Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Razza padroncina


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Siccome le vicende societarie, tantopiù quando coinvolgono i risparmiatori in Borsa, sono cose piuttosto serie e siccome teniamo al Fatto quotidiano più che a ogni altra cosa, non partecipiamo al Bagaglino inscenato intorno a noi dal giovane Del Vecchio. Quello che dovevamo dirgli, il sottoscritto e gli altri soci fondatori Antonio Padellaro, Cinzia Monteverdi, Peter Gomez, Marco Lillo, Luca d’Aprile […]


Conflitti di interessi, informazione e democrazia


il campo progressista dovrebbe inserire nel programma una legge seria contro il conflitto d’interesse per il bene dell’informazione e della democrazia

Conflitti di interessi, informazione e democrazia

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – La notizia è nota, le implicazioni un po’ meno. La Seif, editrice del Fatto Quotidiano che solo qualche giorno fa Leonardo Maria Del Vecchio definiva sui social il “Falso Quotidiano”, è diventata oggetto di studio di un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) da parte del quartogenito, poco più che trentenne, del fondatore di Luxottica e beneficiario, con gli altri co-eredi, di un patrimonio stimato intorno ai 40 miliardi di euro.

Sappiamo che i soci fondatori del Fatto Quotidiano – tra loro Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Peter Gomez e Marco Lillo – che insieme detengono la maggioranza delle azioni di Seif – hanno già detto “no, grazie” a Del Vecchio jr. Il quale, dopo aver acquisito tramite la holding Lmdv il Qn (Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino) e il 30% del Giornale, a sua volta controllato insieme a Libero e Il Tempo dal gruppo che fa capo al deputato Antonio Angelucci, ora chiede la due diligence sui conti della Seif in vista dell’annunciata Opa già respinta al mittente dagli azionisti di controllo.

Conflitti di interessi, informazione e democrazia

E arriviamo alle implicazioni, tutt’altro che irrilevanti in un Paese come l’Italia, scivolata quest’anno al 56° posto su 180 Paesi nella classifica della libertà di stampa di Reporters sans frontières. Tra le motivazioni, oltre alle varie leggi bavaglio, alle minacce ai giornalisti, anche sotto forma di liti temerarie, e alle mani della politica sul servizio pubblico televisivo, una più delle altre dovrebbe richiamare la massima attenzione: la persistenza di minacce al pluralismo mediatico, in particolare sotto forma di tentativi di acquisizione e concentrazione proprietaria nel settore dei media. Dinamiche che, secondo l’organizzazione, rischiano di ridurre la varietà delle voci informative e di accrescere l’influenza economica e politica sulle redazioni.

In altre parole il conflitto di interessi, vale a dire la commistione e le ingerenze di editori impuri nella proprietà e, di conseguenza, nella linea editoriale dei media. Un tema ormai ineludibile che il campo progressista dovrebbe porsi e fare proprio nel programma di coalizione che si appresta a scrivere. Con una legge che limiti drasticamente la partecipazione di soggetti politici ed economici al capitale delle società editrici quale unica, vera garanzia di pluralismo e indipendenza dell’informazione. Il minimo sindacale in una democrazia degna di questo nome.


Maurizio Belpietro: “Del Vecchio jr. non vuole comprarsi “Il Fatto”: solo strangolarlo


(Maurizio Belpietro – la Verità) – «Il Fatto fa le pulci a Del Vecchio», ha scritto ieri in prima pagina il quotidiano di Marco Travaglio «e lui prova a comprarsi Il Fatto». In realtà, il titolo più appropriato sarebbe stato un altro: «Il Fatto fa le pulci a Del Vecchio e lui fa le pulci al Fatto».

Già, perché è questo l’obiettivo dell’erede dell’impero Luxottica: una finalità molto più insidiosa dell’offerta di pubblico acquisto volontaria annunciata dal consiglio di amministrazione di Lmdv Media, la società che opera nel settore dell’informazione per conto dell’imprenditore.

E per capire che lo scopo di Leonardo Maria Del Vecchio non sia la prossima acquisizione della Seif, la società quotata in Borsa che edita Il Fatto Quotidiano, è sufficiente rileggersi il comunicato diffuso ieri con cui, a mercato chiuso, si annunciava l’Opa.

Oltre a mettere sul piatto 0,286 euro per azione, con l’intenzione di conquistare una quota superiore all’82%, l’erede del fondatore di Luxottica ha annunciato anche una due diligence, ovvero un’analisi approfondita dei conti della società oggetto di scalata, precisando di voler capire qual è la necessità finanziaria per garantire la continuità aziendale.

Ci vuole poco a capire dove Lmdv Media voglia andare a parare: siccome negli ultimi anni i bilanci di Seif si sono chiusi in perdita e il patrimonio netto è negativo, Del Vecchio punta a far emergere le difficoltà gestionali. Che ovviamente riguardano l’intero settore, ma che per una società quotata sono più stringenti, perché obbligano il consiglio di amministrazione a una puntuale informazione al mercato.

Insomma, nonostante il comunicato diffuso per spiegare l’operazione abbia toni tranquillizzanti e dica di non voler assolutamente cambiare la direzione in caso di successo dell’Opa, la scalata è dichiaratamente ostile e anche molto infida.

Innanzitutto, va chiarito che le possibilità di successo di un’offerta di pubblico acquisto amichevole sono pari a zero, per via anche del complesso statuto della Seif, secondo cui nessun azionista può detenere in proprio più del 17%. Una clausola che, per essere modificata, richiede una maggioranza bulgara dell’azionariato, pari al 82,9%.

I principali soci hanno già risposto che di vendere non hanno alcuna intenzione, nonostante il prezzo offerto sia sensibilmente superiore a quello registrato nelle ultime settimane.

Le azioni della società che edita Il Fatto sono infatti passate dalla quotazione di 0,298 di un anno fa a 0,22 di venerdì scorso, con una perdita di circa il 25% del valore. E neppure il rimbalzo di ieri, del 18,18%, consente di arrivare alla somma offerta da Lmdv Media.

Ma perché dico che, malgrado il prezzo offerto, l’Opa non ha nessuna possibilità di successo? La risposta è semplice: nonostante sul mercato ci sia un flottante del 40%, ovvero azioni che possono essere comprate con facilità (a un prezzo inferiore a quello offerto), il 16,25% è nelle mani dell’ex direttore Antonio Padellaro e una cifra analoga è posseduta dall’amministratore delegato di Seif, Cinzia Monteverdi.

Se poi si aggiunge che il 9,77% dei titoli è stato riacquistato dalla società, risulta evidente che la scalata di Leonardo Maria Del Vecchio è destinata a fallire, perché il 42% del capitale non è disponibile e la clausola che impedisce a un singolo azionista di avere più del 17% non può essere modificata.

Dunque, perché l’erede dell’impero Luxottica perde tempo? A me la risposta pare evidente nei passaggi in cui parla di due diligence, cioè di analisi appropriata dei conti, e di necessità finanziarie per consentire la continuità aziendale.

Lmdv potrebbe aver rastrellato sul mercato delle azioni (cosa che spiegherebbe il rimbalzo di Borsa), deciso poi a contestare l’attuale gestione. L’Opa è rivolta agli azionisti, ma nel caso dalla due diligence emergessero rischi gestionali, la mossa del potenziale nuovo socio potrebbe essere diretta contro amministratori, sindaci e revisori dei conti, nei confronti dei quali potrebbero essere mosse anche contestazioni di vario tipo, perché Seif è quotata e dunque vigilata dalla Consob, con l’obbligo di puntuali comunicazioni al mercato.

Insomma, la questione non è destinata a chiudersi con il no degli azionisti alla cessione delle quote, ma potrebbe avere pesanti strascichi nelle prossime settimane. Per il quotidiano diretto da Marco Travaglio in tal caso si tratterebbe di un bel grattacapo, che si aggiungerebbe alla causa intentata dalla coppia Cipriani e Minetti negli Stati Uniti.

Più in generale, la vicenda mette in luce la fragilità dei gruppi editoriali in un momento in cui la crisi dell’editoria rischia già da sola di tappare la bocca alle voci indipendenti.

Anni fa assistemmo alla guerra di Segrate, dove Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti si contesero La Repubblica. Oggi, anche se molto più limitata nelle dimensioni finanziarie (stiamo parlando di un’operazione da 7 milioni), potremmo assistere alla guerra del Fatto, combattuta, come quella di allora, a colpi di comunicati e carte bollate. Mettetevi perciò comodi, perché in tal caso sarà uno scontro senza esclusione di colpi.


Sciopero 30 ottobre, i trasporti a rischio precettazione: “In quei giorni si va al cimitero per commemorare i defunti”


La richiesta della Commissione Garanzia Sciopero a Salvini: “Pregiudizio grave alla libertà di circolazione”. Lunedì l’incontro al Mit. Il sindacato: “Serve valutazione politica”

Sciopero 30 ottobre, i trasporti a rischio precettazione: “In quei giorni si va al cimitero per commemorare i defunti”

(di Andrea Tundo – ilfattoquotidiano.it) – Può esserci un’agitazione sindacale nel comparto dei trasporti due giorni prima della Commemorazione dei defunti, oppure si rischia di comprimere il diritto di andare nei cimiteri nei giorni di massimo afflusso nel corso dell’anno? No, è vietato, secondo la Commissione Garanzia Sciopero sulla base della legge sullo sciopero. Per questo, il 22 ottobre ha sostanzialmente invitato il ministro dei Trasporti Matteo Salvini a precettare i lavoratori del trasporto, impedendo che si astengano il venerdì 30 ottobre, giorno dello sciopero generale indetto dall’Usb.

Il sindacato non ha riformulato lo sciopero escludendo i trasporti, e così, lunedì mattina, il capo di gabinetto del Mit ha incontrato – come previsto dalla procedura – i rappresentanti del sindacato ribadendo sostanzialmente il rischio di un “gravissimo nocumento” nei confronti di chi decide di visitare i cimiteri nei giorni immediatamente precedenti al 2 novembre. C’è quindi la possibilità, assai concreta, che Salvini nelle prossime ore decida di precettare chi è impiegato nel comparto, neutralizzando lo sciopero, sulla base del parere del garante. “Fondato pericolo di pregiudizio grave ed imminente del diritto alla libertà di circolazione”, ha sostenuto la Commissione, poiché il settore è interessato dalla “regola della franchigia” legata alla commemorazione dei defunti.

In sostanza, secondo regole che si sono stratificate nel corso degli anni, tra il 30 ottobre e il 5 novembre non è possibile proclamare astensioni dal lavoro nei servizi essenziali per la festività di Ognissanti e la vicinanza con il 2 novembre: si tratta infatti di giorni nei quali molte persone, anche usando i mezzi pubblici, fanno visita ai propri cari defunti. Quest’anno, tra l’altro, non c’è alcun ponte poiché l’1 novembre cade di domenica. Quello a cavallo tra ottobre e novembre è solo uno periodi tutelati per evitare disagi estremi nei cittadini in grandi periodi di mobilità. Tra gli altri ci sono le festività natalizie (18 dicembre-7 gennaio), la Pasqua, il periodo estivo (solitamente tra il 27 luglio e il 5 settembre) e gli appuntamenti elettorali.

Toccherà ora a Salvini decidere il da farsi. Francesco Staccioli, componente del direttivo nazionale dell’Usb e responsabile Trasporti, spiega a Ilfattoquotidiano.it che il sindacato ha sostanzialmente fatto una mossa politica, dopo la decisione del Comitato europeo dei diritti sociali presso il Consiglio d’Europa: “Lo scorso marzo, fornendo una sorta di interpretazione autentica della Carta dei diritti sociali europei, ha risposto a sei quesiti che avevamo posto e ci ha dato ragione in tre casi, compresa proprio l’estensione eccessiva dei periodi di franchigia”. Tuttavia, le decisioni del Comitato sono vincolanti ma non immediatamente esecutive.

Proprio sul punto del 2 novembre, però, sottolinea Staccioli la questione è spinosa: “Il periodo di franchigia non era previsto statutariamente, ma è stato definito successivamente con delibere e interventi della varie commissioni che si sono succedute nel tempo e che hanno finito per comprimere il diritto allo sciopero. Per questo, lunedì, abbiamo chiesto al ministero di non mettersi a giocare con le ordinanze ma di fare una valutazione politica, affinché non vengano esacerbati gli animi”. A differenza delle precettazioni dello scorso anno, stroncate dai giudici amministrativi, la procedura seguita dal Mit è stata corretta quindi, se dovesse arrivare uno stop ai trasporti, non ci sarebbe spazio per un intervento del Tar che potrebbe solo esprimersi nel merito, con lo sciopero ormai alle spalle.


Napoli, piazza degli Artisti sommersa dai rifiuti a tutte le ore


Basta impunità e inerzia, esposto alla Procura e intervento del Prefetto

Capodanno: ” Non è più tollerabile che il marciapiede davanti alle campane diventi un deposito di rifiuti, per lo più contenitori di prodotti alimentari e imballaggi di cartone. Occorre individuare chi abbandona i rifiuti e accertare perché i controlli non vengono effettuati o non  producano risultati “.

” Piazza degli Artisti non può continuare a essere trattata come una discarica a cielo aperto. È inaccettabile l’inciviltà di chi abbandona i rifiuti sul marciapiede, ma è altrettanto intollerabile che una situazione denunciata ripetutamente continui a riproporsi senza che i cittadini possano vedere un’azione efficace di prevenzione, controllo con relative sanzioni “. È la dura denuncia di Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori Collinari, che torna a richiamare l’attenzione sulla situazione dell’area antistante le campane per la raccolta differenziata in piazza degli Artisti.

La documentazione fotografica mostra un ampio accumulo di cassette e contenitori in polistirolo, scatole di cartone, sacchetti e altri materiali lasciati all’esterno dei contenitori. I rifiuti occupano una parte consistente del marciapiede e si estendono davanti alle campane, compromettendo la fruibilità dello spazio pedonale e restituendo un’immagine di evidente degrado.

” Non siamo davanti a un cestino pieno o a qualche carta trascinata dal vento — incalza Capodanno — ma a un deposito di materiali che sottrae spazio ai pedoni. A pagare sono soprattutto le persone anziane, chi ha difficoltà motorie, i genitori con i passeggini e tutti coloro che hanno diritto di camminare senza dover aggirare montagne di rifiuti. Il marciapiede non è una pattumiera, né può diventare il luogo dove scaricare le conseguenze dell’inciviltà e dell’assenza di controlli efficaci “.

Il Comitato Valori Collinari denuncia il ripetersi quotidiano degli abbandoni e chiede di superare una gestione limitata alla rimozione dei cumuli, senza un intervento capace di interrompere il fenomeno. ” Ripulire è indispensabile, ma ripulire e basta non risolve il problema — sottolinea Capodanno —. Se dopo ogni intervento gli stessi spazi tornano a essere occupati dai rifiuti, significa che manca un’efficace azione preventiva. Non possiamo accettare che il costo di questi comportamenti ricada sulla collettività mentre chi sporca continua a farlo confidando di non essere individuato “.

” Chi abbandona rifiuti fuori dai contenitori deve sapere che il suo comportamento avrà conseguenze — prosegue il presidente —. Servono controlli mirati, verifiche negli orari in cui gli abbandoni avvengono e sanzioni quando ne ricorrano i presupposti. Non proclami, non rassicurazioni generiche, ma risultati verificabili. Si chiarisca se le immagini delle telecamere della videosorveglianza presenti nella piazza vengono utilizzate e in caso positivo quali spazi inquadrino e se le immagini possano consentire l’identificazione dei responsabili. La presenza di sistemi di videosorveglianza deve tradursi, quando tecnicamente e giuridicamente possibile, in uno strumento concreto di contrasto agli abbandoni, non restare una promessa di sicurezza priva di effetti  “.

Alla luce del protrarsi della situazione, il Comitato Valori Collinari annuncia che sta valutando la possibilità di sottoporre i fatti alla Magistratura inquirente, attraverso un esposto corredato dalla documentazione disponibile e d’interessare nel contempo il prefetto di Napoli. Michele Di Bari.

” A questo punto stiamo valutando la possibilità di rivolgerci alla Procura della Repubblica — puntualizza Capodanno — affinché valuti i fatti e accerti le eventuali responsabilità,  sia di chi abbandona i rifiuti sia, ove ne sussistano i presupposti, in relazione a possibili omissioni o ritardi negli interventi dovuti. Non spetta a noi anticipare conclusioni o attribuire responsabilità penali: chiediamo che sia fatta chiarezza, individuando competenze, attività svolte ed eventuali inadempienze “.

” Sulla vicenda chiediamo anche l’interessamento del Prefetto di Napoli — aggiunge Capodanno  — su una situazione che non riguarda soltanto il decoro urbano, ma anche la fruibilità degli spazi pubblici e le possibili ripercussioni sul piano igienico-sanitario. Questi aspetti devono essere verificati dagli organismi competenti, senza attendere un ulteriore aggravamento “.

” Piazza degli Artisti non può essere condannata a convivere con questo inaccettabile spettacolo quotidiano  — conclude Capodanno —. Ai cittadini si chiede giustamente di rispettare le regole e di contribuire ai costi dei servizi: alle istituzioni chiediamo, con altrettanta fermezza, di garantire pulizia, controlli e tutela dello spazio pubblico. L’inciviltà va contrastata, non subita. E l’eventuale inerzia va accertata, non coperta dal silenzio “.


Moti popolari e guerra con la Cina


(Tommaso Merlo) – Non hanno osato dare la colpa a Putin per i moti popolari in tutta Europa per paura di buttare benzina sul fuoco. Si sono limitati ad insulti a sfondo razzista e a stracciarsi le vesti per le boutique razziate mentre per il genocidio han girato la faccia dall’altra parte. Siamo alle solite. Feroce russofobia, sionismo strisciante e cieco neoliberalismo che accomuna gran parte dei governi occidentali. Ma finalmente qualche buona notizia. Impazzano ovunque moti popolari e nelle urne si impongono personaggi e movimenti anti sistema che ambiscono ad un cambiamento radicale. Cittadini che vogliono giustizia sociale e una politica all’altezza che serva i loro interessi e non quelli di qualche regia occulta. Perché è questo il sentore. Una regia occulta che da Washington arriva a Bruxelles e da lì alle servili capitali del vecchio continente. Feroce russofobia, sionismo strisciante e cieco neoliberalismo che accomuna gran parte dei governi occidentali come se esistesse un progetto bellico preciso, quello di reagire al sorpasso cinese e preservare il dominio attraverso una guerra mondiale che prevedeva come tappe intermedie la sconfitta della Russia e quella dell’Iran oltre che la sottomissione di Venezuela e le mani sull’Artico. E questo sia per accaparrarsi risorse energetiche ma anche per sottrarle a Pechino oltre che per piazzare basi militari strategiche in vista dello scontro militare diretto. La distruzione dell’Iran è anche finalizzata a consegnare ai sionisti il dominio dell’Asia Occidentale e attraverso di essi sfruttare al meglio risorse del Golfo. Un progetto bellico occulto che parte da lontano ma che con Trump o meglio con le lobby che lo hanno rimesso alla Casa Bianca, è entrato nel vivo. Solo così si spiega la follia di una presidente che promette la pace in Ucraina in 24 ore e poi al di là delle solite fregnacce social non ha mai smesso di fornire alla banda Zelensky armi e intelligence. I droni ucraini colpiscono obiettivi russi grazie al supporto americano a conferma di come a comandare davvero è lo stato profondo e non il burattino di turno. E solo così si spiega l’assurda cocciutaggine guerrafondaia dell’Europa che da anni ignora la drammatica situazione in Ucraina e insiste nel buttar via miliardi spargendo propaganda bellica contro ogni logica e perfino la volontà degli europei. E solo così si spiega il rifiuto di accettare la sconfitta strategica con l’Iran nonostante la devastante crisi energetica in corso. Perché la posta in gioco era molto più grande, marciare su Mosca e Tehran e puntare a Pechino in modo da salvare la supremazia mondiale. Hanno paura di arrendersi per le conseguenze politiche di una tale disfatta anche se la realtà sta emergendo. Stati Uniti ed Europa si ritrovano divisi tra loro e internamenti a pezzi. Coi conti in rosso, i loro popoli in rivolta e prospettive economiche sempre più nere. E questo mentre la Russia si è rilanciata a livello di superpotenza stringendo alleanze in oriente, mentre l’Iran si sta imponendo come nazione egemone nel Golfo Persico e mentre la leadership globale cinese prende il largo. Davvero un disastro e la fine di un’epoca per la felicità dei popoli del mondo intero esasperati dai deliri bellici occidentali e dalle sue indecenti ipocrisie. Un impero basato sulla forza bruta del dollaro e delle bombe che si è sempre spacciato come moralmente superiore salvo poi insanguinare il pianeta a vanvera e rubare risorse calpestando diritto internazionale e dignità altrui. E tutto questo al solo scopo di arricchirsi sempre di più e dominare. Una mentalità suprematista e guerrafondaia che sta ritorcendosi contro i suoi alfieri. La cavalcata trionfale verso la Cina si e’ interrotta in Ucraina ed Iran mentre Stati Uniti ed Europa si ritrovano nel bel mezzo di un declino economico e di una profonda crisi politica con governanti detestati e popoli arrabbiati. Il rischio è quello dell’implosione. Altro che nemici immaginari in giro per il mondo, l’impero occidentale perisce per mano dei suoi cittadini impoveriti ed esasperati. Impazzano ovunque moti popolari e nelle urne si impongono personaggi e movimenti anti sistema che ambiscono ad un cambiamento radicale. Davvero un destino bizzarro per l’impero, sconfitto dai suoi cittadini stanchi di venire derubati per finanziare guerre assurde perdendo diritti e qualità della vita. Cittadini che vogliono giustizia sociale e una politica all’altezza che serva i loro interessi e non quelli di qualche regia occulta. È la fine di un’epoca per la felicità dei popoli del mondo intero.


Se l’occidente s’incendia è tutta colpa di Youssef


(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Grande performance investigativa dei giornali e dei giornalisti volenterosi – i Polito, i Rampini, i Sallusti e un Cerno da sballo – che alla prima occhiata del viso triangolare di Youssef Siher hanno stabilito che sia lui il mandante delle devastazioni del 17 ottobre, imbracciando proprio il suo sito intitolato a quella data, il 17 ottobre, indizio elementare Watson. Il quale sito – potenza dell’algoritmo rivoluzionario – pur nascendo il 18 ottobre, ha diretto gli scontri e gli assalti del giorno prima.

Al secondo sguardo, i nostri volenterosi hanno analizzato i labirinti mentali dei maranza, la loro dispiegata violenza, gli alibi che si concedono, l’anomia che praticano, l’inaudita prepotenza di desiderare un paio di Nike senza avere i soldi per permettersele, e l’aggressività di usare la violenza che noi adulti abbiamo abolito. O quasi. Salvo le bombe qui e là, i campi profughi quando servono e i genocidi quando la vendetta comanda. Chissà da dove viene quella “religione della violenza” che sconcia e arma i ragazzi. Descritti per filo e per segno anche se un maranza in purezza i nostri volenterosi non lo hanno mai visto in vita loro, forse in certi documentari, quando nella stagione secca vanno ad abbeverarsi nelle pozze dei centri commerciali, insieme con i leoni e gli erbivori. L’inaudito, per loro, è che i ragazzi sfascino vetrine per prendersi le felpe, le borse, i giubbotti, le sacre merci, rivelando di non essere ribelli, ma ladri. Non contestano il capitalismo, vogliono partecipare gratis al suo banchetto.

Ma chi ha insegnato loro che la felicità si misura in denaro, il prestigio e il successo in marchi? Chi ha trasformato il consumo in identità, la ricchezza in virtù, la povertà in colpa personale? Chi programma milioni di spot per rendere ogni merce unica, desiderabile, vicina, vicinissima, salvo vietare di toccarla a chi non possiede il credito necessario? Già mezzo secolo fa, Nanni Balestrini, nel suo preveggente Vogliamo tutto, raccontava un giovane proletario che non voleva più obbedire, aspettare, sacrificarsi per un domani promesso dal partito, amministrato dal sindacato, deciso dal padrone. Voleva tutto subito. Si rendeva autonomo, anche nella rivolta, perché non si riconosceva più nelle istituzioni incaricate di rappresentarlo. Era una frattura politica, sociale, esistenziale. Non un equivoco da risolvere in commissariato.

Naturalmente le epoche sono diverse. E nessuna ingiustizia autorizza a spaccare la testa a un poliziotto, incendiare un’automobile, terrorizzare un passante. Nessuno giustifica la violenza. Nessuno la vuole. Benissimo. Ma quanta ipocrisia si nasconde in questa condanna perentoria, pronunciata da una società che della violenza ha fatto il principale regolatore dei rapporti tra Stati, popoli, religioni, interessi economici? E che sistematicamente irride i pacifisti? L’Occidente che Rampini e gli altri si ostinano a difendere senza troppe distinzioni è lo stesso che moltiplica gli arsenali e addestra l’Intelligenza artificiale a uccidere in automatico. Che progetta, in Europa, di investire fino a 800 miliardi per il riarmo, in nome della pace e del Pil. Che guarda con occhi assopiti la perpetua distruzione di Gaza, le micidiali prepotenze militari di Trump e di Putin. La violenza degli Stati esibisce bandiere, generali foderati di medaglie, eserciti in marcia. Quella dei ragazzi usa pietre e bottiglie incendiarie. Non sono la stessa cosa. Ma davvero non hanno niente in comune? Quando la forza viene celebrata come coraggio, il dominio come sicurezza, l’annientamento del nemico come patriottismo, quale lezione stiamo impartendo? Che la violenza è proibita ai deboli e consentita ai forti?

La responsabilità individuale resta intera. Chi aggredisce, saccheggia, ferisce deve risponderne. Ma la responsabilità collettiva non scompare per questo. Capire non significa assolvere. Significa almeno domandarsi perché una società che celebra quotidianamente il denaro, la competizione, il successo e la forza, produca ragazzi che prendono sul serio quella lezione, fino alle sue conseguenze più brutali. Invece i nostri volenterosi hanno già capito tutto. Hanno trovato il cattivo maestro, il movente, la cura. E tutto senza nemmeno sporcarsi le scarpe. Resta un particolare. Da settimane, in decine di piazze italiane e in altrettante città europee, la stessa rabbia, gli stessi incendi, gli stessi slogan assaltano il presente. Generazioni diverse, lingue diverse, identica frattura tra chi possiede il mondo e chi può soltanto guardarlo attraverso una vetrina. Qualcuno si incarica di accorciare questa distanza o basta uno Youssef a spiegare tutto? Davvero la grande soluzione del mistero è un trentenne che insegna a usare l’aceto contro il fumo dei lacrimogeni? Forse dovremmo concedere una seconda occhiata alle ragioni e ai torti di un mondo che si sta incendiando, mentre beviamo l’aperitivo.


La Russa, il Giovedì nero e il senso per la Storia. Noi storici non siamo al servizio dei potenti


Non ho mai attribuito al presidente del Senato responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale

(Michela Ponzani – editorialedomani.it) – Gli storici sono come i medici e quando una società si ammala di amnesia, tocca a loro riconoscerne i sintomi. Distinguere i fatti dalle leggende, la memoria dalla propaganda, le responsabilità dalle autoassoluzioni. Naturalmente la diagnosi non sempre piace. Soprattutto quando il paziente occupa uno scranno istituzionale e preferirebbe sentirsi dire che il proprio passato gode di ottima salute. Peccato però che gli archivi storici, chiamati a custodire il nostro passato, non siano alla mercè dei potenti di turno.

Caso La Russa-Ponzani, il presidente del Senato: «Rinuncio alla querela se la storica si scusa»

E così, nell’Italia del 2026, il Presidente del Senato Ignazio La Russa pretende le mie scuse (peraltro da “signora”, non da docente universitaria) per aver ricordato nel programma televisivo Otto e mezzo, il Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973. Una manifestazione missina vietata dalle autorità della prefettura, gli scontri, una bomba a mano che uccide con un colpo in pieno petto, l’agente di polizia Antonio Marino, di appena ventidue anni.

La mia imperdonabile colpa? Aver posto una semplice domanda: quale trattamento sarebbe stato riservato ai protagonisti delle manifestazioni violente degli anni Settanta se fossero state applicate loro le misure di sicurezza che oggi la destra invoca, con fermezza, contro chi protesta? Le domande, si sa, hanno questo inconveniente: non sempre consentono risposte rassicuranti.

L’antifascismo riguarda il presente e non le ombre del passato

Ma Marc Bloch, che pagò con la vita la sua scelta di libertà contro la tirannia nazista, ci ha insegnato che lo storico non è un giudice incaricato di distribuire assoluzioni e condanne. Il suo compito è comprendere. E comprendere significa anzitutto interrogare le fonti, contestualizzare le azioni, ricostruire le responsabilità, le culture politiche, le appartenenze, i linguaggi della violenza. Senza piegare il passato alle convenienze del presente.

Per questo non ho mai attribuito a Ignazio La Russa responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale. E l’assenza di una condanna non equivale all’inesistenza di un passato. Del resto basta entrare in un archivio.

I fatti

Già il 13 aprile 1973 l’Unità pubblicava in prima pagina la notizia dell’uccisione dell’agente Marino, accompagnata da una fotografia che ancora oggi restituisce tutta la brutalità di quella giornata. Altre immagini documentano la mobilitazione missina, mentre le cronache dell’epoca ricostruiscono il ruolo dei dirigenti del Fronte della Gioventù. Ma soprattutto esistono gli atti giudiziari, conservati e resi consultabili on line dall’Archivio Flamigni.

Nella sentenza istruttoria del Tribunale di Milano, procedimento n. 2278/73-A, compare il nome di Ignazio La Russa, indicato come responsabile del Fronte della Gioventù milanese. L’atto riporta una contestazione relativa alla promozione dei disordini del 12 aprile e all’incitamento dei militanti a raggiungere piazza Tricolore, nonostante il divieto del comizio missino. Ovviamente si tratta di contestazioni istruttorie, non di condanne. Una distinzione che considero indispensabile. Anche perché il rigore dello storico consiste anche nel riconoscere ciò che le fonti non consentono di affermare.

Evviva la memoria condivisa, ma se non rispetta la verità storica dei fatti è inutile

Ma quelle carte esistono. E non diventano meno autentiche perché la loro lettura può risultare sgradevole a chi oggi ricopre un’alta carica della Repubblica. Come noto, il 27 maggio 1975 la Corte d’assise di Milano condannò Vittorio Loi a ventitré anni, Maurizio Murelli a vent’anni e Nico Azzi a tre anni. Le pene furono successivamente ridotte in appello e confermate dalla Cassazione nel febbraio 1978.

Un processo costellato di fatti inquietanti come l’incendio nel palazzo di Giustizia di Milano che la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1977, distrusse parte degli atti di alcuni processuali, compreso quello contro Loi e Murelli. Documenti unici, frammenti di verità giudiziaria, consegnati per sempre alla cenere. È anche per questo che gli archivi non sono mausolei ma luoghi essenziali della democrazia, nei quali la società continua a interrogare sé stessa.

Trovo dunque singolare che il presidente del Senato abbia scelto di rispondere alle mie parole annunciando un’azione giudiziaria. E ancora più singolare (mi sia concesso) è il riferimento al «monitoraggio» delle dichiarazioni altrui. Come a dire, “colpirne uno per educarne cento”.

La Russa dà lezioni dal pulpito sbagliato: quel “giovedì nero” di Ignazio Benito

Monitoraggio. George Orwell, col suo 1984, ci aveva del resto avvertito: «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato». La storia, però, non è un ufficio stampa al servizio del potere e gli storici non sono tenuti a chiedere scusa perché un fatto documentato risulta politicamente scomodo. Se una mia ricostruzione è sbagliata, la si confuti. Si producano documenti, si confrontino le fonti. È così che si affronta una controversia storica in una democrazia. Non chiedendo allo studioso un gesto di contrizione.

Dunque, presidente La Russa, lei ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione, (diritto peraltro concesso a qualsiasi altro cittadino, persino a una “signora” come me). Come storica però io ho anche un dovere professionale, ovvero quello di interrogare il passato, anche quando riguarda le più alte cariche dello Stato. Erano, un tempo, i sovrani a pretendere genealogie impeccabili e cronache rispettose. E gli storici di corte (scribacchini proni al potere) avevano il compito di celebrare, non di interrogare. Così le biografie dei potenti venivano aggiustate, le sconfitte trasformate in vittorie, le responsabilità dissolte nella retorica della ragion di Stato.

La Repubblica italiana, fortunatamente, è nata per rompere con quella tradizione. Non è un caso che l’articolo 33 della Costituzione stabilisca che l’arte e la scienza siano libere e libero ne sia l’insegnamento. E attenzione, non si tratta di una concessione graziosamente accordata agli studiosi. Ma di una garanzia costituzionale, conquistata dopo vent’anni di dittatura, durante i quali anche la storia era stata trasformata in uno strumento di educazione all’obbedienza.
«Da sudditi siamo diventati cittadini», diceva Teresa Mattei, partigiana e madre costituente. «Perché abbiamo strappato la sovranità a un re traditore, a una casa Savoia traditrice e ce la siamo ripresa. Da quel giorno ognuno di noi è depositario di un pezzetto di sovranità».

Ecco il punto. Quella sovranità non fu riconquistata perché qualcuno potesse tornare a esercitarla come un privilegio personale, come se ci trovassimo nell’anticamera di un sovrano, in attesa di essere ammessi al suo cospetto, magari col capo cosparso di cenere, pronti a implorare clemenza per aver turbato la quiete di Sua Eccellenza. Quella sovranità fu conquistata affinché nessun cittadino dovesse più chiedere il permesso di pensare, di parlare, di studiare.
E soprattutto di ricordare. Perché i sovrani passano e i presidenti anche. La storia, invece, resta. E non chiederà mai il permesso di essere raccontata. Nemmeno ai potenti di turno.


Salvini rieletto leader vuol dire che allora possono farcela tutti


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] La fredda cronaca. Domenica, al congresso della Lega, Salvini è stato rieletto segretario per la quarta volta con 465 voti, più o meno il 76%, rispetto ai 146 voti presi dallo sfidante Massimo Garavaglia. Resterà in carica fino al 2030. Il partito ha pure cambiato nome in “Lega Italia Federale”, archiviando quindi il vecchio “Lega Salvini premier”. Questa notizia suscita subito tre fugaci riflessioni, che potremmo sintetizzare così: A) Chi diavolo se ne frega? B) Chi cavolo è Garavaglia? C) Quanto è messa male la Lega per ridursi a credere ancora nel leader politico più postumo di se stesso che esista in Italia (ex aequo con Renzi)? Esaurita tale prima ricognizione, la quarta rielezione di Salvini apre anche scenari più complessi. Per certi versi mitologici. E al tempo stesso dice molte cose. Per esempio queste. […]

Canna del gas. Rieleggere un politico che non ne becca una da (almeno) il Papeete 2019 è una sorta di autocertificazione di morte. Per quanto si conosca il livello medio del partito suddetto, risulta comunque difficile immaginare che in tutta la Lega non ci sia mezza persona più brava di Salvini. Evidentemente lo scenario interno al partito deve essere come minimo tragico, devastato e in ultima istanza post-apocalittico. Spiace.

Ottima notizia. La rielezione di Salvini è una buona notizia per il cosiddetto campo largo, nonché la prova che anche nella coalizione di governo i problemi siano tanti (e il livello medio bassissimo). Con tutti i difetti che ha, se i rivali da battere sono leader (sic) come Salvini e Tajani, il campo progressista può (potrebbe) finalmente cominciare a credere per vincere non serva essere Churchill, Roosevelt e Berlinguer. E che quindi (forse) basti pure essere Bonelli.

C’è speranza per tutti. Involontariamente Salvini ha fatto sì che tutto l’umano mondo avesse un boost di autostima. Se uno come lui è ancora leader di un partito (purtroppo) importante (?) e rilevante (??) nello scenario italiano, vuol dire che tutto è possibile e nulla è precluso. Non dobbiamo arrenderci mai: se ce l’ha fatta lui, possono farcela tutti. Grazie Matteo!

Un grande comico. È un’ipotesi improbabile, me ne rendo conto, ma potrebbe anche essere che Salvini sia stato scelto dall’assise leghista per le sue involontarie doti comiche. E dunque la sua vittoria sia figlia del desiderio dei dirigenti di continuare a ridere dalla mattina alla sera, grazie alla conclamata incapacità salviniana e alla sua mitologica propensione caricaturale. Se così fosse: grazie Lega!

C’mon satira! Il fatto che Salvini continuerà a essere al centro della scena è innegabilmente un vantaggio per tutti i comici, gli stand-up comedian e tutti quegli autori che amano fare satira, ma non sempre hanno l’ispirazione giusta. Ecco: basterà continuare a osservare e ascoltare Salvini e le battute nasceranno da sole. Purtroppo irresistibili.

Putinismo forever. La rielezione di Salvini servirà anche a continuare la narrazione per cui chiunque abbia perplessità sull’invio scriteriato di armi all’Ucraina vada indistintamente catalogato come “putiniano”, sia esso di sinistra come Fratoianni, progressista come Conte o profondamente destrorso come Salvini e Vannacci. Che bella informazione che abbiamo!

Sempre più a destra. L’unica considerazione prettamente “politica” (parola grossa) è che la rielezione di Salvini non fa che ribadire la strategia leghista di spostarsi sempre più a destra, facendo la corsa su Vannacci e puntando quindi su xenofobia, islamofobia, istinti retrogradi e pulsioni illiberali e antidemocratiche. E questo è l’unico aspetto che non fa ridere per niente.

Concludendo: “Salvini, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”. Ma anche no.


La “strategia di Erode” per soffocare la ribellione giovanile


(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Per capire Giorgia Meloni, occorre tornare a Erode, che voleva sopprimere Gesù alla nascita. Non riuscendo a individuarlo, Erode ordinò di uccidere tutti i bambini maschi di Betlemme e del territorio circostante che avessero due anni o meno. La strategia di Meloni per reprimere i manifestanti pacifici è ciò che chiamo la “strategia di Erode”. Mentre Erode cercava di eliminare Gesù alla nascita, Meloni cerca di eliminare l’“imprenditore politico” nella culla. Senza conoscere questo concetto chiave della sociologia, ciò che Meloni sta facendo contro i manifestanti in Italia diventa incomprensibile.

[…] Siccome la materia è complessa, devo esemplificarla in quattro punti: 1) In Italia ci sono migliaia di ragazzi pieni di rabbia che non si riconoscono nei partiti in Parlamento e che disprezzano Meloni per tre ragioni principali: il sostegno a Netanyahu, la criminalizzazione delle proteste non violente (il blocco del traffico, ad esempio) e la sua incapacità di risolvere i problemi più drammatici dell’Italia; 2) Questa massa di giovani arrabbiati, come è accaduto in Serbia, cerca di organizzarsi autonomamente per creare un movimento di opposizione al governo e a un modello d’Italia fondata sulle armi e sulla guerra, ma non può riuscire in questa impresa senza un “imprenditore politico”; 3) Un imprenditore politico è un attore che organizza il malcontento per influenzare le decisioni del governo: cosa assolutamente lecita nella società libera; 4) Volendo soffocare l’imprenditore politico alla nascita, Meloni estende le norme penali con i decreti sicurezza per aumentare le condotte ritenute “criminali”.

L’obiettivo politico di Meloni è che il malcontento diffuso rimanga senza capi affinché non si trasformi in mobilitazione organizzata in campagna elettorale. Con il tempo e la ricerca sociologica, diventerà chiaro che quasi tutti i fermati, i controllati, i perquisiti, gli identificati e gli accusati erano ragazzi onestissimi vittime della strategia di Erode.

Alcuni di questi ragazzi, o forse molti, essendo moderati, si radicalizzeranno per le ingiustizie subite. Meloni dirà che erano stati identificati perché sono radicalizzati, ma non dirà che si sono radicalizzati perché sono stati ingiustamente colpiti e magari sbattuti in prima pagina come “mostri”. La situazione è seria perché tutti gli indicatori che fanno soffrire gli italiani e scatenano le proteste di massa sono destinati a peggiorare. E Meloni non ha né le idee, né le risorse per risolvere i problemi. […]

Il rischio è che la crescita della repressione, cui abbiamo assistito in questi anni, blocchi l’ascesa di un nuovo imprenditore politico dal basso, impedisca quella che Vilfredo Pareto chiama la “circolazione delle élite”.

In questi casi, la rabbia popolare non scompare: viene soltanto repressa e compressa nel basso, senza canali reali di espressione e di rappresentanza. L’opposizione che Meloni teme di più non è nel Parlamento.

Il problema è come condurre l’opposizione delle piazze dentro il perimetro della democrazia liberale. Purtroppo, la cultura autoritaria di Meloni non induce all’ottimismo. Meloni non ha nemmeno un’idea sul modo in cui condurre un’operazione così importante per l’equilibrio del sistema sociale.


La seduzione della democrazia


(di Michele Serra – repubblica.it) – La partita è aperta: le destre nazional-populiste non hanno di fronte il nulla. A Belgrado sono state detronizzate da un movimento di studenti diventato marea democratica (si vede che le parole d’ordine “libertà e democrazia” da quelle parti non sono vecchio ciarpame, sono sinonimi di “futuro migliore”. Anche la Serbia dei giovani bussa alle porte dell’Europa).

In Brasile la sinistra di Lula, malgrado sia vecchia e logora, è stata preferita, a sorpresa, al bolsonarismo, che come il trumpismo è una versione muscolare e fascistoide del capitalismo di rapina. Disboscare l’Amazzonia per fare quattrini, evidentemente, non è un’idea che conquista tutti, e chissà che Bolsonaro jr non abbia perso anche per la brutalità (che a destra, con un eufemismo, chiamano franchezza) con la quale antepone il profitto agli interessi generali.

Vediamo come andrà negli Usa con le elezioni di metà mandato, ma l’ipotesi che il nazional-populismo di destra non abbia risposte adeguate da dare alla crisi mondiale va tenuta in considerazione. Negli ultimi anni si sono lette milioni di analisi su quanto è inadeguata alle sfide del tempo la sinistra. Ma se il giovane Bolsonaro perde secco contro un signore di 81 anni; e se Trump dovesse perdere il 3 di novembre; forse qualche utile analisi sull’inadeguatezza ai tempi di questa destra meriterebbe uno spazio almeno uguale.

E se il linguaggio rozzo e ributtante non fosse una geniale innovazione, ma fosse banalmente squalificante? Se lo fosse il bullismo politico? Se l’idea di Nazione e di Religione come salvezza identitaria fosse una bufala indigesta? Se il popolo non fosse così populista? Se i diritti, l’uguaglianza, la fratellanza tra i popoli avessero ancora un imprevisto potere di seduzione?


Ora Leonardino comprerà pure il Nyt, Marracash e (per errore) Marrakech…


Tutte le prossime mosse dell’ereditiere

Ora Leonardino comprerà pure il Nyt, Marracash e (per errore) Marrakech…

(estr. di Selvaggia Lucarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Leonardo Del Vecchio, dopo aver stretto la mano a Mattarella invitandolo probabilmente a lasciare il posto fisso al Quirinale per fare l’idraulico, ha deciso di comprare il Fatto. Del resto, come dichiarato in un video-podcast, è un grande tifoso della libertà di espressione. La sua, da diversamente acuto. Purtroppo però, si sa, le dipendenze non si curano (al massimo si spostano) e il rampollo, ora, ha quella dello shopping compulsivo. Dunque, dopo aver acquistato Acqua Fiuggi, Boem, Twiga, il 30% del Giornale e l’80% di Editoriale Nazionale, ristoranti, immobili, quote di Leone Film group e così via, gli resta un patrimonio di 4,9 miliardi di dollari da spendere. È per questo che, oltre a tentare di acquistare il Fatto (lasciando però invariati direttore e linea editoriale, sia chiaro), sta provando a mettere le mani su molto altro. Posso rivelarvi in anteprima gli investimenti futuri di LMDV che, tra l’altro, al contrario di ciò che tutti pensano, è l’acronimo di “Lucido Meno Di Vannacci”. […] Eccoli:

– LMDV comprerà Il Fatto, ma anche le tipografie dove viene stampato, l’inchiostro, la carta, i boschi, le montagne. La Forestale verrà lasciata autonoma, purché non consenta ai comunisti di campeggiare.

– Comprerà il rapper Marracash e, per un errore della segretaria, anche la città di Marrakech. Lascerà invariata la linea degli ingredienti del cous cous.

– Come anticipato da Libero, comprerà non solo il Fatto, ma proprio Marco Travaglio. Lui, la sua casa, i suoi parenti, gli effetti personali, le pause prima di rispondere, il sorrisetto beffardo, il numero di telefono di Conte, tutti gli “io l’avevo scritto”, le querele ricevute e quelle ancora in bozza. Gli lascerà invariata la libertà di pensiero, purché non gli venga in mente di dire e scrivere niente.

– Dopo che il New York Times, in una delle sue ultime inchieste, ha osato includere anche il suo nome tra quelli degli uomini che creerebbero falsi dossier per rovinare la reputazione di alcune donne, LMDV ha ovviamente deciso di acquistare la testata americana. Per stare proprio sicuro, rileverà anche la Statua della Libertà subito rinominata “statua della libertà di acquisizione”. La fiaccola verrà sostituita con una bottiglia di champagne. Ellis Island diventerà il Twiga Island e i grandi libri con i nomi degli immigrati verranno affidati ai suoi PR, che verificheranno chi era in lista e chi si è imbucato senza pagare il tavolo. Il sindaco di New York Mamdani potrà mantenere la propria indipendenza, purché gli lasci Manhattan come privé a Capodanno.

– Rimproverato di non parlare un italiano fluente, LMDV comprerà l’Accademia della Crusca, sostituendo la lingua italiana con “l’italiano spurio-biascicato”, dunque non sarà più lui a parlare male: saremo noi a non essere madrelingua. Tutti i vocaboli, dopo la riforma linguistica, andranno pronunciati rigorosamente come se il dentista di Del Vecchio, dopo l’estrazione, avesse appena detto “sciacqui”. LMDV comprerà anche la Treccani. Alla voce “merito” comparirà “vedi: successione”. Il congiuntivo potrà mantenere la propria indipendenza, purché non pretenda di essere praticato.

– Dopo la dichiarazione “sono stato con 2.000 donne” e la perplessità di tutti sulla poco credibile media giornaliera, LMDV comprerà l’Istat. Le donne potranno mantenere la propria indipendenza, purché confermino di esserci state e che è uno stallone. Sylvester potrà mantenere il cognome, purché riconosca di essere quello dei due meno dotato.

– Comprerà Chi vuol essere milionario?, trasformandolo in un programma di testimonianze strazianti sulle difficoltà economiche di chi non riesce a fatturare più di 900mila euro l’anno. Lascerà Gerry Scotti libero di chiedere “È la tua risposta definitiva?” a chi vuole, purché non sia previsto il “sì” per i soci del Fatto.

– Comprerà Report e lo obbligherà a indagare su chi abbia fatto entrare al Twiga tutti quei pezzenti con le Crocs. Gli inviati saranno comunque lasciati liberi di fare domande scomode, da “Non era meglio un paio di Hermes?” a “Ma non vi sudano i piedi?”.

– Dopo la dichiarazione “Giorgia Meloni è sexy” fonderà una nuova azienda, la “Duxottica”, per correggere le diottrie di tutti coloro che continuano a vedere una leader di maggioranza dove lui vede una maggiorata. Lascerà la massima indipendenza a Giorgia di cambiare i suoi occhiali quando vuole, purché gli ricambi almeno l’occhiolino.

– Acquisterà Fedez e Pulp Podcast. Finalmente prodotti che non richiedono interventi sulla linea editoriale.


Il terrorista


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Educati come siamo a “guardare ma non toccare” la roba d’altri, a non calpestare le aiuole, a non disturbare il conducente e altri bei comandamenti (inclusi i dieci canonici), nutriamo la più profonda antipatia per chi spacca vetrine. E anche per chi istiga a farlo. Ma, leggendo le accuse a Youssef Siher, ex stagista del nostro sito e ricercatore dell’Ispi, ci sorge qualche interrogativo. Non sulle accuse in sé (gli inquirenti tengono senz’altro nascoste le vere prove della sua attività eversiva – che non possono essere il nulla cosmico finora riportato dai media – per estrarle dal cilindro chissà quando). Ma sul concetto di “terrorismo” che quasi tutti i politici e i media prendono per oro colato. Ascanio Celestini fa notare che Tajani, alla condanna in primo grado di tre agenti dei Servizi egiziani per il sequestro di Regeni, poi torturato e ucciso, commentava: “I rapporti col governo egiziano non cambiano solo per una sentenza di primo grado”. Commento assurdo, visto che il regime è sicuramente responsabile del delitto Regeni (oltreché del golpe militare con cui salì al potere e di 13 anni di repressioni). Ma per Siher c’è molto meno di una condanna di primo grado: solo un fermo che non è neppure ancora un arresto. Quindi come può chi ignora le condanne provvisorie e pure definitive mostrificare un semplice fermato?

[…]

Se ci fossero dei video in cui spacca vetrine, picchia poliziotti, passa armi a qualcuno, se ne dovrebbe parlare: ma qui, al momento, c’è una chat creata dopo i saccheggi del 17 ottobre per organizzare e promuovere cortei di protesta e poco altro. Incluso l’“Allah akbar” sulla strage del 7 ottobre 2023 perpetrata da Hamas su 1200 israeliani, quasi tutti civili: strage orrenda come Hamas (che però purtroppo vinse le uniche elezioni nei territori palestinesi) e commento assurdo, ma non vietato da alcuna legge. Sennò i politici e i giornalisti che inneggiano a Netanyahu, il più grande terrorista del pianeta che di civili ne ha sterminati almeno 60 volte tanti, sarebbero tutti in galera. In una democrazia liberale ognuno inneggia a chi gli pare: se io impazzisco e fondo un Kim Jong-un Fan Club, devo essere libero di farlo. Divertente anche l’accusa di voler “fare la rivoluzione” come le “primavere arabe”. Ma se siamo in democrazia lo dobbiamo alle rivoluzioni inglese e francese, non proprio due pranzi di gala. E, per sostenere le primavere arabe, abbiamo bombardato la Libia. Quanto al “terrorismo”, è un concetto piuttosto elastico, appioppato già a Mazzini e ai partigiani. Un terrorista di al Qaeda e dell’Isis era al Jolani, ora presidente della Siria riconosciuto da tutto l’Occidente e omaggiato pure da al Tajani. Da terrorista a statista è un attimo, sempreché uno non faccia il Pro Pal in chat.


La protesta dei ragazzi non si ferma: “Il 30 ottobre scenderemo in piazza più furiosi”


Riflettori accesi sui 50mila che hanno manifestato sabato scorso nonostante il fermo del promotore del Movimento 17 Ottobre

La protesta dei ragazzi non si ferma: “Il 30 ottobre scenderemo in piazza più furiosi”

(di Alessandra Ziniti – repubblica.it) – «Ma caro governo, se le piazze sono invase e le strade prese d’assalto, non è per la mente di uno, è per la rabbia di tutti. Il 30 ottobre scenderemo in piazza ancora più furiosi. Tutti liberi! Youssef libero».

Youssef Sahir è in carcere, le pagine del suo Movimento 17 ottobre ferme ormai da tre giorni ma la protesta delle migliaia di ragazzi che avevano aderito agli account Telegram e Instagram non si ferma. I 50mila scesi in piazza sabato scorso in tutta Italia, nonostante il disorientamento provocato dal mancato arrivo delle indicazioni sui luoghi dove ritrovarsi città per città, preoccupano il Viminale. I manifestanti sono comunque riusciti a ritrovarsi, hanno dato vita a cortei non autorizzati, in alcune città si sono anche scontrati con le forze dell’ordine.

Le prossime manifestazioni guidate da Usb

La preoccupazione, dunque, a pochi giorni dalla nuova giornata di manifestazioni indetta per venerdì 30 ottobre dal sindacato autonomo Usb è quella solita. E cioè che possa verificarsi, soprattutto in alcune città come Torino, Milano, Bologna, Roma, quella che l’intelligence definisce la saldatura tra anarchici, antagonisti, centri sociali, studenti, Propal e naturalmente le migliaia di ragazzi molto giovani che si erano riuniti sotto le bandiere del Movimento 17 ottobre.

Cybersecurity segue i flussi sul web

In questi giorni il lavoro degli esperti della Polizia postale e della Cybersecurity scandaglia il web per seguire il flusso delle adesioni a vecchi e nuovi gruppi, su chat criptate e piattaforme come Telegram e Signal. Molti i gruppi che sono già venuti allo scoperto con post su Instagram come Galassia antisionista, associazioni di giovani di seconda generazione, Potere al Popolo, tutti uniti nella solidarietà a Youssef Siher al grido di “Quindi organizzare una manifestazione è reato? Organizzare il dissenso è reato? Siamo con Youssef Siher”.


Mantovano, molti ragazzi prima di darsi a saccheggi hanno assunto droghe


(LaPresse) – “Spesso i media sono infestati da messaggi molto suggestivi e suadenti verso l’avvicinamento sostanze stupefacenti, tanto più se si frequentano anche alcuni social. Questi messaggi passano, e in persone il cui sviluppo e la cui maturità è ancora in corso di formazione purtroppo certi messaggi vengono raccolti”.

Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano intervistato, via streaming, al Festival delle Regioni in corso a Firenze. “La vicinanza agli stupefacenti purtroppo attraversa ogni forma di devianza che oggi è presente a livello adolescenziale.

Nei disordini del 17 e 18 ottobre, e anche in quelli molto più contenuti e circoscritti dell’ultimo fine settimana, non trascuriamo un aspetto che purtroppo non ha avuto evidenza come gli altri, e cioè che molti di questi ragazzi, o almeno una fascia perché non voglio generalizzare, prima di darsi alle devastazioni, ai saccheggi, hanno assunto sostanze stupefacenti – ha dichiarato Mantovano -.

Ed è ovvio che se io conduco un’autovettura e taglio i freni, poi vado a sbattere. Purtroppo l’assunzione delle sostanze equivale al taglio dei freni nei comportamenti, anche in quelli che possono partire da una volontà di libera manifestazione e poi degenera in ciò che abbiamo visto”.