
(di Marcello Veneziani) – Il corpo è una lavagna dove scriviamo chi siamo e chi vorremmo essere. È il primo mezzo di comunicazione che usiamo per dire al mondo la nostra identità, il nostro pensiero, i nostri desideri, e per rispondere al perenne conflitto tra la realtà e le possibilità, tra la natura e la volontà.
L’estate è la stagione dei corpi, la loro rivelazione in pubblico, alla luce del sole. Vedo la distesa di corpi in una spiaggia che non frequento: lettini e ombrelloni nel solleone. Vedo la sfilata di corpi, tra quelli distesi, quelli in piedi o in procinto di entrare e di uscire dall’acqua e noto una prima distinzione tra due etnie, due popoli, un tempo si sarebbe detto due razze: quelli che si presentano secondo natura e come la loro vita, il loro mangiare, vivere e camminare li ha fatti, che chiamerò naturalisti; e quelli modificati, ritoccati nei modi più vari, dai più semplici e naive a quelli più complicati, che chiamerò artefatti, nel senso letterale di rifatti con arte. I primi si espongono al sole come li ha fatti Madre Natura e Padre Tempo, le naturali fattezze dei loro corpi e il segno degli anni, come vivono e come si nutrono. Li chiami naturalisti ma in realtà non intendi dire che sono sgorgati puri e incontaminati dalla sorgente, ma lungo il percorso sono stati pesantemente rimodellati o deformati dalla vita che conducono. Il contrasto più vistoso è nella pinguedine; se li vedi grassi, con pance prominenti, vuol dire che il loro abbandono alla vita, o la loro sconfitta rispetto alle loro predisposizioni genetiche e ai loro vizi alimentari, li ha modificati pesantemente. Al mare non si vedono o sono eccezioni gli anoressici, mentre di alcuni incontinenti alimentari si intuisce la bulimia. C’è pure una fascia di giovani obese che indossano la loro ciccia come se fossero pornostar, credendosi “iconiche”. Più curiosa, degna di studio e in crescita da tanti decenni è invece la popolazione degli etnomutanti, in cui si distinguono vari gironi: I palestrati, i tatuati, i dietomorfi, i ritoccati, i plastificati. Uso la definizione al maschile sottraendomi alla stupida cantilena del “signore e signori”, perché sin da piccoli sappiamo che la definizione generale comprende sia il genere maschile che femminile.
Entriamo nel dettaglio. I palestrati sono la falange più guerriera nella fiera dei corpi al mare. Sono una minoranza, di solito in età giovanile, e l’esibizione muscolare è il messaggio di questi eroici combattenti con lo specchio, per dimostrare la loro volontà di potenza e la loro capacità di trasformare il corpo vivente e movente in statue di eroi e miti dell’antichità o di guerre stellari. Ci sono i palestrati sobri che in palestra tengono in forma il corpo e amano lo sport; ma saltano all’occhio gli Ercole, i Maciste nella valle degli zombie, i Sansone che mortificano tutti i filistei. Di solito i muscolari non sono soli ma si uniscono ad altri energumeni figurati, come se fossero una pattuglia di bodyguard che guardano i loro stessi corpi. Decisamente più numerosi sono i corpi riscritti e ridisegnati con i tatuaggi, coi loro arabeschi su cosce, polpacci, caviglie, braccia e fondoschiena. Ragazzi e qualche maturo esibiscono la carne da parati che si oppone alla stirpe residua degli abbronzati col loro lucido ducotone marino. Alcuni tatuaggi sono ammiccanti, copertine che annunciano contenuti erotici o vite avventurose; ma prevalgono messaggi esotici ed esoterici, atletici, epici o solo simbolici. I tatoo fingono estro ma esprimono serialità. Menti semplici abitano a volte pelli complicate; forme di barocco epidermico e anche epidemico, visto il contagio. I corpi dei tatuati sono più loquaci dei portatori, raccontano la voglia di entrare nel mito, di fare dei corpi la loro opera d’arte, il loro manifesto e il loro biglietto da visita. Affrescati come cappelle e sculture semoventi, non sono uomini ma installazioni. I loro arazzi invasivi coprono i loro corpi, i loro murales corporali, sembra che continui la loro narrazione sul corpo dell’amico o della compagna accanto, come in un dittico. Le loro pance sembrano touch screen damascati, l’ombelico è come la presa per lo spinoA vederli distesi hai l’impressione che siano caduti in guerra, sfigurati da mine e sfregiati da baionette.
Più subdola è lentiggini dei ritoccati perché vogliono esibire gli effetti e nascondere le cause, tra chirurgia estetica, botulino e altri accorgimenti che modificano labbra, zigomi, facce, seni, colli, glutei e altro ancora. Pochi tra i ritoccati sono migliorati rispetto all’originale, spesso sono finti come bambole di gomma o pupi di plastica; molti soprattutto col passare del tempo, peggiorano, acuiscono la decadenza anziché frenarla o nascondere, e assumono espressioni innaturali.
La prestanza artificiale di palestrati, tatuati e ritoccati, è assai più diffusa dell’intelligenza artificiale. Sarò un conservatore ma preferisco l’imperfezione naturale dei corpi che accettano la sorte, l’età, i loro limiti e i loro corpi difettati, così come viene.
Noto infine una cosa: quanto più si modificano i corpi e si usano per mandare messaggi ego-narcisisti, tanto più si nega il corpo, la sua vita naturale e il suo uso, anche sessuale: cresce la tendenza a disincarnarsi, a diventare ologrammi, cloni, droni e protesi. Nella pretesa di farci “iconici” stiamo fuggendo dai nostri corpi. Ma ovunque andremo, i nostri corpi ci riagguanteranno e ci riporteranno a terra.

(Gioacchino Musumeci) – Come si sconfigge la Meloni se l’identità politica della coalizione di Sx ( ?) è condizionata dal bellicismo piddino.
E’ una domanda semplice a cui sarebbe opportuno rispondere adesso. A quasi un anno di distanza dalle elezioni l’alternativa di governo si presenta ai cittadini divisa sul tema più importante, la pace e il costo della vita. Per i bellicisti il costo della vita non ha peso nelle dinamiche sociali perciò il benessere dell’impresa si pone davanti a quello della comunità. Eppure nello Stato democratico è un dovere della politica cercare e mantenere equilibrio tra necessità pubbliche e futuro delle imprese private per evitare che i diritti di una classe trascendano quelli dell’altra.
Pare tuttavia che sulla base di ipotesi su future aggressioni russe si natura ibrida mai chiarite al pubblico, l’orientamento politico europeo consista nell’erodere le garanzie costituzionali dei cittadini a vantaggio della grande impresa bellica. Il risultato finale è la sottrazione di importantissime risorse pubbliche fondamentali a popoli di cui porzioni sempre più ampie restringono il perimetro dell’esistenza a quello della sopravvivenza.
In questo quadro il Pd, principale alleato del Movimento nella coalizione, non sembra avere alcuna ambizione specifica o volontà di differenziarsi dall’insieme dei bellicisti. In termini di voto europeo sostiene il riarmo giustificato con la narrazione di un possibile attacco russo, senza mai spiegare nemmeno ai propri elettori il “perché” un attacco russo dovrebbe materializzarsi.
Il dato più grave, è che il Pd non è una forza orientata verso un cambiamento di paradigma favorevole ai cittadini perché il riarmo contiene un paradosso finanziario su cui i cittadini devono fermarsi per capire cosa c’è davvero in gioco in questa fase storica europea. Per 25 anni l’Unione Europea ha imposto l’austerità come dogma di gestione del debito e ha imbrigliato gli stati membri in una rete di efficienza dei conti a discapito dei comparti pubblici fondamentali.
Ora sospende le regole sul debito proprio per finanziare le spese militari. In altre parole, l’austerità era necessaria per la pace, ma non lo è più per la guerra. Ne deriva che l’austerità è sempre stata una necessità politica, non qualcosa che evitava il collasso delle economie europee se oggi si puòà bypassare per i cannoni.
Il Pd, è c’è ben poco da minimizzare, sostiene la narrazione il cui vero obiettivo sembra trasferire enormi risorse verso il settore bellico. Lo stesso ex capo della diplomazia UE, Josep Borrell, ha denunciato che l’allarme sulla minaccia russa è “una paura che paga”, riferendosi ai profitti dell’industria bellica. La paura è un potente strumento per far accettare scelte impopolari.
In questo senso muovo un’osservazione molto specifica: si può convivere politicamente con una forza politica allineata al riarmo? La mia risposta è no se il Pd non cambia posizione sul riarmo. Rischiamo la Meloni al governo per i prossimi 5 anni? Perfetto, meglio rischiare con un identità politica chiara piuttosto che legati alle incertezze del partito della Schlein. Le probabilità che il Pd cambi postura ideologica sul riarmo sono pressoché nulla. Allora se il Movimento di Conte continua a cercare mediazioni, perderà appeal oppure stagnerà su percentuali medio basse. Come sopra Se il Movimento tarderà a dissociarsi da un Pd cristallizzato sul bellicismo. Perciò prima si chiarisce cosa voglia fare il Movimento, meglio sarà per lui.
Perché sono così netto rispetto a pochi mesi fa. Perché il riarmo non è solo un’operazione economica. Siamo davanti a una trasformazione strutturale delle democrazie. La scelta di finanziare la difesa a scapito del welfare modifica il patto sociale. Sposta le risorse dal cittadino all’industria bellica e, di conseguenza, sposta il baricentro del potere e della legittimità. I dati e le analisi disponibili confermano che questa non è una semplice redistribuzione di fondi, ma un vero e proprio cambio di paradigma nel ruolo dello Stato e della sua relazione con i cittadini.
Il passaggio da una spesa militare intorno al 2% al nuovo obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035 avrebbe un impatto devastante sui conti pubblici, soprattutto in un paese come l’Italia con un debito pubblico che supera il 137% del PIL.
Non voglio annoiare con una disamina numerica delle conseguenze su cui sto studiando, pongo una domanda semplice: cosa vuol fare il Movimento col Pd. E se è possibile costruire un’alternativa politica alla Meloni con questo Pd in che modo di risolvono i problemi esaminati sopra.
“Il premier spagnolo ha sfidato Trump e denunciato il genocidio a Gaza”. Poi il leader M5s si rivolge alla premier: “Nel 2023 implori la solidarietà europea per Lampedusa, poi quando tocca a un Paese amico lo isoli”

(ilfattoquotidiano.it) – “Sanchez ha dimostrato di essere un hombre vertical, un uomo dalla schiena dritta, una persona seria. E ha anche dimostrato di saper interpretare i principi scritti nella nostra Costituzione e nella Carta europea dei diritti fondamentali“. Con queste parole il presidente del M5s Giuseppe Conte, intervistato da Andrea Pancani a Sabaudia Incontra, ha dedicato un riconoscimento esplicito al premier spagnolo Pedro Sánchez, nel corso di una riflessione su quella che ha definito ‘scelta grave e contraddittoria’ del governo Meloni:. la sospensione temporanea di Schengen nei confronti della Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta.
L’ex presidente del Consiglio ha sottolineato: “Quando ha detto a Trump che per il suo popolo era una follia portare le spese militari al 5% del Pil, Sànchez ha dimostrato di essere un hombre vertical. Quando ha affermato che a Gaza Israele stava compiendo un genocidio e che andava condannato Netanyahu, ha dimostrato di essere un hombre vertical. Quando ha detto a Trump che non avrebbe messo a disposizione le sue basi per una guerra illegale in Iran, che tra l’altro sta affamando intere popolazioni e provocando una crisi energetica mondiale, ha dimostrato ancora una volta di essere un hombre vertical”.
Il leader pentastellato ha ricostruito i fatti partendo dai numeri. In quattro anni di governo Meloni, ha ricordato, gli sbarchi in Italia hanno superato quota 326 mila, 150mila in più rispetto a quelli registrati in Spagna nello stesso periodo: “Allora la Spagna avrebbe potuto dirci: “Voi siete stati il colabrodo per gli sbarchi”. Avrebbe potuto sospendere Schengen nei nostri confronti. E noi le avremmo risposto: ecco qui, che Paese egoista”. Invece è avvenuto l’esatto contrario.
Il presidente del M5s ha ricordato quanto accaduto nell’estate del 2023, quando Lampedusa si ritrovò a gestire migliaia di arrivi in poche ore. Allora Giorgia Meloni scrisse a Ursula von der Leyen, chiese solidarietà europea, “implorò” l’arrivo della presidente della Commissione. Von der Leyen si recò sull’isola e in conferenza stampa ribadì che i Paesi europei erano al fianco dell’Italia. “Qual è la logica? – si è chiesto Conte – Quando capita a te, chiedi solidarietà europea. Se capita nell’avamposto spagnolo che è in Africa, sospendi Schengen e inviti l’Europa a isolare la Spagna. Allora sei folle“.
Secondo l’ex premier, quella linea ha già prodotto un risultato concreto e umiliante. Il 4 agosto si è tenuto il vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione europea: “La posizione italiana non è stata neppure discussa: siamo rimasti con il cerino in mano. Ovviamente questo non lo apprenderete mai dalla stampa e dalle tv amiche del governo Meloni. Tutti i ministri dell’Interno europei non solo hanno offerto solidarietà alla Spagna, ma si sono complimentati con Sánchez perché nel giro di 48 ore ha fatto rimpatriare circa 50mila irregolari, dimostrando grande efficienza. Noi non riusciamo a rimpatriarne qualche migliaio all’anno. E allora anche qui stiamo zitti”.
Il leader pentastellato ha insistito sul fatto che esistono strumenti europei già pronti all’uso: Frontex, missioni comuni, sostegno operativo ai confini esterni: “Avremmo potuto rivolgerci a un’agenzia europea per sostenere la Spagna o per controllare i confini, seppur marittimi, tra Africa e Spagna. Ma è folle cercare di accusare e isolare un Paese amico“.
Ha ricordato il rapporto privilegiato costruito con Madrid durante la pandemia, quando la Spagna fu il primo Paese a rispondere positivamente alla lettera con cui Conte chiedeva i 209 miliardi del Pnrr. “Con la Spagna c’è un rapporto tradizionale di amicizia – ha ribadito l’ex premier – Quando fai queste dimostrazioni muscolari inconsistenti e inutili, stai solo creando problemi ai cittadini italiani che vanno in vacanza o che arrivano dalla Spagna”.
Per Conte si tratta di “propaganda sterile” di un governo che ha fallito su più fronti: i centri in Albania, la gestione degli sbarchi, i rimpatri e il Piano Mattei. Di fronte a questo quadro, la figura di Sánchez emerge, nelle parole del presidente del M5s, come esempio di coerenza e di rispetto dei principi costituzionali ed europei: non una difesa ideologica, ma il riconoscimento di una linea politica che l’Italia dovrebbe imparare a praticare invece di isolarsi con gesti di pura propaganda.
(di Natasha Caragnano – repubblica.it) – Mojtaba Khamenei gravemente ferito, con il volto sfigurato, una gamba amputata e incapace di parlare. Poi «in condizioni perfette». Un incontro con il presidente Masoud Pezeshkian per mettere a tacere le voci.
E ancora, ieri, l’ayatollah in condizioni molto gravi: «Non ci sorprenderebbe apprendere presto del suo martirio», ha detto una fonte vicina al presidente a Iran Wire. Attorno alla Guida Suprema iraniana si rincorrono ormai da mesi notizie e smentite. Iniziate quando Mojtaba è stato scelto ad aprile come successore del padre Ali: da allora non è mai stato né visto né sentito […]
Dopo l’attacco del 28 febbraio, Khamenei sarebbe rimasto ferito in modo grave. Secondo una delle prime ricostruzioni del New York Times, Mojtaba era stato operato tre volte alla gamba. Il volto e le labbra hanno riportato gravi ustioni, rendendogli difficile parlare. I messaggi con lui venivano scambiati attraverso una complessa e rischiosa staffetta di corrieri. Versioni respinte più volte da Teheran, che ha sempre parlato di «ferite superficiali».
Ma la sua assenza ai funerali del padre ha aumentato i dubbi e la divisione interna. Mentre Pezeshkian camminava accanto al feretro a Teheran, alcuni sostenitori della linea dura hanno iniziato a contestarlo.
Per loro il problema non è solo l’accordo con Washington, ma chi detiene oggi il potere a Teheran. Per i falchi al governo – dai vertici dei pasdaran al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale – l’assenza di Kahmenei sarebbe stata sfruttata da Pezeshkian per imporre una linea più pragmatica.
Ma il presidente è, al momento, l’unico esponente del sistema ad aver incontrato Khamenei a maggio. L’incontro tra i due, a detta di Pezeshkian, sembra essersi svolto in un’atmosfera cordiale. Ma per Iran International il presidente avrebbe avuto solo pochi minuti in un’auto buia con i finestrini oscurati. Il presidente non sarebbe riuscito a vedere il volto dell’uomo accanto a lui e avrebbe chiesto se la voce ascoltata appartenesse davvero alla Guida Suprema.
Mentre continuano ad alternasi notizie e smentite sulle condizioni di Khamenei crescono quindi le divisioni interne. E dietro l’immagine di compattezza e stabilità che il regime vuole proiettare, si intravedono le fragilità lasciate dal vuoto della Guida Suprema.
(estr. di Sara Tirrito – lastampa.it) – Da marzo a settembre migliaia di braccianti raggiungono il Metapontino e l’Alto Bradano, in Basilicata, per la frutta di stagione. Prima le fragole, nelle scorse settimane le pesche, poi i pomodori. Arrivano dalla Piana di Sibari, in Calabria, dove da ottobre a febbraio hanno raccolto agrumi e olive.
In autunno saliranno in Piemonte, e chiuderanno l’anno in Friuli-Venezia Giulia con la lavorazione della barbatella. Stagione dopo stagione, lungo lo stesso percorso, si muove anche il calendario del caporalato, il sistema di reclutamento illegale che intercetta i lavoratori a ogni tappa.
Secondo la Flai Cgil, che con l’Osservatorio Placido Rizzotto realizza ogni anno il Rapporto Agromafie e Caporalato, in Italia almeno 200 mila lavoratori subiscono irregolarità nei campi, in gran parte in condizioni di sfruttamento. Contro questo sistema esiste dal 2016 la legge 199, che avrebbe dovuto premiare le imprese in regola, ma su circa un milione di aziende agricole soltanto 11.895 aderiscono alla Rete del lavoro agricolo di qualità, lo strumento previsto per certificare chi rispetta contratti e condizioni. […]
L’intermediazione irregolare è il cuore del fenomeno e si presenta in due forme. Il caporalato nero, fatto di violenza, minacce e controllo sulle condizioni di vita, e quello grigio, che si alimenta della falsificazione delle giornate in contratti apparentemente regolari.
Spesso, tramite le cosiddette «cooperative senza terra» che affiancano le imprese meno virtuose, in busta paga viene registrata una decina di giornate a fronte di 50 o più realmente lavorate, abbattendo gli oneri contributivi. Un meccanismo che priva i lavoratori della disoccupazione agricola, ottenibile solo oltre le 102 giornate nel biennio, e ne compromette il permesso di soggiorno. […]
Ad alimentare le irregolarità contribuisce la carenza di controllori. L’Ispettorato nazionale del lavoro conta 2.969 unità, ma la penuria di personale amministrativo ne dirotta molti su compiti d’ufficio, riducendo a poco più di mille quelli a tempo pieno sulla vigilanza. Il risultato, spiega la Flai, è che ogni anno viene controllato meno del 4% delle aziende con manodopera. Un limite che pesa, anche perché il fenomeno segue le stagioni. […]
Perché il caporalato, nel frattempo, si è modernizzato. Non si aspetta più sul ciglio della strada, si riceve un messaggio su WhatsApp quando il furgone è già pronto a caricare per i campi. Da questo reclutamento a distanza prende forma una struttura che gli esperti descrivono ormai nazionale.
I caporali, per esempio, non si limitano più a selezionare la manodopera, la reclutano nelle bidonville, come a Foggia, o nelle aree destinate di fatto agli alloggi, la trasportano sul luogo di lavoro e guadagnano a ogni passaggio, sul trasporto, sugli alloggi, sugli ingressi. […]
Resta irrisolto il nodo degli alloggi, con casi accertati di 18 persone in un appartamento. Il Pnrr aveva destinato 200 milioni di euro al recupero di soluzioni abitative dignitose per gli stagionali, ma ad oggi ne risultano stanziati solo 25,9, ripartiti tra sette regioni. […]
(di Benedetta Perilli – repubblica.it) – «La questione non è cosa ha scelto di fare la Spagna, la questione è se accettiamo che Giorgia Meloni utilizzi quanto accaduto a Ceuta per infrangere le regole comuni e trasferire all’interno dell’Europa la politica dei muri».
A parlare da Ceuta è Sira Rego, ministra della Gioventù e dell’Infanzia del governo Sánchez in quota Sumar, la coalizione di sinistra e sinistra radicale che governa con il partito socialista.
Ministra, dopo un ultimatum respinto da Roma il suo governo ha deciso di ripristinare i controlli alla frontiera con l’Italia. Perché?
«Non possiamo normalizzare che uno Stato membro decida unilateralmente di ripristinare una frontiera all’interno di Schengen contro un altro Paese europeo. L’Italia ha voluto mantenere questa decisione e si deve assumere il fatto che c’è stata una risposta».
Che cosa pensa della misura adottata da Roma dopo i fatti di Ceuta?
«Ridicola e irresponsabile. Sembra che Meloni sia più preoccupata di tornare a farsi fotografare con Trump che di difendere gli interessi europei. Sta importando in Europa un’agenda politica che mira a indebolirla dall’interno. Ma è rimasta piuttosto isolata. Ursula Von der Leyen e altri leader europei hanno sostenuto la Spagna e difeso una risposta comune».
Una decisione che potrebbe essere stata presa anche su impulso del partito di estrema destra Vox, visti gli stretti legami tra Meloni e Abascal. Che cosa ne pensa?
«L’estrema destra internazionale è perfettamente coordinata. Non è un caso che Abascal, Meloni, Elon Musk e alcuni membri del governo genocida di Israele abbiano rapidamente fatto convergenza su Ceuta nello stesso racconto: minaccia e collasso. Sono attori diversi, ma condividono una strategia ben riconoscibile: utilizzare ogni crisi per erodere i diritti».

(Dott. Paolo Caruso) – L’audizione del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte da parte della Commissione parlamentare d’ inchiesta sul Covid si è trasformata presto in uno scontro tesissimo che si è esteso a un duro duello a distanza con la premier Giorgia Meloni. Giuseppe Conte ascoltato per oltre cinque ore dalla Commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia ha rivendicato fermamente la legittimità e la correttezza di tutte le decisioni prese da Palazzo Chigi durante l’emergenza, definendo inoltre la Commissione parlamentare ” un plotone di esecuzione politico ” istituito dal centrodestra per colpire unicamente la sua persona e l’ operato del suo vecchio esecutivo. Il caso delle mascherine con la vicenda di una fornitura non conforme di 7,8 milioni di euro legata alla società JC Electronic e il contenzioso chiuso con un risarcimento statale di circa 100 milioni di euro all’ imprenditore Dario Bianchi, molto vicino alla Premier Meloni, ha infiammato il confronto. Conte ha dichiarato di aver depositato un documento in Procura invitando Palazzo Chigi e il Ministero della Salute a bloccare immediatamente tale pagamento. È scontro aperto con la Caciottara della Garbatella etichettandola come la “regista” occulta della Commissione e degli attacchi diffamatori perpetrati, a suo dire, attraverso “trucchetti” e “mezzucci” di basso profilo. La solita ipocrisia mista a furbizia della Meloni che fugge dal dibattito parlamentare e usa la Commissione semplicemente come strumento di distrazione o di fango politico. La replica di Giorgia non si è fatta attendere, respingendo attraverso i propri canali social qualsiasi suo coinvolgimento, nessuno attacco politico mascherato, ma solo il diritto degli Italiani di conoscere la verità. È scontro totale tra Meloni e Conte! La campagna elettorale è appena iniziata ora si potrà entrare nel magico mondo di ” Menzognolandia ” dove troveremo nani, fatine, principi e ducette, e la Giorgia nazionale rappresenterà il cosmo.
Nell’occhio del ciclone c’è Food For Profit, il documentario diretto da Giulia Innocenzi e mandato in onda dal programma di Rai3

(lapresse.it) – Sigfrido Ranucci e Report ancora una volta al centro dell’attenzione mediatica. Il conduttore del programma di Rai3 e la redazione sui social hanno smentito l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera che riporterebbe, secondo il giornalista, “diverse falsità” su Food For Profit, il documentario diretto da Giulia Innocenzi e mandato in onda da Report. Il servizio, fa sapere Ranucci, “denuncia come gli allevamenti intensivi in Europa vengono finanziati con i soldi pubblici, e il legame fra le lobby, l’industria della carne e i politici”. Dunque, nessuna sponsorizzazione su un maggior consumo di cibi a base di insetti e la carne sintetica, spiega il conduttore tv.
“Dopo circa 300 articoli usciti in due mesi su vari giornali, finalizzati a delegittimare il sottoscritto, le persone vicine e il lavoro e la storia di una redazione e trasmissione, siamo costretti a smentire l’articolo uscito oggi sul Corriere della Sera, dal titolo ‘Soldi dal magnate vegano, un nuovo caso Report’. Nell’articolo vengono riportate diverse falsità che riguardano Food For Profit, il documentario diretto da Giulia Innocenzi, che dopo aver riscontrato un enorme successo di pubblico nelle sale cinematografiche, essere stato distribuito in tantissimi Paesi in tutto il mondo e aver ottenuto prestigiosi premi internazionali, è stato trasmesso a Report a firma Giulia Innocenzi”, scrive Ranucci su Facebook.
“Secondo il Corriere della Sera, ‘tra le soluzioni proposte nel servizio mandato in onda da Report, si sponsorizzava il maggior consumo di cibi a base di insetti e la carne sintetica’. Questa notizia è falsa. Food For Profit denuncia come gli allevamenti intensivi in Europa vengono finanziati con i soldi pubblici, e il legame fra le lobby, l’industria della carne e i politici. Non parla mai di carne a base di insetti né di carne a base cellulare. Per saperlo sarebbe bastato la visione del docufilm, ma perfino una veloce ricerca su Google. Inoltre l’articolo è praticamente un copia e incolla di quanto rilanciato da Il Giornale di ieri, come accade sempre più spesso in queste settimane”.
“Secondo il Corriere della Sera la puntata di Report che ha trasmesso Food For Profit sarebbe ‘all’esame della Commissione per il Codice etico della Rai’. Anche questa notizia è destituita di ogni fondamento e non esiste nessun caso se non quello montato ad arte per delegittimare ancora una volta il lavoro di Report. Report continuerà il suo lavoro di denuncia: grazie alle inchieste portate avanti in questi anni, a firma di Giulia Innocenzi, grazie alle quali sono stati chiusi allevamenti, macelli e lanciate allerte alimentari di carne scaduta rimessa in commercio. Un vero e proprio servizio pubblico per i cittadini, che Report porterà avanti anche nella prossima stagione”.

“Siamo costretti a smentire l’articolo uscito oggi sul Corriere della Sera, dal titolo ‘Soldi dal magnate vegano, un nuovo caso Report’”, fa sapere in una nota la redazione di Report, ricalcando le parole di Ranucci.
“Nell’articolo vengono riportate diverse falsità che riguardano Food For Profit, il documentario diretto e prodotto da Giulia Innocenzi, che dopo aver riscontrato un enorme successo di pubblico nelle sale cinematografiche, essere stato distribuito in tantissimi Paesi in tutto il mondo e aver ottenuto prestigiosi premi internazionali, è stato trasmesso a Report. Secondo il Corriere della Sera, ‘tra le soluzioni proposte nel servizio mandato in onda da Report, si sponsorizzava il maggior consumo di cibi a base di insetti e la carne sintetica’. Questa notizia è falsa”.
“Food For Profit denuncia come gli allevamenti intensivi in Europa vengono finanziati con i soldi pubblici, e il legame fra le lobby, l’industria della carne e i politici. Non parla mai di carne a base di insetti né di carne a base cellulare. Per saperlo sarebbe bastato la visione del docufilm, ma perfino una veloce ricerca su Google. Report continuerà il suo lavoro di denuncia: grazie alle inchieste portate avanti in questi anni, a firma di Giulia Innocenzi, sono stati chiusi allevamenti, macelli e lanciate allerte alimentari di carne scaduta rimessa in commercio. Un vero e proprio servizio pubblico per i cittadini, che Report continuerà a portare avanti anche nella prossima stagione”.

(Tommaso Merlo) – Trump ha un ciuffo giallo canarino nuovo di pacca ma il problema rimane sotto, in una materia cranica ormai ridotta in poltiglia. Pare se la faccia nei pantaloni e non ci capisca più una emerita mazza al punto che nei corridoi della Casa Bianca circolano voci di un clamoroso avvicendamento. Potrebbe lasciare il posto a JD Vance in cambio di una grazia totale ed eterna per lui e tutto il suo clan malavitoso. Ma se ne parlerà dopo quelle che più che elezioni di mezzo termine, si prefigurano come un bagno di sangue. Secondo i sondaggi più attendibili infatti, in termini di gradimento Trump si colloca tra le ragadi anali e il calpestare feci canine. Manco a Hollywood si sono mai immaginati una fine così tragicomica dell’impero a stelle e strisce anche se nel mondo sano, c’è ben poco da ridere. L’Iran sta siglando un accordo per la gestione dello Stretto di Hormuz con l’Oman come è giusto che sia visto che le acque sono loro. E si pagherà un pedaggio come è giusto che sia visto che avviene anche altrove. E poi in guerra le condizioni le dettano i vincitori e non i vinti, il problema è che nessuno è ancora riuscito a far capire a Trump che ha perso la guerra e pure di brutto. Ormai siamo alla circonvenzione d’incapace d’intendere e pure di volere. Trump ha saputo con settimane di ritardo perfino di avere gli arsenali vuoti a furia di regalare bombe e missili a Zelensky e ai sionisti per sterminare palestinesi e libanesi. Trump ha dato la colpa a quell’alcolizzato che ha piazzato a capo del Pentagono ma il problema è ben più grave. Per rilanciare l’industria bellica gli Stati Uniti hanno bisogno di anni e comunque i loro sistemi missilistici vanno a farfalle contro i bolidi ipersonici russi e iraniani. È questo il clamoroso fatto storico che la propaganda mainstream sta coprendo. Se gli Stati Uniti hanno perso da tempo la supremazia economica ma anche politica per mano della Cina, in Ucraina e soprattutto in Iran hanno perso anche quella militare. E il bello inizia adesso. Dopo aver resistito ad una devastante aggressione aerea in cui americani e sionisti hanno sganciato il meglio dei loro arsenali senza ottenere una mazza, l’Iran è passato al contrattacco cancellando dalla faccia della sabbia le basi militari nemiche nel Golfo e prendendosi lo Stretto, fonte di reddito e leva strategica che fa dell’Iran la potenza egemone della regione alla faccia dei sionisti intenti a sprofondare all’infermo. Già, il karma esiste eccome. Era da decenni che i sionisti lavoravano ai fianchi quei fessi degli americani per fargli attaccare l’Iran e quando alla fine ci sono riusciti si scopre che l’esercito più potente del mondo è in realtà una tigre di carta e l’Iran un leone con attributi granitici che era meglio lasciar dormire. E adesso per loro si mette male perché se a seguito della clamorosa sconfitta gli americani abbandonano l’Asia Occidentale, i sionisti si scordano i deliri da Grande Israele e il loro odio ideologico si potrebbe riversare internamente accelerando l’implosione del progetto coloniale. Non utopia ma una exit strategy che molti analisti americani suggeriscono apertamente, quella di levarsi dai piedi dopo decenni di disastri e miliardi buttati in guerre inutili. America first e che Israele cominci ad assumersi le sue responsabilità storiche. Lo stesso che chiede a gran voce la maggioranza dei cittadini americani anche se per il momento la lobby sionista è ancora potentissima e pretende che Trump continui a buttare miliardi e vite umane nella speranza che a furia di aggressioni e complotti crolli anche il regime iraniano come successo ad esempio in Siria e altrove. Ma il pallino ce l’hanno a Teheran e non a Tel Aviv e nemmeno Washington, gli iraniani stanno decidendo l’agenda ed i tempi della guerra e da quello che trapela non hanno nessuna intenzione di farsi logorare, anzi. L’Iran vuole una soluzione definitiva e il prima possibile anche perché i rapporti di forza possono mutare. Preso lo Stretto, l’Iran vuole che tutte le condizioni del primo Memorandum siano soddisfatte prima di risedersi al tavolo, compreso la restituzione dei soldi rubati e le infami sanzioni. E un nuovo accordo dovrà includere tutto l’asse della resistenza e quindi: liberazione del Libano, dello Yemen e soprattutto della Palestina. Solo a quel punto l’Iran sarà disposto a dare a Trump il contentino sull’atomica in modo che possa correre su social a vantarsi di aver fatto meglio di Obama come un bambino dell’asilo. I sionisti stanno spargendo sangue nel tentativo di far saltare tutto ma l’Iran non cede mentre Trump sta cercando disperatamente un appiglio per dichiarare vittoria e sparire. Non averlo ancora fatto, per molti è la dimostrazione delle porcherie fatte con Epstein. Trump lo continua a ripetere, la sua paura più grande è fare la fine di Herbert Hoover, il presidente della crisi del 1929 e se non riapre in fretta lo Stretto è quello lo scenario che attende lui e tutti noi. Trump ha un ciuffo giallo canarino nuovo ma il problema rimane sotto, in una materia cranica ormai ridotta in poltiglia e in un passato che lo persguita. Manco a Hollywood si sono immaginati una fine così tragicomica dell’impero a stelle e strisce ma nel mondo sano c’è ben poco da ridere.
(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Giorgia Meloni non si aspettava l’ultimatum e l’immediata ritorsione da Madrid. «Il ricatto», come lo bolla nel vortice di telefonate che subito la assorbe, sin da quando il governo spagnolo, nella tarda mattina, fa sapere che ci saranno conseguenze per il blocco di Schengen deciso dall’Italia dopo l’arrembaggio, ormai largamente rientrato, di migranti a Ceuta. Poi tutto precipita nel giro di poche ore, già nella serata di ieri.
In realtà, […] tre giorni fa era arrivata la richiesta informale di mettere fine alle restrizioni per i viaggiatori, perché giudicate prive di senso. Richiesta che peraltro trovava sponda alla Farnesina di Antonio Tajani, almeno sulle prime, mentre il capo del Viminale, Matteo Piantedosi, faceva asse con la premier per insistere, insieme a Matteo Salvini.
A quel punto l’esecutivo, incluso il ministro degli Esteri, si era accordato sulla dead line di ferragosto: aspettare il 15, anche per verificare se il tam tam social dal Marocco su una seconda scorreria nell’exclave spagnola sia una minaccia concreta, scenario su cui lavorano da giorni i nostri servizi segreti.
La sortita del governo di Sanchez però adesso rimette in discussione anche la prospettiva di anticipare lo stop a metà mese, che sarebbe un dimezzamento della durata rispetto al termine iniziale, il primo settembre. Il motivo è chiaro: Meloni non vuole certo passare per una che ha ceduto al socialista spagnolo.
Al suo «ricatto», appunto. Al prezzo di tenere in ballo una misura, la sospensione della libera circolazione con Madrid, che passa per propaganda irragionevole, visto che nessun migrante ha raggiunto il continente da Ceuta, dove i controlli alla frontiera sono già previsti, con o senza la sospensione del trattato Ue.
A Palazzo Chigi avevano messo in conto che le mosse di Madrid avrebbero portato a conseguenze spiacevoli.
Più fonti dell’esecutivo rivelano un timore: che le autorità spagnole approntino un sistema di controlli in realtà molto meno “selettivo” rispetto a quello italiano, creando disagi e lunghe code per i nostri concittadini in viaggio per turismo negli scali iberici.
L’altra preoccupazione riguarda la narrazione che Sanchez potrebbe costruire per giustificare il blocco di Schengen verso l’Italia, che insista sui dati forniti nelle dichiarazioni polemiche di questi giorni, cioè l’aumento degli sbarchi negli ultimi 5 anni in Italia e i transiti degli irregolari provenienti dal nostro Paese, certificati da Frontex.
Meloni però vuole tenere il punto. «Serviva una risposta». È convinta che l’uscita di ieri di Sanchez sia dovuta alle sue «difficoltà di politica interna», alle vacanze a Lanzarote con tanto di playlist estiva consigliata ai seguaci social, per cui adesso è «bersagliato» dai media spagnoli.
Così ragiona la premier negli scambi di ieri con Tajani, Piantedosi, e poi anche con Salvini. I toni di Tajani sono meno barricaderi, quelli di Meloni più ostinati a una reazione forte contro la «provocazione» del socialista. Al governo si ragiona anche della possibilità che la presa di posizione su Ceuta possa essere un balsamo per i rapporti con Washington, anche se in questa fase, con Trump in picchiata nel gradimento, nessuno scalpita per strappare endorsement pubblici. Anzi.
Dietro le bizze politiche, la diplomazia ora dovrà tentare di far rientrare la crisi sull’asse Roma-Madrid. Anche perché in via riservata, al governo sono arrivate in batteria le lamentele di alcuni grossi gruppi crocieristici e delle organizzazioni delle agenzie di viaggio, seccati (eufemismo) per i possibili disguidi e le lungaggini dei passeggeri trasportati dalla Spagna. Ecco perché il governo ha comunque fatto riferimento, per la prima volta, nei comunicati e nelle dichiarazioni di ieri, alla possibilità di mettere fine allo stop di Schengen dopo ferragosto. Ma tutto dipenderà, è l’ammissione, dall’impatto della «ritorsione» di Madrid.
L’ANALISI – Il leader M5S ha deciso di non aspettare più. L’offensiva su Delmastro ma pure la risposta al “plotone” del processo mascherine Covid lo hanno visto al centro della scena politica. La segretaria dem invece pare bloccata. L’orizzone scivoloso delle primarie, lo scetticismo del suo correntone e la solita ombra della Salis

(di Fabrizio d’Esposito – ilfattoquotidiano.it) – L’underdog non è solo quello che nessuno ha visto arrivare, ma è soprattutto – nel linguaggio della comunicazione politica – il candidato in svantaggio costretto a inseguire la lepre davanti. E i due giorni che hanno rotto l’inerzia stagnante del centrosinistra restituiscono un quadro oggettivamente diverso da quello delle settimane precedenti, laddove l’underdog sembra essere oggi un’Elly Schlein triste, solitaria y final. Il riferimento, ovviamente, è al Giuseppe Conte show di mercoledì e giovedì in Parlamento tra la questione del riarmo del Safe, l’impunità imbarazzante per le bistecche mafiose di Delmastro e infine la lunga maratona nella Commissione Covid dinnanzi al “plotone d’esecuzione” predisposto dai meloniani.
Il capo del M5S ha dimostrato non solo di essere “un animale politico”, come dicono entusiasti i suoi del Movimento, ma ha rinfrescato la sua postura da eventuale candidato premier del campo progressista o largo che sia. Non senza qualche suggestione populista di ritorno quando ha evocato la fatidica “casta” nel discorso a Montecitorio sul no della destra alle intercettazioni tra Delmastro e il prestanome dei Senese, Caroccia. Così la segretaria del Pd è stata costretta a inseguirlo, coi suoi tempi asiatici di reazione, come ha osservato crudelmente Paolo Mieli sul Corriere della Sera. Non solo. Il fuoco continuo della destra contro Conte (le campagne dei giornali organici sono varie) alla fine ha avuto un esito che riconosce all’ex premier il ruolo di lepre che detta il ritmo del centrosinistra. E cioè gli attacchi diretti della premier Giorgia Meloni. La stessa, cioè, che fino a pochi mesi fa voleva scegliersi l’avversario, anzi l’avversaria, evocando un confronto a due con Schlein.
La svolta da scattista di Conte è avvenuta con l’intervista di domenica 2 agosto a PiazzAsiago, condotta da Alessandro De Angelis, vicedirettore della Stampa. E’ lì che ha imposto una nuova velocità al centrosinistra coniugando la questione delle primarie alla guerra in Ucraina: “Sull’Ucraina scioglieremo il nodo alle primarie, chi vincerà detterà la linea”. Un modo per stanare con successo il Pd asiatico di Schlein in maniera dirompente e provocatoria. Del resto il pantano e lo stallo messicano successivi alla foto nella trattoria romana di Conte, Schlein e i gemelli diversi rossoverdi non erano più sostenibili. Anche perché avevano portato al fallimento dell’iniziativa unitaria di Napoli (un mese fa) e all’annullamento di quella di Padova.
La mossa tattica di Conte ha poi costretto i due Pd in campo, quello solitario di Schlein e dei suoi fedelissimi e quello del correntone della sua maggioranza (Franceschini, Speranza, Orlando e così via), ad affrontare lo spettro delle primarie, a meno di nove mesi dalle probabili elezioni politiche dell’aprile del 2027. Fino a quel momento, infatti, il quadro vedeva il correntone poco convinto dalle chanche di successo della segretaria e quindi all’affannata ricerca di un terzo nome (Ilaria Salis) da contrapporre a Meloni in campagna elettorale, magari senza passare per le primarie. E’ finita invece che Dario Franceschini è stato obbligato a smentire il sostegno a Salis e a fare un conseguente atto di fede nelle primarie.
Ma il vero rebus è proprio Schlein. Da più parti, nel Pd, la descrivono in questo modo: “Non comunica con nessuno se non coi suoi e non si fida più di nessuno”. In un’intervista, oltre alle primarie, ha vagheggiato ancora l’ipotesi che a Palazzo Chigi vada il leader del partito che ha preso più voti. Insomma, cerca di capire e trovare come fare un doppio slalom tra Conte e lo scetticismo della maggioranza interna che la sostiene. In tutto questo, il leader del M5S ha cominciato a correre senza aspettare gli alleati. Vedremo. Ché la strada è ancora lunga e piena di difficoltà: regole, candidati e data delle primarie (farle a febbraio sarebbe un suicidio) e il famigerato programma. Però, adesso, almeno l’inerzia da stallo del centrosinistra è stata rotta.
Lo scontro si è trasformato in una vera e propria crisi diplomatica. La modalità con cui vengono effettuati i controlli è diversa diversa da un aeroporto all’altro

(ilfattoquotidiano.it) – Da mezzanotte sono entrati in vigore negli aeroporti spagnoli i controlli rafforzati per i viaggiatori provenienti dall’Italia. Le ritorsioni di Madrid sono state annunciate al termine di una giornata, quella di venerdì, dove lo scontro tra il governo italiano e quello spagnolo ha registrando un costante crescendo. Roma non cede e tira dritto: “È un ricatto che l’Italia non può accettare” è la linea di Giorgia Meloni, come trapela da diversi retroscena. Così lo scontro si è trasformato in una vera e propria crisi diplomatica.
Venerdì mattina il governo di Pedro Sánchez aveva chiesto all’Italia di revocare entro domenica i controlli alle frontiere in porti e aeroporti reintrodotti il 1° agosto, a seguito dell’assalto di migranti a Ceuta. Per la Moncloa quella del governo Meloni è stata una scelta irragionevole e di propaganda oltre che “ingiusta, contraria agli interessi dell’Ue e discriminatoria nei confronti della popolazione spagnola”: Madrid ha ribadito che nessun migrante ha raggiunto la Spagna continentale da Ceuta (exclave che si trova in Nord Africa). Tra l’altro lì i controlli di frontiera sono sempre previsti, con o senza sospensione di Schengen.
Un annuncio che però non sarebbe stato un fulmine a ciel sereno: secondo quanto raccontano fonti governative, citate da Repubblica, la richiesta informale di mettere fine alle “insensate” restrizioni era arrivata dal ministero degli Interni spagnolo tre giorni fa. Venerdì, quindi, viene solo ufficializzata e resa pubblica. Nel governo italiano ci sarebbe stato chi – come il ministro degli Esteri Antonio Tajani – era pronto a dare seguito alla richiesta spagnola. Ma alla fine la linea la detta Meloni sostenuta dal ministro Matteo Piantedosi e dall’altro vicepremier Matteo Salvini. Così Palazzo Chigi, con una nota nel pomeriggio, ribadisce che “l’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale e il controllo delle frontiere”. I controlli rimangono almeno fino al 15 agosto, anche per verificare se il tam-tam social dal Marocco di un nuovo assalto a Ceuta il giorno di Ferragosto sia o no una minaccia concreta. La risposta di Madrid è immediata: via alle “misure di risposta proporzionali”.
E dalla mezzanotte sono partiti i controlli. Secondo fonti ministeriali spagnole, citate da La Vanguardia, gli aeroporti più interessati, a causa dell’elevato volume di traffico proveniente dall’Italia, sono Madrid, Barcellona, Malaga, Siviglia, Valencia, Alicante, Palma e Ibiza. Negli scali di Madrid-Barajas e Barcellona-El Prat “la giornata procede con normalità e senza particolari disagi per i passeggeri”, riferiscono fonti del ministero dell’Interno spagnolo. Ma la modalità con cui vengono effettuati i controlli sarebbe diversa da un aeroporto all’altro.
“L’Italia è un punto critico per l’immigrazione clandestina. Controlliamo solo i passeggeri che sospettiamo siano saliti a bordo di un aereo dall’Italia ma provengono da fuori dell’Ue e intendono entrare in Spagna”, hanno detto fonti della Polizia a El Pais che sta raccontando le varie esperienze dei passeggeri italiani atterrati in Spagna in queste ore convulse. Tra loro Giovanni che si è imbarcato sabato mattina a Roma su un aereo diretto all’aeroporto El Prat. “All’arrivo, la polizia ci ha divisi in due gruppi. Hanno chiesto i documenti agli italiani. Spero che questa situazione finisca al più presto”, ha spiegato. Fonti interne alla Polizia Nazionale all’aeroporto di Barcellona hanno confermato che, in pratica, i controlli nello scalo catalano sono stati effettuati in modo del tutto casuale, concentrandosi di fatto sui voli provenienti da Roma. Jorge Villoslada è spagnolo, viaggia spesso e sabato è partito da Roma diretto a Barcellona: “È successa una cosa molto strana. All’arrivo, la Polizia ci ha chiesto cosa ci facessimo in Spagna. Ho mostrato loro il mio documento d’identità e mi hanno lasciato andare. Chi non aveva documenti spagnoli è stato portato in una stanza per essere identificato”, racconta. Il volo da Bologna è stato più fortunato in termini di controlli. Lidia è di Modena. Si è imbarcata su un aereo a Bologna diretto a Barcellona. “Quando siamo arrivati all’aeroporto di El Prat, non abbiamo incontrato alcun controllo”. Nicoletta è di Torino ed è atterrata con lo stesso volo: “Siamo arrivate con i documenti in mano in caso di problemi, ma nessuno ci ha chiesto nulla”.
Disagi per i viaggiatori conseguenza di quello che è, più che altro, uno scontro politico tra la premier italiana e il socialista Sánchez. Giorgia Meloni “a un anno dalle prossime elezioni, sfrutta l’emergenza migratoria per rafforzare la sua posizione in Europa contro il presidente spagnolo” Pedro Sánchez, scrive oggi El Paìs. La crisi, sottolinea il quotidiano spagnolo ha messo nuovamente in luce i disaccordi tra Meloni e Sánchez su temi come l’immigrazione e la direzione che la politica europea dovrebbe intraprendere in questo ambito. “In un contesto di campagna elettorale sempre più incessante in Italia, nell’ultimo anno di legislatura e con le elezioni del 2027 già all’orizzonte, Giorgia Meloni ha trovato nella crisi di Ceuta un’opportunità per rafforzare uno dei pilastri del suo discorso politico. Si tratta inoltre di un momento particolarmente delicato per la premier, che guarda con sospetto all’ascesa di Roberto Vannacci, il cui nuovo partito, Futuro Nazionale, punta a conquistare una fetta dell’elettorato di estrema destra e propone linee ancora più dure su temi come immigrazione, sicurezza e identità nazionale. Questa situazione costringe Meloni a consolidare alcune delle questioni che tradizionalmente le hanno garantito il maggior consenso elettorale“, si legge nell’articolo de El Paìs.
La crisi climatica non aspetta. Contro l’aumento delle temperature servono scelte coraggiose. Non si può continuamente rincorrere le emergenze

(Gian Antonio Stella – corriere.it) – «Qui Ministero dell’Interno, contro il caldo africano non posso purtroppo fare nulla! Come va da voi?» Sono passati pochi anni da quel 2 agosto 2018 in cui Matteo Salvini in un meriggio d’afa fece lo spiritoso su Twitter. Altro governo, altri alleati, altro clima. Il guaio è che da allora, in soli otto anni, il caldo si è fatto ancor più soffocante. E l’impennata di bollini rossi (+ 50%) è schizzata fino a 27 città su 27. Che il governo «non possa purtroppo fare nulla», poi, non è vero. Certo, non sui tempi brevi. L’andazzo, dicono gli scienziati, è quello. A partire dalla temperatura dei mari in cui l’Italia è immersa: il 7 agosto 2016 la temperatura media superficiale era attorno a 25,5–26°, oggi sui 28° «con vaste zone di Tirreno e Ionio a 28–30°» e punte a 33°. E non c’è bacchetta magica per rovesciare il trend. Ma o il problema viene preso di petto o sarà sempre peggio. Prima si parte meglio è. Ed è questa, probabilmente, la consapevolezza che manca.
Ma mai come oggi, asfissiati dalla calura che crea allarmi sanitari e non solo, dalla siccità che per Confagricoltura potrebbe devastare campi, frutteti e risaie con danni oltre i due miliardi nel solo Piemonte, dall’avanzata del cuneo salino che per chilometri e chilometri risale i nostri fiumi a partire dal Po aggravando i precedenti disastri, rischiamo di abbandonarci, rassegnati, ai capricci degli eventi. Per poi scattare, alla prima calamità, nella gara di solidarietà in cui non siamo secondi a nessuno. Sarebbe un errore fatale.
Spiega Giordano Giorgi, responsabile del Centro Nazionale per la caratterizzazione ambientale e la protezione della fascia costiera dell’Ispra, che «fino al 1990 l’innalzamento nel Mediterraneo era circa 2,5 millimetri l’anno, dal 1990 è salito a circa 4,5 pari a circa 5 centimetri per decennio e la situazione continua a peggiorare». In pratica sopra il Mediterraneo e soprattutto i nostri mari «si è creata una coperta che riscalda l’atmosfera globale. E ciò accelera lo scioglimento dei ghiacciai (basti guardare quello della Marmolada) alimentando l’innalzamento marino». Con rischi gravissimi all’orizzonte. E guai a dirgli, come Roberto Vannacci, che il pianeta cambia da sempre infatti «sulle Dolomiti ci sono le conchiglie»: certo, ma un tempo cambiava in millenni. Ora, come ha ammonito, nella scia di papa Francesco, anche papa Leone XIV, bastano poche decine di anni perché aumentino «in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche».
E chi diffida della scienza rilegga la tabella citata da l’Italia dei disastri 1861-2013 di Guidoboni-Valensise: 162 frane in tutta la penisola nella seconda metà dell’800, 509 nella prima metà del ‘900, 2.204 del 1950 ad oggi. Con le vittime salite rispettivamente da 614 a 1.207 per moltiplicarsi fino alla cifra agghiacciante di 4.103. Numeri che danno i brividi e purtroppo, a dispetto di quanti toccano ferro e si affidano agli amuleti, sono destinati ad aumentare.
Quell’immensa, spropositata, cappa di calore che si sta da settimane addensando sul nostro Paese, dicono gli scienziati, è destinata a rovesciarsi e abbattersi ai primi freddi. Auguri.
Confidiamo nella buona sorte? Come ricorda Giulio Boccaletti, Direttore del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, docente ad Oxford e autore di Siccità. Un paese alla frontiera del clima (Mondadori), «non è che gli indiani assistano sbalorditi all’arrivo del monsone annuale come se non se l’aspettassero. E così giapponesi all’arrivo dei tifoni non gridano «Oddio è un’emergenza». Sanno che arrivano. E si attrezzano come meglio possono ad affrontare il problema. Il paese si ferma, la gente smette di prendere treni ad alta velocità, a volte si spostano 8 milioni di persone, fanno casse di espansione… Sanno che non c’è argine che possa salvarti dalla quantità d’acqua che scende quando c’è un tifone. Non si fasciano la testa: affrontano la cosa nel modo più dinamico possibile. Sapendo che ogni volta può essere diversa».
Certo, fino a pochi anni fa era più facile prevedere da noi i rischi in arrivo: «La gestione idrica italiana fu progettata su un clima stazionario che non esiste più. Il Climate Change ha cambiato tutto. E ora anche noi dobbiamo capire che siamo chiamati ad affrontare i nuovi problemi più dinamicamente. A partire dalla ridefinizione di “chi” deve prendere in pugno la situazione: non possiamo andare avanti con tanti organi e strutture e authority diversi impossibilitati a intervenire in modo operativo. E non parlo solo di argini e invasi “tarati” sul passato che risultano ora sottodimensionati, inefficaci».
Marco Paolini no, non è uno scienziato. Ma come riuscì con Vajont a spiegare con chiarezza cosa fosse successo a quanti non avevano capito bene quali fossero le responsabilità e i crimini, così col progetto Atlante delle Rive e lo spettacolo Bestiario idrico ha cercato di capire cosa non va nella rete dei fiumi veneti e non solo. Traendone un insegnamento: «Solo in Veneto abbiamo 7.000 chilometri di fiumi naturali e 20 mila e rotti chilometri di canalizzazioni artificiali. È un mondo che per secoli ha funzionato a meraviglia. Qual è il problema? Che per secoli l’obiettivo era portare l’acqua al mare nel modo più svelto possibile, a costo di raddrizzare i fiumi come è stato più volte fatto con il Piave o il Brenta. Adesso no. Adesso, con il grande serbatoio delle nevi di un tempo e dei ghiacciai che drammaticamente non ci sono più, vorremmo poter trattenere l’acqua con le golene e gli altri spazi di un tempo ma il territorio è stato occupato all’inverosimile. Quindi…».
E torniamo al tema: la sfida ai nuovi problemi posti dal cambiamento climatico (esempio, il ciclone mediterraneo Harry che a gennaio investì Sicilia, Calabria, Sardegna e Malta con mareggiate, piogge intense e danni pesantissimi) non può essere affrontata più con i manufatti edilizi, gli accorgimenti tecnici, le strutture politiche e burocratiche che fino a qualche tempo fa parevano offrirci sicurezze oggi perdute. Occorre una svolta. Netta. E mette malinconia vedere come, al contrario, il tema non appassioni minimamente la politica. Passato il caldo, fino alla prossima emergenza, non ci penserà nessuno.
A Fanpage.it il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia spiega come sta cambiando cosa nostra. Si serve di telefonini criptati per comunicare e il traffico di droga è anche sul dark web: “Oggi un’organizzazione criminale che vuole tornare ad affacciarsi sulla scena internazionale dei grandi traffici di droga ha bisogno della più moderna tecnologia”.

(di Giorgia Venturini – fanpage.it) – Cosa nostra è cambiata. Se una parte dei suoi affari continua a concentrarsi sui reati “tradizionali” dell’organizzazione criminale (come estorsioni e traffico di droga), dall’altra la mafia si è rinnovata sbarcando sul dark web e usando pagamenti in bitcoin. Oggi si parla di “padrino 4.0”: è lo stesso che entra da un commerciante di Palermo per riscuotere il pizzo e appena fuori dal negozio usa i criptofonini per organizzare la vendita della cocaina sul web. Il mafioso oggi ha detto addio ai pizzini per comunicare e si è affidato agli spazi oscuri del web.
Per questo ad affiancare i magistrati antimafia oggi ci sono anche gli hacker. Ma cosa sta succedendo in cosa nostra tre anni dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro? A Fanpage.it lo ha spiegato il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, che insieme al giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo hanno appena pubblicato il libro “La mafia che cambia – Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi”.
Procuratore, chi è il padrino 4.0?
Cosa nostra si sta evolve. In passato si è basata su una generazione ‘tradizionale’, quella fatta dei grandi capi mafia (ormai deceduti come Totò Riina e Bernardo Provenzano) legati in particolare alla terra come elemento di arricchimento e ai pizzini come forma di comunicazione. Oggi queste forme, sia di arricchimento che di comunicazione, non funzionano più. Lo Stato ha ormai raffinato un sistema di aggressione ai patrimoni mafiosi e per questo cosa nostra ha avuto la necessità di rendere fluida una parte della sua ricchezza. E non c’è nessun bene al mondo più fluido del denaro. Da qui l’esigenza dell’organizzazione criminale di trasformare il denaro solido in virtuale. Con un grande vantaggio per la mafia: è più difficile da rintracciare.
Per quanto riguarda il metodo di comunicazione usato dalla mafia, i pizzini sono una catena di trasmissione di ordini molto sicura ma anche molto lenta. Oggi l’organizzazione criminale che vuole tornare ad affacciarsi sulla scena internazionale, quindi in particolare sui grandi traffici criminali degli stupefacenti, ha bisogno della rapidità degli strumenti e quindi della più moderna tecnologia. Come i telefoni criptati che non sono intercettabili, a meno che non si abbia la chiave per ascoltare.
Tra boss come Riina e Provenzano e il padrino 4.0 ci sono stati capi mandamento come Matteo Messina Denaro che aveva rimosso i pizzini per le comunicazioni. La mafia inoltre, dopo i capi corleonesi, non è stata più solo legata al controllo della terra e alle pressioni sulla politica, ma i suoi interessi si sono spostati sugli appalti. L’obiettivo della mafia trapanese di Messina Denaro non è mai stato più quello di prendere il pizzo dagli imprenditori della zona: voleva impossessarsi delle quote di partecipazione nelle imprese.
Quindi sia rispetto ai modi di formazione della ricchezza che a quelli della comunicazione, c’è questa evoluzione che ci porta a identificare questa specie di figura più virtuale che sostanziale. Un padrino 4.0.
Ha detto che cosa nostra sta cercando di ritornare nei grandi traffici della droga, come sta agendo?
Cosa nostra sta incontrando meno difficoltà di quante ci saremmo aspettati. Per diverse ragioni: naturalmente la ‘torta’ è enorme e quindi tutti possono partecipare senza bisogno di conflitti. Poi il mercato siciliano ha una domanda molto forte di stupefacenti di qualità, quindi cocaina e droghe sintetiche. E infine c’è il “brand”: se l’uomo di cosa nostra va a trattare coi cartelli messicani o colombiani è riconoscibile e quindi più credibile.
Perché cosa nostra solo ora sta cercando di ritornare nel traffico della droga di vasta scala?
Dal 1992 (l’anno della strage di Capaci e di via d’Amelio) in poi la mafia ha fatto i conti con la reazione dello Stato. Per tornare a essere forte quindi il mafioso deve tornare a essere ricco e per farlo in fretta ha bisogno di merci che ti diano ricchezza. E la merce che porta soldi è la cocaina.
Intendiamoci, la ‘ndrangheta rimane il leader in questo momento nel traffico internazionale di stupefacenti. Però lo fa non più dettando soltanto le sue regole, ma anche facendo compartecipare la mafia albanese da un lato e cosa nostra dall’altro.
La mafia quindi ora usa i criptofonini per una comunicazione sicura e veloce, su quale figura professionale può contare oggi la mafia e come è cambiato di conseguenza il vostro lavoro in Procura?
La forza della mafia resta la loro zona grigia, ovvero quella fatta di professionisti a cui può rivolgersi cosa nostra. Solo che anche la zona grigia è cambiata: in passato era formata da avvocati, medici, magistrati corrotti, ecc. Oggi il mafioso ha bisogno di conoscere anche il mondo cyber, si deve quindi rivolgere a questi tipi di esperti. E naturalmente cosa nostra li paga bene. Invece su questo fronte lo Stato è in difficoltà perché, per quanto lo Stato possa pagare bene questi professionisti, non riuscirà mai a pagarli quanto l’organizzazione mafiosa.
Lo Stato quindi ha un problema di ricerca di personale qualificato in questo settore. Il consulente a cui ci rivolgiamo è l’hacker, perché il nostro obiettivo è hackerare le piattaforme in uso al mafioso e lo facciamo con tutte le autorizzazioni di legge.
I mafiosi si sono presi una fetta del dark web, come lo usano e cosa vendono?
Nel dark web si trova di tutto. Non si fanno solo le importanti transazioni di droga e armi, ma alcune organizzazioni criminali (non è coinvolta cosa nostra) gestiscono i mercati illegali anche della prostituzione e della tratta di esseri viventi tra cui i bambini. Per questo gli strumenti per entrare nel mondo del dark web devono essere molto potenziati. Le organizzazioni criminali hanno interessi precisi, sono potere e denaro.
Alcuni rampolli di famiglia di cosa nostra usano i social, come usano questo strumento?
Non si tratta di una vera e propria strategia mafiosa sulla gestione del consenso, ma del ribalzo dell’effetto social di questi ultimi anni. Vengono però presentati modelli sulla mafia, che fra mondo dei social e mondo delle serie TV anche molto belle, hanno un effetto emulativo e attrattivo su quel pezzo di popolazione giovanile che non ha punti di riferimento. Sui social quindi troviamo immagini pubblicate per esempio di Salvatore Riina. Tutto questo crea consenso.
Questa svolta tech di cosa nostra ha ridotto i reati di estorsioni e la richiesta del pizzo ai commercianti?
No, perché noi non abbiamo solo una mafia 2.0. La mafia è sempre la mafia. Gli strumenti innovativi di cui abbiamo parlato sono in mano ai giovani dell’organizzazione criminale, magari anche a qualche giovane capo, ma non ai vertici dell’organizzazione. Loro non hanno bisogno di essere aiutati dalla tecnologia e, soprattutto, non possono rinunciare a una serie di cose, come il controllo del territorio. Perché senza il controllo del territorio si hanno sì organizzazioni criminali, ma non è più mafia.
E il controllo del territorio si fa attraverso le estorsioni. In genere sono quelle che ho definito ‘estorsioni gentili’, cioè il mafioso fa richiesta al commerciante che sta lì da generazioni e sa che deve pagare e a chi. A volte invece cosa nostra ha bisogno di estorsioni più pesanti. Veniamo da una stagione in cui ce ne sono state diverse in quartieri di Palermo. Insomma, cosa nostra oggi mette insieme tradizione e innovazione.
Meloni dice di sapere a memoria i suoi testi. Salvini di essersi formato su La Locomotiva. Ma il cantautore non conosceva ipocrisia, stanava chi ne era affetto. Una breve guida

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Quando lavoravo nella redazione di Cuore, metà anni Novanta, fui spedito nella prima periferia di Bologna a recuperare personalmente uno scritto di Francesco Guccini, che stava allestendo la nuova tournée al teatro parrocchiale Orione. Nel senso di sacerdote, non di costellazione. Non lo incontrai. Non l’ho mai più incontrato. Includo questo aneddoto irrilevante per confermare che, in questi giorni di lutto, davvero chiunque s’è fatto bello con la memoria del Maestrone. Persino Giorgia Meloni. Persino Matteo Salvini. Ovviamente senza averne percepito alcunché, in quella tipica assenza del rapporto causa-effetto che lega l’estrema Destra italiana alla prassi. Anarchici col vitalizio degli altri, cani sciolti con le spalle coperte da qualche energumeno. Virtuale, intellettuale. “Vedi cara è difficile a spiegare. È difficile capire se non hai capito già” (“Vedi Cara”, 1970)

Meloni, in particolare, ha ribadito di conoscere a memoria molte canzoni di Guccini, di dovergli la propria formazione ideale, nonostante le inspiegabili «dichiarazioni livorose» nei suoi confronti. Guccini scrisse una versione aggiornata di Bella Ciao contro l’estrema Destra italiana e dava a lei e ai suoi dei fascisti. Il che, per chi si ispira al servo dei nazisti Giorgio Almirante, attiene più alla constatazione storica che all’insinuazione politica.
In particolare, IL presidente aveva subito ben due sgarri dal suo (presunto) idolo: il diniego a fare comunella sul palco di Atreju, sorta di estrusione festaiola di quel vecchio film firmato da Paolo Virzì, Caterina va in città, dove la politica romana appariva come un Cafonal di nemici attovagliati; la reazione dispiaciuta allo scippo del brano Cyrano, macellazione in musica del berlusconismo, che IL presidente aveva usato in gloria di Azione Giovani – non c’entra Calenda – fingendo parlasse d’altro, della democrazia decadente, forse anche perché colpevole di aver escluso i missini. “Buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza. E andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe. Feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte.
Coraggio liberisti, buttate giù le carte, tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese, in questo benedetto, assurdo bel paese”. (Cyrano, 1996)

Ora: i casi sono due. Entrambi disdicevoli per la groupie di Palazzo Chigi. Prima ipotesi, la più semplice: i pompieri amano pensarsi incendiari, facendo coincidere la narrazione interiore con le balle che ammanniscono al popolo. Che disprezzano, come tutti i populisti. Meloni era in politica da sempre, ambiva al potere, ma ammanniva Guccini ai suoi come un generico critico del “magna magna”. Faceva ‘ggente e non impegnava. Seconda ipotesi, la più verosimile: i neofascisti italiani, benché li avesse sdoganati, mantenevano nei confronti di Berlusconi un sordo disprezzo. Capivano – capiva, Giorgia, nata sul limitare della prima Repubblica, oltre a quella di Salò – che l’imprenditoria si stava mangiando la politica. Esattamente ciò che scriveva Guccini. Poi arrivò una bella auto blu da ministra della Gioventù, e via sul palco a saltellare contro il comunismo. Che non si faceva ricattare da lui, gliel’avrebbe detto solo a peso politico invertito. “Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto: è un dio che è morto. Nei campi di sterminio, dio è morto. Coi miti della razza, dio è morto.
Con gli odi di partito, dio è morto”. (Dio è morto, 1967)

Che Dio sia (ri)morto di paura dopo aver ascoltato anche solo una volta Donzelli o Delmastro, è un’opinione del vostro scriba. Che quel brano giocasse anche con l’ipocrisia di uomini e «donne, cristiane, italiane», col loro accanirsi sui poveracci, con la difesa di classe ma solo quella dei Parioli, è un laconico dato di fatto. Perché Guccini non conosceva ipocrisia, per questo si concedeva il lusso di stanare chi ne era affetto. Tipo chi campa sulla retorica della Garbatella con la piscina privata e i completi di Armani. O chi si erge a barriera contro l’antisemitismo e rivendica la discendenza diretta da un suprematista anti-ebraico. “Bologna è una donna emiliana di zigomo forte, Bologna capace d’amore, capace di morte, che sa quel che conta e che vale, che sa dov’ è il sugo del sale, che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita” (“Bologna”, 1981)
E poi c’è Bologna, scritta dopo la bomba in stazione, quella che «nessuno di Destra era lì». Chissà se Meloni sa a memoria anche questa. Se la conosce Chiara Colosimo, presidente della commissione antimafia, che si faceva fotografare col terrorista nero Ciavardini. Chissà se la conoscono Lisei, Bignami, che appena possono si vendicano in Parlamento della città che li prendeva a pernacchie da piccoli. Non sembri inverosimile: al contrario della loro leader così farisea, potrebbero averla cantata senza capirla.
Un po’ come Salvini con La Locomotiva, il brano a cui dice di dovere la sua, di formazione. Inizialmente, questo pezzo doveva partire da lì: una canzone che parla di un treno dal ritardo indefinito, amata dal peggior ministro dei trasporti dacché esiste la ruota. Ma, non so per la disperazione di questa classe digerente, o per la morte del Maestrone, non avevo un cazzo da ridere. Spero mi scuserete.