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Non è solo un voto sul referendum, è un voto sull’idea di democrazia


Gli elettori in questa tornata referendaria si assumeranno una responsabilità diretta verso il futuro dell’equilibrio costituzionale della nostra Repubblica, probabilmente in uno dei punti più delicati della nostra Carta: quello in cui i poteri incontrano i loro limiti

Illustrazione di Marilena Nardi

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – Andare alle urne, domenica e lunedì, stavolta non equivale soltanto a esercitare un diritto-dovere. Gli elettori in questa tornata referendaria si assumeranno una responsabilità diretta verso il futuro dell’equilibrio costituzionale della nostra Repubblica, probabilmente in uno dei punti più delicati della nostra Carta: quello in cui i poteri incontrano i loro limiti.

Quando ai cittadini si chiede di pronunciarsi sul rapporto tra politica e magistratura non si è mai nel territorio neutro delle riforme tecniche. Si decide, piuttosto, se i contrappesi disegnati dai costituenti debbano restare un presidio di libertà per tutti, oppure diventare un impaccio da ridimensionare, per il vantaggio di pochi.

Una riforma inutile

Votare No alla riforma del governo delle destre non coincide con una difesa rituale dell’esistente, né con la retorica (chissà perché tanto vituperata da qualche esponente della destra) della costituzione antifascista da preservare a ogni costo. Ma significa provare a tutelare un principio: l’autonomia della giurisdizione non appartiene solo ai magistrati, appartiene ai cittadini. E dunque sono loro a doversi mobilitare, per difendere i loro stessi interessi.

«Bisogna sempre dire ciò che si vede», suggerisce il poeta francese Charles Péguy. E ciò che è davanti ai nostri occhi è una riforma che non cura nessuno dei mali atavici che affliggono la giustizia italiana. Non accorcia i processi, non colma la voragine degli organici tra i giudici, non rafforza il personale amministrativo del ministero di via Arenula (mancano circa 10mila addetti sui 40mila previsti), non scioglie nessuno dei nodi che rendono estenuante il cammino di chi (cittadini, imprese, colpevoli o innocenti) avrebbe diritto a ottenere una sentenza in tempi ragionevoli, come avviene nei paesi civili.

L’indipendenza dei magistrati

La premier Giorgia Meloni, che insieme a Carlo Nordio e all’amico dei mafiosi Andrea Delmastro ha scritto il testo della legge, ha scelto invece di intervenire direttamente sulla Costituzione. Imponendo al parlamento un testo blindato che promette di separare le carriere (opzione del tutto inutile, dal momento che vige già da anni una ferrea separazione delle funzioni) ma che in realtà ha un unico, reale obiettivo: dividere e indebolire la magistratura, punendola e umiliandola, in modo da limitare la sua autonomia e rafforzare, di converso, il potere dell’esecutivo. Che è da sempre il core business della destra post-fascista.

L’indipendenza della magistratura non è però un privilegio corporativo da tollerare con fastidio, ma una barriera contro l’occupazione della giustizia da parte di qualsiasi governo («potrebbe essere utile anche a voi», confessò Nordio rivolgendosi a Elly Schlein). Dopo il Ventennio, i costituenti vollero sottrarre giudici e pubblici ministeri al controllo della politica perché avevano compreso una verità elementare: senza un potere capace di giudicare scevro dal timore di essere colpito dalle altre autorità che l’esprit di Montesquieu vorrebbe in equilibrio per evitare tirannie, ogni libertà diventa più fragile.

La separazione delle carriereaccompagnata dalla duplicazione del Csm e dalla nuova Alta Corte disciplinare, non introduce infatti solo un diverso assetto organizzativo. Spezza il comune orizzonte ordinamentale tra giudicante e requirente, isolando il pubblico ministero e separandolo dalla cultura della giurisdizione e lo espone, in prospettiva, a una futura ridefinizione del suo statuto: Antonio Tajani ha già ipotizzato come il controllo della polizia giudiziaria andrebbe il prima possibile sottratto ai pm e consegnato all’esecutivo. Idee identiche a quelle di Licio Gelli. Le riforme costituzionali contano non solo per ciò che dispongono, ma per ciò che rendono possibile: il cantiere della giustizia, vincesse il Sì, resterebbe ahinoi aperto a lungo.

Il contesto politico

Anche il sorteggio, esibito come rimedio contro l’eccesso (reale) di potere delle correnti, rivela l’artificio dell’intera operazione. Per i membri laici il sorteggio resta infatti temperato, preceduto da una selezione politica; per i magistrati viene immaginato in forma secca, affidato dunque alla dispersione individuale. Ma anche se il parlamento sceglierà un terzo dei membri, una minoranza compatta e organizzata sarà sempre più influente di una maggioranza ridotta a costellazione di monadi. Che, tra l’altro, perderanno lo status che ha ontologicamente ogni eletto, che deriva dal fatto di rappresentare non solo sé stessi, ma l’intera comunità che lo ha votato.

Ora chi vota Sì, anche se in buona fede, sottolinea che nell’urna bisogna restare nel merito tecnico della riforma. Ma sarebbe un errore grave non valutare il contesto politico che viviamo. Da anni la destra di governo mostra insofferenza verso ogni controllo: dai giudici intimoriti quando emettono decisioni sgradite su sicurezza e migranti, alle autorità indipendenti quando esercitano le loro prerogative (vedi la riforma della Corte dei conti che liberalizza di fatto il danno erariale) fino al giornalismo che osa indagare e criticare, minacciato con querele e risarcimenti danni. Il voto assume un significato più largo: riguarda l’idea stessa di democrazia che si intende far prevalere. Noi, a Domani, non abbiamo dubbi su da che parte stare.


“Cara bugiarda…”, la risposta di Marco Travaglio all’intervista di Giorgia Meloni da Mentana


Il direttore del Fatto Quotidiano smonta le bugie della premier sul referendum

(ilfattoquotidiano.it) – Giorgia Meloni è una bugiarda. Non che sia una novità, ma l’altra sera, approfittando dell’avere l’ultima parola prima del silenzio elettorale da Mentana, ha esagerato. Oltre alle varie balle sulla riforma della giustizia, ha tirato dentro anche me e Il Fatto Quotidiano nella sua indecente campagna elettorale. Ha detto “molti di quelli oggi schierati per il NO in passato sostenevano questa riforma”. Non ha spiegato come facevamo in passato a sostenere una riforma che lei ha fatto in fretta e furia l’anno scorso e che quindi prima dell’anno scorso nessuno poteva avere letto né condiviso né osteggiato. E poi “il Pd era per la separazione delle carriere”. È vero. “I Cinque Stelle e Gratteri sostenevano il sorteggio”. Vedremo se è vero. “Marco Travaglio sosteneva tutti e due, cioè sia il sorteggio sia la separazione delle cariche. Adesso sono tutti per il no”. Ora, io capisco che chi è abituato a mentire ogni volta che respira (accise, blocco navale, tagli alle tasse, legge Fornero asili nido gratis, rete Tim in Italia, ITA in Italia, governo in Europa con i socialisti, mai patto di stabilità, spese militari, Putin, sanzioni alla Russia, vittorie militari dell’Ucraina, Usa, Gaza, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Cina, Pnrr, dimissioni dei ministri degli altri, dazi zero, superbonus, chiusure per il webtax, agenzie di rating, tasse sugli extraprofitti, trivelle in mare, regioni, elezione diretta del Capo dello Stato, legge elettorale con le preferenze e così via) ci prenda gusto e non capisca più la differenza fra la verità e la menzogna. Ma finché i suoi elettori glielo permettono, meglio per lei e peggio per noi.

Però Giorgia Meloni si rassegni. Noi non siamo bugiardi come lei, non sono tutti bugiardi come lei e le rarissime volte in cui le è capitato di avere ragione, gliel’abbiamo data perché non siamo nemmeno in malafede e quindi non giudichiamo le persone e i politici dalle appartenenze, li giudichiamo dai fatti. Però non si deve permettere di dire che abbiamo cambiato idea sulla sua riforma, chiamiamola così, solo perché l’ha proposta lei. Intanto perché è falso e poi perché noi non ci comportiamo così. I suoi e lei si comportano così. Il Fatto, da quando è nato, nel 2009, è sempre stato contrario alla separazione delle carriere. Ogni volta che ricevo articoli di collaboratori favorevoli, lo precisano. In fondo, oltre ad averlo scritto in decine e decine di pezzi, abbiamo proposto e continuiamo a sostenere il sorteggio per i membri del Csm, a una condizione: che valga per tutti membri togati e membri laici o meglio ancora che si aboliscano i laici, cioè gli emissari dei partiti, per fare un vero organo di autogoverno formato solo da magistrati. E a quel punto sì, li si può sorteggiare.

Invece che cosa fa la riforma, lo sapete? Io non so più come spiegarlo. Sorteggio vero per i togati magistrati estratti a sorte da un bussolotto dove ci sono i nomi di tutti e 9400 gli attuali magistrati in servizio. Sorteggio truffa per i politici. Il Parlamento si fa una lista di amici dei partiti della maggioranza in gran parte o in toto, vedremo dalla legge attuativa che farà la Meloni, e tra quelli estrae chi? Tutti amici dei partiti in gran parte o in toto della maggioranza: possono fare anche una lista di 300 nomi, ma se sono tutti amici loro chiunque tirino su sarà un amico loro. Quindi, questo non è il sorteggio che abbiamo proposto noi, non è nemmeno quello dei Cinque Stelle e nemmeno quello di Gratteri, anche perché quando parlavamo non avevamo letto questo finto sorteggio truffa che hanno inventato questi signori. Ma ancora di più, Meloni mente sul fatto che io fossi favorevole alla separazione delle carriere: sono sempre stato contrarissimo, ho cominciato a scrivere contro questa idea sciagurata di GelliCraxi e Berlusconi nel ’94 su La Voce di Montanelli, quando lei era appena entrata in politica al seguito delle idee di Borsellino salvo poi passare a quelle di Berlusconi e di Gelli. E scambiare e barattare Borsellino con Nordio. Su Micromega di Paolo Flores d’Arcais, quando è nata la Bicamerale e la separazione non delle carriere ma delle funzioni – l’ha proposta il centrosinistra insieme a Forza Italia 1997-98. Presidente D’Alema – io ho demolito la bozza Boato che prevedeva la separazione delle funzioni tra pm e giudici. E un solo Csm, ma biforcato in due sezioni per i pm e per i giudici.

Perché? Perché io sono per rendere obbligatori i passaggi fra pm e giudici, quindi sono sempre stato contrario anche quando lo proponeva la sinistra insieme al centrodestra. Se la Meloni vuole documentarsi, tra i vari articoli che ho scritto nella mia lunga carriera, ce n’è uno intitolato “la bozza Boato tradotta in italiano” che può trovare sul numero cinque di Micromega del 1997: così capisce che sono sempre stato contrario alla separazione delle carriere. Chi era contrario come me alla separazione delle carriere? Gianfranco Fini, il leader del partito in cui la Meloni all’epoca militava. Che fu l’artefice della esplosione della Bicamerale, perché Berlusconi ha detto di trasformare la separazione delle funzioni in separazione delle carriere e fu stoppato dal Presidente Scalfaro, dalla ANM, da Mattarella (che all’epoca era capogruppo del Ppi) e da Gianfranco Fini, affiancato da La Russa e da Mantovano, che gli scrisse il discorso contro la separazione delle carriere. Persino Delmastro è sempre stato contrario, come tutti gli attuali separatori delle carriere, a cominciare da Nordio e da Di Pietro. Quindi io, diversamente da tutti questi voltagabbana, non ho mai cambiato idea.

Se la Meloni cerca dei voltagabbana prenda uno specchio, ci si guardi dentro e poi guardi tutti quelli che la circondano. Quelli sono i voltagabbana sulla separazione delle carriere. Non Travaglio e non il Fatto, qui non ce ne sono. Ma l’altra sera, sempre approfittando del fatto che aveva l’ultima parola prima del silenzio elettorale, la signora Meloni ha sparato un’altra menzogna: cioè che lo scandalo del suo amico e sottosegretario alla Giustizia Delmastro, socio della figlia del prestanome del clan camorristico Senese, sia uscito sul nostro giornale per una manina che dice “tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul Referendum”. Qui l’unica manina, a parte quella di Delmastro che ha firmato la società con la figlia del prestanome dei Senese, è la firma di Alberto Nerazzini, giornalista investigativo, che lavora a un libro sui clan e la politica a Roma, e ha scoperto la società Delmastro-Caroccia, i prestanome dei Senese. E la fuga un mese fa di Delmastro da quella società fuori tempo massimo. Ha verificato la notizia, ce l’ha proposta, noi l’abbiamo pubblicata quando l’abbiamo avuta.

Quindi noi non teniamo dossier nei cassetti, come fanno i giornalisti amici della Meloni, e soprattutto pubblichiamo le notizie vere. Tant’è che questa notizia non ha avuto una virgola di smentita. Ma la Meloni dice “i fatti che conosciamo ora io li conosco dalla stampa”. Dal Fatto! Quindi dovrebbe ringraziare il Fatto e Nerazzini di averli raccontati anche perché Delmastro non le aveva mica raccontato niente, non aveva nemmeno segnalato, nella dichiarazione delle proprietà che i parlamentari – e tanto più i membri del Governo, tanto più se stanno alla Giustizia – devono depositare alla Camera e al Senato, quella società, quella della figlia del prestanome dei Senese. Quindi se la Meloni l’ha saputo è grazie a noi, e adesso spetterebbe a lei prendere decisioni. Invece lei lascia Delmastro al suo posto e ci fa la lezioncina di deontologia professionale. “Forse ci dovremmo interrogare su un certo modo di fare giornalismo atteso che io l’ho appreso dalla stampa”.

Cioè siamo noi che dobbiamo spiegare a lei perché abbiamo pubblicato una notizia vera, anziché lei spiegare a noi perché Delmastro continua a stare al ministero della Giustizia, con Bartolozzi e con altri cinque dirigenti del ministero della Giustizia che banchettavano nel ristorante di Delmastro e della figlia del prestanome dei Senese. Almeno fino a quando il prestanome dei Senese non è stato condannato in Cassazione e l’hanno portato via dove adesso risiede, cioè nelle carceri gestite da quei dirigenti del ministero della Giustizia che banchettavano nel suo ristorante. Allora presto o tardi, anche in Italia, i bugiardi e i voltagabbana fanno una brutta fine. Comprereste una riforma usata da gente così? Ecco, noi abbiamo un’ottima occasione per rispondere di No al Referendum di domenica e lunedì. Andiamoci in massa a votare NO. Convinciamo più gente possibile a votare No, anche per dire no a chi pensa di prenderci in giro con menzogne di questo livello dozzinale. Buon voto a tutti, grazie.


Per un agente penitenziario ci sarebbe già la sanzione


Non si possono frequentare condannati

Per un agente  penitenziario  ci sarebbe  già la sanzione

(di Antonella Mascali – ilfattoquotidiano.it) – Le amicizie pericolose del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro non hanno portato né alle dimissioni, per opportunità, né alla cacciata dal governo, sempre per opportunità. Delmastro ha la delega al Dap, il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Da quando è lui il referente politico, non si muove foglia al Dap, dicono gli insider, che Delmastro non voglia e così nessuno vuole parlare. Una cosa, però, è certa: se Delmastro invece di essere il sottosegretario con delega alle carceri fosse un agente della polizia penitenziaria, sarebbe sotto procedimento disciplinare solo per la frequentazione occasionale di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese. Figuriamoci se un agente della polizia penitenziaria fosse stato pure – come Delmastro, fino a poco tempo fa – socio al 25% della srl “Le 5 forchette” che gestisce il ristorante “Bisteccherie d’Italia”, la cui amministratrice è proprio la figlia di Caroccia, Miriam, nonostante abbia solo 19 anni. Niente di illegale ma di altamente sconveniente sì e la normativa sugli illeciti disciplinari per la penitenziaria è tassativa. In un caso come quello di Delmastro, un agente minimo rischierebbe la “deplorazione”, ma potrebbe anche essere sospeso da funzioni e stipendio. Per capirci, “deplorazione” e “sospensione” sono rispettivamente la terzultima e la penultima sanzione prima della destituzione. Le cattive frequentazioni sono regolate dall’articolo 4 della normativa, che prevede la “deplorazione”. Tra i casi citati, infatti, rientra “il frequentare luoghi, persone o compagnie sconvenienti con evidente offesa alla dignità delle funzioni”. Questa sanzione è “una dichiarazione scritta di formale riprovazione” e comporta un rallentamento della carriera. Ma se, per esempio, lo stesso agente di polizia penitenziaria continua a mettere a rischio la reputazione del Corpo, come sembra il caso del sottosegretario Delmastro, finisce di nuovo sotto procedimento disciplinare e se condannato subisce la sospensione dal servizio e dallo stipendio per “recidiva entro sei mesi delle infrazioni già punite con la deplorazione”. La sospensione è prevista, inoltre, per “assidua frequenza, senza necessità di servizio, di persone dedite ad attività illecite o di pregiudicati”.


Arriva l’escalation!


(di Dan Woodland – DailyMail) – Un missile balistico iraniano ha colpito la città israeliana di Dimona, ferendo circa 20 persone, tra cui un bambino di 10 anni in condizioni moderate. Come scrive Dan Woodland per il “DailyMail”, il missile ha raggiunto un’area residenziale nonostante il tentativo fallito di intercettazione, provocando un’esplosione e numerosi feriti soprattutto per schegge e durante la fuga verso i rifugi.

L’attacco assume un forte valore simbolico e strategico: Dimona si trova infatti vicino al centro nucleare israeliano Shimon Peres nel deserto del Negev, struttura chiave e altamente segreta del programma atomico dello Stato ebraico, già minacciata da Teheran nelle scorse settimane.

L’episodio si inserisce in una più ampia escalation militare. Nelle stesse ore, due missili iraniani sono stati lanciati contro la base anglo-americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano: uno è fallito, mentre l’altro è stato intercettato. L’attacco è considerato significativo perché dimostrerebbe una capacità missilistica iraniana molto superiore alle stime precedenti, con una gittata potenziale fino a 3.800 chilometri, ben oltre i 2.000 km finora dichiarati.

Secondo gli analisti, questo salto tecnologico — forse legato all’utilizzo di vettori simili a quelli spaziali — amplierebbe drasticamente il raggio della minaccia, portando potenzialmente nel mirino anche capitali europee come Parigi e Londra.

Sul piano politico e militare, il Regno Unito mantiene una posizione prudente. Il primo ministro Keir Starmer ha ribadito che le basi britanniche a Cipro non saranno utilizzate per operazioni offensive, pur rafforzando le misure difensive dopo precedenti attacchi con droni iraniani contro la base di Akrotiri.

GLI ESPERTI TEMONO CHE I MISSILI IRANIANI POSSANO COLPIRE L’EUROPA, MENTRE TEHERAN “USA UN RAZZO SPAZIALE” PER PRENDERE DI MIRA UNA BASE BRITANNICA A DIEGO GARCIA E LE PRINCIPALI CAPITALI EUROPEE CHE SI TROVANO NEL RAGGIO D’AZIONE DEI MULLAH DI TEHERAN.

(Sintesi dell’articolo di Francine Wolfisz – DailyMail) – Un attacco missilistico balistico dell’Iran contro la base militare anglo-americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, ha segnato una drammatica escalation del conflitto, alimentando timori sul fatto che anche le capitali europee possano ora rientrare nel raggio d’azione di Teheran.

Come scrive Francine Wolfisz per il “DailyMail”, ci sono stati due lanci: uno è fallito, mentre l’altro missile è stato intercettato da una nave statunitense, in quello che viene considerato il primo attacco diretto contro la base.

L’episodio è particolarmente rilevante perché suggerisce che l’Iran disponga di capacità missilistiche ben superiori a quelle dichiarate finora. Diego Garcia dista circa 3.800 chilometri dall’Iran, ben oltre il limite di 2.000 km precedentemente attribuito ai missili balistici iraniani. Secondo gli esperti, Teheran potrebbe aver utilizzato missili a raggio intermedio o addirittura tecnologie derivate da vettori spaziali, come il Simorgh, sacrificando precisione per ottenere una maggiore gittata.

Le implicazioni strategiche sono profonde: città come Parigi e Londra potrebbero ora trovarsi entro il raggio d’azione iraniano. Analisti e militari sottolineano che la potenza di Teheran è stata “sistematicamente sottovalutata”, mentre il generale britannico Sir Richard Barrons avverte che il conflitto ha ormai messo direttamente a rischio gli interessi del Regno Unito e dei suoi alleati.

Sul piano politico, la vicenda ha acceso polemiche interne nel Regno Unito. Il primo ministro Keir Starmer è accusato dall’opposizione conservatrice di aver ritardato la comunicazione dell’attacco e di aver autorizzato troppo tardi l’uso delle basi britanniche da parte degli Stati Uniti. Nel frattempo, il coinvolgimento britannico nel conflitto appare ormai inevitabile, con Londra impegnata a supportare le operazioni militari americane.

L’attacco arriva nel contesto di un’escalation più ampia: Stati Uniti e Israele hanno colpito infrastrutture strategiche iraniane, inclusi siti nucleari e basi militari, mentre Washington sostiene di aver già colpito oltre 8.000 obiettivi. L’Iran, da parte sua, ha minacciato conseguenze dirette per il Regno Unito, accusando Londra di mettere a rischio la vita dei propri cittadini.

Sul fronte economico, la crisi si riflette in un forte aumento dei prezzi energetici. La chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale — ha fatto impennare i prezzi fino a quasi 118 dollari al barile, con pesanti ripercussioni globali. Nel Regno Unito si prevede un aumento significativo delle bollette, mentre i cittadini sono già invitati a ridurre i consumi energetici.


Caso Delmastro, dopo il referendum Meloni valuta ogni mossa: sul tavolo anche le dimissioni


Il caso Delmastro resta congelato fino al referendum, ma dopo il voto Giorgia Meloni potrebbe valutare le dimissioni. Decisione rinviata a urne chiuse

(Marco Antonellis – lespresso.it) – A Palazzo Chigi il clima è quello delle grandi attese. Il caso Delmastro agita, disturba, pesa. Ma non si muove foglia. La linea, filtrata con cura, è semplice: non aprire fronti prima del referendum. Nessuna decisione, nessuna presa di distanza, nessun segnale che possa incrinare l’equilibrio. È una sospensione studiata, quasi chirurgica. Perché in queste ore la priorità non è risolvere il problema, ma impedirgli di esplodere nel momento sbagliato.

La “manina” e i tempi che non convincono

Tra i corridoi del potere si muove un sospetto che resta sottovoce ma non passa inosservato: la tempistica. Il caso emerge proprio alla vigilia del voto, in un momento delicatissimo. A Palazzo Chigi non sfugge e la lettura è politica prima ancora che giudiziaria. Si parla, senza dirlo apertamente, di una possibile regia, di un’accelerazione non casuale. La parola è sempre quella, evocata con prudenza: “manina”. Un modo elegante per suggerire che qualcuno abbia scelto il momento giusto per colpire.

FdI in trincea, ma l’imbarazzo cresce

Fratelli d’Italia si compatta, almeno ufficialmente. Nessuna crepa visibile, nessun passo indietro. Eppure, sotto la superficie, il malumore cresce. Non tanto per l’attacco esterno, quanto per la difficoltà di difendere una vicenda che rischia di diventare ingombrante. La sensazione, tra molti dirigenti, è che si stia semplicemente guadagnando tempo. Tempo prezioso, ma pur sempre tempo.

Il voto diventa così una vera e propria linea di demarcazione. Prima e dopo. Prima: cautela assoluta, nervi saldi, gestione difensiva. Dopo: spazio alle valutazioni vere. A Palazzo Chigi il ragionamento è netto: qualsiasi decisione presa ora sarebbe letta dentro la campagna referendaria. E questo, politicamente, è un rischio che non si vuole correre.

Dopo le urne, l’ipotesi dimissioni

È però sul “dopo” che si concentra tutta l’attenzione. Perché è lì che la premier potrà muoversi con più libertà. Fonti vicine al dossier non escludono nulla. Se fino a oggi ha prevalso la linea della tenuta, a urne chiuse potrebbe affacciarsi l’opzione più netta: le dimissioni. Una scelta che diventerebbe concreta nel caso in cui il peso politico della vicenda superasse la soglia di tolleranza. E a quel punto, la mossa servirebbe a ricompattare il quadro e chiudere rapidamente il caso.

La strategia: rinviare per colpire (se serve)

La chiave è tutta nel timing. Non evitare la decisione, ma decidere quando farla pesare di più e costare di meno. Oggi è il tempo della resistenza. Domani potrebbe essere quello della discontinuità. Perché nei palazzi, più che le parole, contano i momenti. E quello decisivo, per Delmastro, potrebbe arrivare subito dopo il voto.


Le basi militari Usa in Italia per la guerra all’Iran: il nodo della Costituzione


Meloni ha spiegato che eventuali richieste di Washington per l’uso del nostro territorio saranno rimesse alle Camere. Eppure, per il giurista Andrea Maestri, anche il solo supporto logistico allo sforzo bellico potrebbe scontrarsi con l’art. 11 della Carta, configurando una partecipazione indiretta al conflitto

(di Lara Tomasetta – tpi.it) – L’Italia non è in guerra e non intende entrarci. Ma se arrivasse una richiesta dagli Stati Uniti per utilizzare le basi militari presenti sul territorio nazionale, la decisione dovrebbe passare dal Parlamento. È la posizione espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo al Senato lo scorso 11 marzo sul dibattito sulla crisi mediorientale. La premier ha ricordato che la presenza delle installazioni militari americane in Italia deriva da accordi bilaterali risalenti alla Guerra fredda, più volte aggiornati nel corso dei decenni da governi di diverso orientamento politico. «A meno che la questione non sia che dobbiamo chiudere le basi americane in territorio italiano, perché in questo caso per l’intellighenzia che oggi sostiene questa tesi sarebbe stato possibile farlo quando era al governo e ha invece scelto di fare altro, e non lasciarlo intendere soltanto quando si trova all’opposizione. Ricorre l’obbligo di ricordare infatti che le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati da governi di ogni colore. Secondo quegli accordi ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche che la supportano. Nel caso in cui dovessero giungere richieste dalle basi per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno l’autorizzazione spetterebbe al governo. Ma su questo punto ribadisco con chiarezza la posizione che il governo ha già espresso: la decisione in quel caso per noi si rimetterebbe al Parlamento. E allo stesso modo chiarisco che ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso, così come ribadisco che noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra».

Il quadro costituzionale
Le parole della premier arrivano mentre cresce il dibattito politico sull’eventuale utilizzo delle basi militari italiane nel conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Il nodo non è soltanto politico o diplomatico, ma riguarda direttamente l’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali.
Proprio su questo punto, però, il dibattito giuridico resta aperto. Se da un lato il governo richiama gli accordi militari con Washington e il ruolo decisionale del Parlamento, dall’altro diversi costituzionalisti sottolineano che il vero limite giuridico è rappresentato dall’articolo 11 della Costituzione e dal divieto di partecipare, anche indirettamente, a guerre di aggressione. È la posizione espressa dal giurista e costituzionalista Andrea Maestri, che in un’intervista a TPI ricostruisce il quadro costituzionale entro cui dovrebbe essere valutato l’eventuale utilizzo delle basi italiane.
Secondo Maestri, il punto di partenza non può che essere il carattere pacifista della Costituzione italiana: «La nostra è una costituzione strutturalmente pacifista (art. 11) che ripudia espressamente la guerra come strumento di aggressione alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Sono quindi ammesse solo guerre difensive (e non di aggressione). Lo stato di guerra è votato e deliberato dal Parlamento (art. 78), che conferisce al Governo i poteri necessari. Dal punto di vista internazionale l’attacco sferrato unilateralmente da USA e Israele contro un paese sovrano quale è l’Iran costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite e può essere punito quale crimine di aggressione in base all’art. 8 bis dello Statuto di Roma, istitutivo della Corte Penale Internazionale. Quindi ritengo che concedere anche solo l’utilizzo “logistico” (es. manutenzione aeromobili, carburante, smistamento personale militare) significhi compiere un’azione concreta di supporto e quindi di complicità a un illecito internazionale flagrante. Come minimo dovrebbe pronunciarsi il Parlamento, ma ritengo che il muro costituzionale e convenzionale sia invalicabile».

Un confine sottile
La questione non riguarda soltanto la partecipazione diretta dell’Italia a un conflitto armato. Anche il semplice supporto logistico potrebbe avere conseguenze rilevanti dal punto di vista giuridico e politico. Per questo, secondo Maestri, la Costituzione non lascia margini di ambiguità sull’uso delle basi militari per operazioni offensive: «È sicuramente vietato autorizzare l’uso delle basi americane o Nato presenti in Italia per scopi offensivi. Non esiste margine di discrezionalità e mi aspetto che il garante e custode della Costituzione faccia rispettare questa norma fondamentale, nata come cesura netta con le politiche di aggressione militare del regime fascista».
Il governo ha sostenuto che eventuali richieste da parte degli Stati Uniti verrebbero valutate caso per caso. Ma per il giurista il parametro di riferimento dovrebbe essere molto preciso e non lasciato alla discrezionalità politica: «È molto semplice: l’unico utilizzo autorizzabile delle basi è nell’ambito della Carta delle Nazioni Unite e del Patto Atlantico, tenendo sempre fermo il principio di cui all’art. 11 della Costituzione».
Uno dei punti più controversi riguarda il confine tra partecipazione diretta a un conflitto e supporto indiretto attraverso infrastrutture e servizi militari. Nel caso delle basi americane presenti sul territorio italiano, questo confine potrebbe essere molto più sottile di quanto sembri. «Concedere l’uso delle basi a un Paese aggressore significa rendersi complici: anche se le bombe non vengono sganciate da aerei italiani, se quelle bombe fossero caricate sugli aerei americani e questi aerei fossero riforniti di carburante e sottoposti a manutenzione nelle basi “italiane”, l’Italia diventerebbe indirettamente parte del conflitto. Nella sostanza, sarebbe compartecipe dell’illecito internazionale commesso dall’alleato».

Limiti e poteri
La presenza delle basi statunitensi in Italia è regolata da accordi bilaterali e dall’appartenenza all’Alleanza atlantica. Tuttavia, ricorda Maestri, questi accordi non possono superare i limiti fissati dalla Costituzione: «Su questo aspetto si è pronunciata in diverse occasioni anche la Corte costituzionale. L’applicazione dei trattati e degli accordi bilaterali non può mai essere realizzata in contrasto con la Costituzione italiana».
Se dalle basi situate sul territorio italiano partissero operazioni militari contro l’Iran, il coinvolgimento dell’Italia potrebbe essere interpretato come una partecipazione di fatto al conflitto, anche senza una dichiarazione formale di guerra. «Assolutamente sì, ma la partecipazione a questa guerra (illegale) dovrebbe essere prima deliberata dal Parlamento (art. 78) e poi dichiarata dal Presidente della Repubblica (art. 87 Costituzione). Ma vorrei vedere come viene scavalcato l’art. 11».
Proprio il ruolo del Parlamento rappresenta un altro nodo centrale del dibattito. Nel sistema costituzionale italiano, lo stato di guerra non può essere deciso unilateralmente dall’esecutivo ma richiede una deliberazione delle Camere. «Obbligatori la discussione e il voto di una deliberazione che assegna anche i poteri necessari all’esecutivo».

Prassi politica
Nel frattempo, nel dibattito politico è emersa anche la possibilità che l’Italia contribuisca alla difesa dei Paesi del Golfo con sistemi di difesa aerea. Anche su questo punto, secondo Maestri, la valutazione giuridica è complessa. «Su questo specifico profilo la disamina è più complessa. L’invio di armi per scopi meramente difensivi sarebbe lecito, ma non possiamo nasconderci che finirebbe per alimentare un conflitto che si colloca fuori dal perimetro costituzionale e internazionale».
Negli ultimi decenni l’Italia ha partecipato a numerose missioni militari internazionali, spesso definite “missioni di pace” o operazioni di stabilizzazione. Questo ha contribuito a sviluppare una prassi politica e istituzionale che, secondo alcuni studiosi, ha progressivamente ampliato i margini di azione dell’esecutivo in materia di interventi armati all’estero. Maestri vede in questa evoluzione un rischio per l’equilibrio costituzionale: «Purtroppo sì, ma una prassi incostituzionale non può autorizzare l’elusione o persino la violazione dei principi fondamentali di cui all’art. 11». Un altro elemento decisivo riguarda il diritto internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite. Per molti costituzionalisti, l’articolo 11 consente l’uso della forza soltanto nell’ambito di missioni autorizzate dall’Onu. «Concordo con quei costituzionalisti e l’assenza di un mandato Onu sarebbe un aggravante di una scelta già ex se conflittuale con la nostra Costituzione. In uno scenario del genere anche le responsabilità internazionali potrebbero diventare rilevanti: una responsabilità internazionale dello Stato italiano e non si può escludere una responsabilità penale di capi di governo, ministri e militari ai sensi dello Statuto di Roma».
Alla fine, osserva il giurista, la questione non è solo giuridica ma anche politica e culturale. La Costituzione offre strumenti e principi chiari, ma la loro efficacia dipende dalla volontà delle istituzioni di rispettarli. «Perché la Costituzione sia effettiva occorre praticarla e non smettere mai di difenderla: in essa ci sono i principi fondamentali ma anche gli strumenti per reagire ad eventuali strappi e abusi». In un contesto internazionale sempre più instabile, il dibattito sull’articolo 11 torna così al centro della scena pubblica italiana. E la domanda di fondo resta aperta: fino a che punto le alleanze militari e gli equilibri geopolitici possono spingersi senza mettere in discussione uno dei principi più identitari della Repubblica.

Tutti i precedenti
Il tema dell’uso delle basi militari italiane in operazioni armate internazionali non è nuovo e negli ultimi decenni si è già presentato in diverse occasioni, spesso accompagnato da controversie giuridiche e politiche proprio sull’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione. Uno dei precedenti più citati risale al 1999. Durante la guerra del Kosovo l’Italia autorizzò la Nato a utilizzare diverse infrastrutture militari sul proprio territorio, in particolare la base aerea di Aviano, per i bombardamenti contro la Jugoslavia guidata da Slobodan Milošević. Il governo di Massimo D’Alema sostenne che si trattasse di un intervento necessario per fermare le violenze nei Balcani, ma l’operazione sollevò un intenso dibattito tra i costituzionalisti perché avvenne senza un mandato esplicito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Una discussione simile si verificò nel 2003 con l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti di George W. Bush contro il regime di Saddam Hussein. Pur non partecipando alla fase iniziale dell’intervento militare, il governo italiano guidato da Silvio Berlusconi autorizzò l’uso delle basi americane presenti nel Paese, il sorvolo dello spazio aereo e diverse forme di supporto logistico alle operazioni, prima di inviare truppe nella missione “Antica Babilonia” a Nassiriya. Diverso, almeno dal punto di vista giuridico, fu invece il caso della guerra in Libia del 2011. In quell’occasione l’Italia partecipò alle operazioni della Nato contro il regime di Muammar Gheddafi mettendo a disposizione le proprie basi e partecipando ai raid aerei nell’ambito dell’operazione “Unified Protector”. In quel caso l’intervento era stato autorizzato dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, elemento che molti giuristi hanno considerato decisivo per renderlo compatibile con il quadro costituzionale italiano. Questi precedenti mostrano come il rapporto tra alleanze militari, uso delle basi straniere sul territorio nazionale e limiti posti dall’articolo 11 rappresenti da tempo uno dei nodi più delicati della politica estera e della prassi costituzionale italiana.


Il ritorno


(Orso Grigio) – Qui si narra l’epopea di messer Antonio Di Pietro, eroe di mani pulite e paladino integerrimo della battaglia alla corruzione.

Dopo le inebrianti imprese e un’avventura politica di un certo rilievo, il nostro eroe decise di ritirarsi in campagna, come Toto Cutugno.

Non mancò di deliziarci con la notizia di questa sua scelta e di farsi ritrarre alla guida di un trattore o mostrando orgogliosamente i frutti della terra.

Così sparì dalla vita politica e anche da quella pubblica: una scelta di vita. Concluso un tempo se ne apriva un altro nel quale sembrava sentirsi ancora più a suo agio, per la felicità di tutti.

Bene. Bello. Bellissimo

“Ogni cosa a suo ha il suo tempo” come poetizzava Pessoa.

E allora cosa è successo?

Sì perché deve averci ripensato visto che la sua presenza è ormai così ossessiva che le tv si accendono da sole acciocché non perdiamo nemmeno una sillaba del suo forbito proferire.

Perché questa scelta improvvisa e inaspettata?

Per comunicare a lo mondo intiero che lui voterà sì al referendum e per spiegarci amabilmente le dotte motivazioni della sua scelta, intruppandosi convintamente con gli esponenti di fdi e accettando l’inevitabile strumentalizzazione di meloni.

Va bene anche questo, è giusto che ognuno si batta per le sue idee.

Ora però non avendo io nessuno straccio di fiducia nel genere umano e quindi non stupendomi mai di niente, sono diventato io stesso una brutta persona e tendo a credere poco nella buona fede. A complicare le cose ci si mette anche il mio amore per la matematica e per la logica che regola la sequenzialità degli eventi, tipo quella cosa che “se una farfalla batte le ali a Pechino può verificarsi un uragano a New York” (è una metafora ma rende l’idea).

Quindi, visto che niente avviene per caso, mi chiedo sempre il perché delle cose e faccio due più due.

Poi aspetto il risultato, convinto sempre di più che la matematica sia una scienza esatta.


Il Po, Berlusconi e Salvini: le vite spericolate di un abile bugiardo di nome Bossi


Da Gemonio a Madama. Il federalismo di Miglio, il celodurismo e l’incontro con B., prima “mafioso” poi “statista”. Infine la malattia e gli ultimi anni malinconici

Il Po, Berlusconi e Salvini:  le vite spericolate di un abile bugiardo di nome Bossi

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Tre vite ha avuto l’Umberto Bossi da Gemonio, padre operaio, madre portinaia. La prima vita è stata un pasticcio, passata tra i bar di Castel Magnago a tirar mattina con il biliardo e a dragare signorine nelle discoteche di Besnate. È simpatico, esagerato, eccentrico. Si veste e canta come Don Backy, il ribelle del Clan, indossa il nome d’arte di Donato. Fa un 45 giri che si chiama Caterpillar. Ma è stonato.

Con le bugie invece è ugola d’oro: nei bar dice di correre i 100 metri in 12 secondi. A casa racconta che frequenta la Scuola per corrispondenza Radio Elettra di Torino, mentre alle fidanzate confida che studia l’uso del raggio laser in Medicina. A 28 anni prova a lavorare un paio di mesi all’Automobil Club di Varese, ma l’orario fisso lo annoia, perde i documenti, non sa scrivere a macchina. Lo cacciano. Dirà: “La mia vita è sempre stata così, ogni mattina mi butto la giacca sulle spalle e parto, quello che viene, viene”. Ma neanche quello è vero. Vive coi soldi di mamma e poi con quelli della prima moglie, Gigliola, commessa a Gallarate. Due volte racconta di essersi laureato. Due volte la moglie lo festeggia con i regali e pure con un figlio, il primogenito Riccardo. Quando si accorge del doppio inganno, lo caccia.

[…]

A 34 anni l’incontro della vita con l’autonomista valdostano Bruno Salvadori, “un uomo politico di ideali puri”, dirà l’Umberto che imparerà a memoria il decalogo dell’Union Valdôtaine dove si teorizza “l’autodeterminazione dei popoli contro gli stati centralisti”. L’intuizione è sostituire le fredde montagne di Salvadori, con le nebbiose pianure del Far West padano, i cavalli al galoppo, i Winchester che a breve diventeranno lo spadone di Alberto da Giussano, il condottiero fantasma della Lega Nord contro lo straniero Barbarossa.

Da quel momento in poi, la seconda vita di Bossi è stata un trionfo che neanche immaginava. Una fenomenale sequenza di favole, rivendicazioni sociali, intuizioni politiche, che lo porterà fino ai Palazzi romani, nominandosi “Senatur”, eletto nel 1987 con 9 mila preferenze e la promessa tra i denti: “Si avvicina l’anno del Samurai, quando la Lega taglierà la gola al Sistema da orecchio a orecchio”.

Sembra una sfida a vanvera. Ma quando dal cielo del Nord arriva la manna di Mani Pulite che liquida i vecchi partiti di “Roma Ladrona”, e da quello del Sud salgono i boati di Capaci e di via D’Amelio, l’incantesimo si avvera. Nella città infinita della Pianura e delle valli, Umberto trova il suo esercito disposto a seguirlo nella rivolta. Sono i nostalgici del piccolo borgo antico. Gli scontenti della classe operaia addetta ai nuovi capannoni della piccola impresa senza rappresentanza, le partite Iva ribelli al fisco e alla burocrazia, gli orfani della sinistra troppo elitaria, e della destra troppo centralista. Gli spaventati della globalizzazione, gli insofferenti all’immigrazione che li minaccia. E i gonzi che credono alla nuova patria.

Il crucco Gianfranco Miglio, politologo e satanasso, gli insegna un po’ di federalismo. Bossi lo impasta con una intera cosmogonia dove il Dio Po scorre a fertilizzare la Padania. Inventa la sacra Ampolla. Si intesta l’inno del Va’ Pensiero e la bandiera verde che diventerà la buffa divisa della Guardia Padana. Inaugura una nuova retorica politica fatta di invettive, gestacci, insulti accompagnati da una rivelazione di linguaggio e di programma: “La Lega ce l’ha duro!”. Perfezionando uno stile, battezzato barbarico, che esibisce le giacche stazzonate e la canottiera come simboli di purezza popolana, il dito medio come scettro del nuovo Regno federale. […]

Seleziona i suoi scudieri – da Bobo Maroni, tastierista dei Distretto 51, al Calderoli dentista – pesca una seconda moglie, Manuela Marrone, battezza tre figli, e un raduno l’anno a Pontida: “Siamo noi la Storia!”. Ma passando da Arcore, finirà per lasciarsi sedurre dall’altro titolare della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, i suoi soldi, le sue televisioni, la sua politica spregiudicata che punta dritto al potere. Berlusconi è l’amico-nemico. È il “Berluscatz mafioso” che diventerà “il Silvio statista” e infine il Silvio padrone della Lega per debiti.

[…] La terza vita comincia nella notte dell’ictus cerebrale, 11 marzo 2004, ricovero all’ospedale di Varese, 21 giorni di coma farmacologico, 50 di terapia intensiva, 13 mesi di riabilitazione. La malattia lo imprigiona per sempre, spingendolo nella nebbia del Cerchio magico, ostaggio della moglie, dei figli, dei fedelissimi che si riveleranno i più infedeli, compreso Matteo Salvini, l’erede, che traslocherà i simboli e l’epopea del movimento, nel cestino del nuovo partito sovranista.

La sua storia finisce malinconica nella cartellina del tesoriere Belsito, intitolata “The Family”, con le maiuscole, ad annotare la contabilità di una dinastia ridotta a regnare su un po’ di contante nascosto, la finta laurea del figlio tonto, i buoni benzina a scrocco dell’altro figlio pilota, le fatture del dentista, persino le canottiere pagate dal partito, proprio come i “forchettoni dei partiti di Roma”. E insieme a quella miserabile ricchezza trafugata, anche un’immensa massa di macerie: il parlamento del Nord, la libertà dei popoli, il federalismo, la secessione.

[…]

Nelle sue antiche notti di comizi sotto le stelle di Lombardia, raccontava: “Io vengo dalla gavetta, sono un uomo di strada e viaggio in groppa come i miei avi con la carne cruda tra il sedere e il cavallo”. Non era vero niente. Stava imbrogliando l’Italia e gli italiani, ma di sicuro si è divertito un mondo.


Buona parte del movimento MAGA non ne può più di Israele e di Donald Trump


(Enrica Perucchietti – lindipendente.online/ – Non è più soltanto un malumore carsico, ma una frattura che emerge apertamente, tra accuse pubbliche e retromarce a mezzo social: il fronte MAGA (“Make America Great Again”) che contribuì a riportare alla presidenza Donald Trump appena 16 mesi fa, scricchiola pesantemente. Le dimissioni del capo dell’Antiterrorismo USA, Joe Kent, in dissenso sulla guerra in Iran, segnalano l’aggravarsi di una crisi profonda che investe l’intero universo trumpiano. Con la guerra in Medio Oriente, Donald Trump incassa una serie di abiure: gli alleati storici si sfilano, mentre la base più radicale denuncia quella che percepisce come una resa all’establishment. Il Partito repubblicano appare lacerato tra i neocon come Marco Rubio e l’ala MAGA originaria, incarnata da JD Vance – sempre più defilato – e da Tucker Carlson. Il nodo del dissenso è Israele e la gestione del conflitto che rischia di trascinare Washington in una nuova guerra mediorientale. Ma non solo.

Le voci un tempo allineate alla narrazione trumpiana hanno iniziato a vacillare da qualche mese. Se l’operazione in Iran ha segnato il punto di non ritorno, la malagestione del caso Epstein e le giravolte di Trump avevano già deluso e spaccato a metà la base MAGA, che sulla lotta contro il Deep State e le élite corrotte e “pedofile” aveva costruito la propria mitologia di riferimento. Ora, la fronda dei “disobbedienti” si fa più ampia e, nel tentativo di smarcarsi, cerca al contempo di riequilibrare il potere del tycoon. Le crepe attraversano anche il vertice. Kent non ha usato giri di parole: in un’intervista con Tucker Carlson ha accusato Israele di aver spinto Washington verso il conflitto e ha collegato l’assassinio di Charlie Kirk, il fondatore di Turning Point USA ucciso nel settembre 2025, alla sua opposizione alla guerra all’Iran e al suo desiderio di «ripensare il rapporto con gli israeliani». Con le sue dimissioni, Kent non si è attirato soltanto l’ostilità dell’intero complesso militar-industriale, ma sarebbe finito anche nel mirino dell’FBI con l’accusa di aver diffuso informazioni classificate. Fatto sta che, secondo Kent, non esisteva alcuna prova che indicasse un pericolo imminente di attacco iraniano agli USA, né un programma nucleare iraniano sul punto di completarsi, come peraltro ammesso anche da Tulsi Gabbard. In un primo momento, la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense ha escluso che Teheran rappresentasse una minaccia nucleare imminente, prendendo così le distanze dai toni più allarmistici attribuiti a Trump. Una posizione che sembrava parlare alla base isolazionista del MAGA. In audizione davanti alla commissione ristretta per l’intelligence del Senato, però, ha letto una testimonianza scritta, evitando un passaggio in cui sottolineava il fatto che il materiale nucleare iraniano non costituisce una minaccia agli Stati Uniti. Una retromarcia che ha irritato i “disobbedienti”, convinti che anche le figure più autonome finiscano per piegarsi alle pressioni del cerchio magico trumpiano.

Il dissenso non nasce nel vuoto. Da tempo, seguendo l’esempio dello stesso Kirk, una parte del movimento MAGA contesta l’allineamento automatico a Israele e l’ipotesi di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti contro l’Iran. L’idea di una guerra percepita come estranea agli interessi nazionali ha riattivato l’istinto isolazionista che aveva alimentato l’ascesa trumpiana. Secondo alcuni esponenti, Israele avrebbe trascinato gli USA in guerra, chi sostiene per le pressioni delle lobby sioniste attraverso il genero di Trump, Jared Kushner, chi per eventuali ricatti personali nei confronti del presidente USA, sulla base di materiale scottante contenuto negli Epstein Files. Letta in questi termini, non si tratta solo di politica estera, ma di una questione identitaria, in quanto il MAGA nasce come rifiuto della politica rapace e neocolonialista statunitense e delle élite globaliste. Ora, per una parte della base, Trump starebbe tradendo proprio quella promessa originaria. Da qui, la frattura divenuta strutturale, che vede in Tucker Carlson il simbolo di questa opposizione. Proprio l’ex volto di Fox News ha denunciato un presunto tentativo della CIA di voler spingere il Dipartimento di Giustizia a incriminarlo per aver avuto contatti con interlocutori iraniani ben prima dello scoppio della guerra.

Il risultato è un movimento in fermento, attraversato da tensioni che potrebbero ridefinire gli equilibri dell’ecosistema MAGA. La leadership di colui che veniva acclamato con toni quasi messianici, ora viene rinegoziata e messa alla prova. La questione israeliana diventa così il detonatore di una crisi più ampia: quella tra la fedeltà al presidente e la coerenza ideologica. Se la frattura dovesse ampliarsi, il rischio è una diaspora politica capace di indebolire l’intero fronte e di pesare sulle prospettive elettorali, fino a una possibile battuta d’arresto alle elezioni di metà mandato.


Autori della riforma e commissari di Nordio: alla Giustizia il patto di ferro tra Bartolozzi e Delmastro


Lei sa tutto su almasri, lui ha voluto il sorteggio del csm

Autori della riforma e commissari di Nordio: alla Giustizia il patto di ferro tra Bartolozzi e Delmastro

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Lei è rimasta al ministero. Lui ha lasciato Roma, in tour per gli ultimi giorni della campagna referendaria. Lei non ha subito contraccolpi dopo le frasi sui magistrati come “plotone di esecuzione”, lui fa comizi e non indietreggia di un millimetro dopo la bufera sui suoi affari con una diciottenne figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa. Perora la causa della riforma della separazione delle carriere, dispensa sorrisi ai giornalisti (“vince il No di sicuro”, va dicendo) e cita Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”. Quella sul referendum sulla giustizia è stata la campagna elettorale “Delmastro-Bartolozzi”. Lei, potente capo di gabinetto del ministro della Giustizia, lui sottosegretario in via Arenula, fedelissimo della premier e già suo avvocato. Da mesi hanno stretto un patto di ferro. Il ministero della Giustizia è cosa loro, tanto da aver scritto insieme la riforma.

[…]

Il meloniano Delmastro nel marzo 2025 se l’è lasciato scappare in una chiacchierata col Foglio: “L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio del Csm”. Il motivo di quelle parole era semplice: quella parte della riforma l’ha scritta lui. FdI lo proponeva da tempo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è sempre stato contrario al sorteggio.

[…]

Delmastro era stato messo lì dalla premier Meloni per “vigilare” sull’operato di Nordio. Va bene le carceri – e il potere, le nomine e i fondi che ne derivano – ma via Arenula andava protetta dagli assalti dei berlusconiani, e da riforme iper-garantiste. Così, dopo una prima fase di isolamento e di guai anche giudiziari (caso Cospito), Delmastro ha stretto un patto con la “zarina”, Giusi Bartolozzi, vicecapo di gabinetto. Da allora via Arenula è gestita da loro e Nordio non può farne a meno.

Bartolozzi, ex deputata di FI, non solo ha “spinto” alle dimissioni il suo capo di gabinetto Alberto Rizzo, ma è diventata la vera ministra della Giustizia. In questi mesi ha accentrato tutto il potere su di sé. Nessun capo dipartimento del ministero può prendere appuntamento con Nordio senza passare da lei e senza che lei non sia presente al colloquio. Figurarsi qualsiasi esterno al ministero. Tutti gli atti passano dalla sua scrivania e dal suo computer. Dopo il litigio estivo, da mesi non parla più con il portavoce di Nordio, Francesco Specchia. Ha voluto un nuovo ufficio da venti persone sotto la sua guida. I principali dirigenti di via Arenula se ne sono andati per lo strapotere di Bartolozzi: Rizzo e poi Luigi Birritteri (Dag) per la gestione del caso Almasri. È stata proprio la “zarina” a occuparsi della vicenda del torturatore libico, con annesse riunioni riservate e con l’intelligence: Nordio in quei giorni era irreperibile a Treviso e lei era la “ministra”. Anche per questo, quando è stata indagata per false dichiarazioni ai pm, Chigi ha dato l’ordine: conflitto di attribuzione per provare a “scudarla”. I tempi sono stati dilatati per superare la campagna elettorale e candidarla con FdI.

Infine, la gaffe. Un dibattito a Telecolor per definire i magistrati un “plotone di esecuzione” da “togliere di mezzo” in caso di vittoria del Sì. Nordio pretende le sue scuse, ma lei non le fornisce (umiliandolo). Meloni ne prende le distanze, ma non la fa rimuovere. Lei torna in ufficio a lavorare come se niente fosse, mentre Nordio gira l’Italia per paesini per evitare di esporlo a nuove gaffe. Si ipotizza che, dopo il referendum, possa essere rimossa e spostata in un altro dipartimento. Ma Delmastro la difende: “Tutto inventato”, va dicendo. Se vince il “Sì” tutto è perdonato. Anche per i due padroni del ministero.


Il dio germanico è morto


Per decenni abbiamo guardato alla Germania come a un modello intoccabile: efficienza, ordine, civiltà.  Oggi la locomotiva d’Europa si è fermata  e con essa il mito che ci portavamo dentro.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – C’è un’immagine precisa che per decenni ha accompagnato il rapporto degli europei con la Germania: quella di un Paese dove le cose funzionano. I treni in orario, le strade ampie e scorrevoli, le fabbriche che non si fermano, l’amministrazione pubblica che risponde, il rigore civico della sua popolazione, la cultura del rispetto delle regole. Un’efficienza quasi ontologica, incorporata nell’identità nazionale teutonica: il Wirtschaftswunder, il miracolo economico del dopoguerra trasformato in carattere permanente, in destino ineluttabile. Una forza uguale e contraria al terribile decennio nazista: come se la storia avesse preteso dalla Germania una restituzione, e la Germania avesse pagato in produttività, precisione, ordine.

Eppure, chiunque metta oggi piede in Germania si accorge che quel Paese non esiste più; ammesso che sia mai esistito davvero. Quello che si incontra è invece un Paese che mostra i segni di una crisi strutturale profonda, impossibile da nascondere dietro le vetrine dei mercatini di Natale o nelle accoglienti e allegre Brauhaus di quartiere.

A ben vedere, i segnali di questa crisi erano sempre stati visibili. Perché il tedesco è così: al minimo sopraggiungere di un cambiamento in negativo, si chiude a riccio. Non esce, non spende, evita i ristoranti, riduce le uscite e si ritira nella vita domestica. Gli unici due strappi che si concede: l’automobile – in Germania quasi un’entità sacra, degna di figurare nello stato di famiglia – e le due settimane di ferie estive. Un atteggiamento che abbiamo potuto osservare con chiarezza negli anni difficili del post-Covid. Ma ora nemmeno questo sembra più garantito. Perché la Germania soffre, maledettamente, e soprattutto in silenzio.

Mi tornano in mente le parole di un amico. “Una volta, da emigrante, eri disposto a sfidare tutto: il clima rigido, il buio, la freddezza dei rapporti sociali, lo stigma di essere italiani in territorio nordico: spesso considerati pasticcioni mediterranei, terroni sgrammaticati persino nel comportamento. Ma ci si accollava tutto, anche la nostalgia del calore di casa, perché almeno qui le cose funzionavano: lo stipendio era più alto, il lavoro non mancava, le strutture reggevano, se volevi uscire trovavi sempre qualcosa con cui divertirti spendendo poco, se restavi a casa riuscivi davvero a riposarti. Una vita confortevole, sotto ogni aspetto. Oggi invece ci si chiede: se vengono meno anche queste cose, ha ancora senso vivere in un Paese dal clima rigido, dai rapporti freddi, dove niente funziona più come prima, con il costo della vita destinato a diventare insostenibile e l’AfD pericolosamente attestata al trenta per cento?”

I dati economici parlano chiaro. Nel 2024 il prodotto interno lordo della Germania si è ridotto per il secondo anno consecutivo: unica economia del G7 in contrazione per due anni di fila. Tra il 2019 e oggi, il Paese ha perso circa il 10% della produzione industriale: la peggiore performance dell’Europa occidentale, peggio di Francia e Italia. Volkswagen ha concordato con i sindacati la riduzione di oltre 35.000 posti di lavoro entro il 2030 – non licenziamenti diretti, ma prepensionamenti e uscite incentivate che non saranno rimpiazzate. Il settore dell’acciaio – cuore pulsante della Ruhr, metafora dell’identità operaia tedesca – registra da anni volumi di produzione stabilmente al di sotto dei livelli pre-crisi, con una contrazione che non accenna a invertirsi.

La locomotiva d’Europa si è dunque fermata. Funzionava finché ha avuto carbone abbondante, energia russa a buon mercato, un mercato cinese in espansione e dazi americani ancora tollerabili. Venuti meno questi presupposti, è rimasto il mito senza la sostanza. A queste cause esterne si sommano fragilità interne di lungo corso: infrastrutture pubbliche obsolete, prive di investimenti sufficienti per decenni, una burocrazia diventata lenta e inefficiente – peggio di quella italiana – e un calo strutturale dell’export, specie verso la Cina, che ha reso il sistema in balia dei terremoti geopolitici. Peggio che nel resto dei Paesi europei.

Fuori dalle rilevazioni tecniche ufficiali, basta farsi un giro nelle grandi città tedesche, al sud come al nord, per cogliere da piccoli segnali qualcosa che a queste latitudini suona come una sgradevole novità.

Sabato mattina, Berlino Hauptbahnhof: tifosi della Bundesliga, valigie, binari affollati. Il mio treno per la Ruhr viene prima ritardato – cinque minuti, quindici, mezz’ora – poi cancellato, senza spiegazioni. Mi riorganizzano il percorso con un cambio ad Hamm, non lontano da Dortmund, con una coincidenza stretta: sette minuti. Arrivato a Hamm, mi getto a scapicollo verso il binario indicato sul treno: alla stazione non trovo nessuna scritta e nessun treno ad aspettare. A un certo punto vedo della gente affrettarsi verso il sottopassaggio, verso il binario accanto – il nove, non il sette – e li seguo d’istinto. Il treno era lì, in silenzio, pronto a partire, con l’indicazione sbagliata ancora ferma sui display. Soddisfatti, io e gli altri viaggiatori ci complimentiamo a vicenda per l’esito positivo della nostra intuizione. Vent’anni fa in Germania una cosa del genere non sarebbe successa: un treno cancellato e un errore di binario nella stessa giornata. Qualcosa si è rotto.

La linea della metro che nei giorni successivi avrebbe dovuto portarmi comodamente in Fiera era interrotta; in sostituzione era stato previsto un autobus, Ersatzbus, come lo chiamano loro. Non credo di aver aspettato un autobus così a lungo in vita mia. Neppure a Roma o a Catania.

Qualche giorno dopo, da Duisburg, nel cuore della Ruhr, alla fine di un’intensa settimana di lavoro, sarei dovuto arrivare all’aeroporto di Colonia. Sfortunatamente quel giorno era previsto uno sciopero che avrebbe bloccato la regione. Scioperi – da notare – che colpiscono sempre più volentieri in corrispondenza di fiere ed eventi con alto afflusso di visitatori stranieri. Per raggiungere Colonia – un’ora scarsa da Duisburg – prima che si chiudessero i cancelli mi sono svegliato alle cinque e mezza, ho preso il primo treno all’alba, sono arrivato alla stazione centrale e ho trovato display in tilt che balbettavano informazioni parziali, la S-Bahn per l’aeroporto ferma, una selva silenziosa di viaggiatori esasperati che aspettavano solo il classico colpo di fortuna. Persone che avevano calcolato i propri margini sulla base di ciò che un Paese dovrebbe garantire: un collegamento, un orario. Si dirà: una settimana sfortunata? No: normalità di questa Germania che arranca, dove niente funziona più come prima. Clamoroso, ma è così.

Dalle strutture che non funzionano più ai rapporti di civiltà che cadono in prescrizione, il passo è breve. Berlino, chiunque l’abbia vista anche solo una volta, è una città perennemente in cantiere: Alexanderplatz, come il resto del centro, è da decenni tempestata di gru e impalcature. Di fronte al Radisson, dove alloggio stavolta, un budello di strutture tubolari e ponteggi attraversa il marciapiede: aperto, apparentemente transitabile, con ogni segno di poter essere un percorso verso l’altro lato della piazza. Ho seguito una signora che vi si era infilata con naturalezza. Peccato che dopo quasi trecento metri ci si ritrovi pieni di polvere, in mezzo a calcinacci, con il rischio che un mezzo ti spiani in retromarcia. È, semplicemente, un vicolo cieco. Nessuna uscita se non tornare indietro sui propri passi. Riattraversando il budello, mi fermo davanti ad alcuni operai – che mi avevano visto passare senza avvertirmi – e dico con garbo che sarebbe bastato un avviso, o anche un breve richiamo, piuttosto che lasciarmi scoprire da solo che la strada era un cul-de-sac. La risposta è uno sguardo di scherno tra loro e un cenno di disprezzo incontrovertibile: sono fatti tuoi.

Non credo di sbagliare se dico che vent’anni fa, ma anche solo appena prima del Covid, un atteggiamento pubblico così irrispettoso sarebbe stato inconcepibile in Germania. Non per eccesso di burocrazia, ma per una forma di rispetto civile verso l’altro, specie se straniero. Indifferenza? Pigrizia? Lassismo civico? Assenza di senso del prossimo? C’è un po’ di tutto. Come segno dei tempi. E si nota maggiormente dove prima regnavano ordine e rispetto.

Del resto, anche la povertà è cambiata. È diventata visibile sotto il sole: ciò che era un tabù da tenere nascosto, anche in Germania è emerso alla luce. Fatevi un giro sotto i numerosi ponti delle S-Bahn nelle grandi città tedesche, i treni in superficie che viaggiano sulle sopraelevate. È impressionante il numero di clochard accampati che mangiano, dormono, si lavano e fanno i loro bisogni all’addiaccio. Non solo sono aumentati – e la loro presenza nelle città tedesche è ormai visibile dove prima era impensabile – ma li si trova anche nelle piazze dei centri storici delle città ricche, non soltanto nei pressi delle stazioni. E accanto ai senzatetto di sempre, è comparsa una categoria nuova, più inquietante: anziani, tedeschi bianchi, dall’aria insospettabile, che rimestano nei cestini dell’immondizia o allungano il palmo davanti all’uscita dei centri commerciali, dei cinema e dei teatri in cerca di una moneta per il Mittagessen. Per il pranzo. Un teatro che, fino a qualche anno fa, in questa società non sarebbe stato pensabile.

Così, alla fine, tutto converge in un punto. Il mito dell’efficienza tedesca si sgretola sui binari sbagliati; il patto civile si incrina in un vicolo cieco senza cartello; la locomotiva d’Europa arranca con un carburante che non arriva più; e si finisce con l’immagine da cupio dissolvi degli anziani che frugano nei cestini davanti ai teatri illuminati, chiudendo il cerchio con una perfezione crudele.

Ma non bisogna credere che tutto ciò sia successo improvvisamente. È lo smottamento progressivo e lento di una società che aveva costruito la propria identità sul funzionamento delle cose, e che ora si ritrova a fare i conti con il funzionamento delle persone: che è sempre stato, forse, il vero punto cieco.

Viene da chiedersi, allora, se il modello tedesco non fosse già da tempo una maschera portata con convinzione, e se le altre società europee – quelle che guardavano al Nord con deferenza e un pizzico di complesso d’inferiorità – non stessero semplicemente ammirando un’efficienza di facciata, destinata a reggersi finché i prezzi dell’energia erano bassi e la Cina comprava.

Ora che né l’una né l’altra condizione sussiste, la domanda vera non è cosa stia succedendo alla Germania. La domanda vera è: cosa facciamo, adesso che il Nord non è più il Nord? Dove guardiamo, noi italiani abituati a orientarci per contrasto; noi che ci consolavamo dei nostri difetti sapendo che da qualche parte, oltre le Alpi, qualcuno faceva le cose per bene?


Un Paese in difesa della Costituzione


Il testo sul quale votiamo non renderà più efficiente la macchina giudiziaria. E allora a cosa serve, se non a propiziare l’ennesimo rito cannibale nel quale il potere esecutivo — dopo aver fagocitato il legislativo — divora anche il giudiziario?

Milano, 16 marzo: manifesti elettorali per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – La parola al popolo sovrano, finalmente. Dopo una campagna referendaria intossicata da miasmi e menzogne, andiamo alle urne per dire sì o no alla legge Meloni-Nordio. I medesimi l’hanno spacciata per «riforma della giustizia»: l’ennesima occasione «storica», va da sé. Come tutte quelle che i patrioti stanno offrendo da tre anni alla nazione: per renderla «più bella e più superba che pria», come prometteva il Nerone di Petrolini.

L’hanno riconosciuto lo stesso Guardasigilli e la senatrice Bongiorno in un lampo di sincerità involontaria: il testo sul quale voteremo non ridurrà i tempi dei processi e non renderà più efficiente la macchina giudiziaria, unici obiettivi che starebbero a cuore ai cittadini. E allora a cosa serve, se non a propiziare l’ennesimo rito cannibale nel quale il potere esecutivo — dopo aver fagocitato il legislativo — divora anche il giudiziario?

Per tre mesi la premier ha trascinato il Paese nella notte della ragione dove (al contrario delle vacche nere di Hegel) tutte le toghe sono rosse. E dunque vanno delegittimate e punite. Se questo è il fine, tutti i mezzi sono giustificati. Non solo l’uso della disinformazione come strumento di alterazione cognitiva. Ma anche l’abuso dei fatti di cronaca passati e presenti, dai quali spremere l’indignazione popolare, scagliarla contro i magistrati e poi convogliarla nelle urne. L’esito di questo referendum resta apertissimo.

Ho partecipato a tante iniziative in giro per l’Italia. Ricordo le prime, a Genova e a Napoli, quando arginare l’onda del sì pareva impossibile. Ho visto tanti teatri pieni, non solo a Roma o a Torino, a Verona o a Catania, ma ancora di più nei centri minori da Bracciano a Cuneo a Merate. Ho parlato con tante persone, non addette ai lavori e ai livori. E mi sono fatto qualche idea.

La prima cosa che mi è chiara è che, se non ti fermi al “testo” ma descrivi il “contesto”, la gente capisce. Se prima di affrontare la montagna della separazione delle carriere tra giudici e pm, i due Csm, l’Alta Corte Disciplinare (scalata faticosa per un comune cittadino) provi ad allargare l’orizzonte e a descrivere cosa sta succedendo nel mondo a tutte le democrazie, la gente capisce.

Se prima di spiegare le criticità del “sorteggio” e le disparità tra membri togati e membri laici (complicate per chiunque non abbia dimestichezza con le regole della rappresentanza) provi a raccontare quello che fanno i Trump e i Milei, gli Erdogan e gli Orbán per forzare i limiti della loro potestà, la gente capisce. Se prima di illustrare i pericoli di un pm trasformato in “avvocato dell’accusa” e non più “organo della giurisdizione” (concetto criptico per chiunque non frequenti un’aula di tribunale) provi a dimostrare come i nuovi autocrati tendano ovunque a svuotare da dentro le liberal-democrazie, rottamando Montesquieu e il principio di separazione e bilanciamento dei poteri, la gente capisce.

Se prima di avventurarti sul sentiero delle “correnti” e del discredito sotto il quale la stessa politica che le ha ispirate e strumentalizzate vorrebbe ora seppellirle (impervio per chi non ne ha mai seguito la genesi e l’evoluzione) provi a descrivere la solida trama che unisce il Cavaliere delle leggi ad personam, il tycoon delle milizie dell’Ice e l’Underdog dell’elezione diretta del presidente del Consiglio e dei decreti sicurezza, la gente capisce.

Capisce che, con tutti i suoi difetti, la democrazia dell’era moderna non muore più per i colpi di Stato ma per la lenta regressione e la progressiva erosione dei suoi capisaldi. Il modus operandi di chi, vinte le elezioni, mira a piegare la delega ottenuta dal popolo per comprimerne le libertà, le garanzie, i diritti.

La seconda cosa che mi è ancora più chiara è che la gente, nonostante tutti i tentativi di svilirla, vuole bene alla Costituzione. Se documenti in che modo le destre che governano o ambiscono a governare cercano tutte allo stesso modo di manomettere le costituzioni formali e materiali, modellandole sui loro dispositivi di comando, la gente capisce.

Capisce, quando ancora prima di sviscerare il perché questa pseudo-riforma non funziona “nel merito”, illustri cosa la rende inaccettabile “nel metodo”. Capisce, quando rievochi lo spirito della Costituente del 1946: il Benedetto Croce che in apertura dei lavori dice Veni Creator Spiritus, come il camerlengo che chiude le porte della Sistina dove i cardinali eleggeranno il Papa, o il Piero Calamandrei che anni dopo dirà «quando si decide sulle regole i banchi del governo devono restare vuoti».

Capisce, quando al contrario dici che ancora una volta una maggioranza pro tempore impone la “sua” legge, quella del più forte, che non ammette né suggerimenti né emendamenti e va approvata così com’è, contro una metà di Parlamento e di Paese.

Capisce, quando ricordi che lo stesso errore lo fece la sinistra nel 2001, con la riforma del Titolo V, e soprattutto enunci questo nefasto canone del 6 (numero diabolico, non a caso): lo stesso strappo costituzionale lo azzardarono Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016 e ora Meloni nel 2026. Una sedicente “grande riforma” ogni dieci anni: utile solo a ri-fondare il dominio di un leader. A Silvio e Matteo andò malissimo, a Giorgia chissà. Ma la gente capisce che la Costituzione è la “casa comune” di tutti gli italiani: va abitata con cura e premura, non occupata da una banda di inquilini contro l’altra.

La terza cosa che mi è definitivamente chiara, comunque vada, è che la gente non merita la disgustosa messe di falsità che le è piovuta addosso. In questa sciagurata campagna referendaria abbiamo sentito una premier, dai comici salotti Rai-Set o i comodi microfoni di Fedez, annunciare all’Italia le sette piaghe d’Egitto se non vincerà il sì: la patria invasa di migranti e pedofili, stupratori e spacciatori, tutti liberi grazie ai giudici compiacenti «che non ci lasciano governare».

Abbiamo sentito ministri e capi di gabinetto sparlare di magistrati come «plotoni d’esecuzione di cui liberarsi», di Csm come «consorteria para-mafiosa», di pm «peggio di un cancro». Li abbiamo sentiti cavalcare senza vergogna i casi Tortora e i casi Garlasco, i centri in Albania e i bambini nel bosco, e spergiurare che con il sì finiranno gli errori giudiziari, torneranno i cervelli in fuga, crescerà il Pil.

Li abbiamo visti in seduta spiritica a invocare le anime nobili di FalconeBorsellinoVassalli, per fargli dire quello che non avevano mai detto: che le carriere separate erano una benedizione, che il Csm li aveva «assassinati», che il processo accusatorio va «completato».

Troppo, anche per il teatrino ipnotico tricolore che da martedì 24 marzo, chiunque abbia vinto, dovrà comunque riaprire i battenti. Possibilmente non in un clima da guerra civile. Una democrazia liberale non è un «allegro carnevale», quello di chi si ritrova in piazza a celebrare il capo, come scriveva Piero Gobetti. Per quanto logorata, una democrazia che vuole rimanere tale ha bisogno di verità.

Per questo, domenica 22 e lunedì 23 marzo, è fondamentale dire “no”. Perché questo è davvero un voto per la verità e per la democrazia. Sono i beni più preziosi che ci restano: proteggiamoli.


Referendum, Virginia Raggi spinge il No: “La destra scardina la Carta, ma adesso ha paura di perdere”


Il No aiuterebbe le opposizioni, ma per una vera alternativa di governo va fatto molto di più

Referendum, Virginia Raggi spinge il No: “La destra scardina la Carta, ma adesso  ha paura di perdere”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Virginia Raggi rivendica e racconta: “Io non sto chiusa nei Palazzi e parlo di continuo con la gente. Le assicuro che in tanti sono spaventati, perché hanno compreso quanto sarebbe dannosa questa riforma se venisse approvata”.

Qual è il primo e principale motivo per votare No?

La riforma cambia ben sette articoli della Costituzione senza incidere minimamente sui problemi della giustizia, a partire dalla lentezza dei processi. Piuttosto, vuole cambiare il modo in cui è organizzata la magistratura. Ma i problemi della giustizia, quelli che stanno davvero a cuore ai cittadini, resteranno tutti. Per renderla più efficiente servono investimenti, non questa legge.

[…]

Quale è l’obiettivo di questa riforma?

Paradossalmente lo ha scritto e detto chiaramente il ministro della Giustizia, Carlo Nordio: sottomettere la magistratura alla politica e di fatto non consentire più ai pm di indagare in piena autonomia su ogni notizia di reato. Ma così si mette a rischio l’equilibrio tra i diversi poteri e quindi tutto il nostro assetto istituzionale. Peraltro, vogliono farlo tramite norme scritte senza consultare minimamente le opposizioni, ignorando il fatto fondamentale che la Carta è la casa comune di tutti i cittadini, scritta circa 80 anni fa da tutti i partiti di tutte le aree politiche.

Lo scontro è stato spesso molto politico e poco sul merito. Era inevitabile, e chi potrebbe favorire?

Questa è inevitabilmente una partita politica, ma il merito va spiegato bene, per far comprendere le possibile conseguenze di questa riforma. Detto questo, ho notato che nelle ultime settimane la maggioranza ha cominciato a mettere le mani avanti sul fatto che il referendum non inciderà sulla tenuta del governo.

Pensa che stiano mentendo su questo?

Io non credo che l’esecutivo possa cadere in caso di vittoria del No. Ma di certo il colpo sarebbe molto forte politicamente, perché sarebbe il segnale che il Paese sta cambiando parere su di loro. Per mesi la destra ha puntato fortissimo sul referendum, con il leader di Forza Italia Tajani che si vantava ovunque di come stessero realizzando il sogno di Silvio Berlusconi. E già questo dovrebbe essere sufficiente per rabbrividire. Ora precisano che non lasceranno di fronte a una eventuale sconfitta, ed è molto significativo.

La vittoria del No potrebbe agevolare la costruzione di un’alternativa di governo?

Di certo lavorare assieme su un tema come questo è molto positivo.

Ma…?

Ma bisogna fare molto di più per costruire un progetto alternativo, come afferma Giuseppe Conte. E non smetterò mai di insistere sul fatto che una coalizione si costruisce su un programma, quindi su temi e valori condivisi. Quello è e deve restare il punto. Altrimenti, sarebbe solo un cartello elettorale. E allora no, non servirebbe. Al governo si va per realizzare delle cose, non per occupare posti.

[…]

Mi dice un tema per lei centrale?

La postura verso tutte le guerre. Per me quello è cruciale, anche vista la fase che stiamo vivendo.

Giorgia Meloni ha difeso il sottosegretario Andrea Delmastro per la vicenda della società che aveva costituito con la figlia di Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa. Che idea si è fatta di questa storia?

Ho fatto la lotta ai Casamonica a Roma sud, ai Moccia e ai Senese a Roma est, agli Spada, ai Fasciani e ai Triassi a Ostia. Per questo sono stata minacciata e sono sotto scorta da anni. Non si fanno sconti a questi personaggi, mai. Secondo lei cosa ne posso pensare?


Ma ora può salvarci solo un’Ai buona


Torna il classico del pensiero di Vittorio Emanuele Orlando presentato da Natalino Irti sul tramonto delle nazioni e la necessità di una nuova comunità internazionale

Ma ora può salvarci solo un’Ai buona

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Il Presidente della Vittoria del 1918, il grande studioso di diritto pubblico Vittorio Emanuele Orlando, ritorna alla cattedra che aveva lasciato nel 1931 per non prestare il giuramento di fedeltà al fascismo e a 87 anni tiene una straordinaria prolusione sul significato epocale della tragedia europea, sulla distruzione dell’ordine politico e del diritto precedenti le due Grandi Guerre, sulle prospettive realisticamente concepibili per la nostra civiltà. La rivoluzione mondiale e il diritto si intitola questo documento di dottrina altissima, di lungimiranza storica, di tragica coscienza delle responsabilità che pesano sull’agire politico, documento che Natalino Irti oggi ripresenta e, vorrei dire, impone alla nostra attenzione (edito da La Nave di Teseo).

Le immani tragedie del “secolo breve” hanno manifestato una tendenza di fondo, inesorabile: il vecchio ordinamento della Terra fondato sulla piena sovranità degli Stati, stretti nei loro confini territoriali e dotati di un proprio, singolare diritto, è non solo tramontato, ma distrutto. Non solo sotto i colpi delle potenze economiche e finanziarie, del carattere intrinsecamente globale del sistema di produzione capitalistico, ma per ragioni intrinseche alla natura di questi stessi Stati. Il loro spazio vitale non può auto-limitarsi; la tendenza alla supremazia, ovvero ad assumere una prospettiva imperiale, sorge di necessità dalla stessa efficacia che essi raggiungono nell’amministrare e governare il proprio territorio. La tragedia europea ha insegnato questo: agiscono nel nostro mondo potenze aggregative irreversibili, che spingono a superare in sé i precedenti ordinamenti statuali, a crearne di nuovi sempre più complessi. Quale forma assumeranno? Hic Rhodus, hic salta – qui sta il dilemma. O forse, più semplicemente, l’aut-aut. O si darà vita a un Ordine, a un Nomos della Terra, di tipo federale-cooperativo, in cui diversi spazi imperiali definiscono tra loro un sistema di trattati e patti che ciascuno ha interesse a osservare, oppure si realizzerà un Weltstaat, l’impero mondiale di una sola potenza (che nulla vieta possa poi articolarsi in termini federali al proprio interno, diventato l’intero pianeta o l’intera biosfera).

Come dopo la prima Grande guerra così dopo la Seconda ci si è illusi di poter procedere pacificamente lungo la prima prospettiva. I principi della rinuncia a ogni violenza contro altri Stati e del diritto dei popoli a decidere del proprio destino venivano “personificati” nell’Onu: i diversi Stati riconoscevano un Ordine che aveva l’effettivo potere di limitarne la sovranità. Ma quali contraddizioni già allora nell’affermarlo! Il diritto di veto sanciva una disparità incolmabile tra Stati di serie A e Stati di serie B. Fin dall’inizio l’Onu mostrava una qualche efficacia soltanto in base alle decisioni assunte dal più forte o dall’intesa tra i più forti. E tuttavia durante la Guerra fredda l’impulso a soluzioni coordinate, la speranza di un’evoluzione dell’Ordine internazionale in forme se non federali almeno cooperative intorno alla questioni di fondo (sistema militare, energia, ambiente) non vennero meno.

Impulsi, speranze, Onu – oggi tutto giace a terra in rovina? Il realismo più brutale tiene il campo. La guerra, in questo quadro, viene concepita come il perseguimento di un criminale e la sua conclusione come la pena decisa da un Giudice terzo. Nessun negoziato previsto, a nessun criminale è lecito trattare i termini della sua pena col Giudice che gliela infligge. Ogni trattato non è che la legge imposta dal più forte. Se è così, come Orlando già prevedeva dovesse accadere, è possibile sollevare il nostro animo al di sopra «dell’accorato pessimismo, che qualche volta rasenta la disperazione»?

In qualche misura sì, è possibile, poiché anche le tragedie che viviamo alla fine dimostrano quell’inarrestabile tendenza a un nuovo, unitario Nomos della Terra che ha travolto la vecchia forma-Stato. Tuttavia, le possibilità che esso possa realizzarsi attraverso la cooperazione e l’accordo dei grandi Imperi sembrano dileguare di ora in ora. La stessa ideologia sottesa all’azione delle grandi potenze economico-finanziarie che guidano i formidabili processi di innovazione sembra dare per scontato che l’unità del Mondo potrà avvenire soltanto in base a una pax romana, a una pace imposta dalla potenza vittoriosa. Se le élite politiche si muoveranno in questo senso ritenendolo l’unico realistico, la possibilità più concreta è quella che il nuovo Ordine della Terra sia il prodotto della catastrofe globale.

E allora forse sarebbe preferibile affidarsi all’intelligenza artificiale. Molti la temono come possibile decisore della Guerra, poiché le manca senso del dolore e della compassione. Sentimenti nobili, che non mi sembra però abbondino nelle umane case dei Trump e dei Netanyahu. Rileggiamo quell’operetta del nostro Leopardi (nostro? Di quest’Italia in preda alla chiacchiera propagandistica più volgare? Per carità!), in cui si immagina l’istituzione di un premio per la creazione di una macchina che ci liberi «dal predominio delle mediocrità, dalla prospera fortuna degl’insensati, de’ ribaldi e de’ vili». Perché non sperare in una intelligenza artificiale atta e ordinata «a fare opere virtuose e magnanime», a esserci amica in questo mondo dominato da egoismo, invidia, mimetismo scatenato? Se l’umanità è quella che vediamo oggi all’opera, siamo quasi costretti a credere nel disperato paradosso leopardiano. L’intelligenza artificiale non è che un immenso armadio di nomi, meri flatus vocis, di cui essa ignora il senso e che proprio perciò riesce a elaborare, combinare e svolgere con una potenza che non si dà alcun limite. Ma per i nostri politici e i nostri potenti sono qualcosa più che fantasmi Giustizia, Virtù e via declamando? E tra questi fantasmi, il più fantasma di tutti non è proprio Amore? Ah, donaci Scienza una buona e pacifica intelligenza artificiale!


Il garantismo di chi non lo è


(di Michele Serra – repubblica.it) – La destra di governo, nelle sue due componenti principali (Fratelli d’Italia e Lega) ha una solida tradizione manettara. Soprattutto la Lega, che grazie al Salvini è il partito del “butta via le chiavi”. Cosa che rende molto poco plausibile l’ipotesi di un afflato “garantista” di questo governo in favore del Sì. La sola pratica garantista conosciuta, da quelle parti, è il soccorso incondizionato ai propri sodali coinvolti in vicende giudiziarie. Ne potete trovare un efficace resoconto nella newsletter di Stefano Cappellini Hanno tutti ragione.

La terza componente della maggioranza, Forza Italia, avrebbe qualche carta “liberale” in più da giocare, non fosse che il suo imputato-simbolo, presunto martire delle toghe rosse, è Silvio Berlusconi, il fondatore della ditta. Un uomo troppo ricco, troppo potente e a ben vedere troppo impunito per incarnare lo scandalo dell’errore giudiziario e della prevalenza dell’accusa sulla difesa, almeno nelle prime fasi (che possono durare anni!) dell’iter.

Tanto meno ebbe a che fare, Berlusconi, con l’indecenza della carcerazione preventiva e del pessimo livello delle condizioni di detenzione. Le carceri sono piene di poveri, è su di loro che grava, soprattutto, la fatica di non contare nulla di fronte alla macchina della giustizia.

Domani (domenica 22 marzo) voterò No ben sapendo che lo stesso mio voto sarà espresso anche da Gratteri e Davigo, il cui concetto di giustizia, altamente missionario, assomiglia molto poco al mio, banalmente laico. Ma mi sembra sia messo molto peggio chi andrà a votare Sì nell’illusione di riformare la magistratura in compagnia di chi non ha affatto il proposito di riformarla, solo di addomesticarla.