
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – C’è una donna, in Uruguay, che ha bisogno di aiuto. E lo chiede, lo grida per tre mesi. È Graciela Mabel De Los Santos Torres, 51 anni, massaggiatrice disoccupata. Dice di aver subìto molestie sessuali da Giuseppe Cipriani nel suo ranch “Gin Tonic” a Punta del Este, di aver visto festini per vip con ragazze anche molto giovani, selezionate da Nicole Minetti e portate lì dai bordelli locali e […]

(di Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Il processo di spettacolarizzazione delle follie dell’imperatore Trump non conosce soste, solo accelerazioni. Il presidente ha ordinato di cancellare la serie di concerti che nel Mall di Washington dovevano accompagnare la cavalcata celebrativa verso il 250esimo anniversario degli Stati Uniti, progressivamente disertati da artisti politicamente a disagio, e lo rimpiazzerà con il «più grande comizio di sempre», un «comizio che metterà fine a tutti i comizi».
Tutto quello che serve, ha spiegato, «siete voi, io, qualche relatore e la più grande musica mai suonata», e così ha lanciato sé stesso come headliner dell’evento, accompagnato dal produttore di hit patriottiche anni Ottanta più politicamente affidabile, Lee Greenwood, e dal solito Christopher Macchio che canta il Nessun dorma.
La struttura sta crescendo rapidamente nel South Lawn della Casa Bianca, dove il 14 giugno – il giorno del suo ottantesimo compleanno, anche più importante del giorno dell’Indipendenza – si svolgerà la Ufc Freedom 250, una serata di combattimenti di arti marziali miste che vedrà fronteggiarsi il georgiano Ilia Topuria contro l’americano Justin Gaethje.
Sul prato è stata eretta una trionfale arcata di luci e telecamere ribattezzata “l’artiglio” e che Trump ha paragonato alla Torre Eiffel, lasciando intendere che potrebbe restare lì per sempre, accanto alla East Wing semidemolita dove forse sorgerà la sua sala da ballo, se le aule di giustizia lo permetteranno.
Si attendono novantamila persone e i lottatori, nei piani del presidente, usciranno dallo Studio Ovale per raggiungere l’ottagono. Il solo rifacimento del prato costerà settecentomila dollari. L’incontro andrà in onda in prima serata sulla Cbs, con una platea piena di amministratori delegati e celebrità varie. Così Trump avrà il suo personale Colosseo per celebrare le festività nazionali con un combattimento rituale.
Mentre allestisce l’arena, però, perde un pezzo del suo impero simbolico. A dicembre il consiglio del Kennedy Center, interamente nominato da lui, che si è anche autonominato presidente, aveva ribattezzato l’istituzione culturale tradizionalmente bipartisan “Donald J. Trump and John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”.
Il 29 maggio, giorno del compleanno di John Fitzgerald Kennedy, il giudice federale Christopher Cooper ha stabilito in una sentenza di novantaquattro pagine che l’operazione era illegale: «Il Congresso ha dato al Kennedy Center il suo nome, e solo il Congresso può cambiarlo».
Ha ordinato perciò di rimuovere il nome di Trump dalla facciata del palazzo, dalle insegne e dai siti entro due settimane, e ha bloccato la chiusura biennale per ristrutturazione che il presidente voleva far partire subito dopo le celebrazioni del 250esimo anniversario.
Ma è sulla moneta che la pulsione da “Mad King” raggiunge la sua forma più pura, perché incidere il proprio volto sul denaro dello Stato è il gesto degli imperatori da quando esiste il conio. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha mostrato alla Casa Bianca il bozzetto di una banconota commemorativa da 250 dollari con la faccia di Trump.
Il Washington Post ha raccontato che due funzionari di nomina politica del dipartimento sono stati incaricati, già nell’autunno scorso, di portare avanti il progetto a fari spenti, aggirando gli ostacoli e piegando i regolamenti.
La legge vieta infatti di raffigurare una persona vivente sulla valuta, quindi prima andrebbe abrogata la norma. Ma il Tesoro ha fatto sapere che il progetto di riforma è pronto e in attesa del via libera del Congresso, mentre al Tesoro è stata trasferita in un altro ufficio, senza spiegazioni, la capa del dipartimento che si occupa della cartamoneta.
Una commissione di nominati di Trump ha anche approvato all’unanimità la produzione di una moneta d’oro da 24 carati con la sua effigie; è in lavorazione, nonostante le obiezioni del comitato consultivo della zecca, una moneta dollaro che lo ritrae di profilo su un lato e, sull’altro, col pugno alzato e la scritta “Fight, fight, fight”, il grido lanciato dopo l’attentato di Butler.
C’è anche in cantiere un passaporto commemorativo con il suo volto, il pass per i parchi nazionali, uno striscione con la sua faccia appeso sul dipartimento di Giustizia, il nome affisso non solo al Kennedy Center ma anche allo US Institute of Peace.
Ai cronisti che esprimevano perplessità su queste iniziative mentre gli americani soffrono per il caro energia e l’inflazione, Bessent ha risposto che non c’è «nulla di sconveniente» e che la questione è scollegata dal tema dei prezzi.
Questi episodi sono parte del processo di conversione dello Stato e dei suoi simboli in protesi dell’ego trumpiano. Il 250esimo anniversario di una Repubblica nata in rivolta contro un sovrano e la sua corte aristocratica viene convertito in una parata personale che idealmente finisce con il passaggio sotto l’arco di trionfo, per il momento soltanto un progetto su carta e intelligenza artificiale.
La festa che dovrebbe celebrare il ripudio della monarchia finisce per somigliare a un’incoronazione. Alcuni dettagli non sono del tutto inediti – Calvin Coolidge, ad esempio, comparve da vivo sul mezzo dollaro del 1926 per i 150 anni dell’Indipendenza – ma nel caso di Trump si sta virando verso un registro da folle monarca shakespeariano, che ha perso senso della misura e controllo di sé.
Gli uomini di corte gareggiano nell’arte ignobile dell’adulazione, e dietro agli spettacoli che il presidente mette in piedi c’è una cruenta competizione di cortigianeria. L’unico argine che finora ha tenuto è il potere giudiziario.
Tutto questo accade mentre il Partito repubblicano dà espliciti segni di ribellione sulla guerra in Iran e mentre i sondaggi sulla popolarità si muovono in senso inverso rispetto ai prezzi dei beni di consumo. Persino i senatori del Gop si rifiutano di finanziare la sicurezza della sala da ballo.

(Stefano Rossi) – È uno dei tanti esempi che la politica offre, a noi elettori, della sua inutilità e scarsa adesione alla realtà.
Destra e sinistra si arrovellano su questa sorta di tassazione, ma nessuno ha spiegato i problemi sottesi.
Facciamo un esempio su una patrimoniale su capitali di 10 milioni di euro .
1.
Ho 12 milioni di capitale investito all’estero e 100.000 euro sul conto corrente.
Rientrerei nella patrimoniale?
2.
E se i 12 milioni sono investiti per 20 anni, con penali altissime in caso di disinvestimento, chi paga il riscatto?
3.
E se i 12 milioni sono di società, tutte con sede legale all’estero, verrebbero tassati?
4.
Fondazioni, società anonime, società e fondi offshore, trust, potrebbero nascondere ingenti capitali che, sulla carta, rientrerebbero nella patrimoniale. Ma chi potrebbe mai fare indagini così difficili e capillari?
5.
I grossi capitali non portano mai, mai e mai, il nominativo di una persona fisica o giuridica con sede legale in Italia. Quindi?
—-
Non avremo mai risposte dalla politica. Ammesso che siano in grado di darla una risposta.
Il rischio è quello di tassare quel poco che si raccimola dalle camere di commercio e poco più.
I veri capitali sfuggirebbero a controlli e tassazione; con il rischio di fuga all’estero.
E aumenterebbero cause milionarie contro il fisco per irregolarità e illegittime tassazioni.
In Europa, solo la Svizzera, Spagna e Norvegia hanno una tassa simile; in Germania è stata dichiarata incostituzionale. Tanti altri Paesi l’hanno abolita.
E’ vero che, chi la invoca, precisa che sono aperti ad un dibattito dal quale possono giungere nuove proposte sui contenuti di questa tassa, ma poi, le dichiarazioni brevi rese in tv sono un spot gratuito a favore degli avversari politici che non la vogliono.
Ma quanto sarebbe più facile, e più giusto, richiedere a gran voce una tassa sugli extraprofitti delle banche che, senza muovere un dito, hanno lucrato sulla pelle dei risparmiatori?
Così, anche l’opposizione, senza muovere un dito, avrebbe accontentato quasi la totalità degli italiani.
Evidentemente, era troppo facile.
Meglio rovinarsi con le proprie mani.
Eccolo il “campo largo”. Una proposta che li ha già spaccati in due.
“Trattati da criminali”: doppia causa di Minetti e Cipriani contro il Fatto e Rai. Chiesti oltre 220 milioni. Presentate le richieste di risarcimento: a Roma per i danni alla reputazione della coppia e a New York per quelli alle attività del gruppo dell’imprenditore

(di Rosario Di Raimondo e Giuseppe Scarpa – repubblica.it) – Adesso la battaglia legale diventa doppia, tra Italia e Stati Uniti. A Roma si è aperto un nuovo fronte. Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani – apprende Repubblica – hanno avviato una procedura di mediazione nei confronti del Fatto Quotidiano, avanzando una richiesta risarcitoria da 5 milioni di euro. L’incontro tra le parti è fissato per il prossimo 26 giugno.
Ma non c’è soltanto il fronte italiano. Negli Stati Uniti, Cipriani, chiede inoltre i danni al Fatto Quotidiano e alla Rai per gli articoli e le trasmissioni dedicati alla grazia concessa all’ex consigliera regionale. Come emerge da un atto di 34 pagine la richiesta di risarcimento ammonta a 250 milioni di dollari (oltre 216 milioni di euro). Il motivo della controffensiva giudiziaria? Quella che viene definita “una storia costruita su insinuazioni e sensazionalismo”, di fronte alla quale “gli imputati hanno scelto clic, ascolti e pubblicità al posto della verità, dell’accuratezza e del giornalismo responsabile”.
In totale quindi le due cause ammontano a oltre 220 milioni di euro.
I legali parlano di un “danno sostanziale arrecato all’attività” di Cipriani. “Una campagna diffamatoria deliberata, coordinata e/o negligentemente indifferente diretta contro Giuseppe Cipriani, il Gruppo Cipriani e, soprattutto, la ricorrente Cipriani Usa”, impresa con sede a New York di cui il compagno di Minetti e l’azionista di maggioranza.
Le accuse sono rivolte al Fatto e a Report, per notizie “intese a dipingere Cipriani e coloro che sono a lui associati come corrotti, criminali, sessualmente depravati, politicamente compromessi e collegati a Jeffrey Epstein”. Tra i danni lamentati, “uno degli istituti di credito del ricorrente ha ritardato la conclusione di un’importante operazione di prestito, ha imposto nuovi termini e condizioni e ha richiesto al ricorrente di incaricare una società investigativa esterna indipendente, a costi esorbitanti, per indagare e confutare accuse che non avrebbero mai dovuto essere pubblicate in primo luogo”. E quindi, Cipriani “chiede un risarcimento per i danni commerciali sostanziali causati dall’interferenza illecita degli imputati con le prospettive commerciali dell’attore, per diffamazione/falsificazione commerciale, per illecito civile, nonché un provvedimento equitativo nei limiti consentiti dalla legge”.
Gli avvocati del Gruppo Cipriani si concentrano su quattro punti. Primo: che l’imprenditore sia stato socio di Epstein e che quest’ultimo gli avesse prestato 800 mila sterline. Secondo: cheil ministro della Giustizia Carlo Nordio si è incontrato con Cipriani e Minetti nel ranch di Punta del Este, “per discutere o agevolare la richiesta di grazia presidenziale”. Terzo: che Cipriani e Minetti hanno organizzato feste a base di sesso e droga. Quarto: che la coppia ha “corrotto funzionari pubblici in Uruguay” in relazione alla vicenda dell’adozione del bambino e delle sue cure mediche, oltre al coinvolgimento “nel presunto assassinio di un avvocato, una storia totalmente inventata e falsa che include un caso di scambio di persona”. I legali scrivono: “Queste accuse erano palesemente false (…), formulate in modo da massimizzare lo scandalo, l’indignazione, la viralità, e la reputazione”.
I legali scrivono anche che Nordio “non ha mai incontrato Giuseppe Cipriani e non ha mai messo piede nella sua residenza a Punta del Este, in Uruguay” per “discutere o concordare un favore politico corrotto”. Nell’atto si ripercorre com’è emersa la notizia: è stata formulata “per la prima volta dal conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, durante la trasmissione “E’ Sempre Cartabianca”, andata in onda il 28 aprile 2026 sul canale televisivo italiano Rete4. Il Ministro Nordio è intervenuto telefonicamente in diretta durante la trasmissione per smentire l’accusa in tempo reale (…) Nordio ha avviato un’azione per diffamazione contro R.T.I. S.p.A., “E’ Sempre Cartabianca”, la signora Berlinguer e il signor Ranucci, in relazione a questa falsa accusa. In base alle informazioni in nostro possesso, l’azione del signor Nordio è in corso”.
Un ampio capitolo è ovviamente dedicato ai presunti festini – smentiti con forza – nella residenza di Cipriani in Uruguay. E viene citata l’ormai famosa “massaggiatrice” che con le sue rivelazioni aveva gettato ombre sull’imprenditore e Minetti. I legali ricordano che la donna – che nel frattempo ha ritrattato le sue parole con una dichiarazione giurata – ha lavorato nella villa per un limitato periodo di tempo e comunque per un “totale di 4 mesi e non 20 anni”. Al termine del rapporto di lavoro, nel febbraio 2025, Gabriela (il nome della massaggiatrice) fa una causa di lavoro, chiede 60 mila dollari ma ne riceve 6 mila. E ora, “in base alle informazioni in suo possesso, la signora sta valutando la possibilità di avviare un’azione legale contro Il Fatto per averla citata in modo errato e/o aver estrapolato le sue dichiarazioni dal contesto”.
Nell’atto si entra anche nel dettaglio della dichiarazione giurata della massaggiatrice. “Il 29 maggio 2026, Torres ha firmato una dichiarazione giurata autenticata in cui ha confermato, tra l’altro, che: la signora Minetti non ha mai sollecitato ragazze né ha in alcun modo favorito la prostituzione presso la residenza del signor Cipriani a Punta del Este, la controversia (di 6.000 dollari) con il signor Cipriani era una questione puramente di lavoro, e non aveva esperienza nel trattare con i media e, di conseguenza, le sue precedenti dichiarazioni sono state materialmente distorte o comunque travisate da Il Fatto”.
Lungo il capitolo sull’adozione del bambino da parte della coppia, compresa la ricostruzione della morte di un legale del bimbo che ha seguito la procedura di affidamenti. Anche qui il giudizio degli avvocati è tagliente: “Gli imputati hanno insinuato che Giuseppe Cipriani sia un assassino e hanno bruciato vivo l’avvocato della controparte”.
Nella causa si parla di “persistente campagna diffamatoria”, di una vicenda da “Davide contro Golia”, con “costi sbalorditivi per difendersi” da un’azione che mirava “alla distruzione della reputazione e degli affari” di chi oggi querela. E qui inizia la conta dei danni. A fronte delle accuse, un istituto di credito avrebbe sospeso la pratica per un finanziamento da 50 milioni di dollari a Cipriani. Il quale, scrivono i legali, ha dovuto “incaricare una società investigativa esterna indipendente, a tariffe orarie esorbitanti” per smentire le accuse. Cipriani “ha sostenuto spese superiori a un milione di dollari per indagini, spese legali e professionali, e 50 milioni per costi di finanziamento legati al ritardo e altre perdite consequenziali”. Ancora, l’imprenditore lamenta “milioni di dollari di danni, inclusi danni da ritardo, maggiori costi di transazione, spese investigative, onorari professionali, perdita di opportunità commerciali, deterioramento dei rapporti commerciali e altri danni consequenziali e speciali”. Dunque: “L’attore ha subito un danno di importo da determinare in sede processuale, ma in ogni caso non inferiore a 25 milioni di dollari”.
(dagospia.com) – La sconfitta alle elezioni comunali a Venezia non è stata un campanello d’allarme per Elly Schlein: ma una campana a morto, con i rintocchi arrivati fino a Roma (se in laguna avesse vinto il candidato dem, in quota Elly-Orlando, Andrea Martella, l’ambiziosissima segretaria del Pd si sarebbe già autoincoronata regina d’Italia).
Tra le stanze del Nazareno, sede del Partito democratico, complici i pessimi sondaggi (il Pd, secondo la rilevazione del 30 maggio di Pagnoncelli, è in calo del 2,2% ed è sceso al 20,1%), si è accesa una faida senza quartiere intorno a alla Ducetta con l’eskimo: se i riformisti la detestano, i Cinquestelle non ci pensano proprio a votarla, nel disgraziato caso in cui fosse scelta alle primarie come candidato premier.
E qui viene il bello: come si terranno queste primarie? chi potrà votare? Saranno aperte a tutti o solo agli iscritti? (e chi andrà a controllare chi e quanti sono gli iscritti digitali di 5Stelle, di AVS o di Casa Riformista?).
E poi: si voterà in un turno unico o, contrariamente a quel che vuole Elly, ci sarà un ballottaggio tra i due candidati più votati?
‘Sta sciagura delle primarie “aperte”, va sempre ricordato, furono volute dall’esangue Enrico Letta, e incoronarono Elly segretario del Pd a discapito di quel risvoltino anomalo di Stefano Bonaccini, che era stato premiato invece dal voto degli iscritti al Pd.
A peggiorare la crisi che aleggia nel primo partito di opposizione, ci si mettono anche le balzane uscite di Elly, una che fa politica senza la necessaria cultura ed esperianza per capirla.
Dopo aver tirato fuori dalla tasca dell’eskimo la fatidica patrimoniale (lucidamente affossata da Romano Prodi: “Verrebbe interpretata come l’inizio di un’oppressione fiscale”), Schlein ha incontrato il “grillo parlante” della Cgil, Maurizio Landini, ormai in modalità “Lenin al lambrusco”.
A capo di un sindacato di pensionati, gente che il lavoro l’ha sì incontrato ma 30 anni fa, il Masaniello della Cgil, una volta al fianco di Elly per la presentazione romana di un suo libro, ha tuonato di voler cassare il Jobs-Act, la riforma del lavoro voluta da Matteo Renzi.
Un calcio in culo a tutto il cucuzzaro ex renziano, ora trasferitosi in “Casa Riformista”. La pedata, come prevedilbile, ha fatto girare ancor di più i cabasisi a ciò che rimane dell’anima centrista e riformista del Pd, che con Ellt al comando non tocca più palla. Altro che “dettare l’agenda”: Guerini e company non dettano neanche i post-it. E sono al traino della “gauche Lgbtq+” della loro segretaria.
Se nel Pd-Soviet di Elly, i vari carneadi Bonafoni, Taruffi, Furfaro si permettono di bullizzare sulla chat del partito Pina Picierno che con il suo addio hanno finalmente una ‘’rompicojoni in meno’’, la vera “anima nera” di Elly si chiama Francesco Boccia.
Il Rasputin di Bisceglie, maritato in De Girolamo, è un tipino uno-e-trino che è stato capace di svolazzare dallo staff di Enrico Letta alla corte di Michele Emiliano, sempre sgusciando via un attimo prima della loro sconfitta.
Come un’anguilla, è riuscito a salire sul carro vincente di Elly, appollaiandosi al suo fianco, occupando il posto dell’improvvido Franceschini, che “inventò” come leader la 41enne nata a Lugano, che non era neanche iscritta al Pd e nel curriculum aveva solo un anno e mezzo da assessora alla Regione Emilia-Romagna.
Franceschini era convinto di poter teleguidare la sua creatura: voleva fare il puparo della giovane attivista bisex. Quando la scaltra Schlein ha tagliato i fili, Su-Dario s’è ritrovato con un pugno di mosche in mano.
Resasi autonoma, e messe le mani sul partito, Elly ha creato un Nazareno a sua immagine e somiglianza: s’è circondata di amazzoni e legionari sinistrelli, ha relegato ai margini gli oppositori interni e nel 2027 avrà il potere di stilare le prossime liste elettorali candidando il suo fan-club. S’è presa il Pd, a colpi di un’ambizione senza limitismo mascherata di supercazzole con scappallemento a sinistra. Per prendere l’Italia, e issarsi a palazzo Chigi, ci vorrà molto, molto di più: quella cultura della politica che finora nessuno ha visto all’opera….

(Luca Telese – ilcentro.it) – Da quattro giorni – sui giornali italiani – si assiste a un dibattito quasi surreale innescato dalle dimissioni dell’euro-onorevole Pina Picierno dal Partito Democratico. Una martire, si dice, la vittima di una terribile epurazione, il suo addio deve essere interpretato come l’emblema di un crescente sentimento di intolleranza contro i riformisti da parte del centrosinistra e della segretaria del Nazareno, un pericoloso cedimento al “populismo di sinistra” (parole sue).
È un caso che parte da una persona, da una vicenda personale (anzi, come vedremo personalissima) ma siccome illumina un grande tema irrisolto, e siccome viene utilizzato per sostenere un’Opa nel Pd, e una scalata alla leadership del centrosinistra italiano, vale la pena parlarne.
Dunque ecco la tesi: una svolta “estremista” dentro il Partito Democratico ha prodotto una purga politica spietata. La feroce Elly Schlein, tagliatrice di teste e persecutrice di dissidenti ha colpito ancora, e con durezza. Il Pd, si è detto e si scrive, è diventato un partito intollerante in cui l’aria è ormai irrespirabile per chiunque non sia in linea con la sua segreteria. La povera Picierno, paladina di alcune cause scomode rispetto all’ortodossia della segretaria, come ad esempio il sostegno all’Ucraina sotto attacco russo, sta pagando duramente per queste sue posizioni controcorrente. E infine: la Picierno, vicepresidente del Parlamento di Strasburgo ed esponente di spicco del gruppo dei socialisti e dei democratici, rappresenta un ancoraggio forte alla famiglia dei riformisti europei, rispetto alle derive “filo-russe” e “filo-arabe” dei critici della Picierno.
Il fatto stupefacente è che nessuno di questi elementi di narrazione è vero, casomai il contrario: si tratta di una serie di panzane sesquipedali. E provo a riassumere i fatti reali, perché talvolta le sintesi dicono molto più di quello che si può immaginare: 1) Pina Picierno non è stata né cacciata, né espulsa, né invitata ad andarsene, né censurata in alcun modo, neanche quando quelle sue scelte hanno imbarazzato il Nazareno. Il primo fatto dunque è questo: si è dimessa lei, con un’intervista di tre pagine a Il Foglio in cui ha attaccato ininterrottamente (cosa più che legittima, non so quanto elegante) quello che fino a ieri è stato il suo partito, il partito che le ha consentito di fare (anche grazie ai suoi meriti) una splendida carriera.
2) Partendo dall’ultima elezione a Strasburgo, per dire, scopriremo che Pina Picierno non è una martire di Elly Schlein, ma casomai una sua beneficiata: in questo paese di memoria corta (soprattutto fra i giornalisti) bisogna ricordare i suoi appelli alla segreteria a “Non candidarsi da capolista” nella stessa circoscrizione in cui correva lei, quella del Sud. Una richiesta raramente sentita (di solito accade l’opposto) nella storia delle liste elettorali. Il motivo? Semplice: la deputata, avendo fatto i propri calcoli, temeva di non essere eletta nella terribile guerra delle preferenze nella circoscrizione meridionale. La concorrenza di una segretaria acchiappavoti, brava nella raccolta delle preferenze, avrebbe reso indubbiamente più difficile l’elezione. Per questo la Picierno chiedeva alla sua leader di scegliere un’altra circoscrizione per correre. E per questo, con non poche difficoltà, pagate su altri tavoli regionali, la Schlein accontentava la Picierno, dandole via libera in una competizione in cui c’era già in campo il super votato Decaro (che infatti risulterà campione di preferenze; la Picierno è arrivata quarta, subito dopo Raffaele Topo). La seconda superballa, poi, è quella di una presunta “dittatura interna”, con una segretaria che spiana il tappeto solo agli uomini suoi. La storia di questi mesi ci dice esattamente il contrario: se c’è un principio che la Schlein ha applicato nel partito – al contrario dei suoi predecessori – è stato un adattamento di quello del cuius regio, eius religio, inventato da Carlo V dopo la pace di Augusta. In ogni territorio il sovrano che governava imponeva il suo credo, cattolico o protestante. Dunque, calandosi nel Pd, in Liguria il partito è in mano alla sinistra di Orlando, in Sardegna – per dire – al post-socialista Comandini, nel Lazio agli zingarettiani, in Campania è così deluchista che a Salerno c’è un De Luca (padre) che impone addirittura a un altro De Luca (figlio) di non presentare il simbolo del proprio partito. Tutto si può dire, dunque, tranne che ci sia uno strapotere del segretario e della sua componente: casomai, come abbiamo visto, ancora una volta è il contrario: se si scorre l’organigramma delle regioni, il Pd è il partito più pluralista della politica italiana (anche troppo).
Ma andiamo all’Ucraina. 3) Nel suo immaginifico autoracconto Pina Picierno diventa la solitaria e coraggiosa sostenitrice della causa, in un partito che marcia controcorrente contro tutto e tutti. Non è vero nulla, e qui parlano i voti dati in Europa: in ogni votazione di decreti sul finanziamento al governo di Zelensky il Pd ha sempre votato – per indicazione della segreteria – compattamente a favore dei rinnovi. Sbagliando, secondo me, ma questo è del tutto irrilevante: carta canta. 4) Quanto alla favola della Picierno come volto simbolo della “grande famiglia del socialismo europeo”, ecco un altro ribaltamento spericolato. Perché nel gruppo dei Socialisti e dei Democratici, che designa in modo collegiale i suoi membri alle cariche apicali e istituzionali, esiste una regola nella rotazione dei mandati che l’eurodeputata della destra interna non ha rispettato: avrebbe dovuto dimettersi (come fanno e hanno fatto tantissimi deputati di tanti partiti e di tanti diversi paesi), lasciando il ruolo di vicepresidente a un altro, in nome di un principio di rotazione (la segretaria ha designato Nicola Zingaretti). Ma la Picierno, pur di non cedere, ha imbastito un’operazione abile a dir poco spericolata: non volendo lasciare la poltrona ha lasciato il partito. Anzi, ha lasciato ben due partiti: sia quello italiano che quello europeo, che fino a ieri indicava come la sua unica bussola ideale e morale. Fantastico. La Picierno ha preso accordi con un’altra famiglia politica, il gruppo di Renew Europe (quello a cui aderiscono Carlo Calenda e Italia Viva) e conta di ottenere la conferma nel ruolo di vicepresidente, nella quota che spetta al suo nuovo gruppo. Sarà stata una grandissima passione ideale, senza dubbio, quella della Picierno, ma stando ai fatti, incanalata con grande maestria nella filosofia cencelliana. Dove c’è una quota-poltrona c’è speranza.
Era l’unico modo? No. E infatti viene voglia di applaudire Marianna Madia, altra parlamentare in uscita dal Pd, che ha motivato il suo addio (anche in questo caso agevolato dal limite di mandati) con una comunicazione non conflittuale, elegante e quasi “affettuosa” nei confronti del suo ex partito (“Continuo a contribuire alle stesse battaglie da fuori”). Qui tuttavia, esaurito il tema del partito e della sua postura (la Schlein ha commentato l’uscita della ex pupilla di Ciriaco De Mita con un sobrio “Mi dispiace”), sarà il caso di affrontare non “il caso Pd” (di cui parlano tutti) ma “il caso Picierno” (di cui non parla nessuno), ovvero il tema dell’identità della ex pupilla di Ciriaco De Mita. Anche in questo caso un po’ di storia: la mitica Pina, che all’epoca era veltroniana, in virtù di questa appartenenza, nel 2008 scippò il posto di capolista al suo ex maestro, capolista del Pd in Campania 2. Dopodiché quando Veltroni si era dimesso, con una nuova casacca (questa volta franceschiniana), riuscì a strappare il posto in lista persino a Michele Emiliano. L’ex sindaco di Bari commentò sconsolato: “Pina è giovane dal punto di vista anagrafico, ma politicamente è molto più anziana di me”. Antonio Polito scrisse di questo avvicendamento: “La Picierno è da molto tempo espressione di una nomenclatura romana non meno tale perché giovane e donna. Ha fatto fuori grazie alla roman-connection – concludeva Polito – un candidato veramente meridionale come Emiliano”. Aggiungeva Andrea Scanzi: “È la Santanché della sinistra italiana”. Poi Pina divenne capolista alle europee grazie a Renzi, ma alle primarie del 2012 (vinte da Bersani) era in quota Pierluigi: “Renzi – graffiava sarcastica – fa le supercazzole sui diritti”. Il fiuto, come abbiamo visto, non le manca. Certo, dopo l’episodio della sostituzione in lista la condanna di De Mita contro la Picierno fu irrevocabile: “È il nuovismo al posto del progresso. Un nuovo che diventa corruzione di minorenni”.
Va detto che un filo conduttore ideale coerente in questa carriera come abbiamo visto c’è, una coerenza adamantina anche quando politicamente questo significava prodursi in uno spericolato salto di liana fra gli opposti: veltroniana con Veltroni leader, franceschiniana con Franceschini leader, bersaniana con Bersani leader, renziana con Renzi leader: ovvio che dopo aver sbagliato la prima scommessa politica della sua vita (quella su Stefano Bonaccini leader), ritrovandosi all’opposizione con la Schlein leader, si sentisse la Picierno un po’ stretta.
Quanto all’atteggiamento dell’eurodeputata nei confronti del dissenso e delle minoranze, ecco il precedente. Nel partito, quando era la sua componente renziana ad essere in maggioranza, e ad essere cacciati, accompagnati alla porta o addirittura insultati, erano gli uomini della minoranza di sinistra (“Ma chi è Fassina?”, disse sarcastico il premier, producendo l’addio), la Picierno non disse una sola parola. Zero solidarietà, zero passione per “il diritto di cittadinanza” delle diverse anime dem. Quanto alle sue prese di posizione attuali: nel momento più drammatico dell’offensiva in Palestina, nel 2025, la vicepresidente del Parlamento Europeo incontrava una delegazione dell’associazione dei veterani dell’Idf, una delle più potenti lobby degli armamenti e della guerra. L’Israel Defense and Security Forum (Idsf) accolto nel suo ufficio dalla Picierno, infatti, non è solo un gruppo di ex militari, ma un vero e proprio think tank, un gruppo di pressione che in questi anni si è speso a favore delle politiche del governo di Bibi Netanyahu. Una lobby di “guerrapiattisti” dichiarati che difende la politica di repressione dei coloni in Cisgiordania, che raccoglie fondi per sostenere i conflitti e che combatte esplicitamente la linea “due popoli due Stati”.
La Picierno chiudeva quell’incontro con l’Idsf regalandoci una bella foto ricordo, posata e sorridente in mezzo ai militari israeliani: tutto questo nel marzo del 2025, in uno dei momenti più drammatici delle offensive contro i civili in Palestina. “Era un mio dovere istituzionale”, ha spiegato. Ma ve lo immaginate un vicepresidente del Parlamento europeo, o un capogruppo del Pci o della Dc (pensate a un uomo del calibro di Altiero Spinelli) che si mette in posa sorridendo e stringendo le mani a qualche associazione di amici degli Afrikaner, nel 1985, con Mandela in cella, durante il regime dell’Apartheid in Sudafrica? Non occorre fare sforzi: non è mai accaduto perché non sarebbe mai potuto accadere.
Tuttavia quell’incontro non è un episodio isolato: la Picierno si è segnalata per il suo comportamento anche in un’altra occasione, quando lei e metà del gruppo Parlamentare Europeo (che all’epoca – qualunque cosa significhi questa parola – si diceva a maggioranza “riformista”) votò a favore della risoluzione Asap, quella che permetteva ai paesi membri di attingere a fondi europei di coesione per comprare armamenti. E questo, ovviamente, contro l’indicazione della segreteria e della Schlein, che aveva detto pubblicamente: “È inammissibile che si usino fondi di coesione e Pnrr per comprare armi e munizioni”. Ovviamente il gruppo si era diviso: da un lato gli uomini fedeli alla maggioranza del partito (con in testa l’eurodeputata Camilla Laureti, vicina alla segreteria), uno solo contro (Massimiliano Smeriglio) e dieci a favore. Conseguenze del voto contro l’indicazione della direzione del partito? Nessuna. Condanne pubbliche? Nessuna.
Ma il capolavoro della coraggiosa Picierno è la partecipazione alla campagna a favore del Sì a sostegno del referendum Costituzionale sulla riforma Nordio. Non solo la Picierno è intervenuta con prese di posizione e interviste (“È da sempre la nostra proposta riformista!”), ma ha partecipato anche a incontri pubblici organizzati dai sostenitori della premier. Non critica la Meloni quando la presidente del consiglio dichiara, a pochi giorni dal voto: “Se vince il No diventeranno liberi immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà”. Da cui il meraviglioso post di Fratelli d’Italia con la Picierno ed Ettore Rosato che guardano in camera a braccia conserte e lo slogan: “Si presenta la sinistra schierata per il Sì”. Resterà memorabile, quasi dadaista, il commento della Picierno il giorno della vittoria del No, e della conseguente bocciatura della riforma del governo Meloni: “Una sconfitta profonda, seria, evitabile. Purtroppo un regalo enorme a Giorgia Meloni e alle destre”. Secondo Pina – dunque – la sconfitta del governo Meloni era un regalo alla Meloni. Strepitoso.
Ma ecco il punto decisivo di questo racconto, cosa rappresenta tutto questo paradosso: il Sì al referendum, il Sì all’uso dei fondi sociali per le armi, il Sì alle foto ricordo con le lobby della guerra israeliane, non sono “casi di coscienza”, i dissensi sofferti di una parlamentare che si ribella alla linea di un segretario su singole scelte politiche, ma piuttosto la costruzione di un progetto politico alternativo a quello del Pd (di tutta la sua storia), ai suoi valori fondativi dichiarati, alle idee della stragrande maggioranza dei suoi elettori.
Non sono singoli dissensi, ma gesti contrari ai cardini del dna identitario dell’elettorato dem. Ed ecco perché l’elemento più grottesco della vicenda è questo: la Picierno non è stata cacciata perché ha trasgredito alle indicazioni di partito, come nei casi celeberrimi di dissenso – dalle espulsioni dei “magnacucchi” nel Pci degli anni Cinquanta, alla radiazione del gruppo de Il manifesto nel 1969 -: la Picierno ha votato contro le indicazioni e se ne è andata lei, senza che nessuno avesse messo in discussione queste scelte. E lo ha fatto in modo clamoroso dopo essere diventata vicepresidente del parlamento europeo grazie al voto di tutta la sua famiglia politica (oggi abbandonata) su indicazione del Pd. Cosa divide, nella scelta del cambio di partito, la libertà di coscienza dal trasformismo? A mio avviso, avendo raccontato centinaia di casi, una splendida massima che mi ha fatto da bussola. Diceva Indro Montanelli: “Se uno cambia partito, e nel farlo ci rimette, lo rispetto. Se cambia partito, e nel farlo ci guadagna, io lo disprezzo”. Questo è un caso di vicelibertà di coscienza, direi.
Scintille tra il giornalista e l’europarlamentare che ha appena lasciato il Pd: la telefonata a sorpresa interrompe il dibattito e accende lo studio
(ilfattoquotidiano.it) – Tensione alle stelle nell’ultima puntata di In Onda (La7) tra Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, e Luca Telese, conduttore del talk show politico insieme a Marianna Aprile. L’argomento del dibattito è la vicenda dell’europarlamentare, ora nel gruppo Renew Europe, dopo l’abbandono del Pd e la fondazione del movimento Spazio Pubblico. Telese ripercorre il suo editoriale pubblicato sul Centro, di cui è direttore. Ricorda, in primis, che Picierno se n’è andata da sola e non ha subito alcuna epurazione. Dopo aver votato più volte contro le indicazioni del partito, senza ricevere alcun richiamo, nemmeno sui fondi strutturali destinati alle armi, e dopo aver ricevuto una delegazione dell’Israel Defense and Security Forum nel pieno dell’offensiva in Palestina, è arrivato il nodo decisivo. Pur di non cedere la vicepresidenza del Parlamento europeo secondo le regole di rotazione del gruppo S&D, ha scelto di lasciare prima il Pd e poi il gruppo europeo.
Telese, quindi, si chiede se non sia un’operazione politica per affermare una leadership moderata: “Picierno potrebbe essere una Vannacci che ruba dei consensi al Pd, diventando la federatrice del centro“.
Pochi minuti dopo arriva in diretta la telefonata di Pina Picierno, visibilmente irritata. “Mi hanno riferito che Telese mi avrebbe definita in diretta una Vannacci”, attacca.
Telese precisa subito: “No, no, guardi, è incompleto. Dico che lei potrebbe essere elettoralmente una Vannacci di sinistra, cioè una persona che porta via un pezzo di consenso alla coalizione del campo largo”.
Picierno non ci sta: “Io da lei sopporto diverse cose, molto spesso il dileggio, senza mai perdere la calma. Da ultimo, il suo articolo sul suo giornale. Non posso però transigere quando lei mi paragona a Vannacci, perché questa è una questione che riguarda i valori, le cose in cui credo e tutto quello che io ho sempre combattuto. Mi oppongo in maniera totale, convintissima a tutto quello che Vannacci è, a tutto quello che Vannacci rappresenta, a tutto quello con cui Vannacci è in contatto”.
Telese replica serafico: “Siamo contenti che lei ce lo dica, ma non era in discussione. Se Prodi dice che serve una Meloni di sinistra, cosa che peraltro ha smentito, non vuol dire che la Meloni diventi leader del centrosinistra. Però bene che lei ce l’abbia spiegato”.
Cultura, identità, enogastronomia e turismo:
la Comunità Atellana si racconta nell’evento B2B «ITC-Fuori Schema»
Mercoledì 10 giugno 2026, ore 17.30
Fabula – Ex Municipio di Atella
Via Martiri Atellani 210, Sant’Arpino (CE)
Ingresso libero

Nel cuore dell’antica Campania Felix, terra feconda di storia, cultura e civiltà, prende vita un appuntamento destinato a valorizzare il patrimonio materiale e immateriale dell’Agro Atellano: “Cultura, identità, enogastronomia e turismo atellano nell’evento B2B ITC-Fuori Schema”, in programma mercoledì 10 giugno 2026, presso Fabula – Ex Municipio di Atella a Sant’Arpino.
Promossa in sinergia dalle Pro Loco del territorio — Pro Loco Orta di Atella, Pro Loco Borgo di Casapozzano, Pro Loco Gricignano di Aversa, Pro Loco Succivo e Cesa e Pro Loco Fractamajor — l’iniziativa si propone come un autorevole momento di confronto tra istituzioni, operatori culturali, professionisti, associazioni e cittadini, con l’obiettivo di costruire una visione condivisa di sviluppo sostenibile fondata sull’identità e sulla valorizzazione delle eccellenze locali.
La Comunità Atellana, che comprende i comuni di Sant’Arpino, Succivo, Frattaminore e Frattamaggiore, custodisce un’eredità storica di straordinario rilievo. Proprio nell’antica Atella, fondata nel V secolo avanti Cristo, nacquero le celebri Fabulae Atellanae, forme teatrali popolari caratterizzate da una vivace vena satirica che avrebbero influenzato profondamente il teatro latino e, nei secoli successivi, la stessa Commedia dell’Arte.
Le immortali maschere atellane — Maccus, Buccus, Pappus, Dossennus e Kikirrus — rappresentano ancora oggi un patrimonio simbolico di grande valore antropologico e culturale, testimonianza di una tradizione capace di attraversare il tempo e di parlare con sorprendente attualità alle comunità contemporanee.
In questo solco si inserisce “ITC-Fuori Schema”, concepito come un Open Day Workshop articolato in percorsi turistici, socio-culturali, didattici, etici, ambientali ed enogastronomici. Un laboratorio di idee e relazioni che intende trasformare la memoria storica in leva di sviluppo, favorendo la nascita di nuove reti territoriali e opportunità di crescita condivisa.
Il programma prenderà avvio alle ore 16.30 con l’accreditamento dei partecipanti e gli incontri tra operatori del settore, rappresentanti istituzionali e stakeholder locali. Alle ore 18.00 si aprirà il momento istituzionale, moderato dall’artista e conduttore Pino Guerrera, con l’introduzione di Salvatore Principe e la relazione della docente e giornalista Maria Teresa Perrotta.
Porteranno il proprio contributo sindaci e amministratori dei comuni atellani, insieme a qualificati rappresentanti del mondo istituzionale, associativo e culturale, tra cui l’on. Giovanni Mensorio, consigliere della Regione Campania e presidente della III Commissione Attività Produttive e Programmazione Turistica; Luigi Barbati, presidente UNPLI Campania; Raffaele Compagnone, presidente provinciale UNPLI Caserta; Claudio Napolitano, presidente provinciale UNPLI Napoli; l’avvocato Maria Rosaria Petrillo, responsabile legale; Maurizio Cirillo, direttore artistico; Luca Marino, direttore della comunicazione; la docente Pina Pascarella e il dirigente scolastico Bartolomeo Perna, insieme a professionisti, rappresentanti del mondo scolastico, del volontariato e delle realtà sociali e religiose dell’Agro Atellano.
A seguire, spazio a un’attività esperienziale di particolare valore educativo e partecipativo: “Mettersi in gioco con stile”, iniziativa curata dalla Mondo Vip Agency e coordinata dal direttore artistico Maurizio Cirillo, che vedrà protagonisti i giovani in un percorso volto a promuovere consapevolezza, creatività e cittadinanza attiva.
Più che un semplice evento, “ITC-Fuori Schema” si configura come un autentico manifesto di rigenerazione territoriale. Un progetto che nasce dalla convinzione che il futuro delle comunità si costruisca attraverso il dialogo tra memoria e innovazione, tra tutela delle radici e apertura alle nuove opportunità. In un’epoca caratterizzata da profonde trasformazioni economiche e sociali, la Comunità Atellana intende affermarsi come modello virtuoso di valorizzazione integrata, capace di coniugare cultura, turismo, enogastronomia, sviluppo economico e coesione sociale.
La partecipazione è gratuita, volontaria e senza scopo di lucro. È gradito un cenno di adesione.
Informazioni e adesioni:
E-mail: centroturisticocampano.servizi@gmail.com
Lo smantellamento identitario di Rai3 è tutt’altro che frutto di un teorema complottistico anti TeleMeloni: si tratta di un progetto preciso, portato avanti con continuità negli ultimi anni e che la dirigenza Rai rivendica con parole pubbliche e scelte editoriali precise, come il film di Giulio Base sulla vita di Almerigo Grilz.

(di Andrea Parrella – fanpage.it) -Rai 3 era una “anomalia durata 15 anni”. Così l’ha definita l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi, parlando pubblicamente di come sia cambiata la terza rete Rai negli ultimi anni. Parole che la dicono lunga sul progetto di questo corso dirigenziale dell’azienda, gli obiettivi e ciò che è stato realizzato. D’altronde sono molti gli elementi che lasciano intravedere un chiaro intento di smantellare Rai3 in questi anni.
L’uscita di Fazio, la vicenda che riguardò Serena Bortone, l’uscita di altri volti come Gramellini, che aveva accompagnato il suo passaggio La7 dichiarando che “l’identità di Rai3 non esisteva più”. E ancora l’eterno botta e risposta tra Ranucci e l’azienda, il taglio delle quattro puntate di Report per le quali il volto del programma si era rifiutato di partecipare ai palinsesto del luglio 2025, il recente caso delle parole di Rossi sul giornalismo di inchiesta “cancerogeno” che poi lo stesso amministratore delegato si è affrettato a definire come equivocate.
Rossi: “La Rai3 degli ultimi 15 anni era un’anomalia”
È proprio Rossi, che di questo corso Rai è stato emblema sin dal principio, a rivendicare l’operazione di pulizia di Rai3, depurata dalla sua identità troppo marcata negli ultimi 15 anni. Lo ha fatto rispondendo alle parole di Mentana, che giorni fa ha definito La7 una sorta di nuova Rai3: “Lo rivendico come un grande successo mio. Negli ultimi quindici anni Rai 3 era un’anomalia del servizio pubblico, quella che chiamavate TeleKabul: da grande canale del sociale si era trasformata nel grande canale dell’ideologia. Oggi è una rete plurale nei racconti dove possono convivere Sigfrido Ranucci e Massimo Giletti, Salvo Sottile e Peter Gomez”. E in queste parole pronunciate alla festa del Foglio verrebbe da dire che ci sia ben poco di equivocabile. E infatti non sono passate inosservate, con il consigliere d’amministrazione Roberto Natale che in queste ore ha definito di enorme gravità le parole di Rossi, colpevole di fornire “un’analisi inaccettabile dell’esperienza di Rai3”, rivendicando “come suo ‘grande successo’ la fuga di spettatori che la rete ha subìto a favore de La7”.
Il film di Giulio Base su Almerigo Grilz
Atto definitivo di questo processo di rebranding di Rai3 pare essere la messa in onda dello scorso venerdì del film Albatross, celebrazione della figura di Almerigo Grilz, giornalista ucciso in Mozambico e icona della destra italiana per il suo ruolo nella storia del Fronte della Gioventù e del Movimento Sociale Italiano. Il film, diretto da Giulio Base e considerato opera simbolo degli effetti delle mani della destra sul mondo della cultura, aveva suscitato polemiche al tempo della sua uscita per il finanziamento da oltre 1 milione di euro di Tax Credit e un incasso al botteghino di poco più di 30mila. Non ha ricevuto un’accoglienza troppo entusiastica nemmeno sotto il profilo degli ascolti, con i 515mila spettatori e il 3.1% di share dello scorso venerdì. Ma i numeri hanno un valore relativo, si dirà, perché non sono il solo parametro per valutare la qualità di un prodotto.
Se questa operazione di aggiornamento del profilo di Rai3 abbia portato negli ultimi quattro anni o porterà a risultati positivi in termini di numeri, o di qualità di prodotto, è da dimostrare. Una cosa è certa, lo smantellamento identitario di Rai3 è tutt’altro che il frutto di complottistiche tesi anti TeleMeloni: si tratta di un progetto preciso, portato avanti in modo inarrestabile e che la dirigenza Rai rivendica con parole pubbliche.
OPPOSIZIONI ABBANDONANO COMMISSIONE COVID, FDI HA SUPERATO LA LINEA ROSSA
(ANSA) – Abbiamo abbandonato la commissione Covid “perché FdI ha superato una linea rossa”. Lo scrivono in una nota congiunta i Capigruppo di PD, M5S, AVS e Iv nella Commissione parlamentare di inchiesta sulla pandemia da Covid.
Il presidente ha delegato consulenti della Commissione a effettuare interrogatori di semplici cittadini in un commissariato di polizia.
Per questo motivo, abbiamo inviato una lettera ai Presidenti di Camera e Senato chiedendo lo sconvocazione dell’audizione di oggi, senza però ottenere risposta. Alle nostre proteste, FdI ha risposto che la delega sarebbe stata decisa in un Ufficio di Presidenza della stessa Commissione.
Fatto mai avvenuto, perché in Udp non si è mai tenuto un voto sulla delega a soggetti esterni. L’attività dei parlamentari risulta peraltro non delegabile e di conseguenza sia la delega che le attività svolte risultano nulle e illegittime”. Per questo “abbiamo abbandonato i lavori e chiesto le dimissioni di Lisei”.
SCONTRO IN COMMISSIONE COVID, IL PRESIDENTE ‘RESTO’
(ANSA) – ROMA, 08 GIU – E’ scontro, nella Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, sulle audizioni, a giudizio delle opposizioni “illegittime, se non addirittura illecite”, svolte da soggetti estranei al Parlamento “attraverso discutibili deleghe”.
Il presidente della Commissione, Marco Lisei (FdI), ha respinto le accuse – contenute in una lettera inviata dai capigruppo della minoranza ai presidenti di Camera e Senato, come anticipato da alcuni quotidiani – e la richiesta delle opposizioni di dimissioni perchè “non è stato violato nulla”, ha sottolineato. Al termine dell’acceso confronto, i lavori della Commissione sono proseguiti regolarmente.
“COVID, AUDIZIONI ILLECITE LA COMMISSIONE VA SCIOLTA” AFFONDO DEL CENTROSINISTRA
(di Matteo Pucciarelli – la Repubblica) – Persone convocate per essere interrogate dai consulenti nominati da FdI, ma in commissariato di polizia, fuori quindi dalle aule parlamentari. «Una esternalizzazione dei nostri compiti fuori da ogni norma», dice il deputato del M5S, Alfonso Colucci.
Per questo motivo le opposizioni chiedono la sospensione dei lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid e mettono nel mirino il presidente, il senatore meloniano Marco Lisei, arrivando a ipotizzarne la rimozione e, come extrema ratio, perfino lo scioglimento dell’organismo parlamentare.
Al centro della contestazione, come detto, ci sono alcune audizioni che riguardano persone già ascoltate come informate sui fatti. Venerdì sera infatti le opposizioni hanno appreso, visionando la documentazione allegata alla convocazione per oggi, che gli interrogatori sono stati condotti senza che i commissari ne fossero informati, da soggetti considerati privi dei necessari poteri e in una sede estranea a quella della commissione.
Gli incontri si erano invece svolti negli uffici del commissariato di polizia di Trevi Campo Marzio a Roma. Una procedura che, sostengono i firmatari della lettera, sarebbe comunque illegittima anche qualora una qualche delega fosse effettivamente esistita.
Nel documento, sottoscritto dai capigruppo delle opposizioni presenti nella commissione Covid, istituita su forte volontà di FdI per mettere nel mirino la gestione dell’emergenza ai tempi del governo Conte due, si parla di una «gravissima criticità» che si aggiunge ad altre contestazioni già avanzate nei mesi scorsi.
Prodi alla ricerca di una Meloni, per guidare la coalizione. Schlein che gli oppone un rilancio del socialismo duro e puro (più Sánchez, niente Frederiksen). Tassare i ricchi e sfasciare l’economia in nome dell’eguaglianza? Bisognerà fare i conti col Pd e con tutto il resto

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Magari mi sbaglio, ma invece di andare in Spagna, dove altro che pareggio, un governo di minoranza agisce tra gli scandali, le batoste elettorali e una politica estera e di difesa da piccola nazione protestataria e periferica in Europa e in occidente, Schlein dovrebbe andare in Danimarca. Lì una socialdemocratica, come direbbe compiaciuto Michele Serra, armata di un’indipendenza a prova di bomba da Trump, europeista sul serio in tema di Ucraina e difesa dell’Europa, tosta sulla Groenlandia, con una maggioranza risicata, no pareggio, ha ricostituito un governo di centro sinistra senza troppe ubbie su sicurezza interna e immigrazione, dal vasto e ambizioso programma di welfare, comprese le cure dentali a tutti gratis. I danesi tra gli scandinavi sono considerati quelli dello humour, della joie de vivre, molto gomito alzato, molte feste, i più agitati e inquieti ma per questo più simili ai fratelli del sud continentale.
Il vecchio e caro Prodi è alla ricerca addirittura di una Meloni, per sostituire l’implausibile leadership di Elly Schlein, e con questo si dà un po’ la zappa sui piedi e si fa la fama del disruptor, quello che rompe i cocci, altro che rottamatore. Girasse la voce che cercano una Meloni, dalle parti del Pd, altro che pareggio, saremmo alla frutta.
Mette Frederiksen dimostra invece che c’è del buono in Danimarca, con un governo di undici donne e dieci uomini, multiculturale ma intollerante su delinquenza e flussi indebiti di immigrazione illegale, socialdemocratico con maggioranza stretta, un paio di mesi di trattative su programma e organigramma, ma non fondata come quella degli almodovariani di Spagna sul voto determinante di secessionisti latitanti a Bruxelles. Socialisti sull’orlo di una crisi di nervi. Però il punto è proprio qui, anche per Schlein. Prodi è un antico ministro di Andreotti che ha operato una gigantesca operazione storica di riciclaggio a sinistra, con un certo successo contro Berlusconi e in Europa, è un elder statesman meno compromesso con la pensione di un sulfureo D’Alema, ha diritto di cercare un nuovo capo della coalizione dove gli pare e piace, anche da Meloni. Il suo è da sempre un progetto democratico corretto a sinistra ma non un progetto socialista. Elly gli può opporre solo un rilancio del socialismo duro e puro, nella versione trendy del new socialism, altro che socialdemocrazia, una specie di asse Mamdani-Sánchez-Sanders, una roba da salone letterario o da festival della mente, con qualche traccia di successo d’opinione e elettorale in America, con un programma rigoroso, da cui la invisa patrimoniale (perché mai così invisa? boh). Tassare i ricchi e magari sfasciare l’economia che c’è in nome di quella che ci dovrebbe essere, e dell’eguaglianza, il mito traente delle vere sinistre. Questo si capirebbe. Ma altro che Pina Picierno, già in sé un problemino non facile, bisognerebbe fare i conti con la fonte originaria del Pd, partito revisionista che nasce come tenda maggioritaria per un progetto di coalizione di tipico stampo socialdemocratico e riformista, e anche liberaldemocratico.
Sono cose che si possono fare, ma bisogna dichiararle con un poco di anticipo, devono essere corredate da una linea di proposte istituzionali che investa interessi e preoccupazioni di una maggioranza di italiani, da una politica estera chiara, possibilmente non fondata sulla bandiera antisemita del genocidio che cancella Auschwitz, non basta intingere il biscotto nel cappuccino intellettuale di una specie di lotta di classe aggiornata. Bon courage, cara Elly.

(di Marcello Veneziani) – La guerra porta male, soprattutto a chi la scatena. La guerra porta male non è una banalissima petizione di principio, ad alto valore morale ma a bassa incidenza reale, come dire che è un evento funesto, sparge vittime e dunque nuoce all’umanità. La guerra porta male non è nemmeno un mantra superstizioso, nel senso che porta iella, come vuole il nesso tra iattura e iettatura. La guerra porta male è oggi una precisa considerazione nata dall’osservazione della realtà e degli ultimi conflitti ancora aperti, a Est, in Medio Oriente, e un po’ ovunque. La novità non è assoluta perché ci sono molti precedenti storici che lo insegnano, ma è comunque un esito finora non valutato nei conflitti in corso: la guerra porta male soprattutto alle potenze, ai soggetti più forti che s’imbarcano nel conflitto. Prendete gli Stati Uniti e la Russia, e poi Israele e perfino l’Europa e vi accorgete di una cosa: indipendentemente se ciascuno avesse ragione o torto, se la loro guerra avesse motivazioni migliori rispetto ai paesi con cui sono entrati in conflitto, ma la situazione attuale è la seguente: la Russia di Putin ha avuto finora più danni che vantaggi dal conflitto in Ucraina, ha raccolto più vittime che territori, ha suscitato più inimicizie nel mondo e più conseguenze letali alla propria economia che riconoscimenti di ruolo e di status mondiale.
Non ho mai pensato che quella russa fosse un’aggressione immotivata e a freddo nei confronti dell’Ucraina, ho anzi da subito riconosciuto che c’erano torti e ragioni pregresse e non considerate, da parte dell’Ucraina e dell’Occidente, ferite storiche precedenti e serie minacce future che hanno spinto la Russia a invadere l’Ucraina. Però, indipendentemente dalle cause e dalle ragioni che hanno spinto Putin all’impresa, resta oggettivo che la Russia da questo conflitto ci sta solo perdendo, o quantomeno quel che guadagna non vale quel che perde, sacrifica o mette in gioco. Probabilmente Putin ha perso il kairos, il momento propizio in cui accettare la pace: fu subito dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, quando era relativamente vincente in Ucraina e aveva una sponda occidentale a lui non ostile. Avrebbe potuto negoziare la pace in una condizione di forza; ma ha voluto spingersi ancora più avanti, ottenere di più e si è incartato. Ora la situazione è stata rimessa su un piano di parità o comunque di minore squilibrio in suo favore. E con un maggiore isolamento internazionale e una maggiore debolezza e dipendenza anche nei confronti della Cina.
Ma nello stesso impasse è Trump con la sua guerra all’Iran, che è stata obiettivamente un errore. Anche in questo caso lascio da parte le motivazioni addotte, reali o fittizie, o le ragioni inconfessate che ne stavano sotto, le pressioni e i ricatti subiti da Trump. Mi limito a considerare con assoluto realismo gli effetti. Non ha piegato l’Iran, non ha risolto la situazione in poco tempo, il favore fatto a Israele si è ritorto contro di lui, al punto che si profila l’ipotesi che Trump voglia scaricare sulla follia aggressiva di Netanyahu la responsabilità del conflitto o quantomeno del suo perdurare e allargarsi al Libano. Ma quella situazione lo sta logorando, indebolisce gli Usa, li espone sul piano internazionale, li isola anche dal resto dell’Occidente e mette in grave difficoltà interna l’Amministrazione Trump. Ha creato una crisi, soprattutto energetica, a livello internazionale.
Tutti gli atteggiamenti aggressivi, minacciosi, “imperialistici” di Trump che aveva vinto le elezioni proprio perché si mostrava al contrario propenso a non caricare sugli Stati Uniti ll compito di gendarme del mondo e interventista “umanitario” su tutti i fronti, stanno indebolendo la sua leadership e isolandola dal resto del mondo.
Anche Israele che appariva come “l’utilizzatore finale” di questo scenario di guerra in Medio Oriente, rischia di ritrovarsi ancora più isolato e odiato nel mondo per il suo bellicismo permanente, le sopraffazioni dei suoi coloni, le sue violazioni di ogni tregua e ogni negoziato, la pretesa di Netanyau di mantenere il potere e l’impunità internazionale mantenendo in tensione permanente tutta l’area circostante e di riflesso tutto il mondo. Insieme agli Usa rischiano di innescare e moltiplicare la minaccia di terrorismo islamico in Occidente.
E per finire anche l’Europa che si sta svenando per sostenere Zelenskij e per riarmarsi in funzione antirussa, leggendo con rovinoso masochismo il conflitto russo-ucraino come una guerra di Putin contro l’Unione Europea, si trova oggi in grande difficoltà, non riesce a uscire da questo pantano, e recita un ruolo grottesco e improprio, per un soggetto internazionale che vantava come suo primo, e forse unico merito, i suoi ottant’anni di pace interna, che rischiano di essere lacerati da questi scenari di guerra e da questa sconsiderata corsa alle armi. E la rottura russo-tedesca, unita al riarmo tedesco, è un segnale inquietante per l’Europa e per il mondo.
Quali sono, invece, le potenze che oggi hanno acquisito maggiore forza e credibilità internazionale? Proprio quelle che si sono tenute lontane dalla guerra, almeno finora. Nonostante il loro impianto di autocrazie se non dittature. A partire dalla Cina, che resta vigile, silente e sorniona con XiJinping, e si muove con saggezza; e anche verso Taiwan procede con i piedi di piombo. Ma pure la Turchia di Erdogan è oggi un grande fattore di equilibrio e di mediazione internazionale. E poi l’India e le altre potenze che si tengono lontane dalle zone calde del conflitto (anche se poi ai loro confini devono vedersela col Pakistan).
Quale lezione trarre da questo scenario? Per una volta possiamo dire che la realtà è migliore delle intenzioni dei suoi protagonisti; e ci porta a concludere che la guerra oggi porti male a chi la usa come strumento di dominio, affermazione di ruolo o risoluzione delle vertenze internazionali. I danni che procura superano i vantaggi, La guerra non conviene. E non sono solo i virtuosi, inascoltati, sermoni dei profeti disarmati, come il Papa, a dire che la guerra è male, ma è proprio l’osservazione realistica del mondo e dei rapporti di forze. Aggiungo che per una legge naturale di polarizzazione, accade sempre più spesso che il confliggente minore – non dirò nemmeno il Paese aggredito, diciamo il paese più piccolo – trovi alleanze e sostegni nel resto del mondo per bilanciare il conflitto; e non per ragioni umanitarie ma per lo stesso realismo geopolitico di prima. Accade in Ucraina, accade in Iran e forse in Libano, accade ovunque. C’è una tendenza multilaterale che scaturisce dai fatti e dagli assetti prima che dai disegni dei potenti della Terra. E un’ulteriore follia per gli States sarebbe imbarcarsi nell’impresa di occupare Cuba, dopo averla ridotta alla fame con le sanzioni e i boicottaggi, e non solo a causa di un regime fallimentare.
Insomma, per una volta, c’è una nota confortevole di fiducia che proviene dalla nuda realtà: alla fine chi usa la forza non vince, o vince male, se non addirittura alla lunga è perdente. E comunque paga costi esorbitanti per aver voluto risolvere i problemi a suon di bombe e cannoni. Più della guerra e del riarmo, conviene a tutti, anche alle potenze più forti, scegliere la via del negoziato e della pace. La guerra conviene solo all’industria bellica e ai suoi attori di scena. Non c’è bisogno di essere pacifisti o disfattisti per dirlo, basta essere realisti. Si vis pacem, para pacem. Siamo felici di concludere che a conti fatti, la pace conviene. Pace è bene, con l’accento sulla e.
Il generale lancia Futuro Nazionale, che ha già in cassa un milioni di euro, mentre i sondaggi lo spingono al sorpasso della Lega. Mentre lui gira l’Italia con temi da estrema destra, gli esperti di Sforzini, politico, imprenditore e massone, creano la struttura per un partito che ambisce a essere determinante per la coalizione di Giorgia Meloni

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Se il centrosinistra piange, il centrodestra Vannacci. Con un partito ancora su carta e un’allegra compagnia di estremismi di vario tipo, il generale conquista rapidamente posizioni e consensi. Il fenomeno da baraccone è diventato un fenomeno politico, mica facile riporlo nella collezione di soldatini. La previsione di un sondaggista di alto rango è spietata per il centrodestra di Giorgia Meloni che s’è dato una pettinata in quattro anni di governo: Vannacci è determinante. Al momento Futuro Nazionale è un «documento notarile e un simbolo depositato» di cinque mesi fa, lo dice il suo fondatore, eppure i sondaggi lo quotano già attorno al 5 per cento con un margine di crescita di 1 o 2 punti se acciuffa elettori del centrodestra che non si muovono troppo e ancora di 1 o 2 punti o chissà quanti se risveglia elettori del centrodestra che si astengono. Dettagli: il sorpasso sui leghisti è questione di settimane, se non di giorni.
Toscano di Viareggio nato a La Spezia il 20 ottobre 1968, generale di Divisione in congedo, paracadutista incursore che ha comandato il reggimento “Col Moschin”, la brigata “Folgore”, la “Task force 45” in Afghanistan, il “Contingente nazionale terrestre” in Iraq e ha partecipato a missioni in Yemen, Ruanda, Libia, Somalia, Bosnia Erzegovina, Costa d’Avorio, per decifrare Roberto Vannacci è opportuno partire dal libro e andare oltre il libro “Il mondo al contrario” (estate 2023) e dragare il mondo di sotto e di sopra che lo circonda. Ci sono due eventi che hanno compromesso la carriera militare e preparato la carriera politica di Vannacci. 13 marzo 2019, rientrato da Bagdad, il generale depositò un doppio esposto – giustizia ordinaria e militare – per denunciare l’esposizione all’uranio impoverito dei soldati in Iraq e la mancata tutela dei vertici della Difesa.
Il secondo evento si è sviluppato da febbraio 2021 a settembre 2022 durante l’incarico di addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca. Il generale Vannacci, subito ben introdotto nel sistema russo, rimase affascinato dal modello sociale di Vladimir Putin e, nelle sue relazioni di servizio allo Stato Maggiore, era sempre indulgente nonostante le esercitazioni militari dell’Armata a ridosso dei confini ucraini. Vannacci fu espulso – attenzione: provvedimento collettivo, non individuale – assieme ai connazionali come ritorsione per le sanzioni europee comminate a Mosca dopo la guerra a Kiev e, dopo nove mesi, ricollocato all’Istituto geografico militare di Firenze. Non la destinazione che preferiva, probabilmente. Non il riconoscimento che rivendicava, certamente.
Allora il generale avviò l’operazione “Il mondo al contrario”, edizione digitale nella settimana di ferragosto (2023). Un formato semiclandestino: per il pubblico generalista, non per le gerarchie in uniforme. Il libro è un classico manifesto di estrema destra: la patria e la famiglia e la cultura e la tradizione minacciati da lassismo, immigrazioni, omosessuali, ambientalisti. Niente di eccessivamente originale per il pubblico di Salvini e Meloni.
Vannacci ha occupato facilmente questo territorio politico non più presidiato da Salvini e Meloni, nel mentre autorevoli commentatori, inforcato il monocolo, scandagliavano il libretto come se il “dilemma” fosse la struttura narrativa e non il seguito popolare che un misto di banalità e corbellerie aveva suscitato. Però Vannacci, più accorto di quanto appaia, non ha sfondato subito in politica, s’è fatto trascinare dal vortice mediatico che adora creare titoli e dibattito; s’è concesso come ispiratore dell’associazione Mondo al contrario (in sigla Mac) del suo amico/ex amico Norberto De Angelis, campione di football americano fermato da un grave incidente; s’è fatto benestante con i ricavi del libretto tradotto e ristampato, 800.000 euro dichiarati nel 2023 e 200.000 euro stimati nel 2024, secondo i documenti ufficiali. S’è messo lì, un po’ presente e un po’ in disparte, aspettando che qualche ingenuo da fenomeno da baraccone lo trasformasse in fenomeno politico. Matteo Salvini non s’è lasciato sfuggire l’occasione e, disperato per il collasso della Lega, ha consegnato al generale un bel seggio da eurodeputato (giugno 2024) e un pezzo di Carroccio con la nomina a vicesegretario (maggio 2025).
Vannacci è stato catapultato in Europa con 560.000 preferenze che vuol dire 560.000 leghisti da Nord a Sud che hanno scritto il suo nome sotto al simbolo con il nome di Salvini. Il generale è diventato azionista non soltanto della Lega, ma anche di Salvini. Ancora una volta, Vannacci non ha agito di fretta. Perché averne, di fretta: vetrina europea a Bruxelles, eccellente stipendio, autonomia assoluta di favellare da Mussolini statista alla Decima Mas. Già lo scorso anno, dopo neanche un semestre da eurodeputato leghista, i primi segnali con le Regionali in Toscana e con una modifica di statuto al Mac, non più associazione culturale, ma associazione politico culturale per «offrire un appoggio concreto» al generale onorevole. Vannacci ha attirato vecchi leghisti e nuovi avventurieri, per esempio l’ex senatore Umberto Fusco, ma a nessuno ha offerto la sua faccia e su nessuno ha apposto la sua firma.
A una cena di Natale a Parma, il 12 dicembre 2025, ha iniziato le sue manovre di distacco da Salvini. «In quella circostanza mi ha chiesto di aiutarlo a scrivere il programma», ricorda il pavese Luca Sforzini, perito d’arte, che si definisce imprenditore, politico, mecenate, filantropo. Sforzini frequenta la politica lombarda sin da minorenne, e non ha di fatto smesso a leggere la sua biografia: a 16 viene introdotto nella Lega da Franco Castellazzi, poi va a studiare nel Regno Unito, a 23 anni torna e lancia la “Giovane Pavia”, poi è «cooptato» nel Partito Repubblicano da Giorgio La Malfa e diventa vicesegretario regionale lombardo, a 31 anni collabora con l’eurodeputato Vittorio Sgarbi, infine va a lavorare per il forzista Francesco Fiori. A 26 anni nel ’99, altro passaggio rilevante, Sforzini è ammesso all’obbedienza massonica Grande Oriente d’Italia. Quattro anni fa ha comprato il castello medievale di Castellar Ponzano in provincia di Alessandria e, una volta ristrutturato e rinominato Castello Sforzini, ha inaugurato il centro studi “Rinascimento Nazionale”. Vannacci l’ha conosciuto un anno fa e si sono piaciuti tanto, talmente tanto che gli ha affidato il compito di convertire le sue parole d’ordine su patria, famiglia eccetera in programma di partito. Due mesi dopo la cena di Parma, a febbraio il generale ha liquidato Salvini e la Lega e pure il suo amico De Angelis con l’associazione Mac: «Verrà assorbita da noi». Mac ha già versato i soldi raccolti (83.300 euro) sul conto di Futuro Nazionale e non ha più ragione di esistere: il contenuto è gestito da Sforzini, il contenitore è Futuro Nazionale con la sua triade Massimiliano Simoni (coordinatore, consigliere regionale), Edoardo Ziello (deputato, responsabile organizzazione), Annamaria Frigo (tesseramento nazionale).
L’ultimo fine settimana di maggio, il generale era in Sicilia per reclutare Stefano Ruvolo di Patto Italia e Confimprenditori – dopo l’ingresso di Indipendenza di Gianni Alemanno – e in contemporanea Sforzini radunava al Castello avvocati e docenti con il primo intervento dell’ex leghista Mario Borghezio. Ciò che sorprende è la capacità di mobilitazione di Futuro Nazionale: 85.000 iscritti in 1.100 comitati formati al ritmo di decine al giorno. Come se il mondo al contrario di Vannacci avesse attivato altri mondi. «No, lo escludo. Io partecipo a titolo personale», precisa Sforzini quando si fa riferimento alla massoneria. E Vannacci sull’argomento: «Non c’è alcun legame fra me e la massoneria. Io non chiedo alle persone che conosco se sono o meno affiliate a questo sodalizio. Mi risulta solo che non sia illegale. Durante il tempo libero fanno quello che vogliono». Sforzini ha pianificato il test di Vigevano (64.000 abitanti): con un comizio del generale e senza il simbolo, il suo candidato a sindaco Furio Suvilla ha preso il 14 per cento, il doppio di 6 anni prima e soprattutto più di Lega e Fdi.
Futuro Nazionale sarà partito entro l’anno per essere pronto con le elezioni nel 2027. Sì, la prossima settimana a Roma si terrà l’assemblea costituente, ma Vannacci darà i “galloni”, parole sue, dopo le prove sul campo. Precauzioni: in questa fase l’afflusso di aspiranti candidati e (ri)candidati è massiccio. «Io non ho problemi ad accettare persone che giungono da altre esperienze politiche purché assimilino i nostri valori, ideali, principi. Altrimenti così facilmente sono entrati, così facilmente ne usciranno», arringa il generale.
Futuro Nazionale ha già costituito la sua componente alla Camera nel gruppo misto con tre ex leghisti (Ziello, Rossano Sasso, Laura Ravetto), un ex meloniano (Emanuele Pozzolo, non privo di guai). Altri quattro/cinque sono già arrivati. Il generale pregusta bilanci rigogliosi: «Adesso possiamo usufruire di ciò che prevede la legge: erogazioni detraibili per i nostri sostenitori e due per mille il prossimo anno». Con tessere da 10 euro – di cui 2 per la produzione e 8 al partito – i 90.000 iscritti hanno generato introiti per 720.000 euro che si aggiungono ai circa 200.000 euro in donazioni da marzo a maggio (esclusi i soldi di Mac, ndr). Vannacci fa lo spavaldo: «Non ho interlocuzioni formali con il centrodestra. Salvini non lo sento da quando ci siamo separati. Gli ho mandato gli auguri per il compleanno. Fontana? Centinaio? Lupi? Chi mi critica è ininfluente». Marina Berlusconi è un bersaglio quotidiano: «Forza Italia eterodiretta?».
A Vannacci conviene la campagna in solitaria con le truppe che si disperdono nelle retrovie (e però in Europa sta già con l’ultradestra dagli istinti razzista di Afd & soci). Il repertorio è semplice: dall’ossessione per Putin ai burocrati di Ursula von der Leyen per dimostrare l’incoerenza di Salvini e Meloni. Il sondaggista di alto rango ha analizzato i flussi interni al centrodestra, e sentenzia: il contributo di Futuro Nazionale è superiore alle eventuali perdite da Forza Italia. A Meloni la scelta: centrodestra che perde o centrodestra che Vannacci?
Il progetto di Antenna, il gruppo guidato dall’editore greco, è quello di una rete informativa italiana. Con un telegiornale a caccia di un grande nome. Mentana, in polemica con La7, è il nome preferito

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Lo sbarco dell’editore greco Theo Kyriakou sta per rivoluzionare il settore dell’informazione. Anche televisiva. Non c’è, infatti, solo l’acquisizione del gruppo Gedi, radio comprese, ma anche il progetto – come anticipato dal Sole 24 Ore – di una “Cnn” italiana. Insomma, un investimento a tutto tondo nel mondo dell’informazione attraverso la branca italiana di Antenna group, già pronta a cooperare con Dazn. Il nuovo telegiornale, nell’ambito della rete all news, potrebbe essere curato sul digitale per conto di Nove (oggi di proprietà del gruppo Warner Bros Discovery).Il nome preferito per il ruolo di direttore è quello di Enrico Mentana, attualmente al timone del Tg di La7, che ha plasmato a propria immagine e somiglianza.

Sarebbe il segnale di Kyriakou per irrompere con un colpo a effetto nel mercato dell’informazione audiovisiva italiana. Nei mesi scorsi non sono mancate le voci di un possibile addio di Mentana dalla rete di Urbano Cairo, proprio per un approdo a Nove in caso di potenziamento del settore informativo. Frasi sibilline, retroscena su trattative. Ma poi è tornato il sereno. O comunque c’è stata la tregua. Fatto sta che il giornalista è rimasto al proprio posto. Tuttavia, non sono passate inosservate le recenti parole al festival di Dogliani, molto critiche nei confronti della linea editoriale.
«Tutti i programmi di La7 hanno la stessa impostazione, hanno gli stessi ospiti, hanno lo stesso orientamento. Una televisione che sicuramente ha ospitato penso almeno un centinaio di volte nell’ultimo anno solare Schlein e Conte, solo due volte Crosetto», ha detto Mentana, pur ammettendo comunque che la strategia funziona da un punto di vista di mercato. Una certa insofferenza si intravede. E c’è chi scommette che il sodalizio non sia destinato a durare ancora per molto. L’iniziativa della cosiddetta Cnn italiana, con il marchio greco, potrebbe andare maggiormente nella direzione immaginata da Mentana: un’informazione con l’aura della terzietà. E con la possibilità di avviare una nuova sfida professionale. Anche se prima di portare avanti il discorso, occorre mettere nero su bianco il progetto di Kyriakou. Compreso la disponibilità delle risorse economiche per una squadra di primo piano. Perché al momento è solo un’idea dell’editore.
Gli alleati si controllano tra di loro, l’importante è non farlo sapere agli altri. Ora il Mossad è andato oltre ma alla Casa Bianca ha sempre avuto orecchie

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Una cosa colpisce in questo sfiancato 2026, in questo precoce esalare dell’ennesimo anno “in agony”, tra massacri concretissimi e teoriche dichiarazioni dei diritti: fa scandalo, si grida al tradimento per la notizia che il Mossad, questo polipo tenace paziente prensile, spia gli Stati Uniti. Sì, gli Stati Uniti. I Servizi israeliani, con armeggi oscuri, mettono il naso (perfino?!) negli sgangherati segreti dell’amico Trump. A cui Netanyahu ha promesso la massima patacca prevista dallo Stato ebraico per premiare l’alleato perfetto.
I morti, colpevoli ma soprattutto innocenti, si ammonticchiano grazie anche a questo crocicchio spionistico di doppi fondi, bugie, inganni, sfregi al codice penale noto confidenzialmente come “l’Istituto”, che ormai mette ovunque, nette e allucinanti, le sue impronte digitali vantandosene. Vi par strano che tradisca perfino le Tavole dell’intoccabile Canone occidentale? Ogni alleanza ha i suoi guai.
Suvvia! Che ipocriti. Applaudiamo con dionisismi fiumani, dal 1948, a ogni omicidio mirato domestico e in trasferta, vera pietra d’altare nei riti dei solerti cucinatori di questo genere di pietanze criminali. Le diramazioni da tela di ragno ci incantano come le esibizioni di tracotanza impunita di questi accreditati piromani della guerre sporche. Gli escamotage efficacissimi, dal telefonino bomba per Hezbollah fino ai borgiani cioccolatini al topicida riservati a quelli dell’Olp, sono passati in mille libri e articoli come gustosa leggenda.
Quando i pensionati del Mossad, con la consueta transustanzazione, trovano ufficio e stipendio nelle agenzie della cosiddetta Sicurezza a tutti i costi o nelle aziende locali dell’high tech spionistico, non sono forse le democrazie mature, compresa l’Italia, i migliori clienti di questi gioiellini che servono a tener d’occhio soprattutto sudditi pericolosi? Al Pentagono, poverini, si indignano perché il Grande Fratello israeliano è negli States a «un livello critico» di intrusione e che le conversazioni del catastrofico negoziatore per il Vicino Oriente Witkoff e del gran muftì del Pentagono Colby non hanno segreti per il Mossad. I “karsa”, i suoi reclutatori, si sa hanno gusto nello scegliere i collaboratori.
Giochiamo a carte scoperte: chi è amico nella visione israeliana del destino? Nessuno. Chi è nemico? Tutti. Perché mai Netanyahu, impegnato a edificare una zona di sicurezza silenziosa come un cimitero dal Mediterraneo alla Via della seta, dovrebbe fidarsi di un tipo come Trump e della sua banda di trafficoni prestati alla politica internazionale da una delle frequenti battute a vuoto della più grande democrazia della Storia?
Con l’Iran e a Gaza e in Libano, tutti posti dove il viver ormai disossa, qualsiasi quiete perduta, polverizzati perfino gli habitués del bel tempo andato, Israele gioca una partita ben diversa da quella di Trump. Lo ha fatto scivolare nella guerra con i Pasdaran. Che rischia di far finire al museo la onnipotenza americana. Ma la acrobazia più complessa è quella di tenerlo ben avviluppato nella rete fino a quando tutti gli scopi di Israele saranno raggiunti. Trump è certamente più amico, e complice, dei presidenti che lo hanno preceduto; ma chi garantisce lo Stato ebraico dalle contorsioni imprevedibili dei suoi piani monumentalmente ambiziosi e fallimentari? Chi garantisce che lo scombinato Mabuse di Mar-a-Lago domattina non decida davvero di stringer la mano alla Guida suprema che fino a un’ora prima garantiva di aver sbriciolato con una bomba di cinquemila chilogrammi? Il profumo di un buon affare, di un succulento contratto petrolifero gli può offrire la più profonda consolazione e voilà, l’Iran può risorgere dalla età della pietra al miracolo trumpiano dell’arricchiamoci… Con lui visibilità zero come su una autostrada ingessata dalla nebbia. Quindi meglio prender precauzioni.
La sanno lunga a Gerusalemme di come si fa in fretta a smontare le impalcature geopolitiche delle eterne amicizie. Basta consultare la panciuta lista degli alleati “indispensabili’’ degli Stati uniti, dai vietnamiti agli afgani, sacrificati alla elasticità di questi rapporti speciali. Una pièce già nota dunque.
Allora cosa c’è di più utile per sopravvivere che sapere in anticipo le idee che questi strampalati diplomatici fai da te portano nelle valigette quando telefonano dai loro jet privati in comodo viaggio verso sterili negoziati da premio Nobel? Queste, spiare soprattutto gli amici, son cose che si fanno, lo si certifica in proverbio, senza dirle. Il nasconderle anzi è la condizione per farle. Un gioco da ragazzi per chi riuscì ad arruolare, per anni, il fedelissimo ma avido autista di Arafat, Kasim, che inviava al «nemico sionista» densi rapporti quotidiani sulle attività lecite e illecite del raiss. Si dimenticarono di avvertirlo (ma fu davvero sbadataggine?) che anche grazie ai suoi rapporti avrebbero bombardato il quartier generale palestinese a Tunisi. La “fonte” ci rimise, per sua fortuna, solo una gamba.
E poi è imbarazzante ritornarci, ma è utile. Scomodo ma necessario. A Washington hanno memoria labile e ritrosa se non ricordano Jonathan Jahy Pollard, analista dei servizi segreti della Us Navy che trasferiva materiale top secret ai suoi datori di lavoro di Gerusalemme per 2.500 dollari al mese. Verrebbe da dire: a costo basso. Quando lo scoprirono, nel 1985, chiese, troppo tardi, asilo alla ambasciata israeliana. Il nome dell’ambasciatore dell’epoca che trattò la pratica ? Benjamin Netanyahu! Per tirarlo fuori dall’ergastolo americano, nel frattempo, gli concessero la cittadinanza onoraria e offrirono scuse formali agli Usa: «Spiare gli Stati Uniti è in totale contraddizione con la nostra politica. Tale attività è sbagliata». «Nelle proporzioni raggiunte», si precisava. Ammissione postuma in cui «le proporzioni» significava non rinunciare a spiare ma evitare in seguito di farsi scoprire. La segretissima sezione americana del Mossad si chiama “Al”, ovvero «al di sopra». Di tutto. Appunto.

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – «I sistemi elettorali sono lo strumento più manipolativo della politica», sosteneva il celebre politologo Giovanni Sartori. Ma allora quanto conta davvero la legge elettorale su chi vince le elezioni, visto che negli ultimi 33 anni l’abbiamo cambiata quattro volte e adesso si va verso la quinta? Per capirlo occorre comprendere il meccanismo che trasforma il nostro voto in seggi in Parlamento. Da quella formula dipendono due cose: la rappresentanza, cioè quante e quali forze politiche entrano in Parlamento, e la governabilità, cioè fare in modo che dalle urne esca una maggioranza solida in grado di formare un governo che duri i cinque anni per i quali è stato eletto. In Italia trovare l’equilibrio tra le due logiche si è rivelato molto difficile. Secondo i politologi Nicola Pasini (Statale di Milano) e Marta Regalia (Università del Piemonte Orientale di Alessandria) la legge elettorale dovrebbe dare potere agli elettori e «spingere i partiti a presentare all’opinione pubblica coalizioni pre-elettorali chiare così che i cittadini possano esprimere una scelta di indirizzo altrettanto chiara». Invece chi scrive le regole del gioco cerca di costruire le formule che ritiene più favorevoli al proprio partito guardando ai risultati elettorali passati o ai sondaggi.
In un sistema proporzionale ogni partito ottiene seggi in proporzione ai voti e il Parlamento riflette tutte le sensibilità politiche del Paese. Questo però non garantisce la governabilità perché può portare a coalizioni ampie, eterogenee e instabili. Al contrario, assegnare singoli seggi nei collegi elettorali a chi prende anche solo un voto in più, oppure garantire un premio di maggioranza al partito o coalizione che vince, può portare a governi stabili. Almeno sulla carta. Perché, come vedremo, ci possono essere delle sorprese!
Dopo il fascismo l’Italia, per evitare gli errori del passato, sceglie un modello che faccia contare tutti. Nella cosiddetta Prima Repubblica per 45 anni c’è una sola legge elettorale, se si esclude la cosiddetta «legge truffa» del 1953 che prevedeva un premio di maggioranza mai scattato e rapidamente abolita. Il cittadino sceglie un partito e può indicare fino a tre o quattro preferenze per i candidati di quella lista: i seggi vanno ai partiti in proporzione ai voti e ai candidati secondo le preferenze. Dopo il voto i partiti si mettono d’accordo e indicano al Capo dello Stato il Presidente del Consiglio. Risultato: massima rappresentatività, ma tanti partiti che rendono instabile il governo. Dal 1948 al 1994 si succedono 47 governi, con una durata media di 355 giorni.
Nel 1993, per avere più stabilità, si cambia con il Mattarellum: il 75% dei seggi vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi sparsi sul territorio, e il 25% viene distribuito in proporzione ai voti. Il cittadino non può esprimere preferenze: il partito o la coalizione scelgono il candidato che nei collegi sfida gli altri. La gara diventa tra due schieramenti, ma i piccoli partiti restano decisivi e hanno potere di ricatto: nel 1994 la Lega di Umberto Bossi all’8,4% fa cadere il governo Berlusconi I, e nel 1998 Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti all’8,5% fa cadere il governo Prodi I. In 12 anni 8 governi della durata media di 423 giorni, ad esclusione del Berlusconi II rimasto in carica 1.412 giorni.
Nel 2005 arriva il Porcellum e si torna al proporzionale con i candidati eletti in base all’ordine scelto dai partiti in liste bloccate. Gli elettori scelgono il partito, ma i nomi degli eletti li decidono i partiti. C’è però un premio: alla Camera il 55% dei seggi alla coalizione più votata, mentre al Senato il bonus scatta regione per regione garantendo anche qui il 55% dei seggi alle coalizioni più votate. I numeri però mostrano come la stessa legge possa portare a risultati opposti. Vediamoli.
Nel 2006 l’Unione di Romano Prodi prende il 49,81% e la Casa delle Libertà di Berlusconi il 49,74%. Uno scarto quasi nullo, ma grazie al premio l’Unione ottiene 348 seggi alla Camera contro 281. Al Senato, invece, finisce quasi pari: 158 a 156, una maggioranza fragilissima.
Nel 2008 il Popolo delle Libertà e la Lega hanno il 46,81% contro il 37,55% di Pd e Italia dei Valori. Il vantaggio si trasforma in una valanga di seggi: alla Camera 344 contro 247, al Senato 174 contro 134.
Nel 2013 Italia Bene Comune di Pier Luigi Bersani prende il 29,55%, il Popolo delle Libertà il 29,18% e il M5S il 25,56%. Alla Camera scatta il premio e Italia Bene Comune ottiene 345 seggi contro i 126 del centrodestra e i 109 del M5S. Al Senato invece nessuno ha i numeri per governare con 123 a 118 e il M5S a 54. Nasce un governo di larghe intese che nessuno avrebbe mai immaginato. Sta di fatto che tra il 2006 e il 2018 ci sono 6 governi con una media di 724 giorni, conteggiando il record di Matteo Renzi di 1.024 giorni.
Nel 2014 la Corte costituzionale boccia il Porcellum perché il premio di maggioranza scatta senza che ci sia una soglia minima di voti e le liste bloccate sono troppo lunghe: la convinzione della Consulta è che il premio di maggioranza senza una percentuale minima di voti faccia perdere rappresentatività al Parlamento e le liste bloccate sfavoriscano un rapporto diretto tra elettori ed eletti. Segue l’Italicum, voluto da Matteo Renzi nel 2015: proporzionale con premio di maggioranza, ma solo se viene raggiunto il 40% dei voti, altrimenti si va al ballottaggio tra i due partiti più votati. Torna un po’ di potere ai cittadini perché solo il nome del capolista è bloccato, mentre gli altri vengono eletti in base alle preferenze. Ma anche l’Italicum viene bocciato dalla Corte costituzionale.
Dal 2017 si vota con il Rosatellum: il 37% dei posti vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi e il 63% viene diviso in proporzione ai voti dei partiti. Nessuna possibilità di esprimere preferenze. Nel 2018 il centrodestra prende il 37%, il M5S il 32,7% e il centrosinistra il 22,8%. Alla Camera il centrodestra ottiene 265 seggi, il M5S 227 e il centrosinistra 122. Al Senato il centrodestra arriva a 137, il M5S a 111 e il centrosinistra a 60. Nessuna coalizione ha i numeri per governare da sola come era già successo nel 2013 con una legge elettorale completamente diversa. In 4 anni e 7 mesi 3 governi, media 554 giorni.
Il governo Meloni, il quarto votato con il Rosatellum, è in carica da 1.325 giorni, il secondo più lungo dopo il Berlusconi II.
Eppure proprio la sua coalizione ha depositato in Parlamento, il 26 febbraio 2026, la proposta della quinta legge elettorale. Forse perché teme di non avere più lo stesso consenso del 2022 e cerca la formula più adatta a blindarla? I pilastri su cui si regge, in base all’ultima versione, sono: sistema proporzionale con premio di maggioranza per chi raggiunge il 42% dei voti; se nessuno ci arriva, scatta il proporzionale puro. Le coalizioni devono indicare nel programma elettorale chi sarà il presidente del Consiglio designato. E ancora una volta sono escluse le preferenze, che potrebbero restituire un po’ di sovranità agli elettori.
Il Regno Unito ha scelto il maggioritario nell’Ottocento, la Germania il modello misto nel 1956, la Francia il doppio turno nel 1958 e la Spagna il proporzionale in piccole circoscrizioni nel 1985.
Noi, invece, non abbiamo idea di quale modello vogliamo: siamo alla quinta proposta in 33 anni, e l’esito dimostra che il vincolo della legge, pur essendo imprescindibile, non è garanzia di stabilità. Infatti le stesse leggi hanno dato esiti diversi, e leggi diverse hanno prodotto lo stesso stallo, perché il problema si annida nella struttura del sistema partitico. Se i contendenti continuano a scrivere le regole in preda alla moda del momento, in base ai risultati attesi alle urne, e rinunciando a selezionare una classe dirigente in grado di comprendere quale futuro vuole per il Paese, non cambierà nulla. Non solo, l’elettore potrebbe allontanarsi ancora di più, poiché l’unica cosa che comprende è che questi continui cambi di formule non sono nell’interesse di chi vota, ma di chi vuole governare.