
(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Viene amaramente da sorridere a rileggere, oggi, i verbali della riunione congiunta del Comitato tecnico-scientifico per l’archeologia, le belle arti e il paesaggio con il Comitato tecnico-scientifico per i musei e la valorizzazione nella quale, sei mesi fa, abbiamo dato parere unanimamente ed entusiasticamente positivo per l’acquisto pubblico della tavola di Antonello da Messina che oggi è esposta al Meeting di Comunione e Liberazione. In quella occasione discutemmo a lungo di quale fosse la destinazione migliore da suggerire al ministero. Leggo nel verbale che “il professor Montanari, preso atto delle difficoltà di tipo istituzionale che presenta una destinazione alla Sicilia autonoma, sottolinea che Capodimonte sarebbe la sede naturale, da un punto di vista storico-artistico. Ma avanza anche il suggerimento di considerare gli Uffizi, nella loro veste non di collezione medicea, ma in quella di grande museo nazionale per eccellenza, di museo che contiene la narrazione filata della vicenda artistica italiana al livello più alto, narrazione dove Antonello è rappresentato da un’opera importante ma in pessime condizioni”. E mi passa del tutto la voglia di sorridere. L’acquisto di questa opera straordinaria, benché fatto al pieno prezzo di mercato in vista di un’asta internazionale, era sacrosanto. Ma la nullità culturale di questo ministro della Cultura, il livello infimo di questo governo e l’eterna servile sottomissione dell’alta dirigenza ministeriale del Collegio romano riescono a trasformare anche la migliore delle idee in un clamoroso disastro etico e scientifico. Così che oggi, dopo il furto scellerato di Messina e il prestito abietto a Comunione e Liberazione, mi viene perfino da chiedermi se quella meravigliosa tavoletta non avrebbe avuto vita più sicura e dignitosa in un grande museo di un Paese civile: più civile di questo, se non altro. È un pensiero terrificante, me ne rendo conto. Ma devo dire che più passano gli anni più capisco il pessimismo disperato di Federico Zeri circa la possibilità che la decaduta e desolante Italia politica di oggi riesca a essere all’altezza della sua storia artistica vertiginosa.
[…]
Non appena l’Antonello è arrivato in Italia tutto è andato nel peggiore dei modi. Prima la decisione del ministro Giuli di destinarlo all’Aquila: cioè in un contesto storico e artistico che nulla ha che fare con Antonello. Una decisione ispirata a non so quale demagogia culturale ridotta a un livello circense, condizionata dagli equilibri politici abruzzesi: una cosa che nemmeno nella più spinta parodia avremmo potuto immaginare. E qua si deve porre un problema strutturale: come è possibile che sia il ministro a decidere in quale museo destinare un’opera d’arte? È una decisione ovviamente scientifica, come dimostra il fatto che il parere compete al comitato nel quale anche io siedo. Parere che Giuli ha bellamente ignorato, sostituendo alla scienza la politica: la peggiore politica. Poi, di male in peggio, l’opera è stata esibita al Senato della Repubblica, secondo una prassi orrendamente inaugurata dalla destra di governo con il crocifisso falsamente attribuito a Michelangelo (in quel caso fu a Montecitorio, Fini presidente). Le fotografie di Ignazio Benito La Russa accanto ad Antonello da Messina avrebbero fatto rivoltare lo stomaco perfino a Giuseppe Bottai: altro che Marcinelle, idealmente in quel momento gli hanno dato le spalle generazioni e generazioni di storici dell’arte e funzionari integerrimi di un patrimonio culturale non inteso come trofeo del potere, ma come strumento di liberazione collettiva dalle piccole logiche contingenti della vita italiana. Infine, l’apoteosi di questi giorni: l’opera esposta da sola – come una reliquia, un feticcio, un corpo santo – alla fiera di Comunione e Liberazione. Cioè regalata a quella parte del mondo cattolico che ha banchettato nel modo più incestuoso con la destra, in una deriva di potere, vantaggi personali, affari e torbidi intrecci, che per anni è riuscita calpestare insieme il Vangelo e la Costituzione. Un regalo culturalmente e costituzionalmente blasfemo. Perché il patrimonio storico e artistico della nazione è di tutte e tutti: cattolici (anche quelli che, come me, esecrano Cl…), musulmani, ebrei, valdesi, buddisti… e, vivaddio, laici, agnostici, atei. E dunque non può essere tolto da un museo (ancorché il museo sbagliato) per impreziosire manifestazioni religiose. E perché il patrimonio è appunto della nazione, non del governo pro tempore che dovrebbe servirla (e non servirsene): e dunque nessun governo può usare i capolavori comprati con i sudati soldi delle tasse degli italiani per stringere o rinforzare alleanze politiche. Se le cose vanno avanti così, rischia che il governo faccia ad Antonello ancora più danni dei ladri di Messina. Danni morali: e, se continua a mandarlo in giro in modo così dissennato, speriamo non anche danni materiali.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Testa (si fa per dire). “Da Travaglio parole inaccettabili su Falcone. Chiedo alla presidente dei Premi Internazionali Flaiano, Carla Tiboni, di valutare l’immediata revoca del premio assegnato a Marco Travaglio” (Guerino Testa, deputato FdI, 17.8). “Oggi il cretino è pieno di idee” (Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, 1973). Che bel vedovo. “Cinque mesi dopo, la ‘maledizione del No’ ha colpito più i vincitori […]
(di Denis Grigorescu, Claudia Lee, Francesca Battaglia, Alfie Neville-Jones – the-sun.com) – Uno SPIETATO regime di sgherri del KGB ed eserciti privati potrebbe prendere il potere dopo la fine del regno di Vladimir Putin, hanno avvertito gli analisti militari.
Dopo decenni di controllo, è probabile che il dittatore lasci il caos dietro di sé, mentre diversi clan all’interno dell’élite del Cremlino «si faranno la guerra civile» in una spietata corsa al trono.
L’analista della guerra in Ucraina Jason Smart ha dichiarato a The Sun: «C’è un’altissima probabilità che scoppi una guerra civile tra i vertici dell’élite.
«Tra chi fa parte delle strutture dell’intelligence e chi appartiene all’esercito, e tra chi dispone dei propri eserciti privati e i veterani.
«Tutti questi diversi gruppi sono diametralmente opposti gli uni agli altri. Non lavoreranno insieme».
John Lough, primo rappresentante della Nato con sede a Mosca, ha affermato che la Russia sarà presto alla ricerca di nuovi leader, in un clima di crescente «aspettativa di cambiamento».
Ha dichiarato a The Sun: «Per un leader nella posizione di Putin, in qualsiasi sistema di questo tipo, è un momento pericoloso.
«Gli analisti ritengono che Putin stia cercando di trasferire il potere ai suoi fedelissimi, lasciandosi così spazio per occuparsi di responsabilità strategiche più ampie.
«Ma quasi certamente comincerà a perdere il controllo».
In attesa dietro le quinte c’è una spietata coalizione di funzionari dei servizi segreti ed eserciti privati, ha detto John.
Nonostante gli sforzi di Putin per controllare il proprio passaggio di potere, è improbabile che la transizione avvenga senza scosse.
Julian Waller, professore di studi russi alla George Washington University, ha dichiarato: «Non sappiamo come Putin uscirà di scena. Potrebbe morire improvvisamente, spegnersi a causa di una malattia o della vecchiaia, oppure potrebbe subire un colpo di Stato.
«Qualunque cosa accada, Putin ha insistito con estrema fermezza sulla necessità di impedire che venga designato un erede.
«Potrebbe diventare una minaccia, una fonte alternativa di potere, qualcuno attorno al quale le élite subordinate potrebbero stringersi.
«Quindi, al momento, non esiste un successore evidente: il campo è aperto».
E mentre Putin diventa «sempre più fuori dalla realtà», i clan dell’élite russa stanno valutando quale posto occupare nel regime post-Putin.
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha fatto schizzare alle stelle i costi della difesa del Paese, che nel 2025 hanno raggiunto 15,5 trilioni di rubli (£144 miliardi).
Di fronte al collasso economico, Putin si è rivolto ai miliardari russi affinché mantenessero a galla, con ingenti donazioni, un’economia devastata dalla guerra.
Ma le persone più vicine a Putin stanno silenziosamente trasferendo all’estero miliardi di dollari, rompendo i ranghi per prepararsi a una nuova Russia.
Anche i militari si stanno rivoltando contro il leader del Cremlino, sempre più disperato nel tentativo di sconfiggere l’Ucraina, spesso a spese delle proprie truppe.
Circa 1,2 milioni di soldati russi sono stati uccisi, feriti o risultano dispersi da quando Putin ha ordinato la sua invasione illegale dell’Ucraina oltre quattro anni fa.
E mentre Putin affronta perdite devastanti sul fronte, l’Ucraina ha portato la guerra del tiranno fin sulla soglia di casa sua.
Kyiv ha trascorso settimane a martellare i depositi petroliferi con droni all’avanguardia, prima di spostare il mirino su una serie di attacchi che hanno paralizzato la più grande piattaforma di e-commerce del regime.
Di fronte a una frustrazione crescente da ogni parte, Putin è sottoposto a una «pressione incredibile».
Jason ha dichiarato: «Deve mantenere soddisfatte le élite, coloro che sono a capo delle strutture di sicurezza.
«Ma sono proprio quelle persone quelle di cui dovrebbe avere più paura, perché possono agire per sostituirlo se decidono che non vale più la pena tenerlo al suo posto».
Secondo gli esperti, i successori più probabili di Putin saranno il Servizio di sicurezza federale (FSB) — l’ex KGB — oppure l’esercito.
Da quando è salito al potere, il leader del Cremlino si è affidato sempre più all’FSB per controllare le élite e la popolazione.
Dall’inizio del 2026, i poteri dei servizi di sicurezza sono stati ampliati drasticamente.
Secondo fonti citate da Bloomberg, l’élite russa teme che l’FSB stia «sfuggendo al controllo», mentre il presidente utilizza l’agenzia per mantenere il proprio potere.
L’esplosione di una bomba nell’esclusivo ristorante Balzi Rossi di Mosca il 1° agosto ha probabilmente consolidato la sua posizione, mentre il Cremlino era scosso dalla falla nella sicurezza, ha aggiunto la fonte.
Il tenente generale Igor Yerusalimov, 53 anni, alto comandante russo, sarebbe stato una delle cinque persone uccise nell’attacco che ha preso di mira la sontuosa festa del colonnello generale Alexander Chayko.
Quest’ultimo è rimasto illeso, ma la stampa russa ha riferito che sua figlia è rimasta ferita nell’esplosione.
Mentre le tensioni sul trasferimento del potere cominciano a divampare, la Russia deve prepararsi a un periodo di sanguinose lotte intestine, con diverse fazioni impegnate a contendersi il controllo.
Jason ha dichiarato: «Ci sono sempre più segnali del fatto che coloro che sono a capo dei servizi di intelligence comprendano di dover agire adesso per consolidare il potere.
«Per assicurarsi che nessun altro riesca a inserirsi e che siano loro a mantenere il controllo della Russia.
«Guardate cosa abbiamo visto nell’esercito russo. Negli ultimi anni sono stati arrestati circa 17 generali».
Dal 2024, numerosi vertici militari russi sono stati arrestati in casi sospetti di frode, corruzione e tangenti.
Jason ha dichiarato: «Chi è che dà loro la caccia? Chi li persegue? Ebbene, sono le persone provenienti dall’FSB.
«La storia russa ci dimostra che l’élite della Russia farà qualsiasi cosa per preservare il proprio clan e i suoi interessi».
Quando l’ex dittatore russo Joseph Stalin morì nel marzo 1953, i suoi principali vice formarono una tesa «leadership collettiva».
L’alleanza temporanea fu ferocemente brutale, alimentata da una lotta per il potere dalla posta in gioco altissima.
Ciascun membro era terrorizzato dall’idea che un altro potesse impadronirsi del controllo assoluto.
Nel giro di tre mesi, i vertici militari cospirarono contro il membro più temuto della coalizione, Lavrentiy Beria, che fu arrestato e giustiziato con un improvviso colpo di Stato.
Jason ha dichiarato: «Quando si prende il potere in una dittatura o dopo una dittatura, la fase più pericolosa è quella in cui le persone cercano di mettere in discussione la tua autorità.
«In questo momento ci sono diverse lotte di potere pronte a esplodere sulla questione di chi assumerà la guida della Russia».
Ma l’imminente lotta per il potere in Russia potrebbe anche tradursi in un improvviso cambiamento della politica estera.
Ha dichiarato: «Chiunque arrivi al potere dopo Putin dovrà fare i conti con un Paese lacerato, con un’élite pronta a scatenare una guerra civile contro le altre componenti dell’élite per consolidare il potere.
«Se tutti cercano di saccheggiare il Paese, se tutti cercano di estrometterti dal potere, allora hai bisogno di quei soldati.
«E ne hai bisogno a Mosca, non nel Donbas. Ti servono lì per poter proteggere il tuo regime.
«Chiunque arrivi al potere dopo Putin sarà con ogni probabilità disposto a sacrificare la guerra in Ucraina pur di conservare il proprio potere».
Sono rimasti in pochi i sinceri negazionisti climatici, infarciti di scemenze e ignoranti in assoluta buona fede.

(di Massimo Marino – eco-ecoblog.blogspot.com) – Resta ancora qualche imbroglione, che per scrivere qualcosa su un giornale destrorso fa finta di niente e non vede ne lo sterminio di anziani, ne boschi e foreste che bruciano, né le amate centrali nucleare fermate perché l’acqua è troppo calda e le meduse intasano i filtri degli impianti di raffreddamento, né i fiumi trasformati in paludi mefitiche, né le cime dei ghiacciai nude e spelacchiate. Figuriamoci se gli interessa che abbiamo superato i 430 ppm di CO2 ( quando ero un ragazzotto nel ’68 erano 320 ), oppure che come Italia abbiamo il penoso record nel mondo di auto per abitante ( circa 70 su 100 abitanti) ma entro alcuni anni avremo meno km di metropolitane per km2 del Bangladesh.
Niente da stupirsi se i padroni del mondo, (petrolio e gas, automotive, finanza, assicurazioni, armamenti, costruttori e cementificatori ) siano disposti a tutto pur di impedire, ancora per qualche decennio, di avviare una transizione planetaria che garantisca un futuro al pianeta nella seconda metà del secolo.
Alcuni anni fa mi convinsi che la battaglia culturale contro i negazionisti era solo una grande e inutile perdita di tempo, una trappola per sviare l’attenzione dai distruttori del pianeta che continuano a fare i loro sacrosanti maledetti affari e ci propongono una bella battaglia ideologica fra i realisti che difenderebbero l’economia e garantirebbero il lavoro ( oltre ai loro sacrosanti dividendi miliardari) e i catastrofisti dell’ambiente che propinerebbero irresponsabili ideologie ecologiste. Come sempre il modo migliore per arenare un serio terreno di scontro sociale, politico e culturale è quello di aggirare gli argomenti e le ragioni, inventare due poli e scatenare la battaglia delle curve da stadio o come quella fra i galli da combattimento che finisce con piume che svolazzano da tutte le parti mentre lo scommettitore se la svigna con il malloppo.
Otto anni fa la quindicenne Greta Thumberg, ragazzina anomala e irregolare, riuscì nel miracolo che nessun partito ne verde né di altro colore era stato in grado di fare, indicando all’attenzione del mondo e non solo alle giovani generazioni, la grave responsabilità che Istituzioni internazionali, Governi e Partiti avevano ( senza grandi differenze fra loro) nel permettere che una manciata di multinazionali e di autarchi straricchi e fuori di testa potessero trascinarci alla distruzione del pianeta e di tutti coloro che lo abitano nel giro di qualche decennio. Friday for Future e altre decine di sigle non tutte note e attendibili, con giovani leader nella scia di Greta, rilanciarono l’abc della protesta ambientalista, portarono milioni e milioni di persone in piazza in centinaia di manifestazioni e appuntamenti. L’onda verde coinvolse l’intero pianeta, dai paesi africani alle metropoli dell’occidente, dall’ONU alle COP. Nel 2022 Greta Thumberg pubblicò The Climate Book, un volume di 464 pagine contenente parecchi suoi interventi su diversi aspetti della crisi ambientale e varie decine di ottimi contributi dei principali esperti e scienziati di diverse zone del pianeta. Mi sembra umanamente il massimo che poteva fare e lo ha fatto con grande impegno.
La nostra casa è in fiamme … Non abbiamo un pianeta B … Come osate ? .. ( rivolto ai potenti del mondo e alle loro parole vuote ). Milioni di persone si riconobbero in queste rabbiose e sincere urla di protesta di una ragazzina. Ma il movimento non trovò gli interlocutori capaci di trasformare la protesta in concreti obiettivi in grado di combattere quelle istituzioni e quei gruppi di potere che facevano da muro per impedire una conversione planetaria dell’intero pianeta nel nuovo secolo che avanza. Dal 2022 i potenti che governano il mondo, con poche defezioni, capirono che non potevano permettere di essere messi da parte e si misero ad organizzare l’armata che attraverso tutti gli strumenti possibili ( media, contaballe, lobbisti, corruzione, repressione e violenza ) imponesse la loro sopravvivenza, almeno per qualche decina di anni, il tempo di arrivare miliardari e felici al camposanto, con un parola d’ordine semplice: va tutto bene così, non c’è nulla da cambiare, non ce ne andremo mai..
I consumi finali lordi di Energia nel 2025 in Europa (EU) sono stati pari a circa 115 Mtep ( milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) quasi costanti da alcuni anni e in lentissima discesa, almeno fino al 2030 nelle previsioni, rispetto ai 133 Mtep del 2010. Non è vero che i consumi energetici hanno continuato e continuano a salire, è solo un modo per ingarbugliare le carte che poi i numeri a consuntivo non avallano. Secondo il PNIEC del 2019 ( Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima ) tutti gli Stati europei dovrebbero definire propri obiettivi su 5 assi ( decarbonizzazione, efficienza energetica, sviluppo del mercato interno dell’energia, ricerca e innovazione, competitività). L’obiettivo finale al 2030 sarebbe prima di tutto quello di garantire per l’Europa il proprio contributo alla riduzione delle emissioni di climalteranti ( di fatto CO2 e metano compreso il carbone residuo) e di raggiungere circa il 40% di rinnovabili nella produzione energetica lorda totale ( corretto di recente al 42,5%) nel 2030. Poiché nel 2025 si è appena superato il 26% è praticamente impossibile che in meno di 5 anni si possa recuperare almeno in parte significativa i 16 pp ( punti percento) per mantenere l’impegno. Considerato che l’Europa sarebbe una delle aree del pianeta più virtuose, tanto più dopo la svolta nefasta data dalla seconda amministrazione Trump agli USA, gli effetti devastanti sul clima di almeno due guerre regionali di grande impatto, la evidente accelerazione della crisi climatica al di là delle previsioni in alcune aree come il bacino del mediterraneo e l’aumento esponenziale di incendi di grande dimensione nel centro-sud Europa, nell’ovest degli USA e in Brasile, in India e Tailandia, tutti gli obiettivi, più o meno validi ed efficaci, che ci siamo dati negli ultimi 30 anni , dalla COP1 di Berlino nel 1995 alla COP 30 di Belem del novembre 2025 sono andati in pezzi. Per quanto continuino a raccontarci la favola che i veri inquinatori sono Cina e India, dove in realtà i consumi pro capite sono molto più bassi di quelli altissimi degli USA seguita da vari paesi occidentali, gli eventi climatici degli ultimi tre mesi sono le avvisaglie di quanto ci aspetta non avendo fermato il modello energetico ereditato dal secolo scorso in tutto l’Occidente.
Mario Tozzi e Luca Mercalli ci hanno rovinato il ferragosto sostenendo che nel prossimo decennio rimpiangeremo il clima di questi tre mesi infernali. Lasciamo perdere i negazionisti e chiariamoci le idee sugli obiettivi che sono praticabili punto per punto, su chi sono i nostri veri nemici e come combatterli, come riportare la battaglia per il clima e la sopravvivenza del pianeta al centro dell’attenzione e dell’impegno.
Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il pessimo record dell’immobilismo sulle rinnovabili. Fermi al 48% di rinnovabili sul totale di produzione elettrica, pressoché un caso unico in Europa. Istallati solo 7,2 GW di nuove rinnovabili, con il fotovoltaico che ha un po’ compensato la crisi dell’idroelettrico in flessione per siccità e scarse piogge e l’eolico demonizzato da frange sociali minoritarie, più o meno spontanee, che non sapendo cosa è una centrale nucleare o a carbone o a olio combustibile sostengono che pale eoliche e campi fotovoltaici disturbano il paesaggio, l’agricoltura e il turismo. In Germania invece istallati 23 GW, in Spagna 11 GW , in Francia 8 GW. Per la verità viviamo nel più totale immobilismo energetico dal 2014-2015 quando i governi Letta e Renzi e fra gli altri l’intoccabile coppia De Scalzi-Scaroni alle aziende energetiche, scelsero tre strade mai cambiate dai sei governi succedutisi nei 10 anni successivi: privilegiare in toto le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, lasciare tutti gli spiragli aperti possibili sognando il ritorno al nucleare, mantenere ai margini lo sviluppo delle rinnovabili ( troppo convenienti per gli utenti finali e per migliaia di piccole e medie imprese e meno remunerative per le grandi aziende e per l’intera trafila di trasformazione e commercializzazione del settore fossile in piena intesa con l’automotive). Così mentre alcune decine di paesi si avviavano pur moderatamente sulla strada delle rinnovabili, fra il 2014 e il 2026 abbiamo perso il tempo prezioso che ci restava per cambiare il modello energetico dopo aver fermato con due referendum (1987 e 2011) la scelta costosa, pericolosa e fallimentare del nucleare. Nel 2014 su una domanda energetica totale di 79 TWh avevamo 27,1 TWh di rinnovabili. Nel 2026 prevediamo 79,9 TWh di domanda totale e 28,9 TWh di rinnovabili: praticamente immobili.
La conseguenza della mancata conversione è nota e riassumibile in pochi dati: nel 2025 abbiamo speso 53 miliardi all’estero per importazione di combustibili fossili: di recente per lo più GNL dagli USA e petrolio da Libia, Azerbaigian e Kazakistan oltre a una quota non definita ancora dalla Russia anche attraverso triangolazioni e navi più o meno fantasma.
Confesso che ho visto con perplessità la nascita e le prime azioni dei nuovi gruppi di ecologismo radicale tipo Exctinction Rebellion dal 2019 e la derivazione successiva di Ultima generazione dal 2021. Dopo 40 anni dalla nascita dell’ecologismo politico negli anni ‘80, la moltiplicazione di decine di sigle del campo ambientalista in tutto l’Occidente europeo, l’esperienza ( e i fallimenti) della presenza istituzionale a tutti i livelli dei Verdi, il contributo, alla fine tutto sommato dignitoso ma circoscritto, delle vecchie associazioni dell’ambientalismo da Greenpeace alla Legambiente, penso che i flash mob nonviolenti con l’imbrattamento di monumenti e fontane, la rottura di palle verso gli automobilisti con blocchi stradali o autostradali per ricordare che abbiamo un pianeta da salvare e che i negazionisti si sbagliano, non l’ho trovato un grande contributo di novità rispetto alla evidente crisi dei movimenti ambientalisti della precedente generazione. Un abisso comunque, sul terreno mediatico, rispetto al coraggioso impegno di Greta Thumberg dopo il quale ben altro dovevamo inventare. Anche questa fase storica mi sembra al termine e poiché “ il re è nudo” e ( aggiungerei ) sta andando a fuoco, quello che serve è precisare gli obiettivi, che oggi non sono per niente chiari, ed avere il coraggio di farli maturare con il consenso di una larga parte della società e delle generazioni che abitano il pianeta nella prima metà di questo secolo.
1) A partire dal 2027 con il nuovo governo, quasi irrilevante che sia di cdx o di csx, è necessario recuperare almeno parte del terreno perduto nelle nuove istallazioni di rinnovabili con l’obiettivo di 12-13 GW annui per 4 anni per un totale che a fine 2030 si avvicini ai 50GW e con un impegno economico di almeno 25 mld totali. Il recente decreto FER del governo di agosto, approvato dall’EU, prevede un totale di 37,15 GW e 23 mld di impegno. L‘obiettivo 50GW/25mld è assolutamente realistico e a mio parere dovrebbe essere uno dei 10 punti principali di una qualunque alleanza elettorale che voglia davvero promuovere il cambiamento del modello energetico e almeno moderare la crisi climatica. In particolare le nuove istallazioni, così come l’impegno di spesa dovrebbero essere suddivise in parti più o meno uguali fra Fotovoltaico di piccola taglia ( sui tetti delle abitazioni ), fotovoltaico a terra, eolico di grandi dimensioni in e off-shore. Diversi studi indicano che interventi di queste dimensioni hanno un impatto irrilevante sul consumo di suolo specie agricolo, in tutte le stime di gran lunga inferiore all’1%. Dubito che lo stesso decreto del governo del 6 agosto abbia davvero un futuro con governi simili a quello attuale o degli ultimi decenni. Un cambiamento non è prevedibile senza un rapido avvicendamento dei vertici dei quattro enti principali su cui il governo ha una qualche influenza ( ENI, ENEL, TERNA, ARERA) i cui esponenti vedono la conversione energetica con gli occhi rivolti al secolo scorso ( petrolio, gas e nucleare) e poco rivolti agli interessi futuri delle nuove generazioni e del clima. “ 50/25 “ potrebbe essere il fulcro dei futuri flash mob, oltre che un punto di programma elettorale, lasciando in pace questi poveretti che in qualche anfratto del Consiglio dei ministri, del Parlamento e dei Media sbandierano ancora il negazionismo climatico per farci perdere tempo e soddisfare le richieste delle lobby.
Restano aperti i problemi imposti dalla criminale arroganza ( la chiamano gentilmente “speculazione “), con la quale si impone a 60 milioni di utenti un “prezzo marginale” della bolletta energetica che di fatto corrisponde al prezzo più alto specie del mercato del gas estratto ( che viene in buona parte stabilito da un gruppo di finanzieri in Olanda e in Texas ) e che viene attribuito all’intero mercato elettrico anche se questo è ormai per almeno il 50% prodotto con le rinnovabili che hanno costi della metà o di due terzi minori della produzione termoelettrica. Insomma ci prendono per il culo e ci rubano anche un plus di soldi. La questione, solo apparentemente complessa, è semplice: Il governo deve imporre ai soggetti economici che il prezzo abbia un rapporto ragionevole e trasparente con l’origine e i costi reali di quanto prodotto. Insomma garantire un profitto e non attuare una rapina agli utenti imbelli. Va chiarito che tutto ciò nulla centra con le accise, l’unica tassa ( sacrosanta) che finanzia sanità, trasporti e istruzione pubblica, che anche i ricchi pagano e che nel caso del gasolio forse dovrebbe essere almeno simbolicamente aumentata, non diminuita per qualche settimana. Conseguentemente, considerato che non c’è alcuna scarsità di approvvigionamenti né di gas né di petrolio, ma al massimo di alcuni prodotti di raffinazione a basso costo, causata sull’intero pianeta solo dai bombardamenti degli impianti ( da parte di USA e Iran, e vicendevolmente da Russia e Ucraina ). Non c’è nessuna giustificazione per gli extraprofitti, tanto meno di aziende ( compreso l’automotive ) e banche, italiane o europee, che non hanno né problemi finanziari né di approvvigionamenti ma solo della quota di dividendi, sempre in crescita, stante anche il fatto che da Hormuz transita meno del 20% dei combustibili fossili.
2) Per quanto succeda spesso che anche sui media si confonda i consumi energetici totali con quelli elettrici, i trasporti e in particolare la mobilità urbana e aerea sono ancora pressoché totalmente attribuibili ai combustibili fossili ( gasolio, benzina, gpl e metano, kerosene). Circa il 95% nel mondo, almeno il 90-92 % in Italia ed Europa. In Italia il settore dei trasporti e della mobilità rappresenta circa il 33 % dei consumi finali di energia totali del Paese. Vuol dire circa 38 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) all’anno, praticamente il settore più energivoro in assoluto. Ad oggi la mobilità elettrica è pressoché irrilevante tanto più se, come ricordava ai suoi tempi l’AD della Fiat-Chrysler Sergio Marchionne, una gran parte delle batterie viene ancora caricata dalle produzioni termoelettriche e non da rinnovabili. Siamo un paese anomalo, con il record assoluto di auto per abitante di tutto il pianeta, quasi 70 auto ogni 100 abitanti, una follia. Si accompagna, come ovvio, all’altro record negativo: abbiamo la rete di metropolitane più miserabile del pianeta. Poco più di 250 km in totale. Per dare un idea la città di Madrid da sola ne ha 291 km. Germania, Gran Bretagna e Francia sono ben al di sopra dei 600 km. La Cina ha superato i 12mila km. Almeno il 90% di italiani non è mai salito su una metro e non ha molto chiara la abissale differenza con un autobus o un tram. Molti ambientalisti un po’ retrò ritengono che “ i mezzi pubblici e collettivi”, che non so perché andrebbero contrapposti all’auto, siano quei rottami tecnologici del secolo scorso, inquinanti, rumorosi, costosi, spesso anche scomodi e normalmente impantanati nel traffico urbano ( incroci, semafori, a volte strisce pedonali.. ) chiamati bus e tram, le cui versioni a metano ed elettriche, vanto di Sindaci che si riterrebbero di sinistra e non so perché ecologisti, a parte la manutenzione hanno costi da rapina e infatti sono costruiti, grazie anche ad un malinteso PNRR, per svuotare i bilanci dei Comuni. Ovviamente continueremo a usare le auto in tutti i casi e le situazioni in cui non possiamo farne a meno ma in tutte le occasioni ( rare) in cui si sono completate nuove tratte di metro gli utilizzatori reali sono stati 2 o 3 volte quelli che erano stati stimati ( vedi il caso della modesta linea 1 di Torino).
La caratteristica unica e dirompente delle metropolitane è il percorso dedicato ( cioè privo di incroci, semafori e attraversamenti pedonali ) ma anche la possibilità di carico di utenti consistente riducendo e rendendo più scorrevole il flusso di auto. Nelle grandi metropoli è indispensabile la costruzione di una rete ( che si estenda normalmente in quattro direzioni e che venga circoscritta da uno o due anelli in modo da risultare il sistema di spostamento più efficiente in tutte le direzioni ( come costi, come tempi, come inquinamento, come velocità, come stress, come socializzazione ). E’ mia opinione che l’uso delle metro va ben al di là di quello attuale: con poche eccezioni nei 140 Comuni italiani sopra i 50mila abitanti è utile e conveniente avere almeno una linea di metro ( cioè una linea dedicata, sotterra, sopraelevata o a raso )che attraversi il territorio da una parte all’altra, e almeno due linee incrociate nei 45 comuni sopra i 100mila abitanti. Sono necessari in Italia almeno 1000 km di metro nuovi per avviare seriamente la conversione della mobilità. Tutto il resto ( piedi, bici, monopattini, car sharing, car pooling, .. ), sono attività divertenti e salutari ma, specie in Italia, hanno un impatto insignificante sulla mobilità totale. La metro diffusa anche ai comuni medio-piccoli avvantaggerebbe all’incirca 22 mil di abitanti. Ipotizzando un costo di costruzione con grande approssimazione di 100-120 mld ( 100-120 mil/km) si tratta di 10-12 mld all’anno per 10 anni. Per chi ritenesse che io sia uno squilibrato o stia sognando ( “i soldi non ci sono” direbbe il divertente Cottarelli di turno ) ricordo che nel 2025 abbiamo speso 45 mld/anno per la spesa militare al 2 % del PIL secondo gli std NATO e che dovremmo raggiungere i 113 mld/anno ( 68 mld in più all’anno ) se volessimo arrivare al 5% del PIL come richiesto dal nostro boss di oltreatlantico.
Soltanto degli squilibrati ( oltre ai padroni dell’automotive ) possono pensare che entro il 2035 potremo ancora aumentare le auto e gli altri mezzi simili circolanti nel mondo dagli attuali 1,7 mld a 2,8 mld, a prescindere dalla lontana possibilità che 5-600 milioni siano del tutto o in parte elettriche (sono meno di 80 milioni oggi). In realtà ci stanno semplicemente prendendo in giro. La verità è che il secolo dell’auto come vettore e simbolo dominante della mobilità è quello passato e che abbiamo ancora una decina di anni per tentare di contenere il disastro in cui ci siamo cacciati.
Qualche parola per chi fosse preoccupato per il ridimensionamento del settore dell’auto. Gli occupati diretti nel settore automotive in Italia sono all’incirca 170 mila ( su 10 milioni di operai totali del settore privato) ai quali vanno aggiunti quasi altri 100mila indiretti. Nel 2000 gli addetti erano 500 mila e la loro drastica riduzione prima che al declino, già in corso, del settore è dovuta come è noto ai processi di automazione spinta. Degli attuali addetti nel corso del 2025 parecchie decine di migliaia hanno usufruito di periodi di Cassa Integrazione parziale o totale. Soltanto Stellantis nel 2025 ha usufruito di ammortizzatori sociali vari per circa 20mila dei 36 mila addetti (62% degli addetti). Fra il 2020 e il 2024 Stellantis ha ridotto gli addetti effettivi di circa 10mila unità da 37mila a 27mila. Invece il settore delle rinnovabili e quello modestissimo della mobilità alternativa all’auto si avvicina già alle 100 mila unità. Il rilancio delle rinnovabili e dei nuovi sistemi di mobilità come proposti in questo intervento come punto centrale di una alleanza di alternativa, richiederebbero nuovi addetti in numero notevolmente al di sopra di quelli oggi coinvolti dagli interventi di ammortizzatori sociali dell’ automotive ma sarebbero distribuiti in molte centinaia di aziende di piccola e media dimensione e impegnerebbero alla fine molto meno risorse. L’unico aspetto effettivamente negativo è che avremmo nel settore energetico e dell’automotive, una decina in meno di multimiliardari in Europa e nel mondo. Consiglierei agli amici di AVS e soprattutto del M5S, a cominciare da quelli al Parlamento Europeo fino alla Sardegna ( che a mio parere sono deragliati fuori strada e si sono smarriti ) di lasciar perdere le richieste di sostegno al settore automotive o di riduzione delle accise e chiedere con più impegno la semplificazione legislativa e burocratica utile al rilancio delle rinnovabili, della mobilità alternativa all’auto, oltre alla riconversione urbana e delle abitazioni con la tutela del verde esistente. Argomento che tratterò in un successivo intervento.
Melonellum: così un vecchio ricorso rischia di silurarlo. Il 29 ottobre l’udienza in Corte di Cassazione

(di Letizia Giostra – ilfattoquotidiano.it) – C’è una data da segnare sul calendario. Il prossimo 29 ottobre, infatti, la Corte di Cassazione dovrà esprimersi sull’attuale sistema di voto, il Rosatellum. Alcuni elettori hanno presentato ricorso sostenendo che ci siano al suo interno diversi elementi di incostituzionalità. Se i giudici dovessero dare ragione ai ricorrenti, potrebbero esserci effetti anche sulla legge elettorale in corso di discussione.
Il Comitato Iniziative Popolari, infatti, sostiene che alcune criticità accomunino tanto il Rosatellum quanto il Melonellum, a partire dalle forzature nell’approvazione dei due testi. Tradotto: se la Cassazione rimetterà il Rosatellum alla Corte Costituzionale, la stessa Consulta finirà per esprimersi anche sulle criticità denunciate riguardo la legge elettorale che il centrodestra vuole approvare a settembre. Le questioni già all’esame sul Rosatellum dimostrano quali potrebbero essere le possibili ricadute sul Melonellum, come evidenziate da Marco Ladu, professore associato di diritto costituzionale all’università eCampus. Si parte dalle diverse soglie di sbarramento, che potrebbero lasciare privi di rappresentanza milioni di elettori. E si continua “con la sede regionale del voto per il Senato, che viene superata a livello nazionale per la distribuzione dei seggi ma viene invece mantenuta per la loro specifica attribuzione ai partiti e ai candidati nelle varie circoscrizioni”. Per il premio di maggioranza il calcolo avverrebbe su base nazionale, per poi essere distribuito fra le Regioni a prescindere dall’esito. Il rischio? Che i seggi del premio potrebbero essere assegnati alla coalizione che in quel territorio ha perso. Spiega Ladu: “Nel ddl costituzionale sul premierato si era previsto di intervenire sull’articolo 57 della Costituzione proprio per rendere possibile l’attribuzione al Senato di un premio calcolato su base nazionale. Quella previsione equivaleva al riconoscimento che, a Costituzione invariata, un simile risultato non è consentito. Oggi il medesimo risultato si persegue con legge ordinaria”.
Ci sono anche gli svantaggi per i partiti outsider, obbligati a raccogliere firme su firme per la loro sopravvivenza. Ma ad essere escluse sono anche le formazioni con consensi elettorali superiori a quelli degli insider. Per il Comitato è una “discriminazione”, poiché non verrebbe rispettato l’indice di rappresentatività reale. Ma il nodo centrale resta l’impossibilità per l’elettore di scegliere liberamente chi dovrà rappresentarlo. Un’evidente difficoltà causata dalle liste bloccate, pluricandidature, listone nazionale del premio e dall’assenza del voto di preferenza. Anche l’emendamento sulle preferenze manterrebbe infatti i capilista bloccati. Il professore prosegue: “La sentenza della Consulta del 2014 non ha colpito le liste bloccate in quanto tali, ma la condizione dell’elettore posto nell’impossibilità di conoscere chi elegge. Nel Melonellum il meccanismo è replicato e dovrebbe essere reputato incostituzionale”. L’obbligo d’indicazione del candidato premier, invece, inciderebbe sul potere di nomina riservato al presidente Mattarella, mentre tra i profili sottoposti alla Cassazione contro il Rosatellum c’è la legittimità del procedimento, terminato con il ricorso alla questione di fiducia.
Gli eurodeputati meloniani scrivono al vicepresidente per “tutelarsi” sulla violazione dell’European Media Freedon Act in vista della rimozione del conduttore

(ilfattoquotidiano.it) – “Nessun attacco politico”, sostengono. Anzi: “Sbilanciamento e faziosità di Report sotto la sua conduzione”. Alla vigilia dell’ormai annunciata rimozione di Sigfrido Ranucci dalla trasmissione di giornalismo d’inchiesta della Rai, Fratelli d’Italia sposta l’attacco in Europa e prova a “tutelarsi” alla luce di possibili violazioni dell’European Media Freedon Act, il Regolamento europeo sulla libertà dei media che disciplina anche l’indipendenza del servizio pubblico.
Gli eurodeputati del partito di Giorgia Meloni hanno scritto una lettera al vicepresidente esecutivo della Commissione Europea, Henna Virkkunen, per “respingere la narrazione della sinistra” sull’attacco politico in corso contro il programma. Nel testo, primo firmatario Stefano Cavedagna e sottoscritta dall’intera delegazione meloniana, compresi Carlo Fidanza e Nicola Procaccini, si arriva a denunciare “lo sbilanciamento e la faziosità di Report” durante la gestione di Ranucci, sotto attacco dal giorno in cui è stato arrestato Valter Lavitola, suo amico, con l’accusa di essere il mandante dell’attentato che colpì l’auto del giornalista lo scorso ottobre.
La lettera denuncia le “cosiddette ‘inchieste’ contro FdI”, definendola “teoremi” che che “non hanno mai dimostrato nulla, piene di allusioni o supposizioni, fatte con il ricorrente uso del condizionale, confezionate ad hoc per gettare ombre e discredito più che fare inchiesta giornalistica”. Secondo l’analisi citata nella lettera, “su 404 inchieste esaminate dall’insediamento del governo Meloni, il 43,5% dell’intera produzione giornalistica della trasmissione concentrata, in forme diverse, su FdI e sulla sua leader”.
Le contestazioni, quindi, non riguarderebbero secondo FdI il “diritto” di Report di “svolgere inchieste” perché “la libertà di informazione è sacrosanta”, ma “il suo utilizzo sistematico a senso unico da parte di un programma del servizio pubblico non lo è e lede proprio le norme europee improntate all’imparzialità e all’equilibrio, richiamate dall’Emfa in più articoli”. Immediata la riposta del M5s: “Pensavamo a uno scherzo: il partito che ha trasformato la Rai in un campo di conquista piazzando amici, militanti e perfino amanti dappertutto, scrive a Bruxelles per denunciare ‘la faziosità’ di Report. I loro conduttori, da Cerno a Monteleone, sono invece maestri di imparzialità e fanno ascolti record, vero?”, scrivono gli esponenti pentastellati in commissione Vigilanza Rai.
“Ma poi quale faziosità, visto che Report ha fatto sempre inchieste su tutti? Quale inchiesta su Fratelli d’Italia sarebbe falsa, visto che finora tutte le querele andate in giudizio non hanno mai visto Report soccombere? Ma questi meloniani non si sentono ridicoli a invocare addirittura il Media Freedom Act, quello stesso regolamento Europeo e stanno impunemente ignorando bloccando la riforma della Rai e proponendo un testo che torna a violarne apertamente i principi?”, aggiungono e definiscono Fratelli d’Italia “come Netanyahu o Ben Gvir”. Tradotto: “Vuole terminare l’opera di colonizzazione della Rai andando a colpire una trasmissione che non ha fatto altro che dare seguito alla vagonata di materiale che questo governo gli ha fornito, con Santanchè, Urso, Delmastro e altri esponenti della maggioranza. La lettera non devono scriverla alla Commissione europea. La devono scrivere agli italiani chiedendo scusa per lo schifo che in quattro anni hanno fatto in Rai. E che stanno continuando a fare sulla pelle di Report, del giornalismo di inchiesta e di quel briciolo di credibilità che era rimasta al servizio pubblico da quando ci sono loro al governo”.
Padre di almeno quattordici figli, il miliardario rilancia la tesi di James Lucas e torna sulla convinzione che lo accompagna da anni: il crollo della natalità minaccia la sopravvivenza delle civiltà

(Marina Palumbo – lastampa.it) – Undici parole, un impero e una paura molto contemporanea. «The reason Rome fell was because they stopped making Romans», ha scritto Elon Musk su X: «La ragione per cui Roma cadde è che smisero di fare romani». Vale a dire figli, nuovi cittadini, persone alle quali consegnare il futuro dell’impero.
Musk non ha lanciato la frase nel vuoto. Nel post pubblicato sabato 22 agosto ha rilanciato una lunga riflessione di James Lucas, autore e divulgatore che attraverso la newsletter Beauty is truth racconta storia, arte, architettura e natura. Il suo punto di partenza è semplice: «Pensiamo che il crollo della natalità sia un problema moderno. Non lo è».
Il meccanismo, nella ricostruzione di Lucas, si ripete da secoli. Una società raggiunge il vertice della ricchezza e dell’agio e proprio allora le persone smettono di fare figli. A quel punto né leggi, né incentivi, né somme di denaro sembrano capaci di riportarle indietro. Accadde già a Roma duemila anni fa, sostiene, quando l’uomo più potente del mondo provò a ordinare per legge qualcosa che neppure un imperatore era in grado di ottenere.
Quell’uomo era Augusto. Al termine delle guerre civili, mentre Roma si preparava a vivere una delle stagioni più potenti e prospere della sua storia, l’imperatore si preoccupò del numero ridotto di matrimoni e figli soprattutto fra le classi più ricche. Nel 18 avanti Cristo arrivò la Lex Iulia de maritandis ordinibus; nel 9 dopo Cristo la Lex Papia Poppaea la rafforzò e in parte la corresse. L’obiettivo era incoraggiare il matrimonio, contrastare il celibato e aumentare le nascite.
Gli strumenti scelti erano meno sentimentali. Gli uomini fra i 25 e i 60 anni e le donne fra i 20 e i 50 che non si sposavano potevano subire pesanti limitazioni sulle eredità e sui lasciti; anche le coppie senza figli vedevano ridotta la quota che potevano ricevere. Chi invece si sposava e metteva al mondo bambini otteneva vantaggi, precedenze nella carriera pubblica e privilegi giuridici. Alle donne libere con almeno tre figli — quattro se liberte — poteva essere riconosciuto lo ius trium liberorum, che le sottraeva fra l’altro alla tutela maschile. Alla stessa stagione legislativa apparteneva la Lex Iulia de adulteriis coercendis, con la quale l’adulterio usciva dalla sola dimensione familiare e diventava un reato pubblico. Le diverse leggi formavano insieme il progetto augusteo di intervenire sulla vita privata dei romani.
La storia non manca di una piccola ironia: secondo Cassio Dione, Marco Papio Mutilo e Quinto Poppeo Secondo, i due consoli che diedero il nome alla Lex Papia Poppaea, non erano soltanto senza figli. Non erano nemmeno sposati.
Lo stesso Cassio Dione, scrivendo molto tempo dopo i fatti, racconta una scena quasi teatrale. Durante alcuni giochi pubblici, i cavalieri romani avevano chiesto con insistenza l’abolizione delle norme contro celibi e coppie senza figli. Augusto li convocò nel Foro e li divise in due gruppi: da una parte gli uomini sposati e i padri, dall’altra tutti gli altri. I secondi risultarono molti di più.
Nel discorso che lo storico attribuisce all’imperatore, Augusto arrivò ad accusarli di «commettere omicidio» non generando i propri discendenti e di tradire Roma rendendola sterile. Una città, sosteneva, è fatta di esseri umani, non di case, portici e piazze vuote. Poi aumentò i premi destinati ai genitori e rese più severe le conseguenze per gli altri. Cassio Dione racconta anche le resistenze e i tentativi con cui Augusto cercò inutilmente di convincerli.
Neppure la pressione dell’imperatore bastò. Svetonio riferisce che le norme furono accolte tanto male da dover essere attenuate e che alcuni cercarono di aggirarle fidanzandosi con ragazze troppo giovani per il matrimonio o cambiando moglie di frequente. Tacito, ancora più amaro, scrisse che la legge non era riuscita a rendere popolari il matrimonio e la famiglia: non avere figli continuava a essere di moda, mentre aumentavano soprattutto gli informatori pronti a denunciare chi violava le disposizioni.
È su questo fallimento che Lucas costruisce il parallelo con il presente. Al suo post accompagna una curva della popolazione romana che, dopo aver raggiunto il culmine, comincia a scendere. La conclusione è che nemmeno il potere di Augusto riuscì a invertire la tendenza: se non ce la fece un impero capace di distribuire premi, imporre sanzioni e mettere mano alle eredità, difficilmente potranno farlo i governi moderni.
La parte documentata del racconto finisce però qui. Che Augusto fosse allarmato e che le sue leggi incontrassero resistenze è certo. Molto più difficile è stabilire quanto abbiano inciso sulle nascite. Lo storico Andrew Wallace-Hadrill osserva che mancano le statistiche demografiche necessarie per ricostruire l’andamento reale: persino i censimenti romani non permettevano di distinguere l’aumento dovuto ai nuovi nati da quello prodotto dalla liberazione degli schiavi e dalla concessione della cittadinanza. L’efficacia di quelle norme resta quindi oggetto di dibattito tra gli storici .
Ancora più lungo è il salto fra la crisi della natalità denunciata da Augusto e la caduta di Roma. Quelle leggi furono promulgate all’inizio dell’impero; la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente arrivò nel 476, oltre quattro secoli e mezzo più tardi, dopo guerre civili, epidemie, perdita di territori, crisi finanziarie e militari e invasioni. La bassa natalità di alcune classi romane può aver partecipato alle trasformazioni demografiche dell’impero. Non basta, da sola, a spiegarne la fine.
Peraltro Roma continuò a “fare romani” anche in un altro modo. Nel 212 l’imperatore Caracalla concesse la cittadinanza a quasi tutti gli abitanti liberi dell’impero attraverso la Constitutio Antoniniana. Con un solo provvedimento, persone nate in province lontanissime divennero romane senza bisogno di discendere dalle antiche famiglie della capitale. L’identità romana, a quel punto, era ormai politica e giuridica oltre che familiare.
Per Musk, comunque, non si tratta di una convinzione nuova.
Il miliardario – apertamente pronatalista – ha avuto almeno quattordici figli pubblicamente noti con quattro donne; tredici sono viventi, perché il primogenito Nevada Alexander morì a dieci settimane. Mentre da anni indica nel crollo demografico uno dei maggiori pericoli per il futuro dell’umanità, nella propria vita ha seguito con una certa coerenza la traiettoria opposta.
Nel 2024, durante un’intervista con Lex Fridman, aveva già sostenuto che le civiltà, dopo un lungo periodo di prosperità, tendono a fare meno figli. «Se una civiltà non mantiene almeno il proprio numero, scomparirà», aveva spiegato. Il nuovo post è quindi meno una scoperta storica e più la conferma di una delle sue preoccupazioni più costanti.
Più che dirci perché Roma cadde, quelle undici parole raccontano così che cosa Musk teme oggi: una civiltà capace di arrivare in cima e, una volta raggiunto il benessere, di non lasciare nessuno a cui consegnarlo.

(Giuseppe Giulietti – articolo21.org) – L’amicizia tra Sigfrido Ranucci e Walter Lavitola era nota dal novembre 2023, data della famigerata audizione, processo, farsa nella sede della commissione di vigilanza.
Fu anche la seduta del senatore inquisitore con la carota in mano e della manifestazione di tante associazioni a difesa di Sigfrido Ranucci, di report, della Costituzione.
In quella sede proprio Gasparri pose la domanda a Ranucci, vicino a lui sedeva Paolo Corsini, direttore di Rai 3.
Ranucci rispose e ricordò che Lavitola era ben noto a Gasparri, essendo stato candidato alle europee da Forza Italia.
Come mai la notizia non suscitò scalpore? Dove stavano i vertici di telemeloni e il loro comitato etico?
In quel momento dovevano ancora lasciar lavorare Lavitola?
Quanta spazzatura devono ancora raccogliere dai secchi della spazzatura?
Ieri vittima, oggi complice? Ieri molestatore oggi omofobo?
A quando la pedofilia?
Siamo certi che gli inquirenti troveranno il mandante del mandante, e non lo troveranno tra i bidoni della spazzatura, ma esaminando con attenzione le inchieste sulla strage di Bologna, sul nesso tra mafia, servizi deviati, fascisti, sull’assassinio di Piersanti Mattarella, su Falcone e Borsellino.
Già allora volevano la testa di Ranucci e di report, altro che Lavitola.
Già che ci siamo il cosiddetto comitato etico potrebbe farci sapere chi ha distrutto Rai3 e chi ha sfumato i fischi alla Meloni a Taranto?
Provateci non dovrebbe essere difficile…
(LaPresse) – “Sul grande controesodo degli italiani di ieri sabato 22 e oggi domenica 23 agosto si abbatte una stangata da oltre 406,7 milioni di euro a titolo di maggiore spesa per i carburanti rispetto allo stesso periodo del 2025”.
Lo afferma in una nota il Codacons, calcolando l’impatto dei rincari alla pompa sulle tasche degli automobilisti impegnati nel rientro dalle località di villeggiatura. Con i prezzi attuali in autostrada, un pieno da 50 litri costa oltre 104 euro per la benzina e 110 euro per il diesel.Il calcolo, effettuato a parità di auto in circolazione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, porta la maggiore spesa complessiva per benzina e gasolio a 406.704.000 euro nel corso del weekend.
“Una maxi-stangata” che arriva proprio nel cuore del controesodo: le stime parlano di oltre 24 milioni di spostamenti, con traffico particolarmente intenso sulle principali direttrici di rientro nella giornata di oggi. “In appena due giorni gli automobilisti italiani lasciano ai distributori oltre 406 milioni di euro in più rispetto allo scorso anno, a parità di auto in circolazione – denuncia il Codacons.
Una vera e propria tassa sul controesodo che colpisce milioni di famiglie proprio al termine delle vacanze estive. Il Governo deve intervenire immediatamente per alleggerire il costo dei carburanti e impedire che il rientro dalle ferie si trasformi nell’ennesima stangata a carico degli automobilisti”.
«Il discorso del Papa – ha commentato Zuppi parlando della visita di Leone a San Marino e a Rimini – ha posto proprio l’accento sul dialogo, sulla diplomazia e sull’incontro»

(ilsole24ore.com) – “Il ministro degli esteri vaticano, monsignor Paul Richard Gallagher, si recherà la prossima settimana a Mosca e anch’io spero di ritornare alla fine di settembre in Russia”. Lo ha detto il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, a Tg2 Post parlando dell’azione diplomatica del Vaticano per arrivare alla fine della guerra.
Zuppi ha così confermato ufficialmente le indiscrezioni su questa sua visita a Mosca che circolavano da qualche giorno. “Il discorso del Papa – ha commentato Zuppi parlando della visita di Leone a San Marino e a Rimini – ha posto proprio l’accento sul dialogo, sulla diplomazia e sull’incontro”.
“Nel mondo è cosi facile sentirsi sicuri chiudendosi in una enclave” ma questo è il contrario del messaggio del Vangelo. Lo ha detto il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, ricordando che “il Papa ieri ci ha invitato a slegarci da ciò che divide per legarci alla grande e sofferente messe che è questo mondo e tra di noi”. “Questo si chiama comunione ed è sempre dinamica e inclusiva” e voi, ha detto Zuppi rivolgendosi al popolo del Meeting, nell’omelia della messa in Fiera, “come ha detto Papa Leone non avete fatto un’enclave…pensiamo a quella di Ceuta…”. Zuppi ha invitato a “combattere l’inimicizia con l’amicizia”, “Papa Leone ci ha detto di uscire, ’uscite incontro a tutti’”. Dio “continua a radunare una famiglia universale tanto più importante in questa stagione in cui prevale l’insolente prepotenza del potere”, “la babele dell’io o di un noi chiuso, contrapposto ad altri”. La Chiesa non può seguire questo perché “vive nel mondo ma non è del mondo e proprio per questo ne sente la responsabilità decisiva”.
La premier è stata contestata all’apertura dei Giochi del Mediterraneo: domani è attesa nella città del terremoto del 2016

(di Chiara Spagnolo – repubblica.it) – La città avvelenata dalle fabbriche e quella distrutta dal terremoto dieci anni fa. C’è un filo rosso che lega Taranto ad Amatrice e fa temere alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di poter essere contestata domani nella cittadina laziale come è accaduto il 21 agosto nel capoluogo ionico, all’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. Un coro di fischi nello stadio Iacovone, ripetuto per tre volte: quando la premier è stata salutata dai presentatori e quando è stata ringraziata dai presidenti del Comitato internazionale dei Giochi, Mehrez Boussayene, e del Comitato organizzatore Massimo Ferrarese. Tre momenti imbarazzanti, a cui hanno fatto da contraltare le ovazioni per il capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Alla contestazione, Meloni ha risposto, manifestando «comprensione per chi a Taranto esprime il proprio dissenso» e assicurando che «sull’ex Ilva il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere». E ieri la sindaca di Lecce e veterana della destra pura, Adriana Poli Bortone, ha invitato la città di Taranto a chiedere scusa. Accanto a lei molti esponenti del centrodestra, sul fronte opposto il centrosinistra a partire dal leader pentastellato, Giuseppe Conte, secondo il quale «i fischi dovrebbero spingere Meloni a prendere contatto con la realtà». Per il capogruppo Pd al Senato, Francesco Boccia, quella contestazione «segnala un disagio che esiste nel Paese e a Taranto si tocca con mano». Per Peppe De Cristofaro di Avs «il Paese reale fischia per le politiche fallimentari del Governo». Il “Comitato giustizia per Taranto” ha chiarito: «I Giochi non comprano il silenzio di nessuno. Lo stadio Iacovone ha parlato e lo ha fatto in maniera spontanea e fragorosa».
Il timore, adesso, è che parli anche Amatrice, dove la premier è stata invitata alla commemorazione a dieci anni dal terremoto, alla quale deciderà soltanto oggi se partecipare. Le vacanze per lei sembrano agli sgoccioli, probabilmente concluse in una masseria pugliese. Ma ritornare sulla scena politica domani con un’altra contestazione (di cui sembra avere avuto già notizia) potrebbe essere un passo falso. Del resto, che a Taranto potesse accadere qualcosa era nell’aria e lo stesso sembra possa accadere ad Amatrice, che ha più volte chiesto alla premier una presenza. Ma lei, dopo la visita del 2017 non si è più vista. Nell’agosto 2024 ha ricevuto il sindaco, Giorgio Cortellesi, a palazzo Chigi. Domani lui la aspetta nella sua città ancora ferita.
Secondo i sondaggi politici, il centrosinistra potrebbe vincere le prossime elezioni se si presenta unito. Con la fine dell’estate si avvicina l’inizio del confronto più acceso dentro il campo largo: bisogna decidere un programma comune e, cosa non da meno, chi sarà il leader o la leader della coalizione. Nella nuova rilevazione di Piepoli, Giuseppe Conte è davanti.

(di Luca Pons – fanpage.it) – L’autunno e l’inverno del 2026 per il campo largo saranno segnati dal dibattito per creare, una volta per tutte, una coalizione unitaria in vista delle elezioni politiche. E parte di quel dibattito sarà anche, inevitabilmente, la scelta del leader o della leader.
In queste settimane estive, Giuseppe Conte sembra essersi portato avanti in vista delle eventuali primarie, non facendo mancare partecipazioni a eventi e dichiarazioni forti, dall’Ucraina (per due volte) al Covid, fino all’ultimo intervento che ha aperto il dibattito sulla presunta cultura “woke”. Che sia questo o altro il motivo, fatto sta che nel nuovo sondaggio politico realizzato da Piepoli per In Onda su La7 il leader del Movimento 5 stelle è avanti nei consensi tra gli elettori.
Conte in testa, ma molto dipende da come si vota
Nella rilevazione, infatti, Giuseppe Conte raccoglie il 36% di gradimento. È un risultato che permette di staccare in modo piuttosto netto gli alleati-avversari, in vista di eventuali elezioni primarie.
Bisogna comunque fare alcune premesse. Il risultato potrebbe dipendere anche da come si svolgeranno le votazioni e, al momento, nulla è ancora stato deciso ufficialmente, anche se dei confronti tra i partiti ci sarebbero stati durante l’estate.
Non sappiamo ad esempio se le primarie – se si faranno – avranno un turno unico oppure un primo turno seguito da un ballottaggio. Così come non sappiamo esattamente chi potrà votare: chiunque? tesserati di partito? pre-iscritti che dovranno fare domanda e dichiararsi elettori di centrosinistra? Anche qui tutte le strade sono aperte.
E poi, materialmente, come si dovrebbe votare? Con dei banchetti organizzati oppure con una procedura online (cara al Movimento 5 stelle sia per ragioni storiche, sia per una maggiore semplicità nel mobilitare il suo elettorato)? Sono aspetti che potrebbero influenzare molto il risultato finale, anche al di là dei risultati nei sondaggi generali.
Salis davanti a Schlein, il Pd rischia di dividersi?
In ogni caso, Conte risulta parecchio avanti con il 36%. Al secondo posto non si piazza la segretaria del PD ma la sindaca di Genova Silvia Salis, che ottiene il 30%. Per il momento la figura di Salis resta ambigua, per quanto riguarda il campo largo.
La prima cittadina genovese ha ribadito più volte che non intende entrare nella competizione, nonostante il ‘corteggiamento’ arrivato soprattutto dagli ambienti più centristi della coalizione (da tempo Matteo Renzi la sostiene). Non si esclude, però, un suo ruolo se alla fine non si dovesse arrivare alle primarie, ma si scegliesse una leader unitaria con un ‘passo di lato’ di Schlein e Conte. Cosa che, va detto, ad oggi appare improbabile.
Ad appena un punto di distanza c’è proprio Elly Schlein, al 29% di gradimento. La segretaria del PD, che negli ultimi giorni ha avuto un botta e risposta a distanza con Giorgia Meloni, quest’estate è stata molto meno presente di Conte sui giornali e sui social. Resta da vedere se questo avrà un impatto anche sulle eventuali primarie, che comunque non dovrebbero avere luogo prima di un paio di mesi (anche le tempistiche, per ora, sono fumose).
Gli altri contendenti si piazzano a una certa distanza. Nicola Fratoianni raccoglie il 23%, di poco davanti al suo collega Angelo Bonelli con il 21%. Entrambi i leader di Alleanza Verdi-Sinistra hanno chiarito a più riprese che non vedono con entusiasmo l’idea delle primarie, ma che naturalmente il partito non si tirerà indietro se alla fine si dovessero fare.
Matteo Renzi si ferma al 17%. Per l’ex premier è improbabile una candidatura diretta alle eventuali primarie del campo largo, mentre sembra più plausibile che cerchi di organizzare le forze centriste a sostegno di un candidato o una candidata alternativi a Schlein e Conte. A chiudere la classifica è il segretario di +Europa Riccardo Magi (14%), che si è detto pronto a correre nonostante le polemiche interne al suo partito.
Il tempo dell’“impero americano” è finito, così come la sua influenza su vaste arie dal pianeta. Al suo posto arrivano nuovi attori che i nostri studenti dovrebbero imparare a conoscere

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia.
Al punto che, a scopo s’intende puramente indicativo, si era citato addirittura come modello il celebre racconto deamicisiano della Piccola Vedetta Lombarda.
Ma oggi, in tempi caratterizzati dall’unione politica dei popoli in grandi blocchi, è necessario superare il gap che rende ancora non solo impossibile, bensì perfino impensabile la soluzione di un soggetto politico-istituzionale unitario che riguardi l’intero continente e consideri lo stesso Mediterraneo.
È tuttavia evidente che le premesse storiche per tutto ciò vi sarebbero: mentre la vecchia trincea “occidentalistica” non regge più. Oggi la stessa parola “Occidente” appare abusata e ambigua. Già addirittura un secolo fa Oswald Spengler ne preconizzava il “Tramonto”: ma quello di cui egli parlava era allora un altro “Occidente”, coincidente con la storia dell’Europa e dalla quale erano ancora esclusi gli Stati Uniti d’America, ch’erano pur ormai i padroni di gran parte del continente americano ed egemoni nell’Oceano Pacifico.
La realtà del nostro XXI secolo è ben diversa. Il tempo dell’“impero americano”, apparenze residuali a parte, è trascorso: gli resta ancora fedele solo la cosiddetta “anglosfera” (Gran Bretagna, Canada, Australia: escluso ormai il Sudafrica), oltre al Giappone, a una parte del mondo arabo e musulmano – l’alleanza saudita-turco-pakistana – e ad alcuni Paesi latino-americani. Quello è il “nuovo Occidente” isterizzato e aggressivo, tra il quale e i paesi del Brics adesso proprio un’Europa politicamente unita potrebbe collocarsi come elemento equilibratore.
Ma il comprendere le radici profonde dell’esigenza di una soluzione europeistica unitaria ci appare arduo perché – al di là di tristi vicende politiche – noi ignoriamo la nostra stessa storia: ed è qui che la scuola deve insistere.
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Le forti premesse antropologico-culturali della nostra unità esistono da secoli. Essa si avviò fino dal VI secolo, nella frammentata area già appartenuta alla pars occidentis dell’impero romano, con la grande avventura latino-celto-germanica del monachesimo benedettino e celtoibernico poi allargato a parte del mondo slavo fino all’Europa delle Università, delle cattedrali gotiche e delle istituzioni mercantili-creditizie medievali che fece tesoro anche delle esperienze ebraiche e musulmane, quindi all’Europa della cultura umanistica e cristiana di Nicola Cusano, di Pio II Piccolomini e di Erasmo da Rotterdam e al continente dello ius publicum europaeum dal quale sorse la migliore cultura illuministica prima che le ventate rivoluzionarie e la febbre contagiosa dei nazionalismi non ci portasse, attraverso due guerre mondiali e i loro disastrosi postumi, alla perdita del primato continentale che l’Europa aveva raggiunto e allo sfacelo attuale.
Pure, come dice il vecchio proverbio arabo, è nel buio della notte che si deve credere nell’alba. Un’alba che passi attraverso una rinnovata coscienza unitaria nella quale ormai tutte le genti del pianeta debbono potersi riconoscere: che ci consenta infine scorgere la verità secondo la quale la nostra unica identità definitiva della quale è necessario esser fieri è quella di una sola civiltà umana che, anche quando la terra era troppo vasta per gli uomini, si caratterizzava attraverso molteplici spesso misteriose vie di comunicazione le quali tuttavia, dopo la svolta cinquecentesca ch’ebbe l’Occidente europeo come protagonista, impararono lentamente e faticosamente a riconoscersi ciascuna come parte di una sola polifonica civiltà i cui vari popoli si sono passati nei secoli il testimone.
Quello che oggi è possibile e necessario, anche e soprattutto partendo dalla scuola, non è il rispolverare la vecchia accademica histoire universelle ottocentesca che pure ha segnato a sua volta una gloriosa generazione di studi e di ricerche (ricordate i volumetti della Feltrinelli-Fischer degli Anni Cinquanta-Sessanta, ancor oggi ripubblicati?), bensì una nuova storia sintetica di tutti i popoli della terra e delle differenti egemonie culturali che si sono succedute fra loro (l’ultima, fra XVI e XXI secolo, è la nostra, l’“occidentale”: sei secoli appena su sei millenni di storia delle differenti civiltà “superiori: vale a dire, lungi da qualunque allusione razzistica, in grado di proporre un panorama articolato dei loro assetti sociali e dei loro saperi). Tale storia, dotata di una solida base geoantropologica, potrà essere studiata e conosciuta, quindi amata, da tutte le genti della terra: con le sue scoperte, le sue invenzioni, le sue glorie religiose, artistiche e intellettuali. A tale scopo esistono ormai i nuovi strumenti tecnici e anche didattici: le risorse infotelematiche e l’Intelligenza Artificiale.
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Il fatto è che bisogna uscire dall’universo di conoscenze storiche ormai limitate al “nostro Occidente” o in rarissimi casi poco più, inadatte ormai alla nostra stessa esperienza esistenziale. È impensabile che in un mondo come l’attuale non si sappia globalmente quasi nulla di civiltà altissime come la cinese, l’indiana, la persiana, quella americo-precolombiana, quella dell’Africa nera, cioè appartenenti a giovani che si apprestano a guidare il genere umano nei decenni futuri o lo stanno già facendo; del resto, noi italiani pochino sappiamo della stessa storia degli altri Paesi europei – specie della parte orientale e meridionale del continente – o di quella dei ceti subalterni del nostro stesso Paese. È giunto il momento di affrontare questa situazione e di cambiarla: e si tratterà di porre in atto una sorta di rivoluzione antropologico-didattica non solo per quel che concerne i contenuti quantitativi e la loro disposizione, bensì anche i metodi.
E forniamo subito, sinteticamente, un esempio e un modello concreti a tale riguardo. Se volete cominciare con il prendere in considerazione appunto un semplice ed efficace “caso manualistico” adatto alle scuole europee, ecco qua: The Once and Future World Order del grande studioso indoamericano Amitav Acharya, già presente nelle edizioni inglese e francese e molto diffuso dagli Stati Uniti al sudest asiatico, che in Italia è stato tradotto dalla brava Chiara Rizzo per i tipi della Fazi di Roma col titolo di Storia e futuro dell’ordine mondiale e relativo sottotitolo ch’è, da solo, tutto un programma: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente (2026, pp. XVIII-529, euro 24). Che poi corrisponde al vecchio motto illuministico, Rien que la terre; o alla vecchia canzone anarchica che mio nonno m’insegnò quand’ero piccolo e nella quale, ora che sono un vecchio cattolico reazionario, ancora più fortemente credo: “La nostra patria è il mondo intero”.

(dagospia.com) – C’era una volta l’estate spericolata. Una “svaccanza” che squadernava una girandola di personaggi megalomani, divi sciamannati, vip incurabili, star barcollanti sull’orlo del burino. Ogni giorno, la stessa canzone: sfoghi di tette, scarichi di sederoni, esagerazioni peniche, volgarità fumettona, demenze di teste coronate, sciocchezze da discoteca, sconcezze da vespasiano.
Colpiti da priapismo mediatico, la Società dei Famosi e il Palazzo del Potere sputavano l’anima (e la decenza) per farci vivere un solleone indimenticabile, un ferragosto fremebondo di ciance, roba da “dimmi tutto, sarò una tromba!”. Qui l’Avanti Natica di Belen, là Ilary Blasi a mollo, di fianco le peripezie di Stefano De Martino, a destra gli amorazzi intercambiabili dei “morti di fama” dei reality show.
Acqua passata. Vacanza antica. Basta un pigro sguardo di fine agosto per avvertire l’espropriazione del mese più incontinente dell’anno, parafulmine di tutti gli eccessi, pensatoio di tutte le scemenze, zona-cult di tutti i picchiatelli: l’estate 2026 appartiene alle disavventure ai confini della realtà della strana coppia Lavitola-Ranucci.
Fino a ieri era impossibile sotto l’ombrellone immaginare attentati come “bombe d’amore”, ristoranti come ‘’laboratorio politico’’, sondaggi alle vongole sgusciate, ristoratori pregiudicati e giornalisti spregiudicati, rivelazioni di stagionati arrapamenti e fregnacce da prendere sempre sul serio, magari anche in quel posto.
Su tale fremebonda Via Trucis alle vongole, “la Rai non può limitarsi a dire che ‘’Ranucci è Ranucci’’, scrive Aldo Torchiaro su “il Riformista”, ”perché Ranucci, quando conduce Report, è Rai. Ed è questa la vera bomba: non quella esplosa sotto casa del giornalista, ma quella reputazionale che rischia di esplodere nel servizio pubblico. Viale Mazzini deve disinnescarla”.
Detto, fatto: è attesa per martedì prossimo la fine del primo tempo: a ottobre, quando ritornerà in onda “Report”, Sigfrido Ranucci non sarà più alla conduzione.
In seguito alle verifiche interne (“audit) sul rispetto del codice etico dell’emittente di Stato, e in attesa delle decisioni degli inquirenti e dei magistrati sul garbuglio-Lavitola, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi comunicherà a Ranucci il cambio di conduzione – sostituzione che è nel pieno diritto delle procedure aziendali.
Quindi, a dispetto di quanto più volte scritto, il dipendente Rai Ranucci Sigfrido non verrà assolutamente “sospeso” dal ruolo di vice-direttore di Rai3, il suo stipendio correrà tranquillo come ogni mese, ma verrà spostato dal responsabile dei programmi di approfondimento, Paolo Corsini, ad altri incarichi che non demansioneranno il suo ruolo….
L’inchiesta sull’ex ministra, indagata per bancarotta e truffa aggravata: ci sono 11 operazioni segnalate dai tecnici di Palazzo Koch tra il 2022 e il 2024

(di Davide Milosa – ilfattoquotidiano.it) – Nella nuova inchiesta della Procura di Milano che coinvolge l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè, indagata per bancarotta e truffa aggravata, c’è anche un’ipotesi di riciclaggio. Nessuna accusa, la parlamentare di FdI non è indagata per questo reato. Nessuna contestazione penale. Il riciclaggio in questo fascicolo compare come “sospetto” perché tali vengono definite, “sospette” appunto, alcune operazioni bancarie che la riguardano assieme al compagno Dimitri Kunz e che sono state segnalate ai pm dall’Unità di informazione finanziaria (Uif) presso la Banca d’Italia.
I documenti risultano depositati agli atti dell’ultima chiusura indagini dello scorso luglio. E mettono nel mirino nove operazioni per complessivi 213 mila euro rubricati dagli esperti di Palazzo Koch sotto la categoria “riciclaggio” con valutazione di “rischio medio”. A questa segnalazione sui flussi di denaro del 2024, si affiancano altre due segnalazioni. La prima, del 2023, riguarda un bonifico da mezzo milione da Ki Group Holding, amministrata da Santanchè fino al 2019, alla Bbf capital all’epoca secondo gli inquirenti “collegata al gruppo di moda Burani” non indagato. L’operazione è del 2022, quando l’ex ministra non era più nel board societario.
Vi è poi, sempre nel 2022, l’acquisto da parte di Ki Group Holding dell’8,4% in Illa spa, società che produce pentole e padelle. Nel 2024 “il sospetto” segnalato dalla Uif è dato dal fatto che, in quell’anno, socio di maggioranza di Illa spa (non indagata) è la Global Growth Holding Limited, controllata dal fondo emiratino Negma già finanziatore di Visibilia con due prestiti obbligazionari convertibili (Poc).
Le nove operazioni sospette per un flusso totale in entrata e in uscita di 213 mila euro vanno dal 21 febbraio al 3 aprile 2024 e sono state effettuate attraverso due conti, uno intestato all’ex ministra e un altro intestato con il compagno Dimitri Kunz. “I motivi del sospetto – annotano i tecnici di Banca d’Italia – sono legati all’operatività sui citati conti, caratterizzata da trasferimenti da e verso società collegate ai segnalati”. Così il 21 febbraio sul “conto cointestato” arrivano 50 mila euro bonificati dalla Thor srl di Kunz e nello stesso giorno “si rilevano due bonifici in addebito per 30 mila euro a favore della Immobiliare Dani con causale finanziamento socio”. Il 15 marzo poi c’è un “bonifico in accredito” di 53 mila euro dalla Villegiardini Real Estate con “causale prelevamento soci” e cioè “Santanchè e Kunz”. Nella stessa data dal conto cointestato parte un bonifico da 50 mila euro alla Thor. Villegiardini, in quel 2024, annota la Uif, è partecipata per il 35% dall’allora ministro del Turismo. “L’operatività rilevata sui citati rapporti – conclude la Sos – si caratterizza per la presenza di trasferimenti fra entità collegate ai soggetti quali Immobiliare Dani, Visibilia Concessionaria, Thor e la Villegiardini Real Estate, con causali generiche spesso riferite a finanziamenti soci e aumenti di capitale”.
Nel 2023 viene poi segnalata l’operazione tra la Ki Holding e la Bbf Capital legata allora, secondo la Gdf, “al gruppo Burani” (non indagato). Si tratta di mezzo milione che la società già amministrata da Santanchè bonifica alla Bbf dopo la sottoscrizione di una lettera d’intenti non vincolante che prevede l’ingresso di Ki Group in Bbf Capital e l’aumento di capitale di quest’ultima nella società monegasca Société Monégasque de Salaisons. Cosa che, per quel risulta agli inquirenti, non avviene. Ciò che si registra invece è un bonifico del 22 agosto 2022 da mezzo milione da Ki Group a Bbf. “Provvista che in pari data è stata utilizzata da Bbf per disporre un bonifico a favore della società di diritto monegasco”. Alla base del sospetto vi sono secondo la Uif “bonifici per un futuro aumento di capitale sui conti di una holding che non ha ancora effettuato alcuna variazione di capitale sociale. I fondi provengono da una società quotata, collegata a un nominativo oggetto di indagini e a una persona politicamente esposta”. Il mezzo milione girato alla Bbf, arriva sul conto di Ki Group da Negma, la stessa società che ha finanziato Visibilia e che ha fatto partire l’alert di Banca d’Italia sul controllo di Illa da parte del fondo emiratino. Come “anomalo” è definito dai pm l’investimento di Ki Group in Illa spa.