Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Lo zampino di Mario Draghi


(Gioacchino Musumeci) – Secondo Giuseppe Conte non fu Renzi a far cadere i suo governo: “Draghi si era mosso” sostiene l’ex premier.

Non è una tesi misteriosa. Che le politiche del secondo governo Conte fossero invise a classi dirigenti cristallizzate sull’idea di profitto a costo dell’estinzione democratica è un fatto.

E i frutti dell’ideologica iperliberista di cui Mario Draghi è altissimo rappresentante, oggi si vedono tutti. Certamente lasciare 209 miliardi nelle mani di un governo che licenziò Benetton, vittima di rappresaglie politiche “ingiuste” perfino dopo 42 morti, avrebbe portato l’Italia verso un futuro decisamente migliore.

Ma d’altra parte cittadini perduti dietro bugie su banchi a rotelle e gestione pandemica, che ambizioni possono avere oltre servire un padrone.

Perciò ecco l’Italia traboccante di pezzenti felici. Corrosi dall’odio per la sinistra mentre l’economia piegata alla guerra fa esplodere i profitti nel settore bellico a spese di fondamentali sociali degradati a spreco.

Questo è il fallimento peggiore delle democrazie occidentali di cui la Spagna è l’eccezione ignorata. Aver educato i cittadini a subire senza domandare. A rinchiudersi, disertare le urne perché tanto non c’è niente da fare, è l’aberrazione politica più grave dell’ultimo quarto di secolo italiano.

L’Italia, guardatela bene, oggi è il vessillo principale della refrattarietà politica ai precetti costituzionali. Allergia assimilata addirittura da cittadini che ne subiscono danni gravissimi.

Il simbolo del fallimento italiano è stato la crociata contro il reddito di cittadinanza, raccontata come contrasto decisivo all’assistenzialismo indiscriminato. Come se la Repubblica abbia il dovere abbandonare i cittadini alla miseria nera, piuttosto che aiutarli a trovare un posto degno nella società civile.

Cancellare il reddito di Cittadinanza non era solo l’apparente rifiuto del “Movimento di improvvisati ignoranti”che gli elettori hanno vissuto come distruzione della loro identità. Cancellare il Rdc era un obbligo morale degli ignobili. Necessario per sancire definitivamente che un paese sempre più diseguale sia l’unico possibile.

E la sinistra, o meglio il suo fantasma nel frattempo ha lasciato fare. Prima coi suoi elogi mediatici sperticati a un banchiere improvvisato politico, poi con la Meloni in fin dei conti capace.

Il vuoto a sinistra è tangibilissimo.

La volatilità della coalizione è espressa nelle opinioni di elettori che si odiano come ieri anche dentro il benedetto campo largo che ambisce a governare.

E programmi a parte non c’è nessuno che si dichiari apertamente di sinistra perché oggi c’è il centrosinistra. Un modo per dire che la Sinistra autentica non esiste. Si ricorre a definizioni alternative: progressista. Lo trovo paradossale.

Di fatto dichiararsi politicamente di sinistra oggi è uno stigma. Sinistra= sovietismo e da questa puttanata storica non si esce. Essere di sinistra equivale a farsi bollare come dinosauri da teca museale. La democrazia dei padri fondatori, incentrata sull’idea che l’Italia dovesse essere una repubblica lavorista equa, è diventata mito.

Detto questo dopo le dichiarazioni di Conte sulla caduta del suo governo, Beppe Grillo è il non plus ultra dell’assurdo: non solo Draghi si è mosso per far cadere Conte. Il Movimento, con Giuseppe Conte dentro, è stato inghiottito nel governo dei migliori di Draghi, con la scusa di vigilare su denaro che non avrebbe mai controllato. Ciò mentre Grillo e Di Maio, traditori senza vergogna, tramavano dall’ interno per deflagrarlo.

Era tutto prevedibile. Perciò Grillo sarà sempre colpevole di aver scelto il destino gramo della sua creatura politica. E il ruolo storico che Conte gli attribuisce è solo di maniera.

Il risultato di un percorso che conosciamo bene è il Movimento inchiodato a percentuali utili in un governo dove si suona in sordina. Certo, meglio di niente. E si spera che con la giusta strategia, in quest’anno e mezzo il consenso del Movimento cresca. Ma se Di Battista dovesse presentarsi alle prossime politiche?


La destra e il governo non ci stanno più capendo nulla


Dalla manifestazione della Lega ai guai sulle nomine, dalle candidature prossime venture alla strategia per venire a capo alla crisi di Hormuz, sino ai rapporti con Usa ed Europa: è passato un mese dal referendum e il governo e la maggioranza sono ancora nella confusione più totale.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Ok, una botta è una botta.

Ma è passato ormai un mese dal referendum sulla giustizia. E trenta giorni sono sufficienti per andare oltre, per tornare a una specie di normalità, anche dopo una sconfitta che fa male.

Per la destra al governo, invece, è come se si fosse rotto un incantesimo. Da quel giorno sono arrivate, in rapida successione, epurazioni, liti interne alla maggioranza, clamorosi flop politici e un totale stallo dell’azione di governo.

Mettiamo in fila giusto le ultime, per rendere l’idea.

Sabato si è svolta la manifestazione dei Patrioti Europei a Milano organizzata dalla Lega e da Matteo Salvini. Doveva essere per promuovere la remigrazione e doveva prevedere ospiti e partecipazione di tutta la coalizione. Poi la Lega ha cambiato idea, e ammorbidito i toni, non graditi a Fratelli d’Italia e sopratutto a Forza Italia, in cui si registra una sempre maggiore insofferenza dei due Berlusconi. Niente da fare: in piazza non si sono visti meloniani e forzasti. E nemmeno gente sotto il palco, visto che la piazza era semivuota.

Peraltro, Salvini dal palco di Milano, è ritornato a essere uno scatenato promoter di Putin e dell’appeasement con la Russia, mentre Meloni continua a sostenere l’Ucraina e Zelensky nella loro resistenza a oltranza. Che faranno al prossimo giro di rifinanziamenti all’Ucraina e conferma delle sanzioni alla Russia? Salvini continuerà a dire una cosa e farne un’altra? Vedremo.

Mentre Salvini urlava dal palco, tuttavia, Meloni aveva altre gatte da pelare: ad esempio, quella di Giuseppina Di Foggia, attuale ad di Terna, neo nominata presidente Eni, cui spetterebbero 7,3 milioni di euro di buonuscita, da contratto. Secondo Meloni dovrebbe rinunciarvi, poiché promossa dal governo. Lei invece si appella a quel che ha firmato. Sono passati giorni, e non se ne viene a capo.

Così come la destra non viene a capo nemmeno nella scelta del candidato sindaco di Milano. Ignazio La Russa, presidente del Senato col gusto della fronda e delle dichiarazioni improvvide candida a sindaco Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, senza dirlo a nessuno. Meloni tace, Forza Italia e Lega, che ci avevano fatto più di un pensierino, si arrabbiano.

Nel frattempo, ci sarebbe da governare un Paese e una crisi economica in arrivo. E Meloni non si capisce che vuole fare. Rompe con Trump a causa degli “inaccettabili” attacchi al Papa, ma l’America rimane il nostro primo fornitore di gas liquido naturale, peraltro caro come il fuoco, mentre dal Qatar, che copre il 10-12% del nostro fabbisogno, hanno smesso di arrivare idrocarburi. Che si fa, quindi? Rimaniamo appesi ad Algeria, Azerbaigian e agli umori del presidente Usa, che dal giorno dello “strappo” non perdere occasione di attaccare Meloni e promette vendetta? Anche qui, non è dato sapere.

Ciliegina sulla torta, non si capisce che posizione abbia il governo sull’Europa. Meloni si è riavvicinata a Macron, Merz e Von der Leyen, oppure si sta preparando alla guerra per chiedere di buttare all’aria il nuovo patto di stabilità e crescita, da lei stessa firmato, che dovrebbe entrare in vigore quest’anno? Soprattutto: come concilia la posizione di Forza Italia, vicina a quella dei cristiano democratici tedeschi che non vogliono toccare le regole europee, e quella della Lega di Salvini, che ha preso il posto lasciato libero da Victor Orban, e che vorrebbe andare all’assalto di Bruxelles e delle sue regole? Buio totale, pure qua.

Buon ultima grana, l’emendamento contenuto nel decreto sicurezza che premia gli avvocati dei migranti che convincono i loro assistiti ad andarsene dall’Italia. Una legge che ha scatenato le proteste di giuristi e avvocati, secondo cui aiutare il governo nella remigrazione ““non rientra tra le proprie competenze istituzionali”. Ma se non altro, nel dare addosso agli stranieri, il governo è ancora unito e compatto. Almeno per ora.


Conte: “Non uso mai la parola “sinistra” perchè non appartiene alla tradizione del M5S”


Siamo forza giovane. Lo dico in punta di piedi con rispetto

(ANSA) – ROMA, 19 APR – Lei dice sempre ‘progressista’ ma non usa mai la parola sinistra, perchè? “Perché è una tradizione che non appartiene al M5s”. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte a ‘Che tempo che fa’ su La Nove. “E’ una tradizione – ha aggiunto – che non appartiene a una forza giovane come M5s, lo dico in punta di piedi, con rispetto”.

CONTE, DECRETI SICUREZZA DEL GOVERNO GIALLOVERDE INCOSTITUZIONALI NELLA PRIMA VERSIONE

Qualche compromesso andava concesso alla Lega

(ANSA) – ROMA, 19 APR – I decreti sicurezza varati dal governo Conte, nato dall’alleanza tra il M5s e la Lega “sono stati assolutamente una delle pagine più tristi ma qualcosa bisognava concedere alla Lega sull’unica vera riforma chiesta dalla Lega. E abbiamo avuto una sponda dal Quirinale per cambiare l’originaria versione. Qualche compromesso andava fatto, la versione originaria era veramente anticostituzionale”. L’ha detto il presidente del M5s, Giuseppe Conte, a ‘Che tempo che fa” in onda su La9

CONTE, HO PROPOSTO LE PRIMARIE NON PER DIVIDERE, NON SI CADA NEL TRANELLO

(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Le primarie non appartengono alla tradizione del M5s tanto meno per scegliere il leader della coalizione. Ma io non è che ho detto ‘Facciamole’ perché voglio dividere, non cadiamo nel tranello”. L’ha detto il presidente del M5s, Giuseppe Conte, a ‘Che tempo che fa” in onda su La Nove.

E incalzato da Fabio Fazio, ha aggiunto che nel fronte progressista “ci sono tradizioni diverse”, ricordando che il M5s è nato all’inizio “anche per contrastare un Pd allora al governo”. Quindi ha concluso: “Scherzi a parte le primarie sono un criterio che può favorire la partecipazione. Adesso dovete lasciarci lavorare sul programma, non potete chiederci ogni giorno delle primarie”.

CONTE, LEADER CHI HA UN VOTO IN PIÙ? VOCAZIONE EGEMONICA NON FA BENE NEANCHE A PD

Dobbiamo costruire un progetto per cinque anni, Paese va cambiato

(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Dobbiamo andare al governo per 5 anni” serve “stabilità, non è che arriviamo e poi ci sciogliamo dopo poco: dobbiamo costruire un progetto per 5 anni, questo Paese va cambiato”. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte parlando a ‘Che tempo che fa’ su La Nove. “Fateci lavorare al programma – ha aggiunto – e poi fateci lavorare su un soggetto” che lo porti avanti, no ai leaderismi.

La leadership a chi prende un voto in più? “E’ uno dei criteri. Ma se lo scegliessimo” prima, “significherebbe che ci affidiamo a un leader prima ancora di avere il programma” e “non fa bene neppure al Pd esprimete questa vocazione egemonica” e “noi facciamo da stimolo”.

CONTE, GAS RUSSO? PRIMA FACCIAMO NEGOZIATI, SANCHEZ CORAGGIOSO MA NON LASCIAMO SOLO

(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Ho detto che dobbiamo assolutamente fare il negoziato noi e non lasciarlo agli altri”. Così il presidente del M5s, Giuseppe Conte chiarendo di non avere rilanciato l’acquisto del gas russo e rispondendo a una domanda di Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa”, in onda su La Nove.

Ha ribadito che la soluzione, a suo avviso, sono gli accordi di pace, aggiungendo che “il problema è avere avere governanti che abbiano il coraggio e la forza di andare a negoziare con le unghie e i denti per arrivare alla pace. Ma all’orizzonte sinceramente non vedo questa possibilità in Europa. Sanchez è stato molto coraggioso perché dice pane al pane, ma se lo lasciamo da solo… I nostri governanti ora sono Macron che è in difficoltà a livello interno, la Merkel non c’è più. E’ uno scenario che non fa bene sperare”.

CONTE, PRIMO PUNTO DEL PROGRAMMA DEL CAMPO LARGO? I NOSTRI GIOVANI

Spinta per una legge sul conflitto di interessi, no a contaminazione politica-affari

(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Il primo punto del programma del campo largo? I nostri giovani che hanno diritto a stage e tirocini retribuiti e stipendi” normali e “hanno il diritto di restare” in Italia. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte parlando a ‘Che tempo che fa’ su La Nove. In un altro passaggio il leader pentastellato ha evidenziato come l’obiettivo sia quello di “un progetto progressista dove non ci sia contaminazione tra politica e affari”. Per questo “spingerò per una legge sul conflitto di interessi che oggi è il male della politica”.


Silvio Garattini condanna il consumo di vino: “L’Oms ha dichiarato cancerogeno l’alcol”


(di Federico Fumagalli – bergamo.corriere.it) – Il professor Silvio Garattini ne ha per tutti, perché vuole bene a tutti. E moltissimi alla Fiera dei Librai di Bergamo ricambiano l’affetto. Lui non usa perifrasi: «Le liste d’attesa in sanità sono colpa nostra. Mantenessimo un buono stile di vita, non ci sarebbero».

Critica la presenza del governo al Vinitaly, per la promozione dei prodotti nostrani: «L’Oms ha dichiarato cancerogeno l’alcol». Inoltre: «In Italia l’attenzione alla droga è scarsa, fa male doverlo constatare». Infine: «Passeggiare per vetrine non può essere considerato attività fisica».

Gigante della ricerca medica, fondatore dell’Istituto Mario Negri, Garattini ha le caratteristiche del migliore divulgatore: chiarezza, incisività, sobrietà. Sono pregi che si ritrovano nel suo ultimo libro «Non è mai troppo tardi. La salute è una scelta quotidiana» (ed. Piemme) […]

[…] «Non è mai troppo tardi» dice che «l’educazione alla salute deve cominciare il più presto possibile, per poi crescere nel tempo — spiega l’autore —. Ma non è mai troppo tardi per smettere le cattive abitudini. A qualsiasi età lo si faccia, ci sono vantaggi».

Il consumo di alcol è un nemico. Fin dove gli riesce, Garattini ci scherza su. Ricorda quando ha rifiutato «un bottiglione che mi avevano regalato a Nizza Monferrato. Quando siamo invitati a cena è meglio presentarsi con un mazzo di fiori piuttosto che con il vino».

Continua il professore: «Ci sono nove tumori che dipendono dall’alcol. Il primo è quello all’esofago. Viviamo in un Paese libero e ognuno si prenda i rischi che vuole. Noi cultori della scienza però, dobbiamo fare una corretta informazione. Non possiamo certo dire che bere, anche se poco, faccia bene».

Classe 1928, alla scienza Garattini unisce l’esperienza. Dedica un intero capitolo, naturalmente civico e sociale, ai giovani. «Ho vissuto 17 anni durante il regime fascista. La mia fortuna è stata avere un padre, anzi, un papà (il professore addolcisce il termine, ndr) molto attento e che certo non stava dalla parte dei fascisti. La sera accendevamo Radio Londra, per ascoltare chi la pensava diversamente.

Oggi i giovani faticano a cogliere la differenza tra dittatura e democrazia, perché nessuno gliela insegna. Quella italiana è una scuola del passato. Dovremmo invece parlare ai ragazzi con molti più verbi al futuro». […]


Le conseguenze dell’incompetenza


Gli Stati Uniti hanno perso nettamente il primo round della guerra contro l’Iran. Se Trump decidesse di intraprendere un secondo round, i risultati sarebbero disastrosi per l’America e i suoi alleati. [Scott Ritter]

(di Scott Ritter – megachip.globalist.it) – Per quasi 40 giorni, Israele e gli Stati Uniti hanno condotto un’estesa campagna aerea contro l’Iran, progettata per rovesciare il governo e sopprimere la capacità di difesa dell’Iran. Questa campagna non è riuscita a raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati. Al contrario, si è trasformata in un gioco di numeri in cui risultati gonfiati sono stati presentati a un pubblico acritico da professionisti militari e politici. Il governo iraniano non solo ha resistito ai tentativi di cambio di regime tramite decapitazione, ma ha addirittura rafforzato la sua presa sul potere quando il popolo iraniano, invece di rivoltarsi contro la Repubblica islamica, si è schierato dalla sua parte. Inoltre, anziché sopprimere la capacità dell’Iran di lanciare missili balistici e droni contro basi militari statunitensi, infrastrutture critiche negli Stati arabi del Golfo e Israele, l’Iran non solo ha mantenuto la sua capacità di colpire, ma ha schierato nuove generazioni di armi in grado di neutralizzare facilmente tutti i sistemi di difesa missilistica, intanto che, nell’utilizzare informazioni di intelligence che hanno permesso un puntamento preciso, ha distrutto infrastrutture militari critiche per un valore di decine di miliardi di dollari.

Gli esperti regionali avevano da tempo messo in guardia sulle conseguenze di un conflitto esistenziale con l’Iran, sottolineando che l’Iran non si sarebbe semplicemente lasciato annientare come Stato nazionale vitale senza garantire che anche le altre nazioni della regione fossero soggette a minacce esistenziali simili per la loro sopravvivenza, e che la sicurezza energetica globale sarebbe stata compromessa in modo tale da innescare una crisi economica mondiale. Queste valutazioni erano supportate dalla convinzione che l’Iran non solo sarebbe stato in grado di bloccare il transito marittimo nello Stretto di Hormuz, ma anche di colpire e distruggere efficacemente il principale potenziale di produzione energetica degli Stati arabi del Golfo.

Non è che i politici e i pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele dubitassero della capacità dell’Iran di influenzare i mercati energetici globali o di colpire obiettivi in Israele e nella regione del Golfo.

Sapevano che l’Iran aveva del potenziale.

Credevano semplicemente di poter realizzare un cambio di regime a Teheran in tempi relativamente brevi, annullando così qualsiasi minaccia che l’Iran potesse rappresentare per le forniture energetiche e le infrastrutture.

Si sbagliavano, ed è per questo che gli Stati Uniti cercavano una via d’uscita dalla guerra poco dopo il suo inizio.

Il risultato finale è stato l’attuale cessate il fuoco, stipulato ufficialmente per dare tempo ai negoziatori statunitensi e iraniani di elaborare un piano di pace duraturo.

Esiste però un problema fondamentale.

Mentre l’Iran ha affrontato i negoziati in corso con un approccio pragmatico e realistico, incentrato sulla risoluzione dei principali punti di disaccordo tra Stati Uniti e Iran, gli Stati Uniti sono ostaggio dei capricci politicizzati di un presidente americano che ha bisogno di plasmare l’opinione pubblica interna in modo da trasformare la realtà di una sconfitta umiliante nella percezione di una vittoria schiacciante.

Il presidente Trump si è candidato con un programma basato sull’idea che avrebbe tenuto l’America fuori da quel tipo di costose e interminabili avventure militari che avevano caratterizzato gli Stati Uniti dall’inizio del XXI secolo.

La guerra con l’Iran ha dimostrato che questa promessa era una menzogna.

Questa menzogna, unita a numerosi altri passi falsi politici commessi durante il primo anno e mezzo del suo secondo mandato, ha messo a rischio il presidente Trump e la sua eredità politica, con le cruciali elezioni di metà mandato all’orizzonte, che minacciano di spostare gli equilibri di potere al Congresso degli Stati Uniti dal Partito Repubblicano al Partito Democratico. Se i Repubblicani perdessero la Camera dei Rappresentanti, l’impeachment di Donald Trump sarebbe pressoché certo. Già solo questo segnerebbe la fine del programma legislativo di Trump. Ma se i Democratici conquistassero anche il Senato, e con un margine sufficientemente ampio, Trump non solo si troverebbe sotto impeachment, ma potrebbe anche essere condannato.

E questo non significherebbe solo la fine della presidenza Trump, ma anche la fine del marchio Trump, qualcosa che Trump ha coltivato per tutta la sua vita adulta e che ha trasformato in un culto della personalità che ha ridefinito la politica americana.

L’Iran è entrato nell’attuale ciclo di negoziati incentrato sugli aspetti pratici e concreti della geopolitica e della sicurezza nazionale.

Trump si impegna a plasmare le percezioni a proprio vantaggio politico.

Questi obiettivi non sono compatibili, soprattutto considerando che l’Iran è uscito vittorioso da una guerra che non voleva, e Trump sta cercando di inventare una narrazione che lo veda vincitore in un conflitto in cui il suo team non solo non avrebbe mai dovuto impegnarsi, ma che ha perso, e ora Trump deve manipolare questa triste realtà in modo da trarne un vantaggio politico.

Si pensi all’attuale situazione di stallo sullo Stretto di Hormuz.

L’Iran ha esercitato il controllo su tutte le navi che transitano in questa strategica via d’acqua e, operando una selezione sulle navi autorizzate al transito, ha creato una crisi energetica globale che ha avuto un impatto negativo sugli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia.

È stata la consapevolezza che gli Stati Uniti non disponessero di una soluzione militare al problema della chiusura forzata dello Stretto da parte dell’Iran a spingerli a cercare una soluzione diplomatica ai problemi che essi stessi avevano creato.

Ci sono anche altre questioni irrisolte, come le scorte di uranio arricchito al 60% dell’Iran (che gli Stati Uniti avrebbero tentato di sequestrare in un raid delle forze speciali fallito), nonché la questione del programma nucleare iraniano in generale, che gli Stati Uniti insistono possa proseguire solo se l’Iran rinuncia completamente all’arricchimento, cosa che l’Iran ha dichiarato di non voler mai fare.

Gli Stati Uniti desiderano inoltre limitare i programmi missilistici balistici dell’Iran, nonostante siano proprio questi missili ad aver fornito all’Iran la capacità di prevalere militarmente sugli Stati Uniti, su Israele e sugli Stati arabi del Golfo.

Gli Stati Uniti insistono inoltre affinché l’Iran interrompa i suoi rapporti con alleati regionali come Hezbollah in Libano (impegnato in un conflitto a tempo indeterminato con Israele a causa dell’occupazione israeliana del Libano meridionale) e il movimento Ansarullah in Yemen, che si oppone all’aggressione guidata dall’Arabia Saudita dal 2014.

Non c’è letteralmente alcuna possibilità che l’Iran ceda su una qualsiasi di queste questioni, soprattutto dopo aver vinto una guerra in cui tutti gli aspetti non nucleari hanno contribuito alla vittoria iraniana.

Ed è proprio qui che sta il problema.

Trump ha in gran parte abbracciato una narrazione influenzata da Israele, secondo la quale la vittoria si basa sulla resa dell’Iran su tutte le questioni sopra elencate.

Una cosa che l’Iran non farà mai.

Trump non ha dimostrato alcuna abilità politica nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica statunitense a suo favore.

Invece di prendersi il merito di aver convinto l’Iran ad aprire lo Stretto di Hormuz, Trump insiste nel fare il duro, mantenendo un blocco navale che esiste solo di nome, spingendo così l’Iran a fare marcia indietro e a chiudere lo Stretto.

E chiudere le trattative.

Mettendo Trump ulteriormente alle strette in una situazione che lui stesso si è creato.

L’unica opzione disponibile è la ripresa delle stesse operazioni militari che si sono dimostrate incapaci di sconfiggere l’Iran e che, se avviate, innescheranno conseguenze con un impatto devastante sui mercati energetici globali: proprio ciò che Trump cercava di evitare quando ha cercato di raggiungere il cessate il fuoco.

Ma potrebbero esserci anche altre conseguenze.

L’Iran è giunto a un punto di questo conflitto in cui tentare di gestire l’escalation è controproducente.

Se gli Stati Uniti decidessero di riprendere gli attacchi contro l’Iran, con o senza Israele, l’Iran non avrebbe altra scelta che colpire al cuore fin da subito.

L’obiettivo è colpire non solo le capacità di produzione energetica degli attori regionali, come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Bahrein, che continuano a fornire assistenza agli Stati Uniti nel conflitto con l’Iran, ma anche i loro impianti di desalinizzazione dell’acqua e le centrali elettriche.

Negare a queste nazioni l’accesso all’acqua di cui hanno bisogno per sopravvivere.

E l’energia necessaria per alimentare con l’aria condizionata i grattacieli che ne hanno definito lo status di moderne oasi di civiltà.

Si avvicinano i caldi mesi estivi.

E se l’Iran eliminasse l’acqua e l’aria condizionata, questi moderni Stati arabi del Golfo diventerebbero inabitabili.

Città come Dubai e Abu Dhabi diventano inabitabili. Lo stesso vale per Kuwait City, Riyadh e Manama.

Tutto ciò che i governanti di queste nazioni del Golfo hanno aspirato a realizzare nel corso degli ultimi decenni giacerà in rovina, città fantasma al posto di metropoli fiorenti.

E l’Iran probabilmente farebbe lo stesso con Israele, distruggendo le infrastrutture critiche di cui la piccola enclave sionista ha bisogno per sopravvivere come stato nazionale moderno.

Rendendo la terra promessa inabitabile per milioni di israeliani, che non avranno altra scelta se non quella di tornare nei loro paesi d’origine.

Sono tutte cose già note: non c’è alcun mistero sulle conseguenze che comporterebbe la ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.

Si attribuisce spesso ad Albert Einstein la frase secondo cui la definizione di follia è fare la stessa cosa più e più volte aspettandosi un risultato diverso.

Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran utilizzando tutta la potenza delle rispettive forze aeree.

E hanno fallito.

Oggi l’Iran è pronto a ricevere un attacco combinato tra Stati Uniti e Israele che eguaglierà, ma non supererà, la potenza distruttiva di quegli attacchi iniziali.

L’Iran risponderà con attacchi missilistici e con droni che supereranno di un ordine di grandezza la distruzione mirata dei suoi precedenti attacchi di rappresaglia.

L’Iran interromperà il ciclo di escalation puntando dritto al punto debole.

E Trump non capirà cosa gli è successo.

Le conseguenze dell’incompetenza sono reali.

È qualcosa che Trump e il popolo americano stanno per scoprire in tempo reale, qualora gli Stati Uniti dessero seguito alle minacce di riprendere i bombardamenti sull’Iran nei prossimi giorni. Fonte: https://scottritter.substack.com/p/the-consequences-of-incompetence


Dove andremo a finire?


(Andrea Zhok) – Ieri si sono tenute in Bulgaria le elezioni parlamentari. La coalizione Bulgaria Progressista, guidata dall’ex presidente Rumen Radev, ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando il 44% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi.

Dopo i gridolini di gioia per la sconfitta della destra conservatrice di Orban da parte della destra liberista di Magyar, ci si sarebbe potuto aspettare una fiaccolata di accendini intonando “Imagine” da parte delle varie componenti della sinistra europea e italiana.

Purtroppo il destino, notoriamente cinico e baro, ha frapposto per l’ennesima volta un ostacolo insuperabile all’impeto entusiastico del progressismo nostrano.

L’agenda di Radev presenta vari difetti. In primo luogo è un’agenda socialmente orientata, che mira al rafforzamento della sanità pubblica, all’aumento delle pensioni, ad una significativa presenza dello stato in economia. Non si capisce bene perché non si sia limitato a promuovere i bagni transgender, a contestare l’oppressione delle donne iraniane e a discutere di femminicidi, incaponendosi invece in questioni obsolete da Prima Repubblica.

Ma vabbé, questo glielo si sarebbe perdonato (magari si limita a farci sopra la campagna elettorale e poi chi s’è visto s’è visto, come i nostri).

Ciò che non è perdonabile, invece, è che Radev rivendica anche il diritto di fare gli interessi del popolo bulgaro, riallacciando i legami energetici con la Russia, smettendo di fornire armi all’Ucraina e contestando lo strapotere della commissione europea su energia, green economy e politiche di bilancio.

E qui alla sinistra europea ed italiana viene un mancamento.

L’intellighentsia giornalistica (scusate l’ossimoro) entra in confusione.

Apparentemente, non hanno finito di gioire per la caduta di Orban che si ritrovano in Bulgaria un rossobruno, come Fico in Slovacchia.

Eh, niente, la storia, ingrata, continua a porre enigmi alla sinistra e centro-sinistra del Vecchio Continente. Sembrava tutto così semplice. Per dirsi in linea col progresso bastava cantare Bella Ciao un paio di volte l’anno, strillare contro fascismo e patriarcato, e chiedere consigli all’armocromista. E per tutto il resto c’è Mastercard.

Invece adesso continuano a venir fuori questi residuati di un piccolo mondo antico, retrivi, populisti, legati ad idee tediose come l’interesse nazionale, l’economia mista, la giustizia sociale, la presenza di uno Stato che non sia un mero braccio armato delle multinazionali.

Dove andremo a finire?


Meloni si allontana da Trump ma a guidarla sono i numeri dei sondaggi


Solo il 7% degli italiani, secondo l’ultimo sondaggio Youtrend per Sky, approva l’operato del presidente americano nel conflitto con l’Iran, persino tra gli elettori di centrodestra il consenso non supera il 15% di giudizi positivi

Meloni si allontana da Trump ma a guidarla sono i numeri dei sondaggi

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – Le prese di distanza di Giorgia Meloni da Donald Trump non si spiegano solo con la reazione politica e umana agli attacchi rivolti al Papa dal presidente Usa, ma anche con un elemento più oggettivo, a cui la premier guarda con crescente attenzione dal momento della sconfitta referendaria: i numeri.

Solo il 7% degli italiani, secondo l’ultimo sondaggio Youtrend per Sky, approva l’operato di Trump nel conflitto con l’Iran, persino tra gli elettori di centrodestra il consenso non supera il 15% di giudizi positivi, mentre un altro sondaggio Youtrend sulla popolarità dei leader internazionali in Italia, pubblicato a marzo su L’Espresso, assegna al leader Usa un gradimento netto del 14%. Una zavorra difficilmente sostenibile per il centrodestra in un momento storico in cui la politica estera è tornata centrale nelle dinamiche politiche.

Certo, non è con la politica internazionale che si vincono o si perdono le elezioni in questo Paese, eppure i conflitti e le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno fatto irruzione improvvisa e plateale anche nel contesto più intimo del portafoglio familiare, generando un aumento dei costi e un’impennata dei prezzi di benzina e diesel che il governo ha solo potuto limitare. Non solo: gli scenari di guerra hanno inevitabilmente dominato l’agenda mediatica di questi anni. E se i media si focalizzano sulla politica internazionale, quest’ultima finisce per incidere, anche solo indirettamente, nella costruzione del consenso e negli scenari politici. Ecco, dunque, una delle ragioni della mossa di Giorgia Meloni.

Con le elezioni politiche in vista, presumibilmente nel 2027, la leader del centrodestra deve oggi risolvere diverse questioni aperte per preparare al meglio una campagna elettorale che sarà più dura rispetto alle aspettative iniziali della destra. In un contesto di conflitti globali e prezzi che volano, le risorse per varare interventi economici importanti, che un tempo avremmo definito “elettorali”, scarseggiano, e il governo ha quindi bisogno di affrontare alcuni nodi critici sul piano del consenso. L’alleanza con Trump, che in questo nuovo mandato sembra voler intervenire anche nelle campagne elettorali dei Paesi alleati, è la prima. E la prossima potrebbe coinvolgere Netanyahu, l’impopolarissimo presidente israeliano, che ultimamente ha avuto diverse tensioni con il nostro esecutivo.

Certo, l’operazione presenta anche dei limiti e dei rischi. Se strategicamente coincide con l’abiura di un caposaldo della propria visione geopolitica, ovvero la funzione esercitata nell’ultimo anno e mezzo da Giorgia Meloni di trait d’union tra il governo americano e l’Unione Europea, il problema maggiore è legato al tempismo di questo allontanamento, che può apparire tardivo agli italiani, e chiaramente legato alla sconfitta elettorale. Il giudizio su Trump in questo Paese non è cambiato con l’attacco al Papa, il suo gradimento in Italia è sempre stato molto basso ed è da tempo ai minimi termini. La posizione della presidente del Consiglio è invece cambiata solo ora: un posizionamento corretto strategicamente ma forse intempestivo, difficile da raccontare come autentico.

Saranno mesi di strategie e pre-tattiche, e per la prima volta da decenni la politica estera e i posizionamenti geopolitici entreranno nel dibattito interno sul posizionamento delle coalizioni. Per il centrosinistra, potrebbe essere un vantaggio competitivo inatteso.


Così riscrivono la storia i diplomatici mainstream


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Non so quanti, come la sottoscritta, si sottopongano al martirio quotidiano di leggere la stampa mainstream. Mi capita spesso di soffermarmi sugli articoli di due ex diplomatici che scrivono su La Stampa. So che dovrei ascoltare i saggi consigli degli amici: “Cane non mangia cane”! Mi consigliano di esprimere una solidarietà di categoria agli analisti e ancor più agli editorialisti ex diplomatici. La coerenza, un obbligo morale, mi chiama tuttavia alla demistificazione quotidiana delle narrative strombazzate sui giornali occidentali. È la stessa ragione per la quale non aderisco al suggerimento di attaccare solo le destre, nella speranza che i media del cosiddetto centrosinistra mi ospitino perché funzionale a una loro agenda. Incarno uno strano caso di autolesionismo che tuttavia un tempo si chiamava onestà intellettuale e integrità morale.

[…] Non posso evitare quindi di riferirmi agli articoli dei summenzionati ex diplomatici per contrastare le tesi portate avanti con sicurezza, quasi fossero depositari della verità. Nell’editoriale del 15 aprile era rivolto dal diplomatico un appello all’Ue al fine di accelerare i finanziamenti all’Ungheria dopo la vittoria di Magyar, ex allievo di Orban, populista e piuttosto xenofobo, conservatore della destra integralista cattolica, celebrato anche dal centrosinistra come un eroe per le sue posizioni pro-Europa. Nell’articolo si racconta la storia recente dell’Ungheria che è passata dal dominio sovietico alla Nato, ci si sofferma sulle rivolte represse nell’ottobre del 1956. Evidentemente nessuno ha ancora avvertito il diplomatico che la Russia attuale ha ben poco a che vedere con l’Urss e che l’ideologia comunista appartiene oggi all’opposizione contraria a Putin. Il punto più alto dell’esposizione è raggiunto quando si elenca tra le conseguenze delle rivolte del 1956 anche la decisione di Berlinguer di restare nella Nato. La scelta del Partito comunista, dopo i successi elettorali del 1976 che lo avevano ormai posto su un piano di eguaglianza con la Democrazia cristiana, era dovuta in realtà al timore del colpo di stato della Cia. Non era l’Unione Sovietica che Berlinguer temeva, ma Washington. Non voleva che l’Italia facesse la fine del Cile. Allende nel 1973 era stato ucciso dai golpisti manovrati da Kissinger. Chissà dove era nel 1976 il nostro diplomatico? Infine nell’articolo si allude alla “insana amicizia con Putin” per “un piatto di lenticchie energetico”. Gli interessi economici e energetici non influenzano la politica estera ad avviso dell’ex ambasciatore. Egli tuttavia chiede all’Europa di ricompensare gli elettori ungheresi e di sbloccare i finanziamenti. La politica estera si può comprare, siamo tranquilli.

[…]

L’altro illustre collega si sofferma invece sulla Cina e ci delizia con le sue meravigliose scoperte. “La guerra del Golfo si organizza intorno alla Cina non perché essa la controlli ma in quanto è difficile gestirla senza Pechino”. Difficile restare seri. Dal 2008 almeno è in corso il processo di organizzazione del Sud Globale intorno a Pechino. L’ex ambasciatore ha premura di rivelarci che una crisi internazionale in Medio Oriente deve tener conto della Cina. La rimozione della tendenza storica, ormai oggettiva, verso la multipolarità, fa recitare al nostro egregio ex ambasciatore il ruolo di Alice nelle meraviglie. Prosegue nella sua dotta illustrazione informandoci che Pechino esercita un ruolo strategico sulla scena internazionale. Questo sarebbe il vantaggio ottenuto dalla guerra nel Golfo malgrado i danni economici. E pensare che il diplomatico è stato in Cina proprio negli anni dell’ascesa della potenza cinese e avrebbe quindi dovuto sapere che nei documenti di dottrina militare statunitense Pechino è considerato il nemico strategico da almeno un decennio. Ci rivela inoltre che le visite a Pechino di Lavrov e di altri rappresentanti di Stati esteri non sono casuali (non si comprende cosa voglia dire, che non siano andati a passare le ferie con Xi) e ci avverte che la Cina non vuole lo scontro con Washington. Rimaniamo basiti. Come mai una potenza nucleare evita il conflitto con Washington, munita di un numero superiore di atomiche? In effetti sembrerebbe inspiegabile. La cosa più divertente nel leggere l’articolo è rendersi conto che l’editorialista elenca le sue magiche intuizioni come “punti” numerati come si usa fare in ragionamenti di ben altro spessore. […]

Si sorride, eppure è drammatico che il lettore debba essere indottrinato da media che hanno rinunciato alla Storia, alla razionalità e utilizzano la classe di servizio per contribuire al degrado della cultura. I naufraghi sono allora costretti a ricercare su siti alternativi le informazioni, l’esame serio delle cause dei conflitti e delle dinamiche internazionali. La speranza è che man mano la consapevolezza cresca e si formi nella società occidentale una maggioranza in grado di rivoltarsi contro la post-verità.


Mentana, Ranucci, Gabanelli, Draghi: ecco come i volti noti vengono usati per truffare


Ecco come funziona la truffa dei soldi facili sponsorizzata dai personaggi famosi

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Partiamo da un’intervista pubblicata il 13 marzo scorso sul sito di Rai News: «Ho visto sul telefonino l’intervista a Milena Gabanelli nel programma Porta a Porta dove dava consigli d’investimento e mi sono fidato. Ho perso tutto». Il raggiro collaudatissimo funziona a livello internazionale attraverso post su Facebook Instagram utilizzando la credibilità di volti noti, in Italia quello della premier Giorgia Meloni, della diplomatica ed ex capo dei Servizi segreti Elisabetta BelloniMario Draghi, l’economista Lucrezia Reichlin, lo scrittore Antonio Scurati e poi una lista di giornalisti fra cui Sigfrido RanucciEnrico Mentana e chi scrive. Nello specifico il falso articolo si presenta sotto la testata di la Repubblica, perfettamente riprodotta, con la trascrizione di un’ospitata nel salotto di Bruno Vespa (mai avvenuta) durante la quale parte una violenta accusa all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo: «Sta nascondendo la verità a milioni di italiani!». E la verità sarebbe la possibilità di potere fare investimenti molto redditizi, trasformati poi in criptovalute, e di conseguenza esentasse, su una determinata piattaforma. Nessuno dei soggetti indicati potrebbe mai sognarsi di suggerire a qualcuno dove mettere i propri soldi perché si moltiplicano! Purtroppo a crederci sono in tanti. Vediamo come funziona la truffa in Italia. 

L’adescamento

L’adescamento, come abbiamo detto, avviene su pagine Facebook o Instagram con post sponsorizzati pubblicati da testate create apposta come Prima Italia, Italia Ora, Tutta Italia, Global Insight, Heather Schmid, Trash Fire. Cliccandoci si apre l’articolo fake di la Repubblica. All’interno dell’articolo c’è il link della piattaforma dove investire. Il 20 febbraio si chiamava Credoravia, il 24 febbraio Oxelvian, il 4 marzo Fortunezza, il 5 marzo ImmediateForce, il 19 marzo Vercadix, il 20 marzo Salda Capitòn. I nomi delle piattaforme, generati automaticamente dall’IA, cambiano di continuo, anche più volte al giorno, solo il 17 aprile troviamo: Valutorre e Valor Guadagivon. Usare l’intelligenza artificiale per creare contenuti credibili, immagini di identità false e deepfake permette di produrre velocemente materiale ingannevole in grande quantità per convincere il maggior numero di persone. Per vedere dove conduce il meccanismo abbiamo fatto una prova sul campo con l’aiuto dell’esperto in sicurezza informatica Pierguido Iezzi e della sua squadra cyber Maticmind.

Iban e bonifici

Il link che clicchiamo ti porta alla pagina della piattaforma di trading attraverso un reindirizzamento, di cui l’utente non riesce ad accorgersi, su siti come fundexoryLa piattaforma in cui entriamo è Fortunezza, che a sua volta si appoggia ad altri siti creati ad hoc, con indirizzi come binaryplatforms.ccwealthinvest.cc o re.finssupp.com.  Ed è qui che viene chiesto di registrarsi, con inserimento di nome, cognome, e-mail e numero di telefono. Nel giro di pochi minuti arriva la chiamata da un call center: ti informa che il denaro sarà trasformato in criptovalute, sui rendimenti non si pagheranno tasse e in qualunque momento si potrà rientrare. Segue l’ invio di un’e-mail con le istruzioni per il versamento di 250 euro tramite bonifico carta di credito.

L’ e-mail proviene da sales@actcapital e si presenta in modo molto professionale: indica nome, cognome, foto del presunto referente (generata con l’intelligenza artificiale), e il dominio @swissgroupforex.coQuando si legge swissgroup sembra qualcosa di serio, ma in realtà non ha alcun legame con il sito su cui ci si è registrati e tantomeno con la piattaforma (Fortunezza). Il bonifico è da versare su Iban intestati a individui presentati come commercialisti. Uno invece è intestato — a sua insaputa — ad un autista con conto alla Banca di Piacenza, un altro fa capo alla banca ISX Financial di Cipro, beneficiario D.C.P.Z.O.O. A bonifico avvenuto occorre inviare per e-mail la ricevuta e un documento di identità stampato su un foglio bianco e firmato.

L’illusione di guadagnare

A questo punto si accede alla piattaforma di trading fittizia dove ogni giorno vedi i tuoi 250 euro lievitare, così sei invogliato a mettere facilmente altri soldi, poiché la piattaforma è ricaricabile tramite carte criptovalute

Il denaro finisce su un wallet (portafoglio digitale) e da lì ad una girandola di altri wallet più grandi. I volumi sono enormi: uno solo di questi wallet, identificato dal codice 0x3d90f66b534dd8482b181e24655a9e8265316be9 e collegato a una sola piattaforma (Fortunezza), tra dicembre marzo ha registrato transazioni per circa 3.000 dollari al giorno, 292.545 dollari in tre mesi. Le piattaforme e i portafogli coinvolti sono migliaia. Quando i malcapitati chiedono di rientrare, si vedono chiedere altri soldi.
Del resto, secondo il report 2024 dell’Fbi Internet Crimeil falso trading online è oggi la minaccia con il maggiore impatto economico. Nel 2024 le frodi sugli investimenti hanno causato negli Usa perdite per 6,57 miliardi di dollari, con 47.919 denunce. In Italia il valore stimato, a seguito delle denunce alla Polizia Postale, è pubblicato nell’ultimo report e relativo al 2024: circa 180 milioni di euro.

I siti schermati

Ai truffatori è praticamente impossibile arrivare perché l’infrastruttura tecnica è frammentata e viene nascosto ogni passaggio: si parte da un indirizzo Ip localizzato in Germania, si passa per provider ubicati a Riga ( Lettonia) che rivendono server a siti costruiti per ospitare piattaforme di trading fasulle. 

Per coprirsi i truffatori usano tre modalità. La prima: le piattaforme passano attraverso servizi come Cloudflare, che ne mascherano la posizione reale. La seconda: quando registrano un dominio, schermano nome, e-mail e contatti del proprietario tramite servizi come Withheld for PrivacyLa terza: quando questi dati sono in chiaro, appartengono a persone reali del tutto ignare, come l’attrice ceca Terezie Dockalova, oppure sono nomi inventati come Antonius Johannes.

Le responsabilità

Le denunce alla polizia postale portano all’immediata rimozione dei post-truffa, ma appena chiusa la pagina incriminata se ne aprono immediatamente altre, e a ciclo continuo. Per i truffati invece c’è solo la rassegnazione, o la disperazione (c’è chi ha perso tutti i propri risparmi). Una responsabilità, però, può essere individuata. Le inserzioni pubblicitarie mascherate da articoli sono pubblicate su Facebook Instagram, di Meta Platforms Inc. Dunque Metaincassa un compenso economico da queste campagne pubblicitarie finalizzate a promuovere truffe finanziarie attraverso l’utilizzo di profili e post che sfruttano illecitamente l’immagine di personalità pubbliche e i marchi registrati di importanti testate giornalistiche. La policy di Meta prevede controlli preventivi di conformità attraverso i propri strumenti di intelligenza artificiale e apprendimento automatico per identificare e rimuovere i contenuti illegali prima che vengano visualizzati dagli utenti. Controlli che evidentemente, in nome del profitto, vengono infranti. Lo scorso giugno il procuratore generale della Pennsylvania Dave Sunday ha chiesto a Meta di rivedere le proprie pratiche di revisione degli annunci pubblicitari fraudolenti. In alternativa chiede che cessi del tutto la pubblicazione di annunci relativi agli investimenti. E si apre la strada alle class action.  

Non solo Meta

Un meccanismo simile avviene su siti come http://www.doveinvestire.com e pisachannel.tv: anche loro pubblicano inserzioni sponsorizzate camuffate da articoli giornalistici. I titoli seguono sempre lo stesso schema: «Recensione: verità o truffa?», «Funziona o truffa?», «Soluzione legittima o no?». In fondo alla pagina c’è scritto: «Contenuto sponsorizzato fornito da soggetti terzi. La redazione non verifica né garantisce le informazioni». Un’avvertenza che però arriva molte righe dopo il link che porta a una delle piattaforme fake di trading online, quando il lettore può già avere cliccato. La raccomandazione è quindi una sola: non fidatevi mai di chi promette grandi rendimenti, qualunque volto abbia. Non solo perderete i vostri soldi, ma i vostri dati personali verranno pure utilizzati nell’immenso e oscuro mare del deepfake


Se i massacri in Libano diventano le medaglie della Grande Israele


Dal massacro di Sabra e Chatila alle operazioni militari di oggi. Con la normalizzazione della guerra scompare la reazione civile

Se i massacri in Libano diventano le medaglie della Grande Israele

(Anna Foa – lastampa.it) – Mentre continuano le trattative fra Stati Uniti e Iran e mentre lo Stretto di Hormuz viene alternativamente chiuso e riaperto, il Libano sembra essere diventato il luogo principale del conflitto, almeno sul fronte israeliano. Dal 17 aprile è in atto una tregua di dieci giorni con il Libano, imposta da Trump a un Netanyahu come sempre riluttante a trattar tregue. Con il suo solito fair play, Trump ha comunicato di aver «proibito» a Israele di continuare a bombardare il Libano, modalità che non è piaciuta a Bibi, ma certamente nemmeno agli israeliani, ostili a qualsiasi accenno a una limitazione della loro sovranità.

Secondo sondaggi dell’Università di Tel Aviv, il 61% degli israeliani appoggia il proseguimento della guerra in corso con il Libano. A supportare questa alta percentuale di sostegno alla guerra sono gli attacchi degli Hezbollah sul Nord di Israele, che hanno fatto migliaia di sfollati nella zona di frontiera, anche se non sembra che con i suoi attacchi Israele sia riuscito a sconfiggerli definitivamente.

Minore sembra essere oggi in Israele l’appoggio alla guerra all’Iran, dopo la prima settimana in cui Israele credeva, con l’appoggio degli Usa, di potersi finalmente sbarazzare del suo maggiore nemico.

La tregua con il Libano appare quanto mai fragile, ed è stata già violata da ambo le parti, fra l’altro con l’attacco, probabilmente da parte degli Hezbollah, a un convoglio dell’Unifil, con la morte di un militare francese. Che Israele si opponga alla tregua e alle stesse trattative è stato d’altronde drammaticamente affermato con il terribile bombardamento israeliano che, il giorno stesso in cui entrava in vigore la tregua con l’Iran, ha fatto nello spazio di pochi minuti oltre trecento morti nel Sud del Libano. Morti per lo più civili, molti in quartieri cristiani non presidiati dagli Hezbollah: un sanguinoso segnale di voler continuare la guerra.

Una guerra che Israele combatte sue due fronti. L’uno, interno, è quello elettorale, quello delle elezioni dell’autunno, dato il favore verso la guerra della maggioranza degli israeliani. La maggior parte degli stessi leaders dell’opposizione è contraria a fermare i combattimenti senza aver distrutto Hezbollah. Continuano, come ogni sabato, le manifestazioni dei movimenti pacifisti e degli attivisti contro la guerra, che crescono di ampiezza e intensità e che coinvolgono anche una crescente opposizione alla tragica situazione in Cisgiordania. In questo contesto, Gaza sembra dimenticata, anche se la sua situazione continua ad essere gravissima.

L’altro fronte è quello più propriamente bellico. Il ministro della difesa Katz prospetta una strategia militare simile a quella attuata a Gaza. Il che vuol dire, come è noto, distruzioni sistematiche del territorio, uccisioni di civili senza limiti, annessione di una parte del territorio, in questo caso la parte a Sud del fiume Litani, colpita pesantemente nei recenti bombardamenti. In sostanza, ciò che già per Gaza è sotto giudizio di fronte alla giustizia internazionale come «genocidio», «crimine di guerra», «crimine contro l’umanità». Nel frattempo, nelle zone bombardate l’Idf ha messo in funzione decine di ruspe per abbattere ciò che resta delle macerie, approfittando del fatto che Trump ha proibito i bombardamenti, non le ruspe. L’intento dichiarato è quello di impedire il ritorno dei profughi e di annettere in una forma o nell’altra la parte meridionale del Libano.

Come reagirà l’opposizione israeliana, non gli attivisti impegnati sui tanti fronti, ma i politici, coloro che si propongono come successori di questo governo? Vorranno differenziarsi dai vari Katz e Ben Gvir anche dal punto di vista umano, etico, o lo faranno solo distinguendosi sui risultati che potrebbero ottenere per la sicurezza? Si proporranno cioè soprattutto di rendere le operazioni militari più efficaci, dal momento che oggi non hanno raggiunto il loro obiettivo?

Nel 1982, durante la guerra del Libano, si verificò in Libano il terribile massacro di Sabra e Chatila, un campo profughi palestinese, in cui l’Idf aiutò i falangisti libanesi autori del massacro. Ma questo portò ad un sussulto civile e morale del Paese, con grandi manifestazioni di protesta nelle piazze.

Anche la diaspora ebraica protestò, manifestò, si schierò contro il governo. Nel 1983, una commissione d’inchiesta della Corte Suprema attribuì a Sharon, allora ministro della difesa, la responsabilità indiretta del massacro e lo spinse a dimettersi. Anche il primo ministro Begin si dimise non molto tempo dopo. Oggi, nulla di tutto questo è possibile, i massacri sono sventolati come medaglie, la Grande Israele è dietro l’angolo. E l’opposizione in maggioranza tace.


Tra i Maga s’insinua la teoria del complotto: “Falso l’attentato a Donald Trump in Pennsylvania”


Marjorie Taylor Greene, voce dei fan delusi dal presidente, chiede che siano desecretati tutti i documenti sulla sparatoria

Tra i Maga s’insinua la teoria del complotto: “Falso l’attentato a Donald Trump in Pennsylvania”

(di Massimo Basile – repubblica.it) – NEW YORK – A quasi due anni e mezzo dall’attentato contro Donald Trump durante un comizio a Butler, in Pennsylvania, una delle voci storiche del trumpismo ha rotto il fronte e aperto un nuovo terreno di scontro interno.

L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, in rotta col tycoon, ha rilanciato i dubbi della base Maga e ha chiesto al presidente degli Stati Uniti di fare chiarezza sull’episodio chiave della campagna elettorale del 2024: l’attentato in cui Trump rimase ferito al lobo dell’orecchio, mentre un suo sostenitore morì. Il killer, Thomas Matthew Crooks, 20 anni, sdraiato sul tetto di un edificio a trecento metri di distanza dal palco, fu ucciso dai cecchini del Secret Service.

Molti considerano quell’episodio la svolta che portò Trump a risalire nei sondaggi e a conquistare per la seconda volta la Casa Bianca. Fin da subito i complottisti avevano seminato dubbi, a cominciare dalle poche informazioni sulla ferita del presidente, coperta da una enorme garza, poi tolta giorni dopo senza che sulla cartilagine dell’orecchio fosse rimasta traccia. Inoltre, era apparso strano il comportamento degli agenti del Secret Service: non erano intervenuti per fermare il killer, nonostante la gente ne avesse segnalato la presenza, e subito dopo l’esplosione del primo colpo gli agenti non avevano spinto a terra il tycoon, per proteggerlo, ma si erano abbassati loro, dandogli la possibilità di ergersi con la testa e mostrare il pugno, urlando «fight fight fight», grido di battaglia diventato slogan vincente della campagna. I fotografi, sotto il palco, erano stati fatti insolitamente avvicinare dall’organizzazione: uno degli scatti, ripreso dal basso, mostrò il presidente con il pugno e, sullo sfondo, la bandiera americana. Quell’immagine mise il sigillo all’immagine del leader “forte e invincibile” di cui l’America aveva bisogno.

Adesso una parte della base Maga – delusa dall’entrata in guerra con l’Iran e dalla gestione dello scandalo Epstein – ha rilanciato i sospetti che l’attentato fosse una messa in scena. Nessuno ha pagato per le falle della sicurezza. Anzi, il capo della scorta, Sean Curran, è stato promosso. «Il presidente Trump – ha scritto l’ex deputata su X – dovrebbe fare chiarezza. Perché non lo fa? Questa è la domanda». E la domanda, nel mondo Maga, rappresta una trappola. Se non risponderà, Trump, che aveva fatto della trasparenza il suo mantra, aumenterà i sospetti. Se accoglierà la richiesta, legittimerà un teoria complottista priva di prove. La storia del finto attentato, in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso, potrebbe indebolire un presidente già in calo di consensi.


Guerra, crisi e alleati bizzosi, Meloni può solo galleggiare


I rapporti con Trump ai minimi storici, le nomine bloccate, la legge elettorale ferma. Palazzo Chigi non ha ancora trovato una strategia di rilancio, anche economico

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Altro che fase due. La ripartenza teorizzata da palazzo Chigi dopo la sconfitta referendaria è e rimane un miraggio e non per malavoglia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che però ormai si è arresa al fatto che i sommovimenti nello scenario internazionale siano una variabile impossibile da governare. Lo ha ripetuto a Federalberghi, ma lo aveva detto anche in aula durante le sue ultime comunicazioni al parlamento: «L’instabilità sta diventando la normalità». Con questo quadro in continuo cambiamento – ora lo stretto di Hormuz da cui passa anche il petrolio diretto in Italia è chiuso, domani chissà – e un Occidente sempre più spaesato davanti alle intemperanze del presidente di quella che dovrebbe esserne la nazione leader, Meloni sta facendo i conti con il fatto che ci siano troppe incognite a impedire la programmazione dell’ultimo anno di governo.

Tutto ciò che la premier può fare in questo momento è ragionare di breve periodo, cercando di risolvere i problemi più immediati: nelle prossime settimane sarà in Azerbaijan per tentare di aprire nuove strade di approvvigionamento dell’energia; ha deciso di essere a Parigi con i Volenterosi di Francia, Germania e Regno Unito per ragionare della situazione marittima e del conflitto in Iran. I suoi omologhi stranieri non saranno i suoi interlocutori preferiti – Emmanuel Macron in testa – ma offrono almeno la certezza di non essere bizzosi come l’ex amico Donald Trump, con cui tuttavia le diplomazie sotterranee sono attive per ricucire i rapporti. Proprio il fronte europeo appare, in questo momento, l’unico in cui Meloni può avere uno spazio di azione e con cui condivide almeno due convinzioni: la vicinanza con l’Ucraina e la non volontà di entrare in un conflitto militare in Medio Oriente.

Il fronte interno

Muoversi sul fronte interno è altrettanto complicato. Il dossier più preoccupante è quello economico: i numeri non mentono e l’impatto della crisi globale su famiglie e imprese nemmeno. Con una congiuntura negativa in più: a giugno 2026 si concluderà il Pnrr, che in questi anni ha iniettato nell’economia italiana una salutare dose di denaro per le riforme e gli investimenti, che ha avuto ricadute dirette su lavoro e occupazione. Chiuso quel rubinetto, bisognerà riabituarsi alla normalità.

Impossibile è anche fare promesse in vista dell’ultima finanziaria di legislatura, che avrebbe dovuto essere più generosa grazie agli sforzi compiuti in passato e che invece sarà rigida come e più delle precedenti. Con una parola che aleggia sul ministero dell’Economia, pronunciata dal Fondo monetario internazionale: «Recessione». 

L’Fmi ha richiamato in particolare l’Italia sull’«imprudente» misura del taglio delle accise e la risposta di Giorgetti è stata la sintesi perfetta del dualismo che attanaglia il governo: «Tecnicamente la critica ha un senso, ma la politica fa anche altre valutazioni». Così ragiona anche palazzo Chigi, alla ricerca di un modo per rilanciarsi. I pessimisti, infatti, ricordano che quando si comincia a perdere è difficile fermarsi e in questo momento la maggioranza appare sempre solida nei numeri, meno nelle idee. E non vale solo per Meloni.  Fratelli d’Italia è stata costretta ad archiviare la grande stagione delle riforme: saltata quella della giustizia, non ci sono speranze per il premierato. L’unica in piedi – e anche la meno popolare – è quella della legge elettorale, che però ha già fatto emergere l’altra grande incognita di questa fase: il rapporto con gli alleati, a loro volta irrequieti.

La Lega è reduce da un weekend negativo, con la manifestazione di Milano per la “remigrazione” con i Patrioti europei che ha registrato un flop di partecipazione, con piazza Duomo tristemente vuota. Forse la piazza era troppo grande, forse il tema in questo momento non tocca nemmeno l’elettorato leghista. Di certo la rincorsa agli estremismi (la remigrazione è uno dei cavalli di battaglia del movimento del generale Roberto Vannacci) non sta portando bene al partito di Matteo Salvini, sempre più in crisi di consenso interno. Non va meglio dentro Forza Italia, dove è in corso una riorganizzazione traumatica, con un conflitto sull’asse Roma-Milano e la famiglia Berlusconi sempre più decisa a correggere la rotta, anche a costo di azzoppare la leadership di Antonio Tajani.

Così la conflittualità tra le tre teste della maggioranza è silenziosa, ma emerge su ogni dossier: sulle nomine per esempio, dove il leghista Federico Freni alla Consob è bloccato dagli azzurri, che a loro volta non riescono a nominare la presidente della Rai. Anche il rimpasto dei sottosegretari è stato più aggrovigliato che mai, con poltrone ancora vacanti a causa del mancato accordo.

Tutta questa tensione grava proprio sulla legge elettorale: FdI è decisa ad approvarla ma la formulazione attuale non giova ai due alleati, che hanno già annunciato battaglia per le modifiche. L’incognita è se davvero si arriverà all’approvazione entro il voto, ma soprattutto quando sarà questo voto: difficilmente prima dell’aprile 2027 in cui i parlamentari matureranno la pensione, ma il logoramento di un governo che in apparenza ha perso la bussola delle grandi ambizioni è già in atto. Meloni ha detto che «non sono qui per galleggiare», ma in questa fase non sembra avere altra scelta.


Le ultime parole di Tucker Carlson


Vi è mai stato nella storia recente un momento più tragico di questo?

(Alessandro Di Battista) – “Israele piaccia o meno, ha dimostrato di essere un grande alleato. Sono coraggiosi, audaci, leali e intelligenti, a differenza di altri che hanno mostrato la loro vera natura in un momento di conflitto e stress”. L’ha detto oggi Trump.

Significativo quel “che piaccia o meno”. Evidentemente Trump si rende conto che miliardi di persone al mondo hanno compreso la verità su Israele e che le porcherie della Coalizione Epstein (USA+Israele) suscitano un’indignazione senza precedenti.

Trump è in enorme difficoltà. Si è probabilmente giocato la vittoria alle Midterm Elections, le elezioni che si tengono in USA ogni 4 anni (due anni dopo quelle presidenziali) e che servono a rinnovare tutti i seggi della Camera dei rappresentanti nonché un terzo di quelli del Senato. Questo significa che il Partito Repubblicano potrebbe presto perdere la maggioranza al Congresso. Non solo. La sua stessa base, gli influencer che per anni l’hanno osannato, oggi lo criticano ferocemente.

Il tutto per una sudditanza rispetto a Israele che non fa onore alla cosiddetta “più grande democrazia al mondo” (in realtà la più grande democrazia al mondo è l’India) e che mostra chiaramente quanto la storia degli Stati Uniti come il più potente Paese al mondo sia, per l’appunto, ormai una storiella.

Qui su Scomode Verità abbiamo dato ampio risalto alle prese di posizione di Tucker Carlson, giornalista, presentatore TV, influencer tra i più conosciuti di tutti gli Stati Uniti.

Carlson, tra l’altro, per anni è stato un sostenitore di Israele. Banalmente oggi ha visto la realtà e ha avuto il coraggio di prenderne atto e di cambiare posizione. Chiede a gran voce il distacco degli USA dallo Stato genocida, mostra prove dei crimini sionisti, intervista personaggi scomodi come Joe Kent, l’ormai ex direttore del Centro antiterrorismo USA che si è dimesso per protesta contro la guerra in Iran. Per tutto questo e per il successo dei suoi podcast (su X Tucker Carlson ha oltre 17 milioni di follower, su Instagram 6,3 milioni) è stato inserito dal governo di Israele nella lista dei 10 peggiori antisemiti dell’anno.

Ebbene, alcuni giorni fa Carlson ha detto questo: “Perché Trump o qualsiasi altro presidente sono incapaci di dire NO a Israele? Abbiamo il diritto di saperlo. Non è vero che ubbidiscono a Israele perché amano Israele in quanto Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente. Se fosse davvero così significherebbe che i nostri leader politici sono più stupidi di quello che immaginiamo. Ma non è così. I nostri leader capiscono perfettamente quanto questo atteggiamento sia negativo per gli Stati Uniti.

E ci potete credere o meno, ma ci sono molte persone alla Casa Bianca che si prendono cura degli Stati Uniti, persone di potere alla Casa Bianca. Non sono tutti zombie che eseguono gli ordini di Bibi e che si rendono perfettamente conto di dove stiamo andando a finire: stiamo andando verso un attacco nucleare di Israele contro l’Iran. È ovvio! E sarebbe un disastro storico mondiale, e terribile chiaramente anche per l’economia americana, per i cittadini americani, per non parlare degli americani che moriranno se questo diventa una guerra terrestre.

Quindi ci sono persone che lavorano duramente cercando di ottenere una pace, siamo arrivati al punto dove siamo solo perché ci sono persone che stanno provando a porre fine a tutto questo, perché è una brutta storia! Ma tutte queste persone sono state attaccate, sminuite, il nostro Paese è stato sminuito da Israele. E quando tutto questo sarà finito ogni singolo americano vorrà sapere perché questo piccolo Paese ha così tanto controllo sul nostro governo. È accettabile? Joe Kent ha detto senza mezzi termini quando si è dimesso, e per inciso il giorno in cui si è dimesso lui aveva il “nulla osta” di sicurezza di più alto livello.

Hanno cercato di dirvi “era una talpa” ed “era sotto indagine” per questo, ma non era vero. L’hanno ammesso, non era vero. Non era sotto indagine dell’FBI, falso! E sapete per l’appunto che non era sotto indagine perché ha mantenuto il nulla osta di sicurezza fino al giorno in cui ha lasciato l’edificio. Dunque non c’è alcuna informazione di intelligence nel governo degli Stati Uniti che Joe Kent non abbia potuto vedere. Era una delle persone più informate al mondo e la sua conclusione è che vi sia stato qualcosa di strano in tutta questa storia!”.

Uno dei più importanti giornalisti USA ci dice cose clamorose e in Italia praticamente nessuno riporta le sue parole.

Ci dice che gli americani hanno il diritto di sapere perché nessun presidente USA ha il coraggio di dire NO allo Stato genocida di Israele. Ci dice che teme che Israele (soprattutto in un momento in cui l’Iran sembra essere uscito vittorioso dalle guerre e il governo iraniano è senz’altro molto più forte di prima nonostante le perdite in seno al regime) possa utilizzare la bomba nucleare. Ci dice che Joe Kent, uno degli uomini più informati al mondo, un uomo che aveva accesso a tutte le informazioni di intelligence, ritiene che vi sia qualcosa di molto ma molto strano dietro l’oscena sudditanza di Washington rispetto a Tel Aviv. Ci dice tutto questo e a me vengono i brividi.

Oggi è Netanyahu il reale presidente degli Stati Uniti. Il Paese teoricamente più potente al mondo, un Paese che vanta basi militari in Italia e l’esercito più grande al mondo, è sotto ricatto di un criminale e assassino di bambini come Netanyahu, oltretutto un ricercato internazionale per crimini contro l’umanità.

Vi è mai stato nella storia recente un momento più tragico di questo?


L’altra faccia della luna


(di Marcello Veneziani) – Ora che abbiamo scoperto per la prima volta nella storia dell’umanità l’altra faccia della luna, siamo contenti, abbiamo accresciuto le nostre conoscenze o addirittura scoperto la verità nascosta delle cose? L’impresa spaziale Artemis II è stata una boccata d’ossigeno nei giorni dell’odio, della guerra e di folli annunci di annientare civiltà millenarie come quella persiana. Guardare altrove, vedere altri mondi e altri modi di conquistare e riprendere un discorso interrotto più di mezzo secolo fa, quando eravamo convinti che a fine millennio o nei nostri giorni avremmo abitato la Luna e Marte e trasferito colonie di terrestri nello spazio. Il futuro invece restò solo un desiderio del passato, tornammo coi piedi per terra. La tecnologia fece passi da gigante ma nel piccolo: non conquistammo luoghi remoti dalla terra ma scoprimmo i prodigi del Pc e degli smartphone, e i prodigi inquietanti dell’Intelligenza Artificiale. Non conquistammo il lontano ma rivoluzionammo il vicino.
Perciò ci ha colpito questa ripresa delle avventure nello spazio, proprio laddove fu interrotta, tanti anni fa: dalla luna, la più vicina meta per le nostre gite nello spazio. Che si dice sia nata in un parto cosmico gemellare con la Terra, in seguito a un trauma prodotto dall’urto con un misterioso corpo celeste, Theia. Ma la madre morì nel parto e restarono come orfani sperduti nello spazio un pianeta che poi ebbe vita e un più piccolo astro grigio ma lucente per via del sole, il padre che da lontano lo illumina.

L’impressione che oggi ci coglie è inversa rispetto a quella della fine degli anni sessanta: allora vedendo i primi cosmonauti sulla luna pensavamo di popolare l’astro argenteo e renderlo quasi simile alla terra. Oggi il primo pensiero che ci sovviene vedendo la Luna nel suo lato oscuro, è che la Terra rischia di tornare spettrale e disabitata di vita come lei. Difatti, sono circolate in tutto il mondo le immagini della Terra vista dalle spalle dell’astro, che tramonta come una luna, piccola e nuda, svestita di ogni traccia di civiltà e di vita. Quasi un presagio.

La luna, dicono i precisini, si allontana di quasi 4 centimetri l’anno, ci vogliono miliardi d’anni per parlare di abbandono. I quattro esploratori sulla navicella Orion hanno solo ripreso confidenza con lo spazio e con la prima significativa oasi, senza toccare il suolo lunare. Non c’è paragone tra le speranze e i sogni che accesero i mitici precursori discesi sulla luna che passeggiarono, piantarono bandierine, in un clima sospeso tra realtà e fantasia, tra mito, magia e scienza, mistero e rivelazione. Fu un momento di fiducia dell’umanità in sé stessa e nel futuro; anzi, fu l’ultimo momento di fiducia alimentato dalla scienza che accomunò le genti, soprattutto in Occidente. Poi cominciò la discesa, il disincanto, la crisi energetica e di tutto il resto, gli stop alle imprese spaziali, la denatalità e ancora guerre e poi guerre.

Ma resta della loro impresa un flebile risveglio di tutti i pensieri sulla luna che abbiamo accumulato nella poesia, nella letteratura e nella filosofia. Scorrono come in un rapido trailer del cammino umano, le primitive invocazioni alla luna, i primi accenni lunari nei miti, nelle religioni e nelle tradizioni; le civiltà che la raccontarono come una figura materna accanto al Padre Sole; poi la madre si scoprì figlia, ancella, o più modestamente riflesso del sole.

Poi venne la luna dei romantici, di Leopardi e di Beethoven, la luna delle canzoni languide o l’astro oltraggiato da Marinetti. Vennero persino i negazionisti della luna, Ennio Flaiano, Antonio Delfini e Gaio Fratini per i quali la luna non esiste, è solo un fuoco fatuo, un gioco di riflessi, un abbaglio, uno specchio per le allodole… E vennero gli apocalittici che tentarono l’estrema difesa della luna, come Guido Ceronetti, rispetto alla profanazione degli astronauti. O le preoccupate considerazioni dei filosofi Martin Heidegger e Gunther Anders, a proposito di quel dominio della tecnica che stava esautorando l’uomo e il suo pensiero proprio mentre dava l’impressione di potenziarlo e di dotarlo di più formidabili mezzi. Heidegger seguì terrorizzato lo sbarco sulla luna, Anders notò che con la conquista della luna la terra diventò piccola, provinciale, relativa. I più languidi si dissociarono dal trionfalismo che accompagnò la discesa sulla luna di Armstrong e di Aldrin, e preferirono l’incanto poetico del terzo astronauta, Collins, che mentre i suoi colleghi passeggiavano sulla luna, restò a bordo a tenere il filo con la terra e la navicella. Amarono in lui, come Gozzano, la luna che non colse, pur essendo lì, a due passi.

Di recente sono emersi dall’epoca delle imprese lunari alcuni appunti di un pensatore lunatico in disparte, Andrea Emo, raccolti da Massimo Donà a Raffaella Toffolo col titolo Paesaggi dell’anima (ed. Scibboleth). Emo definisce la luna astro defunto, presenza spettrale che emana la luce della morte, memoria inargentata del sole. La luna per lui è una purissima morte nei cieli. In realtà ognuno proietta nella luna quel che è nella sua mente. Come nell’Orlando furioso il senno dell’uomo è finito sulla luna. Riusciranno gli astronauti futuri nell’impresa del paladino Astolfo e di San Giovanni Evangelista, di recuperare il senno umano perduto sulla luna? Almeno il senno di Trump…


Trump, “basta fare il bravo ragazzo” con l’Iran


Trump, dall’Iran grave violazione ma la pace ci sarà

(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – L’Iran ha commesso una “grave violazione” del cessate il fuoco, ma un accordo di pace ci sarà. Lo ha detto Donald Trump a Abc. “Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive. Accadrà”, ha osservato. 

Trump, ‘basta fare il bravo ragazzo’ con l’Iran

(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – “No more Mr Nice Guy”, basta fare il bravo ragazzo. Donald Trump parla a se stesso nel lungo post sull’Iran pubblicato sul social Truth. Lo fa per spiegare che finora è stato “bravo” ma se Teheran non accetterà l’accordo “equo e ragionevole” degli Stati Uniti allora smetterà di essere ‘Mr Nice Guy” e distruggerà le centrali elettriche e i ponti del paese. 

Trump, ‘l’Iran ha l’ultima possibilità’

(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – L’Iran ha l’ultima possibilità. Lo ha detto Donald Trump a Fox, sottolineando che dovrebbe diffondere oggi una lettera agli iraniani nella quale spiegherà “cosa è a rischio se non ci sarà un accordo”. 

Trump, i miei negoziatori vanno a Islamabad, domani le trattative 

(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – I negoziatori americani “stanno andando a Islamabad, in Pakistan. Saranno lì domani per le trattative”. Lo annuncia Donald Trump sul suo social Truth. 

Trump, a Iran offriamo accordo equo, accettino o distruggeremo centrali e ponti 

(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – “Stiamo offrendo un accordo molto equo e ragionevole; spero che lo accettino. Se non lo faranno, distruggeremo ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth. 

Trump, nelle trattative in Pakistan coinvolto anche Kushner

(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – Nelle trattative in Pakistan sarà coinvolto anche Jared Kushner. Lo ha detto Donald Trump al New York Post, tornando a non escludere la possibilità di un suo viaggio a Islamabad qualora fosse raggiunto un accordo. “Dobbiamo vedere cosa succede domani”, ha spiegato. 

Iran: Teheran, ‘blocco’ Usa è illegale e criminale, viola cessate fuoco

(LaPresse) – “Il cosiddetto ‘blocco’ imposto dagli Stati Uniti ai porti e alle coste iraniane non solo viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan, ma è anche illegale e criminale. Viola l’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite e costituisce un atto di aggressione ai sensi dell’articolo 3(c) della Risoluzione 3314 (1974) dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che include esplicitamente il blocco dei porti o delle coste di uno Stato tra tali atti”.

Lo scrive su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei. “Inoltre, infliggendo deliberatamente una punizione collettiva alla popolazione iraniana, si configura come crimine di guerra e crimine contro l’umanità”, aggiunge.