L’ex ambasciatrice attacca Renzi: “Dire che il mondo è migliore senza Khamenei è di una gravità enorme”

(ilfattoquotidiano.it) – “Il conflitto tra Usa-Israele e Iran? Certo che dobbiamo preoccuparci. È diventata subito una guerra regionale, e per l’Iran è una guerra esistenziale, esattamente come per la Russia. Qui abbiamo un piano di dominio israelo-americano e neoconservatore che vuole portare al regime change in Russia e in Iran“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Battitori liberi, su Radio Cusano Campus, dall’ex ambasciatrice Elena Basile, che colloca l’attacco di Stati Uniti e Israele contro Teheran dentro una strategia più ampia e strutturata.
“Per l’America non direi che è una guerra esistenziale”, precisa, marcando la differenza tra la postura di Washington e quella iraniana. Per Teheran, sostiene, la posta in gioco riguarda la sopravvivenza stessa del sistema politico.
Tagliente la critica della diplomatica all’allineamento europeo: “Avete capito perché l’Europa si è subito allineata a Usa e Israele? Dove sono gli interessi europei? Perché l’Europa non riesce a prendere le distanze da un attacco contro il diritto internazionale dell’Iran e che in più colpisce i suoi interessi economici? Questa è la grande domanda che forse ci dovremmo porre”.
Sull’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, Basile prende le distanze dalla narrativa prevalente: “Francamente non sopporto questo dover sempre fare l’occhiolino alla propaganda occidentale”. Pur riconoscendo che il governo teocratico abbia imposto un sistema opprimente, soprattutto verso la parte laica e occidentalizzata della società, invita a non semplificare: “Khamenei e il governo teocratico hanno interpretato precetti religiosi, e tutto un sistema è risultato opprimente, soprattutto per quella società civile che in questi precetti non crede”.
Ma aggiunge: “Khamenei aveva anche molta popolarità in un’altra parte d’Iran. Ci sono le piazze piene di persone che hanno creduto nella guida spirituale”. Ricorda il suo ruolo durante la guerra Iran-Iraq: “Uno che è andato in guerra, durante la guerra, e noi occidentali abbiamo scatenato contro l’Iran appena c’è stata la Repubblica Islamica: lui non aveva nessun dovere di andare in guerra e ci è andato”. E insiste sulla distanza culturale: “Rappresenta un mondo diverso, religioso, che noi occidentali con la nostra modernità non possiamo capire”.
Di fronte alle manifestazioni di esultanza per la sua morte, l’ex ambasciatrice richiama un principio etico generale: “Io non riesco a dimenticare quelli che dovrebbero essere i nostri valori umanistici. Esultare per un omicidio perpetrato da due Paesi occidentali, a mio avviso, non è una cosa che dovrebbe essere compresa“. E ribadisce: “La morte, gli assassini, sono in ogni caso da biasimare, sia nelle relazioni private che nelle relazioni tra Stati – continua – Non ho gioito neanche quando ho visto il linciaggio di Muammar Gheddafi o di Saddam Hussein. Di fronte alla morte dovremmo fare tutti un passo indietro, io sto richiamando dei principi di umanità”.
Poi la domanda provocatoria: “Per caso Trump e Netanyahu non trucidano nessuno? Gli assassini e le morti meritano un passo indietro. Peraltro, hanno ammazzato anche esponenti innocenti della sua famiglia, e chissà quanti altri. Ci sono almeno 300 morti. Per non parlare delle bambine uccise in una scuola. Matteo Renzi ha detto che senza Khamenei il mondo è migliore, una dichiarazione della cui gravità evidentemente non si rende conto. Ricordo che lui è andato in Arabia Saudita su invito del mandante del delitto Khashoggi“.
Lo scenario, per Basile, non si esaurisce nel confronto diretto. “Io credo che la balcanizzazione e la sirianizzazione dell’Iran sia sicuramente un obiettivo israeliano. È da decenni che Israele vuole arrivare a questo obiettivo. Ma Israele da sola non riesce a fare niente se non ha l’America dietro“.
Richiama le standing ovation ricevute da Netanyahu al Congresso americano come prova dell’influenza della potente lobby israeliana, “che non è una lobby ebraica, ma, come dice Moni Ovadia, una lobby dove ci sono donatori cristiani e una percentuale importantissima di evangelici“, capace di incidere sui media e sulle campagne elettorali e dunque sull’establishment.
Il conflitto, conclude, si intreccia con la strategia di contenimento della Cina. “Se pensiamo al fatto che l’Iran è un alleato fondamentale della Cina e che oggi la guerra e il contenimento della Cina l’Occidente lo vuole far passare per l’energia, è chiaro che questo piano viene mutuato dai neoconservatori americani nell’ambito di una strategia complessiva”.
Ma l’escalation non è inevitabile: “Io non sono d’accordo con questa strategia, perché, come Jeffrey Sachs ed Emiliano Brancaccio, penso che si possa sfuggire alla trappola di Tucidide, al fatto che siainevitabile una guerra con la Cina”. La via d’uscita, afferma, è un’altra: “Con la diplomazia e con una regolamentazione economica”.
Via libera alla prepotenza? Si inizia con il rimaneggiamento della legge elettorale per sbarrare la strada all’alternanza a mezzo regole capestro

(Pierfranco Pellizzetti – ilfattoquotidiano.it) – Portarsi avanti, magari accelerando in quanto il lavacro rappresentato dal referendum contro gli odiati giudici – che all’inizio dell’operazione “Silvio lo vuole” sembrava a colpo sicuro – potrebbe rivelarsi una pozza avvelenata per il governo. Nonostante (o proprio per questo) le assicurazioni del batrace in doppiopetto, impegnato in un dire e disdire quotidiano che il gergo calcistico definirebbe autogol permanente in zona Nordio. Incubo altrettanto costante per la scalatrice di Palazzo Chigi e ormai preda di una dipendenza tossica da poltrona del potere che le ha azzerato ogni ricordo del percorso compiuto; di quello che diceva sull’intoccabilità del voto di preferenza quando rosolava alla fiamma, come del suo incrollabile sovranismo, svenduto per una battuta sul fisco quale “pizzo di Stato”. Gag molto apprezzata dagli evasori insieme ai condoni, meno dai poveracci; ma tanto gli sfigati non votano.
In questa crisi di nervi della posseduta con voce baritonale, dopo la rimembranza di un calpestatore seriale di regole quale il cumenda brianzolo che si comprò la Destra e a Giorgia insegnò l’uso delle calzature con rialzo per celare l’effetto nanismo, diventava indispensabile aggrapparsi agli insegnamenti dei suoi modelli vecchi e nuovi: il Marchese del Grillo e Donald Trump. Ossia la tracotanza “dell’io sono io e voi non siete”, aggiornata al dopo globalizzazione del “viviamo in un mondo governato dalla forza, dalla coercizione, dal potere”. Dunque, il via libera alla prepotenza. Iniziando con il rimaneggiamento della legge elettorale per sbarrare la strada all’alternanza a mezzo regole capestro. Ma il combinato tra messa in un angolo del potere giudiziario e varo di una legge truffa potenziata, non sembrerebbe sufficiente a placare la furia della solita puffetta mannara.
Altre randellate sembrano aleggiare nel cielo della politica italiana. Magari la prima a farne le spese sarebbe l’ospite in casa d’altri. Ovvero la segretaria Pd Elly Schlein che, in quanto extracomunitaria (come evidenziato dal gergo incomprensibile con cui si esprime), potrebbe essere tranquillamente deportata in uno dei due centri smistamento migranti che l’Italia ha costituito in Albania; previsti per tremila reclusi e a tutt’oggi pressoché abbandonati. Semmai, stando la ricca collezione di passaporti della suddetta presunta leader della minoranza, la sua permanenza nella location adriatica rischia una lunga durata, stante la difficoltà di individuare il Paese d’origine in cui rispedirla. Pare che il ministro degli Interni Matteo Piantedosi sia stato messo in preallarme per dirimere tale faccenda di lana caprina.
Ma lo stesso simpaticone del Viminale, oggetto di costanti quanto irridenti furti (come riportato da il Fatto di sabato scorso), insieme al capo della polizia Vittorio Pisani, sarebbe perfetto per un’utile provocazione di risposta, con conseguente giro di vite sull’opposizione. Infatti in piazza Grazioli, dove hanno la propria residenza privata le due altissime cariche dello Stato, stanno ripetendosi i furti con scasso di una banda del buco travestita da operai ACEA; che le forze dell’ordine e la selva di telecamere non riescono a smascherare. Una beffa sotto gli occhi dei massimi preposti alla tutela dell’ordine pubblico che ha già compiuto la rapina di un paio di scarpe e una bottiglia di vino.
Tutto lascerebbe pensare all’opera di una nuova Brigata Rosé, la cui leadership potrebbe essere attribuita a una colonna di estremisti moderati tipo Carlo Calenda o Matteo Renzi. Anche se i sospetti parrebbero convergere su Piero Fassino, per via della scia olfattiva tipo Opium rilevata sul luogo del delitto dal commissario Rex; il cane poliziotto fatto pervenire sul posto dagli amici suprematisti della Security di Vienna.
Ma la messa in riga dimostrativa dell’opposizione (seppure silente) potrebbe andare avanti, saziando la voglia di vendetta di Meloni che risale già alla sua tenera età. E l’esempio dell’ICE stelle-e-strisce, le squadracce di delinquenti che terrorizzano e ammazzano gli americani che protestano contro il nuovo corso trumpiano, è illuminante: ossia l’indicibile progetto di arruolare pretoriani preposti al compito di sgombrare lo spazio pubblico dai disturbatori che osano contrastare dialetticamente i diktat della premier. Magari un Giuseppe Conte che insidia Meloni nel ranking dell’apprezzamento pubblico. Qualcuno dello staff di governo ha fatto il nome dell’americanista ex poliziotto Carmelo Cinturinno, che dopo aver fatto fuori l’inerme Abderrahim Mansouri si è emendato con una lettera di scuse. Operazione che il sagace senatore Fazzolari (“l’uomo più intelligente che conosco” dice lei, figurarsi gli altri) pare abbia pregiato in quanto ricorrenza centenaria della bastonatura di una testa calda: Piero Gobetti. Con esiti che dovrebbero far riflettere. Ma che potrebbero garantire alla premier il bacio della nuca anche da parte dell’adorato Donald Trump; di cui è sempre pronta ad accreditare la fama di incrollabile pacifista.
Più MAGA dei MAGA.
Conti, il deficit supera il 3%, uscita dall’infrazione più lontana. L’Istat fotografa un indebitamento più alto rispetto alle stime. Giorgetti: “Dati provvisori, colpo di coda del Superbonus”. Spese per la Difesa a rischio. Balzo della pressione fiscale

(di Rosaria Amato – repubblica.it) – ROMA – Pil in rialzo dello 0,5%, pressione fiscale al 43,1% e deficit al 3,1%, qualche decimale di troppo per permettere all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione europea per deficit eccessivo. I dati Istat su Pil e indebitamento «sono la Caporetto del governo», afferma l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Il Mef ribatte che non è ancora detta l’ultima parola: «È un dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue. – dice il ministro Giancarlo Giorgetti – Cercheremo di capire le valutazioni Istat. Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi».

«Per una volta, guardatevi allo specchio e smettetela di cercare scuse puerili, avete portato il Paese sull’orlo del baratro», obietta il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli. Ma se la stima del Pil è ormai praticamente definitiva, in effetti ci sono due variabili che potrebbero avere un impatto sulla misurazione dell’indebitamento. Si tratta, spiega l’Istat, della stima del Superbonus 2025 (e in particolare dell’ultimo periodo, che si conclude il 15 marzo 2026) e della valutazione contabile dei conti Pnrr, in particolare dei prestiti e dei contributi a fondo perduto.

Per quanto riguarda il Superbonus, potrebbero esserci delle integrazioni rispetto alle stime, sulla base delle informazioni messe a disposizione dall’Agenzia delle Entrate. E per il Pnrr invece più che i dati in sé a variare potrebbero essere le modalità di registrazione, che i Paesi membri dell’Unione stanno concordando in questi giorni. Sulla base degli ultimi dati e delle ultime indicazioni, l’Istat potrebbe rivedere le stime pubblicate ieri, per poi comunicarle a Eurostat il 31 marzo. Eurostat pubblicherà le statistiche validate il 22 aprile e poi, spiega un portavoce, la Commissione Ue «valuterà la situazione del disavanzo dell’Italia nell’ambito del pacchetto di primavera del semestre europeo 2026, sulla base dei dati di consuntivo 2025».
La mancata uscita dalla procedura d’infrazione Ue peraltro non permetterebbe all’Italia di ottenere i prestiti agevolati Safe per la difesa: solo i Paesi i cui conti pubblici non sono “attenzionati” possono attivare la clausola di salvaguardia prevista dal Patto di stabilità per escludere la spesa militare aggiuntiva dai calcoli per il rispetto dei vincoli Ue.
A deludere non è solo il disavanzo, ma anche la pressione fiscale, in aumento rispetto al 42,4%, nonostante il taglio del cuneo varato con l’ultima legge di Bilancio, ma anche «rispetto al livello del 2022 (41,7%), quando si è insediato il governo Meloni», ricorda il responsabile Economia del Pd Antonio Misiani, aggiungendo che Palazzo Chigi «continua a promettere svolte che i numeri smentiscono». Livelli da record assoluto – ribadisce il il vicepresidente di Italia Viva, Davide Faraone – a dispetto degli slogan sulla riduzione delle tasse con cui il centrodestra ci ha martellato per anni». Di «Paese fermo e senza strategia» parla il capogruppo di Avs, Peppe De Cristofaro.
Il marcato calo dell’Irpef, spiega l’Istat, è stato «quasi interamente compensato dalla crescita dell’Ires (l’imposta sui redditi delle società) e dalle imposte sostitutive». Anche le imposte indirette, in particolare l’Iva e le imposte sul gas, sono cresciute. Insomma, alla fine una partita di giro per i conti dello Stato, a cui ha contribuito positivamente anche il forte aumento dei contributi sociali (+10%) a carico dei lavoratori.
Con il salto nel buio dei due compari Trump–Netanyahu, il mondo scivola lungo la traiettoria di una guerra globale sotto mentite spoglie. La situazione è “eccellente”: ma solo per loro.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Nessuno ha creduto nemmeno per un istante che con l’assassinio di Khamenei, guida spirituale e massimo esponente politico dell’Iran, la guerra si sarebbe potuta concludere, come se si trattasse di un Venezuela qualunque. Eppure l’impressione è che Trump, mal consigliato dal suo compare Netanyahu, non abbia compreso fino in fondo il significato del suo gesto: aver scatenato l’inferno nel cuore del Medio Oriente, con il rischio di trascinare mezzo mondo nel vortice.
Quel salto nel buio che alcuni dei suoi stessi consiglieri avevano paventato è appena iniziato. E più passano le ore e i giorni, più si allungano le proiezioni di durata di una guerra che in molti hanno definito assurda.
Assurda perché esplosa proprio mentre l’Iran sembrava aver accettato le condizioni delle ultime trattative con gli Stati Uniti in Oman. Certo, l’odore di polvere da sparo era nell’aria: da settimane le agenzie parlavano di un’aggressione imminente. E così, con lo scoppio dell’ennesimo conflitto – il nono della seconda era Trump, alla faccia del Nobel per la pace – non sono mancati i proclami in perfetto stile trumpiano, senza filtri, senza giri di parole, come piace a questa destra Maga, estrema, violenta e arrogante. Si gioca cioè a carte scoperte: per il “cambio di regime”.
Che fosse questo l’obiettivo non sorprende nessuno. Sorprende invece la fragilità della versione ufficiale: l’Iran come minaccia nucleare da neutralizzare a ogni costo. Una narrazione che non convince nessuno, soprattutto dopo le “prove generali” nel giugno dell’anno scorso, quando i principali siti militari e nucleari iraniani – Fordow, Natanz, Isfahan – furono bombardati e messi fuori uso, decretando di fatto un knock-out tecnico.
Ma ecco che, uscita dalla porta, oggi la guerra rientra dalla finestra con la versione colpevolista: “Ve l’avevamo detto, ma avete voluto fare di testa vostra”. È esattamente questa la narrazione che passa e buca lo schermo. O almeno, la narrazione che vanno raccontando i due compari, Trump e Netanyahu, sempre più uniti nel destino di autocrati spregiudicati, seppur ancora formalmente in veste democratica.

In tutto ciò, i grandi assenti – come sempre – sono gli europei. Non avvertiti prima, e forse neanche dopo l’attacco. Con le solite scene da avanspettacolo riservate al nostro governo, suo malgrado protagonista con il ministro Crosetto in un rocambolesco rientro dal teatro di guerra, bizzarro quanto ridicolo nei modi e nelle comunicazioni ufficiali. D’altronde Tajani e Crosetto, alias Gianni e Pinotto, quando ci si mettono, riescono sempre a regalare grandi emozioni. Ma bisogna ammettere che anche nel resto dell’Europa che conta non va meglio: lì, da tempo, con Trump in campo non si riesce più a toccare palla. Mentre c’è da notare che il premier britannico Starmer, sembra impegnato in una gara a distanza con Meloni per aggiudicarsi il ruolo di “ruota di scorta” di Washington; stavolta bruciando la premier italiana sul tempo e affrettandosi a dare l’ok all’utilizzo delle basi britanniche in Medio Oriente.
Nel contempo, da Bruxelles – così come dalle principali cancellerie continentali – filtra tutto il malumore per l’ennesimo atto di hybris, di tracotanza, compiuto dagli Stati Uniti senza neppure il tentativo di un minimo cappello di diritto internazionale.
Trump – che ormai va chiamato per quello che è: un pericoloso autocrate che quotidianamente fa a fettine una delle democrazie più antiche del mondo – è riuscito persino a mettere quasi tutti d’accordo nel disprezzo verso la sua persona. E così, quando perfino Putin, decano honoris causa di autocrazia, arriva ad accusarlo di aver aggredito arbitrariamente uno Stato sovrano, si sfiora francamente il grottesco. Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Quel Putin che appena quattro anni fa ha fatto esattamente la stessa cosa invadendo l’Ucraina. Tutto ciò dà l’esatta misura del grado di allucinazione con cui questi autocrati globali stanno provando – ognuno a proprio modo e sempre in maniera tirannica – a riscrivere la narrazione secondo le linee guida della loro propaganda.

No, l’aggressione di Trump al regime – sanguinario e dittatoriale – degli ayatollah non è una buona notizia per nessuno. Non lo è per i civili iraniani, che pagheranno il prezzo più alto. Hanno cominciato a pagarlo, fin dal primo giorno, quando per “errore” un missile ha centrato in pieno una scuola elementare a Minab, uccidendo 148 persone, fra cui la maggior parte bambine e ragazze. Non lo è per la stabilità regionale, già compromessa dalla reazione scomposta dei pasdaran, i “guardiani della rivoluzione”, che nelle 48 ore successive all’attacco congiunto israelo-americano, hanno colpito all’impazzata: Emirati, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Kuwait, fino a lambire una base britannica a Cipro. Non lo è per la finanza globale, con le borse in fibrillazione e il prezzo del greggio in salita dopo il blocco dello stretto di Hormuz. E nemmeno per Russia e Cina, entrambe legate all’Iran da rapporti economici e militari. E – in ultima analisi – non lo è per gli stessi Stati Uniti, che al loro interno hanno una vasta minoranza musulmana che potrebbe diventare un fattore di instabilità pericolosissimo.
E allora, cui prodest? A chi conviene tutto ciò? Certamente a Israele e al suo presidente Netanyahu che, da tempo immemore, è alle prese con una guerra permanente. Ad esempio, sembra che Israele non aspettasse altro che un pretesto per riprendere a colpire il Libano, casa degli Hezbollah sciiti, alleati degli ayatollah iraniani.
L’impressione è che per Netanyahu questo sia davvero il momento del rischia tutto, in cui tutto può accadere. Dopo aver raso al suolo Gaza, ora accarezza apertamente il sogno della “Grande Israele”, finalmente – nella sua visione – libera dall’impiccio arabo. Ma prima dovrà superare l’esame più duro: sbarazzarsi del suo nemico giurato, l’Iran degli ayatollah. E c’è da scommettere che questo nuovo arrembaggio finirà per tradursi anche in un ulteriore avanzamento dei coloni in Cisgiordania.
Come diceva Mao Zedong, alle prese con le mille anime della Cina del tempo: “Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.” Una massima che sembra cucirsi perfettamente a quanto si sta delineando oggi in Medio Oriente. E che il duo Netanyahu-Trump ha fatto propria. Nell’incertezza in cui l’intera regione è precipitata, una sola cosa appare certa: Israele, forte del fratello maggiore americano, dà tutta l’idea di voler passare all’incasso. Mentre i Paesi arabi – compresi gli Emirati del Golfo e l’Arabia Saudita, che negli ultimi anni hanno lavorato invece per una regione stabile – si ritrovano trascinati a forza in un conflitto che nessuno di loro voleva. Nessuno, tranne Trump e Netanyahu.
Resta ora da fare i conti con due cose: lo Stato profondo iraniano, orgoglioso della propria indipendenza, storia e cultura, che – questa è l’impressione – venderà cara la pelle; e il sistema di intelligence militare che Pechino e, perché no, anche Mosca potrebbero aver già messo a disposizione dei loro “amici” iraniani.
Resta da capire quanto costerà al mondo questo “regime change” deciso a tavolino. Senza contare – per essere chiari – che ci siamo già incanalati sulla traiettoria di una terza guerra mondiale sotto mentite spoglie, anche se forse non ce ne siamo ancora accorti.

“Oggi otteniamo un importante risultato per la comunità sammaritana e la provincia di Caserta: entro la fine di maggio, nei locali dell’ex pronto soccorso del Melorio, prenderà avvio un presidio di primo intervento attivo 24 ore su 24, affiancato da ambulatori di cure primarie, consulenze specialistiche ospedaliere, un servizio di continuità assistenziale, il supporto del 118, oltre al rafforzamento dei servizi di laboratorio analisi e radiologia”, dichiara il consigliere Raffaele Aveta.
“Si tratta di un modello sperimentale e innovativo di integrazione ospedale-territorio, pensato per offrire risposte immediate ai cittadini e rafforzare la presa in carico, con ricadute positive sull’intero sistema provinciale. Il presidio di primo intervento consentirà di intercettare in modo appropriato i codici bianchi e verdi, riducendo le attese e garantendo un accesso rapido alle cure. Questo intervento – continua Aveta – è a beneficio non solo di Santa Maria Capua Vetere, ma di un bacino di utenza che coinvolge circa 120 mila cittadini e contribuirà ad alleggerire la pressione sui pronto soccorso di Caserta, Aversa, Marcianise e Castel Volturno. Resta fermo l’impegno supplementare di continuare a lavorare per il pieno rilancio del presidio ospedaliero”.
“La sanità casertana merita scelte strutturali, programmazione seria e azioni concrete, con l’obiettivo di restituire dignità a tutti i presìdi ospedalieri e garantire il diritto alla salute a tutti i cittadini della provincia di Caserta, sia nelle zone urbane che nelle aree interne. Il rilancio del Melorio – conclude Aveta – si colloca a pieno titolo nella linea tracciata dal presidente Roberto Fico, per una sanità finalmente vicina ai cittadini”.

(ANSA) – Gli inquinanti ‘eterni’, i noti prodotti PFAS, nonche’ altri composti chimici creati e messi in circolazione dalle industrie piu’ di recente, appaiono accelerare l’ invecchiamento degli uomini. Mentre effetti simili non sono stati osservati nelle donne. In particolare, a mostrare un’ eta’ ‘epigenetica’ piu’ avanzata, sarebbero i maschi tra i 50 ed i 60 anni, con forte presenza di queste sostanze perfluoroalchiliche e poifluoroalchiliche nel sangue.
Lo rivela un nuovo studio pubblicato sulla rivista specializzata ‘Frontiers in aging’ a firma di Xiangwei Li, professore di epidemiologia alla ‘Shanghai Jiao Tong University’: “Negli uomini piu’ giovani o in quelli over 65 questa associazione non era statisticamente significativa e nelle donne il legame tra invecchiamento e pfas e’ risultato piu’ tenue e meno diffuso”, ha osservato il ricercatore. L’indagine e’ stata condotta su circa 350 partecipanti alla ‘US National Health and Nutrition Examination Survey’ dal Duemila.
L’invecchiamento epigenetico rivela, tramite l’analisi di vari indicatori, l’eta’ reale, biologica dell’organismo, che spesso non corrisponde a quella cronologica. L’esposizione agli Pfas e ai Pfna appare quindi avere effetti negativi specifici sul sesso maschile. Tra questi figurano: danni al sistema endocrino, al metabolismo, all’umore, alle capacita’ riproduttive, alla qualita’ dello sperma. Mutazioni che aumentano di conseguenze i rischi di tumori e altre malattie.
Gli studiosi ipotizzano che le donne eliminino naturalmente parte di questi composti con le gravidanze e i cicli mestruali.Il rapporto mette anche in evidenza i pericoli di nuovi composti immessi in circolazione piu’ recentemente, proprio a fronte della messa al bando di vari PFAS negli ultimi anni.
Durante l’attacco all’Iran, sono rimasti bloccati a Dubai la cantante Big Mama, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto e l’attrice Luisa Corna. Ma nonostante i missili intercettati, l’emirato non si ferma: business e lusso continuano

(Michele Masneri – ilfoglio.it) – Che ci fanno Big Mama, Crosetto, il prefetto di Roma e Luisa Corna a Dubai? Sembra una barzelletta del tipo c’erano un tedesco, un italiano, un inglese… Certo, Luisa Corna, mai al posto giusto nel momento giusto. E soprattutto, uno si chiede sempre: ma che ci andrà a fare un turista, italiano o non italiano, a Dubai? Poi però, una volta lì, ci si ricrede, a meno di non avere un minimo di senso dell’umorismo, di osservazione, del mondo. E così tutti lì, ministri, influencer, cantanti. Ma, facendo un po’ di indagini, nell’emirato simbolo del cafonal “cap’e pezza”, un regno briatorizzato, si sta benissimo, business as usual, anzi di più. “C’è molto meno traffico che di solito”, mi dice Benedetta Paravia, italiana lì da molti anni, che organizza anche un festival di cinema. “Certo, i missili li abbiamo sentiti, ma sono stati intercettati”. Tranne un paio, uno finito sull’hotel Fairmont sulla celebre isola artificiale a forma di palma, e uno su un altro simbolo immobiliare dell’emirato, il Burj Al-Arab, albergone a sette stelle fatto a forma di vela azzurra nel quartiere di Jumeirah, da non confondere col Burj Khalifa, quello altissimissimo, che sembra il disegno del grattacielo dei sogni di Frank Lloyd Wright, e svetta sui record coi suoi 829 metri. Sono tutti rimasti aperti e funzionanti. E per far capire bene (anche agli italiani) che è tutto come sempre, l’Emirato o chi per esso ieri ha comprato non una ma due pagine di pubblicità sul Corriere, senza spiegazioni, né niente, solo una bella foto dell’albergone a forma di vela. E gli italiani? “Il governo consiglia di non stare vicini alle finestre, e chi ha case con terrazze o con vetrate dorme in corridoio”, dice Paravia. “Oppure in garage, il garage è perfetto”. Ristoranti come il “Chic Nonna” sono stati chiusi sabato, ma chi aveva organizzato lì dei festeggiamenti li ha continuati a casa, lontano dalle finestre beninteso. Tutto funziona, le spiagge, come la Dubai Pearl, o il Nikki Beach, sono aperte, pure di notte – una trovata recente incoraggiata dal governo contro il caldo, il bagno notturno – e i residenti sono anche contenti di vederle meno affollate. Che poi l’attacco sia arrivato durante il mese di ramadan, cioè mese della pace e della gioia, è una bella ironia. Bloccati da un insolito drone nell’azzurro mare di Dubai. A chi è rimasto bloccato nel favoloso aeroporto, vicinissimo alla città (un quarto d’ora, al netto dei consueti ingorghi), il governo paga vitto e alloggio per tutto il tempo che servirà. Che poi: ramadan. Dubai dei sette emirati è il più libertino, si magna e si beve a tutte le ore, e può capitare la coppia francese (ci sono molti francesi ultimamente) o inglese che gozzoviglia nello stesso ristorante mentre accanto altri rispettosi bevono solo un bicchier d’acqua.
Dev’essere per questo che è il preferito oltre che da seri imprenditori anche da turisti fai da te e escort russe e cafonalisti vari (per chi vuole un emirato penitenziale c’è quello di Sharjah, il più povero dei sette, ha finito petrolio e soldi tanti anni fa, è tutto rimasto agli anni Novanta, lo sceicco è poeta e la figlia sveglia ha trasformato l’emirato in una sorta di Alcova – il format milanese che presenta il design più ganzo tra le rovine – e fa una Biennale scicchissima, amata da Rem Koolhaas). Ma a Dubai, più che biennali, tanti ricchi e aspiranti ricchi, criptovalutisti e AIsti e pure affittatori di Lamborghini per il tempo di un reel (come si faceva a Desenzano negli anni Ottanta, prima di Internet, solo per fare colpo sulle ragazze), solo che qui poi a sbattere e vengono incarcerati. Basta aprire TikTok in questi giorni e spuntano i più improbabili influencer, anzi pardon “creator”, francesi inglesi e anche di Verona, che spiegano la geopolitica locale e mondiale, dopo qualche reel sulle creme di bellezza, o magari sul cioccolato di Dubai, un’altra invenzione recente del geniale emirato. Il cioccolato di Dubai sono barrettone composte da poco cioccolato e molto altro, soprattutto crema di pistacchio, o pasta fillo, o crema al tè verde, o tahina, pasta di semi di sesamo tostati e macinati. La startup che l’ha inventato solo 5 anni fa si chiama Fix (“freakin’ incredible ‘xperience”) grazie alla giovane anglo-egiziana (ma emiratina per elezione) Sarah Hamouda, ed è un simbolo del nuovo soft power di Dubai. Ogni barretta è fatta a mano e dipinta in diversi colori, accompagnata da giochi di parole burloni tipo Esselunga (“Catch me if pecan”), ha sbalzi speculativi peggio delle criptovalute (17 euro prezzo ufficiale della barrettona, ma online può arrivare fino a 50), e grazie alla sua instagrammabilità è diventata un caso mondiale, tanto che in Gran Bretagna se ne possono comprare al massimo due a testa, e a Milano è introvabile. La Lindt ha lanciato la sua versione, Aldi e Lidl quella low cost, ma gli Emirati hanno fatto causa. In Italia ormai ci sono gelati a questo sapore, e la Maina fa pure un panettone al gusto cioccolato di Dubai. E forse uno “shortage” di Dubai Chocolate sarebbe una conseguenza più sentita a livello mondiale di quello del petrolio e del gas.
Altre conseguenze meno prevedibili sulle classi medioalte dell’attacco americano all’Iran sono anche lo shortage di filippini. Philippine Airlines, che fa scalo su quell’aeroporto, ha bloccato infatti tutti i voli, proprio in un periodo in cui i cittadini e le cittadine di quello Stato vanno in vacanza, tornando nella madrepatria, compresi molti collaboratori domestici, per cui tra Milano e Roma sono molte le sciure in apprensione, rimaste “senza servizio”, col loro Nelson e la loro Loreta bloccati. Altra categoria italiana a rischio i balneari, per una volta non privilegiati detentori di business castale bensì vacanzieri fuori stagione, che spesso svernano in Tailandia, facendo scalo sempre a Dubai (alcuni pure in Kenya, con alcune compagnie come Kenya Airlines che fanno scalo lì e fino a ieri erano in attesa degli eventi). Forse questa nuova guerra, lampo o non lampo, sarà però uno spottone inintenzionale a Dubai, perché chi ci passa, per sbaglio, ci torna, o ci rimane, come durante il Covid, quando era uno dei pochi posti rimasti aperti, e c’erano vaccini facili, ricordate quegli che andavano a Dubai col pacchetto completo volo, pernotto, Pfizer (tipo in Turchia per il trapianto di capelli più grande moschea e bazar). Ma se in Turchia il ciuffo è economy, tutto a Dubai è business class, volendo: puoi vivere una vita stile Emirates senza mai incrociare un povero, partendo da un visto di ingresso preferenziale, una vita foderata di ottone, marmi scuri lucidi, pelle e similpelle, caviale e champagne, sguardi reverenziali di sudestasiatici. Il paradiso per qualcuno, l’inferno per altri. Però qualcuno è rimasto, in questo posto futuribile che non sarà la Toscana o la California ma ha zero reati, zero tasse, molta aria condizionata, anche se non si vota (ma tanto non va a votare più nessuno manco qua) e un parlamento solo simbolico (proprio come qua). E però a differenza di qua appunto non si paga il sessanta per cento di tasse. E, proseguendo coi confronti improbabili, racconta un altro italiano di stanza a Dubai, i rider emiratini sono i veri eroi della guerra lampo o non lampo, che consegnano pure con cinquanta gradi e adesso pure sotto le bombe. Da non confondere, i rider, coi ruler, cioè i regnanti, come li chiamano qua, regnanti 2.0, un po’ Ceo di questo stato postmoderno e distopico e a modo suo fascinoso, insomma la famiglia Al-Maktoum. Tra i rider, si diceva, ci sono le globali Deliveroo e Uber Eats, e la locale Careem, e basta girare per il centro per vedere enormi centrali di smistamento dove sciami di questi lavoratori – tutti asiatici, o africani – vengono “ricaricati” delle mercanzie che poi trasportano sulle loro motorette nere in tutta la città, senza sindacati e senza interrompere mai il servizio neppure sabato sotto i missili (ma con avvertenza agli utenti che le consegne avrebbero potuto rallentare). Speriamo prendano laute mance (in Italia i rider verranno invece presto messi fuorilegge, perché sono schiavizzati, con la conseguenza che sicuramente andranno a fare lavori come notai e direttori di banca). I più paurosi dei turisti e residenti, invece, o chi non vuole dormire in corridoio, in questi giorni scappa: verso il confine con l’Oman, oppure nelle campagne come Hatta, località turistica a 130 km dal centro di Dubai con montagna, un lago artificiale, tutti i tipi di sport possibili, soprattutto la bicicletta, ciclabili e strade per mountain bike, e glamping come a Capalbio. Ma lo sai che alla fine questa Dubai, come direbbe Nanni Moretti, alla fine questa Dubai non è mica male, pure sotto le bombe?

(ANSA) – Con la decisione di venerdì di autorizzare la guerra contro l’Iran, “Trump sta correndo la più grande scommessa della sua presidenza, mettendo a repentaglio la vita dei soldati americani, ulteriori morti e instabilità nella regione più instabile del mondo, nonché la sua stessa posizione politica”.
Lo scrive il New York Times sottolineando che il tycoon “rischia la presidenza” con “l’aumento delle vittime, l’aumento dei prezzi del petrolio e l’espansione della guerra in tutta la regione”.
“Sei militari americani sono stati uccisi e alcuni jet militari statunitensi sono stati abbattuti. Gli investitori si stanno preparando alle turbolenze del mercato, temendo una prolungata interruzione delle forniture di petrolio.
Il presidente Trump – ricorda il media americano – afferma che la campagna militare contro l’Iran potrebbe protrarsi per settimane, e il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato lunedì che ‘i colpi più duri devono ancora arrivare dall’esercito statunitense’.
“Il signor Trump, di fronte al calo dei consensi e alla possibilità che i repubblicani perdano il controllo del Congresso alle elezioni di medio termine, ha gettato gli Stati Uniti in quello che si preannuncia come il conflitto militare più esteso dall’invasione dell’Iraq del 2003”, sottolinea il Nyt.
TRUMP, ‘SIAMO PIENI DI MUNIZIONI, POSSIAMO FAR GUERRA PER SEMPRE’

(ANSA) – “Le scorte di munizioni degli Stati Uniti, di livello medio e medio-alto, non sono mai state così elevate o migliori. Come mi è stato detto oggi, abbiamo una scorta praticamente illimitata di queste armi”.
Lo scrive su Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. “Le guerre possono essere combattute ‘per sempre’, e con grande successo, usando solo queste scorte, che sono migliori delle migliori armi di altri paesi! aggiunge Trump – Al massimo livello, abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vorremmo essere. Molte altre armi di alta qualità sono immagazzinate per noi nei paesi periferici”.
TRUMP, ‘ARMI TOP? BIDEN LE DAVA GRATIS A BARNUM-ZELENSKY’
(ANSA) – Rispetto alle armi di altissimo livello “abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vorremmo essere. Il sonnolento Joe Biden ha speso tutto il suo tempo e i soldi del nostro Paese, dando tutto a P.T. Barnum (Zelensky!) dell’Ucraina, per centinaia di miliardi di dollari, e mentre ha regalato così tanta merce della migliore qualità (gratis!), non si è preoccupato di sostituirla”.
Così su Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Barnum è stato il più famoso imprenditore circense degli Stati Uniti. “Fortunatamente – dice ancora – ho ricostruito l’esercito durante il mio primo mandato e continuo a farlo. Gli Stati Uniti sono riforniti e pronti a vincere, alla grande!!!”.
TRUMP CONTRO I DEM, ‘SULL’IRAN SI LAMENTANO SOLO PERCHÉ L’HO FATTO IO’
(ANSA) – Donald Trump replica su Truth alle critiche sugli attacchi all’Iran in corso con Israele. “I Democratici di Sinistra Radicale, un partito che ha completamente perso la bussola, si lamentano amaramente dell’attacco, necessario e importante, degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Ciò che la maggior parte delle persone capisce è che si lamentano solo perché l’ho fatto e, se non l’avessi fatto, urlerebbero: “Perché Trump non ha attaccato l’Iran? Dovrebbe farlo, immeditamente?”.
Pertanto, ha aggiunto il tycoon in un post, “non c’è niente di sorprendente in questo! Sono le stesse persone che l’altra sera al Discorso sullo Stato dell’Unione non avrebbero sopportato nessuno, nemmeno una madre che ha perso la sua bellissima figlia a causa di un immigrato clandestino, un grande e coraggioso pilota di elicottero, che ha ricevuto la Medaglia d’Onore del Congresso, o un veterano centenario il cui coraggio è leggendario! Il fatto è che, qualunque cosa io faccia, loro saranno dalla parte opposta”. Quindi, ha accusato Trump, “queste persone sono malate, pazzesche e dementi, ma l’America, nonostante tutto, ora è più grande, migliore e più forte che mai. Rendiamo l’America di nuovo grande”.
Beirut, Teheran, Doha: tre fronti, un solo conflitto

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il punto non è più il singolo bombardamento, il singolo raid, il singolo nome eccellente caduto sotto i colpi. Il punto è che il Medio Oriente è entrato in una fase in cui ciò che fino a ieri appariva diviso in teatri distinti oggi si salda in un’unica crisi strategica. Beirut, Teheran, il Qatar, il Golfo, il Levante: tutto comincia a rispondere alla stessa logica. La guerra non resta più confinata nel luogo in cui esplode. Si propaga per onde successive, colpisce la catena politico-militare degli avversari, travolge i mercati energetici, costringe gli attori regionali a ridefinire posizione, rischi e priorità.
Il bombardamento israeliano su Beirut nella notte tra il primo e il 2 marzo va letto esattamente in questa chiave. In superficie, la sequenza è quella di una rappresaglia: Hezbollah colpisce nei pressi di Haifa con razzi e droni, Israele risponde con raid sulla periferia meridionale della capitale libanese, sul Sud del Libano e nella Valle della Bekaa. Ma chi si ferma a questo livello vede solo la cronaca tattica e perde la sostanza politica. La realtà è che il fronte libanese, rimasto formalmente sotto il logoro ombrello del cessate il fuoco del novembre 2024, è rientrato a pieno titolo dentro la guerra regionale apertasi con l’uccisione di Ali Khamenei e con l’operazione israelo-americana contro l’Iran.
Hezbollah non ha presentato il proprio attacco come un semplice gesto militare, ma come una rappresaglia per l’eliminazione della Guida Suprema iraniana e come un atto di difesa del Libano. Israele, da parte sua, ha reagito rilanciando la propria dottrina: colpire in profondità, con rapidità e intensità, per ristabilire la deterrenza e impedire che il fronte settentrionale torni a essere uno spazio di pressione continua. Ma né Hezbollah né Israele stanno parlando solo al Libano. Il primo deve dimostrare che l’asse sciita non è rimasto paralizzato dopo il colpo subito da Teheran. Il secondo deve dimostrare che la libertà d’azione dell’asse anti-iraniano resta intatta anche mentre il conflitto si allarga.
Dahiya come messaggio politico
La scelta di colpire Dahiya non è una semplice scelta di bersaglio. Dahiya non è solo una roccaforte di Hezbollah: è il simbolo politico, sociale e psicologico della sua presenza nella capitale. Colpirla significa toccare il centro nervoso del movimento sciita, mandare un messaggio alla sua catena di comando, alla sua base e, indirettamente, a tutto il Libano. Non è soltanto un attacco a infrastrutture o uomini: è un attacco alla rappresentazione stessa del potere di Hezbollah nel cuore di Beirut.
L’estensione dei bombardamenti al Sud del Libano e alla Bekaa conferma che Israele non intende limitarsi alla rappresaglia puntuale. Vuole allargare il raggio della pressione lungo tutta la profondità operativa del movimento, costringerlo a consumare risorse, spingerlo verso una scelta scomoda: reagire rischiando la guerra totale oppure contenersi e apparire indebolito davanti al proprio campo politico-militare. Sul piano strettamente militare, Israele prova così a riprendere la superiorità di iniziativa: ordini di evacuazione, colpi su figure considerate di alto livello, pressione simultanea su più aree, combinazione di disarticolazione tattica e intimidazione strategica.
Hezbollah, però, non ha risposto in modo improvvisato. L’uso congiunto di razzi e droni contro una base vicino Haifa indica che il movimento conserva capacità offensive e, soprattutto, la volontà di riaprire il fronte nel momento in cui ritiene superata la soglia politica della sopportazione. La morte di Khamenei, in questo quadro, non è solo un fatto iraniano. È un evento che obbliga l’intero asse sciita a ridefinire la propria postura e a dimostrare di non aver perso capacità di risposta.
Il Libano tra impotenza statale e guerra importata
La reazione del premier Nawaf Salam dice molto più di quanto sembri. La sua condanna dell’azione di Hezbollah, definita irresponsabile e pericolosa, mostra il dramma di uno Stato che non controlla pienamente il monopolio della forza. Beirut prende le distanze, denuncia il rischio, cerca di rassicurare cittadini e interlocutori internazionali. Ma non possiede gli strumenti per imporre davvero una linea alternativa al principale attore armato del Paese.
Ed è questo il nodo strutturale libanese. Hezbollah non è una milizia esterna al sistema: è una forza politico-militare radicata, con una sua rete territoriale, sociale e logistica. Il decreto di disarmo emesso lo scorso anno è rimasto sostanzialmente lettera morta proprio perché lo Stato non ha la forza necessaria per tradurre una decisione formale in una realtà concreta. Il risultato è un Libano a sovranità incompleta, in cui il governo incarna la legittimità internazionale, ma non il pieno controllo della sicurezza.
In queste condizioni, ogni scambio di colpi con Israele produce una doppia destabilizzazione: militare sul confine e politica all’interno. Le fughe notturne da Beirut, le strade congestionate, il panico civile ricordano che il primo costo dell’escalation viene pagato, come sempre, dalla popolazione libanese. Ma il vero rischio è un altro: non il singolo raid, bensì la dinamica cumulativa. Ogni rappresaglia aumenta la pressione a rispondere. Ogni colpo contro quadri di vertice e infrastrutture sensibili alza il prezzo della moderazione. Così la deterrenza smette di contenere e si trasforma in spirale di logoramento.
Israele conserva una superiorità aerea e una capacità di colpire in profondità nettamente superiori. Ma Hezbollah mantiene una struttura dispersa, ridondante, adattata alla guerra asimmetrica. Questo significa che la superiorità tecnologica non garantisce affatto una chiusura rapida del fronte. Il vero pericolo è il trascinamento: non una guerra totale dichiarata in un solo istante, ma una progressiva estensione degli scambi fino a rendere inevitabile un conflitto più ampio. In un Medio Oriente già scosso dalla crisi iraniana, il fronte libanese rischia di diventare il moltiplicatore di instabilità più immediato.
Ahmadinejad, il simbolo colpito
Dentro questa nuova guerra si inserisce anche la morte di Mahmoud Ahmadinejad, uno dei nomi più riconoscibili della lunga stagione di sfida iraniana a Israele e all’Occidente. La sua uccisione nei raid che dal 28 febbraio martellano Teheran e altre città iraniane aggiunge un’altra figura di peso all’elenco delle vittime eccellenti. Ma il significato della sua morte non va cercato nel potere reale che ancora esercitava, perché quel potere da tempo si era consumato. Va cercato piuttosto nel valore simbolico della sua parabola.
Ahmadinejad era stato per anni l’incarnazione di un certo Iran: l’uomo delle origini umili, il prodotto ideale della Repubblica islamica, il presidente populista e intransigente, il nemico dichiarato di Israele, il volto più aggressivo della sfida ideologica di Teheran. La sua ascesa passò dalla guerra Iran-Iraq, dove servì vicino ai Basiji, all’amministrazione locale, alla sindacatura di Teheran nel 2003, fino alla presidenza nel 2005, costruita con il favore di Khamenei. La Guida Suprema vedeva in lui un uomo utile, un esecutore, una figura apparentemente innocua da contrapporre tanto ai conservatori pragmatici quanto al riformismo erede degli anni di Khatami.
Condivideva con Khamenei l’origine modesta, che nel suo caso divenne il vessillo di una proposta politica basata sulla retorica dell’uomo del popolo. Non amava definirsi populista, ma la sua immagine era costruita esattamente su quel terreno: abiti sobri, tono diretto, promesse di giustizia sociale, stipendi più alti per insegnanti e funzionari, esposizione pubblica di uno stile di vita semplice e piccolo-borghese. La sua vittoria politica nacque anche così: dividendo i riformatori, neutralizzandoli e presentandosi come interprete autentico della società profonda.
La sua presidenza, dal 2005 al 2013, alternò consenso iniziale, fondato su sussidi e redistribuzione delle rendite petrolifere, e crescente aggressività in politica estera. Sfidò apertamente gli Stati Uniti e soprattutto Israele, auspicandone la scomparsa, spingendo la retorica fino alla negazione dell’Olocausto. Sul piano interno, la sua parabola divenne autoritaria nel 2009, quando la contestata rielezione e le accuse di brogli accesero il Movimento Verde. La risposta fu durissima e segnò una frattura profonda tra parte della società civile e l’establishment.
Sul piano esterno, invece, la sua linea dura sul programma atomico contribuì all’inasprimento delle sanzioni contro la Repubblica islamica, salvo aprire in seguito spazi tattici di dialogo, come il messaggio inviato a Barack Obama dopo la sua vittoria elettorale e la disponibilità dichiarata a un confronto nel rispetto reciproco. Fu anche il primo presidente iraniano a visitare l’Iraq dopo la rivoluzione, altro segnale della proiezione regionale che Teheran stava costruendo.
Dopo il secondo mandato, Ahmadinejad tentò più volte di rientrare in scena, cercando inutilmente di ricandidarsi. Ma Khamenei, che lo aveva sostenuto agli inizi e protetto nel momento più duro dopo il 2009, non gli perdonò gli smacchi e le ambizioni degli anni successivi. Ahmadinejad finì così per trasformarsi da “figlio prediletto” a figura scomoda, marginale, sostanzialmente ripudiata ma incapace di arrendersi davvero. Ecco perché la sua morte pesa soprattutto sul piano del simbolo: colpisce un uomo che per un decennio aveva incarnato la fase più ideologica e aggressiva della Repubblica islamica, anche se da tempo non ne dirigeva più i centri decisionali.
La guerra che arriva ai mercati del gas
Ma questa guerra non si limita a colpire capitali, reti militari e simboli politici. Colpisce anche il cuore dell’economia energetica globale. La sospensione della produzione di gas naturale liquefatto da parte di QatarEnergy a Ras Laffan, l’hub più strategico del mercato mondiale del gas che viaggia via nave, è forse il segnale più eloquente di quanto il conflitto stia già uscendo dal campo militare per entrare in quello geoeconomico. Se si ferma Ras Laffan, e con esso Mesaieed, non si blocca solo un impianto: si incrina una quota enorme dell’equilibrio del mercato globale del gas.
Secondo quanto riportato, i due terminal contribuiscono insieme a circa un quinto dell’offerta mondiale di gas naturale liquefatto. L’impatto si è visto immediatamente sui mercati: il prezzo del gas naturale alla borsa di Amsterdam, il Ttf, ha accelerato violentemente, passando in breve da un rialzo del 22 per cento a uno del 45 per cento nelle valutazioni infra-giornaliere. Non è una semplice oscillazione speculativa. È il segnale che gli operatori stanno prezzando uno shock reale e di grande ampiezza.
QatarEnergy non è un attore qualsiasi: dal sistema qatariota dipende tra il 12 e il 14 per cento circa delle forniture europee di gas naturale liquefatto, e una quota rilevante, seppure inferiore, del gas complessivo acquistato dall’Italia. Questo significa che la crisi militare aperta dal 28 febbraio, con i droni iraniani che colpiscono il territorio del Qatar nel quadro della risposta all’operazione congiunta israelo-americana, non minaccia solo il Golfo. Minaccia direttamente la tenuta energetica dell’Europa e, con essa, i suoi costi industriali, la sua competitività e la sua già fragile sicurezza economica.
L’Europa e il ritorno della vulnerabilità energetica
L’Italia, in particolare, è esposta più di quanto la politica spesso ammetta. L’industria energetica italiana è presente in Qatar, e non in modo marginale. Da Ras Laffan, QatarEnergy ed Eni hanno previsto già nel 2023 di inviare, a partire da quest’anno, un milione di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno estratte dal giacimento North Field East attraverso una cooperazione di lungo periodo, con un accordo da ventisette anni. Non è un dettaglio tecnico: è la prova che il legame tra il sistema energetico italiano e il Qatar è strutturale, non occasionale.
Se questo flusso viene interrotto o rallentato da una chiusura imposta dalla guerra, il problema non riguarda soltanto le quotazioni. Riguarda la strategia energetica europea costruita negli ultimi anni per sostituire la dipendenza dal gas russo con un maggiore ricorso al gas via nave. E qui appare tutta la contraddizione del momento: un continente che ha cercato di sottrarsi a una dipendenza si ritrova ora esposto a un’altra vulnerabilità, potenzialmente costretto a comprare quote maggiori dagli Stati Uniti per compensare l’eventuale mancanza del gas qatariota.
Il conflitto tra Usa e Israele da un lato e Iran dall’altro rischia quindi di produrre, oltre allo shock militare, un effetto collaterale di enorme portata: consolidare ancora di più il ruolo energetico americano sul mercato europeo, mentre l’Europa paga il costo dell’instabilità. Ed è un costo che cade su economie già in affanno, su un apparato produttivo sotto pressione e su una base industriale che da tempo soffre energia cara, incertezza e rallentamento.
Una sola guerra, più livelli di crisi
Se si mettono insieme questi tre piani — il ritorno della guerra in Libano, la morte simbolicamente pesante di Ahmadinejad, lo shock energetico partito dal Qatar — emerge un quadro molto più chiaro e molto più inquietante. Non siamo davanti a episodi separati. Siamo davanti alla saldatura di una crisi unica che si muove contemporaneamente su tre livelli.
Il primo è quello militare: Israele allarga il conflitto, Hezbollah rientra nello scontro, l’Iran risponde, il fronte regionale si moltiplica. Il secondo è quello politico-simbolico: vengono colpite figure che, anche quando non contano più nei centri decisionali, rappresentano capitoli interi della storia del potere iraniano. Il terzo è quello geoeconomico: la guerra entra nei terminal del gas, nei prezzi, nelle forniture, nella vulnerabilità energetica europea.
Ed è proprio qui il punto decisivo. Il Medio Oriente non sta solo vivendo un’escalation. Sta entrando in una fase in cui la guerra locale non è più locale, il danno politico non è più separabile da quello economico e la crisi di sicurezza si trasforma immediatamente in crisi energetica e industriale. Se Beirut brucia, Teheran perde i suoi simboli e Doha rallenta il suo gas, allora significa che il conflitto ha già superato il livello della rappresaglia e si è trasformato in un meccanismo di destabilizzazione regionale estesa.
Il prezzo della nuova fase
La tregua libanese del 2024 appare ormai superata dai fatti. L’Iran perde figure di alto profilo, anche se non tutte strategicamente decisive. Il Qatar, nodo vitale del gas mondiale, viene investito direttamente dalla guerra. Tutto questo dice una sola cosa: il Medio Oriente sta entrando in una stagione in cui la deterrenza sarà più fragile, la politica più debole e il costo della sicurezza molto più alto.
Più alto per i Paesi che combattono, naturalmente. Ma anche, e forse soprattutto, per quelli che si illudono di restarne ai margini. L’Europa è tra questi. Perché ogni volta che il Levante e il Golfo rientrano in una fase di guerra aperta, il Mediterraneo orientale, i traffici marittimi, i mercati energetici e la struttura industriale del continente entrano a loro volta in una nuova zona di rischio.
Il punto finale, allora, è semplice: questa non è più una serie di crisi parallele. È una sola guerra che parla linguaggi diversi — missili, simboli, gas — ma produce un unico risultato. Allargare il disordine, ridurre lo spazio della politica e far salire per tutti il prezzo della sopravvivenza strategica.

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Occorre parlarne? Proprio ora, mentre l’industria della distruzione distribuisce senza risparmio i suoi gadget apocalittici nel Vicino Oriente allargato, ahimè, allargatissimo? Sì. perché un più vasto girone degli Inferi è già pronto: cosa direste se scopriste che esiste già un altro possibile Iran, non con materiale inerte, perennemente sulla catena di montaggio, temibile soltanto in potenza, ma con atomiche vere, e i missili per portarle al bersaglio? È il Pakistan. Immaginate: al potere a Islamabad un mullah Omar, un talebano con il bottone dell’apocalisse… Possibile. Il prossimo micidiale capitolo di questo Nuovo Disordine mondiale ispirato da un diffuso stato d’animo da repulisti, da facciamola finita.
La geografia di avventurieri omicidi si globalizza purtroppo secondo un inesorabile pavlovismo. Lavora come un rullo compressore, senza distinguere. Non si tien conto che le nostre guerre “preventive’’possono far esplodere per l’ennesima volta la forza d’urto del jihad nelle terre dove non c’è per le masse separazione tra cielo e terra e si passa santamente dall’esecuzione dell’apostata all’assassinio del miscredente. Dove la demarcazione tra angeli e diavoli non corrisponde alla nostra e non si vede altro da una parte che il nostro imperialismo e dall’altra la sacrosanta causa dei martiri. Il mondo dell’islam, sciita e sunnita, è teologia che si risolve in una metastoria, in millenarismo che può essere via via nazionalista, teologico e combattente, affascinato dal culto del paradiso qui ed ora o del ritorno dell’imam occulto. In ogni caso è tutta benzina per rivolte che assomigliano a resurrezioni. Materiale incandescente su cui noi siamo ostinatamente letargici.
Dunque, medusizzati dall’apocalypse now imbastita da Netanyahu – Trump contro l’Iran, pedata dissuasiva sul formicaio degli ayatollah, abbiamo riservato uno sguardo distratto a quanto accadeva un po’ più in là ad est, in Pakistan. Dove plebi furibonde di migliaia di persone, tutt’altro che convinte delle buone ragioni del presidente americano nel regalare a furia di bombe e intimazioni la democrazia ai fratelli iraniani, sfilano inneggiando al martire Kamenei. A Karachi ispirati da catechisti incattiviti hanno incendiato il consolato americano scontrandosi con la polizia: guerriglia urbana, morti.
La tentazione è archiviar tutto come passeggeri squassamenti di primitivo fanatismo. Ma ahimè, il Pakistan è un caso a parte: qui dove Ben Laden è stato protetto e nascosto (fino a quando è stato utile) potrebbe realizzarsi il suo sogno del primo stato jihadista con le bombe atomiche con cui ricattare, invulnerabili, grandi e piccoli satana.
Il Pakistan, martirizzato dal terrorismo, rischia di essere travolto da talebani che puntano a imporre la sharia e dare vita a una replica di Kabul. È la istruttiva storia di una nemesi. Perché il Pakistan ha inventato i talebani, li ha portati al potere nel 2006 e non li mai abbandonati neppure dopo l’unici settembre, ingannando gli americani.
Il generale Faiz Hameed, nel 2021 capo degli onnipotenti servizi di sicurezza, salutò con soddisfazione il ritorno a Kabul degli studenti-guerrieri. Disse: nessuna paura, tutto andrà per il meglio. Ora si combatte ferocemente al Khiber pass, lungo la linea Durand, ennesima sciagurata eredità dell’impero britannico, aerei bombardano Kabul.
La causa sono i talebani pachistani, che, con il sostegno dei fratelli pashtun di oltrefrontiera, hanno siglato nel 2025 più di millecinquecento attentati che sono costati la vita a un migliaio di persone. Comanda questa pullulazione talebana un jjhadista di 46 anni, Noor Wali Mehsud, uno stratega che si è alleato utilmente con al Qaida e con gli indipendentisti beluci. Da Kabul riceve denaro e armi prelevate dagli arsenali abbandonati dagli americani in fuga.
Il vero padrone del Pakistan, il nostro caro alleato per garantire la stabilità, è l’Isi, Inter Service Intelligence: furfanti in uniforme impegnati per mestiere a intessere ogni forma di legami cospirativi, congiure, delitti infestanti, doppi e tripli giochi, alleanze con politici senza morale, criminali comuni e esaltati di tutti i fanatismi.
Fanno e disfano governi e dittature, Zia, la smagliante antigone pachistana Benazir Musharraf, controllano economia e corruzione di un paese dove, sotto gli occhi sempre più nauseati dei pachistani accasciati nella miseria, polizia e bande criminali si dedicano a autentiche battaglie, eserciti privati provvedono al regolare andamento del più grande mercato di narcotici del mondo e nelle madrase più radicali dell’islam i piccoli allievi sillabano l’abc della guerra santa. L’Isi ha sacrificato tutto all’ossessione di controllare l’Afghanistan per garantirsi la “profondità strategica’’ contro l’arcinemico, l’India. Per questo ne ha fatto un paese di zeloti che ora sfilano con i ritratti di Khamenei. E hanno l’atomica.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Per essere liberi bisogna essere temuti. Non l’ha detto Gengis Khan, e nemmeno Gengis Trump, ma il mite figlio dell’illuminismo Emmanuel Macron, il cui massimo afflato machista era consistito finora nell’indossare un paio di occhiali da sole. Lo ha detto proprio mentre la guerra infuria nel Vicino Oriente sempre più vicino, per spiegare la decisione di ampliare a dismisura il garage delle bombe atomiche francesi, nonché di varare un nuovo programma di difesa aerea che coinvolgerà tutti i più grandi Stati europei, tranne uno che comincia per I e non è l’Irlanda.
Per essere liberi bisogna essere temuti. Questa frase incarna lo spirito del tempo e piacerà a coloro che non si fanno troppe illusioni sulla natura umana. Tutti abbiamo avuto un padre, un amico, un collega o un editorialista di riferimento (prevalentemente maschio) che un giorno ci ha detto o scritto:«Nessuno ti rispetta finché sei gentile, simpatico, collaborativo. Quella che tu chiami mitezza viene percepita dagli altri come debolezza. Se cerchi il dialogo, riceverai uno schiaffo. Mentre se dai uno schiaffo, o minacci di darlo, otterrai il dialogo. O comunque un risultato. La psiche umana funziona così dai tempi delle caverne ed evolve assai lentamente. Perciò, se desideri che Trentini torni libero, non devi trattare con Maduro, ma rapirlo. E se desideri che le donne iraniane siano libere, non devi trattare con Khamenei, ma ammazzarlo».
Va bene, ho afferrato il senso. Ma potrò almeno dire che mi fa un po’ senso?
Lettera ai presidenti delle camere

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] I ministri parlano, ma non rispondono. Casomai litigano. Così Antonio Tajani si scaglia contro un nemico, Giuseppe Conte. “Trump non mi ha mai chiamato ‘Tony’, a lei la chiamava ‘Giuseppi’, quindi un rapporto di amicizia lo avrà lei, io non sono mai andato in ginocchio dal presidente americano o da Merkel come ha fatto lei” risponde in audizione in Senato all’ex premier, che gli aveva rinfacciato il cappellino Maga sfoggiato al Board of Peace.
[…]
Nervi, urla e battute sotto la cintura, per coprire l’imbarazzo e i silenzi di governo. Il varco che ora i progressisti, dal Pd al Movimento ad Alleanza Verdi e Sinistra, vogliono sfruttare per mostrare che questo governo è isolato a livello internazionale, fragile. Solo, come il ministro della Difesa Crosetto che stava a Dubai senza ufficialmente sapere dell’attacco all’Iran, “e già questo potrebbe bastare” ringhiavano ieri le opposizioni. Così oltre a Conte all’audizione si presentano Elly Schlein (in collegamento), Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Chiedono tutti a Giorgia Meloni di riferire in Parlamento. Richiesta che in serata viene rilanciata con una lettera ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, firmata anche da Iv, Azione e Più Europa. Le difficoltà dell’esecutivo fanno risorgere il campo largo. Effetto anche del ring in Senato, con la presidente della Commissione Esteri e Difesa, Stefania Craxi, che cerca di far abbassare i toni e la dem Lia Quartapelle che le siede accanto in versione sfinge: forse perché tra Tajani e Conte difficile che stia con quest’ultimo.
[…] La certezza è Schlein, che insiste sul fatto che non si capisce se i ministri siano al corrente della strategia di Trump, mette il dito nella piaga: altro che governo amico del presidente degli Stati Uniti. Dopodiché cala la domanda: “Vi hanno chiesto supporto militare?”. E ribadisce la sua linea: “Khamenei era un dittatore sanguinario di cui non sentiremo la mancanza. Ma le azioni militari unilaterali in violazione del diritto internazionale sono sbagliate e pericolose”. Fratoianni protesta: “Un dibattito così non si può fare in tre minuti, ne va della dignità del Parlamento”. Per questo invocano la premier in Aula. Mentre Conte assalta Tajani: “Sottoscrivete tutto quello che viene da Washington? Vi siete dimenticati il tricolore?”. Da lì la rispostaccia del ministro degli Esteri – “Trump la chiamava Giuseppi” – e la controreplica contiana: “Voi non venite proprio chiamati”. Ma a pesare sono i non detti. Per esempio il neo capogruppo del M5S in Senato Luca Pirondini chiede conto a Crosetto di quanto scritto dal Domani, ossia che “il governo sarebbe stato avvisato della possibilità di un attacco dai servizi dieci giorni prima”. Ma il ministro di fatto schiva la domanda, e i 5Stelle lo notano. Dopodiché in commissione rimbalza anche una domanda naturale, ossia se l’Italia fornirà basi militari per operazioni belliche.
[…]
A porla a Crosetto è il dem Alessandro Alfieri: “Ci sono state interlocuzioni con gli alleati, in particolare con gli americani, per l’utilizzo delle nostre basi Nato, in particolare di Sigonella, che in passato è stata utilizzata come base di riferimento per i droni di ricognizione?”. La replica del meloniano – “non ancora, un problema alla volta” – lascia degli ampi margini di ambiguità. Anche se difficilmente l’Italia lo farà, visti i rischi. Ma le opposizioni sono già pronte a picchiare sul tema. Mentre in serata Meloni parla al Tg5. Facendo capire che lei sta con Trump, ancora.

(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – “Vi bruceremo il cuore”, “Vi stiamo massacrando”: non sono un esperto di linguaggio bellico (esisterà una filologia della guerra?) ma questo sembrerebbe piuttosto un tipico linguaggio malavitoso. Da cosche sul piede di guerra. Da braccio carcerario nel quale i boss regolano i conti tra loro. E il fatto che siano i capi di Iran e Stati Uniti a pronunciarle, queste parole, non aiuta a sopportare l’angoscia della guerra. È uno sputo in più su una ferita aperta, ed è uno sputo infetto.
In attesa dell’ostensione della testa mozza del capotribù nemico infilzata in una picca (il tutto, beninteso, postato sui social), ci si domanda se dai tempi di Attila fino al discorso di Churchill agli inglesi (“Non ho niente da offrire se non sangue, sudore e lacrime”) la cultura bellica avesse o non avesse fatto qualche timido passo in direzione di una attenuazione dei suoi aspetti tribali; se non altro per salvare la forma; e nel caso lo avesse fatto, se adesso non si stia tornando rapidamente ad Attila e più indietro ancora, giù giù lungo i secoli, quando nessuna legge valeva, al di fuori dalla tua tribù.
Curioso contrasto: lo scenario è ipertecnologico, tutto droni e intelligence, tutto algoritmi e AI, ma al centro della scena irrompe lo scimmione che si batte il petto con i pugni in segno di sfida, e brandisce l’osso spolpato come arma primigenia (sì, quello di “Odissea nello spazio”). Di certo c’è questo: se è la tecnologia, a farvi paura, state sbagliando. È molto più pericoloso lo scimmione che la brandisce.
Il vicepresidente 5S: “Va abrogato o ridotto il premio e vogliamo le preferenze Loro hanno solo paura di perdere il referendum”

(di Serena Riformato – repubblica.it) – ROMA – «La prima menzogna è già nel nome Stabilicum», dice Stefano Patuanelli, senatore e neo vicepresidente del M5S: «La stabilità di un governo la fa il consenso nel Paese, non la legge elettorale».
E allora qual è l’obiettivo?
«Vogliono solo garantirsi più possibilità di vincere. E per farlo hanno messo a punto un sistema di voto che crea una distorsione pericolosa della rappresentatività».
Cosa vi preoccupa di più?
«Il cosiddetto “premio di governabilità”: per come l’hanno costruito, porterà chi vince le elezioni ad avere maggioranze vicine al quorum necessario per eleggere in autonomia il capo dello Stato, i membri del Csm e i giudici della Consulta scelti dalle Camere».
Il centrodestra replica: potreste avere voi questa possibilità.
«È il principio che è pericoloso, quale che sia lo schieramento. Sono figure che non possono essere appannaggio di una sola parte politica. Il rischio democratico è reale».
La presidente del Consiglio punta al Colle?
«Di certo non le manca l’ambizione. E l’ambizione è un motore positivo solo se non diventa il fine ultimo di quello che si fa».
La maggioranza si dice pronta al dialogo su questa legge elettorale. Voi lo siete?
«Hanno trovato l’accordo sul testo con un’accelerazione nel cuore della notte. Alla luce di questa e tante altre forzature non credo affatto alla loro volontà di dialogo».
Quali sarebbero le modifiche più urgenti?
«Abrogare o limitare fortemente il premio. Pensiamo da sempre che un impianto proporzionale sia ciò che serve al Paese».
E poi?
«La soglia di sbarramento è troppo bassa. La frammentazione minaccia la stabilità a cui dicono di ambire. Ma soprattutto: vanno previste le preferenze, una nostra storica battaglia, ne discuteremo con le altre forze politiche».
FdI ha già annunciato un emendamento per reintrodurle. Potreste votarlo insieme?
«Se avessero davvero voluto le preferenze le avrebbero già messe nella prima versione che hanno depositato. Non si possono sempre dissociare a posteriori dalle scelte che fanno».

Come spiega lo sprint per presentare questo Melonellum prima del referendum?
«Facile, rispondo con una battuta: stiamo facendo un’intervista sul sistema di voto e non sul referendum. Ecco la spiegazione. È un diversivo per coprire la paura, sempre più forte, di perdere il 22 e 23 marzo».
E il 24 marzo, se dovesse vincere il no, ci saranno conseguenze per il governo?
«Mi interessa più l’effetto per il Paese: si sarebbe sventata una riforma sbagliata e dannosa. Penso che a quel punto la premier tirerebbe a campare ancora per qualche mese fino alle elezioni anticipate, la prossima primavera».
E le forze progressiste? L’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio della coalizione è un’opportunità o un problema?
«Né l’uno né l’altro, ne prendiamo atto. Io credo che intanto ogni partito di opposizione debba fare un percorso al proprio interno. Noi lo faremo con Nova 2.0 per definire il nostro campo da gioco e gli obiettivi inderogabili da sottoporre a chi vuole stare con noi».
Ma non è tardi? Manca poco più di un anno alle prossime Politiche.
«Un anno in politica è un’era geologica».
Definiti i punti programmatici, come si sceglie chi guida l’alleanza? Primarie?
«Le primarie sono uno dei modi possibili, ma non l’unico».
Quali sono gli altri, se il candidato premier va indicato prima del voto?
«Si può arrivare anche a un accordo politico complessivo tra i partiti, a prescindere dalle primarie».
Lei ce li vede Conte o Schlein cedere il passo all’altro in ragione di un accordo politico?
«Ripeto, vedremo al momento opportuno quale sarà il modo migliore».
Il senatore Pd Franceschini a Repubblica ha detto che le primarie, nel caso, sarebbe bene farle entro dicembre. Voi che tempi vi date?
«Ci interessa costruire un progetto credibile e alternativo alla destra, per il bene del Paese. Difficile determinare i tempi di un percorso che non dipende solo da noi».
Insisto: troppo a ridosso delle elezioni non rischia di sembrare un’alleanza di convenienza?
«L’ipotesi peggiore è fare presto ma fare male. Noi dobbiamo avere l’ambizione di fare bene e nei tempi compatibili con la tornata elettorale».