
(lafionda.org) – Da settimane agricoltori, allevatori, olivicoltori, pescatori e autotrasportatori sono in mobilitazione contro il caro carburanti e l’aumento dei costi di produzione. Dalla Sicilia alla Calabria, dalla Puglia al Lazio, si susseguono presìdi, cortei e blocchi stradali. Tra il Gargano e il Foggiano, nel Cosentino e nel Catanzarese, si segnalano difficoltà nell’approvvigionamento dei supermercati e lunghe code ai distributori di carburante. Al centro della protesta ci sono condizioni economiche divenute insostenibili per un intero mondo produttivo: l’aumento dei prezzi del gasolio e delle materie prime, i compensi agricoli spesso insufficienti persino a coprire le spese, la concorrenza delle importazioni sottoposte a standard differenti. A pesare è anche il divario tra i prezzi riconosciuti ai produttori e quelli pagati dai consumatori, insieme al potere contrattuale degli intermediari e della grande distribuzione organizzata, che tende a scaricare sui primi una parte sproporzionata dei costi e dei rischi d’impresa. Una situazione che mette in difficoltà interi settori produttivi e si ripercuote, attraverso i rincari, anche sui consumatori. Da qui la richiesta di interventi urgenti sul costo dei carburanti, di misure a sostegno delle attività produttive e di risposte istituzionali concrete.
E la mobilitazione non si ferma, anzi si allarga. Dal 16 al 20 ottobre è previsto un fermo di cinque giorni degli autotrasportatori aderenti alle organizzazioni promotrici in Calabria e Sicilia, mentre in altre regioni del Mezzogiorno proseguono presìdi e proteste. Sul piano nazionale, le associazioni del settore chiedono interventi urgenti e prospettano un’estensione della mobilitazione in assenza di risposte adeguate. Dai presìdi emerge la difficoltà crescente di continuare a lavorare: agricoltori schiacciati dall’aumento dei costi e da prezzi di vendita sempre meno remunerativi, imprese di trasporto che non dispongono più della liquidità necessaria a mantenere in circolazione i mezzi, pescatori e piccoli produttori che vedono erodersi ogni margine di guadagno. Particolarmente difficile è la condizione dei piccoli autotrasportatori, spesso impossibilitati a trasferire sui committenti l’aumento dei costi del carburante, a fronte di tariffe che non tengono il passo con i rincari. A questo quadro si affianca la vertenza dei lavoratori dell’ex Ilva di Taranto e dell’indotto, che chiedono garanzie occupazionali e un piano industriale credibile, capace di coniugare continuità produttiva, risanamento ambientale e tutela del lavoro. Sono mobilitazioni differenti, ma attraversate da una medesima questione di fondo: la possibilità, per chi lavora e produce, di continuare a vivere dignitosamente del proprio lavoro.
Eppure, nel grande circo politico-mediatico nazionale, queste proteste, pur non essendo passate completamente sotto silenzio, ricevono un’attenzione del tutto insufficiente rispetto alla loro portata. Il dibattito pubblico si consuma in una baruffa sterile e inconcludente, che aggira le questioni fondamentali del Paese o le affronta soltanto in superficie, mentre il disagio di questi lavoratori e delle loro comunità resta ai margini. È la consueta operazione di rimozione della realtà quando questa risulta sgradita: non occorre censurarla apertamente, basta relegarla sullo sfondo, fino a renderla politicamente quasi invisibile.
È il paradosso di un Paese che celebra il Made in Italy, ma lascia impoverire chi materialmente lo produce. Da una parte, la retorica governativa del «Made in Italietta»; dall’altra, un’opposizione parlamentare distante dalle ragioni profonde di queste mobilitazioni. Il riflesso di una classe dirigente inadempiente e subalterna, incapace di assumere i bisogni, gli interessi e le aspirazioni profonde delle classi lavoratrici come vincolo interno della propria azione politica. Si misura qui la distanza, sempre più evidente, tra le domande che emergono dalla società, attraversando interi territori, settori produttivi e vasti strati sociali, e un sistema politico-istituzionale che non sa raccoglierle, rappresentarle e tradurle in indirizzo politico.
Sullo sfondo, le contraddizioni di un modello economico e sociale che espone le produzioni nazionali alla concorrenza globale senza adeguate garanzie a tutela del lavoro e delle produzioni nazionali, mentre i vincoli europei e sovranazionali ostacolano una politica orientata alla piena e buona occupazione e alla tutela delle capacità produttive del Paese. A tutto questo si aggiungono gli effetti delle guerre e delle politiche di escalation militare sui mercati energetici e sui costi di produzione, mentre la corsa al riarmo sottrae risorse agli investimenti produttivi, allo sviluppo dei territori e al welfare.
Nel Mezzogiorno, tutto ciò si innesta su fragilità strutturali mai superate: carenze infrastrutturali, difficoltà di accesso al credito, disoccupazione, spopolamento, impoverimento del tessuto produttivo e progressivo indebolimento dei servizi pubblici essenziali. Un quadro già segnato da profonde diseguaglianze territoriali, che l’attuazione dell’autonomia differenziata rischia di aggravare ulteriormente, anziché contribuire a superare.
Non è soltanto una protesta di categoria. È una grande questione sociale, nazionale e popolare, che riguarda la dignità del lavoro, la sopravvivenza delle economie locali, la tenuta dei legami sociali e il futuro del Mezzogiorno.
Piena solidarietà dunque a chi si mobilita e lotta per difendere il proprio lavoro, la propria terra e il futuro delle proprie comunità.

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Accortosi che inspiegabilmente la riabilitazione di Matteo Renzi non dà i frutti sperati (resta il leader meno gradito di tutti, dietro a due bocconcini come Lupi e Magi), il Corriere ha cambiato strategia: elogiarne le qualità politiche, ma con nonchalance, senza dare nell’occhio, anzi, fingendosi pure scocciati che di questo Renzi si parli un po’ troppo.
Il cortocircuito si è concretizzato negli ultimi giorni. Come noto, mentre il leader di Iv applaude Meloni in Senato tenta anche di dare le carte per una lista centrista del cosiddetto Campo largo. Un qualsiasi marziano si metterebbe a ridere, ma qui la cosa non solo viene presa molto seriamente, ma è pure caldeggiata dalle migliori firme. Per assecondare il piano, l’altro giorno Massimo Gramellini ha scritto sul Corriere che Renzi ha stufato, se ne parla troppo: “A sinistra parlano più di Renzi che di bollette, più di Renzi che di Putin”. A scandalizzarlo c’è il fatto che i 5Stelle “vogliono garanzie perché non si fidano”, vai a sapere il motivo. C’è solo un problema: per settimane il Corriere e La7, che condividono la proprietà, hanno gonfiato Renzi dedicandogli pezzi e interviste e accreditandolo di una centralità persino eccessiva. Non più tardi di quattro giorni fa, ritrattone-colloquio a firma Tommaso Labate: “Renzi, centrista barricadero sotto attacco: ma io li sfido tutti, vediamo se hanno i voti”. Martedì invece era ospite da Giovanni Floris, dove in un mese, da quando è ripartito il programma, è stato già tre volte. Coi lettori del Corriere Renzi non si faceva vivo addirittura da un paio di settimane, un’enormità, quando il quotidiano si era premurato di pubblicare una pagina di anticipazione del suo libro.
Nel frattempo si era trovato il modo di parlare di lui in varie maniere, compresa un’intervista a Corrado Augias. Domanda: qual è il politico più simile a Machiavelli? Ma certo: “Matteo è uno dei politici che più si avvicinano a quel modello di stratega intelligente, lucidissimo, pronto a fare i calcoli giusti. Ama la pace ma non disdegna né la guerra né le azioni spregiudicate per raggiungere un disegno che per lui è giusto e utile per il Paese”. Ecco sì, perché il lettore potrebbe fraintendere, Machiavelli in senso buono: “Renzi ha sempre agito nell’interesse generale, quello che ha rovinato è stato un ego gigantesco. Se si togliesse un po’ di quella sbruffoneria da toscanaccio, diventerebbe il miglior politico in circolazione”. Certo, e la vera piaga di Palermo è il traffico.

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – L’avvocato le chiede ancora, le garanzie. E non parla solo di Matteo Renzi, il fu rottamatore che – come raccontato dal Fatto – non vuole in ruoli di governo, tanto da provocare la reazione del capo di Italia Viva a DiMartedì: “Di fare il ministro non me ne frega niente”. Giuseppe Conte vuole anche altro, vuole di più. Ossia che il vincitore delle primarie non venga sabotato subito dopo dai partiti. Ergo, il candidato a Palazzo Chigi dovrebbe poter discutere con tutta la coalizione della composizione dei gruppi parlamentari, ragionando sulle candidature e il loro taglio politico. Intendeva anche questo, l’ex premier, quando ieri al convegno Insieme per il futuro di Roma e del Lazio ha detto: “Credo che un progetto progressista non possa essere un insieme di sigle ma debba essere coerente: bisogna trovare meccanismi per garantire una legislatura quinquennale”. Altrimenti “dureremo un quarto d’ora” ribadisce un 5Stelle di peso. Serve ordine, insomma. Nella composizione delle liste, con il centro che ad oggi è un magma, e nella definizione dei pesi e dei ruoli parlamentari. Prima però bisognerebbe vincerle, le elezioni. E prima ancora va costruito un programma di governo condiviso. Non semplice. E non è solo questione di Ucraina, su cui ieri l’ex premier ha tenuto la sua linea – “Rimaniamo assolutamente convinti che la strada non sia l’escalation militare, serve una svolta negoziale” – pur riconoscendo che i progressisti “hanno fatto un passo avanti” con le astensioni incrociate sulle rispettive risoluzioni alla Camera , per poi rivelare che lui ha il nome di un negoziatore ideale, ma non lo fa “per non bruciarlo”.
Il punto resta anche la patrimoniale, a cui Conte è contrarissimo, nonostante anche una parte del suo partito – con Chiara Appendino in prima fila – la invochi. “Vorrei uscire dal quadro ideologico. Quando è stata fatta in Europa non ha mai funzionato” teorizza. “Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni lo sanno?” gli viene chiesto, visto che i rossoverdi ne sono antichi sostenitori. E lui: “Glielo diremo, ma porterò tutta la documentazione. Non sono ideologico in questo momento”. Bonelli e Fratoianni però rispondono a stretto giro: “Caro Giuseppe, anche noi non siamo per nulla ideologici e porteremo al tavolo della discussione materiali e studi che dimostrano come le obiezioni più frequenti, a cominciare dalla fuga dei capitali, siano largamente infondate”. Replica dietro a cui c’è anche il fastidio di Avs per “la tendenza di Giuseppe a intestarsi tutto, ultimamente” come spiega un rossoverde. In questo clima, Renzi (ri)giura di essere indispensabile: “Tutti i sondaggi dicono che il centrosinistra è avanti di un soffio e che il voto di Iv fa la differenza. Per anni tutti a ironizzare sul nostro 2,5 per cento e poi scopriamo che è proprio quello che serve per vincere”. E a sostegno, rilancia sui social la supermedia sui sondaggi di YouTrend. A margine, le scorie degli applausi della destra del Pd a Meloni, mercoledì. Così se il dem Filippo Sensi promette che “il governo progressista manderà armi per davvero all’Ucraina”, il 5Stelle Francesco Silvestri gli risponde così: “Gliele può portare Sensi, personalmente”. Buon campo largo.

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Oggi in Italia a decine di migliaia di proprietari pagano imposte sulla casa più alte del dovuto, ma non lo sanno. Ad altri, invece, viene consentito di pagare meno, e questi ultimi lo sanno benissimo. Il motivo è che nel Catasto, il registro pubblico che dice dove si trova un immobile, quanto è grande, quali caratteristiche ha e quanto deve rendere ai fini fiscali, i valori delle nostre abitazioni sono fermi al 1989.
Dalle statistiche del Dipartimento delle Finanze risultano 25,5 milioni di proprietari immobiliari. Se sei riuscito a comprarti casa, e poi magari ne hai ereditata una seconda dai tuoi genitori, oppure sei proprietario del tuo negozio, quando senti parlare di una revisione del Catasto ti si accappona la pelle. Chiariamolo subito: un aggiornamento non farebbe spendere un centesimo in più sull’abitazione principale, perché sulla prima casa l’Imu non si paga. L’unica eccezione sono le abitazioni di lusso, che rappresentano lo 0,2 per cento del totale. Per la seconda casa, o per un negozio, invece, le cose cambierebbero. Per capire di quanto, in più o in meno, bisogna innanzitutto vedere su quali basi viene calcolata l’Imu, e non è quello del valore della casa sul mercato.
Un immobile, a seconda del tipo di abitazione (popolare, civile o signorile), viene classificato in una determinata categoria; può avere l’ascensore, un certo numero di servizi igienici, impianti ad alto o basso consumo energetico, che, insieme alla zona in cui si trova, viene inquadrato in una determinata classe. A categoria e classe corrisponde poi una tariffa, che viene moltiplicata per le dimensioni dell’immobile. Il risultato è la rendita catastale.
Da questa rendita, attraverso altri coefficienti stabiliti dalla legge, si arriva alla base su cui calcolare l’Imu. Sulla cifra ottenuta si applica un’aliquota ordinaria dello 0,86 per cento, che il Consiglio comunale di riferimento può aumentare fino all’1,06 per cento oppure ridurre fino a zero.
Il problema è che in 37 anni i quartieri sono cambiati, mentre i valori catastali no. Una nuova fermata della metropolitana può aver fatto salire i prezzi di un’intera zona. L’apertura di un’università o di un grande polo di uffici può aver trasformato una periferia in un quartiere molto richiesto. Ma può anche essere successo il contrario: la dove una fabbrica è stata dismessa e sono spariti posti di lavoro, dove hanno chiuso i negozi, dove si è esteso il degrado urbano, dove c’è stato uno spopolamento, le case hanno perso valore. Tutto questo il Catasto non lo registra.
Ad aggiornarlo ci hanno provato Romano Prodi nel 1998 e nel 2006, Mario Monti nel 2012, i governi di Enrico Letta e Matteo Renzi nel 2013-2014 e Mario Draghi nel 2022. Non ci sono riusciti. Perché appena si parla di Catasto scatta l’allarme: «Aumenteranno le tasse sulla casa!». Nel 2022 Giorgia Meloni arriva a definire la riforma proposta dal governo Draghi «l’ennesima mattanza sociale». Purtroppo è l’ennesima bugia. Cosa succederebbe davvero lo vediamo direttamente sul campo.
A Roma, nel quartiere Prati, un appartamento di 104 metri quadrati ha un valore fiscale di 224.503 euro, mentre sul mercato vale 582.400 euro. Oggi il proprietario paga 2.380 euro di Imu; con valori aggiornati ne pagherebbe 3.215: 835 euro in più. A Torre Spaccata, periferia est di Roma, un appartamento di 88 metri quadrati paga 1.334 euro; con valori aggiornati ne pagherebbe 996: 338 euro in meno.
A Torino, nel quartiere Castello, un appartamento di 136 metri quadrati oggi paga 828 euro; con valori aggiornati ne pagherebbe 1.727: 899 euro in più. A Mirafiori Nord, un appartamento di 86 metri quadrati paga 1.469 euro; con valori aggiornati ne pagherebbe 663: 806 euro in meno.
A Milano trovare un’abitazione per cui l’Imu diminuirebbe è molto più difficile. Nel centro storico, tra Duomo, San Babila, Montenapoleone, Missori e Cairoli, un’abitazione di 106 metri quadrati ha un valore catastale di 410.397 euro e uno di mercato di 1.038.800 euro. L’imposta salirebbe da 4.350 a 5.735 euro: 1.385 euro in più. A Bari accade il contrario. Nel quartiere San Pasquale, un appartamento di 140 metri quadrati passerebbe da 1.853 a 1.449 euro di Imu, con una riduzione di 404 euro.
Le differenze si vedono anche tra province. A Biella, Alessandria, Torino, Pordenone, Ferrara, Campobasso, Isernia, Foggia, Viterbo e Siracusa, con i valori aggiornati l’Imu sarebbe in media più bassa. Mediamente più alta invece nella provincia di Sondrio, Cuneo, Brescia, Bolzano, Trento, Verona, Rimini, Fermo, Pesaro-Urbino, Lucca.
Per ogni appartamento abbiamo confrontato il valore catastale, ricavato dalle visure, con quello di mercato, stimato dall’Osservatorio del mercato immobiliare (Omi) dell’Agenzia delle Entrate. Abbiamo poi riportato tutte le abitazioni allo stesso rapporto tra i due valori: 1,92, la media nazionale. Infine abbiamo ricalcolato l’Imu applicando a tutti gli immobili la stessa aliquota, l’1,06 percento. Tutti i calcoli sono stati effettuati secondo i criteri indicati nella pubblicazione «Gli immobili in Italia» a cura del Dipartimento delle Finanze e Agenzia delle Entrate.
Aggiornare il Catasto dunque non significa aumentare indistintamente l’Imu. Sulla prima casa, come abbiamo detto, non cambierebbe nulla. Sulle altre, alcuni pagherebbero di più e altri di meno. A parità di gettito complessivo per lo Stato, il prelievo sarebbe distribuito in modo più uniforme rispetto al valore attuale degli immobili: chi oggi è avvantaggiato da valori catastali molto bassi rispetto a quelli di mercato avrebbe un aggravio, chi si trova nella situazione opposta un sollievo.
Ci sono anche immobili che nel frattempo sono cambiati senza che il Catasto sia stato aggiornato, e immobili che nel Catasto non risultano affatto.
Una ristrutturazione, un ampliamento o un cambio di destinazione d’uso che avrebbero dovuto essere dichiarati e invece non è stato fatto. Una casa popolare può essere diventata un appartamento di pregio, un vecchio magazzino un loft, un ufficio un’abitazione. Per far emergere quello che oggi sfugge, l’Agenzia delle Entrate ha avviato una ricognizione degli immobili non censiti, con l’obiettivo di completare la mappatura entro la fine del 2027. Parallelamente vengono controllati gli immobili che hanno beneficiato di fondi pubblici per i lavori di riqualificazione, per verificare se gli interventi abbiano modificato caratteristiche e redditività dell’immobile al punto da rendere necessario un aggiornamento catastale. Nel 2025 l’Agenzia delle Entrate ha inviato circa 15.300 lettere di compliance. Sui primi 3.500 controlli conclusi al 31 dicembre 2025, circa 1.050 immobili erano già regolarizzati, per 900 viene accertata l’assenza dell’obbligo di aggiornamento e per 1.550 c’è invece la necessità di farlo.
Non aggiornare il Catasto, insomma, significa lasciare fuori abusi, tutto quello che non risulta e continuare a tassare sulla base di valori vecchi di 37 anni, facendo pagare di più a chi ha di meno e di meno a chi ha di più. Non serve grande coraggio per fare questa riforma, ma solo rispetto per il principio di equità.
Più parlamentari senza le preferenze

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – L’ultima volta che l’argomento è tornato a fare capolino nelle discussioni degli sherpa di maggioranza è stata un mese fa, a cavallo dell’approvazione della legge elettorale al Senato. E potrebbe tornare nelle prossime settimane, soprattutto se la Corte Costituzionale a inizio anno non dovesse smontare l’impianto del Melonellum, il sistema con cui si andrà a votare alle politiche del 2027. Ma l’idea c’è e circola ai vertici dei partiti di maggioranza: approvare a inizio anno un decreto elettorale per ridisegnare i collegi elettorali aumentandoli.
Una sorta di gerrymandering all’americana – cioè il meccanismo per modificare il perimetro dei collegi per favorire un partito o un candidato – che permetterebbe ai partiti minori di avere più capilista bloccati e quindi più controllo delle segreterie sulle liste e sui prossimi gruppi parlamentari.
L’idea di cui si è parlato in queste settimane nelle riunioni di maggioranza sulla legge elettorale sarebbe quella di approvare un decreto per aumentare il numero dei collegi. Oggi, infatti, la legge elettorale Melonellum approvata alla Camera a inizio ottobre divide l’Italia in 28 circoscrizioni e 49 collegi per la Camera e 26 per il Senato mentre rimanda a un decreto del presidente della Repubblica, d’accordo col ministero dell’Interno, l’attribuzione dei seggi elettorali per ogni circoscrizione fermo restando i 70 del premio di governabilità a Montecitorio e i 35 a Palazzo Madama. Servirebbe dunque un decreto “elezioni”, tipico provvedimento alla vigilia delle urne.
L’obiettivo ufficiale dell’ampliamento del numero dei collegi sarebbe quello di avvicinare ancora di più i candidati ai territori dopo l’abolizione dei collegi uninominali ed evitare che chi corre con le preferenze si debba muovere – soprattutto al Senato –su collegi troppo ampi, fatti anche di 4-5 province rendendo più complicata la campagna elettorale. Con un maggior territorio da coprire e una maggiore spesa. Oggi, per esempio, collegi come quello che va da Varese alla Monza Brianza in Lombardia o il piemontese Cuneo-Asti-Alessandria passando per il veneto Belluno-Rovigo-Treviso-Venezia creano molta difficoltà ai candidati.
L’obiettivo celato però sarebbe un altro: aumentare i capilista bloccati soprattutto dei partiti minori. Ampliando il numero dei collegi, infatti, aumenterebbero anche i capilista bloccati che hanno la priorità d’esser eletti rispetto a quelli con le preferenze.
Un vantaggio che riguarderebbe soprattutto i partiti minori – Lega e Forza Italia nel centrodestra, Alleanza Verdi e Sinistra e i centristi – che con ogni probabilità manderanno in Parlamento molti capilista bloccati.
L’introduzione delle preferenze a partire dal secondo candidato in lista, però, sta mettendo in difficoltà le segreterie dei partiti che rischiano di non controllare i propri gruppi parlamentari. I partiti più grossi, come Fratelli d’Italia e Pd, eleggeranno molti deputati e senatori con il meccanismo delle preferenze.
Se è vero che soprattutto i meloniani e i dem hanno strutture partitiche che possono “trasferire” le preferenze su candidati che in teoria non ne avrebbero mobilitando il partito su un candidato o un altro, difficilmente questo potrà avvenire con le forze politiche più piccole – come Lega e Forza Italia – che hanno più differenze territoriali, forme di dissenso interno con molti portatori di voti che spesso non rispondono al capo. Aumentare i collegi, dunque, permetterebbe alle segreterie di partito di controllare maggiormente le liste e, probabilmente, anche gli eletti.
Il decreto elettorale dovrebbe essere approvato all’inizio dell’anno, pochi mesi prima del voto, per inserire alcune modifiche tecniche e sarà tanto più necessario se la Corte costituzionale dovesse modificare alcune parti della legge.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Perché mai deve essere considerato addirittura un caso politico l’applauso di una manciata di deputati dell’opposizione dopo le frasi pro Ucraina della presidente Meloni? Delle cento cose che dice, non ce n’è neppure una che possa essere condivisa anche da chi non appoggia il suo governo? Meloni è cento per cento rappresentante del torto, l’opposizione cento per cento rappresentante della ragione? E viceversa, vista a parti rovesciate?
Cosa è il Parlamento, uno schieramento di soldatini distinguibili solo dall’uniforme? E che cosa è la politica, una pantomima tra due opposte fazioni, nella quale ogni opinione è prevedibile, già risaputa, e se la dici tu è sbagliata, se la dico io è giusta, come nelle patetiche sfilze di dichiarazioni nei telegiornali Rai, a ognuna delle quali corrisponde, ogni sera, qualche migliaio di persone in più che dice: ma se la politica è questa cosetta insulsa e irritante, perché devo andare a votare?
A pensarci bene l’aspetto più respingente della politica italiana non è la faziosità belluina. È la sua prevedibilità (che della faziosità belluina è poi il vero motore). Ognuno crede di sapere già tutto — non per caso una delle frasi ricorrenti è «non accetto lezioni» — e dunque nessuno è disposto a imparare mai niente.
Meloni sbaglia tutto su Gaza? Su Trump? Sull’Europa? Sì, sbaglia tutto. Ma se sull’Ucraina dice una cosa giusta, è vietato sentirsene sollevati? E anche ammesso che l’abbia detta per mettere in difficoltà l’opposizione, come dicono i bene informati, quella cosa è forse meno giusta? O siamo diventati tutti così scafati, così machiavellici che perfino la differenza tra giusto e sbagliato ci sfugge?
“Dem e 5S costretti a stare insieme, ma la sintesi è impossibile”

(estr. di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] “Devono solo sperare che la guerra finisca”. Massimo Cacciari, filosofo e già sindaco di Venezia, non è affatto ottimista sulle possibilità non solo che il centrosinistra trovi una posizione unitaria sulla politica estera, ma anche sulla tenuta dello stesso Pd, un partito “nato male” e che Schlein “non riuscirà a cambiare”.
Professor Cacciari, parte del Pd ha applaudito Meloni insieme a Renzi quando la premier parlava di Ucraina. Che impressione le fa?
Su argomenti di questo genere come fai a proporti come opposizione, se sei d’accordo col governo. O hai una proposta chiara, evidente, alternativa o altrimenti è inutile. Questo è un discorso che esula dalla guerra e dagli aiuti all’Ucraina. Se la tua è una politica che non ha come priorità le politiche sociali, la lotta alle disuguaglianze, l’aumento dei redditi più bassi, sei semplicemente di destra.
Il posizionamento sulla guerra e il riarmo si lega alle scelte di politica interna?
Ma certo, basta vedere le politiche europee di questi anni. Se sei costretto a una politica di Difesa di questo genere, ti è impedito di pensare al welfare in un certo modo. Bisognerebbe però avere l’onestà di dirlo: cari concittadini, poiché io ritengo che oggi la priorità assoluta sia vincere la guerra, non posso concentrare risorse per le politiche sociali. Altrimenti è un intollerabile doppiogiochismo, una mancanza di buona fede. Menti alle persone.
Schlein ce la può fare a cambiare il Pd?
No, assolutamente. Il Pd nasce con una serie di equivoci che non potranno mai essere superati. È un partito nato prima che fosse fatta chiarezza su alcuni nodi, solo che all’epoca la situazione non era tragica come oggi, non obbligava a scelte radicali come oggi, e quindi il Pd è andato avanti senza mai fare chiarezza al suo interno, lasciando convivere al suo interno aree politiche diverse. Intanto però la situazione è cambiata e obbliga a decisioni che sono state di volta in volta sempre rinviate.
Come si fa però a scrivere un programma, a maggior ragione che vada bene a 5 Stelle e Avs?
Pd e Movimento 5 Stelle sono costretti a stare insieme se vogliono tentare di vincere, quindi una coalizione ci sarà, ma è impossibile che arrivino a scelte chiare e univoche sulla politica internazionale. Quello che possiamo augurarci è che la guerra in Ucraina in un modo o nell’altro abbia termine, vedremo come, e a quel punto, tolta di mezzo questa questione, può essere che un eventuale governo di centrosinistra possa produrre qualcosa. Ma se domani ci fosse un governo Pd-5Stelle con la guerra in corso e con tutto ciò che comporta, non credo farebbe molto diversamente da quanto sta facendo Meloni.
Questo però non dipende né da Conte né da Schlein.
Neanche dall’Italia, dipenderà da Trump, Putin e Zelensky. Ma finché c’è questo conflitto in atto non credo sia possibile giungere a una effettiva sintesi e, di conseguenza, è complicato anche progettare un discorso coerente di politica interna.
A complicare la situazione ci sono anche l’elemento Renzi e i centristi in genere.
Ma cosa contano? Nulla. Quello che conta davvero è la contraddizione politica e culturale che domina il Pd dalla sua fondazione, non i Calenda e i Renzi. I problemi dentro al Pd.
È un problema di gruppo dirigente o anche di elettorato?
Il 90 per cento degli elettori credo abbia superato quelle ambiguità, ma i gruppi dirigenti del Pd no, e ahimè purtroppo o per fortuna la politica è sempre stata fatta dalle élite.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] C’è così tanto bisogno di lavoro che la nascita di nuovi mestieri, specie se resistenti all’IA, è sempre una buona notizia. L’ultimo, piuttosto redditizio e cumulabile con altri (di solito il giornalismo), è lo spingitore di Renzi. Ogni giorno che Dio manda in terra i media si riempiono di queste strane figure che adorano il politico più detestato dagli italiani e il cui unico scopo nella vita è trovargli un posto anche nel prossimo Parlamento. Eppure lo sanno benissimo che per portare a votare giovani e astensionisti, come al referendum sui giudici, bisogna evitarlo come la peste bubbonica. Che, se Conte e Schlein dissentono fra loro su Kiev, da lui dissentono su tutto il resto. Che con lui i progressisti hanno molte meno chance di vincere che senza di lui. Che, anche se vincessero con lui, anzi malgrado lui, il governo durerebbe quanto un gatto in tangenziale, visto che la sua specialità è demolire i governi “amici” (il Letta, il Conte-2 e persino il suo) per trafficare coi “nemici” (B., Verdini, Vannacci), riportarli al potere (FI e Lega nel governo Draghi) o votare con loro qualunque cosa per farsi caricare (l’ha fatto pure con la Meloni, che però l’ha rimbalzato). Che, con lui, i progressisti non possono aprire bocca sulle porcate delle destre, perché lui ne ha fatte o tentate di ben peggiori prima di loro o ha votato direttamente le loro.
[…]
Ma, siccome al cuore non si comanda, gli spingitori insistono per forza d’inerzia, anche a costo di coprirsi di ridicolo. Attaccano Conte perché chiede garanzie affinché il passato non si ripeta. Bombardano le primarie, che quando il Pd le inventò e Renzi le vinse erano una “festa di popolo” e un “bagno di democrazia”, mentre ora sono una ciofeca perché metti che vinca Conte e lasci fuori Renzi. Ora si sono inventati che “si parla troppo di Renzi e poco di programmi”: lo scrive soprattutto il Corriere, che dedica a Renzi due articoli al giorno e due interviste a settimana (al netto di quella quotidiana a rotazione sui vari talk dello stesso editore) e, quando Conte presenta il programma dei 5Stelle, ne descrive “l’abito blu e la camicia sbottonata”, senza dimenticare la “pochette subliminale”. L’altroieri Renzi applaudiva la Meloni per le supercazzole guerrafondaie sull’Ucraina con la destra Pd e la ruota di scorta Calenda. Posizione perfettamente coerente: le mani di questi “riformisti” per mancanza di riforme sono irresistibilmente attratte dal plauso alla destra, come il braccio del dottor Stranamore dal saluto al Führer. Con la destra han sempre fatto governi, Bicamerali, patti del Nazareno, schiforme elettorali e costituzionali: mai un giorno di opposizione. È la missione degli spingitori: sostituire la destra meloniana con un’ameba che faccia le stesse cose sotto mentite spoglie.
Gli studenti in Francia, gli inquilini in Spagna: aule, insegnanti, caro affitti, penuria di abitazioni popolari. Ma è il divario sociale il bersaglio della protesta che scuote l’Unione

(Federica Bianchi – lespresso.it) – C’era il cielo delle grandi occasioni la settimana scorsa a Strasburgo. Quello di un azzurro così intenso che sembrava dipinto a mano per il fondale di un teatro. Per strada sfilavano migliaia di ragazzi, di adulti, persino di bebè. Questa volta gli studenti non erano scesi soli a protestare come nelle settimane precedenti. Questa volta la polizia non li avrebbe caricati con la forza di chi non ha nulla da perdere e fa invece perdere: qui un occhio, laggiù una mano. «Più soldi per i servizi pubblici, meno per i vostri amici della Repubblica», urlavano i cartelli fatti con i cartoni dei traslochi.
Con i ragazzi hanno sfilato i professori, troppo pochi e troppo poco pagati (nonostante gli oltre tremila euro netti dei più anziani). E poi i genitori, soprattutto loro, sfiniti da una scuola che abita edifici sbilenchi e non riesce più a garantire un futuro alla prole. «Vogliono ridurre il numero di persone che hanno studiato perché non ci sono abbastanza posti di lavoro per tutti», lamenta con la certezza dei suoi diciotto anni Heidi Beker, alunna del biennio preparatorio del Liceo Fustel de Coulanges, che si trova al centro della città alsaziana, proprio accanto alla Cattedrale: «E lo fanno con un algoritmo che discrimina contro chi va nelle scuole di periferia». Una veloce occhiata ai suoi compagni che si preparano a sostenere gli esami per entrare nelle università d’élite: «Non riguarda noi, ma protestiamo comunque in solidarietà».
A stare ai liceali, Parcoursup, la piattaforma nazionale francese introdotta nel 2018 dal governo di Emmanuel Macron per razionalizzare l’accesso all’università, impedisce di fatto a tanti, troppi studenti, di continuare a studiare nei settori di propria scelta e lo fa con criteri poco trasparenti, perpetuando le disuguaglianze sociali. «Era uno dei più bravi della classe e ora lavora in un fast-food a causa dell’algoritmo», taglia corto Beker, parlando di un amico di un suo compagno di banco, aggiungendo: «Deve mantenere anche suo padre e sua madre che non hanno i documenti in regola».
Secondo una ricerca dell’Institut Montaigne, il 77 per cento dei giovani intervistati dichiarava di sentirsi stressato da Parcoursup, soprattutto i più svantaggiati, come sottolinea il politologo Ulysse Rabaté: «Quando il servizio pubblico e l’istruzione pubblica entrano in crisi a subirne le conseguenze più pesanti sono coloro che si trovano in fondo alla scala sociale».
Questa nuova generazione Z, cresciuta in un mondo di crisi permanenti, è da settimane che protesta in Francia. E per altre settimane probabilmente continuerà. «Non c’è futuro fuori dalla scuola ma la scuola non può garantire loro alcun futuro», sintetizza il sociologo François Dubet.
La novità è che non sono più soli. Dopo l’ondata di proteste del 13 ottobre, per sabato 17, giornata mondiale del rifiuto della povertà e primo giorno delle vacanze scolastiche d’autunno, è stata annunciata una nuova mobilitazione: insieme agli studenti migliaia di cittadini arrabbiati per il rincaro dei carburanti, il crollo del potere d’acquisto e l’aumento del costo della vita. Quasi una riedizione aggiornata della rivolta dei gilet gialli iniziata nel novembre 2018. Un clima da fine regime a sei mesi dalle elezioni presidenziali. Dovessero vincere gli estremi dell’arco politico francese, gli stessi a cui questi giovani intendono affidare la missione di «rivoluzionare tutto», delusi dai partiti moderati, a cambiare davvero potrebbero finire per essere i connotati dell’Unione europea: da insieme di Stati a Stati (a fatica) insieme.
«Oltre alle rivendicazioni puntuali esiste un malessere più profondo che riguarda la paura del futuro dei giovani, la consapevolezza che vivranno peggio dei loro genitori tra riscaldamento climatico, ritorno del razzismo, inflazione, violenza gratuita della polizia, guerre che non cessano mai», snocciola al telefono da Parigi Manon Aubry, 35 anni, testa della delegazione di Jean-Luc Mélenchon al Parlamento europeo: «C’è un grande livello di collera nella società».
Ed è la collera il filo conduttore delle proteste che, per motivi diversi, hanno preso a scuotere l’Europa di questo inizio Millennio, a partire dalla penisola iberica, Portogallo incluso, per arrivare al Belgio dove professori, studenti e tanti lavoratori hanno paralizzato scuole e trasporti. E sono pronti a rifarlo. Anche qui gli stipendi faticano a garantire il potere d’acquisto, nonostante il meccanismo di indicizzazione automatica all’inflazione, e i servizi pubblici subiscono tagli e riorganizzazioni, allargando la forbice delle disuguaglianze.
In Italia molti giovani delusi abbandonano una Penisola che ha troppo poco da offrire loro. Altrove in Europa la frustrazione si traduce in mobilitazioni di massa. I manifestanti pretendono non solo di essere ricevuti a Palazzo per fare sentire la propria voce ma soprattutto di cambiare leggi vetuste disegnate da generazioni che hanno fatto il loro corso.
In Spagna la rabbia ha finito per intrecciarsi con una crisi politica che ha accelerato il ciclo elettorale, portando il premier socialista Pedro Sánchez a convocare elezioni anticipate il prossimo 29 novembre. È un Paese anomalo la Spagna, dove i brillanti risultati economici del governo contrastano con il crescente malcontento sociale.
Con lo scoppio della bolla immobiliare durante la Grande crisi, e un periodo di instabilità politica, il timone del Paese è passato nelle mani di un politico tanto pragmatico quanto fortunato. L’economia ha conosciuto una ripresa che negli ultimi anni ha portato Madrid a diventare la nuova locomotiva d’Europa, come ha certificato il Fondo monetario internazionale.
I miliardi del Piano di recupero europeo ne hanno accelerato la conversione energetica e quella industriale, creando nuovi posti di lavoro e facilitando l’ingresso di un’ondata immigratoria sudamericana, favorita anche dalla vicinanza linguistica e culturale. Ma negli ultimi quattro anni di pari passo con il Pil sono cresciuti anche i prezzi, soprattutto quelli delle abitazioni, cogliendo alla sprovvista economisti e politici. Il settore immobiliare, che solo dieci anni fa sembrava una causa persa, è stato preso d’assalto da turisti, nuovi residenti, investitori e speculatori piccoli e grandi (i famosi fondi avvoltoio), con il risultato che i prezzi sono aumentati vertiginosamente, soprattutto quelli degli affitti nelle grandi città.
I salari però non hanno tenuto il passo. A differenza che in Italia, dove stanno subendo una forte erosione, in Spagna sono sì cresciuti, ma l’aumento non ha compensato per tutti il rincaro delle abitazioni, nonostante il salario minimo sia quasi raddoppiato, passando dai 655 euro del 2016 ai 1.221 euro di oggi.
Così in migliaia si sono ritrovati poveri in una nazione sempre più ricca. L’anno scorso il 27 per cento degli inquilini a canone di mercato spendeva oltre il 40 per cento del reddito in affitto, rispetto al 18,6 per cento della media Ue e, secondo la Banca di Spagna, oggi il 66 per cento degli spagnoli vive ancora con i genitori, un dato di poco inferiore a quello di un’Italia in declino economico da trent’anni.
È questo il paradosso spagnolo: l’economia cresce ma il lavoro, un tempo principale strumento di emancipazione economica, non basta più. E il confine tra chi può permettersi una casa e chi ne resta escluso dipende sempre meno soltanto dallo stipendio e sempre più dal patrimonio familiare.
«La Spagna, ma in misura minore anche l’Irlanda, è vittima del suo successo», sostiene l’eurodeputata Irene Tinagli, che da anni si occupa del dossier case: «Il Paese è diventato iper moderno e attraente per gli investimenti esteri, le infrastrutture si sono moltiplicate, sono arrivati tanti immigrati ma i salari sono rimasti ancorati a numeri antiquati».
Così è nato il dramma di Maricarmen Abascal, ad 87 anni diventata il simbolo del malcontento spagnolo. Era stata sfrattata il 23 settembre dall’appartamento nel quartiere madrileno di Retiro dove viveva dal 1956. La società immobiliare Urbagestión, che aveva acquistato la casa nel 2018, aveva contestato la validità del suo vecchio contratto d’affitto, ereditato dai genitori, ottenendo una sentenza favorevole. Maricarmen pagava circa 500 euro al mese, mentre per un nuovo contratto le erano stati chiesti oltre 1.600 euro, a fronte di una pensione di 1.400. Dopo tre tentativi di sfratto bloccati dalle mobilitazioni dei residenti, il quarto è andato a segno.
«Nel capitalismo contemporaneo esiste il diritto di comprare una casa, ma non il diritto alla casa», ha detto a El País Brett Christophers, economista e studioso del mercato immobiliare all’Università di Uppsala, in Svezia.
Le immagini di questa anziana mingherlina nel suo pigiama paglierino mentre veniva estratta dal palazzo su una barella, ricoperta con un telo azzurro, e poi ancora dal letto di ospedale mentre lei, fragile e malata, incitava i concittadini a lottare per i propri diritti, hanno toccato un nervo scoperto in tutto il Paese, se non in tutta Europa, e scatenato manifestazioni immense.
Il 7 ottobre Maricarmen è morta in ospedale, proprio alla vigilia della firma del nuovo contratto che le avrebbe consentito di tornare a casa e subito dopo la bocciatura dei disegni di legge sulla casa da parte del Partito popolare, in testa ai sondaggi. Così la protesta ha assunto dimensioni politiche nazionali, diventando uno dei simboli della crisi che ha accompagnato la decisione del premier di convocare elezioni anticipate.
Il caso di Maricarmen ha anche dimostrato che la frattura non è soltanto generazionale. La precarietà abitativa accomuna giovani che non riescono a lasciare la casa dei genitori e anziani che rischiano di perdere quella in cui hanno trascorso un’intera vita. Sánchez aveva già provato ad alleviare il problema dell’indisponibilità di alloggi per la classe media con la legge sulla casa del 2023. Questa fa leva sul contenimento degli affitti, ma non ha provveduto ad aumentare il numero delle abitazioni disponibili, vero tallone d’Achille della Spagna: solo l’1,7 per cento del patrimonio abitativo è composto da edilizia sociale, ben al di sotto della media europea del 6-7 per cento.
Non solo. L’ultima parola per l’applicazione della legge nelle zone “ad alta tensione abitativa” spetta alle regioni che, come è successo nel caso di Madrid, governata dal Partito popolare, possono scegliere se applicarla o meno. La giustificazione politica della scelta sta, secondo il centro studi di ricerca economica Fedea, nel rischio che il controllo dei canoni di locazione scoraggi i proprietari a dare le proprie case in locazione, riducendone così la disponibilità per i nuovi inquilini.
Dopo l’annuncio di elezioni anticipate il governo, grazie a una formula abbreviata, è riuscito ad approvare due decreti-legge, contenenti 21 misure tra cui prestiti complementari a quelli di mercato per un valore massimo di 50 mila euro, accessibili a tutti a patto che le costruzioni acquisite grazie a questo strumento siano per sempre soggette a un prezzo massimo di trasmissione: uno strumento disegnato apposta per beneficiare chi ha poche risorse. Ma la questione ormai supera il mercato immobiliare. È diventata politica.
In Francia e Spagna dietro rivendicazioni apparentemente diverse emerge una stessa frattura che chiede a una nuova rappresentanza politica di essere sanata: la crescente difficoltà degli Stati europei a garantire quei diritti sociali sui cui hanno costruito la promessa di benessere e di sicurezza del Dopoguerra. Ad avere reso più difficile la risposta dei governi sono stati bilanci pubblici costantemente sotto pressione, investimenti insufficienti nei servizi essenziali e un divario crescente tra redditi da lavoro e patrimoni. Senza contare il moltiplicarsi delle sfide geopolitiche a cui è sottoposto il Vecchio Continente che continuano ad accorciare una coperta già troppo corta.
È sempre più chiaro che la crescita economica non basta più a produrre consenso quando i suoi benefici non si traducono in sicurezza e opportunità per la maggior parte della popolazione e non solo per le élite. Non quando le nuove generazioni sentono di essere state tradite dalla politica. «Tu quando eri giovane avevi una prospettiva davanti a te, vero? Ecco noi no. Non sappiamo quello che sarà di noi», aveva detto tutto d’un fiato Heidi, da sotto il suo caschetto di riccioli neri, in quel pomeriggio assolato di metà ottobre.
Nel pomeriggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato La Russa e Fontana: “Nelle ultime tre Legislature ne sono state approvate trentasei, di cui venti nel corso di questa Legislatura”

(ilfattoquotidiano.it) – C’è la Giornata nazionale degli alberi, quella del mare e della cultura marinara, quella degli abiti storici e persino quella della Meraviglia. Fratelli d’Italia, intanto, propone anche la Giornata nazionale del panettone, il 24 luglio, in piena estate. Il calendario della Repubblica italiana è ormai sempre più affollato: le Giornate nazionali e le solennità civili non festive istituite per legge sono arrivate a quota 51, tanto che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato oggi Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana – rispettivamente presidente del Senato e della Camera – invitandoli a contenere la proliferazione delle ricorrenze e a individuare criteri più omogenei per la loro istituzione.
Il problema alla base è cche la loro moltiplicazione finisca per indebolirne il significato. Il Parlamento ha istituito 36 nuove giornate nelle ultime tre legislature, venti delle quali nell’attuale. Una crescita che ha spinto il capo dello Stato a sollecitare una riflessione sull’opportunità di continuare ad aggiungere ricorrenze al calendario nazionale senza una linea comune. Le Giornate nazionali sono occasioni istituite per legge per commemorare eventi storici, ricordare vittime, valorizzare patrimoni culturali o sensibilizzare l’opinione pubblica su determinati temi. Non sono, però, festività: non comportano quindi un giorno di vacanza per i cittadini, anche se scuole, università e amministrazioni pubbliche spesso sono chiamate a organizzare incontri, cerimonie e iniziative dedicate.
Nell’elenco delle ricorrenze già approvate convivono commemorazioni dal forte valore storico e civile e giornate dedicate ad ambiti più specifici. Tra le prime figurano il Giorno della Memoria, il 27 gennaio, dedicato alle vittime della Shoah, il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, per le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata, e la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il 9 maggio. Ci sono poi la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di coronavirus, il 18 marzo, quella dedicata alle vittime dei disastri ambientali e industriali, con particolare riferimento al Vajont, e il Giorno della Libertà, il 9 novembre, che ricorda la caduta del Muro di Berlino.
Accanto a queste ricorrenze trovano spazio iniziative dedicate alla cultura, all’ambiente e alle tradizioni. Il 21 novembre si celebra la Giornata nazionale degli alberi, l’11 aprile quella del mare e della cultura marinara, il 21 febbraio la Giornata nazionale del Braille e il 24 ottobre quella dello spettacolo. Il 5 febbraio è invece dedicato alla prevenzione dello spreco alimentare. Tra le ricorrenze più recenti figurano la Giornata nazionale della Meraviglia, fissata all’11 ottobre, e la Giornata nazionale del riciclo della carta, prevista per il 18 settembre. Nell’elenco rientrano anche il Giorno del dono e la Giornata nazionale degli abiti storici, a testimonianza di un calendario che si è progressivamente esteso a settori molto diversi della vita sociale e culturale.
Una delle prime tappe di questo percorso risale al 1977, quando fu istituita la solennità civile del 4 ottobre, dedicata a San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena, patroni d’Italia. Dal 2026, in seguito a una legge approvata nel 2025, il 4 ottobre è tornato a essere anche una festività nazionale. Se le 51 ricorrenze già istituite non bastassero, nelle commissioni parlamentari sono in discussione numerose altre proposte. Tra quelle più curiose c’è appunto la Giornata nazionale del panettone italiano, promossa da Fratelli d’Italia e prevista per il 24 luglio, quando il dolce simbolo del Natale sarebbe celebrato in piena estate.
Il Movimento 5 Stelle ha invece avanzato proposte per una Giornata nazionale dell’ecospiritualità, mentre la Lega punta a valorizzare dialetti e lingue locali. Tra le iniziative presentate figurano anche giornate dedicate al silenzio, alla ristorazione, al patrimonio caseario italiano, alla gentilezza e alle botteghe storiche. L’elenco comprende inoltre proposte per celebrare la sartoria tradizionale italiana, gli antichi mestieri, la cultura motociclistica, il diritto al divertimento in sicurezza, la salute e il benessere nelle città, il consumo consapevole dei prodotti di qualità e l’educazione ai sentimenti. Non mancano iniziative sulla cittadinanza digitale, sul merito pubblico e sulla figura del formatore. Per la scrittura a mano, infine, è stata proposta persino una settimana nazionale.
Si tratta, per ora, di progetti non ancora approvati, il cui iter potrebbe risentire del richiamo del presidente della Repubblica. Il monito di Mattarella punta infatti a riportare ordine in un sistema nel quale le ricorrenze si sono moltiplicate nel corso degli anni senza una cornice uniforme.

(Raffaele Pengue) – Da giorni arrivano sui social segnalazioni di proteste e mobilitazioni che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori e operatori di altri settori produttivi. Al centro della rabbia c’è un problema concreto: il costo del carburante, insieme all’aumento delle spese di gestione, che rende sempre più difficile mandare avanti un’attività economica. Per chi lavora con un trattore o un camion, il gasolio non è un lusso da cui si possa prescindere: è uno strumento indispensabile per produrre, trasportare e garantire servizi.
Diverse regioni del Sud sono attraversate dall’inizio di ottobre da un’ondata di proteste, eppure molti cittadini, scorrendo i social, hanno la netta sensazione che il Paese ufficiale non ne parli. Mentre circolano video, testimonianze e appelli, non trovano un riscontro altrettanto visibile nei principali telegiornali e sulle testate nazionali. Perché notizie che riguardano il costo della vita, il lavoro e la circolazione delle merci sembrano avere uno spazio limitato rispetto alla loro importanza? La domanda è legittima e va presa sul serio. Ma bisogna chiamare le cose con il loro nome: non siamo davanti a un muro di silenzio, siamo davanti a una notizia che fatica a diventare «la» notizia. La differenza non è sottile, e capirla è l’unico modo per capire che cosa non funziona.
Primo motivo: una protesta senza bandiera. I grandi scioperi hanno una sigla, una data, un portavoce, una piattaforma. Questa mobilitazione è un mosaico: presidi spontanei in Campania e Puglia, scioperi di categoria in Calabria e Basilicata, iniziative dei pescatori, sit-in a Roma. Per una redazione, un fenomeno senza un volto e senza un unico appuntamento è più difficile da titolare. Si racconta il singolo blocco, quasi mai il quadro d’insieme, ed è proprio questo che manca al lettore.
Secondo motivo: la logica delle notizie. I media tendono a premiare ciò che si vede e coinvolge subito tutti: lo scaffale vuoto, l’autostrada chiusa, il distributore senza benzina. Finché il disagio resta locale, la protesta viene trattata come cronaca territoriale. Quando arriverà alle tavole e alle pompe di tutta Italia, diventerà improvvisamente «emergenza nazionale». È il difetto di un’informazione che arriva dopo, a effetti ormai ingestibili, invece di spiegare prima le cause.
Terzo motivo: la distanza geografica e sociale. Le redazioni principali sono lontane dai presìdi di Cerignola, di Avellino, di Pizzo o di Vieste. Le voci che raccontano per prime sono quelle locali: testate regionali, emittenti di territorio, agenzie. Spesso fanno un buon lavoro, ma restano confinate nel proprio bacino. Il Mezzogiorno è raccontato con abbondanza quando ci sono tragedie o scandali, con molta meno attenzione quando c’è un’economia che chiede ascolto.
Quarto motivo: un’agenda affollata e numeri non sempre enormi. Conta anche la realtà dei numeri. A Cosenza, per esempio, la manifestazione nazionale ha portato in piazza poco più di trecento persone, meno di quante ne attendessero gli organizzatori. Una redazione che deve scegliere tra mille temi tende a dare meno rilievo a ciò che non appare, a prima vista, di dimensioni nazionali. Si può discutere se sia un criterio giusto, ma non è un complotto.
Quinto motivo, forse il più scomodo: ci siamo abituati al caro-vita. Il prezzo dell’energia è entrato da anni nel nostro paesaggio. Quando una crisi diventa cronica, perde il carattere di notizia e diventa sfondo. Lo shock non c’è più, e la cronaca si adegua.
Detto questo, sarebbe sbagliato assolvere tutti. Un sistema informativo che lascia ai social il ruolo di principale megafono di un malessere economico ha un problema di credibilità. Sui social un video autentico può mostrare un blocco reale senza provare che accada ovunque, e le lacrime di un camionista a un casello, per quanto vere e commoventi, non sono un’inchiesta. Servono giornalisti che vadano sul posto, che quantifichino le adesioni, che interroghino anche il governo, che spieghino quanto pesano accise, margini e costi della filiera. E servono risposte politiche misurabili, non appelli generici: tra le richieste dei manifestanti — camionisti e agricoltori — ci sono un tetto al prezzo del gasolio per la categoria e pedaggi più bassi. Misure parziali, che meritano di essere discusse in pubblico.
C’è poi una responsabilità che riguarda noi, lettori e spettatori. Dire «non ne parla nessuno» è comodo e a volte falso. Conviene cercare, confrontare le fonti, distinguere la cronaca locale dall’approfondimento nazionale e pretendere di più dove davvero manca. Chi sostiene che esista una regia del silenzio dovrebbe portare le prove. Chi invece dice che va tutto bene dovrebbe spiegare perché tanta gente fatichi a sentirsi raccontata.
Il rischio, in fondo, è doppio. Da un lato, che una parte del mondo produttivo si convinca di dover bloccare una strada per essere ascoltata. Dall’altro, che il resto del Paese scopra tardi un problema che i fatti stavano mostrando da settimane.
L’Italia che coltiva e trasporta non chiede applausi. Chiede che il suo lavoro conservi un senso economico e che la sua voce, anche quando non fa rumore, venga raccontata per quello che è: una questione nazionale.
(LaPresse) – “Il Presidente Trump ha negoziato con successo un altro grande accordo per fornire al mercato globale enormi quantità di diesel e abbassare i prezzi”. E’ quanto affermato a Repubblica da un portavoce della Casa Bianca in merito alle dichiarazioni della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che aveva definito “una scelta molto rischiosa” l’intesa sul diesel russo annunciata dal presidente americano Donald Trump in seguito a una telefonata con il leader del Cremlino, Vladimir Putin.
“Abbassare i prezzi per i grandi agricoltori, camionisti e famiglie americane rimane una priorità assoluta, mentre il Presidente esorta contemporaneamente entrambe le parti del conflitto Russia-Ucraina a fermare gli attacchi contro le raffinerie, che stanno aumentando i costi e danneggiando i consumatori americani”, ha aggiunto ancora al quotidiano il portavoce Taylor Rogers.
Accadde oggi: 15 ottobre2001
L’associazione Rinascita Guardiese continua la pubblicazionedi documenti inerenti la storia guardiese per coltivare la memoria e … progettare il futuro partendo dal passato
Il Comitato Italiano per l’UNICEF conferisce al Sindaco Amedeo Ceniccola il titolo di “Difensore dei Bambini”. Un prestigioso riconoscimento conferito per tutte le iniziative intraprese a favore dei giovanie, in particolare, per l’istituzione del primo Consiglio Comunale dei Ragazzi nel Sannio.
Sala convegni-Castello dei Sanframondo

Nel corso di una suggestiva manifestazione il Dott. Amedeo Ceniccola, Sindaco di Guardia Sanframondi, viene proclamato dall’UNICEF: “Difensore dei Bambini”.
Fono-registrazione del discorso pronunciato 15 ottobre 2001
“Care ragazze e cari ragazzi,
consentitemi di rivolgere, innanzitutto, un caloroso saluto di benvenuto agli ospiti che stamattina ci onorano della loro presenza: il dott. Giorgio Nista, Assessore Provinciale alle Politiche Sociali, il professore Franco Nocella, presidente della organizzazione non governativa Feder-Mediterraneo, la professoressa Carmen Maffeo, presidente del comitato provinciale dell’UNICEF e l’on. Adriana Buffardi, assessore regionale alle Politiche Sociali. Non posso nascondere che sono sinceramente commosso per questo prestigioso riconoscimento e per le parole di apprezzamento che laprofessoressa Carmen Maffeo ha voluto rivolgere alla mia persona. Un prestigioso riconoscimento mai conferito prima ad altro Sindaco del Sannio. Sono lusingato per questo riconoscimento che vuol essere uno stimolo a costruire una nuova coscienza sociale fondata, in primo luogo, sulla partecipazione la più ampia possibile alla vita amministrativa della nostra comunità. A tal proposito, consentitemi diricordare quello che è stato già fatto nel corso di questi 2 annie 4 mesi dall’Amministrazione che ho l’onore di rappresentaree voglio cogliere l’occasione per ribadire l’impegno di voler continuare ad operare nella direzione già tracciata con l’elezione del primo Sindaco junior di Guardia Sanframondi e della provincia sannita, avvenuta lo scorso mese di aprile, e che ha visto il giovane Luigi De Nicola, vincitore di un’accesa competizione elettorale. E mi piace ricordare che assieme al Sindaco De Nicola è stato eletto anche il primo Consiglio Comunale junior di Guardia Sanframondi (e del Sannio)composto da: Falato Bellisario Vincenzo, Colangelo Pasquale, Maiorani Elda, Cerbo Antonio, Abate Fausto, LabagnaraRosa, Pacelli Nicola, Corbo Pasquale, Varrella Paolo, AssiniMaria, Iacobucci Filomena e Vecchiariello Salvatore. Oggiassieme al Sindaco junior, Luigi De Nicola, diamo ufficialmente inizio ai lavori di questo nuovo consesso civicoche rappresenta il primo, vero momento di aggregazione e di aggancio che si sia mai tentato di realizzare, in questa nostra provincia, tra l’amministrazione comunale e la cosiddetta società civile per tentare di ridurre il gap da sempre esistente tra istituzioni e cittadini. Questo prestigioso riconoscimento che l’UNICEF ha voluto conferirmi mi stimola a profondere un maggior impegno a favore delle nuove generazionipromuovendo il loro diritto-dovere a partecipare a pieno titolo alla vita amministrativa della nostra comunità. Oggi assumo ben volentieri questo impegno perché da sempre in cima alla mia scala di valori c’è stata la promozione culturale e civile dei giovani nella convinzione che, in tal modo, si migliorino per davvero le loro opportunità di vita e di lavoro. Ho ascoltato con molta attenzione le problematiche e le richieste che questa mattina sono state illustrate e devo dire che possono ben costituire uno straordinario programma di governo per iprossimi anni. Per farla breve, prometto pubblicamente e solennemente che farò tutto il possibile per non deludere le vostre aspettative e però, devo anche dire che mi spiace che nessuno abbia ricordato gli impegni che sono stati già onorati e realizzati dall’Amministrazione comunale. Mi riferisco, in particolare, alla palestra della scuola media “Sebastiano Guidi”, che versava in condizioni vergognose e da voi indicata, nei mesi scorsi, come una priorità assoluta da risolvere.Ebbene, abbiamo fatto i cosiddetti “salti mortali” e da qualche mese abbiamo permesso ad ognuno di voi di poter ritornare in quel luogo che prima del nostro straordinario intervento di manutenzione era inagibile e ridotto ad un vero e proprio ricettacolo di immondizia all’interno della scuola.Un’autentica vergogna! Oggi, a distanza di 5 mesi, possiamodire con grande soddisfazione che la scuola media “S. Guidi” ha ritrovato, dopo tanti anni, la sua bella e funzionale palestra. Non chiedo alcun ringraziamento però, mi fa piacere che nel rosario delle doglianze che stamani avete sciorinato questo “grande e grave problema” da voi ricordato, circa 1 anno addietro, non è più riportato ed io sono qui, semplicemente, per dire: buon studio e buona attività fisica perché come dicevano i nostri nonni: “Mens sana in corpore sano”. Inoltre, non posso non ricordare che in questi mesi siamo riusciti a sistemare, finalmente, anche il campo sportivo “S. Filippo Neri” e il campo di calcetto adiacente la scuola media “S. Guidi” che, da tanti anni,versavano in stato di completo abbandono. Abbiamo stimolato la nascita della “Scuola calcio” e finanziato l’iscrizione al campionato di III categoria per i ragazzi più grandi. E oggi, con grande soddisfazione, possiamo dire che circa 100 ragazzi svolgono una regolare attività calcistica nel nostro paese. Tale attività sportiva da circa 10 anni era stata completamente abbandonata per mancanza di adeguate strutture e mai nessuno si era preoccupato di stimolare la pratica dello sport come antidoto ai tanti fenomeni di devianza sociale. So bene che ci sono ancora tanti problemi da risolvere, purtroppo, ci vuole tempo e … denaro per far fronte ai tanti che caratterizzano il nostro paese. Dico questo non per sottrarmi alle mie responsabilità, bensì, per ricordare che quando si amministra la cosa pubblica si deve, purtroppo, fare i conticon quella che è la situazione finanziaria. E purtroppo, la situazione finanziaria che abbiamo ereditato è oggettivamente deficitaria e ci ha costretto a rinunciare a tanti progetti che avevamo in animo di promuovere per favorire la rinascita di questa nostra comunità. Ricordo, per dovere di cronaca, che nei giorni successivi alla mia elezione c’era la fila di cittadiniche chiedevano il pagamento di servizi e/o beni forniti e mai pagati dall’Ente. E non fatemi ricordare le vergognosecondizioni della cosiddetta “stanza del Sindaco”. Le poltrone e la scrivania erano talmente malridotte che ho dovuto portare una scrivania e qualche poltroncina dal mio studio medico per dare un po’ di dignità alla stanza del primo cittadino di Guardia Sanframondi e soltanto nell’anno 2000 si è potuto comprare una nuova scrivania e alcune poltrone. Nel frattempo, però, è doveroso ricordare che centinaia di nuove sedie, banchi e armadietti sono stati consegnati per la scuolamedia ed elementare e, finalmente, abbiamo potuto portare al macero il vecchio mobilio. Piccole cose, sì è vero, si tratta di piccole cose ma, la dicono lunga sullo stato di degrado che regnava sovrano in questo nostro paese. C’è tanto lavoro ancora da fare ed io sono qui ad assumere l’impegno solenne di utilizzare ogni mia energia per trasformare in realtà viva e palpitante il progetto UNICEF e le promesse fatte in campagna elettorale. Grazie a voi tutti per la presenza e, in particolare, grazie alla presidente Carmen Maffeo per questo prestigioso riconoscimento che onora la nobile e laboriosa comunità guardiese. Grazie dal profondo del cuore”.
P.S. Per amore di verità, è necessario ricordare che i governanti subentrati al Sindaco Ceniccola non hanno esitato ad affossare anche il progetto “Sindaco Junior” che nel corso degli anni è stato emulato e realizzato da tanti altri comuni del Sannio e della Campania. Inoltre, mentre l’Unicef “glorificava” il Sindaco Ceniccola gli oppositori consiliari del gruppo “PER GUARDIA” non avevano alcuna remora a metterlo in croce scagliandogli addosso le accuse più infamanti e, per dovere di cronaca, non possiamo non pubblicare una raccolta (incompleta) di tutte lefalse accuse scagliate contro il Sindaco Ceniccola nel corso di circa 2 anni per farlo fuori civilmente e politicamente:
2. Il sindaco Ceniccola mortifica i ragazzi delle scuole elementari.
3. Il sindaco Ceniccola vuole avvelenare i bambini che mangiano nella mensa scolastica.
4.
Il sindaco Ceniccola ha annientato le manifestazioni pensate da gruppi di volenterosi cittadini
per favorire l’esecuzione di manifestazioni della sua Pro Loco.
5.
Il sindaco Ceniccola è un trasformista.
6.
Il sindaco Ceniccola ha peggiorato l’igiene
della nostra cittadina.
7.
Il sindaco Ceniccola ha rovinato la viabilità.
campestre e urbana.
8.
Il sindaco Ceniccola non ha chiesto né ottenuto finanziamenti.
9.
Il sindaco Ceniccola ha bisticciato con tutti
anche con i comuni vicini.
10.
Il sindaco Ceniccola ha fatto spendere in un anno, per avvocati e cause, al comune di Guardia 200 milioni di lire.
11.
Il sindaco Ceniccola alza le tasse
per affamare i cittadini guardiesi.
12.
Il sindaco Ceniccola ha messo in ridicolo il nostro paese su tutta la stampa nazionale.
13.
Il sindaco Ceniccola fa una politica sconsiderata.
14.
Il sindaco Ceniccola ha compromesso la vita sociale della nostra cittadina.
15.
Il sindaco Ceniccola agisce per delirio di onnipotenza.
16.
Il sindaco Ceniccola racconta bugie in merito
ai finanziamenti di opere pubbliche.
17.
Il sindaco Ceniccola gestisce la cosa pubblica
nella più totale illegalità.
18.
Il sindaco Ceniccola ha fatto sparire
le farfalle dell’avv. Parente.
19.
Il sindaco Ceniccola si è fatto il parcheggio privato (gratis)
di fianco al municipio.
20.
Il sindaco Ceniccola fa festa spendendo decine di milioni
per spumanti mentre il paese muore di fame.
21.
Il sindaco Ceniccola spende decine di milioni
per manifestazioni ridicole; mentre il paese è sporco
con cumuli di immondizia altissima.
22.
Il sindaco Ceniccola ha inculcato nella macchina organizzativa del comune la mentalità del tutto è possibile
anche in contrasto con le leggi.
23.
Il sindaco Ceniccola ha ridotto il consiglio comunale
in un consesso di provocatori.
24.
Il sindaco Ceniccola è incapace di rilanciare una politica attenta nei confronti delle fasce deboli.
25.
Il sindaco Ceniccola è capace di migliorare
solamente i propri interessi.
26.
Il sindaco Ceniccola è un bastiancontrario.
27.
Il sindaco Ceniccola ha messo in atto una gestione amministrativa drammatica.
28.
Il sindaco Ceniccola provoca uno sciupio di occasioni per la comunità guardiese.
29.
Il sindaco Ceniccola si vuole appropriare della fontana del Popolo dopo aver rubato la fontana in piazza Condotto.
30.
Il sindaco Ceniccola è inattivo e immobile.
31.
Il sindaco Ceniccola è inadeguato
per risolvere i problemi di Guardia.
32.
Il sindaco Ceniccola è affetto da protagonismo.
33.
Il sindaco Ceniccola è affetto da rampantismo.
34.
Il sindaco Ceniccola ha fatto cadere il nostro paese
sempre più in basso.
35.
Il sindaco Ceniccola è un presunto medico che invece di chiudersi nel suo studio disturba la quiete pubblica.
36.
Il sindaco Ceniccola aumenta le tasse
per farsi pubblicità con i soldi dei guardiesi.
37.
Il sindaco Ceniccola la domenica mattina
non si fa mai vedere davanti al bar
per parlare con i guardiesi.
38.
Il sindaco Ceniccola provoca più guai e malanni
della peste bubbonica.
39.
Il sindaco Ceniccola ci fa vergognare
con le sue manifestazioni ridicole
puntualmente disertate dai cittadini.
40.
Il sindaco Ceniccola impedisce, ad ogni costo,
l’esecuzione di manifestazioni
che lui non ha immaginato e pensato.
41.
Il sindaco Ceniccola è un burattinaio
che tiene in pugno una compagine
di nani e di ballerine.
42.
Il sindaco Ceniccola vuole continuare ad amministrare
per arricchirsi a spese dei guardiesi.
43.
Il sindaco Ceniccola è il pataccaro di Guardia.
44.
Il sindaco Ceniccola ha trasformato Guardia
nel parlamento nazionale.
45.
A causa del sindaco Ceniccola il nostro paese appare
sempre più abbandonato.
46.
Il sindaco Ceniccola ha bisticciato
con centinaia di cittadini guardiesi.
47.
Il sindaco Ceniccola ha fatto tagliare i pini collocati
all’ingresso del cimitero perchè non ha rispetto per i morti.
48.
Il sindaco Ceniccola se ne frega degli interessi dei guardiesi.
49.
Il sindaco Ceniccola è un delinquente
e fra qualche settimana sarà arrestato.
50.
Il sindaco Ceniccola è amico dei camorristi
e vuol portare la camorra a Guardia Sanframondi.
51.
Il sindaco Ceniccola ha la fedina penale
nera come il carbone.
52.
Il sindaco Ceniccola è un dittatore prepotente ed arrogante.
53.
Il sindaco Ceniccola vuole far scappare i giovani da Guardia per poter comandare indisturbato.
54.
Il sindaco Ceniccola si è disinteressato della grandinata
che ha danneggiato diversi vigneti.
55.
Il sindaco Ceniccola sta facendo vivere alla nostra cittadina uno dei momenti più bui degli ultimi trent’anni.
56.
Il sindaco Ceniccola attua una politica personalistica
che sta inculcando una cultura del trasformismo, dell’affievolimento delle idee e delle convinzioni di ciascuno.
57.
Il sindaco Ceniccola svolge
un’attività amministrativa poco attenta.
58.
Il sindaco Ceniccola fonda la propria forza
sul rancore e non nella proposta
e nell’azione amministrativa.
59.
Il sindaco Ceniccola svolge un’attività amministrativa
poco lungimirante.
60.
Il sindaco Ceniccola incarna una fase amministrativa
caotica e fallimentare.
61.
Il sindaco Ceniccola con le sue “imprese” espone il paese
alla derisione in tutta la provincia.
62.
Il sindaco Ceniccola è un venditore di patacche
che ha isolato e danneggiato la nostra comunità.
63.
Il sindaco Ceniccola è affetto da trasformismo.
64.
Il sindaco Ceniccola ha sperperato il denaro pubblico
e si è abbandonato a spese pazze.
65.
La gestione amministrativa del sindaco Ceniccola
è stata drammatica.
66.
Il sindaco Ceniccola è stato rinviato a giudizio per la nomina di alcuni tecnici-amici (un’accusa trasformata in volantino e distribuito nelle case quando il Giudice aveva già prosciolto il Sindaco Ceniccola da qualsiasi addebito).
In conclusione, affidiamo ai cittadini il compito di emettere l’ardua sentenza nei confronti di chi nel corso degli anni non ha mai fatto un gesto di autocritica e non ha mai avuto la forza e la sensibilità morale e civile di chiedere scusa al Sindaco Ceniccola (l’unico Sindaco che non è costato una lira ai guardiesi avendo rinunciato a riscuotere lo stipendio di ben 5milioni400mila lire al mese previsto dalla Legge per dimostrare con i fatti di voler essere a servizio della comunità).
RINASCITA GUARDIESE
(di Paul Krugman) – A metà marzo del 1945 persino Adolf Hitler sapeva che la guerra era perduta. Le forze sovietiche si trovavano a meno di 45 miglia da Berlino. Gli americani avevano attraversato il Reno e stavano procedendo a grandi passi verso l’accerchiamento dei difensori tedeschi rimasti. Ma Hitler non credeva di aver fallito. Credeva che fosse stato il popolo tedesco a tradirlo.
Così, il 19 marzo emanò il «Decreto sulle demolizioni nel territorio del Reich», passato alla storia come Nerobefehl o decreto Nerone. Ordinava di distruggere le infrastrutture tedesche, ufficialmente per impedirne l’uso agli Alleati, ma lo scopo evidente era punire il suo stesso Paese.
Per fortuna Albert Speer e altri funzionari nazisti non eseguirono l’ordine, anche se a quanto pare non dissero a Hitler che cosa stava — o non stava — accadendo.
Perché racconto questa storia? Ovviamente perché sto pensando a quello che succederà dopo le elezioni di metà mandato.
Tutti gli indizi indicano che i repubblicani siano avviati verso una sconfitta clamorosa in elezioni che Trump ha trasformato deliberatamente in un referendum su se stesso: «MAGA, fate finta che io sia sulla scheda elettorale». E allora che cosa farà quando gli americani mostreranno che cosa pensano davvero di lui?
Ovviamente sosterrà che le elezioni sono state truccate e cercherà di ribaltarne il risultato. Ma se non dovesse riuscirci, che cosa succederà?
Perdere il Congresso limiterà il potere di Trump, ma non lo eliminerà affatto. Soprattutto, conserverà un’enorme capacità di infliggere danni all’America, per non parlare dei suoi alleati.
Negli ultimi giorni, secondo il presidente Zelenskyy, l’Ucraina non ha ricevuto dall’Occidente alcun avvertimento sui previsti attacchi missilistici russi. Potrebbe trattarsi di problemi tecnici. Ma chi esclude la possibilità che Trump stia cercando di punire l’Ucraina perché ha osato negare la vittoria al suo amico Vladimir Putin deve aver dormito per tutti gli ultimi due anni.
In patria, i funzionari di Trump hanno improvvisamente abbattuto centinaia di alberi in un campo da golf pubblico a Washington. Trump da tempo vuole rifare quel campo a proprio gusto, ma con l’attuale clima politico è improbabile che ci riesca; in ogni caso, non c’era alcun bisogno di affrettarne la distruzione. È stato quasi certamente un atto di ripicca, un deliberato atto vandalico, compiuto proprio perché Trump sa che non riuscirà a ottenere ciò che vuole.
[…]
Si pensi al Kennedy Center, un simbolo nazionale che Trump sta distruggendo perché non può metterci sopra il proprio nome: un modello di ciò che, purtroppo, rischia di accadere all’America nei prossimi due anni.
I democratici possono fermare la prossima stagione di distruzione? Purtroppo, una maggioranza faziosa e corrotta della Corte Suprema, appellandosi alla teoria dell’«esecutivo unitario», ha attribuito a Trump un’enorme quantità di potere senza freni, soprattutto perché è circondato da subordinati […] disposti, anzi ansiosi, di violare la legge.
Inoltre, Trump ha il sostegno di oligarchi dotati di risorse immense, che continueranno ad alimentare il suo attacco alla democrazia anche se i loro miliardi di spesa politica non basteranno a comprare questa elezione.
Una cosa che i democratici possono fare, però, è chiarire che chiunque aiuti e favorisca il «neronismo» di Trump potrà e dovrà essere chiamato a rispondere fino in fondo, nel pieno rispetto della legge. A questo punto, chiunque dica qualcosa come «Dovremmo guardare avanti, non indietro» rende molto meno probabile che ci sia qualcosa verso cui guardare avanti.
LE PEN, ‘LA FRANCIA NON PUÒ PIÙ FINANZIARE L’UCRAINA’

(ANSA) – “Noi non possiamo più finanziare l’Ucraina. La Francia non è in una situazione di bilancio tale da poter fornire un aiuto finanziario all’Ucraina, bisogna essere onesti”. Lo ha detto la leader del Rassemblement National Marine Le Pen, candidata alle prossime elezioni presidenziali francesi, nella conferenza stampa a Bruxelles dopo la riunione dei Patrioti in vista del Consiglio europeo. Le Pen ha inoltre difeso la contrarietà alle sanzioni dell’Unione europea alla Russia espressa all’inizio della guerra in Ucraina.
LE PEN, ‘COMMISSIONE UE TORNI A SVOLGERE RUOLO DI SEGRETARIATO PER LE NAZIONI’
(ANSA) – “È giunto il momento della grande scelta democratica. È un momento che l’Europa non viveva da decenni”. Lo ha detto la leader del Rassemblement National Marine Le Pen, candidata alle prossime elezioni presidenziali francesi, nella conferenza stampa a Bruxelles citando le prossime elezioni a partire da quelle di novermbre in Spagna, e a seguire gli appuntamenti elettoriali in Francia, Polonia e Italia.
Le Pen ha affermato che la “Commissione europea non fa che oltrepassare le proprie prerogative” e ha aggiunto: “deve tornare a ricoprire un ruolo di segretariato al servizio delle nazioni”. “Solo i governi hanno l’autorità o la legittimità democratica, le istituzioni europee devono accompagnare ma non hanno alcuna autorità sui governi”, ha proseguito. “La Commissione europea – ha aggiunto Le Pen nella conferenza stampa a Bruxelles – deve abbandonare un certo numero di programmi contrari alle sue competenze, come la sanità o la sicurezza interna. La Francia non accetterà più che eserciti competenze diplomatiche, e ancor meno militari o di intelligence, come sembra voler fare”.
LE PEN, ‘BILANCIO UE SIA CHIUSO DOPO LE ELEZIONI DEL 2027’
(ANSA) – “Mi sembra del tutto legittimo che questo Qfp non venga chiuso prima che si siano svolte tutte e quattro le elezioni, in Francia, Polonia, Spagna e Italia, perché è chiaro che l’intenzione della Commissione è quella di andare oltre la volontà democraticamente espressa dal popolo di questi quattro grandi Paesi, il che non è possibile”.
Lo ha detto la leader del Rassemblement National Marine Le Pen, candidata alle prossime elezioni presidenziali francesi, nella conferenza stampa a Bruxelles dopo la riunione dei Patrioti in vista del Consiglio europeo a proposito del prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea (Qfp). Chiudere il bilancio pluriennale dell’Unione europea prima delle elezioni del 2027 “sarebbe uno scandalo democratico, sarebbe un bilancio illegittimo”, ha aggiunto Le Pen al termine della conferenza stampa a Bruxelles.
LE PEN AL FT, ‘DAREMO BATTAGLIA A BRUXELLES SU BILANCIO, MENO POTERI ALL’UE’
(ANSA) – La leader di Rassemblement National Marine Le Pen si prepara allo scontro con l’Ue qualora venisse eletta presidente il prossimo anno, promettendo una “prova di forza” sul bilancio e sui poteri del blocco, e mettendo in discussione la permanenza degli attuali vertici.
In un’intervista al Financial Times, la favorita alle presidenziali di aprile ha riconosciuto che il suo principale “vincolo esterno” è rappresentato dal “debito gigantesco, enorme… che potrebbe diventare incontrollabile”, ma si è detta determinata ad attuare le proprie politiche sia a livello nazionale che europeo.
Le Pen vede nella sua potenziale vittoria alle elezioni del prossimo anno – unita ai possibili successi delle sue controparti nazionaliste in Spagna, Italia e Polonia – l’inizio di un cambiamento radicale per l’Ue, che includerebbe un indebolimento della Commissione Europea e ha messo in dubbio la possibilità che Ursula von der Leyen possa restare alla guida della Commissione fino alla scadenza del suo mandato nel 2029, dato che “non gode più della fiducia di molti governi dell’Ue”.
Le Pen si recherà oggi a Bruxelles per contestare quello che ha definito un tentativo “profondamente criticabile” di siglare l’intesa sul bilancio pluriennale. “Di fatto, credo che ciò riveli il disprezzo della Commissione per i processi democratici in Europa”, ha dichiarato. Ha riconosciuto che il suo obiettivo di ridurre drasticamente il contributo della Francia al bilancio Ue non sarà facile da raggiungere. Ha riconosciuto che il suo obiettivo di ridurre drasticamente il contributo della Francia al bilancio Ue non sarà facile da raggiungere.
Le Pen ha dichiarato di voler vedere la Banca Centrale Europea finanziare massicci investimenti in debito per priorità quali la transizione energetica e la difesa, sostenendo che la BCE non sia un “dinosauro fossilizzato”. Auspica un ritorno di competenze dall’UE agli Stati membri, invertendo quella che considera una tendenza della Commissione ad “appropriarsi di competenze” in materia di diplomazia e difesa.