Attesa finita. Ad agosto farà 60 anni, di cui 23 in Mondadori. Il ritorno di Gianni Letta e i provini per i futuri parlamentari

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] La clamorosa umiliazione di convocare il ministro degli Esteri Antonio Tajani in azienda – come un trotterellante dipendente a rapporto – Marina Berlusconi l’ha inflitta come sua propria esibizione (e ginnastica) di potere. Sta rafforzando i bicipiti, visto che questa volta ha davvero deciso di scendere in campo, con una squadra di consiglieri a prepararle un progetto di sopravvivenza politica, dopo il disastro dell’assalto ai giudici, i pasticci di Carletto Nordio, le sciagure di Giusi Bartolozzi e più di tutto le ricorrenti implosioni di Giorgia Meloni, che dopo la sventola del referendum, gli abissi di Trump, la sconfitta di Orbán, la rendono sempre più inaffidabile, man mano che il rendiconto di quattro anni di nulla al governo si avviano alla risacca del quinto e ultimo.
[…]
In questi giorni, Marina sta preparando armi e beauty case esattamente come fece il babbo, nel lungo e periglioso inverno del 1993, quando dai debiti della Fininvest e dal rischio di finire “sotto un ponte o in galera” (Confalonieri dixit) estrasse il coniglio di Forza Italia, un partito che avrebbe protetto i suoi scheletri di cantieri edili magicamente finanziati e le antenne illegalmente nate, come avevano fatto i partiti a libro paga che Mani Pulite stava decapitando. A questo giro sono i crediti a muovere Marina Berlusconi titolare dell’azienda FI, dove paga tutto e conta niente. Non ne può più di aspettare. Anche se non lo fa per i 90 milioni di euro che garantisce in fideiussioni al partito ogni anno. Lo fa per psicologiche ragioni. Esige di estrarre un senso dalla sua vita di eterna figlia primogenita addetta al monumento del padre. L’ansia preme. Compirà i suoi 60 anni tra cinque mesi, il prossimo 10 agosto. E a giugno saranno tre anni dal funerale di Stato che ha chiuso un’era, inginocchiando e umiliando l’intera Italia, davanti alle spoglie del padre.
[…]
Cos’ha combinato nel tempo che ha visto fuggire dallo specchio? In Mondadori, da 23 anni ha un ufficio sontuosamente vuoto, dove pettina le piante, sovrintende sonnifere riunioni, attende l’ora in cui l’autista la porterà nella sua amata e solitaria palestra Technogym a scolpire quel che la chirurgia estetica, in tante e dolorose modificazioni, ha inciso sulla sua pelle. In quanto al cuore ha finito per affezionarsi alle fidanzate del padre, sempre a protezione del padre, prima Francesca Pascale. Ora Marta Fascina, detta la Muta, che deambula tra i tappeti di Arcore, pagata da un seggio a nostre spese, mentre tiene compagnia alle ombre e la aspetta per cena. Non c’è più Marcello Dell’Utri a costruire la squadra a questo giro. Le sue benemerenze sono finite sotto la condanna definitiva per mafia. A selezionare i nuovi candidati è stato chiamato Danilo Pellegrino, amministratore delegato Fininvest, affidabile, riservato. Che Marina ha voluto al tavolo della riunione-gogna proprio per studiarsi da vicino il povero Tajani e sceglierli al contrario. La rete di Publitalia c’è ancora per pescare imprenditori, professionisti o furbacchioni candidabili, come avvenne trent’anni fa, quando dai provini saltarono fuori decine di futuri deputati, da Paolo Romani a Martusciello, da Lo Jucco ad Antonio Palmieri, tutti dilettanti della politica, ma svegli nella comunicazione, niente barba, eleganti scarpe inglesi da indossare a comando, come le opinioni. Marina li vuole “moderati”, e “moderni”. In difesa dell’azienda, ovvio. Ma anche aperti ai diritti civili, alle famiglie arcobaleno, in stile radicale. Aperti all’Europa di Draghi e ai Parioli di Calenda. Sempre indisponibili a superare il filo spinato delle troppe tasse ai ricchi. Guai alle patrimoniali. Proibito disturbare i profitti delle banche. O interferire con il libero mercato della finanza, dell’etere, dei giacimenti digitali. In sintesi, un moderatismo alla Gianni Letta che Marina ha arruolato anche stavolta, accomodandolo proprio di fronte a Tajani che ascoltava la sua eterna lezione democristiana. La quale, a copertura del potere sostanziale, prevede sempre una vernice di buonismo compassionevole, per temperare la naturale predisposizione della destra a imbracciare derive autoritarie o il cattivismo alla Delmastro che gode quando immagina i detenuti soffocare nei cellulari o a quello di Piantedosi, il ministro innamorato, che i naufraghi li considera “carichi residuali”.
[…] Da tempo Marina sta provando a migliorarsi con infiniti esercizi di postura e voce davanti allo specchio delle telecamere. Ha chiesto agli stessi autori di Ciao Darwin che avevano lavorato per le campagne elettorali del padre, scrivendogli gag e aneddoti portatili, di scrivere nuovi testi per lei. Ha ingaggiato un dialogue coach per modificare il tono infantile della voce e le fragilità della timidezza. Per consonanza ha voluto, come primo atto del suo inedito imperio, Stefania Craxi a capo dei deputati. Non solo per insofferenza alla consumata maschera di Gasparri. Ma come complice omaggio alla sua vecchia amica, cugina nel danno, reduce anche lei dai disastri psicologici di un padre macigno, altrettanto assente.
E Pier Silvio? C’era anche lui alla riunione a sogguardare il povero Tajani. Ma lo ha fatto solo per starne ancora di più alla larga. Dudi non ha rivincite da pretendere, né intenzioni remote. Gli piace il giocattolo che ha per le mani nella sua cameretta di comando. Non ha detto neanche una parola. E congedandosi per l’ora di fitness, ha augurato alla sorella maggiore di trovare anche lei la sua ruota della fortuna.
Il commento – Assistere silenti alle cannonate israeliane contro i soldati italiani dell’Unifil di stanza in Libano sotto l’egida Onu è invece un prezzo che Giorgia Meloni non può permettersi più

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Assistere silenti al genocidio dei gazawi aveva certamente un costo politico alto, ma che il governo italiano poteva permettersi di pagare contando su una maggioranza forte sia in Parlamento che nel Paese.
Assistere silenti alle cannonate israeliane contro i soldati italiani dell’Unifil di stanza in Libano sotto l’egida Onu è invece un prezzo che Giorgia Meloni non può permettersi più, giacchè le condizioni politiche nel Paese sono notevolmente cambiate dopo l’esito referendario. Quelle cannonate sono poi la prova di un paradosso inaccettabile: gli israeliani sparano ai soldati italiani anche con i sistemi d’arma italiani, con le pallottole che le fabbriche italiane forniscono – grazie all’accordo ora sospeso – all’Idf, l’esercito di Tel Aviv.
La premier è costretta dunque a una torsione politica rilevante, che l’opposizione commenta come tardiva, e la decide perchè l’amicizia con Nethanyahu si sta rivelando, dopo quella con Trump, costosa al punto da ritenersi evidentemente non più sostenibile.
I rapporti con Tel Aviv negli anni si sono fatti larghi e profondi, i legami commerciali cospicui e duraturi e nel Parlamento italiano si è fatta strada una fiera e composita area di sostenitori non solo dell’amicizia ma della politica israeliana, confidando nella grande capacità di quell’esecutivo di gestire e dominare la crisi mediorientale.
Il passo indietro di Meloni non è ancora una retromarcia ma la voglia di ritrovare una connessione con l’opinione pubblica, divisa fino allo sconcerto per la durezza delle misure belliche e la convinzione che oltre la guerra non esista per Israele altro orizzonte.
Questa scelta del governo italiano deve però anche allarmare Tel Aviv e la chiama a interrogarsi sul senso del limite della propria azione militare: fin dove e fino a quando potrà reggere l’idea che con gli arabi ci sia spazio soltanto per le pallottole.

(di Noah Shachtman e Asawin Suebsaeng – rollingstone.com) – Se vi è mai capitato di osservare le azioni della Casa Bianca di Trump e chiedervi: «Ma sono drogati?», la risposta, in alcuni casi, era sì. Assolutamente sì.
A gennaio, l’ispettore generale del Dipartimento della Difesa ha pubblicato un rapporto che spiegava come l’Unità Medica della Casa Bianca, durante l’amministrazione Trump, distribuiva sostanze controllate con scarsa supervisione e registri ancora più trascurati.
Gli investigatori hanno notato ripetutamente che l’unità aveva ordinato migliaia di dosi dello stimolante modafinil, usato da decenni dai piloti militari per restare vigili nelle missioni lunghe.
Il rapporto non spiegava perché fossero state distribuite così tante pillole. Ma per molti che hanno lavorato alla Casa Bianca di Trump, l’indagine ha rivelato un segreto di Pulcinella.
Secondo interviste a quattro ex alti funzionari e altre persone al corrente della vicenda, lo stimolante veniva regolarmente dato ai collaboratori che avevano bisogno di energia dopo una nottata o semplicemente di una spinta per affrontare un altro giorno in un lavoro estremamente stressante. Come ha detto uno degli ex funzionari a Rolling Stone, la Casa Bianca di allora era «sommersa di speed».
Fonti informate raccontano che campioni dello stimolante venivano passati a chi contribuiva alla stesura dei discorsi principali di Trump, a chi lavorava fino a tardi su iniziative di politica estera, rispondeva alle indagini del procuratore speciale Robert Mueller, gestiva il diluvio di richieste dei media su quella inchiesta e altro ancora. (La campagna di Trump non ha risposto a un’email che chiedeva un commento per questa storia.)
Il modafinil — noto anche con il nome commerciale Provigil — non era l’unica sostanza controllata che i funzionari di Trump, giovani e anziani, ottenevano abitualmente. «Era un po’ come nel Far West. Tutto era piuttosto libero. Qualsiasi cosa servisse a qualcuno, l’avremmo fornita», ricorda una fonte diretta.
Anche l’ansiolitico Xanax era molto popolare e facile da reperire negli anni di Trump, ci dicono tre fonti. Né lo Xanax né il suo generico alprazolam sono menzionati nel rapporto del Pentagono, che precisa di non essere un elenco completo delle sostanze controllate ordinate durante quell’epoca. Due persone con conoscenza diretta ricordano che funzionari senior ottenevano Xanax dall’Unità Medica della Casa Bianca e lo condividevano con i colleghi.
L’amministrazione Trump era nota per l’approccio caotico, spesso erratico, alla politica e per un’atmosfera di paranoia in cui lo staff divulgava regolarmente i segreti dei colleghi e le fazioni interne spendevano altrettanta energia a combattersi quanto ad affrontare questioni di Stato. È impossibile sapere quanto tutto ciò sia stato alimentato dalla larga disponibilità di farmaci come Xanax e Provigil.
Ma è chiaro che c’è stato un crollo degli standard medici e delle garanzie ai livelli più alti del governo; alcuni impiegati credevano persino che le informazioni riservate sulla loro salute mentale fossero a rischio. Con Trump che spinge per tornare al potere con un programma ancora più spietato del primo, un rendiconto completo dell’uso improprio di potenti stimolanti e sedativi da parte del suo staff non è solo materia d’archivio: è l’anticipo di un futuro molto probabile.
Durante la presidenza Trump, due fonti raccontano che i funzionari senior ingerivano spesso Xanax accompagnandolo con alcol. Una tale combinazione aumenta il rischio di «effetti collaterali gravi e potenzialmente letali», secondo la National Library of Medicine. Eppure i vertici usavano Xanax e alcol insieme per alleviare lo stress altissimo derivante dal lavoro più stressante d’America, con l’aggiunta del piacere di servire i capricci di un Trump notoriamente volubile e intemperante. Come afferma un ex alto funzionario: «Prova tu a lavorare per lui senza inseguire le pillole con l’alcol».
L’UNITÀ MEDICA DELLA CASA BIANCA distribuisce farmaci su prescrizione ai dipendenti da decenni — soprattutto quando viaggiano all’estero per combattere il jet lag. «Penso che chiunque nello staff sappia quanto siano massacranti i viaggi oltreoceano», ricorda Stephanie Grisham, ex portavoce della Casa Bianca di Trump. «Ti ritrovi su un volo con un presidente che non dorme mai, atterri e devi metterti subito al lavoro in un Paese straniero, pronto per il presidente e per gli altri leader.»
Descrive una procedura familiare a molti: durante i viaggi all’estero, il medico del presidente, Ronny Jackson, «passava per l’Air Force One chiedendo ai collaboratori di Trump se avessero bisogno di qualcosa. Questo includeva Provigil e [il sonnifero] Ambien, e li distribuiva, di solito in pacchetti da due o tre pillole. Quando accadeva sull’Air Force One, un’infermiera lo seguiva annotando chi riceveva cosa.»
È tornando a casa che le cose sono peggiorate, come sottolineano l’indagine del Dipartimento della Difesa e le nostre fonti. Le pillole venivano spesso distribuite senza un bisogno o una diagnosi specifica. Le procedure standard che medici e farmacisti seguono nel prescrivere sostanze controllate venivano ignorate.
Gli ordini erano spesso scritti male o non venivano scritti affatto. Un ex dipendente dell’Unità Medica spiegò agli inquirenti che l’unità «operava in zona grigia… aiutando chiunque avesse bisogno per portare a termine la missione». Un altro aggiunse: «È sempre fatto in modo appropriato o legale? No. Ma arriveranno al risultato che i capi vogliono? Sì.»
I farmaci su prescrizione sono da tempo presenti alla Casa Bianca — John F. Kennedy pare prendesse un cocktail di stimolanti e sedativi per combattere il mal di schiena, e si racconta che Richard Nixon assumesse un farmaco antiepilettico «quando il suo umore non era troppo buono» — ma raramente sono stati dispensati così ampiamente come negli anni di Trump.
Questo approccio “tutto, ovunque, in ogni momento” alimentava un senso di diritto tra lo staff. Alcuni funzionari senior parlavano con disinvoltura del loro consumo di Xanax, ricorda una fonte. Racconta di quando un’assistente di Melania Trump entrò nell’Unità Medica e disse: «Potreste prescrivermi lo Xanax?» È entrata e l’ha preteso. Non essendo medico né farmacista, la fonte non poteva prescrivere l’ansiolitico e rifiutò cortesemente. «È uscita furiosa», dice.
Questo non è, per usare un eufemismo, il modo in cui questi farmaci vengono gestiti. «Monitoriamo strettamente queste sostanze perché sono addictive o possono provocare overdose», spiega la psichiatra Beata Lewis. «Sembra che con tutte queste sostanze le persone potessero ottenere ciò che volevano. Ciò le mette a rischio di dipendenza.»
Aggiunge: «La cosa significativa è che queste regole valgono per tutti… tranne che per la Casa Bianca. È una cultura del privilegio e di sentirsi al di sopra delle regole al punto da mettere in pericolo le persone.» Il personale dell’unità medica non poteva fare molto per opporsi, anche volendo. Diversi dipendenti hanno riferito agli investigatori del Pentagono che «temevano di ricevere incarichi di lavoro negativi o di essere “licenziati” se avessero parlato».
AD AUMENTARE IL CLIMA DI PAURA c’era la sensazione che persino le sedute di terapia private non sarebbero rimaste tali. L’unità medica forniva consulenze psicologiche su richiesta. Ma lo staff veniva istruito a stare in guardia. Un ex alto funzionario racconta a Rolling Stone che entro i primi due anni della presidenza Trump un collega lo avvertì di non rivelare nulla durante una sessione privata che «non avrebbe voluto fosse usato contro di lui». All’epoca l’avviso sembrò pettegolezzo; poi fu spiegato che, sotto Trump, l’ufficio aveva la fama di essere più permeabile del previsto con le informazioni riservate.
All’epoca l’ex funzionario non ci fece troppo caso, liquidando l’avvertimento come diceria. Tuttavia, secondo altri con conoscenza diretta, non era affatto un rumor. Subito dopo le sedute, i terapeuti venivano pressati per raccontare ciò che era emerso.
«Dicevano: “Dobbiamo farti vedere questa persona.” Mi accompagnavano. Io vedevo questa persona. Poi, appena uscivo, chiedevano: “Allora, che è successo?”», racconta una fonte. Per questa persona era una violazione palese del segreto professionale. Cercava di rispondere in modo vago, ma nella Casa Bianca di Trump «era tutto un po’ a kimono aperto», dice.
Keith Bass, che ha guidato l’Unità Medica dal 2017 al 2019, conferma che questi debriefing avvenivano. Ma afferma che non si entrava nei dettagli: servivano solo a stabilire se un «evento medico/comportamentale» avrebbe impedito a un membro del personale militare o del DoD «di svolgere i propri compiti o compromesso la capacità di mantenere un’autorizzazione top secret» mentre era assegnato alla Casa Bianca. «Non erano richieste note cliniche dettagliate; solo una panoramica per determinare l’idoneità al servizio», scrive via email.
La nostra fonte sostiene che non sia del tutto corretto. Innanzitutto questi debriefing avvenivano anche con i civili. E se le domande sembravano «innocenti», potrebbero essere viste come l’inizio di un «pendio scivoloso» che conduceva a chiedere informazioni inappropriate.
L’atteggiamento spesso disinvolto dell’unità nel distribuire sostanze controllate non ispirava fiducia. «La sciatteria nel distribuire farmaci mi preoccupava enormemente per la protezione delle informazioni sulla salute comportamentale e medica. Non c’era protezione delle informazioni sensibili dei pazienti, punto», dice.
Qualsiasi tentativo di imporre più rigore non era ben visto. «Più mi attenevo agli standard professionali» — più la fonte rifiutava di divulgare dettagli delle sedute e di proteggere le informazioni dei pazienti — «peggio andava. Mi ostracizzavano. Nessuno mi parlava. La cultura era tossica da morire.»
IL MODAFINIL FU SCOPERTO negli anni Settanta da scienziati francesi e fu per la prima volta distribuito ai piloti nella guerra del Golfo del 1991. L’esercito statunitense iniziò a usarlo seriamente intorno all’invasione dell’Iraq del 2003. All’epoca venne salutato come un grande passo avanti rispetto agli stimolanti precedenti: più forte e efficace della caffeina, meno fisicamente addictive delle anfetamine. «Questi farmaci non sono stimolanti come le vecchie “go pills” militari, hanno pochi o nessun effetto collaterale se assunti come prescritto. Semplicemente tengono a bada la sonnolenza finché l’effetto svanisce, poi ci si addormenta naturalmente», spiega una fonte.
Ma quel caveat «se assunto come prescritto» è cruciale. Distribuito indiscriminatamente senza supervisione medica, il modafinil può comportare seri rischi, osserva la ricercatrice Rachel Teodorini della London South Bank University. «Se le persone hanno problemi cardiovascolari, cardiaci o di pressione, potrebbe causare ictus o infarti», ci dice. E sebbene non sembri creare dipendenza fisica, «c’è un elemento almeno di dipendenza psicologica. La tolleranza aumenta, e se ne ha bisogno sempre di più».
Come rileva uno studio recente pubblicato su Military Medicine, «sebbene in un primo momento si pensasse che il modafinil non comportasse rischi di abuso, ora ci sono indicazioni che agisce sugli stessi meccanismi neurobiologici di altri stimolanti che danno dipendenza».
E come per altri stimolanti, l’uso eccessivo di modafinil può portare alla percezione di avere bisogno di ansiolitici come lo Xanax. «Di fatto usi un farmaco per tirarti su e un altro per tirarti giù», afferma Teodorini.
Alcuni ex membri dello staff di Trump dicono a Rolling Stone di non aver ricevuto questi farmaci direttamente dall’unità. Un ex assistente ammette di aver «preso in prestito» un po’ di modafinil da «un amico» che sosteneva di averlo ottenuto dall’unità. «Avevo un sacco di cose in corso nella mia vita e ne volevo un po’», racconta.
In altre amministrazioni, il modafinil veniva usato «nel 99 per cento dei casi» per il jet lag, nota una fonte. Alla Casa Bianca di Trump era un libero tutti. Due fonti hanno paragonato quegli anni a campus universitari dove gli studenti in crisi per gli esami si passano Adderall e altri farmaci, prescrizioni o no. Ma non erano solo i neolaureati: anche funzionari di livello medio e alcuni di alto livello — compresi quelli che rispondevano direttamente al presidente e alla First Lady — arrivarono ad affidarsi al modafinil. Le fonti e gli ex funzionari, tutti anonimi, ricordano casi di membri dello staff che si passavano casualmente lo stimolante fornito dall’unità per restare concentrati e navigare il caos estenuante della presidenza.
Era «ironico» che la Casa Bianca di Trump fosse «uno dei pochi luoghi in cui la guerra alla droga non si combatteva», nota con sarcasmo un ex funzionario, considerando lo zelo di Trump e di molti suoi luogotenenti per la guerra alle droghe.
QUASI TUTTE LE FONTI INTERVISTATE per questa storia ricondicono i problemi dell’Unità Medica a Ronny Jackson, che entrò nel team con George W. Bush e divenne medico del presidente Obama nel 2013. Prima era noto come eccentrico; in seguito divenne una minaccia, come documentano diverse indagini del Dipartimento della Difesa.
Durante un viaggio in Argentina nel marzo 2016, uno di quei rapporti racconta che il suo «comportamento da ubriaco nel cuore della notte, bussando alla porta di [una subordinata], urlando e complessivamente rumoroso nella sua camera» mostrò una condotta tutt’altro che esemplare durante una missione ufficiale. Il Pentagono intervistò 60 ex subordinati; 56 «sperimentarono, videro o sentirono che [lui] urlava, bestemmiava o denigrava i subordinati». In sei settimane del 2018, una hotline della Difesa ricevette 12 denunce su Jackson.
Il suo ufficio non ha risposto alle richieste di commento. Dopo la pubblicazione di questa storia, ha lamentato su X che Rolling Stone è «solo uno straccio liberal» e ha chiesto i nomi delle nostre fonti.
La sua nomina a Segretario per gli Affari dei Veterani dello stesso anno fu affossata dalle accuse di aver distribuito pillole allo staff come un «candyman». (In un caso, un rapporto del Senato nota che il personale medico andò «nel panico» perché aveva consegnato una «scorta così grande» di Percocet a un membro dell’Ufficio Militare della Casa Bianca.)
Jackson tornò brevemente alla Casa Bianca nel 2019 come «consigliere medico capo» di Trump prima di candidarsi al Congresso. Ma, ci raccontano varie fonti, la sua influenza dominava le cure mediche alla Casa Bianca e i suoi «scudieri» gestivano l’Unità in sua vece. «Tutte le pratiche esistenti a quell’epoca erano state impostate da Jackson, che era lì da una dozzina d’anni. Sebbene l’unità fosse guidata da un amministratore, poco succedeva senza il suo ok», dice una fonte.
Aggiunge: «La leadership dell’unità iniziò lentamente ad apportare cambiamenti appropriati, ma per la natura complicata delle missioni, le aspettative individuali, un cono di silenzio autoimposto e la paura di essere ritenuti responsabili dei peccati del padre, ci volle molto tempo per trovare la strada giusta.»
IL NOSTRO INTERESSE PER QUESTA STORIA è stato suscitato anche da un registro scritto a mano, ristampato a pagina 14 del rapporto, che traccia le sostanze controllate ordinate dall’Unità Medica. Oltre alle migliaia di pillole di Ambien e Provigil elencate, c’erano sedativi e antidolorifici ancora più potenti: morfina, idrocodone, diazepam e lorazepam (noti come Valium e Ativan), fentanyl e persino ketamina.
Jackson, oggi deputato repubblicano del Texas, ha detto al Washington Post che il suo team prescrisse narcotici «meno di cinque volte» in tutto. E secondo le fonti del quotidiano, farmaci come il fentanyl venivano «tenuti a disposizione per emergenze estreme — ad esempio se un intruso si impalasse sulla recinzione».
È un esempio ridicolo, ci dice una fonte ben informata. «Qualcuno se l’è inventato. Se ci fosse stato un intruso, avrebbero chiamato il 911.» L’intruso sarebbe stato poi portato in un ospedale civile.
Ma c’era un fondo di verità nell’idea che l’unità conservasse fentanyl e simili per eventi estremi. Dopo le guerre in Iraq e Afghanistan, si voleva portare alla Casa Bianca i progressi della medicina da campo. Se il presidente o il vicepresidente fossero stati colpiti in un luogo remoto, i medici volevano poter inserire rapidamente un tubo di respirazione, la cosiddetta «induzione e intubazione a sequenza rapida». Ciò richiede sedare il paziente in fretta con potenti farmaci.
«L’unità applicava gli standard mondiali di cura traumatologica pre-ospedaliera, secondo le linee guida del Joint Trauma System e del Committee on Tactical-Combat Casualty Care. Ciò include l’uso di ketamina, fentanyl, ecc. per la gestione del dolore», scrive un’altra fonte. «L’intera missione consiste nel pianificare le contingenze per fornire la migliore cura possibile negli scenari peggiori.»
Inutile dire che non hanno mai affrontato uno scenario così folle. E non abbiamo trovato prove che ketamina o fentanyl siano stati distribuiti allo staff come lo Xanax e il Provigil. Tuttavia, come mostra il registro scritto a mano — e confermano le nostre fonti — le procedure erano diventate talmente sciatte e lassiste che è impossibile escludere che questi sedativi e dissociativi siano stati dati allo staff.
«Nella nostra analisi dei registri delle sostanze controllate dell’Unità Medica abbiamo riscontrato che farmaci come oppioidi e sonniferi non venivano correttamente contabilizzati», si legge nel rapporto. «Questi registri contenevano frequentemente errori nel conteggio, testo illeggibile o cancellato senza adeguata annotazione.»
Potrebbero sembrare errori di poco conto. Non lo sono: sono il tipo di trasgressioni che trasformano i pazienti in tossicodipendenti e i medici in ex medici. «Se sei sciatto anche solo un po’ con le sostanze controllate, perdi la licenza medica», osserva una fonte.
Senza una registrazione adeguata, non c’è modo di sapere quanta parte della Casa Bianca di Trump fosse sotto l’effetto di farmaci. Non c’è modo di dire come potrebbero usare — e abusare — le prescrizioni se tornassero al potere. «Non si annota nulla», dice un’altra fonte della distribuzione di farmaci durante gli anni di Trump, «perché diremo sempre di sì».

(dagospia.com) – Referendum, guerra del Golfo, Orban e Papa Prevost: una batosta dopo l’altra. Prima di venire definitivamente trascinata verso il fondo e scomparire, Meloni ha cominciato a rinculare su Trump e Netanyahu, due tipini alle prese con grossi problemi di salute mentale che stanno sconquassando il mondo.
Il voto ungherese è stato decisivo per farle capire che doveva prendere le distanze da Washington e Tel Aviv, altrimenti andava a far compagnia ai giardinetti al suo amico trumputiniano Orban.
Solo per il terrore dell’erosione dei consensi ai “Camerati d’Italia” (Trump è maledetto dall’80% degli italiani) e, dopo un travaglio di sette ore, preceduto persino dalle dichiarazioni di solidarietà e rispetto a Papa Leone da parte del presidente iraniano, la Ducetta azzoppata ha trovato il coraggio di condannare il blasfemo attacco del Folle di Washington al pontificato di Robert Prevost, che ha fatto subito incazzare Trump (“Su di lei mi sbagliavo”), oggi la fu “Giorgia dei Due Mondi” si è smarcata da Netanyahu, annunciando la sospensione del rinnovo dell’accordo di Difesa con Israele (armi, tecnologia, intelligence).
In attesa della reazione di Netanyahu, che l’ha presa naturalmente malissimo, la goccia che ha fatto traboccare il vaso del governo italiano con Israele sono state le dichiarazione di ieri del ministro degli Esteri Tajani di ritorno dalla missione in Libano che ha definito ”inaccettabili” i raid dell’Idf che dal 2 marzo scorso hanno causato oltre 2.000 morti e 6.700 feriti.
L’ira di Netanyahu non si è fatta attendere: l’ambasciatore italiano a Tel Aviv, Luca Ferrari, è stato convocato dal governo dello stato ebraico.
A quel punto, come si dice, “la somma fa il totale”: referendum, guerra del Golfo, crisi economica globale, shock energetico, botte da Orban del Trumpone demente a Papa Prevost.
Il bluff del camaleonte della Garbatella è giunto al capolinea: mejo scendere, prima di andare a finire in quelle palle di vetro con la neve finta, un classico dei souvenir Kitsch d’Italia.
MELONI, SOSPESO IL RINNOVO AUTOMATICO DELL’ACCORDO DI DIFESA CON ISRAELE
(ANSA) – VERONA, 14 APR – “In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele”. Lo ha reso noto la premier Giorgia Meloni, a margine del Vinitaly di Verona.
LETTERA DI CROSETTO A MINISTRO ISRAELE PER SOSPENSIONE MEMORANDUM
(ANSA) – ROMA, 14 APR – E’ stato il ministro della Difesa Guido Crosetto a scrivere al suo omologo israeliano Israel Katz la lettera di sospensione del memorandum Italia-Israele.
Il memorandum, che stabilisce una sorta di cornice per la cooperazione nel settore della difesa riguardo allo scambio di materiali militari e la ricerca tecnologica nell’ambito delle forze armate, in precedenza, prevedeva un rinnovo ogni cinque anni ed era entrato in vigore il 13 aprile 2016.
LA SOSPENSIONE DEL MEMORANDUM DECISA DA MELONI, TAJANI, SALVINI E CROSETTO
(ANSA) – ROMA, 14 APR – La lettera sulla decisione di sospendere il memorandum Italia-Israele, inviata al governo israeliano, è frutto di una decisione presa di concerto tra la premier Giorgia Meloni, i vice premier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Nello specifico, la lettera è stata inviata al ministro della difesa israeliana, Israel Katz.
FMI: ECONOMIA GLOBALE PUÒ DERAGLIARE, RISCHIO TERZA RECESSIONE DOPO LEHMAN E COVID

(Labitalia) – Ancora una volta l’economia globale rischia di deragliare dalla rotta, questa volta a causa della guerra in Medio Oriente. Così il Fondo monetario internazionale nel World economic outlook (Weo) stimando nello scenario peggiore di tutti –
con danni infrastrutturali e guerra più lunga – in un rallentamento del pil a quasi il 2% e “questo significherebbe sfiorare una recessione globale (tasso di crescita inferiore al 2%), cosa che si è verificata solo quattro volte dal 1980, con le ultime due occasioni che corrispondono alla crisi finanziaria globale e alla pandemia di Covid-19”.
Nell’ultimo anno, si legge, “i venti contrari derivanti dall’ innalzamento delle barriere commerciali e dall’elevata incertezza sono stati compensati dai venti favorevoli provenienti dagli investimenti nel settore tecnologico, dalle condizioni finanziarie accomodanti, compreso un dollaro statunitense più debole, e dal sostegno delle politiche fiscali e monetarie.
Il conflitto in Medio Oriente rappresenta una significativa forza contraria a questi fattori favorevoli attraverso il suo impatto sui mercati delle materie prime, sulle aspettative di inflazione e sulle condizioni finanziarie”.
Per orientarsi in un panorama economico e geopolitico in profonda trasformazione occorrono politiche che siano resilienti rispetto a scenari alternativi, afferma il Fmi. “L’aumento della spesa per la difesa determinato da un inasprimento delle tensioni geopolitiche potrebbe stimolare l’attività economica nel breve termine, ma anche generare pressioni inflazionistiche, indebolire la sostenibilità fiscale ed esterna e rischiare di ridurre la spesa sociale, il che a sua volta potrebbe innescare malcontento e disordini sociali”, si avverte.
I governi dovrebbero salvaguardare la sostenibilità fiscale e attuare le “riforme strutturali senza ulteriori ritardi”, si aggiunge.
“Le banche centrali dovrebbero rimanere vigili ed essere pronte ad agire in modo chiaro e deciso in linea con i loro mandati. Devono evitare che shock di offerta prolungati destabilizzino le aspettative di inflazione”.
PIL: FMI TAGLIA CRESCITA ITALIA, +0,5% 2026 E 2027 (-0,2) SE GUERRA DURA POCO
(Labitalia) – Il pil italiano rallenta a +0,5 nel 2026 e nel 2027: lo prevede il Fondo monetario internazionale nel World economic outlook tagliando di 0,2 punti percentuali per entrambi gli anni la stima di gennaio, nello scenario che la guerra abbia una durata limitata e le perturbazioni si attenuino entro giugno.
Rivista al ribasso anche la crescita della zona euro a 1,1% nel 2026 e a +1,2% nel 2027, ribassata anche in questo caso di due decimali.
La Germania dovrebbe crescere dello 0,8% quest’anno e di +1,2% il prossimo (- 0,3 in entrambi gli anni rispetto alle stime di gennaio; la Francia dello 0,9% nel 2026 e nel 2027 (con un ribasso rispettivamente dello 0,1 e dello 0,3).
Le economie avanzate segnano +1,8% e +1,7%, come le stime di gennaio. L’inflazione italiana dovrebbe attestarsi al 2,6% quest’anno e 2,4% il prossimo; la zona euro 2,6% e 2,2% rispettivamente.
“Data la difficoltà” attuale di fare proiezioni, premette il Fondo, il rapporto presenta una ‘previsione di riferimento’, in sostituzione della tradizionale linea di base, basata sull’ipotesi che la guerra avrà durata, intensità e portata limitate, in modo tale che le perturbazioni si attenueranno entro la metà del 2026, in linea con i prezzi dei futures sulle materie prime al 10 marzo”.
FMI: INFLAZIONE GLOBALE 2026 SALE AL 4,4%, PER ITALIA AL 2,6%
(AGI) – Washington, 14 apr. – L’inflazione globale aumentera’ al 4,4% nel 2026 e diminuira’ al 3,7% nel 2027. Le nuove stime del Fondo monetario internazionale, nel World Economic Outlook, rivedono al rialzo le ultime revisioni: in particolare rispetto a ottobre, si tratta di 0,7 punti percentuali in piu’. Un andamento dovuto all’aumento dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari.
In Italia l’inflazione salira’ al 2,6% in 2026 e al 2,4% in 2027 a fronte dell’1,6% del 2025. Nell’eurozona l’inflazione salira’ invece al 2,6%, dal 2,1% del 2025, per poi attenuarsi al 2,2% nel 2027. (AGI)Pit 15:14 14-04-2026
Iran: Fmi, rischio più grave crisi energetica dei tempi moderni
(Labitalia) – “I rischi al ribasso prevalgono: le tensioni geopolitiche potrebbero aggravarsi ulteriormente – trasformando la situazione nella più grave crisi energetica dei tempi moderni – oppure potrebbero esplodere tensioni politiche interne”. Così il Fondo monetario internazionale nel World economic outlook.
“I fattori di stress politico possono intrecciarsi con i cambiamenti nelle politiche commerciali e in altre politiche internazionali. Indipendentemente dagli sviluppi geopolitici, potrebbero divampare controversie commerciali”, si avverte. “Il ruolo critico degli elementi delle terre rare nelle catene di approvvigionamento globali costituisce un particolare punto di attrito”.
Inoltre “un indebolimento delle istituzioni, compresa l’indipendenza della banca centrale e la credibilità della politica monetaria, potrebbe far crescere le aspettative di inflazione, specialmente in un momento in cui l’inflazione complessiva è in aumento a causa di uno shock sui prezzi dei beni di consumo”.
Sul versante positivo, l’attività potrebbe ricevere un ulteriore impulso dagli investimenti legati all’IA e trasformarsi infine in una crescita sostenibile se una più rapida adozione dell’IA si traducesse in forti aumenti di produttività e in un maggiore dinamismo delle imprese.
L’attività potrebbe inoltre essere sostenuta da un rinnovato slancio per le riforme strutturali e da un allentamento duraturo delle tensioni commerciali, scrive il Fmi
Trump al Corriere: «Giorgia Meloni non vuole aiutarci nella guerra, sono scioccato». Nuovo attacco al Papa: «Non ha idea di cosa sta succedendo in Iran». Il presidente Usa al telefono con il Corriere sulla premier: «Non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare». Su Orban: «Non ha lasciato che la gente venisse a rovinare il suo paese come ha fatto l’Italia»

(di Viviana Mazza, corrispondente da New York – corriere.it) – «(A voi italiani) piace il fatto che la vostra presidente (del consiglio, ndr) non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? – chiede Donald Trump in una telefonata con il Corriere della Sera – Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».
Ancor prima di darci il tempo di fare una domanda, è il presidente degli Stati Uniti a farla noi, in una intervista esclusiva, chiedendoci della premier Giorgia Meloni.
Le ha parlato di questo?
«No. Dice semplicemente che l’Italia non vuole essere coinvolta. Anche se l’Italia ottiene il suo petrolio da là, anche se l’America è molto importante per l‘Italia. Non pensa che l’Italia dovrebbe essere coinvolta. Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei».
Sul Papa, Giorgia Meloni ha detto che è inaccettabile quello che lei ha dichiarato.
«È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità».
Ma avete parlato di queste cose?
«No…»
Non avete parlato neanche una volta in questo mese?
«No, non da molto tempo».
Perché?
«Perché non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo».
Nell’intervista che dura poco più di sei minuti, Donald Trump critica duramente la premier italiana che un mese fa lui stesso aveva definito un’amica e una grande leader che «cerca sempre di aiutare» in un’altra intervista con il Corriere della Sera. «Non è più la stessa persona, e l’Italia non sarà lo stesso Paese – dice ora il presidente americano -, l’immigrazione sta uccidendo l’Italia e tutta l’Europa».
Trump torna a ripetere che l’Europa sta «distruggendo se stessa dall’interno» con le sue politiche di immigrazione e con quelle legate all’energia. «Pagano i più alti costi del mondo per l’energia e non sono nemmeno pronti a battersi per lo stretto di Hormuz da dove la ricevono. Dipendono da Donald Trump perché lo tenga aperto».
Quando gli chiediamo se abbia chiesto all’Italia l’uso di dragamine per lo stretto di Hormuz, il presidente americano afferma: «Ho chiesto di inviare tutto quello che vogliono, ma non vogliono perché la Nato è una tigre di carta».
Su Papa Leone e il suo appello per la pace, Trump afferma che il Papa non capisce che l’Iran costituisce una minaccia nucleare. «Non capisce, e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo. Non capisce che in Iran hanno ucciso 42mila manifestanti lo scorso mese».
Quando gli chiediamo se sia dispiaciuto dalla sconfitta di Orban replica: «Era un mio amico, non era la mia elezione ma era un mio amico, un brav’uomo, ha fatto un buon lavoro sull’immigrazione. Non ha lasciato che la gente venisse a rovinare il suo paese come ha fatto l’Italia».
“Stati Uniti, Trump ed Europa: la premier potrebbe imparare che qualche volta avere una posizione è inevitabile”. “Perché un grande Paese come l’Italia si comporta come se fosse piccolo”, è il titolo del settimanale britannico. Che ricostruisce “il tipico compromesso italiano” attuato dal governo attuale

(Gabriele Ragnini – lespresso.it) – Sempre più nel bozzetto di Calimero e meno machiavellica. L’Italia vista dal Regno Unito appare così: pregna di vittimismo (è la sindrome del pulcino dei fratelli Pagotto), poco fiduciosa, in parte anche sfiduciata dai suoi cittadini. Ma soprattutto: incapace di decidere da che parte stare. In un’analisi pubblicata sul The Economist, il settimanale britannico ricostruisce “perché un grande Paese come l’Italia si comporta come se fosse piccolo”, come recita il titolo dell’articolo.
Nel calderone londinese viene gettato di tutto, ogni ingrediente per periodo storico, dai tempi dell’Impero romano ai giorni nostri, passando per la Seconda Guerra Mondiale e l’età degli Sforza con Ludovico il Moro. Tutto gravita intorno all’approccio alla politica estera e approda sulla poltrona di Giorgia Meloni. Che, secondo l’Economist, “a fine marzo ha fatto qualcosa di insolitamente sfacciato. Ha rifiutato la richiesta degli Stati Uniti di usare una base militare in Sicilia”. Il riferimento è a Sigonella, su cui specifica: “Difficilmente si può definire una mossa imprudente”, per via di una scelta che ha semplicemente seguito i perimetri dei trattati.
Fino al rischio di un eccessivo equilibrismo del governo: “L’Italia non ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo del proprio spazio aereo, come fatto dalla Spagna. Si potrebbe leggere come ‘il tipico compromesso italiano’”. Tutti i piedi dentro un solo Stivale: una strategia diventata ormai talmente ordinaria da proiettare il Paese, stando all’analisi britannica, fuori da ogni allineamento politico. Nel tentativo di essere dalla parte di tutti: “La prima ministra è accolta bene dal movimento Maga, allineata con la destra populista, eppure ha governato come una buona europeista. È la bisbigliatrice di Trump in Europa, sostiene il suo Board of Peace da Paese osservatore, seppur sempre supportando l’Ucraina”.
Una premessa che potrebbe avere contorni positivi, se letta così. Ma lo schiaffo dell’Economist arriva sul finale: “Tanti a Bruxelles temono che se Meloni potesse scegliere, starebbe dalla parte di Washington”, un aut-aut ancora non affrontato nel suo mandato, eppure la premier “potrebbe imparare che qualche volta avere una posizione è inevitabile”, è il velato suggerimento. Così, in chiusura, la citazione al “più grande pensatore politico italiano”, lo definiscono da Londra: “’Un principe è rispettato quando è o un vero amico o un assoluto nemico’: un’Italia più sicura di sé dovrebbe prendere in considerazione il suo consiglio”. Lampante il riferimento a Niccolò Machiavelli, che però col tempo ha lasciato spazio a Calimero. Senza la capacità di scegliere se essere bianchi o neri.

La situazione della mobilità in Valle Caudina, e in particolare della linea ferroviaria Cancello–Benevento, rappresenta oggi una delle principali emergenze infrastrutturali del territorio.
Da anni la tratta è sospesa e sostituita da servizi alternativi, mentre i tempi di riapertura continuano a slittare, con una previsione che guarda addirittura al 2027, senza certezze definitive.
Una condizione che sta producendo effetti pesanti e quotidiani: studenti costretti a percorsi più lunghi, lavoratori penalizzati nei tempi e nei costi, famiglie e imprese prive di un collegamento efficiente. Un disagio che incide profondamente sulla qualità della vita e sulle prospettive di sviluppo dell’intera area.
Le criticità ricadono in maniera significativa anche su Sant’Agata de’ Goti e sui numerosi pendolari che ogni giorno si spostano per studiare e lavorare. Si tratta di un territorio interno che già sconta storiche difficoltà nei collegamenti: privo di una stazione ferroviaria, può contare esclusivamente sul trasporto su gomma, oggi ulteriormente penalizzato dalla riduzione dei servizi e dalla progressiva assenza fisica delle aziende sul territorio.
Non si tratta più di un semplice ritardo, ma di una vera e propria marginalizzazione di un’area che merita rispetto e attenzione. La ferrovia non è un’opera accessoria, bensì un’infrastruttura strategica capace di connettere comunità, sostenere l’economia e garantire diritti fondamentali di cittadinanza.
Le criticità sono evidenti:
assenza di tempi certi per la riapertura;
ritardi accumulati negli interventi;
mancanza di comunicazione chiara e trasparente verso i territori;
rischio concreto di ulteriori slittamenti.
Di fronte a questo scenario, è necessario un cambio di passo immediato.
Servono azioni concrete e non più rinviabili:
un cronoprogramma pubblico, trasparente e vincolante;
un monitoraggio costante dei lavori e delle risorse;
il coinvolgimento diretto delle comunità locali nelle scelte;
il potenziamento dei servizi sostitutivi per ridurre i disagi;
il rafforzamento del trasporto su gomma nelle aree interne.
La Valle Caudina non può continuare a essere considerata un’area marginale. Garantire mobilità significa garantire diritti: il diritto allo studio, al lavoro, alla salute e allo sviluppo.
Restituire piena funzionalità alla tratta Cancello–Benevento non è solo una questione infrastrutturale, ma una scelta politica chiara e responsabile: quella di non lasciare indietro intere comunità.
Evangelista Campagnuolo
L’ex Fratelli d’Italia: «Apro il telefono e svelo i segreti del partito di Meloni». Manlio Messina minaccia di vuotare il sacco dopo l’addio. La gestione del turismo in Sicilia e la vicinanza alla premier

(Alessandro D’Amato – open.online) – «È arrivato il momento di aprire il mio telefono e far capire cosa muove me e cosa invece muove chi gestisce il partito di Fratelli d’Italia». La minaccia è chiara e c’è anche una deadline: giovedì 16 aprile in una conferenza stampa alla Camera l’ex vicecapogruppo di FdI alla Camera Manlio Messina vuoterà il sacco sul suo addio al partito. Se n’è andato sbattendo la porta il 5 marzo del 2025 dopo la decisione di Giorgia Meloni di commissariare il partito in Sicilia. E ora su Facebook avverte che è pronto ad aprire il suo cellulare per svelare i segreti del suo partito.
All’epoca commissario venne nominato Luca Sbardella. Che contestò a Messina la gestione allegra della corrente nella Regione e del sistema turismo. Messina ha già anticipato a Report alcune delle accuse che riguardano il compenso di Beatrice Venezi nella fondazione Taormina Arte. Ma, come ricostruito dalla trasmissione di Raitre, tra le contestazioni ci sarebbe anche l’associazione Taobuk che organizza l’omonimo festival letterario grazie a contributi diretti in forza di una legge approvata dal Parlamento regionale. Somme, spiega oggi Repubblica, che nel 2024 sarebbero arrivate a oltre 700 mila euro, per una kermesse che ha visto ospiti, tra gli altri, l’ex ministro per la Cultura Gennaro Sangiuliano e il suo successore Alessandro Giuli.
«Di certo quando c’ero io le fondazioni non raddoppiavano i compensi di nessuno», aggiunge sibillino Messina. E secondo alcune voci nel giorno della conferenza stampa Messina potrebbe annunciare una candidatura alla presidenza della Regione, da indipendente, da parte dello stesso Messina. Contro l’uscente Renato Schifani – il governatore forzista che sogna il bis – o contro l’eventuale outsider che la coalizione sta già cercando.
Nell’ottobre 2023 Messina si difese dalla voce messa in giro da Fabrizio Corona di essere l’amante di Giorgia Meloni: «Apprendo dal sito di Fabrizio Corona di una mia presunta storia con Giorgia Meloni. Ho chiamato direttamente lo stesso Corona, conoscendolo da molti anni, e mi conferma che la notizia è falsa ma che gli serve solo a fare aumentare lo share del suo nuovo sito. Ecco chi è Fabrizio Corona!».
Ha insultato le giornaliste, omosessuali, migranti, ex presidenti, cittadini uccisi dall’Ice. Ha minacciato media e avversari politici. Ma per Giorgia Meloni le uniche parole “inaccettabili “di Donald Trump sono state quelle pronunciate contro Leone XVI.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Andiamo a memoria, scusandoci se ce ne siamo dimenticata qualcuna.
Donald Trump, nell’ultimo anno e mezzo ha detto che gli incendi in California e il disastro aereo di Washington erano colpa delle politiche di inclusione di donne e omosessuali.
Ha più volte e ripetutamente negato l’origine antropica del cambiamento climatico e il cambiamento climatico stesso.
Ha ripetutamente insultato giornaliste donne e nere chiamandole più volte “stupide”, “brutte persone dentro fuori”, e ha apostrofato con un “zitta, maiala”, la giornalista di Bloomberg Catherine Lucey, durante una conferenza stampa.
Ha accusato i media di “comportamenti illegali” contro di lui incoraggiando il Dipartimento di Giustizia a occuparsi di giornali e network a lui ostili.
Ha detto che il giornalista Jamal Khashoggi ucciso nel 2018 in Turchia su mandato del sovrano saudita Mohamed bin Salman, era un “personaggio controverso” e “non era un giornalista”.
Ha sostituito il ritratto del suo predecessore Joe Biden con quello di un’autopenna nella “presidential walk of fame” alla Casa Bianca.
Ha definito una “terrorista interna” Renee Nicole Good, l’attivista di Minneapolis uccisa a sangue freddo dagli agenti dell’Ice.
Ha detto che Alex Pretti, anche lui ucciso dall’Ice a sangue freddo, “non era un angelo”.
Ha detto che le deputata americana di origine somala Ilhan Omar viene dal “peggior Paese del mondo”, che “se ne deve andare all’inferno” e che “ci occuperemo di lei”.
Ha detto che i migranti somali sono “luridi e disgustosi”, chiedendosi perché in America non possano arrivare migranti svedesi o danesi.
Ha detto più volte che potrebbe correre per un terzo mandato e che non sa se dopo di lui ci saranno ancora elezioni negli Stati Uniti.
Ma per sentire Giorgia Meloni, definire “inaccettabile” una dichiarazione di Donald Trump, in questo anno e mezzo, abbiamo dovuto aspettare che definisse Papa Leone XVI “debole e pessimo in politica estera”.
Fino a ieri, invece, tutto ok.

(ANSA) – I recenti commenti di Donald Trump, ultimi in ordine temporale quelli contro il Papa, riaccendono il dibattitto sulla salute mentale del presidente, ovvero se è “pazzo come una volpe” o se è “pazzo e basta”.
La Casa Bianca respinge le critiche e parla di un Trump lucido che tiene i suoi avversari costantemente sotto pressione. I suoi scatti d’ira però stanno sollevando molti dubbi sulla leadership americana in un periodo di guerra.
I democratici contestano da tempo l’idoneità psicologica di Trump e chiedono che sia invocato il 25mo emendamento per rimuoverlo. Timori però stanno emergendo anche fra ex generali ed ex diplomatici, riporta il New York Times.
Molti fra gli ex alleati del presidente hanno già apertamente preso le distanze: da Marjorie Taylor Greene a Candance Owens, molti hanno messo in dubbio le capacità del presidente.
“E’ un folle” e i suoi ultimi commenti su Truth mettono in evidenza il “livello della sua follia”, ha osservato Ty Cobb, avvocato della Casa Bianca durante i primi quattro anni di Trump. L’ex portavoce della Casa Bianca Stephanie Grisham ha detto che Trump “chiaramente non sta bene”.
I timori della premier di uno strappo con la Casa Bianca. E la nota resta in stand-by per nove ore. Pesa la tempesta sui social contro il silenzio solitario e a fine giornata a Palazzo Chigi prevale la paura di una perdita di consensi

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – Nove ore. Di silenzio e imbarazzo. Tentennamenti e ripensamenti. Nel mezzo, alcuni messaggi tra le diplomazie di palazzo Chigi e Santa Sede, a registrare umori tendenti al grigio. Perché per buona parte della giornata neanche il Vaticano — al pari di molti altri — ha considerato il comunicato firmato al mattino da Giorgia Meloni come un tentativo di criticare Donald Trump (senza mai citarlo). E così, a sera, la premier è costretta a esporsi. Va dritta contro il tycoon, evento raro e diplomaticamente doloroso. Lo fa con una nota secca e stizzita verso chi non aveva compreso il senso delle sue parole. Per arrivarci, un percorso tortuoso che vale la pena raccontare.

Gli orari sono importanti. Il primo: segna le 9.41. Palazzo Chigi diffonde una nota con cui augura buon viaggio apostolico in Africa a Leone XIV, lodandone la volontà di perseguire la pace. Non è usuale che un presidente del Consiglio metta nero su bianco questo tipo di saluto, prima di una missione del Pontefice: di norma, come d’altra parte accade anche in questo caso, è un gesto affidato al Capo dello Stato. Nella notte, però, Trump ha esondato contro il Papa. E Meloni, dopo rapido consulto con i sottosegretari alla Presidenza, decide di scrivere quel testo. Per smarcarsi, ma in modo soft. Talmente soft da evitare di nominare il protagonista dello schiaffo a Leone.
Bastano un paio d’ore perché quel testo, che mai cita il presidente Usa, diventi oggetto di esegesi. Ovunque, dunque pure in Vaticano. Il dubbio è sostanzialmente questo: si tratta di un saluto scritto da tempo, senza tenere conto degli affondi di Trump, oppure — l’alternativa peggiore — è un comunicato che cerca di criticare il leader, senza neanche avere la forza di chiamarlo in causa?
Ed è qui che il quadro si complica. E che partono i messaggi della diplomazia. Non è chiaro, però, il livello dei contatti. Di norma i canali sono sostanzialmente due. Il primo serve a far comunicare Alfredo Mantovano e il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, il secondo coinvolge la premier e il “ministro degli Esteri” della Santa Sede, Paul Richard Gallagher. Stavolta, però, si trovano entrambi impegnati in Algeria con il Pontefice. Si muove un ufficiale di collegamento che spesso favorisce i colloqui tra le due sponde del Tevere. Da palazzo Chigi spiegano che quel comunicato intendeva sconfessare Trump.
La polemica, intanto, monta. È il fattore chiave, perché l’opinione pubblica preme e sui social dilaga lo sdegno verso il tycoon. La premier non può sopportare un altro potenziale colpo nel consenso interno. Il melonismo deve reagire. Parla prima il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami. Poi il suo omologo all’Europarlamento, Nicola Procaccini. Ma ancora: non basta. Pedro Sanchez, dalla Spagna, si scaglia contro Trump. E l’Italia non è una cancelleria qualunque, per storia e geografia: il suo territorio ingloba Città del Vaticano. Attorno alle 15, il comunicato di Meloni è pronto. Resta però in stand by. Si prova ancora a evitare il frontale con la Casa Bianca, ma non esistono molte alternative: le parole devono essere nette, per coprire la lunga prudenza. E così, alle 18.03, le redazioni ricevono la nota contro Trump. Da quella delle 9 sono trascorse nove ore. «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse stato chiaro…», premette Meloni. Non lo era.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Molti si chiedono a quale età sia giusto mettere lo smartphone in mano agli adolescenti, ma le ultime vicende ci costringono ad affrontare un problema non meno urgente: quando toglierlo agli anziani, a uno in particolare. Vive negli Stati Uniti, si chiama Donald e, appena resta solo, afferra il telefono e digita lunghi messaggi infarciti di insulti in maiuscolo: LOSER, perdente, è il suo preferito.
Minaccia i vivi, dileggia i morti. Si tratta chiaramente di un disagio che il soggetto esprime in modo compulsivo. Ieri, per dire, ha insultato il Papa. Non quello di prima, che lo avrebbe steso con uno sganassone, ma Leone, l’incarnazione stessa della mitezza. Weak, lo ha chiamato, anzi, WEAK: debole. Gli ha rinfacciato l’accoglienza e la non violenza, cioè di seguire il Vangelo. Gli ha ricordato che è diventato Papa per merito suo. E, come un bimbo dispettoso quando esaurisce le parolacce, gli ha detto che suo fratello Louis è molto più bravo di lui, tiè. Poi, per fargli capire con chi avesse a che fare, ha postato un’immagine ritoccata di sé stesso mentre guarisce un malato con l’imposizione delle mani, dalle quali fuoriesce una luce cristica (considerato il tipo, si direbbe più l’effetto di un petardo).
Vorrei rivolgere un appello a parenti e badanti: qualcuno gli faccia sparire quel maledetto telefono dalla vista. Oppure gliene allunghi uno finto, con cui possa baloccarsi dando del loser, anzi, del LOSER alla Luna, alle stelle e a Dio che si ostina a non volergli fare da vice.

(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – «Non ci sono le condizioni per la sospensione del Patto di Stabilità, ma la Commissione continuerà a coordinarsi tenendo in conto gli interessi europei: vedremo come la crisi si sviluppa»: lo ha ribadito ieri la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, presentando un nuovo pacchetto di iniziative volte ad affontare la crisi energetica seguita alla guerra in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz. Von der Leyen ha così allontanato le richieste dell’Italia, che ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio per far fronte al caro carburante, e inviato un messaggio chiaro: i conti vanno tenuti sotto controllo. L’UE, dunque, preferisce attendere e vedere «come si sviluppa la crisi». Secondo alcuni ministri, tra i quali l’italiano Giorgetti, il corso attuale degli eventi non può tuttavia che portare l’economia europea verso la recessione.
Di tutt’altra natura era stata la posizione europea lo scorso anno, quando von der Leyen aveva annunciato l’introduzione di una clausola al Patto per permettere ai Paesi membri di aumentare la propria spesa in armi. In quell’occasione (e per rispondere alle richieste dirette di Trump) non vi erano stati dubbi in merito alla necessità di «conferire maggiore potere fiscale agli Stati membri». Al momento invece, per far fronte alla crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, l’UE preferisce puntare su un pacchetto di norme che prevede rilascio delle scorte di gas e petrolio, revisione dei crediti ETS per abbassare le bollette e investimenti sul nucleare.
Dall’inizio del conflitto, ha spiegato von der Leyen, «la nostra bolletta per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi di euro». Ignorata dunque la richiesta dell’Italia, che aveva richiesto all’UE una sospensione del Patto proprio perchè, secondo Giorgia Meloni, «se ci sarà una nuova recrudescenza dovremo porci seriamente il tema di una risposta europea non dissimile per approccio e strumenti da quella messa in campo per la pandemia». In quel caso, «non dovrebbe essere un tabù ragionare sulla possibile sospensione temporanea del Patto di Stabilità e Crescita: non una deroga per singolo Stato membro, ma un provvedimento generalizzato». I ministri dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e delle Imprese, Adolfo Urso, concordano sulla posizione di Meloni. Lo scorso sabato, Giorgetti aveva riferito di conoscere «benissimo» la posizione europea sul Patto: «solo in presenza di una grave recessione». Tuttavia, secondo il ministro, «se la situazione continuerà così sul fronte dell’energia e degli olii combustibili, la recessione arriverà, temo».
Ai desiderata dell’Italia aveva già risposto la scorsa settimana il commissario degli Affari Economici della UE, Valdis Dombrovskis, che aveva negato vi fosse nell’Eurozona una crisi economica grave al punto da dover ricorrere alla sospensione del Patto. «Riteniamo che le attuali regole forniscano l’equilibrio necessario per tenere sotto controllo i conti e stimolare gli investimenti». Ieri, Von der Leyen ha fatto sapere che nel corso di questa settimana avvierà consultazioni con gli Stati membri sulle regole per gli aiuti di Stato, con l’obiettivo di produrre proposte «in occasione del summit informale dei leader della prossima settimana». In ogni caso, per l’UE la risposta alla crisi energetica dovrà essere coordinata e non unilaterale – al contrario di quanto vorrebbe anche la Lega, con il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini che ha dichiarato che «o l’UE cambia il patto di Stabilità, o faremo da soli».
La mitomania senza freni del tycoon, che fa impallidire un maestro del genere come fu Silvio Berlusconi

(Alice Valeria Oliveri – editorialedomani.it) – «Vuole sentire? Senta, senta col naso: è odore di santità» diceva Silvio Berlusconi immerso nell’azzurro celestiale di Porta a Porta, mano tesa al conduttore in posa da noli me tangere.
Deve essere successo qualcosa nel frattempo al senso dell’umorismo di Bruno Vespa, che all’epoca sembrava ben più permissivo e rilassato di quello attuale. Nessun dito puntato, nessuna reazione iraconda alla battuta insolente del presidente, che peraltro aveva anche riciclato da un altro salotto televisivo, cioè quello di Maurizio Costanzo.
Ma le mire messianiche del Cavaliere sono sempre state note, d’altronde era stato il suo medico personale a descrivere l’amico Silvio come «tecnicamente quasi immortale», lo stesso Umberto Scapagnini che lo aveva soccorso durante un comizio interrotto da un mancamento, occasione che diede vita a un’immagine cristica niente male, una sorta di Pietà di Michelangelo in chiave forzista.
Sacrilegio, pia devozione o «un santo in paradiso», come lo ha descritto Sallusti durante l’ultima campagna referendaria, dipende dai punti di vista. Sta di fatto che per chi, come gli italiani, è già avvezzo a questa mescolanza di sacro e profano ai fini di marketing elettorale – ormai chiamarlo “propaganda” sembra quasi un complimento –, l’iconografia mistica e trumpiana recente sembra roba da dilettanti maldestri.
Il santino postato su Truth durante gli scontri verbali con Leone XIV lo ritrae negli umili panni di un Gesù intento a curare malati tra le aquile e i drappi a stelle e strisce, ennesima allucinazione kitsch offerta dai server dell’intelligenza artificiale, dove si puote ciò che si vuole, più o meno.
«Io non voglio entrare in un dibattito con lui» è la risposta fin troppo gentile del Papa a cotanto delirio. Anche la mitomania richiede una certa dose di temperanza, virtù cristiana fin troppo sottovalutata.