Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La donna che non doveva chiedere mai chieda scusa


(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. Di fronte alla plateale umiliazione inferta da Donald Trump alla loro Giorgia Meloni, i patrioti che governano il Paese hanno calpestato anche l’unico articolo della Costituzione in cui forse si riconoscono (ovviamente fraintendendolo). Perché hanno fatto l’esatto contrario, usando prontamente la patria come scudo per proteggere Meloni: e proprio nel momento in cui è stato clamorosamente evidente che, lungi dal fare l’Italia grande di nuovo, Meloni ci ha trascinati in una condizione che oscilla tra l’irrilevante e il ridicolo.

[…] È stata la stessa presidente del Consiglio a dare il la, concludendo il suo patetico videomessaggio con maschie parole che ricalcano lo slogan ultrasessista di un noto dopobarba: “Io e l’Italia non imploriamo mai!”. “Io e l’Italia”: sullo stesso piano, da potenza a potenza, in un debordamento dell’ego che farebbe preoccupare se oggi non facesse soprattutto ridere. La cultura del capo, quel presidenzialismo cui Meloni aspirava attraverso il premierato e che ora spera di attuare facendosi eleggere al Quirinale nella prossima legislatura, prevede esattamente la torsione personalistica che abbiamo visto. Ma c’è presidente e presidente: e la differenza si vede in occasione delle sconfitte e delle crisi. La differenza tra chi si assume le proprie responsabilità, e chi si nasconde dietro i valori e gli interessi che avrebbe invece dovuto difendere. […]

Fino a qualche ora prima della grottesca telefonata di Trump all’Aria che tira (o tempora, o mores…), Meloni si è dichiarata amica del presidente americano, mettendola tutta sul personale: letteralmente sul carattere forte suo e dell’amico. Giorgia ha voluto ancora una volta volare vicinissima al sole tossico di Donald: ma quando si è bruciata le ali ed è precipitata, non ha avuto il coraggio di sfracellarsi da sola, ma con un accesso di vigliaccheria tipico della tradizione politica da cui proviene, ha voluto trascinare con sé anche l’Italia. Lo schema di Meloni è sempre questo: il successo è merito suo personale, del suo carattere; l’insuccesso riguarda tutto il Paese, anzi la Nazione: “Io e l’Italia non imploriamo mai!”. Si chiama privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite: e il copione stavolta prevede la patria come pungiball da offrire ai pugni del bullo che fino a ieri Meloni corteggiava, nella speranza di suscitare solidarietà nascondendosi dietro al tricolore violato.

[…] Le istituzioni e l’opposizione non dovrebbero solidarizzare con Meloni in nome della dignità nazionale: dovrebbero, al contrario, chiederle conto della clamorosa umiliazione della dignità nazionale. E il conto è lungo, e doloroso: non è stata l’Italia ad essere andata a Mar a Lago a reggere lo strascico a Trump volendo accreditarsi come la più fedele suddita europea, non è stata l’Italia a proporlo per il Nobel per la Pace, non è stata l’Italia a sposarne in toto l’ideologia razzista: è stata Giorgia Meloni, e per ragioni che non hanno a che fare con l’interesse nazionale, ma con l’interesse della sua fazione politica, e dell’internazionale nera della quale lei e Trump fanno parte. Non è stata l’Italia, ma la sua presidente del Consiglio ad aver detto (nel febbraio dell’anno scorso, alla convention della destra americana): “E so che con Donald Trump alla guida degli Stati Uniti, non vedremo mai più il disastro che abbiamo seminato in Afghanistan quattro anni fa. Quindi sicurezza dei confini, sicurezza energetica, sicurezza economica, sicurezza alimentare, difesa e sicurezza nazionale, per un semplice motivo. Se non sei sicuro non sei libero. E quando la libertà è a rischio, l’unica cosa che puoi fare è metterla nelle mani più sagge”. L’interesse dell’Italia non era lì: sarebbe stato investire sull’Europa e sul multilateralismo mediterraneo; resistere, come ha fatto la Spagna, ai diktat americani sul riarmo che minano quel che resta dello Stato e della pace sociali; non farsi complice del genocidio di Gaza; non permettere al ricercato Netanyahu di sorvolare impunemente il nostro Paese; non ringraziare servilmente Israele che torturava i manifestanti della prima Flotilla; non sbavare sulla soglia del mostruoso e fallimentare Board of Peace…

L’Italia è stata trascinata in direzione opposta a quella indicata dalla sua Costituzione, perché la sua presidente del Consiglio potesse accreditarsi personalmente alla corte di Trump: l’umiliazione del Paese non sta nel misero e ridicolo fallimento di questa strategia personale, ma nella deriva politica e morale che essa ha comportato. Uno slogan di Fratelli d’Italia chiede il voto con queste parole: “Forte, autorevole, rispettata: è l’Italia. Per chi vuole che resti così”. Se avesse un po’ di decenza, oggi Meloni dovrebbe fare solo una cosa: chiedere scusa all’Italia. Anzi, implorarla.


Meloni rimane isolata: adesso teme ritorsioni su dazi e spese militari


Premier. Preavvisata di notte, reagisce a muso duro con Tajani e Fazzolari. FdI: “Donald parla ai Maga”. Ordine di disertare la festa il 4 luglio

Meloni rimane isolata: adesso teme ritorsioni  su dazi e spese militari

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […]Giorgia Meloni viene avvertita nella notte, mentre al Palazzo Justus Lipsius di Bruxelles i leader europei si stanno scontrando sul prossimo mediatore tra Ucraina e Russia. Non si capacita, ma la telefonata tra Donald Trump e il corrispondente di La7 Daniele Compatangelo è registrata, anche se la Casa Bianca non vuole si diffondano comunicazioni del presidente coi giornalisti. Insomma, non è una boutade di una rete di opposizione – come per qualche ora prova a far credere qualche maggiorente meloniano – ma un attacco personale, una derisione.

[…] La premier pensa che sia un’accusa anche a tutto il Paese. Quindi bisogna reagire subito. Si consulta con lo staff, con il suo fedelissimo Giovanbattista Fazzolari. La risposta è molto dura: Meloni non solo nega totalmente di aver “implorato” Trump e di avergli “chiesto una foto”, ma gli rinfaccia di non fare la faccia dura con gli altri “nemici dell’Occidente”, intendendo Vladimir Putin pur senza citarlo. È un ribaltamento, nonostante Trump sia lo stesso da dieci anni.

Nell’entourage della premier non si spiegano l’attacco se non con motivi di politica interna americana: raccontano che il video del G7 di Evian in cui Meloni parla con Trump gesticolando in maniera perentoria e decisa sia girato molto nei gruppi social dei Repubblicani. Con un messaggio in bottiglia al presidente: comanda lei. Uno di questi è il gruppo “Republicans against Trump” ma anche diversi gruppi Maga. Da qui l’attacco diretto alla premier. C’è un altro video a cui però sembra riferirsi il presidente ed è quello sul divano dell’hotel Royal con Meloni che sorride e il presidente che sembra visibilmente irritato.

Di buon mattino, la risposta. Poi la telefonata con il ministro degli Esteri Antonio Tajani con cui decidono di annullare la visita istituzionale a Miami al Business Forum di lunedì. Non sarà richiamato l’ambasciatore, fanno sapere dalla Farnesina. Le telefonate di solidarietà sono tante: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ma anche i leader dei Paesi europei, da Pedro Sanchez con cui poco prima aveva litigato sui migranti al Consiglio Europeo al presidente francese Emmanuel Macron che vedrà in settimana prima al formato E5 a Berlino e poi ad Antibes.

[…]

Eppure, per quanto Meloni possa provare ad aggrapparsi ai leader europei, l’attacco di Trump la costringe a una nuova inversione a “U”. A cambiare di nuovo strategia rispetto al G7 e al Consiglio Europeo quando era arrivata provando a ricucire con Trump e a criticare i formati ristretti per la pace in Ucraina col coinvolgimento degli Usa. Difficile ora tornare a salire su quel treno.

E sarà proprio il vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio il primo appuntamento in cui Meloni e Trump si rivedranno. Il timore della presidente del Consiglio è quello che adesso si possano consumare ulteriori strappi. Ulteriori accuse e attacchi perché da Trump “ci si può aspettare di tutto”, sospira un ministro. Le minacce si sono già viste con altri leader europei: l’imposizione di nuovi dazi ma soprattutto una reazione dura alla decisione italiana di non aumentare le spese per la Difesa e di non aderire al meccanismo Purl. A Palazzo Chigi temono nuove ripercussioni e nuove ritorsioni. Anche la missione a Hormuz sembra subire una frenata in queste ore, per volontà dell’Iran.

Resta una conseguenza immediata: come prima reazione all’attacco di Trump dai vertici del governo sarebbe arrivato l’ordine di disertare l’annuale festa del 4 luglio all’ambasciata americana. Non solo la premier, ma anche i ministri quest’anno faranno a meno di hamburger a villa Taverna.


L’ultima su Vannacci


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Chi crede di capire tutto di politica si sta inventando l’equazione Vannacci- Grillo: Futuro Nazionale 2026 uguale 5Stelle 2009. Scemenza sesquipedale. Il M5S nasce né di destra né di sinistra, ma drenando voti dalla sinistra tradita dal Pd e in piccola parte dalla destra tradita da B., dopo che Grillo ha proposto il suo programma a Prodi e tentato di candidarsi alle primarie dem; Fn nasce di estrema […]


Un governo con Renzi, Avs e Cinquestelle avrebbe davvero una visione comune del Paese?


A questo punto la domanda diventa inevitabile: quando arriverà una legge di bilancio, chi vincerà? Il Renzi del Jobs Act o la sinistra del salario minimo?

Un governo con Renzi, Avs e Cinquestelle avrebbe davvero una visione comune del Paese?

(Andrea D’Ambra – ilfattoquotidiano.it) – Da qualche giorno, dopo la foto a pranzo tra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, si torna a parlare dell’idea di unire tutto ciò che sta a sinistra della destra. Ma c’è una domanda che andrebbe posta prima ancora di discutere di leadership e candidature: un governo che metta insieme Matteo Renzi, Avs e M5S avrebbe davvero una visione comune del Paese?

Perché la politica non è una fotografia elettorale. È decidere cosa fare quando arrivano i dossier veri: lavoro, pensioni, fisco, industria, difesa, privatizzazioni, Europa.

Prendiamo l’Europa. Il partito di Renzi siede in Renew Europe, la famiglia liberale e centrista europea. Renew sostiene una maggiore integrazione del mercato unico, politiche economiche liberali, competitività delle imprese e, negli ultimi anni, ha fatto della difesa europea e dell’aumento degli investimenti militari una delle sue priorità strategiche. Il gruppo chiede esplicitamente più spesa per la difesa, acquisti comuni e una vera Unione europea della difesa.

Dall’altra parte, il M5S nonché Avs siedono nel gruppo della The Left/GUE-NGL, la sinistra europea più radicale, che raccoglie forze ecosocialiste, socialiste e anticapitaliste e che nasce proprio in opposizione alle politiche considerate neoliberali dell’Unione.

Non si tratta di sfumature. Su temi come il lavoro, Avs e M5S parlano di salario minimo, rafforzamento dell’intervento pubblico, redistribuzione della ricchezza e critica alla deregolamentazione del mercato del lavoro. Renzi continua invece a rivendicare il Jobs Act e una visione che punta maggiormente sulla flessibilità, sugli incentivi alle imprese e sulla crescita trainata dagli investimenti privati.

Ancora più evidente è la distanza sulla difesa. Mentre Renew considera prioritario costruire una potenza militare europea più forte e aumentare le capacità difensive comuni, gran parte della sinistra italiana guarda con diffidenza all’aumento della spesa militare e preferisce destinare quelle risorse a welfare, sanità e transizione ecologica.

Lo stesso vale per il modello economico. Renew si definisce apertamente una forza liberale, centrista e pro-mercato. La famiglia politica di riferimento di Avs e del M5S in Europa nasce invece dalla critica al liberismo economico e alle politiche di austerità.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: quando arriverà una legge di bilancio, chi vincerà? Il Renzi del Jobs Act o la sinistra del salario minimo? Il Renzi della difesa europea o chi vuole ridurre le spese militari? Il Renzi delle liberalizzazioni o chi chiede più intervento pubblico?

Si può certamente costruire una coalizione per battere un avversario. Ma governare richiede una direzione comune. E quando le differenze riguardano proprio i pilastri dell’azione di governo, il rischio è che il primo grande provvedimento diventi anche il primo grande motivo di rottura.

Per questo il problema non è stabilire se Renzi, Avs e M5S possano stare nella stessa foto. Il problema è capire se possano stare dalla stessa parte quando sarà il momento di votare le decisioni che contano davvero.


Conte: “Da Trump parole inaccettabili. Ma se tu Meloni lo assecondi in tutto, è normale prendere schiaffi in faccia”


“Se Trump ti ignora e tu rappresenti l’Italia con dignità, non fai le faccette per attirare la sua attenzione”

(ilfattoquotidiano.it) – “Quelli di Trump su Giorgia Meloni sono giudizi inaccettabili. Dobbiamo essere tutti uniti nel respingere attacchi del genere da parte di qualsiasi leader di un altro paese. È tanto più inaccettabile se si tratta del nostro tradizionale alleato, e lo dico da cittadino, da politico e da ex presidente del Consiglio”. Collegato in diretta dalla Electrolux di Forlì, dove si trova oggi per portare solidarietà ai lavoratori dello stabilimento minacciati da un piano industriale che prevede oltre 1.700 esuberi, il presidente del M5s Giuseppe Conte interviene nella trasmissione Tagadà (La7), commentando le recenti dichiarazioni di Donald Trump su Giorgia Meloni.

Dopo l’attestato di solidarietà, il leader del M5s passa all’analisi più dura, rivolgendo un’accusa diretta alla premier: Meloni ha rincorso Trump assecondandolo su tutto, gli ha detto di essere disposta a indebitare il Paese per comprare armi americane e gas, ha definito i dazi un buon compromesso, lo ha proposto per il Nobel per la pace, ha giustificato l’attacco illegale al Venezuela come legittima difesa e, sul fronte iraniano, non ha attaccato ma nemmeno condiviso la linea. Lo stesso schema, prosegue Conte, si ripete con Netanyahulo ha coperto politicamente e militarmente nonostante le condanne internazionali, e il risultato è stato che Israele ha prelevato cittadini italiani della Flotilla in acque internazionali su navi con bandiera italiana, li ha deportati sul suo territorio e torturati senza nemmeno chiedere scusa.

Conte accusa Meloni di essersi messa dalla parte del mondo Maga invece di difendere l’interesse nazionale italiano, finendo per firmare impegni che poi non riesce a mantenere e subendo “schiaffi in faccia”. Richiama con forza la necessità di una difesa comune europea basata su razionalizzazione delle spese e economie di scala, e invita la premier a smettere di inseguire il presidente degli Usa: “Trump vuole andare per la tua parte e fare il bullo con noi? Noi non gli permettiamo di farlo, ma tu Meloni lo devi dire da subito, perché non è che puoi assecondarlo sempre. Ti fai fare le prefazioni dei libri tradotti in inglese, non tuteli l’interesse nazionale e oggi ti risvegli ed è un brusco risveglio“.

Sul comportamento tenuto al G7, Conte commenta le immagini in cui Meloni cerca l’attenzione di un Trump che si finge distante: “Se Donald Trump non ti vuole parlare, nel momento in cui rappresenti un paese con dignità, non cerchi di fare le faccette“.
Come esempio positivo cita il premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha contestato certi impegni senza firmarli, subendo un insulto ma difendendo a testa alta l’interesse della Spagna. E chiosa: “Sánchez si è preso un insulto da Trump, ma vivvaddio, ha difeso l’interesse nazionale, cioè l’interesse di famiglie e imprese spagnole. E lo ha fatto a testa alta: hombre verticale. Ce lo possiamo permettere anche noi o no?“.


Se Trump prende a sportellate Giorgia e la rende maschera di seconda fila


Il commento – Così crolla il sogno della premier come portavoce Ue del tycoon

Se Trump prende a sportellate Giorgia e la rende maschera di seconda fila

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Poteva accadere qualcosa di più micidiale, disastroso, irrimediabile che sentirsi dire dall’amico Donald J. Trump: “Mi ha implorato di fare una foto con lei. Mi ha fatto pena”? Giorgia Meloni non poteva immaginare sepoltura politica della sua amicizia, già parecchio travagliata, con il boss americano più disperante. Tra l’altro “io sono il boss” è stato il suo buon giorno all’arrivo alla riunione del G7 di Evian. E il boss, parlando appunto come un boss senza alcun freno stamane a La7, e senza alcun rispetto per il ruolo istituzionale che lui copre e per le responsabilità dei suoi interlocutori.

Offendere in questo modo la presidente del Consiglio italiana è non solo un grave atto di maleducazione ma una prova suppletiva, e quasi inascoltabile, di una condizione mentale che non trova misura e ordine nei suoi pensieri e, purtroppo, nelle sue azioni. Oggi Meloni porterà al tavolo del consiglio europeo la propria frustrazione, la mortificazione più incredibile che poteva capitarle e soprattutto il fallimento totale della propria primitiva idea di apparire la portavoce in Ue del tycoon americano.

La premier dovrà accettare questa prova di enorme contrazione dell’autostima e provvedere a ridurre la quota di orgoglio a cui notoriamente tiene parecchio. I danni collaterali di questo bombardamento trumpiano della piccola Italia (ieri Libero, con sentimento, titolava: “Trump-Meloni, è di nuovo amore”) produrrà nel centrodestra effetti al momento non quantificabili. Di certo oggi Meloni piange.

E chi ride a destra? Ma Roberto Vannaccielementare Watson.


Il crepuscolo della locomotiva d’Europa: come è collassata l’economia tedesca


(Michele Manfrin – lindipendente.online) – Per decenni, il “modello Germania” è stato descritto come l’architrave indiscutibile della stabilità europea. Una narrazione fondata sul surplus commerciale, sull’efficienza tecnologica della sua industria pesante e su una coesione sociale apparentemente inscalfibile, oltre che la possibilità non scritta di poter riscrivere, o al limite aggirare, i paletti normativi europei che si rivelavano in contrasto con il proprio sviluppo. Questa realtà non esiste più. I numeri testimoniano un declino apparentemente inarrestabile: da due anni il PIL tedesco è negativo, così come per la prima volta dalla riunificazione anche gli investimenti mostrano il segno meno, il numero di disoccupati ha toccato il record di 1,66 milioni e quella che una volta era nota come la “poderosa bilancia commerciale tedesca” (che rappresenta l’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni) è crollata di un drammatico 22,2%. Un risultato che, come vedremo, non è un incidente della storia, né il frutto di una fluttuazione ciclica del mercato. Ma il risultato di una serie di scelte rivelatesi completamente sbagliate.

Il bollettino della miseria: il collasso sociale interno

I dati macroeconomici e sociali emersi recentemente dipingono un quadro cupo, che le dichiarazioni rassicuranti della cancelleria non riescono più a dissimulare. Secondo i rapporti diffusi dalle principali reti delle associazioni caritative tedesche e rilanciati dalle testate giornalistiche, la povertà in Germania ha raggiunto i massimi storici dal 2020 a oggi. Oltre il 16% della popolazione tedesca vive attualmente al di sotto della soglia di povertà. Si parla di più di 14 milioni di cittadini che non riescono a coprire i costi della vita quotidiana, un dato spaventoso per il Paese che fino a pochi anni fa dettava le regole dell’economia continentale.

Le associazioni di categoria e le ONG assistenziali denunciano una vera e propria “situazione di crisi permanente”. La risposta delle istituzioni, tuttavia, non si orienta verso un ripensamento del welfare o verso investimenti pubblici redistributivi, bensì ricalca fedelmente la spietata dottrina neoliberista, dello Stato come azienda. Dunque, di fronte al calo delle entrate fiscali e all’esplosione dei costi energetici, il governo prospetta e implementa nuovi e drastici tagli allo stato sociale. Dalla sanità ai sussidi di disoccupazione, fino ai fondi per l’istruzione, lo Stato tedesco sta progressivamente ritirando la propria rete di protezione, scaricando l’intero peso del declino economico sui segmenti più vulnerabili della popolazione: pensionati, famiglie monogenitoriali, lavoratori precari e la calante classe operaia delle periferie industriali. Qualcosa che in Italia conosciamo molto bene ormai da qualche decennio. 

Il suicidio geoeconomico: sanzioni boomerang e desertificazione industriale

Per comprendere le radici di questa povertà di massa, è necessario analizzare il cortocircuito geoeconomico che la Germania si è autoinflitta. La prosperità industriale tedesca si è retta per quasi quarant’anni su un presupposto geopolitico fondamentale: l’accesso a energia a basso costo dall’Oriente, nello specifico il gas naturale russo, unito a una forte capacità di esportazione verso i mercati globali, inclusa la Cina. Recidendo unilateralmente e ideologicamente questo cordone ombelicale, sia versa Mosca che Pechino, Berlino ha firmato la propria condanna industriale.

L’adozione acritica dei pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa si è trasformata nel più clamoroso esempio di “sanzioni boomerang” della storia economica moderna. Il blocco del gas e il successivo, mai chiarito, attacco diretto al proprio Paese con il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, hanno privato il tessuto produttivo tedesco della sua materia prima vitale. Sostituire il gas russo con il costoso Gas Naturale Liquefatto (GNL) importato via nave dagli Stati Uniti o da intermediari terzi ha quadruplicato i costi energetici per le imprese.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una desertificazione industriale in piena regola. Settori storici come la chimica, la siderurgia e l’automobilismo, quest’ultimo un tempo orgoglio nazionale, si trovano in una crisi irreversibile, con storiche aziende che stanno fallendo o sono già fallite. Interi distretti manifatturieri si stanno spegnendo, spingendo migliaia di lavoratori altamente qualificati verso l’indigenza o verso il settore dei servizi a basso salario. Colossi dell’auto, come Wolkswagen, che non avevano mai chiuso uno stabilimento in patria, si vedono costretti ad annunciare piani di licenziamento di massa e delocalizzazioni selvagge verso mercati esteri più competitivi. Alcuni del settore automobilistico, optano per l’economia di guerra e implementano la produzione militare. Il tessuto produttivo tedesco è stato sacrificato per difendere un atlantismo dogmatico, anteponendo gli interessi strategici di Washington al benessere e alla sopravvivenza economica dei propri cittadini.

La perdita di credibilità internazionale e l’isolamento geopolitico

Questa totale subalternità strategica ha finito per produrre un declassamento anche sul piano della rilevanza geopolitica globale. La Germania ha perso la propria postura di mediatore credibile all’interno del continente e nello scacchiere internazionale. L’espressione più evidente di questo declino diplomatico è stata la perdita del seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un evento che certifica l’erosione della reputazione politica di Berlino agli occhi del Sud globale e delle potenze emergenti.

Nel tentativo di accreditarsi come il miglior esecutore delle direttive della NATO, la Germania ha finito per non rappresentare più un credibile interlocutore per una grossa fetta di mondo. Pesa in modo determinante l’enorme sforzo economico e militare profuso nel sostegno a oltranza all’Ucraina, così come l’allineamento incondizionato alle posizioni israeliane nel contesto mediorientale. Miliardi di euro sottratti al bilancio dello Stato tedesco, e quindi ai servizi pubblici e al contrasto alla povertà, sono stati dirottati nel finanziamento del conflitto nell’Europa dell’Est e nell’invio di forniture militari pesanti. Questa postura ultra-interventista ha alienato alla Germania la simpatia e la fiducia di gran parte della comunità internazionale, che oggi vede Berlino non più come una forza diplomatica orientata alla stabilità, ma come una pedina subalterna priva di una visione strategica autonoma.

La riconversione all’economia di guerra e l’ipocrisia delle élite

Mentre la povertà aumenta e le fabbriche civili chiudono, l’unico settore che sperimenta una crescita esponenziale in Germania è quello della difesa. In una torsione orwelliana della realtà, le stesse élite politiche ed economiche tedesche che fino a ieri deprecavano con indignazione morale la “conversione all’economia di guerra” della Russia, hanno avviato esattamente lo stesso processo all’interno dei propri confini.

Le grandi aziende tedesche di armamenti sono state le prime a fiutare il business della militarizzazione permanente e a intavolare strutturate joint venture con aziende ucraine, sia pubbliche che private, per la produzione e la manutenzione di veicoli corazzati e munizioni direttamente nei pressi del fronte. Poi hanno seguito altri Paesi. Ma il dato più allarmante riguarda la riconversione interna: persino le storiche aziende automobilistiche, strette nella morsa della crisi strutturale dell’elettrico e dei costi energetici, stanno convertendo intere linee produttive o stringendo accordi per la fornitura di componenti militari e veicoli da trasporto per la difesa. La produzione bellica è diventata, di fatto, l’ultimo ammortizzatore sociale rimasto a disposizione del capitalismo tedesco per frenare il crollo del PIL, trasformando la distruzione estera (che ha portato anche a quella interna) nell’ossigeno per l’economia interna. Una spirale che potrebbe avere conseguenze drammatiche qualora non fosse arrestata.

I fantasmi della storia: la potenza come surrogato della sicurezza

A coronamento di questa deriva strutturale, il governo tedesco ha annunciato e progressivamente implementato imponenti piani di ammodernamento e di espansione dell’esercito (Bundeswehr). Investimenti speciali da centinaia di miliardi di euro vengono stanziati per aumentare le capacità militari, reintrodurre surrettiziamente forme di coscrizione o servizio obbligatorio e incrementare la proiezione di forza della Germania.

Si tratta di un riflesso condizionato ben noto agli analisti della storia europea. Quando la sicurezza interna viene a mancare, sia essa reale o percepita, economica o sociale, e lo Stato non è più in grado di garantire il benessere e la stabilità della propria popolazione, la risposta delle classi dirigenti è quasi sempre la stessa: la ricerca della potenza, della forza. La militarizzazione della società e l’esaltazione della forza bellica diventano il surrogato tossico di una coesione sociale andata in frantumi, un mezzo per deviare il malcontento popolare verso un nemico esterno e per giustificare i sacrifici economici imposti alla cittadinanza.

La storia del continente europeo, e la traiettoria storica della Germania in particolare, mostrano chiaramente a quali catastrofi conduca questa specifica parabola. Il declino economico della Repubblica di Weimar e la successiva militarizzazione industriale restano un monito perenne che le attuali élite di Berlino sembrano aver rimosso. Cercare di compensare il fallimento attraverso l’espansione militare e l’allineamento ai tamburi di guerra globali non salverà la Germania dal suo declino, ma rischia di accelerare la destabilizzazione dell’intero continente.


Perché non è stato diffuso l’audio originale dell’intervista telefonica a Donald Trump? Ecco il motivo


A rispondere a tutti i dubbi ci ha pensato lo stesso autore dell’intervista, il corrispondente de La7 dalla Casa Bianca Daniele Compatangelo

Perché non è stato diffuso l’audio originale dell’intervista telefonica a Donald Trump? Ecco il motivo

(ilfattoquotidiano.it) – Le parole di Donald Trump contro Giorgia Meloni hanoo già prodotto un polverone di polemiche con tanto di replica irritata della stessa premier e le reazioni della politica italiana. Ma c’è qualcosa che in tanti hanno subito notato: l’intervista esclusiva trasmessa da L’Aria che Tira su La7 è stata pubblicata già tradotta e doppiata. In pratica la voce del presidente degli Stati Uniti non si sente mai.

Così c’è chi come il senatore della Claudio Borghi solleva dubbi sul contenuto delle dichiarazioni del tycoon: il leghista non accetta che “non hanno fatto sentire l’audio originale con esatte parole e tono”. “O prendiamo per buona la traduzione con doppiaggio e tono da monello delle medie che ci ha dato Parenzo?”, chiede su X Borghi sospettando che “la storia di ‘mi fa pena’ non esista“.

A rispondere a tutti i dubbi ci ha pensato lo stesso autore dell’intervista, il corrispondente de La7 dalla Casa Bianca Daniele Compatangelo: si tratta di precise direttive dello staff del presidente Usa, viene spiegato. Le chiamate, per questa ragione, non vengono diffuse con audio originale ma semplicemente trascritte.

Compatangelo racconta anche che l’intervista è stata realizzata “nella serata di ieri, intorno alle 19 ora di Washington”, notte fonda in Italia. Per quanto riguarda la frase più contestata (tenendo presente che il resto delle dichiarazioni non erano certo frasi carine nei confronti di Meloni) il giornalista aggiunge: “A conclusione, Trump ha usato il termine ‘I felt sorry for her‘, che può essere tradotto in diversi modi, come “mi ha fatto pena” oppure “ho avuto compassione“. Voi dovete capire anche che il presidente è una persona molto… insomma noi giornalisti abbiamo ormai imparato a conoscerlo”, ha sottolineato dopo avere spiegato che è stato proprio lo stesso Trump – dopo una domanda sulla guerra in Ucraina – a virare il discorso sulla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Mentre gli facevo le domande, ho avuto l’impressione dal tono che volesse comunque togliersi un sassolino dalla scarpa“, ha concluso il corrispondente.


Alla fine parlò anche Vannacci


(Adnkronos) – ”L’Italia non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio italiano e, con esso, sull’immagine della nostra Nazione”. E’ questa la replica del leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, dopo gli attacchi del presidente Usa, Donald Trump alla premier italiana Giorgia Meloni.

“Al di là del colore politico di chi guida il Paese, il Presidente del Consiglio rappresenta sempre l’Italia. E l’Italia non si umilia, non si svende, non supplica nessuno”, dice all’Adnkronos. Per il leader del partito di estrema destra “i rapporti internazionali si costruiscono con fermezza, rispetto reciproco e difesa degli interessi nazionali. E quando qualcuno prova a trasformare una ricostruzione, vera o presunta, in un attacco all’immagine dell’Italia, noi sappiamo da che parte stare: dalla parte della Patria”.

“Anche se le parole di cui parla il presidente Trump fossero state proferite -avverte- non è accettabile che una circostanza privata venga usata come clava politica contro la dignità delle istituzioni italiane. Da un punto di vista sostanziale, tuttavia, resta condivisibile l’analisi di fondo sul fallimento dell’Europa, che ha attuato politiche disastrose in campo energetico e nel contrasto dell’immigrazione clandestina”.

“Futuro Nazionale starà sempre dalla parte della Patria, della sua sovranità, del suo prestigio e del rispetto dovuto al popolo italiano. Non arretriamo di un millimetro: la Patria non si usa, non si svende, non si infanga. La Patria si onora, si serve, si difende”, è la sua conclusione.


Ma quali colpe stiamo pagando per meritare questo governo?


(Giancarlo Selmi) – “Mi ha implorato di fare una foto. Ho accettato perché mi ha fatto pena”. Non so perché, forse lo so perfettamente, ma vedendo le immagini dell’indecorosa e stretta marcatura e del penoso scodinzolamento della Meloni dietro Trump, ho avuto esattamente quella impressione. Chissà perché…

Mattarella le esprime solidarietà. Mi chiedo: perché? Solidarietà per cosa? Per l’esercizio di un evidente leccaculismo portato all’eccesso? Per la prostrazione assoluta dinanzi a un potente, di una signora che dà il meglio di sé nella veste di servitrice? Per la dimostrazione di amore nei confronti del ciuffo arancione e per la reazione di una quasi vittima di stalking? Darà solidarietà a chiunque verrà respinto dopo un assillante corteggiamento? Mattarella dovrebbe dare solidarietà all’Italia e agli italiani per la vergogna a cui sono stati costretti da quell’indecoroso atteggiamento della Premier, non per la risposta di Trump.

Una delle poche volte, forse l’unica, nella quale il tycoon dice la verità viene bastonato dall’intelligente Fazzolari. La verità viene chiamata “delirio”. Peccato che Fazzolari non lo abbia fatto con la stessa veemenza nelle occasioni in cui il ciuffo arancione ha detto cose ben più gravi. Peccato che lui e la sua capa abbiano giustificato e appoggiato bombardamenti illegali, sequestri di capi di stato stranieri, uccisioni di cittadini per strada.

Infine: ma quali colpe stiamo pagando per meritare questo governo?


Dall’oste populista il quinto quarto di una storia vista


Dirsi “feccia” è già un programma. La locanda è sempre la stessa. E malgrado tutto ha la fila alla porta

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – L’appetito non è in discussione. Con i tempi che corrono, oltretutto, la notiziabilità è concetto che ha dovuto ripensare il proprio menù. Chi osa, sparandola grossa, fatalmente, sfama e guadagna clic. Inevitabile che si traducano in titoli alla velocità della luce. Non ci vuol molto: basta mandare in corto i neuroni e il pranzo è servito. Chi è ai fornelli sa che può con poco. E il seguito innesca reazioni a catena, emulatori. La locanda “A brigante, brigante e mezzo” è sempre aperta. È così che Roberto Vannacci ha costruito l’onda di consenso che lo pone già fuori dalle alchimie dello sbarramento pensato per lui. E sembra dischiudergli orizzonti futuri.

Proprio in quel Parlamento che, al pari di quegli altri, con intenti di segno opposto, vorrebbe aprire «come una scatola di tonno». Se l’onda sarà orda, lo vedremo. Non è una novità, c’è sempre una quota di italiani inevitabilmente attratta da imbonitori. Non si sa quanto le previsioni corrispondano a percentuali autentiche. A fare la differenza non è tanto chi cambia voto, ma chi decide di tornare a scegliere. La caratteristica di questi patron di osterie alla buona è quella di acconciare un pasto con pochi ingredienti. E servire, intanto, se stessi. Il passato, come nostalgia dei tempi andati, è il principale. È quel sentimento di vaga rivalsa su un tempo che, guardando all’ombelico del proprio benessere o del proprio rancore, non si è disposti a dimenticare. Si combina bene, a dispetto del calendario stagionale, con il recente passato: critica feroce e asperrima ai predecessori, necessaria a dare struttura. La rivendicazione di autenticità, in epoca di contraffazioni, conferisce una certa sapidità. 

Così, in questo caso, si è più destra della destra, veritieri, genuini e ruspanti. Il linguaggio ne risente. Peggiora. Ma questo dà gusto. Dona un’impronta indelebile. Dirsi “feccia” è già programma. Eccita l’astio reducista di un’orgogliosa marginalità. Rivendica con fierezza che lì si cucina con gli scarti. Che si apparecchia il quinto quarto della storia. Che non è però l’anima nobile, perché popolare, della tradizione, ma proprio il rifiuto. Talmente marginale da risultare improponibile anche ai meno difficili. E dire che all’osteria populista non ci si è mai risparmiati. Ci è toccato sorbirci le terroniadi leghiste. Insulti, avanzi, turpiloqui in canottiera con un mix di erbette aromatiche al profumo di evasione. E che qualcuno rimpiange. Ora che il movimento, con gli spasmi al duodeno da ulcere incipienti, sembra incapace di rimettere mano all’offerta. E vivacchia raccattando al Sud i cascami di un consenso da ancien régime, depurato dal secessionismo doc. 

Ci si è poi contesi le posate al banco dei grillini della prima ora. Che elencavano i piatti a partire da quelli che non c’erano. Urlatori impareggiabili a rompere la placida quiete di un tête-à-tête. Decisamente meno a loro agio nella bolgia di una mensa. In cui gli strepitii degli affamati in sala sovrastavano quelli dei propinatori del no. Qui, adesso, con questa composita brigata che strizza entrambi gli occhi tanto a CasaPound quanto a parte di quegli orfani dell’inconcludenza dell’uno vale uno, siamo alla terza prova del cuoco. Molto peggio di prima. Ma la bettola del livore e del risentimento è sempre la stessa. Ha solo riverniciato le pareti, scelto tinte più fosche. E però ha di nuovo la fila alla porta.


Le donne, il vino e la Svizzera verde


Nonostante le sue contraddizioni, il paese elvetico resta la nemesi esatta dell’homo italicus del sud

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Trovo spiacevole quando – all’indomani di un viaggio all’estero – sento insorgere dentro di me quella necessità irrefrenabile di rimarcare a me stesso le differenze che si raccolgono implacabilmente nel confronto con l’Italia, con il sud del paese, con la mia Sicilia in modo specifico.

Ho parlato già diverse volte di questa frustrazione irriducibile, che si manifesta con tinte e colorazioni diverse: nel confronto con le strutture e con i ritmi di altri paesi ( leggi qui Lo strano caso del siciliano), e per ragioni più diciamo etico-comportamentali nel raffronto con i nostri connazionali all’estero, alle prese con regole e concetti spesso “incomprensibili” a casa nostra (leggi qui Antropologia della caciara aeroportuale). Avevo poi sottolineato come spesso il concetto di minus habens de’noantri corrispondesse a quello di estremo provincialismo – per non dire altro – spesso consapevole e senza alcuna determinazione di miglioramento. E infine, in uno degli articoli sulla piaga dell’eterna disoccupazione, era stato sviscerato un concetto fisso, non variabile, per intere generazioni di meridionali: La valigia sempre pronta.

Ma queste premesse non significano che il campionario dell’italica stirpe sia da ridurre a una catalogazione di maniera, o a una rappresentazione macchiettistica. Viaggiando per il mondo, il confronto è però sempre e costantemente davanti a noi – uno specchio rovesciato che mostra senza sconti come fuori dalla nostra pen-isola giri il mondo e come, purtroppo, il nostro sud sia ancora inevitabilmente fuori dal trend della modernità.

E non si fa tempo a inghiottire il boccone amaro che già è tempo di nuove comparazioni. La novità – spesso sotto forma di umiliazione – è sempre dietro l’angolo. Il confronto impietoso stavolta è con la Svizzera – paese che conosco bene, e non solo per esserci nato. I miei genitori ci hanno vissuto per quasi vent’anni, e i loro racconti dei miei primi anni di vita ne sono testimonianza, per quanto io non li ricordi: così piccolo, due anni e mezzo, quando decisero di rientrare alla madrepatria. Vabbè. Che poi, se uno non avesse avuto la fortuna che si ritrova – nel mio caso moglie, figli e una vita felice e piena di tante belle persone e valori – avrebbe potuto recriminare: mamma, papà, che diavolo vi è venuto in mente di tornare a casa base? lasciando quello che a molti occhi mediterranei è – senza paura di poter essere smentiti – un vero e proprio paradiso terrestre.

Il confronto corre dapprima ai dati sensibili – quelli dei luoghi comuni, che più delle volte raccontano l’ossatura di un paese: la Svizzera verde, i meravigliosi monti di Heidi – o quelli di Annette – le ricchissime città piene di negozi di Rolex e cioccolata, il Toblerone, le zucche vuote di Thun, le piste di sci di Saint-Moritz, il prestigioso World Economic Forum di Davos, la meraviglia dei treni che spaccano il minuto – qui ancora regge il mito, ormai decaduto in Germania – i caveau delle banche ricche, ricchissime, praticamente sfondate, piene zeppe di soldi svizzeri e internazionali, di lingotti d’oro, con mafia compresa. A proposito: chi non ricorda il magnifico Le conseguenze dell’amore con Toni Servillo? Anche quel racconto è indicatore di grande “affidabilità” e “discrezione” del sistema elvetico, se non altro.

Meravigliosi svizzeri, convinti isolazionisti, implacabili opportunisti – e spesso menefreghisti delle sorti altrui – che dall’inizio della Confederazione hanno sempre rifiutato di mescolarsi all’Europa in ogni suo momento: nella buona e nella cattiva sorte. Rimanendo lì al centro, nel cuore dell’Europa, a due passi da tutto, ma sempre fuori dal condividerne amori, passioni, odi e tradimenti. A torto o a ragione. Eccoli lì, i nostri invidiabili vicini di casa, con una sfilza di record da fare invidia anche ai più nordici fra gli scandinavi.

Arrivo a Zurigo in un giorno di canicola insolita per giugno, nel pieno dello spoglio di un referendum singolare, indetto dall’UDC – l’Unione democratica di centro – che aveva chiamato i cittadini alle urne per esprimersi su un quesito davvero peculiare: limitare la popolazione a un massimo di dieci milioni di persone, e non uno di più. “No a una Svizzera da 10 milioni!” lo slogan. Sì, esatto: la Svizzera ha indetto un referendum su questa roba qua. Anche qui – la patria del quieto vivere, con il tasso di criminalità più basso al mondo, col numero di internati nelle prigioni più contenuto – anche qui sono arrivati forti i venti di odio di questa destra estrema che altrove, in Germania, Italia, Francia e Inghilterra, sta cambiando i connotati alla vecchia Europa. Per non dire dei venti di trumpismo che imperversano da un anno a questa parte. Il no, per la cronaca, ha vinto con il 54,8% dei voti – lasciando libera circolazione in Svizzera, con le consuete restrizioni legate alle vigenti leggi sul permesso di soggiorno ma senza una quota massima di popolazione prestabilita.

Non è la prima volta che questo succede. Mi raccontano i miei che anche nella civilissima Svizzera degli anni Settanta esistevano già i primi movimenti di razzismo, con manifestazioni fuori dal seminato. Nel 1976 – quando avevo appena un anno, mentre i miei abitavano in una graziosa villetta nel pittoresco cantone di Solothurn – il paese elvetico fu attraversato da un violento dibattito pubblico che minacciava, anche in maniera subdola, non ancora la caccia allo straniero ma un velato sentimento di segregazione: colpevole, in un momento di crisi economica, di rubare il lavoro a chi svizzero era sul serio, almeno sulla carta. Di questo si parlava a quei tempi. Esattamente come predicano adesso le destre estreme di mezza Europa e di mezzo mondo. Una mezza rivolta, in particolare nei confronti dei cittadini di origine mediterranea, specie se provenienti dal sud – e a maggior ragione se refrattari a conformarsi a usi e costumi locali. Anche semplicemente ai decibel acustici che segnano così spesso il confine preciso tra l’italiano e il resto del mondo.

Corsi e ricorsi della storia. Cinquant’anni fa come ora, e forse peggio. Fu anche a causa di quei rigurgiti popolari che i miei genitori, sebbene ben inseriti nella società piccolo-borghese e impiegatizia elvetica, decisero di rientrare a casa base. Solo loro nel profondo del loro cuore sanno se, con il senno di poi, se ne siano mai pentiti. Con loro, decine di migliaia di immigrati della prima – ma anche della seconda ora – che decidevano che il periodo della cattività all’estero era da considerare terminato, e che ora avrebbe dovuto iniziare il tempo della riscossa nella madrepatria.

Ed è proprio questo il punto. Chiedersi – a distanza di quasi cinquant’anni dal loro rientro – se i sogni che cullavano i nostri immigrati, che nel frattempo avevano addolcito l’accento, allentato le maglie delle consuetudini, e ritornavano temprati dal confronto con una civiltà diversa – se quei sogni avessero trovato il tanto agognato porto. Ho i miei dubbi. Allora come oggi. Non fatico troppo a pensare che molti fra quelli che sono tornati ancora adesso si chiedano se abbiano fatto la cosa giusta – logorandosi con domande del tipo: quale grado di civiltà il sud Italia è riuscito a recuperare nei confronti di quella Svizzera lontana, degli anni Settanta? Domanda pleonastica, temo.

Ricordo i bocconi amari di quando ero piccolo e capivo appena: che spesso la nostra famiglia non era particolarmente felice nel doversi confrontare con le velocità e le sensibilità diverse del paese siculo in cui eravamo tornati. Le piccole cose. Il comportamento della gente, alcune mezze prevaricazioni, le incomprensioni di chi aveva visto la vita dipanarsi in maniera diversa e che invece, tornando nel proprio nido, aveva dovuto affrontare le cose in maniera diversa, con un continuo capogiro – quella vertigine di essere rientrato in un paese dove l’avanzamento dipendeva dal favore, dove anche un diritto sacrosanto era regolato dalla conoscenza giusta, dove lamentarsi troppo significava tirarsela, col rischio costante di restare socialmente isolati.

Fortunatamente, per quanto ho potuto ricostruire, i miei avevano così tante risorse umane che, nonostante i vari mal di pancia, sono riusciti a trovare il giusto compromesso. Crescendo due figli pieni di interessi e di valori e di solidi principi. Educandoci – me e mio fratello – alla critica, a mettersi in gioco, a non dare nulla per scontato e soprattutto: a non conformarsi. A pensare con la nostra testa. A resistere in un mare crescente di buzzurraggine.

E oggi? Siamo sicuri di esserci liberati da quelle piccole grandi storture culturali e comportamentali? Che il gap del sud – e della Sicilia in modo particolare – con la Svizzera degli anni Settanta si sia, non tanto colmato, cosa impossibile, ma almeno ridotto? Anche su questo ho i miei dubbi.

No, forse non era questa la direzione che avevo preventivato per questo pezzo. Ma tant’è, ormai che il sentiero è tracciato. La verità è che ogni volta che ritorno in Svizzera, quel viaggio è sempre fonte di sentimenti forti e di grandi ispirazioni. È lì, a Zurigo, in uno dei miei numerosissimi viaggi di lavoro, che ho conosciuto mia moglie tanti anni fa, ed è lì che ho imparato a immaginare una vita nuova che apriva spazi sconosciuti verso la paternità: spazi fino ad allora incontaminati che si sarebbero spalancati e avrebbero colonizzato completamente fronte e retro della mia vita.

Ma a parte i ricordi personali, la Svizzera – per chi è disposto ad accettare il mostruoso costo della vita, con il prezzo di una pizza a 25/30 euro al cambio ormai parificato di 1 euro per 1 franco svizzero – è sempre il posto dell’accoglienza. Piena di svizzeri bianchi, neri e di ogni razza, con quattro lingue ufficiali, ventisei cantoni sparsi sui quattro fronti, una serenità e vivibilità ce si percepisce in ogni parte del paese, che anche nei quartieri di solito più a rischio – a ridosso delle stazioni, ad esempio – è una dimostrazione per il mondo intero di come si fa prevenzione contro la criminalità. Di cui si discute violentemente altrove con parole nuove: remigrazione e deportazione.

Qui il rumore è quello di biciclette, monopattini, skate. Uno stile libero, montanaro e adattato alla metropoli, senza lustrini né paillettes: capelli bianchi naturali, niente tacchi a spillo, ancora meno rossetti. Ma tanti zaini a tracolla e indumenti tecnici. I quartieri di Zurigo, ma anche quelli di Basilea o Lucerna – le città svizzere che conosco meglio – sono pieni e variegati di un’umanità pulsante, sudamericani, cinesi, gente dell’Est Europa, gente che parla la lingua araba. Il tutto senza che i quartieri sembrino un bazar pubblico, senza alcun segno di ghettizzazione come avevo potuto notare ultimamente anche nel centro di Londra (leggi qui La città divisa )

Eppure ai detrattori della Svizzera non è sembrato vero scagliarsi contro Berna. Quest’inverno, con la strage di Crans-Montana – dove persero la vita quarantuno ragazzi che festeggiavano il Capodanno al Constellation – in quel tragico incendio che ha fatto scoprire al mondo le magagne burocratiche che si nascondono anche dietro a un paese apparentemente perfetto. Un paese messo a nudo dalle proprie debolezze, anch’esso pieno di contraddizioni. Un paese pacifista ma che si prepara alla guerra da sempre – nella speranza forse di allontanarla scaramanticamente – con la controversa leva obbligatoria ancora oggi estesa a tutti i cittadini maschi. Un paese che ha ammesso il voto alle donne solo nel 1971, mentre le nostre le nostre nonne e bisnonne già votavano dal secondo dopoguerra (1945). Il paese delle rogatorie impossibili, paradiso fiscale per chiunque abbia voluto utilizzare il segretissimo sistema bancario elvetico come una enorme lavanderia per riciclare denaro sporco. Un fiume carsico che sotto una superficie fatta di modi garbati e vezzeggiativi con il suffisso –li presenti in ogniddove, in ogni conversazione che si rispetti: Rüebli, Müesli GuetsliSchöggeliPlätzli, BänkliBergliTrämli e così via: quasi come a voler arrotondare tutto in un modo gentile, a volte anche a nascondere la polvere sotto il tappeto, ingannando anche il più acuto degli osservatori. Ma tant’è. La forma spesso è sostanza.

Adesso ci torno due o tre volte l’anno. E ogni volta fatico a rientrare a casa senza quel senso di profonda frustrazione. Di amore e di ammirazione per quello stile di vita così rilassato, gentile e sorridente – e allo stesso tempo con una sensazione di non poterne godere appieno, come davanti a un traguardo inarrivabile. Ma dov’è che si studia la materia dello svizzerismo? la svizzeritudine? Ci sono corsi, monografie, podcast o lezioni serali o anche private?

Pur con le sue contraddizioni, che bello sarebbe un mondo con tante piccole Svizzere.


Ben-Gvir: “Tutto il Libano deve bruciare”


LIBANO: IDF, 4 SOLDATI UCCISI IN ATTACCO HEZBOLLAH NEL SUD DEL PAESE

(LaPresse/AP) – L’esercito israeliano (Idf) riferisce che 4 soldati sono stati uccisi in un attacco di Hezbollah nel sud del Libano  nella notte. L’Idf ha identificato una delle vittime, un tenente colonnello, e ha ha precisato che le altre 3 saranno identificate in seguito.

Il Times of Israel riporta che durante l’incidente, avvenuto poco dopo mezzanotte, un presunto drone o missile anticarro ha colpito il tank del comandante del battaglione nel villaggio di Kfar Tebnit, nel Libano meridionale. La causa esatta dell’esplosione, che ha ucciso tutti e quattro i membri dell’equipaggio del carro armato, è oggetto di ulteriori indagini da parte dell’Idf.

Ft, ‘colloqui Usa-Iran saltati per gli attacchi israeliani in Libano’

(ANSA) – “I colloqui tra Iran e Stati Uniti in Svizzera sono stati rinviati a causa della serie di attacchi aerei letali sferrati da Israele nel Libano meridionale, secondo quanto riferito da tre fonti informate sulla questione”.

Lo riporta il Financial Times. L’Iran non ha inviato una delegazione in Svizzera per i colloqui sul nucleare a causa degli attacchi, hanno affermato le fonti. “Gli iraniani hanno chiesto garanzie che le ostilità in Libano cessino, come previsto dall’accordo firmato, e i mediatori stanno attualmente lavorando per risolvere la questione”, ha dichiarato un diplomatico a conoscenza della questione.

LIBANO: IDF, IN ATTACCO HEZBOLLAH ANCHE 5 SOLDATI FERITI, UNO GRAVE

(LaPresse) – Oltre ai 4 soldati israeliani uccisi, altri 5 militari dell’Idf sono rimasti feriti nell’attacco di Hezbollah di stanotte nel sud del Libano. È quanto riferisce l’esercito israeliano (Idf), precisando che uno dei feriti è grave.

LIBANO: MEDIA BEIRUT, ALMENO 16 MORTI IN RAID ISRAELE NELLA NOTTE

(LaPresse/AP) – È di almeno 16 morti il bilancio dei raid israeliani condotti nella notte in Libano. Lo ha riferito l’agenzia di stampa di Stato libanese Nna. L’esercito israeliano (Idf) ha dichiarato di avere colpito nella notte diversi obiettivi nel sud del Libano, mentre Hezbollah ha riferito di intensi scontri nella zona.

Gli attacchi sono avvenuti mentre i colloqui previsti in Svizzera fra l’Iran e gli Stati Uniti, volti a porre fine in modo definitivo alla guerra in Iran, sono stati rinviati.

L’occupazione israeliana del Libano meridionale e i suoi continui attacchi in Libano contro Hezbollah, milizia sostenuta dall’Iran, sono stati un tema chiave nei colloqui.

Secondo quanto riferito dal canale Al-Mayadeen prima della notizia del rinvio dei colloqui, l’Iran stava ritardando l’invio della propria delegazione in Svizzera a causa della campagna militare israeliana in corso in Libano.

Israele sostiene di dover continuare a mantenere il controllo del sud del Libano e di avere mano libera per combattere Hezbollah poiché il gruppo libanese lancia attacchi nel nord di Israele.

BEN-GVIR, ‘ORA TUTTO IL LIBANO DEVE BRUCIARE’

(ANSA) – ROMA, 19 GIU – “Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare”. Così su X il ministro della Sicurezza Nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir, dopo che è stata diffusa la notizia di 4 militari uccisi da Hezbollah in Libano.

“Con tutto il rispetto per gli americani – aggiunge – Israele deve chiarire all’intero mondo che il sangue dei nostri figli e la sicurezza dei nostri cittadini non sono alla mercé di nessuno. Tutto il Libano deve bruciare. Il nostro dovere supremo è proteggere i cittadini di Israele e i soldati delle Idf, e questo impegno prevale su ogni altra considerazione”.

“Ho detto al primo ministro, anche nelle nostre riunioni private: per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere – ha ribadito il ministro dell’estrema destra israeliana -. Basta con questo ping-pong. In Medio Oriente non si vince con risposte misurate e con la moderazione, bisogna scatenarsi. Annientare. Sconfiggere il terrorismo”.

SMOTRICH SUL LIBANO, ‘È ORA DI APRIRE LE PORTE DELL’INFERNO’

(ANSA) – ROMA, 19 GIU – “Una mattinata difficile… È ora di parlare con il fuoco. E di aprire le porte dell’inferno”. Così su X il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, commentando gli ultimi sviluppi sul fronte libanese contro Hezbollah.

LIBANO, NUOVA ESCALATION METTE SOTTO PRESSIONE ACCORDO USA-IRAN

(askanews) – La nuova escalation in Libano mette  sotto pressione la tenuta del memorandum d’intesa tra Stati uniti  e Iran, che prevede una cessazione delle ostilità nella regione  “su tutti i fronti, incluso il Libano”.

Nella notte e stamani  raid israeliani nel sud del Libano hanno causato 18 morti e 33  feriti, mentre Israele ha annunciato la morte di quattro suoi  soldati, i primi caduti israeliani nel teatro libanese dopo  l’intesa tra Washington e Teheran.

C’è poi notizia  di almeno  altri cinque feriti tra i militari israeliani.Il ministero libanese della Salute ha indicato che “intensi raid  aerei israeliani condotti da mezzanotte fino a questa mattina  hanno impedito l’evacuazione dei morti e dei feriti” e hanno  provocato 18 morti e 33 feriti, secondo un bilancio provvisorio.  Si tratta del bilancio più pesante diffuso da Beirut  dall’annuncio, lunedì, della conclusione dell’accordo.

I raid hanno colpito almeno dieci località nei pressi della città  di Nabatiyeh, nel sud del Libano, tra cui Harouf, dove otto  persone sono morte, ha riferito l’Agenzia nazionale  d’informazione libanese.


Ci armiamo o no? E’ Crosetto vs Giorgetti


Crosetto: “Paghiamo o siamo fuori”. L’idea di più soldati Usa a Sigonella . Il messaggio del ministro rivolto al titolare del Mef Giorgetti: “Se vogliamo stare nell’Alleanza bisogna mantenere gli impegni”

Crosetto: “Paghiamo o siamo fuori”. L’idea di più soldati Usa a Sigonella

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – BRUXELLES – Ha appena ascoltato Pete Hegseth strigliare i partner nel corso della riunione tra i ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica riuniti a Bruxelles. Messaggi chiari, quasi brutali. Ecco perché Guido Crosetto sceglie il messaggio più chiaro possibile: «La Nato — ricorda — non è un club di amici lettori, è un’alleanza militare difensiva. Chi vi partecipa deve mettersi in testa di partecipare con lo stesso peso di tutte le nazioni. Questo viene chiesto all’Europa. Questo ci siamo impegnati a fare e dovremmo fare nei prossimi anni». È la premessa che introduce il vero nodo politico che chiama in causa le scelte del governo di Giorgia Meloni. «D’altronde, se si vuole far parte della Nato e avere un’alleanza, si rispettano gli impegni. Altrimenti si decide di stare fuori. Ma a quel punto difendersi costerebbe mille volte di più».

Rispettare gli impegni, insiste Crosetto, reduce da una missione negli Usa proprio da Hegseth. Lo fa consapevole del peso che le prossime scelte avranno nel rapporto con gli Stati Uniti. E della delicatezza di altre decisioni imminenti di Washington. Ad esempio: la presenza delle truppe americane in Europa.

Da tempo, la Casa Bianca valuta una riorganizzazione ed eventuali tagli nel numero dei soldati impegnati nelle basi europee. «Il percorso è chiaro — ricorda Crosetto — ci sarà una Nato che per la parte europea dovrà dipendere sempre di più dagli europei». Questa revisione potrebbe determinare riduzioni significative in alcuni Paesi, oppure spostamenti. È probabile ad esempio un rafforzamento delle truppe in Polonia. Ma nel pacchetto potrebbe anche rientrare un’altra mossa Usa, si apprende da fonti di massimo livello: un aumento della presenza di soldati nelle basi americane in Sicilia. Riguarda innanzitutto Sigonella, avamposto cruciale (senza trascurare l’hub di Augusta, che fornisce supporto logistico per le operazioni della Marina statunitense). La ragione di questo possibile incremento non risiede solo nell’attenzione rivolta da Washington al quadrante mediorientale, ma soprattutto all’Africa: lì Russia e Cina continuano a guadagnare posizioni. E l’amministrazione Usa deve rientrare in partita.

Ma torniamo al braccio di ferro nell’esecutivo sulle risorse alla difesa. Palazzo Chigi ha decretato una decisa frenata. Il programma Purl non sarà attivato, quello europeo denominato Safe è stato prima ridotto e adesso forse addirittura cancellato. Nella migliore delle ipotesi, Roma chiederà 5 dei 14,9 miliardi di prestiti a disposizione. Sono le ragioni per cui il ministro ha ventilato le dimissioni e ha poi deciso di restare, come raccontato su questo giornale, in attesa di capire se Giancarlo Giorgetti aumenterà davvero gli investimenti nel comparto. Di quanto? Crosetto ricorda che il piano approvato dalle Camere nel 2025 prevedeva un aumento dello 0,15% nel 2026 e nel 2027, dello 0,20% nel 2028. «Quest’anno è mancato, per l’inciampo della mancata uscita dalla procedura di infrazione. Mi auguro che sia recuperabile immediatamente, lo vedremo già da ottobre». Cioè dalla manovra. La richiesta al Tesoro è un +0,35% in finanziaria. «Penso non ci sia alternativa, qualunque sia la maggioranza».

È un invito rivolto innanzitutto a Giorgetti. Gli chiedono se il leghista sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni, Crosetto replica: «Penso sia totalmente consapevole». Da Roma, il ministro dell’Economia offre, a sua volta, la sua posizione: «Io so i tempi e le modalità, il quantum non dipende da me. Tutto il resto lo stiamo gestendo, non c’è polemica su questo». E d’altra parte, anche nei giorni scorsi il Tesoro aveva fatto sapere che la decisione dell’esecutivo è collegiale e coordinata da Giorgia Meloni. A lei, insomma, la responsabilità della scelta.


La testa di Trump e la nuova era palestinese


(Tommaso Merlo) – Trump rischia che la prossima pallottola faccia centro e gli spegni il narcisismo per sempre. Con la mafia sionista del resto non si scherza, chiunque interferisce rischia una brutta fine e soprattutto se comprato a peso d’oro come Trump. Le ragioni della resa all’Iran, le ha ammesse lo stesso Trump in un rarissimo momento di lucidità. Le scorte petrolifere strategiche erano agli sgoccioli e una catastrofe economica alle porte. E cioè lo strangolamento che l’Iran ha covato per decenni stava funzionando alla perfezione: esercito ed industria bellica sottoterra per reggere la supremazia aerea dei nemici, siluri ipersonici a catinelle sui giuda regionali e il nemico sionista, presa dello Stretto di Hormuz dove attendere il passaggio del cadavere turbocapitalista. I sionisti hanno truffato Trump facendogli credere che sarebbe finita come con Maduro e che l’Iran avrebbe alzato bandiera bianca dopo il martirio dell’Ayatollah. Ed invece Trump si è ritrovato invischiato in quella che gli esperti definiscono la peggiore sconfitta strategica della storia americana. E questo non solo perché invece di distruggere il regime iraniano l’ha compattato e reso egemone, ma perché ormai alla supremazia americana non ci credono nemmeno al Pentagono. Mentre si lodavano ed imbrodavano da soli guardandosi spazzatura hollywoodiana, non si sono accorti del nuovo paradigma missilistico e dronistico che grazie alle nuove tecnologie è a portata di mano anche dei più poveri. Già, trilioni di dollari buttati nel water e nuovi equilibri globali su cui rimuginare perché se le prendono dall’Iran, figuriamoci dalla Cina. Da settimane i generali consigliavano a Trump di fare le valigie, ma pare abbia ceduto per gli allarmi dei colleghi oligarchi e quelli dei sondaggisti, per i rischi di un tonfo economico ma anche elettorale senza precedenti per colpa della spesa, della pompa e della pazienza popolare fuori controllo. Che per Trump significa impeachment, processi a raffica e la sentita speranza del mondo intero trascorra gli ultimi anni rinchiuso in una cella con una cravatta arancione fosforescente al collo. Ecco quindi il colpo di scena, Trump che volta le spalle ai sionisti ed accetta le dure condizioni degli iraniani, gli stessi che fino a ieri voleva annientare e da cui pretendeva la resa incondizionata. Ma inutile farsi illusioni. Le promesse dei narcisisti sono flatulenze e si tratta solo di un memorandum, hanno 60 giorni e può succedere ancora di tutto. Tipo che saltino fuori filmini di Trump e Melania ai bei tempi di Epstein, oppure che i sionisti costringano i politici repubblicani che tengono a busta paga a ribellarsi contro il loro presidente. Un casino. Perché gli americani ormai sono abituati alle disfatte, i sionismi no e tantomeno scendere a compromessi. Sanno solo ammazzare chiunque ostacoli i loro deliri ideologici, che sia un bambino palestinese o un presidente americano. Per questo Trump rischia grosso anche se prima di tirare il grilletto potrebbero organizzare falsi attentati o attaccare di nuovo il Libano e lo stesso Iran o inventarsi una delle loro diavolerie per far saltare l’intesa e trascinare di nuovo la Casa Bianca nella loro guerra permanente verso l’autodistruzione. Dai responsabili del genocidio del secolo del resto, c’è da aspettarsi di tutto tranne umanità e ragionevolezza. Ma un limite ce l’hanno pure i sionisti. Senza soldi ed armi americane, per Israele è la fine. Il consenso popolare americano è già compromesso per sempre e mosse azzardate potrebbero alienare anche l’establishment che anche se corrotto sceglierà sempre la propria sopravvivenza a quella altrui. Un bel casino e può succedere ancora di tutto. È il sionismo la vera e unica causa di tutti i problemi mediorientali e la storia di quella regione martoriata si capisce solo con gli occhi di un palestinese. E mentre Trump si arrende e il corrotto establishment americano dibatte, il mondo intero ha già emesso la sua sentenza. Uno stato genocida non ha nessuno diritto di esistere, il sionismo va bandito come le ideologie del secolo scorso e in Palestina deve aprirsi una nuova era in cui tutti i cittadini abbiano pari dignità e diritti umani a prescindere. Un’era di umanità e ragionevolezza.