Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Democrazia americana: squadrismo, decadenza e vie d’uscita


(Davide Sabatino – lafionda.org) – Come è noto gli Stati Uniti hanno da sempre sopportato un tasso di violenza molto elevato. Le forze dell’ordine negli USA hanno spesso e volentieri avuto la mano pesante sui cittadini, soprattutto se questi erano afroamericani (vedi caso George Floyd). Eppure quello che è successo a Renee Nicole Good, donna bianca, cristiana e madre di tre figli, è qualcosa di agghiacciante. Renee è stata uccisa a sangue freddo mercoledì scorso nella città di Minneapolis da una pattuglia dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement). Questo episodio fa tremare i polsi non solo perché è incredibile che nel 2026 possa esistere legalmente una polizia che abbia il potere (concessogli da uno stato che si autoproclama democratico) di esercitare atti di squadrismo nei confronti di persone “immigrate”, o presunte tali; ma risulta sconcertante soprattutto perché, in questo caso, stiamo parlando di un omicidio intenzionale nei confronti di una signora disarmata, che si trovava seduta immobile nella propria auto. Infatti, nei giorni successivi anche molti repubblicani filo-Trump hanno commentato il tragico evento con parole di sdegno e preoccupazione. E, ad oggi, ci sono stati oltre mille eventi in tutti gli Stati Uniti che hanno visto grandi proteste al grido: “Ice, Out for Good” (Ice, fuori per sempre).

Ad aumentare la gravità dell’accaduto sono arrivati immediatamente i commenti triviali di esponenti del governo statunitense, come il vicepresidente J. D. Vance, il quale ha dichiarato che si è trattato di un “attacco alle forze dell’ordine”. In poche parole — secondo Vance — l’agente federale dell’Ice avrebbe agito così per legittima difesa, visto e considerato che, sue testuali parole, la signora Good è da considerarsi semplicemente “una vittima dell’ideologia di sinistra”. In sostanza, la tesi estremista del governo Trump-Vance-Rubio è questa: Renee se l’è cerata perché era un’attivista di sinistra. Se fosse stata di destra, invece, bé non le sarebbe successo nulla. Ci rendiamo conto dell’assurdità di queste dichiarazioni? Dei precedenti politici e culturali che queste giustificazioni “di parte” possono creare? L’escalation di violenza da guerra civile, dopo questo tragico fatto, non è più un’ipotesi politologica. È esattamente la realtà tremenda di oggi. Continuare a denunciare questa deriva barbara dello stato di diritto nelle cosiddette democrazie occidentali, è un compito civile e spirituale trasversale, che dovrebbe essere percepito come tale da chiunque creda che sia arrivato il momento di mettere da parte ogni forma di ideologia divisiva e inutilmente bellica.

Ribadisco: l’accettazione della violenza interna fa parte della storia degli Stati Uniti d’America fin dall’inizio. Ed è la loro colpa originaria. Anche con i Dem al governo abbiamo assistito ininterrottamente a episodi razzisti di una ferocia intollerabile. Quindi non si tratta di criminalizzare l’operato suprematista di Trump — che resta tale — per assolvere l’ipocrisia di Biden o della Harris. Anzi, è tutto l’opposto. Per questo mi fa sorridere leggere che i MAGA sarebbero migliori perché almeno esplicitano la loro violenza colonialista apertamente e non sono dei falsi perbenisti come quei sepolcri imbiancati Dem, difensori del diritto internazionale solo quando gli fa comodo a loro. È ridicolo sentir dire, in modo così superficiale, che se critichi la politica di Trump allora vuol dire che sei automaticamente a favore della cancel culture o di qualsiasi altra aberrazione politicamente corretta. Come se dentro questo bipolarismo decadente una terza via non ci fosse.

Questa logica polarizzante, nonostante abbia una certa presa sull’opinione pubblica, esattamente come il tifo calcistico o televisivo, ad un’analisi più seria resta comunque un’idiozia facilmente smontabile. La violenza, infatti, è violenza punto e basta. E chiunque eserciti questa prepotenza antidemocratica su qualsiasi altro — peggio ancora se lo fa in modo spudorato e disinvolto — è da condannare senza se e senza ma. Non esistono scuse di fronte all’uso della violenza; e questo, soprattutto per chi si impegna nel costruire un mondo più pacifico e disarmato, dovrebbe essere lapalissiano.

Ciò che constatiamo è quindi un’assenza spaventosa di visione politica innovativa, nuova, inedita, coraggiosa e realmente pacifica, che abbia davvero l’ardire di mettere in discussione l’intero teatrino della politica bellica contemporanea. Se per eccesso di realismo cadiamo anche noi nella retorica che dice sostanzialmente che in politica esistono solo i “rapporti di forza” e nient’altro, allora possiamo dare le chiavi del nostro futuro in mano a tutti coloro che stanno già dimostrando d’essere i più cinici e i più spietati (vedi, per esempio, i nostri leader europei). È questa la politica che ci dobbiamo augurare? Sarebbe questo il destino delle democrazie occidentali? Speriamo proprio di no. Invertiamo immediatamente questa rotta suicidaria, che ci mantiene costantemente nel “rischio di un imminente catastrofe”, come scriveva profeticamente il sociologo Ulrich Beck. La scelta che dobbiamo fare non è fra la maschera dell’orrore (Dem) e l’orrore in sé (Rep); altrimenti saremmo comunque spacciati. Esiste sempre una terza via quando la polarizzazione diventa così esasperante. Basta solo immaginare l’impossibile. Credere nell’impossibile! Dunque, ci arrendiamo a questo stato di cose, alla legge del più forte, oppure vogliamo provare a inaugurare un nuovo moto rivoluzionario non violento e, proprio per questo, fortemente radicale?


La pace tra Ucraina e Russia? Il problema è Zelensky


Trump: «È Zelensky che ostacola la pace tra Ucraina e Russia». Il presidente parla con Reuters: «Putin è pronto a fare un accordo. L’Ucraina è meno pronta»

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(Alessandro D’Amato – open.online) – «Dobbiamo convincere il presidente Zelensky ad accettarlo». Questo ha detto Donald Trump riguardo a un accordo con la Russia per porre fine alla sua guerra in Ucraina. In un’intervista rilasciata alla Reuters, alla domanda se sostenesse l’idea di garanzie di sicurezza statunitensi per proteggere l’Ucraina tramite la condivisione di intelligence, Trump ha risposto: «Se riuscissimo a fare qualcosa, aiuteremmo. Stanno perdendo 30.000 soldati al mese tra loro e la Russia. Ora, l’Europa ci aiuterà in questo». E su Putin: «Penso che sia pronto a fare un accordo. Penso che l’Ucraina sia meno pronta a fare un accordo», ha detto Trump. Alla domanda su quale fosse il problema, Trump ha risposto: «Zelensky».

Trump, Putin e Zelensky

Il presidente Usa ha anche detto che incontrerebbe Volodymyr Zelensky al World Economic Forum di Davos la prossima settimana, ma ha lasciato intendere che non ci siano piani definiti. «Lo farei, se lui sarà lì», ha affermato Trump. «Io ci sarò», ha confermato. Mentre l’ex principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi «sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe nel suo stesso Paese. E non siamo ancora a quel punto… Ma è molto presto, troppo presto per dirlo. Non so come vada d’accordo con il suo Paese. Non so se il suo Paese accetterebbe la sua leadership, e certamente se lo accettassero sarebbe perfetto per me», ha aggiunto, notando di non aver mai parlato con Pahlavi.

Jerome Powell

Trump ha anche detto di non avere piani per licenziare Jerome Powell, nonostante un’indagine penale del Dipartimento di Giustizia sul presidente della Federal Reserve, ma ha precisato che è «troppo presto» per dire cosa farà alla fine. «Non ho alcun piano per farlo», ha detto Trump. Alla domanda se l’indagine gli desse motivi per farlo, il presidente ha aggiunto che «al momento siamo un po’ in uno stato di attesa con lui e determineremo cosa fare. Ma non posso entrare nei dettagli. È troppo presto. Troppo presto». Oggi intanto è previsto l’incontro con Maria Corina Machado. Alla domanda se volesse che Machado gli desse il suo Premio Nobel per la Pace, ha risposto: «No, non l’ho detto io. Ha vinto lei il Premio Nobel per la Pace».

Il Nobel

E se Machado portasse il premio? «Beh, è quello che sento dire. Non lo so, ma non dovrei essere io a dirlo», si è schermito. Il presidente ha anche riferito di aver avuto «una conversazione molto buona» con Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela. «È stata molto brava a trattare. Penso che verrà, alla fine verrà… non proprio ora, ma alla fine verrà e andrò anche io nel loro Paese».


Alla ricerca del taxi perduto


(di Michele Serra – repubblica.it) – Per affrontare un gruppo di tassisti romani in sciopero bisogna essere vocati al martirio: se poi lo si fa brandendo, a scopo dimostrativo, una macchinetta per i pagamenti non cash, che hanno il temibile inconveniente di lasciare una traccia fiscale, come ha fatto il leader radicale Matteo Hallissey, il coefficiente di rischio è altissimo, e Hallissey deve essere molto felice di poterlo raccontare ai suoi cari.

Provando a semplificare una materia complessa, in attesa di una nuova regolamentazione da una trentina d’anni, i casi sono due: o i tassisti si attrezzano per migliorare la loro offerta e accettare che le licenze aumentino di parecchio, o diventa molto difficile maledire Uber e consimili. Se uno non trova un taxi, cosa che capita spessissimo a Roma e ultimamente anche a Milano, si arrangia con quello che trova: un’ovvietà che è penoso dover spiegare.

Uber prospera laddove mancano i taxi, e non per presa di posizione “politica” contro le auto pubbliche: per stretta necessità. Non è difficile da capire, ma è una ovvietà che continua a sfuggire a una corporazione per la quale l’offerta non è necessariamente un dovere, ed è questa lacuna a rendere molto impopolare una protesta che sembra ignorare sistematicamente il disservizio pubblico.

Come è tipico di questo Paese, il problema si ripresenta, con pochissime varianti, da decenni. Con emotività in aumento costante, ragionevolezza in decrescita, malumori piazzaioli che non giovano alla causa dei tassisti, e anzi la danneggiano. Ma credo di avere già scritto amache identiche a questa, lungo gli anni, molte volte. La tengo da parte e la ripubblico, pari pari, una volta all’anno, nella certezza della sua perenne attualità.


Zero in storia e pure in geografia


Meloni voleva fare la storia. Ma per inseguire Trump, il suo governo si accontenta di stravolgere la geografia

Zero in storia e pure in geografia

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – A chi a destra da giorni non si dà pace perché la Flotilla non ha preso il largo alla volta dell’Iran, dove la brutale repressione delle manifestazioni di piazza ad opera del regime degli ayatollah sta facendo migliaia di morti, la risposta più chiara e inequivocabile è arrivata ieri dal voto delle opposizioni, sebbene con i distinguo dei 5 Stelle, in Commissione Esteri al Senato.

Sorvolando sull’impossibilità di una missione umanitaria modello Gaza a bordo di piccole imbarcazioni, tanto per le condizioni climatiche (siamo in pieno inverno) quanto per la distanza (proibitiva), il voto favorevole di tutte le forze di centrosinistra con la sola astensione dei pentastellati (che non è un No), smonta la propaganda con cui da settimane la maggioranza continua ad accusare i partiti di opposizione di stare prima con Maduro e ora con Khamenei.

Il via libera bipartisan alla risoluzione di condanna delle stragi di manifestanti in Iran sgonfia le balle di una destra ormai ridotta, in politica estera, a stampella delle scorribande Usa, passate (il sequestro del presidente venezuelano) e future (un possibile attacco militare su Teheran). Posizione che, motivando la sua astensione di ieri, il Movimento 5 Stelle ha perfettamente evidenziato. “Non vogliamo che il governo italiano si trovi a sostenere un’altra azione illegale di Trump, un’altra guerra per il petrolio; per questo motivo abbiamo chiesto di inserire un impegno nella risoluzione unitaria sull’Iran per scongiurare un intervento militare unilaterale, rafforzando un testo che per il resto condividiamo. Questo nostro auspicio è stato rigettato e per questo ci siamo astenuti”, ha spiega Giuseppe Conte.

Un rifiuto che conferma ciò che ormai è chiaro da tempo: non solo per Tajani, ma per l’intero governo italiano, il diritto internazionale vale fino a un certo punto. Vale per i nemici (la Russia che invade l’Ucraina), ma non per gli alleati (gli Usa che bombardano illegalmente il Venezuela e Israele che stermina 70mila palestinesi) né per se stessi (l’Italia che rimpatria il ricercato internazionale Almasri in Egitto con volo di Stato). Meloni voleva fare la storia. Ma per ora il suo governo si accontenta di stravolgere la geografia.


Il codice Meloni trasforma l’Italia in uno stato di polizia


Come per ogni decreto Sicurezza che si rispetti, il legislatore compie un salto pericoloso: lega l’inasprimento delle norme sulla microcriminalità a quelle sulle manifestazioni in piazza. Alcuni articoli del disegno di legge in cantiere confermano l’ossessione di risolvere complesse questioni sociali con il tintinnio delle manette. Dunque, dopo aver dato mano libera ai servizi segreti, si scivola rapidi verso uno stato di polizia

(Giovanni Tizian – editorialedomani.it) – Esistono due letture possibili del nuovo disegno di legge sulla sicurezza plasmato dal governo. La prima potremmo definirla come l’ammissione di un fallimento: guidano il paese da quasi quattro anni, con i sondaggi a favore, eppure dopo fiumi di decreti emergenziali, pacchetti sicurezza vari, nuovi reati introdotti, non hanno risolto un bel niente.

Che fare? Correre ai ripari, cioè proseguire nella bulimica produzione di leggi che si esauriscono in un esercizio repressivo. Che tuttavia ha il sapore di un insuccesso dichiarato. Come dire: ritenta sarai più fortunato. Ecco quindi l’ennesimo pacchetto sicurezza. E per quanto il ministro Matteo Piantedosi abbia tentato di riequilibrare il panpenalismo imperante con misure amministrative, il disegno non si scosta dal principio che sorvegliare e punire sia meglio di educare per prevenire.

I loro elettori potrebbero legittimamente parlare di tradimento delle promesse elettorali. Chi ha votato Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, Matteo Salvini e la Lega, lo ha fatto perché bombardato dalla propaganda degli imprenditori della paura, che ora siedono al governo.

Chi ha votato i sovranisti e i postfascisti lo ha fatto perché sedotto dalla favola securitaria dove regna la legge e l’ordine nelle stazioni, nelle piazze, nei quartieri. Ha dato loro fiducia per via di quel brutale slogan dei «porti chiusi» per chi fugge da guerre, fame e violenze di ogni genere. Un regime in cui il carcere assurge a unico baluardo di legalità.

I casi di cronaca delle ultime settimane, dalle aggressioni notturne nelle stazioni delle grandi città ai furti negli appartamenti, agli omicidi, di certo potenziano la percezione dell’insicurezza, che non per forza di cose è legata alle statistiche dei delitti commessi nell’ultimo anno. Lo sanno bene gli imprenditori della paura: sulla percezione hanno guadagnato una fortuna, hanno investito e capitalizzato alle elezioni politiche per finire a palazzo Chigi.

A questa interpretazione è possibile affiancarne una seconda. I fallimenti sul tema identitario della destra sono prodotti dall’idea stessa con cui il governo intende garantire la sicurezza ai cittadini. Un’idea di Stato e società da regolare solo attraverso la repressione.

Alcuni articoli del disegno di legge in cantiere confermano l’ossessione di risolvere complesse questioni sociali con il tintinnio delle manette. E così, per dirne una, all’articolo 4 è previsto, per i minorenni imputati, l’arresto in flagranza o la misura cautelare nel caso posseggano «strumenti atti a offendere». Non la comunità dove tentare percorsi di allontanamento da contesti criminali, ma il carcere, luogo dove ogni speranza è lasciata fuori dall’uscio.

Come per ogni decreto Sicurezza che si rispetti, il legislatore compie un salto pericoloso: lega l’inasprimento delle norme sulla microcriminalità a quelle sulle manifestazioni in piazza. In pratica se il disegno del governo dovesse mai diventare legge, le forze dell’ordine potranno perquisire in un regime di deregolamentazione i manifestanti e persino trattenerli, seguendo solo l’istinto del sospetto, fino a 12 ore in caserma.

Dunque, dopo aver dato mano libera ai servizi segreti, si scivola rapidi verso uno stato di polizia. È previsto peraltro un ampliamento della tutela legale per gli agenti coinvolti in fatti sui quali occorrerà fare luce.

Tutelati dal divieto di iscriverli nel registro degli indagati in caso di «cause di giustificazione» delle loro azioni. Ma nessuno dalle parti del governo si è posto una semplice domanda: se non si indaga come si può essere certi delle «cause di giustificazione» che legittimano l’azione del poliziotto coinvolto?

«Sulla sicurezza i risultati per me non sono sufficienti». Parola della presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di inizio anno, per poi aggiungere: «Questo è l’anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più». Sono noti i riferimenti culturali e politici nella giovinezza della leader di Fratelli d’Italia. Il codice Rocco del 1930, asse portante della repressione di Mussolini, è probabilmente ai suoi occhi una buona cosa. Per non essere da meno anche lei ha voluto lasciare il segno con il codice Meloni del 2026.


Campagnuolo, Pacchetto Vino: esprimo piena soddisfazione per l’approvazione in Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo


Esprimo grande soddisfazione per l’approvazione del Pacchetto Vino da parte della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo. Si tratta di un passaggio fondamentale che riconosce il valore strategico del comparto vitivinicolo europeo e offre finalmente strumenti più moderni, chiari e adeguati alle sfide che produttori e territori affrontano ogni giorno.

Come dottore in Scienze dell’ Alimentazione , ma soprattutto come consigliere comunale di Sant’Agata de’ Goti con delega presso l’Associazione Nazionale Città del Vino, considero questo risultato un segnale politico forte e concreto: l’Europa torna a guardare ai territori, alle comunità rurali e alle produzioni identitarie come pilastri di sviluppo sostenibile, economico e culturale.

Il Pacchetto Vino introduce misure attese e necessarie: maggiore flessibilità nella gestione dei vigneti, norme più chiare sull’etichettatura – anche per i vini a bassa gradazione o dealcolati , sostegni rafforzati agli investimenti per affrontare i cambiamenti climatici e nuove opportunità per promozione ed enoturismo. Tutti elementi che vanno nella direzione giusta: rafforzare la competitività senza perdere l’anima dei nostri territori.

Per realtà come Sant’Agata de’ Goti e per l’intera rete delle Città del Vino, questo pacchetto rappresenta un’opportunità concreta per valorizzare le denominazioni, sostenere le imprese agricole e creare sviluppo locale, occupazione e attrattività turistica. È la dimostrazione che quando l’Europa ascolta i territori, le politiche diventano più efficaci e condivise.

Confido ora in una rapida approvazione in seduta plenaria, affinché queste misure possano entrare presto in vigore e tradursi in benefici tangibili per i produttori, i cittadini e le comunità che vivono di vino, cultura e paesaggio.


La Groenlandia, gli USA e Kropotkin


(Marco Perisse – lafionda.org) – Groenlandia, GIUK Gap, Artico, mappa azimutale e così via. In questo pirotecnico inizio del 2026, per effetto delle varie iniziative dell’amministrazione Trump la geografia invade le prime pagine. L’accelerazione della dinamica geopolitica è tale da piegare la cronaca alla geografia.

Già questo elemento lancia l’attualità del geografo Pëtr Kropotkin che, alla morte sopraggiunta nel 1921, era noto quale teorico dell’anarchismo, ispiratore di quello che fu definito “anarco-comunismo”. I suoi lavori offrono interessanti spunti propedeutici alle letture geopolitiche. Meno nota però è la produzione scientifica di Kropotkin, sebbene fosse uno dei geografi fisici più accreditati del tempo, tanto che un suo ritratto si trova nel salone della Royal Geographical Society di Londra. Oggi invece i suoi stessi testi politici sono ritenuti dagli specialisti esempi brillanti di geografia sociale.

Nato a Mosca nel 1842 da una famiglia dell’aristocrazia, diplomato all’accademia militare, il principe divenuto ufficiale dei cosacchi, attratto dalle scienze naturali, va in servizio nell’Oriente inesplorato dell’impero zarista. Tra il 1862 e il 1867 attraversa la Siberia, studia l’idrografia e le catene montuose. Un’acuta osservazione lo porta a definire l’oblast sud-orientale del fiume Amur, da poco annesso (1860) alla Russia zarista, «Mississippi dell’estremo oriente», in analogia con i territori che in America si disvelavano in quegli anni sulla via della “conquista del West”.Ha la preveggente intuizione che il futuro prossimo appartenga alla Russia come all’America in ragione dell’estensione e delle risorse di vastissime terre vergini. Una medesima analogia può valere per la Groenlandia, l’isola più grande del mondo (2,16 milioni di km2, densità 0,03 abitanti/km2: molti di essi sono nativi Inuit), il cui sottosuolo è rimasto indenne perché coperto da una coltre di ghiaccio. Nel 2016, dopo la rimozione di un divieto, l’isola – che beneficia di larga autonomia – annunciò piani per l’estrazione in uno dei maggiori giacimenti di uranio al mondo. Come nell’Artico siberiano, lo scioglimento del permafrost e di settori della calotta, favorito dal riscaldamento del clima, rende realistica, seppure non agevole, la prospettiva di sfruttare i giacimenti di gas naturale, carbone, zinco, ferro e diamanti. Con riferimento a questo caso si può citare il geografo russo e la sua fondamentale teoria sul disseccamento delle zone interne dell’Eurasia cominciato alla fine dell’era glaciale, tema vieppiù attuale in riferimento a quanto accade nella fascia boreale.

Dopo aver lasciato l’esercito ed essersi laureato in Scienze naturali, nel 1872 Kropotkin si dimette dall’incarico di segretario della sezione geofisica della Società Geografica Imperiale russa. Il geografo fa posto al rivoluzionario: viene arrestato come affiliato del “circolo Čiaikovski” e imprigionato nella fortezza di San Pietro e Paolo dalla quale evade nel 1876 con modalità degne di un romanzo di avventura, che poi racconterà nelle Memorie di un rivoluzionario. Inizia un girovagare tra varie persecuzioni che lo porterà in diversi paesi d’Europa, fra cui la Francia, dove è incarcerato nel 1882. Lo studio della geografia e della biosfera fa da “scintilla” dell’esplorazione nel mondo delle idee, coadiuvata dall’esperienza diretta delle interazioni ecologiche in habitat inviolati, delle disfunzioni e della rapacità dello Stato centralista, delle inefficienze della burocrazia, delle condizioni dei ceti subalterni. Matura convinzioni antistatuali nutrendo l’idea antiautoritaria, autogestionaria e solidaristica di una rete orizzontale di comuni, cooperative, unità produttive confederate, in parte informata al tradizionale sistema russo delle comunità rurali (obščina), rielaborato sul pensiero di Bakunin, in parte mutuando l’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi, rafforzata dalle sue osservazioni scientifiche sulla cooperazione nelle specie animali.

Kropotkin vive in un’epoca di appropriazioni coloniali dove l’economia di estrazione delle risorse e la logica dell’accumulazione travolge tutto, anche le popolazioni autoctone con le quali gli europei sono a contatto in ormai tutti e cinque i continenti. Intere regioni vengono denaturalizzate e destinate a piantagioni o pascoli per alimentare la domanda che trasforma la moneta in capitale che a sua volta produce merci e profitto, crea nuovi impieghi (industriali, infrastrutturali, finanziari) e cicli produttivi – che traggono plusvalore dal lavoro –, invade nuovi territori e mercati secondo un modello mirato all’accrescimento indefinito del capitale stesso. Kropotkin traccia una delle prime denunce dei misfatti della colonizzazione spezzando la sua lancia in favore dei nativi, come quelli che aveva incontrato in Estremo Oriente, e apre la strada agli studi etnografici di Élisée Reclus e Léon Metchnikoff che mettono in discussione la pretesa supremazia “morale” dei bianchi per i quali “esportare civiltà e progresso” è il sostrato propagandistico dell’espansione coloniale del liberalismo nel secolo XIX.

Contro il sistema economico-politico, Kropotkin sviluppa le sue tesi politiche poggiandole sulle riflessioni sviluppate in veste di scienziato: l’opera Il mutuo appoggio riflette le osservazioni circa l’importanza della cooperazione all’interno delle specie animali e delle società umane quale fattore di evoluzione, in antitesi sia all’idea di competizione fra gli individui che a una romantica predisposizione di essi all’armonia sociale. Si distingue tanto da Hobbes (l’arbitrio predatorio del più forte: l’homo homini lupus) quanto da Rousseau. La nozione di mutuo sostegno quale fattore di evoluzione – l’aiuto reciproco in contrasto con quello che poi divenne comunemente il concetto di “darwinismo sociale” – gli fu ispirata sul campo: «Anche nelle zone ove la vita animale abbonda, non potei constatare questa lotta accanita pei mezzi di sussistenza fra gli animali della stessa specie, che i darwinisti (benché non sempre Darwin stesso) consideravano come la principale caratteristica della lotta per la vita e il principale fattore dell’evoluzione». Charles Darwin, pubblicando L’origine dell’uomo a dodici anni di distanza da L’origine delle specie, aveva limato l’idea della lotta per l’esistenza e sosteneva che le specie animali capaci di maggiore cooperazione fra cospecifici hanno maggiori probabilità di progenie. Non si può in un articolo sviscerare complesse tematiche filosofico-etico-politiche legate al pensiero di Kropotkin, consegnato a una vasta opera pubblicistica. È opportuno però sottolineare l’idea della cooperazione fra individui quale fattore evolutivo delle loro società.

Kropotkin sta uscendo dalla nicchia degli studi specialistici e politici: la prima edizione in inglese dei diari di esplorazione è stata pubblicata nel 2021. Lo scienziato si può collocare in una schiera di figure eterodosse del pensiero critico tenute in disparte per vari motivi, ma alle quali si può attingere per definire un corpus teorico anti-hobbesiano. Gli storici Stefano Merli e Luigi Cortesi sottolineavano la necessità di riscoprire filoni tralasciati nella storia delle sinistre e del socialismo al fine di arricchire strumenti analitici e interpretativi funzionali tanto alla storiografia quanto alla prassi. In quei filoni si potrebbero vedere fra gli altri Anna Kuliscioff, riformista (sostantivo) rivoluzionaria (aggettivo) sulla figura della quale ho pubblicato la novella storica Anna Kuliscioff e la nichilista, e Pëtr Kropotkin.

Quanto alla Groenlandia, il clamore circa l’eventualità di un’occupazione manu militari statunitense sembra fuorviante dal momento che l’ipotesi dai contorni più realistici suppone un acquisto senza colpo ferire, forse addirittura col beneplacito di una parte della popolazione locale, quindi poggiando sul principio di autodeterminazione. Già nel 2019, nel corso del primo mandato, il presidente Donald Trump aveva prospettato l’opzione dell’acquisto. Storicamente gli Stati Uniti hanno già acquistato territori altrui. Nel 1803 la giovanissima nazione americana comprò per 15 milioni di dollari dalla Francia napoleonica la Louisiana (area pari a 2 milioni di km2, ben più estesa dell’omonimo stato). Nel 1867 un altro colpo con l’acquisto della propaggine più orientale dell’impero russo, l’Alaska, per 7,5 milioni di dollari. Vi sarebbe stato in quel periodo un sondaggio del Dipartimento di Stato pure per acquistare Groenlandia e Islanda. Dal XVI secolo l’Islanda apparteneva alla corona danese. Vi rimase fino all’occupazione della Danimarca da parte della Germania nella II Guerra mondiale, che spinse gli anglo-americani a occupare l’isola per vigilare il “vuoto” nel Nord Atlantico tra le coste di Groenlandia, Islanda e Regno Unito, il GIUK (acronimo) Gap. Sotto la presenza americana nel ’44 si svolse un referendum che proclamò l’indipendenza dell’Islanda. L’alienazione era in passato favorita dalla natura giuridica degli Stati patrimoniali, nei quali la sovranità coincideva col titolo di proprietà in capo al monarca. L’ultimo acquisto è del 1917, quando gli Usa comprarono le caraibiche Indie occidentali danesi, ribattezzate isole Vergini americane. Pareva si fosse concordato di non procedere ad altre transazioni, tuttavia nel ’46 il presidente americano Harry Truman offrì a Copenaghen 100 milioni di dollari per l’acquisto della Groenlandia, ma il governo danese rifiutò. Il professor Cortesi ricordava come gli Usa durante e dopo il secondo conflitto mondiale avessero rimpiazzato l’impero britannico in declino, insediandosi in diverse piazzeforti quale nuova talassocrazia egemonica. In caso di una arcigna determinazione degli Stati Uniti, appare arduo per la Danimarca mantenere il protettorato sull’ultimo retaggio del proprio lontano passato coloniale.


Reuters: “Gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran entro le prossime 24 ore”


(reuters.com) – Un funzionario statunitense, parlando in anonimo, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno ritirando parte del personale da alcune basi chiave nella regione come misura precauzionale, date le crescenti tensioni regionali. Due funzionari europei hanno affermato che un intervento militare degli Stati Uniti sembra probabile, con uno di loro che ha aggiunto che potrebbe avvenire nelle prossime 24 ore.

Un funzionario israeliano ha inoltre affermato che sembra che Trump abbia preso la decisione di intervenire, anche se la portata e i tempi non erano ancora stati chiariti. Il Qatar ha dichiarato che le riduzioni di personale dalla base aerea di Al Udeid, la più grande base statunitense nella regione, “sono in corso in risposta alle attuali tensioni regionali”.


Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio


(Elena Basile – lafionda.org) – Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il “noi” e il “loro”. Volevo sentirmi, per un breve momento, parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni.

Volevo combattere le superstizioni di cui vive la borghesia europea, nutrite dalle allerte dei Ministeri degli Esteri e da una diplomazia che descrive il Paese come una dittatura monolitica, in grado di arrestare l’occidentale per strada e sbatterlo in prigione a vita, nel totale disprezzo dei diritti umani. Collegatevi al sito del Ministero degli Esteri belga, ad esempio, e vedrete come nel cittadino medio venga inculcato il terrore e coltivata l’immagine dei terribili soprusi che si possono subire in Iran. Naturalmente, ai tempi della dittatura dello Shah, quando era normale che la polizia segreta limitasse la libertà dei propri cittadini e li torturasse in carcere, non vi erano allerte di questo genere e gli occidentali riempivano alberghi e bar del Paese, felici e gozzoviglianti, incuranti del sistema di polizia nel quale si trovavano.

Il soggiorno è stato breve, un tempo ridicolo, non certo sufficiente ad avvicinarsi a un Paese dalla storia millenaria, caratterizzato da una complessità politica, culturale, economica e sociale a cui la visione stereotipata occidentale non rende giustizia. Viaggiare nel Paese anche solo per pochi giorni permette tuttavia di sfatare i pregiudizi coltivati dalla borghesia illuminata europea. Il Paese appare sicuro: non ci sono blocchi di polizia, né controlli per strada. Non ho mai visto automobili fermate dalla polizia o cittadini costretti a esibire i documenti. Come occidentale mi sono sentita accolta ovunque da una gentilezza dimenticata, da sorrisi e attenzioni che nei Paesi europei sono considerati fuori luogo. Un popolo ospitale, profondamente colto e sofisticato, sembra dimenticare di essere quotidianamente sotto attacco israelo-americano e tratta il turista occidentale come se non provenisse da Stati che hanno dichiarato una guerra militare, politica ed economica al loro Paese.

Dispiace che la diplomazia europea a Teheran, invece di testimoniare la realtà del Paese, si conformi al catechismo imposto dalle capitali e allarmi il malcapitato turista, descrivendo i rischi terribili che il sistema di polizia iraniano potrebbe fargli soffrire. Di fatto, il maggiore pericolo per i turisti è rappresentato dall’aggressione israelo-americana, dai bombardamenti che possono avvenire da un momento all’altro.

Le manifestazioni dovute alla crisi economica degli strati popolari più poveri, dei piccoli commercianti dei bazar, a cui si affiancano studenti e una generazione giovane, laica e insofferente verso il regime teocratico, stanca dell’immobilismo del potere politico, non costituiscono un rischio diretto per il turista. È comprensibilmente sconsigliabile prendere parte alle manifestazioni, anche pacifiche, fotografare la polizia o le istituzioni iraniane. Esistono scontri cruenti con la polizia, soprattutto nelle città al confine con l’Iraq e la Turchia, tra manifestanti armati accompagnati da agenti stranieri del Mossad e della CIA. Muoiono civili e poliziotti. Washington fomenta le rivolte armate nella speranza, improbabile, che una combinazione tra bombardamenti e instabilità possa portare a un cambio di regime.

Nelle principali città iraniane le manifestazioni cominciano alle otto di sera e sembrano insurrezioni di qualche centinaio di persone. Si tratta di proteste violente, con atti di vandalismo e assalti con esplosivi artigianali contro la polizia, che risponde brutalmente. A Isfahan mi sono ritrovata a qualche centinaio di metri dall’insurrezione: avvertivo il rumore di armi da fuoco e degli esplosivi dei manifestanti; eppure i quartieri adiacenti non erano bloccati. Vi era ancora un esiguo traffico di automobili e di passanti; ho cenato tranquillamente in un ristorante insieme ad altri pochi turisti.

Non vorrei creare malintesi. Non difendo il potere teocratico né la sua polizia, che in passato ha represso con violenza anche manifestazioni pacifiche. Migliaia di vittime sono state registrate nel Paese, mi riferiscono i riformisti e gli iraniani laici con cui sono stata in contatto. Oggi il Paese appare più aperto. La gente parla liberamente. Le critiche al potere sono il pane quotidiano. Mi sono ritrovata in discussioni nei bar e negli hotel e nessuno aveva timore di esprimere le proprie opinioni.

In Paesi che hanno sofferto vere e proprie dittature, come quelli latino-americani o i Paesi dell’Est — nella Romania di Ceaușescu — si evitava di parlare persino in casa propria; se un vicino scompariva, non si aveva il coraggio di menzionarlo neppure in conversazioni private. Ho raccolto testimonianze di diplomatici rumeni a questo riguardo.

In Iran oggi non si avverte la presenza pervasiva della polizia. Le donne in chador camminano per strada accanto a quelle vestite all’occidentale. Si incontrano ragazze con capelli tinti di azzurro, tatuaggi e jeans. Gli uomini sembrano indifferenti, poco curiosi nei confronti sia delle ragazze che investono nell’esibizione della propria femminilità sia di quelle che ostentano l’adesione ai precetti islamici. Nei locali la sera vi sono donne sole, di una certa età, che fumano e hanno volti un po’ artefatti, come in Occidente, per il botox o per interventi estetici.

Sembrerà strano, ma la maggior parte delle donne impegnate che ho incontrato — scrittrici, professoresse universitarie, manager, donne di scienza, attiviste per la donazione degli organi — è incline a rispettare il dressing code dell’hijab e talvolta del chador. Sono donne di carattere, protagoniste della propria vita, abituate al comando, a dirigere uomini. Affermerò qualcosa che, data la retorica sottoculturale occidentale, suonerà blasfemo. Ho incontrato in Occidente donne insicure, attente al proprio aspetto femminile, pronte a vendersi all’uomo più ricco o a fare un passo indietro in famiglia e in coppia rispetto alle esigenze dell’altro sesso.

Le donne iraniane impegnate mi hanno rivelato — e sembravano sincere — che nel loro lavoro non hanno mai dovuto pensare al proprio genere: con l’hijab o senza, hanno potuto fare tutto ciò che fanno gli uomini, senza discriminazioni. In casa sono state aiutate da mariti comprensivi, non frustrati e non competitivi, cosa che anche in Occidente è piuttosto rara.

Esistono dati sui traguardi professionali e sportivi delle donne che ora, per questioni di spazio, non riesco a citare. Una scrittrice di gialli storici, sull’esempio di Dan Brown, mi raccontava in un ristorante come il foulard sulla testa sia per lei un tratto identitario, così come per alcuni uomini lo è la cravatta fuori dal lavoro, in contesti amichevoli e non professionali.

Non voglio negare che esista un obbligo, mal sopportato nelle istituzioni, nei ministeri, persino nelle università, di un abbigliamento rispettoso dei precetti della Repubblica islamica teocratica. È importante sfuggire alla retorica e andare un po’ oltre le apparenze. Il femminismo è una cosa seria, non l’idiota moda occidentale in cui le donne sono ancora utilizzate dagli uomini, il loro corpo è esibito come merce, vivono in carriera una solitudine feroce e fingono di essere come gli uomini mentre ingoiano ogni giorno piccoli soprusi.

La contraddizione evidente in Iran è quella tra una società civile sempre più laica e occidentalizzata e i precetti coranici, divenuti con la Costituzione del 1979 obblighi istituzionali e sociali. La grande insofferenza della borghesia occidentalizzata e delle giovani generazioni verso un potere teocratico immobile è ormai dirompente. Molti giovani con cui ho avuto occasione di parlare, e che partecipavano alle manifestazioni, esibiscono un’ostilità non più contenibile. Non sembrano avere una visione politica: hanno l’urgenza di insorgere contro il potere.

Le rivolte sono state guidate dal malcontento dei poveri, schiacciati da un’inflazione insostenibile che ha raggiunto il 50%, e dai giovani contro la pressione sociale della teocrazia. In Iran non si vendono bevande alcoliche.

Credo che un cambiamento politico reale, possibile solo attraverso riforme interne e modifiche costituzionali, sia reso impossibile dallo stato di guerra perenne nel quale il Paese si trova. La repressione brutale della polizia è dovuta alla commistione tra rivolte interne e infiltrazioni straniere. Un giovane mi ha chiesto: «Lei crede che io sia un terrorista? Così la TV di Stato iraniana chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare». Ho dovuto rispondergli che, legalmente, sì: se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della CIA, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Shah Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e Netanyahu, possono essere considerati terroristi.

A Londra manifestanti pacifici che condannano il genocidio a Gaza sono stati arrestati a migliaia. Cosa accadrebbe se i propal venissero armati e addestrati dall’Iran e dalla Cina?

Un gruppo di giovani veterinari, incontrati in un albergo tipico di Kashan — un’ex casa della dinastia Qajar — uomini e donne, mi ha colpita per la loro ignoranza e inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del pensiero unico, si lamentavano del fatto che il Paese investisse nella difesa e sostenesse il nucleare, anche solo a fini civili. Facevo notare che l’Iran è sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile che la sicurezza sia una priorità del Paese. Aggiungevo che in Europa non siamo sotto attacco da nessuno eppure sacrifichiamo lo Stato sociale alle spese militari. Rimanevano interdetti.

Mi hanno confessato di non poterne più delle ristrettezze economiche. Di fatto erano ben vestiti: una borghesia che non vive la crisi dei poveri e dei piccoli commercianti dei bazar, che può permettersi alberghi costosi. Sognano tuttavia gli standard occidentali, la possibilità di viaggiare all’estero, di essere più ricchi, e pensano all’Occidente come al Paese della cuccagna.

Quando sottolineavo che i dimostranti si appellavano a Israele, a uno Stato genocidario, pur di liberarsi del regime teocratico, sono arrivati a rispondere che i palestinesi hanno i loro problemi, che gli iraniani non possono farci nulla e devono risolvere i propri. Il film Barbie ha vinto anche in Iran. La borghesia occidentalizzata chiede standard di vita migliori, sogna una libertà mitizzata e in larga parte irreale, si nutre di CNN ed è disposta a svendere il Paese a Netanyahu e allo Shah, nell’ingenua speranza che anche come colonia statunitense il Paese conoscerà un progresso economico e sociale oggi calpestato dall’immobilismo del potere teocratico e dall’assedio occidentale.

In una casa a Yazd, tra iraniani benestanti — imprenditori, professoresse, guide turistiche — ho avuto modo di conoscere la corruzione morale di uno strato sociale molto simile a quello che un tempo sosteneva lo Shah. Un medico mi ha raccontato che il settore sanitario ha qualche difficoltà a causa delle sanzioni, in particolare per quanto riguarda medicinali e strumentazioni, ma che i dottori hanno un’ottima preparazione e che un malato di cancro, anche se povero, può essere operato immediatamente negli ospedali pubblici. Gli ho fatto notare che questa è una conquista rara nelle sanità occidentali. Gli ho spiegato come in Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino sempre di più. Mi ha guardata con occhi vuoti e, poco dopo, parlando di un cambio di regime offerto dall’intervento israelo-americano, è sbottato in un «I love Netanyahu».

Non si tratta di un’eccezione. Una parte della borghesia benestante e affarista vuole un’economia che funzioni, è stanca della mancanza di riforme e di futuro, detesta l’oppressione sociale della Repubblica islamica ed è pronta a svendere il Paese ad attacchi stranieri, arrivando persino a prostrarsi davanti ai nemici storici come Netanyahu e Trump. Secondo Marandi si tratta tuttavia di minoranze nel Paese. Lo Shah è delegittimato. Il suo appello a nuove manifestazioni, sabato 10 dicembre, è stato poco ascoltato.

Ero a Shiraz quella sera e, in automobile, ho potuto perlustrare le aree nelle quali avrebbero dovuto riunirsi i manifestanti. Non c’era nessuno. Pochi i poliziotti per strada. Di solito il picco delle manifestazioni si ha il giovedì, all’inizio del weekend; il venerdì l’impatto è già inferiore, il sabato scemano.

Il confine occidentale del Paese è permeabile. Che gruppi armati penetrino in Iran e che le insurrezioni diventino più cruente è probabile. La reazione governativa sta cambiando. La comprensione per la giusta protesta dei lavoratori, schiacciati dalla crisi economica, e le promesse di riforme — nelle dichiarazioni di Khamenei, del presidente Pezeshkian, di politici ancora influenti come Zarif o del riformista Khatami — si alternano a un’intransigenza crescente contro le violenze terroristiche guidate da agenti stranieri.

Prevedo una maggiore repressione e misure di polizia che finora non ci sono state. Ripeto: ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran senza blocchi, senza strade chiuse, senza presenza visibile della polizia, con una vita che continuava tranquilla in locali e ristoranti come in Occidente. Tuttavia il clima sta cambiando. E potrebbe essere altrimenti per un Paese attaccato militarmente da nemici esterni?

La signora Kallas, espressione di una burocrazia europea senza peso, vassalla e ipocrita come le marionette di una potenza colonizzata, giustifica la legge marziale in Ucraina e rimprovera il regime iraniano per le vittime civili senza mai menzionare l’ingerenza straniera negli affari interni di un Paese nel quale pullulano Mossad e CIA — per ammissione di Netanyahu e Pompeo — nel tentativo illegale di un cambio di governo.

Lunedì 12 è il mio ultimo giorno nel Paese. Piango l’Iran dominato da un potere teocratico anacronistico e da un governo politico immobile. Piango una borghesia che, paradossalmente, si appella agli Stati nemici che hanno cercato di schiacciare politicamente, militarmente ed economicamente il Paese. Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano il benessere economico e standard di vita occidentali, prive di una visione politica.

Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello, l’ennesimo complesso commerciale migliore di quelli occidentali. Strutture nuove di zecca, capaci di competere e superare quelle europee, offrono spa e gastronomia a prezzi bassi. Il turismo potrebbe essere una risorsa enorme per il Paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran.


Acqua in Campania, Cittadinanzattiva chiede lo stop definitivo alla gara:  “Va annullata, serve gestione totalmente pubblica”


La Rete Consumatori di Cittadinanzattiva Campania chiede l’annullamento definitivo, in autotutela, del bando regionale per la gestione del sistema acquedottistico della Grande Adduzione Primaria. A intervenire è Angela Marcarelli, coordinatrice regionale dell’associazione, che sollecita la Regione Campania a fermare senza indugio la procedura di gara già sospesa dal TAR. Il riferimento è al bando PI010577-25, relativo alla procedura aperta per l’individuazione di un socio privato operativo di minoranza nella società che dovrebbe gestire il servizio idrico della Grande Adduzione regionale. Una gara che, secondo Cittadinanzattiva, presenta “insanabili vizi procedurali” tali da rendere inevitabile l’annullamento.

Il TAR Campania, con ordinanza pubblicata il 9 dicembre 2025, ha infatti disposto la sospensione cautelare della gara accogliendo il ricorso di Acqua Campania S.p.A., attuale gestore del servizio. I giudici amministrativi hanno ritenuto fondati i rilievi sulla documentazione di gara, che non garantirebbe ai concorrenti un quadro economico-finanziario chiaro e verificabile.

Secondo il TAR, le criticità riguardano in particolare la definizione dei margini di remuneratività per il socio privato, con conseguenti dubbi sulla sostenibilità economica delle offerte. L’udienza di merito è fissata per l’11 marzo 2026.

Per Cittadinanzattiva, la sospensione conferma che la procedura non è più modificabile, poiché nelle gare pubbliche vige il principio dell’immodificabilità dell’offerta dopo la scadenza dei termini. Proseguire nella difesa della gara, secondo l’associazione, esporrebbe l’amministrazione a ulteriori rischi, anche sotto il profilo penale.

Da qui la richiesta formale alla Regione di procedere all’annullamento in autotutela del bando, evitando un contenzioso prolungato e dannoso per l’interesse pubblico.

Nel mirino dell’associazione c’è anche la scelta politica di puntare su un modello di gestione mista pubblico-privata dell’acqua. Cittadinanzattiva richiama l’esito del referendum del 2011 e la normativa europea, sostenendo che per infrastrutture strategiche come la Grande Adduzione non sia necessaria la concorrenza di mercato e che la gestione debba restare integralmente pubblica.

Secondo la Rete Consumatori, la partecipazione anche minoritaria di soggetti privati impedirebbe il cosiddetto “controllo analogo” da parte dell’ente pubblico e rischierebbe di subordinare la gestione di un bene essenziale come l’acqua a logiche di profitto.

Cittadinanzattiva denuncia inoltre la mancata considerazione di una petizione popolare sottoscritta da 9.518 cittadini campani e consegnata nel novembre 2023 alla Regione. La petizione chiedeva l’annullamento della delibera che ha avviato la procedura di gara e l’attivazione di un percorso per la gestione totalmente pubblica del servizio.

Secondo l’associazione, il Consiglio regionale avrebbe avuto l’obbligo di esaminare la petizione e di comunicarne l’esito, cosa che non sarebbe mai avvenuta.

Nel documento a firma della Marcarelli si richiama infine l’esperienza della Regione Puglia, che ha rafforzato la gestione pubblica dell’acqua attraverso il modello dell’ “in house providing”, trasferendo quote dell’Acquedotto Pugliese ai Comuni per garantire un controllo pubblico congiunto e scongiurare il ricorso a gare.

Un modello che, secondo Cittadinanzattiva, la Campania dovrebbe prendere a riferimento per assicurare una gestione più efficiente, democratica e orientata all’interesse collettivo.

In assenza di risposte entro 30 giorni, l’associazione annuncia nuove iniziative civiche su tutto il territorio regionale e valuta la costituzione nel giudizio pendente davanti al TAR Campania. Non si esclude, inoltre, il ricorso all’autorità giudiziaria ordinaria per eventuali approfondimenti anche di natura penale.

“L’acqua è un bene comune – conclude Cittadinanzattiva – e la gestione della Grande Adduzione deve essere interamente pubblica, trasparente e sostenibile, oggi e per le future generazioni”.


L’inferno iraniano


(Dott. Paolo Caruso) – Qui in Iran lo spasmo di libertà di giovani e donne viene soffocato con la violenza omicida dalla teocrazia, paravento di un potere becero e assoluto, bieco e disumano. L’ Iran non è islamico. Da duemila e cinquecento anni vi era la religione di Zoroastro nel simbolo del fuoco, perennemente acceso dai sacerdoti, vigili che mai si spenga. L’Islam vi fu importato nel 1969, quando Khomeini l’ islamico sciita rancoroso, che viveva a Parigi impose il suo potere assoluto dichiarandolo divino (teocratico). Avevano cacciato Reza Pahlavi gli iraniani rivoluzionari, finendo però dalla padella nella brace. La dichiarazione del potere sacro serve per umiliare le donne e affermare il dominio del maschio. “I guardiani della Rivoluzione” sono tragiche comparse scervellate e, da burattini manovrati dagli Ayatollah, per togliere ogni legittima libertà. A deterrenza le continue esecuzioni nelle pubbliche piazze. Oscurantisti, come provenissero dal più profondo Medioevo, paludano di sacro i loro vizi da orgie di potere. In una settimana hanno eliminato oltre diecimila oppositori, ferendo e imprigionandone decine di migliaia. Reza Pahlavi esorta l’ esercito in Iran ad unirsi alla protesta in quanto esercito nazionale dell’ Iran e non l’ esercito della Repubblica Islamica. Trump promette interventi in favore dei manifestanti, e li invita a continuare. Intanto annuncia dazi al 25% per chi commercia con Teheran, cosa non gradita affatto da Russia e Cina. Ma quale affidabilità offre il Tycoon? I due Paesi con Teheran fanno affari e l’Iran non è il Venezuela dove egli ha potuto giocare come nel cortile di casa sua. Israele è sul piede di guerra. Teheran avverte che se attaccati colpiranno le basi USA in Regione. Anche la UE ha fatto sentire la sua voce contro il regime repressivo degli Ayatollah invitandoli a cessare la mattanza. I Pasdaran, le guardie armate del regime, intanto affogano in un bagno di sangue la rivolta popolare. La gente viene uccisa per un velo messo sbilenco o per un sorso di libertà, per cui grida il diritto di averla.


Un velo pietoso sull’inclusività a tutti i costi


(Stefano Rossi) – Da oltre un decennio, la sinistra, ha sempre difeso il velo indossato dalle donne musulmane, adducendo che si tratta di un simbolo religioso.

Sorrido sempre quando gli atei si inerpicano sulla materia religiosa.

Non possiamo vedere le donne che stanno protestando in Iran, in quanto il regime ha bloccato qualsiasi comunicazione con l’esterno, ma abbiamo visto molte iraniane, residenti in Occidente, protestare con sigarette accese, bruciare la foto di Khamenei e mostrarsi orgogliose senza il velo. Alcune, per meglio sottolineare il gesto, se lo tolgono tutte contente.

Ecco, non credo vedremo mai un dibattito sul perché, in questa protesta, le donne si tolgono il velo.

Ma la domanda resta: il Pd è ancora convinto che si tratti di un simbolo religioso? Che non c’entri nulla con la cultura patriarcale che schiaccia qualsiasi iniziativa proveniente dalle donne?

Non vuole essere una mera critica, ma qualcosa che riguardi un mantra che abbiamo sentito da troppi anni: “ci dobbiamo integrare”.

La radicalizzazione religiosa porta al paradosso che, in Italia, le donne musulmane hanno meno libertà che nei loro Paesi di origine.

Non lo dico io, ma tante persone come la dott.ssa Souad Sbai, di origine marocchina.

Per la vicenda di Saman Abbas, strangolata e fatta a pezzi dai suoi stessi parenti, per non aver accettato un matrimonio combinato e per voler vivere all’occidentale, la sinistra perse una delle tante occasioni. Ne parlò una ex consigliera comunale del Pd, l’egiziana Marwa Mahmoud: “Da parte nostra c’è timore a intervenire su questi temi. Negli ultimi vent’anni c’è stata sottovalutazione. Parliamone. Mettiamoci la faccia. Io, da musulmana e da consigliera Pd, per prima”. Poi, una riflessione profonda: “Sono temi delicati e complessi se non si hanno basi antropologiche solide. C’è paura di essere strumentalizzati e additati come razzisti. Si è tergiversato troppo preferendo agire con paternalismo, assistenzialismo e accoglienza. Che, sia chiaro, va bene. Ma non basta. Tutto il resto è diventato tabù, come la mutilazione ai genitali femminili per esempio”.

Solo di recente, alcuni giornalisti, hanno cominciato a pensare che, la sinistra, abbia perso terreno sul tema della sicurezza.

Aggiungerei quello dell’immigrazione con la  favoletta dell’integrazione.

Paradossalmente, quelli che ci vorrebbero tutti uguali, integrati, appunto, sono poi timorosi ad accettare le inevitabili e splendide diversità culturali e antropologiche che da sempre diversificano i popoli.


Perché e come l’Italia ostacola chi vuole un figlio: come funziona la Pma


Procreazione assistita

(di Milena Gabanelli e Martina Pennisi – corriere.it) – Nel 2024 in Italia abbiamo toccato il minimo storico: il numero di figli per donna è stato di 1,18. Ancora più bassa la stima Istat per il 2025: 1,13. I motivi sono noti: emancipazione della donna, precarietà, politiche di sostegno alle giovani coppie vicine allo zero, tendenza a fare il primo figlio sempre più tardi. E poi sorgono i limiti imposti da madre natura. Di tutto questo si fa un gran parlare. Si discute molto meno invece dei progressi della scienza che, con la procreazione medicalmente assistita, consentono di fronteggiare l’infertilità totale e parziale di uomini e donne, di realizzare il desiderio di genitorialità di individui e coppie e di allungare l’orologio biologico della donna. Una discussione che dovrebbe accompagnare anche la consapevolezza: i rischi biologici aumentano con l’età, e i centri privati, al contrario del Servizio Sanitario nazionale, tendono ad essere più «flessibili». Ciò premesso, gli investimenti in questo tipo di trattamenti non saranno in grado da soli di invertire la tendenza della curva negativa della natalità, ma potrebbero rallentarla.
Nel 2024 in Italia, secondo il rapporto sulle nascite del ministero della Salute (Cedap), è nato grazie alla Pma il 4,2% dei bambini. Nel 2023 era il 3,9%. La fonte di riferimento istituzionale è in realtà la relazione dello stesso ministero basata sul Registro Pma dell’Istituto superiore di Sanità, che però è inspiegabilmente fermo al 2022, quando la percentuale era del 4,3%Ma di che trattamenti parliamo?

Tecniche di procreazione assistita

Con il macro-termine «procreazione medicalmente assistita» si fa riferimento alle tecniche usate per aiutare persone e coppie a procreare, usando gameti propri (ovociti della donna e spermatozoi dell’uomo) o gameti donati. Si parla di tecniche di primo livello quando la fecondazione avviene nell’utero della donna (inseminazione intrauterina), di secondo livello quando avviene in laboratorio (fecondazione in vitro: spermatozoi e ovociti vengono prelevati e messi in coltura) e di terzo livello quando è necessario un prelievo chirurgico di spermatozoi od ovociti. I gameti possono essere iniettati a fresco o dopo una crioconservazione.
Secondo la relazione del ministero della Salute, nel 2022 era emersa la stragrande predominanza dei trattamenti di II e III livello, che hanno riguardato il 91,9% dei bimbi nati con la Pma omologa, e la crescita dell’eterologa, 22,8% del totale dei nati da Pma. Maurizio Bini, responsabile della struttura Diagnosi e Terapia della Sterilità e Crioconservazione del Niguarda di Milano, conferma che la direzione è quella: «Abbiamo visto un’esplosione dell’eterologa, siamo vicini al raddoppio anno su anno. L’omologa invece è incrementata in modo leggero». In Italia questi trattamenti sono regolati dalla legge 40 del 2004. 

Legge 40: chi esclude 

Sono escluse a priori le donne single o non coniugate, che secondo le stime Istat nel 2025 quelle di età compresa fra i 30 e i 46 anni sono circa 2,4 milionie le coppie di donne omosessuali. È permesso invece in molti altri paesi Ue, dove le escluse aspiranti mamme si recano pagando di tasca propria. Ma quanto si può arrivare a spendere? Prendiamo due dei Paesi europei più gettonati e altrettante cliniche: Spagna Danimarca, che garantiscono rispettivamente l’anonimato dei donatori e la possibilità di scegliere donatori aperti e rintracciabili alla maggiore età dei bambini. L’inseminazione con seme donato può partire da 1.500 euro in entrambi i Paesi. La fecondazione in vitro con seme donato può partire da 5.850 4.600 euro. La fecondazione in vitro con ovulo donato e seme donato può partire da 5.850 e 8.000 euro. Queste cifre possono variare da clinica a clinica, in base ai cicli necessari e ad eventuali esami aggiuntivi. Oltre al costo dei viaggi e farmaci. 

Chi può accedere

In Italia possono accedere ai trattamenti, e a carico del Servizio Sanitario nazionale, solo le coppie eterosessuali dove la donna non abbia superato i 46 anni. I trattamenti vengono proposti alle coppie che abbiano provato per un anno ad avere un figlio con rapporti mirati, che scendono a se la donna ha più di 35 anni. Questa valutazione viene fatta dal ginecologo/a di riferimento, poi si passa a uno specialista o a un centro specializzato. E non sempre le cose vanno come dovrebbero: secondo la Società Italiana di riproduzione umana, in Italia le coppie infertili impiegano mediamente 4-5 anni per iniziare un percorso terapeutico adeguato. Il possibile impatto sull’efficacia dei trattamenti è quantificato da uno studio di Human Reproduction del febbraio 2021, come spiega Paola Piomboni, direttrice del laboratorio Pma, azienda Ospedaliero Universitaria Senese: «Il ritardo riduce le possibilità di successo: bastano 6 mesi nelle donne di età pari a 36-37 e le nascite si riducono del 5,6%; fra i 38-39 anni del 9,5%, mentre fra i 40-42 dell’ 11,8%. Con dodici mesi di ritardo queste percentuali si raddoppiano». 

Dove si fanno i trattamenti e come

Sempre secondo i dati del 2022, più della metà dei 333 centri è concentrato in quattro regioni (Lombardia, Campania, Veneto e Lazio). Le strutture pubbliche sono soprattutto nel Nord Italia, quelle private convenzionate sono quasi esclusivamente in Lombardia Toscana, mentre i centri privati sono presenti in numero maggiore soprattutto al Sud. Dunque succede che ci si debba spostare: il 26,5% dei cicli di omologa e il 38,4% di eterologa è stato fatto fuori dalla Regione dalle pazienti. I motivi sono di tipo economico (nel privato si può partire da cifre superiori ai 5.000 euro per l’omologa e 8.000 per l’eterologa), o per il tipo di trattamento, che si interseca con i tempi d’attesa. Infatti nel pubblico si arriva ad attendere 9 mesi per un’omologa e un anno e mezzo per un’eterologa con gameti femminili donati, a causa di strutture inadeguatemancanza di personale e difficoltà a reperire i gameti.

Tariffe non adeguate ai costi

La Pma è entrata nei Livelli essenziali di assistenza, quindi si paga solo il ticket per un massimo di 6 tentativi. Le tariffe previste da un decreto ministeriale del 2017 vengono però considerate da cliniche associazioni di categoria troppo basse rispetto ai costi reali (2.750 euro a ciclo per l’omologa e 3.100 per l’eterologa). Avverte Maria Paola Costantini, avvocata esperta di diritto sanitario: «Anche il numero di tentativi, andrebbe rimodulato: sei di omologa e sei di eterologa sono troppi per singola donna. Così rischi di restringere a poche coppie». In sostanza il budget del Servizio sanitario non è infinito, e quindi avrebbe senso fornire la copertura ad un numero minore di tentativi, ma a più coppie. Intanto le regioni si devono allineare alle nuove tariffe: Sicilia, Toscana, Emilia-Romagna, Puglia, Campania e Sardegna sono a posto. La Lombardia dovrebbe passare dal regime chirurgico a quello ambulatoriale e ancora non lo ha fatto. E occorre poi ampliare l’offerta perché intere province sono ancora scoperte. Sta di fatto che in assenza di nuovi investimenti la via del privato in molti casi resta l’unica percorribile. In un caso soprattutto: quello dell’eterologa con gameti femminili. In Italia mancano donatrici, inoltre la legge 40 vieta qualunque forma di remunerazione. Ovunque in Europa la donazione di ovuli è considerata un atto altruistico e non è previsto alcun compenso, però viene riconosciuto un rimborso per il disagio, per esempio in Spagna viene quantificato tra gli 800 e i mille euro.

Il congelamento degli ovociti

Un’opportunità potrebbe essere quella di consentire la donazione degli ovociti già congelati da altre donne. Ma anche qui ci sono ostacoli: la crioconservazione è coperta dal Servizio sanitario nazionale solo per le pazienti oncologiche, mentre le donne con altre problematiche o le giovani che vogliono preservare la propria fertilità – evitando così di dover affrontare negli anni successivi concepimenti difficili o «assistiti» – devono pagare il trattamento di tasca propria, arrivando a spendere fino a 5 mila euro. E quando decidono di scongelare devono sottostare alla legge 40 e presentarsi con un compagno.
Se non lo hanno trovato e vogliono fecondare il loro ovulo con seme donato, devono trasferire l’ovocita in una clinica all’esteroEugin fornisce questo servizio, ma lo spostamento effettuato solo da corrieri autorizzati è carico della donna e costa tra i mille e i 1.500 euro.
Gli ovuli inutilizzati o in eccesso non possono essere donati a meno che la donna da cui provengono non si registri anche come donatrice.

Embrioni inutilizzati: che fine fanno? 

In Italia non è inoltre disciplinata l’embriodonazione, che permetterebbe di donare gli embrioni già formati, ad altre coppie o alla scienza. Questo sta portando a un accumulo di embrioni inutilizzati sotto azoto liquido a -196°, temperatura che ne scongiura il deterioramento biologico per un tempo indefinito. Secondo la nostra legge gli embrioni, se non utilizzati dalla coppia che li ha generati, restano lì, inutilizzati nei congelatori delle biobanche. In Spagna, un trattamento di embriodonazione costa tra i 1.700 e i 3.000 euro, cifra che con le varie aggiunte può arrivare anche a 8.000 euro.
A diverse velocità corre anche la diagnosi pre-impianto, potenzialmente decisiva per individuare alcune patologie o alterazioni genetiche nell’embrione appena formato ed evitare interruzioni spontanee di gravidanza. A livello nazionale non è coperta dal Snn, Regioni come la Lombardia o la Toscana la coprono nel caso in cui nella coppia ci siano mutazioni genetiche note.

La diagnosi pre-impianto 

«Se vogliamo vedere se l’embrione è affetto da una mutazione nel gene della fibrosi cistica è la tecnica migliore che abbiamo per ora (la tecnica si chiama Pgt-m, ndr)» spiega Mariabeatrice Dal Canto, responsabile dei laboratori di Eugin in Italia.
Esiste anche la possibilità di indagare possibili anomalie cromosomiche (Pgt-a), rischio che aumenta con l’età della donna. Molti esperti sono scettici perché è un esame invasivo che mette a rischio la sopravvivenza dell’embrione, e quindi il tasso di successo del ciclo, a fronte di un rischio rilevante di falsi positivi, perché non è detto che l’errore cromosomico non si corregga in corsa. «Noi facciamo la Pgt-a quando la donna ha avuto ripetuti aborti o fallimenti di impianto. Essendo l’età media di 39 anni, in Italia coinvolge circa il 20% delle coppie » dice Dal Canto. Sta di fatto che la proposta cambia da pubblico a privato, da clinica a clinica, e la confusione porta nella direzione che la comunità scientifica vorrebbe evitare: trasformare la diagnosi pre-impianto in una tecnica opzionale, con un costo aggiuntivo anche importante e la generica promessa di risparmiare tempo selezionando l’embrione migliore. L’obiettivo invece dovrebbe essere la tutela della salute fisica e mentale della donna, come ha sentenziato nel 2015 per due volte la Corte costituzionale.

Considerazione finale 

Se una donna che si è sottoposta ad un trattamento all’estero, arrivando a spendere anche decine di migliaia di euro, quando torna in Italia ha una interruzione di gravidanza, l’intervento di raschiamento uterino è ovviamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale. In parole povere: siamo un Paese solerte quando una gravidanza finisce male, ma non fa tutto quello che potrebbe perché inizi bene.

dataroom@corriere.it


Il mondo funziona così


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Sono un po’ stanchino, direbbe Forrest Gump, di vedere le atrocità internazionali sempre incasellate alla voce «il mondo funziona così». I lucidi analisti del declino occidentale ce lo ricordano di continuo, con un tono di sarcastico compatimento per chiunque si illuda che il mondo possa funzionare anche altrimenti. Ma lo volete capire, ripetono tra gli applausi della loro curva, che il diritto è una finzione e i valori una truffa? Contano solo la forza, la geografia, gli interessi. Perché mai dovremmo manifestare in piazza contro gli ayatollah? Sono troppo lontani per ascoltarci. Che si liberino da soli, gli iraniani, se ne sono capaci. E comunque qualunque altro governo, se avesse centomila contestatori in piazza, sparerebbe loro addosso. Sono le regole del potere, le uniche funzionanti perché basate sui rapporti di forza.

Questo cinismo da bottegai spacciato per lucidità e persino per anticonformismo potrà forse sedurre un algoritmo, ma mi rifiuto di credere che possa far breccia in chi non è accecato dalla faziosità. Siamo fatti anche d’altro: emozioni, slanci, ideali. Scendere in piazza contro un regime bigotto e sanguinario aiuterebbe comunque gli oppositori: li farebbe sentire meno soli. Di sicuro aiuterebbe chi scende in piazza a ricordarsi che il mondo e la vita funzionano in tanti modi diversi. Come una scatola di cioccolatini, direbbe sempre Forrest Gump, l’unico esperto di geopolitica di cui, a questo punto, mi fido.


Guerini: “Il Pd è da sempre con Kiev. Pure con le armi: basta dubbi”


Il leader della minoranza riformista: «La linea del partito è quella di difendere l’Ucraina». «Io testardamente paziente ma su questo nessuna ambiguità, sia nel Pd che con i M5s» 

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – Sull’Iran, sostiene Lorenzo Guerini, il «bene» è una risoluzione bipartisan del parlamento, «sarebbe un segno di maturità». Sul Venezuela, il bene è «la gioia» per la liberazione dei detenuti italiani. Ma poi c’è l’intervento di Donald Trump a Caracas: «legittimo», per Giorgia Meloni. «Dichiarazione ardita», per il presidente del Copasir e leader della minoranza riformista del Pd: «La condanna per la dittatura di Maduro per me e per il Pd è sempre stata netta. Ma non ci esime dal constatare che l’intervento Usa è un passo ulteriore verso il disordine internazionale».

Le parole di Meloni però si spiegano: «È sempre più complicato essere filo Trump ed europei, su molti temi la piega che Trump ha impresso diverge dagli interessi europei».

Anche per il segretario Nato, Mark Rutte, Trump sta facendo «cose giuste». Altre parole ardite?

Non le metto sullo stesso piano. La Nato oggi è in una potenziale crisi di prospettiva. Le cautele sono più comprensibili. È condivisibile la preoccupazione di non mettere definitivamente in discussione la prospettiva strategica della Nato. E, dobbiamo dircelo, in questi anni la sua credibilità è stata data soprattutto dalla possibilità dell’intervento Usa. Compromettere definitivamente le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico o assuefarci al loro deterioramento va contro i nostri interessi di sicurezza.

Meglio assecondare Trump?

Questo momento si affronta con la consapevolezza della fase che gli Usa vivono. In questo passaggio incerto, l’Europa deve rafforzare la sua autonomia strategica nel quadro dell’alleanza con gli Usa. Ciò significa darsi maggiore peso nei processi decisionali e nelle scelte strategiche. Ma per farlo bisogna aumentare il nostro contributo alla sicurezza euro-atlantica.

Non crede che Trump si prenderà con la forza la Groenlandia?

Porrei la questione in maniera meno emotiva. Se sulla Groenlandia si gioca un pezzo della sicurezza globale – le sfide determinate dalla politica espansiva russa e cinese nella regione artica, le nuove rotte marittime, le terre rare – è possibile immaginare un’iniziativa Nato che ne rafforzi la sicurezza. Se invece il tema fosse la volontà di Trump di pieno controllo di tutto l’emisfero occidentale, con una rivisitazione fortemente assertiva, per usare un eufemismo, della dottrina Monroe, la questione sarebbe molto più difficile da affrontare. Ma mi auguro che non sia così.

Nella Ue Ursula von der Leyen è “al capolinea” come dicono nel Pd?

Sarebbe come cambiare interprete senza uno spartito alternativo. Col rischio di un salto nel buio. Mi sono evidenti le ragioni di critica, ma in gran parte sono figlie della divisione tra gli europei, propiziata dalla politica dei governi sovranisti che oggi guidano molti stati membri. Di fronte a ciò, le famiglie progressiste dovrebbero invece mettere al primo punto il rafforzamento drastico della prospettiva europea. C’è in gioco la ridefinizione dei rapporti di forza a livello globale e l’Europa deve presentarsi più forte se vuole essere protagonista della partita. Di fronte a crisi quasi esistenziali, penso al Covid e all’Ucraina, l’Ue ha saputo dare la risposta che serviva. La critica è comprensibile, ma la demolizione semplicistica, se non stupida, rischia solo di favorire il disegno della destra. Dopo l’aggressione russa, l’Ue è stata dove doveva stare: dalla parte dell’Ucraina, con coraggio e determinazione, per respingere la ripugnante aggressione russa. Con scelte difficili, penso alle sanzioni, e un’opinione pubblica minacciata dalla disinformazione diretta da Mosca.

M5s è contro l’invio delle armi, lo certificherà di nuovo domani sul nuovo decreto Ucraina. Fino a che andrete avanti così, divisi?

Voglio essere chiaro: il Pd ha sostenuto Kiev dal primo giorno. Dal governo e dall’opposizione. Perché per arrivare a un negoziato e a una pace la più giusta possibile, serve mantenere anzi irrobustire il sostegno a Kiev, anche con gli aiuti militari. È vero che sui temi della politica estera, oggi più decisivi che nel passato, nel campo dell’opposizione ci sono posizioni diverse. E so che costruire un’alleanza significa ricercare mediazioni. Ma ci sono linee rosse che non possono essere superate né sacrificate a nessuna alleanza: la difesa di un popolo aggredito in spregio al diritto internazionale e la sicurezza europea e nazionale. Ci si confronti seriamente, con tutte le mediazioni possibili. Ma su questi punti fondamentali non potranno esserci ambiguità.

Ci crede davvero? Elly Schlein è «testardamente unitaria», ma le posizioni di Pd e M5s sembrano inconciliabili.

Io sono testardamente paziente.

Nel Pd Goffredo Bettini, su questo, chiede un confronto «schietto e risolutivo».

Sull’Ucraina il confronto è stato schietto e risolutivo già negli anni passati, tanto che il Pd ha sempre sostenuto con convinzione in ogni passaggio parlamentare la resistenza del popolo ucraino. Lo ha ribadito a più riprese anche Elly Schlein. Questa è la linea, chiara, che ha sempre tenuto il Pd. Non sarò certo io a negare il diritto al dissenso, ma se si invoca «il rispetto della linea», ricordo che la linea è questa. Aggiungo: che vuol dire che dobbiamo parlare con la Russia? Detta così non significa molto. Certo, in un negoziato bisogna discutere con l’avversario. Ma vorrei che fossimo d’accordo sul fatto che chiedere di parlare con la Russia non sia un altro modo per dire di arrendersi alle ragioni dell’aggressore. Che vuole tornare alle zone di influenza di un passato che nessuno di noi rimpiange. Dunque sono d’accordo: bisogna essere molto chiari. E non mi sottraggo certo ad alcuna discussione, anzi l’abbiamo sempre chiesta, che sia in direzione o in altri sedi e momenti di rango più alto.