Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Chi sono i buoni?


(Andrea Zhok) – Sembra incredibile, ma anche sui casini interni americani riusciamo a spaccarci in fazioni incomunicanti, radicali, muri di gomma incapaci di mediazione.

Esattamente come sul piano interno italiano la destra sopravvive elettoralmente perché “qualunque cosa purché non la sinistra!”, e la sinistra sopravvive elettoralmente perché “qualunque cosa purché non la destra!”, così anche nell’esaminare le attuali vicende americane sembra obbligatorio sostituire i neuroni con lo schieramento.

Francamente mi pare eccessivo richiamare concetti venerabili come “complessità”.

Qui si tratta semplicemente di fare spazio mentale per qualcosa che vada al di là di zero – uno, bianco – nero, on – off.

E’ possibile pensare che Trump sia un pericoloso bamba senza con ciò implicare che Biden o Obama fossero cavalieri dell’ideale. (E viceversa, è possibile essere disgustati dall’ipocrisia callosa delle amministrazioni di Biden e Obama, senza essere costretti a inventarsi la qualunque per giustificare la stupida brutalità di Donald.)

E’ possibile giudicare le attuali operazioni dell’ICE eccessive e criminali, senza sposare posizioni no border. (E viceversa, si può pensare che l’immigrazione incontrollata sia un serissimo problema, senza mostrificare gli immigrati.)

E’ possibile essere disgustati dalle esibizioni di violenza delle forze dell’ordine americane senza ritenere che gli oggetti di questi interventi siano sempre cittadini probi ed esemplari. (E viceversa, si può ritenere che esistano oggettivamente gravi problemi di ordine pubblico, senza pensare che questo debba risolversi con esecuzioni sommarie.)

Più in generale, è possibile analizzare ciò che avviene in un caso particolare, in un contesto storico, sociale, nazionale, o anche individuale, senza necessariamente incasellarlo sotto la nostra cornice ideologica preferita.

Nessun dottore ci ha ordinato di fare il tifo per una squadra o per l’altra.

Non solo quello che pensiamo è materialmente irrilevante (con tutto il rispetto, né Trump né i Dem attendono da noi un verdetto sul loro paese), ma abituarci a prendere posizioni ideologiche, forfettarie, di schieramento a priori significa coltivare una pessima disposizione, una disposizione immatura e dannosa per una democrazia.

Ecco, quando ci diciamo democratici, quando rivendichiamo i valori della democrazia, quando chiediamo il rispetto delle opinioni dal basso – e io credo sia giusto farlo – dobbiamo anche accettare un semplice fatto: esercitare valutazioni in un contesto democratico costa un po’ di fatica; richiede la capacità di fare distinzioni; richiede di sospendere il giudizio quando non si hanno informazioni sufficienti; richiede di soppesare di volta in volta le ragioni altrui; richiede soprattutto uno sforzo di discernere in ogni circostanza i pesi e i confini tra le molteplici ragioni che convergono sempre nella realtà.

Solo nei film basta capire all’inizio “chi sono i buoni”, e poi rilassarsi a tifare per loro fino ai titoli di coda.


Se non ora, quando?


(dagospia.com) – Se non ora, quando? Paradossalmente è il vecchio slogan femminista la miglior sintesi dei turbamenti che frullano nella testa di Matteo Salvini e Roberto Vannacci. Tutti sanno che il loro “matrimonio” è finito, si tratta solo di capire come sancire il divorzio, il prima possibile, per non logorare il futuro di entrambi.

Il segretario della Lega lo caccerebbe anche subito, ma il suo cruccio nasce dal fatto che è stato lui a coccolare il generale mal-destro: fu Salvini a chiamarlo come vicesegretario, contro tutti e contro tutto. Buttarlo fuori a calcioni sarebbe una sconfitta personale: certo, l’ex militare con la fissa per la X Mas gli ha portato in cascina mezzo milioni alle europee, nel 2024, ma dopo quelle elezioni c’è stato un continuo tira e molla che ha fatto più male che bene al partito, provocando malumori, minacce di scissioni, cambi di casacca e veleni.

Dunque, che fare? Salvini aspetta che Vannacci sbatta la porta da solo. Oggi, alla kermesse “Idee in movimento”, all’Hotel Aqua Montis di Rivisondoli, in Abruzzo, il ministro dei trasporti ha mandato altre frecciatine, senza mai citare l’ex parà: “La storia lo insegna: chi esce dalla Lega finisce nel nulla. […] La Lega è famiglia, comunità, non siamo una caserma. Ci sono capitani e generali, ma la forza della Lega è nella truppa…”

Il guaio è che anche Vannacci non sa come uscirne. Da sempre il suo obiettivo è creare un partito autonomo, ma teme che i tempi non siano ancora maturi: alla Camera potrà contare su tre deputati: i leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex meloniano Emanuele Pozzolo, diventato celebre per la vicenda dello sparo alla festa di Capodanno di due anni fa a Rosazza (Biella), dove era presente anche il sottosegretario Andrea Delmastro.

Un battaglione un po’ poco nutrito, per il generale dall’ambizione smisurata, che vorrebbe far nascere un’Afd de’ noantri in grado di rosicchiare voti a Salvini, ma non solo: un partito di estrema destra guidato da Vannacci potrebbe infatti racimolare consensi anche tra gli ex grillini de’ destra (non sono pochi), che si erano rifugiati nell’astensionismo, e nel piccolo ma combattivo bacino della ridotta dei vecchi fasci, che in questo disgraziato Paese non sono mai mancati.

Come scrive Claudio Bozza oggi sul “Corriere della Sera”, “secondo alcuni sondaggi, le posizioni ultrasovraniste dell’eurodeputato potrebbero valere almeno il 3%. Non una cifra epocale, ma quel tanto che basterebbe per aumentare le chance del centrosinistra alle prossime elezioni politiche, qualora Vannacci corresse davvero da solo”.

Vannacci è consapevole, come lo è Salvini, che gli scazzi e i retroscena quotidiani non fanno bene a nessuno, e che tirare la questione troppo per le lunghe può penalizzare entrambi anche in vista delle future elezioni politiche. Vannacci non può aspettare ancora molto: si avvicinerebbe pericolosamente al 2027, quando il Paese sarà chiamato a rinnovare il Parlamento, con il rischio di non avere tempo per organizzare la campagna elettorale.

La vecchia fronda leghista e i vari “liberal” del Carroccio, guidati dall’ex Governatore del Veneto, Luca Zaia, sono in pressing da mesi: l’iniziativa “Idee in movimento”, organizzata da Claudio Durigon e Armando Siri in Abruzzo, è una prova generale di de-vannaccizzazione del partito. A Roccaraso e Rivisondoli si è parlato (bene) di migranti, ci sono state apertura inedite ai diritti civili, con tanto di ospitata di Francesca Pascale (che definì Vannacci “un omofobo ossessionato che nasconde qualcosa”), in un’escalation moderata che ha fatto inorridire l’autore del volumetto “il mondo al contrario”.

Che poi, i leghisti non dovrebbero nemmeno faticare per trovare la “giusta causa” per licenziare l’europarlamentare. Le norme interne della Lega vietano infatti di creare associazioni politiche autonome parallele al partito.

Se lo ricorda bene l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi (ora passato a Forza Italia), che il 10 marzo 2015 fu espulso, accusato da Salvini di “frazionismo” dopo aver creato la fondazione “Ricostruiamo il Paese”, dichiarata incompatibile con lo statuto leghista. Una situazione non dissimile da quella odierna, con il movimento “il mondo al contrario” e le varie associazioni collegate, tra cui “Remigrazione e riconquista”, che ha organizzato un evento per venerdì prossimo, alla Camera dei deputati.

Salvini, insomma, avrebbe una scusa per cacciare Vannacci, ma teme di finire lui sotto accusa come responsabile della “creazione” del personaggio dell’ex generale, almeno dal punto di vista politico (ad aver fatto la fortuna del vicesegretario leghista fu invece “Repubblica”: come ricorda sempre Vannacci, fu il giornalista Matteo Pucciarelli ad accorgersi del suo libro online e a scriverne, lanciandolo e assicurandogli fama, soldi e successo).

Ma se non lo fa ora, potrebbe essere troppo tardi…


Trump ha reso l’America non americana


(di Maureen Dowd – New York Times) – Ho visto il carismatico direttore d’orchestra italiano Gianandrea Noseda dirigere giovedì la National Symphony Orchestra, in un programma intitolato “Songs of Destiny & Fate”.

Brahms, Bach e Vivaldi sono stati un balsamo lenitivo rispetto alla colonna sonora della presidenza Trump, che somiglia alla musica pugnalante e stridente composta da Bernard Herrmann per la celebre scena della doccia di Psycho di Hitchcock.

Il concerto si è aperto con The Star-Spangled Banner. Già prima che Trump intervenisse in modo blasfemo persino sul nome del Kennedy Center, l’orribile esecutore della guerra culturale trumpiana, Ric Grenell, aveva stabilito che tutti i concerti della National Symphony Orchestra dovessero iniziare con l’inno nazionale.

Sono sempre felice di portare la mano al cuore e ascoltare l’ode alla nostra bandiera e a questa “terra salvata dal cielo”. Mio padre teneva sempre una bandiera americana issata e la ammainava al tramonto in segno di rispetto, come si usava allora. Quando ho vinto il Pulitzer, il senatore di New York — uno molto cool — Daniel Patrick Moynihan mi mandò una bandiera che aveva sventolato sopra il Campidoglio, e la custodisco con affetto.

Ma è sembrato stonato essere imboccati a forza con The Star-Spangled Banner dal nostro presidente solipsista e dai suoi inquietanti adulatori, che non mostrano altro che disprezzo per la Costituzione e per i valori americani.

Il destino del nostro Paese era riflettere ideali che ci hanno resi un faro incandescente della democrazia. Ma Trump ha polverizzato quegli ideali. Ora siamo visti come sinistri, egoisti, indisciplinati e costantemente pronti ad azzannarci a vicenda.

L’audizione di Jack Smith davanti al Congresso, giovedì, è stata un pungente promemoria del fatto che Trump ha cercato di rovesciare il governo e ha messo in modo scellerato in pericolo i legislatori e il suo stesso vicepresidente.

«La nostra indagine ha rivelato che Donald Trump è la persona che ha causato il 6 gennaio, che ciò era prevedibile per lui e che ha cercato di sfruttare la violenza», ha detto Smith.

È straziante che, alla vigilia del nostro 250° anniversario, abbiamo un presidente che sta pervertendo tutti i valori su cui il Paese è stato fondato — prendersi cura gli uni degli altri, rispettare i diritti reciproci.

L’America non dovrebbe essere un luogo in cui un bambino di cinque anni dal volto angelico, di nome Liam, con un cappello dalle orecchie flosce e uno zaino di Spider-Man, venga afferrato e portato in un centro di detenzione da uomini incappucciati.

Il leader americano dovrebbe essere unificatore, una presenza forte e rassicurante nel mondo. Trump è un bambino anarchico, che provoca continuamente sconvolgimenti globali, trasgredendo e rimodellando tutto a propria immagine caotica. Non ha alcun interesse per i discorsi al caminetto; lui vuole appiccare incendi.

È più vicino al droit du seigneur che alla noblesse oblige. Si sente autorizzato ad avere qualunque cosa desideri, dalla Groenlandia al Canada, dal Kennedy Center a un Premio Nobel che non ha vinto.

A differenza dei presidenti precedenti, non sta contrastando la Russia: la sta assecondando. Ha denigrato i soldati della NATO morti per noi in Afghanistan e ha sminuito il nostro vicino più gentile, sostenendo che «il Canada esiste grazie agli Stati Uniti».

Pretendendo la Groenlandia — che continuava a chiamare Islanda — si è lamentato con i leader mondiali a Davos: «Tutto quello che voglio è un pezzo di ghiaccio».

La profondità della sua superficialità è infinita.

Un commentatore canadese ha chiesto: «In che modo Trump si comporterebbe diversamente se stesse davvero perdendo la testa?».

Capisco l’importanza dell’immigrazione legale. Mio padre irlandese combatté nella fanteria durante la Prima guerra mondiale per ottenere la cittadinanza. Nessuno vuole criminali illegali qui. Il presidente Joe Biden ha lasciato che il confine andasse fuori controllo.

Ma nel nuovo sondaggio New York Times/Siena University, una netta maggioranza ha detto che l’ICE è andata troppo oltre. Trump ha risposto dicendo che avrebbe ampliato la sua causa contro il Times includendo anche il sondaggio, perché la sua vanità fuori controllo non riesce ad accettare i numeri in calo; il sondaggio indicava che il 42 per cento degli elettori lo considera sulla strada per diventare uno dei peggiori presidenti della storia americana.

Abbiamo assistito con orrore alla trasformazione di Minneapolis in una sorta di inquietante zona di guerra: l’ICE che sostiene che i suoi agenti possano fare irruzione nelle case senza mandati giudiziari; un agente dell’ICE che spara tre volte a una madre disarmata — con dei peluche nel vano portaoggetti — fino a ucciderla; l’ICE che trascina fuori di casa, nella neve, un uomo del Minnesota — un immigrato hmong e cittadino americano naturalizzato senza precedenti penali — vestito solo con biancheria intima e Crocs; l’ICE che trattiene quattro bambini, incluso il piccolo Liam, in un solo distretto scolastico. (Un’agente dell’FBI che voleva indagare sull’agente dell’ICE che ha sparato alla madre si è dimessa dopo che i dirigenti dell’ufficio le hanno detto di interrompere l’inchiesta).

«Perché detenere un bambino di cinque anni?», ha gridato, sconvolta, la sovrintendente del distretto, Zena Stenvik, durante una conferenza stampa.

È chiaro che l’entourage di Trump non vede alcuna differenza tra un criminale entrato illegalmente nel Paese e una famiglia che ha chiesto asilo e sta facendo tutto nel modo giusto per restare qui.

I miei genitori ci hanno inculcato il patriottismo e la gratitudine verso questo Paese. Sono cresciuta circondata da uomini in uniforme. Mia madre portava sempre nella borsa una Costituzione tascabile, insieme a minuscole bottiglie di Tabasco. Non voleva vederci il 4 luglio se non eravamo vestiti di rosso, bianco e blu. So cosa dovrebbe rappresentare l’America.

Trump ha reso l’America non americana.


La prima legge di Trump


Il Tycoon incarna tutti coloro che il political correct e il wokismo hanno finito per provocare, schifare, deridere e umiliare. E non solo negli States …

(Gianvito Pipitone) – Per chi, fra le altre cose, è impegnato a crescere i propri piccoli mentre inciampano e si rialzano, mentre imparano a diventare cittadini e a stare rispettosamente nel mondo, questo periodo storico è davvero deprimente. C’è una dolorosa discrepanza tra le regole che professiamo nel chiuso delle nostre case e l’aria pesante che infuria fuori. Qualcuno obietterebbe che il mondo è sempre stato ingiusto e pieno di difficoltà. Certo. Ma stavolta lo sentiamo più vicino, più minaccioso, perché la guerra non è dove ce la saremmo aspettata: è proprio in quella parte di mondo in cui non pensavamo di dover respirare paura, incertezza e regressione. In maniera diffusa.

Il cosiddetto Occidente: il luogo a cui avevamo affidato le ultime certezze rimaste – il mito della democrazia, la forza della partecipazione, il senso della giustizia – quelle stesse certezze minime che ci permettevano di raccontare ai nostri figli che sì, il mondo è complicato, ma una direzione giusta esiste ancora.

E invece quel mondo lì, oggi, è proprio quello che sembra essersi smarrito. Il suo mito si è spezzato. Non per un incidente di percorso, ma per un’inquietante sequenza che ha ormai assunto forma di sistema.

L’assassinio, da parte di agenti federali dell’ICE, di Alex Pretti – un altro giovane trentasettenne a Minneapolis, dopo quello ancora caldo di Renée Good – non è più un episodio isolato. È un segnale, un sintomo, un colpo inferto a una società già febbricitante. E le risposte arroganti che arrivano dai responsabili e dal presidente degli Stati Uniti non fanno che confermare ciò che molti non volevano vedere: che non c’è più riparo, che la distanza non basta, che non possiamo più illuderci di stare dall’altra parte del vetro.

Molti diranno, come sempre: “Massì, sono americanate, c’è un oceano in mezzo, è un’altra storia, un altro contesto, un’altra antropologia politica.”

Ma è un errore gravissimo.

Il battito d’ali della farfalla di Minneapolis arriverà eccome da noi, perché il vento che lo trasporta è lo stesso che soffia sulle nostre democrazie stanche, sulle nostre società polarizzate, sui nostri armadi pieni di scheletri che per troppo tempo abbiamo preferito ignorare.

Bisogna diffidare da chi sostiene che l’America stia pagando i suoi vecchi squilibri sociali e che questo non potrà accadere da noi, dove gli anticorpi sarebbero più robusti.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicati i commenti allarmati su quanto possa accadere negli Stati Uniti: la guerra civile evocata non più come metafora ma come possibilità concreta; l’analisi sul potere presidenziale che avrebbe divorato ogni barlume di dissenso; editoriali di intellettuali americani liberali che denunciano la violenza immotivata con cui gli agenti federali dell’ICE, inviati negli Stati democratici e riottosi al verbo presidenziale, stanno mettendo a repentaglio ogni regola democratica.

Stamattina il web ne è pieno, e a ragione: perché l’ennesimo sfregio autoritario ha ormai sprofondato quella che per decenni abbiamo definito “la prima democrazia del mondo” in un incubo senza fine.

Ed è qui che il sillogismo, per quanto brutale, dovrebbe preoccuparci: se quella era la prima democrazia del mondo, figurarsi da noi.

E infatti, mentre guardiamo l’America, cominciano a riemergere gli scheletri dai nostri armadi: il nazifascismo sistematico europeo, il brodo di coltura in cui hanno cotto e bollito per decenni le nuove leve pronte a incarnare vecchi ideali mai davvero estirpati, solo rimossi, archiviati come se fossero un capitolo chiuso della storia.

Ma qualcuno si è mai chiesto davvero, fino in fondo, come sia possibile che ideali di guerra, di razza, di cultura dell’odio abbiano potuto attecchire nuovamente dopo quanto è accaduto nella Seconda guerra mondiale? Come è possibile che, dopo Auschwitz, dopo le costituzioni nate dalla Resistenza, si possa tornare a parlare di “purezza”, di “difesa della civiltà”, di “sostituzione etnica” con la stessa leggerezza con cui si commenta un rigore sbagliato? Bisognerebbe scavare lì dentro, in quell’abisso che abbiamo preferito dimenticare o volutamente trascurare.

C’è stato un momento, un quindicennio buono, attorno agli anni Dieci del 2000, in cui sembrava che gli ideali di democrazia avessero finalmente dato il leitmotiv al mondo civilizzato. La politica, l’industria culturale, Hollywood, Disney: tutto sembrava convergere verso un’idea di mondo più aperto, più inclusivo, più giusto. Prima in maniera più blanda sotto Clinton e poi, con decisione sotto Obama, con tutte le contraddizioni e le ombre della sua realpolitik, si era imposto un paradigma: inclusione, rispetto, multiculturalismo.

Il political correct, nella sua versione originaria, era uno strumento di civiltà. Poi, lentamente, si è trasformato in un dispositivo troppo rigido, spesso grottesco, quasi sempre percepito come punitivo. Non c’era nulla di sbagliato in quei principi – molti erano sacrosanti – ma nella loro applicazione distorta.

Qualcuno ha creduto che cambiare la forma della lingua bastasse a cambiare la sostanza del mondo. Ha pensato che imporre regole fosse sufficiente a generare consenso. Ha confuso la pedagogia con la sanzione.

E mentre molti – convinti di essere dalla parte del giusto – erano impegnati a correggere ogni sfumatura, a raddrizzare ogni parola, a vigilare su ogni gesto, dall’altra parte della barricata cresceva un esercito di esclusi, di risentiti, di umiliati. Non perché fossero vittime del multiculturalismo, ma perché si sentivano derisi, etichettati, respinti.

Li abbiamo definiti – mi ci metto pure io – rednecks, buzzurri, ignoranti, fascistelli. Li abbiamo caricaturizzati, ridicolizzati, trasformati in meme. E loro, lentamente, hanno iniziato a crederci davvero.

E oggi eccoli lì: leader, ideologi, megafoni di un risentimento che abbiamo contribuito a costruire. E con loro, in Europa, i fratelli e le sorelle di sempre: AfD, i vari rassemblements, nostalgici assortiti sempre pronti a menare la mani, quando nell’aria c’è odore di cadavere.

Non sono spuntati dal nulla. Non prendiamoci in giro. Non facciamo finta di cadere dal pero. Sono il prodotto di un fallimento culturale: del fallimento della nostra società, che voleva essere inclusiva e li ha lasciati fuori, con un calcio nel sedere.

No, non è colpa del political correct se oggi esistono figure come Donald Trump, Pete Hegseth, Stephen Miller, J.D. Vance, Steve Bannon, Greg Bovino. Ma Trump incarna tutti quelli che il political correct ha contribuito a provocare, schifare, deridere. Li ha involontariamente raccolti, organizzati, trasformati in forza politica. Li ha trovati dove noi – il mondo democratico propriamente detto – li avevamo lasciati: indietro.

La verità è che quando si è in vantaggio bisognerebbe saper vincere con misura, non stravincere. Noi invece abbiamo scelto l’umiliazione alla comprensione, il sarcasmo all’ascolto, e oggi ne paghiamo il prezzo: la prima legge di Trump – presa in prestito da Newton – è lì a ricordarcelo, perché a ogni azione corrisponde una reazione.

E adesso? Difficile dirlo. Ma qualcosa, nel nostro piccolo, possiamo ancora farla: smettere di abitare i social con la solita, distratta leggerezza. E mentre il mondo ci crolla addosso pezzo dopo pezzo, provare finalmente a indignarci davvero, senza delegare tutto all’inerzia del tempo. Per una volta almeno…


E’ sempre popolo contro Ztl


(di Manuela Perrone – Il Sole 24 Ore) – Un’Italia elettorale spaccata in due, solcata da una sorta di frattura socioeconomica che vede da un lato Fdi, Lega e M5S fare incetta di preferenze tra i ceti più poveri e meno istruiti e dall’altro Pd e i centristi di Azione e Italia Viva trionfare tra i più ricchi e con livelli di istruzione più elevati. Con un dato di fondo: se oggi votassero solo gli italiani meno abbienti, Giorgia Meloni avrebbe una super maggioranza con qualsiasi legge elettorale.

L’istantanea arriva dal sondaggio, che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, realizzato da Youtrend su un campione di 1.201 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, suddivisi in quattro fasce di status socioeconomico.

Fdi si colloca al 30% nella Supermedia Youtrend/Agi (una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto), ma arriva al 31,1% nella fascia più bassa e al 31,9% in quella medio-bassa, passando al 28% in quella medio-alta e riducendosi ancora al 27,4% nella più alta.

Inverso l’andamento del Pd di Elly Schlein (secondo partito, al 22,2%), che parte dal 12,1%, sale al 24,4% per poi raggiungere il 26,4% nella classe medio-alta e toccare la vetta del 29,5% in quella alta. I dem detengono il record tra i partiti come penetrazione tra i cittadini con lo status più elevato, che però guardano anche a Italia Viva di Matteo Renzi (2,3% nella Supermedia, ma 5,4% nella fascia più alta secondo lo status socioeconomico) e ad Azione di Carlo Calenda (al 3,2%, ma al 5,6% tra i più ricchi).

Fanno molto meglio, come appeal verso gli italiani più vulnerabili, il M5S di Giuseppe Conte (Supermedia 12,3%, ma al 18,6% tra i più poveri) e la Lega di Matteo Salvini (all’8,2%, ma al 14,5% nella fascia più bassa). I Cinque Stelle hanno un altro 12% di potenziali elettori tra coloro con uno status medio-basso contro il 6,7% del Carroccio.

Entrambi vedono assottigliarsi i consensi all’aumentare del benessere: i potenziali elettori del M5S calano al 7,5% nella fascia più alta, quelli della Lega crollano al 3,1 per cento. Significativo, di contro, che l’Alleanza Verdi Sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (6,4% nella Supermedia) tocchi il suo massimo nella fascia medio-alta (9,3%) e raggiunga un 7% in quella alta, scendendo invece al 3,9% tra i meno abbienti e al 5,9% nel gruppo medio-basso.

Colpisce, guardando i risultati, il caso di Forza Italia, che nella Supermedia si attesta all’8,6%: quella guidata da Antonio Tajani è pressoché l’unica tra le maggiori formazioni che non registra grosse differenze nelle intenzioni di voto disaggregate per status socioeconomico. In questo senso, quello degli azzurri sembra il vero “partito della nazione”, il più trasversale.

«Questi dati – sottolinea Lorenzo Pregliasco, direttore Youtrend – sembrano confermare le tendenze osservate negli ultimi anni analizzando mappe e geografie del voto nelle grandi città italiane. Le aree di forza del centrosinistra, Pd su tutti, e dei partiti centristi sono spesso nella “Ztl” le aree centrali o residenziali con elevati valori immobiliari e di reddito, mentre il centrodestra, soprattutto la Lega ma anche Fdi, e in parte il Movimento 5 Stelle sono più radicati in aree esterne, periferiche e a marginalità socio-economica».

I totali parlano chiaro: oggi il campo largo (Pd, M5S, Avs, Iv e +Europa) sarebbe al 44,9% , ma al 38% tra i più poveri e al 51,3% tra i più ricchi. Il centrodestra avrebbe il 47,9%, ma ben il 53,9% tra i meno abbienti e solo il 39,2% tra i più benestanti. […]


Robert Kagan: “Trump vuole militarizzare l’America. Temo che le elezioni non saranno più libere”


Il politologo Usa: «Niente accade che lui non voglia, vuole essere l’imperatore del mondo»

Robert Kagan: “Trump vuole militarizzare l’America. Temo che le elezioni non saranno più libere”

(Alberto Simoni – lastampa.it) – WASHINGTON. È quando il lungo colloquio con Robert Kagan, politologo e storico fra i più letti d’America e senior fellow alla Brookings Institution, finisce sul Venezuela che l’intellettuale – cui un tempo si affibbiava l’etichetta di neoconservatore, peraltro da lui mai rinnegata o smentita – estrae dal cilindro una constatazione che non ti aspetti, ma che poi diventa, alla luce della nuova tragedia di Minneapolis, limpida e chiara. Dice Kagan: «Ti sei mai chiesto perché Stephen Miller è stato così attento e sostenitore dell’operazione in Venezuela?».

Stephen Miller è uno degli ideologi del trumpismo 2.0. Cultore del nazionalismo bianco e di un’America allergica agli immigrati – illegali, ma non solo – ricopre il posto di vicecapo dello staff della Casa Bianca per le questioni interne. «La ragione per cui Miller è così coinvolto nelle vicende venezuelane è perché vuole poter dire che gli Stati Uniti sono in uno stato di guerra, anche se non c’è nessuna dichiarazione».

Cosa significa?
«È sufficiente leggere gli ultimi documenti del Dipartimento di Giustizia nei quali si evoca la questione venezuelana come base legale per le deportazioni».

Qual è il legame?
«La più grande spiegazione risiede in quanto è accaduto a Minneapolis e in quello che ancora ieri è successo con i continui raid dell’Ice e l’uccisione di un uomo. Quanto succede là, e questo è il messaggio che Miller e l’Amministrazione vogliono far passare, è che si tratta di un grande addestramento per una messinscena che possono fare ovunque, in qualsiasi Stato dell’Unione. L’Amministrazione ha il personale, ha gli agenti necessari per fare questo, per dare la caccia agli illegali, per muoversi come se fossimo in un clima emergenziale, di guerra. Credo, certo non possiamo prevedere quando, che Donald Trump prima o poi invocherà l’Insurrection Act in uno di questi Stati dove agisce l’Ice e dove ci sono proteste. Trump sta deliberatamente militarizzando la politica estera, ecco qui il legame con il Venezuela e quanto accaduto, per sostenere le azioni militari in casa. Trump ha glorificato le forze militari e le vorrebbe usare anche sul suolo domestico».

In un saggio su The Atlantic ha scritto che l’ordine mondiale costruito attorno all’America e alla liberal democrazia è finito. E ha detto che gli Stati Uniti sono incamminati verso l’autocrazia. Come dovrebbero reagire gli alleati europei ?
«La politica estera di Trump riflette quella interna. Mark Carney a Davos ha detto che siamo di fronte a una rottura. Qualche europeo, Von Der Leyen e il cancelliere tedesco Merz, sono sulla stessa linea. Altri, come il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ritengono che si debba lavorare e collaborare per impedire a Trump di fare cose peggiori».

Lei che idea si è fatto dell’approccio degli europei?
«Il mio messaggio agli europei è: it’s over, è finita. Non si ripara un matrimonio, non c’è un consulente matrimoniale in questo caso».

Perché la rottura è irreversibile?
«Non sono convinto che nel 2026, Midterm, e nel 2028, presidenziali, avremo elezioni libere e trasparenti. In secondo luogo Trump ha appena iniziato ad affilare il coltello e vuole portare il suo confronto con il Vecchio Continente all’estremo, al limite del conflitto».

Nemmeno se alla Casa Bianca tornasse un democratico?
«No, l’idea che l’America sia stata penalizzata nel sostenere l’ordine mondiale non è un’invenzione di Donald Trump. C’è un afflato bipartisan in questo. Lo stesso Biden quando parlava di una “politica estera per la classe media” diceva che l’ordine mondiale non era funzionale agli interessi statunitensi, della middle class. Il partito democratico è storicamente meno pro trade e prima di Trump è stato Biden a inseguire politiche protezionistiche. La differenza sta che per Trump le tariffe sono un’arma da brandire per obbligare i Paesi a fare quello che lui vuole; l’approccio di Biden era in questo diverso. Ma non tanto il fine».

Fra accelerazioni e dietrofront, grandi dichiarazioni e proclami che restano poi carta morta superati da altri eventi, scorge l’esistenza di un pensiero, di una “Dottrina Trump” a livello di politica estera e quindi con riverberi anche sul fronte interno?
«Niente accade in America che Trump non voglia. Molte persone spendono tempo per capire come rendere felice Trump, soddisfarne capricci e ossessioni. Il suo desiderio sono la gloria e i soldi. E benché abbia diffuso una National Security Strategy all’insegna dell’America First, quel che vuole Trump è essere imperatore del mondo. Vuole poter dire: risolveremo questo, chiuderemo la guerra a Gaza, faremo questo in Iran; metterò le tariffe per la Groenlandia; siccome non gli piace il leader svizzero mette i dazi. Quindi niente a che fare con una dottrina, un pensiero strategico coerente. Detto questo, c’è un’ideologia ed è quella, e così torniamo all’inizio, di Stephen Miller e del popolo di America First. Si regge sull’ostilità al liberalismo. Perché liberalismo significa diritti individuali, eguaglianza, liberal democrazia e sfortunatamente, l’Europa incarna queste cose e per questo è il nemico numero uno fuori dai confini. E i liberal lo sono dentro casa”.


E c’è chi in Italia vede gli Usa come modello


(Alessandro Di Battista) – E anche oggi, nella cosiddetta “più grande democrazia del mondo” gli agenti dell’ICE hanno sparato e ucciso un cittadino che non rappresentava alcuna minaccia per loro. Si chiamava Alex Jeffrey Pretti e aveva 37 anni. “Queste cose accadono in tutto il mondo ma voi anti-americani parlate solo di quello che avviene negli Stati Uniti” sostiene qualche stolto. Io non sono affatto anti-americano. Come dico spesso abbiamo cose da imparare dagli Stati Uniti. In USA se frodi il fisco ti sbattono per 20 anni in carcere, in Italia ti dedicano l’aeroporto di Malpensa. Ad ogni modo proviamo a fare chiarezza.

Queste oscenità accadono in mezzo mondo, è verissimo e ci sono innegabilmente paesi dove il dissenso viene represso più che negli Stati Uniti. A mio modo di vedere non ci sono paesi più iniqui dal punto di vista sociale al mondo degli Stati Uniti (ricchissimi che condividono lo stesso quartiere con eserciti di derelitti) così come non esiste un paese più guerrafondaio degli USA dove, oltretutto, molti cittadini considerano le armi da fuoco una vera e propria estensione dei loro arti. Ma questo è un altro discorso.

Il punto è che per molti (sicuramente per la stragrande maggioranza dei politici servi, da destra a sinistra) gli Stati Uniti rappresentano un modello, un sogno, l’aspirazione politica. Un paese fondato sul più grande genocidio della storia dell’umanità considerato un esempio di democrazia. Ma perchè? Un paese, ripeto, dove è più facile comprare un fucile che ottenere cure gratuite visto come modello.

Oggi con Trump al potere in tanti stanno aprendo gli occhi finalmente. Io non voglio che il mio paese prenda gli USA come modello, non voglio che i nostri politici siano sudditi di un paese così. Non voglio il loro modello politico, sociale, economico e di sistema dei diritti.

Trump fa in modo più “sincero” e trasparente quel che tutti i suoi predecessori hanno fatto. Esecuzioni di cittadini inermi ci sono state sotto Clinton (l’idolo della sinistra al caviale nostrana) e sotto Obama, quello che ha dato l’ordine di bombardare al tappeto la Libia, il nostro principale alleato nel Mediterraneo, 526 giorni dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace, Nobel che la “donna madre e cristiana” sogna che un giorno venga assegnato proprio a Trump. Pensate come è ridotta la cosiddetta “destra sovranista” che in realtà è un’accozzaglia di cani da riporto degli USA la cui lunghezza (la lunghezza, non l’esistenza) del guinzaglio varia a seconda dell’inquilino della Casa Bianca.

La mentalità USA (sia chiaro, ci sono statunitensi, milioni di statunitensi, schifati del sistema in cui vivono) non si potrà cambiare velocemente, quel che possiamo e dobbiamo fare noi qui in Italia è smetterla di ritenere quella USA una civiltà superiore, perchè non lo è né dal punto di vista politico, né più dal punto di vista economico e soprattutto non lo è moralmente.

Ultima cosa. Una cosa unisce USA e Israele oltre al suprematismo, il razzismo, l’occupazione di territori altrui e l’essere nati grazie alla pulizia etnica degli autoctoni: le guerre nei momenti di difficoltà interne. E’ dunque probabile che qualcuno dell’amministrazione Trump che i giorni scorsi ha messo da parte l’attacco in Iran oggi sia tornato a pensarci.


La Gestapo, la destra rozza e i migranti


(Tommaso Merlo) – Trump ammazza cittadini americani per strada e deporta bambini mentre tutti attendono il prossimo bombardamento, siamo agli Stati Uniti di Israele. Invece dei palestinesi, sono gli immigrati l’ossessione del regime di Trump, sono loro i colpevoli di ogni male e vuole imporre con la forza bruta la sua volontà. Rigurgiti ideologici da secolo scorso. Fastidio per contrappesi democratici e opposizioni, fastidio per libertà, diritti civili ed ovviamente minoranze e diversità. Regimi di cartapesta che speculano sulla paura e sull’odio. Peccato che gli Stati Uniti sorgono da un genocidio che gli europei hanno compiuto con successo sterminando i nativi americani, rinchiudendoli in campi profughi ribattezzati riserve e schiavizzando i superstiti. Esattamente il grande sogno del sionismo in Palestina. Il popolo americano non esiste, o meglio sono tutti immigrati e discenti di immigrati. Sono coloni che ce l’hanno fatta a rubare le terre altrui e spadroneggiare mentre i loro discendenti hanno fatto la fortuna nordamericana. Dai primi europei fino ai genitori e alle mogli di Trump con ondate che si susseguono da oltre due secoli. Ieri quelle bianche tra cui quella italiana, oggi quelle latinoamericane e di altri paesi vittime dei disastri occidentali e del nostro folle modello di sviluppo. Già, se il mondo fosse equo e sicuro, se tutti avessero di che vivere decentemente, nessuno avrebbe bisogno di emigrare. E se il mondo è conciato così, la colpa principale è di noi occidentali che da secoli sfruttiamo gli altri popoli e gli rubiamo risorse per arricchirci sempre più. Negli ultimi decenni ci siamo messi perfino a bombardare chi non la pensa come noi creando milioni di profughi, gli Stati Uniti di Israele in testa e noi schiavetti europei al seguito. Invece di crescere con gli altri, siamo cresciuti sfruttando gli altri ed oggi che gran parte del pianeta vive in miseria, non ce ne vogliamo assumere la responsabilità storica. Vorremmo lavarcene le mani e blindarci dietro a qualche muro mentale. Poi certo, se tutti i bisognosi emigrassero, scomparirebbe la nostra civiltà e questo non è né giusto né intelligente. Non abbiamo prodotto solo robaccia e come tutti i popoli abbiamo diritto di vivere in una società che rispecchia le nostre conquiste politiche, sociali e culturali qualunque esse siano. Ed è l’immigrato che si deve adattare come del resto avviene da sempre. Da sempre è faticoso integrare le prime generazioni, ma le seconde assorbono la cultura in crescono volenti o meno. Già, l’immigrazione è in gran parte un falso problema perché l’unica cosa che cambia alla fine, sono le sembianze dei cittadini. La forma, non la sostanza. Ma l’immigrazione di massa è il fenomeno storico più rilevante degli ultimi decenni e per evitare un devastante karma coloniale, noi occidentali dobbiamo riuscire a gestirlo in maniera intelligente. Il vero problema è che il cambiamento fa paura e la paura rende un sacco di voti. Ed una politica sempre più arrivista ed incapace, sfrutta la paura e gli istinti razzisti peggiori per raccattare poltrone. Altro che campi di prigionia e Gestapo, altro che destra rozza, serve uno sforzo internazionale che coinvolga i paesi da dove partono e quelli da dove arrivano per costruire insieme un percorso comune di crescita sia economica che democratica, di supporto umanitario e di gestione dei flussi. Ponti, non muri. Dialogo e fatti, non propaganda. Gli immigrati non sono pericolosi invasori, sono esseri umani che cercano di garantire un futuro migliore ai loro figli. Esseri umani provenienti da paesi impoveriti e distrutti sovente da noi occidentali e dal nostro folle modello di sviluppo che ci sprona a produrre roba utile giusto a soddisfare egoistici bisogni superflui mentre il pianeta che sta diventando una discarica anche morale. Esseri umani di cui paradossalmente abbiamo bisogno visto che ci siamo imborghesiti e non facciamo più figli. È tempo che l’Occidente si assuma le sue responsabilità storiche e cambi marcia invece di lavarsene le mani o addirittura scagliarsi contro i più fragili. È tempo di abbandonare rigurgiti ideologici da secolo scorso e regimi di cartapesta che speculano sulla paura e sull’odio. In un mondo devastano dall’ingiustizia sociale e da una guerra ormai permanente, i popoli si sono rimessi in marcia in cerca di un futuro migliore ed è con loro e non contro di loro che dobbiamo costruire un mondo più giusto, intelligente e vivibile per tutti.


Travaglio: “Referendum, se vince il sì i pm avranno la testa dei poliziotti, non dei giudici”


Il direttore de il Fatto Quotidiano spiega le ragioni del no al referendum sulla separazione delle carriere durante la trasmissione Accordi&Disaccordi

(ilfattoquotidiano.it) – “Vogliono indebolirlo o vogliono rafforzarlo il Pubblico Ministero? Perché dicono che vogliono rafforzare il giudice e indebolire il Pm. Il risultato sarà rafforzare i Pm e indebolire i giudici, ovviamente”, Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, confrontandosi con il giornalista Alessandro Sallusti, sul referendum sulla separazione delle carriere per spiegare le ragioni del no.

Secondo Travaglio, il nodo centrale è il nuovo assetto del Consiglio Superiore della magistratura: “Se al Pm gli dai un Csm tutto per lui, dove ha venti rappresentanti più uno, il membro di diritto, il Pg della Cassazione, su 32, è ovvio che lo rafforzi”. Oggi, ricorda il giornalista, “nel Csm i Pm hanno cinque rappresentanti più 1 su 33. Quando avranno – se vincesse il sì – il loro Csm, diventerebbero molto più autoreferenziali, perché sarebbero loro che decidono sulle loro carriere, mentre oggi hanno 6 membri su 33 che decidono sulle carriere di tutti”.

Travaglio critica anche il percorso di formazione dei magistrati delineato dalla riforma: “Il Pm dovrà essere educato da Pm fin dopo la laurea. Se educhi il Pm a fare l’accusatore o, come dice Nordio, l’avvocato dell’accusa, noi avremo dei Pm che avranno la testa dei poliziotti. Non la testa dei giudici. Ed è inquietante”.

Il giornalista ha concluso: “Saranno molto più forti, per questo li metteranno sotto il controllo del potere politico. Non c’è un paese con le carriere separate dove c’è un Pm indipendente. La politica dirà: guardate che cosa abbiamo creato. Dei mostri. E quindi li metterà sotto controllo, perché non c’è bisogno di cambiare di nuovo la Costituzione, bastano 4 leggi ordinarie”.


Cesare Previti a Report: “Da ministro della Giustizia farei le stesse cose che sta facendo Nordio”


L’anticipazione dell’intervista all’ex ministro della Difesa e avvocato di Berlusconi

(ilfattoquotidiano.it) – Torna in prima serata su Rai3, domenica 25 gennaio alle ore 20.30, il programma condotto da Sigfrido RanucciReport. Nella clip in anteprima, uno stralcio dell’intervista di Luca Bertazzoni all’ex avvocato di Silvio BerlusconiCesare Previti (e ministro della Difesa nel governo Berlusconi I). “Come avrei risolto il problema della giustizia? Se fossi stato ministro, avrei fatto le stesse cose che sta facendo ora Carlo Nordio” ha detto Previti riferendosi alla riforma della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e approvata dal Parlamento alla fine dello scorso anno.

Di seguito, l’elenco dei servizi che andranno in onda stasera.

DIETRO LA CATTEDRA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c’è “dietro” le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.

IL TROJAN DI STATO

di Carlo Tecce – Lorenzo Vendemiale

Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?

AMAZON FILES

di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci

Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.

LAB REPORT: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.


Traduzioni in tempo reale: l’intelligenza artificiale ha impararato le lingue


Dalle cuffiette che sussurrano frasi tradotte in un orecchio ai grandi modelli linguistici che riscrivono intere conversazioni in un’altra lingua, la traduzione automatica è uscita dai dizionari ed è entrata nella vita quotidiana.

(di Gianni Rusconi – ilsole24ore.com) – I contesti dove questo nuovo “ecosistema” trova applicazione sono tanti: una telefonata di lavoro o una video call in lingua straniera, ma anche un viaggio all’estero o qualsiasi occasione dove si deve parlare con un interlocutore che si esprime con un idioma diverso dal nostro. Oggi le traduzioni in tempo reale elaborate dall’intelligenza artificiale sono accessibili attraverso un’ampia batteria di strumenti, da dispositivi di uso comune come auricolari e smartphone alle chatbot che abbiamo tutti iniziato a conoscere molto bene. Un vero e proprio ecosistema, per l’appunto, che sta abbattendo le barriere linguistiche, anche se per parlare di perfezione c’è ancora strada da fare. Non siamo certo nello scenario immaginato da Douglas Adams con il suo “Babel fish” che permette di capire qualsiasi lingua della galassia, insomma, ma è anche vero – e non è un particolare da poco – che in questo campo ci giocano tutte le grandi firme tech, da Google a Microsoft, da Meta ad Apple passando per i principali produttori asiatici. Prendiamo la società della Mela: con l’ultima versione di iOs, la funzione Live Translation è arrivata sugli AirPods e consente di tradurre in real time una conversazione faccia a faccia, ascoltando la voce tradotta direttamente negli auricolari. Basta un gesto o un comando a Siri e la tecnologia invisibile che tanto piace ad Apple entra ancora una volta in scena sfruttando le capacità dell’AI. Meta, da parte propria, ha portato la traduzione vocale direttamente dentro gli occhiali Ray-Ban di seconda generazione, confermando la visione di una realtà aumentata che ci libererà dai canonici schermi: l’assistente intelligente integrato interpreta ciò che l’utente ascolta o dice, restituendo l’elaborato tramite i mini-speaker dell’apparecchio o trascrivendo il testo nell’app Meta AI. Altro “fronte caldo” delle traduzioni pilotate dall’AI è quello delle piattaforme di messaggistica, e qui l’esempio più popolare è quello di WhatsApp, dove la trasformazione di intere conversazioni o singoli messaggi avviene sul device dell’utente, rispettando la crittografia end-to-end.

Tutti i dispositivi per le traduzioni online

La traduzione AI è diventata quindi una funzione strutturale degli smartphone. Samsung ha aperto la strada dotando i suoi Galaxy (dalla Serie S24 in avanti) di interprete simultaneo per gestire conversazioni faccia a faccia e telefonate, Google ha risposto con il suo Voice Translate integrato nei Pixel 10 che traduce le chiamate preservando il timbro vocale originale grazie all’elaborazione on-device e sulla stessa strada si sono incamminate le aziende cinesi, come Xiaomi, Oppo e soprattutto Honor, che con i Magic V5 ha integrato a bordo dispositivo un large speech model completo per attivare la traduzione automatica direttamente dal telefono, sganciandosi dal cloud.

La partita fra le BigTech è aperta anche sulle piattaforme di collaborazione in uso ad aziende e professionisti, con Google Meet e Microsoft Teams a sfruttare agenti AI proprietari o software di terze parti per assicurare la traduzione simultanea con voce sintetica e rendere questi strumenti sempre più utili e funzionali in riunioni e contesti di business. Interessante, in quest’ottica, l’ultima “trovata” della tedesca DeepL, vale a dire DeepL Voice, una tecnologia (già integrata in Teams e Zoom Meetings) che consente di parlare nella propria lingua durante una call mostrando sottotitoli tradotti in tempo reale agli altri partecipanti e tradurre dialoghi dal vivo via smartphone. Gli ultimi annunci della stessa Google e di OpenAI, infine, hanno riportato l’attenzione sulle chatbot e i modelli di intelligenza artificiale generativa. Con ChatGPT Translate, OpenAI inserisce il tassello della traduzione automatica nella sua galassia di servizi e lo fa con un elemento distintivo: il testo tradotto letteralmente è un punto di partenza per rielaborare l’output in funzione del contesto, trasformandolo in un contenuto “su misura”. TranslateGemma è invece l’ultima offensiva di Google: non un servizio consumer “tout court” ma una famiglia di modelli “open-weight” (di cui vengono rilasciati i pesi pre-addestrati per essere scaricati ed eseguiti localmente in modo personalizzato) pensati per sviluppatori e ricercatori e costruiti su Gemma 3, disponibili in tre taglie (4, 12 e 27 miliardi di parametri) e capaci di tradurre fino a 55 lingue. L’addestramento in due fasi di questo modelli punta a traduzioni più naturali e contestuali, ma ciò che rende l’annuncio importante, probabilmente, è la volontà di BigG di portare la sfida sui tool di traduzione a livello di infrastruttura.


Tira aria di guerra a Teheran


M.O.: LUNGO INCONTRO TRA COMANDANTE CENTCOM E CAPO IDF

(AGI) – L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), ha incontrato il capo di stato maggiore delle IDF, Eyal Zamir. Lo ha riferito il portavoce delle Forze di Difesa israeliane, sottolineando che l’incontro di ieri e’ stato “personale e lungo” ed e’ stato seguito da colloqui con alti funzionari.

“L’incontro e’ un’ulteriore espressione del legame personale tra i comandanti, dello stretto rapporto strategico tra le IDF e le forze armate statunitensi e del continuo rafforzamento della cooperazione in materia di difesa tra i due Paesi”, afferma la dichiarazione rilanciata oggi dai media israeliani.

IRAN: DIPARTIMENTO STATO USA, VIOLENZA PARTE INTEGRANTE REGIME

(AGI) — Il dipartimento di Stato Usa ha pubblicato su X un messaggio dai toni duri sul suo account in lingua persiana in cui afferma che la violenza e’ parte integrante della politica attuale della Repubblica Islamica.

Il testo, postato insieme a un video del pestaggio di una delle aggressori da parte delle forze di sicurezza, recita: “La risposta della Repubblica Islamica alle richieste degli iraniani di una vita migliore dal 1979 a oggi non e’ stata la riforma e il dialogo, ma la repressione e la violenza”.

Il messaggio viene diffuso in un contesto di rinnovata tensione tra gli Usa, Israele e l’Iran, che potrebbe sfociare in un nuovo conflitto. “La repressione delle donne, in particolare nell’ambito delle liberta’ individuali e sociali, e’ iniziata con scontri violenti e a viso aperto da parte delle forze governative ed e’ proseguita in varie forme nel corso dei decenni, dall’imposizione dell’hijab obbligatorio e dagli scontri di strada agli arresti, ai pestaggi e all’uccisione di Mahsa Amini. Questa violenza non e’ un’eccezione, ma parte integrante della politica attuale della Repubblica Islamica, che diventa ogni giorno piu’ brutale e violenta”, denuncia il post Dipartimento di Stato Usa.

Iran: Time, forse oltre 30mila vittime in soli 2 gg proteste

(AGI) – Oltre 30mila persone potrebbero essere state uccise in Iran in soli due giorni di proteste all’inizio di gennaio. Lo riferisce la rivista Time sulla base di un bilancio riportato da due alti funzionari del ministero della Salute di Teheran, anonimi per ragioni di sicurezza.

Questo numero rappresenta il bilancio delle vittime piu’ alto finora stimato oltre a essere di gran lunga superiore rispetto al dato di 3.117 vittime reso noto dal governo iraniano nei giorni scorsi.

Time ha sottolineato di non essere in grado di verificare in modo indipendente le cifre, anche se la stima di 30mila persone uccise e’ considerato in linea con i resoconti di medici e altri soccorritori sul campo.

 La rivista riporta, citando i due funzionari sanitari, che 30mila persone sono state uccise solo tra l’8 e il 9 gennaio, nel pieno delle proteste anti-regime scoppiate il mese scorso e diffuse in tutto il Paese. Secondo quanto riferito dal Time, i funzionari avrebbero affermato che nei giorni di massima repressione venivano utilizzati camion a 18 ruote al posto delle ambulanze e che non c’erano piu’ sacchi per cadaveri.


Rotta verso una nuova società feudale


(di Aldo Grasso – corriere.it) – Medioevo Prossimo Venturo. «Trump ci vuole vassalli» avverte con preoccupazione il presidente francese Macron. Forse è la stessa aspirazione di Putin e di Xi Jinping.

La parola vassallo è così potente da evocare da sola l’immagine di un Medioevo fatto di torrioni, guerrieri in armatura e segrete oscure. Chi erano i vassalli? Erano nobili a cui il sovrano affidava il controllo su ampie porzioni di territorio, detti feudi, in cambio della loro assoluta fedeltà. Così a scendere, valvassori e valvassini.

Il mondo sta virando verso una nuova società feudale? Mentre nel Medioevo le catene di dipendenza erano personali oggi sono sistemiche: si sono trasformate in dazi, in tecnologia, in protezione militare. Il vassallaggio moderno non ha servitù palesi ma ha costi di uscita proibitivi. Non prevede ordini diretti ma produce dipendenza strutturale. A tratti, però, il sovrano è diventato così arrogante da volere persino annettersi territori non suoi e da permettersi l’umiliazione pubblica nei confronti di chi dissente.

C’è chi, come il premier canadese Mark Carney, in un discorso a Davos di grande caratura politica, sostiene con determinazione che la sottomissione alle grandi potenze non garantisce sicurezza e c’è chi, al contrario, cerca nel dialogo e nella mediazione una discolpa per la soggezione e l’immobilismo politico.

Quei fantozziani lecchini a Davos

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Appollaiato di traverso, incurvato quasi ad angolo retto, trasudante soggezione e ossequio mentre l’altro non lo degna neppure di uno sguardo, con l’occhio fisso e onnisciente di una divinità. Nell’osservare in tv la postura a tappetino di Mark Rutte al cospetto dell’egolatria boriosa di Donald Trump sorge un’elementare domanda: perché mai il presidente degli Stati Uniti non dovrebbe trattarlo come una pezza da piedi? Quando da quel buffo signore che ricopre pur sempre l’incarico di segretario della Nato, non di una confraternita dedita all’autoflagellazione, il ciuffo arancione viene accuratamente umettato e celebrato (“Ciò che hai realizzato oggi in Siria è incredibile, userò i miei impegni mediatici a Davos per mettere in luce il tuo lavoro lì, a Gaza e in Ucraina”, slurp), quale considerazione il tycoon potrà mai avere dei partner europei che si fanno rappresentare da una sì ridicola marionetta? Il format dei sottomessi prevede alcune varianti. Quella del “qui lo dico e qui lo nego”, in puro stile Emmanuel Macron che, opportunamente occhialato, in pubblico dà del bullo a Trump mentre in privato si illumina di incenso: “Amico mio, siamo totalmente allineati sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran”, doppio slurp). In coda alla sviolinata la domandina sottovoce (“Non capisco cosa tu stia facendo sulla Groenlandia”), che si vorrebbe ammorbidita dalla vasellina di cui sopra. Abbiamo poi il salamelecco a futura memoria modello Meloni: “my darling”, purtroppo non posso entrare nel tuo strepitoso “board” causa fastidioso intralcio costituzionale ma speriamo che ti diano il Nobel.

Chi considera Trump il peggio del peggio che poteva capitare agli americani, che tuttavia lo hanno fortemente voluto per la seconda volta alla Casa Bianca, dovrà interrogarsi sulla sindrome da servitù che dilaga nei consessi internazionali. Con poche reazioni degne di questo nome, a cominciare e per finire dalla battutona del primo ministro canadese Carney (“Se non siedi al tavolo dei potenti sei nel menu”), celebrata come memorabile dal virilissimo consesso. Nel frattempo i Fantozzi di Davos gonfiavano il petto al cospetto dell’ardimentoso “buuu” di Al Gore e della fuga di pochi altri eroi stanchi di prendere ceffoni dal Segretario americano al commercio, Howard Lutnick. Visto l’andazzo ci permettiamo di suggerire ai sottomessi poche altre regolette di sopravvivenza, tratte da un classico del genere: “Le 48 leggi del potere” di Robert Green. L’adulazione manifesta può essere efficace ma ha i suoi limiti, se troppo diretta e ovvia sarà malvista dagli altri che si produrranno in adulazioni ancora più sperticate. Se si è più intelligenti del proprio capo, bisogna cercare di apparire all’opposto, facendolo sentire più intelligente (questa è facile). Se le vostre idee sono più creative di quelle del vostro capo non dovete esitare ad attribuirgliele il più pubblicamente possibile, facendogli sentire il vostro parere solo una ripetizione del suo giudizio. Frenate l’umorismo e trovate il modo di rendere il capo il vero autore del buonumore e delle migliori battute del momento (roba vecchia stile Berlusconi). Ma, soprattutto, il capo deve apparire come un sole verso il quale i presenti si rivolgono, che irradia potere e splendore (forse per questo Macron indossava occhiali specchiati da 659 euro). Perché è lui, the Donald, il centro dell’attenzione (ma su questo punto i sottoposti europei sembrano ferratissimi).


Alla conquista della Jacuzia


(di Michele Serra – repubblica.it) – Da giovane ho giocato molto a Risiko, eppure non mi è mai venuto in mente di arruolarmi in qualche esercito per conquistare la Jacuzia. Avevo ben chiara la differenza tra giocarsi il mondo a dadi e bombardarlo per davvero. Umberto Eco scrisse che da bambino giocava molto alla guerra, con spade di legno e fionde, ma crescendo non ha fatto il mercenario e ha sempre detestato la violenza fisica.

La simulazione dell’aggressività (nel gioco, nello sport) e la sua codificazione in forme incruente dovrebbero servire a far sfogare senza danni, soprattutto senza danni per gli altri, l’istinto di prevaricazione, o anche soltanto di autoaffermazione: entrambi molto presenti nei maschi giovani per un mix di ragioni ormonali e culturali.

Pare invece che i videogame di strategia militare abbiano avuto una enorme influenza nella formazione culturale e politica della nuova destra americana. Per esempio l’attuale capo del Pentagono, Hegseth, è pieno di tatuaggi ispirati a Crusader Kings 2.

Da guerriero da divano è dunque poi diventato, nel più istituzionale dei modi, il capo dei guerrieri americani, con una preoccupante continuità tra gioco e realtà. In particolare i videogiochi che esaltano le crociate e la sottomissione degli altri popoli da parte degli europei avrebbero avuto un ruolo decisivo nell’educazione politica, chiamiamola così, del nuovo suprematismo bianco americano.

È un ottimo tema per gli psichiatri. Possiamo limitarci, da non addetti ai lavori, o meglio alle terapie, ad avanzare un’ipotesi: se affiancato da qualche buon libro e buon film, anche Crusader Kings avrebbe avuto effetti meno rilevanti sulla psiche dei suoi fan. In aggiunta, aiuta molto anche avere in famiglia qualcuno che ti dice: «Non importa se non sottometti gli Ottomani. Io ti voglio bene lo stesso».


Quel confine tra fantasia e realtà


All’inizio Donald Trump poteva sembrare divertente. Adesso nessuno ride più. Meno di tutti ridono i canadesi

Quebec City, 22 gennaio: il premier canadese Mark Carney con la mascotte di carnevale

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – C’era una volta la fantapolitica, ben distinta dalla realtà. Non più. Donald Trump ha abbattuto la barriera tra fantasia e realtà. E si diverte un mondo a lasciare agli altri di indovinare dove finisca la fantasia e cominci la realtà. Il dubbio è che non lo sappia nemmeno lui. Il pokerismo senza limiti, in cui Trump bluffa inconsciamente contro sé stesso, gli dà visibile piacere. Ma nuoce alla salute sua e della sua nazione. Perché la credibilità è il fondamento del potere.

All’inizio Trump poteva sembrare divertente. Adesso nessuno ride più. Nemmeno quei leader europei abituati a snocciolare in pubblico il rosario degli omaggi al Numero Uno salvo tirargli calci sotto il tavolo per poi risorridergli a favore di telecamera.

Meno di tutti ridono i canadesi. Titolari del secondo Paese più grande al mondo, confinante con il terzo, gli Stati Uniti, il cui presidente promette di annettere il Canada, suo «amato cinquantunesimo Stato».

Parrebbe fantageopolitica, indisciplina che non rispetta i canoni della fisica: uno Stato sovrano è inghiottito da un altro la somma dei cui Stati federati è minore dell’incorporando. Il primo ministro canadese vi scadrebbe a governatore — così Trump si riferisce a Mark Carney. Non è chiaro quale sarebbe il destino del capo di Stato, re Carlo III, che incarna la Corona del Canada. Salvo la Casa Bianca non voglia annettersi Buckingham Palace, quale ariosa dépendance.

A prendere sul serio i sogni di Trump sono le Forze armate canadesi. Use per professione al principio di cautela, quindi a considerare lo scenario peggiore, trattano il rischio d’invasione da parte del cugino meridionale come non fantapolitico. Pericolo accresciuto dal fatto che alcuni reparti canadesi sono inquadrati in divisioni americane, quindi agli ordini di Trump.

Il governo di Ottawa ha lasciato filtrare informazioni sui giochi di guerra con cui i vertici militari studiano i possibili esiti di una guerra con gli Usa. Naturalmente non ci sarebbe partita. Entro un paio di giorni Washington potrebbe dichiarare vittoria. I rinforzi che stando ai wargames Carney dovrebbe chiedere a Macron e Starmer in quanto responsabili delle ex potenze imperiali di riferimento non farebbero in tempo a varcare l’Atlantico — escluso ovviamente (?) il ricorso ai rispettivi arsenali atomici.

Ma non finirebbe qui. La resistenza canadese scatenerebbe guerriglia per rendere la vita impossibile agli invasori. Nella pianificazione locale si prendono a modello le tattiche dei mujahidin afghani contro i sovietici. Insieme all’uso di droni in stile ucraino e di altre armi impiegabili in un conflitto super-asimmetrico. Non si hanno dettagli sull’impiego delle Giubbe Rosse.

L’aspetto più interessante di tale pianificazione anti-americana è che sancisce la crisi dei Five Eyes, la famiglia delle intelligence anglosferiche formata dal Regno Unito con Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Questo genere di pianificazione non è nuovo in ambito Nato. Gli “alleati” custodiscono negli armadi dei veleni studi sempre aggiornati sulle possibili guerre contro nemici storici, finora convertiti alle buone maniere dalle sconfitte che si sono reciprocamente inflitti. E dall’America. Nell’eventualità — ieri fantastica oggi tangibile — che un altro Stato atlantico minacci il proprio, in violazione dell’articolo 1 del Trattato di Washington (1949). Come nel caso degli Stati Uniti contro la Danimarca per mettere le mani sulla Groenlandia, apparentemente sedato dalla vaga intesa Trump-Rutte, stipulata alle spalle di Copenaghen e Nuuk.

I giochi di guerra canadesi non sono futile esercizio per militari annoiati dalla routine ma adeguamento al tempo di guerra segnato dalla rottura del cosiddetto “ordine basato sulle regole”, s’intende americane. Corollario pratico della dottrina Carney esposta a Davos. Momento di candore nel torpore della politica atlantica sopraffatta dalla velocità della rivoluzione mondiale in corso. Con tanto di enfasi sul raddoppio entro il 2030 delle spese per la difesa, basata sull’industria canadese.

Quando l’ordine mondiale si rompe e il fard della retorica si scioglie più rapidamente dei ghiacci artici, solo chi varca il muro tra pseudorealtà ideologica e realtà effettuale può sperare di salvarsi. Difficile che lo capisca il mago della Casa Bianca. Almeno un merito gli va però riconosciuto: Trump ci costringe a non mentire a noi stessi. O dovrebbe costringerci.