La separazione delle carriere, due Csm, il sorteggio e l’Alta Corte disciplinare. Ecco cosa prevede, articolo per articolo, la nuova legge costituzionale sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo

(di Andrea Lanzetta – tpi.it) – La riforma della magistratura, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre scorso e sottoposta al referendum confermativo del 22 e 23 marzo prossimi, modifica principalmente il Titolo IV della Costituzione con l’obiettivo di separare le carriere dei giudici requirenti e giudicanti, introducendo due distinti organi di autogoverno al posto dell’attuale Csm, i cui membri verranno d’ora in poi scelti con il metodo del sorteggio, e creando un’Alta Corte disciplinare. Ma vediamo punto per punto cosa prevede la riforma.

Un ordine, due percorsi
Attualmente la carriera dei magistrati è unica. A risultare separate sono solo le funzioni requirente e giudicante. Per effetto della riforma Cartabia del 2022 però, i giudici possono passare dall’una all’altra soltanto una volta, entro 10 anni dalla prima assegnazione e mai all’interno dello stesso distretto penale, né di altri distretti della stessa Regione né al rispettivo capoluogo del distretto di Corte d’appello.
Intervenendo invece in maniera sostanziale sugli articoli 102, 104 e 106 della Costituzione, la riforma prevede che, come già recitava il dettato originale, «la funzione giurisdizionale» sia «esercitata dai magistrati ordinari, istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario», che ora però «disciplinano, altresì, le distinte carriere dei magistrati giudicanti e dei magistrati requirenti». I primi, i giudici, chiamati a decidere in modo imparziale le controversie; e i secondi, i pubblici ministeri, a esercitare l’azione penale in tutti i casi previsti dall’ordinamento.
Come nel precedente dettato, anche la nuova legge sottoposta a referendum riconosce, all’art. 104, che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Ma precisa che è «composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente».
Sdoppiamento al vertice
Non più quindi due sole funzioni ma carriere separate, seppur ancora all’interno di un unico ordine. Ciascuna però risponderà a un diverso Consiglio superiore della magistratura: uno giudicante e uno requirente. Entrambi avranno quasi le stesse funzioni dell’attuale Csm. Secondo gli attuali articoli 105 e 110 della Costituzione, infatti, al Consiglio superiore della magistratura «spettano le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati», mentre resta in capo «al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia».
Con la riforma, «le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti» dei magistrati sono semplicemente ripartiti per «ciascun» Csm in base alla rispettiva carriera, giudicante o requirente. A differenza dell’attuale però, secondo il nuovo dettato dell’articolo 105, i due Consigli non si occuperanno più delle «promozioni» né «dei provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati» ma piuttosto delle «valutazioni di professionalità» e dei «conferimenti di funzioni».
Ognuno dei due inoltre, secondo la nuova versione dell’articolo 107, può decidere se dispensare, sospendere dal servizio o destinare ad altre sedi o funzioni i rispettivi magistrati, prerogativa oggi in capo al Csm. Tuttavia, secondo il nuovo dettato del terzo comma dell’articolo 106, il solo Consiglio superiore della magistratura giudicante potrà designare, «per meriti insigni», chi sarà chiamato «all’ufficio di consiglieri di Cassazione». Se prima questo onore poteva essere attribuito solo a «professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che abbiano quindici anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori», ora nella platea dei prescelti potranno rientrare anche «magistrati appartenenti alla magistratura requirente con almeno quindici anni di esercizio delle funzioni». La terza grande novità della riforma però, oltre alla separazione delle carriere e all’istituzione di due Csm, riguarda il metodo di nomina dei membri di questi due organismi.
Un metodo diverso
A presiedere entrambi gli organismi, così come l’attuale Csm, resterà il capo dello Stato. Già al decimo comma dell’articolo 87, che ne disciplina i poteri, la riforma prevede che il presidente della Repubblica presieda sia «il Consiglio superiore della magistratura giudicante» che «il Consiglio superiore della magistratura requirente», come poi ribadito anche dal secondo comma della nuova versione dell’articolo 104. Oltre all’inquilino del Quirinale però il nuovo dettato costituzionale stabilisce, al comma successivo, anche chi altro ne farà parte di diritto: il primo presidente della Corte di Cassazione del Csm giudicante e il procuratore generale della Cassazione del Csm requirente. Tutti gli altri componenti dei due Consigli superiori della magistratura saranno invece scelti mediante sorteggio.
I due terzi dei membri “togati” di ciascun Csm, come stabilisce il nuovo articolo 104, saranno estratti a sorte, rispettivamente, tra gli oltre 7.000 giudici civili e penali e più di 2.000 pubblici ministeri. Come previsto dal nuovo comma sesto dell’articolo 104, questi resteranno «in carica quattro anni» e non potranno «partecipare alla procedura di sorteggio successiva».
Diverso invece il metodo scelto per l’altro terzo di membri “laici” dei due Consigli. «Entro sei mesi dall’insediamento» infatti il «Parlamento, riunito in seduta comune», dovrà compilare, «mediante elezione», un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio. Successivamente poi da questa lista saranno estratti a sorte un terzo dei membri del Consiglio della magistratura giudicante e un terzo del Consiglio della magistratura requirente. Tra questi, secondo il comma quinto del nuovo dettato dell’articolo 104, ogni Csm eleggerà il proprio vicepresidente. Inoltre, per garantirne la terzietà, finché sarà in carica nessuno dei componenti dei due Consigli potrà essere iscritto ad «albi professionali né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale».
Un nuovo organismo
Ultima grande novità della legge costituzionale da sottoporre a referendum è la costituzione di un organo disciplinare a parte per i magistrati, le cui funzioni e prerogative spettano attualmente al Csm. Riscrivendo integralmente l’articolo 105 della Costituzione, la riforma attribuisce «la giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari» a un’apposita «Alta Corte disciplinare».
Questa è «composta da quindici giudici», selezionati con metodi diversi. Tre di questi saranno «nominati dal Presidente della Repubblica», che potrà sceglierli «tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio». Altri tre componenti invece saranno «estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti», compilato dal Parlamento riunito in seduta comune con le stesse modalità previste per i membri “laici” dei due Csm. Gli altri membri dell’Alta Corte, infine, saranno composti da «sei magistrati giudicanti e tre requirenti». Tutti e nove saranno «estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità».
Come previsto dal nuovo comma quinto dell’articolo 105, ogni membro dell’Alta Corte resterà «in carica quattro anni». Questo incarico, che non potrà essere rinnovato, è però «incompatibile» con quello di membro del Governo, deputato, senatore, parlamentare europeo e consigliere regionale, nonché «con l’esercizio della professione di avvocato e con ogni altra carica e ufficio indicati dalla legge». Il presidente del nuovo organismo invece sarà eletto dai componenti stessi dell’Alta Corte ma dovrà essere scelto «tra i giudici nominati» dal capo dello Stato o tra «quelli estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune». Infine il nuovo testo costituzionale prevede la possibilità di impugnare le sentenze dell’Alta Corte, «anche per motivi di merito», «soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte», che giudicherà «senza la partecipazione dei membri che hanno concorso alla decisione impugnata».

(ANSA) – ROMA, 06 MAR – La Russia sta fornendo all’Iran informazioni di intelligence per aiutarlo a colpire le forze statunitensi in Medio Oriente, tra cui la posizione di navi da guerra e aerei americani: lo scrive il Washington Post, citando tre funzionari a conoscenza della questione. Le informazioni sugli obiettivi, scrive il Wp, rappresentano la prima indicazione che un altro importante avversario degli Stati Uniti sta partecipando, anche indirettamente, alla guerra.
Idf, bombardato il bunker sotterraneo di Khamenei 50 jet hanno sganciato 100 bombe. Era usato da alti funzionari iraniani
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) affermano che 50 jet hanno bombardato il bunker sotterraneo di Khamenei, “ancora utilizzato da funzionari iraniani”. Lo riporta il Guardian. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver distrutto il bunker sotterraneo del leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso a Teheran, che, a loro dire, è ancora utilizzato da alti funzionari iraniani.
L’Idf ha detto che circa 50 jet da combattimento dell’aeronautica militare israeliana hanno sganciato circa 100 bombe sul sito, che, a loro dire, si trovava sotto il “complesso dirigenziale” iraniano a Teheran, estendendosi su diverse strade e includendo “molti punti di ingresso e sale per raduni di alti membri del regime terroristico iraniano”. “Dopo l’assassinio di Khamenei, il complesso ha continuato a essere utilizzato da alti funzionari del regime iraniano”, ha spiegato l’Idf in un comunicato.
Media, Iran ha avviato lanci col nuovo missile Khorramshahr-4
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – La Guardia rivoluzionaria iraniana afferma di aver utilizzato il missile Khorramshahr-4 con una testata di due tonnellate nell’ambito dell’intensificazione degli attacchi in corso contro obiettivi nemici. Lo scrive la tv panaraba del Qatar Al Jazeera, citando l’agenzia di notizie iraniana Tasnim. I media citano il comunicato dei Pasdaran, secondo cui l’uso del missile rientra “nell’espansione e nell’intensificazione” delle operazioni militari.
Secondo il comunicato, il Khorramshahr-4 è stato impiegato con una testata del peso di circa due tonnellate. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sugli obiettivi colpiti né sul numero di missili utilizzati. Il Khorramshahr-4 è uno dei missili balistici di maggiore potenza annunciati dall’Iran negli ultimi anni ed è presentato da Teheran come parte del proprio arsenale strategico.
Magnate emiratino accusa Trump, ci hai trascinato in una guerra che non abbiamo scelto
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Il noto magnate emiratino dell’imprenditoria Khalaf Habtoor ha criticato pubblicamente il presidente statunitense Donald Trump per la guerra contro l’Iran, definendo “pericolosa” la decisione di colpire Teheran e accusando Washington di aver trascinato la regione in un conflitto che i Paesi arabi “non hanno scelto”.
Le dichiarazioni segnano la prima critica pubblica di alto profilo da parte di un imprenditore del Golfo contro Trump dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran scoppiata nei giorni scorsi. Habtoor, secondo la rivista Forbes tra i più ricchi imprenditori del mondo con un patrimonio stimato di circa 2,3 miliardi di dollari, era stato in passato partner commerciale di Trump a Dubai e inizialmente sostenitore della sua candidatura presidenziale nel 2016, prima di prendere le distanze dopo alcune dichiarazioni contro i musulmani. In un messaggio pubblicato su X, il fondatore e presidente del conglomerato Al Habtoor Group ha affermato che l’operazione militare americana ha messo i Paesi del Golfo e il mondo arabo “al centro di un pericolo che non hanno scelto”.
“Avete posto i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo e gli Stati arabi al centro di un pericolo che non hanno scelto”, ha scritto Habtoor. “Chi vi ha dato il permesso di trasformare la nostra regione in un campo di battaglia?”, ha aggiunto. L’imprenditore ha accusato Stati Uniti e Israele di aver avviato la guerra “prima ancora che si asciugasse l’inchiostro” sull’iniziativa del Board of Peace lanciata da Trump a gennaio per la ricostruzione di Gaza e la sicurezza regionale.
Secondo Habtoor, molti Paesi mediorientali, compresi gli Stati del Golfo, hanno contribuito con “miliardi di dollari” all’organismo guidato da Trump con l’obiettivo di sostenere stabilità e sviluppo. “Questi Paesi hanno il diritto di chiedere oggi dove siano finiti quei soldi e se stiamo finanziando iniziative di pace o una guerra che ci espone al pericolo”, ha affermato.
Oms, già quasi mille morti in Iran e grande movimento di popolazione
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), il conflitto scatenato dagli attacchi degli Usa e di Israele contro l’Iran coinvolge ora almeno 16 paesi. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che in Iran sono già stati segnalati quasi 1.000 morti, oltre a decine di vittime in Libano, Israele e diversi stati del Golfo. L’agenzia Onu ha inoltre verificato 13 attacchi contro strutture sanitarie in Iran e uno in Libano.
La guerra, ha detto, si sta diffondendo alle rotte marittime, ai corridoi umanitari, agli ospedali e ai movimenti di popolazione, una crisi che minaccia di trascinare l’intera regione e oltre. “Le conseguenze umanitarie derivanti dall’escalation della violenza in Medio Oriente sono sempre più gravi”, ha avvertito il capo umanitario dell’Onu Tom Fletcher.
La guerra, infatti, è accompagnata da uno spostamento massiccio di popolazioni. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), circa 100.000 residenti hanno lasciato Teheran solo nei due giorni successivi ai primi . Allo stesso tempo, più di 60.000 persone sono state sfollate in Libano, secondo l’Oms. Gli ordini di evacuazione potrebbero ancora spingere fino a un milione di persone sulle strade, ha avvertito l’organizzazione.
Con il post dal titolo “Buon senso epico”, Beppe Grillo torna sulla scena politica con un tempismo perfetto portando gli italiani ad interrogarsi sulle parole di Pedro Sànchez e sulla posizione del nostro governo in questa sciagurata guerra. Grillo è d’altronde un personaggio che ha di fatto rivoluzionato la politica italiana, nel bene e nel male, e le sue prossime mosse andranno seguite con attenzione

(di Michele Anzaldi – mowmag.com) – “Buon senso epico”, è il titolo del post di Beppe Grillo sul suo blog sulla guerra in Iran. In apertura una grande foto in cui per metà si vede il volto di Grillo e per l’altra metà quello del premier spagnolo, Pedro Sanchez. Il testo ripropone il discorso del presidente Sanchez rivolto ai cittadini spagnoli, a cui Grillo apporta delle piccole correzioni. Ogni volta che nel testo si incontra la parola “spagnolo” e tutte le sue declinazioni diviene “italiano”. Così con un discorso al popolo spagnolo, di rara chiarezza e comprensibilità, viene provocatoriamente proposta ai lettori Italiani un’idea della politica italiana. Per meglio capire questa trovata comunicativa, che va letta nella sua interezza, a titolo e esemplificativo, diamo alcuni passaggi così trasformati: “La posizione del governo italiano di fronte a questa situazione è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi, la popolazione civile. In secondo luogo, non possiamo accettare che il mondo possa risolvere i propri problemi soltanto attraverso conflitti e bombe. Infine, no a ripetere gli errori del passato”. E continua con la trasformazione del discorso di Sanchez.

Penso che questo post di Grillo debba essere valutato attentamente dagli esperti di comunicazione e dal mondo politico. Partiamo ricordando che Grillo è l’inventore dell’utilizzo dei social per la comunicazione politica. Oggi torna, dopo una lunga assenza politica e comunicativa che ha visto i suoi interventi ridotti al minimo (l’ultimo fu il discorso di Capodanno). Ieri ha deciso di esternare diffondendo un discorso che a detta di tutti gli osservatori internazionali merita una grande attenzione e non solo per la sua chiarezza, ma per il valore politico che rappresenta. Lo fa in una delle giornate più complicate di questo sciagurato intervento militare, portato avanti da Stati Uniti e Israele, nella giornata dove oltre ai bombardamenti realizzati da navi e jet, si apprende che una nave iraniana nelle acque dello Sri Lanka (una zona distante dall’Iran circa 5000 km!) è stata affondata da un sottomarino USA, e al momento vi sono 148 dispersi. Dal punto di vista comunicativo l’espediente utilizzato da Grillo, per illustrare il suo giudizio sulla politica Italiana ed Europea o meglio l’assenza di politica o peggio confusione che regna sul tema intervento militare, è veramente notevole e innovativo. Non solo riesce in maniera originale ad appropriarsi delle tesi del governo spagnolo, ma riesce a renderle interessanti e argomento di riflessione per un gran numero di italiani.

Se oggi molti italiani sono venuti a conoscenza del discorso di Sanchez, oltre i semplici e sintetici titoli dei giornali, sicuramente lo si deve all’espediente utilizzato da Grillo. Ma è dal punto di vista politico che il suo post è forse più Interessante. La scelta del tema, la tempistica, il momento politico internazionale e italiano lascerebbero pensare che potrebbe essere il ritorno alla politica di un leader che dal 2013 ha condizionato nel bene e nel male la politica italiana. Il testo, che rappresenta un grande esempio di discorso politico difficile da non condividere per il lettore di sinistra, di destra o di centro, arriva in un momento complicatissimo per il governo e in una stagione politica in cui il centrosinistra ha serissimi problemi: leadership, legge elettorale, scelte politiche e ruolo del centro, dei cattolici e dei liberali nella coalizione. Ma non è un momento felice neanche per il governo perché, oltre ai giganteschi problemi derivanti dalla guerra, è di oggi la diffusione del sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato sul Corriere della Sera che dice che sul referendum per la prima volta c’è il sorpasso delle posizioni del No alla riforma della giustizia (e non escluderei che Grillo ne fosse già a conoscenza ieri sera). Tutta una serie di indicatori che fanno pensare che se il Beppe Grillo del 2013, che allora si era confrontato con politici di grande spessore come Berlusconi, D’Alema, Renzi, Bersani, Prodi, Marini e tanti altri, raggiunse il 25%, oggi con la nuova classe politica ancora non adeguatamente formata e soprattutto in ordine sparso, potrebbe avere un ruolo importante, se non come nel passato, addirittura superiore. Se poi in questo scenario si aggiungesse l’avvedutezza e la maturità di non rifare gli stessi errori del passato, il progetto potrebbe essere interessante per un numero ancora più elevato di italiani che hanno a cuore solo il futuro del paese e non secondi fini.

(dagospia.com) – Grattacieli a specchio, palme artificiali nel mare, influencer e sex worker (ora si chiamano così) che postano aperitivi da 300 euro sulle terrazze degli hotel a sette stelle.
È il “brand” Dubai, la città dove chi ha i soldi, veri o presunti, e si vuole dare uno status, voleva e doveva essere a tutti i costi: megalopoli del futuro, oasi di lusso, soprattutto paradiso fiscale per chi vuole vivere bene pagando pochissimo.
Ma dietro questa vetrina scintillante si nasconde – come documentava già nel 2020, in modo dettagliato, il rapporto del Carnegie Endowment for International Peace, “Dubai’s Role in Facilitating Corruption and Global Illicit Financial Flows” – uno dei più sofisticati hub mondiali per riciclaggio di denaro, aggiramento delle sanzioni internazionali, sfruttamento umano e criminalità organizzata. Un sistema che ha prosperato per decenni, fino a quando, tra sabato e domenica, i missili iraniani hanno spazzato via l’illusione che Dubai fosse intoccabile.
Il segreto del successo di Dubai è il suo modello finanziario. Secondo il “Carnegie Endowment”, la città combina zero imposte sul reddito personale, scarsa trasparenza sulla proprietà societaria e circa 30 zone franche, dove i controlli doganali e antiriciclaggio sono estremamente blandi.
Nelle free zone come DMCC e JAFZA proliferano migliaia di shell company da beneficiari opachi, usate per riciclare denaro: fatture gonfiate, spedizioni fittizie, triangolazioni commerciali che cancellano l’origine dei capitali.
L’oro è un caso emblematico. Come ricostruisce il rapporto di Carnegie, lingotti di provenienza russa o africana – anche provenienti da imprese sanzionate – arrivano a Dubai, vengono fusi e “rinominati”, per poi rientrare sui mercati mondiali con un nuovo certificato di nascita pulito.
Le regole di provenienza sono volontarie e solo tre degli undici raffinatori di oro negli Emirati le seguono formalmente. Alcune inchieste giornalistiche del progetto OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project ), “Dubai Uncovered” (2022) e “Dubai Unlocked” (2024) hanno allaragato il quadro, mostrando come il mattone emiratino – acquistabile con contanti o criptovalute – sia diventato il deposito preferito di politici corrotti, trafficanti e magnati di regimi autoritari.
Russi e iraniani
Il Carnegie documenta come i legami tra Dubai e la Russia siano profondi da decenni: già nel 2016, oltre 100.000 russi risiedevano nell’emirato. Storicamente, i connazionali di putin sono i più munifici compratori seriali al Dubai Shopping Festival, una fiera che si tiene ogni anno tra dicembre e gennaio
Con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, quel flusso è diventato incontrollabile: oligarchi colpiti dalle sanzioni occidentali hanno spostato capitali, aperto società di comodo, acquistato ville sull’isola di Palm Jumeirah con prestanome e sfruttato desk e piattaforme di criptovalute locali per convertire Bitcoin e Tether in valuta apparentemente pulita.
Società di consulenza specializzate, alcune citate nelle indagini del Dipartimento di Giustizia USA, hanno aiutato l’élite del Cremlino a ottenere nuove residenze emiratine e conti bancari fuori dai limiti delle sanzioni.
Per l’Iran, il rapporto Carnegie è particolarmente dettagliato: i legami risalgono alla Guerra Iran-Iraq degli anni ‘80, quando Dubai fungeva già da principale transito per materiali bellici destinati a Teheran.
Nel 2010, quasi 10.000 aziende iraniane erano registrate negli Emirati e gli iraniani superavano numericamente i cittadini emiratini tre a uno. Dubai offre ciò che l’Iran non può avere altrove: transazioni in valute non-dollaro, banche disposte a non alzare troppo lo sguardo, e la possibilità di re-etichettare petrolio, oro e prodotti petrolchimici per farli sparire nel mercato globale.
Sex worker e Kafala
Il Carnegie dedica un intero capitolo al sistema kafala, il programma di “sponsorizzazione” che lega il permesso di soggiorno dei lavoratori stranieri al datore di lavoro, che molti sostengono somigli a una tratta di esseri umani.
Muratori, rider, camerieri e colf dipendono totalmente dal loro sponsor per restare nel Paese: rifiutare gli straordinari significa rischiare il rimpatrio. Turni massacranti sotto i 45 gradi, paghe da miseria, morti nei cantieri raramente investigate. È la manodopera invisibile che regge il parco giochi del lusso.
Anche sul fronte del sesso, nonostante la costituzione emiratina si fondi sulla sharia, Dubai è un hub significativo alimentato da reti criminali transnazionali: donne dall’Europa dell’Est, dall’Asia meridionale e dall’Africa vengono reclutate con promesse di lavoro e finiscono in appartamenti e locali notturni. La struttura legale emiratina rende le vittime ricattabili: prostituzione e rapporti extraconiugali sono reati. Chi denuncia uno stupro rischia di essere incriminata per “comportamento immorale”.
Alle vittime della tratta, si aggiungono centinaia di “influencer”, che planano sul Golfo attratte dai petroldollari e finiscono per riciclarsi come “dame di compagnia” dei conturbanti sceicchi locali.
Gli italiani
Dubai è da anni rifugio per un pezzo d’Italia che non vuole farsi trovare. Il caso più documentato è Raffaele Imperiale, boss della camorra napoletana collegato ai clan degli Scissionisti: dal 2013 viveva liberamente ad Emirates Hills, aveva investito decine di milioni in immobili e sull’isola artificiale “The World”, prima di essere arrestato nel 2021 per uso di falso passaporto ed espulso nel 2022.
Ma la lista dei latitanti italiani a Dubai è lunga. Tra i casi più clamorosi c’è quello di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, formalmente ancora compagna dell’ex leader di AN Gianfranco Fini.
Tulliani fuggì a Dubai nel dicembre 2016 non appena fu resa pubblica l’inchiesta a suo carico (riciclaggio in concorso con il “re delle slot” Francesco Corallo): lo stesso giorno ordinò il bonifico di 520.000 euro su un conto emiratino, poi bloccato dalla Guardia di Finanza, e prese il primo volo disponibile.
A Dubai visse una “latitanza dorata”: residence a cinque stelle nel quartiere di Al Barsha, attività nel settore immobiliare, la fidanzata che lo raggiungeva da Roma in business class.
Fu arrestato dalla polizia emiratina nel novembre 2017 mentre accompagnava la compagna all’aeroporto, ma la vicenda giudiziaria si è trascinata per anni. Nel 2024 è stato condannato in primo grado a 6 anni per riciclaggio; attualmente è di nuovo latitante a Dubai.
Nel novembre 2025, la Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro da 2,2 milioni di euro — una villa a Roma, conti correnti italiani ed esteri, due autovetture di lusso — nei suoi confronti. Nonostante la condanna, gli Emirati continuano a ospitarlo.
Accanto a questi casi, la Direzione Investigativa Antimafia documenta come camorra, ndrangheta e Cosa nostra continuino a usare Dubai per riciclare i proventi del narcotraffico.
Nel giugno 2025 sono scattati dieci arresti tra Italia e Dubai nell’ambito di un’operazione contro il riciclaggio internazionale legato alla camorra. Sul fronte fiscale, la “Lista Dubai” ha rivelato migliaia di contribuenti italiani con asset non dichiarati, mentre influencer e imprenditori digitali si fingono residenti emiratini pur continuando di fatto a vivere e lavorare in Italia.
Autoritarismo e repressione
Nonostante il brand cosmopolita, gli Emirati restano un regime senza spazio per il dissenso. Il Carnegie sottolinea come le autorità emiratine abbiano impiegato misure robuste per spegnere il dissenso interno: le critiche al governo vengono criminalizzate, gli attivisti per i diritti umani condannati a pene pesanti, ogni forma di opposizione politica azzerata.
La completa assenza di stampa libera, elezioni aperte e società civile autonoma rende Dubai immune alle pressioni riformiste domestiche. A questa opacità politica si aggiungono segnalazioni documentate di torture durante gli interrogatori, che delegittimano le testimonianze nei tribunali occidentali e rendono la cooperazione giudiziaria internazionale particolarmente difficile.
28 Febbraio 2026
Il mito di Dubai come “oasi sicura nel caos mediorientale” si è infranto nella notte del 28 febbraio 2026, quando l’Iran ha scatenato una massiccia rappresaglia missilistica contro gli alleati USA nel Golfo – inclusi gli Emirati – in risposta ai raid coordinati di Washington e Israele.
Il bilancio è stato pesante: 165 missili balistici (152 intercettati), oltre 500 droni, ma detriti e ordigni sfuggiti alle difese aeree hanno raggiunto obiettivi civili. Un missile ha colpito il Fairmont The Palm sulla Palm Jumeirah, causando un incendio e ferendo quattro persone.
L’aeroporto internazionale di Dubai – il più trafficato al mondo – è stato danneggiato da droni: un dipendente è morto, sette sono rimasti feriti. Residenti dei grattacieli hanno visto le proprie finestre esplodere. In totale, negli Emirati tre persone sono morte e 58 ferite.
Già nel 2020 il rapporto del Carnegie concludeva con una “visione” profetica : il rapporto avvertiva che la stabilità di Dubai era “almeno in parte dovuta al robusto apparato di sicurezza e sorveglianza costruito dallo Stato emiratino”, e che l’emirato restava “esposto a shock esterni” proprio perché la sua prosperità mescolava flussi leciti e illeciti senza distinguere.
Ospitare basi militari americane e fare da transito ai capitali di mezzo mondo significa essere al centro di ogni possibile conflitto regionale.
Il ministro ha consigliato ai pm romani di fare indagini su cronisti e su «soggetti istituzionali». Citato il nome dell’ex capo dell’Aise Luciano Carta. La memoria, firmata dalla sua avvocata, mostra la diffidenza del meloniano verso la nostra intelligence. Le inchieste su di lui? «Reato di delitto politico»

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – C’è un documento inedito depositato qualche giorno fa nelle carte dell’inchiesta della procura di Roma sulla vicenda dei presunti accessi abusivi del tenente Pasquale Striano che fa capire bene quanto siano ancora difficili i rapporti tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e i servizi segreti italiani. E che spiega, meglio di qualsiasi analisi ipotetica, il motivo per cui la nostra intelligence non fosse stata avvisata dal meloniano sulla strana “vacanza istituzionale” a Dubai, conclusasi con una figuraccia internazionale non solo del cofondatore di Fratelli d’Italia, ma dell’intero esecutivo di Giorgia Meloni, che nulla sapeva dei tempi dell’attacco illegale di Donald Trump e Benjamin Netanyahu all’Iran.

Il documento che Domani pubblica è una memoria di Crosetto, scritta dalla sua avvocata di fiducia Federica Mondani (che percepisce 70mila euro l’anno dal ministero come consulente del cliente “nel settore delle pari opportunità”, un conflitto di interessi scandaloso), spedita qualche mese fa al procuratore aggiunto Giuseppe De Falco e alla pm Giulia Guccione, titolari delle indagini che vedono iscritti nel registro degli indagati anche tre giornalisti di questo giornale.
Una relazione di 13 pagine in cui il ministro fa un attacco durissimo sia all’Aise sia ai media (soprattutto Domani, ma nel mirino c’è anche il Fatto quotidiano) che hanno pubblicato inchieste mai smentite sui vecchi affari del politico, sugli incarichi milionari in Leonardo e altre aziende di armi, sui mancati pagamenti degli affitti e sui rapporti amicali con l’imprenditore Carmine Saladino. Quest’ultimo proprietario, fino a poco tempo fa, di Maticmind e di Sind, una spa – come abbiamo dettagliatamente raccontato nelle scorse settimane – che sotto i governi Draghi e Meloni ha incassato appalti milionari dal nostro controspionaggio.
Nella memoria Crosetto e Mondani invitano i magistrati di Roma a indagare con maggior lena nella vicenda Striano, avendo loro «assunto una postura di osservazione nei confronti degli indagati, con particolare riguardo ai giornalisti… Sarà facilmente dimostrabile come ciò che muove gli indagati e continua a muoverli sono almeno due cause psichiche virulente».
Che evidenzierebbero «il movente alla base dell’azione criminosa: il forte legame con i poteri dello Stato che non hanno ricevuto benefici istituzionali dall’azione di governo del ministro Crosetto, e un’ideologia politica radicata e radicale, che svilisce ed offende il diritto di cronaca fino a renderla attacco costante» a Crosetto stesso. Non solo. Le inchieste sul potere dei giornalisti verrebbero fatte anche «per sostenere l’economia del quotidiano Domani» in modo da evitare «chiusure e dunque la perdita della propria posizione lavorativa».

Dopo lo sconclusionato preambolo, l’emissaria di Crosetto in un capitolo intitolato «I legami tra i giornalisti ed alcuni soggetti-poteri istituzionali» parla subito dei vertici dell’Aise, sia quelli vecchi sia quelli attuali. Critiche sorprendenti, visto che alcune rimostranze erano già state fatte a gennaio 2024 dal ministro e da Mondani al procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone, con cui il ministro si era lamentato della pubblicazione da parte di Domani della notizia del tentativo abortito, da parte della moglie, di entrare nell’Aise.
Ebbene, quel verbale creò tensioni enormi tra Crosetto (aggiunse che l’intelligence «in più di un’occasione non mi ha informato, fatto che avrebbe potuto creare problemi alla sicurezza nazionale»), il capo dei servizi esterni Giovanni Caravelli e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Quest’ultimo fu costretto a scendere in campo in difesa del comparto, tanto che lo stesso ministro della Difesa fece marcia indietro: «La nota di Mantovano, che ribadisce la sua piena fiducia nei servizi e in particolare verso l’Aise e i suoi vertici, è stata pienamente concordata tra noi», spiegava a settembre 2024. «Purtroppo basta una sola mela marcia a fare danni».
Nonostante il caos provocato a livello istituzionale, pochi mesi dopo, a giugno 2025, Crosetto e Mondani tornano alla carica. Dando anche una notizia inedita: Crosetto avrebbe fatto un esposto-segnalazione in procura di Roma, di cui non si sapeva finora nulla. «È noto alla procura», leggiamo, «che il ministro avesse ipotizzato come alcune mancate conferme in ambito istituzionale avessero potuto essere la causa di un attacco costante alla persona, organizzato su diversi fronti, nei confronti dello stesso. (Come) la fuga inspiegabile di notizie avvenuta all’interno dell’Aise circa dettagli relativi alla moglie Graziana Saponaro, che avrebbero dovuto essere segreti e segregati in quanto contenuti in un fascicolo protetto. E dunque oggetto di autonoma segnalazione presso la procura di Roma».
Non sappiamo se sia stato nel frattempo aperto un fascicolo ad hoc: la procura capitolina, quando Crosetto chiese di cercare la presunta fonte di Domani in merito ai compensi di Leonardo, lo fece pancia a terra (la pm Antonia Giammaria, che individuò il tenente Striano come presunta fonte, qualche mese dopo è stata piazzata dal governo a capo degli Affari giuridici del ministro Carlo Nordio, amico e collega di Crosetto).
È invece certissimo che Mondani, nella relazione spedita ai magistrati, segnala indirettamente il nome di Luciano Carta, ex capo dell’Aise che non fu confermato presidente di Leonardo, anche per scelta di Crosetto. Il nome di Carta non era mai stato fatto in chiaro nel vecchio verbale rilasciato a Cantone: che il ministro si riferisse proprio a lui lo ipotizzò Repubblica. Carta, ovviamente, negò di essere “una mela marcia” e querelò il giornale per diffamazione.
Ora Mondani e Crosetto scrivono: «La sequenza dei fatti di cui sopra porterà il già comandante dell’Aise ad adire alle autorità competenti per essere stato più volte ricondotto ed apostrofato dai media come soggetto considerato tra le “mele marce”. La preoccupazione, tra i soggetti coinvolti, appare evidente: colui che è tra i più importanti fondatori di Fratelli d’Italia, ed oggi alla guida del ministero della Difesa, è capace di criticare coraggiosamente chiunque non adempia ai propri obblighi e doveri istituzionali fino a ricorrere a segnalare alle procure possibili illeciti commessi».

La memoria è lunga 13 pagine e fotografa, oltre alle teorie del complotto sugli apparati ai suoi danni, il senso del ministro per la libertà di stampa. «Un’ideologia estremista, celata nella forma e nella parola, ovvero attraverso la penna di colletti bianchi», può «decidere consapevolmente di strutturare un vero e proprio stalking giornalistico nei confronti di un soggetto che incontestabilmente rappresenta l’anima moderata ed, anche per questo, fondante e mitigante di un governo di destra: il ministro della Difesa Guido Crosetto».
Un uomo dunque misurato che, secondo la memoria, placherebbe di fatto le spinte estremiste di Meloni e i post fascisti di Chigi.
Crosetto e Mondani consigliano infine alla procura romana di ipotizzare per i giornalisti anche il reato di “delitto politico” in cui sarebbero incorsi gli autori delle inchieste sugli affitti non pagati (Crosetto è stato condannato in tre diverse sentenze civili), sulle accuse di «essere connivente con soggetti malavitosi» (il riferimento di Crosetto è agli affari con i fratelli Mangione, però mai definiti da Domani “malavitosi”) e per chi – come il Fatto – ha ventilato che Crosetto avrebbe «abusato della sua carica per condurre locazione a titolo gratuito (a casa di Saladino, ndr) l’immobile di residenza».
Tutti articoli che per Crosetto hanno avuto «conseguenze ed impatto nell’assetto governativo e nelle relazioni oltreoceano, anche con i suoi omologhi, in un periodo di così delicati equilibri tra paesi». Anche qui la memoria dà un’altra notizia inedita e rilevante: un ministro cruciale del governo Meloni avrebbe avuto problemi seri con autorevoli colleghi di paesi alleati.
Colpa delle sue azioni raccontate dalla stampa? No, del giornalismo «strumento di guerra politica», di inchiestisti che devono dunque pagarla: «Non sfuggirà – chiude il documento – come nel passato i processi ideologici, per stragi o stermini, non sono mancati: la giurisprudenza non ha rinunciato ad affermare il principio di “delitto politico” denegando derive che possano, per il futuro, ricondurre agli anni più bui della storia del nostro paese».
Di fatto, Crosetto chiede alla procura di indagare i cronisti e le loro eventuali fonti istituzionali per eversione. «Si comunica fin d’ora la disponibilità del ministro Crosetto ad essere ascoltato sui fatti di cui alla presente memoria quale persona offesa».
Ogni commento è del tutto superfluo.

(di Federico Formica – la Repubblica) – Più che un’ombra, quella della speculazione è una presenza molto concreta. Gli aumenti di diesel e benzina scattati poche ore dopo l’inizio della guerra in Iran – che hanno portato il prezzo di entrambi i carburanti oltre la soglia dei due euro al litro in centinaia di punti vendita – faticano a trovare giustificazione nelle normali dinamiche di mercato.
È vero che ieri le quotazioni internazionali del greggio hanno ritoccato i nuovi record dal 2024 (85 dollari il Brent e 81 dollari il Wti) ma quel costosissimo petrolio non ha nemmeno iniziato il viaggio verso i distributori di carburante.
E oggi, nella commissione di allerta rapida convocata dal garante per la sorveglianza dei prezzi, usciranno le prime risultanze del monitoraggio partito lunedì scorso. Primo dato: lunedì scorso nelle raffinerie italiane non c’erano carenze.
Secondo fonti vicine al ministero per le Imprese e il made in Italy, dove si terrà l’incontro, si fa sempre più concreta l’ipotesi che alcune grandi compagnie petrolifere abbiano deciso di trattenere il greggio in attesa che il prezzo salga, per poi farlo uscire al momento opportuno così da massimizzare i profitti.
Alcuni dati emersi nel corso del monitoraggio sono già stati trasmessi alla Guardia di finanza ed è possibile che sul tema intervenga in futuro anche l’Antitrust.
I prezzi più alti si registrano, come sempre, in autostrada, ma sono le città a battere i record in alcuni casi estremi. Secondo i dati pubblicati dall’Osservaprezzi carburanti del Mimit, aggiornati nelle ultime 48 ore, a Milano si raggiungono le cifre più elevate in assoluto. In un distributore in zona Buonarroti la benzina arriva a 2,60 euro al litro e il gasolio a 2,61 euro. Per dare un’idea, la media regionale in Lombardia al self è di 1,87 per il gasolio e 1,73 per la benzina.
A Roma il punto vendita più caro raggiunge 2,19 euro al litro per la benzina e 2,39 per il gasolio. A Napoli i prezzi più alti si registrano sulla provinciale Montagna spaccata, con 2,44 euro al litro per benzina e gasolio al servito.
In questo gioco, i benzinai non hanno voglia di recitare la parte dei cattivi: in settimana le principali associazioni di categoria Faib, Fegica e Figisc hanno definito il rincaro «ingiusto e per niente giustificato, se non da una mera previsione che ipotizza prossimi aumenti sui mercati internazionali. La crisi iraniana ha fatto un piccolo miracolo: associazioni di consumatori e benzinai sembrano parlare con una voce sola.
Anna Rea, presidente nazionale di Adoc, attacca dicendo che «i petrolieri applicano listini da panico basandosi su previsioni future, ignorando che il Paese dispone di riserve stoccate che dovrebbero ammortizzare queste oscillazioni».

Angela Marcarelli, Coordinatrice della Rete Consumatori di Cittadinanzattiva Campania APS, si ritiene pienamente soddisfatta per la storica decisione di Roberto Fico, Presidente della Regione Campania, di fermare il processo che avrebbe portato alla creazione di una società mista pubblico-privato per la gestione dell’acqua. Una battaglia che da anni Cittadinanzattiva porta avanti, anche attraverso azioni legali nei tribunali e ricorsi al TAR, per tutelare il diritto dei cittadini a una gestione totalmente pubblica delle risorse idriche.
La decisione di Fico, che segna una vera e propria “sterzata” nella gestione dell’acqua in Regione, è un segnale concreto di attuazione delle proposte avanzate da Cittadinanzattiva Campania. Questo atto interrompe la gara per l’ingresso dei privati nella gestione degli acquedotti regionali e va nella direzione di proteggere un bene pubblico fondamentale per la vita di ogni cittadino: l’acqua.
“Ci siamo battuti in tribunale, al TAR e in tutte le sedi istituzionali per evitare che una risorsa vitale come l’acqua finisse nelle mani delle multinazionali – ha dichiarato Angela Marcarelli. – Oggi possiamo dire con orgoglio che la decisione di Fico è una vittoria per i cittadini e per il nostro impegno in difesa dell’acqua come bene pubblico e comune.”
Cittadinanzattiva Campania chiede ora di essere ricevuta dal Presidente Fico per approfondire i dettagli di questa decisione e discutere le prossime mosse per consolidare l’impegno della Regione a favore di una gestione completamente pubblica, senza compromessi e senza l’ingresso di soggetti privati.
“Come Cittadinanzattiva esprimiamo fiducia nell’evoluzione positiva della situazione, ma ribadiamo l’importanza di evitare ogni possibile ritorno indietro sulla questione. Il nostro obiettivo è garantire che l’acqua resti un bene pubblico, gestito nel rispetto degli interessi collettivi e della sostenibilità ambientale e sociale – ha concluso Marcarelli. La scelta di Fico di fermare la gara per la selezione del socio privato rappresenta una vittoria importante, ma Cittadinanzattiva Campania continuerà a vigilare per assicurarsi che l’acqua rimanga una risorsa sotto il controllo pubblico, al servizio di tutti i cittadini della Campania”.
Perché ogni umiliazione genera il mostro che voleva evitare.

(Di Gianvito Pipitone – substack.com/@gianvitopipitone) – Cosa aveva davvero in mente Newton quando formulò il suo terzo principio: “ogni azione produce una reazione uguale e contraria”? È la domanda che mi rimbalza in testa da giorni, mentre il mondo assume sempre più l’aspetto di un campo di battaglia permanente. Mi chiedo, forse con un filo di ozio intellettuale, se quel principio così solido per la fisica non valga anche altrove. E in particolare per la Storia, quella maestra di vita che citiamo a memoria senza mai ascoltarne davvero le lezioni.
Basta guardarsi intorno per capire che qualcosa non va per il verso giusto. Nel mondo sono attive decine di guerre, inclusa l’ultima, scatenata dall’asse israelo‑americano contro l’Iran, che in poche ore ha trascinato nel fuoco buona parte del Medio Oriente. I trattati internazionali vengono violati con disinvoltura. La diplomazia è stata sostituita da una teatralità muscolare: conferenze stampa aggressive, linguaggio violento, ritorsioni pesanti, sanzioni usate come punizioni, veti incrociati che paralizzano le istituzioni multilaterali.
A questo punto la domanda più interessante – quella che ci accompagna da mesi, se non da anni – non è “come siamo arrivati qui”. Ma piuttosto: “perché continuiamo ad arrivare sempre qui”. Nello stesso identico punto, con una regolarità che dovrebbe farci sospettare l’esistenza di una struttura profonda, una legge non scritta ma inesorabile. Un punto che, alla fine, ha sempre lo stesso nome: guerra.
Proviamo a usare il Novecento come laboratorio. Il Trattato di Versailles del 1919, dopo la Prima Guerra Mondiale, è uno degli esperimenti più istruttivi della storia moderna: la prova pratica, certificata dai fatti, che l’umiliazione sistematica di un popolo non lo rende innocuo. Al contrario, lo rende pericoloso in misura direttamente proporzionale all’umiliazione subita. La Germania sconfitta del 1919 non era semplicemente una nazione che aveva perso una guerra. Era una società ridotta alla fame, costretta a firmare la propria colpa morale nell’infame “clausola di responsabilità della guerra”, privata di territorio, svuotata di quella dignità collettiva che tiene insieme una comunità nazionale.
John Maynard Keynes era a Parigi come consulente britannico durante i negoziati di pace, prima ancora di diventare il grande economista che la storia ricorda. Si dimise disgustato, scrivendo subito dopo che quelle condizioni capestro avrebbero distrutto l’economia europea e avvelenato la pace per almeno una generazione. Inascoltato, come Cassandra. Vent’anni dopo, Adolf Hitler – figlio mostruoso di quell’umiliazione istituzionalizzata – invadeva la Polonia. Il resto è storia. La reazione aveva raggiunto e superato l’azione originaria. La legge di Newton, purtroppo, confermata.
Il meccanismo si ripete, con varianti, a scale diverse e con attori diversi. La Shoah è l’evento più radicale di annientamento sistematico che la modernità abbia conosciuto: un tentativo non solo di uccidere un popolo, ma di cancellarne l’esistenza dalla memoria del mondo. Quello che ne è seguito non è soltanto, comprensibilmente, un’identità collettiva fondata sul trauma e sulla sopravvivenza. È qualcosa di più complesso e, in certi momenti, di più inquietante. Quando la persecuzione sistematica diventa il cuore di un’identità nazionale, il confine tra legittima difesa e riproduzione della logica del persecutore si assottiglia fino a diventare pericolosamente invisibile.
Quello che accade da tre anni a Gaza – e che purtroppo continua ad accadere – con l’accanimento dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, accusata di ospitare al suo interno il terrorismo di Hamas, non si spiega soltanto con la geopolitica, né con il diritto internazionale, né con la realpolitik. Richiede anche una categoria psicologica e storica che di solito evitiamo di nominare, per paura di essere fraintesi: la “reazione sproporzionata” come effetto di un trauma irrisolto. E certo, non può essere una giustificazione: è la diagnosi di una malattia. Anche qui, la legge di Newton si conferma in tutta la sua essenza.
Ma il principio di azione/reazione non riguarda solo le grandi catastrofi storiche. Funziona anche in scala minore, nei processi culturali, nella lunga pazienza con cui le società accumulano odio e risentimento prima di esplodere in forme che quasi nessuno aveva previsto. O meglio: che qualcuno aveva previsto, senza però essere ascoltato.
Prendiamo ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni nelle università americane e nei media progressisti occidentali. Una certa sinistra colta, partita da istanze profondamente legittime – la lotta al razzismo, il riconoscimento delle identità marginalizzate, la correzione di narrazioni storiche distorte – ha progressivamente sviluppato un linguaggio e una pratica che hanno finito per respingere proprio le persone che avrebbe dovuto convincere.
Il political correct e la filosofia Woke, nelle loro versioni più rigide e meno disponibili al dialogo, hanno funzionato come una forma sofisticata di umiliazione culturale nei confronti di milioni di persone che non si riconoscevano in quel lessico accademico: nei pronomi obbligatori, nella confusione dei generi, nella riscrittura della storia, nella critica alla società patriarcale. Persone che avvertivano – confusamente e in modi facilmente manipolabili dalla destra – di essere descritte come irrecuperabili, ignoranti, buzzurri: una specie in via di estinzione morale. I redneck americani, la white working class osservata dai sociologi con distanza antropologica, non sono diventati trumpiani per caso o per ignoranza. Lo sono diventati perché qualcuno ha offerto loro un’identità alternativa – per quanto rozza e pericolosa – nel momento in cui si sentivano espulsi dal racconto che quella civiltà faceva di sé.
Steve Bannon, uno degli ideologi della prima ora del MAGA, che stupido non è, aveva capito prima di chiunque altro che quel risentimento accumulato era carburante sufficiente a mettere in moto un intero popolo. Aveva capito cioè che l’azione di quella sinistra identitaria avrebbe prodotto una reazione ben peggiore. Ed eccola: l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 non è stato uno sfogo spontaneo, ma il punto di arrivo logico di una classe sociale che si era sentita esclusa. La sua reazione contro quell’esclusione. Newton, di nuovo: la reazione che raggiunge e supera l’azione.
In questo periodo ho ripreso in mano un vecchio saggio di Jürgen Habermas che credevo di aver dimenticato. Mi sono ritrovato a rileggerlo con una certa incredulità: ciò che scriveva quasi cinquant’anni fa è oggi più attuale di quanto fosse agli inizi degli anni ’80.
Habermas ha dedicato decenni a costruire una filosofia politica fondata sull’idea che la democrazia non sia soltanto una procedura elettorale, ma una pratica di comunicazione attiva: una forma di vita collettiva in cui i conflitti vengono risolti attraverso un discorso pubblico argomentato, aperto e accessibile a tutti.
La sua Teoria dell’Agire Comunicativo del 1981 è, in fondo, un tentativo di rispondere alla domanda più elementare: come fanno le società a non distruggersi?
La risposta è semplice: costruendo spazi in cui l’imposizione e la violenza vengono sostituite dall’argomentazione e dal dialogo; spazi fisici e mentali in cui chiunque può contestare qualsiasi affermazione senza temere ritorsioni. Un’arena in cui la forza del miglior argomento prevale sulla forza bruta. La chiamò “sfera pubblica”. Alias, democrazia. E per decenni la teoria ha retto magnificamente. O almeno così è sembrato.
Oggi, con l’autoritarismo che avanza e soppianta i sistemi democratici, quello spazio è sotto assedio. Gli algoritmi dei social media sono progettati per massimizzare la fidelizzazione dell’utente, e ogni piattaforma è una macchina di polarizzazione che premia la rabbia e punisce le sfumature. I media tradizionali, terrorizzati di perdere pubblico, si sono adeguati al ritmo dell’urlato. La politica ha imparato che l’insulto e l’opposizione dura rendono più, in termini elettorali, di qualsiasi approccio propositivo.
La “sfera pubblica” di Habermas si è così sbriciolata: sostituita da narrazioni spesso fantasiose – suprematisti, negazionisti, complottisti, terrapiattisti, fanatici di ogni setta sono solo la parte più vistosa – che vanno nella direzione opposta alla razionalità.
Su un punto, però, si può dissentire da Habermas. Figlio del progetto illuminista, era profondamente fiducioso nella razionalità umana. Credeva che gli esseri umani fossero capaci, sotto le giuste condizioni, di uscire dall’autoreferenzialità del proprio dolore e del proprio interesse per riconoscere la legittimità altrui. Una scommessa su cui, onestamente, oggi nessuno investirebbe.
Non è solo un problema di razionalità, ma di incapacità di superare un trauma che l’uomo comune non è in grado di elaborare da solo. Il tedesco umiliato da Versailles, l’ebreo sopravvissuto ai campi, il redneck deriso dalle élite costiere: nessuno di loro, alle prese con il proprio dolore, si lascerà convincere dai buoni argomenti. Avrà prima bisogno di essere riconosciuto nella sua ferita. Solo dopo, forse, potrà ascoltare. Chiamala vendetta, oppure – come ci insegna Newton – semplicemente: reazione.
Cosa ci dice dunque, in definitiva, il principio di Newton applicato alla storia? Ci dice – con la freddezza delle leggi scientifiche – che la punizione sproporzionata, l’umiliazione sistematica, l’esclusione culturale non risolvono il problema dell’uomo. Lo moltiplicano e lo restituiscono amplificato.
E ci conferma che, nonostante oggi disponiamo di più strumenti concettuali che mai per capire questi meccanismi — psicologici, sociologici, filosofici, economici — siamo più che mai incapaci di applicare il giusto mezzo. Perché applicare la ragione e aprirsi alle scienze umane significherebbe rinunciare al vantaggio tattico sul nemico da odiare. Significherebbe riconoscerlo. Riconoscere il diritto alla sua esistenza.
Le guerre in corso – quella di Netanyahu contro Gaza, quella di Putin contro l’Ucraina, quella di Trump e Netanyahu contro l’Iran – non ci parlano soltanto di questo circolo vizioso da cui non sappiamo uscire: azione, umiliazione, risentimento, reazione, nuova umiliazione. Ci raccontano anche ciò che molto probabilmente accadrà nel futuro prossimo: la reazione che dovremmo aspettarci da chi oggi patisce la fame, il dolore, l’umiliazione di una guerra e porta con sé il bacillo di un odio che non si estinguerà facilmente.
Il buon Newton non si sorprenderebbe. E forse dovremmo smettere di sorprenderci anche noi.

(Tommaso Merlo) – Stanno censurando i devastanti bombardamenti su Israele, i media mainstream non vogliono che la gente sappia che è possibile la fine del sionismo e perfino dell’impero americano. Bisogna rifugiarsi in rete per strappare brandelli di verità. Trema Tel Aviv ma anche Washington. Ormai dalla parte dei sionisti sono rimasti giusto i politicanti che si sono intascati valige di dollari dalla lobby, mentre il paese intero è imbestialito per una guerra non sua. Gli americani si sentono occupati manco fossero palestinesi e perfino la base di Trump vuole la sua testa. Alle prossime elezioni di medio termine non lo voterà neanche un cane randagio e dal giorno dopo il Congresso partirà con gli impeachment a nastro. Rischia di finire dietro le sbarre per aver tradito la Costituzione, per corruzione familistica e perfino per abusi su ragazzine minorenni. Il mondo sta già preparando bollicine e fuochi d’artificio mentre sui cieli di Tel Aviv vola di tutto. Già, fanatismo fa rima con testacazzismo. Sono anni che i sionisti decapitato leader nemici e bombardato a tappeto fazzoletti di terra come Gaza e il Libano senza ottenere nulla se non odio e disgusto. E Trump credeva che con due giorni di bombe e l’assassinio dell’Ayatollah cadesse un paese grande come l’intero est europeo e con immense risorse petrolifere e celebrali come l’Iran. Mai porre limiti all’ignoranza per carità, ma è molto più plausibile un ricatto. I sionisti si sono giocati la carta Epstein ordinando al vecchio depravato di dispiegare le portaerei e mettersi a lanciare tomahawk a raffica verso Teheran. Un sogno che si realizza per quell’orco sanguinario di Netanyahu, l’esercito più potente del mondo a sua disposizione contro un nemico fuori dalla sua portata e a spese del contribuente americano. Ma anche i suoi deliri di onnipotenza omicida devono aver tremato davanti alla veemente reazione iraniana. I media mainstream censurano ma le basi militari e le ambasciate americane della regione sono state rase al suolo, con miliardi andati in fumo e la logistica bellica diventata un incubo, con marines che ci hanno lasciato le penne senza un perché e la gloriosa marina statunitense costretta a rifugiarsi verso le coste indiane a leccarsi le ferite mentre civili americani abbandonati a se stessi fuggono in massa dal Golfo. Altro che Accordi di Abramo, hanno prevalso quelli di Epstein. Altro che protezione e sicurezza, dito medio in faccia agli sceicchi e a tutta la loro famigliola. Coi loro parchi giochi che scimmiottano il peggio del capitalismo che rischiano di diventare delle immense cattedrali nel deserto. Poveracci. Dopo aver investito vagonate di petrodollari nelle criptovalute bidone dei Trump, dopo avergli regalato jumbo-jet superlusso e pezzi di deserto su cui farlo speculare, scoprono gli Stati Uniti di Israele con perfino il celeberrimo saudita Mohammed bin Salman sorpreso nei file a conferma di come gli unici accordi in vigore siano quelli di Epstein mentre Abramo dovrebbero vergognarsi di nominarlo. L’Iran colpisce gli americani mentre il Mossad piazza bombe di soppiatto ovunque per alimentare caos ed escalation. Anche il drone su Cipro era loro perché se anche i pecoroni europei abboccano, non guasterebbe affatto. Nel frattempo l’Iran sta colpendo con estrema potenza e precisione Tel Aviv e dintorni, prima le difese aeree peraltro inutili difronte a missili inediti, poi le infrastrutture civili per rendere Israele invivibile e favorire un biblico controesodo. Pare siano questi i piani anche se può succedere ancora di tutto. Quello statunitense è sulla carta ancora l’esercito più potente del mondo e il suo stato profondo è davvero diabolico. Ma se il conflitto non degenera prima nella terza guerra mondiale, un elemento decisivo potrebbe essere quello popolare. L’ennesima sconfitta militare o anche solo un costosissimo pantano, potrebbero causare non solo la rovinosa caduta di Trump ma anche una ribellione popolare contro il marciume lobbistico che ha sottratto sovranità democratica ai cittadini americani. E questo vorrebbe dire togliersi anche il potentissimo cappio sionista. Una svolta epocale perché è questo il cardine del sistema che sta determinando la storia mondiale degli ultimi anni. Il controllo sionista della Casa Bianca, la superpotenza americana inginocchiata ai deliri ideologici di una lobby politica al punto da tradire i propri valori fondanti e la comunità internazionale che ha contribuito a costruire. Senza soldi ed armi e protezione politica americani, gli israeliani sarebbero costretti ad abbandonare il sionismo e con esso il suicidio collettivo in cui l’orco sanguinario li sta trascinando. Davvero una svolta storica. In nome della Costituzione per il popolo americano, in nome della sopravvivenza per quello israeliano. E a quel punto si potrà aprire un processo di Norimberga e lanciare una nuova era in nome della vera democrazia e della pace. Fino al giorno in cui anche i media mainstream torneranno a fare vero giornalismo raccontandoci un nuovo mondo libero dalla deleteria egemonia americana, dai deliri ideologici sionisti, dalle vergognose ipocrisie europee e da ogni fanatismo. E mentre sui cieli di Tal Aviv vola di tutto, il mondo sta già preparando bollicine e fuochi d’artificio.

(di Hannah Roberts – politico.eu) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con i suoi attacchi aerei contro l’Iran, sta creando un problema alla sua alleata, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, alla vigilia di un referendum ad alto rischio in programma il 22-23 marzo, che secondo i sondaggi potrebbe perdere.
Sebbene il referendum nazionale riguardi formalmente la riforma della giustizia, si è rapidamente trasformato in un più ampio voto di fiducia su Meloni e sul suo governo di destra, il più stabile che l’Italia abbia avuto da anni.
La stretta alleanza di Meloni con Trump minaccia ora le sue fortune politiche, dal momento che il presidente americano è altamente impopolare in Italia: secondo il sondaggista YouGov, il 77 per cento degli italiani ha di lui un’opinione “sfavorevole”. La guerra sta inoltre alimentando diffuse paure di uno shock sui prezzi dell’energia — un fattore cruciale in un Paese che già paga alcune delle bollette elettriche più alte dell’Unione europea.
Questa ostilità verso il presidente statunitense, insieme ai timori sull’impatto della guerra sulle bollette domestiche, significa che Meloni si trova ora a camminare su un filo sottile: evitare di criticare il suo potente alleato alla Casa Bianca mentre allo stesso tempo rassicura gli elettori sul fatto che Roma non verrà trascinata nel conflitto.
In un compromesso politico, giovedì Meloni ha promesso supporto alla difesa aerea agli Stati del Golfo colpiti dal fuoco di ritorsione iraniano, mentre il suo ministro della Difesa ha dichiarato che l’Italia invierà “assetti navali” per proteggere Cipro.
Allo stesso tempo, tuttavia, la premier insiste sul fatto che l’Italia non fornirà un sostegno diretto alla guerra statunitense-israeliana contro Teheran e sottolinea che le basi americane in Italia sono autorizzate solo a fornire supporto logistico, non a condurre operazioni offensive.
“Non siamo in guerra; non vogliamo andare in guerra”, ha detto giovedì alla radio RTL.
Questo delicato equilibrio sull’Iran difficilmente poteva arrivare in un momento peggiore per Meloni. I sondaggi suggeriscono ora che il referendum è troppo incerto per fare previsioni e che molto dipenderà dall’affluenza. Una sconfitta rappresenterebbe una grave battuta d’arresto per una politica che negli ultimi anni ha goduto di un’aura di invincibilità sia in patria sia sulla scena europea.
La leader italiana ha investito molto nel rapporto con Trump, sperando di posizionarsi come una sorta di “sussurratrice di Trump” europea, capace di mantenere influenza a Washington.
Ma questa strategia sta ora iniziando ad avere costi politici sul piano interno, con il ruolo marginale dell’Italia nelle decisioni strategiche statunitensi messo a nudo dall’episodio che la scorsa settimana ha visto il ministro della Difesa Guido Crosetto bloccato a Dubai mentre gli attacchi venivano lanciati senza alcun preavviso.
Lo stesso Crosetto ha poi ammesso l’impotenza degli alleati europei degli Stati Uniti durante un dibattito parlamentare. Ha riconosciuto che l’attacco all’Iran era “certamente avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale”, ma ha aggiunto che nessun governo — europeo o di altro tipo — avrebbe potuto impedire gli attacchi.
Il possibile utilizzo delle basi militari statunitensi in Italia rischia inoltre di diventare politicamente esplosivo in un Paese dove l’opinione pubblica è storicamente diffidente rispetto all’idea di essere trascinata in conflitti guidati dagli Stati Uniti.
Il governo ha insistito sul fatto che l’uso di basi come la Naval Air Station Sigonella in Sicilia è limitato al supporto logistico e tecnico previsto da accordi bilaterali di lunga data. Utilizzare il territorio italiano per fornire supporto a operazioni di attacco richiederebbe l’autorizzazione del governo, che non è stata richiesta, ha detto Meloni nelle sue dichiarazioni a RTL giovedì.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato in parlamento che le azioni del governo erano volte a proteggere i cittadini italiani nella regione, così come le rotte marittime, e a prevenire un aumento dei prezzi dell’energia. “Non stiamo semplicemente affrontando le posizioni di Trump; la sicurezza dei nostri concittadini è la priorità”.
Consapevole del pericolo rappresentato dall’aumento dei prezzi dell’energia, martedì Meloni ha convocato i vertici del settore energetico a Palazzo Chigi per colloqui ministeriali sulla sicurezza energetica. Ha detto alla radio italiana che il suo governo sta “lavorando incessantemente” per contenere gli aumenti dei prezzi di cibo ed energia.
Cogliendo la sua vulnerabilità politica, tuttavia, i partiti di opposizione l’hanno criticata per aver rifiutato di condannare gli attacchi e per la sua subordinazione agli Stati Uniti.
Durante il dibattito in parlamento, Angelo Bonelli dell’Alleanza Verdi e Sinistra ha accusato il governo di essere subordinato a Trump.
“State portando l’Italia in guerra, ministro. Sapete perché? Perché quando un aereo militare arriva — che sia un cargo o qualcos’altro — e va a fare manutenzione o altro, quegli aerei poi andranno a bombardare, entreranno nel teatro di guerra, forniranno supporto logistico militare”, ha detto. “Qual è la differenza tra il supporto logistico militare e chi va a bombardare? Significa essere in guerra, e noi non siamo d’accordo. No, grazie!”
Arnaldo Lomuti, deputato del Movimento 5 Stelle, ha ironizzato sul fatto che Roma dovrebbe prendere le distanze da Washington e Israele, chiedendo che il governo “imponga sanzioni contro gli Stati Uniti e presenti un pacchetto di aiuti militari per l’Iran”.
L’analista Leo Goretti dell’Istituto Affari Internazionali ha affermato che Meloni “sta mantenendo un profilo basso, ben consapevole che l’opinione pubblica è in larghissima maggioranza contraria a un coinvolgimento italiano nella guerra, pur avendo bisogno di non danneggiare i rapporti con Trump”.

(Andrea Zhok) – C’è una cosa che impressiona chi guarda i filmati provenienti dall’Iran in questi giorni. Accanto alla distruzione, ai bombardamenti talora apocalittici, si vedono quotidiane manifestazioni popolari in sfregio agli aggressori.
Letteralmente ogni giorno, in varie città iraniane si vedono enormi folle, in piazze e in luoghi pubblici, all’aperto, che manifestano a sostegno della propria indipendenza nazionale e della Repubblica islamica.
Non so se o cosa passi di tutto ciò sui media mainstream, che mi rifiuto di guardare da anni essendo una pura e semplice fucina di propaganda, ma queste manifestazioni sono testimoniate da un’infinità di filmati, spesso dall’interno della folla stessa.
Manifestano sotto ogni condizione, anche sotto le bombe, con alcune scene incredibili (missili e droni che attraversano il cielo e vengono malediti dalla folla sottostante.)
Chiunque pensi che una roba del genere possa essere inscenata sotto coercizione è un cretino.
Naturalmente niente di tutto ciò significa che tutti siano, siano stati o saranno schierati con il governo nella politica ordinaria. Diversamente dai vari staterelli del Golfo e dall’Arabia Saudita, in Iran esiste una scena democratica, un dibattito pubblico interno, esistono libere elezioni, ed esistono gruppi di opposizione organizzati e riconosciuti, anche gruppi radicalmente in opposizione. E certamente in quella folla ci sono molte persone critiche delle politiche governative. Ma, per quanto sia difficile per noi capire, non è questo il punto.
Io non so come finirà quest’oscena storia di guerra e sterminio, ma due cose si possono capire fin da ora.
La prima è che da una prova durissima come la presente il governo teocratico e le componenti militari più intransigenti escono rafforzati. Ne escono rafforzati anche laddove venissero assassinati uno a uno, come Israele è solito fare. Ne escono rafforzati non come individui di potere ma come visione egemone all’interno del paese. Quest’aggressione sta operando, presso la popolazione iraniana, come una potente argomentazione a favore dell’idea che ogni propensione a fidarsi dell’Occidente è una pericolosa illusione e che i valori occidentali sono spazzatura senza dignità né onore.
Se volessimo, per assurdo, dare credito all’idea che questa guerra è stata promossa per favorire la democratizzazione e l’apertura dell’Iran, dovremmo dire che non si poteva immaginare un fallimento più spettacolare. Anche se domani l’Iran fosse costretto alla capitolazione, il paese ne uscirebbe radicalizzato e indomabile.
La seconda cosa è che vedere quella folla manifestare sotto le bombe mi fa vergognare come europeo, mi imbarazza di fronte allo spettacolo di una dimensione di orgoglio collettivo e di forza d’animo popolare che noi non siamo più in grado non di mettere in campo, ma neanche di immaginare.
Ciò che siamo in grado di fare nel migliore dei casi è meditare su una forma di vita che conoscevamo e che abbiamo perduto, nel peggiore dei casi possiamo esibirci in risatine sprezzanti a colpi di emoji, fingendo una furba superiorità che è solo confessione di meschinità.
Onore al popolo iraniano.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – «Sono preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation». Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato — non in Parlamento mai ai microfoni di RTL — il conflitto in corso nel Golfo Persico. Come analogamente fatto in un’intervista di pochi giorni fa per la Mediaset, dove si era detta «preoccupata per il contesto generale», Meloni finisce con l’incolpare Putin per la crisi in Asia Occidentale, «inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina». Non vengono invece scomodati Stati Uniti e Israele, autori dell’aggressione all’Iran che ha violato il diritto internazionale. L’Italia non è sola in questa particolare ricostruzione della vicenda. In una dichiarazione congiunta, Unione europea e Paesi del Golfo «hanno condannato fermamente gli ingiustificati attacchi iraniani».
La retorica del «c’è un aggressore e un aggredito» è ormai un ricordo lontano, almeno a sentire le parole dei leader europei e arabi. Di fronte all’attacco sferrato da Stati Uniti e Israele all’alba del 28 febbraio contro l’Iran, gli alleati si sono affrettati a fornire un’attenta copertura mediatica. In questa ricostruzione, a essere richiamato non è l’aggressore, ma l’aggredito, accusato a più riprese di «reagire in modo scomposto» e «minacciare la sicurezza regionale e globale» attraverso i contrattacchi a Israele e i Paesi arabi ospitanti basi militari USA. «L’Italia si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano», dice Giorgia Meloni, non menzionando chi ha fatto saltare i tavoli negoziali e attaccato la controparte. «In un momento nel quale vacilla il diritto internazionale noi non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche», continua la leader di Fratelli d’Italia, aggiungendo che a seguito del fallimento dell’accordo, «Stati Uniti e Israele hanno deciso di attaccare senza il coinvolgimento dei partner europei». Aggettivi, condanne e prese di posizione sono tutte rivolte all’Iran, che per far rientrare la crisi deve fermare «i suoi attacchi nei confronti dei Paesi del Golfo che sono totalmente ingiustificati». A dividere il fardello della colpa, nella ricostruzione italiana, è la Russia di Putin, dal momento che l’attuale situazione in Asia Occidentale è «inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina».
Ieri si è tenuta una riunione dei ministri degli esteri UE allargata ai Paesi del Golfo. «L’Iran sta esportando la guerra, sta cercando di estenderla al maggior numero possibile di Paesi per seminare il caos», ha dichiarato Kaja Kallas, Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri. Le sue parole sono il metro della dichiarazione congiunta elaborata al termine del vertice telematico. «I ministri UE hanno condannato fermamente gli ingiustificabili attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo che minacciano la sicurezza regionale e globale. L’Iran è stato invitato a cessare immediatamente la sua condotta». Viene poi chiesto il rispetto del diritto internazionale e del diritto umanitario, senza mai citare Stati Uniti e Israele, fino al cortocircuito logico. I ministri hanno infatti «ricordato il diritto intrinseco dei Paesi del Golfo, in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, di difendersi, individualmente e collettivamente, dagli attacchi armati dell’Iran». Un diritto che, nella ricostruzione europea, non appartiene a Teheran, bombardata dalla coalizione israelo-americana mentre era impegnata ai tavoli negoziali con Washington.
Meloni punta a preservarsi, mentre il resto dell’esecutivo è più esposto alle mosse degli Usa

(Flavia Perina – lastampa.it) – C’eravamo tanto amati. L’esuberanza interventista di Donald Trump ha superato il limite sopportabile dalla destra italiana che sceglie di affrontare la nuova guerra del Golfo eliminando dalla risoluzione parlamentare, dagli interventi, dalle dichiarazioni a latere, ogni giudizio politico-ideologico sull’iniziativa americana.
Il conflitto è un dato di realtà, lo si affronterà guardando ai trattati e agli impegni che vincolano il Paese, e ogni scelta sarà presentata ai cittadini come inevitabile dovere. Un dovere di cui si farebbe volentieri a meno: quando Giorgia Meloni scandisce alla radio «non siamo in guerra e non vogliamo entrarci», traccia una linea di distanza personale e politica da questo immenso putiferio di cui nessuno, a nessun livello, ha ancora capito i veri obbiettivi, la durata, il senso profondo.
Il fattore Trump, ancora una volta, rischia di rivelarsi fatale per gli amici, con effetti a cascata particolarmente duri in Italia dove il caro-benzina è già una fiammata, il decreto Bollette è già azzerato e il caos mediterraneo lascia immaginare nuove ondate di profughi in un turbine di incertezze sommato all’enigma dell’inflazione, ai dazi e allo sconcerto per la propaganda bellica della Casa Bianca, che esalta la guerra rappresentandola come un appassionata sessione di Call of Duty o un film a ritmo di Macarena.
C’eravamo tanto amati, ma questo comincia a diventare troppo. E dunque: aiuto a Cipro come francesi, olandesi e spagnoli. Supporto ai Paesi del Golfo, nel quadro delle decisioni europee. E basi agli Usa solo per operazioni logistiche e di manutenzione in base agli obblighi dell’accordo bilaterale del lontano 1954.
Non facciamo nulla di diverso dalla Spagna, precisa Guido Crosetto, e anche qui c’è una traccia: la relazione speciale con Trump, col mondo dei conservatori Usa, con le loro scelte, è polvere da mettere sotto il tappeto, e se Pedro Sánchez, l’hombre vertical contro il trumpismo, può aiutare a nasconderla va bene pure lui.
La linea della prudenza scelta dal centrodestra risponde all’ostilità assoluta dell’opinione pubblica italiana per questo nuovo conflitto: solo l’8,4 per cento appoggia “totalmente” l’intervento, il 70 per cento è contrario sotto il profilo del diritto oppure per timore delle conseguenze in termini di vite umane e crisi economica. La de-trumpizzazione del messaggio governativo è dunque un dato di necessità.
A maggior ragione alla vigilia della prova referendaria, che le sinistre affrontano cavalcando il sospetto autocratico nei confronti del centrodestra. Accostarsi ideologicamente all’uomo dei super poteri presidenziali non conviene, non serve nemmeno in quel contesto, anzi potrebbe risultare un grave danno per una campagna che ha già vissuto diversi episodi di auto-sabotaggio.
Poi, certo, è possibile che ci siano sorprese nell’intervento parlamentare di Giorgia Meloni, anticipato a mercoledì prossimo, in vista del Consiglio europeo. Ma nulla le fa prevedere. La premier da tempo ha scelto di preservare la sua personale immagine – principale risorsa di consenso per la coalizione di centrodestra – dalle tempeste dell’attivismo trumpiano. Ha lasciato ad Antonio Tajani l’onere della presenza all’insediamento del Board of Peace (a proposito: che fine ha fatto la super Onu che doveva risolvere i conflitti del mondo?).
Ha assegnato a Guido Crosetto l’incombenza di tracciare la linea governativa sulla guerra e di gestire il dibattito di ieri. Si è presa il suo tempo, anche aspettando che gli alleati europei elaborino una strategia che possa offrire una sponda certa. E magari la sintonia Maga è sempre la stessa, come dicono le opposizioni. Magari questa è solo una pausa tattica e presto la vicinanza trumpiana sarà, di nuovo, esibita come una medaglia. Ma per il momento vale il c’eravamo tanto amati, poi si vedrà.
Dalla gigantesca santabarbara di Camp Darby a Sigonella. Gli analisti non escludono che la Casa Bianca possa chiedere anche il sostegno di alcune infrastrutture totalmente italiane

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – “L’Italia è una portaerei nel Mediterraneo”. La frase di Benito Mussolini è la considerazione strategica che ha sempre reso fondamentali per Washington le basi nel nostro Paese, tanto più che i governi di Roma – contrariamente ai greci e agli spagnoli che in passato hanno messo alla porta gli americani – si sono sempre dimostrati pronti ad accogliere ogni richiesta, se necessario chiudendo gli occhi su quello che avveniva in caserme e piste. E’ accaduto – stando ai rapporti del Dipartimento di Stato rivelati da Wikileaks – nel 2003 quando l’assalto dei parà di Vicenza decollati da Aviano per gettarsi in massa sul Nord dell’Iraq e aprire un secondo fronte contro Saddam Hussein non è stato considerato dall’esecutivo di Silvio Berlusconi un’azione di guerra ma solo un’operazione logistica, al pari di un trasferimento aereo.
La 173ma aerobrigata di Vicenza, il reparto più decorato dell’Us Army, resta l’unità di punta a cui il Pentagono dovrebbe rivolgersi per i boots on the ground da mandare in Iran nel caso lo scenario peggiorasse. Questi skysoldiers sono sempre pronti a partire e hanno combattuto ovunque, dal Vietnam all’Afghanistan: adesso possono decollare direttamente dalla pista della caserma Del Din, ristrutturata e allungata su concessione del governo Prodi nel 2007.
La risorsa della Penisola vitale per l’attuale Guerra del Golfo è però la gigantesca santabarbara di Camp Darby, nelle pinete tra Livorno e Pisa. Si tratta del deposito di munizioni e mezzi più grande esistente fuori dagli States: vent’anni fa si riteneva che contenesse tutto il necessario per condurre un conflitto, dai tank ai cannoni, dalle tute mimetiche alle mitragliatrici.
C’è pure una riserva colossale di bombe e missili per gli aerei dell’Air Force: prima dovevano essere imbarcati nel porto di Livorno, dieci anni fa è stato allargato il canale che arriva dentro l’installazione e permette il trasbordo in autonomia, lontano da occhi indiscreti e dalle proteste dei camalli. Non si può escludere che i prelievi per alimentare la macchina bellica statunitense siano già iniziati: sono attività che non richiedono un permesso italiano.
Chi partecipa già agli attacchi sull’Iran sono gli F16 di Aviano: una dozzina sono stati trasferiti dieci giorni fa nel Medio Oriente. Appartengono al 31mo Stormo, l’unico in Europa ad avere due squadroni di jet. L’installazione in provincia di Pordenone potrebbe presto avere un compito fondamentale: garantire la manutenzione dei caccia logorati dai raid che richiedono voli lunghissimi. Le officine del Qatar sono troppo esposte alla rappresaglia dei pasdaran e non possono essere impiegate. E sempre da Aviano potrebbero partire i rinforzi per dare il cambio alla prima linea dei bombardieri. Un presidio di jet dell’Us Air Force rimarrà comunque in Italia, perché la base custodisce gli ordigni nucleari tattici B61 per la deterrenza contro la Russia: è la pista più vicina ai confini di Mosca.
Sigonella è già impegnata a sostenere lo sforzo bellico. I ricognitori dell’Us Navy vanno a sorvegliare i cieli del Golfo: ieri c’è stata una lunga missione di un MQ4 Triton proprio davanti alle posizioni iraniane che minacciano il Kuwait. I sensori di questo super-drone permettono di scoprire dettagli che sfuggono ai satelliti. Questa mattina invece un bireattore da ricognizione elettronica P8 ha ispezionato il mare fino alle coste egiziane. Adesso gli Usa potrebbero rischierare nell’aeroporto catanese i velivoli da rifornimento in volo, determinanti per garantire il via vai di caccia e di cargo coinvolti nel conflitto. Finora il Pentagono ha evitato di posizionare cisterne nel nostro Paese, preferendo usare lo scalo internazionale di Sofia e quello cretese di Chania, ma il ritmo della battaglia continua a crescere e c’è la necessità di trovare spazio per i tanker dei cieli, mobilitati in massa. In particolare per i KC130J – più piccoli e con propulsori a turboelica – che da due giorni hanno iniziato ad assistere il ponte aereo tra gli States e il Medio Oriente.
Gli analisti non escludono che la Casa Bianca possa domandare anche il sostegno di alcune infrastrutture totalmente italiane. I porti siciliani – in particolare quello della Marina ad Augusta – per assistere le navi cargo con i materiali necessari a soddisfare le esigenze di 50 mila militari e 300 velivoli attivi nella zona del conflitto. E nel giro di una settimana il Pentagono potrebbe avere l’urgenza di bussare alla porta di Cameri (Novara): lì si trova l’unico polo europeo per la manutenzione dei sofisticati F35, su cui sta ricadendo una fetta consistente degli attacchi. I tecnici israeliani sono troppo presi dal tenere in funzione i loro “caccia invisibili ai radar“ e gli americani avranno presto il drammatico bisogno di “fare il tagliando” agli F35 che si trovano in una base giordana. A quel punto dovranno scegliere se mandarli indietro negli Usa o ottenere il via libera per andare negli hangar piemontesi: la struttura è gestita in collaborazione con aziende private ma appartiene all’Aeronautica militare.
Iraniani, libanesi e gli altri caduti nei conflitti di cui non conosciamo i nomi. Così le guerre rivelano la loro infamia e continuano senza il peso della pietà

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Ho visto, purtroppo, molte persone morire in guerra: civili, soldati, guerriglieri, buoni e cattivi, fanatici e idealisti, innocenti e assassini, donne, bambini. Quando era possibile ho sempre tentato di sapere il nome degli uccisi, per fissarli pietosamente sul mio taccuino. Strana abitudine in un mondo, quello dei conflitti, dove è solo il caso a decidere chi deve morire. Molti sorridevano a questa pratica: «Che te ne fai dei nomi? Che cosa raccontano di loro? Niente! Li metti tutti nell’articolo? Una rigatteria burocratica come al cimitero o all’obitorio. Ai lettori non importa nulla di un somalo o di un siriano…».
Spiegazione: lo facevo per me. È l’equivalente del chiudere i loro occhi spalancati, coprirli con un pezzo di stoffa perché non ci chiamino nel mondo delle tenebre. Conoscere il nome delle vittime è un modo umile, elementare se volete, di restituire una soggettività al cadavere, a ognuno di loro. È un dovere ancor più forte se devi replicarne la morte descrivendola. È un modo, forse l’unico che ho, per avere il diritto di farne rivivere il destino, di far esistere una realtà di cui non conosco che l’ombra. Per chi non può far nulla per impedirla, la morte. O ancor meno l’ha provocata. Per chi assiste alla fine violenta di una vita, sillabare un nome è l’unico modo per evitare la trappola orribile e immorale del numero. Per riconoscergli una “buona morte” e ribellarsi a essa come di fronte a un fato crudele e del tutto insensato.
Poter riconoscere i morti delle guerre di massa – non i capi, i generali, gli strateghi ma anche i soldati semplici, i ribelli anonimi, i civili uccisi per errore o per “ripulire” – vuol dire impedire che vengano derubati dell’unica cosa che resta loro: la memoria di una identità. Perché possiamo fingere di non conoscerli, negarli. Ma esistono lo stesso. Uccidere è un affare sporco, come macellare gli animali. Si cerca di nasconderlo seppellendo le vittime nelle fosse comuni di frasi vaghe come: «Fino a oggi i morti dei bombardamenti in Iran sono millenovantasette…», «si contano già cento vittime tra i bambini…», «nel Libano settantadue morti per i raid israeliani…». La guerra, anche quelle definite astutamente «giuste» o «necessarie» o «preventive», mette a nudo il potenziale di malvagità che si annida appena sotto la superficie in ciascuno di noi, anche in chi osserva. Ed è per questo che molti, dopo, trovano così difficile parlarne.
Perché alla fine contano. “Vediamo”, per benedirne la punizione o per esaltarne il sacrificio, solo i morti che hanno volto e nome: tra gli iraniani Khamenei, i comandanti dei Pasdaran, insomma le facce note del regime. «Malvagi», come dice Trump. O «martiri», come dicono gli ayatollah. E contano i soldati americani, i primi uccisi in questo conflitto – una decina – che il presidente americano deposita tra «gli eroi» indimenticabili nel loro nome e cognome. I morti nostri e i morti loro, che non sono evidentemente eguali, come avviene in tutte le guerre. Sempre quel principio: chi non è dentro è fuori, chi non è con noi è contro di noi e così il mondo perde tutte le sfumature.
Contano, per una parte, come degni di ammirazione e di pietà; per l’altra sono morti giustamente, erano colpevoli. Ma tutti, comunque, sono, esistono, in quanto immagini e nomi. Possiamo sfogliarne la vita, meravigliosa o perversa. La loro morte è un sapere pubblico, hanno “saputo morire”.
E poi ci sono quelli che non esistono, gli anonimi: le centosessanta bambine iraniane morte in una scuola polverizzata come si dice sempre in questo casi «certo per errore», i civili delle città dove si braccano «i vertici del regime» da decapitare, la piramide del potere attorno a cui però vivono persone che non sono colpevoli di nulla, forse addirittura oppositori.
E poi i libanesi che in gran parte non hanno mai impugnato un mitra per Hezbollah, libanesi che hanno la colpa di vivere in un paese dove c’è il Partito di Dio e per cui da anni la paura e la infelicità sono la cosa più abituale che ci sia al mondo. E poi gli israeliani per cui l’impenetrabile sistema antimissile non ha funzionato. E le vittime in Kuwait, Iraq, Emirati… Laddove sono caduti i missili e i droni della vendetta persiana.
Questi esistono come liste di numeri, enumerazioni, esistenze tragiche ma senza rumore, rannicchiate nell’ombra accanto alle pareti, riunite in un uniforme inascoltato lamento. Non abbiamo tempo per loro, suvvia, dobbiamo decifrare chi ha vinto e chi ha perso e quanti danni farà a noi questo sconquasso. Appartengono solo a coloro che li hanno amati direttamente. Chi li ha uccisi – piloti, manovratori di droni e missili – non proverà mai nessun senso di colpa. Quell’anonimato dei numeri li dispensa dal rimorso: è la guerra… Erano lì… E noi, gli spettatori del film, li annulliamo disinvoltamente in una spirale di fumo che sale all’orizzonte dalle città bombardate, come carbone ormai consumato che si frantuma in cenere grigia, informe. In fondo: in Iran o in Libano o in Israele muoiono gli uomini in un modo diverso?
La infamità delle guerre, una tra le tante, è nel poter riservare l’egoismo della pietà solo a coloro che ci appartengono. Anche i morti devono essere utili, lavorare fino in fondo per la Causa, morire per Noi. Ma c’è un caso in cui i morti che sono nomi e volti diventano un problema per chi le guerre le dirige: quando sono troppi. Se le vittime tra i soldati americani cresceranno per una guerra che si prolunga, se le sacche nere affolleranno i telegiornali, Trump potrebbe dover rivedere i suoi piani di guerra trionfale.
Perché gli americani dopo il Vietnam (e l’Occidente) accettano le guerre, ma se i morti sono soltanto tra gli altri. I bombardieri, i droni, i missili servono a questa guerra asettica, senza rischi. Il regime degli ayatollah può sacrificare i suoi martiri, soprattutto quelli anonimi e involontari, in scenari di distruzione quasi illimitati senza battere un ciglio come nella guerra contro l’Iraq di Saddam. È l’orribile vantaggio strategico di essere i prestanomi di Dio.