
(Giancarlo Selmi) – Ricordate la prima versione di Renzi? Quella del sindaco in bicicletta, della nuova sinistra, del nuovo che avanza? Quella del rottamatore, del moralizzatore, del riformatore? Diceva tutto e il suo contrario, spinse un sacco di gente autenticamente progressista a innamorarsi, in perfetta buona fede, dei suoi proclami. Bene era esattamente il contrario di quello che dichiarava di essere.
Nel suo tranello cascarono in tanti. Fu l’inizio del crollo della sinistra storica, la morte dell’idea che si potessero continuare ad attuare politiche redistributive. Che si potesse continuare ad avere in Italia un welfare degno di questo nome. Fu l’inizio della galoppata, anche dall’altra parte, del neoliberismo, del capitalismo rapace voluto da Berlusconi. Con Renzi sinistra e destra smisero di essere differenti. Berlusconi da una parte, Renzi dall’altra, volevano le stesse cose.
Meno tutele nel lavoro, fine dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, fine delle assunzioni a tempo indeterminato, fine dell’Art. 18, dello Statuto dei Lavoratori, fine della Sanità Pubblica così come pensata dai Padri Costituenti, fine di quella scuola pubblica che ci invidiava il mondo intero. Centinaia di contratti di lavoro, alcuni firmati da sigle sindacali farlocche, precarietà, zero tutele, contratti anche di un giorno.
Il privilegio dei pochi e il definitivo sotterramento del bene comune, presero il sopravvento su qualunque idea di progresso e di comunità. Parole d’ordine: edonismo, individualismo, capitalismo rapace, accumulazione. Renzi fu un vero e proprio cavallo di Troia della restaurazione e delle destre economiche. Il suo successo fu voluto dalla grande finanza, dai poteri forti, dall’establishment.
Il resto lo conoscono tutti. Si badi bene: nessuna riforma sociale, nessun rilancio del welfare, nessun miglioramento della qualità di vita degli italiani, può essere messo a terra senza politiche economiche redistributive. In parole povere: fare pagare di più ai ricchi, limitandone di un pochetto la capacità di accumulazione, per fare stare meglio la maggioranza dei cittadini. Tutti i cittadini.
Ma questo lo vuole solo Giuseppe Conte. Non lo vogliono quelli che detengono il vero potere in Italia. Quelli, per essere chiari, che vollero Renzi e spinsero per il golpe bianco contro Conte. Cose già viste e che si rivedranno. Attuando l’eterno gattopardismo, diventato patrimonio nazionale. Cambiare tutto per non cambiare nulla. Ha garantito Draghi, ha garantito Meloni, non garantisce a pieno la Schlein, non garantisce per niente Conte.
E allora ci risiamo: spunta dal cilindro Salis. Il nuovo Renzi. Mentre Conte è oggetto di campagne di comunicazione che definire d’odio è un eufemismo. Salis è il nuovo Renzi, né più né meno. È la continuazione, anzi il tentativo di perpetuazione di un progetto, cominciato 30 anni fa, che ha impoverito il Paese, ma ha soddisfatto la bulimica fame di risorse degli squali che comandano veramente tutto.
Per questo i sostenitori della centralità della dignità della persona e del progresso, non possono prescindere da Giuseppe Conte. Mentre possono tranquillamente prescindere dai cosiddetti riformisti senza riforme, destra infiltrata e corresponsabili del disastro. La Salis avrà tempo per dimostrare che chi ha pensato male, come me, ha sbagliato. Abbiamo già dato.
Chissà se Meloni se lo sarà chiesto. In caso contrario glielo domandiamo noi: ne è valsa davvero la pena svenarsi per Trump?

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Chissà se Giorgia Meloni se n’è pentita. Chissà se si è chiesta, “ma chi me l’ha fatto fare?”. Anche se in Parlamento, ieri l’altro, ha rivendicato autonomia (“Agli alleati diciamo quando non siamo d’accordo”), essersi legata mani e piedi a Donald Trump, nel solco di un’internazionale sovranista che va da Washington a Budapest (leggi Viktor Orbán) passando per Roma fino a Tel Aviv, dritto verso l’estrema destra di Benjamin Netanyahu non ha portato bene alla premier che sognava di fare da ponte tra gli Usa e l’Europa, in forza di un rapporto privilegiato con Tycoon.
Un legame ideologico che, invece, si è rivelato disastroso. E non solo per il consenso granitico che fino alla débâcle del referendum costituzionale sulla riforma Nordio sembrava inscalfibile. Perché quello che considerava un punto di forza si è rivelato un fardello. Non solo per la crescente difficoltà di giustificare al proprio elettorato le relazioni pericolose con un personaggio – al quale Meloni auspicava un giorno di poter consegnare il Nobel per la pace – che se ne va in giro per il mondo a scatenare guerre dagli effetti dirompenti per la nostra economia. Ma anche, e soprattutto, per aver ereditato, proprio grazie a Trump, un ultimo anno di legislatura, quello che porterà l’Italia alle prossime politiche, che si preannuncia già come un vero e proprio calvario.
Il conflitto in Iran, aperto dagli Usa al guinzaglio di Israele, ha di fatto ipotecato la politica economica del governo. Costretto a spendere già circa un miliardo – e il conto potrebbe salire se il conflitto non si chiuderà in tempi rapidi – per il taglio delle accise a fronte dell’impennata dei prezzi dei carburanti. Senza contare il signorsì pronunciato da Meloni dinanzi all’ordine impartito dal presidente Usa di portare al 5% del Pil la spesa militare in ambito Nato. Risultato: il piatto piange e gli spazi di manovra per misure elettorali in vista delle Politiche sono sempre più stretti (leggi articolo a pagina 9). Chissà se Meloni se lo sarà chiesto. In caso contrario glielo domandiamo noi: ne è valsa davvero la pena svenarsi per Trump?
Il presidente in vista dei colloqui in Pakistan evoca una furiosa ripresa delle ostilità in caso di mancato accordo. Teheran risponde che non si siederà al tavolo se non cessano i raid israeliani sul Libano. L’Europa alza la voce. Sánchez: «Non permetteremo che Beirut diventi un’altra Gaza»

(LUCIA MALATESTA – editorialedomani.it) – Se è vero quello che ha scritto Donald Trump su Truth, oggi avverrà «il più potente reset del mondo». E accadrà in Pakistan, dove è arrivato il suo vice per discutere delle prospettive di un cessate il fuoco e della pace con la delegazione iraniana – già arrivata due giorni fa a Islamabad. «Attendiamo con interesse i negoziati. Penso che saranno positivi. Vedremo, ovviamente».
Vance rivendica idee chiare prima dell’avvio dei colloqui – perché «linee guida piuttosto chiare» gliele ha date il presidente Trump prima di partire – ma prima di salire a bordo dell’aereo che lo avrebbe condotto in Medio Oriente, ieri, il numero due della Casa Bianca – da sempre contrario a interventi oltre confine e invio di truppe in terra straniera – ha avvertito Teheran lanciando un monito: bisogna non «prendere in giro» Washington, «se vogliono giocare, sappiano che noi non ci staremo».

Se è un gioco, di certo somiglia sempre più a una battaglia navale, perché in serbo c’è altro fuoco per l’Iran: il tycoon ha avvertito che se i colloqui pakistani dovessero fallire, la risposta sarà immediata e letale: i suoi vascelli sono carichi di armi. «Stiamo riorganizzando le nostre forze. Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai prodotte», ha detto al New York Post, aggiungendo: «Se non raggiungeremo un accordo, le useremo, e le useremo in modo molto efficace». Ma tra le mani, secondo il presidente, gli sciiti non hanno più “alcuna carta da giocare». Insomma, non si placano le ennesime minacce: «Se sono ancora vivi, è solo per negoziare».
A guidare la squadra di Teheran sarà il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento, Mohammad-Bagher Ghalibaf. È stata la guida suprema Mojtaba Khamenei a volere alla testa della squadra sciita Ghalibaf che ha chiosato che però i negoziati non inizieranno nemmeno senza il «rilascio dei beni iraniani bloccati» e un cessate il fuoco in Libano: «Due delle misure concordate tra le parti non sono ancora state attuate», ma un piano in dieci punti è stato concordato come base per far procedere i colloqui.
«Abbiamo sempre accolto con favore la diplomazia, ma non i colloqui basati su false informazioni volte all’inganno»: con questa fermezza si è espresso ieri il viceministro degli Esteri Majdi Takht Ravanchi.
Il primo incontro tra israeliani e libanesi si terrà martedì al Dipartimento di Stato americano. Le crepe diplomatiche sono sempre più evidenti, sempre più tensioni emergono in superficie, mentre il Libano si conferma snodo cruciale su più tavoli, anche distanti tra loro, per la tenuta della stabilità regionale: tese, secondo la ricostruzione della Cnn, sono state anche le tre telefonate intercorse tra Trump e Netanyahu prima che Israele rendesse noto che sarebbero cominciati i negoziati con Beirut per il cessate il fuoco. Bibi, intenzionato a tenere separati il dossier libanese e quello iraniano, alla fine si è dovuto piegare e cedere alla pressione dell’alleato: il tycoon ha imposto l’immediata apertura dei colloqui diretti con Beirut – subito – oppure, in alternativa, un ordine di tregua per mettere fine agli attacchi contro Hezbollah sarebbe partito direttamente dalla Casa Bianca. A gravare sull’intero quadro, le ultime offensive di Tel Aviv che sotto le macerie hanno lasciato 303 vittime.

Mentre procedono quelli di Islamabad, sono dunque proprio i negoziati per il paese dei Cedri ad essere a rischio: che non ci saranno se non avverrà un cessate il fuoco, lo riferisce anche Beirut; in Europa ribadisce il messaggio il premier britannico Starmer (gli attacchi «devono cessare») e l’omologo spagnolo Sánchez: «Non possiamo permettere una nuova Gaza in Libano». L’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, che ha applaudito lo sforzo negoziale tra le controparti, rende noto che l’Ue «contribuirà a tutti gli sforzi diplomatici in questo ambito, tenendo conto dell’intera gamma dei propri interessi e delle proprie preoccupazioni, in coordinamento con i partner».

Ringrazia soprattutto il Pakistan e i partner regionali per la mediazione che garantirà la libertà di navigazione «nonché il passaggio libero e sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, in conformità al diritto internazionale». Anche lei ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità in Libano, «che stanno causando un pesante tributo alla popolazione civile»: la fine del fuoco è strategica per ottenere «una pace duratura in tutto il Medio Oriente». Per garantire equilibrio ovunque, nel mondo, «utile a entrambe le sponde» invece è «essenziale» la Nato, ha detto ieri Mattarella.
Con Trump – che già si lamenta del «pessimo lavoro» di Teheran nella gestione dello Stretto di Hormuz, dove è transitata una sola petroliera – ha parlato al telefono con Keir Starmer e ha litigato il segretario della Nato Mark Rutte: il primo ha dichiarato di aver discusso di «opzioni militari» e di star organizzando una coalizione di diversi paesi per consentire la navigazione nello Stretto; il secondo, dicono indiscrezioni del giornale Politico, a porte chiuse, ha subito l’ira e frustrazione del presidente americano perché gli Alleati non hanno fornito le basi per gli attacchi contro l’Iran.
Il destino di Giorgia Meloni è appeso a 678 milioni di euro, tre decimali di PIL. Quelli che le servono per uscire dalla procedura d’infrazione e avere i soldi per rilanciare l’azione del suo governo. Se non li trova, sarà una lenta agonia fino al voto.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Le parole più importanti ieri al Parlamento non le ha dette Giorgia Meloni, ma il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti. Ha detto che la crisi energetica rallenterà le stime di crescita. Ha detto che anche per questo motivo il deficit rispetto al PIL è pari al 3,07%. E che per arrivare al fatidico 3,04% che consentirebbe all’Italia di rientrare dalla procedura d’infrazione, mancano 678 milioni di euro.
Ha detto anche, Giorgetti, che “crede nei miracoli”, bontà sua, e che il governo ha circa un mese per venire a capo del problema. Dovesse farcela, potremmo aumentare il budget sulla difesa fino al 3% del PIL come abbiamo promesso a Donald Trump, senza gravare sui bilanci pubblici – e quindi senza fare nuovo debito a tassi italiani, o senza alzare le tasse, o senza tagliare la spesa sociale – grazie al piano di riarmo europeo.
Non dovessimo farcela, invece, quel poco di soldi che abbiamo da spendere, se ne andrebbe in buona parte in armamenti, anziché in scuola, sanità, pensioni, crescita, nell’ordine che volete voi.
C’è poco da fare i romantici, e molto da fare i contabili: il destino della legislatura passa da qui, da quanto saranno bravi i ragionieri del ministero dell’economia e delle finanze, o da quanto saranno zelanti e indipendenti dalle pressioni politiche gli statistici dell’Istat. Se ci sono i soldi, Giorgia Meloni potrà provare a invertire la rotta decadente della sua parabola di governo. Altrimenti, sarà solo una lenta agonia fino al voto.
Lei stessa ne è consapevole del resto, visto che ieri a Camera e Senato ha rivendicato molto l’azione del governo finora, e ha detto molto poco sul futuro. Perché sa benissimo che per parlare di futuro servono soldi che, per ora, non ha.
A dire il vero, l’unico momento di verità in ore di chiacchiere è stato quando ha detto che se la crisi dovesse perdurare e peggiorare, l’Unione Europea dovrebbe derogare dal Patto di Stabilità, consentendo ai governi del continente – cioè, a lei – di spendere quel che vogliono, senza alcun vincolo. Cosa che potrebbe succedere, paradossalmente, solo se saltassero le trattative tra Usa e Iran, tra un paio di settimane. Solo se, cioè, la crisi globale diventasse talmente grave da far saltare tutto.
Di fatto, il destino di Giorgia Meloni e del suo governo è nelle mani di ragionieri italiani e negoziatori pakistani, e di quel che combineranno nelle prossime due settimane. Non esattamente il finale che avrebbe sognato, Giorgia Meloni. Ma forse, dopo aver buttato miliardi in progetti senza senso come i centri per migranti in Albania, è il finale che si merita.

(Stefano Rossi) – E niente!
E’ bastata una foto su Dagospia con la sindaca Salis che si sfila le scarpe e si scatena il putiferio.
Non i feticisti dei piedi. Ma i feticisti dei luoghi comuni.
C’è chi è andato a vedere la marca delle scarpe che risultano molto costose, quindi, piovono le solite critiche.
I lavoratori mangiano pane e cicoria e lei con le scarpe costosissime.
Questa visione vetusta e ottusa di voler vedere i “communisti” pure dove non esistono, ammesso che se ne trovi uno in tutto il Pd, resta da capire.
Per molti, uno del centro sinistra, che magari non ha mai votato Pci, e non è mai stato simpatizzante della sinistra intesa come erede del comunismo, deve andare in giro con le pezze di dietro, mangiare alla Caritas, dormire sopra il cartone all’angolo di una strada.
Anche io pensavo che i fascisti, se ne trovasse uno vero a destra tra i tanti maramaldi, fossero quelli interessati all’ordine e sicurezza.
A vedere come viene gestito l’ordine pubblico nelle strade c’è da pensare più all’anarchia che ad un governo di destra.
Mussolini li avrebbe mandati a casa a calci nel didietro.
È questione di prospettiva.
E di ignoranza.
Difatti, leggendo l’ultimo decreto in-sicurezza, i maramaldi di destra, ritengono più pericoloso un coltellino di 5 cm., a serramanico, che un coltello da 20 cm., con lama fissa.
La lama è fissa ma chi ha scritto quel decreto è un fesso che si lamenta delle scarpe di una sindaca.
Lo scandalo, semmai, sono le cene al ristorante di un prestanome di mafiosi.
Sono le elucubrazioni di un Lollobrigida, sono le dichiarazioni dadaiste di un Nordio, sono i capodanno con sparatoria e dichiarazioni da minorenne minorato per scaricare la colpa sui presenti innocenti.
Sono la firma al patto di stabilità e, ora, ne chiedono la sospensione.
Però, se la prendono con le scarpe della Salis.

(dagospia.com) – Per capire la ritrosia di Elly Schlein alle primarie del campo largo non serve indagare troppo.
La ragione per cui la segretaria multigender del PD osteggia la consultazione per scegliere il candidato premier della coalizione di centrosinistra è semplice e limpida: sa che perderebbe.
A certificarlo una volta in più è l’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli. Alla domanda “Chi voterebbe ad eventuali primarie del campo largo?”, il 55% degli intervistati ha risposto: “Giuseppe Conte”. Solo il 37% sceglierebbe Elly. A trainare Peppiniello appulo sarebbero i voti degli elettori M5s (all’85% schierati con la pochette dal volto umano), ma anche una discreta quota di storici votanti Pd (il 36%). Solo il 56% dei militanti dem vede con favore la Schlein.
A sorpresa, al terzo posto c’è Ernesto Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, che riscuoterebbe l’8% dei consensi.
A colpire, oltre al gradimento del mondo “progressista” verso Conte (uno che da premier nel governo gialloverde firmava i decreti sicurezza con Salvini) è anche il dato sulla fiducia: Ernesto Ruffini, che non gode di una popolarità paragonabile a Schlein o Conte, e a dispetto del suo vecchio ruolo da “esattore” delle tasse, incassa infatti un 24% di “molto o abbastanza”, come risposta alla domanda “Quanto ha fiducia in lui”. Elly Schlein, che imperversa in tv e sui giornali, si ferma poco sopra, al 26 (e Conte al 32).
Ruffini ottiene un dato quasi il doppio più alto tra gli elettori del centrodestra: il 25%ha fiducia in lui (con valori che oscillano dal 19% al 37% nelle diverse componenti) mentre i suoi due possibili “avversari” alle primarie si fermano al 13.
Ps. La contrarietà di AVS alle primarie è “effetto” dello scetticismo di Elly Schlein. Ieri, su “Repubblica”, Nicola Fratoianni tuonava: “Sono inutili.
A Conte dico: subito il programma”. Dopo anni passati ad accodarsi a Giuseppe Conte e alla sua svolta “gauche”, tra pacifismo, occhieggiamenti a Putin e bandiere della Palestina sventolate in piazza, il politico pugliese con la Tesla e il suo compare Angelo Bonelli sarebbero tornati a orbitare più intorno al Nazareno…
Possibile mantenere in onda una trasmissione che da anni fa ascolti non trascendenti, ma che è diventata un esempio smaccato di parzialità in Rai?

(Domenico Valter Rizzo – ilfattoquotidiano.it) – Bruno Vespa perde le staffe e aggredisce verbalmente un parlamentare del PD, ospite in studio a Porta a Porta, ovvero su una costosissima trasmissione di Rai Uno. Il conduttore, un esterno, tra i più pagati in assoluto dalla Rai, giovedì ha attaccato frontalmente Giuseppe Provenzano, “colpevole” di aver interloquito con il senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan. Una normale interlocuzione, come tante che vengono nei dibattiti televisivi. Roba di campo, si direbbe se si volesse usare un linguaggio mutuato dal calcio. Ed è lì che Vespa interviene, estraendo un virtuale cartellino giallo contro Provenzano, per difendere l’esponente di maggioranza.
Provenzano ribatte senza alzare i toni e Vespa lo provoca: “Vuol venire al posto mio?”. A provocazione risponde provocazione e Provenzano replica con una battuta ironica: “Forse lei dovrebbe sedersi da quella parte”, dice, ironizzando sull’arbitraggio diciamo di favore del conduttore. Ed è lì che Vespa perde le staffe e aggredisce il parlamentare, gli punta il dito verso il viso e gli urla di stare zitto. Una scena da osteria, più che da studio televisivo.
La vicenda è diventata virale. Non necessita dunque di ulteriori dettagli. Ma fa emergere in modo plateale un problema che la Rai non può più far finta di non vedere: il problema si chiama Bruno Vespa. La Rai, purtroppo non da adesso, strapaga un personaggio che a mio avviso cozza in ogni suo accento con la mission del Servizio pubblico: dal modo morboso di affrontare i casi di cronaca, all’intervista al figlio di Riina, supervisionata dal legale della famiglia, fino ai temi politici, rispetto ai quali la conduzione è smaccatamente piegata alla propaganda di una parte politica. Se questo accadesse a Mediaset o in un’altra rete privata, sarebbe una questione di malcostume giornalistico, un po’ come i titoli di Sallusti o di Belpietro o le smargiassate di Bocchino. Ma quando questo avviene sulla Rete ammiraglia della Rai il problema diventa politico.
Per quanto tempo ancora Vespa dovrà abusare della pazienza di cittadini che pagano il canone? E’ possibile mantenere in onda una trasmissione che da anni fa ascolti non trascendenti, ma che è diventata un esempio smaccato di parzialità sui canali del Servizio Pubblico. La cosa che lascia perplessi è che nessun governo sia mai riuscito a scalfire il potere che Bruno Vespa esercita in Rai. In tanti sono stati accompagnati alla porta o è stato fatto in modo che la imboccassero, da Michele Santoro, a Bianca Berlinguer, da Fabio Fazio a Lucia Annunziata. Ma Vespa resta lì. Potente e strapagato. Immobile come il monte Athos, inattaccabile (perché mai attaccato veramente) come la fortezza Bastiani.
La guerra all’Iran è solo l’ultimo tassello di un disegno globale. L’obiettivo è di espandersi dietro all’alibi della sicurezza: dal Sud del Libano alla Siria. Dopo l’occupazione di Gaza, c’è il massiccio esodo forzato dei palestinesi dalla Cisgiordania con i raid dei coloni spalleggiati dall’esercito. Così il premier Netanyahu dà corpo al sogno della destra messianica che lo tiene al potere

(Daniele Mastrogiacomo – lespresso.it) – La conoscevano tutti a Tel Aviv. Si chiamava la Casa Rossa. Era stata costruita agli inizi del secolo scorso dai primi nuclei di ebrei giunti soprattutto dal Centro e dall’Est Europa. La ostentavano con orgoglio: era frutto del loro estro artigiano, con quelle sfumature tendenti al rosa durante il tramonto che spiccavano sulla “città bianca”, come veniva ricordata da artisti e letterati la prima città del futuro Israele. Fino al 1947 ospitò il Consiglio dei lavoratori; quindi, divenne il quartiere generale dell’Haganà, la principale organizzazione armata sionista clandestina.
Oggi quella casa non esiste più. Al suo posto è stato costruito un parcheggio vicino all’hotel Sheraton. Ma il ricordo delle sue vecchie mura segnano un momento decisivo nella storia dello Stato ebraico. Come ricorda Ilan Pappé, noto docente, storico e scrittore ebreo nel suo fortunato libro “La pulizia etnica della Palestina” (Fazi editore) «il 10 marzo del 1948 un gruppo di undici uomini, dirigenti sionisti veterani insieme a giovani ufficiali militari ebrei, diedero il tocco finale al piano di pulizia etnica della Palestina». In quella stessa data sarà poi messo a punto il progetto, nome in codice Piano D. (dalet, in ebraico), più volte aggiornato nel corso degli anni e tuttora valido. È il programma che guida l’azione politica e militare per la realizzazione del Grande Israele: un’espressione che ha assunto nel tempo diversi significati e che viene spesso utilizzata in chiave “irredentista” per riferirsi ai confini storici rivendicati, o quantomeno auspicati, nella Terra Promessa.
Ogni comportamento dello Stato di Israele, anche il più difficile da comprendere, segue la stessa logica degli ultimi 100 anni. La mappa del Grande Israele, la Eretz Yisrael Haslemah, letteralmente “tutta la terra di Israele” si basa su concetto biblico legato alla promessa fatta da Dio a Abramo e descritto nella Genesi. Sostiene che il territorio destinato al popolo ebraico si estende dall’Egitto al fiume Eufrate. Cioè, dall’antica terra egiziana fino al fiume Eufrate, quindi parte della Mesopotamia. Non è un concetto astratto: oggi è la bussola del governo di Benjamin Netanyahu che su questa missione divina basa la sua azione politica sorretto da una maggioranza messianica di estrema destra.
Dal 7 ottobre 2023, il giorno del massacro nei kibbutz del Sud di Israele da parte dei miliziani di Hamas e della Jihad islamica, il progetto è stato riesumato e rilanciato. Distruggere Gaza non era solo una reazione a una strage cruenta e inaspettata. È stata l’occasione per chiudere un conflitto sotterraneo e asimmetrico che dura da oltre 70 anni, scandito da assalti, distruzioni, attentati. Il mondo è rimasto attonito davanti alla demolizione sistematica della Striscia, letteralmente rasa al suolo e tuttora ridotta a un enorme massa di detriti dove è impossibile vivere.
Lo stesso sta accadendo con il Sud del Libano. Poche settimane fa il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che l’Idf, l’esercito dello Stato ebraico, manterrà il controllo del territorio a sud del fiume Litani, distante dal confine una ventina di chilometri, per motivi di sicurezza. I soldati entrati nel Paese dei cedri non si sono limitati a colpire e distruggere le postazioni da dove Hezbollah lancia la sua selva di missili nel Nord di Israele. Hanno fatto saltare in aria case e fattorie, hanno distrutto i ponti che sorgono sul corso d’acqua e garantivano il passaggio tra le regioni centrali e quelle meridionali. Hanno colpito i punti di osservazione dell’Unifil, la missione Onu in Libano, uccidendo 3 caschi blu. Il governo di Netanyahu ha ordinato a oltre 600 mila abitanti di quelle zone di evacuare e ha ricordato loro che probabilmente non potranno più fare ritorno alle loro abitazioni. Il timore di Beirut è che si tratti di un’operazione più vasta come è avvenuto nel 1978, con l’occupazione del Libano durata 20 anni, e ancora nel 2006 quando Tshahal si spinse molto all’interno del Paese. «L’attuale campagna in Libano deve concludersi con un cambiamento radicale», aveva dichiarato alcuni giorni fa Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano che fa parte dell’ala radicale della destra messianica. «Il Litani deve diventare il nostro nuovo confine con lo Stato libanese».
Il diritto alla difesa di Israele non è messo in discussione. Ma questo non può giustificare azioni che il mondo intero condanna e guarda con sconcerto. Quello che appare sempre più evidente è la doppia narrazione che viene fatta su questa immane tragedia. Negare la Nabka, la “catastrofe” che colpì 250 mila palestinesi nel 1948 costretti a lasciare le proprie terre, significa accettare l’idea che quel popolo non esisteva, che la Palestina era abitata da “arabi” e che non c’era stata alcuna cacciata ma un esodo “volontario”. Il silenzio che avvolge le azioni criminali dei coloni in Cisgiordania, protetti dai soldati, è la versione moderna di quell’esodo che ancora oggi affligge milioni di doppi profughi costretti ancora una volta a lasciare le proprie case, gli affetti, i ricordi. Anche in questo caso l’obiettivo è identico. Estendere il territorio alla Giudea e Samaria per inglobare la parte mancante promessa da Dio. Se si considera anche l’altra porzione di terra erosa alla Siria dietro le alture del Golan tutto lascia intuire che il Piano Dalet ha quasi raggiunto il suo Zenit. La guerra contro l’Iran ha un obiettivo diverso: allontanare lo spettro di una minaccia nucleare. L’ha voluta Benjamin Netanyahu. Senza più gli ayatollah, può realizzare il Grande Israele. A Donald Trump, trascinato in un pantano dal quale non sa più come uscire, lascia il bottino energetico dell’isola di Khārg.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Prima è stata la volta del gas, con gli Stati Uniti che hanno approfittato della guerra in Ucraina per sostituire la Russia nelle forniture europee; poi è arrivato il turno del petrolio. Da quando l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, a seguito dell’aggressione subita da Washington e Tel Aviv, e il commercio energetico mondiale è finito in crisi, ne hanno giovato ancora una volta i produttori americani. Ad aprile, stando ai dati della società Kpler, gli Stati Uniti stanno esportando una quantità record di petrolio, pari a 5 milioni di barili al giorno, circa il 30% in più rispetto ai 3,9 milioni di marzo. Corrono anche i profitti, visto l’aumento del prezzo del greggio sui mercati internazionali.
Aveva usato pochi giri di parole il presidente USA Donald Trump quando si era detto interessato a conquistare il petrolio iraniano. Del fallimento di quest’opzione, con il regime di Teheran che ha serrato i ranghi e tenuto testa all’aggressione, possono consolarsi le multinazionali statunitensi. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dei pasdaran, è stato infatti messo in crisi l’intero commercio energetico. Il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle: si è passati dai 60 dollari a barile di febbraio agli oltre 110 dollari toccati a inizio aprile. A rimetterci sono stati innanzitutto i Paesi del Golfo, che oltre a subire le ritorsioni iraniane hanno anche perso lo sbocco sui mercati internazionali. L’effetto valanga si è abbattuto presto sui partner europei ed asiatici, che si sono dovuti rivolgere ad altri fornitori, a prezzi maggiorati. Ecco che entrano in gioco i produttori statunitensi. Secondo la società di dati Kpler, le multinazionali americane starebbero esportando circa 5 milioni di barili di petrolio al giorno, con delle stime in crescita per il mese di maggio.
Calcoli e scenari futuri dipenderanno molto dall’esito dei colloqui previsti nelle prossime ore tra Washington e Teheran. Nel frattempo, l’aumento degli incassi per le multinazionali potrebbe trasformarsi in un enorme boomerang per i cittadini statunitensi, anche loro alle prese con il caro carburante. Le aziende stanno infatti vendendo al miglior acquirente, trascurando il mercato interno. Per questo motivo è atteso un intervento dell’amministrazione Trump che, forte delle recenti concessioni ottenute in Venezuela, potrebbe “spingere” le multinazionali a rivedere in parte i propri piani.
Al momento risultano 68 petroliere dirette verso gli Stati Uniti per caricare il greggio e trasportarlo in giro per il mondo. Nelle ultime settimane i Paesi asiatici hanno raddoppiato la domanda di petrolio statunitense, mentre in Europa è cresciuta del 27%. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, i Paesi europei hanno intrapreso una progressiva sostituzione del gas russo con quello statunitense, più costoso e complesso da lavorare: gli oleodotti hanno ceduto il passo alle navi rigassificatrici, come quella installata a Piombino tra le proteste dei cittadini per l’impatto ambientale e i rischi sanitari. In quattro anni il gas naturale liquefatto (GNL) statunitense è passato dal rappresentare il 5% delle importazioni nel 2021 al 27% odierno, mentre il gas naturale russo è sceso dal 50% al 12% del totale delle importazioni. La dipendenza energetica ha legato ancor di più l’Europa a Washington, in una relazione destinata — anche alla luce dei recenti sviluppi petroliferi — a essere sempre più a senso unico.

(Dott. Paolo Caruso) – Il parlamento italiano è sempre più diviso. La Meloni non si arrende e con l’ arroganza che la contraddistingue espone non la sua azione di governo ma le solite accuse contro i partiti di opposizione e in particolare contro l’ Uomo più rappresentativo, il pentastellato Conte. Il “No” del referendum non la deprime, anzi la “riaccende” (sic!) per andare avanti. Non si schioda. Ha promesso del resto cinque anni di regno, e ad un anno dalla consultazione elettorale da quel trono non intende schiodarsi. L’opposizione dai banchi parlamentari ha fatto sentire tutto il suo disappunto. Delle qualità millantate dalla premier circa il suo governo, in Parlamento è emersa tutt’altra lettura. “In quattro anni con una maggioranza bulgara, e sempre prona ai suoi decreti, avrebbe avuto tutto il tempo e il modo per fare riforme così da cambiare in meglio il Paese”. Era la critica delle opposizioni, che speravano in una maggiore ammissione di colpe della Meloni. Figurarsi! Per lei tutto è andato bene. “Sta pagando il caffè che altri prima di lei avevano bevuto senza pagare”. Ha dichiarato che gli Italiani stanno meglio, come nel Paese di Bengodi, in quanto a lavoro e potere d’acquisto. Non sarebbe difficile sentirla, basterebbe chiedere a qualunque massaia che fa la spesa o automobilista alla pompa di gasolio. Tutta colpa delle guerre. Una in Europa, e le altre in Medio oriente. Del resto per Lei è sempre colpa di altri. Il suo “amico” Trump disprezza l’Europa cialtrona e la stessa NATO, latitante quando la voleva a Hormuz in questa follia bellica. Ora più che mai intende liquidarla. D’altronde suoi alleati ormai sono Putin e Netanyahu. Ci si chiede peraltro cosa sia andato a fare Vance, il vice di Trump, in Ungheria. La risposta è semplice: campagna elettorale per Orban. Una sua eventuale vittoria sarà gradita ai due grandi amici Trump e Putin che per altri cinque anni avranno un “cavallo di Troia”, pronto a succhiare fondi dall’Europa e a renderla sempre più disgregata. È al dichiarato Sovranismo, cui la nostra ineffabile Meloni strizza il suo ceruleo occhio. Come fidarsi? Improperi a catinelle dal Tycoon da fare demoralizzare fino alla disistima gli Europei. La Groenlandia non l’abbiamo data a Trump pacificamente, e quindi tutto il suo livore contro la NATO. Ursula von Der Leyen se ci sei batti un colpo. Meglio fare il leone un giorno, che il coniglio tutto l’anno. Sii più intraprendente, contro gli antieuropeisti, che a Strasburgo, remano contro perché privi di vocazione Europeista. Spetta a te mostrare i pugni e sbatterli fuori se non ci stanno. Hanno ammutinato il Bounty, e l’Europa è “nave senza Nocchiero in gran tempesta”, e ognuno ne approfitta. Avete provveduto a qualche antidoto alla ingerenza di Trump e Putin alle prossime elezioni in Ungheria, perché il popolo possa scegliere democraticamente quindi liberamente da che parte stare. Una curetta dimagrante dei Paesi che formano l’ Unione europea andrebbe a favore della autenticità e quindi della credibilità. Se ci siete, non mettete solo regole impopolari che “tornano gli animi” dalla adesione, dando pretesto agli antieuropeisti come Orban, Fico, Vannacci, Salvini… di disgregare una istituzione che ci potrebbe rendere grandi nel Mondo.
Fondata nel 2013 dal consulente finanziario Mike Sabel e dall’avvocato Robert Pender, la compagnia ha donato un milione di dollari all’insediamento del tycoon. La guerra in Iran ha messo le ali alle azioni del gruppo, cresciute di quasi il 50 per cento. E uno studio parla di «gestione opaca degli obblighi contrattuali»

(Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Meno gasdotti, più Gnl. È stata questa la strategia energetica principale adottata dall’Italia, così come da buona parte dei paesi dell’Unione europea, dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022: diminuire la dipendenza dai tubi russi e affidarsi alle consegne via nave di gas estratto in altre nazioni, Stati Uniti in testa. Sembrava una scelta saggia, perché il Gnl dà la possibilità di cambiare più facilmente fornitore diversificando così i rischi. Il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20 per cento del gnl commerciato nel mondo, ha reso però evidente i limiti di questa scelta. È in questa cornice geopolitica che sono cresciute a ritmi da record alcune aziende attive nel mercato del Gnl. Come Venture Global, società americana diventata un partner energetico importante dell’Italia, cui l’associazione ReCommon ha appena dedicato uno studio.

Il punto di svolta nel rapporto tra l’Italia e Venture Global è datato luglio del 2025, quando la società americana ha firmato un contratto ventennale con Eni, controllata dal governo, per la fornitura di 2 milioni di tonnellate all’anno di gnl. Venture Global è stata fondata nel 2013 dal consulente finanziario Mike Sabel e dall’avvocato Robert Pender. Due uomini senza esperienza significativa nel settore dell’energia, che in poco più di un decennio hanno portato la società a diventare uno dei principali esportatori di gas liquefatto degli Stati Uniti. ,
Merito degli impianti Calcasieu Pass Lng e Plaquemines Lng, entrambi costruiti in Louisiana, affacciati sul Golfo del Messico ed entrati in funzione rispettivamente nel 2022 e nel 2024, cioè dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina e la conseguente decisione dell’Ue di sostituire il gas di Mosca con quello statunitense.
Proprio i legami politici dei due fondatori rappresentano per ReCommon uno degli aspetti più controversi del successo di Venture Global. La società, si legge nello studio, «è spesso annoverata tra le compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati. Non a caso, è stata tra i principali sostenitori dell’insediamento di Trump, con una donazione di 1 milione di dollari, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal».
La generosità mostrata nei confronti del presidente statunitense avrebbe portato vantaggi concreti a Venture Global e ai suoi fondatori. ReCommon ricorda un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, secondo cui Sabel e Pender «avrebbero acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del Gnl».
Venture Global si è quotata a Wall Street nel gennaio 2025, stesso mese dell’insediamento di Trump, e inizialmente gli investitori non l’hanno premiata. Nel corso del primo anno in Borsa il titolo ha perso infatti fino al 70 per cento del valore rispetto ai massimi raggiunti dopo la quotazione. Motivo: una serie di richieste di risarcimento danni avanzate da diversi clienti e in buona parte ancora da risolvere, tanto che nel terzo trimestre dell’anno scorso la società dichiarava un valore complessivo delle richieste compreso tra 4,8 e 5,5 miliardi di dollari. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran ha però fatto scordare i rischi legati ai procedimenti legali e messo le ali titolo: dal 28 febbraio scorso a oggi il valore delle azioni di Venture Global a Wall Street è infatti cresciuto di quasi il 50 per cento.
Nel suo studio ReCommon dà conto anche delle conseguenze socio-ambientali legate all’attività di Venture Global sulle coste della Louisiana, sede dei due impianti di liquefazione attivi e di un terzo (Calcasieu Pass 2 Lng) in rampa di lancio. Essendosi recati personalmente nella zona, gli attivisti dell’associazione italiana sono riusciti a documentare alcuni impatti dell’attività del fornitore di Eni. In particolare hanno raccontato che un incidente, avvenuto nell’agosto scorso all’interno del canale di accesso al terminal Calcasieu Pass Lng, «ha contaminato pesci, ostriche e gamberi su un’ampia area, colpendo le comunità che vivono di pesca e acquacoltura», dice Daniela Finamore.

Nelle sue conclusioni l’associazione richiama alla responsabilità le aziende italiane coinvolte negli affari con Venture Global. «Eni – continua Finamore – si è legata per vent’anni a una società al centro di contenziosi miliardari e con una gestione opaca dei propri obblighi contrattuali: quali rischi legali e reputazionali ha valutato prima di firmare? Intesa Sanpaolo finanzia questi terminal: ha condotto una due diligence adeguata su un partner così controverso e sugli impatti dei propri finanziamenti? E Snam, che gestisce l’infrastruttura di ricezione di questo gas in Italia, non può considerarsi estranea alla catena di responsabilità. Chiediamo a questi soggetti di rispondere pubblicamente: chi si prende la responsabilità?»
Il “New York Times” scoperchia la solitudine di Trump nelle riunioni con i suoi “signorsì”. Così si è andati incontroal disastro di Hormuz, così adesso la cosiddetta “tregua” fallirà

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Con una serie di articoli sul New York Times, ripresi da tutti i media del mondo, Jonathan Swan e Maggie Haberman hanno raccontato (o ricostruito) la successione del processo decisionale che ha portato il Presidente Trump ad unirsi ad Israele nella guerra contro l’Iran. Con toni garbati, come si conviene a chi vuole continuare a scrivere di Casa Bianca, i due hanno imbastito una storia molto verosimile anche se non completamente vera e comunque accettabile sia dal Presidente sia dai suoi detrattori: caratteristiche che ne fanno un ottimo pretesto per ricavarci un libro di successo. E infatti è in uscita. La tesi è che Trump non è un pazzo scatenato, un demente in preda a convulsioni e compulsioni criminali, ma un grande uomo lasciato solo al comando. Un uomo in cui i sottoposti confidano perché si affidano alla sua intelligenza e capacità, seguendo la Grande Retorica che vuole il Comandante sempre solo specialmente quando deve decidere della vita e della morte dei suoi uomini. Dei suoi, non degli altri. «Tutti si sono rimessi all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi incalcolabili e, in qualche modo, uscirne vincitore. Nessuno avrebbe osato ostacolarlo in quel momento».
[…]
In una serie di riunioni sulla situazione in Medio Oriente, dopo aver scomodato tre gruppi portaerei e spostato decine di migliaia di uomini dalle loro basi nel mondo e dalle Guardie nazionali in patria, occorreva valutare la raccomandazione di Netanyahu volato appositamente a Washington: “guerra e subito”. L’amico e alleato Bibi, sostenuto dal Mossad e dai comandanti israeliani che in videoconferenza avevano garantito una vittoria facile e decisiva. Trump avrebbe voluto continuare i negoziati, ma il genero Kushner non era d’accordo e si sa anche lui “tiene famiglia”. Gli israeliani erano stati chiari: si doveva e poteva decapitare l’Iran, attivare una rivolta popolare e una invasione curda – già pronte – e cambiare il regime teocratico con uno laico e fantoccio. Era una passeggiata, quattro missili e via. E soprattutto non c’era bisogno di nessun altro: Nazioni Unite, Alleati, Russi, Cinesi e non parliamo degli Europei o della Nato ormai zerbini consumati, tutti affan**. […]
Trump era affascinato, anche se tenuto saldamente per le palle da Netanyahu: finalmente avrebbe fatto qualcosa di concreto, si sarebbe meritato il Nobel per la Guerra che avrebbe istituito e la presidenza a vita del Board of War, già costituito sotto falso nome. La valutazione dell’Intelligence statunitense era scettica: gli israeliani erano in grado di decapitare la dirigenza politica, ma il resto era irrealistico. Lo stesso direttore della Cia Ratcliff definì il cambio di regime proposto da Netanyahu “ridicolo”, Rubio da buon diplomatico lo bollò come una “cazzata” (Bull shit, immagino), e il Capo degli Stati Maggiori congiunti Dan Caine decisamente critico: “Sono i soliti israeliani, promettono più di quanto possano mantenere e i loro piani fanno acqua. Sanno che senza di noi non riescono a fare nulla e ci mettono sotto pressione”. (In sostanza “ci stanno prendendo per il c*** e trascinando in una trappola mortale”). Il generale accennò al depauperamento dell’arsenale militare, al blocco di Hormuz e altre frattaglie, ma non si oppose. Non era il solo. Rubio, nonostante la lucida e forbita analisi delle proposte israeliane, non se la sentì di prendere una posizione chiara: probabilmente si era messo “nelle scarpe del Presidente” (metaforiche oltre che letterali). Il vice Vance era contrario e indicò tutti i difetti dell’operazione: il caos regionale, la perdita delle alleanze arabe, la reazione militare iraniana, la perdita di tutte le scorte strategiche di materiali, il blocco di Hormuz, le conseguenze sull’economia interna e sull’elettorato Maga, ma alla fine disse: “secondo me è una pessima idea ma se vuoi farlo ti sosterrò.” Poteva sembrare una comoda posizione da fedele subordinato, ma essendo il vice presidente degli Stati Uniti e conoscendo il 25° Emendamento poteva anche essere la disponibilità ad assumersi le sue responsabilità: in caso di impeachment del Presidente a causa della guerra, della crisi economica e del caso Epstein o di qualsiasi altro motivo, lui sarebbe stato il successore legale per almeno un anno con la quasi certezza di vincere le elezioni successive proprio grazie a quella “pessima idea”, come già accaduto negli Usa.
[…]
Nelle ultime riunioni, di fronte ad un presidente meditabondo, non furono più sentiti il segretario al Tesoro, quello all’Energia e la direttrice della National intelligence. Tutta gente che non capiva niente della materia in discussione che ovviamente non comportava né informazioni accurate, né previsioni sulle criticità finanziarie e energetiche. Trump era rimasto solo come aveva voluto rimanere. Lasciando parlare i suoi collaboratori aveva affinato la percezione di chi lo avrebbe potuto ostacolare o contrariare ma soprattutto più parlavano e più tendevano ad assecondarlo. Alla fine è rimasto con sé stesso, circondato da altri se stessi, felice e soddisfatto di una decisione che aveva già preso tanto tempo prima con lo stesso Netanyahu grazie alla comune ossessione per l’Iran, mania di grandezza e istinti.
La ricostruzione di Swan e Haberman non è soltanto il ritratto di un presidente che agisce d’istinto badando ai propri interessi personali e alle sue pulsioni, anche se spacciate per intuizioni geniali e coraggiose, è il ritratto di famiglia di un gruppo di potere incapace di discernere tra interesse personale del presidente e quelli dell’intera nazione. Una incapacità ancora più grave proprio perché consapevole della realtà, dei limiti e dei rischi.
Se il “quadretto” di come è iniziata la guerra è avvilente, quello che riguarda la tregua e la quasi certa prosecuzione della guerra diventa catastrofico. La tregua, ormai qualsiasi tregua, è una specie di “oppio dei popoli”: bisogna crederci per sperare, con il risultato che si muore di più e peggio d’illusione, delusione e disperazione. Gli Stati Uniti non stanno trattando niente con nessuno, stanno traccheggiando per riprendere fiato e spostare armi e uomini da un teatro operativo all’altro. Sanno già di non avere i mezzi per sostenere un altro teatro di operazioni ovunque nel mondo. E la guerra in Ucraina non è finita, il Medio Oriente è in fiamme, l’Artico, il Pacifico e il Sud America sono ad alto rischio e gli stretti di Hormuz, Suez, Malacca, Taiwan, Panama e le altre strettoie naturali e artificiali sono tutte presidiate da forze americane con sempre minore autonomia logistica e quindi strategica. Le basi dovevano essere gli avamposti della proiezione di potenza e sono diventate le retrovie incapaci di sostenerla. Dovevano essere le leve per l’asservimento e sono diventate gli ostaggi sia del nemico sia degli alleati. Ogni forza spostata, ogni sistema venduto lascia un vuoto pericoloso e finisce nel buco nero dei consumi di guerra senza fini e senza fine.
[…]
La tregua è una farsa a conclusione di una tragedia. Dovrebbe dar tempo per aprire un negoziato, ma non si comincia un negoziato con la dichiarazione che la parte opposta è andata a baciare i piedi a Trump invocando la tregua. Ciò che si vuole è l’umiliazione senza aver conseguito la vittoria. L’umiliazione anche solo a colpi di messaggini è già un attacco alle fondamenta di una civiltà. Una tregua che non tratti l’avversario con la dignità che meritano i Popoli e li consideri soltanto carne da macello è già una minaccia alla loro civiltà e cultura. Anche questa idea dell’estinzione della civiltà altrui per mezzo della eliminazione di massa delle persone che la rappresentano è incompatibile con l’iniziativa di tregua oltre ad essere inconcepibile per un uomo o un popolo civile. Ed è difficile che sia un’idea degli americani. Non che non siano capaci di efferatezze. Ai popoli e capi di Stato considerati nemici o soltanto concorrenti sono riservati insulti, discriminazioni, sanzioni, torture, rapimenti ed esecuzioni sommarie con la stessa facilità con la quale sono baciati mani, piedi e c*** alle peggiori fecce dell’umanità. È normale e Israele con Netanyahu ed i suoi ministri usano lo stesso linguaggio e gli stessi criteri nei confronti di tutti quei popoli che gli stanno attorno o su qualcosa: Palestinesi, Libanesi, Iraniani, ecc. Tymoshenko, Poroshenko, Zelensky e i burocrati europei lo usano contro i russi, i nazisti contro gli ebrei, i giapponesi contro i cinesi.
Tuttavia, nel caso iraniano è stato evocato l’annichilimento nucleare e la minaccia più concreta di questo tipo può venire soltanto da una potenza minore che fruisca dell’ombrello strategico di una maggiore che impedisca la ritorsione. In questa situazione si trova soltanto Israele che ha ordigni nucleari, capacità e volontà d’impiegarli ed è coperta dalla capacità strategica globale degli Usa. Di fatto, una tregua che non comprenda Israele e ciò che sta facendo in Libano e altrove non è tregua: è mano libera e sostegno concreto al massacro che l’Iran non vuole o può accettare. Israele punta su questo per costringere gli americani a non concedere nulla e continuare la guerra. E anche se gli Usa uscissero formalmente dal conflitto, Israele pretenderebbe armi, soldi, intelligence e logistica per proseguirlo. Israele sa che Trump e tutta la sua corte non possono negare questo contributo. E Trump sa perché. Anche l’Europa è sotto ricatto e attribuire la crisi globale all’Iran è falso ma più semplice che attribuirla agli Usa. Israele sa che la strigliata di Trump al segretario generale della Nato Mark Rutte porterà all’intervento europeo nel conflitto. In un modo qualsiasi, ma comunque ipocrita. Rutte ha dovuto subire l’umiliazione di andare a giustificarsi per non aver appoggiato l’aggressione all’Iran. Una umiliazione che dovrà girare a tutti quei paesi membri che lo hanno incaricato di farlo, in ginocchio. Umiliazione che tuttavia lui e gli altri meritano per non aver detto apertamente a Trump che proprio l’aggressione Usa ha tolto alla Nato ogni motivazione giuridica e sostanziale per una risposta collettiva.
[…] Rutte avrà implorato Trump di non lasciare la Nato ben sapendo che l’uscita degli Usa dalla cosiddetta alleanza (che tale non è) è il bluff che proprio lui e altri vassalli non vogliono scoprire. Gli Usa rimarranno nella Nato non per dare sicurezza ma per riscuotere ciò che dicono di aver dato all’Europa dal 1945 in poi. Dovremo pagare in soldoni, sacrifici, recessione e dignità per un debito che non abbiamo mai contratto. La guerra in Europa ha salvato gli Stati Uniti dalla recessione, la divisione dell’Europa ha fatto di essa il campo di battaglia fra i blocchi, la valvola di scarico di tutte le tensioni e il potenziale cimitero di guerra più vasto e affollato della storia. Nessun seguace di Trump ha mai tenuto il conto di quanto l’Europa in silenzio ha dato agli Usa in tutto il secolo scorso. Di quanto l’Europa ha contribuito alla sicurezza e alla ricchezza degli Stati Uniti, in silenzio. Nessun seguace di Netanyahu sa quanto è costato e costa all’Europa il sostegno o soltanto il silenzio sui crimini del suo governo. E nessun europeo è consapevole di quanto tali silenzi siano umilianti.

(estr. di Selvaggia Lucarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Tutti a preoccuparsi dello Stretto di Hormuz, di quel trascurabile braccio di mare tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman in cui le petroliere col greggio a bordo sono paralizzate da 40 giorni dalla tensione geopolitica dopo l’attacco american-israeliano all’Iran.
Tutti ridicolmente in apprensione, come se i problemi in mare fossero solo quelli.[…]
Poi, per fortuna, dopo settimane di vacue discussioni su questo inutile collo di bottiglia marittimo, il giornalismo d’assalto ha finalmente spostato l’attenzione su un altro pezzo di mare strategico, nonché sulle vere vittime della situazione: i surfisti israeliani.
[…]
L’agenzia Ansa e quasi tutte le testate nazionali hanno rilanciato le commoventi interviste ai surfisti di Tel Aviv, con testimonianze drammatiche su come sia diventato stressante surfare sulle onde, col fastidio dell’orologio munito di allarme-bomba che può suonare proprio mentre si sta per cavalcare l’onda perfetta. “Fare surf in tempo di guerra non è come farlo in tempi normali, sei sempre in allerta ma il surf lo abbiamo nel sangue!”, “È la nostra terapia!”, dicono i poveri surfisti intervistati, freschi di abbronzatura e con la tavola sotto braccio. Una terribile agonia.
Ed è giusto che il giornalismo tenti di farci empatizzare con i surfisti israeliani all’indomani della carneficina di Beirut, con oltre 200 persone uccise a seguito dei raid israeliani. Lì, purtroppo, che stessero surfando o cenando a casa, i libanesi non possedevano gli orologi anti-bombe. Al massimo, da quelle parti, suonano i cerca-persone e di solito non è un preavviso: si salta direttamente in aria. Sono le delicate accortezze dell’intelligence israeliana che evita il fastidio di dover correre fuori da casa o dall’acqua e mettersi al riparo, magari con la muta bagnata, col rischio di prendersi pure un raffreddore.
[…]Va ancora meglio ai gazawi, che in mare non possono neppure entrare per nuotare, navigare e pescare, così da evitare il famoso “effetto Marò”. Poi dicono che gli israeliani non proteggono i civili. Anzi, ci pensano così tanto che fanno fuori pure quelli che potrebbero radicalizzare i surfisti e spingerli a cavalcare le onde nonostante il divieto, per cui un anno fa, nel dubbio, l’Idf ha ammazzato Ahmed Abu Hassira, uno dei primi palestinesi a introdurre il surf a Gaza. Non stava surfando, ma non si sa mai.
Una guerra sbagliata nel posto sbagliato che certifica il tramonto dell’egemonia occidentale e spalanca la via al primato sino‑asiatico

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Lo Stretto di Hormuz è diventato, suo malgrado, il punto di pressione più prezioso e conteso del pianeta: il pomo della discordia tra attori che da qualche settimana proiettano strategie divergenti, ciascuno deciso a piegarlo ai propri interessi, dopo che per tempo immemore era stato di nessuno e di tutti. E così, per volontà di un mero incaponimento criminale ad opera di Trump e Netanyahu, questa crisi si è trasformata nella vicenda geopolitica più mal gestita degli ultimi decenni. Una vera catastrofe che non fa che accelerare un passaggio di consegne già largamente annunciato nella guardia del mondo.
Senza ipocrisie e ambiguità, questa guerra è stata un grande buco nell’acqua. Gli obiettivi sono cambiati così spesso da rendere difficile anche solo tracciarli. Prima il regime change, poi lo smantellamento del programma nucleare, poi la sollevazione popolare, infine la decapitazione della leadership. Nessuno raggiunto nei termini sperati. Il regime iraniano, che avrebbe dovuto sgretolarsi – non certo per via diplomatica, metodo sconosciuto a Trump, ma sotto il peso di minacce sempre più iperboliche – si è dimostrato invece più tenace di quanto la Casa Bianca e Tel Aviv avessero calcolato, o volessero ammettere.
La morte di Khamenei e il ferimento del figlio Mojtaba, che avrebbero dovuto aprire una frattura insanabile al vertice, hanno invece accelerato una transizione già in corso: da regime teocratico-militare a regime militare puro, con la componente religiosa ridotta a legittimazione formale. Le strutture operative iraniane – addestrate da decenni a funzionare per cellule separate, impermeabili l’una all’altra – hanno retto l’onda d’urto dei bombardamenti israelo-americani. Vero, la capacità militare è stata intaccata. Ma quella non era mai stata un obiettivo sufficiente da solo: il regime sa come rifornirsi, e Russia e Cina hanno ribadito – seppure fra i denti – il loro sostegno subito dopo la nomina del nuovo leader.
No, l’Iran non è isolato. È più integrato di prima nello scacchiere eurasiatico. Per strada, la situazione è più complessa di quanto si voglia ammettere. La rivolta di massa evocata da Trump non c’è stata. Una popolazione disarmata, non organizzata, aveva risposto – timidamente, all’inizio dei bombardamenti, il 28 febbraio – per poi ritirarsi fino a scomparire di fronte a uno dei regimi più repressivi al mondo, che non ha lesinato esecuzioni marziali per reprimere ogni forma di protesta.
Sul fronte interno americano invece il quadro si è drammaticamente offuscato. Trump aveva promesso di chiudere la partita in pochi giorni, poi poche settimane, e fra un proclama e una minaccia all’altra, si è arrivati alle trattative – e questo dice tutto – proprio nel giorno dello shock, dopo che aveva dichiarato di voler “cancellare dalla terra la civiltà iraniana”.
Parossismo ed escalation verbale di inarrivabile violenza. Una posizione così massimalista da non ammettere altra via d’uscita se non la trattativa stessa.
Ed è infatti la realtà ad aver prevalso, non la saggezza – questa sconosciuta alla Casa Bianca – ma i morsi sulla carne viva della gente: il prezzo della benzina alle stelle, sopra i quattro dollari al gallone per la prima volta dal 2022; il consenso in caduta verticale sotto il 35% nelle ultime rilevazioni YouGov/Economist; Fox News che registra il 59% di disapprovazione, il massimo dei due mandati; e sullo sfondo lo spettro delle elezioni di midterm, ormai proiettate dai sondaggi come una catastrofe annunciata per i repubblicani.
In queste settimane, ci siamo chiesti un po’ tutti se Trump questa guerra l’abbia scelta o subita. Se sia stato trascinato da Netanyahu – con la logica di chi aveva bisogno di un’operazione militare spettacolare per sopravvivere politicamente – e si sia ritrovato in una campagna senza exit strategy, con obiettivi che cambiano e con un regime che anziché crollare si è irrigidito in una forma più pura e più aggressiva di prima.
Domanda mal riposta. Nel senso che il problema non è solo la guerra in sé. È ormai la schizofrenia del presidente degli Stati Uniti. Le dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore che gettano ombre pesanti sulla sanità mentale dell’uomo più potente della terra. I social sono ormai pieni di reazioni di sgomento, che hanno provocato la reazione persino dei suoi: l’ex seguace repubblicana Marjorie Taylor Greene ha addirittura evocato il 25° emendamento – quello che riguarda la rimozione del presidente in caso di incapacità a svolgere le sue funzioni. Tucker Carlson – potente commentatore politico, ex MAGA fuoriuscito dall’inizio di questa guerra – ha definito la Casa Bianca “vili ad ogni livello.” Con il tycoon che non ha più la certezza di poter controllare nemmeno la maggioranza dei suoi né alla Camera né al Senato.
Nessuno insomma si fida di lui, e questo “nessuno” include i suoi alleati più stretti. Lo temono, che è diverso. Ma il timore non costruisce coalizioni, nel crea consenso: lo paralizza. E intanto le macerie si accumulano – nel rapporto con il Canada, con il Messico, con l’Europa intera, trattata come un’appendice della NATO da riformare o scartare a seconda dell’umore del giorno. Per non parlare dei danni in Sudamerica con il Venezuela e le continue minacce nei confronti di Cuba. Il tutto mentre Mosca, fa buon viso sotto mentite spoglie, felice di assistere in diretta al disfacimento del suo storico nemico di sempre; e mentre da Pechino un gelido silenzio accompagna ogni movimento scomposto di Washington.
L’Europa, in questo disastro mondiale, lo abbiamo sottolineato in tutti i modi, non riesce invece a toccare palla. Per quanto non è solo una questione di capacità militare o di unità politica, che pure mancano. È che l’Europa non ha una strategia per questo nuovo mondo, forse solo una nostalgia di quello precedente. E magari aspetta di rientrare in gioco per un episodio casuale – come quella squadra che attende un rimpallo favorevole, un rigore a favore, una svista dell’arbitro, senza essere capace di costruire un’azione propria di alcuna consistenza. Ma stare in difesa cioè ad aspettare che qualcosa succeda, buttando la palla in tribuna ad ogni pericolo avversario, senza avere nessuna leva per controllare un evento, non è mai stata una buona strategia. Dovrebbero averlo ormai capito nelle cancellerie europee oltre che dalle parti di Bruxelles.
E in tutto questo bailamme ecco spuntare il Pakistan. Nessuno – davvero nessuno – avrebbe scommesso una lira, anche solo un anno fa, che Islamabad sarebbe diventata il baricentro di una delle trattative più complicate degli ultimi decenni. È stato il primo ministro Shehbaz Sharif a mediare il cessate il fuoco di due settimane annunciato il 7 aprile, invitando le delegazioni americana e iraniana a Islamabad per l’apertura dei negoziati il 10 aprile. Il Pakistan – duecentoventi milioni di abitanti, instabilità strutturale, rapporti consolidati sia con Teheran che con Pechino – è diventato dunque l’unico interlocutore credibile tra le parti. È un segnale che vale più di qualsiasi analisi: il centro del mondo si è spostato. Non verso Oriente in senso vago e poetico – ma in senso letterale, fisico.
Il Settecento è stato francese. L’Ottocento britannico. Il Novecento americano. Il Duemila si sta rivelando, con una velocità che fa girare la testa, sino-asiatico. E questa transizione non è solo economica o militare: è politica, istituzionale e magari arriverà anche la parte culturale. Riguarda chi decide le regole, chi controlla le narrazioni, chi definisce cosa è legittimo e cosa non lo è. L’Occidente, qualsiasi cosa significhi ormai questa parola vuota, sembra stia affrontando qualcosa che assomiglia a un audit finale. Una verifica dei conti. Dei conti che già da tempo non tornano più.
Quello che si sta certificando, attorno allo stretto di Hormuz, è il tramonto di un’egemonia. Forse non ci sarà nessun crollo improvviso, quanto invece l’erosione progressiva di credibilità, di capacità e di proiezione. La democrazia liberale ha retto a molto, in passato: guerre mondiali, crisi incontrollabili, spaventose derive nazifasciste. Ma reggerà al terremoto Trump e alla sua politica predatoria, senza più diplomazia e senza una strategia ? Difficile dirlo, senza lasciarsi ammantare da un velo di pessimismo strisciante.
Una cosa sembra comunque segnata, qualsiasi cosa possa succedere da ora in poi. Lo stretto di Hormuz potrà riaprire o restare chiuso. Le trattative troveranno una forma oppure si sgretoleranno. La guerra finirà, come finiscono sempre le guerre: male, con un accordo che non soddisfa nessuno e con dei conti che ricadranno, come sempre, su chi non ha mai deciso niente.
Quel che è già finito, invece, è più difficile da accettare. Perché è più difficile da ricostruire. Si chiama fine dell’egemonia americana – e con essa, del primato occidentale sul mondo. Il che non significa che l’America scomparirà, né che scompariremo noi che – volenti o nolenti – le siamo a traino. Significa probabilmente che conteremo molto, molto meno. E non potremo fare finta che non sia successo.
Il vittimismo dell’underdog in un discorso che doveva essere una ripartenza, ma suona come una ritirata. È cominciata ieri la lunga campagna elettorale

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Giorgia Meloni sfodera il vittimismo dell’underdog in un discorso che doveva essere una ripartenza, ma suona come una ritirata. Le opposizioni la inchiodano alle sue contraddizioni, alla distanza tra Paese immaginario e Paese reale, intonando – forse per la prima volta – la stessa musica. Lei appare in cerca di idee nuove, senza trovarne nemmeno una. Sull’immigrazione, torna a parlare di blocco navale. Sull’economia, di sospensione del patto di stabilità europeo.

È cominciata ieri la lunga campagna elettorale che ci porterà alle prossime politiche. “Io non scappo”, “Il governo lavorerà fino all’ultimo giorno utile”, “Conosco il valore della responsabilità”, sono le frasi che Meloni ripete col tono del bambino che si rialza con le ginocchia sbucciate, ma giura: “Non mi sono fatto niente”, pur sapendo che continuare a correre sarà molto più duro. Si dipinge come colei che sta guidando contro la tempesta, lamenta il peggior periodo mai affrontato da un governo, dimentica il Covid, lo scoppio della guerra in Ucraina, i 200 miliardi di Pnrr che ha ricevuto in dote. Arriva ad accusare l’opposizione di non aiutarla abbastanza. “Confido in voi, colleghi senatori, perché alla Camera sono arrivati tanti insulti e poche proposte”, dice colei che ha cercato di imporre tre riforme costituzionali a maggioranza, fallendo. Che sulla riforma della Giustizia non ha concesso emendamenti neanche ai suoi. Che ha violato l’unico patto fin qui siglato, l’inserimento del consenso libero e attuale nella legge sullo stupro. Che sul salario minimo ha preso in giro l’opposizione, investito il Cnel, e poi deciso di non farne nulla. Che parla di inverno demografico, ma non vuole i congedi paritari.
Meloni è apparsa a corto di idee e di respiro. Negli scacchi, si direbbe un arrocco. Ha giocato in difesa, cercando di provocare le opposizioni su presunte colpe di un passato remoto e sostenendo di avere la stessa posizione che l’Italia ha sempre avuto tanto in Europa che con l’alleato americano. Rifiutandosi di fare passi avanti sulla condanna della guerra in Iran (resta a “non abbiamo condiviso né partecipato”) e rivendicando le proteste per gli spari sui nostri soldati in Libano, o per la mancata messa di Pasqua al Santo Sepolcro, come prove di autonomia dalla visione di Trump e Netanyahu. Dimentica di citare le vittime civili in Iran, Libano, a Gaza, in Cisgiordania. È come se gli anni passati nel palazzo le impedissero di vedere cosa per i cittadini italiani, suoi elettori compresi, appare intollerabile. Una guerra ingiustificata e illegale che straccia il diritto internazionale, come le ha ricordato Conte. Un Sud cui non si può parlare burocraticamente di Zona economica speciale, senza nemmeno saperne nominare le ferite: lo spopolamento, le frane, l’incuria. Un’economia che vede la produzione industriale al palo, l’inflazione in salita, il carrello della spesa per troppi irraggiungibile, le liste d’attesa infinite, come nella cartolina dal Paese reale che le invia, metaforicamente, Elly Schlein. Infine, la questione morale che la premier vuole estendere a tutti i partiti chiamando in causa la commissione Antimafia, auspicando generici anticorpi, senza aver spiegato nulla del suo ex sottosegretario alla Giustizia che si ritrovava in affari con la famiglia di un prestanome della mafia. Non scappo, ripete, ma elude. Non riconosce che la vicinanza a Orbán la pone lontano da chi difende la democrazia liberale, e che l’ideologia Maga di Trump è una minaccia, non una risorsa. Non è in grado di aprire una fase due, perché non sa cosa metterci dentro. Di qui in avanti, non resta che la propaganda.