
(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Hanno detto non siamo più fascisti, e vabbè. Non sono ricattabile, sibilò Giorgia negando di essere berlusconiana, ok ok. Poi, non sono, ci mancherebbe altro, populisti e filorussi neppure e dunque vade retro Vannacci. Con una mano armano Zelensky e con l’altra (Salvini) vorrebbero disarmarla, mah. Un giorno sono europeisti e quello appresso ma chi l’ha detto? Viva Marine Le Pen, no abbasso, ma se quella vince in Francia vedrete baci e abbracci.
[…] Adesso con lo spudorato mai stati trumpiani, mai stati Maga mentono sapendo di mentire e lo fanno con malcelata soddisfazione. Perché essere tutto e il contrario di tutto rappresenta la loro cifra, diciamo così, stilistica. Neppure con la vecchia Dc si raggiunsero le vette abissali di un opportunismo così cangiante. Potremmo definirla una destra squillo, sempre disponibile a concedere i propri favori a lobby e centri di potere, o a detassare partite Iva elettorali con i fondi tagliati a sanità e scuola (se alibi per gli sfascia vetrine, meglio ancora). Una destra ingresso riservato no perditempo.
Alla sinistra televisiva pronta a riproporre le Meloni, i Salvini e l’Ignazio Benito che al non ancora puzzone della Casa Bianca avevano già conferito il Nobel per la Pace diciamo: attenti ragazzi che a questi così gli fate un baffo non avendo essi reputazioni da difendere ma solo interessi da garantirsi. Anche perché mancano perlomeno sei o sette mesi al voto e la memoria storica, si sa, gli italiani non la coltivano troppo. E poi la Meloni è troppo furba e anzi le smarronate di Trump lei le userà per rivendicare, che so, la difesa di Papa Leone, quando si mise di traverso all’autocrate dal ciuffo paglierino. Insomma, il cosiddetto fronte progressista se vuole davvero vincere pensi al suo, a rinnovare per esempio una generazione politica che forse di millennial alla Talarico ne ha, ma li tiene nascosti nelle retrovie.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – I nostri Nando Mericoni che hanno sempre bisogno di mamma America gridano al miracolo perché Trump ha perso le elezioni di midterm come quasi tutti i presidenti Usa dalla notte dei tempi. Ma soprattutto perché, con prodigiosa precocità, all’alba del 2026 il nuovo Congresso Usa ha nientemeno che la prima nativa americana, la prima latina, il primo musulmano, il primo gay dichiarato e il primo […]
L’indiscrezione è pubblicata dal britannico The Independent, che cita alcune fonti interne ai repubblicani. E The Washington Sun ipotizza che al suo posto, come segretario di Stato, potrebbe andare Sergio Gor, ambasciatore degli Stati Uniti in India

(ilfattoquotidiano.it) – La valanga delle midterm ha fatto emergere le crepe tra i repubblicani. L’apparente e formale compattezza prima del voto ha già lasciato spazio alle rese dei conti e alle strategie individuali, tenendo bene in vista la prossima scadenza elettorale. Mancano due anni al 2028, anno in cui Trump lascerà la Casa Bianca. La corsa per la successione è già iniziata. E, secondo quanto scrive il quotidiano, il primo a volere prendere le distanze dal presidente in vista della corsa è il segretario di Stato Marco Rubio. “Ha senso per lui lasciare l’amministrazione – scrive il quotidiano citando alcune fonti, e precisando che già prima dell’esito del voto Rubio non escludeva un passo indietro. – È uno dei papabili candidati alla Casa Bianca e non può correre se è segretario di stato e se è legato a un’amministrazione che potrebbe danneggiare le prospettive”.
Secondo The Independent, già prima dei risultati delle elezioni di midterm fonti di alto livello dei repubblicani negli Usa e figure di spicco del governo britannico avevano riferito al giornale che Rubio avrebbe potuto lasciare il suo incarico di alto livello nell’amministrazione del presidente Usa Donald Trump. Le fonti hanno rafforzato questa previsione dopo che le elezioni di medio termine hanno emesso un verdetto schiacciante sulla presidenza Trump, con i democratici che hanno conquistato roccaforti repubblicane come il Kansas e il Texas. Un insider di Washington citato dal giornale britannico ha dichiarato che Rubio deve “prendere le distanze dalla guerra contro l’Iran e attribuirne la responsabilità a Trump”. “È del tutto logico che si dimetta e lasci l’amministrazione”, ha detto l’alleato di Rubio.
Intanto a Washington, l’attenzione si concentra su chi potrebbe emergere all’interno dell’amministrazione Trump all’indomani della pesante sconfitta subita dai Repubblicani alle midterm. Un nome continua a ricorrere: quello di Sergio Gor, ambasciatore degli Stati Uniti in India. A scriverlo è il Washington Sun citando dieci persone a conoscenza delle dinamiche interne, secondo le quali Gor – già stretto collaboratore di Trump alla Casa Bianca e suo fedelissimo – sta preparando il terreno per un importante avanzamento di carriera in seguito al voto di metà mandato. Grazie ai suoi solidi contatti e all’accesso diretto a Trump, Gor ha assunto un ruolo sempre più rilevante in incontri di alto livello ed è considerato una figura chiave nei rapporti tra Washington e gran parte dell’Asia, nonché un confidente del Segretario di Stato Marco Rubio. Negli ambienti vicini a Trump, il nome di Gor circola ora come possibile candidato a posizioni di vertice per la seconda metà del mandato presidenziale.
Secondo alcune fonti, il nome di Gor è stato fatto in relazione a diversi incarichi di grande peso, tra cui quello di capo di gabinetto della Casa Bianca o di successore di Rubio alla guida del Dipartimento di Stato. Al momento, né Rubio né l’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, hanno manifestato pubblicamente l’intenzione di lasciare l’amministrazione. Ciononostante, negli ambienti del Dipartimento di Stato e in quelli politici repubblicani, c’è chi ipotizza che Rubio possa abbandonare l’esecutivo per prepararsi a una futura candidatura alla presidenza, nel 2028 o nel 2032. Anche la posizione di Susie Wiles è considerata, nell’orbita di Trump, come potenzialmente a rischio. Alcune fonti suggeriscono che Gor potrebbe essere interessato anche a un diverso tipo di promozione all’interno del Dipartimento di Stato, come ad esempio subentrare al vice segretario Chris Landau. Al momento, Gor ha tuttavia smentito di essere interessato a un altro incarico, affermando di non aver mai discusso con nessuno la possibilità di ricoprire un ruolo diverso: “Questa storia è una colossale sciocchezza”, ha dichiarato Gor a The Washington Sun, definendo Rubio “insostituibile” e sottolineando di “non avere alcun interesse per altri incarichi”.
Questa ondata di freschezza democratica americana (iniziata in Brasile) rappresenterà una vera svolta; travolgerà anche l’Italia?

(di Gerardo Ongaro – ilfattoquotidiano.it) – Il cambio generazionale nel Partito Democratico statunitense e la sua vittoria alle elezioni del 3 novembre 2026 è veramente una novità? Mi viene alla mente Obama, che sembrava rappresentare una svolta epocale. Nobel per la Pace subito, non avendo ancora fatto niente, si rivelò guerrafondaio e si rimangiò la promessa di chiudere la prigione di Guantanamo. Il caso Mohamedou Ould Slahi è emblematico; tenuto in carcere a Guantanamo senza accuse formali, umiliato, torturato… Un giudice ne ordinò la scarcerazione, l’amministrazione Obama si oppose. Così si fece altri anni di carcere, innocente, 14 in totale.
Il genocidio di Gaza era in corso durante l’era del democratico Biden, che non fece nulla per fermarlo, le tregue le impose poi Trump. La guerra in Ucraina è stata fomentata dal democratico Biden, Trump sta cercando di fermarla, mentre la democratica Ue sta sabotando ogni tentativo di pace.
Questa ondata di freschezza democratica americana (iniziata in Brasile) rappresenterà una vera svolta; travolgerà anche l’Italia? E per fare cosa? Per continuare le politiche liberiste della concentrazione della ricchezza, del riarmo, guerrafondaie del governo attuale?
Non ci sono soldi!, ci dicono quotidianamente le solite figure mediatiche che di soldi ne hanno tanti. I soldi ci sono, ma sono mal distribuiti, come prevederebbero invece la democrazia e la nostra Costituzione. Non dimentichiamoci che è in realtà l’economia a determinare in gran misura le scelte elettorali. In mancanza di risposte alternative, la gente vota indifferentemente il lupo o l’agnello, non riuscendo a notare la differenza.
Sfido chiunque a dimostrare che la maggior parte degli elettori legge i programmi elettorali prima di andare a votare. Salvo rare eccezioni, ai politici conviene che sia così. Non conviene la crescita culturale dell’elettore, non conviene un’affluenza alle urne strepitosa: pochi elettori ignoranti (che non significa necessariamente stupidi) sono maggiormente manipolabili. Il tentativo di sbarazzarsi dei pochi programmi televisivi dedicati al giornalismo d’inchiesta, come Report, è una prova lampante.
La riforma costituzionale sulle leggi di iniziativa popolare/referendum propositivo, che il M5S propose durante l’esperienza governativa, subì forti attacchi da parte delle altre forza politiche. Temevano la partecipazione dell’elettorato, il suo coinvolgimento nella conoscenza dei temi soggetti a discussioni parlamentari e a possibili referendum. Riuscirono ad affossarla. Così, con il solo voto ogni cinque anni, si delega totalmente il potere nelle mani di pochi.
Se la gente volesse informarsi prima del voto, non ne avrebbe il tempo. Pensiamo a una famiglia di genitori e un paio di figli. Se hanno la fortuna di lavorare entrambi, il loro tempo sarà consumato da viaggi pendolari nel traffico, lunghe ore di lavoro (con eventuali straordinari), cura per i figli… Non a caso l’orario di lavoro è rimasto invariato nonostante l’enorme sviluppo tecnologico degli ultimi decenni.
Per cambiare un mondo fallimentare, si dovrebbe diffidare di ammucchiate elettorali dove si scontrano visioni contraddittorie che impediscono il cambiamento autentico. Farebbero perdere voti, perché perderebbero di credibilità.
L’ondata mediatica liberista, sostenuta dietro le quinte dai poteri che contano, sta tentano di portare Renzi nella coalizione progressista, sbandierando sommatorie di sondaggi, spesso smentite dal voto reale. Con un minuscolo manipolo di parlamentari, il loro potere di ricatto sarebbe illimitato, come dimostrato dall’avvento del loro referente finanziario Mario Draghi, che, a sua volta, portò al potere il governo Meloni.
Per loro (i potenti) si tratterebbe di una situazione di vittoria certa comunque vada: se a causa di Renzi la gente se ne stesse a casa, vincerebbe il centrodestra, loro alleato tradizionale; se vincesse il centrosinistra, avrebbero un loro cavallo di troia a protezione dei loro interessi, con un altro Draghi eventualmente in attesa.
Salvini non vota, Calderoli contrario. La decisione del Consiglio dei ministri contro la giunta del leghista Alberto Stefani: è il primo conflitto sul suicidio assistito contro una Regione amministrata dalla coalizione di governo

(ilfattoquotidiano.it) – Il governo ha impugnato di fronte alla Corte costituzionale la legge sul fine vita del Veneto, prima Regione amministrata dal centrodestra (il governatore è il leghista Alberto Stefani) ad approvare lo scorso settembre un provvedimento su “procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito“. A decidere per l’impugnazione è stato il Consiglio dei ministri: il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, a quanto si apprende, non ha partecipato né alla discussione né alla votazione. Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, anche lui leghista, si è invece espresso contro l’impugnazione, sostenendo che si tratta di una legge ordinamentale che indica solo le linee guida attenendosi alle norme già in vigore.
Tajani assicura che la premier “non è mai stata MAGA”, ma l’archivio dice l’opposto: tra comizi americani, endorsement della famiglia Trump e slogan nello Studio Ovale, la storia smentisce il tentativo di cancellare anni di piena sintonia trumpiana.

(di Francesca Moriero – fanpage.it) – “Neanche Meloni è mai stata una MAGA, per carità. Siamo conservatori, io sono berlusconiano”. Bastano poche parole pronunciate dal vicepremier Antonio Tajani all’indomani dello scossone elettorale d’Oltreoceano per riscrivere con un colpo di spugna anni di strategia politica, convegni oltreoceano e prese di posizione pubbliche. Un paradosso non da poco, se si considera che lo stesso titolare della Farnesina, solo pochi mesi prima a Washington, si era fatto immortalare con il celebre cappellino rosso “Make America Great Again”, per poi difendersi in Aula al Senato rivendicando che “era un regalo” e che di quel berretto non si vergognava affatto.
La sortita del leader di Forza Italia suona insomma come un tentativo di amnesia programmata. Archiviata la luna di miele e incassata l’imprevedibilità del trumpismo, la maggioranza tenta di rifarsi una credibilità atlantista moderata, dipingendo la premier come una conservatrice istituzionale immune al contagio del sovranismo a stelle e strisce. A smentire l’operazione non sono però soltanto le interpretazioni delle opposizioni, ma l’archivio sonoro, visivo e cartaceo della stessa Giorgia Meloni.
La corte di Bannon ad Atreju (2018)
La fascinazione per il mondo che gravitava attorno al miliardario newyorkese parte da lontano. Nel settembre 2018, l’ospite d’onore della kermesse di Fratelli d’Italia, Atreju, è Steve Bannon, l’ideologo supremo della vittoria trumpiana del 2016 e demiurgo dell’universo MAGA.
Dal palco romano, Bannon incorona Fratelli d’Italia come la declinazione italiana dell'”America First” (“Voi siete l’Italia First”). La risposta della presidente di FdI è un’apertura inequivocabile: l’annuncio pubblico dell’intenzione di aderire formalmente a The Movement, la rete internazionale dei populisti e sovranisti ideata dal guru trumpiano per scardinare gli assetti dell’Unione Europea.
Il pellegrinaggio americano: dal Prayer Breakfast a CPAC (2020-2022)
Nel febbraio 2020, Meloni vola a Washington come unica leader politica italiana invitata al National Prayer Breakfast, alla presenza di Donald Trump, per poi proseguire la sua missione politica presenziando alla Conservative Political Action Conference (CPAC), la roccaforte assoluta del trumpismo radicale. In quel frangente, la rivendicazione è orgogliosa: “La ricetta di Trump è quella giusta: meno tasse, meno burocrazia, difesa dei confini e delle identità. Un modello per la nostra Italia”.
Due anni più tardi, nel febbraio 2022, Meloni è ad Orlando, in Florida, per salire direttamente sul palco del CPAC. Con un intervento in inglese dai toni apocalittici contro le “élite globaliste” e la “dittatura del politicamente corretto”, arringa la platea di fedelissimi del tycoon scandendo le parole d’ordine della destra nazionalista: identità cristiana, sovranità nazionale e attacco al progressismo. Non una conferenza accademica di conservatori moderati, ma l’avamposto più acceso della propaganda MAGA.
Lo scudo dopo Capitol Hill e la “censura orwelliana” (2021)
Anche nei passaggi più critici della parabola trumpiana, la sintonia non è mai venuta meno. All’indomani dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, mentre le cancellerie europee condannavano senza appello i fatti di Washington, Meloni scelse di focalizzare la propria battaglia politica altrove. Quando le piattaforme social sospesero i profili del presidente uscente, la leader di Fratelli d’Italia si schierò invece apertamente contro l’oligarchia delle “Big Tech” e la “censura orwelliana” subita da Trump, sposando in pieno la retorica vittimistica del movimento MAGA contro l’establishment e i media tradizionali.
Il marchio di famiglia: la prefazione di Don Jr. e lo spot su Truth
A certificare che il filo diretto con il cerchio magico del tycoon non appartenesse solo a un passato remoto è arrivata anche la consacrazione editoriale negli Stati Uniti. L’edizione americana dell’autobiografia di Meloni (“I Am Giorgia”) è uscita infatti con la prefazione ufficiale firmata da Donald Trump Jr., l’erede ideologico dell’universo MAGA. Un’operazione benedetta dallo stesso Trump senior, che sul suo social Truth ha promosso il libro definendo Meloni una fonte d’ispirazione per tutti, incassando la pronta replica della premier: “Molto gentile, amico mio!”.
“Make the West Great Again”: lo slogan alla Casa Bianca
L’abbraccio simbolico non è terminato con l’arrivo a Palazzo Chigi, né si è limitato alle fasi di costruzione del consenso dall’opposizione. Il punto di saldatura lessicale e concettuale più esplicito si è consumato nello Studio Ovale. Il 17 aprile 2025, seduta a fianco di un restaurato Trump, Giorgia Meloni non si è limitata alla grammatica diplomatica dei bilaterali di Stato. Davanti alle telecamere internazionali ha fatto suo il mantra trumpiano, riadattandolo in chiave geopolitica con una formula studiata ad arte: “The goal for me is to make the West great again, and I think we can do it together”, “Fare di nuovo grande l’Occidente”: una trasposizione fedele del marchio politico del presidente USA, pensata per accreditare se stessa come il ponte naturale tra il movimento MAGA e il Vecchio Continente.
L’abbaglio del Nobel per la Pace (2026)
Ma il paradosso più stridente si è consumato sul terreno delle relazioni internazionali e del conflitto ucraino. Mentre Trump minacciava il disimpegno dalla NATO, flirtava con Vladimir Putin e teorizzava accordi sulla pelle di Kiev forzando le concessioni territoriali, da Roma arrivava la consacrazione diplomatica definitiva. Intervenendo in conferenza stampa a inizio 2026, Meloni si spingeva a dichiarare pubblicamente: “Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina”. Una cambiale in bianco consegnata al leader MAGA, assecondata persino dallo stesso Tajani, mentre l’amministrazione repubblicana ridisegnava la mappa della sicurezza europea a colpi di ricatti bilaterali.
Insomma, che oggi tra Palazzo Chigi e la Farnesina si preferisca aggiustare il tiro e rifugiarsi in un atlantismo più prudente e convenzionale fa parte del gioco: tra l’ombra dei dazi per l’export e gli scossoni della diplomazia reale, certe sintonie del passato finiscono per pesare. È la fisiologia del governare, ed è anche comprensibile.
Però tra la legittima cautela di oggi e il sostenere che Meloni “non è mai stata MAGA” c’è di mezzo un oceano di comizi, slogan condivisi e trasferte d’archivio. Si può benissimo spiegare che il quadro geopolitico è mutato e che il ruolo istituzionale impone altre priorità; fingere che quella lunga stagione di affinità elettive non sia mai esistita, invece, è un esercizio che fatica a reggere di fronte a una traccia documentale che è semplicemente lì, sotto gli occhi di tutti.

(Dario Lucisano – lindipendente.online) – «La fantascienza è realtà, bisogna essere pronti al peggio, anche a un conflitto in Europa». Con queste parole la commissaria alle crisi Hadja Lahbib è tornata a lanciare l’allarme bellico, mettendo in guardia i propri cittadini. Lo ha fatto a poche ore dall’attacco informatico che ha colpito sistemi di refrigerazione dei supermercati europei, Italia compresa. L’UE è al momento in una «zona grigia», ha detto Lahbib: «Non siamo in guerra ma nemmeno in pace». Sulla scia di questi ammonimenti, la commissaria ha diffuso nuove indicazioni per preparare i cittadini alle emergenze, riprendendo l’impostazione di quelle presentate lo scorso anno attraverso un video che ricalcava il format social What’s in my bag. La retorica bellica verso cui l’Europa ha virato negli ultimi anni fa da sfondo ai piani di riarmo annunciati. L’UE punta a spendere entro il 2030 una cifra pari a 800 miliardi di dollari in armamenti, mentre latita dai tavoli negoziali, restando ai margini della diplomazia mondiale.
Le dichiarazioni di Lahbib arrivano sulla scia degli ultimi episodi di cronaca che hanno trovato ampio spazio sulle prime pagine dei quotidiani europei. Nei primi due giorni di novembre, sono stati segnalati attacchi informatici ai sistemi di refrigerazione dei supermercati in diversi Paesi europei, Italia compresa. Due settimane prima, in Francia, la filiera del freddo era stata oggetto di un attacco analogo: diversi impianti frigoriferi della grande distribuzione erano stati manipolati da remoto e impostati in modalità sbrinamento, con temperature che avevano raggiunto anche i 50 °C. Fin dalle prime ore successive agli episodi, l’UE aveva parlato di «un tentativo deliberato di interrompere la nostra catena di approvvigionamento alimentare e di minare la fiducia dei consumatori in essa». Ora il caso torna al centro del dibattito, riportando l’attenzione sul tema della cosiddetta «guerra ibrida».
Il 3 novembre gli attacchi ai sistemi di refrigerazione dei supermercati sono proseguiti, mentre le indagini nei Paesi coinvolti sono andate avanti. Sulla scorta delle dichiarazioni allarmistiche, la Commissione ha convocato due riunioni di coordinamento con gli Stati colpiti dal sabotaggio informatico: alla prima hanno partecipato la task force interistituzionale dell’UE, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cybersicurezza (ENISA), Europol e gli organi competenti dell’esecutivo; la seconda ha coinvolto EU-CyCLONe, la rete europea di collegamento per le organizzazioni di gestione delle crisi informatiche. Parallelamente, la Commissione ha diffuso nuove indicazioni per preparare i cittadini alle situazioni di emergenza: «Quando si verifica una calamità, le prime ore possono fare la differenza. Ogni europeo dovrebbe sapere cosa fare, come proteggere la propria famiglia e come aiutare gli altri», ha affermato Lahbib.
L’impostazione delle nuove raccomandazioni riprende quella delle indicazioni elaborate nel marzo del 2025 e presentate dalla stessa commissaria attraverso un video che ricalcava il format social What’s in my bag («Cosa c’è nella mia borsa»). Nel filmato, Lahbib mostrava il contenuto del proprio kit di sopravvivenza, illustrandone gli elementi con un linguaggio e uno stile tipici dei contenuti di intrattenimento. Le nuove linee guida mirano ad «aiutare le persone e le comunità a prepararsi alle emergenze, incluse le prime 72 ore di una crisi». Tra le indicazioni figura la preparazione di un kit di emergenza contenente beni di prima necessità che consenta ai cittadini di essere autosufficienti per almeno tre giorni. Sono inoltre previsti programmi di «educazione alla preparazione» e iniziative per la «comunicazione dei rischi e delle minacce». La Commissione ha infine annunciato l’istituzione della prima Giornata europea della preparazione, in programma nell’ottobre del 2027.
Insomma: di fronte ai recenti fatti di cronaca, l’esecutivo comunitario ha risposto diffondendo nuove indicazioni che mirano a rendere i cittadini familiari con un contesto di crisi permanente e a normalizzare l’ipotesi di un potenziale conflitto. Una strategia che, sul piano comunicativo, sembra procedere di pari passo con il piano di riarmo europeo, che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro entro il 2030 attraverso due strumenti principali: il primo prevede la mobilitazione di una cifra fino a 650 miliardi di euro mediante l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, che consentirebbe agli Stati membri di aumentare la spesa militare senza essere soggetti ai vincoli del Patto di stabilità; il secondo è il fondo SAFE, che prevede la raccolta sui mercati finanziari di un massimo di 150 miliardi di euro, da mettere a disposizione degli Stati membri sotto forma di prestiti.
(ANSA) – I giovani britannici sono ben poco disposti a imbracciare le armi per il proprio Paese in caso di guerra, nonostante i tanti appelli da parte del governo e dei vertici delle forze armate per prepararsi a un eventuale conflitto.
Solo il 22% degli under 35 nel Regno Unito considera importante essere pronto “a servire nelle forze armate in caso di necessità”, contro il 43% degli over 55. È quanto emerge dall’ultima edizione del British Social Attitudes Survey (Bsa), una vasta indagine sugli orientamenti sociali e politici, condotta ogni anno dal 1983.
L’autrice del rapporto, Sophia Gaston, ha affermato che i risultati sono “preoccupanti” per l’esecutivo laburista di Andy Burnham, che anche di recente aveva invitato la popolazione alla prontezza davanti alla prospettiva di una guerra, di eventi naturali estremi o di attacchi informatici.
Gaston ha indicato tra le possibili cause un minore senso di appartenenza nazionale dei più giovani. Il sondaggio contiene anche le indicazioni su tutta la popolazione britannica senza distinzione d’età rispetto ai Paesi che vengono percepiti come una minaccia per la stabilità a livello globale: l’89% ha indicato la Russia, il 78% Israele, seguito dall’Iran (75%) e dalla Cina (62%). Intanto la quota di chi considera gli Stati Uniti come una seria minaccia internazionale è più che raddoppiata, dal 36% del 2024, quando c’era Joe Biden alla Casa Bianca, fino al 74% della primavera di quest’anno con la presidenza di Donald Trump.
(ANSA) – Il Mezzogiorno rischia di perdere quasi 7,4 milioni di abitanti entro il 2080, passando dagli attuali 19,7 milioni a 12,3 milioni. È la stima contenuta nel rapporto “Sud Vivo. La sfida demografica come risorsa nazionale”, promosso dalla Fondazione con il Sud e curato da Francesco Izzo e Fabrizio Minnella, che fotografa le criticità demografiche ed economiche dell’area, ma evidenzia anche esperienze e potenzialità di sviluppo.
Tra il 2001 e il 2023 il Sud ha già perso circa 730mila residenti, mentre oltre 220mila giovani sono emigrati all’estero tra il 2011 e il 2024. Il rapporto segnala tuttavia indicatori positivi: negli ultimi anni il Mezzogiorno ha registrato una crescita cumulata del 9,5%, superiore alla media nazionale.
La quota di imprese ad alta crescita supera quella italiana in tutte le regioni meridionali. Sono inoltre quasi 50mila le organizzazioni del Terzo settore iscritte al Runts, il registro unico nazionale del terzo settore e circa 3.500 le startup innovative presenti nell’area.
Tra le risorse individuate figurano anche l’accoglienza e l’economia sociale. Nel Mezzogiorno si concentra il 65% dei progetti e il 55% dei posti del sistema accoglienza integrazione SAI.
Il rapporto documenta diverse esperienze di rigenerazione territoriale, dalla rinascita del Rione Sanità a Napoli, con oltre 130 giovani coinvolti nelle attività culturali e turistiche, a CasaPaese a Cicala, in Calabria, fino a Beehive a Trapani, che ha contribuito alla creazione di 56 posti di lavoro qualificato e al rientro di 26 siciliani.
Restano significative le disuguaglianze. Nel 2025 il tasso di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni è pari al 41% nel Mezzogiorno, contro il 58% della media nazionale. Pesano inoltre salari più bassi, precarietà lavorativa e carenze nei servizi pubblici, fattori che continuano ad alimentare la partenza dei giovani qualificati.
La campagna Sud Vivo, promossa con circa 200 partner, individua quattro direttrici per contrastare lo spopolamento: nascere, restare, tornare e arrivare. L’obiettivo è creare condizioni favorevoli alla permanenza e all’attrazione di nuovi abitanti attraverso lavoro dignitoso, servizi, accoglienza e valorizzazione delle competenze.
Per la Fondazione con il Sud, la rigenerazione demografica rappresenta una questione nazionale. Il rapporto indica nella collaborazione tra istituzioni, enti locali e Terzo settore la strada per consolidare le esperienze già avviate e trasformarle in politiche strutturali di sviluppo.
Le elezioni Usa dimostrano che una destra aggressiva si contrasta solo con posizioni radicali. Altro che voto moderato

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Appunti per il campo largo dal voto Usa di Midterm: l’estremismo Maga di Trump non si batte con l’appello al voto moderato, ma sfidandolo sul suo stesso terreno con idee nette e radicali. Una lezione della quale il fronte progressista italiano, ancora senza leader e senza programma, dovrebbe fare tesoro: contro la destra neoliberista, autoritaria e sedicente sovranista di Meloni & Co non si vince reclutando nella coalizione centri e centrini vari ma affrontandola colpo su colpo non solo su sanità, lavoro, salari, povertà, conflitto d’interessi, guerra e riarmo. Ma anche superando un tabù come la tassa patrimoniale sui grandi capitali che perfino tra i democratici americani comincia ad infrangersi.
Non è un caso che tra i volti simbolo delle Midterm americane spicchino tra gli altri, il seminarista presbiteriano James Talarico e il medico figlio di immigrati egiziani Abdul El-Sayed. Il primo ha riportato i dem alla vittoria in Texas dopo quasi 40 anni esortando gli elettori ad unirsi per opporsi allo strapotere dei miliardari e delle loro ingerenze nella politica. Il Davide che sconfigge i Golia, per citare le sue parole: ossia l’uomo più ricco e quello più potente del mondo insieme all’intero establishment di Washington”. Il secondo ha strappato un seggio al Senato inneggiando alla Sanità pubblica per tutti, ridotta di fatto dalle privatizzazioni selvagge delle destre mondiali da diritto universale a privilegio per censo.
Intanto in Italia, il fronte progressista discute di altro. A parte il Movimento 5 Stelle che ha già consultato la propria base e formulato le sue proposte, se pare ormai certo che il candidato premier si deciderà con le primarie, il programma latita ancora. In compenso, gli sherpa del Pd e gli opinionisti prêt-à-penser dei meglio salotti televisivi continuano a spingere il reclutamento di Renzi nella coalizione – e il salvataggio del suo micro-partito dall’estinzione – come fosse questione di vita o di morte. Eppure quell’uno-due percento di cui è accreditato l’ex rottamatore – soprattutto del governo Conte-2 – rischierebbe in realtà di sottrarre alla coalizione più consensi di quanti ne porterebbe in dote. Secondo un sondaggio Lab21 per La Notizia, pubblicato il 12 giugno scorso, infatti, il 51,6% degli intervistati considera Italia viva una “forza respingente”, capace di allontanare l’elettorato strutturato di sinistra e del Movimento 5 Stelle.
Così, invece di affondare il colpo sul governo grazie all’assist che arriva dagli Usa con la disfatta di Trump, da cui ora Meloni & C. cercano affannosamente di smarcarsi dopo averlo rincorso, dalla candidatura al Nobel proposta dalla premier alla penosa sfilata del suo vive Tajani al Board of Peace con il cappellino Maga in mano, l’opposizione rischia di perdersi nelle solite alchimie di palazzo che non fanno altro che allontanare gli elettori dalle urne. Ha ragione il politologo Revelli, che potrete leggere nell’intervista pubblicata oggi sul nostro giornale: “Una destra aggressiva e virulenta si contrasta solo con posizioni radicali, chiare, nette e un programma radicalmente opposto”. Non certo alleandosi con Renzi.

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump è diventato un tizzone ardente. Brucia le dita di tutti quelli che lo hanno applaudito per sottomettersi alla sua corona di re del mondo. Non ha ancora perso tutto, ma ha già perso molto. Le elezioni di Midterm hanno trasformato la sua onnipotenza in una disfatta politica. Il suo consenso precipita. Il suo partito paga. I suoi alleati cominciano a guardarsi intorno, cercando un estintore. E adesso assistiamo al più comico e indecente spettacolo della politica contemporanea: la fuga dei complici.
Perché Trump non è diventato improvvisamente Trump. Lo era già. Era già l’uomo condannato per 34 falsificazioni di documenti contabili, quello riconosciuto responsabile di abuso sessuale contro la scrittrice E. Jean Carroll, quello che ha pagato Stormy Daniels per negare la loro relazione, quello che se la spassava alle feste maligne di Epstein, quello delle menzogne a raffica, dell’assalto a Capitol Hill, delle minacce agli avversari, del disprezzo per le donne, gli immigrati, i poveri. Era già il miliardario che considera la Casa Bianca un’estensione delle proprie aziende, la politica estera una trattativa immobiliare, la pace un affare da concludere possibilmente con un premio Nobel a fine pasto. Non occorreva un’indagine dell’Fbi per capirlo. Bastava ascoltarlo. Bastava guardarlo. Bastava non mentire a se stessi.
Invece no. Per due anni abbiamo ascoltato una processione di commentatori, editorialisti, diplomatici, politologi, specialisti della genuflessione, spiegarci che dietro ogni sua volgarità si nascondeva una strategia. Dietro ogni insulto una verità. Dietro ogni ricatto una raffinata tecnica negoziale. Dietro ogni menzogna un messaggio agli elettori. Trump minacciava e loro traducevano. Trump delirava e loro interpretavano. Trump pretendeva e loro applaudivano la sua capacità di ottenere risultati. Per spiegare un uomo senza scrupoli hanno inventato un’intera scienza degli inchini. Adesso che il vento gira, gli stessi interpreti scoprono i suoi limiti, gli eccessi, le contraddizioni, il linguaggio divisivo. Che coraggio. Che tempestività. Che straordinaria capacità di arrivare alla verità quando non costa più niente.
E Giorgia Meloni? Difficile per un premier italiano non sottomettersi all’alleato americano. Ma lei ha fatto molto di più, ci è andata a nozze e ha finito per cascare dentro la torta. Aveva scommesso sulla propria intimità politica col presidente americano. Era il suo alleato, il suo interlocutore privilegiato, il gigante che avrebbe garantito all’Italia un posto speciale nel mondo. A gennaio era arrivata a immaginare per lui il Nobel per la pace. Il Nobel. Per Trump. Che già armava e finanziava il massacro di Gaza, schierava le portaerei nel Golfo per minacciare Teheran, affondava i motoscafi venezuelani in diretta tv. Ora la premier deve spiegare come si conciliano il patriottismo italiano e la sudditanza a un presidente che usa i dazi contro gli alleati, tratta l’Europa come una seccatura, pretende obbedienza e chiama amicizia la sottomissione. Ma soprattutto deve spiegare agli italiani che cosa abbiano guadagnato da tanta devozione. Quale vantaggio economico, quale sicurezza, quale prestigio. Oltre alle fotografie sorridenti pretese, no, anzi, implorate. Il guaio è che, mentre il suo grande alleato va in malora, anche il governo italiano sbanda e pasticcia. La nuova manovra di Bilancio, 26 miliardi distribuiti in 157 articoli, è un catalogo di piccoli interventi, sconti provvisori, promesse valide soltanto per l’anno elettorale. Non un progetto per il Paese, ma una collezione di cerotti. Con tagli alla scuola, alla sanità, al lavoro. Incapace di immaginare un futuro più lungo di 12 mesi – salvo le armi e la guerra – mentre celebra con le fanfare la durata record del proprio governo. È questa la doppia bancarotta politica che si profila. Fuori, la scommessa sul padrone americano. Dentro, la povertà di una politica che ha scambiato la propaganda sui social e sui tg per il governo, la sudditanza per la diplomazia, la sopravvivenza per il successo.
Ma la questione più grave riguarda chi racconta tutto questo. Perché una democrazia può sopravvivere a un presidente indecente. Ma soffoca quando l’informazione diventa di regime, nasconde i fatti o li traveste, criminalizza le proteste di piazza e trasforma le critiche in un complotto. Adesso gli stessi addetti alla propaganda di prima, scriveranno migliaia di articoli sulla crisi del trumpismo. Analizzeranno i malanni dell’America, le oscillazioni del voto Maga, il malessere della classe media, la rivolta contro gli oligarchi. Tutto utile. Ma evitando di rispondere alla domanda più semplice: come avete potuto prendere sul serio, per tanto tempo, un uomo simile? Trump brucia. Meloni negherà di essersi scottata. Resta il tema (etico, deontologico, politico) di chi mente con il potere, per il potere. E pretende di chiamarla informazione.
(ANSA) – Dall’analisi delle tabelle della Legge di Bilancio 2027 condotta dall’osservatorio Milex emerge che la spesa militare italiana previsionale supererà per la prima volta i 40 miliardi di euro l’anno prossimo, con una crescita di oltre 6 miliardi rispetto ai quasi 34 miliardi del 2026.
Si tratta, segnala Milex, di “un nuovo record storico, con una crescita di oltre 6 miliardi (+18%) rispetto ai quasi 34 miliardi del 2026 e in deciso incremento anche rispetto al quadro tendenziale, cioè a legislazione vigente, che il Bilancio per il 2026 prevedeva per l’annata successiva”.
Il dato principale è la crescita del bilancio proprio del ministero della Difesa, che da solo raggiunge 38,8 miliardi, con un incremento di circa 6,4 miliardi rispetto ai 32,4 miliardi del 2026 e di 4,5 miliardi – lo 0,19% del Pil previsto nel Documento Programmatico di Bilancio – rispetto ai 34,3 miliardi del bilancio Difesa atteso a legislazione vigente, con più della metà dell’incremento dovuto ai maggiori investimenti nell’acquisto di armamenti.
A trainare l’incremento che porta la spesa militare italiana oltre la soglia dei 40 miliardi sono infatti le maggiori spese per armamenti che, tra Difesa e Mimit, nel 2027 saliranno da 13,2 a 17,2 miliardi.

L’iniziativa di Cittadino Sudd, presentata lo scorso 31 ottobre al Museo del Sannio, delinea l’embrione di una discussione pubblica di cui si sente particolare bisogno in una comunità cloroformizzata dal «pensiero unico».
Due premesse sono tuttavia ineludibili:
1. l’attuale inquilino di Palazzo Mosti, al più tardi a maggio, dovrà traslocare perché la legge inibisce il terzo mandato;
2. gli organizzatori dell’incontro, Umberto Del Basso De Caro e Pasquale Viespoli, hanno dichiarato la loro irrevocabile indisponibilità a futuri impegni diretti.
Tali precisazioni si rendono necessarie per evitare retropensieri tendenti a spostare il ragionamento su un terreno improprio e scivoloso.
L’obiettivo dichiarato è, invece, aprire una riflessione collettiva su temi che rappresentano il futuro della nostra Città:
1. dalla funzione territoriale che Benevento è chiamata a ricoprire nei prossimi venti anni al rilancio delle attività produttive;
2. dalle infrastrutture che devono connettere Benevento al resto d’Italia alle politiche energetiche sulle quali non è stato consentito discutere né nelle aule consiliari né in iniziative pubbliche;
3. dal ciclo integrato delle acque a quello dei rifiuti rispetto ai quali i cittadini brancolano nel buio a causa di una interessata disinformazione.
Ai temi generali è necessario aggiungere altri di più specifica ricaduta cittadina: piano parcheggi, refezione scolastica, stato di attuazione del PNRR, risanamento ambientale.
Sono argomenti di grande rilievo pubblico sui quali sollecitiamo l’attenzione ed il contributo dei cittadini, delle associazioni, dei movimenti che, in modo spontaneo, stanno offrendo il loro apporto propositivo, dei pubblici amministratori e dei partiti che intendono costruire un’alternativa programmatica alla decennale esperienza che sta per concludersi.
Non offriamo il libro dei sogni ma una solida proposta di governo della città che serva a disegnare un orizzonte più alto e più nobile della tanto dimessa realtà attuale, in grado di accendere speranze, suscitare entusiasmi, cambiare il destino al quale sembriamo essere condannati.
Questo è il nostro profilo e su questo ci misureremo nei mesi che verranno.
Comunicazione CittadinoSudd – Benevento Libera.

(Tommaso Merlo) – Trump ha due strade davanti a sé. Fregarsene della legnata elettorale e tentare il tutto per tutto oppure arrendersi. Dato l’ego tossico e il passato da bancarottiere, più probabile non molli di un millimetro ed anzi rilanci. Al suo livello di demenza narcisistica e senilità quello che ha davvero a cuore non è solo aver ragione sempre e comunque, ma anche la sua eredità. Si crede meglio di Abramo Lincoln e lo manda in bestia che gran parte degli americani gli preferiscono il mostro di Milwaukee. E non c’è dubbio che una vittoria contro l’Iran aiuterebbe la sua disperata causa e che sia questo il momento più propizio, prima cioè dell’insediamento del nuovo Congresso e con l’esercito già schierato nel Golfo. Un’altra aggressione illegale che conviene anche ai suoi padroni sionisti che da decenni corrompevano gli americani per fargli distruggere anche l’Iran in modo da trattare anche i persiani come palestinesi qualunque. E proprio come Trump, anche il suo disgustoso padrone Netanyahu ha disperato bisogno di una vittoria per salvarsi la faccia e non finire prematuramente nella fogna della storia. E non solo, se davvero i sionisti hanno un’intera videoteca sulle porcherie di Trump con le ragazzine, lo devono ricattare adesso prima che non conti più una fava. E chissenefrega se i generali ripetono che non vi sono serie opzioni militari contro Teheran, il piano è quello di dar fondo agli arsenali colpendo le infrastrutture civili impreziosendo la collezioni di crimini di guerra e sganciando una atomica tattica su qualche montagna miracolosa nella speranza che la Repubblica Islamica sventoli bandiera bianca. Gli iraniani non vedono l’ora mentre il resto del mondo rimane ostaggio della megalomania di due efferati criminali e si augura che l’escalation porti alla fine dell’impero americano e di conseguenza del sionismo. Ma se invece Trump accusasse la legnata elettorale e si arrendesse, è inutile comunque farsi illusioni. I politici passano, il sistema resta. La mafia lobbistica punta contemporaneamente su tutti i cavalli per essere sicura di vincere sempre e se Trump si confermasse un ronzino, procederanno con altri equini politicanti. I due leader del partito democratico Hakeem Jeffries e Chuck Schumer sono due marionette della lobby sionista e della guerra da cui incassano milioni da anni. È cronaca a stelle e strisce. Il genocidio è iniziato col supporto del democratico Biden ed è continuato con quello del repubblicano Trump. Già, se bastassero le elezioni per ottenere vero cambiamento, l’impero ma anche noi colonie non saremmo mai piombate in questo baratro. Dato il rigido bipartitismo, in America il cambiamento prova ad emergere da dentro i due partitoni di massa e finisce in niente, i candidati anomali premiati dagli elettori vengono riassorbiti e perfino i presidenti più audaci finiscono per fare gli inservienti dello stato profondo e della mafia lobbistica. Obama su tutti. Col recente voto, il popolo americano ha ribadito il suo no alla guerra permanente ed ha voltato le spalle ad Israele, ma il sistema ha iniziato ad opporsi al cambiamento a conteggi ancora in corso. Per la guerra in Iran come per quella in Ucraina anche se a parti invertite. Trump vuole la pace con la Russia ma dato che lo stato profondo conta molto più del presidente, alla fine è solo riuscito a ridurre soldi e forniture militari per Zelensky. I democratici americani sono invece un covo di russofobi e vogliono marciare su Mosca a petto in fuori. Anche loro fottendosene altamente dei cittadini che vorrebbero che i quattro spiccioli che restano siano usati per alleviare i loro problemi. È cronaca a stelle e strisce. A comandare non sono né i cittadini né i presidenti, è la mafia lobbistica sia di matrice economica che ideologica che opera nell’ombra col supporto del circo mediatico mainstream. In America come da noi. I due schieramenti sono la faccia dello stesso sistema e il loro vero ruolo non è rappresentare le istanze popolari ma sfruttarle a fini elettorali e poi annacquarle e tradirle una volta nei palazzi in modo che il sistema possa sopravvivere indenne. Certo, è una buona notizia che emergano personaggi e movimenti nuovi e anti sistema, ed è positivo che anche in America i cittadini detestino l’oligarchia e abbiamo voltato le spalle ad Israele. È anche incoraggiante che le manipolazioni propagandistiche e dei media mainstream siano sempre più inutili, ma i fanatici non cambiano mai idea e i sistemi crollano solo se constretti. Già, se bastassero le elezioni per ottenere vero cambiamento, l’impero ma anche noi colonie non saremmo mai piombate in questo baratro. Possiamo giusto goderci questa ventata democratica e in attesa che Trump decida se giocarsi il tutto oppure arrendersi, rimanere consapevoli che per la pace e per una politica all’esclusivo servizio dei cittadini, la strada è ancora lunga.

(Dott. Paolo Caruso) – Il Midterm ha riscattato l’ onore degli americani, “David ha abbattuto Golia”. Così ha detto, a vittoria certa, Talarico il senatore democratico che ha strappato in Texas il seggio ai fortissimi repubblicani. L’impresa era ritenuta impossibile per l’esoso quanto inutile esborso di denaro, oltre centocinquanta miliardi di dollari, da parte di Elon Musk in favore dei repubblicani. L’osso era duro e si presentava umanamente invincibile. Bastò una fionda. E “la fionda siete stati voi” ha detto Talarico rivolgendosi a coloro che lo avevano votato. Il discorso tenuto a caldo, pareva uscito dalla scuola di Papa Francesco. Dopo avere raccontato la povertà della sua estrazione sociale, ha riconosciuto di avere vissuto in miseria e nella emarginazione. Ma “ho creduto in Dio”, come gli ricordava il nonno che era di fede “battista”. Ha parlato, per oltre dieci minuti, convintamente d’amore, contro le logiche divisive imposte dai Maga e dal loro caporione Trump. Ha invitato tutti ad uscire dalle faziosità per fare grande il Texas, e a guardare ad ognuno come potenzialità per crescere insieme. Nel suo discorso si è percepito il miracolo, il bisogno di un vero cambiamento. Altra musica dunque, stonata per le orecchie di Trump che continua a straparlare di guerra, dollari e di business per sé e i suoi. Inizia la grande risalita, dopo avere toccato il fondo della disumanità. Nella America di oggi il risveglio è stato radioso. Si sente il bisogno catartico di dignità troppo umiliata in questi ultimi anni gestiti dal Tycoon. Il mondo si apre alla speranza del cambiamento. Avremo altri due anni nei quali potremo aspettarci di tutto dal bisonte ferito. “Anatra zoppa”, come preferiscono chiamarlo i commentatori. Il suo cappello MAGA già in disarmo presenta il suo nuovo modello con su scritto “VETO”, il suo programma per i prossimi due anni. Però ora avrà a che fare con un Congresso democratico, che gli sarà ostile e un Senato che non sarà più tutto suo. Chissà come saranno rattristati la Serva sciocca della Garbatella e il Cazzaro verde della Padania? Hanno perso per strada i loro migliori amici, da Orban a Vucic, da Bolsonaro all’ azzoppato Trump. Non sarà che portano iella?