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Le guerre fanno decuplicare il prezzo del tungsteno


(di Sissi Bellomo – il Sole 24 Ore) – Il protrarsi della guerra nel Golfo Persico sta aggravando la carenza di alcuni minerali strategici impiegati nell’industria della difesa. Ed è sul tungsteno che si è accesa una spia rossa, almeno a giudicare dai prezzi, che dopo l’attacco all’Iran hanno accelerato la salita portandosi ai massimi storici, su valori ormai quasi decuplicati rispetto a poco più di un anno fa. Nessun’altra materia prima è rincarata così tanto nello stesso periodo.

[…] è durissimo (soprattutto in lega con il carbonio), denso e resistente, ma soprattutto è il metallo con il più alto punto di fusione in assoluto, ben 3.422 gradi centigradi.

Viene quindi usato nella produzione di missili e munizioni, in particolare proiettili perforanti a energia cinetica, che riescono a “bucare” superfici corazzate come quelle dei carri armati senza bisogno di esplosivi e senza deformarsi nell’impatto.

Gli impieghi principali del tungsteno in realtà sono tuttora in ambito civile, soprattutto in attrezzature per l’edilizia e l’industria estrattiva. La difesa conta per circa il 15% della domanda, ma è di gran lunga il settore in cui questa sta crescendo di più: Project Blue prevede un aumento del 12% quest’anno. Il motivo è il moltiplicarsi delle guerre, che scatena la corsa agli armamenti.

L’impiego di missili e munizioni è aumentato al punto da svuotare gli arsenali. Ricostituirli rischia di ora di essere impegnativo, avvertono molti analisti, anche per la necessità di procurarsi materie prime di cui il fornitore dominante in molti casi è la Cina.

Questo vale anche per il tungsteno, di cui Pechino controlla tre quarti dell’offerta globale e su cui ha imposto rigidi controlli all’export (come per altri minerali critici): è successo a febbraio dell’anno scorso e da allora le sue forniture all’estero sono diminuite di circa il 40%. In parallelo il prezzo ha iniziato a salire.

Diversamente dalle principali materie prime, come il petrolio, l’oro o il rame, il tungsteno non è quotato su mercati finanziari. Ma le rilevazioni di Fastmarket indicano che il paratungstato di ammonio (Apt) – precursore usato per sintetizzare quasi tutti gli altri prodotti a base di tungsteno – è arrivato a costare 3.100 dollari per tonnellata sul mercato europeo, in rialzo di oltre il 60% dall’attacco all’Iran del 28 febbraio. All’inizio del 2025, prima della stretta all’export cinese, il prezzo era invece intorno a 350 dollari.

Ci sono forti tensioni, per motivi analoghi, anche su altri metalli minori con impieghi rilevanti nella difesa: in particolare l’antimonio, il gallio, il germanio e l’ittrio, che rientra nel gruppo delle terre rare.

Ma i rincari parabolici del tungsteno sono il segnale di forti criticità, che sono esacerbate dal conflitto in Medio Oriente. Solo per sostituire le munizioni che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno esaurito nel primo mese di guerra del Golfo ne servono quasi 4 tonnellate, stimavano a fine marzo analisti del Rusi, think tank britannico specializzato in difesa e sicurezza.

Altri analisti, del Payne Institute for Public Policy, hanno evidenziato che Teheran è riuscita a distruggere molti radar e dispositivi satellitari, costringendo così a lanciare molti più missili per contrastare i suoi attacchi. «Usare 10 o 11 intercettori per un solo missile o 8 missili Patriot per un drone diventa insostenibile», anche sul fronte delle materie prime, commentano gli esperti del Rusi.

Il mercato del tungsteno è piccolo e la distribuzione delle forze non gioca a favore degli Usa, né degli alleati Nato. Nel 2025 la produzione mineraria globale è stata di appena 80mila tonnellate, di cui – come si diceva – tre quarti in Cina.

Gli Stati Uniti hanno invece chiuso l’ultima miniera di questo metallo nel 2015 e oggi dipendono al 100% dall’estero: una situazione ancora più grave di quella in cui versa l’Europa, dove una produzione – seppure molto modesta – c’è, in Portogallo e Austria. Ma Washington sta cercando con ogni mezzo di recuperare. […]

Nel frattempo gli Usa stanno finanziando progetti anche nel resto del mondo, a cominciare dal Kazakhstan, dove ci sono risorse promettenti: due depositi in particolare (Northern Katpar e Upper Kairakty) sono controllati al 70% da Cove Kaz, società in cui in marzo – attraverso la fusione con Skyline Builders – sono entrati come azionisti due figli del presidente Trump, Donald Trump Jr ed Eric Trump.

Il Financial Times, che aveva rivelato la notizia, riferisce che ora Cove Kaz sta cercando altri 400 milioni di dollari di fondi pubblici negli Usa. Ne aveva già ottenuti per 1,6 miliardi.


Il Governo Meloni tiene aperta la porta del nucleare per usi militari


Bocciato l’emendamento che limitava l’atomo solo a finalità civili. Durante la discussione, respinta la proposta di Avs. Angelo Bonelli: “Una questione gravissima. La premier spieghi quali sono le sue intenzioni”

Il Governo Meloni tiene aperta la porta del nucleare per usi militari. Bocciato l’emendamento che limitava l’atomo solo a finalità civili

(di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano.it) – Il Governo Meloni tiene la porta aperta anche agli usi militari del nucleare. Accade anche questo nei giorni in cui, nelle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera, si accelera sulla discussione dei circa 500 emendamenti al disegno di legge delega al Governo sull’energia dell’atomo (Leggi l’approfondimento). E se in queste ore il ministro degli Esteri, Antonio Tajani dichiara che “bisogna continuare a lavorare perché l’Iran non costruisca l’arma nucleare”, il giorno prima – in commissione Ambiente – la destra ha bocciato l’emendamento che chiedeva di limitare l’uso del nucleare ai soli scopi civili nella ricerca e nella produzione di energia. Una modifica proposta da Alleanza Verdi e Sinistra e firmata dai deputati Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e Francesca Ghirra. “È una bocciatura gravissima, perché dimostra che il governo Meloni vuole tenersi aperta la porta anche agli usi militari. A questo punto la premier deve spiegare quali siano le sue reali intenzioni” commenta Bonelli.

Il disegno di legge e la discussione che accelera

Il ddl è stato presentato il 17 ottobre 2025. Con i suoi quattro articoli, conferisce al governo la delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare “la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile”. La delega dovrà prevedere un programma nazionale, la disciplina della disattivazione e dello smantellamento delle installazioni nucleari esistenti sul territorio nazionale, la disciplina della ricerca, dello sviluppo e dell’utilizzo dell’energia da fusione, e modalità di promozione delle attività di ricerca e sviluppo nel settore della fissione. Il ddl prevede per l’attuazione degli investimenti previsti dalla delega, 20 milioni di euro per ciascun degli anni 2027, 2028 e 2029, a valere sulle risorse del Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese assegnate al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Durante la quarta riunione sul fascicolo degli emendamenti, con i voti che procedevano spediti, sono stati ulteriormente contingentati i tempi, già ridotti nella seduta del 13 maggio, da 5 minuti a 3 minuti per ciascun gruppo, più un minuto a titolo personale. È stato poi applicato una sorta di ‘canguro’, respingendo in blocco un centinaio di emendamenti del M5s sul deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Posto in votazione il solo ‘principio comune’, individuato nella disciplina sulla realizzazione del deposito. E con sedute fiume, l’obiettivo è chiudere i voti entro il 19 maggio, per poi andare in Aula il 26 maggio.

Il Governo Meloni e la porta aperta agli usi militari

Secondo Bonelli, la bocciatura dell’emendamento che avrebbe limitato il nucleare agli usi civili è questione “di una gravità inaudita”. “Nessuno può accusarci di raccontare frottole: bastava votare il nostro emendamento – aggiunge – per chiarire che, a prescindere dal nucleare che vogliono imporre al Paese, il suo utilizzo sarebbe stato limitato esclusivamente agli scopi civili. È inaccettabile”. Eppure nelle varie dichiarazioni politiche non si fa alcun cenno a questo aspetto. Non lo fa neppure il ministro Gilberto Pichetto Fratin, parlando del nucleare in Italia, a margine del convegno ‘Sustainable Economy Forum’, a San Patrignano (“Lo avremo verso la metà del prossimo decennio”. Non lo fa neppure Giorgia Meloni che, al premier time dei giorni scorsi, ha ribadito: “Entro l’estate sarà approvata la legge delega”. Secondo la relazione che accompagna il ddl, i referendum che in passato hanno bocciato il nucleare non rappresentano un ostacolo giuridico perché le nuove tecnologie non sarebbero “comparabili” con quelle abbandonate dall’Italia.

Confindustria preme, la destra sostiene il ddl, l’opposizione resta critica

Per Confindustria si tratta di una opportunità da cogliere: il presidente Emanuele Orsini chiede a tutte le forze politiche di sostenere “in modo responsabile” la sperimentazione nucleare. “Il nucleare è una componente indispensabile per lo sviluppo futuro dell’Italia. Senza energia sicura, competitiva e a basse emissioni non c’è crescita industriale, non c’è autonomia strategica, non c’è transizione ecologica realmente sostenibile” dichiarano Alberto Gusmeroli, presidente della commissione Attività produttive della Camera e Tullio Patassini, responsabile nazionale del Dipartimento Energia della Lega. Dalle opposizioni restano forti le critiche. “In commissione congiunta Attività Produttive-Ambiente le stiamo sentendo di tutte tra da parte della maggioranza. C’è chi delira di futuro energetico dei nostri figli, chi vaneggia di competitività industriale – sempre che Urso non affossi definitivamente la nostra manifattura nel prossimo anno – di bollette stabili, di ‘Bengodi’ elettrico e altre follie” commenta il deputato M5S Enrico Cappelletti. E aggiunge: “Meloni parla di nucleare sostenibile, una baggianata terribile: ammesso che un giorno ne arriverà uno sostenibile a livello ambientale, non ce ne sarà mai uno sostenibile a livello economico”. E cita Bankitalia (“Il nucleare non ridurrà le bollette”), il report The World Nuclear Industry (“L’energia prodotta da nucleare costa tre volte di più di quella prodotta da fotovoltaico”) e l’Agenzia Internazionale per l’Energia (“Le nuove centrali nucleari europee portano energia a 170 dollari/MWh”). Infine una frecciatina politica: “Non si è visto un sindaco di centrodestra spalancare le porte al deposito di rifiuti nucleari. Chissà perché”.


Sondaggi, centrodestra ancora giù: Fratelli d’Italia ai minimi, Lega di nuovo sotto il 7%


Prosegue il calo del centrodestra nei sondaggi. FdI è al livello più basso degli ultimi due anni, la Lega torna sotto la soglia del 7% e anche Forza Italia retrocede. Lieve flessione per il centrosinistra che resta stabile. Ecco l’ultimo sondaggio di Termometro Politico.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Prosegue l’arretramento del centrodestra nei sondaggi. Fratelli d’Italia scende al livello più basso degli ultimi due anni, al 28,4%, la Lega torna sotto la soglia del 7% e anche Forza Italia retrocede a quota 8%. Più contenuto il calo del centrosinistra che tutto sommato si mantiene stabile, guidato dal Pd. È il quadro che emerge dalla media dei sondaggi di Termometro Politico che mette a confronto le rilevazioni di 7 istituti: TP, Piepoli, Bidimedia, Only Numbers, Swg, Eumetra e Demos. Vediamola nel dettaglio.

Le intenzioni di voto
Il dato più rilevante è riguarda il centrodestra. Il sondaggio fotografa la discesa di tutti della maggioranza che non sembrano essersi ancora ripresi dopo la sconfitta referendaria e gli scandali che hanno travolto il governo, dalle dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, passando per il caso Minetti fino alle tensioni con il ministro Alessandro Giuli. Fratelli d’Italia mantiene il primo posto ma scende al 28,4%, il minimo degli ultimi due anni.

La più colpita continua ad essere la Lega. Il partito di Matteo Salvini si trova di nuovo sotto il 7%, al 6,9%. In questa rilevazione pure Forza Italia, finora la formazione meno investita dal calo rispetto al resto della coalizione, retrocede all’8%. Un livello che non toccava da più di un anno.

Bene invece Futuro Nazionale, che si conferma potenzialmente decisivo per l’attuale maggioranza. Il partito di Roberto Vannacci sale al 3,6%. I suoi voti potrebbero fare la differenza alle elezioni del prossimo anno.

Anche nel centrosinistra si registra qualche flessione, seppur di minore entità. Il Pd si ferma al 22%, in calo rispetto al mese precedente, mentre il Movimento 5 Stelle resta abbastanza stabile. Il partito di Giuseppe Conte ottiene il 12,7%, in linea con le rilevazioni precedenti. Nota positiva per Alleanza Verdi-Sinistra che cresce leggermente, posizionandosi al 6,5%.

Stabili ma decisamente distanti gli altri due possibili partner della coalizione progressista: Italia Viva raccoglie il 2,5%, mentre +Europa totalizza l’1,5%. Resta fuori dagli schieramenti (per ora) Azione. Nell’ultima settimana il partito di Carlo Calenda è riuscito a guadagnare consenso e ora si attesta al 3,1%.

Le tendenze a favore e a sfavore per ogni partito
Riportiamo qui di seguito le tendenze a favore e sfavore per ogni singolo partito:

Fratelli d’Italia

Tendenza a favore: Piepoli (29,0%)
Tendenza a sfavore: Bidimedia (27,8%)
Forza Italia

Tendenza a favore: Only Numbers (8,5%)
Tendenza a sfavore: Swg (7,5%)

Lega

Tendenza a favore: Only Numbers (8,0%)

Tendenza a sfavore: Swg (6,1%)

Futuro Nazionale 

Tendenza a favore: Demos (4,0%)
Tendenza a sfavore: Bidimedia (3,3%)
Alleanza Verdi e Sinistra

Tendenza a favore: Piepoli (7,0%)
Tendenza a sfavore: Demos (5,8%)
Partito Democratico

Tendenza a favore: Bidimedia (22,5%)
Tendenza a sfavore: Piepoli e Demos (21,5%)
Movimento 5 Stelle

Tendenza a favore: Bidimedia, Piepoli e Demos (13,0%)
Tendenza a sfavore: Only Numbers (12,3%)
Azione

Tendenza a favore: Demos e Swg (3,5%)
Tendenza a sfavore: Piepoli (2,5%)
Italia Viva / Casa Riformista

Tendenza a favore: Piepoli (3,0%)
Tendenza a sfavore: Demos (2,0%)
+Europa

Tendenza a favore: Demos (2,1%)
Tendenza a sfavore: Piepoli (1,0%)


Indovina chi ha visto Marina Berlusconi: miti e strategie sulla figlia del fondatore di Forza Italia


La presidente di fininvest in tutti i sussurri di palazzo

Indovina chi ha visto Marina Berlusconi: miti e strategie sulla figlia del fondatore di Forza Italia

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Pochissimi l’hanno incontrata davvero, pochi potrebbero farlo, tutti parlano di lei. Marina Berlusconi non è solo la presidente di Fininvest e la figlia del fu Caimano, è uno status: se non raccontano di un tuo faccia a faccia con lei non sei nessuno, almeno nei Palazzi. Che poi sia vero, verosimile o falso conta, ma neanche troppo. Se ne parla a prescindere, nei corridoi delle Camere, dove si era fatto largo pure la voce di un faccia a faccia in preparazione tra lei e Elly Schlein per il dopo Mattarella (smentito, dalla manager). E comunque poi c’è Matteo Renzi, che un tempo aveva accesso perfino a Arcore. Mercoledì in Senato, a margine del premier time, ha intrattenuto i cronisti con la sua Berlusconeide: “Io non l’ho mai incontrata Marina: io vedevo il padre, il presidente”. A corredo, imitazione della parlata alla Silvio. Con aggiunta maliziosa: “Magari l’ha vista qualcun altro, Marina…”. Un altro centrista? Per ipotesi, di Roma Nord? “Ah, io non lo so” ha negato – o finto di farlo – l’italovivo, che mercoledì parlava bene di Giuseppe Conte. Colui che alla Camera, un’oretta prima, aveva negato con altra postura: “Marina Berlusconi? Non l’ho mai incontrata”.

Quando sente parlare di centri e centrini, l’avvocato mette mano alla pochette. Non si fida, anche perché il primo a non fidarsi è l’amico e consigliere Goffredo Bettini, demiurgo del Pd romano che i sussurri nei corridoi li decritta come pochi altri. “Non pensino di sostituire il M5S con Forza Italia” ha ammonito sul Foglio, quotidiano non certo ostile alle intese più che larghe. E Conte è andato in scia: “FI voleva la riforma della giustizia quindi non è compatibile con i valori progressisti, con noi niente più inciuci o governi tecnici”. Non l’ha detto per caso, l’ex premier. Perché, come spiega un contiano di peso – con ottimi contatti nel Pd – il timore dell’avvocato e quindi di Bettini è che una parte dei dem e altri pezzi di centrosinistra, compreso il Renzi ora ufficialmente cortese con Conte, lavorino per isolare l’avvocato. O comunque a piani B prossimi venturi. Tradotto: si partirebbe con un governo con dentro Pd e Movimento, e in corso d’opera si sostituirebbero i 5Stelle con FI. Fantapolitica, si dirà. Ma certi fantasmi hanno già un po’ di carne, ad ascoltare certi timori pure dentro il Pd. Tanto che ieri Antonio Tajani ha assicurato: “Noi siamo alternativi alla sinistra, quindi al M5S, ad Avs e al Pd: non è pensabile governare con loro”. Lo ha già fatto, si ricorderà. Ma più che altro colpisce la necessità della smentita. La certezza è che, in tempi difficili per Meloni, la figlia di Berlusconi sta occupando tanto spazio politico, muovendo il gioco. Anche stando ferma. E non è solo questione di fideiussioni, quelle con cui i Berlusconi tengono in vita FI. È la capacità di orientare il dibattito, con i mezzi (importanti) di cui dispone la famiglia. Sfruttando i vuoti altrui, a destra e dintorni.

Certo, poi la Marina che da tempo si mostra progressista sui diritti incide quando vuole e può farlo. Ma, per esempio, in Veneto anche FI è perlomeno perplessa sulla legge sulla fine vita che è un pallino dell’ex presidente regionale, il leghista Luca Zaia. Però alla fine sempre a Marina si torna. Così riecco Renzi, su Sky: “La domanda è: chi decide in Forza Italia? Se decide Tajani allora fanno la legge elettorale, se decide la famiglia Berlusconi secondo me non la fanno”. Il fu premier punge il ministro per infastidire Meloni: molto diversa, da Marina. E non è mai stato così evidente.


Le mani degli americani sul porto di Fiumicino


(Linda Maggiori – lindipendente.online) – Il colosso americano Royal Caribbean, attraverso la controllata Fiumicino Waterfront, vuole realizzare il primo porto crocieristico completamente privato in Italia. Il progetto prevede la costruzione di un nuovo terminal per grandi navi vicino alla foce del Tevere, in una zona di pregio naturalistico, oltre a una infrastruttura turistica con oltre 1200 posti barca, 40 megayacht e un hotel da 200 stanze. Oltre alla cementificazione di circa 60mila metri cubi di costa, i lavori comporteranno lo scavo di un canale con fondali di 12 metri per ospitare navi di grandi dimensioni. 

Collettivo No Porto, Scienza Radicata, Carteinregola, Rete dei Numeri Pari, LIPU/BirdLife Italia, Marevivo Lazio, Italia Nostra Roma e Italia Nostra Litorale Romano, fino all’Unione Inquilini: sono le associazioni (riunite nel coordinamento “Tavoli del Porto”) che da almeno sette anni denunciano l’enorme impatto del progetto. Il quartiere di Isola Sacra sarà quello più colpito: il grande porto crocieristico sorgerà a ridosso delle abitazioni, distruggendo le ultime aree naturali, con una pressione infrastrutturale crescente. Aumenterà il rischio di inondazione, l’inquinamento dell’aria, l’erosione costiera a nord del comune e la congestione viaria. Il faro di Fiumicino, simbolo storico nella foce del Tevere, sarà totalmente oscurato dall’ombra delle grandi navi. 

Il progetto ha seguito vie tortuose e scorciatoie poco chiare. Nel 2010 sullo stesso luogo pendeva un progetto per la creazione di un porto turistico dedicato alle imbarcazioni da diporto. Iniziarono i lavori, ma poi, per una serie di vicissitudini e scandali, il progetto fallì, lasciando il porto incompiuto. Nel 2018 Invitalia (ente pubblico per lo sviluppo) annunciò che la Royal Caribbean era interessata a rilevare la concessione. Così, dopo il parere positivo del Comune di Fiumicino, la concessione fu messa all’asta e data per 11 milioni di euro, per 90 anni, alla società Fiumicino Waterfront S.r.l. che attualmente appartiene a due corporation: il gruppo Royal Caribbean, gigante mondiale della crocieristica, e Cruise Terminals International, una holding riconducibile a iCON Infrastructure, società inglese che gestisce fondi d’investimento a livello globale. Curiosità: l’amministratore delegato di Fiumicino Waterfront è Galliano Di Marco, già presidente dell’Autorità portuale di Ravenna (2012-2016), altro porto italiano che negli anni è diventato un importante porto crocieristico. Il classico gioco di porte girevoli, insomma, tra pubblico e privato. 

Ma torniamo a Fiumicino: nel 2022 il progetto originario era diventato ben altro, un porto dedicato sia al diportismo che al crocierismo, dal costo di 439 milioni di euro: grazie al favore istituzionale è stato poi inserito nel Decreto Giubileo 2025, ma non è stato realizzato in tempo. Inoltre, nonostante il progetto sia totalmente gestito e costruito da privati, che avranno i profitti dello sfruttamento dell’area, il proponente è proprio il Comune di Fiumicino, i cui uffici tecnici hanno (di fatto) lavorato per il colosso privato miliardario, preparando l’istanza di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale). 

Tratto di costa interessato dal progetto del porto. Foto di Adriano Marchesi

David di Bianco, portavoce del Comitato Tavoli del Porto ci racconta il lungo lavoro di opposizione che è stato fatto in questi anni: «Abbiamo inondato di osservazioni il Ministero, tutte estremamente fondate, tanto che il proponente (il Comune) ha impiegato molto tempo per le controdeduzioni. C’erano enormi errori, carte alla mano abbiamo dimostrato che addirittura volevano dragare dove c’erano le pipeline (infrastrutture petrolifere) nei fondali. Le lacune e gli impatti erano tali che tutti aspettavamo un parere negativo. Purtroppo a novembre 2025 è arrivata la doccia fredda: il parere favorevole con varie prescrizioni, che però non hanno risolto in alcun modo tutte le criticità da noi sollevate, una tra tutte il rischio idraulico. Non è stata ancora rilasciata l’autorizzazione paesaggistica, visto che il piano paesaggistico regionale dovrebbe tutelare la linea di costa». 

I comitati non si sono dati per vinti e hanno deciso di procedere con un ricorso al TAR, che vedrà la prima udienza a giugno; per sostenere le spese legali, è nata la campagna “Salviamo la foce del Tevere”. 

«Si autorizza perfino l’immersione in mare dei materiali di dragaggio, ignorando l’enorme impatto su ben quattro aree protette della Rete Natura 2000: Isola Sacra, Macchia Grande di Focene, Lago di Traiano e Secche di Tor Paterno. Tutte zone già fragili, minacciate da consumo di suolo, erosione costiera e inquinamento marino», spiegano i ricercatori di Scienza Radicata, un collettivo di docenti, ricercatori e scienziati che tramite progetti di scienza partecipata stanno documentando la ricchezza naturalistica dell’area e i rischi connessi al progetto. 

«Una delle zone più importanti dal punto di vista naturalistico, è proprio la Zona di protezione speciale e Sito di interesse comunitario Isola Sacra», precisa a L’Indipendente il biologo Claudio Passantino. «Si tratta di una palude salmastra dove acqua dolce e salata si mescolano, ha un equilibrio molto fragile che verrà irrimediabilmente sconvolto dalla cementificazione della costa, con il rischio del totale prosciugamento della palude e la perdita di un habitat prezioso per tante specie ornitologiche. Con i nostri progetti di scienza partecipata abbiamo mappato molte specie protette sia vegetali sia animali. A questo si aggiunge l’impatto dei dragaggi: si stimano milioni di metri cubi di sabbia movimentati, non una sola volta ma di continuo, in quanto tutta la zona viene definita una “trappola sedimentaria”, soggetta a insabbiamento continuo. Basti pensare che la linea di costa è aumentata di 50 metri in pochi anni. Tutto questo causerà un drastico aumento della torbidità delle acque e risospensione degli inquinanti, che danneggerà tutto l’ecosistema». 

Area rurale e tratto di ZSC adiacente al cantiere. Foto di Adriano Marchesi

Insomma, sarà uno sconvolgimento senza ritorno di uno degli ultimi luoghi liberi e naturali del litorale romano. L’impatto non proviene solo dai cantieri, ma anche dal futuro via vai delle grandi navi. «Si stima che globalmente l’inquinamento da idrocarburi dovuto alle operazioni ordinarie nel settore navale sia tre volte tanto quello attribuito agli sversamenti accidentali», si legge nel dossier Tra terra e mare, pubblicato da Scienza Radicata. Le navi da crociera causano onde anomale, inquinamento acustico e luminoso, che influisce sulla qualità della vita di umani e animali. Ma l’impatto più importante sarà sui polmoni della gente, che già ora respira un’aria compromessa dall’intenso traffico veicolare e da quello aereo. «Le navi da crociera emettono principalmente gas NO2SO2 CO2 e aggregati di metalli pesanti e altri inquinanti che generano particolato atmosferico di varie dimensioni (PM10 e PM2.5)», si legge nel dossier. Anche la soluzione di Royal Caribbean di alimentare le navi con energia elettrica quando ferme in porto, viene contestata dai ricercatori: «Una nave da crociera consuma circa 10 MW di potenza elettrica quando è ormeggiata. Ci vorrebbero più di 11 ettari di pannelli fotovoltaici, praticamente tutta l’area edificabile del porto solo per coprire il fabbisogno energetico di due navi da crociera spente, escludendo tutte le altre imbarcazioni». Un consumo monstre, che andrà a gravare sulla rete elettrica pubblica. 

I problemi non sono solo ambientali 

Un cigno nella zona salmastra ricca di salicornia dopo una mareggiata. Foto di Adriano Marchesi

Il pericoloso precedente di primo porto crocieristico privato spaventa anche i lavoratori delle compagnie portuali, tanto che al ricorso al TAR si è affiancato (ad adiuvandum) l’ANCIP (Associazione Nazionale Compagnie e Imprese Portuali), che rappresenta tutte le compagnie portuali d’Italia e i lavoratori. «Privati e fondi stranieri sono sempre più vicini a mettere le mani su pezzi importantissimi della portualità italiana», spiega Riccardo Petrarolo, di USB Civitavecchia, il sindacato di base che da tempo si sta mobilitando contro il progetto. «Non solo è devastante dal punto di vista ambientale», puntualizza, «ma si sta anche muovendo fuori dal contesto normativo della legge 84/94, che regolamenta tutta la portualità italiana. Questo è il primo porto italiano interamente privato. Fatto questo, ne sorgeranno probabilmente altri». Quello che preoccupa, è anche la vicinanza con altri porti crocieristici: la concorrenza potrebbe schiacciare in basso diritti e salari: «Già oggi una precarietà estrema regna nell’ambito dell’indotto crocieristico, con centinaia di partite IVA pagate due soldi per svolgere estenuanti servizi “Meet & Greet” o impegnate come guide turistiche», ricorda Petrarolo. Il terminal di Civitavecchia dista solo 50 km e per ora è il primo porto crocieristico d’Italia con 3,3 milioni di viaggiatori l’anno. Ma non basta, perché addirittura un terzo terminal crocieristico dovrebbe sorgere più a nord, alla foce “Micina” del Tevere: in questo caso il progetto è dell’autorità portuale. Finora è in costruzione solo il primo lotto, che serve a migliorare la sicurezza dei pescherecci del Tirreno e delle imbarcazioni di salvataggio. Quello che preoccupa le associazioni ambientaliste sono però il secondo e terzo lotto, non ancora finanziati, che però prevedono un ulteriore terminal crocieristico e uno per traghetti. In pratica nel giro di poche decine di chilometri ci saranno tre terminal per le crociere, di cui uno completamente privato.

Chi c’è dietro Royal Caribbean 

Dietro alla Royal Caribbean, come azionisti principali, ci sono grandi fondi di investimento globali del calibro di Capital ResearchVanguard Group IncBlackRock Inc. e State Street Corporation. Il direttore e membro del consiglio di amministrazione è Eyal Ofer, ex membro dell’intelligence dell’IDF e potente uomo d’affari israeliano: ha fondato e presiede tuttora la O.G. Tech Partners Ltd, azienda di software, cybersecurity e tecnologie avanzate, nonché le compagnie di navigazione Ofer Global e Zodiac Maritime. Quest’ultima ha all’attivo oltre 180 navi, tra petroliere, portacontainer e navi Ro-Ro per veicoli, affittate a compagnie marittime, tra le quali MSC, a sua volta fortemente coinvolta nelle rotte verso Israele. Altro dettaglio inquietante, come rivela Dinamopress: tra i passati membri del CDA di Royal Caribbean c’è ancheThomas Pritzker, menzionato molte volte nei cosiddettiEpstein Files, che documentano una duratura relazione personale con inviti a bordo di Jeffrey Epstein su navi della compagnia, utilizzate per trasportare le vittime del pedofilo. 

Non c’è solo questo progetto 

Persone che partecipano a un evento musicale in uno dei Bilancioni. Foto di Adriano Marchesi

Su Fiumicino incombe anche un ulteriore progetto: il masterplan 2046 promosso da Aeroporti di Roma prevede infatti la costruzione di una quarta pista nell’aeroporto Leonardo da Vinci, nuovi terminal e infrastrutture. Per permettere l’ampliamento dell’area aeroportuale di circa 267 ettari (di cui circa 150 ettari dentro un’area protetta), nel gennaio 2026 il Comune di Fiumicino ha approvato la modifica dei confini della Riserva naturale del Litorale Romano, riducendo la porzione della zona protetta. Benché sia progettato per aumentare il traffico civile (passeggeri e cargo commerciali), l’ampliamento potrebbe servire a favorire anche il traffico militare, come d’altra parte richiede il piano di “military mobility” europeo. L’aeroporto, secondo il rapporto dei Giovani Palestinesi, è d’altra parte già utilizzato per spedire componenti di armamenti verso Israele. 

Insomma, dal porto crocieristico alla quarta pista dell’aeroporto, gli ultimi spazi naturali saranno sacrificati: «Il nostro litorale non deve diventare una piattaforma logistica per guerre, affari e occupazioni», protestano gli attivisti. «Rifiutiamo questo modello di sviluppo che considera Fiumicino come retroporto e retro-aeroporto di Roma, non come una comunità viva, con il diritto a respirare, a muoversi in sicurezza, a vivere vicino al mare e alla natura senza essere sommersa da traffico e smog. Fiumicino non è il parco giochi dei giganti delle infrastrutture. È casa nostra».


Sospese le sanzioni a Francesca Albanese. Ma il governo italiano, complice e colluso, tace


Dopo la vicenda di Francesca Albanese, ora dobbiamo batterci per ottenere la condanna e le sanzioni verso chi ha voluto e appoggiato il genocidio: anche quel momento arriverà

Sospese le sanzioni a Francesca Albanese. Ma il governo italiano, complice e colluso, tace

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – In queste ore, giustamente, grande esultanza perché il giudice americano ha sospeso le sanzioni a Francesca Albanese, in nome della libertà di espressione e dal primo emendamento che Trump non è ancora riuscito a sopprimere.

Criticare duramente il governo di Israele e denunciare il genocidio non può essere considerato un reato. Del resto quello che ha denunciato Francesca Albanese è stato confermato dalle relazioni dell’Onu, dai rapporti internazionali, da video, film, denunce arrivate non solo da Gaza, ma da ogni parte del mondo, da tutte le associazioni indipendenti, da tanta parte della stessa comunità ebraica.

L’estrema destra mondiale, guidata da Netanyahu, vuole oscurare la verità per poter continuare lo sterminio, a cominciare da quello delle bambine e dei bambini di Gaza, della Cisgiordania, del Libano. Non casualmente permane il divieto per i media di passare i valichi e di documentare quanto è accaduto e ancora accade; vogliono ricostruire sulle ossa delle vittime.

Il governo italiano, complice e collusotace, anzi preferisce insultare chi, come le barche della Flotilla per Gaza, cerca di portare aspirine e coperte, piuttosto che armi e strumenti di tortura.

Dopo la vicenda di Francesca Albanese, ora dobbiamo batterci per ottenere la condanna e le sanzioni verso chi ha voluto e appoggiato il genocidio: anche quel momento arriverà.


Aumentano gli investimenti in armi nucleari: 301 società finanziarie coinvolte (anche italiane)


(Giorgia Audiello – lindipendente.online) – Sempre più istituzioni bancarie e finanziarie investono e traggono profitto dalla produzione di armi nucleari: in particolare, tra gennaio 2023 e settembre 2025, 301 istituzioni finanziarie hanno foraggiato i produttori di armi atomiche rispetto alle 260 istituzioni rilevate in ricerche precedenti. Tra queste risultano anche istituzioni finanziarie e bancarie italiane. Lo constata il report “Don’t bank on the Bomb”, pubblicato ogni anno dal 2014 da ICAN e PAX (organizzazioni impegnate nel disarmo e nella promozione della pace), l’ultimo con il titolo “Investire nella corsa agli armamenti: le aziende che costruiscono armi nucleari e i loro finanziatori”. Questo aumento di finanziatori si traduce in un incremento di oltre 195 miliardi di dollari nel valore delle azioni e delle obbligazioni detenute rispetto all’ultima analisi finanziaria di “Don’t Bank on the Bomb“. Si è registrato inoltre un aumento di 29,8 miliardi di dollari nei prestiti e nelle sottoscrizioni.

Nel rapporto sono individuate 25 aziende attive nella produzione di armi atomiche destinate soprattutto ai programmi nucleari di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina e India. Durante il periodo preso in esame (2023-2025), 300 miliardi di dollari sono stati forniti in prestiti e sottoscrizioni alle 25 aziende più attive in questo settore, con un incremento di 29,8 miliardi rispetto al periodo precedente. In generale, gli investitori detenevano circa 709 miliardi di dollari nelle azioni e obbligazioni di questi colossi delle armi. Tra questi ultimi si segnalano in particolare le aziende statunitensi General DynamicsHoneywell International e Northrop Grumman, che sono le più grandi produttrici di armi nucleari, oltre a Lockheed Martin e Boeing. Tra le compagnie inglesi spiccano BAE Systems e Rolls-Royce; compaiono poi alcune società indiane, una cinese e l’italiana Leonardo.

Sul fronte degli investitori che detengono azioni e obbligazioni, ai primi posti figurano i grandi fondi d’investimento statunitensi come VanguardBlackRockCapital Group, State Street e Fidelity Investments, mentre tra gli istituti bancari ci sono cinque banche sempre statunitensi: Bank of AmericaJP Morgan ChaseCitigroupGoldman Sachs e Wells Fargo. Seguono due istituti di credito giapponesi, oltre a uno francese e tedesco. Anche gli istituti finanziari e bancari italiani, però, non sono esenti dal finanziare l’industria delle armi nucleari, sebbene in proporzioni minori rispetto ad altre istituzioni internazionali. In particolare, in testa come quantità di prestiti compare Intesa San Paolo con 2,84 miliardi di dollari (in calo di 4,5 miliardi rispetto all’anno precedente) e relazioni finanziarie con Honeywell, Leonardo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, RTX, Rolls-Royce, Thales e Airbus. Al secondo posto si trova, invece, Intesa Sanpaolo, con 718 milioni ed esposizioni verso Bechtel, Boeing, Lockheed Martin e Rolls-Royce. Seguono poi Banco BPM, BPER Banca, Cassa Depositi e Prestiti, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio e Mediobanca, coinvolti solo con l’azienda Leonardo.

Quest’ultima è l’unica compagnia italiana a comparire nella lista delle 25 aziende produttrici di armi nucleari citate nel rapporto: l’azienda italiana, che sviluppa prodotti e servizi nei campi dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, detiene il 25% nella join venture MBDA che produce missili per l’arsenale nucleare francese. Inoltre, Leonardo fornisce componenti di propulsione elettrica per i sottomarini nucleari statunitensi di classe Columbia e al 31 dicembre 2025 ha registrato un fatturato di 22,8 miliardi di euro.

Le crescenti tensioni globali non hanno spinto solo il riarmo generalizzato, ma hanno anche favorito una pressione concertata da parte dei produttori di armi e dei funzionari governativi per aumentare l’accesso del settore della difesa ai capitali privati. Secondo il rapporto di ICAN e PAX, “gli istituti finanziari sono attori chiave per promuovere il rispetto dei diritti umani”. Tuttavia, “Mentre molti istituti finanziari hanno mantenuto le loro politiche consolidate, concepite per evitare l’esposizione dei portafogli ai rischi associati alle armi nucleari, nell’ultimo anno alcuni hanno annunciato che avrebbero modificato le proprie politiche”. Si è registrata, dunque, una maggiore flessibilità e liberalizzazione nelle politiche degli istituti finanziari verso gli investimenti in armi, comprese quelle nucleari.

Alla componente etica che dovrebbe salvaguardare la sicurezza e favorire la non belligeranza tra i popoli, le grandi istituzioni finanziarie hanno scelto il profitto che, del resto, è la quintessenza dell’assetto capitalista. Tuttavia, permane in capo a questi istituti una grande responsabilità per quanto riguarda il futuro dei popoli. Secondo il report di PAX e ICAN, “le conseguenze umanitarie di qualsiasi utilizzo di armi nucleari restano inaccettabili” e “in quanto attori chiave dell’economia globale, le istituzioni finanziarie hanno sia la capacità che la responsabilità di affrontare questi rischi. Grazie alla loro influenza, le istituzioni finanziarie svolgono un ruolo fondamentale nel promuovere il rispetto dei diritti umani e nell’incoraggiare le aziende a porre fine al loro coinvolgimento nell’industria delle armi nucleari”.


I mari stretti dove si decide il potere del mondo


Dalla potenza navale alla guerra dei flussi

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La storia insegna che il mare non è mai stato soltanto una distesa d’acqua. È stato strada, frontiera, ricchezza, rifugio, campo di battaglia, spazio di conquista e strumento di dominio. Chi controllava il mare controllava il commercio; chi controllava il commercio accumulava ricchezza; chi accumulava ricchezza poteva costruire flotte, finanziare eserciti, aprire colonie, imporre trattati, decidere la pace e la guerra.

Ma nel XXI secolo questa verità antica cambia forma. Non scompare, si complica. Oggi non basta più dire che una potenza domina i mari perché possiede più navi, più portaerei, più basi o più missili. La potenza marittima non consiste soltanto nella capacità di sconfiggere una flotta nemica. Consiste sempre di più nella capacità di garantire, deviare, rallentare o interrompere i flussi da cui dipende l’economia globale: petrolio, gas, merci, grano, semiconduttori, terre rare, cavi sottomarini, dati, assicurazioni, credito, logistica.

È qui che i passaggi obbligati del mare tornano al centro della storia. Gli stretti, i canali, i punti di strozzatura non sono più soltanto luoghi geografici. Sono interruttori della mondializzazione. Basta toccarli perché il sistema intero tremi. Hormuz, Malacca, Bab el-Mandeb, Suez, Bosforo, Gibilterra, Taiwan, Dover, Panama, il Capo di Buona Speranza, i passaggi artici: ognuno di questi nomi indica una porzione di mare, ma anche una vulnerabilità politica, economica e militare.

La globalizzazione ha costruito la propria fortuna sull’idea della fluidità. Navi sempre più grandi, porti sempre più automatizzati, tempi sempre più calcolati, catene produttive sempre più estese. Ma proprio questa efficienza ha creato una fragilità nuova. Quando tutto funziona, il mare sembra invisibile. Quando qualcosa si blocca, si scopre che il mondo moderno, con tutta la sua tecnologia, dipende ancora da rotte antiche e da passaggi stretti.

Mahan e la lezione della potenza marittima

Alfred Thayer Mahan aveva intuito alla fine dell’Ottocento ciò che le grandi potenze europee avevano già sperimentato nella pratica: la potenza mondiale nasce dal mare. La flotta non è un ornamento militare, ma la condizione della forza economica. Le rotte commerciali, le basi, i porti, i passaggi strategici, le colonie, la marina mercantile e quella da guerra formano un unico sistema.

Per Mahan, il mare era il grande spazio della competizione tra imperi. Chi riusciva a proteggere le proprie comunicazioni marittime e a minacciare quelle del nemico possedeva un vantaggio decisivo. La guerra non era soltanto scontro tra eserciti, ma lotta per mantenere aperte le proprie arterie e chiudere quelle altrui. In questo senso, il mare era già economia militarizzata.

Oggi questa intuizione resta valida, ma non basta più. Perché le rotte marittime non collegano soltanto imperi coloniali e mercati lontani. Collegano fabbriche distribuite su continenti diversi, catene produttive frammentate, sistemi energetici interdipendenti, piattaforme digitali, assicuratori, banche, porti automatizzati, reti di telecomunicazioni e interessi finanziari globali.

La nave che attraversa uno stretto non trasporta soltanto merci. Trasporta continuità industriale. Trasporta stabilità dei prezzi. Trasporta sicurezza alimentare. Trasporta equilibrio politico interno per governi che dipendono dall’energia importata o dalle esportazioni. È per questo che gli stretti sono diventati più importanti, non meno. La mondializzazione non li ha superati; li ha resi più vulnerabili.

Castex e la strategia come totalità

Raoul Castex aiuta a capire il passaggio successivo. Per lui la strategia navale non può essere separata dalla strategia generale dello Stato. Il mare non è un teatro isolato, abitato solo da ammiragli e flotte. È parte della politica nazionale, della diplomazia, dell’economia, dell’industria, della psicologia collettiva, della capacità di resistenza di un Paese.

Questa lezione è oggi decisiva. La crisi di uno stretto non è mai soltanto una crisi navale. Se Hormuz si blocca, non soffrono solo le marine militari: salgono i prezzi dell’energia, aumentano i costi di produzione, tremano le borse, si complicano i bilanci pubblici, cresce l’inflazione, si indeboliscono governi lontani migliaia di chilometri. Se Suez viene minacciato, non è solo l’Egitto a essere coinvolto: l’Europa deve ripensare le proprie forniture, le compagnie assicurative aumentano i premi, le navi allungano le rotte, i porti subiscono ritardi, le industrie ricevono componenti in ritardo.

Il mare, dunque, non è una periferia del potere. È il sistema nervoso della potenza contemporanea. La sua interruzione produce dolore in parti del corpo politico ed economico che sembravano lontane. Un colpo in un punto di strozzatura può avere effetti a catena su continenti interi.

Da questo punto di vista, Castex è più attuale di quanto sembri. Aveva compreso che la marina non combatte mai da sola: combatte dentro una strategia generale. Oggi potremmo dire che anche una nave commerciale non naviga mai da sola: naviga dentro una strategia globale fatta di produzione, energia, finanza, sicurezza e diplomazia.

Gli stretti come dogane della potenza

Il XXI secolo sta trasformando i passaggi marittimi in dogane politiche della mondializzazione. Non basta che una rotta esista. Bisogna che sia sicura, assicurabile, prevedibile, accettata dagli attori regionali, protetta da una forza credibile e inserita in un quadro giuridico stabile.

Quando una di queste condizioni viene meno, il mare si restringe. Non fisicamente, ma politicamente. La nave può ancora passare, ma il suo passaggio diventa più caro, più rischioso, più lento, più incerto. E l’incertezza è già una forma di potere.

Chi controlla uno stretto non deve necessariamente chiuderlo. Può fare qualcosa di più sottile: può minacciare di chiuderlo, può rallentare il traffico, può imporre ispezioni, può rendere più costosa l’assicurazione, può costringere le navi a cambiare rotta, può creare un clima di rischio tale da modificare i calcoli delle imprese e degli Stati.

È questa la nuova arte della coercizione marittima. Non sempre serve sparare. A volte basta rendere il mare meno affidabile. La potenza non si esprime solo con la battaglia navale, ma con la capacità di alterare le aspettative. Il traffico mondiale vive di regolarità; la strategia vive spesso di incertezza. Chi introduce incertezza nei flussi controlla una parte del sistema.

Hormuz, il laboratorio della nuova guerra economica

Il caso di Hormuz è emblematico. Per decenni lo stretto è stato considerato una delle grandi vulnerabilità dell’economia mondiale. Una parte essenziale del petrolio e del gas naturale liquefatto passa da lì. È una cerniera tra Golfo Persico e Oceano Indiano, tra produttori energetici e consumatori asiatici ed europei. Ma oggi Hormuz non è soltanto un luogo di transito. È un campo di pressione politica.

Quando l’Iran minaccia Hormuz, non minaccia solo il traffico marittimo. Minaccia la stabilità dei mercati energetici, la tranquillità delle economie asiatiche, la sicurezza degli alleati degli Stati Uniti, la credibilità della protezione americana nel Golfo. Teheran sa di non poter competere simmetricamente con Washington sul piano navale. Non può mettere in mare una flotta equivalente a quella statunitense. Ma può usare la geografia come moltiplicatore di potenza.

Qui si vede il passaggio dalla vecchia alla nuova geopolitica del mare. Nel modello classico, la domanda era: chi controlla il mare? Nel modello attuale, la domanda diventa: chi può rendere instabile il flusso? Una potenza inferiore può compensare la propria debolezza con missili costieri, mine, droni, unità veloci, guerra elettronica, forze speciali, attacchi informatici contro infrastrutture portuali, minacce contro petroliere e capacità di intimidazione.

Questo non dà necessariamente la vittoria. Ma dà potere negoziale. L’Iran non deve dominare l’Oceano Indiano. Gli basta poter rendere Hormuz problematico. Nella guerra economica contemporanea, spesso non serve controllare tutto: basta disturbare il punto giusto.

Bab el-Mandeb, Suez e la fragilità europea

Lo stesso vale per Bab el-Mandeb e Suez. La crisi del Mar Rosso ha mostrato che un attore non statale o semi-statale può condizionare una delle principali arterie commerciali del pianeta. Gli attacchi contro le navi hanno obbligato molte compagnie a deviare verso il Capo di Buona Speranza, allungando tempi, costi e rischi. Il risultato non è stato soltanto militare. È stato economico.

L’Europa, in particolare, ha scoperto ancora una volta la propria dipendenza dal mare. Si parla molto di autonomia strategica europea, ma un continente che dipende da rotte vulnerabili, da energia importata, da componenti prodotte altrove e da cavi sottomarini esposti non può illudersi di essere pienamente sovrano.

La sovranità non si misura soltanto con le leggi approvate nei parlamenti. Si misura con la capacità di garantire continuità alle catene vitali. Se una crisi nel Mar Rosso o nel Golfo Persico basta a destabilizzare prezzi, forniture e decisioni industriali, allora l’autonomia resta parziale.

L’Europa ha grandi porti, grandi imprese, grandi mercati. Ma ha una debolezza strategica: tende a considerare la sicurezza dei flussi come un dato naturale, quasi amministrativo. Non lo è. È il prodotto di rapporti di forza, presenza navale, diplomazia, intelligence, industria militare, accordi regionali e capacità di protezione.

Malacca e Taiwan: il cuore indo-pacifico della competizione

Se Hormuz è la chiave energetica, Malacca e Taiwan sono due delle chiavi decisive della competizione indo-pacifica. Lo stretto di Malacca collega Oceano Indiano e Pacifico. Da lì passano merci, energia e componenti indispensabili alle economie asiatiche. È una vulnerabilità per la Cina, ma anche per il Giappone, la Corea del Sud, l’India, il Sud-Est asiatico e l’intero sistema commerciale mondiale.

La Cina conosce bene il problema. Per questo investe in porti, corridoi terrestri, ferrovie, oleodotti, vie alternative, basi e relazioni politiche lungo l’Oceano Indiano. Non si tratta soltanto di commercio. Si tratta di ridurre la dipendenza da passaggi che, in caso di crisi con gli Stati Uniti, potrebbero diventare strumenti di pressione.

Taiwan aggiunge un altro livello. Lo spazio marittimo attorno all’isola non è soltanto un teatro militare. È il punto d’incontro tra semiconduttori, rotte commerciali, supremazia tecnologica, contenimento della Cina, credibilità americana e sicurezza degli alleati asiatici. Una crisi nello Stretto di Taiwan non sarebbe una crisi locale. Sarebbe una crisi sistemica.

È qui che l’Indo-Pacifico diventa il teatro centrale della competizione strategica. Il mare non è più il retroterra fluido della globalizzazione felice. È il luogo in cui Stati Uniti e Cina misurano la rispettiva capacità di proteggere, minacciare o riorganizzare le connessioni del mondo.

Panama, Gibilterra e Bosforo: i vecchi passaggi tornano nuovi

Non esistono soltanto i grandi punti caldi del presente. Esistono anche passaggi che sembravano acquisiti alla normalità e che invece tornano strategici quando cambia il contesto mondiale.

Il Canale di Panama, per esempio, non è soltanto una scorciatoia tra Atlantico e Pacifico. È una infrastruttura vitale per il commercio del continente americano e per l’equilibrio logistico mondiale. Quando siccità, limiti idrici, congestione o tensioni politiche ne riducono la capacità, l’impatto si sente sui tempi di consegna, sui costi e sulle catene commerciali. Anche qui la geografia fisica incontra la fragilità economica.

Gibilterra resta una soglia tra Mediterraneo e Atlantico. In tempi normali appare come una porta aperta. In tempi di crisi, diventa un punto di osservazione, controllo e proiezione. Chi presidia Gibilterra guarda il Mediterraneo occidentale, l’Africa del Nord, l’Atlantico e le rotte energetiche. È un promemoria storico: certi luoghi sembrano appartenere al passato finché la crisi non li riporta al centro.

Il Bosforo e i Dardanelli mostrano invece la dimensione politica dei passaggi marittimi regolati da trattati, equilibri regionali e rapporti di forza. La guerra in Ucraina ha ricordato che il Mar Nero non è un bacino periferico, ma una frontiera strategica tra Russia, Turchia, NATO, Caucaso, grano, energia e proiezione navale. Il controllo degli accessi al Mar Nero pesa sulla guerra, sulla diplomazia, sulle esportazioni agricole, sulla sicurezza alimentare di Paesi lontanissimi.

L’Artico e le nuove rotte della competizione

Il riscaldamento climatico apre un’altra dimensione: l’Artico. Per secoli le rotte polari sono state marginali, difficili, stagionali, ostili. Oggi diventano progressivamente oggetto di interesse commerciale e militare. Non perché sostituiranno immediatamente le grandi rotte tradizionali, ma perché offrono possibilità nuove: collegamenti più brevi tra Asia ed Europa, accesso a risorse, spazi di pattugliamento, basi, sorveglianza, competizione tra Russia, Stati Uniti, Canada, Paesi nordici e Cina.

L’Artico mostra un punto fondamentale: anche il cambiamento climatico diventa geopolitica del mare. Lo scioglimento dei ghiacci non è soltanto fenomeno ambientale. È apertura di spazi, ridefinizione di confini, militarizzazione potenziale, competizione sulle risorse, nuova cartografia della potenza. Là dove il mare si apre, arriva la strategia.

La guerra sotto la soglia

La caratteristica più importante della nuova conflittualità marittima è che spesso si colloca sotto la soglia della guerra dichiarata. Non siamo sempre davanti a battaglie navali tradizionali. Siamo davanti a sabotaggi, intimidazioni, interferenze, incidenti ambigui, minacce indirette, blocchi selettivi, operazioni con milizie, attori intermedi, navi civili militarizzate, pesca usata come presenza politica, guardie costiere trasformate in strumenti di pressione.

Questa zona grigia è il vero ambiente della competizione contemporanea. È troppo grave per essere semplice pace, ma non abbastanza esplicita per essere guerra formale. È uno spazio dove il diritto fatica a reagire, perché l’aggressione è frammentata, negabile, distribuita, spesso mascherata da incidente o da misura difensiva.

Le marine militari devono quindi affrontare un compito più complesso del passato. Non basta prepararsi allo scontro decisivo. Bisogna presidiare, sorvegliare, dissuadere, accompagnare, proteggere, raccogliere informazioni, coordinarsi con alleati, rassicurare mercati, impedire escalation e allo stesso tempo mostrare fermezza. Il mare diventa una scena permanente di pressione.

La vittoria, in questo contesto, non coincide necessariamente con la distruzione del nemico. Coincide con la capacità di mantenere aperti i flussi, impedire la coercizione, assorbire gli shock e convincere avversari e alleati che il proprio sistema è più resistente.

La geoeconomia degli stretti

Gli stretti sono oggi il punto in cui geopolitica e geoeconomia coincidono. Ogni passaggio obbligato è anche un mercato potenziale della paura. Quando aumenta il rischio, aumentano i premi assicurativi. Quando le navi deviano, aumentano i costi di trasporto. Quando i tempi si allungano, le fabbriche ricevono componenti in ritardo. Quando l’energia costa di più, l’inflazione torna a salire. Quando l’inflazione sale, i governi perdono consenso.

Un missile non deve colpire una capitale per produrre un effetto politico. Può bastare che minacci una rotta commerciale. La coercizione moderna funziona anche così: non sempre distrugge; spesso rincara, rallenta, destabilizza. Trasforma l’economia in campo di battaglia senza bisogno di dichiararlo.

Questo è il punto decisivo: la mondializzazione ha creato ricchezza perché ha ridotto tempi, costi e attriti. Ma proprio per questo ha moltiplicato le vulnerabilità. Più il sistema è efficiente, meno tollera interruzioni. Più la logistica è ottimizzata, meno sopporta ritardi. Più le imprese dipendono da forniture distribuite, più soffrono quando una rotta si blocca.

Gli stretti sono quindi i luoghi in cui l’efficienza globale incontra la fragilità strategica. Per trent’anni abbiamo creduto che il commercio avrebbe pacificato il mondo. Oggi scopriamo che il commercio può essere preso in ostaggio dal mondo.

Cavi sottomarini, dati e nuovi fondali del potere

La geopolitica dei mari non riguarda soltanto navi e petrolio. Riguarda anche i cavi sottomarini. Gran parte delle comunicazioni digitali globali passa sotto il mare. Dati finanziari, comunicazioni militari, transazioni bancarie, servizi digitali, informazioni industriali: tutto scorre lungo infrastrutture fisiche spesso invisibili all’opinione pubblica.

Questo aggiunge un nuovo livello alla vulnerabilità degli stretti e dei passaggi marittimi. Non si tratta più soltanto di proteggere petroliere e portacontainer. Si tratta di proteggere infrastrutture sottomarine, nodi energetici, condotte, cavi, sensori, piattaforme, porti digitalizzati. Il mare del XXI secolo è insieme superficie, profondità e rete.

Una potenza capace di minacciare cavi e infrastrutture sottomarine può produrre effetti enormi senza occupare territori. Anche qui la guerra resta spesso sotto la soglia: un cavo danneggiato, un’infrastruttura interrotta, una causa mai chiarita, un sospetto senza prova definitiva. L’ambiguità diventa arma.

Valutazione militare: la flotta non basta più

Dal punto di vista militare, la lezione è chiara: la superiorità navale tradizionale resta indispensabile, ma non è più sufficiente. Le grandi flotte servono, le portaerei servono, i sottomarini servono, le fregate servono, i pattugliatori servono. Ma servono anche droni, sorveglianza satellitare, guerra elettronica, difesa informatica, intelligence marittima, capacità di scorta, cooperazione con porti e compagnie private, conoscenza delle rotte, protezione dei cavi e rapidità decisionale.

La guerra dei flussi è una guerra distribuita. Non si combatte in un solo punto e non si vince con un’unica battaglia. Richiede presenza continua, capacità di reazione, alleanze, basi, logistica, manutenzione, munizioni, equipaggi addestrati, cantieri navali, industria. Una potenza che non sa costruire e riparare navi non può essere davvero potenza marittima. Una potenza che dipende interamente da porti stranieri non può controllare i propri flussi. Una potenza che non protegge le proprie linee di comunicazione non è sovrana.

Questo vale anche per l’Europa. Senza una seria capacità navale, senza industria della difesa, senza coordinamento tra marine, senza presenza nell’Indo-Pacifico, nel Mediterraneo allargato, nel Mar Rosso e nell’Atlantico, ogni discorso sull’autonomia strategica resta incompleto.

Valutazione geopolitica: il ritorno della geografia

La grande illusione della mondializzazione è stata credere che la geografia fosse superata. Internet, finanza, commercio globale, trasporto a basso costo, apertura dei mercati: tutto sembrava indicare un mondo senza distanze. In realtà la geografia non era scomparsa. Era stata nascosta dalla fluidità dei flussi.

Ora torna. Torna nel Mar Rosso, nel Golfo Persico, nel Mar Nero, nello Stretto di Taiwan, nell’Artico, nel Mediterraneo orientale. Torna perché le potenze hanno capito che controllare un punto geografico può significare influenzare un sistema mondiale. Torna perché gli Stati non vogliono più soltanto partecipare alla mondializzazione: vogliono condizionarla.

La geopolitica degli stretti è dunque la geopolitica del ritorno del vincolo. Il mare sembra libero, ma è pieno di passaggi obbligati. L’economia sembra globale, ma dipende da luoghi precisi. La sovranità sembra digitale, ma poggia su porti, cavi, carburanti, scafi, assicurazioni e marinai.

La dimensione industriale: cantieri, porti e munizioni

Una potenza marittima non si improvvisa. Non basta acquistare qualche nave o annunciare una strategia. La potenza marittima richiede cantieri, acciaio, elettronica, radar, missili, manutenzione, bacini di carenaggio, scuole navali, porti sicuri, carburante, munizioni, personale qualificato. Richiede tempi lunghi e investimenti continui.

Questo è un punto spesso trascurato. La guerra marittima moderna consuma risorse in modo enorme. Una nave avanzata richiede anni per essere costruita e personale altamente addestrato per essere impiegata. Un missile intercettore può costare molto più del drone o del razzo che deve abbattere. Una campagna di protezione delle rotte può logorare scorte, equipaggi, bilanci e capacità operative.

Qui emerge la differenza tra dichiarare una presenza marittima e sostenerla nel tempo. Gli Stati Uniti mantengono ancora un vantaggio enorme grazie alla rete di basi, alle portaerei, ai sottomarini, alla logistica globale. La Cina cresce rapidamente, costruisce navi, espande la propria presenza, rafforza la guardia costiera e usa anche strumenti civili per proiettare pressione. L’Europa, invece, rischia spesso di essere ricca di analisi e povera di massa critica.

La potenza marittima è anche industria. Senza industria navale, senza munizionamento, senza manutenzione e senza capacità di sostituire rapidamente le perdite, la strategia resta letteratura.

La dimensione giuridica: il diritto del mare sotto pressione

La libertà di navigazione è uno dei pilastri dell’ordine internazionale. Ma questo principio vive oggi sotto pressione crescente. Gli Stati rivendicano zone economiche esclusive, militarizzano isole, reinterpretano diritti di passaggio, usano guardie costiere per imporre presenze, contestano arbitraggi, invocano la sicurezza nazionale per limitare transiti o controllare attività.

Il diritto del mare resta essenziale, ma viene sempre più sfidato dalla politica della forza. La nave militare può sostenere un principio giuridico, ma se non esiste volontà politica di difenderlo, il principio arretra. Al contrario, un attore determinato può cambiare gradualmente la realtà sul terreno — o meglio sul mare — senza dichiarare formalmente una rottura.

È la logica del fatto compiuto marittimo. Si occupa una scogliera, si costruisce una pista, si schierano radar, si mandano pescherecci, poi guardie costiere, poi navi militari. A quel punto il diritto continua a esistere, ma la realtà operativa è cambiata.

L’arsenalizzazione dell’interdipendenza

La parola decisiva è interdipendenza. Per anni l’abbiamo considerata una garanzia di pace: se tutti dipendono da tutti, nessuno avrà interesse a rompere il sistema. Ma questa è solo metà della verità. L’altra metà è più dura: se tutti dipendono da tutti, allora ogni dipendenza può diventare un’arma.

La Russia lo ha mostrato con l’energia. La Cina lo mostra con alcune materie prime e catene industriali. Gli Stati Uniti lo mostrano con il dollaro, le sanzioni, la tecnologia e il sistema finanziario. Le potenze regionali lo mostrano con gli stretti. L’interdipendenza non elimina il conflitto. Lo rende più sofisticato.

Gli stretti sono il luogo perfetto di questa trasformazione. Non appartengono mai davvero a un solo attore, ma alcuni attori possono condizionarli più di altri. Sono internazionali, ma vicini a coste nazionali. Sono indispensabili, ma vulnerabili. Sono regolati dal diritto, ma esposti alla forza. Sono corridoi di pace, ma possono diventare teatri di guerra in poche ore.

La conclusione: chi controlla il passaggio controlla il tempo

La geopolitica del mare nel XXI secolo non può più limitarsi alla vecchia immagine della flotta che domina l’orizzonte. Deve guardare ai flussi, ai ritardi, ai costi, alle assicurazioni, ai cavi, ai porti, alle catene logistiche, ai droni, ai missili, alle crisi sotto la soglia, alle dipendenze energetiche e industriali.

Mahan aveva ragione: la potenza mondiale passa dal mare. Castex aveva ragione: la strategia navale è parte della strategia generale. Ma oggi bisogna aggiungere un passaggio ulteriore: chi controlla gli stretti non controlla soltanto lo spazio. Controlla il tempo.

Controlla il tempo delle consegne, il tempo della produzione, il tempo dei mercati, il tempo della diplomazia, il tempo della crisi, il tempo della decisione politica. Rallentare un flusso significa guadagnare potere. Interromperlo significa imporre un prezzo. Garantirlo significa esercitare egemonia.

Gli stretti sono piccoli sulla carta, ma immensi nella politica mondiale. Sono i punti in cui la libertà del mare incontra la durezza della potenza. Sono i luoghi in cui la globalizzazione rivela la propria dipendenza dalla forza. Sono, in fondo, la prova che il mondo moderno, pur pieno di algoritmi, satelliti e finanza digitale, resta appeso a passaggi antichi, a corridoi stretti, a coste contese, a mari sorvegliati.

La storia non è tornata indietro. Ha semplicemente tolto la maschera. Il mare non è mai stato neutrale. E oggi, più che mai, chi sa stringere il mare può stringere il mondo.


Caccia aperta, anzi spalancata!


(R.R. – il Corriere della Sera) – Un flash mob ieri mattina è stato organizzato da M5S e Wwf Italia, davanti al Pantheon, a Roma, per denunciare «quanto sta accadendo nell’iter di discussione al Senato del ddl 1552, che punta a modificare la legge 157/92, aprendo così alla caccia selvaggia, una vicenda di eccezionale gravità istituzionale».

Il ddl, a prima firma Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama, secondo gli organizzatori del flash mob […] presenterebbe, a causa degli emendamenti approvati, «alcuni elementi particolarmente critici: dal ritorno della possibilità di caccia sul demanio marittimo, con la riapertura di fatto della cosiddetta ”caccia in spiaggia”, all’ampliamento delle specie cacciabili includendo animali come lo stambecco, l’oca selvatica e il piccione, fino all’introduzione di un divieto molto ampio di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria, che rischia di colpire anche forme di dissenso e protesta pacifica con evidenti profili di incostituzionalità».

Non a caso, il disegno di legge ora in discussione, il 1552, dalle opposizioni è già stato ribattezzato «ddl spara tutto» e «caccia selvaggia».

Ma il Wwf Italia non ci sta e insieme ad altre associazioni ambientaliste e per la difesa degli animali ha scritto di recente anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, segnalando pure la mancata osservanza della lettera ufficiale della Commissione europea contenente il richiamo alle gravi violazioni delle direttive europee Uccelli e habitat.

Nonostante il richiamo formale dell’Ue […] i lavori parlamentari «sono proseguiti senza alcuna sospensione e senza un confronto nel merito delle criticità, anzi al contrario il testo è stato irrigidito con il rigetto di tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni che avrebbero potuto correggere almeno in parte le problematiche segnalate dalle associazioni e dal mondo scientifico».

Il direttore affari legali e istituzionali del Wwf Italia, Dante Caserta, non ha dubbi: «Siamo di fronte a un fatto gravissimo. Si sta portando avanti una legge sapendo che presenta profili di incostituzionalità e incompatibilità con il diritto europeo. Una legge che aumenta i rischi per la sicurezza e la salute pubblica, comprime gli spazi di libertà dei cittadini, danneggia lo sviluppo di una economia sostenibile e favorisce il bracconaggio.

Tutto questo per accontentare meno dell’1% della popolazione, mentre la maggioranza degli italiani è fortemente contraria a misure che danneggiano tutti. Non si può andare avanti come se nulla fosse. Serve fermarsi subito e riportare questo tema dentro un confronto serio, trasparente e rispettoso della legalità e della democrazia».


Guida a Vizi e virtù dei sentimenti


Da Carmelo Bene a Montanelli, passando per Berlusconi e le donne: ironia, autoironia e sarcasmo sono segno d’intelligenza, l’indifferenza è peggiore di qualsiasi insulto

Guida a Vizi e virtù dei sentimenti

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – L’ironia, l’autoironia, il sarcasmo sono un segno d’intelligenza. Fra ironia e sarcasmo c’è però una bella differenza, l’ironia è dolce ed esprime un certo affetto verso la persona cui è indirizzata, il sarcasmo è violento, tende a ridicolizzare la persona cui è diretto, non a caso in una coppia sadomaso il sadico privilegia il sarcasmo, perché il ridicolo uccide più del fumo.

Alle volte l’autoironia raggiunge vertici tali da confinare con la superbia, cioè il tipo è così sicuro di sé che non gli importa niente di autoflagellarsi, è il caso di Carmelo Bene (“Sono apparso alla Madonna”, “Ma come, mio figlio sono io!” quando nacque suo figlio), ma Carmelo era un genio e i geni esulano da questa ricerca. Mi piace però ricordare un episodio: la giovanissima Elisabetta Pozzi stava lavorando con Carmelo Bene nell’Adelchi, alla fine, come si sa, in teatro il protagonista si presenta al pubblico per ricevere gli applausi. Carmelo disse alla Pozzi: “Vai tu”. Elisabetta si schermì, allora Bene mandò fuori un cane che aveva tutti gli atteggiamenti del protagonista dell’opera. E anche un altro: una sera, in un salotto romano, ubriaco io, ubriaco lui, tenni testa a Carmelo Bene da mezzanotte alla mattina. Tutto intorno, spettatori, tutti gli invitati stavano ad assistere al match, per me un accredito che valeva quanto la prefazione che Montanelli ha fatto al mio libro Il Conformista. Ebbi l’improntitudine di vantarmi con la mia fidanzata di allora che immediatamente mi lasciò accusandomi di narcisismo e di superbia. Sulla superbia non sono d’accordo, sul narcisismo sì. Da quando ho raggiunto L’Età della Ragione, vedi Sartre, non faccio che parlare di me stesso e questo vale per tutti i miei libri, da Una vita al Dizionario Erotico e, se ci penso, anche quella fu una lezione di vita che riguarda i miei testi, anche quelli più “filosofici”. D’altronde, scrive Nietzsche: “Ogni filosofia è un’autobiografia”.

I filosofi non sono ironici, troppo impegnati a rispondere alle domande di Catalano: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ad accezione, anche qui, di Nietzsche (“Sono nato postumo”) preso però nella sua forma aforistica, giornalistica.

Negli uomini intelligenti e anche intelligentissimi la mancanza di ironia, sarcasmo, autoironia è legata strettamente alla noia, prendo per esempio Kant e le sue abitudini e la sua vita di una regolarità estrema, oserei dire kantiana. Gli abitanti di Königsberg, quando usciva di casa regolavano gli orologi perché usciva immancabilmente alla stessa ora. Del resto, se se ne ha lo stomaco, si legga “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza.

Nemmeno i grandi scrittori, in linea di massima, sono ironici, non lo è Dostoevskij, concentrato sul dolore del vivere, tanto meno lo è Tolstoj, troppo preso dalla sua religiosità (Resurrezione) e chi è religioso non può essere ironico.

Ironia, autoironia e sarcasmo appartengono alla sfera intellettuale, ma non sono per questo estranei ai ceti popolari. I fiorentini, nel loro parlato abituale, sono ironici e non c’è bisogno di citare Il Vernacoliere.

L’autoironia, a parte il caso Bene, è un segno di modestia, bisogna diffidare delle persone che non posseggono autoironia, in genere la loro superbia sottolinea una mancanza di sicurezza in se stessi. Tutti i grandi personaggi che ho conosciuto, da Montanelli in su e in giù, non ostentavano la propria modestia. L’autorevolezza ce l’avevano incorporata, allo stesso modo, diciamo così, per cui Gianni Agnelli non aveva bisogno di ostentare la propria ricchezza, ce l’aveva, appunto, incorporata.

Comunque l’indifferenza è peggiore di qualsiasi insulto o sarcasmo, perché nell’insulto e nel sarcasmo c’è comunque un’attenzione. Quest’attenzione ce l’aveva Berlusconi nella sua smania, narcisistica, di piacere a tutti. Alle elezioni del 1994 c’era lo scontro fra Berlusconi e Achille Occhetto con la sua “gioiosa macchina da guerra”. Il settimanale Annabella voleva organizzare due interviste affidate a giornalisti antagonisti o di Berlusconi o di Occhetto. Per intervistare Occhetto fu scelto un simpatizzante della destra, mi pare Giordano Bruno Guerri; per Berlusconi la scelta cadde su di me. Dissi alla direzione: “Guardate che a me l’intervista Berlusconi non la darà”. “Ma figurati – mi risposero – Annabella è un giornale femminile e quindi a Berlusconi interessa molto anche il voto e l’interesse delle donne”. Fu concordato che avrei trasmesso le mie domande all’ufficio stampa di Milano e in seguito mi sarei visto con Berlusconi ad Arcore, per tre quarti d’ora circa. Sulle mie domande l’ufficio stampa di Milano non fece obiezioni, le ebbe quello di Roma, soprattutto per questa domanda che ricordo a memoria: “Lei, Presidente, tiene in gran conto l’amicizia, ma che cosa distingue l’amicizia da un rapporto mafioso?”. Naturalmente l’ufficio stampa di Roma tenuto da Paolo Bonaiuti (e anche questo era per me una sorpresa perché quando lavoravamo insieme al Giorno Bonaiuti era più a sinistra di satanasso e mi considerava un fascista) non voleva saperne di quella domanda. “Che importa? – dissi io – lui, Berlusconi intendo, o chi per lui, ha tutto il tempo per rispondere”. Il Berlusca fu gentilissimo, rispose direttamente al telefono e mi mandò una macchina che mi portasse ad Arcore. In quel breve viaggio, per sondare un po’ il terreno, chiesi all’autista per quale squadra tifasse. Rispose: “Io tifo Inter, ma faccio finta di tenere al Milan. Tutta la servitù si comporta così”. Fu allora che respinsi la proposta di Vittorio Feltri che mi voleva portare al Giornale. Che libertà poteva avere un collaboratore se non poteva nemmeno tifare la propria squadra del cuore? L’intervista uscì e Berlusconi si inalberò per un’annotazione che avevo fatto sul modo di vestire delle sue giovani figlie, una mi pare di ricordare, era Barbara, che era quello che i parvenu credono che vestano i figli dei ricchi. “Sono stato ingenuo, come al solito”, disse Berlusconi e mi inviò una furiosa lettera in cui mi dava, come al solito, del “comunista”. Ma anche questo è un segno di attenzione. Cosa potevo io, peso mosca, di fronte al Presidente di Mediaset? Ma, riprendendo Nietzsche, “il silenzio è peggiore di qualsiasi insulto”. Inutile quasi dire, che poi, quell’intervista non fu mai pubblicata.

Una questione a parte, nel gorgo dei sentimenti che muovono l’animo umano, è quella della permalosità e che riguarda (potevano mancare?) le donne. Ho conosciuto donne ironiche e, anche se meno di frequente, autoironiche, ma nessuna che non fosse permalosa. Se osi dirle che non ha un bel culo sei spacciato, per sempre.


De Angelis, fondatore del Mondo al contrario: “Vannacci è un traditore. E voleva candidarsi con FdI”


L’amico di lunga data dell’ex generale: “Credo che il suo vero obiettivo lo abbia già raggiunto: la fama, il potere, e i soldi. Se il partito andrà bene e il centrodestra vincerà le elezioni diventerà ministro”

Norberto De Angelis e Roberto Vannacci

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – Norberto De Angelis è stato fondatore e poi presidente del Mondo al contrario fino alla fondazione di Futuro nazionale. Ma soprattutto è amico di lunga data di Roberto Vannacci. O meglio, era. E in questa intervista a Repubblica vuota il sacco, anche con un po’ di dolore. La premessa iniziale riguarda però la vita di De Angelis: campione di football americano con la nazionale, uno dei più forti giocatori in Europa, a 28 anni un brutto incidente d’auto avvenuto in Africa, dov’era per una missione umanitaria, lo ha lasciato sulla sedia a rotelle. Non si è mai dato per vinto: da disabile ha attraversato in handbike gli Stati Uniti, da Chicago a Los Angeles, un record. Poi è stato campione italiano di danza sportiva in carrozzina.

Perché ha deciso di rilasciare questa intervista?

«Perché credo nella verità e nei valori autentici. Non sopporto il farsi gioco delle persone che ti aiutano. Mio nonno materno, Norberto Dalla Chiesa, lontano parente del generale Carlo Alberto, mi ha insegnato che davanti all’ingiustizia non si può restare in silenzio».

Partendo da lontano: come si è conosciuto con Vannacci?

«Fu nel 1970-71, i nostri padri erano ufficiali dell’Esercito nella stessa caserma di Ravenna».

Che rapporto avete coltivato nel tempo?

«Un rapporto vero, fatto di amicizia e famiglia. Noi fratelli e i suoi siamo cresciuti insieme, condividendo estati, vacanze e altro».

Politicamente lei come si definiva e definisce?

«Sono un uomo di destra moderata, ma ho sempre votato le persone che stimo, non le bandiere. Anche un sindaco di sinistra, quando l’ho ritenuto valido».

Vannacci invece è sempre stato di destra?

«Sì, credo di sì, non era il solo nella sua famiglia ad essere fortemente di destra».

Poi è uscito il famoso libro: lo sapeva?

«Certamente. Me ne parlò personalmente a casa mia già nel 2022».

Quando esce cosa succede?

«Il 15 agosto 2023 mi scrisse chiedendomi un giudizio sincero sulla sinossi. Gli dissi che mancava di pathos, ma che avrebbe scosso il “politically correct”, ed era proprio ciò che voleva. Dopo i primi articoli e le parole del ministro Crosetto, però, la sua sicurezza vacillò e mi chiese aiuto. Contattai subito Fabio Filomeni e fondammo il primo comitato del Mondo al contrario dicendogli: “Guarda che contenitore ti stiamo costruendo”».

Vannacci aveva già chiaro che voleva passare in politica?

«Assolutamente sì. Nel 2019 prima del suo incarico a Mosca, creai, con miei amici imprenditori il “Progetto Italia”, per promuovere le eccellenze italiane all’estero. Attraverso quel progetto iniziò a entrare in contatto con ambienti politici. Il punto dieci del programma di governo Meloni sul made in Italy l’ho scritto io. Dopo il rientro anticipato dalla Russia, mi confidò nel dicembre 2022 che stava scrivendo un libro con l’obiettivo preciso di raccogliere consenso e arrivare al parlamento europeo».

Mirava a FdI?

«Inizialmente sì, quando era Mosca aveva rapporti con un onorevole vicino a Giorgia Meloni, che non voglio citare».

Gli slogan sulla Decima Mas a lei piacevano?

«Rispetto ogni gesto di eroismo e sacrificio verso la Patria, specie se decorati al valor militare. Ma non amo quando certi simboli vengono strumentalizzati».

Lei lasciò già una volta la presidenza del Mondo al contrario: perché?

«Avevo creato il primo Mac come associazione culturale. Quando vidi che stava diventando altro, prendendo derive che non sentivo mie e avvicinandosi a figure troppo estreme, preferii allontanarmi. Poi Vannacci mi richiamò nel 2025 chiedendomi di fare il presidente del ricostituito Mac. Accettai con entusiasmo, ma col tempo capii di essere diventato solo una figura formale. Le scelte venivano fatte altrove, spesso senza nemmeno informarmi. Alla cena di Parma del 12 dicembre 2025 dissi chiaramente che non avrei più fatto il “presidente burattino”. Eppure, sotto la mia presidenza, il Mac raggiunse i risultati migliori dalla sua nascita. Avevo chiesto a Vannacci una cosa semplice: non affidare il mio futuro a persone sconosciute non di mia fiducia. Sono rimasto inascoltato».

Poi c’è la rottura con la Lega da parte di Vannacci: era al corrente del nuovo partito?

«Avevo sentito voci affidabili, ma nulla di ufficiale. Il 13 dicembre glielo chiesi direttamente e lui mi negò tutto. Col senno di poi, mi disse una cosa non vera. Per me fu la fine della fiducia in lui. Ancora il 25 gennaio scorso, durante un evento a Parma, continuava a smentire ciò che poche ore dopo sarebbe diventato pubblico. Non sono leghista, lui e Salvini si sono serviti l’un con l’altro, ma certamente Vannacci si è comportato come un traditore».

Cosa pensa del politico Vannacci oggi?

«Penso che oggi insegua più il consenso che i valori. Parla di meritocrazia, ma attorno a lui vedo persone che non hanno portato risultati concreti. Anzi, Toscana docet. E soprattutto noto una cosa a mio avviso grave: non gli sono rimasti accanto gli amici di prima del libro. E senza rapporti umani autentici è difficile costruire una politica credibile. L’adesivo “Negozio Italiano”, poi, lo credo assurdo».

E della persona Vannacci che idea si è fatto dopo tutti questi anni?

«È un uomo intelligente, freddo, estremamente sicuro di sé. Ha dimostrato di essere un comunicatore molto abile e un lavoratore instancabile».

Lo rivoterà?

«No. Ovviamente lui dirà di me “me ne frego e vado avanti”. Io rispondo amen».

Ha capito qual è il suo obiettivo?

«Credo che il suo vero obiettivo lo abbia già raggiunto».

La fama?

«Quella, il potere, e i soldi: se il partito andrà bene e il centrodestra vincerà le elezioni diventerà ministro. Poi ha già una pensione d’oro dall’esercito, un super stipendio da europarlamentare. Penso sia l’unico politico che in campagna elettorale ha fatto soldi invece di metterceli».

Nell’organizzazione attuale di Futuro nazionale, Vannacci delega ai suoi collaboratori oppure finge di farlo ma poi accolla a loro le responsabilità?

«Ho visto delegare compiti delicati ad altri, soprattutto quando c’erano rischi. Se qualcosa fosse andato storto, la responsabilità non sarebbe stata riconducibile a lui. Se invece avesse funzionato, il successo sarebbe diventato suo. Anche col Mac inizialmente prendeva le distanze, quasi lo snobbava. Oggi, però, quella rete costruita dal Mac rappresenta una parte importante della sua forza politica».

Dopo queste parole, al di là della politica, l’amicizia può dirsi davvero conclusa.

«Non mi interessa più nulla. So che mi sono comportato come farebbe un vero amico, spendendo il mio tempo ed energie senza interessi personali e soprattutto senza secondi fini politici. Quel che dovevo perdere di davvero importante nella vita, purtroppo, l’ho già perso da tempo».


Tra politica e affari


(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Dopo l’articolo di Domani, le opposizioni vogliono chiedere in Parlamento chiarimenti sugli incarichi assegnati dall’Enel, per un valore di 90mila euro in meno di tre anni, all’avvocata Matilde Raspagliesi, nipote del presidente del Senato, Ignazio La Russa, da 25 anni nello studio legale La Russa, oggi guidato da Geronimo, figlio del co-fondatore di Fratelli d’Italia.

La società pubblica ha spiegato che la professionista è stata scelta per la «comprovata esperienza» e per gli onorari «competitivi». Specificando che il rapporto non ha riguardato lo studio La Russa, ma solo Raspagliesi.

L’avvocata ha detto di essersi mossa in «autonomia» e di essersi candidata come legale esterna all’Enel «tramite curriculum, partecipando a incontri conoscitivi con i legali interni».

Gli affidamenti sono arrivati sui cosiddetti «contenziosi seriali», ossia cause su materie simili o comunque affini. Attività che hanno fatto fatturare 30mila euro all’anno.

Interrogazione 5 stelle

Ma il Movimento 5 Stelle vuole ulteriori risposte. Soprattutto per possibili, ulteriori compensi che Enel ha definito «ipotetici ed eventuali».

Per questo il partito guidato da Giuseppe Conte ha preparato un’interrogazione al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sul rapporto tra Eni e Raspagliesi: «Chiederemo quanti incarichi siano stati affidati, a quanto ammontino i compensi già liquidati e quelli ancora da liquidare, quale sia il cosiddetto “valore potenziale” complessivo degli incarichi, quali criteri siano stati utilizzati per il conferimento e quale sia la natura degli incarichi affidati», ha elencato Mario Turco, vicepresidente e senatore del M5s.

Anche alla Camera sarà depositata un’interrogazione, a prima firma del deputato del M5s, Alfonso Colucci: «La gestione di incarichi e consulenze legali nelle società pubbliche o a partecipazione pubblica deve essere improntata a massima trasparenza, imparzialità e opportunità delle scelte».

Ma non c’è solo Raspagliesi nella storia della famiglia La Russa, in cui spicca anche Romano, fratello del presidente del Senato e assessore in Lombardia. Non è la prima volta che i parenti di La Russa finiscono in primo piano per consulenze o incarichi pubblici. Il caso più recente riguarda proprio Geronimo La Russa, primogenito della seconda carica dello Stato e titolare dello studio di famiglia, nominato alla presidenza dell’Aci.

Una scelta maturata dopo il commissariamento dell’ente, deciso dal governo al termine di uno scontro con la precedente gestione. Il figlio del co-fondatore di Fratelli d’Italia era già stato al centro di polemiche per un’altra nomina.

Tra un’attività da legale e l’altra, nel 2023, è stato inserito nel Consiglio di amministrazione del Piccolo di Milano in rappresentanza del ministero della Cultura, all’epoca guidato da Gennaro Sangiuliano.

Un altro figlio, Lorenzo Cochis La Russa, non è stato da meno. L’erede politico del presidente del Senato è l’unico al momento attivo dentro FdI: è consigliere municipale a Milano.

Il maggiore porta avanti lo studio, il secondogenito la passione politica.

Nel 2020 era stato assunto nella Fondazione Milano-Cortina, che ha organizzato l’Olimpiade invernale. Il suo nome compariva in un pacchetto di 35 assunzioni. L’amministratore delegato, all’epoca, era Vincenzo Novari.

C’era l’ombra della Parentopoli sui contratti, tanto che sulla vicenda era stata aperta un’inchiesta, finita con l’archiviazione. Per la procura c’era stata «mancanza di trasparenza» ma nessun «reato». Il caso ha comunque creato un bel po’ di imbarazzo.

Il presidente del Senato aveva respinto le accuse di favoritismi. L’epopea dei La Russa riporta a un altro Raspagliesi, Gaetano, padre dell’avvocata Matilde Raspagliesi, che ha ricevuto gli incarichi da Enel.

In questo caso si parla di un imprenditore, anche lui siciliano di origine ma con una vita milanese, che oggi amministra solo la sua storica azienda di compravendita di immobili. Ma in passato è stato socio di molte realtà imprenditoriali.

Tra queste figurava la Midica, un’impresa che ha gestito un call center, a Paternò, città natale di La Russa, che garantiva servizi per la regione Lombardia. I due punti geografici più simbolici per il presidente del Senato.

La vicenda del call center ha fatto molto discutere: il passaggio della gestione della società da Midica alla Qè doveva rappresentare un rilancio, ma ha sancito la fine delle attività.

Studio e affari

Oltre ai familiari, lo stesso Ignazio La Russa è stato sempre al centro di questioni che hanno intrecciato politica, imprenditoria e vita professionale.

Fino a lambire i rapporti di amicizia personale, come quello con l’ex ministra del Turismo, Daniela Santanchè.

In un’occasione ha anche firmato da avvocato una diffida per conto della Negma.

«Ma non sono mai stato legale di questa società né di Santanchè», ha dovuto puntualizzare il diretto interessato per provare ad allontanare le ombre dei conflitti di interessi.

Nel rapporto con l’ex ministra resta esemplare la storia della compravendita-lampo di una villa a Forte dei Marmi. Che coinvolge ancora una volta dei familiari.

Il compagno di Santanchè, Dimitri Kunz, e la moglie di La Russa, Laura De Cicco, avevano acquistato, il 12 gennaio 2023, il lussuoso immobile al prezzo di 2,45 milioni di euro e lo avevano rivenduto, 58 minuti dopo, a 3,45 milioni di euro, facendo registrare una plusvalenza record.

Un gran fiuto, non c’è che dire. Una qualità di famiglia.


A me m’ha rovinato la guerra


Meloni nervosa e a fine corsa: “In crisi per la guerra e il bonus 110%”. Balle e scuse. Perde la calma, apre ai “responsabili”, spinge sul nucleare e scarica tutti i guai sul solito Superbonus

Meloni nervosa e a fine corsa: “In crisi per la guerra e il bonus 110%”

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – “Invocate sempre la presenza della premier in Parlamento, ma oggettivamente c’è poco di cui parlare”. Sono passati dieci minuti e Giorgia Meloni già si innervosisce. Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, è il secondo a porle la domanda: la incalza sul caso Giuli che “stava benissimo nel bosco a suonare il flauto”, sul ginecologo Marco Mattei alla Corte dei Conti, la legge elettorale per “affrontare la crisi di Hormuz”, il Piano casa che “sta dando management fees a un cittadino privato chiamato Mario Abbadessa, scelto senza gara pubblica”. Renzi la descrive come una sorta di “famiglia Addams”. Lei, in un Senato stracolmo, si gira ai colleghi di governo Adolfo Urso e Luca Ciriani e ripete indignata: “Che livello!”. Sarà solo la prima intemerata della premier nel suo pomeriggio a Palazzo Madama.

Alle 16:30 inizia il premier time e l’unico, all’opposizione, a cui dedica parole al miele è Carlo Calenda che le chiede una cabina di regia per affrontare le emergenze economiche: da Meloni “porte aperte” alle opposizioni “responsabili” perché “le tensioni geopolitiche incidono sulla crescita e sul potere di acquisto delle famiglie”.

Il resto dell’ora e mezzo di domande e risposte serrate al Senato – tra fischi, borbottii e diverse interruzioni – Meloni lo passa sulla difensiva con le opposizioni. Tra i banchi del governo ci sono molti ministri, ma non i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Meloni si agita (“di fronte agli insulti c’è poco di cui parlare”), poi inizia la lista delle giustificazioni rispondendo all’intervento del pentastellato Stefano Patuanelli, che accusava il suo governo di austerità e di non aver fatto niente sulla politica industriale. Il refrain è sempre il solito, il nemico lo stesso: il Superbonus. “Finiremo di pagarlo nel 2027, alla fine del mio mandato quindi non accetto lezioni da chi ha sperperato soldi con il Superbonus”, accusa la premier. Parole con cui espone il fianco, perché i 5Stelle le ricordano quando era stato il suo governo a prorogare diverse norme del 110%.

Rispondendo ai colleghi di maggioranza, Meloni rivendica poi i risultati ottenuti: il Sud con “i 55 miliardi investiti” e una nuova cabina di regia, il Piano casa su cui punta la Lega (anche se il capogruppo Massimiliano Romeo le ricorda di “venire più spesso al Senato per spiegare cosa ha fatto il governo”), il taglio delle tasse, i salari e il Pnrr.

Altro nervosismo si aggiunge quando arriva l’altra critica più dura, quella dal capogruppo Pd Francesco Boccia. Dopo aver elencato le riforme fallite dal governo, il dem la accusa di non essere più una del popolo, ma cambiata dai Palazzi del potere. La premier prima sbotta lamentando le troppe domande del senatore (“è un quizzone finale?”) poi alza la voce e mostra un assaggio di campagna elettorale in vista del 2027: “Sono andata a fare la spesa al supermercato sabato scorso – dice – Non rinuncio a stare in mezzo alla gente e a fare una vita normale. E attorno a questo governo c’è ancora tanto affetto e questo qualcosa significherà”. E ancora: “Se l’Italia oggi è così disastrosa, in che condizioni era quando l’abbiamo ereditata? È possibile che gli italiani si aspettino di più da noi, ma temo che non se lo aspettino da voi perché ci sono già passati”. E su questo fa subito capire quali saranno i temi su cui batterà Fratelli d’Italia in campagna elettorale: “Abbiamo alzato le tasse solo alle banche e le abbiamo abbassate ai lavoratori”, dice la premier riferendosi alla controversa tassa sugli extra-profitti per le banche, annunciata ma poi annacquata dopo le barricate di FI.

L’unico annuncio arriva in fondo alla seduta quando Meloni fa sapere che entro l’estate sarà approvata la legge delega e i rispettivi decreti attuativi sul nucleare. Finisce la seduta tra gli applausi di Fratelli d’Italia e Meloni si volta verso le opposizioni: “Ma non dovevate fare la bagarre? Siete lì seduti e pacati…”.


Milioni in azioni Apple e Nvidia: ecco gli affari di Trump prima del vertice in Cina con le big tech


Secondo i dati dell’etica governativa Usa, il presidente avrebbe investito fino a 7,2 milioni di dollari nel colosso dell’iPhone nei mesi precedenti alla missione a Pechino con i big della Silicon Valley. Operazioni anche su Nvidia, Tesla e Boeing, mentre crescono i dubbi sul conflitto di interessi

Trump con il presidente cinese Xi Jinping presso la Grande Sala del Popolo a Pechino, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario al Tesoro Scott Bessent, il segretario di Stato Marco Rubio, l’amministratore delegato di Apple Tim Cook, Elon Musk e l’amministratore delegato di Nvidia Jensen Huang osservano la scena.

(SANDRA RICCIO – lastampa.it) – Il Presidente americano Donald Trump avrebbe aumentato in modo significativo i propri investimenti in Apple poco prima della visita ufficiale in Cina, viaggio in cui è stato accompagnato dai vertici di alcune delle maggiori multinazionali americane tra cui figura anche Apple. Secondo i dati dell’Ufficio per l’etica governativa degli Stati Uniti, citati dalla stampa economica statunitense, nei primi mesi del 2026 il presidente americano avrebbe investito fino a 7,2 milioni di dollari (circa 6,2 milioni di euro) nel colosso dell’iPhone. Non è tuttavia possibile stabilire gli importi esatti delle operazioni su Apple perché gli elenchi dichiarati prevedono solo cifre approssimative. Tuttavia, come emerge dai dati, Trump ha aumentato in modo significativo i propri investimenti nella società. L’acquisto più consistente risale all’inizio di febbraio e aveva un valore compreso tra uno e cinque milioni di dollari. Dai dati non risulta chiaro se gli investimenti siano stati destinati ad azioni o ad altri strumenti finanziari.

Tuttavia, come emerge dai dati, Trump ha aumentato in modo significativo i propri investimenti in Apple. L’acquisto più consistente risale all’inizio di febbraio e aveva un valore compreso tra uno e cinque milioni di dollari.

Operazioni anche su Nvidia e Tesla

Non c’è soltanto Apple. Durante la sua visita di Stato, Trump è stato accompagnato da una nutrita delegazione di big manager, tra cui il miliardario tech Elon Musk, il Ceo di Apple Tim Cook, il Ceo del produttore di chip Nvidia Jensen Huang e il Ceo di Boeing Kelly Ortberg. Secondo le analisi, nei mesi precedenti al viaggio, Trump ha anche effettuato numerose operazioni di compravendita sui titoli di queste aziende. Tuttavia in questi casi non emerge una tendenza chiara che indichi se abbiano prevalso gli acquisti o le vendite.

Boeing si è aggiudicata in Cina una commessa di 300 aerei del valore di oltre 37 miliardi di dollari, annunciata anche da Trump, che però aveva citato una cifra diversa. In Borsa, invece, ci si aspettava una commessa ancora più consistente, motivo per cui il titolo ha registrato un calo significativo.

I dati emersi colpiscono anche perché Trump ha effettuato un gran numero di transazioni: solo per quanto riguarda gli acquisti, nei tre mesi in questione si contano oltre 2.300 voci. Tuttavia, almeno una parte delle transazioni non è stata gestita da Trump in prima persona, bensì da conti amministrati. Le operazioni di maggiore entità hanno riguardato la vendita di titoli del settore tecnologico. Secondo quanto riportato, Trump ha venduto titoli singoli di Microsoft, Amazon e Meta per un valore fino a 25 milioni di dollari, tutti il 10 febbraio.

Il dossier Cina

Obiettivo del viaggio di Trump è di riaprire il dialogo economico con la Cina in una fase segnata da tensioni commerciali, dazi e scontri sulle tecnologie strategiche.

Il dossier Apple è particolarmente sensibile. Il gruppo guidato da Tim Cook continua infatti a dipendere fortemente dalla filiera produttiva cinese, nonostante negli ultimi anni abbia cercato di diversificare parte della produzione verso India e Sud-est asiatico. Parallelamente Trump ha più volte chiesto alle aziende americane di riportare manifattura e investimenti negli Stati Uniti, arrivando anche a minacciare nuovi dazi sugli iPhone prodotti all’estero.

L’acquisto massiccio di titoli Apple nei mesi che hanno preceduto il viaggio in Cina rischia di alimentare polemiche politiche e interrogativi sul possibile conflitto di interessi tra attività pubblica e investimenti privati, soprattutto in una fase in cui i rapporti tra Stati Uniti e Cina restano uno dei dossier più delicati per i mercati globali.


Senza i paesi autoritari chi rimane in biennale?


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Leggiamo sul Corriere che la cosiddetta Alta rappresentante dell’Ue Kaja Kallas non ha gradito la decisione della Biennale di Venezia di consentire alla Russia di partecipare coi propri artisti. “I nostri avversari, gli aggressori, non dormono”, ha detto, giacché ormai è passata la fola che i russi abbiano aggredito “noi”, non solo l’Ucraina. “Vogliono aumentare la loro influenza in Europa. Abbiamo visto la Biennale, dove i russi erano lì, come se nulla fosse successo”. Mica tanto: stava per crollare il governo, contro la decisione di Buttafuoco, presidente della Fondazione, di aprire il padiglione russo anche solo per poche ore.

[…] Si dirà (è l’obiezione preferita dei nostri saputelli liberali): l’arte russa non è autonoma, perché gli artisti li ha scelti il governo di Putin. Può essere. Allora istituiamo la regola che si fa un controllo preventivo sulle idee politiche degli artisti, ammesso che ciò sia costituzionale (art. 3), accogliendo solo chi non ha opinioni coincidenti con quelli dei rispettivi governi autocratici o illiberali. Quanti Paesi, tra i 100 che espongono a Venezia, non sono democratici? Quanti artisti sono di scelta governativa? Un rapido controllo. L’Arabia Saudita, a cui Amnesty International assegna il primato mondiale per esecuzioni capitali, torture, arresti, processi sommari, espone l’opera Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre, un’installazione, leggiamo, che “si ispira ai motivi dei mosaici arabi legati a siti culturali millenari, oggi minacciati da conflitti”. Chissà se ci sono anche mosaici yemeniti: infatti bin Salman, principe del nuovo Rinascimento, ama bombardare i bambini yemeniti anche con armi nostre (secondo l’Onu, 10mila morti civili). Il Commissario è la Visual Arts Commission, dipendente dal ministro della Cultura saudita, cioè dal governo, quello che ha foraggiato il senatore Renzi per la sua opera di ripulitura della reputazione del regime.

C’è la Repubblica dell’Azerbaigian, formalmente una democrazia presidenziale, in realtà un regime autoritario e una dittatura ereditaria in mano al presidente Aliyev e alla sua famiglia dal 1993, con limitate libertà politiche e civili. L’Azerbaigian fa parte delle ex repubbliche sovietiche: all’indomani dell’indipendenza (1991), la regione del Nagorno Karabakh, a maggioranza etnica armena, si è dichiarata indipendente, da cui la prima guerra del Nagorno Karabakh (’92-’94), con violenze e pulizia etnica.

[…]

Altro paradiso di democrazia alla Biennale è la Repubblica democratica del Congo, dove è in corso da decenni la guerra civile. Human Rights Watch ha denunciato la repressione brutale seguita alle elezioni del 2006, nella quale sono stati uccisi almeno 500 dissidenti, e oltre mille arrestati e torturati. Save the Children ha denunciato il reclutamento dei bambini-soldato, addetti al trasporto delle armi e oggetto di violenze sessuali. C’è l’Egitto, l’eden dei diritti umani guidato dal generale al-Sisi, che – dopo il golpe con cui ha destituito Morsi – ha instaurato un regime repressivo basato sul controllo dell’esercito sulla vita politica del Paese. Una curiosità: quando al Cairo (vedi il Fatto del 6 novembre scorso) è stato inaugurato il Grand Egyptian Museum, definito la “Quarta piramide d’Egitto”, alla cerimonia c’era un parterre de rois di 79 delegazioni. La photo opportunity ritrae in quarta fila, accanto a un signore in kefiah, il nostro Matteo Renzi. Doveva essere presente anche la Meloni, ma all’ultimo minuto ha mandato il ministro della Cultura Giuli. Un caso in cui non abbiamo ospitato, ma addirittura siamo andati noi a porgere omaggio a un despota (forse per il trattamento di favore che ci ha riservato nel caso Regeni).

[…] Naturalmente c’è Israele. E perché non dovrebbe: abbiamo sostenuto le politiche genocidarie di Netanyahu, gli abbiamo mandato armi, ci siamo opposti alle sanzioni, abbiamo ignorato la Cpi che ha spiccato un mandato di cattura nei confronti degli infanticidi messianici, etc. Per caso Israele ha inviato artisti dissidenti a Venezia? All’Eurovision Israele manderebbe una canzone pro-Pal? (Improbabile: il New York Times ha appena scoperto che ha speso 1 milione di dollari per condizionare il voto e far vincere la canzone israeliana). C’è il Qatar, una monarchia assoluta ereditaria governata dalla famiglia Al Thani dal 1825, dove sono vietati i sindacati, la libertà di espressione è limitata e vige la censura, un po’ come si vorrebbe fare da noi. Il Qatar è un nostro super-fornitore di energia, specie dopo le 20 sanzioni comminate alla Russia (cioè a noi stessi). C’è anche l’Oman, una monarchia assoluta, dove non sono ammessi partiti politici, figuriamoci artisti dissidenti. Anche gli Stati Uniti sono in guerra, come sempre peraltro: contro l’Iran. Chiediamo ai loro artisti se sono trumpiani? Insomma: se trattiamo tutti come la Russia (che non ci ha mai invaso), rimane solo la Svizzera.