
(estr. di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Controllava con rigore il suo partito, Forza Italia, e l’essere proprietario di reti televisive commerciali gli permetteva di influenzare l’opinione pubblica più di qualsiasi altro leader italiano dopo Benito Mussolini” (da “Strongmen” di Ruth Ben-Ghiat Castelvecchi, 2026)
[…] Soltanto in un Paese sventurato come il nostro la convocazione di Antonio Tajani – vicepremier e ministro degli Esteri – nella sede di Mediaset a Cologno Monzese, a rapporto per quattro ore e mezza con gli eredi Berlusconi, poteva passare come acqua sui vetri senza suscitare scandalo e indignazione. Ha ragione, dunque, l’ex presidente dei deputati del partito-azienda Paolo Barelli a ricordare in tono polemico che “i partiti si guidano dall’interno”: lui e il suo collega Maurizio Gasparri, artefice di varie riforme televisive di cui il Biscione ha beneficiato nel corso degli anni, sono stati rimossi on demand dall’ingratitudine di quella che per diritto dinastico è diventata l’azienda-partito. E ha ragione anche il tele-tribuno Paolo Del Debbio a rincarare la dose, dichiarando che quel “vertice è stato un errore” e che “ha indebolito il segretario del partito, ma anche il pluralismo dell’azienda”.
[…]
Peccato, però, che Barelli e Del Debbio abbiano scoperto soltanto adesso in quale partito e in quale azienda, rispettivamente, si trovassero. Forza Italia, da quando fu fondata nel 1994, è sempre stata guidata dal capo della famiglia all’insegna del più macroscopico conflitto d’interessi. Quanto al pluralismo di Mediaset, è stato tanto virale da contagiare anche il servizio pubblico, occupato in questi trent’anni dai berluscones fino ai fasti e nefasti di TeleMeloni. Tant’è che da un anno e mezzo il Cda della Rai è senza presidente, dal momento che il centrodestra ha bloccato i lavori della Vigilanza per la pretesa di imporre una candidatura di FI al vertice dell’ente pubblico, contro la legge che prevede i due terzi dei voti a garanzia dell’opposizione: uno stallo istituzionale, considerato ora “inaccettabile” anche da Mattarella, da cui è scaturita la bagarre tra l’incauta vicepresidente del Senato Ronzulli e la presidente della Commissione Floridia, spalleggiata da tutte le minoranze. Evidentemente, all’azienda-partito non basta quel “baluardo di pluralismo” – com’è stato definito da Fratelli d’Italia, dopo il diverbio in diretta con il “dem” Provenzano – che risponde al nome di Bruno Vespa: uno che conduce da “artista” e poi si offende come giornalista. Ma, ancor più delle petizioni popolari ad personam, occorre a questo punto un’iniziativa politica per modificare un sistema televisivo che è ormai un regime mediatico. Non è solo un problema di questo o quel conduttore, di questo o quel programma, bensì di governance del servizio pubblico. La proposta di riforma del centrodestra è in realtà una fake news, una “bufala”: il suo obiettivo è quello di trasferire il controllo della Rai dal governo al Parlamento e quindi alla maggioranza di turno. Cioè, alla partitocrazia.
[…]
Ai cittadini abbonati conviene puntare sulla class action promossa da Generazioni Future, per sanzionare la Rai a norma del Media Freedom Act che tutela i mezzi d’informazione dalle ingerenze della politica e chiedere la restituzione del canone dall’agosto scorso, data di applicazione del Regolamento approvato dal Parlamento europeo. I partiti di opposizione – a cominciare dal Pd, l’unico ad astenersi sull’elezione dell’attuale Cda – farebbero bene a mobilitarsi per sostenere questa azione collettiva. Nel frattempo, i rappresentanti del centrosinistra potrebbero anche disertare certi talk show, pubblici o privati, dove non si sentono garantiti dall’imparzialità di chi li conduce o dalla rete su cui vanno in onda: come usavano fare gli ex “grillini” ai tempi della loro ascesa politica.
Il delitto non consiste nella mortificazione delle assemblee parlamentari. Erano già morte, impossibile ucciderle due volte. Il nuovo delitto colpisce i cittadini, le loro garanzie

(di Michele Ainis – repubblica.it) – È primavera, ogni rospo si sveglia dal letargo. Succede, adesso, pure al decreto sicurezza. Fu approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio, e annunciato con toni reboanti quella sera stessa dalla premier, mentre il ministro dell’Interno ne prometteva l’applicazione già il giorno successivo, all’apertura delle Olimpiadi invernali. In realtà rimase in quarantena per tre settimane, sbucando sulla Gazzetta ufficiale del 24 febbraio. Dopo di che, altra quarantena in Parlamento. C’erano faccende più pressanti a intasare le meningi — il referendum, la guerra in Medio Oriente, i prezzi del petrolio. Ma l’orologio corre, e quel decreto entro sessanta giorni va convertito in legge. Altrimenti rimarrebbe privo d’ogni effetto, sai che peccato. Sicché il Senato pigia sull’acceleratore. E il 14 aprile la Commissione affari costituzionali lo spedisce all’aula, senza averne votato gli emendamenti né conferito un mandato al relatore. Ora resta una settimana o poco più, per il voto definitivo del Senato e per il timbro (obbligato) della Camera.

Tuttavia il delitto non consiste nella mortificazione delle assemblee parlamentari. Erano già morte, impossibile ucciderle due volte. Il nuovo delitto colpisce i cittadini, le loro garanzie. E se non fosse intervenuto lo stop di Mattarella, si sarebbe consumato in modo ancora più letale. Difatti in origine c’era l’idea — cara al ministro Salvini — d’imporre una cauzione preventiva a carico di chi organizzi una manifestazione, per garantire il risarcimento d’eventuali danni al patrimonio pubblico o privato. Insomma, una responsabilità per fatto altrui, contro i principi costituzionali e altresì contro il buon senso. Nonché la trasformazione della libertà di riunione in un diritto a pagamento. E infine l’onere, sempre a carico degli organizzatori, di garantire l’ordine, giacché in caso contrario ci rimetteranno di tasca propria. Con una doppia — e paradossale — conseguenza. Da un lato, l’esercizio privato di una funzione pubblica, giacché spetta ai poliziotti la tutela della sicurezza per tutti i cittadini. Dall’altro lato, un’implicita ammissione d’impotenza. Come a dire: noi non ce la facciamo, pensateci un po’ voi.
Questa e altre mirabili trovate sono cadute durante l’interlocuzione tra gli uffici di palazzo Chigi e il Quirinale. Ma la stretta autoritaria forma comunque una corda da impiccato. Ne è prova una delle sue prime applicazioni: quattro sindacalisti denunciati per aver organizzato (il 27 febbraio) picchetti e scioperi a Tortona senza preavviso. Ne è prova l’allarme di varie associazioni per la possibilità d’usare agenti sotto copertura in carcere, propagando fra i detenuti la cultura del sospetto. Ne è prova il parere reso dal Csm il 15 aprile. Contro il fermo preventivo dei manifestanti, lasciato alla discrezionalità della polizia. Contro l’abolizione del patrocinio a spese dello Stato per gli stranieri nei procedimenti d’espulsione. Contro la saturazione delle procure e degli uffici giudiziari, a causa della pioggia di divieti e restrizioni che ci bucano la pelle un po’ alla volta, come la tortura della goccia cinese. Sta di fatto che ogni occasione è buona per incrudelire l’azione dello Stato: un rave illegale a Modena, un naufragio d’immigrati dinanzi alla spiaggia di Cutro, un episodio di violenza giovanile a Caivano, un assalto dei black bloc a Torino.
E tuttavia, ridotto all’osso, ogni decreto sicurezza è un paradosso. Perché attesta un allarme, un’emergenza, un pericolo incombente, e dunque genera maggiore insicurezza. E perché ormai questi decreti ci piovono sul collo una volta l’anno, se siamo fortunati pure due. Meglio del milleproroghe, e comunque altrettanto puntuali. Sennonché ciascun decreto, per la sua stessa adozione, smentisce l’efficacia del decreto precedente. È come se il governo ci dicesse: la volta scorsa, e l’altra volta ancora, non ci sono riuscito; ora provo di nuovo. E perché dovremmo credergli? L’unico fatto credibile e reale è la moltiplicazione dei reati, delle aggravanti, delle pene. Non la moltiplicazione delle forze di polizia, o magari dei loro miseri stipendi. Una risposta normativa, da Gazzetta ufficiale. Ma se la legge potesse stabilire che l’uomo può volare, saremmo tutti aquile.
Domani su Rai 3 l’intervista a “Report” della modella brasiliana per 20 anni compagna dell’uomo vicino a Trump

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – «Paolo dice sempre: “Sono stato io a presentare Melania a Trump”. Ora però nei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia si legge che fu Epstein a farlo». «Tra Paolo e Melania c’è un patto, un accordo. Ne sono sicura al cento per cento». «Lui non è vicino a Trump, è vicino a Melania. Chiaro? Il suo rapporto con Trump passa attraverso Melania». E poi: «Melania ha un interesse a tenere stretto Paolo perché ha paura che lui possa dire o rivelare circostanze compromettenti».
A parlare con Report, la trasmissione in onda domani su Rai 3, è Amanda Ungaro, ex modella brasiliana, per vent’anni compagna dell’imprenditore italiano Paolo Zampolli, uno degli uomini più vicini a Donald Trump. E al microfono di Sacha Biazzo parla proprio dei rapporti tra il presidente degli Stati Uniti, sua moglie Melania e Jeffrey Epstein, il finanziere arrestato per abusi sessuali e traffico di minorenni, e poi morto suicida in carcere.
Secondo la versione ufficiale, a far incontrare Trump e Melania sarebbe stato proprio Zampolli, allora agente di modelle. È la storia ripetuta per anni. Ma nel racconto di Ungaro quel passaggio cambia significato e si intreccia direttamente con la rete costruita da Epstein, trasformando un incontro mondano in un nodo più complesso. Racconta infatti che Zampolli custodisce dei segreti sul rapporto tra Melania Trump e Epstein che inizia negli anni ‘90 quando Melania era una giovane modella slovena da poco arrivata a New York. Molti di questi segreti nascerebbero proprio lì, in quella New York degli anni ’90, tra agenzie, modelle e relazioni ad alto livello.
«Tutto il mondo sa che l’ho presentata io, lo sa il presidente, lo sa lei, lo so io», si difende parlando con Report Zampolli. E davanti all’ipotesi alternativa taglia corto: «Se vogliamo dire che è stato Epstein ti do ragione così andiamo avanti». Sul rapporto con il finanziere ammette solo un contatto limitato: «Epstein è venuto da me… abbiamo parlato. Poi la cosa è svanita». E prende le distanze anche dal sistema di ragazze: «Sapevo che aveva le ragazze, ma non erano le mie… non erano neanche modelle, erano ragazzine». Nel servizio, però, il racconto si allarga.
Accanto alla vicenda personale emerge anche una chiave più ampia, quella suggerita dall’ex uomo dell’intelligence israeliana Ari Ben-Menashe: Epstein come strumento di raccolta di informazioni compromettenti sui potenti.
In questo schema le frequentazioni di quegli anni assumono un peso diverso, perché diventano potenzialmente parte di un archivio sensibile, utilizzabile nel tempo. E’ proprio quello a cui strizza l’occhio Ungaro quando parla di «un interesse di Melania a tenere stretto perché ha paura che possa rivelare circostanza compromettenti». A cosa fa riferimento, Zampolli? L’imprenditore respinge ogni collegamento e liquida le accuse: «Se Amanda avesse avuto dei segreti li avrebbe già detti… è tutta un’estorsione».
Il giurista a Biennale Tecnologia: «Scegliamo bene le fonti di cui fidarci»

(Chiara Comai – lastampa.it) – «La nostra esistenza oggi è condizionata dagli algoritmi. Dai consumi minimi – il suggerimento di un libro simile a quello appena acquistato – fino alle politiche di pace o di guerra. Perché se prima la tecnica era alle dipendenze degli uomini, era uno strumento, adesso siamo noi la variabile dipendente». Così Gustavo Zagrebelsky, giurista e Presidente Emerito della Corte Costituzionale, traccia una linea nell’evoluzione del rapporto tra innovazione ed essere umano. Il contesto è il dialogo “La libertà di espressione non è un’opinione” con Serena Mazzini, social media strategist che si occupa proprio di fare luce su questi temi, durante il festival Biennale Tecnologia a Torino.
Il discorso del giurista è un ragionamento lineare che attraversa epoche che sembrano quasi inconciliabili tra loro. Il punto di partenza è Aristotele: «Lui diceva che l’artificio fa parte della natura dell’essere umano». Per tanto tempo, secondo Zagrebelsky, l’artificio è stata una proiezione umana: l’uomo potenziava le proprie capacità cognitive, organizzative, e da ciò ne conseguivano scoperte, invenzioni, tecnologie. «La tecnica quindi era alle dipendenze degli uomini, era uno strumento», dice. Mentre adesso? «Le cose si sono invertite. Siamo diventati servi della tecnologia, mentre dovrebbe essere il contrario. E dall’elaborazione delle macchine intelligenti si producono nuove idee, sì, ma anche stimoli di governo della nostra esistenza». Dal suggerimento di un libro simile all’ultimo acquistato, fino al governo delle azioni militari. «Quando sentiamo che è stata bombardata una scuola e sono morte più di 150 bambine, non c’è un essere umano dietro questa azione, ma un algoritmo che collega informazioni e indica in quale punto far partire il missile». Riassume così: «L’intelligenza artificiale governa le guerre».
E se il festival del Politecnico di Torino “Biennale Tecnologia” ha proprio l’obiettivo di spiegare l’innovazione ai cittadini, il giurista mette in guardia il pubblico su due tipi di rischio legati all’intelligenza artificiale: il fatto che venga, a volte, «applicata alla sopravvivenza di popoli interi», come l’esempio appena citato della morte di 150 studentesse iraniane, e il fatto che gli strumenti tecnologici «non prevedono imprevisti». Con queste premesse, riflette il giurista, se anni fa l’Ai veniva vista come il Paradiso, adesso ci sono più preoccupazioni che altro.
Serena Mazzini definisce la nostra una «sovranità digitale di pochi oligarchi della Silicon Valley». L’avvento di Internet, la diffusione popolare, la possibilità di esprimersi, tutti, e condividere opinioni, sono alla luce del giorno. Ma dietro ci sono delle «regole invisibili», quelle degli algoritmi, a cui deve sottostare anche l’espressione digitale. «Certo, tecnicamente possiamo dire quello che vogliamo – spiega Mazzini – ma non è detto che le nostre parole vengano poi viste da tutti». Non a caso, da anni ci sono alcuni termini o nomi che sui social vengono scritti sostituendo alcune lettere con dei numeri, in modo da ingannare gli algoritmi e non farsi de-indicizzare anche se si trattano argomenti considerati scomodi. Questa è la «sovranità digitale» su cui mette in guardia Mazzini. Regole stabilite da «grandi aziende private» e a cui, secondo lei, deve sottomettersi anche il grande pensatore. Non ha paura a chiamarlo «assedio cognitivo», soprattutto per quei giovani e giovanissimi che ormai non usano più i motori di ricerca, ma recepiscono solo ciò che viene proposto dalle singole piattaforme: la musica? Sono le canzoni virali. I film? Le clip che circolano come video. Le informazioni? I titoli più diffusi, quindi quelli clickbait. «E così la verità sarà diversificata a seconda dello spazio che frequenti, della tua bolla. Ecco perché l’intelligenza artificiale sta contaminando anche il nostro spazio cognitivo» spiega Mazzini. Distante anni luce da ciò che diceva Socrate, come ricorda il giurista: “La verità sono le cose come stanno”. Una definizione che, secondo lui, «porta a reclamare il diritto di andare a vedere le cose come stanno, e non come te le fanno apparire».
E adesso? Funzioneranno questi nuovi strumenti legali, informativi, educativi che sta predisponendo l’Unione europea per limitare il potere e i danni delle tecnologie? Impossibile saperlo. Si possono però tracciare alcune linee guida di sopravvivenza. La prima, secondo Zagrebelsky: diffondere l’idea che l’intelligenza artificiale sia un elemento positivo finché è al servizio dell’umanità. La seconda: far capire ai giovani che esistono delle alternative all’utilizzo del telefono. «Hanno abbandonato la tv perché oggi hanno qualcosa che li attira di più: lo smartphone – dice – Ecco, facciamo vedere loro che esiste un panorama di alternative ancora più divertenti e stimolanti». Terzo: scegliere bene le fonti di cui fidarsi. E il quarto lo dice Mazzini: che gli adulti per primi imparino a utilizzare questi strumenti.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Nicole Minetti, “igienista dentale” di Berlusconi, in realtà una fra i tanti che procuravano le donne al Cavaliere, condannata a 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali (Berlusconi, il magnaccia, rouquettè in dialetto milanese – “T’ho compraa i calzett de seda” [Jannacci] – è stato assolto: lui, si sa, era solo “l’utilizzatore finale”, vedi D’Addario) è stata graziata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ora, la grazia, provvedimento di esclusiva competenza del capo dello Stato, si concede in genere per condanne molto gravi per reati altrettanto gravi quando, per qualche ragione, si ritiene ci sia una sproporzione tra pena e reato con gravi conseguenze per il condannato. Minetti ha addotto non specificate “esigenze familiari”. A me par ovvio che in questo caso ci sia una sproporzione: il presidente non dovrebbe occuparsi di questi minima moralia. È come se avesse graziato un tale condannato per infrazione al codice stradale. […]
Nella storia d’Italia Paese non è certo la prima volta che si concede una grazia, ma per casi più seri, anche se troppo spesso a favore dei ‘soliti noti’: soggetti in qualche modo protetti. Minetti aveva la protezione di Berlusconi e, oggi che quello è andato nel mondo dei più, ha quella dei berluscones, non a caso il ministro della Giustizia che ha dato parere favorevole alla grazia è Carlo Nordio, un berlusconiano di stretta osservanza. Insomma Berlusconi è morto, ma il berlusconismo continua a imperare.
[…]
In passato la grazia fu concessa a Fiora Pirri Ardizzone dei principi di Pandolfina. Il nome dice già tutto. L’accusa non era di quelle lievi: terrorismo. Ma quella che soprattutto contò era la posizione sociale dell’Ardizzone, figlia della seconda moglie di Emanuele Macaluso, direttore dell’Unità (“Un salotto sinistro”, Il Conformista, pag. 23). Insomma ‘lorsignori’ non vanno mai veramente in galera. Alla peggio gli toccano gli “arresti domiciliari” o i “servizi sociali” , come nel grottesco caso di Berlusconi, condannato a 4 anni, ma ridotti a 1 dall’indulto (del centrosinistra) e scontati andando a trovare una volta alla settimana dei vecchietti reclusi, questi sì, in una casa di riposo che dovevano sorbirsi, quasi come aggravante, le barzellette del Cavaliere.
[…]
Perché ‘lorsignori’ non vanno dritto di filato in galera come i poveracci? Perché si ritiene che, abituati ai comfort delle loro case, la punizione sarebbe troppo severa. I poveracci sono invece abituati perché escono ed entrano di prigione, con l’accusa per soprammercato di “reato continuato”. Ma non possono fare diversamente: una volta usciti, sono costretti a tornare a delinquere perché nessuno gli dà un lavoro. Sergio Cusani, di cui sto leggendo il bel libro Il colpevole, la galera l’ha fatta sul serio ed è uscito cambiato. Ma Cusani, brasseur d’affaires di Raul Gardini, un lavoro serio l’aveva fatto e quando uscì poté contare su antiche amicizie, anche se su altrettante inimicizie. Le prigioni italiane scoppiano. Nella stessa situazione, più o meno, è la Francia. Nei Paesi veramente civili come la Svezia e la Norvegia, ci sono, proporzionalmente, altrettanti detenuti, ma in condizioni da hotel di lusso. Per carità, anche in Italia ci sono delle differenze: San Vittore è la Cayenna, Bollate è molto meglio. Qui sta attualmente il mio amico Vallanzasca, colpito dall’Alzheimer e totalmente inoffensivo: per lui chiesi due volte la grazia, ma Renato non è nato in qualche grande tenuta in Sicilia, come gli Ardizzone, bensì nel popolare quartiere della Comasina a Milano e la mia richiesta di grazia fu rifiutata da due presidenti della Repubblica, uno dei quali era Pertini (“il presidente più amato dagli italiani”, come la Panda, in realtà un narcisista impenitente, come ho scritto più volte). A Bollate c’è un ristorante tenuto direttamente dai detenuti, che nei periodi di libertà possono uscire per cercare di trovarsi un lavoro per il futuro, ma questo avviene non per disposizioni di legge, ma per iniziativa di una delle prime direttrici del carcere, Cosima Buccoliero, che non a caso ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro dedicato a persone che hanno ben meritato per la città di Milano (l’ho ricevuto anch’io, ma mi vergogno anche solo ad accennare a un simile apparentamento).
[…] Dicevo dei tanti sconti che hanno ricevuto ‘lorsignori’, perché questo è un Paese cattolico in cui domina il concetto del “perdono” (per i soliti noti, ovviamente): io, che non sono cattolico, i colpevoli potenti li impiccherei al più alto pennone. Quello che veramente non si capisce è perché non vengano costruite nuove strutture penitenziarie. L’edilizia, come si dice sempre, non è forse il principale volano dell’economia? Il fatto è che l’Italia è il Paese di Pulcinella, della commedia dell’arte, come si evince da quel “Salotto sinistro” che ho più sopra evocato.
La parabola di Giorgia Meloni: da ago della bilancia e premier del Paese osservatore. Come certi anziani davanti ai cantieri

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Giorgia Meloni ieri a Parigi, seduta accanto a Emmanuel Macron, quello stesso Macron che per anni ha incarnato tutto ciò che lei giurava di combattere: l’eurocrazia arrogante, il globalismo, il nemico ideologico. Sorridente. Collaborativa. Quasi commossa di esserci.
Ricordate il piano? L’Italia come “ago della bilancia” tra Trump e l’Europa. Il ponte transatlantico. Meloni aveva il filo diretto con Mar-a-Lago, il numero di Musk, la foto con Trump incorniciata nel cuore. Mentre gli altri leader europei venivano trattati dal presidente americano come dipendenti in mora, lei era l’eccezione. L’amica speciale.
Quel privilegio è durato fino al giorno in cui Trump ha cominciato ad attaccarla. Sui dazi, sul Papa, sull’Europa. Ha capito che per Washington era solo un’altra europea da usare quando serve e ignorare quando non serve.
Prima l’Italia al Board of Peace come “Paese osservatore”, una formula che Tajani ha difeso con la faccia di chi sa che sta dicendo qualcosa di imbarazzante ma proprio non riesce a fermarsi. Osservatori. Paganti. L’opposizione chiedeva se l’Italia facesse “il guardone dal buco della serratura”: la risposta era sì.
Adesso la logica si ribalta. Trump definisce il vertice di Parigi su Hormuz “molto triste”. Meloni è lì con Macron, Starmer e Merz ad annunciare che l’Italia metterà a disposizione proprie navi, proprio quelle che Washington considera un ostacolo alla propria strategia.
L’ago della bilancia si è rotto. Quello che resta è materiale di risulta.
C’è una continuità quasi poetica tra il “Paese osservatore” di Tajani e la Meloni di Parigi. In entrambi i casi l’Italia arriva quando gli altri hanno già deciso e ringrazia di essere stata invitata. La costante non è la posizione geopolitica – quella cambia con il vento – ma il ruolo: chi non costruisce le stanze dove si decide, ma ottiene, con fortuna, un posto in fondo alla sala.
Meloni è arrivata al governo promettendo di cambiare l’Europa dall’interno. Oggi è a Parigi a sperare di rientrarci dalla finestra.
Sorridente. Accanto a Macron. L’ago della bilancia, diventata la presidente del Paese osservatore, come certi anziani davanti ai cantieri.

(di Michele Serra – repubblica.it) – È molto divertente che il Salvini, commentando gli ultimi sbraiti di Trump contro il Papa, parli di “caduta di stile”. Se ne desume che Trump abbia (addirittura) uno stile, circostanza che non risulta agli atti. Lo stile, santo cielo, è come il coraggio di don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Un cafone pieno di quattrini può comperare molto e molti: non lo stile, che è una qualità interiore, una “grafia” che si conquista vivendo, e non è in vendita. E non ha classificazione sociale: ci sono operai e contadini cento volte più signorili del miliardario della Casa Bianca.
Trump parla lo stesso identico linguaggio rudimentale e aggressivo che rende immediatamente riconoscibile, in tutto il mondo, la destra populista, sebbene in versione peggiorata; nonché enormemente più repulsiva e scandalosa, perché a parlare così, come un bullo da bassifondi dei social, è il presidente degli Stati Uniti. Le linee guida sono: elogio sperticato e puerile di te stesso e dei tuoi amici. Vantarsi sempre. Dubitare mai. Ragionare criticamente è roba da feccia “liberal”. Spregio, irrisione e minacce per chiunque non si inchini, o ti “baci il culo” nella incredibile versione di Trump.
Se vi ricordate la Bestia (la comunicazione social del Salvini, poi dismessa per incidenti di percorso), era una versione casareccia, però a suo modo anticipatrice, della comunicazione di Trump. Anche lì, parlare di stile sarebbe stato paradossale: nessuno ci avrebbe mai pensato. Si procedeva rasoterra, al livello minimo del rispetto e della conoscenza. Una caduta, in mancanza di altezza, è impossibile.
23-27 Aprile 2026 – Caserta
DALLA REGGIA DI CASERTA PARTE L’EDIZIONE 2026
DI “CAMPANIA STORIES”
LA STAMPA NAZIONALE E INTERNAZIONALE
ALLA SCOPERTA DELLE NUOVE ANNATE DEI VINI CAMPANI
TRA PATRIMONIO UNESCO, IDENTITÀ
E GRANDI TERRITORI DEL VINO

CASERTA – Sarà la Reggia di Caserta, patrimonio UNESCO e simbolo universale della grandezza storica e culturale della Campania, il luogo di apertura dell’edizione 2026 di Campania Stories, la presentazione delle nuove annate dei vini prodotti nelle principali denominazioni regionali alla stampa specializzata nazionale e internazionale, in programma dal 23 al 27 aprile 2026.
Organizzato da Miriade & Partners con le cantine partecipanti, con il sostegno della Regione Campania, in partnership con AIS Campania e in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini Caserta VITICA, l’evento si aprirà giovedì 23 aprile con la giornata inaugurale presso la Reggia di Caserta, in un contesto di straordinario valore storico e artistico, capace di rappresentare al meglio il dialogo tra cultura, territorio e vino.
Le degustazioni tecniche si svolgeranno nei giorni successivi e saranno articolate per tipologia, offrendo alla stampa nazionale e internazionale un’analisi approfondita delle nuove annate dei vini campani, con sessioni dedicate ai vini bianchi, rosati, rossi e spumanti, oltre a momenti di approfondimento e visite nei territori e nelle cantine di tutta la regione.
Come da tradizione, la manifestazione si concluderà con l’attesissimo Campania Stories Day, in programma lunedì 27 aprile presso il Vega Palace di Carinaro (Caserta), giornata aperta a operatori e appassionati del settore, con accesso su prenotazione e suddivisione in fasce orarie (info eventi@miriadeweb.it).
L’edizione 2026 di Campania Stories si svolge con il sostegno della Regione Campania, in partnership con AIS Campania e Consorzio Tutela Vini Caserta VITICA e in collaborazione con Reggia di Caserta, Assoenologi Campania, Marìcan, Vega Palace, Daman Ristorazione, APN – Associazione Pizzaioli Napoletani, Authentic Journey 54, Azzurra Comunicazione, Che Pasticcio, Distretto delle Castagne e dei Marroni della Campania, con la media partnership di Luciano Pignataro Wine Blog.
Campania Stories si conferma un appuntamento centrale per la promozione delle eccellenze vinicole della regione, attraverso tasting dedicati alla stampa internazionale, contenuti tecnici, attività digitali e momenti di approfondimento, contribuendo a valorizzare e raccontare, durante tutto l’anno, la Campania del vino sui mercati internazionali.
Le cantine partecipanti all’edizione 2026 di Campania Stories sono: per la provincia di Avellino Antica Hirpinia, Benito Ferrara, Borgodangelo, Cantine di Marzo, Ciro Picariello, Colli di Lapio, Contrade di Taurasi – Cantine Lonardo, De’ Gaeta, Di Meo, Di Prisco, Donnachiara, Giovanni Carlo Vesce, I Capitani, Laura De Vito, Luigi Tecce, Macchie Santa Maria, Nardone Nardone Domenico, Perillo, Pietracupa, Rocca del Principe, Tenuta Cavalier Pepe, Tenuta De Gregorio, Tenuta del Meriggio, Tenuta Scuotto, Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio, Torricino, Traerte, Vesevo e Villa Raiano; per la provincia di Benevento Aia dei Colombi, Cantina del Taburno, Fattoria La Rivolta, Fontanavecchia, I Colli del Sannio 1976, La Fortezza, La Guardiense, Nifo Sarrapochiello, Ocone 1910 Taburno Wine County e Terre Stregate; per la provincia di Caserta Alois, Cantina di Lisandro, Cantina Trabucco, Caputo 1890, Tenuta Selvanova, Fattoria Pagano, Gennaro Papa, Il Verro, La Masseria di Sessa, Masseria Felicia, Masseria Piccirillo, Porto di Mola, Scaramuzzo, Sclavia, Tenuta Fontana, Vigne Chigi, Villa Matilde Avallone e Viticoltori del Casavecchia; per la provincia di Napoli Agnanum, Bosco de’ Medici, Cantina Tizzano, Cantine Antonio Mazzella, Cantine Astroni, Cantine del Mare, Cantine Olivella, Carputo Vini, Casa Setaro, Cenatiempo Vini d’Ischia, Contrada Salandra, La Sibilla, Salvatore Martusciello, Sorrentino Vini, Tenuta Augustea e Tenuta Loffredo; per la provincia di SalernoCantina dei Quinti, Cantina Polito, Ettore Sammarco, Guerritore, Marisa Cuomo, Montevetrano, San Salvatore 19.88, Viticoltori Lenza e Vuolo.
Per altre informazioni www.campaniastories.com
TEHERAN, DOPO IL CESSATE IL FUOCO IN LIBANO HORMUZ È COMPLETAMENTE APERTO

(ANSA) – ROMA, 17 APR – “In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto per il periodo residuo del cessate il fuoco sulla rotta coordinata come già annunciata dall’organizzazione Porti e organizzazione marittima della repubblica Islamica dell’Iran”. Lo annuncia su X il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.
Iran: Trump ringrazia per riapertura di Hormuz
(AGI) – Roma, 17 apr. – “L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto d’Iran e’ completamente aperto e pronto per il transito. Grazie!”, scrive Donald Trump su Truth commentando la decisione di Teheran di dare il via libera per tutta la durata del cessate il fuoco.
TRUMP, HORMUZ APERTO MA IL NOSTRO BLOCCO RESTA IN VIGORE
(ANSA) – “Lo Stretto di Hormuz è completamente aperto, operativo e pronto per il pieno transito. Tuttavia, il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.
IL PETROLIO ACCENTUA LE PERDITE CON HORMUZ, -10%
(ANSA) – NEW YORK, 17 APR – Il petrolio accentua le perdite con la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il greggio Wti perde il 10%.
BORSA: L’EUROPA SU DI GIRI CON STRETTA USA-IRAN, MILANO +1,9%
(ANSA) – MILANO, 17 APR – Le Borse europee sono in allungo con la stretta tra Usa e Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Milano sale dell’1,9% con il Ftse Mib vicino ai 49mila punti, ai massimi dal top del 2000. Francoforte strappa a +2%, Parigi sale dell’1,7%. L’indice d’area del Vecchio Continente, lo stoxx 600 guadagna l’1,2% con gli acquisti su tecnologici, industriali e i titoli legati ai beni di consumo.

(Filippo Ceccarelli – il Venerdì di Repubblica) – Sottovalutato il fatto che Israele abbia introdotto la pena di morte, per di più su base etnica. […]
Siamo o non siamo del resto nell’età selvaggia del ferro e del fuoco? Ma siccome siamo anche nell’epoca dei simboli, delle visioni e delle allucinazioni per cui tutto deve essere mostrato con meno parole possibili, e meglio ancora senza, ecco che qui si vorrebbe esprimere l’orrore, l’incredulità, il disgusto e lo sconforto dinanzi al muto e civettuolo distintivo dorato a forma di nodo scorsoio che il ministro della Sicurezza nazionale di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir, si è messo all’occhiello a riprova del suo impegno a favore della legge ammazza-palestinesi, culminato nel brindisi dopo l’approvazione in Parlamento.
E per prima cosa viene da pensare: felici noi italiani per cui la spilletta da bavero è un oggettino démodé che indica onorificenze, associazioni sportive e Rotary.
In politica, a parte un picconcino commissionato dai missini ai tempi di Cossiga, soprattutto Berlusconi ne faceva sbrilluccicante sfoggio; una volta, cavallerescamente, fece produrre una mini falce e martello di cui fece dono, con ricco astuccio, a Bertinotti e Cossutta; così come pare acclarato che Renzi faccia collezione di stemmini, ma solo se sfilati con rapace destrezza ai titolari, ovvero convinti a farseli donare.
Però in Israele è molto peggio e per penetrare l’immaginario del cappio d’oro il tenutario di questa insulsa rubrichetta ha consultato la Storia della bruttezza a cura di Umberto Eco (Bompiani, 2018).
E qui il materiale reperito era fin troppo vario fra Medioevo, gusto del macabro, trionfi della morte, terrorismi, satanismi, sadismi, linciaggi a sfondo razziale e ulteriori sviluppi horror –perturbanti – per quanto l’intero repertorio possa comprendersi nella vasta categoria che Karl Rosenkranz ha sintetizzato come «l’inferno del bello».
Dalla Ballata degli impiccati di Francois Villon (1489), pure solidale con i condannati, a La Gazza sulla forca di Pieter Bruegel il Vecchio (1568), in cui la stoltezza umana è raffigurata da alcuni tipi che giocano e ballano come Itamar Ben Gvir alla Knesset, il culto del capestro da occhiello si spiega come un cortocircuito dell’anima. Là dove la vita ha ormai perso valore, mettersi la morte al petto è ormai un automatismo – con quali effetti nella Storia fa paura anche solo a pensarci.
Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora, per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in atto.
Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda, in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a morire nelle prigioni libiche.
Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:
Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).
Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una svolta.
Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro nome.
Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.
Lavoro: Eurostat, nel 2025 occupazione in Ue al 76,1%, Italia ultima

(LaPresse) – Nel 2025, il 76,1% (197,7 milioni di persone) della popolazione Ue di età compresa tra i 20 e i 64 anni era occupato, la percentuale più alta registrata dall’inizio della serie storica nel 2009.
Il tasso di occupazione è aumentato di 0,3 punti percentuali rispetto al 2024 e di 0,8 punti rispetto al 2023.Tra i paesi dell’Ue, i tassi di occupazione più elevati sono stati registrati a Malta (83,6%), nei Paesi Bassi (83,4%) e nella Repubblica Ceca (82,9%). I tassi più bassi sono stati registrati in Italia (67,6%), Romania (69,0%) e Grecia (71,0%). Lo rileva l’Eurostat in una statistica sul mercato del lavoro.
Secondo quanto si evince dai dati, a pesare è in particolare il gap di genere. Nel 2025, in tutti i Paesi dell’Ue, ad eccezione della Lituania, il tasso di occupazione maschile era superiore a quello femminile. Il tasso di occupazione maschile nell’Ue si attestava all’80,9%.
Tra i paesi dell’UE, i tassi più elevati sono stati registrati a Malta (89,1%), nella Repubblica Ceca (88,2%) e nei Paesi Bassi (87,2%), mentre i tassi più bassi sono stati osservati in Belgio (76,4%), Croazia (76,8%) e Finlandia (77,0%).Nell’UE, il tasso di occupazione femminile si attesta al 71,3%, con i valori più elevati registrati in Estonia (81,4%), Lituania (80,3%) e Svezia (79,8%). Le percentuali più basse si registrano in Italia (58,0%), Romania (59,5%) e Grecia (62,3%).
ISTAT, POSSIBILE UN TASSO DI INFLAZIONE DELL’1,8%/2,2% NEL 2026
(ANSA) – L’inflazione acquisita a marzo per il 2026 è pari a +1,5% ed è il tasso ipotetico che si realizzerebbe in caso di variazioni mensili nulle per il resto dell’anno.
Nell’ipotesi di una “dinamica moderata”, con aumenti dei prezzi dello 0,1% su su base mensile da aprile a fine anno, l’inflazione media del 2026 sarebbe dell’1,8%. Con una crescita congiunturale leggermente più ampia”, dello 0,2% per i prossimi mesi, il tasso di inflazione sarebbe del 2,2% nell’intero anno.
Sono le proiezioni illustrate dall’Istat in conferenza stampa che sottolinea che sono in linea con le aspettative delle imprese.

(di Marco Capponi – MilanoFinanza) – Raccogliere dati sulla cittadinanze dei clienti, per escludere dal sistema bancario gli immigrati clandestini. La stretta dell’amministrazione di Donald Trump contro l’immigrazione negli Stati Uniti passa anche dal sistema bancario. Ma gli istituti di credito non sono affatto felici.
Nel corso di un’intervista a Cnbc il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, è stato perentorio: «Le banche farebbero meglio a prepararsi al compito di raccogliere i dati sulla cittadinanza dei clienti», ha detto. «Gli immigrati clandestini non hanno il diritto di accedere al sistema bancario» […]
Di questo ordine esecutivo di si discute da mesi, ma all’inizio di questa settimana Bessent ha spinto sull’acceleratore, dichiarando in un’intervista a Semafor che è «in fase di elaborazione». La mossa rappresenta un ulteriore tassello nella più ampia strategia del presidente Donald Trump volta a collegare la sua politica sull’immigrazione alla raccolta di informazioni, anche ai fini del voto e del censimento.
Attualmente negli Usa per aprire un conto corrente non sono necessari documenti di cittadinanza. Le banche sono soltanto tenute a verificare l’identità del richiedente. Ma Bessent non è d’accordo. «Perché cittadini stranieri sconosciuti possono venire e aprire un conto in banca?», ha detto alla Cnbc. […]
Oltre alle questioni legali, alcuni esperti di politica economica e le banche stesse hanno avvertito che l’eventuale esclusione degli immigrati irregolari dal sistema bancario e dai conti deposito potrebbe causare danni ingenti all’economia, nonché sui potenziali e ingenti aumenti dei costi amministrativi per gli istituti di credito.
Peraltro, secondo le stime del think tank di centro-destra American Action Forum, per le banche l’obbligo di verifica della cittadinanza potrebbe comportare un aumento delle ore di lavoro burocratico compreso tra 30 e 70 milioni e un costo aggiuntivo stimato in una forchetta che va dai 2,6 ai 5,6 miliardi di dollari.
FMI, ‘IMPRUDENTE BLOCCO AUMENTO PREZZI O TAGLIO ACCISE SUI CARBURANTI’

(ANSA) – Il Fmi mette i guardia i Paesi europei da manovre di sostegno contro lo shock energetico dovuto al conflitto in Medio Oriente. Il capo del Dipartimento europeo del Fmi, Alfred Kammer, osserva, in un’analisi sull’Imf Blog, che “alcuni Paesi, come la Danimarca o la Svezia, con livelli di debito comparativamente basso, dispongono dello spazio necessario per attuare politiche di bilancio anticicliche, a differenza di Francia e Italia”.
La tentazione è “di limitarsi a bloccare l’aumento dei prezzi, ricorrendo a tetti massimi, sussidi generalizzati o tagli alle accise sui carburanti”: sono, tuttavia, “misure imprudenti”.
Il sostegno “non mirato avvantaggia in modo sproporzionato le famiglie a reddito più elevato”, che consumano più energia, si legge ancora nell’analisi.
Durante la crisi del 2022, i governi europei hanno stanziato in media il 2,5% del Prodotto interno lordo per pacchetti di sostegno energetico, di cui oltre due terzi non mirati.
Un’analisi del Fmi evidenzia che compensare integralmente il 40% delle famiglie a reddito più basso per l’intero aumento dei costi energetici avrebbe richiesto appena lo 0,9% del Pil. Il costo fiscale rappresenta solo una parte del problema”, aggiunge Kammer.
FMI, ‘UE POTREBBE SFIORARE LA RECESSIONE CON L’INFLAZIONE AL 5%’
(ANSA) – L’Ue potrebbe “sfiorare la recessione, con l’inflazione in avvicinamento alla soglia del 5%. Nessun Paese europeo ne è immune”.
Lo scrive il capo del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale Alfred Kammer, in un’analisi sull’Imf Blog.
La regione “deve rispondere agli shock energetici con politiche disciplinate che tutelino le fasce vulnerabili e rafforzino la resilienza”, nota Kammer.
Lo shock energetico, di entità inferiore rispetto a quello del 2022 e radicato ora nel conflitto in Medio Oriente, “sta pesando sulla crescita e spingendo l’inflazione al rialzo”. L’Fmi stima l’inflazione 2026 al 2,8% dal 2,5% del 2025
Prima dello scoppio della guerra in Medio Oriente, osserva Kammer, “le nostre previsioni sarebbero state riviste al rialzo: ora, invece, osserviamo un rallentamento della crescita”. I dati preliminari indicano già un indebolimento degli investimenti privati e dei consumi.
Le prospettive di crescita per l’area dell’euro sono stimate ad appena l’1,1% nel 2026 e e all’1,3% per l’Unione europea: sono previsioni “accompagnate da un elevato grado di incertezza”. In uno scenario più severo, come descritto nel World economic outlook, caratterizzato da uno shock dell’offerta persistente e aggravato da un inasprimento delle condizioni finanziarie, l’inflazione al 5% avvicinerebbe la recessione.
I responsabili delle politiche economiche si trovano ad affrontare pressioni intense: “agire con rapidità, in modo visibile e a beneficio di tutti. Spesso ciò si traduce nell’adozione di politiche che comportano svantaggi a lungo termine superiori ai benefici immediati. Un sostegno mirato risulta, al contrario, molto più efficace”, aggiunge Kammer.
La risposta dell’Europa “dovrebbe essere guidata da due imperativi: “l’adozione di una solida politica macroeconomica, adeguata a un contesto globale caratterizzato da shock frequenti e imprevedibili”, e “la costruzione di una resilienza che non comporti sprechi di risorse di bilancio né interferenze con il libero funzionamento dei mercati”.
Le Banche centrali, quanto alla politica monetaria, devono mantenere una “concentrazione assoluta sull’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche”. Nell’area dell’euro – dove l’inflazione si attesta in prossimità del livello obiettivo e le aspettative a medio termine appaiono sostanzialmente ancorate – la Bce dispone di un certo margine per adottare un atteggiamento attendista, osservando l’evoluzione dello shock prima di intervenire.
“Attualmente, prevediamo un incremento cumulativo di 50 punti base del tasso di riferimento entro la fine dell’anno in corso, mantenendo al contempo un orientamento monetario sostanzialmente neutrale alla luce delle più elevate aspettative inflazionistiche a breve termine”.

(Tommaso Merlo) – I volenterosi muovono il sedere per sbloccare lo Stretto di Hormuz quando per Gaza non hanno mosso un dito. Toccagli tutto ma non i soldi che gli servono per tenere a bada le masse e le poltrone. Gli Iraniani sono così intimoriti dalla combriccola europea che tempo fa hanno invitato il loquace Macron a farsi una crociera dalle parti di Hormuz magari in compagnia del marito, ma poi non se n’è fatto più nulla. Del resto se non ci riesce il presunto esercito più potente del mondo a riaprire lo Stretto, figuriamoci quei geni strategici dei volenterosi europei detestati dai loro popoli e dissanguati a furia di sostenere le imprese di Zelensky e compagnia bella. L’unico che conta è Trump che per riaprire lo Stretto ha aggiunto il suo blocco navale a quello iraniano a conferma di come l’unica cosa bloccata sono i neuroni nel suo cranio oltre che il sistema gastrointestinale di chi deve sorbirselo. Un doppio blocco ma a debita distanza e senza dare fastidio alle navi cinesi e russe per evitare una terza guerra mondiale anticipata. Del resto volano droni ma anche panzane propagandistiche ovunque ed è un attimo, l’unica certezza è che i prezzi della benzina e quindi di tutto il resto schizzano alle stelle mentre le scorte di oro nero e di fertilizzanti si prosciugano al punto che di questo passo anche il mondo ricco sarà costretto a tirare la cinghia. Roba che alle elezioni di novembre Trump rischia di venire sotterrato vivo da cittadini americani mai così imbestialiti dai tempi della Guerra di Secessione mentre in Europa masse esasperate dalle classi deficienti sognano nell’ombra qualche salvifica rivoluzione. Ma se i volenterosi non contano una fava Trump pare stia trattando dietro le quinte con Teheran. A bloccare le navi nello Stretto sono le assicurazioni, non le mine. Troppo rischioso passare anche perché le supposte esplosive possono arrivare sia dai fondali che dal cielo o meglio da qualche montagna a centinaia di chilometri di distanza. Già, o a suon di bombe a Teheran torna qualche pupazzo occidentale che cala le braghe oppure bisogna scendere a patti coi Pasdaran che sono stati chiari, quelle sono le loro acque territoriali e come si paga a Suez e da altri parti, si pagherà anche ad Hormuz. Due milioni di dollari in yuan condivisi con l’Oman che serviranno a ricostruire tutto quello bombardato a tappeto e soprattutto a casaccio dai loro aggressori. Due piccioni con una fava, riprendersi da soli le riparazioni di guerra ma anche acquisire un potere internazionale inaudito fino ad un mesetto fa. Quel potere che volevano i sionisti ed invece finisce nelle mani dei loro acerrimi nemici che vogliono anche la fine delle sanzioni, dell’invadenza americana nel Golfo e di quella sionista. Che tradotto significa vittoria epocale ed infatti i sionisti non ne vogliono sapere, è da quarant’anni che corrompono la democrazia di quegli idioti degli americani per sfruttare i loro soldi e il loro esercito per colpire l’Iran e adesso che ci sono finalmente riusciti non vogliono mollare l’osso. Distruggendo tutto il possibile in modo da ridurli in ginocchio, alimentando divisioni intestine in modo da manipolarli e pretendendo la fine del programma nucleare che per gli iraniani è però una questione di sovranità e cioè vogliono esser padroni a casa loro nel rispetto delle leggi. La bega sul nucleare iraniano è un caso scuola del suprematismo bianco, siccome gli iraniani sono nostri nemici o meglio nemici dei sionisti e quindi automaticamente anche nostri, allora non possono averlo neanche ad uso civile mentre Israele può detenere decine di testate atomiche illegalmente e nessuno fiata. Pura ipocrisia, vero pilastro dell’inciviltà occidentale. Con l’Iran secondo solo ai palestinesi in quanto a campagna diffamatoria decennale al servizio dei deliri ideologici sionisti. E in attesa che la verità storica trovi la luce anche in Persia, Trump e le colonie europee vogliono riaprire lo Stretto per salvare capra e poltrone. Il problema è che i Pasdaran sanno benissimo che alla Casa Bianca comanda Israele ma con lo Stretto possono colpire l’economia americana al punto da costringere Trump a servire il suo pase invece che i suoi padroni sionisti. Un’arma più potente di qualunque ordigno. Più salgono i prezzi, più Trump sarà costretto a scegliere tra venire seppellito vivo dagli elettori e un docufilm hollywoodiano in tutte le sale del pianeta sulle sue maialate con Epstein. Un guado karmico devastante aggravato dal blocco neuronale. Trump cerca disperatamente una via di uscita e nel frattempo minaccia e manda truppe e bombe nel Golfo per fare pressione su Teheran. Alcuni temono possa accontentare i sionisti con un ultimo duro attacco nella speranza di un crollo last minute della Repubblica islamica fregandosene del rischio che gli sceicchi tornino ad allevare cammelli tra le dune. Altri credono invece che convincerà i sionisti ad accontentarsi per adesso promettendogli nuove aggressioni più avanti dato che uno schiavo come lui alla Casa Bianca non gli capita più e che per una invasione risolutiva di terra serve tempo. A quel punto a Trump basterebbe un appiglio tipo il nucleare per fingere di aver vinto e bye bye. Questo sempre che vada bene ai Pasdaran che potrebbero accontentarsi della vittoria strategica e delle nuove prospettive economiche oppure optare per sfruttare il momento favorevole e mettere una pietra sopra alla persecuzione occidentale.