Selezione Quotidiana di Articoli Vari

L’ultradestra israeliana non perde occasione per dire bestialità


SMOTRICH, ‘PER OGNI COLPO DI HEZBOLLAH DEVONO CROLLARE 10 PALAZZI A BEIRUT’

(ANSA) – Il ministro delle Finanze israeliano, l’estremista Bezalel Smotrich, ha lanciato nuovi appelli in favore di azioni militari del suo Paese nella zona sud di Beirut. “Non si deve permettere a Hezbollah di sfruttare la situazione a scapito del nord”, ha affermato in uno dei suoi ultimi messaggi su X, in riferimento alle frequenti segnalazioni di lanci di missili e droni verso località israeliane vicine al confine con il Libano attribuite al gruppo armato filo-iraniano.

“L’unica via: per ogni colpo sparato verso il nostro territorio, devono crollare dieci palazzi a Dahiya” (o Dahieh, così come viene spesso definita la periferia sud di Beirut, considerata da Israele roccaforte di Hezbollah), ha aggiunto Smotrich, chiedendo di “abbattere edifici” in quella zona “oggi stesso”.

BEN-GVIR, ‘NESSUNA TREGUA A HEZBOLLAH, MILLE DI LORO PER OGNI CAPELLO IDF’

(ANSA) –  “Di fronte al terrorismo non si dà tregua, si sferra un colpo decisivo”. Lo scrive su X il ministro per la Sicurezza nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir. “Oggi – ha aggiunto – durante il dibattito con il Primo Ministro, ribadirò e chiarirò nuovamente la mia posizione: per ogni drone, un missile. Per ogni violazione, fuoco. Per ogni Uav, Dahiyeh deve tremare. Per ogni capello sulla testa di un soldato dell’Idf, mille terroristi di Hezbollah”


Transazioni e scatole cinesi: la guerra arricchisce Trump


Dall’inizio dell’anno i veicoli finanziari del presidente hanno guadagnato almeno 10 miliardi. La volatilità prodotta dal conflitto in Iran ha creato nuove opportunità d’investimento

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Il 23 marzo, a meno di un mese dall’inizio della guerra, pochi minuti prima che Donald Trump annunciasse sul social Truth di avere avuto «conversazioni molto buone e produttive» con l’Iran, qualcuno ha comprato circa 1,5 miliardi di dollari di futures sull’indice S&P 500.

Appena uscito il post del presidente, i mercati hanno tirato un sospiro. L’indice Brent è crollato di oltre il 10 per cento, e chi aveva scommesso in anticipo sul calo del prezzo del petrolio ha fatto incassi enormi. Secondo il Financial Times, nei quindici minuti prima dell’annuncio c’è stato un volume di movimenti anomali sul prezzo del petrolio di circa 580 milioni di dollari. Il senatore democratico Chris Murphy si è domandato se a trainare queste operazioni finanziarie sia stato direttamente Trump, oppure qualche familiare o funzionario della Casa Bianca.

Quando si osservano le scelte politiche di Trump non bisogna mai perdere di vista la dimensione dell’interesse privato e famigliare che si nasconde, ma nemmeno troppo, sotto la patina delle giustificazioni formali. Anche la guerra in Iran non fugge a questa regola. Un documento dell’Office of Government Ethics pubblicato il 14 maggio mostra la prima fotografia, nella storia contemporanea della presidenza americana, di un portafoglio azionario attivo intestato a un presidente in carica.

Nel rapporto sono segnalate 3.642 transazioni nei primi tre mesi del 2026, per un volume tra 220 e 750 milioni di dollari, a un ritmo di circa sessanta operazioni al giorno. L’accumulo è cominciato con la guerra, il 28 febbraio. Per tutto il 2025 il conto aveva trattato quasi soltanto obbligazioni municipali e societarie. L’inizio del conflitto coincide con il passaggio ad azioni, oro e buoni del Tesoro.

Il 4 marzo, il giorno in cui le forze iraniane hanno chiuso lo stretto di Hormuz, il portafoglio riconducibile al presidente si è arricchito di Etf sui Treasury americani; il giorno dopo, oro. E qualche settimana più tardi mentre l’annuncio sulla distensione imminente faceva crollare il greggio, lo stesso conto ha rastrellato azioni energetiche e titoli della difesa come Lockheed Martin e General Dynamics, tutte società che aumentano i loro profitti con le guerre.

Quelle scommesse

La Trump Organization sostiene che a decidere siano istituzioni terze con delega, mentre la Casa Bianca dice che i beni sono in un trust gestito dai figli del presidente e che «non ci sono conflitti di interesse». L’ex consigliere etico di George W. Bush, Richard Painter, ricorda l’unico dato giuridicamente rilevante, cioè che la legge sul conflitto di interessi non si applica al presidente.

Lo stesso schema si ripete sul mercato delle previsioni. La Cnn ha riportato che un singolo trader su Polymarket ha incassato quasi un milione di dollari dal 2025 con decine di scommesse perfettamente sincronizzate sulle azioni militari americane e israeliane contro l’Iran, indovinando il 93 per cento delle puntate.

Le operazioni non erano mai state annunciate pubblicamente prima di essere messe in atto. Il senatore Murphy, insieme al deputato Greg Casar, ha presentato una legge per vietare le scommesse su guerre, azioni di governo e attentati, iniziativa che la Casa Bianca ha liquidato come «irresponsabile».

La guerra è solo l’ultimo affare di questa presidenza d’investimento. La commissione di vigilanza dei democratici alla Camera ha creato il “Trump Family Digital Grift Wealth Tracker”, un indice che segue in tempo reale l’andamento degli investimenti del clan presidenziale. A gennaio 2026 stimava che la famiglia Trump aveva già realizzato 2,25 miliardi di profitti attraverso investimenti all’estero, una cifra che sale fino a 9,7 miliardi se si contano gli asset digitali. Reuters ha quantificato in almeno 2,3 miliardi la somma che la famiglia ha aggiunto al patrimonio con le principali iniziative cripto dal 2025.

Il cuore dell’impero cripto è il veicolo World Liberty Financial che, secondo i conti della Reuters, ha fruttato oltre 1,6 miliardi alla famiglia, con il 75 per cento dei ricavi dalla vendita dei token destinato a un’altra entità, sempre controllata dai Trump. Il Wall Street Journal ha calcolato che in sedici mesi Trump ha guadagnato di più dalle criptovalute che dal suo impero immobiliare negli ultimi dieci anni.

A gennaio alcuni investitori legati ad Abu Dhabi hanno comprato il 49 per cento della piattaforma per 500 milioni. I memecoin $TRUMP e $MELANIA, secondo il Financial Times, hanno reso altri 427 milioni. Gli investitori al dettaglio, intanto, hanno visto evaporare il valore che avevano acquistato.

Niente di tutto questo è tecnicamente illegale. La legge che vieta a quasi ogni funzionario federale di arricchirsi grazie alla propria carica prevede una cruciale eccezione proprio per il presidente. Per la prima volta nella storia americana, le decisioni sui conflitti che sconvolgono il mondo si muovono anche in base ai ricavi finanziari attesi dal presidente degli Stati Uniti.


Così si rischia la deriva del no agli ebrei: non è antisemitismo, ma fanatismo


Da De Luca a Lapid e Nevo, boicottare gli intellettuali è sbagliato. Si finisce per ostacolare solo chi vuole la pace

© Eyal Warshavsky/SOPA Images

(ANNA FOA – lastampa.it) – La petizione contro la partecipazione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo al prossimo festival letterario che si tiene in luglio in Puglia, “Il libro possibile”, firmata anche dalla vicesindaca di Bari e dall’arcivescovo, suscita nuovamente il tema caldissimo del boicottaggio culturale di Israele, dopo la vicenda di Erri De Luca a Salerno e dopo quella dello sceneggiatore israeliano, netto oppositore di Netanyahu, Nadav Lapid a Marsiglia.

Il tema è assai controverso. In questo caso, Nevo è stato accusato non di aver preso posizioni a favore della politica del governo israeliano, ma di «non averne prese di abbastanza pubbliche e chiare». Non di aver fatto, ma di non aver fatto. Un’affermazione assai discutibile, dato che Nevo è uno degli esponenti di punta di una generazione di intellettuali israeliani favorevoli alla pace e ostili alla politica del governo e dato che ci si domanda chi, soprattutto nel nostro Paese, può avere il diritto di giudicare quale sia il grado necessario di chiarezza e di pubblicità per non essere giudicati complici di Netanyahu.

Le affermazioni della petizione contro Nevo si avvicinano al sostegno a un boicottaggio generalizzato a tutti gli intellettuali israeliani. È questo che chi si batte fuori da Israele contro gli orrori che continuano a avvenire a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, davvero vuole? E pensa che sia davvero il modo migliore per aiutare il partito della pace in Israele, per sostenere le migliaia di persone che si impegnano senza sosta contro i misfatti del loro governo, che gridano «stop genocide» in ogni manifestazione, che aiutano concretamente i palestinesi di Cisgiordania contro coloni ed esercito? Non stiamo invece aiutando a crescere l’antisemitismo e quindi implicitamente la tesi di Netanyahu che ogni opposizione ad Israele è mossa dall’antisemitismo?

Il boicottaggio culturale è l’unica forma di boicottaggio effettivamente messa in atto, almeno in Italia e in Europa. Nessun boicottaggio economico, nessuno stop alla fornitura di armi. L’unico agibile resta così quello culturale: stop alle collaborazioni universitari (e non sto parlando di ricerche a carattere militare), stop alle pubblicazioni di libri, stop a festival e manifestazioni anche se non coinvolgono la sponsorizzazione del governo Netanyahu. Spariamo, insomma, su quella fascia di popolazione che da anni lavora con rischi e difficoltà di ogni genere contro la politica del suo governo. Qualcuno potrebbe rispondere che si tratta di un governo eletto. Anche Hitler e Mussolini sono stati inizialmente eletti. E sotto Hitler, sarebbe stata la stessa cosa boicottare, ad esempio, gli scrittori tedeschi i cui libri venivano messi al rogo dai nazisti e i film della propaganda nazista, come “Suss l’ebreo”, perché tutti tedeschi!

Mi rendo conto che il discorso è complesso, che coinvolge il tema della libertà di opinione. Ma trovo inaccettabile l’abitudine che si va diffondendo di chiedere dichiarazioni pubbliche di appartenenza. Cosa pensi di Netanyahu? Sei a favore dell’uso del termine genocidio oppure no? Usi la parola apartheid? Io, che difendo l’uso di questi termini, troverei molto disturbante essere obbligata a farlo.

Ma non è solo questo. Credo che ogni organizzazione culturale, nel momento in cui invita studiosi e intellettuali a un incontro, compia implicitamente una scelta, conosca il loro orientamento e pensi che l’incontro con l’ospite possa dar vita a dibattiti utili e civili, non a scontri violenti di tesi contrapposte. Così per la questione di Salerno. De Luca troverà certamente una platea a lui più congeniale di quella di Salerno nel prossimo festival a Roma organizzato dalla Comunità ebraica romana. Si tratta della stessa Comunità che da anni mette al bando senza remore gli oppositori ebrei italiani della politica israeliana, senza che mai una voce si sia levata ad accusarla di censura.

Ma nel caso di Nevo la questione è molto diversa. Qui Nevo è attaccato perché israeliano. Non voglio usare la categoria troppo screditata di antisemitismo, ma la strada porta, chissà, a scivolare dal rifiuto degli israeliani al rifiuto degli ebrei? Mi auguro di no. In ogni caso, come dice Nadav Lapid, non è antisemitismo, ma è certo fanatismo.


Quanto vale un boss ammazzato


(di Michele Serra – repubblica.it) – Il boss della mafia? Gli bombardi la tana e lo ammazzi, come ha fatto l’amministrazione Trump in Venezuela con il capo del cartello Tren de Aragua, tale Guerrero. Può darsi che nel blitz ci abbia rimesso la pelle qualche familiare del boss o qualche passante, ma sono i famosi effetti collaterali. Sottigliezze sulle quali soprassedere a obiettivo raggiunto. Questa è la destra: e si deve ammettere che l’estrema brutalità della soluzione ha una sua tangibile efficacia.

La sinistra, invece. Un rosario interminabile di: scrupoli umanitari, diritti dell’imputato, processo giusto, pena come recupero. E se non bastasse: analisi sociale delle cause, lavoro culturale sul territorio, preti antimafia, magistrati integerrimi, sensibilizzazione nelle scuole, cortei, convegni, titolazioni di alberi e monumenti alla memoria. Non se ne viene più fuori. Vuoi mettere una bomba che incenerisce i cattivi?

Mettete a confronto i due metodi, le due mentalità, e capirete perché la destra minaccia di vincere quasi ovunque. Perché è sbrigativa e manesca, prende a sberle la realtà, vuole ammazzare i criminali, metterli in galera e buttare via la chiave, rimpatriare i migranti, piantarla di farsi domande troppo complicate sui perché e i percome. Lo sappiamo tutti che non funziona, e altri boss, altro male rinasceranno in fretta dalle radici frettolosamente recise. Ma non è questo che conta per la gente spaventata, che è tanta, e per la gente superficiale, che è tantissima. Conta la testa del boss infilzata su una picca. Per oggi ci si accontenta e ci si rassicura, per domani sono già pronte altre picche. La sinistra, che pretende di rimpiazzare le picche con i libri, le costituzioni democratiche, gli assistenti sociali, gli psicanalisti, la pedagogia, ha questo problema quasi insormontabile: i suoi rimedi, le sue speranze, i suoi progetti non si toccano con mano. Valgono per un futuro ancora invisibile, non per le prossime elezioni.


La propaganda contro il Rdc nei test d’accesso a La Sapienza


La propaganda contro il Rdc  nei test d’accesso a La Sapienza

(estr. di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – […] “Non si trovano lavoratori per colpa del Reddito di cittadinanza”. Benché contraddetta da numerosi dati, la teoria con cui molti imprenditori ci hanno a lungo ammorbato su tv e giornali compiacenti è finita pure nel test di ingresso di Psicologia all’Università Sapienza di Roma.

[…] La prova Tolc-Psi si è tenuta il 5 maggio scorso e la “curiosa” scelta non è passata inosservata. La traccia di comprensione del testo, infatti, era basata su un articolo di quel filone: un’intervista, apparsa alcuni anni fa sul Corriere della Sera, al titolare di un’azienda che lamentava la difficoltà di assumere a causa del troppo generoso Reddito di cittadinanza – poi abolito a partire dal 2024 – e degli altri aiuti concessi durante il Covid. L’uomo sul Corriere spiegava anche di aver risolto assumendo lavoratori stranieri, meno propensi a reclamare paghe giuste e diritti. Gli studenti dovevano leggere l’articolo e mostrare di averlo compreso con il test a risposta multipla. Un testo che riportava un’idea che non trova riscontro nei dati, politicamente sensibile, quantomeno divisiva e palesemente in linea con le tesi del governo Meloni. Non esistono criteri di neutralità nella redazione delle prove? A prepararle è il consorzio Cisia: “L’obiettivo delle prove di comprensione del testo non è entrare sulle tematiche trattate dai brani – ha spiegato al Fatto il direttore generale Giuseppe Forte – ma sulla capacità di interpretare correttamente i costrutti logici e semantici di ciò che si legge; per questa ragione, fra l’altro, i testi non sono legati al particolare corso di studio a cui si riferiscono le prove. Non ci sono altre finalità, quindi, se non quelle di verificare i requisiti per intraprendere un percorso universitario”. Certo, “siamo consapevoli che alcuni temi possono avere un impatto diverso a seconda delle esperienze e delle percezioni personali, per questo da anni prestiamo particolare attenzione ai temi trattati e al linguaggio utilizzato, in modo che i brani proposti rispettino le sensibilità di ciascuno”.


Se ci resta soltanto lo stretto di Gibilterra


Donald Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – La sconfitta subita dagli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, resa più dolorosa dalla patetica mascherata trumpiana, segna per noi una svolta strategica. Negativa. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale l’America, nostro supposto ma poco credibile protettore, non è più in grado di assicurare la libera navigazione negli stretti che collegano l’Italia all’Oceano Mondo. Non solo Hormuz resta sotto controllo iraniano, anche i cardini del Mar Rosso, Suez e Bab al-Mandab, sono tutt’altro che garantiti. Unica certezza, per ora: Gibilterra. Ergo, possiamo stare tranquilli solo sul versante atlantico. Su quello che ci lega all’Indo-Pacifico, cioè all’Asia profonda, Cina e Giappone in testa, incombono nubi cariche di tempesta. Per Washington quegli stretti sono molto importanti ma non esistenziali. Noi invece qui ci giochiamo tutto.

Per la quarta potenza di esportazione del mondo (ebbene sì, per ora lo restiamo) che vive dell’importazione di materie prime e soprattutto dell’energia che in casa non ha, davvero pessima notizia. Mitigata dalla sensazione che qualcosa si muove nell’opinione pubblica, speriamo anche fra i decisori politici, quanto a percezione della nostra collocazione geografica. Anche se preferiamo rimuoverlo, noi siamo prima di tutto paese marittimo, quasi-isola al centro del Medioceano, come a Limes chiamiamo il Mediterraneo. Per marcarne la forma economica e strategica: stretto che connette Atlantico e Indo-Pacifico. Noi ce la caviamo finché resiste un Mediterraneo medioceanico. Ci ammaliamo gravemente quando le valvole che regolano il passaggio da e verso il largo ci si chiudono.

Non pare che i conflitti in corso nell’area, dai quali deriva la crisi degli stretti, siano temporali estivi. Sembrano semmai dispute infinite. Avranno alti e bassi, ma dovremo conviverci a lungo. Con gli Stati Uniti nelle condizioni attuali, viene a mancare il garante di ultima istanza della nostra salute geopolitica. E nessuno è in grado di prenderne il posto. Per ora.

Allungando lo sguardo avanti nel tempo, il rischio che questo un per cento delle acque planetarie attraverso cui passa il 20% dei traffici — tacciamo dei cavi Internet, delle condutture energetiche e di mille altre risorse — scada a lago salato è accentuato dalla crescita dell’Artico su scala mondiale. Stati Uniti, Russia e Cina competono per il controllo della rotta artica passante in gran parte per le coste russe, su cui si affacciano sempre più i cinesi. La passione di Trump per la Groenlandia è soprattutto legata a questa competizione. E noi? Visto da Roma, lo scenario è il seguente. Nel Medioceano manca un egemone, ma riemerge una potenza antica, la Turchia, con cui abbiamo avuto nei secoli abbastanza a che fare. Vale in particolare per lo Stretto di Sicilia, collo di bottiglia di speciale interesse nazionale anche per i flussi migratori. Sulla sponda nordafricana troviamo i resti della Libia contesa da varie milizie e gruppi d’interesse. Con la Turchia in Tripolitania ma capace di incidere su tutto lo spazio maghrebino, fino all’Egitto e oltre. La dottrina della Patria Blu considera turco tutto il Mediterraneo Orientale e buona parte del Centrale, fino alla Sicilia e oltre.

Qui entra in gioco la variabile Israele. Lo Stato ebraico è impegnato dal 7 ottobre 2023 in una guerra di attrito contro sé stesso, prezzo della vendetta voluta a ogni costo e contro ogni logica a causa del trauma inflittogli da Hamas. Gerusalemme non può vincere e non può perdere la pletora di conflitti aperti su sette fronti. Prima o poi, potrebbe finire a scontrarsi anche con la Turchia. Duello mortale. Dove? A Cipro, chiave del Mediterraneo orientale e del Levante. Per contrastarvi la penetrazione turca Israele sta allestendo intese con Cipro e Grecia, sostenute dal Regno Unito e con qualche incertezza dalla Francia. Per funzionare questo schieramento anti-turco deve contare sugli Stati Uniti. La crisi dei rapporti Washington-Gerusalemme, mentre quelli turco-americani vanno al massimo, non promette bene. Tempo per l’Italia di muoversi e contribuire a sedare l’incendio prima che finisca fuori controllo. La guerra turco-israeliana ci cambierebbe i connotati.


Grazia a Nicole Minetti, gli avvocati penalisti difendono la Pg Francesca Nanni


Grazia a Nicole Minetti, gli avvocati penalisti difendono  la Pg Francesca Nanni

(ilfattoquotidiano.it) – Giù le mani dalla Procuratrice generale, Francesca Nanni! Gli avvocati della Camera penale di Milano ce l’hanno con il direttore del Fatto Quotidiano per “l’attacco scomposto” al lavoro dell’ufficio che si è occupato dell’istruttoria utile a concedere la grazia a Nicole Minetti. E i penalisti, soliti fare le pulci alle toghe oltre che a ogni sorta di procedura (anche più lineare di quella che ha meritato un supplemento per ordine di Sergio Mattarella), hanno tuonato invece contro l’editoriale vergato il 5 giugno. E sì che Travaglio si era permesso di stigmatizzare il comunicato con cui la magistrata Nanni aveva accusato di falso la nostra inchiesta giornalistica.

Ma per i penalisti se c’è un reato non è quello di dare dei falsari ai giornalisti. Ma piuttosto di lesa maestà nei confronti dell’alto magistrato dell’ufficio giudiziario milanese, ma anche delle istituzioni della Repubblica tutte. Perché l’editoriale metterebbe addirittura in discussione lo stesso istituto della grazia “e, non ultimo, mostra – anche questa non è una novità – disprezzo per il ruolo della difesa”. Alti lai anche sul ruolo di social e media “che pretendono di sostituirsi a chi è istituzionalmente chiamato, ciascuno nel proprio ruolo, a esercitare la delicatissima funzione giurisdizionale e, quanto al caso di specie, quella altrettanto complessa di valutare la meritevolezza di un provvedimento di clemenza”. Insomma una deriva che “travolge, oltre ai fragili equilibri della Giustizia, persone e istituzioni, senza arrestarsi nemmeno di fronte a una prerogativa costituzionalmente riconosciuta al Presidente della Repubblica, prima carica dello Stato”. Il Fatto, nemico pubblico numero 1. Troppa grazia.


Conte: “Meloni ha fallito. Risorse da banche e armi. Primarie a tempo debito”


Il leader M5S: “Se non dovessi essere io il candidato premier della coalizione, voi troverete in me sempre un costruttore e mai un rottamatore”

Il leader M5S Giuseppe Conte intervistato dal vicedirettore di Repubblica Stefano Cappellini

(di Caterina Giusberti – repubblica.it) – Attacca Giorgia Meloni, chiude alla patrimoniale, promette di non volersi assicurare un posto da leader della coalizione di centrosinistra («sono un costruttore, non un rottamatore») ma difende le primarie. Anche se, chiarisce: «Non adesso». Il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte, intervistato dal vicedirettore Stefano Cappellini assicura: «Il Movimento ha scelto di stare nel campo progressista: è una scelta irreversibile». La piazza si scalda sull’Ucraina, con qualche fischio dalla platea. E Conte ammette: «È l’unico vero punto che ci divide in politica estera».

Perché gli italiani dovrebbero mandare a casa Giorgia Meloni?

«Perché si è presentata dopo anni di opposizione, dimostrando una grande capacità comunicativa, idee apparentemente chiare e coerenza. Ma una volta a Palazzo Chigi ha accumulato tantissimi fallimenti. E così oggi ci troviamo con un debito più alto nonostante i 209 miliardi che abbiamo lasciato su un vassoio d’argento. Sulla spesa sanitaria mancano svariati miliardi. Siamo a 35 mesi di calo della produzione industriale e lei non parla del problema. Ci sono 6 milioni di cittadini in povertà. Per non parlare della politica estera: abbiamo contribuito a distruggere la legalità internazionale omaggiando Netanyahu. E siamo additati, insieme alla Mongolia, come Paesi canaglia per il caso Almastri».

Si aspetta che la destra arrivi a fine legislatura?

«Al referendum hanno preso una sonora batosta, ormai litigano platealmente. Hanno sistemato amici e conoscenti ma restano abbarbicati. Stanno cercando di arrivare in fondo, però c’è una variabile importante che è la legge elettorale. Hanno fatto un guazzabuglio, quel premio maggioritario grida vendetta anche sul piano costituzionale, con un listone da 105 candidati scelti dalle segreterie di partito. Faccio un appello, qui da Bologna: abbiate un po’ di dignità e permette di votare a tutti i fuorisede».

Quali sono i confini di questa coalizione?

«Innanzitutto non si va a votare domani e non partiamo da zero. Abbiamo già tanti punti condivisi a cominciare dalle politiche del lavoro. Io dico: completiamo questo percorso interno per ascoltare le priorità dei cittadini. Poi ci ritroviamo a settembre per condividerlo».

Conte, lei ha un problema con Renzi?

«Con Renzi penso che i problemi li abbiano avuti un po’ tutti, perché obiettivamente nel corso della sua storia è stato più volte rottamatore. Poi faccio politica e darò il mio contributo per un progetto solido, coerente, che deve non solo vincere ma durare cinque anni. Se c’è un problema di affidabilità andrà affrontato a tempo debito».

Primarie a tutti i costi?

«Adesso è tempo di condividere il programma. Le primarie sono sul tavolo ma se ne parlerà poi a tempo debito. Però voglio rassicurare tutti: se io non dovessi essere il premier di questa coalizione troverete in me sempre un costruttore e mai un rottamatore».

Lei si definì un populista gentile.

«Essere populisti è prendere 8 miliardi sui 1000 del bilancio dello Stato e anziché darli all’industria delle armi, alle aziende energetiche e alle banche a chi in questo momento sta morendo di fame? Questo non è populismo, é cercare di fare una politica progressista. Noi siamo popolari, vicini al popolo».

E la patrimoniale?

«A me sembra che il dibattito stia diventando molto ideologico. La Svezia e la Danimarca l’hanno abolita. Nel 2018 anche la Francia e così anche molti altri paesi. Quando ero al governo ho iniziato a studiarla poi l’ho buttata via perché era insostenibile, per farla devi quotare il patrimonio, ma come lo misuri? Quello che serve è una redistribuzione giusta. Meloni ha fatto un patto con i poteri forti, si è garantita i fondi di investimento internazionali, ha omaggiato l’industria delle armi, le banche, le aziende energetiche, ha indebolito il ceto medio. Bisogna rivedere la spesa militare, fare la difesa europea. È normale che noi abbiamo un paese che ha una crescita vicina allo zero e le banche accumulano utili?».

L’ultima domanda è sull’Ucraina.

«Mi sembra che stia arrivando una svolta negoziale, che è l’unica soluzione».

Tutti i giorni in Ucraina piovono missili, lei dove l’ha vista questa disponibilità di Putin?

«Io non sto dicendo di sottoscrivere condizioni favorevoli alla Russia. Ma o abbracciamo questa escalation senza fine o, come sempre nella storia, ci sarà un trattato di pace».


Difesa, un taglio per altri 5 miliardi e Crosetto minaccia le dimissioni


Riunione ad alta tensione tra la premier, i due vice, il ministro responsabile e Giorgetti. La Lega vuole cancellare Safe. Promessa finale del titolare del Tesoro di alzare il budget

Difesa, un taglio per altri 5 miliardi e Crosetto minaccia le dimissioni

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – A un passo dall’addio. Negli ultimi giorni, si apprende da fonti concordanti di massimo livello, Guido Crosetto si è trovato di fronte a un doloroso bivio: restare alla guida del ministero, rischiando di dover accettare un ridimensionamento delle spese militari su cui l’esecutivo (e lui personalmente) si è impegnato con gli alleati, oppure emulare il collega del Regno Unito, John Healey, che proprio a causa di una riduzione delle risorse ha lasciato il suo posto nel gabinetto di Keir Starmer. Pochi giorni fa, al termine di una serie di complesse riunioni con Giorgia MeloniMatteo Salvini, Giancarlo Giorgetti Antonio Tajani, il titolare della Difesa ha scelto di restare. Ma di farlo solo a determinate condizioni e dopo aver ricevuto dal ministro dell’Economia la promessa di aumentare il budget per le forze armate nella manovra 2026. Se l’impegno non dovesse essere rispettato, il nuovo anno potrebbe aprirsi con clamorose dimissioni.

Partiamo dunque dall’incontro decisivo. Risale alla settimana appena trascorsa. Salvini e Giorgetti frenano su tutto: non solo sul ricorso al programma Purl, ma anche su Safe. Non si accontentano più di un taglio al prestito opzionato con l’Europa, vogliono addirittura cancellarlo. Crosetto non ci sta. La premier, che non può permettersi uno strappo del genere con diverse crisi in corso, media. Alla fine, riferiscono le stesse fonti, è il titolare del Tesoro a trovare un temporaneo compromesso, promettendo di innalzare dello 0,35% del pil il budget della difesa, attualmente fermo all’1,61%. Una percentuale che si compone di uno 0,15% in teoria già programmato per il 2026, di un altro 0,15% per il 2027, più un piccolo ulteriore segnale utile ad avvicinare la soglia del 2%. In tutto, parliamo di circa 7,5 miliardi in più. È un impegno non semplice da rispettare e tutto da verificare. Tanto che proprio il titolare della Difesa avrebbe indicato l’orizzonte entro cui valutare l’attendibilità della promessa: la legge di bilancio di fine 2026, appunto.

Una traccia di quanto accaduto si può scovare in rete, tra le righe di un post su X passato quasi sotto silenzio, eppure dal significato politico rilevante. Risale a giovedì scorso, 11 giugno. Crosetto risponde proprio al britannico Healey, fuori dall’esecutivo per protestare contro la riduzione delle risorse da destinare alle forze armate. «Mi dispiace molto, amico mio — scrive l’italiano — comprendo pienamente le tue riflessioni e le ragioni che ti hanno portato a fare questa scelta. È una decisione che non può lasciare nessuno di noi — tuoi colleghi che lottano con le stesse identiche sfide — indifferenti». E ancora: «Mi trovo d’accordo con quasi tutto ciò che hai scritto, e i pensieri che hai reso pubblici oggi sono stati spesso anche i miei». Come non bastasse, il ministro aggiunge: «Ho scelto di aspettare tempi meno difficili, sperando in un’evoluzione positiva delle circostanze attuali. Non so se la strada che ho preso sia quella giusta per aiutare a suscitare una maggiore consapevolezza all’interno del governo e della nazione, ma i segnali che ho ricevuto mi portano a credere che stia emergendo una comprensione più consapevole, e quindi che uno sviluppo positivo sia possibile».

Sono righe che rilette adesso, alla luce della ricostruzione appena esposta, assumono un significato chiaro. L’ultimo atto di settimane delicate per un governo scosso dalla crisi di Hormuz e sotto pressione per il “fenomeno Vannacci”. Prima la decisione di Palazzo Chigi di non procedere con l’acquisto di armi previste dal programma Purl (si tratta di materiale bellico da destinare all’Ucraina). Poi, alcune settimane fa, la mossa del governo di ridurre la dimensione del prestito europeo garantito da Safe per investimenti militari: dai 14,9 miliardi inizialmente opzionati a soli 5 miliardi. Nell’ultima settimana, però, nuove scelte ancora più drastiche: Roma, questa la novità, potrebbe addirittura rinunciare anche ai residui 5 miliardi.

È questo lo scenario con cui si deve confrontare Crosetto. Con un problema in più: proprio oggi il ministro volerà alla volta di Washington, dove lo attende un bilaterale decisivo con il ministro della Guerra, Pete Hegseth. A lui dovrebbe ribadire impegni di spesa militare che l’esecutivo intende però ridimensionare. E attorno ai quali è in corso una partita politica feroce. Da qui, la decisione di credere alle garanzie di Giorgetti. Almeno fino a fine 2026. Poi arriverà il momento delle scelte.


I “disinvitati” e il dibattito pubblico diviso tra tribù


(estr. di Donatella Di Cesare – ilfattoquotidiano.it) – […] Aumentano ogni giorno i “disinvitati”. La conferenza viene annullata, l’incontro rimandato a data da destinarsi, il dibattito cancellato. Una partecipazione già prevista diventa improvvisamente controversa.

[…] Il disinvitato non è il censurato classico. Non gli viene impedito di parlare. Semplicemente la sua presenza diventa problematica. Si mette in dubbio che sia la persona giusta per quel contesto. Meglio di no. È fuori linea. Ci sarebbero imbarazzi, proteste, prese di distanza. Si suggerisce allora prudenza. Si invoca opportunità. E alla fine l’invito scompare. Tu sì, lui no, lei nemmeno. Così funziona la censura, o meglio, l’autocensura preventiva. Certo gli organizzatori di un festival hanno tutto il diritto di scegliere i nomi, di invitare gli ospiti più consoni, e persino di disinvitare. Ma è inevitabile che il disinvito inneschi la miccia delle polemiche. Accuse, repliche, interventi e contro-interventi. Nei giornali e sui social si formano schieramenti contrapposti – tu con chi stai? Compaiono qui e là piccole liste di proscrizione (a futura memoria): i buoni e i cattivi, i coraggiosi e i pavidi, chi si è dissociato, chi ha esitato, chi ha taciuto. Si cercano alleati. Si distribuiscono patenti morali. E fioccano le scomuniche. Così anche il mondo della cultura – anziché andare controcorrente – riflette quest’andazzo, e anzi lo incentiva. Chiamo i “miei” e tengo fuori i “loro”. Se poi incorro in una svista, posso sempre rettificare.

Sarebbe riduttivo prendere questi episodi per semplici controversie occasionali. Sono invece il sintomo di un fenomeno che si va diffondendo ovunque, non solo in Italia, ma anche in molti altri Paesi europei. In queste ore gira una petizione che pretenderebbe di estromettere addirittura lo scrittore israeliano Eshkol Nevo dal festival Il Libro Possibile. Gli viene chiesto di assumersi la propria responsabilità e di “difendere l’umanità” – secondo il diktat dei firmatari, s’intende!

[…] Intorno a festival, incontri, dibattiti, talk, si alzano siepi, recinti protettivi. Si delimita il perimetro del dicibile. E si decide chi è ritenuto degno di parola. Ci sono le voci ammesse e quelle inammissibili. Eh sì, perché il disinvitato diventa automaticamente qualcuno che ha perso legittimità. Il sospetto cade su di lui, la divergenza si trasforma in colpa. Non si discutono gli argomenti, le sue eventuali tesi. In questione è la sua figura. E per la delegittimazione basta ormai poco: una semplice sfumatura tra il bianco e il nero, un dubbio, un’esitazione. Basta non pronunciare lo shibboleth, quel termine che è divenuto certificato di appartenenza. Se si è sottratto a questa prova, all’autodafé permanente, allora è fuori. Non è dei nostri. Piovono etichette che lo segnalano. Ci sarà pure un “sacrosanto” diritto di critica! Una “sacrosanta” esclusione! Il linguaggio morale, quasi liturgico, trasforma il dissenso in eresia, divide i fedeli dagli infedeli. “Ma se non l’ha pronunciato! Si rifiuta di dirlo! È un negazionista!”. In una recente intervista David Grossman ha dichiarato di volersi sottrarre a questa logica binaria, perché non accetta che ogni sua parola venga tradotta in appartenenza o diventi l’atto di fedeltà a un campo.

Questo nuovo tempo di scomuniche è già iniziato da un po’. E ce lo ricordiamo bene. Lo spazio pubblico trasformato in tribunale, l’avversario in figura sospetta, il dissenziente in complice. Il dubbio letto come un tradimento, ogni sfumatura vista come una resa. E poi il gioco dei marchi e degli stigmi che delegittimano e sfigurano. Del tutto in secondo piano i temi, gli argomenti, spesso cancellati dalla contesa morale, sacrificati alla guerra di identità. […]

Forse il termine polarizzazione non basta più a descrivere quel che accade. Non ci sono due fronti contrapposti. Le fratture si moltiplicano. Si aprono anche negli schieramenti che apparivano più compatti. Dividono gruppi che si consideravano omogenei. Attraversano amicizie, redazioni, associazioni, cerchie culturali. Oppongono persone che fino a ieri si sentivano dalla stessa parte. La sorpresa amara è che proprio coloro che rivendicano il dissenso verso il governo, l’opinione dominante, il pensiero unico, finiscono non di rado per riprodurre gli stessi meccanismi che denunciano. Si rivendica il diritto di critica, ma si fatica ad ammetterla al proprio interno.

Il risultato è una frammentazione dello spazio pubblico, di cui i “disinvitati” sono solo una spia. Nuove scomuniche, nuove esclusioni – in un crescendo. Le fratture si infittiscono e si aggravano. Lo spazio pubblico si frammenta e assume contorni tribali. Festival dove parlano solo “i nostri”, dibattiti tra anime gemelle, talk recitati all’unisono. Rischiamo di trovarci ciascuno nel proprio recinto, ad ascoltare il proprio soliloquio, mentre si perde la possibilità stessa di confrontarsi in uno spazio comune.


Voto anticipato l’11 aprile. La strategia di Meloni contro il logoramento


La data eviterebbe l’effetto delle amministrative a favore del centrosinistra ma salverebbe le pensioni dei parlamentari

Giorgia Meloni e Matteo Salvini

(di Tommaso Ciriaco e Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – C’è una data che inizia a circolare con insistenza nei conciliaboli della maggioranza: 11 aprile 2027. È quella di un eventuale voto anticipato, evocato in tempi non sospetti da Matteo Salvini e ormai diventato tema di dibattito anche nelle stanze ovattate di Palazzo Chigi. Da dove, non per caso, è partita la brusca accelerazione sulla nuova legge elettorale, da licenziare a ritmi record entro la pausa estiva. Passaggio che favorirebbe, ragionano nel cerchio magico meloniano, le grandi manovre per sciogliere le Camere prima della scadenza naturale fissata a ottobre dell’anno prossimo.

Una dead line che tutti, alla luce delle crescenti tensioni — interne ed esterne — cui è sottoposto l’esecutivo, cominciano a considerare troppo lontana, e perciò rischiosa, ai fini dell’auspicato bis. Sul quale incombono come macigni lo sfilacciamento della Lega e l’avanzata di Roberto Vannacci. Meglio allora capitalizzare il consenso di cui ancora sembra godere il centrodestra, anziché aspettare che la pessima congiuntura economica e il logoramento del governo produca effetti peggiori.

È già da un po’ che i fedelissimi della premier si sono messi a sfogliare il calendario per individuare la data migliore per chiudere la legislatura. Cerchiando in rosso, come in una sorta di sentiero minato, tutti gli ostacoli da superare o bypassare per uscirne indenni. Ebbene, è proprio da questa mappa disseminata di divieti, percorsi obbligati e termini di legge, che infine è emersa — oltre a un mese preciso: aprile — pure una domenica (con lunedì annesso) in cui gli italiani potrebbero essere chiamati a rinnovare il Parlamento: l’11 e 12. La prima strategicamente utile a confermare l’attuale maggioranza: in grado cioè di rispettare una serie di requisiti per provare a vincere le politiche.

Indicazione figlia, innanzitutto, dell’impatto sulle tasche di deputati e senatori, in particolare quelli alla prima legislatura: con la riforma del 2012, infatti, il diritto alla pensione matura solo se si è svolto un mandato intero, che scatta dopo 4 anni, 6 mesi e un giorno. Poiché il calcolo inizia dalla proclamazione, avvenuta l’8 ottobre 2022, ecco che se si votasse prima del 9 aprile quasi metà degli eletti dovrebbe rinunciare all’agognato trattamento. Come minimo si rischierebbe una rivolta, anche fra le fila di FdI.

L’altro elemento che porta all’11 aprile (con possibilità di slittare di una settimana) è più politico, ma altrettanto tattico: attiene alla prevista tornata di amministrative. Tra la prossima primavera e l’estate si apriranno i seggi in cinque grandi città, le più importanti del Paese: Roma, Milano, Napoli, Bologna e Torino. Tutte guidate dal centrosinistra e con ottime chance di riconferma. Perciò Meloni ha già detto ai suoi che i due appuntamenti, locale e nazionale, vanno sganciati l’uno dall’altro. Come? Intanto si dovrà evitare l’election day, probabilmente non sgradito al Quirinale per una questione di costi, oltre che per incoraggiare l’affluenza. E poi fare in modo che un’eventuale vittoria degli avversari alle comunali non inneschi un effetto domino sulle politiche. Da qui l’ipotesi di anticiparle per provare a blindare Palazzo Chigi e sperare che l’onda favorevole si riverberi poi sulle elezioni successive. Se infatti perdesse le amministrative e poi si votasse per il Parlamento, il rischio sarebbe un cappotto micidiale.

Se questa spinta dovesse prevalere, fatte salve le prerogative del Colle, le Camere andrebbero quindi sciolte al più tardi entro fine febbraio: l’art.61 della Costituzione stabilisce difatti che le elezioni delle nuove debbano tenersi entro 70 giorni dalla fine delle precedenti. Il gioco a incastri con le comunali e le onorevoli pensioni porta ancora all’11 aprile.

Una scelta sulla quale, fra l’altro, peserebbero pure valutazioni sul precario stato di salute della maggioranza e la sua dialettica interna. La Lega, in grande sofferenza, sta facendo pressing per un ritorno di Salvini al Viminale: scenario a cui Meloni sembra ostile. E perciò da scoraggiare sfoderando l’arma del voto anticipato: se si chiude a febbraio, un trasloco di qualche mese avrebbe poco senso.

Sempre che non prevalga la tentazione — di cui si vocifera in un centrosinistra assai preoccupato — di stringere ancora di più i tempi per portare il Paese alle urne già ad ottobre 2026. Soprattutto per evitare di intestarsi una legge di bilancio lacrime e sangue. Ma questo vorrebbe dire sciogliere il Parlamento fra due mesi, in pieno agosto. Un azzardo. Che forse neppure Meloni può permettersi.


L’alcol, pure poco, fa male: parola di ricerca scientifica


Il consumo aumenta il rischio di tumori e altre malattie La proposta: etichette come per le sigarette. Meloni e soci: “Mai”

L’alcol, pure poco, fa male: parola di ricerca scientifica

(di Laura Margottini – ilfattoquotidiano.it) – Anche un modico consumo di alcol è associato a un aumento del rischio di cancro e malattie del fegato. Dieci grammi di etanolo al giorno – l’equivalente di una lattina di birra, di un bicchiere di vino o di uno shot di superalcolico – sono collegati a un rischio elevato di tumori della faringe, colon-retto, mammella, esofago, fegato, pancreas, prostata e altre malattie. Lo evidenzia uno studio pubblicato il 1° giugno su Nature Health, prestigiosa rivista scientifica. Gli autori ritengono che tali rischi debbano essere resi trasparenti al consumatore nelle etichette degli alcolici come avviene, ad esempio, per le sigarette.

Non è decisamente la linea del nostro governo. La premier Giorgia Meloni ha di recente dichiarato che il governo “continuerà a contrastare ogni tentativo di demonizzazione con etichette allarmistiche” quando si tratta di vino, ha scritto in una lettera diretta a Riccardo Cotarella, presidente dell’Associazione Enologi Enotecnici Italiani (Assoenologi), in apertura del 79° Congresso Nazionale dell’associazione lo scorso 28 maggio. “Il vino è un elemento cardine della dieta mediterranea e tale deve rimanere”, ha aggiunto, “nel quadro di un consumo consapevole e responsabile”. Sulla stessa linea il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che lo scorso marzo, al convegno di Assoenologi “Il vino e i giovani”, ha definito posizioni scientifiche simili “un attacco di una parte della comunità scientifica al vino”.

Per gli scienziati, il punto non è quale sia la bevanda, ma la presenza di alcol. “Non esiste una dose minima sicura”, ha spiegato al Fatto Xiaochen Dai, coordinatore dello studio dell’Institute for Health Metrics and Evaluation, Università di Washington (Usa). La conclusione è in linea con quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), che classifica l’alcol nel Gruppo 1 delle sostanze cancerogene, per cui cioè esistono prove certe di cancerogenicità nell’uomo. Quando da un consumo basso si passa a moderato, l’aumento del rischio per il tumore della faringe sale a 105%, della laringe a +49%, cirrosi e altre malattie epatiche croniche +40%; pancreatite, tumore del colon-retto, labbra e cavità orale +22%; dell’esofago 15%, del seno 12%. Sono i risultati che emergono dall’analisi di 843 studi sui danni da alcol pubblicati in sessant’anni, dal 1963 al 2023.

Governo e associazioni di categoria invocano invece un consumo “moderato e consapevole” per il vino, parlando anche di benefici per la salute di un bicchiere a pasto. Non spiegano però cosa sia per loro “moderato” e perché danno importanza alla “consapevolezza”, ma poi si oppongono agli strumenti per favorirla. Per Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, le etichette sanitarie sui rischi certificati per la salute rappresentano una “follia ideologica” priva di fondamento scientifico perché “non distinguono tra consumo consapevole e abuso.” L’opposto di ciò che dicono gli autori dello studio, Oms e Iarc.

La questione di riportare rischi per la salute e ingredienti, inclusi additivi chimici e allergeni, riguarda sia il diritto all’informazione che la possibilità di valutare il rischio individuale, proprio per acquisire maggiore consapevolezza. Chi ha una predisposizione familiare o una precedente diagnosi, ad esempio di cancro al seno o colon-retto, potrebbe non saper valutare quanto consumi anche modesti possano incidere sul proprio profilo di rischio.

Cotarella, presidente di Assoenologi, ha spesso criticato sia gli studi che evidenziano i rischi dell’alcol quando applicati al vino, sia i media che li riportano “danneggiando l’intero comparto vinicolo”. Non a caso Assoenologi organizza iniziative che puntano a rafforzare la cultura del vino tra i giovani, ritenuti dall’associazione sempre più distanti dal vino e attratti da altre bevande alcoliche, come i superalcolici. “I giovani bevono sempre meno vino”, ha detto lo scorso 28 maggio, parlando del futuro del comparto e ricordando un’epoca in cui il vino era “parte naturale della vita familiare italiana” e la moderazione si apprendeva in famiglia: “Oggi prevale un approccio proibizionistico che rischia di ottenere l’effetto contrario”.

Secondo i dati epidemiologici nazionali dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Italia invece registra una delle maggiori crescite dei consumi di alcol in Europa rispetto al 2016 (+13%). L’aumento riguarda soprattutto il consumo di vino (+17,5%) e birra (+19,6%), e specialmente tra i giovani, mentre i consumi di superalcolici sono diminuiti del 33%, il calo più marcato tra tutti i Paesi europei, si legge nel Rapporto IStisan di aprile 2026 sul consumo di alcol.

Le attuali linee guida del ministero della Salute considerano a basso rischio un consumo fino a una unità alcolica al giorno per le donne (12 grammi di alcol) e fino a due per gli uomini (24 grammi). “Già con un bicchiere al giorno osserviamo un aumento del rischio per alcuni dei tumori che causano il maggior numero di morti premature nel mondo”, spiega invece Xiaochen Dai: per questo “le linee guida dovrebbero basarsi sull’insieme delle evidenze scientifiche disponibili, evitando soglie prive di solide basi empiriche e promuovendo messaggi chiari sui rischi per la salute”.

Per il vino, l’obbligo di indicare tutti gli ingredienti è entrato in vigore solo nel 2023. La normativa europea consente però di riportarli attraverso un minuscolo codice QR in etichetta, consultabile online tramite smartphone. Per birra e superalcolici, invece, non esiste ancora un obbligo analogo.

“Le evidenze mostrano che un’etichettatura chiara e visibile modifica nel tempo i comportamenti di consumo, soprattutto tra i giovani e per chi acquista per la prima volta”, spiega al Fatto Irene Mosqueira, direttrice di Policy e Salute pubblica dell’Associazione europea per lo studio del fegato (EASL): “La condizione essenziale è che l’informazione sia riportata chiaramente sull’etichetta di tutti gli alcolici e non nascosta dietro un codice QR”.

Secondo lo studio di Nature Health, peraltro, un basso consumo di alcol è associato anche a una lieve riduzione del rischio di diabete di tipo 2, Alzheimer, cardiopatie ischemiche e ictus.

Effetti che però vanno controbilanciati con i rischi oncologici e per altre patologie: “È un malinteso interpretare un’associazione statistica tra consumo moderato e minore rischio di alcune malattie come prova che un certo consumo di alcol sia benefico. Il nostro studio non supporta questa interpretazione”, concludono gli autori.


Meloni: “Patentino antifascista a Più libri più liberi è censura”


Lo ha scritto la premier su X

Meloni: “Patentino antifascista a Più libri più liberi è censura”

(repubblica.it) – La premier Giorgia Meloni parla di “censura” in merito alla richiesta di un “‘patentino antifascista’” richiesto alle case editrici per partecipare alla fiera Più libri più liberi in programma a Roma. La premier lo scrive in un post su X.

Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione.

È così che la sinistra concepisce la libertà di…— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) June 14, 2026

“Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria ‘Più libri più liberi’, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il ‘patentino antifascista’, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione – dice Meloni – è così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

“La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno – conclude Meloni – si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”.


Giustizia, la disfatta di Carlo Nordio: flop su carceri, app, costi e tempi


Lo dice pure un report del ministero: processi civili ancora troppo lunghi, celle strapiene e il digitale è al palo

Giustizia, la disfatta di Carlo Nordio: flop su carceri, app, costi e tempi

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Obiettivo mancato sulla riduzione dei tempi della giustizia civile. Sovraffollamento carcerario “intorno al 130%”. Digitalizzazione ancora non raggiunta e bassa protezione dagli attacchi cyber. Ma anche spese per le intercettazioni che, al netto della volontà del ministro della Giustizia Carlo Nordio, stanno crescendo esponenzialmente. A certificare il bilancio dell’operato del ministero della Giustizia non è l’opposizione di centrosinistra ma lo stesso dicastero nella relazione sullo stato della spesa e sull’azione amministrativa riferita al 2025 inviata nei giorni scorsi in Parlamento. Il documento di 1.596 pagine, che Il Fatto ha potuto leggere, è firmato dall’Organismo Indipendente di Valutazione di via Arenula e si unisce alla relazione sulle spese al rendiconto del 2025 e alla relazione sull’amministrazione della Giustizia resa nota all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026.

[…] Non ci sono certo solo criticità, secondo i tecnici di via Arenula e del ministero dell’Economia. Nella premessa viene elencato quello che è stato fatto nel 2025 – con annessi provvedimenti e introduzione, spesso, di nuovi reati – su processo civile, digitalizzazione, riforma Cartabia, l’App per i tribunali, l’edilizia penitenziaria con un piano triennale di 10.671 nuovi posti e la riduzione delle cause civili dell’86%, mentre la riduzione dell’arretrato è pari al 31% per la giustizia penale e al 28% per quella civile.

Ed è proprio questo il primo punto critico. La riduzione dei tempi per la giustizia civile. Il target fissato per il Pnrr sarebbe dovuto essere di una riduzione dei tempi dei processi civili pari al 40%. Obiettivo mancato e non di poco visto che la riduzione è stata del 28,8%. Se per il penale, la riduzione è stata superiore rispetto al previsto (31 rispetto al 25%), per la giustizia civile, si legge nella premessa della relazione, “permane uno scostamento rispetto al target fissato”.

[…] L’altro grosso problema riguarda le carceri. Nella relazione introduttiva si specifica come il sovraffollamento carcerario si attesti “su un indice medio” del 130%, un’emergenza richiamata spesso anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per cercare di ovviare a questo problema, si spiega, il ministero ha approvato un piano triennale da 10.671 nuovi posti ma, per quanto via Arenula spieghi che c’è “un avanzamento concreto e progressivo” del piano, molti interventi risultano solo avviati (alcuni sono “in fase avanzata”) o in fase ancora di “attivazione secondo la programmazione definita”. Insomma, ci vorranno anni per la costruzione di nuove carceri e nel frattempo i nostri istituti penitenziari resteranno stracolmi.

Anche sulla digitalizzazione, nonostante i passi avanti dopo la riforma Cartabia, restano delle criticità. In primis, sulla creazione del Polo Strategico Nazionale dove conservare digitalmente i dati della Pa, al 31 ottobre 2025 risulta speso il 13,8% delle risorse (5,6 milioni su 40) mentre siamo indietro anche sul Siem, il sistema per proteggere le pubbliche amministrazioni dagli attacchi cyber ancora “in corso di realizzazione”. Anche sull’applicativo App che avrebbe dovuto digitalizzare il processo penale, nonostante gli avanzamenti alcuni tribunali – come Milano – hanno abbandonato l’applicativo per tornare alla carta.

Quello che non piacerà al ministro Nordio, inoltre, è il costo delle intercettazioni. Nel 2024 il costo era stato di 273 milioni e – secondo l’ultimo allegato del ministero alla legge di Bilancio – nel 2025 è stato addirittura di 299, in crescita continua rispetto al 2022.

[…]

Nella relazione al Parlamento si specifica che sono aumentati i bersagli intercettati passando da 82 a 90 mila. Se le intercettazioni telefoniche – che rappresentano il 70% del totale – sono cresciute in maniera “moderata”, le intercettazioni informatiche e con Trojan “hanno registrato i tassi di crescita più elevati, rispettivamente +23,9% e +21,7%”. Per i tecnici del ministero l’aumento, nel 2025, delle intercettazioni ambientali e informatiche “indica un rafforzamento delle attività investigative”. Ma Nordio, invece, nelle ultime settimane ha spesso detto il contrario: insieme a FI ha chiesto di limitare l’uso di Trojan e di ridurre il costo delle intercettazioni.


Vittime di caporali (e indifferenza)


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Bruciati vivi e anche dimenticati in tutta fretta i quattro braccianti afghani di Amendolara. Dei loro poveri resti si ricorda soltanto la Chiesa di Calabria che nell’annunciare iniziative sul territorio dal 4 luglio si indigna nel silenzio generale: “È una notizia che non può esaurirsi in pochi giorni ma deve invitare a segni concreti di attenzione, presenze, impegno”. Parole sante, destinate, tuttavia, a modificare in poco o in nulla un sistema piramidale, dove è facile prendersela con i penultimi nella scala dello sfruttamento: i famigerati caporali (gli ultimi sono, non di rado, i compagni di sventura degli sfruttati che funzionano da kapò). Caporalato, alibi per tutta la filiera criminale che, dalla base al vertice, si alimenta e finisce per alimentare la produttività delle grandi aziende conserviere, competitive grazie a un costo del lavoro stracciato e invisibile. È una smemoratezza che conviene anche a un sistema dell’informazione, pubblico e privato, che arriccia il naso se costretto a mostrare dei corpi carbonizzati, e poi all’ora di cena, signora mia. […] Capita però che nelle pieghe notturne del palinsesto Rai (il 18 maggio su Rai1, verso mezzanotte) sia mandata in onda una puntata di “Cose Nostre” di Emilia Brandi, dedicata alla tragedia di Paola Clemente. Una signora italiana, e non soltanto una bracciante pugliese, come se le braccia avessero connotato la sua esistenza in vita di donna italiana, madre italiana e anche, sissignore, schiava italiana. Stroncata da un malore (asfissia meccanica) il 13 luglio del 2015, mentre nei vigneti di Andria, e sotto un telone di plastica che arroventava le già insopportabili temperature stagionali, scartava gli acini di uva non utilizzabili nella filiera della frutta da tavola che predilige l’armonia dei grappoli, grazie alle dita minute delle sue mani femminili (quando si dice la fortuna). Uno si aspetta che i capataz di un servizio pubblico radiotelevisivo, specialista nel regalare spazi (e soldi, parecchi) agli amici in cambio di flop in serie, recuperino quel documento che in una qualunque grammatica giornalistica verrebbe valorizzato con una punta di orgoglio professionale: vedete con quanta attenzione e qualità televisiva la tanto vituperata TeleMeloni è capace di trattare l’attualità più sconvolgente; e con mezzi talmente risicati, soprattutto se paragonati agli emolumenti degli amici di cui sopra. […] E invece, niente: Paola Clemente, soffocata due volte, dalla fatica e dalla sentenza che ha mandato assolto il suo “caporale”, merita solo l’oblio (o forse, chissà, uno strapuntino nella tv dell’alba). Come è accaduto agli afghani bruciati vivi e alle tante vite che si spezzano la schiena (e il cuore) affinché la buona salsa Pitupì o Pitupà di pomodoro fresco, come le tradizioni delle nostre campagne, ci venga servita a tavola, in una pentola fumante di genuina pasta italiana.