
(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] La cosa più insopportabile – durante i dibattiti in tv, quando si parla di armi, armi, armi e tu provi a parlare di pace – sono le facce di questi guerrieri delle guerre in corso, questi strateghi del massacro permanente, accomodati sui seggioloni dei loro privilegi, attenti solo a non macchiarsi il vestito e la punta delle penne, con gli schizzi di sangue dei popoli lontani, lontanissimi, imprigionati dalla geopolitica e dal destino. Ti guardano, gonfiano le gote, soffiano un po’ di insofferenza, ti dicono: “Ehh, le guerre! Figuriamoci. Stai ad ascoltare il papa che dice: produciamo più armi che cibo. Ah, che banalità! Ah, che beata ingenuità!”.
[…]Le facce dei saputi, a quel punto, si allargano in un piccolo sorriso, contente come sono delle loro adulte convinzioni, dunque maturi, intelligenti, riflessivi. Tu invece idealista, sciocco, sognatore. Maneggiano le complessità, loro. Mica come te che la fai facile. Laddove le complessità non sono i morti ammazzati, il dolore, le devastazioni, ma sono i piani e i contro-piani degli stati maggiori, i soldi da investire, quelli da guadagnare, le alleanze da tutelare, i fronti da distruggere, le macerie da moltiplicare per potere, un bel giorno, ricostruire. Magari un resort sopra i 75mila cadaveri di Gaza.
A parte i generali che scannano di mestiere – e se ne vantano – i guerrieri di penna e di governo non hanno mai visto un corpo squartato dalle schegge, un campo profughi devastato dalla dissenteria, i bambini accartocciati dalla sete.
Il copione è sempre identico: il pacifista non viene confutato, viene deriso, che è esattamente la strategia di tutte le propagande al servizio dei governi, di chi li ispira, di chi li finanzia. E naturalmente dei fomentatori che neanche sanno di essere burattini immersi nell’inchiostro dei burattinai.
[…] Li vedi e li senti discutere di missili e di droni come si discuterebbe di derivati finanziari. Parlano di “teatri operativi”, “proiezioni strategiche”, “deterrenza”, “danni collaterali”. Un lessico igienizzato. Sterilizzato.
Quando li intralci con quella parola sconveniente, “pace”, allora ecco che compare la faccia e il sopracciglio, lo sbuffo, il sorriso. Si sentono avanguardisti in marcia. Considerano il papa un fesso e Trump un dritto con gli stivali, anche se fanno finta di detestarlo perché sputazza quando parla. E in suo onore pronunciano la frase più stupida del dibattito pubblico: “Ehh… le guerre sono più complesse di come le vedi tu”.
Ma certo. I morti sono semplici. Gli affari sono complessi. I profughi sono semplici. Le commesse militari sono complesse. La fame è semplice. Le alleanze strategiche sono complesse. La distruzione è semplice. La ricostruzione, con relativi appalti, è complessa.
Adepti del danno – alcuni di loro con l’allegro birignao delle bretelle colorate – ti spiegano perché è sempre inevitabile la guerra. Sempre necessaria. Sempre penultima, fino alla prossima. Oggi siamo a quota sessanta guerre nel mondo, domani vedremo.
[…] Guai a spiegare che le guerre nascono semplicissime dalle disuguaglianze del pianeta. Dalle rapine coloniali. Dall’imperialismo. Dall’umiliazione dei popoli. Dalla concentrazione delle ricchezze. Dalla fame trasformata in rabbia e dalla rabbia trasformata in eserciti. Dal fatto che sfruttando i poveri del mondo abbiamo avvelenato i mari e la terra e ora pretendiamo che siano i poveri del mondo a pagarne le conseguenze. Ma quando mai? Chi lo sostiene, ti dicono, è vittima del complesso di colpa dell’Occidente. Il quale fa benissimo a spendere 3mila miliardi di dollari l’anno in armamenti, altro che fame e malattie.
L’avete capito o no? Papa Leone è un bimbo. Il cardinale Zuppi un utopista. I pacifisti degli illusi. I furbi a lento rilascio sono loro: dovesse anche cascargli un palazzo in testa, ne uscirebbero allegri, soddisfatti, anche se non indenni.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Pensate che bella campagna elettorale per il fronte progressista se dicesse agli elettori, acquisiti e da conquistare: “Questa volta si cambia tutto. Prima di votare conoscerete il programma, il candidato premier e una rosa di nomi per la squadra di governo. Ma soprattutto saprete che terremo fuori i voltagabbana, i traditori, i ricattatori, gli scissionisti che usano i partiti come taxi per agguantare un seggio […]
Con le sue basse spese per la difesa e il surplus commerciale con gli Stati Uniti, l’Italia era destinata a scontrarsi con Trump. Questa disputa potrebbe ora favorire le speranze di rielezione di Meloni.

(Hannah Roberts – politico.eu) -ROMA — L’agenda “America First” del presidente statunitense Donald Trump era destinata a scontrarsi con la prima ministra italiana Giorgia Meloni.
Sebbene la Meloni, esponente della destra transatlantica, avesse per anni sfruttato l’idea di essere la più naturale alleata europea di Trump e di poter fungere da intermediaria per i suoi rapporti con l’UE, l’Italia non aveva modo di evitare la lista nera del MAGA.
Meloni era in sintonia con Trump su temi come la migrazione e la guerra culturale, ma era solo questione di tempo prima che i sostenitori di MAGA protestassero contro le basse spese per la difesa dell’Italia e il suo consistente surplus commerciale con gli Stati Uniti.
In realtà, l’Italia era proprio il tipo di Paese di cui Trump si lamenta abitualmente, accusandolo di approfittarsi delle garanzie di sicurezza statunitensi. “Data la radicale divergenza di interessi tra Stati Uniti ed Europa, uno scontro era inevitabile”, ha affermato Daniele Albertazzi, professore all’Università del Surrey e autore di diversi libri sull’estrema destra europea.
Sebbene lo scontro fosse nell’aria, non era chiaro come Meloni avrebbe reagito. A differenza della maggior parte dei leader mondiali che hanno ignorato le offese personali di Trump, l’agguerrito premier italiano ha infine compiuto il passo insolito di inasprire la disputa, attaccando duramente il leader americano per aver leso la dignità nazionale dell’Italia.
Dopo che venerdì Trump ha deriso Meloni per avergli presumibilmente “implorato” di farsi fotografare durante un recente incontro dei Paesi del G7, e l’ha accusata di sfruttare la loro amicizia per ottenere vantaggi politici interni, lei ha replicato affermando che Trump si era inventato l’episodio e che la sua popolarità stava risentendo proprio della loro amicizia.
L’intensità della sua risposta è stata attentamente calibrata politicamente in un Paese dove Trump è ampiamente detestato e dove Meloni dovrà affrontare la rielezione il prossimo anno. Un sondaggio Ipsos di maggio ha rilevato che il 77% degli italiani ha un’opinione negativa di Trump .
I suoi partner di coalizione nel partito di centrodestra Forza Italia l’hanno appoggiata, riconoscendo la logica politica ineccepibile di opporsi a Trump.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, leader di Forza Italia, ha definito le parole di Trump “gravi e offensive” e ha annullato un viaggio negli Stati Uniti previsto per l’inizio di questa settimana.
Ciò non significa che Meloni sia al riparo dalle critiche. Il Partito Democratico, di centrosinistra all’opposizione, ha affermato che si sbagliava a pensare di poter mai imbrigliare Trump.
Per Lia Quartapelle, portavoce per gli affari esteri del Partito Democratico, la disputa ha messo in luce la follia di fare affidamento su un rapporto privilegiato con una Washington imprevedibile che “usa la nostra dipendenza dagli Stati Uniti come arma contro di noi”.
L’episodio dovrebbe spingere Meloni a investire maggiormente nelle alleanze europee, ha aggiunto. Il leader italiano “non ha capito che Trump non ha alleati; pensa al mondo come a un luogo di grandi potenze e dei loro sudditi”.
Quartapelle ha proseguito affermando che lo scontro ha segnalato un cambiamento più ampio nei rapporti tra la destra italiana e il movimento MAGA, che ora potrebbe guardare a figure “molto pericolose” come il generale di estrema destra Roberto Vannacci come a un alleato più naturale.
Dopo la rielezione di Trump, Meloni ha coltivato i legami con la Casa Bianca ed è stato presentato come un ponte tra Washington e Bruxelles.
La guerra con l’Iran ha cambiato quell’atmosfera musicale.
La decisione di Trump, presa a febbraio, di avviare un’azione militare contro Teheran si è rivelata profondamente impopolare in Italia, dove gli elettori erano preoccupati per l’aumento dei prezzi dell’energia e per il rischio di un conflitto più ampio, rendendo la presunta vicinanza di Meloni alla Casa Bianca “un enorme svantaggio”, ha affermato Albertazzi.
L’attacco di Trump è arrivato dopo che la Meloni aveva già iniziato a prendere le distanze da Washington , negando l’accesso alle basi italiane ai bombardieri statunitensi.
Dal punto di vista dei sostenitori di Trump, i problemi vanno ben oltre il surplus commerciale dell’Italia.
Ben Harnwell, responsabile della sezione internazionale del programma televisivo War Room di Steve Bannon, ha affermato che la Casa Bianca era sempre più infastidita dagli sforzi di Meloni di presentarsi come intermediaria tra Washington e l’Europa.
“Ciò che ha davvero infastidito chi sta intorno al presidente è stato il fatto che lei si presentasse come un ponte tra gli Stati Uniti e l’Europa”, ha detto Harnwell. Trump “non ha bisogno di un interlocutore. Può telefonare a chiunque conti, senza l’aiuto di Giorgia Meloni”.
Harnwell ha affermato che le posizioni di Meloni sulla spesa per la difesa e la sua difesa di Papa Leone XIV – un altro degli avversari di Trump – sarebbero state notate anche negli ambienti MAGA. L’attacco pubblico di Trump, ha sostenuto, aveva lo scopo di mandare un messaggio.
Parlando a un’emittente televisiva italiana, “Trump voleva chiaramente umiliarla di fronte al suo stesso popolo”, ha affermato.
L’attacco era troppo umiliante per essere ignorato, ha detto Albertazzi. “Doveva reagire perché penso che il prezzo politico [del non reagire] sarebbe stato troppo alto”. Trump l’aveva trattata “come una frivola, come una fan. In quanto nazionalista, ha bisogno di preservare l’immagine di una persona dignitosa e forte”.
Tuttavia, Harnwell ha messo in guardia dal interpretare la disputa come una rottura definitiva.
“Trump non porta rancore”, ha detto. “Puoi litigare con lui e poi tornare a sostenerlo, purché tu riconosca che è lui il capo.”
Ciò nonostante, ha suggerito che l’importanza dell’Italia all’interno della Casa Bianca non dovrebbe essere sopravvalutata.
“Alla Casa Bianca non pensano molto all’Italia, né a nessun altro Paese al di fuori degli Stati Uniti”, ha affermato. “Se il primo ministro di una potenza europea di medio livello non risponde alle sue chiamate, se la caverà lo stesso.”
Nonostante i potenziali vantaggi elettorali che un acceso scontro con Trump potrebbe offrire a Meloni, Roma non mostra segnali concreti di voler abbandonare il suo più ampio allineamento strategico con Washington.
Nonostante abbia annullato il viaggio in America previsto per questa settimana, Tajani ha insistito sul fatto che parteciperà comunque alla festa per il 250° anniversario degli Stati Uniti, che si terrà a Roma il 4 luglio e che riveste grande importanza per Trump.
Claudio Borghi, senatore della Lega, partito di estrema destra nella coalizione di governo di Meloni, ha sostenuto che Roma avrebbe dovuto allinearsi maggiormente agli obiettivi di Trump per l’Europa fin dall’inizio, ad esempio perseguendo negoziati bilaterali sui dazi doganali con Washington anziché agire tramite Bruxelles.
Ha consigliato al governo di “fare ogni sforzo, a partire da oggi, per superare diplomaticamente questa spiacevole situazione”.
Leo Goretti, politologo e vicedecano della Rome Business School, ha affermato che, al di là della retorica pubblica, l’Italia continua a dipendere dall’alleanza transatlantica come non mai.
«La dura reazione iniziale di Meloni non intacca la politica italiana, che continua a cercare di preservare il rapporto transatlantico», ha affermato.
“Il governo ha cercato di mostrarsi duro, ma si è reso conto di non poterlo fare.”
(dagospia.com) – Non esiste alcun Golden Power al mondo che possa fermare la nuova ideologia del 21esimo secolo: la tecnologia.
L’accelerazione vertiginosa delle innovazioni digitali sta cambiando la nostra vita esattamente come è avvenuto nell’’800 e nel ‘900.
L’invenzione del treno fu un grande sovvertimento, l’arrivo della macchina fu una grande rivoluzione; adesso che dalla innovazioni digitali siamo entrati nell’era dell’Intelligenza Artificiale, ci saranno da affrontare effetti ben superiori a quelli che la nostra immaginazione può tentare di descrivere.
Nei prossimi vent’anni il mondo cambierà più di quanto sia cambiato negli ultimi 300 perché l’adozione delle nuove tecnologie è sempre più rapida.
Ce lo insegna la storia: ci sono voluti 45 anni dalla sua invenzione perché l’elettricità raggiungesse il 25% delle persone, 35 anni per il microonde, 28 per la tv, 15 per il computer, 7 per il telefono cellulare, 5 per Internet. Oggi tutto sta accadendo simultaneamente. Come dice Yoda in “Star Wars”: “Impossibile da vedere, il futuro è”. Ok, ma quale sarà il nostro futuro?
E quando il governo tedesco si oppone alla vendita della sua quota (12,7%) di Commerzbank, che è del tutto irrilevante per Unicredit non essendo il delisting l’obiettivo della sua operazione, è costretto a farlo perché è ben conscio delle conseguenze dell’integrazione tra le due banche: si parla di 25 mila esuberi. E non a caso i sindacati del secondo istituto tedesco rappresentano il maggior e il più irriducibile ostacolo dell’operazione.
Se da una parte la grande capacità di investimento del settore finanziario ha fatto da apripista alla innovazione tecnologica, integrando prima degli altri l’Intelligenza Artificiale, sull’altro piatto della bilancia gravano le conseguenze di un mercato ad altissima automazione.
In un contesto di drammatica crisi economica e politica, con il cancelliere Merz impopolare e i post-nazisti di Afd che avanzano nei sondaggi, licenziare o pre-pensionare migliaia di dipendenti sarebbe non solo il chiodo nella bara di un esecutivo già in coma farmacologico, ma creerebbe problemi inimmaginabili di gestione sociale.
Le nozze Unicredit-Commerzbank rappresentano dunque molto più di una semplice acquisizione bancaria.
Del resto, basta sbirciare le cronache degli scorsi mesi per constatare come la riduzione del personale è un trend generalizzato nel sistema bancario europeo, come conseguenza della digitalizzazione, dell’home banking e del ridimensionamento delle filiali.
La banca inglese Standard Chartered ha annunciato che taglierà oltre 7.000 posti in quattro anni, citando l’AI tra i fattori per sostituire “capitale umano di minor valore” con tecnologia.
L’istituto DBS Group, di Singapore, ha invece annunciato il taglio di circa 4.000 ruoli temporanei e a contratto in tre anni, pari a circa il 10% della forza lavoro, mentre prevede circa 1.000 nuovi posti legati all’AI.
L’americana Citi ha invece annunciato un piano di riduzione ben più pesante, da 20.000 posti entro l’anno, in un più generale piano di ristrutturazione, riduzione costi e turnaround.
L’italiana Intesa Sanpaolo, baluardo della “banca di sistema”, che da statuto rivendica tra i valori dell’azienda “il rispetto della persona umana, l’inclusione e la solidarietà sociale”, ha annunciato 9.000 uscite entro il 2027, di cui 7.000 in Italia.
In un contesto di progressiva digitalizzazione e integrazione con l’IA, l’accordo prevede anche 3.500 assunzioni di giovani entro il 2028 e risparmi attesi sui costi del personale.
L’OPAS lanciata da Intesa su MPS prevede complessivamente 6.800 uscite volontarie, che saranno compensate da altrettante nuove assunzioni di giovani entro il 2029.
Goldman Sachs nel 2023 calcolava che l’AI generativa potrebbe automatizzare l’equivalente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Nel 2025, Amazon da sola ha tagliato oltre 30.000 posizioni sostituendole con sistemi AI per la gestione di magazzini e customer service.
Ma i dati più allarmanti riguardano la disuguaglianza. Secondo la Federal Reserve, nel 2025 l’1% più ricco degli americani detiene il 32% della ricchezza nazionale, una concentrazione che non si vedeva dall’età dorata dei baroni rapinatori di fine Ottocento.
I colossi della tecnologia hanno impresso al mondo un’accelerazione incontrollabile, ma non si sono preoccupati delle conseguenze: inevitabilmente, si creeranno folle di disoccupati, e nessuno crede all’utopia di fornire a tutti un reddito universale, garantito dalla ricchezza in eccesso prodotta dall’intelligenza artificiale.
Anche se succedesse, infatti, che succederà alle sinapsi di milioni di persone improvvisamente annoiate, costrette a casa con i familiari, senza avere nulla da fare?
Nel 2017, il documentarista britannico Jamie Bartlett per la BBC realizzò “The Secrets of Silicon Valley”, penetrando dietro le quinte del mondo tech californiano.
Una delle testimonianze più inquietanti venne da “Antonio”, pseudonimo di un imprenditore della Bay Area, che delineò uno scenario da incubo: entro trent’anni, stimava, metà della forza lavoro mondiale sarà sostituita da robot e software intelligenti.
Le sue catastrofiche previsioni: scioperi massivi che si diffondono da un settore all’altro, unendosi in un fronte comune di resistenza; persone letteralmente “spinte in strada” dalla disperazione economica; e negli Stati Uniti – dove le armi da fuoco sono ubique – una rivolta armata inevitabile. È in quegli anni che i para-guru della Silicon Valley, guidati dal solito Peter Thiel, hanno iniziato a costruirsi bunker di lusso, terrorizzati dalle possibili rivolte sociali.
E se negli Stati Uniti, dove anche il cittadino dell’ultimo paesino ha una pistola in casa, la rivolta armata è lo scenario più probabile, nella vecchia e decadente Europa? A soffiare sulla rabbia delle persone, come sempre, è la politica, come dimostra la storia.
La Germania di oggi non è certo la Weimar degli anni ’20, devastata e umiliata economicamente dalla prima guerra mondiale e dal Patto di Versailles. Ma cosa succederà quando i disoccupati si moltiplicheranno, i pensionati pure, e dei lavoratori per sostenere lo stato sociale resteranno solo quelli a bassa produttività, ma fondamentali, come colf, muratori, camerieri, idraulici, elettricisti? Chi pagherà per gli ospedali, le scuole, i servizi, le strade?
In un mondo di insoddisfazione, povertà e diseguaglianze, a chi rivolgeranno le loro speranze? Se un secolo fa, c’era Adolf Hiler, oggi a raccogliere il malcontento sono pronti i suoi “eredi” amorali di Afd. (Ecco perché Friedrich Merz si è intignato su Unicredit-Commerbank).
Un’alternativa a un mondo post-umano l’ha tratteggiata Papa Leone XIV nella sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas”, dedicata alla custodia della persona nel tempo dell’intelligenza artificiale: non il rifiuto della tecnologia, ma la sua integrazione in un ordine morale e sociale.
Si può fare in modo che l’IA diventi uno strumento al servizio dell’uomo, della dignità, del bene comune. Un’IA al servizio di una nuova società, che non concentri ricchezza e potere in poche mani, lasciando agli altri solo sussidi e frustrazione, ma venga messa a disposizione di tutti. In pratica, governare l’innovazione prima che l’innovazione governi noi.

(primaonline.it) – “Tutte le riforme fatte non sono servite a nulla, se non a essere dannose, soprattutto in termini di rallentamento dell’acquisizione della prova”. Lo ha detto il procuratore di Napoli Nicola Gratteri intervenuto all’ultima serata della quindicesima edizione di “Trame”, il Festival dei libri sulle mafie, per presentare i libri scritti con Antonio Nicaso “Cartelli di sangue” e “Come radici. Una storia sulle seconde possibilità”.
Alla domanda su una sua possibile discesa in politica, Gratteri ha risposto: “Io penso di no”. E ha aggiunto: “Ho una storia di coerenza di vita. Nella mia testa sono stato sempre all’opposizione. Sono il felice procuratore di Napoli”.
[…] “Le mafie – ha detto – anche se non uccidono, sono pericolose, perché con i milioni di euro del provento della cocaina comprano attività commerciali, drogano il mercato, comprano pezzi di giornale, comprano pezzi di televisione. Se compro l’informazione è un’involuzione democratica, e voi non saprete quello che accade nel mondo e quello che accade sul vostro territorio”.
“Le mafie – ha aggiunto ripreso da Ansa – hanno bisogno di un incontro, di abbracci con l’uomo delle istituzioni. In tanti anni è cambiata la percezione della giustizia. Adesso quando qualcuno riceve un avviso di garanzia fa la diretta Facebook, e dice: ho ricevuto adesso un avviso di garanzia. Si fa il processo, legge il capo di imputazione e spiega per quale motivo il procuratore ha sbagliato. Si tende sempre a parlare di persecuzione. Ormai non si processano più le persone in aula, si processano in televisione”.
Parlando del traffico di armi, Gratteri ha rilevato che “quando finirà la guerra Ucraina-Russia le nostre mafie andranno lì a fare shopping, a comprare armi, a comprare esplosivo a prezzi da saldo. Le mafie oggi utilizzano il dark web, utilizzano l’intelligenza artificiale per decidere quale rotta far fare alla nave e per avere meno probabilità di essere intercettati”.
Roma, 23 giu. (LaPresse) – La fotografia tra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni “ha rappresentato un nucleo solido, che combatte e definisce insieme i contenuti. E’ stato un passo importante nel tragitto, nella via che ci porta alle elezione.
Naturalmente oltre a quella fotografia occorre allargare ancora, e questo lo ha ribadito anche la segretaria.
Occorre che chi si aggiunge a quella fotografia non trovi un menù già tutto predisposto, ma possa contribuire e determinare nuovi pietanze e nuovi sapori”. Così Goffredo Bettini, intervenendo alla direzione Pd. “Tutti hanno assodato che occorre un’area riformista che si aggiunga.
Su quest’area ci sono commenti, strategia, forse per eliminare qualcuno, forse Renzi. Io penso che siano tutte falsità e che nel passato queste falsità hanno fatto male al campo progressista. Siccome sono stato chiamato in causa, voglio chiarire: Renzi sta nel centrosinistra”, ha aggiunto.
Bettini, Renzi parte c.sinistra, no strategie per escluderlo
(AGI) – “E’ stato un passo importante nella via che ci porta alle elezioni politiche. Naturalmente, oltre quella fotografia, occorre allargare e ancora allargare. E poi occorre chi si aggiunge a quella fotografia possa contribuire a determinare nuove pietanze e anche nuovi sapori. Ormai tutti sono concordi sul fatto che ci vuole un’area riformista che si aggiunga alla sinistra e al Movimento Cinque Stelle. Su quest’area vengono pero’ mandate in giro ricostruzioni velenose, sulla stampa e sui giornali”.
Lo ha detto Goffredo Bettini intervenendo alla direzione nazionale del Pd. “Strategie per eliminare la presenza di Renzi; oppure che pezzi di centro si alleano con uno o l’altro leader per farlo prevalere. Io penso che siano tutte falsita’, e che nel passato qualche falsita’ ha fatto molto male al campo progressista. Siccome sono stato chiamato in causa voglio chiarire: Renzi, per me, sta nel centrosinistra perche’ sta combattendo e combatte da tempo con efficacia contro il governo Meloni. E perche’ Renzi ha detto di volere stare in questo campo”, ha aggiunto Bettini

“La maggioranza pubblicamente dice che vuole un confronto ma non è realmente così: io sono in commissione e vi posso dire che il dibattito è limitato a soli tre minuti, abbiamo chiesto più tempo perché ci sono molte cose da discutere ma loro non vogliono arrivare al voto sulle preferenze. Vorremmo un confronto franco sulle preferenze che la maggioranza non vuole”. Così Carmela Auriemma, vicepresidente del gruppo M5s alla Camera e componente della commissione Affari Costituzionali al termine della riunione della conferenza dei capigruppo di Montecitorio sulla legge elettorale.
Ufficio stampa
On. Carmela Auriemma
Vicepresidente Vicaria del Gruppo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati
Coordinatrice M5S Provincia di Napoli

(di Donato Paolo Mancini e Alessandra Migliaccio – bloomberg.com) – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sta valutando la possibilità di tenere le prossime elezioni politiche italiane già ad aprile, con mesi di anticipo rispetto alla scadenza legale prevista prima della fine del 2027, secondo persone a conoscenza della questione.
Meloni teme che il suo indice di gradimento possa diminuire quanto più a lungo aspetterà, hanno detto le persone, che hanno parlato a condizione di anonimato. È inoltre preoccupata che un’elezione tardiva lascerebbe al prossimo governo poco tempo per approvare una nuova legge di bilancio, che deve essere varata entro la fine dell’anno.
Secondo le stesse fonti, Meloni ha condiviso questa idea — una delle diverse opzioni allo studio — con l’ufficio del presidente Sergio Mattarella, che sovrintende allo scioglimento del Parlamento e indice le nuove elezioni.
Meloni è sotto pressione da marzo, quando ha perso un referendum sulla riforma della giustizia, evento che ha provocato l’estromissione di tre suoi funzionari. Da allora, il partito di estrema destra Futuro Nazionale ha guadagnato consensi nei sondaggi e ha accusato la presidente del Consiglio di essere troppo centrista.
Futuro Nazionale è stato l’unico partito in crescita in una recente media dei sondaggi realizzata da Agi/Youtrend. Nel frattempo, la coalizione di centrosinistra risultava leggermente in vantaggio rispetto allo schieramento di centrodestra guidato da Meloni, con il 44,6% contro il 43,8%.
Meloni è reduce da un inedito scontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in occasione di un recente vertice del Gruppo dei Sette. Sebbene la frattura possa alla fine giocare a suo favore, l’equilibrismo politico che porta avanti dal ritorno di Trump alla Casa Bianca lo scorso anno si è rivelato costoso sia sul piano interno sia su quello internazionale.
La guerra con l’Iran e le tensioni commerciali globali provocate dagli Stati Uniti hanno danneggiato l’Italia, la terza economia europea per dimensioni. Il deficit di bilancio del Paese nel 2025 è stato più ampio di quanto inizialmente sperato e superiore al limite del 3% fissato dall’Unione europea, costringendo i funzionari a ridurre le previsioni di crescita. Anche il debito resta ben al di sopra del 130% della produzione economica.
Ciò significa meno risorse per le iniziative volte a mantenere soddisfatti gli elettori di Meloni, comprese ulteriori riduzioni fiscali e aiuti alle famiglie alle prese con bollette energetiche elevate. Finora Meloni è riuscita a mantenere i conti pubblici più o meno in linea con le aspettative. Ma in futuro questo potrebbe diventare più difficile.
Inoltre, il Parlamento italiano dovrebbe iniziare a discutere una legge per riformare il sistema elettorale del Paese già a partire da questa settimana. Le modifiche proposte renderebbero il sistema italiano interamente proporzionale e assegnerebbero un ampio premio di seggi alla coalizione che ottenga più del 42% dei voti.
Il governo Meloni è destinato a diventare, più avanti quest’estate, il più longevo dell’Italia dal secondo dopoguerra.
(di Giorgio Pogliotti – ilsole24ore.com) – Quasi la metà dei lavoratori occupati nei settori del terziario (il 47,51% per la precisione) – ovvero commercio, servizi e turismo- sono lavoratori poveri: percepiscono una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia di povertà salariale (pari al 60% della retribuzione mediana), che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno. Nel Mezzogiorno oltre 3 lavoratori del terziario su 5 sono considerati working poor.
Lo rileva il Focus sul lavoro povero della Filcams Cgil che mette sotto la lente il settore che da anni è il motore del mercato del lavoro, visto che la gran parte delle assunzioni riguardano proprio questo comparto, trainato da servizi a basso valore aggiunto nel turismo, negli alloggi e nella ristorazione, All’interno del macrosettore emerge un’ampia articolazione: la situazione peggiore si registra nel turismo dove il 71,22% resta sotto la soglia di povertà, percentuale che al Sud e nelle Isole interessa quattro lavoratori su cinque.
La ricerca è stata condotta su un campione di circa 6,3 milioni di persone (il 96% del totale), per le quali si dispone delle informazioni necessarie alla ricostruzione della distribuzione dei redditi da lavoro dipendente. […]
Considerando chi ha almeno una settimana lavorata per tutti i settori del terziario oggetto dell’indagine, la percentuale di dipendenti sotto la soglia di povertà è del 47,51%, con forti differenze legate al sesso (maschi 40,92% – femmine 52,93%) e all’area geografica (Nord-Ovest 38,48%, Nord-Est 43,63%, Centro 47,53%, Sud e Isole 61,47%). […]
Nel settore del Commercio, tra chi ha lavorato almeno una settimana, l’incidenza complessiva del lavoro povero è pari al 31,16%. Si confermano un marcato divario di genere (25,33% uomini; 36,60% donne) e territoriale, con valori pari al 22,39% nel Nord-Ovest, al 25,48% nel Nord-Est, al 31,29% nel Centro e fino a toccare il 48,52% nel Sud e nelle Isole.
Nel campionedei dipendenti con almeno 12 settimane lavorate nel settore del Commercio, l’incidenza del lavoro povero è pari al 26,89% (20,40% uomini; 33,05% donne), con un divario di genere di 12,65 punti percentuali. A livello territoriale, l’incidenza è più contenuta nel Nord-Ovest (18,44%) e nel Nord-Est (20,94%), intermedia nel Centro (27,35%) e tipicamente più elevata nel Sud e nelle Isole (44,64%).
Nel settore del Turismo, alla maggiore diffusione di rapporti di lavoro di breve durata si associano retribuzioni più basse con una più alta incidenza del lavoro povero. Per chi ha lavorato almeno una settimana, il fenomeno si attesta su valori particolarmente alti, pari al 71,22% (66,72% uomini; 75,32% donne), con un divario di genere di 8,60 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori risultano elevati in tutto il Paese, attestandosi intorno al 66% nel Nord (66,10% Nord-Ovest; 66,44% Nord-Est), al 69,39% nel Centro e raggiungendo l’81,14% nel Sud e nelle Isole.
Tra i lavoratori con almeno 12 settimane lavorate nell’anno, l’incidenza del lavoro povero si attesta al 64,69% (59,00% uomini; 69,94% donne), con un divario di genere pari a 10,94 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori scendono al di sotto del 60% nel Nord (59,57% Nord-Ovest; 58,83% Nord-Est), si collocano al 63,08% nel Centro e raggiungono il 76,20% nel Sud e nelle Isole.

(Tommaso Merlo) – Se gli Stati Uniti abbandonano i sionisti, per Israele è la fine. E per questo molti temono che a Tel Aviv possano ricorrere alla bomba atomica nel disperato tentativo di sopravvivere. Far fuori Trump potrebbe quindi essere controproducente, almeno per il momento. Quel vecchio demente cambia idea ogni cinque minuti e potrebbe rimangiarsi ancora tutto e fare dietrofront. Speranze sensate, l’altro giorno Trump ha minacciato di morte i negoziatori iraniani impegnati in Svizzera. Ma c’è di più. I sionisti quel celebroleso lo hanno ricoperto d’oro e prima di gettarlo nel cassonetto, lo vogliono spremere. Quando gli ricapita come presidente il migliore amico di Epstein col vizietto delle ragazzine. Bisogna poi essere onesti, Trump si è dimostrato un notevole criminale di guerra, davvero ideale per i sionisti. Incapace di provare ogni empatia e privo di ogni moralità, ha sostenuto come nessun altro il genocidio del secolo a Gaza arrivando a partorire l’immondo progetto della Riviera del Sangue Innocente col genero e l’amico palazzinaro. Davvero senza vergogna e cuore, ma non solo. Da come si sono messi i sondaggi, il prossimo inquilino della Casa Bianca potrebbe essere il primo della storia dalla parte dei palestinesi. Roba che i sionisti si ritroverebbero a supplicare la soluzione dei due stati pur di non fare le valige. Trump gli potrebbe quindi servire ancora vivo, almeno per il momento. In modo da lavorarlo ai fianchi. Per aggredire illegalmente l’Iran, il Mossad lo ha infinocchiato con la favoletta della decapitazione dell’Ayatollah e della rivoluzione imminente, per fare il bis gli basta una seratina in compagnia a smangiucchiare popcorn davanti ad un filmino dell’isola degli orrori. Ci stanno provando e Washington è spaccata in due. Anche quella sionista. Falchi da una parte, colombe dall’altra. Per la prima volta nella storia l’impero americano si è ritrovato davanti un nemico all’altezza che ha raso al suolo le basi americani nel Golfo, punito i paesi arabi complici e bombardato duramente Israele come mai nessuno prima. Miliardi andati in fumo insieme alle illusioni egemoniche degli aggressori, ma non solo. Per la prima volta una guerra lontana ha colpito repentinamente l’americano medio che si è ritrovato a bestemmiare contro Trump alla cassa del supermercato e a quella del benzinaio. Milioni di americani che non sanno neanche dove sia Teheran, ma che hanno il portafoglio al posto del cervello e stanno capendo la minchiata epocale che hanno combinato votando quel vecchio demente. Roba che al posto dei ring ottagonali, sul prato della Casa Bianca ci piazzano una ghigliottina per lui e tutto il suo clan. Lo Stretto di Hormuz è l’unica vera bomba atomica dell’Iran e detonando ha costretto Trump alla resa. Inaspettata, spiazzante. Al punto che Washington è spaccata mentre le meningi narcisistiche di Trump in pappa. I falchi vogliono sfruttare i 60 giorni delle trattative per leccarsi le ferite e tentare almeno la presa militare dello Stretto per liberarsi dalla morsa e ricominciare a perseguitare l’Iran con sanzioni e attacchi terroristici fino alla resa. Ma molti esperti militari ritengono che coi mezzi attuali, gli Stati Uniti non hanno opzioni. Sono al verde, a corto di munizioni e senza armi decisive per fare breccia nel montagnoso fortino iraniano. Per gli esperti economici invece, se la chiusura dello Stretto continuasse anche solo un paio di mesi, gli Stati Uniti rischiano tracolli finanziari e licenziamenti di massa per una guerra impopolarissima per conto di un paesello mediorientale odiato dai più e questo solo perché una manciata di miliardari sionisti ha corrotto i loro politicanti. Roba da ghigliottina ma anche assalto alla Bastiglia agitando le forche. Le colombe vogliono quindi che per la prima volta in decenni, la Casa Bianca metta prima gli interessi americani rispetto a quelli israeliani e firmi un trattato di pace serio con l’Iran. Un paese derubato, infangato e perseguitano per decenni solo perché refrattario ai deliri egemonici occidentali e soprattutto schierato dalla parte del popolo palestinese. Il suo vero peccato mortale. Un trattato di pace che per i sionisti significherebbe una sconfitta strategica devastante al punto da far vacillare tutto il progetto coloniale. Perché non solo l’Iran s’imporrebbe come unica potenza egemone nella regione ma la causa palestinese invece di finire sotto le macerie, tornerebbe al centro della storia e pure in modo veritiero. Una sconfitta militare ma soprattutto politica davvero devastante. Ma meglio restare prudenti. I fanatici vanno a sbattere piuttosto che guardarsi allo specchio. I sionisti vogliono continuare a massacrare e cacciare palestinesi in nome della Grande Israele con o senza americani, ma è anche vero che nessun paesello può sopravvivere calpestando leggi ed istituzioni internazionali e malvisto e boicottato dall’umanità intera. Israele rischia la fine anche solo per implosione e a quel punto ha due alternative. Disinfestarsi dal sionismo e ricominciare mettendosi a negoziare da paese civile coi palestinesi aprendo una nuova era di pace e diritti umani, oppure intestardirsi anche al punto da ricorrere alla bomba atomica.
Iniziata come una mobilitazione ambientalista, la protesta è diventata il contenitore di un malcontento ben più ampio

(di Niccolò Di Francesco – tpi.it) – La cosiddetta Rivoluzione dei fenicotteri non è più soltanto una protesta contro la costruzione di un resort di lusso. La mobilitazione, che da oltre venti giorni attraversa l’Albania, è presto diventata il contenitore di un malcontento ben più ampio. Tutto è nato come una protesta ambientalista contro la realizzazione di un gigantesco resort nell’area protetta della laguna di Zvërnec e della riserva di Vjosa-Narta, nei pressi di Valona. L’area ospita una delle più importanti colonie di fenicotteri rosa dei Balcani, da cui deriva il nome della protesta. La scintilla è stata l’avvio dei lavori per un complesso extralusso legato a investitori internazionali, tra cui società riconducibili a Ivanka Trump e Jared Kushner, rispettivamente figlia e genero del presidente degli Stati Uniti.
Con il passare dei giorni, tuttavia, la mobilitazione ha assunto una portata più ampia, trasformandosi in una contestazione contro la corruzione, la gestione del governo del premier Edi Rama e quello che molti manifestanti considerano uno sfruttamento del patrimonio naturale del Paese a vantaggio di interessi privati e stranieri. Molti lavoratori scesi in piazza, interpellati da Il Fatto Quotidiano, hanno raccontato di percepire stipendi compresi tra i 400 e i 500 euro al mese, mentre il costo della vita continua ad aumentare. Ai bassi salari si aggiunge inoltre il problema delle pensioni minime, considerate insufficienti da una parte crescente della popolazione. È anche per questo che la protesta è stata rapidamente abbracciata da fasce molto diverse della società, dai giovani ai pensionati, che ogni giorno si ritrovano nelle strade di Tirana per chiedere le dimissioni di Edi Rama.
Il premier albanese Edi Rama, tuttavia, non cede. “Un governo non si fa piegare dal rumore”, ha dichiarato, sostenendo che l’Albania sia finita al centro di una “guerra ibrida”: “Da 20 giorni l’Albania è nell’occhio di un ciclone digitale. Il mondo si è svegliato solo perché c’era il nome di Kushner e l’ombra del suo suocero, odiato da un’intera armata online”. Le proteste arrivano in un momento particolarmente delicato per il Paese, mentre sono in corso i negoziati per l’ingresso di Tirana nell’Unione Europea e il governo cerca di presentare l’Albania come un partner stabile e affidabile agli occhi di Bruxelles.
L’importanza di un luogo abitato da grandi civiltà tre millenni prima di Cristo e culla dei tre monoteismi abramitici: così la Palestina è fulcro della nostra storia, mediterranea e universale

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] Fu un militare statunitense, il capitano di marina Alfred Mahan, a coniare per primo, nel 1902, l’espressione “Medio Oriente” per un’area in origine avvertita come complementare all’“Estremo Oriente”, che comprende la Cina, il Giappone e il Sud-est asiatico. Ma la sua definizione geoculturale non ha mai cessato di variare nei contenuti ed è stata oggetto di numerose polemiche.
[…] Oggi, la più diffusa accezione tende a distinguerlo dal “Vicino Oriente”, ch’è quel che un tempo si usava definire “Levante”, i paesi della fascia costiera mediterraneo-orientale dai Balcani sino al Golfo della Sirte. Il Vicino Oriente, le coste del quale sono propriamente quelle “levantine” greco-balcaniche, turche e siro-libanesi con le immediate pertinenze israeliana e giordana, comprende a est dell’Egitto la penisola arabica e più ancora verso est e verso nord la Siria; già “mediorientali” possono esser definiti Iraq, vale a dire la storica Mesopotamia, e Iran, a nord-est del quale si estende l’immensa Asia centrale. I confini sono sempre incerti e variabili, culturali più che storici: e di Medio Oriente come prodotto di un immaginario geopolitico ha potuto parlare Hamit Bozarslan, mentre in quanto espressione usata per indicare un’area geografica essa resta mal definibile. Nel mondo arabo si indica con Ash-Sham l’area della “Grande Siria”, inclusa la Palestina, e con Mashriq la zona compresa fra il Mediterraneo e la Persia.
Gli americani considerano tendenzialmente Near East o Middle East tutta la fascia afroasiatica prevalentemente musulmana dal Maghreb all’Afghanistan, mentre in Europa si tende a utilizzare talvolta ancora la cara, vecchia lezione di “Levante” per l’area compresa fra Turchia, Siria-Libano, Emirati Arabi, Israele ed Egitto: non senza tuttavia molte incertezze.
Quella regione è stata oggetto di popolamento e di diffusione di grandi civiltà da almeno tre millenni circa prima del Cristo; ed è la culla dei tre monoteismi abramitici – ebraismo, cristianesimo, Islam – che sia pure in misura diversa si sono poi diffusi e radicati in tutto il mondo. Ciò costituisce la ragione principale per cui tale area è da considerarsi sotto molti aspetti un vero e proprio “centro del mondo”, sede di alcune fra le più note Città Sante e i più venerati santuari del genere umano.
[…] La storia del Vicino-Medio Oriente è pertanto unitaria nei suoi tratti di fondo e caratterizzata da una sua forte continuità, nonostante la mobilità di molte genti che l’hanno popolata e attraversata e altresì le fratture epocali che l’hanno caratterizzata. Fucina di cultura di popoli diversi eppure affini, di stirpe soprattutto ora semitica ora indoeuropea, centro di elaborazione di poteri che si sono immaginati e pretesi universali e luogo di permanenza di culture fieramente gelose della loro specificità, laboratorio d’irradiazione di proposte universalistiche, l’area ha in gran parte determinato per secoli l’assetto delle dinamiche culturali dei tre continenti che su di essa convergono. In effetti, le piste tracciate sulla sabbia e sulla roccia che coprono gran parte di quest’immenso territorio (…) si ordinano da millenni in due linee direttrici, in rispettiva direzione nord-sud dalla costa meridionale del mar Nero e ovest-est dalla costa turco-siro-palestinese e dall’area nilotica fino allo Shatt el-Arab e al Golfo Persico, incontrandosi nell’emporio mercantile damasceno. (…)
Questo libro non è stato affatto pensato per proporsi come un ennesimo titolo sull’attuale crisi di Gaza, che ormai offre un mercato del tutto saturo. Si tratta invece, nelle mie intenzioni, di una riflessione globale sulla centralità della Palestina-Terra santa-Eretz Israel nella nostra storia, mediterranea e universale.
Quanto al sionismo in sé, accanto al riconoscimento del suo successo e del suo diritto alla pacifica vita d’Israele dopo la tragedia della Shoah, è opportuno insistere sui suoi caratteri nazionalistici e colonialistici, in rapporto anche con le ultime tendenze della più aggiornata critica storica israeliana (sebbene ormai esule in Inghilterra: da Ilan Pappé ad Avi Shlaim), tutt’altro che simpatizzante con la linea perseguita da Netanyahu, nonché con la grande opera dell’americano d’origine palestinese Rashid Khalidi (Columbia University), che nell’ultimo quarto di secolo ha contribuito in modo determinante a un chiarimento – che sarà forse considerato in prospettiva definitivo – sui rapporti israelo-palestinesi tra la prima guerra mondiale e l’età odierna.
[…] Ma il parlare di “Vicino” e/o “Medio Oriente”, il ridiscutere il concetto di “Levante”, il confrontare quel che gli antichi romani conobbero come Palaestina e che oggi continua a poter essere definito “Palestina” con quel che ormai da quasi un secolo anche i non ebrei conoscono come Eretz Israel, mentre nel mondo cristiano più o meno la stessa regione viene definita “Terrasanta” (la Terra Sancta della Bibbia latina), implica per forza di cose la necessità di prendere sia pur sinteticamente atto che anche le dinamiche interessanti le aree finitime – anatolica da una parte, iranico-afghano-pakistana dall’altra e arabo-nubiana da un’altra ancora – non sono estranee a questo mondo: il che richiede talvolta, nella nostra specifica sede, una certa elasticità concettuale a detrimento forse di un discorso che si mantenga entro confini geostorici e geoantropologici precisi. La nozione stessa di “confine”, d’altronde, è di per sé in ogni senso ambigua. E ci troviamo quindi, magari implicitamente, a dover fare i conti con le più ampie (correlative e complementari, ma sovente vissute e sentite come concorrenti, se non avversarie) categorie di “Oriente” e di “Occidente”.
[…] Attenendoci alla prima di esse, la stessa complessità del concetto di “Vicino” e/o “Medio Oriente” è tale in una pluralità di sensi (…). Questa terra è madre di gran parte delle culture e delle contraddizioni delle quali vive il genere umano: e del resto, a modo loro e in tempi diversi, anche quelle propriamente originarie dell’India, della Cina, e almeno a partire dal XVI secolo delle Americhe e dell’Oceania, si sono collegate a essa e vivono nella sua scia. (…) Oggi, la partita si gioca tra le potenze regionali emergenti – Turchia, Egitto, Iran: tutti avversari tra loro, sia pur a un diverso grado d’intensità – cui si aggiungono Arabia Saudita ed Emirati Arabi del Golfo, e tutti, nel loro complesso, si vedono impegnati a cercare in qualche modo un’intesa e una convivenza (o a rifiutarle: con le conseguenze del caso) con un paese che per limitata estensione geografica e massa di abitanti è “piccolo”, mentre per potenza nucleare, tecnologica e militare è enorme, ben più che semplicemente regionale, e per giunta titolare di un’arma etico-storico-culturale formidabile, la memoria della Shoah con l’obiettivo ascendente che gliene deriva.
Un gran bel puzzle. E, come si prega Dio di tenerci lontani da tempi storici “troppo interessanti” (i nostri sono tali…), così dovremmo scongiurarlo di non abbandonarci alla tentazione d’impegnarci in giochi “troppo belli”: i giochi sono tanto più belli quanto più sono complicati. Ma la complessità richiede tempo: mentre, com’è noto, “ogni bel gioco dura poco”.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Fidatevi se vi diciamo che Michele Mari è il più bravo scrittore italiano. Vi chiederete: e allora come mai è candidato allo Strega, che in tempi recenti è stato vinto da libri-semolino analgesici e perfettamente conformi al mid-cult, e rischia(va) addirittura di vincerlo? Eh, sono i misteri del bizzarro mondo letterario italiano, per cui un signore che ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali veri capolavori, arriva per una vita secondo o viene ignorato, per poi, a 70 anni, diventare il favorito del maggiore premio nazionale, chissà se per improvvisa agnizione di giurati e Amici della domenica o perché lo spirito santo dell’alea editoriale aleggia sulla sua casa editrice, Einaudi.
[…] In un’intervista sul Fatto del 2013, Mari ci disse: “Non mi insospettisce di essere uno scrittore amato: lo prendo come qualcosa di inevitabile, come parte di un equivoco”. Ecco, l’equivoco si va diradando: il consorzio delle Lettere socialmente ammissibili lo ha quasi espulso dal club in cui lo aveva appena accolto, per la colpa grave di aver (forse) pronunciato una frase offensiva sulla scrittrice Michela Murgia, morta nel 2023, anche lei scrittrice Einaudi.
Mari – critico, traduttore dall’inglese, docente di Letteratura alla Statale – è uno scrittore ossessivo, paradossale, inattuale, asociale, arbitrario, estraneo a qualunque perbenismo. Il suo filtro della realtà è eminentemente letterario: divide il mondo in scrittori bravi (massimamente i nevrotici, posseduti da qualche demone), e scrittori pessimi (nella cui categoria fa rientrare anche i mediocri, che odia più dei pessimi). Appartiene alla stirpe di Gadda, Manganelli, Landolfi (ma in questo frangente ricorda Thomas Bernhard, grande scrittore austriaco, che disprezzava il suo Paese e i suoi abitanti, ma ancor più la sua classe intellettuale, e si trovò a ricevere una vagonata di premi su cui scrisse un libro esilarante). I giurati Strega, membri dell’élite editoriale e/o a loro volta scrittori (ma ci sono dentro, per dire, anche ex sindaci di Roma, notoriamente grandi letterati), promuovono e premiano spesso l’esatto opposto: l’attualità, il conformismo, la morigeratezza e le altre virtù di una sinistra al vapore inoffensiva e autoreferenziale che schiva i conflitti e vive di cliché.
[…] Si tenga conto che in quell’intervista Mari ci disse anche: “Io la questione se Céline fosse nazista non me la pongo nemmeno, perché era un genio. Se ti dicessero che Bach era pedofilo, tu che dici? Ma chi se ne frega”. Ecco, Mari si è dimostrato peggio che nazista o pedofilo: avrebbe detto che Murgia era “intransigente perché brutta”. Cioè, chissà se per candore o per la stessa voluttà di sconfitta che abita i suoi personaggi, ha offeso il totem più potente del circuito editoriale romano, e qualcuno ha fatto la spia ai piani alti del culto murgiano. Ma davvero si sta discutendo se sia elegante dileggiare una persona morta, e se corrisponda al bon ton giudicare qualcuno dal suo aspetto fisico? Ovviamente no. Se Mari avesse espresso le stesse opinioni su qualcun altro, non se ne starebbe parlando; invece si discute se debba ritirarsi o essere espulso dallo Strega (la Fondazione, dopo aver preso le distanze da Mari, ha negato di volerlo fare), e si pensa che molti giurati puniranno Mari nel voto finale (ignorando l’abisso che c’è tra il suo libro e gli altri), perché la questione è se si possa non apprezzare Murgia per i più svariati motivi e partecipare allo Strega. A quanto pare no, se non a costo di pubblica gogna; così decreta il demente wokismo d’importazione. Complimenti: hanno annullato il principio noto in estetica come autonomia dell’opera d’arte: l’autore di un capolavoro può essere un soggetto moralmente abietto, posto che in questo caso si tratterebbe non di abiezione, ma di uno sgradevole pettegolezzo (a sua volta condannato e diffuso con un pettegolezzo, vabbè).
[…]
Capite che siamo al fanatismo religioso. A questo punto perché non imporre alle case editrici, dopo l’autocertificazione di fedeltà alla Costituzione necessaria per partecipare a Più libri più liberi (manco fossero ministri che devono giurare sulla Carta), di apporre un disclaimer a ogni libro stampato, tipo: “Questo libro è Murgia-correct”? O anche: “Nessuna memoria di scrittore amico di giurati Strega è stata maltrattata durante la lavorazione di questo libro”? Gli scrittori potrebbero impegnarsi a non offendere con pensieri, parole, opere o omissioni né Murgia né coloro che l’hanno amata, e consegnare i dispositivi elettronici per permettere agli inquirenti di fare copia forense di chat, messaggi ed e-mail private in cui possano avere espresso giudizi negativi sugli idoli del giro editoriale italiano. Evidentemente ci si dimentica che erano i totalitarismi, a richiedere tessere e giuramenti e a purgare gli artisti dissidenti (vedi Istruzioni per diventare fascisti, libro di Michela Murgia), pazienza.

(Stefano Baudino – lindipendente.online) – La Torino-Lione torna a inciampare sui punti più delicato dell’intera partita: i soldi e le tempistiche. Durante la Conferenza Intergovernativa del 17 giugno 2026, tenutasi a Chambéry, sono emersi rischi di arresto per i lavori a causa di potenziali carenze nei finanziamenti pubblici: il costo del solo tunnel transfrontaliero supera gli 11 miliardi di euro, spingendo la Commissione europea a proporre soluzioni alternative, come il ricorso a capitali privati, risparmi dei cittadini o garanzie sul debito dell’opera. Oltre ai costi, l’infrastruttura sconta un forte disallineamento nei tempi. La Francia, infatti, registra un ritardo di dieci anni rispetto all’Italia nella progettazione delle vie d’accesso, i cui cantieri non partiranno prima del 2038, con completamento forse nel 2045. Un’asimmetria rischia di compromettere la piena efficacia del trasporto merci su rotaia, previsto dal 2034 con l’apertura del tunnel di base.
Mathieu Grosch, rappresentante della Commissione Europea alla Conferenza Intergovernativa di Chambéry, ha riconosciuto che opere di questa scala soffrono spesso lentezze amministrative e carenze di fondi, aprendo alla possibilità di finanziamenti di diverso tipo. «Per il momento non abbiamo ancora avuto problemi di finanziamento con l’Europa», ha riferito Grosch, avvertendo però che i veri ostacoli arriveranno a breve. «Rischiamo di averne nella fase finale dei lavori, con l’impiego di tutte le frese da galleria previste. […] Ecco perché oggi siamo tutti d’accordo nel dire che non bisogna contare solo sugli Stati e sull’Europa per finanziare spese di questa portata. Bisogna anche pensare a ricorrere a finanziamenti alternativi». Nonostante tutto, a detta di Grosch il progetto «rimane emblematico per l’Europa, poiché soddisfa tutti i requisiti: mobilità, scambi e decarbonizzazione».
A fine gennaio, la Corte dei Conti europea aveva bollato il progetto della TAV con dati impietosi, evidenziando un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali (il progetto originario degli anni Novanta prevedeva 5,2 miliardi) e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, ha delineato un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), salgono impietosamente. Se si considerano anche le tratte nazionali di accesso, la cifra complessiva raggiunge i 25-27 miliardi, come documentato dai rapporti della Cour des Comptes francese e dai monitoraggi dell’Osservatorio Torino-Lione.
La conferenza di Chambéry ha messo in luce non solo le difficoltà economiche, ma anche il profondo divario nei tempi di realizzazione tra i due Paesi. Mentre l’Italia è già avanti con i cantieri per gli accessi al tunnel, la Francia ammette senza mezzi termini di aver accumulato un ritardo decennale. Josiane Beaud, capo della delegazione francese, ha dichiarato: «È vero che, sul versante francese, abbiamo perso 10 anni tra l’indagine di pubblica utilità per gli accessi francesi del 2013 e la decisione dello Stato, prevista solo nel 2024. Non so come recuperare questo ritardo». La prospettiva è che i cantieri francesi possano partire non prima del 2038, con un’entrata in servizio che slitterebbe al 2045, un orizzonte temporale che rischia di compromettere l’intero progetto. Maurizio Bufalini, presidente di TELT, ha comunque manifestato fiducia nella capacità di trovare soluzioni condivise, sottolineando l’obiettivo del trasferimento modale dagli autocarri ai treni, essenziale per ridurre l’attuale 95% di merci su gomma tra i due paesi.
Un ulteriore fronte di contestazione riguarda la tratta nazionale Avigliana-Orbassano, circa 23 chilometri di infrastruttura inseriti nel sistema della Torino-Lione. Durante il recente tavolo convocato dalla Regione Piemonte sulla cantierizzazione dell’opera, l’Unione Montana Valle Susa ha sollevato numerose criticità legate agli impatti sul territorio. Nel mirino ci sono il consumo di suolo agricolo, gli espropri, la gestione delle terre e rocce da scavo, l’aumento del traffico pesante, le emissioni di polveri, il rumore e le vibrazioni prodotte dai cantieri. Secondo la commissione tecnica dell’Unione Montana, la documentazione attualmente disponibile non consentirebbe una valutazione completa degli effetti dell’opera. Secondo l’Unione Montana, prima di procedere con opere come l’Avigliana-Orbassano sarebbe necessario chiarire come verrà finanziato l’intero sistema Torino-Lione e se le tratte nazionali francesi, ancora in forte ritardo, verranno effettivamente realizzate nei tempi previsti. Di qui la richiesta di fermare il progetto, sbloccando gli oltre 800 milioni di euro già impegnati sulla tratta nazionale per il trasporto pubblico.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Gorbaciov è stato oggetto di un processo di santificazione in Italia ed è ritratto come l’“anti-Putin”. Ma la documentazione storica è inesorabile: Gorbaciov fu schierato dalla parte di Putin in tutte le contese con l’Occidente. Il Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Libero, Il Foglio e Il Giornale stimano Gorbaciov. Gorbaciov, invece, stimava Putin.
[…] Gorbaciov ha condannato la Nato per l’espansione a est; ha sostenuto la teoria dell’accerchiamento della Nato ai danni della Russia; ha condannato la Nato per il bombardamento della Serbia del 1999; ha lodato il discorso di Putin alla conferenza di Monaco del 2007; ha sostenuto l’annessione della Crimea del 2014; ha accusato l’Occidente di essere responsabile della crisi in Ucraina; ha accusato la Nato di avere tradito gli impegni presi nel Trattato sullo stato finale della Germania firmato 12 settembre 1990 a Mosca; ha lodato Putin come uno statista di primo piano che ha salvato la Russia e ha sostenuto la candidatura di Putin nel quarto mandato: quello della guerra in Ucraina. L’8 novembre 2014, Gorbaciov partecipò a un simposio nei pressi della Porta di Brandeburgo a Berlino per celebrare il venticinquesimo anniversario della caduta del Muro. Gorbaciov accusò l’Occidente di “trionfalismo” e disse che avrebbe dovuto ritirare tutte le sanzioni contro la Russia per le azioni di Putin in Donbass e in Crimea. Gorbaciov dichiarò che gli Stati Uniti stavano utilizzando la crisi in Ucraina come pretesto per colpire ingiustamente la Russia e che il mondo stava tornando alla guerra fredda per colpa dell’Occidente.
Gorbaciov rimproverò all’Occidente di avere avuto una visione troppo limitata nel tempo e nello scenario. A suo dire, gli Stati Uniti e la Nato avevano basato le proprie decisioni sul breve periodo per massimizzare i vantaggi immediati, sottovalutando le conseguenze delle proprie scelte: “Gli eventi degli ultimi mesi – disse Gorbaciov nel simposio di Berlino – sono la conseguenza di politiche miopi che hanno cercato di imporre la propria volontà ignorando gli interessi dei propri partner”. Putin, invece, stava cercando di “allentare la tensione e costruire una nuova base per la collaborazione” con l’Occidente. Gorbaciov disse che Putin stava difendendo i legittimi interessi nazionali dei russi e che nessuno avrebbe potuto difendere la Russia meglio di Putin: “Sono assolutamente convinto che Putin tuteli gli interessi della Russia meglio di chiunque altro”. Le critiche di Gorbaciov furono riportate al pubblico occidentale, tra gli altri, da Chris Johnston per il Guardian, da Steven Zeitchik per il Los Angeles Times e da Pavithra George per il New York Times.
[…] Nei mesi seguenti, Gorbaciov avrebbe continuato a esprimere il proprio apprezzamento per Putin e il suo modo di fronteggiare l’Occidente. Due settimane dopo il simposio di Berlino, il 21 novembre 2014, Gorbaciov rilasciò un’intervista esclusiva al Moscow Times, condotta da Ivan Nechepurenko. Gorbaciov pronunciò un nuovo elogio di Putin. Gorbaciov riconobbe a Putin di essere un vero uomo di Stato e rivendicò di averlo sostenuto convintamente perché Putin era stato un baluardo contro la disgregazione della Russia: “È uno statista. Posso dire una cosa: nonostante tutte le critiche, l’ho sostenuto con forza, soprattutto durante il suo primo mandato, perché la Russia si stava disgregando. Ha fatto molto. Ho detto che il presidente ha avuto successo. L’ho criticato anch’io, perché bisogna criticare i leader”. Gorbaciov ha ribadito la sua stima per Putin fino ai suoi ultimi giorni.