Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Calenda si è accorto dei finanziamenti anomali a “Libero”?


(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “L’indipendenza dell’informazione e la salvaguardia del suo pluralismo sono condizione e strumento della libertà di tutti, pietra angolare di una società sana e di una democrazia viva” (Sergio Mattarella, presidente della Repubblica – Roma, 5 gennaio 2024)

Con tutti i giornali, giornalini e giornaletti che percepiscono contributi diretti dallo Stato, l’ineffabile senatore Calenda è andato a prendersela proprio col Fatto Quotidiano, l’unico che fin dalla fondazione dichiara sotto la testata che “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Ed è anche l’unico che, da diversi mesi, risulta in continua crescita nella classifica Ads (Accertamento diffusione stampa): nell’ultima rilevazione disponibile, quella di febbraio 2026, ha raggiunto un totale di 57.595 copie, fra cartacee e digitali a pagamento, segnando un +10,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e piazzandosi al quarto posto dopo i “giornaloni” Corriere della SeraRepubblica e Sole 24 Ore.

In un comunicato pubblicato in queste pagine il 17 aprile scorso, l’amministratrice delegata del Fatto, Cinzia Monteverdi, ha puntualmente replicato alle illazioni dell’ex ministro ed ex dirigente d’azienda sui conti della nostra società editoriale, precisando che l’indebitamento di Seif “è avallato da accurate analisi di stimabili istituti di credito e dal nostro revisore KPMG che certifica il bilancio con la dovuta attenzione”. E l’incauto Calenda non ha potuto fare altro che ringraziare “per la risposta che assumiamo essere consapevole e ponderata”.

Il caso si potrebbe chiudere qui se non fosse che l’improvvida sortita di un parlamentare della Repubblica, già eurodeputato del Pd e poi transfuga in un partitino di centro da lui stesso fondato, tocca il tema della crisi che attraversa tutta l’editoria e in particolare la questione dei finanziamenti pubblici. In nome del pluralismo e della libertà di stampa, si può considerare anche giusto e opportuno che il governo intervenga a sostegno dell’informazione. Ma bisogna verificare bene a quali condizioni per evitare abusi: altrimenti, si rischia di fare di tutti i giornali un fascio e di provocare una reazione avversa, come quella della petizione contro il cosiddetto “reddito di giornalanza”, promossa dall’associazione Schierarsi.

Finché si tratta della stampa d’ispirazione cattolica, cioè della religione largamente più radicata e seguita nel nostro Paese, i contributi diretti hanno una loro legittimazione: i 5,5 milioni di euro corrisposti nel 2024 al quotidiano Avvenire, i 6 milioni tondi a Famiglia Cristiana e i 287mila euro alla rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica possono anche essere considerati leciti. E altrettanto vale per testare pubblicate da cooperative di giornalisti, come per esempio il manifesto (3,257 milioni), La Provincia (1,397 milioni) o La Discussione (990mila euro). Ma deve trattarsi di vere cooperative, non di società private travestite.

Che senso può avere, allora, un sostegno pubblico di 5,4 milioni a un quotidiano come Libero che appartiene a un imprenditore della sanità qual è Antonio Angelucci, parlamentare assenteista della Lega, che già controlla Il Giornale e Il Tempo di Roma? Oppure, un contributo di 2,4 milioni alla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, acquisita da Antonio Albanese (rifiuti) e Vito Miccolis (trasporti), poi trasformata in un’impresa sociale? Di questi casi, piuttosto, farebbe bene a occuparsi un parlamentare che si professa democratico e liberale come Calenda. Tanto più che i contributi diretti (70-75 milioni annui) si aggiungono alle agevolazioni, pari al 30% delle spese sostenute nell’anno precedente, riconosciute a tutti i giornali come credito d’imposta per l’acquisto della carta, portando il totale a circa 140 milioni all’anno.


Il socio occulto di Jeffrey Epstein


Villa Cipriani in Uruguay: Minetti, feste e squillo. ”Nel ranch cellulari vietati. Per alimentare il traffico di sesso a pagamento un sistema di corruzione che oggi è nel mirino del governo uruguaiano”

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) […] La luce del Mediterraneo abbaglia. E nasconde. Sotto la linea di galleggiamento restano i segreti. Per sei mesi l’anno, la parte “bella e ufficiale” dell’impero di Giuseppe Cipriani naviga a bordo del gigantesco yacht “Gin Tonic”. Sul ponte tintinnano i calici di star internazionali e icone globali: Shakira, Naomi Campbell… Feste esclusive, lusso, immagini perfette. Il ritratto immacolato di un mecenate globale e “normoinserito”, come lo definiscono i legali della sua compagna Nicole Minetti nell’istanza di grazia. Poi l’estate finisce. I motori si spengono. E la scena si sposta dall’altra parte dell’oceano. L’ancora si pianta in Uruguay, dove quella luce viene inghiottita da due “cuori di tenebra”: il lato oscuro della coppia Cipriani-Minetti.

[…]

“È una depravazione. Tutto, tutto è una depravazione”. A parlare è una persona che per anni ha lavorato, dormito, servito dentro il “gemello” terrestre dello yacht: la tenuta-bunker di Cipriani a La Barra, dipartimento di Maldonado. Su Google Maps, spiega chi ci ha lavorato, si vedono solo alcuni edifici, perché l’area sarebbe schermata da un sistema anti-drone capace di accecare le riprese aeree. Paranoia, forse, ma nei loro racconti è una fortezza isolata, difesa da guardie e polizia privata.

Solo ieri svelavamo come Cipriani non fosse solo un imprenditore dell’ospitalità di lusso, ma il socio occulto di Jeffrey Epstein, il finanziere al centro del più grande scandalo di pedofilia globale. E come le loro agende di affari e di piacere si siano incrociate per decenni (“Sarò a New York martedì, a Parigi sabato”, una delle centinaia di mail dagli Epstein files). Un legame così stretto che Naomi Campbell, intima amica di Epstein, ha soggiornato più volte proprio nella chacra uruguaiana fin dal 2004. Secondo le testimonianze raccolte dal Fatto, in quell’angolo assolato di Sud America si replicavano torbide dinamiche predatorie di soldi e sesso alla Epstein. Il miliardario americano avrebbe persino trascorso un’intera estate nella villa di Cipriani, muovendosi come un fantasma intoccabile. La regola per la servitù: “Non lo potevamo guardare negli occhi”.

[…]

Superate le guardie, la villa si rivela un dedalo costruito per nascondere. Una lunga galleria dominata da un “camino gigantesco”, un ponte in legno sospeso su una piscina rialzata, salottini che sprofondano nel buio. Sotto la camera da letto del padrone di casa si trova il sancta sanctorum: sauna, lettino per i massaggi e vasca gelata. Attorno, come satelliti, sei casette separate: alloggi per le modelle destinate alle feste. Cellulari vietati. Qualcuna li usa, ma per farsi selfie in bagno.

Per alimentare il traffico, Cipriani avrebbe organizzato una catena di montaggio garantita da un sistema di corruzione doganale oggi sotto osservazione del ministero degli Interni. “A dicembre, le ragazze arrivavano direttamente con il suo aereo privato. Ma all’immigrazione non risultava nulla”, raccontano i media locali che già a febbraio avevano raccolto le prime testimonianze, a rischio della loro incolumità. Il meccanismo: i piloti consegnavano solo due o tre passaporti. Le altre entravano “come fantasmi”. I controllori dell’ufficio immigrazione non salivano mai a bordo per verificare il numero reale dei passeggeri. È per questo che i funzionari ora sarebbero finiti sotto inchiesta. A orchestrare i silenzi, una donna che era la sua factotum in Sud America. “Era l’unica capace di oliare i funzionari corrotti con regalini sistematici”. Non solo denaro: modifiche ai timbri per coprire soggiorni irregolari negli Usa e favori di altro tipo. “Per compiacere una capa dell’immigrazione, le hanno spianato gratis un terreno con i macchinari dell’hotel”.

[…] Dentro le sei “casette”, la donna diventava merce. Turni implacabili e tariffari precisi, la “lista de precios”. Al mattino venivano fatte sgomberare le uruguaiane e le argentine, considerate la fascia bassa. Nel pomeriggio piovevano dal cielo le modelle élite brasiliane, seguite poi dalle italiane. Le regole per loro erano dictatoriales: palestra quotidiana per essere sempre nella forma migliore per i clienti e divieto di indossare lo stesso abito due volte.

L’isolamento della tenuta crea catene di messaggi solidali e consigli pratici tra ragazze che si muovono tra Montevideo, Maldonado e voli intercontinentali. “Hoy sigo para Dubai”, scrive una. La dimensione lavorativa affiora senza essere mai esplicitata. “¿Vos trabajando?”. E la risposta: “No, hoy estoy en casa”. Poi i dettagli pratici. Piccoli accorgimenti funzionali. “Hai delle caramelle? Ho mangiato aglio e se devo assistere Giuseppe devo avere l’alito profumato”. “Ho finito gli assorbenti, ne hai?”. Dei padroni di casa parlano poco. “Giuseppe se fue ayer”. Ma se lui è partito, Nicole è arrivata. Movimenti che le interlocutrici seguono e commentano in tempo reale. Era “de esperarse”, prevedibile.

La sera entrava in scena un facilitador argentino. “Chiamava per ordinare il numero esatto di donne e durante la festa le affiancava agli uomini d’affari, anche seminude. Bastava uno sguardo e sparivano nelle stanze buie o nelle casette private”. Un testimone riferisce di averlo riconosciuto durante una visita dell’attuale presidente uruguaiano Luis Lacalle Pou, arrivato ufficialmente per un sopralluogo. Parte del suo entourage, racconta, si sarebbe poi allontanata con alcune ragazze. A governare il sistema, con ruolo di madame, ancora e sempre lei: Nicole Minetti.

Nel 2013 era stata condannata in primo grado a cinque anni per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby, pena ridotta nel 2014. In attesa della sentenza definitiva che sarebbe arrivata nel 2019, Nicole Minetti cambiò vita? Pare proprio di no. A settembre del 2017 l’imputata viene “pizzicata” al “Downtown Ibiza” di proprietà di Cipriani, dove la lady della “coppia padronale” faceva lo stesso lavoro di sempre. Così la raccontava il nostro mensile Millennium. Minetti era la DJ resident del sabato sera, stava alla consolle e scendeva in sala per accogliere gli ospiti di riguardo e i Vip al tavolo del compagno; perlopiù ricchi uomini d’affari – russi, arabi, americani – col portafogli a fisarmonica, circondati da schiere di “belle ragazze compiacenti, piene di curve e tatuaggi, che si mostravano generosamente a uomini facoltosi in cerca di conquiste facili”. Quando scendeva in sala le “ragazze” le andavano incontro come in un vero e proprio “pellegrinaggio”, guardandola con ammirazione, come per chiederle in dono un riflesso della sua capacità di capitalizzare le doti che la natura le ha riservato.

Neppure allora l’ex consigliera regionale aveva “cambiato vita”, come assicura l’istanza con la quale a febbraio ha ottenuto la grazia. Si era semplicemente trasferita nel dorato mondo del compagno per poi seguirlo fino in Uruguay, dove nel 2018 Cipriani avvia quello che nell’istanza viene descritto come “il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael”. Nell’istanza di grazia il periodo di Arcore viene definito “un contesto di vita definitivamente chiuso”, collocato in un “ambito temporale circoscritto”. Invece, a quanto pare, dopo Ibiza lo replicava anche in Sud America, dove è rimasta per anni e fino al 2024-2025, ma su scala industriale. E dove, peraltro, riappare il fantasma delle minorenni. La condanna definitiva per Minetti fu per favoreggiamento della prostituzione “semplice”, senza cioè una qualificazione autonoma legata alla vicenda della minore marocchina Karima El Mahroug, fermata per un furto, per il quale in una notte di 16 anni fa corse alla Questura di Milano a giurare che fosse la nipote di Mubarak.

[…]

Un’uruguaiana, che chiameremo Marìa, fu “gettata nel giro a 16 anni in cambio di viaggi di lusso a New York, Los Angeles e Dubai”. Un’italiana, nome d’arte “Lulù”, sarebbe stata trascinata lì a soli 15 anni. “Viveva alterata dalle sostanze. Il fidanzato era morto per overdose e Cipriani viveva nel terrore”. Cipriani non vietava le droghe per etica, ma per controllo: solo alcol, per evitare “disastri con i clienti”. L’incubo: “Che la quindicenne morisse lì, scatenando uno scandalo ingestibile”. Al Fatto la ragazza non ha voluto rispondere. C’era anche una copertura, la più perversa di tutte. Periodicamente Cipriani apriva la chacra ai bambini orfani dell’Inau. “Invitati a pranzo, i piccoli venivano serviti personalmente da lui ma solo a favor di telecamere per costruirsi l’aura del filantropo”. Così i bambini finivano a giocare sulle stesse assi sotto cui, poche ore prima, si era consumato il commercio delle donne. L’inganno perfetto: un impero scintillante, fatto anche di soldi e sesso a pagamento, che affiora di nuovo dal fondo in cui era nascosto, coperto da uno scafo da 4 milioni di dollari. Minetti e Cipriani, contattati dal Fatto, hanno preferito non rispondere.


Il fu ceto medio


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – «Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’evasor». 

Vorrei dedicare questo 25 Aprile a un resistente di cui non importa nulla a nessuno, se non al Fisco. Continuiamo a chiamarlo ceto medio, benché abbia smesso da un pezzo di esserlo. Fa (ha fatto) l’insegnante, l’impiegato, l’operaio specializzato. E percepisce buste-paga e pensioni ogni anno più risicate, con cui mantiene anche i parenti che non guadagnano. I dati dell’Irpef raccontano che sostiene da solo due terzi dell’intera baracca, a beneficio del disoccupato e del sottopagato, ma anche del lavoratore in nero e del nullatenente con yacht a carico, che passano il tempo a lamentarsi di uno Stato Sociale a cui si guardano bene dal contribuire. 

Il ceto medio rappresenta l’ossatura della società e i suoi malumori condizionano le svolte elettorali perché è alla perenne ricerca di un partito che ne riconosca i sogni, sempre più piccoli, e le ansie, sempre più grandi.

Vorrebbe che i giovani e gli intellettuali scendessero in piazza anche per lui. Che i politici non si limitassero a chiedere il suo voto prima delle elezioni, per poi dimenticarsene dal giorno dopo. Destra, sinistra, centro: se c’è una costante della nostra storia, è che nessun governo ha mai abbassato le tasse al ceto medio, cioè all’unico che le paga davvero, anche per l’impossibilità di eluderle. E che, appena sente parlare di patrimoniale, comincia a tremare, perché sa per esperienza che ogni nuova tassa, alla fine, la pagherà soltanto lui


Fisco, economia e Stato sociale, le vere sfide del nostro 25 aprile


Fisco, economia e Stato sociale, le vere sfide del nostro 25 aprile

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Se la politica da noi conservasse qualche segno di ragionevolezza questo 25 aprile potrebbe assumere un segno diverso dalle ormai rituali commemorazioni, buone a far rivivere contrapposizioni ormai prive di ogni significato storico, politico, culturale. Sia chiaro – è necessario chiarire anche l’ovvio dove circola ovunque volontà di fraintendere e malafede: la lotta contro il fascismo fu un grande evento, di quelli che segnano la storia mondiale, che ne determinano le grandi fratture. Essa rappresenta il crollo della risposta totalitaria alla crisi delle precedenti forme democratiche. Ma, a un tempo, anche la piena consapevolezza che all’esperienza dei totalitarismi non si rispondeva ripristinando quelle forme. Con le quali la nostra stessa Costituzione non ha nella sostanza nulla a che fare. Il fascismo è una rottura che non si rimargina; da esso si esce con una nuova democrazia. Le nostalgie, da qualsiasi parte provengano, sono inutili zavorre. E mai quanto oggi questo torna a essere vero.

Che lo si voglia o meno il mondo di oggi e di domani, le tragedie che attraversiamo e ancora più quelle che dovremo affrontare, non sono in alcun modo declinabili nei termini di fascismo e anti-fascismo; l’inerzia del linguaggio non è un fatto formale, denuncia povertà di analisi e di pensiero, incapacità di farsi un’immagine adeguata dello stato delle cose. E come era nuova l’idea di democrazia che viveva nella stragrande maggioranza delle forze della Resistenza, così ora si dovrebbe formare una unità tra coloro che comprendono quale cultura politica e quali concrete politiche siano necessarie per affrontare le forze in cui oggi si incarna davvero una strategia anti-democratica. Strategia che col fascismo d’antan nulla ha a che fare.

Ragionare fuori dai vecchi schemi, smettere di esprimere i conflitti in atto sulla loro base – e forse allora si potranno anche determinare nuovi rapporti, inaspettate osmosi, magari anche alleanze, che suoneranno scandalose ai cultori del tempo passato. Se si comprende chi sia l’attuale avversario, anche i nemici di un tempo potrebbero scoprire la possibilità di intese di ampia portata. Così avvenne nella Resistenza. Ma bisogna appunto capire che l’avversario non lo batti tornando all’antico. Solo in quanto potere costituente, potere che è mosso dall’idea di un nuovo Diritto, e che si rivolge all’intero Paese, che vuole esserne interprete del destino, la Resistenza ha vinto. Così dobbiamo saper parlare ora. Le vecchie divisioni sono fantasmi, se le misuriamo sulla realtà dell’attuale geo-politica. E se finalmente su questa costruiamo la nostra azione, allora tutti gli equilibri e le relazioni tra le forze politiche, anche all’interno del nostro Paese, potrebbero mutare.

La Resistenza aveva ben chiaro in mente l’interesse nazionale, che il fascismo aveva finito col massacrare. Oggi è concepibile difenderlo soltanto con una politica di compromesso e cooperazione tra i grandi spazi imperiali. In uno stato di guerra o di predisposizione alla guerra, l’interesse nazionale, largamente coincidente ormai con quello di tutta Europa, non può materialmente essere sostenuto. Con la guerra non può esservi quella libertà di scambi, relazioni, commerci, che è vitale per la stessa economia europea. Difende l’interesse nazionale chi in tutte le sedi contrasta politiche egemoniche, lavora perché il “fra” (preposizione di fatale importanza!) tra le grandi potenze sia nel segno dell’intesa, non in quello dell’abisso che divide. Risibile pensare a una sovranità a tutto campo per Stati come il nostro, ma semplicemente osceno è un sovranismo ideologico che obbedisce nei fatti a interessi altrui perfino sul piano economico e commerciale.

L’interesse nazionale è la base materiale di qualsiasi assetto assumeranno gli equilibri tra forze politiche europee. Ma la posta in gioco è assai più alta, e riguarda la forma stessa della democrazia. Quella progressiva prodotta dalla Resistenza non è minacciata da alcun fascismo d’annata, Anzi, per un aspetto fondamentale, proprio dall’opposto. Il fascismo, come tutti i totalitarismi del ‘900, hanno scritto sulle loro bandiere “la Politica al comando”; la Politica funge qui da grande regolatore delle decisioni di spesa, delle politiche industriali, della distribuzione della ricchezza prodotta. Una poderosa corrente di pensiero, di interessi economico-finanziari, sempre più tutt’uno con decisivi settori dell’èlite politica, si muove oggi in base all’idea che proprio il Politico, nel complesso dei suoi meccanismi istituzionali, delle sue regole, del suo apparato amministrativo-burocratico sia il Nemico da smantellare per liberare le forze creatrici della trasformazione, dell’innovazione scientifico-tecnologica e della stessa potenza imperiale. Saremmo destinati alla stagnazione e a perdere la sfida con la Cina, e magari con altri grandi spazi, se tali forze, proprie del sistema capitalistico, continueranno a dover fare i conti con le istanze egualitarie e universalistiche del vecchio Stato sociale, e con i suoi esorbitanti costi. Idee forti, di cui la maschera Trump è la versione populistica, buona per gli spettacoli che si offrono alle plebi.

Su questo terreno stanno le sfide del nostro 25 aprile. E vanno affrontate nello spirito che è stato quello dei nonni o ormai dei trisavoli: spirito costituente, nuova democrazia, non quella di prima del ’15-18. Come riformare lo Stato sociale, per non dare ragione, alla fine, ai suoi avversari, come semplificarne le funzioni, come ridurne il peso economico, come costruire una politica fiscale effettivamente ridistributiva. In ciascun Paese e con unità di intenti e politiche di convergenza europee. Sapendo che sarà comunque tutto vano se continueranno guerre e aggressioni, se non si compie ogni sforzo per farle finire.


Cristo e Trump non sono soci


(di Michele Serra – repubblica.it) – Devo avere scritto, nei mesi scorsi, almeno un paio di amache su questo papa americano, chiedendomi come mai — appunto perché americano — non dicesse con chiarezza, e da papa, che cosa pensa della prepotenza di Trump, del suo bellicismo, del suo linguaggio violento, e soprattutto del suo uso blasfemo della religione come alibi politico e come movente di guerra.

Forse ignoravo i tempi della Chiesa, che non sono quelli della cronaca. Fatto sta che mi sbagliavo, sia pure in folta compagnia, e sono davvero felice di poterlo dire. Non sono incerte o caute, sono secche, dirette e inequivocabili le parole che Leone XIV ha speso, nelle ultime settimane, contro il presidente americano e la sua visione del mondo. Così che si possa dire — finalmente! — che il cristiano più autorevole del globo è fortemente contrario all’uso sconcio del cristianesimo che la Casa Bianca ha messo in atto, con l’appoggio — non va dimenticato — di molti pastori evangelici, di non pochi vescovi americani, e sull’onda disturbante dei “cristiani rinati”, dei teocon, del nuovo fondamentalismo religioso di destra che ha avuto una parte decisiva nell’elezione di quel signore così evidentemente poco cristiano. Pare, dunque, che i nodi vengano al pettine. La prepotenza non è evangelica, Cristo e Trump non possono essere partner in affari, l’intelligenza artificiale, per quanto lucrosa, e potente, non può sostituirsi allo Spirito Santo nell’indirizzare gli uomini. Da non credenti, digiuni di teologia, lo avevamo immaginato, nel nostro piccolo, già da parecchio tempo. Ora ne abbiamo la conferma ufficiale. Ne siamo confortati. Evviva.


In un mondo di “liberali” fa paura una tivù russa


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Bruxelles, capitale d’Europa, è un mosaico di microcosmi politici, ideologici, nazionali, etnici che raramente si incontrano. Rispecchia l’Europa delle patrie che pochi ponti ha costruito. Nel periodo in cui lavoravo come ambasciatrice in Belgio, ho cercato di mettere in comunicazione belgi, italiani, diplomatici, burocrazia europea. La prassi invece è che gli italiani si incontrino tra italiani, i belgi tra belgi , i tedeschi tra tedeschi, i diplomatici tra diplomatici, i burocrati tra burocrati. Ciascuno parla la sua lingua, mai si affaccia al pensiero dell’altro.

[…] È quanto accade in Italia, dove raramente è possibile discutere in un quadro di vero pluralismo democratico. È ammesso un dibattito con linee rosse invalicabili. Si deve negare il genocidio, i nessi tra capitale finanziario e guerre occidentali, negare che il terrorismo in Europa sia stato prevalentemente sunnita e gestito da servizi segreti occidentali, si deve considerare Hamas un’organizzazione terroristica e Hezbollah pure, anche se è risaputo che esse siano nate soprattutto come organizzazioni per la liberazione di un popolo sotto occupazione; bisogna opporre le democrazie (liberali, tendenti all’autoritarismo) alle autarchie e dire tutto il male possibile di Putin, criticare Trump ma esprimere fiducia nei Dem; considerare la politica economica e l’analisi internazionale scienze neutre, non legate all’equilibrio di poteri all’interno degli Stati e tra di essi e via dicendo in un pensiero castrato e pappagallesco. Si cerca di ragionare, ci si rivolge ai cantori dell’Occidente e delle sue mistificazioni, si pongono domande razionali che smantellano le tesi propagandistiche, ma il giorno dopo gli stessi ritornano a inventare la realtà, a sconfiggere la Storia. Hanno letto le critiche, le domande, sono consapevoli delle contraddizioni, ma – come Trump – sanno che la narrativa può inventare la realtà. Tutti vivono come nei social in compartimenti standard, rinforzando la loro visione del mondo. Il noi e il loro prevale. Noi occidentali contro il resto del mondo, ma noi italiani diversi dai francesi, noi liberali ed europeisti diversi dai populisti ecc.

[…]

Questi processi non avrebbero potuto prendere piede senza una sistematica distruzione della cultura e della razionalità. I social e i talk show, che prediligono il pensiero contratto, odiano l’approfondimento, oppongono slogan alla complessità, sono gli strumenti adatti al degrado culturale e al governo dei sudditi da parte delle lobby. La normalizzazione delle guerre di aggressione contro la Palestina, il Libano e l’Iran convive con la demonizzazione dell’invasione di Putin dell’Ucraina. Inutile spiegare le similarità tra l’accerchiamento della Russia e quello dell’Iran, l’identico attacco a paesi colmi di materie prime necessarie al capitale finanziario in declino, a nulla vale ricordare che la classe Epstein, autrice del genocidio in Palestina, è la stessa che si considera avvocato dei diritti umani del popolo ucraino che sta condannando allo sterminio. Non serve portare argomenti razionali per stigmatizzare le menzogne relative alla minaccia russa per l’Europa o iraniana per la bomba nucleare. Inutile portare i dati concreti sull’influenza della lobby americana di Israele sui media e sulla politica statunitense e in parte europea. Il compartimento standard funziona a meraviglia. Imperterriti in tv e nei giornali, inventano il loro catechismo e a furia di ripeterlo tante brave persone sono convinte che tanti ucraini muoiano per la libertà da un nemico pronto a invaderci, oppure che Israele sia forzato a commettere un genocidio e ad aggredire i vicini per difendersi. […]

Che fare quando l’accademia, la diplomazia, la politica, il giornalismo, con poche sfumature diverse, ci bombardano con gli stessi assiomi mai dimostrati? Si aprono i giornali e si scopre che l’ambasciatore russo è stato convocato alla Farnesina. Sono tutti furiosi contro un anchor man russo per i suoi attacchi pesanti alla Meloni e le sue critiche a Mattarella. Il quale può paragonare la Federazione russa alla Germania nazista, Di Maio può chiamare Putin animale, per non parlare delle ingiurie di Biden, della Kallas e di Von der Leyen che tra l’altro dichiarano apertamente di voler smembrare la federazione russa. Tutto questo va bene, ma se un personaggio televisivo insulta la Meloni si ammonisce l’ambasciatore. Forse i conduttori tv russi non lavorano per il Cremlino né per un partito come quelli di Tv Sette. Immagino come sia rimasto esterrefatto l’ambasciatore, convocato d’urgenza non per un nodo diplomatico, ma per ottenere la censura governativa di un giornalista popolare. Si guardano bene dal resuscitare la diplomazia per comprendere le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di Mosca, ma riprendono i contatti diplomatici per zittire una tv russa. La situazione è grave, ma non seria.


“Coprici le spalle”: l’audio esclusivo di Report rivela il patto tra Zampolli e Melania Trump


«Coprimi le spalle e sarai protetto»: a Report l’audio della telefonata in cui Zampolli rivela il «patto» con Melania Trump. «Qualunque cosa succeda sarai protetto» avrebbe detto la futura First Lady all’imprenditore amico del presidente duranta una chiamata. L’anticipazione della puntata di Report di domenica 26 aprilre

Zampolli

(di Monica Ricci Sargentini – corriere.it) – «Coprici le spalle». È la frase al centro dell’audio del 2017 ottenuto in esclusiva da Report per Rai3 che svela un presunto patto tra Paolo Zampolli e Melania Trump alla vigilia delle elezioni americane. Nella registrazione che la trasmissione accompagna con immagini e materiali video, l’inviato speciale di Donald Trump, ignaro di essere registrato, ricostruirebbe una conversazione in cui la futura first lady gli avrebbe chiesto sostegno («you have our back») in cambio di protezione dopo la conquista della Casa Bianca.

L’audio non è un elemento isolato. Nell’inchiesta firmata da Sacha Biazzo, la telefonata si inserisce in un racconto più ampio fatto di interviste, documenti e confronti diretti con lo stesso Zampolli, ripreso e incalzato dalle domande del giornalista. Il programma ricostruisce un sistema di relazioni che ruota attorno alla sua figura, toccando il contesto internazionale emerso dai cosiddetti Epstein files, il mondo della diplomazia caraibica e una serie di vicende controverse che negli anni lo hanno accompagnato.

L’audio esclusivo di Report, la telefonata di Zampolli che svelerebbe il patto con Melania Trump

Tra i passaggi centrali, le testimonianze dell’ex compagna Amanda Ungaro, che parla esplicitamente di un «patto» con Melania Trump, e il racconto di Victoria Drake, che accusa Zampolli di violenza sessuale, supportata, secondo la trasmissione, da documentazione medica. Il servizio dà conto anche della posizione dell’interessato, che respinge tutte le accuse e dichiara di essere vittima di un tentativo di estorsione.

L’inchiesta affronta inoltre il capitolo dei rapporti con Jeffrey Epstein e il contesto più ampio descritto da alcune fonti come una rete di relazioni e potere che attraversa politica, affari e intelligence. In questo quadro, la telefonata diventa il punto di raccordo tra testimonianze e ricostruzione giornalistica.

Zampolli contesta l’intero impianto. «È falso, generato dall’intelligenza artificiale», afferma, mettendo in dubbio non solo il contenuto ma la natura stessa della registrazione.

Il nodo diventa quindi tecnico oltre che politico. L’autenticità dell’audio potrà essere verificata solo attraverso un’analisi forense: metadati, continuità del segnale, eventuali tracce di editing. Un passaggio cruciale, anche considerando che nel 2017 strumenti di manipolazione vocale esistevano, pur essendo meno diffusi rispetto a oggi.

Alla smentita Zampolli affianca una controffensiva legale. In una denuncia-querela presentata ieri alla Procura di Roma parla di «campagna diffamatoria internazionale» e di richieste di denaro fino a 650 mila dollari, che definisce estorsive.

Nelle comunicazioni con le autorità americane il Rappresentante speciale degli Usa per le partnership globali segnala inoltre di essere stato vittima di un «sofisticato scherzo» costruito con informazioni sensibili e di aver collaborato con l’Fbi.

Sui social rilancia la sua posizione: afferma di aver presentato una segnalazione formale all’Fbi e di aver consegnato nuove prove, parlando di «cinque procedimenti penali in diverse giurisdizioni» e di uno schema coordinato. E insiste su un punto: i contenuti generati con intelligenza artificiale «non si creano da soli» e lasciano tracce e che ogni elemento verrebbe ricostruito nelle sedi giudiziarie.

Il confronto resta aperto. Da una parte un’inchiesta che mette insieme audio, video, testimonianze e documenti. Dall’altra una difesa che contesta la prova chiave e parla di manipolazione.

È su questo terreno che si gioca la partita: non solo sui fatti, ma sulla loro autenticità. In un contesto in cui la distinzione tra registrazione e costruzione è sempre più difficile da tracciare e in cui sarà decisivo capire non solo cosa si sente, ma da dove arriva.


25 Aprile, la Resistenza continua


(Dott. Paolo Caruso) – Sono trascorsi ottantuno anni da quel 25 aprile 1945, data storica in cui l’Italia ritornava a essere libera dalla oppressione della dittatura fascista che tanti lutti e sangue aveva provocato nel nostro Paese. Oggi ricorre la giornata celebrativa di quell’ evento che ben rappresenta la storia di un popolo, e i valori di libertà a cui devono specchiarsi le giovani generazioni. A ridosso di questa data la kermesse politica si profila sempre più accesa in quanto la destra meloniana, che affonda le sue radici nel fu Movimento Sociale di cui conserva simbolo e animo, stenta ancora a farsi riconoscere emblematica dell’antifascismo. In questi ultimi anni con l’ avanzata delle destre ( sovranisti, estrema destra ) in Europa e anche nel nostro Paese, spinte da insoddisfazione sociale, crisi economica, è d’obbligo, ricordando il passato, essere vigili e resistere agli effluvi che olezzano di cloaca fascista. La Costituzione italiana che prende origine proprio dall’ antifascismo è il bersaglio da picconare della Meloni e dei ” fratelli “. I pesi e contrappesi che regolano la vita democratica di un Paese, i giornalisti e i magistrati le sono indigesti. Sono proprio le sue radici ideologiche a orientare la politica della Nazione verso una democrazia illiberale. Il 25 aprile, data simbolo della Resistenza, che coincise con l’inizio della ritirata delle truppe naziste e dei fascisti dalla repubblica di Salò, con la ribellione delle popolazioni e l’intensificarsi delle lotte partigiane contro l’oppressore, rappresenta un momento buio per l’ Italia che sfociò in una guerra civile sanguinosa. E’ la festa in cui si celebra la Resistenza alla barbarie nazifascista, la liberazione dalla dittatura e la ricostruzione di un Paese avviato verso un contesto di democrazia e libertà. Questa ricorrenza deve farci riflettere quanto grandi e illuminati siano stati i politici di allora, comunisti, cattolici, azionisti, repubblicani, anarchici, che sacrificarono parte delle loro idee per il bene comune e per il ripristino delle più basilari regole di libertà. Si tratta di un passaggio di grande importanza per la storia d’Italia, uno hiatus tra il periodo buio della dittatura fascista e l’inizio di una nuova vita di libertà, un periodo di riscatto civile, di vera rinascita morale e economica. Ancora oggi purtroppo rigurgiti del “ventennio” tendono a oscurare tale ricorrenza e anche uomini delle Istituzioni della destra meloniana fanno di tutto per sminuire e riscrivere la storia sul 25 aprile. Del resto il Presidente del Senato La Russa vorrebbe accomunare in questa ricorrenza che profuma di libertà i caduti partigiani ai ” repubblichini di Salò” occultandone il vero significato. I saluti romani, e i cimeli fascisti in suo possesso, si integrano perfettamente nel contesto politico attuale, dove ipocrisia, silenzi e mezze verità della Premier riaccendono la polemica fascismo antifascismo. Resistere a questa destra oscurantista che vorrebbe riportare indietro le lancette della storia è d’obbligo. Il merito, la giustizia sociale, il salario minimo, il riscatto della dignità del lavoro, l’emergenza climatica, non rappresentano le priorità del governo Meloni, mentre rimane aperta la scelta bellicista. Le speranze di allora trovano spazio negli ideali di tanti giovani, nelle manifestazioni popolari, nella difesa della Costituzione e della libertà, mentre la fiducia nei partiti viene meno rimanendo solo una cartolina ingiallita dal tempo, una realtà offuscata dal deserto valoriale e dove nel vuoto della politica trova spazio sempre più la lotta per il potere.


Tra poco più di due mesi capiremo se Meloni sta con Trump o con gli italiani


Il 7 e 8 luglio del 2026, al vertice Nato di Ankara, Meloni dovrà finalmente dire se aumenteremo le spese militari come abbiamo promesso a Trump, o se useremo quei soldi per sostenere famiglie e imprese impoverite dal blocco dello stretto di Hurmuz.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – 7 e 8 luglio 2026. Cerchiate in rosso questi due giorni sul calendario, perché succederanno cose interessanti, e molti nodi verranno al pettine.

In quei giorni i capi di Stato e di governo dei Paesi Nato si incontreranno ad Ankara, nell’annuale vertice dell’Alleanza Atlantica. Il primo, dopo lo scoppio della guerra in Iran. E, per quanto ci riguarda, il primo dopo la grande, presunta, rottura tra Donald Trump e Giorgia Meloni. 

Facciamo un passo indietro. Quasi anno fa, nell’analogo vertice Nato dell’Aja, del 25 giugno 2025, Trump chiese e ottenne che i Paesi europei aumentassero significativamente la spesa militare, fino al 5% del PIL. 

L’Italia, per la cronaca, è ferma all’1,6%. Contati male, promettemmo 70 miliardi di euro in più di spesa militare al nostro “amico” americano. Quel giorno peraltro Meloni difese la sua scelta, parlando di “spese necessarie per rafforzare la nostra difesa e la nostra sicurezza, risorse che servono a mantenere questa Nazione forte come è sempre stata”.

Aggiunse anche, cerchiate in rosso pure questa frase, che non avrebbe tolto “nemmeno un euro dalle priorità del governo e dei cittadini italiani”.

Perché questa frase, semplicemente, non è più vera. Il governo, infatti, non è riuscito a uscire dalla procedura d’infrazione e non può più scorporare le spese della difesa dal deficit. E quindi, tradotto, quei 70 miliardi in più da spendere in armi toccheranno eccome le tasche degli italiani. 

La dico meglio: ogni euro in più speso in armamenti, sarà un euro in meno speso in sanità, scuola, aiuti a famiglie e imprese. 

Che si fa, quindi?

Fino al 7 e 8 luglio, Meloni potrà dire e fare quel che vuole. Ma in quei due giorni i nodi verranno al pettine.

Se di fronte a Trump avrà la forza di dire no all’aumento delle spese militari, dovrà spiegare a lui perché quelle spese erano necessarie un anno fa e ora non lo sono più, visto che nessuna guerra è finita e anzi ne è appena cominciata un’altra.

Se invece gli dirà di sì, dovrà spiegare a noi come farà a mantenere la promessa senza levare un euro dalle tasche degli italiani.

E se sceglierà di farlo sforando il patto di stabilità da lei stessa firmato e difeso il 20 dicembre 2023, meno di due anni e mezzo fa, dovrà renderne conto ai suoi alleati europei, quelli con cui adesso si fa ritrarre, dopo la sua presunta “rottura” con Trump. E ai mercati, che finora hanno premiato il rispetto delle regole contabili dal governo italiano, tenendo basso lo spread.

Ecco: fino a pochi mesi – come passa il tempo – si elogiava Meloni per la sua capacità di stare in equilibrio tra gli Usa e l’Europa, tra il sovranismo e il rigore di bilancio.

Il 7 e 8 luglio, finalmente, dovrà scegliere da che parte stare. E finalmente capiremo, dopo quattro anni di governo, da che parte sta Giorgia Meloni.


Energia, rinnovabili, salario minimo e sanità: la presidente della Sardegna Todde fa il punto sul suo governo


La presidente della Regione Todde (M5s) ha spiegato a Fanpage.it quali saranno i prossimi passi del suo governo in Sardegna, parlando dei problemi dell’isola, dei provvedimenti adottati negli ultimi mesi, su rinnovabili, transizione energetica, salario minimo e sanità.

(di Domenico Mussolino – fanpage.it) – A poco più di due anni dall’elezione a presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde ha raccontato a Fanpage.it quali sono gli ultimi provvedimenti adottati dal governo isolano e ha fatto il punto sui temi caldi dell’attualità, a partire dall’energia, passando per il salario minimo, fino alla sanità. La governatrice (prima donna nella storia della Sardegna a ricoprire l’incarico) ha traccia la tabella di marcia che seguirà la sua giunta per i prossimi mesi.

La Sardegna ha impugnato dinanzi alla Corte costituzionale la legge nazionale sulle aree idonee per le fonti rinnovabili. Cosa contestate e qual è la situazione nell’isola?

Abbiamo deciso di impugnare in Corte Costituzionale la nuova legge sulle aree idonee voluta dal governo Meloni. Una norma che scavalca le nostre competenze statutarie, ignora la copianificazione, preferisce automatismi e riduce la Regione a semplice esecutrice di decisioni prese altrove. Noi una legge regionale sulle aree idonee l’abbiamo già scritta e stiamo ovviamente lavorando per perfezionarla accogliendo i rilievi della Corte. Ma come ho già detto, la sentenza non ha rimosso il nodo politico che la Sardegna ha posto, anzi lo ha reso più evidente. La transizione energetica è necessaria, ma non può trasformarsi in un esproprio del governo del territorio. Siamo favorevoli alle rinnovabili, ma dentro regole certe, equilibrio territoriale e tutela del paesaggio, dell’ambiente e delle prerogative del nostro Statuto speciale. Difendere queste competenze non è un gesto simbolico. È un dovere istituzionale verso l’isola. La nostra legge 20 nasceva esattamente da questa esigenza: mettere ordine, definire criteri chiari, difendere un territorio che non può essere considerato uno spazio vuoto disponibile a qualsiasi intervento, deciso altrove. In Sardegna la situazione è molto chiara. Noi abbiamo investito quasi 1 miliardo di euro sulla transizione ecologica, tra le Regioni più virtuose, mettendo al centro l’autoconsumo e le comunità energetiche. Senza dimenticare che il costo dell’energia è storicamente una zavorra per la manifattura sarda. Per questo abbiamo messo a disposizione delle imprese decine di milioni di euro per efficientamento energetico, fotovoltaico e sistemi di accumulo, arrivando a garantire contributi fino al 65%. È una misura che abbassa direttamente uno dei principali costi fissi di chi produce qui.

Negli scorsi giorni è tornato d’attualità il tema delle servitù militari, per una proposta di legge presentata da Fdi. Voi vi siete mossi subito e la proposta di legge è stata ritirata. Che cosa contestavate?

Il ritiro dalla commissione parlamentare della proposta di legge sulle servitù militari segna una vittoria importante per la Sardegna. Per mesi abbiamo denunciato con forza l’ennesimo tentativo di colpire la Sardegna attraverso un provvedimento – sostenuto da una parlamentare di Fdi – che rischiava di ridimensionare in modo significativo le competenze regionali in materia ambientale, soprattutto nei territori interessati da servitù militari. Qualsiasi iniziativa legislativa che punti a depotenziare le competenze regionali non può essere accettata.  Quel testo avrebbe ridotto il ruolo della Regione nella tutela ambientale e nella pianificazione del territorio, proprio in aree già segnate da un peso storico che la nostra Isola continua a sopportare. Per questo la risposta è stata ferma. Ed è stato importante vedere, su una questione così delicata, una convergenza larga nella difesa degli interessi della Sardegna. Ci sono battaglie che vengono prima degli schieramenti politici, che è giusto combattere. Quando i sardi si uniscono per tutelare la propria terra e la propria autonomia, si vince.

Uno dei provvedimenti approvati nelle scorse settimane è il salario minimo di 9 euro all’ora. Come pensate di far rispettare la soglia?

Lo scorso 8 aprile è stata una giornata importante per la Sardegna. Il Consiglio regionale ha approvato una legge che introduce una soglia minima di 9 euro l’ora negli appalti pubblici e nelle concessioni, rafforzando tutele, diritti e dignità per migliaia di lavoratrici e lavoratori. È una legge fortemente voluta dal M5S, e sostenuta da tutte le forze progressiste, che da sempre considerano il lavoro dignitoso un principio non negoziabile. Abbiamo portato avanti questa battaglia con determinazione, perché crediamo che nessuno debba essere costretto a lavorare senza garanzie adeguate o con salari insufficienti. Con questo provvedimento contrastiamo il dumping contrattuale, premiamo le imprese virtuose e introduciamo strumenti concreti per monitorare la qualità del lavoro. Offriremo formazione specialistica e strumenti pratici per la progettazione e la verifica degli appalti, aiutando le amministrazioni territoriali a gestire l’applicazione della nuova norma con efficienza. La Sardegna dimostra che si può scegliere da che parte stare: dalla parte dei diritti, della dignità e del futuro.

Un altro provvedimento molto importante è stata l’introduzione del reddito di studio. Abbiamo intervistato l’assessora Ilaria Portas che ci ha detto che dopo Pasqua ci sarebbe stato un incontro per perfezionare l’applicazione della norma. A che punto siamo?

Il Reddito di studio è una delle misure a cui teniamo di più perché afferma un principio semplice e potente. In Sardegna il diritto allo studio non deve fermarsi all’età, né alle condizioni economiche di partenza. Oggi siamo nella fase di costruzione dell’attuazione, che è quella decisiva. Stiamo lavorando per definire un impianto applicativo serio, chiaro e praticabile, in raccordo con tutti i soggetti coinvolti, perché una buona legge deve diventare una misura accessibile davvero. L’obiettivo è arrivare al prossimo anno scolastico e accademico con un meccanismo funzionante, capace di dare una risposta concreta a chi vuole completare o riprendere un percorso di studio.

Tema sanità. La Regione ha introdotto incentivi per i medici che aprono degli studi nelle zone disagiate. Come è stato accolto il bando?

Abbiamo pubblicato il bando per le sedi disagiate con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza primaria. Per noi garantire il diritto alla salute significa arrivare ovunque, anche nelle comunità più piccole. Il provvedimento è stato accolto con attenzione e con interesse, perché affronta una criticità reale che tante comunità vivono da anni. Noi abbiamo scelto di intervenire con un incentivo fino a 3.700 euro mensili per i medici di medicina generale che aprono un ambulatorio nelle sedi più difficili, per un periodo fino a due anni, dentro un accordo condiviso con tutte le sigle sindacali. I risultati sono evidenti: siamo passati da una carenza di 543 medici di medicina generale nel 2024 a 496 nel 2025. E il bando appena chiuso andrà a coprire ulteriori 82 sedi disagiate su 100 attualmente vacanti con altrettanti medici assegnatari. Contiamo nell’arco dei prossimi mesi di colmare interamente questo divario, in modo da non lasciare nessun territorio scoperto. Naturalmente nessuno pensa che basti un solo strumento a risolvere un problema così profondo, ma era necessario iniziare con un atto concreto. Ora la sfida è accompagnare questa misura con una strategia più ampia, insieme ai territori e ai sindaci, per rendere davvero attrattivo lavorare nelle aree interne e più fragili della Sardegna.

Quali saranno i vostri prossimi passi?

I prossimi passi saranno molto chiari. A partire dalla variazione di bilancio da 750 milioni, vogliamo concentrare le risorse su poche priorità forti e immediatamente riconoscibili dai cittadini. La prima è la sanità, soprattutto quella territoriale, perché il diritto alla cura deve valere anche nei paesi più piccoli e nelle aree interne. La seconda è il sostegno ai Comuni, che sono il primo presidio pubblico sui territori e troppo spesso vengono lasciati soli a gestire problemi enormi con strumenti insufficienti. La terza è il lavoro e la tenuta sociale, quindi misure capaci di proteggere famiglie, studenti, imprese e settori che stanno subendo i contraccolpi dei rincari. La quarta è una linea di sviluppo che tenga insieme innovazione, transizione e difesa degli interessi della Sardegna, senza subire decisioni prese altrove. Noi vogliamo usare questa fase per rendere visibile una scelta di governo precisa. Meno frammentazione, meno interventi spot, più direzione politica e più risultati concreti.


L’incredibile autogol del governo sul 3% di deficit


Un traguardo autoimposto trasformato in un fallimento autoinflitto a causa di un evitabilissimo errore del Mef nel controllo della spesa. Più che attaccare l’Istat, l’esecutivo deve prendersela con se stesso: sarebbe bastato spendere 600 milioni in meno

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(di Luciano Capone – ilfoglio.it) – Il decimale di deficit, anzi la “seconda cifra decimale” come si precisa nel Dfp, che ha trasformato un possibile trionfo in un concreto fallimento è tutto opera del governo Meloni. Sul piano economico si tratta di una questione inesistente: un deficit al 3 per cento anziché al 3,1 per cento non avrebbe regalato alcun “tesoretto” da spendere dato che le regole europee prevedono un percorso pluriennale di aggiustamento che supera i vecchi parametri. Restare o uscire dalla procedura per deficit eccessivo non dà alcun bonus formale e neppure sostanziale, nel senso che i mercati non prezzano un rischio diverso per un decimale. Ma uscire dalla procedura d’infrazione è, a un certo punto, diventato un obiettivo del governo: il simbolo di una politica di bilancio “prudente”, come ripete il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha permesso dall’inizio della legislatura di ridurre il deficit da un abnorme 8,1 per cento a circa il 3 per cento. Quando nel corso del 2025, a causa di un aumento delle entrate, si è visto che il deficit sarebbe stato ben inferiore al 3,3 per cento inizialmente previsto, l’uscita dalla procedura d’infrazione con un anno di anticipo è diventato un risultato a portata di mano su cui ha puntato la comunicazione governativa.

Tanto che, nella legge di Bilancio, il governo aveva indicato il 3 per cento di deficit come target e, di conseguenza, l’uscita dalla procedura d’infrazione come risultato. Ma al Mef erano consapevoli che si trattava di un dato precario, visto che nel Dpfp di ottobre il deficit al 3 per cento era solo il frutto dell’arrotondamento di una stima del 3,04 per cento che, formalmente, neppure avrebbe consentito l’uscita dalla procedura d’infrazione (secondo le regole fiscali europee bisogna restare sotto la soglia: un pelo sopra, seppure al secondo decimale, non basta).

In ogni caso, una volta posta l’asticella politica al 3 per cento, il compito principale del governo e del Mef sarebbe dovuto essere quello di controllare la spesa più scrupolosamente del solito per evitare brutte sorprese, dato che una manciata di milioni avrebbero potuto far superare la soglia autoimposta come obiettivo. E invece no. Il paradosso è che, come certifica il governo nel Dfp, il 3,1 per cento è il risultato di un deficit al 3,07 per cento, ovvero 0,03 punti più del previsto: appena 600 milioni (598 per la precisione). Bastava davvero poco al governo per evitare di spararsi un colpo nei piedi. 

Ma l’errore è molto più clamoroso di quanto possa apparire. Perché lo sforamento di appena 600 milioni è, in realtà, il prodotto di una spesa di 11,3 miliardi superiore alle stime tecniche della legge di Bilancio in gran parte compensata da entrate superiori al previsto pari a 10,7 miliardi. Se si escludono 4,7 miliardi di euro, dovuti alla rimodulazione del Pnrr che compaiono sia tra le entrate sia tra le uscite, resta una differenza di circa 6 miliardi di maggiori entrate e 6,6 miliardi di maggiori uscite. Queste ultime, sostiene il governo nel Dfp, sono dovute in larghissima parte dovute all’ennesimo aumento imprevisto della spesa per il Superbonus che è costato altri 8,4 miliardi di euro. Questo vuol dire che il mancato controllo della spesa da parte del Mef non è stato di 600 milioni, bensì undici volte maggiore. L’errore di previsione è stato in buona parte compensato da un altrettanto inaspettato aumento delle entrate, derivanti soprattutto da imposte dirette e contributi (5 miliardi insieme). Eppure non è servito a raggiungere il traguardo, perché l’extraspesa ha corso più veloce dell’extragettito.

Fa quindi un poco sorridere la polemica di Giorgia Meloni nei confronti dell’Istat, colpevole secondo la premier, di sottostimare il pil nominale: “Per centrare l’obiettivo [del 3 per cento] – dice Meloni – sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di pil in più rispetto ai 2.258 miliardi di Pil per il 2025 al momento stimati dall’Istat. Il paradosso è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo. Con buona probabilità, questo accadrà anche per il 2025, rivelandosi una beffa per l’Italia e per gli italiani”. Non si capisce bene il punto della polemica, dato che la stima del pil nominale del Mef contenuta nella legge di Bilancio coincide grossomodo con quella attuale dell’Istat.

Ma l’aspetto paradossale è un altro: i 20 miliardi in più di pil nominale invocato da Meloni sono il numero magico che consente di far scendere il rapporto deficit/pil dal 3,07 per cento (e quindi 3,1) al 3,04 per cento (e quindi 3). In questo senso, hanno lo stesso valore matematico di 600 milioni di spesa in più: ma è proprio la falla nelle previsioni delle uscite che ha fatto saltare i conti al governo. In pratica, invece di reclamare non si sa su quali basi 20 miliardi in più di pil nominale, sarebbe bastato spendere 600 milioni in meno. In sostanza, il governo avrebbe raggiunto comunque l’obiettivo se solo l’errore di previsione della spesa fosse stato un decimo più piccolo. Così il traguardo autoimposto è diventato un danno autoinflitto. Chi è causa del suo male pianga se stesso.


I danni della propaganda occidentale


I droni russi sui cieli del Belgio? Nessuna prova, ma l’emergenza fu cavalcata per acquistare armi senza gara. Altro che propaganda russa

I danni della propaganda occidentale

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – È bastato gridare “mamma li russi”, mentre nei cieli del Belgio spuntavano droni come cavallette. Era l’autunno del 2025 quando le segnalazioni di presunti avvistamenti di velivoli nemici si susseguivano con frequenza preoccupante. Peccato che non ci fossero prove per affermarlo. È la conclusione di un’inchiesta giornalistica realizzata dalla trasmissione Pano, della tv pubblica fiamminga, che ha invece dimostrato come i presunti droni russi fossero per lo più aerei civili, elicotteri della polizia, luci di aeroplani cargo o semplici lampioni.

Ci sarebbe da ridere se la vicenda non avesse avuto un risvolto decisamente meno comico. La (falsa) emergenza droni, infatti, spinse il governo belga all’acquisto di sistemi di difesa anti-aerea per circa 50 milioni di euro. Il tutto, sfruttando la procedura d’urgenza prevista dalla Nato, senza passare da un ordinario bando di gara. Ma non è tutto. L’inchiesta di Pano ha anche acceso un faro su presunte sovrafatturazioni e possibili favoritismi. Dubbi che hanno portato all’apertura di un’indagine penale per “ostacolo alle procedure di gara pubbliche” e “corruzione pubblica”.

Il ministro della Difesa Francken si difeso ribadendo che “i droni c’erano di sicuro” e che la procedura d’urgenza fosse più che giustificata. Ma ha ammesso di aver diffuso alcune immagini che mostravano un elicottero della polizia anziché un drone. E poi ci preoccupiamo della propaganda del Cremlino. Forse sarebbe il caso di iniziare a guardare in casa nostra.


La Cina ci penetra dappertutto!


(ANSA) – Gli hacker del governo cinese utilizzano sistematicamente vaste reti di dispositivi compromessi, come router domestici e frigoriferi intelligenti, per sferrare attacchi informatici contro le infrastrutture nazionali e le istituzioni democratiche occidentali. E’ quanto riporta il Financial Times citando un gruppo di importanti agenzie di intelligence, tra cui quelle dei Paesi membri del gruppo di condivisione di intelligence Five Eyes.

Si tratterebbe di un “cambiamento radicale” nelle tattiche informatiche cinesi che ha reso gli hacker di Pechino più difficili da identificare e più efficaci nei loro tentativi di sottrarre segreti e compromettere servizi pubblici.

“L’uso di reti occulte costituite da dispositivi compromessi – note anche come botnet – per facilitare attività informatiche dannose non è una novità, ma gli attori informatici legati alla Cina le stanno ora utilizzando in modo strategico e su larga scala”, ha affermato il Centro nazionale per la sicurezza informatica del Regno Unito.


Reuters: “Il Pentagono ipotizza la sospensione della Spagna dalla Nato e altre sanzioni per gli alleati che si sono rifiutati di aiutare gli Usa contro l’Iran”


Proposta anche la revisione della posizione statunitense in merito alle rivendicazioni del Regno Unito sulle Isole Falkland contese con l’Argentina

(di Andrea Lanzetta – tpi.it) – Il Pentagono ha cominciato a valutare una serie di opzioni a disposizione degli Stati Uniti per sanzionare gli alleati della Nato che non hanno sostenuto la guerra scatenata da Washington e da Israele contro l’Iran, tra cui la sospensione della Spagna e una revisione della posizione statunitense in merito alle rivendicazioni del Regno Unito sulle Isole Falkland contese con l’Argentina. L’indiscrezione, pubblicata in esclusiva dall’agenzia di stampa britannica Reuters sulla base di un’e-mail interna e delle dichiarazioni di un funzionario del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, mostra la frustrazione dell’amministrazione Trump nei confronti degli alleati europei.

Opzioni americane
L’e-mail interna al Pentagono, ha spiegato a Reuters un anonimo funzionario statunitense, delineano le proposte politiche per la Casa bianca contro la presunta riluttanza o il rifiuto di alcuni alleati di concedere agli Stati Uniti i diritti di accesso, di base e di sorvolo del proprio territorio per le operazioni militari contro la Repubblica islamica, definiti “il punto di riferimento assoluto per la Nato”, Opzioni che, ha aggiunto la fonte citata dall’agenzia di stampa britannica, stanno già circolando ai più alti livelli del Pentagono. Tra queste figura persino la sospensione dei Paesi considerati “difficili” dalle posizioni più importanti e prestigiose all’interno dell’Alleanza atlantica, con l’obiettivo di “ridurre il senso di supponenza acquisita da parte degli europei”. Il memo citato includerebbe persino una riconsiderazione del sostegno diplomatico statunitense ai “possedimenti imperiali” europei, come le Isole Falkland contese tra il Regno Unito e l’Argentina, oggetto di una guerra costata la vita, nel 1982, a circa 650 soldati di Buenos Aires e a 255 militari britannici e conclusasi con la vittoria di Londra. Non è chiaro invece se tra le proposte contenute nel documento figuri anche il ritiro di parte delle truppe statunitensi dal Vecchio continente.

Il futuro dell’Alleanza
Prima le minacce contro la Danimarca per ottenere la Groenlandia e poi la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno sollevato seri dubbi sul futuro della Nato. Per la prima volta dopo 77 anni di storia infatti un presidente degli Stati Uniti non solo ha ventilato la possibilità di non intervenire in aiuto degli Alleati europei in caso di attacco, ma ha persino annunciato di stare valutando la possibilità di ritirarsi dal Patto atlantico. Un’ipotesi però che, secondo la fonte citata da Reuters, non è contemplata nell’e-mail circolata ai piani alti del Pentagono.
Gli alleati europei hanno rifiutato di unirsi alla campagna di bombardamenti lanciata il 28 febbraio scorso da Usa e Israele contro l’Iran e di partecipare a una missione navale che contribuisse a garantire la libera navigazione nello Stretto di Hormuz, minacciata da Teheran dopo l’attacco israelo-statunitense.
Regno Unito, Francia, Germania, Italia e altri Stati membri dell’Alleanza hanno chiarito a Washington che aderire al blocco navale statunitense equivarrebbe a entrare in guerra contro la Repubblica islamica. Poi però Londra, Parigi, Berlino e Roma si sono dette disponibili, a guerra finita, a inviare una missione navale nello Stretto di Hormuz. Molti intanto, come il Regno Unito e la Germania, hanno continuato a fornire le proprie basi per lo spostamento delle truppe statunitensi in Medio Oriente. La Spagna invece ha negato agli Stati Uniti il sorvolo del proprio spazio aereo e l’uso della base navale di Rota e di quella aerea di Morón per attaccare l’Iran.

Le reazioni
“Come ha affermato il presidente Trump, nonostante tutto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto per i nostri alleati della Nato, loro non sono stati al nostro fianco”, ha commentato all’agenzia di stampa britannica il portavoce del Pentagono Kingsley Wilson. “Il dipartimento della Guerra garantirà che il Presidente disponga di opzioni credibili per assicurare che i nostri alleati non siano più una tigre di carta e che facciano invece la loro parte”. “Non si può parlare di una vera alleanza se ci sono Paesi che non sono disposti a sostenerti quando ne hai bisogno”, ha affermato all’inizio di aprile in conferenza stampa il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth.
“Non ci basiamo sulle email. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative, in questo caso degli Stati Uniti”, ha commentato invece il premier spagnolo Pedro Sánchez, prima di partecipare al Consiglio dell’Unione europea a Cipro.


Invitò Francesca Albanese a un webinar con gli studenti: procedimento disciplinare per una docente


La decisione dopo relazione degli ispettori inviati dal ministero dell’Istruzione. A denunciarlo è l’Unione sindacale di base che ha organizzato per il 4 maggio un sit-in di protesta

Invitò Francesca Albanese a un webinar con gli studenti: procedimento disciplinare per una docente

(di Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – A nulla sono valse le lettere di 126 colleghi docenti su 155 e quella di 107 genitori al preside dell’istituto Mattei di San Lazzaro di Savena, Roberto Fiorini, e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per difendere la professoressa che a dicembre aveva organizzato la partecipazione di alcune sue classi a un webinar con Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. In queste ore – a seguito della relazione degli ispettori inviati dal ministero dell’Istruzione – l’insegnante è stata colpita da una procedura disciplinare.

A denunciarlo è l’Unione sindacale di base che ha organizzato per il 4 maggio un sit-in di protesta davanti alla sede dell’Iis di San Lazzaro di Savena in via delle Rimembranze. L’oggetto della contestazione – secondo quanto riporta l’organizzazione sindacale – è quello di aver stipulato un rapporto giuridico organizzativo con l’associazione “Docenti per Gaza” che ha promosso il webinar in modalità completamente gratuita.

“Se la contestazione di addebito disciplinare – spiega l’Usb – da un lato riconosce la correttezza della progettualità didattica della docente, a cui non viene imputato nulla relativamente ai contenuti e agli aspetti didattici, quel che le viene contestato è invece di non aver letteralmente chiesto il permesso al dirigente scolastico per lo svolgimento di una attività che normalmente, ovunque e da sempre, rientra nelle scelte dell’insegnante che delibera le proprie azioni nelle more della libertà di insegnamento ovvero dei principi sanciti dalla Costituzione della Repubblica”.

Dopo mesi di silenzio, il dirigente scolastico ha avviato a fine anno scolastico la procedura per l’addebito disciplinare. Sul caso erano intervenuti anche i genitori con una lettera pubblica indirizzata al Quirinale. Nella missiva – spedita anche al ministero dell’Istruzione e del Merito e alla cittadinanza – i genitori scrivevano: “Ci sentiamo in dovere di esprimere profonda solidarietà a tutte quelle docenti e quei docenti che quotidianamente lavorano insieme alle nostre figlie e ai nostri figli, per insegnare loro a trovare i criteri e le parole per saper dire e valutare il mondo, in tutti i suoi molteplici aspetti, e per metterli in grado di soppesare gli eventi che vi accadono attraverso lo scambio di libero pensiero plurale e l’apporto di riflessione critica”.

Fiorini, invece, non fa una piega e all’edizione bolognese di La Repubblica dice: “Dopo l’ispezione viene fatto rapporto all’Ufficio scolastico regionale. Se la sanzione è ridotta, come un richiamo scritto, spetta al dirigente commutarla. In qualunque luogo di lavoro, tanto più nel servizio pubblico, i contratti di fornitura di servizi da parte di esterni privati, anche a titolo gratuito devono essere accesi dal dirigente responsabile”. Una “punizione”, quindi, che sembrerebbe essere data per un cavillo burocratico.