SALVINI, ‘SI VOTERÀ A SETTEMBRE MA DIPENDE ANCHE DA FATTORI ECONOMICI’

(ANSA) – TRENTO, 20 MAG – “Si voterà a scadenza naturale a settembre, ma dipende anche dai fattori economici”. Lo ha detto il ministro dei trasporti e vicepremier Matteo Salvini al Festival dell’economia di Trento, rispondendo ad una domanda sulla tenuta della maggioranza.
“Eravamo al 25 febbraio, non dico tranquilli, perché uno che fa il ministro dei lavori pubblici in Italia non è mai tranquillo. Però c’era una situazione economica in crescita, c’era una situazione tranquilla.
Adesso – stamattina leggevo i dati – con inflazione, caro spesa, caro vita, caro bollette, caro benzina, cala la fiducia delle prese, è chiaro che cala la fiducia dei cittadini. Guardate i telegiornali alla sera, vi mettete le mani nei capelli.
Se uno doveva cambiare la macchina o la cucina o fare un investimento con quello che sta accadendo, che va a spendere 20, 30, 50 o 100 mila euro? Uno dice, fammi aspettare. Però se moltiplichiamo quel farmi aspettare, vediamo come succede, per alcuni milioni di persone, hai la tempesta perfetta”, ha detto ancora Salvini.
Incalzato dall’intervistatrice Salvini ha risposto che nella maggioranza va “tutto bene, grazie”. Il vicepremier ha inoltre detto di non temere l’effetto Vannacci nella Lega: “No, io temo solo gli eventi esterni che non posso controllare, come le guerre.
Non temo nessuno, non ho paura di nessuno, sono preoccupato della situazione economica, sì, perché sarei un folle, da ministro che si occupa di lavori pubblici, se non fossi preoccupato. Perché con questi aumenti dei prezzi e con qualcuno che mi dice aspetta a spendere perché il malato non è ancora abbastanza grave (il riferimento è a Bruxelles, ndr), sì che sono preoccupato.
Perché se si fermano i camion, se si fermano le aziende, se la gente non compra, la situazione economica è complicata, non sono preoccupato per dinamiche politiche, per gente che va, gente che viene, sondaggi, conflitti, nomine, no, quello no”, ha concluso.
SALVINI, ‘UN CONTRIBUTO DALLE BANCHE SARÀ NECESSARIO’
(ANSA) – TRENTO, 20 MAG – Non è da escludere che nella prossima legge di bilancio il governo chieda un contributo alle banche: “Io penso che non solo sarà necessario richiederlo quest’anno, ma anche arricchirlo col sorriso sulle labbra dei banchieri”. Lo ha detto il vicepremier Matteo Salvini nel suo intervento al Festival dell’Economia di Trento, organizzato dal Gruppo Il Sole 24 ORE e Trentino Marketing per conto della Provincia autonoma di Trento.
“Le imprese bancarie in questo momento, con le spalle coperte dallo Stato, se qualcosa andasse male, sono in condizioni di competere ad armi impari. Quindi, in futuro, non escludo di ragionare su come queste realtà economiche, con le spalle coperte dallo Stato, possano contribuire alla redistribuzione della ricchezza per le imprese in difficoltà, penso che sia doveroso da parte del Governo e da parte di un ministro che ha bisogno, come ossigeno, di denari per portare avanti i cantieri aperti”, ha aggiunto Salvini.
“La prima volta si sono lamentati. Però se uno guarda anche la semplice sproporzione, io da consumatore distratto non lo guardo, da ministro lo guardo, hai 10.000 euro sul conto corrente, guarda gli interessi attivi che ti entrano, 0. Vai a chiedere un Fido, ce l’ho, ho un mutuo trentennale, guarda gli interessi che ti chiedono.
Se sono due di questi soggetti economici, ripeto, con il fattore rischio coperto in gran parte dallo Stato, chiudono quest’anno con 20 e rotti miliardi di utile, sarà mio dovere chiedere che una piccola parte di questo utile garantito e pagato dagli italiani torni nelle tasche degli italiani o no?”, ha detto ancora Salvini.
SALVINI, ‘AUTO DEROGA AL PATTO DI STABILITÀ SE BRUXELLES NON INTERVIENE’
(ANSA) – TRENTO, 20 MAG – “Sì, abbiamo convocato le associazioni e imprese autotrasporto per venerdì ed in coda un Consiglio dei ministri per mettere a terra i primi interventi. Non sono definiti con la cifra finale, ci sta lavorando Giorgetti”.
Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, al festival dell’economia di Trento, organizzato dal Gruppo 24 Ore e da Trentino Marketing secondo cui “se non arriverà l’ok da Bruxelles alla deroga generalizzata” al patto di Stabilità, auto derogheremo, perché non ci possiamo permettere il caos”.
“Sicuramente – sottolinea – qualcuno non sta cogliendo l’urgenza e la complicazione del momento. Von der Leyen si è lamentata per 500 milioni di euro di costi al giorno in Europa, fatti i conti sono 15 miliardi al mese, 45 miliardi di maggiori oneri energetici dallo scoppio del conflitto.
Di questi almeno 5 sono di maggiori oneri per l’Italia. La risposta di Bruxelles è oggi di arrangiarsi continuando a rispettare i Patti di stabilità e crescita. La presidente del Consiglio ha scritto alla Commissione chiedendo di poter investire soldi italiani ma la risposta è stata no.
Noi arriveremo a venerdì con un investimento di centinaia di milioni per il taglio delle accise ed il sostegno all’autotrasporto ma non potremo andare avanti molto solo con le risorse interne, quindi la richiesta di deroga al Patto di stabilità e probabile. Vi è un atteggiamento ottuso, ideologico e fuori dal mondo, quello di una Commissione europea che dice che la situazione è grave ma non abbastanza per intervenire.”
Raul Castro, ex presidente di Cuba sarà incriminato per omicidio negli Usa

(tg24.sky.it) – Il dipartimento americano di Giustizia dovrebbe formalizzare in giornata le accuse di omicidio nei confronti dell’ex presidente cubano Raul Castro. Lo riferisce l’emittente Abc, citando fonti a conoscenza del dossier.
A Castro, fratello dello scomparso Fidel, viene imputato l’abbattimento negli anni ’90 di due aerei che trasportavano aiuti umanitari per i migranti, in cui morirono tre piloti americani. La decisione di incriminare Castro dovrebbe essere annunciata in una conferenza stampa.
CUBA: RUBIO, ‘TRUMP STA OFFRENDO NUOVA VIA TRA USA E UNA NUOVA AVANA’
(Adnkronos/Afp) – “Il presidente Trump sta offrendo una nuova via tra gli Stati Uniti e una nuova Cuba”. E’ quanto afferma Marco Rubio in un video diffuso oggi in cui accusa l’attuale leadership dell’isola di corruzione, repressione e peculato.
Il messaggio, in cui il segretario di Stato di origine cubana si rivolge ai cubani in spagnolo, è stato diffuso poche ore prima dell’atteso annuncio dell’incriminazione dell’ex presidente Raul Castro da parte del dipartmento di Giustizia degli Stati Uniti.
Nel suo messaggio ai cubani, Rubio parla di “una nuova Cuba dove avrete una vera opportunità di scegliere chi governa il vostro Paese e votare per sostituirlo se non fa il suo lavoro”.
“Negli Stati Uniti, noi siamo pronti ad aprire un nuovo capitolo nella relazione tra i nostri popoli e nei nostri Paesi – ha detto ancora il segretario di Stato – e attualmente l’unica cosa che ostacola un futuro migliore sono quelli che controllano il vostro Paese”. In particolare, Rubio ha puntato il dito contro Gaesa, il conglomerato sostenuto dai militari che si stima controlli il 70% dell’economia cubana, accusandola di essere uno strumento per far arricchire le elite a spese dei cittadini comuni.
“Uno stato nello stato che non risponde a nessuno e accumula i profitti dei suoi affari a benefici di una piccola elite – prosegue il messaggio, secondo il testo diffuso dal dipartimento di Stato – e l’unico ruolo giocato dal cosiddetto ‘governo’ è quello di chiedere che voi continuate a fare ‘sacrifici’ e reprimere chiunque osi lamentarsi”.
Intanto, stanno arrivando i commenti di politici per l’attesa incriminazione del 94enne fratello di Fidel Castro, che sarebbe in relazione all’abbattimento nel 1996 di due aerei civili che provocò la morte di quattro militanti anticastristi. “Abbiamo un presidente diverso ora, un presidente che non è disposto a guardare dall’altra parte”, ha dichiarato Mario Diaz Balart deputato della Florida, affermando che “ci aspettimao che oggi finalmente sia fatta giustizia”. “Questo è un regime comunista che ha brutalmente ucciso, torturato il proprio popolo e molto è stato opera di Raul Castro – ha aggiunto la deputata di New York Nicole Malliotakis – speriamo che questa sia una svolta per il popolo cubano”.
Gli oltre 400 membri della missione, intercettati in acque internazionali, sono sbarcati questa mattina al porto di Ashdod. Ben-Gvir pubblica un video e scrive: “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo”. Ci sono anche 29 italiani

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – Mani legate dietro la schiena. Testa fissa contro il pavimento. E poi spintoni, strattonate. Dagli altoparlanti risuona l’inno nazionale. Qualche attivista prova a gridare “Free Palestine”. Israele “accoglie” gli oltre quattrocento membri della Flotilla sequestrati in acque internazionali e sbarcati questa mattina al porto di Ashdod. Il video è stato pubblicato dal ministro della Sicurezza nazionale, l’estremista Itamar Ben-Gvir, accompagnato da una scritta eloquente: “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo”.
“Dopo un primo momento in cui le informazioni riguardanti la posizione, lo status giuridico e il benessere fisico delle persone a bordo sono state fortemente limitate, agli avvocati dello staff di Adalah, insieme a un team di avvocati volontari, è stato concesso l’accesso al porto di Ashdod per condurre consultazioni legali – hanno detto i legali -. Intercettazione, trasferimento forzato in Israele e rifiuto di garantire un passaggio sicuro a una missione che trasporta aiuti umanitari sono una grave violazione del diritto internazionale”.
In ottantasette hanno iniziato lo sciopero della fame per denunciare il “rapimento in acque internazionali” e chiedere il rilascio di tutti quanti, esortando i governi a condannare l’azione come un “atto di pirateria”. A tutti dovrebbe essere applicata la procedura accelerata, con la liberazione e l’espulsione in 24 ore, prevista da un provvedimento approvato dalla Knesset lo scorso marzo. Ma c’è il rischio che per qualcuno le contestazioni siano più pesanti e per questo possano rimanere in cella in Israele per molto tempo. Non c’è solo il precedente di Thiago Avila e Saif Abukeshek a preoccupare, ma anche la presenza di molti “recidivi”. In più, sono diversi gli attivisti con passaporti di Stati ritenuti ostili da Israele. Per chiedere la liberazione degli italiani si è attivato il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che nella notte ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo israeliano Gideon Saar.

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Quanto sono fortunati i 900 abitanti di Bioglio! Nel piccolo comune in provincia di Biella, scuola materna e asilo nido sono gratis: ci pensano le casse comunali a pagare i 50mila euro l’anno che chiede la cooperativa per gestirli. Chi ha in affitto una abitazione del Comune non riceve le bollette di luce e gas. Chi non paga le imposte locali, nessuna azione di riscossione, al massimo gli arriva un avviso bonario. E poi: 30mila euro di contributi alla società sportiva, 8mila alla ciclistica, 1.500 euro per portare i biogliesi in gita in Francia. Tutto merito del sindaco Stefano Ceffa, che i cittadini hanno rieletto tre volte di fila, tenendoselo stretto per 15 anni, dal 2009 al 2024. E poi la favola bella è finita, e la realtà ha presentato il conto.
Nel 2022 il Comune si ritrova con un buco da un milione di euro. «Ho ecceduto in progettualità e nella fiducia nei confronti di chi gestiva i conti» si giustifica Ceffa. In realtà, dice la Corte dei Conti: errori nei bilanci, Iva mai versata, continuo ricorso ad anticipi di cassa. Scatta il piano di riequilibrio finanziario: primi tagli alla spesa, aumentano le imposte.
Nel 2024, la nuova sindaca Lucia Acconci scopre altre 3.500 fatture non pagate: i debiti salgono a 1,9 milioni. Troppi per pensare a un piano di rientro. E infatti nel 2025 il Comune dichiara fallimento. Chiude l’asilo, le tasse locali salgono al massimo, fine dei contributi alle associazioni, si rinuncia al vigile urbano. Non ci sono i soldi nemmeno per le pulizie del municipio, le fanno sindaca e vicesindaca, e a quelle dei giardinetti ci pensano i volontari. A marzo 2026 arriva il commissario liquidatore che ha pieni poteri per vendere i beni pubblici e rinegoziare i debiti coi creditori. Intanto, indaga la procura di Biella: l’ex sindaco Ceffa, il suo vice, un ex assessore sono indagati per falso ideologico, l’ex responsabile del settore finanziario è accusata di truffa.
Oggi sono 1.024 i comuni italiani con i conti in rosso. Quelli messi peggio devono adottare un piano di riequilibrio (D.L. 10 ottobre 2012, n. 174) o dichiarare il dissesto (D.L. 2 marzo 1989): in tutto sono 484. Finora, il 63% di queste crisi finanziarie si sono concentrate nelle città di Sicilia, Calabria e Campania, ma neppure il Nord è immune (il 9,4%), e negli anni hanno coinvolto anche città benestanti come Alessandria, Imperia, Savona, Segrate. I motivi per cui si riducono così vanno dall’incapacità di riscuotere le imposte locali al clientelismo, dagli investimenti sbagliati alle infiltrazioni criminali, ma un ruolo lo giocano anche i ritardi e i tagli ai trasferimenti da parte dello Stato. Succede anche che i sindaci del presente paghino colpe di una passato non loro, come a Castellaneta (Taranto), che solo ora sta uscendo da un decennio trascorso strozzato dalla condanna a risarcire le famiglie dei morti nel crollo di una palazzina avvenuto 41 anni fa; o a Briga (Novara) che ha dovuto affrontare un piano di rientro per ripagare i danni di un incidente stradale del 1988. Capita a grandi città che si ritrovano con buchi giganteschi (come Potenza, alle prese con un disavanzo da 84 milioni di euro), e a paesini per poche migliaia di euro.
Attualmente i Comuni in riequilibrio sono 256: è l’ultima spiaggia prima della bancarotta. Il consiglio comunale deve varare un piano di rientro in 5-20 anni da sottoporre alla Corte dei Conti e al ministero dell’Interno, prevedere l’aumento delle entrate (alzando le imposte), e la riduzione delle spese, che significa riduzione dei servizi.
I Comuni in dissesto invece sono 228. In questi casi si dichiara fallimento e il presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Interno, nomina un commissario liquidatore che, per saldare i debiti, aumenta al massimo i tributi, vende il vendibile, ed elimina tutti i servizi non indispensabili.
Per legge gli enti locali devono inseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio. Se non ci riescono, i primi a rimetterci non sono soltanto i 7,9 milioni di italiani che vivono nei comuni in crisi finanziaria, che vengono tartassati, ma anche tutti noi. I debiti di questi comuni (verso aziende, partecipate, altri Comuni, cui si sommano gli obblighi di accantonamento) ammontano a 8,1 miliardi. I liquidatori propongono ai creditori di accontentarsi del 40-60%. C’è chi si accontenta e chi fa causa, e quando l’ente locale non ce la fa, tocca allo Stato.
I conti, per Dataroom, li ha fatti l’Istituto per la finanza e l’economia locale (Ifel). Dal 2020 a oggi:
a) 2,3 miliardi, è il nuovo fondo istituito nell’ultima manovra finanziaria del governo, che servirà in gran parte proprio per coprire le condanne dello Stato a pagare i debiti degli enti locali in dissesto.
b) 1,749 miliardi a fondo perduto per sostenere i Comuni medi e piccoli in difficoltà.
c) 1,316 miliardi a fondo perduto per i capoluoghi.
d) 1,7 miliardi (a rate, per i prossimi 16 anni) rientrano nei «Patti» per Napoli, Torino, Palermo, Reggio Calabria e Catania.
e) 513 milioni come anticipo di liquidità ai Comuni, che poi dovranno restituire.
Complessivamente lo Stato va in soccorso con 7,6 miliardi.
Sia chiaro: è doveroso sostenere un territorio in difficoltà. Il problema è che i Comuni assediati dai creditori sono sempre di più, molti non fanno che entrare e uscire da uno stato di crisi all’altro, e una volta su tre finiscono poi per fallire. Un esempio per tutti: Vibo Valentia nel 2013 va in riequilibrio, ma nello stesso anno si arrende e dichiara il dissesto. Nel 2019, mentre il commissario liquidatore è ancora al lavoro, i conti precipitano e l’amministrazione chiede l’approvazione di un nuovo piano di rientro, bocciato dalla Corte dei Conti. Nel 2021, si torna alla procedura di riequilibrio e stavolta si evita il fallimento solo perché, nel 2023, il governo va in aiuto firmando il «Patto per Vibo Valentia» che prevede anche un finanziamento statale da 13,4 milioni.
Per la Corte dei Conti il sistema non funziona: le istruttorie sono lunghissime e la doppia procedura riequilibrio/dissesto fa più danni che altro; inoltre nei Comuni più piccoli non c’è personale qualificato in grado di gestire le criticità finanziarie e per questo andrebbero sostenuti fornendo loro l’affiancamento di specialisti. Per risanare – sostengono i giudici – serve una «radicale riforma». A parole lo dicono pure il ministero dell’Interno e il Mef, ma questa riforma non arriva mai.
Il quadro normativo necessita di una radicale riforma. Il segmento preventivo è inefficace, statico e penalizzante. Va integrato con un modello predittivo capace di intercettare le crisi prima che queste esplodano
Il Testo unico enti locali (D.Lgs. 267/2000) elenca i parametri-spia che dovrebbero mettere in pre-allerta e far scattare i correttivi (come l’aumento delle tasse o delle tariffe per gli asili nido), ma non sono efficaci anche perché analizzano dati vecchi di due anni. Infatti nel 2026 scatteranno le misure sulla base delle criticità rilevate nel 2024, quando magari nel biennio il quadro è completamente cambiato, tant’è che diversi Comuni si ritrovano in bancarotta prima ancora che scatti l’alert. A febbraio i giudici della Corte dei Conti hanno scritto al Parlamento: la soluzione c’è, dovete usare un modello predittivo che – unendo intelligenza artificiale e indicatori economici aggiornati – vi dica in largo anticipo se, continuando così, una città finirà in crisi. Proprio la Corte dei conti ne sta sperimentando uno, si chiama Modì. Il ministero dell’Interno e il Mef potrebbero farselo prestare…

(open.online) – Generale contro Capitano. Dopo il trasloco di Laura Ravetto in Futuro Nazionale si apre la guerra tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci. Perché il partito del generale è un polo d’attrazione per molti salviniani delusi o a rischio poltrona. Mentre Fn si avvicina con il suo 4% alla Lega che è tristemente inchiodata al 6%. E si è aperto un altro problema nel Carroccio: i soldi.
Il segretario ha puntato il dito sui morosi che non pagano le quote d’iscrizione al partito. Ma chi non è certo di essere riconfermato in parlamento, anche per il calo della Lega nei sondaggi, tende ad accumulare e a monetizzare. Per questo, spiega Repubblica, in tanti si dirigono verso Vannacci.
Tra loro Erik Pretto e Andrea de Bertoldi, che ieri non hanno votato il decreto fisco «perché danneggia il Trentino». Vannacci è un polo d’attrazione anche per FdI: Alessia Ambrosi, che voleva organizzare alla Camera una conferenza stampa con Marco Rizzo, potrebbe lasciare. Così come in Forza Italia ci sono in bilico Davide Bergamini e Attilio Pierro, che del resto erano arrivati proprio dalla Lega.
Intanto La Stampa racconta che in un bar di San Giorgio a Cremano in provincia di Napoli esponenti di Fn e FdI sono arrivati alle botte. Tutto per un banchetto in piazza nel comune. Il candidato sindaco di Vannacci è Roberto Galdieri, che ha abbandonato proprio la giovanile di FdI. Galdieri conosce bene gli ex compagni di partito, li accusa di essersi presentati al suo banchetto elettorale per provocare i volontari di Futuro Nazionale. Poi la rissa. Con una trentina di vannacciani nel bar ad aggredirli. «Ho ricevuto tre pugni da Galdieri. Ci sono le telecamere», sostiene un esponente di FdI, che annuncia di aver presentato una denuncia.
Mozione di maggioranza al Senato per stoppare la spesa sulla difesa. Poi la retromarcia. L’unica consolazione è l’apertura sull’energia dell’Ue: «Valutiamo la proposta italiana». Il 22 maggio scadono gli sconti sui carburanti

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Prima una mozione per impegnare il governo a rivedere l’aumento della spesa sul riarmo, poi un nuovo testo depurato dalla richiesta di ritoccare gli investimenti per la Difesa.
Ancora una volta la maggioranza ha dato prova di confusione post referendum. Con un aggravio di problemi: tra 48 ore circa potrebbe trovarsi a spiegare la stangata di fine maggio agli italiani con la fine dello sconto sul gasolio e l’immediata impennata dei costi. Servono i soldi. E sono pochi.
Intanto, sono trascorsi due mesi dalla bocciatura della riforma costituzionale della giustizia, ma la destra è sempre di più nel pallone.
Un caos che ricalca gli affanni di Palazzo Chigi: Giorgia Meloni ha provato a mostrare i muscoli nella lettera alla commissione europea in cui ha chiesto più flessibilità per le spese sull’energia, altrimenti potrebbero essere compromessi gli impegni sull’acquisto di armi. Annunci e retromarce.
Difficile capirci qualcosa, anche se una parziale consolazione arriva dalla cauta apertura dall’Ue. «La Commissione continua a seguire da vicino la situazione. Stiamo valutando quale tipo di risposta la situazione richiederà. In questo spirito stiamo attualmente valutando anche la richiesta dell’Italia», ha detto il vicepresidente, Valdis Dombrovskis, senza entrare nei dettagli, della lettera di Meloni.

La cronaca delle ultime ore, comunque, rispecchia l’andamento da clima di fine legislatura che si respira in Parlamento già da qualche settimana. La mozione presentata al Senato sul tema dell’energia, firmata dai capigruppo della maggioranza, avrebbe potuto provocare il più classico degli incidenti parlamentari, mandando a gambe all’aria la tenuta del governo. O quantomeno è stata una provocazione finita male: l’iniziativa è stata subissata dagli attacchi delle opposizioni. Scuotendo un sonnacchioso martedì pre elettorale, in vista della tornata delle amministrative.
La scintilla è stata dunque la formulazione iniziale del testo che prevedeva, sulle spese di adeguamento alle richieste della Nato, «una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali».
Un fulmine a Palazzo Madama, in pratica la sconfessione degli accordi, siglati con gli alleati occidentali, messa nero su bianco su un atto parlamentare. Politicamente un trionfo della Lega di Matteo Salvini – su questo punto sostenuto a spron battuto dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti – e un affronto al ministro della Difesa, Guido Crosetto, che dell’industria degli armamenti è stato rappresentante fino a prima dell’incarico governativo.
Il titolare di Palazzo Baracchini ha continuato a ripetere, in ogni sede, di voler rispettare gli impegni assunti. Chi dice il contrario, a parer suo, fa demagogia. Da Palazzo Chigi è arrivato l’alert, troppo grave quella posizione. Così subito è scattato il contrordine per la ritirata strategica: niente più riferimenti alla soglia del 5 per cento. La mozione è stata mondata e normalizzata, dando comunque la gioia a Salvini di aver segnato un punto nel confronto in maggioranza: gli alleati si sono avvicinati alla linea leghista.

«Ci siamo accorti che non era il caso di discutere di questo tema, che è un tema delicato, dove ci sono sensibilità differenti. Meglio discuterne in altre sedi», ha detto il capogruppo leghista a Palazzo Madama, Massimiliano Romeo, nei panni del pompiere.
La strategia dilatoria assurge ulteriormente a modello di governo. Ma le scorie delle polemiche sono tutte in circolo. «Il governo è a pezzi, ha perso la bussola e anche la pur minima credibilità», ha commentato il leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte. C’è chi ha messo in evidenza la sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. «Cosa è successo? I marines hanno occupato via Bellerio?», ha ironizzato il senatore del Pd, Antonio Misiani, puntando poi il dito contro le mancanze dell’esecutivo: «Le energie rinnovabili coprono solo il 21 per cento dei consumi finali. È per questo il motivo per cui paghiamo l’elettricità molto più che nel resto d’Europa».
Mentre il coleader di Avs, Angelo Bonelli, ha attaccato: «Ogni volta che si tratta di scegliere tra i cittadini italiani e le pressioni di Trump, questa destra sceglie Trump».

Il voto sulla mozione è stato disinnescato. Il problema più stringente, molto più difficile da risolvere, resta però la caccia alle risorse per evitare che la pompa di benzina diventi un incubo per qualsiasi automobilista: il 22 maggio scadono il taglio sulle accise al gasolio e il mini sconto previsto per la benzina. Nelle stesse ore bisognerà fornire le risposte al settore dell’autotrasporto, pronto a fermarsi con la conseguenza di bloccare i rifornimenti alle attività commerciali.
Meloni ha annunciato la presenza al vertice per intestarsi un possibile accordo, garantendo la regolare circolazione ai tir. Peraltro con un cortocircuito singolare: introdurre le misure che dovevano essere presenti, fin dall’inizio, nella saga dei decreti Carburanti che il governo sta partorendo settimana dopo settimana. Ma potrebbe non esserci un lieto fine: le risorse, oscillanti tra i 300 e i 500 milioni di euro, servono anche a rinnovare la misura-tampone dello sconto sul diesel per gli automobilisti.
Giorgetti ha garantito il massimo impegno per rinnovare il taglio: «Stiamo lavorando sulle coperture finanziarie, cosa che non è mai semplice in assenza di deroghe al Patto di stabilità». Più ottimista Salvini: «Ci sarà la nuova proroga». Una corsa, con poca benzina finanziaria, per scongiurare che il prossimo fine settimana possa tramutarsi in incubo per chiunque proverà ad avvicinarsi a un distributore di benzina. E un incubo pure per gli indici di gradimento del governo Meloni.

(di Nanni Delbecchi – ilfattoquotidiano.it) – Non c’è solo Garlasco nell’Italia delle breaking news, c’è anche Punta Marina. Non ci sono solo Alberto Stasi e Andrea Sempio su cui essere aggiornati dieci volte al giorno, c’è anche la colonia di pavoni che si sta allargando a vista d’occhio nella ridente località rivierasca a due passi da Ravenna. A Punta Marina erano arrivati in una trentina, si sono trovati bene e oggi sono due, forse trecento. Sono trecento, sono giovani e forti, e spadroneggiano per strada, nei parcheggi, nei giardini. Così restii a muoversi per Gaza o per il Donbass, i nostri media si sono precipitati a Punta Marina e ora il popolo italiano è diviso. C’è chi vorrebbe cacciare i petulanti pennuti e chi li considera “un valore aggiunto”, perché rete e tv trasformano in oro tutto ciò che toccano; se i turisti andavano in massa al castello di Elisa di Rivombrosa, perché non dovrebbero venire nel paradiso dei pavoni?
Ma questi pavoni della porta accanto sono di destra o di sinistra? A naso, la sinistra Arcobaleno dovrebbe essere favorevole al permesso di soggiorno; la destra transfobica dovrebbe essere contraria allo jus voli; a naso, Vannacci sarebbe pronto a schierare la X Mas, e Calenda a tuonare contro i pavoni putiniani: “Ricordiamoci che ci sono gli invasori e ci sono gli invasi!”
L’evolversi della situazione promette bene, la marcia su Punta Marina è ormai un eurofestival crossmediale: inviati tv, dirette Facebook, Tik Tok, remix audio, meme.
C’è anche la proposta di fare una serie tv, sarebbe perfetta per Lino Banfi nei panni del Commissario Lo Gatto. A completare l’opera, manca solo il pacchetto talk show a reti unificate: intercettazioni audio, ricostruzioni 3D, soliloqui paupulanti; e poi ornitologi, animalisti, opinionisti generici, consulenti, avvocati, tutti in un grande studio-voliera. Il modello Garlasco è collaudato per due imputati, mentre i pavoni sono trecento? Non c’è problema, anzi, meglio, si possono fare le cose in grande, allargare gli orizzonti: Gerry Scotti scalda il pubblico su Canale 5 con La ruota del pavone, poi su La7 parte la Trasvolata Mentana.
Alla Camera l’iniziativa per ricordare il leader radicale. Mattarella: «Ha impresso un segno nella storia del Paese»

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il Signor Wood è il galantuomo che, a dieci anni dalla morte, tutti vorrebbero ancora e ancora come amico o come nemico, fa lo stesso. Lo rimpiange monsignor Vincenzo Paglia, voce nobile della Chiesa contro la quale Marco Pannella ingaggiò formidabili corpo a corpo sui diritti civili («Abbiamo bisogno di uomini e di donne con idee universali come lui, che le testimonino anche a costo di pagare»). Ne ha nostalgia Pier Ferdinando Casini, cresciuto in una Dc che per Pannella era fanfascismo e nemico principale («Ha avuto il merito di obbligare al dialogo anche i più lontani dalla sua idea»). Lo celebra Luciana Castellina, una vita nell’impegno comunista che Pannella bullizzò come rivoluzione fucilocentrica e pugnocentrica («Tra noi un’amicizia in cui si è litigato sempre»). Lo rievoca con affetto Gianni Letta, che negli anni del divorzio fu direttore del Tempo e lo fronteggiò ogni giorno («Si poteva non condividere le sue idee ma non si poteva non apprezzare il modo con cui le difendeva e le imponeva»). E a seguire tutti gli altri che ieri hanno dichiarato, parlato, manifestato, ricordato, promosso targhe e intitolazioni: lo rivorrebbero tutti, incluse ovviamente tre o quattro generazioni di radicali cresciuti alla sua scuola e nel suo mito, benché dispersi qua e là da una infinita diaspora.
Marco Pannella come nemico-amico perfetto, di cui si avrebbe un gran bisogno anche oggi perché – e nessuno lo ha detto meglio di Francesco De Gregori – il canestro di parole che la sua leadership indiscussa riversò sulla politica italiana, spiazzando ogni luogo comune, ha obbligato ognuno a salire di livello, a industriarsi nel tenergli dietro. Benedetto della Vedova, ieri alla Camera, durante la presentazione del libro di Piero Ignazi “Marco Pannella, la passione della politica”, di quel canestro ha fatto un elenco per titoli, e non sono neanche tutti: divorzio, aborto, obiezione civile, fame nel mondo, Gandhi, Enzo Tortora, Leonardo Sciascia, Tony Negri, Stati Uniti d’Europa, Satyagraha, iuguri, tibetani, pena di morte, amnistia, maggioritario, e in mezzo ci stanno pure la presidenza della Circoscrizione di Ostia, la Rosa nel Pugno, il partito transnazionale, la depenalizzazione delle droghe, le carceri, l’amnistia, Cicciolina, il diritto alla conoscenza, e ovviamente Radio Radicale, Nessuno Tocchi Caino, la Luca Coscioni e pure il dimenticato MIT, il Movimento Identità Trans che Francesco Rutelli ricorda con stupore retroattivo perché nel 1982 ottenne con voto unanime, compresa la Dc, compreso il Msi, la prima legge per regolamentare il cambio di sesso in Italia.
«È stata una personalità che ha impresso un segno nella storia della Repubblica», ha detto il presidente Sergio Mattarella inaugurando idealmente questo Pannella Day. E ancora: le sue campagne politiche sono state condotte quasi sempre da posizioni di minoranza, ma sono state capaci «di attivare percorsi di innovazione e riforma», tanto che la sua eredità «riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie». Frasi verissime. Col senno di poi le condividono tutti, ma col senno di prima non erano poi così scontate. Marco Pannella risultò per decenni un supremo rompiscatole per ogni maggioranza, al punto che nel 1983 il Parlamento a scrutinio segreto approvò le sue dimissioni, presentate per una questione di Rai e censura, anziché respingerle come era d’uso (e come lui era certo che sarebbe successo). No, Pannella non era uno che si muoveva «nella notte hegeliana dove tutti i gatti sono grigi», ricorda Claudio Martelli: era divisivo, urticante, una mina vagante che periodicamente terrorizzava la politica con i suoi estremi scioperi della fame, almeno un paio di volte arrivati al limite della sopravvivenza e dell’allarme rosso. «Rischiamo di passare alla storia come quelli che hanno ammazzato Pannella», rabbrividiva pure Silvio Berlusconi.
Il decennale porta con sé l’intitolazione dei giardini davanti al carcere milanese di San Vittore, della piazza davanti al carcere romano di Rebibbia, una targa a Roma a Palazzo Braschi ma anche sulla facciata della storica sede radicale di via Torre Argentina (è di cartone, omaggio dei militanti radicali che polemizzano con il Comune: la vogliono lì perché «casa sua era quella»), la richiesta di Più Europa per una seduta parlamentare straordinaria sulle carceri, una maratona oratoria a Piazza Capranica, l’annuncio di Ignazio La Russa di una rievocazione anche al Senato martedì prossimo. E infine, la voce roca di Emma Bonino, che in chiusura dei discorsi alla Camera col suo carissimo Pannella ci discute ancora, dice di non aver mai capito l’espressione “spes contra spem” diventata il motto di Marco e citata nella lettera a Papa Francesco scritta poco prima di morire. «Magari me lo spiegherà quando ci rincontreremo», dice.
Inclusa la clausola sul divieto di accertamenti sulle tasse del presidente e della sua famiglia

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – New York – Il dipartimento alla Giustizia dell’amministrazione Trump, guidato dall’ex avvocato di Donald Trump, ha raggiunto un accordo con Donald Trump per cancellare la causa presentata da Donald Trump contro il fisco americano (Irs) in cambio del divieto perenne a condurre qualsiasi accertamento sulle tasse di Donald Trump, la sua famiglia e le sue imprese, più la creazione di un fondo per compensare chiunque sia stato vittima di presunte persecuzioni giudiziarie.
Se non fosse la pura verità, uno potrebbe pensare che si tratta di uno scioglilingua satirico. Le cose però sono andate esattamente così, spingendo l’ex capo dell’Internal Revenue Service John Koskinen a commentare: “Lui becca i soldi da distribuire tra i suoi amici e alleati, e anche l’immunità da qualsiasi revisione o accertamento fiscale. Questa gente non ha davvero limiti riguardo alle cose su cui cerca di farla franca”.

Durante il primo mandato di Trump un collaboratore esterno dell’Irs, Charles Littlejohn, aveva recuperato le dichiarazioni dei redditi del presidente e le aveva passate al New York Times e ProPublica. Altri presidenti non avevano avuto alcun problema a pubblicare le dichiarazioni dei redditi, ma lui si era rifiutato proprio perché soggetto agli “audit” del fisco. Ne erano usciti degli articoli da cui si scopriva che Donald aveva pagato 750 dollari di tasse nel 2016, anno della sua prima elezione, e nulla per 10 dei 15 anni precedenti, perché aveva sostenuto di aver perso più soldi di quanti ne avesse guadagnati.
La rivelazione, che avrebbe affossato la carriera di qualunque altro politico, non aveva avuto alcun effetto tra gli elettori di Trump, che anzi avevano ammirato la sua abilità di sfruttare il sistema a proprio vantaggio. Lui però aveva risposto facendo causa all’Irs, perché non aveva protetto abbastanza la sua privacy, chiedendo il pagamento di danni per 10 miliardi di dollari.
Il governo federale si sarebbe potuto facilmente difendere dalle accuse, facendo notare che la responsabilità del fatto ricadeva su un contractor esterno, però ha scelto di non provarci neppure. Invece il segretario alla Giustizia ad interim Todd Blanche, avvocato di Trump durante il processo penale per i pagamenti alla porno star Stormy Daniels finito con la sua condanna, ha firmato un accordo con il proprio ex cliente per chiudere il procedimento.
L’intesa prevede la costituzione di un fondo da 1,8 miliardi di dollari, finanziato con i soldi dei contribuenti, per compensare persone che sostengono di essere state vittime dell’uso politico della giustizia. In sostanza amici e alleati di Donald, inclusi i condannati per reati comuni come l’aggressione dei poliziotti che difendevano il Congresso durante l’assalto del 6 gennaio 2021. A questo si aggiunge una paginetta firmata da Blanche, che elimina e vieta qualsiasi accertamento o procedimento fiscale passato, presente o futuro nei confronti di Trump, la sua famiglia e le sue imprese. Tutto cancellato, qualsiasi cosa abbia combinato o combinerà.
In altre parole il presidente ha ordinato alla propria amministrazione di garantirgli l’immunità completa dai reati fiscali. Da qui il commento di Koskinen al Wall Street Journal: “Questa gente non ha davvero limiti riguardo alle cose su cui cerca di farla franca”.
Xi ha ammonito il suo arrogante ospite a non superare la linea rossa di Taiwan. La metafora dello storico greco è utile soprattutto per noi occidentali e per la nostra pretesa di egemonia

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Xi Jinping, accogliendo Donald Trump a Pechino, ha citato, tra l’altro, la “Trappola di Tucidide”. The Donald, da miles gloriosus quale è, si è accontentato dell’accoglienza in pompa magna. Credo che non sia possibile immaginare personaggi più diversi. La figura quasi stilizzata, quasi ascetica, di Xi e il debordante e volgare The Donald.
Dipartimenti di greco e latino sono sorti nelle università cinesi e Platone, che criticava la democrazia ateniese, è stato arruolato dal Partito per dimostrare che il moderno sistema politico occidentale è una forma di governo inadeguata. Xi afferma di aver letto Petrarca, Marx e Dante, il padre della lingua italiana con robuste iniezioni del linguaggio meridionale sotto il regno dell’illuminato Federico II di Svevia. Gli americani sono incolti in tutto culturalmente e persino geograficamente. Bill Clinton, quando gli Stati Uniti attaccarono la Serbia, per illustrare ai cittadini yankee dove fosse mai questa misteriosa Serbia dovette stendere sulla parete una mappa e con una bacchetta, come un maestro elementare, indicarne la localizzazione.
[…] Ma se gli americani, in linea generale, sono incolti, quando sono colti sono coltissimi, non a caso la loro meta di viaggio preferita in Europa è Firenze, che i nostri padri fondatori, torinesi, da Cavour in su o in giù volevano fare la capitale d’Italia. Purtroppo per motivi di centralità geografica e non per motivi di cultura scelsero Roma, la “città Eterna”, con tutte le conseguenze che conosciamo. Perché Roma è una cozza che assorbe il peggio del Sud senza introiettare la laboriosità, anche eccessiva, del Nord. Intendiamoci: il voyage en Italie era costume nell’Ottocento di tutti i grandi intellettuali europei da Goethe a Stendhal. Stendhal però non amava particolarmente Firenze, troppo compatta nel suo stile, preferiva la Milano dei Navigli. Il linguaggio colto ha residui anche in Matteo Renzi, o meglio li aveva, quando era ancora sindaco di Firenze e non gli era ancora venuta la smania di fare il politico a tempo pieno. Ascoltai una sua conferenza, quando governava Firenze, e ne fui affascinato. Renzi è tuttora un formidabile battutista, per questo, oltre che per la sua ignoranza di fondo, ha difficoltà a esprimersi in inglese, lingua che nonostante sia ormai di uso universale gli è ostica.
Gli americani colti fino a non molti decenni fa frequentavano le Giubbe Rosse e Paszkowski, i locali dove sono passati i maggiori artisti e intellettuali dell’epoca, da Giuseppe Prezzolini a Giovanni Papini ad Ardengo Soffici ad Aldo Palazzeschi a Filippo Tommaso Marinetti a Dino Campana a Corrado Govoni a Umberto Boccioni a Carlo Carrà a Ottone Rosai a Eugenio Montale a Elio Vittorini fino a Carlo Emilio Gadda, nella maggioranza futuristi in grande anticipo su quei tempi. Quando non si aggiravano tra quei locali, si fiondavano alla Biblioteca Nazionale di Firenze, la più fornita d’Italia dopo quella di Roma. Anche se la Nazionale di Firenze ebbe il torto gravissimo di rifiutare l’archivio di Giuseppe Prezzolini che, oltre a essere quell’uomo straordinario che era, avendo vissuto cent’anni aveva conosciuto tutti, compreso Benito Mussolini. L’archivio Prezzolini fu quindi incamerato dagli svizzeri che sono molto meno coglioni di quanto normalmente li facciamo.
[…] In un certo periodo, poiché la mia fidanzata fiorentina era malata e le visite erano regolamentate, avevo molto tempo per girare. Mi fiondai alle Giubbe, ma non trovai nessuno di quegli americani colti. I pochi artisti rimasti si erano trasferiti all’Arco di San Piero, meno “pulitino” ma più losco come piace a me. All’Arco, insieme a Fabio Canessa, docente di lingue classiche prima a Piombino, poi a Roma e di passaggio anche consigliere di Sgarbi quando era sottosegretario alla Cultura, incontrammo Aldo Busi, poteva mancare in un posto del genere? Dico che Canessa è ubiquo perché in qualunque città d’Italia tu vada trovi Canessa. Busi gli fece un culo quadro perché non aveva lodato a sufficienza una delle sue opere, Seminario sulla gioventù e Canessa, compìto, lo ascoltava in piedi, come un soldatino di piombo. L’omosessualità ha giocato un brutto scherzo ad Aldo Busi perché l’omosessualità è bella, almeno esteticamente, quando si è giovani e dalla parte della preda, quando si passa a quella dei predatori le cose cambiano radicalmente. Aldo Busi, che si considera, esagerando come suo costume, il più grande scrittore italiano del Novecento, ma se non è il più grande è certamente un intellettuale di primissimo ordine, si è ritirato, dopo aver viaggiato per il mondo, ritirato nella sua cittadina di origine, Montichiari, nel Bresciano. Lì abitava con la madre e perse il suo punch. Perché uno dei grandi problemi degli omosessuali, da Pasolini in su o in giù, è il rapporto con la madre: o eccessivamente protettiva, come di consueto, o troppo distante. Ma torniamo alla Cina, all’Europa e agli Stati Uniti. […]
Cina e Grecia sono due culture antichissime che viaggiano in parallelo, anche se non hanno mai avuto contatti diretti, a parte il viaggio di Marco Polo. Il fatto singolare è che, pur non avendo contatti, esprimano concetti molto simili. Eraclito, il più grande filosofo greco, forse il più grande di tutti i tempi, è lontanissimo dal buddhismo con la sua idea di reincarnazione, poiché in Eraclito non c’è nessuna idea di reincarnazione: c’è solo una inspiegabile energia che sempre si espande e sempre si restringe, anticipazione della teoria scientifica Big Bang e dell’“Eterno Ritorno” nietzschiano. Aggiunge Eraclito: “Tu non troverai i confini dell’Anima, per quanto vada innanzi, tanto profonda è la sua ragione” e “Questo mondo, che è lo stesso per tutti, nessuno degli Dei e degli uomini l’ha creato, ma fu sempre, è e sarà fuoco eternamente vivo che con ordine regolare si accende e con ordine regolare si spegne”. A Omero che si augurava “Possa la discordia sparire fra gli Dei e fra gli uomini”, Eraclito replicava: “Omero non si accorge che egli prega per la distruzione dell’universo; se la sua preghiera fosse esaudita tutte le cose perirebbero” (altri tempi, altri polemisti). Eraclito, di fatto, afferma l’impossibilità di raggiungere una qualsiasi Verità. L’America, Paese giovane, con una storia relativamente recente, non ha nessuna idea della cultura greca e le è lontanissima, ma ci sono intellettuali americani, come Graham Allison, politologo della Harvard Kennedy School, appartenente quindi agli americani coltissimi, che è stato il primo a usare la metafora della “Trappola di Tucidide”: il riferimento è alla narrazione dello storico ateniese della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta (431-404 a.C.) innescata dall’ascesa di una potenza, Atene, che spaventò l’altra, Sparta, a tal punto da scatenare lo scontro che devastò la civiltà dell’epoca. La metafora della Trappola serve a Xi per ammonire l’America a non superare la linea rossa di Taiwan. Ma non serve solo ai cinesi: serve anche, e forse soprattutto, a noi occidentali, perché Atene aveva appena finito di convertire con la forza le altre polis greche alla democrazia che sparì, a favore di altre realtà emergenti, più circoscritte, come potrebbero essere oggi la Turchia, gli Emirati e persino l’Iran.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Non dice mai “gli Stati Uniti”, “il mio governo”, “l’America”, “gli americani”. Dice sempre “io”. Quasi tutte le sue frasi cominciano con “io”. Io faccio la guerra, io faccio la pace, io metto le sanzioni, io levo le sanzioni, io sono uno che, io ho deciso che. Io ho detto, io ho fatto. Nemmeno l’ipocrisia del plurale maiestatis, quel “noi” che concede al potere, anche solo retoricamente, una sortita maestosa e carismatica dall’angustia dell’io.
È il miserabile io dei narcisi e dei piccoli di spirito, il cancro del Terzo Millennio, il nemico mortale della socialità, della convivenza, della tolleranza, del salubre compromesso tra noi e gli altri. È l’io di Trump, l’io tirannico e capriccioso, infantile e aggressivo. L’io totalitario e sordo che furoreggia sui social, l’io giudicante e indisponibile, l’io petulante e irriflessivo, l’io che non ascolta, non pensa, non esita, non studia, non dubita. L’io che non ha mai riso di se stesso ma sbeffeggia volentieri gli altri. L’io che non tace mai. L’io che riconosce solo l’io. L’io che non ama niente e nessuno al di fuori dell’io.
L’ipotesi ottimistica è che Donald Trump sia un dono del destino: incarnazione della rovina alla quale siamo esposti tutti quanti se non si torna al “noi”, o a qualcosa che mitiga e contiene la vanità umana — specialmente la vanità dei maschi di potere. Potremmo farne tesoro: mai più uno così.
L’ipotesi pessimistica, invece, è che Trump sia solo colui che ha aperto le porte al Caos: seguirà il peggio. Comunque sia, il suo avvento ci chiama, uno per uno, a schierarci. O l’umanità esiste in quanto tale, o è solamente una escort al servizio dell’Io.
Vicepremier. Il leader porterà gli azzurri in ritiro

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Andare avanti sulla legge elettorale Stabilicum. Ma con un paletto preciso: no all’introduzione delle preferenze su cui insiste la premier Giorgia Meloni. Altrimenti Forza Italia voterà contro e, per dirla con la capogruppo al Senato Stefania Craxi, la legge elettorale “verrà bocciata” e salta tutto. È questa la linea che è stata decisa ieri mattina in due riunioni che il leader di Forza Italia Antonio Tajani ha tenuto con i capigruppo Craxi ed Enrico Costa e i sottosegretari Paolo Barelli e Matilde Siracusano, prima di allargarla ai vicesegretari e ai vertici del partito per parlare anche dei congressi regionali.
Durante il vertice, convocato via zoom, Tajani ha fatto il punto sulle principali proposte di Forza Italia da qui a fine legislatura: legge elettorale, fine vita, disegno di legge sul nucleare, riforma su Roma Capitale. Tajani ha spiegato che oltre ai temi dei diritti e delle liberalizzazioni, cari a Marina Berlusconi, Forza Italia dovrà concentrarsi sui temi economici e sull’energia che “interessano alla gente”: su questo il responsabile economia Maurizio Casasco farà presto delle proposte.
Per fare squadra da qui al voto, inoltre, Tajani ha fatto sapere che presto organizzerà anche un weekend in cui porterà in ritiro i gruppi di Camera, Senato e Parlamento Europeo per fare team building. Il luogo non è ancora stato deciso ma il vicepremier ha spiegato di voler raccogliere l’idea dei gruppi parlamentari.
Se sul fine vita gli azzurri alla fine hanno deciso che non sarà votata la proposta del Pd e ieri, in una riunione di maggioranza, si è deciso di riaprire i termini per gli emendamenti degli azzurri, il fronte di maggiore tensione riguarda la legge elettorale. Forza Italia, da alcune settimane, chiede ritocchi al testo dello “Stabilicum” dopo le perplessità di Marina Berlusconi, ma ieri il partito ha preso una posizione netta con gli alleati: se vengono introdotte le preferenze, la legge elettorale non si fa, è stata la linea emersa nella riunione. Il vicesegretario Stefano Benigni ha fatto il punto relazionando agli altri colleghi, mentre Tajani ha chiesto di andare avanti ipotizzando un timing: legge elettorale in aula alla Camera a giugno e approvazione con fiducia al Senato a settembre. Tra le correzioni gli azzurri chiedono di abbassare il premio di maggioranza, ritoccare la soglia di accesso al premio e l’ipotesi di due diverse maggioranze tra Camera e Senato. Ma c’è un grosso ostacolo: l’introduzione delle preferenze. Fratelli d’Italia, su richiesta esplicita della premier Meloni, vuole introdurle con un emendamento parlamentare, ma gli azzurri si oppongono.
La più dura contro le preferenze è stata la capogruppo al Senato Craxi, vicina a Marina Berlusconi, che sta gestendo diversi dossier tra cui il fine vita. Durante la riunione Craxi ha spiegato che non si può “rischiare un emendamento di FdI sulle preferenze” perché una bocciatura in Parlamento – anche vista la contrarietà della Lega – potrebbe portare a “far cadere la legge”. Idea condivisa all’interno del partito. Anche il governatore del Piemonte Alberto Cirio ha spiegato che Forza Italia è sempre stata contraria alle preferenze, mentre Tajani ha detto che su questo non è facile trovare un accordo con gli alleati. A ogni modo Craxi ha chiesto di essere “informata” sull’iter a Montecitorio per evitare sorprese a Palazzo Madama.
Durante la riunione si è parlato anche dei congressi con l’accordo raggiunto in Lombardia e la convocazione per il 2 luglio: il segretario Sorte sarà affiancato da un vice della minoranza, probabilmente Alessandro Cattaneo. La minoranza ha voluto una mozione congressuale unitaria per chiedere di cogestire il partito.
Prima la ritirata sull’impegno del 5% del Pil in armi sottoscritto in sede Nato. Poi la retromarcia. Un centrodestra di indecisi a tutto

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Contrordine, abbiamo scherzato! Il dietrofront, del resto, era di quelli clamorosi: lo stop all’impegno del 5% del Pil in armi sottoscritto in sede Nato che la maggioranza sembrava decisa a mettere in discussione. Prima della ritirata, con il passaggio che definiva “irrealistico” l’obiettivo di incrementare le spese militari, apparso nella prima stesura della mozione vergata dai capigruppo del centrodestra, ma rimosso da quella definitiva.
Nella cui riformulazione è sparita dai radar la richiesta al governo di “una revisione degli obiettivi più ambiziosi“, come appunto il 5% del Pil in Difesa, confermando il più “realistico e credibile” 2%, “alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali”. Deve essere sembrato davvero troppo al governo Meloni. Perché se è bastata qualche parola di sostegno al Pontefice, bersagliato dagli insulti i Trump, per far saltare i nervi all’instabile inquilino della Casa Bianca, chissà come avrebbe reagito l’alleato-padrone di fronte alla rottura unilaterale dell’impegno-capestro, imposto in sede Nato agli Stati vassalli, che Giorgia firmò a suo tempo senza battere ciglio.
Un copione peraltro già collaudato dal nostro governo con Netanyahu. Sbandierando ai quattro venti di aver sospeso il rinnovo automatico – qualunque cosa significhi – del protocollo di cooperazione tra Roma e Tel Aviv, salvo poi opporsi in sede Ue al blocco dell’accordo di interscambio commerciale tra Europa e Israele. Del resto “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare…”, direbbe Don Abbondio. E sarà forse perché ci si rivedono che al governo stanno pensando di far fuori i Promessi Sposi di Manzoni dai programmi scolastici.

(di Marcello Veneziani) – Il mondo non esce più sicuro dal vertice di Pechino tra i due giganti della Terra, Donald Trump e Xi-JinPing. Anzi. Le loro mire evidenti e le loro priorità dichiarate, le loro minacce e le loro prove muscolari, dietro l’ossequio reciproco e i toni amichevoli, non lasciano tranquillo il mondo, sia che le due potenze si contrappongano in una guerra fredda fino a sfiorare il conflitto, sia che si mettano d’accordo sulle nostre teste, contro i nostri interessi, per la spartizione del mondo e delle sue risorse.
Trump fa più paura come temperamento e comportamento, è instabile e furioso, e soprattutto egocentrico; ha messo già a soqquadro il pianeta tra dazi, invasioni, crisi energetica, guerre e minacce, più insulti sparsi lungo tutto l’Occidente. XI-JinPing è assai più misurato ed equilibrato, ha l’aria sorniona dello statista con la grossa testa sulle spalle, non fa passi falsi, appare paziente e prudente. Ma il primo, bene o male guida un Paese che pur tra mille contraddizioni, ha un’impronta cristiana di libertà e umanesimo, di democrazia e diritti umani e il potere ancora dà conto ai cittadini, all’opinione pubblica, ai media e ha breve durata.
Il secondo, invece, è un paese che viene dal dispotismo asiatico, dal regime più sanguinario di tutti i tempi, quello di Mao, mai rinnegato, e tuttora mantiene una struttura totalitaria retta dal Partito Unico, il Partito Comunista Cinese. Inoltre, Trump scade tra un paio d’anni mentre non s’intravedono cambi o svolte nel regime cinese.
Come si è visto anche nel summit, il loro orizzonte comune è la volontà di potenza, e il loro criterio di giudizio è fondato sui rapporti di forza. È parso evidente che il loro primario interesse non è la salvezza del pianeta o dell’umanità ma l’egemonia del proprio Paese, della propria economia e degli interessi geopolitici ed economici che lo muovono. Non è solo una semplificazione dei giornali ma il tema che sta più a cuore alla Cina è mettere le mani su Taiwan e Trump gli ha dato un mezzo nullaosta. Non è una congettura arbitraria prevedere che sulla ex-Formosa si costruirà un possibile do ut des con le aspirazioni statunitensi: dal via libera al controllo dei paesi vicini, dal Venezuela a Cuba, fino al Medio Oriente, per tutelare Israele, e tenere sotto schiaffo l’Europa e non solo. Sull’Iran devono ancora trovare la quadra. Nelle strategie cinesi e americane non c’è nulla che tenga in considerazione il resto del mondo, gli altri paesi, l’umanità e la pace universale: il solo tema che sembra star loro a cuore è la loro leadership e la contesa sul primato mondiale. Anche quando hanno toccato temi universali lo hanno fatto seguendo i loro interessi: sugli equilibri geopolitici nel pianeta come sull’Intelligenza Artificiale l’angolazione dei loro dialoghi è stata pan-cinese e pan-americana. La comune preoccupazione è subordinare il mondo, i poteri privati e delle altre potenze al dominio cinese e a quello americano. Se raggiungono un patto non è per governare gli effetti della tecnica e dell’intelligenza artificiale, ma nel dividersi il controllo sulla base dei rispettivi interessi e stabilire i confini reciproci.
A fare una comparazione storica attingendo alle radici antiche dell’Occidente non è stato il leader occidentale, che nulla sa di storia e di cultura, come del resto quasi tutti i suoi predecessori ma il leader asiatico, che ha citato Tucidide e il precedente classico di Sparta e Atene. Anche se poi, a ben vedere, la citazione di Xi era in realtà made in Usa: la cosiddetta “trappola di Tucidide” non l’ha inventata Tucidide, ma l’ha dedotta Graham Allison nel 2017 in un libro dal titolo inquietante “Destinati alla guerra” che proiettava lo scenario greco nei giorni nostri, nel rapporto tra la Cina e gli Stati Uniti. La tesi desunta da Tucidide è che l’ascesa di Atene, potenza crescente, e la paura di Sparta, potenza calante, rischiano di rendere inevitabile la guerra. Un paragone che può essere letto anche come una minaccia, da parte cinese, benché sia presentato con la logica di prevenire lo scontro, riconoscendosi reciprocamente le ragioni, gli interessi e gli spazi, e legittimandosi a vicenda, senza considerare uno usurpatore o l’altro destinato alla decadenza. È significativo che la Cina si identifichi con Atene e identifichi gli Usa con Sparta: nel racconto prevalente Atene rappresenta la civiltà e il pensiero e Sparta solo la forza delle armi e la potenza di uno Stato militare. Ma ancor più significativo è il messaggio che il leader cinese ha lanciato con quel paragone: noi siamo il futuro, voi siete il passato. Non dovete avere paura di noi, però noi siamo la potenza emergente e saremo la potenza dominante. Fingono di rassicurarci ma ci confermano nei nostri timori.
E noi, dico noi italiani, noi europei? L’unica cosa che sentiamo ripetere da mesi, perfino da un uomo che sembrava totalmente immerso nella finanza, come Mario Draghi, è “Alle armi, corriamo ad armarci!”. Forse le armi sono la continuazione della finanza con altri mezzi… Il bellicismo europeo, pensato in funzione antiRussa è grottesco e sciagurato. È un proposito scellerato perché armarci è già un passo verso la guerra e non un modo per prevenirla, è sempre stato così; quando hai arsenali gonfi di armi alla fine li usi, anche per smaltirli prima che scadano rispetto all’innovazione. E poi, non riusciremo mai con le armi a recuperare il nostro divario rispetto alle potenze del pianeta, ma nel frattempo avremo indebolito i nostri stati, i nostri assetti sociali ed economici, indebitandoci per armarci. Ci guadagnerebbero solo le industrie belliche, non certo i popoli e i paesi.
L’unica cosa vera che sentiamo ripetere anche dai guerrafondai di casa nostra è che ormai è tempo di fare da soli, non possiamo più contare sugli altri, a partire dagli Stati Uniti. Si, l’Europa deve fare da sé, deve ripartire dai suoi singoli stati, dalla rifondazione dell’unione su altre basi con altre prospettive e dalla sua posizione geopolitica e mediterranea, col suo ruolo centrale nel mondo tra nord e sud del pianeta, tra est e ovest.
Trump non è la nostra polizza di salvezza dalla Cina; e XiJin Ping non è la nostra possibilità di salvarci dalla prepotenza dell’ingombrante alleato. Dobbiamo trattare con entrambi, e anche con Putin e gli altri grandi paesi, ma senza sposare nessuno di loro. Non abbiamo altra strada. Speriamo intanto che il vertice fra Trump e XiJinPing non preluda né a un matrimonio né a un conflitto. La nostra salvezza è che resti a metà, nella reciproca e timorosa diffidenza, tra l’abbraccio e lo scontro, entrambi letali, per noi e per il mondo.
Grazie a una deroga che è stata consentita ad hoc da una norma voluta dalla maggioranza: in 4 superano il tetto dei 240mila euro. I dati aggiornati ai primi mesi del 2026 del costo del personale in servizio nella spa del ministero dell’Economia

(di Antonio Fraschilla – repubblica.it) – La società Stretto di Messina ha quattro dirigenti che sforano il tetto dei 240 mila euro, grazie a una deroga che è stata consentita ad hoc da una norma voluta dalla maggioranza. E questo porta il costo complessivo dei 21 dirigenti (erano 19 nel 2024) a circa 6 milioni di euro contro i 4,5 milioni del 2024.
Sono i dati aggiornati ai primi mesi del 2026 del costo del personale in servizio nella spa del ministero dell’Economia che ha l’obiettivo di realizzare il Ponte. Numeri di non poco conto e in costante crescita da quando, per volere del governo Meloni, nel 2023 è stata rimessa in vita la spa e fermato il percorso di liquidazione. Attualmente i dipendenti sono 114 (21 dirigenti e 93 funzionari) per un costo totale di 11,5 milioni di euro: nel 2024, anno di vero avvio della società, i dipendenti complessivamente erano 84 per un costo di 9 milioni di euro. I dirigenti che guadagnano più di 200 mila euro all’anno sono sei, quattro di questi arrivano a cifre tra i 260 e i 360 mila euro.
A fronte di queste cifre, in costante crescita e con deroghe al tetto di 240 mila euro fissato per gli stipendi nelle società pubbliche, l’avvio dei cantieri viene rinviato costantemente: secondo il ministro Salvini la posa della prima pietra doveva avvenire “nell’autunno del 2024”, poi “nella primavera del 2025”, entro “dicembre del 2025” e, adesso, ultimo annuncio, nell’ultimo trimestre del 2026. Il tema centrale resta la delibera Cipess: una prima formulazione è stata di fatto bocciata e non registrata dalla Corte dei conti. Adesso, grazie anche a nuove norme approvate in Parlamento, il governo punta a una accelerazione con la nomina di commissari ad hoc: resta il tema della nuova delibera Cipess che dovrebbe essere presentata alla Corte dei conti per la registrazione entro giugno.