Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Le classi deficienti tra Ucraina e genocidio


(Tommaso Merlo) – L’Occidente sta crollando, rischiamo la terza guerra mondiale e le classi deficienti non spiccicano una parola. Troppo impegnate a godersi delle lussuose vacanze alla faccia dei contribuenti rimasti a casa a contare gli spiccioli. Siamo alla deriva, con al timone il peggio della società invece che il meglio. Sanno solo inviare soldi alla banda Zelensky e girare la faccia dall’altra parte mentre il nazi sionismo stermina palestinesi e libanesi. Classi deficienti serve della Nato e fiancheggiatrici di genocidari che si nascondono dietro a silenzi e frasi fatte senza mai metterci pienamente la faccia per paura dei sondaggi. Vergognosamente succubi del sistema, ma con un occhio al popolino che rumoreggia sotto ai palazzi del potere e prima o poi dovrà pure votare. Ma intendiamoci, opporsi ad un sistema non è affatto facile. Per trascinare la Nato in guerra contro la Russia, gli americani ci hanno lavorato oltre trent’anni fino a spingersi a piazzare basi militari in Ucraina fregandosene degli avvertimenti del Cremlino, e il giogo coloniale americano su paesi come il nostro nasce nel dopoguerra ed ha profondi risvolti economici oltre che militari. E per arrivare a compiere un atroce genocidio senza intoppi, i nazi sionisti ci hanno lavorato decenni. Hanno speso immense risorse ed energie per costruire una potentissima rete politica e mediatica che comprende posizioni internazionali chiave come il seggio statunitense all’ONU con potere di veto oltre che i clown di punta del circo mainstream. Ma proprio perché opporsi ad un sistema non è affatto facile, un paese deve eleggere i migliori e non i peggiori. Classi dirigenti e non deficienti in grado cioè di interpretare la storia e produrre diplomazia e politica di qualità. E questo per un motivo molto semplice. Se a Roma non c’è nessuno con un cervello e una visione, a prevalere sarà il cervello e la visione di altri e cioè della lobby della guerra che occupa la Nato e quella nazi sionista che occupa gli Stati Uniti. È così. Più bassa è la qualità della classe dirigente, più un paese è in balia di mafie lobbistiche anche straniere. Più invece la politica è di qualità, più un paese sarà in grado di ragionare e produrre una linea coerente coi propri valori costituzionali e la volontà popolare. È proprio così. Se l’Italia è in balia della sorda russofobia guerrafondaia e dei deliri genocidari del nazi sionismo, è perché non ha nessuno di politicamente degno al timone che sia cioè in grado di rigettare la propaganda e il conformismo imperanti e lanciare iniziative politiche all’altezza della drammaticità degli eventi. Ma attenzione. Il sorgere di classi deficienti in tutto l’Occidente, è dovuto al deterioramento culturale frutto dell’iper capitalismo che sforna eserciti di narcisisti patologici e arrivisti senza scrupoli che strada facendo perdono perfino la facoltà di provare vergogna, ma è anche dovuto al sistema stesso o meglio alla mafia lobbistica che per spadroneggiare sponsorizza deficienti politici e mediatici che non valendo nulla sono facilmente corruttibili e manipolabili e quindi utili a servire i loro interessi. Più è scarsa la qualità della politica e della stampa, maggiore è il potere della mafia lobbistica. Ma intendiamoci, opporsi ad un sistema non è affatto facile e se è culturalmente mafioso ancora meno. Richiede notevoli dosi di coraggio, determinazione e costanza. Qualità che se non si posseggono sarebbe meglio stare a casa o dedicarsi ad altro, ma si sa, la politica offre tutto quello a cui ambisce la parte peggiore degli esseri umani: potere, visibilità, status sociale e ovviamente ottimi stipendi e vitalizi. E proprio per questo siamo alla deriva, perché al timone ci finisce il peggio della società invece che il meglio. Una degenerazione interiore che fuori ha infettato anche la politica. E nemmeno in democrazia ci sono scorciatoie, la qualità della politica dipende dalla qualità di chi la fa. Servono nuove classi dirigenti, cittadini che non si candidano per sfamare il proprio ego, ma per servire la collettività. Per dare e non per prendere. Non carrieristi ma idealisti, non uomini immagine della lingua biforcuta ma persone di valore e genuine con la vocazione per il bene pubblico. Persone libere anche mentalmente e quindi non ricattabili ma anche con alle spalle chilometri ed esperienze che le rendono credibili e capaci di districarsi nelle complessità in modo da riuscire a muovere le leve giuste. Già, non ci sono scorciatoie e nemmeno tempo da perdere. L’Occidente sta crollando, rischiamo la terza guerra mondiale e le classi deficienti non spiccicano nemmeno una parola. Siamo alla deriva, in balia della lobby della guerra camuffata da Nato, di quella nazi sionista e di un conformismo arrivista ripugnante e soprattutto devastante. Serve un sussulto di dignità collettivo per evitare la catastrofe, serve una politica all’altezza delle sfide del nostro tempo e una democrazia vera.


I franchi-tiratori per il “Melonellum” iniziano a essere tanti, forse troppi


(dagospia.com) – Si prospetta un autunno caldo per l’ex invicibile Armata Branca-Meloni, così torrido che si rimpiangerà il “forno quotidiano” dell’estate 2026.

Se la Lega, smontata come un Lego dal vannaccismo, va verso la resa dei conti tra “nordisti” e salviniani, anche l’altro alleato dei Camerati d’Italia, Forza Italia, è allo sbando.

A partire dalla Famiglia Berlusconi, i malumori (eufemismo) e le uscite contro il presidente del partito, Antonio Tajani, già azzoppato con la cacciata dei suoi fedelissimi Barelli e Gasparri, ormai si moltiplicano.

Hanno cominciato le numerose donne del partito, guidate dalla berlusconina Deborah Bergamini, con il loro no alle preferenze nella legge elettorale al voto in Parlamento: furono loro parte del clamoroso “incidente” del 15 luglio, quando la Camera ha bocciato la riforma del voto cara a Giorgia Meloni. Ora si aggiunge il ministro della pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, sempre in quota Marina Berlusconi.

In un’intervista al “Foglio”, ha tuonato contro Tajani per l’iniziativa “anti-burocrazia” del partito. Zangrillo si è sentito (giustamente) messo da parte: “Mi sembra strano che il ministro competente non sia stato coinvolto”.

“Se Forza Italia doveva lanciare una campagna per la sburocratizzazione – ha detto Zangrillo -, mi sarebbe piaciuto un incipit dove si diceva che abbiamo fatto cose molto importanti. E invece è stata una sorpresa estiva: mi sarei aspettato un maggior coinvolgimento dai vertici del mio partito”.

Poi l’azzannata finale: “Apprezzo la telefonata di Tajani, ma forse sarebbe stato opportuno un investimento più organico. E mi sembra strano che il ministro competente non sia stato coinvolto […].

”Sicuramente c’è stato un difetto di comunicazione che in parte può essere stato anche colpa mia. Io sono un manager abituato a parlare la lingua dei manager, dei risultati concreti, non della politica. Avrei potuto rivendicare meglio”.

Le tensioni in Forza Italia sono l’ennesima rottura di cojoni per Giorgia Meloni, ma Ii guaio più grosso che la Ducetta dovrà affrontare al rientro dalle vacanze, però, si chiama Lega, soprattutto se la “Sirenetta del Colle Oppio” vorrà far approvare la legge elettorale.

Con il 6% che viene stimato il Carroccio nei sondaggi (di cui la metà attribuito ai governatori del Nord), dei 95 parlamentari che il partito di Salvini ha attualmente in Parlamento rimarrà ben poca cosa. Già eleggerne una trentina sarebbe un miracolo.

Nota Matteo Pucciarelli su “Repubblica”: “Non è solo una questione politica, è anche banalmente matematica. […] Alle politiche del 2022, la Lega con quasi il 9 per cento ha eletto 95 parlamentari: 66 deputati e 29 senatori. Dei primi 66, ben 42 diventarono tali grazie ai collegi uninominali, solo 23 con il proporzionale (più la sistemazione derivante dalle pluricandidature). Al Senato, 14 dei 29 seggi arrivarono dall’uninominale”.

Aggiunge Pucciarelli: “[…] la Lega del 2022 beneficiò moltissimo del maggioritario, ed è questo che rende comprensibile la resistenza dei “nordisti” all’abolizione degli uninominali. E poi ci sono le proiezioni, drammatiche. Con una Lega al 5 per cento, e uno scenario in cui nessuna delle coalizioni raggiunge il 42 per cento, sono 30 gli eletti; in Lombardia […] parliamo di circa sei parlamentari in tutto. La situazione può ancora peggiorare se il centrosinistra andasse al governo prendendo anche il premio di maggioranza, e lì siamo sulla ventina di eletti […]. La sostanza è che due su tre, più o meno, rischiano di non venire rieletti”.

Amorale della fava: i franchi-tiratori, per il “Melonellum”, cominciano a diventare tanti, forse troppi…

E la Meloni non può permettersi defaillances.

Aggiunge Giulia Merlo su “Domani”: “Dopo l’inciampo alla Camera sull’emendamento delle preferenze, FdI e soprattutto la premier non vogliono sentire ragioni: l’accordo per una modifica che introduca le preferenze e anche un correttivo di genere è da considerarsi chiuso. Formalmente, però, il testo non è ancora stato depositato e come sempre il diavolo sta nei dettagli”.

Continua Merlo: “Dentro Forza Italia, infatti, il malcontento continua a covare soprattutto nella compagine femminile, che sarebbe tutt’altro che convinta rispetto al correttivo di genere su cui si sono accordati gli sherpa, perché non darebbe garanzie sui capilista.

Dentro la Lega, invece, oggi è la frangia nordista a preoccupare. Anche perché  […] lo zoccolo duro degli anti-salviniani ha casa proprio a palazzo Madama, dove il capogruppo è Romeo e su trenta senatori più di due terzi sono stati eletti al nord”.

“In altre parole, insiste Merlo -, la riforma elettorale imposta da Meloni e accettata da Salvini […] non permetterà il ritorno in parlamento di molti degli oggi eletti. Inoltre renderà il partito dipendente, in caso di vittoria, dalla generosità di FdI nel distribuire i posti nel listone del premio di maggioranza”.


Il potere della Croce Rossa


Gli ultimi decreti del governo hanno rafforzato una concentrazione di funzioni e risorse già in atto. Attraverso norme speciali e convenzioni, la Cri è diventata il principale soggetto privato cui lo Stato affida la gestione operativa delle attività sanitarie connesse alle frontiere. Una sorta di monopolio senza eguali

(Federica Pennelli – editorialedomani.it) – La morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia a Bologna solleva interrogativi anche sul ruolo dei quattro soccorritori della Croce Rossa Italiana (Cri) intervenuti sul posto. Mentre la Procura ricostruisce quanto accaduto e la Cri difende l’operato dei propri soccorritori, il caso riporta l’attenzione sull’associazione: un soggetto di diritto privato che svolge funzioni di interesse pubblico e che, negli anni, ha consolidato il proprio ruolo attraverso convenzioni e incarichi affidati da ministeri e amministrazioni pubbliche.

Trasformazioni e finanziamenti

Per decenni la Cri è stata un ente pubblico non economico gravato da criticità finanziarie rilevate dalla Corte dei Conti, riformata poi dal decreto legislativo 178 del 2012 del governo Monti. Il provvedimento ne ha avviato la trasformazione, scindendo l’ente: da un lato è nata l’Associazione della Cri, soggetto privato di interesse pubblico per le attività istituzionali; dall’altro è rimasto l’Ente strumentale (oggi Esacri), ente pubblico posto in liquidazione per gestire patrimonio e rapporti pendenti.

Ad oggi, il finanziamento della Cri – pur contando su donazioni private, rendite da immobili, attività formative, proventi commerciali e altre entrate associative – si regge anche su risorse pubbliche e attività svolte in convenzione: da quelle con il ministero della Salute e della Difesa alle attività sanitarie, di emergenza, protezione civile e assistenza alle persone migranti affidate da ministeri, regioni, enti locali e organismi pubblici.

Le cifre raccontano la dimensione del rapporto economico con lo Stato. Nel bilancio 2024 il finanziamento della convenzione con il ministero della Salute è stato di 66,7 milioni di euro, mentre quello con il ministero della Difesa ammontava a 3,3 milioni. Nel bilancio 2025 le due convenzioni istituzionali valevano rispettivamente 71,8 milioni di euro per la Salute e 3,3 milioni per la Difesa.

A queste risorse si aggiungono poi, di anno in anno, le attività svolte dalla Cri per conto di altre amministrazioni pubbliche: nel bilancio 2025 compaiono, tra le altre, oltre 30 milioni di euro per il servizio 118 Areu in Lombardia, oltre 11 milioni per attività sanitarie svolte in convenzione diretta e quasi 13 milioni per l’assistenza socio-sanitaria alle persone migranti; su mandato delle pubbliche amministrazioni.

Nomine e “armonizzazioni”

La riforma ha definito il nuovo ruolo istituzionale dell’associazione, riconoscendone le attività di interesse pubblico e lo status di ausiliaria dei pubblici poteri. Negli anni, questo assetto è stato accompagnato da specifiche disposizioni e convenzioni con le amministrazioni pubbliche per lo svolgimento di attività istituzionali.

Accanto a questo processo, c’è stata anche una progressiva integrazione dell’ente nell’architettura istituzionale dello Stato. Nel 2023 il presidente nazionale della Cri, Rosario Valastro, è stato nominato componente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), in rappresentanza delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato.

Nel 2024 la Cri è entrata anche nel Consiglio nazionale del Terzo settore, un organismo istituito presso il ministero del Lavoro. Infine, nel bilancio 2023, la Cri ha ricostruito il proprio inquadramento nell’ambito delle cosiddette “armonizzazioni contabili”, cioè il sistema che consente di raccordare i documenti contabili delle amministrazioni pubbliche in contabilità civilistica con quelli degli enti che adottano la contabilità finanziaria.

L’associazione, nel Bilancio d’esercizio, spiega che, dopo la trasformazione da ente pubblico a soggetto privato e in assenza di un ministero vigilante formalmente individuato, il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) le ha demandato il compito di definire in autonomia la propria missione e i relativi programmi. Inoltre si precisa che l’attività della Cri è indirizzata, in prevalenza, dai contenuti delle convenzioni stipulate con il ministero della Salute e con il ministero della Difesa.

Decreti sicurezza

C’è poi il ruolo dei Decreti Sicurezza, che hanno consolidato un approccio alla gestione delle migrazioni fondato sul controllo dei flussi e sulla detenzione amministrativa, trattando il fenomeno come una questione di ordine pubblico. Ed è proprio in queste gestioni che emerge con maggior vigore il ruolo assunto dalla Cri che negli anni è diventata, come ausiliaria dei poteri pubblici, uno dei principali soggetti operativi dello Stato nella gestione delle frontiere: dalla sorveglianza sanitaria agli sbarchi fino all’accoglienza nei centri, hotspot e ai servizi nei punti di crisi.

Il passaggio più rilevante arriva con il decreto legge numero 23 del 24 febbraio 2026, in materia di sicurezza pubblica e immigrazione. Lì si stabilisce che il ministero dell’Interno possa avvalersi – fino al 31 dicembre 2028 e in deroga al Codice dei contratti pubblici – della Cri «per le attività previste dal decreto legislativo 178 del 2012», relative all’assistenza e all’accoglienza dei migranti, con l’obiettivo di attuare il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e fronteggiare situazioni di estrema urgenza legate ai flussi migratori.

Per la Cri questo equivale a un ulteriore rafforzamento del proprio rapporto con lo Stato: più convenzioni dirette e un ruolo sempre più centrale nella gestione operativa delle politiche migratorie del governo. Nel bilancio previsionale 2026, infatti, l’associazione stima oltre 70 milioni di euro di ricavi previsti da finanziamenti di natura pubblica: 62,5 milioni dalla convenzione con il ministero della Salute, 3,1 milioni dalla Difesa e oltre 4 milioni da ulteriori convenzioni dirette, comprese quelle previste con il ministero dell’Interno.

Insomma, gli ultimi decreti del governo hanno rafforzato una concentrazione di funzioni e risorse già in atto. Attraverso norme speciali e convenzioni dirette, la Cri è diventata il principale soggetto privato cui lo Stato affida la gestione operativa delle politiche migratorie e delle attività sanitarie connesse alle frontiere. Il risultato è una sorta di monopolio senza eguali.

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Giorgia, a ognuno i propri dublinanti


La Finlandia il quarto Paese a rimandare in Italia i migranti

(ANSA) – “Riteniamo che l’entrata in vigore del regolamento Ue sulla gestione dell’asilo e della migrazione consenta la ripresa dei trasferimenti verso l’Italia. Tali trasferimenti sono attualmente in fase di preparazione”.

Lo afferma all’ANSA l’ufficio stampa del ministero degli Interni finlandese. Per la Finlandia – che diventa il quarto Paese a rispedire i dublinanti in Italia dopo Germania, Svizzera e Austria – “è importante che le norme sulla responsabilità per l’esame delle domande di asilo siano applicate come previsto, e che tutti gli Stati membri della Ue adempiano ai propri obblighi ai sensi del patto” .

Migranti, anche la Finlandia invierà verso l’Italia i suoi dublinanti

(editorialedomani.it) – «I trasferimenti sono attualmente in fase di preparazione», fa sapere a La Presse il ministro dell’Interno finlandese. Non sono stati rilasciati numeri su quanti siano i richiedenti asilo né se facciano riferimento a persone arrivate prima dell’entrata in vigore del nuovo Patto Ue

Germania, Svizzera, Vienna e ora Finlandia. Anche Helsinki ha annunciato che riprenderà verso l’Italia l’invio dei suoi richiedenti asilo dublinanti. «I trasferimenti sono attualmente in fase di preparazione», fa sapere a LaPresse il ministro dell’Interno finlandese, secondo cui il nuovo Patto Ue garantisce «la ripresa dei trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia». Non sono stati rilasciati numeri su quanti siano i richiedenti asilo né se facciano riferimento a persone arrivate prima del 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo Patto Ue.

«Per la Finlandia – ha aggiunto – è importante che le norme sulla responsabilità per l’esame delle domande di asilo siano applicate come previsto e che tutti gli Stati membri dell’Ue rispettino le proprie responsabilità nell’ambito del Patto. Da parte nostra, restiamo impegnati a garantire l’effettiva attuazione delle procedure relative alla determinazione dello Stato responsabile». Insomma, da parte del governo di destra guidato da Petteri Orpo non ci sono concessioni.

La lista di paesi che inviano verso Roma i dublinanti si allunga di giorno in giorno. Il governo Meloni sta pagando il conto per il Patto Ue su migrazione e asilo approvato a giugno che non supera il tanto criticato regolamento di Dublino ma impone un nuovo meccanismo di solidarietà, ritrovandosi di fatto allo stesso punto di partenza di quattro anni fa quando il Viminale aveva interrotto in via unilaterale l’accoglienza dei migranti secondari provenienti dagli altri paesi.

Ma ora che il Patto è entrato in vigore e il sistema ha ripreso a funzionare. Il governo Meloni rischia di ritrovarsi migliaia di migranti in più nel suo territorio, numeri che macchiano le statistiche del cruscotto del Viminale sul calo degli arrivi – tanto decantate dalla maggioranza – e che espongono la premier alle critiche provenienti a destra da Vannacci.
Da dicembre 2022 a dicembre 2025, infatti, dai paesi membri erano arrivate circa 80mila richieste di accoglienza, tutte “congelate” dal governo. Ma ora alcuni paesi hanno intenzione di riprendere il flusso, come la Svizzera. La Confederazione ha detto nei giorni scorsi che invierà nei prossimi mesi anche i dublinanti arrivati prima del 12 giugno. In totale si tratta di circa 650 persone.

Reazioni

Da giorni le opposizioni hanno accusato la premier di aver spostato ancora più a destra l’Ue e ora ne paga le conseguenze. «La ricetta del governo si sta rivelando un boomerang per il nostro Paese, come era evidente a tutti tranne che a Palazzo Chigi, che ha scelto la strada della propaganda invece che quella della solidarietà e della condivisione tra Paesi europei, contro cui i sovranisti in questi anni hanno cannoneggiato mentre invece rappresentava il risultato di anni di sforzi e compromessi tra paesi europei proprio per una maggiore condivisione nella gestione dei flussi migratori», ha detto il segretario di + Europa Riccardo Magi.

Schengen

Dopo uno scontro con la Germania sui dublinanti, il governo non ha ancora reagito alle decisioni di Svizzera, Austria e Finlandia. Il rischio di uno scontro diplomatico con gli alleati è concreto, soprattutto per questioni propagandistiche così come accaduto con la Spagna. Proprio con Madrid Meloni ha deciso di mantenere i toni tesi, confermando fino al 31 agosto la sospensione del trattato di Schengen. Non ci saranno dietrofront, anzi, da Palazzo Chigi si fa largo anche l’ipotesi di aumentare ulteriormente il periodo di sospensione.

Sul caso si è espresso ieri uno dei portavoce della Commissione Ue, Markus Lammert. L’obiettivo generale rimane «lo spazio Schengen», ha detto sottolineando che questo richiede «frontiere esterne sicure» e un «sistema di solidarietà» e una «gestione della migrazione equa e rigorosa». L’Ue impartisce la linea dopo Ceuta, dove ieri circa duemila persone sono state trasferite dalla spiaggia a centri di accoglienza temporanea.


Il ‘cortocircuito Ranucci’ spiega benissimo i rischi di quando la persona prevale sulla notizia


L’attacco non si ferma certo a Ranucci. Non si è mai voluto fermare lì. Sta investendo Report e, attraverso Report, un certo modo di fare giornalismo d’inchiesta

Il ‘cortocircuito Ranucci’ spiega benissimo i rischi di quando la persona prevale sulla notizia

(Sara Frangini – ilfattoquotidiano.it) – Spegnete i riflettori sui giornalisti, tutti quanti, e accendeteli sui fatti. Ricordate a cosa serve il giornalismo d’inchiesta? A illuminare zone d’ombra, non chi le racconta.

Il “cortocircuito Ranucci” lo spiega benissimo. La notizia è proprio questa: un volto prende la scena e, a finire sotto attacco, è la credibilità di un prodotto editoriale collettivo. Finché il personaggio regge, sembra una forza. Quando viene colpito, vengono feriti tutti.

Le notizie, per la mia concezione di giornalismo, devono essere in grado di camminare con le proprie gambe. Se lasciamo che si identifichino con il frontman di turno, il giornalismo diventa più debole delle persone che lo rappresentano. Certo, Ranucci è anche un bravissimo e prezioso collega. Ma in questa partita è stato un funambolo, altro che trapezista. E non bisogna negare che quell’equilibrio, a un certo punto, sia saltato.

La comunicazione – e Ranucci non è il primo né l’ultimo, siamo una categoria di egocentrici – si è concentrata sul carisma personale e, con l’inasprimento dello scontro politico, le querele temerarie sono state affrontate dal volto di Report mettendo il proprio corpo e la propria faccia a scudo del programma. La gestione è cambiata dai tempi di Milena Gabanelli. I lanci dei servizi di Ranucci, ad esempio, avevano sempre più il sapore di editoriali, nei quali rispondeva ai politici in prima persona, in un equilibrio, criticabile ma stabile, che ha retto fino ai risvolti dell’inchiesta sull’attentato.

Fino a quando sono esplose le questioni sull’opportunità di un legame discutibile, sulla gestione delle fonti. Ed è lì che, a mio avviso, si sono palesati i mali del prevalere della persona sulla notizia: commistioni, ingenuità, bisogno di consenso. Lo sappiamo com’è andata con il faccendiere pregiudicato Valter Lavitola. A quel tavolo del ristorante Cefalù, il personalismo ha presentato il conto. Conto che stiamo, però, pagando tutti.

L’attacco non si ferma certo a Ranucci. Non si è mai voluto fermare lì. Sta investendo Report e, attraverso Report, un certo modo di fare giornalismo d’inchiesta. Il giornalismo che sta dietro il volto più riconoscibile della trasmissione, inviati, collaboratori, videomaker, montatori, persone che cercano documenti, incontrano fonti, verificano informazioni e costruiscono servizi. Tutti rischiano di pagare la vulnerabilità di uno solo.

È così che, una volta spianato il terreno agli attacchi, chi spera nel bavaglio dell’informazione affonda il colpo: arrivano le notizie sui compensi e i rimborsi dei collaboratori di Report, fatti filtrare e pubblicati, selezionati in modo da alimentare una campagna di discredito verso la trasmissione e, attraverso questa, verso il giornalismo.

La risposta a queste imboscate è stata pessima: la caccia al colpevole della fuga di notizie, l’invocare sanzioni. Beh, il giornalismo vive anche di carte che escono dal luogo in cui qualcuno avrebbe dovuto custodirle. Non siamo intoccabili, nessuno lo è: non possiamo rivendicare il valore delle fonti e dei documenti riservati quando indaghiamo sugli altri, e trasformare lo stesso meccanismo in uno scandalo quando riguarda noi.

Perché non è una guerra contro una persona, non lo è mai stata. È contro il giornalismo che scava, che quando arriva una velina la verifica e non fa copia e incolla. Quello di chi fa domande scomode, di chi non lavora per una miseria, sotto ricatto, pur di vedere la sua firma su un quotidiano nazionale. Quello che dice no agli articoli fatti modificare, denuncia prevaricazioni e abusi nelle redazioni. Quello che non accetta regali, non è amico delle fonti e non trovate in prima serata, ma su una strada di provincia a consumarsi le suole delle scarpe. Quello va protetto. Anche da se stesso.


Protocollo Italia-Albania sui migranti, l’accusa di Amnesty: “A rischio incolumità, libertà e diritti umani”


Il nuovo report dell’organizzazione fa il bilancio di due anni e mezzo di protocollo Meloni-Rama: trasferimenti forzati, detenzione senza garanzie, autolesionismo a Gjadër. E un monito all’Europa sull’esternalizzazione delle frontiere

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – L’accordo tra Italia e Albania sulla gestione e la detenzione di persone migranti e richiedenti asilo “sta mettendo a rischio l’incolumità, la libertà e i diritti umani” di chi vi è stato sottoposto. È la conclusione del report pubblicato oggi (20 giugno) da Amnesty International Italia, che fa il bilancio di due anni e mezzo di attuazione e chiede al governo di porre fine all’intesa.

Il patto è stato firmato il 6 novembre 2023 da Giorgia Meloni ed Edi Rama. Prevedeva originariamente due strutture costruite e gestite dall’Italia su suolo albanese – l’hotspot di Shengjin e il centro di Gjadër – dove restano vigenti giurisdizione e legge italiane. Il governo ha stanziato oltre 670 milioni di euro fino al 2028, di cui circa 74 spesi per la costruzione.

La prima fase è durata poco.Tra ottobre 2024 e gennaio 2025 la Marina ha condotto tre operazioni, portando 74 persone dalle acque internazionali a Shengjin. Dodici sono state rispedite in Italia perché lo screening a terra ha rilevato vulnerabilità o minore età sfuggite al “pre-screening” fatto in mare, sulle navi, subito dopo il soccorso. Per tutte le altre i giudici romani non hanno convalidato i trattenimenti, fondati sulla nozione italiana di “Paese di origine sicuro” poi censurata dalla Corte di giustizia Ue nell’agosto 2025. I trasferimenti dal mare si sono fermati lì.

Con il decreto legge 37 del marzo 2025 Gjadër è diventato un Cpr d’oltremare, dove trasferire uomini già trattenuti nei centri per il rimpatrio italiani. È su questa seconda fase che si concentrano le contestazioni. I trasferimenti avvengono senza nuovo vaglio giudiziario e senza atto motivato: nessun criterio pubblico spiega chi finisce a Gjadër, il che secondo l’organizzazione apre a un uso arbitrario, discriminatorio o punitivo della misura. Il Tavolo asilo e immigrazione ha raccolto testimonianze sull’uso sistematico di fascette in velcro ai polsi durante viaggi che possono durare 24 ore, e su persone che hanno capito di essere in Albania solo all’aeroporto di Tirana: circostanza confermata dal Garante nazionale dei detenuti.

Pesante poi il capitolo salute. Il Viminale ha censito 54 “eventi critici” tra l’11 aprile e il 10 novembre 2025; nelle prime cinque settimane parlamentari e ong ne avevano contati 42, tra cui due tentativi di impiccagione. Su 192 persone portate a Gjadër fino allo scorso ottobre, 25 sono state dichiarate non idonee alla detenzione lì e riportate in Italia.

Restano i nodi della trasparenza – tre richieste di visita di Amnesty respinte, il Tar del Lazio che a febbraio ha dato ragione all’Asgi sull’accesso, eurodeputati che a giugno denunciano di non aver potuto entrare nelle celle – e dello stato di diritto: il rapporto elenca i decreti adottati per aggirare le pronunce dei giudici e gli attacchi alla magistratura, parlando di un ricorso crescente a “pratiche autoritarie” per sottrarsi alla responsabilità.

Sul tavolo della Corte di giustizia Ue ci sono intanto i rinvii pregiudiziali di Cassazione e corte d’appello di Roma sulla legittimità dei trasferimenti e della detenzione in un paese terzo. Nelle conclusioni dell’11 giugno, non vincolanti per Lussemburgo, l’avvocata generale Laila Medina ha rilevato che protocollo e normativa attuativa non sembrano contenere norme chiare e precise tali da garantire i diritti della difea, il rispetto della vita privata e familiare e la liberazione immediata al termine del periodo di convalida del trattenimento. Il governo, però, punta a riportare a Gjadër l’esame accelerato delle domande d’asilo, sfruttando il nuovo Patto Ue in vigore da giugno. Amnesty chiede di chiudere l’accordo e riportare in Italia i trattenuti.


Il potere tecnologico


(Andrea Zhok) – Ieri You Tube ha rimosso il canale del regista serbo Emir Kusturica (30.000 iscritti, 10 milioni di visualizzazioni).

Il canale è stato bloccato senza avvisi, ammonimenti, notifiche o motivazioni manifeste.

Naturalmente tutti sanno che il motivo della rimozione sono le posizioni culturalmente filorusse di Kusturica.

Un click dal nulla di un’azienda di telecomunicazioni privata e un famoso cineasta internazionale può scomparire dalla scena pubblica.

Ecco, quando qualcuno vi racconta che il sistema si cambia dall’esterno, che lo Stato e le istituzioni sono orpelli inutili, ricordategli che in assenza di una tutela istituzionale, giuridica, pubblica – in un mondo di relazioni mediate da telecomunicazioni e tecnologia – ciascuno di noi è solo uno schiavo in temporanea libera uscita.

Quanto più cresce il potere della tecnologia nelle relazioni tra persone e nelle relazioni produttive, tanto maggiore è il potenziale di coercizione privata.

Questa è una tendenza storica fondamentale che bisogna avere ben chiara.

Ogni incremento di potere tecnologico che la storia presenta è un potenziale aumento di potere del singolo (detentore di capitali) sui molti.

Questa tendenza non è arrestabile quanto non è arrestabile il progresso tecnologico.

Dunque esiste una tendenza progressiva alla concentrazione di potere.

L’unico modo noto che abbiamo per compensare questo processo, e limitarne la pervasività, consiste nell’avere a disposizione strutture istituzionali di tipo democratico: Stati efficienti con sovranità popolare.

Che gli stati odierni in Occidente siano ben lontani dall’essere Stati efficienti con sovranità popolare è un argomento non contro il ruolo degli Stati, ma a favore di un impegno per correggerne la rotta.

Ogni struttura istituzionale, per essere sana, deve riposare su basi personali e comunitarie solide: le strutture istituzionali non sono una soluzione automaticamente ottimale. Al contrario, possono essere trappole burocratiche, fucine di astrazione.

E tuttavia, chi pensa di poterne fare a meno, e preferisce fantasticare di mera resistenza individuale, passaggi al bosco, e rivoluzioni prossime venture è meglio che spenga Netflix.


Kiev e l’Europa: finché c’è guerra c’è speranza


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Ormai siamo alla farsa. L’eroico gabinetto di guerra patriottica con oligarchi di Zelensky è travolto dal totale discredito. Prima Yermak destituito e Mindich fuggito in Israele. Due pezzi da novanta, bracci destri del leader. Ora è il turno di Irina Mudra, vicecapo dello staff di Zelensky, presa con le mani nel sacco, anzi nei pacchi di grivne, per pagare la cauzione di un altro corrotto in galera, il ministro dell’Energia di Zelensky, cioè Galushenko.

Un disastro irrimediabile, dal che si desume che una parte cospicua degli aiuti occidentali, oltre che in HIMARS e missili Flamingo, finisce nelle tasche di una banda patriottica di ladri. Mentre Podoliak, altro sodale di Zelensky, dice: non possiamo votare. Siamo in guerra.

Eppure Fedorov, mago dei droni e ministro cacciato — gradito a Musk e Peter Thiel e forse a Trump —, lo ha detto chiaro e tondo: si può e si deve votare. Basta chiedere una tregua per farlo. Anche perché non solo questo governo è marcio, ma ci vuole un nuovo esecutivo per trattare una pace garantita e non smentita da chi verrà dopo Zelensky, fosse anche Zelensky stesso. Scaduto da due anni. Dunque, un governo e una macchina statale unfit, screditati. Fin dal primo momento del regime a sovranità limitata. Non solo per la manleva euro-NATO di centinaia di miliardi annui dai tempi di Obama, Trump e Biden, ma per la presenza per legge dell’FBI nelle agenzie anticorruzione! Al fine di non far rubare troppo il ceto politico. E persino con un meccanismo a rotazione, perché i controllori USA potrebbero venire coinvolti dalle tangenti e dalle creste.

Sicché quello di Kiev è uno Stato artificiale, sovvenzionato, indebitato, corrotto. Ma che l’Europa, in concordia discorde con gli USA, vuol rendere organico a sé con commesse e finanziamenti a pioggia, nel quadro del grande progetto Rearm da 6.800 miliardi, di cui sono già partite le prime tranche sotto forma di SAFE, con 650 miliardi pubblici e 150 privati a tasso agevolato. Morale: paghiamo sempre noi.

Talché non solo la pace, con queste premesse e questo governo a Kiev, non ha nessuna chance. A Kiev oggi pretendono infatti truppe armate euro-NATO in loco. Truppe che la Russia non accetterà mai ai suoi confini. Ma la vera partita strategica resterà in ogni caso il moltiplicatore keynesiano della guerra in Europa. Guerra infinita che ristruttura e plasma l’economia a danno dei bilanci e dell’Europa sociale, welfare incluso. Con un inesistente indotto in termini di valore e occupazione, come ben spiega persino Cottarelli.

Con questa Europa, insomma, e i suoi protetti a Kiev, è come nel film di Scola: Finché c’è guerra c’è speranza. Per loro.


Cum grano “Salis”…


(Dott. Paolo Caruso) – Silvia Salis, attuale sindaca di Genova eletta a maggio 2025, è al centro del dibattito nazionale per una possibile leadership del centrosinistra, o meglio del cosiddetto Campo largo, anche se la sua posizione ufficiale esclude la partecipazione alle primarie in quanto a suo dire preferisce portare a termine il mandato di sindaca e concentrarsi sull’amministrazione della sua città. Ma come si sa in politica spesso si aspetta l’ evoluzione degli eventi per non esporsi più di tanto. Infatti le fregature stanno dietro l’angolo. Il dibattito sulla sua figura come possibile rappresentante nazionale del campo largo è da mesi al centro della politica nazionale, supportata anche da certo giornalismo. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, in una intervista al Corriere della Sera, ha definito Silvia Salis «il nome più forte per guidare questa scommessa», proponendola apertamente per le primarie del centrosinistra. A circa un anno dalla sua elezione a Genova, la sindaca ha visto crescere rapidamente la sua popolarità, venendo indicata da più parti come una potenziale figura di sintesi (“anti-Meloni”) per lo schieramento progressista. Silvia Salis ha ripetutamente dichiarato, in trasmissioni come “Che Tempo che fa” e “Otto e Mezzo”, di voler onorare il mandato ricevuto dagli elettori e di voler guidare il capoluogo ligure. Inoltre ha più volte espresso parere negativo sulle primarie, considerandole uno strumento che «divide più che unire» e che costringe i leader della coalizione a farsi campagna elettorale l’uno contro l’altro. Pur ritenendo l’alleanza del campo largo un ingrediente imprescindibile per battere la destra, ha specificato che l’accordo deve basarsi su programmi concreti e non solo su personalismi. Nonostante i tentativi di alcuni esponenti centristi e riformisti di spingerla verso una candidatura nazionale, e la forte pressione politica attorno al suo nome, pare che la Salis non abbia alcun interesse a lasciare la guida di Genova. La guerra di posizione tra Schlein e Conte è ancora aperta e del tutto imprevedibile, e forse la Salis come creatura politica di Renzi sostenuta dalle lobby e da certo mondo poco incline ai dettami della sinistra potrebbe ricredersi e essere il nome forte per le primarie. Certo non basta il clamore mediatico per questa scelta perché alla base di tutto occorre una forte condivisione popolare che in questo momento non è neppure all’ orizzonte. La presenza ingombrante del “cazzaro di Rignano” suo sponsor politico del resto non accrescerebbe la possibilità di successo, anzi…… Infatti i pentastellati e buona parte dell’ elettorato di sinistra non condividendo affatto la nomina della Salis si asterrebbero o magari premierebbero con il voto altre formazioni civiche. (Alessandro Di Battista ?).


Giorgia, tanto fumo e niente arrosto


(di Valentina Brini – ansa.it) – C’è il premierato, la madre di tutte le riforme per Giorgia Meloni, approdato al Senato con passo di marcia e poi rimasto sulla banchina della Camera.

C’è il ritorno al nucleare, altra svolta su cui il governo ha acceso i riflettori, già arrivato oltre Montecitorio ma non ancora al traguardo di Palazzo Madama. Poi, in coda, ci sono anche il ‘blocco navale’, i caregiver, i Lep, la caccia, gli sgomberi, i porti e il nuovo codice dell’edilizia. Bandiere e dossier diversi per peso, storia e velocità di marcia, ma finora accomunati dal mancato traguardo dell’approvazione definitiva.

Alla vigilia della ripresa di settembre, la coda delle riforme di governo e maggioranza si allunga, mostrando in alcuni casi la distanza tra lo slancio del varo e i tempi della politica. Il premierato resta il dossier più pesante, la riforma su cui Meloni ha investito più capitale politico, fino a farne la promessa di restituire agli italiani la scelta di chi governa.

Dopo il sì del Senato, però, la corsa si è fermata alla Camera: oltre 790 giorni dal primo via libera e quasi tre anni dalla presentazione. Una bandiera rimasta a metà del guado, sostituita di fatto dalla nuova legge elettorale che non a caso le opposizioni hanno irbattezzato il premierato sotto mentite spoglie.

Il nucleare, in tempi di caro-energia, viaggia invece più spedito: incassato il sì di Montecitorio a giugno, aspetta ora Palazzo Madama per la svolta necessaria a diventare legge. Più accidentato il cammino del ‘blocco navale’, formula che accompagna la leader di FdI da ben prima di Palazzo Chigi.

Il governo ha provato a tradurla in legge con il ddl sull’immigrazione, chiedendone una rapida calendarizzazione, ma oltre sei mesi dopo il testo è ancora in commissione al Senato, ormai separato dall’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo.

La lista si allunga quando si passa ai dossier meno identitari ma non meno rilevanti. Il ddl sui caregiver, varato a gennaio dopo anni di attese, è ancora in commissione alla Camera. Nello stesso Cdm era partita la delega per ridisegnare il Servizio sanitario nazionale, tuttora al Senato, mentre procede a passo lento anche la riforma farmaceutica.

E proprio la sanità è uno dei capitoli più affollati: restano aperti i dossier su prestazioni e professioni sanitarie, semplificazioni e farmaci per la disforia di genere. Sul tavolo restano anche le infrastrutture, terreno d’elezione di Matteo Salvini. Il nuovo codice dell’edilizia e delle costruzioni, presentato a fine febbraio, è ancora in commissione alla Camera: quasi sei mesi di cammino. Stessa destinazione per la riforma dei porti, approdata a Montecitorio a giugno e ancora in commissione.

Al Senato aspetta invece il ddl sugli sgomberi, una delle misure con cui il centrodestra ha marcato il terreno di sicurezza e proprietà privata: oltre 110 giorni dal varo di fine aprile. Il testo ha mosso il primo passo in commissione Giustizia a luglio, per fermarsi alla pausa estiva ancora in attesa delle audizioni.

Lunga e sensibile anche l’attesa sui Lep, passaggio chiave per rimettere sui binari l’autonomia differenziata dopo lo stop della Consulta. Nella visione della Lega è un pezzo della propria identità di governo, ma il cantiere resta aperto: oltre un anno dopo la presentazione, il ddl è ancora al Senato.

Nel traffico delle Camere spiccano anche testi che hanno già macinato strada, superando il vaglio del Senato: export di armi, ordinamenti professionali e protezione civile. Una strada tutta sua la percorre invece la caccia, che non viaggia senza qualche malumore in Forza Italia.

Dal primo sì del Senato, arrivato il 23 giugno, sono passati quasi due mesi e ora la partita è alla Camera. A settembre il centrodestra dovrà sciogliere il nodo più spinoso, quello dei richiami vivi, arrivato fino a un carteggio con Bruxelles.


Pompe amare!


CARBURANTI: MIMIT, PREZZO SELF BENZINA SALE A 2,002 EURO/LITRO, GASOLIO A 2,116

(LaPresse) – Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, in data odierna – giovedì 20 agosto 2026 – il prezzo medio dei carburanti in modalità ‘self service’ lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,002 euro/litro per la benzina e 2,116 euro/litro per il gasolio.

Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,077euro/litro per la benzina e 2,186 euro/litro per il gasolio. 10:22 20-08-2026

UNC, BENZINA A 2 EURO E GASOLIO A LIVELLI PRE TAGLIO ACCISE, GOVERNO INTERVENGA SUBITO

(ANSA) – ROMA, 20 AGO – “La benzina sfonda oggi i 2 euro nella rete stradale, mentre il gasolio, sia in autostrada che nella rete stradale, registra il valore più alto dal 28 luglio, primo giorno in cui in teoria entrava in vigore il taglio di 14 centesimi sulle accise che, dopo la proroga del 6 agosto, durerà fino al 24 del mese, riduzione che però si è vista alle pompe solo a partire dal 29 luglio”. Lo afferma il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori Massimiliano Dona, in una nota.   

“Chiediamo al Governo di intervenire subito, prima della scadenza del 24 agosto, per innalzare la riduzione sul gasolio da 14 a 30 centesimi, così da far scendere il prezzo sotto i 2 euro al litro in autostrada e per fare finalmente qualcosa per chi ha l’auto a benzina: urge un taglio di 15 cent per tornare a un prezzo ragionevole di 1,9 euro al litro in autostrada”, aggiunge Dona. 


La tortura dei numeri


Il ministro Mazzi e il boom di italiani in vacanza col governo Meloni: un dato Eurostat che dice tutt’altro diventa record di partenze. Il titolare del Turismo ribalta un indicatore utilizzato per valutare la capacità economica delle famiglie e lo fa passare per la quota di italiani che ha fatto le valigie. Ma la vera statistica su chi ha fatto almeno un viaggio di piacere dice che nel 2024, ultimo dato disponibile, l’Italia era terzultima in Ue

Il ministro Mazzi e il boom di italiani in vacanza col governo Meloni: un dato Eurostat che dice tutt’altro diventa record di partenze

(di Chiara Brusini – ilfattoquotidiano.it) – Se torturi i numeri abbastanza a lungo, come si sa, confesseranno qualsiasi cosa. Ma a volte è sufficiente leggerli allo specchio. Per festeggiare un nuovo record da attribuire al governo Meloni basta per esempio prendere un indicatore Eurostat che misura quanti italiani non possono permettersi una settimana lontano da casa, ribaltarlo e trasformarlo nella quota di chi si concede la villeggiatura. Il risultato è il presunto record rivendicato a più riprese, a partire da Ferragosto, dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi: “Negli anni del nostro governo la media degli italiani che va in vacanza è aumentata al 66,7%“, mentre nei diciotto anni precedenti era “ferma al 58%”. Poco importa se pure il Sindacato italiano balneari ha fatto sapere che complice il caro prezzi e in particolare l’aumento del costo dei carburanti “a salvare l’estate sulle spiagge italiane sono stati gli stranieri” e se, secondo le associazioni consumatori, il numero di giorni di stacco continua ad accorciarsi causa potere d’acquisto in calo.

Da dove esce allora il sorprendente primato? Il ministero che fu di Daniela Santanché è partito dall’indagine European Union Statistics on Income and Living Conditions, con cui l’istituto di statistica europeo chiede alle famiglie se hanno le risorse economiche necessarie per sostenere alcune spese considerate elementi importanti della vita sociale. Tra queste c’è anche la possibilità di pagarsi una settimana fuori casa ogni anno. L’indicatore misura la percentuale di popolazione che risponde: no, non posso.

A partire dal 2020, quindi ben prima dell’insediamento di Meloni a Chigi, quel dato è sceso di alcuni punti. Prendendo gli anni dal 2022 al 2025, la media è del 33,4%. Mazzi ha dunque pensato di sottrarre quella quota dal totale (100%) ed è arrivato alla conclusione che tutti gli altri, il 66,7% appunto, in vacanza ci sono andati. “Il ministro ha messo il dato in positivo“, spiegano dal suo staff, confermando la fonte del dato. È così, con un triplo carpiato, che Mazzi arriva alla conclusione che mai così tanti sono partiti.

Peccato che quell’indicatore misuri solo l’eventuale limitazione economica percepita, e nulla abbia a che vedere con il comportamento effettivo. Il suo complemento, ricavato per differenza, non dice affatto quante persone abbiano fatto le valigie né calcola il numero di notti prenotate in hotel o appartamento. Una statistica Eurostat che invece misura proprio la “partecipazione al turismo” esiste, ma si dà il caso che non restituisca l’immagine di un Paese di spensierati vacanzieri. Nel 2024 – ultimo dato disponibile – risulta infatti che solo il 38,71% degli italiani abbia fatto almeno un viaggio turistico con almeno un pernottamento per motivi personali nel corso dell’anno: è il dato più basso dopo quelli di Bulgaria e Romania (vedi grafico sotto). La media Ue è del 65%. E rispetto all’anno prima si è registrato un calo dell’1,4%.

Anche volendo concentrarsi sull’indicatore scelto da Mazzi, un’analisi un po’ più mirata racconta un’altra storia: dopo il miglioramento registrato nel 2022-2024, l’anno scorso la quota di italiani che non riesce a permettersi una settimana di vacanza è tornata a salire al 35,7%. Il dato è ben superiore alla media europea, pari l’anno scorso al 27,5%. Peggio fanno solo Romania, Grecia, Bulgaria e Ungheria. In Germania, per dire, i forzati della città sono solo il 20,9%, in Francia il 23,2, in Spagna il 32,2. Ma, come si diceva, basta torturare i numeri…


Elon Musk, il tecno-puparo che vuole cambiare le opinioni degli utenti


(ANSA) – L’algoritmo del social network X tenderebbe a proporre con maggiore frequenza contenuti polemici e provocatori rispetto ai post neutri. È quanto emerge da una ricerca condotta su 715 cittadini statunitensi e pubblicata sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).

L’effetto risulterebbe particolarmente evidente tra gli utenti di orientamento democratico. Per raccogliere i dati, i partecipanti hanno utilizzato un’estensione del browser che ha raccolto i contenuti delle sezioni “Per te” e “Following”. Agli utenti è stato chiesto di compilare un questionario basato sulla “teoria dei valori fondamentali di Schwartz”, che scompone il sistema di credenze di una persona in 19 punti corrispondenti a qualità come “tolleranza” e “dominanza”, indicando anche il proprio orientamento politico.

Per i ricercatori, l’algoritmo amplificherebbe i post che hanno una correlazione negativa rispetto ai valori morali e personali, premiando contenuti in contrasto con le convinzioni espresse. Alla base di questo fenomeno ci sarebbe il peso attribuito alle risposte sotto i post. Il sistema interpreta i commenti come un forte segnale di interesse, anche quando esprimono disaccordo, premiando i contenuti che generano discussione più di quelli che ricevono semplici “mi piace”.

Un circolo in cui le risposte di protesta spingono la piattaforma a mostrare post simili, stimolando ulteriori reazioni. Gli autori indicano due possibili cause: una prevalenza generale di messaggi conservatori sulla piattaforma oppure una maggiore tendenza dei democratici a contestare attivamente i post contrari alle proprie idee.

Sui risultati della ricerca è intervenuto l’ex responsabile prodotto di X, Nikita Bier, precisando che l’algoritmo è stato aggiornato dopo la rilevazione dei dati, riducendo l’importanza dei commenti per limitare la visibilità dei contenuti provocatori.


I missili non funzionano? Proviamo con le sanzioni


Trump, ‘guerra economica contro l’Iran’. E minaccia chi aiuta Teheran

(di Benedetta Guerrera – ansa.it) – WASHINGTON – Donald Trump apre un nuovo fronte nella guerra contro l’Iran, un isolamento economico senza precedenti per tentare di sbloccare una situazione in stallo. 

“Nessuno ha offerto alla Repubblica Islamica dell’Iran un’opportunità migliore della mia per raggiungere un accordo. Tragicamente per loro, non l’hanno colta. Pertanto, oggi annuncio l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese! Si tratterà di una guerra economica e di un isolamento senza precedenti”, ha annunciato il presidente americano su Truth dopo che da giorni si rincorrevano le voci di nuove durissime sanzioni di Washington contro i pasdaran.

Il tycoon ha anche avvertito che “qualsiasi Paese consenta alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi di offrire all’Iran un’ancora di salvezza dovrà affrontare a sua volta conseguenze economiche tremende”. 

Trump si riferisce in particolare al contrabbando di petrolio, i trasferimenti di denaro e le società di facciata fornite da paesi terzi, per lo più Russia e Cina, che in questi anni hanno consentito a Teheran di aggirare le misure occidentali. “Sapete bene chi siete. Sarà un ‘D-Day economico’ e abbiamo bisogno che tutti i nostri alleati si schierino al fianco degli Stati Uniti per isolare e sconfiggere la minaccia rappresentata dall’Iran”, ha insistito The Donald.

“Questi fanatici sono alle corde, queste misure storiche li metteranno in ginocchio, paralizzando la loro capacità di diffondere il terrore nel mondo”. Di quali “misure storiche” si tratti, tuttavia, non è ancora chiaro.

Anche perché in questi mesi il segretario al Tesoro Scott Bessent ha varato diverse azioni volte a colpire valuta, società di comodo e intermediari che aiutano i pasdaran a movimentare denaro attraverso il sistema finanziario internazionale.

E allora le ipotesi formulate dagli analisti vanno dal blocco terrestre delle merci alla stretta sulle raffinerie indipendenti cinesi che rappresentano un quarto della capacità di raffinazione di Pechino.

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Ma circola anche la teoria di un sistema di sanzioni di secondo grado, come ha lasciato intendere anche il tycoon nel suo post, quelle contro chi aiuta a eludere la stretta americana all’Iran come avvenuta in passato contro la Russia. Anche in questo caso le misure colpirebbero soprattutto banche e aziende cinesi, aprendo il fronte di uno scontro con Pechino a un mese dalla visita di Xi Jin Ping a Washington.


Ranucci al Tg3, a Rainews o “a disposizione”: il rebus di Rossi


Per Ranucci non sembrano esserci prospettive drastiche come sospensione o licenziamento, ma potrebbe finire alle dirette dipendenze dell’ad

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – «Il Tg3», «No, Rainews», «Macché, alla fine gli creeranno una posizione ad hoc». Sono le ore del liberi tutti in Rai: le supposizioni sul futuro del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, che martedì è tornato a incontrare «la sua gente» alla presentazione del suo nuovo libro, lievitano di ora in ora. C’è chi ingigantisce e chi minimizza, il telefono senza fili distorce quel poco che c’è di vero: tutto è ancora appeso, almeno formalmente, all’esito del supplemento d’indagine del comitato etico Rai. Difficilmente, però, arriverà a formulare un parere così duro da giustificare atti drastici, ragionano ai piani alti di viale Mazzini.

Ranucci martedì ha detto al Corriere della sera che l’azienda «può fare quel che vuole». Ieri il suo legale Roberto De Vita ha invece messo le mani avanti spiegando che «motivazioni inerenti una “incompatibilità ambientale” attesa la ridondanza della vicenda e i suoi riflessi negativi per l’azienda, sarebbero pretesto cortese e si tradurrebbero di fatto nella punizione della vittima». Insomma, ogni iniziativa «sarebbe inquinata da falsità».

Ma le eventuali decisioni drastiche – dal licenziamento alla sospensione – avrebbero anche altre ricadute. Il timore è che, così come Valter Lavitola ha ipotizzato di produrre Report per poi venderlo alla Rai come faceva Michele Santoro con i suoi programmi, Ranucci possa prendere ispirazione dal conduttore di Annozero per fare causa all’azienda e vedersi reintegrare. Santoro ottenne il reintegro dopo l’editto bulgaro di Berlusconi, ma le circostanze delle due vicende non sono necessariamente sovrapponibili: l’inventore di Samarcanda, per dirne una, non intratteneva amicizie con un faccendiere dalla fama paragonabile a quella di Lavitola.

In ogni caso, in una situazione in cui Palazzo Chigi già da tempo non è soddisfatto della gestione della Rai, l’inciampo supremo sarebbe quello di allontanare Ranucci soltanto per ritrovarselo di nuovo in azienda nel pieno della campagna elettorale. E allora serve una soluzione che lo allontani da Report ma lo tenga comunque in azienda, «possibilmente soddisfatto tanto da non fare causa» è il ragionamento. Ma lo spazio di manovra è stretto.

Le possibilità

Ranucci infatti è vicedirettore ad personam degli Approfondimenti, una carica che – per evitare di offrire appigli in termini di demansionamento – andrebbe confermata ovunque dovesse essere ricollocato. Peraltro, è un vicedirettore “ingombrante”: improbabile che finisca al fianco di un uomo di destra. Il meglio attrezzato per riceverlo dunque, ragionano al settimo piano, potrebbe essere Pierluca Terzulli, il direttore “di sinistra” del Tg3. In alternativa, resta «il centro sociale di Saxa Rubra» (copy di un dirigente con simpatie meloniane), Rainews: dopo l’addio di Paolo Petrecca nessun uomo di Giampaolo Rossi si è voluto avvicinare. A dirigere la all news c’è Federico Zurzolo, considerato gradito a FI: è vero che Ranucci è passato da quella testata, ma sembra improbabile ci possa tornare.

Altra opzione è quella dell’incarico “a disposizione dell’amministratore delegato”. Una formula che descrive il “parcheggio” dei direttori entrati in rotta di collisione con la governance: il caso più recente è quello di Giuseppe Carboni, che, dopo essere stato sostituito alla direzione di Rai Parlamento, è finito “alle dirette dipendenze” di Rossi come tanti altri prima di lui. Una situazione che comunque garantisce la stabilità della retribuzione, che resta spesso vicina al tetto dei 240.000 euro. Dettagli di trasparenza da non sottovalutare in tempi in cui da viale Mazzini filtrano i compensi – anche quelli di poche decine di migliaia di euro – dei collaboratori partita Iva di Report.

La prassi prevede poi che entro tre mesi l’azienda presenti tre proposte tra cui il dipendente “a riposo” può scegliere. Ma anche in questo caso l’azienda rischia: se le proposte non arrivano, si apre un ulteriore appiglio per la causa. C’è il precedente di Carboni a illuminare la via: l’ex direttore del Tg1 ha accusato la Rai di demansionamento. Insomma, nessuna strada è priva di pericoli per i dirigenti di rito meloniano, ma quella che attualmente sembra accogliere maggior favore – anche per questioni di tempistiche – è la scrivania alle dirette dipendenze di Rossi. La decisione definitiva non dovrebbe comunque arrivare prima della fine della settimana: nel frattempo, la maggioranza continua a infierire sul conduttore in difficoltà.

Raffaele Nevi di FI si chiede se il canone abbia finanziato «una futura possibile campagna elettorale del conduttore di Report», il presidente della commissione Cultura, Federico Mollicone (FdI), annuncia un’interrogazione sull’atteggiamento di Ranucci e il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi chiede polemicamente se il conduttore sappia «quanti figli di altre famiglie ha fatto soffrire». Il ferro va battuto finché è caldo.