Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Una pace obbligata


(dagospia.com) – Qualcosa sta finalmente accadendo per chiudere la guerra che da quattro anni semina morte e distruzione in Ucraina e in Russia. Non è un caso che Vladimir Putin abbia risposto alla lettera aperta di Zelensky (“Incontriamoci e poniamo fine alla guerra”), con un conciliante “Venga a Mosca”, invece del solito “vaffa”.

Anche la MEZZA frenata di oggi alla “Davos russa” a San pietroburgo, nella quale lo “zar ha detto che “per ora non c’è alcuna ragione di organizzare un incontro”, suona come una mossa tattica peR non apparire disperato davanti all’opinione pubblica russa

Sia “Mad Vlad”, sia l’ex comico hanno urgentemente bisogno di porre fino al conflitto. L’esercito russo è sfinito dalla stanchezza, le aziende di armi non riescono più a mantenere al massimo livello la produzione di missili e droni ed è scemata la patriottica ad arruolarsi (vedi l’utilizzo di divisione nordcoreane).

Inoltre, Putin deve fronteggiare un pesante dissenso all’interno della nomenklatura politica e militare (“Caro Putin, ma la guerra non doveva durare tre settimane?”).

Sull’altro fronte, oltre ai problemi finanziari e di armamenti, Zelensky non può non tener conto che quattro anni di conflitto hanno riempito i cimiteri ucraini di oltre cinquecentomila morti.

E oggi per il sistema politico globale il conflitto ucraino è passato quasi in secondo piano: è diventata più impellente la guerra portata avanti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran per le conseguenze che stanno sconquassando il sistema economico dei due mondi, con la crisi del commercio mondiale per il blocco di Hormuz e l’aumento dei prezzi del petrolio e dell’energia.

Ma oltre all’urgenza di finirla di Putin e Zelensky c’è da aggiungere quella di Donald Trump. Il Demente della Casa Bianca se non porta a casa, entro il voto di Mid-Term del prossimo novembre, la pace russo-ucraina davvero rischia di perdere oltre la Camera anche il Senato.

Il “Disturbato mentale” a stelle e strisce ha bisogno come il pane di sventolare almeno una bandiera della pace perché nell’altra guerra che lo contrappone all’Iran ha poche speranze di trovare la quadra in un breve periodo.

Se Trump deve agguantare come un salvagente la pace, il suo compare Bibi Netanyahu ha il problema inverso: senza una guerra tra le mani ha poche speranze di vincere le elezioni.

In questo tetris geopolitico si inserisce l’Europa, che prova a conquistarsi un posto al tavolo delle trattative. Ileader di Regno Unito, Francia e Germania Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friederich Merz hanno in programma di riunirsi domenica con il Volodymyr Zelensky per discutere una via per coinvolgere la Russia in negoziati per porre fine alla guerra. E Giorgia Meloni? Non pervenuta.


No, l’archiviazione di Dell’Utri non cancella i legami (provati) tra Berlusconi e mafia


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Come diramato nella giornata di ieri dalle agenzie di stampa, il gip del Tribunale di Firenze ha disposto negli scorsi mesi l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993. Nella medesima indagine era iscritto, fino al momento della sua morte, anche l’ex premier Berlusconi. L’archiviazione – la sesta in totale da circa un trentennio – ha scatenato reazioni da parte dei membri della famiglia Berlusconi e degli esponenti del centro-destra, a partire dalla premier Giorgia Meloni. Quest’ultima ha dichiarato come tale passaggio proverebbe «l’assoluta inesistenza» dei legami tra Berlusconi e la mafia. Una gigantesca falsità smentita dalla sentenza definitiva con cui, nel 2014, Dell’Utri fu condannato per concorso esterno, in cui non solo si provò il patto stipulato da Berlusconi con Cosa Nostra negli anni Settanta, ma anche come esso rimase in atto almeno fino al 1992, anno delle bombe di Capaci e via D’Amelio.

Nello specifico, Dell’Utri era indagato dai magistrati per aver istigato e sollecitato il boss stragista Giuseppe Graviano a organizzare la campagna di attentati nel “continente” nel 1993. Dopo le morti di Falcone e Borsellino, infatti, le bombe furono esportate nelle città del nord e del centro Italia – Firenze, Milano e Roma – provocando 10 morti fra i civili e decine di feriti. Secondo i magistrati, Dell’Utri avrebbe svolto un ruolo di “indicatore dei luoghi” in cui consumare le stragi, al fine di creare un clima di terrore funzionale al progetto politico di Forza Italia. Secondo il gip, evidentemente, mancavano i dovuti riscontri per aprire la strada di un vero e proprio processo. Sui presunti mandanti esterni di quella stagione stragista sta indagando, ancora oggi, anche la Procura di Caltanissetta.

«L’incredibile storia dell’inchiesta di Firenze, mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana, e conferma anche che la sconfitta del referendum di marzo è stata un’immensa occasione perduta per il nostro Paese», ha commentato Marina Berlusconi, concludendo come suo padre sia stato, a suo avviso, «uno dei principali protagonisti della lotta alla criminalità organizzata in Italia». Appresa la notizia, ha voluto pubblicare una dichiarazione anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale si è accodata al leitmotiv di giornata affermato come questo tassello rappresenti «l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile». «Dopo decenni di indagini e processi – ha detto la premier -, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata». A detta di Meloni, infatti, «per trent’anni un’intera comunità politica, composta da milioni di italiani che esprimevano liberamente il proprio voto, è stata ingiustamente posta davanti al sospetto infamante che il consenso raccolto nelle urne poggiasse su finanziamenti mafiosi o dinamiche illegali», ma i fatti e le decisioni giudiziarie avrebbero «spazzato via definitivamente ogni ombra: quel dubbio non aveva fondamento allora e non lo ha oggi».

Eppure, le verità definitivamente “storicizzate” dalla giustizia raccontano una realtà ben diversa. Per capirlo, basta leggere la sentenza con cui, nel 2014, la Suprema Corte ha inflitto a Marcello Dell’Utri la condanna a 7 anni di carcere per concorso esterno in Cosa Nostra. Nella pronuncia si legge una ricostruzione assai chiara: «Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale». Nello specifico, il patto a cui si fa riferimento fu sancito nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, l’allora capo di Cosa Nostra palermitana Stefano Bontate e il mafioso Francesco di Carlo, e rimase effettivo almeno fino al ’92 (l’anno delle stragi). Con un particolare: i pagamenti di Berlusconi alla mafia non vennero interrotti nemmeno dopo il massacro da parte dei corleonesi ai danni dei mafiosi palermitani nella celebre “Seconda guerra di mafia” all’inizio degli anni Ottanta, con la salita al potere di Totò Riina dentro Cosa Nostra. «L’avvento dei corleonesi di Totò Riina non aveva inciso sulla causa illecita del patto. Berlusconi aveva infatti costantemente manifestato la sua personale propensione a non ricorrere a forme istituzionali di tutela, ma avvalendosi piuttosto dell’opera di mediazione con Cosa Nostra svolta da Dell’Utri. A sua volta Dell’Utri aveva provveduto con continuità a effettuare per conto di Berlusconi il versamento delle somme concordate a Cosa Nostra e non aveva in alcun modo contestato le nuove richieste avanzate da Totò Riina», ha concluso la Cassazione.

Come se non bastasse, nel 2021 la Suprema Corte ha pronunciato un’altra importante sentenza che conferma ulteriormente queste verità, sancendo che scrivere che «la Fininvest ha finanziato Cosa Nostra ed è stata in rapporti con la mafia» sia assolutamente legittimo. Il verdetto in questione ha chiuso il processo intentato dalla Fininvest, holding fondata nel 1975 da Berlusconi, contro il magistrato Luca Tescaroli, il giornalista Ferruccio Pinotti ed RCS, la Casa Editrice che nel 2008 ha pubblicato il loro libro dal titolo “Colletti Sporchi”. All’interno del saggio, gli autori avevano aperto un focus sul tema dei rapporti tra Cosa Nostra e la società di Berlusconi, i cui vertici hanno versato periodicamente 200 milioni di lire «a titolo di contributo» alla mafia. Seguendo la linea dei giudici di primo e secondo grado e respingendo l’ennesimo ricorso della Fininvest, la Cassazione ha effettuato la «verifica dell’avvenuto esame, da parte del giudice del merito, della sussistenza dei requisiti della continenza, della veridicità dei fatti narrati e dell’interesse pubblico alla diffusione delle notizie». Checché ne dicano familiari, politici e giornalisti legati all’universo berlusconiano che, ancora oggi, continuano a negare senza imbarazzi la verità dei fatti.


Soldi ai partiti, prima la Lega: la legge sul conflitto di interessi è indispensabile


Seguono Forza Italia e Fratelli d’Italia. Come svela la ricerca di Transparency International, i tre principali partiti della coalizione di governo sono quelli che hanno ricevuto più contributi negli ultimi anni. E un’analisi dei finanziamenti mostra che i partiti sono sempre più dipendenti dai soldi delle imprese

(Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Sul posto più alto del podio c’è la Lega, seguita a debita distanza da Forza Italia e subito dopo da Fratelli d’Italia. Va ai tre principali partiti della coalizione di governo il primato dei movimenti che hanno ricevuto più donazioni negli ultimi anni. Lo racconta con dovizia di particolari la sezione italiana di Transparency International in una ricerca che Domani ha letto in anteprima.

Basandosi sui dati pubblici relativi al 2023 e al 2024, l’ong internazionale ha fatto il punto sui finanziamenti ai partiti aggiornando la piattaforma di monitoraggio soldiepolitica.it, attiva dal 2019 nell’ambito del progetto Integrity Watch Europe, cofinanziato dalla Commissione Europea, e creata con l’obiettivo di ricercare, classificare e filtrare i dati in maniera intuitiva e contribuire così ad aumentare la trasparenza sul tema dei finanziamenti alla politica.

Cresce il peso dei privati

«I flussi finanziari del biennio 2023-2024 – scrive Transparency International Italia – evidenziano una forte connessione tra settore pubblico e privato, nonché l’urgenza di interventi normativi strutturali: dal consolidamento della legislazione sul finanziamento ai partiti alla pubblicazione dei dati in formato aperto, dall’adozione di una legge organica sul conflitto di interesse ad una chiara ed efficace regolamentazione delle attività di lobbying».

Come detto, nel biennio 2023-2024 il partito che ha ricevuto più contributi è stata la Lega con circa 9 milioni di euro, seguita da Forza Italia con 6,6 milioni, da Fratelli d’Italia con 6,4 milioni e dal Movimento 5 Stelle con 5,8 milioni di euro. L’analisi dettagliata delle fonti di finanziamento, fa notare Transparency International Italia, rivela una «profonda metamorfosi strutturale» avvenuta tra il 2023 e il 2024 per ciò che riguarda la fonte dei soldi.

Nel 2023, infatti, circa il 66,7% dei contributi totali proveniva dalle rimesse dei politici eletti, cioè donazioni fatte sulla base degli accordi presi all’interno dei partiti, che richiedono ai parlamentari di donare una parte del loro compenso. È «una sorta di “finanziamento pubblico indiretto” che, negli scorsi anni, abbiamo osservato essere il principale sistema di finanziamento della politica», commenta l’ong nella sua analisi. Nel 2024, invece, solo il 50,1% del totale dei contributi totali proveniva dalle rimesse dei politici eletti: un calo rilevante rispetto al passato, tanto che Transparency International Italia segnala come «per la prima volta negli ultimi anni le rimesse degli eletti sono in netta diminuzione rispetto alle altre categorie di donatori». Tradotto in denaro, le donazioni fatte ai partiti dagli stessi parlamentari sono passate da 13,3 milioni di euro del 2023 a 10 milioni di euro del 2024. Conseguenze?

«Serve una legge sul conflitto d’interessi» 

La diminuzione dell’autofinanziamento ha favorito i contributi di donatori esterni, con una crescita costante nel biennio e l’apice nel 2024. Insomma, i partiti sono sempre più dipendenti dai soldi provenienti dalle imprese.

I dati lo certificano in modo chiaro. Nel 2020 le società private hanno regalato ai partiti nel complesso 1 milione di euro, pari al 4,3% del totale delle donazioni incassate. Nel 2021 le società pesavano solo per il 3,9% delle donazioni totali (circa 869 mila euro versati).

Nel 2022 i contributi delle aziende sono arrivati fino a 4,7 milioni, pari al 14,2%. Nel 2023 il contributo delle società è salito a 2,2 milioni di euro, equivalente all’1 %. Nel 2024 la quota è aumentata ulteriormente: le donazioni dalle aziende private si sono attestate a 3,7 milioni di euro, pari al 18,5% del totale delle erogazioni liberali ricevute dai partiti.

In altre parole, stanno aumentando i rischi di conflitti d’interessi: i partiti dipendono sempre più dai finanziamenti delle imprese private, le quali spesso sperano di ottenere commesse pubbliche grazie alle donazioni fatte ai partiti. Per questo, tra le varie raccomandazioni di Transparency International Italia, c’è quella sull’adozione organica di una legge sul conflitto d’interessi.


Dalla Bosnia all’Albania: Meloni fa il gioco del rapace Trump anche nei Balcani


Antonio Zanardi Landi, il papabile alto rappresentante a Sarajevo, piace più agli Usa che agli europei. E mentre in Albania si protesta per «l’isola di Kushner», la premier aiuta Rama

(Francesca De Benedetti – editorialedomani.it) – Questo venerdì in Montenegro si tiene il vertice tra Ue e Balcani occidentali. Che si tratti di Albania o di Bosnia ed Erzegovina, purché lontano dagli sguardi degli elettori nostrani, che non amano Trump né i rincari a lui dovuti, Giorgia Meloni continua a facilitare gli interessi del tycoon, pensando così di fare anche i propri. Basta partire da due vicende e due nomi – quello di Antonio Zanardi Landi, nome spinto dall’Italia come futuro alto rappresentante in Bosnia ed Erzegovina, e quello di Jared Kushner, il genero di Trump che scatena le proteste in Albania per i suoi piani imprenditoriali nell’area – per osservare in che modo l’agenda della premier si incroci con quella del presidente Usa.

Già, perché il Maga-presidente ha puntato lo sguardo rapace anche sui Balcani occidentali, e non ci sarebbe troppo da stupirsene – si sa che Kushner sfrutta il ruolo di «inviato» per procacciarsi affari e che il grande regista, l’inquilino della Casa Bianca, usa il mandato per trarne profitti miliardari per sé e famiglia – se non fosse che la regione è proiettata verso l’ingresso in Unione europea. Rischia di entrarci col cappellino Maga sul groppone.

Le nomine e l’energia

Non a caso sono gli americani ben più che gli europei a spingere perché il friulano Antonio Zanardi Landi, sponsorizzato dal governo italiano, rimpiazzi l’alto rappresentante Onu uscente a Sarajevo.

Chi è Zanardi Landi e perché il suo nome si intreccia col duo Trump-Meloni? Cominciamo dall’ultima puntata, cioè quella che si è svolta giovedì nell’alveo dell’Onu, al Comitato direttivo del Consiglio per l’attuazione della pace. I francesi che spingevano per René Troccaz, e che avevano trovato anche la sponda della Germania, assieme a Londra hanno fatto saltare il piano dell’elezione rapidissima di Zanardi Landi come nuovo alto rappresentante Onu in Bosnia ed Erzegovina.

Quel ruolo era nato per sorvegliare sugli accordi di pace di Dayton del 1995, dai quali tuttora deriva una complessa articolazione istituzionale (presidenza tripartita serba, bosniaca e croata) e territoriale (federazione di Bosnia-Erzegovina e Republika Srpska). Ma l’Alto rappresentante non è solo un vigile, affianca anche le istituzioni locali e soprattutto determina la proprietà statale, aspetto particolarmente cruciale quando bisogna costruire gasdotti e via dicendo.

Il motivo per cui si è in cerca di un nuovo nome è proprio che quello precedente, il bavarese Christian Schmidt, era visto come un intralcio da Trump, il quale porta avanti una aggressiva strategia di colonizzazione energetica dell’Europa: dopo aver ottenuto da von der Leyen col «patto di Scozia» sui dazi l’impegno ad acquistare gnl e fossili Usa, sta ulteriormente approfittando sia del distacco europeo da fonti russe che degli aumenti innescati dalla guerra in Iran. E nel frattempo porta avanti progetti infrastrutturali per poter fornire e vendere: il «corridoio verticale» per far fluire dalla Grecia, attraverso l’Europa centrale, ulteriore gnl Usa, o quegli accordi sul nucleare firmati dal governo Orbán prima della sconfitta, per fare da portale del nucleare Usa nell’Ue.

E poi quel gasdotto per far scorrere il gnl americano tra Croazia e Bosnia: ecco perché l’amministrazione Trump insiste che la figura stessa dell’alto rappresentante Onu va completamente reinterpretata; la ragione è che vuole un mediatore (il più possibile compiacente) tra interessi, invece di una figura che promuova l’emancipazione verso lo stato di diritto. Il tedesco Schmidt non si è semplicemente dimesso: è stato fortemente spinto a farlo da Washington (pare che siano state minacciate pure sanzioni contro di lui).

Per la sua uscita di scena pochi hanno pianto ma sicuramente qualcuno ha gioito: Milorad Dodik, il separatista serbo che già aveva il sostegno di Putin (e Orbán) e che si è comprato anche quello di Trump. Ha infatti ingaggiato come proprio lobbista, con stipendi a zero multipli, l’ex consigliere di Trump, Michael Flynn, grazie al quale ha ottenuto la svolta Usa (e il ritiro delle sanzioni nei suoi confronti). Questo Flynn è fratello di Joseph, che – guarda un po’ – guida la compagnia energetica e di infrastrutture di area trumpiana alla quale è affidato il gasdotto tra Bosnia e Croazia. Tout se tient.

Oggi ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta presso la Santa Sede, ma con esperienze chiave a Belgrado e Mosca, Antonio Zanardi Landi – che Berlusconi nominò ambasciatore in Russia nel 2010 e cioè nel momento chiave per le intese energetiche con Putin – è il nome italiano sì, ma sostenuto anche da Trump: la testata bosniaca Istraga riporta che «gli americani avrebbero insistito affinché Landi venisse eletto giovedì stesso». Del resto lui per primo, che aspira a diventarlo, propende per ridurre il ruolo dell’alto rappresentante.

Il genero e il porto

Intanto in Albania sono in corso le proteste contro il via libera del governo Rama ai piani trumpiani nell’isola di Saseno. Si parla di un resort di lusso legato agli interessi di Kushner, ma il puntino sulla mappa è dirimpetto alla base militare di Pasha Liman, nodo chiave per la Turchia: pare quasi che gli occhi del genero trumpiano e del duo Trump-Netanyahu si poggino lì guardando al Mediterraneo orientale. Rama ha già detto che quel piano non si tocca, e nel frattempo conta su Meloni per mettere il turbo all’adesione all’Ue: proprio dopo il patto sui migranti tra i due, Ursula von der Leyen era corsa a Tirana confermando al premier albanese le promesse di un ingresso in Unione. Che però non corrispondono necessariamente a una strategia europeista.


Domani Sigfrido Ranucci a Cervinara: inizio con il botto per il Festival Opulentia


Si parte. Per una edizione che si preannuncia speciale. Perché è quella dei primi dieci anni e perché, ancora una volta, andrà a proporre contenuti, ospiti e temi di primari interesse e qualità. Tutto pronto in Valle Caudina per la uscita numero dieci (appunto) del Festival Opulentia, fortunata rassegna culturale che ha quale baricentro Cervinara e la Valle Caudina. E che, soprattutto, propone momenti di riflessione e incontro di alto profilo su attualità e politica.  Tanti gli illustri personaggi che si sono succeduti sul palco della kermesse ideata e curata da Tommaso Bello e, in perfetta continuità con questo trend, la manifestazione 2026 esordirà col botto. La serata inaugurale avrà con se uno dei giornalisti più affermati e conosciuti nel panorama nazionale: ovvero Sigfrido Ranucci, giornalista, conduttore e autore televisivo dal 2017 al timone di “Report”. L’appuntamento è fissato per la giornata di domani, Sabato 6 Giugno, alle ore 21, presso il Bar Green Park di Cervinara. Partendo dalla sua ultima fatica letteraria, “Diario di un trapezista”, la serata si preannuncia essere ricca di spunti per il folto pubblico che, già da giorni, ha bussato alle porte dell’organizzazione per avere informazioni sulla disponibilità di posti. “Siamo felici e orgogliosi – dichiara Bello – del crescente consenso e dell’interesse sempre più vivo che fa da cornice al Festival Opulentia. Lavoriamo da anni per proporre contenuti di qualità, per stimolare un dibattito culturale con tante eccellenze del panorama politico e culturale nazionale. Siamo felici di poter dare un contributo alla crescita del territorio attraverso un importante profilo di qualità e lo siamo, allo stesso modo, per il riscontro che ha il nostro impegno: anche quest’anno, ad esempio, Opulentia è stato selezionato al Salone del libro di Torino. Domani sera avremo l’onore di poter accogliere Sigfrido Ranucci, che ringraziamo di avere accolto con entusiasmo il nostro invito. Un giornalista che ha costruito il suo percorso nella costante ricerca della verità. Senza compromessi. Come già in altre circostanze detto, un messaggio per la Valle Caudina e per tutti coloro che credono che il giornalismo possa ancora essere uno strumento di libertà, consapevolezza e partecipazione. E’ la prima tappa, quella di domani, di un cartellone che sarà parimenti ricco e soddisfacente” 


M5S, Aveta: “Centrale del Garigliano, niente scorciatoie sul decommissioning. Si convochi subito il Tavolo della Trasparenza”


“Sulla gestione dei residui radioattivi e sulle operazioni di smantellamento (decommissioning) della ex centrale nucleare del Garigliano non sono ammesse approssimazioni o passi falsi che possano minacciare la salute pubblica, la sicurezza dei cittadini e la vocazione agricola di un intero territorio”. Lo dichiara il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle e Presidente della Commissione Agricoltura, Raffaele Aveta.

“Per questa ragione – annuncia Aveta – ho chiesto formalmente all’assessore regionale competente la convocazione urgente del Tavolo della Trasparenza. Questo organismo di controllo e informazione fondamentale non si riunisce ormai da aprile 2024. Un ritardo che priva le istituzioni locali, i comitati e i cittadini di aggiornamenti chiari e certificati sullo stato dell’arte delle operazioni condotte da Sogin”.

“Come ambientalista storico e oggi rappresentante delle istituzioni regionali, seguo da vicino l’evoluzione della situazione nell’area del Garigliano. La transizione ecologica e la difesa dei nostri territori non possono prescindere da una vigilanza ferrea e trasparente sulle scorie nucleari. Non permetteremo che la provincia di Caserta o le aree limitrofe diventino soluzioni di ripiego per lo stoccaggio a lungo termine, né accetteremo zone d’ombra sui tempi e le modalità di messa in sicurezza dei materiali contaminati”.

“Il Movimento 5 Stelle ribadisce la propria storica e totale contrarietà a qualsiasi ipotesi di ritorno al nucleare o di gestione opaca dei siti preesistenti. Le nostre priorità restano immutate: bonifica immediata e trasparenza assoluta nei monitoraggi ambientali a tutela del fiume Garigliano. Porterò la questione in tutte le sedi regionali competenti per garantire che la voce dei cittadini venga ascoltata e che si rompa questo inaccettabile silenzio istituzionale”.–

Mario Mosca

Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle

al Consiglio regionale della Campania

Nicola Arpaia

Addetto stampa


Putiniani alla corte di Vannacci: ex parà e amici del Cremlino alla costituente di Futuro nazionale


La kermesse si terrà a Roma il 13 e 14 giugno. In gran parte non sono nomi molto noti al grande pubblico, ma basta grattare un attimo in superficie per scoprire il filo che li lega alla Russia dello “zar” con ambizioni neo-imperiali

Eliseo Bertolasi insieme a Putin

(di Antonio Fraschilla, Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – All’evento fondativo del partito di Roberto Vannacci a Roma, i prossimi 13 e 14 giugno, ci sarà una folta rappresentanza di persone che hanno legami diretti, e non de relato, con Mosca. Scherzando, ma nemmeno troppo, nelle chat alcuni si definiscono “putiniani”.

In gran parte non sono nomi molto noti al grande pubblico. Ma basta grattare un attimo in superficie per scoprire il filo che li lega alla Russia dello “zar” con ambizioni neo-imperiali.

Un iscritto di peso è certamente l’ex parà oggi giornalista Eliseo Bertolasi. Per dare un’idea: lo scorso novembre si trovava nella capitale russa per ricevere direttamente dal presidente russo “l’Ordine dell’Amicizia”, durante la cerimonia di premiazione in occasione della Giornata dell’Unità Nazionale al Cremlino. Atteso anche un altro ex parà, Antonio Imperatore, che anima il circolo culturale “amici della Russia Imperiale Terza Roma”: una loro delegazione lo scorso febbraio a Milano hanno incontrato il console generale della Russia. Con loro c’era il conte Pietro Veniamin Andrejevich Stramezzi, altro supporter dei circoli di Futuro nazionale, figlio del noto dottore no vax Andrea. Il quale lo scorso marzo si sentì male, finì in terapia intensiva, al che di rientro da Mosca Pietro andò a fare una denuncia dai carabinieri evocando un possibile avvelenamento, magari – si disse – ad opera “dei sicari dei poteri forti e oscuri della plutocrazia mondialista”, era una versione che girava nelle chat Telegram.

Antonio Imperatore
Antonio Imperatore 

All’assemblea costituente ci sarà anche la russa Larissa Yudina, che rappresenta un circolo e ha già messo in giro le foto con lei, il simbolo di Futuro nazionale e la bandiera russa.

Ma soprattutto ci sarà il “barone nero” Roberto Lavarini Jonghi, che è diventato uno dei dirigenti e gran consigliere del generale in congedo. Ex FdI, anche lui che è di casa al consolato russo di Milano: nei giorni scorsi ha incontrato il console Dmitry Shtodin con tanto di foto. Lavarini è molto vicino al filosofo Alexsandr Dugin, alfiere della cosiddetta “quarta teoria politica”, fondatore del Partito nazionalbolscevico.

A sinistra il console russo di Milano, Dmitry Shtodin, a destra Roberto Lavarini Jonghi
A sinistra il console russo di Milano, Dmitry Shtodin, a destra Roberto Lavarini Jonghi 

Nel gruppo di neoiscritti a Fn si trova anche Giovanni Trombetta, consulente finanziario, presidente del circolo culturale multipolare R360, altro referente di Dugin in Italia ma anche amico dei Maga americani.

A Trieste in Fn è entrato il consigliere comunale Ugo Rossi, il no vax che correva col partito 3V (“vaccini vogliamo verità”), altro estimatore di Putin e che per questo è stato varie volte ospite della Zanzara, condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo. In Veneto si contraddistinguono anche il consigliere regionale Stefano Valdegamberi, uscito dalla Lega e filorusso convinto; e Joe Formaggio, ex consigliere regionale di Fdi, che definiva Putin un «bel figo» che avrebbe visto bene come «podestà d’Italia».

Tutto si lega, comunque: vicinanza alle ragioni della Russia, scetticismo sui vaccini, critiche feroci ai migranti, nostalgia del fascismo, omofobia, insofferenza per le politiche ambientali, esaltazione delle armi e del loro utilizzo. Una super destra machista che vede nel Putin bellicista un modello politico e culturale e che sta rubando alla Lega tutta questa serie di caratteristiche che erano state inglobate e normalizzate nel Carroccio dal salvinismo. Poi il “capitano” dei mille compromessi e delle clamorose giravolte ha perso smalto ed è arrivato il generale coi suoi cosacchi pronti a compiere la loro restaurazione. I super sovranisti al soldo, ideologico si intende, della Russia? Nulla di strano, dopotutto: la Decima Mas di Junio Valerio Borghese ed esaltata da Vannacci fece lo stesso coi nazisti occupanti, con un patto siglato prima della fondazione della Repubblica di Salò.


Palantir sbarca a Roma!


(dagospia.com) – Mentre a Washington Palantir si appresta a fagocitare pure le chiavi della cybersicurezza americana, i signori della guerra algoritmica decidono che è tempo di fare una gita fuori porta a Roma. Il motivo? Oltretevere è uscita l’enciclica Magnifica Humanitas, e a quanto pare a Peter Thiel e Alex Karp sono fischiate parecchio le orecchie.

Sarà stato per quel passaggio del Papa che cita testualmente “Il Signore degli Anelli”? Un tantino millenarista, certo, ma d’altronde se battezzi la tua creatura come la pietra magica usata da Sauron per spiare la Terra di Mezzo, non puoi esattamente aspettarti che il Vaticano ti inviti a fare il chierichetto.

Feriti nell’orgoglio (o nel marketing), i tecnocrati della Silicon Valley hanno deciso di rispondere alla chiamata.  

L’appuntamento per il duello — rigorosamente intellettuale — è fissato per l’11 giugno alle 14:30, nella cornice decisamente poco digitale del Salone Borromini alla Biblioteca Vallicelliana. 

E se la volta precedente l’incontro, rigorosamente su invito personale e riservato a una  ristrettissima élite culturale illuminata, aveva destato la morbosa curiosità dei media italiani,  con pezzi e servizi dai toni misterici,  per l’incontro dell’11 è stata fatta anche una grafica, anche questa riservatissima,  da cui si possono leggere i nomi dei selezionatissimi oratori tra i quali il guru della tecnodestra americana Andrea Venanzoni, autore di saggi sul binomio intelligenza artificiale e politica, Dan Calinescu, “tecnoevangelista” della piattaforma digitale Carmel City,

il costituzionalista Alessandro Sterpa, dell’Università della Tuscia, passato a quanto pare dall’ufficio legislativo di Zingaretti in Regione Lazio a Thiel, Michael Severance, ricercatore del think tank religioso-conservatore americano Acton Institute, la bioeticista Giulia Bovassi, vicina a Pro Vita & Famiglia.

L’evento, dal titolo quasi ecumenico “Magnifica Humanitas. Lo sguardo della Chiesa sull’intelligenza artificiale”, è orchestrato dall’Associazione Culturale Vincenzo Gioberti. Sì, proprio gli stessi che avevano già portato Thiel a Roma a pontificare nientemeno che sull’Anticristo. Coincidenze? Noi non crediamo.

Le spie della vigilia sussurrano che Palantir si siederà al tavolo. Sarà il primo scontro frontale tra la tecnodestra americana, convinta che la pace si ottenga a colpi di droni e sorveglianza predittiva, e una Chiesa che testardamente si ostina a voler disarmare gli algoritmi.

Resta da capire cosa uscirà da quel salone: Palantir offrirà un metaforico ramoscello d’ulivo (magari stampato in 3D) o lancerà un guanto di sfida digitale al Pontefice? Di sicuro, per un giorno, la Silicon Valley proverà a spiegare a Dio come si gestisce il Paradiso dei Dati.


Russia, anche gli oligarchi ora hanno paura


L’ÉLITE RUSSA SI STA STANCANDO DELLA GUERRA. MA A PUTIN NON SEMBRA IMPORTARE

(Wall Street Journal) – L’incapacità della Russia di rompere lo stallo in Ucraina sta diventando così evidente che voci autorevoli all’interno dell’establishment russo hanno iniziato a chiedere pubblicamente la fine del conflitto.

La grande domanda è se il presidente Vladimir Putin riconoscerà questa realtà e abbandonerà l’aspirazione di azzerare l’indipendenza ucraina.

Finora, nel quinto anno del conflitto più sanguinoso in Europa da generazioni a questa parte, non ci sono segni che sia pronto a fare un passo indietro rispetto agli obiettivi originari della sua “operazione militare speciale”. Ma la situazione potrebbe cambiare se le sorti della guerra dovessero volgersi ulteriormente a favore di Kiev.

Le richieste di stop non provengono solo dalle élite economiche e dalle fazioni più liberali dell’establishment. Anche alcuni dei falchi più noti della Russia sono diventati molto più espliciti nel dichiarare che Mosca non ha semplicemente la capacità di ottenere una vittoria totale contro l’Ucraina – scrive il WSJ.

Uno di questi è Oleg Tsaryov, ex deputato ucraino fuggito in Russia nel 2014, che era tra i candidati principali di Putin per guidare un regime fantoccio filorusso da insediare a Kiev nel 2022. In un post su Telegram il mese scorso, Tsaryov ha avvertito che la propaganda russa ha alimentato una pericolosa illusione su un’inevitabile vittoria:

“I professionisti nella creazione di realtà alternative hanno convinto non solo la popolazione, ma anche se stessi, che l’illusione inventata sia la realtà. Prima o poi, il mondo delle illusioni e la realtà devono scontrarsi. E ora sta accadendo nel modo più doloroso.”

Un altro intransigente, lo storico ed ex funzionario del Cremlino Aleksey Chadaev, che dirige il centro di ricerca sulla guerra con i droni *Ushkuynik*, ha osservato che proseguire con l’attuale corso della guerra “non è solo una strada verso la ‘non-vittoria’, ma verso una sconfitta su vasta scala”. Ha quindi chiesto una pausa affinché la Russia possa riorganizzarsi per il round successivo.

Vasily Kashin, direttore del Centro per gli Studi Europei e Internazionali Globali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca, ha pubblicato il mese scorso un articolo molto discusso sulla principale rivista di politica estera russa. Ha argomentato che l’Ucraina rimarrà inevitabilmente un paese antirusso e filoccidentale, specialmente dopo che centinaia di migliaia di ucraini sono stati uccisi o mutilati. Ha dichiarato che l’obiettivo di installare un regime amico a Kiev non è più realistico.

Prendendo come esempio la guerra fredda tra Stati Uniti e Iran, Kashin ha affermato che persino un’escalation maggiore — come l’assassinio del presidente Volodymyr Zelensky e della leadership militare e civile ucraina — porterebbe probabilmente al potere una generazione di leader ucraini “più attiva, ambiziosa e radicale”.

RAID

Secondo Kashin, non è nell’interesse della Russia distruggere il proprio potenziale tecnologico e umano “inseguendo obiettivi immaginari” sulla linea del fronte di Mala Tokmachka, una cittadina nel sud dell’Ucraina diventata sinonimo dell’incapacità russa di avanzare.

Le opinioni di Kashin non sono ovviamente condivise da tutti. Nella stessa rivista, l’accademico ultranazionalista Sergey Karaganov ha ripetutamente minacciato la guerra nucleare contro l’Occidente se l’Ucraina non si arrenderà. Gli analisti geopolitici affermano però che l’approccio più pragmatico, che riconosce i limiti del potere militare russo, è caldeggiato in diverse aree del Cremlino, tra cui l’influente vice capo dello staff di Putin, Sergey Kiriyenko, il servizio di intelligence estera (SVR) e il blocco economico che desidera un ritorno a una qualche forma di normalità.

Al contrario, la linea dell’escalation (estendibile potenzialmente ai paesi baltici) è sostenuta dal sempre più potente Secondo Direttorato del servizio di sicurezza interna (FSB), oltre che da una costellazione di propagandisti di guerra e volontari militari che auspicano una rottura storica con l’Occidente, utile a trasformare la Russia in una miscela ortodossa tra la teocrazia iraniana e il totalitarismo nordcoreano.

“Sembra che nel quinto anno di guerra, alcune persone stiano iniziando a capire che continuare il conflitto per un altro anno o due non migliorerà seriamente la posizione negoziale della Russia”, ha affermato Alexander Gabuev, direttore del *Carnegie Russia Eurasia Center* a Berlino. “Il dibattito tra le élite su questo tema sta iniziando a normalizzarsi, pur con tutti i vincoli di lealtà al regime. Ma Putin si rende conto di essere in un vicolo cieco? Questo non lo sappiamo. Nulla dimostra che abbia cambiato idea”.

La natura dello Stato russo, fortemente militarizzato, rende improbabile che Putin ascolti la voce della ragione, secondo Pavlo Klimkin, ex ministro degli Esteri ucraino: “La guerra è il *modus vivendi* di questo regime; è come andare in bicicletta: se si fermano, cadono”.

Funzionari russi affermano di essere pronti a valutare la fine delle ostilità, a patto che gli Stati Uniti costringano l’Ucraina a rispettare gli “accordi di Anchorage”, un riferimento a un presunto patto raggiunto da Putin e dal presidente Trump in Alaska in agosto, che comporterebbe la resa da parte ucraina della cintura di città pesantemente difese nel Donetsk settentrionale. Kiev ha rifiutato di cederle e le forze russe hanno compiuto solo progressi minimi nella regione da allora.

“I negoziati di pace sono in una fase di stallo perché i russi si aspettano che gli americani concedano al tavolo delle trattative le loro richieste massimaliste, che non sono riusciti a ottenere militarmente”, ha dichiarato Kaja Kallas, l’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza. “Naturalmente, questo è qualcosa che l’Ucraina non può accettare”.

Nei giorni scorsi Putin ha scelto di intensificare gli attacchi missilistici su Kiev e altre città ucraine. I pesanti bombardamenti di lunedì notte hanno ucciso 22 civili e ferito oltre 100 persone, in uno degli attacchi più sanguinosi dell’intera guerra. Poche ore prima, in un incontro con i funzionari della sicurezza, Putin aveva dichiarato che l’Ucraina dovrà fare i conti con “una nuova qualità dell’intero conflitto”.

L’escalation degli attacchi su Kiev è arrivata come ritorsione per un attacco di droni ucraini che, secondo la Russia, ha ucciso alcune studentesse nel dormitorio di un istituto magistrale a Starobilsk, città ucraina occupata dai russi. Le autorità ucraine hanno invece dichiarato di aver preso di mira una base logistica di droni russi.

Nelle aree dell’Ucraina occupate dalla Russia, i droni d’attacco a medio raggio hanno paralizzato la logistica russa negli ultimi giorni, segnando un importante sviluppo nel conflitto. Spesso guidati dall’intelligenza artificiale, hanno preso di mira camion di carburante e convogli militari sulle strade che collegano la Russia alla penisola di Crimea e alle basi del fronte. Il razionamento del carburante è stato imposto a Luhansk e Donetsk, e le scorte sono già esaurite in Crimea.

I commentatori militari russi avvertono del rischio di un’imminente offensiva ucraina. Nelle ultime settimane, l’Ucraina ha riscosso maggiore successo nei suoi attacchi a lungo raggio in tutta la parte europea della Russia, incluso l’attacco di mercoledì al terminal petrolifero di San Pietroburgo, proprio mentre la città natale di Putin ospitava l’apertura di un vertice economico annuale.

Nel frattempo, gli ultra-falchi russi e l’apparato di sicurezza si stanno assicurando che i nuovi appelli al pragmatismo non si diffondano troppo. Il quotidiano filo-Cremlino *Moskovski Komsomolets* ha rimosso un articolo molto discusso il mese scorso che, senza fare espliciti riferimenti all’Ucraina, raccontava come le sconfitte nelle guerre passate — come la campagna di Crimea del 1853-56 e la guerra contro il Giappone del 1904-05 — avessero finito per portare maggiori libertà e prosperità ai cittadini russi.

Lunedì, l’account Telegram del generale in pensione Andrey Gurulyov, importante membro del parlamento russo, ha pubblicato un duro saggio sullo stallo in Ucraina e sull’ingiustificato ottimismo dei comandanti russi che guardano la realtà con “occhiali rosa”.

Poche ore dopo, Gurulyov è apparso su *Max*, il nuovo social network russo, per dichiarare che il suo account Telegram era stato hackerato. Una giustificazione accolta con scetticismo dagli altri commentatori russi, convinti che il generale in pensione sia stato costretto a censurare una verità scomoda.


Beppe Grillo si scongela dall’ibernazione per attaccare Conte e il M5S


IL “CAMPO LARGO” SBAGLIA SULLE RINNOVABILI, SOPRATTUTTO IN SARDEGNA

(Marco Bella – beppegrillo.it) – Il cosiddetto “campo largo” (Partito di Oz, PD, AVS, e soprattutto Matteo Renzi, non scordiamolo) critica giustamente il Governo sul nucleare ma poi blocca di fatto le rinnovabili, con il caso emblematico della Sardegna.

Pannelli fotovoltaici e pale eoliche sono brutte? Diciamocelo serenamente: sì, posso capire che alcune persone non le vogliano vedere. Ma le rinnovabili sono indispensabili per la transizione energetica.

Le pale eoliche su piattaforma galleggiante in mezzo al mare (25-50 km dalla costa, eolico cosiddetto “offshore”) sfruttano venti molto più costanti e prevedibili e non hanno impatto visivo (se non un puntino all’orizzonte) visto che la terra è rotonda e non piatta.

Le rinnovabili non consumano suolo, se non quello del basamento della pala eolica a terra. Le rinnovabili occupano il terreno in modo reversibile, e anzi, l’impatto del fotovoltaico sull’ambiente e sulla tutela della biodiversità è decisamente inferiore a quello di un campo coltivato mediante agricoltura industriale, che sfrutta monocoltura e un eccesso di fertilizzanti e fitofarmaci, per non parlare del confronto con serre e allevamenti intensivi.

Le pale eoliche non “trinciano” gli uccelli come in un film horror, perché gli uccelli sono più intelligenti dei criminali che sabotano i cantieri delle pale eoliche e danno fuoco ai pannelli fotovoltaici: infatti, gli uccelli non ci vanno mica a sbattere. Quello che uccide più uccelli ogni anno sono gli attacchi dei gatti.

Le rinnovabili sono assolutamente indispensabili per abbassare le bollette, e nel giro di pochi anni non hanno più bisogno di incentivi. In Spagna le bollette si sono abbassate NON grazie al nucleare (l’ultimo reattore lo hanno avviato nel lontano 1988) ma proprio grazie allo sviluppo delle rinnovabili negli ultimi anni.

Le rinnovabili permettono di ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero, evitandoci di finanziare guerre e dittature.

Le rinnovabili non hanno necessità di chissà quante terre rare: i pannelli fotovoltaici sono fatti essenzialmente di silicio, uno degli elementi più abbondanti della crosta terrestre. Le terre rare come neodimio (Nd), praseodimio (Pr) e disprosio (Dy), invece, si utilizzano nei magneti permanenti e motori elettrici e non si consumano, quindi, si possono riciclare.

Alla luce di questo quadro, che cosa fanno le regioni amministrate dal campo largo? Bloccano le rinnovabili. E secondo Il Sole 24 Ore, la regione più indietro di tutte sugli obiettivi (-461 MW) è, guarda caso, la Sardegna, seguita da Calabria (-383), Toscana (-225) e Puglia (-211). Tre su quattro amministrate dal centrosinistra.

Non è difficile capire perché la Sardegna conduca questa poco invidiabile classifica. Il primo atto della nuova giunta regionale non è stato di occuparsi di lavoro e salute, ma di predisporre una moratoria di 18 mesi contro le “pericolossissime” rinnovabili.

Successivamente, è stata varata una legge regionale (che speriamo possa essere presto abolita) che impedisce l’installazione dei grandi impianti rinnovabili sul 99% del territorio sardo. Una cosa è regolamentare le pale eoliche, che non possono giustamente essere costruite troppo vicino alle case, e le domande di connessione, visto che la rete non può accoglierle tutte; un’altra è “tutelare” una quota sproporzionata come addirittura il 99% del territorio.

Qualcuno sostiene che l’area rimanente (circa 240 kmq) potrebbe essere sufficiente, ma in realtà le rinnovabili non si possono installare ovunque; quindi, quella legge rappresenta un colpo mortale alla possibilità di raggiungere gli obbiettivi 2030. Ma soprattutto: che senso ha “tutelare” il 99% del territorio sardo solo dalle rinnovabili? In quel 99% è possibile costruire strade, tralicci dell’alta tensione, abitazioni, serre, fabbriche di armi e altre attività umane, ma guarda caso no, non installare un “pericolosissimo” campo di pannelli fotovoltaici.

Teniamo presente che la Sardegna è un sito ideale per le rinnovabili non solo perché ha sole e vento in abbondanza, che ci sono in tante regioni del sud Italia, ma proprio perché ha una bassa densità di popolazione (65 abitanti/kmq, meno c’è solo la Valle d’Aosta). Che succederebbe se tutte le regioni italiane “tutelassero” dalle rinnovabili il 99% del proprio territorio?

La guerra alle rinnovabili non è solo insensata, ma anche direttamente dannosa per la Sardegna, perché rinunciare alle rinnovabili significa perdere un’opportunità senza precedenti. Infatti, secondo uno studio del Politecnico di Milano insieme alle università di Padova e Cagliari, la Sardegna potrebbe produrre a bassissimo costo elettricità, idrogeno verde ed e-fuel, decarbonizzando non solo il sistema elettrico, ma anche l’industria pesante e i trasporti dell’isola.

Secondo questa ricerca, uno scenario di decarbonizzazione accelerata potrebbe non solo far calare le bollette, ma generare dal qui al 2050 quasi nove miliardi di euro di valore per l’isola, con ben 143.000 ULA (Unità di Lavoro Annue) aggiuntive. Le sole attività permanenti di gestione e manutenzione degli impianti porterebbero 12.400 posti di lavoro stabili. Tutto questo è riassunto in un bellissimo articolo di Luigi Moccia, dirigente di ricerca del CNR.

Perché allora bloccare le rinnovabili? Esclusivamente per un miope e abietto calcolo elettorale, al fine di raccattare qualche voto dalle persone con la mente chiusa. Quello che per le destre è la lotta contro i migranti, per le sinistre è la lotta contro le rinnovabili, presuntamente “a difesa del territorio” ma in realtà direttamente togliendo importanti opportunità di lavoro e sviluppo ai cittadini e cittadine delle regioni da loro amministrate.

Quindi, se si dice di no all’allucinazione nucleare, non si possono poi bloccare le rinnovabili, perché si fa la figura dei cialtroni. Se questa è l’alternativa al governo delle destre, povera Italia!

TODDE A BLOG GRILLO SU RINNOVABILI, ‘PENSATE QUANTO STIAMO DANDO FASTIDIO’

(ansa.it) – Pensate quanto fastidio stiamo dando.

Se ci attaccano è perché abbiamo intrapreso una strada complicata di pianificazione che altre regioni non hanno fatto”.

Così la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde ha risposto a una domanda dei giornalisti sull’attacco ricevuto dal Blog di Beppe Grillo, padre fondatore del M5s, in un articolo critico sulla gestione energetica sarda a firma di Marco Bella, già deputato pentastellato, oggi professore associato alla Sapienza.

La governatrice ha difeso il modello sardo contro le speculazioni: “Abbiamo visto territori in Puglia o Toscana trasformati in contesti industriali senza benefici sul prezzo dell’energia.

Noi abbiamo scelto di non incentivare i produttori, ma di essere certi che l’energia prodotta vada a beneficio di cittadini e imprese”.

Sulla transizione energetica, Todde ha inviato un messaggio chiaro al ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin: “Noi facciamo il nostro dovere e non prendiamo lezioni. Il ministro ci dice che le centrali a carbone costano, ma non ricorda che se le spegne oggi la rete non regge, anche se l’isola fosse piena di rinnovabili, perché ci sono limiti infrastrutturali evidenti”.

La strategia regionale punta sul raggiungimento di 6,2 GW di potenza entro il 2030, ma con un controllo stretto: “Vogliamo una transizione vera che tocchi trasporti e aziende, non accettiamo una pianificazione dall’alto. Il territorio che abbiamo messo a disposizione è ampiamente sufficiente, ma vogliamo pianificare insieme alle comunità”.

Sul decreto sul nucleare, passato oggi a Montecitorio, per Todde “la fissione è una tecnologia vecchia, non è innovativa.

Se siamo onesti intellettualmente, parliamo di una prospettiva di 15-20 anni, non di 10″. Pur precisando di non voler avere “un approccio ideologico”, la governatrice ha espresso forti dubbi sulla sicurezza: “Dobbiamo puntare a una tecnologia pulita e senza scorie. Il governo parla di delega, ma non ci ha ancora detto dove mettere le scorie, e questo mi preoccupa particolarmente”.


Caso Minetti, Travaglio: “La Procura non può accusare il Fatto di falso, è diffamazione. Si rimangino tutto e ci chiedano scusa o li denunciamo”


“La Procura ha smentito le nostre inchieste usando i testimoni scelti dagli avvocati di Minetti. Tragicomico”

“Possono anche raccontare che gli asini volano, ma l’unica cosa che la Procura Generale non può fare è accusare il Fatto Quotidiano di falso, perché questa è una diffamazione. E non possono farlo perché non hanno sentito le persone che abbiamo sentito noi. Quella cosa lì se la rimangiano e ci chiedono scusa, altrimenti li denunciamo“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sul caso della grazia concessa a Nicole Minetti e sulle verifiche della Procura Generale di Milano che ha smentito l’inchiesta del quotidiano.

Il direttore sottolinea: “Continueremo a lavorare su questa vicenda invereconda per dare delle notizie. Non sta a noi del Fatto Quotidiano dare o togliere le grazie. Le grazie le danno o le tolgono eventualmente quelli che ne hanno la competenza. Noi ci siamo semplicemente occupati di una grazia che non stava né in cielo né in terra – continua – Abbiamo fatto interviste a testimoni che hanno smontato punto per punto il parere favorevole alla grazia dato a gennaio dalla Procura Generale di Milano. Abbiamo offerto ai nostri lettori delle notizie: intanto che era stata concessa la grazia, visto che il Quirinale se l’era inguattata. Abbiamo fatto interviste che non possono essere smentite per la semplice ragione che i testimoni che noi abbiamo intervistato non sono stati sentiti dai magistrati“.

Travaglio aggiunge: “Non so se avete letto il tragicomico comunicato della Procura Generale di ieri che dice che l’intervista alla massaggiatrice che lavorava a casa di Cipriani non è vera, perché è stata smentita dalle indagini difensive. Cioè praticamente tu affidi le indagini sulla Minetti alla Minetti, agli avvocati della Minetti e ai testimoni che hanno trovato gli avvocati della Minetti. È l’oste che dice che il vino è buono, ma va benissimo. Noi abbiamo un inviato in loco – prosegue e continueremo a documentare che i due presupposti alla origine della grazia non ci sono: che Minetti ha cambiato vita e che sottrarla ai servizi sociali che le avrebbero tolto il passaporto avrebbe pregiudicato il trasporto del bambino malato all’unico ospedale al mondo che poteva curarlo”.

Circa la richiesta di risarcimento danni pari a 250 milioni di euro avanzata da Minetti e Cipriani contro Il Fatto, Travaglio precisa: “Mi occuperò di fare causa anch’io a quelli che hanno diffamato noi, così vediamo chi vince. Se bastasse chiedere dei soldi per ottenerli, saremmo tutti lì che li chiediamo. Non basta chiedere dei soldi per ottenerli: di solito chi fa richieste di soldi per liti temerarie non solo non li incassa ma li sborsa”.


Sulle stragi restano le ombre


Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – Le stragi del 1993 continuano a produrre una domanda che la magistratura non è mai riuscita a chiudere: Cosa nostra stava soltanto ricattando lo Stato o stava cercando un nuovo equilibrio di potere mentre il vecchio sistema politico crollava sotto i colpi di Tangentopoli e delle bombe? L’archiviazione decisa dal gip di Firenze prova a fissare almeno un limite giudiziario a quella domanda. Non esistono elementi concreti per sostenere rapporti diretti tra Cosa nostra, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nella stagione delle bombe di Roma, Firenze e Milano. È una conclusione importante e insieme incompleta. Perché chiude un’indagine, non una discussione storica e politica che attraversa da trent’anni la nostra vita pubblica.

La decisione arriva dopo riaperture, archiviazioni, dichiarazioni di collaboratori, acquisizioni investigative e riletture della stagione più violenta della storia italiana. Firenze in passato aveva già chiuso quell’indagine. Poi l’aveva riaperta cercando di capire se, dentro il passaggio fra la prima Repubblica che crollava e la nascita del nuovo potere politico, esistesse un punto di contatto tra le stragi e gli interessi di Cosa nostra. Alla fine, la conclusione resta identica: le prove non bastano.

L’archiviazione, però, non è una assoluzione della storia. È una decisione presa allo stato degli atti. Dice che adesso non esistono condizioni per sostenere un’accusa in giudizio. E dice anche un’altra cosa: che il fascicolo può sempre essere riaperto davanti a fatti nuovi. Nelle vicende che riguardano le stragi italiane, raramente esistono parole definitive. Esistono piuttosto verità giudiziarie parziali, spesso incapaci di assorbire fino in fondo tutta la complessità politica e criminale di quegli anni. Per tale ragione le zone opache restano. Marcello Dell’Utri non è una figura marginale trascinata casualmente dentro una suggestione investigativa. È un uomo condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. La Cassazione scrive che fu mediatore stabile fra gli interessi di Cosa nostra e il mondo imprenditoriale berlusconiano per molti anni. Naturalmente, quella sentenza non dimostra un coinvolgimento nelle stragi. I piani sono diversi. Però rende impossibile liquidare come fantasia giudiziaria il tema dei rapporti fra mafia, affari e nascita di una parte del potere italiano degli ultimi decenni.

Poi c’è Vittorio Mangano. Lo “stalliere di Arcore”. Espressione quasi caricaturale dietro cui il Paese ha finito per nascondere un dato enorme: un uomo mafioso, legato alle famiglie palermitane, assunto nella residenza privata dell’imprenditore destinato a diventare presidente del Consiglio. Nessuna responsabilità penale diretta attribuita a Berlusconi per quella vicenda. Eppure gli interrogativi restano sulla leggerezza con cui certi ambienti entrarono dentro il suo mondo. Le zone grigie stanno lì. Non nelle sentenze mancate sulle stragi. Dentro rapporti, frequentazioni e mediazioni. Si deve dare atto, però, che i governi Berlusconi approvarono anche misure significative contro la mafia. Sarebbe inutile negarlo. Però la biografia pubblica di un leader non si esaurisce nei successivi provvedimenti firmati a Palazzo Chigi.

La decisione giudiziaria non esaurisce il significato storico e politico di una stagione. Perché il nodo che attraversa ancora la memoria non riguarda soltanto eventuali responsabilità penali individuali, mai accertate nel caso di Berlusconi. Riguarda il contesto dentro cui maturarono le stragi, il collasso della prima Repubblica, la ricerca da parte di Cosa nostra di nuovi referenti dopo la fine degli equilibri politici precedenti, il rapporto ambiguo tra potere criminale, interessi economici e transizione istituzionale.

Le bombe del 1993 non furono soltanto vendetta mafiosa. Furono pure un messaggio politico rivolto allo Stato e al sistema dei partiti mentre il Paese attraversava uno dei suoi passaggi più fragili. È dentro quella frattura che gli inquirenti hanno cercato di capire se la mafia avesse tentato di stabilire nuovi canali di interlocuzione o di influenza. Il gip di Firenze adesso dice che, sul piano penale, non esistono prove sufficienti per collegare quella strategia a Berlusconi e Dell’Utri. Le domande, però, non spariscono con un decreto di archiviazione.


I progressisti siano netti su chi fomenta la guerra


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] – Il ministro degli Esteri della Lituania, Kestutis Budrys, ha riassunto in un’intervista sul giornale svizzero Neue Zürcher Zeitung le posizioni che potrebbero essere comuni a scandinavi e baltici ed esercitare forte attrazione sui polacchi e sulla stessa Germania. Ha sottolineato come la Nato dovrebbe radere al suolo la base di Kaliningrad di difesa aerea e militare russa e l’Ucraina essere ammessa nell’Europa della Difesa europea in versione anti-russa e come primo passo per l’ingresso nella Nato. Ha inoltre plaudito al riarmo della Germania che deve assumere la leadership dell’Europa nella guerra contro Mosca e ha assicurato che l’articolo 5 Nato esiste. Washington sarà in guerra insieme all’Europa.

[…] Non si tratta di posizioni isolate. L’Alta rappresentante per la politica estera europea, Kaja Kallas, e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, potrebbero farle proprie. Sembra che ormai la decisione di entrare in guerra sia stata presa. Gli elettori progressisti dei socialisti europei, e in Italia del Campo largo, sono accecati dall’odio verso Mosca. Parteggiano per l’Ucraina come se si trattasse di una partita di calcio. Sarebbero disposti a far saltare il pianeta in aria purché il killer non l’abbia vinta. In fondo dietro lo slogan della Schlein “la pace giusta” si nasconde poco altro. L’opposizione alla destra meloniana, guerrafondaia e filoisraeliana, in questa drammatica situazione balbetta che dobbiamo continuare a inviare le armi in Ucraina (ovviamente non per la guerra ma per la pace), corre negli Usa a incontrare Obama (graditissimo intellettuale di bell’aspetto), quasi fosse l’icona di una sinistra internazionale, che si è tuttavia macchiato di violazioni del diritto internazionale (Siria, Libia, esecuzioni extragiudiziarie con droni, punizioni collettive contro i palestinesi) e non si distingue, se non per la forma, dall’ondivago presidente attuale. Elly Schlein sembra affermare infine che Netanyahu sbaglia, ma si guarda bene dal chiedere immediate sanzioni a Israele e criticare nettamente il progetto di Grande Israele sponsorizzato dalla lobby e dalla maggioranza della cittadinanza israeliana. Siamo a un passo dal conflitto nucleare e questa opposizione sembrerebbe non adeguata. Il bacino elettorale del Pd può fare la differenza nella costruzione di un’alternativa alle destre trumpiane e alla politica della guerra. Per questo, con tutta la simpatia che ho per la Schlein, mi succede di criticare il Pd ancora di più di quanto faccia con le destre trumpiane. Se combattiamo la manipolazione mediatica e politica dell’opinione pubblica progressista, del ceto medio irretito dalla retorica dei talk show, possiamo sperare nella costruzione di un’istanza politica in grado di dare voce alla Generazione Z, al non voto, al dissenso contro le guerre.

[…] Vogliamo parole nette contro le strategie neoconservatrici statunitensi di scontro con la Russia, Gaza, il Libano, l’Iran, per un’Europa non liberista e non asservita alla Nato, in grado di dialogare con i Brics e perseguire gli interessi dei popoli europei, lo Stato sociale e i beni comuni. Se non torniamo in Europa allo Stato, al settore pubblico, alla politica non asservita agli oligarchi (fondi, lobby), dovremo rinunciare ai nostri diritti elementari. La società della sorveglianza in un’economia di guerra elimina i media come quarto potere, riesce ad asservire il pensiero con una propaganda capillare che permea tutti i settori, dalla diplomazia alla cultura.

E così i figli di quel 90% della popolazione che include gli elettori inconsapevoli delle destre trumpiane come dei socialisti europei, si ritrovano precari e futuri soldati di una guerra di cui non hanno capito nulla. Penseranno di sacrificarsi per i “valori” europei. Nelle scuole come nelle università penetra con il beneplacito dei baroni del pensiero la retorica militarista. In Europa trionfano le mostre delle armi, carri armati, missili, droni, persino uniformi militari vestite da leggiadre donzelle. Due droni russi deviati dagli ucraini, cadono in Romania e la classe politica tuona e prepara nuove sanzioni a Mosca. La frontiera orientale diviene sempre più armata. Tutti si affrettano a promettere a Zelensky (per il suo riuscito colpo, la deviazione dei droni in Romania) nuovi finanziamenti. Si tratta di un delirio inarrestabile che non salva neanche il 2 Giugno. […]

La festa della Repubblica è profanata con l’esibizione della forza militare in contrasto con la nostra Costituzione e l’articolo 11 che sancisce il ripudio della guerra. Intellettuali e artisti sono elogiati perché si allineano alla retorica del potere, sono confusi, non condannano i carnefici, il genocidio di Gaza, non esprimono opinioni e non vengono così ostacolati dalle potenti lobby che decidono ormai il destino delle loro opere. Il pensiero orwelliano, che trasforma la codardia in coraggio come la guerra nella pace, trionfa.


Netanyahu e il Partito di Dio sulla via della guerra infinita


Non tanto paradossalmente, Netanyahu ha tirato un sospiro di sollievo di fronte al rifiuto di Hezbollah di riconoscere l’accordo di tregua. E per Trump ed il suo tentativo di tenere separata la guerra in Libano da quella all’Iran è un duro colpo

(Renzo Guolo – editorialedomani.it) – Il tentativo di Donald Trump di tenere separata la guerra in Libano da quella all’Iran subisce un duro colpo. Come prevedibile, Hezbollah ha rifiutato, per voce del suo stesso leader Naim Qassem, di aderire al nuovo cessate il fuoco raggiunto tra Libano e Israele. Una tregua, quella concordata a Washington, imposta non senza fatica dagli Usa al recalcitrante leader israeliano, al quale, in una burrascosa conversazione a distanza, il presidente Usa ha dato del «pazzo» per il suo intento di tornare a far divampare lo scontro con il Partito di Dio anche a Beirut. Decisione che avrebbe mandato in frantumi il negoziato tra Washington e Teheran: un rischio, in vista delle forche caudine di Midterm, Trump non è disposto ad avallare.

Un altolà, quello pronunciato dal successore di Nasrallah, che mostra come vacilli il tentativo americano di elidere la strategia iraniana dei “fronti convergenti”, che punta a una soluzione complessiva per porre fine alla “guerra imposta” di Israele e Usa all’Iran, e a quella israeliana contro Hezbollah. Così, oltre a Hormuz e l’uranio, torna a aleggiare sulla conclusione del conflitto iniziato il 28 febbraio il sin troppo concreto fantasma libanese. O meglio, quello dell’influenza politica e del peso militare esercitato nel Paese dei Cedri dal partito-guida della comunità sciita stretto alleato di Teheran.

Per Netanyahu, premuto dal bellicismo oltranzista dei suoi alleati dell’estrema destra messianica, Ben Gvir e Smotrich, il no di Qassem all’accordo siglato in riva al Potomac – che prevede il disarmo della milizia islamista e il suo ritiro a sud del Litani, contro il “progressivo” ritiro dell’Idf dalle zone occupate – è un sollievo. Israele aveva, comunque, ottenuto da Trump la possibilità di rispondere militarmente ogni qualvolta sentisse minacciata la sua sicurezza, concetto che Tel Aviv interpreta sempre in maniera estensiva: ora il rifiuto del Partito di Dio, non pronunciato certo senza l’avallo di Teheran, che reclama il ritiro dell’Idf sulle posizioni occupate prima della Guerra dei Quaranta giorni, gli consente nuovamente di invocare mano libera e sussurrare nuovamente a The Donald che i due fronti sono davvero uniti e occorre sgominarli militarmente entrambi.

Una strategia che, anche venisse applicata al solo teatro libanese, manderebbe all’aria la conclusione del conflitto con l’Iran. Teheran, infatti, non può e non vuole abbandonare la linea dei “fronti convergenti”, che consente di mostrare solidarietà ai confratelli sciiti libanesi intervenuti prima fianco di Hamas, poi accanto alla Repubblica islamica sotto attacco. Se lo facesse, non potrebbe più esercitare alcuna influenza esterna, già intaccata dal ridimensionamento dei suoi proxies. Eppure Trump ha cercato di separare quello che non poteva essere separato e di concludere un accordo con uno Stato libanese che non ha la forza per procedere al disarmo di Hezbollah: se lo facesse, la guerra civile su base confessionale riesploderebbe all’istante.

Il negoziato tra Israele e il Libano senza Hezbollah, senza il partito-guida della comunità maggioritaria del Paese dei cedri, uno schema all’“irlandese” monco dell’attore più deciso del conflitto, è parso, così, un tentativo di comprare tempo: nell’intento di giungere, comunque, a un’intesa con Teheran, che avrebbe poi “consigliato” moderazione al Partito di Dio. Ma in contesto in cui tutto si tiene, simili nodi, dal complesso e resistente intreccio, non possono essere tagliati gordianamente. Sarebbe bene scioglierli: non tutti, però, hanno l’abilità, la pazienza, l’immaginazione, per farlo.

Il rischio, per Trump, è che ora Netanyahu e i suoi alleati messianici optino, per far saltare tutto, per quella guerra infinita di cui hanno bisogno per perseguire i loro obiettivi: siano le elezioni o la Redenzione. Strappo che potrebbe rendere le divergenze tra il tycoon e Bibi non solo tattiche.


Il valzer del giudice di tutti gli anti-pm


(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Dunque Francesca Nanni, Procura generale di Milano, dopo approfondita istruttoria, ha dato ragione a Francesca Nanni, Procura generale di Milano, che il febbraio scorso consegnò al Quirinale il suo parere positivo per la grazia a Nicole Minetti. La quale, a fronte di una condanna di 3 anni e passa per favoreggiamento della prostituzione e per peculato, aveva proprio chiesto la grazia per avere compiuto in questi 7 anni fattivamente trascorsi tra Milano, l’Uruguay, Boston e qualche gin tonic, il proprio percorso di riabilitazione, confermato dall’adozione di un minore gravemente malato al quale ha garantito assistenza, cure e affetto. Bon. La sua richiesta di grazia era legittima. Le circostanze un po’ meno, visto che il riverbero della sua storia personale sulla nostra fanfaluca nazionale, finì per guastare l’igiene dentale di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio in carica, quando nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, la spedì presso la Questura di Milano a prelevare Ruby Rubacuori, affermando che la giovane marocchina era in realtà egiziana, addirittura nipote del faraone Mubarak. E Minetti, in qualità di consigliere regionale della Lombardia, eletta insieme con il Trota al Pirellone nelle liste del Merito, garantì che era tutto vero. Sul suo onore, su quello di Silvio B. e di tutte le altre ragazze accatastate negli ovili di via Olgettina. Il Quirinale tre mesi fa firmò con legittima riservatezza la grazia. Ma quando il segreto dileguò e i cronisti del Fatto indagarono sui tasselli dell’istruttoria e il mosaico mostrò tessere mancanti, oltre a verosimiglianze non del tutto verosimili, scoppiò lo scandalo. […]

Ora che Francesca Nanni ha dato ragione a Francesca Nanni, la grazia è confermata. E tutti i furenti nemici dei magistrati – da Nordio che li chiama para mafiosi, a Giuliano Ferrara che li imbratta come mozza orecchi – danzano il valzer dei magistrati. I quali, a loro volta, dovranno ringraziare Minetti che ricevendo la grazia, anche a loro, per un giorno, l’ha elargita.