Dopo aver minacciato la fine della civiltà persiana, alludendo a un attacco nucleare all’Iran, Trump ha esibito una spettacolare marcia indietro, accettando come base dei negoziati la proposta di Teheran. Il cessate il fuoco di due settimane permetterà la ripresa dei negoziati a Islamabad. Lo scetticismo è comprensibile, data la qualità dei negoziatori occidentali e le precedenti brusche interruzioni […]

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Dopo aver minacciato la fine della civiltà persiana, alludendo a un attacco nucleare all’Iran, Trump ha esibito una spettacolare marcia indietro, accettando come base dei negoziati la proposta di Teheran. Il cessate il fuoco di due settimane permetterà la ripresa dei negoziati a Islamabad. Lo scetticismo è comprensibile, data la qualità dei negoziatori occidentali e le precedenti brusche interruzioni della diplomazia con nuovi bombardamenti israelo-americani. Questa volta potrebbe tuttavia essere differente. La potenza militare americana è senza paragoni con quella iraniana, ma le guerre asimmetriche si risolvono molte volte con la disfatta del nemico più potente. L’Iran ha l’ambizione di poter dettare le condizioni che per molti aspetti andrebbero condivise dall’Europa e dai cittadini in grado di sostenere pace, stabilità e rispetto del Diritto Internazionale.
[…] Teheran chiede la fine permanente della guerra su tutti i teatri del Medio Oriente, inclusi Gaza e il Libano. La revoca delle sanzioni occidentali e la riparazione dei danni di guerra. Il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio a scopi civili come da Tnp e Carta Onu. E la garanzia internazionale che l’aggressione israelo-statunitense non si ripeta in futuro. Non capisco come un Occidente sano potrebbe rifiutare queste proposte che sono in linea col Diritto Internazionale. Esistono tuttavia altre due condizioni forse negoziabili: il ritiro Usa dalle monarchie del Golfo e la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Washington difficilmente rinuncerà alla sua alleanza coi Paesi sunniti e ai petrodollari, base del sistema di potere della moneta americana. Complicato sarà accettare la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz, che potrebbe portare a dolorose discriminazioni a vantaggio dei Paesi avversi al blocco occidentale. È stato essenziale il ruolo di Russia e Cina per frenare l’escalation che avrebbe potuto portare a un conflitto nucleare. La diplomazia migliore, discreta e dietro le quinte, ha determinato la ritirata trumpiana e la fine della disperata arroganza di un Occidente in ginocchio. Mosca e Pechino, pur traendo profitto dalla guerra nel breve periodo, sono intervenute in tempo a frenare l’azzardo bellico, schierandosi decisamente a favore dell’aggredito.
Lo Stato terrorista di Israele può essere fermato solo dagli Stati Uniti. Al netto della propaganda, Tel Aviv non teme la minaccia iraniana. Ha solo bisogno di una guerra permanente in grado di evitare alla sua leadership criminale di affrontare la giustizia. La domanda rimossa resta: perché Trump ha ceduto alla richiesta israeliana di iniziare un conflitto suicida, rivolta da almeno un trentennio ai presidenti Usa? Non credo all’alibi della demenza. Trump era al corrente dei rischi bellici, economici e di quanto la sua stessa sopravvivenza politica fosse minacciata. Ma non aveva scelta. Era costretto a obbedire alle lobby da cui il suo destino dipende. Ci siamo assuefatti al governo opaco di oligarchie eterodirette, a poteri invisibili di cui vediamo solo le marionette politiche. Eppure non è questa la fine di ogni speranza democratica? Dovremmo riflettere sulle motivazioni che hanno guidato l’inizio di una guerra apparentemente suicida. Qualche temerario analista avanza l’ipotesi di un piano inteso a rispondere alla carenza di energia e materie prime per assicurare lo sviluppo economico di 8 miliardi di abitanti del pianeta. La distruzione del Medio Oriente, della sua popolazione e delle sue raffinerie, renderebbe il Nord America produttore di energia ed esportatore di prodotti agricoli, nuovamente egemone. Trump sarebbe soltanto il teatrante adatto a portare avanti programmi bellicisti, all’apparenza demenziali, condivisi dai Dem (la tenue opposizione al Congresso ne sarebbe un grave indizio), dai poteri finanziari e dall’intelligence che dai tempi dei Kennedy decide la politica estera statunitense. Non c’è nulla di matematico. I piani delle leadership internazionali sono guidati da mafie differenti, si intersecano con variabili indipendenti, di cui speriamo possa far parte la nostra resistenza civile.
[…]
Non sottovalutiamo, tuttavia, i legami esistenti tra i discorsi di Trump, in violazione non solo del Diritto Internazionale ma di ogni etica civile e umanistica, il sacrificio degli ucraini per accontentare i profitti dei neoconservatori, il genocidio di Gaza, i massacri in Libano e in Iran, l’utilizzo del terrorismo sunnita, la fine del liberalismo in Europa, l’arretramento dei diritti sociali nell’impero neoliberista. Giornali online parlano di “peste putiniana” in relazione al festival del cinema russo. I giovani, economicamente precari e minacciati dalle guerre, per dare vita a un’istanza politica alternativa sono chiamati a ricomporre i vari pezzi del mosaico. I partiti e i movimenti del dissenso, pure.
Il dito? “È sul grilletto”. Parola del premier israeliano Netanyahu. Che dopo l’annuncio di tregua con l’Iran prova subito a saboltarla

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Il dito? “È sul grilletto”. Se c’era ancora qualche dubbio sulla regia della folle guerra all’Iran – che ha innescato una spirale di violenza in tutto il Medio Oriente, travolgendo le economie occidentali con una valanga incontrollata di rincari del petrolio – la giornata di ieri è stata certamente illuminante anche per i più scettici.
Neanche il tempo di annunciare l’accordo sull’Iran da parte di Donald Trump, che il ricercato internazionale Benjamin Netanyahu aveva già ordinato di scaricare sul Libano 160 bombe. Risultato: centinaia di morti e feriti in dieci minuti. Un attacco che ha tutta l’aria di un tentativo di sabotaggio dell’intesa negoziata al termine di una settimana di minacce, veti e ultimatum tra il presidente Usa e il regime degli ayatollah. L’ultima prova che a trascinare Trump in un conflitto nel quale aveva tutto da rimetterci (il calo nei sondaggi è lì a certificarlo) è stato proprio il premier israeliano che, al contrario, ha tutto da guadagnarci (allontanare le elezioni e il processo in cui è accusato di corruzione).
L’ennesima strage di civili, dopo i 70mila morti di Gaza, si aggiunge al curriculum di Netanyahu che oggi rappresenta il principale pericolo e ostacolo per la pace in Medio Oriente. Non a caso, i raid israeliani in Libano, hanno spinto l’Iran a chiudere di nuovo lo stretto di Hormuz e a rimettere in discussione la tregua. Una condotta spregiudicata nella quale, d’altra parte, Netanyahu continua a perseverare grazie all’appoggio incondizionato degli Usa – che ieri si sono affrettati a ribadire che il Libano non rientra negli accordi sulla tregua con Teheran nonostante il Pakistan, mediatore dell’intesa, abbia confermato che fossero inclusi – e al vuoto penumatico di un’Unione europea che continua ad esprimersi per auspici e frasi di circostanza.
L’Italia non fa certo eccezione. Crosetto esprime “la più ferma e indignata protesta” per il convoglio italiano Unifil oggetto di colpi d’avvertimento da parte israeliana chiedendo l’intervento dell’Onu; Tajani convoca l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti; Meloni attende gli esiti della convocazione per tirare le somme. La domanda resta ancora sospesa: a quando le sanzioni a Netanyahu e al suo governo criminale?

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Israele ha scatenato sul Libano una delle offensive più violente di sempre. Questa mattina, in appena dieci minuti, sono stati colpiti un centinaio di siti, comprese decine di aree residenziali sparse in tutto il Paese, a partire dalla capitale Beirut. Lo schema è lo stesso riproposto da marzo, con gli “obiettivi” indicati come nascondigli di Hezbollah — una narrazione già collaudata durante la distruzione della Striscia di Gaza. Il Ministero della Salute libanese ha nel frattempo pubblicato un bilancio parziale, riportando l’uccisione di almeno 112 civili. È stata colpita anche una colonna italiana dell’UNIFIL che viaggiava verso Beirut. Gli attacchi israeliani seguono di qualche ora la notizia del cessate il fuoco raggiunto da Iran e Stati Uniti su mediazione del Pakistan. Secondo quest’ultimo la tregua riguarderebbe anche gli altri fronti, Libano compreso. Tel Aviv ha invece rilanciato con un’intensità inedita nei bombardamenti che lascia pochi dubbi sull’obiettivo di sabotare l’accordo. Quest’ultimo sarebbe già in pericolo, con il premier pakistano Shehbaz Sharif che ha invitato le parti a far lavorare la diplomazia.
Il governo Netanyahu si gioca tutto con la guerra all’Iran. Pochi giorni dopo l’inizio dell’aggressione, il consenso interno era risalito e l’esecutivo si stava preparando anche all’ipotesi di elezioni anticipate. La prospettiva di una tregua duratura tra Teheran e Washington si tradurrebbe con ogni probabilità nella fine politica di Netanyahu, al centro di diversi guai giudiziari, compreso un mandato di arresto spiccato dalla Corte Penale Internazionale. Parte dell’opinione pubblica interna, a partire dall’ex premier Yair Lapid fino al quotidiano Haaretz, parlano di un Israele tagliato fuori dai tentativi negoziali che nella notte hanno portato Trump ad annunciare il raggiungimento di una tregua di due settimane con Teheran. Soltanto poche ore prima l’intera civiltà iraniana avrebbe dovuto «morire» nella notte «per non tornare mai più», stando alla visione del presidente USA.
L’ennesimo giro di valzer a cui ci ha abituato l’amministrazione Trump ha sconquassato i piani di Tel Aviv. Sebbene il Pakistan — attore protagonista nella mediazione tra Washington e Teheran — avesse confermato l’estensione della tregua «ovunque», Libano compreso, Israele ha presto smentito, sferrando una potente offensiva proprio sul Paese confinante. Mettere in discussione il ruolo del Paese mediatore e tenere caldo un fronte che potrebbe mitigare la perdita di consensi concorrono alla stessa logica di sabotaggio, su cui ora è attesa una risposta di Stati Uniti e Iran. Washington ha definito l’offensiva di stamane «una scaramuccia», sostenendo che il Libano non fosse coinvolto nella tregua. Ali Bahreini, ambasciatore iraniano all’ONU, ha invece affermato che Israele deve rispettare il cessate il fuoco e che ulteriori attacchi «avrebbero delle conseguenze». Resta da capire lo status dello Stretto di Hormuz, cruciale per il mantenimento del cessate il fuoco. Stando all’agenzia iraniana FARS, di fronte agli attacchi al Libano Teheran avrebbe deciso di subordinare il passaggio delle navi a un «permesso».
Il premier pakistano Shehbaz Sharif ha invitato le parti a far lavorare la diplomazia: «in alcuni luoghi della zona del conflitto sono state segnalate violazioni del cessate il fuoco che minano lo spirito del processo di pace». Parole che denotano una certa ambiguità, riferendosi evidentemente sia all’offensiva sul Libano sia allo scambio di colpi, sempre in mattinata, tra Iran e Paesi del Golfo.
L’Unione europea, tagliata fuori da qualsiasi ruolo negoziale, «chiede a Israele di cessare la sua operazione in Libano, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese». Una richiesta non accompagnata da alcuna minaccia di sanzioni. Nel frattempo il Ministero della Salute libanese e la Croce Rossa aggiornano di minuto in minuto il bilancio delle vittime causate dall’ultima offensiva israeliana. In tutto il Paese si contano almeno 112 persone uccise (80 soltanto a Beirut) e un 700 feriti. Nei circa cento siti colpiti questa mattina dall’aviazione di Tel Aviv figurano diverse aree residenziali nonché strutture mediche. Secondo il Ministero della Salute libanese sarebbe stato colpito anche l’Ospedale italiano a Beirut. Mentre viaggiava verso la capitale, una colonna italiana della missione UNIFIL è stata bloccata dall’esercito israeliano. «I colpi di avvertimento israeliani hanno danneggiato un nostro veicolo. Per fortuna nessun ferito», ha dichiarato il ministero degli Esteri Antonio Tajani, che ha poi aggiunto: «I soldati italiani in Libano non si toccano, le Forze armate israeliane non hanno alcuna autorità» per farlo.
Libano: attacco a Unifil, Tajani convoca ambasciatore Israele

(AGI) – Roma, 8 apr. – L’ambasciatore di Israele in Italia e’ stato convocato alle 19,30 alla Farnesina su richiesta del ministro degli Esteri Antonio Tajani dopo l’incidente di oggi in Libano, dove un convoglio di mezzi italiani della missione Onu Unifil e’ stato bersagliato da unita’ delle IDF.
Axios, ‘Trump non si è opposto con Netanyahu a continuare contro Hezbollah’
(ANSA) – NEW YORK, 08 APR – Nel corso della telefonata avuta ieri sera con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, Donald Trump non ha espresso opposizione alla prosecuzione della lotta contro Hezbollah. Lo riporta Axios citando fonti americane.
Libano: Beirut, 89 morti e 720 feriti nei raid israeliani
(LaPresse) – È di almeno 89 morti e 720 feriti il bilancio dei raid israeliani di oggi su Beirut e altre località del Libano. Lo ha dichiarato il ministero della Salute libanese, citato da Al Arabiya.
IRAN: WSJ, TEHERAN PONE CONDIZIONE STOP RAID SU LIBANO PER PARTECIPARE A NEGOZIATI
(Adnkronos) – L’Iran ha informato i mediatori regionali che la sua partecipazione ai negoziati con gli Usa previsti venerdì a Islamabad è vincolata allo stop dei raid israeliani sul Libano. Lo hanno riferito fonti informate al Wall Street Journal, secondo le quali Teheran ha precisato che il prosieguo degli attacchi contro il Paese dei Cedri potrebbe anche spingerla a rivedere la sua decisione di consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Mentre un ex killer decide di mostrarsi in volto, Cosa nostra sceglie l’opposto. Si nasconde meglio. Perché ha imparato che il vero potere non ha bisogno di farsi vedere

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – A Palermo la mafia prova a non sparare più per farsi vedere, e si ritrae per contare di più. Ha capito dall’esperienza che il potere si accumula nel silenzio, nelle stanze dove si decidono affari e strategie, nei corridoi dove nessuno alza la voce. È lì che cambia pelle. Non rinnega la violenza, la conserva come minaccia lontana, ma investe in relazioni opache, in scambi che non lasciano tracce immediate, in una presenza che si mimetizza dentro la macchina pubblica in tutta la Sicilia. Il salto è strategico. La forza non è più nell’intimidazione plateale, ma nella capacità di entrare nei gangli amministrativi, orientare pratiche, accelerare procedure, costruire consenso. La corruzione diventa il linguaggio condiviso, più efficace delle armi perché non fa rumore e non crea allarme sociale.
Così Cosa nostra torna a essere sistema, un organismo che respira dentro la politica e l’economia, senza bisogno di rivendicarsi. Dentro questo scenario si colloca anche la scelta di Gaetano Grado di mostrarsi in televisione, dopo più di venticinque anni da collaboratore di giustizia. Un volto conosciuto a pochi che riemerge, un passato che si espone senza più la necessità di nascondersi. Si è mostrato lunedì sera in tv rilasciando un’intervista al giornalista siciliano Silvio Schembri per un programma di Rai Tre. Grado non è un comprimario: è stato un sicario con centinaia di omicidi sulle spalle, un uomo di fiducia dei vecchi boss della mafia palermitana, legato a quella stagione in cui “il principe” Stefano Bontate teneva insieme affari, politica e massoneria prima di essere travolto dalla furia di Salvatore Riina. È cugino di Salvatore Contorno, altra figura chiave, protagonista di una stagione di sangue e vendette che li ha portati nel maggio 1989 all’arresto in una casa del Palermitano. Sospettati di essere coinvolti un una serie di omicidi le cui vittime erano tutte riconducibili ai corleonesi di Riina.
Contorno all’epoca in cui si rifugiava nella casa del cugino Gaetano Grado, era già un collaboratore di giustizia. Le loro storie si incrociano negli arresti, nei sospetti, nelle faide interne, nella guerra ai corleonesi. Grado non ha mai fatto mistero con altri mafiosi e con i pm di essere andato alla ricerca di Riina per ucciderlo. Insomma, è un boss che ha custodito segreti pesanti, abbastanza da attirare vendette e piuttosto da sopravvivere a quella stagione. Quando si parlò di una sua collaborazione, forse nemmeno iniziata con i pm, a Palermo gli uccisero un figlio. Un segnale chiaro di cosa significasse tradire. Un delitto compiuto mentre si stava svolgendo il processo a Giulio Andreotti. Si è autoaccusato di avere ucciso il padre dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, senza risparmiare nei verbali ai pm i dettagli di quel massacro. E i Graviano a lui e a Contorno, che nel delitto è stato suo complice, gliel’hanno giurata di ucciderlo. Intanto si sono costituiti parte civile nel processo in cui è stato imputato Grado.
E di Gaetano Grado sono pure le dichiarazioni che hanno portato alla revisione della sentenza del Maxi processo a Cosa nostra per la parte che riguardava un altro esponente mafioso, Giovannello Greco. Quest’ultimo grazie alle dichiarazioni di grado è stato assolto più di dieci anni fa ed è tornato in libertà. Per decenni Grado è stato protetto, si è nascosto da eventuali vendette trasversali, è rimasto lontano dalla ribalta pubblica. Adesso, invece, quel volto appare. Senza ombre. È un segnale, non necessariamente di sicurezza personale, ma di mutamento del contesto. I corleonesi non sono più il centro di gravità. I “palermitani” legati alla vecchia tradizione di Bontate sembrano aver recuperato spazio, riportando l’organizzazione verso strategie più sofisticate. Meno stragi, più affari. Meno visibilità, più penetrazione. Le indagini raccontano esattamente questo. Il caso attuale del boss Carmelo Vetro e del dirigente Salvatore Iacolino mostra una trama in cui la mafia non chiede, ma tratta. Non impone, ma negozia. Non compra soltanto, ma costruisce rapporti. Messaggi, favori, pressioni, interventi su pratiche sanitarie. Un lessico apparentemente ordinario che nasconde un patto.
Non è il denaro a spiegare tutto, ma il potere di orientare carriere, sostenere campagne, garantire appoggi. È qui che la mafia diventa più forte. Quando riesce a non apparire, quando si trasforma in interlocutore credibile per chi gestisce la cosa pubblica. Quando entra negli uffici e diventa parte del processo decisionale. Gli scambi non hanno bisogno di essere espliciti, si alimentano di aspettative reciproche. Favori che si accumulano, debiti che si consolidano. Iacolino è ancora in attesa di giudizio, quindi nessuna accusa specifica. Palermo però torna a un modello antico e aggiornato insieme. Quello degli anni in cui la criminalità organizzata dialogava, anzi, si impossessava dell’imprenditoria, investiva nei traffici, costruiva alleanze. Oggi lo fa con strumenti più raffinati, sfruttando le pieghe della burocrazia, le ambizioni politiche, le fragilità del sistema. E mentre un ex killer decide di mostrarsi in volto, la nuova Cosa nostra sceglie l’opposto. Si nasconde meglio. Perché ha imparato che il vero potere non ha bisogno di farsi vedere.
«Un progetto di giovani e donne non più invocati solo come slogan»

Alle porte delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio, in un quadro ancora tutto in divenire, in cui non è ancora definita con chiarezza la composizione delle liste in campo, appare emergere una prima certezza l’esistenza di un movimento che vuole proporsi come reale alternativa alle forze politiche che hanno governato Guardia negli ultimi anni. Si tratta di un gruppo di giovani che sta cercando sempre più di allargarsi e aprirsi a chiunque voglia collaborare per il bene del paese, attraverso un approccio alla cosa pubblica che sia realmente innovativo. Un’iniziativa che nasce non per alimentare divisioni né per costruire una “terza lista”, ma con l’obiettivo di aprire un percorso di confronto e condivisione.
«È un progetto strutturato e duraturo – spiega la Ceniccola – che intende mettere al centro i giovani e chiunque abbia una visione per il bene di Guardia Sanframondi. Il paese ha tutto per crescere: le idee ci sono, l’energia anche. Quello che è mancato, finora, è stata la volontà di puntare sulla nostra generazione. Una generazione preparata, connessa, capace di leggere il presente e immaginare il futuro, fatta di giovani che non chiedono spazio per diritto, ma per merito. È questo che il nostro movimento vuole essere».
Classe 1997, attualmente consigliera comunale in forza alla maggioranza guidata dal sindaco Raffaele Di Lonardo, già coordinatrice provinciale di Forza Italia Giovani e qualche mese fa nominata nella direzione nazionale giovanile del partito, ha già maturato un’esperienza politica di tutto rispetto nonostante la sua giovane età. La giovane guardiese vede nel suo paese delle potenzialità inespresse a causa di scelte spesso polarizzate nelle mani di pochi, che hanno portato le nuove generazione ad andare via: «Cinque anni fa avevo tutto l’entusiasmo di fare qualcosa di buono e credere nel progetto che mi era stato presentato. Ma oggi siamo di fronte a una comunità che cresce meno di quanto potrebbe, energie che restano inespresse, fiducia che si allontana. Eppure, il potenziale umano per invertire la rotta ci sarebbe».
Da qui la scelta di costruire una squadra fatta da veri volti nuovi, che dia la concreta possibilità ai giovani talenti del paese di contribuire con le proprie idee e le proprie capacità a rilanciare finalmente Guardia: «Stiamo costruendo un movimento nuovo, serio, libero da vecchie logiche, fatto di gente che ha scelto di restare e di investire in questo territorio e che abbia coraggio di volere di più per il nostro paese, così da renderlo realmente attrattivo. Serve una scelta chiara per Guardia: continuare con gli stessi schemi, e con quello che ci ha portato fin qui, oppure dare spazio a un modo diverso di amministrare, più aperto, più concreto, più vicino ai cittadini, sempre, non ogni cinque anni».
Non manca una critica al tema del rinnovamento: «Si parla di cambiamento, ma poi sono sempre gli stessi a presentarsi. Si parla di giovani e di donne, ma troppo spesso restano uno slogan utile in campagna elettorale, mentre le decisioni continuano a essere prese altrove. Questo non è rinnovamento. È continuità mascherata.
Credo anche che le dinamiche comunali non siano un caso isolato, purtroppo rappresentano un problema sistemico. Il consiglio provinciale parla chiaro: nessun giovane, nessuna donna. “Non le dare il voto, è un voto perso. L’abbiamo coinvolta per coprire le quote rosa, ma non puntiamo su di lei”. È una frase che racconta bene un modo di fare politica che, negli anni, non è mai davvero cambiato. Questa frase è il modo in cui si cerca di decidere chi può contare davvero e chi deve restare ai margini. È per questo che i giovani si disinteressano. In un sistema ancora fortemente al maschile, le donne vengono spesso chiamate per completare le liste, non per guidare. Inserite nelle liste per obbligo, non per convinzione. I giovani sono evocati nei programmi, ma raramente coinvolti nelle decisioni. Ai giovani si chiede entusiasmo, di fare parte di una squadra, vanno bene fin quando restano nell’ombra ma raramente si offre spazio reale».

(Tommaso Merlo) – Dopo aver minacciato un genocidio via social, Trump si è rimangiato anche l’ennesimo ultimatum. Invece che fine della civiltà persiana, un cessate il fuoco di due settimane per trattare sulle condizioni iraniane col controllo dello Stretto che rimane ai Pasdaran. Una resa clamorosa spacciata ovviamente alle masse di telespettatori come una vittoria. Trucchetti da piazzista. Prima le minacce apocalittiche, poi l’ingoio seppur a chiacchiere delle condizioni iraniane, poi lo spaccio della breve tregua come cedimento del nemico invece che del proprio. Che il sangue smetta di scorrere è comunque un bella notizia, anche se la pace è ancora lontana. A Teheran si festeggia e in Occidente si tira un respiro di sollievo, ma la parola di Trump non vale nulla e la cambia pure ogni mezzora. Vi è poi il suo istinto criminale che potrebbe spingerlo ad altre prodezze come la doppia pugnalata alle spalle degli iraniani mentre negoziavano. In parte farina del suo sacco, in parte dei suoi padroni sionisti che lo tengono a guinzaglio cortissimo. Trump ha ceduto dopo che è fallita anche l’incursione alla centrale nucleare, tentativo in extremis di salvare la faccia sventolando a favore di telecamere qualche chilo di uranio arricchito. A quel punto ha prima perso la testa, poi ha calato le braghe in diretta social. Fin dal primo giorno Trump sapeva che si stava infilando in una guerra illegale oltre che immotivata e persa in partenza. Ma invece di dare retta alle sue istituzioni, ha ubbidito ai sionisti che lo tengono per le palle e pure con gli artigli. Ha ceduto solo quando gli interessi israeliani hanno cominciato a danneggiare i suoi e quelli americani oltre misura. Con un miliardo di dollari al giorno bruciato, indici di gradimento terrificanti, un esercito preso a dronate sui denti per tutto il Golfo ed i suoi generali e quindi i sionisti rimasti sia a corto di missili che di obiettivi da colpire. Nessun problema per quell’amalek di Netanyahu che sarebbe passato agli asili nido e pure pieni, ma si vede che a Trump è cominciato ad arrivare qualche no da generali e consiglieri che non vogliono ritrovarsi alla sbarra per crimini contro l’umanità accanto a quel presidente ormai fuori controllo. Anche perché mentre Trump minacciava di radere tutto al suolo, gli iraniani hanno sfilato sui loro ponti e nei pressi delle loro centrali confermando come la Casa Bianca sia stata truffata dal Mossad. Altro che giorni contati e ribellioni pilotate, il regime degli Ayatollah è più solido che mai ed ha appena annunciato 14 milioni di nuove reclute volontarie mentre gli Israeliani scappano all’estero come ladri per non finire al fronte. Poi ci sono i soldi ma non solo quelli sionisti che hanno permesso il bis a Trump. I soldi degli sceicchi degli emirati che dopo averlo corrotto per anni scoprono che la protezione militare americana era una truffa e vorrebbero perlomeno non beccarsi missili sul groppone per colpa di quel vecchio demente. Poi ci sono i miliardi degli amici oligarchi e quelli di famiglia da tutelare oltre che gli spiccioli di milioni di poveri cristi da ignorare ma evitando che l’esasperazione si trasformi in rivolta popolare. Comandano le borse mentre considerazioni morali e valutazioni politiche per il bene dell’umanità, non hanno nemmeno sfiorato l’ego tossico del presidente americano. Pura convenienza e mezzucci da piazzista per salvare la faccia e pure un deretano sempre più a rischio impeachment. E mentre Trump minacciava un genocidio via social, una televisione israeliana mostrava in studio un mega conto alla rovescia come quelli di capodanno per contare i minuti che li separavano dallo sterminio di massa dei nemici iraniani promesso da Trump . Già, oltre alla parola di Trump che non vale nulla e cambia ogni quarto d’ora, c’è pure di mezzo quell’amalek di Netanyahu ed i suoi complici che faranno di tutto per far saltare il trattato di pace che vuole l’Iran. Non pause tra una aggressione criminale e l’altra, ma assetti di lungo periodo che rispecchiano i nuovi rapporti di forza. Ma i sionisti non hanno mai voluto la pace con nessuno e non trattano, vogliono solo imporre un dominio basato sulla forza militare e al di sopra di ogni legge. Vogliono completare l’annessione della Palestina ed imporre la Grande Israele con ogni mezzo e sanno che quel vecchio rincoglionito di Trump è il loro ultimo treno. La maggioranza degli americani è dalla parte dei palestinesi per la prima volta nella storia e questo è l’ultimo Congresso al loro servizio. Gli americani non vogliono più buttar via nemmeno un dollaro per quel paesello genocida che gli succhia risorse dandogli in cambio solo grane. E la perdita di potere della lobby sionista a Washington e una vittoria strategica dell’Iran, per i sionisti significa l’inizio della fine e tenteranno di tutto prima di arrendersi. Un passo alla volta quindi, per adesso godiamoci la clamorosa resa di Trump, i festeggiamenti a Teheran e tiriamo un respiro di sollievo. La civiltà persiana sopravviverà e che il sangue smetta di scorrere è sempre un bella notizia, ma la pace è ancora lontana.

(di Maurizio Delli Santi – lanotiziagiornale.it) – Il caso della liberazione del torturatore libico Almasri colpito da un mandato di arresto della Corte penale internazionale è destinato ad alimentare altre polemiche. È stata formalizzata la richiesta di rinvio a giudizio per ‘false dichiarazioni al pm’ del responsabile della struttura tecnica del Ministero della Giustizia, mentre è stata anticipata la contestuale sollevazione di un conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale: la maggioranza di governo ritiene che la sua posizione debba essere equiparata a quella dei ministri, per i quali segue un altro procedimento e potrebbero essere evocate eccezioni di procedibilità e immunità.
Nel contempo, la Corte penale internazionale ha deliberato di deferire l’Italia all’Assemblea degli Stati parte per inosservanza degli obblighi di cooperazione. Il profilo internazionalistico è quello che più ci interessa perché venga fatta chiarezza: ne va della scelta fondamentale che l’Italia deve fare rispetto al modello di giurisdizione della Corte penale internazionale. Si tratta in sostanza di chiarire se si vuole porre in discussione lo ‘Statuto di Roma’ approvato nel 1998 grazie a un largo movimento globale di opinione che sostenne l’idea della giustizia penale internazionale. Il 17 luglio di quell’anno in Campidoglio fu aperto alla firma il più avanzato strumento di diritto internazionale umanitario che finalmente riconosceva un organismo permanente di giurisdizione ‘universale’ per i crimini internazionali più gravi: i crimini di guerra, contro l’umanità, il genocidio e – in una fase successiva – anche l’‘aggressione’, ovvero l’attacco illegale ad uno Stato.
Tra le previsioni fondamentali dello Statuto – oltre alla irrilevanza di qualsiasi prescrizione temporale e delle immunità anche per capi di Stato e di governo – vi è anche una norma procedurale fondamentale: per i mandati d’arresto della Corte penale dell’Aja gli Stati devono provvedere alla ‘consegna diretta’ – surrender – perché nei confronti della giurisdizione della Corte non opera il sistema “estradizionale” previsto nella cooperazione giudiziaria fra Stati che include la discrezionalità ‘politica’ dei governi di aderirvi o meno.
IIn sostanza, di fronte ai ‘crimini internazionali’ di eccezionale gravità, i c.d. crimina iura gentium, nell’approvare lo Statuto di Roma gli Stati hanno accettato che i provvedimenti della Corte penale internazionale sono direttamente esecutivi negli ordinamenti nazionali, per cui tanto il Ministero della Giustizia quanto le Autorità giudiziarie nazionali devono solo provvedere agli adempimenti procedurali di raccordo. In caso di dubbi, verifiche ritenute necessarie devono in ogni caso assicurare il fermo dell’imputato e interloquire necessariamente con la stessa Corte penale dell’Aja, che rimane depositaria ultima di ogni decisione sulla liberazione dell’imputato.
È proprio su questi profili che la Corte penale internazionale ha eccepito l’inadempimento dell’Italia. Già a gennaio la Camera preliminare I della Corte aveva formulato le sue conclusioni: l’Italia nell’omettere la consegna di Almasri non ha «ottemperato ai propri obblighi» impedendo alla Corte di «esercitare le proprie funzioni e i propri poteri», non avendo «consultato né cooperato per risolvere presunte questioni derivanti dalla formulazione del mandato d’arresto e dalla presunta richiesta concorrente di estradizione».
In sostanza non sono state ritenute motivate le giustificazioni rese dall’Italia, inclusa l’ultima su un contestuale mandato libico che quindi avrebbe consentito di sottrarre l’imputato alla Corte penale internazionale: questa interviene in base al ‘principio di complementarietà’, cioè quando non sia già intervenuta la giurisdizione di uno Stato.
Ma anche questa argomentazione è risultata fallace: il mandato libico sarebbe stato emesso in una data successiva, e in ogni caso vige un obbligo di consultazione della Corte, dato che compete sempre alla stessa Corte penale valutare la legittimità della giurisdizione di uno Stato, posto che questi potrebbe agire in maniera strumentale senza garantire un ‘processo giusto’.
Sullo sfondo rimane la tesi suggestiva che ha disorientato gli italiani: l’arresto del torturatore libico avrebbe potuto comportare ripercussioni nelle pressioni migratorie, se non addirittura minacce terroristiche. La tesi non è stata ufficialmente ribadita, né è stato apposto il ‘segreto di Stato’: avrebbe di fatto significato ammettere che un Paese come l’Italia sottostava al ricatto di uno Stato fallito o di un gruppo di potere criminale al suo interno.
Il quadro normativo internazionale è netto e vincolante: la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 stabilisce che nessuna circostanza eccezionale – dallo stato di guerra all’instabilità politica interna – può giustificare la tortura. Questo principio implica che nessuna “ragione di Stato” può giustificare la mancata consegna di un sospetto di crimini internazionali: si configurerebbe una violazione grave, non tollerabile, degli obblighi derivanti da norme di ius cogens.
La previsione dello “stato di necessità” è ammessa solo in condizioni eccezionali, vincolata ai principi di attualità, necessità, proporzionalità e legalità, e non può in alcun modo essere invocata per derogare a divieti assoluti come quelli della tortura o dei crimini contro l’umanità. Tutta la vicenda non impone dunque che un monito: l’Italia ha urgenza di mettere a punto con chiarezza il suo modello di adesione al sistema della giustizia internazionale, e lo deve fare adeguando la legge di ratifica 237/2012, ma soprattutto varando l’atteso Codice dei crimini internazionali per rendere pienamente esecutive tutte le previsioni dello Statuto della Corte penale internazionale.
La responsabilità dello Stato verso la giustizia globale è, in ultima analisi, una responsabilità verso la democrazia stessa e verso le giovani generazioni che proprio nell’ultimo referendum hanno compiuto una scelta chiara per la giustizia, su tutti i fronti, anche quello internazionale.
Maurizio Delli Santi, Membro dell’International Law Association

(Alessio Mannino – lafionda.org) – Dopo la figuraccia planetaria di un attacco-fine-di-mondo alla Dottor Stranamore, annunciato e ritirato in meno di ventiquattr’ore, la parola di Donald Trump si conferma per quel che vale: zero. O così, almeno, fra persone che tengono ancora alla dignità. Ci siamo abituati, ormai, alla “strategia della confusione” verbale del lucido folle alla Casa Bianca, che scambia il pianeta per il terreno d’affari di una continua speculazione, al rialzo e al ribasso, in affannoso azzardo per invertire il declino della Corporation Usa. Dietro di lui, l’ombra del governo Netanyahu e della stragrande maggioranza della Knesset, votati ormai allo scontro finale con il “nemico esistenziale” di Teheran, e sprofondati sulla china della pura barbarie, arrivando ad approvare la pena di morte razziale (ovvero, di fatto, solo per palestinesi). Tardo-imperialisti statunitensi, sionisti messianici israeliani, nonché reggicoda europei e italiani in particolare (Crosetto che ripete la balla della minaccia atomica iraniana..): li conosciamo, i soggetti che fanno di tutto per portarci al fosso.
Ma l’opinione pubblica, quell’entità inventata dai neoliberali (Walter Lippman) per identificare la minoranza di interessati ai fatti pubblici, come reagisce? Non reagisce. E per forza, abbeverandosi in quantità industriali alla spadroneggiante disinformazione a senso unico. Si capisce meno, invece, come mai, nella vera minoranza già più consapevole e critica, quella che con termine logoro si chiama “dissenso”, non vi sia pressoché nessuno a proporre il minimo sindacale, in questo insidioso periodo di “tregua”: manifestare in piazza a sostegno dell’Iran. La ragione è comprensibile. E tuttavia, visto l’evolversi degli eventi, non giustificabile. A pochi, pochissimi, dalle nostre parti, è gradita la Repubblica Islamica persiana. E può anche starci. Al netto dell’ignoranza media su un regime sorto, quasi cinquant’anni fa, da un’insurrezione popolare contro un altro regime, quello dello Shah, corrotto e poliziesco, si tratta di un sistema politico-religioso a noi estraneo, perché con tutta un’altra storia alle spalle, e oggettivamente di un moralismo repellente (per un giovane che violi la legge, ad esempio organizzando una festa privata in cui si beve alcol o ci si fuma una cannetta, ci sono le frustate, naturalmente scansate da chi sia figlio di qualche pezzo grosso o abbia abbastanza ryal con cui ungere la benevolenza della Polizia morale). L’ipocrisia politica e culturale che rinfacciamo alla nostra open society occidentale, sotto gli ayatollah è ipocrisia anzitutto etica, e sociale. Lo ha testimoniato la rivolta di strada del gennaio scorso, infiltrata dal Mossad e dalla Cia quanto si vuole, ma provocata da un cruccio, questo sì, che accomuna tutte le popolazioni della Terra: campare male, a causa di quel globale fenomeno cannibalizzante che ha per nome inflazione.
Non c’è alcuna ipocrisia, al contrario, sulla repressione per reati politici, con detenzioni e impiccagioni assortite. In Iran, tutte le idee sono ammesse e si traducono in partiti che competono alle elezioni, purché restino entro la cornice dell’interpretazione khomeinista del Corano (il che non significa intolleranza per le altre religioni: gli ebrei hanno le loro sinagoghe, è il sionismo a essere messo all’indice). Chi esce dal recinto, però, viene perseguito. Il “pensiero unico”, che qua da noi è semi-occultato e si chiama neo-liberalismo, in Persia è alla luce del sole, ed è musulmano sciita. È chiaro che per un democratico – un democratico e basta, integrale, non spocchiosamente “liberale” – questo rappresenta un limite inammissibile. Ma chi l’ha detto, dove sta scritto che tutti gli ordinamenti umani debbano conformarsi alla democrazia, anche depurata dal doppiopesismo liberal e liberista? Torna sempre a galla il viziaccio dell’Occidente colonialista: presumere che i nostri valori siano i migliori per il solo fatto che sono nostri. E che debbano essere imposti, con le buone (i prodotti di consumo) o con le cattive (i “regime change”, che adesso Trump, che aveva promesso di archiviarli, rilancia in grande stile).
Moralmente, qualunque Stato che rinchiuda in cella qualcuno solo perché pensa o vive professando una visione o uno stile di vita non comune (diverso è il discorso per la sovversione violenta, è ovvio), è uno Stato che non merita alcuna simpatia. Differente è il piano politico, contingente e relativo, dove i fattori da considerare non sono, o non sono soltanto, morali. Di fronte ai cittadini di Teheran che attorno agli obbiettivi civili nel mirino formano catene umane contro la canaglia israelo-americana, non può esserci che solidarietà e ammirazione. E a questo punto, rispetto alla spudorata arroganza del Piccolo e Grande Satana, come li chiama la propaganda iraniana, va reso onore anche al resilientissimo apparato istituzionale e di difesa. Sottolineo: di difesa. L’Iran non ha mai attaccato nessuno, semmai è stato attaccato (dall’Irak di Saddam Hussein, ai tempi in cui il baathista Saddam piaceva alle nostre cancellerie). E se pure senz’altro c’è chi, a Teheran, tifa per un cambiamento in profondità di istituzioni e governo, grazie a questo conflitto di distruzione si vede costretto di necessità a unirsi al regime.
Nel caso dei bambinoni testosteronici a Washigton, abbiamo a che fare con la tipica cecità da presunti padroni del mondo. Nel caso dei fanatici in missione per conto di Jahvè, è la tracotanza di chi sacrifica la stabilità e pace mondiale sull’altare della Grande Israele (e non è detto che nelle prossime due settimane di annunciato cessate il fuoco non tentino di sabotare i negoziati, che se condotti sul canovaccio iraniano, vedrebbero sconfitti anzitutto loro assieme al bodyguard americano). L’aggancio fra i due, come noto, è la lobby filo-israeliana ed evangelico-sionista che influenza gli States. Ma noi, che non siamo americani evangelici sionisti, né liberaloidi occidentalisti razzisti di qualsiasi foggia e variante, perché non dovremmo stare, almeno idealmente, dalla parte dell’aggredito? Un aggredito, oltre tutto, che si sta dimostrando valente, coraggioso, pugnace, degno di essere chiamato un popolo?
Concludo con una nota personale, e il lettore de La Fionda, porto libero e franco, mi scuserà l’uso dell’io (“il più lurido dei pronomi”, diceva Gadda). Il 9 giugno 2007 sfilavo nella fiumana di gente che si riversò a Roma in occasione del No Bush Day. Marciavo in un piccolo spezzone, organizzato dal Movimento Zero di Massimo Fini, dietro uno striscione che recitava “Noi stiamo con i talebani, MZ per l’autodeterminazione dei popoli”. Una squadra di poliziotti ci fermò, e una parte di noi venne caricata su un cellulare della questura. Fummo i soli, in quel grande corteo, a cui si volle negare il diritto a manifestare (“pacificamente e senz’armi”, articolo 17 della Costituzione). Stavamo invocando il principio basilare della convivenza fra popoli. Il popolo italiano, l’anno scorso ha dato segni di vita inorridito dal genocidio a Gaza. Per ora, e fin tanto che il blocco di Hormuz non dovesse degenerare in vera crisi di approvvigionamenti, è giustamente in ambasce per il caro-pompa e le vacanze a rischio disdetta aerea. Ma non pare saper riconoscere la dignità di un altro popolo che da oltre un mese rischia qualcosa in più di stare bloccato a casa più del dovuto. Se si manifestasse apertamente a sostegno del popolo iraniano, l’happening non sarebbe di massa, certo. E si finerebbe magari tutti identificati dalla Digos. Ma si mostrerebbe di cogliere l’universale valore della resistenza iraniana, come fu per l’afghana di vent’anni fa. Spiace constatare che troppi “dissidenti” non afferrino il punto. Ma conosciamo bene pure loro: passano troppo tempo a scrivere compulsivamente sui social. Devono smaltire la dissenteria emotivo-intellettuale che li affligge.

(di Marcello Veneziani) – Da un giorno all’altro, senza una ragione fondata, è cambiato nella gente il polso della situazione italiana, al di là della guerra, di Trump e dei carburanti. Oggi il tema e il giudizio corrente, la domanda che ti fanno o la risposta che si danno in tanti è: ma la Meloni durerà fino a fine legislatura, si dimetterà di sua volontà, sarà costretta a farlo, ce la farà a resistere a questa ripida discesa di consensi e previsioni (che spesso si coincidono)? Per chi si fosse sintonizzato solo ora con lo spirito del tempo o chi si fosse allontanato solo un paio di settimane dall’Italia, non capirebbe il perché del cataclisma e del capovolgimento: un referendum perduto non aggiunge e non toglie nulla all’azione di governo, non c’è un nesso oggettivo tra le due cose, né sono intervenuti altri fattori interni così rilevanti da determinare questo improvviso cambio di passo e di giudizio: non mi direte che i casi Delmastro o Santanché, fino a ieri al governo senza particolari traumi per il Paese, abbiano determinato questo rovesciamento di prospettiva, per giunta dopo che si sono dimessi. Non mi direte che un gossip che investe la vita privata di un ministro possa cambiare il giudizio degli italiani sul governo e sulla sua prospettiva di azione; sarebbe prova di una leggerezza farfallona e di una fatuità bigotta da parte degli italiani, se per una cosa del genere, vecchia come il cucco, si dovesse chiedere una crisi di governo e un cambio al Viminale e magari a Palazzo Chigi.
In fondo la Meloni non ha fatto nulla di nuovo e di diverso rispetto a mezzo mese fa, quando aveva saldo e vasto il consenso nel Paese; se aveva pecche, limiti e insufficienze c’erano già allora, non si sono aggiunte o rivelate solo ora, in questi ultimi giorni. Nel frattempo e nel frangente non ha fatto nulla che potesse determinare un cambiamento di giudizio.
Il vero guaio l’hanno combinato in Medio Oriente ma lei non c’entra; lei era vicina all’Amministrazione Trump, come è stata vicina all’Amministrazione Biden, ed ha seguito la linea di sempre dei governi italiani rispetto al Fratellone americano: condiscendenza in cambio di benevolenza. In più lei, in partenza, era considerata affine a Trump e a Netanyahu, perché espressione comune della destra, dei nazional-conservatori. Ma il Trump che cerca il Nobel della pace di un anno fa non è il Trump che minaccia distruzioni totali di oggi e non è colpa della Meloni se tutto questo succede. E così Israele, non è certo quello del 7 ottobre del 2022.
Le ricadute della situazione internazionale preoccupano seriamente ma questa, semmai, è una ragione in più per tenere i nervi e i governi saldi, affrontando le conseguenze e adottando le misure che ne deriveranno. Non è certo il momento opportuno per pensare in questo frangente di far cadere il governo e mettersi a cercare o raccattare un altro, con la prospettiva di farlo durare fino al prossimo anno, quando si tornerà a votare. Insomma, è davvero irrazionale quest’aria da fine governo, da Meloni alla frutta, per restare sul pezzo, che si respira in questi giorni.
Dal canto suo la Meloni fa tutto quel che può fare nella sua situazione, riprende il suo dinamismo viaggiante nel mondo, cerca contatti e stabilisce ponti, per fronteggiare le crisi energetiche, economiche, comunicative che si stanno abbattendo; non sta lì con le mani in mano. Ma quando la vedi oggi più di ieri come una mosca bionda alle prese con questioni più grandi di lei, avverti la sua solitudine. “Dove vai quando poi resti sola”, si chiedeva Lucio Battisti con Mogol quando Giorgia non era ancora nata, all’esordio della splendida, indimenticata “Io vorrei, non vorrei ma se vuoi” e concludeva: “E poi giù il deserto” . Ecco, il tema: Giorgia sola e poi giù il deserto. Se dovessimo sintetizzare in una sola frase il momento politico che l’Italia sta attraversando, userei proprio quelle parole. Non ci sovviene nessuno al momento che possa sostituire Meloni a Palazzo Chigi e nessuno dalle sue parti che possa accompagnarla al governo da coprotagonista, regista, fiancheggiatore e stratega. Solo seguaci e alleati modesti, militanti, esecutori, zavorre. Governanti spesso maldestri. Quando qualcuno suggerisce un rimpasto per cambiare i ministri che non vanno, si apre il vaso di Pandora: sono più i ministri da cambiare che quelli da confermare, e lo dicono spesso gli stessi sostenitori della Meloni al governo.
Ma quale sarebbe l’alternativa al governo Meloni che fornisce il cartello dell’opposizione? Schlein, Conte, Draghi? Per carità. Nessuno ci pare nelle condizioni di governare e di far meglio della Meloni. Se presi singolarmente non ci sembrano alternative credibili o capaci di migliorare le cose, messi insieme è ancora peggio perché tirerebbero in direzioni diverse, tra veti incrociati, farebbero governi arlecchino che non avrebbero nemmeno l’unico pregio del governo Meloni nel suo complesso: la sua omogeneità e il riconoscimento comune della leadership di Giorgia. Il più capace all’opposizione, Matteo Renzi, è anche il più inaffidabile per gli alleati e il meno votato dalla gente. Governi neocentristi che usino Tajani come cavallo di Troia, tappeto e poi agnellone sacrificale, secondo i voleri della Casa, mi sembrano impraticabili e fortemente minoritari. Il ritorno di Draghi, Monti o simil-tecnici, dopo le esperienze avute, sarebbe un passo indietro in tutti i sensi. I tecnici al governo, lo possiamo dire a ragion veduta, non sono stati un toccasana per il Paese, tenevano solo a questioni che avevano riflessi internazionali e risvolti finanziari, ma per il resto sono stati evanescenti se non peggiorativi persino rispetto ai governi politici (e ce ne vuole). Godevano di appoggi internazionali ma il paese non se ne è affatto giovato, anzi.
Allo stato attuale, la Meloni ci sembra senza alternative, circondata davvero da un deserto circostante e sottostante; sia nel suo versante, alleati inclusi, sia nel versante opposto e di opposizione. Lo dice uno che non ha risparmiato giudizi critici sul suo operato, sulla sua scarsa incidenza nel paese, sulla più scarsa rispondenza tra il dire e il fare, sulla sua politica estera. Ma oggi, per esempio, rispetto agli Usa e a Netanyahu sta facendo scelte di buon senso, prudenti e realiste, rivolte a smarcarsi dal loro abbraccio mortale. E nell’attuale situazione ha comunque una credibilità internazionale, mantiene buoni rapporti con molti leader e potrebbe forse intraprendere qualche azione significativa per indicare una linea strategica unitaria e non psicolabile all’UE. Non sarebbero in grado di fare diversamente o meglio Schlein, Conte, Renzi, Calenda o Salvini e Tajani. Arrivo a pensare che perfino Mattarella ne sia convinto e non osa avventurarsi in questo ribaltone, temendo le conseguenze.
P.S. Non avevamo fatto in tempo a scrivere del saggio distacco del governo Meloni dalla follia di Trump che arriva un comunicato stampa di Palazzo Chigi che testualmente dice:
“L’Italia ribadisce la propria ferma e risoluta condanna nei confronti delle condotte destabilizzanti del regime di Teheran: dagli attacchi missilistici che minacciano la sicurezza delle nazioni del Golfo, alle reiterate intimidazioni volte a compromettere la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz — arteria vitale per l’economia globale — fino alla sistematica e brutale repressione interna del proprio popolo”.
Non una parola sulla folle minaccia di Trump di annientare una civiltà millenaria. Che dire? Cadono le braccia e ogni flebile speranza di buon senso e dignità. Altro che sovranità…
Quando leader squilibrati invocano la catastrofe divina come strumento politico, non sono solo i loro nemici a esserne travolti. Se non verranno fermati, saremo tutti le vittime di questi due psicopatici

(estr. di Jeffrey Sachs – ilfattoquotidiano.it) – […] Quando leader squilibrati invocano la catastrofe divina come strumento politico, non sono solo i loro nemici a esserne travolti. Se non verranno fermati, saremo tutti vittime di questi due psicopatici.
Ecco il messaggio di Pasqua di Donald Trump al mondo:
Martedì in Iran sarà la Giornata della Centrale Elettrica e la Giornata del Ponte, tutto in uno. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE! Sia lode ad Allah. Presidente DONALD J. TRUMP
Donald Trump e il suo complice nei crimini di guerra, Benjamin Netanyahu, stanno conducendo insieme una guerra di aggressione omicida contro l’Iran, una nazione di 90 milioni di persone. Sono in preda a tre patologie legate a cascata. La prima è la personalità: entrambi sono narcisisti maligni. La seconda è l’arroganza del potere: uomini che possiedono il potere di ordinare l’annientamento nucleare e che, di conseguenza, non provano alcun freno. La terza, e la più pericolosa di tutte, è il delirio religioso: due uomini che credono, e a cui viene quotidianamente ripetuto da chi li circonda, di essere dei messia che compiono l’opera di Dio. Ciascuna patologia esacerba le altre, in modo che insieme mettano il mondo in un pericolo senza precedenti.
[…]
Il risultato è una glorificazione della violenza che non si vedeva dai tempi dei leader nazisti. La domanda è se i pochi adulti del mondo – leader nazionali responsabili che restano fedeli al diritto internazionale e sono disposti a dichiararlo – saranno in grado di fermarli. Non sarà facile, ma devono provarci.
Partiamo dal disturbo psicologico di base. Il narcisismo maligno è un termine clinico, non un insulto. Lo psicologo sociale Erich Fromm coniò l’espressione nel 1964 per descrivere Adolf Hitler, come una fusione di grandiosità patologica, psicopatia, paranoia e personalità antisociale in un’unica struttura caratteriale. Il narcisista maligno non è semplicemente vanitoso. È strutturalmente incapace di vera empatia, costituzionalmente immune al senso di colpa e guidato dalla convinzione paranoica che i nemici lo circondino e debbano essere distrutti. Già nel 2017, lo psicologo John D. Gartner e molti altri professionisti mettevano in guardia sul narcisismo maligno di Trump.
Diversi stimati psicologi e psichiatri hanno valutato Trump per la psicopatia utilizzando la Scala standardizzata di Hare, ottenendo punteggi ben al di sopra della soglia diagnostica. La psicopatia è meglio definita come una mancanza di coscienza o compassione per gli altri esseri umani.
Sia Trump che Netanyahu corrispondono perfettamente a questo profilo. La psicopatia di Trump si è manifestata in tutta la sua evidenza quando le forze statunitensi hanno distrutto un ponte civile a Teheran, privo di importanza militare, causando la morte di almeno otto civili e il ferimento di altri 95. Trump non ha mostrato alcun dolore. Si è compiaciuto e ha promesso ulteriori distruzioni. Allo stesso modo, il discorso di Netanyahu per la Pasqua ebraica non ha pronunciato una sola parola in ricordo dei morti. Nessuna pausa. Nessun barlume di dubbio. Solo il trionfale elenco dei nemici che ha distrutto.
La paranoia alimenta la minaccia creata da Trump e Netanyahu. La stessa direttrice dell’intelligence nazionale di Trump, Tulsi Gabbard, ha testimoniato per iscritto che il programma nucleare iraniano era stato “annientato” e che gli uomini dell’intelligence “continuano a ritenere che l’Iran non stia costruendo un’arma nucleare”. L’AIEA ha categoricamente affermato che non vi erano prove dell’esistenza di una bomba. Lo stesso funzionario antiterrorismo di Trump si è dimesso per protesta, scrivendo che “abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”. Il paranoico non ha bisogno di una minaccia reale. Se necessario, se ne inventerà una per assecondare i suoi sentimenti di paura esagerata.
Il machiavellismo opera senza vergogna. Trump ha detto al mondo che la diplomazia è sempre stata la sua “prima scelta”, vantandosi subito dopo di aver stracciato l’accordo sul nucleare con l’Iran: “Sono stato così onorato di farlo. Sono stato così orgoglioso di farlo”. Ha distrutto l’assetto diplomatico con le sue stesse mani, per poi incolpare l’Iran del disastro. Ha quindi ammesso, con noncuranza, che la guerra non ha alcuna giustificazione di autodifesa: “Non dobbiamo essere lì. Non abbiamo bisogno del loro petrolio. Non abbiamo bisogno di niente di ciò che hanno. Ma siamo lì per aiutare i nostri alleati”. Secondo la Carta delle Nazioni Unite, l’autodifesa è l’unica base legale per l’uso della forza. Trump ha confessato che tale base non esiste.
Il potere infligge una particolare deformazione a certe personalità, ed è particolarmente acuta quando il potere in questione è illimitato o sembra esserlo. Con il controllo degli arsenali nucleari, Trump e Netanyahu non percepiscono il mondo come lo percepiscono gli altri. Per questi narcisisti maligni, la disponibilità di armi nucleari non è un aggravio di responsabilità, ma un’estensione del loro ego grandioso: “Posso fare qualsiasi cosa. Posso radere al suolo qualsiasi cosa. Guardatemi”. Netanyahu e Trump non mostreranno alcun freno a questa delirante megalomania.
[…]Trump ha completamente interiorizzato questo senso di impunità. Il 1° aprile, davanti alle telecamere, ha promesso di bombardare l’Iran “riportandolo all’età della pietra, dove appartiene”. L’espressione “dove appartiene” è il verdetto di un uomo che si sente divinamente autorizzato a giudicare il valore di 90 milioni di persone e le disumanizza senza esitazione. Ha ripetutamente minacciato di distruggere le infrastrutture elettriche civili iraniane – un crimine di guerra secondo le leggi sui conflitti armati, annunciato apertamente come posizione negoziale, a un pubblico globale che per lo più ha cambiato canale.
Netanyahu è a capo di uno Stato con circa 200 testate nucleari, non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e non opera sotto alcun regime di ispezione internazionale. Ha visto Trump esercitare il potere militare americano con un’aggressione incontrollata e concorda sul fatto che non ci siano conseguenze. La seconda follia alimenta la terza: quando il potere non ha limiti, l’unico freno interno che rimane è la coscienza. E lo psicopatico non ha coscienza. […]
La mancanza di coscienza è la più pericolosa delle tre patologie, perché è quella che elimina l’ultimo freno interiore possibile. Lo stratega che intraprende una guerra ingiusta potrebbe alla fine calcolare che i costi superano i benefici e fermarsi. Il narcisista maligno che combatte per il proprio ego potrebbe alla fine esaurire le esigenze dell’ego e fermarsi. Lo psicopatico si spinge oltre perché non ci sono limiti.
E, se ci credete, la situazione peggiora ulteriormente. Sia Trump che Netanyahu sono aspiranti messia. Si autoproclamano agenti di Dio. Per loro, fermare la guerra contro l’Iran significherebbe che Dio ha sbagliato. E il sedicente messia non può sbagliarsi, perché il messia e Dio sono diventati, nella loro psiche grandiosa, di fatto la stessa cosa.
[…]
Sia Trump che Netanyahu hanno rivendicato esplicitamente questa identità messianica. Trump si è definito “l’eletto”. Riguardo al tentato assassinio di Trump nel 2024, dichiarò: “Allora sentivo, e ne sono ancora più convinto ora, che la mia vita è stata salvata per una ragione. Sono stato salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America”. Netanyahu, nel suo discorso alla vigilia della Pasqua ebraica, non si è limitato a invocare Dio. Si è appropriato del ruolo di Dio nella narrazione dell’Esodo, elencando dieci “conquiste” di quella che chiama la “Guerra della Redenzione” e definendo ciascuna di esse una piaga. L’uccisione dell’Ayatollah Khamenei fu da lui chiamata la “Peste dei Primogeniti”. Poi avvertì il mondo: “Dopo le dieci piaghe d’Egitto, vi ricordo che il Faraone cercò ancora di danneggiare il popolo d’Israele, e tutti sappiamo come è andata a finire”.
Nel Libro dell’Esodo, quella fine è l’annegamento dell’intero esercito del Faraone. Netanyahu stava minacciando l’annientamento dell’Iran, in televisione, usando il linguaggio delle Sacre Scritture.
Attorno a ciascuno di questi uomini si snoda una corte di adulatori e fanatici, la cui funzione è quella di alimentare l’illusione e impedire che la realtà penetri nella loro coscienza.
La corte di Trump: Hegseth, Huckabee e i nazionalisti cristiani
Pete Hegseth, Segretario alla Difesa, ha trasformato il Pentagono in un teatro di guerra santa. Ha un tatuaggio della Croce di Gerusalemme sul petto e la scritta “Deus Vult”, “Dio lo vuole”, il grido di battaglia delle Crociate medievali, sul braccio. Ospita mensilmente funzioni religiose cristiane nell’auditorium del Pentagono. Ha chiesto al popolo americano di pregare “ogni giorno, in ginocchio” per la vittoria militare in Medio Oriente “nel nome di Gesù Cristo”. Durante una di queste funzioni, ha pregato ad alta voce affinché le truppe statunitensi infliggessero: “Una violenza schiacciante contro coloro che non meritano pietà… Chiediamo queste cose con audace fiducia nel nome potente e onnipotente di Gesù Cristo”.
In una conferenza stampa sulla guerra con l’Iran, Hegseth ha affermato che gli Stati Uniti “negoziano con le bombe”. Ha descritto i leader iraniani come “fanatici religiosi” che cercano la capacità nucleare per “una sorta di Armageddon religioso”, mentre presiede mensilmente funzioni di preghiera al Pentagono e dichiara che “la provvidenza del nostro Dio onnipotente è lì a proteggere quelle truppe”. Sembra non rendersi conto dello specchio che sta reggendo. Un segretario alla Difesa che prega per una “violenza schiacciante” nel nome di Gesù, mentre definisce i suoi nemici fanatici religiosi, ha dato un nuovo significato alla parola “protezione”.
Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, fornisce l’architettura teologica. Pastore battista e fervente sionista cristiano, Huckabee crede che il conflitto israelo-iraniano sia l’adempimento di una profezia biblica, un passo necessario verso la Beatitudine e la seconda venuta di Cristo. Ha inviato a Trump un messaggio – che Trump ha poi pubblicato sui social media – paragonando la situazione a quella di Truman nel 1945 e al lancio delle bombe atomiche sul Giappone, esortando Trump ad ascoltare “LA SUA voce”, ovvero Dio.
In un’intervista, a Huckabee è stato chiesto del territorio biblico concesso in eredità, che si estende dal Nilo all’Eufrate e comprende Libano, Siria, Giordania e parti dell’Arabia Saudita e dell’Iraq, e se Israele avesse un diritto divino su tutta quella terra. La sua risposta è stata diretta: “Andrebbe bene se la prendessero tutta”.
Il ministro delle Finanze israeliano di estrema destra Smotrich, dal canto suo, ha pubblicato sui social media: “Io
Huckabee”. Il pastore sionista cristiano John Hagee, la cui organizzazione Christians United for Israel è stata uno dei principali motori del sostegno evangelico statunitense alle guerre di Israele, ha commentato la guerra con l’Iran dicendo semplicemente: “Profeticamente, siamo proprio al momento giusto”. Franklin Graham, durante una funzione religiosa pasquale alla Casa Bianca, ha alimentato le illusioni messianiche di Trump: “Oggi gli iraniani, il regime malvagio di questo governo, vogliono uccidere ogni ebreo e distruggerlo con un fuoco atomico. Ma voi avete cresciuto il presidente Trump. Lo avete cresciuto per un tempo come questo. E Padre, preghiamo che tu gli dia la vittoria”.
[…]
La corte di Netanyahu: Ben-Gvir, Smotrich e i coloni messianici
Sul fronte israeliano, la corte ristretta è composta da due figure il cui radicalismo è così estremo da essere state considerate paria politiche fino a quando Netanyahu non ha usato i loro voti per rimanere al potere. Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, è un ammiratore del defunto rabbino Meir Kahane, il cui partito Kach è stato designato come organizzazione terroristica. Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, trae ispirazione ideologica dal rabbino Zvi Yehuda Kook, il quale insegnava che la vittoria militare di Israele del 1967 fu voluta da Dio e che la colonizzazione dei territori palestinesi è volontà divina. Insieme, occupano 20 seggi nella coalizione di Netanyahu, composta da 67 seggi. Non si limitano a consigliare il primo ministro, ma ne condividono le convinzioni e la visione messianica.
Ben-Gvir ha usato il suo controllo sulla polizia israeliana per consentire ai gruppi paramilitari dei coloni di operare contro i palestinesi in Cisgiordania. Ha costantemente bloccato i negoziati per il cessate il fuoco e si è apertamente attribuito il merito di averli ritardati. Ha promosso il riconoscimento dei diritti rituali ebraici sul Monte del Tempio, sfidando lo status quo mantenuto per decenni, una mossa che, secondo gli esperti della sicurezza israeliana, avrebbe portato direttamente a spargimenti di sangue. Nell’agosto del 2023 dichiarò: “Il mio diritto e quello di mia moglie e dei miei figli, di circolare liberamente sulle strade della Giudea e della Samaria, è più importante del diritto di movimento degli arabi”. Il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Norvegia, la Slovenia, i Paesi Bassi e la Spagna lo hanno sanzionato per incitamento alla violenza, eppure gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Marco Rubio, hanno difeso Ben-Gvir e criticato tali sanzioni.
Smotrich è il più metodico dei due: meno teatrale e più pericoloso. Ha sistematicamente trasferito il governo civile della Cisgiordania dall’esercito israeliano al suo ministero, convogliando centinaia di milioni di shekel verso le infrastrutture degli insediamenti, mentre i bilanci dell’Autorità Palestinese vengono deliberatamente strangolati. Ha incaricato il suo ufficio di formulare “un piano operativo per l’applicazione della sovranità” sulla Cisgiordania. Durante la guerra con l’Iran, ha chiesto a Israele di annettere il Libano meridionale fino al fiume Litani, dichiarando che la guerra “deve finire con una realtà completamente diversa”. L’ideologia di Smotrich si ispira all’insegnamento di Kook, secondo il quale l’impresa degli insediamenti non è politica ma sacra: un obbligo divino che deve essere portato a termine a prescindere dal diritto internazionale, dai diritti dei palestinesi o dall’opinione del mondo. I confini del 1967, in questa teologia, non sono una realtà militare temporanea. Sono l’opera incompiuta di Dio.
Prima che Netanyahu legittimasse Ben-Gvir e Smotrich, questi ultimi non erano altro che estremisti marginali entrando a far parte del governo e della sua cerchia ristretta. Netanyahu diede loro potere sulla società israeliana, e loro gli fornirono la forza militare del nazionalismo religioso per definire le sue guerre una missione divina.
In questo scenario di guerra santa, una voce si è levata con grazia e chiarezza salvifiche. Papa Leone XIV ha costantemente invocato la fine della violenza. Durante la Messa del Giovedì Santo a Roma, ha affrontato il tema dell’arroganza del potere: “Tendiamo a considerarci potenti quando dominiamo, vittoriosi quando distruggiamo i nostri pari, grandi quando incutiamo timore. Dio ci ha dato un esempio: non di come dominare, ma di come liberare; non di come distruggere la vita, ma di come donarla.”
Durante la Domenica delle Palme, il Papa è stato ancora una volta diretto, affermando che Gesù «non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le respinge». Hegseth ha poi tenuto un altro servizio religioso al Pentagono, dove ha nuovamente pregato per una “violenza dilagante” nel nome di Cristo.
Il professor John Mearsheimer ha affermato precisamente che i crimini ora commessi da Trump e Netanyahu sono gli stessi crimini per i quali la leadership nazista fu impiccata a Norimberga: guerra di aggressione, annessione di territori stranieri, attacco deliberato alle infrastrutture civili e punizione collettiva. Non si tratta di un eccesso retorico. Queste sono categorie legali. Il Tribunale di Norimberga ha definito il crimine di aggressione il “crimine internazionale supremo” – quello che “contiene in sé il male accumulato nel suo insieme” – perché è il crimine che rende possibili tutti gli altri crimini. Questi uomini lo hanno confessato pubblicamente in discorsi trasmessi da emittenti internazionali.
I meccanismi istituzionali esistenti per prevenire proprio questo tipo di catastrofe, tra cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale, il regime di non proliferazione e le leggi sui conflitti armati, vengono attivamente sovvertiti dagli Stati Uniti.
Eppure, gli adulti del mondo devono cercare di fermare questa follia. Lo sforzo multilaterale a Islamabad, che comprende i ministri degli Esteri di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, che lavorano insieme all’iniziativa di pace in cinque punti Cina-Pakistan, è un inizio importante. Ad esso dovrebbe unirsi tutto il peso delle nazioni BRICS, dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e di ogni stato che desidera vivere in un mondo governato da regole piuttosto che dalle delusioni di due narcisisti maligni.
Quando i leader squilibrati invocano la catastrofe divina come strumento politico, non sono solo i loro nemici a essere consumati. Saremo tutti vittime delle piaghe di Netanyahu e del bombardamento dell’Iran da parte di Trump fino all’età della pietra, a meno che altri leader non pongano limiti a questi due pazzi.
TRADUZIONE DI MIRIAM MIROLLA
È quanto emerge dalla rilevazione Only Numbers di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta. Si accorcia la distanza con Il Pd: il partito di Meloni ora al 27,3%, i dem al 22,3% registrando un calo dello 0,7%

(repubblica.it) – Un mese nero per Fratelli d’Italia e per il centrodestra in generale. Lo schiaffo del referendum, la crisi energetica a seguito della guerra in Iran, gli scandali Delmastro e Piantedosi. Le dimissioni di Daniela Santanchè e della capo di gabinetto di Nordio Giusi Bartolozzi. Persino l’offensiva da destra dell’arrembante Roberto Vannacci.
Tutti fattori che minano la granicità del partito della premier che per la prima volta dalla vittoria elettorale sembra veramente in difficoltà. Con il Partito democratico che per ora non sembra approfittarne, mentre il campo largo ormai tallona il centrodestra.
È quanto emerge dal sondaggio Only Numbers di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta sulle intenzioni di voto degli italiani.
Ecco dunque che FdI perde il 2% rispetto alla rilevazione dello scorso 4 marzo e si attesta al 27,3%, seguito dal Pd al 22,3% che cala dello 0,7%. Il Movimento 5 Stelle, invece, guadagna l’1,2% attestandosi al 11,7%. Forza Italia è all’8,8% e cede lo 0,2%, come la Lega che registra l’8,3%.
Alleanza verdi e sinistra è stabile al 6,5%, Futuro Nazionale (Vannacci) è al 3,4% (+0,1%), Azione è al 3,2% (+0,4%), Italia Viva al 2,4 % (-0,2%). Infine +Europa guadagna mezzo punto percentuale ed è all’1,9%, mentre Noi Moderati è allo 0,7% (+0,2%).
In generale, il centrodestra è al 45,1% e perde oltre due punti (-2,2%), mentre il centrosinistra è al 30,7% (-0,2%). Il campo largo, invece, è al 44,8% in crescita dello 0,8% (+0,8%). Gli astenuti-indecisi si attestano al 44,7% (in calo dell’1,2% rispetto all’ultima rilevazione).

Il credito d’imposta del 20% sul gasolio agricolo per il mese di marzo rappresenta un segnale importante, ma arriva in un momento in cui il comparto agricolo è ormai allo stremo.
Le imprese agricole italiane stanno affrontando una crisi profonda, schiacciate dall’aumento incontrollato dei costi energetici, delle materie prime e dei trasporti. Il caro carburanti, in particolare, ha inciso in maniera drammatica sui bilanci aziendali, erodendo margini già ridotti e mettendo a rischio la sopravvivenza di migliaia di realtà produttive.
Questo intervento offre una boccata d’ossigeno, ma non può essere considerato sufficiente. È necessario riconoscere con chiarezza che l’agricoltura non è un settore come gli altri: è un pilastro economico, sociale e ambientale, essenziale per la sicurezza alimentare, la tutela del territorio e la qualità del Made in Italy.
Senza un sostegno strutturale e continuativo, il rischio è quello di assistere a una progressiva riduzione della capacità produttiva nazionale, con conseguenze dirette sui prezzi al consumo e sull’accessibilità dei prodotti per le famiglie.
Serve un cambio di passo deciso: riduzione stabile dei costi energetici, strumenti efficaci di tutela del reddito agricolo, semplificazione normativa e investimenti mirati per rafforzare la competitività delle imprese.
L’agricoltura italiana non chiede assistenza, ma condizioni per poter lavorare, produrre e competere. Difendere questo settore significa difendere il futuro economico e sociale del Paese.
EVANGELISTA CAMPAGNUOLO

(ANSA) – NEW YORK, 07 APR – Donald Trump ha trovato la sua via di uscita in Iran ma le cause della guerra restano irrisolte. Lo riporta il New York Times osservando come il presidente ha prima minacciato di far “morire la civiltà” iraniana e dieci ore dopo si è tirato indietro.
“La sua tattica di spingere la retorica a livelli astronomici ha certamente aiutato Trump a trovare quella via di uscita che cercava da settimana. Questo successo di per sé potrebbe alimentare la sua convinzione che le tattiche apprese nel mondo immobiliare di New York, quali ignorare le vecchie convenzioni e avanzare richieste massimaliste, funzionano anche nel mondo geopolitico”, mette in evidenza il New York Times.
“Senza dubbio si è trattato di una vittoria tattica strappata all’ultimo respiro” ma una vittoria che “non risolve nessuno dei problemi fondamentali che hanno portato alla guerra”, ha aggiunto il quotidiano precisando che ora Trump si trova davanti alla sfida di dover raggiungere non solo un accordo duraturo con l’Iran ma di dimostrate al mondo che il conflitto andava combattuto

(Andrea Zhok) – Questa notte è stato raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di quattordici giorni tra USA e Iran.
Le condizioni di questo accordo sono piuttosto sorprendenti e questo lascia pensare che si tratti di un accordo instabile.
Dell’accordo esistono come sempre due versioni, con retoriche differenti.
La versione americana è: l’Iran è stato costretto ad accettare un cessate il fuoco dagli attacchi di ieri (tra i più pesanti della guerra); la condizione tassativa che viene posta per il mantenimento del cessate il fuoco è l’apertura dello stretto di Hormuz. Quanto alle condizioni per trasformare la tregua in una pace, Trump riferisce che i 10 punti proposti dall’Iran sono una buona base negoziale su cui lavorare.
La versione iraniana è, naturalmente, alquanto diversa: gli USA e Israele sarebbero stati costretti dalla vigorosa difesa iraniana a pervenire obtorto collo ad un accordo che rappresenterebbe una chiara sconfitta. E la ragione a sostegno di questa versione sarebbe l’accettazione da parte americana dei 10 punti della proposta iraniana.
Ora, se guardiamo a questi 10 punti, se questi fossero il punto di caduta finale di un accordo di pace, sarebbe difficile dare torto all’interpretazione iraniana. Tali punti infatti recitano:
1- Gli Stati Uniti si impegnano in maniera fondata a garantire l’assenza di aggressione futura.
2- L’Iran manterrà il controllo sullo Stretto di Hormuz
3- Si riconosce la possibilità di arricchimento dell’uranio
4- Si revocano tutte le sanzioni primarie
5- Si revocano tutte le sanzioni secondarie
6- Si annullano tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
7- Si annullano tutte le risoluzioni del Board of Governors USA (scongelamento fondi iraniani)
8- Verrà pagato un risarcimento all’Iran per i danni subiti
9- Tutte le forze combattenti statunitensi dalla regione devono essere ritirate
10- La guerra dev’essere fermata su tutti i fronti, compresa la lotta contro la resistenza islamica del Libano.
Ora, è abbastanza chiaro che se questi punti fossero accettati pienamente, si potrebbe parlare letteralmente di una capitolazione della coalizione Epstein.
L’espressione usata da Trump, di essere una base su cui si può lavorare (workable) è sufficientemente ambigua da consentire molte varianti.
Si potrebbe dire che questo sarebbe un esito troppo bello per essere vero, e che ci dev’essere qualcosa dietro.
Si è saputo che dietro le quinte la Cina ha spinto per il raggiungimento di questo esito negoziale, e dal punto di vista cinese si può ben capire sia l’interesse sia la capacità di spingere l’Iran su posizioni conciliatorie.
Quanto a Israele, sembra aver cercato fino alla fine di remare contro l’accordo. Nelle prime ore c’è stato anche un interessante siparietto dove Netanyahu ha dapprima sostenuto che l’accordo non includeva il fronte del Libano, salvo venir ricondotto alla moderazione da una comunicazione del Primo Ministro del Pakistan, che affermava che il Libano era incluso.
Ora, che prospettiva emerge da questo quadro?
Nell’immediato c’è un sollievo collettivo per la rapida discesa del prezzo del petrolio, attestatosi a 95 dollari al barile dai 110 dollari di ieri.
Che gli USA possano accettare integralmente quei 10 punti mi sento di escluderlo.
Anche l’accettazione della metà di essi sarebbe un trionfo per l’Iran.
D’altro canto, non credo che la dirigenza iraniana né possa né voglia accettare un accordo troppo chiaramente al ribasso, dopo gli enormi sacrifici fatti.
Dunque nei prossimi giorni ci si muoverà lungo un crinale assai sottile e la possibilità che il conflitto si reinneschi è altissima.
La mia personale impressione è che qui ci sia un unico attore, non comparso in prima persona sulla scena, che ha la capacità di condurre questa tregua nel porto sicuro di una pace duratura, ed è la Cina. La Cina ha un chiaro interesse alla preservazione della sovranità iraniana, e ha i mezzi per spingere sia gli USA sia l’Iran ad accettare condizioni indigeste. Rispetto all’Iran, la Cina è il maggior partner commerciale e la maggiore forza capace di aiutare nella ricostruzione. Rispetto agli USA, la Cina ha la capacità di minacciare credibilmente un rafforzamento delle capacità iraniane, sia militari che di resistenza economica nel lungo periodo (nel caso di una ripresa del conflitto).
Detto questo, basterà un soffio di vento, un gesto inconsulto perché l’intera regione riprenda immediatamente fuoco.