Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La CPI ha “sospeso” il mandato d’arresto di Putin per favorire negoziati di pace


(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – Il presidente russo Vladimir Putin, oggetto di un mandato d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale (CPI), può viaggiare nei Paesi che riconoscono la Corte senza rischiare di essere arrestato, se il viaggio è destinato alla partecipazione a colloqui di pace promossi dalle Nazioni Unite. È questo quanto stabilito dalla CPI stessa, in una decisione da alcuni analisti ritenuta «senza precedenti» e dal forte peso politico. Per effetto del mandato emesso dalla stessa CPI nel 2023, infatti, qualora il presidente russo avesse viaggiato in uno qualunque degli Stati che hanno sottoscritto lo Statuto di Roma avrebbe rischiato, fino ad ora, di essere immediatamente arrestato.

La decisione risale all’inizio di giugno, ma è passata in larga parte in sordina. Secondo quanto stabilito dalla Corte, «qualora un indagato ricercato dalla Corte debba partecipare, nella sua veste ufficiale di Capo di Stato o di Governo, a una conferenza di pace formalmente convocata dalle Nazioni Unite ai sensi della Carta delle Nazioni Unite nel territorio di uno Stato parte della Corte, quest’ultima può tenere conto di eventuali obblighi contrastanti derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite nel valutare, ai sensi dell’articolo 87, paragrafo 7, dello Statuto, se lo Stato abbia omesso di ottemperare a una richiesta di cooperazione proveniente dalla Corte». Parafrasando: l’obbligo di arresto, cui sono sottoposti gli Stati che riconoscono la CPI, confligge con la possibilità di condurre colloqui di pace per giungere, in questo contesto specifico, alla fine del conflitto russo-ucraino. Il mandato di cattura continua a esistere, ma la Corte non condanna gli Stati che non lo applicano, qualora la ragione sia la partecipazione di Putin (e degli altri ricercati del governo russo) a colloqui di pace organizzati dall’ONU.

Sono 125 i Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma, base giuridica per il funzionamento della CPI – tra gli assenti vi sono Stati Uniti, Israele, Russia e Cina. La Corte, che ha sede a L’Aia, può procedere contro singoli individui, qualora questi si macchino (o ne siano sospettati) di gravi crimini di guerra o contro l’umanità, ma spesso si è cercato di piegarne il funzionamento agli interessi geopolitici di qualche sorta. In passato, infatti, gravi violazioni sono state tollerate, se non del tutto ignorate, mentre quando i mandati d’arresto sono stati emessi nei confronti di personalità “scomode”, come nel caso del primo ministro israeliano Netanyahu, i giudici della Corte sono stati oggetto di sanzioni e persecuzioni. Lo stesso Stato italiano, che dovrebbe sottostare agli obblighi della Corte, ha lasciato che il primo ministro israeliano sorvolasse indisturbato i propri cieli, nonostante il mandato di cattura emesso nei suoi confronti. Il mandato d’arresto contro Putin – emesso il 17 marzo 2023, dopo che il presidente russo era stato accusato di aver deportato bambini ucraini in Russia nel contesto dell’attuale conflitto con Kiev – era invece stato accolto con favore dalla comunità internazionale.

La decisione, che secondo alcune analisi non ha precedenti analoghi, ha un chiaro peso politico, soprattutto perchè crea uno spazio negoziale prima inesistente per gli Stati, ricordando che l’obiettivo primario è la ricerca della pace. Il mandato d’arresto per il presidente russo continua a esistere e la possibilità di eludere la cattura è circoscritta a circostanze bene specifiche (il negoziati devono essere organizzati dalle Nazioni Unite e la Corte deve comunque essere preventivamente consultata), ma segna un passo avanti nella ricerca di una soluzione diplomatica per un conflitto che va avanti da ormai oltre quattro anni.


Sud, l’altra faccia del turismo: l’80 per cento riceve paghe da fame


In uno studio della Filcams Cgil emergono numeri preoccupanti sul lavoro povero: la media non raggiunge neppure 12mila euro. Dal 2021 al 2025 le retribuzioni hanno perso potere d’acquisto, la caduta più forte nel Mezzogiorno di oltre il 10%

Sud, l’altra faccia del turismo: l’80 per cento riceve paghe da fame

(di Emanuele Imperiali – corriere.it) – Il boom della stagione turistica al Sud, con spiagge, alberghi e ristoranti pieni, nasconde una drammatica realtà che, a ben guardare, è sotto gli occhi di tutti: circa il 70% di chi lavora nel settore guadagna paghe da fame, percentuale che nel meridione sale oltre l’80%, cioè 4 lavoratori ogni 5.
E non va molto meglio nei servizi, dove pulizie e ristorazione collettiva portano l’incidenza a oltre il 50%, anche tra chi lavora con continuità.
In uno studio della Filcams Cgil emergono numeri preoccupanti che fanno capire come il lavoro povero sia una ben triste realtà ben celata dietro un rutilante mondo di apparenti successi e traguardi raggiunti. 

Se si analizzano tutti i settori del terziario, si vede che la media delle retribuzioni è di 18.775 euro in Italia.
Ma se si scende verso le regioni meridionali, questo salario diminuisce ulteriormente a 13.750 euro, di cui 15.706 per gli uomini e appena 11.787 per le donne.
Nel turismo le paghe sono ancora più basse, siamo ad una media che non raggiunge neppure 12mila euro, di cui 13.212 per gli uomini e 10.568 per le donne. Come dire, non si arriva neppure a mille euro lordi al mese! 

La geografia del dato conferma, quindi, un paese diviso, dove, al divario territoriale, si somma quello di genere, pari a 18 punti percentuali a livello nazionale e prossimo ai 20 punti nei servizi, con il 56,75% di donne contro il 37,25% degli uomini in condizione di povertà lavorativa.
Sono, in particolare, i settori del lavoro di cura esternalizzato, del part time involontario, degli appalti al ribasso, delle notti e dei fine settimana a concentrare in modo sproporzionato l’occupazione femminile.

Nell’ultimo Rapporto Svimez si dimostra come i salari reali siano in calo, soprattutto nel Mezzogiorno.
Dal 2021 al 2025 le retribuzioni hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2% contro -8,2% nel Centro-Nord. Inflazione più intensa e retribuzioni nominali più stagnanti lo accentuano.
Il lavoro povero tocca il 19,4% nel Mezzogiorno, quasi tre volte il valore del Centro-Nord, dove è attestato al 6,9%. In Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. E aumenta esponenzialmente il loro numero: più 120mila in Italia, più 60mila al Sud.
Altro che salario giusto come ha invocato la ministra del Lavoro Marina Calderone all’indomani dell’approvazione in sede parlamentare del decreto Primo Maggio!
Ci si rende conto, scorrendo queste cifre, che la necessità di un salario minimo di almeno 9 euro l’ora resta un’esigenza improcrastinabile

Per Fabrizio Russo, segretario generale della Filcams Cgil, il part-time involontario è ormai una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante.
«Si tratta di una vera e propria emergenza – incalza il sindacalista – di fronte a modelli d’impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un’assenza di contratti che dura da troppo tempo».
Nella recente mobilitazione nazionale dei lavoratori del turismo, del commercio e dei servizi per sollecitare il rinnovo del contratto di lavoro per l’intera categoria, a Napoli sono confluiti tutti quelli delle regioni del Mezzogiorno.
Erano in migliaia dalla Campania, dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Basilicata a sfilare per le vie del centro cittadino, chiedendo un nuovo contratto con aumenti retributivi dignitosi, in linea con il carovita e il mantenimento dei diritti acquisiti. Dal palco hanno ricordato che molti grandi marchi hanno abbandonato il Sud, continuando ad investire solo al Nord e questo, secondo i sindacalisti, «rappresenta il fallimento di una classe politica che non ha tutelato chi lavora, vincolando le aziende ai territori su cui avevano investito usufruendo di sgravi e agevolazioni».

Di fronte a questi numeri, sempre più preoccupanti, i sindacati chiedono un intervento immediato del Governo.
E proprio la Filcams Cgil ha lanciato una grande vertenza nazionale riassunta in uno slogan quanto mai illuminante bad work no future (cattivo lavoro senza futuro), contro lavoro povero e precariato.


Conte: “La destra non vuole ascoltarmi ma solo tenere in piedi un circo. Premiato chi accusò il mio governo”


Il leader M5S: grave l’accordo con l’imprenditore Bianchi vicino ai meloniani

08 mag 2026

(di Emanuele Buzzi – corriere.it) – Giuseppe Conte, lei si è detto pronto a dimettersi dalla commissione Covid. Lo farebbe anche ora?
«Da due anni ho chiesto di essere audito e ho stabilito di comune accordo con i presidenti delle Camere di dimettermi non appena verrà concordata la data dell’audizione. Ma il presidente Lisei di FdI continua a non rispondermi, salvo attaccarmi ogni giorno con dei video deliranti. Invece con Bignami hanno subito concordato l’audizione. Siamo alla pantomima: si fanno tra loro le domande e si danno tra loro le risposte».

Perché non la chiamano?
«Non hanno reale interesse ad audirmi. La magistratura ha indagato per anni e non sono stato neppure sfiorato su queste vicende, ma loro hanno messo in piedi questo “circo” per alimentare una campagna del fango con i giornali e le trasmissioni tv dei loro amici. Pensano di intimorirmi, ma a Palazzo Chigi, dove hanno orchestrato tutto, non mi conoscono bene».

Cosa dirà quando verrà audito?
«Mi possono vivisezionare, non troveranno mai l’ombra di un interesse privato. Credo sia questo che li faccia impazzire, perché loro sono abituati alla truffa Covid di Santanchè e agli affari societari di Delmastro con la famiglia prestanome del clan Senese. Non si capacitano che io non abbia approfittato quando ero a Palazzo Chigi dell’emergenza per arricchire me o i miei amici».

E se l’audizione fosse a ottobre? Inficerà la campagna elettorale?
«Mi pare chiaro che loro puntino a quello, ma gli italiani sempre più impoveriti da 4 anni di zero riforme, non si lasceranno ingannare».

Il capogruppo di FdI, Bignami, vi accusa di voler fermare gli accertamenti.
«Se la maggioranza voleva davvero accertare la verità, non avrebbe escluso l’operato delle Regioni dal perimetro di indagine. Ora vogliono mandare alle cento procure italiane tutte le loro congetture farlocche sperando ci sia qualche procuratore che possa aprire un fascicolo contro di me. Ma dovranno rassegnarsi, non potranno mai scalfire la mia onorabilità».

La principale accusa di FdI riguarda le commesse di mascherine farlocche. Se n’era occupato?
«Per questo c’erano la struttura commissariale e l’Agenzia delle dogane. Gli esperti auditi e i documenti acquisiti sono chiari: le perizie che hanno ipotizzato mascherine non conformi erano di società non abilitate per quelle certificazioni e il Tribunale di Roma le ha riconosciute come non utilizzabili proprio per l’inidoneità degli esami. In ogni caso, le mascherine che la struttura commissariale consegnava venivano preventivamente certificate dal Comitato tecnico-scientifico».

Voi accusate il governo di aver voluto trovare un accordo con l’imprenditore Dario Bianchi senza attendere la sentenza d’appello.
«La sentenza di primo grado era abnorme e sottoscrivere la transazione senza attendere neppure il provvedimento d’urgenza è una grave irresponsabilità. Abbiamo chiesto per mesi alla Commissione aggiornamenti sulla causa ma non ci hanno mai risposto e lo stesso Bianchi è tornato in audizione tacendo di avere sottoscritto la transazione. Se erano in buona fede, perché gestire tutto nella massima segretezza?».

Il contratto con Bianchi però è stato firmato in piena pandemia e Giorgia Meloni era all’opposizione.
«I contratti di fornitura della Pubblica amministrazione sono standard e non hanno mai generato problemi. L’appello avrebbe ribaltato la sentenza di primo grado, ma loro avevano urgenza di premiare il grande accusatore del mio governo e per far questo hanno inserito in un decreto-legge una norma “ad aziendam” mascherata. Il governo su questo non può far finta di nulla. Per l’imprenditore vicino a FdI hanno trovato 100 milioni, ma non ne hanno trovati 6 per lo screening dei tumore al seno e neppure un euro per accorciare le liste d’attesa».

Il centrodestra l’ha messa nel mirino per le somme ricevute come consulenza dal suo ex collega Luca Di Donna. Lei ha già smentito ogni coinvolgimento. C’è però il tema della centralità dello studio Alpa in alcune trattative.
«Non sono mai stato socio con Di Donna neppure prima di diventare premier e da quando sono andato a Palazzo Chigi non sono mai stato informato sulle sue attività professionali né ho più frequentato quello studio. Di Donna è stato indagato per anni senza nessun esito e dalle intercettazioni dei carabinieri non emergono conversazioni tra me e Di Donna».

Marco Travaglio ipotizza una commissione sulla commissione Covid.
«La maggioranza sta creando un precedente pericoloso: con questo svilimento delle istituzioni e il conseguente imbarbarimento dello scontro politico, rischiamo che le commissioni parlamentari d’inchiesta finiscano per essere usate come strumenti per processare l’operato dei governi precedenti».

Non è solo la commissione Covid a tenere banco. Ci sono state le dimissioni dei componenti della Vigilanza Rai.
«La maggioranza l’ha paralizzata per due anni per poter completare una capillare occupazione della Rai. Vogliono piegare il servizio pubblico alla loro campagna elettorale, smantellando qualsiasi barlume non solo di pluralismo ma anche di qualità dei programmi. Prepariamoci a un autunno caldo, con commentatori e servizi pronti a nascondere i fallimenti del governo Meloni. E ora, con la legge elettorale, vogliono completare l’opera e imbullonarsi ancora di più al potere, per eleggersi da soli il prossimo capo dello Stato e tutti gli organi di garanzia».

Voi che farete?
«Abbiamo presentato una chiara proposta che potremo votare alla Camera già martedì: un proporzionale puro, con preferenze che rispettano il genere, e soglia di sbarramento al 3% per evitare la frammentazione dei partiti. In più, una piccola soglia premiale che incentiva i partiti ad aggregarsi. Piuttosto che presentare il singolo emendamento sulle preferenze per farselo furbescamente bocciare, Meloni voti la nostra proposta di legge, semplice ed equilibrata».


Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi: “Il vino costa troppo, abbassiamo i prezzi. Torni a essere un prodotto del popolo”


L’accorato appello dell’enologo e consulente per evitare l’eccessivo ricarico sulle bottiglie

Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi: «Il vino costa troppo, abbassiamo i prezzi. Torni a essere un prodotto del popolo»

(di Alessandra Dal Monte – corriere.it) – Era cominciata come una chiacchierata sulla corretta temperatura di servizio dei vini rossi d’estate – «Toglierei estate: i rossi vanno serviti tutto l’anno a una temperatura che non è quella ambiente, a meno che l’ambiente non sia a 14-15 gradi», ironizza lui – ma alla fine la telefonata con Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, è diventata più che altro un accorato appello al mondo del vino. «Non è possibile che sul prezzo finale della bottiglia solo il 10-20 per cento sia rappresentato dal costo effettivo per il produttore. Tutto il resto sono rincari/ricarichi: è come se una bottiglia che esce dalla cantina a 30 euro venisse venduta a 300, 400 euro. Come possiamo pensare di rilanciare i consumi di vino con dei prezzi così?». L’enologo e consulente più famoso d’Italia non ha dubbi: «Dobbiamo fare in modo che il vino torni a essere un prodotto del popolo. Basta linguaggio sofisticato e baroccato, basta prezzi folli. Le cifre alte sono giustificate solo nel caso di alcuni vini bandiera, che hanno una lunga storia e un significato particolare per quel territorio e quel Paese. Ma in tutti gli altri casi va ridotto il gap tra costo per il produttore e costo per il consumatore». 

Altrimenti, è certo che i nuovi consumatori non saranno mai attratti dal vino, ma piuttosto da spritz e cocktail. Non solo: «Per quanto io non li ami, spezzo una lancia a favore dei dealcolati: se a noi enologi vengono chiesti, non possiamo fare gli obiettori di coscienza, li dobbiamo fare al massimo delle nostre capacità. Perché possono davvero essere una strada di avvicinamento al vino per quelle persone che si definiscono astemie senza mai aver assaggiato un calice: questi prodotti, se ben fatti, possono invogliare ad approfondire».
La chiusa è un messaggio di speranza: «Lavoro con 108 cantine nel mondo come consulente, e sono tutte preoccupate: la crisi stavolta è globale. Ma in 78 anni ne ho viste di crisi del vino, alla fine si superano tutte: il vino è un prodotto così complesso, che ha un legame culturale con il territorio così forte e radicato, che non può scomparire. Certo dobbiamo produrre e proporre sul mercato non più di quello che serve e in questo gli enologi di oggi, che non sono solo grigie presenze in cantina ma ormai esperti di tendenze, di marketing e comunicazione, possono dare una grande mano strategica al settore».


Testa a testa fra i poli, Vannacci tra il 6 e l’8%. Ma un elettore su due sceglie di non votare


Dal sondaggio sulle intenzioni di voto, strutturato su tre ipotesi di coalizione, emerge un «bipolarismo stanco»

Testa a testa fra i poli, Vannacci tra il 6 e l’8%. Ma un elettore su due sceglie di non votare

(ALESSANDRA GHISLERI* – lastampa.it) – I numeri, da soli, non vincono le elezioni, tuttavia possono aiutare a comprendere quali scenari potrebbero delinearsi se le tendenze oggi osservabili dovessero consolidarsi. La tabella di Only Numbers che accompagna questa riflessione non vuole essere assolutamente una previsione, ma rappresenta un semplice esercizio matematico costruito su tre differenti ipotesi di distribuzione del consenso.

A differenza di molte rilevazioni, in questo sondaggio si è rilevato direttamente per coalizioni. Tre simulazioni elettorali realizzate sulle alleanze in gioco, tre fotografie diverse di un Paese che fatica a riconoscersi in un’unica maggioranza. Il dato di partenza è la sostanziale stabilità del bipolarismo – stanco – italiano. Nei tre scenari simulati il centrodestra oscilla tra il 43,1% e il 47,7%, mentre il centrosinistra (la rilevazione comprende anche Italia Viva alleata con Pd, M5S e Avs) si colloca tra il 43,9% e il 45,4%. In altre parole, la distanza tra i due poli resta contenuta e, in due delle tre ipotesi, siamo di fronte a un vero e proprio testa a testa. In questa simulazione è evidente che si sono esasperati gli equilibri semplificando le partecipazioni e inserendo nelle coalizioni anche tutti i nuovi movimenti politici che stanno facendo capolino sulla scena, ma che al momento sono ancora in embrione.

Ciò che cambia realmente gli equilibri non è tanto la forza dei due schieramenti principali quanto il comportamento dell’elettorato esterno ai due poli. Il primo elemento è rappresentato da Futuro Nazionale, cui vengono attribuite percentuali comprese tra il 6,1% e il 8,8%. Si tratta della variabile più significativa della simulazione dove un “nuovo” soggetto politico di queste dimensioni potrebbe diventare decisivo nella formazione delle maggioranze parlamentari, soprattutto se nessuno dei due schieramenti riuscisse a prevalere nettamente. Un secondo fattore è costituito dall’area definita Azione e dagli Altri partiti, che insieme si attestano attorno al 6,5% e l’8,5%. Pur trattandosi di percentuali apparentemente più modeste, in un sistema competitivo come quello italiano possono risultare determinanti nella costruzione degli equilibri parlamentari.

A questo quadro si aggiunge, inoltre, l’incognita rappresentata dalle formazioni politiche attualmente in fase di costruzione o riorganizzazione, la cui eventuale partecipazione alle prossime elezioni potrebbe incidere sulla distribuzione del consenso, frammentando ulteriormente il panorama politico o intercettando quote di elettorato oggi non pienamente rappresentate. Si tratta di una variabile che rende le attuali rilevazioni necessariamente provvisorie e soggette a possibili significative evoluzioni, e questo è bene ricordarlo sempre.

Detto questo, il dato probabilmente più interessante è, ancora una volta, quello dell’astensione. Nei tre scenari viene ipotizzata tra il 45,9% e il 50,7%. Significa che quasi un elettore su due potrebbe scegliere di non votare, il non-voto, ad oggi, resta il primo partito d’Italia, in ogni scenario possibile. Ed è questa la vera incognita delle prossime elezioni. Una partecipazione così ridotta modifica il peso relativo di ogni singolo voto e rende ancora più imprevedibili gli esiti finali. Bastano piccoli spostamenti di consenso o una diversa mobilitazione dell’elettorato per cambiare radicalmente il risultato. Ed è da qui, prima ancora che dai numeri di centrodestra e centrosinistra, che dovrebbe partire qualunque riflessione sul futuro politico del Paese. Osservando le tre ipotesi emergono altre considerazioni.

Nel blocco di partenza – la prima ipotesi – la fotografia è un equilibrio quasi perfetto che mostra un pareggio dove centrodestra e centrosinistra viaggiano appaiati, attorno al 43-44%, con Futuro Nazionale al 6,1% e Azione al 4,5%. È l’istantanea di un bipolarismo stanco, in cui nessuno dei due poli ha la forza per governare da solo e in cui le forze esterne alla coalizione – Futuro Nazionale e Azione – si dimostrano l’ago della bilancia. La seconda ipotesi racconta un centro destra che si rafforza fino al 47,3%, trainato probabilmente da un riassorbimento dei voti di Futuro Nazionale, che però all’interno della coalizione perde dei consensi, mentre cresce l’elettorato di Azione fino quasi al 5,5% assimilando voti dal “centro”.

Crescono fino a sfiorare il 3% anche gli Altri partiti. È lo scenario di un centro destra che si sposta a destra e che prova a chiudere la partita, pagando però il prezzo di una fuga degli elettori più moderati e un’astensione che esploderebbe al 50, 7%: la metà esatta del Paese sceglierebbe di non votare. C’è da chiedersi infatti, se effettivamente in una situazione di questo tipo, un partito come Forza Italia possa rimanere compatto nella coalizione di centro destra con l’entrata di Vannacci.

La terza ipotesi, quella forse più curiosa per chi guarda al 2027, capovolge la prospettiva e trova un centrosinistra che sale al 45,1%, superando il centrodestra, fermo al 42,6%, e una Futuro Nazionale che, lungi dallo sciogliersi nel blocco conservatore, si consoliderebbe come forza autonoma sfiorando il 9%. È lo scenario in cui la frammentazione del campo conservatore, anziché rafforzare la destra di governo, finisce per indebolirla, aprendo uno spazio che il centrosinistra riuscirebbe ad occupare. In questa esercitazione matematica emerge una riflessione su queste “tre Italie” possibili. Il vero terreno di scontro politico non è più soltanto tra centrodestra e centrosinistra, ma, ancora una volta, tra chi vota e chi smette di farlo. Una forbice che oscilla tra il 46% e il 51% di non voto non è un dettaglio statistico: è la misura di una sfiducia strutturale verso l’offerta politica nel suo complesso, indipendentemente da chi la guida.

In questo senso, lo scenario in cui Futuro Nazionale cresce come soggetto autonomo nell’ipotesi 3, merita un’attenzione particolare. Non tanto per il dato in sé, quanto per la tentazione, sempre più diffusa – a destra come a sinistra -, di inseguire un elettorato deluso con offerte identitarie nette, anziché con proposte di governo capaci di intercettare anche chi oggi sceglie di restare a casa. A ciò si aggiunge una difficoltà che accomuna gran parte delle forze politiche: trasformare gli slogan della campagna elettorale in politiche concretamente realizzabili e applicabili una volta al governo. Le aspettative create durante la competizione si scontrano spesso con i vincoli economici, istituzionali e internazionali, alimentando una distanza crescente tra promesse e risultati percepiti dai cittadini. È una dinamica che, legislatura dopo legislatura, contribuisce a rafforzare la disillusione dell’elettorato e ad accrescere l’astensione. È una scommessa rischiosa: può pagare in termini di consenso all’interno del proprio campo, tuttavia rischia anche di allargare ulteriormente la platea di chi si sente orfano di rappresentanza e considera il voto sempre meno uno strumento efficace per incidere sulla realtà.

Naturalmente la politica non è una semplice equazione algebrica, entrano in gioco campagne elettorali, leadership, eventi economici, crisi internazionali e, soprattutto, la capacità di convincere gli indecisi. Tuttavia, la matematica offre uno strumento prezioso, perché consente di capire quali combinazioni siano plausibili e quali conseguenze potrebbero produrre. La lettura che emerge da questo esercizio è semplice. Le prossime elezioni potrebbero non essere decise tanto dalla crescita o dal calo dei grandi partiti, quanto dalla partecipazione al voto e dalla capacità delle forze intermedie – o di nuovi partiti e movimenti ancora oggi solo in fase di progetto – di intercettare quel consenso che oggi appare ancora molto fluido. Per questo motivo la tabella non va letta come una fotografia del futuro, ma come una bussola, perché mostra che oggi esistono almeno tre percorsi possibili, tutti statisticamente coerenti, e che il risultato finale dipenderà non solo da pochi punti percentuali, ma da quali nuovi altri scenari da qui alle elezioni si presenteranno. Potrebbe emergere anche una quarta ipotesi in cui nessuno schieramento superi il 42% e i seggi potrebbero essere distribuiti con il sistema proporzionale… Insomma, in un Paese sempre più polarizzato, politicamente indicizzato sui leader di partito e caratterizzato ancora da una forte astensione, anche una variazione minima può trasformarsi nella differenza tra una maggioranza solida, un Parlamento senza vincitori o la necessità di nuove alleanze. È utile ricordare che in politica, come nella matematica, spesso sono i decimali a fare la differenza.

*Sondaggista e direttrice di Euromedia Research


Trump, un altro attacco per offendere Meloni “Serve ordine restrittivo”


Il post compare alla vigilia del vertice Nato, in programma a Ankara il 7 e 8 luglio

Trump, un altro attacco per offendere Meloni “Serve ordine restrittivo”

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – «Serve un ordine restrittivo». Con questo commento, che segue gli attacchi dopo il G7 di Evian, Donald Trump è tornato a prendere di mira e a dileggiare Giorgia Meloni alla vigilia del summit Nato di Ankara. Un meme, che raffigura la premier quasi in adorazione del capo della Casa Bianca, è stato pubblicato ieri sera dal tycoon sul social Truth. La presidente del Consiglio a caldo non si esprime. È la linea, nell’immediatezza: non reagire alle provocazioni. Resta lo sconcerto per un attacco a freddo, tra l’altro non fondato su evento specifico o una regione precisa (nella foto non è neanche chiaro se la leader guardi effettivamente il tycoon). Non un buon viatico in vista del vertice in Turchia che si consumerà nello spazio di un mattino. Così, almeno, la diplomazia turca ha spiegato ai colleghi dei Paesi membri dell’Alleanza. E potrebbe trattarsi di una buona notizia per Meloni, tutto considerato: avere ridotte probabilità di incrociare mercoledì mattina Trump è uno scenario accettabile, viste le nuove tensioni. C’è un elemento che nessun artificio contabile è riuscito a modificare, quando si ragiona dell’impegno italiano che Meloni porterà al tavolo della Nato: Roma spenderà nel 2026 il 2,8% del pil in spese militari, senza però sfruttare Safe per alzare ancora di più questa asticella. E questo nonostante le critiche pubbliche rivolte da Trump agli alleati europei. Ecco perché Meloni, dopo lunghe consultazioni con Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto di cui ha riferito ieri Repubblica, ha definito un perimetro di promesse — di questo al momento si tratta — che anticiperà ad Ankara. Serviranno a confermare la traiettoria di crescita anche nel prossimo biennio, a rassicurare Washington.

Le ultime limature, si apprende da fonti di massimo livello, portano a fissare nel 2028 il target al 3,4%. Parliamo di 19 miliardi in più in due anni. Come distribuire questo sforzo, sarà oggetto di ulteriore riflessione dopo il summit: per il 2027 dovrebbe essere sancito un +0,25-0,3% del pil, nel 2028 +0,55-0,65%. In tutto, comunque, si è stabilito di arrivare a 19 miliardi, se si considerano gli attuali livelli di crescita del Paese. Uno sforzo che graverà in gran parte sul prossimo esecutivo, visto che tra pochi mesi l’Italia tornerà alle urne.

Esiste un nodo più ravvicinato, però. Attiene al sostegno economico e militare all’Ucraina per cui la presidente del Consiglio si impegnerà nel documento finale del vertice: ottanta miliardi nel 2027-2028, dunque quaranta all’anno (e senza gli Stati Uniti). Tra i principali contributori ci sono Germania e Norvegia. Roma potrebbe partecipare in minima parte, o provare a sottrarsi del tutto ricordando che l’obolo è comunque volontario. La linea è infatti quella che l’esecutivo ha già aiutato Kiev sul fronte energetico e sarà il terzo contributore dell’Unione europea per i sessanta miliardi prestito biennale agli ucraini annunciati da Bruxelles. Per l’Italia, che finanzia circa il 12% del bilancio continentale, significa staccare un assegno da circa 7 miliardi in due anni.

Ieri Crosetto è tornato a parlare di Ankara. «Il vertice è stato costruito perché vada bene. Gli impegni saranno rispettati. Poi cosa dirà o farà Trump lo vedremo». È un’incognita che preoccupa, visti gli screzi delle ultime settimane. «I rapporti reali con gli Usa — frena però Crosetto — sono ottimi, gli stessi che avevamo uno o cinque anni fa. Non sono cambiati a livello di forze armate, di difesa, di deep state o tra ministri». Il tycoon vuole che i partner spendano di più in difesa e sicurezza, il ministro non è neanche troppo in disaccordo: «Non ho mai pensato che queste spese debbano essere messe in alternativa a sanità, cultura, welfare. La difesa è un costo, ma senza non c’è sanità, né spesa sociale».


Così le Regioni di destra truccavano i dati del virus


I morti “spalmati” in Sicilia e quelli evitabili del Veneto, il disastro lombardo, letti e vaccinazioni gonfiati

Così le Regioni di destra truccavano i dati del virus

(estr. di Giuseppe Pietrobelli e Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – […] Morti “spalmati” per alleggerire i bollettini. Posti letto Covid gonfiati per evitare restrizioni, richieste di vaccini manomesse e ogni altro barbatrucco anche per salvare la movida in Costa Smeralda. Sulle Regioni la Commissione Covid ha deciso di non indagare anche se proprio lì si concentrano alcune delle vicende più controverse della gestione dell’emergenza: dalla Lombardia al Veneto, fino a Sicilia, Liguria e Sardegna.

[…] Come la mettiamo con chi sostiene che in Veneto potevano essere evitati almeno tremila morti? Con i difetti nella raccolta dei dati che alteravano il calcolo dell’indice di trasmissibilità, o con le aperture da zona gialla quando sarebbe servita una restrizione totale? E che dire dell’uso massiccio di test rapidi, al posto dei tamponi molecolari, che non intercettavano tutti i contagiati? Passando alla Lombardia, che incidenza hanno avuto la mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo, a cinque chilometri da Bergamo o i mancati tracciamenti? La Commissione d’inchiesta guidata da Fratelli d’Italia avrebbe potuto approfondire ciò che hanno fatto — o non hanno fatto — le Regioni. Soprattutto quelle del Nord, che registrarono i dati peggiori. Quelle vicende, però, sono rimaste sostanzialmente confinate al livello di commissioni regionali, dove il centrodestra ha imposto relazioni auto-assolutorie.

Prendiamo il Veneto della seconda ondata (ottobre 2020-marzo 2021), regione “maglia nera” italiana per numero di morti. La relazione finale di maggioranza venne approvata nel 2022 dai sette consiglieri leghisti senza far cenno ai rilievi che invece erano stati evidenziati dalle opposizioni. Che nelle 43 pagine della relazione di minoranza avevano chiosato: “Mentre Zaia teneva conferenze stampa giornaliere, non ci venivano consegnati i documenti richiesti. Dopo la prima ondata il Veneto manifestò la sindrome del primo della classe, ma nella seconda prevalse una spinta aperturista e si evitò la linea rigorista”. Uno studio del professor Enrico Rettore ha stimato circa 3.000 morti in più per la mancata istituzione della zona rossa. Il demografo Enzo Migliorini calcolò invece 1.142 decessi evitabili tra il 4 novembre e il 30 dicembre 2020, diventati oltre 1.600 morti in più al 7 gennaio 2021. Un quarto della relazione di maggioranza invece fu dedicato a confutare le critiche del professor Andrea Crisanti sull’eccessivo ricorso ai tamponi rapidi. Ma soprattutto tentò di ridimensionare il dato della mortalità. La consigliera Vanessa Camani (Pd) osservò che “tra ottobre 2020 e marzo 2021 in Veneto morirono 8.282 persone: peggio di noi, nella seconda ondata, solo la Lombardia, che però ha il doppio della popolazione”.

[…] Copione analogo in Lombardia. “Siamo stati i migliori, un esempio per il resto del Paese” concluse il centrodestra in regione presentando la relazione finale che mai mette in dubbio l’operato della giunta di Attilio Fontana, nonostante al 13 ottobre 2020 (data in cui termina l’indagine) la Lombardia contasse 114.800 casi e 16.994 morti, un terzo dei contagi e la metà dei decessi di tutta Italia. Le responsabilità? Addossate all’allora governo, all’Oms e casomai alle feste di Carnevale. Nulla da dire invece sulla mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo, l’inadeguatezza della medicina territoriale, i mancati tracciamenti dei contagi, l’inerzia delle Ats, l’ospedale in Fiera usato “come strumento di propaganda” , tutti elementi invece messi in fila nella relazione della minoranza sulla mala gestione da parte di Regione Lombardia dell’emergenza travolta dalla prima ondata pandemica, anche a causa dell’iniziale sottovalutazione di quanto stava accadendo. Ma i casi, diciamo così, controversi non si fermano al Nord. Che dire della Sicilia di Nello Musumeci e delle parole di Ruggero Razza, allora assessore alla Salute poi promosso al Parlamento europeo da Fratelli d’Italia? “E spalmiamoli un poco”, diceva – non sapendo di essere intercettato – alla funzionaria della regione che doveva trasmettere all’Istituto superiore di sanità i dati sui morti e i contagiati. […] Ma non si contano i trucchi per restare in zona bianca e evitare restrizioni, come quello sui posti letti gonfiati nei reparti Covid ma a medici e infermieri invariati come segnalò per esempio un’inchiesta in Calabria. La Procura di Genova aveva invece pizzicato Matteo Cozzani, uomo macchina di Giovanni Toti in regione Liguria a raccontare il ritocchino sui vaccini che lo aveva visto protagonista insieme al suo capo. “I dati che abbiamo mandato… io avevo già truccato, lui li ha presi, li ha riaumentati”. Ancora prima nella Sardegna di Christian Solinas più che all’epidemia si pensava alla movida: e quindi ecco servita l’ordinanza per tenere aperte le discoteche nonostante il parere contrario del Comitato tecnico-scientifico regionale.


Ma mi faccia il piacere


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Le sue prigioni. “Moretti in carcere: pittura, ceramica e l’enciclica del Papa. ‘Non spreco tempo, imparo qualcosa’” (Repubblica, 27.6). Silvio Pellico, Antonio Gramsci e Nelson Mandela gli fanno una pippa. Severa autocritica. “Al centrosinistra servono voti e unità” (Matteo Renzi, In onda, La7, 28.6). In mancanza di entrambi, è la volta buona che si ritira dalla politica. […]


La Nato: il bancomat di Trump!


(ANSA) – WASHINGTON, 05 LUG – Donald Trump ha trasformato la Nato in un’azienda, un meccanismo basato su logiche transazionali, privilegiando l’aumento della spesa per la difesa e gli investimenti in armamenti americani rispetto ai valori democratici condivisi e all’espansione dell’Alleanza stessa. Un cambiamento che rischia di mettere a dura prova la tenuta della Nato e di distoglierne l’attenzione dalla difesa collettiva.

Il presidente americano, osserva Politico, ha convinto i membri dell’Alleanza a incrementare le spese per la difesa e a investire in modo massiccio in armamenti Usa destinati all’Ucraina.

Alla riunione annuale dei leader della Nato, in programma questa settimana in Turchia, Trump tornerà a concentrarsi sull’entità della spesa europea per le forniture militari americane, rischiando di mettere in secondo piano le discussioni sull’allargamento dell’Alleanza o sulla difesa del fianco orientale della Nato contro la Russia. Inoltre, ha indebolito i legami che un tempo mantenevano unito il gruppo, trasformando l’alleanza in un’entità plasmata più dagli interessi nazionali che da ideali condivisi.


Gratteri: “Fentanyl business criminale ad altissima resa…”


Il procuratore di Napoli analizza l’interesse della criminalità organizzata per gli oppioidi sintetici dopo il furto di 80 fiale di Fentanest a Roma. E mentre proseguono le indagini, in Lombardia vengono chieste verifiche su un presunto ammanco in un ospedale di Sesto San Giovanni.

Gratteri: “Fentanyl business criminale ad altissima resa, ma uccide e attira pressione investigativa. Le mafie fanno affari con la cocaina”

(ilfattoquotidiano.it) – Grandi profitti, piccoli quantitativi da trasportare, facilità di occultamento e una logistica molto più semplice rispetto alla cocaina. È questa la combinazione di fattori che rende il fentanyl sempre più interessante per la criminalità organizzata, anche se il mercato europeo è ancora lontano dalle dimensioni raggiunte negli Stati Uniti. A tracciare il quadro è il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che in un’intervista a La Stampa commenta il furto di 80 fiale di Fentanest, anestetico a base di fentanyl, avvenuto nei giorni scorsi all’Ospedale Israelitico di Roma, e per cui sono in corso le indagini.

“Non si può escludere nulla in radice senza conoscere gli elementi investigativi”, premette Gratteri. Un colpo di questo tipo, spiega, “può interessare gruppi criminali diversi: organizzazioni strutturate, reti specializzate, intermediari del mercato illegale o soggetti capaci di rivendere rapidamente il prodotto”. Per il magistrato è però un errore attribuire automaticamente la responsabilità alle mafie: “Non vanno escluse per principio, ma nemmeno evocate automaticamente. Oggi agiscono spesso come broker, finanziatori, garanti logistici o riciclatori, non sempre come esecutori materiali”.

L’interesse delle organizzazioni criminali per gli oppioidi sintetici risponde innanzitutto a una logica economica. “Il fentanyl ha una resa criminale altissima, un alto valore, piccoli volumi, facilità di occultamento e una minore complessità logistica rispetto alla cocaina”, osserva Gratteri. Caratteristiche che consentono margini di guadagno molto elevati, poiché bastano quantità minime per produrre un numero enorme di dosi.

Il procuratore invita tuttavia a non sovrapporre automaticamente la situazione europea a quella nordamericana. “Non siamo ancora arrivati ai livelli degli Stati Uniti“, sottolinea, ricordando però che le agenzie europee stanno segnalando “una crescente attenzione verso gli oppioidi sintetici ad alta potenza e i rischi di contaminazione dei mercati tradizionali”. Allo stesso tempo evidenzia come il mercato europeo presenti un limite strutturale: “Il fentanyl uccide facilmente, destabilizza la clientela e attira una pressione investigativa e sanitaria altissima”.

Secondo Gratteri, il boom registrato soprattutto in Nord America è stato favorito dalla diffusione della dipendenza da oppioidi prescritti, dalla ricerca di sostanze più potenti ed economiche e dalla capacità delle organizzazioni criminali di inserire il fentanyl in pillole contraffatte o di mescolarlo ad altre droghe. La Drug Enforcement Administration (DEA) continua infatti a considerarlo una delle principali minacce del mercato statunitense.

Quanto agli equilibri del narcotraffico, il magistrato precisa che, al netto del fentanyl, “la cocaina resta il grande business delle mafie in Europa“. La ‘ndrangheta conserva un ruolo centrale grazie ai rapporti consolidati con i produttori sudamericani, ma oggi il mercato è più frammentato, con la presenza crescente di gruppi albanesi, balcanici, marocchini, turchi, olandesi, latinoamericani e di reti criminali ibride e transnazionali.

Anche i canali di distribuzione degli oppioidi sintetici sono ormai molteplici. “Il fentanyl può viaggiare in quantità molto più piccole e con rese criminali altissime”, osserva Gratteri. Le rotte passano attraverso lo spaccio tradizionale, le spedizioni postali, le piattaforme criptate, i social network, i marketplace illegali e il dark web, che rappresenta però soltanto uno dei canali disponibili.

Sul caso del furto delle 80 fiale di Roma proseguono intanto gli accertamenti. E proprio l’episodio ha acceso l’attenzione anche in Lombardia, dove il capogruppo del Movimento 5 Stelle in Regione, Nicola Di Marco, ha presentato, come riporta Fanpage.it, un’informativa urgente all’assessore al Welfare Guido Bertolaso chiedendo di verificare le indiscrezioni relative a un presunto ammanco all’ospedale di Sesto San Giovanni. Al momento non risultano conferme ufficiali, ma la richiesta è di chiarire se vi siano stati furti del farmaco nelle strutture sanitarie lombarde e quali misure di sicurezza siano adottate per impedirne la sottrazione e l’eventuale immissione nel mercato illegale.


A Capalbio è cambiata la fauna, ma sotto l’ombrellone si parla solo di Vannacci


Il generale di Futuro Nazionale è l’argomento clou della località toscana, meta delle ricche vacanze estive di imprenditori, politici e giovani rampolli. Nel frattempo la stagione è ricca di appuntamenti

(di Gianluca Roselli – ilfoglio.it) – Roma. “Se si parla di Vannacci… Mah… Guarda, ormai a Capalbio c’è stato un cambiamento antropologico, la frequentazione è completamente diversa, di politica non si parla quasi più…”. La fonte, autorevole, è assidua nell’ex piccola Atene (ex appunto), attenta a captare quello che si dice tra i lettini dell’Ultima Spiaggia, il bancone del Frantoio e i tavolini del Carmen Bay a Macchiatonda. “Nell’ultima ventina d’anni qui hanno comprato casa sempre più industriali e imprenditori del nord, la zona è costosa e non tutti possono permettersela. Quell’intellighenzia di sinistra ricca ma nemmeno troppo, pure squattrinata, s’è molto ristretta. E quelle conversazioni accese sulla politica che tenevano banco alle cene fino alle due di notte sono un ricordo…”, continua il nostro interlocutore. “Tra giornalisti e politici se ne parla, ma roba di dieci minuti sotto l’ombrellone, poi finisce lì…”. Del resto, basta vedere le automobili da 150 mila euro parcheggiate all’Ultima Spiaggia o alla Dogana, ma anche i giovani rampolli che frequentano il Frantoio, La Selva o il Fontanile dei Caprai, per capire come la fauna sia cambiata.

Anche se un nucleo resiste, soprattutto oltre i sessanta. “Alle mie cene di politica si parla sempre, quindi anche di Vannacci, che è il fenomeno del momento. E di Donald Trump. Credo che il generale abbia tutto l’interesse a stare fuori dalle coalizioni, perché, se entra, rischia di perdere voti. Ma se Meloni lo dovesse imbarcare, allora l’asse si sposterebbe molto a destra e questo un po’ preoccupa”, osserva Mauro Luchetti, imprenditore, gran frequentatore della zona. Barbara Palombelli è in Sicilia e non è informata, mentre Chicco Testa è a Roma e manca da qualche weekend. Ci risponde però un’altra fonte, che chiede l’anonimato. “Sì, è vero, tra le nuove generazioni c’è più voglia di leggerezza, le persone vengono per il weekend, dopo un’intensa settimana di lavoro, e vogliono rilassarsi. I discorsi vertono soprattutto sui progetti di vita e professionali. La politica interessa davvero molto meno”, racconta il nostro interlocutore.

Allora andiamo dal sindaco. A Capalbio alle Europee del 2019 c’è stato l’exploit della Lega di Salvini e alle Politiche del ’22 quello di Fdi, con oltre il 50 per cento, ma poi alle Regionali ha stravinto Eugenio Giani. “Per ora nessuno s’è iscritto a Futuro nazionale e dubito che Vannacci presenti una lista alle comunali, nel 2027. Ma non escludo che, quando si voterà per le Politiche, dove conta il voto d’opinione, il generale possa fare proseliti anche qui”, osserva Gianfranco Chelini. Che promette di ricandidarsi e ha da poco inaugurato, insieme a Giani sceso per l’occasione, il nuovo Anfiteatro del Leccio, scenario principale dell’estate capalbiese. “Vannacci è interessante perché disarticola le coalizioni e il centrodestra per la prima volta dovrà affrontare problemi di alleanze, che di solito erano solo a sinistra…”, continua Chelini. Intanto la stagione estiva è partita: venerdì sera all’Ultima Spiaggia c’è stato il concerto di Nada, mentre sabato grande serata al Leccio con Irene Grandi.

Sempre al Leccio arriverà uno spettacolo di Paolo Hendel, poi ci sarà Dario Vergassola, ma pure Age Pride, spettacolo assai noto del Franco Parenti di Milano. E qui, all’aperto, si trasferiranno le proiezioni del Cinema Tirreno, altra scommessa vinta negli ultimi anni dalla Fondazione Capalbio, presieduta da Maria Concetta Monaci. Poi il Capalbio Film Festival, a fine settembre, giunto alla quinta edizione. Come mostre, da segnalare Mimmo Palladino. E Capalbio Libri, il Premio Piazza Magenta e un salotto letterario tenuto da Emmanuelle De Villepin: primo appuntamento con Daria Bignardi sulla scrittura al femminile.

“A parte il cinema, tutti gli appuntamenti saranno gratuiti e questo grazie al contributo del Comune e dei nostri sponsor. E col Leccio avremo la possibilità di avere nomi sempre più di livello…” afferma Maria Concetta Monaci. Intanto assidua della zona è diventata Maria Elena Boschi (l’avvocato Roberto Vaccarella, suo fidanzato, ha casa qui). New entry anche l’imprenditore Luca Ferlaino. Ma la vera notizia, da queste parti, è la riapertura di un forno, chiuso da due anni. Mancherebbe poi sempre una libreria-edicola e forse qualcuno prima o poi ci penserà. 


Genova, ora la sindaca Salis resuscita Toti per gli eventi


L’Altraonda affidato all’agenzia Philia

Genova, ora la sindaca Salis  resuscita  Toti per gli eventi

(di Marco Grasso – ilfattoquotidiano.it) – A un anno e mezzo dal patteggiamento, ogni imbarazzo per le vicende giudiziarie sembra essere svanito. Si era già notato un cambiamento negli ultimi eventi, passati da un marcato monocromismo di centrodestra alla più tenue gradazione del salotto bipartisan. Ma questo per Giovanni Toti è un passo in più: stavolta gli hanno affidato il più importante festival dell’estate genovese. La sua agenzia Philia si è infatti aggiudicata il fundraising, la ricerca di sponsor e la vendita degli spazi pubblicitari dell’Altraonda Festival, kermesse a cui sono attese 70 mila persone, e artisti come i Litfiba, Fiorella Mannoia, Bresh, Sayf, Ex Otago, Negroamaro e Alessandro Mannarino. Ad appoggiarsi a Philia è Ops srl, società privata i cui titolari sono gli stessi che nell’ultimo anno hanno avuto il sostanziale monopolio degli eventi cittadini organizzati da Silvia Salis, a cominciare dal rave di Charlotte de Witte e dal bagno di folla di Olly allo stadio Luigi Ferraris.

Nel dicembre del 2024 il tribunale di Genova chiudeva l’accordo di pena per finanziamento illecito e corruzione a carico del governatore ligure, pizzicato a trafficare concessioni portuali e finanziamenti elettorali sullo yacht di Aldo Spinelli. Per una strana geometria del destino, il suo sdoganamento pubblico nel capoluogo ligure avviene proprio nel cuore del porto. E in una città che nel frattempo ha cambiato colore politico. L’Altraonda festival si terrà a luglio all’Arena del Mare, fiore all’occhiello delle aree gestite dalla Porto Antico Spa, società del Comune di Genova. Il presidente della Porto Antico Spa è l’avvocato Mauro Ferrando, uomo nominato da Bucci riconfermato anche dalla nuova amministrazione. Ma ecco i servizi offerti da Philia. Con il pacchetto “main partner”, si ha accesso alla “terrazza esclusiva”, “massima visibilità” e “ospitalità vip”. Con la formula “main sponsor platinum”, “customizzabile”, ci sono la “brandizzazione del palco”, servizi “supervip” oltre ai “pass backstage” e “conferenza stampa”. Il rapporto fra Porto Antico e Philia ha in mezzo un intermediario privato, Ops srl, organizzatore dell’evento.

I soci, Alessandro Orlando e Nicolò Sasso, titolari anche dell’agenzia Rst events, nell’ultimo anno hanno allestito la quasi totalità degli eventi pubblici cittadini, diventati la cifra della svolta politica di Silvia Salis, sempre in prima fila e sempre a favore di social; ma al tempo stesso sono in ottimi rapporti con Philia, ed erano tra gli ospiti di uno degli ultimi eventi totiani, il Forum del turismo di Santa Margherita. Già in quell’occasione si era fatta strada l’impressione che i gradi di separazione dei poteri cittadini stessero evaporando: all’evento dell’agenzia di Toti c’erano fra gli altri esponenti della giunta Salis e big del centrosinistra, come Roberta Pinotti. Poche settimane più tardi a Portofino Philia ha portato anche Matteo Renzi. Mentre la direttrice di Palazzo Ducale Sara Armella, nominata da Silvia Salis alla guida della più importante istituzione culturale cittadina, ha affidato la sua immagine a Jessica Nicolini, ex portavoce di Toti e cotitolare di Philia. L’affaire Altraonda ha però tutto un altro sapore. E non solo perché sul palco saliranno alcuni artisti storicamente impegnati a sinistra. La normalizzazione di Toti non piace a parte della maggioranza di Silvia Salis, che però, finora, sembra digerire alcune sbavature in preoccupato silenzio. La sindaca nel frattempo è in partenza per New York: una missione che durerà poco meno di una settimana, che segue il tour della Amerigo Vespucci. Ad accompagnarla sarà una delegazione di dieci persone, composta dallo staff, dall’assessora al Commercio M5S Beghin, e dal capo di gabinetto Marco Speciale: “L’iniziativa punta a rafforzare i legami storici e culturali tra Genova e New York”. L’opposizione di centrodestra rumoreggia per il rinvio del consiglio comunale. Tutto cambia. Sembra già ieri quando era il centrosinistra a lamentarsi dei consigli disertati e delle nutrite missioni di Giovanni Toti a Dubai, Singapore o Londra, e il governatore a ribadire quanto fosse importante il marketing territoriale.


Vannacci cresce tra i redditi più bassi. Il 55% dei suoi elettori sta con il governo


Un leghista su 4 lo sceglierebbe. Oltre un terzo di chi lo sostiene si è astenuto alle Europee

sondaggio

(di Nando Pagnoncelli – corriere.it) – Come abbiamo visto la scorsa settimana, a proposito delle intenzioni di voto del mese di giugno, il fenomeno che caratterizza quei dati è il successo di Futuro nazionale, la formazione del generale Vannacci, che cresce apprezzabilmente di settimana in settimana. Alla fine di giugno il dato di questa forza era stimato al 6%, superando la Lega al 5,6%. Si tratta di un risultato evidentemente importante. È utile allora cercare di capire da dove arrivi e come sia composto l’elettorato di questa formazione che potrebbe mutare, forse anche in maniera significativa, gli equilibri politici. Per poterlo fare abbiamo lavorato su circa 20.000 interviste cumulate tra febbraio e giugno di quest’anno, una numerosità che ci aiuta ad attenuare i rischi di approssimazione e di errore che piccoli campioni possono correre.

Come abbiamo già evidenziato nei più recenti scenari politici, l’elettorato di Vannacci proviene in grande parte dall’area di destra: circa il 56%, infatti, si colloca in quest’area, oltre il 22% si definisce centrodestra, il 15% non si colloca politicamente, il 4% si dichiara centrista, il restante (meno del 3%) si dichiara invece elettore di centrosinistra o sinistra. 

Anche i partiti a cui Vannacci sottrae maggiore consenso si confermano quelli che avevamo evidenziato precedentemente; il travaso più rilevante avviene ai danni della Lega: oltre il 20% di chi aveva votato il Carroccio alle Europee oggi sceglierebbe FnV. Il secondo serbatoio è Fratelli d’Italia: al momento circa l’8% dei suoi elettori si sposterebbe su Vannacci, una quota in crescita nelle ultime settimane. Seguono gli ex astenuti delle Europee, tra i quali FnV raccoglie il 9%. Dalle altre forze (Noi moderati, M5S, Azione/Italia viva) i flussi sono minimi, quasi trascurabili.

Passando dalla «dinamica» alla «fotografia» dell’elettorato, cioè alla sua composizione attuale, vediamo che oggi oltre un terzo degli elettori di FnV proviene dagli astensionisti alle Europee, il 31% proviene da Fratelli d’Italia e il 25% dalla Lega. Qui si vede bene la differenza tra flussi e composizione: è vero che FnV prende l’8% degli elettori di FdI e più del 20% di quelli della Lega, ma il partito della premier ha un elettorato più grande. Dunque, facendo 100 gli elettori attuali di FnV, la quota che proviene da FdI pesa più della quota che proviene dalla Lega, nonostante la percentuale di erosione interna alla Lega sia più alta.

Va sottolineato, inoltre, che se l’impatto di Futuro nazionale sulla Lega è stato quasi immediato, cioè una quota consistente di elettori di questa formazione si è trasferito su Vannacci al suo primo apparire nello scenario politico, l’impatto su Fratelli d’Italia è stato meno consistente all’inizio ma sembra progressivamente crescere. 

Tre mesi fa, infatti, FnV attirava meno di 200 mila elettori di FdI alle Europee, mentre oggi arriva a 506 mila; al contrario, l’erosione della Lega sembra rallentare: 372 mila elettori al suo apparire agli attuali 407.000. Se questa tendenza venisse confermata, Futuro nazionale potrebbe insidiare in maniera apprezzabile il partito di maggioranza relativa.

Dal punto di vista delle caratterizzazioni sociodemografiche, l’elettorato di Vannacci è decisamente più maschile (62% contro il 38% di donne), ma è piuttosto trasversale quanto all’età: l’appeal dai giovani agli anziani rimane infatti piuttosto costante nelle diverse classi di età (che nella composizione dell’elettorato di Vannacci prevalgano le classi di età meno giovani non dimostra infatti una maggiore attrattività, ma dipende dal fatto che l’Italia è un Paese particolarmente anziano). Da notare inoltre che emerge una certa capacità attrattiva nei confronti delle giovani generazioni, che tendono a crescere un po’ più di quanto avviene per i meno giovani. 

Per quel che riguarda la condizione economica, la maggiore attrattività si ritrova nelle condizioni basse e medio/basse, che insieme compongono oltre il 50% dell’elettorato attuale di Futuro nazionale, mentre il 34% è composto da elettori di condizione media. Le aree economiche medie e deboli sono anche quelle che segnalano una maggiore crescita negli ultimi mesi. 

Per quel che riguarda la condizione professionale, il massimo di appeal lo troviamo tra i disoccupati e gli operai. Dal punto di vista territoriale, la presenza è maggiore nei piccoli e medi Comuni del Centro-Nord, mentre è minore l’attrattività nel Sud, anche qui con livelli più elevati nei Comuni più piccoli.

Infine, un tema di cui si dibatte è relativo alla potenzialità espansiva di questa nuova formazione. Ci si chiede infatti a quanto potrebbe arrivare. Naturalmente è difficilissimo fare stime attendibili sul futuro, che dipendono da una pletora di variabili imponderabili. Però, sia pur con grandi limiti, se ragioniamo sulla potenzialità attrattiva in termini di interesse per il leader di Futuro nazionale (quanti cioè apprezzano Vannacci pur non votando per FnV), e la considerazione per il partito (quanti tengono in considerazione l’ipotesi di votare per Vannacci pur attualmente non indicandolo come prima scelta), interpolando i due dati si può stimare attualmente un ulteriore bacino elettorale potenziale (1.518. 000) di dimensioni di poco inferiori alla stima dell’elettorato attuale (1.628.000 elettori).

È un bacino potenziale che sembra distribuirsi in modo abbastanza simile all’intenzione di voto attuale, anche se qualche differenza è possibile individuarla guardando con attenzione alle stime per i singoli gruppi con cui abbiamo analizzato i nostri campioni: qui troviamo, ad esempio, più elettori con condizione economica medio-alta, ceto impiegatizio, residenti nelle grandi città del Sud.

Va altresì osservato che non sono escluse future defezioni tra coloro che oggi dichiarano la loro intenzione di votare per Vannacci, attratti più dalla novità e dal clamore mediatico che dalla proposta politica. In un elettorato volatile, i ripensamenti non sono infrequenti (non è affatto certo che l’orientamento espresso oggi da un elettore rimanga invariato fino al giorno delle elezioni) e potrebbero essere influenzati anche dalla possibile nuova legge elettorale, dalla politica delle alleanze e dal ricorso al «voto utile».

In vista delle prossime elezioni sarà interessante verificare se l’elettorato di FnV preferirebbe allearsi con l’attuale maggioranza o propenderebbe per una corsa solitaria: le opinioni sul governo attuale non sciolgono i dubbi, dato che il 55% esprime un giudizio positivo contro il 42% che dà una valutazione negativa.

In conclusione, possiamo dire che Futuro nazionale ha il profilo classico della formazione ancorata a destra, che raccoglie prevalentemente un elettorato di protesta: cittadini in difficoltà o comunque in condizioni socio-economiche difficili, trasversali dal punto di vista dell’età, presenti nelle professioni meno qualificate, spesso residenti al di fuori delle aree urbane. È un pezzo di elettorato che proviene in buona parte proprio da quelle aree politiche che avevano messo al centro della loro campagna la difesa di questi ceti e che forse non sono riusciti a farlo. Sembra quindi che il terreno di coltura della nuova formazione sia più tema della (mancata) protezione sociale rispetto a quello, pur non trascurabile, della narrazione identitaria.


La forza del pontefice e la paura dei politici di perdere consensi


Quella di Papa Leone XIV solitario sugli scogli di Lampedusa è un’immagine che ricorderemo

Papa Leone XIV in visita a Lampedusa

(di Eraldo Affinati – repubblica.it) – Papa Leone XIV solitario e pensieroso sugli scogli di Lampedusa che perde lo zucchetto strappato dal vento, là dove continuano a morire sotto i nostri occhi i nuovi dannati della terra, è un’immagine che ci ricorderemo. Come se il Dio del Creato o chissà quale altra bizzarra combinazione astrale, dipende dalla fede di ciascuno di noi, avesse destinato proprio lui, questo agostiniano nato a Chicago, San Gimignano del Novecento, a svolgere il ruolo di supplenza etica che era già stato assunto, con toni diversi ma uguale idealità, da papa Francesco.

Le frasi pronunciate ieri, nel miglior contraltare possibile alla festa dell’Independence Day, soprattutto i gesti compiuti, tesi a legittimarle, l’omaggio alle tombe dei migranti, la Santa Messa celebrata nell’isola posta al centro del più grande cimitero marino dei nostri tempi, rappresentano, con incomparabile evidenza plastica, una risposta schiacciante alla cieca e proterva politica dei respingimenti. Non riconoscerlo significherebbe disattendere quella stessa responsabilità che secondo il pontefice avrebbe dovuto ispirare le decisioni non prese nelle stanze dei bottoni dei palazzi che contano del Vecchio Continente.

Arriverà un giorno in cui qualcuno ci chiederà dov’eravamo noi quando la gente affogava: un po’ le stesse domande che gli abitanti dei villaggi intorno a Bergen-Belsen si sentirono porre dalle truppe alleate che, alla fine della Seconda guerra mondiale, avevano appena liberato il lager nazista. Non vedevate la cenere accumulata sulle foglie degli alberi? I civili tedeschi potevano difendersi dicendo di non sentirsi colpevoli perché chiunque avesse protestato sarebbe finito dall’altra parte del filo spinato. Noi no. Non disponiamo di tale giustificazione. Eppure troppo spesso ci mancano le parole: c’è un vuoto da colmare. Perché abbiamo l’impressione che il Papa, come anche nelle sue riflessioni sull’intelligenza artificiale presenti nella Magnifica humanitas, resti da solo? Siamo prigionieri degli schemi, delle ideologie, delle reciproche strumentalizzazioni.

In particolare le dichiarazioni della classe dirigente sul tema dell’immigrazione appaiono strabilianti, benché facilmente decifrabili. Si tratta di un problema linguistico legato alla percezione artificiosa, se non strumentale, della gigantesca osmosi di popoli alla quale stiamo assistendo. Il migrante non andrebbe né criminalizzato né idealizzato. Dovremmo conoscerlo. Non la categoria che lo definisce. Non le statistiche che lo riguardano. Non i protocolli d’intesa da realizzare coi Paesi da cui proviene. No. Le persone. Ognuna con la sua storia, il suo carattere, la sua esistenza unica, sacra e irripetibile. Se fossimo in grado di farlo, potremmo interpretare meglio noi stessi, diventando almeno consapevoli della dimensione retributiva da cui ci lasciamo governare. Il rapporto con Mohamed o Fatima diventerebbe la misura di tutti gli altri. E invece i cosiddetti leader degli opposti schieramenti si limitano a balbettare formule astratte sui vari tipi di emigrazione. Hanno paura di perdere il consenso. Pensano soltanto ai voti. Hanno fatto credere anche ai nostri ragazzi che la quantità certifichi la qualità. Non è affatto così!

Dobbiamo aspettare il Papa che ci esorta a non temere di contaminarci nell’incontro col prossimo per riscoprire ciò che Arthur Rimbaud scriveva a George Izambard, Je est un autre? Forse sì, e non sarebbe la prima volta: a chi faceva implicito, sebbene sottaciuto, riferimento quel motto divenuto quasi impronunciabile per consunzione interna, se non al giovane rabbi disceso da Cafarnao sulle rive del lago di Tiberiade? Non era stato lui a incrociare lo sguardo dei primi pescatori, lasciando loro intendere la possibilità di realizzare, qui ed ora, non chissà dove, come e quando, un’azione a fondo perduto, non schiava del risultato che avrebbero ottenuto? Vieni, seguimi, io ti darò tutto, anche se tu non mi restituirai niente. Soltanto così capiremo chi siamo.


Stefano Patuanelli: “Agli amici del Covid 100 mln, per i tumori non ne hanno trovati sei”


“Esposto ai pm per chiarire le responsabilità sul pagamento all’azienda vicina al partito di Meloni”

Stefano Patuanelli: “Agli amici del Covid 100 mln, per i tumori non ne hanno trovati sei”

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – “No, non immaginavamo potessero arrivare a tanto”. Il vicepresidente del M5S Stefano Patuanelli è una furia. Ce l’ha con il governo e con il partito di Giorgia Meloni accusato di aver taciuto anche in commissione Covid sullo “scandaloso” bonifico da 100 milioni disposto proprio in favore di un’azienda vicina a Fratelli d’Italia. “Hanno fatto finta di niente evidentemente contando di non essere scoperti. Ora blaterano a sproposito per l’imbarazzo. Ma dovrebbero andare a nascondersi: ricordo che sono gli stessi che non hanno trovato 6 milioni per lo screening dei tumori al seno”.

Della transazione con la JC di Dario Bianchi non si sapeva nulla fino a poche ore fa… Che ne pensa?

Intanto che questo signore è diventato dal 2024 il principale teste di accusa di Fratelli d’Italia nei confronti dell’ex premier e Giuseppe Conte. Bianchi è stato sentito più volte dalla commissione Covid e non gli è uscito mai di bocca nulla a proposito dei 100 milioni che aveva nel frattempo incassato dal governo.

Né a lui né a chi sta gestendo l’inchiesta in commissione

Esatto. Abbiamo chiesto ripetutamente al presidente della commissione Covid Marco Lisei di Fratelli d’Italia che venissero acquisite notizie sulla vertenza in corso con questa azienda: ha sempre nicchiato e ora capiamo perché.

È possibile che Lisei fosse all’oscuro di tutto?

Beh mi pare molto difficile. Così come è altrettanto curioso che i segugi dei giornali della famiglia Angelucci, che hanno sprecato fiumi di inchiostro su JC non abbiano saputo nulla. Del resto anche ora che la transazione è stata rivelata hanno liquidato la cosa in poche righe quando lo hanno fatto.

Il ministro Schillaci? Poteva non sapere?

Guardi, il consiglio dei ministri di cui fa parte ha sfornato un decreto che destinava al suo ministero un contributo da 100 milioni: le pare possibile che non abbia chiesto a cosa dovesse servire?

Sta denunciando l’intera filiera di Fratelli d’Italia…

Non so se ci sono gli estremi della falsa testimonianza per Bianchi che ha omesso di raccontarci della transazione. Di sicuro vogliamo che la magistratura faccia chiarezza sulle singole responsabilità in questa vicenda che rappresenta un unicum nella storia d’Italia: senza attendere la sentenza di appello e neppure la sospensiva, il governo a ottobre ha deciso di pagare, sborsando quella cifra…

Avete annunciato un esposto in procura

C’è più di un elemento che non torna, anche se non occorre Sherlock Holmes per capire cosa sia accaduto. Chi firma la transazione è la moglie del meloniano Cirielli messa in quella posizione nonostante un curriculum non proprio calzante per il ruolo a cui è stata preposta al ministero della Salute. Vogliamo anche capire in che circostanze sia maturato il parere dato sull’operazione dall’Avvocatura dello Stato. Questo per tacere della norma infilata alla chetichella nel decreto approvato in quattro e quattr’otto in Parlamento. Ma poi mi scusi…

Prego.

Non hanno mai detto una parola su questa transazione neppure un cenno. Parlano di trasparenza e con la massima opacità hanno pagato 100 milioni degli italiani quando non ne hanno trovati 6 per gli screening tumorali. Per non parlare delle liste di attesa su cui hanno messo briciole. Ma non si vergognano?

Martedì il presidente della commissione Covid sentirà il capogruppo di Fratelli d’Italia.

Verrà a gettare altro fumo negli occhi per continuare ad accusare di ogni nefandezza gli avversari. Conte, l’allora ministro della salute Speranza… Questo invece di chiedere conto alla loro ex ministra Daniela Santanchè che ha dovuto restituire la cassa integrazione Covid per i dipendenti di Visibilia che lei continuava a far lavorare. La commissione d’inchiesta non la usano per capire cosa ha funzionato e cosa no durante la gestione della pandemia, ma serve per fini squisitamente politici. Purtroppo sono così: sono inadeguati al ruolo perché non hanno la minima grammatura istituzionale”.