Il Guardasigilli, parlando di uno degli aspetti della riforma costituzionale, ha detto che “il sorteggio rompe il meccanismo ‘para-mafioso'”. Schlein: “Inaccettabile, Meloni prenda le distanze”

(adnkronos.com) – Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è al centro di una nuova bufera dopo un’intervista in cui ha attaccato duramente il sistema delle correnti della magistratura. Secondo Nordio, il funzionamento dell’organo di autogoverno dei giudici (Csm) avrebbe “meccanismi para-mafiosi” che solo il sorteggio – inserito nella riforma costituzionale della Giustizia, che sarà sottoposta a referendum confermativo il 22 e 23 marzo – potrebbe interrompere, favorendo così una maggiore trasparenza e rompendo i rapporti di potere interni.
”Il sorteggio rompe questo meccanismo para-mafioso, questo verminaio correntizio, come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Benedetto Roberti, poi eletto con il Pd al Parlamento europeo. Un mercato delle vacche. Lo scandalo Palamara ha mostrato tutto questo: ma hanno messo il coperchio su questo scandalo, 4 o 5 disgraziati costretti alle dimissioni e poi nulla è cambiato”, ha detto Nordio al ‘Mattino di Padova’.
Alcuni magistrati, magari vittime di questo sistema, sono contrari alla riforma, spiega Nordio, ”perché sanno che non ci sono argomenti contro questa riforma civile, liberale, voluta dagli italiani. E quindi cercano di portarla sul piano politico: governo sì, governo no”.
La politicizzazione del referendum non mi preoccupa, aggiunge, ma ”mi delude”. ”I sondaggi dicono chiaramente che la maggioranza degli italiani è favorevole alla riforma – sottolinea – Ben 2 su 3 sono favorevoli alla separazione delle carriere. Ma alcuni di loro voteranno no sperando di far cadere il governo”.
Dopo la bufera scatenata dalle sue dichiarazioni il Guardasigilli ha detto di non capire “tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni sulle correnti del Csm”. “Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra, riportate dal Fatto quotidiano e da altri giornali, quindi fonti non particolarmente vicine a noi, nel settembre 2019. Di Matteo parlò di ‘mentalità e metodo mafioso’. Altri esponenti del ‘partito del No’ si sono espressi, a suo tempo, in modo anche più brutale. Ne faremo un elenco e lo pubblicheremo”.
“Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di avvelenare i pozzi accusando i magistrati di usare metodi paramafiosi, paragonando l’elezione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura ai comportamenti della criminalità organizzata. Le sue parole offendono la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nel corso della storia d’Italia e mortificano il lavoro di chi, sul territorio, ogni giorno, mette a rischio la propria incolumità personale per contrastare la criminalità organizzata, a difesa della collettività”, afferma l’Associazione nazionale magistrati in una nota della Giunta esecutiva centrale.
Mentre ì il consigliere laico del Csm Ernesto Carbone afferma: “Ministro Nordio faccio appello al suo senso di responsabilità e al suo passato di magistrato. Abbassi i toni. Abbia rispetto per i magistrati, e per le forze dell’ordine che la mafia ha barbaramente ucciso”.
Le parole del Guardasigilli hanno scatenato forti reazioni da parte dell’opposizione. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, le ha definite “gravissime” e ha chiesto alla premier Giorgia Meloni di prendere le distanze. “Stamattina ci siamo svegliati con una intervista del ministro Nordio che assimila i magistrati ai mafiosi. La trovo una cosa gravissima, soprattutto se a farla è il ministro della Giustizia. Ci aspettiamo che Meloni prenda immediatamente le distanze da queste parole. Ci aspettiamo le scuse da parte del ministro”, ha detto Schlein a margine di una iniziativa a Bari, a sostegno della campagna ‘Vota No per difendere la Costituzione’. ”C’è una campagna elettorale ma non si possono fare affermazioni che paragonino i magistrati ai mafiosi. E’ una cosa che insulta anche la storia di tanta magistratura che si è battuta per anni contro la mafie e ha pagato anche con il prezzo della vita. Parliamo di persone come Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Rocco Chinnici. E’ inaccettabile che un ministro parli così dei magistrati”.
Replicando a Nordio, che ha detto di non capire Schlein visto che la riforma della giustizia servirà anche al Pd quando sarà al governo, la segretaria Pd ha spiegato che “non vogliamo che ci serva. Noi vinceremo le prossime elezioni politiche, andremo al governo e vogliamo essere controllati, perché cosi funziona la democrazia”. ”Pensavo che a Nordio fosse uscita così – ha sottolineato – invece l’ha scritta anche nel libro”.
Anche Giuseppe Conte dei 5 Stelle ha criticato l’accostamento tra magistratura e mafie, definendolo inaccettabile. ”Il Ministro Nordio dopo aver annunciato tagli alle intercettazioni per “modestissime mazzette” ora addirittura accosta il funzionamento della giustizia con tutti i giudici che ci lavorano a dinamiche “para-mafiose”. Succede dopo che per giorni la maggioranza ha gettato fango su Gratteri, un magistrato che rischia la vita per la lotta contro le mafie, nonostante avesse ben chiarito il suo pensiero. Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera. È davvero incredibile vedere un Governo che getta fango e ombre sulle Istituzioni e su servitori dello Stato solo per portare a casa una riforma che mira a salvare i politici e i governi dalle inchieste. Fermiamoli, votiamo no”, scrive sui social il presidente del Movimento Cinque Stelle.
”Un indecente ministro, Carlo Nordio, parla di sistema paramafioso attaccando i magistrati dopo aver detto che con la sua riforma non ci sarebbe stato il caso di Garlasco”, dichiara Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde. ”Nordio è il ministro che ha ridotto gli investimenti sulle intercettazioni e imposto limiti di 45 giorni, rendendo più difficile il lavoro di chi combatte mafia e corruzione. Ha abolito l’abuso d’ufficio, cancellando un presidio di legalità, facendo un regalo alle mafie”.
“Rasentano il ridicolo Elly Schlein e Giuseppe Conte con i loro attacchi verso il ministro Nordio, a cui va la mia solidarietà. La verità è che in questo modo gli alleati giallo-rossi cercano maldestramente di distrarre l’attenzione dalle gravissime dichiarazioni del procuratore Gratteri, ai limiti dell’eversione (copyright Barbera, ex giudice costituzionale). Piuttosto che scandalizzarsi per le dichiarazioni del ministro Nordio, avrebbero potuto leggere il libro di Palamara e rendersi conto di come oggi le correnti sono un sistema di potere da scardinare. E per Fratelli d’Italia l’unico modo è votare Sì al referendum del prossimo 22 e 23 marzo”. Lo dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami.

(Giuseppe Conte) – Leggo sui giornali che dopo la prefazione alla sua autobiografia firmata dal figlio di Trump, Meloni incassa anche quella del vicepresidente Usa Vance sul libro-intervista in cui è celebrata da Sallusti. Buon per lei, per le sue vendite e i suoi affari.
Da italiano però mi preoccupa altro: la strategia senza senso e le ambigue scelte del Governo Meloni che stanno penalizzando l’Italia e l’Europa, indebolendole enormemente.
Il Governo Meloni ha accettato i dazi Usa promettendo nuovi acquisti di armi, gas, sconti ai giganti del web Usa.
Non ha preteso e ottenuto le scuse per l’oltraggio alla memoria dei nostri militari morti in Afghanistan.
Non appena il cancelliere tedesco Merz ha osato criticare le politiche di Trump, Meloni è scattata sull’attenti per difendere gli Stati Uniti rompendo immediatamente la favoletta dell’asse Roma-Berlino per una grande Europa con l’Italia centrale, raccontata da Chigi e dai giornali al seguito.
Senza neanche passare dal Parlamento e nonostante i paletti della Costituzione Meloni annuncia che saremo “osservatori” del Board of peace su Gaza, che si sta strutturando come un comitato di affari che di fatto emargina sempre più l’Onu. Meloni continua a infangare l’Italia pur di compiacere Washington: dopo avere offerto copertura politica e militare al Governo di Netanyahu adesso degrada il nostro paese al ruolo di “spettatore” di un progetto di speculazione immobiliare che non sembra offrire nessuna prospettiva di reale riscatto a una popolazione palestinese martoriata da anni di vessazioni e da ultimo falcidiata da un genocidio. Meloni può fare tutti gli inchini che vuole. Ma li faccia a titolo personale. Non in nome dell’Italia, che anziché essere spettatrice dovrebbe essere promotrice di un processo di reale sviluppo sociale per Gaza rispettoso delle tradizioni e della cultura palestinese e dovrebbe essere in prima linea a condannare il nuovo progetto di Netanyahu di rafforzamento degli insediamenti abusivi in Cisgiordania.
L’Italia torni dalla parte giusta: difesa degli interessi nazionali ed europei, dignità e rigore nella gestione della storica alleanza con gli Usa, lavoro in Europa per costruire un solido asse tra i Paesi che vogliono gli eurobond, come abbiamo fatto nel 2020 per portare a casa i 209 miliardi. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un piano straordinario di investimenti strategici, basati sul debito comune, per affrontare la crisi della manifattura, le sfide dell’intelligenza artificiale e della robotica, i costi dell’energia, della difesa comune inesistente. Dobbiamo aumentare il bilancio pluriennale Ue, rivedere il Patto di stabilità, cambiare lo statuto della Bce.
Abbiamo bisogno di visione, di strategie, non di tatticismi e furbizie innaffiati dalla illusoria propaganda domestica.

(di Marcello Veneziani) – Trovo fuori luogo, fuori tempo, fuori formato la gara che si è aperta ai bordi della politica, nei ritagli oziosi del tran tran politico quotidiano, per accaparrarsi nomi illustri della cultura e della letteratura e intestarsi targhe famose di scrittori e autori del passato. L’ultima in ordine di tempo è stata Elly Schlein che ha rivendicato un inesistente diritto di proprietà della sua area politica su J.R.Tolkien, l’autore del Signore degli anelli che da più di mezzo secolo è rivendicato come l’autore prediletto della nuova destra giovanile e postfascista. Risale all’uscita del libro, pubblicato da Alfredo Cattabiani da Rusconi su consiglio di Elémire Zolla agli inizi degli anni settanta. Ebbe grande successo di pubblico senza connotazioni di parte. Ma diventò subito la bibbia dei ragazzi di destra che volevano liberarsi della storia e della discendenza dal fascismo e cercavano nella fantasy una via d’uscita, poi santificata nei Campi Hobbit degli anni settanta. Una parabola lunga mezzo secolo se si considera Atreju, l’appuntamento annuale della destra meloniana dedicato a lui e a la storia infinita di Michael Ende. Ora, d’improvviso, la leader dei dem non si limita, come sarebbe giusto, a “liberare” Tolkien e gli Hobbit da affiliazioni indebite di partito e a restituirli a tutti i lettori; no, si spinge a chiedere il suo trasloco da Fratelli d’Italia e la galassia destrorsa ai Dem e al mondo della sinistra, sotto l’auspicio di Chiara Valerio e la benedizione postuma di una tolkeniana “spuria” come Michela Murgia. “Riprediamoci Tolkien” ha detto Elly Schlein, ignorando che Tolkien non è mai stato un autore “organico” alla politica e tantomeno alla sinistra e ai dem.
Ma l’appropriazione indebita risponde in realtà ad analoghe operazioni compiute dal versante opposto nei confronti di autori come Antonio Gramsci o Pierpaolo Pasolini, che pure militavano nel Partito comunista. Un conto è riscoprire il nazionalpopolare di Gramsci, la sua centralità della cultura, il suo debito nei confronti di Gentile(e di Sorel), il suo sofferto rapporto con il potere staliniano; un’altra cosa è appropriarsene. La stessa cosa vale per Pasolini, che fu certo autore antimoderno, trasgressivo anche rispetto alla cultura radical-progressista e antifascista, a suo modo religioso e amante della civiltà contadina, dialogante con autori e giovani del versante opposto; ma certo non ascrivibile alla “destra”, a Fratelli d’Italia o al neo-fascismo. Semplificazioni brutali, riduzioni della cultura a una versione calcistica, da figurine Panini e da calcio-mercato. Autori irregolari, solitari, refrattari a ogni allineamento, costretti a indossare la maglia della squadra che decide di appropriarsi delle sue spoglie. In realtà, a destra bisogna distinguere tra i rozzi tentativi di accaparrarsi marchi e autori solitamente attribuiti alla sinistra e i servili tentativi individuali di compiacere l’egemonia culturale della sinistra, come è capitato, ad esempio con certi inconsistenti libretti su Gramsci, utili solo a compiacere e farsi accettare dai poteri culturali dominanti.
Nei confusi e volpini stoccaggi di intellettuali e partiti che si sono fatti nei giorni scorsi, è capitato di vedermi coinvolto sul Corriere della sera in veste di autore di un inesistente “Gramsci e Nietzsche si davano la mano”. In realtà il mio libro è dedicato a Nietzsche e Marx e nulla ha a che vedere con la gara a chi si prende un autore del campo avverso; è un saggio sui due pensatori che più hanno inciso nella nostra epoca, sui loro punti di convergenza e sulla fecondità di un dialogo di confine tra chi la pensa diversamente, se non agli antipodi. Una prospettiva rivolta al pensiero critico e alla civiltà del dialogo, del tutto remota dalla gara patetica di accaparramento e assimilazione di cui si diceva.
Il vero problema è che la politica ha perso da troppi anni ogni respiro culturale e ideale, mantenendo al più un viscido rimasuglio ideologico che copre l’ignoranza abissale dei suoi nuovi esponenti. Di conseguenza, appare fuori luogo ogni rivendicazione di affiliazione d’autori e opere; anche perché una volta che hanno rinnegato le loro case d’origine, incluse le matrici comuniste o fasciste, non ha più senso poi tentare di appropriarsi autori che appartengono a quei mondi da tempo negati. In realtà tutti possono leggere tutto, e ciascuno a livello personale potrà arricchirsi della lezione di un autore, anche distante dai propri orizzonti. Ma un conto è rivendicare e praticare letture diverse, eretiche o trasgressive rispetto al proprio patrimonio ideale e habitat politico, un altro è pretendere di portarseli a casa e vestirli con l’uniforme della propria parrocchietta di partito. Sarebbe una crescita qualitativa se i politici trovassero il tempo e l’ingegno per leggere e per inoltrarsi anche in autori impervi o distanti; allargherebbero i loro orizzonti e le loro curiosità, rivedrebbero i loro pregiudizi, acquisterebbero un’attitudine all’ascolto di pensieri diversi e dunque sarebbero meno tentati dalle censure e dalle chiusure partigiane.
Invece brandirli come cimeli, bottino di guerra, vessilli strappati al nemico, è solo un grezzo rito tribale che non fa crescere né la cultura né le politica e non genera circolazione delle idee; è solo sequestro di persona e cattività in uno spazio chiuso chiamato partito. Perciò insisto su una tesi che espongo ormai da tempo: carriere separate per la cultura e la politica, per carità.
Meccanismo. Una legge ordinaria per la sua composizione. L’assalto a Nicola Gratteri per aver detto che per il Sì voteranno “indagati, imputati e massoneria deviata”? Secondo lo stesso procuratore di Napoli “è l’anticipazione di quello che succederà con l’Alta Corte disciplinare”. Un riferimento, quello contenuto nella dichiarazione al Corriere, che […]

(di Giuseppe Pipitone – ilfattoquotidiano.it) – […] L’assalto a Nicola Gratteri per aver detto che per il Sì voteranno “indagati, imputati e massoneria deviata”? Secondo lo stesso procuratore di Napoli “è l’anticipazione di quello che succederà con l’Alta Corte disciplinare”. Un riferimento, quello contenuto nella dichiarazione al Corriere, che accende i riflettori su uno dei possibili effetti provocati dalla riforma: i magistrati processati da un tribunale composto soprattutto da uomini scelti dalla politica. E non solo a livello mediatico, come è successo a Gratteri. Il meccanismo è nascosto in un comma di cinque righe, l’ultimo del nuovo articolo 105 della Costituzione, quello sull’Alta corte, cioè l’organo che dovrebbe assorbire le funzioni disciplinari interne alla magistratura, svolte finora dal Csm in primo grado e dalle Sezioni Unite civili della Cassazione per i ricorsi. “La legge determina gli illeciti disciplinari e le relative sanzioni, indica la composizione dei collegi, stabilisce le forme del procedimento disciplinare e le norme necessarie per il funzionamento dell’Alta Corte e assicura che i magistrati giudicanti o requirenti siano rappresentati nel collegio”, recita la riforma.[…]
[…] Cosa vuol dire? “Che in pratica si riserva al legislatore ordinario il potere di modificare la normativa sugli illeciti disciplinari, ma anche di fissare le regole per il funzionamento dell’Alta Corte, tra cui la composizione dei collegi, punto sul quale la norma costituzionale non impone il rispetto di alcuna regola proporzionale, ma solo l’assicurazione della presenza di almeno un giudice e un pm”, spiega Marco Patarnello, sostituto procuratore generale della Cassazione e componente del comitato centrale dell’Anm. L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: 9 togati, sorteggiati tra magistrati ed ex della Cassazione, 6 laici, di cui 3 indicati dal presidente della Repubblica e altri 3 dal Parlamento con lo stesso meccanismo usato per i consiglieri laici del Csm, dunque un’estrazione sulla base di un elenco prestabilito. Visto che contro le sentenze dell’Alta Corte si potrà fare ricorso solo alla stessa Alta Corte, non accadrà mai che i 15 saranno chiamati tutti a giudicare lo stesso caso: dovranno essere formati almeno due collegi, uno per il primo grado e l’altro per il secondo. “Un meccanismo simile non si è mai visto. Per tutti i procedimenti giurisdizionali si può fare ricorso in Cassazione, ma se vincesse il Sì solo i magistrati non potrebbero più farlo”, dice Patarnello. Il vero nodo, però, riguarda i collegi che dovranno giudicare le toghe: la riforma non ne indica la composizione, ma lascia che sia una legge ordinaria a deciderlo. “Attraverso questa normativa che demanda alla legge ordinaria, quindi votata a maggioranza, si è sottratta la composizione dei collegi disciplinari al principio costituzionale che stabiliva il rapporto laici-togati all’interno del Consiglio superiore. Occorrerà solo che ci siano sia laici che togati, ma non si indica in che percentuale”, dice l’esponente dell’Anm. In pratica, in caso di vittoria del Sì al referendum, nulla vieta alla destra di prevedere tribunali per magistrati in cui le decisioni saranno prese a maggioranza dai consiglieri indicati dalla politica. “Potrebbero fare anche collegi con due laici e due togati e quindi con una maggioranza interamente laica, perché in caso di parità prevale il voto del presidente, che sarà sempre un laico appunto”, avverte Patarnello.
[…] In pratica la maggioranza ha seguito la stessa strategia usata per l’elezione dei componenti politici nei Csm: solo dopo il referendum sarà decisa l’effettiva profondità dell’elenco sul quale operare il sorteggio. Nulla vieta di estrarre a sorte i 23 consiglieri (20 per i due Csm, 3 per l’Alta corte) da una lista di 23 nomi, tutti indicati dai partiti di maggioranza. Sembra quasi che la destra abbia voluto tenersi le mani libere per una sorta di secondo tempo della riforma, in caso di vittoria alle urne il 22 e 23 marzo. “La norma – aggiunge il sostituto pg della Cassazione – prevede anche di riscrivere, sempre con legge ordinaria, gli illeciti disciplinari. Possiamo dunque ipotizzare che sarà introdotto un illecito che inibisce il diritto di manifestazione del pensiero per i magistrati”. In quel caso è facile immaginare l’esito di un processo a un magistrato che, come Gratteri, osasse dire la sua sul referendum.
Mai sottovalutare i tesori che si possono incontrare scavando dove non guarda nessuno

(Gianluca Nicoletti – lastampa.it) – Ancora un indomito combattente della dura e sanguinosa guerra al politicamente corretto. Il comico Andrea Pucci si è guadagnato il sostegno delle massime cariche dello Stato, in quanto vittima (auto immolata) del pensiero unico, dell’egemonia culturale, di quella parte della popolazione che oramai viene definita con un termine onnicomprensivo “la sinistra” o “i sinistri” o, per i più strutturati con nostalgie ottocentesche, “i progressisti”. Non è il primo dei comici che si conquista il plauso delle destre, in quanto espressione di una vox populi liberata dal giogo ideologico del dovere fare attenzione al linguaggio, ai diritti delle minoranze, al rispetto per chi fa scelte affettive e sessuali fuori dai canoni più comuni. Angelo Duro si era già felicemente prodotto nel medesimo rischiosissimo esercizio, che poi sarebbe quello di aver intuito da che parte tiri il vento in questo frangente storico e di seguire l’onda. Ancora prima ci fu il caso di Pio e Amedeo, che rappresentavano due rozzissimi uomini pugliesi, chissà perché a un certo punto pure loro si sono dovuti arruolare nella crociata del politicamente scorretto, attribuendo un valore “politico” a una divertente parodia della pugliesità burina. Naturalmente a dare esistenza e spessore ideologico a signori sono in primo luogo le critiche degli scandalizzati. Per ogni richiesta di scomunica, un comico mediocre diventa un eroe del libero pensiero da tutelare. Riflettiamo piuttosto sul fatto che esista una vastissima fetta di popolazione a cui fanno ridere ancora le battute razziste, sui gay, sulle anomalie fisiche, sulla femminilità descritta per stereotipi.
Chi non ride non lo fa per infezione di politicamente corretto, pensa solo che non siano più attuali atteggiamenti di insulto a categorie umane in condizioni di fragilità. Non siamo diventati più buoni, pensiamo piuttosto che sia vecchiume stantio il libero bullizzare chi ha meno difese. Per amore di leggerezza preferiamo evitare ad altri afflizioni, imbarazzi, sensi di vergogna. Essere civilizzati non significa censurare parole, per usarne altre edulcorate; a volte significa conservare memoria del passato. Ci fu un’epoca in cui ci si abituò a definire “parassiti” dei nostri concittadini, ci si abituò talmente che quando furono deportati per essere sterminati la maggior parte di noi fece finta di nulla.

(Dott. Paolo Caruso) – Il Ministro della Giustizia ed ex PM di Venezia, Carlo Nordio, in risposta a quanto detto dal Procuratore di Napoli, Gratteri, nella intervista al Corriere della Calabria in merito a chi di sicuro avrebbe votato SI al referendum del 22 marzo in questa Regione, cioè indagati, imputati, ndranghettisti, la massoneria deviata e i centri di potere, si è limitato a minacciare il test psicoattitudinale anche per i Magistrati a fine carriera. Un richiamo all’idea del “Caimano” che definiva i Magistrati dei “Matti”. Ci sarebbe da chiedersi allora, perché non attivare il test alcolometrico e quello ai cannabinoidi per i nostri Rappresentanti politici? Un muro contro muro tra Poteri, esecutivo e giudiziario, che si trascina dall’ inizio del berlusconismo e che trova oggi il massimo dello scontro nella campagna referendaria. Infatti dopo l’intervista, su Gratteri sono piovuti attacchi spropositati anche da parte di Uomini delle Istituzioni ( Nordio, La Russa, Tajani, Salvini ), e si è voluto travisare quanto da Lui espresso. La separazione delle carriere dei Magistrati con il PM assoggettato all’Esecutivo, lo sdoppiamento del CSM e la creazione dell’ Alta Corte disciplinare, se approvata dal voto referendario, vedrà attuato quel progetto politico che fu del piduista Licio Gelli, di Berlusconi, di Previti e di Verdini. Un progetto estremamente pericoloso che, limitando l’autonomia del Csm, andrebbe a stravolgere quello che i Padri Costituenti avevano pensato a difesa della democrazia, con i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario indipendenti. L’attacco continuo alla magistratura portato avanti anche dalla Premier Meloni dimostra l’ insofferenza dell’ Esecutivo al controllo di Organi terzi. La vorrebbe addomesticata alla politica, con giudici sorteggiati e dipendenti dal Potere. Il modello pare assomigliare parecchio a quello ungherese dell’amico Orban. In questi ultimi anni si è fatto di tutto per delegittimare la magistratura, limitandone anche il campo d’azione con leggi tendenti a favorire i cosiddetti Colletti bianchi, i politici e certa imprenditoria. Infatti la depenalizzazione dell’ Abuso d’ufficio, il depotenziamento del Traffico di influenze illecite, la Riduzione a soli 45 giorni delle intercettazioni telefoniche, la Procedibilità d’ufficio relegata a querela di parte, la Denuncia con avviso di 5 giorni, e inoltre la conferma della Improcedibilità processuale retaggio della “Schiforma Cartabia”, rappresentano in pieno il volere di questa destra di governo. Un vulnus per la nostra democrazia, che si associa maledettamente all’ assenza di una legge sui conflitti di interessi e l’ assenza di regole sul lobbying. Di contro il Potere con le sue azioni legali infondate che puntano a intimidire, silenziare le risorse dei giornalisti, scrittori, attivisti che osino denunciare gli abusi, rappresenta una minaccia alle nostre libertà di espressione e informazione. Una democrazia malata che, con il Premierato in gestazione, la refrattarietà al confronto, la Sottomissione dei magistrati alla politica, si avvia speditamente verso una forma di Autocrazia moderna elettiva. I segnali già sono presenti. I tempi lunghi della Giustizia, le carenze nei tribunali, insomma tutto quello che interessa alla gente, qualunque sia l’esito del Referendum, non cambierà. Si capisce bene allora come al governo serva solo la separazione delle carriere per sottomettere la magistratura alla politica. Ora a Tele-meloni e alle Reti Mediaset il compito di infinocchiare gli elettori, orientandoli al voto. Un voto precluso ai tanti giovani fuori sede. Ma se le critiche al Procuratore Gratteri e le motivazioni del SI provengono da personaggi pubblici come Cicchitto, Paolo Berlusconi, Roberto Formigoni, Daniela Santanchè, Del Mastro, il Presidente della Calabria Occhiuto, la meloniana Augusta Montaruli, l’ex Presidente della Liguria Giovanni Toti e altri dalla fedina penale non pulita in quanto indagati, pregiudicati e condannati, allora si capisce la ritrosia di buona parte della società civile a unirsi a loro. Intanto i problemi reali del Paese, come il welfare, la casa, la disoccupazione giovanile, gli stipendi, le pensioni, il lavoro precario, la sanità, la scuola, e la denatalità possono attendere…
I sette giorni vengono ormai sostituiti dal weekend lungo. Colpa dei rincari ma anche del riscaldamento globale

(di Giacomo Talignani – repubblica.it) – Fra le vette italiane, a partire dalla settimana bianca, si è accorciato tutto. Il tempo passato sulle piste, la disponibilità economica, la permanenza della neve, i tragitti per raggiungere le cime e persino gli stessi sci.
I classici sette giorni sulla neve sono infatti ormai un miraggio: ora la nuova tendenza tra Alpi e Appennini — dettata da esigenze economiche, sociali ma anche ambientali — si chiama “short ski break”, la versione ristretta delle vacanze in montagna. E non è detto che sia solo per sciare, anzi.
Gli italiani hanno cambiato abitudini rinunciando alla classica settimana bianca per il weekend lungo da ripetersi ogni tanto grazie a budget minori dato che ormai il classico soggiorno intero sulle piste è arrivato in media a costare quasi 8000 euro per famiglia, secondo l’Osservatorio nazionale Federconsumatori.
Lo skipass giornaliero, aggiunge Assoutenti, in soli cinque anni ha addirittura subito in certe zone un rincaro del 40%: a Livigno per esempio si è passati dai 52 euro a 72. Così tra piste sempre più affollate e costi elevati la montagna d’inverno viene vissuta in maniera differente: gli italiani privilegiano il weekend lungo, magari da passare tra spa e ristoranti, gli stranieri ancora l’intera settimana.
Per noi la montagna preferita sta diventando quella di prossimità, “vicina a casa”, come a Roccaraso o Campo Imperatore in Abruzzo per chi vive al centro-sud, oppure Limone Piemonte e Prato Nevoso per chi abita al nord-ovest, un mordi e fuggi di massimo tre giorni.
Al contrario — dice l’Osservatorio italiano del Turismo Montano realizzato da Jfc — sempre più polacchi (+30%) o turisti dal Regno Unito e Repubblica Ceca (+15%) raggiungono le nostre località sciistiche per fermarsi almeno una settimana.
Tra Olimpiadi e rincari, soprattutto in regioni come Trentino Alto Adige (+14%) e Lombardia (+7%), la passione a gonfie vele per la cime e il contemporaneo portafoglio sgonfio stanno portando inoltre le strutture dell’Appennino ad essere scelte come le località economiche ideali. Ma anche qui però c’è una “restrizione” importante: quella della presenza di neve che ormai, sotto i duemila metri, è sempre più rara nella Penisola.
A dicembre, quando molte famiglie possono sfruttare le vacanze natalizie, i livelli nivali sono stati drammatici: anche — 60% rispetto alla media degli ultimi quindici anni. A gennaio però, spiegano i dati di Fondazione Cima, il dato complessivo è sceso a — 33% e — soprattutto sulle Alpi — la neve è parzialmente tornata.
Febbraio e marzo negli ultimi anni hanno però mostrato temperature spesso elevate e grandi incertezze a tal punto che persino le Paralimpiadi, nel mondo, in futuro non saranno più programmate a marzo.
L’unico modo per garantire la stagione turistica, così come le Olimpiadi di Milano-Cortina, è dunque quella neve artificiale che ha un alto impatto ambientale ma che, visti i modelli climatici attuali, è l’unica neve certa.

Infine, in questo contesto generale, chi non si restringe ma invece si allarga è il divario e la disuguaglianza sociale tra chi può davvero permettersi anche un solo weekend fra le cime e chi no: quest’anno un soggiorno invernale costa in media il 5,8% in più dello scorso anno (dati Jfc) e gli aumenti più elevati riguardano soprattutto i servizi alberghieri (circa +10%) ma anche le scuole di sci per i bimbi (+5%).
Tra poca neve naturale e costi alti per accedere alle piste stiamo così cambiando abitudini puntando alla montagna come relax tra camminate, spa e cibo, anziché sciare.
Il traino olimpico però, sostengono gli esperti, ora spingerà più persone a rimettersi gli scarponi ai piedi. Anche qui però qualcosa sta cambiando: tra praticità di trasporto e complicità di video virali sui social, persino gli sci si accorciano e tornano di moda i “mini-sci”.

(Tommaso Merlo) – Invece di prendersela con chi stermina donne e bambini, perseguitano Francesca Albanese. La sua vera colpa è diffondere la verità su Gaza e contenuti che rendono ridicola la propaganda sionista. E non sia mai. O stai con loro o contro di loro e chi osa alzare la testa viene preso di mira. Nessun confronto ma pretesa di decidere cosa si può dire o cosa no. Fascismo in salsa israeliana e conferma dell’esistenza di un sistema dietro al genocidio. Contro Francesca si sono mossi addirittura i governi, con gli Stati Uniti che l’hanno sanzionata personalmente e ci mancava pure lo spavaldo ministro francese che si è bevuto un video taroccato. Quanto al patriotico governo italiano, non ha mai potuto vedere quell’italiana troppo libera e competente per l’andazzo romano e soprattutto non allineata né con loro né col sistema. Le democrazie occidentali sono malate di lobbismo, poteri occulti che operano nei corridoi dei palazzi politici e mediatici per imporre l’agenda di chi comanda davvero. La lobby sionista è tra le più potenti al mondo perché determinatissima, ricca ed internazionale, col guinzaglio a Washington che le ha permesso di controllare anche le colonie europee. A parlare sono i fatti. Israele ha potuto perseguitare i palestinesi per decenni non solo calpestando il diritto internazionale nella totale impunità, ma addirittura col supporto politico ed economico occidentale. Un capolavoro lobbistico coronato col genocidio del secolo in quel di Gaza dove l’Occidente è arrivato al punto da calpestare se stesso rimangiandosi i propri presunti valori, quei diritti umani che diceva essere la base della nostra superiore civiltà e mandando in frantumi la comunità internazionale emersa nel dopoguerra. E tutto questo mentre le piazze occidentali si erano riempite a dismisura per chiedere la fine dello sterminio. Davvero impressionante. I governanti occidentali hanno messo prima la volontà della lobby sionista rispetto a quella dei loro popoli. E non c’è dubbio. Se non vi fosse un sistema, i governi occidentali si sarebbero comportati in maniera opposta, sarebbero intervenuti con forza per fermare l’immonda strage di donne e bambini ed imporre legalità e dialogo. Altro che assordanti silenzi e complicità. E se non vi fosse un sistema, oggi l’Occidente sarebbe in prima in linea per accertare tutta la verità su quanto successo, aiutando le corti internazionali invece di boicottarle. E persone come Francesca che aiutano a capire, verrebbero onorate invece che perseguitate. Impressionante. Sono ricorsi per mesi anche alla clava dell’antisemitismo per manipolare, ma la differenza tra l’ideologia sionista e cioè il fascismo israeliano e il popolo ebraico sparso per il mondo, l’hanno capita anche alle scuole elementari. E allora ci provano dietro le quinte equiparando per legge le critiche ai deliri sionisti con l’antisemitismo. E questo vorrebbe dire che il sistema è talmente potente da forzare i governi a calpestare addirittura le proprie Costituzioni. Davvero impressionante. I sionisti hanno sempre preteso di parlare a nome di tutti gli ebrei, una menzogna epocale per riuscire a sfruttare il passato ed incidere sul presente. I migliori oppositori del sionismo sono in realtà ebrei in quanto lo conoscono a fondo. Sanno che sono le atrocità sioniste a far crescere un deprecabile odio verso di loro e che la pulizia etnica del popolo palestinese, non è altro che un pericolassimo vicolo cieco. Altro che leccapiedi della lobby, il popolo ebraico va aiutato a liberarsi dal sionismo come noi ci siamo liberati delle ideologie del secolo scorso. L’immane tragedia di Gaza ha rilegato l’ideologia sionista fuori dalla civiltà e quindi dalla storia. Il destino di questa Israele è lo stesso del Sudafrica, la sua dissoluzione a seguito di isolamento e pressioni internazionali. Al momento i sionisti controllano governi e media mainstream occidentali, ma non i popoli ormai emancipati da decenni di propaganda. E mentre i burattini nei palazzi passano, i popoli restano e sono loro a fare la storia nel lungo periodo. È solo questione di tempo. Una volta sradicato il sionismo si potrà smantellare l’apartheid, fermare il bagno di sangue e tornare a ragionare da persone civili per trovare una soluzione politica di buonsenso per quella terra martoriata.
Se fosse capace di correggere i propri errori, l’opposizione di sinistra dovrebbe leggere con attenzione l’articolo di un avversario come Marcello Veneziani (“La Verità” dell’11 febbraio scorso), là dove l’autorevole firma di destra scrive che “la principale fonte di consenso per Giorgia Meloni e il suo governo è la sinistra, ciò che dice, ciò che fa, ciò che odia, ciò […]

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Se fosse capace di correggere i propri errori, l’opposizione di sinistra dovrebbe leggere con attenzione l’articolo di un avversario come Marcello Veneziani (“La Verità” dell’11 febbraio scorso), là dove l’autorevole firma di destra scrive che “la principale fonte di consenso per Giorgia Meloni e il suo governo è la sinistra, ciò che dice, ciò che fa, ciò che odia, ciò che disprezza”. Tanto più quando il “vittimismo” diventa “un’arma politica che la Meloni e i suoi usano con disinvolta frequenza, pure come distrazione dai fatti reali e dai problemi incombenti”. Un “uso spregiudicato e furbo del vittimismo che tuttavia risale a fatti e opinioni realmente […] espressi dalla parte avversa”. Siamo invece meno d’accordo quando Veneziani scrive che “TeleMeloni la fanno Floris, la Gruber e compagni”, poiché si tratta di trasmissioni dove la voce della destra è sempre garantita (e se risulta poco efficace non è colpa dei conduttori, vedi la recente figuraccia di Matteo Salvini a “Otto e mezzo”). Ma, soprattutto, perché quei format si rivolgono a un pubblico vasto e consolidato generalmente ostile all’attuale governo e senza avere la pretesa di convincere i fan della destra ad abbracciare l’opposizione. Così come, al contrario, sul fronte della destra televisiva, Rete 4 si rivolge a un pubblico favorevole alle posizioni di FdI, Lega e Forza Italia pur ospitando politici e commentatori che così non la pensano.
[…] Insomma, a ciascuno il suo programma, anche se a una quarantina di giorni dal referendum sulla giustizia sarebbe più interessante capire in che modo sia il Sì che il No, quasi appaiati nei sondaggi, siano in grado di convincere quel 20 per cento circa di indecisi, assolutamente decisivi. Di cui, probabilmente, Veneziani coglie il disagio astensionista quando si dice disgustato dalla visione “di quella caricatura di guerra civile, agguati e vittimismi, più tanta fuffa e muffa”. Una “giostra cinica, umiliante, feroce”, sulla quale sono in tanti coloro che non vogliono salire. Si tratterebbe di spiegare ai cittadini, soprattutto a quelli in bilico, il merito del referendum anche se il tema della separazione delle carriere appare ai più distante, se non addirittura incomprensibile. Ovvio che con la tecnica del partito preso non si fa altro, a destra come a sinistra, che convincere chi è già convinto, le cosiddette tifoserie. A meno che, nei giorni che mancano, il quesito non venga ulteriormente “politicizzato”, da entrambe le parti. Sarà allora che la battaglia divamperà tra chi, attraverso il Sì, intende surclassare Pd, M5S e Avs, oltre a sottomettere la magistratura. E l’esercito del No che con una vittoria darebbe una spallata al governo Meloni dalle conseguenze imprevedibili. È probabile che andrà a finire così, ragion per cui alla potenza di fuoco del Sì pronto a manipolare perfino i sospiri, il No dovrebbe evitare di fornire munizioni polemiche e di cadere nelle trappole mediatiche. In ogni caso, prepariamoci a mettere i materassi alle finestre. […]

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – L’Italia è il quarto paese esportatore al mondo, davanti al Giappone e dietro a Cina, Stati Uniti e Germania. Performance tanto più notevole in quanto disponiamo di scarsissime materie prime, che dobbiamo importare dall’estero lontano, specie da Asia e Africa. L’alta classifica dell’export nostrano è ancora più apprezzabile considerando i limiti della nostra logistica, incomparabile con quella di paesi anche meno industrializzati del nostro. Carenze che diventeranno più gravi in prospettiva perché il clima bellico che ci avvolge sta spingendo buona parte dei paesi europei ad ammodernare le rispettive infrastrutture per contenere la Russia e riorientare le loro priorità industriali. Esempio di logistica duale, a un tempo militare e civile, con accento pubblico sul lato gentile, riservato su quello strategico. Prevalente. La cifra di questi progetti è la connessione latitudinale. Esemplare la strategia dei Tre Mari, di marca polacca, che riproduce la visione della Polonia imperiale aggiornata dal maresciallo Piłsudski fra le due guerre mondiali, dedicata a delimitare l’appendice europea dell’Eurasia dalla Russia. Lanciata su impulso americano nel 2017 per connettere Baltico, Adriatico e Nero, in prospettiva anche Egeo e Mediterraneo orientale. Di fatto in allargamento alla Scandinavia per toccare il Mar Glaciale Artico, faglia dove si incrociano russi e nordatlantici a guida americana, con i cinesi in avvicinamento. Resta la centralità della Polonia — “siamo gli scandinavi del Sud”, scherzano ma non troppo a Varsavia — vedremo fino a che punto supportata dagli Stati Uniti in fase di riavvicinamento alla Russia in funzione anti-cinese. L’esito della guerra di Ucraina sarà decisiva per lo sviluppo o meno di questa traiettoria infrastrutturale, fatta di ferrovie, strade, porti, aeroporti e interporti, cavi Internet, connessioni satellitari, data center, condotte energetiche.
Il problema dell’Italia è che non partecipa a questi progetti. Quindi li subisce. La rete delle infrastrutture paneuropee che si sta allestendo o ammodernando attorno a noi sembra non interessarci. Esempio: quando al momento del varo dei Tre Mari si trattò di stabilire quale fosse il pivot dell’Adriatico Washington e Varsavia scelsero la Croazia, con il Baltico appaltato alla Polonia e il Nero alla Romania. D’accordo, l’impero di Venezia è crollato da qualche secolo, ma che Roma non si curi del mare che ci lega ai Balcani — o ce ne separa — è singolare. Tanto più che il perno strategico meridionale dei Tre Mari — e non solo — sarebbe Trieste. Ma noi continuiamo a trattare quel porto, e quella città, da apolide.
Scontiamo poi l’arretratezza dei corridoi europei disegnati allo scadere del secolo scorso. Del tutto superati. Infatti non se n’è completato nemmeno uno. L’ormai mitica tav Torino-Lione è cantiere secondario, quasi in stallo, di scarsissimo interesse per la Francia e noto alle cronache di casa solo per i periodici moti in Val di Susa. Avrebbe avuto gran senso nell’Europa che si immaginava destinata a integrare Est e Ovest, giacché avrebbe attraversato il nostro Nord industriale per collegare Lisbona a Kiev, e forse a Mosca. Sarà per dopodomani? Restano sulla carta gli ambiziosi progetti di connessione fra India ed Europa via Medio Oriente, sponsorizzati dagli Stati Uniti, cui pure abbiamo aderito. Ma finché le guerre di Israele non saranno sedate e la rivalità fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti riportata sotto controllo, immaginare un corridoio Mumbai-Dubai-Haifa-Trieste, come originariamente proposto dall’amministrazione Biden, è miraggio.
Non c’è tempo da perdere se vogliamo strutturare il nostro rango di grande nazione esportatrice (e importatrice di materie prime). Le rendite sono scadute. Infuria una competizione mondiale che verte sulle nuove tecnologie e abbisogna di robusti investimenti nazionali e internazionali. Urge riconnettere l’Italia con sé stessa, non solo fra Alpi, Mezzogiorno e isole ma anche fra Tirreno e Adriatico, per prolungarne lo slancio verso l’estero vicino e lontano. La direzione di marcia ce la indica la geografia dei commerci e della sicurezza: dallo Stivale agli oceani, passando per lo stretto atlantico (Gibilterra), verso l’America, e sempre più per i passaggi verso l’Oriente Estremo (Suez, Mar Rosso, Bab al-Mandab). Qui si gioca il futuro dell’Italia.
Militiamo in schieramenti opposti sul referendum costituzionale in materia di giustizia. Non è motivo sufficiente perché ne siano intaccate stima e amicizia. Tuttavia, come ho avuto modo di comunicarti, anche io, come molti altri, sono stato sorpreso dal tuo sostegno al Sì

(Franco Monaco – editorialedomani.it) – Caro Antonio Di Pietro,
ci lega una vecchia amicizia che precede la comune militanza nei Democratici dell’Asinello e nell’Ulivo prodiano. Ci mise in contatto un comune, autorevole e non dimenticato amico, il valente penalista professor Federico Stella che, come ricorderai, contribuì a elaborare una proposta di depenalizzazione non corriva con i corrotti che avrebbe potuto imprimere un corso diverso a Mani Pulite. Meno traumatico. Non ebbe fortuna. Lasciata da te la magistratura, avemmo modo di condividere un tratto di percorso politico nel centrosinistra.
Ora militiamo in schieramenti opposti sul referendum costituzionale in materia di giustizia. Non è motivo sufficiente perché ne siano intaccate stima e amicizia. Tuttavia, come ho avuto modo di comunicarti, anche io, come molti altri, sono stato sorpreso dal tuo sostegno al Sì.

Permettimi quattro argomenti tra i tanti. Il primo: ti abbiamo conosciuto e apprezzato come uomo pratico, uomo di diritto refrattario alle fumisterie ideologiche: dovrebbe riuscirti chiaro che la riforma in oggetto non incide neppure per una virgola sul funzionamento della giustizia, alla quale hai dedicato una parte tanto estesa e importante della tua vita. Come ha riconosciuto candidamente lo stesso Nordio.
Il secondo: non è nelle tue corde smarrirti nelle tecnicalità da leguleio. Mi verrebbe da dire: non è da te farti distrare da esse. È di tutta evidenza – ed è di nuovo riconosciuto dai suoi stessi autori, a cominciare dalla premier – che altra, più alta e concreta è la posta in gioco: non già affermare genericamente il primato della politica, ma porre le premesse perché il governo non sia disturbato dalla magistratura, dal controllo di legalità che le compete. Il governo in carica e – Nordio dixit – quelli a venire, di destra e di sinistra.
Terzo: un’allergia ai poteri di garanzia e di bilanciamento del potere dell’esecutivo che, di nuovo, dichiaratamente e programmaticamente, sono scolpiti nell’altra riforma concepita come “madre” ovvero il premierato assoluto. Di un capo del governo plebiscitato direttamente che sospinge ai margini del sistema il presidente della Repubblica e il parlamento. Non si può fingere di ignorare il complesso delle riforme in cantiere. A testimonianza che la posta in gioco è non meno che la Costituzione vigente, la separazione dei poteri, lo Stato di diritto.
Quarto: tu non hai mancato di manifestare il tuo dissenso – e ci mancherebbe – dall’enfasi con la quale i più zelanti sostenitori del Sì hanno voluto dedicare la riforma a Silvio Berlusconi, ma non ti dovrebbe sfuggire che quella dedicazione è perfettamente coerente. Sia perché la separazione delle carriere e la rottura dell’unità della giurisdizione sono una “storica” battaglia del Cavaliere, sia perché essa esattamente persegue il fine che egli, sempre e in mille modi, ha perseguito: mettere la mordacchia alla magistratura, affermare l’idea secondo la quale chi ha avuto l’investitura popolare – “unto” dal consenso – non deve rispondere alle leggi e alla Costituzione.
È l’dea-forza di tutti i populismi e le autocrazie. Non ti sarà sfuggito che, per Tajani, seguirà la sottrazione ai magistrati della polizia giudiziaria.
Forse ricorderai che, proprio per il tramite del professor Stella, nei giorni in cui lasciavi la toga e sentivi l’esigenza di consigliarti con un vecchio saggio, provammo a organizzare un incontro con don Giuseppe Dossetti, allora impegnato a contrastare il mix bonapartismo-secessionismo patrocinato dalla coppia Berlusconi-Bossi. Complice la malattia dell’anziano monaco-costituente, non ci riuscimmo.
Merita però rammentare il suo monito a non stravolgere la Costituzione avallando il disegno in capo a chi, più esattamente, è refrattario a ogni regola, alla cultura del limite che è il nucleo vivo e irrinunciabile del costituzionalismo liberale e democratico.
Come ben sai, tra coloro che non ti hanno mai amato ma oggi si avvalgono del tuo inatteso apporto alla causa del Sì, vi è chi, naturalmente non in pubblico, sussurra una ragione che sono sicuro respingeresti. Ovvero che a ispirarti sarebbe proprio la visione del pm come super-poliziotto che tu avresti incarnato, anziché come magistrato equanime. Ossessivamente proteso alla ricerca delle ragioni dell’accusa, per “incastrare” l’imputato, anche contro ogni evidenza e la deontologia. Cioè attribuendoti una motivazione soggettiva che essi – tuoi sodali nel referendum – respingono quale obiezione alla separazione delle carriere. A conferma di un equivoco, sul quale meriterebbe riflettere.
Il direttore de il Fatto Quotidiano ha smontato la narrazione del governo sulla riforma della giustizia

(ilfattoquotidiano.it) – “Il ministro Nordio è il miglior testimonial per il no, io lo farei parlare sempre, soprattutto dopo una certa ora”. Il direttore de il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha smontato la narrazione secondo cui la riforma costituzionale, voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni, risolverebbe i problemi della giustizia. “I problemi che hanno sventolato sono falsi” ha detto Travaglio all’evento Una partita decisiva per democrazia e diritti, in Campidoglio. “Il punto è: qual è la ragione per cui hanno fatto questa riforma? Alla fine il pubblico ministero diventerà l’avvocato dell’accusa e farà ciò che gli dirà il governo”.
Presenti in sala anche il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, l’avvocato e professore universitario, Franco Coppi, e la professoressa di Diritto costituzionale Ines Ciolli.
Il principe dei penalisti italiani all’incontro con Conte e Travaglio: “Mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pm”

“Ancora aspetto una dimostrazione, soprattutto dai miei colleghi, di quali vantaggi deriveranno da questa separazione. Vorrei che mi si dicesse “uno, due, tre, quattro”, come conseguenze dirette. Io ormai ho una lunga carriera alle spalle, di delusioni ne ho incamerate tante, ma mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pubblico ministero. E non credo che la separazione delle carriere cambierà le cose”. Franco Coppi, il “principe” dei penalisti italiani, difensore tra gli altri di Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti, torna a esprimere in pubblico la sua contrarierà alla riforma Nordio. Ospite di un dibattito organizzato dal Movimento 5 stelle in Campidoglio, insieme al leader pentastellato Giuseppe Conte, al direttore del Fatto Marco Travaglio e alla costituzionalista Ines Cioli (moderatrice la giornalista Valentina Petrini), il professore e avvocato chiede di uscire dalla “truffa delle etichette“: “Non parliamo di una riforma della giustizia, ma della magistratura. Così come sarebbe il caso di non parlare più di separazione delle carriere: si vogliono due magistrature, assolutamente indipendenti l’una dall’altra”.
Il provvedimento del governo, dice Coppi, “nasce dall’idea che tutti i magistrati siano intellettualmente disonesti, i giudicanti destinati ad appiattirsi sul pubblico ministero. Questo, sulla base della mia esperienza, non è”. Poi spiega col suo stile sardonico: “Io sono un vecchio praticone, quello che mi interessa è se questa riforma garantirà una sentenza più giusta. Quando difendo un innocente avrò maggiori garanzie? Non mi sembra, perché ciò che conta è l’onestà intellettuale del singolo magistrato. Se abbiamo un ciuccio, non è che con la separazione delle carriere lo facciamo diventare Ribot: rimane un ciuccio separato. Il giudice intellettualmente onesto apprezzerà le tesi del pm e quelle del difensore come deve farlo, il giudice che parle dall’idea che il pm dev’essere privilegiato continuerà a farlo”. E ironizza: “Per orgoglio professionale non mipiace battagliare ad armi pari, voglio farlo in una posizione di inferiorità, perché lo sfizio di fottere il pm, se consentite, è molto più grande”.
Marco Travaglio a sua volta usa l’ironia parlando di Nordio: “È il miglior testimonial per il No, io lo farei parlare sempre, soprattutto dopo una certa ora”. Ericorda che il “primato della politica“, citato dal ministro e da tanti giornalisti come ispirazione della riforma, “non esiste“: “Nella Costituzione c’è scritto che la legge è uguale per tutti, quindi i politici sono sottoposti alla legge come tutti gli altri cittadini”. Conte, invece, contrasta la narrazione del governo secondo cui la modifica alla Costituzione è “tecnica” e non politica: “Loro stessi hanno affermato che non ci sarà nessuna accelerazione dei processi, non ci sono investimenti, non c’è alcun rafforzamento degli organici, ma che c’è solo un intento politico. Come fai allora a dire che non è una riforma politica?”. E ricorda tutte le occasioni in cui esponenti del governo hanno ammesso il loro vero obiettivo: “Ricordate il post di Meloni contro la Corte dei Conti? Scrisse che questa riforma e quella della Corte dei Conti sarà la risposta piu adeguata contro l’intollerabile invadenza della magistratura. Nordio ha chiarito anche lui che “l’opposizione se ne avvantaggerà”. E poi Tajani, che segue la tradizione di Berlusconi e chiede di togliere ai pm la direzione della polizia giudiziaria”.
La premier aveva investito molto sul rapporto personale con Friedrich Merz. Poi però è arrivato un discorso netto, durissimo, contro i movimenti Maga. La seconda preoccupazione è più silenziosa ma non meno insidiosa

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Due preoccupazioni, entrambe politiche ma di natura diversa, agitano le giornate di Giorgia Meloni. La prima arriva da Berlino. La seconda potrebbe materializzarsi, un giorno.
La premier aveva investito molto sul rapporto personale con Friedrich Merz. Due settimane di sorrisi, strette di mano, dichiarazioni amichevoli. Un’intesa coltivata con pazienza, nella convinzione che un asse pragmatico tra Roma e Berlino potesse rafforzare la posizione italiana in Europa e, insieme, tenere aperto un canale privilegiato con Washington. L’idea era chiara: accreditarsi come ponte tra il Partito popolare europeo e l’area conservatrice americana, offrendo a Merz una sponda affidabile anche nel dialogo con l’universo trumpiano.
Poi, però, è arrivato il discorso che ha cambiato il clima. Quello del leader tedesco. Un intervento netto, durissimo, contro i movimenti Maga e contro quella declinazione identitaria del conservatorismo che in questi anni ha trovato sponde anche nel governo italiano. Parole che a Palazzo Chigi sono suonate come una doccia fredda. Non solo per il merito, ma per il tempismo: dopo una fase di avvicinamento che Meloni aveva interpretato come l’inizio di una convergenza strategica.
La sensazione, tra i fedelissimi della premier, è quella di uno scarto improvviso. Di un partner che, dopo aver incassato visibilità e legittimazione europea, ha scelto di marcare la distanza proprio sul terreno più sensibile: il rapporto con Donald Trump e con l’America conservatrice. Un colpo che indebolisce la narrazione di Meloni come interlocutrice privilegiata tra le due sponde dell’Atlantico e che riapre interrogativi sulla solidità dell’asse con Berlino, al di là delle formule diplomatiche e dei protocolli bilaterali.
La seconda preoccupazione è più silenziosa ma non meno insidiosa. Riguarda Nicola Gratteri e l’ipotesi, ancora tutta teorica ma sempre più evocata, di una sua possibile discesa in politica. Il magistrato antimafia gode di un consenso trasversale, costruito in anni di esposizione pubblica e di battaglie contro la criminalità organizzata. È una figura che parla alla pancia e alla testa del Paese: rassicura chi chiede legalità e intercetta una domanda di rigore che attraversa destra e sinistra.
Proprio qui sta il punto. Gratteri è uno che piace anche a destra. E in una stagione segnata da sfiducia verso i partiti tradizionali, l’eventuale ingresso in campo di una personalità percepita come indipendente e inflessibile potrebbe ridisegnare equilibri consolidati. Non è uno scenario imminente, né scontato. Ma in politica contano anche le ombre, le possibilità, le ipotesi che si insinuano.
Tra un alleato europeo che prende le distanze e la prospettiva di un outsider capace di attrarre consenso trasversale, Meloni si muove su un crinale sottile. È il prezzo della centralità: quando si è al vertice, ogni mossa degli altri diventa un fattore di stabilità o di rischio. E ogni preoccupazione, anche se ancora in potenza, pesa come una variabile da non sottovalutare. Anche per questo il referendum sulla giustizia diventerà fondamentale. Se Gratteri vince. la Meloni rischia il Ko.
Una frase diventata virale, una richiesta di rimozione dall’incarico ONU e un caso politico internazionale. Dopo il discorso di Francesca Albanese al Forum di Doha, la formula «Israele nemico dell’umanità» è diventata il centro della polemica. Ma cosa è stato realmente detto e su quali parole si fonda la richiesta di dimissioni?

(Lara Tomasetta – tpi.it) – Una relatrice speciale delle Nazioni Unite rischia il posto per una frase che, nella forma in cui è circolata, non compare nel testo del suo intervento. Dopo il discorso pronunciato il 7 febbraio al Forum di Doha organizzato da Al Jazeera, Francesca Albanese è stata accusata di aver definito Israele «il nemico comune dell’umanità». In Italia la polemica è stata rilanciata da diversi quotidiani e ha trovato un immediato sbocco politico: Fratelli d’Italia ha promosso una petizione per chiederne la rimozione dall’incarico ONU. In Francia il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha annunciato l’intenzione di chiedere ufficialmente le sue dimissioni. La questione, quindi, non è marginale né solo mediatica: una citazione diventata virale è stata trasformata in richiesta politica formale. Per capire se quella richiesta poggi su parole effettivamente pronunciate, bisogna tornare al testo integrale del discorso.
Il discorso integrale
Ecco il passaggio centrale dell’intervento pronunciato da Albanese:
“Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la messa in atto di un genocidio. E il genocidio non è finito. Il genocidio, inteso come distruzione intenzionale di un gruppo in quanto tale, è ormai chiaramente svelato. Era nell’aria da molto tempo e ora è sotto gli occhi di tutti. È stato difficile denunciare il genocidio. Al Jazeera lo sa meglio di chiunque altro nel panorama mediatico, per tutte le perdite che ha subito come azienda editoriale. Ma nessuno lo sa meglio dei palestinesi stessi. I palestinesi hanno continuato a raccontare il diluvio che si è abbattuto su di loro senza tregua. E questa è una sfida. Il fatto che invece di fermare Israele, gran parte del mondo lo abbia armato, gli abbia fornito giustificazioni politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario. Questa è una sfida. Il fatto che gran parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato una narrativa pro-apartheid, una narrativa genocidaria, è una sfida. E allo stesso tempo questo rappresenta anche un’opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto così chiaramente le sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l’ultima via pacifica, l’ultima cassetta degli attrezzi pacifica che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”.
Il passaggio evidenziato è quello che ha generato la polemica. Nel testo, la parola “Israele” compare nel paragrafo precedente, all’interno di una critica esplicita al sostegno politico e militare ricevuto. Non viene però ripresa come soggetto della frase “nemico comune”. La formulazione “Israele è il nemico comune dell’umanità” non è presente nel discorso. Il tono dell’intervento è duro, accusatorio, politicamente radicale. Ma la frase su cui si fonda la richiesta di dimissioni non compare nella forma in cui è stata riportata.
La verifica di Reuters
A confermare questo punto interviene Reuters, una delle principali agenzie di stampa internazionali, fondata nel 1851, con standard editoriali fondati sulla verifica documentale e sull’uso diretto delle fonti primarie. Le sue notizie sono utilizzate quotidianamente da redazioni in tutto il mondo. In un articolo dedicato alla polemica, Reuters scrive che una trascrizione del discorso visionata dall’agenzia non mostra che Albanese abbia definito Israele “enemy of humanity”. Non è una valutazione politica, ma una constatazione fattuale. E quando una richiesta di rimozione si fonda su una citazione specifica, il dato testuale è determinante.
Come nasce la frase attribuita: la catena della diffusione
Per capire come si sia arrivati alla formula diventata titolo, bisogna ricostruire il percorso con cui quel passaggio ha circolato online. Dopo l’intervento di Albanese, sui social inizia a diffondersi un estratto video molto breve, in cui la frase “come umanità abbiamo un nemico comune” viene isolata dal resto del periodo. In quella forma compressa, il riferimento a Israele — citato poco prima — appare saldato alla formula finale, trasformandosi nell’equazione “Israele nemico dell’umanità”. Secondo la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, uno dei primi rilanci ad alta visibilità arriva da UN Watch, organizzazione guidata da Hillel Neuer, che pubblica il passaggio con un’interpretazione che accredita quell’equivalenza. Nei giorni successivi la deputata francese Caroline Yadan riprende sui social la stessa lettura, attribuendo ad Albanese la frase in forma assertiva; un fact-check di Les Surligneurs colloca il suo post all’8 febbraio e mostra come l’estratto non restituisca il contesto completo del discorso. Anche Le Monde parla esplicitamente di “video montage” circolato prima della richiesta di dimissioni. Da lì il caso entra nella dimensione istituzionale: il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot annuncia l’intenzione della Francia di chiedere la rimozione della relatrice ONU. A quel punto la formula diventa titolo, posizione politica, richiesta ufficiale. La sequenza è verificabile: prima il clip parziale, poi l’attribuzione social, infine la reazione istituzionale.
La replica del legale
Il legale di Albanese ha parlato di manipolazione e di diffusione di una frase inesistente. In una nota scrive che «l’affermazione contestata NON esiste» e che «come facilmente appurabile ascoltando l’intervista, il video era stato manipolato». Ha inoltre dichiarato di aver inviato richieste di rettifica ai giornali italiani che hanno titolato sulla frase attribuita, aggiungendo che «la democrazia muore quando la verità viene costantemente manipolata e l’informazione pubblica distorta». Si tratta di dichiarazioni forti, che appartengono alla dimensione politica e legale. Ma al di là delle intenzioni e delle reazioni, resta il testo.
Errore, forzatura o campagna?
Mettere a confronto il testo integrale del discorso e le accuse che ne sono derivate non serve a stabilire se Francesca Albanese abbia ragione o torto nel merito politico. Serve a capire altro: se siamo davanti a un errore di interpretazione, a una forzatura narrativa o a una dinamica più organizzata. Il testo mostra un intervento estremamente duro nei confronti di Israele e dei governi occidentali, ma non contiene la formulazione su cui si è costruita la richiesta di dimissioni. Reuters conferma che quella frase non risulta nella trascrizione. Eppure la citazione attribuita è diventata il perno di una petizione politica, di titoli di prima pagina e di una presa di posizione diplomatica. Quando un passaggio complesso viene isolato, ricomposto e trasformato in una formula assoluta, il rischio è che la discussione non si svolga più sul contenuto reale del discorso, ma su una sua versione semplificata e più incendiaria. È un meccanismo noto nel dibattito pubblico contemporaneo: la compressione di un periodo articolato in una frase-slogan, capace di generare indignazione immediata e mobilitazione politica. La domanda allora non è solo cosa abbia detto Albanese, ma come quella frase sia diventata altro lungo la catena della diffusione. Allo stesso tempo, però, un elemento di responsabilità resta anche in capo alla relatrice. Albanese è una figura istituzionale delle Nazioni Unite e negli ultimi anni è già stata al centro di polemiche legate a formulazioni giudicate controverse, poi chiarite o rettificate. Anche quando non si è trattato di errori sostanziali, alcune espressioni hanno generato ambiguità e richiesto precisazioni successive. In un’epoca in cui ogni parola pronunciata in un contesto pubblico viene immediatamente ritagliata, rilanciata e politicizzata, il margine di ambiguità si riduce drasticamente. Il linguaggio di un funzionario ONU non è mai neutro e ha un peso politico e giuridico elevato. Questo non significa che nel caso specifico la frase attribuita sia stata effettivamente pronunciata — il testo e la verifica di più fonti indicano il contrario. Ma significa che, in un clima così polarizzato, la precisione lessicale diventa parte integrante del ruolo istituzionale. Tra la legittima critica politica e la costruzione di una narrazione distorta esiste uno spazio fragile, e dentro quello spazio si gioca la credibilità delle istituzioni, dei media e dei loro rappresentanti.
domenica 22 febbraio un appuntamento speciale con visite straordinarie, performance musicali e un buon caffè, per omaggiare la cultura napoletana

È trascorso un anno dall’apertura di Casa Museo Murolo, che ha registrato già 2 mila visitatori, e domenica 22 febbraio si rende omaggio al primo anniversario con una mattinata speciale. Il programma prevede, dalle ore 10, una visita guidata straordinaria, diversa dal consueto percorso, che accompagna i visitatori nella casa e nella memoria artistica di Ernesto e Roberto Murolo con un taglio narrativo inedito, costruito per celebrare la nascita del museo e il suo primo anno di vita. Ogni ora si ripete lo speciale percorso: visita guidata tra le stanze della Casa Museo napoletana, insieme alle giovani guide di Napulitanata, associazione territoriale che ha l’obiettivo di valorizzare e diffondere la canzone napoletana classica. A ciò si aggiunge un dialogo vivo tra passato e presente grazie agli interventi musicali, durante le visite, di Mario Maglione, storico interprete e amico di Roberto Murolo, del pianista Pasquale Cirillo e del giovanissimo cantante e chitarrista Fabrizio Mandara. Una triangolazione perfetta, che alterna notizie storiche a momenti d’ascolto dal vivo. Inoltre, per la prima volta al MU i visitatori possono ammirare le chitarre storiche appartenute al maestro Eduardo Caliendo, chitarrista della “Napoletana”, l’antologia cronologica pubblicata da Roberto Murolo. L’esperienza termina con un buon caffè del brand storico Caffè Toraldo: in una delle sale, infatti, è allestito un corner permanente, frutto della partnership tra la torrefazione napoletana e il MU, un gesto simbolico per ricordare e raccontare agli ospiti la tradizione del “caffè sospeso”.
Questo primo anno, oltre a far registrare 2 mila visitatori, ha regalato al MU tanti momenti indimenticabili. Dall’inaugurazione sentita dal pubblico ma anche dalle istituzioni, con la presenza del Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, fino alla partecipazione di diversi artisti e personaggi della cultura napoletana che con piacere hanno visitato la Casa Museo, emozionandosi per le suggestioni e i ricordi tangibili di Roberto Murolo. Tra i tanti, Renzo Arbore, Enzo Gragnaniello, Maurizio De Giovanni, Tropico, La Niña. Non manca il commento sentito di Mario Coppeto, Presidente della Fondazione Roberto Murolo «Siamo orgogliosi di aver aperto alla città una Casa che rappresenta le origini di una parte del nostro patrimonio culturale. È proprio per questo motivo che in occasione del nostro primo anniversario abbiamo pensato ad un evento che ha, come punto centrale, ciò che è più importante per la storia di queste mura: la Canzone. L’intento dell’evento è proprio quello di trasformare la memoria in esperienza concreta e condivisa, rendendo le visite straordinarie un’occasione unica di incontro tra la storia (e dunque il patrimonio culturale) e la comunità e allo stesso tempo celebrando quella che è stata un’annata importante di attività culturale».
Info e prenotazioniinfo@casamuseomurolo.it – www.casamuseomurolo.it
Costo del biglietto: 5 euro