Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Perché l’atomica ci salva dallo Zar


L’incubo nucleare ci accompagna da quattro anni ma forse ci ha evitato uno scontro diretto con Mosca

Perché l’atomica ci salva dallo Zar

(Domenico Quirico – lastampa.it) – E se dopo quattro anni di Ucraina noi europei dovessimo ringraziare per esser ancora vivi, per non essere diventati un gigantesco campo di battaglia continentale, per avere ancora le città intatte, dovessimo ringraziare proprio lei, la Bomba? Meglio le Bombe: quelle che contano, made in Stati Uniti e made in Russia, anzi correttamente ancora made in Urss, le due antiche potenze insormontabili. Cinquemila di qua e cinquemila di là, forse di più; a cui aggiungere, un po’ in anticipo, le mille in svelta costruzione nel pianeta di Xi. Raccontare l’anniversario della Guerra ripercorrendola con il grandangolo del pericolo atomico, del fantasma atomico. Fantasma, perché fantasma? Basta metafore: procedo all’elogio esplicito, soddisfatto e riconoscente, delle Bombe atomiche. Senza di loro non saremmo qui a origliare, in realtà cercando di zittirne l’eco, soltanto lo scalpitio dei cavalli dell’Apocalisse. Se un precoce disarmo nucleare, da fine della Storia, le avesse cancellate dagli arsenali dei due Grandi perfino le nostre rovine europee oggi rovinerebbero e sarebbero ricoperte dal silenzio dei secoli e dei deserti. Invece noi, i Ventisette, dopo quattro anni di lutti altrui non siamo nel vero inferno ma soltanto nell’antiporta. Molto confortevole. Nell’inferno, quello vero, ci sono gli ucraini e i russi che stanno nelle trincee come carne da mitraglia. È grazie alle Bombe che possiamo invasarci di esser ascesi epicamente da un europeismo pedestre a un europeismo guerrafondaio. Ma, per carità, senza rischi. Non c’è dunque ragione per benedirle? Ma per favore evitiamo di asciugare i calamai di Bruxelles con il compiacimento per la “nostra resistenza”.

Gli anniversari li fabbrichiamo per avere dediche altisonanti e retoriche e giustificare la sorda, interessata opacità delle nostre coscienze individuali. La guerra intanto infracidisce. Dopo quattro anni, è tutto così miserevolmente vuoto. Da questa parte del fronte panegiristi del riarmo di poco senno si rincorano per pingui salari e (future) trasmutazioni di potenza, quando faranno a meno di Trump; intanto la calata del Barbaro è rinviata, ancora uno sforzo minuscolo, ancora qualche miliardo da cavare di saccoccia, qualche sanzione in più e la vittoria sulla Russia è lì con le sue ali dorate. Dall’altra parte, in steppe ormai asiatiche, lui, Putin racconterà oggi che l’Operazione Speciale avanza secondo i piani, la coalizione dei peccatori d’occidente non ha spezzato la santa Russia, si proceda con missili e droni e tutto finirà in gloria per un anniversario sulla Piazza Rossa. Tutti mentono. Nessuno è vicino a niente, solo ad un altro anno eguale a quelli precedenti, i nomi di città e paesucoli al centro di battaglie mai risolutive saranno snocciolate dalle labbra dei commentatori come lunghissime litanie, e con i numeri dei morti e dei mutilati sempre corretti, ma non mai perché diminuiscano bensì perché sempre crescono.

Allora dico grazie alla Bomba atomica se questa guerra del Donbass non è diventata uno scenario peggiore, se il destino dell’uomo in tutta Europa non si è trasformato nella ubriacatura di un conflitto generale. La linea di confine, non andare oltre nell’automatismo della guerra che tende ad assorbire e coinvolgere secondo il modello del 1914, purtroppo è merito non della politica o della diplomazia ma della scienza convertita al suo contrario ovvero non alla pienezza dell’uomo ma alla sua eliminazione. I credenti direbbero: un miracolo, il bene che converte il male ai suoi fini. Nelle cancellerie di Bruxelles Parigi Londra Washington Mosca Berlino la Bomba in questi quattro anni è sempre stata presente, inaggirabile, concreta, ingombrante e senza rimedio, a stiepidire i bollori di stregoni che sbavavano per annunciare “decisioni irrevocabili”, per marciare alla guerra grossa, alla sicura vittoria. Un giorno, forse tra anni, sapremo quante volte siamo andati vicini, quante volte la tentazione di concorrenti smargiassi, a Bruxelles e a Mosca, ha rifiatato a un passo dal baratro. Già: c’erano le Bombe.

La grande guerra europea con soldati francesi o britannici apertamente sul terreno non è scoppiata perché c’erano le cinquemila atomiche di Putin e le cinquemila atomiche di Biden e poi di Trump. La deterrenza estrema, per fortuna salvata dal naufragio del mondo di ieri, quello della saggia Guerra fredda, ha fermato le follie di mediocri élite che non hanno imparato nulla dalla Storia il cui tirocinio degli errori sembra purtroppo solo all’inizio. E ora? Si affidano le garanzie alla più generale delle idee, la giustizia, si esige la pace della giustizia. Ma basta la giustizia? Potrebbe essere la causa di gravi irrimediabili delusioni. Con la complicità degli interessi e delle intenzioni che dissimula che può anche stimolare, la Giustizia è l’idea litigiosa per eccellenza. Ognuno la vuole per sé il torto il diritto accidenti! È la prefazione di battaglie più grandi piuttosto che la conclusione. Se ci sono germi di conflitti più grandi, senza fine li trovate proprio lì.

Quello che ci salverà dalla guerra generale in Europa è qualcosa di più semplice un fattore più vivo che mette paura in tutte le capitali, meno incapace di metter una diga agli appetiti e alle passioni anche dei più immischiati energumeni: la paura, la paura delle atomiche l’unica da cui possiamo aspettarci qualcosa di concreto. Oggi tutti sanno che non potrebbero, come fecero per festeggiare “il successo” gli scienziati di Los Alamos quando Little Boy distrusse Hiroshima, prenotare il ristorante.

Putin che ne possiede molte, nelle sue oscure velleità di delinquenza, forse è tentato di usarle perché non ha tempo di veder consumata la resistenza ucraina. Ma sa che ci sono le altre, quelle di Trump, che non potrebbe esser in quel caso con lui così moscio e paziente. I Volenterosi, null’altro che gran fabbricatori di chimere, vorrebbero tanto marciare su Mosca con quadrate legioni per sembrare quello che non sono, ovvero potenti, ma hanno paura di quelle di Putin.

Arrivederci al quinto anniversario, dunque.


Senza regole non esiste ordine


(Michele Serra – repubblica.it) – Forse perché non sono affiliato a cosche mafiose, non rapino banche, non importo stupefacenti, ovviamente anche io sto con la Polizia (e con i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia Ferroviaria, la Guardia Forestale, la Guardia Costiera, eccetera). E credo che nessuno si consideri nemico di queste donne e uomini in divisa, eccezion fatta per i nostri fratelli che sbagliano: i criminali.

Dunque, ogni dichiarazione enfatica favorevole alle forze dell’ordine, e contraria al crimine, è prima di tutto pleonastica. Come dire “io sono favorevole alla salute”, o “sono contrario agli incidenti stradali”. È una cosa che praticamente tutti pensano. Perché dirla, allora? Perché l’apparente ovvietà, però declamata con grande enfasi polemica, lascia intendere che “altri” siano invece contro la Polizia. Che tramino per indebolirla, lordarne l’immagine, colpirla.

La banale realtà è che la questione “ordine pubblico” è, nell’opinione comune, tra le più condivise. L’ordine piace alla stragrande maggioranza della popolazione: di ogni idea politica. E il suo mantenimento viene considerato un diritto e un dovere dello Stato. Ma entro regole, leggi e limiti che sono essi stessi costituenti dell’ordine (non esiste ordine senza regole: nessuno meglio della destra politica, per storia e convincimenti, dovrebbe saperlo). E dunque dire che le forze dell’ordine non devono usare violenza se non costrette da evidenti emergenze, né abusare della loro divisa, non solo non significa essere “contro i poliziotti”. Al contrario, significa proteggerli: soprattutto da chi specula su di loro per confondere le idee e raggranellare qualche voto.


Dopo 4 anni di guerra la stessa propaganda


Il 24 febbraio 2026, la data ricorda, a coloro in grado di restare persone morali, le vittime di quattro anni di guerra insensata. Eppure non cambia nulla. I tifosi della squadra ucraina contro quella russa non sembrano essere sazi di sangue. La retorica militarista trionfa. Analisti sobri e preteschi, giovani donne, con visi gentili, mamme cristiane, che dirigono centri di ricerca in grado di strombazzare il verbo […]

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Il 24 febbraio 2026, la data ricorda, a coloro in grado di restare persone morali, le vittime di quattro anni di guerra insensata. Eppure non cambia nulla. I tifosi della squadra ucraina contro quella russa non sembrano essere sazi di sangue. La retorica militarista trionfa. Analisti sobri e preteschi, giovani donne, con visi gentili, mamme cristiane, che dirigono centri di ricerca in grado di strombazzare il verbo dei dem statunitensi, ritornano alla carica. La Russia imperiale si è svegliata un giorno e ha deciso di marciare contro l’Ucraina, paese vicino, debole, aggredito e difeso dalle democrazie occidentali. Lo scopo del dittatore Putin sarebbe la riconquista dei territori del vecchio impero. I baltici quindi? La Polonia e i Paesi dell’Est? Costoro che pur si definiscono esperti […] di politica internazionale conoscono i parametri oggettivi di un’espansione imperiale? Perché di fronte a questa manipolazione delle coscienze la generazione Z scesa in piazza contro il genocidio non insorge? Come abbiamo ripetuto fino alla nausea, Mosca ha un Pil non consono a un’avventura espansionistica, ha un tasso demografico discendente, immensa superficie e ingenti materie prime, risorse minerarie, ha una potenza militare non paragonabile a quella della Nato, dovrebbe essere suicida e folle per accarezzare sogni di dominio imperialistico. Un approccio storico, un’analisi condotta sulla base di una documentazione abbondante, prova che l’utilizzo dell’Ucraina, di cui si è pompato il nazionalismo dell’ovest fino a provocare una guerra civile, è un vecchio progetto neocon statunitense, teorizzato dal grande stratega Brzezinski e riproposto dalla Rand Corporation nel 2019, osteggiato fino al 2008 dall’Europa continentale e mediterranea. La guerra di Mosca è una guerra esistenziale non contro un vicino debole ma contro una leadership, che ha svenduto gli interessi del popolo ucraino, utilizzata politicamente e militarmente dagli anglosassoni e poi dall’intera classe dirigente occidentale come piattaforma di assalto per un tentativo di regime change, tramutato in guerra a bassa intensità per indebolire la Russia. […]

La propaganda dopo la distruzione di un Paese, ormai fallito e nelle mani di rapaci corrotti predatori, dopo la morte di centinaia di migliaia di giovani, non si arrende. Vuole ulteriore distruzione, condanna altri giovani, osa affermare che la mediazione a marzo del 2022 sarebbe fallita sui crimini di Bucha (su cui attendiamo ancora un’inchiesta indipendente), alimenta l’odio per il paese demonizzato, la Russia, inneggia al sabotaggio della mediazione. Vampiri che si fanno chiamare filoucraini. Le domande poste da Ipazia all’inizio di questa guerra, restano valide e senza risposta: perché un’Ucraina neutrale, federale, vicina economicamente all’Ue, in grado di salvaguardare anche gli interessi economici russi nelle regioni dell’Est, non sarebbe stata un bene per il popolo ucraino ed europeo? Questa l’opzione caldeggiata dal presidente Yanukovich e dai russi, respinta da Washington. Non si può ragionare. La sottocultura menzognera domina ormai non solo nella classe dirigente europea ma persino nella borghesia progressista. L’élite di Epstein, lo stato profondo statunitense che trova nei dem Usa la sua migliore espressione, è nella sostanza complice del genocidio di Gaza ma finge di criticare Trump e Netanyahu. La Cnn e la Bbc sono più sofisticate di Fox news ma l’orizzonte geopolitico è lo stesso. Sono impegnati politici, media di destra, e del centrosinistra, a demonizzare senza prove, con menzogne vergognose l’Iran, al fine di giustificare il regime change, mentre assediano e fanno morire di fame il popolo cubano. […] Possibile che i moderati colti, i benpensanti di destra come di sinistra, ma soprattutto i giovani, che non avranno una pensione, sono privati dello Stato sociale e rischiano persino di andare in guerra, non si rendano conto che è la stessa classe dirigente, complice del genocidio di Gaza, a volere la libertà dei popoli iraniano, cubano, venezuelano e ucraino? Come cadere in questa manipolazione da film hollywoodiano scadente? Il soft power celebrato dalla Clinton, finanzia Ong e media, la sottocultura di massa premia soap opere, scrittori allineati, l’autoritarismo delle oligarchie stabilisce ogni giorno una linea rossa del pensiero e discrimina gli eretici, il neoliberismo toglie dignità alle classi lavoratrici, scompaiono i corpi intermedi, la rivoluzione digitale ci inchioda di fronte agli stessi slogan, allo stesso odio. Un nuovo fascismo, camaleontico e inafferrabile, si fa strada grazie ai suoi molteplici cantori. E noi osserviamo impotenti, frammentati, ciascuno nel proprio orticello, pronti a cedere, per un minimo di accettazione, alla retorica su Israele, Hamas, Iran, Russia, Cuba, Venezuela, giochiamo sulla difensiva perché la verità “ non è sempre rivoluzionaria”. Ci sentiamo bravi e più furbi e così facendo gliel’abbiamo già data vinta.


La democrazia annegata


Donald Trump al Board of peace

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Cade goccia a goccia, senza troppo rumore. Ma ogni goccia buca la pelle del nostro corpo collettivo, la scalfisce, la ferisce. La pioggia è acida, cattiva. Il corpo è quello generato ottant’anni fa dai costituenti. Le gocce formano uno stillicidio d’episodi che minano le fondamenta del nostro vivere comune.

Primo: il Board of peace che s’è inventato Donald Trump. Un club pay-to-pay, giacché per aderirvi ciascuno Stato deve sborsare un miliardo di dollari. E in cui Trump è presidente a vita, decide chi invitare alla sua mensa, può porre il veto su ogni decisione. Insomma, una sorta di Onu privata, che nelle intenzioni — e nelle dichiarazioni esplicite del suo padre padrone — vuole sostituirsi alle Nazioni unite, o quantomeno sorvegliarne l’operato, metterlo sotto tutela. Vi hanno aderito 27 Paesi, su 62 che erano stati invitati. Unici europei: l’Ungheria e la Bulgaria.

E l’Italia? Purtroppo c’è un impiccio: l’articolo 11 della Costituzione, che ammette limitazioni della nostra sovranità nazionale, però soltanto «in condizioni di parità con altri Stati». Non è questo il caso, nel Board c’è un conte e molti maggiordomi. Senza dire che la cessione di sovranità può giustificarsi — sempre a norma dell’articolo 11 — in favore di organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia. Qui, a occhio e croce, si tratta d’assicurare un business, la ricostruzione di Gaza. E di farlo a scapito della massima organizzazione internazionale, che rimane l’Onu. Sarà per questo che perfino il Vaticano, bandiera della pace nel mondo, ha respinto l’invito. Noi invece abbiamo scelto una soluzione pilatesca: partecipiamo, ma come «osservatori». Un ruolo da guardoni, che a conti fatti legittima il Board e delegittima l’articolo 11 della Costituzione.

Secondo: la riforma della giustizia. Riscrive 7 articoli della Costituzione; quindi non si può predicarne l’incostituzionalità, divenendo — essa stessa — Costituzione. Sicuro? Dice (direbbe, se passa il referendum) il nuovo articolo 105 della Carta, istituendo l’Alta Corte disciplinare: contro le sue decisioni «è ammessa impugnazione soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte». Una singolarità giuridica, dato che l’appello viene proposto davanti al medesimo giudice che ha deliberato la sentenza. Nonché un conflitto con altre norme costituzionali, che restano vigenti. L’articolo 102, che vieta d’istituire giudici speciali (qual è invece l’Alta Corte). L’articolo 111, che riconosce il diritto di ricorrere in Cassazione, con l’unica eccezione delle sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra. Tecnicamente, si tratta d’una «rottura della Costituzione», provocata dalla simultanea vigenza di due norme costituzionali antitetiche. A meno che l’Alta Corte non dichiari guerra ai magistrati.

Terzo: l’abuso del diritto penale. Con il governo Meloni è tutta una giostra di castighi, di pene, di divieti. Per dirne una, l’ultimo (anzi ormai il penultimo) decreto sicurezza introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti. È l’uso “simbolico” della norma penale: serve a gonfiare i muscoli, a mostrare agli elettori quanto siano potenti i loro governanti. C’è un articolo della Costituzione che lo vieta? No, ma c’è una direttiva: quella illustrata in una celeberrima sentenza della Corte costituzionale (n. 364 del 1988). Lo Stato — scrisse in quell’occasione la Consulta — ha il dovere di rendere «riconoscibili» le norme penali, per non sorprendere la buona fede dei cittadini; e ciò «rinvia alla necessità che il diritto penale costituisca davvero la extrema ratio di tutela della società». Ma non è così, non più.

Potremmo moltiplicare in lungo e in largo questi casi. Potremmo aggiungervi i delitti in corso d’opera, i prossimi misfatti. Per esempio le intese appena approvate dal Consiglio dei ministri con 4 Regioni guidate dalla destra: danno gambe all’autonomia differenziata, tagliano le gambe alla Consulta, che nel dicembre 2024 aveva smontato la riforma. Per esempio la nuova legge elettorale: a quanto pare donerà un premio in seggi del 15 per cento a chi ottiene il 40 per cento dei voti, con buona pace della rappresentatività del Parlamento. Ma una goccia dopo l’altra, la democrazia italiana finirà annegata.


Rogoredo, la “botta di culo” diventa uno spot per il No


Insomma: temevamo azioni violente da parte degli sparatori dell’Ice, la milizia di esaltati armati da Trump, soggiornanti tra Milano e Cortina al seguito delle squadre statunitensi in gara alle Olimpiadi, e invece a sparare alla tempia a un pusher 28enne disarmato in un boschetto di Rogoredo, come ha scoperto un pm facendo ciò che secondo le voci più autorevoli del governo era del tutto inutile fare, cioè indagare, è stato un nostro tutore […]

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Insomma: temevamo azioni violente da parte degli sparatori dell’Ice, la milizia di esaltati armati da Trump, soggiornanti tra Milano e Cortina al seguito delle squadre statunitensi in gara alle Olimpiadi, e invece a sparare alla tempia a un pusher 28enne disarmato in un boschetto di Rogoredo, come ha scoperto un pm facendo ciò che secondo le voci più autorevoli del governo era del tutto inutile fare, cioè indagare, è stato un nostro tutore dell’ordine. Un figlio del popolo, stando alla ormai abusata definizione di quel povero Pasolini […] la cui salma viene riesumata dalla destra ogni volta che c’è da difendere a prescindere un poliziotto, vuoi quando manganella studenti che manifestano per la Palestina, vuoi quando abbatte a sangue freddo un extracomunitario. La realtà non poteva inventare uno spot più efficace a favore del No al referendum e a sfavore delle altre riforme repressive in cantiere: per fortuna le forze dell’ordine ancora non hanno nessuno scudo penale, per fortuna i pm ancora non danno retta al governo su chi e come indagare (Meloni, Salvini e l’avvocato Bignami avevano già chiuso il caso prima che il cadavere fosse chiuso nel sacco dell’obitorio), per fortuna la messinscena della finta pistola-giocattolo accanto al corpo esanime del giovane è stata smentita dai colleghi del killer, quando ormai mentire per difendere un violento, uno che a quanto risulta chiedeva il pizzo agli spacciatori e veniva chiamato “Thor” perché girava con un martello, sarebbe stato oltremodo stupido e autolesionista. Cioè, i 4 poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso sono stati più saggi dei nostri governanti, che non hanno esitato a “metterci la faccia” pur di cavalcare quella che deve essergli sembrata una gran botta di culo: uno straniero di pelle scura che spaccia e punta la pistola contro un poliziotto, il quale si difende e viene pure indagato dai pm zecche rosse e anti-governative.

[…] Ora Giorgia, la figlia del popolo, si duole molto perché “se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini” (perché può sempre darsi che le indagini parallele di un Galeazzo Bignami rivelino che il pusher aveva una bomba a mano nel marsupio), ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione, della dignità e onorabilità delle nostre forze dell’ordine”, parole altisonanti e robustamente fasce che non lasciano spazio a un briciolo di rincrescimento per la vita di 28enne giustiziato fra le sterpaglie. Viene da chiederle: scusa Giorgia, ma il morto? Una parola per la famiglia? Niente: Meloni – che giorni fa è andata al capezzale di un poliziotto colpito alla manifestazione di Torino a tenergli la mano perché orrendamente sfigurato da un collarino – prova “profonda rabbia all’idea che l’operato di chi tradisce la divisa possa sporcare il lavoro di tantissimi uomini e donne che ogni giorno ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione sacrificio e senso delle Istituzioni”, quello che non hanno avuto lei i suoi colleghi di governo commentando a caldo un fatto di cronaca nera per trasformarlo in un fatto politico a loro favore. E il morto ammazzato in fondo era un migrante, cioè niente; anzi, è ora di far finire la pacchia per questi immigrati che vengono a farsi sparare dai nostri poliziotti.

Come tutti i politici con un talento per la cialtroneria, adesso Salvini chiede per l’agente il doppio della pena (dallo scudo penale alla legge marziale), sempre perché ha leso l’onore, la dignità, la divisa e le altre figure astratte del codice autoritario-machista, mica perché non si sopprimono gli immigrati per strada. Basterebbe applicare le leggi e la Costituzione, ciò che infatti costoro vogliono impedire alla Magistratura di fare.[…]


Meglio separare la politica dalla giustizia


Per Ixè, il 51% degli italiani fiducia nella magistratura contro il 12% rimediato dai partiti. Meglio separare politica dalla giustizia

Meglio separare la politica dalla giustizia

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Alla fine le scuse, ai colleghi che indossano la divisa, le ha porte solo l’agente arrestato, con l’accusa di omicidio volontario, per il delitto di Rogoredo (leggi pezzo s pagina 4) che le destre, da Meloni e Salvini in giù, avevano già assolto dieci minuti dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del poliziotto. Di scuse, ai magistrati che hanno ricostruito i fatti con professionalità e diligenza nonostante il fuoco di fila aperto nei loro confronti da mezzo governo, invece, neppure l’ombra.

Così, l’occasione che a destra non vedevano l’ora di cavalcare per rilanciare l’ideona dello scudo penale agli agenti (poi allargato a tutti gli italiani, dopo l’intervento del Colle, nell’ennesimo pacchetto sicurezza) e l’urgenza del Sì al referendum del 22-23 marzo (che con la vicenda di Rogoredo non c’entra un fico secco) ha finito per rivelarsi il migliore assist ai sostenitori del No. Perché svela, se non fossero già bastate le “confessioni” di Nordio e Tajani, o l’outing involontario della leghista Matone sull’indicibile (in pubblico) verità sulla riforma del Csm, la forma mentis di questo centrodestra.

A cominciare da Meloni – in prima linea a gridare allo scandalo per la decisione della Procura di Milano di indagare il poliziotto di Rogoredo – che già dopo la brutale aggressione all’agente alla manifestazione di Torino, pregustando la vittoria dei Sì alla consultazione di marzo, si era portata avanti col lavoro formulando direttamente l’accusa (tentato omicidio) nei confronti dei picchiatori, al posto del pm che vogliono separare dal giudice con la riforma vergata dal ministro Nordio. Anche se, a giudicare dal risultato dell’ultimo sondaggio Ixè, che per la cronaca certifica il vantaggio (di sei punti) dei No al prossimo referendum, il 51% degli intervistati (dato in crescita rispetto al 45% dell’anno scorso) dichiara di avere “molta” o “abbastanza” fiducia nella magistratura a fronte di un misero 12% rimediato dai partiti, sarebbe forse meglio separare altro. Tipo la politica dalla giustizia.


Una legge elettorale che porterà solo guai


La maggioranza si sta muovendo, per evitare rischi si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del presidente della Repubblica. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione di governi stabili

(Gianfranco Pasquino – editorialedomani.it) – Esistono paesi, come quelli scandinavi, il Benelux, la Germania dal 1949 e altri che, adottata una legge elettorale (proporzionale) all’inizio del loro percorso democratico, non l’hanno cambiata, procedendo, se del caso, a piccoli aggiustamenti. La continuità elettorale è un buon principio e ha valore.

Con una delle varianti possibili delle leggi proporzionali, nell’Italia repubblicana, si sono eletti i parlamenti per undici legislature dal 1948 al 1994. Riformata quella legge, la prima volta sulla spinta di un referendum popolare, in senso maggioritario (il giustamente famoso Mattarellum utilizzato tre volte), è successo di tutto con ciascuna maggioranza parlamentare che ha tentato di salvarsi e riprodursi con una legge apposita.

Insomma, la ricerca era indirizzata non a una legge elettorale per un parlamento in grado di dare buona rappresentanza politica ai cittadini e di dare vita a un buon governo, ma che avvantaggiasse chi la scriveva. Da un lato, le carenze tecniche degli improvvisati riformatori, dall’altro, i mutamenti delle preferenze degli elettori hanno frustrato (dovrebbe servire da lezione) le aspettative particolaristiche.

Orizzonte Quirinale

Da qualche tempo sembra che nel centrodestra, fino al suo vertice, si sia affacciato il dubbio che, mantenendo la legge vigente che porta il nome dell’onorevole Ettore Rosato, rischierebbero di perdere le elezioni prossime venture.

Non importa che questi calcoli siano alquanti aleatori (in buona misura finora smentiti dai sondaggi) e prematuri. Conta il desiderio di mettere al sicuro la vittoria elettorale per «continuare il lavoro» nella prossima legislatura e, magari, eleggersi finalmente un/una presidente della Repubblica di destra.

Se l’attuale maggioranza rimane compatta, come ha fatto finora, potrà ottenere quello che vuole. Quindi, il compito delle opposizioni e dei commentatori consiste nel mettere in evidenza che la faziosità delle proposte va scapito delle possibilità di scelta e del potere dell’elettorato e che si intravvedono all’orizzonte alcune importanti criticità.

Se vi saranno liste di partito per assegnare una (in)certa percentuale di seggi, l’unico modo per dare potere agli elettori è consentire loro di esprimere un voto di preferenza. Nei collegi uninominali è ora di introdurre il requisito di residenza. Se l’elettore avrà due voti: uno per la candidatura nel collegio uninominale e uno per il partito nella circoscrizione bisogna consentire il voto disgiunto che esprime approvazione/disapprovazione per l’uno o per l’altra. Quando esisterà un testo, le osservazioni potranno essere più puntuali e i suggerimenti di alternative preferibili saranno più precisi.

L’ombra del premierato

Quel testo sarà comunque difficilissimo da scrivere se Giorgia Meloni ha intenzione di procedere con il disegno di legge costituzionale “Norme per l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri”. Infatti, non è ancora stato precisato se quella elezione sarà a turno unico (chi ha più voti, maggioranza relativa, vince) o a doppio turno (modalità altrove largamente prevalente e che assicura la maggioranza assoluta dei votanti).

Soprattutto, non sappiamo quale dovrebbe essere il premio in seggi assegnato al vincitore. Però, è evidente che il premierato non sarebbe soltanto la fine della democrazia parlamentare italiana come l’abbiamo conosciuta, ma implicherebbe anche lo stravolgimento del parlamento, della sua rappresentatività e di alcuni dei suoi compiti, a cominciare da quello del controllo sull’operato del governo.

Per sventare grossi guai/guasti costituzionali si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del presidente della Repubblica che se ne intende. La giurisprudenza in materia della Corte costituzionale mi è finora parsa timida e insicura, non sempre all’altezza. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione di governi stabili. Guardando ai sistemi politici europei se ne trovano esemplari apprezzabili, imitabili, cum grano salis adattabili. E allora?


Sanremo è Sanremo, ma l’Ariston non è Palazzo Madama


(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Sanremo è Sanremo e l’Ariston diviene l’arma di distrazione di massa che Ignazio (Benito) La Russa impugna da giorni e con una dovizia di attenzioni.

Palazzo Madama infatti invece che allarmarsi per l’ondata di scandali che sta piegando l’immagine delle forze dell’ordine proprio in tema di sicurezza, la bandiera assoluta del centrodestra, dirama note d’ordine a Carlo Conti, il poveretto che dovrebbe essere l’esecutore materiale dell’editto, perchè Andrea Pucci, comico rinunciatario del festival ma ormai ascritto allo schieramento conservatore, venga riassorbito nelle sue funzioni artistiche e trascinato sul palco del teatro così che nessun italiano perda la cifra del suo talento.

Nel tempo in cui il diritto si fa rovescio, La Russa straparla di Sanremo e l’opposizione invece che occuparsi di questa grave esondazione politica si attarda con Alessandro Zan (Pd) a giudicare il profilo artistico di Pucci, scambiando forse il palco dell’Ariston ancora per l’orto botanico della sinistra.

Non sappiamo perché La Russa disprezzi così tanto la buona educazione istituzionale, ma sappiamo che Giorgia Meloni, alla quale non fa difetto il discernimento della realtà dalla fantasia, si è volutamente attardata sulla notizia, infondata, che la voleva all’Ariston nella serata inaugurale, evitando con maestria di affrontare temi spinosi, per esempio la cronaca nera nella quale è sprofondata la polizia di Stato e un po’ la sua stessa maggioranza.

Il fatto è che Sanremo è da sempre il luogo eletto in cui il potere, sia di destra che di sinistra, tenta di esibirsi. Però è stonato. Amen.


Medici cubani in Calabria, gli Usa minacciano sanzioni per chi li fa arrivare. Occhiuto cede e rinuncia a chiederne altri


Fino a tre mesi fa, l’obiettivo era di arrivare a mille camici in aiuto ai medici calabresi. Il cambio di rotta dopo la visita a Catanzaro dell’ambasciatore Hammer e del console Flynn. A rischio interi reparti e pronti soccorsi

Medici cubani in Calabria, gli Usa minacciano sanzioni per chi li fa arrivare. Occhiuto cede e rinuncia a chiederne altri

(di Lucio Musolino – ilfattoquotidiano.it) – La salute dei calabresi è importante. Ma fino a quando non vengono toccati gli interessi di Trump e degli Stati Uniti. È stato un attimo per il governatore della Calabria Roberto Occhiuto passare dall’ “abbiamo già concordato con le autorità cubane” ad “abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici”. Nel mezzo gli incontri con gli emissari del governo statunitense, ma soprattutto la disastrata sanità calabrese che, senza i camici bianchi provenienti dall’isola comunista, rischia il default.

Gli effetti dell’embargo degli Stati Uniti contro Cuba, infatti, toccano anche la Calabria che corregge il tiro, rischiando di mettere in discussione una delle poche iniziative che, sebbene non abbia rappresentato la soluzione per uscire dal piano di rientro e dal commissariamento, ha sicuramente dato negli ultimi anni una boccata di ossigeno ai medici calabresi.

Ma andiamo con ordine. Nella Regione dove i concorsi continuano ad andare deserti (in quello del 2024 su 145 posti sono stati assunti solo 90 medici), dove i bandi certificano i numeri dell’emergenza (l’ultimo è per 705 medici) e dove il percorso per superare i problemi contabili nei bilanci di alcune Asp “ha avuto origine deduttiva”, i medici cubani sono diventati fondamentali: attualmente sono tra i 300 e i 400 e l’obiettivo era quello di arrivare fino a 1000. Se vanno via Occhiuto può chiudere interi reparti e pronti soccorsi di mezza Calabria.

Tutto è iniziato lo scorso ottobre quando alla Conferenza delle Regioni arriva una nota del ministero degli Esteri, trasmessa attraverso la presidenza del Consiglio. Sullo sfondo ci sono le minacce dell’amministrazione Trump per chi fa lavorare i medici cubani. In quella lettera, infatti, si faceva riferimento a “sanzioni specifiche, come il divieto di ingresso negli Stati Uniti, per i funzionari di paesi terzi coinvolti nella contrattazione di missioni mediche cubane gestite dal Ministero della Sanità cubana”. In sostanza, a “marzo 2025 il governo statunitense ha confermato l’entrata in vigore delle restrizioni sui visti americani nei confronti di funzionari di Paesi terzi (e loro diretti familiari) che abbiano a vario titolo agevolato l’arrivo, nei loro rispettivi Paesi, di missioni mediche cubane e quindi di personale medico non contrattualizzato individualmente”, ma “ricorrendo alla intermediazione dello Stato cubano (tramite la predetta CSMC S.A.)”. Il riferimento è alla Comercializadora de Servicios Médicos S.A. che è proprio quella con cui ha stretto l’accordo la Regione Calabria. Accordo che è stato rivendicato da Occhiuto nelle sue “linee programmatiche per il governo regionale 2025-2030” firmate lo scorso 19 novembre.

In una prima fase, infatti, il presidente della Regione sembrava voler tenere la barra dritta mettendo al primo posto la salute dei calabresi, per le cui cure fuori Regione l’ente, stando ai dati ufficiali del Fondo sanitario nazionale e di quello regionale, nel 2024 ha pagato 304 milioni di euro.

Le parole di Occhiuto, tre mesi fa, non lasciavano dubbi sulle sue intenzioni di proseguire l’esperienza con i medici cubani. D’altronde, il loro contributo, nelle linee programmatiche della Regione, è stato da lui definito “preziosissimo” perché i medici cubani “rappresentano un supporto fondamentale per far fronte alle carenze e per assicurare assistenza là dove era più urgente”. Sembrava scontata, quindi, la decisione di andare avanti. Tutto era stato messo nero su bianco agli atti della Regione Calabria: “Abbiamo già concordato con le autorità cubane uno sviluppo dell’accordo sottoscritto negli scorsi anni, che prevede la selezione di ulteriori camici bianchi fino ad arrivare alla cifra complessiva di 1.000 medici cubani in Calabria. Come abbiamo già fatto in questi anni, verrà prorogato il termine per poter ospitare questi professionisti fino a quando il nostro maxipiano di reclutamento dei medici (quello delle 705 assunzioni, ndr) non ci darà piena autonomia”.

Fin qui un Occhiuto galvanizzato dalla vittoria alle elezioni regionali e dalla riconferma alla guida della Calabria. Passano tre mesi e la barra inizia a piegarsi così tanto che “lo sviluppo dell’accordo già concordato con le autorità cubane” viene sacrificato sull’altare degli Stati Uniti che hanno intenzione di strangolare Cuba con l’embargo, anche a costo di spiegare a un presidente di una Regione italiana cosa deve fare.

È lo stesso Occhiuto, infatti, che dà la notizia dell’incontro avuto nel suo ufficio a Catanzaro con l’ambasciatore Mike Hammer, incaricato d’affari statunitense a Cuba, e con il console generale degli Stati Uniti d’America a Napoli Terrence Flynn. Sarebbe stato troppo mettere alla porta i cubani dopo aver ricevuto il loro aiuto. Meglio parlare prima di “strade alternative”, sottolineando quanto sono stati utili, e poi dargli il benservito “per procura”.

Con i due emissari Usa, infatti, Occhiuto dice di avere “avuto un lungo e cordiale colloquio, parlando delle urgenti necessità della sanità calabrese e delle complessità riguardo la missione dei medici cubani. Ho detto ad Hammer che i medici cubani, che stanno consentendo di mantenere aperti gli ospedali e i pronto soccorso della Calabria, sono ancora una necessità per la nostra Regione, perché la mia priorità assoluta è quella di assicurare il diritto alla cura dei cittadini calabresi che già hanno un sistema sanitario in condizione di grande difficoltà”. “Ai miei interlocutori – si legge sempre nella nota stampa – ho anche spiegato che avevo in animo, in questo 2026, di incrementare la missione dei medici cubani fino a 1000 camici bianchi caraibici”.

Occhiuto “aveva in animo” ma non ce l’ha più. E qui inizia la “messa in riga” della Regione Calabria. “Nelle ultime settimane, però”, dice ancora, “anche in ragione di una proficua collaborazione instaurata con il Dipartimento di Stato Usa e con il consolato americano, abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici, e lo abbiamo fatto attraverso la pubblicazione (avvenuta a metà gennaio) di una manifestazione di interesse che si rivolge a tutti i camici bianchi Ue ed extra Ue che vogliano venire a lavorare in Calabria”. “Ho detto ad Hammer – conclude Occhiuto – che i medici stranieri sono assolutamente necessari, ma che la nostra Regione è disponibile ad accogliere tutti i medici (comunitari, extracomunitari, cubani non vincolati alla missione già esistente) che in autonomia vogliano venire a lavorare in Calabria, ed è disponibile a dare loro tutto il supporto logistico ed economico che abbiamo già garantito ai medici cubani che da qualche anno vivono da noi”.

La giravolta è servita ed era stata anticipata da alcune dichiarazioni rese all’Ansa da Occhiuto in merito alle presunte pressioni esercitate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, su diversi Paesi, tra i quali l’Italia, affinché venga interrotto l’impiego di medici cubani. “Una cosa è certa, – aveva detto il governatore – i medici cubani attualmente in servizio in Calabria resteranno anche nei prossimi anni. Sono stati, sono e continueranno a essere determinanti per garantire il funzionamento dei pronto soccorso e per mantenere aperti tutti gli ospedali della nostra regione. Avevamo un accordo per arrivare a mille medici caraibici in totale. Se il governo degli Stati Uniti intenderà aiutarci mettendo a disposizione nuovi medici stranieri per la Calabria, fino appunto ai 1.000 che ci servono, non abbiamo ovviamente alcuna preclusione: anzi, siamo pronti ad accogliere a braccia aperte chiunque voglia contribuire al rafforzamento del nostro sistema sanitario regionale”.

Tradotto: se gli Stati Uniti ci mandano altri medici per noi vanno pure bene. Il tema però va oltre quello della sanità calabrese. Lo centra Angelo Bonelli di Avs che chiede alla “presidente Meloni se intende protestare con Trump per far rispettare la sovranità italiana? Il governo italiano chiarisca con fermezza che le politiche sanitarie del nostro Paese non si decidono a Washington”.


Il Cardinale Pizzaballa: “La comunità internazionale permette a Israele ciò che la Russia non può fare”


(ANSA) – BOLOGNA, 24 FEB – “Qui sono molto arrabbiati con la comunità internazionale: perché la comunità internazionale non permette alla Russia di fare in Ucraina quello che permette a Israele di fare in Palestina”. Con queste parole il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca dei Latini a Gerusalemme, interviene in videocollegamento all’evento “Per continuare a parlare di pace”, in Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna. Un passaggio accolto dagli applausi del pubblico. 

Presenti all’appuntamento dedicato ai quattro anni della guerra in Ucraina, oltre al presidente della Regione Michele de Pascale e dell’Assemblea legislativa Maurizio Fabbri, anche il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Tra gli spettatori, Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, e l’ex presidente Ucoii Yassine Lafram.   

La costruzione della pace, per Zuppi, è una “via” che passa attraverso la “l’empatia e la responsabilità di ognuno di noi: se tutti, a ogni livello possibile, riconoscessero le proprie mancanze e si mettessero nei panni di chi soffre, inizierebbe la costruzione della pace”.

“Facilmente – aggiunge – oggi si è portati a pensare che tutto è inutile, cadendo nella globalizzazione dell’indifferenza”. Ma, proprio per questo, l’invito è di “essere uomini di pace, vincere la paura e ricordare che siamo tutti della stessa unica famiglia umana”. Continuando ad “aprire i canali del dialogo, del confronto” e non cadendo nella “comunicazione dell’impotenza, che ci fa dire che non si può fare nulla”. E, infine, di non dimenticarci “dei tanti pezzi di guerra mondiale” in giro per il mondo di cui “non sappiamo niente”.   

“Oggi è un anniversario importante, quattro anni dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia” ha commentato de Pascale. “Veniamo da mesi drammatici, per quello che le popolazioni hanno dovuto affrontare. Con il massimo dell’impegno abbiamo sostenuto le iniziative internazionali e umanitarie per la pace, accogliendo senza doppie morali nella nostra terra chi scappava dalla guerra. Mantenendo accesa – ha concluso – la luce della speranza”. 


Le metamorfosi di Meloni: quando il potere svela le contraddizioni del sovranismo


Le metamorfosi di Meloni: quando il potere svela le contraddizioni del sovranismo

(di Serena Poli – ilfattoquotidiano.it) – In principio era la lotta agli “infami”. Poteri forti, traditori, sistema. Erano i tempi dei comizi incendiari, urlati con le vene a fior di pelle. Poi è arrivato il 2022 e la realtà ha bussato a Palazzo Chigi, scatenando nella nostra incendiaria una serie di epifanie a catena.

Ha scoperto, ad esempio, che i decreti legge d’urgenza e il voto di fiducia sono strumenti meravigliosi per decidere senza l’impiccio del Parlamento (ma Conte coi Dpcm in epoca Covid era un criminale). Ha capito che le accise e le tasse, un tempo ‘pizzo di Stato’, servono a pagare gli stipendi, compreso il suo. Ha rivalutato i poteri forti: quelli emersi dai file dell’archivio Epstein, con Bannon & C. impegnati a scardinare l’Europa, non si toccano. Perfino i pilastri della sua identità si sono sgretolati davanti alla convenienza: l’essere madre si è fermato ai confini geopolitici, permettendole di tacere sui bambini di Gaza, mentre l’essere cristiana pare non contare davanti ai bombardamenti degli asili, degli ospedali e degli edifici cristiani in Palestina.

Ma la scoperta più amara dev’essere stata la fallacia del sovranismo. Il termine suona bene: evoca indipendenza, petto in fuori, testa alta e tricolore al vento. In ‘Sovranistan’ siamo forti, bastiamo a noi stessi e possiamo permetterci di essere autoreferenziali; nel mondo reale invece, se Trump arriva gridando “America first”, ti devi piegare e dire che i dazi sono un’opportunità.

Siamo di fronte a un esperimento unico: la sovrapposizione quantistica di due Meloni diverse. All’estero sfila la statista pacata e gioviale che sorride ai giganti. Appena ritorna nel patrio suolo, cambia maschera e riprende l’esercizio del potere: delegittimazione del dissenso, manganellate agli studenti, disprezzo e risposte piccate per la stampa non sono segni di forza, ma lo specchio della sua impotenza fuori dai confini.

Come si regge il castello? Con la sindrome da accerchiamento, che le permette, nonostante la sempre maggior somiglianza con Draghi, di continuare a mostrarsi ai suoi come se fosse ancora in trincea insieme a loro: uno stato di perenne allerta contro il nemico.

In questa costante “mobilitazione contro”, oggi il nemico è la Magistratura. Il potere legislativo è già esautorato: 108 voti di fiducia da inizio legislatura parlano da soli. Ora è il turno dell’altro incomodo, perché se vivi la politica come esercizio di volontà assoluta, un potere indipendente che applica le leggi e non i desiderata del governo è un’anomalia da correggere.

Licio Gelli diceva “la magistratura deve essere un ordine, non un potere: il potere è del governo”. Oggi il venerabile arrossirebbe di fronte a cotanta riforma: il suo piano realizzato sotto le mentite spoglie di una giustizia migliore. La realtà è molto più semplice: nella degenerata idea di democrazia che i nostri condividono coi neri antenati, chi comanda non rende conto a nessuno.


Perché trovo questo governo anti-italiano e, sulla scia di Trump, nemico della pace


Per un buffo e crudele paradosso, il governo delle destre ha tramutato il nostro Paese in zerbino totale del peggiore presidente statunitense mai esistito

Perché trovo questo governo anti-italiano e, sulla scia di Trump, nemico della pace

(Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it) – Ancora una vergogna per tutti noi, nipoti di Mazzini e Garibaldi, Gramsci e Gobetti, Tina Anselmi e Lidia Menapace. Il governo italiano è stato l’unico tra quelli fondatori dell’Unione Europea a presenziare, sia pure con status ibrido e rappresentante amorfo (fino a un certo punto Tajani), all’insediamento della struttura che, secondo Trump, dovrebbe sostituire le Nazioni Unite e amministrare Gaza, sulla quale egli si riserva ovviamente poteri assoluti e che non ha al suo interno neanche l’ombra di un rappresentante palestinese, alla faccia del principio di autodeterminazione dei popoli.

Per un buffo e crudele paradosso, il governo delle destre, giunto al potere con grande sfoggio di patriottismo, tricolori al vento e inni nazionali, ha definitivamente tramutato il nostro Paese in zerbino totale del peggiore presidente statunitense mai esistito. Il servilismo nei confronti di Trump ha spinto il governo Meloni a santificare Netanyahu, contribuendo fattivamente al perpetuarsi del genocidio del popolo palestinese, alimentare il macello ucraino e, anche qui unico in Europa, giustificare il criminale e piratesco rapimento del legittimo presidente in carica del Venezuela, Nicolas Maduro e della sua consorte, la prima combattente Cilia Flores.

In aperto spregio dei fondamentali articoli 10 e 11 della Costituzione il governo Meloni non ha dato alcun contributo alla soluzione delle controversie internazionali, collaborando invece alla loro esasperazione e scegliendo dissennatamente la via del riarmo ad oltranza, mentre l’orologio dell’Apocalisse è ormai a soli 89 secondi dalla guerra nucleare e si sta per scatenare un nuovo devastante conflitto con l’Iran.

Il completo appiattimento senza riserve su Trump fa il paio col tentativo di rilanciare il funesto asse Roma-Berlino, e magari anche Tokyo, dato l’avvento del guerrafondaio governo di Sanae Takaichi. Merz e Meloni hanno in effetti in comune varie cose, oltre alla predisposizione a inginocchiarsi di fronte a Trump, per la verità più pronunciata in Giorgia. La nostra classe “dirigente” è composta da palazzinari, imprenditori improbabili sempre pronti a profittare dell’erario inventandosi grandi eventi e grandi opere tutti inevitabilmente destinati a peggiorare la qualità della nostra vita.

L’omogeneità di sentimenti ed intenti con Trump è totale ed assoluta. In comune col dittatorello dai capelli arancione i nostri governanti hanno anche il negazionismo climatico e l’odio per il diritto, sia interno che internazionale, vissuto esclusivamente come intralcio ai propri disegni individuali e collettivi.

Ciò spiega perché è Meloni & C. si siamo imbarcati nella fallimentare impresa del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, mentre Trump vorrebbe abolire definitivamente i giudici che pretendono l’applicazione delle norme alle sue trovate pubblicitarie dei dazi a manetta e della deportazione dei migranti separando le famiglie e distruggendo ogni residuo sentimento di umanità, concetto che mal si concilia col capitalismo decaduto dei nostri tempi difficili. Del resto l’attrattiva del perverso modello statunitense si vede anche su altri piani: da ultimo il tentativo in atto di pervertire le stesse Forze dell’Ordine, come dimostrato tra l’altro dal torbido episodio di Rogoredo o quello di trasformare un Paese tutto sommato tranquillo come il nostro in una miscela tra Far West e totalitarismo ideologico alla amatriciana.

Il tema dei migranti risulta in effetti cruciale, dato che il populismo di bassissima lega di Trump, Meloni, punta a renderli bersaglio della collera popolare che nasce dalle numerose frustrazioni sociali che dobbiamo subire ogni giorno, indirizzandola verso un falso obiettivo e permettendo a lorsignori di fare indisturbati gli interessi dei super ricchi da cui dipendono.

Peraltro bisogna anche tener conto del fatto che, nelle società occidentali, i migranti rappresentano una parte crescente della forza-lavoro sempre più sfruttata ed umiliata. L’organizzazione dell’unità di classe oltre ogni differenza di natura etnica, religiosa o culturale, per opporsi in modo compatto e vincente alla diminuzione del potere di acquisto dei salari, alla crescita di precarietà ed omicidi sul lavoro e al peggioramento della qualità dei servizi pubblici, a partire da istruzione e sanità, come dimostrato fra l’altro dalla straziante vicenda del piccolo Domenico.

La vocazione razzista e autoritaria, che si esercita in modo particolarmente efferato contro chiunque protesti contro il genocidio palestinese, costituisce un altro indubbio carattere comune tra Italia, Stati Uniti ed altri Stati occidentali. Oltre che paradossalmente anti-italiano il governo Meloni è quindi anche e soprattutto anti-umano e tra le due cose non vi è ovviamente alcuna contraddizione, checché ne dicano e facciano i sedicenti populisti e sovranisti di casa nostra ed altrui.

Per contrastare le tendenze distruttive del capitalismo, così ben esemplificate da Trump e dalla sua vassalla Meloni, occorre sviluppare azioni di confronto e lotta comune con la nuova sinistra statunitense così ben descritta dal recente numero di Millennium, per dare vita a un partenariato transatlantico di tipo nuovo, nella prospettiva del multipolarismo pacifico e cooperativo e della rivoluzione socialista mondiale, unica alternativa alla catastrofe bellica, sociale e ambientale che lorsignori stanno preparando, nell’esclusivo interesse proprio e delle ristrette e corrotte élites mondiali che rappresentano.


Il brutto derby tra politici e magistrati


(di Marcello Veneziani) – Non chiedete agli italiani di scegliere tra i politici e i magistrati, perché li spingete a non andare a votare. So che nessuno esplicita in questo modo brutale la contesa sui referendum del 22 marzo e che ambo le parti dicono agli italiani di votare per se stessi e non pro o contro i giudici, e nemmeno pro o contro i politici. Ma alla fine la contesa rischia di ridursi a quell’assurdo referendum tra due soggetti verso i quali i cittadini nutrono scarsa fiducia e a volte ripugnanza. Sicché la traduzione del quesito è: preferite punire i giudici o il governo?

Fino al ’93-94 un referendum del genere avrebbe portato al trionfo dei magistrati. Era l’epoca non solo di Mani pulite che gli italiani a larga maggioranza sostenevano anche in funzione punitiva verso i partiti e i politici. Ma era l’epoca in cui era ancora vivo il ricordo di Falcone e Borsellino e dei magistrati che avevano perso la vita nella lotta contro la mafia e la criminalità. Adesso, la magistratura è una delle categorie più screditate d’Italia, per proprio demerito prima che per le campagne altrui. Ma i politici, nel frattempo, non sono risaliti nella fiducia degli italiani: certo, ha buoni sondaggi la premier Meloni e pure il presidente Mattarella, ma se il discorso riguarda la categoria dei politici precipita fino a sprofondare in un abbraccio mortale con i giudici. Si salvano le forze dell’ordine ma spesso di loro si dice che hanno le mani legate dal tradimento dei magistrati e dalla pavidità dei politici.

Sul referendum confesso subito: sono tiepidamente propenso al sì, alla separazione delle carriere e a gran parte del resto. Ma l’essere tiepidamente mi mette ulteriormente a disagio davanti alla radicalizzazione di questi giorni, dovuto a un clima che ha coinvolto non solo la Meloni e la classe politica ma anche magistrati che reputo stimabili, come il ministro Carlo Nordio e il procuratore Nicola Gratteri. Clima avvelenato, non c’è dubbio, linguaggi forti, generalizzazioni improprie, comunque lo sconfinamento dei magistrati è un fatto reale e allarmante. Se nella prima repubblica deploravamo la connivenza e il silenzio della magistratura davanti ai misfatti della politica, dopo la stagione di Mani pulite dobbiamo al contrario deplorare il rovinoso protagonismo, le assurde invasioni di campo di singoli esponenti, procure o organi rappresentativi dei magistrati rispetto al potere esecutivo e legislativo ma anche rispetto alla sicurezza e alla vita reale dei cittadini.

Il problema è che le sentenze assurde che spesso ci fanno sobbalzare e indignare non sono in gran parte dei casi il risultato di una decisione collegiale ma di singoli o pochi magistrati, mentre quella assunta da un governo o da una forza parlamentare rappresenta un soggetto plurale che parla e agisce con un’investitura popolare. Però sono specifici interventi di singoli magistrati che fanno giurisprudenza, compiuti da singoli o al più da ristretti team e procure, magari con la copertura poi di organismi associativi. A volte a pronunciarsi sono sezioni della corte dei conti o delle corte di cassazione, a volte sono iniziative di singoli magistrati con un retroterra ideologico e militante ben preciso. A volte si sovrappone alla magistratura interna la corte suprema europea, e il quadro si complica ulteriormente con altri conflitti di competenza. Dunque può succedere che pochi magistrati paralizzino l’azione di un governo, vanifichino il lavoro del parlamento, intervengano in vicende che hanno implicazioni internazionali e largamente popolari. Singole iniziative hanno ricadute generali.

Quel che accade in piccolo nel caso delle Ong e di Carola Rackete, è avvenuto in grande con la corte suprema statunitense che ha bocciato i dazi di Donald Trump. A ulteriore conferma che la questione magistrati non riguarda solo l’Italia e sta investendo o ha investito l’Inghilterra, la Germania, la Francia, la Spagna, solo per citare i maggiori paesi europei. I dazi di Trump sono odiosi e criticabili; ma Trump non sta sconfinando, ingerendosi nella vita e nella legislazione di altri Stati sovrani; sta dicendo – con la brutalità che lo caratterizza – che se volete trattare con gli Stati Uniti queste sono le nostre condizioni. Sta esercitando cioè il potere legittimo e sovrano di un Capo dello Stato nei rapporti con gli altri Paesi. Scelta, ripeto, non condivisibile, prepotente, ma non possono essere i magistrati a impedirla. Al più e al limite possiamo benedire la loro intrusione per frenare una scelta bestiale, ma resta un abuso di potere, non tocca a loro farlo.

Tornando a noi, e all’Italia, bisogna dunque riuscire a essere il più possibile incisivi e il meno possibile offensivi; cioè bisogna badare al risultato e a risanare le anomalie del nostro sistema mediatico-giudiziario-politico, evitando il più possibile le drammatizzazioni e i veleni, le guerre spettacolari, i pronunciamenti da repubblica delle banane. E dire che ne avevamo già fatta di esperienza in questo senso ai tempi di Berlusconi, e avevamo accumulato nausea per quel can-can imbastito tra caccia all’uomo e vittimismi in mondovisione. Ora ci stiamo ricascando e risalgono i toni man mano che ci avviciniamo al referendum. La Meloni teme a intestarsi la battaglia referendaria, memore dei precedenti infausti, come quello di Renzi; ma svolge una guerra parallela, intervenendo su singoli fatti e singoli giudici col chiaro intento di suggerire indirettamente un voto per il si. Mattarella interviene per ristabilire sobrietà e correttezza dei rapporti istituzionali, ed è giusto; ma tempi e luoghi del suo intervento, al Csm e dopo quel che ha detto Nordio, suggeriscono la preferenza per lo schieramento avverso.

Il lato tragico e grottesco di questa polarizzazione continua, a cui naturalmente la sinistra e le opposizioni danno molta miccia, è che la guerra è tra due ma il vincitore designato sembra essere il terzo, ovvero colui che non va a votare e che in pectore è dei tre il soggetto più numeroso. È come combattere una guerra e sapere che oltre il nemico dichiarato c’è un nemico più forte, interno e trasversale: il disertore, l’imboscato, il non votante con cognizione di causa. L’astensionismo è il populismo dei delusi; quando il populismo non ha sbocchi e non ha possibilità di incidere sulla realtà e modificarne gli esiti, e quando la scelta è tra l’arsenico e la cicuta, allora la gente si ritira, non vota, impreca o si deprime, e si occupa d’altro. Il nemico principale del prossimo referendum è proprio quello, e lo è di entrambi gli schieramenti anche se penalizza di più i fautori del si, che restano nonostante tutto in potenziale vantaggio, con la prospettiva di risultare la maggioranza della minoranza di votanti. Ma dietro quel grande numero di persone che non si schiera c’è il duplice rifiuto, verso i magistrati e verso i politici, i primi troppo invasivi e prevaricatori, i secondi troppo evasivi e incapaci. La speranza del voto è affidata così allo spirito punitivo e vendicativo degli italiani contro qualcuno e contro qualcosa. Non è confortante.


Nuova legge elettorale, scatta un mega premio con lo 0,1% in più


Nelle simulazioni il nodo di uno scenario con testa a testa che assegna 71 seggi di vantaggio. Maggioranza inesistente con tre poli

Nuova legge elettorale, scatta un mega premio con lo 0,1% in più

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – Basterà lo 0,1% in più degli avversari per scavare una distanza abissale in termini percentuali (il 18%) e di seggi tra le due coalizioni. È uno degli scenari che si aprono con la nuova legge elettorale della destra. Repubblica è in grado di anticipare le simulazioni che si ottengono applicando queste regole.

Un passo indietro. Qualche settimana fa, l’opzione di un premio di maggioranza che regalava il 55% alla coalizione capace di superare il 40% si è infranta sui dubbi di costituzionalità. E, come anticipato da questo giornale, il governo ha cambiato strada. L’obiettivo del nuovo meccanismo resta la governabilità. Stavolta il premio è calcolato in seggi: 70. Da aggiungere a quanto racimolato nel proporzionale. Semplificando al massimo (e supponendo un quadro bipolare): con un voto in più su base nazionale – e senza correttivi come il doppio turno o uninominali, che favoriscono la rappresentanza – chi vince godrebbe comunque di un premio che gli assicurerebbe ben oltre la maggioranza assoluta e, in prospettiva, la scelta del prossimo presidente della Repubblica. Lasciando aperto un interrogativo sul rispetto dei principi di rappresentanza e ragionevolezza. Vediamo nel dettaglio queste proiezioni.

Prendiamo la Camera, dove vanno assegnati 391 seggi (restano fuori dal calcolo gli otto eletti all’estero e il deputato della Valle d’Aosta). Numeri utili a capire: la soglia di sbarramento per i partiti è del 3%, del 40% per le coalizioni che vogliono accedere direttamente al bottino extra (se invece restano sotto il 40% – ma comunque sopra un’asticella da definire – si procede al ballottaggio). Prima ipotesi, allora: una corsa serrata tra centrodestra e centrosinistra (a cui aggiungere i partiti di Carlo Calenda e Roberto Vannacci, entrambi sopra lo sbarramento) che termina con il primo polo al 45%, il secondo al 44,9%. Chi vince ottiene il premio e 221 posti (il 56,5% del totale). E chi perde di un soffio? Avrà 150 deputati, il 38,4%. Lo scarto tra coalizioni diventa del 18,1%, anche se il bonus fa balzare soltanto dell’11,5% i vincitori. Agli “altri” sarebbero attribuiti 20 scranni (5,1%).

La destra che ha elaborato questo sistema sostiene che la scelta di scomputare prima del voto i 70 parlamentari del premio “addolcisce” la legge, in nome della rappresentanza. Valesse la legge dei comuni – che sottrae a chi perde, e solo dopo il ballottaggio, i seggi del premio – questo risultato del “quasi-pareggio” produrrebbe un effetto distorsivo ancora più accentuato: 255 scranni (65%) al primo, 116 al secondo.

Ma torniamo all’ultima bozza. Chi l’ha scritta, insegue il principio della governabilità. È però un fatto che altrove anche i sistemi ultra maggioritari presentano correttivi: il doppio turno oppure l’uninominale secco all’inglese, che permette un rapporto di prossimità tra eletto ed elettore. Quasi nessuno, in Occidente, prevede un premio nazionale sulla base di una conta nazionale.

Ma passiamo alle altre ipotesi simulate. Che accade ad esempio se nessuna delle due coalizioni supera il 40%? Scenario plausibile in presenza di un terzo polo. Ipotizziamo che tre coalizioni raccolgano il 36%, 35% e 24%. Le prime due corrono al ballottaggio. Risultato: 192 seggi al primo (il 49,1%), 118 scranni (30,1%) al secondo, 81 per il terzo (20,7%). Nessuno raggiungerebbe la maggioranza assoluta. Per quella, in uno schema tripolare, serve il 37,5%, o più voti ai partiti sotto soglia. E se invece una coalizione si afferma in modo netto? Simuliamo ancora: 48,5% contro 42% (e un’altra sola forza sopra il 4%). I primi ottengono 235 seggi (60,1%), gli altri 143 (36,5%). La bozza prevede comunque un limite del 60% di deputati per chi vince.

Infine, prendiamo i risultati del 2022, ottenuti con il Rosatellum. In quel caso, lo schema fu quadripolare: solo la destra corse unita, strappando per questo quasi tutti gli uninominali. È la ragione per cui l’attuale bozza penalizzerebbe i vincitori di allora. Il centrodestra ottenne infatti il 43,79% dei voti e 235 seggi. Con la riforma, si fermerebbe a 221 deputati (56,5% del totale). Pd e sinistra, con il 26,12%, passerebbero da 80 a 90 seggi (23%). M5s, Azione-Iv e Svp avrebbero in tutto 80 deputati (20,5%), mentre oggi si fermano a 76.


Fazzolari schiera Putin: “Voterebbe no al referendum”


Il sottosegretario di Palazzo Chigi: “In Russia non c’è la separazione delle carriere. Vannacci? Chi è contro il sostegno a Kiev si autoesclude dalla coalizione”

Giovanbattista Fazzolari

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – “Putin voterebbe no al referendum? Beh, in Russia non mi risulta che ci sia la separazione delle carriere. Sicuramente voterebbe no”. Sorriso. Giovanbattista Fazzolari, in un angolo della sala Zuccari del Senato, collega l’anniversario dei quattro anni di guerra in Ucraina al referendum italiano della giustizia.

È una battuta, ma racconta anche l’approccio del centrodestra alla consultazione sulla giustizia. Fazzolari è in Senato, a Palazzo Giustiniani, per un convegno organizzato da FdI sui quattro anni di conflitto tra Mosca e Kiev. Presente anche il presidente del Copasir (e deputato dem) Lorenzo Guerini.

A margine dell’appuntamento, parlando con i giornali tra cui Repubblica, il braccio destro di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi interviene anche sull’ingresso di Roberto Vannacci e del suo Futuro Nazionale in coalizione, visto il voto contro il decreto Kiev. “Abbiamo un programma unico del centrodestra che prevede il sostegno all’Ucraina, chi vota contro si auto esclude. Ergo…”