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La Groenlandia, gli USA e Kropotkin


(Marco Perisse – lafionda.org) – Groenlandia, GIUK Gap, Artico, mappa azimutale e così via. In questo pirotecnico inizio del 2026, per effetto delle varie iniziative dell’amministrazione Trump la geografia invade le prime pagine. L’accelerazione della dinamica geopolitica è tale da piegare la cronaca alla geografia.

Già questo elemento lancia l’attualità del geografo Pëtr Kropotkin che, alla morte sopraggiunta nel 1921, era noto quale teorico dell’anarchismo, ispiratore di quello che fu definito “anarco-comunismo”. I suoi lavori offrono interessanti spunti propedeutici alle letture geopolitiche. Meno nota però è la produzione scientifica di Kropotkin, sebbene fosse uno dei geografi fisici più accreditati del tempo, tanto che un suo ritratto si trova nel salone della Royal Geographical Society di Londra. Oggi invece i suoi stessi testi politici sono ritenuti dagli specialisti esempi brillanti di geografia sociale.

Nato a Mosca nel 1842 da una famiglia dell’aristocrazia, diplomato all’accademia militare, il principe divenuto ufficiale dei cosacchi, attratto dalle scienze naturali, va in servizio nell’Oriente inesplorato dell’impero zarista. Tra il 1862 e il 1867 attraversa la Siberia, studia l’idrografia e le catene montuose. Un’acuta osservazione lo porta a definire l’oblast sud-orientale del fiume Amur, da poco annesso (1860) alla Russia zarista, «Mississippi dell’estremo oriente», in analogia con i territori che in America si disvelavano in quegli anni sulla via della “conquista del West”.Ha la preveggente intuizione che il futuro prossimo appartenga alla Russia come all’America in ragione dell’estensione e delle risorse di vastissime terre vergini. Una medesima analogia può valere per la Groenlandia, l’isola più grande del mondo (2,16 milioni di km2, densità 0,03 abitanti/km2: molti di essi sono nativi Inuit), il cui sottosuolo è rimasto indenne perché coperto da una coltre di ghiaccio. Nel 2016, dopo la rimozione di un divieto, l’isola – che beneficia di larga autonomia – annunciò piani per l’estrazione in uno dei maggiori giacimenti di uranio al mondo. Come nell’Artico siberiano, lo scioglimento del permafrost e di settori della calotta, favorito dal riscaldamento del clima, rende realistica, seppure non agevole, la prospettiva di sfruttare i giacimenti di gas naturale, carbone, zinco, ferro e diamanti. Con riferimento a questo caso si può citare il geografo russo e la sua fondamentale teoria sul disseccamento delle zone interne dell’Eurasia cominciato alla fine dell’era glaciale, tema vieppiù attuale in riferimento a quanto accade nella fascia boreale.

Dopo aver lasciato l’esercito ed essersi laureato in Scienze naturali, nel 1872 Kropotkin si dimette dall’incarico di segretario della sezione geofisica della Società Geografica Imperiale russa. Il geografo fa posto al rivoluzionario: viene arrestato come affiliato del “circolo Čiaikovski” e imprigionato nella fortezza di San Pietro e Paolo dalla quale evade nel 1876 con modalità degne di un romanzo di avventura, che poi racconterà nelle Memorie di un rivoluzionario. Inizia un girovagare tra varie persecuzioni che lo porterà in diversi paesi d’Europa, fra cui la Francia, dove è incarcerato nel 1882. Lo studio della geografia e della biosfera fa da “scintilla” dell’esplorazione nel mondo delle idee, coadiuvata dall’esperienza diretta delle interazioni ecologiche in habitat inviolati, delle disfunzioni e della rapacità dello Stato centralista, delle inefficienze della burocrazia, delle condizioni dei ceti subalterni. Matura convinzioni antistatuali nutrendo l’idea antiautoritaria, autogestionaria e solidaristica di una rete orizzontale di comuni, cooperative, unità produttive confederate, in parte informata al tradizionale sistema russo delle comunità rurali (obščina), rielaborato sul pensiero di Bakunin, in parte mutuando l’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi, rafforzata dalle sue osservazioni scientifiche sulla cooperazione nelle specie animali.

Kropotkin vive in un’epoca di appropriazioni coloniali dove l’economia di estrazione delle risorse e la logica dell’accumulazione travolge tutto, anche le popolazioni autoctone con le quali gli europei sono a contatto in ormai tutti e cinque i continenti. Intere regioni vengono denaturalizzate e destinate a piantagioni o pascoli per alimentare la domanda che trasforma la moneta in capitale che a sua volta produce merci e profitto, crea nuovi impieghi (industriali, infrastrutturali, finanziari) e cicli produttivi – che traggono plusvalore dal lavoro –, invade nuovi territori e mercati secondo un modello mirato all’accrescimento indefinito del capitale stesso. Kropotkin traccia una delle prime denunce dei misfatti della colonizzazione spezzando la sua lancia in favore dei nativi, come quelli che aveva incontrato in Estremo Oriente, e apre la strada agli studi etnografici di Élisée Reclus e Léon Metchnikoff che mettono in discussione la pretesa supremazia “morale” dei bianchi per i quali “esportare civiltà e progresso” è il sostrato propagandistico dell’espansione coloniale del liberalismo nel secolo XIX.

Contro il sistema economico-politico, Kropotkin sviluppa le sue tesi politiche poggiandole sulle riflessioni sviluppate in veste di scienziato: l’opera Il mutuo appoggio riflette le osservazioni circa l’importanza della cooperazione all’interno delle specie animali e delle società umane quale fattore di evoluzione, in antitesi sia all’idea di competizione fra gli individui che a una romantica predisposizione di essi all’armonia sociale. Si distingue tanto da Hobbes (l’arbitrio predatorio del più forte: l’homo homini lupus) quanto da Rousseau. La nozione di mutuo sostegno quale fattore di evoluzione – l’aiuto reciproco in contrasto con quello che poi divenne comunemente il concetto di “darwinismo sociale” – gli fu ispirata sul campo: «Anche nelle zone ove la vita animale abbonda, non potei constatare questa lotta accanita pei mezzi di sussistenza fra gli animali della stessa specie, che i darwinisti (benché non sempre Darwin stesso) consideravano come la principale caratteristica della lotta per la vita e il principale fattore dell’evoluzione». Charles Darwin, pubblicando L’origine dell’uomo a dodici anni di distanza da L’origine delle specie, aveva limato l’idea della lotta per l’esistenza e sosteneva che le specie animali capaci di maggiore cooperazione fra cospecifici hanno maggiori probabilità di progenie. Non si può in un articolo sviscerare complesse tematiche filosofico-etico-politiche legate al pensiero di Kropotkin, consegnato a una vasta opera pubblicistica. È opportuno però sottolineare l’idea della cooperazione fra individui quale fattore evolutivo delle loro società.

Kropotkin sta uscendo dalla nicchia degli studi specialistici e politici: la prima edizione in inglese dei diari di esplorazione è stata pubblicata nel 2021. Lo scienziato si può collocare in una schiera di figure eterodosse del pensiero critico tenute in disparte per vari motivi, ma alle quali si può attingere per definire un corpus teorico anti-hobbesiano. Gli storici Stefano Merli e Luigi Cortesi sottolineavano la necessità di riscoprire filoni tralasciati nella storia delle sinistre e del socialismo al fine di arricchire strumenti analitici e interpretativi funzionali tanto alla storiografia quanto alla prassi. In quei filoni si potrebbero vedere fra gli altri Anna Kuliscioff, riformista (sostantivo) rivoluzionaria (aggettivo) sulla figura della quale ho pubblicato la novella storica Anna Kuliscioff e la nichilista, e Pëtr Kropotkin.

Quanto alla Groenlandia, il clamore circa l’eventualità di un’occupazione manu militari statunitense sembra fuorviante dal momento che l’ipotesi dai contorni più realistici suppone un acquisto senza colpo ferire, forse addirittura col beneplacito di una parte della popolazione locale, quindi poggiando sul principio di autodeterminazione. Già nel 2019, nel corso del primo mandato, il presidente Donald Trump aveva prospettato l’opzione dell’acquisto. Storicamente gli Stati Uniti hanno già acquistato territori altrui. Nel 1803 la giovanissima nazione americana comprò per 15 milioni di dollari dalla Francia napoleonica la Louisiana (area pari a 2 milioni di km2, ben più estesa dell’omonimo stato). Nel 1867 un altro colpo con l’acquisto della propaggine più orientale dell’impero russo, l’Alaska, per 7,5 milioni di dollari. Vi sarebbe stato in quel periodo un sondaggio del Dipartimento di Stato pure per acquistare Groenlandia e Islanda. Dal XVI secolo l’Islanda apparteneva alla corona danese. Vi rimase fino all’occupazione della Danimarca da parte della Germania nella II Guerra mondiale, che spinse gli anglo-americani a occupare l’isola per vigilare il “vuoto” nel Nord Atlantico tra le coste di Groenlandia, Islanda e Regno Unito, il GIUK (acronimo) Gap. Sotto la presenza americana nel ’44 si svolse un referendum che proclamò l’indipendenza dell’Islanda. L’alienazione era in passato favorita dalla natura giuridica degli Stati patrimoniali, nei quali la sovranità coincideva col titolo di proprietà in capo al monarca. L’ultimo acquisto è del 1917, quando gli Usa comprarono le caraibiche Indie occidentali danesi, ribattezzate isole Vergini americane. Pareva si fosse concordato di non procedere ad altre transazioni, tuttavia nel ’46 il presidente americano Harry Truman offrì a Copenaghen 100 milioni di dollari per l’acquisto della Groenlandia, ma il governo danese rifiutò. Il professor Cortesi ricordava come gli Usa durante e dopo il secondo conflitto mondiale avessero rimpiazzato l’impero britannico in declino, insediandosi in diverse piazzeforti quale nuova talassocrazia egemonica. In caso di una arcigna determinazione degli Stati Uniti, appare arduo per la Danimarca mantenere il protettorato sull’ultimo retaggio del proprio lontano passato coloniale.


Reuters: “Gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran entro le prossime 24 ore”


(reuters.com) – Un funzionario statunitense, parlando in anonimo, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno ritirando parte del personale da alcune basi chiave nella regione come misura precauzionale, date le crescenti tensioni regionali. Due funzionari europei hanno affermato che un intervento militare degli Stati Uniti sembra probabile, con uno di loro che ha aggiunto che potrebbe avvenire nelle prossime 24 ore.

Un funzionario israeliano ha inoltre affermato che sembra che Trump abbia preso la decisione di intervenire, anche se la portata e i tempi non erano ancora stati chiariti. Il Qatar ha dichiarato che le riduzioni di personale dalla base aerea di Al Udeid, la più grande base statunitense nella regione, “sono in corso in risposta alle attuali tensioni regionali”.


Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio


(Elena Basile – lafionda.org) – Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il “noi” e il “loro”. Volevo sentirmi, per un breve momento, parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni.

Volevo combattere le superstizioni di cui vive la borghesia europea, nutrite dalle allerte dei Ministeri degli Esteri e da una diplomazia che descrive il Paese come una dittatura monolitica, in grado di arrestare l’occidentale per strada e sbatterlo in prigione a vita, nel totale disprezzo dei diritti umani. Collegatevi al sito del Ministero degli Esteri belga, ad esempio, e vedrete come nel cittadino medio venga inculcato il terrore e coltivata l’immagine dei terribili soprusi che si possono subire in Iran. Naturalmente, ai tempi della dittatura dello Shah, quando era normale che la polizia segreta limitasse la libertà dei propri cittadini e li torturasse in carcere, non vi erano allerte di questo genere e gli occidentali riempivano alberghi e bar del Paese, felici e gozzoviglianti, incuranti del sistema di polizia nel quale si trovavano.

Il soggiorno è stato breve, un tempo ridicolo, non certo sufficiente ad avvicinarsi a un Paese dalla storia millenaria, caratterizzato da una complessità politica, culturale, economica e sociale a cui la visione stereotipata occidentale non rende giustizia. Viaggiare nel Paese anche solo per pochi giorni permette tuttavia di sfatare i pregiudizi coltivati dalla borghesia illuminata europea. Il Paese appare sicuro: non ci sono blocchi di polizia, né controlli per strada. Non ho mai visto automobili fermate dalla polizia o cittadini costretti a esibire i documenti. Come occidentale mi sono sentita accolta ovunque da una gentilezza dimenticata, da sorrisi e attenzioni che nei Paesi europei sono considerati fuori luogo. Un popolo ospitale, profondamente colto e sofisticato, sembra dimenticare di essere quotidianamente sotto attacco israelo-americano e tratta il turista occidentale come se non provenisse da Stati che hanno dichiarato una guerra militare, politica ed economica al loro Paese.

Dispiace che la diplomazia europea a Teheran, invece di testimoniare la realtà del Paese, si conformi al catechismo imposto dalle capitali e allarmi il malcapitato turista, descrivendo i rischi terribili che il sistema di polizia iraniano potrebbe fargli soffrire. Di fatto, il maggiore pericolo per i turisti è rappresentato dall’aggressione israelo-americana, dai bombardamenti che possono avvenire da un momento all’altro.

Le manifestazioni dovute alla crisi economica degli strati popolari più poveri, dei piccoli commercianti dei bazar, a cui si affiancano studenti e una generazione giovane, laica e insofferente verso il regime teocratico, stanca dell’immobilismo del potere politico, non costituiscono un rischio diretto per il turista. È comprensibilmente sconsigliabile prendere parte alle manifestazioni, anche pacifiche, fotografare la polizia o le istituzioni iraniane. Esistono scontri cruenti con la polizia, soprattutto nelle città al confine con l’Iraq e la Turchia, tra manifestanti armati accompagnati da agenti stranieri del Mossad e della CIA. Muoiono civili e poliziotti. Washington fomenta le rivolte armate nella speranza, improbabile, che una combinazione tra bombardamenti e instabilità possa portare a un cambio di regime.

Nelle principali città iraniane le manifestazioni cominciano alle otto di sera e sembrano insurrezioni di qualche centinaio di persone. Si tratta di proteste violente, con atti di vandalismo e assalti con esplosivi artigianali contro la polizia, che risponde brutalmente. A Isfahan mi sono ritrovata a qualche centinaio di metri dall’insurrezione: avvertivo il rumore di armi da fuoco e degli esplosivi dei manifestanti; eppure i quartieri adiacenti non erano bloccati. Vi era ancora un esiguo traffico di automobili e di passanti; ho cenato tranquillamente in un ristorante insieme ad altri pochi turisti.

Non vorrei creare malintesi. Non difendo il potere teocratico né la sua polizia, che in passato ha represso con violenza anche manifestazioni pacifiche. Migliaia di vittime sono state registrate nel Paese, mi riferiscono i riformisti e gli iraniani laici con cui sono stata in contatto. Oggi il Paese appare più aperto. La gente parla liberamente. Le critiche al potere sono il pane quotidiano. Mi sono ritrovata in discussioni nei bar e negli hotel e nessuno aveva timore di esprimere le proprie opinioni.

In Paesi che hanno sofferto vere e proprie dittature, come quelli latino-americani o i Paesi dell’Est — nella Romania di Ceaușescu — si evitava di parlare persino in casa propria; se un vicino scompariva, non si aveva il coraggio di menzionarlo neppure in conversazioni private. Ho raccolto testimonianze di diplomatici rumeni a questo riguardo.

In Iran oggi non si avverte la presenza pervasiva della polizia. Le donne in chador camminano per strada accanto a quelle vestite all’occidentale. Si incontrano ragazze con capelli tinti di azzurro, tatuaggi e jeans. Gli uomini sembrano indifferenti, poco curiosi nei confronti sia delle ragazze che investono nell’esibizione della propria femminilità sia di quelle che ostentano l’adesione ai precetti islamici. Nei locali la sera vi sono donne sole, di una certa età, che fumano e hanno volti un po’ artefatti, come in Occidente, per il botox o per interventi estetici.

Sembrerà strano, ma la maggior parte delle donne impegnate che ho incontrato — scrittrici, professoresse universitarie, manager, donne di scienza, attiviste per la donazione degli organi — è incline a rispettare il dressing code dell’hijab e talvolta del chador. Sono donne di carattere, protagoniste della propria vita, abituate al comando, a dirigere uomini. Affermerò qualcosa che, data la retorica sottoculturale occidentale, suonerà blasfemo. Ho incontrato in Occidente donne insicure, attente al proprio aspetto femminile, pronte a vendersi all’uomo più ricco o a fare un passo indietro in famiglia e in coppia rispetto alle esigenze dell’altro sesso.

Le donne iraniane impegnate mi hanno rivelato — e sembravano sincere — che nel loro lavoro non hanno mai dovuto pensare al proprio genere: con l’hijab o senza, hanno potuto fare tutto ciò che fanno gli uomini, senza discriminazioni. In casa sono state aiutate da mariti comprensivi, non frustrati e non competitivi, cosa che anche in Occidente è piuttosto rara.

Esistono dati sui traguardi professionali e sportivi delle donne che ora, per questioni di spazio, non riesco a citare. Una scrittrice di gialli storici, sull’esempio di Dan Brown, mi raccontava in un ristorante come il foulard sulla testa sia per lei un tratto identitario, così come per alcuni uomini lo è la cravatta fuori dal lavoro, in contesti amichevoli e non professionali.

Non voglio negare che esista un obbligo, mal sopportato nelle istituzioni, nei ministeri, persino nelle università, di un abbigliamento rispettoso dei precetti della Repubblica islamica teocratica. È importante sfuggire alla retorica e andare un po’ oltre le apparenze. Il femminismo è una cosa seria, non l’idiota moda occidentale in cui le donne sono ancora utilizzate dagli uomini, il loro corpo è esibito come merce, vivono in carriera una solitudine feroce e fingono di essere come gli uomini mentre ingoiano ogni giorno piccoli soprusi.

La contraddizione evidente in Iran è quella tra una società civile sempre più laica e occidentalizzata e i precetti coranici, divenuti con la Costituzione del 1979 obblighi istituzionali e sociali. La grande insofferenza della borghesia occidentalizzata e delle giovani generazioni verso un potere teocratico immobile è ormai dirompente. Molti giovani con cui ho avuto occasione di parlare, e che partecipavano alle manifestazioni, esibiscono un’ostilità non più contenibile. Non sembrano avere una visione politica: hanno l’urgenza di insorgere contro il potere.

Le rivolte sono state guidate dal malcontento dei poveri, schiacciati da un’inflazione insostenibile che ha raggiunto il 50%, e dai giovani contro la pressione sociale della teocrazia. In Iran non si vendono bevande alcoliche.

Credo che un cambiamento politico reale, possibile solo attraverso riforme interne e modifiche costituzionali, sia reso impossibile dallo stato di guerra perenne nel quale il Paese si trova. La repressione brutale della polizia è dovuta alla commistione tra rivolte interne e infiltrazioni straniere. Un giovane mi ha chiesto: «Lei crede che io sia un terrorista? Così la TV di Stato iraniana chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare». Ho dovuto rispondergli che, legalmente, sì: se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della CIA, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Shah Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e Netanyahu, possono essere considerati terroristi.

A Londra manifestanti pacifici che condannano il genocidio a Gaza sono stati arrestati a migliaia. Cosa accadrebbe se i propal venissero armati e addestrati dall’Iran e dalla Cina?

Un gruppo di giovani veterinari, incontrati in un albergo tipico di Kashan — un’ex casa della dinastia Qajar — uomini e donne, mi ha colpita per la loro ignoranza e inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del pensiero unico, si lamentavano del fatto che il Paese investisse nella difesa e sostenesse il nucleare, anche solo a fini civili. Facevo notare che l’Iran è sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile che la sicurezza sia una priorità del Paese. Aggiungevo che in Europa non siamo sotto attacco da nessuno eppure sacrifichiamo lo Stato sociale alle spese militari. Rimanevano interdetti.

Mi hanno confessato di non poterne più delle ristrettezze economiche. Di fatto erano ben vestiti: una borghesia che non vive la crisi dei poveri e dei piccoli commercianti dei bazar, che può permettersi alberghi costosi. Sognano tuttavia gli standard occidentali, la possibilità di viaggiare all’estero, di essere più ricchi, e pensano all’Occidente come al Paese della cuccagna.

Quando sottolineavo che i dimostranti si appellavano a Israele, a uno Stato genocidario, pur di liberarsi del regime teocratico, sono arrivati a rispondere che i palestinesi hanno i loro problemi, che gli iraniani non possono farci nulla e devono risolvere i propri. Il film Barbie ha vinto anche in Iran. La borghesia occidentalizzata chiede standard di vita migliori, sogna una libertà mitizzata e in larga parte irreale, si nutre di CNN ed è disposta a svendere il Paese a Netanyahu e allo Shah, nell’ingenua speranza che anche come colonia statunitense il Paese conoscerà un progresso economico e sociale oggi calpestato dall’immobilismo del potere teocratico e dall’assedio occidentale.

In una casa a Yazd, tra iraniani benestanti — imprenditori, professoresse, guide turistiche — ho avuto modo di conoscere la corruzione morale di uno strato sociale molto simile a quello che un tempo sosteneva lo Shah. Un medico mi ha raccontato che il settore sanitario ha qualche difficoltà a causa delle sanzioni, in particolare per quanto riguarda medicinali e strumentazioni, ma che i dottori hanno un’ottima preparazione e che un malato di cancro, anche se povero, può essere operato immediatamente negli ospedali pubblici. Gli ho fatto notare che questa è una conquista rara nelle sanità occidentali. Gli ho spiegato come in Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino sempre di più. Mi ha guardata con occhi vuoti e, poco dopo, parlando di un cambio di regime offerto dall’intervento israelo-americano, è sbottato in un «I love Netanyahu».

Non si tratta di un’eccezione. Una parte della borghesia benestante e affarista vuole un’economia che funzioni, è stanca della mancanza di riforme e di futuro, detesta l’oppressione sociale della Repubblica islamica ed è pronta a svendere il Paese ad attacchi stranieri, arrivando persino a prostrarsi davanti ai nemici storici come Netanyahu e Trump. Secondo Marandi si tratta tuttavia di minoranze nel Paese. Lo Shah è delegittimato. Il suo appello a nuove manifestazioni, sabato 10 dicembre, è stato poco ascoltato.

Ero a Shiraz quella sera e, in automobile, ho potuto perlustrare le aree nelle quali avrebbero dovuto riunirsi i manifestanti. Non c’era nessuno. Pochi i poliziotti per strada. Di solito il picco delle manifestazioni si ha il giovedì, all’inizio del weekend; il venerdì l’impatto è già inferiore, il sabato scemano.

Il confine occidentale del Paese è permeabile. Che gruppi armati penetrino in Iran e che le insurrezioni diventino più cruente è probabile. La reazione governativa sta cambiando. La comprensione per la giusta protesta dei lavoratori, schiacciati dalla crisi economica, e le promesse di riforme — nelle dichiarazioni di Khamenei, del presidente Pezeshkian, di politici ancora influenti come Zarif o del riformista Khatami — si alternano a un’intransigenza crescente contro le violenze terroristiche guidate da agenti stranieri.

Prevedo una maggiore repressione e misure di polizia che finora non ci sono state. Ripeto: ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran senza blocchi, senza strade chiuse, senza presenza visibile della polizia, con una vita che continuava tranquilla in locali e ristoranti come in Occidente. Tuttavia il clima sta cambiando. E potrebbe essere altrimenti per un Paese attaccato militarmente da nemici esterni?

La signora Kallas, espressione di una burocrazia europea senza peso, vassalla e ipocrita come le marionette di una potenza colonizzata, giustifica la legge marziale in Ucraina e rimprovera il regime iraniano per le vittime civili senza mai menzionare l’ingerenza straniera negli affari interni di un Paese nel quale pullulano Mossad e CIA — per ammissione di Netanyahu e Pompeo — nel tentativo illegale di un cambio di governo.

Lunedì 12 è il mio ultimo giorno nel Paese. Piango l’Iran dominato da un potere teocratico anacronistico e da un governo politico immobile. Piango una borghesia che, paradossalmente, si appella agli Stati nemici che hanno cercato di schiacciare politicamente, militarmente ed economicamente il Paese. Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano il benessere economico e standard di vita occidentali, prive di una visione politica.

Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello, l’ennesimo complesso commerciale migliore di quelli occidentali. Strutture nuove di zecca, capaci di competere e superare quelle europee, offrono spa e gastronomia a prezzi bassi. Il turismo potrebbe essere una risorsa enorme per il Paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran.


Acqua in Campania, Cittadinanzattiva chiede lo stop definitivo alla gara:  “Va annullata, serve gestione totalmente pubblica”


La Rete Consumatori di Cittadinanzattiva Campania chiede l’annullamento definitivo, in autotutela, del bando regionale per la gestione del sistema acquedottistico della Grande Adduzione Primaria. A intervenire è Angela Marcarelli, coordinatrice regionale dell’associazione, che sollecita la Regione Campania a fermare senza indugio la procedura di gara già sospesa dal TAR. Il riferimento è al bando PI010577-25, relativo alla procedura aperta per l’individuazione di un socio privato operativo di minoranza nella società che dovrebbe gestire il servizio idrico della Grande Adduzione regionale. Una gara che, secondo Cittadinanzattiva, presenta “insanabili vizi procedurali” tali da rendere inevitabile l’annullamento.

Il TAR Campania, con ordinanza pubblicata il 9 dicembre 2025, ha infatti disposto la sospensione cautelare della gara accogliendo il ricorso di Acqua Campania S.p.A., attuale gestore del servizio. I giudici amministrativi hanno ritenuto fondati i rilievi sulla documentazione di gara, che non garantirebbe ai concorrenti un quadro economico-finanziario chiaro e verificabile.

Secondo il TAR, le criticità riguardano in particolare la definizione dei margini di remuneratività per il socio privato, con conseguenti dubbi sulla sostenibilità economica delle offerte. L’udienza di merito è fissata per l’11 marzo 2026.

Per Cittadinanzattiva, la sospensione conferma che la procedura non è più modificabile, poiché nelle gare pubbliche vige il principio dell’immodificabilità dell’offerta dopo la scadenza dei termini. Proseguire nella difesa della gara, secondo l’associazione, esporrebbe l’amministrazione a ulteriori rischi, anche sotto il profilo penale.

Da qui la richiesta formale alla Regione di procedere all’annullamento in autotutela del bando, evitando un contenzioso prolungato e dannoso per l’interesse pubblico.

Nel mirino dell’associazione c’è anche la scelta politica di puntare su un modello di gestione mista pubblico-privata dell’acqua. Cittadinanzattiva richiama l’esito del referendum del 2011 e la normativa europea, sostenendo che per infrastrutture strategiche come la Grande Adduzione non sia necessaria la concorrenza di mercato e che la gestione debba restare integralmente pubblica.

Secondo la Rete Consumatori, la partecipazione anche minoritaria di soggetti privati impedirebbe il cosiddetto “controllo analogo” da parte dell’ente pubblico e rischierebbe di subordinare la gestione di un bene essenziale come l’acqua a logiche di profitto.

Cittadinanzattiva denuncia inoltre la mancata considerazione di una petizione popolare sottoscritta da 9.518 cittadini campani e consegnata nel novembre 2023 alla Regione. La petizione chiedeva l’annullamento della delibera che ha avviato la procedura di gara e l’attivazione di un percorso per la gestione totalmente pubblica del servizio.

Secondo l’associazione, il Consiglio regionale avrebbe avuto l’obbligo di esaminare la petizione e di comunicarne l’esito, cosa che non sarebbe mai avvenuta.

Nel documento a firma della Marcarelli si richiama infine l’esperienza della Regione Puglia, che ha rafforzato la gestione pubblica dell’acqua attraverso il modello dell’ “in house providing”, trasferendo quote dell’Acquedotto Pugliese ai Comuni per garantire un controllo pubblico congiunto e scongiurare il ricorso a gare.

Un modello che, secondo Cittadinanzattiva, la Campania dovrebbe prendere a riferimento per assicurare una gestione più efficiente, democratica e orientata all’interesse collettivo.

In assenza di risposte entro 30 giorni, l’associazione annuncia nuove iniziative civiche su tutto il territorio regionale e valuta la costituzione nel giudizio pendente davanti al TAR Campania. Non si esclude, inoltre, il ricorso all’autorità giudiziaria ordinaria per eventuali approfondimenti anche di natura penale.

“L’acqua è un bene comune – conclude Cittadinanzattiva – e la gestione della Grande Adduzione deve essere interamente pubblica, trasparente e sostenibile, oggi e per le future generazioni”.


L’inferno iraniano


(Dott. Paolo Caruso) – Qui in Iran lo spasmo di libertà di giovani e donne viene soffocato con la violenza omicida dalla teocrazia, paravento di un potere becero e assoluto, bieco e disumano. L’ Iran non è islamico. Da duemila e cinquecento anni vi era la religione di Zoroastro nel simbolo del fuoco, perennemente acceso dai sacerdoti, vigili che mai si spenga. L’Islam vi fu importato nel 1969, quando Khomeini l’ islamico sciita rancoroso, che viveva a Parigi impose il suo potere assoluto dichiarandolo divino (teocratico). Avevano cacciato Reza Pahlavi gli iraniani rivoluzionari, finendo però dalla padella nella brace. La dichiarazione del potere sacro serve per umiliare le donne e affermare il dominio del maschio. “I guardiani della Rivoluzione” sono tragiche comparse scervellate e, da burattini manovrati dagli Ayatollah, per togliere ogni legittima libertà. A deterrenza le continue esecuzioni nelle pubbliche piazze. Oscurantisti, come provenissero dal più profondo Medioevo, paludano di sacro i loro vizi da orgie di potere. In una settimana hanno eliminato oltre diecimila oppositori, ferendo e imprigionandone decine di migliaia. Reza Pahlavi esorta l’ esercito in Iran ad unirsi alla protesta in quanto esercito nazionale dell’ Iran e non l’ esercito della Repubblica Islamica. Trump promette interventi in favore dei manifestanti, e li invita a continuare. Intanto annuncia dazi al 25% per chi commercia con Teheran, cosa non gradita affatto da Russia e Cina. Ma quale affidabilità offre il Tycoon? I due Paesi con Teheran fanno affari e l’Iran non è il Venezuela dove egli ha potuto giocare come nel cortile di casa sua. Israele è sul piede di guerra. Teheran avverte che se attaccati colpiranno le basi USA in Regione. Anche la UE ha fatto sentire la sua voce contro il regime repressivo degli Ayatollah invitandoli a cessare la mattanza. I Pasdaran, le guardie armate del regime, intanto affogano in un bagno di sangue la rivolta popolare. La gente viene uccisa per un velo messo sbilenco o per un sorso di libertà, per cui grida il diritto di averla.


Un velo pietoso sull’inclusività a tutti i costi


(Stefano Rossi) – Da oltre un decennio, la sinistra, ha sempre difeso il velo indossato dalle donne musulmane, adducendo che si tratta di un simbolo religioso.

Sorrido sempre quando gli atei si inerpicano sulla materia religiosa.

Non possiamo vedere le donne che stanno protestando in Iran, in quanto il regime ha bloccato qualsiasi comunicazione con l’esterno, ma abbiamo visto molte iraniane, residenti in Occidente, protestare con sigarette accese, bruciare la foto di Khamenei e mostrarsi orgogliose senza il velo. Alcune, per meglio sottolineare il gesto, se lo tolgono tutte contente.

Ecco, non credo vedremo mai un dibattito sul perché, in questa protesta, le donne si tolgono il velo.

Ma la domanda resta: il Pd è ancora convinto che si tratti di un simbolo religioso? Che non c’entri nulla con la cultura patriarcale che schiaccia qualsiasi iniziativa proveniente dalle donne?

Non vuole essere una mera critica, ma qualcosa che riguardi un mantra che abbiamo sentito da troppi anni: “ci dobbiamo integrare”.

La radicalizzazione religiosa porta al paradosso che, in Italia, le donne musulmane hanno meno libertà che nei loro Paesi di origine.

Non lo dico io, ma tante persone come la dott.ssa Souad Sbai, di origine marocchina.

Per la vicenda di Saman Abbas, strangolata e fatta a pezzi dai suoi stessi parenti, per non aver accettato un matrimonio combinato e per voler vivere all’occidentale, la sinistra perse una delle tante occasioni. Ne parlò una ex consigliera comunale del Pd, l’egiziana Marwa Mahmoud: “Da parte nostra c’è timore a intervenire su questi temi. Negli ultimi vent’anni c’è stata sottovalutazione. Parliamone. Mettiamoci la faccia. Io, da musulmana e da consigliera Pd, per prima”. Poi, una riflessione profonda: “Sono temi delicati e complessi se non si hanno basi antropologiche solide. C’è paura di essere strumentalizzati e additati come razzisti. Si è tergiversato troppo preferendo agire con paternalismo, assistenzialismo e accoglienza. Che, sia chiaro, va bene. Ma non basta. Tutto il resto è diventato tabù, come la mutilazione ai genitali femminili per esempio”.

Solo di recente, alcuni giornalisti, hanno cominciato a pensare che, la sinistra, abbia perso terreno sul tema della sicurezza.

Aggiungerei quello dell’immigrazione con la  favoletta dell’integrazione.

Paradossalmente, quelli che ci vorrebbero tutti uguali, integrati, appunto, sono poi timorosi ad accettare le inevitabili e splendide diversità culturali e antropologiche che da sempre diversificano i popoli.


Perché e come l’Italia ostacola chi vuole un figlio: come funziona la Pma


Procreazione assistita

(di Milena Gabanelli e Martina Pennisi – corriere.it) – Nel 2024 in Italia abbiamo toccato il minimo storico: il numero di figli per donna è stato di 1,18. Ancora più bassa la stima Istat per il 2025: 1,13. I motivi sono noti: emancipazione della donna, precarietà, politiche di sostegno alle giovani coppie vicine allo zero, tendenza a fare il primo figlio sempre più tardi. E poi sorgono i limiti imposti da madre natura. Di tutto questo si fa un gran parlare. Si discute molto meno invece dei progressi della scienza che, con la procreazione medicalmente assistita, consentono di fronteggiare l’infertilità totale e parziale di uomini e donne, di realizzare il desiderio di genitorialità di individui e coppie e di allungare l’orologio biologico della donna. Una discussione che dovrebbe accompagnare anche la consapevolezza: i rischi biologici aumentano con l’età, e i centri privati, al contrario del Servizio Sanitario nazionale, tendono ad essere più «flessibili». Ciò premesso, gli investimenti in questo tipo di trattamenti non saranno in grado da soli di invertire la tendenza della curva negativa della natalità, ma potrebbero rallentarla.
Nel 2024 in Italia, secondo il rapporto sulle nascite del ministero della Salute (Cedap), è nato grazie alla Pma il 4,2% dei bambini. Nel 2023 era il 3,9%. La fonte di riferimento istituzionale è in realtà la relazione dello stesso ministero basata sul Registro Pma dell’Istituto superiore di Sanità, che però è inspiegabilmente fermo al 2022, quando la percentuale era del 4,3%Ma di che trattamenti parliamo?

Tecniche di procreazione assistita

Con il macro-termine «procreazione medicalmente assistita» si fa riferimento alle tecniche usate per aiutare persone e coppie a procreare, usando gameti propri (ovociti della donna e spermatozoi dell’uomo) o gameti donati. Si parla di tecniche di primo livello quando la fecondazione avviene nell’utero della donna (inseminazione intrauterina), di secondo livello quando avviene in laboratorio (fecondazione in vitro: spermatozoi e ovociti vengono prelevati e messi in coltura) e di terzo livello quando è necessario un prelievo chirurgico di spermatozoi od ovociti. I gameti possono essere iniettati a fresco o dopo una crioconservazione.
Secondo la relazione del ministero della Salute, nel 2022 era emersa la stragrande predominanza dei trattamenti di II e III livello, che hanno riguardato il 91,9% dei bimbi nati con la Pma omologa, e la crescita dell’eterologa, 22,8% del totale dei nati da Pma. Maurizio Bini, responsabile della struttura Diagnosi e Terapia della Sterilità e Crioconservazione del Niguarda di Milano, conferma che la direzione è quella: «Abbiamo visto un’esplosione dell’eterologa, siamo vicini al raddoppio anno su anno. L’omologa invece è incrementata in modo leggero». In Italia questi trattamenti sono regolati dalla legge 40 del 2004. 

Legge 40: chi esclude 

Sono escluse a priori le donne single o non coniugate, che secondo le stime Istat nel 2025 quelle di età compresa fra i 30 e i 46 anni sono circa 2,4 milionie le coppie di donne omosessuali. È permesso invece in molti altri paesi Ue, dove le escluse aspiranti mamme si recano pagando di tasca propria. Ma quanto si può arrivare a spendere? Prendiamo due dei Paesi europei più gettonati e altrettante cliniche: Spagna Danimarca, che garantiscono rispettivamente l’anonimato dei donatori e la possibilità di scegliere donatori aperti e rintracciabili alla maggiore età dei bambini. L’inseminazione con seme donato può partire da 1.500 euro in entrambi i Paesi. La fecondazione in vitro con seme donato può partire da 5.850 4.600 euro. La fecondazione in vitro con ovulo donato e seme donato può partire da 5.850 e 8.000 euro. Queste cifre possono variare da clinica a clinica, in base ai cicli necessari e ad eventuali esami aggiuntivi. Oltre al costo dei viaggi e farmaci. 

Chi può accedere

In Italia possono accedere ai trattamenti, e a carico del Servizio Sanitario nazionale, solo le coppie eterosessuali dove la donna non abbia superato i 46 anni. I trattamenti vengono proposti alle coppie che abbiano provato per un anno ad avere un figlio con rapporti mirati, che scendono a se la donna ha più di 35 anni. Questa valutazione viene fatta dal ginecologo/a di riferimento, poi si passa a uno specialista o a un centro specializzato. E non sempre le cose vanno come dovrebbero: secondo la Società Italiana di riproduzione umana, in Italia le coppie infertili impiegano mediamente 4-5 anni per iniziare un percorso terapeutico adeguato. Il possibile impatto sull’efficacia dei trattamenti è quantificato da uno studio di Human Reproduction del febbraio 2021, come spiega Paola Piomboni, direttrice del laboratorio Pma, azienda Ospedaliero Universitaria Senese: «Il ritardo riduce le possibilità di successo: bastano 6 mesi nelle donne di età pari a 36-37 e le nascite si riducono del 5,6%; fra i 38-39 anni del 9,5%, mentre fra i 40-42 dell’ 11,8%. Con dodici mesi di ritardo queste percentuali si raddoppiano». 

Dove si fanno i trattamenti e come

Sempre secondo i dati del 2022, più della metà dei 333 centri è concentrato in quattro regioni (Lombardia, Campania, Veneto e Lazio). Le strutture pubbliche sono soprattutto nel Nord Italia, quelle private convenzionate sono quasi esclusivamente in Lombardia Toscana, mentre i centri privati sono presenti in numero maggiore soprattutto al Sud. Dunque succede che ci si debba spostare: il 26,5% dei cicli di omologa e il 38,4% di eterologa è stato fatto fuori dalla Regione dalle pazienti. I motivi sono di tipo economico (nel privato si può partire da cifre superiori ai 5.000 euro per l’omologa e 8.000 per l’eterologa), o per il tipo di trattamento, che si interseca con i tempi d’attesa. Infatti nel pubblico si arriva ad attendere 9 mesi per un’omologa e un anno e mezzo per un’eterologa con gameti femminili donati, a causa di strutture inadeguatemancanza di personale e difficoltà a reperire i gameti.

Tariffe non adeguate ai costi

La Pma è entrata nei Livelli essenziali di assistenza, quindi si paga solo il ticket per un massimo di 6 tentativi. Le tariffe previste da un decreto ministeriale del 2017 vengono però considerate da cliniche associazioni di categoria troppo basse rispetto ai costi reali (2.750 euro a ciclo per l’omologa e 3.100 per l’eterologa). Avverte Maria Paola Costantini, avvocata esperta di diritto sanitario: «Anche il numero di tentativi, andrebbe rimodulato: sei di omologa e sei di eterologa sono troppi per singola donna. Così rischi di restringere a poche coppie». In sostanza il budget del Servizio sanitario non è infinito, e quindi avrebbe senso fornire la copertura ad un numero minore di tentativi, ma a più coppie. Intanto le regioni si devono allineare alle nuove tariffe: Sicilia, Toscana, Emilia-Romagna, Puglia, Campania e Sardegna sono a posto. La Lombardia dovrebbe passare dal regime chirurgico a quello ambulatoriale e ancora non lo ha fatto. E occorre poi ampliare l’offerta perché intere province sono ancora scoperte. Sta di fatto che in assenza di nuovi investimenti la via del privato in molti casi resta l’unica percorribile. In un caso soprattutto: quello dell’eterologa con gameti femminili. In Italia mancano donatrici, inoltre la legge 40 vieta qualunque forma di remunerazione. Ovunque in Europa la donazione di ovuli è considerata un atto altruistico e non è previsto alcun compenso, però viene riconosciuto un rimborso per il disagio, per esempio in Spagna viene quantificato tra gli 800 e i mille euro.

Il congelamento degli ovociti

Un’opportunità potrebbe essere quella di consentire la donazione degli ovociti già congelati da altre donne. Ma anche qui ci sono ostacoli: la crioconservazione è coperta dal Servizio sanitario nazionale solo per le pazienti oncologiche, mentre le donne con altre problematiche o le giovani che vogliono preservare la propria fertilità – evitando così di dover affrontare negli anni successivi concepimenti difficili o «assistiti» – devono pagare il trattamento di tasca propria, arrivando a spendere fino a 5 mila euro. E quando decidono di scongelare devono sottostare alla legge 40 e presentarsi con un compagno.
Se non lo hanno trovato e vogliono fecondare il loro ovulo con seme donato, devono trasferire l’ovocita in una clinica all’esteroEugin fornisce questo servizio, ma lo spostamento effettuato solo da corrieri autorizzati è carico della donna e costa tra i mille e i 1.500 euro.
Gli ovuli inutilizzati o in eccesso non possono essere donati a meno che la donna da cui provengono non si registri anche come donatrice.

Embrioni inutilizzati: che fine fanno? 

In Italia non è inoltre disciplinata l’embriodonazione, che permetterebbe di donare gli embrioni già formati, ad altre coppie o alla scienza. Questo sta portando a un accumulo di embrioni inutilizzati sotto azoto liquido a -196°, temperatura che ne scongiura il deterioramento biologico per un tempo indefinito. Secondo la nostra legge gli embrioni, se non utilizzati dalla coppia che li ha generati, restano lì, inutilizzati nei congelatori delle biobanche. In Spagna, un trattamento di embriodonazione costa tra i 1.700 e i 3.000 euro, cifra che con le varie aggiunte può arrivare anche a 8.000 euro.
A diverse velocità corre anche la diagnosi pre-impianto, potenzialmente decisiva per individuare alcune patologie o alterazioni genetiche nell’embrione appena formato ed evitare interruzioni spontanee di gravidanza. A livello nazionale non è coperta dal Snn, Regioni come la Lombardia o la Toscana la coprono nel caso in cui nella coppia ci siano mutazioni genetiche note.

La diagnosi pre-impianto 

«Se vogliamo vedere se l’embrione è affetto da una mutazione nel gene della fibrosi cistica è la tecnica migliore che abbiamo per ora (la tecnica si chiama Pgt-m, ndr)» spiega Mariabeatrice Dal Canto, responsabile dei laboratori di Eugin in Italia.
Esiste anche la possibilità di indagare possibili anomalie cromosomiche (Pgt-a), rischio che aumenta con l’età della donna. Molti esperti sono scettici perché è un esame invasivo che mette a rischio la sopravvivenza dell’embrione, e quindi il tasso di successo del ciclo, a fronte di un rischio rilevante di falsi positivi, perché non è detto che l’errore cromosomico non si corregga in corsa. «Noi facciamo la Pgt-a quando la donna ha avuto ripetuti aborti o fallimenti di impianto. Essendo l’età media di 39 anni, in Italia coinvolge circa il 20% delle coppie » dice Dal Canto. Sta di fatto che la proposta cambia da pubblico a privato, da clinica a clinica, e la confusione porta nella direzione che la comunità scientifica vorrebbe evitare: trasformare la diagnosi pre-impianto in una tecnica opzionale, con un costo aggiuntivo anche importante e la generica promessa di risparmiare tempo selezionando l’embrione migliore. L’obiettivo invece dovrebbe essere la tutela della salute fisica e mentale della donna, come ha sentenziato nel 2015 per due volte la Corte costituzionale.

Considerazione finale 

Se una donna che si è sottoposta ad un trattamento all’estero, arrivando a spendere anche decine di migliaia di euro, quando torna in Italia ha una interruzione di gravidanza, l’intervento di raschiamento uterino è ovviamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale. In parole povere: siamo un Paese solerte quando una gravidanza finisce male, ma non fa tutto quello che potrebbe perché inizi bene.

dataroom@corriere.it


Il mondo funziona così


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Sono un po’ stanchino, direbbe Forrest Gump, di vedere le atrocità internazionali sempre incasellate alla voce «il mondo funziona così». I lucidi analisti del declino occidentale ce lo ricordano di continuo, con un tono di sarcastico compatimento per chiunque si illuda che il mondo possa funzionare anche altrimenti. Ma lo volete capire, ripetono tra gli applausi della loro curva, che il diritto è una finzione e i valori una truffa? Contano solo la forza, la geografia, gli interessi. Perché mai dovremmo manifestare in piazza contro gli ayatollah? Sono troppo lontani per ascoltarci. Che si liberino da soli, gli iraniani, se ne sono capaci. E comunque qualunque altro governo, se avesse centomila contestatori in piazza, sparerebbe loro addosso. Sono le regole del potere, le uniche funzionanti perché basate sui rapporti di forza.

Questo cinismo da bottegai spacciato per lucidità e persino per anticonformismo potrà forse sedurre un algoritmo, ma mi rifiuto di credere che possa far breccia in chi non è accecato dalla faziosità. Siamo fatti anche d’altro: emozioni, slanci, ideali. Scendere in piazza contro un regime bigotto e sanguinario aiuterebbe comunque gli oppositori: li farebbe sentire meno soli. Di sicuro aiuterebbe chi scende in piazza a ricordarsi che il mondo e la vita funzionano in tanti modi diversi. Come una scatola di cioccolatini, direbbe sempre Forrest Gump, l’unico esperto di geopolitica di cui, a questo punto, mi fido.


Guerini: “Il Pd è da sempre con Kiev. Pure con le armi: basta dubbi”


Il leader della minoranza riformista: «La linea del partito è quella di difendere l’Ucraina». «Io testardamente paziente ma su questo nessuna ambiguità, sia nel Pd che con i M5s» 

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – Sull’Iran, sostiene Lorenzo Guerini, il «bene» è una risoluzione bipartisan del parlamento, «sarebbe un segno di maturità». Sul Venezuela, il bene è «la gioia» per la liberazione dei detenuti italiani. Ma poi c’è l’intervento di Donald Trump a Caracas: «legittimo», per Giorgia Meloni. «Dichiarazione ardita», per il presidente del Copasir e leader della minoranza riformista del Pd: «La condanna per la dittatura di Maduro per me e per il Pd è sempre stata netta. Ma non ci esime dal constatare che l’intervento Usa è un passo ulteriore verso il disordine internazionale».

Le parole di Meloni però si spiegano: «È sempre più complicato essere filo Trump ed europei, su molti temi la piega che Trump ha impresso diverge dagli interessi europei».

Anche per il segretario Nato, Mark Rutte, Trump sta facendo «cose giuste». Altre parole ardite?

Non le metto sullo stesso piano. La Nato oggi è in una potenziale crisi di prospettiva. Le cautele sono più comprensibili. È condivisibile la preoccupazione di non mettere definitivamente in discussione la prospettiva strategica della Nato. E, dobbiamo dircelo, in questi anni la sua credibilità è stata data soprattutto dalla possibilità dell’intervento Usa. Compromettere definitivamente le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico o assuefarci al loro deterioramento va contro i nostri interessi di sicurezza.

Meglio assecondare Trump?

Questo momento si affronta con la consapevolezza della fase che gli Usa vivono. In questo passaggio incerto, l’Europa deve rafforzare la sua autonomia strategica nel quadro dell’alleanza con gli Usa. Ciò significa darsi maggiore peso nei processi decisionali e nelle scelte strategiche. Ma per farlo bisogna aumentare il nostro contributo alla sicurezza euro-atlantica.

Non crede che Trump si prenderà con la forza la Groenlandia?

Porrei la questione in maniera meno emotiva. Se sulla Groenlandia si gioca un pezzo della sicurezza globale – le sfide determinate dalla politica espansiva russa e cinese nella regione artica, le nuove rotte marittime, le terre rare – è possibile immaginare un’iniziativa Nato che ne rafforzi la sicurezza. Se invece il tema fosse la volontà di Trump di pieno controllo di tutto l’emisfero occidentale, con una rivisitazione fortemente assertiva, per usare un eufemismo, della dottrina Monroe, la questione sarebbe molto più difficile da affrontare. Ma mi auguro che non sia così.

Nella Ue Ursula von der Leyen è “al capolinea” come dicono nel Pd?

Sarebbe come cambiare interprete senza uno spartito alternativo. Col rischio di un salto nel buio. Mi sono evidenti le ragioni di critica, ma in gran parte sono figlie della divisione tra gli europei, propiziata dalla politica dei governi sovranisti che oggi guidano molti stati membri. Di fronte a ciò, le famiglie progressiste dovrebbero invece mettere al primo punto il rafforzamento drastico della prospettiva europea. C’è in gioco la ridefinizione dei rapporti di forza a livello globale e l’Europa deve presentarsi più forte se vuole essere protagonista della partita. Di fronte a crisi quasi esistenziali, penso al Covid e all’Ucraina, l’Ue ha saputo dare la risposta che serviva. La critica è comprensibile, ma la demolizione semplicistica, se non stupida, rischia solo di favorire il disegno della destra. Dopo l’aggressione russa, l’Ue è stata dove doveva stare: dalla parte dell’Ucraina, con coraggio e determinazione, per respingere la ripugnante aggressione russa. Con scelte difficili, penso alle sanzioni, e un’opinione pubblica minacciata dalla disinformazione diretta da Mosca.

M5s è contro l’invio delle armi, lo certificherà di nuovo domani sul nuovo decreto Ucraina. Fino a che andrete avanti così, divisi?

Voglio essere chiaro: il Pd ha sostenuto Kiev dal primo giorno. Dal governo e dall’opposizione. Perché per arrivare a un negoziato e a una pace la più giusta possibile, serve mantenere anzi irrobustire il sostegno a Kiev, anche con gli aiuti militari. È vero che sui temi della politica estera, oggi più decisivi che nel passato, nel campo dell’opposizione ci sono posizioni diverse. E so che costruire un’alleanza significa ricercare mediazioni. Ma ci sono linee rosse che non possono essere superate né sacrificate a nessuna alleanza: la difesa di un popolo aggredito in spregio al diritto internazionale e la sicurezza europea e nazionale. Ci si confronti seriamente, con tutte le mediazioni possibili. Ma su questi punti fondamentali non potranno esserci ambiguità.

Ci crede davvero? Elly Schlein è «testardamente unitaria», ma le posizioni di Pd e M5s sembrano inconciliabili.

Io sono testardamente paziente.

Nel Pd Goffredo Bettini, su questo, chiede un confronto «schietto e risolutivo».

Sull’Ucraina il confronto è stato schietto e risolutivo già negli anni passati, tanto che il Pd ha sempre sostenuto con convinzione in ogni passaggio parlamentare la resistenza del popolo ucraino. Lo ha ribadito a più riprese anche Elly Schlein. Questa è la linea, chiara, che ha sempre tenuto il Pd. Non sarò certo io a negare il diritto al dissenso, ma se si invoca «il rispetto della linea», ricordo che la linea è questa. Aggiungo: che vuol dire che dobbiamo parlare con la Russia? Detta così non significa molto. Certo, in un negoziato bisogna discutere con l’avversario. Ma vorrei che fossimo d’accordo sul fatto che chiedere di parlare con la Russia non sia un altro modo per dire di arrendersi alle ragioni dell’aggressore. Che vuole tornare alle zone di influenza di un passato che nessuno di noi rimpiange. Dunque sono d’accordo: bisogna essere molto chiari. E non mi sottraggo certo ad alcuna discussione, anzi l’abbiamo sempre chiesta, che sia in direzione o in altri sedi e momenti di rango più alto.


Che faccia hanno i corleonesi


(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Di tutte le commemorazioni di Oliviero Toscani, a un anno dalla morte, la più “toscaniana” è il tributo che gli hanno reso, ieri, i corleonesi. Nome che i mafiosi hanno usurpato: si parla qui dei corleonesi quelli veri, i cittadini di Corleone. Nel ’96 Toscani volle coinvolgerli in una delle sue sortite non ortodosse, e andò là per realizzare un catalogo di moda. Idea tipicamente sua, al tempo stesso semplice — quasi banale — e rivoluzionaria: sarà anche semplice, ma nessuno ci aveva pensato e nessuno lo mai ha fatto. Lui sì.

Anche un bambino può capire il senso di quel suo lavoro (come di ogni lavoro di Oliviero): vi mostro che faccia ha una comunità di persone che non c’entrano con lo stereotipo che gli è piovuto addosso, con la fama mediatica di un nome di luogo imbrattato di sangue per colpa di pochi. Vi mostro la realtà, che è al tempo stesso molto più normale e molto più straordinaria di quanto sembri. E uso la pubblicità — come ho sempre fatto — perché anche la pubblicità può essere un linguaggio civile: basta volerlo.

Toscani non era un intellettuale, era un artista istintivo, febbrile. Il suo obiettivo non coglieva i chiaroscuri, quasi ogni sua immagine è una scelta nitida, inequivoca, didascalica. Paolo Landi, che ha lavorato con lui per quasi tutto il suo percorso, ha scritto su di lui un libro che lo definisce, fin dal titolo, “comunicatore, provocatore, educatore”. La natura impulsiva e un poco spaccona di Toscani, che quando parlava era tumultuoso e incauto, rischia di far trascurare questa sua terza attitudine — educatore — che invece è stata importante. Non solo per il suo lungo lavoro a Fabrica. Per la sua voglia di coinvolgere le persone, di disturbarle, di schiodarle dalla pigrizia e dai luoghi comuni, di trascinarle nel suo viaggio emotivo. Educare: tirare fuori, portare fuori.


Il vero valore del referendum


Enzo Bianco, sostenitore del Sì

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Se nel frattempo il mondo non sarà esploso del tutto, fra un paio di mesi ci attende un referendum. Quello sulla giustizia, che per i suoi oppositori introduce viceversa un’ingiustizia. Come voteremo? Dipende dal merito di questa riforma, però anche dal metodo con cui è stata generata. Dipende dai quesiti, ma in realtà dalla percezione dei quesiti, dalla loro «narrazione», come si dice adesso. Dipende dal testo, ma in misura anche maggiore dal contesto, dalle condizioni esterne in cui cadrà la consultazione.

Difatti ogni referendum esprime una valenza che supera lo specifico oggetto dei quesiti. Nel 1991 il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni aprì la stagione della Seconda repubblica. Incideva su un dettaglio della legge elettorale (abolendo la possibilità d’indicare tre preferenze sulla scheda), tuttavia incrociò il malcontento popolare, e accese la miccia che ha bruciato tutti i partiti della Prima repubblica. Nel 2016 il referendum sulla riforma costituzionale firmata da Renzi fu in effetti un voto pro o contro il suo governo, nonché la sua persona. L’ha riconosciuto più volte, del resto, lo stesso interessato.

Il primo fattore, dunque, sarà questo: il sentimento prevalente nei confronti di Giorgia Meloni, e in generale della sua esperienza di governo, dopo tre anni d’avventure. E se per lei va male saranno dolori. Hai voglia, infatti, a dichiarare che il tuo esecutivo non se ne lascerà scalfire, che la giustizia è tutt’altra questione, quando si tratta dell’unica riforma che sei riuscita a licenziare, dopo lo stallo del premierato e dell’autonomia differenziata. E quando tutti i tuoi alleati di governo sono schierati per il «sì», tutta l’opposizione per il «no». È uno scontro politico, quello che si delinea all’orizzonte. C’è in ballo il primato fra i consensi popolari. Nuovi equilibri, forse. Sarà per questo che la maggioranza ha accelerato il voto, sarà perché avverte la bassa marea, ne ha avuto sentore alle regionali di novembre. E teme che s’allarghi, che cresca giorno dopo giorno.

In secondo luogo, giocherà il favore verso i magistrati. È la loro casa che la riforma vuol mettere a soqquadro. Ed è questo scompiglio la sua specifica ragione: una resa dei conti fra politica e magistratura. L’hanno ammesso, a mezza bocca, vari esponenti di governo, e a bocca piena anche il ministro Nordio. Sicché l’altro quesito sottotraccia è questo: parteggi per i politici oppure per i giudici? Tuttavia, se la fortuna dei primi precipita a ogni elezione, se resta sommersa dall’onda del non voto, la popolarità dei secondi vola rasoterra: ha fiducia nel potere giudiziario soltanto il 39 per cento degli italiani, dichiara un sondaggio Tecnè diffuso l’anno scorso. Sarà una gara al ribasso: non vince chi è più simpatico, ma chi risulta un po’ meno antipatico.

In terzo luogo c’è di mezzo il metodo col quale è stata timbrata la riforma. Con le maniere spicce, manu militari. Il Parlamento l’ha votata quattro volte senza correggere una virgola del testo scritto dal governo — un episodio senza precedenti nella storia delle revisioni costituzionali. La riforma della giustizia intende separare le carriere fra chi giudica e chi indaga, ma intanto (l’ha osservato Ferruccio de Bortoli) ha separato di netto l’esecutivo dal legislativo. Tutti respinti i 1300 emendamenti depositati dalle opposizioni. Silenziato il parere di dissenso del Csm. Ignorato lo sciopero indetto dall’Associazione nazionale magistrati. E allora l’altra domanda che ci interroga suona così: apprezzi il decisionismo del governo? A tuo giudizio la società italiana ha bisogno d’una cura autoritaria o di maggiori garanzie?

In quarto luogo conterà il racconto, conteranno anche le favole inventate per sedurre gli elettori. Questo non è un referendum sul divorzio o sull’aborto: la materia è troppo tecnica per essere compresa a fondo da chi non ha la doppia laurea. Sicché si tira fuori il delitto di Garlasco, anche se nessun sistema può proteggerci dagli errori giudiziari. Si chiama in causa la persecuzione verso Berlusconi, che però fu assolto varie volte da giudici non ancora separati dai pm. Mentre un po’ tutti i partiti dicono il contrario di ciò che sostenevano in passato. Fabula docet, insegnavano i latini. Ma in questa circostanza sarà meglio tapparsi le orecchie.


Ponte sullo Stretto, il governo risponde alla Corte dei conti per decreto


Salvini annuncia le misure ma resta il nodo della gara. Servirà una nuova delibera Cipess. Il Mit rilancia anche gli indennizzi per i balneari

Ponte sullo Stretto, il governo risponde alla Corte dei conti per decreto

(Luca Monticelli – lastampa.it) – La prima risposta del governo alla Corte dei Conti, che ha bocciato il Ponte sullo Stretto, arriverà per decreto. Ma l’atteggiamento dell’esecutivo resta comunque conciliante, l’obiettivo è quello di ribattere punto su punto ai rilievi della magistratura contabile, che ha negato il vaglio di legittimità sulla realizzazione dell’opera. Al momento, quindi, Palazzo Chigi non farà forzature e non applicherà il “visto con riserva” sul Ponte, strumento che servirebbe per aggirare i dubbi sulle procedure e sulle risorse economiche.

Il decreto che affida a un commissario unico la gestione dei cantieri stradali in ritardo, spiega Salvini, è stato rinviato perchè si stanno facendo degli «approfondimenti su alcune tematiche relative al Ponte per ottemperare a tutte le richieste della Corte dei Conti». Il leader della Lega fa riferimento a «una norma per andare avanti» con l’opera, che sarà inserita nel provvedimento sui commissari. Più esplicito Pietro Ciucci, l’amministratore delegato della società Stretto di Messina, che parla di «chiarimenti procedurali per la riattivazione dei procedimenti riguardanti la delibera Cipess e il Decreto interministeriale, al fine di conformarsi alle motivazioni della Corte dei Conti».

Lo stop della Corte

Nelle loro motivazioni, pubblicate a dicembre, i magistrati contabili contestano la procedura Iropi, ovvero le ragioni di rilevante interesse pubblico che hanno consentito di superare la valutazione negativa della Via-Vas. Inoltre, le toghe denunciano che i criteri della direttiva Habitat – che prevede di considerare delle alternative in grado di ridurre gli impatti sugli ambienti naturali – non sono stati soddisfatti. Poi, oltre ai numerosi buchi legati all’istruttoria, c’è il problema degli appalti. Secondo i giudici, il progetto del Ponte di vent’anni fa, riportato in vita dal governo Meloni, avrebbe dovuto essere messo a gara. Il modello di finanziamento è cambiato, dal project financing del 2003 alla copertura integrale con risorse pubbliche. In più, contesta la Corte, l’aggiornamento dei costi – cresciuti da circa 4 miliardi di euro a 13,5- non è stato accompagnato da un’istruttoria tecnica dettagliata.

Una nuova delibera Cipess

La questione della nuova gara che non è stata fatta rimane il nodo fondamentale da sciogliere per il governo, e di certo non potrà essere affrontato per decreto. Una fonte vicina al dossier sostiene che per rimettere in carreggiata l’iter del Ponte sarà comunque necessario ripassare per Palazzo Chigi con una nuova delibera Cipess, il comitato interministeriale per la programmazione economica.

Balneari, l’ultima proposta

Nel decreto annunciato da Salvini potrebbe trovare spazio anche l’annosa questione degli indennizzi ai balneari. La situazione che riguarda i gestori degli stabilimenti è bloccata dall’inizio della legislatura. Dopo una serie di rinvii e retromarce, la scadenza delle concessioni è fissata al 30 settembre 2027, perciò entro giugno 2027 le gare dovranno essere pronte. L’esecutivo ha tentato di negoziare con la Commissione europea un meccanismo di indennizzo da assicurare ai gestori che perderanno la concessione, ma Bruxelles si è opposta. Il ministro Salvini propone di «superare l’articolo 49 del codice della navigazione per permettere ai concessionari balneari uscenti di avere un indennizzo per gli investimenti fatti». L’articolo 49 stabilisce che le strutture fisse costruite sul demanio marittimo non restano di proprietà del gestore che le ha costruite, ma passano allo Stato alla fine della concessione, senza alcun compenso o rimborso. L’idea di Salvini non è nuova, ma sembra di difficile applicazione, considerando che sulla concorrenza la Commissione europea non intende fare sconti. La Lega aveva provato a inserire un emendamento simile in legge di bilancio, chiedendo allo Stato di pagare un rimborso per l’acquisizione delle opere costruite sul demanio marittimo, ma alla fine non è passato.


Dittatori buoni e cattivi


Trump o non Trump, noi europei facciamo le stesse cose degli americani. Ma nel loro interesse, a discapito del nostro.

Dittatori buoni e cattivi

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Diciamoci la verità. Nel primo anno del suo secondo mandato Donald Trump, con i suoi modi spicci e brutali, ha solo detto e fatto ciò che i suoi predecessori non dicevano, ma facevano, cercando di salvare almeno le apparenze.

Non è stato Trump a stilare la lista degli Stati canaglia, ma il repubblicano George W. Bush: Trump l’ha solamente aggiornata ai nuovi interessi degli Stati Uniti. Non è stato Trump ad invadere Cuba (Baia dei Porci, 1961) nel fallimentare tentativo di rovesciare Fidel Castro, ma il democratico John Fitzgerald Kennedy: Trump si è limitato ad emularlo con il blitz e il sequestro di Maduro in Venezuela e tornando, allo stesso tempo, a minacciare il governo de L’Avana. Non è stato Trump a fomentare la guerra in Ucraina, lucrando sull’Unione europea con la vendita di gas (al posto di quello russo di gran lunga più economico) e armi Usa, ma il democratico Joe Biden: Trump si è solo accordato con Putin, nel tentativo finora fallito di chiudere il conflitto, per continuare a svenare gli alleati-vassalli del Vecchio Continente con lo stesso gas e le stesse armi americane.

Quindi, a stupire non è tanto Trump, di cui oggi molti si dicono scandalizzati (vedi Macron) quando minaccia di prendersi la Groenlandia danese (quindi Ue) e alcuni (tipo Meloni) ne plaudono le gesta quando attacca il Venezuela (atto di legittima difesa) ma fischiettano se nel mirino mette un territorio Ue. Quanto piuttosto chi si stupisce dinanzi ad un copione che si ripete ininterrottamente dal secondo dopoguerra in poi. E’ la vecchia storia del dittatore buono e di quello cattivo ad uso e consumo degli interessi statunitensi a cui i Paesi Nato-Ue si allineano da sempre.

E’ successo in Iraq, in Afghanistan. Si è ripetuto con la Russia del ricercato internazionale Putin, messo da Biden sulla lavagna nella colonna dei cattivi, contro la quale l’Ue sta preparando il 20esimo pacchetto di sanzioni. Ma non con l’altro ricercato internazionale Netanyahu (zero sanzioni in due anni di genocidio), alleato degli Usa e quindi intoccabile in re ipsaIn fondo, Trump o non Trump, noi europei facciamo le stesse cose degli americani. Ma nel loro interesse e a discapito del nostro.


L’Iran è un grosso problema per Putin e Trump


IRAN: MOSCA, ‘ASSOLUTAMENTE INACCETTABILI’ MINACCE RAID MILITARI USA

(Adnkronos) – Mosca definisce “assolutamente inaccettabili le minacce di nuovi raid militari” americani contro l’Iran e “un ricatto” quelle di nuovi dazi.

In una nota, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha affermato: “Coloro che intendono usare disordini di origine straniera come pretesto per ripetere l’aggressione contro l’Iran commessa nel giugno 2025 devono essere consapevoli delle terribili conseguenze di tali azioni sulla situazione in Medio Oriente, nonché sulla sicurezza internazionale globale”.

IRAN: ONG, 734 MORTI ACCERTATI MA POTREBBERO ESSERE MIGLIAIA =

(AGI/AFP) – Parigi, 13 gen. – Almeno 734 manifestanti sono stati uccisi in Iran dall’inizio del movimento di protesta contro il governo. A riferirlo e’ stata l’Ong norvegese Iran Human Rights (Ihr), secondo cui il bilancio reale delle vittime potrebbe essere nell’ordine delle migliaia.  

Ihr “continua a ricevere segnalazioni di migliaia di morti in diverse citta’ e province dell’Iran”, ha dichiarato l’organizzazione. (AGI)Sab 18:08 13-01-2026

++ ‘Witkoff ha incontrato segretamente Pahlavi nel weekend’ ++

Secondo fonti di Axios (ANSA) – WASHINGTON, 13 GEN – L’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff ha incontrato segretamente nel fine settimana l’ex principe ereditario iraniano in esilio, Reza Pahlavi, per discutere delle proteste che infuriano in Iran, secondo un alto funzionario statunitense. Lo scrive Axios.

IRAN: INTELLIGENCE, SEQUESTRATO CARICO ‘ILLEGALE’ KIT STARLINK IN REGIONI CONFINE

(Adnkronos) – L’intelligence iraniana ha annunciato il sequestro di un ampio carico di kit per internet satellitare Starlink nelle regioni di confine, sostenendo che fosse destinato a “operazioni di spionaggio e sabotaggio” all’interno del Paese. Secondo quanto riportato da canali Telegram dei media statali, la spedizione sarebbe entrata “illegalmente da un Paese vicino”.

L’uso di Starlink è illegale in Iran, dove le autorità hanno tentato di disturbare i segnali tramite attività di “jamming”, sebbene alcuni iraniani siano comunque riusciti a utilizzare il servizio. Nel materiale sequestrato figurerebbero 100 ricevitori a lunga portata, 50 amplificatori di segnale Bts, 743 modem 5G di diverse marche e 799 telefoni cellulari di nuova generazione.

Un video diffuso insieme alla notizia mostra scatole di dispositivi elettronici, alcune delle quali recano il marchio Starlink: si tratterebbe del primo sequestro segnalato di apparecchi Starlink in Iran.

Intanto, il gruppo per i diritti digitali Filterban ha reso noto che l’abbonamento a Starlink in Iran sarebbe diventato gratuito, dopo che l’account NasNet, che promuove l’accesso al servizio nel Paese, ha affermato in un post su X che Starlink è ora disponibile gratuitamente a seguito di settimane di trattative con l’azienda e con funzionari statunitensi.

TAJANI CONVOCA L’AMBASCIATORE IRANIANO ALLA FARNESINA

(ANSA) – ROMA, 13 GEN – “Le donne e gli uomini dell’Iran si stanno battendo nelle strade, nelle piazze, pagando un altissimo prezzo di sangue, di sofferenze, di carcerazione e probabilmente di torture. Tutto questo è assolutamente inaccettabile”: lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

“Dialogo non significa accettazione passiva dello spettacolo di un regime che reprime con la violenza i suoi stessi cittadini. Ecco perché oggi ho fatto convocare al Ministero degli Esteri l’ambasciatore dell’Iran in Italia che sarà alla Farnesina alle 17.30”.


Groenlandia, il premier: “Non vogliamo far parte degli Usa, scegliamo la Danimarca”


E Frederiksen: «Il peggio deve ancora venire». Le dichiarazioni di Nielsen, premier della Groenlandia, e di Frederiksen, premier della Danimarca. Mercoledì l’incontro alla Casa Bianca tra Vance, Rubio e gli inviati di Copenaghen e Nuuk sul futuro dell’isola

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(corriere.it) – «Che sia chiara una cosa: la Groenlandia non vuole essere posseduta dagli Stati Uniti, la Groenlandia non vuole essere governata dagli Stati Uniti, la Groenlandia non vuole far parte degli Stati Uniti. La Groenlandia sceglie la Danimarca rispetto agli Stati Uniti. Scegliamo la Groenlandia che conosciamo oggi, che fa parte del Regno di Danimarca». Parola di Jens Frederik Nielsen, che dell’isola artica è il primo ministro e che oggi è intervenuto a Copenaghen in una conferenza stampa congiunta con l’omologa danese Mette Frederiksen. 

Frederiksen – che ha parlato di una «situazione difficile: non è stato facile sopportare una pressione del tutto inaccettabile da parte di uno dei nostri più stretti alleati di una vita, ma c’è da sospettare che il peggio sia ancora in arrivo» – ha invece lanciato un appello per una maggiore collaborazione tra alleati nella difesa del territorio che Donald Trump ha più volte detto di voler annettere «in un modo o nell’altro»: «Vogliamo rafforzare la cooperazione nella sicurezza nell’Artico con gli Usa, la Nato, l’Europa. È una responsabilità condivisa: l’Alleanza atlantica deve proteggere la Groenlandia come fa con ogni parte del suo territorio, e la garanzia collettiva è la difesa più forte contro minacce russe o cinesi nell’Artico». Le ha fatto eco, poco più tardi, il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte: «Stiamo compiendo i prossimi passi per la sicurezza dell’Artico. Nella Nato siamo tutti d’accordo: quando si tratta della protezione dell’Artico, dobbiamo lavorare insieme».  

In attesa delle discussioni in seno alla Nato, domani i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia saranno a Washington per incontrare alla Casa Bianca il vicepresidente Usa JD Vance e il segretario di Stato, e consigliere per la Sicurezza nazionale, Marco Rubio. Inizialmente solo Rubio avrebbe dovuto partecipare all’incontro, ma Vance – che lo scorso marzo volò in Groenlandia per visitare la base statunitense di Pituffik, l’unico avamposto militare americana sull’isola, suscitando accese polemiche – «ha voluto prendervi parte», ha spiegato il ministro degli Esteri di Copenaghen: «Abbiamo chiesto questo incontro – ha sottolineato Lars Lokke Rasmussen – per poterci sedere nella stessa stanza, guardarci negli occhi e parlarne faccia a faccia». 

Già nel 2019 Trump parlò per la prima volta dell’ipotesi che la Groenlandia diventasse il 51esimo Stato a stelle e strisce. Ma durante il suo secondo mandato, e in particolare nelle ultime settimane, è tornato sull’argomento più volte, giustificando le sue mire come «una questione di sicurezza nazionale» e aggiungendo che «per gli Stati Uniti possedere la Groenlandia avrebbe una importanza psicologica».