La scuola autoritaria è quella delle nozioni o quella delle educazioni?

(Elisabetta Frezza – lafionda.org) – A margine di un film originale, gagliardo e decisamente rompiscatole, si sostiene di seguito una tesi controcorrente portando due prove provate della sua bontà.
Il film
Fascista, comunista, rossobruno. In mancanza di argomenti, i detrattori lanciano etichette. Forse perché non lo hanno visto arrivare, o comunque se lo aspettavano diverso, più aderente ai cliché del dissenso convenzionale, e dunque metabolizzato, e dunque innocuo, e dunque consentito.
Porta il titolo icastico di D’istruzione pubblica, è una produzione cento per cento indipendente – incredibile dictu – e in questi giorni sta riempiendo le sale. Racconta la storia triste del sistema scolastico italiano, malato cronico di riformite a senso unico (quale che sia il colore dei governi) e ormai ridotto a un pachiderma in agonia.
La buona notizia è che non è ancora morto, il pachiderma: sporadici segni di vitalità si registrano nei luoghi di missione di quei pochi docenti e pochissimi prèsidi irriducibili, per ora scampati alle ronde dei guardiani dell’ortodossia (o alla delazione di colleghi collaborazionisti, o agli starnazzi di genitori per i quali il voto è tutto, e pazienza se è fasullo). Anche di queste tracce di vita – fondato motivo per credere che non tutto sia perduto – si rende conto nel film, perché la macchina da presa sbircia dentro spazi dove si parla ancora il linguaggio desueto della realtà, della ragione e del buon senso, altrove sostituito con destrezza (e desolante facilità) dal suono salmodiato delle formulette ipnotiche e dei ritornelli ebeti, degli acronimi demenziali e degli anglismi cringe: quell’impostura lessicale e fonetica che tanto piace alla gente che piace, solerte ad appiccicare a caso, su cose e su persone, etichette prestampate. Per l’appunto.
La pellicola narra della catastrofe, sì, ma non è un inno alla scuola che fu. E tuttavia non si può negare che una volta una scuola ci fosse, e ora non più. Non idealizza una trascorsa età dell’oro. E tuttavia non si può negare come, a un certo punto della storia, una mano ineffabile abbia impresso alla scuola un’inversione di rotta, con una manovra temeraria al punto da sfuggire a quasi tutti i radar, sì che a una fase di tensione verso la realizzazione del proprio statuto naturale (quello di garantire a tutti i cittadini un’adeguato livello di istruzione) è succeduta una fase, invertita, di demolizione controllata dei risultati raggiunti e di programmatico tradimento di una ragion d’essere che è esclusiva e irrinunciabile.
Questa torsione fatale, coincisa con una conclamata svolta utilitarista, mercatista e correlativamente anticognitiva, se è stata spinta dall’apparato tecnocratico e confindustriale interessato al proprio tornaconto – ovvero alla produzione in serie di manodopera duttile e tendenzialmente incolta – , è stata trainata dalla «setta ereticale, pericolosissima, dei pedagogisti» (cit. Luciano Canfora). Essa ha fornito il sostrato teorico, si può dire mistico, all’operazione – significativamente battezzata, in via autentica, “rivoluzione copernicana” – ammantandola di stilemi seducenti (centralità e benessere dello studente, inclusione, personalizzazione didattica, diritto al successo formativo, eccetera eccetera) e vidimandola col timbro intimidatorio della (pseudo)scientificità. La scuola è uscita dal trattamento rovesciata e snaturata.
Sono stati i casi della vita, insomma, più di una preordinazione a tavolino, a intersecare i percorsi di centri di potere di matrice differente, ma dotati entrambi di mezzi smisurati, creando tra loro una “alleanza di fatto” tanto controintuitiva quanto, sul campo, praticamente invincibile.
La tesi
Fatto sta che, grazie a uno sforzo demolitore congiunto – entusiasticamente partecipato anche dalla più parte delle vittime designate (docenti, studenti, famiglie), stregate tutte dalle parole magiche – oggi la scuola si trova a incarnare uno strampalato incrocio tra un luna park e un laboratorio di rieducazione di massa, dove si fa di tutto fuorché scuola: dove, cioè, la trasmissione delle conoscenze fondamentali e durevoli, quelle in grado di fornire gli strumenti cognitivi necessari e di preparare il terreno favorevole per pensare e agire in autonomia, ha ceduto il passo alle attrazioni mirabolanti dei PTOF e a una martellante catechesi su contenuti dogmatici pre-pensati e serviti pronti. Si capisce, così, come essa sia potuta diventare una fabbrica di ignoranza da un lato, di conformismo dall’altro, e un succulento terreno di conquista per piazzisti, imbonitori, predatori d’ogni tipo – ai quali basta esibire il patentino di “esperto” di qualcosa a caso che fa tendenza, per avere le aule tutte per sé. E i docenti? Marginalizzati, mortificati e umiliati nella loro professionalità. E le materie disciplinari? Evaporate. Del resto, a scuola si va per divertirsi, mica per imparare cose che fuori di lì non si impareranno mai.
Ora, è evidente che questa sostituzione di oggetto e soggetti, di temi e di attori, non è una simpatica sarabanda allestita solo per spettacolarizzare un posto dove una volta pareva normale anche annoiarsi o fare fatica. È, come si suol dire in materia di obbligazioni, un aliud pro alio e integra un inadempimento, poiché implica il sistematico svuotamento cognitivo e culturale del luogo elettivo della tradizione delle conoscenze e della cultura, dell’apprendimento del linguaggio (anche la matematica lo è) e del contegno teoretico. Ma non solo. Questa sostituzione sortisce anche, quale effetto collaterale, quello di assicurare alle simmetrie del potere un confortevole stato di intoccabilità: se infatti, al posto dell’istruzione, tu dai in pasto agli scolari un minestrone di “educazioni” omologate, sancisci la definitiva messa al bando delle idee diseguali e con esse dei loro portatori, perché chiunque si mostri renitente a farsi rieducare, e provi a cantare fuori dallo spartito unico, potrà essere ufficialmente prima zittito in quanto stonato, e poi demonizzato in quanto deviato.
Quando l’alfabetizzazione, le discipline, la teoresi perdono la loro sacrosanta priorità, quando i saperi si dissolvono lasciando il posto a regolette morali, ad automatismi mentali senza pensiero, a prescrizioni espressive e comportamentali che rincorrono gli slogan già ossessivamente ritmati dalla grancassa mediatica, il traguardo è la clonazione cerebrale collettiva, vale a dire una inesorabile deriva totalitaria – di cui la psicologizzazione e la psichiatrizzazione fuori controllo rappresentano un contorno sinistro. Nel fantastico regno dell’inclusione, insomma, c’è posto solo per i replicanti, per gli altri esso diviene più esclusivo che mai.
Vogliamo ancora raccontarci, allora, che la scuola autoritaria è quella delle nozioni (nozione deriva da nosco, conosco, e non è una parolaccia) e delle lezioni frontali tenute da chi, padroneggiando la materia, dovrebbe comunicarne la sostanza e l’amore? Che la scuola autoritaria è quella dove si sperimenta l’impegno che lo studio richiede, e dove si è iniziati al ragionamento e al rigore concettuale? La scuola fatta così, in verità, è l’unico efficace ascensore sociale e la più attrezzata palestra di libertà accessibile a tutti. Gramsci nei suoi Quaderni ci aveva avvisati.
La scuola autoritaria, invece, è proprio quella che ha spento la luce della conoscenza, negando alle nuove generazioni l’accesso al patrimonio culturale straordinario che si è sedimentato nei secoli e sul quale siamo seduti; è la scuola degli slogan, dei ritornelli e delle etichette, dove è vietato uscire dal recinto delle idee morte che il monopensiero preconfezionato impone.
La prova
Veniamo alla prova di realtà. Quanto è vero che la scuola davvero autoritaria non è quella che insegna le discipline e la disciplina, ma quella che intrattiene nella fuffa variopinta e ideologizzata?
Due fatti recenti offrono un riscontro interessante. Parliamo di licei, e in particolare di autogestione, ovvero di quella pratica che una volta, quando a scuola la normalità era fare lezione, dava spazio all’intraprendenza organizzativa e alla vena dialettica e libertaria, anche sanamente trasgressiva, degli studenti; e che ora, in un contesto di ricreazione permanente e istituzionalizzata, ha perso buona parte del suo perché. Ma rimane una buona cartina al tornasole per misurare gli effetti della degenerazione del sistema.
Primo fatto. All’autogestione di un liceo delle Marche, uno studente invita a parlare un giornalista italiano residente in Donbass per approfondire e discutere la situazione della regione che da molti anni è teatro di guerra. Apriti cielo. L’iniziativa, che peraltro si svolge in un clima di assoluta tranquillità, diventa un caso nazionale. Intervengono gli emissari del ministero aggiunto della verità – gli stessi sinceri democratici che sono riusciti a far bandire dall’Italia atleti russi, scrittori russi, artisti russi, musicisti russi, sia vivi sia morti –, segnalano gli eretici al tribunale del popolo e aizzano gli invasati della rete contro un ragazzino colpevole di voler sondare l’altra faccia dell’informazione, rendendolo bersaglio libero di insulti, offese, minacce persino di morte.
Secondo fatto. In un liceo del Veneto, il portavoce dei rappresentanti degli studenti in Consiglio di Istituto, nell’esporre il programma di autogestione, sinceramente soddisfatto comunica che quest’anno hanno scelto di affidare tutto a una start up specializzata: che propone ai clienti un ventaglio di temi, e ad ogni tema abbina un “esperto di grido” estratto dal catalogo di figurine. La prestazione è a pagamento, dice il rappresentante, ma si possono trovare offerte ragionevoli (immaginiamo che le figurine meno gettonate finiscano in saldo).
Evidentemente la sincera soddisfazione manifestata dallo studente dipende dalla sua (purtroppo corretta) convinzione di essere stato bravo a risolvere la grana dell’autogestione con la soluzione perfetta: che esenta dallo sforzo di pensare e di organizzare, ed è sicura e qualificata, sterilizzata e certificata, praticamente incontestabile. Che la fattispecie della autogestione eterogestita, con influencer a pagamento, costituisca una vetta ossimorica ineguagliata e probabilmente ineguagliabile, non è un sospetto che sfiori né lui né i suoi colleghi rappresentanti – e per la verità nemmeno gli altri componenti anziani del consiglio di istituto, che non fanno una piega.
Ecco qui due prodotti freschi della scuola che non c’è, perché si è mimeticamente appiattita sulle dinamiche del mercato, del supermercato, dei social e della tivvù, e sui loro linguaggi imbarbariti: tocca assistere da un lato alla repressione vile, violenta e scomposta, da parte dei benpensanti etichettatori di professione, di una iniziativa genuina e spontanea organizzata da uno studente e apprezzata dai suoi compagni; dall’altro, al silenzio benedicente (e tombale) di fronte al caso surreale della finta autonomia subappaltata, addomesticata, autoincatenata nella camicia di forza di un conformismo senza speranza. Soprattutto perché inconsapevole.
Istruzione abolita, distruzione compiuta
Imparate la lezione, ragazzi. Nutritevi ai banchetti degli esperti. Pascolate nelle stanze dell’inclusione. Fatevi vivere la vita da altri. Tenete la lotta lontana da voi, ché obbedire è bello. Così – è vero – non cambierete il mondo, e nemmeno la vostra stia, ma in compenso non vi mancheranno mai il nulla osta dell’ispettore di turno e la graziosa benevolenza del principe.
Con una gioventù che rinuncia alla sua intelligenza, quella artificiale ha la strada spianata.
Ricostruire una scuola è una necessità. Ergo, ben venga un siluro sottoforma di film.

(Dott. Paolo Caruso) – È legittimo? La Repubblica Italiana si regge dal 1947 su tre pilastri, necessari e indipendenti. Potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Allora ci si chiede come mai il potere esecutivo vuole delegittimare quello giudiziario? I Padri Costituenti, nel 1947, avevano bilanciato equilibrando pesi e contrappesi una Costituzione che garantisse la libertà e la democrazia ed evitasse una nuova dittatura. Per interferire e cambiare la Costituzione ci vorrebbero nuovi Costituenti di alto profilo, che allora furono estratti da tutto l’arco democratico. Oggi un governo che si ritiene maggioranza, ma che in effetti è solo rappresentativo di una parte del 50% di votanti, si arroga il diritto di interferire e modificare la Carta Costituzionale senza affrontare il dibattito e il voto parlamentare. Può bastare un Referendum a dichiarare legittima l’azione eversiva, e probabilmente anticostituzionale dell’attuale maggioranza? Assolutamente NO!!! L’ intervento del Presidente Mattarella, custode legittimo della Costituzione e suo estremo difensore, ci dimostra quanto concreto e pericoloso sia l’ assalto violento portato avanti dalle forze politiche di governo nei confronti della magistratura. Non passa giorno che la Premier Meloni, irrispettosa del ruolo che riveste, con fervore giacobino lancia strali contro i magistrati criticandone addirittura le sentenze, così da delegittimarli agli occhi dei cittadini. Guerra ideologica dalle conseguenze non dubitabili per la stessa democrazia, se i modelli sono Orban e Trump. Giorgia, la “rivoluzionaria della Garbatella”, che ha fatto suo il progetto di Licio Gelli e di Silvio Berlusconi, ha invertito la rotta della destra sociale e legalista che incarnò la politica italiana nel secondo novecento. “Sorella d’Italia” lontana anni luce da quegli ideali di legalità e giustizia che caratterizzarono la sua ascesa politica, oggi risulta fautrice di un lento e costante declino delle libertà nel nostro Paese con un passaggio progressivo da Democrazia a Democratura simil ungherese. Certamente il voler cambiare sette punti della Costituzione senza apportare concreti miglioramenti alla Giustizia lascia intendere che il referendum sia solo un atto punitivo nei confronti della Magistratura e la volontà di portarla sotto lo stretto controllo del governo. Ci auguriamo che il popolo italiano con il voto “NO” intervenga direttamente nell’interesse comune e della democrazia nella Repubblica italiana.

(Raffaele Pengue) – C’è un momento in cui le idee smettono di essere parole e iniziano a diventare fatti. È esattamente ciò che sta accadendo a Guardia Sanframondi con il progetto “GustaGuardia”.
La presentazione ufficiale alla Casa di Bacco, domenica 22 febbraio ore 18 a Guardia Sanframondi nella Casa di Bacco in piazza Castello, a cui seguirà una degustazione di prodotti tipici made in Guardia, non è un punto di arrivo. È un inizio. Un primo passo concreto dentro un percorso più ampio, strutturato, ambizioso. E il fatto che l’iniziativa sia abbinata alla manifestazione “Serata Rionale”, promossa dalla locale Pro Loco, non è un dettaglio organizzativo: è un segnale.
È il segnale che quando le energie del territorio si mettono in rete, il risultato non è la somma delle singole iniziative, ma qualcosa di più grande. È la dimostrazione che la collaborazione tra associazioni, realtà culturali e cittadini può trasformarsi in un modello operativo stabile, capace di generare continuità.
“GustaGuardia” nasce con un’idea semplice e potente: valorizzare l’identità guardiese attraverso il gusto, la cultura, la memoria e l’innovazione. Ma non si esaurisce in un evento, né in una degustazione, né in una singola stagione. È un progetto che guarda avanti.
Quella di domenica è la prima di una serie di iniziative già messe in campo: appuntamenti tematici, percorsi enogastronomici, momenti di approfondimento culturale, attività capaci di coinvolgere l’intera collettività guardiese. Un calendario che crescerà nel tempo, con l’obiettivo di creare un’identità riconoscibile e un appuntamento atteso.
Non è un evento isolato. È un metodo.
Un metodo che punta sulla programmazione, sulla qualità, sulla capacità di fare squadra. Un metodo che supera la logica dell’improvvisazione e costruisce invece una visione: fare di Guardia un luogo che vive tutto l’anno, non solo nei periodi tradizionalmente più affollati.
Abbinare GustaGuardia alla “Serata Rionale” significa anche ribadire un principio: la promozione del territorio non è competizione tra iniziative, ma integrazione. Ogni evento può rafforzare l’altro, ogni realtà può contribuire a un disegno comune. È così che si costruisce una destinazione turistica credibile. È così che si genera economia locale. È così che si restituisce orgoglio a una comunità.
“GustaGuardia” non è uno slogan. È una visione che si traduce in azioni. E questa è soltanto la prima.
Il percorso è appena cominciato.
Rinascita Guardiese
Offensiva contro i magistrati, tensione con Mattarella e timore dell’effetto boomerang: la linea studiata a Palazzo Chigi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Giorgia Meloni, senza dirlo ufficialmente, è entrata nella partita referendaria. Ma lo ha fatto a modo suo: senza pronunciare la parola referendum e senza trasformare il voto in un esame sul governo. La regia è stata definita in una serie di riunioni riservate con il sottosegretario Alfredo Mantovano, il consigliere strategico Giovanbattista Fazzolari e la sorella Arianna. Obiettivo: sostenere il “sì” alla separazione delle carriere senza personalizzare lo scontro.
Il fantasma che aleggia è quello di Matteo Renzi. Nel 2016 l’ex presidente del Consiglio legò il proprio destino alla riforma costituzionale e pagò il conto la notte stessa del voto. Meloni non vuole ripetere quell’errore. Per questo ha scelto una terza via: colpire la magistratura sul terreno politico, ma non trasformare la consultazione in un referendum su di lei.
Ufficialmente il messaggio è rassicurante: il governo non rischia nulla. In realtà la separazione delle carriere è rimasta l’unica grande riforma simbolica dopo lo stop al premierato e all’autonomia. Una bocciatura sarebbe difficile da archiviare.
La strategia è semplice e aggressiva: parlare di giudici, non di schede elettorali. Trasformare il voto in un giudizio sull’operato delle toghe, soprattutto su immigrazione e sicurezza, temi centrali per l’elettorato di centrodestra.
Negli ultimi giorni la premier ha alzato il tiro contro decisioni giudiziarie considerate ostili all’esecutivo. Dal risarcimento disposto dal tribunale di Roma a favore di un migrante trasferito in Albania, fino alla sentenza che ha condannato il governo a pagare 76 mila euro per il caso della nave Sea Watch guidata nel 2019 da Carola Rackete. In ogni intervento, la stessa formula: denuncia di una “magistratura politicizzata” che ostacolerebbe l’azione dell’esecutivo.
Mai un appello diretto al voto. Mai un richiamo esplicito al referendum. Ma il sottotesto è evidente: chi sostiene il “sì” difende il governo e mette un freno ai giudici; chi vota “no” si schiera con le toghe.
Questo schema rischia di irrigidire i rapporti istituzionali. Il presidente Sergio Mattarella ha richiamato al rispetto reciproco tra poteri dello Stato. Tuttavia, nel ristretto cerchio meloniano, il Quirinale non è più percepito come un semplice garante super partes, ma come un interlocutore severo da non provocare frontalmente.
A Palazzo Chigi circolano analisi quotidiane. La soglia decisiva è l’affluenza: solo con una partecipazione elevata il “sì” può avere chance concrete. Da qui la scelta di polarizzare lo scontro sui temi identitari, così da spingere alle urne l’elettorato più motivato.
Intanto, i ministri ripetono che il voto non avrà effetti sull’esecutivo. Lo sostiene Guido Crosetto, mentre il Guardasigilli Carlo Nordio ha ammesso che una bocciatura sarebbe politicamente pesante (a cominciare dallo stesso ministro). Perché verrebbe interpretata come una vittoria della magistratura e una battuta d’arresto per la premier.
I precedenti non rassicurano. Renzi è il monito più evidente. E anche la parabola di Matteo Salvini, precipitato dal 34% delle europee 2019 a percentuali dimezzate, dimostra quanto rapido possa essere il cambio di vento.
Per questo Meloni monitora l’umore del Paese giorno per giorno e valuta iniziative mediatiche capaci di rafforzare il consenso senza legarsi formalmente alla consultazione, come una possibile apparizione al Festival di Sanremo (per il momento smentita).
In pubblico la linea è fredda e razionale. In privato, l’ansia cresce. Perché se il “no” dovesse prevalere, nessuno (nemmeno all’interno del centro-destra) accetterebbe davvero la tesi che non si trattava di un voto politico. E allora la strategia del referendum senza nome rischierebbe di trasformarsi in un azzardo. In politica, a volte, basta un dettaglio per aprire una crepa. E da una crepa può iniziare la discesa.
La Corte suprema svuota magnificamente il piano di Trump sui dazi. Il presidente cercherà delle alternative. Ma la svolta è qui ed è evidente: i poteri neutri sono ancora forti e liquidarli resta un vaste programme

(Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – I poteri divisi di una società liberale, dove vige il rule of law, possono essere attaccati, si può cercare di svuotarli, perfino liquidarli nell’irrilevanza. Ma è un programma complicato da realizzare per chiunque, anche per una presidenza che ha messo in condizioni di non nuocere il Congresso degli Stati Uniti nelle grandi decisioni politiche e parlamentari. Il tremendo incubo degli osservatori politici a proposito della democrazia americana era fino a ieri l’occasione che permise a Trump di comporre, con il meccanismo della nomina di giudici di impianto conservatore, un organo supremo di controllo dell’esecutivo e del legislativo uniforme, univocamente pronto a trasformare le istituzioni in un’appendice del capo politico e del suo onnipotente mandato elettorale, la famosa dittatura della maggioranza.
La cosa pareva aggravata dal fatto che le nomine dei giudici, compresi i supremi, dipendono da presidente e maggioranza in Senato, hanno dunque una chiara e legittimata origine politica. Il punto di vista estremista, specie dopo il parziale rovesciamento della Roe vs Wade, la vecchia sentenza della Corte suprema sull’aborto come diritto alla privacy, ci ha ammannito la solita lezione pessimista, cupa e ingombrante, sulla Corte al guinzaglio del capo dell’esecutivo, sulla fine della democrazia plurale e bilanciata. Qui avevamo avvertito, quando fu confermata l’ultima nomina della conservatrice Amy Coney Barrett, che le maggioranze giuridiche, sia pure in un mondo conflittuale un po’ folle come quello trumpiano e nel suo disordine tendenzialmente anarchico, si formano sulla base di orientamenti che non si conformano in modo plumbeo e coatto all’opinione di chi comanda alla Casa Bianca. Infatti solo tre giudici supremi sono rimasti, con la loro opinione in dissenso, a difendere grintosamente il diritto avocato bruscamente dal presidente, ricorrendo a leggi emergenziali del passato, a imporre dazi nel commercio internazionale. Gli altri sei, una robusta maggioranza che decide in sentenza, compresa la Coney Barrett e Neil Gorsuch, conservatori nominati da Trump, si sono associati al chief justice, il centrista John Roberts, e ai tre giudici di impostazione liberal sopravvissuti in una posizione che è a vita, dunque per statuto e garanzie essenzialmente autonoma da ogni altro potere. E hanno creato una situazione di opposizione istituzionale e costituzionale di proporzioni storiche, facendo ballare non solo quasi un paio di centinaia di miliardi già incassati dal Tesoro Usa, e presumibilmente da rifondere, ma la stabilità di economia e politica e del loro rapporto nel paese più ricco e potente del mondo. Ora, anche seguendo i consigli dei dissenzienti, che hanno generosamente indicato al presidente altre vie possibili, piani B e C per reimporre la sua volontà, Trump potrà cercare di cavarsela altrimenti. Ma il danno è fatto. La riparazione del danno, anzi, comincia a essere compiuta. Notizia molto incoraggiante.

(Flavia Perina – lastampa.it) – Una magistratura con la schiena dritta, una polizia con la schiena dritta, un sistema giudiziario che funziona anche se «non gli converrebbe» funzionare. Gli sviluppi dell’indagine sul delitto di Rogoredo dovrebbero rassicurare i disorientati dalle manganellate referendarie e persino chi ha paura della deriva trumpiana in Italia perché, nonostante tutto, Milano non è Minneapolis, l’Ice da noi finirebbe in galera e non c’è ancora nessuna Pam Bondi che possa bloccare un’indagine o intimidire chi la porta avanti. È una buona notizia in questi tempi cupi. E bisognerebbe fare un monumento a chi ha gestito il caso con rapidità e coscienza professionale, dimostrando tra l’altro che certe tragiche lezioni del passato non sono state dimenticate e «isolare le mele marce» non è rimasto solo uno slogan. Non faremo sconti a nessuno, ha detto ieri il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, e anche questa frase incoraggia.
La vicenda di Rogoredo è stata, fra il 26 gennaio e il 5 febbraio scorsi, il più mediatico, emotivo, viscerale, tra tutti i casi di presunta legittima difesa che hanno acceso il dibattito italiano. Uno spacciatore marocchino pluri-pregiudicato (Abderrahim Mansouri detto Zack, 28 anni) che alza un’arma contro un poliziotto d’esperienza (l’assistente capo Carmelo Cinturrino, 42 anni), quello gli spara per difendersi (dice), lo uccide e finisce nel registro degli indagati, secondo procedura. In cinque minuti era già scandalo, col centrodestra turbato, indignato, mobilitato contro l’orrore di un agente sotto inchiesta «per aver fatto il suo dovere». Ed è inutile riassumere l’elenco delle rabbie e delle solidarietà anche istituzionali e ministeriali: un’onda, uno tsunami, una valanga indignata usata poi per accelerare il pacchetto sicurezza con il famoso scudo penale. Detto fatto. Consiglio dei ministri: per i poliziotti mai più l’onta di finire nel registro degli indagati, piuttosto una «annotazione preliminare, in separato modello», che lo stesso ministro Carlo Nordio spiegherà dopo il varo della misura in Consiglio dei ministri con l’esempio «del poliziotto che spara perché viene minacciato con un’arma».
Insomma, c’erano tutti i presupposti perché la magistratura milanese chiudesse l’indagine alla bell’e meglio e assecondasse il racconto già scritto dalla politica su colpevoli e innocenti, sprofondando l’affaire Rogoredo nelle lungaggini procedurali o seppellendolo sotto una veloce archiviazione. Ma Milano non è Minneapolis, i nostri giudici non sono Pam Bondi, la nostra polizia non è l’Ice. E dunque l’inchiesta è stata avviata con cura, i dettagli ricontrollati, i tabulati telefonici acquisiti, le perizie eseguite – con sconcertanti risultati: sull’arma finta attribuita a Zack non c’erano le sue impronte – e i testimoni in divisa, infine, interrogati con le garanzie dovute, hanno raccontato una verità assai diversa da quella del loro capo.
Sono almeno due i dati su cui riflettere. Il primo riguarda la lezione di efficienza che arriva dal sistema giudiziario, capace di agire bene e in fretta anche quando le circostanze incoraggiano al disimpegno. Mentre raccontiamo pm e giudici come potere fragile, ossessionato dalla carriera, disposto a ogni compromesso per una promozione, afflitto da inguaribile amichettismo, irresoluto, artista del rinvio, ci arriva invece l’esempio di inquirenti che fanno il loro lavoro come da manuale. È immaginabile non siano i soli. Ed è credibile che, anche sotto questo aspetto, il nostro sistema sia assai più sano di quel che dicono certe Cassandre della catastrofe e del baratro.
Ma il caso mette in guardia anche la politica dalla pratica dei decreti «on demand», quelli prodotti sulla scia di casi di cronaca ad alta tensione per dare un riscontro al sentimento popolare. Dal decreto rave, che segnò il debutto del governo, al progetto dei metal detector all’ingresso nelle scuole appena autorizzato da una circolare, ne abbiamo visti tanti. Magari c’è pure un pezzo di elettorato che applaude, ma il cortocircuito è dietro l’angolo e Rogoredo lo dimostra. Abbiamo prodotto una norma per evitare l’onta del termine «indagato» a un poliziotto minacciato con un’arma, salvo scoprire che indagarlo era sacrosanto, che l’arma chissà da dove veniva, che la difesa non è sempre legittima: anzi, talvolta, non è nemmeno difesa.

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Dunque, c’è un giudice anche a Washington. Eravamo quasi rassegnati, noi post-occidentali finiti sotto il tallone di ferro di Donald il Grande, il nuovo imperatore yankee sciolto da tutti i vincoli costituzionali e legali, capace di dichiarare al mondo “l’unico limite al mio potere è la mia moralità”. Siamo tuttora atterriti dal suo “lato oscuro della forza”, e dall’immagine plastica del kombinat militare-industriale-digitale riunito nello Studio Ovale per l’Inauguration Day. Temiamo che la “Nazione indispensabile” piegata e riconquistata dal tycoon di Mar-a-Lago stia perdendo gli anticorpi sui quali aveva contato da decenni, per restare nonostante tutto “la più grande democrazia del pianeta”. Da europei ci sentiamo soli e disarmati, esposti all’onda nera che attraversa l’Atlantico e sparge l’humus delle autocrazie elettive. E invece, a sorpresa, ora scopriamo che non tutto è perduto. Come il piccolo mugnaio di Potsdam, che di fronte all’immenso strapotere di Federico di Prussia si affidò ai tribunali di Berlino per veder riconosciuti i suoi diritti e arginati i soprusi del sovrano, anche noi cittadini di questa Terra scopriamo che lo Stato di diritto esiste e resiste persino nell’Amerika di Trump.
La Corte Suprema ha bocciato i dazi voluti dal commander in chief, e questa sì, è davvero una svolta storica. Lo è nella forma: il capo della Casa Bianca non poteva imporre con un semplice “ordine esecutivo” le tariffe doganali che da un anno a questa parte ha riversato sul mercato globale, ma doveva passare attraverso un voto del Parlamento. Lo dice il testo della sentenza: “Il presidente afferma il potere straordinario di imporre unilateralmente i dazi di importo, durata e portata illimitati: ma alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità affermata, deve individuare un’autorizzazione chiara del Congresso a esercitarla”. Senza un sigillo parlamentare, sono illegali i dazi varati il 2 aprile dell’anno scorso contro la Cina, il Canada e il Messico, giustificati con la volontà di colpire il narcotraffico. Un pacchetto che vale 175 miliardi di dollari, e sul quale ora si scateneranno cause e richieste di rimborso, con le relative ricadute sui mercati globali e le perdite per i consumatori americani (già colpiti da un pil cresciuto solo dell’1,4 per cento e da un sovraccosto del 96 per cento generato dalle restrizioni agli scambi).
Questa sentenza è una svolta storica anche nella sostanza. A porre un freno allo sceriffo di Washington è il massimo organo di garanzia del sistema statunitense: è la conferma di quanto sia fondamentale, in qualunque ordinamento democratico, l’equilibrio e il bilanciamento dei poteri. Nessuno dei quali è sovraordinato all’altro, ma ciascuno dei quali vigila e argina l’altro. Conforta che a piantare un paletto insormontabile alla dissennata guerra commerciale del tycoon sia stata proprio quella Corte Suprema che lui si illudeva di controllare, dopo averne nominato tre membri nel suo primo mandato. E che a determinare la maggioranza nel collegio siano stati proprio quei tre giudici conservatori che lui stesso aveva “promosso” a suo tempo, credendo di averne comprato la fedeltà. Un esito sorprendente e incoraggiante: fa riflettere sull’importanza fondamentale dell’autonomia e dell’indipendenza di tutte le magistrature, dalle corti supreme ai tribunali di provincia. Ma è proprio questo il principio contro il quale da sempre si scaglia The Donald, e con lui l’Internazionale sovranista in tutto il “globo terracqueo”.
Non bastano gli “stati d’eccezione” per manomettere una Costituzione. Trump aveva preannunciato il suo sedizioso piano law and order, nello sgangherato discorso inaugurale: “I pesi della giustizia saranno ribilanciati… l’uso degenerato del Dipartimento di Giustizia usato come un’arma finirà… non permetteremo più che l’immenso potere della giustizia sia utilizzato contro la politica”. Le tariffe doganali appena affossate dalla Corte il presidente le aveva giustificate invocando una legge speciale, l’International Emergency Economic Powers Act del 1977. Le stesse milizie paramilitari dell’Ice — che hanno messo a ferro e fuoco le strade delle sanctuary cities e assassinato due cittadini americani inermi come Renee Good e Alex Pretty — le aveva schierate minacciando il ricorso all’Insurrection Act del 1807. Adesso lo Sceriffo deve prendere atto che non tutto appartiene al suo saloon e non di tutto può disporre come meglio ritiene. Gli era già successo sul congelamento dei 2 miliardi di dollari di aiuti esteri del programma Usaid, sull’attivazione della Guardia Nazionale a Chicago, sul riordino delle agenzie federali. Ora tocca ai dazi, cuore della distruttiva Trumponomics, intorno alla quale ha sognato di costruire il nuovo ordine mondiale che nel frattempo gli si comincia a frantumare tra le mani.
Sul frontone del palazzo neoclassico dove ha sede la Corte Suprema — al numero 1 di First Street, due passi da Capitol Hill — campeggia la scritta Equal justice under law. Vale per tutti: anche per l’inquilino della Casa Bianca, per quanto egli si senta intoccabile e insindacabile, sciolto dalla legge e intronato da Dio. C’è da chiedersi se di questa cocente sconfitta politica, che si porta dietro anche un’evidente lezione democratica, faranno tesoro anche le destre trumpiane d’Europa. Soprattutto la Sorella d’Italia, cheerleader sempre pronta a fare la ola a The Donald, dovrebbe riflettere. Dove porta questo felice e sempre più solitario “vassallaggio” nei confronti del falso amico americano? E quanto costa questa impronta tipicamente e violentemente Maga che sta dando alla campagna sul referendum del 22 marzo? Come Trump, anche Meloni vaneggia di “toghe politicizzate” e di “sentenze vergognose”. Anche lei — insieme al suo squinternato Guardasigilli — delegittima i magistrati, tratta il Csm alla stregua di “sistema para-mafioso”, strumentalizza i risarcimenti civili a Sea Watch o a un migrante deportato illegittimamente in Albania. Anche lei dice “i giudici non ci lasciano governare”, e con questo messaggio non poi così subliminale spera di convincere i cittadini-elettori a votare sì alla separazione delle carriere. Come Trump, anche Meloni non tollera contropoteri: è pronta a marciare persino su Sergio Mattarella, che esige “rispetto” per la magistratura e il suo organo di autogoverno, ma ottiene in cambio solo altro fango, prodotto in quantità industriale da lei e dai suoi camerati chi in quel fango dicono di non volerci lottare. Tra un mese, forse, toccherà agli italiani dimostrare nell’urna che c’è un giudice anche a Roma.

(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Gli alieni probabilmente esistono ma non sarà possibile incontrarli, a causa della distanza cosmica che ci separa. C’è qualche remota possibilità di comunicazione, però tenendo presente che tra il “pronto, chi parla?” e la risposta, a parte i problemi di traduzione, potrebbero passare molti anni. Difficile immaginare una conversazione brillante.
Questo è quanto si può dire di ragionevole sul tema. Senza scomodare la scienza: è ciò che suggerisce lo stato delle cose. Ma, come è noto, niente è più forte del voler credere. E il voler credere, sul tema “extraterrestri”, è irresistibile. Non ha argini. Gli alieni esistono perché esiste la necessità incrollabile di credere che esistano. Milioni di umani lo vogliono.
Su questa attesa (mi viene da dire: messianica, ma non vorrei offendere alcuno) sta giochicchiando Trump, che promette imminenti desecretazioni e rivelazioni e pubblicazioni di files sugli Ufo che stanno già sovreccitando una parte sperabilmente minoritaria, ma non piccola, dell’opinione pubblica americana. Quella del “non ce lo vogliono dire”, limitrofa ai novax e ai complottisti.
Pare che tra i materiali misteriosi promessi da Trump ci sia ben poco di misterioso, nonché ben poco di inedito. Ma basterà un avvistamento inspiegabile, una scia luminosa non tracciata ufficialmente, per rinfocolare le speranze dei fedeli. Tra gli Epstein files, molto terrestri, e gli ET-files, molto celesti, che Trump darà in pasto al popolo, si gioca l’ennesima partita tra realtà e illusione. Ultimamente ha vinto molto spesso l’illusione. Ma il risultato finale – non disperiamo – è ancora in discussione.

(Stefano Rossi) – Al Board of Peace, Italia e Germania parteciperanno come “osservatori” e non come partecipanti di diritto. Oddio, di diritto è un azzardo, visto l’incredibile regolamento: diritto di veto del presidente (Trump) con incarico a vita, oltre il suo mandato presidenziale, “fiches” per sedersi al tavolo come partecipanti, un miliardo di dollari, sembra la sceneggiatura di un film, ma è tutto vero.
La Germania, giustamente, non spreca il suo ministro degli Esteri per andare come semplice osservatore, termine elegante per non dire che si sbircia dal buco della serratura. Ha mandato un funzionario del ministero preparato sui problemi del Medio Oriente.
L’Italia, no. Il ministro degli Esteri, Tajani, da buon provinciale, è andato di persona.
Ci sono cose che non si spiegano. Non si possono spiegare.
Le dovresti capire da solo.
È come quello che, a tavola, sbiascica e smangiucchia come un maiale. Non glielo puoi dire che è maleducazione. Che non si fa. Che nel XVI secolo, un certo Giovanni della Casa, scrisse un libro sui comportamenti consoni.
Non si può.
Te ne fai una ragione e guardi da un’altra parte.
Se un governo decide quanta verità su Epstein rivelare, è il caso di farsi qualche domanda in più sul referendum costituzionale.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Per mesi hanno venduto la separazione delle carriere come un bollino di qualità occidentale. Alcuni vedono gli Stati Uniti come modello, l’Italia come ritardo da colmare. Poi arrivano gli Epstein files, diffusi dal Dipartimento di Giustizia americano con omissis consistenti, e la narrazione si incrina.
Negli Stati Uniti il pubblico ministero federale è parte dell’esecutivo. L’Attorney General è nominato dal Presidente e risponde al Presidente. I procuratori federali dipendono gerarchicamente dal Dipartimento di Giustizia. L’azione penale, a livello federale, è dunque incardinata dentro il potere politico. Un esempio? il vergognoso accordo di non divulgazione (Non-Prosecution Agreement) del 2008. All’epoca, il procuratore federale di Miami (Alexander Acosta, ramo esecutivo, nominato dalla politica e poi diventato ministro del Lavoro di Trump) fece un accordo segreto con i potenti avvocati di Epstein, garantendogli un’immunità di fatto, nascondendo l’accordo alle vittime e affossando un’indagine dell’Fbi.
In quel modello la gestione dell’azione penale e delle informazioni investigative è collocata nell’area di governo. Negli Stati Uniti il prosecutor gode di ampia discrezionalità. In Italia l’articolo 112 della Costituzione impone l’obbligatorietà dell’azione penale e inserisce il pm nell’ordine giudiziario, soggetto soltanto alla legge. Chi sostiene la riforma costituzionale italiana replica che la separazione delle carriere proposta non comporta alcuna subordinazione al governo. Formalmente è così ma il nodo sta nella prospettiva: spezzare l’unità della magistratura modifica l’equilibrio originario e apre la strada a un pubblico ministero sempre più definito come parte e più esposto a future ridefinizioni del suo status. Negli Usa il tema dell’indipendenza del Dipartimento di Giustizia è stato al centro di conflitti istituzionali, dal Watergate alle recenti tensioni sulla gestione delle indagini federali. La questione riguarda il confine tra indirizzo politico e azione penale.
Nordio assicura che l’Italia non è l’America. Ma le riforme si valutano anche per dove portano, non solo da dove partono. E quando il punto di arrivo potrebbe essere un sistema che consente a un’amministrazione di decidere quanta verità su Epstein rivelare, forse è il caso di farsi qualche domanda in più prima di mettere la croce sul Sì. Buona riflessione.

(Andrea Zhok) – Nella mitologia greca Cassandra, sorella di Ettore, era dotata di capacità divinatorie, ma venne condannata da Apollo a rimanere inascoltata.
Oggi, e da un po’ di tempo, in Europa per capire i processi in corso non c’è bisogno di essere dotati di divine capacità profetiche. Basta avere una formazione storico-politica decente e non farsi pere quotidiane con gli stupefacenti forniti dal sistema mediatico.
L’Europa odierna è piena di Cassandre che godono del discutibile privilegio di vedere continuamente a posteriori di aver avuto ragione, mentre quelli che avevano torto marcio continuano ad appuntarsi reciprocamente medaglie sul petto, intoccati dai propri fallimenti.
Così, sentire il cancelliere tedesco Merz fare la voce grossa contro il residuo stato sociale tedesco e chiedere sacrifici per alimentare una nuova corsa agli armamenti mette quasi allegria per tutti quelli, e non sono pochi, che ricordano la Germania di Schaüble, la Germania che faceva lezioncine di produttività e moralità all’Europa meridionale (gentilmente connotata con l’acronimo PIGS), mentre utilizzava la leva di un euro artificialmente sottovalutato per nutrire il proprio export.
La Germania che tra il 2011 e il 2016 ha letteralmente sventrato la Grecia – prendendosi una bella rivincita dopo il ’45 – spiegava che non era proprio possibile aiutare la solvibilità greca in quanto sarebbe stato un caso di “azzardo morale”.
La Germania, secondo una tradizione di lungo periodo, si presentava come virtuosa, frugale, produttiva, come costitutivamente superiore e destinata solo da una sorte cinica e bara, che l’aveva vista perdente nella Seconda Guerra Mondiale, ad un ruolo di comprimario mondiale.
E qual era il modello economico che la genialità tedesca proponeva come sapienza economica e virtù morale? Semplice, puntare tutte le proprie carte su una bilancia commerciale in attivo, su un costante surplus delle esportazioni.
E quali erano le chiavi del successo di quella strategia?
Ancora più semplice: 1) bassi costi energetici (con forniture dalla Russia), 2) compressione salariale (in parte nel proprio mercato interno, ma soprattutto presso i propri contoterzisti come l’Italia), e infine 3) la già citata sottovalutazione dell’euro (moneta comune il cui valore era quello medio con paesi meno industrialmente sviluppati).
Questa geniale strategia economica era un esempio da manuale di “beggar thy neighbour policy”: una politica economica che puntava tutto sul relativo impoverimento dei propri vicini.
Oggi la Germania, dopo aver infilato un 2023 e un 2024 in recessione, ha chiuso il 2025 con un penoso +0,2%, con un comparto industriale in continua contrazione, congiunturale e tendenziale.
Ora, quando anni fa si cercava di spiegare (anche a colpi di documenti pubblici, raccolte di firme, ecc.) che una strategia che accettava di impoverire il mercato interno dell’Europa, per conquistare i mercati con le esportazioni, non era solo socialmente ingiusta, ma era anche fondamentalmente cretina, credo che tutti ricordiamo come la nostra stampa genuflessa aderisse senza resti alla vulgata tedesca, chiedendo austerità, chiedendo una “riduzione del perimetro dello stato”, chiedendo la precarizzazione generalizzata come “stimolo alla produttività”.
Oggi, quando l’Europa a guida tedesca ha segato il ramo energetico su cui era seduta, troncando i rapporti con la Russia (certo, per ragioni di superiore moralità, si sa), oggi che il naufragio tedesco sta portando a fondo con sé l’Europa (di nuovo, un evergreen), un’Europa privata di un mercato interno capace di sostenere la produzione; oggi che si è riusciti nella mirabile impresa di abbinare una politica di sfruttamento dei ceti lavoratori, una politica impietosa verso i paesi in difficoltà, e simultaneamente perdente anche per il proprio grande capitale, oggi sarebbe il momento di togliersi la soddisfazione di aver sempre avuto ragione.
Ma questa soddisfazione ci è sottratta, perché per rimediare alla catastrofe prodotta, la stessa classe dirigente che l’ha prodotta ci spinge a porvi rimedio alimentando venti di guerra.
Nessuna componente dell’establishment occidentale è più intensamente concentrato dell’UE a guida tedesca nell’ostacolare ogni tentativo di pace, nessuno è più dedito a preparare con parole ed atti una guerra futura.
Nell’Odissea e nell’Orestea, Cassandra venne presa in ostaggio da Agamennone, predisse al re la catastrofe che lo aspettava (la congiura di Clitennestra), ma, una volta di più, rimase inascoltata.
E questa volta perì nella susseguente catastrofe.
Spiace dirlo, ma prevedere tutti le disgrazie senza rovesciare il potere che le gestisce non serve a un tubo.

(dagospia.com) – No, non è a un remake del film “Mr. Smith” va a Washington” (1939) diretto da Frank Capra, con la sua morale patriottica. E non assisteremo all’happy ending del protagonista, James Stewart, che da “yes man” del suo potente capo politico e imbroglione in affari diventerà un eroe nazionale.
Anzi, prima del “The End” parteciperemo all’ennesima brutta figura del Bel paese nei confronti dei nostri alleati europei che hanno detto “no” all’invito dell’amico e sodale della spia e pedofilo Jeffrey Epstein, l’ex immobiliarista di New York, Donald Trump.
La cui convention si è aperta dopo le italianissime note di Umberto Tozzi “Gloria”, non parlando di pace, ma di imminente guerra all’Iran (sic). E proprio nel giorno il cui il fratello Andrea di Re Carlo III, veniva arrestato per le frequentazioni nell’isola di Jeffrey il porcone. Quel diniego del premier Keir Starmer a Trump forse ha salvato dal naufragio il suo traballante governo laburista.
Anche la Santa Sede di Papa Leone XIV non parteciperà al board “per la particolare natura, che non è evidentemente quella degli Stati”. Il cardinale Parolin ha fatto notare poi “che ci sono punti che lasciano un po’ perplessi. Ci sono alcuni punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”.
Il viaggio solitario a Capitol Hill del nostro ministro degli Esteri, Mr. Tony Tajani, osservatore nel “Board for peace” per Gaza, segna allora uno dei capitoli più bassi e inquietanti sulla nostra sudditanza nei confronti dell’America Maga.
Già, la Evita della Garbatella, Giorgia Meloni, che agita il tricolore in Italia, ma non passa giorno senza usare la bandiera bianca per lucidare gli stivali con gli speroni del Bullo della Casa Bianca.
Nel dopoguerra, neanche l’umile De Gasperi andò con il cappello in mano a chiedere stima politica e aiuti economici (Piano Marshall) da chi aveva vinto la guerra in Europa contro Mussolini e il nazismo di Hitler. Mr. Tony Tajani, invece, va a Washington da “osservatore” non pagante dopo che alla Camera è passata la risoluzione del centrodestra con il voto pure del triglione con le stellette, Vannacci.
“E’ come violare l’art.11 della Costituzione”, insorge la segretaria del Pd, Elly Schlein. Forse anche lei ignara, alla pari dei giornaloni in caduta libera in edicola, che per iscriversi al Board – su invito presieduto “a vita” da Trump, il costo di un seggio permanente è fissato a un miliardo di dollari.
Che occasione persa per i sinistrati, avrebbe osservato Luigi Pirandello quando il tragicomico fonde il dolore della tragedia. Quello di vedere la Evita della Garbatella, staccare dalle casse dello stato un assegno di 849.679,03 euro per visitare, al momento, l’immenso cimitero di Gaza dove sono sepolti oltre 70 mila palestinesi.

(ilnapolista.it) – Questa è una storia troppo “italiana” per passare inosservata agli inviati stranieri alle Olimpiadi. E quindi la Faz ci si è buttata. La storia è questa: a causa della carenza di posti letto, circa 200 tra poliziotti e carabinieri “a cui normalmente sono riservati alloggi piuttosto spartani – scrive il giornale tedesco – sono ospitati in un hotel a cinque stelle. Il palazzo, situato a 1224 metri di altitudine, fu costruito all’inizio del XX secolo, con una sala colazioni rivolta a est per iniziare la giornata con i primi raggi di sole, e una sala da tè e aperitivi rivolta a ovest per ammirare il tramonto sullo sfondo delle cime delle montagne”.
Un posto mitico: “La porta girevole all’ingresso è già stata varcata da Clark Gable, dalla famiglia reale di Persia, da Brigitte Bardot e dalla cantante italiana Ornella Vanoni; le camere sono ampie, dotate di lampadari e alcune hanno balconi con vista sulle Dolomiti. Certo, tutto è un po’ decadente, un po’ vecchio”.
Perché la cosa più bella è un’altra: “L’Hotel Miramonti è chiuso da tre anni. Il motivo è la mancata conformità alle norme antincendio. Ma in Italia non sono solo flessibili, ma anche intraprendenti. Polizia e Carabinieri non volevano certo rinunciare a questa sistemazione attraente. Quindi, per la loro sicurezza, è stato semplicemente alloggiato lì anche un plotone di vigili del fuoco”. Geniale.
Non si tratta di condividere le analisi di Albanese, né di entrare nel merito delle sue posizioni. Si tratta di difendere un metodo: prima i fatti, poi le accuse

(di Angelo Palazzolo – ilfattoquotidiano.it) – Il 23 febbraio, al Consiglio per i Diritti umani dell’Onu, verranno chieste formalmente le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice speciale per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati. A promuovere l’iniziativa sarà il ministro degli Esteri francese, affiancato dai colleghi di Germania, Italia (non poteva mancare il nostro Tajani), Austria e Repubblica Ceca. L’accusa è pesante: aver definito Israele “nemico comune dell’umanità”. Una formula che, se fosse vera, sarebbe gravissima. Ma non è vera. È il prodotto di un video tagliato, estrapolato, rilanciato fuori contesto e trasformato nel giro di poche ore in una verità ufficiale. La prova regina di una colpa che non esiste.
Francesca Albanese quelle parole non le ha mai pronunciate. Non solo: il senso del suo intervento non è nemmeno lontanamente assimilabile a ciò che le viene attribuito. Sostenere il contrario significa o non aver capito nulla — analfabetismo funzionale — oppure, più realisticamente, confidare nella distrazione e nella superficialità di un sistema mediatico che amplifica prima e verifica poi (se va bene), o è semplicemente corrotto da interessi diversi da quelli della ricerca della “verità sostanziale dei fatti”.
L’intervento integrale, pronunciato a Doha e diffuso dalla stessa Albanese, smentisce in modo limpido l’accusa. Eppure la macchina del fango non si è fermata. Perché quando una narrazione prende piede, rettificare non fa notizia.
Qui non siamo davanti a un incidente comunicativo. Siamo davanti a una operazione di delegittimazione tout court. Colpire Albanese significa colpire il ruolo che ricopre: quello di chi, nel quadro del diritto internazionale, documenta violazioni e richiama governi e poteri alle proprie responsabilità. Francesca non è un’opinionista da talk show. È una funzionaria delle Nazioni Unite che da anni lavora su dossier che molti preferirebbero non leggere.
Ed è qui che il discorso si fa politico. Che questa destra — la peggiore, a mio giudizio, dai tempi più bui della nostra storia repubblicana — non abbia sentito il dovere di difendere una cittadina italiana finita nel mirino di governi stranieri è coerente con la sua postura internazionale: l’allineamento prima di tutto.
Più difficile da comprendere è il silenzio del Presidente della Repubblica. Il 18 febbraio ha presenziato ai lavori del Consiglio Superiore della Magistratura, riaffermando con autorevolezza l’autonomia e l’equilibrio dell’ordine giudiziario. Un gesto giusto, istituzionalmente ineccepibile. Proprio per questo sarebbe stato altrettanto importante affermare un principio semplice: nessun cittadino italiano può essere esposto alla gogna internazionale sulla base di parole mai pronunciate, senza che lo Stato pretenda rigore e rispetto dei fatti.
Non si tratta di condividere le analisi di Albanese, né di entrare nel merito delle sue posizioni. Si tratta di difendere un metodo: prima i fatti, poi le accuse. Prima il diritto, poi la propaganda. In altre stagioni della Repubblica, di fronte ad attacchi infondati contro un connazionale, le istituzioni intervenivano con misura ma fermezza. Oggi prevale un gelo che inquieta. Perché il silenzio, in certi casi, non è neutralità: rischia di diventare una forma di acquiescenza.
Albanese, intanto, continua il suo lavoro, senza arretrare. In democrazia si può e si deve criticare. Ciò che non è accettabile è la condanna preventiva costruita su parole mai dette.
Se l’Italia vuole essere qualcosa di più di un’eco timida delle capitali europee, dovrebbe dirlo chiaramente: basta manipolazioni, basta diffamazioni politiche contro chi richiama al rispetto dei diritti umani.
Francesca Albanese è oggi la voce di chi non ha voce. Difenderla significa difendere il diritto di dire ciò che è scomodo, senza temere di essere travolti da una campagna costruita ad arte. Perché quando si colpisce chi dice ciò che è scomodo, si colpisce la libertà di tutti.

(corriere.it) – Il comitato del «Sì» sulle tracce di Beppe Grillo. Strano, ma vero. Tra i promotori della riforma c’è chi ha la curiosità di capire come voterà il fondatore del M5s, ammesso che alla fine si presenterà al seggio. Chi lo frequenta, fuori dalla politica, è convinto che Grillo non abbia dubbi, tanto sarebbe forte l’amarezza nei confronti della magistratura per la vicenda che ha visto condannato il figlio Ciro. Sarebbe la svolta definitiva ma anche la nemesi, per Grillo, che costruì un partito sul primato dei giudici e sulla palingenesi dei pm. L’ennesimo testacoda che vedrebbe il comico-guru dalla parte opposta rispetto al successore Giuseppe Conte, fiero paladino del «No». Grillo potrebbe intervenire oppure restare in silenzio, concentrandosi, come ha fatto ieri dal suo blog, sull’Intelligenza artificiale. La scorsa settimana ha trascorso tre giorni a Roma, all’Hotel Forum, con gli amici di sempre. Culla l’idea di tornare in tv.