
(ANSA) – Una festa per celebrare “il governo piu’ longevo della storia” si terra’ al porto di Bari, il prossimo 4 settembre, con la premier Giorgia Meloni. Lo ha annunciato il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato (FdI): “E’ ufficiale – ha detto in un video pubblicato sui suoi canali social – il 4 di settembre Giorgia Meloni a Bari, al porto, per festeggiare il governo piu’ longevo della storia della Repubblica. Vi aspettiamo alle ore 19”. “Accogliere il presidente Meloni a Bari – si legge in una nota rilasciata sempre da Gemmato – e’ motivo di grande orgoglio.
La scelta del capoluogo pugliese testimonia la volonta’ del governo di valorizzare il Mezzogiorno come motore di sviluppo e parte integrante del futuro della Nazione, protagonista di una stagione di crescita e investimenti nel segno di una visione fondata su identita’, merito e interesse nazionale. In questi anni abbiamo dimostrato che governare con coerenza, coraggio e una visione chiara produce risultati concreti per cittadini, famiglie e imprese”.
Anche il deputato Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, ha pubblicato un video a riguardo, direttamente dal porto di Bari, sulla sua pagina Facebook: “Sono al porto di Bari per fare un sopralluogo perche’ qui il 4 settembre, alle 19, si svolgera’ una grande iniziativa. Festeggeremo il governo più longevo della storia con Giorgia Meloni”.

(Andrea Zhok) – Un mesetto fa l’incontinenza verbale del Segretario della Nato Rutte ha messo al corrente l’opinione pubblica italiana che da Sigonella e Aviano erano partiti 500 voli a sostegno dei bombardamenti americani sull’Iran.
Ieri siamo venuti a sapere che da quattro mesi l’Italia ha dispiegato nel Golfo Persico 400 membri dell’Areonautica e 300 dell’Esercito, più caccia Eurofighter, Aerei di sorveglianza, ecc., sempre a sotegno dell’aggressione statunitense all’Iran.
In sintesi, il governo Meloni ci ha coinvolto in una guerra di aggressione illegale, non dichiarata, senza mandato parlamentare, in forma clandestina e occulta.
Ricordo, per quanto nessuno oramai sembri farci caso, che la Costituzione italiana, all’art. 11, dichiara che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Ergo il comportamento del governo è manifestamente anticostituzionale.
Non mi intendo abbastanza di diritto per sapere se ci sono gli estremi per un procedimento formale di messa sotto accusa, ma quel che è certo è che questo modo irresponsabile di agire ci mette tutti in pericolo, su questo come su altri fronti.
Il giorno in cui ci troveremo a scavare sotto qualche ammasso di detriti, non avremo neanche il piacere di sapere da dove il colpo è arrivato, e perché.
La moltiplicazione dei nemici della sicurezza è una fabbrica straordinaria del consenso che non chiude mai. Avere a disposizione un laos in perenne tumulto è così vantaggioso che nessuno più auspica il ritorno di quel demos deliberante, riflessivo e costruttivo, diffidente dell’immediato e portatore di un pensiero critico

(di Francesco Petrelli – ilfoglio.it) – Ci sono da una parte il demos, il popolo deliberante, dall’altra il laos, il popolo in armi che rumoreggia. Certo, si tratta in qualche modo di due immagini mitiche che non si riscontrano nella realtà, per così dire, in purezza, e tuttavia esistono. Sono due proiezioni della nostra idea di popolo che vivono anche nella contemporaneità, agiscono intorno a noi, pulsano e pesano nei nostri pensieri. Si tratta infatti anche di due modi di intendere la democrazia. Vivono spesso fra loro mescolati, lasciano che l’uno prevalga sull’altro mostrando in alcune occasioni il volto riflessivo di un popolo attento al proprio destino o, in altre, quello della moltitudine in tumulto. Entrambe trovano una radice e una spiegazione psico-politica. Il problema, tuttavia, nasce quando la politica si accorge di quale potenziale di consenso sprigiona il laos, di che fonte energetica sia quella costituita da un popolo mantenuto in permanente allarme circa la propria sicurezza. Di come una collettività assediata dal crimine e per questo bisognosa di rassicurazione, penda dalle labbra del salvifico legislatore, di quel dispensatore di pene sempre più dure e intimidatorie e di sempre nuove fattispecie di reati, di aggravanti e di ostatività.
Dice il presidente Meloni, per giustificare il ddl sulla imputabilità dei minori, che “chi rapina, chi aggredisce, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha quindici o sedici anni”. La riforma serve, a suo dire, a dare una raddrizzata a quella categoria di minori, evidentemente ritenuta assai vasta, “che pensano di fare come vogliono perché tanto sanno che non accadrà loro nulla”. Insufflare nell’opinione pubblica l’idea dell’impunità giova a galvanizzare l’aspettativa della risposta securitaria. Abbiamo già sentito in passato, nel medesimo mood della retorica giustizialista, il dottor Davigo elucubrare dei “codici spaventapasseri” e del paese nel quale gli assolti sono “colpevoli che l’hanno fatta franca”. Non si dice quanti siano i minorenni violentatori, rapinatori o devastatori che si sono sottratti al processo perché dichiarati non imputabili per immaturità ai sensi dell’art. 98 c.p. Ma è bene che il grande pubblico ignori le statistiche e i dati e creda che il nemico dal quale oggi occorre difendersi è costituito dall’esercito insidioso dei minorenni.
Questa propaganda funziona e corre veloce sui social. Quella norma prudente che investiva il giudice del controllo di maturità dei minorenni, scritta nel 1930 dal fascistissimo Guardasigilli Rocco, viene spazzata via dall’ennesima norma vessillo, indifferente all’art. 31 della Costituzione, che “protegge la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. La stessa norma che tutelava la maternità, anch’essa scritta nel codice fascistissimo, è stata travolta dall’ennesimo pacchetto sicurezza così che il nido di Rebibbia, che si era finalmente spopolato, ha per ospite una bimba di pochi mesi. La geografia securitaria ha disegnato una mappa sui nostri territori e le nostre città: le zone rosse del centro, le periferie suburbane abbandonate dei rave, le stazioni metropolitane dei rom, le strade dei maranza. La moltiplicazione e attualizzazione dei nemici della sicurezza, ancorata ai fatti della cronaca quotidiana, è una fabbrica straordinaria del consenso che non chiude mai. Si tratta di un dispositivo sempre efficace e a presunto costo zero, visto che i costi umani e i princìpi scritti nella nostra Costituzione, nelle Carte e nelle Convenzioni non hanno un pil. Non solo non vengono calcolati i costi delle carcerazioni, del sovraffollamento e dei suicidi, ma neppure quelli che sopporta la società nel vedere un minore, occasionale spacciatore, essere inserito in un circuito carcerario stigmatizzante e puramente punitivo, dal quale uscirà piuttosto come un più pericoloso spacciatore professionale.
Ma avere a disposizione un popolo in perenne tumulto, sensibile al populismo penale e alla retorica del giustizialismo, è così vantaggioso che nessuno più auspica il ritorno di quel demos deliberante, riflessivo e costruttivo, diffidente dell’immediato e portatore di un pensiero critico. Ma sfugge purtroppo che, a ben vedere – come ha scritto di recente Giordano Bruno Guerri – quella spinta che si somministra quotidianamente al pubblico inseguendone le pulsioni più viscerali non è né propulsiva, né propizia alla democrazia, ma “si fa zavorra per il popolo”, e lo inchioda a un perenne presente emotivo privo di ogni futuro.
Spedizione. A marzo Crosetto aveva annunciato l’arrivo in Arabia. Con l’escalation il governo non ha cambiato i piani e neanche aggiornato l’Aula

(di Lorenzo Giarelli e Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Circa 350 militari italiani schierati da marzo in Arabia Saudita, un’altra cinquantina nei Paesi del Golfo, una task force di difesa aerea a protezione della base di Taif e una polemica politica esplosa solo adesso. Dopo la ricostruzione della missione, Pd, M5S e Avs chiedono che Guido Crosetto riferisca alle Camere, denunciando un coinvolgimento insufficiente del Parlamento, anzi “una forzatura inaccettabile”. Ma anche i riflessi dei parlamentari di opposizione hanno lasciato a desiderare. Su questo gioca lo stesso ministro della Difesa: “Sarebbe bastato seguire con attenzione le audizioni del Capo di Stato Maggiore della Difesa e del Comandante del Covi davanti alle Commissioni Difesa, oppure leggere il decreto Missioni e le relative schede, per verificare che il quadro normativo e operativo è stato illustrato con la massima trasparenza”, replica Crosetto.
Ha le sue ragioni, in un sistema che però rivela tutti i suoi limiti di trasparenza. Lui stesso aveva riferito del trasferimento del personale in Arabia Saudita nelle comunicazioni rese alle Camere il 5 marzo: “In Kuwait, presso la base di Ali Al Salem, è in atto un movimento di personale: 239 militari, che sposteremo in Arabia Saudita, per alleggerire il dispositivo, mantenendo una capacità operativa essenziale, con 82 militari sui 321 che c’erano prima. Un discorso analogo per il Qatar. Anche qui, sette dei dieci militari stanno raggiungendo l’Arabia Saudita, per poi essere trasportati in Italia. Le tre unità rimanenti assicureranno la continuità di collegamento e coordinazione con tutta la componente aerea regionale”.
Cos’è successo, quindi? A marzo il governo fa approvare dal Parlamento una risoluzione che dà l’indirizzo politico sulle missioni estere. In quel momento c’è già la guerra in Iran, il Medio Oriente è area di crisi ma l’Arabia è più sicura di altri Paesi lì intorno, al punto che molti militari vengono spostati in territorio saudita. Sono circa 200 dell’Aeronautica e 150 dell’Esercito, sono richiesti dal governo locale insieme ad alcuni sistemi d’arma ma sono lì anche – spiegano dalla Difesa – per “proteggere interessi nazionali”, a partire dai commerci che passano dal Mar Rosso. Per dire: l’Italia ha portato in Arabia Saudita un sistema anti-missilistico Samp-T, che richiede di volta in volta una ventina di uomini che ne curino l’utilizzo.
Lo spostamento di uomini in Arabia Saudita, poi, era stato effettivamente citato durante l’audizione del comandante del Covi, Giovanni Maria Iannucci, il primo luglio. Un’informazione fugace e generica, come sostengono le opposizioni, che però ne avevano ignorato il peso politico. Ascoltato in commissione, Iannucci aveva illustrato “la rimodulazione del dispositivo italiano” nella missione internazionale contro l’Isis: “A seguito del mutato quadro securitario e delle ostilità che hanno interessato l’area, il dispositivo è stato rimodulato nell’anno in corso” e “le componenti operative di supporto e sorveglianza sono state dislocate in Arabia Saudita, Giordania e Italia”.
Altrettanto generico è il riferimento all’Arabia nelle schede tecniche che hanno accompagnato i passaggi parlamentari per l’ok alle missioni. Dopo le risoluzioni di marzo, i decreti hanno avuto il loro iter, proseguito fino a pochi giorni fa. Nessuno ha dato peso all’Arabia perché la task force non è stata autorizzata come nuova missione, ma come la rimodulazione di una precedente, soltanto da prorogare, che parlava genericamente di “Medio Oriente”. Dalla Difesa spiegano che spesso le missioni devono avere un perimetro ampio per consentire elasticità a seconda del mutare della crisi nelle varie aree. Le stesse fonti spiegano però che le regole di ingaggio per i nostri militari sono rimaste le stesse e che, nonostante negli ultimi giorni il ruolo dell’Arabia sia cambiato (di fatto entrando in guerra con gli Usa contro l’Iran), al momento non si ritiene di dover spostare di nuovo i nostri soldati.
Le opposizioni però oggi contestano proprio questo. Il contesto politico è cambiato, dunque il governo avrebbe dovuto parlare esplicitamente della missione in Arabia, non nascondendosi dietro la delega in bianco della proroga. Il Pd attacca Crosetto: “Nella delibera missioni non c’è alcun esplicito riferimento a operazioni in Arabia Saudita” mentre invece una scelta di questo tipo avrebbe meritato un’informativa dedicata. Il M5S sposta invece il baricentro sull’evoluzione della crisi, sostenendo che “nel frattempo l’Arabia Saudita è entrata in guerra partecipando direttamente ai raid aerei americani” e chiedono che il governo riferisca “data la mutata postura dell’Arabia Saudita”. A sera, la Difesa ricorda le audizioni svolte finora: “Colpisce chi grida allo scandalo ed insulta con arroganza, piuttosto che accettare il confronto sereno. Sostenere che il Parlamento fosse all’oscuro non è una critica al governo ma la confessione di non aver seguito le audizioni e non aver letto gli atti”. Certo, senza nuovi passaggi dopo l’escalation, l’ok del parlamento è nato già vecchio. Un buco non secondario su un tema cruciale come una missione militare.
In quasi quattro anni di governo sono stati approvati sei (sei!) decreti sicurezza, e ogni nuova misura ha di fatto ampliato i poteri di controllo dell’esecutivo sui cittadini. Le questioni cruciali dell’insicurezza sociale restano invece intatte. In questo quadro preoccupante, il centrosinistra continua a occuparsi soprattutto del suo ombelico

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – C’è un cortocircuito politico in atto, sempre più evidente a chi ha gli occhi per vedere. Mentre i dirigenti della sinistra italiana sono impegnati da mesi a discutere di leadership, primarie e confini della coalizione, la destra sta accelerando la messa a terra di un programma politico che rischia di cambiare il carattere democratico del paese.
Uniamo i puntini. Il governo di Giorgia Meloni in pochi giorni ha approvato un disegno di legge che introduce per i ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni una presunzione di imputabilità, poi ha tentato un blitz per allargare l’impiego del riconoscimento facciale con l’Ia nelle attività di polizia senza nemmeno passare per un giudice terzo. La Lega, dopo la condanna del giustiziere Mario Roggero, ha depositato una proposta che considera non punibile qualsiasi reazione a un’aggressione armata, anche quando il pericolo è cessato e la risposta è sproporzionata. Idea da Far West criticata anche dal presidente Sergio Mattarella.

Il generale Roberto Vannacci, che sottrae consensi ai partiti di governo e potrebbe diventare presto il loro alleato, promette remigrazione etnica dura e pura, cioè l’espulsione di massa degli immigrati. Le vicende drammatiche di Ceuta non fanno che aumentare questa propaganda violenta.
In quasi quattro anni sono stati approvati sei (sei!) decreti sicurezza, e ogni nuova misura ha di fatto ampliato i poteri di controllo dell’esecutivo sui cittadini. Le questioni cruciali dell’insicurezza sociale restano invece intatte: salari in caduta libera, liste d’attesa negli ospedali interminabili, scuole e periferie senza risorse, lavoro giovanile ancora povero, sperequazioni intollerabili. Ma il populismo penale offre un colpevole per ogni fallimento, e abitua il paese a considerare sospetto o anti italiano chi protesta, chi è straniero, chi vive ai margini.

Uno Stato di polizia cresce per accumulo, attraverso norme dichiarate urgenti, deroghe trasformate in precedenti e poteri eccezionali assorbiti dall’amministrazione ordinaria. Viktor Orbán ha impiegato pochi anni per piegare l’Ungheria, occupando le istituzioni, riducendo l’autonomia dell’informazione e della magistratura (Meloni ha tentato di piegarla con la riforma, fallendo) e usando ogni vittoria per preparare la successiva. Passasse, dopo le vacanze, la legge truffa voluta da FdI, una nuova vittoria nel 2027 consegnerebbe a Meloni altri cinque anni a Palazzo Chigi, una maggioranza parlamentare solida e la possibilità di pesare sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica, offrendole il tempo e i numeri necessari per completare il lavoro iniziato.
In questo quadro preoccupante, il centrosinistra continua intanto a occuparsi soprattutto del suo ombelico. Elly Schlein e Giuseppe Conte misurano ogni giorno le rispettive ambizioni, Matteo Renzi attende di sapere se sarà ammesso o meno nell’alleanza, gli apparati e i media a loro collegati si detestano, mentre discutono come e quando convocare le primarie.
Tutti infine litigano su tutto: dalla politica estera alla patrimoniale, dal reddito di cittadinanza alla sicurezza, financo chi può o non può incontrare un leader di un partito (demenziali le critiche a Schlein sui rendez-vous con Mario Draghi e Emanuele Orsini di Confindustria).
Agli elettori arriva non il progetto di un’alternativa credibile, ma uno show deprimente. Le fotografie tristi dalle quali manca sempre qualcuno, i veti incrociati e le battute rivolte ai presunti o ex alleati (“Campo Lavrov” e affini) sono roba da asilo Mariuccia, con l’aggravante che fuori da quel cortile si stanno imponendo regole nuove alla democrazia italiana.
Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, capi e capetti della galassia centrista hanno poco tempo per scrivere insieme un programma riconoscibile su salari, sanità, scuola, casa, lavoro, diritti e difesa della Costituzione. Scelgano un metodo per indicare il candidato premier e assumano davanti agli elettori un vincolo di lealtà verso chi vincerà la tenzone. Un accordo richiederà rinunce, a partire dal diritto che ciascun partito rivendica di escludere gli altri.
Una favola di Jean de La Fontaine racconta di un consiglio convocato dai topi per liberarsi del gatto. Tutti approvano l’idea di appendergli un campanello al collo, ma alla domanda su chi debba assumersi la responsabilità di farlo si chiude subito la riunione, permettendo al gatto di continuare il proprio mestiere d’assassino. Il centrosinistra ha ancora il tempo di evitare quella fine, purché smetta di sprecare il poco tempo rimasto. Perché «a ciarlar son bravi in cento, ma diverso è ben l’affare quando si tratta di fare».

(Maria Laura Rodotà – lastampa.it) – È l’età d’oro degli idioti, dicono. Ci sono segnali ovunque. La cultura pop americana, che li ha sempre valorizzati, ora li celebra apertamente. E così “Pensavo che l’Everest fosse negli Stati Uniti”; e “Chi ha dipinto la Cappella Sistina? Leonardo Di Caprio”. E “Quante lettere ci sono nella parola “alfabeto? 24!”. Ora in tv sono le risposte giuste, che fanno vincere. Chi esibisce cultura e acume viene eliminato.
È il nuovo successo della rete Fox, Nation’s Dumbest, il più scemo della nazione, perfetto come titolo anche nell’Italia di oggi. È metà gioco a premi e metà reality, lo conduce comico britannico Jack Whitehall, è in onda dal 15 luglio, con puntate ogni mercoledì (dall’Italia, per ora, si può vedere col VPN, su Hulu o noleggiandolo su Prime). I dodici concorrenti, le solite mezze celebrità di questo tipo di programmi, devono fare esami da scuola elementare, aritmetica, storia, quiz vari, prove atletiche (per dire, si volteggia appesi a un cavo cercando di acciuffare cassette della posta).
Spezza il cuore vedere tra i partecipanti Ice-T, il sergente Fin Tutuola di Law and Order SVU, lo credevamo persona seria. Si bada meno a Hilaria, moglie di Alec Baldwin, che ha sette figli e senza motivo si fingeva spagnola, o alla cantante Carmen Electra. Colpisce – e si teme sia la metafora di qualcosa – che ci sia Andrew Yang. Venture capitalist, candidato democratico alle primarie presidenziali 2020, sette anni fa spiegava che l’automazione e la digitalizzazione – non l’immigrazione e i dazi – stavano cancellando milioni di posti di lavoro, proponeva il reddito universale di base da super libertario, e altro. E forse vuole rilanciarsi come scemo sulla reality tv; come Donald Trump che dopo sei bancarotte si era reinventato con The Apprentice. Perché ora si fa così, perché, ha detto Vinson Cunningham, critico del New Yorker, «siamo in pieno Rinascimento idiota». Parte in America, dove c’è sempre stata una forte presenza di idioti di successo, nei film di Austin Power come in politica e tra gli straricchi. E ora che il soft power americano impone un’egemonia culturale idiotissima, dai social (che producono scemi di tutti i genere per fare clic) ad altri campi, si temono prossime e continue vittorie dei più scemi (ma se non si è scemi qualcosa ci si inventerà).
La scienza ha fornito dati certi sulla crisi climatica, ma la politica non ha dato risposte convincenti a questi dati. E, se ora le temperature salgono sopra i 2 gradi, nessuno sa cosa può accadere

(di Giorgio Parisi – ilfattoquotidiano.it) – Viviamo in un periodo decisivo della storia umana. Non sappiamo se il progresso che abbiamo conosciuto finora continuerà, sia pure tra difficoltà e contraddizioni, o se nel corso di questo secolo subirà un crollo irreversibile. (…)
Diverse crisi si sovrappongono e si intrecciano l’una con l’altra: da un lato il progressivo esaurimento delle materie prime e dall’altro il cambiamento climatico, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. A questi si aggiungono il consumo di suolo, l’inquinamento e la perdita di biodiversità. Un gran numero di specie animali e vegetali si stanno estinguendo: è probabilmente incominciata la sesta grande estinzione di massa. La quinta fu provocata dall’asteroide che cancellò i dinosauri e tantissime altre forme di vita, aprendo dopo milioni di anni lo spazio evolutivo in cui si sarebbero affermati i mammiferi.
Affrontare l’emergenza ambientale significa anche misurarsi con una frattura profonda: quella tra ricchi e poveri. Nella vita di tutti i giorni interessi e priorità sono molto diversi, e le diseguaglianze sono forse l’ostacolo più serio per risolvere i problemi che abbiamo davanti. Senza una prospettiva equa e solidale, nessuna riconversione ecologica potrà davvero compiersi. Si dice che chi non ha da mangiare ha un solo problema, e chi ha da mangiare ne ha molti.
Per affrontare i cambiamenti enormi richiesti dalla riconversione ecologica servirebbe un mondo coeso. Ma è difficile immaginarlo in un tempo segnato da conflitti incessanti e da circa cento milioni di rifugiati. L’umanità continua a destinare risorse sterminate alla costruzione di armi di distruzione di massa; risorse che potrebbero essere utilizzate invece per uscire dai vicoli ciechi in cui essa stessa si è infilata.
Da quando, dalla Luna, abbiamo visto sorgere la Terra all’orizzonte, abbiamo avuto la prova sensibile di ciò che, in teoria, avremmo già dovuto sapere: viviamo su un piccolo pianeta, a risorse limitate, quasi come una gigantesca astronave che viaggia nello spazio. (…) Sappiamo ormai anche che la vita sulla Terra è un sistema complesso e interconnesso. L’uomo non può più considerarsi il parametro assoluto, ma deve tenere conto delle altre specie viventi, se non vuole rischiare l’estinzione o la sopravvivenza su un pianeta desertificato, abitato quasi soltanto da animali da macello. E tuttavia quest’evidenza stenta a diventare coscienza collettiva, convinzione profonda capace di orientare le scelte quotidiane di noi umani.
Il nostro futuro, il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, dipende dalla nostra capacità di mettere da parte i nostri interessi immediati. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Per produrre un vero cambiamento di prospettiva non bisogna parlare solo alla ragione ma anche al cuore. Occorre comprendere la bellezza e la fragilità dell’ecosistema in cui viviamo, e la necessità di prendersene cura anche a costo di molte rinunce, se vogliamo che una popolazione di diversi miliardi di persone possa abitare a lungo su questo pianeta – come faceva il Piccolo Principe nel suo piccolo mondo, in quel romanzo delizioso che, col passare del tempo, acquista per noi un significato nuovo e più profondo.
L’umanità è chiamata a scelte essenziali. Deve contrastare con forza il cambiamento climatico. Da decenni la scienza ci avverte che i comportamenti umani stanno preparando un aumento vertiginoso della temperatura del pianeta. Purtroppo, le azioni intraprese dai governi non sono state all’altezza di questa sfida, e i risultati ottenuti finora sono stati estremamente modesti. (…)
L’esperienza della pandemia di Covid-19 ci ha mostrato quanto sia difficile prendere in tempo decisioni efficaci. Le misure di contenimento, al tempo, furono spesso prese in ritardo, quando non erano più rimandabili. Ricordo le parole sfuggite a un capo di governo: “Non possiamo fare un lockdown prima che gli ospedali siano pieni, i cittadini non capirebbero”. È precisamente questa logica che dobbiamo evitare. Il medico pietoso fa la piaga purulenta. E noi abbiamo il dovere di non essere medici pietosi. Il nostro compito storico è aiutare l’umanità ad attraversare una strada piena di pericoli. È come guidare di notte: la scienza sono i fari, ma la responsabilità di non andare fuori strada è del guidatore, che deve anche ricordarsi che quei fari hanno una portata limitata.
Gli scienziati, infatti, non sanno tutto. Il loro è un lavoro faticoso, nel quale le conoscenze si accumulano progressivamente e le aree di incertezza vengono pian piano ridotte. La scienza produce previsioni sulle quali si forma gradualmente un consenso scientifico. Quando l’Istituto per i processi chimicofisici (IPCF) prevede che, in uno scenario intermedio di riduzione delle emissioni dei gas serra, la temperatura possa salire tra due e tre gradi, questo intervallo rappresenta la migliore stima possibile sulla base delle conoscenze attuali. Ma deve essere chiaro che i modelli climatici sono stati verificati confrontando le loro previsioni con il passato. Se la temperatura dovesse aumentare più di due gradi, entreremmo in una terra incognita, nella quale potrebbero emergere fenomeni oggi non previsti e che potrebbero peggiorare enormemente la situazione.
L’aumento della temperatura non dipende solo dalle emissioni dirette. È mitigato, in parte, da tanti meccanismi di regolazione che però potrebbero smettere di funzionare proprio a causa del riscaldamento stesso. Mentre il limite inferiore dei due gradi è uno scenario su cui possiamo essere abbastanza sicuri, molto più difficile è stabilire quanto grave possa essere lo scenario peggiore: potrebbe rivelarsi infatti molto peggio di quanto immaginiamo.
Abbiamo dunque di fronte un problema enorme, che richiede interventi decisi per fermare l’emissione di gas serra, ma anche investimenti scientifici. Dobbiamo sviluppare nuove tecnologie per conservare l’energia, trasformarla anche in carburanti, produrla attraverso tecnologie non inquinanti basate su risorse rinnovabili. Non dobbiamo solo salvarci dall’effetto serra, ma dobbiamo anche evitare la trappola dell’esaurimento delle risorse naturali. Anche il risparmio energetico, quindi, va affrontato con decisione. Finché, per esempio, pretenderemo di mantenere nelle nostre case una temperatura quasi identica in estate e in inverno, sarà difficile fermare davvero le emissioni.
(…) Le difficoltà attuali hanno forse origini più profonde, che dobbiamo comprendere se vogliamo davvero contrastarle. Viviamo, specialmente in Occidente, una stagione che guarda con pessimismo al futuro, alimentata da crisi di diversa natura: crisi economica, riscaldamento globale, esaurimento delle risorse e inquinamento. In molti Paesi crescono anche le diseguaglianze, l’insicurezza, la disoccupazione e la guerra. Un tempo si pensava che il futuro sarebbe stato inevitabilmente migliore del presente. Oggi quella fede nel progresso, le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, si è logorata. Molti temono che le generazioni future vivranno peggio di quelle attuali. (…) Nei prossimi anni l’umanità dovrà compiere scelte decisive, destinate a produrre conseguenze per molto tempo. Le nuove generazioni avranno un ruolo fondamentale, e per questo l’educazione diventa un punto cruciale.

(di Michele Serra – repubblica.it) – L’ipotesi che i migranti possano essere utilizzati come arma politica, carne da sbarco e da naufragio tal quale in guerra la carne da cannone, è così cinica e disumana che si stenta a prenderla in considerazione.
Ma sono accadute tante cose, negli ultimi tempi, che avremmo pensato incredibili (una per tutte: Trump) e dunque è il caso di valutare seriamente l’idea che per destabilizzare l’Europa, odiata da chi odia la democrazia, ci sia chi organizza la manomissione del flusso, già disordinato, delle migrazioni.
La catastrofica vicenda di Ceuta è stata accolta dall’esultanza scomposta dei peggiori figuri del razzismo mondiale, come Ben-Gvir, Elon Musk e il mondo Maga; ma non hanno saputo sottrarsi al tiro a Sánchez e alla Spagna anche le destre europee di governo, Italia compresa, che approfittando dell’ingestibile invasione impallinano il trattato di Schengen, che in tema di libera circolazione degli esseri umani è un poco la madre di tutte le garanzie.
Rendere ingestibile il governo di un fenomeno già di suo molto impattante, così da fare leva sulle paure dell’opinione pubblica, fare avanzare ovunque i partiti sovranisti e finalmente mettere una pietra sul concetto di Europa come terra dei diritti e della tolleranza.
Che questo sia un piano ben studiato, o solamente un’intenzione di infima moralità, ma di alto rendimento politico, non fa molta differenza. Il Marocco, migliore alleato di Trump nel Nord Africa, in questo caso sarebbe solo l’esecutore. I mandanti esultano sui social.
I giovani non sono mai nell’agenda di nessuno. Sono la generazione più blandita e più tradita della storia. Soprattutto in Italia, dove soffriamo il più gelido inverno demografico e il più rapido invecchiamento della popolazione

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Tra le «prediche inutili» di Sergio Mattarella, quella pronunciata alla cerimonia del Ventaglio è purtroppo più inutile delle altre. La forza serena del messaggio del Capo dello Stato è inversamente proporzionale alla capacità di ascolto di una politica sempre più faziosa e inconcludente. Per quanto «intempestive», le risse da campagna elettorale sono cominciate già prima delle truci crociate del populismo d’accatto, che per il solito pugno di voti ora specula sulla condanna di Roggero e sulla morte di Fakir, sull’accoltellamento di Concas e sulla tragedia di Ceuta.
L’ordalia referendaria, il Piano Mattei, l’operazione Albania, i decretoni da 57 nuovi reati e i decretini da due spicci sui carburanti? Da quando è nato, il governo pensa solo alle urne. Per questo svanirà nel “rumore bianco” anche il sacrosanto appello del presidente della Repubblica, che chiede ai partiti di concentrarsi sui «problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Tra questi ce n’è uno che non è mai nell’agenda di nessuno: i giovani.
Li abbiamo visti sfilare nei cortei pacifici, per urlare stop alle guerre e allo sterminio di Gaza. Li abbiamo visti ai seggi il 22 marzo, quasi 3 milioni di ragazzi tra i 18 e i 25 anni, per dire «la Costituzione non si tocca». Alcuni li vediamo confusi, con lo smartphone in mano e la lama in tasca, altri li vediamo incazzati e incappucciati, con i bastoni e le molotov. A nessuno di loro, in fondo, il “palazzo” ha dato e dà risposte: solo promesse e manganelli. Evitiamo retoriche giovaniliste, vittimiste o giustificazioniste. Ma è un fatto che la «generazione ansiosa» come l’ha ribattezzata Jonathan Haidt, è la più blandita e la più tradita della storia. Soprattutto in Italia, dove soffriamo il più gelido inverno demografico e il più rapido invecchiamento della popolazione.
L’ultimo rapporto della Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, rileva che il 62% degli italiani in età feconda rinuncia a fare figli perché «costa troppo». Tra i giovani, oltre 2,8 milioni indicano la mancanza di denaro e la precarietà del lavoro come principale «fattore di blocco». Tra le donne, più di 3 milioni non lavorano perché devono occuparsi della famiglia, quasi 5 milioni lavorano ma temono di subire danni alla carriera in caso di maternità, 763mila non fanno figli perché devono occuparsi dei genitori anziani. Che futuro ha un Paese del genere?
Parliamo di natalità. I nuovi nati erano quasi un milione nel 1960, quando il tasso di fecondità era 2,7 figli per ogni donna: oggi i due valori sono crollati a 370mila e a 1,18, i livelli più bassi dal dopoguerra. Il 70% delle giovani coppie dichiara di volere almeno un figlio, e di questo campione l’80% ne vorrebbe addirittura due o più di due. Ma ormai siamo il Paese del figlio unico: più del 50% delle donne partorisce una sola volta.
Chiediamoci perché non dovrebbe essere così. Peseranno pure i nuovi modelli socio-culturali: la realizzazione personale, l’indisponibilità al sacrificio. Ma cosa hanno fatto per le giovani coppie le sinistre progressiste? Cos’hanno fatto per le famiglie le destre al comando, quelle estremiste della sacra triade “Dio-patria-famiglia” e quelle moderate di rito “cattolico-apostolico-romano”? Al contrario di Francia e Spagna, qui solo pannicelli caldi. Qualche ritocco ai congedi parentali, l’assegno unico universale (che ha assorbito assegni familiari, premi alla natalità e detrazioni Irpef sui figli a carico) e il bonus asili nido, unico sussidio sopravvissuto ai tagli al welfare di questi ultimi quindici anni.
Il vuoto, in alcuni casi, lo colmano le Regioni: vedi l’Emilia-Romagna, che non può e non deve fare notizia solo per gli scontri di piazza a Bologna. Ma è troppo poco, nell’Italia dei salari orari reali fermi dal 2000, mentre in Germania sono cresciuti del 21% e in Francia del 14.
Parliamo di scuola e università, i luoghi nei quali un Paese costruisce il suo domani e le nuove generazioni si formano e imparano cultura e cittadinanza, vita e democrazia. In Italia le risorse per l’istruzione valgono meno del 4% del Pil: il livello più basso dell’Eurozona.
I patrioti festeggiano un miglioramento minimo sugli abbandoni scolastici. Ma non ci dicono che manteniamo il record negativo nel Vecchio Continente. Che l’ascensore sociale è fermo, con un abbandono prima del diploma quindici volte maggiore tra i figli di genitori con bassa istruzione rispetto a quelli di genitori laureati. Che ancora oggi un giovane su 5 nella fascia 25-34 anni non ha neanche un diploma. Anche negli atenei, solo primati a rovescio.
Vantiamo il livello più basso di laureati: 10 punti meno della Germania, 20 punti meno della Francia. Siamo l’unica nazione europea nella quale la spesa pubblica per studente universitario è inferiore a quella per studente liceale. Un decimo dei giovani neolaureati se ne va all’estero, e non torna più. E ha molte buone ragioni per farlo: un neolaureato italiano guadagna l’80% in meno del suo “collega” tedesco e il 30% in meno di quello francese.
Per chi resta, il 60% dei neodottori finisce nel settore pubblico, dove ha busta paga e carriera svantaggiose. Cos’ha fatto la politica, di fronte a cotanto sfacelo? Negli ultimi tre anni, l’esecutivo meloniano ha stanziato per il diritto allo studio la miseria di 133 milioni: lo 0,008% del Pil. E questo è quanto.
Parliamo di lavoro. La Sorella d’Italia brinda a spumante, per ogni zerovirgola in più sull’occupazione. Ma come ha provato a spiegarle il governatore Fabio Panetta, non conta solo crescere: conta come si cresce. E in che misura la statistica riflette il progresso economico e la coesione civile, la libertà e la giustizia sociale. Per i giovani e per le donne, rispetto all’Europa, il tasso di occupazione resta drammaticamente basso. Diminuiscono costantemente i flussi di entrata nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni. Il mercato del lavoro è sempre meno “mobile” e sempre più “anziano”.
Secondo Bankitalia, entro il 2050 il Paese perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa. La nazione invecchia, il ricambio manca: per le nuove leve mini-job e contratti flessibili scontano troppi gap normativi e retributivi. I canali di comunicazione scuola-lavoro non funzionano: in Germania la quota di giovani tra 15 e 29 anni che studia e partecipa al mercato del lavoro è pari al 25%, in Francia è al 13, in Italia solo al 4.
Cos’hanno fatto i gialloverdi e i giallorossi, le grandi coalizioni e i governi tecnici? E cos’ha fatto Meloni, già fiera ministra della Gioventù del governo Berlusconi, se non limitarsi a rifinanziare la solita decontribuzione dei neoassunti già varata da Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi?
Stiamo distruggendo un capitale umano prezioso. Servirebbe uno sguardo lungo, che immagini l’Italia dei prossimi vent’anni, non quella dei prossimi due mesi. Servirebbero investimenti massicci, a basso impatto elettorale ma ad alto rendimento sociale. Ma è inutile illudersi: non li vedremo. C’è lo Stabilicum: questo sì che è un imperativo categorico. Con tanti saluti a Mattarella. E con buona pace dei nostri figli e dei nostri nipoti.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Il sempre spumeggiante Antonio Tajani, ministro dei poveri Esteri e financo vicepremier, durante una riunione coi suoi senatori in merito al litigio coi meloniani sulla legge elettorale e sulle intercettazioni ha detto: “Io, i fascisti di Roma li conosco: con loro bisogna usare la forza”. Ora, se uno pensa ai “fascisti di Roma” (sulla falsariga dei “nazisti dell’Illinois” dei Blues Brothers) dentro al Parlamento, pensa subito a quelli cresciuti nella sezione del Colle Oppio, in primis la Meloni, “coatto antico in un corpo da bambina”, secondo la canzone che una rock band di estrema destra le dedicò nel 1998. Infatti lei si è imbufalita e ha chiesto chiarimenti ad Antonio, come a dire: “Cos’è, anche le pulci hanno la tosse?”; al che lui le ha giurato che trattavasi di “iperbole” (da cui: o voleva dire “un po’ fascisti”, o non sa cos’è un’iperbole) e che stava facendo un discorso motivazionale ai suoi per caricarli a pallettoni contro i leghisti, notoriamente più romani di Aldo Fabrizi. Per battere i fascistoni, forte del suo physique du rôle, il partigiano Antonio ha usato l’esortazione più fascia che si possa pensare: “Come i Romani: si vince con l’unità della falange!”: i danni che fanno i video fake di Vannacci sulle menti fragili. Chissà quale “forza” uno come Tajani sia convinto di poter far valere, se quella fisica, quale sola si sospetta conoscano i fascisti di ogni città, o intellettiva (Tajani contro Rampelli sulle preferenze: praticamente la versione politica di Newton contro Leibniz sulla paternità del calcolo infinitesimale), e comunque la si metta rischia parecchio. Non resta che la forza politica: eliminando le preferenze, Tajani spera di poter lucrare ancora qualcosa sul nome di Berlusconi, grattandolo dal simbolo e dalla fiducia che la figlia Marina sembra ancora accordargli; i listini bloccati, coi candidati scelti dal vertice (cioè sempre Marina), garantiscono al non-partito Forza Italia di blindare candidati fedeli che nessun cittadino ha mai visto in natura, opportunamente tenuti al fresco in qualche cantinetta refrigerata di Cologno Monzese o parcheggiati in qualche giunta siciliana dal 1994. Sarebbe spiacevole, per Antonio, ritrovarsi convocato dai due eredi nel quartier generale di Mediaset come nell’aprile scorso, quando Marina e Pier Silvio gli comunicarono che avrebbero cambiato i capigruppo di FI alla presenza dell’amministratore delegato di Fininvest. Come spiegherebbe ai padroncini di non avere voce in capitolo nemmeno sulle intercettazioni a strascico, ora previste solo per mafia e terrorismo, che FdI vuole estendere alle indagini su corruzione, scambio elettorale politico-mafioso e altri reati dei colletti bianchi, quando Nordio le toglierebbe pure per i mafiosi, che “non parlano al telefono”?
[…]
È buffo che Tajani si preoccupi solo ora della presenza in maggioranza di nostalgici del Ventennio, quando fu proprio il padrone del suo partito a portare i fascisti al governo del Paese; né risulta che abbia mai preso le distanze su alcunché dai nipotini di Almirante. Ma Antonio ultimamente ha spesso crisi di coscienza: dopo aver definito “inaccettabile” la condotta peraltro impeccabile degli israeliani contro diplomatici italiani, carabinieri, il cardinale Pizzaballa, statuette della Madonna e da ultimo contro l’Italia, definita “il Paese delle ciabatte” da Ben-Gvir (giammai contro 80 mila civili palestinesi massacrati), giorni fa ha detto di trovare “inaccettabili” le violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania, ma solo perché “indeboliscono la posizione e l’immagine del Paese”, cioè rovinano agli occhi del mondo la specchiata reputazione di Israele; reputazione che lui, Antonio, ha contribuito a edificare, votando contro le tregue umanitarie e rafforzando i rapporti militari con Tel Aviv col pretesto del dual use.
[…] Ieri, siccome lui odia i fascisti alla Vannacci, s’è affrettato a strumentalizzare l’attraversamento del confine di Ceuta di migliaia di migranti provenienti dal Marocco: “Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano che la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500 mila immigrati irregolari è stata profondamente sbagliata”. Una squallida menzogna, visto che la frontiera di Ceuta (che è in Marocco, e in mezzo c’è lo stretto di Gibilterra) è sbarrata con un recinto dal 1996 e militarizzata dal 2005, e i migranti a cui il governo spagnolo concede il permesso di soggiorno (non la cittadinanza) sono quelli che risiedono legalmente e continuativamente in Spagna per 5 anni consecutivi, non certo i fuggiaschi di Ceuta. D’accordissimo stavolta col governo presso il quale presta servizio, Tajani si è detto “favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna”, come se i migranti di Ceuta stessero fermi a un semaforo di Pamplona in attesa di varcare i Pirenei e di raggiungere Lourdes, indi Mentone; poi, da lì a Genova, è un attimo.

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Parafrasando Danilo Dolci, il problema di Firenze non è turismo sì o turismo no, ma quale turismo, e chi si prende i soldi. Lo scandalo di Montedomini – uno scandalo così grave che in un Paese anche solo di media dignità e coscienza porterebbe alle dimissioni di sindaca e giunta comunale – lo conferma in pieno, dimostrando che il modello estrattivo che ha espulso i residenti dalla città storica trasformando Firenze in un luna park turistico è ancora di fatto sostenuto dall’amministrazione Funaro. E che i soldi, come sempre, se li prendono i privati.
[…] Per aver detto, a Report, che gli amministratori fiorentini erano al servizio dei grandi capitali cui la città è stata svenduta (e non alludevo a corruzione, ma alla totale perdita della bussola del bene comune) fui citato in giudizio da tutta l’allora (2020) giunta Nardella, nella quale Sara Funaro, come assessora al Welfare, si occupava di Montedomini. E la citazione la scrisse il fido avvocato Maurizio Frittelli: che ora di Montedomini è l’ineffabile presidente. Perché – per citare il fiorentinissimo Amici miei, il cui titolo dice tutto sulla consorteria che governa Firenze – “è tutta una catena di affetti che né io e né lei possiamo spezzare”. A dirlo, con una cognizione di causa che nessuno davvero potrebbe mettere in dubbio, è il fondatore stesso della consorteria, Matteo Renzi: “Scoprire adesso che Dario Nardella e i suoi fidati uomini (sempre gli stessi, tra partecipate e associazioni che finanziano lo stesso Nardella) mentre rendevano più complicata la vita ai fiorentini che vogliono utilizzare la libertà privata, regalavano un business pazzesco a soggetti privati, speculando sulla storia di Montedomini, mi indigna. Da fiorentino, da amministratore, da uomo del centrosinistra: spero che la sindaca Sara Funaro faccia pulizia e che la coppia Nardella-Paccosi sia chiamata a risponderne quantomeno politicamente”.
[…] Se il “quantomeno politicamente” allude velenosamente a possibili responsabilità di altro tipo, che il benemerito esposto in Procura del comitato Salviamo Firenze potrebbe fare emergere, l’accusa politica è chiara: mentre le giunte Nardella-Funaro riducevano un poco (o, meglio, fingevano di ridurre) la possibilità di trasformare la città in un albergo (cosa che a Renzi ovviamente non va giù, essendo per l’assoluta “libertà privata” di distruggere l’interesse pubblico), i loro finanziatori e sostenitori favorivano la speculazione privata, dandole in pasto addirittura immobili pubblici di destinazione sociale. Certo, è il bue che dà del cornuto all’asino: e tuttavia è innegabile che quelle corna ci siano davvero.
Poche settimane fa, Elly Schlein è venuta a Firenze a dire: “Confermiamo il pieno sostegno al prezioso lavoro che Sara [Funaro] sta facendo a Firenze, siamo convinti sostenitori della sua amministrazione e del suo lavoro e quindi andremo avanti in questo modo”.
Spero che la dura realtà dei fatti possa ora far cadere il velo dagli occhi, così da potere vedere ciò che è così evidente a gran parte dei fiorentini: il lavoro di questa giunta è tutto tranne che prezioso. E, se va avanti in questo modo, il disastro sarà completo.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Il governo che qualche comico si ostina a chiamare “sovranista” ci ha infilati in un’altra guerra, ovviamente senza dichiararla: a marzo ha schierato aumma aumma, con mezze frasette ambigue in audizioni e risoluzioni parlamentari, almeno 400 soldati italiani col contorno di caccia, aerei spia, batterie anti-missile e cannoni anti-droni, in Arabia Saudita. Avete capito bene: per proteggere il regime sanguinario e patibolare di bin Salman, squartatore di giornalisti dissidenti e recordman mondiale di impiccagioni. Gli dobbiamo forse qualcosa? Abbiamo interessi nazionali in casa sua da proteggere? Nulla, nisba, nada. L’ultimo vero governo sovranista, il Conte2, vietò la vendita di armi all’Arabia che le usava per sterminare gli yemeniti nella guerra contro l’Iran che combatteva sulla loro pelle e sul loro territorio. Conte cadde subito dopo per mano di Renzi, che guardacaso quel giorno era a Riad per concionare a gettone in lode del “nuovo Rinascimento” saudita. Poi con Draghi le armi italiane tornarono a fluire a Riad. E pure con la Meloni, che accusava la “sinistra” di complicità con bin Salman, poi gli fece gli occhi dolci e affari miliardari nella tenda. Ora si scopre che gli manda pure i soldati, da quando s’è resa complice della guerra illegale al solito Iran, al seguito di Usa e Israele. Così Teheran avrà il pieno diritto di rappresaglia.
[…]
Un governo davvero sovranista farebbe gli interessi del popolo italiano, non quelli diametralmente opposti di Washington, Tel Aviv e Riad: le ondate migratorie e terroristiche che seguono ogni guerra in Medio Oriente arrivano da noi. Lo stesso vale per l’Ucraina, che da quattro anni tenta di trascinarci in guerra con la Russia (nemico suo, non nostro) e ora pure con l’Iran. Per farsi armare pure da Trump e Netanyahu, Zelensky s’è imbucato nella loro guerra (come se non gli bastasse la sua) attaccando navi iraniane. Ma le armi gliele regaliamo o paghiamo tutte noi. Quindi l’Ue, se esistesse, dovrebbe domandargli: scusa, caro, chi ti ha autorizzato a usarle contro l’Iran, esponendoci alle rappresaglie? E se l’Iran, com’è è suo diritto, bombarda Kiev, tu che fai: vieni a piangere da noi perché interveniamo o ti armiamo anche sul nuovo fronte aperto da te? Fortuna che ci ha pensato Trump a rimetterlo in riga, facendo pure dietrofront dall’insano proposito di cedergli le licenze dei Patriot. Casomai servisse, l’invasione di migranti marocchini a Ceuta dimostra che la vera minaccia per l’Europa non arriva da Est, cioè da Mosca; ma da Sud, cioè dal Mediterraneo fra Africa e Medio Oriente. L’hanno capito persino gli Usa, che prima ci hanno imposto Putin come nemico e ora hanno fatto pace con lui. Ma noi, furbi, continuiamo a combattere le loro guerre: quelle nuove e pure quelle vecchie.[…]
Andrea Stroppa posta un video realizzato con Grok, l’intelligenza artificiale di X, ambientato in un cupo e gotico Palazzo Chigi, in cui riecheggia l’agenda di Vannacci

(di Miriam Di Peri – repubblica.it) – Il braccio destro di Elon Musk in Italia, Andrea Stroppa, strizza l’occhio a Roberto Vannacci ed entra a gamba tesa nel dibattito politico italiano cercando di spostare la premier più a destra. E lo fa con un video postato su X, in cui una giovanissima Giorgia Meloni allo specchio accusa la matura Meloni premier di aver tradito i propri valori: “Parlavi di Dio, patria e famiglia, non sei più la stessa”.
Un’operazione quella di Stroppa che colpisce per diversi motivi. In primis, per il predetto tentativo di condizionare l’agenda della premier e di farlo puntando sui dati valoriali della leader FdI. Poi, aspetto parimenti importante, perché il video realizzato con l’IA arriva dopo gli appelli della presidente del Consiglio contro l’uso dell’intelligenza artificiale per attaccare l’avversario politico. Incluso il patto di non belligeranza siglato con la segretaria del Pd, Elly Schlein. D’altronde, le prime avvisaglie dei rischi su una campagna elettorale ormai alle porte sono note: dal bando del dipartimento di Stato americano rivolto ai think tank europei per promuovere la cultura Maga, fino all’ombra lunga dei gruppi che puntano al Make America great again sugli insulti al sindaco di Bologna, Matteo Lepore, dopo la morte di Abderrahim Fakir.

Dopo Vannacci con il video sulla grazia a Roggero che tira in ballo direttamente Mattarella, adesso è il braccio destro di Musk in Italia, Andrea Stroppa, a postare quello che nelle premesse della vigilia sembra quasi l’episodio pilota di una serie sulla politica italiana e la premier. Ambientato tra i corridoi e i saloni di un Palazzo Chigi cupo e gotico, la giovane allo specchio chiama la premier: “Giorgia, come ti hanno trasformata questi palazzi”.“Chi sei? Che cosa vuoi?” domanda la leader di Fratelli d’Italia.”Sono la giovane Giorgia. Quella che parlava di Dio, di patria e di famiglia. Guardati, non dici nulla ai censori europei di Bruxelles, fai accordi con i Paesi arabi che ci inondano di clandestini e ti allei con chi vuole la fine dell’Occidente”. La risposta della premier generata dall’intelligenza artificiale è una resa: “Il potere. Il potere mi ha logorata”. “Smettila di piangere – la scuote la giovane allo specchio – non è troppo tardi. Ricordati cosa diceva quel saggio: “Non è nostra competenza dominare tutte le maree del mondo, ma fare ciò che è il nostro potere per il soccorso di quelli che vivono nei giorni concessi a noi”. Ora vai”.“Hai ragione – replica la premier in conclusione del video postato su X da Stroppa – Lo devo a chi ha creduto in me”.
Elly ripropone i temi di Letta, il MES sanitario è sostituito dal SAFE e Beppe torna con le supercazzole. Manca Di Maio ma arriverà

(di Pietro Francesco Maria de Sarlo – ilfattoquotidiano.it) – Può darsi che sia tutto casuale oppure no. I fatti sono l’intervista di Elly Schlein al Foglio e l’uscita anti Movimento di Beppe Grillo, meglio noto come l’Elevato. Ognuno conserva dei fatti una propria memoria personale legata, per gli eventi pubblici, a come furono raccontati gli eventi dai media.
Io della caduta del Conte II ricordo i continui attacchi di Renzi e del Pd per l’utilizzo del MES sanitario, ricordo il mio stupore per l’attacco ad Arcuri. Un uomo che si è trovato ad affrontare una situazione inedita: il mondo intero a caccia di mascherine e 60 milioni di italiani da vaccinare. Ricordo la mia prima vaccinazione. La feci nella Primula al centro congressi dell’EUR e ricordo la bella sensazione di essere usciti da una Italietta di serie B, diventata una Nazione moderna capace di affrontare l’emergenza alla pari di paesi come Francia e Germania. La nostra esperienza fece scuola.
Quando cadde il governo Conte, conservo i dati a futura memoria, eravamo tra i primi per vaccinazioni fatte. Ma l’opposizione, Renzi e buona parte del Pd, contestava le Primule e parlava di ritardi non riscontrati nei dati. A sorpresa il Governo Draghi chiamò Figliuolo a miracol mostrare, che però continuò sulla stessa linea di Arcuri, con la differenza che al posto di Primule i nuovi punti di vaccinazione furono chiamati Centri. Arcuri finì sotto inchiesta e ne uscì immacolato. Fu sostituito alla guida di Invitalia da Draghi con Bernardo Mattarella, nipote del Presidente, di cui non mi erano, né mi sono note, le competenze distintive per il ruolo.
Ricordo che l’Europa varò il Next generation EU ma da Renzi a Mattarella, e buona parte del PD, Conte non fu ritenuto in grado di gestire i fondi che aveva ottenuto. Ricordo anche che Conte fece un signorile passo indietro e non si oppose al nuovo governo né recriminò e si espresse a favore del nuovo corso. Poi per un certo periodo di tempo tornò a vita privata fino a che non fu chiamato ad rimettere in sesto i cocci del M5S.
E Grillo? Sul suo blog pubblicò un post dal titolo ‘In alto i profili’ con un lungo e raffazzonato elenco di buoni propositi che chiudeva con la supercazzola ‘le fragole sono mature’, ripetuto die volte. Passa qualche giorno e nuova supercazzola: siamo su Marte. Grillo si spese allo spasimo con i gruppi parlamentari e con gli iscritti per far passare il governo Draghi creando malumori e disaffezione sia negli iscritti sia negli elettori. Fu chiamato Conte a con un M5S ai minimi nei sondaggi.
Mario Draghi non è uno qualsiasi. È stato uno dei protagonisti delle politiche economiche della Seconda Repubblica, sia come braccio operativo di Romano Prodi nelle privatizzazioni sia come coestensore, con Trichet, della lettera con cui si imponevano al governo Berlusconi un insieme di misure il cui esito è stato tutt’altro che felice. Dal 1990 ad oggi l’Italia ha perso competitività, welfare e diritti senza benefici sul debito pubblico. Si è privata di aziende leader in molti settori trasferendo ricchezza dallo Stato ai privati. I salari in termini reali sono diminuiti al contrario degli altri paesi Occidentali, e anche il PIL pro capite è cresciuto meno. Le povertà sono aumentare e la concentrazione della ricchezza è aumentata anch’essa riportandoci a una situazione semifeudale. Tutto ciò non può essere imputato a un solo governo, ma ad una impostazione trentennale succube del catechismo liberista rappresentato da Draghi e applicato con pervicacia.
Arriviamo così alle elezioni del 2022. Enrico Letta emargina il M5S scegliendo di non fare nessun accordo e di correre con Impegno Civico del fuoriuscito Di Maio, che ha avuto una ottima mercede per il suo tradimento sui valori del Movimento, schiacciandosi sulla Agenda Draghi. Oggi si riciccia: Elly ripropone i temi di Letta, il MES sanitario è sostituito dal SAFE e Grillo torna con le supercazzole. Manca Di Maio ma arriverà.
Non stupiamoci se la gente preferirà disertare le urne riconsegnando il Paese a Meloni–La Russa.
L’analisi – Noi non abbiamo capito, ma, quel che è peggio, non ha compreso bene la questione nemmeno l’opposizione. Elly Schlein e Giuseppe Conte lo sanno? Hanno chiesto e ottenuto garanzie?

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Non ce ne siamo accorti ma forse siamo in guerra. Non è chiarissimo, ma forse il Parlamento ha dimenticato di approfondire la questione. E cioè che settecento nostri soldati sono stati inviati ad attrezzare uno scudo nei cieli dei Paesi del Golfo. Circa 400 sono stati inviati in Arabia Saudita ad organizzare – secondo le prime informazioni – la controffensiva aerea, la resistenza di Riad ai missili di Teheran. Noi non abbiamo capito, ma, quel che è peggio, non ha compreso bene la questione nemmeno l’opposizione che, a quanto risulta, non ha fiatato rispetto a questo nuovo, indiscutibile avanzamento nel conflitto mediorientale.
Siamo al fronte? Il punto interrogativo serve solo a chiederci quale sia stata la valutazione del rischio bellico per le nostre truppe insediate in un teatro attivo della guerra che gli Usa e Israele hanno avanzato contro l’Iran da cui è partita la miccia che sta incendiando tutto il Medio Oriente, in particolare gli Stati del Golfo presi di mira dai pasdaran per allargare di proposito il conflitto e rendere troppo costosa – politicamente e militarmente – agli Usa questa guerra.
Siamo dunque anche noi dentro la mira dei droni e dei missili iraniani? Settecento soldati italiani, dislocati – seppure con l’impegno di difendere Paesi amici (li immaginiamo amici in ragione del petrolio) – rappresentano infatti un avanzamento geografico e militare delle nostre posizioni politiche che porta con sè un rischio elevato di coinvolgimento diretto nel conflitto.
Elly Schlein e Giuseppe Conte lo sanno? Hanno avuto accesso ai documenti, come registra con qualche spavalderia il ministro della Difesa. Hanno dunque saputo e sono soddisfatti? Hanno chiesto e ottenuto garanzie? Hanno proposto o denunciato l’atto? Hanno insomma dato senso alla loro presenza in Parlamento?
Andare al fronte, e per di più a nostra insaputa, sarebbe il tragico esito di una condotta piuttosto comica.