mezzo”.

Da giovedì scorso su “X”, non si parla d’altro: la key “Leonardo Maria Del Vecchio” è rimasta a lungo tra le principali tendenze del social network. C’è chi l’ha paragonato a un Lapo Elkann che non ce l’ha fatta, chi ironizza sul suo presunto travestimento (“Toglietegli occhiali e naso finto”), chi descrive la sua ospitata come “il miglior spot alla tassa di successione” e chi sentenzia: “Leonardo Maria Del Vecchio è stato molto convincente stasera: è qualcuno da evitare accuratamente”.

Certo, il rampollo dell’impero Luxottica aveva già dato ampia dimostrazione nel corso della sua agitata vita privata di essere un figlio di papà con i neuroni fuori sede, in preda all’euforia di aver ereditato una fortuna di oltre 7 miliardi di euro. Nessuno però si aspettava di ritrovarsi davanti alla parodia del bocconiano rampante inventata negli anni ’80 da Sergio Vastano a “Drive in”, mixata con il ricco & scemo di Checco Zalone in “Buen Camino”.

Come quando ha farfugliato supercazzole del tipo: “Ho acquisito un’azienda che si chiama FM, è specializzata in strategic marketing e con una sua blockchain nativa e quindi un’AI che ovviamente si appoggia sui motori, sui motori più noti e quindi quella è una parte… Sto costruendo anche il resto, il resto dei pilastri…”.

Davanti ai sempre più basiti Massimo Giannini, Italo Bocchino e Lilli Gruber, LMDV ha continuato per mezz’ora a balbettare risposte farcite di banalità (“Il cuore delle aziende sono le persone”), di cliché (“Sono innamorato dell’Italia”), lastricate di insulsaggini (“Sono un imprenditore autonomo”), mentre lo sguardo vagava tentando di rintracciare sul telefonino le risposte preparate dai suoi avvocati.

Dopo l’immancabile perla da “uomo del fare” berlusconiano fuori tempo massimo (“Un imprenditore come me e come molti si concentra di più sul fare, piuttosto che sul pubblicizzare quello che investe e i risultati”), non poteva mancare il bacio della sacra pantofola:

“A me piace l’Italia dopo questi in questi tre anni e mezzo di governo, che sono anche coincidenti con il mio investimento come family office di quasi mezzo miliardo di euro, posso dire che se non mi fossi sentito stabile nell’investire in Italia non l’avrei fatto. E questa stabilità ovviamente la garantisce Giorgia Meloni e anche è anche parte del lavoro del governo”.

L’intervista che doveva sancire l’ingresso “in società” di un nuovo protagonista dell’economia e della finanza, pronto a prendere il posto di John Elkann in fuga dal Belpaese, si è ribaltata in un tale imbarazzante disastro comunicativo e di contenuti che ha spinto molti “addetti ai livori” a domandarsi: “Ma tu hai capito chi cazzo l’ha consigliato di andare a “Otto e Mezzo”, di sicuro il format meno opportuno per “valorizzare” la sua immagine?’’

Ancora: “Quale coglione del suo folto staff societario gli vuole cosi male da suggerire che era giunta l’ora fatale di darsi un’immagine pubblica esponendolo a ‘sta figuraccia da miliardario rincitrullito, riuscendo nel miracolo di trasformare in mezz’ora quello svalvolato di Lapo Elkann in Aristotele?”.

All’origine del suo debutto televisivo nello studio di “Otto e mezzo” (attraverso gli uffici di Raffaella Mangini, che per 15 anni ha svolto il suo lavoro di comunicazione per Rcs e La7 di Urbano Cairo), c’entra la voglia di liberarsi dall’immagine gossipara del farfallone miliardario, protagonista di un matrimonio durato sei mesi e di relazioni turbolente chiuse con buonuscite milionarie. Ciliegina sulla torta: Leonardino è diventato, la scorsa estate, padre di una bambina dopo una storiella con Sara Soldati, ex concorrente del Grande Fratello. Un curriculum amatorio più vicino a quello di un calciatore o di un tronista che a quello di un tycoon che dà le carte. 

Magari l’ereditiero, andando in tv, doveva regolare qualche conto con fratelli e fratellastri, madre inclusa, con cui è in lite da quattro anni per la questione dell’eredità da sogno lasciata dal Patriarca di Agordo? Forse è stato solo un eccesso di vanità che l’ha mandato a schiantarsi davanti a 1,7 milioni di telespettatori? Del resto, il barbuto virgulto ne avrà pur diritto dopo aver comprato tutto e il contrario di tutto.

Uno shopping compulsivo che va dal Twiga di Briatore e Santanché all’acqua di Fiuggi, dagli immobili in centro a Milano alle bibite della Boem dei rappettari Fedez e Lazza, dai ristoranti in zona Brera (Vesta, Casa Fiori Chiari, e Trattoria del Ciumbia) a una startup che si occupa di grafene, dallo yacht da 72 metri costato oltre 100 milioni di Giorgio Armani al bombastico sbarco nel malconcio mondo dell’informazione.

Ed ecco a voi, signore e signori, il neo proprietario del 30% del Giornale, ottenuto rilevando il 5% dalla famiglia Angelucci e il 25% da Paolo Berlusconi. Non solo: da una delle testate più vicine alla destra di governo, ha provato ad allungarsi come un elastico ai due quotidiani di riferimento del centrosinistra come Repubblica e La Stampa con un’offerta da 140 milioni di euro. Voleva comprare dalla Exor degli Agnelli-Elkann il gruppo GEDI  ma è stato rimbalzato avendo John Elkann già firmato una trattativa in esclusiva con il greco Theo Kyriakou.

Umiliato e offeso per il no di Yaki, per tirarsi un po’ su Leonardino è ritornato a destra con un’offerta all’Editoriale Nazionale (EN) del gruppo Riffeser-Monti, per l’acquisizione della maggioranza dei quotidiani “Il Giorno” (Milano), “La Nazione” (Firenze), “Il Resto del Carlino” (Bologna).

“A cui potrebbe aggiungersi, per raggiungere l’obiettivo dichiarato di creare un polo dell’informazione, anche un terzo bersaglio che molti identificano nel gruppo Class, che Del Vecchio ha già esaminato”, aggiunge Francesco Manacorda su “Repubblica”.

Forse la risposta all’”harakiri catodico” di Del Vecchio Junior arriverà domenica 8 febbraio sintonizzandosi su “Report” che, come ha annunciato Sigfrido Ranucci in coda alla puntata di ieri sera, avrà in scaletta una bombastica inchiesta su “Equalize” con tanto di intervista esclusiva a Enrico Pazzali, titolare della società investigativa milanese collegata col mondo dei servizi segreti, che per anni ha dossierato politici, imprenditori, uomini di spettacolo e sportivi, utilizzando accessi non autorizzati a banche dati riservate, comprese quelle con dati sensibilissimi del Ministero dell’Interno.

Definita dai magistrati della Procura di Milano “una macchina infernale che commetteva reati ogni giorno”, Equalize che ne faceva dei dati raccolti? E’ presto detto: venivano poi venduti, generando profitti per milioni di euro, a grandi aziende italiane, politici, banchieri e imprenditori, tra i quali spicca l’esuberante Leonardino.

Secondo le indagini dei pm milanesi, le ricerche di informazioni del quartogenito del defunto “Paperone di Agordo” si sarebbero inserite nella contesa in corso da quattro anni sull’eredità di famiglia.

Uno degli spioni di Equalize, l’hacker Nunzio Calamucci, avrebbe creato un dossier allo scopo di “offuscare l’immagine di Claudio Del Vecchio, fratello di Leonardo”, creato anche un falso rapporto della polizia di New York in cui il fratello Claudio sarebbe stato “registrato” per “crimini sessuali” nei confronti di un “travestito” dal dipartimento di Giustizia statunitense.

Ma Del Vecchio jr spese 455mila euro per comprare quel documento, in sostanza per evitare, come gli avevano detto, che lo comprassero altri. «Me l’hanno presentato come necessario per proteggere la famiglia», ha detto, «ma col tempo ho iniziato a sentirmi un po’ estorto».

Del Vecchio ha dichiarato ai magistrati di essere stato “truffato e spaventato” dalla cricca di spioni legati all’agenzia milanese Equalize, come l’hacker Calamucci e l’ex carabiniere De Marzio che avrebbero utilizzato l’intelligenza artificiale per creare foto e video compromettenti (fake) con l’obiettivo di ricattarlo. Ha pure negato di aver commissionato attività di spionaggio sulla ex fidanzata Jessica Ann Sarfaty (ha spiegato di aver chiesto solo di “pedinarla” perché “ero innamorato”) e sui suoi familiari.

Ha parlato quindi di “paura”, di presunte intimidazioni e anche di un tentativo di “minare l’asse” tra lui e Francesco Milleri, l’amministratore delegato di EssilorLuxottica. Gli sarebbe stato riferito, infatti, che Milleri lo stava “dossierando”. “Non ho mai creduto che l’azienda avesse mai fatto qualcosa contro di me (…) anzi l’azienda mi è stata vicino – ha spiegato Del Vecchio – in prima persona Francesco Milleri”. Poi rivolto ai pm: “Saremmo dovuti venire da voi prima? Poco ma sicuro”.

L’Ansa riporta alcuni passaggi dell’interrogatorio dello spione di “Equalize”, Samuele Calamucci: “Si presentano a me come le persone che fanno diciamo tutela legale, patrimoniale e personale di Leonardo Maria Del Vecchio e ci spiegano subito che ci sono dei problemi. Il primo problema è la fidanzata dell’epoca di Leonardo Maria Del Vecchio, il secondo problema è il fatto che Leonardo Del Vecchio veniva ricattato dalla famiglia per questione ereditaria. Chiedono a noi due cose”.

“Ricattato in che termini?”, ha chiesto il pm. E Calamucci ha risposto: “Non so il termine preciso, penso a livello proprio di società, di poteri (…) Era prendere una parte nei confronti dell’Amministratore Delegato di Luxottica per quanto riguarda l’eredità”.

All’Ansa si è aggiunto il “Corriere della Sera”, con un articolo firmato dal ben informato Luigi Ferrarella: “Calamucci fa al pm esempi di clienti a suo dire consapevoli dell’illiceità dei dati chiesti e avuti: come Leonardo Maria Del Vecchio, “assolutamente sì, voleva tutte le informazioni, ‘voglio sapere i soldi nascosti che ha mia mamma, mio fratello, l’altro mio fratello, mio cugino, tutta la famiglia’…”.

Come se non bastasse il delirio di truffe, ricatti, dossier, intercettazioni al di là di ogni legalità di “Equalize”, entra in scena un’altra società di spioni ma con sede a Roma, la cosiddetta “Squadra Fiore”. E domenica ‘’Report’’ manderà in onda interviste a figure vicine al virgulto Del Vecchio che rivelano nuovi retroscena e sul possibile collegamento di queste attività illegali con la scalata a Mps e Mediobanca…


Ecco i nomi di chi consolida il 30% dei consensi di Giorgia Meloni


(Stefano Rossi) – Dopo Corrado Formigli, il quale disse che la cultura italiana non esiste perché gli italiani stanno imparando molto dagli immigrati, bisogna annoverare Andrea Scanzi, che posta Rita Rapisardi, de “il Manifesto”, sugli incidenti di Torino.

La giornalista, con il post, vuole spiegare che il video dal quale si vedono i manifestanti di Askatasuna martellare e, quasi linciare, il poliziotto, in realtà non avevano un martello, ma un martelletto.

Poi, che i suoi colleghi lo avevano lasciato solo, e aveva pure il casco slacciato, e che, i manifestanti, urlavano di lasciarlo stare, che potevano bastare le botte.

Secondo la giornalista de il Manifesto, il poliziotto che ha rischiato il linciaggio (questo lo dico io non certo la Rapisardi), si trovava solo perché voleva manganellare un paio di poveri manifestanti.

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega … Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato“.

Cioè, secondo questa giornalista, il video dove in modo palese e incontrovertibile appaiono scalmanati manifestanti aggredire con ferocia il poliziotto, è tagliato ad arte per far vedere solo la furia dei ragazzi in difesa dello sgombero di Askatasuna.

Da che parte stia Rita Rapisardi è chiaro, difatti scrive: “A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero”.

I cattivi sono i poliziotti, i buoni quelli che hanno dato fuoco ad auto, cassonetti, rotto vetrine, bancomat, divento pali stradali, ferito 100, dico, cento agenti delle forze dell’ordine.

Sapete cosa mi ricorda questo articolo?

Pensate un po’, mi ricorda una certa Tiziana Maiolo, sì, quella che ora si trova spesso su Rete4, in difesa del centro destra. Nel 1976, questa Tiziana Maiolo, scriveva per il Manifesto.

Il 15 dicembre 1976, a Milano, la polizia fece una perquisizione in casa di un brigatista rosso, Walter Alasia. Ne scaturì una sparatoria dove morì il vicequestore Vittorio Padovani, il maresciallo di P.S., Sergio Bazzega e lo stesso Walter Alasia.

Sapete cosa scrisse la Maiolo su il Manifesto il giorno dopo?

Il titolo era tutto un programma di disinformazione.

Incalza la nuova strategia della tensione. Tre morti a Milano durante una perquisizione della abitazione di un “brigatista””.

Strategia della tensione era un termine coniato per il terrorismo nero, ma spesso, usato per far passare i terroristi rossi per fascisti.

Poi, brigatista, sempre con le virgolette, come a rimarcare che erano i cattivi poliziotti e magistrati a credere che lo fossero.

Secondo la Maiolo c’erano versioni differenti sullo scontro a fuoco.

Cioè, se ti entra la polizia in casa per una perquisizione e per arrestare una persona, in caso di sparatoria, chi mai avrà sparato per primo? Oltretutto, morirono proprio i due poliziotti entrati in casa per primi. Ma il Manifesto doveva, invece, instillare il dubbio, e doveva far passare per martire un brigatista.

Ecco un passaggio di quel vergognoso articolo: “…una casa del comune abitata prevalentemente da operai e piccoli impiegati…questa volta è stata la polizia a tendere l’agguato con grande dispiegamento di forze…il gruppetto dei “visitatori” è molto ingenuo o molto sicuro di sé, visto che nessuno  dei  funzionari ha il corpo protetto da giubbotti antiproiettili…”.

Notare bene, la polizia non fa il suo lavoro, tende agguati, grande dispiegamento di forze, come a voler dire che stavano occupando militarmente Milano, sono “visitatori”, come a voler canzonarli, e ingenui perché non portavano i giubbotti antiproiettili; ma non c’erano solo pacifici operai?

Ecco, questo è uno delle migliaia di esempi che si potrebbero fare per dimostrare quel tarlo che ancora persiste in certi ambienti e in certe culture.

Poi, Gruber e Giannini si chiedono se la sinistra ha lasciato alla destra l’argomento “sicurezza”.

Qui non basterebbe più un bravo psichiatra, qui ci vuole un esorcista!


Roma, Teatro Trastevere: “Distopik”, due spettacoli in una serata


dal 12 al 15 FEBBRAIO 2026: DISTOPIK

Due spettacoli in una serata:

133 metri sul livello del mare

di Giovanni Caloro e Francesca Pimpinelli

interpretato da Francesca Pimpinelli e diretto da Giovanni Caloro

e a seguire

Controllo 26

scritto e diretto da Michele Demaria

interpretato da Ludovica Apollonj Ghetti e Francesca Pimpinelli

DISTOPIK è un grido d’allarme, lanciato da due compagnie teatrali romane, Lumik e Sputnik, che propongono due atti unici in una serata all’insegna della distopia.

Si comincia con 133 metri sul livello del mare, di Sputnik, scritto da Giovanni Caloro e Francesca Pimpinelli, diretto da Giovanni Caloro e interpretato da Francesca Pimpinelli: un monologo tragicomico in cui la protagonista, dopo aver visto la capitale venire ripetutamente allagata da piene e nubifragi, assaltata da topi e gabbiani, ha trovato rifugio in un punto molto particolare della città. Fra ricordi della sua vita passata e illusioni riguardo il futuro, la naufraga guida il destinatario tra le righe di una lettera strampalata da affidare alle acque di un nuovo mare.

La stessa Francesca, o un personaggio estremamente simile, è insieme ad Anna in Controllo 26, della compagnia Lumik, scritto e diretto da Michele Demaria, con in scena Ludovica Apollonj Ghetti e Francesca Pimpinelli. In un ufficio sospeso nel tempo, due donne monitorano il battito di una realtà che sembra impeccabile. Tra caffè, cruciverba e scambi taglienti, la routine quotidiana maschera una tensione invisibile e crescente. Ma quando i dati smettono di coincidere con i fatti, il sistema perfetto di Controllo 26 inizia a vacillare. Un thriller psicologico che interroga il confine sottile tra protezione sociale e isolamento forzato. Fino a che punto possiamo fidarci di un ordine che non ammette l’anomalia del fattore umano?

PRESS OFFICE Vania Lai vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE

Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: Intero: 13.00 Ridotto: 10.00 -prevista tessera associativa-

giorni feriali ore 21, festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it https://www.teatrotrastevere.it/


Le Pornoprecarie quelle di OnlyFals. La tournée nei teatri campani


Le Pornoprecarie quelle di OnlyFals

La tournée nei teatri campani da febbraio a maggio 2026

La commedia di Maria Bolignano che fa ridere e apre una riflessione sul lavoro e la dignità femminile

Dopo il successo dell’anteprima al Teatro Cilea di Napoli, con tre serate sold out lo scorso ottobre, Le Pornoprecarie quelle di OnlyFals torna in scena e riparte dai teatri di provincia con una lunga tournée in Campania tra febbraio e maggio 2026.

Il titolo fa sorridere prima ancora che si alzi il sipario. Lo spettacolo non mette in scena il sesso, ma la libertà di parlarne. La commedia intreccia desiderio, estetica del corpo e seduzione con una condizione sociale segnata da precarietà, esclusione e assenza di tutele. Da questa tensione nasce il disegno satirico di Maria Bolignano, autrice e interprete dello spettacolo, che sceglie la comicità per raccontare una realtà spesso dimenticata.

In scena, tre donne senza un lavoro stabile, senza soldi e senza prospettive decidono di trasformare il proprio salotto in un set improvvisato per contenuti hot da caricare su una piattaforma immaginaria chiamata OnlyFals. Se nel mondo dei social l’immagine può generare visibilità, qui l’intimità diventa una possibilità di sopravvivenza economica, ma anche un modo per rimettere in discussione il proprio ruolo.

Ne nasce una commedia che alterna leggerezza e profondità, senza banalizzare il disagio e senza scivolare in un racconto pietistico. Donne di età diverse, sole e con risorse limitate, si confrontano con un mercato del lavoro che impone scelte impensabili fino a pochi anni fa e che spesso lascia senza strumenti chi resta indietro. Quando il lavoro viene meno, anche l’identità si incrina, e lo spettacolo porta questo passaggio in scena con ironia e lucidità.

«Mi aspetto di continuare a far ridere il maggior numero di persone possibile e di incontrare un pubblico coinvolto», racconta Maria Bolignano.«I teatri di provincia sono luoghi di cultura e di incontro che vanno curati con attenzione». Una dichiarazione che accompagna il senso della tournée, pensata per riportare il teatro nei luoghi in cui la comunità si ritrova e si riconosce.

Le Pornoprecarie quelle di OnlyFals è una commedia brillante e mai volgare, che parla di donne, lavoro e dignità usando l’ironia per raccontare una parte scomoda del presente, con uno sguardo diretto e libero.

Sul palco, accanto a Maria Bolignano, un cast che attraversa generazioni e storie diverse:
Nunzia Schiano interpreta Zia Rosaria, la più grande e la più libera;
Yuliya Mayarchuk è Katerina, ex signora benestante che perde tutto e ricomincia da sé;
Enza Barra porta in scena Cioccola, memoria di un altro tempo e di un altro sguardo sul corpo;
Chiara Di Girolamo è Sofy, influencer e guida digitale del gruppo;
Alessio Sica interpreta Duro a morire, ex pornodivo in declino, unico uomo dello spettacolo.

La regia è firmata da Maria Bolignano e Fabiana Fazio, con uno sguardo femminile complice e mai volgare.

Dopo i sold out napoletani, lo spettacolo arriva nei teatri campani con questo calendario:

 3 febbraio 2026 – Teatro De Lise, Sarno
 4 febbraio 2026 – Teatro Minerva, Boscoreale
 5 febbraio 2026 – Teatro Magic Vision, Casalnuovo
 6 febbraio 2026 – Teatro delle Rose, Piano di Sorrento
 7 febbraio 2026 – Teatro Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Pagani
 8 febbraio 2026 – Teatro Italia, Acerra
 10 febbraio 2026 – Teatro Italia, Eboli
 12 febbraio 2026 – Teatro Tasso, Sorrento
 15 febbraio 2026 – Teatro Supercinema, Castellammare di Stabia
 17 aprile 2026 – Teatro Sorrentino, Saviano
 24 aprile 2026 – Teatro Corona, Quarto
 25 aprile 2026 – Teatro delle Arti, Salerno
 8 maggio 2026 – Teatro Pierrot, Ponticelli

Durata dello spettacolo circa 105 minuti

Produzione Rino Pinto
Per informazioni, interviste e materiali stampa
Rino Pinto 329 3054652

Sito ufficiale
www.lepornoprecarie.it

Autrice e interprete
Maria Bolignano

Con
Nunzia Schiano, Yuliya Mayarchuk, Enza Barra, Alessio Sica, Chiara Di Girolamo


Quel maiale di Trump, Epstein e la vera democrazia


(Tommaso Merlo) – Una rete pedofila e satanica che governa il mondo da dietro le quinte. Fino a qualche tempo fa un delirio complottista, oggi una orrenda realtà. Epstein ed i suoi complici trafficavano e abusavano minorenni con orge e porcherie varie per compiacere le perversioni di politici e miliardari del calibro di Trump, Bill Clinton, Bill Gates passando per il fratello del re d’Inghilterra e sceicchi vari, ma non solo. Dagli ultimi file emerge che praticavano anche torture e addirittura sacrifici e molti minori sarebbero stati uccisi. Un vero orrore, con gentaglia che dovrebbe marcire dietro alle sbarre ed invece domina il mondo. Tra gli ultimi nomi emersi anche Elon Musk e perfino Melania arriva da quella fogna. Ma il protagonista assoluto è Trump, sodale di Epstein che si è fatto rieleggere promettendo trasparenza e non appena ha rimesso piede alla Casa Bianca si è precipitato ad insabbiare tutto perché dentro fino al collo. Epstein l’hanno spedito all’inferno mentre Trump ha piazzato a capo del Ministero della Giustizia i suoi avvocati che nonostante la rivolta del Congresso, ancora coprono le prove più scabrose. Squallide scene da fine impero col materiale già rilasciato che conferma un sistema marcio fino al midollo che ha silenziato per decenni il grido di dolore e di giustizia delle vittime. Non uno scandalo solo morale, ma anche politico. Non si capisce dove fossero le istituzioni, dove fosse la politica, dove fosse il giornalismo. Tutti succubi, tutti venduti, tutti complici. Con masse distratte e aizzate tra loro mentre il banco vince sempre quando non solo il pensiero, ma anche il marciume, è unico. Squallide scene da fine impero e democrazia apparente con inquietanti ramificazioni internazionali. Epstein era un agente dei servizi segreti Israeliani al punto che tra i suoi ospiti più assidui c’era l’ex premier israeliano Ehud Barak. E la faccenda è molto semplice. Se hai foto e video di Trump nudo che molesta ragazzini minorenni, stai tranquillo che armi e dollari continueranno a scorrere a fiumi verso Tel Aviv e godrai di piena impunità qualunque crimine commetterai, anche un genocidio. Lo dicono le carte, Trump è compromesso. E pare che giri materiale delle sue performance pornografiche anche a Mosca ed è questo che spiegherebbe il suo ferreo putinismo. Neanche Hollywood ha mai partorito uno schifo del genere. Al timone della superpotenza americana ha fatto il bis non solo il presidente più incapace e narcisista della storia, ma anche un maiale pervertito totalmente ricattabile. Con la geopolitica e quindi i destini del mondo condizionati dalle porcherie che ha combinato. Davvero oltre ogni immaginazione e non una questione solo morale, ma anche politica. Per uscirne bisogna fare un passo oltre. Quel maiale di Trump ha lasciato tracce ovunque perché probabilmente non pensava nemmeno lui che un giorno gli americani fossero così idioti da votarlo presidente e per ben due volte. Se vi è riuscito è perché la democrazia soffre di un male che riguarda anche noi. I soldi hanno rimpiazzato i cittadini. Miliardari e lobby si sono comprati politica e informazione e spadroneggiano. Ma in fondo sono i cittadini a permetterglielo. Già, il cambiamento storico parte da dentro di noi. In troppi votano ancora abboccando a spot pubblicitari, slogan e comizi invece di approfondire e ragionare. Certo, non è facile districarsi in una propaganda ormai permanente, ma internet offre alternative. E non è nemmeno accettabile che i cittadini decidono chi votare all’ultimo minuto o si riducano a miseri tifosi di qualche capopopolo o votino per tradizioni di famiglia o abitudine. Trump è un sintono, non la causa. Se è arrivato alla Casa Bianca è grazie all’ignoranza e superficialità di molti americani e di una concezione deleteria della politica. Con l’odio verso qualche nemico immaginario che prevale perfino su verità e buonsenso. Faziosità accecante e antichissimo vizio di affidarsi a qualche uomo forte o presunto tale per sentirsi protetti da qualche paranoia o per qualche misero ritorno egoistico mentre si rimane svaccati sul divano. Va fatto un passo oltre per uscirne. In democrazia il potere appartiene al popolo e lo deve giustamente rivendicare, ma il potere implica responsabilità ed è ora di tornare ad esercitare la propria cittadinanza in maniera intelligente e consapevole. Solo così le masse non verranno più ingannate ed usate, solo così maiali come Trump finiranno in galera invece che alla Casa Bianca e solo così potremo salvare la democrazia e partendo dall’orrore di questo momento storico, costruire un futuro migliore. Già, il cambiamento storico parte da dentro di noi.


Torino: le violenze della polizia che i media non vogliono vedere


(Enrica Perucchietti – lindipendente.online) – «Attacco allo Stato» (Il Messaggero); «La guerriglia di Torino» (la Repubblica); «Ferocia Askatasuna» (il Giornale); «Cercano il morto» (Il Tempo); «Ora basta, arrestateli tutti» (Libero). I titoli dei quotidiani all’indomani della manifestazione nazionale in solidarietà ad Askatasuna parlano una sola lingua: un lessico ossessivo e compatto – «guerriglia urbana», «tentato omicidio», «città sotto assedio», «blitz premeditato», «agente massacrato», «martellate a un poliziotto» – che riduce il corteo con 50mila manifestanti agli scontri del tardo pomeriggio. La cronaca dominante impone un frame univoco: la violenza “rossa” contro lo Stato. La piazza è ridotta a minaccia criminale, l’ordine pubblico a vittima assoluta. Le violenze attribuite agli “antagonisti” saturano lo spazio mediatico; cariche, manganellate, lacrimogeni e idranti scompaiono o vengono derubricati a legittima “reazione” delle forze dell’ordine. In questo articolo, vi proponiamo alcune delle immagini che la politica si è ben guardata dal diffondere e che mostrano l’altra faccia di quanto accaduto al corteo dello scorso 31 gennaio.

Il bilancio ufficiale parla di 103 agenti feriti, di cui circa una trentina ricoverati e poi dimessi domenica; delle decine di manifestanti contusi, nella cronaca mainstream resta appena traccia. Così, la selezione di immagini e parole produce un vuoto informativo: per chi guarda solo i telegiornali, la violenza appare a senso unico. Video e fotografie diffuse da reporter indipendenti e collettivi documentano scontri durissimi e feriti da entrambe le parti, ma le immagini di attivisti spinti e percossi durante le fasi di deflusso, le cariche improvvise e gli scontri generalizzati, i pestaggi a terra rimangono marginali rispetto alla narrazione dominante. I media hanno amplificato il pestaggio di Alessandro Calista, un agente isolato del Reparto Mobile di Padova, trasmesso in loop e qualificato come “tentato omicidio”. Attorno a quell’episodio – innegabile nella sua brutalità – si è costruito un repertorio visivo selezionato: un blindato incendiato, cassonetti in fiamme, estintori lanciati, petardi, l’aggressione a una troupe televisiva. Come già avvenuto per le manifestazioni a sostegno della Palestina, il contesto è rimasto sullo sfondo: uno sgombero vissuto come atto repressivo, un corteo spezzato da cariche e sbarramenti, una piazza composita che includeva famiglie, studenti, sindacalisti e artisti – da Zerocalcare a Willy Peyote, dai Subsonica a dirigenti della CGIL – scesi in strada contro le politiche del governo Meloni e l’attacco agli spazi sociali.

Un’altra sequenza di fatti circola altrove, lontano dai canali dell’informazione mainstream. Le immagini mostrano un uso della forza che va oltre la gestione dell’ordine pubblico, ma questi episodi trovano spazio quasi esclusivamente su piattaforme digitali e testate indipendenti. Emblematico il caso di un fotografo, picchiato e poi allontanato con forza dagli agenti anche dopo l’identificazione. Il Quotidiano Piemontese ha diffuso un filmato in cui si vede un manifestante a terra colpito ripetutamente a manganellate da un agente.

La stessa scena è stata rilanciata dai vari account, come No Justice No Peace Italy, che documenta anche altre scene di violenze: un uomo ferito lasciato solo e disorientato per terra dalle forze dell’ordine, un altro che non viene soccorso e un gruppo di poliziotti che accerchia violentemente due persone che cercano di scappare dai lacrimogeni. Su X, altri video mostrano cariche con manganelli e spinte durante le fasi di arretramento, con la polizia che alterna ritirate e contrattacchi, ricorrendo anche agli idranti contro gruppi compatti ma non offensivi.

Un altro filmato, diffuso da Local Team, documenta l’uso degli idranti e dei lacrimogeni su manifestanti pacifici. Materiali analoghi sono disponibili anche su Radio Onda d’Urto, tra cui un video in cui un manifestante, già a terra, viene colpito da una quindicina di manganellate da parte di un agente in assetto antisommossa.

La polarizzazione degli eventi non è casuale: serve a legittimare la linea della “tolleranza zero” e a preparare il terreno al nuovo pacchetto sicurezza del governo, in modo da silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione contro il governo. La narrazione binaria – delinquenti contro eroi in divisa – trasforma una protesta sociale in una minaccia allo Stato. Non a caso, la premier Giorgia Meloni ha promesso che il suo governo ripristinerà «le regole in questa Nazione», invitando i magistrati a “non esitare”, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto di accelerare l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, mentre il ministro Guido Crosetto ha parlato di «guerriglieri» e «bande armate» da «combattere come le Brigate Rosse», assimilando gli scontri del 31 gennaio al terrorismo e rendendo accettabile un ulteriore irrigidimento repressivo. Così la “guerriglia” diventa un’etichetta politica utile al potere più che una descrizione fedele di quanto accaduto.


Sbatti Epstein in prima pagina


(Alessio Mannino – lafionda.org) – I giornali di carta sono considerati il residuo di un’epoca al tramonto. E guardando all’inesorabile calo statistico, lo sono. Sbancati prima dalla televisione e surclassati da internet poi, oggi, risucchiata nel flusso social l’attenzione generale, sono diventati l’oggetto di consumo di una minoranza: i lettori forti, quelli che si ostinano ancora ad affidare ai testi scritti la chiave per raccapezzarsi nel caos giornaliero. Praticamente dei panda. Come gli aficionados dei libri.

Ridotti nei numeri (in parte compensati dagli abbonamenti alle versioni online), gli appartenenti alla nicchia cartacea, rispetto a chi per informarsi naviga qua e là, detengono però un vantaggio competitivo: possono basare la comprensione degli eventi su una gerarchia di notizie, pre-impostata dalla singola testata. A cominciare dalla prima pagina, che riassume in una disposizione precisa l’ordine di priorità. Da cui si evince la linea editoriale e politica.

Dopodiché, il lettore meno esigente, poiché di solito bloccato dal bias di conferma, si ferma lì. Un po’ come avveniva quando la carta tirava e ci si godeva la sensazione, rassicurante ma intellettualmente limitante, di contentarsi del proprio giornale di riferimento, vangelo-guida per la “preghiera mattutina dell’uomo moderno” (Hegel). Oppure, come nel nostro tempo di disintermediazione e sfiducia verso i media in quanto tali, la funzione di indirizzamento non basta più. E giustamente, allora, all’organo di stampa preferito si affianca il dragaggio di fonti ulteriori e differenziate (se fatto in modo mirato, scandagliando giornali web e canali video, o altrimenti facendosi condurre dalla bolla personalizzata dall’algoritmo).

E tuttavia, fondare lo sguardo su una cornice data, discutibile finché si vuole, può essere utile per non annaspare nella giungla di immagini e titoli. I pochi che hanno tempo, cioè gli addetti ai lavori e i fortunati che non lavorano (categorie spesso sovrapponibili: “fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”, Luigi Barzini jr), raffinano tale usanza demodé elevandola al quadrato. Fanno cioè l’ormai paleolitica “rassegna stampa”: smazzarsi 5-10 quotidiani al giorno. Naturalmente sfogliandoli, più che compulsandoli per intero.

Tutta questa dotta dissertazione introduttiva per due non-urgenze. La prima è prendere in giro, con autoironia un po’ amara, un principio valido oggi più che mai: il diritto-dovere di formarsi un criterio di conoscenza individuale. Una coscienza critica autonoma. Possibilmente costruita sul continuo confronto, senz’altro faticoso, tra voci informative meglio se diverse, e meglio ancora se opposte. Mentre il setting dominante è racchiuso in una manciata di volti e sigle (le ammorbanti compagnie di giro sullo schermo televisivo, trasformatosi in sondino artificiale per direttori e giornalisti di carta stampata altrimenti ignoti ai più), nel mare magnum della Rete c’è l’imbarazzo della scelta. Previo filtro, si spera, dei punti di vista credibili. Perché è la credibilità, attualmente, la caratteristica più preziosa che il lettore/spettatore – per lo meno quello più avvertito e non l’ottuso animale da curva – cerca disperatamente. E la credibilità, come sanno gli operatori ecologici anti-disinformatjia, non è mai un attributo acquisito una volta per tutte: bisogna conquistarselo ogni dì.

Seconda motivazione: compiere un esercizio che vada oltre la destrutturazione dell’offerta mediatica (in vulgari eloquentia: tutti i media, o quasi, tirano acqua al proprio mulino, come per altro è logico che sia, e quindi tutti, nessuno escluso, sviano, deformano, manipolano) inoltrandosi nel territorio della ri-strutturazione di senso. In questa sede, con un divertissement. Come dovrebbe risultare la prima pagina del mio giornale ideale? Ecco la domanda che il cliente selettivo della merce-notizia potrebbe farsi, immaginandosi l’agenda del giorno secondo lui. Provo a buttar giù quella che metterei insieme io con i materiali di giornata. Va da sé, dopo essermi diligentemente sottoposto alla personale dieta di siti (molti), titoli di testa di tg o aggiornamenti radio (pochi), approfondimento in postazioni sul Tubo, newsletter e profili via via apprezzati per rigore e coerenza (abbastanza) e, sì, anche testate giornalistiche cartacee (forse troppe, ma chi scrive lo fa per mestiere, ego me absolvo).

TITOLO D’APERTURA

Trump ha nominato il nuovo presidente della Fed: è Kevin Warsh, vicino a Dimon (JP Morgan). Con il quale Dimon, mister Trump ha un bello scazzo giudiziario. Sapete com’è, la Federal Reserve è “solo” la banca centrale di un impero, gli Usa, che si agita con lucida follia per contrastare il proprio declino: conoscere i perché e i per come di cosa si muove nell’istituto che presiede al dollaro, arma di coercizione globale assieme al Pentagono, dovrebbe essere la prima notizia in alto.

FONDO (editoriale)

Dossier Epstein: al di là del raccapriccio morale e l’aneddotica pruriginosa, vederci chiaro su motivazioni, finalità e intrecci politici di uno scandalo dai risvolti ancora oscuri (non se, ma quanto e in che modo c’entra Israele? Analisi, con un sociologo e uno psicanalista, della cosiddetta élite sovranazionale nelle pagine interne).

FONDO 2

La guerriglia a Torino per la manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna: ennesimo caso di strumentalizzazione (a destra) e cecità politica (a sinistra) della violenza, genuina o infiltrata ma, in tutti i casi, corrispondente a un copione prevedibile rispetto al quale l’unico interrogativo sensato è: cui prodest? A chi giova?

ARTICOLO DI SPALLA

Scontata commedia delle parti nella polemica governo-magistratura all’apertura dell’anno giudiziario: cosa abbiamo fatto di male (e ne abbiamo fatto…) per meritarci una campagna di distrazione di massa così, con un trufferendum che non riguarda i problemi veri dell’apparato giudiziario.

TAGLIO MEDIO

Palestina, Ucraina, Venezuela, Iran: tedioso ma doveroso aggiornamento sui fronti caldi, semi-caldi, raffreddati e sempre nuovamente incendiabili. Con un occhio particolare a cosa si dice in Cina, Russia, Turchia, Israele, India e Brasile (dar conto di quanto pubblica la stampa estera dovrebbe equivalere al pane quotidiano, per disporre di coordinate sufficienti riguardo alla politica internazionale). 

MANCHETTE (riquadro con titolo di una notizia all’interno) 1

Reportage di oggi su “conoscere il presunto nemico”: come si vive nel quotidiano oggi in Cina, soprattutto rispetto alla politica (ruolo del partito unico) e all’economia (consumi, lavoro, impresa).

MANCHETTE 2

Approfondimento sulle filiere del potere profondo: come la finanza e le banche italiane si inseriscono nella mappa finanziaria guidata dalla triade Blackrock-Vanguard-State Street.

MANCHETTE 3

La storia: reportage da tre scuole (una elementare, una media, una superiore) su tre sottotemi: i rapporti fra studenti e professori (e genitori); le materie che si studiano poco e male (storia e geografia, filosofia, italiano) o che non si studiano per niente e che sarebbero invece essenziali (economia e finanza, diritto costituzionale, psicologia, sociologia, tecnologia); la realtà nelle aule delle seconde e terze generazioni di immigrati, per indagare i termini effettivi del significato di parole d’ordine come “integrazione” e “remigrazione”.

FINESTRA (riquadro incorniciato)

Rubrica “E chissenefrega”: fatti, personaggi e storie di cui faremmo volentieri a meno, ma di cui tocca in qualche modo parlare non foss’altro per spiegare il perché se ne parla. In questa puntata: il caso Corona-Signorini-Mediaset (per i risvolti politici e di cultura di massa), la figuraccia dalla Gruber di Del Vecchio (per l’analisi antropologica della classe dirigente economica italiana), il “percorso d’ascolto” del Pd inaugurato a Milano dalla Schlein, che blatera di “diritto alla felicità” e di “riprenderci Tolkien” (?) e che sguinzaglierà volontari con questionari la cui prima domanda, particolarmente fulminante, sarà “come stai?” (per constatare una volta di più l’inconsistenza culturale, umana e potremmo dire intellettiva di quella cosa che viene chiamata sinistra in Italia).

FINESTRA 2

L’intervista: Marco Palombi (Il Fatto Quotidiano), ultimo autentico corsivista del giornalismo italiano, a proposito della differenza fra arte nobile del polemista e chiacchiericcio urlato da straccivendoli.

TAGLIO BASSO

Cultura&società: fuori dalla dicotomia apocalittici/integrati, veteroumanisti/transumanisti, inchiesta su come reagire all’espansione dell’intelligenza artificiale, dando spazio ai pensatori più avanzati in Italia e nel mondo che abbiano come bussola il primato reale dell’uomo sulla macchina.

Possono sembrare giochini oziosi, questi. Ma sebbene tendiamo a dimenticarcelo, la guerra in cui tutti siamo coinvolti è, prima di ogni altra, una guerra cognitiva: la feroce competizione per accaparrarsi e fidelizzare la nostra attenzione, un business il cui effetto è irreggimentare l’immaginazione. Ora, chi cattura l’attenzione, condiziona la percezione. Chi influenza la percezione, agisce sulla memoria e perciò sugli schemi, le scorciatoie, i meccanismi di selezione mentale. Chi ha potere di controllo sulla memoria (ciò che si sa, o si crede di sapere), assume un controllo sulla produzione pre-conscia di immagini (ciò che si forma nella mente in divergenza o alternativa alla realtà, nota ma non per questo conosciuta). Chi incide sull’immaginazione, orienta e delimita l’immaginario e quindi ne dispone, ne possiede il dispositivo. Ecco perché sforzarsi di allenare e sviluppare la facoltà immaginativa è decisivo per l’atto creativo capitale: plasmare un orizzonte d’immagini del futuro che, in misura significativa, sia libero dallo spettacolo mediatico. È “il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini” di cui scriveva Italo Calvino nell’ultima delle splendide Lezioni americane. Vedete, che leggere qualche buon classico serve ora più che mai?


Parte il tour 5S: il 25 Conte a duello contro Nordio


Campagna anti-casta con De Raho e Scarpinato. Nel Movimento parlano già di un anticipo della campagna per le Politiche. Comprensibile, vista la sequela di tappe sui territori che i Cinque Stelle stanno organizzando per le prossime settimane […]

Parte il tour 5S: il 25 a Palermo. Conte a duello contro Nordio

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Nel Movimento parlano già di un anticipo della campagna per le Politiche. Comprensibile, vista la sequela di tappe sui territori che i Cinque Stelle stanno organizzando per le prossime settimane. Appuntamenti che incroceranno la battaglia per il No al referendum alla campagna contro il riarmo, concentrata per ora nel Nord, dove il M5S è storicamente molto più debole. Mescolando il tutto, il sapore è quello di un ritorno ai vecchi tempi, evidente anche nello slogan della campagna referendaria: “Vota no al referendum salva-casta”. Concetto su cui si insisterà negli appuntamenti organizzati in giro per l’Italia, con un format di 60 minuti, in cui i 5Stelle spiegheranno la posta in gioco nelle urne di marzo. Protagonisti in diverse tappe saranno Roberto Scarpinato e Federico Cafiero de Raho, parlamentari ed ex magistrati antimafia. “Ma i nostri eletti andranno anche a tanti appuntamenti organizzati da enti, associazioni e università” spiegano dal M5S […]

L’elenco completo delle tappe va ancora definito, ma mercoledì è previsto il primo dei webinar dei parlamentari sulla riforma, con Valentina D’Orso e Ada Lopreiato come prime “docenti”. Lezioni come preparazione e accompagnamento agli eventi. Il più gustoso, per ora, è quello del 25 febbraio a Palermo, a cui parteciperà Giuseppe Conte. Lo sta organizzando la fondazione Lauro Chiazzese e prevede un confronto tra sostenitori del Sì e del No. A favore della riforma dovrebbero parlare il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi e il giornalista Alessandro Sallusti, mentre per il No dovrebbero intervenire il dem Giuseppe Provenzano e il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia. Ma il culmine dovrebbe essere un duello tra Conte e il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Una sfida che farà molto parlare. Ma il Movimento spera parecchio anche nel lavoro della base. Il materiale informativo per la campagna referendaria è in stampa, e a distribuirlo saranno attivisti e eletti nei banchetti disseminati per l’Italia. Le prove generali sono già andate in scena in Emilia-Romagna, dove da mercoledì a domenica scorsi sono stati sparsi per decine di comuni banchetti contro “la manovra di guerra”, ossia contro i fondi destinati dal governo al riarmo. Una “mobilitazione”, come la definiscono dal Movimento, che fa parte della strategia per recuperare consensi nelle regioni sopra Roma. Per questo, dopo il debutto a Milano lo scorso 16 gennaio, il M5S porterà avanti un mini-tour nelle principali città del Nord, sempre sul tema del no al riarmo, con i capigruppo alle Camere Stefano Patuanelli e Riccardo Ricciardi, e diversi tra parlamentari e eletti locali. Si riparte il 6 febbraio a Trieste – la città di Patuanelli – al Teatro Fabbri, e si prosegue a Genova, il 13 febbraio, per continuare a Torino il 20 febbraio e a Venezia, il 27. L’imperativo è risalire nei sondaggi, riavvicinandosi a quel 15 per cento che ritengono alla portata. E per riuscirci bisogna riportare nell’orbita 5S un po’ di astensionismo, anche continuando a rilanciare sul tema della sicurezza. “A differenza del Pd, possiamo recuperare voti al centro, e qualcosa anche alla destra” pensano e sperano i 5Stelle. Dove qualcuno già lo ammette: “Nell’ultima fase della campagna, sarà inevitabile politicizzare il voto”. Ovvero, il referendum si trasformerà anche in una votazione sul governo Meloni.


Quando prevale la legge del più forte anche i diritti civili sono in pericolo


La distruzione delle leggi internazionali indebolisce l’equilibrio dei poteri e favorisce i sovranisti

Quando prevale la legge del più forte anche i diritti civili sono in pericolo

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Sta nella natura umana compiere operazioni intelligenti in modo inconscio e operazioni idiote in modo consapevole. Pare che l’“alleanza occidentale” si stia specializzando in questo secondo genere. L’aver condotto guerre che dovevano esportare democrazie e hanno sostituito regimi efferati con altri ancora peggio, il non essere riusciti né a prevenire né poi a risolvere conflitti stra-annunciati in aree che, piaccia o no, sono e resteranno interne ai confini dell’Occidente, ebbene tutto questo non ha insegnato nulla. Una tale situazione non poteva non generare alla lunga contraddizioni sempre più difficili da governare all’interno della stessa alleanza atlantica.

La crisi infatti colpisce i diversi Paesi in modo assolutamente difforme, esalta tra loro i motivi della competizione fino a renderli di peso politico e strategico. Resta come perno della potenza economica, tecnologica, militare dell’Occidente soltanto l’America.

Con le guerre è l’Europa che paga, certo, ma è drammatico che l’America non comprenda come l’inarrestabile indebolirsi del ruolo europeo sia segno di una crisi complessiva, che può tradursi soltanto nella costante crescita di potere, in tutti i settori, dei grandi complessi economico-politici dell’Oriente.

Non è diventata oggi una operazione idiota condotta in modo consapevole quella di indebolire i Paesi europei, mirare a distruggerne ogni parvenza di unità sulle questioni strategiche? Non sarebbe intelligente, difronte alle nuove grandi potenze, ricostruire l’alleanza intorno a due soggetti davvero forti entrambi, Stati Uniti e Europa?

Come è possibile essere tanto ciechi da continuare a ritenere una minaccia alla propria egemonia un sistema economicamente e politicamente unito degli Stati europei? L’Occidente continua a vivere nel sogno di un mondo governato dal Campidoglio di Washington.

Gli europei lo hanno – altra operazione idiota condotta consapevolmente – assecondato da gregari dopo la caduta del Muro. E ora il risveglio è doloroso. Ma il risveglio può essere anche propizio, se ci condurrà a riformulare i criteri dell’alleanza e a comprendere che l’Occidente deve lavorare, senza utopie di Stato mondiale, a stringere il globo in una rete di accordi, di patti, di compromessi.

Ricostruire una forma di diritto internazionale significa oggi comprendere quali sono gli interessi materiali non solo dei Paesi europei, ma dell’intero Occidente. Continuare a far valere la logica del più forte funziona fino a quando lo sei, appena gli equilibri mutano genera solo disordine e insicurezza.

Oggi è utopistico pensare di dar vita a un ordine internazionale basato sull’egemonia indiscussa di qualcuno, ed è invece realistica soltanto l’idea di fondarlo su un Diritto, che riconosca poteri e ragioni dei grandi spazi politici in cui si articola il globo.

Continuare col diritto del più forte, quello che ci ha portato da tragedia a tragedia negli ultimi trent’anni, comporterà non solo approssimarsi sempre più all’orlo della catastrofe, ma anche rendere ingovernabili le contraddizioni sociali all’interno dei nostri Paesi.

L’idea del Diritto è in qualche modo indivisa: il crollo del Diritto internazionale non è altra cosa dalla crisi dello Stato di diritto. Anche qui, alla fine, si affermerà il dominio di quelle potenze che si credono dotate di intrinseca normatività, che mirano alla soddisfazione dei propri interessi al di là di ogni idea di bene comune. E che così facendo moltiplicano disuguaglianze, contrasti, conflitti, destinati a minare alla radice ogni assetto democratico.

Sono questi processi che seminano i nazionalismi e i razzismi. È la resa delle politiche occidentali alla logica del più forte che genera i fenomeni dell’estrema destra vittoriosa un po’ ovunque. E gli eredi del vero liberalismo, delle socialdemocrazie e dei cristiano-popolari a far la guerra dei dazi e a contendersi la Groenlandia…

Avviso ai naviganti: si sta formando nelle nostre società un malcontento, un disagio, un senso di frustrazione così diffusi, così forti, si sta aprendo un tale abisso tra le attese, le aspettative e le speranze di qualche decennio fa e la realtà attuale, sembrano così indifendibili ormai gli stessi diritti dell’individuo, che tutto potrebbe esplodere senza che nessuno lo programmi o lo guidi.

La febbre cresce nella nostra struttura sociale, ma sembra che non si disponga neppure del termometro. Mentre le forze che sono eredi delle idee che hanno portato l’Europa e il mondo a due guerre mondiali sono a un passo dall’andare al governo in Paesi chiave dell’alleanza atlantica, i leader che dovrebbero controbattere a tale deriva si concedono a vergognose rappresentazioni.

Ecco l’ultimo fulgido esempio che mi è capitato di ammirare: una foto del ministro Tajani (quello che vuole il Ponte di Messina in vista di uno sbarco dei cinesi in Sicilia) e qualche altro diplomatico sorridenti al fianco di Ahmed al-Sharaa, che si faceva chiamare Abu Muhammed al-Jolani, già prigioniero degli Usa per terrorismo, ex militante Al-Quaeda in Iraq, che ha conquistato Damasco a capo di un’alleanza jahidista e rovesciato quell’altro assassino di Bashar al-Assad nel dicembre del ’24.

Tajani ha chiesto notizie all’amico sulla nazione curda? Ricordate i curdi impiegati in prima linea contro l’Isis? Ricordate i 15mila morti che in quella guerra hanno dovuto piangere? Interessa alle nostre democrazie che questo popolo continui a essere assediato e bombardato da siriani, turchi e compagnia bella? Certo è destinata a crescere presso tutti i popoli la fiducia in quelle democrazie che abbandonano chi le ha aiutate.

Ma contro l’Iran tutto va bene, gli al-Jolani/al-Sharaa funzionano in questo quadro e quindi massacrino pure in casa loro e dintorni come desiderano. Il Diritto è affare da anime belle e perciò si prosegua senza fisime e senza vergogna da guerra in guerra, da terremoto in terremoto, guidati dagli indici di Borsa e dalle agenzie di rating.