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Il generale Battisti: “In caso di errori o incidenti la guerra in Ucraina può estendersi in Europa”


Il generale Giorgio Battisti, ex comandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in Italia: “Né la Russia né l’Alleanza Atlantica vogliono uno scontro diretto. Il rischio di escalation risiede nell’errore umano o nell’incidente”.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – La guerra in Ucraina sta cambiando forma e rischia di allargare i suoi confini. Se lungo i 1.200 chilometri di fronte il conflitto è sostanzialmente in stallo, lontano dalla prima linea l’escalation è nei fatti. Dai droni esplosivi russi piazzati negli aeroporti tedeschi – cuore logistico della NATO – agli avvertimenti di Zelensky sulla sicurezza dei cieli sopra Mosca, fino alle imponenti operazioni di guerra elettronica dell’Alleanza Atlantica sull’exclave di Kaliningrad, i segnali di un confronto sempre più serrato si moltiplicano. Non a caso lo stesso ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone – presidente del comitato militare NATO – ha recentemente evocato una postura dell’alleanza più offensiva, segnando un punto di svolta nella deterrenza verso il Cremlino.

Ma quanto è reale il rischio di un allargamento formale del conflitto ai Paesi dell’Alleanza? E quali sono i punti di rottura che potrebbero innescare l’Articolo 5? Per decifrare le dinamiche di questa nuova fase, abbiamo intervistato il Generale Giorgio Battisti, già comandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO in Italia. Il quale è convinto che né l’Alleanza Atlantica né la Russia sono alla ricerca di uno scontro diretto, ipotesi che tuttavia non può essere del tutto esclusa dall’impatto della guerra ibrida di Mosca, da quello dei missili occidentali assemblati a Kiev e, soprattutto, dallo scenario più temuto: un incidente nei cieli baltici o una provocazione russa mirata, potenzialmente capace di trascinare l’Europa intera in una guerra aperta.

Generale Battisti, qual è il punto della situazione sul campo e cosa indicano gli attacchi sempre più intensi di questi ultimi giorni?

Per capire l’evoluzione del conflitto occorre distinguere ciò che accade sul fronte da ciò che avviene nei territori interni dei due Paesi. Per quanto concerne il fronte, che si estende per oltre 1.200 chilometri, è sostanzialmente bloccato in una dura guerra di logoramento: l’Ucraina ha ottenuto limitati guadagni territoriali a sud, mentre la Russia continua a spingere nel Donetsk per conquistare l’ultimo 10-15% del territorio non ancora sotto il controllo di Mosca. L’obiettivo delle forze russe è aggirare da nord e da sud le città fortificate dal 2014 – come Sloviansk, Kramatorsk e Druzhkivka – oltre le quali non vi sarebbero più linee difensive ucraine strutturate fino al fiume Dnipro.

Negli ultimi mesi si è intensificato lo scambio di attacchi a lungo raggio. Kiev impiega droni e missili in profondità contro raffinerie, depositi di carburante e centri logistici come la cosiddetta “Amazon russa” per intaccare la vita quotidiana della popolazione in vista delle elezioni della Duma. Questo sta erodendo il consenso di Putin, che seppur continui a essere molto alto è sceso dall’85% di gennaio al 75% di luglio secondo i dati dell’ONG russa Levada. La Russia risponde colpendo sistematicamente le centrali elettriche ucraine: con l’80% delle infrastrutture energetiche fuori uso, si prospetta un inverno drammatico per la popolazione civile, con temperature che possono raggiungere i -30°C. A questo si aggiungono i bombardamenti sui porti di Odessa e del Mar Nero per bloccare l’esportazione del grano, principale fonte di introito di Kiev, e i frequenti sconfinamenti di droni nei Paesi vicini come Romania e Bulgaria.

Ieri Zelensky ha avvertito le compagnie aeree internazionali che i cieli russi potrebbero non essere più sicuri. Come interpreta questa dichiarazione?

L’avviso rivolto da Zelensky alle linee aeree internazionali suona come una velata minaccia di poter estendere gli attacchi ucraini non solo agli aeroporti commerciali e civili sul territorio russo – compresi i quattro scali di Mosca – ma agli stessi velivoli in volo nei cieli della Russia. Se questa intenzione dovesse tradursi in attacchi concreti contro aerei commerciali carichi di passeggeri inermi e stranieri, ci troveremmo di fronte a uno scenario drammatico. Non a caso, questa presa di posizione ha provocato l’immediata reazione di Putin, che ha accusato Kiev di “terrorismo internazionale”.

Regno Unito e Francia hanno annunciato la condivisione di tecnologie per la produzione in Ucraina dei missili Storm Shadow/SCALP. Si tratta di una svolta o non cambierà gli equilibri?

I missili Storm Shadow britannici e SCALP francesi sono la stessa tipologia di missile cruise lanciato da aerei, con oltre 500 chilometri di gittata e 450 chili di esplosivo. L’Ucraina li impiega già da tempo con successo, come dimostra il recente attacco che ha distrutto un centro di comando russo sul fronte nord.

La novità risiede nell’autorizzazione ad assemblarli direttamente sul territorio ucraino. Tuttavia, dal punto di vista pratico non si tratta di una svolta immediata. A meno che non siano state approntate con largo anticipo, allestire queste catene di montaggio richiede l’individuazione di siti idonei, il trasporto di macchinari complessi e il reclutamento di maestranze e ingegneri specializzati: è un processo che richiederà circa un anno prima di sfornare i primi missili pronti all’impiego. Vi sono inoltre due forti criticità: queste fabbriche diventeranno subito bersagli strategici prioritari per i missili russi e sussiste il concreto rischio che le tecnologie sensibili possano essere scoperte o sottratte tramite spionaggio o corruzione, motivo per cui ad esempio gli Stati Uniti hanno frenato sull’assemblaggio dei Patriot.

È notizia di ieri che la Germania ha formalmente accusato la Russia di aver collocato un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia vicino a un cargo ucraino. Qual è il significato di questo episodio?

Dall’inizio della guerra si contano circa 200 atti di sabotaggio o tentativi di aggressione ibrida in Europa, ma per la prima volta un governo – attraverso due ministri di punta – ha attribuito in modo formale e diretto la responsabilità a Mosca. La Germania è il bersaglio principale di queste azioni perché rappresenta il perno logistico dell’impegno occidentale: sul territorio tedesco arrivano e vengono smistati i rifornimenti per Kiev, risiedono i comandi di coordinamento della NATO e vengono anche assemblati i missili antiaerei Stinger. L’attacco sventato al cargo Antonov-124 a Lipsia dimostra come la Germania sia il nodo centrale che la Russia cerca di destabilizzare.

Il mese scorso l’ammiraglio Cavo Dragone ha sollecitato una postura più attiva della NATO: poco dopo c’è stata un’importante operazione di guerra elettronica su Kaliningrad. Che segnale manda l’Alleanza?

L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, la massima autorità militare della NATO, ha dichiarato che è giunto il momento per l’Alleanza di superare una postura puramente difensiva nei confronti degli attacchi cyber e ibridi russi, adottando un atteggiamento più attivo e offensivo.

Un primo segnale concreto si è visto a cavallo di ferragosto: per tre giorni, tra i 30 e i 50 velivoli alleati hanno condotto un’operazione di guerra elettronica contro l’exclave russa di Kaliningrad, oscurando e neutralizzando le comunicazioni delle basi e dei sistemi missilistici a capacità nucleare lì concentrati. Questa manovra ha mostrato la capacità della NATO di intervenire con decisione in caso di escalation, segnando un netto cambio di passo nella deterrenza.

Alla luce di queste manovre e della tensione crescente, c’è il reale rischio di un allargamento della guerra ai Paesi della NATO?

Né la Russia – già palesemente in difficoltà nel conflitto logorante in Ucraina  – né la NATO desiderano uno scontro aperto e il riarmo dell’Alleanza ha una funzione essenzialmente deterrente. Tuttavia, quando centinaia di aerei pattugliano quotidianamente i confini e i caccia russi provocano entrando per pochi secondi nello spazio aereo baltico, il rischio principale risiede nell’errore umano o nell’incidente. In situazioni in cui le decisioni devono essere prese in manciata di secondi da piloti o soldati sul campo, un errore di valutazione o una reazione d’impulso potrebbero innescare una reazione a catena incontrollabile. Siamo nel campo delle ipotesi, ma chiaramente quando si hanno centinaia di migliaia di militari dispiegati in aria, terra e mare un errore può sempre capitare.

Un altro scenario potrebbe riguardare la possibilità, sempre del tutto ipotetica al momento e non sostenuta da evidenze, che la Russia decida di testare la tenuta dell’Alleanza nei Paesi Baltici. In Estonia e Lettonia risiedono significative minoranze russofone (pari al 24-25% della popolazione) a cui Mosca ha concesso passaporti d’ufficio, rivendicando il diritto di intervenire a loro tutela. Un’operazione “limitata” o una provocazione mascherata da “intervento umanitario” per proteggere le popolazioni russofone – sulla falsa riga di quanto fatto nel Donbass o da Stalin in Polonia nel 1939 – servirebbe a Putin per mettere alla prova la coesione della Nato e l’applicazione dell’Articolo 5, rappresentando il pericolo più concreto di estensione del conflitto. Sottolinea, però, che si tratta al momento più di un’ipotesi teorica che di una minaccia concreta.


“Da soli non ce la facciamo più”


(Giancarlo Selmi) – Signora Meloni le racconto una tragedia: si chiamavano Luca e Valentina ed erano i genitori della piccola Bianca, cinque anni, nata con una paralisi cerebrale. Avevano dedicato al loro piccolo angioletto la vita, gli sforzi, i risparmi, ogni energia possibile, come fanno tanti genitori di bambini speciali: genitori che non si rassegnano, che non accettano di vedere i propri figli inghiottiti dalle voragini burocratiche, dai tagli mascherati da riorganizzazioni, dai muri di gomma eretti proprio da quelle istituzioni che dovrebbero aiutare e che, invece, spesso intralciano. Luca e Valentina avevano scelto di fare, non di aspettare, avevano scelto la speranza, non la rassegnazione. Avevano cercato cure, pratiche riabilitative, percorsi capaci di migliorare la qualità della vita e il futuro della loro amatissima figlia. Erano arrivati fino in Messico, dove sistemi riabilitativi moderni avevano mostrato risultati apprezzabili. Ma quei percorsi costavano moltissimo. Troppo.

Si sono rovinati economicamente, ma volevano continuare ad avere speranza e vedere risultati, forse piccoli, ma risultati. Non potevano più e nessuno li ha aiutati. Neppure quello Stato che continuiamo ostinatamente a considerare civile, avanzato, degno di stare nel cosiddetto “primo mondo” e che, davanti alla fragilità più assoluta, troppo spesso non è più nulla di tutto questo. Sono rimasti soli. Soli con la fatica, con la paura, con i conti da pagare, con una bambina da proteggere. Sono rimasti soli con la disperazione che, alla fine, ha preso il sopravvento. E se ne sono andati, insieme, tutti e tre. Luca, Valentina e Bianca non parteciperanno ai festeggiamenti per la longevità del suo governo, signora Meloni. Non ci saranno. Non possono esserci più.

Forse avevano capito, prima di tanti altri, che non c’è davvero nulla da festeggiare in un Paese che lascia soli i suoi figli più fragili e le famiglie che provano a tenerli in vita, a curarli, ad accompagnarli, ad amarli oltre ogni limite umano. Non c’è nulla da festeggiare quando una famiglia viene costretta a diventare bancomat, infermiera, autista, fisioterapista, segreteria amministrativa, ufficio reclami, santa e martire al posto di chi avrebbe il dovere di esserci. Non c’è nulla da festeggiare quando il mondo della disabilità viene trattato come una voce di spesa, un fastidio contabile, un problema da accorpare, comprimere, rinviare, scaricare sulle famiglie. Lei, signora Meloni, sta apparecchiando un Paese sempre più duro con i deboli e sempre più premuroso con i forti. Un Paese che chiede sacrifici a chi è già stremato, che pretende resistenza da chi è già allo stremo, che lascia che i genitori coprano con il proprio corpo, con il proprio lavoro, con la propria salute e con i propri risparmi i buchi sempre più grandi del sistema.

E intanto i giornali che hanno dedicato migliaia di articoli a Ranucci, alla famiglia nel bosco, a Garlasco, su Luca, Valentina e Bianca hanno detto poco o nulla. Un trafiletto. Una notizia laterale. Una tragedia enorme infilata dove non disturba troppo. I telegiornali, idem. Perché il dolore dei disabili e delle loro famiglie non fa rumore, non porta share, forse neppure voti. Non genera indignazione comoda e non serve neppure per la grande recita quotidiana. E lei, signora Meloni, oggi trova il tempo per dedicare un post a un disagiato che ha molestato una bambina, perché “straniero”, ma non trova una parola per Luca, Valentina e Bianca. Non una parola per questi genitori che, secondo me, sono eroi civili. Vittime di uno Stato canaglia che non protegge i suoi figli più fragili. O forse quel post non lo poteva fare. Perché bisognerebbe dire che i fondi per la disabilità sono stati accorpati tutti in uno e che, in quell’operazione, secondo studi autorevoli e accreditati, si sono perse per strada risorse per molti milioni. Qualcuno ha scritto che siano 380.

Ma non si sono perse per strada, vero, signora Meloni? Li avete risparmiati. Sono risparmi tolti alla vita, risparmi sottratti alle famiglie, ai bambini, alle terapie, all’assistenza, alla dignità, alla possibilità di respirare un giorno in più senza sentirsi abbandonati. Risparmi tolti alla vita per comprare strumenti di morte. E uno solo di quei milioni, o anche solo una parte, forse avrebbe potuto cambiare il destino di Luca, Valentina e Bianca. Forse avrebbe potuto tenere accesa una possibilità. Forse avrebbe impedito che una famiglia intera arrivasse a pensare di non avere più alcuna via d’uscita. Forse, chissà, avrebbero potuto festeggiare anche loro, invece non festeggeranno. Perché non ci sono più e perché non c’è nulla da festeggiare. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese che costringe i genitori dei bambini disabili a mendicare diritti. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese che trasforma l’amore in debito, la cura in rovina economica, la fragilità in condanna. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese dove chi dovrebbe proteggere si volta dall’altra parte e poi si presenta sorridente davanti alle telecamere.

Luca, Valentina e Bianca meritavano molto più di un post. Meritavano uno Stato, aiuto, ascolto. Meritavano una rete vera, non promesse, una vita possibile. Invece sono diventati l’ennesima ferita nascosta sotto il tappeto della propaganda. Si vergogni, signora Meloni. Si vergogni per la politica da macelleria sociale, per i tagli mascherati, per le assenze, per le parole non dette, per i post scritti e per quelli non scritti. Si vergogni per le menzogne raccontate a chi ogni giorno combatte dentro case trasformate in reparti, ambulanze, palestre, uffici e trincee. Per il disagio e le sofferenze che questa politica sta provocando a tante, troppe persone. Si vergogni lei, e si vergognino i suoi compagni di succulente e non condivise merende.

Perché Luca, Valentina e Bianca non sono una notizia minore, sono uno specchio e dentro quello specchio c’è il volto di un Paese che ha smesso di proteggere i più fragili. Un Paese che, oggi, non ha proprio nulla da festeggiare. La longevità del suo governo, signora Meloni, è il requiem da voi dedicato a questo Paese. Altro che festa.


Il terrorismo americano e la resistenza iraniana


(Tommaso Merlo) – Dopo la strage della scuola, ecco quella del matrimonio, prosegue la scia terroristica americana. Bombe su civili inermi e strangolamento economico per farli morire tutti di fame mentre il mainstream divaga e l’Europa sventola false bandiere russofobe. Mesti spasmi da fine impero mentre ad Est sta nascendo un nuovo mondo. Trump non accetta la sconfitta strategica con l’Iran e invece di dare retta ai suoi generali e servizi, ubbidisce ai nazi sionisti che infestano la Casa Bianca. Bisognerà aspettare gli storici per sapere se davvero è vittima di ricatti legati allo schifo Epstein oppure solo del suo ego perfido che non accetta di risvegliarsi dalle favolette che si racconta da solo. Tipo che ha distrutto l’Iran, tipo che controlla lo Stretto di Hormuz o che è un presidente grandioso e non la peggiore sciagura della storia americana come certificano i sondaggi. E mentre altri generali si dimettono e le truppe tentano il suicido piuttosto che battersi per i sionisti o mangiare certi ranci, cresce silenziosamente la preoccupazione. Sui mercati, come nei palazzi, come sul campo di battaglia. Se la Russia ha demilitarizzato la Nato in Ucraina, l’Iran sta demilitarizzando l’esercito americano nel Golfo facendo saltare illusioni imperiali e fragili equilibri anche esistenziali. Dopo avergli svuotato gli arsenali, l’Iran continua a mandare in fumo miliardi in velivoli, radar e attrezzature che gli americani stavano risistemando di soppiatto in Giordania e in altri emirati. Il mainstream lima, ma sostanzialmente al momento l’Iran è militarmente superiore agli Stati Uniti che non hanno nemmeno una strategia e sono in balia delle bizze narcisistiche di Trump. Un vecchio demente che invece di affrontare la realtà ed arrendersi, continua a mentire e minacciare e bombardare a caso anche civili con l’unico risultato di unire e motivare la Repubblica Islamica come non mai invece di distruggerla. Anche lo strangolamento economico è una barzelletta per gli iraniani dopo mezzo secolo di inutili sanzioni e con Cina e Russia che hanno detto no a quella robaccia terroristica. Il mainstream svia ma l’unico che ha le idee chiare è l’Iran. Vuole mantenere il ferreo controllo dello Stretto e l’applicazione del Memorandum firmato da Trump oltre ad aver specificato un punto fondamentale. Altro che smantellare l’asse della resistenza, l’Iran vuole portarlo alla vittoria e liberare il popolo palestinese e libanese e mandare Netanyahu all’inferno. Parole loro. E anche in fretta visto che non c’è momento storico migliore visto che gli Stati Uniti sono in balia di una leadership disastrosa, i cittadini americani sono contro questa ennesima guerra per conto degli odiati sionisti e soprattutto visto il clamoroso sbando dell’esercito più costoso del mondo. Più attende, più l’Iran dà tempo ai suoi aggressori di riorganizzarsi e l’opportunità di logorarli piano piano. Oltre al vantaggio militare, oggi l’Iran ha il favore dei popoli del mondo intero e alle spalle sia la rediviva Russia che soprattutto il gigante cinese che acquista il 90% del petrolio iraniano e continuerà a farlo. Nemmeno il ricorso all’atomica degli aggressori li spaventa, come se avessero previsto anche questa mossa. L’Iran preferisce la via diplomatica ma la strage del matrimonio potrebbe essere l’inizio dell’annunciato contrattacco. Non più solo rappresaglie ma presa dell’iniziativa militare per scacciare del tutto gli americani dal Golfo e raggiungere gli obiettivi strategici che arrivano fino a Gaza. Ma il mainstream preferisce straparlare d’altro e illudersi che l’impero sia eterno e che la verità storica si possa censurare per sempre. Già. Siamo noi i cattivi, siamo noi quelli che si riempiono la bocca di democrazia e diritti umanai e poi bombardiamo civili, rapiamo capi di stato, affamiamo popoli interi, rovesciamo viscidamente governi che non ci aggradano, sfruttiamo risorse altrui. Siamo noi il pericolo, altro che rubare miliardi alle masse per difenderci da nemici inventati ad arte dalla lobby della guerra. Siamo noi gli aggressori, i provocatori, gli artefici del caos e dell’ingiustizia che ha causato milioni di morti ed ha costretto altrettanti sopravvissuti ad emigrare. Al timone la prepotenza ed ignoranza americana e noi meschine colonie al seguito. Anche basta. Cresce silenziosamente la preoccupazione ma che quel perfido demente di Trump stia facendo stramazzare gli Stati Uniti al suolo prima del previsto, è una ottima notizia per il mondo intero e quindi anche per noi colonie che potremo ritrovare senso e libertà sbarazzandoci delle classi inservienti che hanno disgraziatamente scalato le nostre democrazie. Le stesse che in queste ore sventolano false bandiere russofobe per salvare faccia e poltrone. Piuttosto che ammettere la disfatta e rovinarsi la carriera, preferiscono la terza guerra mondiale. Mesti spasmi da fine impero mentre ad Est sta nascendo un nuovo mondo.


La retorica del programma tv che si ripaga con la pubblicità!


(di Claudio Plazzotta – Italia Oggi) – Quando c’è un programma televisivo il cui futuro è traballante o del quale, per qualche motivo, si contestano i costi, c’è il riflesso pavloviano, da parte dei conduttori o dei fan, di sottolineare come invece quella trasmissione «si ripaghi coi soldi incassati dalla pubblicità» e faccia «guadagnare molto al broadcaster tv grazie agli spot». 

Ecco, questa narrazione, che è stata usata in passato da molti personaggi, da Bruno Vespa a Michele Santoro, da Fabio Fazio fino a Sigfrido Ranucci, va smontata pezzo per pezzo. 

Perché solo il 2-3% degli investitori pubblicitari pianifica campagne all’interno di una trasmissione tv in particolare. 

Il resto degli spot, quindi praticamente tutti, arrivano su un canale piuttosto che su un altro solo perché fanno parte di pacchetti venduti in blocco, per raggiungere un determinato numero di teste e un certo target, ma senza obiettivi specifici legati a questo o quel programma. 

ItaliaOggi ha parlato con uomini che sono o sono stati ai vertici delle principali concessionarie pubblicitarie del mondo televisivo. Manager che, ovviamente in via anonima, hanno spiegato bene il meccanismo. 

Report, per restare all’ultimo caso di cronaca, è una trasmissione su Rai 3 che nella stagione 2025-26 ha raggiunto una share media dell’8,8%. Ranucci ne ha assunto la conduzione nel 2016, dopo quasi 20 anni di Milena Gabanelli. Era sostanzialmente uno sconosciuto e, nelle edizioni successive, ha confermato gli ascolti che faceva la sua maestra, riuscendo, qualche volta, addirittura a migliorarli. 

Perché, e qui virgolettiamo quanto riferito dai manager consultati da ItaliaOggi, «gli investitori fanno un acquisto tecnico degli spazi. I risultati della raccolta pubblicitaria, quindi, non sono mai merito del singolo programma e quasi mai del singolo conduttore, ma semplicemente del canale e della fascia oraria, tranne rarissime eccezioni. E l’esempio di Amadeus, con ascolti al top su Rai 1 e scomparso su Nove, è lì a dimostrarlo». 

E allora come funziona sta benedetta pianificazione pubblicitaria? 

«Beh, di sicuro gli investitori chiedono di fare pubblicità durante il Festival di Sanremo, o quando ci sono le partite di calcio della Nazionale, o per la Ruota della fortuna, la grande serialità tipo Montalbano. Oppure chiedono il primo spot all’interno del break pubblicitario. Le concessionarie danno tutto quello che viene chiesto, ma in cambio chiedono di pianificare, e pagare, anche un po’ di spot su Rete 4 o Rai 3, che altrimenti nessuno pianificherebbe, oppure su Iris o Rai 5.

È la politica dei pacchetti: altrimenti sui canali tv più piccoli ci sarebbero solo telepromozioni o campagne tipo Telethon». 

Insomma, tranne rare occasioni, nessun brand chiede mai un programma in particolare: cerca semplicemente dei numeri, dei target, a prescindere da chi li fa.

Quindi nè Report, nè Vespa, nè altri possono considerare un loro personale successo la pianificazione di un certo numero di spot dentro i loro programmi. 

Succede in Rai, in Mediaset, ma pure a Sky o a Discovery, dove l’unico canale per il quale «si richiedono pianificazioni è Nove. 

Poi è chiaro che se ci sono trasmissioni particolarmente critiche verso le aziende, i brand se ne vogliano stare alla larga, «e di sicuro nessun investitore ha mai chiesto di essere pianificato all’interno di Report». 


I sospetti sui legami di Vannacci con il Cremlino preoccupano la premier: “Non si sa a chi risponde”


A via della Scrofa cresce la diffidenza sull’ex generale. Lui però della leader dice: “Potrebbe essere un ottimo capo dello Stato”

I sospetti sui legami di Vannacci con il Cremlino preoccupano la premier: “Non si sa a chi risponde”

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – La pistola fumante, quella decisiva per sciogliere i garbugli dei noir, dentro FdI, nessuno ce l’ha. Il sospetto, invece, ce l’hanno in tanti. E non certo da ieri, dall’inchiesta pubblicata dal Financial Times, che tratteggia Roberto Vannacci come il «cavallo di Troia di Mosca» che «mette alla prova» Giorgia Meloni. Sussurri e sfoghi, una ridda di voci e timori che arriva fino alle orecchie della premier. Non a caso, da mesi, a cronisti e parlamentari che chiedono ai big di via della Scrofa, sottotraccia, perché s’impuntino così a mettere il veto sull’alleanza con le truppe dell’ex generale – che a Cartabianca ieri sera si è sbilanciato parlando della leader come di un possibile “ottimo capo dello Stato”- si aggiunge sempre una risposta estranea alle considerazioni tutte partitiche, sul temuto travaso di consensi all’interno della maggioranza. E suona così: «Poi Vannacci non si sa a chi risponde». O ancora, più tranchant: «Non vorremmo poi dover rispondere a Mosca». Alle domande successive, se ci siano prove inoppugnabili di un legame tra l’ex parà e addentellati del Cremlino, scrollate di spalle. «È complicato». Insomma no, non alla luce del sole almeno.

Il Copasir ormai riceve ogni mese dal governo un report sull’impatto della disinformazione nel nostro Paese, ad opera di attori stranieri, a partire dalla Russia«Guerra ibrida». Pure su Lipsia è stata chiesta un’informativa urgente ai servizi, il comitato che vigila sull’intelligence si riunirà la settimana prossima. Nei report che trasmette Palazzo Chigi sulla cosiddetta “Fimi” (Foreign Information Manipulation and Interference) si parla soprattutto di campagne social, non di soggetti politici italiani. Però tra i Fratelli il timore resta. Sottotraccia, si cerca di capire – e non ci si spiega con canoni tradizionali – come Vannacci sia riuscito a macinare prima visibilità e poi soldi in tempi record. Nelle chat di FdI, da fine luglio, circola uno studio pubblicato sulla piattaforma Substack, che approfondisce proprio questo aspetto: l’ascesa dell’ex generale, la pagina di Wikipedia a lui dedicata, che viene modificata «sistematicamente» molto prima del libro “Il Mondo al contrario” e proprio quando l’attuale capo di Fn «è a Mosca – si legge – in missione da addetto militare presso l’ambasciata italiana. Un uomo invisibile». Il report pone domande anche sui flussi di denaro, che secondo la tesi circolata nelle chat di FdI potrebbero ricondurre anche «alla galassia Maga».

La spirale di crucci e diffidenze sui legami all’estero incrocia un altro tema: la tenuta di un esecutivo con Vannacci dentro. A parole, Meloni non vuole rinnegare la posizione scelta a difesa dell’Ucraina e della resistenza di Zelensky dallo scoppio del conflitto, quando sedeva ancora ai banchi dell’opposizione. E certo, quest’anno, a differenza dei precedenti, non è ancora stato spedito nemmeno un pacchetto di aiuti militari in direzione Kiev. Si lavora al tredicesimo, con tempi tutt’ora incerti. Ma a gennaio il Parlamento ha rinnovato il “decreto cornice”, che autorizza l’esecutivo a inviare munizioni per tutto l’anno. E proprio dentro FdI in queste ore ricordano che il primo, clamoroso strappo di Vannacci con Matteo Salvini risalga a quelle settimane lì. Sul finire di dicembre, dopo mesi di trattative tribolatissime tra Guido Crosetto e gli sherpa leghisti (in testa Claudio Borghi), la coalizione di governo riuscì ad acciuffare un accordo al fotofinish per prorogare le autorizzazioni. Venne inserito nel testo che in via «prioritaria» il sostegno avrebbe riguardato mezzi ad uso «civile». Più le armi, come sempre. Mentre la Lega brindava, Vannacci, ancora vicesegretario del partito, ruppe per la prima volta col vicepremier: «Acrobazie lessicali, con questo decreto si continua una guerra persa, basta armi all’Ucraina». La scissione, formalizzata un paio di mesi dopo, cominciò da lì, dalla guerra a Kiev.

Col senno di poi, per i “Fratelli” non è stato forse un caso. Anche per questo Meloni frena sull’alleanza: perché con Salvini, raccontano i suoi, alla fine si trova sempre un accordo. Mentre Vannacci «è uno che stacca la spina», se non accontentato. Dunque non si può imbarcare. Anche se si rischia di farsi male alle politiche: l’ultimo sondaggio riservato commissionato dalla maggioranza – e che impazza nelle chat di Forza Italia – lo proietta al 12%.


Tra la cultura e la barbarie c’è di mezzo l’ignorantità


(Marcello Veneziani) – “Sapete perché ci sono tanti comunisti? Perché c’è tanta ignorantità”. Così diceva sempre Antonio, un vecchio militante di sezione, al mio paese. E subito dopo agitava una copia del Secolo d’Italia come antidoto all’”ignorantità”. Rispettavamo il suo fervore anche perché era in carrozzella. A me Bonaccini un po’ ha ricordato quel militante missino che credeva di essere colto perché leggeva con devozione il suo giornale di partito, e confondeva militanza, propaganda e appartenenza con istruzione, informazione e cultura. In quel tempo non si parlava ancora di egemonia culturale anche se di fatto si andava propagando nei piani alti della cultura, dell’editoria e dell’università, oltre che del cinema e dell’arte, sull’onda del ’68, più che del Pci e dei suoi funzionari. Ma nell’immaginario collettivo di quel tempo, il Pci era il partito dei poveri e degli ignoranti; un po’ come oggi Bonaccini considera il grosso dell’elettorato di destra.

Non sono entrato e non entrerò nella polemica che è seguita alla sua dichiarazione, per nausea e disinteresse bipartisan. Provo invece a soffermarmi su un’altra cosa: ma la cultura militante di un tempo, in cui si formò da ragazzo nel modello emiliano il vecchio compagno antifascista Bonaccini era davvero preferibile al sentire comune della gente che non aveva quella mediazione ideologica nel leggere la realtà?

Senso comune contro comunismo, si sarebbe detto in quel tempo.

Riformulo la domanda, oltrepassando colui che inconsapevolmente l’ha suscitata: ma la deculturazione massiccia del nostro paese deriva più dal realismo ignorante degli apolitici o dall’ideologismo vigile dei militanti che credevano che la cultura fosse la settaria istruzione di parte e di partito? O meglio: ha fatto più male la prima o la seconda alla cultura? Si, hanno nuociuto entrambi (e anche giovato, in altri campi), ma ha fatto più male una terza cosa, sopraggiunta con gli anni: l’euforia ebete, volutamente spensierata e consumista, indotta dalla televisione e dai media che hanno dominato il paese negli ultimi quarant’anni e più. Anzi mettiamola così, in progressione: in principio c’era l’ignoranza popolare, cattolica, borghese, artigianale, contadina che si cibava di buon senso e di abitudini, costumi ereditati, principi morali e religiosi e proverbi, refrattaria alla cultura, studiava il minimo necessario e poi tutto era frutto di mestiere, vita comune ed esperienza. Poi venne il secondo strato refrattario alla cultura, ovvero la spiegazione del mondo, della vita, della politica attraverso lo schema rigido dei buoni e dei cattivi, dei padroni e degli schiavi, della rivoluzione necessaria e della militanza ideologica che si pose come una cataratta rispetto alla cultura (stadio Bonaccini o Antonio il missino, per intenderci). Infine, giunse la sostituzione della cultura con l’intrattenimento, il culto dei personaggi in video, la promozione di un modello fondato sulla capacità di bucare il video e cancellare il pensiero. E fu il terzo stadio della deculturazione di massa. Probabilmente non è l’ultimo, se pensiamo al ruolo che hanno da alcuni anni i social tramite un mezzo più piccolo, ma più insidioso e interattivo, come lo smartphone. La platea social, stavo per scrivere la plebe social, è naturalmente assai composita e vanno distinti livelli e tipi di accesso. Ma l’onda più nociva che risale dai social è quel mix di ignoranza e di arroganza, di invidia e disprezzo verso chi viene considerato un dotto, un “professore” o un personaggio famoso, una star della tv, del sistema mediatico. Eccoli a cercare la buccia di banana, lo spiraglio in cui infilare il petardo, il punto di caduta del vip per poter poi inveire in branco e insultare, denigrare, trascinarlo nella melma – nome gentile che indica ben altro- e poter dire, sei come noi, anzi sei peggio di noi. Trovi dichiarazioni di odio e di gioioso disprezzo verso non solo i famosi ma anche i cosiddetti colti, intellettuali. Un tempo c’era, e c’è ancora, quella che Vico chiamava “la boria dei dotti”; oggi serpeggia nei social la boria degli ignoranti contro chiunque abbia fama di essere dotto di chiara fama. E questo sarebbe un intellettuale, uno scrittore, un grande? Ma no, trasciniamolo nella fogna, è tutta finzione e posa, lui è peggio di noi.

In tutto questo, quel che viene a mancare è la cultura; al più sostituita con qualche notizia rubata a wikipedia, a chat gpt, all’intelligenza artificiale. Questa gente da che parte sta? Bonaccini o chi per lui, non ha dubbi, direbbe: sta a destra, tra i fascisti. E uno di destra non avrebbe dubbi: sta tra gli woke, a sinistra, tra i comunisti o gli antifa. Invece, bisogna ammettere che è trasversale: se navighi tra gli insulti e gli assalti in giro hai difficoltà a distinguere tra reazionari ciechi e progressisti ottusi, tra maschilisti in caduta libera e gay o femministe isteriche. È il livello che si abbassa, anche se bisogna sempre evitare le generalizzazioni, saper distinguere, non fare di tutti i social un fascio, o un soviet. Resta il fatto che queste stratificazioni hanno creato una dura, callosa, scorza d’insofferenza e d’indifferenza verso la cultura, appena mitigata da alcuni surrogati pop che servono per darsi un alibi di sapere tramite i venditori tele-librari di mezza cultura a buon mercato.

Naturalmente, non si può pretendere di avere popolazioni colte e livelli alti estesi alle masse; la cultura è sempre stata un fenomeno elitario, va per strati fino a comporre una piramide: lo strato più largo è la cultura visiva e musicale, poi viene quella storica e divulgativa, via via salendo nei livelli più alti di lettura, nel pensiero e nella ricerca, restringendosi nel numero e crescendo nella qualità.

Ma una civiltà può dirsi tale se riconosce quella piramide, distingue gli ambiti, i livelli, le gradazioni e perfino le gerarchie, la quantità e la qualità. E sa distinguere tra fenomeni di passaggio e presenze che restano, tra maestri e influencer, tra capolavori e best seller. Ci sono poi esempi di grande cultura che diventano pure popolari: da Omero a Dante, dal teatro di Shakespeare alla poesia in alcune società medio-orientali (come l’Iran) ad alcuni grandi romanzi popolari. Per non dire di artisti, pittori e musicisti che toccarono vertici di bellezza senza perdere la loro capacità di affascinare anche I popoli. In tutto questo, l’egemonia culturale è una ben meschina cosa, anche se a volta pesa e ingombra troppo. Dove cresce il potere decresce la qualità della cultura, e dove la finalità della cultura è subordinata a un disegno di controllo, di comando, di direzione sociale, si fa sempre più grigia, servile e meschina. Il potere ha due modi per nuocere alla cultura: negandole ogni dignità e valore o pretendendo di dirigerla, filtrarla e incanalarla. Inavvertitamente sto parlando della destra e della sinistra al potere.


Come è stato possibile votare Salvini al Sud?


Basta davvero togliere il “Nord” dal nome a cancellare gli anni di razzismo e indirizzarlo verso chi sta più giù di Lampedusa?

(Alice Valeria Oliveri – editorialedomani.it) – Catania, 11 agosto 2019. Sono passate due settimane da quando la nave Gregoretti è rimasta bloccata al porto con a bordo più di cento migranti. La crisi di governo sta per deflagrare e Matteo Salvini, accusato per la seconda volta di sequestro di persona dopo aver impedito uno sbarco, gira trionfante per la Sicilia tra comizi, rosari e frecciatine. Alle europee il suo partito ha preso il 34 per cento, la bandiera giallo-verde si è irreparabilmente strappata.

In quel pomeriggio dell’ultima estate di “normalità”, intesa in termini anticovidiani, mi recai al Palazzo degli Elefanti, sede del municipio del capoluogo etneo nonché luogo di incontro tra il Capitano e la giunta dell’allora sindaco Salvo Pogliese, armata di molta curiosità nei confronti di quel popolo siculo-salviniano che avrebbe accolto il vicepremier. Non erano tanto le contestazioni, che ci furono e non furono affatto sottotono, a intrigarmi, quanto più le facce, gli umori e gli slogan accorati di quei catanesi leghisti adunati in ammirazione del ministro dell’Interno e del suo progetto, l’asse Ionio-Papeete.

Perché? Ci chiedevamo in tanti. Perché, se non per autolesionismo, un meridionale dovrebbe supportare un partito che nasce sulle ceneri di slogan sintomatici dei propri valori come «Forza Etna». Basta davvero togliere il “Nord” dal nome a cancellare gli anni di razzismo e indirizzarlo verso chi sta più giù di Lampedusa? Tra gli effetti positivi del subbuglio nella Lega di oggi, con i nordisti che rivendicano le priorità fondative del Carroccio, disvelando così la truffa demagogica del progetto nazional-salviniano, c’è che forse chi ha creduto nel meridionalismo padano, di fronte a questa ennesima beffa, potrebbe ricredersi. Tra quelli negativi, come ormai è evidente, c’è che un voto in meno per Salvini al Sud potrebbe essere un voto in più per Vannacci. Ma questo è tutto un altro «perché?».


Calenda vuol chiudere “Fatto”, M5S, Fn, Lega, Afd, lepenisti “per la democrazia”


Il Financial Times: “Vannacci cavallo di Troia del Cremlino”. E Calenda evoca ancora la mordacchia contro il Fatto Quotidiano

Il Financial Times: “Vannacci cavallo di Troia del Cremlino”

(di Oliver Jones e Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Il Financial Times dedica a Roberto Vannacci un titolo e un’analisi che non lasciano spazio alle sfumature: “Russia’s Trojan horse in Italy tests Giorgia Meloni”. Il “cavallo di Troia” sarebbe proprio lui, il leader di Futuro Nazionale, capace di trasformare le difficoltà dell’economia, il pacifismo e le simpatie italiane per Mosca in un problema per la linea europeista e filo-ucraina di Giorgia Meloni.

Oltre a raccontare la linea di Vannacci e di Futuro Nazionale sulle armi a Kiev e sulla riapertura dei rapporti commerciali con Mosca, l’articolo cita un fatto noto: il generale è stato addetto militare a Mosca nel 2021. A raccontare quella fase al Financial Times è John Foreman, membro della Difesa britannica in Russia, che conobbe Vannacci personalmente e lo colloca tra quei militari italiani inclini a considerare Mosca un potenziale partner.

Il salto dall’affinità politica all’“influenza russa” si basa invece su una lettura dell’European Council on Foreign Relations. Nell’analisi pubblicata a luglio – “saccheggiata” dal Financial Times – Teresa Coratella e Arturo Varvelli definiscono Vannacci “un cavallo di Troia per l’influenza russa in Italia” e sostengono che la sua crescita potrebbe indebolire il fronte europeo.

L’Ecfr non è un organismo dell’Unione europea. È un think tank privato, fondato nel 2007, che dichiara apertamente di voler influenzare il dibattito nelle capitali europee e la politica estera continentale. La sua rete coincide in larga misura con l’establishment diplomatico e culturale euroatlantico. Nel board siede Marta Dassù, già viceministra degli Esteri nei governi Monti e Letta e figura storica dell’Aspen Institute. Nel Council figura Nathalie Tocci, già direttrice dello Iai e consigliera speciale di Federica Mogherini e Josep Borrell. Ai vertici internazionali ci sono Carl Bildt, ex premier e ministro degli Esteri svedese, e Norbert Röttgen, deputato Cdu da anni su posizioni molto dure verso Mosca. Anche la deputy director Vessela Tcherneva viene dalla diplomazia e insiste sui temi della sicurezza europea e delle relazioni transatlantiche. L’articolo del Ft riporta anche una dichiarazione di Nona Mikhelidze, senior fellow dello Iai: “Abbiamo il sospetto che sia un progetto russo”, dice riferendosi a Futuro Nazionale.

Le fonti dell’articolo, in sostanza, provengono tutte dallo stesso spazio politico-strategico, europeista e atlantico, che considera da tempo l’influenza russa la principale minaccia alla sicurezza europea. Se le posizioni filorusse di Vannacci sono documentate, l’idea che sia una creatura del Cremlino resta una suggestione: il Financial Times non porta prove di finanziamenti, direttive o legami operativi con Mosca.

È anche il clima in cui si muove parte del dibattito italiano. Carlo Calenda ha definito Vannacci “portavoce di Putin” e “asservito a Putin”, mentre Azione spinge per uno “scudo democratico” contro le ingerenze russe. Ma ieri Calenda ha messo nello stesso calderone Afd, Rassemblement National, Futuro Nazionale, Lega, M5S e anche Il Fatto Quotidiano: tutti “alleati e propagandisti” di Putin, le cui attività andrebbero monitorate e sottoposte a una stretta. Vannacci, per parte sua, sembra costituzionalmente incapace di rispondere seriamente. Dopo l’articolo del Ft ha scritto sui social: “A giudicare da certi titoli, il mal di pancia deve essere davvero forte”. Poi la prescrizione: “Da domani Imodium per tutti”.


Bonus e sicurezza in strada. Meloni prepara la (sua) festa


La premier dal palco di Bari starebbe lavorando a due mosse da campagna elettorale. Più militari a presidiare le città e una iniziativa di sostegno economico per le famiglie

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Fervono i preparativi per la festa di Bari che incoronerà Giorgia Meloni come premier più longeva della Repubblica. Doveva essere festa grande, in realtà, ma il format si è rimpicciolito a un solo pomeriggio di celebrazioni, il mare Adriatico sullo sfondo. Sul palco ci saranno anche gli altri leader della coalizione, ma il vero momento di tripudio è pensato per Meloni, che sa bene che ogni festeggiamento che si rispetti deve chiudersi con i fuochi d’artificio.

Fuor di metafora, la premier sa che non le basterà rivendicare i successi ottenuti e le sfide vinte in questi quattro anni. La campagna elettorale è cominciata e lei intende prendersi tutto il vantaggio che un centrosinistra ancora senza leader le sta lasciando. A cominciare dal fatto che, da Palazzo Chigi, è possibile fare ancora qualche promessa per provare a incassarne gli utili al momento del voto.

Il discorso è in via di limatura e nessuno, se non gli strettissimi collaboratori, ne conosce il contenuto. Due, però, sono le sorprese a cui fonti di governo hanno assicurato che Meloni sta lavorando. La prima riguarda la sicurezza, che rimane tema ultrasensibile anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca e che – dopo quattro anni alla guida del paese e numerosi decreti Sicurezza – è diventato un pungolo in mano alle opposizioni.

I militari

Così la premier sta ragionando di dare una lucidata a uno strumento molto caro al centrodestra storico, introdotto nel lontano 2008 con Ignazio La Russa ministro della Difesa: i militari a presidio del territorio con l’operazione “Strade sicure”. Fonti governative sottolineano come si tratta di un’iniziativa che ha sempre riscontrato altissimo gradimento tra i cittadini, che non ha mai registrato né intoppi né singoli episodi negativi. Le mimetiche nelle strade hanno una funzione di deterrenza e trasmettono un senso di sicurezza, è il ragionamento, tanto che due anni fa il Viminale – di concerto con Palazzo Chigi e con la Difesa – ha declinato l’operazione anche in “Stazioni sicure”.

Fonti del ministero dell’Interno fanno sapere che non sono in lavorazione nuovi provvedimenti o decreti in materia di sicurezza. Tuttavia, viene fatto notare da chi conosce il dossier, per aumentare la presenza di militari a presidio dei luoghi sensibili – visto che uno strumento già esistente – basterebbe anche una mossa di Palazzo Chigi, con un emendamento per assegnare nuove e maggiori risorse. La cornice normativa dell’intervento è ancora in via di predisposizione e numeri e certezze a oggi sono impossibili da fornire. Tuttavia, l’orientamento della premier è quello di rispondere al senso di insicurezza con una misura che abbia al centro i militari, usati però in contesti urbani e nel rispetto delle esigenze del ministero della Difesa. Guido Crosetto, del resto, ha in più occasioni fatto capire che l’esercito nelle strade non è un utilizzo che considera ottimale. Tuttavia – in attesa che i corpi di polizia vengano rinforzati nelle piante organiche – è stato lui stesso a chiedere il rifinanziamento dell’operazione.

Il welfare

La seconda sorpresa che Meloni vorrebbe lanciare dal palco di Bari è potenzialmente anche più dirompente e riguarda il welfare, anche per dare sollievo dopo un’estate di rialzi continui del prezzo dei carburanti. Nella maggioranza c’è chi la paragona agli 80 euro di Matteo Renzi. Un paragone evocativo, se non ci fosse da considerare l’attenzione con cui il ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti presidia i conti dello Stato.

Da via XX Settembre non arrivano conferme di misure di questo tipo. Tuttavia, viene fatto notare, il Mef viene sempre preso come ultimo scoglio da superare e dove si arriva con proposte già definite. Questa di Meloni, invece, per ora rimane una – pur solida – iniziativa politica tutta pensata a Palazzo Chigi, i cui contorni tecnici non sono ancora chiari. Una cosa, tuttavia, è se non certa almeno molto probabile: grazie al rigore di Giorgetti, l’Italia dovrebbe scendere sotto il 3 per cento di deficit e uscire dalla procedura di infrazione europea. Questo permetterebbe maggior respiro di spesa e la premier (non solo lei ma anche gli alleati) sta sicuramente ragionando su come sfruttare questo spazio economico.

Intanto fervono i preparativi per Bari. Al porto sono attesi pullman da tutta Italia e molte migliaia di persone: inizio formale alle ore 16 con apertura dei varchi alle 15:30, canicola permettendo. Sul palco si alterneranno Maurizio Lupi, Matteo Salvini e Antonio Tajani, ma serviranno a scaldare il pubblico. Per un giorno, accolta dalla folla dei suoi sostenitori, Meloni smetterà i panni della premier per tornare a indossare quelli della leader. È decisa a rivendicare che la sua forza sta nella stabilità, ma con le proposte in lavorazione intende dimostrare che il suo valore aggiunto è la capacità d’azione. Con una certezza: perché le proposte non rimangano slogan da inizio campagna elettorale serviranno risorse – e anche parecchie – ma anche qualche concessione alle richieste degli alleati.


Ora dichiarano guerra alla Russia senza prove


“A Lipsia sono stati i russi”: 2 sospettati, però nessuna prova. Governo ai minimi storici. La popolarità al 13 per cento è la più bassa mai registrata da un cancelliere in carica E l’estrema destra è al 40%

“A Lipsia sono stati i russi”: 2 sospettati,  però nessuna prova

(estr. di Cosimo Caridi – ilfattoquotidiano.it) – […] Berlino. Per il governo tedesco è stata la Russia. Le prove, ancora una volta, non sono state rese pubbliche. La reazione di Berlino appare contenuta. Sul drone esplosivo che il 4 agosto ha tentato di colpire un aereo ucraino all’aeroporto di Lipsia, l’esecutivo guidato da Friedrich Merz ha scelto il massimo livello di attribuzione politica senza rendere pubblici tutti gli elementi probatori. Per settimane Merz ha detto che avrebbe fatto chiarezza. Martedì, però, non si è presentato davanti ai microfoni. Ha mandato due dei suoi ministri più popolari: Alexander Dobrindt, Interni, e Johann Wadephul, Esteri.

[…] Il governo ha parlato mentre le indagini sono ancora in corso. Le accuse si basano su quattro elementi: 1) secondo Dobrindt, la configurazione della bomba, l’esplosivo e il sistema di innesco sono compatibili con altre operazioni ibride russe; 2) la professionalità dell’operazione: il detonatore non ha funzionato e la bomba non è esplosa, ma sulla stessa apparecchiatura sono state trovate due sim e un’antenna per amplificare il segnale era piazzata nelle vicinanze; 3) il modus operandi richiama due precedenti: l’incendio al centro logistico Dhl di Lipsia nel luglio 2024 e i pacchi incendiari spediti in diversi Paesi europei; sul drone è stata trovata una traccia di Dna che, secondo Bild, coincide con una traccia raccolta nell’indagine sull’attacco al centro Dhl; la stessa traccia, riporta Zeit, fa parte del fascicolo dei pacchi incendiari per i quali cinque uomini sono attualmente sotto processo in Lituania: gli investigatori europei hanno collegato quella rete al Gru, il servizio di intelligence militare russo.

Nel frattempo la procura tedesca ha identificato due sospettati per i fatti di Lipsia. Il primo è un bielorusso con passaporto russo. Sarebbe entrato nello spazio Schengen con un visto turistico italiano. Il documento sarebbe stato rilasciato a fine aprile da una rappresentanza diplomatica italiana a Minsk. Il secondo sospettato è nato in Russia ed è titolare di un passaporto lettone. Avrebbe avuto un ruolo centrale nella preparazione dell’attacco. Secondo le informazioni raccolte dai media tedeschi, avrebbe inoltre legami con un servizio segreto russo.

4) Le informazioni di intelligence. Il governo non ha reso pubblici i dettagli. Dobrindt ha detto che le conoscenze raccolte dalle autorità tedesche e dai partner europei indicano il coinvolgimento di persone che avrebbero agito per conto di strutture statali russe.

[…] La risposta tedesca prevede la chiusura del consolato generale russo a Bonn e del Russisches Haus, il centro culturale russo di Berlino. Sono previste anche espulsioni di diplomatici, controlli più severi all’ingresso dei cittadini russi e nuove iniziative sulle sanzioni europee. Berlino vuole inoltre aumentare la pressione sulla flotta ombra russa. “Non siamo in guerra, ma siamo un bersaglio quotidiano della guerra ibrida”, ha detto Dobrindt. La risposta resta comunque diversa da quella adottata in altri casi. Nel 2019, dopo l’omicidio di un cittadino georgiano a due passi dal Bundestag, Berlino espulse quattro diplomatici russi. In Polonia a novembre 2025, dopo il sabotaggio della linea ferroviaria utilizzata per i rifornimenti all’Ucraina, Varsavia ha schierato 10 mila soldati a protezione delle infrastrutture critiche. Con l’accusa a Mosca il caso di Lipsia accelera a pochi giorni dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt. Secondo gli ultimi sondaggi Afd è al 40%. Tino Chrupalla, vicepresidente dell’Afd, ha contestato la decisione del governo di colpire Mosca, e sostiene che il cancelliere abbia adottato un doppio standard rispetto al Nord Stream. Per l’attacco al gasdotto, per il quale la procura tedesca ha emesso mandati d’arresto contro cittadini ucraini, il governo Merz non ha imposto sanzioni a Kiev. Il cancelliere è ai minimi nei sondaggi. Secondo il Trendbarometer di Forsa solo il 13% dei tedeschi è soddisfatto del suo lavoro. Il dato più basso mai registrato dall’istituto per un cancelliere in carica.


I democratici e il voto popolare: dalla lotta di classe al classismo


I democratici e il voto popolare: dalla lotta di classe al classismo

(di Silvia Truzzi – ilfattoquotidiano.it) – L’euronorevole Stefano Bonaccini, incidentalmente presidente del Partito democratico, ha detto che a destra votano quelli che hanno poco studiato, che vivono nelle aree interne o nelle periferie delle città e quelli che stanno peggio economicamente. I destri si sono immediatamente imbizzarriti e si sono precipitati in difesa dei propri elettori: ignoranti e poveracci proprio no. Lui ha poi precisato che il suo ragionamento era rivolto soprattutto alla sinistra, che dovrebbe tornare a rappresentare meglio i cittadini più in difficoltà: gli hanno risposto con il solito “radical chic”, l’insulto di quelli senza fantasia. Ma è vero che per Meloni e Salvini votano i cittadini meno scolarizzati e più poveri? Fanpage ha ricordato i dati Cise (Centro italiano studi elettorali) analizzati da Bidimedia, relativi alle Europee 2024: il 54% degli elettori con la licenza media ha scelto un partito di centrodestra, contro il 37% che ha votato a sinistra. “La percentuale si abbassa mano mano che il livello di studio aumenta. Tra gli elettori che hanno ottenuto il diploma di scuola superiore il 45% risulta aver votato a destra, soprattutto per Fratelli d’Italia (30%)”. Tutto il contrario a sinistra, dove si registra la dinamica opposta. Chi ha studiato di più ha optato per un partito progressista (complessivamente il 47%). Se torniamo indietro alle Politiche del 2022, la storia è più o meno la stessa. Secondo Ipsos, Fratelli d’Italia aveva ottenuto il 29% dei voti tra chi aveva al massimo la licenza media, il 19,7% tra i laureati. Il consenso leghista passava dal 10,8 per cento tra i meno istruiti al 5,6 per cento tra i laureati. Sul sito del Cise si trova la conferma in forma di diagrammi: per Meloni e Salvini hanno votato persone con basso livello d’istruzione e nella maggior parte appartenenti al ceto medio (Forza Italia si distingue nelle fasce sociali alte, ma non per livello d’istruzione). E il Pd? La maggioranza dei suoi elettori ha un’istruzione universitaria e appartiene a una classe agiata.

Alla fine Bonaccini non ha detto una sciocchezza, a maggior ragione se intendeva spronare la sinistra a guardare verso il basso. Ma è la necessità di questo monito a essere sconfortante e a sollevare due ordini di problemi. Il primo: a chi parlano oggi le forze progressiste? Come è venuta meno la connessione sentimentale con i ceti popolari? Perché ultimi e penultimi non si sentono più rappresentati? Molte le spiegazioni, dalla fine delle ideologie allo smantellamento dei luoghi della pratica politica, dall’abbandono dei territori allo scadimento del personale politico, dal tic governista al riformismo, dalla mancata difesa dei diritti sociali al turboliberismo. La seconda questione riguarda la lezione gramsciana sul ruolo degli intellettuali, sul ruolo del moderno Principe, il partito, sull’emancipazione attraverso la cultura. Una lezione dimenticata: nessuno la ricorda più e Gramsci è più citato a destra che a sinistra. Bonaccini sostiene che no, il suo non è il partito delle Ztl e non rappresenta le élite. Ma qui si contraddice dato che a destra votano i poveri e i poco istruiti. E quel che ne discende, oltre a una tragica mancanza di empatia con i poveri e i meno istruiti, è che la sinistra ha perso per strada una buona fetta dei suoi elettori perché non se ne occupa più. Mario Tronti, che i dem di ogni corrente dovrebbero rileggere se mai l’hanno letto, scrive ne Il popolo perduto: “Il dramma, per me politicamente insopportabile, è una sinistra di benpensanti e una destra di nullatenenti. Non me la sento di stare con quelli che alle nove di sera entrano all’Auditorium contro quelli che alle sei di mattina escono di casa”. Ma i Bonaccini al tram che Tronti prendeva per andare in Senato preferiscono l’aereo: è stato così che dalla lotta di classe si è passati al classismo. Pensierino qualunquista forse, ma tragicamente vero.


Fine vita, ora serve una norma nazionale


Fine vita, ora serve una norma nazionale

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Era da aspettarselo che, difronte a un Parlamento che non legifera (quanti sono i Disegni di legge in materia che attendono di essere discussi?) e allo sfascio di ogni cultura amministrativa, ci fossero Regioni che pretendono di “fare da sé”, come si trattasse di cucina regionale. Mi riferisco ai problemi delicatissimi del fine vita, ovvero del problema-cardine: quello della morte volontaria medicalmente assistita. È un diritto? Come regolarlo? Il Parlamento tace, la Corte costituzionale supplisce finora come può. Ed ecco il glorioso Veneto che in forza della competenza legislativa in materia sanitaria vuole regolare sul proprio territorio la materia! Non esiste un ufficio legislativo in codesta Regione che faccia leggere l’art.117, comma 2, ai nostri intrepidi legislatori: lo Stato (per quanto fatto a pezzi dalle dilettantesche riforme che hanno portato vent’anni fa alla revisione del Titolo V) ha esclusiva competenza in materia di “giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa”? Ora è appunto palese che qualsiasi ordinamento sul fine vita ha precisamente a che vedere con questioni e norme civili, penali e processuali. Lasciamo perdere – sperando che qualcuno si avveda dell’assoluta anti-costituzionalità di qualsiasi legge il Veneto promulghi – i deliri dei “costituzionalisti” regionali, e veniamo al merito della questione. Quali sono i nodi che andrebbero sciolti attraverso un’autentica discussione parlamentare?

La legge auspicata (e fino a quando non l’avremo anche su questa materia regnerà la disuguaglianza di classe, per cui chi ha soldi si arrangia come vuole all’estero) dovrebbe trattare con chiarezza le diverse fattispecie. Sul diritto a non farsi curare, fino al rifiuto di qualsiasi trattamento, anche di assumere cibo, non dovrebbero esservi dubbi. Ma accanto a questo diritto deve essere ribadito anche quello che garantisce la cura palliativa; chi decide di cessare ogni terapia non può essere abbandonato alla sofferenza. Ammesso che si sia d’accordo su questo principio, il vero problema emerge difronte alla richiesta di suicidio medicalmente assistito (con relativa spesa per la sanità pubblica). Bisogna riconoscere alla persona il diritto di terminare la propria vita in ogni situazione di sofferenza intollerabile? E come è possibile distinguere sofferenza fisica da psicologica? Dunque il diritto, se riconosciuto, va riconosciuto per ogni forma di sofferenza. E chi ne può decidere la presenza? è evidente soltanto la persona sofferente. In base al primato costituzionale della persona non sembra si possa ragionare diversamente. Qualunque altro principio sancirebbe la sudditanza della persona a regole o vincoli comunitari e sociali (il suicidio come lesione del “vincolo di solidarietà”, ecc.).

Ammesso che sia possibile un accordo politico su questa base (e ne dubito altamente), allora si potranno affrontare problemi più di ordine procedimentale. Anzitutto, l’accertamento della chiara volontà del richiedente, l’accertamento, cioè, che nulla lo ha condizionato in qualsiasi modo nella sua decisione – non solo condizionamenti da parte di altri, ma anche derivanti dalle sue condizioni economiche, ecc., ovvero da qualsiasi causa possa essere ritenuta amministrativamente superabile. Questo accertamento, che riterrei necessario, può essere svolto soltanto da un giudice terzo. Il suo intervento non può avere alcuna natura di tipo etico, deve semplicemente accertare la piena volontà del soggetto, la sua capacità di intendere e volere. E dovrà farlo in tempi rapidissimi, da fissare per legge. E da parte del medico o della struttura sanitaria? Se ci si fonda sul principio, difficilmente negabile in sede etico-filosofica, che la sofferenza è soltanto quella che io sento, e che la vita mi può risultare intollerabile anche senza essere massacrato nel mio fisico, il ruolo del medico non può che risolversi nell’accertamento della mia volontà e relativa richiesta al giudice di compiere gli accertamenti di cui sopra onde procedere. Trovare un giusto equilibrio tra questa posizione estrema e una che metta in mano, alla fine, al medico se acconsentire o no al suicidio assistito, è molto arduo. Tuttavia, se la persona lo richiede – e cioè non si limita a rifiutare ogni cura – e questa richiesta deve essere soddisfatta dal servizio pubblico (credo che solo la sanità pubblica dovrebbe essere responsabile di questa procedura) – è evidente che questa persona entra in un rapporto col medico, non può trattarlo da semplice mezzo esecutore. Il medico deve dunque accertare la natura di questa sofferenza, esporre le eventuali possibilità di cura per quanto dolorose e lunghe, discutere col soggetto le diverse alternative, se vi sono. Questa relazione sarà sottoposta all’attenzione del giudice, che però svolgerà autonomamente la propria indagine.

Una procedura di questo tipo, o qualsiasi altra, non evita la questione: se medico o giudice, o medico e giudice insieme, non credono sussistano le condizioni per procedere nel suicidio assistito, la volontà del soggetto sofferente va rigettata (magari invitandolo, se ne ha i mezzi, a emigrare in Svizzera?)? Una procedura implica comunque un giudizio, che non può essere quello del diretto interessato. Se vi è una procedura, non può esservi automatismo che preveda la pura esecuzione della volontà della persona. A me quella indicata pare la più ragionevole. Rimangono questioni aperte sulla possibilità di fondarsi anche su chiare testimonianze pregresse della volontà del soggetto a fronte di condizioni terminali. E difficile sempre resterà il problema dell’obiezione di coscienza, Ma fino a quando non vi sarà accordo sui principi fondamentali non si giungerà a alcuna regolamentazione e le Regioni, punctum dolens da tutto taciuto del nostro assetto istituzionale, faranno a pezzettini anche questo spicchio di Stato. Il modello anti-Schengen impera.


La C02 sta distruggendo i rami su cui siamo seduti


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Sull’ Himalaya il distacco di un enorme ghiacciaio ha provocato un’alluvione gigantesca: più di 900 morti e 4000 dispersi. Agli inizi di agosto un terremoto in Colombia ha causato 224 morti. In Algeria numerosi incendi hanno provocato una nube di polvere che, sommata a quella sahariana, ha avvolto l’intero Paese. A Bergamo, Brescia, Piacenza, Parma, Cremona ci sono state grandinate mai registrate, in egual misura, in quell’area. In contemporanea, in apparente contrasto, alla foce del Po le acque sono scese di parecchi centimetri, con gravi danni all’agricoltura. Dirà il lettore: disastri e tragedie del genere ci sono sempre stati nella storia dell’uomo. Vero, ma non in tempi così ravvicinati e nei luoghi più diversi. C’è quindi qualcosa che unisce questi fenomeni estremi. Si chiama Co2, l’anidride carbonica che, a causa della progressiva industrializzazione del pianeta, immettiamo nell’atmosfera in quantità sempre maggiori. La mia impressione è che la Terra stia cercando di liberarsi di quell’inquietante inquilino che è l’uomo. Siamo diventati troppo ingombranti. Ogni uomo, preso singolarmente, non occupa solo lo spazio su cui si trova, ma a causa della Tecnologia è come un enorme ragno che al centro della sua tela lavora incessantemente per allargarla. Insomma è troppo grosso e pesante perché la Terra possa reggerlo. Farà la fine dei dinosauri che non sono stati spazzati via dalle glaciazioni, come usualmente si dice, ma presi in gruppo costituivano un peso che la Terra non poteva sostenere.

[…]

Mi trovavo, qualche decina di anni fa, in Guinea-Bissau al seguito di un missionario, padre Fumagalli, un bravo saveriano animato dalle migliori intenzioni. Si occupava della tribù della zona, i Felupe e si disperava perché non volevano adottare la sua falciatrice meccanica che avrebbe fatto in poche ore ciò che una famiglia Felupe fa in una settimana. Ci sono ragioni profonde nel motivo di questo rifiuto: le stesse per cui nel Medioevo i contadini si opposero a lungo alla falce in favore del meno efficiente falcetto. La falce taglia rasoterra, il falcetto un po’ più in alto per cui rimangono le stoppie, il “cibo dei poveri”, essenziale nei delicati equilibri non solo dell’agricoltura, ma di tutto il mondo medievale. Per un discorso più generale, rimando al mio libro La ragione aveva torto? del 1985.

Ritorniamo ai Felupe. Poiché padre Fumagalli continuava a insistere, il capotribù dei Felupe gli chiarì le ragioni del loro rifiuto: “Per noi la vita procede bene quando le forze della natura rimangono in equilibrio. La tua macchina rompe questo equilibrio”. Noi moderni, dalla Rivoluzione industriale in poi, dall’Illuminismo, abbiamo fatto di tutto per rompere questo equilibrio. A metà degli anni Cinquanta, in uno dei suoi racconti, Dino Buzzati immagina che sia stata abolita la poesia: “Produrre, costruire, spingere sempre più in su le curve dei diagrammi, potenziare industrie, commerci, sviluppare le indagini scientifiche rivolte all’incremento dell’efficienza nazionale, convogliare sempre maggiori energie nella progressiva espansione dei traffici. Tecnica, calcolo, concretezza merceologica, tonnellate, metri, mercuriali, valori del mercato. La produttività, ecco la sola cosa che veramente conti e davvero non si riesce a concepire come per millenni l’umanità abbia ignorato questa verità fondamentale”.

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La Produttività, insieme alla Tecnologia e all’Economia, è uno dei miti fondanti, delle basi direi, del mondo attuale. Siamo arrivati al paradosso: non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre. Un paradosso di cui si era reso conto persino Adam Smith (La ricchezza delle nazioni, 1776), che pur è uno degli anticipatori e dei fautori, concettualmente, del sistema in cui oggi viviamo. Ma poiché tutte le cose, anche ammesso abbiano un fine, hanno necessariamente una fine, questo sistema collasserà su se stesso il giorno in cui non potremo più produrre, nemmeno rapinando all’Africa nera le poche risorse che, dopo decenni di colonizzazioni, le sono rimaste. E non saranno i vari “piani Mattei” di meloniana memoria, adottati anche da molti Stati europei, a ridargliele. Non solo perché sono ulteriori piani di rapina, mascherati come al solito da ipocrite buone intenzioni, ma perché appunto, anche ammesso che un’attività del genere abbia un fine, ogni fenomeno, a partire dalla vita concreta dell’uomo, ha una fine, che nel suo caso è la morte. Certamente c’è chi crede esista una “vita oltre la vita”, ma si tratta di un atto di fede di cui non è il caso ci si occupi qui. Auguri.

Verrà il giorno in cui il sistema collasserà su se stesso perché le crescite esponenziali su cui si basa esistono in matematica (a un numero puoi sempre aggiungerne un altro), ma non in natura. Insomma, per dirla in soldoni, stiamo tagliando il ramo dell’albero su cui siamo seduti. Potrei ridere a crepapelle se su quel ramo non fossi seduto anch’io.