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C’era qualcosa d’italiano e di terrone in Bossi


(di Marcello Veneziani) – Umberto Bossi è stato il primo, nuovo leader della seconda repubblica ed era rimasto l’ultimo, vecchio leader della seconda repubblica. Da primizia a reperto. Quando si affermò, agli inizi degli anni novanta, era il capataz ruspante, venuto dal nulla e dalla strada, popolano prima che populista, fuori dalla storia politica del paese e dalle sue ideologie; non proveniva dalla prima repubblica, come tutti gli altri partiti presenti sulla scena ma dal suo collasso. Però alla fine era rimasto l’ultimo superstite di quella stagione politica. Al punto che il partito più giovane della seconda repubblica, diventò col tempo il più vecchio: tutti gli altri nel frattempo avevano cambiato pelle, nome e sostanza. Bossi arrivò prima di Berlusconi sulla scena politica e se n’è andato dopo di lui. Non fu una meteora, come agli inizi della Repubblica fu l’Uomo Qualunque. Ha preceduto Beppe Grillo nella rivolta anticasta. Bossi è stato un vero animale politico, anche se un tempo molti si fermavano alla prima metà della definizione. Così una definizione dispregiativa diventò un complimento. Il suo fiuto animale, il suo spiccato senso della realtà e degli umori popolari, un po’ meno la sua rudimentale mitologia, riuscivano a raggiungere gli istinti e le pulsioni di tanti cittadini. Degli alleati di Berlusconi apparve all’inizio il più inaffidabile ma poi si rivelò il più leale. Non si lasciò mai “colonizzare” dal Cavaliere e tantomeno berlusconizzare, non portò la Lega dentro la Casa berlusconiana, come fece Fini con An; mantenne un’istintiva, fiera, selvaggia autonomia, pur mostrando simpatia umana per il Cavaliere, che trattò da pari, mantenendo fino alla fine un rapporto brusco e affettuoso con lui (i casi della vita: la mamma di Berlusconi si chiamava Bossi). Poi fece molti errori, e qualche grave abuso, degni della prima vituperata repubblica, fino a delineare un partito a conduzione personale se non padronale. Lasciò seri danni alla sua Lega, ma il giudizio politico va espresso nel complesso e nel contesto, paragonandolo ai leader pari grado e a tutto il loro cammino.

Ma non vorrei aggiungere un ennesimo bilancio e ritratto politico di Bossi alla folta galleria di questi giorni, in cui Bossi è stato salutato con l’aureola benevola che si concede ai defunti e la simpatia sopraggiunta dei suoi detrattori di ieri da quando prese le distanze da Salvini. Vorrei piuttosto mettere in luce un aspetto curioso ma essenziale della sua personalità, del suo temperamento, e metterlo in relazione col suo messaggio politico principale, la rivolta del nord. Vorrei cioè addentrarmi nella sua psicologia, nella sua antropologia, quasi sfiorando una specie di fenomenologia di Umberto Bossi, l’orco della Padania.

Bossi è stato indubbiamente un “nordista”, un “secessionista” che ha perseguito per tutta la sua vita politica un progetto di separazione del nord dal Meridione e da Roma ladrona. Eppure, lasciatemi dire, più si mostrava nei tratti e nei modi profondamente settentrionale, padano, valligiano, e più si rivelava caratterialmente italiano e perfettamente analogo, speculare ai vituperati terroni del sud. Prima di lui c’erano stati a sud Ciccio Franco a Reggio Calabria e Angelo Manna a Napoli che avevano cavalcato il ribellismo antistatale e antisistema. Bossi fu un Masaniello del profondo nord ma lui mantenne i piedi per terra, e il suo movimento si radicò.

Come un terrone del sud, Bossi era radicato nella provincia e nel gergo di strada, quello che si dice da bar dello sport. Era un’intelligenza ruspante, incolta ma verace, a tratti barbarica, da contadino inurbato che resta però di scarpa grossa e mente fina, come si suol dire al sud dei contadini e della loro elementare intelligenza. I suoi modi ricordavano i cafoni del sud, la genuina, passionale esuberanza dei meridionali, la sua cavalleria rusticana. Com’era meridionale il suo linguaggio da piazza, la sua storica canottiera, il suo gallismo siculo-terrone di sciupafemmine che con lui diventò celodurismo; il suo provincialismo casereccio, la sua preferenza per i compaesani, la sua diffidenza per i forestieri, prima che per i migranti. E come somigliava nei suoi modi ruspanti e antipolitici al suo cugino di campagna, il terrone Tonino Di Pietro; o al terrunciello immigrato, genere Diego Abbatantuono. Con i meridionali Bossi condivideva il familismo: anche per lui i figli “so’piezz e’core” e così il suo ruolo di patriarca e di mammasantissima a cui baciare le mani: non c’è bisogno di essere mafiosi per essere padrini e Bossi era diventato, dopo il coccolone che lo rese infermo, una specie di don Vito Corleone, ma senza il risvolto criminale, a cui i picciotti leghisti dovevano rendere omaggio e inchinarsi in segno di rispetto e devozione. Bossi, versione nostrana di Boss.

Sposò una donna del sud. Suo figlio il Trota al sud lo avrebbero battezzato a’ Spigola o a’Pezzogna ma avrebbe fatto le stesse cose. Te lo immaginavi che giocava a tresette al bar, come Ciriaco De Mita e Pinuccio Tatarella.

Bossi sapeva essere un po’ levantino e un po’ napoletano nella sua duttilità, nella sua arte politica di arrangiarsi e di tirare sul prezzo, nel suo guizzare da una parte all’altra, come un capitone, un’anguilla, nella sua furbizia popolana. I suoi modi bruschi e rozzi erano, si, profondamente radicati nel suo habitat lombardo, ma dimostravano una cosa: il profondo nord ha tratti comuni col profondo sud, perché un’Italia provinciale, rurale, popolana, gergale, è comune al nord come al sud d’Italia. Com’era meridionale la sua critica un po’ brigantesca all’Unità d’Italia, l’oltraggio al Tricolore e alla patria di lorsignori e la denigrazione del Risorgimento che, come è noto, fu fatto dai padani, lombardi, liguri, veneti e piemontesi, quell’unità d’Italia subìta o comunque non voluta dai terroni, salvo una piccola minoranza emancipata. Com’era meridionale la sua visione di Roma un po’ ladrona un po’ bagascia.

Com’era meridionale perfino la camicia verde dei suoi padani, che ricordava le camicie verdi di Gheddafi, la rivoluzione islamica e la Lega araba, un’altra lega di un altro sud. L’ampolla del Dio Po era la traduzione nordica del sangue di San Gennaro. Ma Bossi era contro Roma e il suo centralismo parassitario, direte voi: è vero, ma Roma non è tutt’uno con il sud, come molti pensano al nord. È una spugna, assorbe meridionali ma resta una spugna, inespugnabile. È altro, sin dai tempi dell’Impero e poi del Papa Re.

Per passare al folclore, da ragazzo Bossi cantava le canzoni di Nicola di Bari, e un po’ somigliava al rustico cantante di Zapponeta, quando cantava “che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va”. Fosse nato a Zapponeta Bossi avrebbe fondato un movimento neoborbonico e sudista ma sarebbe rimasto anche in quel caso perdutamente italiano. Perché l’Italia non è divisa solo tra settentrionali e meridionali ma tra provinciali e metropolitani, tra centralisti e strapaesani, tra gente dell’entroterra e gente di mare, tra popolani e classi agiate, tra ribelli e perbenisti, tra furbi e fessi. L’Italia è il nome d’arte di quella somma, anzi di quel condominio. Non vorrei esagerare ma Bossi è stato un terrone del nord. Detto da un terrone non è un’offesa.


C’è un solo uomo al mondo che può tenere testa a Trump e non è Putin nè Xi Jinping, ma il Papa


(di Marcus Walker e Elizabeth Bernstein – Wall Street Journal) – “La guerra è tornata di moda.” Così ha dichiarato Papa Leone XIV agli ambasciatori di tutto il mondo, in una sala marmorea sopra l’ingresso principale della Basilica di San Pietro, lo scorso gennaio.

Non ha fatto nomi, né ce n’era bisogno. Donald Trump stava mostrando la potenza militare americana in Venezuela e nei Caraibi, minacciando di prendere il controllo del territorio danese della Groenlandia e preparando un’armata per una guerra imminente con l’Iran. L’invasione russa dell’Ucraina continuava a logorare il paese.

Secondo Leone, le potenze stanno cercando di imporre il proprio dominio con le armi, minando il tabù, vigente dalla Seconda guerra mondiale, contro la modifica dei confini con la forza. “Questo minaccia gravemente lo stato di diritto,” ha affermato, “che è il fondamento di ogni convivenza civile pacifica.”

Le sue parole sono l’ultimo intervento in un crescente sforzo per inserirsi in un mondo attraversato da conflitti sempre più intensi. Il papa settantenne, nato a Chicago come Robert Prevost e conosciuto per gran parte della vita come “Bob”, ha avuto un inizio di pontificato discreto. Ma di fronte a crisi globali sempre più frequenti, il primo papa americano della storia sta intensificando la sua azione di persuasione morale in difesa di un ordine internazionale in declino, che il presidente americano, tra gli altri leader, sta rapidamente smantellando.

Il papato è sempre stato politico. Ma oggi alcune delle sfide più grandi alla sua visione della società provengono proprio dagli Stati Uniti—proprio mentre la Chiesa cattolica, forte di 1,4 miliardi di fedeli, è guidata per la prima volta in duemila anni da un americano.

Il pontefice del Midwest porta con sé una comprensione più profonda della società e della politica americana rispetto a qualsiasi predecessore. Questo significa, secondo alti funzionari ecclesiastici, che le sue critiche non possono essere liquidate con la stessa facilità con cui si ignorerebbe un papa straniero.

A complicare il suo compito c’è il fatto che milioni di cattolici americani hanno votato per Trump. Tuttavia, il gruppo conservatore CatholicVote—che ha contribuito a mobilitare il sostegno per Trump—avverte ora che una “diffusa sfiducia” tra i cattolici per le politiche migratorie rigide potrebbe costare ai repubblicani parte di quei consensi.

Leone non vuole essere l’anti-Trump, spiegano funzionari vaticani. Piuttosto, il papa propone una visione positiva del mondo ispirata all’insegnamento cattolico.

Eppure, il contrasto tra i due americani più influenti al mondo—da una parte un miliardario spavaldo che parla per iperboli, dall’altra un ex missionario che ha trascorso anni aiutando i poveri in Perù—è troppo evidente per essere ignorato.

“Offrono immagini molto diverse dell’America. Ma sono entrambe rappresentazioni autentiche di ciò che siamo,” ha detto Elise Ann Allen, autrice della biografia Pope Leo XIV e collaboratrice del sito cattolico Crux.

I cardinali riuniti nella Cappella Sistina lo scorso maggio hanno eletto Leone nella speranza che riportasse tranquillità nella Chiesa globale, dopo anni turbolenti sotto Papa Francesco, il cui carisma aveva però alimentato divisioni tra cattolici progressisti e conservatori su dottrina, morale e direzione della Chiesa. In Leone hanno visto chiarezza e capacità di costruire consenso.

“Credo che i cardinali cercassero tre cose,” ha detto Alistair Dutton. “Continuità con Papa Francesco. Lo spirito unificante e conciliatore di Leone. Ma anche un papa forte, capace di confrontarsi alla pari con i grandi leader del nostro tempo, inclusa la nuova amministrazione americana, ma non solo.”

Leone e Trump non si sono ancora incontrati né parlati direttamente. E un incontro potrebbe non avvenire presto: il papa ha rifiutato, almeno per quest’anno, un invito a visitare gli Stati Uniti avanzato dal vicepresidente JD Vance a Roma lo scorso maggio.

Leone è già riuscito a ridurre le tensioni interne alla Chiesa globale, continuando a difendere poveri ed emarginati, ma allo stesso tempo riaffermando l’insegnamento tradizionale su temi divisivi come il matrimonio omosessuale e il sacerdozio femminile. Una combinazione che ha contribuito a ricompattare gran parte della gerarchia e dei fedeli.

Sul piano internazionale, però, la sfida è diversa. Il suo stile discreto, secondo alcuni osservatori, rende più difficile farsi ascoltare in un mondo dominato da populismo, leader autoritari e politica di potenza.

Googlare il Papa

Quando dal comignolo della Cappella Sistina si è levato il fumo bianco lo scorso maggio e l’elezione di Leone è stata annunciata alla folla in Piazza San Pietro, molti hanno reagito con sorpresa, cercando rapidamente il suo nome su Google.

Prevost era poco conosciuto al grande pubblico, tranne che in Perù, dove era molto apprezzato dopo oltre vent’anni come missionario e vescovo. Persino nella sua Chicago era un eroe locale di cui molti avevano sentito parlare solo di recente.

Gli Stati Uniti hanno avuto un rapporto complesso con il papato. Quando John F. Kennedy si candidò nel 1960, dovette rassicurare gli elettori che la sua lealtà era verso l’America e non avrebbe ricevuto istruzioni da Roma.

Dubbi ormai superati, grazie al contributo dei cattolici alla società americana, ha osservato Paul Coakley: “Il fatto che oggi abbiamo un papa americano è la ciliegina sulla torta. Dimostra che si può essere buoni cattolici e buoni americani.”

Per la Chiesa globale, ha aggiunto Paul Gallagher, l’elezione di Leone ha confermato “la comunità cattolica americana al cuore della famiglia cattolica”.

Raramente tanti cattolici hanno occupato posizioni di vertice nella vita pubblica americana: da Vance al segretario di Stato Marco Rubio, fino a membri della leadership repubblicana e alla maggioranza della Corte Suprema.

Nonostante ciò, l’elezione di un papa americano è stata una sorpresa: molti prelati ritenevano improbabile che il collegio cardinalizio affidasse il papato agli Stati Uniti, già superpotenza globale.

La curiosità per la sua biografia lo ha reso rapidamente una delle persone più famose al mondo. A Chicago tutti hanno scoperto che è tifoso dei White Sox; gli americani hanno appreso le sue origini familiari miste—francesi, italiane, spagnole e creole della Louisiana—e gli utenti di Duolingo hanno notato che il papa studiava tedesco di notte.

La sua umiltà lo ha reso popolare a livello globale: un sondaggio in 61 paesi pubblicato da Gallup International a gennaio lo indica come il leader mondiale con il più alto indice di approvazione.

Kevin Hayes, architetto in pensione della Pennsylvania, ha commentato: “Ora ho qualcuno che parla dal Vaticano e capisce la cultura e la politica americana. Non è solo il papa: è un americano che parla con autorità morale.”

Scontro sull’immigrazione

Leone non voleva entrare nella politica, ha raccontato alla sua biografa. “Ma non ho paura di sollevare questioni che ritengo evangeliche.”

Le tensioni sull’immigrazione hanno reso impossibile restarne fuori.

L’amministrazione Trump è in conflitto con il Vaticano sulle politiche migratorie fin dall’inizio del 2025. Vance e Rubio ne hanno discusso con il papa durante una visita a Roma.

La frattura si è aggravata durante l’estate, quando i raid dell’ICE hanno portato alla detenzione di decine di migliaia di immigrati e a scontri nelle città americane. Le operazioni hanno suscitato indignazione tra i cattolici latini.

I vescovi americani—spesso divisi—si sono invece trovati uniti: a novembre hanno denunciato un “clima di paura” e condannato “le deportazioni di massa indiscriminate”.

“Chi dice di essere contro l’aborto ma accetta trattamenti disumani verso gli immigrati, non so se sia davvero pro-life,” ha dichiarato Leone a Castel Gandolfo.

La Casa Bianca ha respinto le accuse. “La Chiesa cattolica sbaglia,” ha detto Tom Homan.

Ma la posizione della Chiesa ha avuto eco nell’opinione pubblica americana. “Molti pensano che l’ICE sia andata troppo oltre,” ha detto Robert Sirico.

Non tutti concordano. Josh Mercer di CatholicVote chiede “maggiore chiarezza” sui limiti accettabili dell’applicazione delle leggi migratorie.

I vescovi continuano la battaglia: a febbraio hanno presentato un ricorso alla Corte Suprema contro la decisione di abolire lo ius soli, definita “immorale”.

Guerra e ordine internazionale

Contestare l’uso della forza militare da parte degli Stati Uniti e di potenze come la Russia è ancora più difficile per il Vaticano.

In Medio Oriente, il papa ha rifiutato l’invito di Trump a partecipare al suo “Board of Peace”, sostenendo che debba essere l’Nazioni Unite a gestire le crisi globali.

Sul Venezuela, Leone e il segretario di Stato Pietro Parolin hanno cercato una soluzione pacifica, proponendo l’esilio di Nicolás Maduro. Pochi giorni dopo, Trump lo ha catturato con la forza.

Ora il focus è su Cuba, dove il Vaticano teme le conseguenze umanitarie del blocco petrolifero statunitense, mentre Washington e L’Avana trattano.

Con la guerra in Iran in escalation, Leone ha chiesto un cessate il fuoco immediato per fermare quella che definisce “violenza atroce”.

Mentre i conflitti si moltiplicano, i collaboratori del papa non perdono del tutto fiducia nella diplomazia.

“Al momento sembra che si preferisca la pistola alla penna,” ha detto Gallagher. “Siamo scettici che gli obiettivi possano essere raggiunti con politiche militariste. Le cose raramente vanno come i leader immaginano.”


Conte: “Delmastro fa affari con i mafiosi. Meloni o lo caccia o è ricattata, l’etica per me non è negoziabile”


«Abbiamo già presentato una mozione per chiedere la revoca del sottosegretario» dice l’ex premier, che accusa la destra di «spregiudicatezza». In politica estera, raccomanda di rispedire le accuse di Trump al mittente e propone al Pd di trovare insieme «nuovi criteri di coordinamento internazionale»

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – Giorgia Meloni dice che il sottosegretario Delmastro è stato «leggero» a mettersi in società con la giovane figlia di un prestanome di un clan, ora indagata. E allora la prima domanda a Giuseppe Conte – non si parlerà di referendum perché è giorno di silenzio elettorale, anche se dal fronte del Sì se ne infischiano – è: è sostenibile la “leggerezza” del sottosegretario?

Presidente, fino a quando Meloni potrà sostenere che quella di Delmastro è una leggerezza?

Più che di leggerezza, parlerei di pesante irresponsabilità. Non è ammissibile che un sottosegretario alla Giustizia, che ha accesso a informazioni riservate, ed è persino stato condannato per averle diffuse, faccia finta di non sapere che era entrato in affari con la figlia del prestanome del temuto clan Senese.

È credibile? Intendo, lei ci crede?

Certo che non lo è, ma evidentemente per Meloni e i suoi sodali questa è la normalità. Infatti la vicenda non riguarda solo Delmastro, in questi affari societari lui coinvolge altri tre dirigenti piemontesi di Fratelli d’Italia. E poi, non pago, porta anche nel ristorante in questione la capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, i dirigenti del Dap, l’amministrazione penitenziaria, insomma interi pezzi del ministero di Giustizia.

Non sanno dove cenano, non può capitare?

Nessuna persona di buon senso può crederlo, considerato che l’inchiesta Affari di famiglia che ha svelato il ruolo di prestanome di Mauro Caroccia, risale al 2020, era su tutti i giornali e a Delmastro e alla sua banda bastava una ricerca sul web per sapere con chi stavano facendo affari. Le informazioni erano accessibili a tutti, figuriamoci a un sottosegretario alla Giustizia.

Cosa racconta questa storia?

Intanto la spregiudicatezza. La voglia di guadagnare a tutti i costi, anche con gli ambienti inquinati della malavita organizzata. È uno spaccato emblematico: è la malapianta di una politica corrotta e compromessa che alligna su tutto il territorio nazionale. Ci sono altre inchieste che coinvolgono amministratori politici, e sono serie. Sono tutti episodi isolati? O c’è un sistema di potere, costruito nel corso del tempo, eretto senza andare troppo per il sottile, che si è espanso anche a dispetto della legge? Rimango sorpreso dal fatto che un membro di governo progetti di arricchirsi entrando in affari in certi ambienti in modo così diretto e spregiudicato. Il problema per loro è che non è uno dei soliti amministratori locali: è un sottosegretario alla Giustizia che disonora le istituzioni con grave danno d’immagine anche sul piano internazionale.

Meloni minimizza.

All’irresponsabilità di chi ha agito corrisponde l’irresponsabilità di una presidente del Consiglio che avrebbe già dovuto mandare a casa Delmastro dopo la prima condanna. E che adesso continua a difenderlo. Questo mi induce a pensare che sia sotto ricatto.

Sotto ricatto di chi?

Sotto ricatto di Delmastro, di Santanchè, e di tutti coloro che una volta scoperti a ravanare nel malaffare, anche sui territori, rimangono orgogliosamente al loro posto.

Anche altri esponenti di Fdi dicono che può capitare a tutti un «leggerezza» così.

Non diciamo fesserie. Parlino per loro. Può capitare solo a chi entra in politica per arricchirsi, e a chi ha pelo sullo stomaco. Tutte queste dichiarazioni dimostrano un clima generale di spregiudicatezza e impunità, la convinzione di poter essere al di sopra della legge e di qualsiasi controllo di legalità.

Per voi di M5s è la questione morale, e forse anche l’assenza di una vera legge sul conflitto di interesse, la grande occasione mancata del centrosinistra?

La questione morale, da quando negli anni Ottanta Berlinguer l’ha denunciata, la politica non l’ha mai voluta affrontare, la nasconde sotto il tappeto. Sì, l’etica pubblica è assolutamente il centro della nostra azione politica. L’abbiamo sempre detto e anche nel nuovo corso del movimento resta al centro perché è la prima premessa per una buona politica. Sono firmatario in questa legislatura della proposta di legge sul conflitto di interessi, che siamo riusciti a portare in Aula e che poi puntualmente questa maggioranza ha cestinato, come è stato pure per il salario minimo e altre proposte dell’opposizione. Ma sarà il centro del progetto progressista, perché anche su questo si gioca una vera alternativa di governo.

Chiederete di affrontare il caso Delmastro nella commissione Antimafia?

Abbiamo già presentato una mozione per chiedere la revoca del sottosegretario, sia alla Camera sia al Senato. E abbiamo chiesto con urgenza la convocazione di un ufficio di presidenza dell’Antimafia per trattare questo caso. Anche se abbiamo a capo della commissione Chiara Colosimo, una fedelissima di Meloni, che tutto sta facendo meno che indagare sulle connivenze sulle stragi del 1992-1993, e anzi si sta esibendo in una conduzione dei lavori oscena, reticente e faziosa.

Colosimo, nella giornata contro le mafie di Libera, ha dichiarato che la lotta alle mafie è «un dovere civile che guida ogni nostro passo nelle istituzioni».

È il trionfo dell’ipocrisia. Fa il paio con il messaggino di Meloni sui social. Se vogliono combattere la mafia mandino a casa Delmastro e i vertici della giunta della Sicilia indagati per reati vari.

Meloni dice che c’è una «manina» nei giornali che hanno rivelato gli affari di Delmastro alla vigilia del referendum.

Quella «manina» è benedetta, si chiama stampa libera e indipendente. Qualcosa a cui lei non riesce a rassegnarsi, visto che è abituata a sottrarsi a un confronto vero con i giornalisti e lavora con la sua maggioranza per controllare direttamente e indirettamente le testate tv e stampa, per scaldare i motori in vista delle prossime politiche.

Nel frattempo però l’amicizia di Meloni con Trump si raffredda: dà dei «codardi» ai paesi europei perché non lo aiutano nella guerra dell’Iran.

L’insulto va rispedito al mittente. Ma rischiamo di farci insultare anche di più se non chiariamo al più presto che non saremo mai della partita di questa guerra, che l’Italia la condanna perché illegale e in violazione dei diritti internazionali. Questo andava chiarito da subito, come ha fatto Pedro Sanchez.

Meloni non è chiara neanche su questo? Su cosa è chiara?

Nel disegno di occupare le istituzioni, di cercare, attraverso il premierato, una forte investitura, che è nei fatti la svolta autoritaria dei pieni poteri. È chiara nella determinazione a controllare stampa e tv. Ed è chiara nel difendere, in nome probabilmente dei ricatti a cui è sottoposta, tutti i sodali del suo partito, a prescindere dalle loro condotte in violazione dell’etica pubblica. Una chiarezza e una determinazione che perde quando si tratta di definire un piano industriale, un piano sanitario, i nostri principi e i valori nella politica estera. In questo caso è ambigua e contraddittoria. Oggi, dopo quattro anni di governo, non abbiamo una misura reale che possa soddisfare le urgenze e i bisogni delle famiglie e delle imprese. A livello internazionale, rompendo la tradizione di un grande ruolo nel Mediterraneo, oggi ci ritroviamo schiacciati su Washington, a subire le aggressioni illegittime di Trump e persino gli insulti. Offriamo salvacondotti a un criminale internazionale come Almasri, e per la prima volta nella storia veniamo deferiti come Stato che viola la giustizia internazionale.

Non le posso chiedere del referendum. Le chiedo cosa c’è nel progetto del campo progressista dopo il referendum, ammesso che sia possibile parlarne al netto del risultato.

Indipendentemente dall’esito ci rimboccheremo le maniche per lavorare al progetto politico, partendo dai temi, cioè dal programma, che dovrà essere definito in modo da evitare che ci si ritrovi in prossimità dell’appuntamento elettorale con la determinazione ad andare al governo ma senza obiettivi chiari e definiti.

Le chiedo il punto su cui lei sembra più irriducibile: crede davvero che fra voi sia possibile un accordo sulla politica estera?

Assolutamente sì. È assolutamente necessario lavorare per definire nuovi criteri di coordinamento internazionale. La comunità internazionale oggi è frammentata e frantumata, questo significa che gli scenari di crisi potranno aumentare, e con essi le conflittualità economiche, commerciali e militari. Quindi dovremo definire indirizzi condivisi per lavorare a recuperare un principio di organizzazione della comunità internazionale. E l’Italia dovrà essere protagonista, restituendo forza e dignità alla politica e alla diplomazia, perché questo è nel Dna di un progetto progressista.


Delmastro e referendum, Meloni teme il dopo e vuole blindarsi


Se passa il No, la premier pensa a voto di fiducia sul governoIl sottosegretario spera di salvarsi col Sì, a meno che non finisca indagato

Delmastro e referendum, Meloni teme il dopo e vuole blindarsi

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Nel giorno del silenzio elettorale, referendum sulla giustizia e caso Delmastro vengono tenuti lontani dalle conversazioni tra i ministri del governo Meloni. Meglio evitare di parlarne. Nella chat di governo ieri è stato il giorno degli auguri per il 54esimo compleanno del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Nient’altro. Tutto congelato, in attesa del voto di oggi e domani.

[…] Il futuro del sottosegretario alla Giustizia è legato all’esito del referendum: se dovesse vincere il “Sì”, ai vertici dell’esecutivo si pensa che il risultato coprirà tutto; in caso di vittoria del “No”, sarebbe più facile trovare uno o più capri espiatori. Tutto, però, dipende da un altro fattore: se il caso degli affari di Delmastro dovesse diventare anche giudiziario. La premier Giorgia Meloni ha fatto un cenno venerdì sera chiudendo la campagna elettorale su La7 da Enrico Mentana e difendendo il suo sottosegretario evocando una “manina”: “Se la questione fosse più ampia e ci fossero altri problemi – ha spiegato la presidente del Consiglio – la magistratura farà il suo corso”. Come dire che una possibile inchiesta giudiziaria cambierebbe le cose e farebbe traballare la posizione del sottosegretario. Questa è la linea rossa del governo. In Fratelli d’Italia se ne parla poco e nessuno vuole esporsi più di tanto col timore che escano ogni giorno nuove rivelazioni. Il Pd ha chiesto a Meloni di riferire in aula, ma quest’ultima non prende in considerazione questa ipotesi. Ieri i dirigenti di primo piano del partito non erano alla manifestazione a Torino per l’anniversario delle vittime di mafia (nemmeno la presidente Chiara Colosimo, sempre presente, ieri assente per influenza). Ma c’è la sensazione che il destino di Delmastro sia appeso a un filo e sarà deciso dopo il referendum: dipenderà anche dal faccia a faccia con Meloni (tra i due ci sarebbero stati contatti, non confermati, nelle ultime ore). Il caso è arrivato anche in commissione Antimafia, con l’ufficio di presidenza che si riunirà la prossima settimana, perché nei prossimi giorni i commissari saranno in trasferta in Puglia.

[…]

Chi mostra freddezza nei confronti del suo sottosegretario è anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha chiuso la campagna elettorale nel suo Veneto. Secondo fonti ben informate, il Guardasigilli non ha avuto contatti diretti col suo sottosegretario e i due non si sono chiariti. Nordio non solo non lo ha difeso pubblicamente ma, parlando con tutti i suoi interlocutori, ripete che il caso Delmastro “non influirà sul risultato referendario” perché gli elettori del “No” sono già convinti, quelli del “Sì” invece penseranno a una vicenda “a orologeria”, è la tesi. Non una difesa accorata.

La premier negli ultimi giorni però ha anche analizzato coi suoi collaboratori gli scenari post-voto. In caso di vittoria del “Sì” al referendum, Meloni vuole dare una precisa direzione all’ultimo anno della legislatura: nel bel mezzo della crisi internazionale e degli effetti economici che preoccupano il governo, la presidente del Consiglio vuole approvare rapidamente la legge elettorale “Stabilicum” per garantirsi una maggioranza stabile nel 2027. La legge sarà incardinata in commissione Affari Costituzionali alla Camera già mercoledì per dare un’accelerata e cercare di arrivare a un primo voto prima di giugno.

[…] In caso di vittoria del “No”, invece, Meloni ha già fatto sapere che non si dimetterà. Ma ieri in Fratelli d’Italia già pensavano alla possibilità di scaricare la colpa su chi “non si è impegnato abbastanza” durante la campagna elettorale. Il dito, insomma, sarebbe puntato contro il leader della Lega Matteo Salvini, già accusato soprattutto dagli alleati di Forza Italia di non aver fatto più di tanto per il “Sì” alla riforma costituzionale della separazione delle carriere. Anche per questo e per evitare che sul referendum possano scaricarsi tensioni in grado di far traballare l’esecutivo, Meloni sta pensando a un voto di fiducia subito per blindarsi con la sua maggioranza. Nei prossimi giorni ci sarà già un’occasione importante: il decreto Sicurezza al Senato che sta provocando tensioni tra la Lega e Palazzo Chigi per i tanti emendamenti presentati dal partito di Salvini.


Tajani vuole arruolare Bossi fra i berlusconiani


Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ricordando Bossi, ‘l’Umberto’ come tutti lo chiamavano, o il ‘senatur’ perché era entrato in Senato unico rappresentate di un partito misterioso, la Lega Autonomista Lombarda, ha affermato: “Con tutta Forza Italia piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega. Grande amico […]

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ricordando Bossi, ‘l’Umberto’ come tutti lo chiamavano, o il ‘senatur’ perché era entrato in Senato unico rappresentate di un partito misterioso, la Lega Autonomista Lombarda, ha affermato: “Con tutta Forza Italia piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega. Grande amico di Silvio Berlusconi”. Insomma Tajani ha voluto, sia pur in modo postumo, arruolare Bossi fra i ‘forzisti’, forse l’onorevole Tajani si è dimenticato che fu proprio Bossi a far cadere il primo governo Berlusconi. In un famoso discorso in Parlamento, pronunciato in un perfetto italiano, mentre i vari monsignori e monsignorini a cominciare dal Monsignore ufficiale, don Ernesto Galli della Loggia, lo accusavano di essere ignorante, Bossi lo concludeva così:” Oggi muore la prima Repubblica”. Si illudeva il buon Umberto. Perché la prima Repubblica, sia pur attraverso vari cambiamenti, sarebbe sopravvissuta sub specie Berlusconi e berluscones di vario genere. Se c’erano due persone agli antipodi erano Silvio e Umberto, come ricorda una famosa immagine che li immortala in Sardegna, l’uno in canotta l’altro vestito in modo inappuntabile quanto volgarissimo. Fin dal suo primo apparire, nel 1984, la Lega di Bossi, come ogni altro movimento antipartitocratico, tipo 5Stelle, fu presa di mira dall’establishment. Si ricorderà l’irruzione della sede di via Bellerio, oggi occupata dagli uomini della Lega di Matteo Salvini che con quella di Bossi non c’entra assolutamente nulla, da parte della Digos, fatto unico nella storia repubblicana. Ma il punto più alto, o più basso di questa aggressione lo raggiunse una minacciosa telefonata di Francesco Cossiga, la ‘lepre marzolina’ come lo avevano soprannominato gli inglesi, uno degli uomini più loschi della storia della Repubblica (Gladio docet) a Gianfranco Miglio, grande costituzionalista, primo teorico della Lega, un po’ come più avanti Gianroberto Casaleggio lo sarebbe stato del Movimento di Beppe Grillo. […] Disse Cossiga a Miglio: “Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire.” (Io, Bossi e la Lega, Mondadori, 1994, p. 28). Miglio commentò: “Confesso che la sorpresa provocatami in questa sfuriata mi lasciò senza parola. Cossiga era per me un amico, ma era anche il Presidente della Repubblica! Mi avevano detto che piccoli operatori economici in odore di leghismo avevano ricevuto insistenti ispezioni della Finanza; ma se addirittura il custode della Costituzione era pronto ad avallare atti illeciti a danno di cittadini colpevoli soltanto di avere un’opinione politica diversa da quella dominante, dove andavano a finire le garanzie dello Stato di diritto?”. Questo testo lo si ritrova in un libro pubblicato da Mondadori. Carta scritta, carta canta. Ma Cossiga si guardò bene dallo smentire.

[…]

La Lega di Bossi nasce, come si è detto, nel 1984 prima dell’avvento di Mani Pulite, ma esprime lo stesso disgusto per la partitocrazia. Questo era il clima di quell’indimenticabile stagione. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Vittorio Feltri che all’iniziò parteggiò per la Lega, prima sull’Europeo, poi sull’Indipendente e che deve, almeno in parte, il successo di quei due giornali che diresse, ha voltato, com’è suo costume, gabbana. Gianfranco Funari che con la sua trasmissione televisiva, Aboccaperta su Rai 2, seguitissima, metteva il “potere in mutande”, fu esiliato a Odeon (intervistato in strada da Roberto Poletti, gli disse: “Io mi sento un uomo solo e se penso ad un altro uomo solo penso a Massimo Fini”. Non ci eravamo mai conosciuti di persona). Di Salvadori, primo ispiratore di Bossi, si è persa ogni traccia. Di Pietro, dopo una breve esperienza politica, breve anche perché Berlusconi gli comprava i senatori, si è ritirato nel suo paese natio, Montenero di Bisaccia e ora fa campagna per il Sì. Mario Capanna, già leader maximo del Movimento studentesco, ora fa il contadino. Insomma ho l’impressione, tetra, di essere rimasto il solo testimone attivo in circolazione grazie al fatto che Marco Travaglio mi ha aperto le pagine del Fatto. È un po’ poco, lo ammetto, ma comunque sufficiente per ricacciare in bocca al ministro Tajani le sue stronzate. Bossi disprezzava Berlusconi a tal punto che, da un certo momento in poi, prese a chiamarlo “Berluscaso”, “Berluschi”, “Berluscosa” e “Berluscàz”.


Conte: “Delmastro si dimetta subito, nel ristorante scene da Suburra”


Il leader del M5S: «Si dimetta per igiene istituzionale, questa è l’arroganza della Casta»

Conte: “Delmastro si dimetta subito, nel ristorante scene da Suburra”

(Alessandro De Angelis – lastampa.it) – «Abbiamo presentato una mozione per chiedere a Giorgia Meloni di revocare l’incarico di sottosegretario alla Giustizia per Andrea Delmastro. Per una ragione di igiene istituzionale non può rimanere lì un minuto in più» ci dice Giuseppe Conte in questo lungo colloquio. La vicenda è nota: il sottosegretario alla Giustizia aveva fondato, nel dicembre 2024, una società di ristorazione, assieme a tre dirigenti piemontesi del suo partito e alla figlia diciottenne di un prestanome del clan Senese: Mauro Caroccia.

Presidente Conte, Delmastro poteva non sapere chi fosse Mauro Caroccia.
«Non scherziamo! Bastava digitare quel nome su Google per capire di che soggetto stiamo parlando. Persino il fratello di Caroccia in un’intervista ha spiegato che tutti sapevano chi fosse. E poi Delmastro è un sottosegretario, sta in un osservatorio privilegiato e in altre occasioni, come nel caso di Cospito, ha avuto accesso a informazioni addirittura del 41 bis. Ma davvero si pensa che i cittadini abbiano l’anello al naso?»

Magari lo conosceva ma non sapeva dei problemi giudiziari.
«La prima foto uscita, che ritrae Delmastro abbracciato a Caroccia, è del 2023. Si conoscevano dunque quando era già in corso l’inchiesta che lo aveva identificato come possibile prestanome del clan Senese. Il sottosegretario e i suoi sodali di partito si mettono in società a fare affari in un contesto familiare altamente inquinato per i rapporti con la malavita organizzata. Un contesto da cui un cittadino perbene dovrebbe tenersi alla larga. A maggior ragione chi ricopre un delicato ruolo di governo».

Dice Delmastro: quando ho appreso i problemi giudiziari, sono uscito dalla società.
«È uscito per davvero solo con la sentenza della Cassazione a febbraio di questo anno. Ma il contesto di malaffare era già evidente prima. Ci sono stati svariati passaggi giudiziari prima che l’appello bis confermasse la condanna e, da ultimo, la Cassazione la rendesse definitiva. Un membro di governo fa una società con degli sconosciuti, senza informarsi prima chi sono? Ma andiamo … C’è un limite alle menzogne».

Il sottosegretario ha dichiarato, a proposito della ragazza: “Non imputata e non indagata, poi si scopre essere la figlia di”.
«Una arrampicata sugli specchi pazzesca! È evidente che è la prestanome del prestanome. Ma davvero uno fa una società con una ragazza che ha appena compiuto 18 anni, lascia a lei il 50 per della società e la nomina persino amministratrice senza sapere chi sia? Faccio io una domanda».

Prego.
«Se davvero non c’era nulla da nascondere, perché Delmastro non ha dichiarato questa società al Parlamento quando ne era obbligato? Questa mi sembra la prima, involontaria, ammissione di colpa».

Al momento però Delmastro non ha compiuto nessun reato.
«Parliamo di un sottosegretario e di altri tre dirigenti di Fratelli d’Italia che risultano talmente annebbiati dal desiderio del lucro che si avventurano in affari con il noto prestanome di un efferato clan mafioso. Delmastro non può rimanere un’ora in più al suo posto per ragioni di minima igiene istituzionale».

Per questo presentate una mozione, cosa che faranno anche le altre opposizioni?
«Sì, deve andare a casa immediatamente anche solo per chiara inclinazione alla più spregiudicata avidità e alla più impunita arroganza. Addirittura Delmastro è tornato nel ristorante di Caroccia anche dopo la sentenza di condanna in appello bis, portandosi dietro un pezzo importante del Dap».

Si riferisce alle foto uscite in questi giorni, tra cui quella del giugno 2025 con la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e i funzionari del Dap in quel ristorante?
«Direzione delle carceri che di lì a qualche mese avrebbe preso in custodia il ristoratore mafioso… Lei capisce che per loro non esiste più una soglia dello scandalo. Bartolozzi, figura chiave dello scandalo Al-Masri, e Delmastro, che già si sarebbe dovuto dimettere dopo la condanna in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio, vanno a cena con funzionari dello Stato nel ristorante di un prestanome della mafia, appena condannato in appello. Pare la sceneggiatura del film Suburra».

Finora Giorgia Meloni ha difeso il suo sottosegretario. È la generosità di una leader che copre sempre i suoi o pensa che non sia libera di scaricalo?
«Sono un clan politico. Ma non credo sia solo solidarietà di partito. Sono legati dal vincolo rappresentato da informazioni e notizie che possono uscire fuori e che li costringono a rimanere assieme al potere o a cadere assieme».

Sta dicendo che Meloni è ricattabile?
«Meloni aveva detto di non essere ricattabile e invece prevale il condizionamento reciproco, giustificato da una incultura istituzionale per cui, in nome dell’investitura popolare, si sentono sopra la legge, sottratti a ogni controllo».

La premier dice di non accettare lezioni in materia di lotta alla mafia.
«Oggi (ieri, ndr) è la Giornata della memoria per le vittime di mafia. Piuttosto che postare un messaggino retorico, Giorgia Meloni doveva far dimettere Delmastro per onorare i caduti per mafia. Che c’entra un eroe come Paolo Borsellino, con cui ci si riempie la bocca a sproposito, con questo modo di far politica?

Cosa chiedete sul caso in questione a Chiara Colosimo, presidente dell’Antimafia?
«Di approfondire la vicenda. Ma ci muoviamo in un contesto già compromesso perché la presidente messa a capo dell’Antimafia con criteri di fedeltà ha già dimostrato la sua faziosità. È qualche anno che non permette di indagare sui mandanti e sui pezzi dello Stato deviati delle stragi del 92-93. Ricordo, sempre per stare ai fatti, che Colosimo fu immortalata in una foto con Ciavardini, condannato per la strage di Bologna con sentenza definitiva».

Una foto, presidente, non vuol dire complicità.
«Quella foto parla da sola. E, aggiungo, ha pure sempre taciuto di avere uno zio avvocato, condannato per essersi messo a disposizione di una cosca calabrese».

Non si eredita una colpa.
«Questa stessa maggioranza si sta accanendo per espellere campioni dell’antimafia come Scarpinato e De Raho proprio dalla Commissione antimafia, sostenendo che sarebbero in conflitto di interessi perché profondi conoscitori dei fenomeni mafiosi per averli combattuti per decenni come servitori dello Stato. Siamo alla più assoluta indecenza istituzionale».

Meloni ha parlato di “manine” sul caso Delmastro. Lei ha capito a che si riferisce?
«Alle inchieste della stampa libera e indipendente che loro non tollerano, come ogni forma di controllo. Quando era all’opposizione, Meloni chiedeva le dimissioni per ogni minimo scivolone dei suoi avversari, ora è asserragliata a dispetto di tutto, comprese le inchieste che coinvolgono gli amministratori locali, come i suoi in Sicilia».

La premier rivendica un primato della politica rispetto alle inchieste.
«Ma fatemi capire: come funziona questo primato? Dove serve, inteso come responsabilità e visione, Meloni non dice una parola: Al-Masri, Venezuela, il genocidio di Gaza, l’Iran. In compenso fa scudo su tutti gli scandali, toglie l’abuso d’ufficio ai colletti bianchi e criminalizza il dissenso. Questo è il primato dell’impunità sulla politica. E questo, mi consenta, è il premierato che hanno in testa: l’arroganza della Casta».


Il gioco di specchi tra Israele e Iran


Per quasi mezzo secolo nemici perfetti, l’uno serviva all’altro per legittimare se stesso. Così fino al massacro del 7 ottobre 2023. E all’aggressione preventiva del 28 febbraio con Trump al seguito

Gerusalemme, 19 marzo: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Tienti gli amici stretti e i nemici ancora più stretti». La massima di Michael Corleone, alias Al Pacino nella trilogia del Padrino, è cara a Bibi Netanyahu. Se ne possono dare due letture. La corrente, per cui bisogna studiare da vicino gli avversari per non farsene sorprendere. L’esoterica, per cui la cosa più terribile che possa capitarti è perdere il tuo Satana. Perché niente legittima di più il potente dell’ostentarsi ultima barriera contro il Male assoluto. Nei rapporti di forza tra nazioni questo presunto machiavellismo — al segretario fiorentino si attribuiscono le più viete banalità — è regola d’oro.

Nel caso, il Nemico per definizione del primo ministro di Israele è l’Iran. Secondo lui la Repubblica Islamica incarna Amalek, capostipite della tribù biblica degli amaleciti, minaccia mortale per gli israeliti. Contrapposta al “nobile popolo persiano” — Bibi dixit in memoria del grande Ciro, salvatore degli ebrei dalla cattività babilonese. L’ossimoro Amalek/Ciro è metafora con cui l’Israele di Netanyahu e dell’ultradestra religiosa ha sempre vestito la sua strategia verso l’Iran: liquidiamo l’orrendo regime dei pasdaran per liberare i persiani ovvero iraniani, alla cui antica civiltà tanto dobbiamo.

Singolare gioco di specchi. Per l’Iran del dopo-scià lo Stato ebraico è Piccolo Satana associato al Grande (America), nel contesto meno antisemita del mondo islamico. Da spazzare via dalla faccia della Terra, stando alla propaganda ufficiale. Da preservare quale nemico utile alla ragion di Stato iraniana, nei fatti. Il più aggressivo dei patti di non-aggressione. Fino a ieri.

Iran e Israele sono stati per quasi mezzo secolo (1979-2025) nemici perfetti. L’uno serviva all’altro per legittimare sé stesso e compattare opinioni pubbliche tutt’altro che unanimi. Per Gerusalemme era il cemento strategico utile a tenere insieme le assai eterogenee tribù israeliane. La vita di Israele non era certo minacciata dai palestinesi ma dalla potenza persiana impegnata a dotarsi dell’arma atomica per bilanciare quella israeliana e sfidarne l’egemonia regionale.

Così fino al massacro del 7 ottobre, non voluto dall’Iran. Le brigate gaziane di Hamas hanno eseguito con il loro stile una versione del piano di emergenza previsto dai pasdaran in caso di scontro fuori tutto con il Piccolo Satana, che avrebbe dovuto mobilitare tutte le milizie filoiraniane dell’area.

Netanyahu ha fatto leva su quel trauma per trattare Hamas da novello Amalek, quasi Sinwar potesse alzare la bandiera del Profeta a Gerusalemme. Doppio obiettivo: salvare sé stesso dal processo per corruzione e ricompattare per quanto possibile le sconvolte tribù ebraiche attorno alla difesa della patria in pericolo. Tattica infinita spacciata per definita strategia. Vendetta venduta come ragion di Stato. Impossibile giustificarla con la sola minaccia di Hamas.

Segue apertura di sette fronti, riconducibili a soggetti trattati da marionette di Teheran. Sullo sfondo, il supplemento propagandistico del Grande Israele biblico, dal Nilo all’Eufrate, che suppone lo Stato ebraico titolare per dettato divino di un impero mediorientale. Con la copertura degli Stati Uniti, alias Grande Satana per Khomeini ed eredi. Di qui lo scontro diretto con l’Iran, culminato nell’aggressione preventiva del 28 febbraio con Trump al traino.

Oggi il cambio di regime a Teheran non è più l’obiettivo di Gerusalemme. Lo scopo della campagna in corso è la fine dello Stato iraniano. Ovvero di ciò che rimane dell’impero persiano. Bibi è politico troppo smagato per immaginare di poter insediare il figlio dell’ultimo scià sul Trono del Pavone. All’ordine del giorno è l’impazzimento della maionese iraniana giocando sia sulle faglie etniche che sull’insofferenza di buona parte della popolazione per il regime.

Senza fretta, anzi. Una vittoria-lampo riporterebbe prima o poi Israele a cercarsi un altro nemico esistenziale. Alla fine, il Medio Oriente ideale per Israele è uno spezzatino di semi-Stati o terre di nessuno, con al centro un solo Stato vero, ricco, potente e atomico: sé stesso.

Nelle parole di Ze’ev Elkin, esponente del partito di Bibi, il senso degli attacchi israelo-americani all’Iran: «Ogni giorno di questa campagna è un’immensa benedizione». Addio al Padrino. Almeno fino a quando l’America non smetterà di armare lo Stato ebraico. O peggio Israele, ubriaco di caos, si strangolerà con le sue mani.


Non è solo un voto sul referendum, è un voto sull’idea di democrazia


Gli elettori in questa tornata referendaria si assumeranno una responsabilità diretta verso il futuro dell’equilibrio costituzionale della nostra Repubblica, probabilmente in uno dei punti più delicati della nostra Carta: quello in cui i poteri incontrano i loro limiti

Illustrazione di Marilena Nardi

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – Andare alle urne, domenica e lunedì, stavolta non equivale soltanto a esercitare un diritto-dovere. Gli elettori in questa tornata referendaria si assumeranno una responsabilità diretta verso il futuro dell’equilibrio costituzionale della nostra Repubblica, probabilmente in uno dei punti più delicati della nostra Carta: quello in cui i poteri incontrano i loro limiti.

Quando ai cittadini si chiede di pronunciarsi sul rapporto tra politica e magistratura non si è mai nel territorio neutro delle riforme tecniche. Si decide, piuttosto, se i contrappesi disegnati dai costituenti debbano restare un presidio di libertà per tutti, oppure diventare un impaccio da ridimensionare, per il vantaggio di pochi.

Una riforma inutile

Votare No alla riforma del governo delle destre non coincide con una difesa rituale dell’esistente, né con la retorica (chissà perché tanto vituperata da qualche esponente della destra) della costituzione antifascista da preservare a ogni costo. Ma significa provare a tutelare un principio: l’autonomia della giurisdizione non appartiene solo ai magistrati, appartiene ai cittadini. E dunque sono loro a doversi mobilitare, per difendere i loro stessi interessi.

«Bisogna sempre dire ciò che si vede», suggerisce il poeta francese Charles Péguy. E ciò che è davanti ai nostri occhi è una riforma che non cura nessuno dei mali atavici che affliggono la giustizia italiana. Non accorcia i processi, non colma la voragine degli organici tra i giudici, non rafforza il personale amministrativo del ministero di via Arenula (mancano circa 10mila addetti sui 40mila previsti), non scioglie nessuno dei nodi che rendono estenuante il cammino di chi (cittadini, imprese, colpevoli o innocenti) avrebbe diritto a ottenere una sentenza in tempi ragionevoli, come avviene nei paesi civili.

L’indipendenza dei magistrati

La premier Giorgia Meloni, che insieme a Carlo Nordio e all’amico dei mafiosi Andrea Delmastro ha scritto il testo della legge, ha scelto invece di intervenire direttamente sulla Costituzione. Imponendo al parlamento un testo blindato che promette di separare le carriere (opzione del tutto inutile, dal momento che vige già da anni una ferrea separazione delle funzioni) ma che in realtà ha un unico, reale obiettivo: dividere e indebolire la magistratura, punendola e umiliandola, in modo da limitare la sua autonomia e rafforzare, di converso, il potere dell’esecutivo. Che è da sempre il core business della destra post-fascista.

L’indipendenza della magistratura non è però un privilegio corporativo da tollerare con fastidio, ma una barriera contro l’occupazione della giustizia da parte di qualsiasi governo («potrebbe essere utile anche a voi», confessò Nordio rivolgendosi a Elly Schlein). Dopo il Ventennio, i costituenti vollero sottrarre giudici e pubblici ministeri al controllo della politica perché avevano compreso una verità elementare: senza un potere capace di giudicare scevro dal timore di essere colpito dalle altre autorità che l’esprit di Montesquieu vorrebbe in equilibrio per evitare tirannie, ogni libertà diventa più fragile.

La separazione delle carriereaccompagnata dalla duplicazione del Csm e dalla nuova Alta Corte disciplinare, non introduce infatti solo un diverso assetto organizzativo. Spezza il comune orizzonte ordinamentale tra giudicante e requirente, isolando il pubblico ministero e separandolo dalla cultura della giurisdizione e lo espone, in prospettiva, a una futura ridefinizione del suo statuto: Antonio Tajani ha già ipotizzato come il controllo della polizia giudiziaria andrebbe il prima possibile sottratto ai pm e consegnato all’esecutivo. Idee identiche a quelle di Licio Gelli. Le riforme costituzionali contano non solo per ciò che dispongono, ma per ciò che rendono possibile: il cantiere della giustizia, vincesse il Sì, resterebbe ahinoi aperto a lungo.

Il contesto politico

Anche il sorteggio, esibito come rimedio contro l’eccesso (reale) di potere delle correnti, rivela l’artificio dell’intera operazione. Per i membri laici il sorteggio resta infatti temperato, preceduto da una selezione politica; per i magistrati viene immaginato in forma secca, affidato dunque alla dispersione individuale. Ma anche se il parlamento sceglierà un terzo dei membri, una minoranza compatta e organizzata sarà sempre più influente di una maggioranza ridotta a costellazione di monadi. Che, tra l’altro, perderanno lo status che ha ontologicamente ogni eletto, che deriva dal fatto di rappresentare non solo sé stessi, ma l’intera comunità che lo ha votato.

Ora chi vota Sì, anche se in buona fede, sottolinea che nell’urna bisogna restare nel merito tecnico della riforma. Ma sarebbe un errore grave non valutare il contesto politico che viviamo. Da anni la destra di governo mostra insofferenza verso ogni controllo: dai giudici intimoriti quando emettono decisioni sgradite su sicurezza e migranti, alle autorità indipendenti quando esercitano le loro prerogative (vedi la riforma della Corte dei conti che liberalizza di fatto il danno erariale) fino al giornalismo che osa indagare e criticare, minacciato con querele e risarcimenti danni. Il voto assume un significato più largo: riguarda l’idea stessa di democrazia che si intende far prevalere. Noi, a Domani, non abbiamo dubbi su da che parte stare.


“Cara bugiarda…”, la risposta di Marco Travaglio all’intervista di Giorgia Meloni da Mentana


Il direttore del Fatto Quotidiano smonta le bugie della premier sul referendum

(ilfattoquotidiano.it) – Giorgia Meloni è una bugiarda. Non che sia una novità, ma l’altra sera, approfittando dell’avere l’ultima parola prima del silenzio elettorale da Mentana, ha esagerato. Oltre alle varie balle sulla riforma della giustizia, ha tirato dentro anche me e Il Fatto Quotidiano nella sua indecente campagna elettorale. Ha detto “molti di quelli oggi schierati per il NO in passato sostenevano questa riforma”. Non ha spiegato come facevamo in passato a sostenere una riforma che lei ha fatto in fretta e furia l’anno scorso e che quindi prima dell’anno scorso nessuno poteva avere letto né condiviso né osteggiato. E poi “il Pd era per la separazione delle carriere”. È vero. “I Cinque Stelle e Gratteri sostenevano il sorteggio”. Vedremo se è vero. “Marco Travaglio sosteneva tutti e due, cioè sia il sorteggio sia la separazione delle cariche. Adesso sono tutti per il no”. Ora, io capisco che chi è abituato a mentire ogni volta che respira (accise, blocco navale, tagli alle tasse, legge Fornero asili nido gratis, rete Tim in Italia, ITA in Italia, governo in Europa con i socialisti, mai patto di stabilità, spese militari, Putin, sanzioni alla Russia, vittorie militari dell’Ucraina, Usa, Gaza, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Cina, Pnrr, dimissioni dei ministri degli altri, dazi zero, superbonus, chiusure per il webtax, agenzie di rating, tasse sugli extraprofitti, trivelle in mare, regioni, elezione diretta del Capo dello Stato, legge elettorale con le preferenze e così via) ci prenda gusto e non capisca più la differenza fra la verità e la menzogna. Ma finché i suoi elettori glielo permettono, meglio per lei e peggio per noi.

Però Giorgia Meloni si rassegni. Noi non siamo bugiardi come lei, non sono tutti bugiardi come lei e le rarissime volte in cui le è capitato di avere ragione, gliel’abbiamo data perché non siamo nemmeno in malafede e quindi non giudichiamo le persone e i politici dalle appartenenze, li giudichiamo dai fatti. Però non si deve permettere di dire che abbiamo cambiato idea sulla sua riforma, chiamiamola così, solo perché l’ha proposta lei. Intanto perché è falso e poi perché noi non ci comportiamo così. I suoi e lei si comportano così. Il Fatto, da quando è nato, nel 2009, è sempre stato contrario alla separazione delle carriere. Ogni volta che ricevo articoli di collaboratori favorevoli, lo precisano. In fondo, oltre ad averlo scritto in decine e decine di pezzi, abbiamo proposto e continuiamo a sostenere il sorteggio per i membri del Csm, a una condizione: che valga per tutti membri togati e membri laici o meglio ancora che si aboliscano i laici, cioè gli emissari dei partiti, per fare un vero organo di autogoverno formato solo da magistrati. E a quel punto sì, li si può sorteggiare.

Invece che cosa fa la riforma, lo sapete? Io non so più come spiegarlo. Sorteggio vero per i togati magistrati estratti a sorte da un bussolotto dove ci sono i nomi di tutti e 9400 gli attuali magistrati in servizio. Sorteggio truffa per i politici. Il Parlamento si fa una lista di amici dei partiti della maggioranza in gran parte o in toto, vedremo dalla legge attuativa che farà la Meloni, e tra quelli estrae chi? Tutti amici dei partiti in gran parte o in toto della maggioranza: possono fare anche una lista di 300 nomi, ma se sono tutti amici loro chiunque tirino su sarà un amico loro. Quindi, questo non è il sorteggio che abbiamo proposto noi, non è nemmeno quello dei Cinque Stelle e nemmeno quello di Gratteri, anche perché quando parlavamo non avevamo letto questo finto sorteggio truffa che hanno inventato questi signori. Ma ancora di più, Meloni mente sul fatto che io fossi favorevole alla separazione delle carriere: sono sempre stato contrarissimo, ho cominciato a scrivere contro questa idea sciagurata di GelliCraxi e Berlusconi nel ’94 su La Voce di Montanelli, quando lei era appena entrata in politica al seguito delle idee di Borsellino salvo poi passare a quelle di Berlusconi e di Gelli. E scambiare e barattare Borsellino con Nordio. Su Micromega di Paolo Flores d’Arcais, quando è nata la Bicamerale e la separazione non delle carriere ma delle funzioni – l’ha proposta il centrosinistra insieme a Forza Italia 1997-98. Presidente D’Alema – io ho demolito la bozza Boato che prevedeva la separazione delle funzioni tra pm e giudici. E un solo Csm, ma biforcato in due sezioni per i pm e per i giudici.

Perché? Perché io sono per rendere obbligatori i passaggi fra pm e giudici, quindi sono sempre stato contrario anche quando lo proponeva la sinistra insieme al centrodestra. Se la Meloni vuole documentarsi, tra i vari articoli che ho scritto nella mia lunga carriera, ce n’è uno intitolato “la bozza Boato tradotta in italiano” che può trovare sul numero cinque di Micromega del 1997: così capisce che sono sempre stato contrario alla separazione delle carriere. Chi era contrario come me alla separazione delle carriere? Gianfranco Fini, il leader del partito in cui la Meloni all’epoca militava. Che fu l’artefice della esplosione della Bicamerale, perché Berlusconi ha detto di trasformare la separazione delle funzioni in separazione delle carriere e fu stoppato dal Presidente Scalfaro, dalla ANM, da Mattarella (che all’epoca era capogruppo del Ppi) e da Gianfranco Fini, affiancato da La Russa e da Mantovano, che gli scrisse il discorso contro la separazione delle carriere. Persino Delmastro è sempre stato contrario, come tutti gli attuali separatori delle carriere, a cominciare da Nordio e da Di Pietro. Quindi io, diversamente da tutti questi voltagabbana, non ho mai cambiato idea.

Se la Meloni cerca dei voltagabbana prenda uno specchio, ci si guardi dentro e poi guardi tutti quelli che la circondano. Quelli sono i voltagabbana sulla separazione delle carriere. Non Travaglio e non il Fatto, qui non ce ne sono. Ma l’altra sera, sempre approfittando del fatto che aveva l’ultima parola prima del silenzio elettorale, la signora Meloni ha sparato un’altra menzogna: cioè che lo scandalo del suo amico e sottosegretario alla Giustizia Delmastro, socio della figlia del prestanome del clan camorristico Senese, sia uscito sul nostro giornale per una manina che dice “tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul Referendum”. Qui l’unica manina, a parte quella di Delmastro che ha firmato la società con la figlia del prestanome dei Senese, è la firma di Alberto Nerazzini, giornalista investigativo, che lavora a un libro sui clan e la politica a Roma, e ha scoperto la società Delmastro-Caroccia, i prestanome dei Senese. E la fuga un mese fa di Delmastro da quella società fuori tempo massimo. Ha verificato la notizia, ce l’ha proposta, noi l’abbiamo pubblicata quando l’abbiamo avuta.

Quindi noi non teniamo dossier nei cassetti, come fanno i giornalisti amici della Meloni, e soprattutto pubblichiamo le notizie vere. Tant’è che questa notizia non ha avuto una virgola di smentita. Ma la Meloni dice “i fatti che conosciamo ora io li conosco dalla stampa”. Dal Fatto! Quindi dovrebbe ringraziare il Fatto e Nerazzini di averli raccontati anche perché Delmastro non le aveva mica raccontato niente, non aveva nemmeno segnalato, nella dichiarazione delle proprietà che i parlamentari – e tanto più i membri del Governo, tanto più se stanno alla Giustizia – devono depositare alla Camera e al Senato, quella società, quella della figlia del prestanome dei Senese. Quindi se la Meloni l’ha saputo è grazie a noi, e adesso spetterebbe a lei prendere decisioni. Invece lei lascia Delmastro al suo posto e ci fa la lezioncina di deontologia professionale. “Forse ci dovremmo interrogare su un certo modo di fare giornalismo atteso che io l’ho appreso dalla stampa”.

Cioè siamo noi che dobbiamo spiegare a lei perché abbiamo pubblicato una notizia vera, anziché lei spiegare a noi perché Delmastro continua a stare al ministero della Giustizia, con Bartolozzi e con altri cinque dirigenti del ministero della Giustizia che banchettavano nel ristorante di Delmastro e della figlia del prestanome dei Senese. Almeno fino a quando il prestanome dei Senese non è stato condannato in Cassazione e l’hanno portato via dove adesso risiede, cioè nelle carceri gestite da quei dirigenti del ministero della Giustizia che banchettavano nel suo ristorante. Allora presto o tardi, anche in Italia, i bugiardi e i voltagabbana fanno una brutta fine. Comprereste una riforma usata da gente così? Ecco, noi abbiamo un’ottima occasione per rispondere di No al Referendum di domenica e lunedì. Andiamoci in massa a votare NO. Convinciamo più gente possibile a votare No, anche per dire no a chi pensa di prenderci in giro con menzogne di questo livello dozzinale. Buon voto a tutti, grazie.


Per un agente penitenziario ci sarebbe già la sanzione


Non si possono frequentare condannati

Per un agente  penitenziario  ci sarebbe  già la sanzione

(di Antonella Mascali – ilfattoquotidiano.it) – Le amicizie pericolose del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro non hanno portato né alle dimissioni, per opportunità, né alla cacciata dal governo, sempre per opportunità. Delmastro ha la delega al Dap, il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Da quando è lui il referente politico, non si muove foglia al Dap, dicono gli insider, che Delmastro non voglia e così nessuno vuole parlare. Una cosa, però, è certa: se Delmastro invece di essere il sottosegretario con delega alle carceri fosse un agente della polizia penitenziaria, sarebbe sotto procedimento disciplinare solo per la frequentazione occasionale di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese. Figuriamoci se un agente della polizia penitenziaria fosse stato pure – come Delmastro, fino a poco tempo fa – socio al 25% della srl “Le 5 forchette” che gestisce il ristorante “Bisteccherie d’Italia”, la cui amministratrice è proprio la figlia di Caroccia, Miriam, nonostante abbia solo 19 anni. Niente di illegale ma di altamente sconveniente sì e la normativa sugli illeciti disciplinari per la penitenziaria è tassativa. In un caso come quello di Delmastro, un agente minimo rischierebbe la “deplorazione”, ma potrebbe anche essere sospeso da funzioni e stipendio. Per capirci, “deplorazione” e “sospensione” sono rispettivamente la terzultima e la penultima sanzione prima della destituzione. Le cattive frequentazioni sono regolate dall’articolo 4 della normativa, che prevede la “deplorazione”. Tra i casi citati, infatti, rientra “il frequentare luoghi, persone o compagnie sconvenienti con evidente offesa alla dignità delle funzioni”. Questa sanzione è “una dichiarazione scritta di formale riprovazione” e comporta un rallentamento della carriera. Ma se, per esempio, lo stesso agente di polizia penitenziaria continua a mettere a rischio la reputazione del Corpo, come sembra il caso del sottosegretario Delmastro, finisce di nuovo sotto procedimento disciplinare e se condannato subisce la sospensione dal servizio e dallo stipendio per “recidiva entro sei mesi delle infrazioni già punite con la deplorazione”. La sospensione è prevista, inoltre, per “assidua frequenza, senza necessità di servizio, di persone dedite ad attività illecite o di pregiudicati”.


Arriva l’escalation!


(di Dan Woodland – DailyMail) – Un missile balistico iraniano ha colpito la città israeliana di Dimona, ferendo circa 20 persone, tra cui un bambino di 10 anni in condizioni moderate. Come scrive Dan Woodland per il “DailyMail”, il missile ha raggiunto un’area residenziale nonostante il tentativo fallito di intercettazione, provocando un’esplosione e numerosi feriti soprattutto per schegge e durante la fuga verso i rifugi.

L’attacco assume un forte valore simbolico e strategico: Dimona si trova infatti vicino al centro nucleare israeliano Shimon Peres nel deserto del Negev, struttura chiave e altamente segreta del programma atomico dello Stato ebraico, già minacciata da Teheran nelle scorse settimane.

L’episodio si inserisce in una più ampia escalation militare. Nelle stesse ore, due missili iraniani sono stati lanciati contro la base anglo-americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano: uno è fallito, mentre l’altro è stato intercettato. L’attacco è considerato significativo perché dimostrerebbe una capacità missilistica iraniana molto superiore alle stime precedenti, con una gittata potenziale fino a 3.800 chilometri, ben oltre i 2.000 km finora dichiarati.

Secondo gli analisti, questo salto tecnologico — forse legato all’utilizzo di vettori simili a quelli spaziali — amplierebbe drasticamente il raggio della minaccia, portando potenzialmente nel mirino anche capitali europee come Parigi e Londra.

Sul piano politico e militare, il Regno Unito mantiene una posizione prudente. Il primo ministro Keir Starmer ha ribadito che le basi britanniche a Cipro non saranno utilizzate per operazioni offensive, pur rafforzando le misure difensive dopo precedenti attacchi con droni iraniani contro la base di Akrotiri.

GLI ESPERTI TEMONO CHE I MISSILI IRANIANI POSSANO COLPIRE L’EUROPA, MENTRE TEHERAN “USA UN RAZZO SPAZIALE” PER PRENDERE DI MIRA UNA BASE BRITANNICA A DIEGO GARCIA E LE PRINCIPALI CAPITALI EUROPEE CHE SI TROVANO NEL RAGGIO D’AZIONE DEI MULLAH DI TEHERAN.

(Sintesi dell’articolo di Francine Wolfisz – DailyMail) – Un attacco missilistico balistico dell’Iran contro la base militare anglo-americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, ha segnato una drammatica escalation del conflitto, alimentando timori sul fatto che anche le capitali europee possano ora rientrare nel raggio d’azione di Teheran.

Come scrive Francine Wolfisz per il “DailyMail”, ci sono stati due lanci: uno è fallito, mentre l’altro missile è stato intercettato da una nave statunitense, in quello che viene considerato il primo attacco diretto contro la base.

L’episodio è particolarmente rilevante perché suggerisce che l’Iran disponga di capacità missilistiche ben superiori a quelle dichiarate finora. Diego Garcia dista circa 3.800 chilometri dall’Iran, ben oltre il limite di 2.000 km precedentemente attribuito ai missili balistici iraniani. Secondo gli esperti, Teheran potrebbe aver utilizzato missili a raggio intermedio o addirittura tecnologie derivate da vettori spaziali, come il Simorgh, sacrificando precisione per ottenere una maggiore gittata.

Le implicazioni strategiche sono profonde: città come Parigi e Londra potrebbero ora trovarsi entro il raggio d’azione iraniano. Analisti e militari sottolineano che la potenza di Teheran è stata “sistematicamente sottovalutata”, mentre il generale britannico Sir Richard Barrons avverte che il conflitto ha ormai messo direttamente a rischio gli interessi del Regno Unito e dei suoi alleati.

Sul piano politico, la vicenda ha acceso polemiche interne nel Regno Unito. Il primo ministro Keir Starmer è accusato dall’opposizione conservatrice di aver ritardato la comunicazione dell’attacco e di aver autorizzato troppo tardi l’uso delle basi britanniche da parte degli Stati Uniti. Nel frattempo, il coinvolgimento britannico nel conflitto appare ormai inevitabile, con Londra impegnata a supportare le operazioni militari americane.

L’attacco arriva nel contesto di un’escalation più ampia: Stati Uniti e Israele hanno colpito infrastrutture strategiche iraniane, inclusi siti nucleari e basi militari, mentre Washington sostiene di aver già colpito oltre 8.000 obiettivi. L’Iran, da parte sua, ha minacciato conseguenze dirette per il Regno Unito, accusando Londra di mettere a rischio la vita dei propri cittadini.

Sul fronte economico, la crisi si riflette in un forte aumento dei prezzi energetici. La chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale — ha fatto impennare i prezzi fino a quasi 118 dollari al barile, con pesanti ripercussioni globali. Nel Regno Unito si prevede un aumento significativo delle bollette, mentre i cittadini sono già invitati a ridurre i consumi energetici.


Caso Delmastro, dopo il referendum Meloni valuta ogni mossa: sul tavolo anche le dimissioni


Il caso Delmastro resta congelato fino al referendum, ma dopo il voto Giorgia Meloni potrebbe valutare le dimissioni. Decisione rinviata a urne chiuse

(Marco Antonellis – lespresso.it) – A Palazzo Chigi il clima è quello delle grandi attese. Il caso Delmastro agita, disturba, pesa. Ma non si muove foglia. La linea, filtrata con cura, è semplice: non aprire fronti prima del referendum. Nessuna decisione, nessuna presa di distanza, nessun segnale che possa incrinare l’equilibrio. È una sospensione studiata, quasi chirurgica. Perché in queste ore la priorità non è risolvere il problema, ma impedirgli di esplodere nel momento sbagliato.

La “manina” e i tempi che non convincono

Tra i corridoi del potere si muove un sospetto che resta sottovoce ma non passa inosservato: la tempistica. Il caso emerge proprio alla vigilia del voto, in un momento delicatissimo. A Palazzo Chigi non sfugge e la lettura è politica prima ancora che giudiziaria. Si parla, senza dirlo apertamente, di una possibile regia, di un’accelerazione non casuale. La parola è sempre quella, evocata con prudenza: “manina”. Un modo elegante per suggerire che qualcuno abbia scelto il momento giusto per colpire.

FdI in trincea, ma l’imbarazzo cresce

Fratelli d’Italia si compatta, almeno ufficialmente. Nessuna crepa visibile, nessun passo indietro. Eppure, sotto la superficie, il malumore cresce. Non tanto per l’attacco esterno, quanto per la difficoltà di difendere una vicenda che rischia di diventare ingombrante. La sensazione, tra molti dirigenti, è che si stia semplicemente guadagnando tempo. Tempo prezioso, ma pur sempre tempo.

Il voto diventa così una vera e propria linea di demarcazione. Prima e dopo. Prima: cautela assoluta, nervi saldi, gestione difensiva. Dopo: spazio alle valutazioni vere. A Palazzo Chigi il ragionamento è netto: qualsiasi decisione presa ora sarebbe letta dentro la campagna referendaria. E questo, politicamente, è un rischio che non si vuole correre.

Dopo le urne, l’ipotesi dimissioni

È però sul “dopo” che si concentra tutta l’attenzione. Perché è lì che la premier potrà muoversi con più libertà. Fonti vicine al dossier non escludono nulla. Se fino a oggi ha prevalso la linea della tenuta, a urne chiuse potrebbe affacciarsi l’opzione più netta: le dimissioni. Una scelta che diventerebbe concreta nel caso in cui il peso politico della vicenda superasse la soglia di tolleranza. E a quel punto, la mossa servirebbe a ricompattare il quadro e chiudere rapidamente il caso.

La strategia: rinviare per colpire (se serve)

La chiave è tutta nel timing. Non evitare la decisione, ma decidere quando farla pesare di più e costare di meno. Oggi è il tempo della resistenza. Domani potrebbe essere quello della discontinuità. Perché nei palazzi, più che le parole, contano i momenti. E quello decisivo, per Delmastro, potrebbe arrivare subito dopo il voto.


Le basi militari Usa in Italia per la guerra all’Iran: il nodo della Costituzione


Meloni ha spiegato che eventuali richieste di Washington per l’uso del nostro territorio saranno rimesse alle Camere. Eppure, per il giurista Andrea Maestri, anche il solo supporto logistico allo sforzo bellico potrebbe scontrarsi con l’art. 11 della Carta, configurando una partecipazione indiretta al conflitto

(di Lara Tomasetta – tpi.it) – L’Italia non è in guerra e non intende entrarci. Ma se arrivasse una richiesta dagli Stati Uniti per utilizzare le basi militari presenti sul territorio nazionale, la decisione dovrebbe passare dal Parlamento. È la posizione espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo al Senato lo scorso 11 marzo sul dibattito sulla crisi mediorientale. La premier ha ricordato che la presenza delle installazioni militari americane in Italia deriva da accordi bilaterali risalenti alla Guerra fredda, più volte aggiornati nel corso dei decenni da governi di diverso orientamento politico. «A meno che la questione non sia che dobbiamo chiudere le basi americane in territorio italiano, perché in questo caso per l’intellighenzia che oggi sostiene questa tesi sarebbe stato possibile farlo quando era al governo e ha invece scelto di fare altro, e non lasciarlo intendere soltanto quando si trova all’opposizione. Ricorre l’obbligo di ricordare infatti che le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati da governi di ogni colore. Secondo quegli accordi ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche che la supportano. Nel caso in cui dovessero giungere richieste dalle basi per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno l’autorizzazione spetterebbe al governo. Ma su questo punto ribadisco con chiarezza la posizione che il governo ha già espresso: la decisione in quel caso per noi si rimetterebbe al Parlamento. E allo stesso modo chiarisco che ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso, così come ribadisco che noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra».

Il quadro costituzionale
Le parole della premier arrivano mentre cresce il dibattito politico sull’eventuale utilizzo delle basi militari italiane nel conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Il nodo non è soltanto politico o diplomatico, ma riguarda direttamente l’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali.
Proprio su questo punto, però, il dibattito giuridico resta aperto. Se da un lato il governo richiama gli accordi militari con Washington e il ruolo decisionale del Parlamento, dall’altro diversi costituzionalisti sottolineano che il vero limite giuridico è rappresentato dall’articolo 11 della Costituzione e dal divieto di partecipare, anche indirettamente, a guerre di aggressione. È la posizione espressa dal giurista e costituzionalista Andrea Maestri, che in un’intervista a TPI ricostruisce il quadro costituzionale entro cui dovrebbe essere valutato l’eventuale utilizzo delle basi italiane.
Secondo Maestri, il punto di partenza non può che essere il carattere pacifista della Costituzione italiana: «La nostra è una costituzione strutturalmente pacifista (art. 11) che ripudia espressamente la guerra come strumento di aggressione alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Sono quindi ammesse solo guerre difensive (e non di aggressione). Lo stato di guerra è votato e deliberato dal Parlamento (art. 78), che conferisce al Governo i poteri necessari. Dal punto di vista internazionale l’attacco sferrato unilateralmente da USA e Israele contro un paese sovrano quale è l’Iran costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite e può essere punito quale crimine di aggressione in base all’art. 8 bis dello Statuto di Roma, istitutivo della Corte Penale Internazionale. Quindi ritengo che concedere anche solo l’utilizzo “logistico” (es. manutenzione aeromobili, carburante, smistamento personale militare) significhi compiere un’azione concreta di supporto e quindi di complicità a un illecito internazionale flagrante. Come minimo dovrebbe pronunciarsi il Parlamento, ma ritengo che il muro costituzionale e convenzionale sia invalicabile».

Un confine sottile
La questione non riguarda soltanto la partecipazione diretta dell’Italia a un conflitto armato. Anche il semplice supporto logistico potrebbe avere conseguenze rilevanti dal punto di vista giuridico e politico. Per questo, secondo Maestri, la Costituzione non lascia margini di ambiguità sull’uso delle basi militari per operazioni offensive: «È sicuramente vietato autorizzare l’uso delle basi americane o Nato presenti in Italia per scopi offensivi. Non esiste margine di discrezionalità e mi aspetto che il garante e custode della Costituzione faccia rispettare questa norma fondamentale, nata come cesura netta con le politiche di aggressione militare del regime fascista».
Il governo ha sostenuto che eventuali richieste da parte degli Stati Uniti verrebbero valutate caso per caso. Ma per il giurista il parametro di riferimento dovrebbe essere molto preciso e non lasciato alla discrezionalità politica: «È molto semplice: l’unico utilizzo autorizzabile delle basi è nell’ambito della Carta delle Nazioni Unite e del Patto Atlantico, tenendo sempre fermo il principio di cui all’art. 11 della Costituzione».
Uno dei punti più controversi riguarda il confine tra partecipazione diretta a un conflitto e supporto indiretto attraverso infrastrutture e servizi militari. Nel caso delle basi americane presenti sul territorio italiano, questo confine potrebbe essere molto più sottile di quanto sembri. «Concedere l’uso delle basi a un Paese aggressore significa rendersi complici: anche se le bombe non vengono sganciate da aerei italiani, se quelle bombe fossero caricate sugli aerei americani e questi aerei fossero riforniti di carburante e sottoposti a manutenzione nelle basi “italiane”, l’Italia diventerebbe indirettamente parte del conflitto. Nella sostanza, sarebbe compartecipe dell’illecito internazionale commesso dall’alleato».

Limiti e poteri
La presenza delle basi statunitensi in Italia è regolata da accordi bilaterali e dall’appartenenza all’Alleanza atlantica. Tuttavia, ricorda Maestri, questi accordi non possono superare i limiti fissati dalla Costituzione: «Su questo aspetto si è pronunciata in diverse occasioni anche la Corte costituzionale. L’applicazione dei trattati e degli accordi bilaterali non può mai essere realizzata in contrasto con la Costituzione italiana».
Se dalle basi situate sul territorio italiano partissero operazioni militari contro l’Iran, il coinvolgimento dell’Italia potrebbe essere interpretato come una partecipazione di fatto al conflitto, anche senza una dichiarazione formale di guerra. «Assolutamente sì, ma la partecipazione a questa guerra (illegale) dovrebbe essere prima deliberata dal Parlamento (art. 78) e poi dichiarata dal Presidente della Repubblica (art. 87 Costituzione). Ma vorrei vedere come viene scavalcato l’art. 11».
Proprio il ruolo del Parlamento rappresenta un altro nodo centrale del dibattito. Nel sistema costituzionale italiano, lo stato di guerra non può essere deciso unilateralmente dall’esecutivo ma richiede una deliberazione delle Camere. «Obbligatori la discussione e il voto di una deliberazione che assegna anche i poteri necessari all’esecutivo».

Prassi politica
Nel frattempo, nel dibattito politico è emersa anche la possibilità che l’Italia contribuisca alla difesa dei Paesi del Golfo con sistemi di difesa aerea. Anche su questo punto, secondo Maestri, la valutazione giuridica è complessa. «Su questo specifico profilo la disamina è più complessa. L’invio di armi per scopi meramente difensivi sarebbe lecito, ma non possiamo nasconderci che finirebbe per alimentare un conflitto che si colloca fuori dal perimetro costituzionale e internazionale».
Negli ultimi decenni l’Italia ha partecipato a numerose missioni militari internazionali, spesso definite “missioni di pace” o operazioni di stabilizzazione. Questo ha contribuito a sviluppare una prassi politica e istituzionale che, secondo alcuni studiosi, ha progressivamente ampliato i margini di azione dell’esecutivo in materia di interventi armati all’estero. Maestri vede in questa evoluzione un rischio per l’equilibrio costituzionale: «Purtroppo sì, ma una prassi incostituzionale non può autorizzare l’elusione o persino la violazione dei principi fondamentali di cui all’art. 11». Un altro elemento decisivo riguarda il diritto internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite. Per molti costituzionalisti, l’articolo 11 consente l’uso della forza soltanto nell’ambito di missioni autorizzate dall’Onu. «Concordo con quei costituzionalisti e l’assenza di un mandato Onu sarebbe un aggravante di una scelta già ex se conflittuale con la nostra Costituzione. In uno scenario del genere anche le responsabilità internazionali potrebbero diventare rilevanti: una responsabilità internazionale dello Stato italiano e non si può escludere una responsabilità penale di capi di governo, ministri e militari ai sensi dello Statuto di Roma».
Alla fine, osserva il giurista, la questione non è solo giuridica ma anche politica e culturale. La Costituzione offre strumenti e principi chiari, ma la loro efficacia dipende dalla volontà delle istituzioni di rispettarli. «Perché la Costituzione sia effettiva occorre praticarla e non smettere mai di difenderla: in essa ci sono i principi fondamentali ma anche gli strumenti per reagire ad eventuali strappi e abusi». In un contesto internazionale sempre più instabile, il dibattito sull’articolo 11 torna così al centro della scena pubblica italiana. E la domanda di fondo resta aperta: fino a che punto le alleanze militari e gli equilibri geopolitici possono spingersi senza mettere in discussione uno dei principi più identitari della Repubblica.

Tutti i precedenti
Il tema dell’uso delle basi militari italiane in operazioni armate internazionali non è nuovo e negli ultimi decenni si è già presentato in diverse occasioni, spesso accompagnato da controversie giuridiche e politiche proprio sull’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione. Uno dei precedenti più citati risale al 1999. Durante la guerra del Kosovo l’Italia autorizzò la Nato a utilizzare diverse infrastrutture militari sul proprio territorio, in particolare la base aerea di Aviano, per i bombardamenti contro la Jugoslavia guidata da Slobodan Milošević. Il governo di Massimo D’Alema sostenne che si trattasse di un intervento necessario per fermare le violenze nei Balcani, ma l’operazione sollevò un intenso dibattito tra i costituzionalisti perché avvenne senza un mandato esplicito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Una discussione simile si verificò nel 2003 con l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti di George W. Bush contro il regime di Saddam Hussein. Pur non partecipando alla fase iniziale dell’intervento militare, il governo italiano guidato da Silvio Berlusconi autorizzò l’uso delle basi americane presenti nel Paese, il sorvolo dello spazio aereo e diverse forme di supporto logistico alle operazioni, prima di inviare truppe nella missione “Antica Babilonia” a Nassiriya. Diverso, almeno dal punto di vista giuridico, fu invece il caso della guerra in Libia del 2011. In quell’occasione l’Italia partecipò alle operazioni della Nato contro il regime di Muammar Gheddafi mettendo a disposizione le proprie basi e partecipando ai raid aerei nell’ambito dell’operazione “Unified Protector”. In quel caso l’intervento era stato autorizzato dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, elemento che molti giuristi hanno considerato decisivo per renderlo compatibile con il quadro costituzionale italiano. Questi precedenti mostrano come il rapporto tra alleanze militari, uso delle basi straniere sul territorio nazionale e limiti posti dall’articolo 11 rappresenti da tempo uno dei nodi più delicati della politica estera e della prassi costituzionale italiana.


Il ritorno


(Orso Grigio) – Qui si narra l’epopea di messer Antonio Di Pietro, eroe di mani pulite e paladino integerrimo della battaglia alla corruzione.

Dopo le inebrianti imprese e un’avventura politica di un certo rilievo, il nostro eroe decise di ritirarsi in campagna, come Toto Cutugno.

Non mancò di deliziarci con la notizia di questa sua scelta e di farsi ritrarre alla guida di un trattore o mostrando orgogliosamente i frutti della terra.

Così sparì dalla vita politica e anche da quella pubblica: una scelta di vita. Concluso un tempo se ne apriva un altro nel quale sembrava sentirsi ancora più a suo agio, per la felicità di tutti.

Bene. Bello. Bellissimo

“Ogni cosa a suo ha il suo tempo” come poetizzava Pessoa.

E allora cosa è successo?

Sì perché deve averci ripensato visto che la sua presenza è ormai così ossessiva che le tv si accendono da sole acciocché non perdiamo nemmeno una sillaba del suo forbito proferire.

Perché questa scelta improvvisa e inaspettata?

Per comunicare a lo mondo intiero che lui voterà sì al referendum e per spiegarci amabilmente le dotte motivazioni della sua scelta, intruppandosi convintamente con gli esponenti di fdi e accettando l’inevitabile strumentalizzazione di meloni.

Va bene anche questo, è giusto che ognuno si batta per le sue idee.

Ora però non avendo io nessuno straccio di fiducia nel genere umano e quindi non stupendomi mai di niente, sono diventato io stesso una brutta persona e tendo a credere poco nella buona fede. A complicare le cose ci si mette anche il mio amore per la matematica e per la logica che regola la sequenzialità degli eventi, tipo quella cosa che “se una farfalla batte le ali a Pechino può verificarsi un uragano a New York” (è una metafora ma rende l’idea).

Quindi, visto che niente avviene per caso, mi chiedo sempre il perché delle cose e faccio due più due.

Poi aspetto il risultato, convinto sempre di più che la matematica sia una scienza esatta.


Il Po, Berlusconi e Salvini: le vite spericolate di un abile bugiardo di nome Bossi


Da Gemonio a Madama. Il federalismo di Miglio, il celodurismo e l’incontro con B., prima “mafioso” poi “statista”. Infine la malattia e gli ultimi anni malinconici

Il Po, Berlusconi e Salvini:  le vite spericolate di un abile bugiardo di nome Bossi

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Tre vite ha avuto l’Umberto Bossi da Gemonio, padre operaio, madre portinaia. La prima vita è stata un pasticcio, passata tra i bar di Castel Magnago a tirar mattina con il biliardo e a dragare signorine nelle discoteche di Besnate. È simpatico, esagerato, eccentrico. Si veste e canta come Don Backy, il ribelle del Clan, indossa il nome d’arte di Donato. Fa un 45 giri che si chiama Caterpillar. Ma è stonato.

Con le bugie invece è ugola d’oro: nei bar dice di correre i 100 metri in 12 secondi. A casa racconta che frequenta la Scuola per corrispondenza Radio Elettra di Torino, mentre alle fidanzate confida che studia l’uso del raggio laser in Medicina. A 28 anni prova a lavorare un paio di mesi all’Automobil Club di Varese, ma l’orario fisso lo annoia, perde i documenti, non sa scrivere a macchina. Lo cacciano. Dirà: “La mia vita è sempre stata così, ogni mattina mi butto la giacca sulle spalle e parto, quello che viene, viene”. Ma neanche quello è vero. Vive coi soldi di mamma e poi con quelli della prima moglie, Gigliola, commessa a Gallarate. Due volte racconta di essersi laureato. Due volte la moglie lo festeggia con i regali e pure con un figlio, il primogenito Riccardo. Quando si accorge del doppio inganno, lo caccia.

[…]

A 34 anni l’incontro della vita con l’autonomista valdostano Bruno Salvadori, “un uomo politico di ideali puri”, dirà l’Umberto che imparerà a memoria il decalogo dell’Union Valdôtaine dove si teorizza “l’autodeterminazione dei popoli contro gli stati centralisti”. L’intuizione è sostituire le fredde montagne di Salvadori, con le nebbiose pianure del Far West padano, i cavalli al galoppo, i Winchester che a breve diventeranno lo spadone di Alberto da Giussano, il condottiero fantasma della Lega Nord contro lo straniero Barbarossa.

Da quel momento in poi, la seconda vita di Bossi è stata un trionfo che neanche immaginava. Una fenomenale sequenza di favole, rivendicazioni sociali, intuizioni politiche, che lo porterà fino ai Palazzi romani, nominandosi “Senatur”, eletto nel 1987 con 9 mila preferenze e la promessa tra i denti: “Si avvicina l’anno del Samurai, quando la Lega taglierà la gola al Sistema da orecchio a orecchio”.

Sembra una sfida a vanvera. Ma quando dal cielo del Nord arriva la manna di Mani Pulite che liquida i vecchi partiti di “Roma Ladrona”, e da quello del Sud salgono i boati di Capaci e di via D’Amelio, l’incantesimo si avvera. Nella città infinita della Pianura e delle valli, Umberto trova il suo esercito disposto a seguirlo nella rivolta. Sono i nostalgici del piccolo borgo antico. Gli scontenti della classe operaia addetta ai nuovi capannoni della piccola impresa senza rappresentanza, le partite Iva ribelli al fisco e alla burocrazia, gli orfani della sinistra troppo elitaria, e della destra troppo centralista. Gli spaventati della globalizzazione, gli insofferenti all’immigrazione che li minaccia. E i gonzi che credono alla nuova patria.

Il crucco Gianfranco Miglio, politologo e satanasso, gli insegna un po’ di federalismo. Bossi lo impasta con una intera cosmogonia dove il Dio Po scorre a fertilizzare la Padania. Inventa la sacra Ampolla. Si intesta l’inno del Va’ Pensiero e la bandiera verde che diventerà la buffa divisa della Guardia Padana. Inaugura una nuova retorica politica fatta di invettive, gestacci, insulti accompagnati da una rivelazione di linguaggio e di programma: “La Lega ce l’ha duro!”. Perfezionando uno stile, battezzato barbarico, che esibisce le giacche stazzonate e la canottiera come simboli di purezza popolana, il dito medio come scettro del nuovo Regno federale. […]

Seleziona i suoi scudieri – da Bobo Maroni, tastierista dei Distretto 51, al Calderoli dentista – pesca una seconda moglie, Manuela Marrone, battezza tre figli, e un raduno l’anno a Pontida: “Siamo noi la Storia!”. Ma passando da Arcore, finirà per lasciarsi sedurre dall’altro titolare della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, i suoi soldi, le sue televisioni, la sua politica spregiudicata che punta dritto al potere. Berlusconi è l’amico-nemico. È il “Berluscatz mafioso” che diventerà “il Silvio statista” e infine il Silvio padrone della Lega per debiti.

[…] La terza vita comincia nella notte dell’ictus cerebrale, 11 marzo 2004, ricovero all’ospedale di Varese, 21 giorni di coma farmacologico, 50 di terapia intensiva, 13 mesi di riabilitazione. La malattia lo imprigiona per sempre, spingendolo nella nebbia del Cerchio magico, ostaggio della moglie, dei figli, dei fedelissimi che si riveleranno i più infedeli, compreso Matteo Salvini, l’erede, che traslocherà i simboli e l’epopea del movimento, nel cestino del nuovo partito sovranista.

La sua storia finisce malinconica nella cartellina del tesoriere Belsito, intitolata “The Family”, con le maiuscole, ad annotare la contabilità di una dinastia ridotta a regnare su un po’ di contante nascosto, la finta laurea del figlio tonto, i buoni benzina a scrocco dell’altro figlio pilota, le fatture del dentista, persino le canottiere pagate dal partito, proprio come i “forchettoni dei partiti di Roma”. E insieme a quella miserabile ricchezza trafugata, anche un’immensa massa di macerie: il parlamento del Nord, la libertà dei popoli, il federalismo, la secessione.

[…]

Nelle sue antiche notti di comizi sotto le stelle di Lombardia, raccontava: “Io vengo dalla gavetta, sono un uomo di strada e viaggio in groppa come i miei avi con la carne cruda tra il sedere e il cavallo”. Non era vero niente. Stava imbrogliando l’Italia e gli italiani, ma di sicuro si è divertito un mondo.