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Gli Usa vogliono costruire una base sulla Luna


LUNA, LA NASA SOSPENDE IL PROGETTO PER LA STAZIONE ORBITANTE GATEWAY

(ANSA) – MILANO, 24 MAR – La Nasa intende sospendere il progetto per la realizzazione della stazione spaziale Gateway nell’orbita lunare per concentrarsi sulla costruzione di una base lunare e raggiungere l’obiettivo di “una presenza umana duratura sulla Luna”.

E’ quanto emerge dall’evento ‘Ignition’ organizzato dall’agenzia spaziale statunitense per annunciare una serie di iniziative volte a “realizzare la Politica Spaziale Nazionale del presidente Donald J. Trump e promuovere la leadership americana nello spazio”.

“Nell’ambito di questa strategia – dice la Nasa in una nota – l’agenzia intende sospendere il Gateway nella sua forma attuale e concentrarsi sulle infrastrutture che consentano operazioni di superficie sostenute. Nonostante le difficoltà riscontrate con alcune apparecchiature esistenti, l’agenzia riutilizzerà le attrezzature idonee e sfrutterà gli impegni dei partner internazionali per supportare questi obiettivi”.

La Nasa ha anche annunciato un approccio graduale alla costruzione di una base lunare. Nella prima fase, volta a “costruire, testare, imparare”, aumenterà il ritmo delle attività lunari, inviando rover, strumenti e dimostratori tecnologici: sono previsti fino a 30 atterraggi robotici a partire dal 2027 per velocizzare la consegna di scienza e tecnologia sulla superficie lunare.

Nella seconda fase punterà sulla creazione delle prime infrastrutture semi-abitabili e su una logistica regolare. Nella terza fase, la Nasa fornirà le infrastrutture più pesanti necessarie per una presenza umana continua sulla Luna: “ciò includerà gli Habitat Multiuso dell’Agenzia Spaziale Italiana”.

NASA, ENTRO IL 2028 IL PRIMO VEICOLO A PROPULSIONE NUCLEARE VERSO MARTE

(ANSA) – MILANO, 24 MAR – La Nasa intende lanciare entro il 2028, verso Marte, il primo veicolo spaziale interplanetario a propulsione nucleare: si chiamerà Space Reactor-1 Freedom e porterà sul pianeta dei droni elicottero simili a Ingenuity che continueranno a esplorarlo.

È quanto emerge dall’evento ‘Ignition’ organizzato dall’agenzia spaziale statunitense per annunciare una serie di iniziative volte a “realizzare la Politica Spaziale Nazionale del Presidente Donald J. Trump”. Lo Space Reactor-1 Freedom dimostrerà “la propulsione elettrica nucleare avanzata nello spazio profondo”, dice la Nasa in una nota.

“La propulsione elettrica nucleare offre una straordinaria capacità di trasporto di massa efficiente nello spazio profondo e consente missioni ad alta potenza oltre Giove, dove i pannelli solari non sono efficaci.

Quando SR-1 Freedom raggiungerà Marte, rilascerà il carico utile Skyfall, composto da elicotteri simili a Ingenuity, per continuare l’esplorazione del Pianeta Rosso. La SR-1 Freedom creerà un patrimonio di hardware nucleare per il volo, stabilirà precedenti normativi e di lancio e attiverà la base industriale per i futuri sistemi di energia a fissione per la propulsione, le missioni di superficie e le missioni di lunga durata.

La Nasa e il suo partner, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, sbloccheranno le capacità necessarie per l’esplorazione prolungata oltre la Luna e per i futuri viaggi su Marte e nel sistema solare esterno”.

Gli Usa vogliono costruire una base sulla Luna. La Nasa sospende la stazione orbitante

L’obiettivo è quello di una “presenza umana duratura” sul satellite, alimentata da un reattore nucleare. Ma i continui cambi di programma rischiano di far perdere agli Usa la gara con la Cina

Un progetto di moduli gonfiabili immaginato dall'Esa
 

(di Elena Dusi – repubblica.it) – Ancora un cambio di programma per la missione Artemis. Il progetto con cui la Nasa intende riportare l’uomo sulla Luna perde un pezzo – la stazione orbitante Gateway – e si concentra sulla realizzazione di una base permanente sulla superficie del satellite, che costerà circa 20 miliardi di dollari in un lasso di tempo di sette anni.

Sospesa la stazione orbitante

I lanci per realizzare la base lunare partiranno dal 2027. L’amministratore dell’Agenzia spaziale americana Jared Isaacman ha annunciato oggi la revisione del percorso per riportare gli esseri umani sulla superficie del satellite, dopo la fine del programma Apollo nel 1972.

“La Nasa è impegnata a raggiungere il quasi-impossibile una volta ancora” ha detto Isaacman a Washington senza risparmiare sull’enfasi. “Puntiamo a tornare sulla Luna prima della fine del mandato del presidente Trump, costruire una base, stabilire una presenza permanente e fare tutto ciò che serve per assicurare la leadership americana nello spazio”.

Inizialmente il progetto prevedeva una stazione spaziale in orbita permanente attorno alla Luna: il Gateway. Da lì gli astronauti avrebbero compiuto l’ultima tappa scendendo sulla superficie del satellite tramite un lander: una navicella capace di compiere le delicate manovre di allunaggio. In un futuro indeterminato il Gateway avrebbe anche potuto essere una base di lancio per le missioni verso Marte. Per raggiungere il pianeta rosso la Nasa ha annunciato la progettazione di un razzo a propulsione nucleare che dovrebbe iniziare a volare nel 2028, lo Space Reactor-1 Freedom.

“L’Agenzia intende sospendere il Gateway nella sua forma attuale e concentrarsi sulle infrastrutture che consentano operazioni di superficie sostenute” si legge nel comunicato appena pubblicato.

Le tappe per la base permanente

La costruzione della base inizierà nel 2027, con l’invio di rover (robot con le ruote in grado di spostarsi in modo autonomo) e strumenti per “costruire, testare, imparare”. Serviranno circa 30 allunaggi – per il momento senza il coinvolgimento di astronauti – per costruire gli elementi basilari della stazione lunare.

Le prime infrastrutture semi-abitabili verranno realizzate in una seconda fase. L’energia e il calore per gli astronauti saranno forniti da un piccolo reattore nucleare. Un rover giapponese pressurizzato permetterà agli astronauti di spostarsi sulla superficie per l’assemblaggio delle infrastrutture.

Nella terza fase la base diventerà finalmente ospitale, grazie anche “agli habitat multiuso dell’Agenzia Spaziale Italiana”. La nostra Asi ha infatti l’incarico di realizzare gli spazi dove abiteranno e lavoreranno gli astronauti.

Le sfide e la competizione con la Cina

La decisione di oggi non coinvolge il lancio di Artemis II, previsto tra il primo e il 6 aprile. Il razzo è già sulla rampa di lancio. Porterà 4 astronauti attorno alla Luna in una missione di dieci giorni che non prevede allunaggi.

Il progetto della base lunare richiederà molto più tempo e la Nasa ha già stravolto varie volte il suo programma. Gli Stati Uniti sentono la competizione con la Cina, che ha annunciato la sua intenzione di atterrare sul polo sud lunare entro il 2030, dove è stata avvistata acqua allo stato di ghiaccio, e sta procedendo con un programma molto più snello (e scarno di dettagli) rispetto a quello americano.

Il riciclaggio del Gateway

Uno dei problemi del cambio di programma riguarda proprio il Gateway, che era in uno stadio avanzato di realizzazione. La costruzione era stata affidata a due aziende private americane, Northrop Grumman e Vantor. “Sarà una sfida, ma riconvertiremo le strutture realizzate per supportare le operazioni di superficie” ha spiegato Isaacman.

Un rapporto dell’ispettore generale della Nasa però ha stimato che l’intero programma Artemis sia costato 93 miliardi di dollari fino al 2025. Per l’attuale guerra in Iran il presidente Trump ha chiesto al Congresso 200 miliardi di dollari.


Referendum, per il No 5,5 milioni di voti in più rispetto a quelli di Pd, M5s e Avs alle Europee


Voto trasferibile per la coalizione? I dubbi degli esperti. Almeno 4-5 milioni di elettori del No non sono riconducibili ai partiti che lo sostenevano. L’analisi dei sondaggisti

Referendum, per il No 5,5 milioni di voti in più rispetto a quelli di Pd, M5s e Avs alle Europee. Voto trasferibile per la coalizione? I dubbi degli esperti

(di Salvatore Frequente – ilfattoquotidiano.it) – C’è un dato assoluto chiaro. Il No alla riforma della giustizia ha ottenuto oltre 15 milioni di voti, staccando di quasi 2 milioni i favorevoli. Gli italiani che si sono espressi contrari al referendum sono pertanto quasi 5 milioni e mezzo in più rispetto a quelli che alle Europee del 2024 hanno votato per Partito democraticoMovimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistri, i tre partiti che hanno sostenuto il No. Confrontando il dato con quello delle Politiche del 2022, il fronte del No ha ottenuto 3,9 milioni di voti in più rispetto a quelli ottenuti dalle liste che lo sostenevano.

Secondo le analisi di Youtrend “almeno 4-5 milioni di elettori del No non sono riconducibili ai partiti che lo sostenevano”. I voti per il Sì, d’altro canto, sono 2,4 milioni in meno rispetto a quelli ottenuti dal centrodestra e da Italia-Viva, Azione e +Europa rispetto alle Politiche e circa 400mila in meno rispetto alle scorse Europee.

Nella tornata referendaria, infatti, il fronte di No resta compatto mentre quello del Sì perde pezzi. “Pd, M5s e Avs hanno tenuto oltre l’80% del proprio elettorato“, sottolinea Youtrend, mentre “il fronte del Sì ha registrato defezioni più significative: Forza Italia mostra un tasso di caduta non trascurabile verso il No, leggibile come segnale di un elettorato moderato e urbano che ha voluto esprimere un freno“. Per quanto riguarda Azione, Italia Viva e +Europa “risultano sostanzialmente spaccate, con il No prevalente tra gli elettori di IV e +Europa”, viene aggiunto.

Anche per l’Istituto Cattaneo, gli elettori di Pd, M5s e Avs “hanno votato in maniera piuttosto compatta seguendo la posizione prevalente nel proprio campo. La quota del ‘voto divergente‘ è minima sia da una parte sia dall’altra”. L’istituto segnala però un’eccezione significativa: “Nelle città del Sud una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del centrosinistra”. “Il voto al Sud sembra insomma avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici“, si legge nell’analisi dell’Istituto Cattaneo.

Ma questi milioni di voti in più per il No rispetto ai partiti possono essere considerati come potenzialmente trasferibili alla coalizione del campo progressita? È un quesito che i sondaggisti si sono posti, sollevando molti dubbi. “Le elezioni suppletive tenute lo stesso giorno in due collegi veneti confermano che il voto referendario non si converte automaticamente in consenso partitico: circa 30.000 elettori che hanno scelto il No non hanno votato centrosinistra sulla scheda delle suppletive. Votare No è facile, ha una forza sintetica e binaria. Tradurlo in adesione a una coalizione è un’altra questione”, sottolinea Youtrend.

“È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione di future elezioni politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso la linea politica delle opposizioni, le elezioni politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo ad una maggioranza relativa dei seggi”, spiega l’Istituto Cattaneo sul referendum.

Infine c’è da considerare i flussi dell’affluenza rispetto ai partiti. Se gli elettori di Pd e Avs (ma anche Azione e Italia Viva), secondo le stime, hanno partecipato in massa al voto, quelli del centrodestra si sono astenuti tra il 12 e il 15% rispetto alle Politiche. Quota simile a quella degli elettori del M5s: in questo caso va considerato che la partecipazione al referendum è stata in una misura significativamente superiore rispetto alle Europee del 2024. Secondo l’Istituto Cattaneo, “se il tasso di partecipazione al voto referendario dell’elettorato di centrodestra fosse stato pari al tasso di partecipazione dell’elettorato di centrosinistra il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più“.


A Elkann i giornali non servono più: vendute Repubblica e La Stampa


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Dopo mesi di annunci e indiscrezioni, ora è ufficiale: il gruppo mediatico GEDI, che controlla i quotidiani Repubblica e La Stampa, è stato venduto. Come preannunciato da un contratto preliminare sancito all’inizio del mese, La Stampa verrà venduta al gruppo editoriale italiano SAE, proprietario di diverse testate locali. Repubblica e gli altri rami di GEDI, invece, sono stati ceduti al gruppo Antenna, azienda greca di proprietà della famiglia Kyriakou, attiva nel settore dei media, delle navi, della finanza e degli immobili. Dal punto di vista economico, per il gruppo guidato da John Elkann si tratta di un fallimento: dopo anni di perdite, GEDI è stata praticamente svenduta.

Nello specifico, la holding della famiglia Agnelli-Elkann Exor ha perfezionato la cessione del 100% del capitale di GEDI al gruppo greco Antenna, controllato dalla famiglia Kyriakou, in un’operazione che segna l’uscita definitiva della dinastia torinese dall’editoria italiana dopo un secolo. L’accordo, che diventa effettivo immediatamente, include il quotidiano La Repubblica, le radio DeejayCapital e m2oHuffPost ItaliaNational Geographic ItaliaLimes e la concessionaria Manzoni. Il quotidiano La Stampa – storicamente legato alla famiglia – verrà invece girato nei prossimi mesi dai greci al gruppo SAE, che pubblica testate come Il TirrenoLa Nuova SardegnaGazzetta di ModenaGazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara.

Nel contratto non sono previste garanzie occupazionali né indicazioni sul collocamento politico-editoriale, le due richieste avanzate dai giornalisti durante le mobilitazioni dei mesi scorsi in vista della chiusura dell’operazioni. Alla guida del quotidiano fondato da Scalfari resterà per ora Mario Orfeo, mentre Mirja Cartia d’Asero assume il ruolo di amministratore delegato del gruppo. Nel frattempo, la nuova proprietà ha promesso «nuove e significative risorse per ampliare la diffusione di Repubblica e valorizzare il lavoro, più volte premiato, dei suoi numerosi e talentuosi giornalisti», oltre a voler sviluppare un hub radiofonico nel Mediterraneo. Antenna, che è presieduta dal magnate greco Thodòris Kyriakou – che non ha mai fatto mistero della sua collocazione politica a destra e della sua vicinanza a Donald Trump – ha inoltre assicurato di voler «mantenere l’indipendenza editoriale di tutte le testate giornalistiche, preservando identità, credibilità e pluralismo di ciascun marchio».

Verso metà dicembre, in seguito all’annuncio ufficiale dell’avvio delle trattative per la vendita dell’intero gruppo GEDI, il comitato di redazione di Repubblica aveva lanciato lo stato di agitazione, mentre La Stampa aveva indetto una assemblea permanente. Già in quei giorni i portali online dei due quotidiani non erano stati aggiornati per protesta contro l’azienda. Due mesi dopo, sempre per protesta contro le trattative per la vendita del gruppo GEDI da parte di Exor, il comitato di redazione di Repubblica ha poi deciso di incrociare le braccia: il giornale non è uscito in edicola martedì 10 febbraio né mercoledì 11 febbraio.

Leggendo la vicenda in maniera più ampia, è opportuno ricordare come negli anni in cui Stellantis (di cui Exor è principale azionista) ha ridotto progressivamente la sua presenza in Italia, con dati fallimentari su produzione e occupazione – il gruppo GEDI abbia rappresentato per la famiglia Agnelli-Elkann uno strumento di influenza sul dibattito pubblico, come sovente evidenziato da sindacati e osservatori critici. La cessione de La Stampa, che appartiene alla dinastia torinese da ben 100 anni, recide l’ultimo legame con Torino. Una città che, da sede di un gruppo che nel suo momento di massima espansione dava lavoro a circa 60mila persone nel solo stabilimento di Mirafiori, oggi vede l’indotto automobilistico ridimensionato in modo radicale, con i lavoratori del settore in gran parte in cassa integrazione o in contratti di solidarietà.


Il referendum è stato vinto, nonostante i tentativi di broglio politico e mediatico


Tra gli sconfitti anche il Polo Rai-Set e alcuni dei più accreditati opinionisti che avevano rigorosamente previsto la vittoria del Sì. Chiederanno scusa?

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – Milioni di grazie, tra questi in prima linea il Fatto, a quanti hanno davvero speso ogni energia per la vittoria del No e per la tutela della Costituzione antifascista. Sarebbe, tuttavia, ingeneroso dimenticare il ruolo della presidente Meloni, del sottosegretario Mantovano, del ministro Nordio, della signora Bartolozzi, del sottosegretario Delmastro… solo per citarne solo alcuni.

La presidente del Consiglio ha deciso, come Renzi a suo tempo, di scendere in campo e di chiedere un voto sul governo. Ora dovrebbe seguire le orme di Renzi che, dopo la sconfitta, decise di salutare. Il ministro Nordio, con la fedelissima Bartolozzi, hanno evocato complotti, plotoni di esecuzioni, magistrati paramafiosi. Che Dio ce li conservi per le prossime elezioni politiche. Mantovano ci aveva spiegato che i cattolici avrebbero votato tutti Sì, non lo ha ascoltato neppure il cardinal Zuppi. Il presidente del Senato La Russa ci aveva spiegato che ci sarebbe stato un problema politico solo in caso di superamento della soglia del 50%, attendiamo sue nuove.

Tra gli sconfitti anche il Polo Rai-Set e alcuni dei più accreditati opinionisti che avevano rigorosamente previsto la vittoria del Sì. Chiederanno scusa? Cosa dirà Marina Berlusconi che, dopo aver esortato ad abbassare i toni, ha finto di non vedere le fucilate sparate dalle reti di famiglia? Cosa diranno da Telemeloni dopo aver scientemente delegittimato il servizio pubblico? Dopo Garlasco e le case nel bosco ci parleranno anche di Delmastro? Che dire della Autorità di garanzia delle comunicazioni che non è riuscita neppure ad imporre le misure di riequilibrio che aveva deciso?

Il referendum è stato vinto, nonostante i tentativi di broglio politico e mediatico. Le opposizioni, politiche e sociali, non si illudano, questi brogli saranno sempre più forti. Questo è il momento per alzare la voce, a cominciare da una iniziativa davanti alla sede della vigilanza, per porre fine all’ostruzionismo di maggioranza che ha scelto di imbavagliare la commissione di indirizzo, per impedire alla presidente – espressa dalle opposizioni – di svolgere il proprio ruolo.

Se non bastasse, sarà il caso di occupare l’aula, l’impegno per il ripristino della legalità e della Costituzione deve ripartire dal No agli abusi, ai bavagli, alle prepotenze.


Referendum, il sogno tradito di Berlusconi. Tajani, il futuro ora a rischio


Era la battaglia simbolo del Cavaliere, ma il segretario ha fallito. E rilancia le ambizioni di chi vuole cambiare il partito, in primis Roberto Occhiuto

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – ROMA – Un sogno tramontato. L’esito della consultazione referendaria non vale neanche una dichiarazione pubblica per Antonio Tajani. Il segretario di Forza Italia, dopo la certezza del risultato, affida il suo pensiero a una nota in cui spiega che «per il governo non cambia nulla». Il leader degli azzurri cerca di allontanare i fantasmi di elezioni anticipate e regolamenti di conti interni. E guarda al 2027: «Gli italiani decideranno se abbiamo lavorato bene o male. E di sicuro troveranno ancora una volta insieme Forza Italia con le altre forze del centrodestra». Nel merito, aggiunge, «la riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo, e non rinunceremo mai a occuparcene. Durante la campagna per il voto tutti hanno riconosciuto che questa necessità esiste, pur dividendosi sulle soluzioni».

Dopotutto il provvedimento aveva un valore particolare per Forza Italia. Un’occasione di realizzare il “grande sogno” di Silvio Berlusconi. Domenica, intercettata al seggio, sua figlia Marina aveva parlato della possibilità di dedicare un’eventuale vittoria del Sì a suo padre. Aggiungendo che «è questione di esercitare un voto oggi per poter dare un contributo positivo al futuro di questo paese. È un’occasione quella di oggi che non possiamo farci sfuggire, la dedica è agli italiani, sperando che prevalga il Sì per un’Italia civile democratica e moderna».

Non è andata così. E di sicuro la cosa non ha fatto piacere alla presidente di Fininvest e a suo fratello Pier Silvio. Che già avevano mostrato una certa insofferenza nei confronti di Tajani.

Eppure Forza Italia ci ha creduto fino all’ultimo. E il partito ha addirittura aperto la sala stampa a Montecitorio in attesa del risultato. Man mano che procedeva lo spoglio, però, i parlamentari, più che festeggiare, hanno dovuto trovare modi sempre più eleborati per spiegare la sconfitta. «I referendum confermativi storicamente vedono la vittoria dei No», ha detto il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. Mentre la sottosegretaria Matilde Siracusano è arrivata addirittura a parlare di «elettori abbindolati da una campagna di terrorismo».

Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, a capo del comitato per il Sì, dopo settimane di campagna, si è affrettato a spiegare che «non è una sconfitta di Forza Italia. Sono stati messi sul tappeto temi che non c’entravano nulla con il referendum, abbiamo la consapevolezza di aver fatto quello che andava fatto». In ogni caso, per evitare problemi con gli alleati, ha aggiunto: «Non muoviamo alcun rimprovero agli amici della maggioranza».

A guardare i dati elaborati nel corso del pomeriggio dal consorzio Opinio per la Rai, non sembra un messaggio casuale: il 18 per cento degli elettori di Forza Italia avrebbe votato No. Poca disciplina di partito o l’effetto di una politicizzazione inevitabile?

Certo è che, quantomeno nel corso dell’ultimo mese, il merito è finito in secondo piano e il referendum si è trasformato in un voto su Giorgia Meloni. A quel punto sono anche tornati a galla i malumori di FI nei confronti degli alleati di FdI, che in parte hanno sposato la riforma sulla separazione delle carriere soltanto per utilizzarla come trampolino di lancio per il premierato. Peraltro in opposizione alla storica linea giustizialista degli eredi di Giorgio Almirante.

Il futuro

Resta da vedere su quali temi possa puntare adesso Forza Italia per avere un asset da usare nella campagna per le elezioni politiche. Di certo, la famiglia Berlusconi ha, da oggi in poi, un motivo in più per chiedere un rinnovamento del partito.

A mettere il dito nella piaga è Francesca Pascale, ex compagna delm Cavaliere: «Mi dispiace moltissimo perché nel simbolo di Forza Italia c’è scritto “Berlusconi presidente” e quel cognome o si onora e si rispetta oppure si mette il cognome di chi rappresenta quel partito. Quindi, se Tajani è così forte all’interno di Forza Italia, se è stato così bravo a fare il tesseramento – cosa che Berlusconi non amava, non amava il partito delle tessere – se è così forte metta il suo cognome e vediamo quanti voti riesce ancora a prendere Forza Italia. Per me non ha mai avuto la leadership».

E ancora: «C’è una comunità che non si sente rappresentata. Non voglio puntare il dito contro gli altri ma purtroppo i partiti sono chiusi e mi dispiace fortemente che Forza Italia continui a essere un partito chiuso. Molti ci provano, Occhiuto ad esempio, ad avanzare e a scalare il partito, a immaginare di dare un aspetto diverso e più progressista, però si fa fatica».

Un assist al presidente della Calabria, che ha promesso di non volersi candidare al congresso pre elezioni di inizio 2027 e che non ha certo brillato in questa tornata referendaria (nella sua regione il No ha superato il 57 per cento). Ma la sua posizione, ora, acquisisce tutto un altro peso.


Nordio evoca il golpe giudiziario


Nordio, ‘la posizione di Bartolozzi non è in discussione’ 

(ANSA) –  “No, assolutamente”. Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24 risponde in merito alla domanda se fosse in discussione la posizione della capo di gabinetto del ministero Giusi Bartolozzi, alla luce dei risultati del referendum. “Per quanto riguarda le osservazioni fatte sia dagli appartenenti del mio ministero, sia di altri della nostra coalizione, credo che bilanciando le osservazioni sopra le righe fatte dai nostri e fatte dai loro, la situazione algebrica sia equivalente. Quindi non credo che questo eccesso di polemica, della quale ho sempre tenuto di tenermi lontano, abbia influito più di tanto”, ha aggiunto Nordio. 

Nordio, la riforma ha il mio nome, mi assumo la responsabilità politica – ‘Se vi sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei’  

(ANSA) – “Questa è una riforma che porta il mio nome e me ne assumo quindi la responsabilità politica. Se vi sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei”. Così i ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24 in merito al risultato del referendum. 

Nordio, ‘Anm farà forte pressione, diventa soggetto politico anomalo’ 

(ANSA) –  “Purtroppo ora l’intervento della magistratura associata e sindacalizzata sarà quello di una forte pressione politica. È una vittoria dell’Anm, parliamoci chiaro. Questo darà all’Anm un potere contrattuale che sarà aumentato e di cui farà i conti anche la sinistra perché prima o poi andranno anche loro al governo. Inoltre nella coalizione ci sarà una controversia intestina per attribuirsi la vittoria. E dovranno fare i conti con l’Anm, la vera vincitrice, che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi”. Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24. 

Nordio, sono sicuro che Delmastro chiarirà la sua vicenda ‘Tutto posso pensare di lui tranne che abbia contiguità, simpatie o conoscenze mafiose’  

(ANSA)  “Sono certo che il sottosegretario Delmastro riuscirà a chiarire. Se sei a cena in un ristorante non puoi chiedere la carta di identità del proprietario. Ho stretto tante mani in questa campagna referendaria, non vorrei che un giorno uscisse che sono abbracciato con un mafioso. Sulla società, non conosco nemmeno quali siano i suoi termini perché fino a ieri mi sono occupato solo del referendum.

Sicuramente la vicenda sarà chiarita, ho letto che anche l’Antimafia se ne occuperà. Conoscendo Delmastro tutto posso pensare di lui, magari qualche eccesso nella comunicazione, ma certamente non che abbia contiguità, simpatie o conoscenze mafiose. Lui è più fermo e io anche più garantista”. Così i ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24. 

Nordio, ‘escludo ritorsioni giudiziarie su chi ha patrocinato la riforma’  

(ANSA) –  “Escludo categoricamente ritorsioni in senso tecnico, cioè che la magistratura invii informazioni di garanzia, atti o provvedimenti giudiziari nei confronti di chi ha patrocinato questa riforma. Lo dico da ex magistrato che conosce i suoi colleghi. Sarebbe sacrilego strumentalizzare l’enorme potere della magistratura per infierire sui vinti in questo momento. Questo lo escludo e direi che è una concezione quasi irrealistica”. Così i ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24. 


Eccolo “l’accordo” trovato da Trump


MEDIA IRAN, IERI RAID USA-ISRAELE CONTRO INFRASTRUTTURE ENERGETICHE

(ANSA) – ROMA, 24 MAR – L’Iran sostiene che attacchi statunitensi-israeliani avrebbero preso di mira ieri strutture legate al settore energetico nella provincia iraniana di Isfahan e nella città sud-occidentale di Khorramshahr “poche ore” dopo l’annuncio di Trump di rinviare per 5 giorni i raid sull’energia.

Lo riportano i media iraniani, citati da Anadolu. A Isfahan, sono stati colpiti un edificio dell’amministrazione del gas naturale e una stazione di riduzione della pressione del gas, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Fars. A Khorramshahr, è stato preso di mira un gasdotto appartenente a una centrale elettrica. Non sono segnalati feriti.

SETTE ATTACCHI IRANIANI CONTRO ISRAELE TRA LA NOTTE E LA MATTINA, SEI FERITI

(ANSA) – TEL AVIV, 24 MAR – L’Iran ha attaccato il territorio israeliano per sette volte tra la notte e la mattina, colpendo vaste aree del centro del Paese, il nord e il sud. Nel centro di Tel Aviv ci sono stati i danneggiamenti più gravi per l’impatto diretto di un ordigno in una strada di edifici residenziali.

L’allarme è scattato anche in Cisgiordania dove un gigantesco detrito di missile si è conficcato nel terreno. I soccorritori del Magen David Adom hanno riferito di sei feriti non gravi nei luoghi degli impatti.

PASDARAN A ISRAELE, ‘FERMATE ATTACCHI A GAZA E IN LIBANO O MASSICCIO LANCIO MISSILI’

(ANSA) – ROMA, 24 MAR – Le Guardie rivoluzionarie iraniane minacciano un “massiccio” lancio di missili contro Israele in sostegno ai libanesi e ai palestinesi.

“Qualora dovessero continuare gli attacchi contro i civili libanesi e palestinesi, i luoghi di raduno delle forze nemiche nella Palestina settentrionale occupata e nella Striscia di Gaza saranno oggetto di pesanti attacchi missilistici e con droni da parte della Repubblica Islamica dell’Iran e del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, senza alcuna esitazione”, recita il comunicato dei Pasdaran citato dall’agenzia affiliata Tasnim.


La trombata referendaria, la poltronite e la rotta


(Tommaso Merlo) – Brutta sconfitta per il governo più inutile di sempre. Invece di risolvere i problemi dei cittadini hanno ben pensato di manomettere la Costituzione ed hanno fallito pure in quello. Rischiamo una catastrofe planetaria e la politica italiana si occupa di beghe di palazzo portando avanti il programma di un defunto. In tempi di poltronite acuta è inutile illudersi che rotoli qualche onorevole testa, speriamo almeno che con questa trombata referendaria tramonti una volta per tutte il sogno di Berlusconi, quello di sottomettere i giudici alla politica, quello del privilegio più odioso, l’impunità dei potenti. Come se non fossimo in Italia dove a furia di legiferare ad personam e pure ad minchiam, quelli in giacca e cravatta e tailleur in galera non ci finiscono mai, mentre le celle sono sovraffollate di poveracci vittime di traumi infantili e fallimenti sociali di cui non frega niente a nessuno. Uno come Berlusconi dopo tutto quello che combinò se la cavò con qualche mese ai servizi sociali e delle ammende, altro che balle. Servirebbe una riforma opposta che garantisca che tutti i cittadini siano davvero uguali davanti alla legge. E già che ci sono pure una riforma che non privilegi i ricchi che si possono permettere i mega studi legali mentre la stragrande maggioranza che non riesce a pagare le bollette deve rinunciare anche alla giustizia oltre che alla salute. E già che ci sono, pure ridurre tempi e carte bollate adeguandosi ai paesi più civili del nostro. Ovvietà che diventano chimere perché classi dirigenti malate di poltronite acuta non riescono a leggere la realtà in modo oggettivo ed agire per il bene comune guardando avanti invece di rivangare con rancore fasi politiche che hanno solo fatto danni al nostro paese. Come quella berlusconiana in cui politicanti invischiati in scandali osceni invece di correre a dimostrare la loro innocenza si spacciavano come vittime di chissà quale complotto giudiziario sfogandosi davanti alle telecamere e scatenando i loro avvocati per ostacolare i processi. Arrivando ad inquinare al limite dell’eversione i rapporti tra politica e giustizia, due pilastri democratici che dovrebbero stare per i fattacci loro. E anche qui servirebbe una riforma peccato che più sali più le porte diventano girevoli ed è pieno di ascensori se entri nel giro giusto. Una pandemia poltronistica con cluster principale a Roma ma diffusa su tutto il territorio nazionale. Nei paesi più civili del nostro al primo intoppo si dimettono e chiedendo pure scusa, da noi invece si indispettiscono che qualcuno osi dargli fastidio e si saldano ancora di più allo scranno per farla franca buttando tutto in politica. Poltronite allo stato terminale che riduce le vite in carriere inseguendo una falsa felicità fatta di potere, visibilità e status sociale. Più sali più dovresti essere non solo trasparente e immacolato, ma anche saggio e consapevole di chi sei e di come funziona davvero la vita. Altro che balle. Ma in attesa che rivoluzioni interiori si trasformino in rivoluzioni sociali e politiche, accontentiamoci della trombata referendaria. Pare che il referendum fosse la prima tappa di un altro progetto caro alle destre nostrane, l’accentramento dei poteri nelle mani del ducetto di turno che visto la qualità della classe dirigente italiana, sarebbe un vero e proprio suicidio nazionale. E anche qui, la riforma dovrebbe essere opposta, aumentando la partecipazione dal basso altro che balconi. Ma per le poltrone ci vedono come falchi, come progettualità politica è buio pesto e quindi pescano dal passato recente o remoto anche per tenere in vita identità politiche superate ma utili per il marketing elettorale. Guardano indietro invece che avanti e mentre rischiamo una catastrofe planetaria si occupano di beghe di palazzo. Ma inutile illudersi che rotoli qualche onorevole testa, accontiamoci che abbia fatto cilecca l’ennesimo assalto alla Costituzione che è la spina dorsale del nostro paese. Altro che manometterla, dovrebbero piuttosto rileggersela ed applicarla, dai principi di giustizia sociale fino al ripudio della guerra. E se la Costituzione è ancora così vitale, è perché non fu scritta da una manica di poltronari in carriera, ma dal meglio del paese reduce dall’immane tragedia bellica che mise da parte ogni faziosità e rancore ed interesse egoistico per scrivere una sintesi illuminata dal bene e dal destino comune della nascente repubblica democratica. Una consapevolezza personale e della vita ed uno slancio politico e morale che servirebbe disperatamente anche oggi per uscire da decenni di deprimente crisi politica in modo da risolvere gli atavici problemi e ritrovare una rotta.


Referendum, Travaglio: “Quel popolo del No non si travasa nei vostri partiti, ma aspetta un segnale”


Il No referendario rivela un’Italia sommersa: il direttore del Fatto sfida il centrosinistra a intercettare chi sfugge ai radar

(ilfattoquotidiano.it) – “Giorgia Meloni, oltre alla sconfitta del referendum sulla giustizia, ha pagato tutto insieme una serie di ambiguità e di errori che riguardano il riarmo, la posizione su Gaza, l’Iran, l’energia. Errori che un po’ derivano da lei, un po’ dagli amici che l’hanno rovinata”. Così il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta a caldo a Otto e mezzo (La7) la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia. Una sconfitta netta per il governo Meloni col No che si è attestato intorno al 53-54% e con un’affluenza record vicina al 59%.

Il flop per il governo Meloni, sottolinea Travaglio, non si spiega solo con la riforma Nordio sonoramente bocciata, ma con un malcontento più ampio. Il direttore del Fatto premette di voler evitare di infierire su Italo Bocchino nella giornata della sconfitta, ma riprende una sua osservazione: “È vero, il popolo che ha votato No per il 54% non collima con i partiti del centrosinistra. Intanto perché c’è un pezzo di quel fantomatico campo largo che ha votato Sì, e poi perché c’è gente che era invisibile nei sondaggi, perché sfuggiva anche al voto del 2022. È per questo che non li hanno visti arrivare e sono arrivati al 15% in più rispetto alle previsioni di affluenza”.

Chi sono questi elettori “invisibili”? “Sono giovani, sono persone che non votano più, e però sono politiche perché hanno partecipato alle manifestazioni contro il riarmo, contro la complicità del governo Meloni con Israele su Gaza, contro la complicità del governo con Trump nella guerra dell’Iran. E c’è anche una parte che è delusa, quindi che ha votato a destra e che non ci ricasca più“.
Per Travaglio si tratta di un segnale chiaro per l’opposizione: “M5s, Pd e Avs hanno una sfida: parlare a quella gente, che però non è che si travasa nei partiti attuali del centrosinistra dopo aver votato oggi e ieri, ma continua a restare abbastanza in attesa di qualche segnale”.
E cita con favore l’atteggiamento de leader del M5s: “Ho sentito per fortuna che Conte ha detto che dobbiamo tornare nella società a parlare, far scrivere il programma con la società civile”.

Sulla segretaria del Pd Elly Schlein, Travaglio nota cautela: “La Schlein non ha detto che questa vittoria del No è solo roba del Pd, perché lo sa benissimo che non è roba sua, o non è tutta roba sua”.
Il direttore del Fatto conclude sottolineando la complessità del fenomeno emerso dalle urne: “È una roba molto complicata, che nemmeno i sondaggisti che sono più attenti hanno captato, e quindi per captarla e addirittura per portare quella gente a votare per i partiti ci vorrà un grande sforzo di fantasia“.


L’ora della vittoria


(Dott. Paolo Caruso) – Il popolo italiano molto più realista del Re con notevole senso di appartenenza e con un forte attaccamento alla Costituzione, che ricordiamo rappresenta le fondamenta della Repubblica e della nostra Democrazia, ha dato una risposta inequivocabile con la grande partecipazione di votanti (circa il 60%) e con la vittoria del NO che boccia nel merito e anche politicamente il progetto di questa destra di governo. Un distacco di quasi otto punti ha segnato la vittoria dei NO, una vera e propria scoppola per la Giorgia nazionale che vede ora traballante la sua leadership. Nonostante ci avesse messo la faccia in quest’ultima settimana di campagna referendaria, rasentando il grottesco per le menzogne seriali espresse, non degne di sicuro del ruolo che ricopre, e che offendono anche l’intelligenza degli italiani, la Caciottara della Garbatella è stata sonoramente bocciata. Una Premier che invece di parlare agli italiani nello specifico di questa riforma, cioè della separazione delle carriere dei Magistrati, dei due CSM, dell’Alta Corte di disciplina, la butta subito in caciara cercando con l’ arroganza che la contraddistingue di nascondere il vero scopo autoritario del progetto, una magistratura controllata dall’esecutivo. Certi comportamenti illegali da parte di alcuni alti esponenti di governo nel propagandare il SI durante il periodo di silenzio elettorale certamente non fanno onore a questa destra e denotano quanto presente in essa sia il disprezzo delle regole. Il pericolo è sempre in agguato, restano ancora in piedi il Premierato, l’ Autonomia differenziata, la Riforma elettorale e la Presidenza della Repubblica. Oggi c’ è stata la dimostrazione che quando vuole il Popolo c’è, e i giovani, nonostante la mancanza penalizzante di una legge per il voto dei fuori sede, hanno contribuito alla vittoria finale del NO. Si è voluto dare innanzitutto una risposta negativa al governo che ha proposto il referendum popolare su una legge approvata dalla sola maggioranza che aboliva sette articoli della Carta stravolgendone l’ assetto costituzionale. Costituzione che è stata adottata dai Costituzionalisti fondatori, Rappresentanti dell’ intero arco repubblicano. Oggi la divisione dei Poteri, Esecutivo, Legislativo e Giudiziario, grazie al voto degli italiani, rimane parte integrante della Costituzione, di quella Costituzione definita la più bella del mondo nata dalle polveri del fascismo. La Riforma ideata da Licio Gelli, inseguita nel tempo da Silvio Berlusconi viene così chiusa oggi definitivamente nel sarcofago delle scelleratezze di certa politica. La Meloni degna erede berlusconiana se ne faccia una ragione. Agli italiani preoccupano la Sanità con le lunghe liste d’ attesa, il lavoro e l’ incremento della disoccupazione, il salario minimo, le guerre, il caro energia e il costo dei carburanti, l’ aumento dei prezzi del carrello della spesa. Il fantastico Mondo di Giorgia è ormai in frantumi anche se il rischio di un regime autocratico è sempre dietro l’ angolo. Sarà Utile non abbassare la guardia.


Diplomazia e conflitti. Meloni si illude: Trump privilegia solo il mito della forza


Secondo Giorgia Meloni, Trump ha il merito di impedire che l’Iran si doti dell’arma nucleare. Parlando in Parlamento, Meloni ha spiegato che è meglio fronteggiare oggi una guerra con l’Iran che fronteggiare domani la bomba atomica dell’Iran. Questo discorso di Meloni è un tipico caso di manipolazione dell’opinione pubblica. Cerchiamo di capire perché.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Secondo Giorgia Meloni, Trump ha il merito di impedire che l’Iran si doti dell’arma nucleare. Parlando in Parlamento, Meloni ha spiegato che è meglio fronteggiare oggi una guerra con l’Iran che fronteggiare domani la bomba atomica dell’Iran. Questo discorso di Meloni è un tipico caso di manipolazione dell’opinione pubblica. Cerchiamo di capire perché.

Il problema della bomba atomica iraniana era stato risolto da Obama nel 2015. Gli accordi sul nucleare stavano dando i risultati desiderati. L’Iran stava rispettando gli impegni sottoscritti. Questo è ciò che le agenzie affermavano nei loro documenti. Tra il 2016 e il 2018, l’International Atomic Energy Agency (Iaea) aveva ripetutamente verificato che l’Iran: 1) rispettava i limiti sull’arricchimento dell’uranio; 2) manteneva scorte sotto le soglie previste; 3) consentiva ispezioni e controlli. Un rapporto del 24 maggio 2018 dell’Iaea confermava che l’Iran era entro tutti i limiti tecnici dell’accordo. Ma se tutto funzionava bene, che cosa è andato male? La data per capire il disastro odierno è il 9 maggio 2018, quando Trump si ritirò dagli accordi, colpendo l’Iran con sanzioni pesantissime. L’Iran continuò a rispettare gli accordi per un anno e poi riprese ad arricchire l’uranio perché aveva capito che Trump voleva soltanto la guerra. Il 3 gennaio 2020, Trump assassinò il generale Soleimani per chiarire che avrebbe parlato con le bombe. Questo è il primo punto da annotare: alcuni leader mondiali vogliono la guerra, che cercano e costruiscono. Biden l’ha costruita con la Russia in Ucraina; Trump l’ha costruita con l’Iran.

[…]

Il peso di Trump nello scoppio della guerra con l’Iran è simile a quello di Hitler nello scoppio della Seconda guerra mondiale. Il peso di Trump è talmente grande che, eliminandolo con l’immaginazione, come prevede la teoria della causalità di Max Weber, la guerra con l’Iran, quasi certamente, non sarebbe scoppiata. E adesso domandiamoci perché Trump uscì da quegli accordi, sebbene avessero risolto il problema della bomba atomica iraniana. Le ragioni principali furono quattro. La prima è che Netanyahu aveva sostenuto Trump contro Hillary Clinton. Netanyahu voleva che Trump uscisse degli accordi con l’Iran. Trump gli rese il favore e riconobbe Gerusalemme come capitale d’Israele (senza dare niente in cambio ai palestinesi). La seconda ragione è che gli accordi di Obama prevedevano il ritiro delle sanzioni. Netanyahu temeva che l’Iran avrebbe usato le nuove ricchezze per finanziare la resistenza palestinese, rendendo più faticoso per i coloni ebrei il furto delle terre palestinesi. La terza ragione è che gli accordi di Obama non bloccavano il programma missilistico iraniano. Israele vuole che tutti i Paesi del Medio Oriente siano deboli e indifesi per bombardarli tutte le volte che si oppongono ai suoi abusi, come fa con la Siria e il Libano. Da una parte, Netanyahu ha lavorato affinché l’Iran riprendesse ad arricchire l’uranio; dall’altra, ha usato l’arricchimento dell’uranio per costruire una coalizione contro l’Iran. La quarta ragione riguarda l’incapacità di analisi di Trump, che riteneva di poter ottenere un accordo migliore di quello di Obama, ossia la resa senza condizioni dell’Iran. Ma un “accordo” di questo tipo può essere ottenuto soltanto con la guerra: eccola. Lo dico da tempo: Trump è privo di abilità diplomatiche.

[…] E poi c’è una ragione culturale. La destra ha il mito della forza. Il successo della diplomazia rafforza il mito della diplomazia; il successo della forza rafforza il mito della forza. Trump ha dovuto ritirare le sanzioni contro il petrolio iraniano. Accade quando i forti creano disastri fortissimi.


La fine del mito dell’invincibilità: 15 milioni di No contro Meloni


Affluenza al 59 percento per il referendum: 53,4 per cento di contrari. Freno per il premierato, montano dubbi sull’iter della legge elettorale. La premier: «Andiamo avanti. C’è rammarico per l’occasione persa»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il mito dell’invincibilità di Giorgia Meloni è crollato sotto i colpi dei 15 milioni di No al referendum sulla giustizia. Una bocciatura senza appello per la riforma e per la presidente del Consiglio. La personalizzazione del voto degli ultimi giorni non ha portato alla svolta che pure a destra vagheggiavano o comunque speravano: le interviste televisive a raffica, la partecipazione al podcast di Fedez, i video sui social non hanno portato le truppe di centrodestra alle urne.

I Sì sono stati staccati di 2 milioni dai No, fermati a poco più di 13 milioni. In termini percentuali, quando lo scrutinio dei voti degli italiani all’estero non è ancora terminato, è finita 53,4 per cento a 46,6, quasi sette punti di divario (il Sì ha recuperato oltre 100mila voti, chiudendo davanti, 55,3 a 44,7 fuori dall’Italia). Il tocco magico meloniano non c’è stato. L’approccio muscolare, a tratti arrogante, ha spinto gli italiani a dire un secco No.

C’è stata, invece, una festa di partecipazione popolare, con il 59 per cento di affluenza, un bagno di democrazia inatteso, che mette il freno alla brama di pieni poteri della premier. L’ordinamento giudiziario non si tocca, l’antico sogno del centrodestra – con il marchio di Silvio Berlusconi – non è stato realizzato.

Sconfitta politica

La grande corsa alle urne degli elettori per il referendum ha ampliato il significato politico del voto. Nessuno può sminuirne l’esito, non esistono letture consolatorie. È stato respinto il “contesto” della riforma, la sua visione politica, con il desiderio di mettere al guinzaglio i magistrati ponendo il sistema giudiziario sotto il controllo del governo.

Meloni ha preso atto della batosta, pubblicando un video sui social. Scura in volto ha detto che «gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza e rispettiamo la loro decisione», esprimendo «rammarico per l’occasione persa». E ha ribadito che non ci saranno conseguenze: «Questo non cambia il nostro impegno per continuare con determinazione». Concetto ripreso dal vicepremier Antonio Tajani: «Non cambia nulla». E dal leader della Lega, Matteo Salvini. «Il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione», ha scritto in una nota.

Dunque, nessun effetto sull’esecutivo, come era stato annunciato, ma si deve imporre una modifica dell’agenda. Un primo cambiamento è arrivato nei toni. Tajani, erede di Berlusconi al timone di Forza Italia, ha lanciato l’appello a un «dialogo pacifico e sereno» sulla giustizia, omettendo che la maggioranza non ha concesso nemmeno di approvare un emendamento durante l’iter parlamentare della riforma sulla giustizia. La mano tesa arriva solo dopo il fallimento della prova muscolare. Un ripensamento postumo.

E in ogni caso non si può far finta di niente. Il voto sulla separazione delle carriere era il grimaldello per scardinare la Costituzione. Un lavoro di riscrittura che sarebbe proseguito con altre riforme, che avevano un solo obiettivo: accentrare il potere a Palazzo Chigi. Ancora meglio intorno a una sola persona: Meloni.

Insieme alla separazione delle carriere per i magistrati affonda – o comunque subisce un colpo pesante – un’altra riforma, quella del premierato. Il testo era stato già riposto nel cassetto in attesa di un’approvazione per la prossima legislatura. Ora finirà in archivio a meno che la destra non voglia intestardirsi a sbattere contro la Costituzione con tutti i rischi connessi.

Riforme affondate

Già nelle scorse settimane ai vertici di Fratelli d’Italia c’era una certa prudenza a parlare della riforma, anche se in pubblico era stata rilanciata dalla reggente del partito, la sorella della premier, Arianna Meloni. Resta aperta la questione della legge elettorale: il testo è stato deposito in Parlamento a febbraio, in tutta fretta, in pieno periodo sanremese.

L’esame è stato poi rinviato a dopo il referendum, nell’auspicio di una vittoria che potesse dare la spinta politica all’approvazione. La storia è andata diversamente, le opposizioni escono ringalluzzite. «Non credo che cambierà la nostra agenda parlamentare», ha detto il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami. Ma uno strappo a colpi di maggioranza sulla legge elettorale sarebbe difficile da spiegare, visto che il cosiddetto Stabilicum è in realtà il Melonellum, cucito intorno ai desiderata della premier.

La sconfitta impone alla destra un’inedita analisi della sconfitta, visto che deve fare i conti con il primo vero ko dalle politiche del 2022. Certo, c’erano state alcune battute d’arresto alle regionali, ma mai perentorie come in questo caso. Le responsabilità cadono inevitabilmente su Meloni, frontwoman del governo, con Salvini che si è tenuto più defilato. Ma il risultato riguarda a cascata l’intera alleanza del centrodestra e più in generale il cosiddetto fronte del Sì. All’inizio della campagna referendaria il vantaggio sul No oscillava – secondo alcuni sondaggi – tra i 10 e i 15 punti percentuali.

Numeri che facevano presagire a una cavalcata trionfale per i sostenitori della riforma. I calcoli erano sbagliati. La gestione della comunicazione è stata disastrosa ed è partita la remuntada del No. Cosa non ha funzionato? Una marea di cose: messaggi aggressivi («il plotone di esecuzione» evocato da Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro Nordio e lo stesso Guardasigilli che aveva parlato di sistema «paramafiosa» al Csm) e contraddittori (è diventata celebre la frase di Giulia Bongiorno che spiegava come la riforma non avesse effetti sulla giustizia).

Gli elettori hanno capito che si tratta di un pasticcio. E non hanno convinto, risultato alla mano, nemmeno le strumentalizzazioni dei casi di cronaca, da Garlasco alla famiglia nel bosco, che nulla c’entravano con il contenuto del testo. Meloni andrà avanti con il supporto degli alleati. Ma da oggi non è più la leader infallibile.


Referendum, effetto Trump sulla destra italiana


Altro che allarme astensionismo, gli elettori sono corsi alle urne spaventati più dalle mosse Usa che dal quesito troppo tecnico. Così la Costituzione si conferma il primo bene rifugio del Paese

Il presidente Usa Donald Trump

(Flavia Perina – lastampa.it) – Altro che quesito “troppo tecnico”, altro che allarme astensionismo. Il referendum sulla Giustizia segna un punto e a capo. Ieri raccontavamo l’Italia del disimpegno e degli interessi tiepidi, oggi guardiamo stupiti un Paese che davanti alla prospettiva di una modifica sostanziale della Costituzione è uscita di casa in massa e ha e risposto: no grazie. Il voto conferma un dato storico: ottenere il consenso popolare su una riforma della Carta è difficilissimo, quasi impossibile. Ci hanno sbattuto contro premier che si credevano onnipotenti, Silvio Berlusconi nel 2006, Matteo Renzi dieci anni dopo e adesso tocca a Giorgia Meloni, pure lei certa di vincere grazie a dati di consenso personale altissimi, pure lei sconfessata dal pronunciamento degli elettori.

La Costituzione si conferma una sorta di “bene rifugio” del Paese, e anche l’estintore che il popolo imbraccia per spegnere l’incendio di leader percepiti come troppo sicuri di sé, strabordanti, che chissà cosa si sono messi in testa. Ma stavolta il Centrodestra è scivolato soprattutto su un fenomeno più recente e travolgente, contro il quale nulla ha potuto: il fantasma del sovranismo realizzato, della “primazia degli eletti” rispetto a ogni potere concorrente, che ha preso forma nella vicenda americana in una catena di bullismo verbale, abusi interni, guerre.

La storia della campagna elettorale è, anche, la storia di una crescente preoccupazione per le possibili derive di un potere politico liberato dai contrappesi che lo contengono. I grandi testimonial-gaffeur della riforma – il ministro Carlo Nordio, la sua fedelissima Giusi Bartolozzi – ma anche tante figure minori dei dibattiti televisivi, hanno raccontato il loro progetto come mezzo per “tagliare le unghie” a settori della magistratura politicizzati e ostili al governo. I media vicini all’esecutivo e la stessa premier hanno tambureggiato quotidianamente sui casi di cronaca gestiti contro il presunto interesse nazionale, i delinquenti liberati, i clandestini riportati in patria, le famiglie divise, eccetera. Ma mentre elaboravano questa narrazione, ogni giorno i cittadini scoprivano cosa significa vivere in un Paese dove la politica può perseguire i suoi scopi in assoluta libertà e interpretare l’interesse nazionale oltre ogni limite di legge. Gennaio, i fatti di Minneapolis, due omicidi di cittadini innocenti da parte della polizia anti-immigrazione, con l’impunità degli assassini rivendicata apertamente dal governo Usa. Subito dopo, la minaccia di una invasione militare della Groenlandia, così concreta – lo si scopre adesso – che la Danimarca invia nell’isola esplosivi per minare strade e aeroporti. Febbraio, il caos sui dazi, con la Corte Suprema americana che li boccia e Donald Trump che ne annuncia di aggiuntivi. Marzo, l’attacco della Casa Bianca all’Iran deciso mentre gli inviati dei due Paesi sono al tavolo delle trattative, la rappresaglia su Hormuz, petrolio ed energia alle stelle, il rischio di un conflitto globale.

È questo il contesto allarmante in cui si è svolta la nostra campagna elettorale. E hai voglia a mobilitare i Comitati del Sì – erano ben undici, c’erano tutte le categorie dai penalisti agli sportivi – per spiegare la necessità di una magistratura che “non boicotti” il governo e remi nella sua stessa direzione, magari non sottomessa ma sicuramente allineata al potere politico. Ogni mattina gli italiani hanno visto quel modello agire oltreoceano. Non gli è piaciuto. Ne hanno avuto paura. Sono usciti di casa per dire la loro. E hanno trovato nella difesa della “vecchia” Costituzione lo strumento per chiudere un percorso giudicato ad alto rischio per gli equilibri italiani e forse per il loro stesso, personale, destino.

I numeri notevolissimi dell’affluenza, quel 59 per cento che ha stupito i sondaggisti, sono anche il frutto di questa percezione: la cornice di sicurezze e stabilità che la Carta ha offerto al Paese per ottant’anni non è sostituibile. Non adesso, mentre l’America ci mostra i pericoli della democrazia plebiscitaria. Non con un governo in carica che aspira al premierato, e se vince potrebbe correre in quella direzione.

Nell’ultima settimana prima del voto la maggioranza aveva puntato molto su un concetto: se vince il No sarà impossibile per un decennio rimettere mano alla questione giustizia. In realtà quel che ci dice il voto è un po’ diverso: l’idea di toccare la Costituzione con una prova di forza è infelice e destinata all’insuccesso, chiunque ci provi. Il testo fondativo della Repubblica nasce dal paziente lavoro di incontro e sintesi tra storie politiche diverse, addirittura contrapposte, e chi vuole cambiarlo deve sottoporsi alla stessa fatica.

In fondo la vera buona notizia è proprio questa: persino nell’era del bipolarismo muscolare, il sentimento profondo del Paese rifiuta l’idea di un cambiamento fondato sulla lacerazione della Repubblica. Persino con un governo solidamente maggioritario, gli italiani respingono la prospettiva di una svolta imposta da una parte contro l’altra.


Giuseppe Conte: “Quella della giustizia era la loro unica riforma ed è stata bocciata. Io sono disponibile a correre”


Il leader del M5S: «La sconfitta logorerà il centrodestra. Sono gli italiani, non io, ad accelerare sul Campo largo. Questo ritorno alla partecipazione va coltivato. Servono primarie vere e ampie, non soffocate dagli apparati di partito»

Giuseppe Conte: «Quella della giustizia era la loro unica riforma ed è stata bocciata. Io sono disponibile a correre»

(di Monica Guerzoni – corriere.it) – Giuseppe Conte, lei ha dato l’avviso di sfratto a Meloni. Si vede già al suo posto a Palazzo Chigi?
«No, attenzione. La dico in gergo, non parlo di sfratto esecutivo, ma di un avviso di sfratto».

Che vuol dire, tradotto dal gergo?
«È un segnale politico fortissimo. Dopo quattro anni e quattro leggi di Bilancio il governo è a mani vuote. Hanno fatto un’unica riforma che è stata bocciata dai cittadini e questo nonostante una campagna referendaria fatta anche da Meloni in prima persona, a reti unificate. Con la compiacenza del sistema mediatico ha parlato solo di presunti errori giudiziari, che non c’entrano nulla».

La battaglia non è finita. A Napoli 50 magistrati hanno brindato cantando «Bella ciao» e «chi non salta Meloni è». E Fazzolari prevede che le toghe diventeranno «ancora più invasive». Temono avvisi di garanzia?
«Al posto di Fazzolari, piuttosto che far le pulci alla magistratura farei dimettere Santanchè e Delmastro. Il sottosegretario non può restare un minuto di più, doveva andare a casa già per la vicenda che ha portato alla condanna in primo grado per la rivelazione di segreto d’ufficio. Perché Meloni non lo ha fatto dimettere? È forse ricattata?».

Per non farsi logorare, la premier punterà al voto?
«Sicuramente il clima nel centrodestra risulterà molto logorato da questa sconfitta. La riforma dell’autonomia differenziata è stata demolita dalla Corte Costituzionale, il premierato lo hanno dovuto riporre nel cassetto, perché Meloni ha capito che sarebbe bocciato dal referendum».

Palazzo Chigi sul premierato tira dritto.
«I cittadini italiani non accetterebbero un presidente Mattarella ridimensionato e un premier coi pieni poteri, anche rispetto al Parlamento. La rimanderebbero al mittente, come hanno fatto con una riforma che io ho ribattezzato dell’ingiustizia».

Non è esagerato pensare di aver messo in banca la vittoria alle Politiche? Non avete ancora una coalizione, un programma, un leader.
«Il primo obiettivo che uno schieramento progressista deve coltivare è il ritorno alla voglia di partecipazione, partiamo da qui e dalle battaglie di questi quattro anni».

Per mesi lei ha frenato sulla costruzione del Campo largo. Adesso accelera, per dettare i tempi al Pd?
«Non ho accelerato io, ma gli italiani. Questo governo non riesce a offrire soluzioni per i loro bisogni. Con la produzione industriale in calo, i prezzi dei generi alimentari in aumento, il caro energia, il lavoro mal pagato e la povertà assoluta, questi si sono presentati con la modifica di sette articoli della Costituzione, per mettere al riparo la classe politica di governo dalle inchieste della magistratura».

Apre alle primarie perché pensa di battere Schlein?
«Siamo di fronte a un grande dato politico, a una grande onda di partecipazione che un leader responsabile deve interpretare. Se oggi abbiamo tanti giovani che vogliono essere protagonisti, se abbiamo numeri così importanti per un referendum, vuol dire che le persone vanno coinvolte nel programma e anche nell’indicazione dell’interprete più competitivo e affidabile».

Scende in campo, o no?
«C’è una disponibilità, che va vagliata con la mia comunità»

Sarà una partita a due tra lei e Schlein, o ben vengano Silvia Salis, Gualtieri o altri?
«Definiremo regole e perimetro insieme, l’importante ora è arrivare a questo appuntamento con un programma comune che rafforzi la scelta del candidato premier».

Nel Pd c’è chi vuole le primarie perché teme che Schlein non batterà Meloni?
«Sarà mio primo impegno costruire un percorso che unisca e non divida».

A quali regole e perimetro pensa per evitare che diventino «giochi di corrente», come teme Romano Prodi?
«Penso a primarie vere, così ampie da creare un’onda lunga e non certo a una consultazione soffocata da apparati di partito che se le gestiscono e se le amministrano. Con i cento spazi di democrazia aperti dal M5S nelle prossime settimane andiamo a raccogliere le proposte dei cittadini per poi portarle in dote a tutto lo schieramento progressista».

Carlo Calenda dentro la coalizione, o fuori?
«Sarà necessario riconoscersi in un programma comune, che sia di cambiamento del Paese e che apra una nuova stagione politica. Certo non ci mettiamo a fare la somma di partiti e partitini. Una sarabanda di forze eterogenee tenute assieme da un minimo comune denominatore si scioglierebbe come neve al sole. Calenda ha scelto di stare con Meloni: auguri!».

È disposto a trattare col governo sulla legge elettorale? E le sta bene un premio che trasforma un sistema proporzionale in iper-maggioritario?
«Vogliono un premio che consegni loro la vittoria, una vera supertruffa. Vediamo se dopo questa sconfitta insisteranno, perché noi non glielo permetteremo».

Su Putin e le armi all’Ucraina siete spaccati.
«Tutti possiamo convergere sul fatto che oggi Italia e Ue devono essere protagoniste per una svolta negoziale che ponga fine alle sofferenze della popolazione ucraina».


Quello che Meloni non farà


(di Michele Serra – repubblica.it) – Meloni avrebbe una via diretta per risollevarsi, dimostrandosi donna di Stato e non boss di partito. Ammettere che è stato un errore mettere mano alle regole comuni con spirito di fazione e in modo unilaterale. E dire che l’unica riforma della giustizia possibile, alla luce della netta prevalenza del No, si può fare mettendo attorno a un tavolo governo e opposizione (insomma, il Parlamento), e senza escludere dalla discussione la magistratura, parte in causa.

Spiazzerebbe, con una sola mossa, l’opposizione, oggi legittimamente giubilante, e la cosiddetta “magistratura politicizzata”, chiedendo loro: a questo punto, visto che io da sola non ce l’ho fatta, mettetevi in gioco e ditemi voi che cosa dobbiamo fare per migliorare la giustizia in Italia. Ma non lo farà. È troppo convinta non solo del suo carisma, anche del ribaltamento “rivoluzionario” dell’assetto repubblicano, che lei e i suoi considerano greve e illegittimo per congenita insofferenza al Dna antifascista della Repubblica.

L’intera storia di questo governo, a partire dall’accaparramento forsennato dei posti di potere e di sottopotere, come se si trattasse di espugnare palazzi occupati da usurpatori, dimostra una incapacità quasi patologica di accettare la convivenza e il confronto.

Se una delle tare indubbie della storia repubblicana è stato il vizio consociativo, dopo questo voto è sotto accusa il vizio dissociativo del melonismo, il suo porsi come deus ex machina non avendone né il carisma né (oggi possiamo dirlo) il peso elettorale.

Da soli, soprattutto se supportati da una cerchia di mediocri e di ossequenti, si può illudere un Paese per un paio d’anni. Alla lunga, il Paese si scopre meno angusto, più largo e più irrequieto. Quasi come sono le democrazie.