Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Toh, gli arabi di Israele


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Da quando la parola Israele, grazie a Netanyahu e alla sua fairy band, è diventata impronunciabile, è passata l’idea che sia una finta democrazia. Magari: purtroppo è una democrazia vera che, da quando nel 2009 si consegnò alle grinfie di ‘Bibi’, si comporta con i palestinesi occupati di Cisgiordania e rioccupati di Gaza e con i Paesi vicini peggio di un’autocrazia. Ma al suo interno le regole sono rimaste […]


Il rischio del processo mediatico


(Paolo Arigotti – lafionda.org) – Questo articolo non ha lo scopo di riprendere la cronaca di un evento già abbondantemente trattato a livello mediatico, quanto di soffermarsi su alcuni aspetti che, apparentemente riservati agli addetti ai lavori, meritano a nostro avviso maggiore attenzione. Sia chiaro che non faremo lezioni di diritto e procedurale penale, men che mai di diritto costituzionale, tematiche molto complesse e che richiederebbero ben altro approfondimento, circa il quale il materiale non manca.

Vorremmo, piuttosto, porre l’accento su aspetti che troppo spesso vengono bypassati, specie sull’onda emotiva del momento, senza per questo voler ricercare responsabilità o colpe, che non sta a noi valutare.

In primo luogo, ci preme evidenziare una distinzione fondamentale, quella che ricorre tra un fermo di polizia, una misura cautelare e una condanna in sede definitiva, circa le quali esistono profonde differenze, sia per quanto concerne l’iter, che riguardo i presupposti e le finalità previste per la loro adozione. Differenze forse ovvie e scontate per gli operatori del diritto, ma che troppo spesso sfuggono nel dibattito pubblico.

Partendo da ciò, riprendiamo la notizia della scarcerazione di Youssef Siher, disposta dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di Milano, che ci offre lo spunto per una riflessione che va ben oltre il caso specifico. Nella sua ordinanza, il magistrato ha ravvisato l’insussistenza dei presupposti di legge per disporre la convalida del fermo e per l’applicazione della misura cautelare, oltretutto escludendo la presenza dei gravi indizi di colpevolezza e per le più gravi imputazioni prospettate dalle autorità.

Nel pervenire a tale decisione il giudice, in effetti, si è limitato ad applicare il contenuto delle norme di rango costituzionale (art. 13 della Carta fondamentale) e soprattutto del codice di rito (art. 390 codice di procedura penale), che subordinano a una serie di parametri e requisiti la conferma da parte della magistratura giudicante delle misure cautelari disposte dall’autorità procedente (a seconda dei casi, l’autorità di pubblica sicurezza o il magistrato requirente).

Occorre innanzitutto comprendere che il diritto alla libertà personale, tutelato dall’art. 13 della Costituzione repubblicana, è inviolabile nel senso che solo la legge e l’intervento dell’autorità giudiziaria possono disporre limitazioni e/o restrizioni, il che costituisce una delle più importanti garanzie proprie dello stato di diritto. Fu proprio per accantonare ogni forma di arbitrio o abuso, caratteristico dei cosiddetti stati assoluti o di polizia, che vennero introdotte tali presidi, onde impedire che misure afflittive potessero essere adottate in carenza di ogni forma di controllo o garanzia. Ecco perché in alcuni passaggi dei comunicati ufficiali diramati nelle scorse ore, leggiamo di istituti posti a presidio dello stato di diritto, oltre che richiamare un altro fondamentale principio, quello dell’autonomia e indipendenza della magistratura, che ne rappresenta uno dei capisaldi (art. 101 e 104 Cost.), proprio perché affida a un potere terzo e imparziale la verifica.

Il fatto stesso che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101, secondo comma), determina che il singolo magistrato nell’assumere le sue decisioni è tenuto all’applicazione di disposizioni già scritte, in particolare quelle del codice di rito, e in difetto dei presupposti non può che disporre il rilascio (per meglio dire, la non convalida) delle misure adottate in via d‘urgenza dall’autorità procedente. La garanzia per ogni cittadino è strettamente legata al fatto che esiste una norma, oltretutto approvata dall’organismo rappresentativo per eccellenza della volontà popolare: il Parlamento, al quale solo spetta determinare casi e modalità nei quali la libertà personale possa subire limitazioni di sorta.

Dire questo non significa che le decisioni giudiziarie non possano essere criticate, tenuto conto che è lo stesso ordinamento a prevedere strumenti di reazione contro i provvedimenti adottati (pensiamo solo all’appello o al ricorso per Cassazione). Il problema è un altro. In questo caso nell’interpretazione operata dal GIP è stata esclusa la sussistenza dei fondamenti previsti dalla norma per l’adozione (convalida) delle misure restrittive, vale a dire i gravi indizi di colpevolezza, visto che, sempre stando all’ordinanza del GIP, i messaggi attribuiti (e contestati) a Siher non costituiscono incitamento alla violenza, richiamando piuttosto forme di protesta e disobbedienza civile, il che escluderebbe perfino la stessa configurabilità dell’illecito, quanto meno nella prospettazione fattane dagli inquirenti.

Per correttezza, occorre precisare che avverso tale decisione del GIP potrebbe essere proposto ricorso per Cassazione secondo le disposizioni di legge, e che l’ordinanza non equivale a proscioglimento definitivo, visto e considerato che la stessa non esclude affatto la prosecuzione delle indagini, e che potrebbe essere comunque richiesto il rinvio a giudizio (ovviamente ricorrendone i presupposti), che spetterà sempre alla magistratura giudicante valutare. Ma rimane il fatto che ad avviso del magistrato investito della decisione, non ci sono i requisiti per l’applicazione (convalida) delle misure cautelari, e questo è quanto.

E qui veniamo al nodo centrale della questione, specie sotto il profilo della comunicazione. Uno degli equivoci, o se vogliamo un’errata percezione, della nostra epoca è quella di identificare l’avvio di un’indagine penale, accompagnata o meno dall’applicazione di misure cautelari (come un fermo o un arresto) a una condanna. E la responsabilità di questa distorsione può essere imputabile a due fattori, che possono benissimo concorrere tra loro: l’ignoranza del dettato normativo e un linguaggio mediatico che tende a utilizzare narrazioni o espressioni, magari formalmente corrette, atte a generare nell’opinione pubblica una percezione opposta rispetto alla realtà giuridica.

Partiamo dal primo dato di fatto che, per quanto banale, occorre sempre avere ben presente: se o quando una persona viene fermata dalla polizia, arrestata o sottoposta a indagine, non significa affatto che sia stata giudicata colpevole. Nel caso di Siher, al quale l’autorità contestava reati gravissimi, tra i quali l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, parliamo di una tesi investigativa sub specie di accusa, non di una verità processuale. Quest’ultima potrebbe essere sancita solo da un eventuale accertamento definitivo in sede processuale, e non prima. E se nel nostro ordinamento sono stati previsti istituti come la riparazione per ingiusta detenzione e la revisione del processo, è di tutta evidenza che persino una sentenza definitiva (tecnicamente passata in giudicato) possa essere rivista.

Confondere uno o più di questi livelli significa demolire le garanzie che proteggono ogni cittadino. Nel caso di Siher la misura disposta era il cosiddetto fermo di polizia (art. 384 codice di procedura penale), che non ha finalità punitiva, bensì di provvedimento contingente adottato a fronte di gravi indizi di reato o concreto pericolo di fuga. E in quanto misura straordinaria, la legge impone che lo stesso debba essere (o meno) convalidato dal giudice in un arco temporale brevissimo, in linea col disposto dell’art. 13, comma secondo, della Costituzione che prescrive che “In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto”.

Un discorso del tutto analogo, per quanto non riguardi il caso in esame, deve essere fatto la custodia cautelare in carcere (ancora chiamata impropriamente “carcerazione preventiva”), che può essere adottata dall’autorità giudiziaria quale extrema ratio, vale a dire in assenza di soluzioni alternative, e ricorrendo i presupposti di legge (pericolo di fuga; rischio di inquinamento delle prove; pericolo di reiterazione dei reati, art. 274 codice di procedura penale).

Come nel caso dell’arresto o fermo di polizia, parliamo pur sempre di provvedimenti cautelare a presidio varie esigenze, ma non certo di un’anticipazione della pena, tanto è vero che in caso di condanna il periodo di custodia cautelare in carcere deve essere computato ai fini della durata della pena. E la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione hanno ripetutamente affermato che la custodia cautelare non può mai trasformarsi in una sanzione anticipata, perché ciò violerebbe il principio fondamentale della presunzione di innocenza, previsto dall’art. 27, comma 2, della Costituzione che stabilisce che: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.”

Ogni volta che il dibattito pubblico trasforma un’indagine (o una misura restrittiva) in una condanna preventiva, dovrebbe tornare alla mente il caso di Enzo Tortora. Ricordiamo che nel lontano 1983 il celebre presentatore televisivo venne arrestato con accuse gravissime e infamanti. Non furono poche le testate e i commentatori a emettere una sentenza di condanna ben prima dei tribunali, che poi assolsero con formula piena un uomo per bene e totalmente estraneo ai fatti contestati. Il che non toglie che la gogna mediatica minò il suo benessere e la sua persona, contribuendo forse alla prematura scomparsa. Un caso che andrebbe sempre tenuto presente, specie da coloro che continuano ad avere la tendenza a confondere la giustizia col clamore mediatico, o forse, peggio ancora, coi propri pregiudizi.

Una tendenza inquietante, riscontrata negli ultimi decenni, dove molte indagini sono state presentate all’opinione pubblica come prova di colpevolezza, dove l’informazione di garanzia (per l’indagato) è stata trasformata in condanna, le restrizioni disposte in sede cautelare come sinonimo di colpevolezza e la loro revoca come una sorta di fallimento della giustizia. Sono tutti esempi di distorsione della realtà (giuridica e fattuale), e che si prestano a pericolose fughe in avanti.

Una lezione che potrebbe, e dovrebbe, valere per chiunque, e non solo per il caso di Youssef Siher, è che la preservazione (e lo studio) di certi principi fondamentali costituisce una garanzia per tutti noi, a maggior ragione quando la fattispecie investa personalità molto distanti da noi, per opinione, cultura, appartenenza etnica, politica o religiosa.

Forse è proprio nel momento nel quale ci paiono meno comprensibili, che quei principi stanno assolvendo alla loro funzione più vera e autentica.


Cosimo Ferri torna al Csm dopo vent’anni: l’inaffondabile ex politico simbolo dello scandalo Palamara


L’ex deputato e sottosegretario conquista un seggio nell’organo di autogoverno: aveva scampato la radiazione della magistratura grazie allo scudo della Camera

Cosimo Ferri torna al Csm dopo vent’anni: l’inaffondabile ex politico simbolo dello scandalo Palamara eletto tra i nuovi membri togati

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – È tornato o forse, come si dice, non se n’era mai andato. Vent’anni dopo, Cosimo Ferri rientra a suon di voti al Consiglio superiore della magistratura, dove nel lontano 2006 iniziò la sua lunga carriera nei palazzi del potere. L’inaffondabile “politico con la toga”, soprannominato “il geco” dai berlusconiani per la sua abitudine a muoversi di notte, è uno dei venti nuovi consiglieri togati eletti dai magistrati. Ex deputato e sottosegretario alla Giustizia in tre governi, a lungo leader della corrente “di destra” di Magistratura indipendente, Ferri è stato il dominus insieme a Luca Palamara del mercato delle nomine giudiziarie emerso con lo scandalo dell’hotel Champagne. A differenza di Palamara, però, è uscito indenne da quella vicenda grazie allo status di parlamentare: la Camera ha negato al Csm l’uso delle intercettazioni, salvandolo da una probabile radiazione. Così, tornato giudice in Corte d’Appello a Roma, l’ex politico ha voluto testare la sua popolarità tra i colleghi e ha vinto la scommessa, portando a casa il seggio grazie al contributo fondamentale dei suoi “gregari“: quattro giudici candidati in collegi diversi dal suo, ma che hanno contribuito alla sua elezione tramite il meccanismo di “apparentamento” previsto dalla legge elettorale. Una strategia attentamente studiata per approfittare del complicato sistema voluto dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, che prevede una quota proporzionale di cinque seggi accanto ai 15 assegnati con metodo maggioritario.

L’assegnazione dei seggi sarà ufficializzata solo venerdì, a causa di un riconteggio chiesto nel collegio che elegge i due giudici di Cassazione. Per quanto riguarda Ferri e i suoi, però, i numeri sono definitivi. L’ex sottosegretario ha totalizzato 258 voti nel collegio 2 dei giudici di merito (Liguria, Toscana, Umbria e Lazio), a cui si aggiungono quelli dei candidati a lui collegati.


Il segreto della longevità di Giorgia Meloni: fare lo struzzo e rinunciare a tutte le promesse


(di Giovanna Maria Dora Dore* per “American Purpose”, il magazine online e la comunità fondata dallo storico Francis Fukuyama nel 2020. *professoressa associata presso la Krieger School of Arts and Sciences della Johns Hopkins University. In precedenza, la dottoressa Dore ha lavorato presso la Banca Mondiale e l’UNHCR) – Venerdì 4 settembre, al suo 1.413° giorno a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni è diventata la presidente del Consiglio con il mandato ininterrotto più lungo dal 1946. Considerate le abitudini della politica italiana, è un risultato notevole di per sé, tanto più sorprendente se si pensa a come Meloni è arrivata al potere.

La sua visione per l’Italia si fondava su proposte dirompenti e irrealizzabili, che avrebbero potuto mettere a rischio la permanenza del Paese nell’Ue e nell’euro.

Tutto lasciava pensare che il governo formato nell’ottobre 2022 si sarebbe rivelato fragile e di breve durata, come tanti altri prima di lui.

Invece Meloni celebra il suo record in pompa magna e, con l’approvazione parlamentare di una nuova legge elettorale soprannominata «Melonellum», la sua presa sul potere potrebbe durare ancora più a lungo.

Due anni fa, quando Meloni votò contro la rielezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, ci si chiedeva se l’immagine, costruita con cura, di leader pragmatica avrebbe lasciato il posto a quella di un’antieuropeista ostinata, al servizio della destra radicale e favorevole a un’Ue ridimensionata.

La risposta, quattro anni dopo l’inizio del suo mandato, è più strana e assai più deludente di entrambe le ipotesi. Meloni non ha trasformato né l’Europa né l’Italia. È semplicemente rimasta al suo posto.

A spiegare questo esito concorrono diversi fattori. In primo luogo, per una combinazione di incapacità politica, confusione di idee e rivalità personali, alle elezioni del 2022 i partiti di centrosinistra si presentarono divisi in tre blocchi: da una parte il Partito democratico, l’Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa; dall’altra l’alleanza del «Terzo Polo», composta dai centristi guidati da Matteo Renzi e Carlo Calenda; il Movimento 5 Stelle, invece, corse da solo. Meloni ottenne il 26 per cento dei voti con Fratelli d’Italia e, insieme alla coalizione di destra, poco meno del 44 per cento. La frammentazione del centrosinistra, tuttavia, le permise di sfruttare al meglio le regole della legge elettorale e di massimizzare il successo in termini di seggi parlamentari.

Il peso dei numeri che stanno dietro ai risultati elettorali non può essere sottovalutato, soprattutto alla luce della longevità del governo Meloni. In Italia i governi si formano e cadono a seconda che il Parlamento accordi o revochi loro la fiducia.

Ma per cambiare governo, o anche solo per minacciarne la stabilità, deve esistere una maggioranza alternativa plausibile rispetto a quella in carica. Dall’ottobre 2022 in Italia non ce n’è stata una, per due ragioni.

Da un lato, il risultato elettorale di Fratelli d’Italia e, più in generale, della destra era stato così netto che anche solo immaginare una diversa composizione parlamentare restava fuori discussione. Dall’altro, negli ultimi quattro anni il centrosinistra non è riuscito a presentarsi come una credibile alternativa di governo. Divisi, litigiosi e privi di un programma comune, i partiti di sinistra non hanno offerto una prospettiva solida a livello nazionale, nonostante alcune importanti vittorie locali.

Meloni è stata anche abile nel tenere sotto controllo i contrasti interni alla coalizione, concedendo di tanto in tanto piccole vittorie ai vicepresidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani e facendo da mediatrice quando le tensioni tra loro diventavano troppo forti.

Ha inoltre beneficiato del fatto che né Salvini né Tajani potevano permettersi di sfidarne la leadership, impegnati com’erano a gestire i problemi e le debolezze crescenti dei rispettivi partiti. E nessuno dei due poteva tentare mosse rischiose che avrebbero fatto cadere il governo Meloni, perché i numeri in Parlamento non lo consentivano. Una situazione ideale per qualsiasi presidente del Consiglio italiano.

Altrettanto rilevante è il fatto che Meloni abbia abbandonato la convinzione, sostenuta a lungo, che uscire dall’Ue e dall’euro sarebbe stato un vantaggio per l’Italia. L’idea di lasciare l’euro fu rinnegata quasi subito dopo la sua nomina a presidente del Consiglio, mentre le precedenti dichiarazioni bellicose contro l’Ue lasciarono il posto a un sottile tentativo di costruire un rapporto di lavoro con Ursula von der Leyen.

Anche la sua ostilità all’austerità e al rispetto dei vincoli di bilancio europei si è lentamente dissipata: i principi che Meloni aveva contestato con ferocia e insistenza per anni sono diventati il pilastro della politica economica del suo governo.

Di conseguenza, la credibilità fiscale dell’Italia è migliorata e il contenimento della spesa ha portato il deficit a circa il 3,1 per cento.

Questo nonostante il rapporto tra debito pubblico e Pil resti tra i più alti dell’Ue, con una previsione compresa tra il 138,5 e il 138,9 per cento alla fine del 2026.

Allo stesso modo, le simpatie dichiarate apertamente da Meloni per la dittatura di Bashar al-Assad in Siria e per la Russia di Vladimir Putin hanno lasciato il posto a una cordiale collaborazione con gli Stati Uniti, anche durante l’amministrazione Biden.

Un esame serio del bilancio del governo Meloni suggerisce che la sua longevità storica sia una questione di sopravvivenza più che di risultati. O, nelle parole di Tito Boeri: «Questo governo ha cercato soprattutto di sopravvivere facendo il meno possibile».

Sul fronte della crescita e degli investimenti, il governo Meloni non ha nulla da mostrare. I dati dell’Istat indicano che tra il 2023 e il 2026 la produzione industriale è diminuita e, secondo l’Ocse e il Fondo monetario internazionale, la crescita italiana, prevista allo 0,9 per cento nel 2026, resta tra le più deboli dell’Ue.

Inoltre, tra il 2021 e il 2026 l’Italia ha ricevuto la parte più consistente dei fondi europei per la ripresa e la resilienza, ma il governo Meloni non è riuscito a impiegarli per stimolare una crescita di lungo periodo, ottenendo risultati limitati soltanto sul fronte del contenimento del debito. I leader dell’opposizione hanno criticato Meloni per aver preferito accontentarsi di riforme minori, senza affrontare i problemi strutturali dell’economia.

[…] Quattro anni fa ci si chiedeva se ci si potesse fidare di Meloni in patria quanto sembrava ci si fidasse di lei all’estero. Il bilancio del suo governo suggerisce una risposta negativa.

La longevità del suo governo è stata ottenuta rinunciando alla maggior parte delle ragioni per cui era stata eletta.

Il suo programma di «Dio, patria e famiglia» sopravvive nei contenuti della sua agenda legislativa, soprattutto nei decreti sicurezza; nelle sue dichiarazioni estemporanee, che rivelano come non abbia mai smesso di considerarsi la leader della destra italiana anziché la presidente del Consiglio di tutti gli italiani; e nelle acrobazie politiche con cui evita che il dissenso interno alla coalizione esploda.

Nel luglio 2025, per descrivere le difficoltà di governare l’Italia, Meloni ha detto: «Ogni giorno per me è un lancio con il paracadute». Senza dubbio spera che l’impegno e le energie profusi per affrontare queste sfide le siano riconosciuti: ha già annunciato di essere pronta a ricandidarsi.

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Resta da vedere che cosa farà della sua longevità, se un secondo mandato le consentirà di smettere di limitarsi a durare.


La stallocrazia


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – C’è un paradosso sottile e velenoso che attraversa il pianeta in questa stagione elettorale. Si vota ovunque, con una frequenza e un’intensità mediatica mai viste prima. Eppure, l’atto che per secoli è stato la massima espressione della sovranità popolare e del cambiamento ha smesso di produrre futuro. Le elezioni si stanno trasformando nel loro contrario: un sofisticato meccanismo istituzionale per congelare il presente, un rituale periodico utile soltanto a gestire la paralisi e a rinviare la resa dei conti con la realtà. Non siamo di fronte a una mancanza di democrazia formale, ma a qualcosa di più insidioso: la democrazia dello stallo. Una condizione in cui il voto non serve più a scegliere un progetto di società o a valutare i fatti, ma a consumare le energie dei cittadini. Quando al tentativo di salvare le istituzioni attraverso le urne non si risponde con i risultati e con il rigore del governo, la scheda elettorale cessa di essere uno strumento di riscatto e diventa un generatore di frustrazione. Esaminiamo brevemente gli ultimi casi.

Prendiamo quello di Belgrado. La narrazione dei mezzi d’informazione ha confezionato la comoda favola della “vittoria della lista degli studenti”, dipingendo l’esito con i colori rassicuranti della rivolta giovanile. Ma dietro l’immagine fresca degli studenti si è mimetizzato l’intero arco delle opposizioni tradizionali per nascondere le proprie divisioni e l’incapacità di presentarsi con una proposta di governo autonoma. E il risultato di questa impennata di partecipazione è che, pur dopo un’affermazione larga, la coalizione-contenitore oggi si ritrova nell’incapacità totale di indicare chi debba governare, con quale programma e con quali uomini. La spinta democratica si tramuta all’istante in paralisi: un vuoto di leadership in cui nessuno sa chi andrà al potere, confermando che senza rigore politico la mobilitazione elettorale non produce cambiamento, ma solo nuova opacità.

Spostandoci in America Latina, la riconferma di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile a 81 anni — arrivata al secondo turno grazie a una straordinaria affluenza per sbarrare la strada al bolsonarismo — racconta la stessa illusione. L’elettorato si è mobilitato per salvaguardare le garanzie democratiche, ripiegando sull’unica figura ritenuta in grado di fare da argine. Ma quando l’unica alternativa possibile per fermare una deriva autoritaria è la riproposizione di un profilo del passato, la democrazia si adatta allo stallo. Il risultato è un presidente senza una maggioranza solida, costretto a negoziare ogni giorno la propria agibilità politica con gli stessi blocchi di potere che tengono in pugno il Paese da un decennio, lasciando scontenti e disillusi proprio quegli elettori che si erano spesi per la svolta.

In Israele, dove l’affluenza è tornata altissima a questa chiamata alle urne, lo stallo assume contorni ancora più drammatici, rivelando la contraddizione strutturale profonda che Yeshayahu Leibowitz aveva previsto fin dal 1968: l’impossibilità nel lungo periodo di preservare le garanzie democratiche interne mantenendo un’occupazione militare indefinita. Le consultazioni a ripetizione non sono un semplice ingorgo di coalizioni, ma il sintomo di un sistema schizofrenico. Mentre il governo Netanyahu procede con lo smantellamento delle garanzie istituzionali e l’opposizione si dimostra incapace di costruire un’alleanza reale con le componenti arabe, il voto continuo impoverisce di senso la partecipazione, bloccando il Paese in un pareggio perpetuo.

Infine, le elezioni negli Stati Uniti offrono la dimostrazione di come il cortocircuito tocchi anche la più antica democrazia occidentale. La prospettiva di un Congresso diviso o ostile alla Casa Bianca viene presentata con la categoria  dell’”anatra zoppa” presidenziale, ma la realtà produce la paralisi legislativa totale. L’esecutivo è probabile che risponda a midterms perse scavalcando le prerogative del Congresso con decreti e ordini esecutivi, trasformando l’istituzione presidenziale in una campagna elettorale permanente dove il conflitto sostituisce la verifica dei risultati e delude le aspettative di chi era andato a votare chiedendo risposte concrete e auspicando il viale del tramonto per il presidente.

Mettere in fila Belgrado, Brasilia, Gerusalemme e Washington dimostra allora una dinamica pericolosa: il vero mercato elettorale del futuro prossimo non è più quello della paura, ma quello della stanchezza elettorale. Quando ogni tornata viene presentata come l’ultima chiamata d’emergenza per salvare la democrazia, si assiste a una prima fiammata di partecipazione, a una spinta di cittadini che riempiono le urne. Ma se a quel gesto civile e a quella fiducia non seguono i risultati, la trasformazione reale e il governo delle cose, scatta un contraccolpo inevitabile. Alla speranza succede la nausea, alla mobilitazione la rinuncia. Il rischio fatale è che la promessa non mantenuta del voto produca un backlash astensionistico: quando la democrazia dimostra di non saper mantenere ciò che promette attraverso la scheda elettorale, è l’idea stessa di elezione che perde consenso. Ed è proprio in quel vuoto lasciato da elettori stremati e disillusi che si spalancano le porte, senza più incontrare resistenza, all’efficienza illusoria delle autocrazie.


Il pallottoliere delle necessità non della galera


Abbiamo già sperimentato l’eterodirezione del disordine funzionale solo a scelte repressive

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Cos’è davvero questa sicurezza di cui ci sentiamo orfani di fronte all’incedere di una violenza che non ha nulla di politico, ma contiene i germi di una rivolta? E in che modo le rivendicazioni di studenti, operai, autotrasportatori – tutte con una piattaforma, un indirizzo, un obiettivo, se è possibile – si sovrappongono fino a mischiarsi, nei tempi non nei modi, con l’orda distruttiva che si abbatte sui negozi di Milano? Custodi dei feticci quotidiani dei giovanissimi: smartphone e sneakers. Chi sono i protagonisti di questa furia? Le cronache dicono di ragazzini più disperati che annoiati, italiani figli e nipoti di migranti, abitanti delle periferie che all’accendersi di un messaggio sul display calano in centro incappucciati con una carica di rabbia e frustrazione da sfogare. E una vaga determinazione a impossessarsi di ciò che le famiglie non possono (più?) garantirgli.

Una massa disomogenea, sfuggente. Catalogabile solo nella frettolosa approssimazione del potere. Trasmette però l’idea di un patto sociale che si sgretola nel divario crescente delle diseguaglianze. Apre una crepa tra generazioni. Frustra la possibilità di incanalare tanta energia in un impegno civile. Esibisce l’unica cosa che conta: la rappresentazione. Quel riverbero di notorietà che sottolinea l’esclusione e la normalizza nell’anomalia. Gruppi e singoli il cui percorso si compie in un andare e venire nel recinto dell’algoritmo. Abbacinati dalla finzione di un’equità di contrabbando. Scoperto l’inganno, appiccano il fuoco al carburante del furore. Per poi mostrarne gli effetti. Autoalimentando le fiamme nell’emulazione.

A soffiarci sopra potrebbe esserci qualcosa di organizzato, obbediente a un disegno di destabilizzazione. È l’ipotesi investigativa che ha portato al fermo di Youssef Siher, attivista e giornalista, indicato come una specie di cattivo maestro, ma ex post, della rivolta. Intento a guidarne gli sviluppi più che a promuoverla. Forse. Tanto più che gli elementi noti non ne fanno la mente di una guerra ibrida come quella evocata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Ne fanno però un ottimo argomento per il pugno securitario del governo.

La storia – piazze armate, bombe, stragi –  ha costruito una letteratura, anche giudiziaria, sull’eterodirezione del disordine funzionale a preparare strette repressive. Un monito. Perché qui siamo all’ottavo intervento sulla sicurezza in quattro anni, tra decreti e disegni di legge. Dai rave ai “maranza”, passando per Cutro e Caivano. A ogni episodio che mini la narrazione corrente di una certa idea di sicurezza si risponde con un inasprimento di pene. Rispetto al welfare, non costa nulla e aggrava un codice che si vorrebbe snello, mentre si affastellano fattispecie di difficile o dubbia contestazione. Tanta dedizione alla tranquillità dei “cittadini della Nazione” non pare però dare frutti, al netto della propaganda di Palazzo. E non sembra incidere sulla prevenzione di queste bolle di violenza. Anzi, rischia di moltiplicarle. E l’ennesimo decreto non è destinato a invertire l’andazzo. Come se di fronte a una ferita infetta ci si preoccupasse della tenuta della benda che la nasconde, invece di verificare la profondità del taglio e il propagarsi della sepsi. Non a caso parliamo di corpi sociali. E i corpi non li rimuovi, non li cancelli con un tratto di penna. E non li occulti alla vista, relegandoli negli anfratti di istituti minorili e carceri. Con i corpi fai i conti al pallottoliere delle necessità. Non a quello degli anni di galera.


L’unica certezza è che Israele non ha voluto liberarsi di Netanyahu


Alle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 in molti credevano a una svolta, che non è arrivata. Netanyahu non ha i numeri per governare, ma di certo non è stato sconfitto, anzi, e resterà centrale nel prossimo futuro

(di Jacopo Tondelli – glistatigenerali.com) – La fine politica di Bibi Netanyahu, la sua disfatta elettorale che in tanti negli ultimi anni hanno creduto di poter celebrare con le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026, è rinviata. A data da destinarsi. Sarà l’unica certezza a scrutinio concluso, è stata l’unica certezza mano a mano che dai primi exit polls della sera si passava ai primi voti veri, peraltro con una lentezza abbastanza appariscente. Per ultimi, stasera tardi, arriveranno i voti dei soldati, dei malati e dei carcerati, e non sono pochi, ma una cosa è stata già sicura nella notte dello scrutinio: Netanyahu non è morto, politicamente e, cosa più rilevante, il voto israeliano con l’affluenza più alta negli ultimi trenta anni, al 77,7%, alla quale contribuisce una massiccia partecipazione dei palestinesi cittadini d’Israele, certifica che “il popolo” non ha voluto voltare pagina. Netanyahu non avrà con ogni probabilità la maggioranza per governare, ma il suo Likud, il suo vecchio partito di destra continua a essere il primo partito. Il blocco dei suoi eterogenei oppositori guidati dal neo-politico Gadi Eisenkot, tutti insieme, non avranno neppure la maggioranza relativa e, a proposito di “inesperienza” fa una certa impressione ripensare all’entusiasmo con il quale proprio Eisenkot ha commentato i primi exit polls, a urne appena chiuse. Nel mezzo, c’è il grande risultato dei partiti arabi, accreditati di 18 seggi, che sono circa il 15% dei parlamentari: una rappresentanza che per la prima volta somiglia davvero alla percentuale di palestinesi cittadini, che sono oltre il 20%. Un dato di cui tenere conto, per molte ragioni, e anche perché con ogni probabilità è proprio questa partecipazione che ha negato a Netanyahu la possibilità di vincere ancora una volta, aumentando in modo consistente la base elettorale reale.

In attesa degli ultimi conteggi, dunque va consolidandosiquesto scenario: il blocco di destra ed estrema destra, guidato da Netanyahu e che tiene dentro tutti i vari estremesti nazional religiosi che in questi anni abbiamo imparato a conoscere, potrebbe trovarsi alla fine in vantaggio sugli avversari di quattro o cinque parlamentari, senza però avere la maggioranza per formare il governo in autonomia. Il blocco di centrodestra-centro-centrosinistra che a lui si opponeva sarebbe appunto in ritardo di qualche seggio. Il blocco di Netanyahu e in particolare il suo partito, lo storico partito di destra Likud, perdono qualche punto percentuale rispetto alle elezioni di quattro anni fa, e si starebbe parlando di una sconfitta, se queste elezioni non avvenissero dopo questi anni di governo e di tragedie e se gli elettori che gli hanno dato fiducia sono, numericamente, circa gli stessi. Infatti, nel 2022, un anno dopo essere stato eletto per l’ennesima volta a primo ministro, Netanyahu guidava il paese nella più clamorosa disfatta della storia dell’intelligence israeliana – il 7 Ottobre 2023, giorno nel quale sono stati massacrati 1200 civili israeliani e altri mille rapiti – e subito dopo è iniziata per sua deceisione e sotto la sua guida la distruzione e devastazione di Gaza, con oltre 70 mila morti, donne e e minori tra questi a decine di migliaia. Oltre all’aberrazione etica e politica, che ovviamente basterebbe, Israele ha ottenuto che dalle macerie di Gaza non partissero più razzi, e poco altro. Ha decapitato Hezbollah in Libano ma poi ha spinto Trump a impantanarsi, con conseguenze globali per la vita di tutti, anche le nostre, in una guerra senza sbocchi con l’Iran. Infine, sicuramente un dettaglio, ma non irrilevante, questo governo Netanyahu ha devastato la reputazione di Israele nel mondo, rendendo duramente critiche anche ampie fasce di popolazione e di ceto intellettuale che mai erano state aprioristicamente ostili.

È ricordando tutto questo che è necessario misurare e pesare i risultati che arrivano. Il calo del Likud e la tenuta dei partiti estremisti più duri come Otzmah Yeudith di Ben Gvir, costruiscono un quadro chiaro: la società israeliana nel suo complesso non ha voluto cambiare rotta, e non ha voluto dare la fiducia che serve al pur moderato e compattamente sionista blocco di chi si candidava a governare in alternativa a Netanyahu.  Non ha premiato Netanyahu, grazie e forse soprattutto grazie all’imponente affluenza della minoranza di palestinesi cittadini di Israele, il voto dei quali è confluito verso i partiti arabi, appunto, e che quindi può aver diluito le proporzioni della vittoria di Netanyahu, ma difficilmente contribuirà ad un’alternativa di governo, salvo l’ipotesi di una svolta al momento davvero imprevedibile. Più facile, allo stato attuale dei fatti, è che Netanyahu sia incaricato di provare a formare un governo, in quanto candidato del primo partito e della prima “coalizione” – le virgolette sono d’obbligo, in un paese proporzionalista fino al midollo, com’è Israele – per provare a prendere i voti che gli mancheranno, in parlamento, dai sostenitori più conservatori del blocco che a lui si opponeva, a partire dallo Ysrael Beitenu dei russi guidati da Avigdor Liebermann o perfino da Naftali Bennet.
Capiremo cosa succederà, a conteggio finito e soprattutto quando cominceranno le trattative per il nuovo governo. Per pensare a un vero cambiamento di rotta e prospettiva, servirebbero il coraggio e la fantasia che ci vogliono per immaginare al governo i partiti arabi. Non solo integrati, ma decisivi più che mai, dati i numeri, assieme al blocco anti-Bibi. Più facile credere a qualche formula di unità nazionale, o a un Netanyahu che riesca a pescare tra i suoi oppositori. Oppure, dopo qualche tentativo e un governo zoppo, che si torni a votare a breve per un altro ennesimo referendum su di lui.

Una cosa è certa e chiara fin da ora: mentre il mondo si commuoveva per Naza, Israele stava immobile, congelato nel suo infinito 7 Ottobre, in quella spirale di rabbia e paura rappresentata senza mediazioni invece dalla serie Fauda. La non-sconfitta di Netanyahu dice anche questo, forse soprattutto questo. Il problema, naturalmente, è tutto davanti. Un passato drammatico e un futuro immobile, se non nella guerra, che hanno un punto di congiunzione: si chiama Bibi Netanyahu.


Vomero: appello per i tanti alberi ancora da ripiantare


Numerose le fossette vuote, con la sola ceppaia o con alberi morti

” Sono tante le proteste che da tempo vengono sollevate dagli abitanti del quartiere collinare del Vomero per chiedere all’amministrazione comunale partenopea che le numerose fossette d’albero tuttora ancora vuote, alcune delle quali, nel frattempo, addirittura coperte con una lastra di cemento, vengano riempite con nuove essenze arboree, senza che però gli uffici competenti provvedano a quanto richiesto “. A segnalare ancora una volta l’annoso problema, lanciando l’ennesimo SOS è  Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero.

” In molti casi – puntualizza Capodanno – addirittura sono ancora presenti le ceppaie, che andrebbero rimosse per fare spazio alla piantumazione di nuove alberature. Tanti anche gli alberi morti da rimuovere e sostituire “.

”  Una di queste fossette vuote – ricorda Capodanno -, posta nell’isola pedonale di via Luca Giordano, salì alla ribalta delle cronache per il fatto che una turista di passaggio vi cadde dentro, riportando ferite tali da dover ricorrere alle cure dei sanitari, sollevando il giusto risentimento dei tanti che assistettero alle scena, al punto che la sera stessa dell’incidente comparve un duro cartello di protesta e di denuncia “.

” Purtroppo il Vomero, con i suoi 48mila residenti, attualmente ha il triste primato di essere uno dei quartieri meno verdi d’Europa, come testimoniano anche le recenti statistiche  – continua Capodanno -. Se non esistesse sul suo territorio il parco della villa Floridiana, con i circa 60mila metri quadrati di superficie a verde, la situazione sarebbe ancora peggiore “.

” In particolare – sottolinea Capodanno – le alberature stradali, costituite per lo più da filari di platani centenari, che hanno in passato costituito una delle caratteristiche del quartiere collinare partenopeo, sono affette da tempo da numerose patologie, a partire dal cosiddetto cancro rosa, ma anche infestate dalla tingide del platano, della quale tanto si è parlato negli anni scorsi, senza che però risulti che siano stati messi in campo interventi per debellarla. Le suddette patologie le hanno di fatto decimate, senza che si provvedesse alla sostituzione delle essenze morte o abbattute “.

” E’ auspicabile – conclude Capodanno – che, oltre agli interventi, da effettuarsi nei periodi consentiti, di potatura, si proceda, in tempi rapidi, alla messa a dimora di nuove essenze arboree lungo le strade del quartiere sia nelle fonti che ne sono da tempo prive, previa rimozione delle ceppaie, laddove ancora in sito, sia sostituendo le alberature nel frattempo morte “.

Capodanno al riguardo lancia l’ennesimo pressante appello, dopo che i precedenti non hanno sortito l’effetto desiderato, al sindaco Manfredi e all’assessore al verde Santagada.


“Spettri” di Henrik Ibsen al Teatro di Documenti: Walter Pagliaro porta in scena le ombre della famiglia borghese


In prima nazionale, al Teatro di Documenti dal 23 ottobre all’8 novembre 2026, il capolavoro del drammaturgo norvegese porta in scena le contraddizioni della famiglia borghese, il peso delle convenzioni sociali e le verità che gli esseri umani tentano di nascondere.

Dal 23 ottobre all’8 novembre 2026, il Teatro di Documenti di Roma ospita, in prima nazionale, “Spettri” di Henrik Ibsen, con la regia di Walter Pagliaro.

Una produzione del Centro Diaghilev di Bari e dell’Associazione Gianni Santuccio di Roma, con traduzione di Franco Perrelli, scene e costumi di Luigi Perego e un cast composto da Micaela Esdra, Fabio Maffei, Emanuele Vezzoli, Fabrizio Amicucci e Valeria Cimaglia.

Scritto nell’estate del 1881 tra Roma e Sorrento, Spettri è uno dei testi più rappresentativi della drammaturgia ibseniana e un’opera centrale del teatro moderno. Attraverso una vicenda familiare attraversata da segreti, rimorsi e conflitti irrisolti, il dramma indaga il modo in cui il passato continua a condizionare il presente, soffocando la libertà individuale e compromettendo ogni possibilità di riscatto.

Al centro della vicenda c’è Helene Alving, una donna che ha cercato di sottrarre il figlio Osvald all’influenza di un padre dalla condotta dissoluta. Dopo anni di lontananza, il giovane, ormai artista, torna a casa in occasione dell’inaugurazione di un istituto di beneficenza dedicato alla memoria paterna. Il ritorno riapre ferite mai rimarginate e porta progressivamente alla luce una realtà familiare costruita su omissioni, ipocrisie e verità negate. Il confronto tra madre e figlio si trasforma così in un passaggio drammatico, nel quale le colpe di ieri si proiettano inevitabilmente sul destino di domani.

Nella sua interpretazione, Walter Pagliaro propone una lettura «viva e astratta» del dramma, restituendone la forza tragica attraverso una riflessione sui condizionamenti che attraversano l’esistenza umana. Gli spettri evocati da Ibsen non sono presenze soprannaturali, ma convinzioni ereditate, pregiudizi, falsi pudori, rimorsi e paure che continuano ad agire nelle coscienze, anche quando si tenta di rimuoverli.

La famiglia diventa il luogo in cui si manifesta il conflitto tra apparenza e verità, mentre la borghesia si rivela una struttura capace di alimentare convenzioni e meccanismi di repressione. Per proteggere la propria reputazione, i personaggi costruiscono menzogne che finiscono per imprigionare proprio coloro che le hanno alimentate. La rispettabilità sociale si trasforma in una maschera dietro la quale si nascondono fragilità, egoismi e responsabilità inconfessate.

Come sottolinea il regista nei suoi appunti, Spettri è anche una tragedia classica riscritta attraverso una tecnica drammaturgica moderna, nella quale l’unità di luogo, azione e tempo concentra la tensione fino all’esito finale. Il confronto tra la giovane Regine e il falegname Engstrand, lo scontro ideologico tra il pastore Manders e la signora Alving e, infine, il duello psicologico tra madre e figlio costituiscono i tre grandi agoni su cui si sviluppa la vicenda.

La progressiva emersione della verità non coincide, tuttavia, con una liberazione. Al contrario, il riconoscimento delle colpe e delle responsabilità apre la strada a un epilogo nel quale il dolore individuale si intreccia con l’impossibilità di cancellare le conseguenze del passato. La menzogna si rivela la forza che governa i rapporti umani, mentre la paura della verità impedisce ai personaggi di sottrarsi alla prigione che hanno contribuito a edificare.

Il dramma conserva così tutta la sua attualità: gli spettri di Ibsen appartengono alla società del suo tempo, ma interrogano anche il presente. Perché ogni individuo, in misura diversa, si confronta con eredità culturali, convinzioni e paure che condizionano le proprie scelte. E perché, dietro l’apparente solidità delle relazioni e delle istituzioni, può celarsi un abisso che attende soltanto di essere svelato.

SPETTRI
di Henrik Ibsen

Regia: Walter Pagliaro
Traduzione: Franco Perrelli
Scene e costumi: Luigi Perego
Interpreti: Micaela Esdra, Fabio Maffei, Emanuele Vezzoli, Fabrizio Amicucci, Valeria Cimaglia
Aiuto regista: Silvia Micunco
Rapporti con il pubblico: Pinalba Di Pietro

Produzione: Centro Diaghilev di Bari e Associazione Gianni Santuccio di Roma

23, 27, 28, 29, 30 ottobre, 6 novembre ore 20.45

24, 31 ottobre, 7 novembre ore 19

25 ottobre, 1, 3, 4, 5 , 8 novembre ore 17

Costo biglietto: 20 euro, ridotto 15 euro, tessera 3 euro

Teatro di Documenti

via Nicola Zabaglia, 42

00153 Roma

tel. 06/45548578

cell. 328/8475891

teatrodidocumenti@libero.it

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Guardia Sanframondi: 5°edizione di “GustaGuardia”


Sabato 31 ottobre alle ore 17.00 è programmata la 5°edizione di “GustaGuardia” e si svolgerà nella suggestiva location della “Casa di Bacco” in piazza Castello a Guardia Sanframondi.

La serata sarà caratterizzata dalla presentazione del libro “La Scuola Filosofica Sannita” di Giancristiano Desiderio  a cui seguirà una degustazione di prodotti tipici ed un momento “magico” animato da Magic Victor per rendere indimenticabile la serata. Oltre all’autore è prevista anche la partecipazione di Salvatore D’Onofrio, editore e responsabile della Libreria il Castello, e i saluti del sindaco di Guardia Sanframondi, Raffaele Di Lonardo. A fare gli onori di casa sarà Fiorenza Ceniccola, amministratrice della Casa di Bacco e vicesindaco di Guardia Sanframondi. “GustaGuardia nasce per essere una vetrina delle eccellenze -ha dichiarato Fiorenza Ceniccola- non solo dal punto di vista enogastronomico ma, anche culturale; per farla breve, è nata con un’idea semplice e potente: valorizzare l’identità sannita attraverso il gusto, la cultura, la memoria. E, a coloro che ancora oggi guardano con indifferenza e malcelata contrarietà a questa iniziativa voglio cogliere per ribadire che GustaGuardia è una grande scommessa, un atto di coraggio e di sfida per ridare una speranza a questa comunità che da straordinaria gemma del Sud è diventata un Comune Marginale senza alcuna prospettiva di sviluppo nel breve e lungo periodo. Il percorso è appena cominciato e tutti coloro che vogliono compartecipare ed arricchirlo  sono vivamente pregati di alzare la mano. Costruiamo insieme una Guardia da gustare, orgogliosa e capace di futuro. E mi piace anticipare che questa quinta edizione di GustaGuardia sarà ricordata come punto di avvio di una concertazione territoriale che abbiamo chiamato “Strada dei Filosofi” che può svolgere un ruolo strategico per la rinascita del territorio”.

La Casa di Bacco 


Il governo non può pretendere di farsi le sentenze “à la carte”


(di Alberto Iannuzzi – ilfattoquotidiano.it) – Il caso di Youssef Siher offre l’ennesima occasione per porsi ancora una volta la domanda: quanto è libera la magistratura di decidere quando i suoi provvedimenti scontentano il governo? Il gip di Milano, Tiziana Landoni, ha respinto la richiesta del pubblico ministero, non ha convalidato l’arresto e ha escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari. Una decisione motivata, suscettibile di impugnazione e, come ogni provvedimento giudiziario, legittimamente criticabile.

Ma la premier Giorgia Meloni ha definito la decisione “vergognosa”; il leader della Lega, Matteo Salvini, le ha fatto eco, bollandola come “vergognosa, incomprensibile, assurda”. Sia chiaro: nessun giudice è intoccabile, nessun provvedimento è infallibile e nessun esponente politico è tenuto a tacere di fronte a una decisione che ritiene sbagliata. La critica, anche aspra, è legittima. Ma una cosa è contestare le ragioni di un provvedimento, un’altra è liquidarlo come “vergognoso”, tanto più quando si occupano le stanze più alte del potere esecutivo: esiste una responsabilità istituzionale che dovrebbe suggerire prudenza, soprattutto a chi dispone di una tribuna pubblica incomparabilmente più potente di quella di un singolo giudice. Il punto è tutto qui: quando il magistrato decide in modo gradito al governo, è un servitore della giustizia; quando decide diversamente, improvvisamente la sua decisione diventa “vergognosa”. È questa la concezione dell’indipendenza giudiziaria che anima l’esecutivo? E quale messaggio arriva ai cittadini, se chi governa sembra considerare inaccettabile non tanto un eventuale errore giuridico, quanto un esito processuale sgradito?

La critica è un diritto, la delegittimazione un problema democratico. E il confine non si stabilisce imponendo il silenzio alla politica, ma esigendo che chi governa non possa trasformare il proprio consenso elettorale in una patente di superiorità sugli altri poteri dello Stato. Se il provvedimento è sbagliato, lo si impugni. Se contiene errori, si dimostrino. Ma non si confonda il potere di governare con il diritto di stabilire, attraverso dichiarazioni pubbliche, quali decisioni giudiziarie siano degne di rispetto. Perché il rischio più grave non è che un giudice venga criticato, ma che ci si abitui all’idea che, quando una sua decisione scontenta chi governa, alla valutazione dei giudici superiori si aggiunga il processo politico celebrato da Palazzo Chigi. Il giudice non deve compiacere il governo, così come non deve compiacere l’opposizione, la piazza o i giornali. Deve applicare la legge. Se sbaglia, esistono le impugnazioni, i controlli e i gradi successivi del giudizio. Non servono le reprimende politiche, pronunciate davanti alle telecamere, prima ancora che si esauriscano i rimedi processuali. E il problema diventa ancora più serio se si guarda al precedente del caso Almasri, quando esponenti del governo attaccarono il pm per l’iscrizione di una notizia di reato, un atto dovuto in presenza dei relativi presupposti di legge.

Due vicende diverse, ma una domanda comune: la magistratura è libera di svolgere il proprio lavoro anche quando le sue decisioni toccano interessi politicamente sensibili? Il governo ha tutto il diritto di difendere le proprie scelte e contestare quelle dei giudici. Ma non può pretendere che l’indipendenza della magistratura valga soltanto quando le decisioni risultano gradite. E allora la domanda è inevitabile: se un giudice deve mettere in conto che la sua decisione sia pubblicamente additata come “vergognosa”, quando assume una decisione sgradita al governo, quale spazio resta per un’autonomia effettiva? La Costituzione non chiede ai giudici di essere popolari, ma di essere indipendenti. E chiede al potere politico di rispettare le sue decisioni.


“Quella gip è schierata con Gaza”: il fango della destra su Landoni


Sotto accusa per un appello pro Palestina di un anno fa. Ma la stessa petizione porta la firma della pm che ha chiesto il carcere per Siher

“Quella gip è schierata con Gaza”: il fango della destra su Landoni

(di Serena Riformato – repubblica.it) – Roma – La macchina del fango si attiva in fretta. Prima i giornali di area, poi i parlamentari della maggioranza: «È una gip schierata politicamente che aveva sottoscritto un appello pubblico per Gaza», dice la deputata di FdI Sara Kelany. «Posso pensare che una magistrata ProPal non possa essere considerata super partes nei confronti di uno che, da questo punto di vista, pare che la pensi come lei?», rilancia il vicepremier Matteo Salvini. Il bastone mediatico della destra si avventa così su Tiziana Landoni, la giudice per le indagini preliminari che ha rigettato la richiesta di convalida del fermo di Youssef Siher, creatore delle pagine social del Movimento 17 ottobre all’indomani delle violente proteste di Milano. La colpa? Aver firmato, a settembre 2025, insieme a tremila colleghi, un appello di “giuristi per Gaza” sulla rivista Giustizia Insieme. Così estremo da proporre di leggere «ogni giorno, nelle aule d’udienza e in quelle universitarie, il preambolo allo Statuto della Corte penale internazionale» per ricordare che «lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali».

C’è poi un altro particolare che le accuse della maggioranza e del governo lasciano fuori dal racconto perché poco funzionale a sostenere la propria tesi: tra i firmatari dello stesso appello figura anche Francesca Crupi, la pm che ha chiesto il carcere per Siher, contestandogli l’aggravante di terrorismo e giudicandolo l’autore di un «progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive». Stessa petizione pubblica: eppure per la destra la gip che ha preso una decisione a loro sgradita è politicizzata, la pm aveva ragione.

È un metodo di linciaggio già messo in atto, tra gli altri, contro Iolanda Apostolico, la giudice di Catania finita nel mirino della Lega nel 2023 dopo aver negato la convalida del trattenimento di alcuni migranti. Salvini diffuse un video del 2018 che la ritraeva a una manifestazione per lo sbarco dei profughi dalla nave Diciotti, mettendone in dubbio l’imparzialità. Poco più di un anno dopo, Apostolico lasciò la magistratura.


Youssef Siher, la sfiga e il vento


(Tommaso Merlo) – Con quel nome e quel baffetto, Youssef Siher era il mostro ideale da sbattere in prima pagina, peccato che perfino la sfiga si è schierata contro questa penosa compagine governativa. Fino a prova contraria, più che un terrorista insurrezionalista si tratta di un figlio di immigrati che invece di starsene a casa a scrollare sul divano, studia e si impegna per migliorare quello che è il suo paese che piaccia o meno ai sovranisti de noialtri. La nota giureconsulta Meloni si è precipitata a videoregistrare il solito pistolotto esternando la sua profonda indignazione per la scarcerazione, ma fino a che non riuscirà a sottomettere la Magistratura o fare in modo che le leggi non siano uguali per tutti, si deve rassegnare. Davvero, ogni volta che si scagliano contro i giudici, le destre confermano come sia la buonanima del Berlusca il loro vero padre spirituale. Ma gli va dato atto che l’allievo ha superato il maestro visto che siamo al governo che è riuscito a restare al potere più a lungo, senza concludere nulla. E dato che come premio vogliono fare il bis, ogni scusa è buona per buttarla in caciara o come si dice oggi, cavalcare bolle mediatiche e preferibilmente a sfondo patriottico. La sfiga vuole però che non siamo di fronte ad un problema di ordine pubblico ma dannatamente politico. Lo hanno capito anche i piccioni di stanza nel quadrilatero della moda ma del resto non servono delle aquile, siamo precipitati in miseria. Dallo spreco consumista siamo passati in un batter d’occhio a razionare per evitare la fame e con pure il rischio di finire in qualche trincea perché a qualche onorevole idiota non hanno voluto abbastanza bene da bambino. Già, quando pensavamo che la politica italiana avesse toccato il fondo, questa si è messa a scavare e pure di buona lena. In pieno e rapido declino, sommersi di debiti, si son messi a buttare via miliardi in guerre suicide contro nemici immaginari e adesso che le hanno pure perse hanno paura di ammetterlo. Ma al sovranismo nostrano va dato atto che è anche questione di sfiga. Questo governo nasce come filiale italiota del trumpismo e quindi del sionismo altolocato e come succursale della becera russofobia brussellese, un filone tragicamente disastroso. In un batter d’occhio sono finiti complici di un genocidio, protagonisti della disfatta ucraina e dato che la sfiga aiuta i codardi, è arrivato pure il colpo di grazia della storica vittoria Iraniana nel Golfo con conseguente devastante crisi energetica e inflazionistica che ha fatto precipitare la situazione. Una catastrofe ampiamente evitabile e per questo il sovranismo passerà alla storia come una delle flatulenze ideologiche più disastrose di sempre. Ed eccoci qui, con governi come quello italiano privi di idee ma anche di mezzi per uscire dal baratro come dimostra la penosa legge finanziaria. Ma incombendo le elezioni e dato che prendere atto del proprio fallimento e togliersi dai piedi è una ipotesi nemmeno presa in considerazione dagli onorevoli nostrani, eccoci a Yussef, eccoci all’ennesima bolla mediatica a sfondo patriottico. I meridionali del resto son passati di moda mentre gli immigrati e i loro discendenti funzionano ancora alla grande per dividere le tifoserie e cavalcare paura e frustrazione. Questo governo sfornava decreti sicurezza quando non succedeva nulla, figuriamoci adesso. Nascono nuovi crimini come funghi e viene schierato perfino l’esercito contro i compatrioti. Cortocircuito sovranista e una repressione in parte rigurgito ideologico e in parte segno di debolezza. Lo hanno del resto capito anche i piccioni di stanza a Montecitorio che le proteste scoppiate in tutta Europa sono dannatamente politiche e pure sacrosante e non certo un problema di ordine pubblico. Non servono le aquile. Un sistema incentrato su consumismo ed ingiustizia sociale implode quando il popolo finisce in miseria. Siamo precipitati in una crisi che è economica ma anche sociale e politica. Va ripensato il sistema e il modo in cui viene gestito. Dagli influencer dobbiamo tornare agli statisti, dai follower ai cittadini, dai social alle piazze e dalla propaganda all’analisi e al ragionamento per trovare vie di uscita intelligenti e cioè in grado di garantire una vita decente e un futuro a tutti nessuno escluso. Il triste caso di Youssef Siher dimostra che anche in Italia si è formata una nuova società civile molto più variegata e quindi ricca e che c’è uno scollamento enorme tra nuove generazioni e una politica non solo inetta ma anche culturalmente superata. Certo, incombono le elezioni e la politica nostrana toccato il fondo scava, ma quando il vento democratico si rimette a soffiare, prima o poi il cambiamento arriva.


Del Vecchio rinuncia a offerta per “Il Fatto”


Editoria: LMDV Media rinuncia a offerta per Seif, prendiamo atto decisione CdA

(LaPresse) – LMDV Media “prende atto della decisione del Consiglio di Amministrazione di Società Editoriale Il Fatto S.p.A. del 28 ottobre 2026 di non accogliere la richiesta di due diligence confermatoria, e della volontà dei soci fondatori di non aderire all’offerta”. Così Lmdv media in una nota.”

Non essendo stato possibile accedere alle informazioni necessarie per una valutazione completa, LMDV Media non intende, allo stato, promuovere l’offerta – prosegue la nota-. La proposta di LMDV Media nasceva da una convinzione che resta immutata.

Il futuro dell’informazione non si garantisce riducendo i costi all’infinito per inseguire ricavi in calo, ma investendo in tecnologia e in chi fa i giornali. In Italia troppi giornalisti, a partire da collaboratori e freelance, sono pagati pochi euro a pezzo e vivono nella precarietà. Restituire dignità a questo lavoro, con compensi equi e contratti stabili, è il primo dovere di un editore e la prima condizione per un’informazione libera. Non esiste indipendenza editoriale senza giornalisti messi in condizione di lavorare”


Vomero, biblioteca Croce: annunciato l’avvio dei lavori in via Morghen


Dopo oltre sette anni di chiusura e di promesse mancate

” Dopo oltre sette anni di chiusura e tante proteste, finalmente si annuncia l’imminente avvio dei lavori per riportare la biblioteca comunale Benedetto Croce nei locali del polifunzionale di via Morghen 84. Accogliamo positivamente questa notizia, ma con la prudenza che una vicenda tanto lunga e tormentata impone: festeggeremo davvero soltanto quando i cittadini potranno tornare a entrare in biblioteca, consultare i libri e utilizzare gli spazi di lettura “. A dichiararlo è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori Collinari, che torna, ancora una volta, sulla necessità di restituire al Vomero un presidio culturale rimasto troppo a lungo indisponibile.

Secondo l’aggiornamento diffuso, il 27 ottobre  è stato comunicato dalla municipalità l’imminente avvio degli interventi nei locali di via Morghen. Un passaggio atteso, che arriva dopo l’approvazione, nei giorni precedenti, di un atto di indirizzo della commissione cultura volto a superare i ritardi e a sollecitare l’apertura del cantiere.

” È un segnale che non sottovalutiamo — prosegue Capodanno — ma che deve tradursi immediatamente in fatti. Dopo un’attesa così lunga, la parola “imminente” non può restare senza una data. Chiediamo di sapere quando saranno consegnati i lavori, quando inizieranno effettivamente le attività e quale sarà il termine previsto per il loro completamento “.

Il trasferimento riguarda i locali al piano terra del complesso di via Morghen 84, già utilizzati in passato dalla biblioteca e successivamente in uso alla fondazione De Martino. La soluzione è stata individuata dopo la chiusura degli inidonei locali interrati di via De Mura. Il quadro illustrato nella nota riferisce dell’approvazione, in primavera, dei progetti esecutivi per un importo di circa 322mila euro, destinati al recupero degli ambienti e alla realizzazione di una nuova sala lettura coperta nel patio. L’avvio degli interventi, inizialmente previsto per aprile, è però slittato, arrivando a fine ottobre con una comunicazione di prossima partenza.

” Non stiamo parlando di un intervento da immaginare da zero — puntualizza Capodanno —. Vi sono un progetto e risorse individuate. Per questo è legittimo chiedere quali ragioni abbiano determinato lo slittamento rispetto alle previsioni e quali misure siano state adottate per evitare ulteriori rinvii. La trasparenza serve a ricostruire la fiducia dei cittadini e a rendere verificabili gli impegni assunti “.

Il Comitato Valori Collinari sottolinea che la notizia dell’avvio dei lavori, pur importante, non può far dimenticare la durata della chiusura e le conseguenze sulla vita culturale del quartiere.

” Oltre sette anni rappresentano un tempo enorme — sottolinea  Capodanno —. Per un ragazzo possono coincidere con un intero percorso scolastico, trascorso senza poter usufruire di questo servizio pubblico nel proprio quartiere. Studenti, lettori, persone anziane e famiglie hanno atteso una risposta che non avrebbe dovuto richiedere tempi così lunghi. Una biblioteca non è un deposito di volumi e non è neppure soltanto un insieme di tavoli per studiare. È un luogo nel quale si accede liberamente alla conoscenza, s’incontrano persone, si costruiscono opportunità. La sua assenza impoverisce la vita collettiva. Restituirla al territorio significa recuperare uno spazio di partecipazione e di crescita, non semplicemente riaprire una porta “.

Capodanno chiede che la programmazione comprenda tutte le attività necessarie per rendere effettivamente fruibile la nuova sede: non soltanto gli interventi edilizi, ma anche l’allestimento, il trasferimento del patrimonio librario e l’organizzazione del servizio.

” Non vorremmo ritrovarci, concluso il cantiere, davanti a una nuova attesa per arredi, sistemazione dei libri, personale o adempimenti necessari all’apertura – conclude Capodanno -. Questi aspetti devono essere affrontati per tempo. Il nostro auspicio è che questa sia davvero la svolta attesa. Ma, dopo tanti anni, non possiamo affidarci soltanto alle rassicurazioni. Seguiremo l’evoluzione della vicenda, sollecitando risposte ogni volta che sarà necessario. La biblioteca Benedetto Croce deve tornare a essere un servizio vivo, accessibile e continuativo, non un progetto che passa da un rinvio all’altro “.