Il vertice con Xi Jinping del 14 maggio impone a Trump di trovare un accordo con l’Iran entro la prossima settimana: ecco perché il manico del coltello è nelle mani degli Ayatollah, di Netanyahu, di Putin. E, soprattutto, della Cina.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Facciamo finta che la guerra tra Usa e Iran finirà davvero settimana prossima, come ha annunciato ieri Donald Trump.
Se davvero accadrà, finirà con il regime iraniano ancora in piedi, più repressivo di prima e desideroso di prendersi una vendetta su donne e giovani che hanno davvero creduto Trump li volesse liberare.
Finirà con l’Iran che si prende un pedaggio sul passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz, che prima non aveva.
Finirà con la Russia che si prende l’uranio arricchito iraniano, e con Putin che diventa di fatto il garante della stabilità globale, con buona pace dell’Ucraina e delle sanzioni europee.
Finirà con Netanyahu che otterrà tutto quel che vuole da Trump per accettare un cessate il fuoco in Libano, precondizione agli accordi di pace tra Washington e Teheran, dopo aver di fatto costretto Trump a imbarcarsi in una missione suicida e aver portato il mondo sull’orlo della catastrofe economica.
Finirà con gli Stati Uniti che hanno rotto i rapporti con tutti i Paesi europei e con il Vaticano, rapporti che Marco Rubio oggi cercherà faticosamente di ricucire, in attesa della prossima sparata di Trump.
Finirà con la Cina che attende silenziosa che arrivi il 14 maggio, giorno in cui si terrà l’incontro tra Xi e Trump, il primo in 9 anni, rinviato di un mese e mezzo perché Trump non poteva presentarsi in Cina nel mezzo del disastro di Hormuz.
Finirà alle condizioni di Teheran, perché Trump non può può permettersi di arrivare a Pechino senza un accordo con l’Iran e non può nemmeno permettersi di rinviare di nuovo l’appuntamento col suo omologo cinese.
Finirà, soprattutto, con mezzo mondo a rischio carestia, con un blocco energetico che ha già fatto – e continuerà a fare – danni all’economia globale e con la paura che il 16 maggio, a vertice finito, la questione possa di nuovo riaprirsi.
Finirà, se davvero finirà, ma era davvero difficile devastare gli Stati Uniti e il mondo in soli due mesi e mezzo come ha fatto Trump.
Applausi a lui e a chi lo ha sostenuto, davvero.
Secondo l’ultima Supermedia Agi/Youtrend, si accorcia la distanza tra il partito di Meloni al 27,8% (-0,4) e i dem di Elly Schlein al 22,3% (+0,1). Lega in affanno

(repubblica.it) – Una netta flessione del centrodestra, in particolare con la Lega al 6,6% che perde ben 7 decimali e Fratelli d’Italia che scende sotto il 28%. La nuova Supermedia Agi/Youtrend, la media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto realizzati dal 23 aprile al 6 maggio, mostra movimenti di grande rilievo. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, il centrodestra fatica a risalire.
L’ultima rilevazione mostra la coalizione guidata dalla premier che, nel complesso, scende al 43,9%, il valore più basso dall’insediamento del governo. Per contro, il campo largo cresce di mezzo punto, soprattutto grazie al +0,4% di M5S ora al 13,2%. Il suo vantaggio sul centrodestra cresce fino a sfiorare i due punti. Più vicini i due principali partiti: ora i dem di Elly Schlein al 22,3% accorciano la distanza dal partito di Meloni che invece perde lo 0,4% e si attesta al 27,8%.
FdI 27,8 (-0,4)
Pd 22,3 (+0,1)
M5S 13,2 (+0,4)
Forza Italia 8,2 (-0,1)
Lega 6,6 (-0,7)
Verdi/Sinistra 6,5 (+0,3)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Italia Viva 2,4 (-0,2)
+Europa 1,4 (-0,1)
Noi Moderati 1,2 (+0,1)
Centrodestra 43,9 (-1,0)
Centrosinistra 30,2 (+0,3)
M5S 13,2 (+0,4)
Terzo Polo 5,4 (-0,2)
Altri 7,2 (+0,4)
Campo largo 45,8 (+0,5)
Centrodestra 43,9 (-1,0)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Altri 3,0 (-0,4)
NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (23 aprile 2026).
NOTA: La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 23 aprile al 6 maggio, è stata effettuata il giorno 7 maggio sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 1 maggio), Ipsos (1 maggio), Ixè (27 aprile), SWG (27 aprile e 4 maggio), Tecnè (25 aprile) e Youtrend (30 aprile).

(Adnkronos) – Delinquente, fantoccio fanatico, simulatore utopico, rimbambito, scellerato, schiavista, arrogante, tracotante, vaneggiatore, pervertitore, incapace di intendere e di volere. Questi, e molti altri, gli insulti disseminati in una lettera anonima ricevuta da Beppe Grillo, che il co-fondatore e ormai ex garante del Movimento 5 stelle pubblica sui social. “I miei fan internazionali”, è la battuta sarcastica con cui il comico genovese denuncia quanto successo. Ma nella lettera, scritta a mano, non ci si limita ai soli epiteti tutt’altro che carini nei suoi confronti.
Tra le parole – in italiano, latino, persino tedesco – quelle che vanno per la maggiore e sono ricalcate di nero sono resistenza, libertà, democrazia, ce ne sono poi altre, sempre sottolineate, che tendono ad accomunare fascismo, comunismo e, appunto, grillismo, così come sembra che chi scrive voglia chi segue Grillo come “comunista fascistoide grillifero”.
Per i “Figli delle stelle”, associazione rimasta ancora ai ‘vecchi’ valori del Movimento 5 stelle, questi non sono che insulti “stile Br”. “Il sistema che isola le voci critiche. Beppe Grillo ha pubblicato sul suo profilo una foto di alcune lettere minatorie ricevute con insulti in diverse lingue. Oltre alla gravità del fatto colpisce il silenzio dei media e della politica, sempre cosi attenti alle vicende del fondatore del MoVimento quando si tratta di criticare e cercare di delegittimare ma in questo caso estremamente silenti”, scrivono sulla loro pagina Facebook, passando poi all’attacco.
“Insomma quando Grillo è da criticare, attaccare o delegettimare uno spazio per i post al vetriolo si trova sempre. Quando invece bisognerebbe esprimere solidarietà per un fatto cosi grave cala il silenzio. Il punto è tutto qui. Non serve condividere tutto quello che Grillo dice o fa ma basterebbe avere un minimo di empatia. Anche quando la voce colpita è scomoda per lo status quo, ca vas sans dire”.

(Stefano Rossi) – Francesco Lollobrigida: “Siamo andati in Europa a dire che l’uomo per noi è un bioregolatore. L’uomo è l’unico essere senziente. Non ce ne sono altri. Sono tutti importanti gli animali, le piante, tutti (a questo punto, Lollo, si rivolge alla sua destra verso chi gli sta vicino, il quale, temendo di doverlo assecondare con uno sguardo di assenso, preferisce guardare da un’altra parte, 1,18 nel video. https://www.youtube.com/watch?v=Ak0wb7G4Pug), ma l’uomo è una cosa diversa“.
Senziente vuol dire avere la capacità di provare emozioni, piacere, dolore, rispondere in base ai cambiamenti sociali o ambientali; più semplicemente, avere una vita su questo pianeta Terra.
La cultura che si erge a sommo giudice e argina, da una parte chi avrebbe il diritto di vivere come meglio crede e, dall’altra, tutti coloro che questo diritto non ce l’hanno, l’abbiamo chiamata nazismo, fascismo, comunismo sovietico, per non andare troppo lontani nel tempo.
È la cultura che poi, tra gli umani, distingue la “razza” pura da quelle impure.
Essi non ce la fanno a comprendere che tra la specie umana ci sono solo etnie e non razze e che la capacità di essere senzienti riguarda gran parte di tutto lo scibile della natura.
Anche una pianticella sperduta nelle Ande americane o un insetto minuscolo sono esseri senzienti che hanno il diritto, come noi, di vivere su questa Terra.
Il Prof. Stefano Mancuso, ha fondato e dirige il laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale all’Università di Firenze, e potrebbe facilmente confutare l’astrusa boiata di questo Lollobrigida che ci tiene, ogni tanto, a ricordarci di quanto sia ignorante completamente sbiellato su temi importanti.
L’idea che l’intelligenza, ma soprattutto l’essere senziente, appartenga solo alla razza umana, è scientificamente tramontata molte decine di anni fa quando, gli studiosi, si sono accorti di quanti problemi vengono risolti da animali e piante.
Il Prof. Mancuso potrebbe spiegare che, le piante, pur non avendo un cervello, cooperano con l’ambiente circostante, tra di esse, e con animali per risolvere problemi per la sopravvivenza e, alcune di esse, riescono a predare o imporsi con la forza pur di sopravvivere. Altre si difendono e mutano strategie.
L’idea di una supremazia di una specie, di una etnia, è tipica di una cultura primitiva.
Ma, uno come Lollobrigida, non lo può sapere.
Mi chiedo, oltre ad aver studiato alla Niccolò Cusano, Lollo, ha fatto un corso speciale per diventare così?
Non credo che in natura si possa arrivare a tanto senza uno sforzo ulteriore.
Siamo tutti animali, ma qualcuno esagera.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Martedì scorso a Torre Annunziata autorità locali e nazionali, tra cui il ministro e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, hanno salutato con entusiasmo l’abbattimento di Palazzo Fienga, per decenni fortino del clan Gionta. Prima di quello però, l’edificio testimoniava l’influenza spagnola sull’architettura napoletana e per questo era oggetto di tutela culturale. Di costruzione ottocentesca, Palazzo Fienga era dal 2015 anche un bene confiscato alla criminalità organizzata. Per anni si sono sprecate le ipotesi di ristrutturazione e riuso, come accaduto con altre centinaia di beni sottratti alle mafie e restituiti ai cittadini. Poi, nel 2023, è arrivata la revoca del vincolo culturale e la decisione di demolire l’edificio per far sorgere al suo posto una piazza e un parco pubblico.
Le ruspe dell’esercito segnano l’avvio dei lavori di demolizione di Palazzo Fienga, per cinquant’anni il Fortapàsc del clan Gionta, attivo nella provincia napoletana. «La lotta a mafia, camorra e ’ndrangheta si fa così: con i fatti, con i cantieri, con la presenza dello Stato», scrive Salvini, presente alla cerimonia. Dello stesso avviso anche il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, secondo cui «la lotta alle mafie si fa anche restituendo alla comunità i patrimoni confiscati, trasformandoli così da frutto di attività criminali in presìdi di legalità, sicurezza e di welfare». A quanto pare, per i rappresentanti del governo Meloni la restituzione di un bene passa dalla sua demolizione — una strada, questa, tracciata già nel 2023, quando all’ottocentesco Palazzo Fienga è stato revocato il vincolo culturale a causa del grave stato di conservazione. Tra le più recenti testimonianze dell’influenza spagnola sull’architettura napoletana, il Palazzo Fienga viene ancora oggi definito dal Ministero della Cultura «uno dei simboli più rappresentativi dell’alta borghesia di Torre Annunziata», nonché «uno dei Palazzi più maestosi della città». Nel 2015 aveva ottenuto lo status di bene confiscato alla criminalità organizzata, vedendo susseguirsi decine di ipotesi per il suo recupero; nel 2020 il Ministero dell’Interno scriveva: «Palazzo Fienga sarà adibito a presìdi e uffici delle Forze di polizia, uffici della Polizia giudiziaria, della Polizia metropolitana e della Polizia locale».
In effetti esiste una logica precisa dietro il riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata, che in Italia gode di una delle normative più avanzate al mondo, ed è la restituzione ai cittadini. Con questo gesto, un luogo per anni simbolo del potere criminale riacquista la sua dignità sociale e diventa monito, tanto della presenza dei clan sul territorio quanto della possibilità di sconfiggerli. Nel momento in cui si sceglie la via della demolizione, bypassando per di più il valore storico e culturale dell’edificio, la potenza simbolica del riuso si dissipa, nonostante i proclami istituzionali. A riempire il vuoto è la spettacolarizzazione che, tra ruspe e telecamere, pecca forse di presunzione riguardo all’efficacia della lotta alla criminalità organizzata. Sul punto è tornato anche il procuratore di Torre Annunzia Nunzio Fragliasso, che dal palco allestito martedì ha rotto con la narrazione della “ricostruzione” e del “trionfo dello Stato”, chiedendo meno cerimonie e più azioni concrete.
Le parole del procuratore Fragliasso hanno provocato un primo terremoto politico, proprio nell’amministrazione di Torre Annunziata, con le dimissioni presentate dal sindaco Corrado Cuccurullo. Avrà venti giorni per ripensarci. Nel frattempo, l’abbattimento di Palazzo Fienga andrà avanti. Al suo posto sorgeranno un parco pubblico e la “Piazza Libertà”. Durante la cerimonia di martedì, più voci hanno chiesto che la piazza venga intitolata a Giancarlo Siani, il cronista napoletano che combatté la criminalità organizzata a suon di inchieste e azioni concrete, pubblicando circa un centinaio di articoli sulle infiltrazioni camorristiche nella politica campana. Per questo impegno venne assassinato dalla camorra nel 1985, a soli 26 anni.

(di Stefano Ciavatta – dagospia.com) – Premessa: la città, la grande città, logora chi non ce l’ha. Senza questa certezza non si va avanti. Altra premessa: bisogna aggiornare il detto per cui “tutte le strade portano a Roma”, uno studio recente ha mappato ex novo la rete viaria dell’Impero: 299.171 chilometri, 110 mila km in più di quelli finora stimati e celebrati. Sono passati quasi duemila anni ed entrare a Roma è ancora il grande tema. Ma in quale Roma? I romani possono ancora entrare a Roma? In che maniera? Ormai gli abitanti della Roma del 2000 stanno al fondale dell’overtourism come i sindacati al capitalismo. Ma nessuno desidera Roma, muoversi a Roma, raggiungere Roma, più di chi ci vive. Non si può ignorare questo desiderio.
Con Luca Galofaro, architetto e curatore, ho lavorato al libro “Roma Vietata” (Humboldt Books), un viaggio fotografico nella città raggiungibile degli anni 70, una incursione nella Roma in movimento di ieri, oggi reportage irripetibile. La ricerca è partita da “Le piazze di Roma” di Cesare Jannoni Sebastianini (Schwarz & Meyer, 1972), testo minore rispetto ai colossi del genere, ma di agile divulgazione e felice distribuzione, sulla storia delle piazze del centro storico di Roma.
Le foto illustrative di Enrico Blasi usate nel libro non raccontavano l’accesso alla composta solennità del museo a cielo aperto, fuori dal tempo, ma alla città viva, raggiunta da ogni latitudine. Tradotto: le piazze usate come parcheggi. Ecco illustrato uno dei momenti di massima confidenza dei romani della città moderna con la città storica, da Roma antica a quella medievale, dalla polis rinascimentale a quella barocca, dalla Roma settecentesca a quella umbertina, fino a salire per tutto il Novecento. La libertà di movimento dentro la Città Eterna, prima dell’arrivo delle ZTL, degli anelli ferroviari, delle isole pedonali, dell’utopia della smart city.
“Roma Vietata” non è un libro sulla grande bellezza delle piazze di Roma strapazzata dalla mobilità. È un libro su quando Roma era ancora tutta raggiungibile in macchina, quando si poteva parcheggiare ovunque, e le piazze non erano solo scenografie, ma spazi d’uso quotidiano, parcheggi, luoghi attraversati, occupati, vissuti. Quando raggiungere il cuore della città era un diritto, un bisogno, una faccenda naturale, familiare, non una colpa.
Da piazza del Campidoglio a piazza San Pietro, Roma era aperta e disponibile, non ancora impaurita dal proprio splendore, non ancora chiusa nelle maglie delle tutele e dei Beni Culturali. Questa accessibilità al massimo grado era mancanza di pudore, incoscienza, o fiducia eccessiva nella città che ha resistito a tutto? Una cosa è certa: da qualsiasi latitudine della mappa cittadina era possibile arrivare a ridosso della pietra dell’Urbe, e questa disponibilità era vissuta come un’estensione dello spazio della vita quotidiana a Roma.
Una confidenza che durerà ancora per decenni, e con cui è cresciuta, di cui si è nutrita qualsiasi espressione prodotta dalla città. Quale confidenza sorgerà da un centro radicalmente disanimato e svuotato? Questo libro non è un’operazione nostalgica: sognare una restaurazione sarebbe anacronistico. Non è nemmeno una denuncia per l’horribile visu delle lamiere. Oggi Roma è altrettanto ingolfata e nascosta dai pedoni del turismo, sempre più convinti di muoversi in un fondale sterilizzato, sradicato dalla comunità degli abitanti. Le città non sono giganteschi taxi, con Roma là fuori come fondale da cartolina, da cui scendere e salire con un clic. Lo crede il cittadino globale, ultimo arrivato, che tale vuole restare perché gli fa comodo. La città va raggiunta, ma non in maniera asettica; bisogna sbatterci addosso.

Piuttosto, è un libro su un cortocircuito ancora attivo. Pur tra tutte quelle lamiere, ti veniva incontro una città più vissuta che consumata, impossibile da esaurire in 15 minuti, o da ridurre negli scenari perfetti ma irreali dei percorsi prestabiliti. Arrivare, sostare, ma anche andarsene era un diritto concreto. Oggi sei solo un visitatore in transito, obbligato a muoverti dove la città decide. Anche la casualità del parcheggio conteneva una caccia al tesoro: ogni piazza, vicolo o via secondaria, diventava un’occasione per scoprire la città, non per questo minore.
Le piazze piene di macchine di Blasi vengono anche da un cambiamento di percezione immortalato 15 anni prima dal fotografo americano William Klein. Klein ha spezzato la stasi dettata dalla classicità e dal rigore della pietra. Ha detto a tutti – ma proprio tutti – che si poteva arrivare in velocità anche davanti a quel fondale secolare percepito come familiare ma immobile.
Che dall’arcipelago della nuova Roma, e quella che sarebbe arrivata nei decenni successivi, ci si poteva cercare, ricongiungersi, unirsi, farsi città, questa città, partendo dalle sue fondamenta.
Scrive Galofaro: “È per questo che quelle immagini ci sembrano oggi assurde: automobili sotto le basiliche, sulle piazze, a ridosso delle fontane. Pensiamo sia uno scempio, un’invasione. Ma allora — in quel momento — non lo era. Era semplicemente un’altra condizione della città. Un’altra epoca che si aggiungeva a tutte le altre. Roma, che ne aveva viste di peggio e di meglio, accettava anche quello”.
Cosa resta di questa Roma mobile e confidenziale, immortalata nelle foto di Enrico Blasi? Come è possibile preservare un’attitudine simile, legata allo sviluppo stesso della città metropolitana? È un discorso che vale per tutte le città, non quelle invisibili di Italo Calvino, stilizzate e impalpabili, un raffinato gioco semiotico di carta, una promessa di città non mantenuta.
La reale fisica distanza dell’arcipelago della Roma moderna, la porosità del territorio e persino il distacco – Roma è fatta di vuoti, di soglie, di improvvise discontinuità del tessuto urbano – non hanno impedito il bisogno fisico di cercare di arrivare sotto le pietre del cuore dell’urbe, perché arrivarci ha fatto parte dell’elastico di cui si è nutrita la mobilità romana. Per paradosso, l’incursione di “Roma Vietata” guarda al futuro di Roma attraverso quello che le è stato vietato.

(di Marcello Veneziani) – Negli ottant’anni di repubblica, la destra è andata tre volte al governo, anche se nell’immaginario collettivo del Paese è stata quasi sempre un corpo estraneo e una forza di opposizione.
Ci andò la prima volta come Ulisse e i suoi uomini uscirono dalla grotta di Polifemo: nascosti sotto il ventre degli armenti democristiani. C’era un’Italia destrorsa nella pancia della Dc, un’Italia moderata e conservatrice, cattolica e anticomunista, ma era sotto falso nome e conviveva con l’anima centrista e democratica, progressista e incline al dialogo con la sinistra. La Dc restò un partito-fisarmonica che si allargava a destra, centro e sinistra, più un’ispirazione cristiana che faceva sia da collante che da diluente. Solo una volta quella tendenza uscì dalla latenza allo scoperto e fu quando si tentò di far nascere il centro-destra agli albori degli anni sessanta, includendo tutte le destre in campo, liberali, monarchici, missini (appoggio esterno). Ma il tentativo fu stroncato dalla violenza della piazza, a Genova, e dalla paura dell’establishment di forzare i tempi e generare una pericolosa radicalizzazione. La forza vincente della Dc era anestetica, sedativa, addormentava le tensioni, rassicurava il paese, come già era stato per le contrapposizioni tra fascismo e antifascismo o tra monarchia e repubblica; non amava un bipolarismo netto. E la sinistra non capì o non aveva sufficiente autonomia nazionale e internazionale per farlo, che un governo aperto alla destra avrebbe creato le condizioni per una democrazia dell’alternanza: oggi voi, domani noi. Alla fine la Dc restò in permanenza al potere, e che le opposizioni restarono sempre tali, al più guadagnando alcuni spazi, o allargando il governo alla sinistra non comunista. La destra nella Dc restò una cripto corrente, anche se a volte alzò la testa, come ai tempi della Maggioranza Silenziosa, del divorzio o in qualche elezione del Quirinale o con le campagne di Indro Montanelli che esortava quelli di destra a turarsi il naso e a votare la Dc.
La seconda esperienza della destra al governo fu aperta ma laterale. Si erano create le condizioni per un bipolarismo dell’alternanza. E la destra missina, dapprima sdoganata, con Cossiga e con Craxi, andò al governo con Berlusconi e con una coalizione tra reduci del vecchio centro-sinistra, missini e leghisti. Quella destra, concentrata in Alleanza Nazionale, non ebbe mai la guida dei governi e mai si pose effettivi propositi di portare le idee, la cultura, la visione del mondo di destra alla guida dell’Italia. Fu alleata e ospite, alla fine riluttante, del Re leader, fece alcune battaglie identitarie e nazionali, s’insediò al potere come seconda forza, sposò il pragmatismo e visse a rimorchio del berlusconismo. A sua volta Forza Italia non fu mai una forza di destra ma cercò di essere un po’ come la vecchia Dc, contenitore di più tendenze. Nella sua esperienza di potere fu una monarchia nata dai media, che trasformò l’audience in consenso popolare, incentrata sul Re leader e rivestita di un lessico liberale, anticomunista, filoamericano. Non monarchia illuminata né oscurantista, semmai monarchia luccicante, come le paillettes e i fari degli studi televisivi. Quella destra durò poco meno di un ventennio, seguendo la parabola del berlusconismo.
Venne poi dalla gavetta neomissina e da una costola del Popolo delle libertà, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che in dieci anni passò da piccolo frammento destrorso a partito di maggioranza relativa e di governo. Andando al governo e restandoci a lungo. A conti fatti, la durata resta la sua qualità maggiore. Anche in questo caso la destra vera e propria, i temi cruciali della sovranità e dell’identità nazionale, della famiglia e della tradizione, delle idee e dei principi che solitamente caratterizzano la destra, furono al più ingredienti di comizi e posture elettorali. Ma i contenuti si dispersero nell’aria un po’ come le scie verdi, bianche e rosse dopo un’esibizione delle frecce tricolori. Si può avere un giudizio anche positivo sul governo Meloni ma oggettivamente non c’è nulla di significativo che esprima la presenza di un disegno culturale che abbia qualche attinenza con la “destra”. E i recenti fatti hanno mostrato l’irreparabile conflitto con ogni espressione variamente definita, a torto o ragione, di cultura di destra.
Stiamo ragionando di destra, dando per scontato il suo significato. In realtà sono molteplici e contrastanti le versioni della destra. E sul piano storico c’è un paradosso ancora più grande che accompagna la definizione di destra. L’espressione destra è stata sempre rigettata da coloro che provenivano da una tradizione sociale e nazionale, come i missini, che sconfinava nel fascismo. Ma anche i cattolici ritenuti di destra rigettavano l’etichetta, pur essendo conservatori, legati alla tradizione, o in alcuni casi reazionari. E non basta: i liberali e gli anticomunisti hanno quasi sempre rigettato la collocazione a destra. Pure i monarchici non l’hanno mai issata come bandiera e come identità, anche perché la monarchia voleva essere popolare e trasversale, super partes, non collocata a destra. A dividere la destra c’erano e ci sono ancora linee di fondo che riguardano il rapporto tra stato e mercato, tra Europa e Nazione, e fra entrambi e gli Stati Uniti, oltre che differenti sensibilità sul piano religioso, culturale, geopolitico e civile.
La parola destra assunse rilevanza nella repubblica italiana solo agli inizi degli anni settanta, quando si cominciò da un verso a parlare e scrivere di “cultura di destra”, nacquero riviste che si definivano di destra, e il vecchio Movimento Sociale Italiano confluì coi monarchici più ex liberali ed ex democristiani dando vita alla Destra Nazionale.
Sotto l’etichetta di cultura di destra oggi si indicano, come nel passato, del resto, personalità assai diverse, irriducibili a quel comune denominatore, individualità spiccate, refrattarie a ogni intruppamento.
I cosìddetti intellettuali di destra hanno sempre avuto rapporti ostili con il potere culturale e non solo; e rapporti conflittuali con le forze politiche di destra. A dio spiacenti e a li inimici sui. Già trent’anni fa lo riassunsi in una formula: all’intellettuale di destra la sinistra non gli perdona di essere di destra e i governi di destra non gli perdonano di essere intellettuale. Un disagio salomonico, bilaterale, che ancora più spinge alla solitudine se non all’isolamento.
Paradossalmente la definizione politica di destra è stata usata per decenni con più disinvoltura dalla sinistra, e usata con un significato negativo, accusatorio, denigratorio, e spesso era considerato il primo step di una progressione inesorabile: destra, estrema destra, fascismo, nazi-razzismo.
In definitiva, la destra al governo ci è andata tre volte ma senza mai avviare, non dico realizzare, una coerente riforma civile e morale, prima che politica e culturale. La destra, alla fine dei conti, è rimasta una forma platonica, che forse non è mai scesa dai cieli.

(lafionda.org) – Vi proponiamo un estratto del discorso di Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Fondazione Biennale, alla conferenza stampa di Biennale Arte 2026.
Oggi arriviamo a questa apertura dopo aver attraversato settimane complicate; vorrei dire giornate complicate, anzi ore complicate, momenti complicati. Ci sono state discussioni accese, richieste di esclusione, prese di posizione che spesso hanno preceduto l’ascolto.
Se c’è qualcosa che mi meraviglia è che tutto questo mondo che deriva dalla Rivoluzione francese, dall’ecumenismo, dal laicismo, dal voler trovare la formula perfetta della democrazia, si sia capovolto nel suo esatto contrario: in un laboratorio di intolleranza, di richieste di censura, di chiusura e di esclusione.
Si è parlato di chi deve esserci e di chi no. Di chi rappresenta cosa e di quale colpa porti con sé. E ci sono tragedie reali, ci sono guerre in corso, ci sono civili che in questo tempo muoiono molto più di quanto non accadesse quando pensavamo di avere chiuso nelle pagine dei libri di storia i massacri, le tragedie e l’abominio. E non lo vogliamo ammettere.
Però noi non ignoriamo quello che accade fuori di qui. Noi non siamo ciechi. In quella luna ci sono anche realtà — e sto parlando di democrazie, non di satrapie — che istituiscono d’improvviso la pena di morte. Ci sono continue discriminazioni, continue violenze, guerre che devastano vite e territori.
E qui sta il nodo: chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso altri. Se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere, ma le appartenenze; non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata: il luogo dove il mondo si incontra. E si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato.
E poi c’è questa città, Venezia, che da secoli non ha mai avuto paura dell’incontro. Venezia non ha mai chiesto al mondo di essere puro per entrare. Venezia accoglie le differenze, le contraddizioni, persino i conflitti, e li trasforma sempre in dialogo e convivenza.
Questo ha fatto la Fondazione Biennale da 130 anni: ha raccolto le tensioni, i conflitti, le visioni, e li ha esposti senza mai banalizzarli, senza mai ridurli a slogan. Oggi lo dico ai colleghi, agli artisti, ai curatori, a chi ha responsabilità, ai cittadini che incontro ogni giorno: non intendiamo barattare, per il quieto vivere politicante, 130 anni di storia che hanno sempre raccontato così il mondo.
Noi qui non alimentiamo polemiche. Noi non diamo risposte. Ma apriamo discussioni. Anche questo è contenuto della mostra. Anche questo tema fa parte della mostra.
Questa edizione della Biennale, curata da Koyo Kouoh, è profondamente consapevole della fragilità del presente. È una Biennale che non pretende di risolvere, di semplificare, di rassicurare, ma vuole mostrare, stratificare punti di vista, aprire alle domande.
Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva. Infatti mi preoccupa, e ci preoccupa, una particolare deriva: quella della sentenza anticipata, della censura che arriva ancora prima che qualcosa venga mostrato; delle dichiarazioni che piovono da ogni dove, costruendo un verdetto ancora prima del confronto.
Questo, lo sappiamo bene, è un clima che non aiuta la comprensione, ma la irrigidisce. La Biennale, sia chiaro — e fa bene spiegarlo continuamente — non è un tribunale. Qui non si assiste a un processo già celebrato, con sentenze già decise. Questo è un giardino di pace. È un luogo dove si espone, dove si discute, dove si ascolta.
Ed è un giardino — lo riprendo dalle immagini dei poeti a me cari, i poeti dell’anno Mille, Ibn Abdīs su tutti — non è mai un recinto. Questo ci serve per ribadire un principio semplice: noi non possiamo chiudere. Non possiamo considerare la chiusura come risposta automatica. Possiamo e dobbiamo discutere, possiamo dissentire, e lo facciamo anche con forza, ma dentro uno spazio condiviso, mai fuori da esso.
Alle istituzioni chiediamo dialogo, non documenti che circolano sottobanco. E quindi torniamo all’immagine iniziale: non fermiamoci al dito. Meno che meno a un dito puntato contro qualcuno. Proviamo insieme a guardare la luna, anche quando è offuscata, anche quando è difficile da sostenere. Perché è la luna la misura del senso di ciò che facciamo qui.
La Biennale di Venezia, fondata nel 1895 per iniziativa di un sindaco, di un gruppo di intellettuali, artisti, uomini d’industria, riformisti e progressisti, opera sin dalla sua nascita in modo asimmetrico. È una città oggi rappresentata da un’istituzione autonoma, che dialoga con i Paesi che decidono di partecipare a loro volta in modo autonomo.
Oggi, a 131 anni di distanza, alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte partecipano, per loro autonoma decisione, 100 Paesi ufficialmente riconosciuti dalla Repubblica Italiana; Paesi che a loro volta riconoscono la Repubblica Italiana come Stato sovrano. La presenza di questi Paesi si può realizzare nel rispetto del diritto internazionale e nazionale: lo ius. E quindi non ci sono margini per valutazioni di altra natura. Non ci sono margini per valutazioni di natura etica, politica, morale, religiosa, razziale.
Perché, sia chiaro una volta per tutte, è nel diverso da noi che troviamo noi stessi. È un crisma che ci arriva dalla lex romana, che è lo stesso di Cristo e delle civiltà universali. Vorrei dire: la mia Sicilia degli emiri. L’universalità.
Questi 100 Paesi partecipanti hanno deciso autonomamente di essere presenti qui e ora alla Mostra. Trentuno di questi Paesi hanno una casa; diciassette l’hanno eretta loro stessi, per loro iniziativa, e sono ai Giardini in via permanente.
Siamo tutti a Venezia, città che ha fondato sul dialogo, sul commercio, sull’incontro tra culture e religioni diverse la sua storia e la sua bellezza. Storia e bellezza di cui siamo tutti testimoni.
È su questi principi di incontro tra soggetti diversi che noi autonomamente celebriamo le arti. Ed è su questi principi che l’istituzione che guido trova fondamento. La Biennale di Venezia usa con tutti i Paesi lo stesso metro di relazione: il diritto, lo ius, il rispetto, la pace — potrei dire salam — e il dialogo.
È questa la migliore garanzia per tutte le nazioni che qui partecipano. Ed è questo che ci insegna Venezia: l’uguaglianza nella diversità e nel confronto. È questo autonomo operare di soggetti diversi che risolve la grave crisi, capovolgendo la prospettiva che stiamo vivendo: un bisogno assoluto di pace.
Occorre risolvere anche questa nostra volontà del non voler guardare, del non voler dire, del non poter pronunciare; questo rodio continuo, questo bisogno di censura e di esclusione, che può soddisfare solo l’ego e il narcisismo di chi, al chiuso e nella comodità della propria casa, pensa di risolvere tutto con un picco — ovvero una firma — e poi via.
No. Tutto ci offende e ci ferisce nel profondo, ma proprio per questo dobbiamo creare uno spazio e una possibilità alternativa.
Ai Giardini della Biennale oggi sono presenti l’Ucraina e la Russia. Come alla Mostra del Cinema, dove d’improvviso ho potuto scorgere vicine, accostate — e non certo solo per l’ordine alfabetico — la bandiera dell’Iran e quella di Israele.
Perché a Venezia noi non imbracciamo le armi. Ed è quello che dobbiamo a Koyo.

(Dott. Paolo Caruso) – In Italia e in particolare nella terra del Gattopardo il trasformismo è uno dei mali che più affligge la politica. La celebre frase di Tomasi di Lampedusa ” si cambia tutto per non cambiare nulla ” mai migliore effetto avrebbe potuto avere nella politica e in particolare in quella siciliana. Il governo della regione Siciliana ne rappresenta l’ emblema. Il Presidente Schifani come su una scacchiera muove i pezzi con estrema disinvoltura, “cavalli o ronzini” che siano, purché utili alla causa del “Re”. Un cambiamento delle posizioni fine a se stesso, utile a che tutto rimanga allo “status quo”. Nomina così da ” Deus ex machina ” nella giunta di governo tre “nuovi” assessori i cui nomi scelti per esclusivo equilibrismo politico non credo possano incidere su un vero cambiamento di passo. Infatti dopo un periodo di purgatorio legato ai contraccolpi giudiziari del segretario D C, Totò Cuffaro, ecco riapparire la cuffaro democristiana Nuccia Albano, che si riappropria dell’ assessorato alla Famiglia, lasciato per opportunità politica alcuni mesi addietro. Ecco un caso di cambiamento gattopardiano attuato dal Governatore Schifani. Lascia invece perplessi la nomina della nissena Elisa Ingala, ad assessora alle Autonomie locali e funzione pubblica (caso di spartizione partitica) e ancor di più quella di Marcello Caruso ad assessore alla Salute in sostituzione della Tecnica Daniela Faraoni. Una nomina quella di Marcello Caruso che fa sobbalzare in quanto rappresenta una vera scelta di parte, l’ Uomo fidato del Presidente Schifani. che con la nomina nazionale di Nino Minardo a Commissario regionale di Forza Italia era rimasto “disoccupato”. A questo punto ” il suo padrino politico ” ha pensato bene di sostituire la assessora alla Salute Faraoni, con trascorsi recenti di direttore generale dell’ ASP 6 di Palermo e quindi figura di sicura competenza, con il neofita Marcello Caruso. Nomina Faraoni allora osteggiata per un evidente conflitto di interessi ( attività manageriale Asp 6 in corso e nomina ad assessora alla Salute, cioè Controllore e Controllato) ma voluta con forza da Schifani. Questo è il trasformismo del governo Schifani dove la toppa è peggiore del buco. Intanto si amplificano le criticità e le disfunzioni presenti nella sanità siciliana, e il
il Presidente Schifani, vero responsabile dello sfascio, non trova altro che provare a cambiare rotta con il Neo Assessore Caruso. Carenza cronica di personale sanitario, medici, infermieri, tecnici, ecc. rappresentano uno dei punti essenziali che rendono fragile la sanità in Sicilia. Lunghe liste di attesa per accertamenti e visite specialistiche sono la punta dell’iceberg di una sanità malata che non sa dare risposte ai cittadini. Il diritto alla salute sta scomparendo fagocitato dagli interessi dei privati. Le inchieste giudiziarie, gli scandali anche nella Sanità si moltiplicano a macchia d’olio. Non mancano denunce nei confronti di manager, politici, imprenditori, professionisti e faccendieri. Un comitato d’affari che la politica di governo non può non sapere e che probabilmente ne trae vantaggi. Indagini giudiziarie per corruzione scuotono il “Palazzo” coinvolgendo il Presidente della Assemblea regionale, Gaetano Galvagno, la Assessora Amata, entrambi di Fratelli d’Italia, e l’ ex super burocrate alla Salute Salvatore Iacolino, già deputato europeo di Forza Italia, vicino al Presidente Schifani. Sconcertante il continuo emergere di illegalità e corruzione, mentre i cittadini subiscono i contraccolpi del malaffare e vengono privati di una adeguata assistenza sanitaria. Uno sfascio generalizzato di cui sono responsabili Schifani e il suo governo. Un mea culpa della politica che spreca risorse economiche a fini clientelari per aumentare il consenso. Anni e anni di malcostume nella gestione politica del potere inchiodano alle sue responsabilità il Presidente Schifani. I cambiamenti gattopardiani servono solo a rafforzare la sua leadership e a prendere per i fondelli il popolo siciliano che sempre meno però crede in questa politica e a una improbabile ripresa.

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Come non condividere la disperazione di Michele Serra e di tutti i “proprietari” di animali di affezione che hanno visto i loro animali uccisi in campagna? E come non essere empatici con chi ha un’attività agricolo-pastorale e sostiene di non poterne più delle predazioni dei lupi in Appennino? E come non essere preoccupati per chi semplicemente se ne va a passeggio in montagna e teme un attacco dai lupi? Nessuna di queste problematiche è posta correttamente, alcune si basano su presupposti falsi, e tutte sono frutto di quell’ideologia specista tipica dei sapiens che li porta a considerarsi «custodi della natura» (!) e al vertice della piramide dei viventi. Ma tutte meritano una risposta, anche se scomoda.
Fortunatamente i lupi in Italia hanno approfittato della protezione che è stata loro accordata negli anni ’70 del secolo scorso e sono passati da poche centinaia a quasi quattromila in circa mezzo secolo. Improvvisandosi ecologo, chi vive in campagna e vuole lasciare liberi i propri cani si lamenta che i lupi sono troppi. Ma la pressione di una popolazione animale segue leggi ben precise, determinate dall’ambiente naturale, ignorate evidentemente dalla maggior parte dell’opinione pubblica, che immagina sempre una crescita demografica lineare e illimitata, impossibile in natura perché continuamente frenata da fenomeni diversi. L’andamento reale è correttamente descritto da una funzione matematica («curva logistica» o «curva a S») in cui, all’inizio, una popolazione cresce rapidamente, poi rallenta, si appiattisce diventando quasi parallela all’asse delle ascisse e infine raggiunge una posizione stabile nel tempo. Lo stesso discorso vale, ad esempio, per un embrione, che può crescere soltanto quanto gli è consentito dal volume dell’utero materno.
I lupi, insieme a tanti compagni selvatici, sono in espansione in tutta Europa grazie a inurbamento, abbandono dei terreni marginali, ritorno dei boschi, diffusione delle prede e protezione legale. Ma mentre tutti gli altri animali sono in regressione, il lupo si allarga e prolifica: semplicemente occupa lo spazio che il territorio concede loro. Prima delle terribili stragi moderne, i lupi italici arrivavano a 20.000 individui, senza che si sia mai registrata un’aggressione deliberata a un solo sapiens. Il fatto è che noi siamo convinti di poter sopravvivere su questo pianeta senza altri animali che non quelli da compagnia o da allevamento, e mal tolleriamo ogni intrusione della natura nei nostri ambienti, a meno che quegli intrusi non si “comportino bene”, cioè come noi vogliamo. Solo che oggi tutti gli ambienti sono colonizzati dai sapiens e dunque non c’è più spazio per nessun altro.
Poi c’è la questione degli allevatori, soprattutto di pecore, che lamentano perdite tanto ingenti quanto false: si calcola che, in tutta Europa, la predazione da animali selvatici sul bestiame allevato sia pari allo 0,07% (rielaborazione dati Wwf), una percentuale irrisoria. Non solo: chi vede la sua pecora predata da un lupo ha diritto a un risarcimento e, volendo, può abbattere dell’80% le già scarse predazioni solo imponendo recinti elettrificati, cani da guardiania muniti di collari anti-lupo e la presenza del pastore sul posto. E molte di quelle predazioni non sono causate da lupi, bensì da cani inselvatichiti dopo gli abbandoni (specie cani da caccia). Falsi problemi che vengono amplificati per una ragione di fondo culturale e ideologica.
Da un punto di vista culturale è, purtroppo, sempre lo stesso abisso che inghiotte i sapiens: quando parliamo di lupo non parliamo di un essere vivente, ma, di fatto, della proiezione delle nostre paure. «Quando entrano nella nostra mente i lupi diventano una metafora del selvaggio e del non civilizzato, come una banda criminale che vive fuori dalle norme e dalle convenzioni», scrive il biologo Carl Safina. Perciò reagiamo come se fossimo stati assaltati da una banda di ladri o entrassimo in conflitto con un’altra tribù, mettendo in piedi una specie di disprezzo perché anche loro si permettono di andare a caccia. A pensarci bene, un atteggiamento razzista, poco giustificato dal fatto che si tratta effettivamente di un’altra specie. E il lupo è sempre cattivo e bisogna stare attenti.
I lupi sono estremamente utili. Primo, tengono sotto controllo gli ungulati (cinghiali, cervi, daini) con la loro sola presenza. Secondo, ripristinano gli equilibri idrogeologici e territoriali. L’esperienza di ripopolamento del Parco di Yellowstone, mutatis mutandis, ha dimostrato che la presenza del lupo, attraverso azioni a cascata, ha effetti positivi anche sulla vegetazione e addirittura sulla stabilità delle sponde fluviali, limitando perfino il dissesto idrogeologico. Il ritorno dei lupi ha liberato le piante all’appetito pantagruelico dei wapiti, riducendone il numero naturalmente. Così hanno ripreso a prosperare pesci, anfibi e uccelli e si è arrivati all’attuale ripristino dell’ecosistema. Che sarebbe indispensabile nel nostro Paese, sovraffollato di ungulati che provocano una serie di danni a cascata proprio perché privi di predatori. Ridurre i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie eletta sul quale nessun vivente può issarsi.
L’intervento dello scrittore su una convivenza difficile. Un appello per le aree interne spesso destinate a marginalità e spopolamento

(di Michele Serra – repubblica.it) – Se ho deciso di raccontare un’esperienza molto privata, la morte di uno dei miei cani ucciso dai lupi a duecento metri dalla casa dove abito in Appennino, è perché ho voce, e ho sentito il dovere di rendere pubblico un problema che condivido con una specie che voce non ha: gli umani di montagna, i miei vicini di vallata. La quantità impressionante di reazioni suscitate (giornali, tivù, radio, social) dimostra che il problema è, diciamo così, di grande impatto sentimentale. Ma la qualità media dei commenti – specie sui social, e non è una novità – dimostra che è molto poco conosciuto, messo a fuoco, pensato: molti parlano a vanvera, molti senza avere letto quello che ho scritto. L’approssimazione sui termini, sui luoghi, sui fatti lascia pensare che la rottura del rapporto uomo-natura, conseguenza della grande urbanizzazione del Novecento, sia senza rimedio.
Città e campagna non parlano più la stessa lingua. Stiamo parlando di ciò che rimane della presenza umana sui crinali e nelle valli: quella residua, i vecchi che hanno resistito, e quella di ritorno, in genere giovani coppie che scelgono di risalire in quota per allevare, coltivare, aprire agriturismi. In burocratese sono le cosiddette “aree interne” (il 60 per cento del territorio nazionale) che questo governo ha dichiarato, in sostanza, irrecuperabili, destinate allo spopolamento e alla marginalità – ovvero: destinate a rimanere ciò che già sono. La resilienza degli abitanti di questi luoghi (nei quali, lo dico per gli idioti che hanno scritto del “milanese che va a spasso nei boschi con il suo cagnolino”, io vivo da diciotto anni, coltivo la terra, curo i fossi e il bosco, ho forti vincoli con persone e cose) è decisiva. Perché fa argine all’abbandono, al dissesto idrogeologico e, chiamiamolo così, al dissesto psicologico prodotto dall’isolamento. Perché è cura del mondo. Chi scrive che la natura “si autoregola” ha ragione in riferimento al Giurassico; e alle future ere innominate che seguiranno la scomparsa della specie umana.
Ma nell’Antropocene, qui e ora, è l’uomo che, dopo avere squinternato le connessioni e gli equilibri con gli altri esseri viventi, ha il dovere e il potere di prendersi cura della vita sulla Terra. Senza il governo degli umani, tanto per fare l’esempio più facile, non esisterebbero i parchi nazionali, le aree protette, le politiche di tutela e conservazione. Molte specie si sono estinte per mano degli uomini, la loro avidità e loro invadenza. Molte specie sono ancora sulla Terra per l’accudimento e la protezione degli uomini: il lupo tra queste. Il ritorno del lupo è un successo ormai consolidato, dopo circa mezzo secolo di prezioso lavoro di tutela.
Per chi vive in Appennino è una ragione in più per rimanerci: il risanamento di un ambiente che senza il suo predatore apicale era decapitato. Una rinascita. Ma non siamo a Yellowstone. Non ci sono sconfinate foreste e praterie, a disposizione del lupo. Ci sono spazi generosi e magnifici, ma da condividere con gli umani, e in simbiosi con loro le mucche, le pecore, le capre, le oche, le galline, i cavalli, gli asini. E i cani. L’insieme di queste componenti è “l’ambiente”. Se si è ambientalisti per davvero è con l’ambiente nel suo complesso che si devono fare i conti. E se si è animalisti, e non per vezzo o per moda, sono animali anche i cani, da secoli abitanti delle campagne, delle aie, dei giardini, delle aree adiacenti alle case. Non sono gingilli da salotto, i cani, ma corridori da prato e da foresta, secondo la loro indole. Che può e deve essere controllata, ovviamente: ma non omessa. Il cane non nasce al guinzaglio, fuori dalle città. Il mio cane è vissuto da cane, parte integrante dell’ambiente dove è nato e morto. Accudito, controllato, ma a tratti lasciato libero, con gli altri cani, di scorrazzare attorno a casa: nel suo territorio.
In questo senso le paternali e i rimbrotti per “avere lasciato libero il cane” valgono per le buone intenzioni che li muovono, ma non tengono in alcun conto come si vive tra i monti. I miei cani dormono in casa e dall’imbrunire in poi hanno a disposizione un grande recinto. Ma la custodia non è un ergastolo, e nessuno, essere umano o cane, può accettare di vivere sui crinali barricandosi giorno e notte perché ci sono i lupi. Cercare i grandi spazi naturali e poi essere costretti a viverci da reclusi è indizio di uno squilibrio: c’è qualcosa non va. C’è qualcosa da correggere. Essere cauti e essere atterriti non è la stessa cosa.
Convivere con il lupo, come tutti desideriamo fare, non può significare sottomettere alle sue esigenze quelle di tutti gli altri abitanti del suo territorio: che non è solamente il suo. Il rischio zero non esiste, tanto meno nella vita naturale, dove la predazione è regola e la morte è di casa. Ma, come ogni rischio, può essere molto ridotto ragionando sulla situazione per come è, non per come dovrebbe essere; ascoltando le ragioni degli altri e non limitandosi a ribadire le proprie come se fossero la sola legge; cercando di mettere insieme esigenze anche molto diverse, perché uomini e lupi, galline e cani, non la vedono allo stesso modo. A giudicare da quanto ho letto, sentito, capito negli ultimi giorni, non sono ottimista. Un tecnico faunistico di alto livello, dipendente regionale, con il quale parlo da anni di uomini e lupi, mi dice sconsolato: “è una guerra tra due religioni opposte, e ogni mediazione, ogni compromesso tra ragioni diverse mi sembra impossibile”.
Provo a tradurre: da una parte spinge la lobby delle doppiette, molto potente nel governo Meloni-Salvini e in quella dependance governativa che è diventata Coldiretti. Per loro contano solo le attività umane, compresa ovviamente la caccia, e le specie non umane sono appena un accessorio. Se i lupi sono in soprannumero, basta eliminarne un bel po’. Dall’altra ci sono quelli che confondono la salvaguardia della specie con l’intoccabilità di ogni singolo esemplare. Non capiscono che ogni allevamento di montagna, compatibile con una vita dignitosa e sana degli animali, che chiude i battenti perché si sente sconfitto dai lupi, è un favore fatto agli allevamenti intensivi e alla indecenza della reclusione animale in orribili gabbie. Nonché un peggioramento netto della qualità del cibo. Le recinzioni elettrificate fanno molto: eppure perfino gli allevatori, quando è stagione, espongono le loro bestie al libero pascolo, e la tutela dei cani da guardiania, sebbene efficace, non è assoluta. Né i risarcimenti bastano a cicatrizzare il trauma e ridurre l’ansia. Sperando che nessuno dica anche a loro, davanti alla pecora scannata: “è colpa tua, dovevi tenerla rinchiusa”.In mezzo ai due poli opposti lavorano fior di tecnici e di studiosi che si occupano del lupo, e della convivenza con gli uomini, da molto tempo. Fanno un lavoro prezioso e paziente sul territorio, anche con buoni risultati. Sanno molto, fanno molto, affiderei soprattutto al loro parere e alla loro esperienza ogni decisione sul da farsi: ovvero, su come gestire la presenza esuberante e forse esondante del lupo in Italia. Ma le decisioni che pesano, e i finanziamenti che servirebbero (per esempio per un monitoraggio non occasionale della fauna selvatica: l’ultimo censimento del lupo è del 2021), dipendono dalla politica e dalle istituzioni annesse, prima tra tutte l’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
In Parlamento c’è qualcuno che si alza strillando “spariamo al lupo!”, ma è solo folklore. Prevarranno l’indecisione, il timore di perdere voti dall’una o dall’altra parte, e tutto verrà affidato al caso, alla pazienza di chi subisce danno, alla speranza che “il lupo sdi regoli da solo”, come mi scrive qualche animalista molto ma molto ottimista.Nel frattempo vale quello che dice il mio amico Massimo Castelli, ex sindaco in Val Trebbia, tartufaio (cane senza guinzaglio!), ex portavoce delle aree di montagna, che nel 2019 ebbe una standing ovation in Parlamento per un suo discorso appassionato sulla vita nelle valli: i Lupi sono una specie in espansione, gli Umani dei Monti una specie in estinzione, bisogna trovare la maniera di farle convivere.

(estr. di Roberto Scarpinato – ilfattoquotidiano.it) – […]Tre sono le ossessioni dei colletti bianchi corrotti e collusi: i collaboratori di giustizia, le intercettazioni, l’incontrollabilità della magistratura a causa delle garanzie di indipendenza attribuite dalla Costituzione. Dal suo insediamento, la maggioranza di governo si è impegnata per porre fine ai “rischi” derivanti da questi tre fattori.
[…] Nel dicembre del 2022, ha azzerato il rischio che condannati per associazioni per delinquere finalizzate alla corruzione (comitati di affari, cricche, P3, P4 e via elencando), potessero cadere nella tentazione di collaborare con la giustizia, inguaiando così altri complici e rivelando patrimoni sfuggiti alla confisca. Hanno infatti abrogato la norma che stabiliva che i condannati per tali reati non potevano accedere ai benefici penitenziari se prima non collaboravano con la giustizia. Contemporaneamente rigettando gli emendamenti correttivi dell’opposizione per limitare i danni, hanno gravemente disincentivato la collaborazione dei condannati per reati di mafia, concedendo ai boss ergastolani la possibilità di accedere ai benefici penitenziari senza necessità di collaborare, di rinnegare il codice dell’omertà, di rivelare i patrimoni occulti e i nomi di coloro che continuano a mafiare e a uccidere. Alla luce di una fredda analisi costi-benefici, oggi la collaborazione resta conveniente solo se attuata prima della condanna, nella fase delle indagini, a condizione tuttavia di limitarsi a riferire solo crimini della mafia militare, senza aprire bocca su segreti che chiamano in causa gli “intoccabili”, potenti ai vertici della piramide sociale e politica. La realtà dimostra infatti che gli attuali vertici governativi non sono stati in grado di garantire l’incolumità a Bernardo Pace, colletto bianco di altissimo livello, trovato morto nella sua cella con una corda intorno al collo, dopo che aveva iniziato da appena due mesi a collaborare con la Procura di Milano, anticipando rivelazioni di grande rilevanza sulle complicità eccellenti di Matteo Messina Denaro, di altri vertici della ’ndrangheta e del clan Senese nel processo Hydra in corso a Milano. Nonostante Pace avesse manifestato il forte timore di essere ucciso, rifiutando anche il vitto del carcere per scongiurare il pericolo di essere avvelenato, e nonostante la Procura di Milano avesse segnalato tale pericolo, nessuna reale precauzione è stata assunta, neppure quella minimale del monitoraggio della sua cella con una telecamera. Una morte misteriosa che suona come un monito per altri che avrebbero potuto seguirne l’esempio. A proposito di fattori disincentivanti di nuove collaborazioni sui rapporti mafia-politica, non è certo incoraggiante per chi fosse tentato di vuotare il sacco, apprendere che l’intero staff del Dap, l’articolazione del ministero della Giustizia che si occupa della gestione dei detenuti e della loro sicurezza, pasteggiava all’interno di un ristorante romano gestito da un riciclatore già condannato dei Senese, con un sottosegretario di Stato, vertice del Dap, socio di quel ristorante.
[…]
Dopo essersi adoperata per sminare il terreno dei collaboratori, la maggioranza di centrodestra si è prodotta in una poderosa produzione di leggi il cui combinato disposto è stato disinnescare un altro pericoloso fattore di rischio per la criminalità dei colletti bianchi: le intercettazioni, l’unico strumento in grado di perforare il granitico scudo di omertà trasversale che li mette al riparo dalle indagini della magistratura. La riduzione a soli 45 giorni dei termini per le intercettazioni, l’impossibilità di utilizzare come elementi di prova le conversazioni comprovanti la consumazione di gravi reati diversi da quelli per i quali le intercettazioni sono state autorizzate e altre norme similari non sono il frutto di errori di valutazione, ma scelte politiche meditate. I segnali di allarme ripetutamente lanciati nelle sedi istituzionali da magistrati di prima linea dopo l’approvazione di tali leggi, prima ancora della recente lettera del Procuratore nazionale antimafia, sono stati ignorati anche grazie alla vigile indifferenza di una Commissione parlamentare antimafia tenuta in ostaggio dalla stessa maggioranza che aveva approvato quelle norme, e le cui energie sono state assorbite più che dal contrasto alle mafie, dal contrasto a ex magistrati antimafia componenti della Commissione. Un mix di indifferenza e di arroganza che ha caratterizzato quella che sembrava una marcia trionfale verso la vittoria del Sì, data per certa, al referendum sulla riforma costituzionale per ristabilire il primato della politica sulla magistratura (Nordio dixit).
Purtroppo per loro, ma per somma fortuna del paese, la maggioranza degli italiani avendo capito la vera posta in gioco, ha infranto i loro sogni di onnipotenza e impunità. Una coalizione politica che voglia accreditarsi come una credibile alternativa allo stato attuale delle cose, dovrebbe cogliere il segnale venuto dal paese, assumendo un impegno chiaro e inderogabile dinanzi agli elettori: abrogare nei primi cento giorni di legislatura tutte le schiforme di questa maggioranza di governo, non solo in materia di giustizia, restituendo credibilità allo Stato e alla politica. Il No referendario ha dato il la iniziale. Occorre mettere insieme una coalizione che assumendo come bandiera unificante la Costituzione, sappia assumere su di sé il compito di completare lo spartito, schiodando così dalle poltrone anche i tanti, troppi delusi che non vanno più a votare.

(di Michele Serra- repubblica.it) – Tra le (poche) notizie rassicuranti, l’impressionante record dei 13 milioni di abbonati al New York Times — giornalismo “classico” sebbene tecnologicamente riformato — è una delle più significative. Un giornale è un’agenzia di selezione delle notizie e di impaginazione del mondo.
Lo comperi e lo leggi se ti fidi di un lavoro che non è il tuo, così come quando vai dal dentista piuttosto che trapanarti da solo i denti, o sali su un aereo sapendo che non sarai tu a pilotarlo (anzi: proprio perché sai che non sarai tu a pilotarlo).
Il successo di un giornale è dunque in schietta controtendenza rispetto all’idea che ognuno di noi sia in grado, navigando, di capire in proprio come funziona il mondo; confezionando un collage di letture varie, articoli, materiali i più disparati che possono essere anche, se non tutti alcuni, di buona qualità: ma non sono “un giornale”.
Un giornale non sei tu che lo confezioni. Lo leggi proprio perché concepito e deciso da altri, e ti alleggerisce dall’ossessione/illusione di “farcela da solo”. Pagando uno specifico servizio professionale, riconosci ad altri una padronanza della materia che sai di non avere.
Ovviamente il rischio che l’informazione “fai da te”, sprovvista di filtri e di anticorpi, esposta a qualunque virus cognitivo, e però gratuita, continui a prosperare nella parte meno avvertita e più esposta dell’opinione pubblica, è quasi una certezza.
Ma se anche i lettori del NYT dovessero essere un’élite, un’élite di tredici milioni di persone è una consolazione culturale e politica. Dopo anni di contagio dal basso verso l’alto, chissà che l’alto non riesca a contagiare il basso, prima o poi.
Meloni e i vice. FdI e Lega ora spingono sulla legge elettorale, FI vuole ritocchi proporzionali. E su Trump: “Se sbaglia va detto”

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Qualcuno l’ha ribattezzato il patto della spigola. La spigola c’era, ma non il patto. Sia perché il vertice di governo a Palazzo Chigi ha deciso ben poco. Sia perché anche sul dossier politico trattato ci sono ancora divisioni nella maggioranza. Non a caso la premier Giorgia Meloni avrebbe voluto tenere segreto fino all’ultimo il pranzo con i vice Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi.
[…] I quattro si sono incontrati all’ora di pranzo per parlare dell’ultimo anno prima del voto e al centro del vertice c’è stata soprattutto la discussione sulla legge elettorale “Stabilicum”, le cui audizioni sono iniziate nei giorni scorso alla Camera. La premier Meloni ha chiesto di accelerare sull’approvazione in prima lettura della legge perché “bisogna far sì che chi vince governi” e avrebbe ottenuto l’appoggio di Lega, Noi Moderati e Forza Italia. Soprattutto in uno scenario in cui potrebbe scendere in campo la sindaca di Genova Silvia Salis e dietro a lei Matteo Renzi, è stato tra gli argomenti del vertice.
Ma è sul testo e sulle modifiche da fare che Forza Italia frena. Il leader azzurro Antonio Tajani ha dato la sua disponibilità ad andare avanti, ma ha chiesto ritocchi, come stabilito nella riunione coi dirigenti di partito di martedì sera. In particolare su due punti: abbassare il premio di maggioranza e garantire che sia lo stesso tra Camera e Senato. Gli azzurri propongono di non assegnare il premio in caso di mancanza di una maggioranza tra le due Camere per lasciare al presidente della Repubblica il potere di decidere con un impianto proporzionale. Inoltre, rispetto a Fratelli d’Italia e Noi Moderati, Forza Italia e Lega sono più tiepide a introdurre le preferenze come chiede Meloni. Meloni lo ha chiesto espressamente nella riunione dei leader: “Bisogna far scegliere i cittadini: è una nostra battaglia”, ha spiegato. Di questo e dei tempi parleranno i delegati della maggioranza in una riunione che si terrà la prossima settimana.
La decisione di accelerare sulla legge elettorale stringe Tajani in una morsa, tra Meloni che vuole approvarla il prima possibile e la famiglia Berlusconi che invece è per rimandarla a data da destinarsi. Ma martedì sera, Tajani, incontrando i suoi dirigenti di partito, ha proprio risposto indirettamente a Marina Berlusconi e alle voci sulla sua volontà di spingere per le larghe intese: “Noi non vogliamo il pareggio – ha detto Tajani – non stiamo con i piedi in due scarpe, siamo nella coalizione di centrodestra”.
[…]
Durante il vertice però si è parlato anche a lungo della situazione politica internazionale e delle conseguenze della crisi di Hormuz. Domani la premier, il ministro degli Esteri Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto incontreranno il segretario di Stato Marco Rubio, e Meloni ha dato la linea: l’Italia rimane ancorata all’alleanza atlantica e ai suoi impegni ma, quando serve, bisogna saper dire anche agli alleati quando sbagliano, è stato il senso delle parole della premier. Durante l’incontro si è parlato anche della crisi a Hormuz con l’Italia che appoggia la missione navale europea dopo il cessate il fuoco. Sulla crisi energetica, invece, si prosegue sulla linea di chiedere la deroga al Patto di Stabilità e di accelerare sulla legge delega sul nucleare.
Non si è parlato, invece, delle nomine. Al tavolo Lupi avrebbe chiesto lo stato dell’arte su Consob e Antitrust, ma Meloni ha risposto che non “è l’occasione per parlarne”. Le nomine, previste per oggi, sono in bilico. Il Consiglio dei ministri non è stato nemmeno convocato.
[…] Riforme Bluff e sceneggiate sul “melonellum”, scomparsi dai radar il premierato e l’autonomia
Urge procrastinare. La vecchia battuta è adatta per le riforme istituzionali promesse dal governo. Vale anche per la legge elettorale, il Melonellum che per FdI è fondamentale per evitare il pareggio nelle Politiche, ma che per ora giace in commissione alla Camera. “Acceleriamo” giurano dalla maggioranza. Ma la Lega resta gelida, perché l’abolizione dei collegi uninominali le potrebbe costare sangue. E da FI giurano che dalla casa madre di Milano l’ordine sia di rallentare. Per questo da FdI sussurrano di un possibile voto di fiducia in Senato, se la legge venisse approvata entro l’estate a Montecitorio. Nell’attesa alla Camera se la dorme anche il premierato, riforma delle riforme per Meloni, che però piace poco o nulla ai suoi alleati, e che avrebbe bisogno di un rischiosissimo referendum per essere approvata. Poi ci sarebbe la legge sull’autonomia differenziata cara al Carroccio, stroncata dalla sentenza della Consulta a fine 2024, che ne bocciò parti fondamentali. A novembre, il ministro per le Autonomie e padre della legge, il leghista Roberto Calderoli, ha pubblicato le pre-intese con quattro regioni. Ma la strada resta strettissima. Anzi, paludosa.
Luca De Carolis
Economia Conti pubblici nei guai, ma bruxelles non concede deroghe sui vincoli di stabilità
A un anno dal voto è la situazione dei conti pubblici che può schiantare Meloni&C. Basta vedere il decreto con cui il governo ha appena prorogato il taglio delle accise, dimezzandolo, per 10 giorni, prorogabili di altri dieci (5 centesimi sulla benzina, 20 sul gasolio) raschiando il fondo del bilancio pubblico (pure gli incassi delle multe Antitrust). I prezzi dei carburanti, però, restano alti – con lo sciopero dell’autotrasporto fissato per fine mese – e se lo Stretto di Hormuz non riapre tra poco si dovrà decidere il da farsi. Il governo ha impostato tutta la sua strategia nella richiesta all’Ue di avere flessibilità per poter affrontare il caro energia. Problema: Bruxelles non ne vuol sapere, a meno di recessioni gravi, e anche sulla possibilità di scorporare le spese per la crisi energetica dai vincoli del Patto di Stabilità, come è previsto per quelle sul riarmo, non tira aria di concessioni. Senza aperture, si dovrà decidere se procedere a uno scostamento di bilancio non autorizzato. Le stime di crescita non sono buone e la crisi energetica fa alzare il costo dei debiti pubblici con il rischio che la Bce in estate inizi a rialzare i tassi per frenare l’inflazione. Pessimo scenario.
Carlo Di Foggia
Cultura Vigilanza Rai sempre in ostaggio, rischio sanzioni dall’europa. Appelli a vuoto sul cinemaUna commissione di vigilanza in ostaggio da oltre un anno e mezzo. E una riforma urgente della tv pubblica di cui la maggioranza non si cura. È la Rai al tempo delle destre. Non è servito neppure il monito del presidente della Repubblica Mattarella – “inaccettabile che la Vigilanza Rai non sia in grado di funzionare” – per smuovere la maggioranza. Vogliono come presidente di Viale Mazzini Simona Agnes, indicata da FI. E finché non l’avranno, la commissione resterà ferma. Vergogna contro cui Roberto Giachetti (Iv) ha iniziato uno sciopero della fame, citando tra i motivi anche lo stallo in Senato sulla legge che dovrebbe recepire il Media Freedom Act, regolamento Ue che prevede tv pubbliche indipendenti dai governi, e che va applicato, pena sanzioni. Non va meglio sul cinema, con la legge di riforma impantanata da due anni in commissione a Montecitorio. Dal Quirinale il ministro della Cultura Giuli ha invocato “una legge delega condivisa” con le opposizioni. Ma a sinistra non si fidano. E ieri Pd, M5S e Avs, assieme a Iv e Azione, hanno risposto con una nota fitta di proposte, in cui avvertono: “Aspettiamo la maggioranza alla prova dei fatti”.
@lucadecarolis
[…] Dossier internazionali Imbarazzo sulla flotilla e la Biennale trasformata in caso diplomatico
Sono giorni di tensioni e impotenza anche su due dossier internazionali. Sul caso Flotilla, dopo l’abbordaggio israeliano e il sequestro delle imbarcazioni in acque internazionali, Palazzo Chigi ha condannato l’operazione israeliana e chiesto la liberazione degli italiani fermati. Nessun atto concreto, ma un atteggiamento opposto rispetto a sette mesi fa, quando Meloni definì la Sumud Flotilla “una provocazione”. A “ristabilire” la rotta della destra italiana, le parole di Ignazio La Russa: per il presidente del Senato, la flotilla è “propaganda”, i suoi attivisti “se vengono fermati, gridano alla tortura”. L’altro guaio, per Meloni, è a Venezia, dove il governo si è distinto per l’incapacità di gestire il dossier del padiglione russo. Pietrangelo Buttafuoco ha ignorato le direttive del ministero della Cultura (del suo ex amico Alessandro Giuli) e rivendicato l’autonomia dell’istituzione che presiede. Lo strappo è anche interno alla maggioranza (Salvini domani visiterà la Biennale, “nessun padiglione escluso”) e ha trasformato la manifestazione culturale in un caso diplomatico anche con l’Unione europea.
Tommaso Rodano
Giustizia Effetto referendum: il gip collegiale slitta, ferma la legge sul sequestro dei telefoni
Un governo impaludato nella riforma della giustizia e che fa fatica a uscire dal fango nel quale la sconfitta al referendum sembra averlo fatto cadere. Reduce dal fallimento sulla separazione delle carriere, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha rinviato a data da destinarsi l’entrata in vigore della norma sul gip collegiale, secondo la quale la decisione – in caso di richiesta da parte del pm della custodia cautelare in carcere per l’indagato – spetterebbe a tre giudici per le indagini preliminari. Complicato, con gli attuali organici. Arenati in Parlamento ci sono poi altri due provvedimenti. Il primo, già votato in Senato e fermo alla Camera, riguarda le regole sul sequestro degli smartphone, con la novità della necessaria autorizzazione del gip e non più solo del pm. Il secondo, fermo al Senato dopo il voto alla Camera, è invece la cosiddetta riforma sulla prescrizione, un disegno di legge volto a modificare la disciplina introdotta dalla “riforma Cartabia” con l’abrogazione dell’improcedibilità e la sospensione condizionata. Una riscrittura delle regole ravvicinata alla precedente che creerebbe incertezze negli uffici giudiziari.
Elisabetta Guglielmi
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Nomine e banche Veti di FI sul presidente Consob Testacoda su Mps: il “risiko” è sfuggito di mano
Le nomine bloccano il governo. Consob, Antitrust e Anac sono da mesi in cerca di presidenti ma Meloni & C. si scannano ancora sui vertici. Il 20 gennaio il vicepremier di FI Antonio Tajani ha posto il veto sulla nomina del sottosegretario leghista al Mef Federico Freni alla Consob, chiedendo in cambio l’Antitrust. L’uscente Paolo Savona è scaduto ma sulla nomina, che si sarebbe dovuta discutere ieri e forse lo sarà oggi, è silenzio. Stessa scena anche per i cda delle società pubbliche, con un’inusuale doppia infornata tra uscite eccellenti (Cingolani) ed entrate tentennanti (Giuseppina Di Foggia). Lo scontro ricade sulle banche. Governo e Mef prima hanno spinto la scalata di Mps, Caltagirone e Milleri su Mediobanca, poi hanno cacciato l’ad senese Lovaglio, quindi con un’inversione a U hanno fatto vincere la lista Lovaglio per il cda del Monte, estromettendo Caltagirone. In ballo c’è Generali, voluta dall’imprenditore e UniCredit. In risposta ai francesi di Bnp Paribas, la Lega con Giorgetti sponsorizza il terzo polo Mps-Banco Bpm. E la Procura di Milano che indaga su Mps – Mediobanca vuol leggere i messaggi del Mef. Compresi quelli tra politici.
Nicola Borzi