
(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] È stata pronunciata la parola-tabù. Altro che bomba atomica, blocco del petrolio, droni killer. Elly Schlein, ospite ad Accordi e Disaccordi, ha detto di essere favorevole a una tassa europea sui grandi patrimoni, detta anche patrimoniale. Bum! Non bastava quel terrorista di Landini, che ha proposto di far pagare l’1,3% a chi ha una rendita superiore ai 2 milioni di euro (500mila persone, l’1% della popolazione), il che frutterebbe allo Stato 26 miliardi l’anno. Tu guarda se si spaventa la gente così.
[…] Stefano Folli su Repubblica lancia un grido: “Come ha commentato Matteo Renzi (che per Folli è un riferimento autorevole, ndr), inutile fare dell’autolesionismo e regalare alla destra qualche altro argomento per spaventare i ceti medi. Ma perché i ceti medi?”. Già, perché? “Il preannuncio… riguarda… l’uno o il due per cento della popolazione, titolare di vasti patrimoni, a cui si chiederebbe un sacrificio per aiutare la parte più debole del popolo italiano”. Ma allora tutto bene, no? No. “Qui si comincia a navigare nella nebbia. Perché un’altra versione dell’imposta fa riferimento a patrimoni tassabili non inferiori ai 5 milioni di euro. Gente benestante, certo, ma non più solo super-miliardari”. Vero: chi non ha 3 o 4 case da un milione di euro ciascuna che farebbero scattare ingiustamente la quota patrimoniale? “Come si calcolano le ricchezze individuali per arrivare, poniamo, ai cinque milioni?”. Sono problemi davanti ai quali non ci vorremmo mai trovare. La conclusione è drastica: “Sentir parlare di patrimoniale suscita inquietudine diffusa”. […]
“L’inquietudine diffusa” è in realtà quella dei commentatori dell’establishment, dove si accetta placidamente che ci sia chi fa gli interessi dei milionari (al governo e all’opposizione), ma si rabbrividisce di orrore se ogni tanto qualcuno dice di voler fare gli interessi dei cittadini comuni, se non proprio, absit iniuria verbis, dei poveri. Così fu per il Rdc, “voto di scambio” (Renzi) e “metadone” (Meloni) col consenso dei media padronali.
Sul Corriere, De Bortoli scrive l’editoriale “Tutti i pericoli di una patrimoniale” (che evidentemente non si esauriscono nel fatto che gli ultra-ricchi pagherebbero un po’ più di adesso): “Insistere sull’idea di una patrimoniale è il modo migliore per perdere le elezioni”. “La ragione principale”, dice, “è che i grandi capitali, quelli che si vorrebbero colpire, se ne vanno all’istante”; ma proprio per questo sia Schlein che Conte parlano di una tassa “a livello europeo”, di modo che chi scappa in Lussemburgo troverebbe ad attenderlo la stessa tassa che pagherebbe qui. Altri pericoli? Che i detentori di patrimoni “più piccoli, anche se non toccati dall’eventuale provvedimento, si sentirebbero subito minacciati”. Vabbè: in quel caso basta che si rechino in qualsiasi Caf d’Italia per essere rassicurati dall’impiegato, calcolatrice alla mano; altrimenti ci sono sempre le benzodiazepine, che purtroppo non sono mutuabili e sarebbero a carico del detentore di piccolo patrimonio, pazienza.
[…] Il Foglio arruola Cottarelli (“Idea inutile e dannosa, i dem andrebbero oltre Mamdani”: non sia mai) e irride “la linea del M5S di Conte, che invece la patrimoniale la vuole ‘a livello globale o quantomeno europeo’, se proprio non si può imporre a livello intergalattico”. L’idea di una patrimoniale globale è di Inácio Lula, presidente del Brasile: un’imposta annuale del 2% sui patrimoni dei 3.000 super-miliardari del pianeta; poveracci: colpiti da una misura sadica solo per sfamare 673 milioni di persone colpite da fame cronica (Report Sofi dell’Onu). In Spagna, dove il Pil è cresciuto del 3,2% nel ’24 e del 2,9% nel ’25, e dove si prevede per il ‘26 il +2% (da noi il +0,5%), esiste dal 2023 un’aliquota progressiva dall’1,7% su patrimoni netti da 3 milioni e del 3,5% oltre i 10 milioni. Il problema dell’Italia, peraltro, non è la fuga dei ricconi, ma di disoccupati e precari ultra-scolarizzati. Il Financial Times ha rivelato che Milano attrae i super-ricchi mentre espelle il ceto medio. Il motivo? La flat tax, che tanto piace ai liberisti di destra e asserita sinistra, quindi a Salvini, a Meloni e naturalmente all’accoppiata perdente Calenda-Renzi, il quale ultimo introdusse per i ricconi trasferitisi in Italia una tassa fissa di 100mila euro, diventati 200mila con l’attuale governo di finta destra sociale (per Meloni le tasse sono “pizzo di Stato”; la patrimoniale sarebbe una strage). Si tenga conto che un operaio o un dipendente pubblico pagano in tasse più di un terzo del salario tra trattenute e imposte. Il movimento Tax the rich chiede alla Commissione di adottare la misura elaborata dagli economisti Saez, Zucman e Landais, che prevede aliquote dell’1% tra 2 e 8 milioni, del 2% per chi possiede da 8 milioni a 1 miliardo e del 3% oltre 1 miliardo di euro. La maggior parte di noi può stare tranquilla; forse anche gli editorialisti italiani.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Ricapitoliamo. Il 9 gennaio, dopo un mese scarso di “indagini”, la Procura generale di Milano invia a Nordio un parere di 23 righe favorevole alla grazia per la Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Il 18 febbraio, in gran segreto, Mattarella firma la grazia. L’11 aprile esce la notizia su Rai3 e sul Fatto. Che indaga e smentisce punto […]

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Ci sono due notizie buone e una decisamente meno nella mozione unitaria presentata ieri alla Camera dal centrosinistra. Quelle buone riguardano il metodo e il merito del testo. Solo qualche giorno fa, su queste stesse pagine, ci chiedevamo che fine avesse fatto l’appello di Conte all’indomani della vittoria referendaria ad accelerare su programma e leadership. E ieri è arrivato un primo, importante segnale: la mozione, riassunta dal primo firmatario Filippo Scerra (M5S), sulla quale – e qui veniamo alla seconda buona notizia – le forze progressiste si sono ritrovate unite ad impegnare il governo su alcune delle questioni più spinose che finora avevano messo in evidenza distinguo e divisioni. “Riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa, considerato l’impatto strutturale sulla finanza pubblica di fatto insostenibile alla luce dei dati Istat”, si legge nel testo a proposito allo sconsiderato vincolo del 5% del Pil imposto da Trump e sottoscritto da Meloni senza battere ciglio. “Una revisione integrale del Patto di stabilità”, che la stessa Meloni non si fece problemi a firmare salvo ora elemosinare flessibilità in deroga alle regole da lei stessa approvate e accettate. “Promuovere una politica di difesa comune europea attraverso la pianificazione, l’acquisizione e la gestione di capacità condivise, al fine di efficientare le risorse già previste e sfruttando le economie di scala”, anziché sperperare centinaia di miliardi per riarmare alla rinfusa e senza coordinamento i 27 eserciti dei Paesi Ue. Tutto perfetto se non fosse per l’elenco dei firmatari della mozione: M5S, ovviamente, Pd, Avs e Italia Viva. Il partito di Renzi che, a quanto pare, gli altri partiti del fronte progressista sembrano sempre più convinti di includere nella coalizione che sfiderà le destre alle prossime politiche. Come se fosse passato un secolo da quando, proprio Renzi, staccò la spina, vantandosene pure, al Conte II per spianare la strada all’esecutivo Draghi. Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Soprattutto in politica. Soprattutto con Renzi…

(Giancarlo Selmi) – Per capire come si muove il cosiddetto giornalismo italiano, è sufficiente soffermarsi un attimo sulle presenze televisive e sul numero d’interviste rilasciate dai leaders politici. Da quel conteggio esce un dato incontrovertibile quanto surreale: i due leaders più intervistati e più ospitati nei cosiddetti “salotti televisivi” sono Renzi e Calenda.
È curioso rilevare, inoltre, che la televisione che dà più spazio ai due Ollio più Ollio, sia quella che fa parte del Gruppo Cairo, LA7. E non dev’essere affatto casuale se il Corriere della Sera, giornale appartenente allo stesso gruppo fa la stessa cosa. Guardando i numeri si sfiora il paradosso: Calenda ha ricevuto almeno tre volte le attenzioni dedicate a Fratoianni che, in termini elettorali, rispetto a Calenda, vale più del doppio.
Renzi ancora peggio se è vero, com’è vero, che prenderebbe la metà dei voti di Calenda e meno di un quarto di quelli che premierebbero Fratoianni. Eppure Renzi è sempre lì, Calenda pure, Fratoianni non si vedrebbe neppure se si accendesse un cero a San Cairo martire. Parlo di Fratoianni, ma il trattamento riguarda un po’ l’intero campo progressista. Anche gli “opinionisti” chiamati più frequentemente, quelli con le opinioni un tanto al chilo, non fanno mistero di adorare quella parte politica.
Sono anni che Cairo tira la volata a quella gente lì. Sono anni che il messaggio risulta essere sempre lo stesso, che le linee editoriali sono spostate su centrini, centrali e centrotavole. Perfino la Gruber ha mostrato segni di cedimento con Calenda: “Dove vuoi andare con il 3% ?” Manipolazione a iosa, Mieli in tutte le salse, Bernabè quando si può, De Benedetti quando sta in forma. Fa eccezione Travaglio che, quando c’è, ristabilisce un poco di equilibrio.
A Cuba ho visto giornalismo meno terrificante.
Lo scrittore sul caso dei braccianti bruciati vivi: «Il governo è indifferente: la narrazione contro i migranti favorisce questo stato di schiavitù»

(Federico Genta – lastampa.it) – «L’agricoltura italiana è morta, e questo governo non conosce nemmeno lontanamente un problema che può essere affrontato solo con una gestione europea e con la defiscalizzazione». Da anni Roberto Saviano denuncia la piaga del caporalato e come le organizzazioni criminali gestiscano la filiera agricola e il controllo sui braccianti, specie nel Sud Italia.
Quattro cittadini pakistani uccisi da altri cittadini pakistani, è la guerra degli ultimi?
«In un primo momento sembrava una guerra tra caporali. Ora sta emergendo qualcosa di impensato: sarebbero stati uccisi perché non avevano pagato l’estorsione, cioè il pedaggio per essere trasportati al campo. Se qualcuno si rifiuta di pagare, tutti gli altri smettono di pagare. Un’esecuzione esemplare. Il controllo della manodopera nelle campagne vale denaro. Chi gestisce i lavoratori decide chi lavora, chi mangia, ma non solo: anche chi resta in quel territorio. La violenza è la negoziazione unica possibile tra gruppi che gestiscono il lavoro. La guerra tra poveri è la garanzia di pace per i ricchi. E non è un episodio isolato.
Era già successo?
«Negli ultimi mesi nella zona di Corigliano-Rossano ci sarebbero stati quattordici incendi dolosi di auto e furgoncini di braccianti. Una escalation sistematica, sempre all’interno delle comunità migranti. Il controllo non riguarda solo il lavoro nei campi: riguarda i permessi di soggiorno, gli alloggi, tutto ciò che regola la permanenza in Italia».
I sindacati parlano di almeno dieci mila schiavi impegnati ogni anno nei campi e nei vivai della piana. Serve una svolta culturale?
«La parola “culturale” è un lusso che si usa quando non si vuole parlare di legge, di controlli, di responsabilità penale. La legge 199 del 2016 – il decennale cade quest’anno – è una buona legge. Va ricordato che nacque grazie a Yvan Sagnet, camerunense, studente del Politecnico di Torino, che nel 2011 organizzò lo sciopero di Nardò, la prima rivolta dei braccianti stranieri contro il caporalato in Italia. Un africano diede all’Italia una delle migliori leggi sul lavoro degli ultimi vent’anni. Punisce il caporalato con la reclusione da uno a sei anni, prevede la confisca dei beni, introduce la responsabilità delle aziende committenti. È sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura. Per scelta».

Manca la voglia oppure le risorse economiche per cambiare?
«Bisognerebbe chiedersi se manca la volontà politica. Le risorse ci sono. La legge c’è. Manca la volontà. E la volontà manca perché il sistema deve funzionare esattamente così. I responsabili sono le grandi catene della distribuzione, le aziende conserviere, i marchi che tutti conosciamo e che comprano a prezzi che rendono impossibile pagare un salario dignitoso. Il caporale è l’ultimo anello visibile di una filiera costruita apposta per non lasciare tracce».
Qual è il ruolo della ’Ndrangheta nella diffusione e organizzazione del caporalato?
«La ’Ndrangheta non gestisce direttamente il caporalato come gestisce il traffico di cocaina. Si accorda con le aziende agricole, assicura che le dinamiche di sfruttamento non vengano disturbate. È una funzione di protezione e di omertà, non di gestione operativa. E lo dimostra proprio questo omicidio: se i caporali fossero sotto il controllo diretto della ’Ndrangheta, quattro morti in quel modo non sarebbero stati permessi».
È lo Stato che non è abbastanza presente?
«Quale Stato? Non esiste uno Stato soltanto. Esistono diverse declinazioni di Stato. Una parte dello Stato è complice attiva di questo sistema: alcuni politici locali, alcuni amministratori, diversi funzionari. Ha mai visto un ministro nelle campagne della Piana di Gioia Tauro? Nei campi del Cosentino? Quella non è assenza, è scelta precisa».
Pochi mesi fa il governo ha affrontato in commissione alla Camera il caso dei lavoratori sfruttati nel Cosentino. Alla fine dello scorso anno c’erano già stati quattro morti e i primi arresti. Cosa ci dice questo?
«Ci dice che il sistema funziona finché non muore qualcuno. Quando arrivano i morti arriva la Commissione. Poi torna il silenzio. Senza quei lavoratori pagati tre euro l’ora, spesso meno, spesso a cottimo, l’agricoltura italiana non regge. Lo sa il governo, lo sa la grande distribuzione, lo sanno le aziende conserviere».
Combattere lo sfruttamento nei campi non porta voti?
«Non porta voti perché ti inimichi chi pesa sulla politica. La grande distribuzione e le associazioni dell’agroalimentare sono potentati economici con un’enorme capacità di pressione, soprattutto a livello locale, dove un’azienda che dà lavoro a migliaia di persone condiziona qualunque amministratore. Nessun politico tocca chi può determinare la sua rielezione».
È così che muore l’agricoltura italiana?
«Le aziende agricole italiane competono con prodotti importati dalla Spagna, dal Nordafrica, dal Medio Oriente, dove il costo del lavoro è più basso o le importazioni costano meno. Il produttore italiano ha due sole scelte: comprimere il lavoro o farsi spazzare via dal pomodoro che arriva via nave a un terzo del prezzo. Lo sfruttamento diventa la risposta a una concorrenza che lo Stato e l’Europa non governano. Non si risolverà mai. E tutta la messa in scena contro l’immigrazione ha spesso un solo compito: tenere i braccianti inchiodati alla schiavitù, con i prezzi bassi. Il migrante criminalizzato nel discorso pubblico è il migrante docile nel campo. La paura serve a non far alzare la testa a chi raccoglie».
La governatrice ha sottolineato il massiccio schieramento di forze dell’ordine presente allo scalo di Elmas: “Se esiste un’esigenza di ordine pubblico così rilevante, allora esiste anche un dovere di trasparenza”

(lespresso.it) – Polemiche e proteste all’aeroporto di Cagliari-Elmas per l’arrivo di una serie di voli charter provenienti da Tel Aviv. Secondo quanto riportato dall’Unione Sarda, negli ultimi giorni diversi aerei sarebbero atterrati nello scalo dell’isola nell’arco di poche ore. Il sospetto dei manifestanti è che a bordo vi fossero riservisti dell’esercito israeliano accompagnati dalle famiglie per trascorrere un periodo di vacanza in Sardegna. E non sarebbe il primo anno.
Una quindicina di attivisti si è radunata nell’area arrivi dello scalo con striscioni e bandiere palestinesi, scandendo slogan per la libertà della Palestina e contro la guerra a Gaza e nel Sud del Libano. I manifestanti hanno contestato la presenza di militari israeliani coinvolti nelle operazioni degli ultimi mesi. Imponente il dispositivo di sicurezza predisposto all’aeroporto, con agenti di polizia impegnati a monitorare la situazione, identificare i partecipanti e garantire il regolare funzionamento dello scalo.
Sulla vicenda è intervenuta anche la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde, che ha definito l’episodio “un fatto gravissimo”. In un post pubblicato sui social, la governatrice ha denunciato la mancanza di comunicazioni preventive alle istituzioni regionali. “Ancora una volta, come già accaduto la scorsa estate, la Regione Sardegna non ha ricevuto alcuna comunicazione preventiva. Nessuno ha informato le istituzioni regionali. Nessuno ha chiarito chi organizzi questi soggiorni, con quali finalità, attraverso quali interlocuzioni e sotto quale responsabilità politica”, ha scritto.
Todde ha inoltre sottolineato il massiccio schieramento di forze dell’ordine presente a Elmas, sostenendo che “se esiste un’esigenza di ordine pubblico così rilevante, allora esiste anche un dovere di trasparenza”.
La presidente della Regione ha annunciato di aver chiesto ai parlamentari del Movimento 5 stelle di presentare un’interrogazione ai ministri Antonio Tajani e Matteo Piantedosi per chiarire se il governo fosse a conoscenza degli arrivi, chi li abbia autorizzati e quali rapporti siano intercorsi con le autorità israeliane.
Sulla vicenda è intervenuto anche il coordinatore regionale del M5s Sardegna Alessandro Solinas, che ha ribadito la posizione del movimento contro “le violazioni dei diritti umani” nei Territori palestinesi e in Libano, ricordando il riconoscimento dello Stato di Palestina approvato dal Consiglio regionale sardo nell’ottobre scorso.

(di Giulia Della Michelina – lastampa.it) – «La situazione a Nabatiyeh sta diventando sempre più difficile. Lavoriamo 24 ore su 24 per cercare di aiutare le persone». Ghaleb Jaber, 30 anni, fa parte del gruppo di 20 volontari del servizio di ambulanze (Isaf Nabatiyeh) che in questo momento sta facendo fronte all’emergenza sanitaria provocata dalla nuova avanzata israeliana nel Sud del Libano.
Il suo tono di voce lascia trasparire la stanchezza e la preoccupazione mentre descrive l’intensificazione degli attacchi degli ultimi giorni. La zona di Nabatiyeh, una delle città più importanti del Libano meridionale già pesantemente colpita negli ultimi due anni, è assediata da giorni.
Hezbollah ha fatto sapere che i suoi combattenti si sono scontrati con le forze israeliane a Zawtar el-Sharqiyeh a «distanza ravvicinata» nel tentativo di bloccare l’avanzata. «Gli attacchi più pesanti hanno colpito anche le zone di Kfar Roummane, Habboush, Zefta, Deir ez-Zahrani. Sono tutti villaggi vicini alla nostra sede», spiega Jaber, che insieme ai colleghi presta soccorso nell’intera area.
«Ogni giorno, ogni ora ci muoviamo in zone diverse», aggiunge. Domenica l’esercito dello Stato ebraico ha preso il controllo del castello di Beaufort, con una mossa non soltanto simbolica ma anche strategica. La struttura, già conquistata durante l’invasione del 1982, domina infatti le città libanesi sotto occupazione (da Est) ma anche gli insediamenti del nord di Israele a meno di 10 chilometri di distanza.
Gli israeliani «non sono ancora arrivati alla città di Nabatiyeh ma sono molto vicini. E ci sono costantemente bombardamenti sugli edifici, sulle case, sui luoghi di lavoro», spiega Jaber.

«La maggior parte delle persone è fuggita», racconta il soccorritore. L’intera città di Nabatiyeh è stata sottoposta a un ordine di evacuazione da parte dell’esercito israeliano, così come diversi villaggi circostanti, mentre tutta l’area al di sotto del fiume Zahrani è stata definita “zona di combattimento”.
«Molti non hanno più una casa dove stare o non hanno risorse economiche. Abbiamo organizzato delle evacuazioni insieme alla Croce Rossa, ma c’è ancora chi rimane qui, nonostante i rischi». [..]
Anche l’area circostante l’ospedale governativo di Nabatiyeh è stata presa di mira dai droni israeliani, in un attacco che ha ferito tre persone. Gli stessi soccorritori restano esposti a rischi altissimi. Solo nell’ultima fase della guerra in Libano cominciata il 2 marzo Israele ha ucciso almeno 120 paramedici e lavoratori sanitari, spesso colpiti con la strategia del “double tap” che consiste nell’effettuare due o più raid nello stesso luogo nel giro di breve tempo. […]

(ANSA) – La commissione Affari giuridici del Parlamento europeo ha dato il via libera alla revoca dell’immunità del capodelegazione di Forza Italia all’Eurocamera, Fulvio Martusciello, accogliendo la richiesta della procura federale del Belgio nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate.
Gli eurodeputati si sono espressi con 14 voti a favore della revoca delle guarentigie parlamentari, 11 contrari e zero astensioni. La decisione definitiva spetterà ora all’Aula di Strasburgo, chiamata a pronunciarsi nelle prossime settimane.
Primo no dell’Europarlamento alla revoca dell’immunità per De Meo
(ANSA) – La commissione Affari giuridici del Parlamento europeo ha respinto la richiesta di revoca dell’immunità dell’eurodeputato di Forza Italia Salvatore De Meo, avanzata dalla procura federale del Belgio nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate. Gli eurodeputati si sono espressi con 7 voti a favore della richiesta di revoca, 18 contrari e zero astensioni. La decisione definitiva spetterà ora all’Aula di Strasburgo, chiamata a pronunciarsi nelle prossime settimane.
L’On. Mario Casillo, Vicepresidente della Regione Campania, interviene e conclude il confronto pubblico su transizione energetica, sviluppo sostenibile e nuove opportunità per cittadini e imprese

Si terrà venerdì 5 giugno 2026 alle ore 18:00, presso l’Hotel Villa Edelweiss di Bacoli, in Via Cuma 21, l’incontro pubblico “Campi Flegrei Green – Comunità energetiche e nuove opportunità per cittadini e imprese”, promosso da Francesco Macillo e dall’APS De Amicitia, con il coinvolgimento di esperti del settore energetico, professionisti e rappresentanti delle istituzioni. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di approfondire il ruolo delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), considerate oggi uno degli strumenti più innovativi per accelerare la transizione energetica, ridurre i costi in bolletta e generare benefici concreti sul piano economico, ambientale e sociale per cittadini, imprese ed enti locali.
“Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano una grande opportunità per i nostri territori, perché consentono di unire sostenibilità ambientale, risparmio energetico e coesione sociale. È un modello di sviluppo che mette al centro le comunità e il loro futuro”, dichiarano gli organizzatori Francesco Macillo e l’Avv. Lelio Mancino, Presidente dell’APS De Amicitia.
L’evento si propone di offrire un quadro chiaro e aggiornato sulle opportunità legate alle CER, analizzando il funzionamento delle comunità energetiche, gli incentivi disponibili e le prospettive di crescita per famiglie, professionisti e imprese, con particolare attenzione alle ricadute sul territorio dei Campi Flegrei. A sottolineare il valore strategico dell’iniziativa è anche la Dott.ssa Maria Carmina Biglietto, che evidenzia come la diffusione delle comunità energetiche rappresenti “un passaggio fondamentale per accompagnare cittadini e imprese verso un nuovo modello di consapevolezza energetica, basato su innovazione, accessibilità e sostenibilità concreta”.
Nel corso dell’incontro interverranno l’Ing. Luciano Minerva, esperto in Comunità Energetiche Rinnovabili; il Dott. Giuseppe Romano, Progettista Europeo; e il Dott. Clemente Arvonio, EU Project Manager, che approfondiranno rispettivamente gli aspetti tecnici, progettuali e legati alle opportunità di finanziamento europeo per lo sviluppo dei progetti energetici territoriali. I lavori saranno moderati dall’Avv. Lelio Mancino, mentre l’apertura sarà affidata ai saluti istituzionali del Sindaco di Bacoli, Josi Gerardo Della Ragione. Le conclusioni saranno affidate all’On. Mario Casillo, Vicepresidente della Regione Campania, che interverrà sul ruolo delle istituzioni regionali nella promozione delle politiche energetiche sostenibili e sul contributo strategico delle Comunità Energetiche Rinnovabili per lo sviluppo dei territori.
“Questo incontro – concludono gli organizzatori – vuole essere un momento di confronto concreto e operativo tra istituzioni, professionisti e cittadini, con l’obiettivo di costruire una comunità più sostenibile, autonoma e competitiva, capace di affrontare le sfide energetiche del futuro”.

Venerdì 5 giugno torna in tutta Italia la Lunga Notte delle Chiese, la manifestazione che da undici anni apre le porte di chiese, santuari, monasteri e luoghi di spiritualità per una serata speciale in cui cultura, arte, musica, testimonianza e riflessione si incontrano.
Anche quest’anno saranno centinaia le iniziative organizzate lungo tutta la penisola: concerti, spettacoli, visite guidate, mostre, laboratori, momenti di dialogo, percorsi di scoperta del patrimonio storico-artistico e occasioni di preghiera. Un grande mosaico di esperienze accomunate dalla volontà di rendere le chiese luoghi aperti, vivi e accoglienti. L’ingresso agli eventi sarà gratuito.
Tema dell’edizione 2026 sarà “#HOME – Francesco, va’ e ripara la mia casa”.
Quest’anno anche la chiesa di San Nicola a Pistaso, a Napoli, in Via San Biagio dei Librai,82, partecipa per la prima volta a questa importante iniziativa nazionale.
La chiesa, una delle tante abbandonate per decenni, è stata riaperta al culto periodico ed ai cittadini ma anche ai turisti dal 2024 e custodisce un grande patrimonio storico e culturale della Congrega di San Michele Arcangelo ai Pistasi oltre all’esposizione permanente di uno scenografico e grande Presepio in stile settecento che, in questo periodo è allestito come “Presepio di Pasqua”.
Tanta storia è passata da questa chiesa barocca che nasce, però, come edificio civile (uno dei Sedili minori) in epoca medievale per poi diventare una Estaurita fino al 1660 quando viene riconvertita in chiesa e, infine nel 1821, come sede dell’Arciconfraternita dei sediari e dei facchini, intitolata a San Michele Arcangelo. La chiesa, ancora oggi uno spazio carico di pregevoli opere d’Arte sconosciute a tanti, detiene un “mistero” del suo ipogeo: non una Terrasanta come era in uso fino agli albori del XIX secolo nelle chiese napoletane ma come “fossa del grano”.
Per la Lunga notte delle chiese, San Nicola a Pistaso resterà aperta oltre al consueto orario di apertura (10-13 e 15-18) fino alle ore 20:30 per offrire, sempre con ingresso libero e gratuito, straordinarie viste guidate ai “Tesori di San Nicola a Pistaso” ed al Grande Presepio, ogni ora a rotazione, ultimo ingresso ore 19:30, grazie ai Volontari dell’Associazione I Sedili di Napoli ETS e si potrà inoltre godere degli interventi musicali cinquecenteschi del famoso e suggestivo Ensemble “Musica Reservata” che eseguirà villanelle e musiche da danza storica d’epoca rinascimentale, nei loro bellissimi abiti d’epoca, che condurranno i visitatori nelle atmosfere della Napoli spagnola.
La parola HOME, scelta come filo conduttore dell’edizione, richiama il bisogno universale di una casa intesa non soltanto come spazio fisico, ma come luogo di appartenenza, accoglienza, dialogo e speranza. In un tempo segnato da conflitti, fragilità sociali e profonde trasformazioni culturali, la Lunga Notte delle Chiese desidera offrire un’occasione per riflettere sul significato dell’abitare, del custodire e del ricostruire legami. Le chiese diventano così luoghi capaci di accogliere domande, racconti, esperienze e percorsi diversi, favorendo l’incontro tra fede, cultura e società.
A raccontare gli eventi nelle diverse regioni italiane sarà la TGR Rai, media partner nazionale della manifestazione.
Per info: 3661031409
Tutte le ulteriori informazioni generali si possono trovare nella pagina Facebook ufficiale “Lunga Notte delle Chiese” e anche nel sito internet http://www.lunganottedellechiese.com all’interno del quale saranno aggiornante le news.
Associazione I Sedili di Napoli – ETS
Iscrizione RUNTS: Decr. n° 930 del 21/12/2023
80134 Napoli, Via Sedile di Porto, 33
80138 Napoli, Piazzetta del Grande Archivio, 5
isedilidinapoli@libero.it
isedilidinapoli@pec.it
+39 366 10 31 409
Sito web: http://www.isedilidinapoli.eu
FB: I Sedili di Napoli Custodi della Nostra Storia

(ANSA) – BRUXELLES, 03 GIU – I valori catastali in Italia “non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato”. Lo rileva ancora una volta la Commissione europea nelle raccomandazioni per l’Italia, ricordando che Roma si è impegnata nel Piano strutturale di bilancio di medio termine ad “aggiornare i valori catastali per gli immobili non ancora inclusi nel catasto e per gli edifici che hanno beneficiato di programmi pubblici per l’efficienza energetica e/o interventi di ristrutturazione”.
Bruxelles osserva che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione ricorrente sugli immobili “per quasi tutte le classi di proprietà”. Questo si traduce in “basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale”, anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa.
La Commissione sottolinea anche che “in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi”, nonostante l’esistenza di canoni regolamentati.
Nel documento si rileva poi che “la quota di edilizia sociale è bassa”, con “un patrimonio abitativo pubblico limitato” e “liste d’attesa molto lunghe”.
L’Italia è inoltre caratterizzata da “un’elevata quota di abitazioni non occupate” e da una “forte presenza di affitti a breve termine”. Bruxelles osserva che le responsabilità sono “divise tra amministrazioni nazionali e subnazionali” e che “non esiste un quadro nazionale di coordinamento globale”.
Secondo la Commissione, la “mancanza di finanziamenti strutturali” ha ulteriormente limitato l’efficacia delle politiche abitative. Il governo, rileva infine il documento, ha recentemente adottato il Piano Casa, ma la sua valutazione e la sua attuazione sono “ancora in una fase molto iniziale”.
Dopo gli approfondimenti svolti, secondo la relazione della pg di Milano Francesca Nanni, trasmessa oggi al ministero della Giustizia, “non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito” che ha portato alla “concessione della grazia” all’ex consigliera della Lombardia

(ilfoglio.it) – Le notizie pubblicate dal Fatto Quotidiano sul caso della grazia concessa a Nicole Minetti“non corrispondono al vero” e “non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito” che ha portato alla “concessione della grazia” all’ex igienista dentale e consigliera regionale della Lombardia. Lo ha deciso la procura generale di Milano nella relazione trasmessa oggi al ministro della Giustizia, al termine degli approfondimenti disposti per verificare il contenuto degli articoli di stampa e le successive indiscrezioni emerse sulla vicenda che mettevano in dubbio la legittimità della concessione che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le aveva fatto a febbraio scorso. A fine aprile, dopo un articolo del giornale di Marco Travaglio – dal quale erano emerse circostanze relative al figlio adottivo di Nicole Minetti diverse da quelle rappresentate al presidente con la domanda di grazia – il Quirinale aveva scritto a via Arenula per “provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.
In una lunga nota in cui viene ripercorsa l’intera vicenda, la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni spiega che gli accertamenti hanno escluso una serie di circostanze riportate dal quotidiano. E vengono elencati punto per punto. In particolare viene chiarito che il professionista deceduto in Uruguay in circostanze ritenute “non chiare” non era il legale dei genitori biologici del minore adottato, ma l’avvocato dello stesso bambino, favorevole all’adozione. Inoltre nel procedimento non vi sarebbe stata alcuna “battaglia legale”, poiché i genitori naturali non si sono costituiti e la madre biologica è sempre risultata irreperibile. Sul decesso del legale, il procuratore della Repubblica uruguaiano avrebbe escluso ipotesi di reato. La relazione evidenzia che non sono emerse irregolarità nel procedimento di adozione, successivamente riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia, né risultano segnalazioni di reato, procedimenti pendenti o coinvolgimenti investigativi in Uruguay o in Spagna a carico di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani.
La procura generale conferma anche il “grave quadro sanitario” del minore, seguito dal Boston Children’s Hospital, che richiede la presenza della madre durante controlli e terapie, oltre ai precedenti consulti effettuati presso strutture ospedaliere di Cleveland, New York e in Italia. È stata inoltre verificata l’attività di volontariato svolta da Minetti e la sua presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 per tutto il 2025, fatta eccezione per brevi rientri in Uruguay e sono state smentite, sulla base di numerose dichiarazioni raccolte nelle indagini difensive e di testimonianze acquisite dai carabinieri, le accuse relative alla sua partecipazione a presunte feste con droga e sesso negli ultimi anni – dichiarazioni che erano state rese da una massaggiatrice.
La grazia “umanitaria”, che Minetti aveva ottenuto per via dell’adozione di un bambino dato per abbandonato, aveva cancellato la condanna a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che l’ex consigliera regionale della Lombardia avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. La procura generale di Milano e via Arenula hanno infatti motivato il loro parere favorevole alla grazia dal momento che l’affidamento in prova ai servizi sociali di Minetti “le avrebbe reso difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a visite periodiche e a terapie specialistiche all’estero”.
Secondo il Fatto Quotidiano, il bambino non era abbandonato, ma avrebbe avuto ancora entrambi i genitori “viventi e identificati”, come risulta dagli atti del Tribunale di Maldonado, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani avrebbero intentato una causa contro di loro per ottenere la “Separacion Definitiva y Pérdidade Patria Potestad”. La madre biologica dovrebbe trovarsi in Uruguay, però al momento risulta scomparsa. Ma anche l’avvocata che ha assistito i genitori non c’è più, è infatti morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato. Sempre secondo il quotidiano, sarebbero emersi dubbi proprio sulle cure mediche di cui il bimbo necessitava e sugli accertamenti svolti per arrivare alle conclusioni che hanno portato il Colle a concedere la grazia.
Nei giorni successivi alle polemiche, la pg di Milano Nanni e il sostituto procuratore della Corte d’Appello milanese Gaetano Brusa hanno spiegato ai giornalisti di aver “agito sulla base della delega del ministero, delega classica attivata in casi simili. Non ci interessa ciò che dicono di noi, abbiamo la nostra coscienza e sappiamo cosa fare e abbiamo fatto gli accertamenti. Il ministero li ha ritenuti idonei per il proprio parere e la Presidenza della Repubblica li ha ritenuti sufficienti. Ora l’interesse di tutti è chiarire i fatti indicati”. Sul caso era intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che aveva detto di fidarsi del ministro Nordio. La competenza della grazia non è la mia.
PETER GOMEZ: “LE NOTIZIE NON VENGONO CONSIDERATE VERE SENZA SENTIRE LA FONTE. CURIOSO”

(Da Un giorno da Pecora – Radio1) – Il comunicato della Procura Generale di Milano di oggi sulla vicenda Minetti? “In quel comunicato si scrive che non è stata fatta la rogatoria, perché non si poteva fare, e quindi non hanno sentito la testimone che noi abbiamo intervistato.
Non hanno fatto altri atti di indagine, se non appoggiandosi all’Interpol, ma hanno stabilito sulla base di indagini difensive, e di qualcuno che hanno sentito, che non è vero quello che ha detto a noi la testimone.
Curioso: in tutta la mia carriera non avevo mai visto un’indagine che si fa per stabilire se” una persona “ha detto ad un giornale o in tv delle cose vere e poi non viene interrogato”. Lo dice a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, il direttore del sito del Fatto Quotidiano Peter Gomez, ospite in studio della trasmissione di Giorgio Lauro e Nancy Brilli.
“Noi abbiamo fatto un’inchiesta per raccontare una storia. Prendiamo atto che le notizie che abbiamo raccontato non vengono considerate vere senza sentire la fonte da cui provengono. Curioso”. Quindi ora questa vicenda per il vostro giornale finisce qui? “Le inchieste del Fatto – ha concluso Gomez a Un Giorno da Pecora -, non finiscono qui”.

(ANSA) – “Nonostante i recenti miglioramenti, i rischi di povertà ed esclusione sociale restano relativamente elevati in Italia, in particolare tra i bambini e le famiglie, mentre le disparità territoriali continuano ad ampliarsi. La povertà assoluta ha raggiunto negli ultimi anni livelli storicamente elevati, interessando l’8,4% delle famiglie nel 2024, compreso il 13,8% dei bambini.
I divari regionali sono marcati: il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è circa quattro volte più elevato nelle Isole rispetto al Nord-Est”. Lo scrive la Commissione europea nel documentole raccomandazioni del Semestre europeo.
La Commissione rileva inoltre che le lacune nella protezione sociale e le persistenti debolezze nell’erogazione dei servizi essenziali continuano a contribuire a livelli elevati di povertà ed esclusione sociale. Bruxelles osserva che i trasferimenti sociali diversi dalle pensioni riducono la povertà “meno della media Ue” e che il loro effetto si è “ulteriormente indebolito nel 2025”.
Nel documento si afferma inoltre che il regime di reddito minimo riformato, l'”Assegno di inclusione”, ha ridotto “adeguatezza e copertura”. Pur giudicando gli sforzi recenti a sostegno delle famiglie “nella giusta direzione”, la Commissione invita a rafforzare le misure contro la povertà minorile e segnala che il fenomeno dei senzatetto resta “persistente e grave”.
I diritti conquistati negli ultimi 80 anni siano una lezione per il futuro. La nostra storia ha visto battaglie democratiche e dato voce anche agli umili

(ANNA FOA – lastampa.it) – Le ricorrenze hanno sempre due aspetti, due prospettive: ricordano il passato, guardano al futuro. Così, questa celebrazione degli ottant’anni della Repubblica ci ricorda come essa è nata, che cosa ha significato nel 1946, ma ci interroga anche in un momento difficile della nostra storia – e per nostra non intendo solo quella italiana – su cosa la Repubblica nata ottant’anni fa rappresenta per il futuro di tutti noi, come possa condizionarlo e determinarlo.
Partiamo dal passato. Il 2 giugno del 1946 non ci fu solo il voto per il referendum tra monarchia e repubblica, ma ci fu anche il voto per l’elezione dell’Assemblea Costituente, da cui sarebbe nata la nostra Costituzione. E fu anche la prima volta in cui le donne andarono a votare, ad esprimere un voto politico e non più, come nel marzo dello stesso 1946, un voto solo amministrativo. Voto per il referendum istituzionale, voto per la Costituente e voto alle donne sono così strettamente legati in quel 1946 e segnano l’inizio di una nuova Italia, dopo la dittatura e la guerra del fascismo.
Il risultato del referendum istituzionale non era però affatto scontato. L’affluenza alle urne fu altissima, l’89% degli aventi diritto al voto, la Repubblica ottenne 12 milioni 700 mila circa voti, la monarchia 10 milioni 700 mila. Il voto premiò nettamente la monarchia al Sud e la Repubblica al Nord. Se questi furono allora i risultati, stupisce vedere come i monarchici furono rapidamente cancellati dalla storia successiva, divenendo quasi una sorta di macchietta, e come la Repubblica divenne rapidamente una realtà acquisita e non contestabile.
L’Italia aveva in realtà avuto nel corso del processo risorgimentale un’importante corrente repubblicana. Mazzini, naturalmente, ma non solo, anche Carlo Cattaneo e il federalismo repubblicano. E aveva avuto un esempio straordinario di Repubblica, quello della Repubblica Romana, nata a seguito della rivoluzione del 1848 e durata dal febbraio al luglio del 1849, che aveva, prima di essere vinta dall’esercito francese, dato vita ad una Costituzione democratica molto avanzata. Il nome “Repubblica” era stato poi purtroppo infangato, nel 1943, dalla nascita della Repubblica di Salò, Stato fantoccio alleato degli occupanti nazisti. Ma per i suoi avversari, non a caso, i suoi sostenitori non ebbero mai il nome illustre di “repubblicani” ma quello, denigratorio, di “repubblichini”.
Questo il passato remoto, il momento della nascita, illustrata dalla nostra Costituzione, fra le più avanzate d’Europa. Ma dopo? Distinguersi dal passato, per la Repubblica, non era difficile: il 1946 non era stato un passaggio neutro da un regime istituzionale ad un altro, ma una rinascita dopo una dittatura durata vent’anni e una guerra feroce, le cui decisioni portavano la firma del re. Questa firma, fra le altre quella sull’aggressione all’Etiopia, quella sulle leggi razziste del 1938, quella sull’entrata in guerra a fianco della Germania nazista, fu quanto fece soprattutto pesare la bilancia a favore della Repubblica. E che allora segnò, forse, la sconfitta definitiva del regime fascista.
La storia successiva della nostra Repubblica fu però, come sempre e ovunque succede, una storia complessa, carica di minacce di ritorno al passato e al tempo stesso di scelte democratiche avanzate. Nella nostra storia repubblicana c’è il terrorismo nero e quello delle brigate rosse, la mafia, ci sono gli intrighi dei servizi deviati e della P2 ma c’è anche un forte sviluppo democratico della vita politica, ci sono il referendum sul divorzio e quello sull’aborto, la chiusura dei manicomi con la legge Basaglia, un sistema sanitario, almeno fino ad anni recenti, aperto a tutti.
Possiamo forse lamentare che molte di queste conquiste siano state logorate negli ultimi decenni, trovare nella storia recente esempi anche pesanti di ritorni al passato e tentativi di cambiare questa narrazione, di esaltare quelli che allora, ottant’anni fa, erano i vinti della storia. Ma abbiamo dietro di noi, in questa storia repubblicana, anche tanti esempi di battaglie democratiche, di conquiste, di emergere dal basso di voci umili, prima inascoltate. Abbiamo un patrimonio a cui attingere, che fa sì che questa storia, dal 1946 in poi, sia sostanzialmente una storia positiva, volta verso il futuro e che tale possa continuare ad essere.
Come in questi giorni il cardinal Zuppi, presidente della Cei, ha scritto al presidente Mattarella ricordando appunto che la nostra Repubblica è nata «attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà, questo anniversario non deve essere solo memoria». Abbiamo, infatti, un passato a cui riferirci, un futuro di cui avere nostalgia.
Sempre più partite, per fare sempre più soldi: la formula della Champions ha definitivamente snaturato il calcio di una volta, dove erano i fuoriclasse a dar valore alla competizione

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Ho assistito l’altra sera con mio figlio alla Finale della Champions League fra Paris Saint Germain e Arsenal.
La Champions è una versione riveduta e corretta della vecchia, cara e mai troppo rimpianta Coppa dei Campioni, per avere più match, più circolazione di denaro che vuol dire però anche più affaticamento degli atleti e un’ulteriore nausea nei confronti del calcio, divenuto un fatto troppo economico. Ci sono in Europa squadre che possono permettersi undici riserve pari ai titolari. Forse l’ultima finale equilibrata fu quella del 1991 al San Nicola di Bari fra Olympique Marsiglia e Stella Rossa di Belgrado. E infatti fu l’ultima volta che una squadra non titolatissima, come la Stella Rossa, trionfò, e oltretutto aveva sul gobbo, almeno psicologicamente, l’imminente attacco della Nato alla Serbia. È ciò che ha reso Djokovic quel formidabile tennista che è stato.
[…] La Finale si è conclusa ai rigori. Una soluzione, quella dei rigori, tanto affascinante quanto crudele per i calciatori oltre che per il pubblico. Pensate a un calciatore che ha giocato benissimo per tutta la partita e poi sbaglia il rigore decisivo. Tutti i compagni gli corrono attorno per confortarlo, ma questo conforto lo fa sentire ancora più colpevole.
Io ero neutrale, oltretutto non avevo nemmeno scommesso, come mia abitudine da sempre, non solo per le Finali. Non conosco i giocatori dell’Arsenal e detesto il Paris Saint Germain dove però ci sono due giocatori che ammiro molto: il centrale Marquinhos, che anche l’altra sera ha salvato un paio di situazioni dal gol sicuro e oltretutto sa aprire il gioco, e Vitinha, centrocampista, che ha tutto del campione, senso del gioco, senso tattico, tiro. Non capisco proprio perché Luis Enrique, il più grande allenatore del momento, che ha fatto del Paris una vera squadra, li abbia sostituiti, non ricordo se nel primo o nel secondo tempo supplementare. Certo loro i rigori non li avrebbero sbagliati, ma poi gli è andata bene lo stesso perché ci ha pensato l’Arsenal a sbagliarli i rigori. Del resto è noto che sono proprio i giocatori più importanti a sbagliare i rigori perché sentono su di sé, più degli altri, la responsabilità. Sbagliò un rigore Van Basten nella finale contro la Danimarca agli Europei del 1992, mentre segnò il carneade Christensen. Sbagliò il rigore Baresi nella Finale contro il Brasile del 1994 a Pasadena. Anche Platini, a mia memoria, ha sbagliato qualche rigore. Il solo a non aver mai sbagliato un rigore è Ruud van Nistelrooy, ma qui entriamo in un’altra storia che ci porterebbe troppo lontano e non possiamo rievocare qui. […]
In quest’aura di sentimenti altalenanti mi sono quindi sentito i commenti del dopopartita: c’era Capello, il mister di tutti i mister (lo chiamano “mister” anche allenatori che hanno quasi la sua età) il simpatico, intelligente e onesto “Billy” Costacurta, stopper per anni del Milan, che una volta ammise di aver perso di vista il suo centravanti perché non era concentrato. Ora in qualsiasi scuola calcio insegnano che tu, campione o schiappa che sia, devi essere concentrato per tutta la partita. C’era anche l’insopportabile Paolo Condò.
Non c’era e non c’è mai stato Giovanni Trapattoni, il “mitico Trap”, che ha rinunciato ad avviare una carriera da commentatore. Il Trap mi è particolarmente caro perché, a differenza dei coach di oggi, non somigliava a un manager. Fischiava con due dita e, poiché era di Cusano Milanino, si rivolgeva ai giocatori in milanese poiché il suo inglese era molto dubbio (“Don’t say cat, if the cat not is in the sac”).
[…] Il Trap lo puoi ritrovare oggi a Talamone dove ha acquistato una casa che però non sta in riva al mare, ma al di là dell’Aurelia, insomma non una casa da ricchi. Com’è naturale viene spesso avvicinato dai villeggianti, soprattutto sul pratone delle colazioni dell’hotel Capo D’Uomo dove va ogni tanto a farsi un drink. È disponibilissimo, ma soprattutto ha una qualità che ammiro in ogni personaggio importante in qualsiasi settore: non se la dà, come non se la dava, per fare qualche esempio, Indro Montanelli o, per restare al presente, Adriano Panatta che ho ascoltato lo scorso anno alla festa del Fatto Quotidiano. Si parlava di tennis naturalmente, ma lui non se la dava da fenomeno (sulla delicatezza di Panatta ci sarebbe da aprire un altro capitolo che mi riguarda personalmente, ma che per motivi di spazio e di pazienza, dei lettori e di Marco Travaglio, rinuncio a sviluppare qui).
Mi sarebbe piaciuto però che qualcuno dei commentatori avesse ricordato il nome dello stadio in cui si è giocata questa finale: Puskás Aréna. Puskás ha questo palmares: ha segnato 520 gol in 500 partite. Praticamente tu entravi in campo e avevi già un gol all’attivo. Poi, naturalmente, non era proprio così perché magari ne faceva cinque in una partita e in quella successiva nessuno.
Puskás faceva parte del grande Honvéd, una di quelle squadre che, come la ‘Grande Olanda’ di Neeskens e Cruijff, ha segnato la storia del calcio.
[…] Venne la Rivoluzione ungherese schiacciata, con la brutalità si sempre, dall’Unione Sovietica (l’Ungheria, per sua sfortuna, faceva parte del Comecon, l’organizzazione economica e commerciale sovietica per rapinare ai Paesi, che con la forza erano stati costretti ad aderirvi, le loro risorse).
Tutti i giocatori dell’Honvéd fuggirono all’estero e ovviamente, nonostante fossero degli assi, faticarono a trovare un ingaggio. Si salvò Kopa, francese d’origine. Particolare difficoltà incontrò Puskás che aveva una struttura fisica imponente e che, per la mancanza di allenamento, era ingrassato notevolmente. Trovò rifugio nella Fiorentina dove però venne utilizzato raramente, proprio per quel problema. Si trasferì allora in Spagna. In una partita era a centrocampo, marcato dal fortissimo centrale del Madrid, Santamaria, e lo dribblò facilmente, ma di lì alla porta c’erano più di quaranta metri da percorrere. Li fece e, rimasto solo davanti al portiere, segnò con irrisoria facilità, ma poi si accasciò dietro la porta e per il resto della partita fu inesistente.
Recentemente alcuni dei migliori giocatori del mondo avevano organizzato un’esibizione in Argentina. La sfida era concepita così: i giocatori tiravano dal dischetto del rigore, quindi da fermi, tot punti a chi segnava, tot punti, meno, a chi colpiva la traversa o il palo, nessun punto a chi sbagliava. C’erano naturalmente moltissimi spettatori, non solo giocatori, ma anche tifosi, i quali vedendo Puskás grasso come un porco non gli davano alcuna chance. Puskás si mise con le spalle alla porta e, palleggiando, colpì in rovesciata e segnò. È un episodio che ha raccontato Best (morirà poi di cirrosi epatica) che era presente.
Queste cose avrebbe dovuto ricordarle almeno Paolo Condò che, con enfasi insopportabile, se la dà da grande intenditore di calcio.