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Politico.eu: “Giorgia Meloni sta correndo un grande azzardo”


(di Hannah Roberts – politico.eu) – La premier italiana di destra Giorgia Meloni sta correndo un grande azzardo convocando per il prossimo mese un referendum sulla riforma della giustizia che potrebbe incrinare la sua aura di invincibilità.

Per ora, Meloni appare come una forza inarrestabile a Roma e a Bruxelles, alla guida del governo più stabile che l’Italia abbia visto da anni.

Proprio per questo il referendum del 22-23 marzo rappresenta una manovra ad altissimo rischio. Una vittoria consoliderebbe la sua presa sul potere e rafforzerebbe la sua immagine di leader politicamente invulnerabile, ma il voto potrebbe anche ritorcersi contro di lei.

In Italia i referendum possono facilmente trasformarsi in voti di fiducia sul governo, e Meloni è ben consapevole che l’ex premier Matteo Renzi fu costretto a dimettersi dopo il fallimento del referendum sulla riforma costituzionale nel 2016.

Cercando di rivedere il sistema giudiziario, Meloni si avventura in uno degli ambiti più esplosivi del Paese, esponendosi alle accuse di interferire con una magistratura fieramente indipendente, che la destra ha spesso attaccato accusandola di parzialità di sinistra.

È un dibattito amaro con una lunga eredità politica. La destra italiana non ha mai superato del tutto i grandi processi per corruzione che negli anni Novanta spazzarono via l’establishment democristiano, e l’ombra di Silvio Berlusconi — l’ex premier playboy e magnate dei media morto nel 2023 — incombe sul voto. Berlusconi sosteneva che i 35 procedimenti penali a suo carico fossero motivati da giudici e magistrati di sinistra, da lui definiti un «cancro della democrazia».

Per decenni, tuttavia, la maggior parte dei governi è stata cauta nell’affrontare una ristrutturazione profonda del sistema giudiziario. Ora Meloni è pronta a farlo.

I suoi sostenitori affermano che le riforme proposte nel referendum di marzo modernizzeranno un sistema giudiziario spesso criticato come lento, politicizzato e poco responsabile, avvicinandolo maggiormente ai modelli europei.

In pratica, le modifiche sono molto tecniche. Riguardano le modalità di governo, reclutamento e disciplina di giudici e pubblici ministeri, separandone le carriere e ristrutturando gli organi di autogoverno della magistratura.

Elevando queste questioni a causa simbolo e portandole alle urne, Meloni ha trasformato un intervento tecnico in un test diretto della sua autorità.

Modernizzazione o vendetta?

Per il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, la riforma è attesa da tempo. Separare giudici e pubblici ministeri, sostiene, rafforzerebbe l’equità e la fiducia pubblica nei tribunali.

«Un imputato che entra in aula sapendo che il suo giudice non ha legami con il pubblico ministero sarà rassicurato», ha dichiarato Sisto a POLITICO. «Non ho mai visto un arbitro provenire dalla stessa città di una delle squadre».

I critici, però, vedono qualcosa di più insidioso. Ritengono che la riforma assomigli meno a una spinta neutrale verso la modernizzazione e più a un tentativo di indebolire l’indipendenza della magistratura e aumentare il controllo politico sui pubblici ministeri.

Questa percezione è rafforzata dalla retorica sempre più conflittuale del governo nei confronti dei tribunali.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha accusato parti della magistratura di agire come «opposizione» politica al governo, mentre il vicepremier Matteo Salvini, più volte finito sotto processo per le sue politiche migratorie intransigenti, descrive abitualmente i giudici come politicamente motivati e distanti dal sentimento popolare.

La stessa Meloni ha spesso presentato le decisioni giudiziarie come ostacoli alla sua agenda. In una conferenza stampa di gennaio ha attribuito alle sentenze dei tribunali il fatto di aver minato i suoi tentativi di introdurre misure più severe in materia di ordine pubblico, chiedendo: «Come si può difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa pensata per farlo viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?».

Per i suoi oppositori, questo è proprio il tipo di linguaggio che alimenta l’impressione che la riforma serva più a imporre una supremazia in una lotta di potere pluridecennale che a migliorare l’efficienza dei tribunali.

La tensione tra magistratura e politica in Italia risale all’inchiesta Mani Pulite dei primi anni Novanta, quando i pubblici ministeri portarono alla luce una vasta rete di corruzione che cancellò un’intera generazione di politici. A destra, quella stagione si è trasformata in un risentimento duraturo: la convinzione che la magistratura sia un attore politico non eletto, investito di un’autorità morale indebita.

Questa percezione si è ulteriormente rafforzata con le interminabili vicende giudiziarie di Berlusconi.

L’ex magistrato Piercamillo Davigo, membro del pool di Mani Pulite, non ha dubbi che la riforma sia un tentativo politico di addomesticare la magistratura. «È un tentativo di controllare la magistratura, che in Italia è forte e davvero indipendente, non governata dai politici», ha dichiarato a POLITICO. «Questa riforma danneggerà l’indipendenza e indebolirà il potere dei tribunali, dando più potere al governo, che controlla l’organo disciplinare».

Davigo ha respinto l’accusa del governo secondo cui i giudici ostacolerebbero le politiche per fini politici, sostenendo invece che i tribunali si limitano a far rispettare i vincoli di legge, compreso il diritto europeo, su iniziative governative come il piano di trasferire migranti in centri di trattenimento in Albania.

I leader dell’opposizione fanno eco a questa critica. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha affermato che la riforma non affronta i ritardi cronici della giustizia e rappresenta invece parte di una più ampia concentrazione di potere istituzionale.

«Il vero obiettivo è dividere per comandare», ha dichiarato Conte a POLITICO, accusando il governo di voler costruire un sistema giudiziario «che non disturbi più chi è al comando».

Invincibile o vulnerabile?

Il rischio per Meloni non è giuridico o procedurale, ma politico. La riforma della giustizia la mette contro una categoria vocale e ben organizzata, con radici profonde nello Stato. Proposte simili avanzate durante il primo governo Berlusconi a metà degli anni Novanta provocarono proteste e contribuirono alla caduta della sua coalizione. I successori ne trassero una lezione: evitare lo scontro.

La decisione di Meloni, non imposta da Bruxelles, dai mercati o da una crisi, può essere spiegata in parte dal suo percorso personale. È entrata in politica durante le turbolenze degli anni Novanta e non porta con sé il bagaglio personale di quell’epoca. Oggi opera da una posizione di forza, alla guida di un governo stabile e con buoni consensi nei sondaggi.

I sondaggi suggeriscono che la scommessa sia in bilico. Rilevazioni recenti mostrano gli oppositori della riforma leggermente in vantaggio, anche se la conoscenza dei dettagli resta bassa. Un sondaggio YouTrend prevede una vittoria dei contrari in caso di bassa affluenza, con il 51 per cento di voti contro, mentre con un’alta partecipazione vincerebbero i sostenitori, con il 52,6 per cento contro il 47,4. Un sondaggio SWG indica il 38 per cento dell’elettorato favorevole alla riforma, il 37 per cento contrario e il 25 per cento indeciso.

Lorenzo Pregliasco, dell’istituto YouTrend, ha definito il voto una «sfida senza precedenti» per Meloni. Mobilitare l’opposizione, ha osservato, è spesso più facile che costruire consenso per una riforma complessa, e gli elettori di centrosinistra storicamente partecipano con maggiore affidabilità ai referendum.

Meloni potrebbe tentare di politicizzare il voto, trasformandolo in un plebiscito sulla sua leadership. Ma questa strategia comporta rischi propri. Ha invece cercato di prendere le distanze dall’esito, sottolineando che non si dimetterebbe in caso di sconfitta.

Ciononostante, dovrà assumersi la responsabilità del risultato. «Se sei presidente del Consiglio e porti una riforma a referendum, inevitabilmente è anche un voto sul tuo governo», ha detto Pregliasco.

Se dovesse vincere, il governo potrebbe capitalizzare lo slancio e persino tentare di forzare elezioni anticipate, secondo analisti politici ed esperti di sondaggi come Pregliasco. Meloni ha dichiarato a gennaio che le elezioni anticipate «non sono nel suo radar».

Ma allo stesso modo, una sconfitta potrebbe ridare fiato all’opposizione, riaprendo la partita in vista delle elezioni previste per il 2027. Se Meloni dovesse perdere, non sarebbe più percepita come «invincibile», ha osservato Pregliasco.

«La sua immagine di leader efficace e vincente ne uscirebbe danneggiata, e il clima politico cambierebbe».


A forza di fare il “maggiordomo” di Casa Meloni, l’“osservatore” Tajani è finito in cul de sac


(dagospia.com) – Quel merluzzo lesso di Antonio Tajani si è messo in una posizione difficilissima. Sarà lui il volto dell’Italia alla riunione del “Board of peace”, che si terrà domani a Washington.

Il paciarotto di Ferentino, che si è sempre vantato del suo europeismo senza limitismo, sarà circondato da dittatori, monarchi assoluti, autocrati d’ogni foggia, sancendo l’ingresso dell’Italia, seppure come “osservatore” (ma osservatore de che, non s’è ancora capito) nel club privato con cui Trump sogna di archiviare l’Onu.

Tajani, si diceva, è in una posizione difficilissima, per almeno due motivi. Il primo, e più evidente, è l’imbarazzo personale di fronte ai suoi elettori e “danti causa”. Chi vota Forza Italia, infatti, non guarda con simpatia a Donald Trump e ai suoi tentativi di demolire il multilateralismo che, dal dopoguerra, ha sempre governato il mondo.

Multilateralismo tanto caro anche a Silvio Berlusconi che al dialogo tra le potenze ha dedicato un po’ di tempo sottratto con difficolta’ alle cene eleganti. Il Cav fu l’artefice dell’incontro, nel 2002, a Pratica di Mare tra George W. Bush e Putin, in una prospettiva di dialogo e concerto globale dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’anno prima.

Che a Forza Italia non piaccia il trumpismo-senza-limitismo, è confermato dalle dichiarazioni tonitruanti di Marina Berlusconi che, in un’intervista al “Corriere della Sera”, una settimana fa, sferzava lo “Sceicco” di Mar-a-Lago: “Sono sempre più preoccupata.

Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.

E ancora: “Legge del più forte, prevaricazione, affarismo… Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e controllo? E che dire dell’uso della violenza contro il dissenso?”

Le parole di Marina sono state rinfacciate a Tajani anche alla Camera, ieri pomeriggio, dal Pd, che le ha utilizzate per “incastrare” il ministro degli Esteri di fronte all’evidenza delle sue contraddizioni.

Perdere la faccia di fronte a Marina Berlusconi, “proprietaria” del partito di cui è segretario, però, non è l’unica preoccupazione di Tajani. In pochi ricordano, infatti, che quel “Cuor di melone” del capo della Farnesina è ancora il vicepresidente del Partito popolare europeo. E per il Ppe, saldamente a guida tedesca, il “Board of peace” è una cagata pazzesca.

Lo ha fatto capire chiaramente la trimurti crucca al vertice del PPE: Manfred Weber, Friedrich Merz e Ursula von der Leyen.

Il primo è stato Weber, presidente del PPE e amico personale di Tajani. In un’intervista a “Repubblica”, che anticipava il discorso di Friedrich Merz alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, Weber è stato chiarissimo: “I pilastri fondamentali dell’ordine mondiale stanno cambiando in modo radicale e a una velocità vertiginosa. […]

C’è troppo affidamento su Washington. La speranza che torni la vecchia America. E lo dico chiaramente, sono un transatlantico, voglio il partenariato con l’America. Ma la vecchia America che conoscevamo non tornerà più. L’Europa deve affrontare questa realtà e acquisire finalmente consapevolezza di sé”.

Il giorno stesso, il 13 febbraio, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è salito sul palco di Monaco e ha tenuto un discorso durissimo contro gli Stati Uniti. Parole inedite con cui Berlino archivia la storica alleanza con gli Usa: “Tra di noi e l’America c’è una frattura. L’Ue deve diventare più sovrana. La nostra vacanza dalla storia mondiale è finita”.

Infine, la sempre pavida Ursula, che non ha proferito parola, ma ha voluto precisare che la scelta di inviare la Commissaria croata Dubravka Suica a Washington, alla riunione del Board of Peace, non significa che l’Ue aderirà alla congrega di puzzoni messa in piedi da Trump: “Ci saremo ma non come partecipanti e nemmeno come osservatori”.

“Insomma una vera e propria dissociazione ammantata con un velo di diplomazia. Non solo non ci sarà von der Leyen, ma nemmeno uno dei sei vicepresidenti della Commissione”, commenta Claudio Tito su “Repubblica”

E dire che Giorgia Meloni e il Governo hanno provato in tutti i modi a cavalcare la presenza di Dubravka Suica e degli altri Paesi europei alla riunione di Washington.

Giorgia Meloni voleva a tutti i costi volare fra le braccia di Trump e ha provato fino all’ultimo a convincere Merz ad aderire. Ma lo spilungone crucco ha risposto, seccamente, “Nein”, ribadendo come i valori europei siano in contraddizione con l’ideologia “Maga”, e rivendicando il suo pragmatismo diplomatico. Della serie: Io parlo con Trump, ma non vuol dire che aderisco alla sua politica. Del Board of Peace non condivido la forma e i metodi…

L’ex commissario Ue Mario Monti si è spinto oltre sostenendo che l’ideologia “Maga” dei vari Trump e Bannon sia incompatibile persino con la Costituzione italiana. 

Ci sarebbe stato anche un colloquio tra il consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio, e il suo omologo tedesco, Günter Sautter. L’italiano avrebbe provato a sondare il collega, che per chiudere la questione avrebbe invece tirato in ballo nientemeno che il Vaticano.

Sautter avrebbe infatti riferito a Sautter che le perplessità tedesche sul Board of Peace sono condivise in toto dalla Santa sede.

Una settimana fa, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che conosce bene il Medioriente essendo il Patriarca latino di Gerusalemme, ha definito l’iniziativa di Trump una ”operazione colonialista”, ribadendo quello che ha già detto più volte: “Non si può decidere per i palestinesi senza i palestinesi”.

Una presa di posizione così forte da parte di un cardinale molto in vista non può che essere stata pronunciata senza un “imprimatur” del segretario di Stato, Pietro Parolin. Lo stesso Parolin ieri ha voluto confermare che il Vaticano “non parteciperò al Board of Peace”: “Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”.

La diplomazia vaticana si muove in sincrono, come non succedeva da tempo. Parolin si sente molto a suo agio con Leone XIV: i due si muovono sulla stessa linea strategica, a differenza di quanto avveniva con Bergoglio, considerato troppo “tattico” e imprevedibile in politica estera. 

Non a caso oggi è stato lo stesso Papa Prevost a “scomunicare” indirettamente, con molta diplomazia, il nuovo ordine trumpiamo: “Noi oggi possiamo sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra:

le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.    


Non vado nel merito ma nel metodo: questo referendum può consegnare la Costituzione a una minoranza


Se vincesse il Sì, la Costituzione, da baluardo a garanzia contro la volontà della maggioranza politica, potrebbe essere convertita nello strumento di un partito politico

Non vado nel merito ma nel metodo: questo referendum può consegnare la Costituzione a una minoranza

(di Enza Plotino – ilfattoquotidiano.it) -Il fatto che sia già stato tentato non toglie gravità all’atto! Non entro nel merito dei quesiti del referendum costituzionale del 22/23 marzo perché penso che sia la procedura ad essere inaccettabile: affidare a colpi di maggioranza la modifica della Costituzione è quanto di più sconsiderato ci sia, politicamente e istituzionalmente. Rendere la Carta costituzionale non un patrimonio comune del Paese, ma l’espressione di scelte di parte, nelle quali i partiti che ne rimangono fuori, e il loro elettorato, non si riconoscono, è un atto destabilizzante dell’ordine sociale, politico o statale costituito, che ha governato il percorso condiviso dell’Italia verso una democrazia compiuta.

Il partito vincitore – arrivato al potere per la prima volta con una premier di chiara espressione del postfascismo e delle forze che lo sostengono e con una scarsa rappresentatività (per questo governo ha votato il 20% di chi è andato a votare) che l’ha trasformato nella “minoranza politica più votata nella forza parlamentare di maggioranza assoluta” – potrebbe essere in grado di cambiare da solo la Costituzione e stravolgere il modello fatto proprio dai Costituenti: una casa comune, un punto di riferimento per tutti, modificabile soltanto con un ampio consenso, dato per scontato anche alla luce del sistema proporzionale all’epoca vigente. Questo impianto potrebbe essere scardinato da forze minoritarie nel Paese, sia pure con l’àncora di salvezza del referendum oppositivo.

Svuotare dall’interno le garanzie offerte dalla rigidità costituzionale della nostra Carta, superiore a tutte le altre fonti dell’ordinamento. Una riforma costituzionale, ripeto, proposta da una minoranza nel Paese, potrebbe far diventare la Carta un orpello, un artificio inutile che qualsiasi forza politica di maggioranza potrebbe ritoccare a piacimento. Questo modificherebbe il significato proprio della Carta costituzionale, come progetto condiviso sulla base del quale i Padri e le Madri costituenti volevano costruire il futuro di un popolo.

Se la riforma entrasse in vigore superando lo scoglio referendario, la Costituzione, da baluardo a garanzia contro la volontà della maggioranza politica, potrebbe essere convertita in uno strumento utilizzato da un partito politico, che, come detto, è minoranza nel Paese, per imporre con maggiore forza le proprie decisioni a coloro che non le condividono. Trasformare la Costituzione da patrimonio comune del popolo italiano a instabile terreno di scontro tra le forze politiche, destinato a essere riconformato con l’avvento di ogni nuova maggioranza è il rischio e il pericolo che stiamo attraversando.

Per questo dico NO al referendum sulla riforma dei magistrati.


Il Board dei Servi e la dignità


(Tommaso Merlo) – Questo governo passerà alla storia per l’infamia di essere stato complice del genocidio del secolo. Per tutto il resto verrà archiviato come la più mediocre ed inutile esperienza governativa di sempre. Ma se in Italia non hanno combinato nulla, all’estero non ne azzeccano una neanche per sbaglio. Altro che sovranismo, servilismo. Hanno svenduto la sovranità italiana all’internazionale nera guidata da Trump e quindi al sionismo. Una delle pagine più squallide della nostra storia moderna. Dopo due anni di assordanti silenzi e complicità nello sterminio del popolo palestinese, eccoci alla vergognosa adesione ad un Board dei Servi. Tutte le democrazie più avanzate lo hanno schifato perché contrario ai loro valori fondanti e a quelli della comunità internazionale. E anche l’Italia avrebbe dovuto farlo. La nostra illuminata Costituzione nata sulle ceneri di una guerra devastante, non permette certi obbrobri. Ma il servilismo governativo camuffato da sovranismo, non si è rassegnato. Prima hanno accettato di servile istinto l’adesione, poi hanno ricevuto una telefonatina dal Quirinale che li ha rimessi in riga e quindi si sono inventati il ruolo di osservatori. Non potendo cioè baciare le chiappe di Trump, vogliono fargli capire che lo avrebbero fatto come sempre molto volentieri. Facile prevedere la scena da brividi. Con la delegazione italiana seduta in disparte con un falso sorriso stampato in faccia che annuisce a prescindere ad ogni delirio trumpiano e poi nei corridoi si precipita a scusarsi sentitamente dando magari la colpa alla Costituzione scritta da qualche comunista e ribadendo ossequiosi di rimanere a completa disposizione. Davvero da brividi. Avrebbero voluto anche loro alzare il braccio al cielo come quel pazzoide camerata di Milei, quel vecchio fascistone di Orban e la manciata di sceicchi e ducetti minori. Avrebbero voluto sedersi accanto a quel ricercato per crimini contro l’umanità di Netanyahu e dargli una bella pacca sulla spalla. Quel macellaio sanguinario che invece di marcire in una cella presiederà di fatto il Board dei Servi dato che alla Casa Bianca sul Medioriente comanda lui, comanda la lobby sionista e pure col pugno di ferro. Sia il genero di Trump Jared Kushner che l’immobiliarista e amico di Trump Steve Witkoff alfieri del Board, sono entrambi ebrei sionisti e di lavoro fanno pure gli speculatori edilizi. Davvero un obbrobrio che si occuperà del futuro dei bambini palestinesi superstiti offrendogli le solite tre opzioni dal 1948: la fuga per disperazione, la schiavitù o la morte. Già, nel Board non ci sono palestinesi, a comandare a casa loro saranno i loro carnefici ed estranei leccapiedi degli americani leccapiedi dei sionisti. Davvero scandaloso. Invece di accorrere in massa a fermare un genocidio ancora in corso ed alleviare le immani sofferenze del popolo palestinese, invece di condannare ed isolare il regime sionista di Tel Aviv costringendolo a farsi da parte in modo da tornare al buonsenso e al dialogo, invece di pretendere il rispetto del diritto internazionale e sostenere l’ONU nella ricostruzione materiale e sociale di Gaza, invece di obbligare Israele a pagare tutti i danni di guerra in modo che la famiglie palestinesi possano ricostruire le loro case e la loro vita, invece di pretendere un processo di Norimberga che consenta di girare pagina storica, siamo di fatto ad una indecente operazione colonialista e negazionista che distrugge quello che resta della comunità internazionale e priva il popolo palestinese di ogni dignità. Davvero una vergogna epocale. L’unica bella notizia è che le condizioni di salute di Trump stanno deteriorando notevolmente, ormai sbava e non ci sta più con la testa. Le ambulanze potrebbero arrivare a prelevarlo prima delle volanti. E politicamente è messo ancora peggio. I sondaggi confermano che sta battendo ogni record negativo, è il presidente di gran lunga più detestato di sempre e il suo neofascismo oligarchico sta clamorosamente fallendo su ogni fronte. Un disastro casalingo ma anche internazionale dove ha sparso un caos senza senso e a dargli retta ormai sono rimasti solo i quattro leccapiedi dell’internazionale nera. Davvero buone notizie perché quando cade un duce cade anche il suo regime e quindi anche un obbrobrio come il Board dei Servi lo seguirà nella fossa anche solo politica. A quel punto anche noi della colonia italica potremmo superare una delle pagine più squallide della nostra storia moderna. Abbandonando il servilismo camuffato da sovranismo e schierandoci fermamente dalla parte della nostra Costituzione, della comunità internazionale e della dignità del popolo palestinese che è anche la nostra.


Cosa ha spinto Mattarella a scendere dal Colle per andare a presiedere, per la prima volta, un plenum del CSM?


(dagospia.com) – Cosa ha spinto Sergio Mattarella, dopo 11 anni al Quirinale, a scendere dal Colle per andare a presiedere, per la prima volta, un plenum del CSM?

La decisione del Capo dello Stato è una chiara conseguenza dell’escalation di invettive del Governo nei confronti della magistratura: un “clima infame”, di veleni, attacchi sguaiati e polarizzazione ben oltre il livello di guardia.

La misura è diventata colma con il video pubblicato ieri sera sui social da Giorgia Meloni: “Un cittadino algerino irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, non potrà essere trattenuto in un CPR né trasferito nel centro di Albania per il rimpatrio.

Per lui alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione”.

Ma come, sono sobbalzati al Quirinale? La Ducetta aveva promesso di togliere lo spritz al ministro della Giustizia Carlo Nordio, invitandolo ad abbassare i toni, e poi lei stessa rinfocola la polemica contro le toghe?

Da qualche giorno a Palazzo Bachelet, dove ha sede il Consiglio Superiore della Magistratura, l’allerta era massima.

Dopo le vergognose parole di Nordio sul CSM “para-mafioso” (una sparata che ha infastidito Sergio Mattarella, il cui fratello, Piersanti, è stato ucciso da Cosa Nostra nel 1980), il telefono del vicepresidente dell’organo di autogoverno della magistratura, Fabio Pinelli, è diventato bollente.

Prima ci sono stati i contatti con molti politici di destra, area da cui proviene Pinelli (è stato nominato in quota Lega il 25 gennaio 2023), poi c’è stato un colloquio telefonico con Ugo Zampetti, potente segretario generale del Quirinale.

Pinelli, pur provenendo dalla destra, non poteva permettere che l’attacco indecente al CSM passasse sotto silenzio.

Insieme a Zampetti ha pregato Mattarella di intervenire al plenum, come mai prima d’ora era successo.

Non c’è voluta troppa insistenza per convincere il Capo dello Stato, che stamani ha rifilato una rampogna a Nordio e Meloni: “Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del CSM”.

E poi ancora: “Avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della repubblica”.

Mattarella ha sottolineato “il ruolo di rilievo costituzionale del Csm” e “soprattutto la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte di altre istituzioni nei confronti di questa istituzione”

Successivamente, prima dell’ora dell’aperitivo, Carlo Nordio ha risposto cospargendosi di cenere il cranio pelato, con tanto di plurale maiestatis (forse parla anche a nome della sua capa di gabinetto, la “Zarina” Giusi Bartolozzi): “Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del Presidente della Repubblica. E’ stata un’esortazione opportuna in questo momento in cui i toni si sono scaldati al di là della ragionevolezza” (Ma a scaldarli è stato lui!).

Poi la promessa: “Mi adeguerò, ovviamente. Cercherò di essere il più possibile aderente, come penso di essere stato in passato”.

Abbassare i toni è fondamentale anche in vista del 24 marzo. Come scriveva oggi Massimo Franco sul “Corriere della Sera”: “Il tema è proprio questo: il dopo referendum. Bisogna chiedersi se sarà possibile ricostruire un dialogo tra governo e magistratura, sul cumulo di macerie istituzionali che la campagna per ‘sì’ e ‘no’ sta creando.

La prospettiva di una gara a colpi di forzature come prolungamento di quanto si sta vedendo in queste settimane è un presagio di conflitti e di immobilismo, non di soluzione dei problemi. E, sullo sfondo, rimane l’incognita di un’astensione che promette di delegittimare qualsiasi risultato. Ma sarà difficile darne la colpa all’elettorato”.

NORDIO, ‘APPREZZO PAROLE MATTARELLA SU RISPETTO TRA ISTITUZIONI’

(ANSA) -“Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del Presidente della Repubblica il quale, da custode della Costituzione, avverte l’esigenza di un rispetto vicendevole tra istituzioni, specie in un momento in cui i toni del confronto politico tendono ad esacerbarsi”. Lo afferma in una nota il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. “Faremo la nostra parte nel mantenere la dialettica referendaria nei limiti di una contrapposizione sana, pacata e rispettosa, seppur nel convinto sostegno delle nostre ragioni”, aggiunge il Guardasigilli.

NORDIO, ‘OPPORTUNA L’ESORTAZIONE DI MATTARELLA, TONI SIANO PIÙ PACATI’

(ANSA) –  “L’esortazione del presidente Mattarella è estremamente apprezzata e totalmente condivisa” dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, oggi a Perugia per il convegno “Referendum Giustizia – Le ragioni del Sì”, organizzato dal Comitato nazionale per il Sì alla riforma. “E’ stata un’esortazione che ritengo anche opportuna in questo momento in cui i toni si sono scaldati al di là della ragionevolezza” ha aggiunto. “Ho sempre sostenuto e auspicato – ha detto ancora Nordio -, dal primo giorno, che il dibattito sul referendum venga tenuto su temi pacati e razionali”.

NORDIO, ‘LE PAROLE DI MATTARELLA? MI ADEGUERÒ’ 

(ANSA) – “Mi adeguerò, ovviamente. Cercherò di essere il più possibile aderente, come penso di essere stato in passato”. Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio a Perugia ha risposto a chi gli chiedeva delle parole del capo dello Stato Sergio Mattarella al Csm. “Certe espressioni che ho usato – ha aggiunto – non erano mie. Ho citato parole altrui ma diamo per conclusa questa fase polemica. Entriamo in una fase di dialogo costruttivo, che sia contenutistico. Ci sono delle ragioni per essere critici nei confronti della riforma e ho sempre sostenuto ce ne sono di migliori per sostenerla. Auspico che il dialogo venga mantenuto”.

NORDIO, ‘HO REAGITO QUANDO MI HANNO DATO DEL PIDUISTA’

(ANSA) – “Condivido al 101 per cento quello che ha detto il presidente della Repubblica e se leggete le mie prime interviste è quello che ho sempre detto io, mantenere il dialogo in termini contenuti.

Certo, ci sono stati momenti in cui mi hanno detto che ero un pidduista, revanchista e che ero addirittura contiguo con la camorra o altro e allora qualche reazione magari c’è”: lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio rispondendo ai giornalisti a Perugia. “Ma se come auspico manteniamo il dialogo in un ambito civile, pacato e razionale – ha concluso – i toni si abbasseranno. E finalmente ragioneremo sul contenuto della riforma”.


Olimpiadi, come il grande affare si è mangiato gli ideali


Olimpiadi, come il grande affare si è mangiato gli ideali

(di Milena Gabanelli, Andrea Priante e Francesco Tortora – corriere.it) – Un’edizione superlativa! Alle Olimpiadi di Milano Cortina gli atleti azzurri stanno regalando emozioni bellissime con il pieno delle medaglie. Più controverso il bilancio dell’organizzazione: i costi complessivi si attesteranno tra 5,7 e 5,9 miliardi di euro. Meno di un terzo è servito per le competizioni sportive, il resto se n’è andato in infrastrutture: dalle strade, alle piste, ai villaggi per gli atleti. L’impatto ambientale complessivo, inclusi gli spostamenti degli spettatori, è calcolato in 2,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, che causeranno la perdita di 5,5 km quadrati di manto nevoso. (Qui). A eccezione dei miglioramenti effettuati sulla viabilità, secondo gli analisti di S&P Global i Giochi «non lasceranno un’eredità economica significativa a lungo termine». E il lungo termine lascia spesso strutture abbandonate. Ricordiamo tutti i resti di «Torino 2006», con impianti come la pista da bob di Cesana Torinese costata 110 milioni di euro e che ora ne costerà altri 9 per essere demolita. Ma non è sempre stato così. Quella delle Olimpiadi è la storia di una metamorfosi che vale la pena riassumere.

Dalle Olimpiadi antiche a quelle moderne

I giochi Olimpici nascono nell’antica Grecia nel 776 a.C.: lo scopo è quello di onorare il dio Zeus con una grande festa durante la quale ogni guerra viene interrotta per permettere a tutti di partecipare alle gare. Sospesi in epoca romana, rinascono ad Atene nel 1896 per volere del barone francese Pierre de Coubertin, storico presidente del Comitato Olimpico Internazionale. I princìpi fondanti restano immutati: 1)promuovere la pace tra i popoli
2) puntare sullo sport amatoriale.
 Valori che però non hanno retto alla prova del tempo. Vediamo perché.

Pacifismo o propaganda

Il pacifismo è inciso nel simbolo stesso delle Olimpiadi: i cinque cerchi rappresentano i 5 continenti uniti dallo sport. La politica è dunque esclusa dai giochi che però diventano presto il palcoscenico ideale per conflitti sabotaggi. Già ad Anversa 1920 il Cio esclude le nazioni sconfitte nella Prima guerra mondiale per evitare la presenza tedesca. Nel 1936 Hitler sfrutta i Giochi di Garmisch e Berlino per propagandare l’ideologia nazista, anche se il presidente del Cio Henri de Baillet-Latour riesce a far rimuovere i cartelli «Vietato l’ingresso a cani e ad ebrei»
A Melbourne 1956 triplo boicottaggio: da parte della Cina per la presenza di TaiwanEgitto, Libano e Iraq contro la crisi di SuezOlanda, Spagna e Svizzera per l’invasione sovietica dell’Ungheria. Nel 1972 Monaco irrompe il gruppo terroristico palestinese Settembre nero con il massacro di 11 atleti israeliani. Il Sudafrica dell’apartheid resta il Paese più a lungo escluso: da Tokyo 1964 fino al ritorno ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992. Tra i boicottaggi più celebri, quello degli Stati Uniti e degli alleati contro Mosca 1980 per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, a cui l’Urss risponde nel 1984 disertando le Olimpiadi di Los Angeles. Più recenti e blandi i boicottaggi di Sochi 2014ObamaCameron Merkel evitano la cerimonia di apertura per le leggi omofobe russe. Pechino 2022: assente la diplomazia americana per le violazioni dei diritti degli uiguri. Xi Jinping non si scompone e ottiene da Putin il rinvio dell’invasione dell’Ucraina per garantire lo svolgimento dei Giochi. Milano Cortinaatleti russi e bielorussi partecipano senza bandiera, ma nessuna tregua olimpica: la Russia continua a bombardare l’Ucraina e leforze israeliane a sparare su Gaza. Ma il culmine dell’ipocrisia il Cio lo scatena sul campione ucraino di slittino Vladyslav Heraskevyč: voleva gareggiare con i volti dei compagni uccisi sul casco. È stato squalificato.

60 anni di sola gloria

Lo sport amatoriale, praticato per passione e non per guadagno, è l’unica attività sportiva ammessa alle Olimpiadi moderne. Da qui il celebre motto: «L’importante non è vincere, ma partecipare». E chi si mantiene con lo sport è escluso. Il caso più noto è quello di Carlo Airoldi, ex operaio di una fabbrica di cioccolato, specializzato nelle gare di lunghe distanze. Nel 1896 parte a piedi da Saronno per disputare la prima maratona della storia. Alla domanda se abbia mai vinto premi in denaro, Airoldi rivendica i successi ottenuti, tra cui una Milano-Marsiglia-Barcellona di 1.050 chilometri valsa 2.000 pesetas. L’esclusione è immediata. Anche dopo i successi olimpici, i campioni tornano a fare i loro mestieri. Jesse Owens, quattro ori a Berlino 1936, rientrato negli Stati Uniti deve accettare lavori modesti, da istruttore di giochi all’aperto a esibizioni in cui gareggia contro cavalli, cani o motociclette. Dagli anni ’60 il Cio allenta i confini e proliferano gli escamotage per aggirare le regoleL’Urss inquadra gli atleti come militari funzionari, gli Usa li reclutano nelle università con borse di studio, in Italia entrano nei corpi militari come i Carabinieri. Il campione austriaco di sci Karl Schranz si spinge troppo in là accettando contratti con i produttori di sci: squalificato dalle Olimpiadi di Sapporo 1972. La svolta arriva a Seul nel 1988: i professionisti vengono ammessi apertamente e da allora gli atleti amatoriali sono quasi spariti. E si comincia a incassare

Il «prezzo» delle medaglie

Il Cio continua a distribuire le medaglie agli atletimentre ogni Paese è libero di assegnare un premio economicoPer Milano Cortina il Coni ha previsto 180 mila euro per chi vince l’oro, 90 mila per l’argento, 60 mila per il bronzo. Negli Usa 32 mila euro per l’oro, a Singapore 665 mila, in Nuova Zelanda 2.500, nella Corea del Sud 175 mila euro più esenzione militare. In Polonia, l’oro vale 240 mila euro, ma lo Stato offre anche un’automobile e un appartamento, la Macedonia del Nord dà un vitalizio mensile di 1.100 euroGli atleti che vincono le medaglie poi fanno il pieno con gli sponsor.

L’arrivo dei diritti tv  

Per i primi 50 anni le Olimpiadi si finanziano con sussidi pubblicirisorse dei comitati locali e contributi del Cio, ottenuti tramite vendita dei biglietti, lotterie e monete commemorative. Nel 1932, per finanziare il viaggio via mare e raggiungere le Olimpiadi di Los Angeles, il comitato del Brasile imbarca anche 50 mila sacchi di caffè da vendere durante il tragitto. Gli sponsor restano sullo sfondo. Coca-Cola, legata alle Olimpiadi fin dagli anni ’20, fornisce bevande spettatori atleti, ma non finanzia l’organizzazione né offre compensi agli sportivi. I diritti tv sbarcano per la prima volta ai Giochi di Londra del 1948la Bbc paga 1.000 ghinee (circa 70 mila dollari di oggi) per trasmettere le gare nelle case di 80 mila possessori di televisoreDa allora il mercato tv è via via esploso: nel 1964 la Nbc paga 1,5 milioni per i Giochi di Tokyo, nel ’68 la Abc ne sborsa 4,5 per Città del Messico ’6825 per Montréal ’76, arriva a 225 milioni per Los Angeles nell’84

Il business si ingrossa  

Con l’esplosione dei Giochi nelle tv di tutto il mondo crescono anche i costi. A Città del Messico le proteste di migliaia di cittadini contro la repressione del governo e le spese olimpiche eccessive culminano nel massacro di 300 manifestantiMontréal ci ha messo 30 anni per estinguere un debito di 1,6 miliardi di dollari. La sterzata arriva nel 1984 con il presidente del Cio Juan Antonio Samaranch: i Giochi di Los Angeles sono finanziati da fondi privati, sponsorizzazioni, e la vendita dei diritti tv raggiunge una cifra recordIl ruolo degli sponsor diventa sempre più centrale: dal 1994, per garantire ritorni economici più elevati, i Giochi invernali ed estivi si fanno in anni diversi, in modo da avere un grande evento ogni due anni. Nel 1996 le corporation riescono addirittura ad imporre l’assegnazione dell’Olimpiade estiva ad Atlanta, sede della Coca-Cola, battendo Atene che avrebbe dovuto ospitare il centenario dei GiochiLe entrate del Comitato Olimpico Internazionale derivate da diritti tv e grandi sponsor sono passate dagli 1,5 miliardi del ciclo 1993-96, ai 7,7 miliardi di dollari del quadriennio 2021-2024.

Parallelamente crescono anche gli incassi dei campionigrazie a sponsorizzazioni e accordi milionari con grandi marchi. Al momento la più gettonata dagli sponsor è la stella dello sci acrobatico Eileen Gu con 23 milioni di dollari all’anno. Degli antichi principi olimpici ne è rimasto vivo solo uno: la promozione dello sport come strumento di unione dei popoli. E speriamo che almeno questo resti immutato nei secoli.

dataroom@corriere.it


Come sbiancare la storia


(di Michele Serra – repubblica.it) – La goffa cancel culture coltivata, con scellerata ottusità, negli ambienti della sinistra radicale americana, è stata una prova di puro dilettantismo rispetto alla sontuosa capacità censoria dei Maga. Ora la volontà di cancellare tutto ciò che disturba è tornata a scorrere, trionfalmente, nel suo alveo naturale, che è la destra reazionaria.

Le liste di proscrizione di libri “negativi”, l’ostilità all’insegnamento di Darwin, il fastidio per la voce delle minoranze, il pregiudizio antiscientifico che ha radici nel fondamentalismo religioso, prosperano nella base trumpista tanto quanto ai vertici (ecco un caso in cui la politica può vantare una forte capacità di rappresentanza: il popolino scomposto che diede l’assalto al Congresso può ben riconoscersi nello spregio dell’amministrazione Trump per la cultura, le regole democratiche e il rispetto degli altri. Trump non è più colto e nemmeno più gentile dell’ultimo dei suoi supporter, è solo centomila volte più ricco).

È di ieri la notizia (bella) che una giudice federale ha ordinato il ripristino dei pannelli sullo schiavismo nel piccolo museo di Philadelphia dedicato a George Washington. Quei pannelli raccontano dei nove schiavi neri al seguito di Washington: né poteva essere altrimenti, essendo lo schiavismo un connotato fondativo della nascita di quella Nazione.

L’amministrazione Trump, poche settimane fa, aveva mandato il National Park Service a rimuoverli, adoperando un’agenzia pubblica come una specie di polizia culturale. Parlare di schiavismo offende le orecchie dei suprematisti bianchi. Salvo che poi ci sono ancora dei giudici, in America.


Centro in Albania, 203 agenti per 25 migranti


In quattro anni spesi 670 milioni, ma la struttura è semivuota. Il conto 250 milioni per i viaggi, 133 per cibo e pulizia. Mentre il governo è impegnato nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, giocata con colpi bassi e mistificazioni di cui nemmeno uno come Nordio si riteneva capace, ci è preso l’uzzolo di verificare se i centri in Albania stanno fun-zio-nan-do, come assicurato dalla Meloni al momento della firma del protocollo d’intesa con l’Albania nell’ottobre 2024, quando la propaganda batteva sull’immigrazione.]…]

Albania, nel Centro-Meloni 203 agenti per 25 migranti. In quattro anni spesi 670 milioni, ma la struttura è semivuota

(estratto di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Mentre il governo è impegnato nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, giocata con colpi bassi e mistificazioni di cui nemmeno uno come Nordio si riteneva capace, ci è preso l’uzzolo di verificare se i centri in Albania stanno fun-zio-nan-do, come assicurato dalla Meloni al momento della firma del protocollo d’intesa con l’Albania nell’ottobre 2024, quando la propaganda batteva sull’immigrazione.

Allora il governo ha indicato l’obiettivo di circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno. Attualmente, secondo nostre fonti sul posto, nel centro di Gjadër sono presenti 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. […]

Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni sono per i soli costi di viaggio, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro. Già: la quasi totalità dei trasportati delle prime tornate (66 persone in tutto) è stata ricondotta in Italia. A ottobre 2024, di 16 persone trasferite 4 sono state riportate subito in Italia perché vulnerabili o minorenni. Gli altri 12 sono tornati dopo pochi giorni a causa della mancata convalida del trattenimento da parte del Tribunale di Roma.

[…]A febbraio ’25, 43 migranti sono stati riportati a Bari perché i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti. Ad aprile ’25, 7 persone sono state fatte rientrare per ordine dei tribunali o per “inidoneità sanitarie”. Questo avanti e indrè a spese nostre (ogni rientro costa 80mila euro) è stato fatto passare dal governo come un sabotaggio delle “toghe rosse” (“Assurdo! In aiuto della sinistra parlamentare arriva quella giudiziaria”, dai social di FdI). In caso di migranti da Paesi con cui l’Italia non ha stipulato accordi per i rimpatri (come Africa Subsahariana, alcuni Paesi dell’Asia, Siria), questi vengono fatti sostare nel limbo di Gjadër per un mesetto, poi riportati in Italia, dove verranno rilasciati con l’intimazione di lasciare il Paese entro 30 giorni.

Il centro di Gjadër è un trittico di fortini circondati da un recinto di cemento armato e metallo. Dentro, c’è un padiglione in cui gli ospiti dormono in moduli provvisori; sono liberi di muoversi entro un recinto, ma non di uscire dalla struttura (nei dintorni della quale, comunque, ci sono solo montagne e sterpaglie). C’è anche un carcere, vuoto; finora vi ha soggiornato un solo detenuto, che poi è stato riportato in Italia. La cooperativa che si occupa dei pasti e della pulizia è l’italiana Medihospes, che si è aggiudicata il bando da 133 milioni per la gestione di Gjadër e Shengjin, che è l’hotspot di arrivo e identificazione.[…]

A Gjadër ci sono medici e infermieri (uno a turno) e, se occorre, psicologi. I migranti non hanno particolari esigenze, solo qualche mal di denti; al momento non ci sono epidemie. Come detto, i fragili o malati sono stati riportati ex lege in Italia.

Le forze di sicurezza sono composte da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza italiani per un totale di 183 persone, più 20 agenti della Polizia penitenziaria. Per oggi o domani è previsto l’arrivo di 35 nuovi ospiti e di un’altra trentina per il fine settimana. Da giugno, entrando nella campagna elettorale, si prevede l’arrivo di un centinaio di persone a settimana; di conseguenza raddoppierà il personale di polizia. Lo stipendio medio di un agente è di 2 mila euro al mese più una diaria di 100 euro al giorno (a cui si sommano 80 euro al giorno per albergo e pasti).

Il lavoro consiste nella vigilanza per i fermati e nella logistica: rifornimenti di carburante, riparazione dei mezzi, etc., per turni di 6 ore al giorno. È vero che ci sono cani randagi dentro alla struttura: sono 4, di piccola taglia, “adottati” dagli agenti.

Non risultano rivolte né risse, a parte quando un ospite staccò un pezzo di ferro dalla struttura dei moduli per usarlo come pugnale.

Ogni tanto si affaccia qualcuno del governo, con fotografi al seguito: viene intrattenuto nella “sala benessere” in attesa che un dirigente lo raggiunga e lo porti in visita al centro; più spesso si vedono europarlamentari di sinistra. Una macchina per la Tac modello base costa 200 mila euro: al costo dell’Operazione Albania lo Stato italiano avrebbe potuto comprare 620 Tac ogni anno, 29 per regione, diminuendo sensibilmente i tempi d’attesa per esami salvavita nella Sanità pubblica. […]


Vilipendio alla libertà di stampa


Il Media Freedom Act sembra l’elenco dettagliato delle criticità del sistema mediatico italiano. Altro che libertà di stampa

Vilipendio alla libertà di stampa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Lunedì mi è capitato di partecipare a Milano ad un dibattito, organizzato dal gruppo The Left del Parlamento europeo, del quale fa parte anche il Movimento 5 Stelle, sulla libertà di informazione in relazione al Media Freedom Act entrato in vigore nei Paesi Ue lo scorso agosto. Un provvedimento che, con riguardo all’Italia, sembra l’elenco dettagliato delle criticità del sistema mediatico del nostro Paese.

Al primo punto c’è l’indipendenza dei media pubblici da ogni controllo governativo o parlamentare e più in generale dalla politica. L’esatto opposto di quanto accade alla Rai, passata dalla lottizzazione della prima repubblica, quando la maggioranza si spartiva le nomine con l’opposizione, al controllo diretto del governo cui spetta, per effetto della sciagurata riforma Renzi, la nomina dell’amministratore delegato e di un ulteriore componente del Cda, di solito il presidente (gli altri sono designati dal Parlamento ed uno eletto dai dipendenti della Tv pubblica). Trattandosi di un regolamento, la normativa Ue dovrebbe essere direttamente applicabile nell’ordinamento italiano. Ma il principio va ovviamente recepito nella legislazione vigente. Siamo pronti a scommettere che il dibattito sulla riforma della Rai si trascinerà stancamente almeno fino alle prossime elezioni politiche senza produrre risultati, se non quello di esporci ad un’altra procedura d’infrazione Ue. Il servizio radio-televisivo pubblico, del resto, è un boccone troppo prelibato per la politica. Non a caso l’attuale sistema, che la destra di governo sta utilizzando all’estremo come strumento di occupazione, è stato voluto e approvato sotto un esecutivo di centrosinistra.

Poi c’è la questione della protezione dei giornalisti. Con il divieto, previsto dal Media Freedom Act, di ricorrere a spyware o ad altri strumenti di coercizione, come l’arresto o la perquisizione, per costringere i cronisti a rivelare le proprie fonti. Anche su questo punto non c’è da farsi troppe illusioni. Alla mia sinistra, al dibattito di Milano, sedeva, oltre all’ex direttore de La Notizia, oggi eurodeputato M5S, Gaetano Pedullà, alla presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia, e al collega del Fatto Quotidiano, Gianni Barbacetto, anche il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Protagonista, in buona compagnia, dello scandalo delle intercettazioni illecite con il trojan della Paragon (società israeliana fornitrice esclusivamente di istituzioni statali) della quale non si è saputo più nulla.

Per non parlare di liti temerarie, disciplina nella quale l’Italia primeggia in Europa (dato 2024) con 21 casi su 167 segnalati. Anche se, dal 2006 in poi, Ossigeno per l’informazione ha censito quasi ottomila episodi di azioni legali pretestuose, minacce e ritorsioni contro i giornalisti. Anche su questo fronte, inutile farsi illusioni. Per decisione del nostro governo, la direttiva europea che si prefigge di porre un argine a quello che, stando ai numeri, nel nostro Paese è diventato un vero e proprio sport nazionale, produrrà effetti solo marginali. Sarà infatti recepita unicamente per le azioni legali transnazionali, cioè per le cause risarcitorie intentate da soggetti stranieri. Sia chiaro, è giusto che un giornalista che sbaglia o che racconti il falso paghi per i suoi errori. Ma citare in giudizio un cronista, spesso per decine di migliaia di euro, pur sapendo che ha svolto correttamente il suo lavoro, per puro spirito di rivalsa o, peggio, con l’obiettivo di intimidirlo, è del tutto inaccettabile.

La soluzione è un disegno di legge di un solo articolo – primo firmatario l’allora senatore Primo Di Nicola – che, stabilisce, nel caso in cui l’attore abbia agito in giudizio con malafede o colpa grave, che con la sentenza che rigetta la domanda il giudice condanni l’attore, oltre al pagamento delle spese di giudizio, a pagare in favore del convenuto una somma non inferiore alla metà del risarcimento richiesto. Somma ridotta ad un quarto, dopo il via libera, nel 2019, da parte della Commissione Giustizia del Senato, in seguito ad una complessa trattativa, risolta grazie all’intervento dell’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede, che portò ad un accordo di maggioranza che sosteneva il governo Conte II. Sembrava fatta, ma il giorno del voto in Aula, il disegno di legge sparì dall’ordine del giorno. I numeri per approvarlo si erano improvvisamente volatilizzati. A riprova che il provvedimento non piace tanto al centrodestra quanto a pezzi del centrosinistra. In generale alla politica che non intende rinunciare ad una formidabile arma di pressione sui giornalisti.

Poi c’è il tema, tornando al Media Freedom Act, della trasparenza della proprietà delle aziende editoriali. Cioè della conoscenza e alla conoscibilità dei relativi proprietari, diretti e indiretti. Ma in Italia la vera questione, ancora più delicata, è quella delle concentrazioni editoriali. È il tema dei temi, quello degli intrecci e dei conflitti di interessi tra interessi politici, economici ed editoriali. Inaugurato da Silvio Berlusconi, proprietario di tre televisioni e dal ’94 più volte presidente del Consiglio, e mai risolto. Anzi aggravato con leggi che gli hanno consentito di conservare la proprietà di un pezzo del sistema mediatico italiano nonostante le cariche pubbliche rivestite. E dall’inerzia del centrosinistra che, negli anni nei quali ha governato il Paese, non ha mai affrontato la questione. Oggi la situazione è sotto gli occhi di tutti: editori in capo a parlamentari con interessi nella sanità privata; grandi giornali controllati da gruppi industriali attivi in innumerevoli settori; e la famiglia Berlusconi che, anche dopo Silvio, conserva intatto il suo strapotere mediatico (Mediaset), politico (Forza Italia) ed economico.

Sarebbe bastato un altro disegno di legge – primo firmatario sempre Di Nicola – che, con un solo articolo poneva rimedio ad una situazione che è la principale causa di discredito per l’intero sistema dell’informazione. Una legge che non ha mai visto la luce e che, peraltro, non è mai stata neppure esaminata in commissione, che avrebbe vietato a tutti i soggetti (compresi il coniuge e i parenti fino al secondo grado) che svolgono, in settori diversi da quello editoriali, attività economiche con fatturato eccedente il milione di euro, di possedere quote azionarie superiori al 10% di aziende editoriali.


Il referendum è diventato politico


(Giancarlo Selmi) – Mettiamo un po’ d’ordine: Gratteri rilascia un’intervista in Calabria e, riferendosi alla Calabria, dice che le ndrine, i poteri forti e i corrotti voteranno sì al referendum. La suddetta dichiarazione viene scientemente e colpevolmente modificata, con l’evidente scopo di poterla poi utilizzare per attivare la solita merda nel ventilatore. Un rivoltante attacco basato su di una menzogna, che ha trovato i giornalini di Angelucci, con la schiera di similgiornalisti un tanto a parola, pronti a fare diventare una menzogna una cosa vera e scandalosa.

Gratteri chiarisce da Formigli e ribadisce ciò che ha detto. Smentisce categoricamente la versione fatta girare, “tutti quelli che votano sì sono mafiosi e corrotti” (versione che ometteva, peraltro, di aggiungere “poteri forti”, pur nominati da Gratteri, perché in quella “nuova” versione non avrebbe avuto senso). Reazioni: insulti da brividi da parte di deputati, senatori, cariche istituzionali e perfino dal ministro. Auspicando esami psico attitudinali e altre amenità simili e anche peggiori. Il giorno dopo “mitraglietta” Mentana aggiunge il suo carico di veleno dicendo nel suo TG che Gratteri aveva “cambiato” la versione.

Passano un paio di giorni e l’ineffabile Carletto definisce “paramafioso” il CSM, offendendo il Presidente della Repubblica che, di quel organismo, è il Presidente. E, parlando di correnti, la memoria di Falcone e Borsellino. Il tutto mentre Atreju e l’improbabile comunicazione di Fratelli d’Italia, sfornano, con l’AI, l’immagine di un Giudice che bacia una Black Block. Oltre a una serie di giovani di bell’aspetto (sempre AI) con un cartello sul quale in bella evidenza compare una scritta: “sono una brava persona e voto sì”.

Fake news, menzogne, vignette di pessimo gusto, stravolgimento della realtà, tutto fa brodo per la classe politica più ignorante della storia. Tutto meno spiegare quali siano i reali motivi che sono dietro a una schiforma che pretende modificare ben sette articoli della Costituzione. E quando cercano di spiegare quei motivi, diventano i migliori sponsor del NO. Carletto lo ha detto chiaramente almeno due volte: “vogliamo controllare la magistratura”. A lui si è aggiunto Tajani che, con la consueta leggerezza ha detto che il prossimo passo sarà sottrarre la Polizia Giudiziaria dagli ordini dei PM.

Cosa gravissima. Significherebbe mettere sotto il controllo del governo chi dovrebbe occuparsi delle indagini. Quindi avere il potere di stopparle, rallentarle o qualunque altra cosa quando le indagini non fossero gradite al potente di turno E, badate bene, tale variazione si farebbe con una legge ordinaria. Il disegno è chiaro e va stoppato. Per la destra questo referendum è la madre di tutte le battaglie e per vincerlo stanno andando in fibrillazione. Solo questo dovrebbe insospettire. Il nervosismo, alla luce degli ultimi sondaggi, è altissimo.

È un referendum che, nonostante la circospezione della Meloni, è diventato solennemente politico e il risultato, se vincesse il NO, potrebbe diventare letale per la biondina della Garbatella. Votiamo NO, fortissimamente NO, sontuosamente NO.

È il primo passo per restituirli ai loro ambienti sotterranei, sapete quali siano, o al loro tradizionale posto in fondo a destra.


Board of Peace


(Dott. Paolo Caruso) – Board of Peace. Comitato per la Pace? O ” borgo” per la pace? Con malcelata ironia, così va letta l’iniziativa di Trump, di tale “borgo” che vuole essere piuttosto una organizzazione (eversiva?) internazionale contrapposta all’organizzazione delle Nazioni Unite. Trump è il presidente a vita, e tra gli aderenti (finora venti) chiamati a sborsare un miliardo di dollari, ci sono i soliti noti: Netanyahu, Erdogan, Miley, il cui orientamento politico è noto a tutti. Lo scopo apparente è la ricostruzione della Striscia di Gaza, chiamata “fase 2”, ammesso che la prima, la tregua per la quale si voleva intestare il “Nobel per la pace”, fosse andata a buon fine. Gli israeliani continuano a bombardare e a strappare territori ai Palestinesi, anche in Cisgiordania, nel silenzio colpevole del cosiddetto mondo civile. “Ragione di Stato”, per cui i bambini possono morire anche di fame. Dunque “la fase 2”. È il tanto sognato “resort”, voluto da Trump? Realizzabile. Le deportazioni facili, ormai operate senza scrupolo negli USA, gli hanno allenato la mano per cui può agevolmente spostare a capriccio intere popolazioni. Gli interessi economici ci sono tutti. Dietro questa benemerita operazione umanitaria (sic!), c’è lo scopo più inquietante, quello di sostituire l’ ONU, con metodi meno diplomatici e più convincenti. Comportamenti da “cowboy”, per organizzare un nuovo ordine mondiale, con fini di supremazia economica e politica. E la Meloni? Dispiaciuta di non fare parte della cricca, dichiarando di non avere il miliardo, e (aggiungiamo noi) perché l’articolo 11 della nostra Costituzione, da lei mal sopportata, glielo impedisce. Ma il rimedio emerge con la solita ambiguità, infatti da fan sfegatata di Trump, l’ha trovato: parteciperà alle riunioni “da uditrice”. Che lo faccia se vuole a titolo personale e non per il ruolo che ricopre di presidente del Consiglio italiano. Il ricordarglielo non è superfluo, visto che spesso lo dimentica e si comporta con gli Italiani da presidente del suo partito.


Giorgia Meloni punta 146mila euro per chiedere a 25mila italiani cosa pensano del referendum sulla giustizia


Dopo gli ultimi sondaggi che danno in parità favorevoli e contrari alla riforma è scattato l’allarme a Palazzo Chigi. Che vuole nuovi dati dalla società che fin qui ha dato il Sì in netto vantaggio

nordio-meloni-referendum-giustizia-sondaggio

(Fosca Bincher – open.online) – Giorgia Meloni ha deciso di puntare 146.400 euro per sondare da qui a fine marzo 25 mila italiani sul referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. La presidenza del Consiglio ha reso pubblico il contratto firmato dalla società specializzata in ricerche di mercato Tecnè guidata da Carlo Buttaroni con il dipartimento editoria. La decisione è arrivata dopo la preoccupazione sui sondaggi delle ultime settimane che hanno evidenziato il recupero del fronte del No. Tecnè è l’istituto di sondaggi che ha fornito fino ad oggi i responsi più favorevoli al fronte del Sì: nell’ultima rilevazione svolta l’11 e il 12 febbraio i favorevoli alla riforma risultavano per l’istituto guidato da Buttaroni il 56%, mentre i contrari si fermavano al 44%. Tutti gli altri istituti invece danno un sostanziale pareggio fra i due fronti.

Tre diversi sondaggi su tre campioni da qui a fine marzo

Carlo Buttaroni di Tecnè

L’incarico formale a Tecnè prevede «la realizzazione di n. 3 ricerche su un campione di 10.000, 10.000 e 5.000 casi cadauna (i.e. interviste valide) per un totale complessivo di 25.000 interviste, articolato per area geografica: nord-ovest (Valle D’Aosta esclusa) nord-est, centro, sud e isole, rivolta alla popolazione maggiorenne». La presidenza del Consiglio non ha pubblicato le domande previste dalla ricerca, concordate con Tecnè attraverso uno scambio di lettere e preventivi durante la trattativa diretta. Il contratto prevede un pagamento a 30 giorni dalla consegna della ricerca di 120mila euro netti oltre a 26.400 di Iva per un totale appunto di 146.400 euro.

Chiesto un sondaggio anche a Pagnoncelli sulla percezione del merito e della giustizia sociale

La cifra puntata da Palazzo Chigi sul referendum è particolarmente alta, e lo si capisce da un secondo contratto firmato in contemporanea con la Ipsos di Nando Pagnoncelli. In questo caso la richiesta è «per un servizio di ricerca quantitativa su “Percezione del merito e della giustizia sociale in Italia” realizzata su un campione rappresentativo di cittadini residenti in Italia dai 14 anni in su, stratificato per genere, fascia di età, titolo di studio, articolato per area geografica e ampiezza del comune di residenza». Il contratto con Ipsos prevede il pagamento di una fattura a 30 giorni di 48.214,40 euro complessivi. Il compenso in questo caso è di 39.520 euro oltre a 8.694 euro di Iva.

Ansa | Nando Pagnoncelli di Ipsos

Referendum giustizia, il sondaggio di Palazzo Chigi sulle urne. Costo: 120 mila euro

Giustizia in 2 mesi 3 rilevazioni affidate a tecnè

Referendum giustizia, Il sondaggio di Palazzo Chigi sulle urne. Costo:  120 mila euro

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Fratelli d’Italia chiede un parere ai propri iscritti, Palazzo Chigi agli elettori. Nel governo il timore del risultato del referendum sulla separazione delle carriere del 22 e 23 marzo è forte. Una sconfitta rischia di indebolire l’esecutivo. Così il 19 gennaio scorso la Presidenza del Consiglio ha deciso di commissionare un sondaggio all’istituto di rilevazioni Tecnè per chiedere ai cittadini cosa ne pensano del referendum sulla giustizia. Nello specifico, recita la delibera che Il Fatto ha letto, Palazzo Chigi ha deciso di commissionare “una ricerca e analisi” sul referendum costituzionale “finalizzata a comprendere come i cittadini si rapportano a tale passaggio istituzionale” ma anche “il livello di conoscenza del sistema della giustizia”. Rilevazione realizzata “su un campione rappresentativo della popolazione maggiorenne”. La cifra stanziata è di 120 mila euro con affidamento diretto a Tecnè.

Il sondaggio è stato commissionato il 19 gennaio scorso dall’Ufficio per l’informazione e la comunicazione istituzionale del Dipartimento per l’informazione e l’editoria di Palazzo Chigi guidato dal sottosegretario di Forza Italia, Alberto Barachini. Questo è l’ufficio preposto della Presidenza del Consiglio che deve formalmente commissionare le rilevazioni e ha una specifica voce del bilancio per i sondaggi sull’operato del governo e più in generale su tematiche specifiche (una settimana dopo ne è stato commissionato un altro a Ipsos da 40 mila euro sul tema della giustizia sociale in Italia e il merito).

Quello sul referendum è un sondaggio dinamico: una rilevazione in cui viene intervistato per tre volte lo stesso campione di persone per capire come e se cambia il sentiment degli elettori durante la campagna referendaria. La prima volta è avvenuta a fine gennaio, la seconda in questi giorni, la terza sarà a inizio marzo, prima che scatti il silenzio di pubblicazione dei sondaggi. In questo modo – testando gli elettori per tre volte in tre periodi diversi della campagna referendaria – Palazzo Chigi può capire in maniera più approfondita il trend dell’opinione pubblica. Anche così si spiega la decisione di stanziare 120 mila euro.

I risultati della prima rilevazione non sono pubblici, ma diverse fonti di maggioranza assicurano da giorni che i sondaggi che sarebbero in mano al governo certificherebbero una partita aperta tra il “Sì” e il “No” ma con i favorevoli alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere ancora in vantaggio.

Anche i partiti nelle ultime settimane hanno commissionato sondaggi a diversi istituti di ricerca: una rilevazione di Fratelli d’Italia, invece, darebbe il “Sì” in vantaggio di 7-8 punti con la rimonta del “No”, rispetto al distacco di due mesi fa pari a circa 20 punti.

Proprio la preoccupazione sul trend in crescita dei contrari alla riforma costituzionale sta portando la premier Giorgia Meloni a riflettere se scendere in campo direttamente per il “Sì” con comizi elettorali prima del voto, con gli alleati del centrodestra: le due date scelte sarebbero quella del 13 e del 18 marzo, a Roma (Milano non è disponibile per le Paralimpiadi) e Napoli. Anche se Meloni continua ad avere dubbi sulla decisione di intervenire direttamente: farlo significherebbe politicizzare la consultazione e far diventare il referendum un voto su di sé.

Intanto nella maggioranza continuano a far discutere le parole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che domenica aveva spiegato che “il sorteggio eliminerà un sistema paramafioso al Csm”. Dopo che la premier Meloni lunedì aveva chiesto ai vice di abbassare i toni, ieri anche il leghista Matteo Salvini ne ha preso le distanze: “Sia Nordio che Gratteri evitino aggettivi, attacchi e insulti: parliamo del merito della riforma”. Sarebbero, invece, già pronti i decreti attuativi con annessa protesta delle opposizioni: “Sono solo bozze”, spiega il Guardasigilli.


Board of peace, anche il Vaticano critico: “Ci sono punti che lasciano perplessi”


Aoi (ong italiane): “Da Tajani parole avvilenti”. Il Vaticano non parteciperà all’iniziativa di Trump per Gaza. Preoccupazioni sul ruolo dell’Onu e critiche dalle ong italiane

Board of peace, anche il Vaticano critico: “Ci sono punti che lasciano perplessi”. Aoi (ong italiane): “Da Tajani parole avvilenti”

(ilfattoquotidiano.it) – Dopo i no di gran parte dei paesi europei, anche il Vaticano esprime preoccupazione e perplessità sul Board of Peace di Trump. “Il Vaticano non parteciperà” ha annunciato il cardinale Pietro Parolin. Il segretario di Stato ha parlato al termine del bilaterale con il governo italiano a Palazzo Borromeo per le celebrazioni dei Patti Lateranensi. Evento al quale ha partecipato anche Giorgia Meloni, che invece ha sempre elogiato il progetto del presiedente Usa per la ricostruzione di Gaza. Ben diversa l’opinione di Parolin. “Abbiamo preso nota che l’Italia parteciperà come osservatore. Ci sono punti che lasciano un pò perplessi – ha osservato Parolin – punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”. Il segretario di Stato ha anche indicato qual è una delle “criticità” che per il Vaticano andrebbero risolte, vale a dire il ruolo delle Nazioni Unite nelle crisi internazionali: “Una preoccupazione – ha spiegato infatti Parolin – è che a livello internazionale è soprattutto l’Onu che gestisce queste crisi”.

Nel frattempo la rete globale Priests Against Genocide Usa, composta da 2200 sacerdoti provenienti da 58 Paesi, insieme a 22 vescovi e due cardinali, ha inviato una lettera aperta alla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti chiedendo ai leader cattolici del Paese di parlare con “chiarezza morale” sull’organismo voluto dal Tycoon. “Il gruppo – si legge nella nota – avverte che l’iniziativa rischia di emarginare le voci palestinesi e di legittimare l’ingiustizia in corso nel contesto della crescente crisi umanitaria a Gaza”. L’appello richiama le preoccupazioni espresse dal Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, che ha descritto il Board of Peace come “un’iniziativa che sembra essere principalmente volta a proteggere gli interessi delle grandi potenze, senza un reale riconoscimento del popolo palestinese e dei suoi diritti”.

Una bocciatura secca arriva anche da Aoi, l’associazione che raccoglie decine di organizzazioni umanitarie italiane. “Il nostro Paese deve tenersi lontano da un organismo che concepisce la pace come una transazione, legittima la concentrazione di potere, umilia le Nazioni Unite e mina i diritti fondamentali della popolazione palestinese” scrive Aoi in una nota, dove le dichiarazioni fatte del ministro Tajani in Aula vengono definite “avvilenti”. “La scelta di diventare membro osservatore inoltre determina una frattura grave con quella che sembra essere la linea dei principali paesi europei e della stessa Ue, viste le recenti dichiarazioni della Commissaria Kallas”. La pace “non può essere messa all’asta, trattata come una merce o affidata a strutture opache prive di accountability. Serve un quadro multilaterale autentico, fondato sul diritto internazionale, capace di garantire protezione dei civili, giustizia, partecipazione e responsabilità condivisa. Solo così si potrà costruire una pace stabile e duratura”


Guardia Sanframondi, Rinascita Guardiese: “Carlo Tessitore, un dimenticato medico in odore di santità”


Il dottore Carlo Tessitore merita di essere ricordato

     Il 17 febbraio di 87 anni orsono ritornava alla casa del Signore il dottore Carlo Tessitore, illustre medico tropicalista, nato in Guardia Sanframondi il 18/8/1896 e morto nel Congo Belga. Un figlio illustre  della comunità guardiese che merita di essere ricordato e offerto alle nuove generazioni come modello di vita da emulare nell’ambito del progetto che abbiamo chiamato “GustaGuardia”.

   Il giornale “Le Courier d’Afrique”, alla sua morte, aveva definita la sua missione tropicale “come un sacerdozio” perché non aveva esitato a donare la sua vita per salvare gli altri.

     Vale la pena ricordare che il dottor Carlo Tessitore considerava la Vita, una “Retta che sale ed allora è bella ed è feconda solo quando tende a Dio”.

     In poche parole, siamo dinanzi ad un luminoso esempio di quella santità della porta accanto di cui parlava Papa Francesco nella esortazione apostolica Gaudete et Exsultate.

     Quando la professione si esercita come missione, “come un sacerdozio”, allora, non solo l’intera persona viene ad essere curata, cioè corpo e spirito, ma il medico ne condivide le ansie, le trepidazioni, le ore drammatiche che vive la comunità familiare, ne rimane segnato, in certo qual modo, sostituisce l’azione del Sacerdote: l’essere ritenuto uno di casa, riceve confidenze anche delicate. Egli, allora, agisce come il “Buon Samaritano”, il quale sa versare sulle ferite fisiche e morali il “vino e olio” della sua umanità, ancor più se cristiana.

      Questo è quello che ha fatto il dottore Carlo Tessitore nella sua breve vita terrena ricevendo innumerevoli attestazioni di Stima e Riconoscenza da uomini potenti della Terra come per esempio il Presidente della Repubblica francese e la Regina Elisabetta del Belgio.

      E allora una domanda nasce spontanea: questo specifico caso di bontà esemplare non merita di essere sottoposto all’attenzione e alla valutazione della Congregazione per le Cause dei Santi, l’organismo istituito da papa Paolo VI,  che è chiamato ad istruire i percorsi procedurali che portano alla beatificazione e alla canonizzazione dei “Servi di Dio”?

     In conclusione, nel ricordare le parole pronunciate da P. Adolfo Di Blasio nell’elogio funebre del trigesimo della dolorosa scomparsa: “Egli fu un cultore esimio della scienza,

amante della Patria,

apostolo sereno delle sofferenze umane,

eroico soldato dell’idea;

ma, soprattutto, operoso credente in Dio!”

l’occasione e buona per chiedere al sindaco Di Lonardo di onorare gli impegni assunti con i cittadini-elettori guardiesi e cioè, il  ripristino del “Premio Solidarietà Carlo Tessitore” (istituito dal Sindaco Ceniccola ed  assegnato nell’anno 2001 all’UNICEF per la realizzazione di una campagna di vaccinazione per 40 bambini in Africa) e la realizzazione di un “Museo delle Arti Sanitarie” dedicato al dottor Tessitore; nel contempo, rivolgiamo un accorato appello al nostro carissimo parroco Don Giustino Di Santo al fine di sottoporre all’attenzione della Congregazione per le Cause dei Santi la vita e  l’opera del dottor Carlo Tessitore  e chiedere di istruire la “pratica” di canonizzazione per l’illustre medico missionario guardiese al fine di promuovere una società che viva di solidarietà e di valori spesi concretamente per gli altri.  

RINASCITA GUARDIESE


L’azzardo di Tajani: la Costituzione ci obbliga a essere nel Board di Trump


Le comunicazioni del ministro degli Esteri in aula: «L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe politicamente incomprensibile e contrario alla Carta»

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – «Come potrebbe l’Italia non essere presente dove si costruisce il futuro del Medioriente?», le comunicazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera si aprono con una domanda retorica che tende a dimostrare che l’Italia non si può sottrarre al club immobiliare di Trump.

Ma il meglio arriva subito dopo, quando tenta di dimostrare all’aula che la Costituzione italiana, quella che ci vieta di fare parte del Board of Peace di Donald Trump, ci obbligherebbe anzi a partecipare: «L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contrario alla lettera e allo spirito dello stesso art. 11 della nostra Costituzione, laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie».

La pace in Mo? Va tutto bene

Il ministro non entra nel merito dell’adesione al Board, benché da osservatore, né anticipa chi ci andrà in rappresentanza dell’Italia. Per Tajani la prima fase del Piano di pace americano per Gaza «pur tra ostacoli e tensioni, ha consentito di raggiungere risultati impensabili solo un anno fa: il consolidamento della tregua, che, seppur fragile, regge da oltre 120 giorni; il ritorno di tutti gli ostaggi in Israele; e il rafforzamento dell’afflusso di aiuti umanitari», «non erano risultati scontati», e per il ministro l’Italia è «in prima fila, grazie alla riconosciuta capacità di parlare con israeliani e palestinesi e con tutti gli interlocutori nella regione».

Ma il core business del discorso deve essere la spiegazione del perché partecipare al Board, se gli altri paesi europei hanno deciso di non farlo (tranne l’Ungheria). La spiegazione non arriva: lo status di osservatore, offerto da Trump e scelto dal governo è «certamente una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli costituzionali». 

L’Europa ci copre

Tajani sottolinea che «l’Unione europea ha già confermato la partecipazione con la presidenza di turno e con un rappresentante della commissione. Parteciperanno anche tutti i principali partner della regione, penso all’Egitto, alla Giordania, l’Arabia Saudita, al Qatar, anche all’Indonesia, il più grande paese musulmano al mondo», «Per questo parteciperemo alla riunione di Washington, forti dell’importante contributo che il nostro paese ha messo in campo sin dal primo momento per il cessate il fuoco e per l’assistenza umanitaria alla popolazione della Striscia attraverso Food for Gaza».

L’annessione della Cisgiordania

Il ministro concede qualcosa alle opposizioni, qualche parola severa su Israele: «La violenza in Terra Santa deve cessare, questo vale anche per i coloni estremisti le cui aggressioni colpiscono le comunità cristiane che sono da sempre garanti di pace e dialogo in tutto il Medio Oriente. Continuiamo infatti a chiedere con forza a Israele di porre un freno all’azione dei coloni», «In questo quadro il governo ha condannato qualsiasi ipotesi di annessione israeliana della Gisgiordania, tentazioni che non aiutano i costruttori di pace e che rischiano di pregiudicare la soluzione a due Stati».

Le opposizioni unite, per una volta

Le opposizioni in aula contestano duramente le comunicazioni ricevute. E al voto presentano un testo unitario in cui si «impegna il Governo a non aderire, né a partecipare in qualunque forma al Board of peace o ai suoi lavori, al fine di non legittimare un organismo internazionale non conforme ai principi fondamentali previsti dall’articolo 11 della Costituzione né a quelli del diritto internazionale», anche per «non delegittimare il ruolo dell’Onu che va rafforzato e sostenuto», occorre, «scongiurare, in ogni caso, qualsiasi forma di contribuzione finanziaria, diretta o indiretta, al Board of Peace»