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Il funerale di Stato per Berlusconi lungo 3 anni: il danno non passa


Nessuno sa riconoscerne i meriti, se non la ricchezza smisurata e l’ostinazione a farla sempre franca

Il funerale di Stato per B. lungo 3 anni: il danno non passa

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] L’avventura di Silvio Berlusconi si chiude alle 9:30 di lunedì 12 giugno 2023, dopo una serie di ricoveri e l’ultima crisi respiratoria. Meno di un’ora dopo il Consiglio dei ministri proclama il lutto nazionale e i funerali di Stato per l’ex premier. La famiglia li annuncia per mercoledì 14. Da celebrare in Duomo. Con tutte le autorità dello Stato presenti da Sergio Mattarella in giù, l’arcivescovo, gli onori militari, le corone di fiori. Più tutte le autorità della sua peggiore televisione. E poi i calciatori, i politici, i banchieri, i finanzieri, gli industriali, tutti gli oligarchi in fila sotto le arcate del Duomo, con le scorte armate ai bordi, come ai tempi delle dinastie regnanti, il popolo fuori, in piazza, controllato da polizia, carabinieri, tiratori scelti, droni, telecamere, guai a chi disturba, guai a chi si muove.

[…] L’arcivescovo Mario Delpini non sapendo come cavarsela la butta in poesia declinando la vita, l’amore e la felicità “che egli cercava”. E solo dopo essersi allungato in retorica standard per una ventina di minuti, frena sul finale: “Silvio Berlusconi è stato un uomo e ora incontra Dio”. Frase che può anche essere intesa come una minaccia, visti i quattro carabinieri, vestiti come nei libri di Pinocchio, che circondano la bara, al centro della navata, mentre sale l’applauso liberatorio della platea.

Che il funerale di Stato sia il funerale allo Stato, viste le imprese e le opere del defunto, nessuno si azzarda a dirlo, al netto di qualche ostinato antiberlusconiano. Il lutto va rispettato, ci mancherebbe. Elly Schlein corre all’omaggio. E com’è giusto offre le sue condoglianze. Piangono tutti i campioni della sua nazione, da Lele Mora a Maria De Filippi. Da Massimo Boldi a Flavio Briatore. Da Barbara d’Urso a Gerry Scotti, passando per Roberto Formigoni e Iva Zanicchi. (…)

Il rito dura tre ore. La coda tre giorni, tre mesi, tre anni. Da sinfonia diventa musica di sottofondo. Anche se, al netto degli elogi, nessuno sa riconoscere i meriti di quel potere smisurato, se non nella sua smisurata ricchezza accumulata, e nella ostinazione, persino ammirevole, con cui in trent’anni, in 36 processi, con 155 avvocati difensori, un partito personale, un’altra mezza dozzina a sua disposizione, in tutto un migliaio tra deputati e senatori al suo servizio, l’ha fatta franca.

[…] Così come a nessuno, neppure ai politologi e ai cantori più zelanti, vengono in mente quali e quante riforme di una qualche importanza ha fatto in trent’anni di potere. E vale per tutti i rendiconti, quello della povera Stefania Craxi che interrogata da Lilli Gruber in televisione, balbetta: “Ha fatto tante piccole e grandi cose”. Quali? Annaspa poi spalanca gli occhi: “La riforma Sirchia!”. Sarebbe? “Quella contro il fumo!”. Brava, bravissima. Forse persino la patente a punti. Il resto di quel che resta sono parole piene d’aria che gonfiano i giornali dal giorno dopo in poi: “Un gigante che ha cambiato il Paese”, “Un leader entrato nella storia”, “Il padre del bipolarismo”. “Un leader transatlantico”, “Un uomo straordinario”. “Un grande riferimento politico, una guida”. “Un geniale imprenditore”. “Un uomo che ci lascia una grande eredità”.

L’eredità, giusto. Una intera caverna di Alì Babà. Che nel 1994 era quasi vuota e ora straripa di gemme e di contanti. Ma non proprio destinata al Paese, semmai ai cinque figli. Un patrimonio immenso che i giornali calcolano di 7,5 miliardi di euro, tassati allo 0,38 per cento, grazie al babbo. Che comprendono le televisioni in Italia, in Spagna, in Germania, le aziende, un pezzo di Medionalum, la Mondadori, le assicurazioni, i giornali. I palazzi, i terreni e gli appartamenti. Una flotta di aerei e di yacth, una ventina di ville tra la Brianza e il mondo, compresa villa La Certosa in Sardegna che da sola è valutata 500 milioni di euro. Lascia spiccioli qua e là: 100 milioni alla quasi moglie Marta Fascina, e una quarantina al quasi fratello Marcello Dell’Utri. Entrambi muti, anche se Dell’Utri per altre ragioni. A Forza Italia, che negli ultimi tempi scombiccherati, era tornato a chiamare “Il partito dell’amore”, lascia 90 milioni di debiti, con le fideiussioni intestate a Marina e a Pier Silvio che dal giorno dopo le esequie, sono diventati i titolari del partito, dei parlamentari, dei ministri, tutti utili al benessere delle aziende, quando si tratterà di leggi, tasse, condoni. E che possono chiamare a piacimento per servire i loro capricci, oppure a tavola. (…)

Ho conosciuto Silvio Berlusconi nel remoto 1987. Neanche a farlo apposta per lo scandalo di un elenco di “famiglie Auditel”, utili per misurare gli ascolti, che doveva rimanere segretissimo ai vertici delle tv private e pubbliche e che invece era stato trovato in chiaro tra le scartoffie della Fininvest. Uno scandalo che oggi sta sepolto sotto gli altri cento, forse neanche si trova più negli archivi. Lui diceva di non saperne nulla. Ma era talmente impegnato a rendersi simpatico e dunque innocente, che lo giudicai antipatico e colpevole.

[…] Regalava ai cronisti orologini aziendali, biglietti per lo stadio, raccontava barzellette, parlava di soldi, di calcio e di figa. Non necessariamente in quest’ordine. In azienda lo chiamavano il Dottore, ma il nome migliore l’aveva inventato uno del suo ufficio stampa, Giovanni Belingardi, di prodigiosa simpatia che lo battezzò “il Figantropo”. L’ho seguito nella prima campagna elettorale, fino a Palazzo Chigi. E nei primi processi. Ho scritto delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Dei suoi misteri siciliani. Dei suoi fondi neri e dei suoi debiti. Del suo immenso repertorio di bugie che raccontava come niente fosse, delle donne che masticava, delle ville in cui abitava, dei servi di cui si circondava, spesso disprezzandoli. Della sua addestrata intelligenza a inventare per sé vantaggi, guadagni, immunità politiche e penali. Di come e quanto si sia fatto travolgere dalle sue ambizioni. Dalla sua avidità. Dai suoi vuoti esistenziali. Dai suoi privati tormenti come raccontava il suo amico Mike Bongiorno: “Mangiavamo noi due da soli, nel salone vuoto. Lui stanchissimo. Davanti a quel minestrone. Cucchiaiata dopo cucchiaiata. Diceva: dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti. C’era un senso di freddo e di buio intorno a noi”.

Quel buio Berlusconi non lo ha mai sconfitto. Veniva dai suoi esordi negli affari. Era il suo rimorso. Ha provato a sconfiggerlo accumulando tutto, l’oro, il potere, le donne, i quadri, per poi finire in cenere nel Mausoleo che si è costruito, lasciandoci un’Italia che gli assomiglia, un danno che non passa.


Il Cazzaro Nero


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Il debutto del generale Vannacci a Ottoemezzo ha fatto il pieno di ascolti e forse di voti. Càpita alle novità politiche, se funzionano in tv. Vannacci funzionicchia, a differenza di Silvia Salis, che deve nascondere la provenienza dai laboratori d’establishment per tutti i palati, gli stomaci e le stagioni, e travestirsi da pasionaria: perciò sembra un androide fatto con l’IA. Vannacci non deve camuffarsi: gli basta mostrarsi […]


Vannaccismo e fastidio


Come la sinistra continua a regalare palcoscenici e magafono a quella destra brutta e cattiva che vorrebbe arginare

(di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Stamattina, leggendo qua e là alcuni articoli sull’ospitata di Vannacci a Otto e Mezzo, mi sono imbattuto in un’osservazione che mi è rimasta in testa: spesso è proprio dalla sinistra che parte l’incensamento involontario dei caporali di destra. Anzi, nello specifico, dei generali. L’articolo citava come, prima del bagno di voti del 2022, qualche anno prima Propaganda Live, programma satirico su LA7, avesse tirato la volata – involontariamente, almeno si spera – nientemeno che all’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con uno sfottò ad altezza d’uomo: una canzoncina ironica sull’Olanda, tipica dello stile perculeggiante del programma. A quel tempo – era il 2019 – Giorgia e i suoi Fratelli e Sorelle erano intorno al 5 per cento.

Ebbene, l’evento televisivo cui abbiamo assistito ieri sera – annunciato con squilli di tromba da ogni pulpito, dalla tv di Cairo Editore fino ai quotidiani e ai social di orientamento progressista – non vorrei mai che fosse servito al generalissimo con il debole per la Decima Mas, se come cassa di risonanza ancora più profonda di quanto lo stesso non stia già costruendo in modo concreto in queste ultime settimane. A danno principalmente del centrodestra, certo! dalla Meloni e soprattutto da Salvini, dai quali non manca di dissociarsi ad ogni piè sospinto. Ma a danno anche di chi di quel mondo non ne vuole proprio sentire nemmeno l’odore.

A noi qui non interessa cosa pensi Vannacci nello specifico. Abbiamo infatti la presunzione di saperlo già. Figuriamoci: ne abbiamo sentite di cotte e di crude da qualche anno a questa parte e non sarà certo un Vannacci a caccia di voti e di notorietà, a stupirci. A “epater le bourgeois”, come direbbero quelli bravi. Il quadro che ci si può fare su di lui è semplice, senza molte sorprese. Vannacci è un estremista di destra che molti di noi non vorremmo nemmeno per compagno di processione – per chi abbia ancora a cuore la promenade sacro e devota al santo di turno, di ispirazione medievale – al Sud ancora molto in auge, sappiatelo.

Qui, quello che interessa è invece il meccanismo che si innesta su un’ipotesi “spauracchio all’orizzonte”. Modello: mamma li turchi! Attuato con una certa regolarità – spesso a ragione – dalla sinistra democratica e progressista in su. Con sfumature sempre più crude, per così dire, per quanto calzanti, per certi aspetti. Fu così anche con Giorgia, quando ancora non ci eravamo fatti la bocca con quella bella panzata di destrismo declinato in tendenze più o meno di ispirazione fascista. Più o meno preoccupanti.

Ora che faccetta nera viva il duce – ironicamente o seriamente – sono stati sdoganati quasi su tutta la linea, ci prepariamo a un’altra ondata di estremismo, con tutto l’armamentario di questi che appaiono da lontano come i neo-buzzurri – i redneck de noantri – a cui nessuno, se mi si consente, fra quelli che abbiano un minimo di sale in zucca, affiderebbe nemmeno la gestione non solo del condominio, ma neanche dei porta piante del condominio stesso.

Ed è quasi un’esperienza simmetrica come ogni volta che un nuovo partito, una nuova esperienza di narrazione popolare populista si affacci alla ribalta, diventi necessario – da parte del puparo di turno – per forza spararla più grossa di quanto non si sia osato fare un minuto prima. Detto fra noi: senza responsabilità di governo, lo sappiamo bene, è facile fare la voce grossa. La stessa Giorgia una volta arrivata a Palazzo Chigi, è sembrata molto più istituzionale nell’approccio; senza che questo le abbia evitato di compiere più di qualche buzzurronata. Mi si passi il termine. Sempre ovviamente sul versante immigrazione, ça va sans dire, dove la partita degli estremisti di destra sembra sempre aperta allo scontro finale all’Armageddon. Mi riferisco al blocco navale prima, poi alla virata verso la fallimentare gestione dei CPR in Albania, che tanta sfiga le ha portato.

Anche stavolta l’argomento principe – e come poteva essere il contrario – della nuova Star della destra dura e pura è il tema immigrazione, con una serie di slogan vecchi come la scorreggia e qualcuno nuovo. Argomento nuovo – si badi – solo perché preso in prestito linguisticamente dall’inglese di Trump. Remigrazione e un lessico che lambisce la deportazione, prima di tutto. Sentire come suonano in originale: remigration and deportation non ha prezzo per noi che apparteniamo alla vecchia scuola, quella in cui “deportazione” aveva un significato preciso e uno solo. O tempora! O mores!

Altro vecchio baluardo del pensiero conservatore-fascista: la bacheca dei diritti civili, su cui – e c’era da aspettarselo – Vannacci non molla un centimetro. Perché lì si vince facile: titillando la sensibilità di quegli amabili rednecks, quelli spesso frustrati dal desiderio di mettere ordine in una vita che forse non gliene ha concesso abbastanza, che sono sempre i primi a negare i diritti agli altri. E pazienza se sul concetto di “normalità” bisogna pure ascoltare Vannacci citare a sproposito un male accreditato dizionario “Zingaretti”. Anche questo, immagino, de noantri.

Personaggio surreale, il Vannacci, che nasce dalle profondità insondabili delle caserme italiche, dove ha ricoperto incarichi operativi di “un certo spessore” – le virgolette sono mie – a contatto con un’umanità variegata e mutevole; impegnato in “teatri di guerra o comunque di difficile lettura e gestione” (sic); e che ciononostante riesce a costruire “un mondo al contrario” di quello che dovrebbe essere. È proprio grazie a quel suo libro autopubblicato “Il mondo al contrario” – caso raro di successo specialmente con l’autopubblicazione – che comincia a seminare il suo piccolo orto, che a poco a poco è diventato giardino e ora comincia ad allargarsi alla dimensione del campo. Quanto largo possa essere questo campo di estrema destra, nessuno può saperlo.

Ma certo, a guardare il comportamento degli italiani in cabina elettorale negli ultimi anni, non ci sarebbe nulla da stupirsi se Vannacci – con un colpo al cerchio e l’altro alla botte – si guadagnasse nel giro di qualche mese il titolo di uomo da battere. Come un Beppe Grillo post vaffanculo, un Renzi d’antan, il Salvini pre-Papeete, il Conte double face, buono a destra ma anche a sinistra, e ovviamente Meloni, donna madre e patriota. E sarebbe pure un torto non citare in questo contesto il capo storico dei populisti: requiem aeternam, sua maestà Silvio Berlusconi. È questo il campionario, questa la serie da cui veniamo. E Vannacci ci sta dentro alla grande, con i consensi del suo movimento Futuro Nazionale, non ancora partito, come a lui piace ricordare.

A maggior ragione sarà il candidato da battere se i talk show di sinistra – con l’intento di demolirlo – producono invece involontariamente l’effetto contrario. Bisogna prepararsi bene ad affrontare un generale abituato – almeno a suo dire – a combattere in quarant’anni di teatri operativi.

Eppure l’elmetto, la brava Lilli Gruber e sua pari Lina Palmerini, l’hanno pure messo. Ma forse avrebbero dovuto preparare meglio l’intervista. Metterlo di fronte alle derive della destra identitaria – citare in disordini di Belfast di questi giorni non avrebbe certo fatto male – alle contraddizioni violente dei suoi sodali, alle politiche folli che la destra trumpista sta producendo nel mondo intero, incalzarlo sull’odio etnico ormai sdoganato dai suoi amici del AfD, sul razzismo strisciante di molti dei seguaci, sul ritorno dell’antisemitismo strisciante, sull’approccio sempre più putiniano delle democrazie a trazione destrorsa.

Niente o poco di tutto questo è stato affrontato. Lì – dove non c’è molto su cui Vannacci possa vendere, se non una difesa sterile e di maniera – lo si poteva insomma mettere nel sacco. Se invece insisti sulla remigrazione e sui diritti civili, che è esattamente quello che l’italiondo di destra cerca con il lumicino in questi tempi, lì non ce la puoi fare. E se poi addirittura accusi Vannacci di aver tradito le “promesse fatte alla Lega” – nel tentativo di fargli male – allora non c’è via d’uscita.

Il Generale vince a mani basse, e con lui la schiera di seguaci che giorno dopo giorno continua ad ingrossare le sue fila.

Sempre pronti ad essere smentiti dai numeri, per carità. Ma così c’è poco da stare allegri. Il rischio è quello di un tripudio.


La banderilla nelle carni del governo


(di Luca Telese – appunti.substack.com) – Ieri il generale ha infranto lo schermo. É vero, da sempre Lilli Gruber ha questa capacità di creare un’atmosfera da “evento”, è vero che Roberto Vannacci ha una tempra da combattente, (quasi militare, ovviamente) ma ieri Otto e mezzo, nel suo sotto-format “Corrida de Toros”, aveva qualcosa di ipnotico.

Prima elemento: lo studio mutato in arena, con Lilli e la giornalista Lina Palmerini nel ruolo della “torera” e della “vicetorera”.

Secondo punto: questo schema, per natura, esalta tutti i protagonisti della tauromachia. Volano fendenti, schizzi di sangue, l’esito non è scontato, lo spettatore ha la sensazione continua che chiunque possa essere trafitto.

Terzo elemento: posto sotto questo riflettore, sottoposto ad una raffica di domande, il generale ha mostrato alcune caratteristiche che risultano efficacissime nel corpo a corpo: calma placida anche quando le domande sono spigolose (viva il giornalismo senza rete!), discreta capacità di uscire dall’angolo grazie al sarcasmo (“Potrà non piacerle ma questa opinione è la mia”), grande disinvoltura nel ricorrere al politicamente scorretto.

Quarto elemento: questo Vannacci in purezza, “gruberizzato” (quindi anche illuminato), visibilmente compiaciuto dai sondaggi che lo vendono crescere, esibiva un punto di forza che è la vera novità introdotta dal generale nella scena politica: fa invecchiare e costringe all’aggiornamento tutti i suoi competitor.

Non solo la destra, di cui dirò tra poco, ma persino la sinistra, perché con la sua narrazione anti-immigrati il leader di Futuro nazionale cerca (dichiaratamente) di pescare ovunque. Infine: ieri Vannacci poneva il suo architrave all’insegna della più potente parola d’ordine tratta dall’alfabeto trumpiano, “Remigrazione” . Vannacci parlava senza nessuna rete: “Remigrazione significa rimandarli a casa tutti!”. Come? “Con ogni mezzo”. Dove? “Nei loro Paesi d’origine”.

Lasciamo per un attimo da parte il principio di realtà (è impossibile rimandare nei loro Paesi d’origine mezzo milione di immigrati). Il punto – questo è il vero tema politico che deflagra nella politica italiana – è che il generale fa invecchiare in un nanosecondo la narrazione di Fratelli d’Italia e Lega, la promessa fondativa con cui hanno vinto le elezioni.

Perché delle due l’una: o la tolleranza zero predicata da Vannacci non è possibile, e allora Matteo Salvini e la Giorgia Meloni del 2022 hanno promesso ciò che non si poteva (ma devono ammetterlo). Oppure la remigrazione è possibile – e qui importa solo che ne siano convinti i suoi elettori – e per il leader nazionalfuturista si aprono autostrade tra i delusi del centrodestra.

In un mondo in cui vincono Donald Trump e Benjamin Netanyahu, fitto di muri e confini, quando a Minneapolis si spara sui clandestini e si deportano i bambini, il generale si sente il vento nelle vele. E così il colpo di bacchetta fa sì che tutti, i leghisti, i meloniani, e i forzisti, si trovino sottoposti al magnete delle sirene vannacciane: “Governano come la sinistra! Abbiamo votato destra per avere le politiche del Pd!”.

Persino il servizio di Otto e mezzo sui cambi di linea del generale impallidiva di fronte a quel sorriso: “Non sono io che mi contraddico, sono loro!”. Il generale porta nel centrodestra il virus del più uno. L’autostrada gliela hanno costruita vent’anni di predicazione melo-salviniana, e lui gigioneggia: “Dove sono i rimpatri? I blocchi navali? La tolleranza zero?”.

Spegni la tv e ti pare che la banderilla si sia piantata. Ma nelle carni del governo.

Vannacci è un nostro problema, non della destra

(di Stefano Feltri – appunti.substack.com) – Caro Luca, grazie di aprire la discussione su come maneggiare il fenomeno del generale Vannacci.

La puntata di Otto e mezzo credo possa contribuire a scuotere tutti quelli che finora hanno derubricato il personaggio a fenomeno marginale, una specie di Marco Rizzo (senza offesa) di destra, cioè un politico di pura testimonianza e nessuna rilevanza.

Per ribaltare una tua battuta molto discussa, è la Pina Picierno della destra, cioè qualcuno che vuole spingere il suo intero mondo di provenienza in una direzione chiara e alternativa, più radicale, di quella indicata dai leader attuali.

Vannacci può essere decisivo, lo sappiamo, con questa e altre leggi elettorali. Quel 4,5-5 per cento che gli viene attribuito nei sondaggi è superiore al punto di partenza di Fratelli d’Italia nel 2013 (1,96 per cento). Può crescere. E già così può influenzare tutta la prossima legislatura.

Tu chiudi il tuo intervento spiegando che Vannacci oggi – e sottolineo oggi – è soprattutto un problema per il centrodestra. Ma, come osservato giustamente da Lina Palmerini durante la puntata di Otto e mezzo, questa è una illusione ottica: fino a poche settimane fa Vannacci era vicesegretario di uno dei principali partiti di governo, la Lega. E nessuno dalle parti di Forza Italia o Fratelli d’Italia ha minacciato di far cadere l’esecutivo e rompere la coalizione per questo.

Dunque, Vannacci può tranquillamente convivere con un centrodestra che certo non ha una grande cultura democratica: Fratelli d’Italia e la Lega hanno avuto e in parte hanno le stesse posizioni di Vannacci su molti temi, Forza Italia è un partito proprietario eterodiretto da una televisione che in questi anni ha costruito, talk show dopo talk show, l’elettorato di Vannacci.

Il conduttore Mediaset più rappresentativo di quella linea editoriale televisiva, Mario Giordano, era uno speaker all’evento di Milano sulla “remigrazione”, termine chiave (per quanto vago) del programma di Vannacci.

Dunque, non bisogna affrontare il caso Vannacci come se fosse un problema per “loro”, intesi come i partiti, i leader e gli elettori di centrodestra. E neppure come se la svolta autonoma di Vannacci fosse un tradimento delle posizioni asserite in passato (vedi servizio di Otto e mezzo).

Non ha mai funzionato contestare ai politici l’incoerenza: non ce n’è uno che passerebbe l’esame. E non è mai consigliabile rinfacciare a un estremista di non essere stato all’altezza dei suoi proclami più incendiari.

Siamo noi ad avere un problema con Vannacci. Intendo noi di centrosinistra, ma più in generale noi che ci riconosciamo in una democrazia costituzionale della quale Vannacci contesta i pilastri.

Con un eloquio più articolato di quello di molti altri leader, Vannacci ha presentato una sua versione sostanzialmente illiberale della democrazia: tutto quello che il Parlamento approva è per definizione legale, non c’è alcun altro criterio per valutare le leggi (che si tratti di abuso d’ufficio o unioni civili).

Già questa posizione che schiaccia la democrazia sul prevalere della maggioranza – non parlamentare, ma elettorale perché ormai l’iniziativa legislativa è quasi solo dell’esecutivo via decreto – è un attacco alla Repubblica come la conosciamo.

E’ il tentativo di reintrodurre per via elettorale e comunicativa una visione pre-costituzionale della vita pubblica. E prima della Costituzione c’era non soltanto il fascismo, ma anche un’Italia con un Parlamento e delle elezioni che però non garantivano gli stessi diritti di oggi ai cittadini.

L’unico principio che Vannacci sembra riconoscere è il suo gusto personale: lui decide chi è degno o no di stare in Italia e chi va deportato, lui stabilisce quali immigrati sono integrabili (sua moglie rumena sì, i musulmani no), lui ha chiaro cos’è l’interesse nazionale e quali alleanze comporta.

Il centrodestra farà i suoi calcoli elettorali e cercherà un modo di tenere dentro il suo perimetro di coalizione i voti di Vannacci.

Siamo noi, che non abbiamo questo problema, a dover ribadire in ogni occasione che Vannacci e tutti quelli che legittimano le sue posizioni si pongono fuori dal perimetro della democrazia per come la conosciamo e per come la vogliamo difendere.

Vannacci è una minaccia ai nostri valori, al nostro modo di vivere, a quelle tutele costituzionali che devono valere anche per gli elettori della destra che invece sono disposti a sacrificarle in nome di qualche miraggio di pulizia etnica e ritorno a un passato immaginario che ricorda più quello venerato dai talebani che quello dominato dalla Democrazia cristiana.

Attenzione a contestargli soltanto la realizzabilità dei suoi progetti estremisti: il problema della remigrazione non sta nei dettagli tecnici e giuridici, ma nelle sue premesse, nell’obiettivo che vuole realizzare.

Contestare a Vannacci le minuzie su quali e quanti Paesi collaborerebbero o su quanto costerebbe alle casse dello Stato caricare le persone sgradite sui voli charter è un po’ come aprire un dibattito con Adolf Eichmann sui percorsi ferroviari più rapidi per arrivare ai campi di sterminio e sulla rapidità della deportazione dai ghetti.

In Germania si sono posti troppo tardi il problema di come gestire un partito, Alternative für Deutschland, che rappresentava una minaccia per la democrazia tedesca. Si può gestire – anche mettere fuori legge – un partito piccolo, non un partito dal 26 per cento potenziale.

Vannacci si ispira ad AfD vuole e portare in Italia – l’altro Paese che ha sperimentato il nazifascismo e lo sta dimenticando – e noi, di nuovo nel senso di noi democratici, dobbiamo impedirlo.

Vannacci non è folklore, è una minaccia all’idea di convivenza civile e come tale va trattato. Con tutti gli strumenti, pacifici ma risoluti, che la nostra democrazia costituzionale ci mette a disposizione.

Prima che sia troppo tardi, cioè prima che abbia tanto consenso da diventare inarrestabile e prima che conquisti quelle istituzioni che potrebbero – e dovrebbero – fermarlo.


A un anno dalle elezioni politiche, bisogna parlare agli elettori o scacciarli?


(dagospia.com) – Questo Pd è proprio falce e…mart-Elly! Preparate le bandiere rosse, tirate fuori l’eskimo dalla soffitta: il 12 giugno a Roma torna la festa dell’Unità (che quest’anno si sposta dalle centralissime Terme di Caracalla alla meno glamour Villa Lazzaroni, nel quartiere Appio Latino).

Sarà una messa cantata del vuoto pneumatico massimalista, a immagine e somiglianza del partito modellato da Elly Schlein: radicalismo woke, idealismo gruppettaro, supercazzole da acchiappanuvole, Gaza Cola e sinistrismo sciattone in Birkenstock. E già qui potremmo avere un mancamento. Ma il supplizio è ben peggiore.

A tagliare il nastro che inaugura la kermesse sarà Marta Bonafoni, la madre badessa radical del Nazareno, potente coordinatrice della segreteria di Elly Schlein (le due si sono conosciute nell’Agro pontino dei Sikh in una “missione” anti caporalato…).

I feticisti dell’evento rischiano subito un attacco di letargia con il dibattito sugli 80 anni di voto alle donne che mette insieme la capogruppo dem alla Camera Chiara Braga, la 71enne Livia Turco, la voce (e punto croce) della letteratura postcoloniale Igiaba Scego (racconterà ancora che il generale Graziani regalava caramelle al padre?), la portavoce della conferenza delle Democratiche di Roma Maddalena Vianello e Barbara Leda Kenny, nuova presidente della Casa Internazionale delle Donne.

Uno schieramento di “pasionarie” che metterebbe in fuga perfino Nilde Jotti. I temi della Festa, d’altronde, sono quelli cari a Schlein: diritti civili e lotta al patriarcato. Un ragionatissimo modo per spingere gli elettori tra le braccia di Vannacci.

Ma non finisce qui. Il programma regala un incontro con Laura Boldrini e Monica Cirinnà (ma poi i 24mila ritrovati nella cuccia del cane li ha dati in beneficenza?) sulle politiche per la comunità Lgbtqia+, intitolato “Un Paese per tutt?”. Immancabile l’uso della “schwa” per avvicinare le masse e convincerle a buttarsi a destra.

Ma dove l’“agenda femminista” tocca il suo apice sarà nel dibattito contro “le gabbie della destra patriarcale” a cui è stata chiamata a offrire la sua imperdibile testimonianza, Michela Di Biase, maritata Franceschini.

Una carriera iniziata dal basso, come consigliera municipale, poi decollata dopo l’incontro con Su-Dario.

Una scalata che l’ha portata prima al Consiglio comunale di Roma, poi alla regione Lazio e poi in Parlamento.

Sempre battagliando contro il patriarcato in cui il cattivissimo maschio bianco domina e determina.

In questa edizione 2026 della Festa dell’Unità, insomma, lo scollamento dal Paese reale è totale. All’economia viene dedicato solo un “panel”, così come alla sanità. E per non farsi mancare nulla, per l’occasione, viene scongelata pure Cecile Kyenge, ex ministra per l’integrazione del governo Letta, celebre per essere stata apostrofata “orango” dal leghista Calderoli.

Ma un focus sul lavoro, stipendi e tasse nun se fa’? Il tema delle bollette e del caro-energia sono troppo prosaici per i dem?

Visto che tra un anno si andrà al voto, come si convinceranno gli elettori a scegliere lo sgarrupato Pd? Con femminismi e temi gayfriendly? Auguri.

Di sicuro non mancheranno le solite tiritere eco-insostenibili. Tra un panino e un panel, i malcapitati astanti potranno sciropparsi una bella lezione di economia domestica dall’eurodeputata schleiniana di ferro, Annalisa Corrado. Con il suo ambientalismo stropicciato, magari porterà avanti la sua ostinata lotta contro Il ferro da stiro: “Lo abolirei perché abbiamo un problema di risorse energetiche”.

E i riformisti del Pd? Ci saranno? No, sono spariti. Trattati come appestati. A rappresentare la minoranza dem ci sarà solo l’ultimo giapponese della fu “terza via” blairiana, Filippo Sensi, in un dibattito sul “sostegno psicologico” (che forse serve per restare nel Pd).

Tra speech autoreferenziali, pensieri lunghissimi e presentazioni di libri che sembrano generati dall’Intelligenza Artificiale (come “Superdiversa. Itinerari nella Roma plurale”, che suona come singolare cazzata), uno dei pochi incontri utili è quello tra Ernesto Maria Ruffini, l’ex esattore in chief dell’Agenzia delle Entrate, che sta lavorando alla “gamba centrista” del Campo Largo, e il sindaco-ombra di Roma, Claudio Mancini.

Ai tempi del Pci, quando la politica era inserita in un contesto quotidiano, la festa dell’Unità era condivisione di un linguaggio, di un ambiente, di una visione.

Con il Pd, che avrebbe dovuto esaltare l’incontro di due culture, quella socialista e quella cattolica, di unità ce n’è poca e della festa che fu non sono rimaste neanche le salamelle.

La kermesse non sarà chiusa dal discorso del segretario, come avveniva un tempo: Schlein sarà ospite martedì 23 giugno mentre la chiusura della Festa, domenica 28, è affidata a Nicola Zingaretti. Ciao core…


Il ritorno della passione per l’atomica


Anche in Europa la corsa agli armamenti nucleari sta accelerando in maniera paurosa

Un aereo da combattimento Rafale F4 (afp)

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – “Sta tornando attuale la minaccia atomica che avevamo relegato ai libri di storia”. Guido Crosetto sa quello che dice. E se un ministro della Difesa pronuncia queste parole davanti al Parlamento, allora è il caso di porsi qualche domanda. Perché anche in Europa la corsa agli armamenti nucleari sta accelerando in maniera paurosa. La Francia offre di mettere le altre nazioni dell’Unione sotto “l’ombrello” del suo arsenale, l’unico indipendente dagli Usa, che conta circa 290 testate. Dopo il discorso di Macron del 5 marzo, Parigi prosegue i colloqui con Berlino e sta definendo una serie di trattati di sicurezza bilaterali: l’ultimo è stato siglato con Oslo e reso concreto dall’atterraggio sulle piste norvegesi dei caccia Rafale modificati per lanciare missili con ogiva nucleare, gli stessi che nello scorso settembre erano apparsi in Polonia. L’Eliseo ha formulato una dottrina chiamata “deterrenza avanzata”, esterna alla catena di comando Nato e però presentata come complementare all’Alleanza atlantica.

Al presidente Trump del Vecchio Continente importa molto poco ma non vuole cedere spazio strategico a Macron. Ecco che sta proponendo l’allargamento del “club nucleare” a PoloniaLituaniaLettonia ed Estonia: i Paesi che si sentono più minacciati dalla Russia.

Le discussioni riguardano le bombe tattiche “a caduta libera” B61 sganciate dai jet. Il governo di Vilnius ha spiegato che gli ordigni statunitensi verrebbero trasferiti concretamente sul territorio lituano soltanto in situazione di crisi: si tratta di costruire le infrastrutture, tenendo presente che i Baltici non hanno aerei da combattimento.

Non si sa quale sia l’oggetto delle discussioni tra gli Usa e la Polonia, potenza militare emergente che già partecipa alle esercitazioni atomiche della Nato. All’inizio del 2024 Varsavia ha chiesto all’amministrazione Biden di ottenere lo stesso schieramento esistente dagli anni Sessanta in ItaliaGermaniaBelgioOlanda Turchia. In questi Paesi ci sono le B61 di proprietà Usa che nell’ora più buia verrebbero caricate sui caccia delle aviazioni nazionali: per la nostra aeronautica toccherebbe al Sesto Stormo di Ghedi (Brescia).

All’epoca la domanda polacca è stata respinta, ora però i russi hanno messo testate in Bielorussia destinate a essere utilizzate dai militari di Lukashenko. È un’inversione storica: per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda è aumentato il numero di Paesi europei dove sono dislocate armi atomiche. Le capacità operative del contingente di Minsk sono state testate a maggio. E subito dopo il Cremlino ha ordinato le grandi manovre di tutti i suoi strumenti dell’Apocalisse: sottomarini, bombardieri, missili balistici. La retorica nucleare è sempre più frequente nei discorsi ufficiali russi: viene considerata dagli analisti uno strumento di pressione nei confronti dell’Ue.

Di fronte agli insuccessi nel conflitto ucraino, in queste ore a Mosca i “falchi” insistono nell’invocare l’uso di testate “tattiche”. Sono solo parole? In un mondo dove la forza è diventata l’unico strumento per dirimere le controversie internazionali, questa passione per la Bomba non è solo contagiosa ma soprattutto pericolosa.

Il bastone del comando

Dietro le controffensive ucraine che, seppur su scala ridotta, stanno mettendo in difficoltà i russi c’è la spinta del nuovo generale a cui dallo scorso aprile è stato affidato il comando del settore Est, che gestisce tutti i fronti più caldi da Zaporizhzhia a Kharkiv passando per il Donetsk. Viktor Nikoljuk, 51 anni, è un combattente e un organizzatore. Ha il soprannome di “Vento”, che però non nasce dalla velocità di azione: lo accompagna dai tempi dell’accademia – che ha frequentato nel 1996 – per i suoi rapidi cambiamenti di umore.

La sua formazione di carrista è stata ancora di matrice sovietica, pure nelle scuole di stato maggiore, portandolo a dubitare dell’efficacia dei criteri di istruzione ucraini. Nel 2013 è al vertice della 92ma brigata corazzata, una delle migliori unità: qui comincia a fare di testa sua, introducendo nuove tattiche. Scelte che si rivelano vincenti l’anno dopo, quando lo scoppio del conflitto nel Donbass cambia tutto. Interviene con i suoi tank per liberare alcune unità circondate ed è sempre in prima linea, dove viene ferito nel novembre 2015.

Il suo successo più noto è la cattura di due sabotatori del Gru, il servizio segreto militare di Mosca, che dimostra il coinvolgimento della Russia nella secessione. Sette anni dopo, l’invasione lo ha colto nel comando Nord: ha subito sparpagliato fuori dalle caserme uomini e mezzi per sfuggire ai bombardamenti, poi ha usato le due brigate di punta per difendere Chernihiv dall’assalto di trenta gruppi tattici nemici e sbarrare l’autostrada M02.

Due iniziative decisive per la resistenza della capitale, a cui partecipa sulla linea del fuoco, che gli valgono la nomina a “Eroe dell’Ucraina”. Nel marzo 2023 diventa responsabile nazionale dell’addestramento: c’è una massa di volontari che hanno indossato la divisa e vanno trasformati in soldati. In un anno il generale rivede criteri e strutture della formazione, cercando di far sì che vengano insegnate le cose necessarie sul campo di battaglia. Poi gli tocca il primo passo della metamorfosi per integrare le brigate in corpi d’armata e rendere più compatto e dinamico lo schieramento. Quando l’offensiva dell’estate 2025 minaccia il Donetsk, prende la guida delle unità impegnate nella difesa delle città-fortezza.

A ottobre c’è una crisi nel distretto di Dnipropetrovsk che fa vacillare la tenuta dell’intero fronte: il comandante del 20° corpo viene rimosso e Nikoljuk riesce a fermare l’affondo in profondità dei russi. Il contrattacco che ha riconquistato la città strategica di Kupyansk è una sua idea. È molto popolare, perché si prende cura delle condizioni dei suoi uomini, garantendo equipaggiamenti, cibo e periodi di riposo. Ripete spesso: “La vita di un soldato è la cosa più importante e questa deve essere la priorità per l’intera leadership, da chi guida il reparto fino al presidente dell’Ucraina”. Inoltre è un innovatore, che già nei primi mesi di guerra ha compreso le potenzialità dei droni e oggi ha introdotto le tattiche di impiego che stanno paralizzando i rifornimenti russi: “La guerra si evolve ogni anno e noi dobbiamo essere al passo con i cambiamenti”.

Macchine di guerra

Nel proliferare di droni assassini sempre più autonomi e letali che stanno invadendo i campi di battaglia di tutto il pianeta, c’è un piccolo segnale di speranza. Viene dallo Stretto di Hormuz dove per la prima volta gli americani hanno salvato con un battello unmanned l’equipaggio di un elicottero abbattuto e precipitato in mare. L’operazione è stata condotta con un drone marittimo dell’Us Navy costruito dalla Saronic, “l’unicorno” navale della robotica che sta facendo incetta di contratti del Pentagono. Dal punto di vista nautico, il Corsair è un motoscafo banale. Lungo 7 metri, tocca i 35 nodi l’ora e trasporta un carico di 450 chili per mille miglia. La differenza sta nei sistemi per pilotarlo da grande distanza, integrando una connessione satellitare e un sistema di intelligenza artificiale che gestisce la rotta ed evita gli ostacoli. Il soccorso di Hormuz fa intuire quali potranno essere le ricadute civili della dronizzazione bellica: sono state accumulate esperienze in condizioni veramente estreme, che permetteranno di creare imbarcazioni, elicotteri e mezzi terrestri in grado di intervenire per le ricerche e i soccorsi oppure consegnare cibo e medicinali ovunque. Robot low cost e semplici da utilizzare, che invece di uccidere si occuperanno di salvare esseri umani.

L’onere delle armi

A metà maggio il governo ha sottoposto al parere del Parlamento l’acquisto di un satellite per le telecomunicazioni militari Sicral – Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate ed ALlarmi – con capacità potenziate. Sarà di progettazione nazionale: nel documento non sono citate, ma in genere se ne occupano Thales Alenia Spazio e Telespazio. Ovviamente, sarà disponibile anche per coordinare gli interventi di protezione civile in caso di calamità.

La spesa prevista è di 300 milioni, in più rate dal 2027 al 2031. L’apparato fa parte del programma per mantenere attiva la costellazione in orbita geostazionaria che garantisce le comunicazioni sicure. In base ai documenti inoltrati alle Camere, la gestione di questo piano spaziale è segnata da ritardi e ripensamenti.

A partire dal 2001 sono stati lanciati tre Sicral e uno ha cessato l’attività nel 2021. Nel 2022 è stata prospettata l’urgenza di mandarne uno in orbita entro quattro anni, per non perdere lo slot spaziale assegnato all’Italia e perché erano emerse “inattese avarie”. Solo ora però è stata varata la costruzione del nuovo Sicral, che introdurrà numerosi miglioramenti rispetto ai predecessori.

Un anno fa, il governo Meloni aveva già rimodulato l’iniziativa prevedendo due satelliti chiamati “Sicral 3” con un investimento di 767 milioni: rispetto al piano iniziale c’è stato un aumento di 277 milioni, dovuto alla necessità di rendere più protetti i sistemi e i segnali. Va sottolineato come oggi la Nato spinga per introdurre reti di satelliti con caratteristiche diverse: piccoli, in orbita bassa, meno costosi e numerosi. Per capirci, propugna il modello Starlink molto diverso da Sicral.


Silvestri (M5s): “Meloni con le ginocchiere? Non erano parole sessiste. La malizia è di chi guarda”


Il deputato del Movimento 5 Stelle dopo la bagarre nell’Aula di Montecitorio che hanno causato la reazione della presidentente del Consiglio: “Sono quattro anni che distraggono con la loro comunicazione”

(di Manolo Lanaro – ilfattoquotidiano.it) – “Dopo il referendum sia detto che la linea del governo Meloni era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Trump e Netanyahu, lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. Queste le parole del deputato 5 Stelle, Francesco Silvestri, nell’Aula di Montecitorio che hanno innescato la reazione furente della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel corso della sua replica durante il dibattito parlamentare sul prossimo consiglio europeo. “Il riferimento era sulla postura del governo” dichiara Silvestri ai cronisti fuori dalla camera dei Deputati,.

“Purtroppo la storia di questo Paese è di uomini che si sono inginocchiati ai poteri forti, quindi non c’è nessun riferimento sessista in nessun modo, poi se qualcuno ha voluto strumentalizzare per cambiare l’oggetto della giornata parlamentare che verteva su cose estremamente importanti, io non posso farci nulla” la difesa di Silvestri.

Parole che sono state un autogol? “Loro hanno fatto un artifizio comunicativo in mancanza di risposte politiche più concrete. Probabilmente – continua il deputato del Movimento 5 Stelle – quando non si hanno risposte in materia economica e sociale, rispetto ai provvedimento che si fanno e rispetto alla politica estera disastrosa di questo governo probabilmente ci si attacca ad un termine”.

Polemiche sulle frasi di Silvestri (M5s): “Meloni non si è mai rialzata, ha cambiato ginocchiere”. Lei: “Mancato rispetto delle donne”

Fdi chiede “un’istruttoria”. La vicepresidente della Camera dem Anna Ascani si è scusata con l’Aula: “Se avessi colto il senso che poi è stato descritto sarei intervenuta”

Polemiche sulle frasi di Silvestri (M5s): “Meloni non si è mai rialzata, ha cambiato ginocchiere”. Lei: “Mancato rispetto delle donne”

(ilfattoquotidiano.it) – Polemiche per la dichiarazione del deputato M5s Francesco Silvestri che, nel corso del dibattito dopo le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo, l’ha accusata “di non aver raddrizzato la schiena nei confronti di Netanyahu e Trump”, ma “di aver semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. A lui ha replicato direttamente la premier: “Boldrini si è indignata perché il collega si rivolgeva alla sottoscritta dicendo ‘signor presidente’. Mi chiedo se questo sia davvero il punto del rispetto delle donne. O sia piuttosto quello di ascoltare un collega che mi dice che ho indossato delle ginocchiere. Collega Silvestri, quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una donna che è arrivata dove è arrivata senza mai indossare delle ginocchiere, senza favoritismi e senza scorciatoie. Vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci di proporla”.

Le frasi di Silvestri hanno scatenato le proteste della maggioranza, ma hanno raccolto anche solidarietà tra le opposizioni. La vicepresidente della Camera dem Anna Ascani si è scusata con l’Aula: “Se avessi colto nelle parole di Silvestri il senso che poi è stato descritto sarei intervenuta”, ha detto. “Valuterà il collega se intervenire per chiarire quelle parole. Mi scuso per quello che è stato colto come una mia mancanza. Non ho colto questo senso e di questo mi scuso”.

Silvestri, intercettato in Transatlantico, ha chiesto di “non strumentalizzare le sue parole”: “Sono quattro anni che questo governo è inginocchiato a Trump e alla politica di Netanyahu: ecco spiegato l’arcano delle mie parole”, ha dichiarato. “Se poi qualcuno ha voluto trasformare l’accusa che ho rivolto ad una chiara postura politica in un atteggiamento sessista, allora c’è malafede al solo fine di strumentalizzare e nascondere la verità. Tra l’altro lo ha fatto non avendo nessuna contezza della mia storia politica né di quella del Movimento 5 Stelle. La mia cultura è diversa da quella di qualcun altro: io mi chiamo Silvestri e il mio cognome finisce con la I e non con la O”.

A Meloni ha risposto anche la dem Laura Boldrini: “La presidente del Consiglio non perde occasione per usare le istanze femministe a proprio uso e consumo, strumentalizzandole, anche nell’aula di Montecitorio. Sì, ho manifestato insofferenza quando il collega di Fdi continuava a dire “signor presidente” rivolgendosi a Giorgia Meloni perché considero ridicolo che una donna si faccia chiamare al maschile. Ridicolo e contrario alla grammatica italiana. Come considero deprecabile dire a una donna che ‘indossa le ginocchiere’ per rappresentarne la subordinazione politica a un uomo. Una frase, per altro, successivamente chiarita dal collega Silvestri. La difesa delle donne, signora Presidente, passa da molte cose”.

Presa di distanza anche dal leader di Azione Carlo Calenda: “Mi faccia dire, immagino anche da parte di tutte le opposizioni, che siamo lontani e indignati dalle cose dette alla Camera su ginocchiere o non ginocchiere”, ha dichiarato. Mentre Fratelli d’Italia chiede “si apra un’istruttoria”: “È vergognoso – ha stigmatizzato nel suo intervento Paolo Trancassini di FdI – dire che qualcuno dovrebbe mettersi le ginocchiere anziché alzare la testa, lo dico alle belle anime della sinistra: sapete perfettamente quando si dice a una donna che si debe mettere le ginocchire davanti a un uomo. Questo è un fatto vergognoso!”. Trancassini ha chiesto alla presidenza di intervenire: “mi auguro che si apra una istruttoria“. “Verificheremo assolutamente”, ha detto il presidente Lorenzo Fontana.


Il bluff dei meloniani sulla legge elettorale: preferenze in aula, per farsele bocciare


Donzelli, plenipotenziario del partito, fa sapere che presenterà “un emendamento per introdurle”. Con la spavalderia di chi combatte una battaglia popolare, ma la tranquillità di sapere che la perderà

Il bluff dei meloniani sulla legge elettorale: preferenze in aula, per farsele bocciare

(di Serenella Mattera – repubblica.it) – Bluff più palese non potrebbe esserci. Le preferenze!, chiede a gran voce Fratelli d’Italia. “Presenteremo un emendamento per introdurle in aula”, fa sapere Giovanni Donzelli, plenipotenziario del partito. Con la spavalderia di chi combatte una battaglia popolare, ma la tranquillità di sapere che la perderà.

È il grande refrain del Melonellum, la legge elettorale scritta in gran fretta dalla destra di governo agli sgoccioli della legislatura, per disegnarsi un sistema di voto più favorevole alle prossime politiche. Una legge che cammina sul filo dell’incostituzionalità nelle sedi istituzionali, mentre calca i tasti più dolci sul fronte sulla propaganda.

Uno, in particolare. “Noi vogliamo le preferenze”, dichiarano gli alti dirigenti del partito di Giorgia Meloni. E alla fine di ogni vertice fanno sapere che dalla presidente del Consiglio discende quella ferrea volontà: preferenze, preferenze, preferenze. Per restituire agli elettori la scelta dei parlamentari.

E però, la legge che porta l’impronta della premier e la firma dei suoi più fidati dirigenti, surfa spudoratamente sulla volontà degli elettori con listini e listoni bloccati (da ultimo una correzione prova a ridisegnare il listone, ma solo per superare il forte rischio di incostituzionalità). Che vuol dire? Vuol dire che chi entrerà in Parlamento lo sceglieranno i leader – Meloni per prima – e per essere eletti bisognerà convincere non i votanti dando risposta ai loro bisogni, ma i capi di partito entrando nelle loro grazie.

Anche oggi è così, sia chiaro. Ci sono listini bloccati nel proporzionale del vituperato Rosatellum. Ma quella legge, di epoca renziana, conserva una quota di collegi uninominali dove la partita è vera, i partiti devono stare attenti a indicare il candidato giusto, perché è determinante per guadagnarsi il consenso degli elettori.

Ma ora il Melonellum quei collegi li cancella, perché soprattutto al Sud rischiano di sfavorire il centrodestra, premiare il centrosinistra se resterà unito. E affida la scelta dei futuri parlamentari agli elenchi che saranno fissati in listini (e listoni) bloccati. Una distorsione evidente, una sottrazione di sovranità palese al corpo elettorale. Una macchia nella propaganda della destra di governo, che presenta la sua legge come un sistema “anti inciuci”, grazie al premio di maggioranza che promette agli italiani di poter determinare con chiarezza chi andrà a palazzo Chigi. Per cancellare quella macchia, per nascondere la sottrazione al votante di un pieno potere di scelta, Meloni che fa? Le preferenze!, promette.

Le ha sempre sostenute, nessuno può negarlo. E di sicuro a livello personale non può temerle. Ma chi le vuole? Non i suoi principali alleati. Non la Lega, non Forza Italia. Roberto Calderoli nelle riunioni con gli sherpa dei partiti ha avvertito a più riprese che se passassero in prima lettura alla Camera, in seconda lettura al Senato i salviniani farebbero saltare la legge. E Antonio Tajani dichiara che “se ne può fare a meno”, mentre i suoi nei vertici ristretti sono ancora più netti: non se ne parla.

Che decide di fare dunque il partito che guida la coalizione? Propone le preferenze, per salvare ogni apparenza, ma le fa affossare nell’aula di Montecitorio, dove sul tema si decide a scrutinio segreto. C’è da scommettere – questo il calcolo – che non solo chi lo dichiara apertamente, ma anche i deputati eletti in listini bloccati e con poco consenso sul territorio voterebbero contro. È facile che si oppongano anche quei peones di FdI che in pubblico non oserebbero mai contraddire la leader.

E dunque, ecco il grande – palese – bluff. Fratelli d’Italia presenterà in aula un emendamento per introdurre nella sua legge elettorale le preferenze. Per farselo bocciare dal voto segreto. E così accontentare gli alleati della maggioranza e consegnare alle segreterie dei partiti l’onnipotenza nella scelta dei loro candidati. Dentro o fuori i listini bloccati: in alto chi di sicuro sarà eletto, in basso chi viene ammesso a correre alle politiche, ma non ha la garanzia di vincere un seggio.

È così palese il bluff, che i meloniani pare stiano facendo di tutto per non mettere ai voti in commissione un emendamento sulle preferenze: lì il voto è palese ed emergerebbe platealmente la spaccatura nella maggioranza. Che è anche una spaccatura dell’opposizione, dove vivono posizioni altrettanto sfaccettate e uguali e contrarie ipocrisie. Ma il centrosinistra da questa partita è tagliato fuori. La legge, ormai è chiaro, la farà il centrodestra. Quella legge (con grande premio di maggioranza e listini bloccati) tornerà utile a molti anche a sinistra, ripetono i meloniani. Ed è sicuramente vero. Ma è sul grande bluff della destra che si sofferma oggi questa newsletter, perché tant’altro sarebbe da dire, ma il voto segreto arriverà a coprire almeno una delle tante ipocrisie.


Vannacci esce vincitore dallo studio di Lilli Gruber perché il calcio di rigore gliel’ha servito lei


Ogni domanda era un campo aperto, e lui, con il suo stile schietto, asciutto, ci ha messo il piede dentro con naturalezza

(Vincent Russo – ilfattoquotidiano.it) – Diciamocela tutta: se la puntata di Otto e Mezzo di ieri sera fosse stata una partita di calcio (e per alcuni lo è stata), il tabellone segnerebbe 0-1. Non una goleada. Un gol su calcio di rigore, perché il rigore lo ha fischiato la Gruber da sola, da sé, con le sue mani e Vannacci ha segnato.

Vannacci esce meglio di come è entrato. Ma non grazie a chissà quale performance straordinaria, era teso, si vedeva: dice bene Patrick Facciolo nella sua analisi sulla prossemica del generale, è la sua prima nel teatro (televisivo), non è Matteo Renzi, non è un animale politico, dà il meglio in birreria o davanti ai commilitoni, non sotto i riflettori di La7.

Esce meglio perché Lilli Gruber gli ha servito sul piatto, uno dopo l’altro, i temi su cui lui è forte. L’emigrazione, i diritti Lgbtq+, la normalità (su cui lui gioca con il significato, a un certo punto dice “datemi uno Zingaretti” riferendosi erroneamente al dizionario Zingarelli probabilmente).

Persino la questione delle quote di genere. Ogni domanda era un campo aperto, e lui, con il suo stile schietto, asciutto, da militare ultra decorato che non sembra curarsi di piacere a tutti, ci ha messo il piede dentro con naturalezza. Non ha vinto il confronto. Ha vinto il campo.

Salvatore Merlo, su Il Foglio, ha parlato di “effetto Gruber”. Io di effetto Streisand avevo già scritto quando il libro scalava le classifiche Amazon prima ancora di scalare i sondaggi. Effetto Gruber però tutto da dimostrare, comunque. Vannacci è già in ascesa per conto suo, non nasce da una puntata televisiva e non muore per una brutta intervista. Semmai, la domanda è: quanto ha accelerato?

Lo vedremo nelle prossime settimane. Vediamo se qualche clip dell’intervista di ieri diventi virale (che è la vera cifra del successo e della popolarità dell’intervista). Facciamo attenzione a questo, perché è ovvio che non tutti hanno guardato la puntata in tv ieri sera.

Sul vestire – altra cosa che molti hanno notato – il generale non bada e in studio si presenta con una camicia a righe verticali sbottonata, e fa bene perché resta nel personaggio. Lui è un militare ultra decorato: se interpreta i pensieri della destra, lo fa con una credibilità che un politico di professione non avrà mai. Non recita una parte, la parte ce l’ha cucita addosso da decenni. È il Gladiatore: quella postura l’ha studiata, quei gesti, quel modo di stare nello spazio che sembra Russell Crowe nel film. L’arena, la folla, il condottiero.

Che piaccia o no, funziona, perché è archetipico. E funziona anche con chi non voterebbe mai FdI o Lega. Lo spiegava Pagliaro in trasmissione commentando i dati Demopolis: Vannacci attrae elettori che vanno oltre il bacino tradizionale della destra identitaria. Vota di pancia, la gente, sospende il giudizio razionale. E il discorso di Vannacci, che lo si voglia ammettere o no, fila.

È lakoffiano (George Lakoff fu l’autore del concetto di frame) senza saperlo: padre di famiglia premuroso, ordine, semplicità, identità. Arriva dritto, senza mediazioni, parla un buon italiano frutto di buone scuole (maturità scientifica e Accademia di Modena), senza il carico di linguaggio codificato che la sinistra si porta dietro come un guscio di una lumaca.

La sinistra (rappresentata in studio dalla Gruber) ha perso la scena non perché Vannacci fosse brillante, ma perché si è presentata con gli strumenti sbagliati. In studio c’era anche la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, e a un certo punto sembrava quasi “donne contro uomini”, femminismo contro patriarcato. E lì Gruber ha perso definitivamente il filo. Perché certi temi, le quote rosa, l’alternanza di genere alle elezioni, tutta la grammatica woke, stonano persino a sinistra, figurati per la maggioranza degli italiani tradizionalisti.

Ricordiamoci che il primo presidente del Consiglio donna in Italia lo ha espresso la destra. Se hai costruito per anni meccanismi di alternanza, quote, parità di genere e poi la prima donna a Palazzo Chigi arriva da Fratelli d’Italia ex Msi, il discorso viene meno.

Vi ripeto: ieri non è stata una grande partita, alle elezioni manca ancora molto e sicuramente riapparirà in tivù dalla stessa Gruber o in un’altra importante trasmissione. Il suo discorso è pericoloso ma funziona, perché non è un populismo qualsiasi: è turbo-populismo, c’è il concreto rischio che il suo partito diventi l’AfD italiana. C’è un condottiero, c’è una narrativa, c’è un nemico riconoscibile (lo straniero, l’altro, il diverso). E la sinistra purtroppo non ha ancora un antidoto.

Non ce l’ho io la ricetta, per carità. Ma so che se continui ad appiattire il tuo discorso sui diritti civili, perdi. Se rimani sul tema immigrazione con il linguaggio che hai usato finora, perdi. Non perché quei temi non contino, contano eccome, ma perché stai giocando in casa sua, con le sue regole, sul suo campo con i suoi frame.

I sondaggi adesso lo danno intorno al 5%. Io non ci credo. Ha già superato il 10, nella testa della gente. Poi si vedrà se si fermerà sotto il 20 o andrà oltre, è ovvio che peseranno i sondaggi per fare decidere il generale per un’alleanza con la destra o meno.

Lo 0-1 di ieri sera è però recuperabile. La goleada, per ora, non c’è stata. Ma la sinistra deve smettere di regalargli i rigori.


Alla sinistra ci vorrebbe un Vannacci


(di Marcello Veneziani) – Ci vorrebbe un Vannacci a sinistra. Non lo dico per seminare panico e zizzania in quel corpo decomposto che va sotto il nome di campo largo, unito solo dall’antimelonismo. Figuriamoci. E non lo dico perché quel cartello è sottoposto a uno stress serpeggiante che attraversa pure le viscere del fronte meloniano: la tentazione di convergere al centro, di alleare le forze centriste di ambo gli schieramenti, di riproporre la solita alternativa al sistema bipolare, che in Italia non trovando ormai da lungo tempo forza elettorale, ripiega poi sull’invocazione dei Tecnici, sotto la vigilanza europea. Si, perché quel centro che genera sospiri in alcune fasce importanti del nostro paese, con alti patrocini istituzionali, ha solo un piccolo, eterno problema: da solo non ce la fa, arriva al dieci forse al quindici per cento, e se riesce a imbroccarle tutte, al venti, ma sempre meno degli altri due poli pur scassati, che rappresentano in modo grottesco la protesi della destra e la protesi della sinistra.

Per ribellarsi a quella recita, si è ingrossato nel mondo del centro destra quel fiume vannacciano, e a questo fenomeno in corso dedicheremo presto una apposita lettura. Vannacci è un po’ il sasso nello stagno del centro-destra, nello stagnante centro-destra però stabile al potere (e quello è l’importante, almeno per i diretti interessati). Ecco, ci vorrebbe un Vannacci anche a sinistra, che getti un sasso nello stagno parallelo e rianimi il paesaggio smorto e stantio. Ma come, direte voi, a sinistra chi non si riconosce nella Schlein ha pur sempre Conte con i suoi 5 Stelle, e poi c’è la sinistra rosso-verde di Gianni e Pinotto o per i più sarcastici dei fratelli de Rege o i frammenti radicali. L’offerta c’è ed è fin troppo varia. E invece vi dico che manca a quel versante proprio lei, la sinistra. Dico la sinistra che ha ancora un nemico principale, il dominio globale del capitale e la tirannia liberista del mercato; come era un tempo ma come oggi dovrebbe essere ancor più di ieri. Ossia una sinistra che non si unisca nel nome stanco e sfibrato dell’antifascismo o dell’antimelonismo, e nemmeno in quello fucsia e carnevalesco dei gay pride, o nella migliore delle ipotesi dei diritti civili che oscurano i diritti sociali, i diritti transumani che sovrastano i diritti umani. Una sinistra sociale, popolare, rivoluzionaria, se è il caso, o seriamente riformista, che non scopre il disagio economico e sociale dei più deboli solo per scaricarlo sul governo in carica ma che ritiene di dover rispondere a una crisi strutturale del sistema economico globale odierno e auspicarne il superamento. Questa sinistra sarebbe inevitabilmente critica verso l’Unione Europea, anche se non antieuropeista; e sarebbe critica verso l’attuale politica estera occidentale, di cui quella italiana è solo un riflesso, sugli scenari dell’est e del medio oriente, dall’Ucraina all’Iran e a Israele, passando per Cuba e il Venezuela. Una sinistra che non insegua l’ideologia americana in versione woke e non scopra l’antiamericanismo solo in funzione anti Trump per poi tornare acquattata all’ombra americana appena riappaiono i coniugi Obama o equivalenti, come fu Biden (ormai fuori uso). Una sinistra che riscopra l’importanza di guardare a est e alla Russia, in particolare. Ma una sinistra che riparta da quei temi e sappia trattare con meno demagogia e più realismo anche i flussi migratori, difendendo a spada tratta i lavoratori sfruttati e malpagati che vengono dai paesi poveri e respingendo fermamente i migranti che sciamano per le strade d’Italia spacciando droga, generando caos e caricandosi sulla sanità e sui servizi pubblici.

Qualcosa del genere già fa Marco Rizzo, a parte la civetteria nostalgica di un certo stalinismo e di una certa aria sovietica da Urss-Cccp. Ma Rizzo raccoglie più simpatie a destra e deve vedersela con Vannacci. Comunque molti dei punti che elabora sono quelli dell’arto mancante: una sinistra sociale verace che ancora crede all’importanza di superare il sistema capitalistico. Sul piano del pensiero quella sinistra può forse ritrovarsi nei discorsi di Diego Fusaro o a volte riaffiora in antichi personaggi storici della sinistra, come Luciano Canfora o Beppe Vacca.

[…]

Pur non essendo di sinistra penso che una sinistra del genere sarebbe preferibile alla sinistra di genere (o di gender) che oggi vediamo; preferibile nel senso di più coerente, più onesta, più verace. Preferibile, intendiamoci, proprio per chi è veramente di sinistra. Certo, minoritaria, ma se è per questo minoritaria è pure la sinistra della Schlein o della dea Salis, quella fucsia-multicolor dei pride. Vuoi mettere la forza imponente di una bandiera rossa (ah, “le belle bandiere” di Pasolini) e le facce dei lavoratori, dei proletari, degli operai (a trovarli), dei quartieri popolari, che oggi si trovano a dover combattere contro un nuovo nemico, ingaggiato dai padroni: la tecnologia, l’Intelligenza Artificiale, che ruba loro posti di lavoro. In una sinistra del genere ci starebbe bene perfino la patrimoniale e l’uso sociale delle case sfitte (il fronte degli espropri opposto al fronte degli sfratti). Poi sul piano politico sorgerà lo stesso problema che sta sorgendo dall’altra parte con Vannacci: bisognerà allearsi con loro oppure no? Sono evidenti i vantaggi e i rischi di una simile operazione.

Non vi sto descrivendo qualcosa che possa interessare a voi, gentili e meno gentili lettori, e neanche a me, a noi; ma è qualcosa che avrebbe una ragion d’essere, qualcosa che deriva dalla realtà e dai suoi bisogni autentici, non qualcosa di calato dall’alto. E nemmeno quella caricatura del sociale rappresentata oggi dal sindacato pensionati Cgil, che mantiene il grugno conflittuale, ben rappresentato dalla fisiognomica di Landini, ma è ormai fuori da una vera sinistra sociale e anticapitalista, di lotta e di alternativa.

Compagni trovatevi il vostro Vannacci: un generale dietro la collina, un po’ garibaldino, vi sta aspettando.


Grazia a Minetti, solo Giordano e pochi altri fuori dal coro: “Solidarietà”


Grazia a Minetti, solo Giordano e pochi altri fuori dal coro: “Solidarietà”

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Affidandosi ai migliori speleologi e alle tecnologie più avanzate siamo riusciti a scovare un paio di colleghi giornalisti che, sprezzanti del pericolo, hanno deciso di esprimere solidarietà a questo giornale. Non per forza difendendo nel merito le inchieste sulla grazia a Nicole Minetti, ma anche solo per la sproporzionata richiesta di danni da 250 milioni di dollari intentata dai Cipriani e per la relativa claque mediatica che brama non un risarcimento, ma la chiusura di un quotidiano. E se ne vanta. Ieri Mario Giordano, firma della Verità, ha detto la sua rispondendo a un lettore: “Marco Travaglio sa bene come difendersi. E si difenderà. Sulla grazia della Minetti i dubbi erano legittimi, e per quanto mi riguarda lo sono ancora. Ma non è questo il punto. Quello che non mi piace è l’euforia che piglia tanti potenti (e purtroppo anche tanti miei colleghi) quando si apre la possibilità di spegnere una voce libera. Cantare fuori dal coro non è mai stato così pericoloso come oggi, purtroppo”. Una presa di posizione ancor più rilevante visto che la Verità nei giorni precedenti ha tenuto tutt’altra linea.

Finora altre parole di solidarietà sono arrivate solo su un paio di giornali. Uno è Il Secolo XIX con un editoriale del direttore Michele Brambilla: “Se anche il Fatto avesse sbagliato, l’errore non può comportare, come alcuni vorrebbero e addirittura invocano, la sua morte”. L’altro è il Giornale d’Italia diretto da Luca Greco, su cui è uscito un editoriale a difesa del Fatto: “Marco Travaglio non si arrende (e fa bene): quando la verità resta fuori dalla porta e il potere brinda da solo”. Poi? Nei giorni scorsi, l’editorialista della Stampa Marcello Sorgi, ospite in tv, ha provato a dire che il Re è nudo: “Ma voi vi aspettavate che la Procura generale dicesse ‘Sì, ci siamo sbagliati’? Ma dài!”. Al momento i sovversivi stanno bene e si trovano in un luogo protetto. Sarà nostra premura scongiurare odiose rappresaglie fisiche: su quelle in tribunale, soprattutto a New York, non possiamo garantire.


Ombre e dubbi sullo Stretto


(di Vincenzo Musacchio – lanotiziagiornale.it) – L’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma, che ritiene di poter contestare delitti di corruzione e di rivelazione di segreto d’ufficio attorno al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, non è riducibile a un mero fascicolo di cronaca giudiziaria. Al contrario, l’ipotesi accusatoria descrive con forza la dinamica di un malcostume che, secondo l’impianto emerso, avrebbe radici sistemiche: la sovrapposizione tra interessi politico-amministrativi e organismi chiamati a esercitare controlli imparziali. In tale prospettiva, la vicenda assume un valore paradigmatico, perché riguarda non soltanto singoli presunti comportamenti, ma la tenuta complessiva delle regole di legalità e trasparenza che dovrebbero governare la spesa pubblica, soprattutto quando si tratta di opere di portata nazionale e di ingente impatto economico. Al centro dell’indagine condotta dal ROS dei Carabinieri vi è, secondo quanto riportato da fonti di stampa, un presunto tentativo di “blindare” l’opera. Tale “blindatura” non sarebbe stata fondata sulla solidità delle verifiche tecnico-ingegneristiche né sulla sostenibilità finanziaria complessiva, ma sulla capacità di neutralizzare preventivamente o condizionare l’esame più delicato e temuto: il controllo di legittimità e di merito attribuito alla Corte dei Conti, che già nell’autunno precedente aveva formulato rilievi negativi sul progetto definitivo. La questione, dunque, non sarebbe limitata alla correttezza formale di un procedimento, bensì investirebbe il cuore stesso della funzione di controllo, cioè la verifica che l’impiego di risorse pubbliche avvenga nel rispetto delle norme e dei vincoli di finanza pubblica. Dalle ricostruzioni rese note, nell’impianto accusatorio sarebbe coinvolto un gruppo composto da un avvocato, già inserito in precedenza nel Consiglio di Amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., da un imprenditore e da un ex presidente aggiunto della magistratura contabile. Le accuse prospettate delineerebbero un meccanismo classico di scambio di utilità, riassumibile nello schema “do ut des” successivo all’erogazione di retribuzioni o comunque legato a benefici concreti.

In particolare, da un lato sarebbero state ventilate o promesse opportunità professionali di rilievo in enti di diritto pubblico, rivolte al magistrato, prossimo alla quiescenza; dall’altro sarebbe stato ipotizzato un sistema di monitoraggio e influenza sull’attività interna degli organi decisori, con presunto accesso a indicazioni riservate e allineamento preventivo alle posizioni che sarebbero emerse nelle camere di consiglio. In tale cornice, le “memorie” difensive sarebbero state predisposte su misura, con l’obiettivo dichiarato o sottinteso di superare le bocciature o i rilievi emersi a seguito dei controlli della Corte dei Conti. Il paradosso, come viene sottolineato nel testo originario, è grottesco fino a diventare tragico: l’organo di controllo contabile che la Costituzione pone a presidio della corretta gestione del denaro pubblico rischierebbe, secondo le ricostruzioni, di essere vulnerato dall’interno, piegato alle esigenze di ottenere un “via libera” anche quando esso potrebbe risultare incompatibile con le criticità riscontrate. In un sistema democratico, la Corte dei Conti non dovrebbe essere un ostacolo eliminabile con accordi o pressioni, ma un filtro di legalità e di responsabilità finanziaria. Se tale filtro può essere aggirato o condizionato, l’effetto non ricade soltanto sul singolo procedimento, ma mina la fiducia dei cittadini nell’intero impianto di controlli. Nel frattempo, mentre l’amministratore delegato della società si affretta – legittimamente – a dichiarare l’estraneità dell’azienda ai fatti contestati, l’impatto politico appare, nelle ricostruzioni, dirompente. Il Ponte sullo Stretto di Messina, infatti, non viene presentato come una semplice infrastruttura tra le tante, bensì come il simbolo e il manifesto ideologico di un’intera stagione di governo. In altri termini, l’opera sarebbe stata trasformata in un totem elettorale, sbandierato come emblema di modernità e di rilancio, con una conseguenza rilevante: quando un progetto assume la funzione di bandiera politica, la pressione a non perdere il controllo del percorso decisionale tende a crescere in modo esponenziale. Accelerare i passaggi, forzare i pareri tecnici e, soprattutto, bypassare i dubbi contabili sui costi produce l’effetto opposto a quello auspicato: invece di aumentare credibilità e affidabilità, aumenta l’ombra di opacità e la probabilità di contenziosi, rilievi e stop procedurali. Non si tratta soltanto di un rischio infrastrutturale, ma di un rischio reputazionale e istituzionale. Si osserva, infatti, che l’opera non unirebbe la Sicilia e la Calabria soltanto con l’acciaio, ma potrebbe finire per “inabissarsi” nella palude della non trasparenza, dove i cittadini percepiscono che i controlli non servono più a garantire la legalità, bensì a essere gestiti o aggirati.

GAME OVER

Sempre secondo quanto riportato dai mass media, sarebbero stati prospettati sforamenti oltre i limiti consentiti dall’Unione europea, in particolare in relazione alla natura del contratto, che sarebbe interamente pubblico. In tale scenario, emergono ulteriori interrogativi sulla compatibilità dei costi e delle modalità di realizzazione con i vincoli europei e con i parametri di sostenibilità finanziaria. Inoltre, risultano evidenti—almeno nell’ottica dell’impianto accusatorio— i tentativi di aggirare l’indipendenza della Corte dei Conti per via extra-giudiziale, vale a dire attraverso meccanismi non riconducibili a un confronto tecnico ordinario, bensì a pressioni e manovre capaci di alterare il normale percorso decisionale e valutativo. Fatto salvo, naturalmente, il principio della presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, il punto politico e culturale che emerge è un altro: la necessità di spostare il focus non soltanto sulla colpevolezza dei singoli indagati o imputati, ma sulla vulnerabilità del sistema degli appalti e, più in generale, sulle condizioni che rendono possibile la distorsione dei controlli. Quando una grande opera diventa una priorità assoluta e intoccabile, il rischio è che si generi una pressione indebita non solo verso gli uffici tecnici e amministrativi, ma anche verso i corpi intermedi dello Stato che hanno il compito di garantire imparzialità, tracciabilità e accountability. Se, per realizzare il Ponte, fosse necessario silenziare o addomesticare i custodi della spesa pubblica, ciò significherebbe che il problema non è di natura esclusivamente logistica o temporale, ma etica e istituzionale. Un paese democratico non dovrebbe costruire il futuro a partire da segnali di indebolimento dei meccanismi di garanzia. La credibilità delle istituzioni di controllo non può essere sacrificata sull’altare dell’urgenza politica o della necessità di rispettare slogan e promesse. In definitiva, l’opzione che preserva l’interesse collettivo è una soltanto: massimo rigore procedurale, massima trasparenza e controlli realmente indipendenti, perché solo così si può evitare che il progetto più ambizioso – qualunque sia la sua utilità tecnica – si trasformi in un “game over” preventivo per la fiducia pubblica e per la credibilità delle regole che reggono la finanza pubblica.

Vincenzo Musacchio, Professore di strategie di contrasto della criminalità organizzata, associato al RIACS, Rutgers University of Newark (USA).


Meloni alla Camera: “Sbagliato isolare Israele, allontana la pace”


Da Ben Gvir frasi inaccettabili. L’Ue individui una figura autorevole per il negoziato sull’Ucraina. Le comunicazioni della presidente del Consiglio. Ribadisce pieno sostegno a Kiev e critica quando si procede “a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi”. Dice no alla sospensione dell’accordo con Ue-Israele perché “punire la società civile sarebbe sbagliato e controproducente”

(lespresso.it) – A qualche giorno dal forfait del vertice Ue-Balcani e, soprattutto, dall’incontro (senza Italia) del formato E3 a Londra (Regno Unito, Francia e Germania con Ucraina), Giorgia Meloni – alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno – esordisce parlando della crisi in Ucraina e della necessità di coordinamento con i partner per intavolare un negoziato che porti a una pace giusta e duratura. Ribadendo il sostegno a Kiev – “La nostra linea non cambia” – e la necessità di mantenere alta la “pressione su Mosca”, che “rappresenta oggi l’unico modo per aprire una stagione negoziale”.

Molti retroscena di questi giorni raccontavano di una premier nervosa, critica nei confronti di formati – come appunto quello che si è riunito a Londra – troppo ristretti e per questo poco utili per un dialogo concreto con la Russia. Ci torna anche a Montecitorio: “Una volta stabilito quale sia in maniera univoco a l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei sul piano negoziale – è il ragionamento di Meloni -. Procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce frammentazione, confusione, debolezza. Il tema vero non è chi fa o meno parte di questo o quel formato, ma piuttosto che allo stato nessun formato ha legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”.

Sul rapporto con Washington, a partire dal tavolo ucraino: “Dobbiamo contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo. Obiettivo per il quale è, chiaramente, indispensabile preservare l’unità euro-atlantica e rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti. Sfida non sempre facile, ma necessaria. Solo che coordinamento non significa delega. In qualsiasi scenario di pace serio tra Ucraina e Russia, diverse condizioni dipendono dall’Europa, riguardano l’Europa, impattano sull’Europa. Ed è l’Europa a doverle negoziare”.

Ma le comunicazioni di Meloni arrivano anche mentre riprende l’escalation in Medio Oriente tra Iran, da una parte, e Stati Uniti e Israele dall’altro. Con lo Stretto di Hormuz che torna a essere chiuso, con tutti gli effetti sui prezzi delle materie energetiche (ma non solo) che si porta con sé. La premier ribadisce innanzitutto che “l’Italia non è parte del conflitto e non intende diventarlo”. Poi, su quel passaggio marittimo così strategico, aggiunge: “Quanto accade a Hormuz non riguarda soltanto Hormuz, per questo è necessaria una risposta ferma, coordinata e responsabile della comunità internazionale nel suo insieme. Ed è la ragione per cui, in questi mesi, abbiamo lavorato in stretto coordinamento con i nostri principali partner europei e atlantici. L’Italia è disponibile a contribuire agli sforzi internazionali necessari, compresi quelli tecnici e operativi, indispensabili al pieno ripristino del traffico marittimo, ma sempre in un quadro post-conflitto, con finalità esclusivamente difensive”.

Su Israele la posizione espressa da Meloni è duplice: sì a sanzioni contro Itamar Ben Gvir e i coloni violenti, valutazione di restrizione dei prodotti provenienti dai Territori occupati ma no alla sospensione in ambito europeo degli accordi con lo Stato ebraico. Perché – questa la tesi della premier – sarebbe sbagliato isolarne la società civile. “L’Italia intende sostenere misure contro coloro che come i coloni violenti fomentano l’odio e l’estremismo. Come il ministro Ben Gvir che abbiamo chiesto di sanzionare dopo l’inaccettabile comportamento nei confronti di cittadini italiani. Approfitto – dice – per rispedire al mittente le dichiarazioni che lo stesso ministro ha fatto, inaccettabili per l’Italia e poco dignitose per Israele“.

“Io non credo che isolare Israele possa essere un obiettivo o una strategia europea. L’isolamento di Israele è un fenomeno pericoloso che allontana la pace, la rende più difficile e finisce per rafforzare le posizioni più estremiste, tanto in Israele quanto tra i nemici di Israele che a quell’isolamento hanno sempre lavorato – afferma Meloni -. Lo dico soprattutto in relazione all’ipotesi di sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele. Punire la società civile israeliana con misure restrittive sarebbe non soltanto sbagliato, sarebbe controproducente”.  

Nelle comunicazioni poi un passaggio su Gaza, da cui “non possiamo distogliere l’attenzione” perché “la situazione rimane difficilissima”. 

Il riarmo è un altro dei temi affrontati alla Camera. Sulla difesa, garantisce Meloni, “siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza. Segnalo un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”. Un tema, quello dei soldi per le armi, che si lega al doppio filo – soprattutto perché i fondi non sono infiniti – a quello dell’energia, in un periodo storico in cui i prezzi sono schizzati alle stelle. “La difesa è importante certo, ma mettere a riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto”, per Meloni, “lo è altrettanto e queste due priorità sono interconnesse, senza sicurezza l’energia finirebbe per costare sempre di più, senza energia non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi”.

Il prossimo Consiglio europeo, poi, arriva nello stesso mese in cui entrerà in vigore il nuovo Regolamento sui migranti. E proprio su questo punto, Meloni rivendica il lavoro fatto dal governo italiano a Bruxelles: “La scorsa settimana è stato raggiunto l’accordo sul nuovo Regolamento europeo sui rimpatri. Un accordo storico, frutto soprattutto del nostro lavoro, grazie a cui chi non ha diritto a restare nell’Unione europea potrà essere rimpatriato in modo più rapido ed efficace. E grazie al quale sarà possibile aprire centri di rimpatrio nei Paesi terzi, seguendo la strada avviata con il tanto contestato protocollo Italia-Albania. Una soluzione innovativa che in tanti hanno contrastato, ma che grazie a questo governo è diventata, oggi, uno strumento a disposizione dell’Europa intera”, dice.


Ora Putin si ritrova la guerra in casa


Cosa sono i Flamingo, i nuovi missili low cost (inventati in Ucraina da una start up) con cui Kiev bersaglia la Russia. E perché segnano l’inizio di una nuova era. Sono una versione meno costosa dei Patriot. Hanno una gittata di 3 mila chilometri. E già da qualche mese sono diventati lo spauracchio delle raffinerie e delle basi militari russe

(di Lorenzo Cremonesi – corriere.it) – Caratteristiche principali: ha un raggio d’azione che raggiunge i 3.000 chilometri, porta testate esplosive di 1.150 chili, è relativamente accurato, se ne possono produrre sino a 210 al mese e costa meno dei missili «cugini» occidentali. Basterebbero queste qualità per capire le ragioni per cui politici e militari a Kiev danno grande importanza al nuovo missile FP-5 Flamingo (Fenicottero), che già da qualche mese è diventato lo spauracchio delle raffinerie e delle basi militari russe.

Ma per Zelensky e i suoi generali c’è un punto in particolare che dà un valore inestimabile alla nuova arma: è stata pensata, quasi del tutto disegnata e largamente costruita in Ucraina, la conferma che il Paese sta riuscendo non solo a resistere, ma anche a tenere testa al nemico russo. Un’era diversa e un futuro che promette ottimismo. È finito il tempo dei droni Bayraktar importati dalla Turchia durante i primi mesi di guerra e con esso anche quello delle limitazioni imposte da Biden all’impiego delle armi americane, prima che Trump bloccasse radicalmente l’invio di materiale bellico Usa influenzato anche dalla sua ammirazione per Vladimir Putin.

I successi non si fanno attendere. Già da tempo i portavoce militari ucraini notano quanto le difese antiaeree russe siano relativamente primitive e facili da penetrare per i droni e missili di nuova generazione. Ieri lo stesso Zelensky sui social ha voluto ringraziare gli ideatori del nuovo missile e le unità che lo hanno lanciato. «Grazie agli FP-Flamingo, che oggi hanno colpito uno stabilimento militare a Cheboksary e la raffineria petrolifera a Kuibyshevsky, nella regione di Samara, a 900 chilometri dal fronte», ha detto. 

Nelle sue parole si coglie il senso della nuova potenza militare ucraina: sta diventando indipendente, non occorre più chiedere nessun permesso. «Perché mai Putin può colpire Kiev e noi non possiamo rispondere mirando a Mosca?», si chiedeva tra lo stupito e il risentito l’ex ministro degli Esteri Dmytro Kuleba nelle prime settimane della proditoria invasione voluta da Putin il 24 febbraio 2022. Oggi non è più così: gli ucraini minacciano la capitale russa, colpiscono il sistema energetico sino a 2.000 chilometri dal confine tra i due Paesi, danneggiano le fabbriche di armi, obbligano gli aeroporti a chiudere a singhiozzo, gettano lo scompiglio al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo tra lo stupore delle delegazioni straniere.

Il Flamingo è costruito dalla Fire Point, una startup che come tante società militari ucraine viene creata all’ombra degli allarmi e delle bombe alla fine del primo anno della nuova guerra (quella vecchia era iniziata con l’attacco russo del 2014). Si tratta di una bomba aerea trasformata in missile da crociera con un motore jet. 

I soci fondatori sono ingegneri neo-laureati, giovani architetti e informatici figli della nuova generazione legata ai sistemi di vita occidentali. Lo stesso vale per le società sorte dal nulla, spesso per iniziativa di un paio di studenti totalmente privi di esperienza militare ma decisi a farsela visitando le prime linee sul Donbass, che adesso vendono i loro droni aerei e terrestri alle monarchie del Golfo bisognose di difendersi dai droni e missili iraniani e cooperano con le migliori società europee.

La Fire Point collabora presto con il gruppo britannico Milanion. I primi modelli di Flamingo, il cui nome e il colore rosa pare siano un riconoscimento alle numerose donne che lavorano al progetto, sono entrati in funzione nell’agosto 2025. Secondo il Financial Times il nuovo modello è una sorta di versione meno costosa dei Patriot anti-missili americani. L’Economist segnala che una parte della produzione è effettuata all’estero, ma il 90 per cento delle componenti viene poi assemblata in Ucraina. 

Il supermissile Flamingo colpisce ancora dentro la Russia. Kiev sempre più autonoma


Il Foglio: “Fate uno sconto a Travaglio”


Cercate di capire, spettabilissimi giudici della Corte di New York City. Scendete a un risarcimento di 50 milioni per la famiglia Minetti-Cipriani

(di Andrea Marcenaro – ilfoglio.it) – E andiamo, su. Qui da noi non si possono pretendere 250 milioni di dollari da un giornaletto come il Fatto, nemmeno se l’ha fatta fuori dall’ennesimo vaso per l’ennesima volta. 250 milioni, ma come si fa? Un giornalino che con quella cifra pagherebbe per più di mille anni, note spese a parte, la sua bravissima Selvaggia Lucarelli. E va là. Non amiamo Travaglio, qui, ma questa volta stiamo con lui. Con lui e con le sei libertarie ong europee che lo hanno difeso da subito puntando il dito su quei 250 milioni come cappio, come forma nemmeno mascherata di attentato alla facoltà di scrivere l’osceno pur pagandone un prezzo severo, non però così assurdo. Cercate di capirlo, spettabilissimi giudici della Corte di New York City. Scendete a un risarcimento di 50 milioni, per la famiglia Minetti-Cipriani. Praticatene ben 200 di sconto: sarebbe una sentenza ineccepibile, renderebbe tutti sereni.