Accadde oggi: 8 gennaio 2002
L’associazione RINASCITA GUARDIESE continua la pubblicazione di documenti inerenti la storia guardiese per coltivare la memoria e … progettare il futuro partendo dal passato.

24 anni orsono a Guardia Sanframondi viene scritta una vergognosa pagina di politica; una pagina nera scritta con l’inchiostro della menzogna e della calunnia ….
9 Consiglieri Comunali (5 di maggioranza e 4 di minoranza) sottoscrivono un documento infarcito di menzogne e calunnie presentano le dimissioni contestuali dalla carica ai sensi dell’art.38 del T.U. 267/2000 e mandano a casa il Sindaco Ceniccola (eletto con il voto di ben 2026 guardiesi) che, in 2 anni e mezzo, aveva risanato il bilancio dell’Ente, aveva messo fine al malgoverno, aveva pagato tutti i debiti ricevuti in eredità dai precedenti amministratori ed aveva avviato la rinascita di Guardia Sanframondi, a costo zero per i guardiesi avendo rinunciato allo stipendio di 5milioni400mila lire al mese per dimostrare con i fatti di intendere la Politica come l’espressione più alta di carità (per dirla con papa Paolo VI) e di essere per davvero a servizio della comunità.
Sala biblioteca – Casa Comunale
Il Sindaco Ceniccola riunisce i candidati della lista “RINASCITA GUARDIESE” per fare chiarezza su quanto accaduto e per chiedere ai consiglieri di maggioranza che hanno sottoscritto le dimissioni congiunte di ritirare la propria firma per non consegnare le chiavi della comunità guardiese nelle mani d un commissario prefettizio e per non far spendere ai guardiesi 40-50mila euro per far svolgere le elezioni in anticipo rispetto alla scadenza naturale.
Fono-registrazione del discorso pronunciato in data 8 gennaio 2002

“Cari amici, oggi si è consumato un grave atto ai danni della nostra comunità. Per farla breve, 9 consiglieri comunali hanno deciso di mandare a casa un Sindaco eletto da ben 2026 cittadini-elettori guardiesi. Alla faccia dell’elezione diretta del Sindaco! E la cosa grave è che tale sciagurata decisione è stata assunta con motivazioni false e pretestuose. Io sono sempre stato favorevole al confronto aperto e anche duro, ma a patto che sia onesto e basato su fatti, non su plateali falsità come in questo nostro caso. Tutte le accuse presentate per mettere fine al nostro buongoverno sono false e pretestuose e, nei prossimi giorni, presenterò una relazione dettagliata alla cittadinanza per smentire questi 9 personaggi che mentono sapendo di mentire quando affermano che: “… non sono stati chiesti né ottenuti finanziamenti, che la situazione dell’igiene cittadina è peggiorata, che il nostro comune ha bisticciato con tutti per colpa dell’ex, che il nostro comune spenderà circa 200 milioni per cause e avvocati, che il nostro paese è stato messo in ridicolo su tutta la stampa nazionale per aver conferito la cittadinanza a Craxi, Andreotti, Forlani”. Trattasi di menzogne grandi come una casa e chi scrive tali falsità mente sapendo di mentire!!! Si tratta di informazioni false e pertanto passibili del reato previsto dall’articolo 656 del codice penale, che punisce “chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”. Ed è proprio questo il caso, visto che si crea confusione nell’elettorato. E per questo motivo qualche buon avvocato mi consigliava di agire per vie legali … ma, io sono sempre stato contrario al proseguimento del confronto politico per via giudiziaria. E nei prossimi giorni mi limiterò a presentare un resoconto morale e politico alla cittadinanza per sbugiardare questi mentitori seriali senza dignità e senza vergogna. Grazie di cuore per la vostra presenza e, per il momento, mi limito a dire che a Guardia Sanframondi non sono mai arrivati tanti finanziamenti come negli ultimi 2 anni e mezzo e voglio pubblicamente chiedere ai consiglieri eletti nella lista di RINASCITA GUARDIESE di non rendersi complici di questo sciagurato atto ostile agli interessi veri della comunità guardiese”.
P.S. Per amore di verità, è doveroso ricordare che tutte le accuse e le calunnie scagliate contro il Sindaco Ceniccola per farlo fuori civilmente e politicamente si sono rivelate false e prive di fondamento e …
… in questi anni mai nessuno ha avuto la forza morale di chiedere scusa al Sindaco Ceniccola e ai guardiesi!
Inoltre, bisogna ricordare che dall’approvazione del rendiconto dell’anno 2001 è risultato un avanzo di amministrazione di ben 762milioni259mila719 lire (che i governanti subentrati al Sindaco Ceniccola hanno potuto tranquillamente spendere) e da cui appare chiara la falsità dell’accusa rivolta al Sindaco Ceniccola di aver sperperato il denaro pubblico.
E, dulcis in fundo, a sbugiardare definitivamente i 9 consiglieri dimissionari che definirono “DRAMMATICA” la gestione dell’anno 2001 vi è la delibera n.85 approvata, in data 26/09/2002, dal sindaco Falato Carlo da cui risulta che l’eredità lasciata dal Sindaco Ceniccola ai nuovi governanti era di ben 9 miliardi di lire a cui dovremmo aggiungere 5 miliardi di lire che l’Amministrazione aveva ottenuto dalla Regione Campania per realizzare le infrastrutture primarie nell’area P.I.P. in zona Vassallo e 300 milioni di lire per la costruzione del canile intercomunale in via Cesco Martone (se i nuovi governanti non avessero deciso di mandarli indietro alla regione Campania).
Infine, non possiamo non ricordare che tutte le opere pubbliche pensate e fatte finanziare dal Sindaco Ceniccola furono bollate come: BUGIE!!! in un volantino diffuso dal gruppo “Progetto GUARDIA” per svilire il lavoro svolto e creare confusione nell’elettorato. Alla faccia dell’art. 656 del Codice Penale che punisce “chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”. Ed è proprio questo il caso visto che si crea confusione nell’elettorato.
Chiudiamo gli occhi per un attimo e cerchiamo di immaginare che cosa sarebbe successo se una tale menzogna fosse stata scritta e diffusa dal Sindaco Ceniccola ….
RINASCITA GUARDIESE
Il giornalista al podcast Svimez “Diario di cittadinanza”: “Dopo tre anni posso dire di non essere deluso perché non mi ero illuso”. Sul Sud: “Il silenzio assoluto”

(di Stefano Baldolini – repubblica.it) – “La classe dirigente della destra è scarsa, veramente scarsa, e ha avuto come unico orizzonte quello elettorale”. Marcello Veneziani critica l’area culturale e politica al governo nel corso della sua partecipazione alla terza puntata del podcast gratuito e senza fine di lucro “Diario di cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane” promosso dalla Svimez. Nei giorni scorsi il giornalista e scrittore aveva lanciato un dibattito a destra, con un j’accuse su La Verità: “Da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di “intellettuali”, di “patrioti” e di uomini “di destra”. Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream”. Veneziani nella puntata dei dialoghi Svimez sul Sud (precedente alla polemica con Giuli)spiega di non sentirsi deluso dall’operato dell’attuale coalizione, precisando però che ciò dipende dal fatto di non aver mai nutrito aspettative eccessive: “Non sono deluso, e lo posso dimostrare. Già prima del voto avevo dato un’indicazione favorevole a questa coalizione, ma avevo detto: non fatevi illusioni. Quando la destra arriverà al governo farà esattamente ciò che si faceva prima, perché non ha il potere per cambiare davvero. Sarebbe licenziata in un attimo se provasse una reale discontinuità con alcuni poteri internazionali e interni. Di conseguenza, non aspettatevi nulla”.

Lo scrittore aggiunge che, proprio per questa consapevolezza iniziale, oggi non può parlare di delusione: “Dopo tre anni posso dire di non essere deluso semplicemente perché non mi ero illuso”. Veneziani poi rivolge un’ulteriore critica al versante politico di riferimento, sottolineando la mancanza di un progetto di rinnovamento interno. “Non c’è stato neanche un tentativo di far nascere una classe dirigente adeguata. La classe dirigente è scarsa, veramente scarsa, e ha avuto come unico orizzonte quello elettorale”.

Parla anche di classe dirigente al Sud. Alla domanda su quale figura possa oggi rappresentare il Sud, Marcello Veneziani osserva che l’immagine del Mezzogiorno emerge solo in modo frammentario, attraverso il lavoro di alcuni scrittori, attori o registi. Secondo il giornalista, il cinema – pur con limiti e contraddizioni – ha contribuito positivamente a restituire un’identità al Sud e a valorizzarne aspetti spesso trascurati. Sottolinea però l’assenza di una vera classe dirigente meridionale: «Se guardo al ceto politico, sindacale o a quei gruppi che un tempo componevano la leadership del Sud, trovo il silenzio assoluto. Oggi una classe dirigente del Sud non la vedo più».
Infine, tra consigliare a un ragazzo del Sud se partire o restare, Veneziani propone ai giovani una “terza via”: la “tornanza”, partire per fare esperienza, ma con l’idea di tornare o mantenere una doppia presenza tra dentro e fuori, in modo fluido. Spiega il valore dell’eredità culturale del Sud, in particolare della formazione umanistica, che dovrebbe integrarsi con competenze tecniche, economiche e scientifiche.
Per il futuro del Mezzogiorno, immagina figure “centauro”, capaci di unire visione filosofica e capacità manageriali, considerandole l’unica vera strada di rilancio per il territorio. L’intera puntata è possibile vederla e ascoltarla sul sito della Svimez e sulle principali piattaforme streaming (Youtube, Spotify, Apple podcast, Amazon music).

(di Gian Domenico Malpeli – ilfattoquotidiano.it) – Da non credere; dopo avere ordinato la distruzione in acque internazionali di non meglio identificate “barche di narcos” con relativa uccisione non solo degli equipaggi, ma anche dei naufraghi, dopo avere imposto un blocco navale a Caracas, sequestrato una petroliera, gli Stati Uniti hanno attaccato con un deliberato atto di guerra un altro Stato sovrano, il Venezuela, causando decine di morti per rapire il Presidente della Repubblica, proclamando su quella nazione una sorta di “protettorato” a tempo indefinito, con l’esplicita e dichiarata intenzione di appropriarsi delle sue riserve petrolifere.
Non soddisfatto, Trump in un delirio di onnipotenza ha inviato un chiaro messaggio in perfetto stile mafioso alla attuale leader venezuelana: “Se non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro”. Poi, tanto per gradire, ha minacciato Colombia, Messico, Cuba e Iran, e per finire ci ha informati che presto la Groenlandia diverrà americana, con le buone o con le cattive.
Se la Russia avesse fatto un decimo di quelle azioni, le urla isteriche di Kaja Kallas le avrebbero sentite sino in Australia, e forse avremmo avuto persino l’occasione di vedere Von Der Leyen spettinata dall’agitazione, ma siccome ad agire è stato Trump, tutti quelli che da tre anni a questa parte ci ripetono come un disco rotto “c’è un aggressore e un aggredito” sono improvvisamente diventati afoni. Fanno eccezione i complimenti di Netanyahu, imputato per crimini di guerra e contro l’umanità, e la serva Giorgia Meloni, che si è immediatamente affrettata a giustificare e lodare il comportamento del padrone.
Nel frattempo gli strenui difensori del diritto internazionale – che per dirla alla Tajani “conta sino ad un certo punto”, ovvero sin che fa comodo a noi – i nostri “commandos da divano” si sono trasformati in boy scout, e da bravi lecca…piedi – per non non essere volgari – sono seriamente impegnati in arguti voli pindarici per dimostrare che Donald in fondo è un bravo ragazzo, e che le sue sconsiderate azioni renderanno l’occidente americanocentrico più ricco e prospero, e servono per difendere il nostro “giardino felice” dalla minaccia dei barbari comunisti.
A parte la morte del diritto internazionale, se mai è esistito, quello che ci dovrebbe seriamente preoccupare è che questo è l’ennesimo “dito negli occhi” alla Russia e alla Cina, dopo il colpo di Stato in Siria e il bombardamento dell’Iran, e a rigore di logica c’è il timore che le due potenze, vedendosi sbeffeggiate dal comportamento statunitense, reagiscano in malo modo. E qui la guerra in Ucraina dovrebbe farci riflettere; America Russia e Cina non si attaccheranno reciprocamente sul loro territorio, sarebbe la distruzione assicurata, ma si daranno battaglia in campo neutro, e l’Europa è il terreno ideale.
Disse Henry Kissinger: “Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale”.

(ANSA) – ROMA, 07 GEN – “Il senatore Gasparri in questi giorni sembra tarantolato, si muove in modo più maldestro del solito e non ne azzecca una. C’è da capirlo: prima la decisione della Gip di Caltanissetta Luparello e poi le rivelazioni di Report sono stati due colpi durissimi per chi come lui sembra impegnato in una precisa missione dentro le istituzioni: fare le cose umane e disumane per nascondere una possibile dirompente verità sulle Stragi, cioè il ruolo dei terroristi neofascisti e di pezzi deviati delle istituzioni”.
Lo afferma il senatore M5S Luigi Nave, capogruppo in commissione Antimafia. “E’ desolante vedere esponenti delle istituzioni lavorare contro la verità. Più lui si dimena per ricacciare sotto la sabbia la cosiddetta ‘pista nera’ e più emergono elementi rilevanti che quella pista confermano. Chissà perchè ogni volta che accade, lui perde la testa, come chi vede crollare il senso della sua presenza in Parlamento.

Anche oggi nel suo agitarsi ha detto enormi sciocchezze e ha dimostrato di non sapere nulla su quella stagione drammatica. Di nuovo ci tocca fornirgli quantomeno le informazioni basilari: tirare in ballo il colloquio tra l’esponente del Msi Guido Lo Porto e Borsellino del maggio del 1992, durante le elezioni per il presidente della Repubblica, per dimostrare che l’amico da cui si sentì tradito il giudice palermitano non fosse lo stesso Lo Porto, è semplicemente uno strafalcione.
Borsellino confessò a persone fidate di aver scoperto che un amico lo aveva tradito solo alla fine del giugno 1992, dopo aver trascorso settimane alla ricerca della verità sulla morte di Falcone e dopo che Alberto Lo Cicero l’1 giugno al tribunale di Palermo aveva anticipato di voler parlare con i magistrati dei rapporti di Lo Porto con i mafiosi, come risulta da una relazione di servizio del magistrato Teresi.
Poi, a metà giugno Borsellino organizzò una riunione con la Procura di Caltanissetta sulla strage di Capaci, stabilendo che lui avrebbe dovuto sentire Lo Cicero prima di tutti. Questi fatti documentati, le novità emerse nella trasmissione Report sul ruolo di Delle Chiaie nella Strage di Capaci e la decisione della Gip di Caltanissetta Luparello, che ha rigettato per la seconda volta la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Caltanisetta per la ‘pista nera’, stanno togliendo il sonno a Gasparri.
Peraltro, lo scontro tra la Gip e la procura di Caltanissetta – aggiunge l’esponente M5s – dimostra che la tesi che sta dietro la riforma per la separazione delle carriere è falsa e strumentale. Immaginiamo che secondo Gasparri i magistrati che gli danno torto siano toghe rosse politicizzate e quelli che la pensano come lui siano invece oracoli non smentibili. Si faccia coraggio il senatore Gasparri, con uno studio anche superficiale potrà fare figure certamente meno barbine”.

(Gioacchino Musumeci) – Quando si accetta il bullismo internazionale di un delinquente e lo so vuole raccontare come fosse un valore da acquisire o si è passivi oppure opportunisti oppure cinici oppure una mistura repellente dei tre attributi dispregiativi.
Su Trump ci si produce, vanamente per altro, in acrobazie retoriche talmente umilianti da insultare gravemente l’intelligenza di chi le produce e avere solo una spiegazione: c’è chi ama essere dominato perché ritiene convintamente che dominio geopolitico equivalga a ordine. Si tratta di un convincimento tragicamente errato, tipico di menti molto deboli.
Di fatto il dominio di un ridicolo figuro con la postura da boss della mala, lampadato e ossigenato, atteggiato a ragazzino pur essendo un autentico mammuth incarognito, e basterebbero i complessi di superiorità manifesti per capirlo, consiste nell’esacerbazione del concetto “ Con me o contro di me” oppure “ Io so io e voi siete sto c..” di cui non devo spiegare l’origine.
Trump piace a tutti coloro rassegnati, in quanto servi, al mondo organizzato secondo la legge del più forte militarmente. Meloni è una di queste sebbene nel 2018 professasse il contrario, come per qualsiasi cosa abbia sostenuto in passato, nel merito della Siria e evocasse sdegnata la giurisprudenza internazionale travalicata da interessi geopolitici di potenze militarmente troppo ingombranti per la piccola Italia.
Perciò Trump piace a leader politici disonesti e senza vergogna del calibro di Milei, un povero coglione che gli Argentini bombardano con uova marce. Nello stivale Trump piace a Giorgia Meloni, irriducibile bugiarda patentata al pari di Milei, ombre esauste di donne eccezionalih quali Ellisabetta Gardini, giornalisti servili del tenore di Giuliano Ferrara, che se si levasse dai cojoni si farebbe un grandissimo favore, Sechi, lecchino sfigato e sfrontato, oppure il tragicomico Cerno famoso per i record mondiali di salto della quaglia.
Insomma Trump piace pupazzi dall’eloquio bavoso, a segatura o truciolato tarlato travestiti da nobile legno di noce e somari raglianti a spasso pei palazzi e talk televisivi. In alternativa il presidente Usa gode sicuramente dell’amore e stima di uno stuolo di ignorantissimi o nei casi più gravi imbecilli irreversibili e affini, senza offesah.
Ammesso e non concesso che gli Usa siano davvero i belligeranti più forti evidentemente Trump, in quanto marcio e squilibrato, telegenico quanto una pancera slabbrata del 1800, avvolto nei suoi confortevolissimi boa di minchiate regali, ha bisogno comunque di imbrogliare e corrompere per farsi bello agli occhi dei suoi recalcitranti e inspiegabili sostenitori.
Bisognerebbe avere il coraggio di ammettere quando si è nati per servire delinquenti ma di norma i rassegnati e gli opportunisti sono estremamente codardi. Trump infatti andrebbe destituito e dimenticato per sempre con tutto l’esercito di cheer leader orripilanti e scatenate per gli arresti illegali di Maduro.
A differenza dei predecessori Trump è l’unico presidente della storia americana che non si sia liberato dei propri asset finanziari per allontanare i sospetti di corruzione e si è sempre rifiutato di rendere pubblica la sua dichiarazione dei redditi. Usa il potere conferitogli dalla carica per scopi personali garantendo profitti sproporzionati alle imprese di famiglia. Trump è socio di “Binance “ una piattaforma di criptotrading bannata nel 2023 dal mercato americano per violazione delle leggi sul riciclaggio di denaro. Con questa piattaforma Trump vorrebbe lanciare un criptomoneta emessa dalle proprie società. Trump è un immobiliarista che con la “Trump Organization” sta costruendo in Oman, in Serbia, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi, Uruguay, India e Vietnam, sui terreni di proprietà dei governi e n qualità di presidente Usa potrò fare pressione per ottenere condizioni particolarmente vantaggiose o come ha fatto in Venezuela, usare la rappresaglia militare in caso di rifiuto.
Ma come Ha fatto Trump a eludere le regole? Intanto si è liberato da tutti i personaggi scomodi e li ha sostituiti coi suoi zerbini: cinque giorni dopo il suo insediamento ha licenziato in tronco gli ispettori generali di 17 agenzie governative deputate a controlli e tutela della legalità, mandato a casa il direttore dell’ufficio etico governativo e sospeso la legge che vieta alle aziende americane di pagare tangenti per ottenere appalti e servizi e ha cancellato la normativa contro il riciclaggio di denaro e chiuso l’ufficio che si occupa di frodi criptovalutarie. Giorgia Meloni dice di odiare la corruzione ma va a braccetto con Trump che della corruzione ha fatto il feticcio preferenziale e naturalmente non si vergogna.
Non si era mai visto nulla di simile, né si era mai visto un servizio di lecchinaggio mediatico occidentale cosi indecente a favore di un delinquente eletto da milioni di americani fuori di testa.
Uccisa una 37enne moglie di un leader di un movimento a difesa dei migranti. La versione della Homeland Security e il video che la smentirebbe

(di Monica Ricci Sargentini – corriere.it) – È accaduto di nuovo, a pochi isolati dal luogo in cui cinque anni fa George Floyd fu brutalmente soffocato da un poliziotto. La vittima questa volta non è afroamericana ma una donna bianca di 37 anni, uccisa durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), dispiegato per ordine del presidente Donald Trump in diverse città americane contro l’immigrazione clandestina. Si tratterebbe, secondo i media americani, di Renee Nicole Good, cittadina americana e madre, originaria del Colorado.
IL VIDEO
Un video diffuso sui social mostra alcuni agenti avvicinarsi a un suv fermo in mezzo alla strada e ordinare alla conducente di scendere. Quando uno dei federali afferra la maniglia della portiera, il veicolo fa retromarcia e poi avanza. Un altro agente, posizionato davanti all’auto, estrae l’arma e spara a bruciapelo almeno due colpi a distanza ravvicinata contro l’auto. Il Suv poi avanza contro due auto parcheggiate su un marciapiede lì vicino prima di fermarsi. Si possono sentire i testimoni gridare sotto choc. Renee Nicole Good morirà poco dopo in ospedale per le ferite d’arma da fuoco riportate alla testa.
TRUMP ALL’ATTACCO
Sull’accaduto ci sono due versioni agli antipodi. La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Tricia McLaughlin, ha affermato che la sparatoria è avvenuta dopo che dei «rivoltosi» hanno ostacolato gli agenti e una donna ha tentato di «investire» le forze dell’ordine. Dello stesso avviso la potente ministra della Homeland Security Kristi Noem che ha parlato di un atto di «terrorismo interno». E anche il presidente Trump, in serata, ha avallato questa ricostruzione: «Ho visto il video, è orribile da guardare — ha detto —. La donna alla guida dell’auto era molto turbolenta, ostacolava e opponeva resistenza, e poi ha investito violentemente, volontariamente e brutalmente l’agente dell’Ice, che sembra averle sparato per legittima difesa». Il presidente ha, poi, accusato «la sinistra radicale» di minacciare e prendere «di mira quotidianamente i nostri agenti delle forze dell’ordine e dell’Ice. Stanno solo cercando di fare il loro lavoro: rendere l’America sicura».
LOCALI DEM CONTRO FEDERALI REPUBBLICANI
Ma il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, smentisce nettamente questa versione e accusa senza mezzi termini le autorità federali di «spacciare la sparatoria come un atto di autodifesa»: «Avendo visto il video personalmente, voglio dire a tutti direttamente che è una str… — ha detto durante una conferenza stampa —. Si è trattato di un agente che ha usato sconsideratamente la forza, causando la morte di una persona». È d’accordo anche il governatore del Minnesota, Tim Walz, ex candidato alla vicepresidenza con Kamala Harris, che ha definito l’amministrazione Trump una «macchina propagandistica» per aver parlato di terrorismo interno. Rivolgendosi direttamente a Noem e Trump, Walz ha poi detto: «Questa tragedia era totalmente evitabile. Avete fatto abbastanza, non abbiamo bisogno di ulteriori aiuti da parte del governo federale». Un invito a lasciare la città lanciato anche dal sindaco: «Andatevene da Minneapolis. Non vi vogliamo qui». Ma gli agenti rimarranno dove sono. Lo ha assicurato via email al Washington Post la stessa McLaughlin. L’ondata di rabbia dei democratici che governano il Minnesota è destinata a crescere ulteriormente. Una miccia anche fuori da questo stato: il deputato democratico dell’Illinois Robin Kelly ha annunciato l’intenzione di mettere sotto accusa il Segretario per la Sicurezza Interna Kristi Noem in seguito alla sparatoria.
I dettagli sono ancora frammentari e nessuna delle due versioni è stata confermata in maniera indipendente. Non sono state nemmeno divulgate le generalità dell’agente dell’ICE che ha sparato, definito da Noem come un agente esperto capace di fare il suo lavoro, già rimasto ferito a giugno dopo essere stato trascinato dal veicolo di un manifestante anti-Ice. Ha affermato che l’agente ieri è stato investito dal veicolo durante la sparatoria: portato in ospedale, è stato dimesso.
CHI ERA LA VITTIMA
Renee Nicole Good si era descritta sui social come una «poetessa, scrittrice, moglie e mamma» originaria del Colorado. Secondo lo Star Tribune, Good era stata sposata con Timmy Ray Macklin Jr., morto nel 2023 a 36 anni, da cui aveva avuto un figlio. «Renee era una delle persone più gentili che abbia mai conosciuto», ha detto sua madre. «Probabilmente era terrorizzata, mia figlia non fa assolutamente parte di niente del genere», ha aggiunto riferendosi ai manifestanti che sfidano gli agenti dell’Ice. «Era estremamente compassionevole. Si è presa cura delle persone per tutta la vita. Era amorevole, comprensiva e affettuosa. Era una persona straordinaria».
I registri mostrano che la vittima aveva vissuto di recente a Kansas City, Missouri, dove aveva avviato con un’altra donna un’attività chiamata B. Good Handywork. In un video pubblicato sui social dalla scena dell’incidente, una donna, che descrive Renee Nicole Good come sua moglie, è seduta vicino al veicolo e singhiozza. Afferma che erano arrivate da poco in Minnesota con un bambino di 6 anni.
La deputata Ilhan Omar, democratica e prima somalo-americana eletta alla Camera Usa — che Trump ha definito «spazzatura come i suoi amici» — ha descritto la vittima come una «osservatrice legale» dell’operazione dell’Ice che ha mobilitato in città oltre 2000 agenti federali.
LE PROTESTE
Una folla di manifestanti infuriati si è subito radunata nella zona della sparatoria: candele, fiori e fischietti riempivano la distesa di neve dove si era schiantata l’auto di Good dopo essere stata colpita da un colpo di arma da fuoco. La morte di Good è già diventata un grido di battaglia per le persone che lavorano per ostacolare la campagna di deportazioni di massa di Donald Trump.
Poche ore dopo migliaia di persone si sono riversate anche nelle strade di Chicago, New York, Detroit, San Francisco e in altre città del Paese. A Detroit, decine di cittadini si sono radunati davanti all’edificio dell’Ice in Michigan Avenue, nel centro della città, per protestare contro gli agenti. L’organizzatrice, Kassandra Rodriguez, ha denunciato «l’abuso di potere». «Credo che questa sia una cosa che non dovrebbe mai accadere ed è del tutto inaccettabile – ha affermato – E credo che spetti alle nostre amministrazioni locali prendere una posizione dura contro una situazione del genere e non permettere all’Ice di fare quello che vuole nei nostri quartieri».
Minneapolis è l’ultimo bersaglio della campagna dell’amministrazione Trump che ha inviato agenti dell’Ice e la Guardia Nazionale nelle città e negli Stati a guida democratica per arrestare gli immigrati irregolari. Finora almeno cinque persone sono morte tra cui Silverio Villegas-Gonzalez ucciso a settembre nell’area di Chicago.
Minneapolis e la città gemella St. Paul sono in stato di allerta da quando, mercoledì scorso, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha annunciato l’avvio dell’operazione legata in parte ad accuse di frode che coinvolgono residenti di origine somala e che hanno indotto Walz a non ripresentarsi per un nuovo mandato. Secondo i pm miliardi di dollari sarebbero stati rubati da sussidi sanitari finanziati a livello federale e da un programma Covid-19 negli ultimi anni. Il Minnesota ospita la più grande popolazione somala degli Stati Uniti, un gruppo che Trump a dicembre ha detto di non volere più nel Paese.
Un trader senza esperienza siderurgica, un’azienda strategica, miliardi promessi e debiti annunciati. Dopo la fuga di ArcelorMittal, l’acciaieria di Taranto rischia di finire nelle mani di un finanziere specializzato in aziende a fine corsa. Una storia di finanza, politica industriale e illusioni italiane

(Stefano Cingolani – ilfoglio.it) – Chi è Michael Flacks, spuntato dal nulla e ormai pretendente privilegiato per comprare l’ex Ilva? Da dove spunta, da Montecarlo o da Miami dove opera o dalla periferia di Manchester dove è nato? Non sa nulla di siderurgia, è un mini miliardario, tra i ricconi britannici è il numero 100 e dice di volere la più grande acciaieria d’Europa per un euro. Accendiamo un lumicino sulla nuova puntata della triste saga di Taranto.
Non sappiamo chi lo ha tirato fuori dal cilindro, ma a quel che è dato sapere, non sembra l’uomo giusto al posto giusto. Ed è lecito chiedersi come mai a Taranto hanno fatto scappare Arcelor Mittal, primo gruppo siderurgico mondiale, e adesso ci si dovrebbe accontentare di un uomo d’affari poco noto e anche poco affluente. La classifica del Times gli dà un patrimonio che in euro arriva appena a un paio di miliardi. I commissari liquidatori avevano stimato nel 2004 il suo valore tra 1,5 e 1,8 miliardi di euro. Adesso sono pronti a cederla per un euro?
È vero l’Ilva dieci anni fa produceva oltre sei milioni di tonnellate di acciaio l’anno, potrebbe arrivare fino a nove milioni, oggi sta attorno a tre milioni e perde fino a un milione di euro l’anno a causa della sotto-utilizzazione dei suoi impianti. Ma è davvero destinata alla chiusura?
Carlo Calenda non ha dubbi. Sentiamo cosa diceva il segretario di Azione a L’aria che tira su La7 nel luglio 2025
La storia dell’Ilva di Taranto si è già chiusa. Io da ministro ho fatto una gara, l’ha vinta il più grande produttore mondiale di acciaio, con un contratto blindato che prevedeva quattro miliardi e dueentomila euro, tra prezzo e investimenti. La conservazione di tutti i posti di lavoro, la conservazione dei livelli salariali, persino la conservazione dell’articolo diciotto che era stato a quel tempo abolito. Arrivano i cinque Stelle. Dicono no, schifo tutto e confermano tutto. Dopodiché perdono alle elezioni europee e col governo Conte due disdicono lo scudo penale. Mittal se ne va. Poi loro ci fanno una società insieme fanno un casino che la metà basta. l’Ilva è chiusa, è una questione di quanti soldi ci metteremo sopra per chiuderla. La vogliono tutti chiusa. La vogliono chiusa i sindacati, la vogliono chiusa le autorità locali, la vuole chiusa la magistratura, la vuole chiusa anche il governo. Il gioco che stanno facendo è a chi rimane in mano il cerino.
È vero, oggi come oggi nessuno è disposto a comprare il centro siderurgico così com’è, a cominciare dagli acciaieri italiani disposti a prendere chi un pezzo chi un altro. E lo stesso Flacks che opera con il suo fondo d’investimenti partito nell’Inghilterra centro-settentrionale, segue la stessa idea di fare i soldi con gli spezzatini. La sua filosofia è quella del junk, compra quello che tutti gli altri hanno rifiutato per metterlo a frutto nel modo più profittevole.
Ma lasciamo da parte le polemiche e cerchiamo di capire chi è questo semi-sconosciuto salvatore.
Michael nasce nel 1967 da una famiglia ebraica a Manchester e ancor oggi parla inglese con un “ampio accento manchesteriano” come ha scritto il Times di Londra. Pallido, capelli scuri, fisico piuttosto massiccio, veste in modo modesto e non ha l’aria del tipico riccone del principato monegasco. Ha lasciato a soli 15 anni la scuola secondaria israelitica (la King David High School) e si è messo a vendere giacche di pelle e abiti, imitazioni di Ralph Lauren e Calvin Klein soprattutto a negozi irlandese. È là, nell’isola verde, che comincia a raccogliere un po’ di quattrini anche se si riempie di debiti con le banche.
Vive a lungo a Dublino dove fa affari in quel che chiama “il mercato paralello” all’ingrosso. L’attività da ambulante si trasforma in un un punto vendita. Nel primi anni ’80 gestisce una catena di outlet chiamata Jacket City mentre comincia a investire in Irlanda e nell’Inghilterra del nord ovest, dove le case sono più a buon mercato e la crisi scoppiata nella prima fase del tatcherismo ha fatto crollare i valori immobiliari. Si compra un vecchio terreno aeroportuale vicino a Manchester.
Nell’immobiliare ha esordito con le casette a schiera, poi a mano a mano è passato a qualcosa di più consistente come gli alberghi e appezzamenti immobiliari. Nel 1983 fonda la sua società di investimento, negli anni ’90 entra negli Stati Uniti.
Sbarcato a Miami nel 2005, va a vivere insieme alla moglie Deborah a Fisher Island – chiamata il codice postale più ricco del mondo, accessibile solo in traghetto, yacht privato o elicottero – dove ha stabilito la sua residenza americana. Nel 2023 si compra per 24 milioni di dollari l’intero condominio dove abita.
A questo punto, chi può più chiamarlo straccivendolo, come aveva fatto dieci anni prima il londinese Times con tutta la sua puzza sotto il naso?
Diventa anche un filantropo. Le sue donazioni più importanti sono state a organizzazioni ebraiche come Colel Chabad affiliata al movimento ortodosso Lubavitch, una importante ramificazione dell’ebraismo hassidico che risale al XVIII secolo e si è sviluppato tra gli ashkenaziti dell’Europa orientale.
Flacks si definisce “un trader: compro qualcosa arrivato a fine corsa e poi lo rivendo al suo valore”. La sua governance è sempre stata familiare, allargata tutt’al più ad amici. Ma quando parla di noi intende sempre io.
“Se comprassi il Taranto Calcio, sono sicuro che lo porterei in Serie A. Come? È facile: comprando i migliori giocatori. Lo stesso intendo fare per l’Ilva”, ha detto a Francesco Bertolino del Corriere della Sera che lo ha raggiunto telefonicamente a Miami.
E ancora: “Per l’ex Ilva ho messo assieme un team di esperti di siderurgia: ci sono anche grandi ex manager dal gruppo US Steel. È la squadra che conta e io sono bravo a scegliere i giocatori. Neanche Donald Trump governa l’America da solo: si è circondato di persone straordinarie”.
Intanto, ha preso casa anche nella Trump Tower, non si sa come mai. Come è scritto nell’ordine della giarrettiera, honi soit qui mal y pense, svergognato chi pensa male.
Anche perché quale alternativa c’è?
Attenti però, non è fatta, ci saranno quattro mesi di tira e molla. Flacks vuole pagare un euro e promette cinque miliardi di investimenti. “Sono soldi miei”, dice al Corsera. In realtà li prende a prestito dalle banche. Quindi si indebita. Altrimenti si sarebbe mangiato tutto il capitale del suo fondo.
Ecco le parole di Flacks. “Ne ho discusso con le banche e il governo ha visto il business plan affinato con i consulenti di Boston Consulting Group: cinque miliardi non sono una cifra enorme rispetto ai profitti che l’azienda potrà generare se riusciremo a portare la produzione di acciaio a quattro milioni di tonnellate e poi, in pochi anni, a sei milioni”.
Quel che non dice è che secondo il piano del governo italiano la decarbonizzazione dell’Ilva costerà circa 10 miliardi di euro. Chi li dovrà sborsare?
Non solo, Flacks vuole che il governo resti con il 40 per cento. Dunque, per una parte il peso finanziario resterà sul groppone del contribuente che di riffe o di raffe si è già sobbarcato 12 miliardi di euro tra costi diretti e indiretti.
Ecco quel che si conosce del piano ben raccontato da Marta Buonadonna del Tgr Liguria:
L’offerta simbolica di un euro per acquistare acciaierie d’Italia e un investimento previsto di quattro miliardi da parte di Flex Group. Sono ore decisive per la vertenza ex Ilva, con il piano di rilancio oggetto di una trattativa tra i commissari straordinari e il fondo americano che si impegna ad ammodernare gli impianti e intraprendere il percorso verso la sostenibilità ambientale con il passaggio ai forni elettrici. Per farlo, però, chiede che, almeno inizialmente, rimanga forte la presenza dello Stato con una proporzione di sessanta per cento al privato e quaranta per cento al pubblico, che corrispondono a un impegno di spesa di circa due miliardi e sei. Flex non verserà la sua parte in un’unica soluzione, ma per fasi successive, legando ogni versamento al raggiungimento di precisi obiettivi che devono essere facilitati dalla parte pubblica autorizzazioni, costruzioni, infrastrutture. Una volta raggiunti i risultati desiderati, il Fondo si impegna a comprare quel quaranta percento di quota pubblica per un ulteriore miliardo di euro. L’obiettivo produttivo per lo stabilimento di Taranto è di quattro milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Resta la forte preoccupazione dei sindacati sul fronte dei posti di lavoro. Il piano finanziario prevede l’assunzione di ottomilacinquecento addetti che potrebbero anche salire a novemila. Un numero comunque inferiore ai circa diecimila dipendenti attuali, di cui quasi mille a Genova Cornigliano. Anche in questo caso si procederà per passaggi successivi, il che implicherà inizialmente il ricorso alla cassa integrazione, quindi sempre a carico dello Stato. L’obiettivo è concludere l’assegnazione entro aprile.
“Non mi dispiace rilevare aziende destinate a spegnersi in 15-20 anni”, ha dichiarato Flacks. Poi al Corsera ha precisato che non si riferiva all’Ilva e ha spiegato: “Comprerei per esempio un produttore di motori a combustione: non sono ideali per l’ambiente, ma non avremo tutti un’auto elettrica domani. L’azienda può perciò operare per altri 10-15 anni, dando ai dipendenti tempo di andare in pensione o trovare un altro lavoro; può cioè morire con dignità. L’Ilva ha invece un grande futuro”.
Il modello Flacks non funziona sempre, anzi. Non è andata bene con la Kelly-Moore che ha chiuso nel 2024, dopo un vano tentativo di rilancio.
“Kelly-Moore Paint era un produttore di vernici in declino – si giustifica l’imprenditore – con enormi problemi con l’amianto. Siamo riusciti a smembrare il gruppo e a far riassumere tutte le persone in altre aziende di vernici. È stata una ristrutturazione di grande successo: nessuno ha perso il lavoro e i negozi sono stati rilevati dai concorrenti. Succede dappertutto così: le grandi aziende diventano sempre più grandi ed efficienti, le piccole muoiono”.
Il darwinismo economico di Flacks sarà smentito a Taranto? Oppure ha ragione Calenda, siamo solo davanti a un’altra puntata della tragica saga dell’acciaio di stato?
Da più parti, dai sindacati, dagli enti locali, dalla sinistra sale il grido “Nazionalizzate, nazionalizzate”. E io pago, direbbe Totò. Ma, a parte i costi per il contribuente, c’è un piccolo problema: lo stato oggi non ha chi sappia gestire un colosso dell’acciaio. Si potrebbe ricorrere a una seduta spiritica per evocare la buon’anima di Oscar Sinigaglia. Il grande uomo d’industria che fece rinascere la siderurgia italiana usando anche i fondi del piano Marshall. Ma forse anche lui oggi si metterebbe le mani nei capelli.

(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – L’eurodeputato tedesco Fabio De Masi, esponente del partito Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), ha presentato un ricorso contro la Commissione Europea davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione, accusando la presidente Ursula von der Leyen di non aver reso adeguatamente pubblici i contatti con i rappresentanti dell’industria della difesa. De Masi accusa la Commissione di violare i Trattati UE e di ostacolare il ruolo di controllo del Parlamento europeo, dopo che una sua interrogazione dettagliata sulle interazioni con la lobby delle armi non ha ricevuto risposte complete nei tempi previsti. Von der Leyen è già stata ritenuta responsabile per la mancata divulgazione di informazioni ai media con lo scandalo Pfizergate. Ora, la causa mira a un precedente legale per rafforzare il diritto dei deputati a ottenere informazioni esaustive dall’esecutivo.
Il 14 marzo 2025, l’eurodeputato ha infatti avanzato una formale richiesta scritta alla presidente della Commissione UE, nella quale chiedeva di rendere conto di tutti i contatti «incontri fisici, telefonate, video conferenze, e-mail e corrispondenze» che Ursula von der Leyen ha avuto con l’industria della Difesa a partire dalle elezioni parlamentari di giugno 2024. La (breve) risposta è giunta solamente il 27 ottobre successivo, 7 mesi dopo: la Commissione cita infatti un incontro del 12 maggio 2025 («il primo dialogo strategico dell’industria europea della difesa»), al quale erano presenti quindici aziende del settore, e una cena di lavoro del 5 giugno successivo, al quale avrebbero partecipato tre aziende e il Fondo per l’Innovazione della NATO (NIF). Altri inviti sono stati declinati dalla presidente «a causa di impegni pregressi in agenda», mentre i messaggi privati ricevuti dagli appaltatori della difesa avrebbero riguardato solamente le congratulazioni a seguito della sua elezione di giugno 2024.
Secondo De Masi, si tratta di una risposta affatto esaustiva. Von der Leyen è stata infatti al centro dello scandalo Pfizergate, nel quale era stata accusata di scambiare messaggi privati con Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, subito prima dell’accordo colossale da 35 miliardi di euro per l’acquisto di 1,8 miliardi di dosi di vaccino contro il Covid. Il tutto era avvenuto nel 2021, nel periodo più critico della pandemia. A far esplodere il caso era stata una giornalista del New York Times, Matina Davis-Grindeff: quando la Commissione aveva dichiarato che i messaggi erano stati cancellati in quanto ritenuti «documenti non ufficiali» era intervenuta la Corte di Giustizia, che ha dichiarato non credibili le spiegazioni della Commissione – condotta che, per i giudici, ha denotato una negligenza istituzionale grave e potenzialmente dolosa. Contro la sentenza, la Commissione UE ha rifiutato di presentare ricorso.
Alla luce di questi precedenti, De Masi ha dichiarato che la sua decisione ha l’obiettivo di «ottenere una sentenza che costituisca un precedente per i diritti del Parlamento Europeo». Secondo l’atto, citato dai media tedeschi, von der Leyen avrebbe infatti violato l’obbligo previsto dai trattati UE di rispondere alle interrogazioni del Parlamento.

(Alberto Bradanini – lafionda.org) – 1. Il diritto internazionale – consuetudinario, pattizio, le Convenzioni di Vienna, la Carta delle Nazioni Unite e le tante convenzioni in vigore, vale a dire l’impalcatura che ha sinora presieduto (pur con i suoi limiti) la complessità della vita tra stati – è stato ridotto a carta straccia dalla cosiddetta democrazia nordamericana, che si rivela ancora una volta un vero e proprio stato canaglia (rogue state, nella lingua dell’impero). Sorprende non poco che – nonostante le evidenze, luminose come il sole a mezzogiorno – tale plutocrazia bellicista sia tuttora idolatrata in tanti paesi al mondo (invero soprattutto temuta), a partire dai governi e popoli europei, il cui spirito critico è stato soppresso da un processo di colonizzazione mentale che dura da decenni.
Il mondo è immerso in una pericolosa ebollizione. Al posto della Legge – fondamento costitutivo di ogni collettività – la pretesa superpotenza nordamericana ha scelto quali principi guida la violenza e la prepotenza, nell’assunto che i suoi interessi devono prevalere su quelli degli altri, calpestando la libera scelta delle altre nazioni a forgiare il proprio destino, sbagliando come tutti magari, senza però aggredire altri paesi o interferire nelle altrui libertà. È così che una nazione armata fino ai denti, con migliaia di ordigni atomici, minaccia la stabilità e la pace nel mondo.
L’uso della forza nei riguardi di paesi deboli e indifesi riflette un bisogno primitivo di dominio, insieme al convincimento di appartenere a una civiltà superiore, un mito bizzarro che quando sarà dileguato – nei tempi che prima o poi la storia ci dirà – avrà lasciato ovunque dietro di sé rovine materiali e valoriali, depressione e sconforto.
2. Secondo il diritto internazionale, il rapimento di Nicolás Maduro e consorte è illegale sotto ogni punto di vista. Vediamo. Per il diritto consuetudinario (quello delle genti, primordiale, essenziale) un presidente di un altro paese in carica non può essere arrestato, processato o sequestrato da un altro stato. Un principio fondamentale questo, nelle relazioni tra stati, che aiuta a salvaguardare la pace anche quando le tensioni superano una soglia critica.
Tale immunità è totale e permanente, e vale indipendentemente dalla circostanza che un presidente sia formalmente riconosciuto tale da un altro stato. Gli Usa, ad esempio, non riconoscono Maduro come legittimo presidente, ma l’immunità resta. E la ragione è banale. Sarebbe infatti sufficiente, altrimenti, ritirare tale riconoscimento per disporre del pretesto per intervenire legalmente contro un’altra nazione. L’immunità resta tale anche davanti alle (strumentali, beninteso, in questa evenienza) accuse di narcotraffico. Solo quelle riguardanti i crimini di genocidio o contro l’umanità, la farebbero cadere, alla luce delle prerogative della Corte Penale Internazionale (cui gli Stati Uniti non aderiscono e che, anzi hanno più volte sanzionato, per invereconde ragioni!): Nicolàs Maduro, in ogni caso, non è accusato di nessuno di questi crimini.
L’aggressione nordamericana contro il Venezuela, paese indipendente e membro della comunità internazionale, viola inoltre l’art. 2.4 della Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza contro stati sovrani. Washington non può nemmeno invocare l’art. 51 della Carta (legittima difesa), poiché il Venezuela non era in procinto di aggredire gli Stati Uniti. L’attacco militare, inoltre, non ha ottenuto alcuna autorizzazione dal Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’art. 42, ciò che avrebbe reso legittimo l’intervento.
Infine, il rapimento del presidente venezuelano e l’azione militare nel suo insieme devono ritenersi illegittimi ai sensi della stessa Costituzione statunitense – che fanno strame del principio di divisione dei poteri quale essenza di ogni democrazia degna di questo nome – poiché trattandosi di un intervento militare, e non di un’azione di polizia, come il presidente Trump e i suoi compagni di merende vogliono presentarla, avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione del Congresso.
La circostanza che tale azione abbia fatto circa 80/100 vittime tra civili e militari viene poi derubricata a danni collaterali – così come le vittime dei barchini bombardati dalla marina militare Usa negli ultimi mesi, come si trattasse di un gioco. Ormai l’empatia umana è una qualità rara nei circoli dei potenti a stelle e strisce, insieme al rispetto della civiltà giuridica di un Occidente che ha perso l’anima. Si tratta di crimini per i quali, è facile profezia, nessuno pagherà mai.
3. In buona sostanza, la Legge è dagli Stati Uniti considerata un intralcio. Una schiera di analisti – valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[1] – ha documentato con inoppugnabile evidenza che a partire dal secondo dopoguerra il paese che di gran lunga ha tratto maggior beneficio dai conflitti sono stati gli Stati Uniti, che in 80 anni di misfatti hanno rovesciato (o tentato di) più di cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni democratiche di decine di paesi, bombardando popolazioni di oltre trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese. Hanno tentato di assassinare dirigenti politici di 50 stati sovrani. Hanno finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre 20 paesi. La magnitudine di tale condotta criminosa viene talora evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono ancora più in alto o restano comunque al loro posto, indisturbati.
Il governo di Washington mostra indifferenza nei riguardi della legittimità, che sfuma all’orizzonte come la nebbia mattutina, sotto la guida del cosiddetto Dipartimento della Difesa, che con il ritorno di D. Trump alla Casa Bianca è stato perfino ribattezzato Dipartimento della Guerra, affinché non si abbiano dubbi in proposito.
La grande potenza nordamericana, che vede avvicinarsi il tempo del declino (non domattina, certo, ma i segnali sono evidenti) si scopre in difficoltà a preservare la postura di dominus sulla scena del mondo, e reagisce dunque come una belva ferita dove è più facile farlo, aggredendo i vicini di casa, in linea con la nota dottrina Monroe. Enunciata dal presidente omonimo oltre due secoli orsono (1823), tale riflessione geopolitica aveva il fine di impedire un’alleanza militare tra un paese delle Americhe e le potenze europee dell’epoca, indifferente alla stipula di accordi commerciali o altro genere. È stata la sua successiva interpretazione a estenderne il senso, conferendo a tale dottrina il significato che le si attribuisce ora, vale a dire un’abusiva determinazione degli Stati Uniti a interferire sulle scelte politiche, economiche o ideologiche delle nazioni del continente.
Deve riconoscersi che ormai è venuta meno anche la pudicizia di un tempo, poiché l’amministrazione Trump parla fuori dai denti. Non si tratta più – come in Iraq, in Afghanistan o in Libia – di esportare la democrazia o i diritti umani, ma esplicitamente di sottrarre petrolio gas e altre risorse a beneficio delle opulente corporazioni nordamericane. Una condotta dai tratti imperialisti, la cui magnitudine pensavamo relegata alla spazzatura della storia.
4. La violenza non genera pace, ma solo altra violenza. A festeggiare sono oggi i signori della guerra, le società petrolifere (che invero dovranno attendere anni prima di raccogliere i frutti di tale saccheggio: il petrolio venezuelano richiede lavorazioni costose e un laborioso ripristino delle infrastrutture) e la hybris imperiale, che nelle parole di Pete Hegseth, Segretario alla Guerra, con questa impeccabile azione militare, avrebbe riconsegnato agli Stati Uniti la perduta (si suppone) capacità di deterrenza.
La storia insegna che, oltre alla violazione di leggi e convenzioni, i cambi di regime imposti con la violenza dagli Stati Uniti – Iran, Guatemala, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Somalia e via dicendo – generano endemica instabilità, aggravando le condizioni di vita delle popolazioni colpite (quelle sopravvissute!). Deve invero rilevarsi che il loro obiettivo è proprio quello di promuovere il Caos, generare tensioni e conflitti, servire gli interessi dei venditori di armi, della finanza privata, dei privilegi del dollaro e altro ancora. Gli obiettivi sono quindi raggiunti.
L’aggressione al Venezuela ha spinto Cina e Russia a sollecitare la convocazione urgente del C.d.S. delle N.U., dal quale tuttavia, è facile profezia, non uscirà alcuna soluzione, operando esso sulla base dei veti incrociati, Stati Uniti ed europei si opporranno a ogni condanna. Alcune nazioni latino-americane, Brasile, Colombia, Cuba, Messico, Uruguay e persino il Cile dell’ammiratore di Pinochet, José Antonio Kast, insieme alla Spagna di Sanchez, hanno condannato con fermezza questo folle intervento, mentre gli europei – tra cui il nostro – si sono nascosti dietro grotteschi farfugliamenti. L’Italia, ad esempio, ha affermato quanto segue: “… Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza (sic.!, n.d.r.), come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. Non c’è bisogno di aggiungere una virgola per suscitare una pena infinita davanti a tali torsioni.
Per conto della cosiddetta Unione, poi, la sedicente Alta Rappresentante per la (inesistente) Politica Estera, la famigerata K. Kallas, ha dichiarato quanto segue: “…, in ogni circostanza, devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. I membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno una responsabilità particolare di sostenere tali principi, come pilastro dell’architettura della sicurezza internazionale. L’UE ha ripetutamente affermato che Nicolás Maduro manca della legittimità di un presidente”.
Ma il comunicato della Ue continua: “l’Ue condivide la priorità di combattere la criminalità organizzata transnazionale e il traffico di droga, che rappresentano una minaccia significativa alla sicurezza a livello mondiale …, mentre sottolinea che queste sfide devono essere affrontate attraverso una cooperazione costante nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei principi di integrità territoriale e sovranità. Siamo in stretto contatto con gli Stati Uniti, così come con partner regionali e internazionali per … facilitare il dialogo con tutte le parti coinvolte, portando a una soluzione negoziata, democratica, inclusiva e pacifica alla crisi, guidata da venezuelani. Rispettare la volontà del popolo venezuelano rimane l’unico modo per il Venezuela di ristabilire la democrazia e risolvere la crisi attuale”. Traduzione dal lessico dei maggiordomi di Bruxelles: “sappiamo che i gringos hanno aggredito un paese sovrano che nulla ha fatto contro di loro, ma non abbiamo il coraggio nemmeno di evocare il reato, figuriamoci quello di condannare colui che lo ha commesso. Restiamo dunque piegati a 90 gradi e terremo tale posizione anche in avvenire, con dignitoso orgoglio”.
L’Ue ricorda infine che “in questo momento critico, è essenziale che tutti gli attori rispettino pienamente i diritti umani e il diritto umanitario internazionale”. Non sia mai che all’estensore del comunicato venga in mente di chiamare per nome il paese che per primo non rispetta tali diritti e che en passant ha ucciso un centinaio di persone, portando la guerra nei Caraibi.
Secondo l’Alta Rappresentante etc. etc. …, dunque, per governare il presidente venezuelano deve ottenere il via libera della Commissione Europea. Indicibile, sotto ogni criterio. In realtà, N. Maduro, in linea con la Costituzione del suo paese, tale legittimità l’aveva a suo tempo ottenuta dalla Corte Suprema venezuelana, anche se alcuni (paesi o individui, non fa differenza) possono ritenere che egli non sia stato eletto in elezioni trasparenti, perché ciascun paese fa i conti con la sua realtà, e non deve subire interferenze di sorta, affinché il mondo non si trasformi in un inferno.
Del resto, quando nel gennaio 2021 un gruppo di sostenitori di D. Trump sconfitto alle elezioni assaltarono il Congresso accusando i democratici di aver falsato i risultati, nessun paese al mondo ha mai vagheggiato di intervenire, considerando giustamente tale disputa un affare interno statunitense. Spetta dunque solo al popolo venezuelano e alle sue istituzioni, deboli o democratiche che siano, di costruire autonomamente il suo futuro. Limpido come l’acqua di una sorgente alpina.
5. Una delle ragioni profonde della caduta degli imperi è legata al convincimento di essere esenti dalle conseguenze delle loro azioni sbagliate. L’attacco di Trump al Venezuela non renderà il mondo più sicuro, ma nemmeno gli Stati Uniti. Esso rafforzerà invero il convincimento di molti paesi che per resistere alle aggressioni nordamericane occorrerà armarsi vieppiù, se possibile anche con l’arma nucleare (Saddam, Milosevic, Gheddafi e al-Assad docent, così come Kim Jong-un, a contrario).
Con il sequestro (notizia delle ultime ore) di una petroliera battente bandiera russa – ma forse trasportava anche altro, non sappiamo ancora -, la Marinera, dopo averla inseguita per due settimane in pieno oceano Atlantico tra Scozia e Islanda, minacciosi venti di un confronto diretto tra Mosca e Washington iniziano a soffiare. Nelle parole del Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, l’embargo intorno al Venezuela è una misura che “si applica in tutto il mondo”. L’equipaggio, dunque anche cittadini russi, sarà giudicato negli Stati Uniti. L nave era scortata dalla marina, a quanto è dato sapere, ma soprattutto da sommergibili russi. Logica vuole che Mosca abbia scelto di non intervenire per evitare un confronto diretto. La prossima volta, forse, Mosca farà un’altra scelta. L’orologio dell’Apocalisse da 89 seconda alla mezzanotte sta forse accelerando, mentre l’orchestra del Titanic continua a suonare, insieme al coro stonato e borbottante dei maggiordomi europei.
I popoli restano arbitri del proprio destino, un destino che non va abbandonato nelle mani di ineffabili oligarchie che, giunte al potere, tendono invariabilmente ad abusarne. Senza riguardo al lessico cui si ricorre per qualificarle – democrazie, autocrazie, dittature o altro – le oligarchie che siedono in cima alla piramide suonano spesso la medesima musica, comiziando a squarciagola: cari connazionali non vogliamo altro che il vostro bene! E in effetti intendono proprio questo … vogliono il nostro bene, per portarselo via. Non dobbiamo permetterlo!
[1] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

(Andrea Zhok) – Gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta. Sono il paese di gran lunga più aggressivo, il paese che ha fatto più guerre dalla sua fondazione, che ha rovesciato più regimi e fomentato più colpi di stato. Con l’eccezione di Pearl Harbour, quella macchina bellica non è mai stata utilizzata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici.
Sono anche l’unico paese al mondo ad avere utilizzato bombe atomiche sulla popolazione civile.
Sono il paese che ha il più grande soft power del pianeta, di cui Hollywood è il principale braccio armato, capace di creare nel mondo un’immagine di sé integralmente fantastica e di farne un’arma egemonica. Accanto a Hollywood oggi il secondo braccio armato è rappresentato dai social media internazionali, tutti incardinati in California (tranne uno) e tutti a disposizione per qualunque pressione o indirizzo della NSA.
Sono il paese che, per usare una sineddoche, stermina un popolo (pellerossa) e poi ci fa su migliaia di film per presentarsi di volta in volta con tutte le parti in commedia: come coraggioso esportatore di civiltà o come animo nobile, simpatetico con la dolorosa sorte degli indiani.
Questo paese è guidato da un’oligarchia a base finanziaria che lascia alla minoritaria plebe votante scelte come quelle tra Trump e Biden, cioè scelte tra una padella demente e una brace squilibrata. In ogni caso ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, anche quando più presentabile, è manipolabile e condizionato, potendo venire eletto solo se si è indebitato e compromesso a peso d’oro con i maggiorenti del paese.
Questo paese sta informalmente dichiarando guerra al mondo intero, lasciando la scelta tra la sottomissione con tributi e la devastazione (economica e/o militare).
L’attuale proposta di Trump di portare il budget militare dalla cifra già record di 1000 miliardi di dollari a 1500 miliardi di dollari – per un confronto: Russia 109 miliardi, Cina 320 miliardi – significa una sola cosa: guerra illimitata (poi talvolta sarà guerra ibrida, talaltra “polizia internazionale”, qualche volta un bombardamento una tantum, altre volte un’invasione come si deve).
Ovviamente il pluridecennale lavaggio del cervello cui siamo stati sottoposti in Occidente farà sì che schiere di diversamente astuti vedranno in queste parole un qualche mitico “antiamericanismo”, e si sbracceranno a spiegarti che la vera minaccia è Putin che vuole arrivare a Lisbona o è la Cina che vuole imporci il credito sociale, o sono i “comunisti”.
Ma al netto di questi (diffusissimi) scemi di guerra la semplice verità è che oggi gli USA rappresentano il più grande pericolo che l’umanità abbia mai corso.
L’ex ministro: le correnti? Certo non le smonti con un sorteggio

(di Virginia Piccolillo – corriere.it) – Clemente Mastella, ma veramente lei è contro la riforma Nordio sulla separazione delle carriere?
«E certo».
Proprio lei che si dimise da Guardasigilli e fece cadere il governo Prodi, dopo l’arresto di sua moglie, gridando alla persecuzione giudiziaria?
«E non era un atteggiamento persecutorio? I pm se la presero prima con lei, poi con me, accusandomi di tutto per quasi 100 anni di galera, poi con i miei figli».
E non crede a chi presenta la riforma come antidoto a tutto ciò?
«No. Perché la separazione già c’è. Sennò mica stavo qui. A me chi mi ha salvato sono stati i giudici. Certo dopo dieci anni di inferno. E quello sarebbe da riformare, ma sui tempi la riforma non interviene. Invece va a toccare il pm: è una riforma pericolosa».
Chi l’ha approvata dice che rende più equilibrato il rapporto tra accusa e difesa.
«Ma non è così! È il contrario. Fa diventare il pm un superpoliziotto. È un’involuzione inquisitoria. Il cittadino malcapitato sarà schiacciato dal gigantismo del pm».
Il governo dice che la riforma aiuta il giudice… È così?
«Ma proprio per niente. Di fronte a un pm così forte, lo mette in difficoltà, lo rende debole. Il giudice separato già c’è: anche Matteo Salvini con Open Arms è stato prosciolto da un giudice. E lo stesso Berlusconi avrebbe avuto un esito di carriera diverso se molti giudici non avessero avuto opinioni diverse dai pm».
Il sorteggio non serve a eliminare le degenerazioni del sistema correntizio?
«Ma per carità! Le correnti non le smonti con il sorteggio. A parte che questa lotteria di giudici e pm, pescati alla cieca, non mi piace. Ma, lo lasci dire a me che, assieme a Casini, sono il più esperto d’Italia di correnti. Rinasceranno a livello locale».
Che intende?
«Mettiamo che venga eletto un magistrato di Benevento, subito lì si creerà una corrente che si legherà a quel carro».
Il doppio Csm e l’Alta corte non la convincono?
«Assolutamente no. Si creeranno due caste».
Caste?
«Certo. Adesso tra i togati del Csm i giudici sono più dei pm, quindi sono più forti. Dopo i pm staranno con i pm, i giudici con i giudici e il capo dello Stato presiederà tutti e due. Un caos incredibile».
I fautori del No denunciano che la riforma mette in pericolo l’indipendenza e autonomia dei magistrati e paventano la sottoposizione del pm all’esecutivo. Lei?
«Quella è una valutazione che faccio dopo. Non mi piace il giudice ossequioso con la politica che c’è in America. Ma l’indipendenza dei magistrati è già a rischio perché si indebolisce il giudice. Ma poi non si fa così…».
Cosa?
«La riforma della giustizia si fa tutti insieme. Si discute o è la fine di un Paese. Invece il governo ha fatto la riforma bypassando il Parlamento che ha detto sì. A tutto. Su questioni che non erano datteri! Sembra una sorta di rivalsa politica, che avrei dovuto fare io, non Giorgia Meloni».
Perché?
«Con tutto quello che ho subito. Per lei è più… un capriccio. Questo interesse continuo per i giudici viene più dai berlusconiani. Ma ora lei sembra più berlusconiana di chi è in Forza Italia».
Non è che lei sta sposando la causa del No perché ormai è nel Campo largo?
«Qual è? La maggioranza del Pd voterà Sì. Anzi, consiglierei a Elly Schlein di non scendere in campo schierando il partito. Perché o si partiva con un’idea unitaria oppure, con pezzi grossi come Barbera o Bettini che hanno già annunciato di votare Sì, come la mettiamo?».

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – C’è un filo neanche troppo esile che tiene insieme Crans Montana e Trumpòn Bolivar, i due sconquassi con cui il nuovo anno si è presentato sulla scena.
Si tratta dell’avidità.
Siamo persone di mondo: il denaro non è lo sterco del demonio, ma la precondizione di una vita libera e dignitosa. Lo stesso però non può dirsi del suo eccesso.
Era per bramosia di guadagnare ancora di più che i proprietari del bar andato a fuoco avevano ampliato gli spazi adibiti al pubblico, riducendo quelli riservati alla sicurezza. Ed era per paura di perdere qualche briciola dei loro già sostanziosi incassi che avevano chiuso a chiave l’unica uscita di sicurezza, affinché nessuno potesse servirsene per darsela a gambe senza pagare.
Il Trump che utilizza metodi da predone in Venezuela e minaccia di replicarli in Groenlandia si ispira a una logica simile, ovviamente su vasta scala. L’enorme ricchezza che possiede come individuo e come nazione non gli basta. Vuole anche quella che giace sotto la terra altrui e va a prendersela senza più schermarsi dietro le paroline magiche «libertà» e «democrazia» con cui i prepotenti del passato si sforzavano di nobilitare le spoliazioni. Forse perché l’uditorio a cui si rivolgevano credeva ancora in certi valori o quantomeno desiderava illudersi. Trump invece è convinto che oggi per tutti – tranne una frangia di disadattati che lui chiama «perdenti» – il denaro sia l’unica cosa che conta. E, guardando i proprietari del bar di Crans Montana, verrebbe da dire che non si sbaglia.
La presidente della Commissione Ue ridisegna un’Europa dipendente dal nuovo dittatore Usa. E più lui ci bastona, anche sul versante groenlandese, più lei gli porge carote

(Francesca De Benedetti – editorialedomani.it) – «Meglio cooperare che duellare. Vale pure per Nuuk». Anche quella che dovrebbe essere la reazione di Ursula von der Leyen alle botte di Donald Trump – che pure sulla Groenlandia tratta l’Ue come un pugile suonato – è in realtà un’allusione alla possibilità di venirgli incontro. Sotto la bandiera del «momento di indipendenza dell’Europa», von der Leyen sta in realtà rafforzando una dipendenza strutturale dell’Ue dagli Usa, su più fronti: energetico, militare, tecnologico, geopolitico e politico.
Ma «non avrebbe alcun senso!», ha detto ieri a Bfmtv il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, commentando l’ipotesi che gli Usa possano intervenire in Groenlandia militarmente. Un senso in realtà c’è: sventolare l’idea serve agli Usa per aumentare la pressione sugli europei, così che accondiscendano a una presa concordata.
Il ministro macroniano si è premurato di placare la sua opinione pubblica riferendo delle conversazioni col segretario di stato Usa; Parigi ha anche annunciato un confronto in giornata con gli omologhi tedesco e polacco «per reagire insieme». Intanto von der Leyen ha lanciato un amo alla Casa Bianca. Da Cipro, dove si trovava per l’inizio della presidenza di turno, ha fatto scivolare le seguenti parole: «La nostra Unione non è perfetta, ma è una promessa: che la cooperazione è più forte del confronto-scontro e che la legge è più forte della forza. Princìpi che si applicano non solo alla nostra Ue, ma parimenti alla Groenlandia».
Dietro l’apparente difesa del diritto si cela un invito a nozze per Trump, dato che i suoi strattoni groenlandesi servono anzitutto a far digerire agli europei una ipotesi di avanzamento “concordato” (anche se sotto la clava del ricatto) degli Usa nell’area, usando come strumento un patto con Nuuk. «La prima opzione di Trump sulla Groenlandia è sempre la diplomazia: per questo sta attivamente discutendone l’acquisto», per dirla con la portavoce del Donald.
L’amministrazione trumpiana confida che gli europei finiscano per fare buon viso a cattivo gioco; del resto questa classe dirigente lo ha già fatto ripetutamente. Pur di provare a placare il tycoon, negli scorsi mesi il governo danese aveva indirizzato una gran parte delle sue spese in difesa nell’acquisto di F35 statunitensi. Non ha funzionato: per citare il presidente francese, «Trump da noi vuole di più». Il tycoon usa il bastone, gli europei gli porgono carote.

Nel giro di mezzo anno von der Leyen, che a sua volta si muove al traino delle capitali e di Berlino in particolare, ha sabotato sempre più sia gli interessi degli europei che l’europeismo. Non si limita a reagire poco, male o per nulla agli abusi di Trump; non si limita a esser prodiga di concessioni; sta attivamente cambiando la fisionomia dell’Ue per adattarla il più possibile alla sagoma americana. Sotto lo slogan del «momento di indipendenza dell’Europa» rinsalda in realtà una dipendenza strutturale dagli Usa. Qualche esempio. Mentre Trump invitava agli «affari» Putin, la presidente ha utilizzato il piano Ue di emancipazione dall’energia russa come leva per monitorare gli acquisiti energetici nazionali e promuovere gli acquisti dagli Usa.
Nell’incontro di Scozia sui dazi, l’amministrazione Usa ha esibito come scalpo promesse europee di acquisti energetici (peraltro anche fossili, alla faccia degli obiettivi climatici); i commentatori hanno notato che Bruxelles non ha il potere per imporre questi acquisti. Von der Leyen ha però trovato il modo per suggerirli caldamente: meno Russia, quindi più Usa. Peccato che non ci sia (o meglio, non dovrebbe esserci) nulla di automatico in tutto ciò, specialmente quando Trump esibisce su un palcoscenico mondiale le sue derive autocratiche oltre che la sua disponibilità a scendere a patti col Cremlino.
C’è di più: il nuovo dittatore, che reclama come suo il petrolio venezuelano, sta già da mesi utilizzando la nostra nuova dipendenza per interferire nelle nostre scelte politiche, economiche e persino regolatorie. Lo si è visto quando – in una lettera – i ministri dell’Energia statunitense e qatariota hanno scritto che la Corporate Sustainability Due Diligence Directive dell’Ue (la direttiva per la sostenibilità socioambientale d’impresa) è «una minaccia esistenziale» non solo all’economia dell’Ue ma alla sua sicurezza energetica «in un momento in cui i nostri paesi stanno provvedendo ad aumentare le forniture di gnl all’Ue». Cancellate quelle regole o vi stacchiamo l’energia.
E poi, gli acquisti di armi: «gli europei la pagheranno cara», scriveva a Trump il segretario generale Nato in occasione del vertice dell’Aia. Gli europei non si sono solo prestati a comprare armi Usa, a pagare quelle Usa per Kiev o a dare appalti Nato a Thiel. Von der Leyen ha anche trovato il modo per «garantire la consegna» di quanto promesso in sede Nato (l’espressione è del suo commissario alla Difesa). Come disse Kubilius, la “roadmap per la difesa” è «un mega piano di consegna».

(di Michele Serra – repubblica.it) – Io credo che se il sindaco di Trieste capisse quanto è cafone dare pubblicamente della befana a Schlein (così come a qualunque altra donna), non lo avrebbe fatto. Il problema è che non lo capisce, e anzi probabilmente è convinto di essere stato spiritoso; e si sarà chiesto come mai tanto baccano per quella che a lui deve sembrare solo un’allegra battuta; sarà mica per via del fatto che “non si può più dire niente”, come sostengono i maleducati di ogni calibro (e con più trasporto i maleducati di destra), così abituati a prevaricare e insultare da non capacitarsi che qualcuno possa offendersi?
Il crollo di credibilità della politica dipende anche dal crollo della sua esemplarità. Il linguaggio facilone e arrogante non solo non “avvicina al popolo”, come credono i demagoghi, ma disgusta quella parte di popolo, non piccola, che vorrebbe una classe dirigente rispettabile, e autorevole proprio perché rispettabile.
Che il capo del mondo in questo momento sia un Supercafone è una circostanza che ha sicuramente ringalluzzito i cafoncelli locali. Ma non si rendono conto (proprio come il Supercafone) che alla fine del loro transito, della politica e dello spirito di comunità che la alimenta e la rende viva, rimarranno solo i cocci. E in mezzo ai cocci, pochi agonizzanti che si azzuffano.
A Trieste alle ultime elezioni comunali, nel 2021, ha votato il 41 per cento degli aventi diritto. Alle prossime, potete scommetterci, anche di meno. Non ho molta indulgenza per chi rimane a casa (e perde dunque ogni diritto di lamentarsi), ma è ovvio che figure come questo sindaco non siano un incentivo al voto. Vuoi vedere che, destra o sinistra che sia, la prima o il primo leader gentile, colto e rispettoso che compare sulla scena, conquista il Paese?
L’abbordaggio alle petroliere in alto mare coincide con l’offensiva per la conquista della Groenlandia danese, con le buone o le cattive

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Marines americani che in pieno Atlantico del Nord assaltano una petroliera battente bandiera russa e la sequestrano con tutto l’equipaggio, russi compresi. Altri che bloccano nei Caraibi un’altra nave, parte di una “flotta oscura” dedita al trasporto di greggio venezuelano sotto embargo. Il segnale di Trump non potrebbe essere più chiaro: faccio quel che mi pare. Specialmente nell’emisfero occidentale, ovvero nel continente panamericano che la sua amministrazione intende sigillare contro la penetrazione cinese e russa. Ma anche contro l’abusiva pretesa “dell’alleato” danese di possedervi la Groenlandia.
Con le operazioni marittime gli Stati Uniti stanno dando seguito alla promessa di governare il Venezuela. A modo loro. Compresi atti di alta quanto efficiente pirateria come il rapimento di un capo di Stato straniero perché narcotrafficante o il sequestro di navi che avrebbero rotto l’embargo sul petrolio venezuelano. Fino a rischiare una nuova crisi con Mosca, specie se i marinai russi fossero processati sul suolo americano. Con effetti imprevedibili sul già stagnante “processo di pace” per l’Ucraina.
C’era una volta l’America. Quella che si voleva in missione per redimere l’umanità e battezzava universali i propri interessi. Oggi gli Stati Uniti considerano e dividono il mondo a partire dalle proprie priorità. Quelle di una nazione depressa, impaurita, spaccata. Con la manifattura al collasso, un debito federale spaventoso, una sfiducia mai vista nelle istituzioni, un impressionante declino del tasso di fecondità. Sette statunitensi su dieci non credono più nell’American Dream. La quasi totalità non ricorda più una guerra vinta (era il 1945).
Il Numero Uno è un colosso ferito, sanguinante. Quindi disposto a tutto. E di tutto capace. Senza preoccuparsi di piacere a qualcuno. Salvo a sé stesso. Cominciamo ad accorgercene anche da questa parte dell’Atlantico. L’abbordaggio alle petroliere in alto mare coincide infatti con l’offensiva per la conquista della Groenlandia danese, con le buone o le cattive.
Il segretario di Stato Marco Rubio, annunciando che la prossima settimana incontrerà la controparte di Copenaghen, afferma che per qualsiasi presidente americano ogni minaccia alla sicurezza nazionale — nel caso la temuta penetrazione cinese e russa nell’isola artica — può essere trattata con la forza delle armi. “Alleati” avvertiti mezzo salvati.
Vale in specie per i leader europei, tra cui Giorgia Meloni, che hanno sottoscritto un documento di solidarietà con la Groenlandia. E più direttamente per il primo ministro danese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, per cui un’aggressione americana contro il suo territorio artico segnerebbe «la fine della Nato». Ammesso che esista ancora.
Noi europei siamo avvertiti. L’America tratta il nostro continente come parte extracontinentale della sua sfera d’influenza. Quindi intende impedire con ogni mezzo che potenze avverse, a cominciare da Cina e Russia, vi mettano piede. Per decenni abbiamo voluto credere che gli americani fossero qui per proteggere noi, ora ci viene comunicato quello che potevamo già intuire prima: siamo qui per proteggere l’America. Chi non ci sta è nemico, anche se “alleato”. Visti da Washington gli euroatlantici si dividono tra affini dunque utili al nuovo regime americano e suoi incorreggibili avversari.
Per memoria: nella versione non pubblica della Strategia di sicurezza nazionale varata lo scorso novembre, l’Italia è menzionata con Austria, Ungheria e Polonia tra i “buoni”. In attesa che prossime elezioni in Gran Bretagna, Francia e Germania elevino al potere leader omogenei al trumpismo, quali Nigel Farage, Marine Le Pen e Alice Weidel (la leader dell’AfD che chiacchierando con Musk ha bollato Hitler «comunista»).
In Italia quando le acque si agitano preferiamo mettere la testa nella sabbia e recitare il rosario del magico mondo di pace che fu. Per ottant’anni abbiamo goduto dei vantaggi — tutt’altro che gratuiti ma ben accetti — di appartenere alla sfera d’influenza americana. Quella rassicurante atmosfera apparterrà ai nostri migliori ricordi. Ma non ha nulla a che fare con lo scontro tra colossi di cui siamo oggi disarmati spettatori. Collisione epocale che impegna gli Stati Uniti nella furiosa guerra senza limiti per sopravvivere. Obiettivo per il quale tutti, dovunque, siamo sacrificabili.
In questa battaglia la priorità è accaparrarsi le enormi risorse energetiche, minerarie, tecnologiche necessarie a vincere la partita dell’intelligenza artificiale e del quantum computing. Chi volesse immaginare le prossime mosse americane, come anche cinesi, russe o di altri aspiranti imperi, dovrebbe consultare una carta dei Paesi meglio dotati di materie prime critiche. Finalmente una buona notizia: non ne abbiamo quasi. Anche se in Val d’Agri, nella Basilicata Saudita benedetta dal greggio, pare che qualcuno stia ammucchiando sacchetti di sabbia alla finestra.