Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Massimo Cacciari: “Meglio lasciar perdere il woke: la sinistra riparta da Karl Marx”


Il dibattito a sinistra

“Meglio lasciar perdere il woke: la sinistra riparta da Karl Marx”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] La lettera di Giuseppe Conte su woke e affini per lui va bene, è giusta. Tanto da spingerlo a dire: “Credo che anche Elly Schlein non possa che condividerla”. Ma per il filosofo Massimo Cacciari il nodo è un altro: “Al centrosinistra mancano totalmente i programmi”. Quanto alle primarie, l’ex sindaco di Venezia era e resta contrario: “Rischi di farti male”.

[…]

Nel testo inviato a Repubblica Conte sostiene: “La cultura woke non può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista”. Lo trova semplicistico?

Ma no, è giusto sottolineare che il centrosinistra e la cultura che afferisce a quel campo debbano passare da un discorso puramente ideologico sui diritti a uno incentrato sui problemi urgenti della gente: dai salari alle condizioni di lavoro, fino alla sanità. Sono questi i temi su cui porre l’accento.

Serve pragmatismo.

Certamente. Non si costruiscono partiti di massa ispirandosi al modello del partito d’Azione. Il centro della proposta non possono essere argomenti che riguardano solo alcune élite. Dopodiché nel cosiddetto campo largo farebbero bene a ripassare i fondamentali, ad esempio le analisi di un certo Karl Marx (sorride, ndr).

La lettura diffusa è che Conte abbia scritto sul woke per mettere di nuovo in difficoltà Schlein, sempre in ottica primarie. Condivide?

Credo che anche la segretaria del Pd sappia che non si possa impostare tutto sul politically correct, e che le priorità siano le emergenze sociali. Però il vero punto è che al centrosinistra mancano i programmi. Sul woke e sui diritti civili una paginetta di sintesi i partiti potrebbero pure scriverla, secondo me. Ma cosa pensano rispetto a un tema centrale come quello della politica fiscale? E soprattutto, come potranno accordarsi sulla politica estera, con il Pd che in Europa ha sostenuto come commissaria la Von der Leyen, e che per metà è composto da democristiani?

La segretaria è molto a sinistra.

Lei sì. Anche Gianni Cuperlo lo è, per dire. Ma quanti altri lo sono?

Sempre secondo Conte, il vincitore delle primarie avrebbe il diritto di dettare la linea, per esempio sull’Ucraina. Ma il Pd e gli altri partiti vogliono fissare tutto prima, in un tavolo sul programma.

Qui siamo al sovvertimento della logica. Come fai a fare il programma prima di scegliere il leader? Nelle primarie dovrebbero confrontarsi sulle diverse proposte, non certo su chi è più bello. Prima di tenerle, potrebbero al massimo fissare delle linee di massima, senza nulla di troppo dettagliato dentro. Ma è chiaro che il leader designato porterebbe i suoi orientamenti.

Lei si è sempre detto scettico sulle primarie.

Il rischio è di farsi male. In sintesi: se vince Schlein, il pericolo è che tanti elettori del Movimento, la metà almeno, non vadano a votare nelle Politiche. Se invece dovesse prevalere Conte, il Pd si sfascerebbe la sera stessa.

Quindi?

Quindi sia Conte che Schlein dovrebbero compiere un atto di generosità politica, facendosi da parte. Sarebbe una nobile uscita, diciamo.

[…]

Servirebbe un terzo nome… mica facile trovarlo.

E lo trovassero! Parlano della sindaca di Genova, Silvia Salis. Ebbene, può essere un’ipotesi. Dopodiché, decidessero loro. Di certo di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno, nel Paese. Ripeto, il tema sono le proposte di governo. Ad esempio, cosa farebbe il centrosinistra sulle riforme? È ormai evidente come il regionalismo sia una palla al piede per il Paese. Le Regioni non funzionano. Il campo largo vuole occuparsene? Bisogna sciogliere questi nodi, perché questa volta la partita si può vincere, visto che hanno diversi problemi anche nell’altro fronte.

Ma il woke

Bisogna parlare d’altro. I problemi sono altri, e lo capiscono tutti.


La Supervalériola


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Ci voleva il dibattito sulla cultura woke (“sveglio”), riaperto negli Usa dalla Ocasio-Cortez e qui da Conte, per ritrovare una nostra passionaccia che temevamo estinta: la supervalériola, cioè la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio. Una colata di piombo su Rep dal titolo: “Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto”. L’assenza di virgola prima del “ma” non […]


Giorgia da Caciottara a Premier, in effetti “Nulla”


(Dott. Paolo Caruso) – Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana e patriota, prima di dedicarsi interamente alla carriera politica istituzionale, in gioventù, non provenendo da famiglia abbiente, ha svolto diversi lavori saltuari per mantenersi e aiutare la famiglia durante gli anni degli studi. Ha conseguito il diploma di maturità linguistica presso un istituto professionale per il turismo di Roma, per poi diventare giornalista. Durante l’adolescenza e i primi anni dell’età adulta, Meloni ha praticato diversi impieghi. Lodevole il suo impegno lavorativo. È noto il suo impiego come babysitter per la figlia del conduttore televisivo Fiorello (Olivia). Ha lavorato come cameriera e successivamente, come barman presso lo storico locale romano Piper, dividendosi negli anni successivi tra addetta alle vendite presso il mercato di Porta Portese a Roma e l’ impartire lezioni private e ripetizioni di inglese.Successivamente al diploma di maturità linguistica, ha intrapreso l’attività pubblicistica. È iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista professionista collaborando stabilmente con diverse testate giornalistiche e testate di area politica, tra cui lo storico quotidiano Il Secolo d’Italia. Un curriculum di tutto rispetto. Una giovane Giorgia venuta su dal popolo che a partire dalla fine degli anni ’90 con le stragi di Capaci e di via d’Amelio e la morte di Falcone e Borsellino, ha intrapreso a suo dire il suo percorso politico di destra, diventando da allora la politica la sua principale occupazione. Dapprima consigliere della Provincia di Roma e successivamente nel 2006 (a 29 anni) parlamentare alla Camera dei Deputati. Strana carriera quella politica di Giorgia che rapidamente nel 2008 (a 31 anni) l’ ha portata alla carica di Ministro della Gioventù nel quarto governo Berlusconi. Cofondatrice di Fratelli d’ Italia insieme al ” nostalgico ” Ignazio Benito La Russa, dal 2022 ricopre la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Una underground, come si definisce, vissuta nel quartiere popolare romano della Garbatella, che nonostante le sue origini ha praticato nelle scelte di governo politiche antisociali. Il suo primo passo l’ abolizione del Reddito di cittadinanza e successivamente la mancata attuazione del Salario minimo rappresentano i capisaldi di una politica scellerata contro la povertà. In questi anni il governo meloniano di una destra sempre meno sociale ha lisciato il pelo alle banche, alle assicurazioni, alle compagnie energetiche e alle industrie delle armi non intervenendo sugli extra profitti, provocando così un cospicuo danno erariale con introiti che avrebbero potuto dare impulso almeno in parte alla sanità pubblica. Una destra sempre più garantista con i cosiddetti “Colletti bianchi” e attraversata da scandali che al contrario di quello che ci vuol far credere la propaganda meloniana avrebbero immediatamente attivato l’ azione giudiziaria del Magistrato Paolo Borsellino. Altro che portatrice dei valori di Borsellino, una Meloni controcanto della dignità giudiziaria di un vero Uomo. La soppressione del reato di Abuso di ufficio e il traffico di influenze, la limitazione delle intercettazioni telefoniche e ambientali sono le perle delle scelte di governo che avrebbero fatto impallidire di rabbia i suoi eroi di riferimento, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per non parlare della lotta all’ evasione fiscale e alla corruzione che giacciono nel binario morto dei “fratelli e sorelle d’ Italia”. Quattro anni di propaganda della “famiglia politica del fare” non sono bastati per apportare riforme che avrebbero cambiato in meglio il Paese. Per la riforma della magistratura ci ha pensato il Popolo Sovrano che l’ ha sonoramente bocciata. Un delirio per il traguardo dei quattro anni del governo Meloni, unica donna Presidente del consiglio nella storia della Repubblica italiana, che i cantastorie di regime esaltano nelle varie corti televisive omettendo le colpe di Giorgia nella mancata attuazione di riforme necessarie al Paese. Scuola e sanità pubblica docet……. Una Premier venuta dal nulla che nulla ha fatto in questi quattro anni per il Paese.


Il livello raggiunto da molti giornalisti e giornali italiani


(Giancarlo Selmi) – In un solo giorno, non in due, tre o una settimana, per le trombette stonate stipendiate dalla destra e da Angelucci, Sigfrido Ranucci è passato dall’essere uno che “se le tromba tutte”, un predatore sessuale e perfino omofobo, a essere un omosessuale impenitente che avrebbe nascosto una relazione con Lavitola. Il giorno dopo, poi, è arrivata anche l’accusa di non essere un “buon cattolico”. Un catalogo di insinuazioni che restituisce la misura esatta del livello sotterraneo, anche intellettuale, raggiunto da molti giornalisti e giornali italiani.

Naturalmente non sono mancate le “opportune” testimonianze: dall’ex collega all’immancabile rivelatrice di segreti, puntualmente raccolti da Selvaggia Lucarelli. Tra un litigio televisivo in una trasmissione trash, una giuria in un’altra trasmissione diversamente colta e gli articoli sul Fatto Quotidiano, dove parla male di qualcuno e ci illustra il suo mondo ideale, Lucarelli è sempre alla ricerca dello scoop che sputtani lo sfortunato di turno o, più semplicemente, chi in quel momento le sta più sulle ovaie.

Senza parlare della Camuso, orgogliosa “fondatrice” di Futuro Nazionale, penna (si fa per dire) de “La Verità” con una lettera che ha voluto pubblicare solo “Il Tempo” (Belpietro non ha voluto pubblicarla ed è tutto dire), nella quale non ci sono molestie e non si capisce quale sia il problema. Ma tutto fa brodo, soprattutto per “Il Tempo”. Si è accanito perfino Salvo Sottile, che nei suoi momenti più frizzanti resta un’ottima alternativa al Diazepam, nonché un noto giornalista del nulla cosmico.

A questo punto mancano soltanto la parentela segreta con Belzebù e la puzzetta fatta alla prima comunione. Per il resto, nel catalogo è entrato praticamente tutto. Tutto tranne, guarda caso, l’unica accusa che avrebbe avuto davvero senso: aver propagato menzogne e fatto cattivo giornalismo. Ed è proprio questo il punto: Ranucci non lo ha fatto. Le inchieste di Report sono quasi tutte inattaccabili. È questo che lo rende tanto odiato quanto pericoloso. Ed è questo che, agli occhi di chi detiene il potere, rende necessario il suo sacrificio.

Ma l’attacco non riguarda soltanto lui. È rivolto contro l’intera redazione, contro Report in quanto oasi di informazione indipendente nel deserto del giornalismo italiano, popolato da troppi giornalisti in vendita al miglior offerente. Il potere, soprattutto quello rappresentato da Meloni e dagli sgherri associati, Report non se lo può permettere. Perché questa guerra non è soltanto contro Ranucci: è contro Report e contro la stessa idea di giornalismo d’inchiesta. È una guerra contro la possibilità che qualcuno possa ancora cogliere questa classe politica, corrotta fino al midollo e autentica “casta”, con le mani nella marmellata.


Ritorna a casa, Enrico!


(dagospia.com) – Ritorna a casa, Lesso! In attesa del varo, a quanto pare finanziariamente piuttosto tribolato, della Cnn all’italiana del magnate greco Kyriakou, si accavallano le voci che la prossima destinazione di Enrico Mentana sia quella di plenipotenziario di tutta, ma proprio tutta, l’informazione Mediaset. 

Il giornalista del Tg2 (direttore generale Rai Enrico Manca, quota Craxi) che fu chiamato da Silvio Berlusconi per dare vita al primo TG di Canale 5, diretto dal 13 gennaio 1992 all’11 novembre 2004, ha sempre goduto della ammirazione di Pier Silvio.

Un apprezzamento che ha ribadito nel corso della presentazione dei palinsesti 2026/2027 del Biscione: “Mentana ha la mia stima professionale e il mio affetto per pezzi di una vita insieme e la mia gratitudine per il Tg5 che è un pezzo portante di Mediaset. Ha sempre le porte aperte, se c’è progetto che coincide con quello che possiamo fare e che lui vuole fare”.

Il fuggitivo del Tg La7 sarebbe stato contattato nelle passate settimane da Nicolò Querci, braccio destro ed eminenza grigia di Pier Silvio, con la seguente offerta: Chief Corporate Communication Officer presso MediaForEurope e di Direttore Generale per l’Informazione e la Comunicazione presso Mediaset.

Traduzione: signore e padrone delle notizie, dei telegiornali e dei talk-show che le tv di Berlusconi mandano in onda. Un ruolo che dal 1998 ricopre Mauro Crippa, un romano 67enne che si vanta di avere avuto due babbi: il padre biologico Giuseppe, siciliano di Caltanissetta, tenente dei carabinieri, poi responsabile della sicurezza della Ibm, la prima azienda che ha assunto il figlio come addetto stampa.

Il secondo “padre” di Crippa si chiama Fedele Confalonieri, l’altra metà di Silvio Berlusconi con cui ha condiviso tutto e di più: dalla rava della prevalenza del Biscione alla fava del ventennio di Forza Italia.

E finché c’è stato “Fidel” alla presidenza di Mediaset, non c’è stata Crippa per gatti: il capo supremo di Videonews fu l’esecutore materiale del licenziamento di Enrico Mentana e della cacciata di Emilio Fede,  l’artefice magico che tirò fuori in prima serata un programma di informazione condotto da Barbara Urso, ma soprattutto è stato l’inventore del “retequattrismo” populista di Del Debbio, Porro, Sallusti, Giordano, che ha apparecchiato l’avanzata di Salvini, primo colpo di sole di ‘’Confa’’, cui ha fatto seguito il colpo di calore per il melonismo senza limitismo.

Che Pier Silvio (per non aggiungere la sorella superiore Marina) ne abbia le palle in saturazione del “crippismo alla Fiamma” si era ben capito dallo sbarco su Rete4 di Bianca Berlinguer, poi di Tommaso Labate e infine dall’arrivo di Milo Infante che, oltre a condurre due programmi, viene nominato condirettore della “stanza dei bottoni” del Crippa pensiero, Videonews.

Ma nel frattempo, ai primi di marzo 2026, era successo qualcosa che è passato inosservato: dopo oltre trent’anni l’88enne Fedele Confalonieri, viene invitato da Pier Silvio a fare un passo indietro verso i giardinetti mollando al secondogenito del Cav. la presidenza del Biscione.

Viene annunciato che l’ottuagenario ‘’resta nel Cda come Statutory Chairperson (figura diffusa nel diritto di Paesi come l’Olanda, dove ha sede legale Mfe), a cui il Consiglio farà riferimento come Senior Non-Executive Director’’. Vale a dire, il fraterno amico e consigliere del Fondatore non conta più un tubo catodico.

E dopo la fine del regno di Confalonieri che cominciano a circolare le indiscrezioni sulla volontà di far ritornare a casa il chicco macinato dal sinistrismo de La7 per piazzarlo sulla tolda di comando dell’informazione Mediaset. Ipotesi che la cricca di Crippa accoglie ovviamente male, malissimo, conoscendo altresì bene il caratterino decisionista, a volte al di là dell’arroganza irridente, di Mentana.

Ed iniziano a girare a mezza voce osservazione del tipo: Pier Silvio che manda in pensione il 67enne Crippa per sostituirlo con Mentana, un pensionato di 71 anni?

Intanto, ringalluzzito dal pressing del boss di “Antenna Group” e dal corteggiamento del presidente di Mediaset, dal palco di Una Montagna di Libri, a Cortina d’Ampezzo, Chicco Mitraglia ne ha sparate di tutti i colori, e tutte da sottoscrivere, in direzione del sinistrato centrosinistra.

(Peccato che la sua intervista recente a Giorgia Meloni al TgLa7 era di tutt’altro tono e sostanza, un cinguettio in modalità “Tutta va bene, Madame la Marchesa”, con il Chicco che perdeva acqua di rose da tutti i pori.)

Alla fine dell’intemerata ampezzana, è partito il solito ultimatum a Urbano Cairo, al quale contesta la sua linea editoriale dei “due forni” (“Corriere” filogovernativo, tv all’opposizione): “O su La7 si apre per fare qualcosa che possa essere visto da tutti, o penso che posso pure fare altro”.

In sostanza, la stessa solfa delle dichiarazioni rilasciate il 31 maggio 2026 al Festival della Tv, in quel di Dogliani: “Semplicemente, quello che si vede è che tutti i programmi serali di La7 hanno la stessa impostazione, hanno la stessa scelta degli ospiti, hanno lo stesso orientamento. Un elettore del centrodestra può guardare un programma de La7 sentendosi a casa? No”.

Il contratto di Enrico Mentana con La7 di Cairo scadrà il 31 dicembre 2026: sei mesi davanti per vederne delle belle….


Un intero borgo diventa teatro per i bambini: Pollica in prima linea per le nuove generazioni


Si chiude “Il Borgo del Tesoro”:
a Cannicchio (Salerno) un intero borgo diventa teatro per i bambini

 
Il Comune di Pollica in prima linea per le nuove generazioni, anche durante l’estate: con il Paideia Campus, un programma continuo di educazione, scoperta, arte, scienza, gioco, teatro e cultura, che mette al centro i bambini e il loro diritto alla socialità, alla meraviglia e a vivere pienamente i luoghi della propria comunità.
POLLICA (Salerno) – Si è conclusa a Cannicchio “Il Borgo del Tesoro”, una delle numerose iniziative promosse dal Comune di Pollica durante l’estate per i bambini e le loro famiglie. Nelle serate del 5, 12 e 19 agosto, il ciclo dedicato al gioco e al teatro ha trasformato vicoli e piazze del borgo in un grande palcoscenico a cielo aperto, coinvolgendo l’intera comunità in un’esperienza condivisa di cultura, partecipazione e meraviglia.

Promossa dal Paideia Campus della Fondazione Future Food Institute e dal Comune di Pollica, in collaborazione con La Mansarda – Teatro dell’Orco, che ha curato la rassegna, l’iniziativa ha portato a Cannicchio alcune tra le più significative esperienze italiane di teatro per le giovani generazioni.La Mansarda – Teatro dell’Orco, storica compagnia di Caserta, fa parte di UTOPIA – Unione Teatri Operativi per l’Infanzia e l’Adolescenza, l’unica associazione italiana di teatro per le giovani generazioni che riunisce compagnie specializzate provenienti da tutto il Paese. Una collaborazione che ha permesso di offrire ai bambini di Pollica spettacoli di qualità, linguaggi diversi e occasioni autentiche di partecipazione.

Ad aprire la rassegna, il 5 agosto, è stato “Cenerentola è il tuo tempo”, di Arterie Teatro in coproduzione con Tieffeu: una rilettura poetica e contemporanea della celebre fiaba, seguita da una grande caccia al tesoro nel borgo. Il 12 agosto La Mansarda – Teatro dell’Orco ha accompagnato bambini e famiglie “A caccia di stelle”, in un viaggio itinerante tra astronomia, costellazioni e mitologia. La serata conclusiva del 19 agosto ha accolto “Pulcinella e la Cassa Magica” della Compagnia degli Sbuffi, restituendo alla piazza la forza del teatro di figura e della tradizione popolare napoletana.Tre spettacoli, tre attività partecipative e altrettante serate nelle quali Cannicchio è tornato a essere luogo di incontro tra generazioni. Perché un borgo vive pienamente quando i suoi spazi appartengono anche ai bambini, alle loro domande, alla loro immaginazione e al loro desiderio di stare insieme.

Alla base di questa programmazione vi è l’alleanza strategica tra il Comune di Pollica e il Paideia Campus, presidio socio-culturale permanente che opera durante tutto l’anno per ampliare le opportunità educative e culturali dedicate alle nuove generazioni. Nei mesi di giugno e luglio, fino ai primi giorni di agosto, il Campus, come ogni anno, organizza laboratori, Summer Camp e Digital Academy: cinque settimane che hanno coinvolto in media circa 30 bambini, accompagnandoli alla scoperta della natura, dell’oceano, dell’arte, dello spazio e delle competenze digitali. Ad agosto, con “Il Borgo del Tesoro”, questo percorso ha raggiunto la piazza, coinvolgendo famiglie e comunità e facendo dell’intero borgo un luogo di gioco, apprendimento e cultura.«Questa continuità non risponde soltanto alla volontà di offrire occasioni di svago, ma a una precisa responsabilità verso le nuove generazioni. Il rapporto Crescere nelle aree interne, realizzato da UNICEF Innocenti attraverso il coinvolgimento di 1.668 bambini e adolescenti del Cilento Interno, ci consegna un messaggio che non possiamo ignorare: la carenza di servizi, trasporti, attività extrascolastiche e luoghi di socializzazione incide profondamente sul benessere, sui diritti e sulle aspirazioni dei più giovani. Negli ultimi vent’anni, nel Cilento Interno, il numero di bambini e adolescenti si è ridotto mediamente del 38,3%. Sono numeri che ci impongono di agire con urgenza e profondità. Non basta organizzare singoli eventi: dobbiamo costruire un’infrastruttura educativa e culturale diffusa, capace di accompagnare bambini e ragazzi durante tutto l’anno e di restituire loro il diritto al gioco, alla cultura, alla partecipazione e alla possibilità di immaginare il proprio futuro anche qui. È questo il senso del lavoro che portiamo avanti a Pollica: fare in modo che ogni laboratorio, ogni spettacolo e ogni piazza abitata dai bambini diventino parte di una strategia più ampia per rigenerare la comunità e garantire alle nuove generazioni la libertà di scegliere se partire, tornare o restare.»

Sara Roversi, fondatrice del Paideia Campus e presidente della Fondazione Future Food Institute ETS

“L’esperienza creata nel piccolo borgo di Cannicchio è stata straordinariamente interessante e ci ha portato ancora una volta a comprendere che la rigenerazione dei luoghi passa obbligatoriamente dalla necessità di dare loro un’anima. Cannicchio dal prossimo anno sarà il paese dei Bambini. Così come dare a ciascuno dei borghi del nostro Comune una precisa vocazione”

Stefano Pisani, Sindaco di Pollica.

Con “Il Borgo del Tesoro”, il Comune di Pollica conferma così un impegno che mette le nuove generazioni al centro delle politiche territoriali. Il teatro diventa uno strumento educativo e, allo stesso tempo, un gesto di rigenerazione: riaccende le piazze, rafforza le relazioni, custodisce le tradizioni e restituisce ai bambini il diritto di abitare pienamente i propri paesi.

Perché il vero tesoro di un borgo non è nascosto: sono i bambini che lo attraversano, lo immaginano e gli restituiscono futuro.


Ranucci, “contro di me una character assassination senza precedenti”


(ANSA) – ROMA, 24 AGO – “Grazie a tutti coloro che mi stanno manifestando attestati incredibili di solidarietà, di affetto, di vicinanza, in questi due mesi di oltre duemila articoli che appartengono a una character assassination che forse non ha precedenti nella storia del nostro Paese, ma forse anche a livello mondiale. Una sorta di gogna politica di giornali di partito”. Così Sigfrido Ranucci un un post sui suoi canali social.  

Il giornalista dà appuntamento alla data di domani del suo tour con lo spettacolo Diario di un trapezista, a Cerveteri: “Al termine mi fermerò con voi per scambiare opinioni, anche semplicemente per stringere una mano o scattare una fotografia. Dopo quello spettacolo molte cose saranno più chiare”, conclude.


Mentana si sente fuori da La7 perché ha smesso di esserne il centro


Il direttore del Tg La7 contesta alla sua rete la deriva anti-TeleMeloni e non esclude l’addio. Uno scontro ideologico dietro cui potrebbe esserci una realtà più semplice: Mentana, da tempo, non è più il Sole di un canale che è diventato maturo grazie a lui.

(di Andrea Parrella – fanpage.it) – Sono trascorsi 16 anni dall’arrivo a La7 di Enrico Mentana. Un trasferimento che all’epoca spostò gli assetti della Tv generalista, garantendo alla rete risonanza e autorevolezza poi consolidate negli anni da arrivi illustri, innesti importanti e di peso. Le sue maratone sono diventate esaltazione del concetto di diretta, ultimo elemento distintivo rimasto alla televisione, rendendo attraente un mondo, quello della politica, di per sé affascinante quanto il bugiardino di un farmaco per l’otite.

Molte le cose cambiate negli anni, dai governi alla proprietà stessa dell’emittente, con una sola costante: che il Sole di La7 fosse lui. Eppure oggi Mentana non esclude l’addio, da tempo il direttore mette in discussione la sua permanenza a La7 e lo fa relazionando i dubbi alla linea della rete, un presunto spostamento a sinistra e il ruolo di anti-Telemeloni che, a suo dire, sarebbe diventato come una sorta di sceneggiata napoletana, in cui si chiama Bocchino unicamente per dileggiarlo. “O diventa qualcosa che possono vedere tutti o penso che possa fare pure altro”, ha detto a un evento pubblico.

Una posizione che solleva quantomeno qualche perplessità. Mentana dovrebbe sapere meglio di altri che la televisione generalista si fa occupando spazi di racconto, specie per quanto riguarda l’informazione. Il vuoto antigovernativo lasciato dalla Rai negli ultimi anni era una voragine troppo grossa per non provare a riempirla e La7 non ha fatto nulla di diverso da Rete4 negli anni precedenti. Urge però ricordare che si parla anche di un canale che, tecnicamente, dà spazio a chiunque, in cui Vannacci è praticamente di casa; è un’emittente il cui patron, Urbano Cairo, ribadisce la linea apartitica, inseguendo il mercato come unica stella polare, dove lo stesso direttore Salerno, come diceva in un’intervista a Fanpage di alcune settimane fa, allontana da sé l’intenzione di dirigere una rete schierata. Allo stesso tempo Mentana è l’unico volto di La7 ad avere ospitato Giorgia Meloni da quando è a capo del governo. Su cosa si poggia, quindi, la polemica del direttore? Si tratta di una qualche forma di censura interna non chiarita? Di una linea editoriale che non gli va più giù? Forse una risposta alternativa c’è: Mentana non è più il centro di La7.

Da tempo si registra l’avanzamento di Gruber, Formigli, per certi versi lo stesso Parenzo, come volti di riferimento per il pubblico. Marianna Aprile consolida sempre più il suo profilo di “bastonatrice”, Floris fa numeri in prima serata che battono anche il Grande Fratello Vip, un’emittente di cui Diego Bianchi pare rappresentare in tutto e per tutto l’anima. Insomma, a La7 Mentana è ancora rilevante, e ci mancherebbe altro, ma forse non è più essenziale, fondamentale, cruciale. L’architrave sembra essersi spostata altrove, lui lo percepiscce e non lo gradisce.

Mentana non sarà certamente d’accordo e forse non leggerà mai queste parole, ma a scanso di equivoci è bene chiarirlo: qui l’egocentrismo non c’entra, si tratta di funzione. Cavalli di razza come Mentana, che della Tv dei giorni nostri è tra le figure più imponenti e trasversali, non sono interessati a ruoli gregari. Enrico Mentana serve quando c’è da fondare o rifondare, lo dice la sua storia, lo ha dimostrato al Tg5 e a La7, diventata matura grazie a lui. Per certi versi lo provano anche le indiscrezioni degli ultimi mesi, che lo vorrebbero vicino a NOVE se non a un clamoroso ritorno a Mediaset, dove di lavoro da fare ce ne sarebbe.

Resta solo da capire se andrà via e, nel caso, dove andrà a cercare il prossimo cantiere da aprire. E se la Tv generalista, oggi, abbia ancora spazio per un altro dei suoi regni.


Inno e alzabandiera prima delle lezioni: la proposta di un esponente di Futuro Nazionale


Sortite come quella di Giganti che possono apparire goliardiche in realtà danno la misura di quanto sia pericoloso il movimento di Vannacci, perché riesce ad unire uomini e donne che propongono idee nostalgiche

Inno e alzabandiera prima delle lezioni: perché la proposta di un esponente di Futuro Nazionale è pericolosa

(Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – Inno nazionale nelle scuole e alzabandiera. Quando ho letto questa proposta, avanzata da Giuseppe Giganti, referente del Comitato 227 di “Futuro Nazionale” (Vannacci), ho pensato fosse una fake news. L’immagine circolata sulla Rete riporta la foto di Giganti con il simbolo del partito del generale e la spiegazione dell’iniziativa: “L’inno nazionale per educare al rispetto e all’unità; l’alzabandiera per rafforzare il senso di appartenenza per formare cittadini consapevoli, orgogliosi e responsabili”.

Uno scherzo elaborato con l’AI? Una boutade estiva? Una provocazione? No! Giganti, che secondo i quotidiani locali potrebbe candidarsi per la carica di sindaco nella città siciliana, la pensa davvero così. Anzi. Una volta contattato conferma tutto: “E’ un mio sogno”. A dire il vero prima di lui ci aveva già pensato Giulio Tremonti a lanciare, dal palco di Rimini, l’idea dell’alzabandiera nella scuola. Una pratica che viene messa in atto in Turchia dove ogni mattina, prima dell’ingresso in classe, gli studenti si radunano nel cortile della scuola per l’alzabandiera e per cantare l’inno nazionale; cerimonia che si ripete anche il venerdì pomeriggio alla fine delle lezioni settimanali.

Anche in Cina i due “riti” sono obbligatori e avvengono generalmente ogni lunedì mattina: la cerimonia, altamente solenne, coinvolge l’intero corpo studentesco schierato nel cortile e viene ripetuta in occasione di festività patriottiche e all’inizio del nuovo anno scolastico. Dal 2022 anche in Russia è stata introdotta una legge che impone a tutte le scuole della Federazione di iniziare la settimana scolastica, ogni lunedì mattina, con il solenne alzabandiera e l’ascolto dell’inno nazionale. Stessa storia a Singapore e in Thailandia dove chi non è ancora arrivato o si trova nei corridoi deve fermarsi e mettersi sull’attenti fino alla fine della musica.

Sortite come quella di Giganti che possono apparire goliardiche in realtà danno la misura di quanto sia pericoloso il movimento di Vannacci perché riesce ad unire innumerevoli uomini e donne che propongono idee nostalgiche. L’alzabandiera quotidiano o periodico nelle scuole italiane, infatti, si faceva in modo sistematico durante il Ventennio fascista (anni Trenta), come parte del rito dell’adunata e della fascistizzazione della gioventù, una pratica poi caduta del tutto con la fine della seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica.

In un Paese dove il 9 maggio, festa dell’Europa, nessuno volge uno sguardo alla bandiera blu e dove pochi in classe fanno memoria di Aldo Moro, della strage del Vajont, di piazza Fontana, dell’eccidio di Marzabotto, il movimento “vannacciano” pensa all’inno e all’alzabandiera!


Vomero, Castel Sant’Elmo: il cedimento annunciato!


Capodanno: “Lustri d’incuria e rimpalli di responsabilità”

            Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori Collinari, che in passato è più volte intervenuto per denunciare le condizioni di degrado e abbandono del muro e del costone esterno, esprime forte sconcerto per quanto accaduto lo scorso fine settimana nell’area di San Martino, dove numerosi turisti si sono recati per visitare Castel Sant’Elmo trovandolo chiuso a seguito del cedimento di una porzione del muro perimetrale esterno della fortezza.

            ” Il crollo – afferma Capodanno – , fortunatamente, non ha coinvolto persone, ma ha danneggiato un generatore elettrico posto sotto la zona dove si è verificato l’evento dannoso, generando un blackout all’interno del monumento. Secondo le notizie riportate dalla stampa, l’area interessata non sarebbe di pertinenza dei polo autonomo “Musei nazionali del Vomero”, mentre il castello è stato temporaneamente chiuso per consentire le verifiche e gli interventi di messa in sicurezza e riaperto, dopo due giorni, stamattina “.

           ” Siamo di fronte all’ennesima brutta figura internazionale per Napoli – stigmatizza Capodanno – perché tanti visitatori, anche provenienti dall’estero, avevano programmato la visita a uno dei monumenti più importanti della città e si sono trovati davanti a un sito chiuso e a una situazione di evidente precarietà “.

            ” Peraltro – sottolinea Capodanno – il cedimento non può essere considerato un episodio del tutto imprevedibile. Da molti anni  sono visibili segnali di degrado e di rischio: un muro più a valle nei pressi del piazzale, dove si trovavano anche le apertura di alcuni esercizi commerciali,  risulta puntellato dal 2015, quindi da oltre dieci anni mentre i lavorii per la sua sistemazione iniziati oltre un anno fa procedono con esasperante lentezza con continui rinvii della data di ultimazione. Inoltre una parte del costone nei pressi del cancello d’ingresso è transennato da tempo, sempre per la caduta di alcune pietre. Si tratta di segnali chiari che avrebbero dovuto imporre una verifica preventiva, puntuale e approfondita dell’intero sistema costituito dal muro esterno e del costone “.

            ” Una situazione già segnalata in passato in più occasioni – aggiunge Capodanno -, senza che venissero adottati tempestivamente i provvedimenti del caso con le opportune verifiche e i conseguenti interventi “

           ” Non è accettabile – puntualizza Capodanno  – che si intervenga soltanto dopo il distacco di blocchi di tufo, pare determinato, ma gli accertamenti sono ancora in corso, dalla vegetazione selvatica cresciuta sulla sommità del tratto crollato, compromettendo la tenuta del costone. La prevenzione non consiste nel transennare un’area dopo che l’evento è già accaduto bensì  nel controllare periodicamente, progettare e intervenire prima che si verifichi un cedimento “.

            ” Con l’occasione – continua Capodanno –   si sottolinea ancora una volta un aspetto paradossale che emerge dalla vicenda, consistente la frammentazione delle competenze. Da una parte, secondo quanto riferito, il muro esterno,  i locali e il costone farebbero capo alla Regione Campania dall’altra, Castel Sant’Elmo rientra invece nei beni afferiti al neonato polo autonomo “Musei nazionali del Vomero”, che comprende anche la Certosa e il Museo di San Martino oltre alla Villa Floridiana con il Museo Duca di Martina. Un bene monumentale unitario, o comunque un’area strettamente interconnessa sotto il profilo della sicurezza, non può essere amministrato come se fosse composto da compartimenti stagni affidati a enti diversi “.

            ” Castel Sant’Elmo non è soltanto una fortezza  – conclude Capodanno – ma uno dei principali simboli paesaggistici, storici e culturali di Napoli. La sua sicurezza non può essere affidata all’emergenza, né la sua immagine internazionale può essere compromessa da ritardi, rimpalli di competenze e manutenzione carente se non del tutto assente. Chiediamo che questa vicenda rappresenti un punto di svolta: mai più interventi dopo il danno, mai più cantieri interminabili e mai più turisti attoniti oltre che arrabbiati lasciati fuori dai cancelli con il ticket già acquistato “.


Grande successo per Sentieri Mediterranei, l’evento che valorizza l’identità irpina


Si chiude con un bilancio positivo la rassegna Sentieri Mediterranei giunta alla 28esima edizione, che ha animato per tre serate, sotto le stelle il borgo di Summonte. Un’edizione caratterizzata dalla partecipazione di un pubblico attento e partecipativo che ha saputo apprezzare con entusiasmo crescente serata dopo serata, la qualità artistica, abbinata alle proposte culinarie degli chef, Irpinia Mood. L’evento si riconferma uno degli appuntamenti più attesi dell’estate irpina capace di unire contaminazioni, musica dal mondo e cultura del gusto.

Ivo Capone, sindaco di Summonte, ha commentato con soddisfazione l’esito della manifestazione: sottolineando  come quest’anno: “Sentieri Mediterranei”, ci ha dato l’occasione  di sperimentare un format nuovo che vede al centro dell’interesse una politica di marketing territoriale inclusiva di quei valori di cultura, tradizioni e ricerca antropologica, che sono alla base di una valorizzazione della identità irpina e quindi di un inserimento in circuiti turistici più ampi, quali possono essere quelli regionali ad interesse naturalistico, religioso e del buon vivere”.

L’appuntamento è ora alla prossima edizione, con l’obiettivo di proseguire un percorso fatto di qualità, partecipazione e grandi emozioni

Addetto stampa

Daniela Apuzza


Acqua potabile, Nuova Cusano: “Basta sprechi, servono interventi tempestivi sulle perdite della rete”


Cusano Mutri – I consiglieri comunali del gruppo di opposizione ‘Nuova Cusano’ — capogruppo Marino Di Muzio, Antonella Crocco, Marianna Cassella e Pasquale Maturo — hanno diffuso una nota pubblica, corredata da documentazione fotografica che rappresenta lo stato dei luoghi, per richiamare ancora una volta l’attenzione sull’annoso problema delle perdite di acqua potabile lungo la rete acquedottistica comunale.

Secondo i consiglieri, si tratta di una criticità che continua a persistere nonostante le precedenti segnalazioni già presentate e nonostante si tratti di situazioni ormai sotto gli occhi di tutti.

Alle perdite già presenti da mesi e più volte segnalate — in via Aldo Moro e sulla S.P. 276, di fronte al ristorante Mastrillo — si sono aggiunte, nei giorni scorsi, altre due perdite lungo la S.P. 76, in contrada San Giuseppe e contrada Triterno.

«Mentre i cittadini affrontano disagi per la mancanza d’acqua, migliaia di litri di acqua potabile continuano a disperdersi ogni giorno», si legge nella nota, che richiama l’attenzione sul valore di una risorsa pubblica da tutelare.

Il gruppo consiliare chiede quindi al Sindaco di attivarsi con urgenza per la riparazione delle perdite, con l’obiettivo di ridurre gli sprechi e limitare le dispersioni lungo la rete acquedottistica comunale.

Il messaggio conclusivo è un appello rivolto all’intera comunità: «L’acqua è un bene di tutti. Tuteliamola insieme»


Conte, Di Battista e la partita per l’alternativa


(Giulio Di Donato – lafionda.org) – Si può giudicare positivamente il recente posizionamento di Giuseppe Conte sui temi di politica estera e il suo tentativo di sottrarsi a un impianto di matrice liberal-progressista, la cui progressiva affermazione nella sinistra politica si è accompagnata al crescente allontanamento di quest’ultima dai vecchi e nuovi ceti popolari. Tanto più interessante sarebbe il tentativo di Conte se l’obiettivo fosse quello di favorire un rimescolamento e contribuire alla costruzione di una nuova aggregazione politica, modificando cultura politica, priorità e referenti sociali nell’area che si definisce progressista. Conducendo una vera sfida per l’egemonia di quel campo: per rimettere al centro l’opposizione alle politiche di riarmo e la complementarità tra diritti di libertà, diritti sociali e legami comunitari, nel quadro di un nuovo umanesimo ostile alla subcultura dello scarto e del pulviscolo atomistico.

Un simile processo andrebbe certamente guardato con favore, se condotto con coraggio, profondità di pensiero e serietà. Il problema, tuttavia, guardando alla contingenza, resta la configurazione che finirà per assumere il cosiddetto campo largo. Il piano del leader del M5S sembra abbastanza chiaro: arrivare alle primarie e provare a vincerle (speriamo non per una mera ambizione di leadership, ma per la volontà di imprimere una linea politica diversa all’intera coalizione). Ma è tutt’altro che scontato che ciò possa accadere. Anzi, la sua realizzazione appare piuttosto complicata. E qui emerge un paradosso: tanto la vittoria di Conte quanto, per ragioni diverse, una sua eventuale sconfitta alle primarie potrebbero mettere in discussione la tenuta del campo largo così com’è.

Nel frattempo, si può avanzare un sospetto. E cioè che tra le tre principali forze del “campo largo” (PD, AVS e M5S) esista una sorta di tacito patto: alimentare una dialettica, anche aspra e magari artatamente enfatizzata, che consenta a ciascuno di marcare le proprie differenze, senza però sciogliere fino in fondo le ambiguità sui nodi politici fondamentali. Una conflittualità controllata e in parte strumentale, insomma, che permette di tenere insieme la coalizione e, contemporaneamente, di presidiare i rispettivi spazi elettorali.

Il tutto potrebbe avere anche un altro effetto: dissuadere o ritardare, fino a renderla nei fatti impraticabile, un’eventuale discesa in campo di Alessandro Di Battista. Quest’ultimo, però, sbaglierebbe a condizionare una simile scelta alla configurazione definitiva che assumerà il campo largo.

La domanda, infatti, è molto semplice: se alla fine, anziché un campo largo a trazione Conte, coerente con le posizioni da lui recentemente espresse, ci ritrovassimo, come invece appare più probabile, con un campo largo capeggiato, che so, per fare un esempio, da Salis, la sindaca di Genova, e dunque attestato su una piattaforma programmatica decisamente più arretrata proprio sui temi fondamentali, a cominciare dalla politica estera, dalla politica economica e dai rapporti con l’Unione europea, che si fa? Ci si morde le mani per non averci provato nemmeno stavolta?

Se Di Battista intende trasformare la sua presenza pubblica in una nuova iniziativa politica, da solo o, più convenientemente, insieme a poche altre figure e realtà di spessore, dovrebbe cominciare fin d’ora a gettare le basi di una proposta critica autonoma, pur dovendo ovviamente misurarsi con le opportunità e i vincoli derivanti dalla nuova legge elettorale, ormai prossima alla sua definizione. Un’operazione, sia chiaro, tutt’altro che semplice. Oggi, infatti, un movimento politico di rottura tende, in questa fase dominata da sentimenti di sfiducia, smarrimento e risentimento, ad assumere una connotazione più marcatamente di destra, come come dimostra il successo di Futuro Nazionale del generale Vannacci. La sfida sarebbe dunque quella di costruire una proposta altrettanto radicale nella critica dell’esistente, ma orientata in una direzione diversa.

La dimensione dell’«anti» resta essenziale, ma, a differenza di quanto accade nelle destre populiste, va messa in rapporto con un’idea di progresso materiale e spirituale diffuso, con un’idea cioè di riscatto “nazionale-popolare” progressiva e di ampio respiro, capace di mobilitare assieme sedimentazioni di senso, istanze critiche e promesse di futuro.

Decisiva sarebbe poi la scelta delle candidature: di grande qualità, innanzitutto per serietà, affidabilità e autorevolezza. E questo dovrebbe costituire uno degli elementi distintivi della proposta imperniata sulla figura di Di Battista: pochi nomi, se necessario, ma credibili e riconoscibili.

Tornando a Conte, la nascita di una proposta autonoma attorno a Di Battista non dovrebbe, peraltro, essere pensata in contrapposizione al tentativo di cui si è scritto all’inizio, sempre che questo si rivelasse destinato a consolidarsi e non fosse meramente estemporaneo o ingannevole. Potrebbero essere, almeno potenzialmente, due movimenti distinti ma comunicanti. Da una parte, Conte potrebbe provare a egemonizzare dall’interno il campo neoprogressista; dall’altra, una nuova forza potrebbe organizzare quella domanda di cambiamento e di rottura che difficilmente troverebbe piena espressione all’interno dell’attuale bipolarismo dell’alternanza senza alternativa.

L’autonomia avrebbe senso precisamente per questo: non per innalzare un muro, ma per rendere possibile un’interazione tra posizioni in parte diverse e tuttavia complementari, perché il pungolo popular-populista dell’uno può contrastare la tendenza ai facili accomodamenti, mentre il realismo critico dell’altro può correggere le tentazioni del velleitarismo parolaio, privo di senso della complessità e problematicità del reale. Competere quando necessario, convergere sulle battaglie comuni, esercitare reciprocamente una pressione positiva e verificare sul terreno concreto le possibilità di un percorso ulteriore, anche di futura ricomposizione.

Ragionando in astratto, e dunque su un’ipotesi che, come si è detto, appare tutt’altro che facile da realizzare, si potrebbe persino azzardare uno scenario ulteriore. Se dalle primarie emergesse un centrosinistra guidato da Conte sulla base delle posizioni prima richiamate, con una sostanziale sterilizzazione del peso di Renzi e dei cosiddetti riformisti del PD e un contestuale ridimensionamento, se non superamento, di quei tratti di suprematismo, fanatismo, elitarismo e schematismo ideologico (in assenza di ideologia) che hanno contrassegnato la storia recente della sinistra italiana; se, soprattutto, si avvertisse la possibilità di aprire e alimentare al suo interno una dialettica reale, senza che differenze e contraddizioni venissero subito ricondotte entro un perimetro prestabilito e le voci dissonanti immediatamente tacitate, delegittimate o squalificate, allora anche per Di Battista e per altri con lui o come lui si aprirebbe un ventaglio più ampio di possibilità.

In quel caso – ma i «se» sono davvero troppi perché se ne possa oggi parlare se non in termini puramente ipotetici – potrebbe essere presa in considerazione l’ipotesi di una coalizione o, forse ancora più significativamente, di un nuovo percorso comune con il Movimento 5 Stelle, nel quale Di Battista tornasse a rappresentarne e animarne l’anima più movimentista e barricadera. Un simile assetto potrebbe restituire ai 5 Stelle una capacità di attrazione oggi almeno in parte perduta, consentendo loro di tornare a intercettare un elettorato popolare da tempo in uscita e di raggiungere percentuali certamente lontane dai picchi del passato, ma forse non così distanti come oggi si potrebbe pensare.

Rispetto a quanto si è detto sulla contingenza, molto, naturalmente, dipenderà anche dalla legge elettorale con cui si andrà al voto. L’eventuale indicazione preventiva del candidato premier, ad esempio, potrebbe creare non poche difficoltà proprio al campo largo. L’esperienza insegna che il Movimento 5 Stelle tende a perdere consenso quando è chiamato a sostenere candidati che il suo elettorato non percepisce come propri; e la tenuta elettorale dello stesso M5S all’interno di una coalizione comprendente forze e personalità molto distanti dalla sua storia (Renzi su tutti) non può affatto essere data per scontata.

Se poi la nuova legge elettorale prevedesse un premio di maggioranza intorno al 42 per cento, bisognerebbe chiedersi quanto sia realistico che una delle due coalizioni principali riesca effettivamente a raggiungere quella soglia. Il centrodestra potrebbe subire l’erosione della nuova offerta politica autonoma di Vannacci; dall’altra parte, il campo largo dovrebbe riuscire nella non facile impresa di tenere insieme forze piuttosto eterogenee e di unificarle attorno a parole d’ordine condivise e mobilitanti, senza alcuna certezza, peraltro, sulla capacità del M5S di conservare intatto il proprio consenso all’interno di una simile alleanza, soprattutto se capitanata da altri.

A quel punto, lo scenario di un Parlamento senza una maggioranza precostituita diventerebbe tutt’altro che remoto. E proprio la prospettiva del pareggio finirebbe per spuntare una delle armi più efficaci utilizzate contro le formazioni esterne ai due poli: il ricatto del “voto utile”. Se nessuna coalizione fosse nelle condizioni di conquistare autonomamente il premio e la partita decisiva dovesse giocarsi dopo le elezioni, potrebbe diventare politicamente “utile” anche il voto a una formazione autonoma, come quella che potrebbe costruire Di Battista insieme ad altre personalità e realtà sociali e politiche.

Perché, a quel punto, la vera partita potrebbe cominciare proprio dopo il voto. Una presenza parlamentare autonoma avrebbe la possibilità non soltanto di incidere sugli equilibri della legislatura, ma anche – per chi ritiene che la sfida sia ricostruire l’attuale opposizione su basi diverse, soprattutto sul piano della cultura politica – di contribuire a uno scompaginamento e a una possibile ricomposizione dell’attuale centrosinistra, mettendone in discussione assetti, orientamenti politico-culturali e linee di frattura. Non con l’obiettivo di costruire l’ennesimo piccolo recinto identitario, incline al settarismo protestatario, ma di esercitare una forza di pressione verso tutto ciò che, dentro e attorno a quell’area, mostra segnali di movimento nella direzione auspicata.

Naturalmente, l’interlocuzione con i 5 Stelle di Conte rappresenterebbe lo sbocco privilegiato, soprattutto con le loro espressioni meno allineate e nella misura in cui proseguissero e approfondissero il percorso intrapreso nelle ultime settimane. Nel fare questo, si dovrebbe guardare alla cosiddetta maggioranza “populista” emersa nella stagione del Conte I come a un modello da cui trarre indicazioni, piuttosto che come a un trauma da rimuovere. L’obiettivo dovrebbe essere quello di riarticolare il quadro politico, ricentrando la dialettica sulle contraddizioni fondamentali – primato del vincolo interno nazionale-popolare e costituzionale vs assolutizzazione del vincolo esterno europeo e atlantista – anziché lasciare che si consumi attorno a questioni che, seppure importanti, vengono spesso agitate strumentalmente e declinate in maniera unilaterale, distorta e fanatica.

Se Conte decidesse realmente di contendere l’egemonia del campo socialista e democratico muovendo da questi presupposti, il suo tentativo andrebbe, per quanto possibile, incoraggiato e stimolato. Una nuova forza dovrebbe avere abbastanza autonomia da non essere subalterna alla logica delle appartenenze fittizie e abbastanza intelligenza politica da riconoscere e sostenere ogni movimento positivo che si producesse.

Insomma, se Giuseppe Conte, in positiva dialettica con altri, provasse davvero a spostare ed egemonizzare il campo progressista su posizioni critiche verso il paradigma liberal-globalista e tecnocratico, nella sua attuale declinazione emergenzialista/bellicista e antipopolare, non vi sarebbe alcuna ragione per ostacolarlo: vi sarebbe, semmai, tutto l’interesse a interagire con quel processo, cercando di spingerlo più avanti.

Ma la dialettica dovrebbe essere più larga: il mondo giornalistico che ruota attorno al Fatto Quotidiano, personalità autorevoli e indipendenti del mondo della cultura, anche di estrazione molto diversa (da Carlo Galli a Pietrangelo Buttafuoco, per fare solo due esempi), ampi settori del mondo cattolico e certamente anche quelle componenti della sinistra politica e sindacale che stanno mostrando segnali incoraggianti di movimento e ripensamento.

Una nuova forza potrebbe dunque proporsi come elemento di movimento dentro uno spazio politico più vasto: autonoma, ma non autarchica; disponibile al confronto e alle convergenze, in maniera duttile e creativa, senza subordinarsi preventivamente a un’alleanza coatta. La sua utilità consisterebbe anche nel costringere le altre forze a misurarsi con questioni che l’attuale bipolarismo tende a neutralizzare e, laddove se ne creassero le condizioni, nel favorire aggregazioni nuove e persino trasversali agli schieramenti oggi esistenti.

L’obiettivo più ambizioso non sarebbe infatti semplicemente aggiungere un nuovo soggetto alla frammentazione esistente. Sarebbe mettere in movimento forze oggi separate e creare nel tempo le condizioni per qualcosa di più grande: una nuova forza di massa socialista, democratica e popolare.

Una pattuglia parlamentare autonoma e ben riconoscibile, anche perché dotata di una cultura politica solida e di categorie interpretative proprie e non subalterne, potrebbe insomma agire con intelligenza e incisività: pochi parlamentari, se ben attrezzati e avveduti, possono infatti diventare un punto di riferimento molto più largo della propria consistenza numerica.

Essere piccoli, insomma, non significa essere minoritari nella vocazione, né accontentarsi di una funzione meramente testimoniale e di disturbo. Si può partire da una rappresentanza limitata mantenendo un’ambizione maggioritaria, purché si abbia la pazienza di costruire e l’intelligenza di trasformare anche pochi seggi in strumenti di iniziativa politica, culturale e parlamentare, contribuendo a rompere equilibri cristallizzati e a favorire una diversa articolazione del quadro politico.

Una nuova forza difficilmente nascerà maggioritaria. Ma, in una fase politica strutturalmente fluida, una minoranza capace di iniziativa può diventare un elemento di dinamizzazione e persino di ricomposizione di un campo assai più vasto.

Il punto, dunque, non dovrebbe essere attendere di capire che cosa diventerà il campo largo per decidere se muoversi. È vero semmai il contrario: la presenza di una forza politicamente e culturalmente autonoma potrebbe contribuire essa stessa a modificarne gli equilibri e, domani, persino i confini, impedendo che l’alternativa venga ancora una volta racchiusa entro un perimetro politico angusto e già dato. Un’alternanza senza alternativa, cioè.

E anche qualora, dopo il voto, una simile operazione non risultasse decisiva ai fini della formazione di una maggioranza, risponderebbe almeno a un’esigenza fondamentale: quella della rappresentanza. Un’esigenza che, in una democrazia parlamentare, dovrebbe venire prima della pretesa di sacrificare ogni necessità di identificazione e partecipazione collettiva sull’altare della governabilità.

Rappresentare politicamente un pezzo di società che oggi non si riconosce nei due schieramenti significherebbe già modificare i rapporti di forza e restituire voce a quella parte del Paese che ha reagito all’impoverimento dell’offerta politica rifugiandosi nell’astensione o disperdendo il proprio consenso tra esperienze episodiche. Non si tratta soltanto di conquistare qualche seggio, ma di riaprire uno spazio di partecipazione e mobilitazione, provando così, anche solo in piccola parte, a rianimare e rivitalizzare la nostra malmessa democrazia costituzionale.

Uno spazio dal quale incalzare le maggioranze di governo e le minoranze di opposizione sui temi che contano, contro il “sistema della guerra” e i nuovi tentativi di mobilitazione passiva, riportando al centro tre parole d’ordine attorno alle quali è doveroso ricostruire un’alternativa: pace, sovranità democratica e giustizia sociale.


Ogni giorno Vannacci si sveglia e sa che dovrà spararla più grossa per farsi notare


(Adnkronos) – Nella seconda parte della Base Ideologica e Programmatica di Futuro nazionale per Vannacci, online da oggi sul sito del partito dell’ex generale della Folgore, nella parte dedicata a demografia, famiglia, vita e identità, viene specificato che l’aborto “non è un diritto” e dunque si deve dare “priorità all’applicazione degli strumenti di prevenzione e sostegno previsti dalla legge 194, presenza delle associazioni pro-vita nei consultori, informazione sul battito fetale, sostegno economico alle gravidanze difficili e sviluppo dell’adozione prenatale con la ‘culla vuota’ negli ospedali”.

A tal proposito, nel programma si riconosce il concepito “come soggetto titolare di interessi giuridicamente tutelati”, si danno le “aggravanti per reati contro donne incinte che causino la perdita del nascituro e riconoscimento del bambino già durante la gravidanza ai fini di bonus e agevolazioni (borse di studio, case popolari ecc.), si vorrebbe istituire il ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità, della Giornata nazionale della Vita nascente il 25 marzo e di un Piano nazionale per la Vita nascente e la Prevenzione dell’Aborto.

Per quanto riguarda la ‘culla per la vita’ Futuro nazionale vorrebbe che in ogni ospedale con reparto maternità ci fosse l’obbligo, così come si dovrebbe dare “sostegno alle case rifugio per donne incinte vulnerabili” e vietare la somministrazione della Ru-486 in regime ambulatoriale o domiciliare”.

Vannacci svela nuove proposte, ‘stop a contenuti gender e omosessuali in tv’ 

(ANSA) – ROMA, 24 AGO – Una fascia protetta in tv lunga quasi tutta la giornata, dalle 6 alle 23, per tenere lontani dai bambini contenuti definiti “genderisti” e “omosessualisti”. Il cambio di sesso dei minori trasformato in “reato universale”. E un muro contro le direttive europee considerate espressione dell’agenda Lgbt, anche a costo di andare allo scontro con le Corti internazionali.

È la stretta sui temi Lgbt disegnata nelle nuove proposte del programma di Futuro Nazionale. Il primo fronte del partito di Roberto Vannacci è la televisione. La proposta è vietare programmi, scene e spot con contenuti definiti “genderisti/omosessualisti” quando possano essere visti dai minori. Il risultato sarebbe una fascia protetta dalle 6 del mattino alle 23, accompagnata da un sistema di sanzioni che, nei casi previsti, potrebbe arrivare fino alla sospensione della licenza.

Ancora più dura la linea sulla transizione di genere dei minorenni. Futuro Nazionale vuole vietare interventi chirurgici di riassegnazione, ormoni cross-sex e bloccanti della pubertà anche quando ci sia il consenso dei genitori. Non solo: queste pratiche dovrebbero diventare un “reato universale”, perseguibile in Italia anche se effettuato all’estero.

Per gli adulti resterebbe invece la possibilità di ricorrere agli interventi, ma non a carico del servizio sanitario pubblico. Il terzo muro Vannacci vuole alzarlo a Bruxelles. Il programma chiede di respingere le direttive europee e internazionali considerate finalizzate alla promozione dell”ideologia woke’ e dell”agenda Lgbt’. Una linea da mantenere anche davanti alle decisioni delle Corti e degli organismi internazionali: su questi principi, è la posizione espressa nel documento, non può esserci “sudditanza”.

Vannacci, ‘via le unioni civili e deroga al Patto Ue per la natalità’

(ANSA) – ROMA, 24 AGO – Via le unioni civili, il matrimonio come unico istituto di coppia e adozioni solo per famiglie con padre e madre. E, per provare a invertire la crisi delle nascite, una deroga al Patto di Stabilità europeo che permetta di spendere sulla natalità mettendola davanti al Green deal e al riarmo. È la ricetta di Roberto Vannacci, che nel nuovo capitolo del programma di Futuro Nazionale indica nella “crisi demografica” la “principale emergenza nazionale”.

“Il matrimonio rimane l’unico istituto di coppia, perché solo la procreazione ha rilievo pubblico”, afferma Vannacci. Il programma propone quindi l’abrogazione delle unioni civili e indica nella famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna il modello da sostenere con politiche fiscali e abitative, asili nido e congedi. I diritti oggi collegati alle unioni civili, dall’assistenza in ospedale all’eredità, diventerebbero diritti individuali attribuibili alla persona scelta dal cittadino, senza, si legge, “elevare il rapporto sessuale a criterio di concessione dei diritti”.

Stretta anche sulle adozioni: quella ordinaria sarebbe riservata alle famiglie con padre e madre, escludendo coppie omosessuali e i single, salvo per questi ultimi casi particolari legati a un rapporto già esistente con il bambino. Il generale mette poi sul tavolo un “vero quoziente familiare”, esenzioni fiscali progressive per chi ha figli, un ‘reddito di rinascita’ per le madri e il ‘mutuo tricolore’, con interessi azzerati al terzo figlio.

Per le famiglie numerose dei dipendenti pubblici arriverebbero anche le ‘quote azzurre’, per facilitarne i trasferimenti. La sfida passa anche da Bruxelles. FnV propone di chiedere una “deroga strutturale al Patto di stabilità” per le spese destinate alla “riattivazione demografica”, indicata come prioritaria rispetto a Green deal e ReArm Eu. Sul fine vita, infine, FnV ribadisce la difesa della vita “dal concepimento alla morte naturale” e il no a eutanasia e omicidio del consenziente.

Vannacci, ‘educazione militare a scuola e soldati contro il degrado in città’

(ANSA) – ROMA, 24 AGO – L’educazione militare entra a scuola e l’Esercito viene dispiegato nelle zone più degradate delle città, con nuovi poteri per intervenire. Sono alcune delle proposte contenute nel nuovo capitolo del programma di Futuro Nazionale, il partito guidato dal generale Roberto Vannacci, che punta ad allargare il ruolo delle Forze armate sul territorio e rivendica la sovranità dell’Italia nelle scelte sulla Difesa, ribadendo il no all’obiettivo Nato del 5% del Pil e al programma europeo Safe.

Nelle scuole superiori, FnV punta a introdurre moduli di “educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale”, per far conoscere ai ragazzi il ruolo delle Forze armate e attirare verso la carriera militare “i migliori giovani con i caratteri adeguati”. Prevista anche la partecipazione volontaria a campi e attività esterne di “formazione per educazione militare con valenza civica”.

L’altro fronte sono le città: i militari potrebbero essere impiegati, insieme alle forze di polizia, nelle aree con “elevati livelli di criminalità e degrado”, oltre che a difesa di infrastrutture strategiche e luoghi sensibili. L’obiettivo è riaffermare “presenza, controllo e legalità” dello Stato. FnV “rigetta con fermezza” l’obiettivo di portare la spesa militare al 5% del Pil e sostiene che né la Nato né altre organizzazioni sovranazionali debbano decidere quanto l’Italia deve spendere per la difesa.

Le risorse, afferma, devono rispondere alle “reali necessità strategiche italiane” senza sacrificare altre priorità. Ferma contrarietà anche a Safe, lo strumento europeo di prestiti per la difesa, considerato nuovo debito legato alle priorità di Bruxelles. Sui confini, torna in campo la Marina: il programma propone di rafforzare la sorveglianza nel Mediterraneo con “pattugliamenti e interdizioni mirate” contro l’immigrazione illegale, nel rispetto del diritto internazionale.


Il D-day, l’Iran e il marciume occidentale


(Tommaso Merlo) – Avendo perso militarmente, gli americani passano ad affamare gli iraniani. Altra specialità imperiale, la punizione collettiva. Lo chiamano D-Day economico con D che però sta per il Demente che lo propone e cioè Trump. L’invasione di terra è rinviata per carenza di carne da macello, i bombardamenti per carenza di bombe e non gli restava che rispolverare un’altra chicca del repertorio, il dollaro come arma di distruzione di massa. La Cina ha già alzato il dito medio ed essendo il primo partner commerciale dell’Iran, è un inizio niente male per il D. Già, il modo con cui la Cina ragiona ed agisce dona speranza che tramontato il marciume occidentale possa tornare il sereno. Dall’Iran ha invece già riposto al D-day l’uomo forte Mohsen Rezaei che ha un Dottorato in Economia e parlando con degli analfabeti come Trump e il suo ministro balbuziente, è stato lapidario. Che vadano a farti fottere entrambi e chi parteciperà al boicottaggio verrà considerato un nemico a partire dagli sceicchi del Golfo che rischiano di tornare all’età della sabbia. Una reazione dura ma che va capita. Hanno vinto la guerra e Trump pretende la loro resa. Quel D dice che lo Stretto è aperto e poi lancia un D-Day per costringere l’Iran a riaprirlo. Un manicomio anche se c’è poco da ridere. L’Iran è perseguitato economicamente dagli Stati Uniti da mezzo secolo e pare che abbia previsto anche questa mossa. Ha acqua potabile e produce cibo a sufficienza e Rezaei fa sapere che stanno già passando ad una economia di guerra. Cuba docet, è sotto embargo da 65 anni perché anch’essa colpevole di pensarla diversamente e di non volersi inginocchiare all’impero, e figuriamoci se certi mezzucci funzionano con un paese come l’Iran immensamente più vasto nonché la quinta riserva energetica del mondo. Anche la Russia ha spernacchiato il Demente-Day e fatto sapere che anche attraverso il Mar Caspio continuerà a cooperare col suo alleato iraniano con cui combatte su fronti diversi lo stesso nemico a stelle e strisce. In questi giorni è venuto fuori anche un tentativo di corruzione della cricca di Trump, miliardi offerti ad un generale dell’esercito iraniano per tradire la Repubblica Islamica ma qui pare abbiano ricevuto come risposta delle sane risate in faccia. Corrompere governanti, aggredire illegalmente a suon di bombe, fomentare rivolte intestine ma anche sanzioni ed embarghi sono i mezzucci con cui l’impero americano ha infestato il mondo di odio e dolore al misero scopo di arricchirsi sempre più e sfogare la sua brama di potere. Il tutto infinocchiando le masse di teleconsumatori con panzane come l’esportazione della democrazia a suon di missili, la lotta al terrorismo facendolo e la pace sterminando. Il marciume occidentale è responsabile di milioni di morti dal dopoguerra ad oggi, sembrava inarrestabile ed invece stiamo assistendo al clamoroso e contemporaneo crollo sia militare che economico. Oramai anche a Washington ammettono la sconfitta strategica con l’Iran e molti analisti si aspettano una crisi tipo 1929. Un disastro economico e militare che ha però ragioni politiche, un modello delirante che prevede il predominio dell’economia sulla politica e quindi del mercato sullo stato e quindi dell’interesse privato su quello pubblico e quindi delle lobby sulle istituzioni e quindi dei soldi sui cittadini. Un egocaptalismo con bande di oligarchi che si sono comprati tutto, anche la politica e quindi la democrazia e con essa il futuro di milioni persone ridotte a consumatori anche di se stesse. Egoismo personale che si fa sociale che si fa politico con masse spronate a sudare nella giungla di mercato per accumulare soldi, potere, fama e lussi in vista di un benessere in realtà totalmente falso. Ed è Trump ad insegnarlo al mondo intero, quel D è arrivato in cima alla vetta capitalista, ha ottenendo tutto. Miliardi, notorietà globale e perfino la poltrona più potente del mondo eppure è visibilmente un uomo non solo malvagio ma tutt’altro che felice. Un uomo che ha speso la vita a sgomitare e fregare il prossimo per inseguire miraggi materiali sempre più prestigiosi per poi alla fine ritrovarsi alla sua età a trascinarsi miseramente da una messa in scena all’altra a dire bugie come un ragazzino circondato da ipocrisia e disprezzo. Un uomo sempre arrabbiato e teso che vive perseguitato da nemici più o meno immaginari ma anche dalla verità su chi è davvero, un uomo costretto a lodarsi da solo circondato da leccapiedi che si bevono le sue fregnacce finché gli conviene. Un uomo incapace di stare solo ed in pace anche solo per un istante perché in fuga permanente da se stesso e da scheletri e vuoto profondo. Egoismo personale che diventa sociale che diventa politico che diventa il marciume occidentale che ha infestato il mondo di odio e di dolore. Ma eccoci qui, all’ennesimo D-day. Un manicomio anche se c’è poco da ridere. Menomale che il modo in cui la Cina ragiona ed agisce dona speranza che possa tornare il sereno.