
(adnkronos.com) – Si muove il generale Roberto Vannacci. Il tam-tam di queste ultime settimane, con le indiscrezioni su un possibile addio alla Lega dell’ex capo della Folgore, pronto a dar vita a una nuova forza di estrema destra, sta diventando sempre più insistente, con rumors provenienti dalla Toscana, dove lo stesso Vannacci risiede.
Le voci di un nuovo partito, non smentite dallo stesso interessato (“mai dire mai”, ha detto nelle scorse ore) trovano oggi una conferma importante. A quanto risulta all’AdnKronos, infatti il generale Vannacci nella giornata del 24 gennaio, tre giorni fa, ha depositato il marchio di quello che dovrebbe essere il suo nuovo partito ‘Futuro Nazionale’.
La mossa di Vannacci è stata preceduta negli scorsi messi da quella del fedelissimo del generale, Giulio Battaglini, già in Fdi, poi sotto le insegne dell’eurodeputato della Lega di cui oggi è braccio destro, assieme al fedelissimo Massimiliano Simoni, ex militare ed ex Fdi, oggi unico eletto in Toscana con la Lega a gestione Vannacci.
Il lucchese Battaglini, oggi uno degli assistenti parlamentari del generale a Bruxelles e dipendente della ‘Versiliana’, a quanto risulta all’AdnKronos, lo scorso fine ottobre, aveva infatti già registrato il dominio internet http://www.futuronazionale.it. Piattaforma web che potrebbe divenire il sito ufficiale della nuova formazione vannacciana.
Il simbolo del possibile nuovo partito di Roberto Vannacci – visionato dall’Adnkronos – si presenta come un emblema circolare dal fondo blu profondo. In alto, in caratteri bianchi, netti e moderni, campeggia la dicitura “Futuro Nazionale”. Elemento centrale e fortemente identitario è la fiamma tricolore stilizzata, reinterpretata in chiave dinamica: non una fiamma verticale e statica, ma una fiamma che avanza controvento, piegata in avanti. Il verde, il bianco e il rosso scorrono in una linea fluida e tesa, evocando movimento.
Le tensioni sulla possibile fuoriuscita di Vannacci dalla Lega vedono – per ora – il leader Matteo Salvini gettare acqua sul fuoco. Nelle scorse ore, Via Bellerio ha smentito ricostruzioni di stampa dove si raccontano pressioni da parte di Luca Zaia sul segretario per intervenire contro il suo vice, ormai da molti dei ‘vecchi’ leghisti considerato un corpo estraneo.
“Nessuna telefonata”, assicurano dalla Lega. Ma di certo in tanti si interrogano sul futuro politico di Vannacci, guardando con attesa alle mosse del segretario federale, impegnato in una mediazione che pare sempre più complicata.

(Enrica Perucchietti – lindipendente.online) – «L’Abraham Lincoln Carrier Strike Group è attualmente dispiegato in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». È il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) a confermare che il gruppo d’attacco navale guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, richiamato all’ordine dal suo pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, è arrivato lunedì in Medio Oriente. Secondo fonti ufficiali di Washington, lo spostamento degli asset militari mira a «garantire la sicurezza regionale e proteggere le forze statunitensi», ma lascia aperta la possibilità di un’azione offensiva contro Teheran.
A inizio mese, il presidente americano Donald Trump sarebbe stato vicino ad autorizzare un attacco contro il regime iraniano dopo la repressione delle proteste. La scelta sarebbe stata sospesa, ma il rafforzamento militare nella regione è proseguito. Fonti della Casa Bianca, citate da Axios, confermano che l’opzione resta sul tavolo, anche se le rivolte interne sono ormai state in gran parte soffocate. Proprio Trump, di ritorno da Davos, aveva anticipato l’ingente dispiegamento di mezzi militari verso il Medio Oriente: «Abbiamo un’armata che si dirige in quella direzione, e forse non dovremo usarla», aveva sentenziato a bordo dell’Air Force One, sottolineando che la presenza serve principalmente a deterrenza e pressione contro l’Iran. La USS Abraham Lincoln trasporta con sé la sua forza aerea imbarcata di circa 90 velivoli, tra caccia multiruolo F-35C e F/A-18 Hornet e Super Hornet, affiancati dagli E/A-18 Growler per la guerra elettronica e dagli E-2 Hawkeye per il controllo e l’allerta precoce. Oltre alla componente navale, il Pentagono ha redistribuito in Medio Oriente aerei da combattimento, forze di supporto logistico e sistemi avanzati di difesa, con F-15, F-16 e altre unità trasferite alle basi in Giordania, Qatar e Arabia Saudita. La presenza degli F-15 segnala una capacità offensiva profonda: possono trasportare carichi pesanti e colpire a lunga distanza. Israele li ha già impiegati a giugno contro l’Iran insieme agli F-35, con questi ultimi incaricati di neutralizzare le difese aeree e aprire la strada agli attacchi successivi.
Da Teheran arriva un monito netto: il Paese è pronto a un nuovo conflitto con Israele e Stati Uniti in caso di attacco e i vertici militari iraniani promettono una risposta «totale e tale da suscitare rimpianto». Il portavoce del Ministero degli Esteri avverte che l’insicurezza che ne deriverebbe «travolgerebbe tutti». Mentre gli Emirati Arabi Uniti fanno sapere che non consentiranno operazioni contro l’Iran dal proprio territorio, Israele morde il freno, delineando la prospettiva di un nuovo attacco, a soli sei mesi di distanza dalla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Pur in assenza di segnali ufficiali sulle reali intenzioni di Washington, la stampa israeliana riferisce che l’ipotesi di un’azione militare americana contro Teheran resta concreta e che un dossier sui «preparativi per un attacco» sarebbe già sul tavolo del governo di Israele, i cui vertici si dicono pronti «a tutti gli scenari». In questo contesto si inseriscono anche gli avvertimenti dei gruppi filoiraniani in Iraq, Yemen e Libano. Gli Houthi nello Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq hanno indicato di essere pronti a riattivare attacchi, ad esempio contro navi commerciali nel Mar Rosso o installazioni statunitensi, se la tensione dovesse tradursi in un conflitto aperto.
Questa combinazione di minacce, movimenti armati e incertezza diplomatica sta creando uno dei momenti più delicati nelle relazioni tra Washington e Teheran degli ultimi anni, con implicazioni che vanno ben oltre il Medio Oriente. In un’intervista rilasciata lunedì sera, Trump ha affermato che la situazione con l’Iran è “in evoluzione”, aggiungendo che la diplomazia rimane sul tavolo: «Vogliono raggiungere un accordo. Lo so. Ci hanno contattato in numerose occasioni. Vogliono parlare», ha precisato il tycoon. In attesa delle prossime mosse, diversi analisti fanno notare che un “regime change” rischierebbe di innescare una guerra civile in un Paese da 92 milioni di abitanti, fortemente armato, ricco di risorse energetiche e incastonato tra aree esplosive: il Belucistan al confine con il Pakistan e l’Afghanistan dei talebani. Un attacco degli Stati Uniti contro l’Iran rischierebbe, inoltre, di trasformarsi in una guerra di logoramento: eroderebbe la capacità di proiezione americana, già impegnata in operazioni come quella in Venezuela e sotto la pressione di sfide globali, potrebbe drenare risorse militari ed economiche, favorire il riequilibrio globale a favore della Cina e consolidare una resistenza internazionale all’egemonia statunitense.

(Matteo Bortolon – lafionda.org) – Se nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.
È stato un incipit convulso, in cui Trump ha dispiegato appieno il suo talento per gesti eclatanti che polarizzano ed attirano clamore, buttando a mare con ruvida noncuranza inveterate consuetudini diplomatiche foderate di ipocrisia. Fra gli aspetti principali si è visto un riassetto dei rapporti fra Usa e paesi europei di inedita significatività e risonanza mediatica, che pare sempre sul punto di arrivare a un punto di non-ritorno. La questione su cui interrogarsi è se tali politiche abbiano una reale consistenza e progettualità o siano mera successione di tatticismi ad alta intensità mediatica senza una reale prospettiva.
Il caso della Groenlandia – Trump vuole impadronirsene, a suo dire per motivi di sicurezza, allegramente noncurante del fatto che si tratta del territorio di un paese sovrano – è solo il culmine di un anno di attriti coi vertici europei, che da parte loro oscillano fra insofferenza e umilianti sottomissioni.
I diplomatici europei paiono sempre più sfiduciati. Se a inizio 2025 ci si chiedeva angosciosamente se fosse la fine della NATO adesso si arriva a dire che “Il nostro sogno americano è morto”, come ha riferito un diplomatico dell’UE a Politico; “Donald Trump lo ha ucciso.”
Come siamo arrivati a tutto questo?
Un nuovo sceriffo in città”
Chi pensava che l’agenda America First della nuova amministrazione fosse più una posa elettorale ad usum populi che qualcosa di reale ha ricevuto segnali esplosivi.
Nel febbraio 2025, a pochi giorni di distanza, si sono succeduti i discorsi, di fronte a dirigenti europei, di due importanti figure della nuova leadership: il neosegretario alla Difesa Hegseth e il vicepresidente Vance.
Il primo faceva capire che l’interesse di Washington per l’Europa non avrebbe più comportato un impegno così consistente, ed avrebbe delineato la linea di contrasto più seria coi vertici del Vecchio Continente. Avanzando la volontà del nuovo inquilino alla Casa Bianca di pacificare il continente segnalava una attenuazione dell’impegno a favore dell’Ucraina, in merito alla quale affermava che
ogni garanzia di sicurezza deve essere sostenuta da truppe europee e non-europee. Se queste truppe vengono dispiegate come forze di pace in Ucraina (…), dovrebbero essere schierate come parte di una missione non NATO e non dovrebbero essere coperte dall’articolo 5.
In altre parole gli Usa annunciavano che se gli europei volevano davvero entrare sul campo con le truppe, avrebbero dovuto cavarsela da soli. Da allora i leader europei si sarebbero investiti di improbabili babysitter di Zelensky, cercando di favorirlo presso Trump, con accompagnamento alla sua corte, telefonate congiunte, incontri separati.
Il discorso di Vance invece era persino più duro. Nonostante il contesto – parlava alla conferenza sulla sicurezza di Monaco – non riguardava se non in maniera tangenziale le questioni strategiche e militari, ma la democrazia. Ed ha accusato i vertici europei di logorarla nei loro paesi con censura, abolizione di elezioni, e norme penali per punire il dissenso, come accadeva – quale paragone! – con i paesi del “socialismo reale”.
Ma adesso, aggiungeva Vance, l’aria è cambiata, perché c’è “un nuovo sceriffo in città”.
Il febbraio 2025 è stato un mese piuttosto duro da digerire per le cancellerie europee. Poco prima degli interventi di Hegseth e Vance, i leader europei avevano dovuto masticare amaro per una telefonata di 90 minuti fra Trump e il presidente Putin avvenuta il 12 febbraio. Spettacolare il contrasto con l’atteggiamento verso Zelensky: a fine mese la diretta televisiva mostrava in mondovisione il litigio fra i vertici statunitensi e il presidente ucraino, trattato senza tanti fronzoli come un subordinato e messo alla porta senza tanti complimenti. Un vero shock per le classi dirigenti del Vecchio Continente. Gli Usa avevano già di fatto reso chiara la priorità di Israele come alleato rispetto all’Ucraina, per cui le quotazioni di Kiev erano già scese, senza emergere però nelle paludate liturgie atlantiste. Con Trump il velo diplomatico si è squarciato disvelando la brutale realtà dei rapporti di forza: le priorità Usa sono altre e senza perder tempo si può ridimensionare l’impegno su tale fronte.
Disimpegno dall’Ucraina e dialogo con la Russia
Al Congresso una parte consistente dei repubblicani pareva immune alla deferenza quasi religiosa professata dalla politica europea verso Zelensky, spesso raffigurato come un fastidioso accattone.
Dopo il litigio in diretta con lui alla Casa Bianca, Trump aveva sospeso le forniture di armi e persino la condivisione di informazioni di intelligence. Al di là dell’episodio, che risulta circoscritto, il sostegno è indubbiamente diminuito.
Dall’estate 2025 ha preso piede un nuovo programma di forniture militari a Kiev, totalmente finanziato dagli Stati europei, chiamato Purl, Prioritised Ukraine Requirements List (“Elenco Prioritario delle Necessità dell’Ucraina”).
Da quando è andato a regime vi è stato un calo vistoso; secondo quanto scrive il Kiel Istitute, nell’ambito del suo programma di monitoraggio, dal periodo estivo “le assegnazioni militari dei paesi europei sono diminuite del 57% rispetto a gennaio-giugno 2025, anche includendo i loro contributi all’iniziativa Purl della Nato. La media mensile di tutti gli aiuti militari durante questo periodo è stata quindi del 43 per cento al di sotto del livello della prima metà del 2025”. In pratica gli europei pagano di meno anche contando i fondi Purl che dovrebbero sostituire i finanziamenti Usa.
Il Wall Street Journal ha riportato che il vicesegretario alla Difesa Elbridge Colby ha influenzato la decisione di sospendere alcune spedizioni di armi all’Ucraina attraverso un memorandum segreto inviato al Segretario Pete Hegseth. Il documento evidenziava la carenza di scorte di armi negli Stati Uniti, dovuta alle richieste ucraine, spingendo per una pausa nelle forniture per preservare le risorse per altre priorità strategiche, in particolare il contenimento della Cina. Nel suo libro del 2021, The Strategy of Denial, considera la Russia un possibile collaboratore contro Pechino, opponendosi all’ingresso dell’Ucraina nella NATO per i rischi che comporterebbe.
Per tutto il 2025 Trump ha oscillato tra una interlocuzione con la Russia e un atteggiamento più duro – gli Stati Uniti infatti hanno approvato nuove sanzioni contro la Russia inerenti settori come petrolio, gas, banche e criptovalute. D’altro canto vi sono stati incontri cordiali fra rappresentanti dei due Stati fino ad un incontro faccia a faccia fra i due leader il 15 agosto in Alaska.
Per tali contatti, Trump ha bruscamente escluso gli europei, che si sono lamentati a più riprese – mentre i commentatori e dirigenti più fanatici lo bollavano come traditore dell’Occidente e dell’Ucraina. L’atmosfera era tale che ad agosto CBS News ha riferito che un promemoria, datato 20 luglio e firmato da Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, ha disposto che le agenzie di intelligence Usa non condividessero informazioni sui colloqui di pace Russia-Ucraina con i partner del gruppo Five Eyes (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda). Del resto l’aprile precedente un articolo del Financial Times riportava che la Commissione europea ha iniziato a fornire telefoni “usa e getta” e computer molto basilari ad alcuni funzionari diretti negli Stati Uniti per motivi di sicurezza digitale, una misura finora riservata a viaggi in paesi ritenuti ad alto rischio di sorveglianza come Cina o Russia.
Il successivo ottobre Trump ha avuto una telefonata di oltre due ore col Presidente russo.
L’atteggiamento più conciliante con la Russia e meno devoto verso la causa ucraina è il riflesso di una ridefinizione di strategia globale. Parliamo di America First.
America First e ritiro dall’Europa?
Nel corso della campagna elettorale presidenziale 2024 era emerso con forza il principio chiamato America First. Con esso Trump esprimeva il rifiuto di “essere i poliziotti del mondo”, cioè di accollarsi i costi e le responsabilità di un ordine mondiale, per limitarsi al presidio delle frontiere e agli interventi a favore degli interessi nazionali.
L’ovvia implicazione è che gli Stati europei devono spendere di più per la loro sicurezza: gli Usa non saranno più disposti a farlo. Al di là della sfumatura di generosità e disinteresse che tale narrativa falsamente conferisce all’imperialismo a stelle e strisce, l’effetto operativo consiste di un tendenziale disimpegno Usa sul Vecchio Continente.
Nel corso del 2025 si sono succedute notizie di stampa di ritiri di truppe Usa:
Tutte queste notizie non sono state confermate da movimenti effettivi, salvo la prima che riguarda un contingente di poche centinaia di soldati. Ma per tutti questi mesi è serpeggiata l’attesa di un drastico ridimensionamento, e le notizie indicano, quanto meno, un dibattito interno agli apparati Usa e con gli alleati.
A marzo è scoppiata la bomba: il Washington Post ha dato notizia di una direttiva interna del Pentagono, un documento di nove pagine denominato Interim National Defense Strategy Guidance, che avrebbe ridotto sostanzialmente la strategia di difesa degli Stati Uniti alla regione indo-pacifica.
In pratica si prefigurava un declassamento reale e consistente dell’importanza dell’Europa, fronte da far reggere agli alleati, cornice di un ulteriore strappo di Trump ai danni delle oligarchie europee: la pace in Ucraina riconoscendo la vittoria della Russia.
La richiesta di pagare di più alla fine otterrà un risultato: al vertice NATO dell’Aia (24-25 giugno 2025), gli alleati hanno ufficialmente impegnato i loro paesi a aumentare la spesa militare fino al 5 % del PIL entro il 2035, con un percorso incrementale con revisioni nel 2029 formalizzato nella Hague Summit Declaration.
I due documenti successivi, la National Security Strategy of the United States of America di dicembre 2025 e la più recente National Defense Strategy of the United States of America del 23 gennaio 2026, hanno confermato appieno tale orientamento col suggello dell’ufficialità. E sempre a dicembre uno sconsolato articolo di Reuters riportava che i funzionari statunitensi hanno intimato alle loro controparti che gli europei dovranno prendere entro il 2027 le redini dell’Alleanza Atlantica sul continente.
“L’alleanza è morta”
L’innalzamento delle spese militari degli Stati europei è stato un tema ricorrente dal 2022; con l’accordo del 2025 Trump li spingeva verso la strada che essi avevano già intrapreso, ma dandole un senso completamente diverso.
La militarizzazione era vista come necessaria per difendersi dalla (presunta) aggressività della Russia, ma sempre nel quadro atlantista. La nuova strategia America First pareva frantumare il fronte euroatlantico, spingendo a più ampie spese come compensazione sofferta come abbandono. Gli atlantisti e le loro riviste di riferimenti hanno gridato il lutto ai quattro venti.
In breve le nuove spese militari non sarebbero destinate a uno sforzo congiunto con gli Usa (contro la Russia) ma sostitutive rispetto ad essi. O forse contro di loro?
Le minacce di invadere la Groenlandia sono davvero inaudite, e quel che è seguito pare la trama di una satira fantapolitica: paesi NATO spostano truppe in un paese dell’alleanza per proteggerlo da… il principale paese NATO.
In una bizzarra esibizione pubblica Trump aveva annunciato una caotica imposizione di dazi a molti paesi del mondo, e gli alleati non erano stati minimamente risparmiati – già questo è uno sgarro notevole. Nella negoziazione condotta da Ursula Von Der Leyen a giugno si è raggiunto un accordo umiliante, con il Presidente vincente e la leadership europea mestamente pronta a subire un 15% di dazi doganali – con eccezioni per alcune merci – senza imporre alcuna ritorsione. A fronte delle resistenze europee gli Usa hanno minacciato ulteriori dazi del 10% a 8 alleati europei (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Gran Bretagna). Ovviamente cumulativi al 15% per tutta la Ue. Come ritorsione la Commissione ha ipotizzato sanzioni per 93 mld $.
Che il legame Usa – classi dirigenti europee fosse di netta subordinazione non è certo un mistero. Il politologo norvegese Glenn Diesen ha recentemente ricordato la confidenza di un ex alto funzionario Usa secondo cui alla Casa Bianca si scrivevano su delle lavagne i nomi dei leader europei, assieme alla loro inclinazione pro-Usa, e si decideva chi far emergere. Ma le eufemistiche espressioni diplomatiche quali alleanza e atlantismo evitavano di dirlo apertamente. Sotto tale velo le oligarchie accettavano entusiasticamente uno scambio: l’appoggio Usa per restare al potere contro la svendita dell’indipendenza e della sovranità dei loro paesi a fronte degli interessi statunitensi.
Non è quindi sorprendente che a fronte della maggior crisi dell’asse euroatlantico che la storia ricordi esse si riducano a mosse ostentatamente muscolari ma in realtà vacue; si preferisce sottomettersi sperando che passi la nottata e arrivi alla Casa Bianca un nuovo padrone più trattabile e misurato. L’ABC delle lotte anticolonialiste suggerisce che senza recidere le strutture oggettive della dipendenza (come le basi militari Usa e la presenza dei colossi del risparmio gestito quale BlackRock) strepitare ed agitarsi è solo un miserevole teatrino.
Briscola, padel e astrofili: al gran banchetto del Pnrr, il trionfo dei “progettini”. Dagli studi del cielo stellato dell’Unione astrofili al museo del prosciutto, finanziamenti a pioggia. Soldi per piccoli stadi, musei e affittacamere. Intanto Confindustria lancia l’allarme: «Economia ferma»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Campi di padel, tornei di briscola, app per le diocesi, fondi a pioggia agli hotel per le ristrutturazioni. E ancora: società pubbliche “fantasma”, soldi a fondazioni, associazioni, musei di ogni risma.
Ma, nel mare magnum del Pnrr, non passa inosservato il finanziamento approvato all’Unione astrofili italiani con lo scopo di «promuovere la cultura scientifica e valorizzare la conoscenza del cielo notturno stellato, attraverso la creazione di una rete nazionale». Finanziamento previsto? 50mila euro abbondanti.

Al banchetto del Piano nazionale di ripresa e resilienza si sono seduti un po’ tutti. Almeno chi ne ha avuto la possibilità.
Certo, le risorse sono state stanziate dopo apposite domande validate anni addietro, volate sopra le teste dell’attuale ministro, Tommaso Foti. Dunque, a monte c’è una decisione consapevole. Gli effetti sul Pil italiano non sono stati decisivi. E Confindustria ha lanciato l’allarme sull’economia «quasi ferma» e oggi gli investimenti del Pnrr «sono l’unica spinta». La luce sta per spegnersi e le riforme latitano. «Non sono stati centrati gli obiettivi di migliorare tasso di crescita economica, rimuovendo lacci di natura regolamentare e amministrativa», dice l’ex economista del Fmi, Fabio Scacciavillani.

I progetti hanno spesso una ridotta platea di beneficiari. Uno dei casi è quello dei campi di padel per la palestra di Vigo di Cadore, 1.500 abitanti in provincia di Belluno. Next Generation Eu, il nome europeo del piano, ha messo a disposizione un importo di 300mila euro. Stessa somma destinata al comune di Castelpagano (1.300 abitanti), nel Sannio, per il percorso fitness nella pineta comunale.
È stato confermato, con un decreto del 2025, poi il progetto “un giro di briscola”, elaborato nel modenese, per la socializzazione delle persone anziane: la spesa è di 222mila euro. E se lo stadio di Firenze è stato eliminato dalle opere finanziabili dal Pnrr, su richiesta dell’allora ministro, Raffaele Fitto, è andata meglio allo stadio “Mimmo Garofalo” di Tursi, in provincia di Matera: il Pnrr ha previsto un importo di 700mila euro per la realizzazione del campo in erba sintetica e per la copertura della gradinata. Dunque, il Franchi no, ma sì al Ciullo di Salve (4.500 abitanti), in provincia di Lecce: il completamento della struttura è costato un milione di euro.

Sul fronte culturale, come già raccontato da Domani, nel Pnrr cultura, sono stati assegnati circa 40mila euro alla fondazione Magna Carta presieduta dall’ex ministro berlusconiano, Gaetano Quagliariello, con lo scopo di rifare i contenuti editoriali del sito e potenziare l’e-commerce. Mentre alla pro loco di Castel Viscardo (Terni), è stato approvato un importo di oltre 25mila euro per la «creazione del primo borgo umbro nel metaverso». Un turismo immersivo.

In mezzo alla miriade di micro-progetti ne spuntano tanti altri, che non hanno portato di certo impennate per il Pil. Stando ai database pubblici, l’associazione museo della Bora di Trieste è stata ammessa al finanziamento per 75mila euro (che risultano ancora da erogare) per la «digitalizzazione del patrimonio analogico del magazzino dei venti attraverso installazioni digitali».
Mentre la diocesi di Massa Carrara-Pontremoli ha ricevuto il via libera al finanziamento (per un massimo) di 75mila euro. La finalità? Un’app da scaricare sugli smartphone per promuovere il patrimonio religioso della zona.
Il Pnrr è anche la fotografia delle cattedrali nel deserto, non per forza fisiche. Il paradigma è la 3-i spa, società pubblica pensata per favorire la digitalizzazione di tre colossi, Inps, Inail e Istat, che sono infatti diventate socie per gestire la spa che avrebbe dovuto assorbire una serie di servizi. Era una delle “milestone” del Pnrr.

A tre anni dalla fondazione, la 3-i resta un oggetto misterioso. Un dato è singolare: una società che si occupa di digitalizzazione non aggiorna nemmeno il proprio sito. A inizio settembre, nel cda è entrato Paolo Guidelli al posto di Ester Rotoli, mentre il presidente del collegio sindacale è diventato Stefano Moracci in sostituzione di Cosimo Giuseppe Tolone. Informazioni non riportate dal sito dopo vari mesi.
Il problema è pure il piano industriale, tuttora in costruzione, mentre i conti traballano. Significativo è il bilancio del 2024. La differenza tra entrate e uscite è stata di oltre 600mila euro: per ammortizzare, il management ha compiuto degli investimenti per 500mila euro. Operazioni finanziarie “salva-conti”, che non sono il core business della società. Nei mesi scorsi c’è stato qualche passettino in avanti. «Nel 2025 sono stati sottoscritti gli accordi di servizio con gli enti coinvolti, segnando l’avvio a regime della società», spiegano a Domani fonti di governo.

A chiudere il cerchio gli stanziamenti del ministero del Turismo, già quando c’era Massimo Garavaglia con il governo Draghi: affittacamere, agriturismi, hotel, bed&breakfast e ristoranti hanno beneficiato di 600 milioni di euro di incentivi, 150 milioni a fondo perduto. Il Pnrr è un’occasione per molti, insomma. Specie per i musei più fantasiosi.
A Ficarra (Messina), oltre 90mila euro sono stati previsti per il museo del giocattolo medievale, e i 600mila euro per il museo del prosciutto a Langhirano (Parma). A Sala Consilina (Salerno), infine, c’è il progetto Casa Surace, con un importo di circa 39mila euro, per «un portale digitale per tramandare le leggende italiane». Per un Pnrr da lasciare ai posteri.

(dagospia.com) – Cari europei, dobbiamo rassegnarci a essere vassalli di qualcuno. Se non di Trump, di Xi Jinping. D’altronde non si vede all’orizzonte una presa di coscienza, da parte degli euro-leader, della forza dell’Ue. E non essendoci in giro politici disposti a investire centinaia di miliardi per rilanciare l’Unione, come contrappeso di rilievo a Usa e Cina, tocca accettare il proprio destino.
Il canadese Mark Carney, nuovo idolo dei liberali europei, ha aperto la strada. A Davos parlava della necessità delle “medie potenze” di riconoscere il “potere dei propri valori”, ma giusto qualche giorno prima aveva spalancato le gambe del suo Paese alla penetrazione dei prodotti cinesi, con un accordo, siglato da una stretta di mano con l’autocrate con gli occhi a mandorla, Xi Jinping.
Va detto che i cinesi sono dei geni della strategia e continuano impunemente a rintontirci di belle parole sull’importanza del multilateralismo, del dialogo e della diplomazia, dall’alto di un regime che sopprime le libertà individuali e politiche e attua una politica di pulizia etnica (che ad altre latitudini qualcuno avrebbe chiamato “genocidio”) nei confronti dei musulmani uiguri nello Xinjiang, per non parlare di quello perpetrato in Tibet.
Fatto sta che Xi Jinping, sfruttando l’onda lunga dell’indignazione europea per le vergognose mire di Trump sulla Groenlandia, sarebbe tornato alla carica e nelle scorse ore avrebbe sottoposto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, una “proposta indecente”: cominciamo ad avere rapporti economici con valuta in euro, lasciando perdere una volta per tutte il dollaro come valuta di riserva mondiale.
La furbata ha ingolosito la cofana bionda di Bruxelles, che però non ha alcun potere in materia e ha rimandato la questione alla presidente della Bce, Christine Lagarde.
L’idea di Xi sarebbe un’ulteriore arma in grado di destabilizzare l’economia americana: la Cina sa che l’Europa è il grimaldello per scardinare il dominio statunitense.
Come ripetono esperti ed analisti ormai da mesi, infatti, i paesi dell’Ue sono i principali detentori del colossale debito americano (ne possiedono quasi 2mila miliardi), senza considerare gli oltre 8mila miliardi in azioni e obbligazioni a stelle e strisce.
Scrive Veronica de Romanis oggi sulla “Stampa”: “Che cosa accadrebbe nell’eventualità di una vendita in massa da parte degli europei?
L’enorme quantità di titoli immessa sul mercato farebbe crollare i prezzi e, di conseguenza, salire i rendimenti, incrementando in maniera significativa le già elevate spese per interessi quindi il deficit.
La Federal Reserve, la banca centrale americana, potrebbe intervenire acquistando una parte dei titoli ma ciò significherebbe aumentare un’inflazione già elevata.
In alternativa, potrebbero comprarli gli investitori americani che, tuttavia, lo farebbero solo in cambio di tassi più alti.
Il risultato ultimo sarebbe un aumento dei tassi d’interesse, soprattutto quelli a lungo termine, una maggiore pressione inflazionistica e forti tensioni finanziarie”..
Mettendo il suo piedone in Europa, Xi Jinping potrebbe rifilare un calcione a Trump, e archiviare una volta per tutte l’era americana, per inaugurare il glorioso (per lui) “secolo cinese”…
Il nostro presente si sta trasformando in una sorta di tragedia shakespeariana del re pazzo circondato da cortigiani ossequienti

(Pierfranco Pellizzetti – ilfattoquotidiano.it) – C’è poco da stupirsi se Giorgia Meloni, nella sua più recente presa di posizione ufficiale quale nostra presidente del consiglio in carica, si augurava di poter candidare Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, quando si tratta della stessa persona che all’inizio della carriera ministeriale certificava in Parlamento con il proprio voto che la marocchina Ruby Rubacuori era senza alcun dubbio la nipote del premier egiziano Mubarak.
Dunque, sempre di spudorata acquiescenza si tratta (che la narrazione corrente accredita come abilità manovriera e forza comunicativa), di un personaggio politico che persegue la sua scalata blandendo il potente di turno e accondiscendendo ai suoi grotteschi capricci. Indubbiamente risibile, nella misura in cui è rivelatrice di un abito morale inadeguato per guidare un Paese che si presume civile. Specie nelle traversie da affrontare in questi tempi.
Minacce in non trascurabile misura prodotte dalla transizione sistemica ad opera di un ciclopico distruttore a piede libero, quale il destinatario delle servili ruffianate di Meloni. Ma c’è qualcuno che si stupisce se l’attuale presidente degli Stati Uniti, dopo aver tentato il colpo di Stato alla fine del suo primo mandato, autorizza i suoi squadroni della morte, reclutati tra gli assalitori di Capitol Hill e altre nefandezze, di abbattere pacifici cittadini come prede venatorie di una feroce caccia all’uomo. Come le due vittime dell’Ice a Minneapolis, Renée Good e Alex Jeffrey Pretti; quale avvertimento a quanti ritengono diritto democratico dissentire dal potere. Un nemico che minaccia gli equilibri vigenti da eliminare.
E se la violenza cieca si scatena contro gli stessi compatrioti, perché stupirsi se il furore devastatore si rivolge contro l’intero orbe terracqueo, a partire proprio dai tradizionali alleati?
Di certo la tempesta che si è abbattuta sul mondo diventa inarrestabile perché quelle che il premier canadese Mark Carney chiama “le potenze di mezzo” – in particolare i leader europei e il club di Bruxelles di cui frequentano i salotti – hanno solamente saputo abbassare il capo nella speranza di sopravvivere al passaggio dell’uragano. Sorde all’invito del collega – giunto dai Grandi Laghi del Nord America al Forum di Davos 2026 – di “agire insieme perché il mondo assuma una piegatura diversa, verso il progresso e la giustizia”.
Ma per fare questa radicale inversione di marcia occorre capire di cosa si alimenta la furia trumpiana, diventata virale nell’acquiescenza di chi poteva/doveva contrastarla: la convinzione egemonica che la società mondiale – e l’Occidente in particolare – si divide drasticamente tra chi ha e chi non ha. E chi ha deve sentirsi consapevole della propria superiorità intellettuale e morale, che lo autorizza a qualunque pretesa; anche la più abietta. In particolare combattere con la forza e il terrore chi osa contrastare questo presunto stato di fatto. Per diritto divino o per l’ordine naturale delle cose.
Un pensiero che riemerge in tutta la sua virulenza da secoli di tentato addomesticamento, da parte di una didattica umanitaria e cosmopolitica che si presentava illuminata dalla luce della benevolenza e della solidarietà. Nei secoli in cui la stanchezza e l’orrore di massacri e stermini hanno dato credito al pensiero della luce. Con il prevalere della lezione di Erasmo da Rotterdam su quella di Machiavelli.
Infine – nel Novecento – la catastrofica guerra civile dell’intero Occidente, che ha sancito il collasso dell’Europa come centro del sistema-mondo, ha dato vita a istituzioni internazionali che si ritenevano capaci di intercettare la luce.
Ma dall’ultimo quarto del secolo scorso l’oscurantismo è tornato ad avanzare con gli stivali delle sette leghe. Inesorabilmente. Un’ideologia di stampo anglosassone nata (secondo Michel Foucault) dalla sublimazione in lotta di classe della guerra di razze dopo la conquista normanna dell’Inghilterra (Hastings 1066) e l’asservimento dei sassoni, proseguita nella dottrina di stampo calvinista e puritano del successo come segno della grazia divina; fino all’avanzata a ovest dei colonizzatori “di un continente assegnato dalla provvidenza”, spinta dall’eccezionalismo messianico americano.
Quel concentrato di aggressività e prevaricazione che riemerge come credenza salvifica dell’impero morente. Mentre il nostro presente si sta trasformando in una sorta di tragedia shakespeariana del re pazzo circondato da cortigiani ossequienti. E non sai quale di questi personaggi sia il più indegno: magari i cardinali di curia alla Paolo Mieli, che invitano a sopire e troncare i distinguo; a non esagerare con le critiche. I veri giullari dei nostri giorni.
Il ministro degli Esteri: “Il problema non è che arrivano quelli coi mitra con la faccia coperta, vengono dei funzionari che sono di un reparto. Vengono loro perché è il reparto deputato all’antiterrorismo”

(repubblica.it) – “O uno sa di cosa si parla o diventa una cosa emotiva, ma non è che sono quelli che stanno in strada a Minneapolis. Io sono stato quello più duro di tutti in Italia” su questo, ma “non è che stanno arrivando le SS”. Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia per il Giorno della Memoria e replicando alle domande dei cronisti sugli agenti dell’Ice che potrebbero arrivare in Italia per le Olimpiadi Milano-Cortina e delle proteste dell’opposizione.
“Quindi – aggiunge – il problema non è che arrivano quelli con il mitra con la faccia coperta, vengono dei funzionari che sono di un reparto. Vengono loro perché è il reparto deputato all’antiterrorismo”. Per chiarire la questione, Tajani annuncia per oggi “un incontro tra il ministro Piantedosi e l’ambasciatore americano”.

Intanto, durante la conferenza dei capigruppo della Camera, il Partito democratico ha rinnovato la richiesta della presenza in Aula del ministro Piantedosi, “per chiarire finalmente – ha detto al termine della riunione la presidente dei deputati dem, Chiara Braga – la vicenda della presenza della forza Ice a Milano in vista delle Olimpiadi” invernali. “Abbiamo ribadito la richiesta che la presidente del Consiglio venga a riferire a valle della riunione straordinaria del Consiglio europeo”, ha aggiunto.
Quella dell’Ice è una presenza che, sulla carta, rientra nel dispositivo che accompagna abitualmente le delegazioni ufficiali americane all’estero. Gli uomini dell’Ice fanno infatti parte del Diplomatic service, il servizio che segue e tutela i rappresentanti Usa durante missioni e grandi eventi internazionali.
I target principali della protezione saranno il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Il primo è però affidato alla vigilanza del Secret service, mentre il secondo sarà la figura direttamente coinvolta nell’apparato di sicurezza di cui fa parte la controversa agenzia federale.
XI, ‘LA CINA INTENDE SOSTENERE L’ORDINE MONDIALE BASATO SULL’ONU’

(ANSA) – La Cina intende sostenere l’ordine mondiale basato sulle Nazioni Unite, di fronte a un mondo che oggi “si trova ad affrontare molteplici rischi e sfide” verso cui la comunità internazionale “deve lavorare insieme allo scopo di rispondere in modo adeguato”.
I grandi Paesi, ha aggiunto Xi incontrando nella Grande sala del popolo il premier finlandese Petteri Orpo, “devono assumere l’iniziativa di promuovere l’uguaglianza, lo stato di diritto, la cooperazione e l’integrità”, e sostenere “una multipolarità e una globalizzazione economica che avvantaggia tutti e che è inclusiva”.
Cina ed Europa, in base al resoconto del network statale Cctv, “sono partner, non rivali. La cooperazione tra le due parti è maggiore della competizione e il consenso è maggiore delle differenze”. Per questo, l’auspicio è che la Finlandia “svolga un ruolo costruttivo nel promuovere lo sviluppo sano e stabile delle relazioni” tra Pechino e Bruxelles.
I commenti di Xi a sostegno dell’Onu, in linea con quelli già espressi nei giorni scorsi con il presidente brasiliano Lula da SIlva, sono maturati a pochi giorni dal lancio del Board of Peace da parte del del presidente americano Donald Trump, che ha suscitato preoccupazioni sul fatto che il tycoon punti a creare un rivale dell’Onu. Pechino è stata invitata a unirsi al nuovo gruppo di Trump, ma non ha confermato la partecipazione, e da allora Xi ha sottolineato l’importanza di un ordine internazionale incentrato sul Palazzo di Vetro.
Orpo, sempre secondo lo stesso resoconto, ha affermato di voler discutere di “questioni internazionali” e argomenti di “cooperazione bilaterale” con la parte cinese. Malgrado le calorose aperture, Pechino e Helsinki non sono d’accordo su questioni spinose, tra cui la guerra della Russia in Ucraina e la lotta internazionale per l’influenza sulla regione artica. Orpo, impegnato in una visita di quattro giorni, si unisce alla serie di leader occidentali recatisi a Pechino, mentre le politiche instabili di Trump spingono i suoi alleati a cambiare rotta.
Nelle ultime settimane, si sono recati in Cina il premier canadese Mark Carney e il presidente francese Emmanuel Macron, mentre il primo ministro britannico Keir Starmer sarà nella Repubblica popolare dal 28 al 31 gennaio.

(ANSA) – La maggioranza ripropone la riapertura del condono edilizio del 2003. Dopo il tentativo poi fallito di inserire la misura nella legge di bilancio, spuntano – come anticipato da alcuni organi di stampa – tre emendamenti identici al decreto milleproroghe, presentati di FdI (a prima firma Vietri), Lega (Zinzi) e Fi (Patriarca), che modificano l’articolo 32 del decreto del 2003 e affidano alle Regioni il compito di adottare una legge di attuazione della sanatoria.
“Sono suscettibili di sanatoria edilizia”, si legge nella proposta di modifica, diverse tipologie di illecito (dalle opere realizzate in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio sia conformi che non conformi alle norme urbanistiche, alle opere di ristrutturazione prive del titolo edilizio, dalle opere di restauro e risanamento conservativo senza titolo abilitativo edilizio alle opere non valutabili in termini di superficie o di volume) “nell’ambito dell’intero territorio nazionale, purché non rientrino nei casi di insuscettibilità assoluta di sanatoria”.
Per le costruzioni in zona sismica, si precisa, “ai fini della sanatoria rimane, in ogni caso, ferma la necessità che l’intervento risulti conforme alle norme tecniche per le costruzioni in zone sismiche vigenti sia al momento della realizzazione dello stesso, sia al momento del rilascio del titolo in sanatoria”,
L’emendamento affida alle regioni, entro 60 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, il dovere di “adottare una legge di attuazione” con cui determinare “le possibilità, le condizioni e le modalità per l’ammissibilità a sanatoria”.
Seduto in prima fila, a poche sedie di distanza da Paolo Berlusconi e Antonio Tajani, il leader di Azione alza il cartello marchiato Forza Italia

(ilfattoquotidiano.it) – A Milano, il leader di Azione Carlo Calenda è accolto dagli applausi del popolo di Forza Italia che si è riunito al teatro Manzoni per celebrare il 32esimo anniversario della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Una stima ricambiata dal leader di Azione che, insieme a tutti i presenti, alza il cartello marchiato Forza Italia con su scritto: “Due carriere per una giustizia forte, al referendum vota sì”. Ad accoglierlo è il deputato forzista Stefano Benigni: “È la seconda volta in pochi mesi che Calenda viene a un nostro convegno, forse ci ha preso gusto”. Calenda siede in prima fila, a poche sedie di distanza da Fedele Confalonieri, Paolo Berlusconi, Marta Fascina oltre al segretario di Forza Italia Antonio Tajani. E applaude quando sul maxi schermo viene trasmesso un video ricordo di Silvio Berlusconi soprattutto quando parla della “missione prioritaria di difendere i cittadini italiani dall’oppressione giudiziaria”.
(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Molto toccante la cerimonia tanatofila che si è tenuta domenica al teatro Manzoni di Milano, in un edificio di proprietà della famiglia Berlusconi, per celebrare il 32º anno dalla discesa in campo del defunto che tanto ispira ancora l’azione di governo. A officiare la messa c’era Tajani, leader per così dire di Forza Italia, e in platea tutto il vippume berlusconiano, compresi la ex compagna di Silvio, Marta Fascina, naturalmente deputata della Repubblica a nostre spese, e il di lui fratello Paolo, in qualità di esecutore testamentario delle volontà del congiunto in materia di Giustizia, la sua specialità. A spiccare, però, è stata la presenza di Carlo Calenda, già ministro col centrosinistra dopo le gloriose esperienze manageriali in Ferrari, Sky, Confindustria e la candidatura in Scelta civica; senza dimenticare il giretto da europarlamentare del Pd, ciò che rimase anche dopo essersi fondato un partito suo, per dimettersi solo dopo essere stato eletto senatore con la lista Azione-Italia Viva. Adesso Forza Italia lo “chiama” (Corriere): poteva dire di no?
Accanto a lui, una sua vecchia conoscenza: Letizia Moratti. Ricorderete quando lui e Renzi la candidarono alle Regionali in Lombardia nel 2022: “Renzi e la tentazione Moratti candidata”, titolavano i giornali del blocco borghese, e a stento riuscivano a trattenere l’eccitazione.
Per Repubblica e Corriere, dotati di orecchio fine per i palpiti del popolo, l’operazione Moratti non era affatto una bieca operazione ordita dai due leader del compianto Terzo (in realtà Sesto) Polo per togliere voti al Pd e contarsi, genuflettendosi alla piccola, media e grande borghesia tra Milano e Cortina; era un genialata, nel momento in cui il Pd stava scivolando verso l’esiziale “alleanza estremista col M5S” (Corriere). Era certo, come assicurava Renzi a La7, che avrebbero fatto “numeri straordinari” insieme. Repubblica spingeva per questa “sinistra fluida” che desse “una sveglia al Pd”, e prese a intervistare ogni giorno notai, registi e direttori artistici, insomma il popolo, per endorsare la ereditiera con triplo cognome, vedova di un petroliere. Solo così si sarebbe battuta “la destra”, cioè Attilio Fontana, di cui peraltro Moratti era stata assessora alla Sanità fino a 3 secondi prima.
Purtroppo Moratti arrivò terza su tre, ciò che non le ha impedito di rientrare in FI, a giudicare dalla foto in cui appare col cartello in mano per dire che lei voterà sì al referendum di Nordio (ma va’?), appunto accanto a Calenda. Archiviata la sinistra fluida, c’è sempre la destra; e chi meglio del fluidissimo anzi gassoso Tajani può realizzarla, imbarcando i disperati del Centro? Già da un po’ si vociferava: “A Marina Berlusconi non dispiacerebbe l’intesa (futuribile) Tajani-Calenda”, titolava Il Foglio nel settembre scorso. Sempre meglio i Berlusconi che “l’alleanza estremista col M5S” (se iniziamo a votare un partito senza pregiudicati dove andremo a finire, in Siberia?). In fondo è chiaro il perché della presenza di Calenda nel teatro di Berlusconi: il sogno comune di mettere la magistratura sotto il potere governativo; il fatto che i due elettorati in parte combacino (immaginiamo il tormento che a ogni elezione affligge il padronato di Piazza San Babila e i poveri proprietari che leggono Class: votare il signorino dei Parioli o il maggiordomo di casa Berlusconi?), oltre che tutte quelle scemenze sul “merito”, i valori atlantici e la rivoluzione liberale; quel che colpiva era l’assenza di Renzi. Forse era a Riad? Che non voglia ancora esprimersi sul referendum di Nordio per tenere la Meloni sulla brace, posto che lui è presumibilmente favorevole a tutto ciò che limita il potere e l’autonomia dei magistrati? Quando metterà la testa a posto entrando finalmente in FI, visto che per le elezioni avrà bisogno di un passaggio da qualcuno chicchessia, visto che è senatore grazie a Calenda, con cui però ha litigato, e che la sua sceneggiata di esser di centrosinistra e di voler opporsi al governo non ha spostato Italia viva di un decimale?
Un’ultima, deliziosa nota su Calenda: sui giornali la notizia della sua presenza al rito anti-magistrati di FI è oscurata da un’altra fondamentale informazione, e cioè la sua “presa di distanza da Salvini”, il quale ha incontrato il neonazista inglese Robinson al ministero dei Trasporti. “Incompatibile con noi. Tajani e Calenda si smarcano e lavorano all’intesa al centro”, titola Repubblica. Ora, a parte che il verbo “lavorano”, per un meeting unto dallo spirito di Silvio Berlusconi, è un po’ troppo forte, la domanda dovrebbe essere: ma perché a Calenda dovrebbe importare di smarcarsi da Salvini? Calenda è entrato nella maggioranza di governo di soppiatto e già detta legge e impone veti? Intanto Paolo dice di Calenda: “È un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione”, e se lo dice un Berlusconi c’è da fidarsi.

(adnkronos.com) – A livello di comunicazione, la linea dura della Casa Bianca viene affidata alla portavoce, Karoline Leavitt. I problemi in Minnesota, dice, nascono dal ”caos”, che ha provocato anche la morte di Pretti. “La speranza, il desiderio e la richiesta del presidente Trump è che il caos finisca. Questa tragedia si è verificata a seguito di una resistenza deliberata e ostile da parte dei leader democratici in Minnesota”, dice Leavitt, aggiungendo che i funzionari delle forze dell’ordine statali “hanno diffuso bugie sui colleghi agenti delle forze dell’ordine che rischiano la vita quotidianamente”.
(di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – In Italia la campagna contro la cultura della pace è più violenta della campagna contro la cultura della droga. Gli attacchi verbali contro i pacifisti sono più numerosi degli attacchi verbali contro le droghe e i loro spacciatori. L’uccisione di onestissimi civili inermi negli Stati Uniti per mano di Trump è una conseguenza della diffusione della cultura della guerra. La cultura della guerra, infatti, promuove molti fenomeni politici, tra cui l’Ice.
L’Ice, nella versione di Trump, nasce da un’idea tipica della cultura della guerra: l’idea che i problemi sociali si risolvano eliminando intere categorie sociali: gli immigrati irregolari. L’idea dell’eliminazione dei problemi sociali attraverso l’eliminazione di una categoria sociale si trova in tutti i processi di disumanizzazione. Stalin voleva sterminare tutti i contadini agiati. Trump vuole arrestare o uccidere a sangue freddo tutti gli immigrati irregolari. L’idea di Stalin era che, eliminando tutti i contadini agiati, la Russia sarebbe tornata a essere grande. L’idea di Trump è che, arrestando o uccidendo tutti gli immigrati irregolari, l’America tornerà a essere grande. Le Brigate rosse volevano eliminare tutti i borghesi: un’intera categoria sociale. Hitler voleva eliminare tutti gli ebrei: un’intera categoria sociale. Nel mio Anatomia delle Brigate rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario (Rubbettino), ho denominato questo fenomeno “identificazione del maligno” (gli immigrati, gli ebrei, i kulaki, i capitalisti, i neri, gli omosessuali). Stalin e Hitler, nonostante le loro enormi differenze, sono “purificatori del mondo”. L’universo mentale del purificatore del mondo presenta cinque caratteristiche cognitive: catastrofismo radicale, attesa della fine, ossessione per la purezza, identificazione del maligno e ossessione per la purificazione. Il progetto di purificazione della società produce una narrazione para-religiosa che non cambia nei secoli: “Il mondo è precipitato nel dolore (catastrofismo radicale) a causa di una categoria sociale (identificazione del maligno) e sta per collassare nelle tenebre (attesa della fine). I puri (ossessione per la purezza) devono scovare gli agenti del Male e sterminarli (ossessione per la purificazione)”. Come insegna la scuola del sospetto – Marx, Nietzsche, Freud – le comunità umane si sforzano sempre di apparire migliori di quel che sono. Per questo motivo, le democrazie occidentali non vedono mai i propri processi di disumanizzazione (“i bambini palestinesi stanno bene”, “Israele ha il diritto di difendersi”). Come ha detto Antonio Tajani a Rai3, il 12 gennaio 2025: “Israele non ha commesso crimini di guerra”. Giorgia Meloni vorrebbe tutti gli immigrati irregolari in un carcere albanese per eliminare un’intera categoria sociale. L’identificazione del maligno, l’ossessione per la purezza e l’ossessione per la purificazione sono sempre le stesse. Si chiamano “estrema” destra ed “estrema” sinistra perché condividono il progetto estremo di cancellare una categoria sociale per intero. L’estremismo politico non esiste senza un progetto di “cancellazione sociale”. Meloni è una storia antica. Trump è un fiume carsico che scorre nel sottosuolo della civiltà occidentale: è un fiume che riemerge periodicamente. Non riusciamo a vederlo perché, così dice il Corriere della Sera, le democrazie occidentali sono moralmente superiori alla Russia, nonostante la distruzione di Gaza, che verrà purificata dai grattacieli occidentali. Gaza: un altro prodotto occidentale. Il fiume scorre. Quale autocelebrazione potrebbe aprire gli occhi?

(cdt.ch) – L’amministrazione Trump avrebbe comunicato all’Ucraina che le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti dipenderebbero dall’accordo di pace di Kiev che probabilmente richiederebbe la cessione della regione del Donbass alla Russia. Lo scrive il Financial Times, citando otto fonti a conoscenza dei fatti. Washington ha anche spiegato che potrebbe offrire all’Ucraina più armi per rafforzare il suo esercito in tempo di pace se Kiev accettasse di ritirare le forze dalle parti della regione orientale che controlla.
Rispondendo a chi le chiedeva di un aggiornamento dopo i colloqui del fine settimana, intanto, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha detto che Donald Trump resta «molto coinvolto» nelle trattative fra Russia e Ucraina: «è stato informato» e «non molla sul processo di pace». La Casa Bianca ha poi parlato di incontro di «natura storica», commentando il vertice sul conflitto tra Ucraina e Russia avvenuto la scorsa settimana, ma ha escluso, al momento, nuovi contatti tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «L’incontro non ha ricevuto molta copertura mediatica, ma è stato di natura storica: il team del presidente è riuscito davvero a portare le due parti allo stesso tavolo, facendo avanzare la situazione verso la pace», ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt. Trump, ha aggiunto, «non sta abbandonando il processo di pace» ma «non mi risultano telefonate in programma questa settimana» con Zelensky.
Washington aveva giù usato gli Stati dell’Est Europa per colpire il Vecchio continente. Kiev ha dimenticato i 19 pacchetti di sanzioni anti-russe e la distruzione dei gasdotti Nordstream

(di Barbara Spinelli – ilfattoquotidiano.it) – È successo già una volta, che i governi est europei furono usati da Washington contro la Vecchia Europa per meglio scardinare l’ONU, violare il diritto dei popoli, invadere l’Iraq senza autorizzazioni internazionali e senza prove sulle armi di distruzione di massa.
Saddam fu ucciso appena estratto dal rifugio sotterraneo: la morte fu cruenta e degradante come quella di Gheddafi e Bin Laden nel 2011. L’Est europeo ricevette l’etichetta che da allora lo nobilita: Nuova Europa. Quella Vecchia era rugosa, infida. Si era allineata dopo l’11 settembre, invadendo l’Afghanistan con gli Usa (partecipazione tiepida secondo Trump) ma Parigi e Berlino dissero no all’occupazione dell’Iraq.
Stavolta è un altro governo dell’Est a denunciare la Vecchia Europa, saltellando con zelo ancillare attorno a Trump: l’Ucraina di Zelensky. Ancora più nuovo dei Nuovi Europei, partecipa alle danze intente –non da oggi– a sfaldare l’Ue pur ricavandone onore e denaro: “Invece di divenire una potenza davvero globale, l’Europa rimane un caleidoscopio bello ma frammentato di piccole e medie potenze… Invece di difendere la libertà nel mondo ha l’aria sperduta e cerca di convincere Trump a cambiare. Non cambierà”.
Sono ignorati i 19 pacchetti di sanzioni anti-russe approvate dall’Ue in difesa di Kiev, è dimenticato l’assenso di Biden alla distruzione dei gasdotti North Stream per mano ucraina. I 90 miliardi di aiuti programmati dall’Ue in aggiunta ai molti miliardi regalati dopo il ’22 saranno intascati da Kiev senza dire grazie: sono le buone maniere della Nuova Europa. Potevano arrivarne molti di più, circa 200 miliardi, se l’Unione Europea avesse prestato/regalato all’Ucraina i beni russi congelati nelle banche occidentali e specialmente in Belgio.
Anche di questo si è lamentato Zelensky, a Davos, fingendo di non sapere che l’uso di beni russi congelati avrebbe stritolato l’affidabilità dell’Euro e della nostra Banca centrale. Probabilmente è proprio questo l’intento dell’asse Washington-Kiev, che fortunatamente potrebbe ottenere un accordo con Mosca (l’Unione non ci ha neanche provato) ma che punta a impedire in tutti i modi la nascita di una potenza europea pronta a cooperare con la Federazione russa.
Tutto questo per dire che l’uscita di Zelensky non è una novità nella storia dell’Ue: alla testa della Nuova Europa ora c’è lui, e come gli altri Nuovi prosegue e estremizza l’asservimento a Washington degli snob nobilitati. C’è chi è deciso a fare da sé come Orbán in Ungheria; chi immagina che con l’aiuto Usa si potrà prima o poi smembrare la Russia. Tutti godono delle sovvenzioni elargite dall’Unione europea e sono vassalli fieri di esser battezzati Nuovi dal feudatario Usa.
La violazione del diritto internazionale non comincia con Trump. L’ordine mondiale basato sulle regole, i diritti umani e il diritto del mare sono calpestati da decenni, in successive guerre coloniali e fintamente umanitarie volute dalla Casa Bianca, fiancheggiate dagli Europei e prive di autorizzazioni Onu. Negli anni ’50 le Nazioni Unite permisero i bombardamenti a tappeto nella Corea del Nord, nella prima guerra di regime change del secondo dopoguerra, perché erano un braccio armato degli Stati Uniti. Dopo non più.
Il più pacifista dei Segretari Generali Onu, Dag Hammarskjöld, fu ucciso nel 1961 in un incidente aereo, presumibilmente su iniziativa congiunta dell’Union minière belga e degli Usa, perché si era opposto alla secessione del Katanga, che l’Union minière voleva staccare dal Congo per predarne le materie prime (diamanti, rame, radio, cobalto, uranio). Niente di nuovo sul fronte occidentale.
Tuttavia, basta accendere la televisione e sentirai qualcuno che dice, la testa ricolma di verità infusa, che l’ordine internazionale basato sulle regole, il rules-based international order, naufraga oggi (parola di Gentiloni, applaudito dagli intervistatori), come se già prima non fosse stato altro che il travestimento del disordine predatorio. L’unico a parlar chiaro è il Premier canadese Mark Carney: citando Vaclav Havel, a Doha, ha detto che l’ordine basato sulle regole è uno slogan simile al sovietico e menzognero “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Sempre è stato “parzialmente falso e selettivo”.
Oppure sentiamo dire che da oggi sono violati i diritti umani o il diritto del mare. Diritti umani? Nei Baltici gli abitanti russi (27% in Lettonia, 24 in Estonia, 6 in Lituania) sono discriminati in ambito linguistico, di accesso al pubblico impiego, di cittadinanza. Lo status è “non cittadini”, o “alieni” in Estonia. Il declassamento, simile a quello ucraino in Donbass, è tollerato nell’Ue. Come Rappresentante diplomatica abbiamo l’estone Kaja Kallas, ex Premier del Paese più razzista d’Europa.
Da quando ha varato il riarmo per far fronte a implausibili assalti russi, l’Ue punisce con il congelamento dei conti bancari chi denuncia la russofobia: lo decide il Consiglio dei ministri Ue senza preventivi pareri giudiziari e parlamentari, proprio come Trump. In guerra il disfattismo è reato contro la patria. Quanto al diritto del mare, gli Stati Ue lo violano sistematicamente da decenni: il Mediterraneo era colmo di cadaveri ben prima che facessero capolino Meloni e le altre destre estreme d’Europa.
La sovranità è menzionata sempre più spesso dall’Ue e dagli Stati europei: ma selettivamente, disordinatamente. L’Ucraina deve esser sovrana ma il Venezuela no e neanche la Cina o la Palestina cui viene negato lo Stato. Gli Stati Ue hanno ha perso la nozione stessa di sovranità: l’hanno trasferita agli organi europei in ambiti cruciali – moneta, prezzi agricoli, commercio– e i sedicenti europeisti usano vituperare le sovranità nazionali senza che esista alcun tipo di sovranità politica europea sostitutiva, consentita da tutti. Mente sapendo di mentire chi preconizza, come Macron, una sovranità europea indipendente da Washington senza aggiungere che anche la Nato e le basi Usa in Europa sono fonti di instabilità mondiale e caos.
Un’autonomia strategica in Europa sarebbe stata possibile –sarebbe possibile– resuscitando la “Casa comune” che Gorbachev propose di edificare con gli Occidentali del Vecchio Continente. Quel treno è passato. Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto, nei primi anni ‘90, perché ci dividessimo in Vecchia e Nuova Europa e il treno dell’Eurasia non passasse mai.
I governi europei non sanno nemmeno difendere quel che resta delle Nazioni Unite–è indispensabile che tale resto non muoia, nel presente disordine– e anche chi esita a entrare nel Board di Gaza si guarda dal criticare uno Smart Village che condanna i Palestinesi alla fuga o alla schiavitù, e che seppellisce tutto: risoluzioni Onu che impongono lo sgombero delle colonie israeliane e la nascita di uno Stato palestinese, restituzione di terre che sono palestinesi e non di palazzinari travestiti da viceré coloniali.
Intanto si annunciano accordi sulla Groenlandia, con Trump che ottiene da Rutte il diritto di mangiarsela a pezzi: è il boss della Nato a negoziare, non la Danimarca né l’Ue né tanto meno gli Inuit groenlandesi, che vorrebbero l’indipendenza da tutti: vecchi colonizzatori danesi e nuovi.
Invece di aspirare alla massima potenza, gli europei potrebbero finanziare non più le guerre neocoloniali ma l’Onu dissanguata da Trump. Potrebbero seguire la formula consigliata da Carney alle medie potenze, per evitare di “finire nel menu delle grandi potenze”: una “sovranità non più basata sulle regole ma sull’abilità di tener testa alle pressioni”.
Quasi tutti i comuni hanno almeno una parte del loro territorio a rischio idrogeologico. L’ultimo crollo in Sicilia ci ricorda che si fa ancora poco per evitare questi eventi

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Non riesco quasi più a tollerare chi si domanda: «Ma cosa è successo in Sicilia?». Come non digerisco più chi si interroga sulle alluvioni improvvise dell’Ofanto o del Bacchiglione, sulle tempeste di vento, sulle frane in penisola sorrentina, sulle mareggiate in Liguria o lungo il litorale laziale. Per non dire delle Marche, dell’Emilia Romagna, della Toscana, del Trentino Alto Adige. Come ci fossimo improvvisamente dimenticati che quasi tutti i comuni d’Italia hanno almeno un pezzo del loro territorio ricompreso in aree di rischio idrogeologico e che frane e alluvioni sono eventi in crescita come numero e, soprattutto, intensità negli ultimi decenni. Per fortuna riusciamo a contenere meglio il numero delle vittime, ma in quanto a comprensione dei fenomeni e interventi sulle cause facciamo ancora troppo poco.

Vincendo l’intolleranza provo a ricordare che le cause appartengono tre diverse dinamiche concorrenti. La prima è che il territorio italiano è fatto così: siamo su una penisola geologicamente giovane e attiva, in cui i rischi naturali sono semplicemente molto più alti che in altri contesti. All’interno dei continenti, per esempio, il rischio vulcanico non esiste e non si registrano terremoti, mentre le alluvioni riguardano soprattutto i grandi fiumi e le frane sono praticamente assenti. Mentre le nostre regioni, soprattutto quelle meridionali, sono fatte così: uno “sfasciume pendulo” a picco sul mare, come le immortalava Giustino Fortunato.
La seconda è che su un territorio del genere, invece di camminare come sulle uova, noi italiani abbiamo devastato i sistemi naturali che assicuravano comunque una certa protezione e abbiamo costruito come dannati: un popolo di muratori, in certe regioni (come la Campania), in maggioranza abusivi. Qui da noi vengono bruciati, costruiti e cementificati due metri quadrati di suolo al secondo (dati ISPRA, in Sicilia anche di più), una bulimia costruttiva e infrastrutturale spesso dannosa e inutile. In Italia il rischio idrogeologico lo abbiamo creato noi costruendo dove non si doveva e allargando i centri abitati su fiumi, torrenti e montagne come se non ci fosse un domani. Senza pianificazione, senza attenzione, senza cura e coltivando ignoranza e malafede: tutti colpevoli, cittadini e amministratori che hanno accontentato figli, nipoti e amici degli amici dando luogo al fenomeno straordinario del condono edilizio, termine intraducibile nella maggior parte delle lingue europee. Da noi il colpevole è il sindaco che abbatte, non quello che consente ciò che non si dovrebbe consentire.

C’è, infine, una terza ragione, il minimo comune denominatore dei tempi che stanno rapidamente cambiando. Una volta si faceva riferimento agli Anni 20 del XX secolo per ipotizzare i periodi di ritorno di alluvioni e smottamenti, oggi dobbiamo prendere come riferimento la fine degli Anni 90 e scoprire con un brivido che di ricorrenze secolari c’è rimasto molto poco. Questo perché siamo nel pieno di una crisi climatica che ci addenta i polpacci e che mostra negli eventi meteorologici a carattere violento una delle sue facce più difficili da contrastare, scatenandosi su un territorio con le caratteristiche di cui sopra. Non è più questione di opere di contenimento, che sono diventate inutili, spesso dannose e talmente orribili da sconcertare: immaginate i fiumi d’Italia chiusi in grandi canaloni di cemento dalla sorgente al mare e avrete un’idea di cosa, forse, potrebbe funzionare.
Quando amministratori e cittadini avranno preso atto della situazione, forse si potrà sperare in azioni di adattamento sul territorio, fra cui l’allontanamento delle persone maggiormente a rischio diventa, ogni giorno che passa, azione non più procrastinabile, beninteso aiutandole con ogni mezzo possibile. Poi si dovrebbe finalmente capire che l’unica legge dello Stato che può avere un significato in questa direzione dovrebbe essere fatta di un solo articolo: «A fare data da oggi, in nessun luogo del Paese si potrà mettere in opera un solo mattone nuovo o un solo metro cubo di cemento», lasciando la sola ristrutturazione sostenibile del costruito esistente a fare da motore all’economia edile. A questo dovrebbe seguire un piano mirato, ma deciso di abbattimenti delle abitazioni abusive nelle aree di rischio, almeno a partire dalle seconde case. E l’assoluta impossibilità di concedere altri condoni edilizi mai più.
Cosa è accaduto in Sicilia? Quello che accade con regolarità impressionante nell’ultimo periodo in tutta Italia. E quello di cui sappiamo tutto, anche come fare perché non si ripeta.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Si legge di tutto, in questo periodo, per cercare di capire che cosa sta succedendo negli Stati Uniti. “Valori della Nazione sotto attacco” (Obama), “terrore di Stato” (M.Gessen), “guerra civile” (Percival Everett). E sugli uomini dell’Ice: squadracce, pretoriani, sgherri, gestapo, pasdaran, polizia politica.
Non si trova la parola giusta per dire di Trump, “populismo” è generico, “fascismo” è novecentesco, “tecno-plutocrazia” è tecnicamente corretto ma sfiora appena l’enormità di un odio ideologico implacabile e omicida per tutto ciò che è diritti civili, femminismo, antirazzismo, inclusività. Per tutto ciò che non è bianco, maschio, tradizionalista, per tutto ciò che puzza di mondo e di umanità, per tutto ciò che non ha un prezzo e non si compera. Terribile. Ma è ciò che ci sta di fronte.
Forse basterebbe solo dire: Trump, trumpismo. Passerà alla storia così, con il suo nome, il suo marchio di miliardi, di prepotenza e di menzogna. I suoi servi interni ed esterni, in fin dei conti ammirati proprio da ciò che disgusta noi altri, ovvero l’esercizio del potere in libertà assoluta, senza regole, remore, dubbi, senza l’insopportabile culto della complessità, e della relatività, che ha generato la democrazia. Dice bene Vittorio Lingiardi: “rinunciare alla fragilità della complessità in nome della semplificazione prepotente, vedi alla voce Trump”. Questo è. Pensate all’irresistibile attrazione della menzogna e della forza, quando ammazzano ogni dubbio, ogni contraddizione. Levare di mezzo tutto ciò che non ti obbedisce e non ti favorisce: il massimo della semplificazione. La semplicità come arma finale, come colpo mortale all’intelligenza, che se ci pensate bene è un bell’impiccio.
Ipotesi Ice a Milano per le Olimpiadi. Ma il governo anziché opporsi, prega e spera che Washington desista

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Dopo aver terrorizzato il Minnesota con soprusi e angherie di ogni genere, fino al duplice omicidio di Stato di Renée Good e Alex Pretti, la sola idea che gli sgherri di Trump, noti alle cronache come agenti dell’Ice – quando si dice la banalità del male – possano arrivare in Italia per garantire la sicurezza della delegazione Usa alle prossime Olimpiadi di Milano-Cortina dovrebbe far sobbalzare sulla sedia le nostre istituzioni.
Ma, fatta eccezione per il moto di indignazione (dal basso) dei milanesi (e non solo), il silenzio imbarazzato del governo sulla deriva autoritaria in corso negli Stati Uniti, è il remake di un copione già visto quando di mezzo ci sono le bravate di Trump. Che d’altra parte la premier Meloni si augura di vedere presto insignito del Nobel per la pace. Ma un conto è fingere di non vedere le scene di ordinaria violenza che stanno infiammando gli Usa, altra cosa è ignorare anche solo l’idea di vedere i “pretoriani” del capo-sgherro – che tanto ricordano la Gestapo hitleriana e le squadracce del Ventennio fascista – scorrazzare per l’Italia dopo i video del duplice delitto che hanno fatto il giro del mondo suscitando scandalo e indignazione.
E di fronte ai quali un esecutivo sedicente sovranista dovrebbe alzare la voce per pretendere dalla Casa Bianca di soprassedere anziché sperare (come racconta oggi su La Notizia Andrea Sparaciari) in un ripensamento sul dispiegamento dell’Ice nel capoluogo lombardo. Ma “il coraggio, uno, se non ce l’ha mica se lo può dare”, direbbe il don Abbondio di Manzoni, chinando il capo dinanzi ai “bravi” di Trump. Un po’ come l’intero governo, da Meloni in giù.