Indagine sui sostenitori di Futuro Nazionale: piacciono i temi identitari e l’estremismo è percepito come sincerità

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Chi si aspettava di trovare dietro il consenso crescente al partito del generale Roberto Vannacci – dai sondaggi tra il 7% e l’8% – un programma politico condiviso punto per punto resterà probabilmente deluso. Le testimonianze raccolte in un’indagine qualitativa tra i suoi elettori raccontano un’altra storia che fa emergere non l’adesione a un progetto, ma la sedimentazione di un sentimento. E i sentimenti, in politica, contano spesso più dei programmi.
Tra le risposte libere sulle motivazioni al voto per Futuro nazionale ricorre una parola più delle altre: protesta. «Per protesta», «per infliggere una lezione al centrodestra che rifiuta Vannacci», «provo a cambiare, a vedere se si muove qualcosa». Non è un caso che molte di queste voci provengano dallo stesso campo che nel 2022 ha consegnato a Fratelli d’Italia e alla Lega una maggioranza assoluta.
È qui il primo dato politico rilevante, perché non si tratta di uno spostamento di elettorato da sinistra a destra, ma di una frattura interna alla destra stessa. Un elettorato che si sente tradito da chi ha votato, non conquistato da chi non ha ancora votato. Psicologicamente, è un voto relazionale che, prima ancora di guardare a cosa propone Vannacci, punisce coloro che hanno promesso e non mantenuto. «Lo sfinimento di promesse fatte e non mantenute», afferma qualcuno in tono quasi urlato per rabbia.
C’è poi un secondo filone, altrettanto ricorrente nelle dichiarazioni: «ha il polso di ferro», «sembra una persona seria e affidabile», «determinato e con le idee chiare». Qui il generale funziona come figura simbolica prima ancora che come proposta politica. La divisa, il grado militare, la comunicazione diretta e priva di mediazioni vengono letti come garanzie di fermezza in un contesto, quello della politica italiana contemporanea, percepito come ambiguo, lento, incapace di mantenere la parola data.
Per Vannacci non è tanto ciò che dice a convincere, quanto ciò che sembra rappresentare. Il nucleo tematico più citato in assoluto resta però quello classico dell’area identitaria: immigrazione, sicurezza, «delinquenza di nuova generazione», difesa personale, famiglia tradizionale, controllo delle frontiere. Temi che il centrodestra di governo ha amministrato con pragmatismo istituzionale, ma che una parte del suo elettorato ha vissuto come un tradimento, non come responsabilità di governo. Dietro queste risposte si intravede una percezione di minaccia simbolica, perché non è in gioco solo il tema della sicurezza, ma la tenuta di un ordine sociale e valoriale percepito in erosione. Vannacci intercetta questa ansia con un linguaggio diretto che i partiti tradizionali, vincolati alle mediazioni di governo, non possono permettersi.
Un terzo filone, più esplicitamente ideologico, inquadra il voto in chiave populista: «non fa parte della cerchia degli amici di Schlein e Meloni», «per il popolo» , «popolo sovrano». È significativo che alcuni elettori mettano sullo stesso piano la premier di centrodestra e la segretaria del Partito Democratico. Segno che la frattura percepita non corre più lungo l’asse destra-sinistra, ma lungo l’asse alto-basso, palazzo-cittadini, élite-popolo. È la stessa grammatica che ha alimentato, con declinazioni diverse, molti fenomeni populisti degli ultimi quindici anni in Europa. Colpisce che la radicalità di posizioni espressa nei verbatim come «remigrazione», «uscita dall’Ue», «rottura con l’atlantismo sulla guerra in Ucraina» non venga nascosta o minimizzata, ma rivendicata apertamente come merito.
In un’epoca in cui il linguaggio politico mainstream tende alla cautela e al compromesso, l’estremismo dichiarato diventa paradossalmente prova di sincerità e trasparenza agli occhi di chi lo sceglie. Non è ambiguità, sembra dire questo elettorato, ma finalmente «qualcuno che dice le cose come stanno!». Non manca, infine, una componente più cupa e rassegnata. «Credo ormai sia un Paese fallito», dice qualcuno; «è l’ultima speranza per salvare l’Italia», afferma un altro. È un pattern psicologico che merita un’attenzione specifica, perché quando la sfiducia nel sistema nel suo complesso diventa importante, l’investimento emotivo residuo si concentra tutto su una singola figura, percepita come radicalmente diversa da tutte le altre. Non è più una scelta politica razionale tra alternative, ma una scommessa quasi disperata su un’eccezione.
I sondaggi confermano questa lettura. La tabella di Only Numbers sulla fiducia nei partiti politici fotografa un quadro impietoso. La fiducia generale dei cittadini nei partiti politici italiani si ferma al 14,2%, ma varia molto in base all’orientamento di voto: sale al 26,6% tra gli elettori di FdI, al 19,4% tra quelli della Lega, al 14,4% tra quelli del Pd, al 13,1% tra quelli del M5S e al 15% tra quelli di Azione. Si distinguono nettamente i sostenitori di FI, con il 40,4%, mentre all’estremo opposto si collocano gli elettori di Vannacci, che esprimono fiducia nei partiti politici in generale solo nel 5,7% dei casi.
Questa erosione trasversale spiega perché il consenso, quando c’è, tenda a spostarsi dal partito alla persona. Per l’elettore sfiduciato, l’unica scommessa possibile diventa quella su un individuo percepito come diverso, che intercetta questa ansia con un linguaggio diretto che i partiti tradizionali, vincolati alle mediazioni di governo, non possono permettersi. A questo punto, se c’è un filo che tiene insieme risposte tanto diverse, dalla rabbia ideologica alla resa rassegnata, dal desiderio di ordine alla rivendicazione identitaria, è che il consenso a Vannacci si costruisce più contro qualcosa che per qualcosa. Contro un governo di centrodestra percepito come inefficace nonostante la maggioranza assoluta; contro un’élite trasversale che include indistintamente Meloni, Schlein e gli altri leader; contro un establishment europeo giudicato incapace di ascoltare. Anche al referendum di marzo sulla giustizia in molti si sono mobilitati per esprimersi contro Meloni, contro il governo, contro la riforma.
Tutto ciò non rende il fenomeno meno politico, semmai il contrario, perché i voti di reazione, quando si sommano, cambiano gli equilibri con la stessa forza di quelli di adesione. Questo segnala ai partiti di centrodestra il rischio concreto di aver amministrato il potere con pragmatismo, convinti che bastasse a governare. E la tenuta del governo, da sola, non sembra bastare a trattenere un elettorato che, in cambio del voto, aveva chiesto una promessa di rottura.
Lo scrittore e l’ambiente. “Eppure per capire basterebbe ascoltare i giovani: gli unici che lanciano allarmi concreti”

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Il caldo avvampa le città, brucia i boschi, asseta le montagne, cambia il senso delle stagioni. Non è già questo l’inizio della più grande e terribile guerra dell’uomo contro l’uomo?
È la tappa precaria e provvisoria dell’indifferenza generale agli effetti dell’oppressione umana sulla natura. Il crollo del ghiacciaio in Nepal aggiorna il bollettino degli eventi dati per inesorabili. Intanto a valle si lavorava a imbrigliare acque di un fiume impetuoso. Ecco la perfetta combinazione dell’inesorabile con la manomissione umana del suolo a fini energetici.
Le colpe sono manifeste.
Causa principale è l’arrembaggio e lo sfruttamento intensivo di ogni risorsa disponibile. Si aggiunge per aggravante l’incapacità di progettare una possibile economia della riparazione. Un esempio virtuoso: il risanamento del fiume Sarno in Campania, il più inquinato d’ Europa. È stato realizzato e fa fiorire l’economia dell’area. Ma è un successo locale, regionale, non percepito dal governo centrale. Si può produrre ricchezza riparando i guasti arrecati al suolo che abitiamo in comune.
Finora il potere politico e quello economico restano muti, inchiodati alle loro altre priorità. L’autodistruzione è dunque messa nel conto?
Sono la rassegnazione e l’assuefazione come programma politico. E questa ha come effetto lo scoraggiamento civile. L’astensione dal voto del corpo elettorale è il risultato contagioso del morbo della rassegnazione. Protervia e arroganza accompagnano il comportamento di chi è incapace di rispondere.
Poche speranze, dunque.
Eppure ci sono anticorpi giovanili che hanno a cuore il clima e il loro futuro minacciato. Non sono profeti, non hanno vocazione al martirio, ma sono lanciatori di allarme. Sono considerati rompiscatole e vengono represse le loro azioni simboliche e inoffensive.
È un fatto che milioni di persone hanno lasciato a una ragazza, Greta Thunberg, quando ancora non era maggiorenne, di farsi carico del più grave problema della storia naturale del mondo. Non dovremmo vergognarcene?
La vergogna è un sentimento nobile e personale. Le gerarchie lo hanno abrogato dalla loro coscienza per continuare a detenere a oltranza il loro potere. Si sente dire continuamente dai loro pulpiti che non accettano lezioni. E perché no? Sono gratuite, possono giovare. Ma il loro rifiuto è irrazionale e patologico. È un disturbo del comportamento. Oggi ogni caso politico è un caso clinico.
Perché non si chiede conto a chi definiva gli allarmi degli scienziati sulla crisi climatica una enorme fandonia di assumere la responsabilità delle proprie incredibili parole?
Siamo coetanei di persone che negano la sfericità della terra, l’efficacia dei vaccini. Siamo coetanei di credulità infantili e incredulità senili. È decaduto e forse deceduto il pensiero, sostituito da un assortimento di malumori. Nel dopoguerra la scuola italiana compì l’epica impresa di vincere l’analfabetismo di massa. L’Italia aveva voglia e bisogno di conoscenza. Oggi con la grande abbondanza di fonti d’informazione alla portata di tutti l’ignoranza è esibita e volontaria, dunque irreparabile.
Ha ascoltato il presidente del Senato dire che, insomma, “Ci adegueremo al clima caraibico. mica i Caraibi sono scomparsi?”.
Questo mese di agosto ha costretto agli arresti domiciliari le persone che non si sono potute permettere l’evasione dalle fornaci di asfalto. Quel presidente con la sua battuta sta dicendo semplicemente: “Me ne frego!”, sillabe assorbite in gioventù.
Cos’altro deve accadere per farci prendere coscienza della tragedia climatica? Le inondazioni devono raggiungere le metropoli? La grandine deve bucare il cemento armato?
La terra sta aumentando di decimi la sua temperatura febbrile. I fenomeni aumenteranno d’intensità e di frequenza.
Qualcuno capirà, infine?
Non credo a conversioni alla San Paolo sulla via di Damasco, dopo opportuna caduta, da parte delle vecchiaie al potere nel mondo. Hanno vissuto la loro vita sotto un altro cielo, sotto un altro genere di catastrofi sospese. Oggi queste vecchiaie hanno per motto la frase attribuita a Luigi XV di Francia: “Après nous le déluge”.
Sui social e tra gli ex colleghi M5S ansia e preoccupazione per le sue condizioni di salute. Sabato scorso l’operazione durata quattro ore

(di Conchita Sannino – repubblica.it) – Come stai, Alessandro. Quando torni. Lo scrivono sui social i suoi follower, si interrogano i senior elettori grillini che non l’hanno mai perso di vista, o i giovani che lo hanno conosciuto di recente come reporter e attivista. Se lo chiedono nel Palazzo, che da oggi riprende la sua routine, anche i vecchi compagni del Movimento, affetto della precedente vita politica. Ma le domande, intorno alle condizioni di Alessandro Di Battista, il 48enne ex deputato 5S, ricoverato a Cuba e sottoposto tre giorni fa a un delicato intervento chirurgico, devono restare per ora senza risposte.
La famiglia è chiusa nel più comprensibile e teso riserbo, come gli amici che trepidano, o i compagni di viaggio che con lui portano avanti l’associazione fondata insieme, “Schierarsi”. Tutti in attesa dei nuovi esami e approfondimenti disposti dagli specialisti, dopo l’operazione di sabato che è durata circa quattro ore, e che tecnicamente non ha riservato complicazioni. La prognosi adesso è riservata, come sempre in questi casi. Ci vorranno alcuni giorni: bisognerà attendere il decorso post-operatorio, che può sempre variare in relazione a vari fattori, hanno precisano i sanitari. Tutto è legato all’evolversi del quadro clinico e soprattutto alle mosse dei medici.
Un’equipe trans-nazionale sta occupandosi della sua salute. Camici bianchi che ormai da settimane condividono informazioni sull’asse Roma-l’Avana, incessantemente all’erta, un filo attivo notte e giorno, i professionisti del Policlinico Gemelli (alcuni avevano raggiunto Cuba già nell’immediatezza) e alcuni luminari italiani in colloquio con il diciannovesimo piano dell’ospedale “Hermanos Ameijeiras”, la struttura d’eccellenza nel cuore della capitale, dove medici-campioni (con stipendi sempre più da fame) riescono a garantire assistenza di qualità lottando ogni giorno contro il dramma del lungo buio energetico, imposto dal blocco degli approvvigionamenti e dalle sanzioni Usa.
Dieci giorni da quel feroce mal di testa che ha colpito Di Battista, con la perdita temporanea di coscienza e il primo ricovero: a Santa Clara, 300 chilometri da l’Avana. Si fiondano a Cuba sua sorella, la madre dei suoi due figli Sahra Lahouasnia, il presidente di “Schierarsi” Luca Di Giuseppe. L’ex deputato si riprende poco dopo, e quando appare stabilizzato con l’assistenza all’ “Hermanos Ameijeiras” comunica con i suoi follower, posta il vassoio da paziente con pollo e riso, riceve gli incoraggiamenti di centinaia di follower, e riesce a rispondere anche al telefono, sia alla premier Meloni, sia al ministro Tajani, che si sincerano delle sue condizioni.
“Ce la metterò tutta per tornare presto”, risponde Di Battista via social anche a Ilaria Loquenzi, ex staff 5S. Sabato scorso, era organizzato il suo rientro in Italia. Non con un volo di Stato, che pure gli viene proposto dal governo: ma Dibba ringrazia e declina, mentre all’orizzonte già scoppia la polemica social. E’ un’aeroambulanza, coperta dai costi dell’assicurazione già prevista per il suo reportage in Centro America che andrà su Il Fatto, a riportarlo da l’Avana a Roma Ciampino. Invece un peggioramento improvviso stravolge ancora i piani. Di Battista è colto da malore mentre è in ambulanza e sta raggiungendo lo scalo dell’isola. I medici non possono rischiare: meglio intervenire subito. E l’operazione va secondo i piani.
Ma la battaglia non è alle spalle. Vanno fatti altri esami, è il momento della Terapia intensiva post-operatoria, no stress da viaggio continentale. Per il rientro in Italia potrebbe trascorrere anche qualche settimana. “Alessandro combatti. Noi ti aspettiamo”, gli scrivono alcuni attivisti, tanti conoscono la sua ostinata voglia di lottare. E c’è chi pensa già a un’accoglienza calda e bipartisan. “Ma ora meglio aspettare, con discrezione”, il desiderio di chi gli è vicino.
L’ex iena sostiene il cinque stelle: “Lo voterei alle primarie”. E lui benedice i civici

(ilfattoquotidiano.it) – Ad Agrigento Giuseppe Conte ha ricevuto l’endorsement di un alleato piuttosto irregolare. Ismaele La Vardera, ex Iena, ex uomo di Cateno De Luca e oggi aspirante presidente della Regione siciliana, agli Stati generali del suo movimento Controcorrente ha detto che alle primarie, tra Conte ed Elly Schlein, sceglierebbe l’ex premier “senza se e senza ma”.
Prima di lui, ha precisato, verrebbe Alessandro Onorato, assessore di Roberto Gualtieri e fondatore di Progetto Civico Italia, la rete con cui Controcorrente sta costruendo un’intesa nazionale.
Conte non si è fatto pregare: “Non posso dire che mi dispiaccia”. Poi ha ricambiato, accreditando l’operazione La Vardera-Onorato come una possibile aggiunta al campo progressista, capace di parlare anche a quella parte di elettorato che Pd, M5S e Avs non riescono più a raggiungere. Alla convention sono passati, di persona o in collegamento, Bonelli, Fratoianni, Gualtieri, Manfredi, Anthony Barbagallo e Peppe Provenzano. Schlein, invitata, non c’era.
La Vardera arriva al campo largo seguendo una strada poco ortodossa. Giornalista televisivo e inviato delle Iene, nel 2022 è entrato all’Assemblea regionale con Cateno De Luca, un tipo vulcanico che con il centrosinistra ha avuto rapporti variabili e raramente tranquilli. Nell’autunno 2024 La Vardera ha rotto con Sud chiama Nord e ha fondato Controcorrente. Da allora il suo gruppo all’Ars è cresciuto fino a quattro deputati. Due, Jose Marano e Carlo Gilistro, erano stati eletti con il Movimento 5 Stelle.
Alle amministrative Controcorrente ha cominciato a mettere insieme voti e consiglieri: ad Agrigento è stata la prima lista della coalizione di Michele Sodano, poi eletto sindaco; a Bronte ha sostenuto il vincitore Giuseppe Gullotta. I sondaggi fatti circolare negli ultimi mesi – alcuni commissionati dallo stesso movimento – descrivono La Vardera come un possibile concorrente per Palazzo d’Orléans. Lui, intanto, la candidatura l’ha già messa sul tavolo e non sembra intenzionato a ritirarla per cortesia verso gli alleati.
Il Pd siciliano, proprio dal palco di Agrigento, ha fatto sapere attraverso il segretario Barbagallo che presenterà un proprio nome per la Regione e che, senza accordo, chiederà le primarie. Anche il M5S continua a ragionare su una candidatura autonoma: tra i nomi circolati ci sono Nuccio Di Paola, Giuseppe Antoci e Roberto Scarpinato. Per Conte la compagnia è interessante anche per un altro motivo. La Vardera cresce proprio nell’elettorato che per anni è stato terreno naturale dei Cinque Stelle: protesta, sfiducia nei partiti, campagne contro privilegi e malaffare, forte esposizione personale. E mentre due deputati grillini hanno già cambiato casacca in suo favore, il leader M5S lo accredita come interlocutore utile ad allargare la coalizione.
Progetto Civico Italia completa il quadro: una rete di sindaci, amministratori e personalità locali che ha scelto di stare nel centrosinistra. Dentro questo contenitore trovano posto esperienze diverse, dall’amministrazione Gualtieri all’ex delfino di Cateno. Ad Agrigento, dunque, Conte ha ricevuto il sostegno di La Vardera e contemporaneamente gli ha riconosciuto una patente nazionale. In Sicilia, però, l’ex Iena sottrae parlamentari al M5S e gli contende una parte dello stesso mercato elettorale.
Il governo “più longevo della storia repubblicana” esibisce i successi del settore come un trofeo. Ma la competitività è tutta a danno dei lavoratori

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Tra i tanti trofei esibiti dal «governo più longevo della storia repubblicana», il turismo è uno di quelli che brilla di luce posticcia. Ora che l’estate finisce, è tempo di bilanci ufficiali che paiono apparentemente positivi. Al contrario dei tempi del Cavaliere di Arcore — abituato a misurare il benessere del Paese dai ristoranti sempre pieni e dalle code ai caselli autostradali — l’era dei patrioti al comando è tutta un fiorire di numeri buoni per gridare al nuovo «miracolo italiano». Ma fu vera gloria? Non proprio. Intanto c’è un dato di partenza, che fa riflettere e che non riguarda solo il turismo ma il Pil: a un misero 0,2 per cento di crescita certificato dall’Istat, corrisponde un 65 per cento di italiani che non si possono permettere il costo di una settimana di vacanza lontano da casa, secondo le ultime rilevazioni di Eurostat. In un’Italia in piena stagnazione, è fatale che la maggior parte delle famiglie non sia in grado di pagarsi neanche una breve vacanza. Premesso questo, l’Istat dice che le presenze turistiche sono lievitate del 18 per cento, mentre la Banca d’Italia informa che il saldo della bilancia turistica è salito addirittura del 61 per cento.
Tuttavia, anche l’aritmetica, se ben studiata, tradisce le criticità del settore. Il ministero guidato dal Fratello d’Italia Gianmarco Mazzi — succeduto alla pitonessa Santanché ossessionata dalla reputèscion e braccata dalle procure — ha celebrato un aumento del 6,45 per cento degli stranieri “alloggiati” a luglio. Ma già qui viene fuori il primo inconveniente, perché nello stesso periodo le presenze di turisti italiani sono cresciute solo del 2 per cento. Come osserva giustamente Stefano Landi su lavoce.info, abbiamo un serio problema di domanda interna. Potremmo comunque far festa perché gli arrivi dall’estero compensano tutto. Ma anche qui le luci non fanno svanire le ombre. L’ultima indagine Swg condotta a livello Ue per Confcommercio conferma che il Belpaese è “attrattivo” per il 54 per cento degli europei. Per Travel Appeal l’Italia è la destinazione più apprezzata dai viaggiatori stranieri, con una saturazione dell’offerta online del 51,2 per cento, e conveniente per prezzo con un una media di 153 euro per notte per ciascuna unità ricettiva, considerata “competitiva” rispetto ai nostri concorrenti diretti, cioè Francia, Spagna e Grecia. Ma qui sorge il secondo inconveniente, perché “basso prezzo” degli hotel, dei residence, dei B&B, al dunque vuol dire “basso salario” per tutti gli operatori che lavorano in e per queste strutture. I tassi di occupazione del turismo sono alti: negli ultimi cinque anni i lavoratori dipendenti nelle imprese di alloggio e ristorazione sono aumentati del 16 per cento. Ma le qualifiche, come dimostrano le analisi dell’Inps, sono bassissime: il 92 per cento degli addetti al turismo sono inquadrati come operai o apprendisti (contro una media del 57 per cento nell’economia generale). Di conseguenza, denuncia Landi, il salario annuo che riceve un lavoratore del turismo è meno della metà di quello di un dipendente “medio” italiano: 11.400 euro contro 24.500 euro.
Non solo. A parte le quantità, il lavoro turistico soffre anche per la qualità. Pesano i contratti stagionali, questo è chiaro. Ma nel settore la prima regola è la precarietà: il 58 per cento dei lavoratori è part-time, involontario per il 70 per cento di questi, e solo il 46 per cento è a tempo indeterminato. E la seconda regola, purtroppo, è anche l’irregolarità: nella categoria alloggio e ristorazione, rileva l’Ispettorato del Lavoro, il 31 per cento dei lavoratori è risultato “in nero”. Dunque, il primato italiano è una medaglia a due facce: una buona, l’altra pessima. «Come in un racconto del libro Cuore», sintetizza a buon diritto lavoce.info, che poi conclude con una riflessione un po’ amara, de recapitare alla premier Meloni appena rientrata dai fasti di Bari. «Pensare alla condizione dei lavoratori del turismo nel nostro Paese rispetto agli stranieri festanti che passano davanti ai loro occhi, e ai tanti euro che vedono uscire dalle loro tasche, ricorda uno squilibrio socio-economico di sapore ottocentesco». Gioire per la domanda estera e trascurare la compressione del potere d’acquisto del mercato interno «dimostra quantomeno miopia». Gloriarsi per una competitività di solo prezzo è «il contrario di una strategia lungimirante», in cui la componente trainante dovrebbe essere semmai la qualità, che nel turismo come in tanti altri comparti è garantita solo dal «fattore lavoro nella sua umanità, per nulla surrogabile». Meglio di così, non si poteva dire.

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] “L’omicidio di Lorena ci stringe il cuore e ci ricorda che il femminicidio esiste, eccome. Combatterlo non significa dire che la vita di un uomo vale meno, ma riconoscere che nel femminicidio c’è un’aggravante: si uccide una donna perché ha osato essere libera, e questo nella società europea e cristiana non è previsto”. Non conoscendone l’autore, questa frase potrebbe essere letta in modi antitetici. E la distanza tra le due letture è la stessa che passa tra chi crede che il ‘mondo al contrario’ sia quello del cosiddetto woke, e chi crede che sia invece quello reale. Nella prima interpretazione, si intende dire che uccidere una donna perché vuol essere libera è un atto che in nessun modo può appartenere all’antropologia occidentale, europea, cristiana (con l’ovvia, sottintesa, polemica verso altri mondi culturali, a partire da quello islamico, in cui invece questo sarebbe previsto). Nella seconda interpretazione, si intende al contrario dire che il femminicidio non è l’atto di un malato mentale esterno alla cultura occidentale, europea, cristiana, ma anzi è l’atto di ‘un figlio sano del patriarcato’, quella cultura in cui non è previsto che una donna osi essere davvero libera. Sapendo che queste parole appartengono ‘al presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni’, non ci sono dubbi possibili: la prima interpretazione è quella giusta. […] Giusta per lei: che crede (e scrive in ogni sede possibile) che nel sistema dei valori ‘tradizionali’ della società ‘europea e cristiana’ non ci sia nulla da cambiare. La (sacrosanta, quanto ovvia) difesa del reato di femminicidio è pressoché l’unico connotato ideologico che separi Meloni da Vannacci, che nel resto dei ‘valori’ e nella visione del mondo concordano in tutto, come è facile dimostrare per tabulas. In particolare, concordano nel pensare che ‘il mondo al contrario’ sia la sovversione dei valori tradizionali (la donna si realizza davvero solo nella maternità; l’unica famiglia possibile è quella eterosessuale; le razze esistono eccome; la nazione è per via di sangue… etc etc) che sarebbe stata imposta da una fantomatica «dittatura delle minoranze». Nella stessa Firenze di Lorena Isceri, pochi giorni prima era successa una cosa incomparabilmente più piccola: un giovane marocchino irregolare era stato filmato mentre vilipendeva un tricolore. Nonostante gli evidenti problemi mentali, la conseguenza è stata l’immediata reclusione in un Cpr in attesa di remigrazione. La Lega ha subito cavalcato la cosa, dichiarando che “si tratta di un episodio gravissimo e intollerabile, che offende il nostro Paese, la nostra storia e uno dei simboli fondamentali della Repubblica” (si sono evidentemente dimenticati che Umberto Bossi, commemorato da Mattarella come un “sincero democratico, col tricolore aveva testualmente dichiarato di pulircisi il culo). Ed è intervenuto perfino il ministro degli Interni, per dichiarare solennemente che “in Italia … vanno rispettati e onorati i simboli che rappresentano i valori più profondi su cui si fonda la nostra democrazia”. Ecco, quali sono questi valori? Il discorso sul woke sta tutto qui: vale più la bandiera o una persona e la sua vita? E la risposta a questa domanda non dipende per caso dal colore della pelle di quella persona, e dal suo censo (due cose così spesso collegate)? […] E se il fondamento di tutto è la persona umana, allora davvero pensiamo che il mondo così com’è – il nostro mondo: quello europeo e cristiano – sia diritto, sia a posto così? Ciò che passa sotto l’etichetta woke suggerisce che no, non è per nulla a posto. E che, sì, non solo le parole ma perfino le statue andrebbero lette in modo diverso, contestate, ripensate. Messe per l’appunto al contrario. A Firenze, la città di Lorena Isceri, nella piazza della Signoria c’è da secoli un monumento allo stupro: il magnifico Ratto della Sabina di Giambologna. Il punto non è certo toglierlo di lì, ma separarlo dal suo significato. E un modo per farlo è per esempio insegnare a scuola che no, quella statua e tutto l’universo di forme e parole che le ruota intorno è cultura, ma è anche al tempo stesso barbarie (come diceva Walter Benjamin di tutto il patrimonio culturale appunto occidentale), e spiegare perché. Il momento in cui Vannacci urla contro il ‘mondo al contrario’ e Lorena Isceri viene gettata da un viadotto è il momento in cui abbia senso processare gli ‘eccessi woke’ contrapponendo ad essi l’eguaglianza sociale. Mai come oggi la diversità e l’eguaglianza non sono alternative: sono facce della stessa medaglia. Mai come oggi dobbiamo rovesciarlo tutto questo mondo cattivo e ingiusto, perché il dominio dei maschi sulle donne, dei bianchi sui neri, e dei ricchi sui poveri è uno solo. E va combattuto tutto insieme.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Radicali emetici. “Dopo tre giorni Alessandro Di Battista resuscitò. Era quasi morto ma grazie ai bravissimi medici cubani ora è di ritorno più forte che pria. Da non sottovalutare le preghiere di Tajani e di tutto il mondo politico. Ne sono molto lieto. Ora forza Dibba verso le elezioni politiche. Putin ha molto bisogno di te e di Vannacci per non far impigrire Conte e Salvini” (Marco Taradash, X, 2.9). Se ancora non riuscite a vomitare, pensate che questo a Radio Radicale lo paghiamo noi.
Cappellate. “Il sondaggio. Il ballottaggio una trappola per il campo largo: centrosinistra 49,8%, centrodestra 51,1%” (Repubblica, 3.9). Totale: 101,9%. Ecco perché Lavitola, per il suo sondaggio, chiese aiuto a Cappellini.
Lui modestamente lo nacque. “‘Serve un Mister Water’: Renzi lancia la sua proposta per contrastare l’emergenza idrica” (social di In onda, La7, 2.9). Praticamente, un cesso.
Irritazioni. “Kallas: ‘Disturbanti le violenze dei coloni israeliani’” (Sole 24 ore, 2.9). Povera stella, le irritano un po’ la pelle: serve una crema.
Sex bomb. “L’autocritica Ue dopo il no islandese: ‘Dobbiamo essere più attraenti’”, “La spinta di Mattarella alla Ue: ha successo, giochi le sue carte” (Corriere della sera, 1 e 5.9). “C’è ancora la coda per entrare in Europa” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 1.9). “Islanda, vince il no. L’Ue non attrae più” (Repubblica, 31.8). Strano, è così sexy.
Il foreign fighter. “Ci vorrebbero i partigiani dell’Occidente… Serve chi è allergico come me al velo islamico, Fez del fascismo rosso. Ci vorrebbe chi combatte per lo Stato liberale e dice no alla sharia” (Tommaso Cerno, Giornale, 1.9). Forse è la volta buona che si arruola.
Se mio nonno avesse le ruote. “Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta” (Gaia Tortora, X, 26.8). Può farne pure tre o quattro, se si dimette da deputata e presidente dell’Antimafia e si dà a un mestiere ignoto alla Tortora: il giornalismo.
Beata ignoranza. “Criticare l’ignoranza non vuol dire essere radical chic” (Nadia Urbinati, Domani, 1.9). Siccome scrive “la Mellon” al posto della Meloni, “becaccioni” con una “c”, “vannnacci” minuscolo con tre “n”, “pò” con l’accento, “Costutuzione” e “Megliore”, la Urbinati è al di sotto di ogni sospetto.
Posso? “Meloni e la vera svolta del governo: ‘L’Italia ora non chiede più il permesso’” (Giornale, 5.9). Chi non fa una mazza non ne ha bisogno.
Zero. “I ‘forza Giorgia’ dei militanti tra pullman, gadget e pasta all’assassina. La colonna sonora senza Guccini e con Zero” (Corriere della sera, 5.9). Che poi è il miglior bilancio dei primi 4 anni.
Tom Tom. “Una sessantina dovrebbero essere i pullman organizzati, che entreranno in porto e giungeranno sotto il palco. Per chi vorrà arrivare a piedi, sarà possibile solo tramite il varco Caracciolo, anche se parcheggiare le auto nelle vicinanze non sarà facile e per questo il consiglio è di utilizzare le aree sosta vicino lo stadio San Nicola e a Pane e pomodoro (la prima gratuita, la seconda a un euro) e da lì prendere le navette messe a disposizione da FdI” (Repubblica, 4.9). Ma quindi Rep è il nuovo tour operator dei meloniani?
[…]
Slurp/1. “Non è tra le sue letture predilette, ma il Martin Heidegger di ‘Essere è tempo’ può riguardare il caso Meloni… Quel ‘fattore D’ (come durata) delle leadership al femminile. Da Thatcher a Merkel, quei modelli di resilienza che coniugano fermezza e pragmatismo” (Mario Ajello, Messaggero, 5.9). Ma va’ a ciapà i ratt.
Slurp/2. “Lo stop al fascismo e al fascismo degli antifascisti è merito di una fatina dai capelli turchini di nome Giorgia” (Giuliano Ferrara, Foglio, 5.9). Lo dice Pinocchio.
Sallustadamus. “Putin chiude agli inviati di Trump. Il Cremlino non gradisce Witkoff e Kushner”. “Putin, tregua di 3 giorni in Ucraina: svolta grazie alla missione Usa? A Mosca sono infatti arrivati Witkoff e Kushner” (Libero, 5 e 6.9). Dite quel che volete, ma Sallusti è sempre sul pezzo.
Giudiziaria fantasy. “La richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta inchioda Scarpinato” (Giornale, 5.9). Le famose archiviazioni che inchiodano.
Lo storico. “Conte viene dal vaffa” (Francesco Merlo, Repubblica, 25.8). No, gioia, Grillo al V-Day gridava “vaffa” ai condannati in Parlamento nel 2007: i 5Stelle non esistevano e Conte vi si è iscritto nel 2021.
Sogni. “Stefano Boeri: ‘Calabresi-Craxi, la sfida che sogno per il futuro di Milano’” (Repubblica, 3.9). Non osiamo immaginare i suoi incubi.
Vacanze toscane. “La vacanze (sic, ndr) italiane di Fedorova: la propagandista filorussa espulsa da Parigi potrebbe trovarsi a Forte dei Marmi” (Repubblica, 3.9). Oddio, non sarà mica nella villa di Zelensky con 6 camere da letto, 15 stanze, parco e piscina?
[…]
Il titolo della settimana/1. “Antonio Giraudo: ‘Calciopoli nata dall’invidia. Con l’Avvocato in vita non sarebbe successo nulla” (Stampa, 3.9). Infatti a Torino, con l’Avvocato in vita, indagarono la Fiat per le schedature dei dipendenti e per le sale mediche, poi condannarono Cesare Romiti per tangenti e falsi in bilancio.
Il titolo della settimana/2. “Fabio Capello: ‘Sto con Giraudo. Quella Juve era fortissima, non aveva bisogno di aiutini’” (Stampa, 4.9). Li chiedeva a sua insaputa.
Il titolo della settimana/3. “Tutti ai Mondiali in Ucraina per il 2040” (rag. Cerasa, Foglio, 1.9.). Fantastico, dove si prenota?
Il titolo della settimana/4. “Formigoni: ‘La questione settentrionale non è ancora stata risolta’” (Libero, 25.8). Però dài, il tuo arresto è stato un ottimo inizio.

(di Marcello Veneziani) – C’era una volta il moderato. Era colui che frenava quando gli altri acceleravano, che smorzava quando gli altri appiccavano il fuoco, naturalmente per la pace, la mediazione e il dialogo; c’era sempre una soluzione migliore che passare alle mani, imbarcarsi in una guerra, armarsi e attaccare. Li abbiamo conosciuti lungo il novecento i moderati, anche se c’erano anche prima, anzi ci sono sempre stati. Erano neutralisti al tempo dell’interventismo, erano afascisti durante il regime, una parte si rivolse tiepidamente al regime ed un’altra sposò altrettanto tiepidamente l’antifascismo. Riapparvero dopo la guerra felicemente smemorati del passato. Furono in larga parte cattolici, magari all’acqua di rose, una fede blanda e ragionevole, borghese e senza grandi slanci. Furono liberali ma poi votavano democristiano e comunque si professarono per definizione contro gli opposti estremismi, pensavano che in ogni campo dovesse prevalere il buon senso, tenere a freno gli impulsi e le passioni, che la via migliore anche con i dittatori di fuori e i regimi dispotici, fosse la diplomazia. Il moderato parlava con pacatezza, non urlava, aveva uno stile sobrio, con qualche mosceria, aveva un’andatura moderata. Non correre papà.
Ora che gli estremisti sono fuori dalla politica o ai suoi margini, ora che non si trovano più fascisti, comunisti, integralisti nei partiti manco a pagarli per recitare un ruolo, è successo qualcosa di sconvolgente: i moderati sono in Italia, e non solo, il partito del riarmo, dell’interventismo militare, della guerra su tutte le ruote e in tutti i campi. Caldeggiano la guerra “preventiva” ovunque vi sia a loro avviso una minaccia anche vaga, e perfino surreale: chiedono che l’Europa scenda in guerra con la Russia, con la scusa che è la Russia a voler attaccare l’Europa. La controprova, naturalmente, è la guerra in Ucraina, che viene considerata una costola dell’Europa anche se da secoli è stata con la Russia; si prescinde totalmente dalle ragioni che hanno portato al conflitto russo-ucraino e si dimentica l’atteggiamento occidentale e statunitense in particolare che ha sempre tifato per quel conflitto, perché avrebbe inguaiato la Russia e l’Europa, come di fatto è avvenuto, e perciò avrebbe rafforzato gli Usa. Si dà per scontato che l’Ucraina sia Europa anche se per secoli di storia, per lingua, letteratura, religione, affinità di popoli e perfino per corruzione, scarsa democrazia e apparato militare, è molto più simile alla Russia.
Il moderato incoraggia a dare pacchi di miliardi al corrotto regime di Zelenskij, a cui aggiungere pacchi di miliardi per riarmarci pure noi europei sempre in funzione antirussa; e sottrarre pacchi di miliardi per i danni commerciali ed “energetici” che ci stiamo facendo con le sanzioni alla Russia. Senza dimenticare i pacchi di miliardi che ci stiamo rimettendo dacché impazzano queste guerre ad est e in medio oriente e i carburanti vanno alle stelle, con tutta una ricaduta sui prezzi di ogni genere oltre che sul pieno di benzina.
Ma i moderati, soavi anime belle che stanno di preferenza al centro, a cavallo tra il governo e mezza opposizione, non si accontentano della guerra con l’Oriente. Strizzano un occhio perfino all’esagitato Trump nella sua scellerata e unilaterale guerra all’Iran che ci ha cacciati in un mare di guai. E non contenti, chiudono l’altro occhio ai massacri quotidiani, alle aggressioni dei coloni e agli attacchi a tutti i paesi vicini, dell’Israele di Netanyahu perché è avamposto dell’Occidente, combatte per tutti noi, fa il lavoro sporco che noi non abbiamo il coraggio di fare.
Come i moderati di un tempo anche quelli di oggi non sono né di destra né di sinistra, o lo sono se la destra e la sinistra si convertono al “buon senso” moderato; vale a dire bombe & libero mercato, armi & capitale. Sono per indole più inclini al centro-destra e trovano interlocutori tra i moderati di quell’area anche nel governo; ma poi, sapendo che si è trattati meglio se si appare col centro-sinistra, alcuni di loro pavoneggiano un vecchio pedigree di sinistra, si reputano ancora tali, o più salomonicamente stanno nel mezzo, e saltano da qua a là come anguille d’allevamento.
Il moderato guerrafondaio è una novità assoluta sulla scena politica ma vellica la paura dei benpensanti, quella che rende violento e cruento persino il “borghese piccolo piccolo” (do you remember il film di Mario Monicelli con Alberto Sordi?).
Insomma, un tempo erano i d’Annunzio, i Marinetti, gli ardimentosi volontari, i militi e i rivoluzionari, e più di recente i contestatori, i ribelli, i seguaci di Che Guevara e di Mao Tzedong, a suonare la carica, disotterrare l’ascia di guerra e spaventare i moderati. Ora invece sono i moderati, i ragionieri e i romani della buona borghesia, i figli de mammà, fallaciani tardivi, a spingere per la guerra ad oltranza, ovunque ci sia un focolaio. Sono loro gli estremisti del momento, ma loro tengono alla fama di mansueti, ragionevoli, filo-occidentali; lo fanno per salvare la nostra libertà e i nostri diritti. Salvo accusare chi non la pensa come loro di tramare e prendere soldi dai russi, dai persiani, da Hamas e paraggi. Dio ci salvi dai moderati che ci stanno portando in guerra e a svenarci economicamente allo scopo di prevenire la guerra altrui. E per evitare che un missile nemico, un drone russo o iraniano, venga a sporcare il salotto de casa.
GERMANIA: EXIT POLL SASSONIA-ANHALT, AFD AL 44,5%, NETTO CROLLO DELLA CDU
(LaPresse) – L’AfD ha vinto nettamente le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, secondo la prima proiezione diffusa dalla Ard alla chiusura dei seggi. Secondo Infratest dimap, l’AfD è al 44,5% dei voti, oltre il doppio rispetto al 20,8% ottenuto alle elezioni del 2021. Si tratta del miglior risultato mai ottenuto dall’AfD in un’elezione regionale in Germania.
Con grande distacco segue la Cdu del ministro presidente Sven Schulze, accreditata del 18,5%. Per la Cdu si tratta di un risultato storicamente negativo: nel 2021, quando il Land era guidato da Reiner Haseloff, aveva ottenuto il 37,1% dei voti.
Al terzo posto si colloca la Linke con il 9,5%, seguita dai Verdi con il 9% e dalla Spd con l’8%. Anche per la Spd si profila il peggior risultato mai ottenuto nel Land: nel 2021 aveva raggiunto l’8,4%.
Il Bsw è al 5% e deve quindi ancora assicurarsi l’ingresso nel Landtag, mentre la Fdp è al 2% e sarebbe esclusa dal Parlamento regionale. I dati sono ancora provvisori e potranno cambiare con le successive proiezioni e con lo scrutinio dei voti.
SIEGMUND, NON SO SE SARÒ PRESIDENTE, MA GIÀ SCRITTA LA STORIA
(ANSA) – BERLINO, 06 SET – “Non si può già dire alle 18 di stasera se sarò ministro presidente della Sassonia-Anhalt, ma abbiamo già scritto la storia”. Lo ha detto il candidato di Afd Ulrich Siegmund, parlando alla tv Ard, dopo gli exit poll che danno il partito al 44,5%.
Lo storico Giovanni De Luna legge “Il mondo al contrario” (strafalcioni compresi): “Un fascismo antropologico fatto di modi di dire e di pensare. Che temo andrà lontano”

(di Roberto Casalini – ilfattoquotidiano.it) – Un Patriota con la P maiuscola come Roberto Vannacci non può non sentirsi “offeso da chi deturpa la mia lingua natale che incarna la cultura, la civiltà, le tradizioni ed anche, perché no, la Patria”. Il generale ce l’ha con chi usa termini stranieri. “Non è un caso” mette nero su bianco nel Mondo al contrario, il pamphlet alle origini della sua popolarità, “che nella nostra ricca, antica, melodica e bellissima lingua sia stato ostracizzato ogni termine che descriva un omosessuale maschile (sic). Dobbiamo ricorrere ad un idioma straniero e chiamarli gay perché i vocaboli esistenti sino a pochi anni fa nei dizionari… sono tutti considerati inappropriati, se non addirittura volgari ed offensivi. Pederasta, invertito, sodomita, finocchio, frocio, ricchione, buliccio, femminiello, bardassa, caghineri, cupio, buggerone, checca, omofilo, uranista, culattone sono ormai termini da tribunale, da hate speech, da incitazione all’odio e alla discriminazione…”.
Mentre lui, in nome della libertà, rivendica il diritto a odiare. “Chiunque esprima un’opinione che possa essere percepita come offensiva o discriminante nei confronti della comunità lgbtq+” scrive “rischia di essere sottoposto a giudizio per appurare se si tratti di libera espressione delle proprie opinioni o di omofobia ed incitazione all’odio. Per quanto esecrabile, l’odio è un sentimento, un’emozione che non può essere represso nell’aula di un tribunale. Se questa è l’era dei diritti allora, come lo fece Oriana Fallaci, rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute… Dire che un trans vestito da badessa con le labbra gonfie su un viso che lascia intravedere le tracce della barba e che mostra le tette siliconate in pubblico durante il Gay Pride è ripugnante e disgustoso non implica l’istigazione all’odio né, tantomeno, dovrebbe essere più grave che rivolgere lo stesso commento ad una donna che si dovesse comportare allo stesso modo”. Con ossimoro ardito, nasce l’odiatore beneducato.

“Questi immigrati hanno costituito quello che Marx definiva l’esercito industriale di riserva del padrone togliendo i diritti ai lavoratori e facendoli lavorare per un salario non adeguato. Quindi rimandandoli a casa sbloccheremmo una situazione assurda e porteremo gli italiani stessi, che raccoglievano fragole, olive e pomodori trenta/quaranta anni fa, probabilmente a rivolgersi anche a questi lavori”. (In onda, 22 giugno 2026)
L’ex generale il dizionario non lo sfoglia più da tempo. Gli sarebbe tornato utile per evitare svarioni. Quando per esempio descrive gli uomini normali che “vagheggiano nel presente”, vittime di ambiente e ambientalismo a tal punto che “non possiamo lamentarci che ci si puzzi dal freddo in inverno e ci si boccheggi in estate”. Del lassismo contemporaneo sarebbero testimonianza la “rimessione in libertà degli arrestati”, le “quote rose”, il “quieto intercedere di rospi e tritoni” nei luoghi pubblici (lasciati forse a pascolo brado dagli animalisti per la “perpetrazione della specie”), mentre in passato tra i grandi delitti perseguiti c’erano “la blasfemia, l’eretismo (che a dire il vero sarebbe uno stato di forte eccitabilità, ma forse gli eretici erano anche iperemotivi, ndr), l’adulterio e tanti altri comportamenti”. Fino a perle di pensiero complesso come “se alcuni gruppi di individui che la Natura ha relegato in ambienti impossibili finiscono per mangiarsi tra di loro ciò non ammette la banalità di una tale condotta in condizioni usuali”.

“Non esiste il femminicidio. Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”. (ilfattoquotidiano.it, 14 giugno 2026)
Più del lessico, però, c’è la sostanza del dire vannacciano. Un passatismo travestito da spiccia praticità, un misoneismo che inneggia alla Tradizione. È nuovo fascismo, il suo? E se lo è, perché ci ha colti di sorpresa? «Non lo abbiamo visto arrivare perché c’era già, c’è sempre stato» dice Giovanni De Luna, storico dell’Italia contemporanea che ha indagato a lungo le radici e le pratiche del ventennio. «Il fascismo è l’autobiografia della nazione, per usare la celebre definizione di Piero Gobetti: preesisteva a Mussolini e gli è sopravvissuto. Non c’è soltanto la continuità dello Stato che ha travasato uomini e pratiche della dittatura nell’Italia repubblicana. C’è anche, per così dire, un fascismo antropologico fatto di modi di sentire e di pensare, che viene da lontano e temo andrà lontano se non viene contrastato».
Nel dopoguerra, la Dc è diventata il contenitore di umori passatisti, poi a destra è scattata la libera uscita
Di fascismo, a dire il vero, Il mondo al contrario non parla: accenni alle imprese guerresche durante la prima e la seconda guerra mondiale, nient’altro. Le allusioni alla ritualità militar-fascista, i richiami alla X Mas, sono arrivati dopo. Ma il pensiero che veicola è individualista ed elitista. Come ha potuto trovare udienza? «Il lungo dopoguerra italiano, sepolta la dittatura» spiega De Luna «ha visto rinascere le forze cattoliche e di sinistra e affievolirsi la presa della vecchia destra liberale. La Democrazia Cristiana è diventata il grande contenitore degli umori passatisti, che ha controllato e disciplinato. La destra estrema – l’Msi, l’Uomo Qualunque – in questo schema è rimasta ai margini. Quando è caduta la Prima Repubblica, nella metà degli anni Novanta, per il radicalismo di destra è scattata la libera uscita».

“L’umanità non è mai stata meglio, siamo 8 miliardi di persone. L’inquinamento ci ha fatto benissimo e lo dico in modo provocatorio: l’aspettativa di vita planetaria nel 1800 era di 33 anni, oggi 68. Da quando abbiamo iniziato a inquinare abbiamo moltiplicato l’aspettativa. Inquinamento ovviamente non ci ha fatto bene, è il progresso che ci ha regalato benefici ed è sbagliato fermare il progresso”. (La Nazione, 23 maggio 2024)
Oggi la destra governa ma si vive come catacombale e vittimista, “maggioranza silenziosa” assediata da un mondo ostile. Ridiamo la parola a Vannacci: “Basta aprire quella serratura di sicurezza a cinque mandate che una minoranza di delinquenti ci ha imposto di montare sul nostro portone di casa per inoltrarci in una città in cui un’altra minoranza di maleducati graffitari imbratta muri e monumenti, sperando poi di non incappare in una manifestazione di un’ulteriore minoranza che, per lottare contro una vaticinata apocalisse climatica e contro i provvedimenti già presi e stabiliti dalla maggioranza, blocca il traffico e crea disagio all’intera collettività. I dibattiti non parlano che di diritti, soprattutto delle minoranze: di chi asserisce di non trovare lavoro, e deve essere mantenuto dalla moltitudine che il lavoro si è data da fare per trovarlo; di chi non può biologicamente avere figli, ma li pretende; di chi non ha una casa, e allora la occupa abusivamente; di chi ruba nella metropolitana, ma rivendica il diritto alla privacy”. Insomma, “la dittatura delle minoranze ha prevaricato il concetto di democrazia dove la maggioranza decide ed il resto si adegua”: la democrazia come una caserma dove io do gli ordini e tu marci affardellato.

“Recentemente in Toscana c’è stato il gay pride. Ci mandiamo questi signori a morire al fronte. Ditemelo voi. Chi è pronto a questo sacrificio? Chi viene educato ancora con questi valori? È inutile spendere 800 miliardi se poi al fronte non ci va a combattere nessuno”. (ilfattoquotidiano.it, 27 giugno 2025)
In un mondo dove tutti gli avversari dell’ex generale sono caricaturati e assimilati alle frange più estreme o più eccentriche, chi sono i nemici? I terroristi, le nuove Brigate Rosse? No, gli asili nido perché “la cosiddetta emancipazione femminile ed il concetto del lavoro ad ogni costo limitano, se non addirittura impediscono, il regolare svolgimento della funzione educativa da parte dei genitori che la delegano ad altre istituzioni appositamente concepite”. La donna invece è meglio che stia a casa, nella famiglia tradizionale contro cui “un’altra incredibile bordata proviene dal movimento femminista che si batte per l’emancipazione della donna. Oltre a promuovere istituzioni come il divorzio e l’aborto al suon dello slogan “tremate, tremate, le streghe son tornate” si oppone alla figura femminile intesa come madre. Le moderne fattucchiere sostengono che solo il lavoro ed il guadagno possono liberare le fanciulle dal padre padrone e dal marito che le schiavizza condannandole ad una sottomessa, antiquata, involuta ed esecrabile vita domestica”.
Dal libro di Vannacci emerge la democrazia al contrario: io ordino, tu marci affardellato
Assieme a loro, vanno parimenti esecrati gli ambientalisti, i proprietari di cani e gatti (“Nel Belpaese, il numero di animali domestici supera quello degli stessi abitanti”: e non è vero) e chi segue una dieta (“L’ecologia è figlia del benessere, come l’animalismo e l’alimentazione vegana”); chi ha scrupoli morali (“Il mondo è caos irrazionale, disordine, entropia, susseguirsi concitato di eventi catastrofici, vuoto, temperature estreme, forze incommensurabili e, sinceramente, non si vuole complicare la vita mettendosi a disquisire anche di etica”); e in genere chi si oppone al suo passatismo (“Il lavaggio del cervello a cui siamo sottoposti giornalmente volto ad imporre l’estensione della normalità a ciò che è eccezionale ed a favorire l’eliminazione di ogni differenza tra uomo e donna, tra etnie (per non chiamarle razze), tra coppie eterosessuali e omosessuali, tra occupante abusivo e legittimo proprietario, tra il meritevole ed il lavativo non mira forse a mutare valori e principi che si perdono nella notte dei tempi?”).

“Credo che delle classi con caratteristiche separate aiuterebbero i ragazzi con grandi potenzialità a esprimersi al massimo, e anche quelli con pi. difficolt. verrebbero aiutati in modo peculiare. Non è discriminatorio. Per gli studenti con delle problematiche mi affido agli specialisti. Non sono specializzato in disabilità”. (La Stampa, 27 aprile 2024)
Di contro, c’è un’esaltazione tronfia dell’italianità di lungo corso (“Ritengo che nelle mie vene scorra una goccia del sangue di Enea, di Romolo, di Giulio Cesare, di Dante, di Fibonacci, di Giovanni dalle Bande Nere e di Lorenzo de Medici, di Leonardo da Vinci, di Michelangelo e di Galileo, di Paolo Ruffini, di Mazzini e di Garibaldi”) contro chi non ha quarti di purezza bimillenaria (“Anche se abbiamo seconde generazioni di Italiani dagli occhi a mandorla, il riso alla cantonese e gli involtini primavera non fanno parte della cucina e della tradizione nazionale; anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri”). E un disprezzo per niente velato nei confronti degli immigrati (“Lo straniero che non si integra nel tessuto della terra che lo accoglie non è più un immigrato ma diventa un invasore”). E nei confronti dei poveri (“Non gradisco il termine ‘ridistribuzione della ricchezza’: evoca in me, nel migliore dei casi, un mostro tentacolare che priva di beni chi li ha guadagnati onestamente per darli ai meno fortunati ma anche a chi, probabilmente, non si adopera sufficientemente per essere autosufficiente”).
Il vincente è, dal suo punto di vista, chi emerge da una dura selezione darwiniana: “Le comunità dove ancora vince il migliore, a prescindere dalle altre caratteristiche, dove la giusta corretta competizione incrementa l’efficienza, dove le capacità e i meriti individuali sono premiati sono considerate dal multiculturalismo troppo violente, razziste, esclusive e, in definitiva, da smantellare! È la competitività stessa a salire sul banco degli imputati, quella che garantisce la sopravvivenza e l’evoluzione di tutti gli esseri animati sulla terra: produce selezione, stress, affanno, fa emergere i migliori… Che schifo, va eliminata!”.
Giovanni De Luna taglia corto: «È un album di famiglia che conosciamo bene. Che si appella al buon senso, ma lo tradisce. Ricorda quel passo dei Promessi sposi in cui Manzoni dice: “Il buon senso c’era , ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”? Un’Italia che non vuole fastidi né vincoli, che guarda la luna ma vede il dito, l’Italia del tengo famiglia, del mi faccio gli affari miei. Quella porzione di Paese che i veri liberali di Mario Pannunzio e del Mondo chiamavano l’Italia alle vongole. La parte peggiore dell’identità italiana».
Nel ridurre tutto a piccolo cabotaggio, a fastidio davanti alla porta di casa, Vannacci nei numerosi esempi di cui adorna il suo pamphlet dà ragione a De Luna. C’è la criminalità? “La cronaca spopola con delitti di mafia, organizzazioni criminali e malaffare internazionale, ma ai reati a cui è esposta la maggioranza della popolazione, alla microcriminalità che affligge ogni cittadino sembra dedicata solo un’importanza marginale”. Insomma, lo spacciatore è più pericoloso del mafioso che gli affida le dosi di coca da smerciare. Ci sono nubifragi e inondazioni? Non è colpa della crisi climatica ma, a Milano, dei troppi alberi ad alto fusto che piombano sulle auto: basta piantare oleandri e cespugli, e il problema è risolto. E in Emilia-Romagna di istrici e nutrie che scavano gallerie rendendo permeabile il terreno, con la complicità di animalisti e sinistra radical chic.
Si potrebbe continuare a lungo, in questa elencazione risentita che abbina la vestaglietta piccolo-borghese alla mimetica. Il generale procede con la ruspa contro tutto ciò che gli si para davanti ma si cautela: “L’autore declina ogni responsabilità in merito a eventuali interpretazioni erronee dei contenuti del testo e si dissocia, sin d’ora, da qualsiasi tipo di atti illeciti possano da esse derivare”. Nel mondo al contrario di cui Vannacci ci accusa di far parte si direbbe che getta il sasso e nasconde la mano, com’è di ogni excusatio non petita.

Per quanto esecrabile, l’odio è un sentimento, un’emozione che non può essere represso in un’aula di tribunale. Se questa è l’era dei diritti allora, come lo fece Oriana Fallaci, rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute (Il mondo al contrario, 2023)
“Entro fine mese programma e primarie”. Il leader dei 5S interviene alla festa dell’Unità di Bologna accolto da richieste di selfie e autografi. “Il nostro giudizio sul sindaco Lepore è molto positivo”

(di Emanuela Giampaoli – repubblica.it) – Al popolo dem che lo accoglie al grido “Giuseppe Giuseppe”, gli chiede selfie e autografi, consiglia di «non avere paure delle primarie». Assicura che un leader scelto sia più difficile da «far cadere» e che in politica estera ci sono «più convergenze» di quel che si crede. Tanto che una delle prime cose che faranno una volta a Palazzo Ghigi sarà riconoscere lo Stato di Palestina. Applausi.
Ma è tra i volontari delle cucine della Festa dell’Unità di Bologna, dove si friggono le crescentine, che l’alleanza tra Pd e 5stelle si cementa. Mangiando salsicce.
Dal palco il leader dei Cinque stelle Giuseppe Conte traccia la roadmap per arrivare al voto, mandare a casa il governo Meloni. Adesso è il «tempo del programma. Perché ciascuna forza politica sta lavorando un poco alle rispettive proposte e quindi a fine mese inizieremo a riunirci per lavorare al programma e poi insieme, subito dopo, ovviamente le primarie».
Che non vanno temute perché «possono aiutarci, perché chiunque risulterà vincente gli altri non risulteranno perdenti. Perché saremo una squadra. Non sarà un leader di partito ma il leader di coalizione. Quindi già far cadere un leader di coalizione che è passato dalle primarie è più complicato che mettersi invece d’accordo tra segreterie di partito».
Se c’è un tema a cui fare attenzione è semmai quello di “allargarsi” troppo. A chi dice «che più mettiamo persone insieme e più abbiamo risolto il problema» spiega che «non è così che funziona e io ci sono passato. Perché poi quando si è al governo chi vuole sganciarsi, trova scuse». Chi vuole stare nel campo largo dovrà firmare il programma: «Non una firma frettolosa. Bisogna inchiodarli al programma. Un programma coeso, solido, partecipato».

Serve per vincere, e per governare, non mettere insieme «l’un per cento lì, 0,3 per là, 0,4 lì» perché «con l’ammasso viene fuori una somma aritmetica al contrario. Dobbiamo proporvi un programma realmente progressista, con tutti i partner realmente affidabili e poi andremo a vincere». La longevità di Meloni sarebbe il frutto di «un’alleanza con i poteri forti, come nella tradizione di destra. A Bari ha fatto un comiziaccio». E l’Ucraina? «Occorre passare dal negoziato, una parola che nessuno in Europa pronuncia più». Poi fa suo l’appello del papà di Lorena: «Finanziare i centri antiviolenza e lavorare sul piano culturale».
A margine, “molto positivo” dice è il suo giudizio sul sindaco Lepore: “Noi siamo direttamente coinvolti in questa giunta, vediamo i risultati positivi e confidiamo che ci sia la disponibilità anche da parte della città a rinnovargli il mandato”.
Solite chiacchiere dell’establishment in una città blindata

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Appena passate, in addestramento, le Frecce Tricolore a scavallare il Monte Bisbino, dalla bella località di Cernobbio, in pieno territorio di guerra ibrida, mi telefona un amico, che ha fatto scorta di acqua potabile, tonno e fagioli in scatola per fare fronte alla segregazione imposta dal celebre appuntamento annuale organizzato niente di meno che dallo Studio Ambrosetti, specializzato in alte consulenze geopolitiche, strategie finanziarie, diplomazia economica e insonne produzione di così tanti “position papers” per governi e miliardari, da avvolgerci intere carriere e interi fallimenti.
Da luogo di aperitivi, chiacchiere e rimorchio, Cernobbio s’è voltato in fortino. Lo avvolge una fitta rete di posti di blocco, stesa per la sicurezza nazionale che è la posta in gioco, anzi la preda, di ogni guerra ibrida che si rispetti: russa, russofila, cinese, se non addirittura spagnola e Antifa.
Tre cinture di sorveglianza si allargano per cerchi concentrici. Le formano ingenti forze di polizia, drappelli di carabinieri: ogni incrocio è presidiato. Ogni parcheggio svuotato. Ogni cestino dei rifiuti è perquisito. Interdette finanche le graziose, ma infide rive del lago, dove da cinque giorni è proibito avvicinarsi a meno di 800 metri dalla riva. Transitano motoscafi e sommozzatori. Volano elicotteri e droni. Cani addestrati annusano. Microspie ascoltano. Telecamere registrano.
In attesa che il nemico minacci o agisca, nei sontuosi saloni di Villa D’Este – 1500 euro a notte la stanza più scamuffa, ma sono tutti in conto spese – s’addensano gli gnomi dell’alta finanza, i banchieri, i faccendieri, 200 manager a caccia di denari, la stampa ronzante. È arrivato a illuminare il dibattito Tajani Antonio che con Salvini Matteo guida il drappello di governo, mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte scortano la marcia delle opposizioni. Ma ci sono anche star internazionali come il francese Jordan Bardella, l’ex sindaco di New York Bill de Blasio e in collegamento il trilionario Larry Fink, quello di Black Rock, che dice una cosa inedita: “Europei svegliatevi!”. Ma persino lui passa in secondo piano quando s’avanza il legionario Vannacci, questa volta non a torso nudo, ma armato di sonanti “Me ne frego!” quando il mite senatore Monti lo avvisa: “Combatterò la sua retorica fascista”.
Importa a nessuno che siano già stati tutti in tv per l’intera estate, alla Versiliana, alla sagra del Porcino e in piazzetta a Capri a spacciare selfie. È Villa d’Este il luogo che conta, dall’anno 1975, anche se le molte chiacchiere transitate nei 52 incontri precedenti sono finite negli archivi delle “parole al vento”. Un po’ come capita al prestigioso Cnel guidato da Renatino Brunetta, lo sfortunato economista che meritava il Nobel e ora si accontenta di uno stipendio con autista.
Il Forum, a differenza del Cnel, è privato, ma gode di altrettante generose sovvenzioni, comprese quelle necessarie per il sorvolo delle Frecce Tricolore a segnalare “l’altissimo profilo dell’evento” che vale il saluto istituzionale e i 160 mila euro spesi dal ministero della Difesa per il carburante e i piloti. “Non ci credo!” strilla il mio amico al telefono da Cernobbio. “Io sono qui a mangiare tonno e fagioli, controllato a vista, mentre loro giocano con i Jet”.
Sorvolano lo spirito dei tempi e del Forum, gli dico. Sono armi da parata che evocano la guerra, quella che i ricchi non vedono l’ora di scatenare, mentre si addestrano con i fantasmi di quella ibrida. La sola cosa che contava, qui a Cernobbio, l’ha quasi detta il presidente Mattarella nel suo messaggio registrato: “Mentre una parte del mondo lotta per la vita”, nell’altro emisfero “si affaccia la pretesa predatoria delle risorse”. Solo la pretesa, presidente? E quale sarebbe l’emisfero? Il monito non lo dice, ma a Villa d’Este fischiavano le orecchie.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Lette le cronache dell’atroce delitto di Firenze, viene da fare memoria a noi stessi, come comunità, di un paio di cose. Tutti, proprio tutti i femminicidi, pur avendo esecutori spesso molto diversi l’uno dall’altro, hanno un movente identico, immutabile: tu sei mia, e poiché rifiuti di esserlo ti uccido.
È un movente padronale, esplicito e rivendicato. A volte seguito dal suicidio dell’assassino, incapace di immaginare anche se stesso svincolato da quel rapporto carcerario. A volte no, bastando al boia avere eseguito la sua sentenza.
Difficile immaginare, dunque, un crimine più “politico” del femminicidio: crimine contro la libertà, quella delle singole vittime e per esteso quella del genere femminile. Crimine tipicamente reazionario nel senso tecnico del termine: ammazzando te, reagisco alla pretesa inaccettabile che una femmina possa appartenere solo a se stessa. Una specie di “delitto esemplare”, ammazzarne una per educarne cento. A ben vedere, una pratica terrorista, ne sia o non ne sia cosciente il suo autore.
Ne consegue che ogni provvedimento di legge, ogni ausilio psicologico, ogni azione educativa (nelle scuole, nei centri di cura, ovviamente anche nelle famiglie) non può che fondarsi sulla intangibilità della libertà di ciascuna e ciascuno, come ambizione e come diritto. E sulla ripulsa dell’idea stessa di controllo e di dominio che molti maschi tendono a esercitare sulle femmine.
Ma questa sarebbe politica allo stato puro: risposta politica a un delitto politico. Difficile che avvenga, per l’ovvia ragione che un pezzo rilevante della politica e della società non è affatto convinto che la libertà delle donne sia compatibile con l’ordine sociale.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] “Il contrario di ignoranza non è cultura, è curiosità”, scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 1° settembre. I genitori di Shakespeare firmavano con la X, ciò non ha impedito loro di formare forse il più grande poeta della storia, non solo anglosassone. Evidentemente avevano inoculato nel loro pargolo qualcosa che è molto più importante della cultura: la curiosità, come scrive Cazzullo, che è fondamentale nella vita dell’uomo al pari della sensibilità, ma mentre la sensibilità implica sofferenza la curiosità è uno slancio vitale. Un uomo che perde la curiosità ha un tasso di vitalità pari allo zero. È già morto. L’uomo curioso è il vero rivoluzionario perché, attraverso la sua curiosità, mette in dubbio il già dato. La curiosità si lega strettamente alla capacità di ascolto. Scendiamo un po’ di livello: curiosità e capacità di ascolto dovrebbero essere le doti, non solo dell’“uomo comune”, espressione già di per sé razzista, ma dell’intellettuale e in particolare del giornalista.
[…] Noi uomini moderni, creduli che l’intelligenza artificiale ci dà e ci darà ancor più nel prossimo futuro tutte le risposte di cui abbiamo bisogno, abbiamo perso non solo la curiosità, ma anche la capacità di ascoltare e capire il diverso. Se dopo l’ultimo conflitto mondiale gli americani – allora ancora sufficientemente ignoranti per avere curiosità, sufficientemente bambini per rimanere affascinati dal grande gioco del mondo tenendosi stretti nel loro, di mondo, fatto di bisonti, di cowboy, di Winchester – hanno perso tutte le guerre, è proprio per una mancanza di curiosità, di volontà di ascoltare e capire il diverso.
Hanno attaccato il Vietnam senza conoscere la cultura e i costumi dei vietnamiti. Dirà il lettore: ma il Vietnam aveva alle spalle la Russia, altra cultura altra sensibilità di cui pure non abbiamo mai capito nulla, nonostante la lettura dei grandi scrittori russi, da Dostoevskij a Gogol a Tolstoj, ce ne desse la possibilità. Vero. Ma hanno anche attaccato un’infinità di altri popoli, insieme a un’imponente congrega di loro accoliti, fra cui non potevano mancare gli italiani, specialisti – come scrive Flaiano – nel salire sul carro dei vincitori di quelli che credono siano i possibili vincitori. Il fascismo era un fenomeno originariamente nostro, anche se a qualcuno spiacerà ammetterlo, ma si appecoronò davanti alla corrente nazionalsocialista della Germania di Hitler, con i risultati che conosciamo. Ma la sconfitta più bruciante è avvenuta quando abbiamo affrontato l’universo afgano-talebano senza conoscere nulla di quel mondo. Eppure, a supporto degli afgano-talebani, non c’era nessuno, anzi si può dire che gli afgano-talebani avessero contro, per motivi ideologici e geopolitici, il mondo intero. E dopo vent’anni di invasione e occupazione abbiamo rimediato la più bruciante delle sconfitte.
[…] Nel 1999 abbiamo attaccato la Serbia socialista di Slobodan Milosevic, che pur era stato uno dei firmatari della pace di Dayton, senza tenere in minimo conto che la Serbia è profondamente legata, per motivi culturali e anche linguistici, al mondo russo, oltre al cirillico, che per altro adesso nessuno usa più in Russia e pochissimo in Serbia (a parte la corrente ipernazionalista che fa idealmente riferimento a Novak Djokovic): moltissimi sono i vocaboli della lingua serba che sono identici a quelli russi, o viceversa. E ciò avvenne due anni prima degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono, che in base alle rivelazioni del Wall Street Journal e del Times (tutto sommato bisogna ammettere che, in generale, la stampa americana è più libera della nostra, ci vuol poco) io penso fossero opera o godessero di complicità degli stessi Usa, per avere un buon pretesto per attaccare successivamente non solo l’Afghanistan, ma anche l’Iraq. È un po’ la storia dell’attacco kamikaze giapponese a Pearl Harbor, che fu il pretesto che consentì agli americani di intervenire nella Seconda guerra mondiale contro i Paesi dell’Asse, Germania, Italia, Giappone.
Recentemente abbiamo attaccato pure l’Iran senza tenere minimamente conto, anche qui, che l’Iran è l’antica Persia. Cioè abbiamo preteso di eliminare di colpo con un paio di bombe una società bimillenaria. Donald Trump proclama un giorno sì e uno no, in contraddizione con se stesso come sua abitudine, di avere sconfitto e distrutto l’Iran. Ma l’Iran è sempre lì. E da potenza regionale si è trasformata in una potenza che, grazie ai legami con Russia e Cina, determina i ritmi della politica mondiale.
Intanto, a causa di questa guerra, in Europa i prezzi di tutti i generi essenziali, alimentari ma non solo, sono saliti alle stelle (petrolio, pasta, riso ecc…). Chi salda il conto di questi sperperi inauditi di risorse? Il cittadino comune in Europa, ma anche negli Stati Uniti. “E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”.
Impressiona l’assoluto silenzio della premier sul mondo in guerra tutt’intorno a noi. Quasi fossimo sulla Luna

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Se c’è un segreto, cercalo nel silenzio. Perché il silenzio è musica, almeno quanto i suoni, forse di più. Se vuoi entrare nel cuore della mia musica, cerca tra i vuoti, tra le pause. Ogni suono è soltanto la pausa di un silenzio». Il genio di Ennio Morricone può aiutarci a cogliere la cifra nascosta nell’autoritratto che Giorgia Meloni ci ha offerto celebrando il suo record di durata a palazzo Chigi.
Rileggendolo — è un testo scritto e riscritto — colpisce il tono rivendicativo ma tutt’altro che trionfalistico. Più bemolle che diesis. Parlare di estensione della Zona economica speciale e del petrolio in Basilicata, avvertire che «chi vi propone soluzioni facili (ergo: Vannacci) non vi dice la verità», offrire scuse non richieste («le liste d’attesa per la sanità non le ho inventate io») sono stilemi che difficilmente rientrano nella retorica del trionfo.
Il tutto accompagnato dalle struggenti note di A mano a mano cantata da Rino Gaetano… Ci saremmo aspettati l’Elton John di I’m still standing. Ma più del minimalismo domestico impressiona l’assoluto silenzio sul mondo in guerra tutt’intorno a noi. Quasi fossimo sulla Luna.
Eppure la presidente del Consiglio parlava dal molo borbonico di Bari, affacciato sul Mediterraneo in fiamme che minaccia di chiuderci gli sbocchi all’oceano, da cui traiamo le materie prime che non abbiamo e per cui viaggiano le merci che produciamo. Non una parola su Trump o Putin, sulle guerre di Israele, sul riarmo degli europei. Silenzi interpretati dai fini esegeti del melonismo come «effetto Vannacci».
Leggendo nei sondaggi il crescente disincanto per il nostro pur modesto appoggio all’Ucraina, Meloni avrebbe preferito tacere per non dare altri argomenti al generale più russo che filorusso, unico vero ostacolo fra lei e un altro quinquennio di governo. Sarà. Ma quel silenzio rivela, forse inconsciamente, qualcosa di più profondo: oggi l’Italia non fa politica estera. E questo, con tutto il rispetto, è molto più importante del duello Meloni-Vannacci.
La nostra inerzia non è nata ieri ma oggi rischia di compromettere il futuro dell’Italia. In tempi di rivoluzione chi sta fermo è finito. Può al massimo sperare nella benevolenza dei protagonisti delle partite che stanno riscrivendo il profilo del pianeta, per i quali semplicemente non esistiamo. Se non come area di ameno parcheggio e svago per militari stanchi (una delle priorità del Pentagono dopo gli ammutinamenti sulle portaerei Ford e Lincoln, per informazioni rivolgersi a Croazia e Thailandia) o stazione di rifornimento per bombardieri, senza pedaggio.
Leggenda vuole che l’Italia sia troppo piccola per pensare il mondo e agirvi. La coscienza dei propri limiti non esenta nessuno Stato dal partecipare al sistema internazionale. Ne è anzi la premessa per contarvi. E se nella bonaccia il prezzo dell’introversione appare impalpabile, quando soffiano venti di tempesta manovrare è necessario. Altrimenti sprofondiamo. Da soli. Senza nemmeno bisogno che qualcuno ci affondi.
Con tutto il rispetto per le rivalità fra destra e ultradestra, la tabe che gli omissis di Meloni — ma vale per entrambi gli schieramenti, perché è questione culturale prima che politica — squadernano sotto i nostri occhi è emergenza nazionale. Se ne esce solo prendendo coscienza della realtà, per quanto sconfortante.
Impressiona come la retorica corrente continui a trattare di Nato, Unione Europea, Onu e quanti altri riferimenti storici della Repubblica come se fossero quel che furono ai tempi del primato americano (Nato), come se esprimessero un soggetto politico e non una cacofonia di nazionalismi ciechi e velleitari (la mitica “Europa”) o fungessero da attivi custodi della pace (Onu) nel regno del cosiddetto diritto internazionale, universale misura di tutte le cose.
Capita ogni tanto che a qualche responsabile sfugga un riferimento alla realtà, non solo in privato. Ricordiamo Meloni stessa, di fronte a un allibito Bruno Vespa, affermare l’evidenza («L’Unione Europea non esiste», 7 aprile 2022).
Il suono del silenzio può aiutarci a capire che bisogna cambiar musica. Purché si senta: «Il mio suono prediletto è quello della grancassa sommata al tam tam» — Morricone dixit. Per ulteriori chicche del Maestro, vedi l’intervista a Giuseppe Tornatore Il silenzio è musica.