Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Meglio la Danimarca della Spagna. E poi bon courage, cara Elly


Prodi alla ricerca di una Meloni, per guidare la coalizione. Schlein che gli oppone un rilancio del socialismo duro e puro (più Sánchez, niente Frederiksen). Tassare i ricchi e sfasciare l’economia in nome dell’eguaglianza? Bisognerà fare i conti col Pd e con tutto il resto

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Magari mi sbaglio, ma invece di andare in Spagna, dove altro che pareggio, un governo di minoranza agisce tra gli scandali, le batoste elettorali e una politica estera e di difesa da piccola nazione protestataria e periferica in Europa e in occidente, Schlein dovrebbe andare in Danimarca. Lì una socialdemocratica, come direbbe compiaciuto Michele Serra, armata di un’indipendenza a prova di bomba da Trump, europeista sul serio in tema di Ucraina e difesa dell’Europa, tosta sulla Groenlandia, con una maggioranza risicata, no pareggio, ha ricostituito un governo di centro sinistra senza troppe ubbie su sicurezza interna e immigrazione, dal vasto e ambizioso programma di welfare, comprese le cure dentali a tutti gratis. I danesi tra gli scandinavi sono considerati quelli dello humour, della joie de vivre, molto gomito alzato, molte feste, i più agitati e inquieti ma per questo più simili ai fratelli del sud continentale. 

Il vecchio e caro Prodi è alla ricerca addirittura di una Meloni, per sostituire l’implausibile leadership di Elly Schlein, e con questo si dà un po’ la zappa sui piedi e si fa la fama del disruptor, quello che rompe i cocci, altro che rottamatore. Girasse la voce che cercano una Meloni, dalle parti del Pd, altro che pareggio, saremmo alla frutta.

Mette Frederiksen dimostra invece che c’è del buono in Danimarca, con un governo di undici donne e dieci uomini, multiculturale ma intollerante su delinquenza e flussi indebiti di immigrazione illegale, socialdemocratico con maggioranza stretta, un paio di mesi di trattative su programma e organigramma, ma non fondata come quella degli almodovariani di Spagna sul voto determinante di secessionisti latitanti a Bruxelles. Socialisti sull’orlo di una crisi di nervi. Però il punto è proprio qui, anche per Schlein. Prodi è un antico ministro di Andreotti che ha operato una gigantesca operazione storica di riciclaggio a sinistra, con un certo successo contro Berlusconi e in Europa, è un elder statesman meno compromesso con la pensione di un sulfureo D’Alema, ha diritto di cercare un nuovo capo della coalizione dove gli pare e piace, anche da Meloni. Il suo è da sempre un progetto democratico corretto a sinistra ma non un progetto socialista. Elly gli può opporre solo un rilancio del socialismo duro e puro, nella versione trendy del new socialism, altro che socialdemocrazia, una specie di asse Mamdani-Sánchez-Sanders, una roba da salone letterario o da festival della mente, con qualche traccia di successo d’opinione e elettorale in America, con un programma rigoroso, da cui la invisa patrimoniale (perché mai così invisa? boh). Tassare i ricchi e magari sfasciare l’economia che c’è in nome di quella che ci dovrebbe essere, e dell’eguaglianza, il mito traente delle vere sinistre. Questo si capirebbe. Ma altro che Pina Picierno, già in sé un problemino non facile, bisognerebbe fare i conti con la fonte originaria del Pd, partito revisionista che nasce come tenda maggioritaria per un progetto di coalizione di tipico stampo socialdemocratico e riformista, e anche liberaldemocratico.

Sono cose che si possono fare, ma bisogna dichiararle con un poco di anticipo, devono essere corredate da una linea di proposte istituzionali che investa interessi e preoccupazioni di una maggioranza di italiani, da una politica estera chiara, possibilmente non fondata sulla bandiera antisemita del genocidio che cancella Auschwitz, non basta intingere il biscotto nel cappuccino intellettuale di una specie di lotta di classe aggiornata. Bon courage, cara Elly.


La guerra porta male


(di Marcello Veneziani) – La guerra porta male, soprattutto a chi la scatena. La guerra porta male non è una banalissima petizione di principio, ad alto valore morale ma a bassa incidenza reale, come dire che è un evento funesto, sparge vittime e dunque nuoce all’umanità. La guerra porta male non è nemmeno un mantra superstizioso, nel senso che porta iella, come vuole il nesso tra iattura e iettatura. La guerra porta male è oggi una precisa considerazione nata dall’osservazione della realtà e degli ultimi conflitti ancora aperti, a Est, in Medio Oriente, e un po’ ovunque. La novità non è assoluta perché ci sono molti precedenti storici che lo insegnano, ma è comunque un esito finora non valutato nei conflitti in corso: la guerra porta male soprattutto alle potenze, ai soggetti più forti che s’imbarcano nel conflitto. Prendete gli Stati Uniti e la Russia, e poi Israele e perfino l’Europa e vi accorgete di una cosa: indipendentemente se ciascuno avesse ragione o torto, se la loro guerra avesse motivazioni migliori rispetto ai paesi con cui sono entrati in conflitto, ma la situazione attuale è la seguente: la Russia di Putin ha avuto finora più danni che vantaggi dal conflitto in Ucraina, ha raccolto più vittime che territori, ha suscitato più inimicizie nel mondo e più conseguenze letali alla propria economia che riconoscimenti di ruolo e di status mondiale.

Non ho mai pensato che quella russa fosse un’aggressione immotivata e a freddo nei confronti dell’Ucraina, ho anzi da subito riconosciuto che c’erano torti e ragioni pregresse e non considerate, da parte dell’Ucraina e dell’Occidente, ferite storiche precedenti e serie minacce future che hanno spinto la Russia a invadere l’Ucraina. Però, indipendentemente dalle cause e dalle ragioni che hanno spinto Putin all’impresa, resta oggettivo che la Russia da questo conflitto ci sta solo perdendo, o quantomeno quel che guadagna non vale quel che perde, sacrifica o mette in gioco. Probabilmente Putin ha perso il kairos, il momento propizio in cui accettare la pace: fu subito dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, quando era relativamente vincente in Ucraina e aveva una sponda occidentale a lui non ostile. Avrebbe potuto negoziare la pace in una condizione di forza; ma ha voluto spingersi ancora più avanti, ottenere di più e si è incartato. Ora la situazione è stata rimessa su un piano di parità o comunque di minore squilibrio in suo favore. E con un maggiore isolamento internazionale e una maggiore debolezza e dipendenza anche nei confronti della Cina.

Ma nello stesso impasse è Trump con la sua guerra all’Iran, che è stata obiettivamente un errore. Anche in questo caso lascio da parte le motivazioni addotte, reali o fittizie, o le ragioni inconfessate che ne stavano sotto, le pressioni e i ricatti subiti da Trump. Mi limito a considerare con assoluto realismo gli effetti. Non ha piegato l’Iran, non ha risolto la situazione in poco tempo, il favore fatto a Israele si è ritorto contro di lui, al punto che si profila l’ipotesi che Trump voglia scaricare sulla follia aggressiva di Netanyahu la responsabilità del conflitto o quantomeno del suo perdurare e allargarsi al Libano. Ma quella situazione lo sta logorando, indebolisce gli Usa, li espone sul piano internazionale, li isola anche dal resto dell’Occidente e mette in grave difficoltà interna l’Amministrazione Trump. Ha creato una crisi, soprattutto energetica, a livello internazionale.

Tutti gli atteggiamenti aggressivi, minacciosi, “imperialistici” di Trump che aveva vinto le elezioni proprio perché si mostrava al contrario propenso a non caricare sugli Stati Uniti ll compito di gendarme del mondo e interventista “umanitario” su tutti i fronti, stanno indebolendo la sua leadership e isolandola dal resto del mondo.

Anche Israele che appariva come “l’utilizzatore finale” di questo scenario di guerra in Medio Oriente, rischia di ritrovarsi ancora più isolato e odiato nel mondo per il suo bellicismo permanente, le sopraffazioni dei suoi coloni, le sue violazioni di ogni tregua e ogni negoziato, la pretesa di Netanyau di mantenere il potere e l’impunità internazionale mantenendo in tensione permanente tutta l’area circostante e di riflesso tutto il mondo. Insieme agli Usa rischiano di innescare e moltiplicare la minaccia di terrorismo islamico in Occidente.

E per finire anche l’Europa che si sta svenando per sostenere Zelenskij e per riarmarsi in funzione antirussa, leggendo con rovinoso masochismo il conflitto russo-ucraino come una guerra di Putin contro l’Unione Europea, si trova oggi in grande difficoltà, non riesce a uscire da questo pantano, e recita un ruolo grottesco e improprio, per un soggetto internazionale che vantava come suo primo, e forse unico merito, i suoi ottant’anni di pace interna, che rischiano di essere lacerati da questi scenari di guerra e da questa sconsiderata corsa alle armi. E la rottura russo-tedesca, unita al riarmo tedesco, è un segnale inquietante per l’Europa e per il mondo.

Quali sono, invece, le potenze che oggi hanno acquisito maggiore forza e credibilità internazionale? Proprio quelle che si sono tenute lontane dalla guerra, almeno finora. Nonostante il loro impianto di autocrazie se non dittature. A partire dalla Cina, che resta vigile, silente e sorniona con XiJinping, e si muove con saggezza; e anche verso Taiwan procede con i piedi di piombo. Ma pure la Turchia di Erdogan è oggi un grande fattore di equilibrio e di mediazione internazionale. E poi l’India e le altre potenze che si tengono lontane dalle zone calde del conflitto (anche se poi ai loro confini devono vedersela col Pakistan).

Quale lezione trarre da questo scenario? Per una volta possiamo dire che la realtà è migliore delle intenzioni dei suoi protagonisti; e ci porta a concludere che la guerra oggi porti male a chi la usa come strumento di dominio, affermazione di ruolo o risoluzione delle vertenze internazionali. I danni che procura superano i vantaggi, La guerra non conviene. E non sono solo i virtuosi, inascoltati, sermoni dei profeti disarmati, come il Papa, a dire che la guerra è male, ma è proprio l’osservazione realistica del mondo e dei rapporti di forze. Aggiungo che per una legge naturale di polarizzazione, accade sempre più spesso che il confliggente minore – non dirò nemmeno il Paese aggredito, diciamo il paese più piccolo – trovi alleanze e sostegni nel resto del mondo per bilanciare il conflitto; e non per ragioni umanitarie ma per lo stesso realismo geopolitico di prima. Accade in Ucraina, accade in Iran e forse in Libano, accade ovunque. C’è una tendenza multilaterale che scaturisce dai fatti e dagli assetti prima che dai disegni dei potenti della Terra. E un’ulteriore follia per gli States sarebbe imbarcarsi nell’impresa di occupare Cuba, dopo averla ridotta alla fame con le sanzioni e i boicottaggi, e non solo a causa di un regime fallimentare.

Insomma, per una volta, c’è una nota confortevole di fiducia che proviene dalla nuda realtà: alla fine chi usa la forza non vince, o vince male, se non addirittura alla lunga è perdente. E comunque paga costi esorbitanti per aver voluto risolvere i problemi a suon di bombe e cannoni. Più della guerra e del riarmo, conviene a tutti, anche alle potenze più forti, scegliere la via del negoziato e della pace. La guerra conviene solo all’industria bellica e ai suoi attori di scena. Non c’è bisogno di essere pacifisti o disfattisti per dirlo, basta essere realisti. Si vis pacem, para pacem. Siamo felici di concludere che a conti fatti, la pace conviene. Pace è bene, con l’accento sulla e.


Patti, soldi e comitati: come si muove Vannacci (che manda in tilt il centrodestra)


Il generale lancia Futuro Nazionale, che ha già in cassa un milioni di euro, mentre i sondaggi lo spingono al sorpasso della Lega. Mentre lui gira l’Italia con temi da estrema destra, gli esperti di Sforzini, politico, imprenditore e massone, creano la struttura per un partito che ambisce a essere determinante per la coalizione di Giorgia Meloni

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Se il centrosinistra piange, il centrodestra Vannacci. Con un partito ancora su carta e un’allegra compagnia di estremismi di vario tipo, il generale conquista rapidamente posizioni e consensi. Il fenomeno da baraccone è diventato un fenomeno politico, mica facile riporlo nella collezione di soldatini. La previsione di un sondaggista di alto rango è spietata per il centrodestra di Giorgia Meloni che s’è dato una pettinata in quattro anni di governo: Vannacci è determinante. Al momento Futuro Nazionale è un «documento notarile e un simbolo depositato» di cinque mesi fa, lo dice il suo fondatore, eppure i sondaggi lo quotano già attorno al 5 per cento con un margine di crescita di 1 o 2 punti se acciuffa elettori del centrodestra che non si muovono troppo e ancora di 1 o 2 punti o chissà quanti se risveglia elettori del centrodestra che si astengono. Dettagli: il sorpasso sui leghisti è questione di settimane, se non di giorni.

Toscano di Viareggio nato a La Spezia il 20 ottobre 1968, generale di Divisione in congedo, paracadutista incursore che ha comandato il reggimento “Col Moschin”, la brigata “Folgore”, la “Task force 45” in Afghanistan, il “Contingente nazionale terrestre” in Iraq e ha partecipato a missioni in Yemen, Ruanda, Libia, Somalia, Bosnia Erzegovina, Costa d’Avorio, per decifrare Roberto Vannacci è opportuno partire dal libro e andare oltre il libro “Il mondo al contrario” (estate 2023) e dragare il mondo di sotto e di sopra che lo circonda. Ci sono due eventi che hanno compromesso la carriera militare e preparato la carriera politica di Vannacci. 13 marzo 2019, rientrato da Bagdad, il generale depositò un doppio esposto – giustizia ordinaria e militare – per denunciare l’esposizione all’uranio impoverito dei soldati in Iraq e la mancata tutela dei vertici della Difesa. 

Il secondo evento si è sviluppato da febbraio 2021 a settembre 2022 durante l’incarico di addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca. Il generale Vannacci, subito ben introdotto nel sistema russo, rimase affascinato dal modello sociale di Vladimir Putin e, nelle sue relazioni di servizio allo Stato Maggiore, era sempre indulgente nonostante le esercitazioni militari dell’Armata a ridosso dei confini ucraini. Vannacci fu espulso – attenzione: provvedimento collettivo, non individuale – assieme ai connazionali come ritorsione per le sanzioni europee comminate a Mosca dopo la guerra a Kiev e, dopo nove mesi, ricollocato all’Istituto geografico militare di Firenze. Non la destinazione che preferiva, probabilmente. Non il riconoscimento che rivendicava, certamente. 

Allora il generale avviò l’operazione “Il mondo al contrario”, edizione digitale nella settimana di ferragosto (2023). Un formato semiclandestino: per il pubblico generalista, non per le gerarchie in uniforme. Il libro è un classico manifesto di estrema destra: la patria e la famiglia e la cultura e la tradizione minacciati da lassismo, immigrazioni, omosessuali, ambientalisti. Niente di eccessivamente originale per il pubblico di Salvini e Meloni.

Vannacci ha occupato facilmente questo territorio politico non più presidiato da Salvini e Meloni, nel mentre autorevoli commentatori, inforcato il monocolo, scandagliavano il libretto come se il “dilemma” fosse la struttura narrativa e non il seguito popolare che un misto di banalità e corbellerie aveva suscitato. Però Vannacci, più accorto di quanto appaia, non ha sfondato subito in politica, s’è fatto trascinare dal vortice mediatico che adora creare titoli e dibattito; s’è concesso come ispiratore dell’associazione Mondo al contrario (in sigla Mac) del suo amico/ex amico Norberto De Angelis, campione di football americano fermato da un grave incidente; s’è fatto benestante con i ricavi del libretto tradotto e ristampato, 800.000 euro dichiarati nel 2023 e 200.000 euro stimati nel 2024, secondo i documenti ufficiali. S’è messo lì, un po’ presente e un po’ in disparte, aspettando che qualche ingenuo da fenomeno da baraccone lo trasformasse in fenomeno politico. Matteo Salvini non s’è lasciato sfuggire l’occasione e, disperato per il collasso della Lega, ha consegnato al generale un bel seggio da eurodeputato (giugno 2024) e un pezzo di Carroccio con la nomina a vicesegretario (maggio 2025). 

Vannacci è stato catapultato in Europa con 560.000 preferenze che vuol dire 560.000 leghisti da Nord a Sud che hanno scritto il suo nome sotto al simbolo con il nome di Salvini. Il generale è diventato azionista non soltanto della Lega, ma anche di Salvini. Ancora una volta, Vannacci non ha agito di fretta. Perché averne, di fretta: vetrina europea a Bruxelles, eccellente stipendio, autonomia assoluta di favellare da Mussolini statista alla Decima Mas. Già lo scorso anno, dopo neanche un semestre da eurodeputato leghista, i primi segnali con le Regionali in Toscana e con una modifica di statuto al Mac, non più associazione culturale, ma associazione politico culturale per «offrire un appoggio concreto» al generale onorevole. Vannacci ha attirato vecchi leghisti e nuovi avventurieri, per esempio l’ex senatore Umberto Fusco, ma a nessuno ha offerto la sua faccia e su nessuno ha apposto la sua firma.

A una cena di Natale a Parma, il 12 dicembre 2025, ha iniziato le sue manovre di distacco da Salvini. «In quella circostanza mi ha chiesto di aiutarlo a scrivere il programma», ricorda il pavese Luca Sforzini, perito d’arte, che si definisce imprenditore, politico, mecenate, filantropo. Sforzini frequenta la politica lombarda sin da minorenne, e non ha di fatto smesso a leggere la sua biografia: a 16 viene introdotto nella Lega da Franco Castellazzi, poi va a studiare nel Regno Unito, a 23 anni torna e lancia la “Giovane Pavia”, poi è «cooptato» nel Partito Repubblicano da Giorgio La Malfa e diventa vicesegretario regionale lombardo, a 31 anni collabora con l’eurodeputato Vittorio Sgarbi, infine va a lavorare per il forzista Francesco Fiori. A 26 anni nel ’99, altro passaggio rilevante, Sforzini è ammesso all’obbedienza massonica Grande Oriente d’Italia. Quattro anni fa ha comprato il castello medievale di Castellar Ponzano in provincia di Alessandria e, una volta ristrutturato e rinominato Castello Sforzini, ha inaugurato il centro studi “Rinascimento Nazionale”. Vannacci l’ha conosciuto un anno fa e si sono piaciuti tanto, talmente tanto che gli ha affidato il compito di convertire le sue parole d’ordine su patria, famiglia eccetera in programma di partito. Due mesi dopo la cena di Parma, a febbraio il generale ha liquidato Salvini e la Lega e pure il suo amico De Angelis con l’associazione Mac: «Verrà assorbita da noi». Mac ha già versato i soldi raccolti (83.300 euro) sul conto di Futuro Nazionale e non ha più ragione di esistere: il contenuto è gestito da Sforzini, il contenitore è Futuro Nazionale con la sua triade Massimiliano Simoni (coordinatore, consigliere regionale), Edoardo Ziello (deputato, responsabile organizzazione), Annamaria Frigo (tesseramento nazionale). 

L’ultimo fine settimana di maggio, il generale era in Sicilia per reclutare Stefano Ruvolo di Patto Italia e Confimprenditori – dopo l’ingresso di Indipendenza di Gianni Alemanno – e in contemporanea Sforzini radunava al Castello avvocati e docenti con il primo intervento dell’ex leghista Mario Borghezio. Ciò che sorprende è la capacità di mobilitazione di Futuro Nazionale: 85.000 iscritti in 1.100 comitati formati al ritmo di decine al giorno. Come se il mondo al contrario di Vannacci avesse attivato altri mondi. «No, lo escludo. Io partecipo a titolo personale», precisa Sforzini quando si fa riferimento alla massoneria. E Vannacci sull’argomento: «Non c’è alcun legame fra me e la massoneria. Io non chiedo alle persone che conosco se sono o meno affiliate a questo sodalizio. Mi risulta solo che non sia illegale. Durante il tempo libero fanno quello che vogliono». Sforzini ha pianificato il test di Vigevano (64.000 abitanti): con un comizio del generale e senza il simbolo, il suo candidato a sindaco Furio Suvilla ha preso il 14 per cento, il doppio di 6 anni prima e soprattutto più di Lega e Fdi.

Futuro Nazionale sarà partito entro l’anno per essere pronto con le elezioni nel 2027. Sì, la prossima settimana a Roma si terrà l’assemblea costituente, ma Vannacci darà i “galloni”, parole sue, dopo le prove sul campo. Precauzioni: in questa fase l’afflusso di aspiranti candidati e (ri)candidati è massiccio. «Io non ho problemi ad accettare persone che giungono da altre esperienze politiche purché assimilino i nostri valori, ideali, principi. Altrimenti così facilmente sono entrati, così facilmente ne usciranno», arringa il generale.

Futuro Nazionale ha già costituito la sua componente alla Camera nel gruppo misto con tre ex leghisti (Ziello, Rossano Sasso, Laura Ravetto), un ex meloniano (Emanuele Pozzolo, non privo di guai). Altri quattro/cinque sono già arrivati. Il generale pregusta bilanci rigogliosi: «Adesso possiamo usufruire di ciò che prevede la legge: erogazioni detraibili per i nostri sostenitori e due per mille il prossimo anno». Con tessere da 10 euro – di cui 2 per la produzione e 8 al partito – i 90.000 iscritti hanno generato introiti per 720.000 euro che si aggiungono ai circa 200.000 euro in donazioni da marzo a maggio (esclusi i soldi di Mac, ndr). Vannacci fa lo spavaldo: «Non ho interlocuzioni formali con il centrodestra. Salvini non lo sento da quando ci siamo separati. Gli ho mandato gli auguri per il compleanno. Fontana? Centinaio? Lupi? Chi mi critica è ininfluente». Marina Berlusconi è un bersaglio quotidiano: «Forza Italia eterodiretta?».

A Vannacci conviene la campagna in solitaria con le truppe che si disperdono nelle retrovie (e però in Europa sta già con l’ultradestra dagli istinti razzista di Afd & soci). Il repertorio è semplice: dall’ossessione per Putin ai burocrati di Ursula von der Leyen per dimostrare l’incoerenza di Salvini e Meloni. Il sondaggista di alto rango ha analizzato i flussi interni al centrodestra, e sentenzia: il contributo di Futuro Nazionale è superiore alle eventuali perdite da Forza Italia. A Meloni la scelta: centrodestra che perde o centrodestra che Vannacci?


Tentazione Mentana, il colpo di Kyriakou per la “Cnn italiana”


Il progetto di Antenna, il gruppo guidato dall’editore greco, è quello di una rete informativa italiana. Con un telegiornale a caccia di un grande nome. Mentana, in polemica con La7, è il nome preferito

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Lo sbarco dell’editore greco Theo Kyriakou sta per rivoluzionare il settore dell’informazione. Anche televisiva. Non c’è, infatti, solo l’acquisizione del gruppo Gedi, radio comprese, ma anche il progetto – come anticipato dal Sole 24 Ore – di una “Cnn” italiana. Insomma, un investimento a tutto tondo nel mondo dell’informazione attraverso la branca italiana di Antenna group, già pronta a cooperare con Dazn. Il nuovo telegiornale, nell’ambito della rete all news, potrebbe essere curato sul digitale per conto di Nove (oggi di proprietà del gruppo Warner Bros Discovery).Il nome preferito per il ruolo di direttore è quello di Enrico Mentana, attualmente al timone del Tg di La7, che ha plasmato a propria immagine e somiglianza.

Sarebbe il segnale di Kyriakou per irrompere con un colpo a effetto nel mercato dell’informazione audiovisiva italiana. Nei mesi scorsi non sono mancate le voci di un possibile addio di Mentana dalla rete di Urbano Cairo, proprio per un approdo a Nove in caso di potenziamento del settore informativo. Frasi sibilline, retroscena su trattative. Ma poi è tornato il sereno. O comunque c’è stata la tregua. Fatto sta che il giornalista è rimasto al proprio posto. Tuttavia, non sono passate inosservate le recenti parole al festival di Dogliani, molto critiche nei confronti della linea editoriale.

«Tutti i programmi di La7 hanno la stessa impostazione, hanno gli stessi ospiti, hanno lo stesso orientamento. Una televisione che sicuramente ha ospitato penso almeno un centinaio di volte nell’ultimo anno solare Schlein e Conte, solo due volte Crosetto», ha detto Mentana, pur ammettendo comunque che la strategia funziona da un punto di vista di mercato. Una certa insofferenza si intravede. E c’è chi scommette che il sodalizio non sia destinato a durare ancora per molto. L’iniziativa della cosiddetta Cnn italiana, con il marchio greco, potrebbe andare maggiormente nella direzione immaginata da Mentana: un’informazione con l’aura della terzietà. E con la possibilità di avviare una nuova sfida professionale. Anche se prima di portare avanti il discorso, occorre mettere nero su bianco il progetto di Kyriakou. Compreso la disponibilità delle risorse economiche per una squadra di primo piano. Perché al momento è solo un’idea dell’editore.


Se a spiare sono gli amici


Gli alleati si controllano tra di loro, l’importante è non farlo sapere agli altri. Ora il Mossad è andato oltre ma alla Casa Bianca ha sempre avuto orecchie

Se a spiare sono gli amici

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Una cosa colpisce in questo sfiancato 2026, in questo precoce esalare dell’ennesimo anno “in agony”, tra massacri concretissimi e teoriche dichiarazioni dei diritti: fa scandalo, si grida al tradimento per la notizia che il Mossad, questo polipo tenace paziente prensile, spia gli Stati Uniti. Sì, gli Stati Uniti. I Servizi israeliani, con armeggi oscuri, mettono il naso (perfino?!) negli sgangherati segreti dell’amico Trump. A cui Netanyahu ha promesso la massima patacca prevista dallo Stato ebraico per premiare l’alleato perfetto.

I morti, colpevoli ma soprattutto innocenti, si ammonticchiano grazie anche a questo crocicchio spionistico di doppi fondi, bugie, inganni, sfregi al codice penale noto confidenzialmente come “l’Istituto”, che ormai mette ovunque, nette e allucinanti, le sue impronte digitali vantandosene. Vi par strano che tradisca perfino le Tavole dell’intoccabile Canone occidentale? Ogni alleanza ha i suoi guai.

Suvvia! Che ipocriti. Applaudiamo con dionisismi fiumani, dal 1948, a ogni omicidio mirato domestico e in trasferta, vera pietra d’altare nei riti dei solerti cucinatori di questo genere di pietanze criminali. Le diramazioni da tela di ragno ci incantano come le esibizioni di tracotanza impunita di questi accreditati piromani della guerre sporche. Gli escamotage efficacissimi, dal telefonino bomba per Hezbollah fino ai borgiani cioccolatini al topicida riservati a quelli dell’Olp, sono passati in mille libri e articoli come gustosa leggenda.

Quando i pensionati del Mossad, con la consueta transustanzazione, trovano ufficio e stipendio nelle agenzie della cosiddetta Sicurezza a tutti i costi o nelle aziende locali dell’high tech spionistico, non sono forse le democrazie mature, compresa l’Italia, i migliori clienti di questi gioiellini che servono a tener d’occhio soprattutto sudditi pericolosi? Al Pentagono, poverini, si indignano perché il Grande Fratello israeliano è negli States a «un livello critico» di intrusione e che le conversazioni del catastrofico negoziatore per il Vicino Oriente Witkoff e del gran muftì del Pentagono Colby non hanno segreti per il Mossad. I “karsa”, i suoi reclutatori, si sa hanno gusto nello scegliere i collaboratori.

Giochiamo a carte scoperte: chi è amico nella visione israeliana del destino? Nessuno. Chi è nemico? Tutti. Perché mai Netanyahu, impegnato a edificare una zona di sicurezza silenziosa come un cimitero dal Mediterraneo alla Via della seta, dovrebbe fidarsi di un tipo come Trump e della sua banda di trafficoni prestati alla politica internazionale da una delle frequenti battute a vuoto della più grande democrazia della Storia?

Con l’Iran e a Gaza e in Libano, tutti posti dove il viver ormai disossa, qualsiasi quiete perduta, polverizzati perfino gli habitués del bel tempo andato, Israele gioca una partita ben diversa da quella di Trump. Lo ha fatto scivolare nella guerra con i Pasdaran. Che rischia di far finire al museo la onnipotenza americana. Ma la acrobazia più complessa è quella di tenerlo ben avviluppato nella rete fino a quando tutti gli scopi di Israele saranno raggiunti. Trump è certamente più amico, e complice, dei presidenti che lo hanno preceduto; ma chi garantisce lo Stato ebraico dalle contorsioni imprevedibili dei suoi piani monumentalmente ambiziosi e fallimentari? Chi garantisce che lo scombinato Mabuse di Mar-a-Lago domattina non decida davvero di stringer la mano alla Guida suprema che fino a un’ora prima garantiva di aver sbriciolato con una bomba di cinquemila chilogrammi? Il profumo di un buon affare, di un succulento contratto petrolifero gli può offrire la più profonda consolazione e voilà, l’Iran può risorgere dalla età della pietra al miracolo trumpiano dell’arricchiamoci… Con lui visibilità zero come su una autostrada ingessata dalla nebbia. Quindi meglio prender precauzioni.

La sanno lunga a Gerusalemme di come si fa in fretta a smontare le impalcature geopolitiche delle eterne amicizie. Basta consultare la panciuta lista degli alleati “indispensabili’’ degli Stati uniti, dai vietnamiti agli afgani, sacrificati alla elasticità di questi rapporti speciali. Una pièce già nota dunque.

Allora cosa c’è di più utile per sopravvivere che sapere in anticipo le idee che questi strampalati diplomatici fai da te portano nelle valigette quando telefonano dai loro jet privati in comodo viaggio verso sterili negoziati da premio Nobel? Queste, spiare soprattutto gli amici, son cose che si fanno, lo si certifica in proverbio, senza dirle. Il nasconderle anzi è la condizione per farle. Un gioco da ragazzi per chi riuscì ad arruolare, per anni, il fedelissimo ma avido autista di Arafat, Kasim, che inviava al «nemico sionista» densi rapporti quotidiani sulle attività lecite e illecite del raiss. Si dimenticarono di avvertirlo (ma fu davvero sbadataggine?) che anche grazie ai suoi rapporti avrebbero bombardato il quartier generale palestinese a Tunisi. La “fonte” ci rimise, per sua fortuna, solo una gamba.

E poi è imbarazzante ritornarci, ma è utile. Scomodo ma necessario. A Washington hanno memoria labile e ritrosa se non ricordano Jonathan Jahy Pollard, analista dei servizi segreti della Us Navy che trasferiva materiale top secret ai suoi datori di lavoro di Gerusalemme per 2.500 dollari al mese. Verrebbe da dire: a costo basso. Quando lo scoprirono, nel 1985, chiese, troppo tardi, asilo alla ambasciata israeliana. Il nome dell’ambasciatore dell’epoca che trattò la pratica ? Benjamin Netanyahu! Per tirarlo fuori dall’ergastolo americano, nel frattempo, gli concessero la cittadinanza onoraria e offrirono scuse formali agli Usa: «Spiare gli Stati Uniti è in totale contraddizione con la nostra politica. Tale attività è sbagliata». «Nelle proporzioni raggiunte», si precisava. Ammissione postuma in cui «le proporzioni» significava non rinunciare a spiare ma evitare in seguito di farsi scoprire. La segretissima sezione americana del Mossad si chiama “Al”, ovvero «al di sopra». Di tutto. Appunto.


Chi vince le elezioni? Quanto contano le leggi elettorali


Chi vince le elezioni? Quanto contano le leggi elettorali

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – «I sistemi elettorali sono lo strumento più manipolativo della politica», sosteneva il celebre politologo Giovanni Sartori. Ma allora quanto conta davvero la legge elettorale su chi vince le elezioni, visto che negli ultimi 33 anni l’abbiamo cambiata quattro volte e adesso si va verso la quinta? Per capirlo occorre comprendere il meccanismo che trasforma il nostro voto in seggi in Parlamento. Da quella formula dipendono due cose: la rappresentanza, cioè quante e quali forze politiche entrano in Parlamento, e la governabilità, cioè fare in modo che dalle urne esca una maggioranza solida in grado di formare un governo che duri i cinque anni per i quali è stato eletto. In Italia trovare l’equilibrio tra le due logiche si è rivelato molto difficile. Secondo i politologi Nicola Pasini (Statale di Milano) e Marta Regalia (Università del Piemonte Orientale di Alessandria) la legge elettorale dovrebbe dare potere agli elettori e «spingere i partiti a presentare all’opinione pubblica coalizioni pre-elettorali chiare così che i cittadini possano esprimere una scelta di indirizzo altrettanto chiara». Invece chi scrive le regole del gioco cerca di costruire le formule che ritiene più favorevoli al proprio partito guardando ai risultati elettorali passati o ai sondaggi.

Rappresentanza contro governabilità

In un sistema proporzionale ogni partito ottiene seggi in proporzione ai voti e il Parlamento riflette tutte le sensibilità politiche del Paese. Questo però non garantisce la governabilità perché può portare a coalizioni ampie, eterogenee e instabili. Al contrario, assegnare singoli seggi nei collegi elettorali a chi prende anche solo un voto in più, oppure garantire un premio di maggioranza al partito o coalizione che vince, può portare a governi stabili. Almeno sulla carta. Perché, come vedremo, ci possono essere delle sorprese!

La Prima Repubblica 

Dopo il fascismo l’Italia, per evitare gli errori del passato, sceglie un modello che faccia contare tutti. Nella cosiddetta Prima Repubblica per 45 anni c’è una sola legge elettorale, se si esclude la cosiddetta «legge truffa» del 1953 che prevedeva un premio di maggioranza mai scattato e rapidamente abolita. Il cittadino sceglie un partito e può indicare fino a tre o quattro preferenze per i candidati di quella lista: i seggi vanno ai partiti in proporzione ai voti e ai candidati secondo le preferenze. Dopo il voto i partiti si mettono d’accordo e indicano al Capo dello Stato il Presidente del Consiglio. Risultato: massima rappresentatività, ma tanti partiti che rendono instabile il governo. Dal 1948 al 1994 si succedono 47 governi, con una durata media di 355 giorni.

Il Mattarellum (1993)

Nel 1993, per avere più stabilità, si cambia con il Mattarellum: il 75% dei seggi vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi sparsi sul territorio, e il 25% viene distribuito in proporzione ai voti. Il cittadino non può esprimere preferenze: il partito o la coalizione scelgono il candidato che nei collegi sfida gli altri. La gara diventa tra due schieramenti, ma i piccoli partiti restano decisivi e hanno potere di ricatto: nel 1994 la Lega di Umberto Bossi all’8,4% fa cadere il governo Berlusconi I, e nel 1998 Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti all’8,5% fa cadere il governo Prodi I. In 12 anni 8 governi della durata media di 423 giorni, ad esclusione del Berlusconi II rimasto in carica 1.412 giorni. 

Il Porcellum (2005)

Nel 2005 arriva il Porcellum e si torna al proporzionale con i candidati eletti in base all’ordine scelto dai partiti in liste bloccateGli elettori scelgono il partito, ma i nomi degli eletti li decidono i partiti. C’è però un premio: alla Camera il 55% dei seggi alla coalizione più votata, mentre al Senato il bonus scatta regione per regione garantendo anche qui il 55% dei seggi alle coalizioni più votate. I numeri però mostrano come la stessa legge possa portare a risultati opposti. Vediamoli.

Stessa legge, esiti diversi

Nel 2006 l’Unione di Romano Prodi prende il 49,81% e la Casa delle Libertà di Berlusconi il 49,74%. Uno scarto quasi nullo, ma grazie al premio l’Unione ottiene 348 seggi alla Camera contro 281. Al Senato, invece, finisce quasi pari: 158 156, una maggioranza fragilissima.
Nel 2008 il Popolo delle Libertà e la Lega hanno il 46,81% contro il 37,55% di Pd e Italia dei Valori. Il vantaggio si trasforma in una valanga di seggi: alla Camera 344 contro 247, al Senato 174 contro 134.
Nel 2013 Italia Bene Comune di Pier Luigi Bersani prende il 29,55%il Popolo delle Libertà il 29,18% e il M5S il 25,56%. Alla Camera scatta il premio e Italia Bene Comune ottiene 345 seggi contro i 126 del centrodestra e i 109 del M5S. Al Senato invece nessuno ha i numeri per governare con 123 118 e il M5S 54. Nasce un governo di larghe intese che nessuno avrebbe mai immaginato. Sta di fatto che tra il 2006 e il 2018 ci sono 6 governi con una media di 724 giorni, conteggiando il record di Matteo Renzi di 1.024 giorni.

La Consulta e l’Italicum (2015)

Nel 2014 la Corte costituzionale boccia il Porcellum perché il premio di maggioranza scatta senza che ci sia una soglia minima di voti e le liste bloccate sono troppo lunghe: la convinzione della Consulta è che il premio di maggioranza senza una percentuale minima di voti faccia perdere rappresentatività al Parlamento e le liste bloccate sfavoriscano un rapporto diretto tra elettori ed eletti. Segue l’Italicum, voluto da Matteo Renzi nel 2015: proporzionale con premio di maggioranza, ma solo se viene raggiunto il 40% dei voti, altrimenti si va al ballottaggio tra i due partiti più votati. Torna un po’ di potere ai cittadini perché solo il nome del capolista è bloccato, mentre gli altri vengono eletti in base alle preferenze. Ma anche l’Italicum viene bocciato dalla Corte costituzionale

Il Rosatellum (2017)

Dal 2017 si vota con il Rosatellum: il 37% dei posti vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi e il 63% viene diviso in proporzione ai voti dei partiti. Nessuna possibilità di esprimere preferenze. Nel 2018 il centrodestra prende il 37%, il M5S il 32,7% e il centrosinistra il 22,8%. Alla Camera il centrodestra ottiene 265 seggi, il M5S 227 e il centrosinistra 122. Al Senato il centrodestra arriva a 137, il M5S 111 e il centrosinistra 60. Nessuna coalizione ha i numeri per governare da sola come era già successo nel 2013 con una legge elettorale completamente diversa. In 4 anni e 7 mesi 3 governi, media 554 giorni. 

Il governo Meloni

Il governo Meloni, il quarto votato con il Rosatellum, è in carica da 1.325 giorni, il secondo più lungo dopo il Berlusconi II. 

Eppure proprio la sua coalizione ha depositato in Parlamento, il 26 febbraio 2026, la proposta della quinta legge elettorale. Forse perché teme di non avere più lo stesso consenso del 2022 e cerca la formula più adatta a blindarla? I pilastri su cui si regge, in base all’ultima versione, sono: sistema proporzionale con premio di maggioranza per chi raggiunge il 42% dei voti; se nessuno ci arriva, scatta il proporzionale puro. Le coalizioni devono indicare nel programma elettorale chi sarà il presidente del Consiglio designato. E ancora una volta sono escluse le preferenze, che potrebbero restituire un po’ di sovranità agli elettori.

Il confronto internazionale

Il Regno Unito ha scelto il maggioritario nell’Ottocento, la Germania il modello misto nel 1956, la Francia il doppio turno nel 1958 e la Spagna il proporzionale in piccole circoscrizioni nel 1985

Noi, invece, non abbiamo idea di quale modello vogliamo: siamo alla quinta proposta in 33 anni, e l’esito dimostra che il vincolo della legge, pur essendo imprescindibile, non è garanzia di stabilità. Infatti le stesse leggi hanno dato esiti diversi, e leggi diverse hanno prodotto lo stesso stallo, perché il problema si annida nella struttura del sistema partitico. Se i contendenti continuano a scrivere le regole in preda alla moda del momento, in base ai risultati attesi alle urne, e rinunciando a selezionare una classe dirigente in grado di comprendere quale futuro vuole per il Paese, non cambierà nulla. Non solo, l’elettore potrebbe allontanarsi ancora di più, poiché l’unica cosa che comprende è che questi continui cambi di formule non sono nell’interesse di chi vota, ma di chi vuole governare.


Tajani ora valuta la sospensione. Tanti impresentabili nel partito


Le fughe, le indagini che coinvolgono parlamentari e consiglieri regionali, altri scandali sessuali in Sicilia. Il silenzio del segretario

Antonio Tajani, mnistro degli Affari Esteri 

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Antonio Tajani non parla, ma nella cerchia del vicepremier, a mezza bocca, ammettono che sì, le accuse contro Francesco Silvestro sono un fardello pesante, «come un materasso». E certo c’è il garantismo sbandierato dagli azzurri, ma se altro verrà fuori, potrebbe essere accompagnato rapidamente alla porta: sospeso, quantomeno. «Silvestro non è certo un fedelissimo di Antonio», racconta un colonnello forzista, tajaneo doc. O meglio: il “materassaio”, così lo chiamava Silvio Berlusconi dimenticandone il nome ma ricordandone gli affari con lo strapunto, faceva parte dei campani a sostegno del ministro degli Esteri, ma da qualche mese aveva tentato il salto della quaglia, provando a traslocare nella minoranza interna. «Sognava di fare il segretario di FI in Campania», malignano i colleghi di partito, ora che è nel mezzo della tormenta.

Si era rotto da tempo il sodalizio con Fulvio Martusciello, capodelegazione di FI a Bruxelles e, appunto, segretario regionale del partito partenopeo, braccio operativo del vicepremier nel Meridione. Silvestro, uomo d’affari con una fiorente impresa di materassi – nel cv sul sito del Viminale si presenta come diplomato odontotecnico, ma aggiunge anche una laurea «hc» (honoris causa?) in «economia e commercio» e si dichiara pure «socio aggregato» di una camera degli avvocati, in altri documenti si presenta come «console dell’Ossezia del Sud», che per la Farnesina non esiste – aveva spesso foraggiato il partito, collettore di contributi, diretti e indiretti. Fino a diventare presidente della commissione bicamerale per gli Affari regionali. Scalata da Arzano, Comune sciolto più volte per mafia, tra gli «impresentabili» delle regionali 2020, vince la sua battaglia alle politiche del ‘22 (anche se perde spesso quella con i congiuntivi). C’è chi racconta però che il suo peso politico-economico si fosse affievolito, negli ultimi tempi, da quando tra le file degli azzurri è entrato Gianfranco Librandi, ex deputato Pd, ex Iv, un altro paperone che magari avrebbe voglia di tornare a fare l’onorevole.

Ora l’ultimo travaglio, politico e giudiziario, per Silvestro. FI lo scaricherà? Nel partito azzurro qualcuno lo difende, si evoca la «vicenda Richetti», il parlamentare di Azione che proprio alla vigilia del voto, estate di quattro anni fa, venne tirato in ballo per quella che a molti sembrò una polpetta avvelenata, accusato di molestie da un’anonima, una storia che faceva acqua da tutte le parti, tanto che poi il deputato denunciò per stalking.

Ma non tutti la pensano così, tra i post-berlusconiani. C’è chi evoca la sorte toccata proprio nelle ultime ore a un altro esponente del Sud, il consigliere regionale Riccardo Gallo Afflitto, fan di Renato Schifani, che la procura vuole arrestare per corruzione e che insieme a un altro politico azzurro nell’Agrigentino è accusato di voler assoldare ragazze per una partecipata, in cambio di sesso. «Piglia e ti ci va’ curchi». Ci vai a letto, si legge nelle intercettazioni. Ecco, Gallo Afflitto è stato sospeso ieri dal partito. Quanto a Silvestro, si vedrà.

Non è l’unica tribolazione giudiziaria dei forzisti, che già scontano i malumori per i due ex leghisti accolti nel gruppo cinque mesi fa e ora passati con Vannacci, irritando Marina Berlusconi, che preme per il rinnovamento. Giusto una settimana fa è stato chiesto il rinvio a giudizio per un altro parlamentare, stavolta deputato, Vito De Palma: insieme al consigliere regionale Massimiliano Di Cuia, è accusato di brogli; avrebbe dirottato, a sentire i pm, voti di FdI su Forza Italia, pur di strappare il seggio. Pure Martusciello ha qualche grattacapo: finora non è indagato, ma rischia di perdere l’immunità a Strasburgo, su richiesta della procura belga che vuole far luce sul cosiddetto Huawei-gate.

Nei territori, le storiacce abbondano. Di Gallo si è detto. Sempre in Sicilia, il deputato regionale di Forza Italia, Michele Mancuso, è stato accusato di corruzione. Il campionario è vario. E non sempre FI ha preso le distanze dai suoi «impresentabili». Ma stavolta, dicono i nemici interni di Silvestro, c’è anche una questione di «opportunità»: il tipo di accusa che gli viene rivolta, gravissima se comprovata, il luogo in cui sarebbe stata commessa, il Senato. Il grosso delle donne di FI tace. Pure la capogruppo, Stefania Craxi, che con Silvestro aveva bisticciato di recente: il senatore campano avrebbe voluto traslocare in Antimafia, ma la neo-presidente del gruppo aveva risposto picche.


Le chat e gli audio: tutti i racconti di Graciela prima del dietrofront


Nessun “travisamento”. L’ex massaggiatrice avrebbe ritrattato. Pubblichiamo alcune trascrizioni di messaggi e telefonate registrate

Le chat e gli audio: tutti i racconti di Graciela prima del dietrofront

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – Graciela De Los Santos Torres avrebbe ritrattato con una dichiarazione giurata davanti a un notaio in Uruguay. Lo scrivono alcuni quotidiani: la donna sosterrebbe di non sapere nulla del ruolo di Nicole Minetti in giri di prostituzione nel ranch di Giuseppe Cipriani e di essere stata travisata. Ma nessun travisamento c’è stato. Ecco perché, prima di farlo nella causa civile preannunciata, riportiamo qui di seguito le trascrizioni testuali di alcuni dei contatti intercorsi con lei, omettendo quel che riguarda il minore che abbiamo sempre tutelato e i nomi di terze persone pure citate dalla donna. In corsivo alcune note che spiegano come abbiamo riscontrato il suo racconto. Il Fatto contatta Graciela dopo aver ricevuto da un giornalista uruguaiano alcuni messaggi audio in cui la donna raccontava quello che succedeva nel ranch di Cipriani, dove aveva lavorato, prima che venisse concessa la grazia a Minetti. Racconti che poi ha ripetuto anche a noi tra il 22 aprile e il 13 maggio. Cose analoghe ha in seguito riferito anche al Corriere della Sera e alla trasmissione della tv uruguaiana Sin Piedad . Di tutto il materiale utilizzato Il Fatto possiede le registrazioni audio e gli screenshot originali.

I PRIMI CONTATTI

22/4/26 – Chat WhatsApp

Thomas: “Buongiorno. Sono un giornalista italiano e sto ricostruendo le attività di Giuseppe Cipriani in Uruguay… Quando possiamo parlare?”.

Graciela: “Ciao, come stai… Potrebbe chiamarmi alle 10?”.

La donna inizia a inviare fotografie aeree e planimetrie della tenuta, accompagnandole con questi messaggi.

G.: “Al piano di sopra, alcune ragazze che vengono a trovarla alloggiano vicino a quelle finestre, e l’area adibita a tale scopo è stata ristrutturata, creando una stanza, un bagno e uno spogliatoio per le ospiti”.

G.: “La freccia verde indica la piscina, mentre quella rosa l’ingresso alla fattoria”.

G. : “Al piano di sopra, quella finestra è la stanza di Giuseppe. Al piano di sotto, quella porta conduce alla spa e al salone di parrucchiere. Tutto è sempre nascosto sotto quegli alberi; è impossibile per loro scattare foto aeree”.

RAGAZZE E FESTINI

22/4/26 – Telefonata

G.: “È come la casa di Playboy, c’erano feste, le ragazze, molte cose… droghe. Portano molte ragazze dal Brasile, dall’hotel… che sono modelle. Vengono pagate… le pagano per l’accompagnamento”.

Thomas: “E le ragazze come arrivavano, con l’aereo?”.

G.: “Con il suo aereo… si procurano anche le ragazze da un bordello di qui chiamato White, sono degli argentini, e sono loro che procurano le ragazze”.

G.: “La tenuta Gin Tonic ha come una tenuta campestre e lì ci sono diverse casette dove vanno le ragazze. Ad esempio, Samir è un argentino che gli procura le ragazze e le fornisce agli imprenditori con cui Giuseppe vuole fare affari o con cui vuole avere rapporti commerciali. Samir chiede cinque ragazze. (…) È un esempio e l’ho sentito e so che… Insomma, deve trovare cinque ragazze per domani. Samir arriva con cinque imprenditori”.

Di un tal Semair o Samari hanno parlato gli autisti interpellati sul posto dall’inviato del
Fatto
Antonio Massari quando hanno confermato di aver portato escort dal White a Gin Tonic, definendolo “persona molto legata al White”.

G.: “S. è un argentino che gli procura le ragazze e le fornisce agli imprenditori con cui Giuseppe vuole fare affari… S. chiede cinque ragazze. Chiama A. A. è il braccio destro di Giuseppe. A. deve procurare cinque ragazze per S. perché lui arriva con cinque imprenditori… Poi arrivano dal Brasile… Fanno incontri con imprenditori brasiliani. Lì trovano altre cinque ragazze. Che lì salgono sull’aereo con Giuseppe. Giuseppe passa da Rio e le porta sul suo aereo”.

Audio WhatsApp

G.: “Se ne sono già andate le ragazze prostitute uruguaiane, argentine, che sono le più economiche, nel pomeriggio arrivano le brasiliane, che sono le modelle d’élite… Domani arrivano le brasiliane, poi arrivano le italiane ed è così, ti abitui e le accogli. È quello che ti tocca”.

G. : “S. gli presenta… poi c’è la brasiliana, che porta due ragazze, le porta a Giuseppe… Si organizzano, non è che cenano e si alzano prima… Lui gliel’ha presentata a quell’uomo e lui se n’è andato con lei. Cioè, se ne vanno durante la festa e dopo la festa”.

22/4 e 8/5/26 – Chat WA

G.: “Puoi vedere quella argentina; copierò le foto di C. dove si incontrano in Spagna. Le mandano in tutto il mondo come prostitute VIP”.

G.: “La 3, Nicole e una dominicana al Gin Tonic, quel posto è dove si chiudono le porte, si spengono le luci e comincia la ‘festa sessuale’”.

G.: “La ragazza argentina [Omissis] veniva pagata per accompagnare C. (imprenditore italiano di cui Il Fatto ha verificato la presenza a Punta del Este, ndr). Era obbligatorio bere tutti i giorni e non indossare mai lo stesso vestito due volte. Entro le 21:00 (d’estate), dovevano essere pronte, truccate e vestite per la cena”.

IL RUOLO DI MINETTI

22/4/26 – Telefonata

Thomas.: “Sai se lei ha un ruolo di manager per le minorenni?”.

G.: “Sì, ovvio. Lei sa tutto… lei era alle feste, vedeva tutto”. G.: “E Nicole sa tutto. È lei la maitresse. È la padrona”.

Thomas.: “E Nicole, c’entra con l’organizzazione, è la maitresse anche oggi secondo te?”.

G.: “Sì, lei c’entra con tutto, tutto… guarda le ragazze. Le ragazze devono fare esercizio, hanno la loro parrucchiera… Io… stiamo parlando di come era l’organizzazione fino a un anno fa. Io parlo di un anno fa. Nicole guarda le ragazze: questa mi piace, questa non mi piace…”.

24/4/26 Chat WhatsApp

G.: “Lei è sempre la stessa. È oscura e continua ad essere una Madamma”.

G.: “Noi a volte tra di noi la chiamavamo ‘la deputata porno’, perché lei sì che è super protetta da qualcosa… Nicole è cattiva. Ci trattava malissimo”.

G.: “Anche Nicole è presente, ok? e si vedono e sono tutte lì, tutte insieme”.

8/5/26 – Chat WhatsApp

G.: “Le tende sono chiuse e c’è un camino davanti al divano (…) proprio come quello delle foto che mi hai mandato, dove c’è Nicole. Max faceva il DJ ad alcune feste private con delle ragazze”.

LE MOLESTIE SESSUALI

G.: “Io me ne sono andata perché Giuseppe non conosce il ‘no’. Dovevi stare attenta a lui. Non era lo stesso di quando lavoravo con lui più di 20 anni fa. Ora è una cosa tipo… una depravazione. Tutto, tutto è una depravazione”.

G.: “Lì è dove diventa tutto buio… la volta in cui mi mandavano a prendere i bicchieri eccetera, la festa è lì, mi dicevano ‘Non guardare e basta’”.

5 e 8/5/ 2026 Chat WA

G.: “(Giuseppe, ndr) Ha cercato di baciarmi e un giorno mi ha chiesto un massaggio erotico (gli ho risposto che non facevo quel tipo di massaggio…). E l’ultimo giorno ha cercato di baciarmi di nuovo e voleva che lo toccassi. Mi sono rifiutata e la cosa non gli è piaciuta per niente. Il giorno dopo, A. mi ha detto che non avevano più bisogno di me…”.

Lo stesso giorno, alle 15:12, Graciela inoltra al cronista lo screenshot del messaggio inviato ad A. (la factotum della villa) il giorno del suo allontanamento:

“Io non faccio quel tipo di massaggio e Giuseppe mi ha insinuato molte volte di fargli un massaggio sensuale”.

Questo è un riscontro documentale sulle molestie denunciate dalla donna alla propria responsabile.

G.: “Mi obbligava a guardarlo negli occhi mentre gli facevo il massaggio. Ha cercato di baciarmi circa 3 volte e voleva che gli facessi massaggi erotici. È stato un calvario per quasi 1 anno”.

LE FOTO E L’AUTORIZZAZIONE

24 e 25/4/26 – Chat

Thomas: “Ma tu che sei stata lì tanto tempo parlavi con le ragazze? Non hai messaggi, audio o altro con loro in cui si sfogavano o dicevano qualcosa che oggi possa essere utile per provare tutto questo ‘bordello’ nascosto dagli alberi?”.

G.: “Vi mando dei messaggi, che potrebbero non essere comprensibili, ma per dimostrare che ho lavorato e che sono rimasta in contatto con tutte le escort di cui mi sono presa cura, come se fossi la loro madre”.

La donna invia screenshot delle conversazioni con ragazze ospiti della tenuta.

G.: “Buongiorno, credo di essere stata molto utile per l’articolo e per l’indagine che state conducendo. Lo Stato, la procura e chiunque altro debba mettersi al lavoro. Ho rischiato la mia vita e fornito informazioni sufficienti, ma non sono un’investigatrice, non sono una giornalista, sono semplicemente una donna che ha lavorato come massaggiatrice per 32 anni. Si tratta solo di collegare i punti e vedere se è utile o meno, se trovano somiglianze nei metodi usati da Cipriani, Epstein e Madame Minetti”.

Il giornalista invia in chat il Pdf del primo articolo pubblicato dal
Fatto quotidiano
sui festini alla tenuta, in cui i racconti di Graciela compaiono in forma anonima.

G.: “Eccellente. Se ritenete necessaria la mia dichiarazione, per non lasciarvi soli, sono disposta a rilasciare un’intervista; tutto ciò di cui ho bisogno è la garanzia che il mio nome non verrà comunicato a loro o ai loro avvocati”.

9 e 10/5/26 – Chat

Thomas: “Allora, mi autorizzi a dire al direttore che faremo l’intervista con nome e cognome ma con l’accordo che prima di pubblicare avrai tempo per leggere tutto e non verrà modificato dopo?”.

G.: “Sì”.

T.: “Sto scrivendo. Scegli delle belle foto, se ne hai nella tenuta bene, sennò foto di te che ti rappresentano”.

G.: “Se dovessi farmi una foto adesso, sembrerei invecchiata di 100 anni con tutto questo, quindi cercherò una foto vecchia”.

Alle 00:44 e alle 00:45, Graciela invia spontaneamente due sue fotografie in chat.

LA RITRATTAZIONE NOTTURNA

10 e 11/5/26 – Chat

Il giornalista alle 20:29 invia il file word con la bozza finale dell’intervista pregandola di leggerla e segnalare modifiche. Graziela risponde: “Lo farò più tardi stasera”. Risposta: “Devo chiudere il giornale tra un’ora, per questo te lo chiedo”.

G. alle 22:36: “Eliminate il requisito del passaporto; mi causerà solo ulteriori problemi”.

Il giornalista spiega di averlo già eliminato e invia la versione definitiva. Segue il silenzio e il giornale va in stampa.

Solo alle 23:15 ora italiana
Graciela scrive: “Ci sono cose che non dovrebbero essere in quell’articolo. Hai il mio consenso per dire che Nicole non ha cambiato vita, è vero, [omissis], ma la parte sull’immigrazione e sul mio passaporto non dovrebbe essere inclusa. L’articolo dovrebbe parlare di un altro caso di molestie sessuali, punto e basta”.

Alle ore 23 e 57, Graciela ritira per la prima volta il consenso alla pubblicazione.

G.: “Non voglio che l’articolo venga pubblicato in questo modo perché alcune cose sono superflue e mi addossa tutta la responsabilità. Non autorizzo e non voglio che includiate informazioni non vere, soprattutto quelle sull’immigrazione. Io non vi ho abbandonato, e ora voi state facendo lo stesso rivelando informazioni che potrebbero solo danneggiarmi”.

L’11 maggio l’intervista è in edicola. Graciela è spaventata e chiede aiuto a lasciare il Paese.

G.: “Il viaggio serve anche per farmi uscire di qui!! Sta per esplodere tutto e io rimarrò bloccata qui. Eduardo mi ha detto che il ministro manderà qualcuno a proteggermi, ma ho ancora paura… La mia vita è finita”.

La notizia è stata confermata all’inviato del
Fatto
in Uruguay da fonti locali: Eduardo è il giornalista che chiede al ministro dell’Interno, suo amico, di occuparsi dell’incolumità di Graciela. Il ministro chiede alla polizia di Maldonado di attivarsi, ma la donna rifiuta la protezione. Dal 13 maggio non la sentiremo più.


Ma mi faccia il piacere


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Autoritratto. “Avevamo ragione: siamo tutti puttane” (Giuliano Ferrara, Foglio, 4.6). Tu di sicuro, ma parla per te. L’arma segreta. “Caro Mattarella, se anche noi come Israele avessimo avuto ai confini dei terroristi come Hezbollah avremmo usato la stessa forza ‘indebita’” (Giuliano Ferrara, Foglio, 3.6). Gli sganciavamo direttamente Ferrara ed era fatta. […]


“Se mi chiamano, testimonierò per Thomas a sostegno della sua inchiesta”: il messaggio di Graciela prima della ritrattazione sul caso Minetti


Il 6 maggio l’ex massaggiatrice uruguaiana si diceva pronta a sostenere l’inchiesta del Fatto Quotidiano e chiedeva di non essere esposta perché “Giuseppe ha molta influenza”. Poi la mancata audizione da parte della Procura generale, il silenzio e la dichiarazione giurata davanti a un notaio

“Se mi chiamano, testimonierò per Thomas a sostegno della sua inchiesta”: il messaggio di Graciela prima della ritrattazione sul caso Minetti

(ilfattoquotidiano.it) – “Se mi chiamano a difendere l’unica persona che si è presa cura di me, Thomas, andrò a testimoniare a sostegno della sua inchiesta. Ecco perché chiedo di non essere menzionata qui, dove Giuseppe ha molta influenza”. È il 6 maggio quando Graciela, la massaggiatrice finita al centro del caso della grazia a Nicole Minetti, invia questo messaggio all’inviato del Corriere della Sera in Uruguay, come riportato dal quotidiano di via Solferino oggi in edicola. Thomas è Thomas Mackinson, il cronista del Fatto Quotidiano che ha raccolto la sua testimonianza. Giuseppe è Giuseppe Cipriani. In poche righe sono racchiusi due elementi che oggi assumono un significato particolare alla luce delle notizie della “ritrattazione” davanti a un notaio: la volontà di sostenere pubblicamente l’inchiesta giornalistica e il timore per le possibili conseguenze della sua esposizione in Uruguay.

Il messaggio – che risale a un mese fa – si inserisce in una sequenza di dichiarazioni che, fino a metà maggio, sembrano andare tutte nella stessa direzione. Graciela parla per oltre un’ora e mezza con il giornalista del Fatto Quotidiano, scambia 766 messaggi corredati da fotografie e screenshot. Il 12 maggio anche il Corriere della Sera la incontra a Punta del Este e pubblica il resoconto di una testimone che afferma: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta“. Nello stesso articolo si dice pronta a testimoniare nell’ambito dell’istruttoria sulla grazia.

Il giorno successivo, il 13 maggio, ribadisce la stessa disponibilità durante la trasmissione televisiva uruguaiana “Sin Piedad”. È quella, di fatto, la sua ultima apparizione pubblica. Dal giorno successivo qualcosa cambia. Il 14 maggio emerge che la Procura generale di Milano non ritiene necessario ascoltarla, giudicando le sue dichiarazioni prive di riscontri sufficienti. Graciela apprende la notizia dalle agenzie di stampa e da quel momento interrompe progressivamente i contatti con i giornalisti.

Nei giorni successivi prende corpo l’ipotesi di una sua ritrattazione. Ma un reportage pubblicato dal Fatto Quotidiano da Punta del Este aggiunge elementi che rendono più complesso il quadro. Secondo le verifiche effettuate sul posto, la polizia di Maldonado non avrebbe mai interrogato Graciela sui contenuti delle sue dichiarazioni ai giornalisti. Viene così esclusa l’ipotesi, circolata in alcune ricostruzioni, che abbia fornito una versione ai media e una diversa agli investigatori. Anche la Procura generale di Milano ha certificato che la donna non è mai stata convocata dall’Interpol.

Un contatto con la polizia uruguaiana c’è stato, ma per ragioni diverse. Dopo le preoccupazioni manifestate dalla donna, il ministro dell’Interno Carlos Negro avrebbe chiesto alla polizia locale di verificare se necessitasse di protezione. Graciela, tuttavia, avrebbe rifiutato ogni forma di tutela. Una decisione che, secondo chi l’ha incontrata, sarebbe coerente con la sfiducia verso le forze dell’ordine manifestata in precedenza e legata anche a vicende personali. Il 29 maggio arriva infine la dichiarazione giurata firmata davanti a un notaio, nella quale Graciela prende le distanze dal racconto che aveva sostenuto fino a quel momento.

Resta così una sequenza di fatti difficilmente conciliabile con l’idea di una semplice smentita. Da una parte ci sono mesi di contatti, centinaia di messaggi, interviste e ripetute richieste di essere ascoltata dalla magistratura italiana. Dall’altra una ritrattazione maturata dopo la mancata audizione, in un contesto nel quale la stessa Graciela aveva più volte dichiarato di avere paura. Sul perché abbia cambiato versione non esistono oggi risposte definitive. Ma il messaggio del 6 maggio continua a raccontare una donna che, fino a pochi giorni prima del suo silenzio, era pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta e chiedeva soltanto una cosa: non essere esposta.


La fabbrica del consenso di Israele: in un bando segreto della Difesa il piano per manipolare l’opinione pubblica globale


I corsi, tenuti in ebraico e inglese da docenti che non fanno parte delle forze armate, sono destinati al personale della difesa sia in Israele e all’estero, e anche a a non meglio specificati “partner stranieri”

La fabbrica del consenso di Israele: in un bando segreto della Difesa il piano per manipolare l’opinione pubblica globale

(ilfattoquotidiano.it) – Il Ministero della Difesa israeliano ha messo a punto la creazione di un programma biennale volto a formare militari e funzionari in operazioni psicologiche per influenzare l’opinione pubblica globale. In totale 320 all’anno, selezionati tramite un bando interno, pronti a plasmare l’immagine di Israele e non solo in ambito internazionale. Il corso, aperto anche a non meglio definiti “partner stranieri” e che nella prima edizione pare sia partito nel 2025, include moduli “Black Hat” per aggirare i filtri di social media come Facebook e Google, puntando a manipolare attivamente percezioni e comportamenti. Questo sforzo strutturato si inserisce nel contesto della guerra di propaganda di Israele, mirato in particolare a risollevare i consensi negli Stati Uniti.

Il bando, svelato dalla piattaforma investigativa israeliana The Hottest Place in Hell e ripreso da +972, mostra che la maggior parte dei corsi – scrive InsideOver – “è orientata ad azioni ‘offensive’, definite come interventi mirati a ‘interrompere o manipolare le convinzioni, gli atteggiamenti e i comportamenti dei pubblici bersaglio’”. Nella lista dei corsi, sono due in particolare a colpire: uno, dedicato alle tecniche ‘Black Hat’, che insegna “la distribuzione e la promozione di contenuti illegittimi utilizzando strumenti e soluzioni tecnologiche – un percorso che bypassa Facebook e Google“, mentre “un altro modulo insegna a pianificare ‘operazioni informative allo scopo di influenzare la coscienza pubblica nell’arena locale e internazionale’”, compresa la creazione di testi ad hoc per situazioni e popolazioni specifiche, misurandone l’impatto in tempo reale. Poi ci sono moduli riservati all’intelligence “per l’influenza” e “culturale”, rispettivamente creati per alimentare le campagne psicologiche e per studiare i codici culturali di popolazioni target in modo da aumentare l’efficacia dell’azione. I corsi per gli stranieri – in particolare quelli su operazioni di influenza, intelligence per l’influenza e attivismo online – verranno tenuti in inglese: per quanto non siano classificati, vengono applicate misure di riservatezza per non svelare agli stessi docenti l’identità dei corsisti e il loro ruolo nell’intelligence.

Alla base di questa operazione ci sono i tentativi di Israele per riguadagnare terreno nell’opinione pubblica americana. A questo scopo, il ministero degli Esteri di Netanyahu ha avviato da tempo campagne digitali su Google e YouTube finalizzate a veicolare contenuti pro-Israele. L’acquisizione di Paramount Global da parte di Skydance Media, guidata dall’imprenditore David Ellison – figlio di Larry, multimiliardario fondatore di Oracle e che ha donato milioni di dollari alle forze armate israeliane – ha impresso una svolta fortemente filo-israeliana all’assetto del gruppo, che include anche Cbs. La transizione ha generato tensioni interne e un ampio dibattito mediatico per la gestione dei contenuti e le scelte editoriali, in particolare per la scelta della giornalista filo-israeliana Bari Weiss, diventata direttrice della tv. Peraltro Ellison, scrive il Financial Times, “si prepara a riunificare CBS e CNN sotto il suo controllo attraverso l’ acquisizione di Warner Bros Discovery per 111 miliardi di dollari”. Tra le campagne di influenza – e disinformazione – di Israele, anche quella che ha coinvolto influencer israeliani e stranieri e che si è svolta tra ottobre 2023 e dicembre 2024: l’obiettivo era quello di raccontare la guerra a Gaza promuovendo esclusivamente la narrazione dell’Idf. Israele continua tuttora a bloccare l’ingresso indipendente dei giornalisti internazionali nella Striscia.


Seggi premio. Danza litigiosa su 105 nomi


All’orizzonte dello Stabilicum la prospettiva di mettere d’accordo alleati di destra e sinistra sui candidati eletti al superamento della soglia di maggioranza

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – Verrà il momento, molto particolare, in cui la presentazione delle liste elettorali, con una novità rispetto al passato, metterà a dura prova la compattezza di tutte e due le coalizioni, se saranno approvare le nuove regole del voto che introducono il premio di maggioranza. Seggi in più – 70 alla Camera, 35 al Senato – saranno assegnati all’alleanza che abbia raccolto il maggior numero dei voti in tutti e due i rami del Parlamento e che ottenga almeno il 42 per cento. Sono previste liste specifiche, per Montecitorio e per Palazzo Madama. Ciascuno schieramento dovrà scegliere 105 candidati in modo ancora più impegnativo ed estenuante rispetto a quanto è avvenuto in passato per i collegi uninominali che – introdotti per la prima volta dal Mattarellum del 1993, poi cancellati dal Porcellum del 2005, infine parzialmente ripristinati dal Rosatellum del 2017 – sono nuovamente aboliti dallo Stabilicum, nella prima e nella seconda versione.

Nel progetto presentato dalla maggioranza,  per l’assegnazione dei seggi su base proporzionale, valgono le singole liste di partito: ogni forza politica correrà da sola, in una competizione che avverrà inevitabilmente anche all’interno delle alleanze, nonostante il programma comune e l’indicazione del candidato premier. Per scegliere quali candidati saranno invece destinati ai seggi del premio, con una correzione maggioritaria di una legge che per tutto il resto è proporzionale, occorrerà necessariamente mettersi d’accordo, ma a fatica.

Nel centro-destra, Fratelli d’Italia dovrà contrattare principalmente con la Lega, la forza politica che non a caso ha insistito per l’introduzione dei “listini”, minacciando di non dare il via libera al progetto complessivo. Per Matteo Salvini si tratta di compensare  la soppressione dei collegi uninominali che nelle ultime elezioni politiche hanno consentito alla Lega di conquistare una consistente quota di seggi al Nord. Quando sarà il momento di presentare le liste elettorali, prevedibilmente i leghisti faranno pesare le loro richieste per ottenere posizioni di vantaggio nelle candidature comuni. Ma c’è anche Forza Italia che nei sondaggi da tempo ha scavalcato la Lega e che quindi non intenderà essere sacrificata se la coalizione vincerà le elezioni aggiudicandosi i seggi aggiuntivi di cui una parte non residuale dovrà spettare al partito guidato da Antonio Tajani. E Noi Moderati? Qualcosa toccherà anche al partito di Maurizio Lupi. E se poi nella coalizione dovesse entrare Futuro Nazionale, ne vedremo delle belle anche sotto questo aspetto: quanti seggi pretenderebbe il neo-partito di destra radical-sovranista come premio di una vittoria elettorale di cui potrebbe essere determinante, considerando che i sondaggi prevedono la sconfitta del centro-destra se  Roberto Vannacci dovesse restare fuori dall’alleanza? In più, nelle percentuali,  Fn  tallona il partito di Salvini.

L’insistenza della Lega per i listini non ha consentito di adottare una soluzione alternativa, che avrebbe  creato meno problemi: il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, l’azzurro Nazario Pagano aveva suggerito di assegnare i seggi del premio su base interamente proporzionale, adottando come criterio i voti raccolti da ciascun partito della coalizione. Ora occorre solo prepararsi a una dura trattativa interna.

Il problema riguarderà anche il campo progressista, 105 candidati comuni dovranno scaturire in primo luogo da un accordo Pd-M5s. Sarà  una negoziazione fra due forze politiche che non hanno ancora sperimentato un’alleanza politico-elettorale sul piano nazionale, oltre le realtà territoriali dove si sono svolte le Regionali fra il 2024 e il 2025. Per la prima volta, Elly Schlein e Giuseppe Conte si misureranno con liste comuni, sia pure per una parte minoritaria dei seggi parlamentari. È vero che un accordo di coalizione sulle candidature sarebbe stato necessario anche con la permanenza dei collegi uninominali, ma in quella situazione – il discorso si estende al centro-destra – almeno la trattativa avrebbe riguardato nomi non rigidamente “di apparato”,  in grado di esercitare un certo “appeal” rispetto a quelli dello schieramento avverso, laddove l’elettore avrebbe dovuto scegliere un solo candidato. Invece, prima ci sarà all’interno di ciascun partito una corsa degli aspiranti candidati a farsi mettere in lista, poi inizierà un braccio di ferro fra partiti,  dove conteranno solo gli equilibri politici. 

Sui listini o «liste di coalizione» (definizione più corretta), sono già arrivate critiche di carattere costituzionale, perché – essendo i  candidati stabiliti unicamente dai partiti a scatola chiusa –  si accentua l’espropriazione della libertà di scelta degli elettori, dopo che dalle liste di partito sono già state escluse le preferenze. «Siamo oltre un uso moderato di liste bloccate consentito dalla Corte», ha osservato il costituzionalista Stefano Ceccanti. Ma, dal punto di vista della maggioranza, nessuna nuova modifica dovrà ritardare l’iter parlamentare. Primum accelerare, per chiudere l’intera partita (Camera e Senato) entro settembre. Infatti, la decisione di presentare a Montecitorio un nuovo testo il 27 maggio, anziché limitarsi a emendare quello di tre mesi prima, in realtà è stata una scelta politica e non tecnica: utilizzare il regolamento della Camera nel modo più utile per il centro-destra, al fine di battere l’ostruzionismo delle opposizioni.


Israele bombarda il Libano nonostante la tregua: fosforo bianco contro i civili


(lindipendente.online) – Sono almeno cinque le persone uccise in due distinti attacchi condotti dall’esercito israeliano in Libano in queste ore, mentre altre 22 (tra i quali tre bambini) sono rimaste ferite. Nella giornata di ieri, tre membri dell’esercito regolare sono stati uccisi dall’IDF in quello che il governo libanese ha definito un «raid aggressivo e barbaro». Nel frattempo, una nuova indagine del New York Times confermerebbe l’uso esteso di fosforo bianco da parte di Israele contro la popolazione civile del Paese. L’analisi è l’ultima che si aggiunge a una lunga lista di accuse contro l’esercito israeliano di impiegare quest’arma, che ha effetti micidiali sulla popolazione.

La tregua in Libano è stata mediata lo scorso 17 aprile e rinnovata successivamente con accordi tra le autorità libanesi e quelle israeliane, che non hanno coinvolto Hezbollah. Solamente pochi giorni fa, Libano e Israele avevano raggiunto l’ennesimo accordo farsa, mediato da Washington, i cui termini avrebbero avuto l’effetto di bloccare le negoziazioni con l’Iran (che vuole la fine dell’aggressione israeliana in Libano per iniziare le negoziazioni), legittimare l’aggressione israeliana, autorizzando Tel Aviv ad attaccare Hezbollah, e attribuire la responsabilità di stallo e violazioni alla controparte, vietando a Hezbollah di rispondere alle aggressioni. Non ha sorpreso, dunque, che Hezbollah (che non è chiamata a partecipare ai colloqui) abbia rifiutato l’accordo.

Gli attacchi israeliani non si sono così fermati e ieri hanno ucciso tre membri dell’esercito regolare, che non è formalmente in guerra con Tel Aviv. «La continuazione dell’aggressione israeliana selvaggia, intenzionale e ripetuta contro il Libano e il suo popolo e contro l’esercito, ci rende più saldi, più fiduciosi e più determinati a fronteggiare questi tentativi aggressivi, mirati a far fallire tutti gli sforzi per giungere a una soluzione che consenta il ripristino della stabilità, il cessate il fuoco completo e il ritiro israeliano dai territori libanesi occupati», ha scritto l’esercito libanese, dopo l’uccisione di tre dei propri militari, due dei quali ufficiali.

Ma l’aggressione di Israele continua a prendere di mira soprattutto la popolazione civile. Secondo una nuova inchiesta del NYT, le scie bianche caratteristiche degli attacchi con fosforo bianco sono state avvistate appena una settimana fa, lo scorso 30 maggio, nella città di Nabatieh, che conta circa 40 mila abitanti. Altri video, verificati dalla testata, mostrerebbero l’impiego di quest’arma anche nei pressi della città di Tiro, oltre che delle piccole località di Qlayaa, Khiam e Yohmor. Interrogato dal Times circa l’uso recente di tali armi in queste città, l’esercito israeliano non ha commentato. In merito alle proprie linee guida sull’uso del fosforo bianco, ha dichiarato che «le procedure dell’IDF richiedono che tali proiettili non vengano utilizzati in aree densamente popolate, salvo alcune eccezioni. Ciò è conforme e va oltre i requisiti del diritto internazionale». ONG per i diritti umani come Human Rights Watch documentano da tempo un «impiego esteso» da parte di Israele di armi al fosforo bianco, a partire almeno dal 2023, incluso contro aree a densa popolazione civile. L’ultima denuncia della ONG risale allo scorso marzo, quando HRW ha dichiarato di aver «verificato e geolocalizzato» le immagini che mostrano munizioni al fosforo bianco lanciate su zone residenziali della città di Yohmor, nel Libano meridionale. Accuse analoghe sono giunte anche dall’UNIFIL in un report del 2024. Di per sè, il fosforo bianco non è un’arma illegale, ma il suo uso in contesti di guerra è soggetto a stringenti regolamentazioni per via degli effetti micidiali che può avere sui civili. Esso infatti si incendia a contatto con l’aria, dando fuoco a tutto ciò con cui entra a contatto e causando potenziali lesioni a lungo termine, spesso mortali, nelle persone.


La dolce vita degli oligarchi russi non si è mai interrotta


(ANSA) – WASHINGTON, 06 GIU – La cerchia ristretta di ricchi russi vicini a Vladimir Putin continua a condurre una vita lussuosa nonostante le sanzioni imposte dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina.

Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal secondo la quale gli oligarchi amici dello zar usano jet privati di lusso prodotti in Occidente, grazie a una rete di società intermediarie, registrazioni offshore e triangolazioni in Paesi che non hanno imposto le misure contro Mosca.

Sergey Chemezov, amministratore delegato del colosso russo della difesa Rostec, ha utilizzato un jet Bombardier da 75 milioni di dollari per  almeno sei viaggi a Dubai, in Turchia e nel Sud-est asiatico tra l’anno scorso e quest’anno.

Come lui tanti altri miliardari russi hanno dovuto adattare il loro stile di vita sostituendo mete come Londra, la Costa Azzurra e le Alpi svizzere con nuove destinazioni quali gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Azerbaigian.

Secondo il Wall Street Journal, una rete di società intermediarie acquista i jet da produttori occidentali – o di seconda mano – e li immatricola in nuove giurisdizioni per renderli disponibili a cittadini russi colpiti da sanzioni. Oltre a Chemezov, Arkady Rotenberg (storico collaboratore di Putin) e Igor Kesaev, un oligarca attivo nel settore della produzione di armamenti. 


Erri De Luca non è stato censurato. Fermiamo la legge sull’antisemitismo


Riflessioni sul caso dello scrittore escluso da un festival dopo essersi dichiarato sionista

Erri De Luca non è stato censurato. Fermiamo la legge sull’antisemitismo

(ANNA FOA – lastampa.it) – Grande confusione sotto il cielo, o più modestamente nei media e nei social media italiani. Un noto scrittore, notoriamente collocato a sinistra, Erri de Luca, prende posizione in un’intervista ad un giornale governativo israeliano su due temi scottantissimi, “sionismo” e “genocidio a Gaza”, sostenendo “io sono sionista” e “Non c’è genocidio a Gaza”.

L’intervista viene ripresa, con tagli, sia da Il Foglio che da Il Riformista, i due giornali che maggiormente sostengono il governo israeliano in Italia. Si scatena un dibattito feroce da ambe le parti, e allo scrittore, che doveva tenere prossimamente la prolusione iniziale al festival Salerno Letteratura, viene richiesto di rinunciarci, ma invitato a partecipare fra gli interventi programmati, scelta che respinge. Si parla di censura, gli intellettuali stessi “di sinistra” si dividono tra chi in nome della libertà di espressione sostiene il diritto di De Luca di tenere la sua prolusione e chi lo contesta. Sui social, chi non ha ancora preso posizione viene invitato perentoriamente a farlo. Una vera e propria guerra “delle parole”, mentre a Gaza e in Libano cadono le bombe e in Cisgiordania si distruggono i villaggi palestinesi.

Nel comunicato in cui gli organizzatori del festival spiegano e difendono la loro scelta, si fa riferimento al diritto degli organizzatori di un’iniziativa privata a scegliere chi la introdurrà e a richiedere una almeno generale consonanza di idee e si nega di aver operato una censura. Anche perchè De Luca aveva detto espressamente, nella sua intervista, che non avrebbe mai diviso un tavolo con chi sosteneva l’esistenza di un genocidio a Gaza. Questi in sintesi i fatti, almeno finora.

Prima di esprimermi sulla questione della libertà di espressione vorrei però entrare nel merito della affermazioni fatte da De Luca. Come lui stesso ha affermato in un nuovo intervento di parziale rettifica di quanto detto, proclamando di essere “sionista” voleva dire di essere a favore dell’esistenza di Israele e contrario alla sua distruzione, come auspicata da Hamas, da Hezbollah e dall’Iran. Ma essere sionista, se ha assunto anche questo significato, ne ha molti altri e questo è minoritario ed estremo. Essere antisionista, in questo contesto, vuole anche e soprattutto dire essere contrari alla politica del governo israeliano, o se si vuole guardando con occhio critico al passato come fa molta parte della storiografia israeliana, alla politica di molti dei governi israeliani, non all’esistenza dello Stato di Israele. Non nego che un discorso assai radicale sulla “legittimità” dello Stato stia emergendo sempre più sull’onda della politica di Netanyahu e dei suoi ministri, ma è per ora ancora molto minoritario.

Ancora più confuso il discorso di De Luca sul genocidio, che riprende tale e quali le affermazioni dell’Idf sostenendo che non di genocidio si tratta perché se avessero voluto gli israeliani avrebbero potuto uccidere tutti i gazawi nelle loro città e invece li hanno spostati. Se per l’Idf si tratta di malafede, a De Luca suggerisco invece di (ri)guardare la definizione di genocidio adottata dall’Onu nel 1948.

Personalmente, dopo molte esitazioni, ho scelto di usare il termine “genocidio” dopo che in una conferenza stampa del luglio 2025 le ONG israeliane B’etselem e Medici per i diritti umani lo hanno pubblicamente accettato, dopo che lo stesso ha fatto David Grossman, con pesanti conseguenze per i suoi libri e la sua libertà di espressione, molto più pesanti di quelle che limitano la libertà di De Luca, e dopo aver visto le immagini di tante manifestazioni in Israele aperte da grossi cartelli che dicevano: “Fermate il genocidio!”

Ma il problema, mi si dirà, non è questo, bensì il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni, diritto che l’esclusione di De Luca dalla prolusione di apertura del festival sembra ignorare. A proposito di libertà, vorrei ricordare che è attualmente in discussione alla Camera italiana una proposta di legge sulla lotta all’antisemitismo veramente liberticida, che lo equipara all’antisionismo, e che se approvata impedirebbe qualsiasi dibattito, fin le discussioni universitarie di dottorato, sull’antisionismo e l’antisemitismo, proposta di legge contestata da centinaia di docenti di ogni ordine e grado. Molti di coloro che appoggiano la libertà di De Luca in questa vicenda, e fra loro ahimé molti amici di Sinistra per Israele, la sostengono. Chiedo loro pubblicamente di togliere il loro appoggio alla legge, come è successo in Francia per una legge simile, che è stata ritirata proprio in seguito alle proteste. La libertà di opinione non può servire solo a sostenere il governo israeliano.

Ma una cosa vorrei aggiungere. Anche se parlare di “censura” in questo caso è molto discutibile, resta il fatto che nell’opinione di una parte almeno dell’opinione pubblica la percezione è stata quella. Non credo che questo abbia fatto bene a nessuno dei contendenti. Questa vicenda, nata come banale, ha contribuito a incrementare l’odio e la violenza del dibattito. Avrei preferito una scelta diversa da parte del Festival, forse quella di un contraddittorio con De Luca. Capisco che questo avrebbe snaturato il festival, centrandolo solo sulla questione palestinese, e creato forse anche problemi di sicurezza. Ma non si sarebbe arrivati, su questa questione, a fratture che certo non giovano a chi ogni giorno nelle vie delle città israeliane si batte contro i crimini del governo e avrebbe bisogno di tutto il nostro appoggio. Ma mi rendo conto della difficoltà di ogni presa di posizione e anche della parzialità del mio punto di vista, che più che al festival guarda alla Palestina e ad Israele. In ogni caso, anche se è una scarsa consolazione, meglio una guerra delle parole che una guerra tout court.