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Il poter che move il sole e l’altre stelle


Al via oggi alla Fiera di Rimini la quarantasettesima edizione del Meeting di Rimini , la kermesse di Comunione e Liberazione. Tra le novità assolute il ritorno di un Pontefice dopo 44 anni. Attesi anche 13 ministri e 5 cardinali: ecco i protagonisti dell’edizione 2026

(policymakermag.it) – Da oggi fino al 26 agosta torna il Meeting per l’amicizia fra i popoli: la Fiera di Rimini si prepara ad accogliere uno degli eventi più imponenti e complessi del panorama politico e culturale italiano.

In programma decine di appuntamenti di grande rilevanza che si svilupperanno intorno al tema “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, celebre verso conclusivo del Paradiso dantesco. Si parte alle 12 con l’incontro tra Roseline Hamel, sorella del sacerdote francese Jacques Hamel rimasto vittima dell’attentato terroristico a Saint-Étienne-du-Rouvray, e Nassera Kermiche, madre di uno dei terroristi responsabili dell’omicidio.

A seguire e nei giorni successivi tanti i momenti di confronto su argomenti di carattere politico e religioso. Ecco chi parteciperà

IL RITORNO DEL PAPA E I CARDINALI CHE PARTECIPANO

L’evento centrale della settimana sarà la visita di Papa Leone XIV, atteso nel pomeriggio di sabato 22 agosto alle ore 15. L’arrivo del Pontefice rompe un digiuno durato oltre quattro decenni: l’ultima presenza papale risale infatti al 1982 con l’allora Pontefice Giovanni Paolo II, mentre Joseph Ratzinger vi partecipò nel 1990 da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

La visita di Leone XIV, teologo agostiniano, si intreccia profondamente con il percorso culturale dell’edizione, che dedica ampio spazio alla figura di Sant’Agostino. Ad accompagnare e arricchire la dimensione spirituale ed ecclesiale del Meeting sarà presente una nutrissima delegazione di alti prelati.

 Prenderanno parola il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo di Bologna, il cardinale José Tolentino de Mendonca, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, e il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali.

Una forte attenzione sarà rivolta ai territori di conflitto in Medio Oriente, con gli interventi del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, di Francesco Ielpo, frate e Custode di Terra Santa, e di padre Gabriel Romanelli, parroco latino di Gaza che interverrà in collegamento diretto dalla Striscia. A esplorare i legami interreligiosi interverrà inoltre il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri.

CHI C’È DEL GOVERNO

Nonostante l’assenza confermata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il governo sarà ampiamente rappresentato. La delegazione vede la presenza di entrambi i vicepresidenti del Consiglio: Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, che si confronterà sui grandi cantieri nazionali, e Antonio Tajani, ministro degli Affari Esteri, impegnato in un focus sulla ricostruzione del Libano.

Nutrita la presenza dei ministri, con 13 titolari di dicastero oltre ai due vicepremier: Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca, Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, Alessandro Giuli, ministro della Cultura, Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Maria Elvira Calderone, ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, e Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze. Completano la rappresentanza istituzionale Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità, e Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno.

Numerosa anche la schiera di viceministri e sottosegretari, tra cui spiccano Lucia Albano, sottosegretario all’Economia, Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, e Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro.

GLI ALTRI POLITICI E LA DELEGAZIONE EUROPEA

Di primissimo piano risulta essere la delegazione europea che approderà in Romagna. Le istituzioni comunitarie saranno rappresentate ai massimi livelli da Roberta Metsola, politica maltese e presidente del Parlamento Europeo, e da Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea. A loro si affiancheranno Antonella Sberna Pina Picierno, entrambe vicepresidenti del Parlamento Europeo. Presenti anche gli europarlamentari Giorgio GoriCarlo Fidanza e Massimiliano Salini.

Sul fronte della politica interna, si registra l’assenza dei principali leader dell’opposizione, Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il tradizionale confronto interpartitico vedrà comunque la partecipazione trasversale di numerosi dirigenti: Stefano Bonaccini, presidente del Partito Democratico ed europarlamentare, Maria Elena Boschi, parlamentare di Italia Viva, Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia, Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, Stefano Patuanelli, capogruppo al Senato del Movimento Cinque Stelle, Matteo Richetti, capogruppo di Azione, e Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato.

L’amministrazione dei territori sarà raccontata dai presidenti di Regione Marco Bucci (Liguria), Michele de Pascale (Emilia-Romagna), Attilio Fontana (Lombardia), Stefania Proietti (Umbria), Francesco Rocca (Lazio) e Alberto Stefani (Veneto). Significativa anche la rappresentanza dei sindaci delle grandi aree metropolitane con Roberto Gualtieri, primo cittadino di Roma, Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’ANCI, e Giuseppe Sala, sindaco di Milano.

GLI ALTRI OSPITI

La manifestazione darà ampio respiro ai temi economici, finanziari e mediatici grazie a una fitta rete di esperti e accademici. Il mondo dell’informazione vedrà protagonisti Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, Enrico Mentana, direttore del telegiornale di La7, Bruno Vespa, storico giornalista e conduttore televisivo, e Marco Girardo, direttore di Avvenire.

L’architettura macroeconomica sarà analizzata da Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, Renato Brunetta, accademico e presidente del CNEL, Giorgio Vittadini, professore di statistica e presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Enrico Giovannini, economista e direttore scientifico dell’ASVIS, e Stefano Zamagni, rinomato economista e docente universitario.

Le sfide del diritto e dell’assetto geopolitico internazionale saranno al centro dei dibattiti con Giuliano Amato, giurista e già presidente del Consiglio dei Ministri, Luca Antonini e Massimo Luciani, entrambi giudici della Corte Costituzionale, Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista Limes, Joseph Weiler, giurista e professore alla New York University, e Olivier Roy, noto politologo e orientalista francese.

Il mondo accademico e dell’educazione sarà invece guidato da Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Infine, il cartellone artistico e culturale proporrà gli interventi di Davide Rondoni, poeta e scrittore, Paolo Ruffini, attore e conduttore televisivo, Filippa Lagerbäck, presentatrice e attivista televisiva, e Giovanni Caccamo, cantautore impegnato nel concerto serale con la Sicily Symphony Orchestra.


L’Ucraina è diventata una potenza militare: saremo noi a dover chiedere aiuto a Kiev


UCRAINA: PRIMO DRONE INTERCETTORE DI PRODUZIONE NAZIONALE A DISPOSIZIONE DELLE FORZE DI DIFESA

(Agenzia_Nova) – L’arsenale delle Forze di difesa dell’Ucraina si e’ arricchito del primo drone intercettore di produzione nazionale, l’Alexa Spatium. Lo ha comunicato il ministero della Difesa di Kiev. Alexa Spatium e’ un drone a reazione ad alta velocita’. Gli ingegneri ucraini lo hanno sviluppato specificamente per distruggere piccoli bersagli aerei, terrestri e di superficie in condizioni di combattimento reali.

Il sistema di intercettazione e’ progettato principalmente per neutralizzare i droni kamikaze russi dei tipi Geran-3, Geran-4, Geran-5 e Shahed-131. Allo stesso tempo, il complesso puo’ essere utilizzato anche per abbattere droni da ricognizione, elicotteri e altri bersagli singoli. Durante i test, l’intercettore ha confermato le caratteristiche tattiche e tecniche dichiarate dal produttore.

Tra le caratteristiche di Alexa Spatium figurano un potente motore turbogetto, un’elevata quota di volo, un notevole raggio d’azione in combattimento, sistemi di controllo e trasmissione video affidabili, un’elevata manovrabilita’, la preparazione e il lancio completamente a distanza, velocita’ massime elevate e minime ridotte per risparmiare carburante.

Tra gli altri vantaggi si annoverano: ampio raggio di volo, da basse a medie altitudini; la presenza di sistemi di ricerca e puntamento efficaci; tattiche di combattimento flessibili; variabilita’ delle testate. Alexa Spatium viene lanciato da una catapulta mobile in pochi minuti. Un drone che non riesce a completare la sua missione puo’ tornare al sito di lancio ed essere riutilizzato.


“Con Trump è a rischio la democrazia”. L’intervista a John Brennan


“Il presidente segue il copione di un leader autoritario. Cerca di controllare gli strumenti di governo e istituzioni”. Parla l’ex numero uno dei servizi segreti statunitensi

(Manuela Cavalieri, Donatella Mulvoni – lespresso.it) – «Ho lavorato per sei presidenti. Non sempre ne ho condiviso le decisioni, ma ognuno di loro aveva un’integrità, una bussola etica che oggi mancano. Donald Trump non rispetta i limiti tradizionali che in passato hanno impedito ai presidenti di eccedere nell’esercizio della propria autorità». John Brennan ci parla dal suo studio. Ha lo sguardo ruvido di sempre, quello di chi ha fatto del rigore la sua cifra. Oltre trent’anni nella sicurezza nazionale, con leader democratici e repubblicani, fino a diventare numero uno della Cia dal 2013 al 2017 sotto l’amministrazione Obama. Per lui, oggi gli Stati Uniti guadano acque pericolose. Un giudizio condiviso dagli oltre 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale di The Steady State, la rete di resistenza civile nata nel 2016 che denuncia gli abusi e le forzature istituzionali del 45° e 47° presidente.

Brennan, intanto, è sotto indagine per il ruolo avuto nelle valutazioni sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016. La considera ritorsione politica e ha appena chiesto a un giudice di preservare i documenti dell’inchiesta del Dipartimento di Giustizia, per poter dimostrare, in caso di incriminazione, che si tratta di un procedimento ad personam.

Brennan, cosa la preoccupa maggiormente di questa amministrazione?

«Donald Trump segue il copione di un leader autoritario. Cerca di controllare gli strumenti di governo e istituzioni come il Dipartimento di Giustizia, l’Fbi e la comunità dell’intelligence, nominando persone più leali a lui che al sistema di governo e ai nostri principi democratici».

Anche il Congresso non sta svolgendo il ruolo di controllo che gli spetta.

«Uno dei grandi tesori della nostra democrazia è il sistema di pesi e contrappesi tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Purtroppo, però, la maggioranza repubblicana in entrambe le Camere ha permesso al presidente di andare ben oltre quelli che tradizionalmente sono i poteri e le prerogative della presidenza. Nella guerra con l’Iran il Congresso non ha esercitato un vero controllo. Trump ha intimidito molti parlamentari e usa tutti i mezzi a sua disposizione, fino alle minacce politiche. Ha sostenuto candidati alle primarie contro esponenti che gli si erano opposti. Il Gop è molto diverso da quello che ho conosciuto servendo sotto tre presidenti repubblicani».

I tribunali sono l’ultimo freno al potere di Trump.

«La magistratura regge. Molti giudici, nominati da presidenti democratici e repubblicani, hanno dimostrato di saper opporsi. Il Congresso, a seconda delle midterm, può rimettersi in carreggiata. L’esecutivo, invece, finché Trump resterà alla Casa Bianca, continuerà a essere uno strumento del suo abuso di potere. La Corte Suprema, poi, è profondamente divisa politicamente e alcune sue decisioni hanno favorito Trump, consentendogli di esercitare il potere presidenziale con pressoché totale impunità».

A proposito di midterm, alcuni ex funzionari della sicurezza nazionale temono che il presidente possa ricorrere a poteri d’emergenza o alle agenzie federali.

«È una preoccupazione realistica. Lui stesso ha lasciato intendere che potrebbe ricorrere a misure estreme. Sosterrà di voler proteggere l’integrità delle elezioni, ma il vero obiettivo è tutelare i propri interessi e quelli del Partito. Sa che una vittoria democratica anche in una sola Camera complicherebbe seriamente la sua agenda e, per questo, farà tutto il possibile. Lo dimostra il sostegno al Save America Act (la proposta di legge che richiede una prova di cittadinanza per registrarsi al voto federale, un documento con foto identificativa al seggio e introduce forti limitazioni al voto per posta, ndr), insieme ad altre misure che renderebbero più difficile votare».

La democrazia di questo Paese è davvero in pericolo?

«Sì, abbiamo già visto l’erosione di alcuni principi fondamentali e l’incapacità del Congresso di adempiere ai propri obblighi. E ora, con le prossime elezioni, sono sotto pressione anche altri pilastri della democrazia, a cominciare dalla libertà di stampa. Trump ha fatto tutto il possibile per delegittimare i media».

Quando un presidente pretende fedeltà personale, quanto è difficile servire lo Stato e restare fedele alla Costituzione?

«Per alcuni opporsi è molto difficile. Io ho servito questo Paese per oltre 33 anni e, da ex direttore della Cia, sento il dovere di usare la mia voce. Sono figlio di un immigrato irlandese e mio padre mi ha insegnato a non dare mai per scontati la cittadinanza americana, i suoi diritti e le sue opportunità. Oggi sono sotto indagine da parte dell’amministrazione Trump e del Dipartimento di Giustizia e ho dovuto procurarmi degli avvocati, ma se vedo qualcosa che ritengo sbagliato ne parlo. Il presidente non è al di sopra delle critiche».

Alla luce di quello che le sta accadendo, che messaggio dà a chi oggi serve nelle istituzioni?

«Chi lavora nel governo deve seguire direttive e ordini, ma ciascuno deve decidere se può continuare a svolgere il proprio ruolo con integrità. Se gli viene chiesto di fare qualcosa di non etico, improprio o illegale, ha il dovere di parlare o di lasciare il proprio incarico».

Qual è la linea rossa oltre la quale non parleremmo più di erosione democratica, ma di un cambiamento del sistema di governo?

«Le elezioni di novembre saranno un banco di prova. Se Trump ricorresse a poteri d’emergenza o aumentasse l’intervento del governo federale, sarebbe molto grave. Di solito temiamo interferenze straniere; questa volta il rischio è interno, da parte di un presidente che il 6 gennaio 2021 incoraggiò un tentativo di insurrezione e un assalto al Campidoglio».

Gli americani si stanno abituando a comportamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati inaccettabili.

«Il Partito repubblicano ha normalizzato le parole e i comportamenti di Trump, abbassando gli standard di civiltà e decenza e la soglia di ciò che consideriamo politicamente accettabile. È una dinamica pericolosa. Continuiamo a scendere sempre più in basso. Mi preoccupa non solo il resto della presidenza, ma guardo al futuro, per capire se riusciremo a tornare alla civiltà e a quei principi democratici che, credo, hanno mantenuto forte non solo questo Paese, ma anche la pace e la sicurezza internazionale dalla Seconda guerra mondiale in poi».

Ormai sembrano normali persino gli attentati al presidente. Da uomo dell’intelligence, come lo spiega?

«Qualsiasi tentativo di fare del male al presidente è riprovevole. La forte polarizzazione del Paese ha alimentato estremismi su entrambi i fronti. Il Secret Service deve fare tutto il possibile per prevenire la violenza, ma anche i leader hanno una responsabilità. Quando usano un linguaggio indegno della carica, possono alimentare posizioni radicali e spingere alcune persone verso gesti estremi».

Quanto tempo servirà per ricucire le ferite?

«Parecchio. Se i Democratici torneranno al potere al Congresso o alla Casa Bianca, spero non imbocchino la strada delle ritorsioni. Gli Stati Uniti hanno bisogno di due partiti capaci di tornare a lavorare insieme: un tempo si scontravano duramente, ma poi cercavano un compromesso».

Se la democrazia si indebolisce negli Stati Uniti, si possono legittimare derive autoritarie altrove?

«Gli Stati Uniti sono la democrazia più antica al mondo e per generazioni sono stati la “città splendente sulla collina”. I fondatori ebbero la lungimiranza di costruire un governo rappresentativo del popolo e dei suoi valori. Se cittadini e leader stranieri vedono quei principi indebolirsi, possono pensare che l’autoritarismo abbia dei vantaggi. Per questo ciò che accade qui ha conseguenze globali. E non riguarda solo la democrazia interna. Penso alla guerra insensata con l’Iran, ai dazi e all’uso della forza economica, finanziaria, politica e militare per perseguire i propri interessi a scapito degli altri».


Turchia emette mandato di arresto per Netanyahu


Il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek ha annunciato che è stata richiesta l’emissione di un mandato di cattura per perseguire il primo ministro israeliano Benajamin Netanyahu, accusato da Ankara di “genocidio” nell’ambito dell’intercettazione della Flotilla per Gaza.

(Gabriele Ragnini – lespresso.it) – La Turchia ha chiesto all’Interpol di diffondere un mandato d’arresto internazionale contro Netanyahu: è accusato di “genocidio” e “torture” contro i membri della Flotilla. Il ministro della Giustizia turco Akin Gürlek ha annunciato la richiesta di diffusione internazionale contro il premier israeliano e il funzionario Afek Moskovitch, già raggiunti da mandati di arresto emessi il 14 luglio per genocidio, in relazione all’assalto alla Global Sumud Flotilla nelle acque internazionali.

Il caso è stato registrato davanti all’undicesima Corte penale d’Assise di Istanbul, e coinvolge trentacinque imputati: tra questi, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il funzionario Afek Moskovitch. Il ministro della Giustizia turco Akin Gürlek ha annunciato su X che il suo ministero ha chiesto a quello dell’Interno di attivarsi con l’Interpol per ottenere le notifiche rosse – un avviso di ricerca internazionale – contro entrambi per le azioni contro la Global Sumud Flotilla, in maniera tale da diffondere i due mandati di arresto nazionale emessi il 14 luglio scorso con l’accusa di genocidio

“I procedimenti giudiziari legati all’attacco contro gli attivisti della Flotilla nelle acque internazionali proseguono con determinazione”, ha scritto Gürlek, per poi precisare che la documentazione è stata trasmessa anche al ministero degli Esteri turco. Le accuse formali comprendono crimini contro l’umanitàgenocidioprivazione aggravata della libertà personalelesioni intenzionalitortura e maltrattamentidanneggiamentorapina aggravata e sequestro di mezzi di trasporto: tutti reati riferiti all’intervento armato contro i civili che trasportavano aiuti umanitari verso Gaza e alla successiva detenzione degli attivisti a bordo.

Gürlek ha poi rincarato: “Non permetteremo che i crimini commessi a Gaza vengano insabbiati o che i responsabili siano protetti da uno scudo di impunità. Prenderemo tutte le misure necessarie con determinazione affinché chi commette crimini contro l’umanità risponda davanti alla legge”. Il ministro ha aggiunto che la Turchia continuerà a usare gli strumenti giuridici nazionali e internazionali a disposizione, restando al fianco del popolo palestinese “e di chiunque altro affronti l’oppressione”, sotto la guida del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

“Accogliamo con favore qualunque iniziativa giudiziaria che riconosca l’illegalità delle azioni compiute dal governo israeliano contro la Global Sumud Flotilla e che contribuisca a rompere un’impunità che dura da troppo tempo”. Queste le parole di Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, seguite alla notizia del mandato di arresto.
“Quello che abbiamo subito – attacchi, intercettazioni illegali in acque internazionali, sequestri delle imbarcazioni, arresti e violenze – è grave e deve avere conseguenze sul piano della giustizia internazionale”, ha aggiunto Delia.

Intanto, continua a crescere la tensione tra Ankara e Tel Aviv, innescata pochi giorni fa dai raid israeliani sulla base aerea militare di Abu al-Duhur, nel Nord della Siria, a circa settanta chilometri dal confine turco. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva accusato Erdoğan di trascinare la Turchia “in pericolose avventure in Siria”, avvertendo che Israele non permetterà “a nessuna entità di minacciare la sua sicurezza”. Israele sostiene che la Siria fosse vicina a violare uno status quo di sicurezza concordato con Israele stesso, consentendo il dispiegamento di truppe turche nella base. 

Sia Ankara sia Damasco hanno respinto l’accusa e hanno precisato che sul posto operava solo una squadra tecnica turca incaricata di riparare pista e torre di controllo. Netanyahu ha confermato che Israele aveva avvertito preventivamente la Siria: “Il nostro messaggio era molto chiaro: non farlo. Immagino non abbiano capito bene il messaggio”. Nelle stesse ore, il premier israeliano ha aggiunto Erdoğan ai “nemici di Israele”, in un manifesto utilizzato per la campagna elettorale del suo partito Likud. Tutte azioni che, per la presidenza turca, sarebbero motivate solo da ragioni propagandistiche.

Ufficio Netanyahu: “Da Erdogan un tentativo patetico di intimidire il leader di Israele”

(repubblica.it) – “Erdogan è un dittatore antisemita che ha massacrato i curdi, dà rifugio ai terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona un numero record di giornalisti e politici che gli si oppongono. Ora cerca di allargare la sua aggressione contro Israele alla Siria. Israele non lo tollererà. Il tentativo patetico di Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non avrà successo”. Lo scrive in un post su X l’ufficio di Benjamin Netanyahu, dopo che la Turchia ha chiesto all’Interpol di emettere una “red notice” per il primo ministro israeliano nell’ambito del procedimento giudiziario aperto a Istanbul sull’intervento contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla.

Netanyahu, Erdogan è un “dittatore antisemita”

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, “un dittatore antisemita” dopo che il ministero della Giustizia di Ankara ha emesso un mandato di arresto nei confronti del capo del governo di Tel Aviv. “Erdogan è un dittatore antisemita che ha massacrato i curdi, dà ospitalità a terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona numeri record di giornalisti e politici che lo contrastano. Ora cerca di estendere la sua aggressione contro Israele in Siria”, si legge in una dichiarazione del gabinetto di Netanyahu. “Israele non lo tollererà. Il patetico tentativo di Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non porterà da nessuna parte”, si legge ancora


Luciano Canfora: “Contro Ranucci un’operazione punitiva voluta da tanto tempo. La censura è stupida”


Lo storico difende il giornalista: “Ha dato noia al potere perché ha fatto il suo lavoro in modo straordinariamente efficace”

La censura è stupida. Potrebbero leggere Tacito, che racconta esattamente i comportamenti del potere di vertice”. È la bordata lanciata dallo storico Luciano Canfora all’indirizzo della destra, in merito agli attacchi contro Sigfrido Ranucci e la trasmissione Report. Ospite di In Onda (La7), lo storico e filologo legge quanto sta accadendo come qualcosa di molto diverso da una normale vicenda aziendale interna alla Rai: dietro la battaglia che investe il giornalista c’è una logica punitiva, che nasce proprio dall’efficacia con cui Ranucci svolge il mestiere dell’inchiesta e dal fastidio che la ricerca ostinata di fatti documentabili inevitabilmente provoca nel potere.

“È talmente evidente che si tratta di una operazione punitiva desiderata da tanto tempo – afferma Canfora – Io ricordo di aver udito, in una circostanza pubblica, delle parole ironiche di Ranucci quando diceva: “Passo il mio tempo a scrivere memorie in replica alle querele che mi vengono scaraventate addosso e che poi vanno a finire nel cestino””.
E sottolinea: “Ranucci è un personaggio che ha dato noia perché ha fatto il suo lavoro in maniera straordinariamente efficace. Penso che il giornalista bravo di inchiesta sia come un filologo: non si dà pace finché non ha raggiunto una verità documentabile. Invece – continua – il potere in generale, in particolare quelli un po’ in difficoltà come il nostro, tende a non gradire che si vada a fondo delle cose. Infatti elabora pseudonotizie, versioni di comodo, quindi c’è un’antitesi fra il filologo e giornalista che cerca la verità e un potere traballante che vuole tappare la bocca e soprattutto fornire versioni di comodo”.

Lo storico inserisce il caso Ranucci in una riflessione più ampia sul rapporto fra informazione e potere: ed è proprio la storia a mostrare quanto il tentativo di mettere a tacere una voce possa rivelarsi non soltanto autoritario, ma perfino controproducente.
Stanno facendo un regalo a Ranucci? Secondo me sì – osserva – Non so come andrà ma diventerà un personaggio di gran lunga più noto e apprezzato se colpito, come sembra debba accadere. E’ un po’ il dramma della censura”.

Canfora chiama in causa uno degli episodi più celebri narrati da Tacito negli Annales, quello di Aulo Cremuzio Cordo, storico e senatore romano processato nel 25 dopo Cristo, durante il principato di Tiberio. Cremuzio Cordo finì sotto accusa per la sua opera storica, nella quale esprimeva giudizi favorevoli sui cesaricidi, lodando Bruto e definendo Cassio “l’ultimo dei Romani”. Dopo il processo e la difesa della propria libertà di storico, si lasciò morire di fame, mentre il potere ordinò che i suoi libri fossero bruciati.
Lo storico chiosa, evidenziando il paradosso della censura: “Tacito scrive che i libri di Cremuzio Cordo “manserunt occultati et editi”, cioè rimasero in circolazione ancora di più, proprio perché erano stati vietati”.


Il pensiero di Fidel Castro indica la via da seguire contro la catastrofe del sistema occidentale


Fidel Castro costituisce un riferimento impareggiabile per chi voglia mettersi seriamente sulla strada dell’alternativa

Il pensiero di Fidel Castro indica la via da seguire contro la catastrofe del sistema occidentale

(Fabio Marcelli, Giurista internazionale – ilfattoquotidiano.it) – Viviamo indubbiamente tempi difficili e pericolosi. Vengono al pettine le tremende contraddizioni di capitalismo e imperialismo, che scatenano in tutto il globo veri e propri flagelli biblici e i quattro micidiali Cavalieri dell’Apocalisse e cioè guerra, carestia, malattia e morte.

Nella sua attuale fase di declino sempre più evidente, il sistema dominante rivela sempre più chiaramente la sua natura cancerogena, alimentando se stesso a scapito dell’umanità, della vita e della natura sulla Terra.

Un personaggio come Trump, che sembra uscito dalla penna di uno dei più fantasiosi scrittori distopici degli ultimi cento anni, ci tartassa ogni giorno con le più clamorose e ridicole bugie, mentre ricorre alla guerra come ultima garanzia del suo predominio vacillante, vibrando sanguinosi colpi di coda che a volte, come in Venezuela, gli riescono, a volte invece, come con l’Iran, non gli riescono affatto e anzi determinano forti contraccolpi contro il suo regime sempre più autoritario ed apertamente fascista.

Nell’epoca dei social media e dell’ analfabetismo dilagante, la menzogna propagandistica costituisce, insieme all’esercizio brutale della forza, l’ancora di salvezza dei governi occidentali sempre più in crisi. Non solo Trump, ma anche i suoi servitori europei, in prima fila Giorgia Meloni e la sua coorte di coadiutori incapaci, nascondono e mistificano la realtà con l’intento di far credere alle masse abbrutite che vivono in un mondo di sogno.

Eppure i fatti hanno la testa dura e la realtà bussa alle porte, gettando all’aria i castelli di carte affannosamente messi in piedi da lorsignori.

La crisi economica continua e si aggrava per effetto delle guerre e del saccheggio delle risorse umane, climatiche ed ambientali, determinando il catastrofico avvitamento su se stesso del sistema, che precipita come un aliante sorpreso da un’irresistibile turbolenza.

Come salvarsi da questa catastrofe incombente? La soluzione non è facile ma richiede coraggio fisico, onestà intellettuale, spirito di sacrificio, intelligenza strategica ed acume teorico. Tutte doti, queste, che non abbondano certo tra gli stralunati leader europei ed italiani, sia di governo che di opposizione, intenti più che altro a difendere le proprie cadreghine e prebende, ovvero ad acquisirne di nuove, ma senza per carità mettere in discussione i sacri fondamenti ideologici del sistema, scolpiti nella pietra del pensiero unico neoliberista, atlantista e sionista.

E però proprio questo che bisogna fare per salvare noi stessi, le future generazioni, l’Italia e l’Europa. Mettere cioè in discussione le basi del sistema capitalistico occidentale ed emanciparsene in via definitiva, uscendo dalla triste condizione di servi decerebrati cui siamo relegati da troppo tempo.

Al riguardo è d’uopo volgere altrove lo sguardo. Fidel Castro, del quale si è celebrato pochi giorni fa il centenario della nascita, costituisce un riferimento impareggiabile per chi voglia mettersi seriamente sulla strada dell’alternativa, senza rassegnarsi a fare da soprammobile, sia pure pregiato, nei salotti del capitalismo che certamente non è più illuminato, ammesso che tale sia stato.

Voglio riprendere a tale proposito tre tratti fondamentali del pensiero e dell’azione di Fidel: antimperialismo, sovranità e internazionalismo. Il quarto, immanente a ciascuno di essi e a tutta la sua opera, è poi la coerenza intransigente tra teoria e prassi.

Antimperialismo innanzitutto. E cioè la capacità di contrapporsi su tutti i piani possibili e necessari al moloch distruttore, che, sia pure in netta difficoltà, come insegna l’Iran, mantiene un’impressionante potenza distruttiva (vedi al riguardo le acute osservazioni di Pino Arlacchi sul Fatto Quotidiano). Tenendo ben presente che la pace è il fine ultimo, ma va imposta e non mendicata.

Secondo, sovranità, nelle due dimensioni, nazionale e popolare, tra loro strettamente interrelate e unificate nel segno dell’autodeterminazione dei popoli, principio fondamentale del diritto internazionale. Sovranità intesa quindi come capacità di promuovere uno sviluppo autonomo da imposizioni e condizionamenti, provengano essi da altri Stati ovvero da potentati privati.

Terzo, internazionalismo, ovvero consapevolezza della fondamentale unità dell’umanità nonostante le differenze di varia natura esistenti, e della conseguente necessità di promuovere senza alcuna riserva solidarietà ed amicizia tra i popoli e cooperazione su tutti i terreni fra gli Stati.

Principi fondamentali che Fidel ha promosso in teoria e in pratica combattendo l’imperialismo, organizzando la partecipazione popolare e venendo in soccorso degli altri popoli con le armi, come in Angola, o coi medici, come in decine e decine di situazioni, tra cui l’ingrata Italia.

I governanti cubani di oggi, come il presidente Miguel Diaz Canel, che ne hanno raccolto il testimone, sono oggi vittima di un attacco disumano da parte di Trump e Rubio e vanno difesi e aiutati in nome di Fidel e dell’umanità.


Il “pezzone” integrale del New York Times dedicato a Giorgia Meloni


(di Roger Cohen – il New York Times) – Giorgia Meloni, figlia dell’estrema destra, ama stabilire record. Mentre si accomoda su una poltrona di fronte a un dipinto di festeggiamenti campestri ispirato a Tiziano, riflette sul segreto del successo politico che presto farà di lei la presidente del Consiglio rimasta in carica ininterrottamente più a lungo nella storia della Repubblica italiana.

«Sono una persona che si impone delle regole», dice in una rara intervista. «La prima regola è che non dico mai qualcosa che non penso. Non c’è modo di farmi dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in cortocircuito».

Sorride, come a dire che è tutto così semplice, ma naturalmente non lo è. È rimasta in qualche modo un enigma, un enigma strettamente controllato, mentre percorreva il cammino dalle sue radici post-fasciste a un ruolo centrale nella politica europea che sta contribuendo a cambiare.

La signora Meloni ha scelto di incontrarmi in un salotto adiacente al suo ufficio di Roma. È estremamente cortese. In momenti come questi è difficile ricordare il modo in cui può roteare gli occhi e fulminare con lo sguardo quando è arrabbiata, come lo è stata di recente con il presidente Trump, suo alleato ideologico, e Pedro Sánchez, il primo ministro spagnolo di sinistra, suo avversario ideologico.

«Penso che la gente veda la differenza», dice la signora Meloni, in carica da quasi quattro anni, circa quattro volte la media italiana del dopoguerra. «Capisce se una cosa non è vera, se è falsa — e credo che questo sia l’errore più grande che un politico possa commettere».

La verità non è esattamente la valuta politica di quest’epoca, ma la signora Meloni ha sempre marciato al ritmo del proprio tamburo. L’effetto è stato trasformativo. «Melonizzazione», ovvero l’assuefazione a una storia terrificante, è entrato nel lessico.

Il termine indica il processo che la signora Meloni oggi incarna e che consente a un partito post-fascista, in questo caso Fratelli d’Italia, di liberarsi dalla minaccia dell’autoritarismo violento e di ottenere l’accettazione nel mainstream attraverso un conservatorismo pragmatico, o almeno attraverso la sua apparenza.

«Penso che ciò che mi ha portato qui» — nel suo ufficio a Palazzo Chigi — «sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia», dice la signora Meloni, parlando in italiano. «Scegliere di andare controcorrente».

Coraggio è di gran lunga la sua parola preferita.

Con Marine Le Pen, esponente dell’estrema destra francese un tempo emarginata, forte candidata alle elezioni presidenziali del prossimo anno, e l’Alternative für Deutschland, o AfD, di estrema destra, in testa nei sondaggi in Germania, l’effetto Meloni sta per essere messo alla prova nel cuore dell’integrazione europea del dopoguerra.

Se il fascismo in Italia, la terra in cui è nato, può essere fatto apparire remoto, persino irrilevante ai fini del successo politico, allora forse lo stesso può valere per l’Olocausto in Germania e per il regime collaborazionista di Vichy in Francia durante la guerra. Fu il nazionalismo antisemita di Vichy a ispirare il padre della signora Le Pen nella fondazione del Front National, oggi ribattezzato Rassemblement National.

Sembra che la signora Le Pen avrà una replica pronta mentre cercherà di rassicurare gli elettori francesi: guardate l’Italia!

«Meloni non è una leader visionaria, ma è diventata una star globale e l’emblema della possibilità che i nazionalisti di estrema destra possano essere assorbiti», ha detto Giovanni Orsina, direttore della School of Government della LUISS Guido Carli di Roma.

Lontano dagli sconvolgimenti, sotto la signora Meloni l’Italia ha trovato stabilità, e lei ha dimostrato di possedere il talento incendiario di una demagoga ancorato a un freddo realismo. Da quando è entrata in carica nel 2022, la Francia ha avuto sei governi e la Gran Bretagna tre primi ministri.

Con il presidente francese Emmanuel Macron destinato a lasciare l’incarico il prossimo anno, la signora Meloni potrebbe diventare la decana della politica europea, come un tempo lo fu l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, in un momento in cui un ordine mondiale in frammentazione attraversa una trasformazione profonda e inquieta.

Eppure resta aperta la questione di quale trasformazione persegua la signora Meloni. È davvero diventata una moderata democratica all’età di 49 anni? Oppure dentro di lei si annida ancora la neo-fascista diciannovenne, la militante dal volto angelico che nel 1996 disse alla televisione francese che «Mussolini era un bravo politico» e che «tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia»?

Un ponte troppo lontano

La signora Meloni voleva essere il ponte sopra acque agitate. Unica leader di un governo dell’Unione Europea invitata all’insediamento di Trump, puntava a costruire sui loro comuni nazionalismo e ostilità all’immigrazione, e anche a garantire che l’alleanza occidentale restasse funzionante.

Così, l’anno scorso, quando Trump, con un tono di adulazione untuosa, la definì «una bella giovane donna», finse indifferenza. C’erano in gioco questioni più grandi.

Eppure dalla Casa Bianca continuavano ad arrivare provocazioni. L’Unione Europea era stata creata per «fregare» gli Stati Uniti, dichiarò Trump. La Groenlandia, territorio danese semiautonomo, avrebbe dovuto essere consegnata agli Stati Uniti. Gli alleati europei della NATO erano delle mezze cartucce, essendosi «tirati un po’ indietro» in Afghanistan, dove l’Italia perse 53 soldati.

«Insultare l’Italia quando avevamo pagato un tributo di sangue in Afghanistan è stato un affronto brutale», ha detto Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei deputati e confidente di lunga data di Meloni.

La signora Meloni fece del suo meglio per porgere l’altra guancia. «È evidente che con Donald Trump pensavo che le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke», mi dice. «Le cose sono andate diversamente».

«Diversamente» è un eufemismo. A giugno è diventata la prima di diversi leader europei insultati a rispondere duramente a Trump. Di conseguenza, rivela, lei e Trump non si parlano da diverse settimane.

Per lei, la linea rossa era stata superata per la prima volta in aprile, quando Trump attaccò papa Leone definendolo «DEBOLE sulla criminalità, e pessimo in Politica Estera». La signora Meloni replicò che simili osservazioni erano «inaccettabili». Trump ribatté: era lei a essere «inaccettabile».

In Italia si possono criticare molte cose — la burocrazia, una carbonara, una nazionale di calcio un tempo gloriosa che per la terza volta consecutiva non si è qualificata ai Mondiali — ma non il Santo Padre, e certamente non TUTTO IN MAIUSCOLO.

Da lì in poi fu tutta discesa. Trump fece circolare la storia secondo cui la signora Meloni lo avrebbe «pregato» di scattare una fotografia insieme a giugno, al vertice del G7 in Francia.

Lei andò su tutte le furie. Rimproverò Trump: «L’Italia e io non imploriamo mai».

La deliberata fusione tra nazione e sé stessa esprimeva il suo senso di una missione volta a cambiare la percezione dell’Italia, da terra di bellezza e inefficienza a terra di intenti seri.

I valori condivisi con Trump furono messi in ombra dal suo principale obiettivo di politica estera: superare lo status di lunga data dell’Italia come ultima tra le grandi potenze e conferire peso geopolitico all’ottava economia più grande del mondo.

«Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, di un’Italia che si considera inferiore agli altri», mi dice durante la nostra intervista. Il suo obiettivo, afferma, è realizzare «la più grande rivoluzione che possa accadere in questa nazione — una rivoluzione dell’orgoglio».

Non si pente di nulla: «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante. Non decido la strategia italiana sulla base dei miei rapporti personali».

Alla domanda se lei e Trump si parleranno dopo la pausa estiva, esita. «Beh, vedremo».

Alla ricerca di una causa

La signora Meloni imparò presto a rifuggire la passività. «Sono cresciuta con l’idea di non valere nulla», scrive in «Io sono Giorgia», la sua autobiografia. «La mia reazione è stata impegnarmi con tutta me stessa per dimostrare il contrario».

Abbandonata da neonata dal padre, che partì per la Spagna e la cui morte nel 2012 la lasciò «indifferente», la signora Meloni seppellì in un «buco nero» il «dolore di non essere stata amata abbastanza», come scrive nel libro.

Si indurì. A 13 anni aveva deciso di non vedere mai più suo padre. Fu una scelta irrevocabile, come quando nel 2023 lasciò Andrea Giambruno, suo compagno e padre di sua figlia, Ginevra. (Un video e un audio avevano registrato quelle che sembravano essere sue volgari avances a colleghe. La relazione «finisce qui», scrisse lei la mattina seguente sui social media).

L’amore di sua madre, Anna Paratore, che ha scritto circa 140 romanzi rosa piccanti con lo pseudonimo Josie Bell, colmò il vuoto. La signora Meloni crebbe con lei e con una sorella maggiore nel quartiere Garbatella di Roma, una zona popolare con enclave della classe media, compresa quella in cui vivevano.

L’appartamento al secondo piano della sua giovinezza si affaccia su un grazioso cortile con aranci, pini, nespoli e palme. Da una finestra pende una bandiera palestinese; a Roma ce ne sono molte. Su un muro vicino è scarabocchiato: «Pensa poeticamente. Meloni fuori!».

Garbatella appartiene alla sinistra e le è sempre appartenuta. Eppure la signora Meloni, appena quindicenne, scelse la destra dalle radici fasciste.

La sua decisione nacque dall’indignazione, spiega. Gli assassinii mafiosi, a distanza di due mesi nel 1992, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due magistrati siciliani che minacciavano la mafia, ebbero su di lei un impatto travolgente.

«Ricordo che in una calda giornata di luglio guardavo le immagini in TV», dice, «e pensavo: non possiamo andare avanti così. Basta!».

Borsellino era stato un tempo vicino al Movimento Sociale Italiano di estrema destra, o M.S.I., fondato nel 1946 da ex appartenenti al partito fascista di Benito Mussolini. Quel partito marginale rimase estraneo al gigantesco scandalo di corruzione politica che travolse l’Italia nei primi anni Novanta, cosa che ne accrebbe l’attrattiva, dice la signora Meloni.

Telefonò alla sede dell’M.S.I. e scoprì che un ufficio del suo Fronte della Gioventù era «proprio dietro l’angolo».

Un giorno vi entrò. All’epoca, la destra post-fascista non aveva alcuna possibilità di arrivare al potere, e persino due decenni dopo, quando cofondò Fratelli d’Italia, il partito rimase per sette anni attorno al 3 per cento dei voti. Eppure lei perseverò.

«Non mi piace che siano gli altri a dirmi quali sono i miei limiti», dice. «Un “No” è una delle cose che mi mobilitano di più».

Un periodo «complesso»

Quell’ufficio della Garbatella oggi ospita una sezione del partito della signora Meloni. Lì ho trovato Marco Volponi alla guida.

Conosce la signora Meloni da quando erano adolescenti. Gli ho chiesto del logo del partito all’esterno, con la fiamma tricolore nei colori verde, bianco e rosso della bandiera italiana, simbolo adottato per la prima volta dall’M.S.I. e oggi ampiamente considerato una rappresentazione dello spirito del fascismo che continua ad ardere.

«Non è quella di Mussolini», mi ha detto Volponi, ripetendo la linea del partito. «È la fiamma del nostro ardore dal 1946 fino a dove siamo oggi».

La signora Meloni, appartenente a una generazione lontana dalla Seconda guerra mondiale, ha condannato ma non rinnegato del tutto il fascismo, affermando «la nostra opposizione a tutti i regimi totalitari e autoritari».

Nel suo discorso di insediamento disse che «il momento peggiore della storia italiana» fu quello in cui Mussolini promulgò le leggi razziali antiebraiche del 1938; migliaia di ebrei italiani furono infine mandati a morire durante la parziale occupazione nazista.

Nella nostra intervista, tuttavia, si riferisce al periodo fascista semplicemente come a un’epoca «particolarmente complessa». Così complessa che le sue conseguenze perseguitarono la sua infanzia e adolescenza.

Durante gli «anni di piombo», dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, gruppi neo-fascisti e dell’estrema sinistra erano determinati, per ragioni diverse, a rovesciare la Repubblica del dopoguerra. Attentati, assassinii e stragi provocarono più di 400 morti, compreso un presidente del Consiglio, Aldo Moro, ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse di sinistra.

Questa fu l’instabilità in cui crebbe la signora Meloni e che, in varie forme meno violente, perseguitò a lungo l’Italia. Fece della stabilità la propria parola d’ordine.

Portando il suo partito post-fascista nel mainstream, la signora Meloni si è rifiutata di definirsi antifascista, termine che per lei sembra indicare i gruppi di sinistra della sua giovinezza per i quali, nelle loro parole, «uccidere un fascista non è reato».

«Conosco il nome e la storia di tutti i giovani sacrificati sull’altare dell’antifascismo», ha scritto.

Sul terrorismo neo-fascista, la signora Meloni ha molto meno da dire. Due attentati di destra provocarono 102 morti soltanto a Milano e Bologna. Per lei, la sinistra era responsabile dei problemi dell’Italia del dopoguerra, e il periodo «complesso» in cui il suo partito affondava le radici era meglio lasciarlo da parte.

Parlando del fascismo italiano, dice nell’intervista: «È chiaro che, se guardiamo oggi a questa storia, è una cosa. Se l’avessimo guardata trovandoci nel mezzo probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?».

Lo storico R.J.B. Bosworth, nella sua biografia «Mussolini», scrive che la dittatura del Duce «causò la morte prematura di almeno un milione di persone». Morirono nei teatri di sterminio dall’Africa all’Albania e alla Jugoslavia e, non da ultimo, nella stessa Italia.

Mussolini bonificò anche le Paludi Pontine, costruì la Stazione Centrale di Milano e, si dice, fece arrivare i treni in orario.

Qualsiasi valutazione morale del regime di Mussolini sembra abbastanza chiara. Ma «l’Italia non ha mai fatto i conti con il fascismo», ha detto Davide Conti, uno storico. «Non ci fu una Norimberga perché nessuno la voleva e, se mettevi sotto processo i fascisti italiani, dovevi rivolgerti alla Resistenza, composta in gran parte da comunisti».

La signora Meloni ha beneficiato di questa esitazione, percorrendo uno stretto sentiero tra l’impegno per la libertà democratica italiana e una curiosa ambivalenza verso il periodo in cui quella libertà fu perduta.

Non fu lei ad aprire la porta all’estrema destra — lo fece Silvio Berlusconi a partire dalla metà degli anni Novanta, da presidente del Consiglio per un totale di nove anni alla guida di quattro governi. Ma lei fu la politica ideale per attraversarla.

Appena 14 anni dopo essere entrata nell’ufficio della Garbatella, fu eletta in Parlamento e divenne la vicepresidente più giovane nella storia della Repubblica. Due anni dopo, nel 2008, stabilì un altro record, diventando la ministra più giovane, a 31 anni. Il terzo record, quello della longevità di governo, la attende il 4 settembre.

L’estrema destra era sempre stata considerata «pericolosa, nostalgica, fascista, razzista, xenofoba», ha detto Rampelli, che guidava la sezione romana dei giovani dell’M.S.I. quando la signora Meloni vi aderì.

«Ed ecco una ragazza giovanissima, alta 160cm, bionda e con gli occhi azzurri, sorridente e sarcastica, che non aveva nulla a che fare con il fascismo — e da quel momento in poi, tutte le persone che continuavano a insultarci diventarono semplicemente ridicole», ha detto.

«Forse ero la persona giusta al momento giusto», suggerisce la signora Meloni.

Meloni e la marea della storia

Per capire l’ascesa della signora Meloni, sono andato a Piombino, sulla costa toscana, una città dell’acciaio un tempo prospera, le cui strade oggi sono silenziose. Per decenni dopo la Seconda guerra mondiale, la sua industria siderurgica impiegò più di 8.000 lavoratori. Oggi ne restano non più di 500.

Un tempo centro della Resistenza antifascista, Piombino è stata a lungo una roccaforte della sinistra e dei sindacati più intransigenti. Oggi, il partito della signora Meloni ha preso il sopravvento.

Francesco Ferrari è il sindaco. Avvocato elegante, è stato eletto nel 2019 come primo sindaco di destra dal 1945 ed è stato rieletto due anni fa. La sinistra — tra promesse vuote e cattiva gestione — ha esaurito la pazienza dei lavoratori di Piombino.

Si sono uniti a una vasta migrazione del XXI secolo dalla sinistra alla destra in tutta Europa da parte di una classe operaia arrabbiata con la globalizzazione e il suo costo in termini di posti di lavoro, con l’immigrazione incontrollata e con i valori estranei di un’élite urbana liberale.

Un cartello all’uscita della fabbrica, una distesa spettrale, recita «Grazie», accanto all’immagine di una stretta di mano. «Grazie di cosa?», ride Michele Nardini, che ha lavorato per 25 anni all’altoforno prima di perdere il lavoro nel 2024. «Ci hanno fregato».

Nardini ora riceve 1.250 dollari al mese di sussidio di disoccupazione. «Sono stato tradito da un’intera classe politica», dice davanti a un caffè nella piazza principale. «Siamo stati sotto la sinistra per 70 anni, quindi adesso darò 70 anni alla destra!».

Ferrari, il sindaco, sta cercando di rilanciare l’industria siderurgica e di diversificare l’economia della città verso l’acquacoltura, il turismo e altre attività adatte alla sua posizione sul mare di fronte all’isola d’Elba.

«Non ho alcun problema a pronunciare la parola fascista, o anche antifascista», dice Ferrari. Ma, suggerisce, il giudizio della gente di Piombino dimostra certamente la completa rottura del suo partito con i propri predecessori.

A luglio è stato raggiunto un accordo affinché un’azienda ucraina, un produttore siderurgico italiano e le autorità locali investano 3,7 miliardi di dollari per creare un impianto all’avanguardia. Ma Piombino ha già vissuto troppe promesse perché vi sia molto ottimismo.

Mirko Lami, ex alto dirigente del sindacato di sinistra C.G.I.L., che un tempo dominava, afferma che la signora Meloni non ha mantenuto le promesse. I salari sono «tra i più bassi d’Europa» e «il servizio sanitario sta andando a gambe all’aria».

Ferrari la pensa diversamente, sostenendo che è iniziata una rinascita urbana, e racconta una storia sulla leader del suo partito.

«Era il 2020 e Meloni venne in visita», ricorda Ferrari. Alla vigilia del suo mandato, dice, il Partito Democratico di centrosinistra aveva approvato un progetto per ampliare un’enorme discarica vicina, dove marcivano rifiuti maleodoranti.

«Giorni prima, pretese la documentazione sulla discarica, i dettagli del progetto di ampliamento, la natura dei rifiuti, le mie posizioni. E quando facevamo le riunioni, conosceva il dossier meglio di me!».

Il progetto fu abbandonato. Il sindaco sorrise raggiante. «Questa è Giorgia Meloni».

Una cerchia ristretta

Quando la signora Meloni entrò in carica, Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio italiano di centrosinistra, decise di regalarle un anello intelligente. Bill Clinton gli aveva consigliato che le decisioni peggiori erano il risultato di troppo poco sonno.

«Le dissi: “Giorgia, questo lavoro è bellissimo ma angosciante, per favore tieni traccia ogni notte di quanto dormi”».

La signora Meloni si liberò presto del dispositivo. «Pensava che stessi cercando di controllarla», ha detto Renzi.

«Non si fida di nessuno», mi ha detto Gianfranco Fini, l’ex leader dell’M.S.I. che ridefinì il partito come forza democratica nel 1995 e guidò la signora Meloni verso una rapida ascesa. «Fa i suoi calcoli da sola».

La signora Meloni lavora all’interno di una piccola cerchia che comprende sua sorella maggiore, Arianna, e diversi attivisti dell’estrema destra conosciuti in gioventù. A loro vanno i posti più importanti al Senato, nelle istituzioni culturali e altrove.

Il suo stile chiuso ha fatto infuriare la sinistra. Renzi, che guida un piccolo partito di centrosinistra chiamato Italia Viva, ha recentemente provocato un putiferio suggerendo che a governare l’Italia fosse «la famiglia Addams». Sta cercando di unire la sinistra per sconfiggere la signora Meloni alle elezioni del prossimo anno.

Elly Schlein, leader del Partito Democratico, il maggiore partito della sinistra, ha citato la misera crescita economica italiana dello 0,5 per cento, un calo dell’8 per cento dei salari reali, bollette energetiche tra le più alte d’Europa e ospedali pubblici impoveriti come prova di una «occasione storica sprecata».

«La stabilità può essere un valore, ma quando è immobilismo la gente non perdona», mi ha detto la signora Schlein parlando della signora Meloni.

La presidente del Consiglio replica nella nostra intervista. Snocciola una lunga lista di «parametri» — occupazione, inflazione, sbarchi di migranti irregolari, spesa sanitaria, spread di mercato. «Dimmi se non sono migliori!».

Questi numeri si sono effettivamente mossi in una direzione positiva, anche se talvolta solo marginalmente.

«Ma è possibile», dice con il suo caratteristico sarcasmo, «che io non abbia fatto nulla!».

«La cosa migliore che si possa dire è che non c’è stato alcun disastro», ha detto Veronica De Romanis, professoressa di economia alla LUISS Guido Carli di Roma, osservando che 1,2 milioni di italiani non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione, e che molti lasciano il Paese.

Ciò che la signora Meloni ha portato è disciplina fiscale. Con Giancarlo Giorgetti, rispettato ministro dell’Economia, il deficit di bilancio è sceso dal 7 per cento fino ad avvicinarsi al limite del 3 per cento dell’Unione Europea. Il debito italiano è stato promosso per la prima volta in 23 anni.

Per la signora Meloni, che nel 2014 disse «noi siamo per uscire dall’euro», la svolta necessaria per ottenere questo risultato è stata notevole.

Sapeva che l’Italia aveva bisogno dei fondi dell’U.E., compresi circa 221 miliardi di dollari di fondi per la ripresa dalla pandemia, un’enorme spinta per l’economia.

Così, come una brava tecnocrate europea, del genere che aveva disprezzato, la signora Meloni si è adeguata sul deficit italiano. Come un buon membro europeo della NATO, ha sostenuto l’Ucraina contro la Russia.

«Quasi tutto è reversibile», ha detto Salvatore Merlo, vicedirettore del quotidiano Il Foglio, che conosce bene la signora Meloni.

«Io sono Giorgia»

Se il padre della signora Meloni le diede poco, vivendo in Spagna le consentì almeno di acquisire una perfetta padronanza dello spagnolo. Il 7 ottobre 2021, in un discorso di 17 minuti a Madrid, pronunciò, non per la prima volta, parole che sono diventate il suo inno.

«Yo soy Giorgia! Soy una mujer!» e così via. «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana. Non possono portarmi via tutto questo! Non me lo porteranno via!».

«Loro» erano gli oggetti del disprezzo della signora Meloni: i «barbari di Black Lives Matter», come li definì; la sinistra che cerca di «trasformare l’Europa in uno Stato sovietico»; i Verdi che «ci mandano in bancarotta»; i «mostri» che propongono l’uso dell’utero surrogato.

Ho chiesto alla signora Meloni perché il suo grido di battaglia avesse avuto tanta risonanza. «Perché ha toccato una corda che milioni di persone sentivano», dice. «La sensazione di essere minacciati nella propria identità più autentica, più basilare. Ha dato uno slogan semplice a una ribellione emotiva».

Una parte di quella «identità basilare» è l’essere donna, dice la signora Meloni, senza spiegare in che modo ciò sia minacciato. Evita di rispondere quando le chiedo se sia femminista. Tende a giocare efficacemente con una cultura sessista, ricorrendo a un’autoderisione maliziosa.

Quando di recente si è diffusa online una fotografia deepfake generata dall’intelligenza artificiale che la ritraeva in lingerie, l’ha pubblicata sul proprio account Instagram. L’ha denunciata, più o meno, commentando però che «ha migliorato molto il mio aspetto».

La signora Meloni è stata criticata per aver scelto di farsi chiamare «il presidente» al maschile. Mi dice di ritenere che le femministe abbiano combattuto «le battaglie sbagliate» su questioni come le quote di genere.

«Ciò che mi interessa è se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei Ministri», dice, usando il nome formale del governo italiano e del suo primo ministro. «Quella è uguaglianza, non essere chiamata “la presidenta”».

Sostiene un percorso analogamente duro e pragmatico verso il rispetto globale per la sua nazione.

L’Italia doveva smettere di comportarsi come «la ruota di scorta di Francia e Germania», dice. Doveva essere «seduta al tavolo di quelli che stabiliscono la direzione» e aveva bisogno di stabilità — «non un punto di arrivo ma un punto di partenza», mi dice — per riuscirci.

La ricerca della signora Meloni di rimodellare l’immagine che l’Italia ha di sé è evidente nei piccoli dettagli. Quando parla dell’Italia, non si riferisce quasi mai alla «Repubblica» o al «Paese», ma sempre alla «nazione».

È un cambiamento marcato rispetto ai suoi predecessori, concepito per rafforzare l’idea di una comunità di sangue e cultura con pieno diritto a un rinnovato orgoglio nazionale.

Naturalmente una Repubblica è la casa di cittadini uguali; la nazione, per come la intende la signora Meloni, ha molto a che fare con un’antichissima discendenza italiana. Per questa ragione, l’immigrazione è stata una questione centrale e divisiva.

Questo mese, la signora Meloni ha guidato un ampio attacco dell’U.E. contro Sánchez, il primo ministro spagnolo, per le sue presunte politiche lassiste sull’immigrazione dopo che migliaia di migranti si sono riversati a Ceuta, il piccolo territorio spagnolo in Nord Africa.

Lo scontro ha dimostrato l’influenza della signora Meloni nello spingere l’Europa verso destra, così come la sua capacità di creare emozioni surriscaldate per alimentare la propria base di estrema destra.

In patria, le sue politiche migratorie sono state duramente contestate.

Ha autorizzato discretamente circa 450.000 visti per migranti destinati a lavorare nei campi e nelle fabbriche italiane e ad assistere la popolazione più anziana d’Europa. Ha inoltre ideato un piano di investimenti per l’Africa volto ad aumentare l’attrattiva del riuscire a costruirsi una vita in patria anziché partire.

Un piano per inviare i richiedenti asilo in Albania deve ancora affrontare ricorsi giudiziari e si è rivelato costoso, con risultati miseri. Sembrava un fiasco fino a quando, a giugno, l’Unione Europea ha approvato l’«uso» di «hub per i rimpatri» destinati ai richiedenti asilo in «Paesi terzi sicuri».

Questo ha consentito alla signora Meloni di rivendicare una vittoria nella politica europea sull’immigrazione.

La domanda che resta

Gli italiani sono circondati dalle vestigia dell’Impero romano. Sanno che l’apice della loro potenza è stato raggiunto molto tempo fa e conoscono la vanità delle grandi ambizioni. «L’Italia ripudia la guerra», recita la Costituzione del 1948.

Uno di questi promemoria si trova al Colle Oppio, un’area dietro il Colosseo che ospita le rovine delle terme dell’imperatore Traiano, dove la signora Meloni e il suo gruppo dell’estrema destra erano soliti riunirsi. Per la Meloni adolescente, il luogo assunse un’importanza quasi mistica.

«A Colle Oppio ho imparato a difendere le mie idee», mi dice la signora Meloni. «Sono diventata la persona che sono grazie agli anni della militanza giovanile».

Guido Crosetto, ministro della Difesa e cofondatore con la signora Meloni di Fratelli d’Italia, ha detto in un’intervista al ministero che lei «ha sacrificato tutto per ciò che ha costruito».

Intorno a lui erano appesi i ritratti di tutti i precedenti ministri della Difesa italiani, compreso Mussolini. Avendo lavorato in Germania per alcuni anni, ho provato a immaginare l’equivalente a Berlino. Un ritratto di Hitler esposto! Non ci sono riuscito. Fascismo è una parola diversa per tedeschi e italiani.

Me ne sono ricordato il 22 maggio, quando la signora Meloni ha pubblicato su Instagram un elogio di Giorgio Almirante, fervente fascista sotto Mussolini e fondatore nel 1946 dell’M.S.I., il precursore neo-fascista del suo partito. La sua concezione della politica vissuta «con passione, dignità e rispetto» sarebbe sopravvissuta, promise nel 38º anniversario della sua morte, e sarebbe stata sempre ricordata da una destra italiana determinata ad agire «con coraggio».

Almirante fu un importante collaboratore di una rivista razzista e antisemita, «La Difesa della Razza», pubblicata sotto Mussolini. Vi scrisse: «Il nostro razzismo deve essere quello del sangue nelle vene». Altrimenti, avvertiva, l’Italia sarebbe caduta nelle mani «dei meticci e degli ebrei».

Più avanti nella vita, Almirante abbracciò la democrazia. «Ci ha insegnato qualcosa di molto importante in termini di valori», mi dice la signora Meloni nell’intervista. «Che puoi combattere la tua battaglia con dignità anche partendo da una posizione iniziale molto marginale».

«Meloni non ha mai detto o fatto nulla di fascista», mi ha detto Stefano Feltri, che cura una newsletter su Substack chiamata «Appunti». «Ma non fa parte dell’Italia antifascista, della cultura della Resistenza che ha prodotto la nostra Costituzione».

Quest’anno la signora Meloni ha cercato di modificare quella Costituzione con un referendum che avrebbe sottoposto a un controllo politico più stretto i giudici italiani, da tempo malvisti dai leader di destra come una forza liberale.

La schiacciante sconfitta subita sul suo più ambizioso singolo provvedimento di politica interna è sembrata indicare che non tutti gli italiani si fidano di lei quando si tratta di potere.

«Una vittoria avrebbe portato in seguito a modifiche più profonde della Costituzione, nella direzione di un esecutivo più forte, di un sistema più presidenziale», ha detto Conti, lo storico. «Questo è il suo obiettivo fondamentale».

Eppure non c’è alcun segno di un crollo del suo sostegno. Si aggira attorno al 27 per cento, leggermente al di sopra del risultato ottenuto alle elezioni del 2022. Per ora, una sinistra divisa non ha una leader della sua statura, lasciando del tutto aperte le elezioni del prossimo anno.

Una nuova sfida è emersa alla sua destra con Roberto Vannacci, generale in pensione il cui nuovo partito, Futuro Nazionale, è cresciuto rapidamente. «Il nazismo ha certamente avuto alcuni aspetti negativi, così come tanti altri periodi storici», mi ha detto.

Ha invocato l’«omogeneità culturale» italiana, dichiarato che i gay «non sono normali» e sollecitato la «remigrazione» di 500.000 immigrati senza documenti.

«L’errore di fondo di Meloni è essersi annacquata», ha detto.

Il ritorno della destra?

Il risultato ottenuto dalla signora Meloni come presidente del Consiglio ha richiesto una moderazione disciplinata. Ma le sue posizioni passate e il suo nucleo nazionalista suggeriscono che, se fosse rieletta il prossimo anno e Marine Le Pen arrivasse al potere in Francia, le incertezze sul destino dell’Europa aumenterebbero. Anche l’AfD un giorno potrebbe governare la Germania.

«La memoria svanisce dopo tre generazioni», mi ha detto Thomas Bagger, ambasciatore tedesco in Italia. «Persino l’Olocausto non risuona più come un tempo, e nemmeno l’imperativo dell’integrazione europea».

Nazismo e fascismo non stanno tornando, ma il nazionalismo, la xenofobia e la guerra ai confini dell’Europa rappresentano una seria sfida per l’Unione Europea, mentre anche Trump e il presidente russo Vladimir Putin cercano di indebolirla o persino di disfarla.

«Nel migliore dei casi, Meloni vuole un’Europa leggera», mi ha detto Nathalie Tocci, professoressa alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies Europe.

Gli equilibri di potere sono già cambiati. Quest’estate ho visto la signora Meloni stare accanto a Macron, suo critico a fasi alterne, rispondendo alle domande dei giornalisti al primo vertice franco-italiano dal 2020, tenutosi in una sontuosa villa sulla Costa Azzurra.

«Non credo di essere nella posizione di dare consigli ai francesi su ciò che è meglio per loro», ha detto, volgendo lo sguardo verso Macron. «Perché non dimentico quello che è stato fatto a me».

Quando la signora Meloni fu eletta nell’ottobre 2022, la Francia provocò indignazione a Roma chiedendo che venissero monitorati «diritti e libertà» in Italia.

Qui, con una nota tagliente nella voce, la signora Meloni ricordava a Macron quella che considerava la sua presunzione. Da allora, la sua Italia si è dimostrata più stabile della Francia di lui.

Oggi la signora Meloni si muove con l’autorità di una leader affermata. Alla recente assemblea generale annuale di Confindustria, la più potente associazione imprenditoriale italiana, la sua voce è salita progressivamente di tono mentre diceva ai vertici dell’industria riuniti di non avere paura, «perché i tempi dell’incertezza sono i tempi del coraggio, e i tempi del coraggio sono inevitabilmente anche i tempi della scelta».

Quali scelte farà la signora Meloni non lo sappiamo. Ma conosciamo il consiglio che dà a sua figlia, Ginevra, che a 9 anni sta imparando il coreano: «Prendi la strada lunga, perché le scorciatoie sono sempre un’illusione».

Come influisce su di lei, ho chiesto alla signora Meloni, l’imminente traguardo alla fine del più lungo percorso politico?

«Sai, la gente mi dice: “Giorgia, devi renderti conto che hai fatto la storia!” e io riesco solo a pensare a tutti questi ragazzi che, dopo la mia morte, un giorno diranno: “Mamma mia, oggi pomeriggio devo studiare Giorgia Meloni!”».

La donna che ha fatto la storia scoppiò a ridere.


Elena Basile: “L’UE non è l’Europa”


(Elena Basile – lafionda.org) – Ho letto con molto interesse l’articolo di Lucio Baccaro uscito giorni fa sulle pagine del Fatto quotidiano. Vi sono riassunte brillantemente le tesi di coloro che, nell’area del dissenso, si schierano contro il progetto europeo, privilegiando il ritorno allo Stato nazionale.

Naturalmente, la sinistra (che oggi non è rappresentata dai socialisti europei o dal PD in Italia) si distingue dalle destre in quanto considera possibile il ritorno allo Stato nazionale senza dover necessariamente sfociare nel nazionalismo sovranista caldeggiato dalle destre radicali europee.

In sintesi, richiamandosi al pensiero del filosofo W. Streeck, Baccaro enumera i difetti dell’UE: priva di legittimità democratica e capace di incarnare ideali neoliberisti e, oggi, bellicisti, in netto contrasto con gli interessi dei popoli.

Siamo tutti perfettamente d’accordo. Aggiungerei che l’UE, da Maastricht in poi, ha tradito il liberalismo e i diritti sociali, pur inscritti nei suoi trattati, divenendo un’organizzazione autocratica che non conosce la divisione dei poteri e che ha dato vita a una moneta unica in una zona economica afflitta da grandi divergenze, attuando il compromesso tra creditori e debitori a esclusivo vantaggio dei primi. L’UE — un ibrido tra il modello tedesco basato sulle esportazioni e il colbertismo francese, per quel che riguarda i poteri economici della Commissione — ha rinnegato i diritti umani e la libertà di espressione, sanzionando scrittori, politologi e funzionari dell’ONU colpevoli di criticare la NATO o Israele, e ha appoggiato politiche oppressive, chiudendo i conti ai canali social del dissenso, come Visione TV di Francesco Toscano. La burocrazia europea è ormai una cinghia di trasmissione tra le lobby e i popoli, che scavalca i residui di democrazia nazionale.

C’è tuttavia un dettaglio che Baccaro e tanti altri amici continuano a dimenticare: l’UE non ha nulla a che vedere con il sogno sovranazionale europeo. Essa incarna l’Europa delle Patrie e degli interessi nazionali.

L’integrazione europea realizzata fino a oggi è un fallimento evidente. È il risultato dell’approccio Monnet: una costruzione settoriale, prima commerciale, poi economica, monetaria e infine della difesa. Non si è mai mirato all’Europa come unione politica, come Stato federale, democratico e sociale. Salta agli occhi il paradosso: sarebbe come criticare lo Stato italiano per l’operato del suo Governo, cancellando la Costituzione italiana, mai pienamente attuata. La Costituzione è invece, per molti di noi, il riferimento in base al quale il Governo può essere criticato per le sue carenze oggettive; allo stesso modo, il sogno sovranazionale europeo è il modello teorico che ci permette di evidenziare i molteplici fallimenti dell’UE.

Come ho tentato di illustrare in Approdo per noi naufraghi, il filosofo J. Habermas ha risposto a Streeck ribadendo la possibilità che esista un popolo europeo, basato sulla sua storia e, come E. Morin ha sottolineato, sul contrasto alla barbarie in virtù del cristianesimo, della Rivoluzione francese, del liberalismo, del socialismo, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione contro il genocidio, ecc. In questa fase di capitalismo finanziario selvaggio e di “società dell’1%”, un operaio o un precario tedesco ha molto più in comune con i propri omologhi italiani che non con l’élite del proprio Paese. La nazionalizzazione degli interessi è uno sbaglio anacronistico.

Il ritorno alla comunità nazionale non rende più facile la lotta politica e sociale per una società più giusta: i rapporti di forza restano gli stessi, l’élite si collega a poteri transnazionali e la manipolazione della società civile permane. Il Regno Unito è uscito dall’UE: vi sembra che abbia fatto molti progressi? Le difficoltà che si riscontrano in Europa nel mandare a casa la maggioranza Ursula sono le stesse che incontriamo all’interno del Paese per sconfiggere la destra populista e quella tecnocratica (ovvero le destre e il PD).

Abbiamo costruito lo Stato nazionale italiano cercando di unificare gli interessi e di uscire dal “particulare” guicciardiniano, salvaguardando al contempo dialetti, gastronomia, tradizioni e diversità territoriali. La stessa operazione potrebbe essere compiuta in Europa; Mazzini, non a caso, auspicava l’unità d’Italia parallelamente all’Europa unita.

Ribadire l’omogeneità del tessuto sociale e culturale a livello nazionale si scontra con la medesima “complicità del sentire” che esiste a livello regionale o cittadino: ha senso contrapporre Roma a Berlino così come Palermo a Milano?

Viviamo in un mondo globale e interconnesso, dominato dalle lobby internazionali e dai grandi fondi. L’élite di uno Stato nazionale resterà sempre dipendente da questi poteri forti. L’uscita dall’Europa non è un’opzione realistica: dal punto di vista economico sarebbe un suicidio. L’uscita dalla NATO (e Berlinguer lo sapeva bene!) ci porterebbe a un colpo di Stato della CIA. La riforma dell’Europa è difficile quanto quella dell’Italia, ma uno Stato federale europeo, democratico e sociale, avrebbe maggiori possibilità di inserirsi nel mondo multipolare e di resistere alle mafie internazionali.


Nella Lega ora è scontro aperto: i nordisti puntano a cacciare Salvini


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Da settimane, ormai, la leadership di Salvini alla Lega è messa in discussione all’interno del suo stesso partito. A guidare il fronte anti-salviniano sono i vertici lombardi, con il governatore Attilio Fontana e il segretario Massimiliano Romeo, che sembrano raccogliere il consenso di altri esponenti di peso del Carroccio. Alla base del malcontento c’è innanzitutto il calo dei consensi, che ha portato la Lega dal 34% ottenuto alle europee del 2019 a circa il 5% attribuito dalle principali piattaforme di sondaggio italiane. A questo si aggiungono divisioni ideologiche e valutazioni strategiche: i nordisti della Lega puntano a un ritorno alle tradizionali istanze federaliste e contestano quello che considerano un appiattimento del partito su temi genericamente di destra, sui quali altri partiti, primo fra tutti il secessionista Futuro Nazionale, sarebbero più credibili. Mentre nel Nord si valuta la costituzione di un’associazione culturale, sul modello di quella fondata da Vannacci, “Il Mondo al Contrario”, la Lega guarda alla tradizionale riunione di Pontida, che potrebbe rappresentare il banco di prova decisivo per la tenuta interna del partito.

Oggi la Lega si ritrova con meno del 6%: Winpoll e Piepoli danno il partito al 5,7%, SWG al 5,5%, BiDiMedia al 5,2%, Ipsos al 5,1% e YouTrend al 4,9%. I dati, provenienti dall’archivio dei sondaggi della Presidenza del Consiglio e relativi alle intenzioni di voto rilevate tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, restituiscono un quadro di forte ridimensionamento. Secondo molti, tra cui diversi esponenti dello stesso partito, la ragione di tale tracollo avrebbe un nome e un cognome: Matteo Salvini. A essere contestate sono alcune scelte strategiche, come quella di dare fiducia e spazio a Vannacci, che ha sfruttato l’occasione per fondare un proprio partito, e la virata ideologica verso i temi della sicurezza e dell’immigrazione, sui quali lo stesso Futuro Nazionale è considerato più forte. Allo stesso modo, viene contestato il progressivo accantonamento delle istanze federaliste, che per decenni hanno rappresentato il tratto distintivo della Lega.

Il malcontento verso l’attuale leadership è stato raccolto dalla dirigenza lombarda del partito, tradizionale roccaforte della Lega. Il 7 agosto, lo stesso Salvini ha convocato una riunione con i vertici lombardi nella sede della Lega di via Bellerio, a Milano. Secondo le ricostruzioni dei media, su 31 interventi almeno un terzo avrebbe espresso critiche nei confronti del segretario, mentre cinque esponenti gli avrebbero chiesto direttamente di farsi da parte. Tra i contestatori figurerebbero diversi esponenti di peso della regione: Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida ed ex deputato leghista; Massimo Sertori, assessore regionale lombardo; Giovanmaria Flocchini, sindaco di Pertica Alta, nel bresciano, e presidente della Comunità montana della Valle Sabbia; Fabrizio Sala, segretario provinciale della Lega a Bergamo; e Renato Pasinetti, sindaco di Travagliato, in provincia di Brescia. Bergamo, Brescia e Varese si sono schierate contro Salvini: le tre province, da sole, rappresentano oltre il 70% degli iscritti lombardi.

A guidare il fronte lombardo sono il presidente della Regione Attilio Fontana e il segretario regionale del partito, nonché capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo. Proprio nei giorni attorno alla riunione, i due hanno avanzato l’ipotesi di costituire un’associazioneformalmente di natura «culturale», che raccolga le istanze del fronte nordista. Secondo le ricostruzioni dei media, l’iniziativa sarebbe stata accolta con favore anche da esponenti di peso del partito, come l’ex governatore del Veneto Luca Zaia e il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Nelle ultime settimane, il movimento nordista avrebbe iniziato a raccogliere alcune proposte da portare al prossimo raduno della Lega. Tra queste c’è quella avanzata dallo stesso Romeo: «La Lega nazionale dovrebbe essere una Confederazione composta da Lega Nord, Lega Centro e Lega Sud». Tre soggetti fortemente identitari, ma uniti da posizioni comuni su temi come immigrazione, sicurezza e politica internazionale ed europea. Un modello che richiama quello tedesco della divisione tra CSU e CDU, con la convivenza tra una componente territoriale e una formazione nazionale.

Al momento, il movimento nordista non sembra proporre un nome alternativo alla leadership di Salvini, piuttosto un diverso modello di guida del partito. Intervistato dalla Repubblica, lo stesso Romeo ha ipotizzato di presentare la Lega alle urne come «squadra», così da «valorizzare di più le figure che in questo momento hanno maggiore credibilità agli occhi dell’opinione pubblica e un feeling forte con gli elettori, ovvero i nostri governatori». La «squadra» non implicherebbe necessariamente l’esclusione di Salvini, ma, stando alle parole di Romeo, un ridisegno del partito attorno a una leadership più diffusa e maggiormente legata ai territori. «Penso a una squadra che coinvolga Zaia e i governatori che in questo momento sono le persone che hanno maggior appeal nei confronti degli elettori», ha aggiunto Romeo intervenendo al Caffè della Versiliana, la tradizionale kermesse ospitata a Villa La Versiliana, a Marina di Pietrasanta; «Io aggiungo qualche sindaco», gli ha fatto eco Fontana. Lo stesso Fontana ha descritto la mobilitazione nordista come «una lotta che va nella direzione di ridare alla Lega quella capacità che l’ha sempre portata a essere un partito determinante nel nostro Paese», e non come «una lotta contro Salvini». Intervistato dal Corriere, tuttavia, ha detto di non escludere neppure l’ipotesi di chiedere a Salvini di dimettersi.

I prossimi giorni saranno determinanti per la Lega. Lo ha lasciato intendere lo stesso Romeo: «Noi la proposta a Salvini l’abbiamo fatta, stiamo aspettando che la colga». Il segretario regionale lombardo ha ribadito la necessità che il partito trovi una sintesi prima della riunione di Pontida, in programma il prossimo 20 settembre. Prima dell’appuntamento sul pratone, è previsto un primo confronto a Roma, l’8 e il 9 settembre, alle Officine Farneto.


Giorgia non ha più appigli in Europa e tenta di riattaccarsi al ciuffo di Trump


USA: MELONI AL NY TIMES, ‘SE SENTIRO’ TRUMP A BREVE? VEDREMO’

(Adnkronos) – “È evidente che pensavo sarebbe stato più facile con Donald Trump, viste le nostre posizioni convergenti su immigrazione e cultura ‘woke'”, ma “le cose sono andate diversamente”.

Lo dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista al New Yok Times. Meloni ha ammesso che con il presidente americano non si parlano da diverse settimane e alla domanda se lei e Trump avranno modo di parlarsi dopo la pausa estiva, ha detto: “Beh, vedremo”. Ma, ha aggiunto, “continuo a ritenere che l’unità dell’Occidente sia fondamentale. Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali”. 

GOVERNO: MELONI, ‘UGUAGLIANZA NON E’ ESSERE CHIAMATA ‘LA PRESIDENTE’ MA POTERLO DIVENTARE’

(Adnkronos) – “Ciò che mi interessa è se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei Ministri. Questa è uguaglianza, non essere chiamata ‘la presidente'”. Lo dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista al New Yok Times sulle critiche per aver scelto di farsi chiamare ‘il presidente del Consiglio’.

GOVERNO: MELONI AL NYT, PRIMA REGOLA È CHE NON DICO MAI QUALCOSA CHE NON PENSO

(LaPresse) – “Sono una persona che si impone delle regole. La prima regola è che non dico mai qualcosa che non penso. Non c’è modo di farmi dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in cortocircuito”. Così la premier Giorgia Meloni in un’intervista al ‘The New York Times’. “Credo che la gente veda la differenza. Capiscono quando qualcosa non è vero, è falso, e credo che questo sia il più grande errore che un politico possa commettere”, aggiunge. 


Trumpland e le lezioni da apprendere


(Tommaso Merlo) – Il debito pubblico americano ha superato di slancio la soglia dei 40 trilioni di dollari e a Wall Street si toccano gli zebedei mentre il resto del mondo attende di sapere se davvero Trump compirà il capolavoro di mandare in vacca gli Stati Uniti in neanche due anni. Manco le cavallette. La riduzione dell’abnorme debito era ovviamente uno dei motti dell’ascesa di Trump salvo poi rimangiarsi tutto strada facendo e diventare uno dei principali artefici della pericolosa impennata. E questo perché il pederasta newyorkese ha preso una valanga di voti promettendo ai poveri cristi una nuova età dell’oro, ma una volta alla Casa Bianca le palle d’oro se l’è fatte lui ed i suoi amici oligarchi a furia di arraffare e ridurre le tasse ai ricchi. Quanto alla motosega sventolata da quell’impasticcato di Musk era una cazzata pure quella, la spesa pubblica americana è aumentata a dismisura e questo anche per le astronomiche spese militari. Già, il bamboccione newyorkese ha avuto pure il fegato di promettere la pace nel mondo e pretendere il Nobel salvo poi bombardare il Creato a vanvera e collezionare pure epiche tranvate. Secondo le oramai rarissime fonti indipendenti, l’aggressione illegale all’Iran è costata oltre i 100 miliardi ma senza contare le basi militari americane sparite dalle mappe del Golfo Persico. E secondo i rarissimi osservatori non venduti al sistema, quello incassato dall’Iran potrebbe rivelarsi il colpo del ko per il malconcio sceriffo statunitense. Altro che egemonia suprematista, di questo passo Washington verrà riconquistata dai nativi americani anche del sud. Dai pionieri pallidi e genocidari europei, al trionfo del meticciato anche culturale. E dal fanatismo capitalistico alla cara e vecchia socialdemocrazia. Un Karma all’ennesima potenza con le nuove generazioni che sui banchi di scuola studieranno il fenomeno Trump ma allo scopo di evitare si ripetano certi scempi. Oh, yes. Il contaballe newyorkese verrà usato per insegnare ai cittadini l’importanza di collegare il cervello prima di andare a votare. In modo da non bersi le flatulenze propagandistiche ma sforzarsi di cogliere la persona che si nasconde dietro alla bocca zeppa di fregnacce dei politicanti. E nella vita contano i fatti. Se sei un palazzinaro figlio d’arte e quindi nato ricco sfondato e nella vita collezioni bancarotte e scandali e come passatempo abusi ragazzine, più che alla Casa Bianca dovresti finire dietro alle sbarre. Eppure un ceffo del genere è stato il candidato repubblicano alla presidenza per ben tre volte ed eletto due, a conferma di come un leader non è altro che il sintomo di un marciume di sistema ben più profondo e diffuso. Oligarchia capitalistica ai piani alti, anarchia consumistica a quelli bassi. Con classi delinquenti che non hanno fatto da filtro e masse che lo hanno votato per odio verso qualche nemico immaginario o perché speravano in qualcosa in cambio. Voto egoistico, non per il bene della propria comunità ma per riempire le proprie tasche e il proprio ego di sicurezze e identità farlocche e a buon mercato. Oh, yeah. Il delinquente newyorkese verrà usato per insegnare ai politicanti quanto sia dannoso concertare troppo potere nelle mani di una sola persona e quanto in democrazia sia fondamentale il bilanciamento tra poteri dello stato. E verrà preso ad esempio per dimostrare quanto siano letali i soldi in politica e che il lobbismo non è altro che corruzione legalizzata. O la politica è indipendente e ad esclusivo servizio dei cittadini, oppure è mafia elitaria che permette a potentati malintenzionati di scalare la democrazia. Oh, yep. Il bullo newyorkese verrà usato per insegnare ai genitori l’importanza di amare i propri figli per evitare che diventino dai narcisisti patologici dannosi a se stessi e al mondo che li circonda. E se qualcosa andasse storto a prescindere, aiutarli a curare le ferite infantili in modo da farli crescere mentalmente sani. Più che la malignità, a rovinare il mondo è l’inconsapevolezza su come funzioniamo come persone e sui danni che combina il nostro ego tossico. Già, il fenomeno Trump è una grande opportunità di apprendimento e quindi di crescita personale e collettiva da non sprecare. Di Trump è pieno il mondo e per evitare certi scempi, tutti devono fare la propria parte identificandoli e boicottandoli prima che facciano danni. Ma nel frattempo a Wall Street si toccano gli zebedei mentre il resto del mondo attende di sapere se davvero quello sferrato dall’Iran è il colpo del ko per il malconcio sceriffo statunitense. Quella chiavica immane di Donald J Trump potrebbe riuscire a mandare in vacca gli Stati Uniti che manco le cavallette.


Migranti, Olanda avvia processo trasferimenti verso l’Italia


Con il nuovo Patto Ue tornano operativi i trasferimenti dei richiedenti asilo verso il Paese competente. Oltre ai Paesi Bassi ci sono Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia

Migranti, Olanda avvia processo trasferimenti verso l'Italia

(adnkronos.com) – Anche l’Olanda si prepara a trasferire in Italia i cosiddetti ‘dublinanti’, i richiedenti asilo per i quali il nostro Paese è considerato competente secondo le regole europee. Diventano così sei i Paesi che hanno annunciato o già avviato procedure per riportare in Italia migranti arrivati nel nostro Paese e successivamente trasferitisi in altri Stati dell’Ue. Oltre ai Paesi Bassi ci sono Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia.

“Il 12 giugno è entrato in vigore il Patto su asilo e migrazione. Ciò significa che, a partire da tale data, tutti gli Stati membri sono tenuti a rispettare le disposizioni previste dal Patto. Questo significa che i trasferimenti verso l’Italia devono nuovamente essere effettuati in conformità con le norme del Patto. Stiamo pertanto avviando questo processo anche con l’Italia”, afferma all’Adnkronos un portavoce del ministero della Giustizia e della Sicurezza olandese.

“Sono in corso contatti per definire una procedura efficace per effettuare questi trasferimenti”, aggiunge il portavoce. “Questi trasferimenti costituiscono una parte importante del Patto e, pertanto, devono essere attuati correttamente”. L’Aia non ha ancora indicato quante persone potrebbero essere interessate né chiarito se le procedure riguarderanno soltanto chi è arrivato dopo il 12 giugno o anche i richiedenti asilo già presenti nei Paesi Bassi.

L’Olanda arriva dopo la Germania, che ha chiesto a Roma di rendere operativi i trasferimenti dei “dublinanti”, e dopo Austria e Svizzera. Il fronte europeo, tuttavia, non è compatto. Francia e Spagna, almeno per ora, non hanno riattivato i trasferimenti verso l’Italia. Madrid punta sui meccanismi di solidarietà previsti dal nuovo Patto, mentre Parigi ha indicato la volontà di proseguire la collaborazione con Roma.


Carlo Freccero: “Il woke è morto, Trump invece resta: attenta sinistra!”


“Quella follia ha sostituito i diritti sociali reali con fenomeni folkloristici e del tutto minoritari”

“Il woke è morto, Trump invece resta: attenta sinistra!”

(estr. di Letizia Giostra – ilfattoquotidiano.it) – […] Era la primavera del 2020 quando George Floyd venne ucciso durante un fermo della polizia a Minneapolis. Il Black Lives Matter torna in strada e le ultime parole dell’afroamericano diventano l’inno del movimento. A dilagare sui social network invece è la culture woke, che in quel periodo raggiunge il suo apice. Il fenomeno decolla e arriva Italia, sintetizzato con l’espressione: “Non si può dire più niente”. Il wokismo americano, però, ha avuto anche dei nomi di rilievo. Tra i sostenitori, infatti, spunta il nome di Alexandria Ocasio Cortez, uno dei volti principali della nuova (e giovane) sinistra americana. Ma nella sua recente intervista alla Abc, la deputata dem seppellisce il suo passato virtuale. Per farlo, cita il post del consigliere comunale Gen Z di New York, Chi Ossé, che il 19 giugno su X scrive: “Woke 1 was crazyyyy”. Cambia posizione anche il sindaco della Grande Mela, Zohran Mamdani, che durante il periodo delle proteste del Black Lives Matter si era schierato a sostegno del movimento Defund the police per tagliare i fondi delle forze dell’ordine statunitensi. “Qualche volta quello in cui credi può cambiare ed evolversi, e so che ci sono ancora persone che credono in questo”, ha detto il 34enne che con la sua vittoria a New York è diventato l’apripista dell’attuale avanzata della sinistra progressista. Ma con il dietrofront di AOC si apre un nuovo capitolo sulla cultura woke. Per la possibile candidata alla Casa Bianca, la formula per la vittoria è meno woke, più economia.

“Il primo woke è stato folle”. Una frase che ha scatenato terremoti

Il woke è una follia. Questa constatazione di buon senso non viene sostenuta in America da un conservatore, ma è stata pronunciata in tv da A. Ocasio Cortez, considerata nel passato prossimo una delle più ferventi sostenitrici della ortodossia woke. Al woke andrà progressivamente sostituita, per Cortez, l’economia. La “sinistra” italiana che si ispira alla tradizione dem americana degli ultimi anni, vede in Trump un incidente di percorso che può essere rimosso per ritornare alla precedente normalità. Le cose non stanno così. Anche se Trump dovesse perdere le elezioni e veder ridimensionato il suo potere, non ci sarà un ritorno al passato.

[…]

Perché?

L’America è cambiata e se Trump viene oggi messo in discussione dal suo stesso elettorato, questo fenomeno non è dovuto al fatto che il suo programma elettorale venga contestato. Al contrario oggi Trump è contestato dai suoi per non aver applicato il programma. E quel programma era tutto concentrato sull’economia a scapito della finanza, sui bisogni materiali della popolazione anziché sulle speculazioni delle élites. Non si produce ricchezza reale a partire dalla moneta, ma a partire da una produzione reale che crei posti lavoro ed una ricaduta sul tenor di vita della popolazione. Il famoso sogno americano costruito dal fordismo con l’aumento dei salari, viene revocato in contrapposizione a un sistema che produce ricchezza finanziaria svalutando i salari e il tenor di vita della popolazione.

E se il sogno americano andasse in frantumi, chi potrebbe ricostruirlo?

È paradossale che questa visione del mondo, che dovrebbe collocarsi a sinistra, sia stata sostenuta da un candidato conservatore. E che viceversa la cosiddetta sinistra degli ultimi anni abbia sostituito i diritti reali dei lavoratori, i diritti sociali degli americani con il diritto a perseguire e creare un’identità sessuale propria, tanto più appetibile quanto più paradossale, sino ad arrivare a fenomeni folkloristici come il matrimonio con un albero o con sé stessi! Oggi la domanda di un’America impoverita non va in direzione di un’identità sessuale folkloristica, ma di esigenze reali di sopravvivenza! I Gay Pride non danno da mangiare alle famiglie. Attenzione: gli americani sono naturalmente anticomunisti ed il fordismo non è stato un fenomeno nato dal basso, ma dall’alto, dal Capitalismo stesso per creare consumo anche a livello di massa e non solo d’élite, in modo da distenere la produzione industriale. In questo senso l’elettorato si aspetta che il benessere sociale non venga promosso dal basso ma dall’alto. Ma questo benessere non può più essere ignorato a favore di minoranze woke.

Qual è stato il momento in cui il presidente americano Donald Trump ha perso la fiducia dei suoi elettori?

Trump ha deluso il suo elettorato nel momento in cui all’economia reale ha sostituito la tecnologia d’avanguardia alla produzione reale, l’economia alla guerra. Ma dopo di lui niente, a destra e a sinistra, resterà come prima. Per la prima volta si parla della nascita di un terzo Partito in grado di competere per la prima volta con i due partiti tradizionali. E anche personaggi ortodossi del woke come Ocasio intuiscono di dover cambiare pelle per sopravvivere.

Anche Ranucci è finito nel mirino della culture woke per alcune sue affermazioni.

Io voglio che ci sia sempre Ranucci, ma vorrei ci fossi io direttore e avrei detto a Ranucci di fare un programma speciale, unico contro tutti, al modello di Costanzo, dove ci sono invitati anche tutta la destra, e lui risponde a tutto quanto. Questa è l’unica cosa che chiedo a Ranucci, come penitenza per l’amicizia con Lavitola. Ma Ranucci deve rimanere lì, eccetera. Non fare… Io non ho nulla a vedere con l’aspetto… È diventato un problema molto grosso.

La destra ha reso indispensabile Ranucci, e il suo errore è proprio questo. Cioè, se la destra non fosse intervenuta addirittura, se anche la seconda carica dello Stato non fosse intervenuta per dire come si fa il programma forse si sarebbe andati verso la sostituzione, ma nel momento stesso in cui tutta la destra decide che occorre in qualche modo cambiare il programma, insomma è una follia pura, per cui lui rimane, capito? È un paradosso. La comunicazione è paradossale, vive di paradossi, quindi se in partenza poteva immaginare, ora non è più.


Lavitola, lettera alla compagna: “Ho commesso errori, ma ormai è tardi’


LAVITOLA SCRIVE DAL CARCERE, ‘NON SONO LUCIDISSIMO, HO CHIESTO DI LAVORARE’

(ANSA) – ROMA, 20 AGO – L’ex editore Valter Lavitola, arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, ha inviato dal carcere di Rebibbia una lettera destinata alla compagna italo argentina. È quanto riferito in un servizio del Tg1, che ne mostra alcuni passaggi.

“Non sono lucidissimo, anche se sto bene – le ha raccontato Lavitola – Spero di avere i domiciliari, comunque ho chiesto di poter lavorare, qui in carcere ti assicuro è molto più pesante l’impotente attesa”. Nella lettera Lavitola ammette di aver commesso errori: “avrei dovuto ascoltarti – dice alla compagna – ma oramai è tardi”. In un passaggio l’imprenditore sostiene di “essere stato abbandonato” dall’ex premier Silvio Berlusconi. In un altro passaggio scrive: “Ho provato sofferenze e frustrazioni”.