L’ex premier non vuole troppi posti in lista per il capo di Iv. Tensioni con i renziani anche sulla risoluzione sul Bilancio

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Non vuole che il fu rottamatore dia le carte, nella lista centrista che si farà (o che dovrebbe farsi, perché per ora sono almeno due). Soprattutto, Giuseppe Conte non vuole che Matteo Renzi abbia ruoli in un governo di centrosinistra. E che abbia troppe caselle nei listoni che saranno il premio di maggioranza per la coalizione vincente, tali da renderlo influente in Parlamento. Intende innanzitutto questo l’ex premier, quando invoca paletti per l’ex sindaco di Firenze. Quelli che domenica alla festa di Fanpage a Roma è tornato a chiedere a Elly Schlein, assieme a “garanzie”. Ma la segretaria dem ha fatto spallucce: “L’unica garanzia che posso dare è che non commetteremo l’errore del 2022, ossia quello di dividerci nelle Politiche”. Punto. Eccola, l’altra grana dentro il campo largo.
Non ingombrante come le armi all’Ucraina, ma non secondaria. Evidente anche su un altro palco, quello di sabato al festival del manifesto a Roma, dove Renzi era il prevedibile assente: coperto di fischi, quando è stato evocato dai microfoni. Riccardo Magi di Più Europa lo ha ribattezzato Marchese del Grillo, rinfacciandogli di non aver per nulla ostacolato, anzi, la norma delle destre per imporre la raccolta di 6mila firme a collegio per i partiti ora non in Parlamento. I rossoverdi Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno confermato di non considerarlo indispensabile. E poi c’è Conte, che lo ha ripetuto: “La nostra comunità lo soffre”. Basta parlare con qualunque 5Stelle, parlamentare e non, per sentirselo dire: “Sui territori la gente ce lo ripete sempre: con Renzi mai”. Lamentele rilanciate sabato dalla festa del Foglio da Chiara Appendino: “Lui ci fa perdere voti, a volte mettere un veto è necessario”. Anche per questo Conte vuole che Schlein “si assuma la responsabilità” di tenerlo nella coalizione. Consapevole che ribadirlo potrebbe anche portargli qualche consenso da sinistra in chiave primarie, partita che per l’avvocato è iniziata da settimane. D’altronde di garanzie Conte aveva parlato già alla festa del Fatto alla Versiliana, un mese fa. Invocando una “vera legge sul conflitto d’interessi”, come filtro ai rapporti internazionali di Renzi. Per poi scandire: “Essere unitari non significa dare centralità a chi ha il 2 per cento”.
Ma il tema del fu rottamatore è ancora lì. Ieri è spuntato anche alla conferenza stampa sui ricorsi contro la legge elettorale, alla Camera, dove il 5Stelle Alfonso Colucci lo ha ricordato davanti a Maria Elena Boschi: “L’unico partito che non ha sottoscritto il nostro emendamento contro la raccolta firme è stato Iv”. Tanto che pochi minuti dopo, a domanda di un cronista, l’ex ministra si è arrangiata: “Per noi quello delle firme non è un punto prioritario, però di certo la quantità richiesta è troppo alta”. Il clima è questo. Con Conte che ieri, presentando il suo libro Una nuova primavera a Potenza – moderava il giornalista del Fatto Leo Amato – ha rilanciato: “Niente veti personali, ma Renzi ha fatto una politica corsara, facendo cadere un governo in piena pandemia, quindi se il Nazareno dice che deve esserci deve dare garanzie politiche”. Appena il fu rottamatore è stato citato, la folla ha rumoreggiato. La reazione di Renzi sta in una frase riportata dal Corsera: “Non vorrei dover presentare una candidatura alle primarie…”. E pare un avviso a Schlein: non mollarmi, altrimenti presentandomi ti toglierò voti. Nell’attesa Conte fa presente: “Ora è prioritario cercare una posizione unitaria sul documento pubblico di bilancio, per valorizzare la nostra posizione, alternativa alla politica di questo governo”.
Tradotto: serve un’intesa sulla risoluzione del centrosinistra che verrà votata oggi alla Camera. Ammesso che le opposizioni trovino una quadra. Perché ieri il Pd ha chiesto ai 5Stelle di smussare la parte sulle armi, così da tenere dentro Renzi e i suoi. Ma dal M5S facevano muro: “Dobbiamo rimanere sulla linea del testo dello scorso agosto, concordato con dem e Avs”. Ovvero quello che esortava il governo a “riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa in sede Nato e a scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento”. La milionesima prova, di un problema chiamato Renzi.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Lo stupore delle cancellerie europee perché Trump ri-scarica Zelensky e si accorda con Putin per fare – una volta tanto – gli interessi del suo Paese, cioè per comprare gasolio russo e provare ad abbassare i prezzi, dà l’idea della crassa ignoranza di chi ci sgoverna. Del resto l’Alto rappresentante per la politica estera Ue è Kaja Kallas, la spensierata (in senso etimologico) ex premier estone che l’anno scorso […]
Faccia a faccia di un popolo con uno dei suoi mostri più temuti: la lotta impari dei Marsalesi contro il vento e le sue declinazioni.
(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – “Tronu trunu, vattinni arrassu, chista è casa di Santo Gnazio, Sant’ Ignazio e santi Cimuni, chista è casa di Nostru Signuri.” (Tuono tuono, vattene via lontano da qui, questa è la casa di Santo Ignazio. Sant’Ignazio e san Simone, questa è la casa del Nostro Signore.)
Ricordo come fosse ieri le preghiere di mia nonna Maretta, nel tentativo di allontanare il temporale che, incredibilmente, sembrava presentarsi ogni volta che i miei uscivano e noi restavamo a dormire dai nonni. All’improvviso il cielo si riempiva di saitte di rara potenza, mentre il vento prendeva a sbattere contro la casa e le veneziane con tale violenza da farci credere che il tetto potesse essere strappato via da un momento all’altro. Ed era lì che attaccava la nenia: tronu tronu…
Era la fine degli anni Ottanta. Il cambiamento climatico non si era ancora manifestato con le dinamiche odierne, ma anche allora le tempeste invernali non mancavano di creare una sincera apprensione. Così come durante le prime piogge post‑estive, quando dalle vigne in cui eravamo impegnati nella raccolta dell’uva, a Trigghia, a Ramisella, a Cuttaia, a Biddusa e nelle mille contrade di Marsala, Petrosino e Mazara, sembravano risalire minacciose nei cieli plumbei le truppiane rasse (grassi nuvoloni) che montavano lentamente dal mare, come panna con un frustino, e che da lì a qualche ora avrebbero scaricato a terra tutta la loro violenza.
Capitava di essere sorpresi da potenti scrosci improvvisi che duravano lo spazio di mezz’ora, quando mio padre, stregato dalla protervia dell’evento, commentava laconico: “chiove pisule pisule” (piove a dirotto). E mentre le saitte squarciavano il cielo, mia madre, sbiancata dalla paura, si affrettava a chiudere le imposte, sigillando anche il più piccolo spiraglio per timore che i lampi potessero farsi strada dentro casa.
Erano i giorni in cui u chianu s’abbummava r’acqua, le zotte r’acqua papariavano e le fosse e le puppanie si mettevano finalmente a pari, almeno per un po’, con i tanti dislivelli delle terremotate strade di campagna. Dopotutto, nelle contrade del marsalese, la natura ha sempre avuto buon gioco su un territorio piatto e fin troppo morbido, mai davvero puntellato o rafforzato. E così i margi (gli stagni), ai margini delle distese di vigneti – da queste parti estesi, a perdita d’occhio – si allagavano e, almeno per qualche mese, diventavano veri e propri laghetti che si prosciugavano soltanto con l’arrivo dei tepori della primavera. In questa estrema punta continentale costantemente sferzata dal vento.
Sarà perché eravamo bambini, ma il timore di quelle tempeste violente, dei marzapaneddi – quei piccoli vortici quasi fatti in casa, tanto erano innocui – ci turbava anche allora. Come accade spesso con ciò che non si può controllare, avevamo creato il mito della draunara (il tornado a vortice). La più temuta di tutte, persino più della saitta, di cui pure avevamo avuto prove tangibili: una casa colpita qui, un’altra là. Ma se si eccettua qualche soffitto annerito, la corrente in tilt e il trasformatore della televisione sbambato, le case colpite dai fulmini rimanevano poi esattamente dov’erano.
Discorso diverso con la draunara. Che alcuni chiamavano dragunara, forse per la forma sinistra della testa di un dragone che il vortice assume durante la sua progressiva rotazione fra cielo e mare, prima di scaricare sulla terra tutta la sua potenza devastatrice. Vero, non ne avevamo mai vista una dal vivo, eppure era lo spauracchio di noi bambini. Insieme al Mammaddau, di cui ho scritto altrove. Certo, in alcune zone si era sentito di serre scoperchiate o pensiline divelte dalla violenza del vento. Ma spesso erano episodi declassati alla categoria dei marzapaneddi, più che vere draunare cu li corna tise.
Ricordo la paura e, allo stesso tempo, l’attrazione che da piccolo esercitavano su di me i disaster movies degli anni Ottanta. In particolare Uragano, con quel lungo stillicidio d’attesa che precedeva l’arrivo della tempesta. Ricordo vagamente un grande albergo affacciato sul mare, persone in attesa dell’inevitabile e, al largo, l’occhio terribile dell’uragano che avanzava lentamente verso la costa, come una presenza viva.
Altro che parental control. A quei tempi i film catastrofici, così come gli horror, arrivavano senza troppi filtri anche agli occhi dei bambini. Forse era per questo che sentivamo poi il bisogno di ricondurre tutto a una dimensione fiabesca, capace di rendere comprensibile ciò che ci spaventava. Ed ecco Il mago di Oz, che ci veniva in soccorso, in versione scritta o in cartone animato, con le sue tempeste del Midwest, nel lontano Arkansas, a restituirci l’illusione che tutto appartenesse ancora al territorio della fantasia. Che quel vento, quella paura, quella forza incontrollabile della natura – che a Marsala è sempre di casa – fossero in fondo materia di racconto, qualcosa che poteva essere accolto e persino addomesticato nel conforto della narrazione.
Non è stato purtroppo il caso della tempesta di venerdì scorso. Quella che ha devastato il litorale lilibetano come nessuno, a memoria, riesce a ricordare. Ancora oggi continuo a imbattermi, anche senza volerlo, in nuovi video ripresi da prospettive diverse. Per rendermi conto di non avere probabilmente mai visto, nemmeno nei film catastrofici, una violenza così pervicace abbattersi con tutta la sua forza devastatrice sulla terra.
Non ci sono davvero parole per descrivere questa forza bestiale che si è scatenata venerdì mattina scorso, attorno alle dieci. Le immagini del dopo restituiscono un territorio completamente devastato: mura divelte, tetti strappati e risucchiati, auto accartocciate, fra le grida e la disperazione di chi, in meno di mezz’ora, ha visto distrutta la propria casa e le proprie cose. In poco più di mezz’ora si sono materializzate tutte le nostre paure da bambini. Senza aver potuto alzare un dito per difenderci.
Eppure, nei mali guai, bisogna sempre guardare alle cose dalla parte positiva. Perché quella scuola lì, la Alcide De Gasperi di Terrenove, poteva essere davvero una strage. E ci si chiede, osservando com’è stata devastata all’interno, come non sia stato un miracolo che nessuno dei bambini – erano ben 273 al momento della tromba d’aria – si sia fatto seriamente male. Un miracolo oppure – chissà -magari le preghiere dei nostri nonni che da qualche parte lassù hanno piegato la forza di quella natura, di per sé incolpevole, che ha avuto pietà di quei bambini. Tronu tronu vattinni arrassu…
No. Non ci sarà una chiusa con una morale in questo pezzo. O almeno non credo. Di certo non è con l’atteggiamento di quel politico là, che qualche tempo fa diceva che, visto che il clima si è tropicalizzato, allora ci attrezzeremo a combatterlo. Eh che sarà mai?
Inutile dire che non bastano queste risposte sbrigative. E lo sappiamo bene in Sicilia, dove nello spazio di meno di un anno abbiamo avuto prove tangibili, ancora più gravi se possibile: l’Uragano Harry, l’anno scorso, che ha flagellato l’intera costa orientale; e subito dopo — lo ricordiamo tutti – la frana di Niscemi, come un effetto collaterale del cambiamento climatico.
Ecco, forse è proprio questo che qualcuno ancora non comprende: che non bisogna credere che a tutto ci sia un rimedio accomodante e a buon mercato. E che non è nemmeno scontato che il sole possa sorgere domani. Ma finché la postura di chi ci governa sarà improntata alla faciloneria, al rimando, alla procrastinazione, non avremo scampo.
E gli ingenui fatalisti – a convenienza – continueranno a predicare che “munnu ha statu e u munnu è”. Che una volta, ai tempi antichi, pioveva anche più forte di oggi. E che, non per questo, dieci, venti, cinquant’anni fa si parlava di cambiamento climatico. Sono gli stessi che sostengono che una volta c’era perfino la peste e che non esistevano vaccini; eppure non ci siamo mai estinti. Come se il fatto di essere sopravvissuti bastasse a negare il pericolo di nuove malattie oggi.
Così, probabilmente, ci vogliono proprio così: come loro. Mia nonna, dal basso della sua istruzione e dall’alto del suo buonsenso, li avrebbe liquidati con una delle sue mitiche sentenze: “u cielu li ittau e a terra l’apparau” (il cielo li ha espulsi, la terra li ha raccolti).

(Dott Paolo Caruso) – Ora che la guerra si fa più pressante e questa misera Europa di guerrafondai investe miliardi di euro in armamenti sempre più tecnologici tralasciando i reali bisogni dei popoli, “Urge porre fine alla guerra”, come si evince anche dal messaggio di Papa Leone. I bambini, che saranno gli uomini del domani, lo pretendono, mentre noi adulti stiamo bruciando i loro sogni. La Terra, che abbiamo ereditato piena di energie, viene ogni giorno consumata da armi e distruzioni. Alterato è anche il clima, che pare vendicarsi delle nostre intemperanze. La tecnologia, negli ultimi cinquant’anni, ha consentito utilità, ma oggi impone inquietanti interrogativi. L’intelligenza artificiale, diabolicamente può produrre cose utili, ma anche distruggere. Papa Leone vi ha dedicato la sua “Prima encíclica”, dove rimarca l’assoluta priorità e centralità della Persona umana, insostituibile e impareggiabile. L’ era di pace, dopo le Guerre del secolo scorso, era sperata. Gorbaciov e Reagan negli anni Ottanta avevano creato il ponte tra le due Superpotenze mettendo, con sollievo di tutti, fine alla “guerra fredda”. Sembrò, per incanto, pacificato il mondo, e le ex-repubbliche sovietiche liberate dal giogo dell’URSS. Berlino era tornata “una”, dopo la caduta del Muro, che, come affermò John Kennedy quando lo visisionò nel giugno 1963, era “un insulto alla Umanità”. Avevamo così sperato nel Terzo Millennio, quale tempo della pace duratura. Ma cominciò male questo nuovo secolo con la caduta delle “Torri gemelle” e fotocopia del precedente. Furono infatti inquinati alle sorgenti sogni e speranze. I primi tre decenni anni di questo secolo non fanno sperare nella pace. Troppe le distruzioni e i morti innocenti. All’orizzonte non si intravvede soluzione. La Pace non è cercata, da chi dovrebbe e potrebbe. Trump che da sempre vede come fumo negli occhi la UE fa di tutto per metterla in difficoltà. L’ accordo con Putin e la sospensione delle sanzioni per ottenere tonnellate di gasolio ne sono la prova della sua inaffidabilità. In più l’Europa autolesionista in mano alla “Parruccona super laccata ” si impantana sempre di più in una economia di guerra spostando le risorse verso gli armamenti.e subendo i contraccolpi delle venti e più sanzioni comminate alla Russia. Così che dopo l’ accordo tra i due Tycoon l’ Europa si ritrova con il classico cerino tra le mani. La pontiera della Garbatella ha fallito ! La Francia, la Spagna, e presto anche l’Italia, andranno alle urne, e i partiti sovranisti e disgregatori della UE, cercheranno, sfruttando gli immigrati, di sconfiggere ogni movimento di solidarietà e quello che resta delle Sinistre. Del resto anche nel campo delle Sinistre esistono i guerrafondai che, con i popolari europei e altri gruppi politici soprattutto dei paesi Baltici fanno voto comune. La Kallas inoltre portando avanti i suoi rancori personali nei confronti della ex Ursuss chiude a qualsiasi tentativo di negoziato con Putin. Ecco lo spessore politico di questa donna, Alta Rappresentante dell ‘ Unione per la politica estera e la sicurezza. Odia tanto la Russia da farci rischiare la terza guerra mondiale. Oggi più che mai la democrazia è in pericolo mentre nei Paesi europei avanzano le autocrazie, segnale questo di democrazie malate. Come in passato a Orban, oggi alla Le Pen in Francia, e ai movimenti franchisti in Spagna e in Italia alla Meloni, a Salvini e a Vannacci, non piace la parola democrazia, preferiscono la Capocrazia. Oggi le spese militari sono il nuovo business. Fanno comodo ai commercianti di morte. Bisogna attrezzarsi e dotarsi, comprando in dollari, con l’equivalente del 5% del PIL, armi da Trump, perché “se vuoi la pace, prepara la guerra”. L’ Italia non può permettersi questo spreco inutile di risorse mentre Sanità pubblica , Scuola, Welfare sono in notevole affanno. Nessuno vuole veramente la pace. Non la vuole Putin, non la vuole Netanyahu per ambizioni messianiche di Israele, non la vuole Trump per i suoi loschi interessi economici, per i quali continua impunito a calpestare la dignità delle persone e dei popoli. Bolsonaro Jr si è affacciato alla ribalta del Brasile e rischia di vincere il confronto con Lula continuando sul solco del padre la deforestazione della foresta Amazzonica. Il nostro appare un Pianeta, che si ha voglia di ammirarlo da lontano, azzurro e luminoso, senza entrarvi realisticamente. Giovanni Pascoli, col suo pessimismo decadente, lo definì:”atomo del male”. La pace è pretesa dai giovani che in ogni modo, protesta compresa, vogliono chiederci di appropriarsi del proprio futuro. I plutocrati, gli oligarchi si sono impadroniti illecitamente di tutto, da nuovi baroni e latifondisti. Quale prezzo ha la Pace? Non è tregua ma consiste nella felicità di cui ogni uomo, quale persona, ha diritto.
Non una crisi di governo, non uno strappo nella maggioranza, ma un possibile “anticipo tecnico” per evitare che la legislatura arrivi alla scadenza in pieno autunno, con il rischio di trasformare il voto e la successiva formazione del governo in un problema dentro il problema

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Ufficialmente nessuno vuole sentir parlare di elezioni anticipate. Nei Palazzi, però, il calendario del 2027 comincia a essere discusso con una certa insistenza. La formula che circola è accuratamente diversa: non una crisi di governo, non uno strappo nella maggioranza, ma un possibile “anticipo tecnico” per evitare che la legislatura arrivi alla scadenza in pieno autunno, con il rischio di trasformare il voto e la successiva formazione del governo in un problema dentro il problema.
La primavera, dunque, prende quota. Se il voto arrivasse tra aprile e giugno, il nuovo Parlamento avrebbe mesi davanti per insediarsi, costruire una maggioranza e arrivare alla legge di Bilancio con un esecutivo già nella pienezza dei suoi poteri. Se invece le urne si aprissero in autunno e il risultato fosse senza un vincitore netto, il rischio sarebbe quello di trascinare la formazione del governo dentro la stagione della manovra.
Ed è qui che, secondo il retroscena che circola tra governo, Parlamento e Quirinale, entra in gioco Sergio Mattarella. La linea del presidente della Repubblica non sarebbe quella di accelerare, bensì l’esatto contrario: evitare scossoni non necessari. Il punto, però, è che stabilità non significa necessariamente arrivare all’ultimo giorno utile. Se un anticipo di qualche mese servisse a rendere più ordinato il passaggio elettorale, l’ipotesi non sarebbe automaticamente considerata un’anomalia istituzionale. Per Giorgia Meloni il conto è più politico. La premier ha tutto l’interesse a evitare che la discussione sulle elezioni diventi un referendum sulla durata del governo. Ma, allo stesso tempo, sa che il tempo non è neutrale: sondaggi, economia, tensioni internazionali e rapporti interni alla maggioranza possono cambiare il quadro. Arrivare al 2027 con un centrodestra ancora competitivo è una cosa; arrivarci dopo mesi di logoramento è un’altra. Per questo, nei ragionamenti della maggioranza, la primavera avrebbe un vantaggio non secondario: consentirebbe a Meloni di scegliere il momento senza apparire come quella che ha scelto di votare prima.

(Rosamaria Fumarola – lafionda.org) – «La pena di morte è l’assassinio più premeditato». Con queste parole Albert Camus sintetizzava, in un celebre saggio del 1957, la tesi fondamentale alla base della sua opposizione alla pena capitale.
Il 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte e, appena due giorni prima, il segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha annunciato che l’esecuzione di Nidal Hasan, l’ex ufficiale americano autore della strage di Fort Hood, nella quale nel 2009 morirono tredici persone, potrà essere seguita in diretta streaming da chiunque lo desideri. Il prossimo 3 dicembre è infatti prevista un’esecuzione mediante fucilazione che, nelle intenzioni annunciate, dovrebbe essere resa pubblica attraverso la sua trasmissione. L’aggettivo «pubblica» assume qui un significato preciso: la messa a morte del condannato dovrebbe amplificare la propria forza simbolica attraverso la sua stessa esibizione.
Persino il vicepresidente americano JD Vance ha preso le distanze dall’idea di assistere allo spettacolo, dichiarando che, qualora l’esecuzione venisse effettivamente trasmessa, non la guarderebbe. Una presa di posizione che, pur senza cancellare la gravità dei crimini commessi da Hasan, testimonia quanto la spettacolarizzazione della morte possa suscitare interrogativi anche all’interno della stessa amministrazione americana.
Il dibattito sulla morte di Stato, intesa anche come morte per lo Stato, ha ripreso vigore, complice il moltiplicarsi dei conflitti e il crescente coinvolgimento delle popolazioni nelle guerre. Si tratta, naturalmente, di situazioni profondamente diverse, che tuttavia ripropongono una medesima questione di fondo: quella dei limiti entro i quali il potere pubblico può disporre della vita degli individui. Non si tratta di mettere in discussione l’autorità dello Stato, ma di richiamarne il fondamento e le finalità, che, nel nostro ordinamento costituzionale, risiedono anzitutto nella tutela e promozione della pari dignità sociale. Una dignità che la Costituzione pone al centro del proprio impianto e il cui rispetto, come ricorda espressamente l’articolo 32 costituisce un limite che neppure la legge può oltrepassare. Quanto alla pena capitale, l’articolo 27 ne sancisce esplicitamente il divieto.
Torna così a farsi strada l’idea che la vita umana possa essere considerata interamente sacrificabile in nome di esigenze e finalità collettive, fino alla sua soppressione deliberata, di cui la pena di morte rappresenta la manifestazione più estrema.
Colpisce, in questo quadro, che una parte della sinistra abbia smarrito la consapevolezza del legame inscindibile tra pace e giustizia sociale, rinunciando a considerare la prima una condizione essenziale per la realizzazione della seconda. Nel Partito Democratico, in particolare, continua ad avere un peso significativo una componente favorevole alle politiche di rafforzamento militare promosse da Bruxelles, che va ricondotta a una più generale logica di riarmo e di contrapposizione geopolitica.
Ne è una dimostrazione l’ostracismo con cui alcuni esponenti del partito hanno accolto, poco tempo fa, le dichiarazioni di radicale adesione alla causa pacifista della presidente dei Giovani Democratici, Virginia Libero. Una presa di posizione significativa e apprezzabile, ma non priva di incongruenze, nella misura in cui la critica alla guerra sembra rivolgersi soprattutto alle politiche di Trump e Putin, senza tradursi in una contestazione altrettanto generale della logica bellica, indipendentemente da chi la promuova. Le stesse precisazioni di Libero sull’Ucraina mostrano quanto sia difficile sottrarre il principio pacifista alle contrapposizioni politiche del momento.
Anche questo episodio appare sintomatico di un clima nel quale la pace, anziché costituire un principio fondamentale e un obiettivo permanente dell’azione politica, viene subordinata alle appartenenze e alle convenienze contingenti.
Tornando alla pena di morte, ancora prevista e applicata in numerosi Stati, colpisce come le autorità politiche di questi Paesi continuino a ignorare i risultati delle numerose ricerche che mettono in discussione la presunta efficacia deterrente della pena capitale, sulla quale insistono invece i suoi sostenitori.
Vi sono poi vicende tragicamente paradossali, come quella della cinquantenne americana Christa Pike, sopravvissuta a un tentativo di esecuzione mediante iniezione letale, durante il quale le sono state somministrate due dosi di pentobarbital. Ricoverata in condizioni gravissime, è stata successivamente dimessa dall’ospedale e riportata in carcere, dove continua a ricevere cure mediche. Il fallimento dell’esecuzione ha portato alla sospensione delle altre esecuzioni previste nel Tennessee per il resto dell’anno, mentre i suoi legali chiedono la commutazione della pena.
Ma è soprattutto la dimensione psicologica a rappresentare, per questi uomini e queste donne, una condanna nella condanna. Una dimensione che il cinema ha saputo raccontare con particolare intensità in Dead Man Walking, il film di Tim Robbins del 1995, nel quale l’attesa dell’esecuzione, il confronto con la colpa e la sofferenza delle vittime si intrecciano con la questione della dignità del condannato. Come ha ricordato suor Helen Prejean, la religiosa la cui esperienza ha ispirato il film, ogni persona vale più della peggiore azione che abbia commesso. Anche nel peggiore degli assassini sopravvive un “briciolo di umanità”, che la gravità della colpa non può cancellare e che nessuna pena dovrebbe pretendere di annientare. Riconoscerlo non significa attenuare la responsabilità del colpevole, né dimenticare le vittime, ma affermare che la dignità della persona non è una ricompensa per la buona condotta, bensì un valore che precede e limita l’esercizio stesso del potere punitivo.
Christa aveva appena compiuto diciotto anni quando, insieme a un compagno, uccise una giovane loro conoscente. Aveva subito, fin dall’infanzia, violenze di ogni genere, ma nulla valse a evitarle la condanna a morte.
Esistono filmati che la ritraggono nel momento in cui le viene letta la sentenza: il pianto disperato di una ragazza alla quale viene annunciata la pena capitale lascia un dolore muto in chiunque assista a quelle immagini. Quelle lacrime non le rigano il volto perché non può uscire con la sua migliore amica, né perché il fidanzatino l’ha lasciata, ma perché le è stato detto che dovrà morire. Ammesso che una ragazza così giovane possa davvero comprendere fino in fondo che cosa questo significhi.
Pike ha poi trascorso trent’anni in prigione, in una lunga attesa della morte che costituisce, di per sé, un’ulteriore condanna.
Molte delle nostre splendide città custodiscono, nelle loro piazze, la memoria della morte inflitta dal potere. Potrebbe sembrare un paradosso, ma proprio i luoghi in cui la cultura e la civiltà hanno raggiunto alcune delle loro più alte espressioni non hanno esitato a comminare la pena estrema, soprattutto a quanti avevano osato mettere in discussione l’autorità dei potenti. Non si tratta, naturalmente, di abbattere statue o cancellare le tracce di quel passato, ma, al contrario, di custodirne la memoria, anche nei suoi aspetti più oscuri. Il lato tragico della storia non può essere semplicemente rimosso: occorre riconoscerlo, comprenderne le ragioni e conservarne la memoria, per ritrovare ogni volta le ragioni e gli strumenti necessari a contenerlo.
Il disincanto di Mario Monicelli, nella Roma ottocentesca de Il marchese del Grillo, affida al condannato Don Bastiano, poco prima dell’esecuzione, poche, indelebili parole rivolte alla folla accorsa ad assistere:
«E adesso pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del Cielo. In secundis, a Napuljone, che si crede il padrone della Terra. E per ultimo al boia, che si crede il padrone della Morte. Ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo!»

(diAntonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Chi è Giorgia? Ieri diceva di essere l’underdog, l’outsider della politica, la ragazza che deve alla passione la conquista del potere. Oggi, dopo quattro anni da potente, sembra invece l’asso pigliatutto. La presidente del Consiglio che con le sue mani si cuce addosso il vestito buono, la legge elettorale cioè, per fare il bis.
C’è sempre un giudice dietro la porta della politica. Ora è il turno della Corte costituzionale a cui il Parlamento affida una legge che sembra, a dire il vero, un masterplan da azzeccagarbugli.
L’opposizione tifa, spera, confida nella possibile, e in fin dei conti plausibile decisione dell’Alta Corte, di cassare per incostituzionalità le punte più avanzate del Melonellum. Il premio che premia oltre misura chi vince, la percentuale che fa scattare l’elezione non di una premier ma di un Asso pigliatutto nel Parlamento e nel Paese.
La maggioranza, che s’è cucito il vestito della festa, spera nel contrario: la conferma della legge elettorale così com’è uscita dal voto delle Camere (e in verità subito promulgata dal presidente della Repubblica), metterebbe a tacere le accuse di aver forzato le regole e prodotto una crepa nella Costituzione.
Quel che resta – al fondo dell’ennesima contesa – è che anche Giorgia, underdog o asso pigliatutto, è costretta ad affidare il suo destino alla magistratura.

(ANSA) – “Roberto Fiore si presenterà alla carica di sindaco di Roma, Luca Castellini alla carica di sindaco di Verona, Giuseppe Bonanno Conti e Massimo Ursino alle elezioni per la regione Sicilia del 2027.
Con questa decisione si intende superare il tentativo, oramai patetico e agonizzante, di far tacere Fn ed i suoi quattro leader (tutti imputati per il processo del 9 ottobre) e di riaffermare potentemente il legame fra Fn e popolo che tanto spaventa quel Deep State che devia i processi, impoverisce i popoli e uccide il futuro d’Italia”.
Lo fa spaere lo stesso Fiore. Per lui e Castellino pochi giorni fa la Corte d’appello di Roma ha confermato le condanne inflitte in primo grado nel processo per l’assalto alla sede della Cgil del 2021. All’inizio di gennaio ’27, informa ancora il leader del movimento, si terrà a Roma il quinto congresso nazionale di Forza Nuova.

(Francesco Melchionda intervista Emiliano Fittipaldi – dagospia.com) – Nelle stanze del potere, soprattutto quello sotterraneo, anzi invisibile, il nome di Emiliano Fittipaldi provoca una certa allergia, un moto di fastidio, una rabbia, neanche troppo velata.
Nella stagione in cui il principe del giornalismo investigativo – Sigfrido Ranucci – è finito letteralmente nella polvere, ho pensato che Fittipaldi, da un triennio direttore del quotidiano Domani, fondato con i quattrini (pochi, a dir la verità) del parco Ingegner De Benedetti, potesse raccontarmi il suo punto di vista sullo stato (comatoso e vergognoso) del nostro giornalismo, per quanto, ovviamente, parziale e da un’angolazione dichiaratamente di sinistra.
Per anni, lei, come tanti altri, siete stati sul carro di Ranucci, con la bava alla bocca, a dirgli quanto fosse bravo e libero. Ora, travolto dalla polvere, tutti a fare distinguo e a impartirgli lezioni. Cos’è, ipocrisia, vigliaccheria, sadismo, la vostra?
Scindiamo le cose: Report, per chi fa giornalismo d’inchiesta, resta una trasmissione fondamentale della Rai. Anche con tutti i limiti e gli errori che magari sono stati commessi, comprese le inchieste che sono state spesso hanno copiate da colleghi di altre testate, come Domani o il Fatto Quotidiano, e poi da loro “rivendute” come originali.
Per quanto riguarda Ranucci, nessuno immaginava che Sigfrido avesse rapporti così stretti e malsani con Valter Lavitola, noto pregiudicato berlusconiano che ha attentato alle istituzioni democratiche. Penso di essere stato il primo tra i colleghi di sinistra a dire che, per il bene suo e di Report, Ranucci avrebbe dovuto fare subito un passo indietro. Al netto della vicenda penale o dei contenziosi con la Rai, su troppi comportamenti Ranucci è secondo me eticamente indifendibile.
Tipo?
Se tu per un anno ipotizzi che sia stata la mafia albanese, o la camorra, dici in Antimafia che Fazzolari che forse ti faceva spiare dai servizi segreti, e poi si scopre che a mettere la bomba è stato un tuo carissimo amico, non hai più la credibilità per presentare inchieste sul potere.
Perché o sapevi della bomba, e questo io non credo fino a prova contraria essendo lui vittima di un attentato, oppure non ti sei accorto chi ti stava accanto. E un grande “segugio” non può permettersi una figura di palta come questa. In più, se anche dopo l’ammissione dello stesso Lavitola, non si ha la forza (o la possibilità) di condannare senza se e senza ma uno che ha messo a repentaglio la tua vita e quella della tua famiglia, l’opinione pubblica può pensare – anche sbagliando – che sia ricattabile. Nessun giornalista può permetterselo, tantomeno chi fa le pulci ai potenti.
A lei non è mai capitato di avere rapporti ambigui con fonti, perlopiù torbide…?
Io ho avuto un sacco di fonti torbide, ma non ne sono mai diventato amico fraterno. Posso aver utilizzato queste fonti e posso aver intuito che la pubblicazione di una notizia potesse avvantaggiare questa fonte. Ma il compito del giornalista d’inchiesta è verificare che la notizia sia vera, corretta e che abbia un interesse pubblico. Poi deve pubblicarla, senza nasconderla nel cassetto.
Com’è arrivato ad agganciare fonti, spesso e volentieri, torbide?
“Spesso e volentieri” è provocatorio. La stragrande maggioranza delle fonti viene dall’avvocatura, dall’imprenditoria, dalla politica.
Le cerca lei o viene cercato?
Tutt’e due. A volte capita che scriva un articolo, magari interessante e, una volta pubblicato, ti chiama una fonte e ti dice: guarda, all’articolo che hai fatto manca un pezzo rilevante, e ti spiega eventi o fatti che non conoscevi ancora più significativi.
Altre volte, cerchi di capire chi può avere un’informazione delicata, o chi è custode di quel segreto, e, quindi, è il giornalista che va a sollecitare. Uno dei problemi di questo paese è che ogni volta che esce un’inchiesta, c’è sempre il retropensiero “chissà perché esce, chissà chi gliel’ha ordinato…”.
Invece noi giornalisti in teoria saremmo pagati per cercare e pubblicare informazioni riservate. Invece, siamo abituati a media che pubblicano solo comunicati stampa o dichiarazioni dei politici riprese dai social.
Si è mai sentito manipolato o usato?
Usato, certamente.
Si è fatto usare tranquillamente?
Guardi che una fonte, quando ti dà una notizia, solo al 10% te la dà per un qualche afflato etico. Al 90 per cento parla con la stampa perché ha un interesse personale, perché vuole vendicarsi, o colpire un sistema di potere opposto al suo.
Quali bufale ha propinato ai lettori pensando fossero scoop?
Nessuna.
Qualche cappellata l’ha fatta…
Tra le mani, mi è capitata qualche notizia importante che, però, dopo le verifiche, si è dimostrata essere impubblicabile perché non dimostrabile. Quindi, bufale, no…
Uno dei momenti più complicati del mio lavoro di inchiestista è stato quando ho scritto il libro su Emanuela Orlandi. ‘’Gli Impostori’’ pubblicava di un documento interno consegnatomi dal Vaticano, che ha aperto la famosa “pista londinese”. Quel materiale, di circa 5 pagine, era una sorta di nota, o “voleva sembrare” una nota del cardinale Antonetti che, all’epoca, era presidente dell’Apsa.
Si trattava di una nota spese relativa all’allontanamento domiciliare di Emanuela Orlandi. Ecco: ho scritto questo libro credendo un po’ troppo, almeno all’inizio, alla veridicità assoluta di quel documento. Fu un grave errore. Quando ebbi la copia staffetta del libro che avevo scritto, mi sono accorto, grazie anche a Marco Damilano allora vicedirettore dell’Espresso, che il documento, ai fatti, si “autogiustificasse”. E che, quindi, potesse essere un falso, pur essendo un documento uscito dalle stanze vaticane.
Per mia volontà, e a mie spese, buttai migliaia di copie della prima edizione che non era ancora uscita in libreria. L’ho fatto ristampare spiegando in maniera assertiva che il documento fosse un apocrifo, e dunque in ipotesi un falso molto ben consegnato.
Senza dirmi bugie, c’è stata una notizia che aveva tra le mani e che, poi, non ha potuto dare per paura, interesse, viltà?
Notizie enormi, no, non ce la faccio a non darle. Forse notizie meno importanti…
Tipo?
Se ti arriva una notizia su una persona che conosci bene, o che ti è amico, ed è una notizia che ha un interesse pubblico limitato, beh, uno, o due volte, nella mia carriera, mi è capitato di aver girato lo sguardo dall’altra parte. Ma vi assicuro che i lettori non si sono persi nulla.
Matteo Renzi, quest’estate, parlando con Minzolini, le fa questa accusa: “Fittipaldi, ci deve ancora spiegare perché si faceva dare le informazioni su di me da un certo Striano…” Chi è Pasquale Striano?
In quell’intervista Renzi ha detto anche che sono indagato. Falso. Che conosco Striano, falso. Mai visto e conosciuto in vita mia. Renzi sarà stato di cattivo umore perché le inchieste che ho fatto sui soldi che prendeva da istituti vicini un dittatore sanguinario come Bin Salman hanno contribuito a sprofondarlo al due per cento.
Per la cronaca Striano è sottotenente della Finanza, ed è accusato di aver cercato informazioni sensibili su politici per interessi personali. Due giornalisti di Domani sono indagati con lui perché, secondo la Procura, Striano ci avrebbe passato delle notizie, vere e di interesse pubblico.
Siamo l’unico Paese sulla Terra in cui se dai notizie segrete non si indaga su quello che scopre il giornalista, ma si mandano a giudizio i giornalisti che hanno dato quelle stesse notizie. E, se non si danno come nell’ultimo caso che riguarda l’inchiesta dei pm di Napoli sulle università telematiche, il giornalista viene indagato per corruzione.
È ormai qualche anno che la magistratura sembra voler spiegare ai giornalisti come fare il loro lavoro. Una roba da regime, esattamente come le pressioni che arrivano dalla politica.
Qual era la notizia per cui siete a giudizio per il caso Striano?
Abbiamo raccontati i conflitti d’interessi di Guido Crosetto, che, prima di diventare ministro della Difesa, incassava da Leonardo e da altre società di armamenti cifre di poco sotto il milione di euro l’anno. Crosetto non ha fatto querela per diffamazione perché era tutto vero, ma ha chiesto alla magistratura di individuare la nostra fonte.
Cosa non sopporta di Travaglio?
Travaglio è un bravo giornalista.
Ma…
Quando gli capita di sbagliare, difende l’indifendibile.
Tipo?
Beh, il caso Minetti è un errore particolarmente grave…
Pensa sia una bufala quello che ha scritto sul Fatto?
Sono i magistrati di Milano hanno dichiarato che quelli del Fatto Quotidiano hanno pubblicato cose non vere. Sto ancora aspettando che li quereli, come promise pubblicamente.
Giuseppe Conte è un grande politico, come sostiene il Fatto di Travaglio, o, piuttosto, una volpe democristiana travestita da statista?
Scrissi anni fa che Conte si propose a Maria Elena Boschi per entrare in politica, poi è diventato premier nel governo populista gialloverde. Premier, di nuovo, in quello giallorosso di sinistra. Spesso non sono d’accordo con lui, ma uno che è riuscito a fregare il Movimento al suo fondatore Beppe Grillo e che veleggia sempre sopra il 10 per cento, non è certo uno sprovveduto. Conte sa fare politica. Non sempre buona politica.

In vista della stesura del Documento programmatico di bilancio il cui schema sarà discusso domani in Consiglio dei Ministri l’occasione è buona per sottoporre all’attenzione del nostro Segretario, on. Antonio Tajani, 10 proposte per costruire l’Italia liberale, liberista e libertaria che voleva il Presidente Berlusconi:
Fiorenza Ceniccola
Vicesindaco – Guardia Sanframondi
Componente Segreteria Nazionale Forza Italia Giovani
Responsabile Comunicazione Forza Italia Campania
Dall’uso malevolo dell’intelligenza artificiale al rischio di un conflitto atomico, passando per pandemie e crisi climatica: una nuova Commissione di The Lancet analizza i 17 pericoli globali per la salute e la sopravvivenza umana entro il 2100. E avverte: siamo ancora in tempo per intervenire

(di30science per Il Fatto – ilfattoquotidino.it) – Dall’uso malevolo dell‘Intelligenza artificiale al rischio mai del tutto sradicato di un conflitto nucleare: sono le due principali minacce della storia recente dotate di un diretto e spaventoso potenziale d’estinzione per la specie umana. Attorno ad esse orbita però un’intera costellazione di altri quindici rischi globali che compongono la lista delle 17 minacce catastrofiche identificate dalla nuova Commissione di The Lancet, presentata al World Health Summit 2026 di Berlino.
Il quadro tracciato dagli esperti insieme all’Institute for Health Metrics and Evaluation della University of Washington mappa i rischi per la salute e la sopravvivenza in 204 paesi e territori da qui al 2100. “Lo studio – commenta Richard Horton, direttore generale di The Lancet – propone un cambio concettuale radicale nel modo in cui pensiamo alle minacce future per la sopravvivenza umana”. L’esperto invita a superare l’approccio ai singoli problemi per affrontare “un paesaggio di pericoli molto più ampio e complesso che richiede un’azione coordinata”.
Tra le grandi sfide individuate figurano emergenze ambientali come il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico, insidie biologiche come le pandemie naturali e la resistenza agli antibiotici, e patologie legate agli stili di vita come l’obesità, l’ipertensione, il fumo, l’abuso di alcol, il disagio mentale e un invecchiamento non in salute. A completare il quadro sono le fratture sociali ed economiche: dalle guerre convenzionali alla malnutrizione infantile, fino alla disuguaglianza di reddito, ai deficit di istruzione e al calo degli aiuti internazionali destinati alla sanità nei paesi in via di sviluppo.
Per ciascuna minaccia, la Commissione ha calcolato il divario tra il migliore e il peggiore scenario futuro misurando gli anni di vita sana persi a causa di disabilità o morti premature evitabili. I numeri mostrano come l’azione preventiva possa fare la differenza. Prevenire il rischio di un uso ostile dell’IA potrebbe risparmiare all’umanità 10,4 miliardi di anni di vita sana, mentre scongiurare un conflitto atomico eviterebbe 133 milioni di decessi diretti. Sul fronte climatico, contenere il riscaldamento globale entro 1,8 gradi anziché lasciarlo salire a 4,4 eviterebbe la perdita di 1,89 miliardi di anni di vita sana. Ancora più imponente è l’impatto della disuguaglianza economica, capace di causare entro il secolo un danno alla salute equivalente a 25 pandemie di Covid-19, pari a 13,8 miliardi di anni di salute persi.
L’impatto di questi scenari colpirà con maggiore durezza i contesti marginalizzati. Basti pensare che l’Africa subsahariana rischia di sopportare circa il 70% del peso complessivo legato al crollo dei finanziamenti internazionali per la salute. “Gli eventi globali recenti – dichiara la co-presidente della Commissione Natalia Kanem – ci mostrano con quanta rapidità la stabilità possa cedere il passo alla crisi e quanto sia costoso rispondere solo dopo che il disastro è avvenuto”.
Il messaggio di fondo degli studiosi rimane tuttavia ancorato alla possibilità di cambiare rotta. Christopher Murray, co-presidente della Commissione e direttore dell’IHME, osserva che “il dato più eclatante non è solo la scala di queste minacce, ma il fatto che l’umanità conserva ancora la capacità di agire“. Murray ricorda che «tutte e diciassette le minacce sono interconnesse, ed è per questo che devono essere affrontate insieme e non in modo isolato”.
Per tradurre l’allarme in pratica, la Commissione lancia una strategia in tre mosse: costruire e finanziare sistemi sanitari pronti alla prevenzione con équipe dedicate all’analisi dei rischi, accelerare gli investimenti in innovazioni di rottura come nuovi vaccini, antibiotici e terapie contro l’obesità, e istituire un monitoraggio costante e indipendente per aggiornare le evidenze scientifiche. La posta in gioco è la stabilità del pianeta: coordinare i ministeri della salute con quelli della finanza e della sicurezza rappresenta l’unico percorso concreto per proteggere le generazioni future.
LINK ALLO STUDIO: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(26)01989-6/abstract

(Roberto D’Alimonte – Il Sole 24 Ore) – E così siamo arrivati al settimo cambiamento del sistema elettorale a partire dal 1993. Sono cinque i sistemi elettorali introdotti dai partiti, due sono quelli decisi dalla Consulta con le sue sentenze del 2014 e del 2017.
Tutte le riforme, dalla Mattarella alla Meloni passando per la Calderoli, la Renzi e la Rosato, hanno introdotto sistemi misti. Con le decisioni della Consulta la Calderoli e la Renzi sono diventati sistemi proporzionali.
I cinque sistemi approvati in Parlamento sono divisi in due categorie. La Mattarella e la Rosato erano un misto fatto di collegi uninominali maggioritari e di liste proporzionali. Gli altri tre sistemi si caratterizzavano per la combinazione di liste proporzionali e premio di maggioranza.
Tutti e cinque questi sistemi hanno una caratteristica in comune: hanno indotto la maggior parte dei partiti a formare coalizioni pre elettorali. E questo è il tratto distintivo della Seconda Repubblica.
Il sistema elettorale appena approvato è però diverso da tutti gli altri. Infatti non è un sistema, ma è la combinazione di due sistemi. Il nocciolo della riforma Meloni è molto semplice: se la coalizione con più voti supera la soglia del 42% ottiene un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato che le consente di avere una maggioranza assoluta variabile tra il 52% e il 56%.
Ma se nessuna coalizione arriva al 42%, tutti i seggi vengono assegnati con il proporzionale. Da un punto di vista sistemico questa è la caratteristica importante del nuovo sistema elettorale.
L’indicazione obbligatoria del candidato premier, l’entità del premio, i capilista bloccati, la soglia del 3% per ottenere seggi, il numero di firme per presentare una lista sono aspetti rilevanti, ma non decisivi.
Quello che veramente conta è il fatto che questo sistema può funzionare sia come sistema maggioritario che come sistema proporzionale. Questa è la novità. Quindi la sera delle elezioni sapremo se gli elettori avranno eletto un governo oppure se saranno i partiti a decidere quale governo si farà dopo il voto.
Per molti questo non è un problema. Per il sottoscritto lo è. A meno che i sondaggi non ci diano una fotografia del tutto sbagliata della forza relativa dei partiti, mettere insieme una maggioranza di governo che abbia il 50% dei seggi più uno in una situazione in cui nessuna coalizione è arrivata al 42% dei voti sarà una impresa.
Basta fare delle addizioni semplicissime per rendersi conto che le maggioranze aritmeticamente possibili sarebbero molto frammentate e molto eterogenee. Sarebbe meno frammentata una maggioranza che vedesse insieme Pd e Fdi, ma sarebbe veramente fattibile un governo del genere?
I cultori del proporzionale non si rendono conto che il vantaggio del maggioritario è quello di abbassare la soglia dei voti necessari per arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi.
E questo facilita la formazione di governi che nel nostro paese saranno comunque sempre frammentati ed eterogenei, ma meno di quanto lo sarebbero senza l’aiuto della distorsione maggioritaria.
E allora cosa succederà nel 2027? Il sistema funzionerà da maggioritario o da proporzionale? Non lo sappiamo. Dipenderà dalle decisioni degli attori in gioco. Dipenderà soprattutto da due fattori: la composizione del centro-destra, con o senza Vannacci, e la sommabilità degli elettorati di Pd e M5s una volta scelto il leader della coalizione.
Oggi i sondaggi ci dicono che senza Vannacci il centro-destra è sotto la soglia del 42%, mentre il centro-sinistra con Renzi sta di poco sopra. Ma sono numeri che vanno presi con le pinze. Sono troppe le variabili in gioco per poter fare previsioni attendibili ora.
Sono tante le decisioni che i protagonisti dovranno prendere da qui al voto e c’è una campagna elettorale di mezzo. Con questo sistema può succedere di tutto. Anche che Conte e Vannacci decidano di correre da soli per far saltare il banco e puntare sul proporzionale.
L’unica cosa certa è che esiste il rischio concreto che dopo essere stato negli ultimi quattro anni il paese più stabile d’Europa potremmo tornare ad essere l’esatto contrario. Altro che Stabilicum! Tutto ciò perché non si è voluto il ballottaggio. E adesso godiamoci lo spettacolo.

(Tommaso Merlo) – Più la sconfitta dell’Europa con la Russia sarà devastante, più impedirà ai responsabili di riciclarsi e favorirà un sacrosanto cambiamento radicale. Devono saltare i governi complici che si sono rifiutati di fare il loro lavoro e cioè di negoziare con Mosca insistendo ad inviare soldi ed armi a Kiev anche quando era evidente la drammaticità della situazione sul campo e sono emersi immondi scandali di corruzione. Incapaci o venduti non importa, devono risponderne e levarsi dai piedi. Poi c’è la Commissione Europea finita anch’essa in balia della mafia bellica, le scene agghiaccianti di personaggi urticanti come la Von der Leyen e la Kallas che fanno a gara a chi è la più guerrafondaia, non si devono più ripetere. Non è questa l’Europa che avevano in mente i fondatori e nemmeno chi ha creduto al progetto continentale. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un baraccone burocratico che ci spolpa ingiustamente, che ci sottrae ulteriore sovranità e che addirittura ci trascina in guerra senza nemmeno uno straccio di perché. O l’Europa è espressione dei popoli e garanzia di pace oppure meglio farne a meno o limitarla ad una associazione commerciale e monetaria. Poi c’è la Nato diventata la principale minaccia alla nostra sopravvivenza e che va soppressa per reiterato fallimento politico e militare. E al più presto, prima che riesca a scatenare la terza guerra mondiale. Dobbiamo investire nella pace e non nella guerra e con la Russia dobbiamo convivere pacificamente nel reciproco interesse. Ricostruire un rapporto sano è possibile perché i russi sanno dell’enorme fossato che separa i popoli europei dalle loro classi deficienti. La russofobia è una infezione che colpisce principalmente arrivisti e conformisti elitari, greggi di inglesi in crisi di astinenza coloniale e ignare vittime della propaganda di sistema camuffata da informazione. I popoli europei vogliono la pace e una politica che si occupi piuttosto della loro qualità della vita in caduta libera. Non dovrebbe mancare molto prima che la bandiera bianca sventoli su Kiev ma affinché certe tragedie non si ripetono mai più, dovrà presto sventolare anche su Bruxelles. Poi ci sono gli Stati Uniti e più la sconfitta con l’Iran sarà devastante più la loro becera egemonia finirà dove merita e cioè tra i liquami della storia. Da leader del mondo libero sono diventati uno stato canaglia per colpa di una morsa micidiale. Da una parte un capitalismo fuori controllo che si è comprato anche il cuore e il cervello delle persone e dall’altra il fascismo pseudo religioso, tutta quella melma di bigotti e fanatici che si riempiono la bocca di scempiaggini bibliche pretendendo di agire in nome di Dio salvo poi farlo in nome di satana. L’arrivo di gentaglia miliardaria come Trump e Musk alla Casa Bianca non è certo un caso ma il risultato di un processo di depravazione culturale e quindi sociale e quindi democratica che ha sostanzialmente rimpiazzato la società col mercato, i cittadini coi dollari e le classi dirigenti con una manica di malfattori oligarchici. È notizia di questi giorni che il capo del Pentagono Hegseth vuole trasmettere in diretta streaming la fucilazione di un condannato a morte oggi in sedia a rotelle. Hegseth è un alcolizzato messo lì perché sbaciucchiava alla grande il deretano di Trump quando lavorava come conduttore televisivo. Scene barbariche da fine impero e personaggi squallidi ideali per guidare la disfatta. Dopo decenni a spargere sangue e caos prendendosela coi più deboli, gli Stati Uniti stanno sbattendo il grugno contro la ferrea resistenza iraniana mentre il mondo intero sogna la fine della loro delirante egemonia e l’inizio di una sensata era multipolare. Che un paese ricco pretenda di imporre con la forza delle armi e dei ricatti finanziari la propria volontà a casa d’altri, non è giusto e non funziona. E ancora meno se quel paese egemone è talmente corrotto da poter essere scalato e sfruttato da qualsiasi mafia lobbistica. Tipo lo stato profondo con le sue guerre permanenti, tipo i potentati economici con le loro guerre petrolifere, tipo il sionismo col suo delirante progetto coloniale. Non è giusto, non funziona ed è pericolosissimo. A pensarlo per primi sono i cittadini americani che da anni chiedono pace e una politica che si occupi della loro qualità della vita in caduta libera. È quindi lecito essere ottimisti. La sconfitta contemporanea di Europa e Stati Uniti non è mai stata così possibile e prossima, la speranza è che sia talmente devastante da impedire ai responsabili politici di riciclarsi e al contrario favorire un sacrosanto cambiamento radicale in nome della pace e di una democrazia sana.
Residenti esasperati: “Ronde civiche” e un sit-in di protesta

Il Comitato Valori collinari chiede un presidio effettivo e continuativo nelle ore notturne. Capodanno: “Residenti esasperati e arrabbiati. Si annuncia un sit-in e cresce l’idea delle ronde civiche, nel pieno rispetto della legge”.
Il Comitato Valori collinari esprime profonda indignazione e solidarietà al padre aggredito nella notte tra sabato 10 e domenica 11 ottobre, dopo essere intervenuto in difesa delle due figlie, coinvolte in una lite con un gruppo di giovani nell’area di piazza Vanvitelli e via Bernini.
Secondo quanto riportato dalla stampa, l’uomo, un cinquantenne, sarebbe stato circondato e picchiato. Durante l’aggressione è finito a terra e una gamba è stata schiacciata da un camion per la raccolta dei rifiuti in transito. Ricoverato al Cardarelli, è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Anche una delle figlie ha riportato lesioni: dopo il ricovero dovrà portare il collare per un mese. Le ricostruzioni giornalistiche riferiscono inoltre che alcuni minori sarebbero stati identificati e denunciati.
“ Ci troviamo di fronte a un episodio di una gravità sconvolgente, che ha colpito una famiglia e l’intera comunità del Vomero – afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. Un padre è intervenuto per proteggere le figlie e si è ritrovato vittima di una violenza brutale. Alla famiglia va la nostra piena solidarietà e l’augurio di una pronta e completa guarigione “.
Il Comitato denuncia con forza la distanza tra gli annunci di rafforzamento dei controlli e la percezione di sicurezza vissuta dai residenti. Secondo quanto riferito da alcuni presenti e dai familiari delle vittime, all’ora dell’episodio non sarebbe stato visibile un presidio delle forze dell’ordine nella piazza. Saranno gli accertamenti delle autorità a chiarire con precisione la dinamica e la presenza dei servizi di vigilanza; resta però, per i cittadini, una domanda urgente: quale tutela concreta è garantita nelle ore serali e notturne in un’area già individuata come particolarmente esposta?
Piazza Vanvitelli era stata inserita nella zona rossa del Vomero dopo il grave accoltellamento di un sedicenne avvenuto l’8 settembre scorso. Il provvedimento riguarda anche altre strade e piazze della municipalità collinare e prevede controlli rafforzati e misure di allontanamento nei casi stabiliti.
” Dopo l’accoltellamento del ragazzo di sedici anni – sottolinea Capodanno -, avevamo chiesto risposte urgenti e l’istituzione della zona rossa. Quel provvedimento è stato adottato, ma episodi, come quello avvenuto, ora impongono una verifica immediata della sua efficacia. Non basta tracciare un perimetro o annunciare controlli: occorrono pattuglie riconoscibili, coordinate e presenti nei punti critici, soprattutto nei fine settimana e nelle ore di maggiore affluenza ”.
“ Sia chiaro – puntualizza Capodanno -, non intendiamo sostituirci alle forze dell’ordine né alimentare allarmismi. Ma sarebbe irresponsabile ignorare l’esasperazione e la rabbia dei residenti, che da tempo chiedono interventi adeguati per contrastare aggressioni, risse e violenze. La sicurezza non può essere affidata alla speranza che, proprio nel momento critico, passi una pattuglia ”.
Di fronte al ripetersi di questi episodi, tra i residenti si sta facendo strada anche l’ipotesi di promuovere osservatori volontari, comunemente chiamati “ronde civiche”. Il Comitato sottolinea che ogni eventuale iniziativa dovrà svolgersi esclusivamente nel quadro previsto dalla legge: le associazioni di cittadini non armati possono collaborare, previa intesa con il Prefetto e secondo le procedure stabilite, segnalando alle forze di polizia situazioni potenzialmente pericolose. Non possono sostituirsi alle forze dell’ordine né intervenire direttamente nelle situazioni di violenza.
“ Quando i cittadini percepiscono un vuoto di presidio, è comprensibile che cerchino forme di partecipazione e di attenzione al territorio – dichiara Capodanno -. L’eventuale ricorso agli osservatori volontari va però affrontato con serietà, nel rispetto della normativa e in raccordo con Comune e Prefettura. Nessuna improvvisazione, nessuna giustizia fai-da-te: il compito di prevenire e reprimere i reati spetta alle istituzioni e alle forze di polizia ”.
Il Comitato Valori collinari annuncia anche un sit-in di protesta da concordare con altre associazioni e comitati del territorio, per denunciare la grave situazione relativa all’ordine e alla sicurezza pubblica nel quartiere e l’insufficienza, a giudizio dei residenti, dei provvedimenti finora percepiti sul territorio. La data, il luogo e le modalità saranno comunicati non appena definiti.
“ Il sit-in sarà un’iniziativa civile e pacifica per dare voce a famiglie, residenti e operatori del quartiere – spiega Capodanno -. Chiederemo un piano operativo chiaro: presidi effettivi nelle ore notturne, pattugliamenti coordinati, controlli nei luoghi di aggregazione giovanile e una presenza capace di intervenire tempestivamente. Servono inoltre un confronto stabile con i residenti e una verifica pubblica dei risultati “.
Il Comitato chiede al Prefetto, al Questore e al Sindaco di Napoli la convocazione urgente di un confronto dedicato alla sicurezza del Vomero e di rendere note le misure di presidio previste per piazza Vanvitelli e per le altre aree interessate dalla zona rossa.
“ Non accetteremo che l’ennesima aggressione venga archiviata come un fatto isolato – conclude Capodanno -. La violenza di un branco contro chi difende le proprie figlie è un campanello d’allarme che non può essere ignorato. I cittadini sono giustamente esasperati e arrabbiati: chiedono risposte democratiche, verificabili e immediate. Il Vomero e i vomeresi hanno diritto a vivere le proprie strade senza paura ”.
L’ex leader M5s e ora rappresentante Ue per il Persico si presenta nella sua veste istituzionale: “Spero in due schieramenti competitivi alle elezioni, così vincerà il migliore”

(ilfattoquotidiano.it) – Abbracci, risate e battute con Matteo Renzi. Critiche alla politica estera del Movimento Cinque Stelle e anche un apprezzamento per la leadership di Giorgia Meloni. Il palco giusto per presentarsi nella maniera più istituzionale possibile, nella sua nuova veste, è stato quello della Festa del Foglio, a Firenze. Nei saloni di Palazzo Vecchio, Luigi Di Maio, tanto per iniziare, scherza con uno dei suoi ex più acerrimi nemici. “Arabia viva”, lo pungola Renzi ricordando quando lo “massacrava” per le sue posizioni politiche. “Più lo faceva, più crescevo”, ribatte sorridendo l’ex ministro degli Esteri e ora rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo davanti alle telecamere dei The Journalai.
Ora, a giudicare dall’intervento di Di Maio, le loro idee sembrano collimare assai di più. Tanto per iniziare sulla postura nei confronti di Kiev: “La vera questione è su quello che il M5s pensa legittimamente – io non lo condivido e io me ne sono andato soprattutto per questo – sull’Ucraina e la politica estera dell’Italia. Questo argomento è dirimente per gli elettori e per le interazioni che questa forza politica ha col centrosinistra”. Secondo l’ex vicepremier, la posizione del M5S sulla guerra sarà importante soprattutto nei rapporti con il centrosinistra: “Ci sono esponenti del Partito Democratico che la pensano esattamente come me sull’Ucraina e sul fatto che vada sostenuta”. Perfino in vista della prossima contesa elettorale, l’ex leader dei Cinque Stelle sembra voler mantenere equidistanza tra i due poli. Si augura, certo, un accordo nel campo largo, ma la motivazione è questa: “Credo che tutti quanti noi dobbiamo augurarci una campagna elettorale nella quale gli schieramenti siano competitivi, in modo tale che possa vincere il migliore. Se si parte azzoppati poi vincono gli altri forse più per demerito altrui che per merito proprio”.
Del resto, il rappresentante speciale dell’Ue ha parole al miele anche per la presidente del Consiglio: la presenza di Meloni al vertice del consiglio di cooperazione del Golfo è “uno degli eventi più sottovalutati della politica estera italiana, era l’unica invitata di tutto il mondo”. Nel Golfo, ha rimarcato, “la leadership dell’Italia è molto apprezzata”. E “Meloni ha compreso profondamente il valore delle relazioni personali con i leader, che in politica estera sono sempre molto importanti”, oltre a guidare un governo “stabile”. Insomma: “Ci sono tutti i presupposti per giocare un ruolo”, anche perché l’Italia “non agisce solo con il soft power ma è stata capace anche di dispiegare strumenti militari di difesa per quei Paesi”.
La politica estera è un pallino di Di Maio, soprattutto se guarda al campo largo e alle distanze ancora esistenti: “Se un governo va al primo Consiglio dell’Unione europea e c’è da votare il nuovo pacchetto di finanziamento all’Ucraina che include anche lo stanziamento militare quel ministro o quel leader cosa vota? Pone il veto, vota a favore o esce dalla stanza? Il vero tema è questo. Su queste cose cadono i governi e noi ci condanniamo di nuovo all’instabilità di governo. Se c’è un diritto che deve essere tutelato in vista delle prossime elezioni è creare coalizioni che siano stabili”.