
(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Il cosiddetto partito di Vannacci ha il vento in poppa. Se non ne parli lo sottovaluti e fai il suo gioco, se ne parli (e ovviamente lo critichi) fai ancora di più il suo gioco perché lo demonizzi. La tempesta perfetta. Sforzandosi di prendere per un attimo sul serio questo imbarazzante e pallosissimo accrocchio politico, viene da dire che forse il Generale Irrisolto sta esagerando un po’ con l’idea della “feccia”. Allo stato attuale, Trapassato Remoto (di “futuro” questa forza non ha nulla, quindi chiamatela con il nome giusto) è una forza politica piena di trasformisti e voltagabbana. E questo tutto sommato è abbastanza normale per qualsiasi forza di destra. Ma è pure una forza largamente composta da figuri ora improponibili, ora con inciampi giudiziari tremebondi e ora con un livello politico praticamente rasoterra (quando non tutte e tre le cose insieme). E anche questi aspetti, a pensarci bene, sono assai tipici dei partiti di destra italiani. Quindi, sotto ogni punto di vista,
[…] Trapassato Remoto non ha nulla di nuovo e tutto di bolso. Prendiamo ora in esame alcuni soggetti raccattati dal generale irrisolto. Laura Ravetto. Ex Forza Italia, ex Lega. Già macchietta 15 anni fa quando andava in televisione con il Blackberry. Sempre a un passo dallo sbrocco, tipo molti anni fa con Aldo Busi e peggio ancora di recente con una povera giornalista di RaiNews. La Ravetto era divenuta la riserva della riserva della riserva del centrodestra. Ora con Vannacci torna titolare. Son soddisfazioni! Emanuele Pozzolo. Qui si toccano vette leggendarie. Pozzolo è quello dello sparo di Capodanno, è quello che – stando ai racconti di Fini – fu scartato da Alleanza Nazionale perché ritenuto davvero improponibile, è quello dell’incidente automobilistico con annesso alcol test appena appena fuori regola. Un genio. In qualsiasi altro paese, uno come Pozzolo non farebbe mai politica, o comunque non lo voterebbe nessuno. Da noi invece è stato eletto in Parlamento e verrà pure gloriosamente rieletto l’anno prossimo. Viva l’Italia! Domenico Furgiuele. Altro genio contemporaneo, ex Lega, orgogliosamente nostalgico del Duce, convinto che Gramsci nel carcere di Turi facesse una dorata villeggiatura. Lambito in Calabria da una vicenda giudiziaria non proprio edificante, più volte al centro di inchieste giornalistiche vagamente impietose da parte di Report, Repubblica e Il Domani. Insomma: ha tutte le carte in regola per stare dove sta.
[…] Gianni Alemanno. Non ha fatto in tempo a uscire dal carcere che subito è stato accolto, celebrato e sdoganato da Vannacci. Nel partito del Generale Irrisolto non solo la questione morale non esiste, ma viene pure rovesciata: se sei stato indagato, meglio ancora condannato, e se sei pure orgogliosamente fascista, hai le porte spalancate per fare carriera: il mondo (veramente) al contrario. Accanto a un consesso così sontuoso di statisti illuminati e garbati, non sfigurerebbero Mario Adinolfi, Scaramacai, Mario Roggero, Jimmy il Fenomeno, Er Canaro e altri casi più o meno politici (e/o più o meno umani). I più speranzosi tra voi potrebbero a questo punto pensare che un simile partito, in virtù della sua pochezza, non avrà alcuna possibilità di successo. Macché! Proprio poiché forti di quelli che a noi paiono “difetti” non meno che vomitevoli, Trapassato Remoto farà il botto. Probabilmente andrà in doppia cifra. E risulterà decisiva nella vittoria della destra meloniana, che ovviamente (al di là dei litigi per finta) non vede l’ora di allearsi con Vannacci. Sia perché il Generale Irrisolto dice le stesse cose di Meloni e Salvini, sia perché Donna Giorgia – pur di confermarsi al potere – si alleerebbe con qualsiasi cosa. Persino con un palo della luce, un cedro del Libano o addirittura Pina Picierno. In Italia, si sa, più sei incapace, improponibile e vagamente antidemocratico, più hai possibilità di essere eletto. Funziona così. Buona catastrofe!

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Immersi più che mai, anche dopo il suo arresto, nei misteri di Valter Lavitola, partiamo da due tra i pochissimi fatti finora accertati. 1) Sigfrido Ranucci e i suoi famigliari sono le vittime dell’attentato mafioso del 16 ottobre a Pomezia che, pur con finalità “dimostrative”, poteva costare loro molto caro. 2) Il gip che ha arrestato Lavitola scrive: “Non è emerso alcun elemento… per ritenere che il giornalista […]
Fra otto giorni una volante tedesca caricherà una ragazza somala e ce la spedisce. La propaganda di Meloni sbatte sulle note in calce.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – “Mercoledì 19 agosto lei sarà trasferita in Italia. La polizia la verrà a prendere”. Sta scritto tutto su carta intestata del ministero dell’Interno tedesco, 25 giugno, centro di accoglienza in Baviera, destinataria una somala di ventidue anni, colpevole di essere passata da qui. Berlino non tratta: i dublinanti tornano al mittente.
Ieri mattina, intanto, Giorgia Meloni era su Instagram con la premier danese Mette Frederiksen, sorriso e “messaggio congiunto all’Europa”. Le uniche due donne a capo di un governo dell’Unione, ci tengono a precisare, unite contro “un’immigrazione incontrollata”. Cartolina e didascalia, con solo un mese e mezzo di ritardo sulla lettera bavarese.
Ma riavvolgiamo il nastro. Il 12 giugno 2026 entra in vigore il Patto sulla migrazione e l’asilo e il regolamento gemello sui rimpatri diventa in Aula «un accordo storico, frutto soprattutto del nostro lavoro». Ma in quello stesso pacchetto la responsabilità del Paese di primo ingresso sale da 12 a 20 mesi e chi riceve una richiesta di trasferimento non può dire di no: al massimo può solo spostare la data. Otto mesi in più di catena al piede, firmati con esibito orgoglio.
Poi arrivano i conti. Tra il 12 giugno e il 7 luglio le richieste sono 12 e Roma le respinge tutte e dodici, cioè fa l’unica cosa che il regolamento vieta. Il 15 luglio la Commissione promuove Spagna e Cipro e rimanda Roma a ottobre. La sovranità sbandierata da Meloni insomma è durata fino alla prima pagella.
E poi c’è Madrid. Il 1° agosto sospendiamo Schengen per chi arriva dalla Spagna, dall’8 agosto Madrid lo fa con chi parte dall’Italia, motivando con la “persistente pressione migratoria irregolare”. Ci hanno rispedito la stessa frase, cambiando solo il soggetto.
Giorgia ha smontato l’Europa dei vicini convinta che le lasciassero la casa intera. Adesso le suonano al campanello uno per volta. Fra otto giorni una volante tedesca parcheggia davanti a un centro della Baviera, carica la ragazza e ce la spedisce. I nostri genitori ci dicevano di leggere sempre le note scritte in piccolo nei contratti. La presidente del Consiglio era troppo impegnata nella propaganda, l’unica cosa che le riesce bene.
Nell’ordinanza che ha portato in carcere Valter Lavitola compaiono tre messaggi anonimi ricevuti da Sigfrido Ranucci nel gennaio 2025 e subito girati all’amico: annunciavano un piano per sostituirlo alla guida di Report con Federico Ruffo.

(di Gennaro Marco Duello – fanpage.it) – “Ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente. Cerca di cogliere, altrimenti rischi la salute”. Nelle carte dell’ordinanza che ha portato all’arresto di Valter Lavitola ci sono una serie di passaggi chiave che attestano come l’obiettivo fosse quello di non perdere il focus su di lui. E soprattutto di non perdere Report.
Siamo nel gennaio del 2025 e il clima su Ranucci è delicatissimo, con pressioni costanti da parte della Rai e della politica. Lo testimonierà la citazione in giudizio di Fratelli d’Italia per l’inchiesta “Mafia a tre teste”, tensioni che di fatto proseguiranno con la Direzione Approfondimento di Paolo Corsini, che richiamerà più volte, pubblicamente e in privato, Ranucci.
Alle 17.27.42 del 18 gennaio 2025 Valter Lavitola scrive a Sigfrido Ranucci su WhatsApp: “Appena ho un po’ di soldi, io faccio commissionare un sondaggio sulla popolarità dei personaggi. Vogliamo scommettere sui risultati????”. Cinquantacinque secondi più tardi, alle 17.28.37, il conduttore di Report gli inoltra tre messaggi che ha appena ricevuto da un mittente non identificato.
I due scambi sono contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare depositata il 10 agosto dal gip di Roma Iole Moricca, che ha disposto il carcere per Lavitola, indagato come presunto mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025, e per Gomes Clesio Tavares, attualmente all’estero. I messaggi sono stati recuperati dalla copia forense del telefono di Lavitola, sequestrato il 4 luglio scorso, e nel provvedimento sono riprodotti sia come screenshot sia in trascrizione.
Il primo, riportato alla lettera, dice: “Merc Ruffo ha incontrato braccio dx della Meloni x Report. Stai facendo di tutto per passargli il testimone. Porca troia Sigfrido”. Il secondo, inviato nello stesso minuto, contiene un insulto omofobo che l’ordinanza stessa trascrive in forma censurata, e prosegue: “ormai sta culo e camicia con tutti loro. Merc Donz ha detto ke a settembre Report deve passare nelle mani sue xké è ‘quello giusto e comunque tu sei vekkio'”. Il terzo, riportato a pagina 149, cambia registro: “Ho sentito poco fa uno di quei comunicatori lobbisti che gravitano attorno alla politica e mi ha detto, parlando del più e del meno e di Report, che il tentativo sarà quello di mettere quel signore lì e dargli un mandato in discontinuità con te”.
Su un punto il provvedimento è muto. I messaggi provengono, si legge testualmente, “da utente sconosciuto”, e l’ordinanza li trascrive senza scioglierne le abbreviazioni: nel testo restano i soli “Ruffo” e “Donz”, preceduti in entrambi i casi da “Merc” (mercoledì). Il gip non identifica le persone cui il mittente allude, non ne verifica le affermazioni e non le colloca in alcun modo all’interno della vicenda: nessuna di esse è indagata, né compare altrove nel procedimento. Federico Ruffo, però, è tra i papabili, con Massimo Giletti, a ereditare la scrivania di Report a testimonianza di quel segno di “discontinuità” di cui si fa riferimento nei messaggi messi agli atti delle carte.
Il motivo per cui quei tre messaggi finiscono in un’ordinanza cautelare è comunque un altro, ed è esplicitato nella pagina che li introduce. Servono a fissare il contesto. Sono, scrive il giudice, messaggi che “evidenziano il clima non sereno e lo stato di preoccupazione del giornalista che è messo in guardia sulla concreta possibilità che la conduzione del programma Report sia affidata ad altro professionista; circostanza che anche il Lavitola vuole scongiurare, tenuto conto dei suoi ambiziosi progetti politici”.
È la cornice dentro cui il gip colloca l’intera ricostruzione dell’accusa: quella di un progetto, coltivato da Lavitola almeno dal 2024, di portare Ranucci a candidarsi alle prossime elezioni politiche. Un progetto che, secondo il provvedimento, passava anche dal mantenimento del conduttore alla guida del programma, e che il giudice indica come movente dell’attentato. Il primo messaggio in cui compare la parola “sondaggio” nella chat tra i due – quello delle 17.27.42 – precede di meno di un minuto l’arrivo degli avvertimenti anonimi.
La settimana successiva la sequenza si ripete. Il 25 gennaio 2025, alle 13.30, Ranucci scrive a Lavitola: “Intanto la Rai ha emesso circolare per farmi fuori”. Tre minuti dopo gli inoltra una nota dell’Usigrai contro una direttiva dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi sulla responsabilità editoriale dei programmi, un intervento del senatore Walter Verini sull’autonomia dei conduttori e la circolare stessa. Poi commenta: “Arrivata circolare antiranucci”, e aggiunge che “Gasparri & company hanno chiesto il controllo di Ranucci e Rossi ha eseguito”.
Cinque mesi dopo, il 26 giugno 2025, davanti a un nuovo provvedimento disciplinare notificato al conduttore, scriverà la frase che il gip indica come snodo del ragionamento: “Ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente”.
Nel maggio 2026 arriva la seconda lettera di richiamo a Ranucci da parte di Corsini. Nelle carte c’è, integrale, il testo di un messaggio diretto del Direttore Approfondimento al conduttore, che di fatto anticipa i contenuti del richiamo: “Il testo non lascia spazio a interpretazioni e per tale motivo si riporta integralmente, si legge nelle carte.
Dopo l’arresto degli esecutori materiali, a fine giugno, la Rai ha sospeso le repliche estive di Report. Il comitato etico dell’azienda sta esaminando i rapporti tra Ranucci e Lavitola, e nelle ultime settimane sono tornate a circolare ipotesi di un cambio alla conduzione; l’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha ribadito che “Report è un brand della Rai, che continuerà a prescindere da chi sarà il conduttore”.
È in questo quadro che le pagine dell’ordinanza pesano. Non perché provino il piano di sostituzione annunciato dal mittente sconosciuto: su quello le carte non dicono nulla, e nulla verificano. Ma perché documentano che il timore di perdere Report accompagnava Ranucci almeno dal gennaio 2025 – attraverso atti aziendali reali, dalla circolare sulla responsabilità editoriale al provvedimento disciplinare del giugno 2025, fino ai richiami della Direzione Approfondimento – e perché secondo il gip è esattamente su quel timore che Lavitola ha costruito il proprio progetto.
Resta da capire come la Rai deciderà ora sul futuro della conduzione senza che quella decisione finisca per somigliare all’esito della pressione che le carte descrivono.

(Andrea Zhok) – Sta girando come una trottola un post che mostra come l’Italia sia oggi la quarta “potenza esportatrice” al mondo.
Export 2025: 643 miliardi di euro, quarti dietro Cina, USA e Germania. Surplus commerciale: +50,7 miliardi.
Frotte di amici di Giorgia si spellano le mani per spiegare che, vedete, il declino è storia vecchia, “la nave va”.
Ora, qualcuno si potrebbe chiedere come mai a questo trionfo faccia riscontro una crescita 2025 dello 0,5%, confermata per il 2026.
Un interessante confronto è che per le prime 3 posizioni la Cina è cresciuta del 5% , gli USA del 2,1%, mentre la Germania ha fatto persino peggio di noi (+ 0,2%).
Ora, non è che ci compiacciamo del declino, giuro.
Sarei il primo a felicitarmi se questo fosse il segno di una reale inversione di tendenza.
Purtroppo è la solita pubblicità ingannevole.
Ovviamente una valutazione isolata dell’export non è un indice della salute economica di un paese.
Anche laddove fosse abbinata ad una grande crescita del PIL, da sola sarebbe una soluzione mercantilista che è fragile e di breve respiro (basta qualunque turbativa dei traffici (pandemie, guerre, dazi protezionistici – cito a caso) e il collasso è immediato.

Se però la crescita dell’export fosse abbinata ad una crescita dei salari e dunque del mercato interno, sarebbe comunque una buona notizia.
Ma così non è. Il mercato interno italiano è morto, i salari sono gli unici diminuiti negli ultimi vent’anni in Europa (e proprio questo facilita le esportazioni.)
A ciò si deve aggiungere che parlare di esportazioni italiane non vuol dire ancora quasi niente (e, se è per questo, neanche parlare di crescita del Prodotto Interno Lordo).
Infatti ciò che viene registrato è l’esportazione di merci prodotte in Italia, ma spesso la proprietà delle industrie produttrici è estera, francese, tedesca, olandese, ecc. Di conseguenza gli introiti della vendita all’estero rappresentano un beneficio in termini di profitto soprattutto per proprietari collocati fuori d’Italia. (Questo è quanto succede in molti paesi del Terzo Mondo, dove a fronte di crescite bandanzose del PIL, la ricchezza interna non cresce.)
(ANSA) – WASHINGTON, 10 AGO – Nel suo secondo mandato, Donald Trump sta seguendo il manuale tipico degli autocrati: indebolisce i contrappesi al suo potere e rende gli Stati Uniti meno sicuri. È l’allarme lanciato al Financial Times da ex alti funzionari della Cia che, dopo l’elezione del tycoon nel 2016, hanno creato il gruppo ‘The Steady State’.
Gli autocrati “seguono strategie piuttosto simili per quanto riguarda la conquista e l’esercizio del potere”, ha affermato Paul Kolbe, ex funzionario della Cia che ha prestato servizio in Unione Sovietica e nei Balcani e fa parte della rete creata dieci anni fa assieme ad altri 400 ex membri dei servizi.
“I meccanismi di controllo sono stati tutti smantellati e il peggio deve ancora venire”, ha avvertito Mark Zaid, avvocato ed esperto di sicurezza nazionale impegnato in una battaglia legale contro Trump dopo che la Casa Bianca gli ha revocato il nulla osta di sicurezza l’anno scorso.
Il gruppo ha sottolineato inoltre che che l’erosione delle istituzioni operata dal tycoon minaccia la democrazia americana e il contesto economico del Paese. L’intervento pubblico di questi ex funzionari, solitamente abituati a operare nell’ombra, testimonia il crescente allarme all’interno della comunità dell’intelligence Usa, rileva il quotidiano britannico.

(adnkronos.com) – Gli automobilisti sono tornati a fare i conti con benzina e diesel sopra i due euro. Quanto dipende dal petrolio e da Hormuz e quanto invece da tasse, margini e distribuzione?
A spiegarlo ad Adnkronos è Davide Tabarelli, presidente e fondatore Nomisma Energia: ”Un anno fa, in questo periodo, benzina e gasolio erano intorno a 1,65-1,70 euro al litro. Adesso siamo sopra i due euro per entrambi, nonostante gli interventi di sconto sul gasolio. “Un anno fa, in questo periodo, benzina e gasolio erano intorno a 1,65-1,70 euro al litro. Adesso siamo sopra i due euro per entrambi, nonostante gli interventi di sconto sul gasolio. L’aumento di oltre 40 centesimi è sostanzialmente legato alla crisi dello Stretto di Hormuz. Il petrolio è passato dai 60-70 dollari agli 85-90 dollari, ma soprattutto sono aumentati i prezzi dei prodotti raffinati. Abbiamo una carenza di capacità di raffinazione a livello mondiale, particolarmente evidente in Europa e in Italia. Per questo i prezzi dei prodotti raffinati sono saliti ancora più del greggio. E queste tensioni sono destinate a durare”.
E qual è invece l’impatto delle tasse?
“Sul prezzo finale alla pompa abbiamo circa un euro di tasse. Il margine del gestore è molto ridotto, intorno ai quattro centesimi al litro, e l’intero sistema distributivo pesa per meno di venti centesimi. Abbiamo però circa 20 mila punti vendita: è una rete molto frammentata sulla quale sarebbe necessario fare maggiore efficienza. Per il momento dobbiamo quasi considerarci fortunati se benzina e diesel rimangono intorno ai due euro. Non possiamo ancora escludere scenari da 2,50 o addirittura 3 euro al litro”.
Quando il petrolio sale, l’aumento alla pompa sembra immediato; quando scende, invece, gli automobilisti hanno l’impressione che i ribassi arrivino più lentamente. È solo una percezione?
“È soprattutto una percezione. Nel breve periodo si possono certamente trovare momenti in cui i prezzi scendono più lentamente del dovuto, ma nel lungo periodo queste differenze tendono a compensarsi.I consumatori, inoltre, ricordano molto di più gli aumenti delle riduzioni. Va anche considerato che le grandi compagnie petrolifere realizzano i loro margini soprattutto nella fase a monte e non hanno bisogno di guadagnare pochi centesimi in più sulla distribuzione”.
Quale sarebbe oggi, considerando quotazioni internazionali e cambio, un prezzo “giusto” della benzina? E quanto incidono accise e Iva?
“Da consumatore vorrei naturalmente un prezzo come quello degli Stati Uniti, dove la tassazione è molto più bassa. Ma in Europa finanziamo una parte importante della spesa pubblica attraverso le tasse sui carburanti. La tassazione della benzina è uno degli strumenti fiscali più efficienti e con minore possibilità di evasione. Quelle entrate servono poi a finanziare strade, illuminazione, ospedali, scuole e altri servizi pubblici. Quindi il prezzo attuale è quello espresso dal mercato”.

Parliamo dei cosiddetti carburanti “annacquati”. Quanto è esteso il fenomeno e quanto rischia di essere fuorviante?
“In Italia abbiamo oltre 20 mila punti vendita e, all’interno di un numero così elevato, può esserci anche qualcuno che mette in atto comportamenti illeciti. Ma parliamo di casi estremamente isolati. I motori delle automobili moderne, inoltre, sono molto sofisticati e non tollerano livelli significativi di contaminazione: l’automobilista se ne accorgerebbe rapidamente. Sono quindi episodi eccezionali che fanno molto rumore e rischiano di danneggiare l’immagine di un’intera categoria composta soprattutto da professionisti che lavorano correttamente e garantiscono la qualità del prodotto”.
Quali danni può provocare un carburante contaminato ai motori delle automobili moderne?
“Possono essere danni devastanti. Le automobili di oggi non sono più quelle degli anni Settanta o Ottanta: anche i motori di piccola cilindrata sono molto più complessi e richiedono carburanti di qualità elevata. Per ridurre i rischi è consigliabile rifornirsi presso distributori con marchi riconosciuti oppure, se si vuole risparmiare, presso i grandi punti vendita della distribuzione organizzata, che sono molto controllati. Bisogna invece prestare attenzione a prezzi eccessivamente bassi, che in qualche caso possono nascondere comportamenti poco corretti”.
Un ultimo consiglio agli automobilisti in partenza per Ferragosto: a cosa devono prestare maggiore attenzione?
“Tre cose. La prima, e più importante, è reagire razionalmente al segnale dei prezzi consumando meno. Non significa rinunciare a viaggiare, ma guidare con maggiore calma, andare più piano e rispettare i limiti: si consuma meno e si viaggia anche più sicuri. La seconda è utilizzare maggiormente il self-service e scegliere con attenzione i distributori con i prezzi più convenienti. La terza è osservare l’andamento delle quotazioni internazionali ed essere pronti a fare il pieno quando i prezzi scendono. Questi giorni potrebbero essere un buon momento, perché le tensioni potrebbero aumentare avvicinandoci a Ferragosto”.
(dagospia.com) – Splash! Giorgia, t’hanno rimasto sola! Dopo la vacanza alla Maddalena, la Meloni rischia di finire direttamente all’esilio a Sant’Elena, come Napoleone.
La gloria di aver riacquistato un ruolo di leadership in Europa, dopo il fallimento a colpi di “vaffa” della sua “relazione speciale” con Trump, incornando il leader spagnolo Sanchez, è durata lo spazio di 48 ore.
La famosa lettera, buttata giù insieme alla premier danese Mette Fredriksen, e firmata da 22 Stati Ue, è rimasta “lettera morta” che si è poi trasformata in un boomerang: dopo la firma, i leader le hanno fatto ghosting, guardandosi bene dal sospendere il trattato di Schengen con la Spagna.
Tutti hanno tra i piedi i loro Vannacci-Vox-Afd, nessuno vuole dimostrare di essere indifferente al dossier migranti, ma poi, di fronte al rischio rottura di una delle basi dell’Unione, hanno fatto i “morti a galla”, lasciando di fatto sola l’Italia.
Dopo l’intervento, democristianissimo, del commissario Ue alle migrazioni, Magnus Brunner (“Il sistema Ue ha retto, ma va aumentata la cooperazione”), a far saltare definitivamente la resurrezione politica di Giorgia Meloni, è stato il “vaffa” inaspettato di Friedrich Merz.
Come scrive oggi su “Repubblica” Lorenzo De Cicco, la premier è rimasta “spiazzata” dalla sortita del Cancelliere (il “Muro di Berlino”, spara oggi in prima pagina “il Giornale”), che vuole rispedire in Italia i migranti “secondari” arrivati nei land tedeschi dopo un primo approdo sulle coste italiche.
Scrive De Cicco: “Dopo la fragorosa crisi diplomatica con Madrid, Giorgia Meloni vorrebbe evitare strappi anche con la Germania di Friedrich Merz, che in teoria è considerato un leader ‘amico’, persino in sintonia con Roma sulle politiche migratorie: è entrato nel gruppo capeggiato da Italia e Danimarca che si riunisce prima dei summit brussellesi, proprio per discutere d’immigrazione”.
“Meloni – continua De Cicco -, è in una strettoia. Ai piani alti di FdI se la prendono sottovoce con Merz, che sarebbe mosso ‘da ragioni elettorali’, uno ‘sfoggio di muscoli’ per arginare l’avanzata dell’Afd, ‘in Sassonia’ in particolare. Sono in realtà le stesse critiche rivolte dalla Spagna a Meloni su Ceuta.
Ognuno ha il suo Vannacci. La sponda della Germania però è cruciale per Meloni, molto più di quella con la Spagna. Dopo ore tribolate e contatti informali tra Palazzo Chigi e la cancelleria tedesca, il governo ha deciso di tenere il punto.
Fonti del Viminale hanno fatto sapere che considerano ‘azzerati’ tutti i presunti ‘dublinanti’ (i migranti secondari, disciplinati dal trattato di Dublino) ‘arrivati in Europa prima del 12 giugno 2026’.
[…] I problemi sono due. Il primo: la Germania ha fretta, vuole che ripartano subito i trasferimenti. Il governo italiano al contrario frena […]”.
Davanti al “Muro di Berlino”, alla sirenetta del Colle Oppio, in vacanza alla Maddalena, non è rimasto altro che pigiare il pedale del frena: non può permettersi di trattare Merz come un Sanchez qualunque, vuole restare aggrappata alla giacchetta del cancelliere tedesco perché è l’unico salvagente che le è rimasto nel Vecchio Continente, e ha mandato avanti il povero Piantedosi per una replica annacquatissima allo strappo tedesco.
Da parte sua, la premier si è limitata a postare su Instagram messaggi e foto con la premier danese Mette Fredriksen (socialdemocratica ma ferocemente anti-migranti, avendo capito che la gestione dei richiedenti asilo è un tema prioritario per i cittadini).
La situazione, però, potrebbe diventare incandescente nelle prossime ore, con il possibile intervento di Ursula von der Leyen da Bruxelles.
La presidente del governo esecutivo europeo sarebbe intenzionata a chiudere entro ferragosto la folle corrida tra Italia e Spagna, ”invitando” di conseguenza Meloni a un passo indietro, rimangiandosi il trattato di Schengen e i controlli alle frontiere.
I segnali che arrivano da Palazzo Berlaymont non sono affatto rassicuranti, come ricorda ancora De Cicco: “La Commissione europea non commenta la disputa, ma già lo scorso 15 luglio aveva inviato all’Eurocamera un duro report sui migranti dei movimenti secondari.
Lodando gli sforzi di Grecia e Spagna, mentre per l’Italia registrava annotazioni critiche: dall’entrata in vigore del nuovo patto migranti, il 12 giugno, 8 paesi ci hanno chiesto di riaccogliere 12 migranti. Ma nessuno è rientrato.
La Commissione avverte l’esecutivo che ‘uno Stato ricevente non può rifiutare un trasferimento e deve proporre una data alternativa’ per farlo. Da qui l’invito ‘a rimuovere gli ostacoli, interrompendo le pratiche che finora hanno impedito i trasferimenti’”.
Aggiunge “Politico.eu”: “il dossier si è ormai spostato dalla gestione immediata dell’afflusso migratorio alla necessita’ di trovare una “via d’uscita” politica che permetta a Roma e Madrid di ridurre le misure senza apparire sconfitte sul piano interno”.
E’ probabile che per salvare la faccia e i cavoli, da leader che è imbattibile su come comunicare propaganda e panzane, la “Gigiorgia” di Trump sparerà le solite supercazzole con scappellamento a destra, ma la corrida italo-spagnola potrebbe lasciare qualche incornata anche nella sua maggioranza.
Come hanno ricostruito nei giorni scorsi i retroscenisti, all’iniziativa della Meloni ha provato inutilmente ad opporsi Antonio Tajani: come ministro degli esteri, per ragioni di grammatica istituzionale; come vice-presidente del Ppe, il partito popolare europeo di Ursula von der Leyen; e come leader di Forza Italia, finito sotto schiaffo di Marina e Pier Silvio Berlusconi.
E la Famiglia di Arcore ha interessi enormi in Spagna, a partire da TeleCinco, prima tv commerciale iberica.
E’ difficile pensare che le tensioni con Madrid lascino indifferente il presidente di MfE-Mediaset, Pier Silvio Berlusconi.
Comunque va detto che il disprezzo di Trump per Sanchez che rifiuta di scucire il 5% per la difesa Nato e nega l’uso delle basi militari spagnole agli aerei Usa diretti verso l’Iran, non c’entra nulla con la Plaza de toros messa in piedi dalla Meloni: il Bestione di Washington è lontanissimo ormai delle vicende europee, e se ne fotte delle beghe di piccolo cabotaggio tra gli stati “scrocconi” e “parassiti” dell’Ue.
L’attacco della “Thatcher immaginaria” della destra europea al leader socialista spagnolo sarebbe bensì frutto di un calcolo politico, insufflato da quel torello di Santiago Abascal, leader di Vox, partito sovranista caro alle casse della galassia MAGA in grande ascesa nei sondaggi.
Lady Giorgia sa bene che sul tema migranti e sicurezza si giocheranno le elezioni del 2027. E con il generale Vannacci che soffia sul fuoco, con i sondaggisti che prevedeno che Futuro Nazionale possa arrivare al 10% già in autunno, non può perdere tempo. Va ribadita la supremazia a destra di Fratelli d’Italia.
Qui, magari, si inserisce il “consiglio” dell’amato Santi Abascal: il governo di Pedro Sanchez traballa, è accerchiato dalle inchieste sulla corruzione e la crisi di Ceuta può essere il colpo di grazia.
“Yo soy Giorgia” non se l’è fatto ripetere due volte: Meloni vede in Sanchez, insieme al presidente francese Emmanuel Macron, il suo nemico più acerrimo.
Infatti, se i controlli per chi è diretto in Spagna costringono i viaggiatori a ore estenuanti in aeroporto, sta succedendo qualcosa di strano anche a chi ha deciso di svacanzare in Francia.
C’è chi segnala lunghe code, anche di due ore alla frontiera per controllare passaporti e carte di identità: è solo il caos per l’esodo della settimana di Ferragosto o uno scherzetto di Parigi per manifestare solidarietà a Madrid? Ah, saperlo…
Battilocchio-Bergesio si confermano stakanovisti d’Aula. Angelucci e Fascina sempre ultimi

(di Luca Bagnariol – ansa.it) – Tra conferme e sorpassi, la fotografia delle presenze in Aula dall’inizio della legislatura si aggiorna con i dati di questa prima parte del 2026.
Un bilancio che tiene conto delle votazioni elettroniche effettuate dai parlamentari, compresi i casi di congedo e missioni, appositamente segnalati nei tabulati, se autorizzati.
Fuori dal conteggio, per i loro impegni istituzionali, rimangono solo la Premier Giorgia Meloni, i ministri, i presidenti, i vicepresidenti e i questori dei due lati del Parlamento.
Con la scomparsa di Umberto Bossi, le cui assenze erano dettate dai suoi seri problemi di salute, il primatista assoluto tra chi Montecitorio lo vede ben poco è il deputato leghista Antonio Angelucci. Con una percentuale di assenze al 99,39%, senza aver preso parte ad alcuna missione, l’editore e re delle cliniche private, si conferma al primo posto di questa particolare classifica. C’è un dato, però, che sorride ad Angelucci: il numero di votazioni a cui ha preso parte sale in un anno da 13 a 112. La seconda posizione viene di nuovo occupata da Marta Fascina: l’ultima compagna di Silvio Berlusconi fa segnare un tasso di assenze pari all’87,77%, saltando quasi 16.000 votazioni e facendo registrare uno 0 nella tabella ‘assenze giustificate’.
Tra i leader di partito (con l’esclusione di chi ricopre incarichi di governo e dovendo comunque considerare gli impegni di segreteria e sul territorio) il leader pentastellato Giuseppe Conte risulta essere il meno presente avendo saltato l’83,14% delle votazioni, seguito a soli due punti di distanza dalla segretaria dem Elly Schlein (che si ferma all’81%). Rispetto allo scorso anno, va segnalato il confronto tra Matteo Renzi e Carlo Calenda. Il leader di Italia Viva, in Senato, occupa il quinto posto per percentuale di assenze (31,80%) molto lontana da quella – del 16,88% – registrata sempre a Palazzo Madama dal segretario di Azione. Renzi rimane però in vantaggio nel numero di votazioni effettive – 4157 a 3484 -, visto l’ampio ricorso alle missioni di Calenda: 3.185, quasi 2000 in più rispetto all’ex premier. Tra i vertici del Campo largo il discorso cambia con i due co-portavoce di Avs: Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni fanno registrare infatti rispettivamente il 67,39% e il 58,73% di presenze. L’unico leader di centrodestra non impegnato in ruoli di Governo, Maurizio Lupi, può vantare presenze pari al 92,63%, percentuale, questa, ‘aiutata’ dall’alto numero di missioni riconosciute dalla Presidenza di Montecitorio.
Conferme – rispetto lo scorso anno – anche sul fronte degli ‘stakanovisti’, dove la palma di più presente alla Camera finisce nuovamente nelle mani del deputato forzista Alessandro Battilocchio. Sono 18.213 le presenze registrate, con un tasso del 99,96% senza aver mai preso parte a missioni. Come nel 2025, lo segue a stretto giro il numero due di Avs a Montecitorio, Marco Grimaldi, che ha preso parte al 99,88% di votazioni senza nessuna assenza giustificata. Il dato più sorprendente tra i virtuosi del Transatlantico lo fa registrare la subentrante Irene Gori: dal 3 dicembre 2025, data in cui ha assunto la carica, la deputata meloniana ha fatto segnare una percentuale di presenze del 99,60%.
Passando al Senato, è il gruppo di Fratelli d’Italia a far registrare i dati più positivi sulle votazioni: 5 dei primi 10 posti della classifica degli assidui sono occupati da senatori meloniani (Paola Ambrogio, Gianni Berrino, Elena Leonardi, Costanzo della Porta e Etelwardo Sigismondo), tutti con una percentuale di partecipazione vicina al 100% e con poche missioni all’attivo. Dato registrato solo dall’ex ministra leghista Erika Stefani, con però più di 500 assenze giustificate. Per questo motivo, con una partecipazione al 99,99% e senza missioni o congedi, è il collega di partito Giorgio Maria Berghesio a portarsi a casa il titolo.
I dati delle assenze, tolti i cinque senatori a vita, fanno meno rumore. Guida la classifica la pentastellata Barbara Floridia, che ha saltato il 38,96% di votazioni a Palazzo Madama, ma su questo dato pesa il ruolo di presidente della Commissione di Vigilanza Rai. A chiudere il podio troviamo l’ex calendiana, ora confluita in Noi Moderati, Giusy Versace, con un tasso d’assenza del 35,95%, e l’ex presidente del Senato Marcello Pera, che si ferma al 35,70%.
Dal partito di Meloni ai giornali di destra fino al Tg1. Tra luglio e agosto 140 articoli sul “Giornale”

(di Marco Franchi – ilfattoquotidiano.it) – Ci sarebbe la regia dei vertici di Fratelli d’Italia dietro all’operazione che stanno portando avanti i giornali di destra contro Report. Un’operazione che, secondo fonti qualificate, parrebbe diventata negli ultimi giorni una vera triangolazione che parte dal partito della premier Giorgia Meloni e passa per gli uffici dei direttori de Il Giornale, Libero e Il Tempo – i quotidiani della famiglia Angelucci. Poi, di riflesso, ultimamente anche sul Corriere della Sera, per sbarcare direttamente sul Tg1 della Rai che confeziona dei servizi molto allineati alle richieste di FdI per fare rimuovere Sigfrido Ranucci dalla conduzione del programma o per far sospendere la replica delle puntate durante l’estate (cosa poi accaduta). Tirando fuori anche casi vecchi e già smentiti.
Tutto inizia a luglio, quando l’inchiesta sulla bomba nei confronti di Ranucci porta la procura di Roma a indagare Valter Lavitola. Il 7 luglio l’ufficio studi di FdI, guidato da Francesco Filini, braccio destro di Giovanbattista Fazzolari, confeziona un dossier che punta al conduttore di Report: “Spieghi l’amicizia col pregiudicato. Qual è il movente?”. Filini era stato anche il primo a chiedere a Ranucci, in tempi non sospetti, della sua possibile candidatura come leader del centrosinistra durante l’audizione del conduttore in Vigilanza Rai. Suggestione sempre smentita dal conduttore e usata per isolarlo. Ma la linea di FdI è segnata: cavalcare le indagini della magistratura per l’attentato che Ranucci ha subito lo scorso ottobre, di cui Valter Lavitola è il presunto mandante, e spingere sulle presunte pressioni che il faccendiere avrebbe esercitato su alcune inchieste di Report. Così i giornali di centrodestra hanno iniziato a battere quotidianamente. Prima con gli editoriali dei rispettivi direttori, poi con articoli di presunte inchieste. Prendendo a riferimento il Giornale, diretto da Tommaso Cerno, solo nei mesi di luglio e agosto, gli articoli pubblicati contro Report sono 140 ripresi poi da molte piattaforme social di informazione, tra cui Esperia, il cui direttore editoriale, Gino Zavalani, è il social manager di Alessandro Sallusti. A questi se ne sono aggiunti una trentina della Verità e 20 tra Libero e Il Tempo.
È successo anche 48 ore fa quando, nonostante i giornalisti di Report avessero continuato a negare l’indiscrezione sul commissariamento di Ranucci da parte della redazione, un servizio del Tg1 ha rilanciato l’ipotesi della sfiducia al conduttore e rincarato la dose con le polemiche sul documentario Food for profit di Giulia Innocenzi. Nel frattempo è iniziato sul Messaggero, quotidiano del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone (spesso oggetto delle inchieste di Report), anche un romanzo “a puntate” contro Ranucci.
“Pur di alimentare la campagna politica per la rimozione di Ranucci, il Tg1 fornisce un’interpretazione singolare dei più elementari doveri di correttezza aziendale”, commentano i consiglieri di amministrazione Rai, Alessandro Di Majo e Roberto Natale. Anche per i componenti M5s della Vigilanza guidati da Dario Carotenuto “è in atto un killeraggio mediatico contro Report inaccettabile: la campagna parte da alcuni media sulla base di notizie già smentite e viene rilanciata in ciclostile da maggioranza e governo”.
Intanto la Rai cerca di stringere i tempi per decidere il futuro di Report. In attesa dell’autorizzazione della Procura per l’audit interno su Ranucci – che dovrà verificarne la correttezza professionale in base al Codice etico aziendale – avanzata dall’azienda, prosegue il lavoro della commissione stabile che vigila proprio sul rispetto delle norme interne. E dopo un’interrogazione del governo, a firma di Galeazzo Bignami e Francesco Filini (Fdi), Fausta Bergamotto, la sottosegretaria al Ministero delle Imprese (quello che gestisce il contratto di servizio della Rai), ha di fatto aperto al processo delle fonti giornalistiche contro Report spiegando che spetta alla Rai valutare “l’eventuale avvio di uno specifico audit, tenuto conto dei caratteri di notevole complessità della vicenda”. Avendo valenza giudiziaria, l’audit potrebbe sovrapporsi all’inchiesta della procura.
Il camerunense è indagato per aver fatto da intermediario tra Lavitola e gli esecutori. Il cronista: «L’ho conosciuto nel 2019». E avrebbe fatto parte dei mercenari di Putin

(Enrica Riera e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – «Io Gomes l’ho conosciuto nel 2019 di passaggio al ristorante. Un gigante. Anche su di lui si aprono suggestioni, perché è stato nell’armata Wagner. Era il factotum di Valter Lavitola». Così a Domani Sigfrido Ranucci ha raccontato il suo incontro con Clesio Gomes Tavares, il tuttofare del faccendiere-ristoratore indagato dalla procura di Roma perché ritenuto il mandante della bomba al conduttore di Report.
È un ricordo importante quello del giornalista di Rai tre, utile a fare ordine tra le ipotesi e i sospetti sollevati nei giorni scorsi da alcune testate in merito alla conoscenza tra i due. Sospetti che sono diventati polemiche pretestuose perfino contro il documentario Food for Profit, realizzato e prodotto da Giulia Innocenzi e trasmesso dal programma, che raccontava il disastro degli allevamenti intensivi. Polemiche sollevate da alcuni giornali che hanno riportato anche la notizia, per primo il Messaggero, di un possibile commissariamento di Ranucci da parte della sua stessa redazione, ipotesi smentita, ma rilanciata dal Tg1.
Ma torniamo al ricordo che Ranucci ha consegnato al nostro giornale, poco dopo la perquisizione a Lavitola, e che fa luce su un inedito particolare sul passato del presunto intermediario dell’attentato dinamitardo. Un particolare che dà un nuovo profilo a Tavares Gomes come uomo vicino all’armata Wagner, un gruppo militare privato al servizio del Cremlino di Vladimir Putin.
Mercenari ai quali affidare le operazione più sporche e noti per lavorare in teatri di guerra assieme all’esercito regolare: dalla Siria all’Africa. E proprio sugli affari con il carbon credit di Gomes in Camerun si allungherebbe, risulta a Domani, l’ombra del gruppo paramilitare. Contattato, Gomes ha preferito non rispondere sulla sua appartenenza all’armata: non ha confermato né smentito. «Non dico niente», ha precisato. Per poi aggiungere: «A cosa serve rispondere a una domanda come questa?».
La famigerata Wagner aveva come capo Evgenij Prigožin, il cuoco di Putin trasformatosi nel grande destabilizzatore con tanto di golpe fallito, e morto in un incidente aereo tre anni fa. Dopo la fine tragica del leader, con la regia del Cremlino, l’armata ha subito un lento ridimensionamento finendo sotto il controllo governativo, con la possibilità di continuare a scorrazzare in Africa però.
Dove ha cambiato nome, ora i mercenari, in quasi tutti i paesi dove agivano, si chiamano Africa Corps, strumento della Russia per aumentare influenza e gestire interessi in quel lato del mondo.
Quel lato del mondo che il tuttofare di Lavitola da tempo frequenta per curare, in Camerun, il grande affare del carbon credit. Ma dietro si aggirerebbero anche gli interessi dell’armata della quale Tavares Gomes avrebbe fatto parte. Lo conferma a Domani una fonte che si era avvicinata al giro Lavitola per sondare una possibile attività imprenditoriale comune, idea naufragata quando ha sentito evocare il nome della Wagner. Il gruppo, in Camerun, non ha una presenza strutturata, ma viene utilizzato come paese di transito e passaggio.

Torniamo in Italia. La storia è nota. Il 16 ottobre 2025 una bomba esplode davanti al cancello di Ranucci, la procura sonda tutte le piste scartando quelle legate alla criminalità organizzata. E poi arriva agli esecutori materiali, all’intermediario e al possibile mandante, «l’amico fraterno» di Ranucci, Lavitola. Proprio quest’ultimo avrebbe ingaggiato il suo factotum per organizzare l’attentato.
Vite parallele, viaggi in Africa, fughe e servizi esplosivi per conto di Lavitola, «il suo figlioccio», ma al momento Tavares Gomes non ha avuto alcuna conseguenza. Gli inquirenti sono riusciti a individuare il gruppo di fuoco, finito arrestato con l’aggravante della modalità mafiosa, mentre l’intermediario e il mandante non sono stati raggiunti da alcuna misura cautelare e continuano a dichiararsi estranei alle contestazioni. L’intermediario non è mai tornato dal Camerun anche se a questo giornale aveva assicurato un suo ritorno in Italia nei giorni scorsi, quel Camerun dove anche Lavitola doveva recarsi prima della perquisizione.
L’ex faccendiere e pluricondannato ha continuato a mandare messaggi in queste settimane. A Domani aveva detto: «Se Ranucci dubita di me vado a sputargli in faccia». Successivamente aveva aggiunto: «Alla fine di questa storia sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere. Una cosa certa è che rovinerà la vita a me e spero che non la rovini a Sigfrido».

Intanto i vertici Rai, che ragionano su un nome alternativo a Ranucci, hanno avviato anche un approfondimento per verificare eventuali intromissioni nelle inchieste del programma, accuse e sospetti respinti al mittente da Ranucci che è stato ascoltato per cinque ore in Rai rispondendo a tutte le domande.
Dalla procura, può ricostruire Domani, non c’è alcuna preclusione all’avvio di un audit da parte di viale Mazzini che potrà quindi procedere a ogni verifica sulla trasmissione. Trasmissione che tornerà a novembre e dove – è arrivato l’annuncio sui social nei giorni scorsi – dovrebbe andare in onda un’inchiesta sui cantieri navali, la pista di cui si è parlato come causa dell’attentato, ma che secondo gli inquirenti non ha portato ad alcun riscontro.

(Matteo Masi – lafionda.org) – C’è un quadro globale che in Italia si fa finta di non vedere: nei fatti, la Cina è diventata il principale stabilizzatore geopolitico ed economico del pianeta, ed è oggi l’unica grande potenza a lavorare concretamente per la Pace.
Mentre le recenti tensioni e i conflitti in Medio Oriente (scatenati da USA e Israele) rischiavano di far schizzare i prezzi del petrolio sopra i 100 dollari — portandoci dritti verso una nuova crisi inflazionistica globale —, Pechino ha fatto l’esatto opposto di ciò che ci si aspettava.
Come confermano anche i dati di una recente analisi del The Economist, invece di alimentare la speculazione o farsi prendere dal panico la Cina ha agito da ammortizzatore:
Il risultato? Il mercato globale si è stabilizzato e l’economia mondiale sta evitando (per ora) un tracollo devastante.
A fronte di queste mosse, emerge chiaramente come la Cina si distingua oggi quale unica grande potenza a esercitare una leadership concreta tesa all’equilibrio globale, usando la propria forza economica come uno “scudo” contro le escalation di guerra.
E nei media italiani? Silenzio quasi totale.
Mentre il nostro governo fatica persino a mantenere lo sconto sulle accise a causa delle regole UE, nessuno ha il coraggio di dire la verità: se oggi non paghiamo benzina e Diesel 4 euro al litro, il merito è unicamente della Cina.

(Tommaso Merlo) – Il governo Meloni è il peggiore del dopoguerra sia per livello di meschinità che di inconcludenza. Entro i confini non combina nulla, mentre fuori pianta solo casini e si schiera puntualmente dalla parte sbagliata della storia. Quella dei genocidari, quella degli imperialisti americani che rapiscono capi di stato stranieri e strangolano popoli come quello cubano, quella dei guerrafondai di Bruxelles e dei kamikaze corrotti di Kiev. Ci mancava solo la ridicola bega di condominio con la Spagna, un paese che in questa fase storica vince il mondiale anche politico e culturale mentre noi non ci qualifichiamo neanche. La Spagna ha ufficialmente riconosciuto la Palestina nel 2024 mentre l’Italia no. La Spagna partecipa alla causa per genocidio presentata dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, mentre l’Italia rifiuta ufficialmente perfino il termine “genocidio”. La Spagna ha adottato un embargo permanente sulle armi israeliane mentre l’Italia ha continuato a collaborare anche militarmente con Israele a sterminio in corso. La Spagna ha chiuso il suo spazio aereo e vietato l’ingresso sul suo territorio di persone coinvolte nei crimini di guerra a Gaza, mentre l’Italia ospita regolarmente i terroristi dell’Idf per le vacanze, in modo si riposino perbene prima di ricominciare i massacri. La Spagna ha imposto un embargo commerciale sui prodotti provenienti dagli insediamenti illegali israeliani mentre il governo italiano ripete frasi strafatte per nascondere che è servo degli americani e quindi dei sionisti oltre che talmente inetto che non riesce nemmeno a comprendere certe dinamiche internazionali, figuriamoci a proporre qualcosa di politicamente rilevante. Una delle pagine più squallide del dopoguerra e la speranza è che il mondo sappia distinguere questo penoso governo dagli italiani che sono in gran parte schierati dalla parte giusta dalla storia. Quella dei palestinesi ma anche la propria, la storia costituzionale, quella della pace e del rispetto dei diritti umani ovunque e per chiunque. Quella della sovranità democratica e non del servilismo guerrafondaio ed ipocrita. E adesso ci mancava pure la meschina bega di Cueta, un’operazione organizzata dai servizi segreti israeliani e americani per punire l’odiato governo di Madrid come è risaputo nei paesi in cui la stampa è ancora libera. Un’operazione lanciata per colpire l’odiata Spagna di Sanchez la cui colpa principale è ovviamente essere schierata fermamente dalla parte del popolo palestinese, ma non solo. La Spagna ha fatto il dito medio a Trump quando si è messo a pretendere che i paesi europei aumentassero il pizzo alla Nato al 5% del Pil. La Spagna è tradizionalmente pacifista e non solo a chiacchiere come l’Italia ed ha negato agli Stati Uniti l’uso delle sue basi militari per le recenti aggressioni illegali contro l’Iran. La Spagna non lecca piedi e non svende i suoi valori e le sue convinzioni perché è una nazione indipendente e sovrana e non una meschina colonia come l’Italia che è in mano a sovranisti che in realtà non sono sovrani nemmeno di loro stessi. E quando pensi che a Roma hanno raggiunto il fondo, si mettono a scavare. Se c’è un paese in cui da decenni entrano clandestini che poi sconfinano verso gli altri paesi europei, è il nostro. Una Cueta permanente eppure è proprio l’Italia che come uno sciacallo si è scagliata contro la Spagna spingendosi ad essere l’unico ad applicare la sospensione di Schengen. Il bue che dà del cornuto all’asino ma anche una reazione così isterica e fuori luogo da far dubitare. O a Roma stanno facendo da sponda ai loro padroni americani e sionisti oppure siamo all’ennesima conferma di quello che passa il convento, il peggiore governo del dopoguerra. Ma inutile farsi illusioni, alle prossime elezioni si rilanceranno tutti all’arrembaggio delle poltrone come se nulla fosse. Prima di risalire sui palchi a sparare minchiate chiederanno ai sondaggisti cosa vogliono sentirsi dire i teleconsumatori, poi aggiorneranno i loro copioni, indosseranno la maschera da statisti de noialtri ed inizieranno a deliziare le platee in un clima generale di indifferenza, rassegnazione e disgusto per un sistema politico e mediatico che ha fallito da decenni ma si ostina a non voler finire nel cassonetto della storia. Negheranno, minimizzeranno, mentiranno, prometteranno spersi in un delirio ego poltronistico fattosi esistenziale per loro e letale per tutti noi. La speranza è che sempre meno cittadini si facciano infinocchiare e che nasca qualcosa di nuovo e votabile anche solo per non perdere la speranza nella democrazia e nell’esistenza di una alternativa politica ma anche culturale a cotanta meschinità. Qualcuno che a Roma invece di mettersi a scavare si metta a costruire un paese più simile alla Spagna, un paese indipendente e posizionato dalla parte giusta della storia. Quella dei popoli oppressi come quello palestinese ma anche della nostra, quella costituzionale, quella della pace e dei diritti umani ovunque e per chiunque.

(ilmattino.it) – L’imprenditore ed ex giornalista-editore Valter Lavitola è stato arrestato e portato in carcere perché accusato di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre scorso a Pomezia vicino Roma.
La misura cautelare è stata emessa dal gip di Roma nell’ambito dell’indagine della Procura – coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi – in cui si contesta anche il metodo mafioso. L’arresto è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo Investigativo.
Il programma del centrosinistra non può essere solo l’elezione del prossimo presidente della Repubblica nel 2029. Su pace, guerra, armi, Costituzione, ruolo degli organismi comunitari, internazionali, Onu, alleanze per la difesa, Nato e altro occorre chiarirsi per filo per segno

(di Maurizio Guandalini – huffingtonpost.it) – Elly Schlein può fare proprie le parole espresse da Papa Leone XIV e vedrà che sarà vicina a conciliarsi sull’Ucraina al sentiment di Giuseppe Conte. “La guerra – ha detto il Pontefice – non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze. È tempo di fermare la spirale di violenza e dare spazio alla diplomazia e al dialogo per aprire la strada alla pace”. È tempo di superare quel litanico, inutilmente scontato, riconoscere chi è l’aggredito e chi è l’aggressore. Occorre andare oltre il clima di pericolose contrapposizioni tifose e fanatiche tra russofobia e putinismo. O deteriorarsi in accuse di vannaccismo e salvinismo. In sostanza un fermo indotto ad aprire qualsiasi discussione che superi lo stallo di questi anni.
L’ho scritto diverse volte. La discriminante per tessere il legame della coalizione di centrosinistra è la questione Ucraina. Materia di politica estera delicata che va chiarita al millimetro da chi vuole governare. Non basta accordarsi su un generico no al riarmo. Star lì ad auspicare che tanto si troverà una mediazione tra i partiti del centrosinistra è qualcosa che sa di vecchia politica. Attendista. Inoltre è poca roba sventolare la convinzione di essere testardamente unitaria, come fa Schlein. Non fa altro che alimentare un superficiale approccio ai problemi quando è necessario sviscerarli, ponderarli uscendo da routinari atteggiamenti indistinti.
È consigliabile un rapido confronto. Che coinvolga tutti i partiti del campo largo, compresi i raggruppamenti centristi sparsi qua e là. Per la serie il programma del centrosinistra non può essere solo l’elezione del prossimo presidente della Repubblica nel 2029. Su pace, guerra, armi, Costituzione, ruolo degli organismi comunitari, internazionali, Onu, alleanze per la difesa, Nato e altro occorre chiarirsi per filo per segno, ora, quando non si capisce più nulla, e principi e funzioni sono interpretati nel mélange più astruso.
L’Europa oggi che fa come suo massimo storico? Invia altri soldi e armi a Kiev. Quello che sta facendo da sempre. Privandosi di ogni spinta negoziale. Diplomatica. Perché non c’è accordo tra i paesi europei. Una modalità che alimenta l’escalation e porta a ulteriori distruzioni e morti. Per quale obiettivo? Vincere la guerra? L’idea di poter “sconfiggere una potenza atomica” è un controsenso logico.
Il Pd, il più grande partito della sinistra europea rappresentato a Strasburgo ha la necessità storica di fare chiarezza. Il dossier ucraino occorre rivoltarlo come un calzino. Senza esitare. Prima di farlo divenire materia del contendere in un’eventuale corsa alle primarie (che è sempre saggio non fare) del campo largo. Memori di una condotta a salti tenuta al Parlamento europeo dove più volte il gruppo del Pd sul conflitto russo-ucraino ha tenuto quattro o cinque posizioni diverse. Si chiarirà, di fatto, anche la posizione con i cosiddetti riformisti dentro e fuori il Pd che si richiamano al punto di vista del Partito socialista europeo dentro il quale non è mai stata avviata una riflessione sui metodi e le decisioni prese nel corso di questi quattro anni di guerra.
Rivolgo a Elly Schlein dieci domande di buon senso che potrebbero divenire ordine del giorno del confronto dentro il campo largo (e tra i partiti del centrodestra dove l’esigenza di fare chiarezza soprattutto sulla condotta di questi anni con responsabilità di Governo richiede una verifica approfondita).
1. Chi ha il coraggio di affermare che l’Europa ha tenuto un atteggiamento deciso, convinto, foriero di risultati nel sostegno all’Ucraina?
2. Chi ha la dignità di affermare che è stata cosa buona e giusta inserirsi in armi a sostegno dell’Ucraina quando si tratta di uno Stato che non fa parte né della Nato e neppure dell’Ue?
3. È forse il ruolo dell’Europa quello di assurgere a gendarme innalzando ed esportando lei i valori insindacabili di democrazia e libertà?
4. Non era più nei panni dell’Europa assumere un ruolo di terzietà nel conflitto veicolando i suoi sforzi in vie trattativiste e diplomatiche?
5. Non è che alcuni Stati europei e non (come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti) tenessero, e tengono, degli interessi economici (e militari) in Ucraina, un po’ quello che è successo in Libia dietro all’interventismo francese di Nicolas Sarkozy (a cui si è accodata l’Italia) a copertura di un interessamento spasmodico verso le sorti di Kiev?
6. Come è possibile che l’Europa non ha mai messo parola nella strategia militare e nella condotta politica di Volodymyr Zelensky dopo che lo sta rifornendo da quasi cinque anni di armi e denaro?
7. Come è possibile che l’Europa sia restia a fare un bagno di umiltà ed eviti inopportunamente di accorgersi che sta alimentando una guerra senza fine?
8. Come non vedere che da guerra difensiva si è trasformata in guerra di attacco, sul territorio russo, ingigantendo il conflitto addensando sempre più l’imprevedibilità del suo esito?
9. Chi può rispondere se il flusso di armi e denaro è per vincere la guerra contro Mosca? Se la risposta è sì occorre mettersi attorno a un tavolo e capire il ruolo della Nato e anche dell’Unione europea. Un passaggio che era da fare un po’ di tempo fa quando il coinvolgimento europeo era nei fatti.
10. Si può dire e constatare che questo clima guerrigliero ha alimentato un mercato delle armi fuori controllo spingendo molte nazioni a riarmarsi su ragioni supposte alimentate a uso e consumo per lo scopo che si voleva raggiungere?