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Israele uccide nell’impunità: l’esodo biblico del Libano


Nel corso di due settimane di conflitto gli sfollati si sono moltiplicati fino a superare il milione di persone. «Quando la guerra finirà, vogliamo tornare alle nostre case. Se Dio vuole torneremo presto»

(Agnese Ranaldi – editorialedomani.it) – «Quando la guerra finirà vogliamo tornare alle nostre case, senza dubbio. Nessuno di noi l’ha lasciata lì pensando che fosse una cosa normale. Se Dio vuole torneremo presto, inshallah». La Makassed School del quartiere di Sabra si trova nella zona rossa della Dahieh, la periferia sud di Beirut presa di mira dai bombardamenti dall’aviazione israeliana in queste settimane. Ospita circa 1.200 persone rifugiate dopo gli ordini di evacuazione che hanno coinvolto diverse aree del Libano all’indomani della riapertura del fronte libanese di quella che viene definita la terza quella del Golfo.

Nella scuola-shelter di Sabra i bambini giocano a palla in cortile, gli adulti svolgono faccende utili alla comunità, come caricare i boccioni di acqua potabile e portare fuori la spazzatura. Nell’aria c’è un profumo di cibo cucinato, è quasi l’ora dell’iftar per le persone che sono in Ramadan. Ma fuori lo scontro tra Hezbollah e Israele non trova tregua.

Sfollati e scontri

Nel corso di due settimane, come previsto da diverse ong e agenzie internazionali, gli sfollati si sono moltiplicati esponenzialmente fino a superare il milione di persone. I morti sono centinaia e centinaia, migliaia di persone sono rimaste ferite. Lo scontro tra Hezbollah e le Israeli Defense Forces si sta sviluppando su più fronti: quello più caldo resta il sud, come l’area del governatorato di Nabatieh, quelle vicino al villaggio di frontiera Khiam, o la zona vicino alla città costiera di Tiro.

A sud il “partito-milizia di Dio” e le truppe israeliane si sono anche scontrate sul campo, con colpi di artiglieria e d’arma pesante. Nella valle della Beqa’, invece, nel Libano orientale, si parla perlopiù di raid aerei e missili. Tra le aree più coinvolte nel fuoco incrociato vi è la regione di Baalbek, snodo strategico molto vicino al confine con la Siria.

Ma anche Beirut, la capitale libanese, non è rimasta immune agli attacchi dell’esercito israeliano. Le bombe sulla Dahieh sono praticamente all’ordine del giorno. Nel corso della settimana le Idf hanno cambiato strategia e iniziato a colpire non solo le presunte infrastrutture militari di Hezbollah, ma anche edifici residenziali e civili (come il Comfort Hotel del quartiere di Raouche), scatenando il panico anche nel centro città e in zone precedentemente ritenute sicure.

All’alba di giovedì non hanno lasciato scampo neanche alle persone sfollate rifugiate sul lungomare di Beirut, a Ramlet al-Baida, vicino alla Corniche, accampate alla bene e meglio dormendo nelle loro auto. Hanno perso la vita almeno 7 persone e diverse sono state ferite. Sempre giovedì le Idf sono tornate a prendere di mira il centro città. Dopo aver diffuso le consuete mappe che mostrano in blu la zona da evacuare e in rosso l’obiettivo del bombardamento, nel pomeriggio aerei da guerra sono sfrecciati sopra Beirut provocando un paio di esplosioni nel quartiere di Bashoura, un’altra area densamente abitata da popolazione civile.

L’impunità israeliana

«Questa è la cosa più grave e dà l’idea dell’impunità delle Idf – spiega Veronica Bonelli della ong Un ponte per – Come se non fosse già grave che vengano evacuate intere aree del territorio libanese. Si aggiunge un ulteriore livello, perché vanno a colpire zone considerate sicure al punto da ospitare persone sfollate. In questo modo si crea un senso di insicurezza ulteriore per persone che non sanno dove altro andare. È così a Beirut, a Tiro, a Saida».

E mentre si entra in una nuova fase dell’esodo forzato, con le Idf che hanno ordinato alla popolazione del sud di evacuare dal fiume Litani fino allo Zahrani, il governo libanese prova a resistere, incastrato com’è tra le pressioni della comunità internazionale (che spinge perché la richiesta di Tel Aviv di disarmare Hezbollah sia presto esaudita) e la violenta offensiva israeliana.

A poco è valso che il presidente Joseph Aoun abbia proposto, con una mossa senza precedenti, di rendersi disponibile a negoziare direttamente con il governo di Benjamin Netanyahu. E nemmeno la diplomazia, che su spinta della Francia ha indetto una riunione presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite mercoledì, è finora intervenuta in modo decisivo.

«La notizia che dovevamo evacuare l’abbiamo ricevuta dopo mezzanotte, verso le due» racconta un uomo che viene da Nabatieh, uno dei villaggi del sud del Libano al centro dei combattimenti. «Abbiamo bambini, figli, figlie sposate. Siamo scappati e siamo usciti in strada. La gente qui ci ha accolto, è stata molto generosa con noi», dice. La Makassed School è uno dei circa 600 rifugi che il governo libanese ha messo a disposizione per le persone sfollate, soprattutto del sud e dei quartieri meridionali della capitale.

Anche Abdelkarim Nasr al-Din, un mokhtar (“capo-quartiere”) di Haddata, municipalità di Nabatieh, è stato colto di sorpresa dall’ordine di evacuazione arrivato il 2 marzo. «Per noi, come per gli altri, sono arrivati messaggi sui telefoni, tramite la radio, sui canali social. Abbiamo sentito che tutti erano stati evacuati e abbiamo iniziato a sentire esplosioni sui palazzi, ovunque – racconta – Tutti sono stati costretti a scappare. Io ero con la mia famiglia e con mia madre, che ha 96 anni. Si è spostata con noi per 18 ore e mezza in autobus».

Rifugi difficili

Ma anche per le persone giovani o in salute vivere accampate negli shelter non è semplice. Si tratta di spazi sovraffollati e in condizioni di estrema precarietà. «Abbiamo avuto una serie di difficoltà per la strada, poi quando siamo arrivati qui abbiamo avuto anche problemi per garantirci l’acqua, l’elettricità – continua il mokhtar – Siamo in questa scuola da poco ma ci sono famiglie, bambini, bambine che hanno bisogno di acqua per lavarsi, altrimenti si svilupperanno malattie, che già si stanno diffondendo. Qui non esiste solo il pericolo dei bombardamenti».

In tutto il Libano, anche nella capitale Beirut, i cali di tensione sono all’ordine del giorno. L’elettricità va e viene e a volte anche l’acqua risulta indisponibile per alcune ore. L’edificio dell’istituto scolastico ha un cortile centrale e i vari piani si sviluppano tutt’intorno. Dalle finestre penzolano coperte stese al sole, ma all’interno non è possibile entrare. «Per questioni di dignità», spiega un mediatore. Nonostante tutto, le persone rifugiate stanno cercando di trasformare quello spazio così inospitale in un luogo vivibile: «Quando siamo arrivati non c’era niente – racconta un uomo – Adesso stiamo cercando di sistemarci».

«Noi vivevamo la nostra vita normalmente. Anche durante la guerra precedente, quella prima di questa, nel 2024. Chi lavorava, lavorava. Ognuno si occupava dei propri affari. Quando è ricominciata la guerra, tutto si è fermato di nuovo», racconta un altro sfollato. La differenza tra questa guerra e la precedente, che si era conclusa con il cessate il fuoco del 2024 è che «gli israeliani hanno intensificato i bombardamenti. Lo stiamo vedendo tutti i giorni. Non hanno pietà, né per le persone malate né per nessun altro».

Ma nessuno nello shelter sembra essersi perso d’animo. «Sapevamo che sarebbe stata questa la situazione, dato che [gli Usa e Israele] sono intervenuti in Iran – dice una donna – Ma dobbiamo resistere. E poi sperare di tornare a casa».


Dalle cripto ai droni: così la Trump Spa guadagna 4-5 miliardi


Il Presidente e la famiglia hanno molte attività in tanti settori redditizi. E ora crescono i dubbi di insider trading preguerra

 Donald Trump

(di Marco Valsania – ilsole24ore.com) – C’è l’America imperiale e c’è l’impero di Donald Trump. Indissolubilmente legati: la famiglia presidenziale – e per estensione la cerchia dei collaboratori – tesse una propria politica economica ed estera parallela. Che muove miliardi verso casseforti personali, gonfiate da attività sulle quali l’amministrazione ha voce in capitolo, dagli asset crypto all’intelligenza artificiale, dall’energia alle comunicazioni, da relazioni con ricchi paesi arabi del Golfo fino alle guerre – Iran compreso, tra investimenti in droni e ombre di speculazioni sui bombardamenti.

Calcoli esatti della fortuna targata Trump hanno dato filo da torcere ad associazioni etiche, centri di ricerca accademici, analisti congressuali e inchieste dei media. L’opacità è di regola nella rete di operazioni e asset nelle mani di Trump, dei figli Eric e Donald Jr, della First Lady Melania, come del genero Jared Kushner e del personale inviato nelle crisi Steve Witkoff e dei suoi figli Alex e Zach.

La girandola dei numeri

Le stime dei “guadagni da presidenza” ruotano così attorno a più cifre, che hanno contribuito a salvare Trump da guai finanziari per processi e scandali e a ridar lustro alla sua immagine di successo . In gioco, secondo le più recenti stime, sono almeno quattro o cinque miliardi nell’arco di un anno d’oro, almeno per lui, e attribuiti al ritorno alla Casa Bianca. Abbastanza perché la classifica dei miliardari di Bloomberg valuti ora il suo patrimonio in 6,8 miliardi e Forbes oltre i 7 miliardi. Il Digital Grift Wealth Tracker, elaborato dall’opposizione democratica alla commissione di Vigilanza della Camera, azzarda cifre ancora maggiori: il suo polemico “orologio delle truffe” segna 9,7 accumulati fino a gennaio. Con 600 milioni legati a interessi stranieri.

Il contagio della fortuna presidenziale vede il primogenito Donald Jr vale da solo 300 milioni per Forbes, sei volte più di un anno prima. Il genero Kushner, informale diplomatico per la pace in Medio Oriente e alfiere di progetti per una ricostruzione di Gaza in riviera di lusso, è a sua volta protagonista di iniziative frenetiche: secondo il New York Times sta rastrellando entro dicembre cinque o più miliardi dai governi locali per il suo private equity Affinity Partners, per raddoppiare una dotazione già in gran parte fornita da fondi sovrani arabi. E prestigiosi quotidiani e riviste dal Wall Street Journal al New Yorker, setacciando ogni documento depositato alle autorità, hanno disegnato mappe che a colpo d’occhio evidenziano ragnatele di interessi sotto le bandiere di Trump First. Il Journal a fine 2025 aveva ricostruito un puzzle con 268 tasselli.

Quel puzzle è in espansione. Una delle più recenti – e controverse – avventure familiari vede protagonisti proprio Eric e Donald Jr e il loro impegno sui droni militari, arma cruciale in Iran. Sono «significativi investitori» in Powerus Corporation, pronta a sbarcherà in Borsa grazie a una fusione con una holding di campi di golf appoggiata dai Trump, Aureus Greenway. Il proposito: «Sostenere il dominio dell’industria Usa dei droni attraverso la manifattura domestica, l’innovazione dei sistemi autonomi e partnership strategiche nella difesa».

Eric promuove i droni come «la strada del futuro» e ne sa qualcosa: un fondo dove lui e il fratello sono partner, American Ventures, ha nell’insieme investimenti nel comparto calcolati in 750 milioni. Le loro operazioni nei velivoli senza pilota, accanto a Powerus, vedono Eric alle spalle di un deal da 1,5 miliardi per la quotazione al Nasdaq dell’israeliana Xtend. Don jr è dal 2024 consulente di Unusual Machines nella componentistica. E la sua 1789 Capital ha partecipazioni nella Anduril Industries, specializzata in arsenali automatici e reduce da contratti governativi. Il Pentagono, che contro Teheran ha per la prima volta mobilitato droni unidirezionali, sta moltiplicando spesa e contratti per un’armata di centinaia di migliaia di velivoli – 1,1 miliardi di dollari entro il 2027 – mentre l’amministrazione ha messo al bando simili tecnologie cinesi e estere per ragioni di sicurezza nazionale.

L’ombra dell’insider trading

Ipotesi più inquietanti sfiorano l’entourage di Trump: il giallo dell’insider trading sulla guerra. Hanno attirato l’attenzione scommesse anonime dal sospetto tempismo, appena prima dell’attacco a Teheran del 28 febbraio, sulla piazza Polymarket; nel frattempo restano senza risposta appelli a riforme dei cosiddetti prediction markets, scarsamente regolamentati e di dubbia attendibilità. Un utente dal nome in codice Magamyman, ad esempio, ha intascato mezzo milione con una scommessa bellica avvenuta 71 minuti prima dell’annuncio a sorpresa delle ostilità. Allarme avevano destato simili puntate alla vigilia del blitz segreto ordinato dalla Casa Bianca in Venezuela per catturare Nicolas Maduro. L’amministrazione nega qualunque coinvolgimento in manovre speculative.

L’associazione Project on Government Oversight ha denunciato che i nuovi deal legati a spese nella difesa e per i conflitti sono, come minimo, all’apparenza impropri, coronamento di una lunga lista di dubbie sovrapposizioni tra politica e affari. Se la famiglia Trump afferma che il presidente non partecipa a decisioni di business, di sicuro nel suo secondo mandato ha trattato i conflitti di interessi sempre più liberamente, rivendicando totale immunità per legge e incurante di polemiche. Non utilizza un blind trust, piuttosto un trust revocabile, veicolo pilotato, appunto, dai figli e sul quale può avere l’ultima parola. Gli esperti di etica e governo, prendendo a prestito il vocabolario di enormi e rari successi imprenditoriali, definiscono Trump un “unicorno” quando si tratta di ricchezza costruita su cariche pubbliche. L’opposizione democratica denuncia più apertamente scambi di favori e corruzione senza precedenti, un boom di oligarchie e capitalismo clientelare.

Tutte le iniziative collaterali

Ma le molteplici operazioni dell’impero del presidente, imperniato sulla holding Trump Organization, promettono di restare a caccia di opportunità. Dalle origini immobiliari e nella reality Tv, la strada è stata lunga e non si ferma. Il mondo cripto è diventato la sua passione e il principale tesoro: secondo il New Yorker da qui ha derivato almeno 2,4 miliardi in un anno. Ha lanciato token e volatili divise meme ($Trump, $Melania) e ha una quota in World Liberty Financial, forte di asset digitali e stablecoin. Tra i partner conta gli immancabili Witkoff.

La stessa Trump Technology and Media, nota per il social Truth, oggi si dedica al management di valute digitali. Non solo: nella più recente evoluzione ha orchestrato un matrimonio da sei miliardi con il marchio della fusione nucleare Tae Technologies, per avvantaggiarsi della fame di energia dei centri dati. Dalla finanza (dove riceve investimenti internazionali) sono giunti alla famiglia guadagni per forse 340 milioni. L’ospitalità (una quindicina di campi da golf, resort e alberghi, con progetti in fase di sviluppo dall’Arabia Saudita al Vietnam) è affare da centinaia di milioni, di guadagni (27o milioni) e asset. Dieci campi negli Usa oggi valgono 550 milioni. I media hanno portato in dote 166 milioni, compreso un documentario su Melania strapagato da Amazon. Altre voci – jet privato, merchandising, patteggiamenti legali – hanno generato 280 milioni.

Trump ha fatto anche la fortuna di imperi familiari alleati, in particolare tech, in una partita di reciproco raffozamento. Su tutti gli Ellison, suoi grandi finanziatori. Larry Ellison con Oracle è ora leader nella corsa all’intelligenza artificiale. Il figlio David è alla testa di un colosso mediatico, la combinazione tra Paramount Skydance e Warner Bros Discovery nata battendo Netflix e con i favori del Presidente. Che, all’apice della combattuta asta per il merger, non ha dimenticato di cercare affari: ha investito due milioni su obbligazioni Warner e Netflix.


Meloni in campo e il voto diventa una resa dei conti


Il coinvolgimento diretto della premier trasforma il referendum in un giudizio sul governo

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Quando un presidente del Consiglio decide di scendere in campo in prima persona in una campagna referendaria significa che la partita ha cambiato natura. Non è più soltanto un confronto tra tesi giuridiche, interpretazioni normative, tecnicismi. Diventa una scommessa sul destino del governo. È esattamente il punto in cui è arrivata Giorgia Meloni

Le parole dei suoi ministri, nelle ultime settimane, avevano già lasciato intravedere la posta in gioco reale. A cominciare da quelle del guardasigilli Carlo Nordio, che lo ha detto esplicitamente: questa consultazione non riguarda soltanto il contenuto di alcune regole, ma la direzione complessiva della giustizia italiana. Perché così, s’è lasciato scappare il suo capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi«ci togliamo di mezzo la magistratura». È una battaglia politica, dunque. Ma proprio qui si nasconde il nodo della vicenda. Perché nel momento in cui la maggioranza definisce il referendum come una battaglia del governo – e inevitabilmente mette sul tavolo le sentenze che hanno bloccato i centri per migranti in Albania e annullato i sequestri delle navi di soccorso delle Ong – quel referendum smette di essere soltanto uno strumento di democrazia diretta e si trasforma, inevitabilmente, in un giudizio sull’esecutivo.

È una dinamica che la storia della Repubblica conosce fin troppo bene. Ogni volta che un capo del governo ha scelto di personalizzare una consultazione popolare, l’elettorato ha colto l’occasione per trasformarla in qualcos’altro: un voto su chi governa. L’ultimo precedente è ancora fresco nella memoria politica del Paese, il referendum costituzionale del 2016 voluto da Matteo Renzi. Meloni questo precedente lo conosce benissimo. Non a caso, fino a pochi giorni fa, aveva mantenuto una prudente distanza. Lasciando che fossero i ministri e i partiti della maggioranza a sostenere la riforma, mentre lei restava un passo indietro. Una strategia comprensibile: evitare che la consultazione assumesse i contorni di un plebiscito sul suo governo. Quella distanza è evaporata in tredici minuti, la durata del video su X con cui la presidente del Consiglio ha deciso di intervenire direttamente nella campagna. Restare alla finestra era diventato impossibile. I sondaggi che inizialmente promettevano una strada in discesa per il Sì hanno cominciato a raccontare un’altra storia.

Ma l’ingresso diretto della premier nella campagna referendaria – pensato per evitare una sconfitta – rischia di accentuare proprio quella politicizzazione che si voleva evitare. Nel momento in cui la leader della destra guida la battaglia per il Sì, il referendum smette definitivamente di essere tecnico e diventa simbolico: con il governo o contro il governo. Il voto diventa un grande test politico nazionale. E qui cominciano i rischi per Palazzo Chigi. Se dovesse vincere il No, la lettura politica sarebbe immediata: non soltanto la bocciatura di una norma, ma il primo segnale di incrinatura nel consenso che finora ha accompagnato Meloni. Naturalmente una sconfitta referendaria non significherebbe automaticamente la fine della legislatura. Ma cambierebbe il clima politico. L’immagine di invincibilità che ha accompagnato finora la premier verrebbe incrinata, la maggioranza apparirebbe più vulnerabile e l’opposizione potrebbe rivendicare una vittoria simbolica capace di riaprire il confronto politico nel Paese. È per questo che la decisione di Giorgia Meloni di scendere in campo trasforma il referendum in qualcosa di più di una consultazione sulle regole della giustizia. Diventa una sfida personale.


Lo scrittore Marcello Veneziani difende Buttafuoco


IL MIRACOLO DEL GOVERNO MELONI: NON È RIUSCITO A CREARE L’EGEMONIA CULTURALE DI DESTRA MA HA RISVEGLIATO LA CONTROEGEMONIA DI DESTRA. “Biennale? Con la censura l’Europa è peggio di Tafazzi”. Giornalista e scrittore. “Bruciamo pure il ponte dell’arte: così avanziamo compatti verso il suicidio”

Lo scrittore Marcello Veneziani difende Buttafuoco: “Biennale? Con la censura l’Europa è peggio di Tafazzi”

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] “L’Europa è ferma a una guerra fa.

Abbiamo il cannone puntato sulla Russia quando il mondo alle nostre spalle e ai nostri fianchi sta per implodere.

Marcello Veneziani è incredulo.

Perché avanziamo compatti nella pratica suicida. Adesso l’Europa attacca persino la Biennale di Venezia, l’isola felice dell’arte che finora non aveva ubbidito alla ragione di nessuno Stato, di nessuna religione, di nessun padrone, di nessuna cultura, per via della presenza di Mosca alla Mostra. Ma si può?

Lei ha scritto sdegnato della protesta dei 22 ministri europei contro Pietrangelo Buttafuoco, colpevole di aver invitato i russi. E diretta è stata la censura del ministro italiano della Cultura.

Ventidue censori più Zelensky, ministro ombra d’Europa. Più che un eccesso di zelo, una clamorosa, ulteriore martellata sui testicoli. Bruciare anche il ponte dell’arte, avvertendo che – in caso contrario – si chiuderanno i rubinetti dei finanziamenti, la sanzione più inaccettabile e ritorsiva, significa non avere nessuna idea del ruolo e del destino dell’Unione.

Scrive: siamo fermi a parlare dell’Ucraina.

Siamo inchiodati all’idea, davvero fuori da ogni ragionevole condizione logica, che dopo l’Ucraina tocchi all’Europa essere invasa dai russi. A non vedere invece che i russi non hanno nessuna intenzione (e non avrebbero del resto né la forza militare né l’interesse economico). Il ruolo dell’Europa è quello di divenire la Ztl del globo, il centro storico del dialogo nel mondo.

[…]

Siamo molto meno reattivi rispetto a quel che succede oltre Kiev.

Prima Gaza, poi la Groenlandia, poi il Venezuela, adesso l’Iran. Quest’ultimo conflitto non ci esclude dagli innumerevoli rischi di una guerra che non sembra avere un fine, una ragione, un destino ma solo un costo. Una scelta isolata e incomprensibile di Donald Trump.

Trump era il paladino della destra, anche suo se non ricordo male…

Confesso che mi sono felicitato quando è tornato alla Casa Bianca, perché immaginavo che restituisse equilibrio all’identità americana massacrata dagli eccessi della cultura woke, spezzasse quel declino che sembrava incontrastabile verso l’Asia e la Cina, e facesse rientrare finalmente i soldati a casa.

Invece guerre su guerre.

Ha iniziato con i dazi. Lì mi sono accorto di aver sbagliato previsione.

Trump è divenuto un’infezione per tutta la destra europea?

Perché mai i sovranisti dovrebbero esultare per queste modalità di condurre il mondo davanti al fatto compiuto, per il tocco cafonal dei suoi atteggiamenti?

Anche Giorgia Meloni sta patendo.

Patisce un po’, sì.

Non è un granché vedere la premier che si sottrae al giudizio, alla presa di posizione.

Il peso dell’Italia è quello che è. Dice che non condivide e mi sembra che sia difficile andare oltre.

Trump l’ha messa fuori gioco, è chiaro

Be’, aveva individuato una bella posizione: essere ponte tra l’Europa e l’America trumpiana. Ora non è più così, purtroppo per lei.

Il clima politico interno ne risente.

Sono anch’io convinto che le gesta trumpiane rovinino un po’, tolgano serenità alla coalizione e fiducia agli elettori.

È un bel problema anche per il referendum?

Tutti i referendum si risolvono con il giudizio universale per il governo. È inevitabile.

Veneziani vota Sì o No?

Tiepido Sì.

Chi vince?

Penso il Sì.

E le prossime elezioni?

Lì la faccenda si fa più dura del previsto. Giorgia Meloni finora è stata la leader forte e indiscussa. Anche grazie al fatto di apparire una persona leale con la sua storia politica, di essere empatica, fa simpatia: lei donna e gli altri uomini, lei bassa e gli altri alti. Una vera outsider. Ricorda quella carezza di Biden sul suo capo?

[…]

Biden?

Lo stesso Draghi firmò una importante apertura di credito politico, facendole guadagnare la prima fila in Europa.

Da lì in poi meno Garbatella.

Meno fascistella.

Poi, purtroppo, è arrivato Trump.

Eh già.


Pasdaran: “Braccheremo e uccideremo Netanyahu”


(ANSA) – “L’incertezza sul destino del criminale Primo Ministro sionista e la possibilità della sua morte o della sua fuga con la famiglia dai territori occupati rivelano la crisi e l’instabilità degli sionisti.

Se questo criminale assassino di bambini è ancora vivo, continueremo a dargli la caccia e a ucciderlo con tutte le nostre forze”. Lo scrivono le Guardie Rivoluzionarie iraniane in un comunicato, riportato dall’agenzia Fars.

PASDARAN RIVENDICANO ATTACCHI SU ISRAELE, IRAQ E KUWAIT

(ANSA) – Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc) ha affermato di aver preso di mira Israele e tre basi statunitensi in Iraq e Kuwait. “Il suono continuo delle sirene delle ambulanze” in Israele e le ammissioni delle autorità israeliane sul “numero crescente di morti e feriti” rivelano la “profondità dell’impatto dei missili pesanti” dell’Irgc nei settori industriali di Tel Aviv, si legge in un comunicato, pubblicato da Al-Jazeera.

Ha inoltre affermato che la base aerea di Harir a Erbil, in Iraq, così come le basi di Ali Al Salem e Arifjan, che ospitano truppe statunitensi in Kuwait, sono state “distrutte da potenti missili e droni iraniani”.

CINQUE RAID NELLA NOTTE SU ISRAELE, DUE FERITI A HOLON

(ANSA) – Notte di raid su Israele: dalla mezzanotte, stando al Times of Israel, si sono susseguiti cinque attacchi. Il bilancio è di due persone rimaste leggermente ferite a Holon, nel centro del Paese, a seguito del secondo attacco.   

Le ferite sono state causate dall’impatto nella zona, probabilmente da frammenti caduti dopo un’intercettazione. L’Idf ha avviato un’indagine sulle circostanze dell’accaduto.

Il servizio medico di emergenza israeliano ha dichiarato che un uomo di circa 80 anni sta ricevendo cure mediche sul posto per lievi ferite causate da schegge di vetro, e una donna, anch’essa di circa 80 anni, è in cura per sintomi da inalazione di fumo. Diverse altre persone sono in cura per shock.


Il putiferio, la politica e Gerusalemme liberata


(Tommaso Merlo) – A Washington si intravedono le prime crepe, Trump ormai è da camicia di forza. Con l’immane putiferio che ha scatenato rischiamo una catastrofe economica e l’autodistruzione nucleare mentre imperversano scene da saloon. I sionisti hanno corrotto il gigante americano affinché malmenasse il loro acerrimo nemico iraniano il quale però si sta rivelando un osso duro. E se avesse la meglio, i sionisti rimarrebbero soli e indifesi circondati da orde di arabi e persiani ma anche di turchi e beduini inferociti dopo oltre settant’anni di crimini impuniti e sangue innocente. C’è addirittura il rischio che gli indigeni si mettano in testa di riconquistare Gerusalemme. A Washington stanno capendo la malparata e vorrebbero gettare la spugna prima del ko, ma per adesso l’Iran gliela rigetta indietro. Vuole comprensibilmente regolare i conti una volta per tutte. Anche perché i sionisti li conoscono fin troppo bene. Per loro cessare il fuoco significa che gli altri posano le armi e loro continuano a sparare all’impazzata, e la fine delle ostilità per loro sono pause utili a riarmarsi in vista dell’aggressione successiva mentre la parola data agli amalek non vale nulla. Trump è in una morsa letale. Da una parte gli americani che ogni mattina pregano per la sua dipartita nel regno dei cieli e dall’altra i sionisti consapevoli della loro ultima grande occasione per conquistare il dominio mediorientale. Un congresso americano corrotto al novantanove percento dopo il genocidio a Gaza non gli capiterà mai più e nemmeno un presidente così ricattabile e privo di ogni freno inibitore. Ma se il gigante americano finisse al tappeto, si aprirebbe tutt’altro match per loro e per il mondo intero. Davvero un putiferio eppure sarebbe tutto così semplice. Basterebbe una politica in mano a persone perbene e all’altezza. Tutto qui. La politica la fanno gli uomini e se vuoi cambiarla devi cambiare gli uomini. Quello che hanno nella testa ma anche nel cuore. Nessuno pretende profeti e personalità eccelse e illuminate, ma perlomeno sane di mente, senza scheletri, che vedono al di là del loro nasino partitocratico e che conoscono un minimo il mondo e gli uomini che devono servire. Persone umili e coscienziose che vivono la politica come sacrificio altruistico e non egoistico. E se il mondo fosse governato da persone così, Gerusalemme sarebbe da tempo la capitale della Repubblica palestinese. Democratica, laica e rispettosa dei diritti umani per tutti nessuno escluso. Una Gerusalemme capitale dell’amore universale invece che dell’odio settario, della tolleranza invece che dell’apartheid. Con la Spianata delle Moschee aperta il venerdì per musulmani, sabato per gli ebrei e domenica per i cristiani. Buddisti e sufi il mercoledì, atei e gnostici il martedì e lunedì riposo. Il tutto in attesa di togliere ogni grata e guardia armata e lasciare che le persone interagiscano con la divinità se e come e quando vogliono e magari pure insieme. Perché in fondo quello che conta è non perdere di vista chi siamo davvero e cioè esseri umani di passaggio sul pianeta che condividono quel mistero chiamato vita che trova senso solo nell’amore. Una Gerusalemme simbolo della convivenza pacifica tra culture e credenze diverse e custode della sapienza universale. Capitale di un paese neutrale e senza esercito perché emblema di pace e perché difesa come patrimonio dell’umanità dall’umanità stessa. Capitale di una terra che da maledetta torna ad essere santa per tutti nessuno escluso. La città di Abramo sacra per tutte e tre le religioni monoteiste ma anche per le nuove spiritualità e all’avanguardia nella religione come strumento di unione invece che di divisione politica e quindi che lascia a Cesare quel che è di Cesare. Un’oasi da quel demone egoistico che ha nelle ideologie una delle sue manifestazioni collettive più devastanti. Quel demone dentro di noi vera sorgente di ogni guerra e di ogni male. Ma imperversa il putiferio. Dopo oltre settant’anni di crimini impuniti e sangue innocente, dopo perfino un immondo genocidio siamo ad un conflitto potenzialmente mondiale. Con la sapienza che ha lasciato spazio al fanatismo e le stelle comete a missili ipersonici con esplosioni spaventose che echeggiano tra i vicoli della cittadella millenaria facendo tremare le pietre levigate dal passaggio dell’umanità. Rischiamo una catastrofe economica e l’autodistruzione nucleare ma a Washington si intravedono le prime crepe e se davvero il gigante americano finisse al tappeto, si aprirebbe tutt’altro match. E salvarci sarebbe in fondo molto semplice, basterebbe che la politica torni in mano a persone perbene e all’altezza. E non guasterebbe nemmeno tornare ad ascoltare gli insegnamenti dei profeti che hanno innalzato Gerusalemme a capitale dell’umanità in modo da sconfiggere quel demone egoistico dentro di noi che è la sorgente di ogni guerra e di ogni male.


Rischio guerra globale per due italiani su tre. Il 74% teme anche il terrorismo in Europa


Sempre più diffusa la sensazione di fragilità dell’intera società. Cresce la sfiducia nelle capacità del governo

Rischio guerra globale per due italiani su tre. Il 74% teme anche il terrorismo in Europa

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – In poco meno di dieci giorni sono comparse delle importanti anomalie nella gerarchia delle paure degli italiani. Non si tratta solo di una semplice variazione statistica, è il segnale di un clima che si sta rapidamente deteriorando nella percezione delle famiglie. Il dato più evidente che salta agli occhi riguarda proprio il caro vita.

L’inflazione e l’aumento dei prezzi dominano sempre la classifica delle preoccupazioni degli italiani crescendo al 44,5% con un balzo di 5,3 punti in una manciata di giorni. In altre parole, quasi un italiano su due indica oggi il costo della vita come il principale problema del Paese. È una cifra che racconta molto più di un andamento economico. Espone con chiarezza la difficoltà quotidiana delle famiglie di far quadrare i conti, di affrontare bollette, spesa alimentare e servizi con stipendi che non crescono alla stessa velocità dei prezzi. Quando l’inflazione entra nella vita quotidiana smette di essere un dato macroeconomico e diventa una sensazione concreta: la percezione che ogni mese il denaro valga un po’ meno.

Questa crescita repentina della preoccupazione segnala anche un altro elemento spesso sottovalutato che sottolinea l’importanza del peso della percezione delle persone. Le famiglie infatti, non reagiscono solo ai numeri dell’economia, ma alla loro esperienza diretta. Basta un aumento dei prezzi nei beni più visibili – come alimentari, energia o trasporti – perché l’intero quadro venga percepito come più instabile e incerto. In questo clima di crescente insicurezza emerge anche un altro elemento significativo, legato soprattutto al contesto internazionale e alla percezione sempre più diffusa che i destini nazionali siano strettamente intrecciati con l’andamento dello scenario globale. Aumenta infatti la paura della guerra: in appena dieci giorni l’indicatore cresce di ben 7 punti, passando dall’11,6% al 18,7%. Non è difficile comprenderne le ragioni. Le tensioni internazionali, i conflitti aperti e l’assenza di una prospettiva chiara di soluzione alimentano un diffuso senso di instabilità e di fragilità. Se da un lato le famiglie sentono direttamente il peso dell’aumento dei prezzi, dall’altro avvertono anche l’incertezza di un contesto internazionale che appare sempre più imprevedibile.

A questa percezione di instabilità si affianca anche un’altra inquietudine più silenziosa ma altrettanto presente nell’opinione pubblica: il timore che le tensioni internazionali possano tradursi in nuovi attentati sul territorio europeo (73,6%), e che il tutto possa trasformarsi in una guerra “globale” (66.7%). Non sono paure che emergono sempre con la stessa forza nei sondaggi, tuttavia riaffiorano ogni volta che lo scenario mondiale si fa più teso e imprevedibile.

È il segnale di una società che percepisce i conflitti non più come qualcosa di distante, ma – sempre di più – come eventi che potrebbero avere conseguenze dirette anche nella quotidianità delle città europee. In questo modo, le due paure – quella economica e quella geopolitica – finiscono per rafforzarsi a vicenda, con il rischio di lasciare indietro temi molto più vicini come le politiche del lavoro e le crisi aziendali (23.3%; -3.2). L’instabilità internazionale alimenta timori sul futuro dell’economia, mentre il peggioramento delle condizioni materiali rende le persone più sensibili a ogni segnale di crisi globale. Il risultato è un clima generale di inquietudine che, nel giro di pochi giorni, ha ridefinito le priorità e le preoccupazioni degli italiani. A meno di dieci punti percentuali di distanza dal podio delle priorità emerge un’altra grande preoccupazione degli italiani: la salute. Il 35,1% degli italiani indica il sistema sanitario come una delle principali criticità, con un aumento di 2 punti in più rispetto alla precedente rilevazione di Only Numbers.

Il motivo, stra-noto e largamente condiviso sottolinea -ancora una volta- le lunghe liste d’attesa per accedere a visite specialistiche ed esami diagnostici. È il segnale di una sanità pubblica percepita come sempre più lenta e distante dai bisogni immediati delle persone. Quando per un accertamento diagnostico si devono attendere mesi, se non addirittura anni, la preoccupazione finisce inevitabilmente per trasformarsi in paura concreta. In sottofondo si inserisce anche un altro segnale, più politico ma non meno rilevante. Cresce di 2,2 punti – arrivando al 4,4% – il giudizio critico sull’azione del governo sul piano europeo. Una quota di italiani indica infatti l’incapacità dell’esecutivo di farsi ascoltare in Europa come un problema. Non si tratta di una percentuale elevata in termini assoluti; tuttavia, è un dato che merita attenzione perché racconta la percezione crescente di un Paese che teme di contare sempre meno nelle grandi decisioni che lo riguardano. Se si osserva l’altra faccia della classifica delle preoccupazioni e delle paure degli italiani emergono alcune riduzioni. Calano gli scippi e la microcriminalità, che scendono al 23,3% (-3,2).

Arretra anche il timore legato al cambiamento climatico e alla fragilità del territorio di fronte agli eventi atmosferici estremi, che si attesta al 13,8% (-3 punti). Questo non significa che questi problemi siano scomparsi. Piuttosto indica chiaramente che, quando aumentano in maniera rapida e percepibile le difficoltà economiche e sanitarie, le priorità delle persone si riorganizzano altrettanto velocemente. Le paure più immediate – sempre tra i titoli di testa dell’informazione – tornano a occupare il centro della scena. Nel complesso emerge l’immagine di un Paese inquieto. Un Paese che guarda al futuro con meno fiducia e che teme di dover affrontare le grandi trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche del nostro tempo, quasi in solitudine. Forse è proprio questo il dato più significativo.

Non tanto la crescita di una singola preoccupazione, quanto la sensazione diffusa di fragilità che attraversa la società italiana. Quando quasi la metà dei cittadini indica il caro vita come il principale problema e oltre un terzo teme di non riuscire ad accedere rapidamente alle cure, significa che la domanda di sicurezza – economica, sanitaria e sociale – è tornata con forza al centro del dibattito pubblico. È da queste paure concrete, che attraversano la vita quotidiana degli italiani, che la politica dovrebbe tornare a misurare la propria responsabilità.


Raffica di rincari: voli e carburanti, ma anche edilizia e molti alimentari


Raffica di rincari: voli e carburanti, ma anche edilizia e molti alimentari

(estr. di Patrizia De Rubertis – ilfattoquotidiano.it) – […] “Alzeremo le tasse alle aziende che speculano sulla crisi energetica provocata dalla guerra in Iran”. Lo va ripetendo da giorni la premier Giorgia Meloni. Ma, anche se i rincari di bollette e carburanti si stanno già ripercuotendo sui prezzi di alimentari, biglietti aerei o nell’edilizia, è certo che il governo non taglierà le accise. Sullo sfondo resta una domanda a cui gli svariati tavoli che si sono svolti fin qui presso il ministero delle Imprese, insieme a Mr. Prezzi, non hanno dato una risposta: perché se le riserve tengono, sono già avvenuti i rincari? Anche se per il ministro Urso l’aumento dei prezzi dei carburanti in Italia è ancora inferiore rispetto a quanto avviene negli altri principali Paesi europei, il colpo per famiglie e imprese c’è già. Gli automobilisti in 15 giorni hanno infatti già pagato 15,3 centesimi in più al litro per la benzina e 32,2 per il diesel. Sul fronte bollette, invece, Nomisma Energia stima che 27,7 milioni di famiglie potrebbero sborsare 350 euro in più l’anno. La “speculazione” però – che altro non è che il meccanismo con cui si lucra sulle quotazioni del mercato – sta colpendo anche altre materie prime (alluminio, rame, terre rare etc.) da quando lo Stretto di Hormuz è chiuso. Il ministro Urso ha chiesto di discuterne in Commissione Allerta Rapida per capirne le ripercussioni, ma gli effetti portano ad altri aumenti. È il caso del possibile rincaro dell’elio, indispensabile per la produzione di chip, o il cemento e l’alluminio per le costruzioni, fino ai fertilizzanti per l’agricoltura. Dal Golfo Persico arrivano, infatti, anche ammoniaca, urea, fosfati e zolfo: tutti ingredienti fondamentali per far le colture di grano, mais, riso. Intanto sempre nel settore agroalimentare, Coldiretti ha presentato un esposto alla Procura e alla Guardia di Finanza sulle possibili “manovre speculative” sul gasolio agricolo passato in una settimana da 0,85 euro al litro a 1,25. Un rincaro che ha effetti anche sul carrello della spesa. Secondo la rilevazione del Centro agroalimentare Roma, i prezzi dei pomodori a grappolo sono balzati da 1,4 euro al kg a 2,3, mentre i ciliegini hanno toccato i 2,4 euro al chilo. Le zucchine scure sono salite a 1,30 euro al kg e i peperoni a 3 euro. Senza contare che gli effetti saranno a catena su tutti i prodotti con un aumento del tasso di inflazione generale dello 0,7% (dall’1,8% previsto inizialmente per il 2026 a un + 2,5%). Altrettanto forte l’impatto su ristorazione e turismo. Il rincaro di luce e gas per ristoranti e alberghi (stimato da Confesercenti in circa 2mila e 1.300 euro) significa che i clienti pagheranno conti più salati. Scontato l’aumento su menu e tariffe già da Pasqua. Ma, secondo Confcommercio, lo scenario è ancora più pesante: l’aumento potrebbe superare il 13% per la luce e fino al 43% per il gas. Intanto l’impennata del carburante ha già spinto le compagnie aeree ad alzare i prezzi. Qantas ha aumentato il costo dei ticket del 5%, mentre Thai Airways sta valutando rincari tra il 10 e il 15%. Sas, AirAsi e Norse Atlantic hanno annunciato adeguamenti tariffari.

Infine, l’allarme dell’Ance: prezzi più alti anche per i costruttori, e per chi commissiona i lavori a causa dei rincari dei materiali da costruzione, non solo derivati petrolchimici come il bitume, ma anche altri come l’acciaio (oltre all’aumento dei costi di trasporto).


La grande incognita sulla via di Netanyahu


La guerra contro l’Iran ha finito per oscurare gli altri fronti: Gaza, Libano e Cisgiordania. E il premier torna all’attacco della democrazia, a costo di distruggere la solidità dello Stato

Benjamin Netanyahu e Donald Trump a Mar-a-Lago il 29 dicembre 2025

(ANNA FOA – lastampa.it) – Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sulla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, che cosa succede in Medio Oriente sugli altri fronti aperti con Israele, Gaza, la Cisgiordania, il Libano? In nessuno di questi settori c’è pace.

A Gaza, nonostante la tregua di ottobre, i bombardamenti erano continuati, certo in proporzione molto minore rispetto al passato, ma abbastanza da far vittime fra i civili, nelle tendopoli già allo stremo. Anche ora non si sono fermati del tutto. Ma il problema maggiore è che con lo stato di emergenza proclamato da Israele all’inizio della guerra sono stati chiusi tutti i valichi, e di conseguenza bloccato l’accesso di tutti gli aiuti, alimentari e medici. Le conseguenze sono evidenti.

In Libano, il governo Netanyahu ha rifiutato la tregua proposta dal governo libanese con la mediazione dei francesi. Una larga fascia del Paese è stata sgomberata, con decine di migliaia di profughi, i bombardamenti si susseguono, la stessa Beirut è sotto attacco. La strategia dell’esercito israeliano è molto simile a quella attuata a Gaza. Finora sono morti oltre 700 libanesi, per lo più civili. Dall’altra parte, i missili iraniani colpiscono con grande intensità il Nord di Israele, determinando anche qui esodi forzati e distruzioni. Gli abitanti del Nord vivono praticamente dentro i rifugi. Ma può bastare a giustificare quello che sta succedendo in Libano? Ed è con le bombe che si fermano le bombe?

In Cisgiordania intanto la situazione precipita ogni giorno di più. Gli attacchi dei coloni ai villaggi beduini sono ormai continui, con l’attivo supporto dell’esercito. Quello che fino a non molti anni fa si definiva l’esercito più morale del mondo brucia case, terrorizza bambini, picchia e ammazza uomini, aggredisce vecchi, senza alcuna vergogna. L’obiettivo è cacciare i palestinesi dalle loro terre e costruirvi insediamenti. Solo due giorni fa la comunità di pastori di Al-Aqaba, nella valle del Giordano, riferisce un articolo di Matan Golan su Haaretz, è stata ripetutamente aggredita da esercito e coloni, e costretta ad andarsene.

La brigata dell’esercito che ha affiancato i coloni è un reparto, la Netzah Yehuda Battalion, di cui fanno parte sia sionisti religiosi (come Ben Gvir per intenderci) sia ultraortodossi immessi nell’esercito volontariamente nonostante la loro esenzione dal servizio militare. Sono stati ripetutamente accusati di violazione dei diritti umani nei confronti dei palestinesi, violenze, uccisioni, ma senza conseguenze. Combattono credendo fermamente, con la loro battaglia, di affrettare l’avvento del Messia, di far parte di quelle violenze, la guerra fra Gog e Magog, che ne precederebbe l’apparire. Ne è stato molto ben scritto ieri da Fabiana Magrì su queste pagine. L’avvento del Messia non è solo un momento puramente religioso, esso sbarazza Israele da liberal e democratici, e prepara un regime assolutamente teocratico basato sulla parola di Dio. Non a caso una delle ultime manifestazioni contro Netanyahu prima del Sette ottobre aveva come motto “L’Iran è qui”.

In questo contesto di una guerra portata avanti su più fronti e di un esercito sempre più infiltrato da religiosi estremisti e messianici, cosa fa il governo di Netanyahu? Ha ripreso con vigore il suo attacco alla democrazia, approfittando della disattenzione interna e del ricompattamento della popolazione al governo, naturale in un Paese in guerra, oltre che del divieto di raduno emesso all’inizio della guerra, che impedisce ogni manifestazione. La legge che limitava i poteri della Corte Suprema rispetto all’esecutivo, contro cui la società israeliana aveva manifestato per mesi e mesi nel 2023, viene riproposta al Parlamentomentre va avanti la legge voluta dal ministro Ben Gvir sulla pena di morte, che introdurrà anche in Israele come in Cisgiordania l’apartheid, sancendo norme diverse per i palestinesi e per gli ebrei. È invece ferma la legge sul servizio militare degli ultraortodossi, una ricompensa data loro per il supporto che forniscono al governo. Il Paese la vorrebbe con forza, perché non tollera l’idea che gli ultraortodossi si salvino studiando il Talmud dal destino dei suoi figli spediti in guerra. Anche se l’idea di un esercito con un gran numero di soldati che combattono in nome di Dio non può che preoccupare.

La guerra è una necessità vitale per il primo ministro e per la sua permanenza al governo. La guerra contro l’Iran, poi, una guerra contro il grande nemico di Israele, quello che da decenni ne minaccia la fine, è una guerra che ha visto al suo inizio un sostegno notevole fra la popolazione, che sta ora però cominciando ad accorgersi che non sarà una guerra facile. Il sostegno alla guerra sta diminuendo, anche se lo stato di emergenza impedisce ogni reazione. Il Paese è fermo, tutto è chiuso, si entra con grande difficoltà, e uscirne è quasi impossibile. La grande incognita è cosa succederà se Trump se ne tirerà fuori e Israele si ritroverà senza alleati sotto i missili iraniani. Basterà a Netanyahu presentare ai suoi elettori una vittoria in Libano per far dimenticare un fallimento in Iran? O Israele continuerà la guerra da sola e Netanyahu farà proprio il motto biblico “Muoia Sansone con tutti i Filistei”?


Medio Oriente, un nuovo Vietnam in versione persiana


Così la guerra contro l’Iran rischia di diventare l’ennesimo conflitto che gli Usa non riescono a vincere

Medio Oriente, un nuovo Vietnam in versione persiana

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Sono passate soltanto due settimane, le missioni sui cieli dell’Iran proseguono “vittoriosamente” eppure… Dapprima è soltanto una parolina sussurrata all’orecchio da pochi analisti preoccupati di apparire dei menagramo. Poi, se la guerra continua, inizierà a farsi strada negli articoli, nei talk show, nei saggi degli analisti, fino ad approdare nelle cene e nei bar: per caso gli Stati Uniti non stanno forse perdendo l’ennesima guerra?

In due settimane gli americani stanno scoprendo che qualcosa nella confusa Strafexpedition persiana prende una discutibile piega. Si insinua il dubbio: la Persia dopo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan diventerà la nuova stazione dell’inglorioso “tutti a casa” lasciando dietro di sé irrisolte macerie e odi ancor più motivati e frementi? Il segretario alla guerra, tipo trucido e super kitsch, ha dichiarato, pescando nella specie dei roditori, che «gli Ayatollah terrorizzati si nascondono come topi nelle tane». Dove, con infausta metafora, assicurò che li avrebbe stanati uno dei figli di Gheddafi… La coincidenza preoccupa.

Come la divinità dei teologi la sconfitta è qualcosa di indefinibile: nessuno sa come sia venuta ed è, di colpo, in ogni dove. Tema affascinante. La vittoria è brutale e sensibile, ignora le sfumature, parla per proclami e per ordini ai vinti, sembra correre così veloce da non fermarsi mai: fino a quando si scopre che in molti casi era nata malaticcia, destinata a capovolgersi nel suo contrario. E di questo ci si accorge soltanto nel dopo, in quello che lascia di effimero e di duraturo.

La sconfitta, invece, è un’arte di morire, o meglio di vivere morendo. In qualche caso offre a chi la subisce, gli americani in questo caso, singolari possibilità di legittimazione, lava delle macchie. Questa potrebbe essere una buona occasione ad esempio, per l’America che detesta Trump: un nuovo Vietnam in versione persiana, con gli Ayatollah e i Pasdaran ancora arroccati al potere, sciupio vistoso di miliardi di dollari, le Borse in catalessi, gli alleati nell’area, quelli dalle vaste casseforti petrolifere, furibondi, sarebbe tutta intera colpa sua.

E del suo complice e istigatore Netanyahu. Non dell’America “vera”. Ecco pronta una scorciatoia perché, dopo la malattia Trump, la repubblica imperiale possa continuare nella perpetua adorazione di sé. In fondo è da tempo, dagli anni Sessanta, che gli Stati Uniti sono entrati nella normalità e possono davvero riconoscersi nei grandi imperi del passato, perché hanno scoperto la mortalità, e quindi hanno una Storia.

Sarebbe un azzardo avvicinare la classe dirigente americana che andò a insabbiarsi nelle risaie vietnamite, le teste d’uovo, il circolo di Camelot che consigliava Kennedy, con i trucidi personaggi che fanno corona attorno al caminetto della Casa Bianca dei tempi di Trump. Quelli appartenevano a una generazione sicura che, con la forza dell’intelligenza e della razionalità, ogni problema poteva esser risolto. Si ritenevano il fior fiore di una classe dirigente che aveva finalmente le redini di governo succedendo a uomini fiacchi, stanchi, con una mentalità da camera di commercio, quella degli anni di “Ike” Eisenhower.

Uno di loro, per esempio, era affascinato dall’idea di piazzare un televisore in tutte le capanne di paglia del mondo: secondo lui il tubo catodico avrebbe offerto la possibilità di aprirsi un varco verso il cuore e la mente dei derelitti occupanti di quelle capanne. Restava il problema, irrisolto, della corrente elettrica. Eppure questi inflessibili realisti posero le sciagurate condizioni perché dopo pochi anni gli elicotteri si posassero per il si salvi chi può sul tetto dell’ambasciata di Saigon. I piazzisti della trumpiade professavano ben altra fede: la via migliore è lasciare l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente a putrefarsi con le loro inutili mischie alzando il ponte levatoio dell’«Arricchiamoci!». Ebbene gli “immobiliaristi” hanno commesso lo stesso errore dei derisi “intellettuali” come McNamara, Bundy e Rusk.

Ecco il guaio. Per i virili eroi del lieto fine americano il Terzo mondo è una astrazione, un obiettivo politicamente utile di cui non vogliono saper nulla, terre lontane e primitive dove esportare al massimo i propri problemi interni per non doverli affrontare in casa. È accaduto con i contadini comunisti di zio Ho, poi ai tempi di Rumsfeld e dei neo conservatori con l’Islam e ora è la volta degli Ayatollah di Teheran. Tutte le volte si pensa: «È impossibile che quei primitivi fanatici possano resistere…» e invece il tempo passa e quelli non si arrendono, il tempo e la pazienza lavorano per loro. Vietcong, Taleban e Pasdaran inventano strategie nuove: la pista di Ho Chi Minh, i tunnel, gli ordigni a basso costo, la guerriglia, i droni discount… Tendono ogni mattina micidiali imboscate al distributore di benzina, stringono il nodo sugli stretti fatali (che i lettori di sure coraniche abbiano letto anche Malan? ). Oggi è Hormuz, domani Aden affidato alle cure degli Houthi tenuti di riserva. Sconvolgono le aiuole del paradiso dei petromonarchi che scoprono che l’America non sa difenderli…

È stupefacente che dopo il Vietnam o l’Afghanistan si attinga conforto sempre dall’idea di poter ripiegare sull’arma del bombardamento: dai B-52 ai missili la fede nei suoi magici effetti persiste nonostante i fatti ne dimostrino ogni giorno l’inefficacia. A loro modo i registi delle guerre americane sono dei credenti.

E ogni volta da quelle disavventure democratici e repubblicani, cucciolate di Harward e affaristi di dubbio pedigree, nessuno ha imparato dalla disavventura precedente: suvvia, niente di molto importante niente di molto grave, un vetro rotto da una sassata. E alla fine: molta gente è morta, Paesi interi sono stati distrutti e i comunisti sono sempre ad Hanoi, i Taleban a Kabul. E forse, anche stavolta la famiglia Khamenei a Teheran…


Perché fa bene salutare le mucche


(di Michele Serra – repubblica.it) – Ho un solo appunto da fare a Carlo Calenda dopo avere letto la fluviale intervista concessa a Claudio Sabelli Fioretti (che sta meritatamente circolando ovunque). Calenda rimprovera a Salvini, insieme a tante altre cose effettivamente biasimevoli, di essere «uno che saluta le mucche». Non so se e quando il Salvini lo abbia fatto, né con quali intenzioni, ma salutare una mucca sarebbe, nel repertorio salviniano, il solo gesto condivisibile. E non viziato (le mucche non votano) da secondi fini. Più il tempo passa, più l’innocenza degli animali — che uccidono solo per sfamarsi o per difendersi, mai per altro scopo — me li rende prossimi. Non sono un militante animalista e neanche vegano, e nemmeno mi illudo di leggere, negli occhi e nei moti emotivi delle bestie, qualcosa di “umano”, come nella melensa traduzione sentimentale del mondo animale che va per la maggiore nei social e sui media, in un profluvio di cagnolini eroici e gattini innamorati.

Al contrario, è proprio la loro non umanità ad affascinarmi: gli animali sono gli alieni, ovvero la conferma che infinite forme di vita sono possibili, alla faccia della nostra ridicola ossessione di unicità. La vita è molto più grande di noi.

Per vedere gli alieni, per i famosi incontri ravvicinati, non serve solcare le galassie, basta aprire gli occhi sul nostro pianeta così com’è. E dunque anche io saluto le mucche (in particolare incontro spesso una vivace vitella di nome Lola) nella vana speranza che un giorno anche loro salutino me.


La guerra e la diplomazia dimenticata


Stiamo finendo dentro la bolgia facendo finta di nulla. Come conferma l’impressionante afasia della politica nostrana

Roma, 14 marzo: in piazza contro la guerra e il governo

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Sappiamo tutti che cosa fare ma non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto». Questa sentenza appartiene a un genere letterario assai raro in politica: la confessione del vero. Altrimenti detta umor nero. Perché non sembra e loro fanno di tutto per farcelo dimenticare, ma anche i politici sono umani. Si impongono una maschera per distinguersi dai comuni mortali. Si esprimono nel gergo universale che accomuna i potenti o sé credenti tali. Non importa farsi capire ma far capire al volgo che chi parla quel dialetto conta. Sforzo ammirevole, considerando quanta parte di quella nobile professione sia noia, ripetizione, recita. Poi il patatrac: senza accorgertene, ti scappa di dire quel che pensi. Liberazione presto repressa.

La frase citata appartiene a uno dei più grigi e meno autorevoli presidenti della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, dai malevoli dipinto alcolista, da tutti riconosciuto tra i massimi architetti di quel formidabile paradiso fiscale che è il Granducato. Destinato a restare nella storia per quella piccola frase entrata nella crestomazia dei detti memorabili alla voce “Juncker curse” — maledizione di Juncker — oggetto di pensosi commentari accademici.

Reso omaggio all’ex dominus di palazzo Berlaymont, riconosciuto il nitore del suo motto nel tempo ordinario, osserviamo che nel tempo straordinario cui ci siamo consegnati converrebbe rovesciarlo: ad agitare i decisori è la coscienza di non saper cosa fare. Alternata con non omeopatiche dosi di incoscienza.

Vale anche per coloro che non debbono essere rieletti. Tipo Trump (se la sua moralità o la sua salute lo indurranno a rinunciare al terzo, incostituzionale mandato), Putin o Xi, giacché gli autocrati nascono e muoiono immuni dal suffragio universale.

La “maledizione” scade nella stagione bellica che ci sta trasfigurando. Perché questa guerra non è continuazione della politica con altri mezzi. È antipolitica fuori controllo. Del mondo attuale amiamo dimenticare che non è mai esistito prima. È ambiente entropico dunque refrattario a qualsiasi strategia ordinativa. Chi sogna un nuovo Congresso di Vienna è letteralmente fuori dal mondo. Se CastlereaghMetternichTalleyrandHardenberg e Alessandro I vivessero oggi, probabilmente non saprebbero che fare.

Sulla scena internazionale non c’è spazio per assi cartesiani, geometrie euclidee o recitazione di pseudodiritti internazionali. Serve negoziazione permanente, adattabile, incodificabile in trattati definitivi. Forma di trozkismo invertito. Conservatore per quanto di conservabile vi sia in questa temperie. Esercizio di pazienza necessario alla sopravvivenza della nostra specie. Nel quale l’Italia potrebbe distinguersi.

Ma per noi italiani accettare la realtà della guerra in espansione e derivarne gli obblighi politico-diplomatici che ne derivano parrebbe esercizio troppo doloroso. Chi ci osservasse da un altro pianeta avrebbe difficoltà a capire la paradossale retorica inclinante al bellicismo verbale — la famosa “pace giusta” sinonimo di guerra infinita — di chi non ha i mezzi per combattere.

Meglio: non abbiamo l’età per armarci. Mediamente quasi cinquantenni, ben nutriti e paciosi, siamo stati allevati nell’utopia della pax aeterna, fino a cullarci nella sovraordinazione dell’interesse di ciascuno rispetto alla patria. Trattiamo le Forze armate da corporazione a sé stante, autocentrata e adattata a tutte le funzioni meno la guerra vera.

Sapere che cosa fare è anzitutto sapere che cosa non possiamo fare: appunto la guerra. Il problema è che non dipende solo né principalmente da noi. La quasi fusione tra guerra di Ucraina e guerre del Golfo squaderna l’incapacità delle massime potenze, Stati Uniti in testa, a governare quindi delimitare le loro avventure militari. Troppi gli attori coinvolti e troppo alte le poste in gioco per una composizione ordinata di tutte le partite aperte. Stiamo finendo dentro la bolgia facendo finta di nulla, come conferma l’impressionante afasia della politica nostrana, capace di trattare il dramma del Golfo con apostrofi da campagna elettorale.

La pace perfetta non è di questo mondo. L’urgenza è la diplomazia, arte in cui eccellevamo fino a pochi decenni fa. Passione del compromesso. Fosse solo per responsabilità verso noi stessi, sarebbe tempo di ricordarsene. Nota a margine per i politici: e forse sareste pure rieletti.


Il Papa, Trump e il Dio degli eserciti


Ha detto venerdì scorso Papa Leone XIV: “Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?”. Per evidenti questioni religiose è lecito pensare che il Pontefice non si rivolgesse a Bibi Netanyahu, né tantomeno a Khamenei figlio o al Putin sedicente ortodosso. Per esclusione, dunque, quanto al cristiano […]

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Ha detto venerdì scorso Papa Leone XIV: “Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?”. Per evidenti questioni religiose è lecito pensare che il Pontefice non si rivolgesse a Bibi Netanyahu, né tantomeno a Khamenei figlio o al Putin sedicente ortodosso. Per esclusione, dunque, quanto al cristiano che ha responsabilità gravi nei conflitti armati, il cerchio tende a stringersi su quel signore dalla zazzera paglierina che giorni fa abbiamo osservato con le mani giunte in preghiera, nella Sala Ovale, circondato da un gruppo di pastori evangelici. Poiché quei santi uomini invocavano guida e protezione per il presidente e per le forze armate statunitensi, “affinché la tua benedizione celeste sia su di lui, nel nome di Gesù”, è lecito sospettare che tra il Dio degli eserciti e il Dio della pace vi sia un qualche problema di comunicazione.

[…]

Proviamo a immaginare (anche se occorre un’immaginazione sfrenata) che Donald Trump, turbato dalla reprimenda di Leone XIV decida, come chiede il Papa, di confessare le proprie colpe. In base all’elenco chiamato comunemente Decalogo è pensabile che il penitente, in quanto a peccati mortali, abbia fatto filotto. Sul non uccidere, non commettere atti impuri (ahi!), non rubare (al fisco), non dire falsa testimonianza (boom), probabilmente gli converrebbe chiedere un’assoluzione forfettizzata. Mentre, sul desiderare la roba e la donna d’altri potrebbe usufruire di uno sconto comitive, anche perché la distinzione tra desiderio e atto non è mai stata chiarissima anche per i più devoti. Qualche problema potrebbe invece sorgere sul primo comandamento visto che il soggetto in questione sicuramente avrà sempre ritenuto che “Io sono il signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori che me”, sia un precetto riferito esclusivamente alla sua divinità. Al di là delle responsabilità criminali dei reggitori dei destini del mondo, non v’è chi non veda quanto peso abbiano nel mobilitare popoli ed eserciti le tre religioni monoteiste. Nel perenne richiamo, ciascuna, alla propria superiore sacralità. In un diario di trincea, scritto nella Prima guerra mondiale e conservato nell’Archivio di Pieve Santo Stefano, un soldato italiano racconta che la sera di Natale partecipava alla messa collettiva anche un prigioniero austriaco. Nel momento in cui l’officiante benedisse la truppa con le parol: “Dio è con noi”, il soldato nemico sussurrò allo scrivente: “Dio è con noi è la stessa invocazione del nostro prete dall’altare”. E chiese: secondo te Dio a chi darà retta?


La “periferia politica” dell’Italia, cresce la distanza tra cittadini e istituzioni


(Risso Enzo – editorialedomani.it) – La distanza tra cittadini e istituzioni in Italia si fa sempre più profonda. Mentre l’interesse per le dinamiche politiche rimane sorprendentemente alto, cresce in modo esponenziale la sfiducia verso la classe politica e la percezione di una rappresentanza inefficace.

Più di sei italiani su dieci non credono di poter contare qualcosa con il proprio voto. Si tratta, soprattutto, delle persone che fanno parte dei ceti popolari, che hanno un titolo di studio basso, che vivono nel Sud e nelle Isole e che fanno parte della Generazione X (nati tra il 1965 e il 1979).

Ancora più alta è la percentuale delle persone che non si sentono rappresentate dall’attuale classe politica: 73 per cento. Si tratta, innanzitutto, dei residenti nelle Isole (84 per cento), di persone a basso livello di scolarizzazione (83) e di appartenenti ai ceti popolari (85).

Metà degli italiani (49 per cento) ritiene che non ci siano differenze tra i politici dei diversi schieramenti (il 46 per cento, invece, ravvisa il persistere di distinzioni). Tra i delusi troviamo il 55 per cento dei Millennial (nati tra il 1980 e il 1996), i residenti in comuni medi e medio grandi (tra i 30 e i 100mila abitanti), le persone occupate (53) e, in maniera massiccia, i ceti popolari (61).

Avvertono ancora differenze, le persone del ceto medio (51), i giovani della Generazione Z (51) e la generazione degli adulti, i cosiddetti Baby boomer (55).

L’interesse per la politica

Nonostante questi dati, il nostro resta un paese in cui il livello di interesse per la politica permane alto anche se in calo. Il 66 per cento delle persone si dice molto (24 per cento) o abbastanza (42) interessato alla politica. Il dato è in costante calo negli ultimi anni e solo dal 2024 a oggi i livelli di attenzione sono calati di 7 punti.

Le persone interessate alla politica sono innanzitutto gli uomini (73), gli adulti della generazione dei Baby boomer (sempre 73 per cento), nonché le persone laureate (75). Ampia è anche la quota di persone che segue le notizie provenienti dal mondo politico (74 per cento, con il 36 per cento che lo fa tutti i giorni).

Anche in questo caso registriamo negli ultimi anni un calo del sette per cento e il profilo di quanti seguono l’informazione politica vede in prima linea maggiormente il mondo maschile, i Baby boomer e le persone appartenenti al ceto medio.

Questi sono alcuni dei dati emersi dall’osservatorio Fragilitalia del centro studi Legacoop e Ipsos. La fotografia scattata a febbraio 2026 restituisce l’immagine di una democrazia che arranca e l’ampliarsi della frattura sociale con linee di demarcazione ben precise: classe sociale, livello di istruzione, territorio e generazione. Non siamo di fronte a una sfiducia generalizzata e omogenea, ma a una disaffezione stratificata che colpisce con maggiore intensità i soggetti già marginalizzati dal sistema socioeconomico.

Esclusione cumulativa

I ceti popolari, i meno scolarizzati, i residenti nelle Isole, costituiscono una crescente “periferia politica” che si sovrappone drammaticamente alla periferia economica e culturale. Assistiamo a un fenomeno di esclusione cumulativa: chi è già svantaggiato sul piano materiale sperimenta anche l’esclusione simbolica dalla sfera politica.

Particolarmente significativo è il dato generazionale: la Generazione X e i Millennial mostrano i livelli più alti di disincanto, suggerendo un fallimento dei processi di socializzazione politica degli ultimi trent’anni. Il quadro complessivo mostra una crescente crisi strutturale della democrazia rappresentativa a causa della sua incapacità di conciliare le contraddizioni tra uguaglianza formale dei diritti politici e disuguaglianza sostanziale dei rapporti economici.

La democrazia rappresentativa, in Italia come nel resto del mondo occidentale, funziona sempre meno come strumento di uguaglianza sostanziale e sempre più come strumento di egemonia delle classi dominanti o come sfogatoio della rabbia per la perdita di ruolo e status da parte dei declassati di quello che fu il ceto medio degli inizi del secolo.


Trump in alto mare


TRUMP, ALTRI PAESI INVIINO NAVI PER SICUREZZA STRETTO DI HORMUZ 

(ANSA) – WASHINGTON, 14 MAR – “Molti Paesi, specialmente quelli colpiti dal tentativo dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra – in collaborazione con gli Stati Uniti d’America – per mantenere lo Stretto aperto e sicuro”. Lo scrive Donald Trump su Truth.

“Si auspica che la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e gli altri Paesi penalizzati da questa restrizione artificiale inviino navi nell’area, affinché lo Stretto di Hormuz cessi di rappresentare una minaccia da parte di una Nazione che è stata totalmente decapitata”, aggiunge.

“Abbiamo già annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran; tuttavia, per loro è facile inviare uno o due droni, sganciare una mina o lanciare un missile a corto raggio in un punto qualsiasi lungo questa via d’acqua, o al suo interno, a prescindere da quanto siano stati duramente sconfitti”, osserva ancora il tycoon nel suo post.   

Nel frattempo, “gli Stati Uniti bombarderanno incessantemente la linea costiera, affondando continuamente imbarcazioni e navi iraniane. In un modo o nell’altro, renderemo presto lo Stretto di Hormuz APERTO, SICURO e LIBERO!” , conclude Trump. 

GB VALUTA CON PARTNER DIVERSE OPZIONI PER LO STRETTO DI HORMUZ

(ANSA) – ROMA, 14 MAR – La Gran Bretagna sta prendendo in considerazione una serie di opzioni dopo che Donald Trump ha detto che diversi paesi invieranno navi da guerra per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz. Lo afferma il Ministero della Difesa britannico, secondo quanto riporta Sky News.   

Un portavoce del Ministero della Difesa ha dichiarato: “Come abbiamo già detto, stiamo attualmente discutendo con i nostri alleati e partner una serie di opzioni per garantire la sicurezza della navigazione nella regione”.