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Dal Paese reale una richiesta di connessione


La sonora sconfitta è un messaggio chiaro a Meloni. E per l’opposizione arriva adesso la parte più difficile

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Quella che doveva essere la prima grande riforma portata a termine dal suo governo si è trasformata nella più clamorosa sconfitta di Giorgia Meloni. Perché questo referendum, che il governo ha provato a confinare nel recinto tecnico di una riforma della giustizia, è stato vissuto dagli elettori come un segnale da inviare alla premier. E quel segnale è arrivato, forte e chiaro: fermati. La prima verità che emerge dal voto è dunque che il rapporto tra la presidente del Consiglio e il suo elettorato non è più quello di una investitura piena. Meloni resta la figura più solida del panorama politico, ma non dispone più di quel margine di credito che le consentiva di trasformare ogni proposta in una prova di forza vinta in partenza. Impressiona, in questo contesto, la geografia del voto: persino il Sud le ha voltato le spalle.

La seconda verità riguarda il tempo lungo della politica, quello che si misura nelle generazioni. I giovani, che nel 2022 avevano guardato con curiosità – se non con favore – alla novità rappresentata da Fratelli d’Italia, oggi voltano lo sguardo altrove. Significa che il racconto della premier, fondato su identità, nazione, sicurezza, non intercetta più le inquietudini di una fascia di cittadini che vive immersa in un orizzonte globale, attraversato da paure diverse e da aspettative nuove.

La terza verità è forse la più insidiosa, perché riguarda la collocazione internazionale del governo. L’allineamento con Donald Trump, finché restava sul piano simbolico, poteva essere liquidato come una scelta di campo ideologica, persino come una forma di affinità personale. Ma quando la politica estera produce conseguenze tangibili – crisi, instabilità, timori diffusi – allora entra nel corpo dell’elettorato e ne orienta le scelte. Punendo, in questo caso, una premier troppo schiacciata su un Trump destabilizzatore e guerrafondaio. Di fronte a questo scenario, Meloni sa che non può fermarsi, ma sa anche che non può continuare come prima. Dovrà correggere il percorso, rinunciare a qualche ambizione – a cominciare dal premierato, che oggi si presenta come un azzardo politico difficilmente sostenibile – e ridefinire i rapporti dentro la sua maggioranza. Lo si vedrà presto, prestissimo, quando arriverà al pettine il nodo della legge elettorale. Il centrodestra aveva un progetto ben delineato, ma il risultato del referendum consiglia o addirittura impone di cercare un’intesa anche con l’opposizione, sui due punti-chiave del premio di maggioranza e delle liste bloccate (o dell’assenza del voto di preferenza). E tuttavia il significato più profondo di questo passaggio non riguarda soltanto il destino del governo. Riguarda anche, e forse soprattutto, l’opposizione. Che fino a ieri appariva dispersa, incerta, incapace di offrire un’alternativa credibile, e che oggi intravede improvvisamente la possibilità di una competizione reale. Ma unirsi attorno a un No è facile, farlo attorno a un Sì – a un programma – è assai più difficile. Servono leadership, visione, coesione. Servono, soprattutto, parole capaci di parlare a quel Paese che oggi ha detto No non tanto per aderire a un’idea alternativa, quanto per esprimere un dubbio, una distanza, una inquietudine.

E qui si apre il vero problema del cosiddetto “campo largo”. Perché se è vero che il risultato referendario ha riacceso una speranza, è altrettanto vero che quella speranza resta fragile, esposta al rischio di dissolversi se non trova rapidamente una forma politica riconoscibile. Non basta evocare l’unità, bisogna costruirla. E costruirla significa innanzitutto affrontare i nodi che finora hanno diviso profondamente le forze dell’opposizione.

Il primo riguarda la politica internazionale, e in particolare il sostegno all’Ucraina. Su questo terreno le distanze tra le diverse anime del centrosinistra sono evidenti: c’è chi rivendica senza ambiguità il sostegno militare a Kiev e chi lo considera un errore, chi vede nel riarmo una necessità e chi lo interpreta come una deriva pericolosa. Non sono sfumature, sono differenze fondamentali. E senza una sintesi chiara, difficilmente si può presentare agli elettori un’immagine di governo credibile. Certo, le proposte sociali hanno un peso. Il salario minimo, il congedo paritario e il rafforzamento della sanità pubblica – i tre punti in comune con il M5S evocati da Schlein – sono temi importanti. Ma non bastano. Non bastano a definire un programma di governo, non bastano a tenere insieme una coalizione, non bastano a convincere chi si è allontanato che questa volta la politica ha davvero qualcosa di nuovo da dire.

Poi c’è il tema della leadership. Le primarie vengono indicate come lo strumento per sciogliere il nodo, per trasformare la competizione interna in una risorsa. Ma non possono colmare le divisioni, né creare dal nulla quella coesione che serve per governare. Bisognerà capire come saranno organizzate, chi potrà partecipare, con quali regole. E soprattutto bisognerà vedere se la competizione si limiterà a un duello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, oppure se emergeranno altre candidature, altre ambizioni, altri tentativi di ridefinire gli equilibri.

Sul fondo resta una domanda: è possibile trasformare un voto di reazione in un progetto di governo? È possibile passare dal No a qualcosa che sia riconoscibile come un Sì, come una proposta capace di tenere insieme il Paese? È a questa domanda che devono rispondere adesso i vincitori del 23 marzo


Conte: “Sì alle primarie, leader e programma coinvolgendo i giovani”


Il presidente dei 5S: “A Schlein e agli alleati dico di non chiuderci nelle segreterie per stabilire il futuro premier”

Giuseppe Conte

(di Francesco Bei – repubblica.it) – ROMA – Dopo il referendum, come chiedeva, sono arrivate le dimissioni di Santanchè, oltre a quelle di Delmastro e Bartolozzi. È soddisfatto presidente Conte?

«Quelli di Meloni sono spregiudicati calcoli elettoralistici: Santanchè, fino al giorno prima, l’hanno lasciata al suo posto nonostante fosse da tempo pluri-indagata. La verità è che, dalla Sicilia al Piemonte, FdI sta dimostrando di avere una seria questione morale, che si aggiunge alla incapacità che hanno dimostrato nel governare».

Sembra che Meloni stia ipotizzando anche un voto anticipato a giugno. Vi coglierebbe impreparati, senza programma comune e senza leader?

«Se servirà accelerare il percorso unitario, lo faremo. E poi guardi che non partiamo da zero, in questi quattro anni di legislatura abbiamo portato avanti battaglie comuni, quella è già una base da cui partire».

Insisto: lei aveva immaginato una fase lunga di consultazione per il programma. Non è il caso di mettervi subito intorno a un tavolo di coalizione?

«Al momento mi sembra che tutte le forze siano giustamente alle prese con una fase di ascolto della propria base per definire i propri programmi. Come M5S saremo a breve in cento piazze aperte a tutti, non solo alla nostra comunità, e da lì verranno fuori idee e progetti che porteremo al tavolo con le altre forze progressiste. Questo non significa perdere tempo, significa dare più forza alle nostre proposte».

Con il premierato nel cassetto Meloni torna a parlare di legge elettorale. Per voi si può fare o il referendum ha archiviato anche questa discussione?

«Hanno scritto una legge con un premio di maggioranza che è una supertruffa, non scherziamo».

Ma, nel caso, quali sarebbero i vostri paletti sul Meloncellum?

«Noi siamo tradizionalmente per le preferenze e poi non potremmo mai accettare premi di maggioranza che stravolgono i risultati delle urne».

Lei è sembrato giocare d’anticipo sulle primarie. Lo sa che si dice? Che avrebbe già un accordo con qualcuno nel Pd che non vede l’ora di mettere Schlein da parte…

«A essere precisi, sono mesi che tutti parlano di primarie, ben prima del sottoscritto. Ho detto che sono e siamo disponibili come M5S, però prima bisogna avere un programma condiviso e solo dopo si cerca l’interprete migliore per quel progetto. Farlo prima ridurrebbe tutto a una scelta leaderistica, individualistica e allora sì che alimenteremmo le divisioni e fantasiose ricostruzioni».

Primarie online o con i gazebo? Con quali regole?

«Il risultato referendario ci dice che il leader va scelto nella maniera più democratica possibile. Se pensiamo di rispondere a questa onda chiudendoci nelle segreterie di partito o affidandoci agli apparati di partito significa che non abbiamo capito la portata e il significato di questo risultato».

Non sarebbe più semplice e meno divisivo, come sostiene Silvia Salis, un accordo tra i leader su chi deve correre contro Meloni?

«Metodo vecchiotto, verticistico. Il referendum ci dice che le persone, specie i giovani, vogliono dire la propria, ignorarli sarebbe un errore».

Ecco, come coinvolgere quei due milioni di giovani che hanno votato no?

«Vorrei lanciare loro un appello: auto organizzatevi dal basso, costituite dei gruppi identificabili con un logo, magari con un richiamo alla “democrazia in azione”, e incontriamoci e confrontiamoci in ogni parte d’Italia. Diteci quali sono le vostre idee, i vostri obiettivi. Io ci sono e sono convinto che anche Schlein, Fratoianni, Bonelli e altri esponenti politici di questo progetto progressista che stiamo costruendo, saranno disponibili».

I giovani non sembrano muoversi per gli appelli dei leader. Perché dovrebbe essere diverso?

«Perché se domattina dovessimo andare noi al governo, non sarà facile rivedere gli accordi sottoscritti da Meloni: patto di stabilità, piano di riarmo europeo, spese Nato al 5%. Se invece dietro di noi ci fossero le richieste delle nuove generazioni, avremmo la possibilità di ridiscutere quegli impegni».

Sta dicendo che potreste non onorare impegni sottoscritti a nome dell’Italia?

«Dovremo fare di tutto per modificarli. Allora dico ai giovani: se ci darete questa forza democratica, non ci sarà Trump o Von der Leyen che tengano, non ci potranno più inchiodare a firme che la Meloni ha messo a titolo personale».

Uno degli ostacoli a un accordo nel centrosinistra è l’Ucraina. Una convergenza è impossibile?

«La strategia di Meloni di puntare sulla vittoria militare contro la Russia si è rivelata fallimentare. Occorre imprimere una svolta negoziale, come diciamo da tempo, e l’Europa deve essere capofila di questa iniziativa. Sono convinto che su questo approccio ci potremo ritrovare tutti».


Meloni e gli altri “sdegnati”: finora tutti zitti sul genocidio a Gaza


(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Il governo di Israele che impedisce di celebrare la messa della domenica della Passione del Signore al Santo sepolcro, e ferma per strada il patriarca latino di Gerusalemme e il custode di Terrasanta, compie l’ennesimo atto di arbitraria violenza. Ma si rimane senza fiato a leggere le parole di Giorgia Meloni, che si scaglia come mai aveva fatto finora contro il governo di Netanyahu, accusandolo di “un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”. E mentre Tajani convoca l’ambasciatore di Israele alla Farnesina, ed esprime lo “sdegno” (poi cambiato in “protesta”…) del governo italiano, l’altro vicepremier Salvini giudica “inaccettabile e offensivo” l’operato del governo di Tel Aviv.

[…]

Ora, chi prova a seguire le parole di vita del Vangelo sa bene che Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo” (Atti, 17, 24), e che ogni persona umana è “il tempio del Dio vivente” (2 Corinzi, 6, 16). Ebbene, quanti templi di Dio il governo di Israele ha deliberatamente distrutto, macellato, smembrato a Gaza, e in Cisgiordania e ora in Libano, Iran, e in tutta la regione? Da pochi giorni è uscito (presso le Edizioni della Meridiana) il documento su Gaza del movimento cristiano interconfessionale palestinese Kairos, dal titolo Un momento di verità. La fede in tempo di Genocidio. Nella lingua del Vangelo – quella del sì, sì, no, no – i cristiani di Terrasanta si rivolgono a noi: “Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?” Sono parole che pesano come pietre sulla condotta dei politici che si proclamano cristiani quando si tratta di usare il presepe come simbolo identitario, e si avvolgono nei rosari per accendere il fuoco dell’odio contro i migranti. Se lo ‘sdegno’ contro Israele è la reazione ad un odioso divieto a pratiche di culto, cosa avrebbero dovuto dire quegli stessi governanti contro il genocidio? […] Ma di quel genocidio sono stati, e sono, complici: e le mani sporche di sangue non si lavano difendendo le pietre delle chiese. I cristiani di Palestina chiedono, con un filo di voce, “ai governi del mondo di esercitare pressioni affinché i criminali di guerra, chiunque essi siano, siano perseguiti dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale; e di adoperarsi per il ritorno immediato degli sfollati attraverso la ricostruzione di Gaza e il rafforzamento della tenacia del suo popolo”. Come tutta risposta, Giorgia Meloni consente a Netanyahu di sorvolare impunemente l’Italia per tutta la sua lunghezza ogni volta che vuole, e appoggia il coloniale Board of Peace. E questa – perpetrata da chi si dice ‘cristiana’ – è un’offesa incomparabilmente maggiore di quella oggi platealmente rimproverata a Israele. E così, in questa Settimana Santa affondata nel sangue, sentiamo ancora una volta risuonare queste parole: “Anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Le ha dette, ai farisei del suo tempo, Colui nella cui memoria si dovrebbero celebrare le liturgie della Passione. Ascoltarlo, invece di usarlo, sarebbe cosa buona e giusta.


Iran, insider trading di guerra: quelle ombre sulla Casa Bianca


15 minuti prima del post con cui il 23 marzo Trump fermava i raid per 5 giorni, sono passati di mano 6 milioni di contratti relativi a oltre 6 milioni di barili di petrolio: poi i prezzi sono schizzati

Iran, insider trading di guerra: quelle ombre sulla Casa Bianca

(estr. di Martine Orange – ilfattoquotidiano.it) – […] Se fosse confermato, sarebbe gravissimo: è vero che c’è chi, nell’entourage di Donald Trump, era venuto a conoscenza di informazioni confidenziali per speculare sui mercati e realizzare ingenti profitti il 23 marzo scorso? Quel lunedì flussi di operazioni insolite sono stati registrati nei mercati. Tutte le principali piazze finanziarie mondiali avevano aperto in forte ribasso dopo l’ultimatum che il presidente degli Stati Uniti aveva lanciato contro l’Iran, minacciando Teheran di distruggere le infrastrutture elettriche del Paese, mentre i prezzi del petrolio toccavano record storici. Teheran aveva risposto minacciando a sua volta di colpire le infrastrutture energetiche e di desalinizzazione presenti nei Paesi del Golfo. Poi, alle 7:05, Trump ha annunciato sul suo Truth Social che avrebbe rinviato di cinque giorni gli attacchi grazie a colloqui “costruttivi” con Teheran.

[…]

La reazione dei mercati è stata immediata. A Wall Street si è innescata una repentina inversione di rotta e anche le Borse europee ancora aperte hanno finito col chiudere in rialzo. Il prezzo del barile è tornato in pochi minuti sotto quota 100 dollari, con un calo del 14%. Alcuni trader e analisti hanno tuttavia rilevato che delle operazioni anomale erano state effettuate una quindicina di prima della pubblicazione del post di Trump. In due minuti sono stati scambiati circa 6 milioni di contratti relativi a oltre 6 milioni di barili di Brent e West Texas Intermediate, i principali benchmark energetici, per un valore di oltre 660 milioni di dollari. Il volume eccezionalmente alto dei volumi di scambio tutti nello stesso momento ha attirato l’attenzione degli operatori del settore. Fino a quel momento i volumi erano stati ai minimi: la media dei contratti trattati nella stessa fascia oraria nei cinque giorni precedenti non superava i 700 lotti, pari a circa 700 mila barili di greggio. Nello stesso momento è stata registrata anche un’impennata nella vendita di futures S&P 500, uno dei principali indici azionari di Wall Street. In due minuti sono stati scambiati 4.497 contratti. Anche in questo caso i volumi risultavano anomali rispetto alla media delle ultime sedute. Il valore complessivo dei contratti era stato pari a circa 1,5 miliardi di dollari: la più fruttuosa operazione della giornata. Finché le autorità di vigilanza non avvieranno un’indagine ufficiale, nessuno è in grado di stabilire se operazioni analoghe siano state effettuate su altri derivati finanziari, né di identificare chi si cela dietro queste transazioni anomale. Con il passare delle ore, però, aumentano i sospetti di insider trading. Chi poteva essere a conoscenza dell’annuncio di Trump con quindici minuti di anticipo al punto da scommettere su un totale ribaltamento dei mercati? Tutti gli sguardi sono puntati sulla Casa Bianca, che smentisce ogni irregolarità: “Qualsiasi accusa, priva di prove, secondo dei responsabili sarebbero coinvolti in simili attività è infondata”, ha dichiarato un portavoce, accusando i media di “giornalismo irresponsabile”. La smentita ufficiale non è stata totalmente convincente. Anche perché non è la prima volta che trader e investitori segnalano un nesso tra movimenti anomali sui mercati e gli annunci di Trump.

[…]

A febbraio, pochi giorni prima che Stati Uniti e Israele lanciassero i raid sull’Iran, sulla piattaforma di “prediction market” Polymarket, che garantisce il totale anonimato, sono state registrate puntate vincenti sul 28 febbraio come data di inizio dei bombardamenti. In pochissimo tempo scommettitori particolarmente “fortunati” hanno incassato oltre 330 mila dollari grazie al loro intuito “visionario”. Scommesse analoghe erano state registrate anche in occasione del rapimento a sorpresa del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Donald Trump non attribuisce particolare peso a queste derive. Anzi, nell’aprile 2025, si era anche pubblicamente congratulato con il finanziere Charles Schwab per aver guadagnato 2,5 miliardi di dollari scommettendo in anticipo su un’inversione dei mercati, poco prima che il presidente Usa annunciasse una parziale marcia indietro nella sua guerra commerciale contro il resto del mondo. Una scommessa vincente, ufficialmente, frutto del caso: secondo il Wall Street Journal, invece, sarebbe stato proprio Charles Schwab, durante un pranzo con Trump, a convincere il presidente a rivedere la sua politica doganale. Secondo alcune stime, le plusvalenze realizzate con le ultime operazioni su petrolio e S&P 500 potrebbero sfiorare 1,5 miliardi di dollari. Gli investitori “ispirati” che si sono mossi pochi minuti prima dell’annuncio di Trump si sono subito affrettati a vendere mentre i corsi erano favorevoli. L’effetto dell’annuncio, infatti, è stato di breve durata. Il regime iraniano ha smentito poco dopo qualsiasi negoziato in corso con Washington, accusando Donald Trump di “manipolare i mercati finanziari e petroliferi”.

La prospettiva di una tregua si allontana mentre Israele e Iran continuano a bombardarsi reciprocamente. Già dal 24 marzo le Borse hanno ripreso a scendere, mentre il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, con il rischio di una crisi energetica globale sempre più concreto. Il volume delle operazioni speculative condotte sui mercati finanziari e petroliferi in una fase di tensione geopolitica ed economica estrema rischia ora di innescare numerose reazioni. Negli ambienti finanziari diversi operatori stanno apertamente esprimendo la loro irritazione per quelle che considerano “evidenti manipolazioni del mercato”. Da mesi inoltre l’opposizione democratica, ma anche alcuni repubblicani, denuncia il clima di affarismo che domina alla Casa Bianca, favorevole ad alimentare corruzione e abusi. Dalla ricostruzione di Gaza allo sviluppo dei criptoasset, passando per investimenti in società che ottengono poco dopo contratti con il Pentagono, il gruppo Trump, la sua famiglia e il suo entourage risultano finanziariamente coinvolti in numerose operazioni legate a decisioni della Casa Bianca o dell’amministrazione federale. Secondo Forbes, la presidenza di Donald Trump è “la più lucrativa della storia americana”. Il patrimonio personale di Trump è passato da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari tra il 2024 e l’inizio del 2026.

Traduzione Luana De Micco


Ilva di Taranto in vendita, offerte inaccettabili: perché ci conviene nazionalizzarla


Ilva, che fine farà l'ex acciaieria più grande del mondo

(di Michelangelo Borrillo, Milena Gabanelli e Mario Gerevini – corriere.it) – L’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, lo ha detto senza filtri: dopo tanti sacrifici e nessun risultato tenere aperta quella che fu la più grande acciaieria d’Europa non conviene più. E a Taranto ne sono certi in tanti. Allo stato attuale, l’ex Ilva ogni giorno apre i battenti per perdere non meno di un milione, e nelle stime più ottimistiche, la perdita mensile si aggira sui 40 milioni di euro; in quelle più pessimistiche, evidenziate dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, nell’audizione al Senato dello scorso dicembre, oscilla tra gli 80 e i 100 milioni al mese. Una situazione che va avanti dal 2012, quando si è chiusa l’era della famiglia Riva con il primo sequestro preventivo dello stabilimento di Taranto disposto dal Gip per gravi violazioni ambientali. Da allora lo Stato si è fatto carico di costi ingentissimi. La prima amministrazione straordinaria risale a gennaio 2015 e dura fino al 2017, quando l’ex Ilva viene assegnata ad ArcelorMittal; dal 2021 al 2024 lo Stato ha poi cogestito l’acciaieria attraverso la partecipazione minoritaria (38%) di Invitalia al fianco di ArcelorMittal in quella che è diventata, dopo l’ingresso del socio pubblico, Acciaierie d’Italia; nel marzo 2024, con l’addio di Arcelor arriva l’amministrazione anche per Adi. Adesso sia Ilva che Acciaierie d’Italia – quindi sia la società proprietaria degli impianti che quella che li gestisce – sono commissariate dallo Stato. Quanto denaro pubblico è stato speso in questi 14 anni?

I costi per lo Stato  

Il costo per i contribuenti italiani arriva dalle risposte date dalla sottosegretaria al ministero delle Imprese Fausta Bergamotto all’interpellanza del 24 gennaio 2025. I finanziamenti statali erogati durante la prima amministrazione straordinaria ammontano a circa 600 milioni, a cui vanno aggiunte le «risorse statali utilizzate per l’ingresso di Invitalia nel capitale sociale della società AM InvestCo Italy, con un aumento di capitale sottoscritto e versato, nell’aprile 2021, pari a 400 milioni – da quando ArcelorMittal ha cambiato la denominazione sociale in Acciaierie d’Italia – e, ancora, per il finanziamento soci disposto da Invitalia ad Adi nel 2023 per 680 milioni». Poi c’è il finanziamento ponte disposto a favore di Adi nel 2024 per 320 milioni di euro, quindi lo stanziamento deliberato dal Consiglio dei ministri il 23 gennaio 2025 di ulteriori 250 milioni ad Acciaierie d’Italia per garantire la continuità produttiva. Da quella interpellanza si sono poi aggiunti altri 200 milioni concessi a luglio 2025 con il decreto legge 92, e i 149 milioni approvati a gennaio scorso per consentire la prosecuzione dell’attività nel caso in cui la cessione aziendale a terzi non fosse avvenuta entro il 30 gennaio 2026. E così è stato. Totale: 2,6 miliardi di euro di pura liquidità.

Cassa integrazione, commissari e prestiti

Ma sono soldi pubblici anche quelli utilizzati per la cassa integrazioneAssonime li stima in 750 milioni, ai quali aggiungerne altri 250 fra finanziamento Sace e contributo a fondo perduto per la tutela dell’indotto del 2024. Poi ci sono i circa 10 milioni di euro di compensi per i commissari che si sono alternati in Ilva Adi, nonché i costi delle consulenze, che solo per gli incarichi stipulati tra marzo e maggio del 2024 da AdI in amministrazione straordinaria, ammontano a 3,5 milioni di euro. Da ultimo i 390 milioni autorizzati dalla Commissione europea a febbraio 2026, ai sensi delle norme Ue sugli aiuti di Stato, per un prestito cosiddetto di salvataggio. A patto, però, che venga firmato il contratto di vendita, poiché le nuove risorse serviranno a garantire la continuità operativa fino al trasferimento delle attività al nuovo operatore, nonché a coprire il pagamento di fornitori e salari. Alla fine, quindi, mantenere in vita l’Ilva è costato all’incirca 4 miliardi di euro.

Cosa è successo con ArcelorMittal

È più o meno la stessa somma messa sul tavolo nel 2017 dalla cordata Am Investco, capeggiata dal più grande produttore di acciaio mondiale ArcelorMittal: il colossofranco-indianosi aggiudicò la prima gara per la cessione dell’ex Ilva con una offerta da 1,8 miliardi, impegnandosi a investirne 2,4 miliardi su un periodo di sette anni, di cui 1,1 in risanamento ambientale. E in effetti con la copertura dei parchi minerari, all’Ilva di Taranto fu realizzata la più grande opera di tutela della salute dei cittadini nell’adiacente quartiere Tamburi. L’era di ArcelorMittal però dura fino al 3 novembre del 2019, quando viene annullata la cosiddetta immunità penale sul pregresso, voluta nel 2015 dall’allora ministro dello sviluppo Carlo Calenda. Il decreto esonerava i commissari e il futuro acquirente dalle richieste di risarcimento danni dovute all’inquinamento preesistente, a condizione di implementare le bonifiche. Ma quando a Calenda subentra Luigi Di Maio questo «scudo» viene cancellato, e a quel punto ArcelorMittal recede dal contratto. In realtà il colosso franco-indiano resta fino al 2024, con una convivenza mai proficua con il socio pubblico (Invitalia) che nel frattempo era subentrato nella Newco Acciaierie d’Italia.

Le occasioni perdute

Sono gli anni post Covid e il mercato dell’acciaio vola, ma l’ex Ilva non riesce a cavalcarli. Poi la Russia invade l’Ucraina e i costi dell’energia schizzano mettendo alle strette il settore siderurgico. In questo contesto lo scontro tra il socio pubblico e i franco-indiani si inasprisce: a febbraio 2024 Arcelor se ne va e ritorna un nuovo commissariamento. Si finisce presto in tribunale. Da una parte i commissari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli avviano un’azione di responsabilità con una richiesta di risarcimento danni da 7 miliardi di euro perché, secondo loro, ArcelorMittal sarebbe stata gestita da «una governance parallela» che ha nascosto il dissesto; dall’altra gli indiani respingono ogni addebito, accusando a loro volta il governo italiano di aver eliminato lo scudo penale determinando così il recesso di ArcelorMittal per le mutate condizioni.

Le trattative che saltano

Ora lo Stato ha fretta di liberarsi dell’eredità della vecchia Italsider che, come abbiamo visto, oltre a perdere più di un milione al giorno, porta in pancia anche debiti per oltre 10 miliardi di euro secondo l’analisi del Sole24ore. Nel marzo 2025, gli azeri di Baku Steel erano a un passo dall’ex Ilva, ma dopo aver superato la concorrenza degli indiani di Jindal, fanno marcia indietro in seguito all’incendio dell’Altoforno 1, il conseguente sequestro disposto dalla Procura di Taranto, e il no del territorio alla nave rigassificatrice che avrebbe voluto nel porto di Taranto. A settembre 2025 irrompe sulla scena il Gruppo Flacks con altri 9 potenziali acquirenti che presentano offerte e poi via via si ritirano o si squagliano. In campo, selezionato dai commissari straordinari, resta solo lui, Michael Flacks, cittadino inglese residente a Miami, dove ha il centro dei suoi affari. Ma quali affari? Ha la caratura per essere interlocutore di un governo?

Chi è Michael Flacks

Flacks Group non è un fondo americano con grandi capitali da investire, non gestisce grandi aziende industriali. Gli azionisti sono lui, Michael Aubrey Flacks, 58 anni, e la moglie, Deborah Rhonda Flacks, 63. Il loro family office ha proprietà immobiliari rilevanti, acquista aziende medio piccole da risanare, nessuna esperienza nella gestione di grandi gruppi e tantomeno della complessità dell’ex Ilva. Tuttavia riesce a convincere i commissari. Se si entra nel portafoglio di Flacks Group, si vede che nel 2022 acquistò una storica azienda americana di vernici (Kelly Moore Paints) da 400 milioni di fatturato e 1.200 dipendenti. Ebbene, l’azienda ha chiuso per sempre dopo poco più di un anno. Sul sito di Flacks Group il progetto Kelly-Moore Paints è sotto il titolo «I nostri recenti successi». Flacks Group non fornisce bilanci: nulla su ricavi, utili, perdite, debiti, dipendenti ecc. Ripieghiamo sulla «Flacks Group Brochure», il documento ufficiale che fotografa le attività. La versione dello scorso agosto indicava in oltre 4 miliardi di dollari il valore degli asset gestiti e 500 milioni la quota che Flacks è disposto a investire di tasca propria. Al 31 dicembre 2025 i 4 miliardi di asset diventano 5. Qualche giorno dopo, con il negoziato sull’ex Ilva caldissimo, il patrimonio lievita miracolosamente a 7 miliardi, ma non risultano nuove acquisizioni, investimenti o plusvalenze miliardarie. Però se ti siedi a un tavolo con un governo dichiarare 7 miliardi di asset invece di 4 fa più effetto. L’offerta di acquisizione è di zero euro, con la promessa di 5 miliardi di investimenti. Nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi dello scorso 5 marzo il commissario Fiori: «Stiamo analizzando con estrema attenzione il piano presentato da Flacks. Riteniamo doveroso approfondire le garanzie sui fondi necessari per il proseguimento degli investimenti, che riguardano cifre molto rilevanti». E le prime risposte date dal fondo americano – che dal punto di vista industriale vorrebbe coinvolgere gli ucraini di Metinvest Danieli – non avrebbero soddisfatto. Del resto l’atterraggio in Italia dell’ufo Flacks sembra avere i contorni dell’azzardoun finanziere-immobiliarista con poche finanze che fiuta i business dello spezzatino industriale e della speculazione immobiliare

Il ritorno di Jindal

Lo scorso 11 marzo, poi, è arrivata la manifestazione d’interesse del gruppo indiano Jindal Steel di Naveen Jindal — fratello di Sajjan Jindal di Jsw group che ha investito a Piombino (rinnovando da poco la cassa integrazione per 1.300 lavoratori. Lo schema delineato da Jindal prevedrebbe dal 2030 un solo forno elettrico, da 2 milioni di tonnellate di acciaio, mentre 4 milioni di tonnellate di semilavorati arriveranno dagli impianti di Jindal in Oman. In sostanza il piano degli indiani prevede un’Ilva dimezzata, con conseguenti ripercussioni sull’occupazione: i posti di lavoro passerebbero da 10 mila a 4 mila. Del resto, anche il ritorno d’interesse per Taranto discende dal complicarsi della trattativa per Thyssenkrupp, arenatasi dopo la richiesta di Jindal di ulteriori riduzioni dei costi con il taglio tra i 2 mila e i 3 mila posti di lavoro. Quanto agli aspetti economici, sembra difficile che Jindal possa riconfermare l’offerta dello scorso anno di circa 600 milioni di euro (ricordiamo che Flacks ha offerto un euro); mentre per quel che riguarda gli investimenti, ai 5 miliardi promessi da Flacks, gli indiani rispondono con 1,5 miliardi. La scelta dei commissari, con due offerte al ribasso, non sarà facile. Per i sindacati è invece facilissima: né gli uni, né gli altri, ma il ritorno dello Stato.

Il countdown di 5 mesi

Nelle scorse settimane è poi arrivato un altro provvedimento che ha complicato ancor più la vendita: il Tribunale di Milano si è espresso sul ricorso presentato tempo fa da 11 cittadini di Taranto per ragioni ambientali e sanitarie e ha disposto che l’ex Ilva dovrà sospendere l’attività produttiva dell’area a caldo dal 24 agosto se non adeguerà l’Autorizzazione integrata ambientaleDunque la chiusura dell’Ilva non è mai stata così vicina. E costerà anche più di quanto già non sia stato speso dai contribuenti per tenerla aperta dal 2012 ad oggi, considerando i circa 10 mila lavoratori da mantenere in cassa integrazione a vita e il costo delle bonifiche di almeno 4-5 miliardi di euro

E se alla fine – in mancanza di un acquirente ideale che non c’è – la soluzione fosse proprio il ritorno alle origini con la nazionalizzazione? Forse non hanno torto i sindacati quando chiedono di destinare i soldi pubblici alla tutela del lavoro e della salute con l’adeguamento degli impianti, per tornare a produrre in casa quell’acciaio di cui tanto abbiamo bisogno. Certo, il governo dovrebbe assumersi la responsabilità di fare il proprio mestiere elaborando un vero piano industriale e garantire quella continuità di gestione che è mancata in questi 14 anni


Dalla precarietà dei giovani alla guerra. Il referendum una lezione per la Destra


I ragazzi sono usciti dall’astensionismo per dire al governo che la situazione è diventata intollerabile

Studenti di Economia a Milano intervistati dopo il voto al referendum 

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Qualche considerazione si può forse trarre dal recente referendum, che non si limiti soltanto a circostanze occasionali, errori tattici o di comunicazione. Certo la Destra del Sì non avrebbe potuto condurre una campagna più scriteriata. Forse sarebbe bastato l’allontanamento immediato di Nordio dopo la battuta sul Consiglio Superiore, in compagnia del suo sottosegretario, tanto innocente e ingenuo, poverino, da non verificare chi sia il padre della socia diciottenne, per decidere a favore dei Sì. Forse – perché non solo di errori nella propaganda e di generosa comprensione da parte della premier nei confronti di ingombranti sodali si è trattato. Fin dall’inizio della vicenda è una cultura della Destra a essere emersa, e questa non è piaciuta affatto a molti che pure avevano votato per la coalizione di governo e magari propensi al Sì sulla questione della divisione delle carriere. Come è concepibile trattare una riforma comunque di rilievo costituzionale con la presunzione di poterla imporre a scatola chiusa, senza un confronto parlamentare? Ancora peggio, molto peggio, che con Renzi, e del tutto al contrario di come, bene o male, questioni del genere si erano affrontate nella Prima Repubblica (ricordate Bicamerali varie?), quando nulla era stato prodotto, ma proprio per la ragione che nessun accordo trasversale si era trovato tra le maggiori forze politiche. Esisteva in quei lontani giorni ancora la consapevolezza che una riforma costituzionale non è una legge qualsiasi, che per esprimerla occorre una intesa costituente. I fallimenti di allora testimoniavano almeno di una cultura politica che sembra oggi del tutto in rovina.

È certo comunque che il risultato del referendum dipende in minima parte dal merito del quesito proposto. Prima di tutto per la semplicissima ragione che spacciare il contenuto della riforma come un intervento decisivo per l’amministrazione della Giustizia, come una riforma di sistema, costituiva una menzogna così macroscopica da non poter ingannare nessuno. Motivi di ordine propriamente “tecnico” potevano perciò spingere al voto ben poche persone. Certo, come si è detto, contava dare un segnale di alto là agli sgangherati e ripetuti tentativi di dar mano alla Costituzione a pezzi e bocconi. Ma tutto questo non basterebbe a spiegare l’imprevista “uscita” dall’astensione dei giovani e il voto del Mezzogiorno. Le ragioni dei due fenomeni sono diverse, ma forse anche concomitanti. Non stiamo, per carità, a elucubrare sulla rinascita di movimenti giovanili, intorno a nostalgie (o paure) sessantottine. È certo però che questo ogni giorno di più è un Paese per vecchi, da dove migliaia di giovani partono ogni anno, dove anche i più qualificati sono costretti a lavori precari e sottopagati, dove è ancora la famiglia a fungere da “Stato sociale minimo”. Il referendum ha rappresentato l’occasione propizia per dire che la situazione si fa intollerabile. Credo sarebbe stato lo stesso con qualsiasi governo incapace di affrontarla. L’altro motivo del voto giovanile è la guerra, e questo sì è rivolto proprio contro la Meloni. Stupiti? Ma quando mai l’impegno politico dei giovani non si è fondato soprattutto sulle grandi questioni internazionali! Sono queste che comportano le decisioni etiche di fondo, la propria collocazione nei conflitti sociali. La politica estera di questo governo contrasta con la volontà della stragrande maggioranza dei giovani. Che vogliono trattativa, politica, diplomazia, che detestano il diritto del più forte. Illusi? Irenisti? Anime belle? Può essere – ma allora ci si rassegni a rinunciare al loro consenso.

Anche per il Mezzogiorno il voto dipende in misura minima dal quesito referendario. Anche qui è la situazione sociale ed economica complessiva che lo determina. Forse è ancora possibile nelle regioni del Nord continuare a ripetere la leggenda che il Paese va bene, che il governo sta risanando industria e finanze, ma la fantastica narrazione non può più funzionare per la Sicilia o la Calabria. Se viene meno il voto di scambio – come certamente è accaduto in questa occasione (nessun “potere forte” era minimamente interessato a divisione delle carriere e compagnia) – i consensi alla Destra al potere corrono rischi mortali. Il campanello d’allarme per la Meloni ha nel Mezzogiorno un significato più strategico ancora che per la questione giovanile. Due dimensioni diverse e complementari per la sua agenda, tutte da affrontare con decisione se non vuole perdere alle prossime politiche.

O se non vuole, per vincerle, affidarsi soltanto a contraddizioni e limiti dell’avversario. Sembra che quest’ultimo faccia di tutto per accontentarla. Come si spiega altrimenti che la “comunicazione” dell’opposizione, dopo la vittoria del No, si concentri sul dilemma delle primarie?

Come è possibile che invece di discutere sulle scelte strategiche da compiere intorno a condizione giovanile, formazione, ricerca, Mezzogiorno, ci si perda a discettare sul modo di giungere alla designazione del candidato premier? Con ciò stesso, tra l’altro, ponendo in evidenza l’indubbio vantaggio della Destra, che già ce l’ha. Purtroppo questo comportamento, che di per sé sarebbe soltanto risibile, nasconde (per modo di dire) il fatto che la coalizione di centro-sinistra non ha elaborato nessuna strategia comune su quei grandi problemi che hanno deciso lo stesso referendum, tra i quali vi è anche, certo, quello di una autentica riforma della Giustizia. E non potrà mai essere altrimenti, se si continua a fingere di poter affrontare la drammatica crescita delle disuguaglianze, il crollo di potere d’acquisto di salari e pensioni, la crisi complessiva dei servizi sociali, senza metter mano a incisive politiche fiscali sui profitti e redditi più alti, senza colpire seriamente l’evasione. Idem per la politica estera. Se si vogliono i voti dei giovani, è essenziale voltar pagina, comprendere che non si può essere una volta con la Von der Leyen e un’altra coi palestinesi. Né si possono continuare ad avere dentro la stessa coalizione voci del tutto dissonanti sulle tragedie che attraversiamo. Ma come costruire un programma politico del centro-sinistra, così capace anche di sfruttare le macroscopiche contraddizioni del governo Meloni, se nessuno dei partiti che lo compongono ormai da decenni dà vita a un vero, serio congresso? Se da più di una generazione la sua classe dirigente si forma attraverso cooptazioni e giochi di puro vertice? Il referendum dice che il centro-sinistra potrebbe vincere. Ma, al momento, nonostante sé stesso.


L’idea di elezioni a ottobre. Sul rimpasto tensione in FdI. Salvini convoca il partito


Meloni prende tempo sul successore di Santanchè al Turismo. Sprint sulla riforma del Rosatellum: domani il via in commissione

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – «Il Turismo? Non è mica il Viminale», confida Giorgia Meloni ad alleati e dirigenti di FdI che le chiedono con chi sarà rimpiazzata Daniela Santanchè. Per la premier è un modo per prendere tempo, anche se per poco: una decisione non è attesa oggi, ma nei prossimi giorni sì. La verità è che la presidente del Consiglio deve ancora capire quale strada imboccare. Un pezzo di partito spinge per il voto anticipato. La leader ne ha discusso venerdì nella cena con Matteo Salvini e Antonio Tajani. L’orizzonte principale, per questo scenario, non sarebbe l’estate: difficile da motivare, con una guerra di mezzo, e Meloni smentirebbe se stessa, visto che per tutta la campagna referendaria ha giurato che non si sarebbe dimessa. La prospettiva di cui sono stati messi a parte i leader di FI e Lega è l’autunno, ottobre, con la controindicazione però, in caso di pareggio, di dover approntare comunque una finanziaria complicata. Con il voto in autunno il governo potrebbe nominare, tra aprile e maggio, i vertici delle partecipate. E ci sarebbe il tempo per approvare la legge elettorale, che domani sarà incardinata in commissione a Montecitorio. La premier con i soci di maggioranza è stata chiara: va licenziata alla svelta, senza bizze. FI è già convinta, Salvini avrebbe dato il suo benestare, ma deve tenere in conto i malumori al Nord, dove preferiscono gli uninominali. La tentazione, nel giro della presidente del Consiglio, è un ultimo appello all’opposizione. Magari sulle preferenze, care a Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Il tema voto anticipato comunque è sul piatto. Salvini oggi riunirà la segreteria della Lega a via Bellerio. Si parlerà anche di questa prospettiva. Antonio Tajani vedrà nel fine settimana Marina Berlusconi, dopo le tensioni in FI. A Palazzo Chigi, al momento, la chiamata alle urne, caldeggiata da big come Ignazio La Russa, non è l’opzione numero uno. La prima idea è un tentativo di rilancio, dopo la débâcle del referendum. Così si spiega anche il post della premier ieri, sul decreto sicurezza che «funziona», con tanto di promessa: «È in questa direzione che il governo continuerà a muoversi, più sicurezza e più tutele per chi vuole manifestare pacificamente».

L’agenda istituzionale di Meloni questa settimana è libera. Quella ufficiosa, è una batteria di riunioni. FdI è una pentola a pressione: c’è chi non disdegna l’idea di cedere il Turismo al leghista Luca Zaia, mentre altri, in testa Fazzolari, non vorrebbero lasciare il dicastero al Carroccio e spingono per un meloniano del Meridione. Esempio? Nello Musumeci. Pure FI non apprezza l’idea Zaia, anche perché perderebbe peso nell’esecutivo rispetto agli ex lumbard. C’è anche questa ipotesi, che la premier valuterebbe: spostare Adolfo Urso dalle Imprese al Turismo, per cambiare mano nei rapporti, ormai tribolati, con l’industria. Ma Urso non vuole. E il Carroccio, in questa fase, non vuole le Imprese. Sia Francesco Lollobrigida che Marcello Gemmato ieri hanno escluso rimpasti. Deve esprimersi il Quirinale, che potrebbe non accettare un giro più largo di avvicendamenti senza un voto alle Camere e dunque senza un “Meloni bis”. Al limite, secondo fonti parlamentari, il Colle potrebbe avallare un nuovo ministro e lo spostamento di un nome già nell’esecutivo ad altro incarico. Stop. Anche ieri il capo dello Stato ha raccomandato senso di responsabilità «all’intera comunità nazionale». Per il posto da sottosegretario alla Giustizia lasciato da Andrea Delmastro, circolano i nomi di Sara Kelany e Carolina Varchi. Ad Annalisa Imparato, pm per il sì, potrebbe essere invece affidata la direzione di un dipartimento.


Iran, resta poco tempo l’escalation è possibile


La guerra contro l’Iran non è nell’interesse dell’Europa e degli Usa. Non serve a migliorare la situazione democratica del Paese o dare libertà alle donne che sono insofferenti per i precetti islamici. Il conflitto è stato fortemente voluto da Netanyahu e da Israele […]

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] La guerra contro l’Iran non è nell’interesse dell’Europa e degli Usa. Non serve a migliorare la situazione democratica del Paese o dare libertà alle donne che sono insofferenti per i precetti islamici. Il conflitto è stato fortemente voluto da Netanyahu e da Israele. La condizione di guerra permanente è essenziale alla continuazione del potere del primo ministro israeliano e di gran parte della corrotta leadership. Il progetto di grande Israele, iscritto nello statuto del Likud, è oggi appoggiato dalla maggioranza degli israeliani che non vogliono riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese e hanno, come dimostrano i sondaggi, approvato l’azione genocidaria a Gaza. […] Trump è stato trascinato in guerra dalla lobby di Israele, composta da sionisti cristiani ed evangelici oltre che da personalità del mondo ebraico e in grado di disporre di fondi cospicui e di una influenza mediatica senza paragoni. Il presidente rischia la sua fine politica in una guerra contraria alla sua campagna elettorale e per la quale il popolo MAGA lo ha eletto. Le conseguenze economiche, data la crisi energetica che colpisce l’industria come l’agricoltura, e scatena la stagflazione, sono dolorose soprattutto per l’Occidente. L’Europa e le monarchie del Golfo, che pure non hanno deciso la guerra, sono cobelligeranti in quanto le basi NATO e dei Paesi arabi sono utilizzate per attacchi all’Iran. In base all’art 51 della Carta ONU che disciplina l’autotutela, Teheran è nel suo diritto quando attacca le basi utilizzate per gli attacchi Usa. Le cause di questa guerra non sono rappresentate dalla retorica del “liberal order”, non contribuiscono all’esportazione della democrazia né sono un argine contro il terrorismo e la minaccia nucleare iraniana, come buona parte della diplomazia europea purtroppo recita. Se ci fosse stata la volontà politica di condurre un accordo sul nucleare gli ultimi negoziati in Oman avrebbero portato a un accordo migliore del JCPOA del 2015, essendo l’Iran pronto a concessioni maggiori e a rinunciare al nucleare bellico. Il terrorismo di Hezbollah, Hamas e Houti esiste in quanto l’Occidente non ha mai cercato di pervenire a una soluzione equa della questione palestinese, in accordo con il diritto Onusiano. Gli stessi Paesi europei che hanno riconosciuto recentemente lo Stato di Palestina, hanno nella prassi, con cooperazione economica e militare favorito l’impunità di Israele.

[…]

Dal punto di vista strategico, Israele pur soffrendo perdite in termini di infrastrutture e riuscendo grazie al sistema di bunker a evitare massacri, ha un obiettivo chiaro: dominare il Medio Oriente annientando chi impedisce il “grande Israele”. Gli Usa potrebbero considerare l’Iran un bersaglio razionale nel quadro di un indebolimento del rivale strategico, la Cina, e come Paese in grado di fornire materie prime essenziali a un capitalismo zoppicante. I costi economici e in termini di vite umane che il prolungamento della guerra implica rende tuttavia aleatoria l’impresa. È improbabile che lo sbarco dei marines a Kharg riesca a capovolgere le sorti di un conflitto da cui persino i militari europei e NATO vorrebbero prendere le distanze. L’Iran combatte una battaglia esistenziale, per la sua sopravvivenza in quanto nazione sovrana. Il cessate il fuoco se non modifica lo status quo e non elimina la minaccia israelo-americana è impensabile. Contando sulla difesa missilistica, Teheran crede di poter avere la meglio in una guerra di logoramento che nel lungo periodo potrà causare danni politici e economici alle monarchie del Golfo e all’Occidente. È anche vero che la posizione attuale della leadership iraniana non lascia vie di uscita e potrebbe innescare una escalation militare e nucleare senza controllo. Costringere le monarchie del Golfo a cambiare alleati e gli Stati Uniti a lasciare il Medio Oriente è un obiettivo strategico importante ma non di facile portata. Di mezzo c’è la possibilità di una decisione israelo-americana di sganciare la bomba nucleare tattica, favorendola semmai con un attentato terroristico sotto falsa bandiera da attribuire agli iraniani.

[…]

Di fronte a questi scenari spaventosi la diplomazia dei BRICS deve intervenire. Sull’Europa difficile contare. Bisogna fermare Israele, convincere Washington a concessioni importanti in termini di riparazione dei danni e rispetto della sovranità dell’Iran che a sua volta deve rinunciare al nucleare bellico. Russia e Cina devono farsi garanti, offrendo a Teheran il loro ombrello nucleare. Trovare una via di uscita è essenziale per tutti, per gli europei che hanno tutto da perdere. Intanto la società civile dei paesi che potrebbero essere considerati da Teheran cobelligeranti, appare ignara e intenta a godersi la Primavera. Benvenuti nel surrealismo postmoderno.


Niente urne, sì al rimpasto. I dubbi di Meloni per il futuro


Dopo lo scontro con Confindustria, si teme la relazione sulla crescita della Banca d’Italia. La premier cerca il rilancio: pensa a Zaia ministro. L’incognita della legge elettorale 

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – A sette giorni dal voto referendario, la nebbia intorno al governo non accenna a diradarsi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal giorno del voto non si è più fatta vedere in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni se non attraverso le note ufficiali di palazzo Chigi, ha solo una domanda in mente: voto anticipato sì o no?

La risposta sembra essere arrivata dalla cena informale a casa sua che si è svolta venerdì scorso dopo il consiglio dei ministri, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Dei tre, quello uscito meno acciaccato dal voto è stato il leghista, che può vantare – pur avendo speso il minimo sforzo – la vittoria del Sì solo nelle regioni governate dal suo partito. L’azzurro, invece, è arrivato a tavola con il cruccio delle dimissioni da capogruppo di Maurizio Gasparri e la necessità di blindare l’omologo alla Camera, il cognato Paolo Barelli. La convitata di pietra, infatti, è stata Marina Berlusconi, che ha còlto la delusione referendaria come la dimostrazione che Forza Italia vada riformata, svecchiato e soprattutto resa meno romanocentrica e servile nei confronti di FdI, mettendo così un bersaglio sulla schiena del suo segretario.Sfida al tetto e nuove nomine: parte il grande repuliRai

In questo quadro, la premier si sarebbe convinta che il voto anticipato non sia una strada percorribile né auspicabile. Innanzitutto perché «significherebbe tradire la parola, dopo aver spergiurato che il governo non sarebbe caduto in caso di vittoria del No», spiega una fonte d’area. Ma anche e forse soprattutto perché non c’è garanzia che, una volta salita al Colle, Sergio Mattarella sciolga le camere: il contesto internazionale è tale e ha talmente tanti riverberi sul piano economico, che il voto anticipato sarebbe un azzardo per la tenuta del Paese. Senza contare che, senza una nuova legge elettorale, con il campo progressista unito e il Sud che apparentemente le ha voltato le spalle, il centrodestra rischia la sconfitta.

L’anatra zoppa

Eppure, a palazzo Chigi si è fatta largo la grande paura del logoramento. «In ogni caso sarà un’anatra zoppa», era stata la sinistra profezia sul governo di Matteo Renzi, che di referendum se ne intende. In ogni sede, Meloni ha ripetuto: «Non intendo galleggiare». Dunque sa di dover cambiare passo e che le purghe post referendarie (il ministro Carlo Nordio è stato descritto come ancora irrequieto dopo le dimissioni della sua capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi) non siano sufficienti, ma ora serva cambiare alcuni tasselli nella formazione. «Stringere i bulloni», come si è scritto nei giorni scorsi, e sostituire chi non appare all’altezza delle sfide dell’ultimo anno di legislatura. Se alcuni sono intoccabili (i vicepremier, ma anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello della Difesa, Guido Crosetto), altri vacillano da mesi e nel mirino, c’è in particolare il Ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso.

Proprio sabato Urso è stato tra i chiamati in causa da Confindustria per il mancato rispetto dei patti per i cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0: il governo aveva promesso gli incentivi anche alle aziende che avevano regolarmente presentato progetti ed erano in lista d’attesa a causa dell’esaurimento delle risorse, invece il dl Fisco ha stabilito che riceveranno solo il 35 per cento del credito d’imposta richiesto. A poco è servito che dal Mimit si facesse filtrare la notizia di nuove risorse per l’iperammortamento: viale dell’Astronomia ha espresso pubblica sfiducia nei confronti di chi sta seguendo i dossier imprenditoriali.

Secondo il Corriere della Sera, Urso potrebbe essere il primo a saltare. Non con un “licenziamento” come Santanché, ma con un passo di lato: la premier ha tenuto l’interim sul Turismo dove potrebbe transitare Urso, per far spazio a un sostituto considerato più capace sui delicati dossier dei prossimi mesi. Il nome sarebbe quello dell’ex governatore del Veneto e già ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, che con la premier ha sempre avuto un rapporto esclusivo e di stima, e che conosce molto bene il tessuto imprenditoriale del Settentrione.

Sulla carta sarebbe perfetto, ma la pratica è complessa. Il Colle dovrebbe accettare quello che è stato definito un «rimpasto chirurgico», il centrodestra un avvicendamento spurio rispetto agli equilibri di coalizione: fuori un meloniano, dentro un leghista, e nulla per Forza Italia, che pure è considerata stabilmente sopra la Lega nei sondaggi.

I bilancini politici, però, sono solo una parte del problema. Dopo lo scontro con Confindustria, in settimana è attesa anche la relazione sulla crescita del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche da quel pulpito potrebbero arrivare brutte sorprese.

Del resto, Giorgetti lo ha anticipato: la guerra e la crisi energetica hanno scombinato i piani e ora si ragiona di decimali per scampare la crescita zero. Bisogna lavorare per priorità perché non tutte le promesse potranno essere rispettate. Invece proprio di questo la premier avrebbe bisogno rilanciare il suo governo e scongiurare che la sconfitta comprometta del tutto il suo feeling con il Paese.

In serata, infatti, è intervenuta sul tema più congegnale (e a costo zero rispetto alle misure chieste dalle imprese) del decreto Sicurezza: «Il governo continuerà a muoversi per garantire sicurezza», ha scritto sui social commentando i fermi preventivi di militanti anarchici. 


Il papeete della “sòla” Giorgia non ci sarà mai


(dagospia.com) – “Santanchè cede a Meloni”, titolava così a caratteri cubitali in prima pagina il “Corriere della Sera” di giovedì 26 marzo. Nei suoi primi 150 di vita l’onore di un annuncio strillato (o strombazzato) era stato riservato ad ogni morte di Papa o al primo uomo sulla Luna.

Per stare nel Belpaese delle meraviglie (a mezzo stampa) – il nostro -, non c’è da sorprendersi se anche il suo editorialista di punta (e tacco), Paolo Mieli, che mai ne ha azzeccata una, farfugliava in tv: “Voto sì, ma vince il no”. Par condicio? Terzismo di risulta? No, paraculismo.

Non può stupire, nemmeno, che certi richiami a nove colonne del giornale ultracentenario, con robustezza di piombo, una volta fossero riservati agli addii al governo di Alcide De Gasperi, Sandro Pertini o Francesco Cossiga.

Tanto, per fare due esempi al volo.

Un titolone, usato come arma di distrazione dal duplex tenutario del “Corriere”, Cairo & Fontana, scudieri tremebondi dell’Armata Branca-Melone alle prese con l’implosione della sua stessa maggioranza parlamentare.

Se, dopo la vittoria del “No”, la ‘’Sòla’’ Giorgia vuole “tirare dritto” portando avanti la nuova e insostenibile legge elettorale (“Stabilicum”), i malconci alleati Lega e Forza Italia appaiono due muli recalcitranti per nulla disposti a prenderlo in quel posto.

Le opposizioni, poi, potrebbero anche pensare di prendere in esame ‘sto “Stabilicum” alla Fiamma. Ma di sicuro, con due guerre infernali e una crisi economica globale, non è assolutamente questo il momento di scannarsi in Parlamento sulla riforma elettorale.

Per poter poi parlare di Papeete di Giorgia, ciao core… Per le stesse ragioni di cui sopra, un voto politico nel 2026 non ci sarà mai, magari verrà anticipato dall’autunno alla primavera del ’27, accorpandolo alle amministrative di Roma, Milano e Torino.

E per “tirare a campare” non basta mettere alla porta la Santanchè e i giustizieri di via Arenula, Delmastro e Bartolozzi: il governo Meloni dovrà farsi carico dei problemi reali degli italiani che, dopo quattro anni di Palazzo Chigi alla Fiamma, pagano più tasse di prima.

“Si tratta di 25 miliardi di maggiori imposte solo in parte restituite attraverso varie riduzioni contributi e fiscale”, rileva sul “Corriere della Sera” l’economista, Francesco Giavazzi, sotto il titolo sibillino: ‘’I nodi irrisolti dell’economia’’. E quelli dei lavoratori dipendenti (23-24 milioni) e dei pensionati tassati alla fonte?

“E l’effetto di questa finanziaria – aggiunge Giavazzi. “Lo si vede nel potere d’acquisto dei salari, che dopo aver perso l’8% con l’inflazione, sinora hanno recuperato solo l’1%, diversamente da altri Paesi dove invece il ritorno del potere d’acquisto a livelli pre-inflazione è quasi completato”.

E allora che Visibilia sia in via Solferino.

Evviva, alla Santa-de-chè (beatizzata da Dagospia) usata come un salvagente dai media dopo il naufragio referendario.

Anche lei finità con le sue borsette griffate nella zavorra degli impresentabili. Una corona di spine dalla Meloni, ma rose rosse dal suo compagno.

Il falso nobile Dimitri Kunz d’Asburgo, che avrà in esclusiva le ire casalinghe della Pantera di Cuneo, anche se – santa ipocrisia! – trova “strepitosa” Giorgia la Sanguinaria.

Il tutto sotto gli occhi imbesuiti del Banal Grande dei codicilli, Carlo Nordio, rimasto da solo a far la guardia al bidone ministeriale, che pensava di riaprire il dialogo con sostenitori del “No”.

Con chi? Sì, proprio loro, i “riformatori” della Carta costituzionale, nonché i protagonisti della battaglia referendaria. Gli stessi legulei che con Barbera e champagne, Di Pietro, Polito e Ceccanti, volevano mettere spalle al muro le toghe nemiche sfanculando il suggerimento del Quirinale di tenere “i toni bassi”.

Macché, neppure, l’anatrella zoppa di Palazzo Chigi aveva fatto tesoro dell’invito di Mattarella. E oggi frigna e cova vendette contro i suoi “camerati” di cui ha sempre protetto le fughe dai presunti guai giudiziari.

Insomma, dalla carota all’olio di ricino per far digerire le loro dimissioni a poche ore da una Caporetto annunciata. Tutti finiti, giustiziati come traditori dalla Ducetta della Sgarbatella rinchiusa nella sua Salò di Palazzo Chigi.


Il problema non è Trump, sono gli americani


(di Lydia Polgreen – nytimes.com) – Come molti altri americani, in questi tempi cupi mi sono trovato a oscillare tra due poli emotivi. A volte mi dico che Donald Trump è una figura unicamente malevola, che ha afferrato leve di potere che nessun presidente precedente aveva mai osato impugnare.

La storia non si ferma alla violenza di Stato nelle strade o alle operazioni militari illegali all’estero.

Eppure questa lettura ha i suoi conforti: una volta che Trump uscirà di scena — come richiedono le leggi della natura, se non quelle della politica — potrà avvenire una qualche restaurazione del progetto democratico e costituzionale americano.

Nei giorni più bui, mi ritrovo invece a propendere per una narrazione più radicale: che Trump sia il compimento di ciò che l’America è sempre stata — una nazione compiaciuta, autorizzata dai propri miti sulla provvidenza e sull’eccezionalismo a fare tutto ciò che vuole.

Trump, dopotutto, non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto. Se non fosse esistito, la storia avrebbe inventato qualcuno come lui. Anche questa spiegazione offre una sua consolazione: almeno è qualcosa che una mente razionale può afferrare.

Questa oscillazione può dare una sensazione di vertigine. La sconfitta di Trump nel 2020, gli interventi dei tribunali per bloccare alcune delle sue mosse più spregiudicate e la prospettiva di un trionfo democratico alle elezioni di medio termine alimentano la teoria dell’eccezione.

Ma altri sviluppi — la vittoria di Trump nel voto popolare nel 2024, la quasi totale sottomissione del Partito Repubblicano alla sua volontà e la decisione della Corte Suprema di concedergli un’ampia immunità per atti potenzialmente criminali compiuti da presidente — suggeriscono il contrario.

La guerra in Iran ha frantumato questa dicotomia. È certamente il prodotto dell’unica e peculiare imprudenza di Trump, che si getta senza esitazione in un conflitto che i suoi predecessori avevano avuto la saggezza di evitare. Ma è anche il punto di arrivo logico di decenni di storia americana: la dipendenza del Paese dalla tecnologia per combattere guerre a distanza, la convinzione miope di poter plasmare eventi lontani con la forza, il progressivo svuotamento dei limiti costituzionali al potere presidenziale.

Trump è un’anomalia della storia o il suo compimento? La risposta, naturalmente, è entrambe le cose. Ma nel corso della sua presidenza, Trump ha rivelato una malattia molto più antica: la fede incrollabile dell’America nella propria capacità di modellare il mondo a suo piacimento, indifferente a ciò che gli altri potrebbero volere e assolutamente convinta che il proprio piano sia quello giusto. Al di là di Trump, è questa mentalità deformante che noi americani dobbiamo affrontare.

Nel dicembre del 1952, uno studioso scozzese di nome Denis Brogan pubblicò un saggio notevole intitolato The Illusion of American Omnipotence. Scrivendo mentre gli Stati Uniti emergevano come potenza dominante mondiale, Brogan individuò una caratteristica peculiare della mentalità americana.

Gli Stati Uniti, alimentati dai propri miti e fermamente convinti della loro visione del mondo, non riuscivano a vedere le difficoltà, tantomeno la sconfitta, come un motivo per mettere in discussione i propri obiettivi. Il fallimento non derivava mai dalla forza o dalla potenza dei rivali, ma da errori o tradimenti.

“Molti americani, a mio avviso, trovano inconcepibile che una politica americana, annunciata e attuata dal governo americano con il sostegno del popolo americano, non abbia successo immediato”, scriveva Brogan. “Se non lo ha, allora — pensano — deve essere per stupidità o tradimento.” Osservatore attento e ammirato del Paese, Brogan colse qualcosa di essenziale: l’America, nella propria immaginazione, non può fallire; può solo essere tradita.

Nella lotta contro il comunismo globale durante la Guerra Fredda, il Paese ebbe molte occasioni per manifestare questo riflesso. Quando i comunisti vinsero in Cina, ciò fu interpretato come il risultato di errori o tradimenti americani.

La Cina, una civiltà vasta e antica, veniva vista come qualcosa che l’America poteva vincere o perdere. Quel fallimento contribuì ad alimentare la paranoia del maccartismo. Corea, Vietnam e altri disastri più occulti alimentarono ulteriormente recriminazioni, anche dopo la fine dell’era di McCarthy. Il fallimento poteva derivare solo da un tradimento interno, un’idea che paradossalmente rafforzava l’illusione di onnipotenza.

Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, l’America ebbe l’occasione di sperimentare appieno il peso della propria potenza. Aveva sconfitto il “male impero” e si trovava sola come nazione più potente mai esistita, con i suoi fallimenti passati riassorbiti in una narrazione di successo.

La rapida e decisiva vittoria nella guerra del Golfo fu una dimostrazione della superiorità militare americana. Gli Stati Uniti si sarebbero trasformati nel “poliziotto del mondo”, pronti a mettere i propri soldati in gioco per difendere un ordine internazionale basato su regole che essi stessi guidavano.

Ma non passò molto prima che riemergesse il vecchio schema di fallimento seguito da recriminazione. L’America convinse una Cina in rapida crescita a liberalizzare ulteriormente la propria economia, certa che sarebbe diventata più simile agli Stati Uniti — una società aperta e libera.

Quando questa strategia produsse lo “shock cinese”, svuotando il manifatturiero americano mentre la Cina diventava più ricca, potente e autoritaria, gli americani parlarono di tradimento da parte dei loro leader politici. La Cina e i suoi dirigenti entrarono poco nella narrazione.

Poi arrivò l’11 settembre 2001, che distrusse l’illusione dell’invulnerabilità americana. Le responsabilità erano diffuse, ma George W. Bush trasformò quella ferita in un’espansione straordinaria del potere. Portò l’America in guerra in Afghanistan e in Iraq con un piano irrealistico di trasformarli in democrazie liberali.

La sua amministrazione sostenne che, in Iraq — un Paese che non aveva avuto alcun ruolo negli attacchi — l’urgenza fosse tale da giustificare l’aggiramento del ruolo costituzionale del Congresso nella dichiarazione di guerra. Dopo l’11 settembre, i limiti al potere presidenziale furono essi stessi considerati potenziali tradimenti e vennero progressivamente smantellati.

Naturalmente, non funzionò. Le guerre si trascinarono per anni, causando migliaia di morti tra i militari americani e centinaia di migliaia tra afghani e iracheni. L’Afghanistan è oggi governato dagli stessi talebani che avevano ospitato Osama bin Laden. L’Iraq resta un Paese fragile e diviso. La guerra destabilizzò profondamente il Medio Oriente, favorendo la nascita di gruppi terroristici come lo Stato Islamico e innescando la guerra civile siriana.

L’elezione nel 2008 di Barack Obama, critico delle guerre post-11 settembre, sembrò un momento di resa dei conti con le illusioni americane. Ma Obama si trovò presto impantanato nei conflitti e in una crisi finanziaria globale. Pur mostrando qualche segnale di umiltà nella politica estera, mantenne molti dei poteri straordinari ereditati per condurre guerre tecnologiche a distanza con scarsa supervisione. L’America continuò ad agire senza limiti.

Emergendo sulla scena nazionale all’indomani di questi disastri, Trump ha attinto a una narrazione profondamente americana: le élite avevano tradito il popolo. Tutta la sua vita è stata una preparazione a questo momento: imporre costantemente la propria volontà, sfuggire alle conseguenze, non essere mai chiamato a rispondere delle proprie azioni, nascere già in vantaggio e credere di aver vinto da solo. Era l’incarnazione dell’illusione americana di onnipotenza.

Trump ha annullato la distanza tra la propria volontà personale e quella dell’America, dichiarando nel 2016: “Solo io posso risolvere tutto”. Come l’America, Trump non può fallire: può solo essere tradito. È sempre colpa di qualcun altro. Dotato degli strumenti della presidenza imperiale, considera chiaramente l’America come un’estensione della propria persona. Abbandona ogni pretesa di ordine costituzionale. Ha detto che “sentirà” quando le guerre saranno vinte, e che gli unici limiti sono il suo senso morale.

Nel Golfo Persico, questa illusione si è scontrata con la realtà materiale. La speranza di Trump di un rapido crollo del regime iraniano era sempre stata fantasiosa. La geografia si sta prendendo la sua rivincita: il petrolio e il gas che alimentano gran parte dell’economia globale passano attraverso uno stretto che l’Iran controlla di fatto. Un’invasione terrestre, in un territorio vasto e ostile, potrebbe superare di gran lunga il pantano del Vietnam.

Il regime iraniano, brutale con i suoi vicini e con il proprio popolo, appare scosso ma non piegato dagli attacchi incessanti di Israele e degli Stati Uniti. Sembra prepararsi a una lunga guerra.

Eppure Trump sembra incapace di concepire una forza immune alla potenza americana. E non riesce a immaginare che una guerra lontana possa danneggiare gli Stati Uniti, benedetti da un territorio ricco e protetti da due oceani. Ma l’aumento vertiginoso dei prezzi del carburante, il rialzo dei tassi d’interesse e il rischio di un crollo dei mercati azionari hanno demolito ogni illusione di isolamento dalla realtà economica globale. Se la guerra continuerà, gli americani ne soffriranno profondamente.

Le sofferenze, del resto, non sono nuove: oltre 58.000 nomi sono incisi nel memoriale della guerra del Vietnam a Washington. Non esiste ancora un memoriale nazionale per le cosiddette “guerre infinite”, ma più di 7.000 americani vi hanno perso la vita.

In quei conflitti c’era almeno una parvenza di idealismo americano, per quanto fragile e autoingannevole. Trump ha trascinato l’America in una guerra completamente priva anche di quella facciata: un esercizio nudo di potere, senza alcun velo di provvidenza o superiorità morale. Nella sua sfacciataggine, è quasi scioccante.

Scrivendo negli stessi anni di Brogan, il teologo Reinhold Niebuhr pubblicò un breve libro intitolato The Irony of American History. Molto apprezzato da Obama, è un invito all’umiltà cristiana nella politica internazionale, rivolto agli americani che fraintendono la propria virtù. “L’uomo è una creatura ironica perché dimentica di non essere soltanto creatore, ma anche creatura”, scrive Niebuhr.

Quella frase mi ha fatto capire l’errore della mia stessa oscillazione: entrambe le visioni — Trump come anomalia o come compimento — mettevano comunque l’America al centro della propria storia, con il mondo come palcoscenico. Serviva una prospettiva più ampia, un confronto onesto con la storia e la disponibilità ad ammettere che l’America è, come ogni altro Paese, semplicemente uno dei tanti luoghi del mondo.

L’America non sa esistere in un mondo che non controlla. Fin dalla sua nascita, si è convinta di essere troppo grande, troppo distante e troppo ricca di risorse per subire conseguenze serie per le proprie azioni. Ma non ci sarà modo di sfuggire al cataclisma in Iran.

Nel suo seguito, esiste la possibilità di riconoscere il proprio posto in un mondo interconnesso e di vedersi con chiarezza. L’unico modo per uscire dal ciclo di fallimento e tradimento è abbandonare, una volta per tutte, le proprie illusioni.


Ci mancava solo quel macellaio di Greg Bovino, lo spietato capo dell’Ice, a ficcare il naso negli affari italiani


Il volto dell’Ice a Minneapolis Bovino: “Anche l’Italia faccia come noi, vi servono deportazioni”. Alla conferenza Cpac a Grapevine in Texas fa capire di prepararsi a una carriera politica nonostante sia diventato il simbolo degli errori dell’amministrazione Trump nella repressione anti migranti

Il volto dell’Ice a Minneapolis Bovino: “Anche l’Italia faccia come noi, vi servono deportazioni”

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – «Sono di origini italiane e al vostro paese dico questo: avete troppi immigrati illegali che minacciano la sicurezza dei cittadini, dovete fare la deportazione di massa come noi». Greg Bovino si aggira per i corridoi della conferenza Cpac e mentre aspetta di fare un’intervista con la tv conservatrice Newsmax, si ferma a parlare con RepubblicaÈ stato la faccia delle retate dell’Ice a Minneapolis, andando in strada con quel cappotto che tanto ricordava i fantasmi del nazismo.

Greg Bovino (frame)

È stato il simbolo degli errori commessi dall’amministrazione, al punto che alla fine il presidente Trump è stato costretto a sacrificarlo. Ora è appena andato in pensione, ma la sua presenza qui, in jeans, stivali, maglietta della sua agenzia Border Patrol e taglIo di capelli alla mohicana, dimostra che probabilmente ha in mente la politica per il suo futuro.

Perché è alla conferenza Cpac?

«Mettiamola così: ho lasciato la tribù a cui avevo dedicato la mia vita, ma ora mi sto unendo ad un’altra tribù ancora più grande e importante».

E’ stato costretto alle dimissioni?

«Ho fatto il mio dovere. Il mio unico rimpianto è che avremmo dovuto arrestare e cacciare più illegali. È possibile immigrare negli Stati Uniti, ma bisogna farlo nel rispetto delle leggi».

Due cittadini americani, Renée Good e Alex Pretti, sono stati uccisi dai suoi uomini. Non si sente responsabile?

«I cittadini americani rispettosi della legge non dovrebbero interferire con le attività legali delle forze dell’ordine, impegnate a svolgere un’operazione di ordine pubblico decisa dal presidente degli Stati Uniti».

Però alla fine il presidente l’ha fatta dimettere.

«L’operazione a Minneapolis è stata diversa da quella di Los Angeles perché le interferenze sono state continue. Avevamo le mani legate».

Lei ha criticato anche Tom Homan, lo zar del confine che Trump ha mandato a chiudere l’Operation Metro Surge.

«È stato debole. Di sicuro non vedrete me andare in giro a fare discorsi in cambio di una busta di soldi».

L’immigrazione illegale è un’emergenza anche in Europa?

«Certo. Guardate ad esempio la Svezia. Era un paradiso, dove tutti vivevano in sicurezza. Ora è diventata la capitale mondiale degli stupri commessi dagli illegali. Mi dispiace per i suoi cittadini, ma è ovvio che così non è possibile andare avanti».

Cosa pensa di quello che accade in Italia?

«Nel vostro paese ci sono troppi immigrati illegali, che fanno del male ai cittadini. E’ un dato di fatto. La sicurezza è il primo diritto delle persone rispettose della legge. Quando viene negata, è inevitabile che si risentano e chiedano di intervenire. I cittadini italiani hanno il diritto di essere protetti, come quelli americani e di tutto il mondo».

Secondo lei, cosa dovrebbe fare il governo Meloni?

«La deportazione di massa, come stiamo facendo noi. Non ci sono alternative. Gli illegali devono essere cacciati, altrimenti a pagare saranno i cittadini obbedienti alla legge».


Gerusalemme, da Israele schiaffo alla Pasqua: polizia blocca il cardinale Pizzaballa davanti al Santo Sepolcro


Gerusalemme: la polizia blocca il Patriarca Pizzaballa e il Custode Ielpo, impedendo la messa delle Palme al Santo Sepolcro. Uno strappo senza precedenti da secoli nella Città Santa.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – Un evento senza precedenti ha scosso questa mattina il cuore della Città Vecchia di Gerusalemme, segnando una delle pagine più tese nelle relazioni tra le autorità israeliane e le istituzioni cristiane in Terra Santa. La polizia israeliana ha impedito l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e a padre Francesco Ielpo, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro.

Secondo quanto riferito in una nota congiunta dal Patriarcato e dalla Custodia di Terra Santa, i due massimi esponenti della Chiesa cattolica nella regione stavano procedendo a piedi per andare a celebrare la Messa della Domenica delle Palme. Nonostante i religiosi si stessero spostando in forma privata, senza insegne cerimoniali o processioni che potessero giustificare restrizioni per motivi di ordine pubblico, sono stati fermati dagli agenti lungo il percorso.

Dopo un acceso confronto, le autorità di sicurezza hanno costretto il Cardinale e il Custode a tornare indietro, rendendo di fatto impossibile la celebrazione del rito solenne all’interno della Basilica. È la prima volta da secoli che ai vertici della Chiesa viene negato l’ingresso nel luogo più sacro della cristianità in un’occasione così significativa.

“Questo incidente – spiega in una nota congiunta il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa – costituisce un grave precedente e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme. I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, si sono attenuti a tutte le restrizioni imposte: le riunioni pubbliche sono state annullate, la partecipazione è stata vietata e sono stati presi accordi per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Chiesa del Santo Sepolcro.Impedire l’ingresso al Cardinale e al Custode, che detengono la massima responsabilità ecclesiastica per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi, costituisce una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata.Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un allontanamento estremo dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo.Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono il loro profondo dolore ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata in questo modo impedita”.

Perché è un atto gravissimo

L’impedimento opposto al Patriarca e al Custode non è solo un incidente diplomatico, ma una ferita profonda inferta alla libertà di culto in un momento altamente simbolico. La Domenica delle Palme inaugura la Settimana Santa, rievocando l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme: bloccare proprio oggi i successori degli apostoli sulla soglia del Santo Sepolcro significa colpire al cuore l’identità cristiana della città.

L’episodio rappresenta una violazione plateale dello “Status Quo”, il complesso codice di norme e consuetudini che da secoli regola la convivenza e l’accesso ai Luoghi Santi, garantendo un fragile equilibrio in una terra martoriata. Impedire ai capi della Chiesa di officiare i riti pasquali invia un segnale di chiusura e ostilità, ma appare anche come una vendetta da parte di Israele per le posizioni assunte da Pizzaballa, che ha spesso denunciato i crimini dell’IDF durante il genocidio di Gaza.


“L’hanno fatta veramente incazzare”


L’avvertimento di Santanchè dalla villa in Versilia:“La vita è lunga e conta la squadra”. Riceve il presidente del Senato Ignazio La Russa. Il vicepremier Salvini la chiama per esprimerle “dispiacere umano” dopo l’addio al governo. Il compagno Kunz sta per aprire un nuovo bagno

La ministra del Turismo, Daniela Santanche’, mentre esce dal Ministero del Turismo, Roma, 25 marzo 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

(Ernesto Ferrara – repubblica.it) – «Se mi volevano fare fuori dovevano farlo quando mi indagarono», si sfoga in queste ore dal buen retiro della Versilia Daniela Santanchè con i pochi amici a cui risponde al telefono. L’arietta è mite ma dalla villa dove si è rifugiata l’ex ministra, la “casina rosa” di Marina di Pietrasanta, risuona amarezza. «Tutto bene tutto perfetto», tiene a dire solo il compagno Dimitri Kunzprincipe e imprenditore, sedicente discendente della casata D’Asburgo Lorena, che dopo le dimissioni la sta consolando con rose rosse, pranzi sul mare e passeggiate. «Daniela però è risentita – dice chi ci ha parlato – non ha davvero gradito che l’abbiano fatta passare da colpevole del referendum quando sul caso Visibilia non ha nemmeno il rinvio a giudizio».

La chat whatsapp del Consiglio dei ministri

Passa quasi tutto il giorno fuori casa, la Pitonessa. Pesce e bollicine al ristorante. Forse una capatina al nuovo stabilimento balneare che sta comprando il compagno, si chiamerà “Tala beach”, all’ingresso un cartello con su scritto «coming soon», tutti giurano che sarà una specie di “Twiga 2”, superglamour come negli anni ruggenti della società con Briatore. Dalla chat whatsapp del Consiglio dei ministri Santanchè non è ancora uscita: così gli ex colleghi allora smettono di scrivere. Diffidenza, imbarazzo. Pare che nelle ultime 48 ore abbia ricevuto più chiamate di solidarietà da leghisti che da esponenti del suo partito, FdI. L’eccezione è Ignazio La Russa, il presidente del Senato, amicissimo, che in questi giorni è andato a trovarla in Versilia, proprio lui che aveva dovuto convincerla a mollare dopo la richiesta della premier Meloni. Anche Salvini chiama Santanchè, svelano fonti del Carroccio: le esprime «dispiacere umano». Il ministro Crosetto ritwitta esprimendole vicinanza.

Lo sfogo sui social

Santanchè è una molla. Ha girato in giardino e postato sui social un video da cui filtrano messaggi in codice: «La vita è lunga e bisogna sempre ricordarsi di essere insieme, di essere una squadra» sentenzia, sorridente, rivolta agli ex collaboratori del ministero del Turismo. Come parlare a nuora perchè suocera intenda. Un messaggio al centrodestra, agli ex colleghi ministri. Nella lettera alla premier aveva scritto che si dimetteva perché «abituata a pagare anche il contro degli altri» e tanti dentro FdI ieri confidavano una certa preoccupazione interpretando il messaggio come lo sfogo di chi al partito, specie nella prima fase, ha fortemente contribuito economicamente. I frequentatori del parco raccontano di averla vista vestita due giorni fa «col cappello tipo western» a passeggio, altri giurano di aver visto Vannacci aggirarsi giorni fa nella villa con giardino e abusi edilizi tuttora oggetto di una pratica di sanatoria in Comune a Pietrasanta. «Io ritengo che da soli non si vince mai e credo che il ministero, per carità, con i nostri limiti, in questi anni ha lavorato veramente bene» dice lei, nel video sui social, rivolta al suo ex staff. In effetti le categorie tutte hanno ringraziato l’ex ministra, dall’amicissimo presidente di FederalberghiBernabò Bocca a Confindustria alberghi, Federturismo. «L’hanno fatta veramente inca…are» rivela un vecchio amico della “Santa”.

Gli affari di Kunz

Se non altro gli affari tengono banco in famiglia. Kunz sta rilevando due bagni in zona Fiumetto, sempre a Pietrasanta, il Felice e il Genzianella. Il primo è della famiglia dell’ex sindaco e senatore berlusconiano Massimo Mallegni, l’idea è trasformarli in stabilimento vip. La Versilia del resto pullula di affaroni balneari in questo periodo: Del Vecchio, Armani, russi, investitori della moda e del mattone, da Forte dei Marmi a Viareggio. In tanti si domandano come mai si compri e ricompri nonostante l’ombra della Bolkestein e le gare attese l’anno prossimo. A Kunz qualcosa che non sta andando come sognava tuttavia c’è: l’affare della discoteca “Flò” al piazzale Michelangelo, con vista mozzafiato su Firenze è da poco saltato. Il locale lo voleva chiamare “Santhouse”.


Conte: “Primarie aperte a tutti”. Nel Pd sono tanti a non volerle


Conte: “Primarie aperte a tutti”. Nel Pd sono tanti a non volerle

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Prima scena: in mattinata Giuseppe Conte entra a braccetto con Riccardo Magi alla convention di Più Europa a Roma. Un’immagine che colpisce, visto che Magi è stato sempre un deciso fautore degli aiuti militari all’Ucraina. Ma quando arriva Elly Schlein – inizialmente prevista in collegamento – l’avvocato è già andato via. Seconda scena: Conte arriva nella sede del Fatto per registrare Accordi&Disaccordi, in onda sul Nove. Il cronista gli fa notare il trambusto provocato dalla sua apertura alle primarie. E l’ex premier sorride: “Ma come, se sono stato l’ultimo a parlarne”.

[…]

Più di qualcosa si muove nel centrosinistra. Con Conte che alla convention ribadisce quanto già detto giorni fa: “Non dobbiamo acquistare il gas russo fino a quando non ci sarà un trattato di pace”. Sillabe che gli valgono perfino il plauso di Filippo Sensi, della destra dem. Poi scandisce: “L’Europa dovrebbe rafforzare la difesa comune europea, che non ha nulla a che vedere col piano di riarmo”. Lo ha già detto e scritto varie volte, ma Enrico Borghi (Iv) si infiamma comunque: “Bene la svolta di Conte, ora andiamo alle primarie”. Ergo, nel centrosinistra la voglia di battere le destre, stordite dal referendum porta a una forzata urgenza di unità. Su cui pesa però la competizione tra Conte e Schlein, in lotta per la posizione di guida della coalizione. Così la segretaria dem ribadisce il “giusto sostegno” a Kiev, mentre propone un tavolo “anche sulle cose su cui non siamo d’accordo”. La politica estera, prima di tutto. Certo, a volere le primarie sono soprattutto loro due, l’ex premier e Schlein. Conte, dato in vantaggio da tutti i sondaggisti – “ma i sondaggi lasciano il tempo che trovano” sminuisce – semina paletti: “Dovremo farle dopo il programma, perché oggi trionferebbero i personalismi. E comunque non con regole da partiti: dovranno essere aperte a tutti”. Quindi anche online. Non solo: a Luca Sommi che gli chiede se vorrebbe Matteo Renzi nell’alleanza, risponde: “Chi starà dentro lo deciderà l’adesione a un preciso programma. Ma su giustizia e politica estera dovremo avere posizioni chiare, e io non accetterò negoziati preventivi su ministeri…”. Con aggiunta: “Se dovessi prevalere in eventuali primarie, io chiamerei subito Putin per aprire un negoziato”.

[…] Nel Pd è tutta una manovra. “Prima il programma” sembra una sorta di acronimo per dire “Primarie del poi, ovvero del mai”. Le vuole solo il circolo ristretto attorno a Schlein. Tutti gli altri sono perplessi, se non contrari. Non credono che la candidata premier giusta sia lei, ma non sanno come fermarla. Eccezion fatta per Goffredo Bettini – avrebbe già un accordo col leader del M5S – gli altri sono in difficoltà. Per esempio, si ragiona, davvero uno come Roberto Speranza, già ministro della Salute nel Conte-2, sosterrebbe la segretaria? Il più occupato nel cercare un’alternativa, possibilmente con un tavolo, è Dario Franceschini. Oggi celebrerà in un’iniziativa a porte chiuse a Roma i 50 anni della Dc. Presenti, tra gli altri, Pier Ferdinando Casini, Bruno Tabacci e Pierluigi Castagnetti. Tra i più impegnati, peraltro, a trovare un anti-Schlein, che però potrà materializzarsi solo senza primarie. Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, non ha la forza per correre ai gazebo, dicono. Silvia Salis, sindaca di Genova, è contraria alle primarie: si considera la miglior candidata premier, aspetta l’invito. Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, è stato tirato in ballo da Renzi, ma a correre non ci pensa proprio. Mentre Rosy Bindi propone un federatore per il programma. Gli indizi portano a Pier Luigi Bersani. O a lei stessa.