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Quello che non torna sul maxi progetto immobiliare che la famiglia Trump vuole realizzare in Albania


Vi spieghiamo cosa ha detto davvero Edi Rama nell’intervista a Vanity Fair, non solo le risposte che ha dato ma quello che c’è tra le righe: le normative Ue sull’ambiente, il progetto immobiliare di Trump in Albania e l’ombra lunga degli oligarchi. C’è qualcosa che non torna sul maxi progetto immobiliare che la famiglia Trump vuole realizzare in Albania. Quello che non ha detto il premier albanese Edi Rama in un’intervista a Vanity Fair ci aiuta a capire meglio la vera posta in palio: l’ingresso di Tirana nell’Unione europea che passa per gli affari dorati di strani personaggi…

(di Federico Giuliani – mowmag.com) – Vi spieghiamo cosa ha detto davvero Edi Rama nell’intervista a Vanity Fair, non solo le risposte che ha dato ma quello che c’è tra le righe: le normative Ue sull’ambiente, il progetto immobiliare di Trump in Albania e l’ombra lunga degli oligarchi.

Lui, Edi Rama, continua a ripetere che l’Albania non è in vendita e di non star regalando il suo Paese all’oligarchia globale. La gente, o meglio il popolo albanese, ha idee diverse. Non a caso, nelle ultime tre settimane, decine di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro il governo, reo di aver ceduto i diritti di sviluppo dell’isola di Sazan, e dell’area costiera protetta di Zvernec, a capitali stranieri. Gli acquirenti, un gruppo di investitori legati a Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia di Donald Trump, intendono realizzare un maxi progetto turistico (e di lusso) nelle due zone. L’intero dossier si è ormai trasformato in un caso internazionale. Ma che cosa sta succedendo davvero in Albania? Rama ha provato a spiegare la situazione a Vanity Fair. Nel corso di una lunga intervista al settimanale, il leader socialista ha parlato di Sazan, della famiglia Trump, della Rivoluzione dei Fenicotteri che sta mettendo sotto pressione il suo governo, dei giochi politici in campo e, forse il tema fondamentale, dell’ingresso di Tirana nell’Unione europea. Un attento debunking di tutto quello che ha dichiarato il premier albanese, e di ciò che non ha detto e ha solo lasciato intendere, offre uno scenario ancora più chiaro. Ecco i passaggi più interessanti.

“Se fosse vero che stiamo svendendo la nostra terra a oligarchi pronti a deturparla con ecomostri, sarei il primo a essere disgustato. Ma è vero? È una narrazione costruita su mezze verità che, passando di bocca in bocca, di post in post, sono diventate una gigantesca bugia”, ha spiegato Rama.

In questa affermazione notiamo tutta l’abilità del politico Rama. Tecnicamente, l’isola di Sazan non viene venduta definitivamente. Il modello discusso è una specie di concessione/diritto di sviluppo di lungo periodo su terreni pubblici, con status di investimento strategico. I manifestanti parlano di svendita in relazione a presunte agevolazioni fiscali concesse dal governo, a modifiche normative favorevoli al progetto, oltre che per l’utilizzo privato di aree considerate patrimonio collettivo. C’è poi il discorso legato agli ecomostri: altra semplificazione. Nessuno contesta l’estetica degli edifici ma il loro impatto, e quello del conseguente turismo, su zone ecologicamente sensibili. Detto altrimenti, anche un resort bellissimo può distruggere un habitat, e proprio su questo punto la Commissione europea ha chiesto verifiche ambientali più rigorose.

“La costa di Valona era di proprietà privata ed è stata venduta agli investitori. Vendita illegittia? L’ex proprietario era indagato per un’altra questione. Ora la transazione è sospesa finché non si accerta la legittima proprietà delle terre, che in Albania resta una questione delicata dalla caduta del regime e dalla riassegnazione dei titoli di proprietà. Chiarita l’appartenenza, verrà versata la somma a chi di dovere”, dice ancora Rama.

Chi sono gli investitori? La figura centrale è Jared Kushner. Il veicolo associato all’operazione è Affinity Partners, un veicolo creato da Kushner; gran parte dei suoi capitali proviene da fondi sovrani del Golfo, tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Sono stati fatti anche altri nomi: Richard Grenell come facilitatore dei contatti regionali, l’imprenditore albanese Shefqet Kastrati, gli imprenditori qatarioti Moutaz Al-Khayyat e Ramez Al-Khayyat in alcune strutture collegate al progetto. E ancora: il progetto viene spesso attribuito a società specifiche come Sazan Real Estate Development, guidata da Asher Abehsera, cofondatore con Kushner di iniziative immobiliari collegate.

Abbiamo adeguato la nostra normativa agli standard europei che prevedono diversi livelli di protezione. Ci sono zone intoccabili, come il delta del fiume Vjosa, e zone su cui si può edificare, sempre rispettando i parametri dell’Ue”, ha proseguito il primo ministro albanese.

Partiamo da un punto: la Commissione europea non ha detto che qualunque resort a Sazan sarebbe automaticamente illegale. Ha semmai ricordato all’Albania che, essendo in negoziato per l’adesione, deve dimostrare di saper applicare le regole europee sulla conservazione della natura, svolgere una valutazione d’impatto ambientale completa e garantire che gli habitat non vengano deteriorati. Bruxelles ha inoltre criticato alcune modifiche alla legislazione albanese sulle aree protette e la continua proroga della legge sugli investimenti strategici, ritenendo che possano indebolire le garanzie ambientali. Una parte importante delle proteste riguarda il sistema costiero di Vjosa-Narta, che è considerato dagli organismi europei e internazionali una zona di altissimo valore ecologico: area di sosta per gli uccelli migratori, candidata a entrare nelle reti europee di conservazione e già oggetto di precedenti richiami da parte delle istituzioni europee per altri progetti infrastrutturali, come l’aeroporto di Valona. Quali sono le normative Ue da considerare? La più importante è la cosiddetta Direttiva Habitat: se un’area ospita habitat o specie di particolare valore ecologico, uno Stato deve evitare che questi vengano deteriorati. Troviamo poi la Direttiva Uccelli che protegge le aree essenziali per gli uccelli selvatici, soprattutto quelli migratori (ben presenti nelle zone messe di mira da Kushner). Arriviamo infine alla Direttiva Via, secondo la quale opere importanti, come aeroporti, porti turistici, grandi resort, infrastrutture costiere, devono essere sottoposte a uno studio dettagliato degli impatti ambientali.

Chi protesta, in sostanza, accusa il governo Rama di aver ignorato interi passaggi in nome del Dio denaro. Ma le manifestazioni oceaniche che hanno paralizzato Tirana nascondono anche un chiaro intento politico: quello di colpire il governo in carica. Basta leggere quanto dichiarato dal primo ministro albanese: “Credo che sia sbagliato usare l’Albania per condurre battaglie politiche altrui. Tra i manifestanti c’è sicuramente una componente sobillata dall’Iran. Non è un mistero che l’Albania sia sotto tiro. Teheran aveva già cercato di lanciare un cyberattacco contro i nostri sistemi di sicurezza […] ora ci riprovano costruendo una narrativa anti-Israele secondo cui questo progetto sarebbe un favore a Netanyahu”.

Nel 2022, in effetti, l’Albania ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran dopo una serie di cyberattacchi attribuiti da Tirana. Nel momento in cui scriviamo, tuttavia, non sono stati ancora presentati elementi ufficiali che dimostrino un fantomatico coordinamento iraniano delle proteste. La sensazione è che il premier albanese voglia mettere in secondo piano le rivendicazioni dei manifestanti, prevalentemente ambientali e di politica interna. Altra sensazione: Rama potrebbe aver accelerato sui dossier turistici più delicati sperando di concludere i vari iter prima di un eventuale ingresso dell’Albania nell’Unione europea. Il risultato, per ora, è stato disastroso: i malumori per la questione ambientale sono degenerati in un malcontento generale contro l’establishment. E, si sà, un contesto del genere è perfetto per accogliere influenze esterne e agenti che non vedono l’ora di colpire Bruxelles e i suoi alleati. Presenti e futuri.


Il testo integrale del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran


Definisce i termini del cessate il fuoco tra Usa e Iran, la riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione, una serie di aiuti finanziari per la Repubblica islamica e la conferma da parte di Teheran dell’intenzione di non sviluppare mai un’arma nucleare. Ma manca ogni riferimento alla sorte degli oltre 460 chilogrammi di uranio arricchito ancora in possesso della Repubblica islamica

(di Andrea Lanzetta – tpi.it) – Il testo del memorandum d’intesa, negoziato tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto scatenato il 28 febbraio scorso da Washington, insieme a Israele, contro la Repubblica islamica e aprire le trattative per un accordo di pace definitivo, è trapelato alla stampa statunitense durante il G7 di Evian, in Francia. Malgrado il suo contenuto non sia stato confermato ufficialmente è stato pubblicato per intero dall’emittente Cnn, che cita come fonte “un diplomatico che lo ha visionato al vertice del G7 in Francia di questa settimana”, che “ne ha confermato il contenuto”, “così come altre due fonti diplomatiche a conoscenza dei negoziati”.

Cosa prevede il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran
L’accordo pare ricalcare le indiscrezioni già fatte circolare negli scorsi giorni da alcune agenzie di stampa iraniane come Mehr News. Il testo trapelato definisce i termini del cessate il fuoco tra Usa e Iran, la riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione, una serie di aiuti finanziari per la Repubblica islamica e la conferma da parte di Teheran dell’intenzione di non sviluppare mai un’arma nucleare.
In base all’accordo, gli Stati Uniti consentiranno all’Iran di vendere il suo petrolio e i suoi prodotti petrolchimici, mentre – se rispetterà gli impegni relativi al suo programma nucleare – Teheran potrebbe accedere a un fondo di sviluppo da 300 miliardi di dollari. Manca invece ogni riferimento alla sorte degli oltre 460 chilogrammi di uranio arricchito ancora in possesso della Repubblica islamica.
L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha definito inaccurate le versioni trapelate della bozza, in particolare una pubblicata da Bloomberg, ribadendo che “il testo del Memorandum d’intesa di Islamabad sarà pubblicato dopo la firma”, prevista venerdì 19 giugno, “in base all’accordo tra le parti”. La Casa bianca non ha commentato, anche se il presidente Usa Donald Trump ha più volte definito “false” le indiscrezioni di stampa in merito. Di seguito il testo integrale, così come trapelato alla Cnn:

  1. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati nella guerra in corso, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d’intesa, la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, e si impegnano a non intraprendere d’ora in poi alcuna azione ostile l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza reciproca. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente e dei restanti articoli.
  2. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro.
  3. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo definitivo entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.
  4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti revocano il blocco navale e impediscono qualsiasi interferenza o ostruzione nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ripristinando il traffico entro un massimo di 30 giorni alla sua piena capacità; il traffico navale sarà proporzionale al volume di traffico prebellico da parte della Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dall’accordo definitivo.
  5. Dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica islamica dell’Iran adotterà immediatamente le misure necessarie per garantire che il transito di navi mercantili dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa riprenda entro 30 giorni ai livelli prebellici, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e di neutralizzare le mine da parte dell’Iran.
  6. Gli Stati Uniti si impegnano, insieme ai loro partner regionali, a creare un piano globale concordato da entrambe le parti per il rilancio e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran, garantendo al contempo un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di questo piano, nell’ambito dell’accordo finale, sarà definito entro 60 giorni.
  7. Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo finale, a tutte le tipologie di sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), nonché a tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie che secondarie.
  8. La Repubblica islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato che il destino del materiale arricchito e il destino di tutte le altre questioni nucleari di comune accordo, comprese le esigenze nucleari dell’Iran, saranno adeguatamente affrontati in un accordo finale; l’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo.
  9. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sul fatto che, in attesa di un accordo definitivo, manterranno lo status quo: l’Iran manterrà lo status quo sul suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni all’Iran né rafforzeranno le proprie forze nella regione.
  10. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla data di revoca delle sanzioni, deroghe per le esportazioni di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e loro derivati, nonché per tutti i servizi correlati, inclusi quelli bancari, assicurativi, di trasporto e simili.
  11. Gli Stati Uniti si impegnano a garantire che, alla luce dei progressi compiuti nei negoziati per un accordo definitivo, i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran saranno sbloccati e resi pienamente disponibili. Tali fondi, siano essi detenuti nel conto principale o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale ai beneficiari determinato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran e saranno pienamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare tutti i permessi e le licenze necessari a tal fine.
  12. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sulla creazione di un meccanismo di attuazione per sovrintendere alla corretta implementazione e al futuro impegno nei confronti dell’Accordo finale.
  13. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa e al ricevimento di garanzie circa l’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa e la continua attuazione di tali misure, la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avvieranno negoziati per un accordo finale esclusivamente in relazione ai restanti articoli.
  14. L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.


Cecchini a Sarajevo, il racconto fatto agli inquirenti


Cecchini a Sarajevo, sequestrati foto ‘significativa’ e silenziatore a indagato

(ANSA) Una fotografia “significativa” che lo ritrae con attrezzatura tecnica e un silenziatrore sono stati sequestrati stamani a uno dei quattro indagati per omicidio nell’inchiesta sui presunti cecchini del weekend a Sarajevo negli anni ’90.

Sono gli esiti “positivi” di una perquisizione effettuata stamane dai  carabinieri del Ros su delega del pm di Milano, Alessandro Gobbis, e del procuratore Marcello Viola, nell’abitazione del 65enne residente nell’Alessandrino. L’uomo durante l’interrogatorio di qualche tempo fa non aveva risposto alle domande. La perquisizione di oggi si fonda sulle testimonianze della ex moglie e della ex compagna.

Cecchini a Sarajevo, ex compagna del perquisito ‘aveva incubi per aver ucciso’

(ANSA) “Mi spiegò di aver avuto quegli incubi perché in passato aveva ucciso delle persone, raccontandomi di essere andato in Bosnia a combattere durante la guerra degli anni ’90. Mi disse che partiva da Milano con l’aereo e che con lui c’erano delle persone che facevano il weekend (….) per fare il cecchino per sparare ai musulmani”.

Lo ha messo a verbale l’ex compagna del 64enne, residente in provincia di Alessandria e perquisito oggi dal Ros dei carabinieri nell’inchiesta del procuratore di Milano Marcello Viola e del pm Alessandro Gobbis sui cosiddetti “cecchini del weekend” a Sarajevo tra il ’92 e il ’95.   

La donna ha raccontato che l’uomo, a cui oggi sono stati sequestrati una foto ritenuta rilevante e un silenziatore, le aveva riferito di avere un “silenziatore per armi” e che “possedesse, conservandolo gelosamente, un lasciapassare delle zone di guerra, ovvero una fotografia di lui in piedi in posa militare con una sorta di divisa, non di quelle convenzionali”.

Sul retro di questa foto, si legge ancora nel decreto che riporta passaggi della testimonianza dell’ex compagna, “c’era una scritta in lingua straniera non so di preciso quale, che costituiva una sorta di autorizzazione per accedere alle zone di guerra”. E ancora: “Su questa foto c’erano dei segni che corrispondevano alle persone uccise durante i combattimenti (…) erano dei cerchi o delle righe, una sorta di conta”.


Tutti i problemi della riforma della caccia


Il provvedimento tenta di descrivere l’attività venatoria come tradizione nazionale capace di concorrere alla conservazione della biodiversità e dell’ecosistema: un’assurdità che nasconde il fatto che la caccia è in realtà un’attività privata e ricreativa. Fra le peggiori sconcezze in tema ambientale che il nostro Parlamento ricordi

Immagine di Tutti i problemi della riforma della caccia

(di Enrico Bucci – ilfoglio.it) – Siamo ormai vicini alla possibile approvazione di un ddl in grado di stravolgere completamente la protezione della fauna italiana e la regolamentazione della caccia.

Il ddl 1552 è un’iniziativa parlamentare presentata da Lucio Malan il 20 giugno 2025, che risulta in relazione dal 27 maggio 2026 e deve ancora essere approvata dal Senato e poi dalla Camera. È una riforma costruita intorno alle richieste del mondo venatorio, con il governo che la sostiene apertamente. Si tratta di una delle peggiori sconcezze in tema ambientale che il nostro Parlamento ricordi.

Il punto più grave sta nel rovesciamento dell’impianto della legge 157/1992. La legge vigente nasce come disciplina di protezione della fauna selvatica, qualificata dall’articolo 1 della stessa legge come “patrimonio indisponibile dello Stato” e regolata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale. Il ddl 1552 sposta la logica verso la “gestione”, trasformando la caccia da eccezione regolata a componente ordinaria della politica faunistica. Le osservazioni depositate da numerose associazioni davanti alle Commissioni del Senato colgono il nodo: il provvedimento tenta di descrivere l’attività venatoria come tradizione nazionale capace di concorrere alla conservazione della biodiversità e dell’ecosistema, un’assurdità che ovviamente nasconde il fatto che la caccia è in realtà un’attività privata, ricreativa, concessa dallo stato su un bene comune.

Oltretutto, la nuova impostazione collide con l’articolo 9 della Costituzione, che oggi include tra i principi fondamentali la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, e affida alla legge statale la tutela degli animali. Una legge che amplia tempi, luoghi e strumenti della caccia dovrebbe quindi dimostrare con particolare rigore di aumentare la tutela effettiva della fauna. Il ddl fa l’operazione opposta: affida alla retorica della “gestione” ciò che dovrebbe essere provato con dati, monitoraggi, limiti e controlli, e quindi in sostanza apre, senza alcuna prova a proprio supporto, un evidente profilo di frizione con il nuovo articolo 9 della Costituzione.

Il depotenziamento di Ispra è il centro tecnico della riforma. Il ddl riduce la forza conformativa del parere Ispra nella definizione delle specie cacciabili e dei periodi di caccia, trasformandolo da presidio tecnico sostanziale in un elemento consultivo affiancato da un organismo nel quale pesano anche componenti venatorie e agricole. La comunicazione formale della Commissione europea del 18 dicembre 2025, secondo quanto riportato nell’interrogazione parlamentare al ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, ha contestato proprio la trasformazione del parere Ispra sui calendari venatori da presidio sostanziale a parere meramente consultivo, segnalandola come rischio per il sistema di tutela previsto per esempio dalla Direttiva Uccelli.

Il capitolo dei calendari venatori è altrettanto critico. Il ddl elimina il vincolo della prima decade di febbraio come termine massimo della stagione venatoria, incidendo sul periodo della migrazione prenuziale. La Direttiva 2009/147/CE impone agli stati membri di evitare che le specie cacciabili siano prelevate durante la riproduzione o durante il ritorno verso i luoghi di nidificazione. Aprire varchi proprio in quella fase significa aumentare la pressione su animali che stanno rientrando nei territori riproduttivi, con effetti che non riguardano solo l’Italia ma rotte migratorie continentali.

Il capitolo dei richiami vivi è uno dei più indecenti. La riforma allenta il sistema di autorizzazione e controllo, mentre il settore è già esposto a traffici illegali, catture abusive, bracconaggio e problemi sanitari. Le osservazioni depositate parlano di deregolamentazione del comparto e di una sanatoria di fatto, perché richiami illegali e richiami legali diventerebbero più difficili da distinguere. Una legge seria avrebbe irrigidito tracciabilità e controlli, perché in questo settore esistono già problemi noti di traffico illecito, bracconaggio e possibili rischi sanitari, inclusa l’influenza aviaria. Presentare tutto questo come modernizzazione normativa richiede una notevole dose di cinismo istituzionale.

La riforma estende anche lo spazio della caccia. Nei rilievi tecnici compaiono il demanio forestale, i valichi montani, la braccata sulla neve, territori oggi importanti come corridoi o rifugi per la fauna. Viene ridotto lo spazio naturale disponibile in sicurezza per cittadini disarmati, escursionisti, famiglie, fotografi naturalisti, agricoltori che subiscono la pressione venatoria senza condividerne gli interessi. La libertà reale di fruire del territorio viene subordinata al privilegio di chi porta un fucile.

La privatizzazione strisciante della fauna è ancora più chiara nelle norme sulle aziende faunistico-venatorie e agri-turistico-venatorie. Le osservazioni parlano di attività di lucro, caccia su ordinazione e scollegamento dalle regole pubbliche ordinarie. Un bene indisponibile dello Stato entra così in un circuito economico nel quale animali, territorio e abbattimento diventano componenti di un’offerta commerciale. Anche il riconoscimento automatico delle abilitazioni venatorie rilasciate da Stati UE o SEE va nella stessa direzione: più pressione venatoria, meno legame con il territorio, nessuna reale garanzia di formazione sulle norme italiane e sulle peculiarità ecologiche locali.

Il riconoscimento automatico delle abilitazioni venatorie rilasciate da Stati UE o SEE apre un altro fronte: le osservazioni parlano di assenza di verifica preventiva, assenza di formazione specifica sulle norme italiane e sulle peculiarità territoriali, assenza di limiti numerici. In pratica, mentre si invoca il legame tra cacciatore e territorio quando conviene alla retorica venatoria, si apre il mercato a soggetti che quel legame non hanno e che aumenterebbero la pressione su specie e habitat.

Il controllo faunistico viene spinto verso una gestione sempre più armata e privatizzata. Le osservazioni segnalano l’affidamento a soggetti privati armati, in continuità con una linea già oggetto di procedura d’infrazione europea. Qui l’assurdità è doppia: si prende un problema reale, come il contenimento di alcune popolazioni animali e i danni agricoli, e lo si usa per espandere il ruolo dei cacciatori, invece di rafforzare monitoraggio, prevenzione, interventi selettivi, responsabilità pubblica e verifica degli esiti.

Il dato politico è ancora più netto se si guarda alla dimensione sociale della categoria. Nel 2024, secondo dati del Ministero dell’Interno riportati dalla stampa specializzata, le licenze per porto di fucile uso caccia erano 588.043: circa l’uno per cento della popolazione italiana. Anche usando questa stima alta, e tenendo presente che si parla di licenze e non necessariamente di cacciatori effettivamente attivi, il Parlamento sta impegnando capitale politico, conflitto istituzionale con l’Europa e regressione ambientale per una minoranza ristretta, organizzata e rumorosa.

Lollobrigida ha scelto di intestarsi la difesa politica del provvedimento, arrivando a dire, secondo quanto riportato da agenzie di stampa, che il governo non intende interrompere l’iter per “una lettera di un burocrate”, riferendosi alle osservazioni europee. Quella frase è rivelatrice: quando Bruxelles interviene su biodiversità, Direttiva Uccelli, Ispra e rischio di infrazione, il ministro dell’Agricoltura derubrica il problema a scambio tra apparati. È il modo più rapido per chiarire la gerarchia reale: prima il pacchetto elettorale venatorio, poi la scienza, poi il diritto europeo, poi la fauna.

Pichetto Fratin esce malissimo da questa vicenda. Il suo ministero è quello dell’Ambiente e della Sicurezza energetica; la tutela della biodiversità e degli ecosistemi ricade politicamente nel suo perimetro. La comunicazione europea è stata oggetto di un’interrogazione rivolta proprio a lui, con la richiesta di chiarire tempi di ricezione, trasmissione alle sedi istituzionali, valutazioni del governo e misure per preservare il ruolo di Ispra. Pichetto Fratin non è rimasto formalmente silente: ha scelto una risposta difensiva e procedurale, trattando i rilievi europei come osservazioni interlocutorie su un testo ancora in itinere, senza assumere una posizione politica netta a difesa di Ispra, biodiversità e fauna selvatica. A fronte di un attacco così diretto al presidio tecnico-scientifico nazionale in materia ambientale, questa copertura politica pesa quasi quanto la propaganda di chi spinge il ddl.

Il ddl 1552 prende una legge di tutela, ne abbassa le difese, riduce il peso della scienza, allarga il campo del prelievo, apre spazi al mercato venatorio e usa problemi reali di gestione faunistica come pretesto per rafforzare chi della caccia vive o chi sulla caccia costruisce consenso. Lollobrigida raccoglie voti dove li trova, anche presso minoranze piccole e aggressive. Pichetto Fratin lascia che il ministero dell’Ambiente arretri mentre l’ambiente viene consegnato a un compromesso di bottega. Il Parlamento dovrebbe fermare questo testo prima di approvare una legge che tratta la biodiversità come merce di scambio e il patrimonio faunistico dello Stato come riserva elettorale di pochi armati.


Colle extra-large: l’abuso di potere sul caso Savona


Paletti. Molte azioni “creative” del Quirinale non derivano dai poteri che gli dà la Carta: tipo sbarrare la strada a un ministro per le sue idee

Colle extra-large: l’abuso di potere sul caso Savona

Pubblichiamo un estratto di “Romanzo Quirinale”, in uscita per PaperFirst

(di Savino Balzano – ilfattoquotidiano.it) – Molte delle azioni “creative” del Quirinale (…) non derivano da poteri che la Carta gli conferisce formalmente. Avete letto da qualche parte, ad esempio, che spetti al Presidente della Repubblica il diritto di sbarrare la strada a un ministro per le sue idee politiche? È successo con Paolo Savona, nel 2018. (…)

Il 23 maggio, Giuseppe Conte – l’uomo scelto da M5S e Lega – ricevette l’incarico da Mattarella per formare una maggioranza di governo e pronunciò parole che, probabilmente, non immaginava sarebbero rimaste a lungo impresse nella memoria degli italiani: “Mi propongo di essere l’avvocato difensore del popolo”. Un ottimo espediente retorico. E tuttavia, ritengo che più significativa fu un’altra frase: “Sono consapevole della necessità di confermare la collocazione europea dell’Italia”. Aveva già capito tutto, probabilmente.(…)

Come ministro dell’Economia scelsero Paolo Savona: volevano lui. Il professore era noto per le sue critiche alla moneta unica, sicuramente estremizzate – soprattutto da una certa informazione –, e fu proprio a causa di esse che, per la prima volta, il Quirinale decise di agire come mai prima di allora era accaduto.

Non ricostruiremo passo dopo passo i densi avvenimenti di quei giorni, dal momento che a noi interessa dimostrare un aspetto specifico. Nel dire di no a Paolo Savona, il Presidente della Repubblica non rispettò la Costituzione, esercitando poteri esorbitanti rispetto a quelli riconosciuti dalla stessa. Tale forzatura venne esercitata anche nel tentativo di far morire nella culla il programma politico: un testo fortemente orientato alla Costituzione e, di conseguenza, lontano dai dettami neoliberali e austeri di Bruxelles. (…)

Con un discorso che avrebbe segnato un prima e un dopo, Sergio Mattarella disse di no a Giuseppe Conte: non acconsentiva alla nascita di un governo che vedesse come ministro dell’Economia il professor Paolo Savona. Dal Quirinale, le parole furono a dir poco chiare. Non vorrei apparire paranoico, ma già l’incipit tendeva in qualche modo a screditare l’azione delle due forze politiche protagoniste dell’esperimento: “Si è manifestata – com’è noto – una maggioranza parlamentare tra il Movimento 5 Stelle e la Lega che, pur contrapposti alle elezioni, hanno raggiunto un’intesa”. Perché sottolineare il fatto che le due forze politiche fossero su fronti contrapposti alle elezioni politiche di quell’anno? Il dato è del tutto irrilevante in un sistema parlamentare come il nostro. O, meglio, era irrilevante sotto il profilo procedurale, giuridico, costituzionale: l’unico piano a dover riguardare le valutazioni del Presidente della Repubblica. (…)

Nessuna norma della Carta affida al Presidente della Repubblica il compito di valutare se un ministro sia coerente con un programma, tanto meno quali siano le sue idee (a meno che non siano eversive o anticostituzionali). Si trattava di un vero e proprio abuso di potere. (…)

Le uniche caratteristiche che spetta al Capo dello Stato verificare sono: disciplina, onore. Verificare che vi sia un giuramento adeguato, che non vi siano conflitti di interessi tali da compromettere l’interesse nazionale. Cose di questo genere. Certo, la fedeltà alla Repubblica e l’osservanza della Costituzione deve esprimerle per primo proprio lui. Altrimenti casca tutto. (…)

La questione di Paolo Savona è rilevante per tutto ciò che abbiamo visto, ma qui diventa evidentissima la questione di fondo: la politica che il Quirinale prova a imporre al Paese nell’interesse del sovranazionalismo europeo e di tutto ciò che incarna. (…) Paolo Savona venne spostato agli Affari europei, e il resto della storia lo conosciamo tutti.(…)

Bisognava stroncare l’idea stessa che si potesse ancora scrivere un programma sociale, in un Paese che ha giurato fedeltà al mercato. In un’Italia dal popolo senza più garante. L’eresia non fu il nome di Savona: quello fu solo il pretesto. Eretico fu immaginarci diversi. In una democrazia che ha smarrito il senso della propria sovranità, la libertà di decidere da soli fece scandalo. Ecco perché il 2018 è stato uno spartiacque. Non fu una semplice crisi di governo: fu una crisi di identità. E tutto, inesorabilmente, sarebbe presto tornato com’era prima.


Fenomenologia di una disfatta chiamata Pnrr


Sanità, alta velocità, edilizia scolastica, squilibrio nord-sud: il divario tra obiettivi raggiunti e spesa effettiva è immenso. Tra ritardi, definanziamenti, e rimodulazioni, il Piano si è rivelato un percorso a ostacoli con buona parte delle somme stanziate bloccate nei meandri della burocrazia o dirottati altrove. Solo con la rendicontazione del 31 agosto sapremo quanto del Pnrr sarà realtà e quanto resterà nel libro dei sogni

(Cristina d’Ambrosio – editoraledomani.it) – A pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno, il bilancio del Pnrr assume i contorni di una disfatta strutturale. Il de profundis è stato suonato nientemeno che dal Financial Times che ha definito «un fallimento la gestione italiana del Pnrr». Tra ritardi, definanziamenti, e rimodulazioni, il Piano si è rivelato un percorso a ostacoli con buona parte delle somme stanziate bloccate nei meandri della burocrazia o dirottati altrove.

A maggio la Corte dei conti, nella sua relazione semestrale, ha evidenziato un avanzamento complessivo del Piano. Sono stati, infatti, raggiunti i 50 obiettivi Ue previsti per il 2025 con un aumento complessivo del 72%. Dati rivendicati dal governo come un successo ma, come ricorda Pagella Politica, «l’analisi si concentra solo su alcuni progetti specifici, che rappresentano il 42 per cento delle risorse che si sarebbero dovute spendere durante tutto lo scorso anno». Così se ad esempio la digitalizzazione nella Pa corre e, anzi, è in anticipo sui tempi di completamento, resta il complessivo divario tra obiettivi raggiunti e spesa effettiva, considerando anche lo slittamento di 24,2 miliardi oltre il 2026.

Il fallimento più eclatante è la gestione dei fondi destinati al superamento dei ghetti dei braccianti agricoli. Il governo Draghi aveva stanziato 200 milioni di euro per smantellare le baraccopoli, restituendo dignità a migliaia di lavoratori invisibili realizzando circa 11mila alloggi. Di quei fondi verranno spesi appena 24 milioni. I grandi insediamenti pugliesi, come Borgo Mezzanone, dove migliaia di persone vivono ancora senza acqua né luce. La Corte dei conti per la Puglia, a febbraio 2026, ha bocciato i piani per il superamento dei ghetti, dichiarando «del tutto insufficiente» la gestione dei fondi Pnrr a causa delle inefficienze e dei ritardi accumulati.

Non meno critica è la situazione della sanità. I dati della Fondazione Gimbe fotografati al 31 dicembre 2025 raccontano una realtà impietosa: su 1.083 case di comunità finanziate solo 66 erano pienamente attive, vale a dire il 3,9% del totale, mentre 781 avevano almeno un servizio operativo. Non va meglio agli ospedali di comunità. Sui 594 progetti programmati solo 163 risultano avere almeno un servizio attivo (il 27,4% del totale previsto). Il rischio concreto è quello di lasciare in eredità alle future generazioni scatole vuote e mancanza di servizi territoriali. La riforma sui medici di famiglia voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci, e per ora saltata, prevedeva la presenza dei sanitari nelle case e negli ospedali di comunità. Ma se al momento la riforma resta ferma al palo il ministro ha ribadito che «si troverà la quadra perché è una rivoluzione dalla quale non possiamo tirarci indietro».

Sulle infrastrutture, il divario territoriale è netto: il centro-nord ha rendicontato il 52,7% delle spese, il Mezzogiorno soltanto il 39,5%. E mentre si tagliano i fondi per collegare il Sud al resto d’Europa, si continuano a privilegiare grandi opere come il Ponte sullo Stretto, rimandando o rimodulando interventi sulla rete ferroviaria o autostradale. Secondo i dati di Banca d’Italia, il 40% dei cantieri è in ritardo mentre solo il 2% è completato e per le opere che superano i cinque milioni di euro, al 28 febbraio scorso il 48% non era ancora stato avviato. L’Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria, ad esempio, opera strategica per il Mezzogiorno ha subito un drastico definanziamento di 9,4 miliardi di euro dirottati verso «diversi capitoli di bilancio» mentre il completamento di altre grandi opere, spostate su diverse linee di finanziamento, è previsto per il 2032.

Come già scritto da Domani, i ritardi su edilizia scolastica rischiano di vanificare i fondi stanziati dal piano. Molti istituti fanno i conti con problemi di amianto, efficientamento energetico e danni strutturali con i quali si dovranno fare i conti a settembre fondi non spesi o, in alcuni casi, mai arrivati. Stessa sorte per gli asili nido, passati con l’ultima rimodulazione dagli oltre 254mila nuovi posti a 150mila, obiettivo difficilmente raggiungibile come certificato dall’Ufficio parlamentare di bilancio. A farne le spese soprattutto i piccoli Comuni e le aree del Sud. E l’università? Dimezzato l’obiettivo dei 60mila posti letto per i fuori sede passati a 30mila, e tagliato il finanziamento da 1,1 miliardi di euro a 599 milioni per completare i progetti già avviati entro la rendicontazione del 31 agosto.

L’orologio corre e il percorso resta ancora in salita. Così se Openpolis dà per spesi 104,6 dei 194 miliardi stanziati, oggi restano da completare più di 100 progetti, mentre si deve riscuotere ancora la decima e ultima rata da 28,4 miliardi. Nodo cruciale la trasparenza, il vero scoglio che dovrà superare il governo Meloni. Non basterà sbandierare le milestone per evitare di restituire i fondi, ma presentare progetti concreti anche perché il vicepresidente europeo Raffaele Fitto ha detto più volte che non ci saranno proroghe: solo con la rendicontazione del 31 agosto sapremo quanto del Pnrr sarà realtà e quanto resterà nel libro dei sogni.


Caso Purgatori e sanità senza i medici di famiglia


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Andrea Purgatori, il noto e bravissimo inviato del Corriere della Sera, autore di tanti indagini scottanti, si era fatto ricoverare al Pio XI e a Villa Margherita, due cliniche private a Roma, per un sospetto tumore al cervello. Una risonanza magnetica aveva diagnosticato delle metastasi cerebrali, in realtà Purgatori soffriva di un’endocardite che, come hanno confermato i processi che i figli hanno intentato ai medici, poteva essere curata con dei normali antibiotici. Di errori in errori nel giro di due anni Purgatori se ne è andato al Creatore. Di anni ne aveva 70. Evidentemente i medici e la risonanza magnetica cui si erano affidati avevano sbagliato qualcosa.

[…] Ciò conferma la mia tesi su quello che chiamo il “terrorismo diagnostico” e cioè che non è bene fare troppi controlli clinici l’anno come è d’uso attualmente, inoltre anche qualora la diagnosi fosse corretta tu te ne porti addosso il peso per il resto della tua vita, per ciò che resta del tuo futuro. Ma, mentre passato e presente sono, in qualche misura accertabili, il futuro, per sua natura, è imperscrutabile.

Esemplare è la vicenda raccontata dal medico francese Ben Said. Un suo paziente, un uomo grassoccio, soffriva di una pressione un po’ alta, ma non se ne curava e, come spesso è indole dei grassi, era allegro e affabile. Purtroppo un giorno legge su Le Monde i rischi cui va incontro una persona con la pressione alta. Ben Said gli dice che non è il caso di farsi troppe preoccupazioni, ma il paziente vuole essere curato a tutti i costi per questa pressione. Il suo carattere cambia radicalmente, si incupisce, poco dopo viene ucciso da un melanoma fulminante. Si chiede Ben Said: “Ho fatto bene a rovinare quelli che erano gli ultimi anni della vita di quest’uomo per un rischio puramente ipotetico?”. […]

I medici, gli ospedali, si sa, sono iatrogeni. Anche se hai qualche sintomo che ti preoccupa è bene evitarli. Un mio amico medico mi diceva che si preoccupava di un sintomo solo se persisteva per più di un mese, un collasso, uno svenimento può capitare alla persona più sana del mondo. Ma se finisci in mano ai medici sei spacciato, è il tema del racconto intitolato Sette piani di Dino Buzzati.

Il mio caro amico, Gianfranco Vené, inviato di punta insieme a Guido Gerosa dell’Europeo ai tempi di Tomaso Giglio, è morto di tumore al cervello. La moglie, preoccupata di fare la stessa fine, benché il tumore a differenza dell’Aids non sia trasmissibile e forse nemmeno ereditario, andò da un’amica medichessa che le prospettò che anche lei correva questo rischio. Le chiesi: “Ma tu come ti sentivi prima di questa diagnosi?”. “Ah, benissimo! Guidavo, viaggiavo, facevo la mia vita”. “E ora?”, le chiesi. “Non oso nemmeno più uscire di casa”, rispose. Ed era molto grata a quell’amica medichessa che le aveva rovinato la vita. Perché i medici, se non ti scoprono un tumore, non sono contenti. E questo mi ricorda il Mago do Nascimento, collaboratore di Wanna Marchi, a lui si rivolgevano soprattutto le donne che chiedevano ovviamente della salute, come si fa coi Tarocchi. Il Mago diceva loro: “Ma non sente un dolore alla spalla?”. “No, per nulla!”. Però il Mago insisteva, finché quelle, le troppo fiduciose donne, sentivano effettivamente un dolore alla spalla e tutti i rischi che ciò comportava. Insomma lo ringraziavano per avergli rovinato la vita.

[…]

Ma il problema vero, come ha sottolineato Crapis in un pezzo sul Fatto, è la scomparsa del “medico di famiglia”. Oggi il medico è un burocrate che non ti visita nemmeno, ma ti manda subito a fare una serie di controlli clinici attraverso le moderne tecnologie. Adesso si fanno anche le diagnosi a distanza. Cioè il medico non ha nessun contatto fisico col malato. Un tempo il “medico di famiglia” non solo ti conosceva personalmente ma, come dice il nome, conosceva la storia della tua famiglia. Ti respirava addosso, anche perché il malato era la sua unica fonte di conoscenza, senza le intermediazioni della tecnica.

Da ragazzo avevo un pediatra che si chiamava Soletti, faceva il pediatra perché era piccolo di statura, non un nano, e coi bambini si trovava meglio. Un giorno ebbi dei terribili dolori al ventre, mia madre telefonò a Soletti che arrivò quasi subito, perché allora il medico di famiglia, a differenza di oggi, veniva anche a casa. Mi chiese che cosa avevo mangiato. Avevo mangiato un numero spropositato di albicocche che avevano sprigionato il gas negli intestini. Così, con quella semplice domanda, e senza nemmeno toccarmi il caso fu risolto.

Soletti era anche molto contrario all’uso dei medicinali, perché sosteneva che è il corpo a trovare da sé un suo naturale equilibrio. Tenni Soletti come medico ben oltre il raggiungimento dell’età adulta. Sul letto di morte mi confessò che i pochissimi medicinali che mi aveva prescritto erano in realtà dei placebo. E qui aggiungo un’osservazione che non è di Soletti, ma mia. C’era un tale che aveva un singhiozzo ogni mezz’ora, una cosa molto fastidiosa. Visse fino a novant’anni. Il singhiozzo finì e lui morì subito dopo.

Io non fumo più da molti anni, tengo solo la sigaretta in bocca che dev’essere una specie di nostalgia del biberon o del capezzolo materno. Non fumo non perché mi faccia male, semplicemente non ne ho più voglia. In questo modo il corpo mi ha avvertito che era l’ora di smettere. Bisogna ascoltare il corpo, non i medici.


Meloni, gli alleati e la sindrome del declino oltre Vannacci


La sfida dell’ex generale porta allo scoperto la fragilità degli junior partner del governo. La Lega ma anche Forza Italia in declino

Il presidente di Futuro Nazionale Roberto Vannacci durante l’Assemblea Costituente del nuovo partito da lui fondato

(Flavia Perina – lastampa.it) – Fosse solo Vannacci. Il governo scopre all’improvviso la fragilità dei suoi junior partner, e specialmente quella della Lega trafitta (non solo dal punto di vista numerico) dalla nascita di Futuro Nazionale. La giornata di ieri ha rivelato un partito in vera crisi di nervi. Rinviato sine die il consiglio federale che doveva rassettare gli organigrammi e la linea. Silenziata la richiesta di Matteo Salvini al Viminale. E in Parlamento un incomprensibile inchino all’ordine del giorno vannacciano contro i medici «amici dei migranti», con Nicola Molteni che prima chiede la riformulazione («Non accettiamo lezioni sull’immigrazione») e poi soccombe: parere favorevole, chiudiamola lì.

Fosse solo Vannacci. Il problema è che nessuno nel Carroccio ha più la forza di determinare una nuova strada, uno straccio di soluzione, un punto di ripartenza. Non i governatori, che hanno fatto largamente capire di essere indisponibili a puntellare la traballante segreteria di Salvini. Non i suoi ministri, che sembrano guardare lo splash down del partito affacciati alla finestra. Non Salvini, costretto a rinviare ogni scelta al ritiro di Treviglio, prima settimana di luglio. E chissà per quella data dove saranno arrivate le percentuali del Carroccio, chissà dove si sarà arrampicato il generale.

Fosse solo Vannacci. Per i sondaggi più favorevoli due anni fa la Lega era al 9 per cento, un anno fa al 7 per cento, un mese fa al 6 per cento. E Forza Italia racconta una curva discendente meno rapida ma altrettanto disperante: 9,5 per cento alle ultime europee, 7,2 nel sondaggio Swg di due giorni fa che ha fatto saltare sulla sedia molti. Il declino degli alleati è un problema che Giorgia Meloni non aveva previsto. Non così veloce, e soprattutto: mai a vantaggio di forze esterne, perché finora il travaso di consensi era tra un partito e l’altro della coalizione e i voti restavano comunque a casa.

Il timore è che sia la fine di un ciclo. Quello della Lega, il più vecchio partito italiano, passato attraverso ripetute trasformazioni, spesso traumatiche, ma mai al buio come adesso perché c’era comunque una classe dirigente capace di prendere la scopa e spazzare via le esperienze perdenti. Ma anche sul fronte moderato, sulla trincea quotidiana di Forza Italia, comincia a tramontare la certezza che la nostalgia del berlusconismo possa sorreggere le percentuali per altri dieci mesi, fino alla fatidica primavera 2027 che segnerà con tutta probabilità il ritorno alle urne. E anche lì: i tentativi di svecchiare, cambiare profilo, trovare nuove spinte propulsive, risultano troppo timidi per generare un recupero significativo.

Fosse solo Vannacci. La crisi che adesso appendono al suo nome lo precede di molto: fino al giugno 2024, due anni fa, un battito di ciglia, era appena un ufficiale sospeso dal servizio «per aver leso la neutralità/terzietà della forza armata». Ma il declino della Lega era già evidente all’epoca (tant’è che lo hanno arruolato per fare numeri), così come il decrescente appeal di Forza Italia. E tuttavia nessuno sembrava farci caso, un po’ perché tutti stavano facendo altro – il mirabolante Ponte, le riforme costituzionali, le celebrazioni delle vittorie di territorio – un po’ perché pensavano: alla fine gli elettori resteranno nel recinto del centrodestra, dove volete che vadano? Da Giuseppe Conte? Da Elly Schlein? Figuriamoci.

Ora il buio incombe. Se ne va il voto sovranista. Non si allarga il perimetro del voto moderato. E se la linea di Giorgia Meloni è chiara (provare a ridimensionare il generale come utile idiota delle sinistre), se è altrettanto chiara la linea delle sinistre (usare il generale come utile idiota) tutti gli altri, e specialmente quelli a cui leva più voti, si aggirano confusi chiedendosi: e adesso che facciamo?


Lavori umilianti, la rivolta corre sui social


Lavori umilianti, la rivolta corre sui social

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Qualche cosa tra il servile e un atto di beneficenza del datore di lavoro nei confronti del lavoratore. Questa sembra l’idea di lavoro che emerge dalle risposte che alcuni datori di lavoro danno alle legittime, direi ovvie, richieste di informazioni su orari, salari, trattamento dello straordinario.

L’offerta di lavoro andrebbe accettata a scatola chiusa, al buio, e possibilmente con gratitudine, perché in cambio ci sarà un compenso. Ma quanto e a quali condizioni meglio non chiederlo, se non si vuole essere esclusi a priori in quanto “troppo” attenti ai propri diritti in un rapporto di scambio tra prestazione lavorativa e remunerazione che si vuole invece mantenere il più asimmetrico possibile. Per alcuni datori di lavoro, il lavoro non è neppure più solo una merce, ma una cessione di diritti. E la competizione nel mercato del lavoro non è basata sulle competenze da un lato, le condizioni di lavoro dall’altro, ma sul grado di ricattabilità causata dal bisogno di guadagnare purchessia, lungo una scala gerarchica al fondo della quale ci sono i più disperati e i più privi di diritti anche fuori dal mercato del lavoro, gli stranieri taglieggiati dai caporali con la tacita connivenza dei datori di lavoro.

Invece informarsi è un diritto che è necessario esercitare, non solo per poter scegliere con cognizione di causa, ma per non trovare sorprese dopo che si è accettato al buio un rapporto di lavoro, scoprendo poi che gli straordinari sono dovuti, ma non pagati, o le ferie inesistenti, o che le mansioni sono diverse da quelle inizialmente pattuite, o che il costo di vitto e alloggio detratti dallo stipendio se lo mangiano quasi tutto.

Ci si dovrebbe rallegrare che molti giovani oggi pretendano di avere informazioni precise su tutti gi aspetti delle condizioni di lavoro. Invece di trattarli da giovani viziati e perciò con troppe pretese, dovremmo essere contenti che, nonostante un’educazione civica non sempre all’altezza del bisogno, un’informazione spesso raccolta indiscriminatamente sui social, una diffusione del lavoro povero ignorata dalla politica, molti di loro hanno sviluppato una consapevolezza dei propri diritti di base e dignità come cittadini e lavoratori sufficiente a indurli a porre le domande essenziali per l’avvio di un qualsiasi rapporto di lavoro in una società né feudale, né dittatoriale.

Ci saranno anche quelli che hanno poca voglia di lavorare. Ma la richiesta di informazioni non ne è né una prova, né un indizio. Piuttosto le risposte che ricevono sono l’indizio di una cultura imprenditoriale, non so quanto diffusa, ma temo non marginale specie in alcuni settori, che considera il lavoro e i lavoratori come un bene di cui appropriarsi per usarlo a piacimento e fuori da ogni regola contrattuale minima.


A Bologna fanno la fila per vedere film di 100 anni fa. E la città guadagna 15 milioni di euro


(di Milena Gabanelli e Francesco Tortora – corriere.it) – Da metà giugno, e da 40 anni, a Bologna migliaia di persone fanno la fila per vedere film girati anche più di 100 anni fa: corti, lunghi, italiani, internazionali. È il Cinema Ritrovato, la più importante rassegna europea dedicata alle pellicole restaurate, e quest’anno celebra la 40ª edizione. I numeri sono da record: nel 2025 ha contato 140 mila presenze, 5 mila specialisti accreditati provenienti da 61 Paesi, 500 proiezioni in otto sale e le imperdibili proiezioni serali in Piazza Maggiore, una delle più antiche piazze medioevali italiane, e che ospita comodamente seduti 4 mila spettatori. Ma come ha fatto una manifestazione nata dalla passione di un piccolo gruppo di cinefili a trasformarsi in un fenomeno internazionale che in nove giorni genera un indotto da 15 milioni di euro?

L’esordio con pochi appassionati

La rassegna, organizzata dalla Fondazione Cineteca di Bologna che oggi conserva oltre 100 mila titoli cinematografici, nasce nel novembre 1986. In quegli anni l’immaginario collettivo guarda molto avanti: domina il cinema di fantascienza e i blockbuster come Blade Runner e Ritorno al futuro, mentre già si parla della fine delle proiezioni in sala, divorate dall’espansione dei canali tv commerciali e dei videoregistratori. In controtendenza, un gruppo di giovani decide di guardare indietro, riportando sul grande schermo capolavori dimenticati o destinati a sbriciolarsi negli archivi. Alla prima edizione, organizzata al Cinema Lumière da Gian Luca Farinelli e Nicola Mazzanti, partecipano pochi amanti del genere e addetti ai lavori, ma fra gli ospiti ci sono i direttori della Cinémathèque du Luxembourg e dellaCineteca di Monaco di Baviera. Basta la presenza di queste due importanti istituzioni europee a dare alla manifestazione una connotazione internazionale e segnare l’inizio di quello che diventerà un grande successo.

Il laboratorio di restauro e i film in piazza

All’inizio degli anni ’90 la Fondazione ottiene un finanziamento europeo, e nasce il laboratorio di restauro cinematografico che, nel giro di pochi anni, diventerà il più prestigioso al mondo. Nel 1992 arrivano i primi due restauri: Kif Tebbi, film muto del 1928 di Mario Camerini girato in gran parte nella Libia coloniale, e Maciste all’inferno di Guido Brignone del 1926. È il segnale che la Cineteca non si limita a conservare il patrimonio cinematografico, ma intende riportarlo in vita e restituirlo al pubblico. Nel 1995 prendono il via le proiezioni all’aperto, che si moltiplicano nei primi anni Duemila, mentre con lo sviluppo digitale si espande l’attività di recupero. 

In quegli anni la famiglia Chaplin affida alla Cineteca di Bologna il restauro di tutte le opere del grande Charlot, si avviano i restauri dei film di Buster Keaton, inizia la collaborazione con la Film Foundation di Martin Scorsese per riportare sul grande schermo i grandi classici. Nel 2012 il laboratorio finalizza il restauro di C’era una volta in America, di cui ormai circolavano soltanto copie deteriorate. La nuova versione ricostruisce il primo montaggio voluto da Sergio Leone, reintegrando cinque sequenze eliminate in origine dalla produzione, tra cui quella memorabile di Elizabeth McGovern nei panni di Cleopatra a teatro. Nel 2015 è la volta di Rocco e i suoi fratelli, con il recupero di due scene censurate all’epoca dell’uscita, tra cui quella dello stupro di Nadia, con il volto di Annie Girardot.

Come si restaura un film

Ogni anno dal laboratorio L’Immagine Ritrovata escono come nuovi una settantina di film. Spesso si tratta di pellicole consumate dal tempo, graffiate, scolorite o danneggiate dalla cattiva conservazione. Il recupero avviene in quattro fasi: 
1) Le copie dei film vanno scovate in archivi e cineteche di vari Paesi, e quando manca una versione completa, l’opera viene ricostruita unendo frammenti di copie diverse. Per ultimare il restauro della Febbre dell’oro di Chaplin è stato necessario recuperare pelicole dalla divisione giapponese della United Artists, dall’archivio tedesco Bundesarchiv, dal British Film Institute di Londra, dal MoMA, dalla George Eastman House di New York, dalla Blackhawk Collection conservata presso l’UCLA inCaliforniafino alla Filmoteca de Catalunya in Spagna. 
2) La pellicola viene pulita e riparata per eliminare polvere, muffe e residui chimici. In questi laboratori, che assomigliano a cliniche, operatori in camice bianco lavorano fotogramma per fotogramma utilizzando colla, pinze, nastri adesivi e speciali soluzioni liquide. I rulli sono poi inseriti dentro ad una specie di lavatrice che tratta la pellicola con solventi capaci di rimuovere impurità e incrostazioni.
3) Ogni fotogramma viene poi scansionato e digitalizzato per correggere graffi, colore, difetti audio e instabilità dell’immagine, utilizzando computer appositi e un software specifico.
4) Infine, sul file digitale, viene fatta la correzione colore e aggiunta la colonna sonora nel caso si tratti di un film sonoro. In molti casi si realizza anche una nuova copia su pellicola per conservarla anche in formato analogico.

Dipendenti e indotto economico

Il laboratorio da anni restaura anche opere delle più importanti società di produzione cinematografica al mondo, come Warner BrosSony Studiocanal e l’italiana Titanus. Nella sede di Bologna lavorano 66 dipendenti specializzati, a cui si aggiungono 53 impiegati nelle filiali aperte a Hong Kong (2015), Parigi (2016) e nel super attrezzato laboratorio fotochimico della Haghefilm nei Paesi Bassi. Alla realizzazione della rassegna invece lavorano complessivamente oltre 250 persone. Secondo la ricerca The economic impact of film Festival on host cities: The Il Cinema Ritrovato case study del Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università di Bologna, l’indotto diretto generato dalla manifestazione sui settori alberghiero, della ristorazione e dei trasporti, nel 2025 ha raggiunto i 15,6 milioni di euro

L’edizione del 2026

In programma ci sono 540 proiezioni (metà in pellicola e metà in digitale) con capolavori che hanno segnato la storia del cinema, a partire da un omaggio alla filmografia di Luchino Visconti con 10 pellicole restaurate, ma comprende anche titoli meno conosciuti di ogni epoca. La rassegna aprirà sabato 20 giugno in Piazza Maggiore con Aurora di Friedrich Murnau, uno dei capisaldi del cinema muto. Il cartellone poi spazierà dai cortometraggi del 1906 fino alla contemporaneità, con opere censurate come I diavoli di Ken Russell e gli esordi di Akira Kurosawa e Wim Wenders

Il direttore della Cineteca Gian Luca Farinelli è molto orgoglioso di questa creatura che ha contribuito a far crescere: «La grande forza del Cinema Ritrovato sono i giovani, che rappresentano oltre il 50% delle presenze. Questo è possibile anche perché le piattaforme di streaming hanno sdoganato la visione dei film in lingua originale con sottotitoli, che fino a pochi decenni fa veniva considerata qualcosa di elitario. Adesso tutti trasmettono i film che restauriamo. E quando ci sono le proiezioni in Piazza Maggiore, a volte mi metto dietro la cabina e guardo le persone che passano lì per caso. Si fermano, danno un’occhiata allo schermo, e poi rimangono lì. Questa è la magia del cinema».


La maglietta del nonno


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Il cancelliere Merz sguscia alle spalle dei commensali del G7 e porge all’illustre ospite la maglietta della nazionale tedesca. Trump la osserva quasi con sospetto, come se l’avesse appena indossata Zelensky. Vede il suo cognome scritto sulla schiena accanto al 47 (il numero che occupa nella lista dei presidenti americani), ma è evidente che non ha la minima idea del perché quel tizio allampanato gliel’abbia voluta mettere in mano. Conserva un vago ricordo di quando alla Casa Bianca gliene regalò una simile la Juventus, e lui ne approfittò per dare voce alle sue ossessioni: chiese se tra i calciatori c’erano dei clandestini e se con loro giocavano anche le donne.

Di calcio Trump sa meno di nulla – a lui piacciono gli sport dove ci si mena e basta, preferibilmente dentro una gabbia – e forse ha dimenticato che suo nonno era tedesco e si chiamava Trumpf, prima di emigrare a New York e perdere la «f» lungo la traversata. O forse semplicemente gli fa comodo scordarsi di essere nipote di un migrante, e della flaccida Europa per di più. Sta per restituire la maglietta della Germania a Merz, quando il cancelliere gli dice «ma è tua!». Allora capisce di essere dentro una recita e, indossando quel ghigno mellifluo che contrabbanda per un sorriso, la offre in ostensione ai fotografi prima di appallottolarla sul tavolo in attesa che passino a raccoglierla i camerieri. Immagino che per lui intorno a quel tavolo lo siano un po’ tutti. 


Campo largo, vertice dei leader: Renzi escluso diventa un caso


Incontro a pranzo tra Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Rilancio sul programma, due piazze l’8 e il 15 luglio. Il capo 5S: l’alleanza con Iv non è scontata, niente accozzaglie

(di Gabriella Cerami – repubblica.it) – Il patto tra Pd, M5S e Avs viene siglato attorno a un tavolo. È quello di un noto ristorante in zona Campo de’ fiori, «lo ha consigliato Giuseppe Conte», raccontano gli altri tre commensali. E a fine pasto, quando piatti e bicchieri sono stati portati via, ecco il selfie che qualche ora dopo finirà sui social con un inedito post congiunto. La notizia intanto viene anticipata da Repubblica: la segretaria dem Elly Schlein, il leader stellato e i due co-leader di Avs Nicola Fratoianni Angelo Bonelli stanno mettendo a punto due eventi pubblici con i quali chiameranno a raccolta gli italiani per dare il proprio contributo alla creazione di un programma che guardi alle prossime elezioni politiche.

Insomma, il campo largo, senza Matteo Renzi, accelera. Se prima si era parlato di settembre per iniziare a ragionare tutti insieme sulle proposte politiche, adesso la prospettiva è cambiata e per ora si restringe. «Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!», si legge sui social di tutti e quattro i leader in contemporanea. Le date si riferiscono a due eventi in due piazze d’Italia, una al Nord e una al Sud.

Attovagliato non compare il leader di Italia viva e il primo a infierire sull’assenza è Carlo Calenda: «Ma Renzi era sotto il tavolo?». A stretto giro in una video-intervista con Andrea Scanzi, il leader del Movimento 5 Stelle sottolinea che non dà per scontato che ci sia Italia viva in coalizione. «Sicuramente c’è un problema di affidabilità – spiega – non dobbiamo creare un’accozzaglia, un caravanserraglio». E con tutta la diffidenza possibile ricorda: «Noi siamo stati traditi anche da Luigi Di Maio, non solo da Renzi».

Il leader di Italia viva, mentre in molti gli domandano se sia arrabbiato per non essere stato coinvolto, risponde tagliente: «Perché dovrei essere? Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese, ma insufficiente a vincere e insufficiente a governare». Marca la distanza: «Noi siamo un’altra cosa e pensiamo che senza una componente riformista la sinistra non vincerà mai». Su questa linea, ma con toni più concilianti, è il segretario di +Europa Riccardo Magi: «Il tavolo sul programma della coalizione sarà a settembre, mi pare fisiologico che intanto ci siano iniziative comuni tra le forze che su alcuni punti sono meno distanti».

I quattro hanno parlato dell’attualità politica, di una destra che appare sempre più in difficoltà e «proprio per questo noi dobbiamo far vedere che ci siamo, mandare un segnale», spiega Bonelli. Dunque, in piazza con le persone, per avviare un dialogo e iniziare a spiegare cosa si vuole fare, quali priorità indicare per il Paese. Lavoro, salari, sanità, giovani e tutti quei temi su cui Pd, M5S e Avs ha già trovato una convergenza.

«Non partiamo da zero», spiega Conte sottolineando che un percorso «in questa legislatura già è stato fatto» anche se «viene un po’ oscurato dal dibattito contingente, del giorno. In realtà c’è già un percorso di condivisione di punti programmatici». Si procede per tappe. A giugno il Movimento avrà concluso la fase di deliberazione interna sul programma. Luglio sarà il mese delle piazze Pd, M5S e Avs. E a settembre toccherà alla coalizione allargata.


Vannacci c’era anche prima


(di Michele Serra – repubblica.it) – Vannacci non è tra i pericoli più gravi che corre l’umanità. Il sollevamento dei mari avrà conseguenze peggiori. Si capisce, in ogni modo, che la sua avanzata possa turbare gli animi democratici meno avvezzi agli urti dell’epoca. Si consiglia tuttavia di non strapparsi i capelli e strabuzzare gli occhi ogni volta che il fu generale, e la sua folta coorte, ripetono le solite vecchie cose di pessimo gusto che non pochi italiani di destra amano pensare da ben prima che Vannacci le codificasse: precedenti politici, precedenti giornali, precedenti elettori già le hanno dette. Tutto sono, tranne una novità.

Per esempio che gli immigrati minano l’integrità della razza italica e dunque bisogna rimpatriarli (speriamo su treni non piombati) o che gli omosessuali sono ammalati da sottoporre, se gli si vuole un poco di bene, a cure mediche. Purché lo dicano a bassa voce, al dottore, che sono omosessuali, perché non se ne può più di questa ostentazione. Mica organizzano cortei, i reumatici o i cardiopatici o i diabetici.

Sono pensieri che fanno parte del bagaglio culturale, e prima ancora psicologico, di parecchi nostri connazionali. Se ogni volta che li esprimono la sinistra sviene per il raccapriccio, loro sono molto contenti. Perché uno dei tasselli decisivi della loro identità è sentirsi corsari, irriverenti, coraggiosamente anticonformisti, “feccia” come ha detto compiaciuto lo stesso Vannacci in recenti adunate.

Uno dei difetti dei tempi è – a tutti i livelli – non mantenere l’aplomb. Ci si scompone per troppo poco. Vannacci è solo il remake di vecchi film, non ha inventato il razzismo, non l’omofobia, tanto meno il fascismo. C’erano già. Li sta solo riorganizzando un poco meglio (più militarmente) del Salvini o dei fascisti più attempati.

Ps – Aiuta a normalizzare V. la sua crescente somiglianza con Alberto Sordi.


Nuovi mostri: il Renzacci


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Un sondaggio di Lab21 per La Notizia conferma che Renzi fa perdere ai progressisti più voti di quelli che porta: il 51,6% considera Italia viva (parlandone da viva) “respingente” e solo il 24,3 “attrattiva”; e 2 su 3 prevedono che la sua nefasta presenza bloccherebbe alcune battaglie storiche di centrosinistra. “L’addizione politica – spiega il direttore di Lab21 Roberto Baldassari – non equivale all’addizione […]


A pagare sono sempre gli ultimi


Dall’abolizione del Reddito di cittadinanza al no al Salario minimo: la vera guerra questo governo l’ha dichiarata ai poveri

Italian Prime Minister Giorgia Meloni in the Senate chamber during the briefing to Parliament on the government’s activity, in Rome, Italy, 09 April 2026. ANSA/ANGELO CARCONI

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Quando si dice le priorità. A scorrere l’agenda del governo e dei lavori parlamentari, la corsa alla riforma della legge elettorale su misura (delle destre) per le prossime elezioni Politiche sembra diventata la principale urgenza della maggioranza asserragliata nel Palazzo per portare a casa il risultato prima dell’estate. Fuori, però, c’è il Paese reale. Fotografato ieri dai numeri dell’ultimo rapporto della Rete Caritas che nel 2025 ha assistito 282.539 persone (e altrettanti nuclei familiari), un numero mai registrato prima e in crescita dell’1,7% rispetto all’anno precedente.

“La povertà – si legge nel dossier – tende sempre più a perdere il carattere dell’eccezionalità e della temporaneità, assumendo i contorni di una ‘strutturale normalità’…”. E non è tutto. “Non si registrano flessioni rispetto al periodo precedente alla pandemia, a conferma di una povertà che tende a radicarsi e a diventare condizione stabile nella vita di molte famiglie”. Non manca l’emergenza nell’emergenza: il numero degli over 65 che si rivolgono alla Caritas è cresciuto del 191%, a fronte di un aumento complessivo dell’utenza del 48%.

Un quadro desolante che accende un faro sull’intreccio sempre più stretto e drammatico – che sfugge evidentemente tra i velluti dei palazzi del potere – tra povertà economica, invecchiamento, fragilità sanitaria, indebolimento dell’ammortizzatore familiare e isolamento sociale. Senza contare la presenza sempre più diffusa di lavoratori poveri, che rappresentano circa il 31% degli assistiti sia nella fascia 35-44 anni che in quella 45-54. Mentre le famiglie con figli minori a carico continuano a rappresentare il nucleo principale (il 52%) delle domande di aiuto.

Un quadro impietoso che certifica il totale fallimento delle politiche del governo Meloni. Dall’abolizione del Reddito di cittadinanza, depotenziato e rimpiazzato dall’Assegno di inclusione riducendone l’importo e la platea, alla totale chiusura all’introduzione di un Salario minimo legale, a cui è stata preferita la misura farsa del Salario (in)giusto che non disinnesca neppure la vergogna dei contratti pirata. Altro che guerra alla povertà. La guerra questo governo l’ha dichiarata ai poveri.