Approvato l’emendamento di Forza Italia: escluso dal calcolo del premio il secondo partito sotto soglia. Potrebbe essere “buttato” anche un milione di preferenze

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Con il Melonellum appena approvato alla Camera dei deputati potrebbe succedere anche questo: una coalizione A che raggiunge il 44,9% perde le elezioni contro una coalizione B, anche se quest’ultima si ferma al 42% dei consensi. È un paradosso della nuova legge elettorale appena approvata alla Camera in prima lettura. Un bug logico – e forse costituzionale – provocato da un emendamento che ha ottenuto ieri il via libera dell’Aula di Montecitorio.
Una premessa: lo spirito dell’emendamento, presentato dal deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo e gradito anche a settori delle opposizioni, è evidentemente quello di aggregare i “piccoli”, riducendone il potere di ricatto verso le coalizioni. Una norma “anti-cespugli”, è stata definita. L’effetto può però diventare, come detto, paradossale o distorsivo. Vediamo in che modo.
La norma presentata dal parlamentare azzurro – che è anche membro della commissione Affari costituzionali – prevede che i voti espressi a favore delle liste collegate che non superano lo sbarramento del 3% e che non rappresentano la lista del miglior perdente non concorrano alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione. E, dunque, non contribuiscono nella corsa al primo posto, necessario per ottenere il premio di maggioranza. L’obiettivo dell’emendamento è far convergere le forze minori nelle liste già esistenti, in modo da determinare al massimo una sola forza politica sotto soglia. Chi porta in dote un pacchetto di consenso dello “zero virgola” – o comunque che difficilmente può ambire a superare il 3% – ma capace di risultare determinante ai fini del raggiungimento del premio di maggioranza nazionale, sarebbe costretto a convergere in un’unica lista, rinunciando al proprio simbolo.
E però, è qui che nasce il problema. Cosa accade se due liste non superano il 3%, ma lo sfiorano? E’ un caso di scuola, ma neanche troppo: perché si verifichi basta ad esempio che un partito ottenga percentuali più basse del previsto alle prossime elezioni, scendendo imprevedibilmente sotto la soglia del 3%, facendo dunque “concorrenza” all’altra forza già designata nella coalizione per diventare la prima perdente. Ipotesi di scuola: la coalizione A aggrega un simbolo del 2,99% e uno del 2,98%. Questa seconda forza non otterrebbe seggi, perché non rappresenterebbe neanche il primo dei perdenti. Quel 2,98% andrebbe quindi sottratto dal calcolo dei voti della coalizione A. Ipotizziamo che questa ottenga in tutto il 46,98%, mentre gli avversari della coalizione B solo il 44,01%. In teoria, la coalizione A si posizionerebbe prima nella corsa per il premio di maggioranza, superando gli avversari del 2,97%. E però, sottraendo il 2,98% a causa dell’emendamento approvato ieri alla Camera, la coalizione A scenderebbe al 44%, mentre quella B si accaparrerebbe il premio con il 44,01%. Il 2,98% dei voti dato a una forza coalizzata – che di norma vale circa un milione di voti – finirebbe per non incidere nell’esito elettorale.
Il problema non è solo logico o politico, ma anche costituzionale: può una norma del genere passare il vaglio della Corte costituzionale? A testo appena vidimato a Montecitorio, il centrosinistra inizia a prendere contezza di questa novità. E suggerisce rischi di costituzionalità. Complicando un percorso già non agevole della legge, in vista del passaggio al Senato.

(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Quarantanove edifici, centocinquanta camere, ristoranti, bar, piscine, beach club, spa e spazi per eventi. È il maxi progetto firmato Bill Gates in cantiere a Ostuni, in località Mogale, dove dal 2021 il magnate della tecnologia e il gruppo di investimenti israeliano Omnam intendono costruire un maxi resort di lusso dal valore di 100 milioni di euro. Il complesso si estenderebbe su un’area di nove ettari ed è stato accostato al progetto del genero di Donald Trump, Jared Kushner, in Albania: la zona interessata, denunciano i comitati locali, ospita infatti specie protette e habitat naturali, che secondo lo stesso parere della Soprintendenza rischiano «alterazioni irreversibili». Nonostante una sequela di pareri critici, il progetto è riuscito a procedere: l’area rientra infatti nella Zona Economica Speciale Unica introdotta dal governo nel 2024, che sottopone gli investimenti a un iter autorizzativo semplificato; questo ha permesso l’approvazione della variante urbanistica, segnando un importante passi avanti per la sua realizzazione.
Il progetto del resort di lusso di Costa Merlata è in cantiere da anni, ma ha avuto un rilancio mediatico solo negli ultimi giorni, approdando su tutta la stampa nazionale e su un articolo del quotidiano britannico The Times. Esso risale al 2021 ed è sostenuto dal fondo di investimeni israeliano Omnam Investment Group in collaborazione con Four Seasons, di cui Bill Gates detiene una quota superiore al 70%. Il piano ha attirato sin da subito le critiche di comitati locali e gruppi per l’ambiente come Legambiente, specie in merito ai possibili danni ambientali. L’area interessata è infatti piena di grotte, doline e sistemi dunali e ospita uccelli migratori e specie protette. I comitati contestano inoltre il consumo di suolo e quello idrico, nonché il potenziale inquinamento luminoso. Recentemente, alle critiche degli ambientalisti si sono unite anche contestazioni per il coinvolgimento del gruppo di investimenti israeliano. Negli scorsi giorni, anche il segretario dei Verdi Angelo Bonelli ha criticato il piano, annunciando che presenterà una interrogazione parlamentare.
L’iter che ha dovuto affrontare il progetto è particolarmente intricato: nel 2021, Merletto, la società proprietaria dell’area interessata, ha presentato i progetti per il resort, che tuttavia, nel dicembre del 2023, hanno ricevuto un primo parere negativo dalla Sezione Tutela e Valorizzazione del Paesaggio della Regione Puglia. Dopo alcune modifiche progettuali, tre mesi più tardi, la stessa Sezione ha rilasciato un nuovo parere, questa volta favorevole. Nel dicembre 2024 è intervenuta però la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, che ha bocciato il progetto, parlando del rischio di una «alterazione irreversibile del carattere morfologico e funzionale del sistema rurale costiero dell’agro di Ostuni». A gennaio 2025 il Comune di Ostuni ha chiuso in cerchio, contestando il piano in qualità di Autorità competente per la Valutazione Ambientale Strategica (VAS), una verifica preventiva necessaria per l’approvazione di progetti dal potenziale impatto ambientale e culturale.
Nonostante la sequenza di pareri critici, l’iter amministrativo è proseguito. Nel 2024 il governo Meloni ha istituito la ZES Unica del Mezzogiorno, che ha accorpato le precedenti Zone Economiche Speciali del Sud Italia. Le ZES sono aree in cui gli investimenti possono beneficiare di un regime amministrativo semplificato e di specifiche agevolazioni. Il progetto è stato così sottoposto alla procedura dell’Autorizzazione Unica ZES, che nonostante i rilievi sollevati dai vari enti è stata rilasciata. In virtù di essa, è stata autorizzata la variante urbanistica che permette di destinare l’area alla realizzazione del progetto. Le associazioni hanno quindi presentato ricorso al TAR, che si deve ancora pronunciare sulla questione.
Dopo le varie critiche, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega per il Sud, Luigi Sbarra, ha tenuto a precisare che «non esiste alcuna autorizzazione ZES alla costruzione di un resort: la struttura di missione, con il parere favorevole degli enti territoriali competenti, ha autorizzato soltanto la richiesta di modifica al Piano di lottizzazione del Comune di Ostuni, condizionando la stessa all’acquisizione della valutazione di impatto ambientale». Il governo, insomma, sostiene che non è stato approvato alcun “resort”, e tecnicamente è vero: non esiste ancora un progetto edilizio finale né la procedura VIA, necessaria per procedere con l’intervento. Le parole di Sbarra, tuttavia, minimizzano il peso dell’autorizzazione ZES, che dà il via libera alla variante urbanistica che consente la realizzazione del progetto, spianando di fatto la strada alla sua costruzione.

(dagospia.com) – La “sfi-Ducetta” alla legge elettorale ha aperto il vaso di Pandora. Dopo il voto con cui è stato bocciato l’emendamento sulle preferenze, nella maggioranza è arrivato il momento delle accuse reciproche, dei veleni, dei ditini puntati.
Se l’ex cognato d’Italia, Francesco Lollobrigida, ha parlato di “vigliacchetti”, in Forza Italia siamo alla notte dei lunghi coltelli, tra colpi bassi, sfottò e tradimenti.
Si vocifera che il segretario, Antonio Tajani, e il “fascinoso” (nel senso che è vicino a Marta Fascina) Stefano Benigni passassero fra i banchi a dire ai deputati come votare.
Ma hanno fallito, visto che l’emendamento non è passato per un voto. Il loro obiettivo era far passare l’emendamento sulle preferenze, in particolare il superamento della regola del 60/40 (l’alternanza di genere).
L’ex monarchico di Ferentino vorrebbe liberarsi dei parlamentari storicamente legati a Berlusconi, e oggi a sua famiglia Marina: in particolare le donne che hanno condiviso l’appello bipartisan a favore delle quote rosa (Rita dalla Chiesa, Patrizia Marrocco, Catia Polidori, Isabella Da Monte).
Tajani è convinto che alla fine, Marina B. non metterà bocca sulle liste. Della serie: a quelle ci penso io.
Sospetti e veleni che si sommano a un altro pensiero che serpeggia tra i parlamentari di Fratelli d’Italia. E cioè che Marina faccia il tifo per il governissimo. Scrive Andrea Bulleri sul “Messaggero”: “In casa FdI molti sono convinti di aver già individuato il vero colpevole.
L’hanno trovato ad Arcore, anzi a Segrate: Marina Berlusconi. Sospetti, appunto, accuse, contro-accuse e ipotesi di complotto. Ma è in quella direzione che in queste ore si concentrano i veleni di più d’uno di casa a via della Scrofa, convinti che l’ordine di impallinare l’emendamento sia arrivato non da Tajani, ma da ‘più in alto’. Marina fa il tifo per il governissimo, è la tesi.
‘Punta a governare col Pd. Basta guardare le reti Mediaset per capirlo’. E in ogni caso, aggiungono, vuol essere lei a comporre le liste insieme a Tajani. Altro che preferenze….”

(Tommaso Merlo) – Ci hanno sottratto perfino il diritto democratico alla verità, ad una reale libertà di stampa. Lo chiamano giornalismo ma in realtà è propaganda. I media mainstream hanno una linea politica e manipolano la realtà affinché quella linea prevalga nel dibattito pubblico e nei palazzi del potere. Non fanno cioè giornalismo, ma lo usano per conto dei loro padroni coi cittadini ridotti a tifosi che invece di venire informati vengono manipolati. E più i temi sono rilevanti, più stringono le maglie. Come con la guerra che tocca immensi interessi economici e i pilastri del sistema occidentale. Il compito dei media mainstream è prima spacciare la guerra come normalità o addirittura necessità e poi combattere dalla privilegiata trincea mediatica. Basti pensare al dramma dei palestinesi perseguitati brutalmente da decenni a casa loro, vittime infamate come carnefici col mondo intero distratto e manipolato per impedirgli di capire ed intervenire e questo per l’immenso potere della lobby sionista nell’informazione mainstream occidentale, un potere che persiste ancora oggi ed è impegnato a normalizzare e rimuovere l’immondo genocidio ancora in corso. Oppure all’Iran infangato per decenni come male assoluto mentre in realtà a differenza di noi occidentali rispetta il diritto internazionale anche sul nucleare e le sue classi dirigenti sono nettamente migliori delle nostre, un paese calunniato come terrorista da noi che abbiamo collezionato milioni di morti anche con punizioni collettive e che abbiamo inaugurato la nostra aggressione illegale all’Iran sterminando la sua guida politica e religiosa suprema nella sua residenza insieme alla nipotina di pochi mesi. Ma è il capitalismo, baby. Soldi che si sono comprati tutto, anche la libertà di stampa, anche la verità, anche la dignità umana. Soldi per comprarsi i media e quindi il potere di manipolare le masse ed influenzare i politicanti. Per imporre la propria agenda, per aizzare la propria curva, per prestigio e tornaconto. Con schiere di presunti giornalisti costretti a stare attenti alle parole che usano e a dove ficcano il naso per non dare fastidio e che col tempo finiscono per abbassare la testa ed accodarsi perché la vita da eroi non è per tutti e alla fine meglio quel posticino al sole o anche solo riuscire a pagare il mutuo e mantenere la prole. Già, quelli che chiamavano complottisti erano in realtà gli unici veri giornalisti in circolazione, persone libere e coraggiose che il sistema ha emarginato o perfino preso di mira. Capitalismo onnivoro e libertà vigilata perché il banco del sistema vince sempre o quasi. Dalla Palestina all’Iran qualcosa sta infatti cambiando grazie alle oasi di libertà spuntate in rete. I cittadini che abboccano al mainstream sono sempre meno e la verità trova via alternative. Direttamente dalle macerie di Gaza, dalle piazze di Teheran o dal tinello di qualche uomo libero superstite tra i cumuli di cumuli di macerie consumistiche. A dare retta a certi giornaloni e reti sono rimasti giusto i politicanti timorosi di discostarsi dal gregge e finire nel mirino. Classi deficienti attentissime a come vengono citate perché da quello dipende la loro reputazione e quindi il loro consenso e quindi la loro carriera e quindi la loro poltrona e quindi la loro vita. È triste ma è così. Ormai la politica è stata rimpiazzata dalla comunicazione coi politicanti che si sono ridotti ad influencer elettorali e passano le giornate a difendere la propria immagine digitale e decidere quale minchiata postare sui social per dimostrare di essere sul pezzo, di essere allineati ai loro greggi e magari pure di capirci qualcosa nella speranza che la miriade di pollicini alzati si trasformino un gionro in voti, in poltrone e magari pure in senso esistenziale. Non giornalismo ma politica. Non politica ma comunicazione. Non democrazia ma mercato elettorale. Non cittadini ma tifosi che si scannano per difendere falsità confezionate dalla propria fazione mentre il sistema se la ride ed incassa. È tristissimo ma è così. Abbiamo perso un comune denominatore, quei valori di fondo condivisi da tutti che sono la spina dorsale di una società democratica e garanzia di bene comune. Nalla politica come nell’informazione come ovunque. Onestà intellettuale, integrità, coerenza, disinteresse, altruismo. Non roba da deboli e perdenti ma da persone perbene che sono le pietre vive di un mondo perbene. Altro che soldi con cui si sono comprati anche la dignità umana, altro che politicanti e media che mentono per i deliri di onnipotenza del loro ego e dei loro padroni. Moralità come comune denominatore di una democrazia sana che garantisce ai cittadini il diritto ad una vera libertà di stampa e quindi alla verità che è fondamentale per sviluppare opinioni sensate e decidere il proprio futuro.
Occorre togliere il servizio pubblico dalle mani dei partiti e affidarlo a persone autorevoli e indipendenti

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – La notizia è che la Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, dopo il ritiro dei commissari dell’opposizione, è di fatto evaporata. La vera notizia, però, è un’altra: ci siamo accorti della differenza? È una domanda perfida, ma inevitabile. Perché il sospetto è che la Commissione di vigilanza sia diventata da tempo una di quelle istituzioni che continuano a esistere soprattutto per inerzia, come le cabine telefoniche sopravvissute all’era degli smartphone. Le guardi con un certo affetto, ma fatichi a ricordare l’ultima volta che siano servite davvero.
Quando nacque, nel 1975, aveva un senso preciso. Il controllo sulla Rai passava dal governo al Parlamento per garantire il pluralismo. Erano gli anni della lottizzazione dichiarata, discutibile ma almeno comprensibile: una rete alla Dc, una ai socialisti, una ai comunisti. Un sistema imperfetto, persino sgradevole, che però rispondeva a un’idea: nessuno deve prendersi tutto. Poi i partiti sono aumentati, le identità si sono sbiadite, le correnti si sono moltiplicate e il pluralismo è diventato una parola buona per tutte le stagioni, soprattutto per quelle in cui non si pratica. Così la Commissione ha continuato a riunirsi, discutere, protestare, votare. Ma intanto la Rai cambiava pelle seguendo, con ammirevole puntualità, il colore del governo.
L’ultima stagione è soltanto la più esplicita. La destra, dopo decenni trascorsi a denunciare l’egemonia culturale altrui, ha deciso di costruire la propria. È una rivincita politica comprensibile. Meno comprensibile è chiamarla pluralismo, una parola che è ormai solo il pretesto per giustificare la spartizione delle direzioni e delle conduzioni applicando la regola dell’amichettismo. O per confezionare gli inguardabili servizi politici dei telegiornali, dove al cronista di turno tocca l’ingrato compito di incollare uno dopo l’altro senza alcun filo logico gli annunci dei trombettieri di partito, i quali – a seconda della posizione – tessono le lodi del governo o ne elencano gli errori in assoluta libertà, senza mai rispondere a nessuna domanda. È un formato televisivo che probabilmente sopravvive soltanto in Italia. E la Commissione? Avrebbe dovuto vigilare proprio su questo. Invece è diventata la foglia di fico dietro la quale la politica ha nascosto il proprio controllo sul servizio pubblico. Oggi quella foglia è caduta. Il paesaggio, francamente, non è cambiato.
La cura sarebbe persino semplice. Togliere finalmente la Rai dalle mani dei partiti e affidarla a un piccolo gruppo di personalità indiscutibili, indipendenti, autorevoli. Persone che abbiano dimostrato nella loro vita professionale di non dovere il proprio prestigio a una tessera di partito. Un nome per tutti: Paolo Mieli. Non perché sia infallibile, ma perché rappresenta un’idea di autorevolezza costruita sul lavoro e non sull’appartenenza. Il problema è che i partiti conoscono perfettamente la soluzione. Semplicemente non la vogliono. Rinunciare alla Rai significherebbe rinunciare a uno degli ultimi strumenti con cui misurano il proprio peso ed esercitano il loro dominio. È difficile convincere qualcuno a lasciare il telecomando del potere. Così magari continueremo a discutere della Commissione di vigilanza come se contasse davvero. Mentre il vero spettacolo, quello della politica che occupa il servizio pubblico fingendo di amministrarlo nell’interesse dei cittadini, andrà in onda regolarmente. Senza bisogno di essere vigilato.
Montecitorio ha approvato, dopo giorni di tensioni ed emendamenti bocciati, lo “Stabilicum”. La palla passa a Palazzo Madama, ma non è detto che il testo rimanga lo stesso

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – La legge elettorale approvata dalla Camera, ribattezzata “Stabilicum“, disegna un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità. Alla lista o coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti vengono assegnati 70 seggi aggiuntivi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama, fino a un massimo di 220 deputati e 113 senatori (esclusi gli eletti nella circoscrizione Estero). Il premio scatta soltanto se la stessa forza politica risulta prima in entrambi i rami del Parlamento: in caso di esiti divergenti tra Camera e Senato, o se nessuno tocca la soglia del 42%, si applica un proporzionale puro, senza alcun correttivo maggioritario. Non è previsto il ballottaggio.
Liste bloccate, niente preferenze
Gli elettori non potranno esprimere preferenze: il voto – ma potrebbe cambiare tutto al Senato – avviene su liste bloccate nei collegi plurinominali, mentre il premio viene distribuito attraverso listini circoscrizionali con i nomi stampati sulla scheda. Il tentativo di introdurre le preferenze — un emendamento a firma Fratelli d’Italia che prevedeva il capolista bloccato e fino a tre preferenze con alternanza di genere — è naufragato in Aula per un solo voto, 188 contrari e 187 favorevoli, a scrutinio segreto: un incidente che le opposizioni hanno attribuito a una trentina di franchi tiratori della stessa maggioranza e che ha spinto il centrosinistra a invocare la crisi di governo.
Soglie di sbarramento e ripescaggio
Restano le soglie del Rosatellum: 10% per le coalizioni e 3% per le singole liste. La novità è il cosiddetto “ripescaggio“: all’interno di ogni coalizione, la migliore lista rimasta sotto il 3% ottiene comunque seggi e partecipa al riparto proporzionale. Un emendamento di Forza Italia ha inoltre stabilito che i voti delle liste coalizzate al di sotto del “miglior perdente” non concorrano al calcolo della cifra elettorale nazionale ai fini del premio, con l’obiettivo dichiarato di scoraggiare la frammentazione e la proliferazione di micro-liste.
L’indicazione del candidato premier
Al momento del deposito del contrassegno, liste e coalizioni dovranno obbligatoriamente indicare — pena l’inammissibilità — il nome che intendono proporre come candidato alla presidenza del Consiglio, insieme al programma. Durante l’esame in commissione è stata precisata la salvaguardia dell’articolo 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato, e dell’articolo 92, che riserva al presidente della Repubblica la nomina del premier. È il punto più contestato dalle opposizioni, che parlano di un “premierato” strisciante introdotto per via ordinaria, senza riforma costituzionale.
Il voto dei fuorisede
Tra le novità più rilevanti, approvata all’unanimità, c’è la possibilità del voto ai fuorisede: chi vive lontano dal proprio Comune di residenza per studio, lavoro o cure mediche potrà votare nel luogo di domicilio temporaneo, previa iscrizione a un apposito albo. Il requisito è la permanenza in una provincia diversa da quella di residenza: almeno nove mesi per motivi di studio o lavoro, ridotti a tre per chi si sposta per ragioni sanitarie documentate.
I prossimi passaggi
Il provvedimento passa ora all’esame del Senato, dove il testo potrà essere – e probabilmente sarà – modificato. L’obiettivo della maggioranza è chiudere al più tardi a settembre, quando la legge sarà tra i primi provvedimenti in calendario a Palazzo Madama. Le opposizioni annunciano battaglia.
Nonostante la batosta di due giorni fa sull’emendamento per introdurre le preferenze, la proposta di legge complessiva regge al voto segreto. La segretaria Pd: “Meloni ha tradito anche i suoi alleati per rincorrere Vannacci. Non c’è più una maggioranza, è un colabrodo”. Conte: “Questa legge è fatta per potervi imbullonare alle poltrone e per restituire ancor più potere al capo”

(ilfoglio.it) – Con 217 voti a favore e 152 contrari la Camera approva in prima lettura la legge elettorale. E quindi dopo una sconfitta sull’emendamento sulle preferenze, alla fine, sul provvedimento complessivo, la maggioranza incassa il sì nonostante, come avvenuto per gli emendamenti, il testo sia stato votato a scrutinio segreto.
Tra gli iscritti a parlare alle dichiarazioni di voto c’erano tutti i leader delle opposizioni dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein al presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi-Sinistra, eccezion fatta per Lega e Forza Italia che affidano la dichiarazione ufficiale della posizione del loro gruppo a chi il “Melonellum” ha portato avanti in commissione: il presidente della commissione Affari Costituzionali di FI Nazario Pagano e il deputato leghista Andrea Barabotti. Stessa scelta fa Noi Moderati: iscritto a parlare è Alessandro Colucci. Per Fratelli d’Italia c’è Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito, che ieri, sempre in Aula, è ritornato sull’emendamento sulle preferenze presentato da FdI, Nm e Udc e che è stato bocciato per un solo voto, complici una cinquantina di franchi tiratori sparsi tra Fratelli d’Italia e gli altri due partiti della coalizione, Carrocio e Forza Italia: “Il Parlamento è sovrano, sempre e comunque. Sicuramente c’è qualcuno, anche di centrodestra, che in modo segreto ha deciso di non seguire le indicazioni di voto. Vorrei che un parlamentare ci mettesse sempre la faccia”.
Nel suo intervento, Giovanni Donzelli ha ribadito che con questa legge “non torneremo a maggioranza che hanno una stabilità inferiore alle coppie di Temptation island, un Parlamento debole porta una democrazia debole. Una legge che consente un Parlamento forte è una legge di democrazia”. E poi rivolgendosi alle opposizioni ha detto che “nel gioco degli intrighi avete segnato un colpo, avete fatto bene a festeggiare la vostra risposta, sarebbe stato traumatico confrontarsi con il popolo italiano che tutti i giorni lavora, riuscirete a essere eletti con le liste bloccate e a prendere in giro gli italiani un’altra volta”. Fratelli d’Italia, ha continuato, “avrebbe votato anche per i vostri emendamenti, vigliaccamente li avete ritirati, tradendo il popolo italiano ancora una volta”, ha aggiunto, difendendo anche la riforma proposta, con cui, ha detto, “per la prima volta le opposizioni sono garantite con una soglia minima”. Al termine del suo intervento ci sono stati momenti di tensione con le opposizioni che hanno esposto dei cartelli con scritto: “Meloni ha fallito” e “la maggioranza non esiste più. A casa”.
“Quanta ipocrisia, oggi, da chi ha sfiduciato Giorgia Meloni, in un voto segreto due giorni fa” sulle preferenze, “chi ha tradito? Questa è l’unica ossessione da un paio di giorni della presidente del Consiglio, che non ci dorme la notte. Siete stati sfiduciati”. Lo ha detto la deputata e segretaria del Partito democratico Elly Schlein nell’Aula della Camera in dichiarazione di voto finale. “Meloni ha tradito anche i suoi alleati per rincorrere Vannacci”, ha ribadito riferendosi al voto favorevole di FdI al’emendamento dei deputati di Fn: “Non c’è più una maggioranza, è un colabrodo, prendetene atto e traetene le conseguenze per il paese. Questa legge elettorale è irricevibile e inemendabile, con gravi profili di incostituzionalità”
Nel suo intervento Giuseppe Conte ha rimarcato la posizione contraria del suo partito e rivolgendosi alla maggioranza ha detto: “Questa legge è fatta per potervi imbullonare alle poltrone e per restituire ancor più potere al capo. È una legge truffa e l’accordo che avete raggiunto in maggioranza è truffaldino perché non c’è nessun potere agli italiani di scelta dei propri rappresentanti. È fatta per passare da stabilità a inamovibilità”. E ha nuovamente attaccato l’emendamento bocciato sulle preferenze dicendo che si trattava di “un emendamento in cui se tutto andava bene forse si poteva eleggere il 5 per cento dei candidati, ma da moduli prestampati nelle segreterie di partito”, sottolineando che “il soffitto di cristallo” della parità tra uomo e donna “non viene abbattuto, ma viene cementato con il cemento armato”.
Nelle dichiarazioni di voto sulla legge elettorale, il deputato di Futuro nazionale Edoardo Ziello ha annunciato che i vannacciani – che hanno votato a favore dell’emendamento di maggioranza sulle preferenze con tanto di ripresa video – avrebbero votato no a una legge che contiene “marchette elettorali schifose” e che contava su “emendamenti meticci per prendere in giro gli italiani” sulle preferenze. Ma ha poi auspicato che “che Meloni al Senato possa far riflettere gli alleati per far reintrodurre le preferenze, allora saremo ponti a votare a favore in terza lettura alla Camera”, riferendosi all’ipotesi fatta ventilare alcuni membri della maggioranza come il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti e il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo: ripresentare lo stesso emendamento sulle preferenze anche a Palazzo Madama, dove non è previsto il voto segreto, a differenza di quanto accade con il regolamento della Camera.
Dopo l’attentato, il conduttore di Rai tre venne sentito dalla commissione Antimafia. Ecco il testo finora secretato. Sul meloniano e i pedinamenti non ci fu nessun riscontro

(Enrica Riera e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Tra le centinaia di carte dell’inchiesta per individuare i responsabili dell’attentato contro Sigfrido Ranucci c’è anche l’audizione del conduttore davanti alla commissione parlamentare Antimafia. È la parte secretata che ora Domani può svelare. Il volto di Report ai primi di novembre dello scorso anno arriva a palazzo San Macuto. Sono passate due settimane dalla bomba. Il giornalista mette in fila quanto accaduto, fa mente locale, parla di episodi che riguardano i servizi segreti e anche della vicenda di Giovanbattista Fazzolari.
Qualche mese prima Ranucci aveva tirato in ballo il senatore FdI in un incontro con i parlamentari europei del Pd dicendo: «Ho la certezza che Fazzolari attivò i servizi segreti per informarsi su di me». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva parlato di «deliri». Poi arriva il giorno dell’audizione in commissione. Cosa dice Ranucci? La vicenda di Fazzolari, secondo quanto sostiene il conduttore, è collegata a un servizio di Report nel quale un ex collaboratore, Nunzio Perrella, aveva raccontato di un presunto legame di Francesco Meloni, padre della premier, con Michele Senese. Vicende degli anni Ottanta. Un ricordo improvviso riapparso dopo tre decenni. Le anticipazioni social della trasmissione avrebbero provocato la reazione del meloniano.
«Io vengo a sapere che Fazzolari si era preoccupato, aveva presentato un dossier al centro del quale c’erano gli audio e i video che mi erano stati registrati di nascosto ai tempi dell’inchiesta che riguardava Tosi», dice Ranucci. “I servizi segreti l’hanno pedinato?”, una delle domande che viene posta dai parlamentari che vogliono capire di più sulla bomba. «Il sospetto di Fazzolari e degli ambienti della presidenza del Consiglio è caduto sul fatto che le informazioni potessero essere state date a Report addirittura da un componente dei Servizi. Il sospetto è andato sul generale Parente, che io non conosco. Quello che posso dire è che quelle informazioni sono frutto del collega Mottola».

Per non lasciare nulla al caso i pm capitolini hanno dunque preso in carico anche la pista sui servizi. A un interrogatorio di febbraio scorso condotto dal pm Stefano Pesci, al lavoro su un’indagine sui fondi riservati dei servizi e la squadra Fiore, viene chiesto a un ex generale della Guardia di finanza, Giancostabile Salato chiamato come testimone, legato all’intelligence, se sapesse qualcosa dell’attentato a Ranucci. «Ci può dire di che cosa lei è a conoscenza in relazione all’attentato subito da Ranucci, sul contesto recente e anche meno recente che potrebbe avere un collegamento con l’attività di Ranucci ma in particolare con l’attentato da lui subito?», chiede il magistrato. La risposta: «Non sono in grado di riferire nulla. Dopo la notifica del vostro invito in cui era indicata la data del 16 ottobre 2025 ho cercato sul web cosa fosse accaduto e lì ho appreso dell’attentato». Ad ulteriori verifiche, seguono zero riscontri.
Ma torniamo all’audizione in commissione Antimafia. Davanti alla presidente meloniana Chiara Colosimo, Ranucci torna a parlare delle altre possibili ragioni della bomba. «Una sicuramente riguardava le concessioni balneari a Ostia, l’altra riguarda un’inchiesta sull’eolico. Di questo ci ha parlato un collaboratore di giustizia che singolarmente, il giorno stesso dell’attentato, è stato spostato in località protetta perché aveva parlato con noi, come se ci fosse sentore che poteva esserci qualcosa di importante», dice Ranucci. Tutte quelle piste sono risultate senza riscontri, prive di fondamento così come la terza che viene evocata in commissione, quella più famosa: i cantieri navali veneti. «Report ha scoperto il 15 settembre, quindi in prossimità dell’attentato, una mitragliatrice che era nei cantieri navali di Adria».
Una pista nella quale si è inserito, come già raccontato, anche Lavitola per avvelenare i pozzi. Una pista poi abbandonata dagli inquirenti. Fino ad aprile i carabinieri l’hanno vagliata attentamente. E l’hanno fatto, almeno per un periodo, intercettando, oltre a una collaboratrice di Ranucci, anche Francescomaria Tuccillo, ex manager dei cantieri navali e, come rivelato da La Verità, ex avvocato di Lavitola, entrato successivamente in rotta di collisione con il faccendiere ritenuto presunto mandante dell’attentato. Chiuso il capitolo sulle piste, nel corso di quell’audizione, Ranucci dà anche un altro particolare. Forse è il più importante.
«La cosa singolare è che io ho detto veramente all’ultimo momento quando rientravo a casa, l’orario, perché stavo lavorando da remoto proprio a una delle inchieste di Report e ho mandato un sms alla scorta, dicendo che sarei partito alle 21 da casa. Quindi è abbastanza singolare», dice Ranucci. Da qui l’altro mistero, l’ennesimo. Chi ha avvisato il commando conosceva molto bene i suoi spostamenti.

Nell’audizione, insomma, non si poteva immaginare chi fossero i reali personaggi coinvolti nella vicenda. Nessuno dell’intelligence, nessuno di “importante”. Gli investigatori ritengono infatti esecutori materiali della bomba quattro persone dell’agro nolano: il livello più basso della catena dell’attentato. Gli unici a non aver capito nulla di questa storia: giocano con i fuochi d’artificio, vendono qualche pezzo di crack, e vivono tra disagio e povertà. Sui social postano video mentre cantano, si abbracciano augurandosi «una presta libertà». Più che Gomorra sembrano i gomorroidi, la parodia di chi vive di crimine. Sono l’anello che si lega all’«intermediario», Clesio Tavares Gomes, un uomo che come svelato un settimana fa da Domani bazzicava gli ambienti dei Russo, camorristi con feudo a Nola, ed era in rapporti con Valter Lavitola, l’uomo, invece, del mondo di sopra. Finora, eccetto che coi giornalisti, nessuno di loro ha mai parlato, dando vita a una vera e propria catena del silenzio.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – L’Italia non è uno Stato, è uno stato d’animo. Le leggi non rispondono a una strategia, ma a un’emozione. Mario Roggero è il gioielliere di Grinzane Cavour che uccise a pistolettate due rapinatori in fuga. Perciò ha preso quasi quindici anni di carcere (condanna confermata ieri in Cassazione) e dovrà risarcire con oltre tre milioni di euro i familiari dei banditi.
La pancia del Paese simpatizza per lui istintivamente, ma la testa è obbligata a ricordarsi che sparare a chi sta scappando non è come sparare a chi sta per spararti. Nondimeno è una trama perfetta per il mondo al contrario di Vannacci, che infatti si erge a paladino del gioielliere e viene da quest’ultimo cordialmente ricambiato. Anche i social, la cui benzina è l’indignazione permanente, tifano per il Roggero vannaccizzato e il governo teme sconquassi nei sondaggi. Così interviene come e dove può, purché in fretta, prima che l’emozione evapori. E mentre Salvini si inserisce nel solco tracciato dalla Minetti e chiede la grazia, il ministero dell’Interno sforna all’impronta una legge che esclude il risarcimento in casi simili. Per Roggero non cambia nulla (la norma non è retroattiva), ma per i Roggero del futuro (nazionale) sì.
Qui non si discute se la nuova legge sia giusta o no. Se ne discute la tempistica, che coincide con la finalità: intercettare il malumore degli elettori prima che vadano a scaricarlo nelle urne sul Generale. Ma a cosa serve l’uomo (o la donna) forte, se ormai i leader inseguono i follower?
Meloni ha forzato gli alleati minori, Marina Belusconi ha fatto trapelare la sua contrarietà e Schlein ha sfidato la premier

(Flavia Perina – lastampa.it) – Colpa delle donne, dicono: la pista più accreditata dal centrodestra per spiegare il disastro dell’emendamento sulle preferenze è il voto delle signore parlamentari. Le franche tiratrici, dicono i più gentili. Le traditrici, dicono i più incattiviti. Prove non ce ne sono, ma si elencano coincidenze. Mancavano in aula almeno quattro parlamentari donne della maggioranza. C’era, e per qualcuno risultava di troppo, Marta Fascina, considerata longa manus di Marina Berlusconi: una che non si fa mai vedere, e il dubbio è che abbia affrontato il viaggio a Roma per diramare segreti ordini di scuderia. Nel day after del voto fatale la destra segnala un elemento inaspettato: la disobbedienza, forse individuale o forse concordata, degli agnelli sacrificali concessi da Giorgia Meloni a Matteo Salvini e Antonio Tajani in cambio del placet alle preferenze.
Le donne, insomma, fortemente penalizzate dalla cancellazione dell’alternanza di genere in testa alle liste, il meccanismo che con la vecchia legge ha facilitato l’accesso di 186 donne tra Camera e Senato, il 31 per cento del totale, una delle quote più alte di sempre anche se in leggero calo rispetto alla tornata precedente.Il dato di fatto oltre la caccia ai sabotatori è una partita giocata all’interno di un triangolo tutto al femminile, che ha ai suoi vertici Giorgia Meloni, Elly Schlein e Marina Berlusconi. Meloni ha forzato gli alleati minori alle preferenze, e per convincerli gli ha garantito di minimizzare il fastidio delle quote rosa, sottovalutando gli effetti di una scelta che oltretutto ha incrinato il suo ruolo di apripista del nuovo potere femminile. Marina B., dopo un lunghissimo silenzio ha fatto trapelare la sua contrarietà, scegliendo proprio il tema della rappresentanza femminile per tornare ad agire sulla scena della politica con giudizi assai precisi. Schlein ha colto la palla al balzo e ha avuto buon gioco nello sfidare la premier, definendola una donna «pronta a sacrificare le altre donne per conservare il potere».
Insomma, ciò che abbiamo visto in questa due giorni di dibattito parlamentare è una partita interamente costruita dalle donne, su un tema che riguarda le donne e la loro partecipazione alla democrazia. Partita persa da chi pensava di poter trattare l’argomento come un dettaglio di accordi più larghi e più rilevanti.Quanto alle responsabilità del crash della maggioranza sulle preferenze, se la pista rosa fosse autentica non si potrebbe che dire: complimenti alle signore. Hanno difeso un interesse personale e politico ribellandosi a un patto tra leader che le avrebbe danneggiate: qualunque uomo avrebbe fatto lo stesso, e non si vede perché solo alle donne sia richiesto uno spirito ancillare del tutto estraneo alle logiche dei partiti, dove ciascuno tutela la sua posizione con ogni mezzo.
Nel caso specifico, poi, il sistema semi-bloccato previsto dall’emendamento avrebbe consentito di intronare capilista tutti uomini: magari qualche ragazza di Fratelli d’Italia ce l’avrebbe fatta nella corsa a preferenze, ma nella Lega e in Forza Italia, dove già si sa che “passeranno” solo i capilista, addio seggi rosa. E dunque, la renitenza delle vittime designate andava quantomeno prevista da Meloni e dagli altri, e così come sono stati attentamente messi a sistema i tornaconti dei capi e capetti maschi bisognava buttare un occhio anche lì: alla possibile reazione delle parlamentari a una norma che passava sopra le loro teste.Non sapremo mai chi, nel segreto dell’urna, ha determinato la frana della maggioranza sulle preferenze. Ma il conio del termine franche tiratrici, pronunciato ieri un po’ da tutti, completa un ulteriore step di parità.
Il palazzo è obbligato a prendere atto che le donne in politica non sono elementi collaterali della trama imbastita dai leader: possono ribellarsi, possono scombinare i progetti di rimandarle a casa. Almeno in questa legislatura. Nella prossima, il rischio di passi indietro è scontato qualsiasi sia la legge elettorale, e persino se rimanesse l’attuale. L’obbligo di quote nei collegi uninominali garantisce poco o nulla: l’abitudine generale è riservare alle donne i collegi sicuramente perdenti e conservare agli uomini quelli dove si vince. E anche nel proporzionale, le pluricandidature femminili sono state largamente usate in passato per favorire gli uomini. Toccherà alle donne difendere all’interno dei partiti i loro ruoli, e agli stessi partiti dimostrare che l’attenzione alla rappresentanza femminile è concreta, non è solo un elemento di propaganda nel conflitto parlamentare.
Per Meloni la palude è quella della legge elettorale, ma non quella dei salari, della crescita, della povertà o di un Paese allo sbando.

(di Stefano Rizzuti – lanotiziagiornale.it) – Per Giorgia Meloni “ha vinto di nuovo la palude”. Perché, di fronte a una maggioranza che non c’è più e che sta insieme solo per restare al potere, la palude per la presidente del Consiglio è quella della legge elettorale. Dell’impossibilità di esprimere le preferenze, peraltro solo parziali con i partiti che avrebbero comunque scelto gran parte degli eletti. La palude, per Giorgia Meloni è solo quella delle poltrone, degli scranni da occupare in Parlamento di cui poco interessa al Paese reale. Ma la vera palude è quella in cui il suo governo ha trascinato l’Italia, con una crescita stabilmente tra le più basse di tutta Europa.
La vera palude è quella dei salari, fermi al palo, con le famiglie che non hanno neanche recuperato il potere d’acquisto perso durante la crisi inflativa. La vera palude è quella delle bollette, che per le famiglie e le imprese italiane sono tra le più care di tutta l’Ue. La vera palude è quella di una sanità pubblica allo sbando, perennemente penalizzata, magari per strizzare l’occhio ai privati. La vera palude è quella dei più fragili, abbandonati, come dimostra il livello record registrato sul fronte della povertà assoluta. La vera palude, insomma, è quella in cui il governo ha trascinato gli italiani e in cui continuerà a trascinarli fino a quando non si tornerà al voto.
Perché, ormai è chiaro, l’unico obiettivo di Meloni è quello di raggiungere un record, tutto personale. Ovvero quello di governo più longevo della storia repubblicana. Manca poco, a settembre il traguardo sarà tagliato. Ma intanto una maggioranza allo sbando si limita a sopravvivere, facendo poco e niente, oltre a promettere investimenti da record per il riarmo. La sconfitta del referendum sulla giustizia, con la sonora bocciatura da parte degli italiani, ha di fatto paralizzato il governo. Che ha capito che andare avanti sulle riforme – si veda il caso premierato, fermo nei cassetti da mesi – è un rischio che non si può correre a meno di un anno dalle elezioni politiche. Perché, da ora in poi, qualsiasi passo falso rischia di costare carissimo alla maggioranza. E allora meglio continuare a vivacchiare, tanto della vera palude in cui sono impantanati gli italiani non interessa a nessuno.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Avevamo già il leggerissimo sospetto che le élite interventiste europee, col loro codazzo di agiati mercenari da scrivania, giocassero con le parole per dare a intendere all’opinione pubblica che il riarmo dei Paesi dell’Unione fosse una cosa non solo buona e giusta, ma anche rassicurante e glamour: come dimenticare “l’Italia che riscopre il fascino del bunker” di cui dava conto Repubblica?
[…] Martedì un editoriale di Stefano Folli, sempre su Rep, ci ha aperto gli occhi, identificando il motivo principale della “frattura” dentro al cosiddetto campo largo nell’uso (o non uso) del vocabolo “riarmo”, “una parola che contiene un che di minaccioso, volto a incutere timore nell’opinione pubblica”, che non ne avrebbe alcuna ragione. “Riarmo”, denuncia Folli, “allude a pericoli di guerra”, chissà come mai; “ed è proprio questo lo scopo di chi – i 5Stelle, la sinistra di Avs – usa il termine in polemica con… un alleato, ossia il Pd”. Ah, vedi; noi pensavamo che a creare fratture, casomai, fossero i cosiddetti “riformisti del Pd”, riarmisti convinti, dato che la linea della segretaria Schlein sarebbe contraria alle armi, come peraltro la maggioranza assoluta degli italiani.
Proprio per ovviare a questa bizzarria – cioè il fatto che una parola che significa produzione e rifornimento di armi venga usata per indicare esattamente questo fenomeno – l’Unione Europea, nella persona-robot di Ursula von der Leyen, si era messa di buzzo buono per trovare un’alternativa al brutale ancorché onesto “ReArm Eu”, prima versione del progetto di riarmo dal costo di 800 miliardi di euro, trovandola infine nell’eufemistico e più birichino “Readiness 2030”, un modo per dire a Putin che saremo pronti a muovergli guerra nel 2030 (lui ha risposto che sarebbe pronto già da subito, volendo, dal che si è dedotta la prova che volesse attaccarci).
La preoccupazione dei geni che ci governano era, allora, non tanto che i cittadini europei si spaventassero, quanto che capissero come stavano veramente le cose: se tu dici a 452 milioni di abitanti di mettersi il cuore in pace perché il loro Paese non si farà scrupolo di grattare 800 miliardi di euro dalla spesa sociale entro 4 anni per riempire gli arsenali rimasti vuoti dopo 4 anni di invii di armi all’Ucraina, può anche darsi che si organizzino per protestare, e ci manca solo questo: mica siamo vere democrazie. E pensare che il sempliciotto Mark Rutte, Segretario Generale della Nato (che chiama Trump “paparino”), lo aveva detto: “Spendere di più per la Difesa significa spendere meno per altre priorità, se non si vogliono mettere più tasse”. E quali sono queste priorità rinunciabili? Bazzecole: “I Paesi europei spendono fino a un quarto del reddito per pensioni, sistemi sanitari e di previdenza sociale, abbiamo bisogno solo di una piccola frazione di quei soldi per rendere la Difesa molto più forte”. Rutte deve essersi recato in qualche ospedale pubblico italiano per accorgersi che lo standard medio è praticamente quello di un hotel a cinque stelle di Dubai, senza contare la bella vita che fanno i pensionati dopo 50 anni di lavoro, e quindi ha telefonato a Ursula: “Ma questa è una miniera d’oro! Prendiamo i soldi da Sanità e pensioni”.
[…]
Giorni fa, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, ha ricordato ai 27 Paesi Ue l’impegno di spendere il 5% del Pil nella Difesa, lanciando ai recalcitranti, in particolare alla Spagna che si è rifiutata di farsi taglieggiare da Trump, un avvertimento in stile Soprano’s: “Se uno o due di essi devono ancora essere convinti, abbiamo i mezzi per farlo” (ci farà bombardare dal battaglione Azov con le nostre armi?).
È la propaganda di guerra: creare false paure per indurre al sacrificio. La risoluzione con cui il Parlamento europeo ha sostenuto il piano ReArm indicava nella Russia “la più profonda minaccia militare” all’integrità territoriale dell’Ue “dalla fine della Guerra Fredda”; cioè, un Paese di 17 milioni di chilometri quadrati, 11 fusi orari e 145 milioni di abitanti non vede l’ora di prendersi i Sudeti e il Viterbese.
[…] Intanto Macron, presumibilmente vestito in Dior, sfila sugli Champs-Elysées per la tradizionale parata militare del 14 luglio (giorno della Presa della Bastiglia: da far venire l’acquolina in bocca a chi avesse voglia di arrotare la ghigliottina), con Zelensky, 7mila soldati, 98 aerei, 31 elicotteri e 315 veicoli, più 500 militari dei 35 Paesi della Coalizione dei Volenterosi, tra cui gli italiani. Tempo fa, dopo aver proposto di mandare truppe Nato in Ucraina, parlò dalla base militare dell’Île Longue mentre alle sue spalle troneggiava l’imponente Le Téméraire, sottomarino nucleare lanciamissili della Marina francese. Tutto questo non allarma i cittadini: basta chiamarlo con un nome spiritoso e chic (Brigate Dior?). A spaventare sono Conte, Bonelli e Fratoianni, quei terroristi che chiamano “riarmo” il riarmo (noi nella lista metteremmo pure il Papa).
Cavazzana (Cnv): “Tuccillo andò da Fincantieri, poi s’è comprato Report”. Il progetto dell’aeroporto a Caserta e l’ombra dei clan

(di Leo Amato e Vincenzo Bisbiglia – ilfattoquotidiano.it) – “Quando l’ho nominato, già i primi mesi va in Fincantieri, Leonardo di qua e di là (…) si rende conto che c’è la possibilità di guadagnare un bel po’ di soldi. Il suo obiettivo quindi era quello di farmi mandare fuori dal cantiere, acquisirlo con poco per poi rivenderlo lui a queste cordate governative. E marginare un bel po’ di soldi”. A pronunciare questa frase, intercettato il 21 aprile 2026, è Roberto Cavazzana, presidente e proprietario al 95% di Cantiere Navale Vittoria, la società di Adria (Rovigo) al centro di due servizi di Report. Inchiesta giornalistica che per mesi la Procura di Roma ha considerato come principale movente dell’attentato a Sigfrido Ranucci, per i riferimenti alla criminalità organizzata che l’autore, l’inviato Daniele Autieri, ha inserito nel servizio. E per una lettera anonima, giunta in redazione due giorni prima della messa in onda, che oggi, con il senno di poi, gli investigatori temono potesse essere un depistaggio. In quell’intercettazione agli atti, Cavazzana si riferisce a Francescomaria Tuccillo, “mister 5%”, l’ex Ad fatto fuori dal suo socio il giorno dopo la bomba di Pomezia. E, come spiegato ieri da La Verità, in tempi passati avvocato e persona legata a Valter Lavitola, quest’ultimo considerato dai pm il mandante dell’attentato.
Una guerra tra bande, oggi sostanziata da mesi di intercettazioni disposte anche nei confronti di persone estranee all’inchiesta penale ma in parte attiva nella vicenda, come appunto Cavazzana, Tuccillo, Autieri, o anche Ranucci e suoi stretti collaboratori.
Il 21 aprile, due giorni dopo la messa in onda del servizio – che metteva in relazione il presidente di Cnv con ambienti legati alla camorra – Cavazzana chiama Bruno Rizzotti, Ad di AdnKronos Nord Est, per commentare la puntata. E qui racconta una sua versione che potrebbe essere frutto di millanterie. “L’ho licenziato senza dirgli nulla – racconta – perché avevo ormai intuito che c’erano delle cose che non capivo (…). Ecco che lui si è visto tirare via l’opportunità, l’osso, no? E quindi lì è cominciato a diventare cattivo”. Diventando a suo giudizio – è il sottotesto poi palesato più avanti (“credo che Report sia stato comprato da Tucillo e da questi”) – la fonte di Autieri. A quel punto, prosegue Cavazzana “aggancio la cordata che è quella che doveva poi entrare e quindi stiamo parlando di Fincantieri e Leonardo. Con la quale io non so ancora nulla, gli dico facciamo dei pre-accordi, l’accordo è definito, fanno intervenire l’intelligence”. Contattata dal Fatto, Fincantieri dice che le trattative con Cnv si erano interrotte però del tutto a gennaio 2024, con la precedente gestione. Ma andiamo avanti. Racconta Cavazzana: “A un certo punto mi dicono: ‘Fermi tutti, dottore ci dobbiamo fermare perché la situazione è diversa da quella che pensavamo’ (…) Hanno trovato dei loro stessi colleghi, quindi sempre dei servizi, dall’altra parte e scoprono che c’è questa cordata praticamente meno forte e più marcia”. E poi: “Mi dicono: “Guardi dottore, forse abbiamo la forza perché siamo i più forti per estrometterli anche a pedate nel culo, però forse non conviene perché ci sono anche dei politici di mezzo’, mi hanno fatto i nomi eccetera eccetera, ‘conviene trovare, mettersi d’accordo”.
I carabinieri nell’informativa descrivono il racconto di Cavazzana “privo allo stato di riscontri oggettivi immediatamente verificabili”. Ma che le tesi di Tuccillo, espresse anche ai pm romani quando è stato chiamato a riferire come testimone, combaciassero con quelle di Report è un fatto. “Tuccillo – scrive chi indaga – riferisce di aver maturato il sospetto che l’operazione del cantiere si inserisse in un disegno più ampio, nel quale si sarebbero intrecciati interessi economici, territoriali e (…) anche criminali”.
Legami affrontati nell’inchiesta di Autieri, di cui Ranucci parla con un deputato del M5S, Dario Carotenuto, cercando di convincerlo come quello potesse essere il contesto in cui matura l’attentato. E citando un affare, quello dell’aeroporto di Grazzanise (Caserta), in cui sarebbero coinvolti gli stessi main partner che hanno consentito a Cavazzana nel 2025 di scalare il Cantiere Navale Vittoria. Progetto che però, dopo le inchieste di Report, la bomba e le altre notizie, sarebbe però saltato. Almeno stando a quanto riferito pochi giorni ai pm dallo stesso Autieri quando è stato risentito come testimone.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Ha fatto bene il ministro Valditara a dire che i due studenti di Cesena che hanno esposto lo striscione «l’Italia agli italiani» non meritano sanzioni. La destra esiste, esistono gli studenti di destra, lo slogan suddetto è parte della cultura politica che governa il paese.
La loro non è affatto «una provocazione», come si suole dire in questi casi. È semmai una forma di entusiasmo filo-governativo in genere poco diffuso tra gli adolescenti. Ma ci sono i conformisti anche tra gli adolescenti, e non è con le censure, i rimproveri e le punizioni che si educa al confronto politico.
Ma fa malissimo, Valditara, ad aggiungere che l’affermazione «è condivisibile perché comprende tutti i cittadini del nostro paese». Ipocrisia democristiana non degna del ministro di un governo sovranista. Quei due studenti non volevano affatto dire quello che il ministro sostiene.
Volevano dire, con uno slogan nazionalista in senso antico, impermeabile ai tempi, che ci sono troppi stranieri, e questa presenza minaccia la cosiddetta identità nazionale; che esistono italiani meno italiani degli italiani, e sono quelli di origine straniera; che non devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele di «noi italiani». Milioni di elettori lo pensano: e questo governo è in carica grazie ai loro voti.
Che due studenti abbiano diritto di pensarlo e di dirlo, è un conto. Che il ministro pensi di cavarsela travestendo da slogan inclusivo e democratico una tipica manifestazione di xenofobia, è ridicolo. Si faccia una bella assemblea scolastica dal titolo “che cosa vuol dire essere italiani”, e si invitino anche i due patrioti juniores. Magari qualcuno impara qualcosa.
Timori sul voto finale. Vertice in Senato su future modifiche. Craxi (FI): “Non le votiamo”. E alla Camera spunta Gianni Letta

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – «La pazienza è al limite», mette in guardia Giorgia Meloni alla vigilia del voto finale, almeno alla Camera, della sua legge elettorale. I destinatari dell’ammonimento sono i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che ha sentito di nuovo ieri, e che diversi “fratelli” accusano, ormai senza remore, di non tenere più i rispettivi gruppi. Ma ce l’ha, la presidente del Consiglio, pure con quei suoi deputati (molti meno dei leghisti e dei forzisti) che gliel’hanno fatta sotto il naso, cassando l’emendamento sul compromesso preferenze-capilista bocciati. Anche se il messaggio di ieri, certificato da Luca Ciriani, è che «il governo va avanti», la premier è ancora inquieta e i suoi, a taccuini chiusi, raccontano che non è scontato che il cosiddetto Melonellum passi l’approvazione in prima lettura, dopo l’affossamento delle preferenze. Anche oggi, per decisione di Lorenzo Fontana, si voterà a scrutinio segreto.
Francesco Lollobrigida, riunito nel bagno della Camera con Galeazzo Bignami e Giovanni Donzelli, scherza: «Lasciateci, è una riunione di gabinetto». Ma il nervosismo resta. Il motivo? Il pericolo, per i peones dalla rielezione incerta, non è ancora davvero scampato. È stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, a suggerire subito dopo il patatrac di Montecitorio che le preferenze si possono reintrodurre a Palazzo Madama, in seconda lettura, con un emendamento «chirurgico». E a voto palese. Ecco, questo scenario insinua il dubbio, tra i fedelissimi della premier, che i “franchi tiratori” possano concedere il bis. Il rischio è decisamente meno alto dell’altro ieri, ma non fugato. Si capirà stamattina. Ma la pazienza di Meloni, appunto, «è finita», come ha detto chiaro agli alleati. Anche perché «non si può passare per dilettanti allo sbaraglio». Messaggio in bottiglia per le truppe impazzite di Lega e FI, dove gli schemi ormai sono saltati.
Avviso netto: se dopo le preferenze saltasse la nuova legge elettorale, la premier è tentata sul serio di salire al Quirinale. Lo spettro del voto anticipato potrebbe convincere i malpancisti a non fare azzardi: la data per maturare la pensione, per i parlamentari, scatta il 14 aprile.
Passasse alla Camera, scenario che resta comunque più probabile della bocciatura, anche per la questione-cedolini di cui si diceva, la strada della riforma resta a rischio incidenti. Perché appunto i Fratelli stanno valutando seriamente di ripresentare le preferenze con un emendamento: il testo tornerebbe alla Camera, ma per un voto secco e che sarebbe certamente «con fiducia». Dunque se non passasse, cadrebbe il governo. Il problema sono gli alleati, che con il voto segreto, a Montecitorio, si erano alla fine detti disponibili a votare sì, mentre a Palazzo Madama, dove il voto è visibile, non ci pensano proprio. Ieri si è tenuto un vertice dei capigruppo di maggioranza al Senato, proprio sul possibile emendamento preferenze. E Stefania Craxi, la capogruppo molto gradita a Marina Berlusconi, lo ha detto dritto (molto più seccamente del leghista Massimiliano Romeo): «Non mettetevi in testa di presentare un emendamento sulle preferenze qui: non ve lo votiamo». I Fratelli potrebbero tentare di forzare la mano, ricordando pubblicamente agli alleati l’impegno preso. Ma si è visto, di recente, come possono andare le cose se si cerca la prova muscolare: ci si fa male. Certo la presa di posizione di Craxi ha rinverdito i sospetti di diversi meloniani, convinti che dietro i franchi tiratori azzurri ci fossero soprattutto i deputati “tendenza Marina”. E nei vari conciliaboli della Camera, un parlamentare della fiamma ieri giurava di avere visto il giorno prima, quello del voto sulle preferenze, Gianni Letta parlare con Paolo Barelli, nella stanza del governo. Letta che ieri era di nuovo a Montecitorio, per un incontro sull’intelligenza artificiale. Comunque per studiare le mosse al Senato c’è tempo: qualcuno vorrebbe accelerare, votare prima della pausa. Ma i più spingono per rallentare, aspettare ottobre. Anche per non regalare tempo alla Corte costituzionale, che potrebbe impallinare la nuova legge.