Una buona notizia, se non fosse che a potersi permettere di viverci ora sono soltanto i ricchi

(Alberto Mattioli – lastampa.it) – Che per vivere a Milano ormai si debba essere milionari, lo si sospettava. Che però ce ne siano tanti, è una sorpresa. Milano è la prima città del mondo per rapporto fra abitanti e milionari: ogni 12 residenti, almeno uno ha un patrimonio a sei zeri, e al netto di quello immobiliare. Per dire: a Parigi questo rapporto è di uno a 14, a New York di uno a 22, a Londra di uno a 41 e a Roma di uno a 54. Insomma, concesso e non dato che la prendano (improbabile: è la «spostapoveri», nel gergo dei milanesi che non lo sono), in ogni vagone della metro c’è almeno un milionario. Milano Paperona.
I dati sono quelli del rapporto annuale degli esperti londinesi di Henley & Partners, rilanciati dal Sole24Ore. Si potrebbe obiettare che avere in tasca un milione di euro non fa di te un Paperone ma solo un benestante (molto benestante). Ma anche salendo sulla scala della ricchezza, Milano resta in alto. I «centimilionari», cioè chi di milioni ne ha almeno cento, sempre immobiliare escluso, che vivono a Milano sono 182, un po’ meno che a Montecarlo, 192, ma più che a Miami, Mosca e Zurigo, cantone compreso. In proporzione, vuol dire che c’è un super-ricco ogni 7.692 milanesi: più o meno come a Los Angeles o a Parigi, ma molto più che a New York (uno ogni 10 mila e rotti) e Londra (uno ogni 25 mila). E il fenomeno a Milano è in crescita, anzi «in alta crescita», come spiegano da Londra, come succede in poche altre piazze globali come Miami e Dubai.
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La concentrazione di attività finanziarie, qualità della vita, moda, design, cucina e insomma tutto quello che si indica con l’orrenda parola «attrattività» spiega molto ma non tutto. La Brexit ha contribuito, insieme alla politica fiscale dei laburisti che hanno alzato le aliquote e abolito la mitica «non-dom», il regime che permetteva ai domiciliati nel Regno ma residenti altrove di non pagare le tasse sui redditi all’estero. Risultato, un esodo di ricconi che sempre H&P calcola in 10.800 nel ’24 e 16.500 l’anno scorso e che «valgono» poco meno di 92 miliardi di dollari. Mete preferite, oltre ai classici Svizzera e Montecarlo, Milano e Dubai. E fra le due, francamente, si vive meglio a Milano.
Che l’Italia sia diventata una calamita per miliardari lo si deve alle imposte di successione basse e al famoso o famigerato «decreto Ronaldo» del governo Renzi, 2017, quello che offriva ai ricconi d’importazione una flat tax di 100 mila euro, poi portata a 200 l’anno scorso e che con il nuovo anno dovrebbe salire a 300 mila. Spiccioli. Il risultato è che in Italia nel ’25 sono arrivati circa 3 mila e 600 paperoni portando con loro più di 20 miliardi di dollari. Poi c’è chi ritorna: per esempio un 57enne italiano (niente nome né consistenza del patrimonio, per carità) che ha vissuto 25 anni a Londra, ha fatto i soldi nella finanza, poi è rimpatriato perché i tre figli «crescevano troppo inglesi». Un affare? «Dal punto di vista fiscale, abbastanza. Ma lo Stato italiano ci ha guadagnato perché ho aperto la mia società, ho assunto dei dipendenti e, ovviamente, pago le tasse qui».
Vive in piazza Castello, là dove il mattone costa come se fosse d’oro. E qui c’è il rovescio della medaglia. Il problema non è che Milano sia una città per ricchi. È che sta diventando una città soltanto per ricchi. Viverci è sempre più difficile non solo per i più svantaggiati, ma anche per la classe sociale più evocata dai politici e ormai più difficile da definire, la quasi mitologica «classe media». L’immobiliare è fuori controllo, con il prezzo medio a 6 mila euro al metro e picchi di 27 mila nel Quadrilatero o a Brera o a City Life, per non parlare delle periodiche «gentrificazioni» di quartieri già popolari che diventano di colpo modaioli (e carissimi) o delle «ristrutturazioni» che trasformano ruderi in grattacieli.
La Deutsche Bank ha calcolato che il rapporto medio fra lo stipendio e l’affitto è del 72 per cento superiore alla soglia di sostenibilità, che dovrebbe essere del 30 circa. Ha fatto discutere la storia, raccontata da Fanpage, di quell’insegnante precaria di 25 anni che, con uno stipendio netto di circa mille euro, me spendeva 700 d’affitto per un tugurio senza nemmeno i termosifoni. Il Comune ha annunciato nel ’24 un Piano casa per la realizzazione di 10 mila case ad affitto calmierato in dieci anni, chissà.
Almeno, però, il tradizionale understatement milanese ha conquistato anche i ricconi. In proporzione, ce ne saranno certamente di più che a Londra o a Dubai, ma si fanno notare meno. Meno Rolls nelle strade, meno elicotteri in volo per gli eliporti privati. Certo, alla Scala capita sempre di vedere il russo in smoking alla matinée delle 15 che tenta di entrare in sala con lo champagne, placcato dalle maschere, oppure uscire dai negozi di Montenapo delle sciure arabe barcollanti sotto i pacchi (ma i veri ricchi se li fanno consegnare a casa o nell’hotel a cinque stelle), però l’ostensione non è sempre ostentazione. Infatti fioriscono i club privati. Se la vecchia Milano aristocratica o altoborghese frequenta alla Società del Giardino dal 1783, oggi ci sono The Wilde nell’ex casa di Santo Versace in via dei Giardini o Casa Cipriani con vista sui Giardini Montanelli, esclusivi, lussuosi e costosissimi. Un po’ come la Milano del 2026.
“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%”, rimarca Trump e continueranno “fino a quando non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto” dell’isola

(ilfattoquotidiano.it) – Prima la minaccia, adesso arriva l’annuncio. Donald Trump conferma che dal primo febbraio gli Stati Uniti imporranno dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia per tutte le merci spedite negli Usa. “Potrei imporre dazi doganali ai paesi ostili” al piano americano sulla Groenlandia, aveva anticipato ieri Trump. E oggi passa ai fatti. “Si sono recati” sull’isola “per scopi ignoti“, scrive su Truth social il presidente Usa facendo riferimento all’invio di personale militare da parte di diversi Paesi europei: “Stanno giocando a questo gioco molto pericoloso. Hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile“, avverte. Tra i Paesi europei citati da Trump non c’è l’Italia che non ha inviato nessun militare: opzione non esclusa ma solo se prevista in ambito Nato, ha sottolineato la premier Giorgia Meloni.
“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, rimarca Trump sottolineando che i dazi “saranno dovuti e pagabili fino al momento in cui sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“. “Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre 150 anni“, continua il tycoon: “Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della Cupola Dorata e dei moderni sistemi d’arma, sia offensivi che difensivi, la necessità di acquisirla è particolarmente importante”.
Il presidente Usa si rivolge direttamente alle autorità di Copenaghen, dove oggi sono scesi in piazza contro Trump migliaia di cittadini (così come nella stessa Groenlandia): “Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, e tutti i Paesi dell’Unione Europea e altri ancora, per molti anni, non applicando dazi o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca ricambi il favore: è in gioco la pace mondiale“. Secondo Trump, “Cina e Russia vogliono la Groenlandia e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo”. Il presidente Usa ha ribadito inoltre che l’isola dispone attualmente di “due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente”. “Solo gli Stati Uniti d’America, sotto la guida del presidente Donald J. Trump, possono partecipare a questo gioco, e con grande successo”, ha proseguito il capo della Casa Bianca, aggiungendo che “nessuno toccherà questo sacro pezzo di terra“, soprattutto perché “è in gioco la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero”.
Norme anti maranza, Ice italiano e caccia a chi protesta. E su stazioni e zone rosse… Più sicurezza nelle stazioni, stop alle manifestazioni illegali, tutela per le forze dell’ordine. Il governo Meloni scende in campo sulla sicurezza con il nuovo pacchetto di norme per il 2026. Dall’opposizione c’è chi grida al fascismo e allo stato di polizia, ma è davvero così? Tutto quello che dovete sapere sul nuovo pacchetto sicurezza

(mowmag.com) – Circa una settimana fa Matteo Renzi provava a stanare la Meloni sul tema della sicurezza, accusandola di essere passiva di fronte un’escalation di violenza nelle strade. “Guardate che sul tema della sicurezza state perdendo i ‘vostri’ e prima o poi ve ne accorgerete”, diceva il leader di Italia Viva. Detto fatto, si torna al mantra legge e ordine con la bozza del nuovo pacchetto di norme sulla sicurezza. Presentato dal Ministro dell’Interno Piantedosi, il provvedimento dovrebbe arrivare entro la fine del mese in Consiglio dei Ministri. Da un lato un decreto legge per le misure più urgenti, dall’altro un corposo disegno di legge, nel mezzo importanti novità sul fronte della sicurezza e della repressione al crimine. La risposta del governo ai problemi dell’attualità e alle principali criticità delle città italiane.
Tra chi da una parte della barricata esulta per la stretta del governo Meloni sulla criminalità, dall’altra l’opposizione grida al fascismo e allo stato di polizia. Ricordiamo che entrambi i provvedimenti prima di diventare legge a tutti gli effetti dovranno passare il controllo, democratico, del Parlamento. Nel frattempo ecco tutto quello che dovete sapere sul nuovo pacchetto sicurezza.
Passare davanti a una stazione di notte è diventata una sfida da videogioco, evitare tutti i pericoli per arrivare sani e salvi al traguardo. L’accoltellamento del capotreno a Bologna è stata poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il primo obiettivo del governo Meloni e del pacchetto sicurezza è quello di rendere sicure le aree nominate come “sensibili”. Stazioni, piazze, quartieri della movida, presidi permanenti di illegalità, popolati da persone armate e con molto poco da perdere. È il caso di Marin Jelenic, l’accoltellatore di Bologna, più volte fermato in possesso di armi da taglio ma sempre rilasciato, fin quando non ci è scappato il morto. Il nuovo decreto legge prevede quindi l’istituzione da parte dei prefetti delle cosiddette “zone rosse”, aree caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità dove sarà disposto il divieto di permanenza e l’allontanamento per soggetti già attenzionati dall’autorità giudiziaria per reati di microcriminalità.
Certo, un provvedimento che servirà a poco senza un massiccio aumento dei presidi delle forze dell’ordine nelle suddette zone.
Sul fronte della microcriminalità poi si innestano le norme del ddl dette “anti-maranza”, che prevedono il divieto di portare coltelli e oggetti atti ad offendere, con attenzione specifica alla vendita ai minori e alle zone come istituti di credito, stazioni e parchi. Vengono poi ampliati i reati per cui è concesso l’ammonimento del questore per la fascia 12-14, inaspriti da una sanzione amministrativa per i genitori, tenuti alla sorveglianza del minore.

Le proteste per Gaza, con la stazione Centrale di Milano a ferro e fuoco e l’assalto alla redazione de La Stampa ha spinto il governo a nuove norme anche riguardo alle manifestazioni.
Innanzitutto stop alle manifestazioni non autorizzate: previste una raffica di multe, da 500 a 20mila euro, per manifestazioni non autorizzate, cortei deviati, concentramenti che continuano dopo l’ordine di scioglimento. La polizia poi potrà mettere in stato di fermo e trattenere fino a 12 ore chiunque è “sospettato” di essere un pericolo per il pacifico svolgimento dell’evento, o se ha “strumenti atti ad offendere”, oltre a poter perquisire sul posto. Per chi danneggia possibilità di arresto dopo l’evento sulla base di video o foto. Mentre è previsto il Daspo urbano per i destinatari di denuncia per reati di piazza.
Una serie di norme volte a scoraggiare, impedire e sanzionare la deriva violenta delle manifestazioni, rimane da vedere quanto saranno ampi i margini di discrezionalità concessi alle forze dell’ordine, dalle maglie della legge per non sfociare in un mezzo di repressione del dissenso. Mentre sempre a proposito dell’assalto a La Stampa sarà introdotta una nuova aggravante per tutta una serie di delitti che vanno a minacciare l’incolumità dei giornalisti durante lo svolgimento delle proprie funzioni o a causa di esse.
Il governo Meloni torna su uno dei piatti forti della casa, i rimpatri con delle nuove norme di contrasto all’immigrazione irregolare. Dopo il secondo ordine di allontanamento del questore sarà immediata l’esecuzione del provvedimento di espulsione, salvo il caso in cui non siano sopraggiunte situazioni personali diverse, meritevoli di attenzione. Inoltre nella fase giurisdizionale contro il provvedimento di espulsione il cittadino extra UE non potrà più usufruire del gratuito patrocinio. È prevista una spesa di 8 milioni di euro per dare esecuzione ai rimpatri, un investimento che fa pensare all’Ice, i poliziotti armati fino ai denti che in America si occupano principalmente della deportazione e dell’espulsione degli immigrati illegali.
A proposito di Ice, scappare dai posti di blocco ora costerà caro. Per chi non si ferma all’alt della polizia pena fino a cinque anni, oltre alla sospensione della patente e la confisca dell’auto o del motorino.
Del contrasto all’immigrazione fa parte anche quella parte di norme denominata “stretta anti ong”. Il governo avrà la possibilità di vietare l’ingresso nelle acque territoriali a delle imbarcazioni, per un periodo fino a sei mesi in caso di una “minaccia grave per l’ordine pubblico”, cosa che include anche una “pressione migratoria eccezionale” o il “rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale”.
Se i migranti arrivati sono detenuti oppure internati in un Cpr (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), e non cooperano con le autorità per farsi identificare, commettono un reato e possono essere espulsi. Si restringe infine la possibilità di ricongiungimento familiare: è più corta la lista di legami familiari ammessi. E per i minorenni non accompagnati si accorcia il periodo in cui lo Stato li sostiene: fino a 19 anni, invece di 21.

Veniamo infine al famigerato scudo legale per gli agenti di polizia, che tanto per iniziare non riguarda solo gli agenti di polizia ma tutti i cittadini. La norma prevede che, in caso ci sia una causa di giustificazione, il pm non provveda all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato. Le cause di giustificazione sono: legittima difesa, stato di necessità, esercizio di un diritto, adempimento di un dovere e consenso dell’avente diritto; e la sussistenza di una di queste fa venir meno l’antigiuridicità del fatto, che non costituisce dunque più reato. Con questo nuovo “scudo penale” la presenza di queste cause di giustificazione viene stabilita in via presuntiva.
Detto in parole povere e lasciando perdere il manuale di diritto penale se qualcuno commette un reato e potrebbe esserci una di queste cause di giustificazione prima si procede con le indagini e poi, solo se viene fuori che per qualche motivo la giustificazione non c’è, la persona viene ufficialmente indagata. Un grande vantaggio proprio per gli agenti di polizia che in questo modo non verrebbero sospesi dalle loro funzioni.

(di Marcello Veneziani) – Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi si indigna, c’è chi perfino si schifa, c’è chi giocando di rimessa cerca di vantare il populismo ridente di Checco Zalone e appropriarsene, mentre lui straccia al botteghino ogni record e umilia il cinema restante. Ma l’alternativa è mal posta: Checco Zalone non vendica il cinema di pura evasione dal cinema d’autore, intelligente e un po’ palloso agli occhi del grasso grosso pubblico. Semplicemente gioca un’altra partita, in un altro girone e va giudicato con altre categorie. Non fa arte del cinema, non esprime, come taluno sottintende, una specie di “cultura di destra” in versione pop, contrapposta al cinema impegnato o addirittura intellettuale, che ormai di rado è nostrano. Del resto la democrazia è quella roba lì, lo tengano a mente sia gli elitisti che i populisti o sovranisti. Nonostante la democrazia e la società di massa, il mondo però è stratificato in vari livelli, pur fluidi e comunicanti, e non bisogna confondere i piani e i generi. Un tempo, ad esempio, c’erano i rotocalchi popolari e c’erano le grandi firme e i grandi elzeviristi; oggi mutano i media ma non finisce la diversità di piani e di gusti. C’è chi legge i libri Harmony e chi i libri Adelphi. Tuttora ci sono sempre più rari scrittori, ricercatori e pensatori e ci sono poi i confezionatori di best seller, divulgatori di successo, onnipresenti nei media e in tv, che svolgono una funzione a loro modo utile alle masse; ma non sovrapponeteli agli scrittori, agli studiosi, ai pensatori, non li sostituiscono, sono un’altra categoria e svolgono un’altra funzione. Categoria benemerita rispetto all’ignoranza di massa perché avvicinano ai libri gente aliena; ma non si possono sostituire alla cultura e alle idee né si possono considerare alla stessa stregua. Il loro è il regno della quantità e non va confuso col regno della qualità. Un tempo c’era d’Annunzio e poi c’era Guido da Verona, detto il d’Annunzio delle sartine; c’era il romanzo popolare, il feuilletton, in cui talvolta si annidava pure, per ragioni alimentari, anche un Fedor Dostoevskij, ma era l’eccezione; e poi c’erano i grandi autori, i maestri, i classici. E c’è ancora da distinguere tra gli autori di best seller che hanno successo ma poi non lasciano traccia in alcun campo e ci sono gli autori di long seller, destinati cioè a durare nel tempo.
Non tutti gli autori di best seller diventano Giovannino Guareschi, che pur nella semplicità del suo lessico e della sua letteratura popolare, esprimeva da vero scrittore un mondo di sentimenti, di affetti, di passioni e umanità, unito a una vis comica accessibile ai più. Così succede al cinema, nessuno può confondere Bergman, Kurosawa o Visconti con i Vanzina o con Fantozzi, ognuno fa (bene) il suo mestiere. E anche nel comico c’erano Ciccio e Franco e c’era Alberto Sordi; su un altro piano c’era Paolo Villaggio che pur strappando risate pop con scene comiche elementari, descriveva uno scenario sociale, la subumanità degli impiegati sottoposti e maltrattati dai loro direttori disumani.
C’era Alvaro Vitali col suo Pierino e c’era Walter Chiari coi suoi monologhi, una comicità ricca di verve e di mimica ma anche intelligente. Checco Zalone diverte e al contrario dei suoi critici stupidamente intelligenti, lui è intelligentemente stupido, non fa il comico-guru al servizio della Solita Causa, la sua comicità nasce dallo stridente contrasto tra arcaismo e attualità. È una comicità double-face che prende due fasce di pubblico perché percorre contromano due mondi diversi e li prende in giro a vicenda: i seguaci del woke godono a vedere messi alla berlina i pregiudizi rozzi d’una volta e la crassa idiozia degli arretrati; e i politicamente scorretti godono a vedere derisi i nuovi tabù intoccabili in un linguaggio verace, senza veli e senza precauzioni progressiste. Così ognuno ride alle spalle dell’altro.
Ma Checco non parteggia né per gli uni né per gli altri, si tiene astutamente al di fuori e al di qua e non stabilisce la superiorità degli uni o degli altri. La sua satira sui pregiudizi opposti, su padani e terroni, negri e cafoni, familisti e gay, ricconi e “ricchioni”, drogati e credenti, donne e maschilisti, regge su una semplice ma efficace trovata: fa parlare uno di oggi con le parole ingenue di pochi decenni fa, quando quei modi di dire e di pensare erano senso comune e lessico quotidiano, non solo al sud, in provincia e pure al cinema; l’effetto comico sgorga naturale da questo piccolo ma stridente anacronismo, ma è comicità bipartisan. Sulla stessa linea è la sua comicità fondata sui doppi sensi, come si usava nelle comitive di una volta; diverte perché è irriverente agli occhi d’oggi, è finto ingenuo, studiatamente naïve, con trivialità premeditata, come la stupidità. In più c’è il sapore di etno-comicità pugliese doc.
Suscita l’effetto comico di battute dette al bar, magari accompagnate da una volgare grattata al “pacco”. Del resto la scelta del nome d’arte è già un programma: Cozzalone sta per bifolco, rozzo, magari pure un po’ stupido. Il suo vero nome e cognome, Luca Medici, non avrebbe avuto la stessa resa comica e “pugliastra”. Checco Zalone non è Totò, non è una leggenda, se non per gli incassi, davvero favolosi; è un comico divertente che non vuol convincere e fustigare nessuno né pensa di fondare un movimento politico o darci una lezione morale. Anzi stavolta nel suo ultimo film si spinge a lanciare un lieve messaggio sul piano affettivo nel sopraggiunto legame tra un padre e una figlia sul cammino verso Santiago di Compostela. Parte da un dissacrante approccio per giungere a una piccola conversione di vita, nel segno di un ritrovato amore filiale e paterno. Ho visto il film di Checco Zalone, dopo anni di assenza dalle sale, e l’ho trovato carino, moderatamente divertente e anche un po’ tenero. Il successo mostruoso che riscuote non mi indigna e non mi esalta, e non mi spinge a rivedere il giudizio che ne ho dato. Il discorso, semmai, si sposta da lui al popolo reale e al suo target di spettatori. Il campione medio dell’auditel è di un basso che non vi dico, ma se il paese è quello, non possiamo sostituirlo con un altro immaginario, come vorrebbero gli snob. Non è colpa di Checco Zalone se la gente comune non va a vedere Lars von Trier.
L’uomo che sfidò la “troika” per i durissimi tagli ad Atene annuncia in un post su X la convocazione in questura per l’interrogatorio: “In Europa la libertà è un’illusione”

(ilfattoquotidiano.it) – Yanis Varoufakis, l’ex ministro greco delle finanze al tempo di Tsipras e dello scontro con la “troika”, è accusato di droga dalle autorità di Atene. Il motivo? L’ammissione di aver consumato droghe durante la partecipazione ad un podcast, anche per mettere in guardia i più giovani dalle nefaste conseguenze. Non è il primo guaio per Varoufakis. Ad aprile 2024, la Germania gli ha imposto il divieto d’ingresso per le sue parole sulla Palestina.
In un lungo post pubblicato ieri pomeriggio sulla piattaforma X, l’ex ministro racconta la sua sorpresa: “Vi do una notizia che sarebbe esilarante se non fosse stata così spaventosa. Stamattina due poliziotti si sono presentati alla mia porta per notificarmi una citazione in giudizio che mi ordinava di recarmi in questura per essere interrogato dalla DEA greca, il nostro dipartimento antidroga. Non come testimone, esperto o meno, ma come accusato. Accusato di cosa?”. Stupefacenti, ammette l’ex ministro, raccontando nel dettaglio la genesi del caso.
“Poco dopo Capodanno, sono apparso in un podcast organizzato da giovani per rispondere alle loro domande su tutto ciò che riguarda la Generazione Z oggi: i social media, il senso della vita, le loro prospettive di lavoro, quello che io chiamo tecnofeudalesimo, ecc. A un certo punto, mi hanno chiesto se avessi mai fatto uso di droghe. Deciso a non fare come Bill Clinton (ricordate il ridicolo ‘Non ho inalato’?), ho risposto di sì. Oltre all’erba, ho detto loro, avevo avuto un’esperienza con l’ecstasy a Sydney 36 anni fa”. Secondo Vaoufakis il suo racconto non era l’elogio degli stupefacenti, bensì un monito ad evitarli: “È stato piacevole, ho ballato per 16 ore senza sforzo, ma poi, ho aggiunto, mi ha causato un’emicrania per una settimana, e quindi non ho più fatto uso di droghe. Questo è stato il mio punto di partenza per affermare che, per quanto piacevole possa sembrare l’assunzione di droghe, c’è un prezzo da pagare. E che il prezzo finale è la dipendenza, l’assuefazione – ‘la fine della libertà’, ho detto con enfasi”.
Per quel discorso in un podcast, sarebbe arrivata l’incriminazione dell’antidroga: “Sì, la polizia greca ha aperto un’indagine su di me con l’accusa di… favoreggiamento della narco-mafia. (Fatemi un favore, gente: per favore non ditelo a Trump, ok?)”.
Infine Varoufakis mette in guardia sui rischi per la libertà d’espressione in Europa e in tutto l’Occidente: “Seriamente, ora, in un periodo di guerra, genocidio, sfruttamento smisurato e così via, il mio piccolo problema con l’insensata polizia greca non c’entra nulla. Ma è importante. Qui, in Europa, molte persone vivono ancora nell’illusione di avere libertà, razionalità e libertà. Non è così. Forze oscure sono all’opera, spingendoci in una versione postmoderna del Medioevo. Quindi, attenzione, gente! Vogliono portarci via gli ultimi resti di autonomia e libertà che ci sono rimasti. La resistenza è, letteralmente, esistenza”.

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il New York Times, si sa, non è un giornaletto qualunque. È il santuario del giornalismo “liberale” americano, quello che bacchetta i potenti, scopre gli scandali, detta la linea morale dell’Occidente. Ma quando si parla di guerra, di armi e di potenza militare, il giornale più influente del mondo diventa improvvisamente disciplinato come un soldato al contrappello.
Da mesi, infatti, le sue pagine raccontano la stessa litania: l’America si sta indebolendo, la minaccia cinese è incombente, la Russia avanza, i tiranni si moltiplicano, e gli Stati Uniti devono urgentemente riarmarsi. Tutto, ovviamente, per “difendere la libertà”. E così, mentre la spesa militare statunitense è già superiore a quella dei dieci Paesi successivi messi insieme, il New York Times implora di spendere ancora di più. In nome della democrazia, s’intende.
Il Pentagono, che non aspettava altro, ringrazia e rilancia: secondo i suoi esperti, le forze armate americane sarebbero “solo” al 3,4% del PIL, quando ai bei tempi della Guerra Fredda sfioravano il 9%. Una tragedia, ci spiegano: come si fa a dominare il mondo con appena 800 miliardi di dollari l’anno? Il giornale scrive che “gli Stati Uniti devono prepararsi a guerre su due fronti”, contro Russia e Cina. Ma quando si tratta di spiegarci perché mai queste guerre sarebbero inevitabili, cala il silenzio.
Non un dubbio, non una domanda. Nessuno che si chieda se il sistema d’alleanze americano, la NATO in testa, non sia esso stesso parte del problema. Nessuno che ricordi come gli Stati Uniti abbiano un arsenale nucleare capace di distruggere il pianeta dieci volte. E nessuno che noti il dettaglio più curioso: gli articoli “allarmati” del New York Times citano regolarmente fonti del Pentagono, ufficiali anonimi, think tank finanziati dall’industria bellica. Un’informazione libera, ma a senso unico.
E quando la realtà bussa alla porta – Afghanistan, Iraq, Libia – il giornale si affretta a riscrivere la storia. Le guerre perse diventano “missioni incomplete”, gli interventi falliti “tentativi di democratizzazione”. La retorica patriottica serve a coprire le rovine, i crimini, le menzogne. In Vietnam, come a Kabul, come a Mosul, il copione è sempre lo stesso: “Difendiamo il mondo libero”. Poi il mondo libero va in fiamme.
In questa narrazione manichea, Israele diventa il modello da seguire: “una nazione che combina tattiche vecchie e nuove”, scrive il giornale, elogiando l’uso dei droni a Gaza come se si trattasse di videogiochi. Nessun accenno ai civili uccisi, ai bambini senza casa. Anzi, si parla di “precisione chirurgica” e “strategie di contenimento”. Come se la guerra fosse un’equazione morale, non una mattanza.
A questo punto, il lettore ingenuo potrebbe chiedersi se non sia arrivato il momento di abbassare il volume della propaganda e ascoltare un po’ di realtà. Ma il New York Times preferisce la marcia militare al dubbio critico. Parla di “nuova era di competizione tra grandi potenze”, di “difesa dell’ordine internazionale”, e si dimentica di aggiungere che quell’ordine, spesso, è costruito sulle macerie degli altri.
L’America – scrive il giornale con un candore quasi commovente – “sta perdendo il vantaggio tecnologico”. Tradotto: i concorrenti fabbricano armi più economiche. E allora via con nuovi programmi da centinaia di miliardi: missili ipersonici, flotte robotiche, intelligenza artificiale bellica. Il complesso militare-industriale ringrazia, e le azioni di Lockheed Martin salgono.
Il paradosso è che proprio chi invoca “più armi per difendere la pace” finge di ignorare il disastro di ottant’anni di interventi. Dal golpe in Iran del 1953 alla Siria, passando per i regimi addestrati e finanziati da Washington, il risultato è sempre lo stesso: caos, dittature, rifugiati, odio. Ma l’editoriale del New York Times conclude con solennità che “gli Stati Uniti devono essere pronti a sacrificarsi per il bene dell’umanità”.
Il bene dell’umanità, a quanto pare, coincide sempre con il bene dei loro arsenali. E chi osa dire il contrario viene subito bollato come “filorusso”, “antisistema” o “nemico della libertà”. Una libertà che oggi, più che mai, assomiglia a una caserma: ordini dall’alto, applausi automatici, e silenzio assoluto sul prezzo da pagare.
Perché, in fondo, il giornale “sull’attenti” non è il sintomo ma la conferma di un Paese che ha bisogno di sentirsi assediato per giustificare la propria potenza. Un Paese che fabbrica nemici per tenere viva la fede nel proprio mito. E che ogni giorno, dal suo pulpito mediatico, continua a predicare la guerra chiamandola pace.

(dagospia.com) – Nell’Italia del “pedinamento digitale” dei suoi cittadini (intercettazioni illegali) con il Grande fratello che rischia di minare le stesse sorti della democrazia, l’accusa di peculato e corruzione nei confronti del presidente, Pasquale Stanzione, e dei componenti del consiglio del Garante della privacy non può essere liquidato come un Watergate “alla vaccinara”.
No, non sono la quantità di filetti o di cotolette acquistate dal professor Stanzione alla nota macelleria “Feroci” al Pantheon e messe nel conto dei contribuenti, a far gridare allo scandalo.
E neppure, politicamente parlando, sono gran cosa le somme per alberghi a cinque stelle o certi altri lussi “da parvenu” di provincia accreditati sulla carta di credito aziendale. Alla faccia del rigido codice etico di cui si era dotata authority.
Sull’immorale certezza del collegio che da cinque anni guida l’organismo sulla privacy dei cittadini, saranno i tribunali a dire l’ultima parola. Del resto, si tratta di uno scandalo annunciato. Da tempo, grazie al lavoro investigativo dei giornalisti del magazine tv “Report”, stranamente è stato lasciato in un cono d’ombra allarmante dal governo della “pulzella” della Garbatella, Giorgia Meloni.
Detto che il nostro don Pasquale da Solopaca, con un robusto curriculum accademico, è stato nominato dall’allora presidente del Consiglio, Mario Draghi, pochi giorni prima dalla sua uscita da Palazzi Chigi (luglio 2020), poco si comprende la ragione dell’attuale esecutivo nel lasciare nel limbo una situazione a rischio ben prima dell’intervento dei magistrati inquirenti.
Toccava, infatti, ai solerti sottosegretari, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano, che per legge attenziona pure i nostri servizi segreti, mandare a casa Stanzione e gli altri membri del consiglio del Garante. Oppure si scoprirà che nelle grigliate allestite a Palazzo Venezia il fumo delle bistecche potrebbe nascondere l’arrosto del conflitto d’interesse di cui avrebbero beneficiato società come Meta e Ita Airways. Che dire? Buon appetito a tutti.
Il campano vuole essere sepolto in piazza Crescent nella sua città, l’altro dice che la Puglia gli è costata un infarto e tre angioplastiche

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Se il potere autentico è a vita, come di regola ne dispongono i re e i papi, è pur vero che qui in Italia i cacicchi si adeguano di buon grado ai cambiamenti e cascano in piedi, come dimostra il doppio e avventuroso destino di Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, governatori emeriti nel migliore dei casi, nel peggiore sopravvissuti al loro stesso dominio.
Per cui si potrebbe quasi dire, come un tempo per i gioielli, che un cacicco è per sempre, sennonché sia la formula promozionale che la denominazione di cacicco nel loro caso suona in realtà riduttiva, trattandosi piuttosto di fenomeni, archetipi e maschere del potere di cui non si riesce a fare a meno.
Ed ecco dunque, senza stare troppo a distinguere, lo Sceriffo, il Gladiatore, Padre Pio, le fritture, le cozze pelose, l’imitatore in prima serata, il fumetto per le scuole primarie, il murales in costume, i club, i filmati antologici e le gallery sulla rete, i tatuaggi che però spesso si rivelano essere effimeri, ma non meno significativi “trasferelli”.
Fra le meraviglie del Mezzogiorno, la cui classe dirigente già ai tempi di Guido Dorso era da considerarsi «un mistero divino», il tratto comune dei due soggetti è un’esuberanza che si nutre di dispotica autonomia rispetto a Roma e di un narcisismo sulfureo apprezzatissimo in quelli che la tribale vulgata della post-politica identifica come i rispettivi “territori”. Da cui De Luca ed Emiliano traggono la messe di voti che ha salvato la sinistra dal collasso e quasi certamente bloccato, altro loro merito, la dissennata autonomia perseguita da Calderoli.
A volerla mettere sul mesto piano socio-politologico, la permanenza dei due personaggi al differenziato banchetto del comando conferma la frantumazione del sistema politico in una molteplicità di sub-sistemi locali e feudali, ognuno deciso a fare da sé, diretta emanazione di vice-cacicchi che convivono e contrattano con interessi economici di cui restano buoni amici, naturalmente in nome dell’autonomia di Puglia e Campania; cioè alla faccia di qualsiasi Nazareno.
A tale riguardo, oltre a una serie di innumerevoli contumelie verso Schlein, De Luca ha anche scritto un feroce libretto sul suo partito, salvo poi ottenere che proprio suo figlio lo guidi in regione; mentre Emiliano, che ha avuto il fegato di sbeffeggiare Renzi («venditore di pentole») nel momento della sua massima supremazia, ha sempre fatto quello che gli passava per la testa imbarcando alleati a destra e a manca.
Se invece, tanto più nel tempo dell’intrattenimento e dell’esteriorità, si dovesse mettere a fuoco il tratto spettacolare del Gran Caciccato meridionale, beh, è bene chiarire subito che per descriverlo e rammemorarlo, più che un articolo servirebbe un’opera antologica di copiosa mole e maestoso rilievo. Là dove l’eventuale esordio ruoterebbe attorno all’interrogativo retorico: come si sarebbe mai potuto fare a meno di Emiliano e De Luca?
Del primo, che si è rotto un tendine ballando la tarantella davanti alle telecamere e che fino all’ultimo ha saturato le cronache con le sue peripezie sentimentali, oltre all’indubbia simpatia è notevole addirittura le phisique du role che lo avvicina a modelli di barbuta e sperimentata potenzialità narrativa quali Mangiafoco, Gargantua, Porthos, Obelix, Bud Spencer, Pavarotti e ora anche Cannavacciolo. Governare a lungo la Puglia gli è costato, parole sue, «un infarto e tre angioplastiche», ma avrebbe continuato volentieri.
Anche l’estroso e rigoroso De Luca è ovviamente un cult, innanzitutto per se stesso come si intuisce dal proposito di essere sepolto a Salerno, città che presto ricomincerà ad amministrare, nel centro geometrico della gigantesca piazza del Crescent, fatta realizzare su suo impulso dal mega architetto Bofil. All’imperterrita fantasia di Vicie’, spesso alimentata da un populismo autoritario mirato a gauche, si debbono fra le più formidabili invettive della storia politica tardo repubblicana, di norma pronunciate gigioneggiando fra gli applausi. Ognuno ha le sue preferite, qui ci si limita a ricordare quando, in tal caso alla radio, indicò la somiglianza fra il ministro Lupi e la figlia di Fantozzi, Mariangela.
Quanto tutto questo abbia influenza sui destini collettivi è difficile non solo da delineare, ma anche solo da indovinare.
INDAGINE SU GOVERNATORE MINNESOTA E SINDACO MINNEAPOLIS PER ICE

(ANSA) – NEW YORK, 16 GEN – Il Dipartimento di Giustizia ha lanciato un’indagine sul governatore del Minnesota Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey per presunta ostruzione all’attività dell’Ice. Lo riporta Cbs citando alcune fonti.
Il Dipartimento di Giustizia ha emesso due mandati di comparizione per Walz e Frey nell’ambito dell’inchiesta. I mandati inaspriscono ulteriormente la dura battaglia fra l’amministrazione Trump e le autorità locali scoppiata dopo che un agente dell’Ice ha sparato e ucciso una donna.
L’incidente ha scatenato molte proteste e Walz e Frey hanno denunciato di essere stati esclusi dall’inchiesta federale su quanto accaduto. Le citazioni indicano che il Dipartimento di Giustizia sta valutando se le dichiarazioni di Walz e Frey possano essere un’interferenza all’attività delle autorità.
GOVERNATORE DEL MINNESOTA, GIUSTIZIA USATA COME ARMA È TATTICA AUTORITARIA
(ANSA) – Il governatore del Minnesota Tim Walz critica l’indagine avviata dal Dipartimento di Giustizia nei suoi confronti. “Due giorni fa è stata Elissa Slotkin. La scorsa settimana è stato Jeroe Powell. Prima ancora Mark Kelly. Usare il sistema della giustizia contro gli oppositori è una tattica autoritaria.
L’unica persona non indagata per Renee Good è l’agente federale che ha sparato”, ha detto Walz riferendosi alla donna uccisa da un agente dell’Ice. Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey hanno criticato l’amministrazione per essere stati esclusi dall’indagini sull’incidente e hanno sollevato dubbi sulla correttezza dell’operato delle autorità federali.
IL SINDACO DI MINNEAPOLIS, INDAGINE È TENTATIVO DI INTIMIDAZIONE
(ANSA) – NEW YORK, 16 GEN – L’indagine del Dipartimento di Giustizia è un tentativo di intimidazione. Lo ha detto il sindaco di Minneapolis Jacob Frey con Cnn commentando l’inchiesta avviata dal Dipartimento di Giustizia nei suoi confronto e in quelli del governatore del Minnesota Tim Walz.
La replica: il leader del Movimento spiega la sua posizione nei confronti di Trump, delle manifestazioni a Teheran e del Venezuela. Se fossi io il presidente del Consiglio…

(Giuseppe Conte * – corriere.it) – Caro direttore,
ho letto con interesse il suo doppio commento, sulla prima del Corriere e online dal titolo «Un sosia di nome Giuseppi» e «Iran, se Conte fosse ancora premier». Così tanto spazio al Movimento sui media non è mai buon segno di solito. Infatti mi sono imbattuto in diverse inesattezze e omissioni, accompagnate da toni irridenti e a tratti denigratori nei confronti delle scelte mie e del M5S. A proposito della provocazione del titolo , voglio rassicurarla: non sono il sosia del Conte premier. Sono sempre io. Oggi all’opposizione, come ieri al Governo, vivo la politica estera e le nostre storiche alleanze, come quella con gli Stati Uniti, senza mai abbandonare lo spirito critico, senza alcuna sudditanza.
Con alleati come gli Stati Uniti, al Governo ho collaborato, con Trump ho intrattenuto stretti rapporti in nome dell’amicizia storica con gli Usa. Da premier, con gli Stati Uniti, come altri alleati, ho stretto intese. Ma proprio agli Stati Uniti ho anche detto «no», quando ho ritenuto che fosse necessario per difendere i nostri interessi nazionali e i principi del diritto internazionale. Ho detto no al colpo di mano di Guaidò in Venezuela. Con Trump ho tenuto il punto quando non ha gradito il nostro lavoro di costruzione di intese commerciali per la via della Seta con la Cina, sollecitate dai nostri imprenditori. Con gli Stati Uniti mi sono confrontato in modo franco per diluire nel tempo e rimandare il raggiungimento del 2% del Pil in armi e difesa in sede Nato, rivendicando la priorità per gli italiani di investimenti per le emergenze di scuola e sanità. Oggi il Governo Meloni firma impegni al 5% sulle armi senza fiatare, mentre si tagliano i servizi e aumentano le tasse. Accettando la suggestione, «se Conte fosse premier» l’Italia avrebbe sanzionato Israele, avrebbe imposto l’embargo delle armi e lo stop alle collaborazioni militari con gli autori di un genocidio. Come quando — per primo — ho firmato lo stop della vendita di armi a giganti come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti perché spargevano sangue in Yemen violando il diritto internazionale. Se Conte fosse premier avrebbe lavorato per compattare l’UE e minacciare con fermezza contro-dazi anziché accettare tariffe al 15% contro le nostre imprese e prendere impegni per non disturbare i giganti del web americani sulle tasse.
Le scrivo mentre torno dalla piazza di solidarietà alla popolazione iraniana. Sull’Iran non posso lasciar credere ai suoi lettori che io abbia fatto mancare la condanna mia e del M5S al terribile regime di Teheran. Questa è un grave e totale falsità. Sarebbe bastato leggere le nostre dichiarazioni ufficiali di questi giorni per trovare il nostro sostegno alla popolazione iraniana che chiede diritti, libertà, vita. Sarebbe bastato informarsi per sapere che è stato il M5S a chiedere al Ministro Tajani di venire in Parlamento a parlare delle violenze in Iran oltre che del Venezuela.
La risoluzione di condanna all’Iran a cui si fa riferimento l’abbiamo condivisa in toto al Senato, abbiamo solo chiesto di aggiungere un passaggio cruciale al ragionamento: no interventi militari unilaterali in Iran al di fuori del diritto internazionale. Quando ci hanno detto di no, ci siamo astenuti, ma poche ore dopo, alla Camera, abbiamo presentato il nostro testo che ha unito l’intero campo progressista nel voto per condannare il regime iraniano (come previsto dal testo votato da tutti gli altri partiti al Senato) ma anche azioni militari unilaterali. Di questo lei non ha informato i suoi lettori. Lo faccio io adesso.
Perché per noi è così fondamentale quel passaggio sugli interventi militari? Li abbiamo già visti, anche di recente, gli interventi che si muovono fuori dallo schema del diritto internazionale, dell’azione corale della comunità internazionale e in balìa solo dell’interesse e degli appetiti di singole superpotenze sulle risorse di altri Paesi. Ricordiamo anche Libia, Iraq. L’Afghanistan, lasciato dopo 20 anni sotto il tacco dei talebani. Quindi non è un impegno indifferente aggiungere a una risoluzione di condanna del terribile regime di Teheran l’impegno a non ripetere gli errori del passato e a privilegiare scelte della comunità internazionale che possano mettere in ginocchio una tirannia e salvare le persone senza le bombe collegate agli interessi e gli appetiti di singole potenze superarmate. Non possiamo permetterci azioni stile Venezuela nella polveriera del Medioriente. Lì un attimo dopo le bombe e la consegna del governo alla vice dello stesso regime Maduro si sono riunite le compagnie petrolifere per prendere il controllo, non certo un gruppo di sociologi, politologi ed economisti per aiutare la transizione democratica.
L’Europa è un attore determinante e dobbiamo essere protagonisti delle scelte, attivandoci con forza a livello politico, diplomatico ed economico per fermare il terribile regime iraniano. Non possiamo solo aspettare che gli altri sgancino le loro bombe e tutelino i loro interessi.
* Presidente del Movimento Cinque Stelle

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Se il giudice accoglierà la richiesta della procura, Jacques Moretti potrà uscire dal carcere pagando 200mila franchi, circa 215mila euro, e altrettanti dovrà versarne la moglie Jessica per non entrarci. Valanghe di film e telefilm americani si rincorrono nella memoria, restituendoci il ricordo di una sensazione di disagio. Intendiamoci: anche da noi, abitanti di un’altra civiltà giuridica, l’imputato benestante è privilegiato perché può permettersi gli avvocati migliori. Però il meccanismo della cauzione ti sbatte più brutalmente in faccia il potere della ricchezza.
Non importa la gravità delle accuse, come nel caso di Crans Montana. Se hai i soldi, esci. Se non li hai, rimani dentro.
Al di là dell’aspetto morale, trovo incongruente che prima lo Stato ti arresti nel timore che scappi, e poi fissi il prezzo per cui è disposto a correre il rischio che tu lo faccia davvero. Un prezzo, oltretutto, che finisce per premiare i più furbi. Quelli che, come i proprietari del locale andato a fuoco, non dichiarano redditi, ma solo ipoteche e leasing. A una persona che risulta nullatenente senza esserlo, così certifica la procura svizzera, non si possono chiedere più di 200mila franchi per comprarsi la libertà. Ma è proprio l’idea in sé che il denaro possa comprarsi tutto, anche la libertà, a risultare particolarmente odiosa in certe circostanze.
Davanti a una tragedia che chiama in causa l’avidità e l’incuria degli uomini bisognerebbe muoversi con un po’ più di rispetto per i morti, e per i vivi.
“Stipendi troppo bassi”. “Salgono soprattutto i prezzi di cibo e bollette: così pagano i più poveri”
(di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – “Il governo è stato insufficiente sui salari, che non hanno recuperato l’inflazione. Anche se più lento, il carovita continua a colpire gli stipendi reali, si accumula alla perdita di questi anni e penalizza i più poveri”. Chiara Saraceno, sociologa, osserva una realtà diversa dalla narrazione ottimistica di Meloni e soci: “La povertà energetica aumenta e sono stati diminuiti i sussidi per le bollette. La crescita di occupati, se sono a bassi salari, non è sempre una buona notizia”.
Professoressa, l’Inps ha detto che i salari non hanno recuperato l’inflazione 2021-2024, anche se consideriamo le buste paga reali e le detassazioni. Il governo Meloni ha affrontato male il problema?
L’ha affrontato in modo non sufficiente: ha puntato sulla defiscalizzazione, ma i salari bassi continuano a essere bassi, c’è al massimo una riduzione del danno. Non sono un’economista, ma leggevo su lavoce.info qualcosa che sospettavo: va alzato non solo il netto, ma anche il lordo. Bisogna lavorare sull’obbligo dei rinnovi contrattuali, perché i ritardi di più anni aggravano la distanza tra reddito reale e costo della vita. Non si può fare per legge, ma lo Stato per primo dovrebbe rinnovarli. A sinistra si parla di salario minimo, ma anche quello non minimo è insufficiente.
La Banca d’Italia dice che i consumi crescono piano e aumenta la propensione a risparmiare…
Ci sono pochi soldi da spendere, le perdite rispetto all’inflazione non saranno più recuperate, quindi chi può preferisce risparmiare piuttosto che comprare cose non necessarie. È aumentata anche la povertà energetica e sono diminuiti un po’ i sussidi.
Il “carrello della spesa”, dice Istat, è aumentato del 24% dal 2021 e a dicembre accelerano alimentari e prodotti per la casa…
L’inflazione sarà un punto solo, ma si aggiunge agli aumenti non recuperati. Ed è molto selettiva: chi ha un reddito modesto ha meno possibilità di fare rinunce. I più poveri sono penalizzati se si colpiscono consumi essenziali come gli alimenti o i detersivi. Se aumenta il prezzo del ristorante meno persone ci andranno, è diverso se aumentano il latte o le uova.
Il governo propone un bonus da 400 euro al mese per 52 mila caregiver su 7 milioni… È così che si riconosce il lavoro di cura?
Intanto mancano i decreti attuativi della legge sulla non autosufficienza. Di tanto in tanto vengono fuori queste cose: i mille euro per chi è ultra-ottantenne e poverissimo, ora questi 400 euro. Meglio di niente, ma manca l’attenzione all’appropriatezza della cura. Ti do i soldi e poi sono fatti tuoi. La caregiver deve avere competenze e forza. Invece si lavora ai margini, dando 400 euro a un piccolissimo gruppo. Hanno introdotto per la prima volta un livello essenziale di prestazione per la non autosufficienza: un’ora a settimana, a risorse date. In un’ora a settimana ci si fa al massimo un bagno nella vasca.
Aumentano le donne inattive per motivi familiari e anche questo fa scendere la disoccupazione. Un altro problema che si finge di non vedere?
C’è un dato strutturale di lavoratrici che escono per la nascita di un figlio, per l’assenza di politiche della cura verso i bambini, ma soprattutto verso anziani e fragili. Il divario non è solo tra uomini e donne, ma anche tra donne ad alta e bassa istruzione. Una donna a bassa istruzione, al Sud, dove i servizi non ci sono, non aspira a un gran reddito e se ha un grosso carico, sta a casa. È una fregatura perché non avrà autonomia e pensione, ma nell’immediato pare l’unica soluzione.
C’è una crisi sociale nascosta dietro i dati con il segno positivo di Pil e occupazione?
In parte sì, l’aumento di occupazione in un contesto di bassi salari non è per forza una bella notizia, perché le industrie preferiscono il lavoro a basso costo all’investimento in innovazione e ricerca. Il Paese continua a galleggiare, non va avanti. Non è solo colpa del governo, anche delle imprese, di tutti noi, ma al posto di questa narrazione positiva, scegliendosi l’indicatore che serve ogni volta, prendiamo tutti i dati e osserviamo il quadro in chiaroscuro, a partire dal segnale preoccupante dei giovani che vanno via.
L’obiettivo è un altro e ben chiaro. L’ottica in cui agisce questo governo è quella della partigianeria, dell’interesse di cordata e di clan. L’ondata di nomine di amici e camerati senza nessuna qualificazione aveva già indicato qual era la direzione di marcia del governo

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Il governo prosegue nella sua corsa verso il controllo del dissenso. Dopo il fondamentale decreto contro i rave party, che evidentemente imperversavano per tutta Italia arrecando danni gravissimi alle strutture fatiscenti e isolate in cui si ritrovano i partecipanti, siano passati al decreto sicurezza che introduce una specie di fattispecie di reati per coloro che protestano. Ed ora siamo ad una nuova ondata di provvedimenti restrittivi delle libertà ammantati dalla promessa di mantenere l’ordine e garantire ai cittadini città senza microcriminalità: l’ultimo caso di cronaca di ieri, il ragazzo accoltellato in una scuola a La Spezia, in realtà, dimostra che finora la ricetta securitaria serve solo alla propaganda e non risolve alcunché.
L’esempio americano è sempre lì ad orientare la nostra presidente del Consiglio la cui piaggeria nei confronti di Donald Trump sconcerta e imbarazza. Non una parola è venuta in merito dell’omicidio di una donna , indifesa e disarmata, freddata con spirito da killer da un membro dei nuovi squadroni della morte messi in giro per tutta l’America dal presidente.

Per l’omicidio del razzista Charlie Kirk si è arrivati all’insulto istituzionale di un minuto di silenzio nella nostra Camera, come se l’odio che seminava quel personaggio fosse pari alle parole di pace del non-violento reverendo Martin Luther King. E poi perché non un minuto di silenzio per l’omicidio della povera Renee Nicole Good. Non era forse più meritevole di considerazione una donna che si preoccupava di difendere i diritti dei migranti dalle violenze di uno che disprezzava i neri perché non avevano un cervello come i bianchi e sosteneva che le condanne a morte dovrebbero essere veloci e trasmesse in televisione? Un ayatollah ad honorem
La deriva estremista del governo che non esita ad usare tutte le strade per penalizzare le amministrazioni di sinistra. Dopo aver ridisegnato la mappa dei comuni di alta collina e di montagna intitolati a ricevere contributi dello stato per escludere quelli dell’Appennino centrale dove governa la sinistra a favore di quelli alpini dove governa la destra, si è dedicata a scardinare i sistemi scolastici di queste regioni che sono tra i migliori d’Italia.
Ma che importa? L’obiettivo è un altro e ben chiaro. L’ottica in cui agisce questo governo è quella della partigianeria, dell’interesse di cordata e di clan. L’ondata di nomine di amici e camerati senza nessuna qualificazione (addirittura un concessionario di automobili di Frosinone chiamato al ministero della Cultura – forse per spirito futurista?) aveva già indicato qual era la direzione di marcia del governo. Altro che merito, come aveva detto la premier nel suo discorso di investitura. Siamo tornati ai tempi più cupi del clientelismo, e, inevitabilmente, dell’affarismo come questo giornale denuncia – inascoltato – ogni giorno. Ed è perfettamente in linea con questo clima lo scatenamento degli appetiti di una pletora di personaggi insediati nelle numerosissime authority, ai quali, poverini, non bastano i 225.000 euro stabiliti dal governo Renzi come tetto massimo degli emolumenti. Ha iniziato il miracolato Renato Brunetta il quale, invece di dover abbandonare l’inutile poltrona del Cnel, a suo tempo presa di mira dal referendum costituzionale del 2016, aveva avanzato l’ipotesi di un congruo aumento della propria indennità.

Sulle sue orme si è mosso il presidente dell’autorità sui Trasposti Nicola Zaccheo che ha portato la propria indennità a 311.000 euro. In effetti l’inflazione ha morso sul carrello della spesa, e magari anche sul costo dei biglietti ferroviari. Ultimo arrivato, Pasquale Stanzione, garante della Privacy, sul quale si sono accessi i fari della giustizia per malversazioni varie. Mentre i soldi per gli alti papaveri mulinano allegramente, il governo è piuttosto intento a varare altri provvedimenti liberticidi. Sta arrivando “il fermo di prevenzione”, la possibilità di trattenere in questura o in galera – non è chiaro – chi si presume possa commettere un reato. Siamo a Minority Report. Se uno ha una faccia un po’ così, come cantava Paolo Conte, allora lo si mette dentro. Come accadeva al mio bisnonno, in odore di anarchia – repubblicanesimo, quando un esponente della famiglia reale passava per la Romagna. Non hanno nulla da dire i difensori rocciosi delle libertà individuali? La piaggeria nei confronti della premier arriva a far cadere fette prosciutto davanti ai loro occhi. O, forse, sono a raccogliere vongole.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Odio la retorica “anti-casta”, che è stata la nefasta base ideologica del populismo. Mi piacerebbe tanto, però, che la casta (ovvero: chi lavora alle dipendenze della Repubblica italiana) aiutasse a diradare i sospetti e le dicerie sul proprio conto.
Per esempio: le carte della Procura di Roma sulle attività dei membri del Garante della Privacy, sebbene soggette, come è ovvio, alle controdeduzioni degli avvocati difensori, non consentono di nutrire eccessive speranze sul rigore etico delle persone coinvolte: in teoria civil servants, servitori della comunità.
Sia ben chiaro: non ho niente contro le auto blu, considero ovvio che chi lavora per lo Stato sia, dallo Stato, equamente retribuito e degnamente assistito nelle sue attività. Ma il macellaio, santo cielo, me lo pago da solo, e dopo cinquant’anni di fortunato lavoro e di tasse felicemente versate (viva Padoa-Schioppa!) viaggio in economy perché la business, per me, è troppo cara.
Chiunque rivesta incarichi pubblici deve avere ben presente che vive di quattrini pubblici. E pretendere alberghi a cinque stelle da raggiungere in business class non dimostra una speciale preoccupazione in questo senso.
L’immoralità pubblica è dieci volte peggiore di quella privata. Non lede questo o quello, lede la comunità intera. Servire lo Stato non è facile, chiama fatica e pretende trasparenza. Bisogna sentirsi pronti. Sentirsi all’altezza.
Nel nostro Paese, duole dirlo ma va detto ugualmente, spesso si pensa che sia lo Stato che deve servire noi. Ed è da questo esiziale equivoco che dipende la maggior parte dei nostri mali: politici, culturali e morali.
(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – La politica è il mezzo, la crapula il fine. Crapula e crapuloni sono parole desuete e insieme attualissime. Le usava il Boccaccio, nei suoi racconti di allegra gozzoviglia e qualche volta Montaigne, nei suoi precetti d’alta morale. Più di recente rappresentate nelle sontuose tenebre del Fellini Satyricon. Riguarda la fame atavica dell’umana specie, quella che appena agguanta un po’ di soldi, li trasforma in polli arrosto da masticare, nettare d’uva da bere, ambrosia e miele da trangugiare. Fino alla sventura e anche oltre.
Sono di sicuro innocenti i nostri eroi dell’Authority per la Privacy, ci mancherebbe, fino a prova contraria, no, anzi fino al terzo grado di giudizio, mi correggo, fino alla prescrizione o alla improcedibilità del reato, che non è tanto reato, una modica quantità di reato. Si capisce già adesso che troveranno il modo di risarcire il maltolto come già hanno fatto la signorina Ferragni per avere mangiato troppi pandori e il signorino Elkann che i miliardi non gli bastano mai, anche se gli sgocciolano dal tovagliolo. Non è questo il punto, siamo garantisti.
Il punto sta invece in quella golosità di carne & lusso con cui si sono imbottiti i nostri bravi funzionari. Sta in quei 6 mila euro di soldi pubblici spesi al bancone della premiata macelleria Feroci, e rubricati alla voce “pasti pronti”. Sta nei viaggi in Business Class, negli alberghi di lusso, nella pretesa delle tessere Vip e delle Auto Blu, nei parrucchieri d’alto rango, negli affitti per l’alta rappresentanza, magari con la cresta che rientra cash.
È in quella fame atavica che diventa insonne avidità, il cuore della faccenda. Persino al netto delle maggiori corruzioni che i pm rintracceranno, vedremo. Diceva uno di loro – negli anni 90 – che il compito dei magistrati è quello dei predatori che nelle praterie “selezionano gli erbivori più lenti”, quelli che per troppa fame continuano a mangiare invece di scappare. Si dimenticò, quella volta, dei carnivori che in piena zona Ztl se ne stanno da Feroci a ordinare il pasto pronto.
Camere d’albergo da 500 euro a notte e spese incontrollate: ora il rischio è il danno erariale. La svolta grazie alle talpe

(di Giuliano Foschini e Giuseppe Scarpa – repubblica.it) – Camere d’albergo da cinquecento euro a notte. Auto di servizio usate non soltanto per lavoro. E ancora: biglietti del treno messi a carico dell’Autorità nonostante, probabilmente, non se ne avesse diritto. E poi spese bizzarre affrontate con la carta di credito aziendale – fiori, parrucchiere, palestra – e restituite solo quando arrivavano le contestazioni dagli uffici amministrativi. Infine, la corsa a mettere le carte a posto dopo le prime denunce di Report: è a novembre, per esempio, che viene modificato un verbale del gennaio precedente per evitare un possibile conflitto di interessi, parlando di «errore materiale» nella compilazione del vecchio verbale.

La Guardia di finanza ha sul tavolo da qualche ora una mole di documenti che nelle prossime settimane verranno letti e incrociati con quanto già acquisito e con le dichiarazioni dei dipendenti, coperti dall’anonimato per tutelarli, che in queste settimane hanno collaborato sotto traccia con le indagini. Perché la storia del Garante della privacy non è soltanto quella dei conti del macellaio o dell’affitto di una casa da quasi quattromila euro al mese per il presidente. Ma il sospetto di un «sistematico uso di denaro pubblico» per «finalità estranee al mandato», come scrive la procura di Roma, che indaga per corruzione e peculato. Non a caso, accanto alla Procura, indaga anche la Corte dei conti, chiamata a valutare l’eventuale danno erariale.
Secondo la Gdf esistono una serie di spese completamente fuori controllo. È vero che c’era un budget – 5.000 euro, aumentato sensibilmente negli ultimi anni – a disposizione dei membri del Collegio, utilizzabile con una certa libertà. Ma è altrettanto vero che esisteva un regolamento, di fatto mai applicato, che fissava modalità e limiti per l’uso di quei fondi. Regole che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai state rispettate. Per esempio: chi non è residente a Roma ha diritto al rimborso delle spese di alloggio. È il caso di Pasquale Stanzione, che prende casa in piazza della Pigna e se la fa pagare dall’Autorità. 2.900 euro al mese di affitto, poi diventati 3.700, per un aumento che l’ex segretario generale Angelo Fanizza ha definito «considerevole» e «anomalo», tanto da spingerlo a bloccarne il pagamento in attesa di chiarimenti. Ma il punto non è soltanto il canone. Stanzione, pur essendo di fatto domiciliato a Roma, si muoveva come un «fuori sede», mettendo in nota spese il vitto – per esempio i 6.600 euro pagati alla macelleria Angelo Feroci – e, secondo gli inquirenti, forse anche i trasporti.
La Finanza sta approfondendo proprio l’utilizzo dell’auto blu. Quella vettura, con autista, doveva essere a «disposizione esclusiva del presidente» per «inderogabili ragioni di servizio», e non per gli spostamenti «tra abitazione e luogo di lavoro». E invece le fiamme gialle, durante mesi di appostamenti, hanno accertato che veniva utilizzata anche per «finalità estranee alle esigenze di servizio». C’è Stanzione che si fa accompagnare in una clinica privata. E c’è Agostino Ghiglia che, oltre a recarsi nella sede di Fratelli d’Italia il giorno prima della multa a Report, la utilizzava abitualmente per gli spostamenti dal suo hotel a cinque stelle all’aeroporto di Fiumicino.
La Finanza vuole verificare inoltre se fossero a carico del Garante anche gli spostamenti da Roma verso Salerno, dove Stanzione risiedeva, o quelli eventualmente riferibili ai suoi familiari. Non a caso è stato disposto di estrarre dai telefoni cellulari tutto ciò che riguarda le trasferte, con particolare riferimento, tra le altre cose, a parole chiave come «Termini» e «stazione». Ma non è questo l’aspetto più delicato. Perché la Procura di Roma – nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco e dalla pm Chiara Capoluongo – intende ricostruire anche la vera storia della multa a Report. Sigfrido Ranucci, in un servizio di Chiara De Luca, aveva raccontato come Ghiglia si fosse recato nella sede di Fratelli d’Italia per incontrare Arianna Meloni poche ore prima che il Garante sanzionasse la trasmissione per il caso Boccia-Sangiuliano. Ora la Procura ha chiesto di estrarre tutte le chat che contengono le parole «Ranucci», «Report», «multe». Si saprà quindi se davvero la politica ha fatto pressioni per indirizzare le decisione di un’autorità di garanzia. A Repubblica risulta che alcuni membri abbiano cambiato telefono dopo lo scandalo. Una coincidenza, forse. Ma i tecnici della Procura hanno ricevuto mandato di recuperare anche i backup cancellati delle app di messaggistica. Perché questa storia, ormai, non è più soltanto una questione di privacy.
Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, come un trofeo nella vetrina sbagliata.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – C’è riuscita in un lampo, María Corina Machado. Nella storia ormai affollata del Premio Nobel per la Pace, è difficile trovare qualcuno che lo abbia reso così rapidamente grottesco. Bastano poche ore, una stretta di mano, una foto nello Studio Ovale e la medaglia finisce nelle mani di Donald Trump, come un souvenir di lusso, come una mancia geopolitica, come un pegno consegnato a chi della pace ha sempre parlato solo quando serviva a sé stesso. Il punto non è solo il gesto, che già basterebbe. Il Nobel non si subaffitta, non si regala come una bottiglia di vino riciclata a fine cena, non è un gettone da spendere per ottenere attenzione o benevolenza. È un titolo personale, assegnato per ragioni precise, con una responsabilità simbolica enorme.
Quando lo trasformi in un omaggio politico, non stai allargando il suo significato: lo stai svuotando. E lo stai facendo davanti al mondo. Poi c’è la farsa istituzionale. Il Comitato Nobel si rifugia nel regolamento, nella liturgia delle procedure, nella formula rassicurante del “non si può revocare”. Bene. Ma esiste un punto in cui l’ostinazione a difendere la forma diventa rinuncia alla sostanza. Se un premio viene usato come strumento di propaganda personale, se viene consegnato al personaggio che meglio incarna il disprezzo per il diritto internazionale e per i processi multilaterali, la questione non è giuridica. È morale. E il silenzio, in questi casi, è una scelta.
La parte più misera della storia, però, resta qui da noi. I liberali italiani da salotto e da social, quelli che qualche mese fa esultavano per il Nobel a Machado come se fosse una finale dei Mondiali. Quelli che, davanti a ogni dubbio, rispondevano con l’insulto automatico: “amico di Maduro”. Gente che dispensava patenti di democrazia con la sicurezza di chi confonde Wikipedia con l’analisi politica. Oggi tacciono. Oggi scoprono che la realtà è più complessa dei loro slogan. Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, immobile, come un trofeo esposto nella vetrina sbagliata. Resta da capire se a Oslo qualcuno provi ancora un minimo di vergogna. O se preferiscano restare lì, a custodire il regolamento, mentre il premio più famoso del mondo viene usato come una moneta fuori corso.