Oltre al danno della ricchezza delle famiglie che non cresce, arriva anche la beffa dei maxi-rincari del 2026. E a pagare sono gli ultimi.

(di Stefano Rizzuti – lanotiziagiornale.it) – La ricchezza delle famiglie italiane rallenta. Anzi, affonda. Tanto da crescere meno dell’inflazione e registrare un calo, in termini reali, rispetto a 13 anni fa. E allora qual è la ricetta del governo Meloni? Aumentare le tasse. Con una pioggia di nuovi balzelli per gli italiani. Accise più alte sui carburanti e sulle sigarette, tassa di soggiorno più elevata, costi in crescita per l’Rc auto e per i pedaggi autostradali, nuovi dazi sui piccoli pacchi. Tutte, guarda caso, misure che colpiscono chi ha meno capacità di spesa. I più poveri.
Intanto, come mostra il report di First Cisl, la ricchezza italiana non aumenta al livello degli altri Paesi europei proprio perché a crescere sono le disuguaglianze. I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. E allora ci si aspetterebbe un intervento per provare a ridurre i divari, per aiutare gli ultimi. E invece no. Il governo ha fatto l’esatto opposto, aiutando chi guadagna di più, con il taglio dell’Irpef che riguarda chi ha redditi fino a 200mila euro. E ha ignorato, ancora una volta, chi è maggiormente in difficoltà. Anzi, non proprio ignorati, in effetti.
Perché quando c’è da usare gli ultimi per far cassa, nessuno è più bravo delle destre. E così arrivano rincari proprio per le spese quotidiane, quelle che nessuno può evitare. Neanche chi di soldi ne ha meno. Tanto poi ci diranno che i salari aumentano, che l’occupazione cresce e che va tutto bene. Schiantandosi, ancora una volta, contro la realtà dei fatti. E dei numeri, ancora più impietosi di chi se la prende sempre con gli ultimi.

(Gioacchino Musumeci) – La polemica tra il senatore Carlo Calenda e il conduttore di Piazza Pulita Corrado Formigli di per sé non è importante, lo diventa necessariamente se un senatore della Repubblica troppo arrogante affronta temi tabù per la politica, cioè verità e il diritto all’informazione.
Calenda sostiene che avrebbe declinato l’invito di Formigli a Piazza Pulita perché gli sarebbe stato chiesto di attaccare frontalmente la manovra economica di Giorgia Meloni : “ Questo modo di fare spettacolo – ha commentato Calenda- per cui i politici si invitano a condizione che recitino una parte è un vizio insopportabile dell’informazione italiana, come quello di invitare propagandisti di Putin pretendendo anche che vengano lasciati mentire indisturbati. Vedi il caso Sachs. Mi spiace ma è un misto di faziosità e pessima informazione che fa male alle democrazia italiana”.
Il senatore prontamente smentito da Formigli- che ha dato a Calenda del bugiardo diffamatore esortandolo a rinunciare all’immunità parlamentare – si dice disposto a rinunciarvi per affrontare la questione in Tribunale. Non vedo l’ora che Calenda mostri agli italiani il coraggio per cui è noto nel globo terracqueo.
A parte il Calenda comico a cui siamo pressappoco abituati, preme concentrarsi su alcuni tratti del commento sull’informazione, essenzialmente orrore concettuale il cui autore non è Calenda, lui è solo un triste divulgatore.
Intanto il senatore dal suo pulpito definisce l’informazione viziata poiché ci si ostina a invitare a esprimersi anche propagandisti di Putin che non avrebbero diritto a parlare. Perciò nella democrazia 2.0 sempre più deviata verso il totalitarismo, esiste un solo tempio della verità le cui divinità stanno nella amministrazioni americane e nei servizi israeliani. Entrambe ci indicano chi può esprimersi, chi bisogna arrestare e chi no, e sempre per caso i sovversivi letali sono coloro che non condividono posizioni americane e israeliane.
Ciò indipendentemente dal fatto evidente che gli Usa hanno estremizzato un codice comportamentale che contempla difendere i propri interessi e calpestare indifferentemente quelli altrui compresi quelli dei suoi alleati. Invece il codice dello stato di Israele contempla il genocidio su cui in Italia è vietato sollevare accezioni se si ha peso mediatico, pena la condanna di antisemitismo.
Le risibili classi dirigenti italiane, più in generale quelle inguardabili europee, hanno deciso che rinunciare alla sovranità degli Stati membri oppure evocarne il fantasma sia meglio che lottare per emanciparsi dall’occhio strategico di Washington; perciò ne assecondano ogni capriccio. Com’è noto gli Usa da ben prima del Febbraio 2022, caratterizzato dalla guerra in Ucraina e il contestuale servilismo mediatico che di democratico ha propriamente NULLA, hanno fatto quanto possibile per deteriorare le relazioni commerciali Ue con Russia e Cina. Un asse europeo orientale avrebbe senza meno indebolito enormemente economia e rappresentatività Usa nel mondo ma garantito stabilità e maggior benessere dal bacino europeo allo stretto di Bering tagliando completamente fuori Washington.
La Ue, piuttosto che mostrare consapevolezza di sé e imporsi come mediatrice reale negli scenari destabilizzati ucraini ha scelto di rinnegarsi per servire gli Usa assumendo agli occhi della comunità internazionale i connotati dell’ipocrita irredimibile che ammicca a Israele, offrire al mondo lezioni di morale e civiltà mentre ringhia verso Mosca e sventola il suo palmares di orrori storici impreziosito con due guerre mondiali dimenticate e una terza nuova nuova in incubatrice.
L’informazione dunque secondo il protocollo propagandistico occidentale tanto caro a Carlo Calenda e disturbati vari, sia tale che il cittadino non dubiti sulla bontà e legittimità di intenti di istituzioni extranazionali che mirano democraticamenteh a controllare pensiero e reazioni dei cittadini.
Essenzialmente Calenda fa parte della scuola di imbecillità che ama indicarci la strada verso una società di rimbambiti che oppressi dall’incombenza di sopravvivere ignorino i loro diritti fondamentali, compreso quello ad essere informati DEGNAMENTE da media plurali, non botteghe di regime frequentate da pappagalli decerebrati il cui obiettivo è convincerci che i bolscevichi sono arrivati alle porte di casa nostra.
Invece Il Pluralismo nella democrazia di Calenda non esiste, vizia l’informazione e diventa pericoloso come chiunque usi il rpoprio cervello. Ma a Calenda non passa per la testa che il diritto all’informazione è contemplato nella Costituzione scritta dai padri fondatori non da piscialetto come lui. ( Art 21: “ Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.” Se la Costituzione è ancora valida nel nostro Paese e Calenda permette, invitare propagandisti di Putin non è un viziare l’informazione e rovinare la democrazia ma è sostanzialmente applicare l’art 21 della Costituzione dato che tutti, compresi coloro che non la pensano come lui, hanno diritto di manifestare il proprio pensiero.
Conclusione: media e democrazia non hanno bisogno dei permessi di Carlo Calenda, al massimo Carlo Calenda ha bisogno di un cervello nuovo, pare l’abbia perduto e non vene sia traccia, aiutatelo a ritrovarlo.
Chissà cosa avrebbe detto Pertini, mai domo nel richiamare il valore della giustizia e l’esigenza assoluta di cercare di riempire i granai per tutti invece di spendere soldi per gli armamenti

(Luca Fazzi, Docente in Sociologia presso l’Università di Trento – ilfattoquotidiano.it) – L’infantilizzazione morale consiste nel trattare i cittadini come bambini destinatari di lezioni etiche in quanto incapaci di costruirsi da soli un criterio di valutazione della realtà. Non in grado di discernere tra giusto e sbagliato, come i bambini che hanno una volontarietà degli atti intrinsecamente imperfetta in quanto non dotati di mezzi intellettuali per deliberare circa l’opportunità delle proprie azioni, così i cittadini in questa visione necessitano di continui richiami alla ragionevolezza per fondare il proprio pensiero su basi non arbitrarie.
Negli ultimi anni, l’infantilizzazione morale è diventata il cuore della propaganda delle istituzioni italiane. Per salutare gli ottanta anni della Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella nel discorso di fine anno ha ricordato agli italiani che siamo una storia di successo e che non bisogna rassegnarsi, rivolgendosi in particolare ai giovani, esortati a prendere in mano con coraggio il proprio destino.
I dati che sanciscono la storia di successo della nazione sono sempre discutibili. Per esempio, si continua a misurare come elemento positivo la crescita economica attraverso il Pil. L’aumento del Prodotto Interno Lordo, tuttavia, è un indicatore relativo di benessere, perché una popolazione sta bene in base non tanto al valore assoluto della produzione, ma a come il reddito viene distribuito.
Secondo il rapporto Oxfam sulle diseguaglianze del 2025, guardando ai fatti con questa prospettiva chi può parlare di una storia di successo non sono tutti gli italiani ma solo alcuni di essi. Il 10% più ricco dei nuclei famigliari possiede 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie, con un incremento di 1,7% rispetto al decennio precedente.
Il Report statistico 2025 della Caritas stima invece in 5 milioni e 600mila i poveri assoluti, con 2 milioni e 217 di famiglie indigenti: un record assoluto dai tempi del dopoguerra.
La concentrazione della ricchezza e l’aumento della povertà non sono avvenuti per caso. Negli ultimi 30 anni, al netto di condoni e sanatorie per gli evasori, le imposte a carico dei benestanti si sono progressivamente ridotte (si pensi a Imu e Flat Tax varie) non tenendo conto della capacità contributiva dei diversi ceti sociali. Il risultato è una costante erosione del potere di acquisto del ceto medio che salva solo chi ha rendite o riesce a evadere le tasse.
Per quanto riguarda la struttura demografica, l’Italia è uno dei paesi più anziani al mondo con un’età media di 48,7 anni nel 2025 a fronte dei 19,9 anni dei paesi africani. Mentre 50 anni fa c’erano 9 bambini ogni ultraottantenne, secondo il Rapporto annuale dell’Istat 2025, gli ultraottantenni sono pari a 4,5 milioni di individui superando il numero di minori sotto i dieci anni (4,3 milioni).
Con le stime di un ulteriore incremento della popolazione anziana nel periodo 2030-2040, l’esito inevitabile è l’insostenibilità dei conti pubblici con tagli del welfare e del sistema pensionistico garantiti.
L’assegno previdenziale medio nel 2025 era già pari a soli 1215 euro (la soglia di povertà assoluta nel 2024 era di 1194 euro al mese per un nucleo di due persone) e a ogni manovra si continuano a introdurre nuovi tagli e limitazioni. Nel prossimo futuro la pensione diventerà dunque un equivalente della povertà per la grandissima maggioranza dei cittadini.
Per quanto riguarda il lavoro, la storia di successo della nazione appare anche lontana dalla narrazione. La situazione salariale è caratterizzata da una dinamica negativa e tra il 2008 e il 2024 i salari reali sono scesi del 8,7%%, con una continua perdita del potere di acquisto. Quasi centomila laureati tra i 25 e i 34 anni, forse i giovani più coraggiosi della nazione, se ne sono così andati all’estero a cercare fortuna nell’ultimo decennio.
Si potrebbe continuare questo breve resoconto della gloriosa storia della nazione parlando del crollo del sistema sanitario nazionale (nel 2002 il secondo migliore al mondo) con le liste di attesa annuali e l’impossibilità di cura per milioni di persone, il sottofinanziamento del sistema educativo e universitario rispetto alla media Ue, il livello di analfabetismo funzionale dilagante, la dismissione degli investimenti nella ricerca, i tassi di corruzione da terzo mondo, la criminalità che governa intere regioni del paese.
Forse per dare speranza a un paese in inesorabile declino è giusto evocare i punti di forza più che lamentare i problemi e i limiti. La sensazione però è che questi messaggi trasmessi a una nazione di persone sempre più disincantate, lontane dalla politica, povere e anziane sia qualcosa di più simile al catechismo che non a un richiamo alla presa di coscienza della realtà.
Chissà cosa avrebbe detto l’altro Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il vecchio partigiano e socialista, muratore in esilio sotto il fascismo, mai domo nel richiamare il valore della giustizia e l’esigenza assoluta di cercare di riempire i granai per tutti invece di spendere soldi per gli armamenti.
Lo immagino raffigurato in una delle memorabili vignette disegnate da Andrea Pazienza, scendere da una macchina in corsa e con voce possente gridare: eh no! Basta con la morale da due soldi. Svegliatevi miei giovani! Tutti in piazza per salvare la patria!

(ANSA) – L’ultimo giorno del 2025, Donald Trump si reinventa gladiatore con un video pubblicato dalla Casa Bianca che riprende la scena cruciale della battaglia all’inizio del kolossal del 2000 di Ridley Scott. Nel filmato si alternano immagini di Russell Crowe nei panni di Massimo Decimo Meridio a quelle del settantanovenne presidente americano con la didascalia “Trump prepara la sua squadra per il 2026”.
Con una musica in stile techno, si susseguono alcune scene della pellicola campione di incassi e in particolare l’iconica frase del gladiatore: “Al mio segnale scatenate l’Inferno”. Il video è diventato subito virale suoi social media ma ha anche suscitato l’ironia del web. “Hanno mai visto Il Gladiatore? Sanno che Roma lo tradisce subito dopo quella battaglia, lo riduce in schiavitù e uccide sua moglie e i suoi figli”, fa notare un utente.
“L’intero film è praticamente una condanna dell’Impero e della natura corrotta e infida di Roma dopo la caduta della Repubblica”, scrive un altro. “se questo video è la presentazione del 2026, siamo sicuri che sarà un anno tutt’altro che tranquillo”, aggiunge un altro ancora.

(dagospia.com) – Come mai negli ultimi tempi è divampato un amour fou di Giorgia Meloni e Giovanbattista Fazzolari per Sergio Mattarella? Le lodi della Statista della Sgarbatella per il discorso di fine anno ora vengono infiocchettate (“Un grande che ci unifica…”) dal “genio” di Palazzo Chigi e ideologo della comunicazione di Fratelli d’Italia.
Alla cerimonia dei salamelecchi alla Mummia Sicula resta fuori il pio Alfredo Mantovano, che in teoria è il sottosegretario che deve tenere i rapporti tra governo e Quirinale, ma il suo unico riferimento avviene attraverso l’ufficio legale del Colle.
D’altronde, dal premierato all’autonomia differenziata, dalla riforma della legge elettorale alla separazione delle carriere dei magistrati, non si contano i motivi di aspro attrito tra l’Armata Branca-Meloni e il guardiano supremo della Costituzione.
Ma, alla fine, come dicono a Roma, anche i sassi maturano e Meloni e Fazzolari si sono resi conto che la popolarità e quindi il consenso che incontra il primo inquilino del Quirinale è tale che è del tutto masochistico e controproducente schierarsi contro.
Come si è visto in merito alle polemiche sulla data del referendum sulla giustizia, che il governo voleva all’inizio di marzo: una volta visto il ghigno di contrarietà di Sergione, zac!, a Palazzo Chigi si sono subito adeguati alla data di fine marzo.
Essì, bisogna ammetterlo: la Giorgia e il Giovanbattista sono davvero scaltri e abili nella gestione del potere, e quando si trovano davanti a un ostacolo impossibile e/o rischiosissimo da superare, allora ricorrono al saggio democristianesimo andreottiano: il nemico non si combatte, ma si compra o si seduce…
La riforma della Corte dei Conti si traduce in un salvacondotto per gli amministratori pubblici

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Smantellare semplificando. È tutto terribilmente chiaro. E anche la riforma della Corte dei Conti voluta dal governo Meloni lo è. È coerente con l’intento di fare a pezzi il sistema dei controlli di legalità, liberandosi da «lacci e lacciuoli». Rappresentando sempre un altro Paese. Non quello infognato nel malaffare, irretito nelle spire delle mafie, ma uno di adamantina purezza impantanato nella palude di odiose verifiche sulla regolarità di procedure e spese. Che non si rassegna all’idea che sia superfluo, se non dannoso, pretendere il pagamento di un prezzo per il danno da negligenza, colpa e dolo. Una vera assurdità. Inciampo intollerabile. Frena l’economia, mortifica la comprovata capacità di pianificazione strategica degli investimenti pubblici e, sì, è un riflesso di sfiducia anche verso certa imprenditoria munificamente assistita. Dopo lo svuotamento dell’abuso d’ufficio, dopo l’indebolimento dell’Autorità nazionale anticorruzione, in simultanea con la campagna referendaria per una resa dei conti con giudici e pm, è il turno dei magistrati contabili.
Il metodo non cambia: contrabbandare impunità invocando efficienza e rapidità. Il meccanismo, va riconosciuto, ha una sua felpata eleganza. La riforma prevede che gli atti delle amministrazioni pubbliche siano sottoposti a chiamata al visto preventivo della Corte dei Conti, con un termine di trenta giorni per la risposta. Se i giudici contabili non si pronunciano entro quel limite, scatta il silenzio-assenso. L’atto è automaticamente legittimato.
Come dire a un controllore di verificare tutti i biglietti di un treno in corsa stipato all’inverosimile, avvertendolo che se non fa in tempo, tutti i passeggeri viaggiano gratis. Saranno in tanti ad agitare qualunque foglietto stropicciato spacciandolo per il titolo di viaggio e i controllori, mai abbastanza, dovranno fare spallucce.
Un overbooking strutturale indotto, un sistema inceppato con la trasparenza, che produce salvacondotti. I trenta giorni, novanta in casi estremi, scadranno sistematicamente. Poi tutto evapora. E gli amministratori pubblici avranno il loro via libera. A prescindere. Chi sbaglia pagherà, certo, ma molto meno. Salvo per i casi di dolo, la responsabilità erariale per colpa e negligenza è limitata a un terzo dell’ammontare effettivo del danno e non può comunque superare due anni di stipendio lordo. Si accorcia il quanto e si allunga il quando, dal momento che si ritoccano anche i termini di prescrizione.
La vicepresidente forzista del Senato Licia Ronzulli non difetta di sincerità e ha rivendicato l’intento parlando di un altro passo per rendere il Paese più moderno, efficiente e meno ingabbiato dalle sbarre di eccessivi controlli. Ha esplicitato l’obiettivo di alleggerire il peso di troppe responsabilità sulle spalle di chi amministra la cosa pubblica e ha fatto riferimento proprio all’eliminazione dell’abuso d’ufficio. Altri hanno evocato la sindrome da firma per assimilare la riforma all’antidoto contro il male che ha finora paralizzato la buona amministrazione.
Altro che fondi bloccati per incapacità, sprechi, sperperi, mazzette, appalti truccati e impunità diffusa. Il problema, scopriamo, non è la penuria di controlli ma il suo contrario, l’eccesso.
Come la responsabilità. Che ha il suo opposto in un prefisso. O in una riforma. Irresponsabilità. Bastava così poco.
Mancano solo la riforma della giustizia, una nuova legge elettorale e il premierato, e poi l’Italia di Giorgia Meloni sarà la copia carbone dell’Ungheria di Victor Orban, prototipo europeo di autocrazia illiberale. L’unico argine? Si chiama Sergio Mattarella.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – La trasformazione da liberal-democrazia a democrazia illiberale, o autocrazia, succede a causa di una somma di piccole cose, nemmeno troppo piccole.
L’Ungheria di Victor Orban, in qualche modo, è lì a dimostrarcelo, come una specie di prototipo. Vai al governo, occupi i media pubblici e privati, costruisci un capitalismo a misura degli amici, reprimi il dissenso con una legge ad hoc, depotenzi i pezzi dello Stato indipendenti dal governo, prendi il controllo della magistratura, cambi la legge elettorale, cambi la costituzione e voilà, ecco a voi un regime che formalmente è una democrazia, ma che nei fatti è un regime a misura del capo supremo e dell’incontendibilità del suo potere.
Al dunque: a che punto è la notte, in Italia?
I media pubblici e privati sono presi. La Rai è saldamente nelle mani del governo, come nemmeno ai tempi di Berlusconi. Mediaset è il regno dei talk show filo governativi. Libero e il Tempo sono di Angelucci, re delle cliniche private e deputato della Lega. Il socio forte di Verità e Panorama risponde al nome di Federico Vecchioni, alla guida di Bonifiche Ferraresi, colosso dell’agricoltura industriale anch’egli vicino a Giorgia Meloni.
E a proposito di capitalismo a misura degli amici: Messaggero e Mattino sono nelle mani di Francesco Gaetano Caltagirone, sostenuto dal governo nell’operazione Mps-Mediobanca-Generali, così come il suo sodale Leonardo Mario Del Vecchio, che si vuole prendere il Giornale da Angelucci e Berlusconi. Per non parlare dei tanti episodi di amichettismo, conflitti d’interesse e favori economici agli amici degli amici, che abbiamo raccontato anche qui su Fanpage.
In merito alla repressione del dissenso, abbiamo già speso fiumi d’inchiostro sul decreto sicurezza, che sembra più interessato a punire i nemici ideologici della maggioranza – ad esempio, chi scende in piazza a protestare – che a garantire i cittadini dai reati contro persona e patrimonio.
Nel frattempo, quando si parla di mancato rispetto della legge il pensiero corre ai centri per migranti in Albania, o al Ponte sullo Stretto, bloccati per questo dalla Corte dei Conti. Che – a volte le coincidenze – è stata appena depotenziata da una legge che ne limita enormemente i poteri di controllo.
All’alba del 2026, siamo arrivati a questo punto del percorso.
Cosa manca, ancora?
Manca una giustizia inquirente assoggettata all’esecutivo, cosa che molti osservatori assicurano succederà se passerà il referendum sulla giustizia, che grazie ai media amici del governo sta diventando una consultazione su Garlasco e sulla famiglia nel bosco.
Manca anche una legge elettorale maggioritaria, che, in nome della governabilità, dia un corposo premio di maggioranza a chi vince le elezioni, così da consentire a chi governa di far quel che vuole anche in presenza di un elettorato diviso in due. E anche questo è uno dei grandi obiettivi di Giorgia Meloni per l’anno appena iniziato.
Manca anche un assetto costituzionale che dia più poteri alla Presidenza del Consiglio, levandoli al Parlamento, il cosiddetto premierato, anche questo grande obiettivo della leader di Fratelli d’Italia.
L’unico argine? Un Presidente della Repubblica che legga il disegno complessivo di questa “somma di piccole cose” e decida di mettersi di traverso. E il discorso di fine anno di Mattarella, incentrato sul “carattere democratico indelebile” della nostra Repubblica, a ottant’anni dalla sua nascita, è un messaggio, nemmeno troppo nascosto, alla presidente del Consiglio e alle sue pretese egemoniche.
Ecco perché è così importante, per Meloni, portarsi a casa anche il Quirinale, quando finirà il mandato di Mattarella.
Ma per questa partita, l’ultima battaglia prima della vittoria finale di Giorgia, c’è tempo fino al 2027.

(Dott. Paolo Caruso) – “Gioventù bruciata!”. Fu il titolo di un film del 1955. Una metafora, allora, nella notte di capodanno in Svizzera fatto tragedia. Era prevedibile? Si poteva prevenire se si fossero osservate le più elementari norme di sicurezza. Ospitare tanti ragazzi senza una uscita di sicurezza che non fosse la stessa strettoia dell’entrata, era tragedia annunciata. Qui non si parla di casualità. L’imprevedibile, quando si tratta di ragazzi poco più che adolescenti, va previsto nei pur minimi dettagli. Saranno gli inquirenti a verificare responsabilità, ma nella civilissima Svizzera, dove tutto ha un controllo e tutto ha un costo, non è ammissibile concedere licenza di agibilità senza le più elementari norme di sicurezza. Ora si contano i morti, nella disperazione generale. Giovani vite bruciate all’illusione del piacere che è dovuto, perché “semel in anno licet insanire”. La Res publica deve essere esigente. “Prevenire è meglio che curare”. Non ci resta che piangere… sui corpi bruciati e senza volto, di ragazzi che del piacere hanno visto con terrore il volto peggiore. All’inizio di quest’anno 2026 ancora una volta superficialità, avidità, mancati controlli hanno trovato il mix nel triste epilogo della tragedia svizzera.
Il mainstream da giorni ripete che il presunto attacco di droni su una delle residenze di Putin se lo siano inventato di sana pianta i russi per far saltare il negoziato.

(Alessandro Di Battista) – Non so se avete letto l’intervista che Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, ha rilasciato al Fatto Quotidiano. È davvero interessante.
Il mainstream da giorni ripete che il presunto attacco di droni su una delle residenze di Putin se lo siano inventato di sana pianta i russi per far saltare il negoziato.
Su questo punto così ha risposto Gaiani: “È un’enorme sciocchezza, perché gli elementi per far arenare il negoziato sono già sul campo, nonostante le parole di Trump sul colloquio fruttuoso con Zelensky e l’intenzione di Putin di voler finire la guerra. I russi non hanno bisogno di inventarsi un attacco del genere per tirarsi fuori. Putin ha già detto nei giorni scorsi che, se gli ucraini non rinunciano ai territori, Mosca li avrebbe presi comunque con la forza”.
Perché inventarsi un attacco del genere, chiamare Trump per avvertirlo, quando le ragioni per proseguire la guerra Mosca le ha già messe più volte sul tavolo del cosiddetto negoziato?
Da ieri circolano alcune immagini che dimostrano l’attacco, ovviamente non c’è scritto Made in Kiev sui droni, ma chi altro avrebbe avuto interesse in un attacco del genere?
Tra l’altro (cosa che Scomode Verità ha sempre ricordato), in questo momento l’oligarchia ucraina sembra divisa sul da farsi. Zelensky, lentamente, sta cambiando atteggiamento su spinta di Trump e davanti alla realtà sul campo. Ogni giorno che passa “apre” alle richieste russe. Ma Zelensky non è il lider máximo in Ucraina. Vi sono uomini, battaglioni, oligarchi, pezzi grossi dell’intelligence che tutt’oggi sperano in un coinvolgimento dell’Occidente in una guerra che considerano già perduta se Paesi UE o NATO non invieranno truppe sul campo.
Ricordate quel che scrivo. I momenti più delicati, più pericolosi direi, sono proprio quelli dei negoziati (o presunti tali). Io vedo chiaramente il desiderio da parte di alcune personalità di Kiev e soprattutto da parte britannica di voler sabotare il negoziato. È Londra ad avere il maggiore interesse a far naufragare i tentativi di Trump. Questa è la realtà. Furono soprattutto gli inglesi a convincere Zelensky nel 2022 ad andare avanti fino “alla vittoria di Kiev” e alla riconquista dei territori perduti.
È stato il Capo di Stato Maggiore britannico Sir Richard Knighton ad aver detto, testuale: “Le famiglie devono essere pronte a mandare i loro figli in guerra contro la Russia”. Non sono parole terrorizzanti? Non sono parole che dimostrano quanto altri Paesi siano interessati a proseguire la guerra?
Ad ogni modo, tornando al presunto attacco di droni sulla residenza di Putin nella regione di Novgorod, segnalo che i media occidentali hanno immediatamente smentito la versione russa.
Fateci caso: i droni che sorvolano i cieli europei (non armati, tra l’altro) per i media occidentali sono russi al 100%, mentre quelli (armati) che hanno puntato la residenza di Putin sono un’invenzione del Cremlino.
Ripeto: che bisogno ha Mosca di inventarsi una roba del genere quando può benissimo dire “Kiev non vuole cedere i territori conquistati – e le poche parti che restano da conquistare – quindi andiamo avanti”?
Segnalo che negli ultimi giorni, mentre la stampa occidentale ci informava di russi costretti a gettarsi contro il nemico a dorso di muli o di soldati di Mosca costretti, per carenza di cibo, a mangiare i cadaveri dei commilitoni, le truppe russe hanno preso il controllo di una buona parte di Kostjantinivka, hanno preso Myrnohrad e Guljajpole che, secondo Gaiani, “era il perno tra il fronte meridionale di Zaporižžja e quelli a est che sono i più fragili”. Seversk, ricorda ancora Gaiani, cittadina ucraina considerata la porta di accesso per Sloviansk, è stata conquistata in pochi giorni.
Tornando dunque all’attacco alla residenza di Putin ricordo queste cose. I media che dicono che è una pura invenzione sono gli stessi media che ci hanno detto che il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream l’avevano fatto i russi, quando ormai sappiamo che sono stati i servizi segreti ucraini; sono gli stessi che hanno spacciato per russo il missile caduto in Polonia nel novembre del 2022 quando in realtà era ucraino; gli stessi che hanno parlato di un attacco alle istituzioni europee mentre davano notizia del sabotaggio (ovviamente russo) del GPS del volo di Ursula von der Leyen, e noi oggi sappiamo che non solo non erano coinvolti i russi, ma non c’è stato alcun sabotaggio; sono gli stessi che hanno detto che il drone che ha colpito una casa in Polonia era russo quando in realtà si è trattato di un missile partito per errore da un F-16 polacco; e, per finire, sono gli stessi che hanno diffuso la notizia che le interferenze segnalate dall’ISPRA di Varese erano legate a un drone russo mentre oggi sappiamo che a provocarle è stato un amplificatore di segnale GSM piazzato da una famiglia in una casa vicina perché non prendeva bene il cellulare.
Che credibilità ha il sistema mediatico occidentale? Io ormai diffido dei media russi esattamente come diffido dei media occidentali. A volte penso addirittura che mentano più in Occidente. E questo non è un pregiudizio ma un giudizio legato a tutte le balle conclamate che ci hanno raccontato in questi anni.
Ripeto: mi spiegate che interesse avrebbe Mosca a inventarsi questa storia per far saltare le trattative quando ha già detto in ogni modo che non si arriverà mai a un cessate il fuoco senza prima aver conquistato (o ottenuto) tutto il Donbass più quel che rimane da conquistare dei territori già annessi?
Sono altri i Paesi particolarmente interessati a far saltare un negoziato. Sono quei Paesi che sanno che, senza l’allargamento del conflitto, la guerra in Ucraina il blocco occidentale la perderà al 100%.
Alla domanda “non crede che il negoziato andrà avanti?”, Gaiani ha risposto così: “Direi che al momento non vedo le condizioni. Quel 5% di disaccordo rimasto che Trump cita come un successo è in realtà il cuore della questione, e le posizioni su questi punti tra Kiev e Mosca sembrano irriducibili. L’unico elemento positivo di Mar-a-Lago è che Trump ha escluso l’ipotesi del congelamento del fronte, del cessate il fuoco temporaneo, chiesto da Kiev e UE (perché avvantaggia gli ucraini), ma lavora invece a una pace definitiva. Però, se manca l’accordo sui territori o sull’Ucraina neutrale, senza truppe NATO, torniamo al grado zero. Per questo gli USA non hanno interesse a intervenire sul caso, per non screditare l’uno o l’altro leader”.
E ancora: “Per rispondere bisognerebbe vedere il tipo di droni usati, tracciati, prove. L’unica cosa certa è che gli Stati Uniti lo sanno: se l’attacco c’è stato, i satelliti americani lo hanno visto. Ma, come dicevo, a Trump non conviene screditare né l’uno né l’altro leader, per salvare il suo negoziato. Mi pare che al momento cavalcare questa polemica convenga agli ucraini solo nell’ipotesi che intendano chiamarsi fuori dalle trattative. Vorrebbe dire che hanno deciso che non possono dare le concessioni richieste e hanno scelto di proseguire la guerra, appoggiandosi a questo punto solo sugli europei. Sarebbe un paradosso strategico, ma ormai sembra una possibilità. Il sostegno europeo non sarebbe però in grado di sovvertire i rapporti di forza sul fronte: i russi continueranno ad avanzare, il risultato per l’Ucraina sarebbe di aver rifiutato una sconfitta e aver ottenuto una disfatta”.
Ricordo quel che ha scritto Papa Leone alcuni giorni fa: “Chi crede alla pace oggi è ridicolizzato ed espulso dal discorso pubblico. Persino viene accusato di favorire avversari e nemici”.
Chi oggi non reputa l’altro un nemico da abbattere, chi non parla di armi, chi parla della necessità di comprendere anche le ragioni dell’altro per far finire una guerra potenzialmente distruttiva per l’Europa intera viene considerato un traditore.
E questa parola, se ci pensate, è una parola che viene utilizzata proprio in guerra. Questi pazzi ci hanno già trascinato in guerra e, se l’intensità ancora non è del tutto esplosiva, è solo perché una fetta consistente della pubblica opinione europea rifiuta questa logica. Per questo delegittimano tutti coloro che contrastano la narrazione dell’UE e iniziano a sanzionare addirittura singoli cittadini perché osano andare contro le élite che da anni lavorano per portare quel che resta dell’Europa in fondo al baratro.
Le spine di Meloni: più spesa militare e Pnrr in scadenza. La fine del Piano può causare un contraccolpo sull’economia. Nel 2026 si dovranno rispettare gli impegni sugli acquisti di armi

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – La scadenza del Pnrr, i possibili effetti dei dazi, la spesa militare da aumentare, e quindi il rapporto con gli alleati, in primis la Lega. Ma senza dimenticare Forza Italia, che sta attraversando una fase di rinnovamento interno come testimonia l’impegno del presidente della regione Calabria, Roberto Occhiuto, in veste di possibile alternativa ad Antonio Tajani.
Durante i brindisi di fine anno, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ammesso – tra il serio e il faceto – che il 2026 sarà ancora più complicato dell’anno appena trascorso. E ci sono molte ragioni per crederlo.

Certo, la macchina della propaganda governativa funziona ancora a pieno regime. Ieri è stata diffusa la notizia della telefonata tra la premier e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per un aggiornamento sui dossier geopolitici più complicati. La ricerca di legittimazione internazionale è una delle chiavi preferite dalla comunicazione meloniana. Nella visione degli strateghi che la affiancano si tratta di un caposaldo per provare a differenziarsi dai possibili competitor.
Tuttavia, c’è il fronte interno che pesa, il follow the money che non può essere ignorato: dinanzi all’indebolimento dell’economia lo storytelling è chiamato a fare gli straordinari. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha rappresentato la scialuppa di salvataggio del Pil. La spinta è destinata per forza di cose a terminare: a giugno 2026 suona il gong per il Recovery plan, che peraltro è stato ereditato da Giuseppe Conte e Mario Draghi.
La manovra, approvata con grande fatica, non sarà affatto sufficiente a garantire lo slancio nell’anno che porta alle elezioni. Il voto alle politiche potrebbe essere lontano poco più di dodici mesi. Da Fratelli d’Italia alla Lega, nessuno in privato fa più mistero di un possibile anticipo delle urne in primavera invece che in autunno.
Meloni deve arrivarci con qualcosa tangibile e non può essere il taglietto alle tasse appena fatto al ceto medio. Le stime parlano di una crescita anemica, il famoso zerovirgola sempre più vicino allo zero. Sulle pensioni non si possono fare voli pindarici.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha lasciato intendere che al massimo può essere sterilizzato l’aumento dell’età pensionabile nel 2027, peraltro inserito dalla manovra dal governo. Di miracoli, dunque, non se ne vedono. L’incognita degli effetti dei dazi non può essere trascurata.
Prima della scadenza del Pnrr e dei conseguenti problemi sull’economia, c’è la madre di tutte le battaglie: le riforme della Costituzione. In ordine temporale, in primavera arriva il referendum sulla separazione delle carriere, vessillo berlusconiano di cui si è appropriata Meloni. Lo snodo è cruciale. Non a caso il tasso di politicizzazione è già alto.

L’esito del voto diventerà decisivo anche per il percorso dell’altra grande riforma, il premierato, finita in naftalina, sebbene i vertici di FdI confermino l’intenzione di andare avanti. Se i cittadini approvassero la separazione delle carriere, cadrebbe il tabù della bocciatura per chiunque tenti di modificare la Costituzione. Si aprirebbe l’autostrada per rivedere il sistema istituzionale della Repubblica, in favore della “donna forte al comando”. La premier che fa e disfa.
Anche se in questo caso l’entrata in vigore sarebbe posticipata, rimandando tutto alla prossima legislatura. Già sono molto stretti i tempi di un’ipotetica approvazione in parlamento: al momento è stata completata solo una lettura al Senato e bisognerebbe procedere a tappe forzate per chiudere la pratica entro il prossimo autunno. A gennaio si capirà se ci sarà l’accelerazione ipotizzata alla Camera.
La questione incrocia, poi, l’altra eterna promessa della Lega, l’ennesima riforma decisiva: l’introduzione dell’autonomia differenziata. Dopo lo stop della Corte costituzionale, il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, sta tentando tutte le soluzioni per rimettere la questione sul tavolo. Il tema non è secondario.
La Lega non può presentarsi a mani vuote alla prossima tornata, almeno uno strapuntino è necessario.

Il leader leghista, Matteo Salvini, si gioca il futuro politico nei prossimi 12-18 mesi: dopo una serie di disastri, a cominciare dalla gestione della vicenda-Ponte sullo Stretto, il vicepremier deve uscire dall’angolo. La bandiera autonomista può avere una certa presa almeno al Nord.
Peraltro ora c’è Luca Zaia in libera uscita. La poltrona di consolazione, che la Lega vorrà dispensare, non sarà un impegno gravoso come quello di presidente della regione Veneto. Può insomma lavorare di più alla vita del partito.
Per questo il ministro delle Infrastrutture non deve farsi schiacciare. Il caso degli aiuti militari all’Ucraina e la lite sull’aumento dell’età pensionabile in manovra (poi in parte corretto) rappresenta solo un primo passo verso un inevitabile aumento della tensione interna.
La mediazione è stata individuata a fatica con un’arrampicata sugli specchi. Ma il 2026 è l’anno degli impegni da rispettare sulla spesa militare che non esalta i salviniani di stretta osservanza. Del resto il rispetto degli impegni assunti con la Nato e l’Europa, presta il fianco agli attacchi delle opposizioni, pronte a gridare contri i tagli alla spesa sociale, a favore dell’acquisto di armi.
L’annuncio dell’ex governatore. Lunedì scorso il neo presidente aveva annunciato che la Regione l’avrebbe ritirata

(di Antonio Di Costanzo – repubblica.it) – “Vado avanti con querela a Report”. Lo annuncia Vincenzo De Luca nel corso del consueto appuntamento video social del venerdì che ha mantenuto anche dopo l’addio a Palazzo Santa Lucia. Lunedì scorso, giorno di insediamento del nuovo consiglio regionale, il neo governatore Roberto Fico aveva annunciato che la Regione avrebbe ritirato la denuncia promossa contro la trasmissione di Rai 3 dal suo predecessore per un servizio sulla Sanità in Campania. De Luca premette che nulla può essere ritirato in quanto la denuncia non è stata ancora notificata. Ma sostiene voler andare avanti anche privatamente: “È stato annunciato che sarà revocata la denuncia a Report per un servizio televisivo diffamatorio. Per quello che mi riguarda la querela andrà avanti anche e a titolo personale – afferma l’ex presidente – per difendere un principio di correttezza.La libertà dei giornalisti è un diritto da difendere ma non è un diritto quello di mentire e non ci può nascondere dietro posizione di vittimismo”. Per l’ex governatore “la libertà dei giornalisti va difesa con i denti insieme però al principio di responsabilità; per questo farò la querela per diffamazione a Report anche per tutelare coloro che hanno lavorato per la sanità in Campania”.

Sulla nuova giunta regionale, l’ex sindaco di Salerno sottolinea: “Ho visto che restano in capo al presidente le deleghe alla sanità e bilancio. Sono cose difficili, c’è bisogno di collaborazione”. E aggiunge: “Siamo pronti a operare con spirito di collaborazione auspicando che non ci allontani “nemmeno di una virgola dal rigore spartano con il quale abbiamo governato” e che si “segua un metodo di lavoro rigoroso e corretto”.
La Camera s’allarga: assunti altri 100 tra hostess e cucina. Allarme a Montecitorio: la società ‘in house’ voluta da FdI lamenta pure la “carenza di personale addetto al lavaggio delle verdure”

(dagospia.com) – Novantasei addetti all’accompagnamento ai piani, incaricati anche di segnalare l’abbandono di cartacce o spegnere e accendere i microfoni a Palazzo. La società in house di Montecitorio si allarga e il 2026 regalerà altro personale dopo gli oltre 300 assunti direttamente dalle ditte private che fino all’anno scorso garantivano alla Camera i servizi di facchinaggio, parcheggio, pulizia e ristorazione.
(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Novantasei addetti all’accompagnamento ai piani, incaricati anche di segnalare l’abbandono di cartacce o spegnere e accendere i microfoni a Palazzo. La società in house di Montecitorio si allarga e il 2026 regalerà altro personale dopo gli oltre 300 assunti direttamente dalle ditte private che fino all’anno scorso garantivano alla Camera i servizi di facchinaggio, parcheggio, pulizia e ristorazione. Entreranno dunque in organico anche quasi cento tra hostess e steward preposti a dare manforte ai commessi di rango in ossequio ad apposito ordine del giorno rivendicato dal vicepresidente Fabio Rampelli. Ma il piatto forte sarà in cucina, pallino del dominus dell’operazione in house ossia Paolo Trancassini, deputato questore di Fratelli d’Italia e ristoratore di professione: Cd Servizi vuole reclutare un esercito di pulitori di carciofi, puntarelle e insalatine varie per ingrossare la brigata della ristorazione che già conta su 108 addetti a cui si sono aggiunti in corso d’opera due capi chef appositamente selezionati per impreziosire il servizio e ingolosire palati.
“Per quanto riguarda i piatti proposti, al fine di arricchire l’offerta settimanale del menu, si punterà sempre di più sulla stagionalità dei prodotti scelti, su collaborazioni con consorzi e comunità montane, su selezioni di aziende locali a supporto del prodotto fresco a km zero. La Società prevede di inserire in numero sempre maggiore prodotti freschi che determinano una più elevata soddisfazione della clientela, che nel primo anno di attività è stata condizionata dalle carenze di personale addetto al lavaggio delle verdure” si legge nel piano di gestione per il 2026 predisposto da Cd Servizi che intende reclutare 24 addetti alle pulizie, settore che “sarà impiegato per dare supporto anche alla ristorazione” in modo che il personale di cucina, libero dall’incombenza delle attività di lavaggio “potrà essere maggiormente dedicato ad attività caratteristiche”. Il costo per i 24 assunti? È stimabile in 450 mila euro se il loro contratto sarà part time, conto destinato a salire a 700 mila nel caso in cui fossero assunti a tempo pieno.
Ma il costo del personale non pare avere limiti di budget a queste latitudini. Nei quattro servizi ora svolti per la Camera dalla società in house i costi nel primo anno di attività sono lievitati: il conto per il personale addetto alle pulizie è passato da 3,6 a 4,4 milioni, quello della ristorazione da 3,6 a 4,1 mentre incrementi meno sensibili hanno interessato l’area facchini e quella dei parcheggiatori che si occupano delle onorevoli vetture. E questo al netto dei premi e cotillons: Cd Servizi mette in conto ulteriori 300 mila euro per gli incentivi che servono ad “aumentare la motivazione e il morale” del personale e a “trattenere i migliori talenti”.
E le altre spese? Quelle per le attrezzature sono schizzate in un anno da 12 mila euro a oltre 122 mila, con grande impiego di risorse per taglieri e coltelli e per il noleggio di un veicolo elettrico per il trasporto degli alimenti tra i Palazzi della Camera che la Pergola dell’Hilton se li sogna. “La società sta anche lavorando sul continuo miglioramento della presentazione” dei piatti freddi e caldi destinati alle aree self e al ristorante Deputati e al rinnovo delle attrezzature, delle stoviglie”. Eppoi si lavora d’impegno pure per far decollare il settore catering con un responsabile dedicato “al fine di presidiare le singole richieste, ridurre i tempi di risposta e migliorare la qualità del servizio. In collaborazione con il personale preposto della Camera sono stati creati dei format standard d’ordine, in modo da agevolare le singole esigenze. Tali format sono stati successivamente utilizzati per il progetto di creazione, da parte Camera, di un’applicazione per l’automatizzazione dell’ordine. In particolare gli utenti accederanno ad un catalogo prodotti e potranno inserire le richieste”. Dulcis in fundo l’asporto serale con una politica di incentivazione che “potrà prevedere anche una differenziazione nel prezzo di vendita con scontistiche particolari”. E così oltre alla novità del gelatino alla buvette, al menù settebellezze al ristorante ecco l’app per ordinare il pranzo comodamente in ufficio. E pure la cena da consumare a casa a prezzi stracciatissimi.
L’analisi del sindacato dei bancari. Dal dicembre 2012 al giugno 2025 l’incremento complessivo è stato del 20,6%, contro il 45,1% registrato in Francia e addirittura il 108,2% in Germania. Ma considerando l’inflazione il bilancio diventa negativo

(ilfattoquotidiano.it) – Negli ultimi tredici anni la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta molto meno rispetto a quella degli altri grandi Paesi dell’area euro e, al netto dell’inflazione, si è di fatto ridotta. Dal dicembre 2012 al giugno 2025 l’incremento complessivo è stato del 20,6%, contro il 45,1% registrato in Francia e addirittura il 108,2% in Germania, mentre la media dell’area euro si è attestata al 66,2%. Considerando che nello stesso periodo l’indice di rivalutazione monetaria è salito a 1,22, per le famiglie italiane il bilancio è negativo: in termini reali la ricchezza si è contratta di circa il 2%. È quanto emerge da un’analisi della Fondazione Fiba di First Cisl, sindacato dei lavoratori delle banche, delle assicurazioni, della finanza, della riscossione e delle authority, basata sui dati della Bce sulla distribuzione della ricchezza.

Nel 2025 la ricchezza netta complessiva delle famiglie italiane ammontava a 10.991,5 miliardi di euro, pari al 16,6% del totale dell’area euro, una quota in forte calo rispetto al 22,9% del 2012. Più contenuto, invece, l’aumento dell’indebitamento: i debiti delle famiglie italiane rappresentano il 10,1% di quelli dell’area euro (792,3 miliardi su 7.825,5) e sono cresciuti del 13,3% nel periodo considerato, contro il 27,9% della media dell’eurozona, il 39,5% della Germania e il 52,6% della Francia.
Il sorpasso da parte degli altri Paesi emerge con chiarezza anche guardando alla ricchezza media per famiglia. A fine 2012 quella italiana, pari a circa 375.600 euro, superava sia quella francese (325.100 euro) sia quella tedesca (228.500 euro). A metà 2025 la situazione si è ribaltata: la ricchezza media delle famiglie italiane è salita a 438.700 euro, sotto quella delle famiglie francesi (442.200 euro) e soprattutto di quelle tedesche (461.600 euro).
Parallelamente si accentua la polarizzazione sociale. Secondo i dati più recenti, il 50% più povero della popolazione detiene appena il 7,4% della ricchezza complessiva. Al contrario, il 10% più ricco controlla il 59,9% della ricchezza totale e il 5% più abbiente ne concentra da solo il 49,4%, il valore più elevato tra i grandi Paesi europei. Solo Austria, Croazia e Lituania presentano livelli di concentrazione superiori.
“I dati mostrano con chiarezza che l’Italia è un Paese in cui le disuguaglianze diventano sempre più ampie. Si fa sempre più preoccupante, inoltre, il divario con le altre grandi economie continentali”, commenta il segretario generale di First Cisl, Riccardo Colombani. Per Colombani, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese “è leva fondamentale per la riduzione delle diseguaglianze” ma servono anche “investimenti ingenti per vincere la sfida delle molteplici e contestuali trasformazioni in atto” ed è “centrale il ruolo del risparmio, che va canalizzato verso l’economia reale”.

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – Le accise sono una di quelle parole che tutti usano e quasi nessuno conosce. Stanno nel prezzo della benzina, del gasolio, delle sigarette, dell’energia, ma non le vedi mai. Non fanno rumore, non hanno volto, non si votano. E proprio per questo nessun governo le toglie mai, anzi vengono spesso alzate, e quando succede ce ne accorgiamo solo quando stiamo per fare il pieno. Da oggi, con l’entrata in vigore delle nuove misure previste dalla manovra, tornano a farsi sentire ancora una volta, perché, appunto, non è una novità. Le accise sono imposte indirette. Per ogni litro di carburante una quota fissa che va allo Stato, un po’ come le sigarette. È una tassa molto semplice, per questo i governi la utilizzano con disinvoltura ed è per questo che, da oggi, l’accisa sul gasolio aumenta di 4,05 centesimi al litro, e quindi un pieno da 50 litri costa poco più di due euro in più solo per l’accisa, a cui va poi aggiunta l’Iva. Non è una stangata secca, ma è una somma che si accumula, settimana dopo settimana, soprattutto per chi usa l’auto per lavoro. Qual è la scusa utilizzata dal governo, a questo giro? Il governo parla di riallineamento tra benzina e diesel, obiettivi ambientali e la necessità di correggere una distorsione storica, ma il fatto è che milioni di italiani il diesel lo utilizzano ancora. Non è molto diverso il discorso delle tasse sulle sigarette, che da oggi pure, tornano a crescere per fare cassa e formalmente per disincentivare il consumo. I numeri parlano chiaro su questo punto. Solo l’aumento delle accise sul gasolio porterà centinaia di milioni di euro nelle casse dello Stato nel 2026. Tutto questo anche se le accise, negli anni, sono state il bersaglio retorico di chi oggi governa. “Le aboliremo”, “le taglieremo”, “le rivedremo”, tante belle parole. Poi quelle accise sono aumentate, ma non è solo il caso di Giorgia Meloni.

Le accise non sono un’invenzione di questo governo né un’esclusiva della destra. Sono, semmai, un vizio bipartisan, una costante della politica italiana, indipendente dal colore delle maggioranze. I governi tecnici le hanno sempre considerate una risorsa indispensabile. Monti le ha usate come leva immediata durante la crisi del debito, mentre Letta non le ha toccate e Draghi le ha temporaneamente ridotte solo quando l’emergenza dei prezzi energetici lo rendeva inevitabile, salvo poi rimetterle al loro posto non appena la tensione si è allentata. Le accise, in Italia, si sospendono solo quando il Paese rischia di esplodere, mai quando si tratta di fare riforme strutturali. I governi di centrosinistra hanno spesso parlato di revisione complessiva, di razionalizzazione, di giustizia fiscale. Ma alla prova dei fatti hanno preferito intervenire con micro-aggiustamenti, rimandando sempre l’abolizione delle accise storiche – quelle nate per terremoti, alluvioni, guerre finite da decenni – perché eliminarle avrebbe significato trovare coperture vere. E trovare coperture vere è politicamente molto più costoso che lasciare una tassa invisibile nel prezzo della benzina.
Un conto è sospenderle per qualche mese, come avvenuto nel 2022 in piena emergenza energetica; un altro è cancellarle per sempre. In quel caso la scelta diventa inevitabile, o si alzano altre imposte, o si taglia la spesa pubblica, o si accetta un aumento del deficit. Nessuna di queste opzioni è indolore, né sul piano politico né su quello sociale. Queste scelte vanno poi comunque giustificate di fronte all’Unione Europea. L’Italia convive da anni con un debito pubblico molto elevato e con regole abbastanza rigide sulla sostenibilità dei conti. In questo contesto le accise vengono considerate entrate sicure, immediate, difficili da eludere. Toglierle senza una copertura equivalente non è una semplice scelta politica e significa mettere a rischio gli obiettivi di bilancio e aprire un confronto con la Commissione europea. C’è poi un altro elemento che va considerato, ovvero che ridurre le accise non è una misura progressiva perché favorisce soprattutto chi consuma più carburante, chi possiede più veicoli, chi viaggia di più. Non è affatto scontato che aiuti maggiormente chi è in difficoltà. Anche per questo, quando arriva il momento di scrivere una legge di bilancio, la promessa di tagliarle viene puntualmente infranta.

Nemmeno i governi di centrodestra precedenti hanno fatto meglio. Berlusconi le ha criticate più volte, salvo poi non toccarle davvero quando era al governo. Salvini le ha trasformate in un bersaglio comunicativo, promettendo tagli e cancellazioni che non sono mai arrivate. La verità è che tutti promettono di eliminarle quando sono all’opposizione, e tutti imparano a conviverci quando governano. Perché le accise hanno un pregio che nessun ministro dell’Economia ignora, sono immediate, garantite, difficili da contestare e facili da giustificare perché nessuno le percepisce come una scelta politica diretta. È una tassa che non chiede consenso, ma produce gettito. In questo senso, il governo Meloni non fa eccezione, ma si inserisce perfettamente in una tradizione italiana consolidata, ma sarebbe ingenuo fingere che esista un precedente virtuoso a cui appellarsi. Le accise non sono mai state abolite davvero da nessuno. Sono state solo spostate, ritoccate, sospese per necessità e poi ripristinate.
Si allunga la lista di “obiettivi sensibili” da proteggere. E a chi gli chiede di Forza Nuova, Piantedosi risponde parlando di No Tav e pro Pal

(di Vincenzo Bisbiglia – ilfattoquotidiano.it) – Chi si occupa di ordine pubblico lo definisce “contenimento a protezione degli obiettivi sensibili”. Ma i numeri parlano di una stretta di fatto sulle manifestazioni per la Palestina o dove comunque vengano gridati slogan o issati vessili pro Pal e “anti Israele”. Così, alla fine del 2025, il risultato è che le manifestazioni terminate con scontri o “criticità” – come vengono definite dal Viminale – sono cresciute di mezzo punto percentuale, dal 2,5% del 2024 al circa 3%. Nel dettaglio, nel 2024 si parlava di 11.556 manifestazioni con 299 criticità, mentre nei primi 10 mesi del 2025 si è arrivati a 8.647 eventi con 242 “criticità”. Cresce anche il numero dei poliziotti feriti (anche lievemente) che passa da 260 a 330 operatori che hanno necessitato di cure mediche e giorni di prognosi dopo gli scontri. Anche se proprio ieri Il Giornale parlava di un incremento del 200% degli agenti feriti. I dati sono aggiornati al 10 dicembre e sono stati comunicati dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, in risposta a un’interrogazione a risposta immediata presentata dal deputato di Avs, Filiberto Zaratti.
In attesa dei numeri definitivi, non ancora comunicati ufficialmente, quelli attualmente a disposizione vanno letti anche sulla base dell’andamento annuale. Secondo fonti informali del Viminale, infatti, la curva dei dati ha subito un’impennata nella seconda parte del 2025, dall’estate in poi, proprio con il crescere del consenso nei confronti delle istanze pro Palestina e contestualmente all’esito della missione della Global Sumud Flotilla. Alle richieste dei manifestanti di portare le loro proteste nei confronti di luoghi simbolo delle loro istanze (ambasciate, sedi di società strategiche per i rapporti tra Italia e Israele, luoghi di convegni o manifestazioni sportive), via via la risposta è stata sempre più intransigente.
E anche dalle riunioni del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza sono arrivate indicazioni precise di “tutelare ad ogni costo” obiettivi sensibili la cui lista si faceva sempre più ampia. Qualche esempio? Il 7 ottobre a Bologna – dove era presente anche il capo della polizia, Vittorio Pisani – fu rigettata la richiesta di un corteo pacifico e il presidio con migliaia di persone in Piazza del Nettuno sfociò in guerriglia urbana, proprio mentre nella ben più “calda” Torino il corteo fu autorizzato e tutto si svolse in maniera pacifica. Oppure il caso del sit-in del 24 ottobre a Roma ai Parioli, quando agli stessi organizzatori dei cortei pacifici di settembre fu impedito di sfilare per il quartiere per la vicinanza dell’ambasciata israeliana, con gli idranti della questura a sfollare una manifestazione totalmente pacifica.
Una tensione che finisce per colpire anche le proteste sindacali vere e proprie. È il caso degli operai ex Ilva del 4 dicembre a Genova, organizzato tra gli altri da Fiom Cgil e Usb, finito a cariche e lacrimogeni. O degli ex Gkn, fortemente sensibili alla causa palestinese, all’aeroporto di Firenze il 18 ottobre. In entrambi i casi sono stati esposti vessilli pro Pal.
L’ultima riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza si è tenuto a metà dicembre. E l’indirizzo non sembra cambiato. Anzi, la necessità di una stretta è aumentata, giustificata dal terribile attentato del 15 dicembre a Sidney in occasione della festività ebraica di Hanukkah. D’altronde, che il contenimento dei cosiddetti “antagonisti” sia in cima ai pensieri del governo lo si capisce dalla stessa risposta che il 10 dicembre Piantedosi diede a Zaratti. L’esponente di Avs, infatti, chiedeva conto al ministro di una manifestazione che Forza Nuova voleva svolgere nel quartiere romano multietnico di Tor Pignattara. Il titolare del Viminale però si è concentrato solo su “appartenenti ai vari centri sociali che si connotano come veri e propri professionisti del disordine, capaci di strumentalizzare i temi più divisivi del dibattito pubblico” comeTav, ponte sullo Stretto e “Medio Oriente”. Oltre all’impegno degli agenti nelle “zone rosse”, non mancando di sottolineare che ciò ha permesso di “adottare 891 provvedimenti di allontanamento, di cui 769 a carico di stranieri”.
Sia chiaro: fin qui, a parte in occasioni particolari – come l’anniversario del 7 ottobre e alcune ricorrenze ebraiche – nessuna manifestazione pro Pal è stata vietata dal ministero dell’Interno, come invece accade da tempo in altri paesi europei (tra cui Regno Unito e Francia). Esiste però, come detto, una forte pressione nel limitarli sul campo questi cortei. Di certo non ha aiutato l’autogol degli antagonisti torinesi che il 28 novembre scorso hanno approfittato dello sciopero di categoria dei giornalisti per far irruzione della redazione torinese della Stampa e vandalizzarla. Un attacco grave e ingiustificabile alla libertà d’informazione, in giorni di tensione per l’espulsione comminata da Piantedosi all’imam di Torino, Mohamed Shahin, che nel capoluogo lombardo ha dato nuovo slancio alle “strategie di contenimento”.
In fondo, anche su pressing dei sindacati di polizia, al Viminale non hanno alcuna intenzione di lasciare spazio a chi contesta questa linea dura. E i manifestanti protagonisti degli scontri pagano anche le eventuali lesioni nei confronti dei poliziotti. Come i quattro militanti di Askatasuna indagati a Torino per lesioni personali aggravate in seguito al lancio di oggetti avvenuto il 3 ottobre davanti alla sede di Leonardo: rimasero feriti 6 poliziotti, per contusioni guaribili in 3, 7 e in un caso in 30 giorni.
L’obiettivo del governo dunque resta chiaro: pugno duro nelle manifestazioni, lista degli obiettivi sensibili in aumento, focus di Digos e antiterrorismo su antagonisti e pro Pal. Anche perché crescono le pressioni politiche per far sì che la critica politica a Israele e alle sue politiche militari venga equiparata all’antisemitismo, e dunque a manifestazioni di razzismo etnico e religioso. Su tutte la mai ritirata proposta di legge presentata dal senatore Maurizio Gasparri (Forza Italia) ancora in discussione alla commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama.