Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Piantedosi ha querelato Dagospia


(adnkronos.com) – A quanto si apprende, l’avvocato Roberto De Vita, su mandato del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha presentato atto di denuncia e querela nei confronti di Roberto D’Agostino, in qualità di direttore responsabile di Dagospia, per il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa.

Il legale spiega che l’iniziativa è stata presa “in relazione alla continuativa, massiva, seriale e persistente campagna diffamatoria, fatta di insistenza narrativa e amplificazione progressiva, attraverso oltre 50 unità comunicative nell’arco di poche settimane tra articoli, rilanci, flash, citazioni indirette, foto didascalie e post della testata Dagospia e dei social ad essa riferibili, che con incessanti ed infondate affermazioni, insinuazioni e allusioni ha attribuito al ministro Piantedosi di aver fatto ottenere illegittimamente incarichi pubblici anche retribuiti ed altre munificenze pubbliche alla dottoressa Claudia Conte con la gravissima conseguenza di aver ingenerato nella opinione pubblica la convinzione di aver asservito la propria funzione istituzionale a presunti interessi personali, così ledendo gravemente la reputazione e l’integrità personale, professionale ed istituzionale”.


A Portofino è stato dedicato un sentiero a Berlusconi


(Edoardo Meoli – ilsecoloxix.it) – In attesa dell’inaugurazione, non ancora stabilita, è stata svelata oggi (6 maggio) l’ubicazione di quella che sarà la nuova passeggiata Silvio Berlusconi. Rispetto all’ipotesi originaria, che prevedeva di intitolare all’ex premier fondatore di Forza Italia una via dall’altra parte del promontorio, ovvero una strada non lontana dalla villa dell’Olivetta dove Berlusconi ha avuto per anni la sua residenza portofinese, il sindaco Matteo Viacava, d’accordo con la famiglia, ha puntato sul parco di Castello Brown. Queste le prime immagini di Fabio Piumetti.


Medici di famiglia, nuova riforma: Meloni sconfiggerà il potere della lobby?


Medici di famiglia, la resa dei conti

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Sulla riforma del modo di lavorare dei medici di famiglia siamo alla resa dei conti. Domani, al ministero della Salute, sarà messo nero su bianco il testo definitivo del decreto d’urgenza che ridisegna le modalità di lavoro della medicina generale. Il ministro Orazio Schillaci punta a portarlo in Consiglio dei ministri entro fine mese, dopo l’approvazione delle Regioni attesa per l’11 maggio. Poi il decreto dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, con l’approvazione del Parlamento.

Case della Comunità: nuovo modello

L’obiettivo è far lavorare i medici di famiglia nelle 1.038 Case della Comunità finanziate con 2 miliardi di euro del Pnrr. I vantaggi per i cittadini sarebbero notevoli: potranno rivolgersi a strutture aperte dalle 8 alle 20 con guardia medica notturna, dove operano insieme medici di famiglia, infermieri di comunità, pediatri e altre figure sanitarie, e dove sarà possibile effettuare anche esami di base come elettrocardiogrammi, ecografie e spirometrie.

Il problema è che il principale sindacato di categoria, la Fimmg, si oppone da sempre a un cambiamento del modello in nome dell’autonomia del medico di famiglia e del rapporto di fiducia con i pazienti. Ci avevano già provato i ministri della Salute Livia Turco (2006) e Renato Balduzzi (2012) (qui Livia Turco pag. 12 e qui Renato Balduzzi art. 1 comma b bis). Anche di recente il sindacato di categoria ha fermato due volte la riforma: nel 2022, a ridosso delle elezioni, ha bloccato un decreto dell’allora ministro della Salute Roberto Speranza che imponeva 20 ore negli studi e 18 nelle Case della Comunità, con il 30 % dello stipendio legato ai risultati (qui la bozza Speranza in originale); e nel 2025, ha stoppato la bozza scritta dalle Regioni, che introduceva la dipendenza per i nuovi medici di medicina generale (qui il documento riservato delle Regioni). Per rendere il progetto realizzabile è quindi necessario modificare le leggi che regolano il rapporto tra i medici di famiglia e il Servizio sanitario nazionale. Vediamo come (qui la bozza iniziale del documento).

Lavoratori autonomi: nuovi vincoli

In Italia i medici di medicina generale – 36.812 in totale, con una media di 1.383 assistiti ciascuno – operano in autonomia come liberi professionisti convenzionati con il Servizio sanitario nazionale attraverso un Accordo collettivo nazionale (Acn). In concreto, significa che il medico può decidere di non vaccinare contro l’influenzanon eseguire tamponi durante un’emergenza come il Covidnon lavorare nelle Case della Comunità, tenere aperto lo studio tre ore al giorno e lavorare da solo. Così, se un paziente ha un problema alle 17 il medico ha terminato alle 14, non resta che rivolgersi al Pronto soccorso.

La riforma Schillaci prevede che i medici restino, in via prioritaria, lavoratori autonomi, ma con l’obbligo di dedicare in aggiunta sei ore a settimana alle Case della Comunità e di rispettare nuove regole che saranno introdotte nel prossimo Accordo collettivo nazionale 2025‑2027. Tra gli obiettivi: garantire una presa in carico continuativa dei pazienti cronici, utilizzare sistemi informatici interoperabili affinché ogni cartella clinica sia accessibile anche da altri medici di famiglia, e favorire la collaborazione stabile all’interno di équipe multiprofessionali.
Accanto ai liberi professionisti, su base volontaria e residuale, saranno inoltre arruolati medici di famiglia che diventeranno dipendenti e lavoreranno principalmente nelle Case della Comunità, rendendole pienamente operative. Per quel che riguarda il rapporto di fiducia medico-paziente, resta tal quale: i pazienti continueranno a scegliere il proprio medico.

Stipendi legati ai risultati

Ogni anno il medico di famiglia riceve 91 euro lordi per ogni assistito. Ci sono medici che quei soldi se li meritano tutti, ma 78 euro vengono pagati a prescindere da ciò che fanno: anche se non visitano, non vaccinano e non seguono i pazienti cronici. È una quota fissa, legata solo al fatto che sei nella loro lista. Il risultato, in molti casi, è un servizio minimo: il lettino resta incellofanato, usato come una mensola per appoggiarci sopra di tutto. 

Con la riforma, la retribuzione sarà più legata ai risultati: non più per l’85% sul numero di pazienti, ma anche sulle prestazioni effettuate. Un medico con 1.500 assistiti passerà da 136 mila a 192 mila euro lordi annui, ma con obblighi più stringenti e maggiore controllo sull’attività.

Formazione universitaria

Il percorso per diventare medico di famiglia non sarà più basato su corsi regionali triennali – retribuiti con una borsa di studio da 996 euro lordi al mese e gestiti dal sindacato – ma su una specializzazione universitaria di quattro anni con una borsa di 2.166 euro lordi al mese, come per gli specializzandi di qualsiasi altra disciplina.

Il potere delle lobby

Il compromesso ottenuto ieri con le Regioni, su pressione di Emilia‑RomagnaToscana e Puglia, prevede che il nuovo sistema di retribuzione e la trasformazione della formazione in corso universitario siano attuati con provvedimenti successivi. Il motivo è facile da intuire: inimicarsi la Fimmg, che da vent’anni fa leva sulla paura dei pazienti con lo slogan «non avrete più il vostro medico di famiglia di fiducia», è sempre stato rischioso per chi fa politica e teme di perdere consenso elettorale (vedi qui Dataroom del 28 aprile 2025). La Fimmg (quiriunisce il 63% dei medici di base iscritti al sindacato. Il segretario generale è Silvestro Scotti che siede nel cda dell’Enpam (qui), l’Ente di previdenza con un patrimonio di 27, 86 miliardi, che in Italia ha investito 3 miliardi in titoli di Stato; il 2% in Monte dei Paschi di Siena; l’ 1% di Mediobanca1,99% di Bpm1% di Nexi (1%), 0,72% di Intesa Sanpaolo; l’8,1% nella Banca del Fucino e possiede quote in EniPosteEnelEnav; e ha 5,56 miliardi di investimenti immobiliari (vedi qui Dataroom del 26 maggio 2025). Contraria alla riforma anche la Fnomceo (qui), la Federazione nazionale degli Ordini dei medici, presidente Filippo Anelli, già vice segretario della Fimmg (vedi qui Dataroom 3 febbraio 2025).
In ogni caso, le Regioni – pur su una versione di compromesso – ora sono tutte d’accordo, quelle di centrodestra e quelle di centrosinistra. Il problema però si sposta in Parlamento: i vertici di Forza Italia, Antonio Tajani, Stefania Craxi e Paolo Barelli in testa, si stanno già mettendo di traverso, anche se i loro governatori sono d’accordo con la riforma. «Una tale rivoluzione – va dicendo Barelli – è fuori luogo in prossimità delle elezioni». Siamo sempre lì: l’interesse dei cittadini viene dopo. Resta da capire se la premier Giorgia Meloni, che ha sempre dichiarato di non essere ricattabile, avrà la forza di rottamare un sistema di potere radicato.


Una vita al var


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Sui social trovi le foto di Giorgia Meloni sul letto in sottoveste e pensi ovviamente che si tratti di un falso, neanche Trump si farebbe immortalare così (forse). Invece sotto la foto leggi i commenti imbizzarriti dell’Indignato Collettivo che scarica i suoi «vergogna!» a raffica, mentre un certo Roberto arriva a deprecare la caduta di stile della presidente del Consiglio «indegna del ruolo che ricopre». A quel punto ti assale il dubbio che siano false anche le indignazioni, perché persino un analfabeta di ritorno, ma pure di sola andata, si rifiuterebbe di credere che, dopo un’intera giornata trascorsa ad ascoltare le stravaganze di Giuli e gli elenchi di Salvini, Meloni possa ancora avere la forza di farsi un selfie in camera da letto e la voglia poi di diffonderlo in rete, a disposizione dei suoi odiatori.

«Che cos’è la verità?» chiedeva Pilato a Gesù prima di lavarsene le mani, inaugurando una moda che dura tuttora. La verità è che con l’Intelligenza Artificiale tutto sta diventando credibile, soprattutto l’incredibile. «Verificare prima di credere e credere prima di condividere» dice la Meloni vera in tailleur, e ha talmente ragione che i politici per primi farebbero bene a seguirne il suggerimento, anziché trasformare ogni sussurro di cronaca in arma polemica. Senonché sottoporre la vita al perenne controllo del VAR richiede talmente tanto tempo, e fatica, che un po’ a tutti noi risulta molto più comodo credere solo a ciò che ci fa comodo


Tridico: “Da noi l’impatto peggiore, è il flop della diplomazia del gas”


Intervista all’eurodeputato, capodelegazione del M5S al Parlamento europeo. “La via migliore è investire sulle rinnovabili. Servirebbe un fondo comune europeo da 500 miliardi finanziato con gli eurobond”

Tridico: “Da noi l’impatto peggiore, è il flop della diplomazia del gas”

(di Rosaria Amato – repubblica.it) – ROMA – Un fondo Sure da 500 miliardi finanziato con nuove emissioni di eurobond «per investire nella transizione energetica e nello sviluppo industriale, dall’automotive all’intelligenza artificiale». Secondo Pasquale Tridico, capodelegazione del M5S al Parlamento Ue, una scelta di questo tipo da parte di Bruxelles potrebbe dare un contributo importante ai Paesi che subiscono l’impatto devastante del nuovo conflitto in Medio Oriente. Ma ognuno deve fare la sua parte, compresa l’Italia, che dovrebbe «puntare all’autonomia energetica investendo nelle rinnovabili», anziché andare alla ricerca affannosa di nuovi fornitori di gas.

Onorevole Tridico, secondo le stime dell’Fmi la guerra potrebbe costare alle famiglie italiane oltre 2.000 euro. Perché da noi l’impatto è peggiore rispetto a tutti gli altri Paesi Ue?

«È la dimostrazione del fallimento della diplomazia del gas della Meloni, che va in giro per i Paesi produttori a stringere sempre nuovi accordi, e così passiamo da una dipendenza all’altra. Mentre le crisi energetiche degli ultimi anni, dal Covid in poi, ci dimostrano che l’unica via possibile è quella delle rinnovabili. Certo, inserite in un mix energetico, ma è sulle rinnovabili che bisogna scommettere. Non sono la soluzione immediata alla crisi, funzionano in un orizzonte di medio-lungo termine, ma se partiamo sempre da questo punto di vista non usciremo mai dalla nostra situazione di vulnerabilità».

Ci sono altri fattori aggravanti solo italiani?

«Da noi c’è anche una forte speculazione. Sono reazioni che non si verificherebbero se avessimo puntato davvero sulle rinnovabili, e se avessimo scorporato il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Reazioni frutto di scelte sbagliate, inclusa quella di non tassare gli extraprofitti delle aziende energetiche».

L’Italia l’ha proposto, insieme ad altri Paesi.

«Ho sollevato la questione con Dombrovskis, e lui mi ha risposto che in Europa non c’è abbastanza consenso intorno a una scelta di questo tipo, ma rimane la possibilità di adottarla per i singoli Stati. L’Italia ne avrebbe tutte le ragioni. Invece i partiti di governo non sono neanche coerenti: Forza Italia e Lega (sì, proprio il partito di Giorgetti) hanno bocciato il mio emendamento al bilancio pluriennale Ue che andava proprio in questa direzione».

La Commissione ha respinto anche la richiesta di flessibilità sul Patto di stabilità.

«Anche in questo caso, Meloni e Giorgetti dovrebbero prendersela con sé stessi, visto che quando siamo usciti dal Covid hanno approvato quelle regole senza pensare che, in un nuovo momento di crisi, avrebbero potuto ingabbiarci».

C’è una via europea percorribile, tra i tanti no della Commissione, per sostenere Paesi come l’Italia durante questa nuova crisi?

«Il debito comune ha una sostenibilità maggiore di quello nazionale. Da anni noi chiediamo nuove emissioni di eurobond, a patto che però la spesa vada a sostegno della transizione energetica, e dello sviluppo industriale».

Il Fmi ha criticato anche la scelta di erogare sussidi, giudicandoli inefficaci.

«Nell’immediato bisogna offrire un sostegno alle famiglie che si vedono decurtare redditi già fin troppo bassi, e alle imprese. Ma a medio-lungo termine vanno pianificate strategie nazionali ed europee». 


Denazionalizzare la Biennale


(di Michele Serra – repubblica.it) – Leggendo di quanto esposto (o inscenato, o musicato) nei padiglioni della Biennale di Venezia, viene da farsi due domande: la prima è quanto sarà penalizzato, nell’impatto mediatico della rassegna, il racconto dell’arte rispetto al racconto delle polemiche politiche. Facile rispondere che questo rapporto, bene che vada, sarà di uno a dieci. La seconda è quanto sarebbe diversa l’atmosfera se i padiglioni, attribuiti per convenzione alle nazioni, fossero invece dispensati da questa funzione, così ingombrante nel bene e nel male. Le culture sono comunità meno rigide e meno fobiche delle nazioni, hanno una naturale propensione allo scambio e all’ibridazione, ciò che è russo (o turco, giapponese, keniota, francese) non appartiene a uno Stato, tantomeno a un governo, ma a una cultura, a un popolo e alla sua storia.

Non ho idea di come si potrebbe (non è semplice, ci vorrebbe molta fantasia) de-nazionalizzare la Biennale. Si tratterebbe di togliere il marchio di un’ appartenenza nazionale non dimostrabile e aggiungere generosità e libertà culturale, dissimulando in qualche modo i luoghi di provenienza di quelle opere e quei pensieri. Per gioco (un test che propongo a Buttafuoco per la prossima edizione, sempre non l’abbiano epurato prima) si potrebbero mescolare le insegne, appiccicandole sui padiglioni per estrazione a sorte: e vedere in quanti casi l’accostamento è smascherabile al primo sguardo, e in quanti, invece, non ci si rende conto che non è quello il Paese che ha prodotto quella esposizione. Per gioco, dicevo. Ma sta diventando sempre più difficile giocare.


Così Trump boicotta Canossa


Papa Leone XIV

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Donald Trump ha attaccato il suo segretario di Stato, Marco Rubio, senza nominarlo. Lo ha fatto per via indiretta quanto palese, riprendendosela frontalmente con Leone XIV affinché il suo teorico braccio destro ma effettivo critico interno intendesse. Il presidente considera infatti la visita di Rubio al pontefice americano un’intollerabile Canossa, in contraddizione con le sue ripetute sparate contro papa Prevost. Un tentativo di smarcarsi avendo annusato la catastrofe annunciata per il Partito repubblicano alle elezioni parlamentari di mezzo termine, il prossimo 3 novembre, che secondo i pronostici faranno di Trump la più zoppa delle anatre zoppe. E in tal modo ridurranno le speranze di Rubio di succedergli quasi a zero. A meno di non prenderne le distanze. Operazione in corso.

Per questo il capo della diplomazia a stelle e strisce, fiero cattolico romano come il vicepresidente JD Vance ma di lui molto più smaliziato, ha ottenuto di vedere Prevost domani mattina in Vaticano. Come preannunciato dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Brian Burch, sarà un incontro “franco”. Aggettivo che in diplomazia sta per diretto. Senza circonlocuzioni. Stile del papa e professionalità di Rubio garantiscono che lo sarà, anche se al pubblico verrà servita una versione addolcita, come si conviene fra uomini di mondo.

Al solito, Trump si è costruito una sua realtà irreale: il papa è colpevole di connivenza con le ambizioni nucleari del regime iraniano. L’accusa a Leone XIV di patrocinare la bomba di Teheran suona replica a Rubio che nella riunione alla Casa Bianca in cui si era discusso il piano di attacco alla Repubblica islamica l’aveva valutato “stronzata” — più o meno come Vance.

L’incontinenza del presidente va letta su tre registri. Il primo, personale: l’uomo ha perso ogni misura di sé stesso e della sua magistratura. L’altro, geopolitico: vedi l’insofferenza per gli appelli del papa alla pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante”. Infine, e decisiva, la politica interna: Trump considera la lealtà dirimente nella scelta dei collaboratori. Per lui Rubio si sta comportando slealmente. Si sbrighi a riallinearsi.

Quanto al primo registro, è evidente per chiunque voglia vedere che Trump è fuori controllo. Il suo gusto della provocazione è deragliato verso la confusione più sguaiata, che non impressiona nessuno ma preoccupa tutti: una persona in queste condizioni alla Casa Bianca, alla testa di una nazione in crisi di identità e di autostima, diffonde un’aura di pericolosa imprevedibilità attorno agli Stati Uniti, fino a ieri riferimento per tutti. Amici e nemici dell’America sono costretti a rivedere antiche certezze. Qualcuno fra gli avversari potrebbe farsi venire strane idee, profittando di una potenza quasi in sede vacante: gli apparati, anzitutto le Forze armate, non sono disposti a seguire qualsiasi ordine strampalato del presidente, anzi ne boicottano le iniziative troppo scivolose. Lo tengono lontano dal bottone atomico.

Quanto ai rapporti fra Stati Uniti e Santa Sede, sono al minimo storico da quando, nel 1984, furono formalizzati. Questo papa ha due priorità: scongiurare la terza guerra mondiale e riunire l’ecumene cattolico, sfibrato da scismi latenti. L’allarme riguarda anzitutto la Chiesa americana, dalla quale dipende gran parte dei finanziamenti al Vaticano, quasi essiccati durante il pontificato di Francesco. Prevost è stato eletto per ravvivare quella fonte sedando le diatribe fra cardinali e teologi statunitensi. Sotto tale profilo, il festival dell’insulto al papa inaugurato da Trump negli ultimi mesi sta aiutando Prevost nella ricucitura. In questo mondo impazzito il papa tiene dritta la barra. Attirando il rispetto di Stati ed entità che verso Santa Romana Chiesa non hanno mai coltivato viva inclinazione.

Intanto la Santa Sede ha avvertito Rubio: meglio smetterla con la polemica. Il papa rifiuta di scendere sul piano di Trump e ha dato disposizione di nominarlo il meno possibile — meglio per nulla — nella comunicazione ufficiale e nei media vaticani. I vertici statunitensi, compresi i cattolici di recente (Vance) o radicata (Rubio) fede cattolica, sono poi pregati di non avventurarsi nell’ermeneutica biblica. Il papa non accetta lezioni di teologia da nessuno. Né Prevost si farà imporre da Trump la linea sulla Cina o sulla Russia. Quanto al rovesciamento del regime di Cuba, prossimo fronte dell’amministrazione repubblicana, su cui Rubio punta da sempre quale rampollo di fuggiaschi da Fidel Castro — e sul quale intende costruire la sua reputazione di leader — il suggerimento è alla prudenza. Alla considerazione degli effetti che un colpo di Stato manu militari potrebbe avere sulla popolazione locale, già stremata.

I grandi elettori di Prevost pensavano fosse il meno americano fra i cardinali americani. Errore. Leone XIV non è un papa americano: è un americano papa. Animato da forte passione politica. Visibile quando esorta i suoi connazionali a fare pressione sui loro parlamentari perché operino per la pace e stemperino le pulsioni violente di questa amministrazione. La condanna dell’idolatria della forza, l’avversione per gli autocrati, persino la difesa di ciò che resta dell’Alleanza Atlantica — “molto importante oggi e in futuro” — ne sono testimonianza.

Fra due giorni si compie il primo anno di pontificato leoniano. Senza pregiudicare il futuro, possiamo stabilire che papa Prevost è già nella storia. Molti in America cominciano a dubitare che Trump possa finire il suo mandato.


Biennale: la russofobia dei presunti “sovranisti”


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] C’è un attrito logico, per non dire un’aporia, riguardo all’aspra polemica che il governo Meloni ha ingaggiato col presidente della Fondazione della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, il quale ha deciso autonomamente di riaprire il Padiglione russo nonostante il parere contrario del ministro Giuli. Il vicolo cieco in cui si sono cacciati i patrioti è elementare: ma come, viene da pensare, volevano stabilire l’egemonia culturale di destra in Italia, laddove “di destra” vuol dire anche sovranista e popolare in barba alle élite sovranazionali, e poi obbediscono pedissequamente agli ordini dell’Europa in merito ai nostri rapporti con i russi? Non stiamo parlando del commercio di armi (vietatissimo, perché qui ci sono un aggressore e un aggredito e noi non aiutiamo gli aggressori, a parte Israele e Stati Uniti, ovviamente), ma di dialogo culturale, da sempre l’arma dei popoli per ergersi al di sopra dei conflitti decisi dai loro governi.

[…] Dal 24 febbraio 2022, data dell’aggressione russa contro l’Ucraina, gli istruiti ignoranti che siedono ai piani alti dell’Europa hanno infatti deciso che le sanzioni a Putin non dovevano riguardare solo gli affari finanziari, commerciali ed energetici tra Unione europea e Russia (a nostro svantaggio, peraltro), ma dovevano essere estese anche al campo artistico e culturale. Così ogni russo o filo-russo che calcava il nostro suolo, fosse pure per suonare il violino e non per invaderci, doveva essere ritenuto un propagandista e/o un agente putiniano sotto copertura, dunque respinto con perdite e pubblico disdoro. Una mega-retata di epurazioni ha riguardato festival, teatri, balletti, università, gare sportive, rassegne artistiche e persino concorsi felini (metti che vinceva un gatto Blu di Russia, poi chi glielo avrebbe detto a Zelensky?), fino appunto alla prestigiosa Biennale di Venezia, che esiste sul nostro territorio dal 1895. Così l’Italia ha respinto un esercito di pericolosi intellettuali, cantanti, atleti olimpici e persino paralimpici (non si sa mai), impedendo loro di esercitare la loro arte o disciplina per far dispetto a Putin. Solo qualche caso: l’estate scorsa, in seguito alle proteste dell’Ambasciata ucraina, fu annullato il concerto alla Reggia di Caserta del direttore d’orchestra Valery Gergiev, già allontanato dalla Scala nel ’22 per non aver preso le distanze dall’invasione; a gennaio di quest’anno, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha annullato gli spettacoli della étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova per la sua vicinanza a Putin (vicinanza che lei non avrebbe mancato di comunicare al pubblico mediante arabesque e pirouette); cancellate anche le esibizioni di suo marito, il violinista Vadim Repin. Impedire ad artisti russi di esibirsi è una scelta la cui stupidità è tanto più evidente se si pensa che in alcuni casi si tratta di persone perseguitate in Russia perché dissidenti. È il caso del fotografo Alexander Gronsky, cacciato dal Festival della Fotografia di Reggio Emilia in quanto russo e poi arrestato a Mosca per aver partecipato a un corteo contro la guerra in Ucraina (siamo più efficienti della polizia di Putin). Alla stessa Biennale di Venezia, il Padiglione russo, costruito dai russi coi soldi loro, è rimasto chiuso dal 2022 fino al marzo 2026, quando i russi hanno manifestato la volontà di riaprirlo dopo averlo affittato alla Bolivia in seguito al bando. Buttafuoco, chiarendo di ritenere l’arte […] un ponte fra i popoli, ha aperto anche ad altri Paesi in guerra, tra cui Israele, sulla cui partecipazione nessuno ha da ridire; in fondo, l’Idf ha ucciso oltre 73 mila persone col sostegno morale e materiale di Usa ed Europa (il cancelliere Merz: “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”), quindi ben venga. Ma come possono i liberali nostrani pensare che un artista putiniano sia meno valido di uno che odia Putin? Come può l’ideologia di un ballerino sublime e tormentato come Sergej Polunin, nato a Cherson (Ucraina) e filo-russo (ha un tatuaggio di Putin sul petto), condizionare la sua capacità di danzare? C’è un modo di ballare democratico-liberale e uno filo-putiniano? Eppure, a fine 2022, il Teatro Arcimboldi di Milano sospese il balletto di Polunin. Perché l’Italia, crocevia di culture, da sempre vicina alla Russia (dove infatti siamo adorati per la nostra arte e cultura), si deve incaricare di punire i russi per conto dell’Europa, ubriacata dalla russofobia delle élite atlantiste? Ha ragione Buttafuoco a volere tenere aperto il dialogo. La geopolitica è attuale, e soggetta al tempo; l’arte è inattuale, e mira all’eternità. […]

PS: a quanto pare sulla censura del governo contro la Biennale ha pesato la minaccia della Commissione europea presieduta dalla Von der Leyen (autrice del piano europeo di riarmo da 800 miliardi) di revocare 2 milioni di fondi alla Fondazione. Ah, ma allora lo dicano, che si vendono l’egemonia per 30 denari.


L’armata branca-meloni arranca


Sondaggi politici: flessione generale per i partiti del centrodestra, crescono Pd e Avs. La rilevazione settimanale di Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto degli italiani

Sondaggi politici: flessione generale per i partiti del centrodestra, crescono Pd e Avs

(repubblica.it) – I principali partiti di centrodestra subiscono una generale flessione a favore di una crescita delle opposizioni. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio – fatto il 4 maggio da Swg per il Tg La7 – sulle intenzioni di voto degli italiani che delinea un quadro politico in leggero movimento.

Fratelli d’Italia si conferma prima forza del paese con il 28,8%, pur registrando un calo dello 0,3% rispetto alla settimana precedente. Segnali negativi arrivano anche dagli alleati di governo: Forza Italia scende al 7,5% e la Lega si attesta al 6,1%, entrambe in lieve contrazione. Al contrario, il Partito democratico mostra una dinamica positiva salendo al 21,8%, così come l’alleanza Verdi e Sinistra che guadagna terreno portandosi al 6,9%.

Nell’area del centro e delle altre opposizioni, il Movimento 5 Stelle subisce una piccola erosione scendendo al 12,4%, mentre si registra una vivacità diffusa tra le formazioni minori.

Italia Viva mette a segno la crescita più significativa del comparto salendo al 2,5%, seguita dai piccoli passi in avanti di Azione+Europa e Noi Moderati. Resta invece stabile Futuro Nazionale al 3,6%.

Un dato rilevante emerge infine dal fronte del non voto: la quota di chi non si esprime cala di un punto percentuale, scendendo al 28%, segnale di una timida riattivazione dell’interesse dell’elettorato.


Romano Prodi spara l’ennesima bordata contro Elly Schlein


Romano Prodi: «Sono stato segato alla Presidenza della Repubblica, ma la nostalgia è per Palazzo Chigi. Trump? Con il suo attacco ha fatto un favore a Meloni». L’ex premier intervistato a Bologna alla festa per i 150 anni del Corriere della Sera: «Stupido staccarsi come unico Paese dal Patto di stabilità. Va cambiato, ma da tutti. L’opposizione non è pronta a offrire un’alternativa di governo»

Romano Prodi: «Sono stato segato alla Presidenza della Repubblica, ma ho nostalgia di Palazzo Chigi»

(di Francesco Rosano – corrieredibologna.corriere.it) – «Mi chiede se al centrosinistra serve un altro Prodi? No, ce ne vuole uno migliore! Il passato non si ripete, ma la battaglia politica è bella… Quando mi hanno segato alla Presidenza della Repubblica a me non piaceva fare il Presidente della Repubblica, ma il presidente del Consiglio. E confesso che quando passo da piazza Colonna ho ancora una certa nostalgia…». Ospite della masterclass con gli studenti dell’Ateneo bolognese organizzata dal Corriere della Sera per i celebrare a Bologna i 150 anni del quotidianoRomano Prodi si confessa a tutto tondo al caporedattore centrale quotidiano, Marco Ascione. Senza risparmiare critiche al governo, che chiede alla Ue di allentare il Patto di stabilità per i costi dell’energia («Farlo da soli darebbe un errore gravissimo, da somari»); né all’opposizione di centrosinistra, che sogna la rivalsa elettorale («Non è pronta a offrire un’alternativa, ma non lo sono neanche il governo e la maggioranza»).

«L’opinione pubblica non ne può più di Trump»

Il Professore non ha cambiato idea da quando, all’alba del Patto di stabilità, dichiarò a Le Monde quello che pensa ancora oggi: «È stupido, perché il deficit ci vuole quando devi spingere avanti l’economia. Ma i tedeschi volevano una disciplina fissa». Ma ancora più stupido, sottolinea l’ex presidente del Consiglio dopo le richieste del governo a Bruxelles, «è staccarsi come unico Paese dal Patto di stabilità. Va cambiato, ma da tutti i Paesi, sennò uno fa la figura del somaro della classe». Sui rapporti con gli Usa e sullo “strappo” tra Donald Trump e Giorgia Meloni, sigillato da un’intervista del Corriere della Sera al presidente statunitense, l’analisi di Prodi è netta: «A Meloni ha fatto un favore, perché l’opinione pubblica non ne può più di Trump». Poco importa che la premier avesse attaccato il Professore proprio perché le aveva imputato di essere troppo obbediente a Trump: «Stavo facendo il minestrone, sapete noi anziani… e ho sentito dalla tv che ce l’aveva con me. Ma adesso lui le ha tolto il problema».

Prodi e le critiche al centrosinistra

E poi c’è il centrosinistra, con cui il Professore è anche meno tenero. Padre nobile sì, ma d’altri tempi e d’altri metodi. L’opposizione «non è pronta a offrire un’alternativa di governo. Prima di tutto perché non si sa con quale legge elettorale si va», sottolinea Prodi, acuto sostenitori dell’uninominale: «L’unico sistema che salva la democrazia». Perché toglie potere ai segretari di partito e lo restituisce agli elettori. E invece, nella situazione in cui siamo, «i dirigenti dei partiti parlano solo tra di loro e non c’è grande dialogo con il Paese per stabilire insieme il programma. Io ho fatto un anno in giro per l’Italia con un pullman scassatoQuesto bisogna fare, altrimenti ci si ripiega sempre su se stessi». Ma chi rischia di essere oggi il Fausto Bertinotti che fa saltare il banco del centrosinistra? «Se non c’è un accordo serio e preventivo, tutti», allarga le braccia il Professore, che mette in guardia il campo largo dalla trappola di primarie pasticciate. «Io non sono d’accordo con le primarie prima del programma. Come fai a farla se non sai cosa vuoi fare sull’Ucraina, su Hormuz o sull’età della pensione? Le primarie si fanno su un programma comune e su chi lo può realizzare meglio, questo è serio. Altrimenti si possono anche fare le primarie tra Elly Schelin e Giorgia Meloni, se un programma non ce l’hai».

Infine, come un nonno, un consiglio ai giovani studenti dell’Università di Bologna. «Ragazzi, una cosa voglia dirvela per esperienza personale: cambiare mestiere nella vita è la più bella cosa del mondo, dover ricominciare dalla prima elementare è una delle cose più fortunate che mi siano capitate. E sarà ancora più necessario – conclude Prodi – con i grandi cambiamenti di oggi».


Meno male che era la sinistra ad avere le idee confuse in politica estera 


Se è vero che non si governa senza politica estera, la destra di Meloni, Salvini e Tajani può essere felice: di politiche estere ne ha almeno tre. Completamente diverse l’una dall’altra.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Senza politica estera non si governa.

Quante volte l’avete sentita questa frase, rivolta alla sinistra, o campo largo, o non destra che dir si voglia?

La tesi, magari poco generosa, di certo con più di un fondo di verità, è che in una fase come questa sia importante che una coalizione sia coesa nel decidere che posto voler dare al proprio Paese nello scacchiere geopolitico.

Il problema è che forse, magari, avrà senso occuparsi delle visioni diverse di Conte e Schlein, Renzi e Fratoianni, tra qualche mese.

Ma oggi abbiamo al governo Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Che proprio in questi giorni, e proprio in relazione alla politica estera, hanno raggiunto il massimo livello possibile di incompatibilità.

Fredda cronaca degli ultimi giorni.

Meloni, dopo aver fatto la portavoce di Trump e Netanyahu in Europa per tre anni buoni – giustificandone i dazi, dicendo che gli Usa hanno attaccato il Venezuela per difendersi, aderendo al Board of Peace come osservatrice, augurandosi che vinca il Nobel, giusto per ricordarne qualcuna – , decide di allontanarsi dalla Casa Bianca dopo esserci accorta che le scelte di Trump, a partire dalla guerra in Iran, stavano trascinando lei e l’Italia nel baratro.

Trump comincia a insultare Meloni ogni volta che può, la dipinge come un’ingrata, “minaccia” di ritirare le truppe americane dall’Italia, e già che c’è elogia Matteo Salvini, ripescando una sua vecchia intervista.

Salvini, che non ha detto una parola in difesa di Meloni quando Trump se l’è presa con lei, gonfia il petto e ricorda di essere l’unico ad aver sempre difeso ogni scelta di Trump, dazi all’Europa e attacco all’Iran compresi. Gli stessi dazi e lo stesso attacco che sia Meloni che Tajani hanno condannato.

Non pago, Salvini ricorda anche che lui è sempre stato a fianco di Netanyahu, che ha ricevuto persino il premio di politico più amico di Israele, lo scorso anno. Quello stesso Israele da cui Meloni ha preso le distanze più volte, negli ultimi mesi.

Non bastasse, Salvini continua a dire, in ogni intervista e da ogni palco, che bisogna fare pace con Putin e tornare a comprare il gas dalla Russia, mentre il megafono mediatico di Putin, Vladimir Soloviev inveisce contro Meloni e le dà della donna di facili costumi in italiano, rea di stare a fianco all’Ucraina e di continuare a sostenerla militarmente ed economicamente.

C’è solo una cosa, insomma, su cui Meloni e Salvini vanno d’accordo, ultimamente: entrambi vogliono violare il patto di stabilità, le regole di bilancio che il loro stesso governo ha votato e ratificato due anni fa. Peccato che non sia d’accordo Antonio Tajani, che a differenza loro fa parte del Partito Popolare Europeo, che quelle regole le difende e le sostiene più di qualunque altra forza politica continentale. E ancor di più la famiglia Berlusconi, vera padrona di Forza Italia, sostiene quella stessa linea filo-europea e filo tedesca cui Meloni e Salvini vorrebbero andare contro.

Del resto, in Europa, Tajani è nel Partito Popolare Europeo, il primo partito della maggioranza che sostiene la commissione Von der Leyen, mentre Salvini è nei Patrioti Europei, il gruppo che è più ferocemente contro, mentre Meloni sta nel mezzo: il suo partito europeo è contro, ma uno dei suoi fedelissimi, Raffaele Fitto, è commissario europeo, quindi è pure un po’ a favore.

A proposito di Europa. In tutto questo, la coalizione di destra potrebbe pure imbarcare il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci, per non perdere le prossime elezioni. E lui, Vannacci, è uno che ha mollato la Lega perché è troppo poco filo russa, troppo poco trumpiana e troppo morbida con Von der Leyen. E magari pure il leader di Azione Carlo Calenda, che si è fatto tatuare sul braccio il simbolo delle forze armate ucraine e sostiene con forza l’idea che l’Europa debba armarsi per avere una politica estera autonoma a Trump e agli Usa.

E forse è vero, questa è un’ottima lezione per il centrosinistra, o campo largo, o non destra: che puoi mascherare tutte le incoerenze che vuoi, ma prima o poi, in politica estera come altrove, i nodi vengono al pettine e devi farci i conti.

Ma è anche vero, concedetecelo, che quando Meloni e i suoi parlano di una sinistra con le idee confuse, sono come un cervo adulto che sta dando del cornuto a un mulo.


Chi paga la guerra di Trump? I conti del Codacons: a ogni famiglia italiana costerà mille euro


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Carburanti, trasporti, generi alimentari. L’inflazione non fa sconti e pesa sulle famiglie italiane. Sono ormai trascorsi due mesi da quando gli Stati Uniti, di concerto con Israele, hanno deciso di aggredire l’Iran, trascinando il mondo intero in una nuova crisi umanitaria, politica e commerciale. Il Codacons, elaborando gli ultimi dati ISTAT sul rincaro dei prezzi, ha provato a quantificare i danni per l’economia reale italiana. «Un’inflazione al +2,8% si traduce, a parità di consumi e considerata la spesa totale delle famiglie, in una stangata media da +926 euro annui per la famiglia “tipo” (2 adulti e un figlio, NdR) che sale a +1.279 euro annui per un nucleo con due figli», scrive l’associazione dei consumatori.

Un mese di bombardamenti in Asia Occidentale che non hanno risparmiato i siti energetici e la chiusura (ancora attiva) dello Stretto di Hormuz stanno mettendo a dura prova l’economia mondiale, soprattutto i mercati più dipendenti dalla regione, come quello europeo. Proprio qualche giorno fa, la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen aveva ammesso i costi della guerra all’Iran, quantificandoli in perdite da mezzo miliardo di euro al giorno: «in soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro». Il tutto a beneficio delle multinazionali statunitensi degli idrocarburi, che hanno visto crescere le proprie esportazioni di petrolio verso l’Europa, riproponendo lo schema già visto con la sostituzione del gas russo.

Per quanto riguarda l’Italia, l’ISTAT ha di recente pubblicato i dati sull’inflazione: ad aprile l’indice generale dei prezzi è cresciuto del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’inflazione è trainata dalla risalita dei prezzi energetici e alimentari. «Solo per la spesa alimentare, con i prezzi del comparto che salgono del +3,1% su anno con punte del +6% per i non lavorati, l’aggravio di spesa è pari a +198 euro per la famiglia tipo, +287 euro per quella con due figli», calcola il Codacons. Ci sono poi i rincari per i beni del settore energetico, cresciuti in media dell’8%. L’associazione dei consumatori stima per quest’anno, a parità di consumi, «una stangata media da +926 euro per la famiglia “tipo” che sale a +1.279 euro per un nucleo con due figli». I calcoli sono suscettibili di essere ritoccati al rialzo, in base all’andamento dell’inflazione che rischia di crescere ulteriormente a maggio, vista l’incertezza geopolitica. Con gli stipendi fermi al palo e i prezzi dei beni in aumento, le famiglie potrebbero rivedere nuovamente le proprie abitudini alimentari, diminuendo quantità o qualità del cibo acquistato.

«Le misure messe in campo dal governo non hanno evitato l’impatto devastante della crisi in Medio Oriente sulle tasche degli italiani», ha chiosato il Codacons, auspicando «la proroga del taglio delle accise fino al termine dell’emergenza, per evitare che i prezzi al dettaglio di beni e servizi salgano ulteriormente devastando i bilanci di milioni di famiglie». Il 30 aprile il governo Meloni ha rinnovato per altre tre settimane il taglio dei 20 centesimi al litro per il diesel, riducendolo invece a 5 centesimi per la benzina che oggi, dopo due anni, supera la quota di 1,9 euro al litro.


Spia e taci, il governo sugli scandali non dice nulla. Neanche su Palantir


Dal caso Del Deo a Equalize fino al trojan Paragon. Lo scambio di lettere fra il presidente di Montecitorio e il capogruppo Pd per occultare i rapporti con le società di Peter Thiel. Ecco come Palazzo Chigi tace con le Camere

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Non possiamo negare che sia una tradizione italiana, e però con questo governo pure le tradizioni si esasperano. Ogni tanto si adagia sui palazzi romani uno scandalo “spionaggio” con personaggi vecchi e nuovi, certamente usurati, sconcerto quasi unanime, mucchi di dossier, caterva di persone offese, e subito si applica il copione ormai talmente sperimentato da rientrare a pieno titolo nella tradizione italiana: chi lo aveva predetto, chi lo aveva combattuto, chi lo aveva smontato. Bravissimi a iniziare gli scandali, pessimi a finirli. (Salvo delegare al sistema giudiziario fortunatamente sopravvissuto alla riforma Nordio che lo voleva indebolire).

L’ultimo scandalo riguarda l’ex vicedirettore dei servizi segreti interni Giuseppe Del Deo e la squadra Fiore con l’appoggio dei “neri”. Si dice e si scrive che Del Deo, maestro delle intercettazioni preventive, fosse gradito e sempre atteso ospite a Palazzo Chigi, che era stimato dal ministro Guido Crosetto, che il sottosegretario con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano ne ha subito disposto la cacciata. Lo scandalo appena precedente riguarda l’utilizzo improprio – di mani ignote – del programma di spionaggio Graphite dell’azienda israeliana Paragon, inoculato nei telefoni di attivisti, come don Mattia Ferrari; di giornalisti, come Roberto D’Agostino e Francesco Cancellato, di amministratori/imprenditori, come Andrea OrcelFlavio CattaneoFrancesco Gaetano Caltagirone.

Che lo scandalo si chiami Del Deo oppure si chiami Graphite, e spesso la differenza è soltanto nominale, il governo Meloni fischietta, non commenta, fa finta di nulla, prende le distanze, e di conseguenza le prende anche da sé stesso poiché Del Deo è stato promosso due volte dal governo Meloni e l’azienda Paragon, dopo aver scoperto gli abusi, ha interrotto il contratto proprio con il governo Meloni. Palazzo Chigi ha paura della trasparenza, o quantomeno la pratica con grande patimento. Ne è prova il rifiuto totale di informare il Parlamento sui rapporti istituzionali, non certo privati, con la multinazionale americana Palantir e il suo fondatore Peter Thiel.

Sin dalle origini legata agli apparati di intelligence statunitensi, e di fatto allevata dalla Cia, Palantir fornisce ai clienti pubblici e privati strumenti per l’analisi massiva e predittiva dei dati: per tracciare migranti o per scovare terroristi o per la salute, i trasporti, la finanza. Per sorvegliare. Collabora con la Cia, la Fbi, la Nsa, le forze armate, i corpi di polizia. Palantir è fenomenale nella selezione dei bersagli, che siano esseri umani o infrastrutture nemiche: a Gaza per Israele, in Venezuela per gli Stati Uniti, in Iran per Israele più Stati Uniti. Ovunque a ridosso dei confini americani per la milizia federale Ice.

Palantir capitalizza circa 350 miliardi di dollari in Borsa. Thiel è meno ricco del suo amico/rivale Elon Musk – assieme hanno creato PayPal – e però è molto più potente. Soprattutto Thiel ha un piano per fare della Terra il suo mondo e non per fare il suo mondo su Marte: la supremazia della tecnologia contro la cultura “woke” che ha infiacchito l’Occidente. Il profitto senza regole. L’intelligenza artificiale senza limiti. Il controllo dei cittadini senza privacy. Sì, la filosofia, l’escatologia, l’Anticristo, le lezioni di René Girard, le conferenze riservate: non folklore, ma ostinazione. E per l’appunto, visione.

Thiel fu l’unico miliardario della Silicon Valley a puntare su Donald Trump dieci anni fa, l’unico datore di lavoro di Jd Vance, l’unico a finanziare con 15 milioni di dollari la candidatura del senatore Jd Vance, l’unico a spingere per la vicepresidenza a Jd Vance e dunque Thiel è il primo e unico mentore del vicepresidente e possibile prossimo presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo Palantir ha aumentato la sua incidenza nelle attività dei servizi segreti americani, e viceversa. Affidare la sicurezza a Palantir vuol dire affidare la sicurezza, e la nostra sovranità, agli Stati Uniti di Trump. Negli archivi degli appalti pubblici – incluso quello dell’Anticorruzione – risultano diversi contratti del ministero della Difesa con Palantir dopo la “sperimentazione” avviata da Sogei addirittura nel 2013: 1,3 milioni di euro nel 2018; 1 milione nel 2021, 3 milioni nel 2023, 1 milione nel 2025. Il più recente, il milione, fa riferimento a una licenza per la piattaforma Gotham, uno strumento in grado di integrare dati che all’apparenza sono eterogenei.

Thiel è venuto in Italia a marzo a discettare di escatologia cristiana e, secondo indiscrezioni non confermate, suoi emissari proponevano accordi pluriennali al ministero dell’Interno. Curiosità: Palantir deriva da “palantiri” le pietre veggenti de “Il signore degli anelli”, la solita letteratura di fantasia che ha nutrito l’internazionale di destra. Questo appare sufficiente a indurre le opposizioni a pretendere i doverosi “chiarimenti” dal governo. Com’è facile intuire, e come L’Espresso ha potuto ricostruire, il governo s’è negato. E le motivazioni sono davvero difficili da accettare. Per la democrazia parlamentare, si intende.

Le prime domande su Palantir al governo sono arrivate il 9 marzo 2026 con un atto di sindacato ispettivo del gruppo Pd. Nulla. Si ripetono l’indomani, il 10 marzo 2026, con una informativa in aula. Nulla ancora. Il 24 marzo 2026, superate le due settimane di silenzio, il dem Andrea Casu e decine di colleghi hanno firmato una interpellanza urgente indirizzata al presidente del Consiglio e ai ministri di Difesa, Interno, Imprese, Infrastrutture, Pubblica Amministrazione. Il quesito ormai era noto: che relazioni economiche/istituzionali ci sono con Palantir e Peter Thiel? La sera di giovedì 26 marzo 2026, alla vigilia della risposta del governo, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha scritto al gruppo Pd riportando a sua volta una lettera del sottosegretario Mantovano: «Il governo non può rispondere all’interpellanza in quanto coinvolge materie sulle quali sarà chiamato a riferire a breve al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir)». Per puntellare meglio il suo rifiuto, Mantovano ha citato l’articolo 131 comma 1 del Regolamento della Camera: «Il governo può dichiarare di non poter rispondere indicandone il motivo. Se dichiara di dover differire la risposta, precisa in quale giorno, entro il termine di un mese, è disposto a rispondere». Il motivo indicato era fragile perché il Copasir si era già mosso su Palantir, vero, ma non c’era ancora una data fissata e poi il Copasir, e le sue stanze ovattate, non possono essere il solo interlocutore del governo sull’intera materia della sicurezza nazionale. Quanto ai trenta giorni, sono passati e nessuno, né alle Camere né al Copasir, ha saputo qualcosa.

Il 31 marzo 2026 Chiara Braga, la capogruppo dem, si è rivolta direttamente al presidente Fontana per lamentare non un caso bensì un’abitudine del governo Meloni: «Nel corso della presente legislatura, il governo ha fatto ricorso all’articolo 131 del Regolamento in modo che non trova riscontro nella consolidata prassi parlamentare. Si evidenzia come precedenti analoghi risultino estremamente rari nella prassi parlamentare, con riscontri limitati al 1991 e al 2011, e comunque non caratterizzati dalla reiterazione e dalla concentrazione temporale che si registrano nella presente legislatura». Braga ha reperito due casi in 35 anni e tre in 3 anni e mezzo: le interrogazioni su Paragon e su Palantir e una di Benedetto Della Vedova sul naufragio sul Lago Maggiore durante un’operazione congiunta di agenti italiani e israeliani. Nella sua prudente replica a Braga, il leghista Fontana ha ripescato una riunione della Giunta della Camera del 29 marzo 2011 per affermare che se il governo non vuole parlare non c’è rimedio, se non parlarne, con la censura politica. A ogni modo, un colpo di qua e un colpo di là, Fontana ha salutato Braga spiegando di aver trasmesso le sue doglianze al ministro dei rapporti con il Parlamento. Sia mai che al governo Meloni torni la voglia di comunicare agli eletti «der popolo».


La Fondazione Vassallo incontra Fico: “Sulla costa della provincia di Salerno servono verità e trasparenza”


La delegazione guidata da Dario Vassallo ricevuta dal Presidente Roberto Fico: focus sulle opere costiere e sulla barriera di Casal Velino, già oggetto di interrogazione parlamentare

La Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore ha incontrato il Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, per affrontare le criticità legate agli interventi lungo la fascia costiera della provincia di Salerno, con particolare attenzione al caso della barriera artificiale frangiflutti di Casal Velino Marina. La delegazione della Fondazione era composta dal Presidente Dario Vassallo, dal segretario storico di Angelo Vassallo, l’avvocato Gerardo Spira, e dall’ingegnere Antonio Curcio. Nel corso dell’incontro sono state rappresentate le preoccupazioni emerse dai territori, anche alla luce delle numerose segnalazioni di cittadini e operatori del settore marittimo e balneare. In particolare, è stato evidenziato come la situazione di Casal Velino sia già stata oggetto di interrogazione parlamentare presentata alla Camera dei Deputati dall’On. Stefania Ascari, a dimostrazione della rilevanza nazionale della questione.

“Il mare è un sistema complesso che richiede competenze e responsabilità – ha sottolineato la Fondazione – e ogni intervento deve essere supportato da studi scientifici rigorosi, aggiornati e verificabili. Non si può rischiare di compromettere l’equilibrio della costa e la sicurezza delle comunità locali”.

Durante il confronto con il Presidente della Regione Campania è stata ribadita la necessità di fare piena chiarezza su tutti gli interventi realizzati e programmati lungo la costa salernitana, a partire dagli studi preliminari, dai criteri di progettazione e affidamento, fino ai monitoraggi successivi alla realizzazione delle opere. La Fondazione ha inoltre richiamato l’attenzione sul piano più ampio degli interventi previsti lungo il litorale, sottolineando che ogni progetto dovrà essere valutato con trasparenza, basandosi su evidenze scientifiche indipendenti e su un confronto pubblico reale.

“Non siamo contrari alle opere di difesa costiera – ha ribadito la delegazione – ma chiediamo che ogni intervento sia realmente necessario, efficace e sicuro. La tutela del territorio e del mare non può prescindere da legalità, competenza e trasparenza”.

La Fondazione Angelo Vassallo ha infine sollecitato l’attivazione di verifiche tecniche indipendenti e la piena accessibilità agli atti, ribadendo il proprio impegno a vigilare nell’interesse delle comunità costiere e della salvaguardia di un bene comune fondamentale come il mare.