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Legge elettorale. Maggioranza sotto. E Conte: “Meloni tragga le conseguenze”


Lo scrutinio al buio colpisce il centrodestra. L’intesa con Forza Italia e Lega non regge. Il Parlamento boccia l’emendamento di FdI, Nm e Udc. Bagarre in Aula e cori “dimissioni” ed “elezioni”. Il capo del M5s: “La premier ora si prenda la responsabilità delle sue decisioni”

Immagine di I franchi tiratori bocciano l'emendamento sulle preferenze alla legge elettorale. Maggioranza sotto. E Conte: "Meloni tragga le conseguenze"

(ilfoglio.it) – Clamoroso colpo di scena a Montecitorio. Con un solo voto di scarto l’Aula di Montecitorio ha bocciato l’emendamento di FdI, Nm e Udc per introdurre un sistema misto di preferenze alla legge elettorale. L’intesa raggiunta in extremis in mattinata con Lega e Forza Italia che non avevano inizialmente sottoscritto l’emendamento non ha retto allo scrutinio segreto richiesto anche per gli emendamenti dalle opposizioni. A votare contro l’emendamento 188 deputati, contro i 187 che hanno votato a favore. Il voto è stato accolto dal boato dell’Aula. Le opposizioni hanno cominciato a intonare due cori eloquenti: “Elezioni, elezioni, elezioni” e “Dimissioni, dimissioni, dimissioni”.

Il primo a intervenire dopo il voto per attaccare il governo è stato il deputato vannacciano Edoardo Ziello: “Quest’Aula ha dato un’immagine indegna con questo voto che di fatto mostra una spaccatura all’interno della maggioranza perché è evidente, lo dico agli amici di FdI, che i deputati di Lega e Forza Italia hanno tradito il vostro accordo nel voto segreto. E celandosi nell’oscurità di questa pulsantiera hanno affossato le preferenze che il generale Vannacci aveva invocato. Se questa è la dimostrazione di gestire il paese ci fate capire che siete totalmente inadatti”. Subito dopo anche il deputato e capo del M5s Giuseppe Conte è andato all’attacco, chiedendo: “Ci sono dei momenti in cui quando si ha un alto incarico di governo bisogna anche assumersi la responsabilità delle proprie decisioni”.

La Camera boccia le preferenze per un voto: vincono i franchi tiratori. L’opposizione: “Elezioni”

La maggioranza si era compattata sull’emendamento. Il Pd chiede il voto segreto, Schlein: “Il Melonellum è l’unica vera priorità della destra”. L’ultimo appello di Meloni: “Mettere la faccia sullo scrutinio”. Cori dai banchi delle opposizioni: “Dimissioni”

AULA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – L’aula della Camera, a voto segreto, ha bocciato l’emendamento sulle preferenze. Dietro lo scrutinio nascosto lo scarto è di appena un voto: 188 No alle preferenze contro 187 Sì, nonostante governo e commissione avessero espresso parere favorevole alla proposta di modifica. Dopo la bocciatura delle preferenze dai banchi delle opposizioni si sono levati i cori “elezioni” e “dimissioni”. “Questo è un voto contro l’arroganza” attacca in Aula la segretaria del Pd, Elly Schlein. Per il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, con questo voto la maggioranza “ha sfiduciato la premier”. Riccardo Magi (Più Europa) e Angelo Bonelli (Avs): “Meloni salga al Colle”.

In mattinata si era registrato il dietrofront di Forza Italia e Lega su uno dei punti più dibattuti della nuova legge elettorale oggi in aula a Montecitorio. All’assemblea del gruppo convocata in mattinata il presidente dei deputati azzurri Enrico Costa ha annunciato il cambio di orientamento sull’emendamento, proposto da FdI e Noi moderati – poi appoggiato anche da Forza Italia e Lega – per reintrodurre le preferenze, sebbene con un sistema semi-bloccato: capolista indicato dalle segreterie di partito e scelta degli altri candidati attraverso un gioco di crocette che finirebbe per penalizzare l’alternanza di genere. “A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se i partiti di opposizione che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani – commenta la premier Giorgia Meloni – C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto”.

Alla fine comunque la presidenza della Camera ha dato il via libera al voto segreto su un centinaio di emendamenti su 200 presentati, e agli articoli 1, 2 e 3. La richiesta delle opposizioni di scrutinio segreto, ha spiegato il presidente di turno Fabio Rampelli, “può essere accolta per tutte le proposte emendative e gli articoli del provvedimento per cui sussistono i requisiti”. Rampelli ha quindi ha annunciato la distribuzione di una tabella “con l’elenco di tutte le votazioni a scrutinio segreto accolte, a cui si aggiungerà anche la votazione finale”.

Una clamorosa retromarcia dei berlusconiani – dopo mesi di tensioni e liti interne alla maggioranza – seguita anche dai leghisti. “In vista dei voti previsti da oggi in aula sulla legge elettorale, la Lega si è riunita per valutare l’emendamento proposto da FdI, Noi Moderati e Udc. Avendo riscontrato che si prevede un sistema misto che garantisce la governabilità e la possibilità di dare voce ai territori per la scelta dei propri rappresentanti, il partito darà indicazione al proprio gruppo alla Camera di esprimere un voto favorevole all’emendamento in oggetto”, si legge in una nota del partito di Matteo Salvini. “Nessuna marcia indietro. Noi ci eravamo espressi a favore del testo originale. C’è stata fatta questa proposta da parte di Fratelli d’Italia, che è una proposta di compromesso che può essere accettabile perché rimane il principio fondamentale della legge – taglia corto il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani, dopo la riunione dei gruppi parlamentari – Tutto il centrodestra si è dichiarato a favore. Lungi da noi – ha aggiunto – l’idea di voler dividere il centrodestra. La nostra è una scelta di tipo culturale. Io sono sempre stato eletto con le preferenze”. Tajani ammette però il problema “che riguarda le donne, ma io ho garantito comunque avranno ampia rappresentanza nelle liste che presenteremo”, fa sapere.

Roberto Vannacci? L’ex generale non è d’accordo ma voterà l’emendamento di FdI come ha spiegato sui social: “Anche sulle preferenze prevale la politica dell’inciucio: il loro emendamento mantiene i capolista bloccati e lascia il potere nelle segreterie di partito, poi dà un contentino nelle posizioni successive. Noi non siamo d’accordo, vorremmo che tutti i parlamentari fossero eletti con le preferenze. Oggi però voteremo anche questo emendamento, perché è meno peggio, e manterremo il nostro che è per le preferenze pure, per ridare la sovranità al popolo. Vedremo chi crede nella democrazia e lo voterà”.

Le opposizioni hanno formalmente chiesto al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che la proposta di legge sulla riforma elettorale sia votata integralmente a scrutinio segreto. La richiesta, avanzata dai presidenti dei gruppi del Pd, M5S e Avs, Chiara Braga, Riccardo Ricciardi e Luana Zanella, riguarda tutti gli emendamenti, gli articoli e il voto finale. Il Pd, infatti, ha riunito i suoi deputati alle 9 per chiedere il voto segreto su tutti gli emendamenti per i quali è consentito dal regolamento, incluso quello sulle preferenze. Ciò significa che al riparo dell’urna può succedere di tutto. E se a destra entreranno in azione i franchi tiratori non è scontato che la modifica voluta fortissimamente da Giorgia Meloni infine passerà. “Tra la produzione industriale in calo continuo, i prezzi dell’energia più cari d’Europa e gli stipendi più bassi, la priorità di questo governo è la legge elettorale”, sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein.

Il Movimento 5 Stelle, fa sapere il capogruppo in commissione Affari costituzionali alla Camera Alfonso Colucci, non vota l’emendamento di Fratelli d’Italia. “Non abbiamo nemmeno avuto bisogno di discuterne – aggiunge al termine della riunione del gruppo a Montecitorio – sono preferenze finte e votiamo no”.

Legge elettorale, il crollo del centrodestra sull’emendamento per le preferenze. La Camera boccia il testo di Fdi. Meloni ko con il voto segreto (188 a 187)

La Camera respinge l’emendamento di Fdi sulle preferenze

(ilfattoquotidiano.it) – Per un solo voto la maggioranza va sotto. L’emendamento di Fdi sulle preferenze è stato bocciato. Sui 375 votanti, 188 hanno votato contro187 a favore. Prima del voto Forza Italia e Lega avevano dato indicazione di voto favorevole.

Conte: “Meloni sfiduciata dalla maggioranza, vada a casa”

“Bisogna assumersi la responsabilità delle proprie decisioni”. “Dopo quattro anni, il governo” vuole “cambiare le regole del gioco”, con il “il tentativo proditorio di FdI e di Meloni di prendere in giro gli italiani con un finto emendamento sulle preferenze”. “Meloni ha lanciato una sfida a metterci la faccia, ce l’avete messa e avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio“. Lo ha detto il leader del M5s Giuseppe Conte. Conte ha chiesto di “aprire la crisi di governo e andare a casa“.

Cori delle opposizioni: “Elezioni” e “dimissioni”

Elezioni” e “dimissioni“. Dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze si sono levati questi cori dall’opposizione.

Magi: “Presidente Meloni vada al Colle”

“Il governo non ha avuto la cautela di rimettersi all’Aula su questo emendamento, la ministra Casellati ha aderito al parere favorevole dei relatori e quindi significa che è un voto di sfiducia pieno nei confronti del governo Meloni che dovrebbe trarne le conseguenze immediatamente. Non avete più i numeri, dovete prenderne atto. Presidente Meloni vada al Colle“. Lo dice Riccardo Magi, segretario di +Europa, intervenendo nell’aula della Camera dopo che è stato bocciato l’emendamento sulle preferenze.

Schlein: “Voto contro l’arroganza. Avete fallito, tornate a casa”

“È stato un voto contro l’arroganza” di “una leader donna che per difendere il suo potere era pronta a schiacciare quello delle altre donne”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein nell’Aula della Camera dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze. “È il momento di tornare a casa e di dare al paese un governo in grado di risolvere i problemi degli italiani. Prendete atto del fallimento e andate a casa”, ha aggiunto.


Nuove mafie e vecchia politica, su Millennium la ragnatela del clan Senese


Nel nuovo numero del mensile diretto da Peter Gomez la storia di Michele ‘o pazzo e di un gruppo camorristico capace di esportarsi a Roma e Milano. E il ritratto di famiglia dei Caroccia, noti per il caso Delmastro. Uno zio assessore con l’ex senatore Pd Montino

(di Millennium – ilfattoquotidiano.it) – Un confine sottile, quello tra mafia e politica a Roma e dintorni. Non c’è solo il caso di Andrea Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia del governo Meloni costretto a dimettersi dopo che era diventato pubblico il suo ingresso nella società Le 5 Forchette con la figlia 18enne di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva come riciclatore del clan camorristico dei Senese. Vale a dire il vertice criminale della Capitale, ma anche protagonista del “consorzio” tra camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra individuato a Milano dall’indagine Hydra.

Il 7 aprile 2018 muore Nicola Caroccia, padre di Mauro e di Daniele, quest’ultimo pure accusato di essere un riciclatore dei Senese, ma poi assolto al processo. Nicola Caroccia è il fondatore dei primi ristoranti di famiglia, da cui originerà anche la “Bisteccheria d’Italia”, resa famosa dal caso Delmastro. Fra i messaggi di cordoglio c’è un comunicato stampa di Esterino Montino, sindaco Pd di Fiumicino, senatore per due legislature, ex assessore a Roma ed ex vicepresidente della Regione Lazio. È una delle storie che si leggono sul nuovo numero di MillenniuM, da venerdì 17 luglio in librerie selezionate (cerca qui la più comoda per te) e negli store online (il numero è già ora preordinabile su Amazon). Ripercorrendo la storia del clan fondato da Michele Senese ‘o pazzo il mensile diretto da Peter Gomez racconta una nuova mafia sganciata dal territorio di origine, in costante equilibrio fra affari leciti e illeciti, e capace di tessere una fitta rete di relazioni politiche, come sta emergendo a Milano dall’inchiesta Hydra.

Come mai il sindaco di Fiumicino si espone pubblicamente? Perché Angelo Caroccia, fratello del defunto Nicola ed estraneo alle indagini, a Fiumicino è assessore ai Lavori pubblici. Non finisce qui. Nel 2020 vengono messi sotto inchiesta per usura Claudio e Riccardo Cirinnà, rispettivamente fratello e nipote di Monica Cirinnà. Anche lei all’epoca senatrice Pd, nota per le battaglie sui diritti, e moglie di Montino. L’indagine si chiama “Affari di famiglia” e riguarda proprio il clan Senese. La senatrice prende pubblicamente le distanze dai suoi familiari e si dice addolorata dalla vicenda.

Nessun risvolto penale per la coppia di politici, di cui un anno più tardi si torna a parlare per una strana vicenda, così riassunta dagli interessati: alcuni operai impegnati in lavori nella tenuta di famiglia a Capalbio trovano 24 mila euro in una vecchia cuccia per cani e li consegnano alla coppia. Monica Cirinnà ne attribuirà la provenienza a reati commessi da ignoti e ne annuncerà la devoluzione al Fondo unico per la Giustizia.


L’attrito


(Andrea Zhok) – Da ieri ferve l’usuale discussione polarizzata su un episodio di per sé abbastanza insignificante, ma che ha avuto la ventura di venire filmato.

Si tratta, nelle sue linee di fondo, di un episodio banale: qualcuno, ubriaco, drogato o mentalmente instabile, agisce in modo insistentemente molesto, qualcun altro perde la pazienza e lo “mette a posto”, magari esagerando. Rientra nella categoria “risse di strada”. Chi ha più ragione o più torto è una questione di dettagli.

Il caso non avrebbe raggiunto gli onori della cronaca se non fosse capitato che il signore molesto era, a quanto pare, un profugo iracheno, mentre il “giustiziere” era, sempre a quanto pare, un militante di Futuro Nazionale.

A questo punto si è scatenato l’inferno sui social, con due “partiti” entrambi convinti di possedere l’unica corretta chiave interpretativa, e pronti ad azzannarsi.

Da un lato la lettura: “Migrante in difficoltà malmenato da fascista”, dall’altro lato la lettura: “Minaccia straniera neutralizzata da prode autoctono.”

Potremmo riderci sopra, se non fosse che l’ampiezza e virulenza delle reazioni ci mettono in guardia sul fatto che siamo nei pressi di una questione esplosiva. E interpretare correttamente tale situazione è importante, per evitare degenerazioni con tratti da “guerra civile”, che vediamo sempre più spesso – per ora in altri paesi europei. La questione reale va molto al di là dei dettagli del singolo episodio.

Una parte ha giustamente paura che venga promossa una visione della società dove ci si fa giustizia da soli e dove, dunque, alla fine vale la legge del più forte. Il modello statunitense dove, nei quartieri difficili, hai solo la scelta se farti proteggere dalla “gang di latinos” o dalla “fratellanza ariana”, non è qualcosa che uno sano di mente potrebbe auspicare. Tuttavia l’accusa ai “tifosi del giustiziere” di “razzismo” e “fascismo” credo manchi complessivamente il bersaglio.

Infatti le ragioni di chi plaude al “giustiziere” si basano in generale su qualcosa di assai meno astrattamente ideologico di “razzismo” e “fascismo”, qualcosa su cui vale la pena di spendere qualche parola.

La società italiana odierna conta un 10% di popolazione in povertà assoluta, mentre circa un terzo della popolazione non è in grado di affrontare una spesa imprevista (dentista, piccolo incidente d’auto, ecc.) di 1000 euro. Oltre a questa popolazione già in apnea, c’è un’altra ampia fetta di popolazione che percepisce anno dopo anno un’erosione delle proprie condizioni di vita e che, pur lavorando in maniera continuativa, spesso come lavoratori autonomi, arranca.

Ricordo che sociologicamente la piccola borghesia in fase di scivolamento verso il proletariato è sempre stata il bacino di coltura delle reazioni autoritarie del ‘900. L’invito qui, però, è non di pensare che se tiriamo fuori dal cappello le paroline magiche “nazismo” o “fascismo” abbiamo automaticamente capito qualcosa. Non è che la piccola-borghesia in crisi sia ontologicamente malvagia. Ci sono state ragioni per l’emergere di quelle crisi, e ci sono ragioni simili anche oggi. Usare come clave etichette del passato non serve a nulla se non si capisce cosa sta succedendo.

E ciò che oggi sta succedendo non è difficile da vedere. Oggi viviamo una micidiale combinazione di due istanze: un logoramento delle condizioni di vita della maggioranza e una latitanza della capacità di controllo dello stato verso i soggetti marginali (oltre che di aiuto per uscire dalla marginalità).

Il logoramento delle condizioni di vita non concerne solo la riduzione dei margini economici, ma concerne anche la costante crescita delle mille forme di rendicontazione, bollinatura, certificazione, tassazione, responsabilizzazione che lo stato odierno impone ai cittadini attivi. In sostanza, per tenere la testa sopra l’onda, la gran parte dei cittadini non solo deve abbrutirsi di lavoro, ma deve anche sentirsi costantemente sotto sorveglianza e sanzione. Le forze dell’ordine sono occhiute e inesorabili quando si tratta di sanzionare il cittadino medio che ha dimenticato una scadenza, ritardato una “certificazione verde”, messo un post offensivo verso il capo dello stato, o lasciato a casa la mascherina d’ordinanza per passeggiare sulla spiaggia.

Dopo di che esiste una parte della popolazione che è caduta al di fuori della “cittadinanza attiva” o non ci è mai entrata (così è spesso per i clandestini), che ha poco o nulla da perdere, e che proprio per queste ragioni di solito sfugge ad ogni effettiva sanzione.

La presenza di una parte della popolazione di “marginali” non è una novità, e finché i numeri sono percentualmente molto contenuti, il fenomeno rimane sotto controllo. Ma oggi, per la combinazione di una perdita di reddito degli autoctoni e di rilevanti flussi migratori, il numero delle persone “marginali” è in evidente aumento.

L’effetto di questa combinazione è semplice da capire.

Quando una persona della “fascia a rischio”, che fatica a rimanere nella “cittadinanza legale”, che tiene a malapena la testa sopra l’onda di piena, si scontra con una persona della fascia “marginale”, ciò che avviene è che la prima sente, simultaneamente, di poter perdere tutto e di essere sotto giudizio, mentre la seconda non ha nulla da perdere e si sottrae ad ogni giudizio (è impermeabile alla sanzione morale).

In altri termini, se qualche scalmanato (che può essere straniero come autoctono) mi danneggia l’auto in parcheggio, mi vandalizza i tavolini del bar, molesta i clienti, mi costringe ad accompagnare i bambini a scuola perché ha reso la strada inaffidabile, ecc., io, finché cerco di essere un buon cittadino, sono in una condizione di stress e fragilità. Un qualunque danno materiale serio mi può mandare gambe all’aria e qualunque mia reazione deve stare attentissima a rimanere entro il più rigoroso perimetro della legge, pena la possibilità di finire con la testa sotto l’onda. Di contro, chi agisce nella fascia “marginale” può muoversi con sostanziale tranquillità finché non si macchia dei crimini più gravi.

Questa situazione di attrito perenne e crescente tra una fascia della popolazione in caduta e una già marginale è una potenziale bomba ad orologeria sociale. La gravità di questo attrito non è percepita dalla fascia più benestante della popolazione, che tende a vedervi qualche lotta tra “visioni del mondo”, non capendo che ciò che per lei è un fastidio, per qualcun altro può essere la soglia del tracollo.

La soluzione per questo problema è semplice.

Da un lato, idealmente, bisognerebbe ridurre i fattori di attrito, il che significa la presenza di aiuti non solo per quelli già “caduti nella marginalità”, ma anche per quella ampia fascia a rischio di caduta. Ma dall’altro lato, bisogna creare le condizioni giuridiche e materiali affinché le forze dell’ordine possano intervenire in modo efficace. Semplicemente non è pensabile alimentare una situazione in cui le forze dell’ordine sono inflessibili con i padri di famiglia col mutuo, mentre latitano nei confronti della microcriminalità (“perché tanto domani sono di nuovo fuori”).

Non è bello né elegante parlare delle funzioni repressive dello stato, ma talvolta è necessario. E non in un’ottica ottusamente securitaria, ma in un’ottica sociale. Ci sono ambiti, come quello della microcriminalità, che colpiscono come una tassazione altamente regressiva: pesano enormemente sulle fasce sociali in difficoltà e lasciano esenti le fasce più ricche.

Fingere che questa sia una “questione di destra” è un tradimento di ogni istanza socialmente orientata.


Elena Basile: “Mi ritengo filo Ucraina”


“Un’Europa sana dovrebbe ricucire con Russia e Iran”.  L’ex ambasciatrice: “Gentiloni? Quel suo bellicismo me lo aspettavo da un dannunziano, non da lui”

(ilfattoquotidiano.it) – “L’oligarchia italiana ha occupato i parametri del pensiero. Entro questo pensiero ci si può muovere con una certa cautela, ma non c’è una forza politica, tranne M5s, Avs e forse una sinistra del Pd (se esiste), che stabilisca un nesso tra quello che sta succedendo in Medio Oriente e la guerra occidentale contro la Russia e che quindi prenda una posizione forte contro le guerre, contro il riarmo europeo, contro la distruzione dello Stato sociale“. Così ai microfoni di Battitori liberi, su Radio Cusano, Elena Basile, ex ambasciatrice d’Italia in Svezia e in Belgio, denuncia con forza la polarizzazione del dibattito pubblico italiano, dominato da un pensiero unico che tende a impedire ogni ragionamento critico sulle guerre in corso.

L’ex diplomatica parte dal suo recente articolo sul Fatto Quotidiano, “Un’Europa sana dovrebbe ricucire con Russia e Iran”, e descrive una spaccatura netta all’interno di quella che definisce “oligarchia”. Da una parte, il centrosinistra (socialisti europei e democratici americani) permette un discorso critico sul genocidio perpetrato da Israele a Gaza: condanna Netanyahu, le politiche di apartheid, i coloni in Cisgiordania. Dall’altra, però, si mostra inflessibile sulla guerra in Ucraina.
E osserva: “Non è possibile assolutamente chiedersi quale sia il fine strategico di una guerra alla Russia, che è una potenza nucleare, che ha 6mila testate, dove sia l’interesse dell’Europa, che ci sarebbe di male per l’Ucraina se l’Ucraina fosse neutrale. Niente di male per l’Ucraina, niente di male neanche per l’Europa, ma queste domande non si possono fare“.
Dall’altro lato dello schieramento, le destre europee e trumpiane aprono al dialogo sulla Russia e sulla necessità di una mediazione diplomatica, come fa, ad esempio, Roberto Vannacci. Ma su Israele e Palestina diventano intransigenti: chiunque denunci la sofferenza palestinese viene etichettato come “filo Hamas” o pericoloso apologeta dell’Islam.
Basile critica duramente anche figure moderate come Paolo Gentiloni, ex presidente del Consiglio e commissario europeo, definito “il miglior interprete della componente democristiana del Pd”. “Eppure – sottolinea l’ex ambasciatrice – quel bellicismo e quella retorica militarista che lui esprime io me li aspetto da un dannunziano, non certo da un moderato dal carattere mite, che si è distinto per aver fatto carriera all’ombra di Renzi e si è distinto dal suo padrino perché aveva posizioni pacate”.

Sul fronte ucraino, poi, Basile ricostruisce la genesi del conflitto. Secondo la sua analisi, la Russia ha risposto a un’escalation pilotata dagli occidentali. Già dopo un mese dall’inizio dell’”operazione speciale” nel marzo 2022, con poche truppe schierate, sarebbe stato possibile una mediazione. Ancora oggi Mosca avanza con cautela, senza impiegare tutto il suo potenziale bellico, e rifiuta le “finte proposte” occidentali perché non si parla di pace mentre si preme per l’ingresso della Nato in Ucraina.
“Questa guerra è scoppiata per la neutralità dell’Ucraina – ribadisce – Se l’Occidente veramente volesse la mediazione, la prima cosa che dovrebbe fare è parlare della neutralità dell’Ucraina. Ma non vuole. La Russia naturalmente non risponde alle finte proposte di negoziato, perché non si propone la mediazione quando i volenterosi affermano di voler avere le truppe Nato nel territorio ucraino“.
Riguardo a Teheran, Basile parla di “coalizione Epstein”, cioè quella israelo-americana, che ha eliminato la leadership iraniana. L’Iran, che “fino a prova contraria non ha ucciso nessuno”, ha risposto con dichiarazioni forti, ma l’Occidente ignora le proprie violazioni del diritto internazionale e vede solo le reazioni altrui. Un’Europa sana, secondo Basile, dovrebbe invece “pensare agli interessi dei popoli europei”.

Durante la trasmissione un ascoltatore contesta con forza la spiegazione dell’ex diplomatica: “Putin voleva un’Ucraina neutrale? No, Putin voleva un’Ucraina russa, punto!”.
Basile replica citando i fatti storici: dal discorso di Putin a Monaco nel 2007, passando per le posizioni di Kissinger nel 2014, fino alle istruzioni ricevute dal governo italiano quando era in servizio: “Io, in quanto ambasciatrice, avevo istruzioni dal governo italiano di difendere accanitamente una posizione moderata, nel senso di dire: noi non siamo per invitare l’Ucraina nella Nato. Sono stati i nordico baltici, i polacchi e il Regno Unito a insistere sulla linea opposta”.
E puntualizza: “Io mi ritengo filo Ucraina perché ho una grande compassione per il popolo ucraino, che sta soffrendo al fronte e che è utilizzato come carne da cannone per sporchi interessi occidentali, geopolitici americani e neoconservatori – conclude – Mi dispiace che l’ascoltatore, come la maggioranza della società civile, sia tratta in inganno da una propaganda che ormai occupa tutti i media”.


Legge elettorale, dietrofront di FI e Lega: sì alle preferenze, ma la destra teme il voto segreto


Cambio di orientamento sull’emendamento proposto da FdI e Noi moderati. Anche i leghisti potrebbero seguire gli azzurri. Il Pd chiede il voto segreto

AULA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Dietrofront di Forza Italia e Lega su uno dei punti più dibattuti della nuova legge elettorale attesa in aula a Montecitorio. All’assemblea del gruppo convocata in mattinata il presidente dei deputati azzurri Enrico Costa dovrebbe annunciare il cambio di orientamento sull’emendamento, proposto da FdI e Noi moderati, per reintrodurre le preferenze, sebbene con un sistema semi-bloccato: capolista indicato dalle segreterie di partito e scelta degli altri candidati attraverso un gioco di crocette che finirebbe per penalizzare l’alternanza di genere.

Una clamorosa retromarcia dei berlusconiani – dopo mesi di tensioni e liti interne alla maggioranza – seguita anche dai leghisti. “In vista dei voti previsti da oggi in aula sulla legge elettorale, la Lega si è riunita per valutare l’emendamento proposto da FdI, Noi Moderati e Udc. Avendo riscontrato che si prevede un sistema misto che garantisce la governabilità e la possibilità di dare voce ai territori per la scelta dei propri rappresentanti, il partito darà indicazione al proprio gruppo alla Camera di esprimere un voto favorevole all’emendamento in oggetto””, si legge in una nota del partito di Matteo Salvini. Ma non è detto che basterà.

Il Pd, che ha riunito i suoi deputati stamattina alle 9, si prepara infatti a chiedere il voto segreto su tutti gli emendamenti per i quali è consentito dal regolamento, incluso quello sulle preferenze. Ciò significa che al riparo dell’urna può succedere di tutto. E se a destra entreranno in azione i franchi tiratori non è scontato che la modifica voluta fortissimamente da Giorgia Meloni infine passerà.


Il “casellante” Trump


La guerra di Hormuz. Trump: «Lo Stretto è mio e ci farò pure i soldi». Ancora i raid americani, ancora l’ira di Teheran: «Così si vanificano gli sforzi di pace». Il tycoon dice di aver riattivato il blocco dello snodo («Ne saremo gli angeli custodi»), gli ayatollah affermano che sono loro a controllarlo e colpiscono obiettivi in Bahrein, Qatar e Oman. La tregua ormai è una finzione

(LUCIA MALATESTA – editorialedomani.it) – Proprio come la Groenlandia, il Canada, il Messico, il Venezuela o Cuba: ora anche Hormuz è suo. «Terremo lo Stretto e probabilmente lo gestiremo». Saremo «l’angelo custode dello Stretto e dovremmo essere rimborsati per quello, perché le altre nazioni sono molto ricche». Ieri Donald Trump, vomitando di nuovo fiele e deliri a fiotti sui social, è tornato ad inventare prima la geografia e poi la storia. E ha insistito: «Lo abbiamo protetto senza ricevere nulla, ma ora ci guadagneremo». Sul suo personale mappamondo ora anche l’acqua che scorre tra le coste di Iran e Oman è diventata sua.

Mappa di guerra

Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran, per il controllo dello snodo, assomiglia alla geografia stessa della mappa di guerra: ricalca il profilo del braccio d’acqua per cui si torna a combattere, Hormuz – il vero premio strategico della guerra. Bahrein, Giordania e Kuwait ieri si sono tutti svegliati affrontando «bersagli aerei ostili»: i razzi sciiti.

«Game over Usa»: questo c’era scritto sul missile balistico Ghadr che gli iraniani hanno usato per colpire le basi americane in risposta alla «nuova ondata di attacchi offensivi» rivendicata dal Comando centrale Usa, che ieri ha usato per la prima volta i Corsair, droni marini da combattimento contro la base navale di Bandar Abbas. Questi raid per Teheran hanno «vanificato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi» per ristabilire la pace nella regione e «violato apertamente praticamente tutti i termini» del memorandum d’intesa che finora è servito a zero. E la cifra zero racconta anche un altro lato fondamentale di questo conflitto.

Zero è il numero di petroliere e grandi navi che hanno attraversato lo Stretto da quando americani e iraniani hanno ripreso a sparare. Se qualcuno è riuscito a passare, racconta la Bbc, lo ha fatto sfidando la sorte: al calare della notte le imbarcazioni spengono i transponder per non essere individuate durante la traversata. Più che navigare al buio, si trasformano in ombre.

Così vengono chiamate le rotte invisibili, rotte-ombra, che stanno diventando sempre più numerose: vengono percorse da chi tenta di sottrarsi ai radar e ai possibili attacchi. I corridoi dell’Imo e quello omanita, invece, sono quasi deserti, non molto diversi da quello sul versante iraniano. Secondo la società di monitoraggio MarineTraffic, dall’inizio dell’escalation il traffico marittimo si è più che dimezzato rispetto alla settimana precedente.

Di chi è lo Stretto, aperto e al contempo chiuso? «Hormuz è aperto e rimarrà aperto: stiamo ripristinando il blocco iraniano». Trump lo chiama così perché è impedito il passaggio solo ai vascelli della Repubblica islamica e dei suoi alleati. Anche Teheran rivendica la chiusura del passaggio per «movimenti illegali delle forze armate americane nella regione». Lo Stretto, sostengono i Pasdaran, tornerà pienamente operativo solo quando cesseranno quelle che definiscono le «interferenze» e gli «interventi aggressivi» dell’«esercito invasore americano» accusato di violare la sovranità delle loro acque territoriali. Il messaggio è chiaro quanto la minaccia: più a lungo proseguiranno i raid, più pesanti saranno le conseguenze sul traffico energetico mondiale, a partire dal commercio di petrolio e gas.

Il conflitto continua ad allargarsi e diventa sempre più asimmetrico, svuotato di quel minimo equilibrio che i confini di guerra riuscivano ancora a imporre. I fronti si moltiplicano, gli attori si sovrappongono: gli Houthi hanno accusato l’Arabia Saudita di aver attaccato l’aeroporto di Sanaa per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano. «Nel caso in cui la guerra si estendesse alla regione, le fiamme della guerra travolgerebbero tutti i paesi della regione»; ha detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei.

«Il ruolo dei mediatori è quello di proseguire gli sforzi per prevenire un’escalation delle tensioni», ha aggiunto, parlando del versante negoziale attivato da Oman e Qatar – due monarchie del Golfo comunque non risparmiate dai missili iraniani. Baghei ha anche accusato gli europei di essere affetti da «infantilismo»: accettano le prepotenze di Trump in silenzio. Intanto, sarà Roma a ospitare il 15 luglio un nuovo round di colloqui tra i negoziatori israeliani e libanesi, nel tentativo di favorire un’intesa nel Paese dei Cedri.

Che succede in 48 ore

Entrambi gli eserciti nelle ultime ore – probabilmente, lo faranno anche nelle prossime – si accaniscono contro gli stessi bersagli, a ribadire lo stesso concetto: lo Stretto è nostro. Non sembrano colpi di coda della guerra, anzi: gli analisti oggi sono più pessimisti di quanto non fossero all’inizio del conflitto.

La domanda non è più come finirà la guerra, ma cosa accadrà nelle prossime, imprevedibili quarantotto ore. E nessuno, questa volta, sembra disposto ad azzardare una risposta con sicumera: entrambi i fuochi – quello iraniano e quello americano – continuano ad ardere.

Perché nel frattempo, a Teheran hanno capovolto il cannocchiale e compreso che la loro vera arma di deterrenza, la loro vera atomica, è liquida e gli scorreva davanti agli occhi dai tempi dell’antica Persia. È Hormuz, che più di qualsiasi ordigno, sta dando al fragile, remoto Iran la possibilità di condizionare gli equilibri energetici mondiali e, soprattutto, quell’americano alla Casa Bianca.


Senza Rai e Stampa, Gedi e Report chissà. La sinistra resta senza voce


Ranucci è alle prese con il caso Lavitola, Repubblica deve costruire il proprio futuro mentre La Stampa è già cambiata. Il campo largo ha sempre meno sponde

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – Un anno elettorale che non parte sotto una buona stella. Negli ultimi mesi che precedono il voto – nove o quattordici, a secondo di quando si andrà alle urne – il centrosinistra rischia di non trovare le spalle mediatiche necessarie a trasmettere i propri messaggi. Anche se, giurano dal partito, la partita non si gioca sui giornali e tv, ma sul contenuto. E poi, aggiunge un dirigente, i risultati elettorali di questa stagione sono stati ottenuti già con la maggior parte dei media non bendisposti verso Elly Schlein.

Partiamo da TeleMeloni: la premier si troverà di fronte una prateria, così come sperava nel momento in cui ha dato mandato ai suoi intellettuali d’area di prendere le redini della Rai.

Anche la Lega, attraverso il suo braccio operativo nell’editoria, Antonio Angelucci, controlla i tre maggiori quotidiani di centrodestra, LiberoGiornale e il Tempo, mentre a Forza Italia – nonostante le “divergenze” tra i fratelli Berlusconi, per esempio nei confronti di Futuro nazionale – rimane sempre Mediaset.

A sinistra la prospettiva è nettamente più ristretta. La scelta di non infilarsi – almeno sulla carta – nelle diatribe Rai, rinunciando a scegliere un consigliere d’amministrazione di riferimento, alla fine ha sì allontanato il Nazareno dalla commistione nelle complicate vicende di viale Mazzini, ma ha lasciato soli i dipendenti dell’azienda che non si riconoscono nella governance meloniana.

Con il contemporaneo boicottaggio della commissione Vigilanza Rai da parte della destra, al Pd non è rimasto neanche lo strumento di controllo nei confronti delle tracotanze degli emissari di Fratelli d’Italia.

Resta incomprensibile a chi conosce bene i meccanismi di viale Mazzini e di palazzo San Macuto la decisione di dimettersi in blocco.

«Un suicidio politico» arriva a dire qualcuno. Anche perché sembra che la strategia si perda dopo la convocazione coatta dei parlamentari d’opposizione per la ricomposizione della commissione con successive immediate dimissioni.

A meno che non si siano rilette le carte della vicenda Villari: nel 2008 il presidente della sinistra venne eletto con i voti della maggioranza contro le indicazioni del centrosinistra. All’epoca, agendo contro il volere del suo partito, rimase comunque alla guida della commissione per mesi.

Guaio Report

Altra star certo non di destra è Sigfrido Ranucci. I dirigenti meloniani in Rai parlano – con un briciolo di schadenfreude – di un personaggio «che avrebbe potuto creare problemi in campagna elettorale ma che è ormai appannato» dopo che il giornalista ha rivendicato la sua amicizia «fraterna» con Valter Lavitola, accusato di essere mandante dell’attentato nei confronti del conduttore.

Il caso ha portato addirittura Adolfo Urso, che da ministro delle Imprese è l’altra parte in causa del contratto di servizio della Rai, a chiedere la ripresa dei lavori della commissione Vigilanza.

Allo stesso tempo, mentre a destra si inizia già il toto-conduttori, anche tra i più bendisposti verso Ranucci qualcuno si chiede come in futuro si potranno essere poste domande agli esponenti politici su eventuali frequentazioni sconvenienti. Dopo lo smantellamento sistematico di Rai 3, con la sopravvivenza di qualche riserva indiana qua e là, in tv al centrosinistra resta La7.

È vero che l’editore Urbano Cairo ha spiegato che La7 non è l’erede della terza rete che fu, ma alla prova dei fatti palinsesto e dirigenti vengono da quel vivaio, anche se il Pd non la sente «sua». Con l’incognita, per altro, del destino del direttore del Tg La7, Enrico Mentana, in scadenza a fine anno, nei cui confronti Cairo – allievo di Berlusconi, non esattamente un nome identitario per la sinistra – alla presentazione dei palinsesti si è mostrato decisamente freddo. Chissà che non sia alla ricerca di una nuova collocazione e possa presto trovarla.

Nel panorama editoriale, infatti, la situazione appare alquanto incerta, a guardarla dal Nazareno. Vero è che nei giorni scorsi il partito, contando sulle finanze risanate dal paziente lavoro del tesoriere Michele Fina, ha reso noto il suo interesse ad acquistare di nuovo l’Unità, dove però l’editore attuale non ha intenzione di lasciare il campo. Portando il Pd, se dovesse accettare un accordo simile, a mettersi in società con Alfredo Romeo.

Quando invece erano in vendita dei giornali del gruppo Gedi, in particolare Repubblica, ci fu solo una richiesta al governo di impiegare il golden power, invano. Ora, dopo le dimissioni di Mario Orfeo e l’affidamento della direzione ad interim a Stefano Cappellini, firma simbolo dell’universo del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, l’identità sembra temporaneamente preservata.

Del futuro, però, non v’è certezza, mentre inizia a essere chiaro dove andrà a parare La Stampa, che sembra aver già imboccato una traiettoria più moderata, condita da analisi puntute sui destini del campo largo: insomma, come direbbe Mario Brega, il dopo-Gedi «può esse’ fero e può esse’ piuma». Chissà cosa sarà nei prossimi mesi.


Nuova legge elettorale: le incognite del Melonellum


La nuova legge elettorale resta un cantiere aperto, ma per Meloni è irrinunciabile. Con il Rosatellum, un pareggio la costringerebbe a lasciare Palazzo Chigi

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – È difficile che Giorgia Meloni rinunci alla nuova legge elettorale. Se restasse il Rosatellum, il possibile pareggio – proprio quell’eventualità che per essere scongiurata ha spinto il centrodestra a progettare il nuovo sistema di voto – avrebbe un prezzo pesantissimo: l’uscita da Palazzo Chigi. La sconfitta anche personale della premier, inoltre, sarebbe accompagnata dall’implosione del centrodestra, rendendo un’entità del tutto diversa l’alleanza politica che attualmente esprime il governo. Pareggiare significherebbe, in modo più ampio, scompaginare tutti e due gli schieramenti, con una penalizzazione specifica di Meloni. Non a caso, a escludere apertamente un ripensamento sulla legge elettorale è stata la sorella Arianna, in difesa di Giorgia.

La leader che nell’arco di pochi anni è riuscita a trasformare una forza politica minoritaria di destra nel primo partito della coalizione, conquistando la guida del governo e che nei sondaggi anche degli ultimi tempi resta  ben al di sopra del 25%, è portata a giocare fino in fondo la partita con una legge elettorale che consentirà a chi vince di prendere tutto, compreso il Quirinale, nonostante che per Meloni e per gli alleati la situazione sia progressivamente cambiata in peggio rispetto ai primi mesi dell’anno, quando era  stato elaborato il progetto di riforma, ribattezzato subito Stabilicum all’interno del centrodestra con un riferimento, appunto, alla stabilità di governo ma definito Melonellum dalle opposizioni e da tanti analisti perché ritenuto tagliato su misura dei suoi autori. In particolare, l’abolizione dei collegi uninominali, lasciando solo il voto di lista, è una scelta che penalizza il centrosinistra soprattutto nel Meridione, dopo che l’alleanza Pd-Cinque Stelle-Avs è uscita vincente dalle elezioni in Campania e in Puglia. Poi, il referendum sulla giustizia, perso dal centrodestra, ha ribaltato i rapporti di forza fra i due schieramenti: lo scenario meno negativo per l’attuale coalizione di governo è un testa a testa. Ma se dovesse vincere il campo progressista sia pure per pochi punti, in base alle nuove regole presentate in Parlamento, il premio di maggioranza, come risaputo, andrebbe all’alleanza imperniata su Schlein, Conte, Fratoianni-Bonelli, Renzi ed altri cespugli centristi. L’arrivo di Roberto Vannacci, con Futuro Nazionale, ha dato il colpo di grazia indebolendo ulteriormente il centro-destra di governo, a danno in primo luogo della Lega.  Nonostante le difficoltà via via emerse, se Meloni intende perseverare con la nuova legge elettorale che è già passata attraverso l’esame  della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, è perché non ritiene persa la sfida lanciata da Vannacci, scommettendo anche su Calenda, che tenta di sottrarre consensi – fuori dall’alleanza progressista – ai centristi che non riescono a dar vita a un soggetto unico (superando l’ultima contesa nata in questo campo, quella Renzi-Onorato) e anche al Pd nell’elettorato riformista.

Un errore strategico, però, indebolisce il centrodestra: quello di aver rinunciato al ballottaggio (sia pure eventuale) nell’ultima versione dello Stabilicum-Melonellum. Era lo strumento che avrebbe potuto consentire tecnicamente di uscire dal dilemma: meglio Vannacci dentro o fuori il patto di coalizione? Inizialmente previsto nell’ipotesi in cui non scattando il premio di maggioranza per il mancato superamento della soglia del 40% le due coalizioni avessero conseguito almeno il 35%, il doppio turno di votazione è stato poi escluso per venire incontro all’obiezione che ci sarebbe stato il rischio di due maggioranze diverse, fra Camera e Senato. La soglia per il premio è stata alzata al 42% ma il ballottaggio è stato cancellato, nel secondo testo presentato alla Camera. Quella chance sarebbe stata politicamente più utile al centrodestra, nella prospettiva di un’alleanza elettorale con Vannacci da siglare solo in un secondo momento, nella sfida con il centrosinistra, sempre che l’intenzione sia quella di non chiudere del tutto la porta all’estrema destra. Peppino Calderisi e Gaetano Quagliariello, sul Sole 24 ore, hanno proposto alla maggioranza la soglia del 50% e il ballottaggio per l’assegnazione del premio. Vorrebbe dire rimettere mano nuovamente al testo, allungando i tempi che si sono già dilatati nel momento in cui la maggioranza si è misurata con una questione più urgente, che ha messo in secondo piano tutte le altre.

Sebbene Forza Italia e Lega ne farebbero molto volentieri a meno, nella convinzione che le preferenze (ora escluse) avvantaggiano il partito più grande dell’alleanza (Fdi) nella raccolta dei candidati che si avvalgono di rilevanti consensi personali, una modifica, invece, va fatta per quanto riguarda le liste bloccate. La Corte Costituzionale è già intervenuta in materia avvertendo che gli elettori non possono essere esclusi dalla scelta degli eletti, resa ora più ardua dall’aggiunta della lista collegata al premio di maggioranza e anche questa bloccata. Insomma, la nuova legge elettorale, sulla quale insiste il centrodestra, resta un cantiere aperto.

Chiuderlo e azzerare tutto, appare improbabile. Chi sarà “premiato” dal nuovo sistema è l’unico interrogativo che ormai pesa davvero sui due schieramenti in lizza, al di là della dura battaglia parlamentare che accompagnerà il cammino parlamentare della riforma.


Beatrice Venezi: “Non tornerei ad Atreju, ti mettono un cappello e nessuno poi ti difende”


E su Giuli: “In 7 mesi non ha detto una parola”. La direttrice d’orchestra torna a parlare in un’intervista a Hoara Borselli per il suo podcast Sette Vite: “Non ne ho le prove, ma pare che il comunicato del mio licenziamento sia partito dal ministero e non direttamente dalla Fenice”

Beatrice Venezi: “Non tornerei ad Atreju, ti mettono un cappello e nessuno poi ti difende”. E su Giuli: “In 7 mesi non ha detto una parola”

(ilfattoquotidiano.it) – Dito puntato contro il Sovrintendente della Fenice che “non ha fatto nulla per preparare il terreno”, ma anche critiche al ministro della Cultura Alessandro Giuli “in sette mesi non ha detto una parola in mia difesa”. La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi torna a parlare, in un’intervista concessa a Hoara Borselli per il suo podcast Sette Vite, affermando di essersi sentita usata” e non difesa. Dopo avere formalmente impugnato il recesso dal rapporto di collaborazione con il Teatro La Fenice – dove era stata nominata dal sovrintendente Nicola Colabianchi, con incarico di quattro anni a partire dal 1° ottobre 2026 – Venezi ammette: “Onestamente, non risalirei sul palco di Atreju”, aggiungendo anche che sconsiglierebbe ad altri di farlo “perché ti mettono un cappello e nessuno poi ti difende”.

“Non solo ho dichiarato simpatia per la Meloni, ma anche il fatto di non aver dichiarato la mia simpatia per il solito circoletto è sicuramente stato un motivo di svantaggio”, spiega la direttrice d’orchestra sottolineando che se fosse stata “di sinistra sicuramente non sarei stata attaccata dai sindacati della Fenice”. Venezi non cita mai il nome di Colabianchi ma il suo punto di vista è chiaro: “La Fondazione aveva bisogno di presentare una faccia nuova, avevano scelto la mia, ma sono stata usata. Quando i lavoratori della Fenice hanno cominciato a manifestare contro di me, una lavoratrice come loro, con ripetute letture di volantini anche sul palco, mi chiedo come mai non ci sia stato nessun richiamo da parte del Sovrintendente, che evidentemente aveva avallato che fossero letti”.

Sovrintendente che, per Venezi, “non ha fatto nulla per preparare il terreno circa il mio arrivo alla Fenice, incontrando le varie componenti del teatro. C’è stata una mancanza in tal senso, non so se voluta da parte del Sovrintendente. Tutto questo non è stato fatto e tutto ha preso una motivazione politica”. Torna anche sull’intervista al quotidiano argentino La Nación – nella quale ha espresso giudizi sferzanti sui lavoratori del teatro che la contestavano – che le è costata il posto alla Fenice: “La mia intervista è stato solo il pretesto che hanno voluto usare per licenziarmi. Se il problema fosse stato davvero quella mia dichiarazione in quell’intervista mi sarei aspettata una chiamata per dire ‘rettifica, spiega meglio’, invece nessuno lo ha fatto”, commenta.

In un altro passaggio del colloquio con Hoara Borselli, Venezi tira in ballo direttamente il ministro della Cultura Giuli. “Da quel che mi riferiscono, ma specifico che non ne ho le prove, pare che il comunicato del mio licenziamento sia partito dal ministero e non direttamente dalla Fenice” dice la direttrice d’orchestra che attribuisce il mancato appoggio di Giuli alle sue esternazioni a supporto del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco sul padiglione russo “che possono non essere piaciute a Giuli”. Ministro che i “non ha fatto nulla in sette mesi” precisa Venezi: “Non ho avuto alcuna forma di tutela da parte della Fondazione, ma anche il ministero non è mai intervenuto nei miei confronti. Se fossi stato il ministro mi sarei mosso in qualche modo per capire che stava succedendo a Venezia, invece in sette mesi il ministro non ci ha mai messo la faccia e io non l’ho mai sentito”.

“Perché non mi sono dimessa prima? Perché tutti mi chiedevano di rimanere, a partire dal sindaco Brugnaro. Tutti mi dicevano: no, devi resistere. Salvo poi essere lasciata in mezzo al guado” racconta Venezi che poi ha rivelato di non aver più risposto “apposta” alle telefonate di solidarietà una volta licenziata “perché era troppo tardi”. Venezi torna poi sulla questione del contratto smentendo il Sovrintendente della Fenice che ha più volte dichiarato che non è mai stato formalmente firmato: “Se non avesse mai firmato un contratto, sarebbe bastato salire sul palco e dire ai lavoratori della Fenice ‘ok, non se ne fa più niente’ e invece la mia nomina è stata anche ratificata dal Consiglio di indirizzo e su cosa, su un non contratto?”. La direttrice d’orchestra per la causa contro la Fenice ha assoldato tre avvocati: “Un giuslavorista, uno per il civile e uno per il penale, perché c’è stato del mobbing mediatico. Ho una rassegna stampa di 2000 pagine, 100 pagine al giorno di gogna mediatica per sette mesi filati. E mi sembra giusto che chi si macchia di certe colpe debba pagare, e ciò vale anche per la politica” conclude.


Tavares, visita da Ranucci sei giorni prima del raid. Così “il Nero” si è tradito


L’auto dell’uomo di Lavitola (con dentro gli esecutori) vicino a casa del cronista. L’ex faccendiere: «Se l’ha messa lui, l’ho messa anche io». Nuovi interrogatori

(Enrica Riera e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – «Io non sono un terrorista». Così Clesio Gomes Tavares, parlando con Domani, ha preso le distanze dall’attentato contro Sigfrido Ranucci. L’uomo, per la procura, è l’intermediario tra Valter Lavitola, presunto mandante della bomba, e il commando, composto da criminali di basso livello provenienti dall’agro nolano. Ma nelle carte che questo giornale ha letto c’è un indizio che chiama pesantemente in causa Tavares, collegandolo non solo agli esecutori, ma allo stesso attentato. Il dato, finora rimasto inedito, gira attorno al sopralluogo del 10 ottobre scorso effettuato dagli esecutori materiali: sei giorni prima del botto, la banda si era presentata a Torvaianica non con la macchina usata per l’attentato, bensì con l’auto della compagna del bodyguard dei vip.

La vicinanza tra il presunto intermediario e il gruppo di fuoco era notoria, così come le foto che li ritraevano insieme, visto che proprio questo giornale aveva raccontato l’attività di guardia del corpo nella quale Tavares aveva coinvolto talvolta Pellegrino D’Avino, oggi in carcere per aver piazzato l’ordigno. Lo stesso Tavares, definito da Lavitola come un «figlio», ha confermato il rapporto con gli uomini del commando. «Sono il padrino del figlio di Pellegrino», ha raccontato a Domani. Ora, però, emerge questo nuovo dettaglio: il sopralluogo del gruppo a bordo dell’autovettura dell’uomo che ora si trova in Camerun.

E torniamo proprio al 10 ottobre. Nell’ordinanza di arresto a carico dei presunti attentatori si legge: «Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis hanno effettuato un sopralluogo presso l’abitazione di Sigfrido Ranucci sei giorni prima dell’evento e cioè in data 10.10.2025». Quello che non era ancora emerso era il mezzo con cui si fossero recati a Torvaianica. Sono i targatori posizionati lungo la via Pontina, con riferimento proprio alla data del 10 ottobre, a fornire un dettaglio importante. Il gruppo come si è recato lì? «Verosimilmente utilizzando l’autovettura Megane Renault, intestata a Pasquale Tuorto (completamente estraneo all’indagine, ndr)», si legge in un documento che Domani ha letto. Chi è quest’uomo? È il padre di Gelsomina Tuorto, compagna di Tavares, di professione archeologa. Da quel dettaglio gli inquirenti arrivano a identificare quello che negli ambienti criminali chiamano ‘o nir e che di Lavitola è il tuttofare. Un punto di svolta per le indagini.

«I successivi accertamenti consentivano di appurare che il veicolo veniva utilizzato prevalentemente da Gelsomina Tuorto, compagna di Clesio Tavares Gomes (relazione oggi finita, fa sapere la donna, sentita dagli inquirenti, ndr). Sul conto di quest’ultimo venivano svolti accertamenti dai quali emergeva che lo stesso risultava censito con diversi alias e gravato da precedenti di polizia».

C’è un altro elemento, inoltre, emerso dalle intercettazioni. Uno degli arrestati, Passariello, era stato convinto dal figlio biologico Pellegrino D’Avino ad avere un contatto con lo studio Cola, fissando un appuntamento per il 20 aprile 2026, indicando, proprio su istruzione del figlio, il nominativo “Gomes” quale riferimento utile a consentire al difensore la comprensione della vicenda. Ma Cola, che è diventato avvocato di Lavitola, dice che non è mai stato contattato dai bombaroli.

Proprio l’ex faccendiere pluripregiudicato, in un’intervista a Domani, ha coperto il suo tuttofare: «Ho fatto una videoconferenza con Gomes, gli ho mandato l’ordinanza, anche se l’avvocato me l’ha proibito. Se la bomba l’ha messa lui, l’ho messa anche io». Insieme, Lavitola e Gomes, erano stati, il 15 settembre scorso, nei pressi dell’abitazione di Ranucci: così scrivono gli inquirenti parlando delle loro celle telefoniche che agganciano in quella zona, circostanza che la strana coppia ha smentito in attesa della discovery sui nuovi atti.

L’inchiesta prosegue

Oggi non solo verranno avviate le analisi sui dispositivi elettronici sequestrati a Lavitola, ma sentiranno nuovamente i presunti quattro esecutori materiali dell’attentato a Ranucci. Passariello, D’Avino, Mutone (tutti e tre in carcere) e De Filippis (agli arresti domiciliari) verranno sentiti dai pm che indagano sulla vicenda. La prima volta il commando della bomba al conduttore di Report aveva fatto scena muta, eccetto per le dichiarazioni spontanee di Passariello volte ad “alleggerire” la posizione del figlio D’Avino, e della compagna incinta di quest’ultimo, De Filippis.

Ora potrebbero proseguire con questa linea. Intanto, mentre il giornalista Rai Massimo Giletti ha rivelato che gli inquirenti stanno valutando il ruolo svolto da un ulteriore uomo, altro habituè del bistrot di Lavitola, Ranucci prende le contromisure. Tramite il suo legale, Roberto De Vita, ha annunciato di aver presentato un esposto a Roma per «rivelazione di notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine con conseguente pubblicazione sulle testate Domani e La Verità, da cui deriva grave pregiudizio alle investigazioni, aggravamento dell’esposizione al rischio e pregiudizio reputazionale per l’uso parziale e strumentale a narrazioni distorte. Denuncia che non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti». In base a quanto si apprende, infine, chi investiga è pronto ad acquisire le interviste rilasciate dal faccendiere «amico» di Ranucci a diverse testate, tra cui Domani. L’inchiesta è aperta.


Campi larghi o stretti ma il popolo resta lontano


Campi larghi o stretti ma il popolo resta lontano

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Se le forze politiche eredi delle antiche tradizioni socialdemocratiche e cristiano-popolari stanno perdendo terreno in tutti i Paesi occidentali, non sarà, temo, spostando mobili da una stanza all’altra o ridipingendo le pareti della casa che usciranno da una crisi di storica portata. La questione non riguarda campi larghi o stretti, tantomeno procedure di selezione per occasionali leader, ma la possibilità stessa di conferire oggi contenuti e concretezza a quella idea di democrazia che sembrava essersi affermata dopo la seconda Grande Guerra. O invece la democrazia è destinata a divenire un insieme di nobili aspirazioni, un vago dover essere, buono a coprire prassi di governo del tutto opposte ai fini che qua e là si vanno ancora predicando? La democrazia è destinata a ridursi a un’impotente ideologia? Se così fosse, l’affermazione delle nuove strategie propagandate dagli ultimi alfieri delle varie Silicon Valley, esplicitamente sostenitrici della fine del ciclo democratico del secondo dopoguerra, sarebbe inevitabile.

Le “prestazioni” della democrazia non possono ridursi a garantire libertà di parola e di espressione, già in sé minacciata dagli oligopoli dei mezzi di informazione e comunicazione e dalla pervasività del “politicamente corretto”. La democrazia “funziona” quando si realizza nella produzione di un Diritto davvero uguale per tutti e quando crea le condizioni per cui le disuguaglianze originarie, “naturali” per così dire, contino progressivamente sempre meno nel determinare l’affermazione del merito individuale. Democrazia è Stato di Diritto strettamente connesso a mobilità sociale. Se norme, ordini, procedure che regolano l’azione globale delle grandi potenze economiche e finanziarie si separano da quelle dei diversi “territori” nazionali, il Diritto sarà diviso e la Legge non più uguale per tutti. Se il superamento delle “originarie” condizioni di disuguaglianza non costituisce più alcun problema, poiché ciò che conta è esclusivamente la “performance”, il risultato, il profitto, sia in termini economici che di potenza, un altro pilastro dell’idea concreta, non astratta di democrazia viene distrutto.

Vi è una via democratica a regimi totalitari. Amiamo dimenticarlo. Questa via consiste nel ridurre la democrazia a difesa di diritti individuali, a idee regolative prive di effettualità, a non comprenderne il nesso con le concrete aspettative di benessere, materiale e immateriale, che “il popolo” esprime e nella cui soddisfazione soltanto esso vede l’espressione della propria “sovranità”. Popolo significa qui qualcosa di essenzialmente diverso da ciò che i “populismi” intendono. Come ogni “ismo” il populismo astrae dai caratteri specifici che il suo oggetto presenta, per farne un idoletto addomesticabile e manipolabile a ogni fine. Popolo non è lo Stato né la Nazione tutta. Popolo è quella parte, nient’affatto “liquidabile” nell’intero, capace di esercitare una critica costante nei confronti di tutti i poteri in cui il regime democratico si articola. Una parte mai semplicemente “liquidabile” nelle forme della propria rappresentanza istituzionale. Mai risolta o “superata” nella maior pars e nella “volontà generale” che questa presumerebbe di esprimere.

Una parte che si costituisce autonomamente in propri organismi, in propri “corpi intermedi”, di cui rivendica la inviolabilità, e su di essi fonda il proprio effettivo potere nelle stesse sedi del Legislativo e dell’Esecutivo. Come questo Popolo sia l’unico soggetto in grado di garantire le libertà democratiche dovrebbe risultare evidente anche da questa sola considerazione: il Popolo che non è moltitudine, che si esprime come pluralità di partiti e sindacati, è intrinsecamente connesso alla pluralità dei poteri, mentre la moltitudine dei populisti è massa di impotenze individuali e tenderà per propria natura a invocare soluzioni autoritarie e regimi oligarchici. Disgregare ogni corpo intermedio, vederne la funzione critica come un mero ostacolo alla rapidità ed efficacia delle decisioni, è oggi il perno non di qualche nazionalismo o sovranismo spicciolo, ma della ideologia che regna all’interno delle grandi potenze economico-finanziarie globali. A questa dovrebbero reagire, con questa competere i sedicenti democratici. A Roma il Popolo competeva con i Padri-Senato. Senatus populusque – una diade, non un’astratta, totalitaria unità. Una contraddizione anche, ma costruttiva, garante di effettiva libertà. Il Popolo non è moltitudine; la moltitudine diviene Popolo soltanto quando decide di farsi parte e procede insieme per affermare, di contro ai Padri-Senato, i propri strategici interessi. I suoi tribuni li conoscono, e nascono dalla sua lotta per farli valere.

Una cultura opposta a questa visione autenticamente popolare è prevalsa nel corso delle ultime generazioni delle sedicenti forze democratiche. Invece di cogliere le nuove disuguaglianze, le nuove forme di dominio e di sfruttamento, l’ideologia della “società liquida” ha fatto inseguire, attraverso compromessi e mediazioni, l’idea di una “rappresentanza generale”. Del tutto coerente con questa, ecco una strategia che privilegia la leadership carismatica, o pseudo tale, sull’organizzazione e sulla formazione di classe dirigente. Il momento prettamente elettorale, col suo contorno di perenne riforma delle procedure, diviene, in questo quadro, a sua volta, l’interesse pressoché esclusivo.

Ciò che conta, infatti, sarà solo la rappresentanza istituzionale, non il proprio essere protagonisti nella formazione dei corpi intermedi di cui il Popolo è concretamente costituito. Stabilità e governabilità finiscono inesorabilmente con l’essere i soli “valori” dell’agire politico. Ma a essi la destra populista non si adegua, poiché sono i suoi. Sono i sedicenti democratici a morire quando vi si adattano, quando credono di parlare al Popolo discettando con dovizia di tecnicismi su campi larghi e primarie, mentre balbettano su crisi fiscale dello Stato, pace e guerra, fine del Diritto.


Pd, volere i riformisti (per sgridare Conte) è un regalo a Meloni


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Bisognerebbe organizzare una bella standing ovation collettiva, per ringraziare il cosiddetto campo largo (ma più che altro santo) per la sua instancabile opera di auto-sabotaggio. Non si fa in tempo a sperare che l’alleanza tenga, che subito arriva un disastro. E il governo Meloni ringrazia, perché nonostante la sua smisurata pochezza (anche morale, considerati gli attacchi ad alzo zero a Ranucci), rischia pure di rivincere tra un anno. Che spettacolo!

[…] L’ultimo harakiri riguarda il “rimprovero” (?) che Schlein avrebbe fatto a Conte per le sue posizioni sul riarmo. Conte dice che non c’è stato alcun richiamo dalla (quasi) alleata, il Corriere della Sera dice di sì (e il Pd non pare aver granché voglia di smentire). Dal palco della piazza (diversamente gremita) dei progressisti a Napoli, tra una contestazione ad minchiam e l’altra dei soliti massimalisti rossi fuori tempo massimo, Conte aveva così ribadito sei giorni fa la sua linea anti-riarmo: “Stanno creando una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti”. Apriti cielo! A piccarsi di brutto sono stati i soliti noti: la destra del Pd, tipo Delrio e Fassino, e la consueta ghenga dei centristi evanescenti. E già qui c’è un enorme cortocircuito, perché quando parli (da progressista) e fai arrabbiare in un colpo solo Delrio, Fassino, Renzi e Calenda, tutta gente che a metterla insieme ha meno voti di un dattero, dovresti ricevere encomi. O quantomeno non rimbrotti. Calenda non fa parte del campo progressista, Renzi sta sulle palle anche ai muri, la destra del Pd è una Picierno che non ce l’ha (ancora) fatta a uscire dal gruppo: ma chi diavolo se ne frega se si arrabbiano? Chi sono, chi rappresentano? Vadano a piangere da Parenzo e arrivederci.

Invece no: il dibattito, a uso e consumo di giornaloni e talk-show orgogliosamente avulsi dal mondo reale, impazza. E il finale è sempre lo stesso: Schlein fa bene a sgridare (?) Conte, perché nel mondo dei cosiddetti riformisti (o politicamente riformati) nessuno ha la rogna come i 5 Stelle. Una roba che va avanti dal primo Vaffa Day, dunque da quasi vent’anni, persino da prim’ancora che nascesse il Movimento 5 Stelle. Che noia. E che idiozia. Secondo voi, tra gli astenuti (un italiano su due) e i delusi (quasi tutti), ci sono più persone che desiderano radicalità o che invece anelano a una coalizione che si faccia dettare la linea da centristi anonimi, trojan horse del Pd e politici morti (o forse mai nati) da almeno trent’anni?

[…]

Si tratta di capirsi: se il campo progressista vuole vincere, allora questo tafazzismo intriso di faide interne è puerile, miope e imbecille. Se invece l’obiettivo è perdere, allora la strada è senz’altro quella giusta. In quest’ultimo caso, ci permettiamo di consigliare altre mosse. Per esempio: prendere come spin doctor Stefano Cappellini, ora persino direttore di Repubblica (“ad interim”, per fortuna di Repubblica), e ricominciare a picconare più i Ricciardi (ieri erano i Di Battista) che i Tajani (ieri erano i Berlusconi); riprendersi la Picierno; appoggiare il Melonellum; scandalizzarsi puntualmente a ogni rutto di Vannacci (così arriva al 10% entro dicembre), continuando però nel frattempo a fregarsene o giù di lì di Gaza. E ancora: appoggiare il riarmo; fregarsene della sperequazione economica, della povertà in aumento, dei salari rasoterra; diffidare della pace e più ancora dei pacifisti; inseguire quella bischerata immane del “voto di centristi e moderati”. Godere – neanche troppo di nascosto – quando il governo bastona giornalisti e magistrati che alla Meloni piacciono poco, sì, ma che in fondo piacciono ancora meno ai “riformisti” di cui sopra. Insomma: tornare al 2014, però con la destra che spopola, e con i renziani ridotti nel frattempo a caricature di se stessi (persino più di dodici anni fa). Comunque vada, sarebbe (sarà?) un disastro. Daje!


Il fantasma del terrorismo


(di Michele Serra – repubblica.it) – Darei non so che cosa per partecipare al vertice americano “contro il terrorismo di sinistra”, e invidio il sottosegretario leghista Molteni che verrà spedito a Washington in rappresentanza del governo italiano. Temo sia troppo tardi per chiedere di mandare me al suo posto, e sospetto che ci siano anche impedimenti protocollari.

Essendo il terrorismo di sinistra ai suoi minimi storici, ci si domanda a quali fantasmi il vertice dovrà appellarsi per consolidare l’idea paranoica che un governo paranoico, quello di Trump, ha del mondo. Non sarà facile rendere sostenibile il tema del convegno. Si suppone che verranno presentati dei dati, dei numeri, delle notizie di reato. Ma quali?

Si dirà che Pol Pot, come Elvis Presley, è ancora vivo? Che i brigatisti rossi — i pochi superstiti viaggiano sugli ottant’anni — stanno preparando, nei bistrot sulla Rive Gauche, un nuovo assalto al cuore dello Stato, o perlomeno ai bistrot sulla Rive Droite? Che i migranti dal Messico sono, presi uno per uno, altrettanti potenziali Pancho Villa? Che il castrismo ormai alla fame sta per attaccare gli Stati Uniti? Che gli americani ammazzati dai pretoriani dell’Ice stavano tramando contro la legalità, della quale si sono perse le notizie da quando Trump è al potere?

Il sottosegretario Molteni non lo sa (è troppo giovane e troppo leghista per saperlo) ma l’Italia, il terrorismo di sinistra, lo ha effettivamente combattuto, e battuto. Però quarant’anni fa. E insieme a quello di destra, che metteva le bombe sui treni e nelle stazioni, c’è chi dice con l’assistenza della Cia. E oggi? Oggi la parte del leone, quanto a terrorismo, la fanno gli Stati.


Questo Vannacci non è futurista


(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Zang. Tumb. Tumb. Appello – ai soli sopraffini cronisti – per l’interdizione della parola “futuristi” quando si parla di Vannacci, il generale, e della sua truppa di vannacciani e alemanni che imbracciano il nome di “Italia Futura”, per avanzare alla conquista del bagnasciuga dei sondaggi. Si proibisca alle cronache delle gazzette di chiamarli “futuristi”, visto che alacremente marciano all’indietro con il dito indice sguainato.

Il Futurismo è stato una raffica d’invenzioni contro il passato. I vannacciani sono un rosario di vecchie idee appena ricotte nel sovversivismo piccolo borghese, alla ricerca del capro espiatorio più debole.

[…] Il Futurismo inventò libere parole in libertà. Loro rimasticano quelle ingessate nel Ventennio. Il Futurismo inseguiva la velocità, il rischio, l’azzardo, la scomposizione del mondo vecchio per colorarne uno nuovo. Loro espongono come massima avanguardia una vestaglietta gender sventolata dal generale sulla spiaggia di Viareggio.

Marinetti lanciava il futuro come una granata alfabetica. Qui si restaurano naftalina, gerarchie e nostalgia.

Boccioni, Balla, Depero, Russolo, spalancavano finestre sulla soffocante Italia giolittiana degli eterni compromessi. Qui si chiudono le persiane per rimpiangere le penombre di Guido Gozzano, i tarli sul divano e le ragnatele tra il rosolio e la nonna.

[…]

Basta profanazioni. Le parole hanno una biografia: “Futuristi” appartiene a un’avanguardia adulta che ha cambiato l’arte, la lingua, il modo di guardare il mondo. Non a un movimento che scambia il domani con l’altroieri.

Chiamateli, chiamiamoli, in qualunque altro modo. Tradizionalisti. Nostalgici. Retroguardia. Perfino passatisti, che per un futurista era il peggiore degli insulti.

Chiamateli vannacciani, considerandoli adatti alla mai tramontata commedia di Mario Monicelli, “Vogliamo i generali”, ma solo nella forma patetica del remake.

Lasciate in pace Boccioni e Marinetti che corrono ancora sulla tela e in pagina. Non meritano di diventare farsa, indossando gli stivali del passo dell’oca.


Conte: “Meloni cambia le regole per blindarsi al potere ma riusciremo a fermarla”


Il leader del Movimento 5 Stelle: “Sulle preferenze la destra prende in giro gli italiani, le liste restano bloccate”

Conte: “Meloni cambia le regole per blindarsi al potere ma riusciremo a fermarla”

(di Francesco Bei – repubblica.it) – «Con tutte le urgenze del Paese, questo governo ha bloccato i lavori parlamentari per cambiare le regole del gioco elettorale. Con la scusa della stabilità, Meloni punta direttamente all’inamovibilità: la sua priorità è questa, non le interessano giovani e donne sottopagati, gli anziani che rinunciano alle cure, le imprese che non reggono il peso di tasse e caro-bollette». Giuseppe Conte stasera sarà in piazza Montecitorio, con gli altri esponenti dell’opposizione, al presidio contro la legge elettorale che approda in aula. Una battaglia che vede il centrosinistra unito nell’obiettivo, ma con tattiche diverse.

A differenza del Pd, voi avete presentato una vostra proposta sulle preferenze. Perché?

«Abbiamo presentato una proposta di legge elettorale che prevede un proporzionale puro, soglia di sbarramento al 3% e preferenze. Ma abbiamo lavorato anche con le altre forze di opposizione per condurre una battaglia unitaria per fermare con durezza la legge».

Insomma, meglio bloccare il Melonellum ma, se non ci riuscite, almeno che si superino le liste bloccate?

«Si, pensiamo al male minore, alla riduzione del danno: per questo, da ultimo, come M5s abbiamo presentato un emendamento per introdurre le preferenze, abrogando anche l’indicazione del premier e riconducendo il premio di maggioranza a una dimensione accettabile. Tutto questo per riconoscere ai cittadini, completamente esautorati, un ruolo nella formazione del nuovo Parlamento. Sono i profili di incostituzionalità più gravi».

Restare in aula per sfidare la maggioranza sul voto segreto o uscire dall’aula?

«Lo vedremo, agiremo con compattezza, d’intesa con le altre forze politiche. Ricorreremo a tutte le strategie parlamentari possibili per far scoppiare le loro contraddizioni e affossare la legge, denunciando anche l’ipocrisia di Fratelli d’Italia che, dopo aver accroccato una legge che non offre nessuna possibilità all’elettore di poter scegliere i propri candidati, ora tenta di prendere in giro gli italiani: nella loro nuova proposta i capilista restano bloccati e ci sono le crocette per gli altri candidati, ma questo vale solo per i partiti più grandi».

Alla manifestazione di Napoli lei ha dichiarato che la Russia non sarebbe una minaccia per l’Europa. Ha paura della concorrenza di Alessandro Di Battista e per questo sta alzando il tiro sull’Ucraina?

«Ma scusate, che c’è di nuovo nella mia posizione? Una forza progressista non può avere lo stesso programma di politica estera di Fratelli d’Italia. Infatti ho sempre spinto per un approccio multipolare che oggi è ostacolato innanzitutto da Trump e Netanyahu».

In questo modo fate una politica estera diversa da Meloni ma uguale a quella di Vannacci e Salvini, o no?

«Queste accuse sono delle corbellerie (il termine che Conte usa è un po’ più forte, ndr). Ci attaccano perché contrastiamo la logica bellicista che oggi governa l’Europa e il mondo e diamo fastidio ai colossi delle armi e ai fondi di investimento che fanno affari. Non ho nulla a che vedere con Salvini e Vannacci, che strizzano l’occhio ai partiti russi, inneggiano a tutte le azioni illegali di Trump e abbracciano devotamente Netanyahu senza condannare il genocidio».

Quindi quale sarebbe il cardine di questa politica estera diversa?

«Il prossimo governo dovrà avere una netta discontinuità sul tema del riarmo. Nella convinzione di perseguire un conflitto a oltranza per procura, l’Europa sta compiendo un errore storico gravissimo, chiedendo agli ucraini di immolarsi contro l’esercito russo allontanando la prospettiva, certo impegnativa, di un accordo negoziale. Quello che vedo è la mancanza di leader in grado di affermare la supremazia della politica piuttosto che della forza. Regna un diffuso sonnambulismo che ci sta facendo scivolare verso la guerra».

Da settimane però gli ucraini stanno riportando successi sul campo…

«Questo confermerebbe che la Russia non rappresenta una minaccia, se addirittura l’Ucraina da sola riesce a mettere in ginocchio l’esercito russo».

Francia e Germania hanno protestato con gli ambasciatori russi per gli attacchi cyber. L’Italia stessa ha scoperchiato un giro di spie e militari infedeli. Come fa a dire che non ci sia una minaccia russa?

«Le guerre ibride e gli attacchi cibernetici sono in corso non da oggi e non solo da parte della Russia, sono tanti i player che dimostrano aggressività su questo fronte. Non c’è dubbio che l’intera Europa deve rafforzarsi sul piano cyber, ma è assolutamente inverosimile il rischio di una imminente invasione della Russia. Questo rientra in una logica di propaganda che ci ha portato a buttare miliardi e miliardi di euro nel riarmo, senza neppure un piano di difesa comune europea».

Oggi a Parigi nasce un embrione di difesa comune europea, con la coalizione per uno scudo anti-missile allargato a Kiev. C’è anche l’Italia dentro. Seguendo il suo ragionamento, dovrebbe essere un passo nella giusta direzione…

«I contorni di questo accordo sono ancora poco chiari. Dipende da come verrà costruito: potrà essere un primo passo verso la creazione di una difesa comune, e allora lo vedrei favorevolmente, ma può mascherare un supporto bellico ancora più deciso a Kiev. Questo porterebbe l’Ucraina nella Nato, senza neppure un passaggio formale, e ci esporrebbe a conseguenze molto pericolose. È importante comprendere tutti che il futuro dell’Europa non è inviare missili ma inviati di pace».