
(Giancarlo Selmi) – “Mi ha implorato di fare una foto. Ho accettato perché mi ha fatto pena”. Non so perché, forse lo so perfettamente, ma vedendo le immagini dell’indecorosa e stretta marcatura e del penoso scodinzolamento della Meloni dietro Trump, ho avuto esattamente quella impressione. Chissà perché…
Mattarella le esprime solidarietà. Mi chiedo: perché? Solidarietà per cosa? Per l’esercizio di un evidente leccaculismo portato all’eccesso? Per la prostrazione assoluta dinanzi a un potente, di una signora che dà il meglio di sé nella veste di servitrice? Per la dimostrazione di amore nei confronti del ciuffo arancione e per la reazione di una quasi vittima di stalking? Darà solidarietà a chiunque verrà respinto dopo un assillante corteggiamento? Mattarella dovrebbe dare solidarietà all’Italia e agli italiani per la vergogna a cui sono stati costretti da quell’indecoroso atteggiamento della Premier, non per la risposta di Trump.
Una delle poche volte, forse l’unica, nella quale il tycoon dice la verità viene bastonato dall’intelligente Fazzolari. La verità viene chiamata “delirio”. Peccato che Fazzolari non lo abbia fatto con la stessa veemenza nelle occasioni in cui il ciuffo arancione ha detto cose ben più gravi. Peccato che lui e la sua capa abbiano giustificato e appoggiato bombardamenti illegali, sequestri di capi di stato stranieri, uccisioni di cittadini per strada.
Infine: ma quali colpe stiamo pagando per meritare questo governo?
Dirsi “feccia” è già un programma. La locanda è sempre la stessa. E malgrado tutto ha la fila alla porta

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – L’appetito non è in discussione. Con i tempi che corrono, oltretutto, la notiziabilità è concetto che ha dovuto ripensare il proprio menù. Chi osa, sparandola grossa, fatalmente, sfama e guadagna clic. Inevitabile che si traducano in titoli alla velocità della luce. Non ci vuol molto: basta mandare in corto i neuroni e il pranzo è servito. Chi è ai fornelli sa che può con poco. E il seguito innesca reazioni a catena, emulatori. La locanda “A brigante, brigante e mezzo” è sempre aperta. È così che Roberto Vannacci ha costruito l’onda di consenso che lo pone già fuori dalle alchimie dello sbarramento pensato per lui. E sembra dischiudergli orizzonti futuri.
Proprio in quel Parlamento che, al pari di quegli altri, con intenti di segno opposto, vorrebbe aprire «come una scatola di tonno». Se l’onda sarà orda, lo vedremo. Non è una novità, c’è sempre una quota di italiani inevitabilmente attratta da imbonitori. Non si sa quanto le previsioni corrispondano a percentuali autentiche. A fare la differenza non è tanto chi cambia voto, ma chi decide di tornare a scegliere. La caratteristica di questi patron di osterie alla buona è quella di acconciare un pasto con pochi ingredienti. E servire, intanto, se stessi. Il passato, come nostalgia dei tempi andati, è il principale. È quel sentimento di vaga rivalsa su un tempo che, guardando all’ombelico del proprio benessere o del proprio rancore, non si è disposti a dimenticare. Si combina bene, a dispetto del calendario stagionale, con il recente passato: critica feroce e asperrima ai predecessori, necessaria a dare struttura. La rivendicazione di autenticità, in epoca di contraffazioni, conferisce una certa sapidità.
Così, in questo caso, si è più destra della destra, veritieri, genuini e ruspanti. Il linguaggio ne risente. Peggiora. Ma questo dà gusto. Dona un’impronta indelebile. Dirsi “feccia” è già programma. Eccita l’astio reducista di un’orgogliosa marginalità. Rivendica con fierezza che lì si cucina con gli scarti. Che si apparecchia il quinto quarto della storia. Che non è però l’anima nobile, perché popolare, della tradizione, ma proprio il rifiuto. Talmente marginale da risultare improponibile anche ai meno difficili. E dire che all’osteria populista non ci si è mai risparmiati. Ci è toccato sorbirci le terroniadi leghiste. Insulti, avanzi, turpiloqui in canottiera con un mix di erbette aromatiche al profumo di evasione. E che qualcuno rimpiange. Ora che il movimento, con gli spasmi al duodeno da ulcere incipienti, sembra incapace di rimettere mano all’offerta. E vivacchia raccattando al Sud i cascami di un consenso da ancien régime, depurato dal secessionismo doc.
Ci si è poi contesi le posate al banco dei grillini della prima ora. Che elencavano i piatti a partire da quelli che non c’erano. Urlatori impareggiabili a rompere la placida quiete di un tête-à-tête. Decisamente meno a loro agio nella bolgia di una mensa. In cui gli strepitii degli affamati in sala sovrastavano quelli dei propinatori del no. Qui, adesso, con questa composita brigata che strizza entrambi gli occhi tanto a CasaPound quanto a parte di quegli orfani dell’inconcludenza dell’uno vale uno, siamo alla terza prova del cuoco. Molto peggio di prima. Ma la bettola del livore e del risentimento è sempre la stessa. Ha solo riverniciato le pareti, scelto tinte più fosche. E però ha di nuovo la fila alla porta.
Nonostante le sue contraddizioni, il paese elvetico resta la nemesi esatta dell’homo italicus del sud

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Trovo spiacevole quando – all’indomani di un viaggio all’estero – sento insorgere dentro di me quella necessità irrefrenabile di rimarcare a me stesso le differenze che si raccolgono implacabilmente nel confronto con l’Italia, con il sud del paese, con la mia Sicilia in modo specifico.
Ho parlato già diverse volte di questa frustrazione irriducibile, che si manifesta con tinte e colorazioni diverse: nel confronto con le strutture e con i ritmi di altri paesi ( leggi qui Lo strano caso del siciliano), e per ragioni più diciamo etico-comportamentali nel raffronto con i nostri connazionali all’estero, alle prese con regole e concetti spesso “incomprensibili” a casa nostra (leggi qui Antropologia della caciara aeroportuale). Avevo poi sottolineato come spesso il concetto di minus habens de’noantri corrispondesse a quello di estremo provincialismo – per non dire altro – spesso consapevole e senza alcuna determinazione di miglioramento. E infine, in uno degli articoli sulla piaga dell’eterna disoccupazione, era stato sviscerato un concetto fisso, non variabile, per intere generazioni di meridionali: La valigia sempre pronta.
Ma queste premesse non significano che il campionario dell’italica stirpe sia da ridurre a una catalogazione di maniera, o a una rappresentazione macchiettistica. Viaggiando per il mondo, il confronto è però sempre e costantemente davanti a noi – uno specchio rovesciato che mostra senza sconti come fuori dalla nostra pen-isola giri il mondo e come, purtroppo, il nostro sud sia ancora inevitabilmente fuori dal trend della modernità.
E non si fa tempo a inghiottire il boccone amaro che già è tempo di nuove comparazioni. La novità – spesso sotto forma di umiliazione – è sempre dietro l’angolo. Il confronto impietoso stavolta è con la Svizzera – paese che conosco bene, e non solo per esserci nato. I miei genitori ci hanno vissuto per quasi vent’anni, e i loro racconti dei miei primi anni di vita ne sono testimonianza, per quanto io non li ricordi: così piccolo, due anni e mezzo, quando decisero di rientrare alla madrepatria. Vabbè. Che poi, se uno non avesse avuto la fortuna che si ritrova – nel mio caso moglie, figli e una vita felice e piena di tante belle persone e valori – avrebbe potuto recriminare: mamma, papà, che diavolo vi è venuto in mente di tornare a casa base? lasciando quello che a molti occhi mediterranei è – senza paura di poter essere smentiti – un vero e proprio paradiso terrestre.
Il confronto corre dapprima ai dati sensibili – quelli dei luoghi comuni, che più delle volte raccontano l’ossatura di un paese: la Svizzera verde, i meravigliosi monti di Heidi – o quelli di Annette – le ricchissime città piene di negozi di Rolex e cioccolata, il Toblerone, le zucche vuote di Thun, le piste di sci di Saint-Moritz, il prestigioso World Economic Forum di Davos, la meraviglia dei treni che spaccano il minuto – qui ancora regge il mito, ormai decaduto in Germania – i caveau delle banche ricche, ricchissime, praticamente sfondate, piene zeppe di soldi svizzeri e internazionali, di lingotti d’oro, con mafia compresa. A proposito: chi non ricorda il magnifico Le conseguenze dell’amore con Toni Servillo? Anche quel racconto è indicatore di grande “affidabilità” e “discrezione” del sistema elvetico, se non altro.
Meravigliosi svizzeri, convinti isolazionisti, implacabili opportunisti – e spesso menefreghisti delle sorti altrui – che dall’inizio della Confederazione hanno sempre rifiutato di mescolarsi all’Europa in ogni suo momento: nella buona e nella cattiva sorte. Rimanendo lì al centro, nel cuore dell’Europa, a due passi da tutto, ma sempre fuori dal condividerne amori, passioni, odi e tradimenti. A torto o a ragione. Eccoli lì, i nostri invidiabili vicini di casa, con una sfilza di record da fare invidia anche ai più nordici fra gli scandinavi.
Arrivo a Zurigo in un giorno di canicola insolita per giugno, nel pieno dello spoglio di un referendum singolare, indetto dall’UDC – l’Unione democratica di centro – che aveva chiamato i cittadini alle urne per esprimersi su un quesito davvero peculiare: limitare la popolazione a un massimo di dieci milioni di persone, e non uno di più. “No a una Svizzera da 10 milioni!” lo slogan. Sì, esatto: la Svizzera ha indetto un referendum su questa roba qua. Anche qui – la patria del quieto vivere, con il tasso di criminalità più basso al mondo, col numero di internati nelle prigioni più contenuto – anche qui sono arrivati forti i venti di odio di questa destra estrema che altrove, in Germania, Italia, Francia e Inghilterra, sta cambiando i connotati alla vecchia Europa. Per non dire dei venti di trumpismo che imperversano da un anno a questa parte. Il no, per la cronaca, ha vinto con il 54,8% dei voti – lasciando libera circolazione in Svizzera, con le consuete restrizioni legate alle vigenti leggi sul permesso di soggiorno ma senza una quota massima di popolazione prestabilita.
Non è la prima volta che questo succede. Mi raccontano i miei che anche nella civilissima Svizzera degli anni Settanta esistevano già i primi movimenti di razzismo, con manifestazioni fuori dal seminato. Nel 1976 – quando avevo appena un anno, mentre i miei abitavano in una graziosa villetta nel pittoresco cantone di Solothurn – il paese elvetico fu attraversato da un violento dibattito pubblico che minacciava, anche in maniera subdola, non ancora la caccia allo straniero ma un velato sentimento di segregazione: colpevole, in un momento di crisi economica, di rubare il lavoro a chi svizzero era sul serio, almeno sulla carta. Di questo si parlava a quei tempi. Esattamente come predicano adesso le destre estreme di mezza Europa e di mezzo mondo. Una mezza rivolta, in particolare nei confronti dei cittadini di origine mediterranea, specie se provenienti dal sud – e a maggior ragione se refrattari a conformarsi a usi e costumi locali. Anche semplicemente ai decibel acustici che segnano così spesso il confine preciso tra l’italiano e il resto del mondo.
Corsi e ricorsi della storia. Cinquant’anni fa come ora, e forse peggio. Fu anche a causa di quei rigurgiti popolari che i miei genitori, sebbene ben inseriti nella società piccolo-borghese e impiegatizia elvetica, decisero di rientrare a casa base. Solo loro nel profondo del loro cuore sanno se, con il senno di poi, se ne siano mai pentiti. Con loro, decine di migliaia di immigrati della prima – ma anche della seconda ora – che decidevano che il periodo della cattività all’estero era da considerare terminato, e che ora avrebbe dovuto iniziare il tempo della riscossa nella madrepatria.
Ed è proprio questo il punto. Chiedersi – a distanza di quasi cinquant’anni dal loro rientro – se i sogni che cullavano i nostri immigrati, che nel frattempo avevano addolcito l’accento, allentato le maglie delle consuetudini, e ritornavano temprati dal confronto con una civiltà diversa – se quei sogni avessero trovato il tanto agognato porto. Ho i miei dubbi. Allora come oggi. Non fatico troppo a pensare che molti fra quelli che sono tornati ancora adesso si chiedano se abbiano fatto la cosa giusta – logorandosi con domande del tipo: quale grado di civiltà il sud Italia è riuscito a recuperare nei confronti di quella Svizzera lontana, degli anni Settanta? Domanda pleonastica, temo.
Ricordo i bocconi amari di quando ero piccolo e capivo appena: che spesso la nostra famiglia non era particolarmente felice nel doversi confrontare con le velocità e le sensibilità diverse del paese siculo in cui eravamo tornati. Le piccole cose. Il comportamento della gente, alcune mezze prevaricazioni, le incomprensioni di chi aveva visto la vita dipanarsi in maniera diversa e che invece, tornando nel proprio nido, aveva dovuto affrontare le cose in maniera diversa, con un continuo capogiro – quella vertigine di essere rientrato in un paese dove l’avanzamento dipendeva dal favore, dove anche un diritto sacrosanto era regolato dalla conoscenza giusta, dove lamentarsi troppo significava tirarsela, col rischio costante di restare socialmente isolati.
Fortunatamente, per quanto ho potuto ricostruire, i miei avevano così tante risorse umane che, nonostante i vari mal di pancia, sono riusciti a trovare il giusto compromesso. Crescendo due figli pieni di interessi e di valori e di solidi principi. Educandoci – me e mio fratello – alla critica, a mettersi in gioco, a non dare nulla per scontato e soprattutto: a non conformarsi. A pensare con la nostra testa. A resistere in un mare crescente di buzzurraggine.
E oggi? Siamo sicuri di esserci liberati da quelle piccole grandi storture culturali e comportamentali? Che il gap del sud – e della Sicilia in modo particolare – con la Svizzera degli anni Settanta si sia, non tanto colmato, cosa impossibile, ma almeno ridotto? Anche su questo ho i miei dubbi.
No, forse non era questa la direzione che avevo preventivato per questo pezzo. Ma tant’è, ormai che il sentiero è tracciato. La verità è che ogni volta che ritorno in Svizzera, quel viaggio è sempre fonte di sentimenti forti e di grandi ispirazioni. È lì, a Zurigo, in uno dei miei numerosissimi viaggi di lavoro, che ho conosciuto mia moglie tanti anni fa, ed è lì che ho imparato a immaginare una vita nuova che apriva spazi sconosciuti verso la paternità: spazi fino ad allora incontaminati che si sarebbero spalancati e avrebbero colonizzato completamente fronte e retro della mia vita.
Ma a parte i ricordi personali, la Svizzera – per chi è disposto ad accettare il mostruoso costo della vita, con il prezzo di una pizza a 25/30 euro al cambio ormai parificato di 1 euro per 1 franco svizzero – è sempre il posto dell’accoglienza. Piena di svizzeri bianchi, neri e di ogni razza, con quattro lingue ufficiali, ventisei cantoni sparsi sui quattro fronti, una serenità e vivibilità ce si percepisce in ogni parte del paese, che anche nei quartieri di solito più a rischio – a ridosso delle stazioni, ad esempio – è una dimostrazione per il mondo intero di come si fa prevenzione contro la criminalità. Di cui si discute violentemente altrove con parole nuove: remigrazione e deportazione.
Qui il rumore è quello di biciclette, monopattini, skate. Uno stile libero, montanaro e adattato alla metropoli, senza lustrini né paillettes: capelli bianchi naturali, niente tacchi a spillo, ancora meno rossetti. Ma tanti zaini a tracolla e indumenti tecnici. I quartieri di Zurigo, ma anche quelli di Basilea o Lucerna – le città svizzere che conosco meglio – sono pieni e variegati di un’umanità pulsante, sudamericani, cinesi, gente dell’Est Europa, gente che parla la lingua araba. Il tutto senza che i quartieri sembrino un bazar pubblico, senza alcun segno di ghettizzazione come avevo potuto notare ultimamente anche nel centro di Londra (leggi qui La città divisa )
Eppure ai detrattori della Svizzera non è sembrato vero scagliarsi contro Berna. Quest’inverno, con la strage di Crans-Montana – dove persero la vita quarantuno ragazzi che festeggiavano il Capodanno al Constellation – in quel tragico incendio che ha fatto scoprire al mondo le magagne burocratiche che si nascondono anche dietro a un paese apparentemente perfetto. Un paese messo a nudo dalle proprie debolezze, anch’esso pieno di contraddizioni. Un paese pacifista ma che si prepara alla guerra da sempre – nella speranza forse di allontanarla scaramanticamente – con la controversa leva obbligatoria ancora oggi estesa a tutti i cittadini maschi. Un paese che ha ammesso il voto alle donne solo nel 1971, mentre le nostre le nostre nonne e bisnonne già votavano dal secondo dopoguerra (1945). Il paese delle rogatorie impossibili, paradiso fiscale per chiunque abbia voluto utilizzare il segretissimo sistema bancario elvetico come una enorme lavanderia per riciclare denaro sporco. Un fiume carsico che sotto una superficie fatta di modi garbati e vezzeggiativi con il suffisso –li presenti in ogniddove, in ogni conversazione che si rispetti: Rüebli, Müesli Guetsli, Schöggeli, Plätzli, Bänkli, Bergli, Trämli e così via: quasi come a voler arrotondare tutto in un modo gentile, a volte anche a nascondere la polvere sotto il tappeto, ingannando anche il più acuto degli osservatori. Ma tant’è. La forma spesso è sostanza.
Adesso ci torno due o tre volte l’anno. E ogni volta fatico a rientrare a casa senza quel senso di profonda frustrazione. Di amore e di ammirazione per quello stile di vita così rilassato, gentile e sorridente – e allo stesso tempo con una sensazione di non poterne godere appieno, come davanti a un traguardo inarrivabile. Ma dov’è che si studia la materia dello svizzerismo? la svizzeritudine? Ci sono corsi, monografie, podcast o lezioni serali o anche private?
Pur con le sue contraddizioni, che bello sarebbe un mondo con tante piccole Svizzere.
LIBANO: IDF, 4 SOLDATI UCCISI IN ATTACCO HEZBOLLAH NEL SUD DEL PAESE
(LaPresse/AP) – L’esercito israeliano (Idf) riferisce che 4 soldati sono stati uccisi in un attacco di Hezbollah nel sud del Libano nella notte. L’Idf ha identificato una delle vittime, un tenente colonnello, e ha ha precisato che le altre 3 saranno identificate in seguito.
Il Times of Israel riporta che durante l’incidente, avvenuto poco dopo mezzanotte, un presunto drone o missile anticarro ha colpito il tank del comandante del battaglione nel villaggio di Kfar Tebnit, nel Libano meridionale. La causa esatta dell’esplosione, che ha ucciso tutti e quattro i membri dell’equipaggio del carro armato, è oggetto di ulteriori indagini da parte dell’Idf.
Ft, ‘colloqui Usa-Iran saltati per gli attacchi israeliani in Libano’
(ANSA) – “I colloqui tra Iran e Stati Uniti in Svizzera sono stati rinviati a causa della serie di attacchi aerei letali sferrati da Israele nel Libano meridionale, secondo quanto riferito da tre fonti informate sulla questione”.
Lo riporta il Financial Times. L’Iran non ha inviato una delegazione in Svizzera per i colloqui sul nucleare a causa degli attacchi, hanno affermato le fonti. “Gli iraniani hanno chiesto garanzie che le ostilità in Libano cessino, come previsto dall’accordo firmato, e i mediatori stanno attualmente lavorando per risolvere la questione”, ha dichiarato un diplomatico a conoscenza della questione.
LIBANO: IDF, IN ATTACCO HEZBOLLAH ANCHE 5 SOLDATI FERITI, UNO GRAVE
(LaPresse) – Oltre ai 4 soldati israeliani uccisi, altri 5 militari dell’Idf sono rimasti feriti nell’attacco di Hezbollah di stanotte nel sud del Libano. È quanto riferisce l’esercito israeliano (Idf), precisando che uno dei feriti è grave.
LIBANO: MEDIA BEIRUT, ALMENO 16 MORTI IN RAID ISRAELE NELLA NOTTE
(LaPresse/AP) – È di almeno 16 morti il bilancio dei raid israeliani condotti nella notte in Libano. Lo ha riferito l’agenzia di stampa di Stato libanese Nna. L’esercito israeliano (Idf) ha dichiarato di avere colpito nella notte diversi obiettivi nel sud del Libano, mentre Hezbollah ha riferito di intensi scontri nella zona.
Gli attacchi sono avvenuti mentre i colloqui previsti in Svizzera fra l’Iran e gli Stati Uniti, volti a porre fine in modo definitivo alla guerra in Iran, sono stati rinviati.
L’occupazione israeliana del Libano meridionale e i suoi continui attacchi in Libano contro Hezbollah, milizia sostenuta dall’Iran, sono stati un tema chiave nei colloqui.
Secondo quanto riferito dal canale Al-Mayadeen prima della notizia del rinvio dei colloqui, l’Iran stava ritardando l’invio della propria delegazione in Svizzera a causa della campagna militare israeliana in corso in Libano.
Israele sostiene di dover continuare a mantenere il controllo del sud del Libano e di avere mano libera per combattere Hezbollah poiché il gruppo libanese lancia attacchi nel nord di Israele.
BEN-GVIR, ‘ORA TUTTO IL LIBANO DEVE BRUCIARE’
(ANSA) – ROMA, 19 GIU – “Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare”. Così su X il ministro della Sicurezza Nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir, dopo che è stata diffusa la notizia di 4 militari uccisi da Hezbollah in Libano.
“Con tutto il rispetto per gli americani – aggiunge – Israele deve chiarire all’intero mondo che il sangue dei nostri figli e la sicurezza dei nostri cittadini non sono alla mercé di nessuno. Tutto il Libano deve bruciare. Il nostro dovere supremo è proteggere i cittadini di Israele e i soldati delle Idf, e questo impegno prevale su ogni altra considerazione”.
“Ho detto al primo ministro, anche nelle nostre riunioni private: per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere – ha ribadito il ministro dell’estrema destra israeliana -. Basta con questo ping-pong. In Medio Oriente non si vince con risposte misurate e con la moderazione, bisogna scatenarsi. Annientare. Sconfiggere il terrorismo”.
SMOTRICH SUL LIBANO, ‘È ORA DI APRIRE LE PORTE DELL’INFERNO’
(ANSA) – ROMA, 19 GIU – “Una mattinata difficile… È ora di parlare con il fuoco. E di aprire le porte dell’inferno”. Così su X il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, commentando gli ultimi sviluppi sul fronte libanese contro Hezbollah.
LIBANO, NUOVA ESCALATION METTE SOTTO PRESSIONE ACCORDO USA-IRAN
(askanews) – La nuova escalation in Libano mette sotto pressione la tenuta del memorandum d’intesa tra Stati uniti e Iran, che prevede una cessazione delle ostilità nella regione “su tutti i fronti, incluso il Libano”.
Nella notte e stamani raid israeliani nel sud del Libano hanno causato 18 morti e 33 feriti, mentre Israele ha annunciato la morte di quattro suoi soldati, i primi caduti israeliani nel teatro libanese dopo l’intesa tra Washington e Teheran.
C’è poi notizia di almeno altri cinque feriti tra i militari israeliani.Il ministero libanese della Salute ha indicato che “intensi raid aerei israeliani condotti da mezzanotte fino a questa mattina hanno impedito l’evacuazione dei morti e dei feriti” e hanno provocato 18 morti e 33 feriti, secondo un bilancio provvisorio. Si tratta del bilancio più pesante diffuso da Beirut dall’annuncio, lunedì, della conclusione dell’accordo.
I raid hanno colpito almeno dieci località nei pressi della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, tra cui Harouf, dove otto persone sono morte, ha riferito l’Agenzia nazionale d’informazione libanese.
Crosetto: “Paghiamo o siamo fuori”. L’idea di più soldati Usa a Sigonella . Il messaggio del ministro rivolto al titolare del Mef Giorgetti: “Se vogliamo stare nell’Alleanza bisogna mantenere gli impegni”

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – BRUXELLES – Ha appena ascoltato Pete Hegseth strigliare i partner nel corso della riunione tra i ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica riuniti a Bruxelles. Messaggi chiari, quasi brutali. Ecco perché Guido Crosetto sceglie il messaggio più chiaro possibile: «La Nato — ricorda — non è un club di amici lettori, è un’alleanza militare difensiva. Chi vi partecipa deve mettersi in testa di partecipare con lo stesso peso di tutte le nazioni. Questo viene chiesto all’Europa. Questo ci siamo impegnati a fare e dovremmo fare nei prossimi anni». È la premessa che introduce il vero nodo politico che chiama in causa le scelte del governo di Giorgia Meloni. «D’altronde, se si vuole far parte della Nato e avere un’alleanza, si rispettano gli impegni. Altrimenti si decide di stare fuori. Ma a quel punto difendersi costerebbe mille volte di più».
Rispettare gli impegni, insiste Crosetto, reduce da una missione negli Usa proprio da Hegseth. Lo fa consapevole del peso che le prossime scelte avranno nel rapporto con gli Stati Uniti. E della delicatezza di altre decisioni imminenti di Washington. Ad esempio: la presenza delle truppe americane in Europa.
Da tempo, la Casa Bianca valuta una riorganizzazione ed eventuali tagli nel numero dei soldati impegnati nelle basi europee. «Il percorso è chiaro — ricorda Crosetto — ci sarà una Nato che per la parte europea dovrà dipendere sempre di più dagli europei». Questa revisione potrebbe determinare riduzioni significative in alcuni Paesi, oppure spostamenti. È probabile ad esempio un rafforzamento delle truppe in Polonia. Ma nel pacchetto potrebbe anche rientrare un’altra mossa Usa, si apprende da fonti di massimo livello: un aumento della presenza di soldati nelle basi americane in Sicilia. Riguarda innanzitutto Sigonella, avamposto cruciale (senza trascurare l’hub di Augusta, che fornisce supporto logistico per le operazioni della Marina statunitense). La ragione di questo possibile incremento non risiede solo nell’attenzione rivolta da Washington al quadrante mediorientale, ma soprattutto all’Africa: lì Russia e Cina continuano a guadagnare posizioni. E l’amministrazione Usa deve rientrare in partita.
Ma torniamo al braccio di ferro nell’esecutivo sulle risorse alla difesa. Palazzo Chigi ha decretato una decisa frenata. Il programma Purl non sarà attivato, quello europeo denominato Safe è stato prima ridotto e adesso forse addirittura cancellato. Nella migliore delle ipotesi, Roma chiederà 5 dei 14,9 miliardi di prestiti a disposizione. Sono le ragioni per cui il ministro ha ventilato le dimissioni e ha poi deciso di restare, come raccontato su questo giornale, in attesa di capire se Giancarlo Giorgetti aumenterà davvero gli investimenti nel comparto. Di quanto? Crosetto ricorda che il piano approvato dalle Camere nel 2025 prevedeva un aumento dello 0,15% nel 2026 e nel 2027, dello 0,20% nel 2028. «Quest’anno è mancato, per l’inciampo della mancata uscita dalla procedura di infrazione. Mi auguro che sia recuperabile immediatamente, lo vedremo già da ottobre». Cioè dalla manovra. La richiesta al Tesoro è un +0,35% in finanziaria. «Penso non ci sia alternativa, qualunque sia la maggioranza».
È un invito rivolto innanzitutto a Giorgetti. Gli chiedono se il leghista sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni, Crosetto replica: «Penso sia totalmente consapevole». Da Roma, il ministro dell’Economia offre, a sua volta, la sua posizione: «Io so i tempi e le modalità, il quantum non dipende da me. Tutto il resto lo stiamo gestendo, non c’è polemica su questo». E d’altra parte, anche nei giorni scorsi il Tesoro aveva fatto sapere che la decisione dell’esecutivo è collegiale e coordinata da Giorgia Meloni. A lei, insomma, la responsabilità della scelta.

(Tommaso Merlo) – Trump rischia che la prossima pallottola faccia centro e gli spegni il narcisismo per sempre. Con la mafia sionista del resto non si scherza, chiunque interferisce rischia una brutta fine e soprattutto se comprato a peso d’oro come Trump. Le ragioni della resa all’Iran, le ha ammesse lo stesso Trump in un rarissimo momento di lucidità. Le scorte petrolifere strategiche erano agli sgoccioli e una catastrofe economica alle porte. E cioè lo strangolamento che l’Iran ha covato per decenni stava funzionando alla perfezione: esercito ed industria bellica sottoterra per reggere la supremazia aerea dei nemici, siluri ipersonici a catinelle sui giuda regionali e il nemico sionista, presa dello Stretto di Hormuz dove attendere il passaggio del cadavere turbocapitalista. I sionisti hanno truffato Trump facendogli credere che sarebbe finita come con Maduro e che l’Iran avrebbe alzato bandiera bianca dopo il martirio dell’Ayatollah. Ed invece Trump si è ritrovato invischiato in quella che gli esperti definiscono la peggiore sconfitta strategica della storia americana. E questo non solo perché invece di distruggere il regime iraniano l’ha compattato e reso egemone, ma perché ormai alla supremazia americana non ci credono nemmeno al Pentagono. Mentre si lodavano ed imbrodavano da soli guardandosi spazzatura hollywoodiana, non si sono accorti del nuovo paradigma missilistico e dronistico che grazie alle nuove tecnologie è a portata di mano anche dei più poveri. Già, trilioni di dollari buttati nel water e nuovi equilibri globali su cui rimuginare perché se le prendono dall’Iran, figuriamoci dalla Cina. Da settimane i generali consigliavano a Trump di fare le valigie, ma pare abbia ceduto per gli allarmi dei colleghi oligarchi e quelli dei sondaggisti, per i rischi di un tonfo economico ma anche elettorale senza precedenti per colpa della spesa, della pompa e della pazienza popolare fuori controllo. Che per Trump significa impeachment, processi a raffica e la sentita speranza del mondo intero trascorra gli ultimi anni rinchiuso in una cella con una cravatta arancione fosforescente al collo. Ecco quindi il colpo di scena, Trump che volta le spalle ai sionisti ed accetta le dure condizioni degli iraniani, gli stessi che fino a ieri voleva annientare e da cui pretendeva la resa incondizionata. Ma inutile farsi illusioni. Le promesse dei narcisisti sono flatulenze e si tratta solo di un memorandum, hanno 60 giorni e può succedere ancora di tutto. Tipo che saltino fuori filmini di Trump e Melania ai bei tempi di Epstein, oppure che i sionisti costringano i politici repubblicani che tengono a busta paga a ribellarsi contro il loro presidente. Un casino. Perché gli americani ormai sono abituati alle disfatte, i sionismi no e tantomeno scendere a compromessi. Sanno solo ammazzare chiunque ostacoli i loro deliri ideologici, che sia un bambino palestinese o un presidente americano. Per questo Trump rischia grosso anche se prima di tirare il grilletto potrebbero organizzare falsi attentati o attaccare di nuovo il Libano e lo stesso Iran o inventarsi una delle loro diavolerie per far saltare l’intesa e trascinare di nuovo la Casa Bianca nella loro guerra permanente verso l’autodistruzione. Dai responsabili del genocidio del secolo del resto, c’è da aspettarsi di tutto tranne umanità e ragionevolezza. Ma un limite ce l’hanno pure i sionisti. Senza soldi ed armi americane, per Israele è la fine. Il consenso popolare americano è già compromesso per sempre e mosse azzardate potrebbero alienare anche l’establishment che anche se corrotto sceglierà sempre la propria sopravvivenza a quella altrui. Un bel casino e può succedere ancora di tutto. È il sionismo la vera e unica causa di tutti i problemi mediorientali e la storia di quella regione martoriata si capisce solo con gli occhi di un palestinese. E mentre Trump si arrende e il corrotto establishment americano dibatte, il mondo intero ha già emesso la sua sentenza. Uno stato genocida non ha nessuno diritto di esistere, il sionismo va bandito come le ideologie del secolo scorso e in Palestina deve aprirsi una nuova era in cui tutti i cittadini abbiano pari dignità e diritti umani a prescindere. Un’era di umanità e ragionevolezza.
ITALIA-USA: TRUMP, MELONI MI HA IMPLORATO DI FARE FOTO CON LEI, MI HA FATTO PENA

(LaPresse) – Giorgia Meloni “probabilmente è contenta che io le abbia parlato, non ero obbligato a parlarle. Mi ha implorato di fare una foto con lei, la voleva così tanto. Avrei anche potuto non farla, ma alla fine mi ha fatto pena”. Lo ha detto il presidente Usa, Donald Trump, in una telefonata con ‘L’Aria che tira’, su La7.
FAZZOLARI, DELIRI DA TRUMP, STA ROVINANDO RAPPORTI CON UE E INDEBOLENDO USA
(ANSA) – “I deliri di Trump su Giorgia Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa.
Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti”. Così Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo.
Per sopire la resistenza giacobina servì Metternich. Oggi c’è Trump. Certe resistenze si spiegano da sole leggendo la storia

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Vinto o no, chiaro che l’Iran ha resistito. Il terrore, o per dirla con i francesi del 1793, la Terreur, ha scompaginato i piani e la combattività di due paesi potenti e all’inizio entrambi determinati a prevalere. L’eliminazione personale di tutta la cricca rivoluzionaria dirigente, a partire dalla sacra figura della Guida suprema, ha scatenato, invece del panico e della divisione e della rassegnazione, la resistenza strategica impersonale, di un’impressionante forza e astuzia naturale, del regime che sembrava sull’orlo dell’abisso. Alle origini dell’Iran teocratico, quando Khomeini tornò e lo Scià fu cacciato, legioni di sapienti della gauche éternelle, a Parigi e in occidente, scommisero sugli effetti di liberazione dei preti sciiti al potere e della loro rivoluzione islamica. Fu una comica a sfondo tragico. Pura ideologia che dura ancora e si riflette nella gioia evidente di chi esce allo scoperto per celebrare la vittoria di Teheran contro il piccolo e il grande Satana. Allora, nel giro di pochi mesi o settimane si vide che una banda solenne di terroristi in talare e turbante si era impadronita di un grande paese mediorientale e procedeva a fare fuori in modo spietato ogni opposizione anche solo potenziale e ogni etica morale egualitaria, fraterna, libertaria, affidando la libertà civile alla polizia morale e la politica estera alla presa di ostaggi in ambasciata. La retorica della liberazione era farsesca, la realtà era quella della forca, ma i Foucault e compagni avevano capito che si trattava di una rivoluzione. E a quel punto bisogna tornare.
Maduro e la sua gang erano eredi di un fenomeno caudillistico banale, travestito, sempre per il bene e la gioia della gauche éternelle, in bolivarismo. I successori, colpiti, trafficano in petrolio. Nasser, che agitò il mito rivoluzionario panarabo, era un golpista. Il successore fece la pace con Israele. Come lui erano golpisti i socialisti del Baath iracheno e gli atroci dominatori alauiti della Siria degli Assad. E questi hanno fatto la brutta fine che si sa, lasciando a Baghdad i filamenti incerti del nation building e di una democrazia esportata e a Damasco un potere in apparenza effimero generato dal cuore combattente e terrorista della coalizione delle opposizioni. I regimi che fanno della forza e della repressione, della provocazione e del finanziamento del terrore ai confini delle democrazie, la loro ragione di vita; i regimi che fanno la guerra e proclamano l’avvento di un mondo nuovo non sono tutti caricature rivoluzionarie fuori tempo. Alcuni tra questi, è il caso dell’Iran, sono vere rivoluzioni, mostruose costruzioni di idee e fatti, spesso legittimate da una lunga storia e da una vasta piattaforma di cultura e di fede, concepite e governate per durare, per infliggere colpi duri ai nemici, per realizzare, come avevano capito Augustin Cochin e François Furet a proposito della vena profonda della Rivoluzione francese, la centralizzazione dello stato, la predominanza delle Forze armate, l’adunata forzosa del consenso nazionale, e non solo. Questi regimi si muovono come metamorfosi di una storia lontana e profonda, i giacobini erano la realizzazione in nome della dittatura costituzionale delle grandi ispirazioni statuali e imperiali dell’Ancien Régime, non è un caso che tutto sia finito nell’epopea sanguinaria e incredibilmente violenta, una violenza strategica di massa, di Napoleone.
Tra il Grande terrore del ’93 e il Congresso di Vienna della Restaurazione, passando per tutto quello che passò e che è riassunto in “Guerra e pace” di Tolstoj, per chi voglia informarsi, corsero 22 anni. L’Iran tiene il mondo abbrancato al giogo degli ostaggi, persone o siti geografici, energia e armamenti, fino alla sfida del nucleare, da quarantasette anni, più del doppio. Al posto del Duca di Wellington e del feldmaresciallo von Blücher, i vincitori di Waterloo e gli agenti militari della controrivoluzione, abbiamo avuto, per un breve istante al fianco dell’élite israeliana spietata e gagliarda, controrivoluzionari come Pete Hegseth e Dan Caine e Donald Trump, e l’inerzia dell’Europa un tempo governata da Metternich. Certe resistenze si spiegano da sole leggendo la storia.
TRUMP, ‘NON CI SONO LIMITI AL MIO POTERE’

(ANSA) – “Non ci sono limiti al mio potere!. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista ad Axios.
Trump ha ammesso ad Axios di aver negoziato l’accordo con l’Iran per evitare che il conflitto degenerasse in una depressione economica globale. Ciononostante, ha negato di essere stato in qualche modo ridimensionato da quell’esperienza. “Non ci sono limiti al mio potere”, ha sottolineato. “non ho imparato nessuna lezione”, ha aggiunto.
NUOVO LIBRO, ‘TRUMP HA DETTO DI ESSERE PIÙ POTENTE DI HITLER, STALIN E MAO
(ANSA) – Quando a marzo Donald Trump ha rilasciato un’intervista ai giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan per il loro nuovo libro ha mostrato loro un documento in cui si sosteneva che egli fosse più potente di alcuni dei leader più temuti e spietati della storia, tra cui Attila, Gengis Khan, Napoleone, Stalin, Mao e Hitler.
La storia è raccontata nel libro ‘Regime change’, in uscita in questi giorni. Il tycoon ha raccontato di aver ricevuto il documento da “uno storico” durante un evento in onore del golfista e membro della Hall of Fame Gary Player.
Trump ha chiesto con orgoglio a un collaboratore di recuperarne una copia per mostrarla ai giornalisti. “Per quanto temibili ai loro tempi, non avevano una portata globale. Il loro potere era locale. Quello di Trump, invece, no”, si legge in questo documento scritto, secondo il presidente americano, da “uno storico presidenziale”.
TRUMP, ‘L’ACCORDO FIRMATO È LA RESA INCONDIZIONATA DEL’IRAN’
(ANSA) – Donald Trump ha insistito nel sostenere che gli stati Uniti hanno sconfitto l’Iran “in modo totale”, e che il memorandum d’intesa “probabilmente equivale a una resa incondizionata”. In un’intervista ad Axios il presidente ha rivendicato il blocco navale imposto dagli Isa.
“Chi altro avrebbe potuto attuare un blocco simile? Io ho effettuato un blocco navale in cui nessuna nave è riuscita a passare”, ha detto il presidente.
TRUMP, ‘DOBBIAMO MANTENERE NETANYAHU SANO DI MENTE’
(ANSA) – “Con Bibi è tutto normale ma lo dobbiamo mantenere sano di mente”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista ad Axios.
MEDIA, ‘RAID AEREI IDF NELLA NOTTE IN LIBANO, ALMENO 16 MORTI’
(ANSA) – Le Forze di Difesa Israeliane affermano di aver effettuato raid aerei durante la notte e di aver continuato ad attaccare terroristi e infrastrutture di Hezbollah in diverse aree del Libano meridionale. Lo scrive il Times of Israel, aggiungendo che gli attacchi sono stati una risposta alle ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del gruppo terroristico sostenuto dall’Iran. L’agenzia di stampa statale libanese afferma che almeno 16 persone sono state uccise nei raid aerei israeliani.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Ormai Vannacci sta in tutti i sondaggi e ieri ne è uscito uno che certifica l’inesorabile: dopo un breve inseguimento, il Generale ha superato il Capitano nelle intenzioni di voto.
Però il sorpasso a Salvini non è una staffetta né una successione. Un po’ perché gli elettorati non si sovrappongono (Vannacci pesca tantissimo nel lago dell’astensione, placido solo in superficie) e soprattutto perché i due tribuni della destra sono molto diversi tra loro.
Salvini è un timido che in pubblico si traveste da cattivo, ha un culto per l’approssimazione e non è mai stato uno stratega (vi dice niente il Papeete?), semmai un influencer con uno sterminato guardaroba di felpe e parole d’ordine capaci di creare disordine anzitutto a lui.
Vannacci no. Non è un militare da macchietta, come qualche avversario pigramente si ostina a dipingerlo. Ha iniziato la carriera politica grazie a un libro, mica a un selfie. Difficilmente diventerà un oratore trascinante (ai suoi comizi non si contano gli sbadigli), ma sa maneggiare con perizia le parole, tanto da avere imposto nel dibattito «remigrazione» (con quel sapore rassicurante di ritorno a casa) al posto di «deportazione», decisamente più indigesta benché più sincera. E, a differenza di Salvini, è abituato alla disciplina e ai progetti di lungo periodo. Non sembra il tipo che entra in una coalizione per una poltrona: la sua aura di «uomo nuovo» svanirebbe in un baleno. Vannacci si terrà lontano dal potere finché non avrà la forza di prenderselo tutto.
Secondo un sondaggio Youtrend, Futuro nazionale ha superato la Lega con il 5,9 per cento. La leader però è orientata a non volerlo in coalizione. Anche se rischia di perdere le elezioni

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – In mezzo a un mare d’incertezza e con le truppe di Vannacci alle porte, Giorgia Meloni ha un solo punto fermo: sé stessa. Ieri e oggi a Bruxelles per il Consiglio europeo, la presidente del Consiglio ha qualche giorno di distanza dalle patrie difficoltà per maturare – o meglio consolidare – la linea politica da mantenere fino alla fine della legislatura.
A chi ha voluto ascoltarla davvero, in realtà l’ha già comunicata in pubblico durante la conferenza del G7 di Evian, spiega una fonte vicino a palazzo Chigi. La premier è ben attenta alla crescita di Futuro nazionale, salito addirittura al 5,9 per cento, secondo un sondaggio di Youtrend, sorpassando la Lega al 5,8. Tuttavia, la premier si sarebbe decisa a escludere un suo possibile ingresso nella coalizione di centrodestra. «Mi sembra che abbia detto lui di non voler entrare», ha scandito in conferenza stampa, sottolineando tutti i passi fatti dal generale in direzione contraria a quella dell’esecutivo: dalle critiche al reato di femminicidio fino al voto contrario alla fiducia insieme alle opposizioni. Come dire: Roberto Vannacci è altro da noi e lo ha mostrato lui per primo.
Chi conosce la premier, però, spiega come lei consideri l’alleanza con Futuro nazionale un Rubicone invarcabile. Fuor di metafora: inglobare i post-fascisti di Vannacci, che parlano di remigrazione e inneggiano a nostalgie ideologiche oggi non più accettabili, è impossibile. Non solo perché si perderebbe il lato centrista della coalizione, ma anche perché si commetterebbe lo stesso errore già fatto da Matteo Salvini. Il leader della Lega – è il ragionamento dentro FdI – si è portato in casa Vannacci, è stato tradito al primo momento utile e ora il suo partito è sull’orlo della spaccatura e a picco nei sondaggi. Di qui la scelta della leader di lasciare il generale alla porta, facendola passare come una scelta altrui.

A chi le ha mosso l’ovvia eccezione sul rischio che, senza Vannacci, il centrodestra rischi di perdere le elezioni, lei avrebbe risposto con una alzata di spalle. O meglio, con quello che dentro FdI viene definito «l’interesse generale» anche all’alternanza, se è quello che chiedono gli elettori, ma sempre con l’onestà di proporsi a loro come una coalizione coesa e non una coalizione contro, come invece ha sempre fatto il centrosinistra. «La politica non è mai aritmetica», ha detto anche in conferenza stampa, spiegando che il modo per vincere le elezioni è «governare bene», non fare alleanze spurie. Al netto dell’enfasi, tradotto in termini politici il caso di scuola è quello delle elezioni del 2006: la sconfitta per un decimale del centrodestra allora guidato da Silvio Berlusconi contro l’Unione guidata da Romano Prodi, che ha dato vita a un governo di centrosinistra diviso e subito logorato, caduto dopo appena due anni. A cui è seguita la vittoria netta e la nascita di un nuovo governo Berlusconi, eletto con dieci punti di distacco sul centrosinistra.
Ecco lo scenario peggiore che viene evocato dalle parti di palazzo Chigi: il centrodestra senza Vannacci perde di misura, ma il campo progressista è diviso già ora, figuriamoci al governo. Dunque il ritorno all’opposizione sarebbe quasi un toccasana per una leader giovane come Meloni, che poi potrebbe puntare allo stesso rimbalzo ottenuto dal Cavaliere nel 2008, facendo leva sulla parola che a lei piace più di tutte: «Coerenza». La premier la ripete spesso nei suoi interventi pubblici, è il punto d’orgoglio che evoca in tutte le sedi e sarebbe decisa ad applicarla anche a Vannacci, scommettendo per contro sulla friabilità del centrosinistra.
Intanto, però, siamo ancora nel campo della fantapolitica. Rimane ancora da sciogliere il nodo della data del voto: tutti nel centrodestra pensano ad aprile 2027, quando sarà maturata la pensione dei parlamentari, ma su questo Meloni dovrà scontrarsi con una volontà forte almeno quanto la sua. Indire il voto è prerogativa del capo dello Stato, e Sergio Mattarella difficilmente permetterà di chiamare i cittadini alle urne due volte a distanza di pochi mesi, prima alle politiche in aprile e poi alle amministrative in giugno nelle grandi città guidate dal centrosinistra. L’election day, però, è un azzardo che a oggi nemmeno la premier vorrebbe fare.
Non c’è solo la politica, però. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, continua a tenere d’occhio i conti con un solo obiettivo: scendere sotto il 3 per cento del deficit per uscire dalla procedura Ue e ottenere così finalmente più flessibilità. L’obiettivo non è semplice, anche perché il leader del suo partito, Matteo Salvini, preferirebbe di gran lunga un anno pre-elettorale all’insegna di minor rigore. Tuttavia, sui binari economici Giorgetti si muove con l’autonomia del tecnico, ma sempre in sinergia con Meloni. Su cosa orientare la maggior flessibilità è ancora presto per dirlo, ma anche questo si può evincere dai ragionamenti pubblici della premier, che ambirebbe a mettere a terra misure strutturali sul fisco e sulla casa. Nel frattempo, il messaggio di scuderia è: nervi saldi, Vannacci non passerà.

(diSottosopra* – ilfattoquotidiano.it) – Va riconosciuto: nel campionato nazionale degli slogan, Giorgia Meloni è una fuoriclasse. “Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio”, ha detto qualche giorno fa, promettendo l’ennesimo taglio delle tasse. Assicurato l’applauso; totale il rovesciamento della realtà. Per capirlo, è sufficiente chiedersi chi siano “gli italiani” a cui si riferisce. Certo, non quei 10 milioni di persone adulte i cui risparmi ammontano a meno di 2mila euro, chiaramente insufficienti per far fronte a crisi come la perdita del lavoro o la necessità di curarsi. E non perché siano cicale scialacquatrici: per via di salari bloccati, dell’iniquità fiscale e del depauperamento dei servizi essenziali, lavoratrici e lavoratori non sono più in grado di accantonare parte dei loro (magrissimi) guadagni.
Il tasso di risparmio nel 2025 in Italia è stato di poco superiore al 3% del reddito disponibile (dati Ocse); in Svezia era al 14,7%, in Germania al 10,28% e in Spagna al 9,22%. Nel frattempo, le ricchezze hanno continuato e continuano a concentrarsi, nel mondo e da noi: il patrimonio medio delle 50mila persone più ricche del Paese valeva intorno a 7,5 milioni di euro a metà degli anni Novanta; oggi è più che raddoppiato. Nello stesso periodo, la ricchezza dei 25 milioni italiani più poveri si è ridotta di più di tre volte, con uno dei cali più vistosi nelle economie avanzate.
In questa spinta alla concentrazione un peso enorme lo hanno le eredità: non si matura patrimonio tramite il risparmio attivo, bensì lo si riceve in dotazione. L’Italia è l’eldorado degli ereditieri, con una delle tasse di successione più leggere al mondo: se da noi tra genitori e figli è al 4% (con franchigia di 1 milione), in Francia arriva al 45% (con franchigia di 100mila euro). Tradotto: chi ha la fortuna di nascere da una famiglia ricca sarà ugualmente ricco o ricca senza alcun merito particolare. Ma chi nasce povero o povera ha poche speranze di cambiare la propria condizione. Insomma, basta grattare un po’ la superficie per capire quanto le affermazioni della premier siano false e mal informate; e quanto la “patrimoniale” che rifiuta con tanto ardore riporterebbe invece un po’ dell’equità che è precondizione perché la popolazione onesta possa ambire, se non a un patrimonio, almeno a una quota di risparmio che la allontani dalla povertà, oggi un rischio per il 25,4% della cittadinanza. Che chi ha enormemente di più paghi qualcosa di più è d’altronde buon senso, e a chi non bastasse il buon senso viene in soccorso la Costituzione: all’articolo 53 recita infatti che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
L’imposta patrimoniale rientra pienamente nella cosiddetta equità verticale prevista dalla Carta. Ripara alcune storture della concentrazione di ricchezza e consente una più che mai necessaria iniezione di fondi da destinarsi ai servizi di istruzione, salute e cura, che consentono – loro sì – la mobilità sociale. Alle obiezioni classiche – dalla fantomatica fuga di miliardari alla difficoltà di intercettare davvero i capitali – da anni rispondono studi precisi, offrendo soluzioni. Più che di inesistenti problemi Giorgia Meloni dovrebbe allora occuparsi di un dato: 7 italiani su 10 (indagine di Demopolis per Oxfam) sono favorevoli a un’imposta europea sui grandi patrimoni. Logico: non si parla di togliere alle persone la casa di proprietà faticosamente sudata, ma di chiedere un contributo allo 0,1% che di case ne ha a bizzeffe. E non esiste slogan più potente che la realtà delle disuguaglianze e delle ingiustizie subite.
Forum Disuguaglianze e Diversità

(di Michele Serra – – repubblica.it) – Il senatore leghista Massimo Garavaglia considera con un certo sollievo l’esodo di mezzo partito in Futuro Nazionale. “Così almeno i fascisti non siamo più noi” è il suo commento, decisamente esplicito e, va aggiunto, anche piuttosto cinico. Se ne deduce — ma già lo sapevamo, con largo anticipo rispetto a Garavaglia — che prima che Vannacci permettesse ai vannacciani del Carroccio di fare outing, la Lega era almeno per una buona metà un partito di fascisti. A partire da Matteo Salvini (segretario dal 2013), che diceva e dice, da sempre, le stesse precise cose di Vannacci anche se in maniera più rozza, essendo il Salvini, come formazione personale, un ultras di stadio e non un militare.
La Lega, almeno la sua parte più vistosa e chiassosa, è da molti anni il partito dei pistoleros, del riarmo privato, del “butta via la chiave”, della xenofobia militante, del nazionalismo antieuropeista, dell’irrisione sprezzante per l’ambientalismo, dello spregio per le garanzie liberali. Meloni, al confronto del suo braccio destro Salvini, sembra quasi una moderata di destra, specie quando le riesce di non strillare in Parlamento.
Che i leghisti come Garavaglia (e come Zaia, Fedriga, Fontana, Giorgetti) abbiano placidamente convissuto con l’anima nera della Lega non dice bene di loro. Dice, più in generale, che la destra italiana, anche nelle sue componenti meno ferine, ha un gigantesco problema di cultura democratica. E la presentabilità dei Garavaglia e degli Zaia non è un’attenuante: è un aggravante. Non risulta che si siano mai pronunciati, almeno in pubblico, contro il bullismo antidemocratico del loro leader. Hanno avuto tredici anni per accorgersene e altrettanti per manifestare un disagio mai manifestato. Ora, ci si permetta di dirlo, è davvero tardi. Se si ritrovano a bordo di un partito svuotato e agonizzante se la prendano con loro stessi e con la loro pavidità.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – L’unico motivo di stupore per il primo tentato suicidio del “caso Garlasco” è che sia arrivato così tardi. Dopo due anni di scempio di ogni regola umana, costituzionale, penale e giornalistica, era strano che tutte le persone lapidate sulla pubblica piazza di social, tv e giornali senza essere indagate (i familiari di Andrea Sempio e financo quelli di Chiara Poggi, che sarebbero le vittime) avessero retto psicologicamente per tanto tempo. […]

(di Marcello Veneziani) – La repubblica della stampa o se preferite la stampa nella repubblica compie ottant’anni.
In principio accompagnò un Paese disfatto, in ogni senso, dalla guerra alla pace, dal fascismo alla democrazia, dalla monarchia alla repubblica. In quel tempo i giornali contavano assai, erano il termometro del paese, il luogo d’incontro tra opinioni, fatti, popolo e potenti. Partiamo da un dato statistico, che pure è un dato sensibile e civile: la vendita dei quotidiani in Italia dagli anni trenta fino a pochi anni fa, si è difficilmente allontanata da un numero che oscillava intorno ai 5 milioni e mezzo di copie. Perfino un paese povero, meno istruito, sotto un regime autoritario come il fascismo, leggeva quanto ha continuato a leggere in democrazia fino alla fine del novecento e oltre, in condizioni politiche, sociali ed economiche diverse. Quel fervore di lettura e militanza accompagnò il referendum del 2 giugno 1946 e le decisive elezioni politiche del 18 aprile del ’48; la stampa aveva allora un ruolo determinante e coagulante. L’Unità, il Popolo, L’Avanti!, l’Uomo qualunque, Candido… Negli anni maturi della repubblica quella percentuale stabile di copie era ritenuta deludente, se paragonata ad altri paesi occidentali; era grosso modo il 10% della popolazione. Più le copie collettive, nei bar e nei circoli, nelle sezioni e nelle bacheche. L’irruzione della tv e poi la grande crescita della tv commerciale non alterò quel numero di lettori; l’informazione televisiva veniva compensata dall’allargarsi di una platea di benestanti istruiti, così quel numero di lettori ha retto fino ai primi anni del ventunesimo secolo. Poi è crollato con la diffusione degli smartphone, dei social, dei new media; allora, dicono i dati, è cominciato pure il calo del Quoziente Intellettivo. Significativa coincidenza… Copie vendute ridotte ora a due milioni, quasi a un terzo di quelle diffuse nell’arco degli ottant’anni precedenti, edicole decimate, lettori over 50, con parziale compenso con le copie online (anche pirata). Sui social è possibile carpire al volo flash di notizie, ancor più sommarie di quelle dei telegiornali, accompagnate spesso da un debordante opinionismo universale e autarchico, distorsione del principio di sovranità popolare. Meno fatti più opinioni, meno storia più illazioni e una tendenza preoccupante: un’ignoranza enciclopedica che esprime giudizi universali, su tutto.
Cosa è successo? Si, maggiore efficacia dei nuovi mezzi tecnologici, società velocizzata, concentrata nel privato e spaesata nel globale, più individualista ed egoriferita. Ma anche, caduta verticale dell’interesse politico e delle appartenenze ideologiche e culturali. Il dato che più somiglia al calo dei lettori è il calo dei votanti; impensabile nella repubblica di ieri, ma oggi quasi la metà degli elettori non vota. E il calo delle edicole fa il paio con il calo delle librerie, perché è un calo dei lettori, al cui posto ci sono i “guardoni” online.
La politica ha sempre contato molto nella diffusione dei giornali, e la sua polarizzazione è stata una calamita; comprare il giornale di partito era un po’ come dare l’8per mille alla Chiesa, un attestato di fedeltà, devozione, appartenenza.
La stampa ha avuto tre funzioni prevalenti a cui corrispondevano tre motivazioni d’acquisto differenti: informazione, intrattenimento e militanza. Per informarsi era la motivazione di chi cercava quotidiani indipendenti, autorevoli, non schierati, almeno apertamente. Per appartenenza politica, militanza ideale e ideologica è stata la molla dei quotidiani politici e di partito che sfociava nella mobilitazione. Per intrattenersi era infine la motivazione di chi seguiva la stampa sportiva, assai diffusa per decenni in Italia e dei rotocalchi settimanali, che sulle famiglie reali, sui vip e sulle loro storie hanno costruito il loro target. Non ha mai attecchito il quotidiano popolare, molte delle sue prerogative erano espletate da noi dai settimanali.
Alla metà degli anni settanta apparvero nuove creature ibride: i giornali-partito, ossia giornali che non aderivano e non appartenevano a un partito, ma facevano partito a sé, quotidiani d’opinione, di cui i più marcati furono il Giornale di Montanelli e la Repubblica di Scalfari (e più in piccolo il Manifesto); Il primo nato da una costola dissidente del Corriere della sera, il secondo da una gemmazione del settimanale L’Espresso (e ispirato da Il Mondo di Pannunzio). Quotidiani a destra o a sinistra ma non affiliati a un partito; trasversali, suggeritori della politica più che seguaci.
Negli anni settanta avvenne però un cambiamento radicale nella stampa: molti quotidiani, anche benpensanti, moderati, considerati neutrali, espressione della borghesia, si spinsero verso una linea progressista, alimentati da una generazione venuta dal ’68, dai comitati di redazioni guidati da collettivi “democratici” e da alcune operazioni culturali, imprenditoriali e politiche. Allo slittamento verso “sinistra” dei giornali corrispondevano assetti proprietari legati al capitalismo, ai poteri finanziari e ai “padroni”. Per dirla in una formula: compagni in redazione, padroni nell’amministrazione. Quel clima raggiunse quotidiani come il Corriere della sera, La Stampa, Il Giorno, Il Messaggero, vari quotidiani leader a livello regionale.
E a destra? Nei primi anni settanta resistevano alcune isole, da Il Tempo a Il Giornale d’Italia, dal Roma di Napoli a La Notte di Milano, a cui poi si aggiunse il Giornale. E per i militanti missini c’era il Secolo d’Italia. C’erano anche vivaci testate settimanali come Il Borghese longanesiano, Candido passato da Guareschi a Pisanò, Lo Specchio. O per la borghesia moderata e meno politicizzata i rotocalchi di Rusconi, come Oggi (poi passato a Rizzoli), Gente, il mondadoriano Epoca. Poca incidenza hanno avuto i quotidiani gratuiti. Poi ci fu una progressiva e sospetta moria, che s’inquadrò nella strategia della ghettizzazione della destra. Con una nota curiosa: quando la destra era piccola c’erano molti lettori di destra, quando è diventata maggioranza nel Paese, i lettori di destra si sono ridotti a una piccola minoranza.
Intanto, con quegli assetti proprietari e quell’egemonia ideologica la libertà nella stampa viene condizionata pesantemente. Le dichiarazioni di antifascismo richieste in alcuni festival librari sono già implicite e vigenti da tempo nella stampa nostrana. Il punto debole della stampa non è solo nel manico ma anche nella lama: il conformismo e il servilismo della stampa nasce non solo dalle pressioni del potere ma anche dalla propensione dei sottoposti ad allinearsi e a godere dei relativi benefici della livrea.
Oggi il quadro è il seguente: non ci sono più giornali di partito ma sono prevalenti i giornali di setta e di bottega, o megafoni di poteri. Il risultato è una stampa meno autorevole, meno affidabile e meno influente. La diffidenza è cresciuta. La gente legge poco e male, comprende meno, si arrabbia di più, trincia giudizi in diretta che risentono di malumori e frustrazioni di vita. Ma c’è pure chi non si accontenta perché si è più esigenti.
Su tutto aleggia l’attesa di una fine: quanto ancora durerà il regno della stampa, i giornali di carta e di video, e cosa ci sarà dopo, al loro posto? Quel giorno ci sarà un’edizione straordinaria per il giudizio universale.