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Il legame di Giorgia Meloni con le Isole Canarie: l’isola dove ha imparato lo spagnolo “per sopravvivere”


La sua infanzia nelle isole e l’arresto di suo padre per traffico di droga in Spagna.

Il legame di Giorgia Meloni con le Isole Canarie: l'isola dove ha imparato lo spagnolo "per sopravvivere".

(diariodeavisos.elespanol.com) – La premier italiana Giorgia Meloni ha un legame profondo, seppur poco conosciuto, con le Isole Canarie . Durante l’infanzia, la leader politica ha trascorso molte estati sull’isola di La Gomera , dove ha imparato a parlare fluentemente spagnolo “per sopravvivenza”, giocando per le strade con gli altri bambini del posto.

viaggi della presidente italiana alle Isole Canarie erano motivati ​​dalla residenza di suo padre, Francesco Franco Meloni. Suo padre era un noto uomo d’affari che risiedeva a San Sebastián de La Gomera negli anni ’80 e ’90.

La storia familiare sull’isola , tuttavia, cela un retroscena complesso. Franco Meloni gestiva attività molto popolari nella capitale prima di essere arrestato e condannato al carcere in Spagna per traffico di droga a metà degli anni Novanta. Questa vicenda criminale spinse l’attuale primo ministro a interrompere definitivamente i rapporti con il padre durante l’adolescenza.

Le imprese di Franco Meloni a San Sebastián

Il padre della politica italiana arrivò sulle coste di La Gomera all’inizio degli anni Ottanta a bordo di una sorprendente imbarcazione chiamata Caballo Loco ( Cavallo Pazzo), che suscitò la curiosità degli abitanti di San Sebastián. Nel capoluogo dell’isola, aprì il ristorante Marqués de Oristano, situato nell’ex Casa de Los Ayala (Casa degli Ayala).

Questo edificio storico fu in seguito acquisito dal Consiglio dell’isola di La Gomera e attualmente ospita una sede distaccata dell’Università Nazionale di Educazione a Distanza (UNED). Inoltre, l’imprenditore gestiva il popolare locale notturno Fin Fan, diventando una figura di spicco nella vita notturna dell’epoca.

Le estati dell’infanzia a Playa de Santiago

Durante quei soggiorni estivi, Giorgia Meloni e sua sorella Arianna accompagnavano spesso il padre in varie escursioni sull’isola. Testimoni dell’epoca ricordano di aver visto il gruppo familiare nella località costiera di Playa de Santiago, nel comune di Alajeró.

In questa comunità del sud, erano soliti pranzare in locali tradizionali come El Bodegón o La Cuevita prima di trascorrere il pomeriggio in spiaggia. Tuttavia, il legame familiare si interruppe anni dopo. L’uomo d’affari si risposò sull’isola e il suo rapporto con le figlie si deteriorò completamente prima che raggiungessero l’età adulta.

Un passato criminale che ha segnato il leader italiano

Il completo allontanamento della presidente dal padre coincise con un oscuro episodio giudiziario in Spagna. Nel 1995, Franco Meloni fu arrestato dalle forze di sicurezza statali mentre trasportava 1.500 chili di hashish, un reato di traffico di droga per il quale scontò poi una pena detentiva.

La stessa leader italiana ha riconosciuto pubblicamente in diverse occasioni che la sua infanzia travagliata e le esperienze vissute sull’isola hanno profondamente plasmato il suo carattere, la sua indipendenza e la sua successiva carriera politica in Europa.


Ranucci: “Nessuna inchiesta condizionata da Lavitola, esposto FdI errato”


(ANSA) – “Non esiste nessuna inchiesta di Report sull’eolico condizionata da Lavitola. In generale non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola. Questo possono testimoniarlo tutti i collaboratori che hanno partecipato alle inchieste. Quindi l’esposto di Fratelli d’Italia si basa su presupposti del tutto errati”.

Lo dice Sigfrido Ranucci, raggiunto dall’ANSA, in merito all’esposto che Fratelli d’Italia si accinge a depositare in procura, in cui si chiede ai magistrati di chiarire il rapporto tra i due e sui presunti affari di Lavitola nelle fonti rinnovabili nel Lazio.

REDAZIONE REPORT, ‘PESANTEMENTE ATTACCATI, AVANTI CON DETERMINAZIONE’

(ANSA) – “Siamo una squadra pesantemente attaccata — prima con un attentato, ora con una sospensione — ma non ci fermiamo: continuiamo a lavorare con la stessa determinazione di sempre”. 

Lo scrive la redazione di Report, annunciando una iniziativa per protestare contro la decisione della Rai di sospendere le repliche estive. “Stasera, alle 21.15, l’orario in cui saremmo dovuti andare in onda su Rai, collegatevi a RaiPlay e guardate l’inchiesta che sarebbe dovuta andare in onda. Poi fatevi una foto davanti allo schermo (o dello schermo) e pubblicatela sui social, taggandoci e usando l’hashtag #giulemanidareport”.

“Stasera la squadra di Report non è sola – si legge nel comunicato della redazione -. Questa sera Report non va in onda: la Rai ha “sospeso cautelativamente” le repliche estive, in attesa di chiarimenti sull’attentato che “abbiamo” subito lo scorso ottobre nella persona di Sigfrido Ranucci. Una decisione che non condividiamo e che consideriamo una censura senza precedenti. Anche l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai si sono espressi con solidarietà verso Ranucci e verso la trasmissione”.   

“Siamo una squadra pesantemente attaccata — prima con un attentato, ora con una sospensione — ma non ci fermiamo: continuiamo a lavorare con la stessa determinazione di sempre – prosegue la nota -. Ed è proprio questa tenuta, crediamo, a fare di Report un patrimonio da difendere: una garanzia di libertà di informazione che riguarda tutti. Per questo, come squadra, ci rivolgiamo al nostro pubblico, che in questi anni è sempre stato al nostro fianco, per una mobilitazione che vada a colmare il vuoto lasciato dalla sospensione delle repliche estive.

Per policy aziendale non possiamo usare i nostri canali social ufficiali per promuoverla, ma chiediamo la vostra partecipazione: stasera, alle 21.15 — l’orario in cui saremmo dovuti andare in onda su Rai, collegatevi a RaiPlay attraverso questo link: bit.ly/RivediReport_pontemorandi, e guardate l’inchiesta che sarebbe dovuta andare in onda. Poi fatevi una foto davanti allo schermo (o dello schermo) e pubblicatela sui social, taggandoci e usando l’hashtag #giulemanidareport. Report è anche il suo pubblico. La memoria delle nostre inchieste non si sospende per decreto aziendale, e una squadra di giornalisti sotto attacco non è sola quando il pubblico le sta accanto. Report è un patrimonio di tutti”.


La Rai vuole far fuori Ranucci definitivamente?


“Sospendere le repliche è il primo passo per chiudere Report e la pubblicità invenduta la pagano gli italiani”. Parla l’ex commissario di vigilanza Anzaldi: “Mi arrivò un falso dossier su di lui…”. Ranucci è il nemico pubblico da abbattere e la Rai è arrivata addirittura a sospendere le repliche estive di Report. Una scelta insensata economicamente (7% di share a costo zero) che dovrà essere risanata dall’azienda con i soldi degli italiani. Ne abbiamo parlato con Michele Anzaldi, ex segretario della Commissione di vigilanza Rai al quale la storia della vittima (Ranucci), trasformato in carnefice puzza e ricorda molto la strage di Addaura. “Ranucci da sempre è odiato da tutti. Quando ero in commissione mi raggiunse dossier su di lui in cui lo accusava di molestie sessuali. Tutto falso, al fine di screditarlo. Quando sei un personaggio scomodo il potere cerca di fartela pagare”

La Rai vuole far fuori Ranucci definitivamente? “Sospendere le repliche è il primo passo per chiudere Report e la pubblicità invenduta verrà pagata dagli italiani”. Parla l’ex commissario di vigilanza Anzaldi: “Mi arrivò un falso dossier su di lui”

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – Doveva essere il momento di gloria della Rai e invece è stato trasformato nell’esatto contrario, tant’è vero che si è arrivati a sospendere addirittura le repliche di ReportSigfrido Ranucci è un personaggio troppo scomodo e questo è il primo passo per la chiusura definitiva del programma Report. Una scelta, poi, economicamente insensata, dato che a costo zero le repliche di Report sarebbero arrivate a toccare il 7% di share. E ora? Lo spazio pubblicitario relativo a questa fascia d’ascolto chi andrà a coprirlo? Lo abbiamo chiesto a Michele Anzaldi che in Commissione di Vigilanza Rai ci è stato ben dieci anni. Non si è detto per nulla stupito di come si stia cercando di abbattere il nemico pubblico Ranucci. Addirittura, Anzaldi, quando era in Commissione di Vigilanza, venne raggiunto da un dossier artefatto su presunte molestie da parte di Ranucci nei confronti di alcune colleghe. Una lettera caldeggiata da giornalisti importanti i quali dissero addirittura ad Anzaldi di avere pronte le interviste alle presunte vittime. Interviste mai pervenute e, probabilmente, mai realizzate.

Michele Anzaldi

La sospensione delle repliche di un programma di approfondimento come Report così da un momento all’altro, ha dei precedenti? La pubblicità che è stata comprata per lo spazio televisivo che fine fa?

Bisognerebbe chiedersi quale sia il motivo di questa sospensione. Anzitutto, sotto ogni punto di vista, queste repliche hanno fatto bene sia giornalisticamente che economicamente. Pare strano. Secondo. Le repliche sono di Report, che non è una trasmissione qualunque. È la trasmissione di inchiesta principale e migliore della RAI e tra quelle italiane, se ce ne sono ancora. Ricordiamoci che pure Striscia, che faceva delle inchieste, è stata chiusa. Tornando a Report e alle sue repliche, parliamo di ascolti che durante l’inverno vanno intorno al 10% e in estate oscillano fra il 7% e il 5%. Quindi, diciamo, dal punto di vista economico-aziendale è un grosso affare, perché le repliche sono a costo zero e comunque raggiungono il 7%, e in alcune puntate lo superano pure. Dal punto di vista economico questa scelta è insensata. Anzi, secondo me qualcuno dovrebbe chiederne conto, perché sono soldi degli italiani, ricordiamolo, perché hai della pubblicità, su quel 7%, venduta sia come break di Report sia come tabellare. Sostituendolo in fretta e furia, che ascolti potrei fare? Ma soprattutto, dove trovare qualcosa che faccia quegli ascolti? Sono quasi certo che la RAI dovrà restituire o soldi agli sponsor, alla pubblicità che era posizionata in quella fascia, oppure, se non dà soldi, dovrà dare pubblicità in cambio, che è la stessa cosa dal punto di vista economico. C’è un danno economico da ripianare per l’azienda in conseguenza a questa sospensione.

Forse non si aspettava altro perché Report è un programma troppo scomodo

Come ha detto il CDR ieri, questo è il primo passo per chiuderlo proprio, Report. Di sicuro quelli che si avvantaggiano di questa chiusura sono politici, aziende, amministrazioni e tutto quello che è stato oggetto delle inchieste di Report in questa stagione, che non vedranno le repliche. Per fortuna, rispetto al passato, c’è un mondo che forse la politica sottovaluta, che è il web e RaiPlay. Quindi, fossi al posto di alcuni che erano appassionati, me le andrei a cercare lì queste famose inchieste che adesso sono state oscurate.

Se qualcuno dovesse chiedere conto di questa chiusura ad ogni modo si ritrova con una Commissione di vigilanza in tilt

Che sia in tilt ho dei miei dubbi. La Commissione di Vigilanza resta in carica fino a quando non c’è quella nuova. Dopo di che, la Commissione ha un gruppo di deputati dedicati a seguire quella cosa, ma non è che gli altri deputati che non stanno in Commissione di Vigilanza hanno meno potere. Cioè, se un deputato chiedesse conto di questa perdita economica, la RAI è tenuta a rispondere? Certo. Ed è tenuta a rispondere anche a te, alla tua intervista, anche al semplice cittadino che paga il canone. Sarebbe un’operazione di trasparenza giusta e dovuta. In altri tempi, sarebbe successo il finimondo.

Sigfrido Ranucci Ansa

Anche sulle parole del direttore Corsini al Corriere ci sarebbe molto da dire

Chi è la vittima di tutta questa storia? La vittima è Report, è Ranucci. Qua stiamo invertendo le carte. Chi è che ha subito la bomba? L’ha subita Ranucci. A me ricorda, fatte le debite proporzioni, un caso particolare. Un caso in cui venne messa una bomba a un personaggio amato dagli italiani, o comunque conosciuto dagli italiani, o comunque seguito dagli italiani, e non si trovò il movente. È un classico già visto: si dà la colpa a chi quella bomba l’ha ricevuta. Ricordiamoci che questo in Paese nel 1989, fu trovata una sacca piena di candelotti di dinamite sotto la casa al mare di Giovanni Falcone, all’Addaura, e sui giornali uscì che Falcone se l’era messa da sola, quella bomba. Questo è un Paese strano. Tornando a noi. La vittima dell’attentato è il principale giornalista della RAI, che forse è il migliore in Italia per le inchieste. La bomba è esplosa eccome, su due macchine che avevano pure l’impianto a GPL. Poteva essere una strage non solo per lui. Le auto distrutte, la recinzione abbattuta, ma di che stiamo parlando? E adesso sta venendo fuori che tutto questo se lo sarebbe fatto lui? Per che cosa? Per un eventuale sondaggio? Per fare che cosa? Ma veramente c’è qualcuno che crede che, se vai bene nei sondaggi, puoi diventare leader del centrosinistra? Potrebbe crederlo solo uno che non capisce niente della politica italiana. Se bastassero i sondaggi avremmo risolto il problema del centrosinistra, e forse della politica italiana. La domanda rimane, qual è il movente? Ranucci ha detto di avere i suoi dubbi e che finché non vedrà le carte non ci crede. L’interessato è un super tecnico, un super specializzato del settore, ne sa più di tutti. Oltre a sapere direttamente a chi sia andato a pestare i piedi. Allora, non vorrei che stessimo seguendo una pista sbagliata. Ricordiamoci che tutto il castello del caso Tortora, fatte sempre le debite proporzioni, fu costruito così.

La violenza di certa stampa nei confronti di Ranucci è impressionante se non inquietante

Sono stato per dieci anni, ossia due legislature, in Commissione di Vigilanza. Il sogno della politica è sempre stato quello di ridimensionare, se non qualcosa di peggio, Report, perché è sempre stata una trasmissione che ha portato a grossi scandali o presunti tali. C’è sempre stato questo obiettivo. Anche perché Ranucci ha un modo di lavorare che fa arrabbiare la politica e che io critico: quello di fare interviste che durano un’ora e mezza e poi montarle in venti minuti, un quarto d’ora. Che è una cosa che, secondo me, se io fossi in Report, migliorerei, perché offre il destro all’intervistato per dire: “Ma io non l’avevo detto così, il contesto era diverso”, eccetera eccetera. Quindi il sogno della politica è sempre stato quello di ridimensionare quella che era, insieme a Striscia la Notizia, la più grande, e una delle uniche, trasmissioni di inchiesta. Ricordiamoci i grandi scoop che hanno fatto e che hanno provocato terremoti politici veri e propri in Italia, tutte e due. Lo scandalo degli sprechi al Tgr notturno venne tirato fuori da Pinuccio a Striscia e grazie a questo, vennero fatti dei tagli. Ma pure in casa Meloni ricordiamoci lo scandalo sul fuori onda di Giambruno: era sempre Striscia. Lo stesso Report ha generato enormi scandali. Io ne sono pure stato vittima con la vicenda dell’Autogrill tra Renzi e Mancini. Ero deputato di Italia Viva all’epoca e il mio partito ne venne fortemente danneggiato. Come ho già detto in Commissione all’insostituibile Franco Di Mare, Renzi era scortato dai servizi, come pure Mancini, dunque secondo me si è trattato di un terzo servizio segreto che ha seguito per mezz’ora gli altri due. Una storia piena di ombre. Ciò non toglie che ai membri della Commissione di Vigilanza, arrivò uno stranissimo dossier su Ranucci che mi fece storcere il naso, e non poco.

Valter Lavitola in procura a Roma

In che senso un dossier su Ranucci?

Era una lettera bella lunga che sosteneva che all’interno della redazione di Report vi fossero molti comportamenti criticabili in campo sessuale, sulle colleghe. Questa lettera a me personalmente venne caldeggiata da tante persone, non della politica ma del mondo del giornalismo. Ricevetti telefonate da fior fiori di direttori e vicedirettori i quali mi dicevano di avere pronte le interviste alle presunte vittime di molestie. Interviste che poi, guarda caso, non sono mai uscite. Perché evidentemente non esistevano. Sin dal principio non mi fidai. Facemmo delle verifiche e non risultò nulla. Chiesi alla RAI di fare chiarezza su questa vicenda del dossier, ma ecco. Anche lì era tutto stato costruito per cercare di zittire la trasmissione d’inchiesta Report. Dunque nulla di nuovo. Se tu sei scomodo davvero, il potere cerca di fartela pagare. La cosa che stupisce parecchio in questa storia è che sia l’azienda di Ranucci ad averlo mollato. Corsini è il suo direttore. Quando si trattò della chiusura di Striscia Mediaset era compatta dietro a Ricci. Qui invece è l’esatto contrario. Frasi complicate come “Chi aveva un problema con Report andava a rivolgersi…” provengono dal direttore primo dell’intrattenimento Rai. Doveva essere il momento di gloria dell’azienda e invece è stato trasformato nell’esatto opposto. Poi, oltre ai soldi della pubblicità che andranno restituiti sulle tasche degli italiani, viene a mancare l’informazione. E se manca l’informazione c’è anche una violazione del contratto di servizio, perché la RAI ha un canone perché deve fare delle trasmissioni e deve affrontare determinate tematiche. Se tu non le affronti e mi metti un film western, è una violazione del contratto.


Marco Revelli: “Il campo largo non scalda: nel Pd troppi tifano guerra”


“La priorità deve essere il No alle armi. Conte sulla Russia? Puro buon senso”

Marco Revelli: “Il campo largo non scalda: nel Pd troppi tifano guerra”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – La diagnosi è severa: “La piazza di Napoli racconta che questa aggregazione non scalda il cuore a un elettorato disorientato”. La prescrizione è precisa: “Bisogna sciogliere il nodo che dovrebbe essere il primo punto dell’agenda politica, ossia la linea sulla pace e sulla guerra”. Marco Revelli, professore di Scienza Politica presso l’università degli Studi del Piemonte orientale, commenta lo stato della coalizione progressista dopo il flop dell’evento a Napoli di mercoledì scorso.

A suo dire questa alleanza “non scalda”. Banalmente, perché?

Premetto che la grettezza, la volgarità e l’incapacità della coalizione guidata da Giorgia Meloni può far comunque sperare che nelle Politiche il campo largo, o comunque lo si voglia chiamare, possa non perdere o addirittura vincere.

Però?

Però il punto è che nel centrosinistra manca chiarezza sulla linea e sulle proposte. E la vera macina al collo di questa coalizione resta la posizione rispetto al tema della guerra. Qualcosa di inaccettabile, visto che stiamo precipitando verso un disastroso conflitto di grandi dimensioni, con tutto l’Occidente che ragiona ormai in termini di riarmo. Ma il toro va preso per le corna.

I Progressisti si esprimono di continuo contro il riarmo. Compresa Elly Schlein, che pure ha i suoi problemi interni.

La segretaria del Pd ha fatto qualche passo avanti sul tema, ma l’impressione è che si muova sempre su un campo minato. Ogni volta che fa affermazioni anche timide contro la logica delle armi, si scatenano contro i Delrio, i Fassino e i Guerini di turno. Per non parlare del gruppo parlamentare dem in Europa. La verità è che nel Pd c’è un partito della guerra che condiziona la segretaria.

Potrebbero obiettarle che Putin rappresenta una minaccia per l’Europa, e che quindi bisogna rafforzarsi militarmente, no?

Questa è propaganda, non un ragionamento basato su dati di fatto. Putin è il più occidentale nella nomenklatura russa, e sa perfettamente che portare il conflitto fuori dell’Ucraina gli costerebbe enormemente. Sarebbe un’operazione suicida. Ma purtroppo tanti parlano di politica internazionale con toni macchiettistici. Ma così si corre verso un riarmo simmetrico dei fronti, e quindi verso il rischio di un conflitto globale, come avvenne nella prima guerra mondiale.

A Napoli Giuseppe Conte ha sostenuto: “Stanno creando una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti”. Ed è successo un putiferio, anche nel Pd e dintorni.

Conte ha detto una cosa di buon senso, evidente a chiunque sia in buona fede. Ma mezzo Pd è esploso. Una reazione significativa, alimentata da un sistema mediatico ormai in gran parte asservito a questa logica di guerra.

Cosa dovrebbe fare Schlein?

Ah, non vorrei essere nei suoi panni. È stata eletta segretaria da un mondo di sinistra che va oltre i confini del Pd. Ma per lei e tutto il campo progressista quello della guerra resta il primo punto da chiarire. È inutile aggiungere pezzi di programma se non si parte prima da lì.

Il problema comunque è dentro il Pd.

Assolutamente sì.

A Napoli c’è stata la contestazione della sinistra extraparlamentare di Potere al Popolo.

Tutti hanno il diritto di fischiare, ma credo che PaP abbia dimostrato di non avere davvero il senso dell’opportunità. Con quel comportamento ha perso un’occasione.

Restando fuori dei partiti tradizionali, si continua a parlare di una discesa in campo di Alessandro Di Battista, pacifista convinto. Che effetti potrebbe avere sul campo largo?

Non saprei dirlo con precisione. La sua forma di comunicazione potrebbe funzionare. Ma credo sia tardi per nuovi innesti a sinistra.

Difficilmente Di Battista farebbe accordi con i Progressisti…

Sì, anche questo va considerato.

Dopodiché, professore, ci sarebbe da ricordare anche Matteo Renzi. A suo dire a Napoli la manifestazione è andata male perché mancava la componente riformista: cioè, mancava innanzitutto lui.

Guardi, mi lasci stendere un velo pietoso. I problemi sono ben altri.


Quel pazzo romanzo in salsa Monteverde del ristorante Cefalù, Lavitola e Ranucci


Tra un bistrot romano, un attentato, Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, prende forma un intrigo che sfiora politica, servizi segreti e giustizia. Un “pasticciaccio” popolato da sospetti, amicizie ingombranti e ipotesi tanto clamorose quanto difficili da credere. Quel pazzo romanzo in salsa Monteverde del ristorante Cefalù, Lavitola e Ranucci: il racconto del caso dell’estate fatto dallo scrittore Fulvio Abbate

Quel pazzo romanzo in salsa Monteverde del ristorante Cefalù, Lavitola e Ranucci: il racconto del caso dell’estate fatto dallo scrittore Fulvio Abbate

(di Fulvio Abbate – mowmag.com) – Sul cellulare un messaggio di Paolo Mieli, acuto e disincantato osservatore dell’affaire dell’estate, dove si affacciano benedicenti i volti di Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci. E lo stesso Mieli, cliente appassionato del “bistrot di pesce” del già “attenzionato” Lavitola: “Meriterebbe un film, il tutto”. Verissimo, e, pensandoci bene, facendo attenzione alla matassa inestricabile dell’intera faccenda, parafrasando Carlo Emilio Gadda, la pellicola potrebbe opportunamente intitolarsi “Quer pasticciaccio brutto de viale dei Quattro Venti”. Siamo, appunto, a Roma, nell’Urbe residenziale, più segnatamente nella contea di Monteverde Vecchio, lo stesso edificio dove, negli anni Cinquanta, aveva sede il “Centro stampa e propaganda” del Partito comunista italiano, residenza di Pietro Secchia dopo la sua Caduta, dovuta al cosiddetto “caso Seniga”, ed è proprio lì, al civico 51, che adesso ha luogo il ristorante “Cefalù”, meglio, “bistrot di pesce” che vede titolare l’inenarrabile Valter Lavitola, assoluto protagonista del caso politico-criminale, di più, l’Hellzapoppin’ giudiziario dell’estate. Faccio fatica a ricordare chi me ne abbia per la prima volta parlato, sussurrando a mezza voce le generalità del proprietario dalle “carte macchiate”, così almeno in Sicilia sono indicate certe tribolate esistenze che hanno conosciuto perfino gli schiavettoni e la traduzione in carcere – “Lo sapevi che è Valter Lavitola il proprietario del ristorante che hanno appena aperto? Però si mangia bene…” – forse un’amica, alto funzionario di Palazzo dei Marescialli, dov’è il Consiglio superiore della magistratura, o magari Marta, avvocato infine pentito. Miracoli e prodigi di un quartiere impropriamente associato a Nanni Moretti, a una presunta sostanza antropologica “radical chic”, semmai nido di un ceto in tutto medio più una nutrita prersenza di ebrei, l’amicizia con il “gringo” campano Valter è deflagrata nel migliore dei modi in pochi giorni, accompagnata, sia detto, da un ampio fritto di calamari e moscardini, talvolta anche grazie a un “fuori menu”: un’amatriciana preparata dal cuoco soltanto per il “principale” e il suo ospite, davanti allo sguardo dolente degli altri clienti esclusi dal trionfo di gola. Quanto invece al primo sentore di illegalità perpetrata dall’esercente, si tratta della neonata, presente nella lista degli antipasti. Personalmente, ho sempre rilevato ad alta voce che si tratta di cibo sconsigliato a chi non voglia incorrere nelle sanzioni penali, del tutto inascoltata però questa mia denuncia. Giorno dopo giorno, pranzo dopo pranzo, cena dopo cena, “Cefalù” è presto diventato il luogo abituale da frequentare con un amico, Bobo Craxi, ed è forse nata proprio tra i suoi tavoli l’idea di realizzare un nostro pamphlet, “Gauche caviar – come salvare il socialismo con l’ironia”, pubblicato da Baldini+Castoldi, e infine presentato nella piazzetta davanti all’Hotel “Raphaël” con il già citato Paolo Mieli; la bandiera rossa della Comune di Parigi del 1871 come complemento d’arredo memoriale giù dal tavolo. Con lo stesso titolo, con Bobo, avevano comunque iniziato a deliziarci su Teledurruti, mio canale Youtube.

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Ma forse sto scantonando… dicevo appunto di Lavitola, di più, del caso che lo inquadra adesso addirittura accusato di strage: colpa o merito di una bomba piazzata mesi addietro sotto casa di Sigfrido Ranucci, a Pomezia, cittadina industriale sulla strada che raggiunge infine l’Agro Redento dalle paludi. Qui però la matassa subito si ingarbuglia. Chi può aver davvero piazzato l’esplosivo per attentare alla vita di Sigfrido Ranucci, autore e conduttore di “Report”? Gli esecutori, presto intercettati e assicurati alla giustizia, assomigliano ai “soliti ignoti”, così come appaiono in un poster che a Roma c’è modo di trovare in quasi tutte le pizzerie “al taglio” o anche “a portar via”, da Peppe er Pantera a Capannelle. Cosa incredibile o magari solo inenarrabile accade però che a un certo punto della matassa, proprio il Lavitola sia stato indicato come “mandante” del misfatto, immagine paradossale assodato e controfirmato che Valter e Sigfrido non hanno fatto mai mistero della loro amicizia, comprovata anche fotograficamente…. Nella nostra storia però appare un’altra presenza, sorta di presunto anello di congiunzione tra i “soliti ignoti” e l’ipotetico mandante, un Maciste, un Ursus di colore, corpulento, alto, definito sulla stampa come “factotum” di Lavitola, si tratta di Gomes Clesio Tavares, sorta di El Negro Zumbón. Costui, proprio El Negro Zumbón Gomes della matassa, al momento si trova però in Camerun e non c’è modo o volontà che torni nell’Urbe per testimoniare. C’è invece modo e tempo per ogni altri tipo di ipotesi, anche le più suggestive, se non illazioni, le più paradossali e lunari: sarebbe stato addirittura Lavitola a escogitare “l’idea-regalo” della bomba, addirittura come “dono d’amore” all’amico Sigfrido, nella prospettiva che questi, il Ranucci, diventi la vera punta di diamante di un “campo larghissimo”, sorta di Juan Domingo Perón destinato a sbaragliare ogni possibile concorrenza sovranista e populista alle prossime elezioni, così da segreto sondaggio richiesto da Lavitola a un interlocutore fuori dagli angusti confini italiani.

Che Lavitola e Sigfrido siano davvero amici, ripeto, non v’è dubbio: chiunque ha avuto modo di scorgerli a cena o a pranzo più volte proprio da “Cefalù”, anche solo sbirciando dalle vetrine; qualcuno ipotizza perfino che Lavitola, nel suo ruolo di eminenza grigia, possa perfino suggerire di volta in volta a Ranucci quali inchieste mandare in onda e quali invece cassare; anche in questo caso si tratta di illazioni, impossibile comprendere infatti per quali ragioni e titoli Lavitola, forte di un pedigree criminale ampiamente riconosciuto, sorta di “furfante” matricolato, con un carico penale non indifferente che lo ha visto già in carcere per un numero di anni superiore al 5, dovrebbe andare a cacciarsi nuovamente in un guaio simile. Altrettanto però non meno plausibile che Lavitola, nella sua acclarata mitomania, possa davvero avere immaginato, grazie al già menzionato sondaggio commissionato in altro continente, di proporre a Ranucci di diventare “la” figura apicale segnatamente sotto le bandiere dell’Internazionale socialista, l’eroe delle prossime urne del centro-sinistra. Sicura risposta vincente e garantita per frenare la deriva plebiscitaria populista; siero e antidoto per contenere anche ogni genere di Vannacci. Peccato che l’ipotesi non regga. Nel frattempo Lavitola, intervistato dal Corsera, in risposta alle preoccupazioni di un Sigfrido pronto a dissociarsi dalla stretta amicale, assume un tono dolente e orgoglioso: “Ranucci mi offende ma era ed è il mio migliore amico. Sono dispiaciuto che Sigfrido possa aver pensato che abbia organizzato l’attentato. E mi addolora che abbia usato la malattia di mio figlio per raccontare come ci siamo conosciuti”. Quanto all’ipotesi che si tratti davvero del mandante dell’attentato “per lanciarlo in politica”: “Ma per favore, saremmo stati due deficienti”.

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Valter tuttavia mostra fiducia nelle indagini, restando “convinto che tanto il nucleo investigativo tanto la procura siano di un livello top. Per un certo verso questo mi tranquillizza, per un altro mi preoccupa assai”. Poi, in un momento di riflessione ulteriore, quasi “religiosa”, aggiunge: “Non vorrei che il Signore, visto che sono cattolico, mi stesse facendo pagare quello che feci a Gianfranco Fini con la casa di Montecarlo. Quando costruii su un documento falso, legando fatti veri, un documento che fu impossibile da smentire perché nel frattempo lo stato caraibico di Saint Lucia era intervenuto, su mia spinta, con delle informative sulla casa di Montecarlo rendendo tutto impossibile da smentire”.

Il quartiere di Monteverde Vecchio, intanto, da via Giacinto Carini a piazza Rosolino Pilo, tutti comprovati eroi risorgimentali, trattiene il fiato e almanacca, in attesa degli sviluppi. Ignorando l’animus capitolino, nel frattempo, Massimo Gramellini verga un commento per affermare che chiunque riterrebbe sconveniente vantare amicizia con il risaputo manigoldo Valter Lavitola e perfino recarsi da cliente nel suo bistrot. Gramellini, piemontese, è però inadatto, inabile a comprendere fino in fondo il piacere per la promiscuità, diciamo pure, “condominiale” propria della realtà romana dove, come suggeriva il Saggio, “è impossibile fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti”. Nel frattempo Gomez, l’Ursus, El Negro Zumbón del film suggerito da Paolo Mieli, resta in Camerun e sul capo del malcapitato Lavitola grava intatta l’imputazione per strage, “roba da ergastolo”, commenta. Sempre nel medesimo frangente, Lavitola, colpa dello stress, nota un herpes sul mento, nonostante il cerotto protettivo l’uomo continua a tormentarsi con le dita.

Nel “pasticciaccio de viale dei Quattro Venti” compare presto una centuria di fantasmi in ordine sparso: massoneriaservizi segreti, più o meno infidi e deviati, prelati discutibili e molta altra fauna oscura ancora. Resta che ogni ipotesi avanzata per sbrogliare la matassa resta comunque “lunare”, improbabile, un po’ come l’interrogativo sugli inventori delle barzellette: nessuno sa chi davvero le escogiti, si narra di creature che hanno molto tempo a disposizione, quindi forse i carcerati o addirittura i marziani. Lo stesso ragionamento vale nel nostro caso: chi più davvero avere avuto l’idea malsana di piazzare una carica esplosiva sotto il domicilio del conduttore di “Report”? Una bomba, ripeto, descritta addirittura come “amorevole dono” da parte di un Lavitola verso l’amico caro Sigfrido Ranucci, così da fare supporre perfino un’inclinazione omosessuale da parte di colui che d’abitudine viene bollato come “l’ex faccendiere di Silvio Berlusconi”, lo stesso individuo che a suo tempo, da direttore, avrebbe traghettato “l’Avanti”, gloriosa testata del socialismo italiano, nella borgata di Forza Italia. Lavitola ovvero colui, e anche questo si è detto, che seppe svelare la vicenda della casa di Fini a Montecarlo finita nelle pertinenze di un cognato, Giancarlo Tulliani, una storia che, pensando al povero Gianfranco, suggerisce la trama degna del dramma di Manon Lescaut e dello sventurato, perdutamente innamorato, cavaliere de Grieux. Peccato che Paolo Sorrentino non abbia inserito il personaggio Lavitola né in “Loro 1” né tantomeno in “Loro 2”, il film che ha inizio con una scopata “a pecorina”, dove la donna mostra tatuato proprio il volto di Berlusconi sul gluteo destro.

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Al momento, volendo osservare “l’affaire” in tutte le sue cento teste, resta sospeso il ritorno sulla scena di Gomes, garantito Negro Zumbón, da immaginare in Camerun alle prese con i capi tribù. Di lui Lavitola dice “per me come un figlio”. Sì, che ricordiamo di averlo visto Gomes Negro Zumbón a pranzo da “Cefalù”, un omone gigantesco, la stessa taglia di Mike Tyson, tanto che si fa fatica a immaginarlo cullato da Lavitola. Più o meno nelle stesse giornate in cui Sigfrido Ranucci venne fotografato lì a cena con Valter da Aldo Torchiaro, uno scatto finito sul “Riformista” allora diretto da Matteo Renzi, un’immagine che in queste giornate è riapparsa puntualmente così da suggerire il bistrot di pesce “Cefalù” come un crocevia dove c’è modo di incontrare ogni genere di personaggi oscuri: dall’ex capo della CIA all’ormai compianto ex abate di Montecassino, Don Pietro Vittorelli. Opportunamente Paolo Mieli mi suggeriva che da questa storia si potrebbe trarre un film, con un trattamento e una sceneggiatura accidentati, magari sormontati da un ciclopico punto interrogativo. Perfino il “Gambero Rosso” si è intanto premurato di inviare una sua firma per recensire il menù di Valter: “Lo spaghetto alle vongole non è memorabile. Nonostante la porzione generosa, il mollusco era stracotto; meglio il sauté di cozze, franco, sapido e anche questo abbondante”. E ancora, con sentire civile e civico, l’inviata racconta “con un certo stupore le frittelle di neonata, la cui pesca però è vietata. Ipotizziamo che siano rossetti. Non chiediamo”. Chiarito che Lavitola ha in sé qualcosa del mitomane ogni scenario appare plausibile insieme al suo contrario, dal sondaggio che vedrebbe Sigfrido Ranucci surclassare in termini di consensi ogni possibile Schlein e probabilmente anche lo stesso avvocato Conte all’idea del bistrot come “ombelico del mondo” politico odierno. Qualcuno fa notare che la politica è un “virus dal quale non si guarisce”. Infatti Lavitola potrebbe davvero aver immaginato, come si legge, “Ranucci a Palazzo Chigi con sé stesso nel ruolo di un nuovo Gianni Letta”. Chi non conosce Lavitola, ovviamente se lo figura come semplice “malfattore”, chi invece gli è amico, come il sottoscritto, non può fare a meno di raggiungerlo quasi tutti i giorni per chiacchierare del più e del meno davanti ad una “matriciana di mare”, possibilmente tonnarelli. Inutile dire che “l’ex faccendiere di Berlusconi” proverà a farti ordinare la neonata e non c’è modo di convincerlo che sia cibo fuorilegge, e forse questo è l’unico vero crimine che appare nella nostra storia.

Intervistato dal Tg1 Lavitola in una location silvana del quartiere, un vivaio nei pressi di Piazza Rosolino Pilo, si dice molto rammaricato che l’amico Sigfrido abbia anche lontanamente ipotizzato che possa essere stato lui a decidere di mettere la bomba sotto la casa di Pomezia, e anche questo, cominciando dal tono screziato d’amarezza, sembra suggerire una sorta di romanzo sentimentale, e anche ovviamente giudiziario. Dimenticavo, nel film dovranno figurare anche Patty Pravo e Pupo, da me portati lì rispettivamente a cena e a pranzo. Sui titoli di coda mi torna in mente “Porcile” di Pier Paolo Pasolini, dopo che i maiali hanno divorato ogni cosa, e neppure un bottone è rimasto, il testimone dello scempio fa il suono del silenzio accostando verticalmente il dito medio sulla bocca, un modo per chiedere il silenzio che copre ogni possibile verità, ogni opportuna possibile chiarezza su una matassa, un “pasticciaccio”, appunto.


Scuola, caos nei comuni montani. A rischio decine di plessi, protestano anche i leghisti


Dal 22 luglio entreranno in vigore i nuovi criteri per definire i Comuni montani: tagli a deroghe e finanziamenti, con il rischio di pluriclassi, dimensionamento scolastico e spopolamento delle aree interne

Scuola, il decreto di Meloni getta nel caos i comuni montani. A rischio decine di plessi, protestano anche i leghisti

(di Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – Decine di scuole nei paesi di montagna rischiano la chiusura a causa del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell’11 maggio 2026, il Dpcm 121, che definisce per la prima volta cosa si debba intendere per “Comune montano”, introducendo rigidi criteri geomorfologici e altimetrici per definirne la classificazione ufficiale. Un atto, già pubblicato in Gazzetta Ufficiale, con il quale dovrà fare i conti anche il leader della LegaMatteo Salvini, dal momento che tra i sindaci più indignati ci sono proprio quelli del Carroccio.

Dal 22 luglio, giorno in cui entrerà in vigore il decreto, centinaia di comunità si vedranno tagliare i fondi strategici del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane e saranno private delle deroghe indispensabili per evitare il dimensionamento scolastico e il taglio delle classi nei piccoli plessi. Molte comunità non avranno più il ciclo completo della scuola primaria con le cinque classi (prima, seconda, terza, quarta e quinta), ma aule con bambini di 6, 7 e 8 anni insieme oppure di 8, 9 e 10 anni.

Un assetto della scuola che porterà inevitabilmente le famiglie a trasferirsi per dare ai figli la possibilità di frequentare una scuola “normale”. Ad andare su tutte le furie per questo provvedimento è la responsabile Istruzione del Partito DemocraticoIrene Manzi, che in una nota ufficiale scrive: “Ci uniamo con forza alla protesta sollevata in queste ore da numerosi amministratori locali: questo decreto è un vero e proprio atto di arroganza politica. La scuola non può essere governata da algoritmi matematici o da un righello che misura le pendenze dei terreni. Chiudere una scuola in un comune montano significa decretarne lo spopolamento e negare il fondamentale diritto allo studio. Dal Governo pretendiamo immediata chiarezza: chiediamo di bloccare subito gli effetti di questo provvedimento e di aprire un tavolo di confronto urgente con i sindaci per rivedere i criteri e salvare i presìdi educativi delle nostre aree interne”.

Preoccupazione confermata a ilfattoquotidiano.it da Roberto Colombero, sindaco di Marmora e presidente dell’Unione nazionale dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani del Piemonte, che dichiara: “Il Dpcm approvato crea solo confusione. La norma entrerà in vigore il 22 luglio, quando le classi saranno già formate. A quel punto che dovranno fare i comuni esclusi? Nella nostra regione sono circa una trentina, nelle province di BiellaCuneoTorino e Alessandria, dove spesso a governare è proprio la Lega. Ad oggi con dieci bambini iscritti era possibile – con la deroga di comune montano – evitare la pluriclasse, ma ora come faranno i miei colleghi?”.

Diverso, invece, il parere del coordinatore nazionale dell’AniefMarcello Pacifico: “Con un decreto del Ministro dell’Istruzione e del Merito, di concerto con il Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, verrà stabilito un punteggio supplementare nelle graduatorie provinciali per le supplenze, riservato a quei docenti e operatori – sia a tempo indeterminato sia determinato – che abbiano effettivamente lavorato in tali scuole per almeno centottanta giorni nell’anno scolastico, dei quali almeno centoventi dedicati ad attività didattiche. Un ulteriore punteggio è previsto per chi ha insegnato nelle pluriclassi delle scuole primarie situate nei comuni montani, e un ulteriore riconoscimento, proporzionale all’anzianità di servizio maturata, sarà attribuito a chi ha svolto un lungo periodo di attività in queste scuole. La legge introduce poi un importante sostegno economico per il personale scolastico che, per motivi di servizio, decida di trasferirsi nei comuni montani”.


Il francobollo baluardo del Made in Italy


(di Aldo Grasso – corriere.it) – Sottile il genio con cui il ministro Adolfo Urso ha convertito il piano filatelico nell’ultimo baluardo del Made in ItalyIn due anni, più di 300 francobolli: un record. Del resto, le fabbriche possono chiudere, gli incentivi fallire, i tavoli di crisi arenarsi. I francobolli, invece, resistono. C’è della coerenza: se i piani industriali restano sulla carta, tanto vale stamparci sopra un valore facciale.

Nato per far viaggiare le lettere, nell’era digitale il francobollo celebra ciò che rischia di non muoversi più. Il nostro apparato produttivo vive non più nelle statistiche macroeconomiche, ma negli album dei collezionisti, al sicuro dal mercato reale. Anche la dentellatura si fa metafora perfetta: separa con elegante precisione il racconto dalla realtà.

Urso spiega che il piano filatelico consegna alla memoria collettiva le eccellenze italiane. Vero. Ma c’è il rischio che la memoria somigli sempre più a un necrologio anticipato.

Nel «Mondo nuovo», Aldous Huxley immaginava una società distopica governata anche dal culto dei collezionisti di francobolli. Era il 1932, non una linea programmatica di governo. Eppure, l’idea di un futuro industriale puramente commemorativo è tragicamente attuale: se l’Ilva non riesce più a produrre acciaio, lo Stato potrà sempre emetterla in tiratura limitata. Con annullo postale.


Giorgia Meloni non molla definitivamente Trump


(Stefano Intreccialagli – ansa.it) – Il governo italiano parteciperà al summit convocato dal Segretario di Stato americano Marco Rubio per affrontare il pericolo della “rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra”.

Dopo una approfondita riflessione, su impulso della premier Giorgia meloni, il governo ha deciso di mandare una rappresentanza politica anche se non ai più alti livelli. In serata infatti si è appreso che l’esecutivo invierà a Washington un sottosegretario che comunque marchèra la presenza italiana a un summit controverso, almeno nell’ottica europea.

Molti osservatori vedono questa riunione come una crociata dell’amministrazione Trump sul movimento Antifa. Sebbene il Dipartimento di Stato americano abbia provato a vendere l’iniziativa in programma la prossima settimana segnalando che il terrorismo di estrema sinistra è “una vecchia minaccia che sta riemergendo con forti legami transnazionali”, alcuni funzionari americani hanno visto un tentativo dell’ amministrazione Trump di utilizzare potenti strumenti antiterrorismo per reprimere gli attivisti statunitensi considerati estremisti di sinistra.

Il tycoon non ha mai nascosto il suo disprezzo per Antifa, e dopo l’omicidio di Charlie Kirk ha emesso un ordine esecutivo per definire il movimento un'”organizzazione terroristica interna”. Ora, l’obiettivo dell’amministrazione potrebbe essere bollarlo come “terrorismo straniero”, per sbloccare ulteriori strumenti investigativi come la sorveglianza.

E negli Stati Uniti, c’è chi teme che questa strategia possa trasformarsi in un boomerang in caso di ritorno dei democratici alla Casa Bianca: “Sarebbe un precedente per un’eventuale amministrazione Gavin Newsom per prendersela con i conservatori”, ha affermato un funzionario Usa al Washington Post.

Di fronte a questo quadro, non sorprende la perplessità espressa tra le decine di ministri invitati all’incontro – oltre 60 Paesi, secondo il Wp – tra cui figurano la maggior parte delle nazioni europee, i principali Stati latinoamericani e diversi asiatici, come India, Indonesia e Singapore.

Alcuni funzionari di governi stranieri hanno espresso disappunto per l’invito, sia per il breve preavviso – appena un paio di settimane – sia per gli obiettivi vaghi dell’iniziativa. Così, diversi rappresentanti hanno subito giudicato improbabile una partecipazione a livello di ministri, a causa dei numerosi impegni diplomatici. Altri hanno espresso perplessità squisitamente politiche, sottolineando di non capire il motivo dell’invito: “Non abbiamo Antifa”, ha detto un diplomatico europeo al Wp.

“Le nostre forze dell’ordine non si concentrano sul terrorismo di sinistra perché non è considerato una minaccia prioritaria nel nostro Paese”, ha detto un altro funzionario. Da qui, la decisione di molte cancellerie di snobbare l’evento, pensando al massimo a una partecipazione a livello di rappresentanza diplomatica.

Anche in Italia l’invito dell’amministrazione Usa aveva subito suscitato le polemiche politiche, con l’opposizione che ha chiesto al governo di disertare un’iniziativa “che richiama le peggiori stagioni del maccartismo e della caccia alle streghe ideologica” e che “vuole trasformare l’antifascismo e il dissenso sociale in un problema di ordine pubblico”, ha sottolineato nei giorni scorsi Avs.

Una decisione di questo tipo non poteva essere però presa a cuor leggero, di fronte alle tensioni registrate nelle scorse settimane tra Giorgia Meloni e Donald Trump, per ultimo il meme postato su Truth che invitava a “un’ordinanza restrittiva” per la premier italiana. In serata la decisione: l’Italia sarà presente ma solo a livello di sottosegretario.


Chi teme la Costituzione e perché le fa la guerra


(estr. di Roberto Scarpinato – ilfattoquotidiano.it) – […] Sulle colonne del Corriere della Sera, Antonio Polito ha preso posizione contro un mio articolo sul Fatto quotidiano nel quale ho sostenuto che la storia del Paese dimostra come la Costituzione purtroppo non sia mai stata di tutti, ma sia stata avversata dalle componenti più reazionarie e violente del mondo del potere, anche in modo cruento mettendo in campo in alcune contingenze storiche la carta della violenza stragista, delle minacce di colpi di stato, degli omicidi politici chirurgici per impedirne o sabotarne l’attuazione. Polito sostiene che da tale ricostruzione discenderebbe che la Costituzione è di sinistra e che dunque ce ne si può appropriare strumentalmente per fini elettoralistici mettendola nel nome dell’Alleanza del campo largo. Si tratterebbe di una cattiva idea perché indebolirebbe la forza della Costituzione che è stata invece capace in questi ottant’anni di costituzionalizzare anche forze e movimenti che costituzionali non erano.

[…] A tali conclusioni Polito giunge evitando accuratamente di contro argomentare rispetto ai concreti esempi storici da me citati, che smentiscono i pensieri e le intenzioni che mi vorrebbe attribuire, e che, invece, mi sono completamente estranei. Tra le vittime dei nemici della Costituzione – identificati nella triade neofascisti, settori del sistema di potere confluiti nello piduismo, ed alta mafia – ho infatti indicato Aldo Moro e Piersanti Mattarella, uomini simbolo di quel cattolicesimo sociale, che fu una delle matrici culturali fondative della Costituzione, unitamente al pensiero liberale rivisitato da Gobetti sul versante politico e da Einaudi su quello economico, al socialismo liberale delineato da Carlo Rosselli, al pensiero azionista, rappresentato da giganti come il giurista Piero Calamandrei, al pensiero comunista emancipatosi, dopo la svolta togliattiana di Salerno, dal radicalismo classista antisistema.

Pur discordi nelle ideologie, i padri costituenti furono comunque concordi nel rifiuto del sistema fascista e nell’introdurre nella Costituzione i valori diffusi e condivisi dell’uguaglianza e della giustizia. Un collante originario che caratterizzò tutto il successivo corso della storia repubblicana, contrapponendo i partiti dell’arco costituzionale a quelli che ne erano esclusi, come il Msi forza neofascista che non condivideva le basi antifasciste della Costituzione, e che era solo la punta visibile di un vasto, articolato e potente sistema di potere, il cui asse portante era la triade menzionata. Una triade che proprio perché interna al sistema di potere nazionale ha espresso – a differenza delle Brigate rosse, formazioni sovversive antisistema – una violenza di sistema manifestatasi con lo stragismo teorizzato e praticato come strumento di lotta politica, finanziato con fondi di potentati economici, protetto da vertici dei servizi, delle forze di polizia con depistaggi finalizzati ad impedire che dai livelli esecutivi si potesse risalire a quelli superiori. Depistaggi replicati – come un sorta di “copia e incolla” – anche per sviare le indagini sulle stragi del 1992-‘93. La posta in gioco di questa sporca guerra che Falcone definì il “gioco grande”, è sempre stata la Costituzione, ed ha visto contrapposti i suoi nemici a tutti gli esponenti dell’arco costituzionale ad essa fedeli.

Che questa drammatica realtà della storia del paese – certificata anche da plurime sentenze definitive – venga a tutt’ oggi rimossa dalla coscienza collettiva mediante lo struzzismo culturale di tanti ed una retorica di regime che – come scriveva Sciascia – è il sudario che vela le piaghe purulente della Nazione, è segno che il passato in questo nostro paese non passa mai, e si ripropone ciclicamente sotto nuove maschere per non rendersi riconoscibile. Oggi assume le forme di un negazionismo e di un revisionismo che mira ad approfittare degli attuali rapporti di forza per riscrivere la storia e la Costituzione di cui si vogliono minare i pilastri portanti della divisione e del reciproco bilanciamento dei poteri, e stravolgere la gerarchia dei valori fondanti della convivenza. La difesa della Costituzione resta l’ultima spiaggia, il terreno elettivo della nuova Resistenza. Sino a quando resterà in vita, sapremo sempre da dove ricominciare. Il rovesciamento delle politiche economiche e sociali praticate in questi anni, indispensabile per portarci fuori da una crisi di sistema che investe tutti gli aspetti delle relazioni tra gli esseri umani è organicamente connesso, ieri come oggi, con la lotta per l’applicazione della Costituzione.

[…] La Costituzione italiana va non solo difesa ma anzi rilanciata perché, proprio per i valori liberal-democratici di cui è intessuta e per il suo impianto complessivo antioligarchico di derivazione resistenziale, indica la direzione di marcia verso la quale occorre muoversi per un progetto politico nazionale di lotta di ampio respiro che stronchi i progetti di oligarchizzazione del potere in cantiere a livello nazionale e sovranazionale, che emancipi la politica dalla sua subordinazione alla ricchezza, agli interessi di una minoranza dominante raccolta attono alla finanza, al grande capitale, ai comitati di affari e a cricche, ristabilendo il primato della politica sull’economia.

Se questa è la vera posta in gioco, se i nemici ed i falsi amici della Costituzione oggi sono di nuovo in campo per chiudere definitivamente la parentesi costituzionale, bisogna evitare che, come ammoniva Tacito, “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” che mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto venga espugnata dai nemici.


Prevost, il solo argine al tycoon


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Non occorre essere dei credenti per rendersi conto che, oggi, Papa Leone XIV rappresenta, a livello globale, il solo personaggio pubblico in grado di contrapporsi a Donald Trump. Rispetto all’inquilino della Casa Bianca il pontefice risulta, dati alla mano, enormemente più popolare, più amato, più stimato, più ascoltato, più acclamato. Senza contare che verso il Vaticano guardano, da ogni dove, tutti coloro che continuano a nutrire fiducia e speranza nel futuro dell’umanità. Trump, da parte sua, comanda l’esercito più potente della terra e, se solo lo volesse, potrebbe, in un attimo, incenerire la cattedra di San Pietro. Tuttavia, non riuscirebbe lo stesso a indebolire l’infinita energia spirituale che scaturisce dal successore di Pietro e della Chiesa tutta. Non siamo noi a inventarci una competizione tra personaggi che sembrano abitare pianeti lontanissimi, ma che pure agiscono su questa terra esercitando l’uno il potere materiale, l’altro quello spirituale. Due formidabili energie anche, e forse soprattutto, mediatiche, che non sembrano avere rivali. Di Trump abbiamo imparato a conoscere tutte le forme possibili del suo ego mitomane, dell’intera tastiera dei suoi insulti, della sua esplosiva capacità di produrre, ad ogni ora del giorno e della notte, quantità straordinarie di violenza, prepotenza, arroganza, il tutto accompagnato dall’uso più smodato (e ridicolo) della menzogna. Da Papa Leone, e dal suo amatissimo predecessore […] Papa Francesco, scaturisce un messaggio che promana dal Vangelo ma che, pur tuttavia, si cala nell’attualità facendosi largo nelle tenebre dei nostri giorni. E, mentre l’uno usa il linguaggio dell’odio scatenando guerre, alzando barriere selvagge contro gli immigrati, negando (pro combustibili fossili) il progressivo riscaldamento del pianeta, l’altro chiede all’Europa di soccorrere i migranti e al mondo di ascoltare “il grido della terra”.

[…] Prevost parla di “una pace disarmante e di una pace disarmata”, di “costruire ponti con il dialogo e con l’incontro”, chiede di “disarmare le parole per disarmare la terra”. Pace, dialogo, unità, comunione, speranza, dignità delle persone, amore di Dio per tutti: espressioni che sostanziano un messaggio di amore diretto al cuore del persone. Trump non è certamente l’anticristo: anzi, se il suo agire non fosse, spesso, così pericolosamente inconsulto l’immagine che egli trasmette di un vecchio dalla chioma tinta, appesantito e borioso potrebbe anche suscitare una qualche ilare pena. D’altra parte, a quale leadership ci si potrebbe affidare come contraltare al presidente degli Stati Uniti? Ai degni compari Putin e Netanyahu con i quali, come i ladri di Pisa, egli finge di litigare di giorno e a cui di notte si accompagna nelle peggiori nefandezze? Al Buddha di Pechino, impegnato indefessamente a farsi gli affari suoi? Agli inermi sudditi dell’Unione europea che dall’omaccione si fanno maltrattare quasi con masochistico godimento? Ai Rutte? Agli Infantino? Ai tanti indecorosi pupazzi che del servo encomio hanno fatto un mestiere ben retribuito? Oppure, non ci resta che sperare in quel signore vestito di bianco capace di reagire, punto per punto e senza mai alzare la voce alle intemperanze del connazionale (che se potesse, ne siamo convinti, prenderebbe volentieri a calci nel sedere, come d’abitudine fanno certi preti dell’oratorio con i soggetti più discoli)?


Che vuol dire difesa comune?


(di Michele Serra – repubblica.it) – Tra la versione di Conte così come gli è uscita di bocca (“buttare miliardi in armi per difendersi da un nemico immaginario, la Russia”) e l’idea di una difesa comune europea, non più dipendente economicamente e politicamente dagli Stati Uniti, c’è effettivamente un abisso. Per provare a colmarlo, Schlein potrebbe fare presente a Conte che la difesa comune europea non è un’opzione, è praticamente un passaggio obbligato, sempre che l’Europa voglia emanciparsi dall’America e crescere come attore politico.

La discussione non è se difendersi, è come farlo. Con quale cultura, quale tecnologia, quali armi, quali mezzi e quali fini: chi potrebbe dire di no a un esercito comune europeo che abbia nel suo statuto il diritto alla difesa e il divieto all’aggressione? Tra un’idea integralmente inerme del pacifismo, che ha una storia molto nobile idealmente e molto limitata politicamente, e un’idea di difesa solidale tra i popoli europei, fondata sulla tutela dei cittadini e del territorio, è evidentemente la seconda quella che può realisticamente praticare qualunque partito o coalizione della sinistra democratica. Impossibile che Conte non lo sappia, o non lo capisca.

L’altra opzione – quella che simpatie putiniane e antieuropeiste abbiano un peso determinante – può valere per gli urlatori di poche frange di estrema sinistra, in grado di sviluppare molto fracasso ma con un’influenza politica inesistente, secondo la lunga e ingloriosa tradizione dell’estremismo rosso. Ma i cinquestelle hanno milioni di voti, hanno governato, ormai conoscono la politica. Fa bene Schlein a insistere, non è credibile che sia l’idea, giusta e ragionevole, di una Europa più unita e più autonoma a provocare rotture con Conte.


Rai, Ranucci nel mirino: piano dei vertici per sostituirlo


Rai, Ranucci nel mirino: piano dei vertici per sostituirlo

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Bocce ferme e bocche cucite. In Rai l’ordine di scuderia è chiaro: Sigfrido Ranucci non va trasformato in un martire.

Tutto quel che c’era da fare sul caso che sta scuotendo il panorama mediatico-giudiziario — ovvero sospendere in via cautelativa la programmazione delle repliche estive di Report «a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico» — è stato fatto. Ora non resta che aspettare. Due cose essenzialmente.

Gli sviluppi dell’inchiesta della Dda di Roma sulla bomba rudimentale esplosa davanti alla villetta del conduttore, che ha già portato all’accusa di strage per Valter Lavitola, faccendiere controverso e però legato da un rapporto fraterno proprio con la vittima dell’attentato. E l’esito dell’esposto che Fratelli d’Italia depositerà la prossima settimana in procura per approfondire “le relazioni pericolose” fra il giornalista e il presunto mandante degli ordigni piazzati nei pressi della sua abitazione il 16 ottobre scorso.

Due capitoli investigativi forieri di sorprese: dall’attività dei carabinieri sui device trovati il 4 luglio nell’appartamento di Lavitola — tre telefonini e due pendrive, oltre a sette manoscritti — potrebbero infatti saltar fuori atti o documenti utili a definire il perimetro in cui si è consumata la scelta di affidare a una banda di quattro persone l’agguato ai danni del popolare volto Rai. Mentre il partito della premier ha intenzione di porre all’attenzione degli inquirenti un paio di puntate di Report dietro cui si nasconderebbe — questo il sospetto — la manina dell’amico imprenditore, deciso a vendicarsi di alcuni esponenti meloniani che gli avrebbero negato il sostegno per certi suoi progetti nel campo delle energie rinnovabili nel Lazio.

Eccola la strategia che si va delineando ai piani alti della tv pubblica. Di tempo per far emergere eventuali elementi compromettenti su Ranucci ce n’è abbastanza: almeno tre mesi. Dopodiché, se dovesse avverarsi la profezia di Massimo Giletti — «Credo che tra poco ci sarà un colpo di scena molto delicato sulle vere motivazioni dell’attentato», ha sibilato giovedì scorso a margine di una manifestazione culturale a Polignano a Mare — scatterebbe l’epurazione che la destra sogna da anni: Report andrà comunque in onda a partire da novembre, resta cioè confermato nei palinsesti, ma a guidarlo non sarà lo storico anchor di Rai3, bensì qualcuno dei collaboratori più fidati. Un interno. Opzione che consentirebbe di centrare tre diversi obiettivi: liberarsi di Ranucci, smentire chi grida alla censura e sfatare l’accusa di aver trasformato l’emittente di Stato in TeleMeloni.

Nel frattempo non si placano le polemiche scatenate dallo stop alle repliche estive della trasmissione, stabilito dalla direzione Approfondimenti. Dalle fila della maggioranza è nientemeno che il vicepremier Antonio Tajani a scomodarsi per difendere la scelta dei vertici e alimentare i sospetti sul conduttore: «La Rai è autonoma. Tocca alla magistratura e alle forze dell’ordine fare chiarezza su una vicenda inquietante, dai contorni un po’ strani». Tuttavia Ranucci, che ieri e oggi avrebbe dovuto portare il suo spettacolo in Sardegna (ma le date sono state annullate, ufficialmente per motivi tecnici), contrattacca: «Sospendere le repliche di Report per cautelare un marchio aziendale è una decisione che rischia di avere la stessa lettura che le bombe davanti casa mia siano state messe per amore», scrive sui social. «La conseguenza», denuncia, «è che ad essere sospesa è la qualità del lavoro di una squadra, e soprattutto la memoria di fatti importanti di questo Paese». Fratelli d’Italia però non demorde e punta il dito contro le opposizioni: «Lavitola pensava a Ranucci come possibile leader del centrosinistra, arrivando a commissionare sondaggi sulla sua popolarità. È lo schema di sempre: prendere una persona, trasformarla in simbolo e costruirci sopra una battaglia identitaria da portare al centro del dibattito pubblico».

Ricostruzione lunare per il campo largo. L’iniziativa dell’azienda di cancellare le repliche di Report è «incomprensibile e sbagliata», tuonano i leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: «Non si capisce a quale principio di cautela risponda una scelta che nulla ha a che vedere con l’indagine in corso. Peraltro, giova ricordarlo, l’indagine vede Ranucci come parte lesa». La battaglia continua.


L’Europa spaccata e l’Italia in mezzo


L’Europa spaccata e l’Italia in mezzo

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – La recitazione della solidarietà transatlantica andata in scena al vertice Nato di Ankara non può ingannare nessuno. Il disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa mentre fra gli europei domina la narrazione per cui la Russia sta per attaccarci e la Germania riarma in grande stile per ergersi a massima potenza militare del continente, rovescia la ragione dell’Alleanza Atlantica. Procedendo lungo questo piano inclinato, domani potrebbe suonare: americani fuori, russi dentro e tedeschi sopra.

Come quasi sempre nelle svolte della storia, all’origine c’è un paradosso: l’opposta valutazione che americani ed europei danno della potenza e delle intenzioni russe, quattro anni e mezzo dopo l’aggressione all’Ucraina. Washington constata che Mosca vi resta impantanata. Perciò la declassa a impero secondario. Non vera minaccia. La retrocessione della Russia è strutturale. Soprattutto considerando che i fattori decisivi nel respingere le invasioni svedesi, francesi e tedesche (a partecipazione italiana) subìte negli ultimi tre secoli — la massa demografica da sacrificare e l’immenso spazio utile a guadagnare tempo per la controffensiva — sono drasticamente ridotti. Droni ucraini che piovono financo in Siberia ne sono prova. I principali soci euroatlantici considerano invece questione di tempo l’invasione del continente da parte russa, possibile nel 2029 se non prima. E se non ci credono, suonano comunque l’allarme per legittimare la corsa alle armi, espediente per rilanciare le rispettive industrie in profonda crisi. Sembra risuonare qui la replica di Stalin all’ambasciatore americano Averell Harriman, che durante la conferenza di Potsdam (17 luglio — 2 agosto 1945) volle congratularsi con lui per aver preso Berlino: “Lo zar Alessandro era arrivato a Parigi”.

L’unico punto di convergenza fra le due sponde dell’Atlantico riguarda gli ucraini, incaricati di morire per noi e da noi armati di tutto punto a questo scopo. In modo da darci il tempo per affrontare l’armata russa in pulsione neoimperialista. Kutuzov siamo noi? Del fatto che Kiev veda premiato l’eroismo dei suoi combattenti con il dimezzamento della popolazione rispetto al 1991 — anno dell’emancipazione dai moscoviti — insieme al dilagare della corruzione e alle sanguinose dispute fra oligarchi, poco ci interessa. Sarà interessante valutarne le conseguenze quando a guerra sospesa chiunque governi la patria invasa e amputata dai russi ci chiederà conto delle promesse di status e denari elargite con leggerezza.

Gli Stati Uniti negoziano con Putin una lunga tregua in Ucraina per staccarlo da Xi dopo averlo spinto nelle sue braccia e impedire che gli idrocarburi della Russia alimentino il motore cinese. Gli europei fanno del loro meglio per tenere i russi impegnati contro gli ucraini. Si chiama “pace giusta”: è guerra a oltranza per procura.

Gli euroatlantici riarmano ciascuno per suo conto e contro il conto altrui. Le opinioni pubbliche ne traggono il sentimento di trovarsi alla vigilia della terza guerra mondiale. Quasi destino irrevocabile. Prezzo di tanta psicosi: festival delle propagande, umiliazione della politica e morte cerebrale della diplomazia. La profezia bellica finirà per autoavverarsi? Sarebbe sciocco escluderlo. Imperdonabile rassegnarvisi.

Nella carta geopolitica d’Europa si profila così una macro-faglia che spacca l’Europa triste vedova d’America. Gli antirussi assoluti, già in guerra a non troppo bassa intensità contro Mosca, esibiscono il modulo classico: in testa baltici, scandinavi e polacchi, ispirati dai britannici entusiasti di rigiocare scampoli del Grande Gioco con l’arcidiavolo russo. A queste avanguardie si affiancano i tedeschi, con i francesi mezzo passo indietro. Berlino e Parigi sono pronte a cambiare registro in caso di avvento al governo di partiti più o meno filorussi espressi dalle rispettive destre nazionaliste.

Noi italiani siamo tanto per cambiare fra due sedie. Ipnotizzati dai duetti mediatici Trump-Meloni perdiamo di vista la necessità di scegliere. Narcotizzati dall’abitudine all’eterodirezione strategica a stelle e strisce, ora che di strategico nella percezione statunitense dell’Europa rimane un’ombra ci lasciamo portare dalla corrente. Verso la cascata, parrebbe. Ma al fascino dell’incoscienza non vogliamo resistere.


Il Campo Ladrov


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – I soliti idioti parlano di “Campo Lavrov” perché Conte, dal palco di Napoli, ha osato dire che “stanno costruendo una minaccia russa per convincerci ad armarci fino ai denti, ma persino il comandante delle forze Nato ha detto al FT che la Russia non minaccia l’Europa”. Tutti gli analisti seri sanno che Putin non vuole né potrebbe invadere l’Europa, cioè la Nato (ha invaso l’Ucraina […]


La nuova mossa di FdI contro Ranucci: esposto ai pm sui rapporti con Lavitola


I meloniani insinuano che il programma attaccasse il partito su commissione del faccendiere. Il conduttore contro lo stop alle repliche: “Sospesa la memoria di fatti importanti”

La nuova mossa di FdI contro Ranucci: esposto ai pm sui rapporti con Lavitola. “Condizionavano i servizi di Report”

(ilfattoquotidiano.it) -Fratelli d’Italia si prepara a presentare un esposto in Procura su Sigfrido Ranucci e i suoi rapporti con il faccendiere pregiudicato Valter Lavitola. La notizia, anticipata dal Messaggero, è stata confermata da fonti parlamentari. A quanto riferisce il quotidiano romano, la denuncia riguarda in primis le parole del dirigente Rai Paolo Corsini – vicino a FdI – riportate da Repubblica Corriere, poi smentite in parte dall’interessato: “So che chi aveva un problema con Report spesso andava da Lavitola. Quando è uscito il nome di Lavitola ho subito pensato che ci fosse qualcosa di strano dietro“, ha detto il direttore degli Approfondimenti del servizio pubblico. I meloniani, inoltre, insinuano che la trasmissione condotta da Ranucci si sia accanita contro esponenti laziali del partito a causa delle mancate autorizzazioni, da parte di enti locali guidati da FdI, ai progetti di Lavitola nel campo delle energie rinnovabili.

La mossa dei meloniani arriva subito dopo quella della Rai, che tramite la Direzione apprfondimenti guidata da Corsini ha annunciato la sospensione della messa in onda delle repliche estive di Report, “in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda”. Una decisione subito applaudita da Fratelli d’Italia, che ha lodato la scelta “a tutela del servizio pubblico”. Ranucci, che aveva già espresso “sconcerto e preoccupazione” per la sospensione, sabato è tornato a esprimersi con un post sui social: “Sospendere le repliche di Report per cautelare un marchio aziendale è una decisione che rischia di avere la stessa lettura che le bombe davanti casa mia siano state messe per amore. La conseguenza di questa decisione è che ad essere sospesa è la qualità del lavoro di una squadra, e soprattutto la memoria di fatti importanti di questo Paese”, scrive.