Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ve lo meritate, Mario Adinolfi


(Alessio Mannino – lafionda.org) – Parafrasando Gaber che ci scuserà dall’oltretomba, “non temo Mario Adinolfi in sé, temo il Mario Adinolfi in noi”. In noi italiani, in certi italiani, che approfittano della gogna giudiziaria per deridere un personaggio che avrebbe dovuto essere dimenticato da tempo. Uno di quelle maschere da tragicommedia diffusa, del sottogenere predicatore, cui viene riconosciuta una patente di serietà per scrutabilissimi motivi ma al quale si sarebbe già dovuto tributare, invece, la più totale indifferenza, condita al massimo da una punta di sarcasmo. E se in questa sede oggi ce ne occupiamo, non è per gli arresti domiciliari con l’accusa di aver truffato ed evaso tramite un giro di scommesse sportive in cui le vittime, secondo i magistrati, lamentano di essere caduti per aver riposto fiducia in un pio agitatore di crocifissi. Né, tanto meno, per fare a nostra volta la facile morale su chi ha fatto della moralizzazione, specialmente in materia sessuale, il proprio credo (sul quale credo lo scrivente, non essendo cristiano, non ha motivo di sindacare). No, Adinolfi è un caso interessante perché, nella sua piccolezza, racchiude una questione che è molto più grande di lui, e che ci parla di certa nostra attitudine, come popolo italiano, a far passare tutto in cavalleria, a obliare in fretta, a smussare e a perdonare – perdonismo, vizietto tipicamente cattolico – dove, al contrario, bisognerebbe aver liquidato il tutto, e da un pezzo, con una risata. O, a volte, neanche con quella. Perché ignorare è la migliore reazione nei confronti di chi, semplicemente, non ha, se mai l’ha avuta, quella cosa sempre più rara chiamata credibilità.

Si dovrebbe dar credito solo ed esclusivamente a una persona, non importa di quali idee e gruppo d’appartenenza, che testimoni con i fatti la coerenza verso princìpi, pre-politici, pre-ideologici e anche pre-religiosi, che si chiamano dignità, lealtà, senso delle proporzioni, aderenza fra realtà e apparenza. Certo, da sempre sono virtù patrimonio di una minoranza trasversale e di difficile individuazione. Ma questo perché hanno il pregio di non puzzare di moralismo. Uno può anche essere, poniamo, un giocatore accanito come il pokerista Adinolfi, o cedere all’alcol, o amare la bella vita. Insomma avere vizi, difetti e persino perversioni, nel privato. Il problema non è essere viziosi: è nasconderlo, come fanno gli ipocriti, oppure sbandierarlo ai quattro venti, come gli esibizionisti. E difatti, fra le principali tare di una società che spettacolarizza e mette in vetrina ogni pelo ci sono, guarda caso, l’ipocrisia e l’esibizionismo. Adinolfi, che pure suscita un’inopinata simpatia con quella stazza di cui il primo a sorridere è lui, le riassume entrambe. Non perché sia ipocrita e narcisista: non lo sappiamo con certezza, né saperlo ci cambia granché. Possiamo essere sicuri, però, che ha sempre dimostrato di esserlo.

In politica, saltabeccando senza requie né vergogna pur di ottenere l’agognata visibilità: nel 2001 fondando, da ex segretario dei giovani del Partito Popolare Italiano, la sigla “Democrazia diretta” (0,1% dei voti alle comunali di Roma, per virare al secondo turno su Walter Veltroni), poi civico alle regionali con Piero Marrazzo, poi dando vita a “Generazione U” nel Partito Democratico, poi candidandosi alle primarie Pd del 2007 (rimediando uno 0,17%), riprovandoci nel 2011 ma uscendone per sostenere Matteo Renzi e, due anni dopo, appoggiare “Scelta civica” di Mario Monti, poi creando, nel 2016, il “Popolo della Famiglia” (0,6-7% alle politiche del 2018), poi correndo a sindaco di Ventotene, città simbolo dell’europeismo (risultato: neppure un voto), poi inventandosi, per le elezioni del 2022, “Alternativa per l’Italia” assieme all’ex-Casapound Simone Di Stefano (zero virgola alle urne). Sul versante giornalistico non è stato da meno, raggiungendo l’acme con il quotidiano online da lui diretto e fondato, La Croce, diventato cartaceo nel 2015 e ritirato dalle edicole dopo appena quattro mesi. Una parabola involutasi in un crescendo di prese di posizione da cattolico ostentatamente integralista. Dove l’accento negativo non sta nell’integralista (per quanto ci riguarda, si ha diritto a essere quel che si è, punto), ma nell’ostentazione. Cioè nel cercare in modo scoperto, così scoperto da risultare ridicolo, di far parlar di sé, di conquistare l’attenzione, di strappare un titolo, un invito, una comparsata. E nel frattempo, allo stesso tempo, imbastire un sistema di gioco d’azzardo.

È questo presenzialismo sgomitante, per soprammercato  in nome di Gesù, Giuseppe e Radio Maria, l’insopportabile, anzi l’Intollerabile, di personaggi alla Adinolfi. È la volgarità di sventolare la causa del Bene per finire all’Isola dei Famosi, nello specifico sfruttando consapevolmente e dichiaratamente la propria fisicità. Sapendo che quella, e solo quella, era il motivo di richiamo. E rendendo così i fervorini in mutandoni sulla sacralità del matrimonio un’oscenità tecnica, calata com’era in un contesto trash che, come ogni prodotto pensato per la sola pubblicità, trasforma in pattume tutto ciò che tocca. L’immagine grottesca di Adinolfi smagrito e affamato che sbrana una bistecca dovrebbe rimanere impressa come scena primaria del laidume da sghignazzo dei nostri tempi scatologici (senza la e: scatologici e basta). Il vero Male, volendo usare maiuscole improprie, sta nella miscela d’impudicizia e di cinismo di chi non sa stare nei propri abiti, letteralmente togliendoseli pur di farsi notare, e contemporaneamente ergendosi a evangelizzatore. È la frode esibita, sfacciata, socialmente accettata, a farci più orrore del raggiro da codice penale.

Il guaio non sta nelle presunte malefatte di Adinolfi Mario, ma nei Mario Adinolfi che pullulano e imperversano, in misura e quantità variabile, in ogni posto, contrada e ambiente di quell’Italia che non riesce a essere seria senza essere seriosa, né leggera senza scadere nella farsa. È in tutti quei comici involontari che, pur avendo magari un indiscusso valore, menti toste e brillanti con curricula da combattenti all’attivo, proprio non ce la fanno a trattenersi da una spudorata e ammorbante autopromozione perenne, e gonfiano ogni uscita con io, io, io (“il più lurido dei pronomi”, diceva Gadda), frementi di radunare e aumentare proseliti nel portare la Verità ai gonzi. E così facendo, agli occhi di chi non se la beve, perdono all’istante ogni credibilità. Ce ne sono a bizzeffe, di egomaniaci di questa risma. E fra tutti, quelli meno perdonabili sono, sul piano politico-culturale, coloro che avrebbero anche buone idee, ma non il carattere per meritarsele. C’è un detto che fa: appena vedi il Buddha, uccidilo. Regoletta aurea: appena vedete un paraguru, girategli al largo. Tanto più e a maggior ragione se la pensate come lui. È facile sgamarlo: dirà sempre quel che volete sentirvi dire.


Quella nube di diossina che ha cambiato il mondo


Nella foto le case evacuate per la nube tossica dell'ICMESA di Seveso
 

((Mario Tozzi – lastampa.it) – Quasi non ricordiamo più quella nube di diossina, prima rosa e poi invisibile, che penetrò nelle narici dei brianzoli e nel nostro immaginario mezzo secolo fa. Eppure si è trattato di una catastrofe spartiacque, anche se non provocò nemmeno una vittima. C’è un prima e un dopo, non fosse altro che per le Direttive Seveso, che hanno successivamente conferito nuovi obblighi e un perimetro più ristretto alle lavorazioni chimiche. Registrando, come primo risultato, lo spostamento delle attività pericolose in altre nazioni, fino al prevedibile caso di Bhopal, quando la multinazionale Union Carbide provocò il disastro industriale peggiore della storia (1984).

I veleni industriali come le diossine non sono visibili, invece Seveso fu l’epifania di quanto di sotterraneo, malefico e vorrei dire “tipico” porta la massimizzazione dei profitti a scapito di qualsiasi altro interesse. La cloracne sul viso e i bambini, i cani e i gatti stecchiti, le pecore morte, gli 80.000 animali sterminati, le decine di fusti (della cui sorte finale non siamo nemmeno sicuri), gli ettari di terreno bonificato con estrema fatica, ci hanno plasticamente rappresentato che i veleni industriali sono fra noi ogni giorno, suscettibili di essere messi in luce dalla prima condotta disattenta o dal primo errore.

La nube di diossina del 1976 si sprigionava in un Paese ancora in grande crescita economica: l’Italia del massimo storico del Partito Comunista di Berlinguer e del governo Moro, degli immigrati dal Sud e delle lotte per i diritti dei lavoratori. Quei veleni minavano la fiducia degli italiani e alimentavano i conflitti sociali che stavano portando alla stagione del terrorismo. E in quell’Italia la questione ambientale non esisteva, mentre l’industria stava spingendo al massimo verso un modello di sviluppo che portava ricchezza sì, ma a costi altissimi. Eppure era già uscito Primavera Silenziosa di Rachel Carson (1962), in cui l’autrice si domandava se una civiltà potesse «intraprendere una guerra senza quartiere contro la vita senza distruggere sé stessa, e senza perdere il diritto di essere chiamata civile». A oggi in Italia ci sono ancora 971 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (Ispra 2025), passando da 991 nel 2019 a oggi, con una riduzione di solo il 2%. Per non parlare dell’Ilva di Taranto, dove l’Istituto Superiore di Sanità (2019) ha rilevato che le donne residenti hanno concentrazioni di diossine nel latte materno superiori dal 18% al 38% rispetto a quelle della provincia, un segnale inequivocabile di una esposizione continuata.

Però è indubbio che a partire da Seveso è nato un nuovo modello di sviluppo che comportava norme industriali più severe, adottate poi a livello planetario. Ma questo nuovo modello oggi non è ancora pienamente realizzato, soprattutto se andiamo oltre la diossina dell’Icmesa e allarghiamo il campo a tutta la Pianura Padana, quella che da decenni ormai è una delle zone permanentemente più inquinate d’Europa (per esempio in fatto di particolato sottile). Dopo Seveso il quadro è migliorato, ma il paziente resta in osservazione.


Debiti e figuracce tv non contano: Lmdv premiato con laurea


(di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) – In un’Italia dove la meritocrazia è un optional, l’Università di Roma Tor Vergata – che ci vede lungo – ha premiato l’eccellenza manageriale dimostrata nell’indebitarsi sino al collo da Leonardo Maria Del Vecchio. Alla presenza dei ministri Bernini e Schillaci, forse invitati perché il 31enne aveva affermato “Mi piace l’Italia di questi tre anni e mezzo di governo”, Lmdv ha ricevuto la laurea honoris causa in Diritto e Innovazione per aver distribuito gratis ai bisognosi gli occhiali dell’azienda di famiglia. Nella sua lectio magistralis “Scegliete la difficoltà giusta” (ah, saperlo prima!), il neo dottore ha filosofeggiato su un futuro che corre senza travolgere le persone. Parla per esperienza, Leonardo Maria: le banche hanno sin qui travolto lui e il suo piano da 11 miliardi per scalare la cassaforte di famiglia Delfin, divisa con altri sette eredi, perché non si fidano a finanziarlo dopo che ha già speso a debito 1 miliardo dei 55 dell’eredità in una forsennata campagna acquisti, tra giornali di destra e il Twiga di Briatore (auguri!). Lmdv si è chiesto “quello che sto costruendo può durare, e servire, anche quando non sarò più io al centro della scena?”: se lo chiedono pure gli azionisti di EssilorLuxottica, col titolo crollato del 40% da novembre.

Per fortuna l’erede stavolta non ha parlato a braccio, come nel suicidio catodico del 29 gennaio scorso a Otto e Mezzo. Di fronte a Lilli Gruber, il “visionario” aveva balbettato ovvietà imbarazzanti, finendo perculato da meme e parodie. Aveva persino giustificato il suo incidente del 16 novembre in Ferrari sulla tangenziale di Milano, per cui è stato indagato per le ipotesi di sostituzione di persona in concorso e omissione di soccorso, come un impiccio che gli impediva di aspettare la polizia per improrogabili “impegni di lavoro”. Forse allora la “difficoltà giusta” per Lmdv è laurearsi senza riuscire a finire una frase. Ma per l’ateneo di Roma Tor Vergata e due ministri del governo Meloni, se in Tv non sai parlare ma apprezzi Giorgia, il merito non è affatto un problema.


Un’Europa sana dovrebbe ricucire con Russia e Iran


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Credo sia essenziale oggi distinguere tra la teatralità della politica contingente e le tendenze di fondo che guidano le relazioni internazionali. Purtroppo la stampa occidentale, che risponde a quattro agenzie e alle veline dell’intelligence ed è un aggregato di potere dominato dalle lobby oligarchiche, ama soffermarsi sullo spettacolo in corso i cui attori sono chiamati per nome – Giorgia, Bibi, Donald – quasi fossero gli amici che vediamo a cena e di cui sappiamo tutto, anche l’ultimo lifting. Purtroppo la realtà, come accade nel mondo orwelliano, è l’opposto di quel che appare. La politica ha perso la sua autonomia in Occidente e gli esecutori materiali, i leader marionetta del “blob” statunitense, sono a distanza siderale dai bisogni delle classi lavoratrici, anche di quel ceto medio, dei proprietari di risparmio, senza il cui voto non potrebbero occupare le loro comode poltrone.

[…] Sono lontani dai beni comuni che lo Stato dovrebbe proteggere (dalla sanità all’istruzione, dall’ambiente ai trasporti, dalla ricerca scientifica alla pace) e servono interessi privati, dei potentati che hanno permesso loro di occupare quei ruoli. La fine dei corpi intermedi, dei partiti radicati sul territorio, ha facilitato il nascere della realtà inventata dai media, una sorta di Truman Show nel quale siamo intrappolati. Se abbandoniamo il flirt Donald-Giorgia e leggiamo i documenti dei vertici europei e Nato, scopriamo che dietro l’invenzione del nemico Russia, o Islam, c’è il keynesismo militare, l’esigenza di massicci interventi statali a favore di un’accumulazione capitalistica inceppata che, se lasciata al suo naturale sviluppo, si trasferirebbe in Asia. La garanzia principale affinché nessuna coalizione di volenterosi europei rimpiazzi la Nato è costituita proprio dal riarmo tedesco. Vi immaginate che ne sarebbe dell’Europa se gli americani ci abbandonassero e dovessimo competere, nell’Europa delle patrie, con la Germania unificata, quarto Stato più armato del mondo mentre la Polonia già si vanta di avere il più efficace esercito? Qualcuno dovrebbe avvertire i think tank nostrani e la classe politico-diplomatica che in articoli ilari descrivono il prossimo ritiro statunitense. La difesa europea sarà possibile nell’ambito di una nuova Europa federale, unione politica, monetaria, fiscale, democratica e sociale che individui il proprio interesse comune e ritorni alla politica a favore dei beni comuni. Per ora abbiamo soltanto una Nato europea che difende interessi neoconservatori statunitensi, rafforza la difesa americana e si accolla il conflitto con la Russia, senza l’autorizzazione dei popoli europei.

[…] La Turchia è in auge (ma Erdogan non era un dittatore? Draghi dixit) perché ha un ruolo strategico irrinunciabile nel contenimento della Russia attraverso il Caucaso e come Stato sunnita rivale dell’Iran. In Medio Oriente Hamas come l’Iran hanno impartito una dura lezione alla coalizione israelo-americana. Hamas, nonostante Gaza sia rasa al suolo (l’evidenza è negata da chi dopo ogni attacco russo con venti morti, per carità sono anche quelli atroci, chiama il presidente della Federazione “criminale di guerra”), esiste e deve concedere o meno il proprio disarmo. L’Iran col Memorandum d’intesa ha potuto esibire al mondo la capitolazione israelo-americana. Il Board of peace ha limitato la tragedia palestinese (già solo mille palestinesi uccisi dopo la sua creazione), ma ha lasciato immutati i nodi: Israele (protetto da una potentissima lobby internazionale e, ironia della storia, dai fascisti come da liberali, socialisti e intellettuali molto preoccupati dallo stigma di Stato genocida che potrebbe macchiare il popolo ebraico, come se l’Olocausto non fosse stato riconosciuto dai tedeschi come colpa storica) rinuncerà al progetto di Grande Israele e alla colonizzazione e pulizia etnica del popolo palestinese? L’Iran ha resistito alla potenza maggiore del mondo, ma il dominio imperialista del Medio Oriente attraverso la criminalizzazione degli sciiti è stato veramente riposto nel cassetto? Lecito dubitarne. Gli attacchi statunitensi sono ripresi e l’obiettivo della lobby di Israele, l’annientamento dell’Iran, è vivo tanto che Trump sculaccia la Meloni e gli europei che non si sono uniti nella guerra.

Una sana leadership europea potrebbe lavorare a una mediazione con la Russia che salvi il salvabile dell’Ucraina, ristabilisca la cooperazione energetica col grande vicino, base della possibile autonomia da Washington. Nel Mediterraneo dovrebbe sanzionare Israele, puntando sulla riunificazione della leadership palestinese che preveda il disarmo di Hamas, permettendo magari il rilascio di un leader federatore come, Barghouti, prigioniero e torturato. Solo una conferenza internazionale con sunniti e sciiti, con Usa, Russia e Cina potrebbe stabilizzare una regione tormentata nella quale gli interessi alla sicurezza di Tel Aviv siano protetti nel quadro onusiano e non siano più alibi per la sopraffazione.


Il comfort della menzogna


(di Michele Serra – repubblica.it) – Leggendo sullo schermo della tivù di Stato “il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo”, che cosa avrà pensato un sostenitore di Orbán? Che quel messaggio, così esplicito, così insolito, dipende dall’effettiva restituzione della tivù pubblica ungherese alle sue funzioni, e dunque dalla fine della menzogna come arma di propaganda? O piuttosto avrà pensato: ecco, i nostri nemici hanno preso il potere e vogliono farci tacere, cominciando a mentire a loro favore?

Temo che sia più probabile la seconda ipotesi. L’idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada. Anche grazie alla selezione algoritmica dei consumi, ognuno di noi (compreso chi scrive) viene raggiunto soprattutto dalle notizie e dai commenti che gli sono omologhi. È la famosa bolla informativa, che ha una sostanziale funzione difensiva. L’urto che quella scritta può produrre su un elettore di Orbán è insostenibile, perché gli dice: il tuo capo era un mentitore, e ha costretto questa emittente a mentire. E ben pochi sono disposti ad ammettere che con il loro voto hanno consegnato il Paese a un demagogo bugiardo.

Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso. Accettato da tutti. Una televisione, appunto, “pubblica” non ha altra giustificazione né altra funzione: se non lo fa, è come un coltello che non taglia o una ruota che non gira.

Non mentire, dunque raccontare le cose come stanno, è una strada faticosa. Direi controvento. Ma se la tivù ungherese dovesse riuscire a restituire una qualche oggettività al suo lavoro di informazione, forse alla lunga anche qualche elettore di Orbán penserà: mah, non è poi così male, questa idea che la realtà sia una sola, uguale per tutti.


Vigilanza Rai, la prorogatio delle poltrone


Barbara Floridia, presidente della commissione parlamentare di Vigilanza Rai

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Le chiamano poltrone, ma sono cariche pubbliche, sono pezzi viventi delle nostre istituzioni. Che andrebbero attribuite per competenza, non per appartenenza a questo o a quel partito. E che reclamano «disciplina ed onore», dichiara l’articolo 54 della Costituzione. Ma queste regole auree sono da sempre disattese. Oggi più di ieri.

È un male antico, battezzato già nel 1949 dal giurista Giuseppe Maranini con un termine poi entrato nell’uso comune: la «partitocrazia», il predominio dei partiti politici su ogni ganglio della cosa pubblica. E che si manifesta attraverso la pratica della «lottizzazione», nel senso indicato per la prima volta dal giornalista Alberto Ronchey nel 1974: ossia la spartizione scientifica degli incarichi all’interno di enti, istituzioni e aziende pubbliche fra i partiti e le correnti di partito. Come mostra una battuta in voga ai tempi della prima Repubblica: «Per assumere cinque giornalisti in Rai devi scegliere due democristiani, un comunista, un socialista e uno bravo».Ecco, la Rai. È il boccone più succulento per gli appetiti dei politici, ed è anche il teatro d’una commedia all’italiana. Rappresentata, per esempio, nel 2002, quando si dimisero via via i membri del Consiglio d’amministrazione, che tuttavia continuò a operare con gli unici due sopravvissuti: Baldassarre e Albertoni, il cda Smart. O nel 2008, quando Riccardo Villari fu eletto presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai in quota all’opposizione, ma contro la volontà dell’opposizione; rimase incatenato per mesi sul suo scranno, tant’è che per cacciarlo si dovettero dimettere in massa tutti gli altri componenti. O come sta accadendo adesso, in questi giorni.

Sta di fatto che la Commissione di vigilanza venne istituita per legge nel 1975 — dopo alcune pronunzie della Corte costituzionale — per sottrarre il servizio pubblico radiotelevisivo al controllo del governo. Tra le sue funzioni c’è la nomina del presidente Rai: eletto dal Cda, ma ratificato dalla Commissione con i due terzi dei voti, comprendendo perciò anche l’opposizione. Sennonché ormai da un paio d’anni la maggioranza propone un nome (Simona Agnes) che non raggiunge i consensi necessari. Da qui lo stallo: sedute disertate, Commissione paralizzata per effetto di un «ostruzionismo di maggioranza», come lo definiva Piero Calamandrei. Da qui, infine, dimissioni dei consiglieri di minoranza, e a seguire di tutti gli altri consiglieri.

C’è qualche differenza tra le pratiche spartitorie del passato e quelle più recenti? Sì, c’è una doppia differenza. In primo luogo, un tempo i partiti politici erano organismi vivi, mentre adesso va in scena una partitocrazia senza partiti, dove regna un capo circondato da mille cortigiani. In secondo luogo, i vecchi partiti sapevano dividersi il menù; viceversa ora s’azzuffano, giacché il tuo alleato di governo è anche il tuo rivale, il tuo peggior nemico. Sarà per questo che le caselle vuote si moltiplicano, un mese dopo l’altro. Il presidente della Consob è scaduto l’8 marzo, e non c’è ancora un successore. Idem all’Antitrust, dal 5 maggio. Mentre alla Privacy manca un componente dal 17 gennaio. Un esercito a ranghi ridotti.

Per rimediare a ogni vacanza prolungata, sussiste un antico istituto: la prorogatio dei membri scaduti. Vale per il Consiglio superiore della magistratura, che infatti nel 2022 rimase in proroga per circa sei mesi. Ma non vale nella maggior parte dei casi. Da qui, per esempio, i digiuni di Pannella, che nel 2002 bevve le proprie urine in diretta tv, per opporsi alla mancata elezione dei giudici costituzionali. Ma da qui l’esigenza di un rimedio generale.

Poteri sostitutivi, ecco la soluzione. Gli stessi che l’articolo 120 della Costituzione conferisce allo Stato contro le inadempienze delle Regioni. In questo caso c’è già un arbitro che può supplire all’inerzia degli organi competenti: il presidente della Repubblica. Provveda lui alle nomine, se dopo un paio di mesi la casella resta vuota. Magari non da solo, per non addossargli una responsabilità eccessiva e perché non si sa mai, domani magari un Trump italiano potrebbe varcare il Quirinale. Affianchiamogli i presidenti delle due massime autorità giurisdizionali: Consulta e Cassazione. Sarebbe una piccola riforma, ma più potente d’uno sparo.


Ranucci sotto assedio alla Rai, FdI chiede un’indagine interna


La frase del direttore degli approfondimenti Corsini (“Chi aveva problemi con Report andava da Lavitola”) scatena il centrodestra

ROME, ITALY - 2025/10/17: A participant holds a placard in support of journalist Sigfrido Ranucci during a solidarity rally outside the RAI headquarters in Via Teulada, after a bomb exploded outside Ranucci's home.
Nobody was injured in the attack. (Photo by Vincenzo Nuzzolese/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)
 

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Fratelli d’Italia vuole un’indagine interna della Rai su Sigfrido Ranucci. Insieme al grosso del centrodestra. Lo spunto sono le dichiarazioni rilasciate dal direttore degli Approfondimenti della tv di Stato, Paolo Corsini che, parlando con questo e un altro giornale mercoledì, ha sostenuto: «Io non sono mai andato a cena nel ristorante di Valter Lavitola, ma so che chi aveva un problema con Report ci passava».

Ecco, per il primo partito di maggioranza ora il conduttore della terza rete dovrebbe «fare chiarezza», cioè spiegare se quanto affermato da Corsini (che è un fedelissimo di Giorgia Meloni ed è stato nominato proprio in quota “Fratelli”) sia vero o no.

La nota di FDI in commissione di Vigilanza

I meloniani si muovono già di prima mattina, diffondendo una nota firmata da tutti i componenti della fiamma nella commissione di Vigilanza: «“Se hai problemi con Report, vai da Lavitola”. È l’inquietante scenario che emergerebbe dalla lettura dei quotidiani oggi – si legge – In breve, basterebbe una parola di Lavitola per influire su Ranucci. Una circostanza su cui va fatta immediata chiarezza». In che modo? «Tramite un’indagine interna dell’azienda, per cominciare», racconta una fonte di primo piano di via della Scrofa, che segue le dinamiche televisive.

Non a caso nel tardo pomeriggio premono nella stessa direzione i componenti di centrodestra del Cda di viale Mazzini. «È fondamentale che sulla vicenda che vede coinvolto il conduttore della trasmissione Report, Ranucci, si faccia chiarezza. Abbiamo il dovere di tutelare l’immagine della Rai, si rischia di minare la fiducia dei telespettatori mettendo in discussione l’integrità del servizio pubblico», la richiesta che porta la firma di Simona AgnesFederica Frangi e Antonio Marano.

Il centrosinistra: si muova il Cda

La mossa ha suscitato la reazione dei componenti del centrosinistra. Che non parlano di indagine interna, ma non ci stanno a passare per negligenti. E dunque, scrivono Alessandro di MajoDavide Di Pietro e Roberto Natale, «può e deve essere di tutto il Cda, senza distinzioni di parte, la richiesta che si faccia la massima chiarezza, la tutela dell’immagine e della credibilità del servizio pubblico è il primo dei nostri doveri. Insieme chiediamo chiarezza come insieme gli avevamo portato solidarietà in via Teulada dopo l’attentato».

Pressioni da destra per allontanare Ranucci

È soprattutto FdI, però, a mettere nel mirino il conduttore. Pesano le inchieste degli anni passati, che hanno spesso avuto al centro esponenti del partito della premier. Il potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, in privato, ricorda in questi giorni come Ranucci, poco dopo l’attentato, lo avesse accusato di essere mandante di uno «spionaggio» ai suoi danni. Il cerchio magico di Meloni è avvelenato. Si scatenano anche i giornali di destra del gruppo del deputato leghista Antonio Angelucci. Spronano proprio Corsini ad allontanare il conduttore. Il direttore degli Approfondimenti, nel colloquio dell’altro ieri, aveva detto che Report è confermato in palinsesto, ma che potrebbe essere condotto «da altri, come Giorgio Mottola». Poi, dopo una telefonata burrascosa con lo stesso Ranucci, aveva rettificato, parlando di «frasi estrapolate da una chiacchierata tra colleghi». Per Libero la Rai si sarebbe «spaventata» e avrebbe «frenato». Ma il titolo di prima pagina è senza fronzoli, svela l’intenzione di un pezzo di classe dirigente della destra: «Coraggio Rai, ferma Ranucci».


Dossier anti-Ranucci, Fdi passa all’incasso


“Il conduttore moralizzatore dica perché lo frequentava. E qual è il movente” Ufficio studi FdI

Dossier anti-Ranucci, Fdi passa all’incasso: “Spieghi l’amicizia col pregiudicato: perché  hanno messo la bomba?”

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Ora Sigfrido Ranucci “deve spiegare”. I motivi e le ragioni delle sue frequentazioni e della sua amicizia con il “pregiudicato” e “personaggio controverso” Valter Lavitola. E i magistrati di Roma devono andare fino in fondo per individuare il movente della bomba esplosa il 16 ottobre scorso sotto la casa di Pomezia del giornalista che ne aveva distrutto la macchina.

A due giorni dall’inchiesta della Procura di Roma che ha indagato Lavitola accusandolo di essere il presunto mandante dell’attentato, ora Fratelli d’Italia si prende la sua rivincita confezionando un dossier che punta dritto sul conduttore di Report, noto per le sue numerose inchieste sui dirigenti del partito di Giorgia Meloni, dal padre della premier al presidente del Senato Ignazio La Russa giù giù fino a parlamentari e amministratori.

[…] Martedì, l’ufficio studi di Fratelli d’Italia ha confezionato un dossier di otto pagine da inviare ai parlamentari per le loro ospitate in televisione e per le uscite “in batteria” sull’inchiesta che riguarda l’attentato nei confronti del giornalista di Rai3. Il titolo del dossier “a uso interno” è emblematico e già critico contro il giornalista: “Attentato a Ranucci: indagato come mandante l’amico pregiudicato del conduttore”.

Nella nota informativa, che Il Fatto ha letto, si inizia ricordando l’episodio della bomba e le relative polemiche politiche: già dalle prime ore dopo l’attentato, il caso viene accompagnato da “una serie di ricostruzioni e insinuazioni”, si legge, che tentano di “accreditare un collegamento tra il gravissimo episodio e il governo Meloni”. Si ricordano le dichiarazioni della segretaria Pd Elly Schlein, la secretazione dell’audizione in Commissione Antimafia di Ranucci dopo la domanda di Roberto Scarpinato su un ipotetico pedinamento, che secondo il conduttore sarebbe stato richiesto da Giovanbattista Fazzolari e le “illazioni rilanciate da Report” nei confronti del deputato di Fratelli d’Italia Gimmi Cangiano.

Ma, si legge ancora nella nota inviata ai parlamentari meloniani, “gli sviluppi investigativi di queste ore hanno completamente ribaltato il quadro”. Segue cronologia degli eventi, da ultimo l’accusa nei confronti di Lavitola. L’ufficio studi di Fratelli d’Italia quindi scrive che “non solo tutti i soggetti indagati risultano estranei agli ambienti di governo” ma “secondo l’ipotesi investigativa il presunto mandante sarebbe Valter Lavitola che lo stesso Ranucci ha pubblicamente definito un ‘amico’”.

[…]E qui i meloniani ribaltano l’obiettivo puntando dritto sul conduttore di Report: “Sorge spontanea una domanda – si legge ancora nel dossier – perché un caro amico di Ranucci gli avrebbe fatto mettere una bomba sotto casa? Qual è il movente di questa assurda vicenda?”. Seguono le parole del conduttore sulla sua amicizia con Lavitola e il curriculum politico e giudiziario di quest’ultimo (che mercoledì, sentito dai pm, si è detto del tutto estraneo): dalla mancata candidatura nelle liste di Forza Italia alla condanna per tentata estorsione a Silvio Berlusconi.

Paradosso: FdI ricorda che Lavitola è stato coinvolto in diverse vicende giudiziarie che hanno riguardato la politica italiana negli ultimi anni, tra cui alcune delle quali riconducibili a esponenti di centrodestra. “Tra queste la vicenda della casa di Montecarlo – si legge nel dossier – le inchieste sulla corruzione internazionale e sui fondi pubblici all’editoria, oltre al cosiddetto caso Tarantini, nato dall’inchiesta escort nelle residenze di Silvio Berlusconi, nel quale Lavitola fu coinvolto per le pressioni esercitate sull’allora presidente del Consiglio”.

Da qui la conclusione e la richiesta di “chiarezza” da parte di FdI. Con un dito puntato su Ranucci: “Si è sempre presentato come il ‘moralizzatore’ della politica, arrivando a costruire teoremi accusatori sulla base di elementi come i ‘selfie’”, è l’attacco dei vertici del partito di Meloni. Dunque oggi, alla luce degli sviluppi dell’inchiesta, è lui a “dover spiegare la natura, la frequenza e le ragioni della sua amicizia con Lavitola” definito dai meloniani come un “pregiudicato, noto faccendiere e personaggio controverso” applicando a se stesso “lo stesso rigore che ha sempre rivendicato nei confronti degli altri”. Segue richiesta di scuse e di andare fino in fondo con la vicenda nonostante il fascicolo sia finito a un altro pm. La conclusione sembra adombrare complotti: “Una sola domanda su tutte: qual è il movente dell’attentato?”.


L’ultima piazza


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Si spera che la prima “piazza unitaria” della cosiddetta coalizione progressista a Napoli, fra spazi vuoti e strilli di Potere al Popolo, sia anche l’ultima. Vedere i leader “insieme” è un’ossessione dei commentatori da talk più saccenti e annoiati, ma non frega nulla alle persone normali ansiose di liberarsi dell’Armata Brancameloni. Anzi, le irrita. Da vent’anni lo spartiacque non è più l’asse […]


Tribunale politico senza garanzie


(Giancarlo Selmi) – Lisei, per anni, è sembrato più un accessorio da talk show che un protagonista della vita pubblica: quello che scuoteva la testa mentre parlavano gli altri, dispensando minchiate con l’aria di chi si credeva profondissimo. Un gesto automatico, un sorrisino vuoto, la stessa autorevolezza di quei cagnolini di plastica sul lunotto posteriore: testolina mobile, lingua rossa di fuori, presenza costante e nessuna utilità.

Oggi quel cagnolino è stato promosso. Dallo scuotimento di testa televisivo, alla presidenza di una commissione che dovrebbe “fare luce” sul Covid, ma che in realtà nasce con un obiettivo politico chiarissimo: colpire Giuseppe Conte. Altro che ricerca della verità. Altro che approfondimento istituzionale. È un tribunale politico senza garanzie, una riedizione di quelli nazisti o di quelli di Beria, costruito per mettere sotto accusa chi, nel momento più drammatico della nostra storia recente, si assunse il compito di tenere in piedi il Paese e salvare vite, lavorando giorno e notte con sulle spalle il peso di una tragedia immensa.

E per arrivare al verdetto già scritto, la sceneggiata è sempre la stessa: testimoni scelti da loro, periti scelti da loro, cornice mediatica scelta da loro. Tra gli auditi spunta perfino una capopopolo novax che contestava mascherine e tamponi: il che dice già tutto sul livello di serietà dell’operazione. Senza dimenticare il supertestimone liquidato con 100 milioni di euro per una vicenda ancora tutt’altro che definita, legata proprio a forniture di mascherine bloccate per qualità scadente. Insomma, non una commissione d’inchiesta, ma una santa inquisizione in salsa di governo, con giornalacci di servizio a battere la grancassa.

La parte più indecente, come sempre, è l’ipocrisia. A mettere in piedi questo circo sono gli stessi che per anni hanno riempito l’aria di parole come “garantismo” e “giusto processo” e su queste parole pretendevano di cambiare la Costituzione, gli stessi che difendono Santanchè mentre è accusata di aver truffato lo Stato, approfittando proprio delle misure varate durante il Covid dal governo Conte per salvare imprese e lavoro. Garantisti con gli amici, inquisitori con gli avversari. Il resto è solo propaganda.

Con la testa che dondola.


Trump, l’Iran e l’escalation mondiale


(Tommaso Merlo) – Nell’ennesimo penoso show della Nato in Turchia, il protagonista assoluto è stato quel criminale di Trump con gli europei nel solito ruolo di inutili comparse. Con queste classi dirigenti rischiamo davvero l’escalation mondiale. Oltre al solito repertorio di bugie, insulti e deliri da gerontocomio, Trump ha deliziato le platee sputando sul memorandum con l’Iran e ordinando bombardamenti senza neanche aspettare la sepoltura dell’Ayatollah. Un criminale comune che diventato presidente lo è diventato anche di guerra. L’accordo prevedeva che il controllo dello Stretto di Hormuz rimanesse all’Iran che si impegnava a non chiedere nessun pedaggio almeno per i 60 giorni della trattativa, fino a quando sarebbe entrato in vigore la nuova gestione con l’Oman. L’Iran ripete poi da mesi che ha intenzione di mantenere il controllo dello Stretto, ma con gli americani è così, non si capisce mai se sono tonti o fanno finta. Il giorno dopo aver firmato il memorandum, Trump ha iniziato a violarlo spronando i mercantili ad attraversare lo Stretto fregandosene. Come se comandasse lui. Quando poi gli iraniani hanno prima avvertito e poi reagito, Trump si è messo a starnazzare e bombardare facendo la vittima. Gaslighting geopolitico aggravato dai metodi intimidatori mafiosi. Come se avesse vinto la guerra lui e come se gli Stati Uniti fossero ancora la potenza egemone e non invece uno stato canaglia che dopo decenni di distruzione e sangue innocente dovrebbe vergognarsi e tornarsene a casa ed occuparsi dei suoi cittadini ormai allo stremo piuttosto. Come noi servi e complici europei del resto. L’Iran ha già reagito all’ennesima aggressione di Trump bombardando quello che resta delle basi americane in Bahrain, Kuwait e Qatar e adesso vedremo gli sviluppi. Se cioè si conterranno e torneranno al tavolo, oppure se questa volta andranno fino in fondo nella loro lotta di liberazione dal gioco occidentale. Durante i funerali oceanici dell’Ayatollah, molti iraniani hanno insultato i ministri di Teheran impegnati nei negoziati accusandoli di collusione col nemico e debolezza. Vogliono vendetta per l’assassinio terroristico di un leader che era anche spirituale e di migliaia di civili. E vogliono liberarsi per sempre dal giogo di un nemico che li perseguita ingiustamente da decenni e di un criminale come Trump che li insulta e minaccia violentemente da mesi. E ritengono sia il momento storico migliore per riuscirci. Perché gli americani hanno gli arsenali vuoti come le teste dei loro generali, perché sono sull’orlo della bancarotta e con Hormuz possono sferrargli il colpo di grazia e perché quel demente in capo di Trump è detestato anche dai suoi cittadini. Trump è anche politicamente un morto che cammina e lo è anche per quell’ennesima guerra sbagliata nel momento sbagliato contro cui ha votato perfino il Congresso. Gli americani non sono mai stati così deboli e divisi e gli iraniani mai così forti ed uniti. Anche i complici sionisti sono ai minimi storici, con una società da psichiatria dopo tre anni di deliri genocidari e poi si sa, quando stramazza il bisonte fanno la stessa fine anche i parassiti. È storia al contrario. L’Iran ha sempre agito nel rispetto del diritto internazionale, non ha mai aggradito per primo e ha sempre cercato di limitare le vittime civili. Ha poi tentato seriamente di trovare una soluzione diplomatica e potrebbe convincersi di non avere alternative alla guerra se vuole sopravvivere. Del resto gli Stati Uniti e il clan sionista che li infesta hanno dichiarato candidamente che voglio distruggere anche l’Iran e sono tradizionalmente incapaci di ogni compromesso e disposti a calpestare tutto e tutti pur di raggiungere i loro scopi. È storia degli ultimi decenni come degli ultimi giorni. Trump è solo il criminale di turno che manifesta platealmente vizi antichi, quelli dell’arroganza e prepotenza che impedisce ogni empatia ed esame di coscienza, quelli della realtà parallela di comodo e della propaganda con cui manipolare le masse, quelli della bulimica lobby della guerra che da dietro le quinte manovra burattini politici sempre più spaesati, quelli delle relazioni internazionali basate sulla legge del più forte e del più ricco coi valori rilegati a robaccia da perdenti, quelli dei missili e dei droni al posto della diplomazia e del buonsenso. L’Iran è solo l’ultima tappa di una lunga serie di disastri e l’Occidente ha già perso la guerra politica. I popoli del mondo intero sono dalla parte dell’Iran come dei palestinesi e dei libanesi e gli Stati Uniti da leader del mondo libero sono diventati leader di quello sanguinario con noi europei nel ruolo di inutili comparse. Ma per il cambiamento ci vuole tempo e l’ennesimo penoso show della Nato in Turchia ha confermato che con queste classi dirigenti rischiamo davvero l’escalation mondiale.


La maggioranza si è incartata sulla legge elettorale


(di Lorenzo De Cicco – la Repubblica) – […] mentre il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, ricorda che chi ha cambiato il sistema di voto poi ha sempre perso le elezioni e dunque, cara Meloni «occhio alla cabala», il ministro Roberto Calderoli si presenta al vertice di maggioranza in via della Scrofa vestendo i famosi calzoni corti, come nell’epoca d’oro del riformismo lumbard, correva l’anno 2003, quando a Lorenzago di Cadore i saggi della Casa della Libertà si riunivano per riscrivere la Costituzione. Battuta: «Vado al mare…». […] nel chiuso del quartier generale di FdI, l’atmosfera è tutt’altro che vacanziera. Riceve Giovanni Donzelli, per il Carroccio oltre a Calderoli c’è il salviniano Andrea Paganella; per FI Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni, Alessandro Colucci per Noi Moderati.

Ma è un nulla di fatto, l’ennesimo: gli “sherpa” si rivedranno stasera, al più tardi domattina. Il tempo stringe: nell’aula della Camera martedì si parte con le batterie di votazioni. Per gli emendamenti il gong suona lunedì.

La trattativa sulla riforma detta Melonellum continua a incartarsi sulle preferenze, che la premier pretende, per non perdere la faccia dopo averle chieste per una vita, quando era all’opposizione. Alla vigilia, la Lega sembrava quasi essersi convinta ad accettare un compromesso: capilista bloccati e il resto dei candidati da votare con le crocette.

In realtà il Carroccio è spaccato: Salvini è aperturista, in maggioranza sottovoce parlano di un segnale di disponibilità per altre partite, dal ritorno al Viminale alle nomine in Ferrovie. Ma i “nordisti” sono in subbuglio e pure Calderoli è molto scettico, tanto da ripetere al tavolo ai Fratelli: se tirate dritto, al Senato la riforma balla.

È soprattutto Forza Italia a non voler sentire parlare di preferenze. Nemmeno formule ibride, di compromesso appunto, con i soli capilista bloccati: «A noi non va bene – spiega il portavoce nazionale, Raffaele Nevi – perché questo sistema avvantaggia i grandi partiti: i piccoli potrebbero eleggere solo i capilista e nelle urne non avrebbero la spinta di chi cerca voti personali per avere il seggio».

Il muro azzurro, a cui si sono accodati i leghisti, come nel gioco dell’oca ha riportato la coalizione di governo alla casella di partenza: «Dovranno rivedersi i leader, per trovare la quadra», è il responso che trapela all’ora di cena. A Giorgia Meloni, reduce dal rognoso vertice di Ankara con l’ex amico Donald Trump, toccherà sbrogliare anche questa matassa, riconvocando Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi, almeno al telefono.

Nel vertice-conclave, quattro ore filate, si parla anche di altre questioni. I seggi per l’estero che saranno dimezzati (da 2 a 1 al Senato, da 4 a 2 alla Camera), di soluzioni per favorire il voto dei fuori sede. Rispunta pure il ballottaggio: una riflessione, nata dopo il boom nei sondaggi di Roberto Vannacci, ma subito accantonata, vista la raffica di bocciature nelle audizioni da parte dei costituzionalisti.

[…] Sulle preferenze si è speso di nuovo ieri anche un peso massimo del partito come il presidente del Senato, Ignazio La Russa: i Fratelli d’Italia alla fine presenteranno un emendamento? «Secondo me sì – risponde la seconda carica dello Stato – FdI fa parte di una coalizione, non è che questo fatto vale solo per il campo largo, ma io credo che alla fine Fratelli d’Italia lo presenterà, dopo averne discusso giustamente con gli alleati».

E poi, ovvio, «decide il Parlamento». Leghisti e azzurri aggiungono a mezza bocca: ecco, il Parlamento sulle preferenze voterà a scrutinio segreto.


La Cantina di Solopaca celebra 60 anni di storia e guarda al futuro: Marco Giulioli è il nuovo enologo


Nell’anno del suo 60° anniversario, la storica cooperativa sannita annuncia la nuova conduzione enologica per elevare ulteriormente la qualità dei propri vini e puntare alle fasce premium del mercato, nel segno dell’innovazione e del rispetto della tradizione.

Solopaca (BN), 9 Luglio 2026 – La Cantina di Solopaca annuncia l’ingresso di Marco Giulioli nel ruolo di consulente enologo, una scelta che si inserisce in un percorso di crescita orientato al rafforzamento della qualità dei vini e alla valorizzazione dell’identità territoriale del Sannio.

Storica cooperativa campana e punto di riferimento per la viticoltura del territorio, la Cantina di Solopaca riunisce da decenni centinaia di soci viticoltori e rappresenta una realtà profondamente legata alla propria comunità, alle varietà autoctone e alle denominazioni locali. Un modello cooperativo che ha fatto della condivisione, della competenza tecnica e del rispetto della tradizione i propri valori fondanti e che celebra nel 2026 i 60 anni di attività, guardando al futuro con rinnovata consapevolezza.

La nuova conduzione enologica ha l’obiettivo di valorizzare le varietà autoctone del Sannio, consolidare la qualità e l’identità stilistica dei vini e accompagnare la cooperativa nelle sfide dei mercati contemporanei, nel rigoroso rispetto della sostenibilità e della tradizione cooperativa.

A guidare questa evoluzione sarà uno dei professionisti più autorevoli e stimati nel panorama enologico della Campania. Formatosi sul campo e specializzatosi nella valorizzazione dei vitigni autoctoni del Sannio, Marco Giulioli ha legato il suo nome ad alcuni dei progetti enologici di maggior successo della provincia di Benevento. Dotato di una consolidata esperienza nella gestione agronomica ed enologica di grandi realtà cooperative, ha dimostrato negli anni una rara capacità: far coesistere i grandi numeri di produzione con il concetto di cru e di altissima qualità. La sua abilità nel mappare, selezionare e valorizzare le singole parcelle dei soci viticoltori lo ha reso un maestro nell’interpretazione della Falanghina e dell’Aglianico, rendendolo oggi la figura tecnica ideale per guidare la Cantina.

Il Presidente della Cantina di Solopaca, Carmine Coletta, esprime così la soddisfazione del Consiglio di Amministrazione: «Non c’era modo migliore per celebrare i 60 anni della nostra fondazione. Siamo entusiasti di accogliere Marco Giulioli nella nostra grande famiglia. La sua firma stilistica e la sua competenza indiscussa sul territorio rappresentano esattamente ciò di cui avevamo bisogno per inaugurare questa nuova fase della nostra storia. Fino a pochi anni fa eravamo visti come una cantina da grandi volumi; oggi portiamo sui mercati vini di pregio, e l’arrivo di Marco Giulioli ci consentirà di fare l’ultimo salto di qualità, dando ancora più valore al sudore dei nostri viticoltori».

Anche Marco Giulioli ha commentato l’inizio di questa nuova avventura professionale: «Lavorare con una realtà storica come la Cantina di Solopaca, le cui radici sono profondamente intrecciate con la storia vinicola del Sannio da ben sessant’anni, è una sfida tanto affascinante quanto ricca di responsabilità. Trovo un patrimonio viticolo immenso, un mosaico di parcelle e altitudini che offre possibilità espressive straordinarie. Il mio impegno sarà quello di tradurre questa diversità in vini identitari, puliti, capaci di raccontare Solopaca ed il Sannio con rigore e modernità».

Il nuovo corso è già pienamente operativo. Con la nuova vendemmia ormai alle porte, la squadra tecnica e i soci viticoltori stanno già lavorando intensamente in campo per monitorare l’evoluzione delle uve. I primi frutti di questa direzione tecnica saranno visibili proprio a partire dalle selezioni della prossima vendemmia, segnando così il primo passo di questo ambizioso percorso di rinnovamento.


Simeone: “Picierno sbaglia bersaglio, basta trasformare il confronto politico in un processo alle intenzioni”


Il consigliere regionale e capogruppo del gruppo Fico Presidente: “Conte può essere criticato, ma merita rispetto. La politica si faccia sulle idee, non sugli attacchi personali”

“Le parole di Pina Picierno nei confronti di Giuseppe Conte rappresentano l’ennesimo tentativo di spostare il confronto politico dal merito delle idee alla delegittimazione personale. In una fase così delicata per gli equilibri internazionali, il Paese ha bisogno di un dibattito serio, fondato su posizioni e argomenti, non di etichette o processi alle intenzioni”. Lo dichiara il consigliere regionale e capogruppo del gruppo Fico Presidente, Nino Simeone.

“Giuseppe Conte non ha bisogno di avvocati difensori e certamente non sarò io a farne le veci. Ma una cosa gli va riconosciuta: il coraggio di metterci sempre la faccia e di sostenere, con chiarezza e senza ambiguità, le proprie convinzioni. Lo ha fatto da Presidente del Consiglio e continua a farlo oggi da leader politico, non solo sui temi della politica internazionale, ma anche su quelli economici, sociali e ambientali”.

“Anche quando le sue posizioni risultano controcorrente, non sceglie mai la strada dell’ambiguità o delle convenienze del momento. In un periodo storico in cui è sottoposto a un fuoco incrociato di critiche, non solo da parte degli avversari politici ma anche di esponenti dello stesso campo, continua ad assumersi la responsabilità delle proprie idee”.

“Al di là delle differenze politiche e delle valutazioni nel merito, il rispetto del confronto democratico dovrebbe essere un punto fermo. Le critiche sono legittime, gli attacchi personali no. La politica torni a confrontarsi sulle proposte e sulle soluzioni, perché è sulle idee che si misura la qualità della democrazia”.


La NATO è rinata? Questo è il dilemma…


(Dott. Paolo Caruso) – Mugugni e rimbrotti di Trump per tutti ad Ankara non ne sono mancati. I sedicenti alleati NATO ancora una volta senza dignità hanno subito in silenzio le accuse di tradimento perché a dire del Tycoon lo hanno privato dell’ utilizzo delle basi dislocate in Europa, penalizzando le operazioni di guerra contro l’Iran. Nel mirino soprattutto Italia e Spagna. L’ Italia alla fine messa meglio perché Sanchez gli risulta particolarmente indigesto. Per Trump, la “Meloni resta sempre la bella ragazza ma non affidabile”. E comunque niente self. La Groenlandia fu di nuovo motivo di lagna. Strategicamente importante per “il bisonte americano”, la Danimarca farebbe bene a venderla agli USA. Le ricchezze sottomarine, emerse dallo scioglimento dei ghiacciai, in quella parte dell’artico gli fanno gola. Soprattutto però lo preoccupano le rotte navali russe e cinesi, che transitano a loro comodo e da lì controllano gli USA. Ad Ankara fu un summit della NATO strascicato tra recriminazioni, lamentele e ai margini qualche proposito. Non ci fu la spaccatura paventata, ma con Trump, l’imprevedibile, è sempre dietro l’angolo. Nuovi però i vassallaggi economici. Manco a dirlo. Con Trump si deve sempre parlare di affari. La firma della Meloni al programma di riarmo nazionale di difesa costerà all’Italia il 5% del PIL. Miliardi da non destinare più alla Sanità o alla Istruzione, ma agli armamenti. Da comprare a prezzi esorbitanti e non concorrenziali esclusivamente dagli USA. Un vero e proprio salasso per le già anemiche casse dello Stato italiano. In questo un grazie va alla nostra “Sovranista della Garbatella”. Dollari da portare in dote al Tycoon, per riequilibrare lo spaventoso debito americano contratto soprattutto con la Cina. Agli occhi di Donald gli Europei sono scrocconi, e vivono alle sue spalle. Proprio di lui stramaledettamente più ricco da quando è tornato a pontificare sul mondo. Trump è un marpione e attua la teoria dei “due forni”, l’altro è lo zar russo. Durante il vertice avrà tenuto aperto il contatto con il compare del Cremlino. Ufficialmente, alla fine del summit, si è promesso aiuto all’Ucraina, ma dei Patriot anti missili contro la Russia, solo gli schemi per costruirli sono stati concessi dagli Usa all’Ucraina. Ora che l’ innamoramento servile a Tramp non ha prodotto benefici e il ruolo di pontiera è venuto meno, la Meloni ha fatto di necessità virtù. Ha cambiato polarità. Pare che l’Europa sia ora la sua vocazione. Pardon! Quella dell’Italia. Cosa succederà? Intanto Trump ha ripreso a bombardare l’Iran e il petrolio è schizzato di nuovo alle stelle. “Chissà, se finirà?”, cantava Sergio Endrigo…