Selezione Quotidiana di Articoli Vari

L’illusione strategica di Trump che soffia sul sentimento anti-occidentale


L’illusione strategica di Trump che soffia sul sentimento anti-occidentale

(di Maurizio Delli Santi – lanotiziagiornale.it) – Sulle scelte irresponsabili della nuova guerra del Golfo, occorre interrogarsi su un aspetto che è sicuramente inviso al vendicativo Netanyahu ed è ovviamente lontano dalla “cultura” di Trump, ma anche da quella parte d’Europa ancora cieca sulla logica dei due leader bellicisti: la natura profonda della società iraniana. È vero che ci sono nuove generazioni e classi sociali che hanno protestato contro la repressione e le diseguaglianze imposte dal regime, ma è una narrazione distorta pensare che tutto il popolo iraniano sia convinto che la Repubblica Islamica sia solo una teocrazia ottusa da abbattere. Un analista attento come Ishaan Tharoor sul New Yorker si interroga: Trump ha riflettuto sul finale in Iran?

Altri hanno bene evidenziato che l’appello iniziale di Trump agli iraniani contro il regime di fatto era una incitazione al massacro e alla guerra civile. Così il sociologo iraniano Asef Bayat rivendica un ‘avanzamento silenzioso’ degli iraniani che stavano conquistando i loro diritti ‘passo dopo passo’, mentre ora piangono le stragi di bambini. In questa prospettiva, l’aspetto religioso dello sciismo non rappresenta un elemento incidentale dell’identità nazionale iraniana. La storia dell’Islam sciita affonda le sue radici in una frattura originaria che non fu soltanto politica, ma anche sociale e simbolica: una contestazione dell’ordine costituito e delle élite dominanti emerse dopo la morte del Profeta. Le aspirazioni di ampi strati della popolazione si coagularono attorno alla figura degli Ahl al-Bayt, la famiglia del Profeta, ritenuta depositaria di una legittimità spirituale e politica non trasmissibile per via consensuale, ma fondata su una linea di discendenza eletta.

Da qui la convinzione che l’autorità autentica dovesse risiedere esclusivamente nei discendenti di ʿAlī, cugino e genero del Profeta. Questo nucleo dottrinale e identitario trovò la sua espressione più potente e drammatica nel 680 d.C., con la battaglia di Karbala, evento fondativo della memoria sciita. In quella circostanza, Husayn ibn ʿAlī, nipote del Profeta, fu accerchiato insieme alla sua famiglia e ai suoi sostenitori, privato di acqua e viveri e infine ucciso. Quel martirio è ricordato nella commemorazione annuale dell’Ashura – il decimo giorno del mese di Muharram nel calendario islamico – che rinnova quell’evento nella coscienza collettiva: trascende la dimensione rituale per costituire un vero e proprio codice etico e politico, attraverso cui si struttura un’identità fondata sul rifiuto dell’ingiustizia. In questa prospettiva, il martirio di Husayn non è simbolo di passività o rassegnazione, ma espressione suprema di dignità morale e capacità di opporsi alla tirannia e di sfidare ogni forma di sottomissione. Per Massimo Campanini esso rappresenta il paradigma costante e sempre attuale di una “alternativa islamica” in cui giustizia e resistenza contro ogni occupante si intrecciano indissolubilmente (M. Campanini L’alternativa islamica, 2012).

Rivoluzione e riscatto

Il mito dell’Ashura si riallaccia così con un’altra grande narrazione fondativa della contemporaneità iraniana: la Rivoluzione del 1979 che diede origine alla Repubblica Islamica. Guidata da Ruhollah Khomeini, essa fu vissuta come un riscatto nazionale e un movimento di emancipazione anti-imperialista, capace di attrarre anche l’interesse di intellettuali occidentali come Michel Foucault. In essa, religione e giustizia sociale si saldarono con una forte rivendicazione di sovranità. Anche in questo contesto, l’Islam politico sciita non può essere interpretato solo come regressione, ma come una forma di “modernità alternativa”, critica verso l’egemonia occidentale. La leadership iraniana riflette dunque questa complessità: accanto a figure ideologiche oscurantiste, vi sono esponenti con elevata formazione culturale, come l’ultima vittima delle esecuzioni mirate, Ali Larijani, implicato nelle lobby affaristiche del regime ma anche studioso di filosofia e conoscitore di Immanuel Kant.

Ciò rende problematica l’idea che l’eliminazione fisica delle élite possa favorire aperture democratiche: al contrario, tali strategie rischiano di rafforzare le componenti più radicali e di indebolire quelle potenzialmente riformiste. Un’escalation militare contro l’Iran potrebbe quindi consolidare il consenso interno al regime e alimentare un risentimento duraturo verso l’Occidente. Per l’Europa, i rischi sono concreti: dalla radicalizzazione al terrorismo, fino a forme di guerra ibrida che la potente Forza Quds può attivare attraverso reti già presenti sul territorio sviluppando intese anche con altri attori ostili. Senza contare che in questo scenario l’Occidente rischia di rafforzare proprio quell’immagine di imperialismo neocoloniale che intendeva superare. La crisi iraniana richiede dunque una risposta dell’Europa più responsabile con un’iniziativa diplomatica ampia, capace di coinvolgere attori globali e di valorizzare anche il dialogo culturale e religioso. Esperienze come il confronto tra la Chiesa cattolica e istituzioni quali Università di al-Azhar mostrano che un’alternativa allo “scontro di civiltà” è possibile. Non è utopia, ma realismo: in un mondo dominato dalla forza, recuperare la dimensione culturale e religiosa è una necessità politica per costruire condizioni durature di pace.

di Maurizio Delli Santi, Membro dell’Associazione Italiana di Sociologia


Quei tanti silenzi sul gioco d’azzardo


Il governo non ha ancora comunicato (come invece prescrive la legge) i dati ufficiali su quanto gli italiani hanno «buttato» nel 2025 nel gioco d’azzardo

(Gian Antonio Stella – corriere.it) – E niente. E niente. E niente. Non passa giorno senza che chi è preoccupato per la piaga della ludopatia, dopo aver inutilmente presentato più interrogazioni parlamentari, controlli se per caso il governo ha finalmente deciso di rispettare la legge e cioè di comunicare i dati ufficiali su quanto gli italiani hanno «buttato» nel 2025 nel gioco d’azzardo. Eppure quella legge non rispettata, ricordano i deputati democratici Virginio Merola e Stefano Vaccari, fu voluta e votata proprio dal governo Meloni: «In base all’articolo 23, comma 1, del decreto legislativo 25 marzo 2024, n. 41, recante disposizioni in materia di riordino del settore dei giochi, il Ministro dell’economia e delle finanze trasmette, entro il 31 dicembre di ogni anno, ai Presidenti delle Camere una relazione sul settore dei giochi pubblici, contenente, tra l’altro, dati sui progressi in materia di tutela dei giocatori e di legalità, sullo stato di sviluppo delle concessioni e delle relative reti di raccolta, sui volumi della raccolta e sui risultati economici della gestione del settore». Macché: zero carbonella. Tutti muti.

«Trapela» soltanto, come si dice in gergo, che il «monte del giocato» che già era schizzato nel 2023 a 147,728 miliardi di euro e nel 2024 a 157,453 sarebbe salito ulteriormente a 162,600. Per un totale, nei soli ultimi tre anni di esecutivi destrorsi, di 467 miliardi e 781 milioni di euro. Una somma da brividi. Appena inferiore ai 475 miliardi stimati dagli studiosi sulla base delle impennate precedenti. E in fragorosa contraddizione con le sparate di un tempo («A me piacerebbe un paese che non campa sul gioco d’azzardo, sulle slot machine, sui videopoker! Rottamiamo le slot machine e i videopoker che rovinano milioni di persone perché uno stato che campa sul gioco d’azzardo è uno stato fallito») dell’oggi vicepremier Matteo Salvini. Ma ancor più di Giorgia Meloni che sparava furente contro l’allora governo renziano reo d’aver fatto «buttare» nel azzardo 88 miliardi, la metà di oggi: «Ci fa schifo un Governo che fa cassa su una malattia gravissima come la ludopatia, che porta alla disperazione quasi due milioni di italiani. Renzi spieghi il perché di questo vergognoso pizzo pagato alle lobby del gioco d’azzardo». Ecco, restiamo a quella sua domanda: possiamo sapere, come dice la legge, quanto è stato «buttato» esattamente nel 2025 per incassare poi con l’erario solo il 7,31% dei soldi?


Netanyahu ha bisogno del conflitto perenne per sopravvivere


(ANSA) – Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha virato verso una “dottrina” fondata sull’azione preventiva e sull’uso sistematico della forza. Lo scrive il Financial Times in un approfondimento che raccoglie le valutazioni di attuali ed ex alti funzionari israeliani e americani, sottolineando che “anziché promettere una vittoria decisiva, il primo ministro ora parla del lungo arco della storia, delle minacce che si alzano e si abbassano, e del cambiamento degli equilibri di potere nella regione”, preparando”gli israeliani a un futuro in cui i pericoli sono costanti e il conflitto non ha fine”.

“Basta con il contenimento delle minacce – ha dichiarato Netanyahu in un recente discorso agli ufficiali in procinto di diplomarsi -. Basta con l’idea di una ‘villa nella giungla’. Se non andate nella giungla, la giungla verrà da voi”. Una visione che, evidenzia il foglio della City, punta a colpire le minacce prima che si concretizzino.

Si tratta di una “dottrina di sicurezza nazionale post-traumatica” forgiata in risposta al 7 ottobre, evidenzia Michael Milshtein, ex ufficiale dell’intelligence e oggi docente a Tel Aviv. Ma i critici evidenziano la mancanza di un’iniziativa diplomatica capace di offrire una prospettiva stabile. Il cambio di passo, si legge ancora nell’approfondimento, appare netto anche rispetto al passato dello stesso Netanyahu.

“La cautela” che lo aveva contraddistinto “sembra essere scomparsa”, osserva l’ex diplomatico Usa Dennis Ross. Per molti analisti, il nodo resta l’assenza di una traduzione politica dei successi militari. “Ovunque ci sia un problema, lui manda l’esercito”, osserva un ex funzionario. Il rischio, aggiunge, è che Israele appaia forte ma sempre meno come un attore stabilizzatore nella regione.


La guerra infinita di Donald


(Dott. Paolo Caruso) – Doveva durare due giorni. Poi si corresse, una settimana. È già trascorso il primo mese di guerra e ci si chiede se i consiglieri di Trump/Netanyahu fossero davvero informati? La loro scellerata impresa, a parte le Borse di mezzo Mondo, ha affossato la vita di tanti innocenti. Al suo esordio il bombardamento su Teheran uccise oltre 180 bambine della scuola vicina al covo di Khamenei. Non era in conto neppure lo Stretto di Hormuz, strategico per i carghi petroliferi, che oggi sta facendo impazzire le Borse in un altalenante su e giù con ulteriore arricchimento del Tycoon e dei suoi amici. L’economia dei Paesi dipendenti da quella energia (gas e petrolio), come l’Italia, si trova stamane ulteriormente squalificata da Moody ‘s. La scellerata improntitudine dell’ instabile Presidente americano, alleato succube del criminale Netanyahu, ha infiammato con la guerra all’ Iran i Paesi del Golfo Persico gettando il mondo nel terrore. La sua apparente nobile giustificazione, “quella di liberare il popolo iraniano dal regime teocratico degli Ayatollah”. Ma non sfugge, come nel caso del Venezuela, l’interesse al petrolio, il suo vero business. Ayatollah e Pasdaran ormai radicati in Iran da oltre cinquant’anni, con governi teocratici che hanno soffocato nel sangue qualsiasi protesta da parte degli oppositori, ben armati resistono fino ad oggi alla strategia farlocca di Trump, che millanta vittoria e cambiamento di regime in Iran. Il danno prodotto dalla guerra iniziata in maniera insensata e senza consultare preventivamente né l’ONU né la NATO, non può che avere conseguenze negative. Il danno è immane, in termini di vite umane e di economia, soprattutto se associato all’altro conflitto quadriennale di Russia-Ucraina, che soffoca speranze di pace planetaria a breve termine. E mentre il Mondo subisce uno dei momenti più bui, il Tycoon si diverte a presentare con soddisfazione cinica e irridente il nuovo salone delle feste, costato alle casse americane circa 400 miliardi di dollari. Ci conferma che “servirà alle grandi feste con i suoi amici, e gli sfarzosi festini da fare invidia a quelli settecenteschi del Re Sole a Versailles”. Così mentre il Titanic affonda, in coperta si balla! L’ opera intanto è stata bloccata dal giudice federale, Richard Leon, su richiesta del National Trust, ma il megalomane Tycoon, mentre il Mondo sta con il fiato sospeso per gli eventi bellici, non si arrende e cerca di manipolare il voto della commissione. L’ altra metà del pianeta prova a riorganizzarsi, la Cina strabuzza gli occhi verso Taiwan e Putin continua la sua affermazione nella guerra contro l’ Ucraina. L’ Europa o meglio il suo fantasma parla meno di quello di Macbeth. E l’ Italia senza schiena dritta risulta ondivaga in cerca di orientamento. La Premier Meloni con il ” non condivido né condanno ” mostra ambiguità colpevole di cui piange gli effetti in danni economici e politici. Trump infatti dalla sua ” Servetta italiana ” pretende tutto senza concedere nulla. Il berrettino rosso MAGA in mano al Ministro degli Esteri Tajani al ” Board of Peace ” è tra le stimmate più vergognose del nostro governo.


Incontro Conte-Zampolli, l’inviato Usa: “Giuseppi è un amico, mi ha chiesto di salutargli Trump”


L’ex premier replica a un articolo di Libero: “Nessuna segretezza”

Incontro Conte-Zampolli, l’inviato Usa: “Giuseppi è un amico, mi ha chiesto di salutargli Trump”

(repubblica.it) – “Illazioni e fantasmagoriche teorie sul mio incontro, avvenuto in un luogo pubblico, pensate, con l’inviato speciale del presidente Trump che me ne aveva fatto formale richiesta e, peraltro, nel corso di giornate in cui sta incontrando vari esponenti istituzionali in Italia”. Giuseppe Conte lo scrive su Facebook allegando la replica al direttore del quotidiano Libero – che, annota, “ha voluto dedicare un suo editoriale all’incontro che ho avuto con il sig. Paolo Zampolli” – per “informare i suoi lettori, che saranno rimasti confusi dalle sue offensive accuse e scorrette insinuazioni, che l’incontro non ha avuto nessuna aura di segretezza”.

L’ex premier scrive: “Mentre gli italiani sono schiacciati dal carovita e il governo è immobile, abbiamo 3 anni consecutivi di calo della produzione industriale e il governo toglie gli incentivi promessi alle imprese, oggi il direttore di Libero ed ex portavoce di Meloni Mario Sechi riempie la prima pagina del suo giornale, di proprietà di un deputato della maggioranza Meloni, con illazioni e fantasmagoriche teorie sul mio incontro, avvenuto in un luogo pubblico, pensate, con l’inviato speciale del presidente Trump che me ne aveva fatto formale richiesta e, peraltro, nel corso di giornate in cui sta incontrando vari esponenti istituzionali in Italia”.

“È avvenuto – precisa il presidente M5s – su precisa richiesta del sig. Zampolli, avanzata con lettera formale nella quale ha esibito le sue credenziali di ‘Special Envoy of the President Trump for Global Partnerships’. Quale leader di un partito di opposizione ho ritenuto di accettare l’invito a questo incontro e non avendo segreti di sorta ho preferito io stesso che avvenisse in un luogo pubblico, in un ristorante del centro di Roma”.

Conte, rivolgendosi a Sechi, prosegue: “Al ristorante era presente un suo giornalista. Mi spiace, non l’ho riconosciuto altrimenti l’avrei educatamente salutato. Quanto al merito dell’incontro non so se il suo giornalista ha potuto ascoltare sprazzi della nostra conversazione. Se lo avesse fatto lui si sarebbe fatto una cultura sulla legalità internazionale e lei si sarebbe risparmiato di scrivere sciocchezze. Anche al sig. Zampolli ho esposto le mie posizioni e del M5S in politica estera. Quindi nessun cambiamento di posizione. Anzi. Massima chiarezza: ho incaricato il sig. Zampolli di riferire al presidente Trump da parte mia che considero questi attacchi all’Iran completamente contrari al diritto internazionale, per cui vanno fermamente condannati e, per quanto sta in me, non potranno mai avere il sostegno dell’Italia”.

Il presidente dei 5 stelle aggiunge: “Ho detto che mi batterò perché le nostre basi non siano messe a disposizione non solo dei bombardieri americani di passaggio ma anche per qualsiasi attività logistica di sostegno a questi attacchi illegali. Se preferisce avere qualche dettaglio in più le aggiungo che gli ho esposto la mia convinzione che questa guerra vada immediatamente terminata, anche perché costituisce un completo fallimento in quanto non c’è alcun chiaro obiettivo che possa essere raggiunto. Ho anche precisato che è folle che gli Stati Uniti si lascino trascinare dal governo di Netanyahu e ho aggiunto che il presidente Trump continuando in questo modo riuscirà ad avere tutta la comunità internazionale contro e a distruggere qualsiasi principio di ordine internazionale”.

E ancora: “Le bastano queste precisazioni? Se lei e i trombettieri come lei, anziché incensare la presidente Meloni e sproloquiare per quattro anni sulla presunta centralità dell’Italia, aveste avuto la schiena dritta criticando tutte le insostenibili posizioni assunte dalla presidente Meloni, dal genocidio a Gaza all’attacco al Venezuela, all’Iran, all’acquiescenza sui dazi, forse chissà il governo italiano in tutti i tavoli internazionali (G7, G20, Ue) avrebbe potuto contribuire a ben altre posizioni che certo non avrebbero incoraggiato Trump a proseguire nei suoi errori”.

Zampolli: “Un piacere vedere Giuseppi, mi ha chiesto di salutargli Trump”

Dal canto suo, Zampolli commenta così l’incontro all’Adnkronos: “Con Conte siamo amici da tempo, quindi ci siamo visti ed è stato un incontro ‘very easy’, tra l’altro abbiamo mangiato molto bene, il menù era a base di pesce…”. L’inviato speciale di Trump prosegue: “Non ci vedevamo da un paio di anni, ma ogni tanto ci sentiamo e il nostro non era un incontro che fa parte della mia missione”.

“Fa sempre piacere poi vedere chi è stato premier, vorrei dire che è un un piacere vedere ‘Giuseppi'”, aggiunge. “Il mio ruolo -precisa – non è politico, delle cose politiche si occupa l’ambasciatore Fertitta”. Conte le ha espresso contrarietà alla guerra? “Guardi -risponde – anche Trump pensa che la guerra deve finire”. Come ci siamo lasciati? “Conte mi ha chiesto di salutargli il presidente Trump e io lo farò al più presto…”.

Scintille alla Camera sulla vicenda

Intanto è culminato con l’espulsione del deputato M5s Antonino Iaria il minidibattito che si sviluppa in Aula alla Camera dopo l’intervento del capogruppo FdI, Galeazzo Bignami, per chiedere un’informativa urgente di Guido Crosetto “perché abbiamo interesse a comprendere se nel periodo antecedente a quando lui è stato ministro della Difesa vi siano stati precedenti presidenti del Consiglio che abbiano chiesto di disattendere gli accordi che regolano l’uso delle basi militari americane dell’accordo del 1954, perché leggiamo che esimi esponenti dell’opposizione si stanno affrettando nel richiedere una revisione di quegli accordi”.

Un riferimento trasparente a Giuseppe Conte, che poi l’esponente FdI attacca direttamente osservando che “non farò il nome di Giuseppe Conte, magari in quell’occasione gli potremo chiedere altre cose, non gli chiederemo, a esempio, cosa faceva ieri a pranzo con l’emissario di Trump a Roma, chiuso come al suo solito in una stanza, a parlare di vicende esattamente opposte rispetto a quelle che poi quando va in piazza con i propal, con gli antagonisti, con chi prende a martellate questo e quell’altro”.

Alla richiesta si associa FI con la vicesegretaria Deborah Bergamini che domanda a M5s “come si possano conciliare l’anti-americanismo di facciata, il pacifismo teorico, gli attacchi violenti e volgari all’operato del governo italiano e alla sua alleanza con gli Stati Uniti d’America, con incontri al tavolo di qualche ristorante con persone di fiducia e anche emissari politici di quel presidente degli Stati Uniti”.

È a questo punto che nell’emiciclo è salita la tensione e la vicepresidente di turno, Anna Ascani, ha finito per espellere il deputato M5s Antonino Iaria. Da Avs è stato invece il vicecapogruppo alla Camera, Marco Grimaldi, a sottoscrivere la richiesta, non senza ironia (“vi stupirò ma sono favorevole a questa informativa”, osserva) rivendicando che “siamo forse l’unico gruppo parlamentare che ha depositato da tempo un’interrogazione sulle basi statunitensi” per chiedere “di desecretare e riscrivere quegli accordi.


Cari cittadini americani, inutile protestare con lo slogan ‘No Kings’: quel che c’è lo avete voluto voi


Dato che vi siete accorti che avete qualcosa da perdere, la vostra società violenta e individualista si sta svegliando solo adesso. Beh. Buongiorno, America!

(di Alessandro D’Ambrosio – ilfattoquotidiano.it) – Cari cittadini americani,

ma come?! Proprio adesso, sul più bello, alla resa dei conti, decidete di manifestare in pubblica piazza inneggiando lo slogan “No Kings”? E per quale motivo, poi? Forse perché un tiranno cattivo e prepotente si sta imponendo sulle volontà del popolo americano e sta giocando a battaglia navale usando come pedine i soldati dell’Us Army? Soltanto perché vi ritrovate l’Ice in città che sta eseguendo diligentemente quei rastrellamenti a tappeto che voi avevate richiesto? Sì, avete capito bene, siete stati voi a richiederli, quando per ben due volte avete democraticamente eletto l’uomo che in questo momento state accusando soltanto di eccessiva coerenza, a questo punto.

Vi racconto la storia del mio paese, l’Italia. C’era una volta un paese dilaniato dalla seconda guerra mondiale, che fu liberato fortunatamente dal nazifascismo dalle truppe americane. Era situato nella linea di confine tra l’Europa “libera” e “occidentale” e i paesi comunisti dell’Urss. Gli americani, vecchie volpi, intuirono immediatamente la collocazione strategica di questa nazione che affacciava sul Mediterraneo, e così si inventarono la Nato per farci digerire soldati, basi e armi nucleari americane sul nostro e su altri territori, pronte ad attaccare la Russia in qualsiasi momento, si insediarono nelle nostre istituzioni, deviarono il corso della nostra storia politica mediante stragi di stato mai davvero risolte, perché i comunisti non dovevano mai salire al potere (vedi Gladio e altre belle avventure). Insomma, da quel giorno, avevamo il prepotente in casa che ci diceva cosa dovevamo votare, quali prodotti era meglio comprare al “supermarket” e come ci dovevamo soffiare il naso.

Amici americani, non vi siete accorti che è passato quasi un secolo da quando avete iniziato a presentarvi al mondo come “gran salvatori di stoc***o”?

Ma erano le belle facce pulite di Clinton, Bush, Obama a non farvi accorgere delle malefatte che combinavate in giro per il mondo? Guardate che Trump, dalla nostra prospettiva, è solo la vera faccia dell’America. Ma dalla prospettiva degli altri non avete mai visto niente, eravate troppo concentrati su voi stessi. Non esisteva il movimento No Kings quando volevate esportare la democrazia in Iraq o in Afghanistan? E dove eravate quando c’era da difendere Julian Assange, che di quelle guerre vi ha raccontato delle torture sistematiche che i vostri soldati applicavano spesso e volentieri anche sui civili?

Sapete, non avevo dubbi sull’ipocrisia della società americana, quella che voi ora vivete come una crisi interna a causa della decadenza del vostro impero, che oramai deve accettare di scendere a patti con la Cina se non vuole essere spazzato via per sempre, vista dall’esterno non ha proprio nulla di nuovo: c’è un dittatore, prepotente e sovrappeso, che mette la zampa sulla testa dei suoi sudditi impedendogli di muoversi.

A questo noi siamo abituati da quasi un secolo. A questo voi non eravate abituati. Non finché la cosa non vi abbia toccato individualmente. E forse, dato che vi siete accorti che avete qualcosa da perdere, la vostra società violenta e individualista si sta svegliando solo adesso. Beh. Buongiorno, America!


Terremoto all’Università di Palermo: indagati docenti, ricercatori e imprenditori…


(ANSA) – La Procura Europea indaga su una presunta truffa all’Ue che coinvolgerebbe 23 tra docenti universitari palermitani, ricercatori e imprenditori. Al centro dell’indagine, coordinata dai pm Gery Ferara e Amelia Luise, ci sono il professor Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei progetti di ricerca Bythos e Smiling, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto Giovani e della associazione Più Servizi Sicilia. 

Per 17 indagati i pm avevano chiesto misure cautelari ma dopo un anno e tre mesi e dopo gli interrogatori preventivi, il gip ha respinto l’istanza sostenendo che, pur sussistendo i gravi indizi, non ci fossero le esigenze cautelari in virtù del tempo trascorso dai fatti. La Procura Europea ha fatto ricorso al tribunale del Riesame.   

L’indagine, che ipotizza a vario titolo i reati di truffa aggravata, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, corruzione e falso materiale, secondo gli inquirenti, avrebbe svelato che nell’ambito del programma di scientifico Bythos, finanziato con fondi Ue, venivano rendicontati costi relativi ad attività di ricerca dei docenti e all’ acquisto di attrezzature scientifiche in realtà mai sostenuti.

L’inchiesta è nata dalle dichiarazioni di due ricercatori che hanno fatto nomi e cognomi di professori che, pur pagati per lavorare al progetto Bythos, non avrebbero mai realmente contribuito alla ricerca. Lo scopo sarebbe stato far risultare costi mai sostenuti per gonfiare le spese e di conseguenza aumentare il contributo percepito dall’Ue. Oltre a “caricare” i costi per l’attività dei professori (mai svolte) venivano simulati acquisiti mai fatti con la complicità di alcuni titolari di imprese in modo da creare fondi neri da cui poi attingere.

“Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università. – ha dichiarato ai magistrati uno dei ricercatori che hanno dato input agli accertamenti – Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi di tale progetto da apporre sul materiale acquistato. Una volta realizzate queste etichette, ci disse di rimuovere da alcune scatole le etichette di un altro progetto (Deliver) e di apporre quelle del progetto Bythos.

In pratica, il materiale acquistato nell’ambito del progetto Deliver è stato fatto figurare come se fosse stato acquistato nell’ambito del progetto Bythos”. Per i pm tra Arizza e Fabbrizio, inoltre, sarebbe esistito un patto corruttivo per cui il docente, in cambio di lavori assegnati ma mai svolti dal figlio, avrebbe fatto aggiudicare alla società di Fabbrizio servizi previsti in un altro progetto europeo denominato Smiling.


Il talento non si compra


(Stefano Rossi) – La #Nazionale e il #calcio italiano rispecchiano fedelmente la #politica: si conoscono i problemi e sono evidenti i rimedi, ma nessuno fa niente per rimediare.

Ora, tutti urlano le dimissioni, tutti contro tutti, ma i problemi rimarrebbero.

Quelle che seguono sono le parole di un grande campione che da decenni ha lanciato l’allarme. Sempre osteggiato, escluso, evitato.

——

“Il nostro calcio sta morendo e nessuno ha il coraggio di dirlo.

Non per mancanza di talento, non per assenza di passione, ma perché abbiamo costruito un sistema che calpesta i ragazzi prima ancora che tocchino un pallone.

Siamo pieni di stranieri comprati a peso d’oro, ma incapaci di far crescere i nostri giovani.

Tutto ruota attorno ai soldi: non conta più chi sa giocare, conta chi può permettersi di farlo. Se sei un bambino e vuoi inseguire un sogno, devi sperare che la tua famiglia abbia il portafoglio giusto. Altrimenti resti fuori, guardi gli altri, ti spegni.

Ci sono procuratori che bussano alle porte dei genitori chiedendo denaro per bambini che non hanno nemmeno esordito in una squadra vera. E chi non paga? Semplice: non gioca, non viene convocato, non viene nemmeno guardato.

Così non crescono i giovani, così cresce solo l’ingiustizia.

Abbiamo dimenticato una verità elementare:

il talento non si compra.

Si riconosce, si coltiva, si protegge. E invece lo soffochiamo, lo facciamo scappare, lo costringiamo ad arrendersi ancora prima che abbia respirato il profumo dell’erba di un campo vero.

La Federazione dovrebbe aprire gli occhi, indagare, capire, intervenire. Perché troppe famiglie raccontano la stessa storia:

se non paghi, tuo figlio non gioca. E allora non è sport, non è educazione, non è sogno: è business. Sporco, brutale, cinico.

Se un ragazzo nasce con un dono, quel dono non appartiene né ai procuratori né ai dirigenti:

è suo.

Il calcio dovrebbe soltanto permettergli di mostrarlo al mondo, non affogarlo nei conti bancari degli adulti.”

#GianniRivera


“Lavoro da casa e niente viaggi”: l’Europa valuta le restrizioni per la crisi energetica


(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – “Mentre la crisi in Medio Oriente entra nel suo secondo mese, è chiaro che ci troviamo di fronte a una situazione molto grave”, che “rischia di imporre ulteriori costi alle nostre imprese e alle nostre famiglie”: così si è pronunciato ieri Dan Jorgesen, commissario UE per l’Energia, al termine della riunione informale con i ministri europei. Per far fronte alla situazione, sarà necessario che gli Stati adottino “misure volontarie” e “temporanee” di riduzione del consumo di carburante”, come suggerito anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), con particolare attenzione al settore dei trasporti, soprattutto quelli privati. Meno viaggi in aereo e su mezzi privati, dunque, e più incentivi al car-sharing e al trasporto pubblico, oltre che un maggiore ricorso al lavoro da casa.

“Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, nell’UE i prezzi del gas sono aumentati di circa il 70% e quelli del petrolio del 60%. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla fattura dell’Unione per l’importazione di combustibili fossili”, spiega Jorgensen. La ricaduta sui prezzi è quindi evidente, ma l’UE non si trova ancora al punto di registrare carenze immediate di approvvigionamento di carburante. Tenendo presente che le conseguenze della crisi “non saranno di breve durata”, è necessario che gli Stati offrano una risposta “unitaria” alla situazione. E mentre la Commissione lavora a un pacchetto di misure da presentare agli Stati membri (che questa volta, al contrario del 2022, non conterrà una tassazione sugli extra-profitti), Jorgensen ha inviato a ciascuno di essi una lettera con le prime indicazioni da seguire, basate sulle 10 raccomandazioni diffuse dall’AIE.

Secondo l’Agenzia, il trasporto su strada rappresenta circa il 45% della richiesta mondiale di petrolio, motivo per il quale le azioni consigliate si concentrano soprattutto su questo settore – ma anche sul settore aereo, della cucina e dell’industria. Proprio da qui bisogna partire per far fronte alla crisi: più smart-working, quindi, e riduzione della circolazione delle auto private tramite la promozione del trasporto pubblico, l’accesso in centro a targhe alterne e incentivi al car sharing. Oltre a questo, andrebbero ridotti i limiti di velocità di almeno 10 km/h sulle autostrade, mentre per i trasporti commerciali si consigliano “migliori pratiche di guida, manutenzione dei veicoli e ottimizzazione del carico. Andrebbero poi ridotti i viaggi aerei, specie se di affari, mentre andrebbe incentivata la cottura elettrica. Si consiglia, infine, che l’industria sfrutti “la flessibilità delle materie prime petrolchimiche e attuare misure di efficienza e manutenzione a breve termine”. In questo contesto, secondo la Commissione, i Paesi UE dovrebbero operare un “monitoraggio rigoroso” e “disincentivare la produzione delle raffinerie UE”.

Al netto delle iniziative emergenziali, secondo Jorgensen l’unico mezzo per l’UE per sottrarsi a queste crisi ripetute è l’indipendenza energetica, “un imperativo strategico dal punto di vista economico e della sicurezza, non solo per il clima”. “L’unica via da seguire”, per il commissario, vede “energia pulita prodotta localmente, elettrificazione, interconnessioni modernizzate ed efficienza energetica”. Non esattamente la strada che ha scelto di percorrere l’Italia, che ha recentemente posticipato la chiusura delle centrali a carbone di 12 anni, muovendosi in direzione sostanzialmente opposta rispetto buona parte degli Stati UE. Nel suo intervento alla riunione dei ministri di ieri, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin ha dichiarato che, a fronte della situazione attuale, l’unica soluzione possibile è, per quanto riguarda il gas, “massimizzare l’uso delle infrastrutture via pipeline già esistenti” e diversificare ulteriormente le rotte di approvvigionamento. Non dovrebbero inoltre esservi “particolari esitazioni sull’uso di biocarburanti sostenibili anche per il trasporto stradale”, mentre vanno riconsiderate le politiche energetiche e di decarbonizzazione del nostro Paese – ad esempio valutando di “attenuare il ricorso alle onerose soluzioni per la decarbonizzazione che fanno leva sugli ETS e sul mercato del carbonio”.


Basi, trattati e sovranità: il nodo iraniano che la politica italiana non può più eludere


Il richiamo di Crosetto e il ritorno del problema rimosso

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – C’è un dettaglio, nelle parole di Guido Crosetto, che pesa più di molte dichiarazioni solenni sulla fedeltà atlantica: il richiamo agli accordi che regolano l’uso delle basi statunitensi in Italia. Perché quel riferimento, lungi dal chiudere la discussione, la riapre nel punto più delicato. Se davvero “valgono i trattati”, come il ministro ha ribadito il 4 marzo 2026, allora non siamo davanti a un automatismo permanente in virtù del quale Washington può usare il territorio italiano come una propria estensione operativa, ma a un sistema giuridico che distingue tra ciò che è già compreso nelle cornici esistenti e ciò che invece richiede una specifica autorizzazione politica italiana. È lo stesso Crosetto ad averlo confermato il 31 marzo, spiegando che gli accordi internazionali distinguono con chiarezza ciò che necessita di una specifica autorizzazione del governo e ciò che è invece tecnicamente già autorizzato perché ricompreso nei trattati. 

Ed è qui che il discorso si fa serio. Perché nel momento in cui il teatro di guerra è l’Iran, e l’ipotesi riguarda operazioni offensive o comunque non riconducibili in modo lineare a una missione NATO già in essere, la questione non è più soltanto militare. Diventa costituzionale, strategica e perfino morale. Non si tratta di chiedersi se l’Italia sia alleata degli Stati Uniti. Lo è. Si tratta di chiedersi se questa alleanza implichi la disponibilità automatica del territorio nazionale per operazioni decise altrove, oppure se esista ancora una soglia politica e giuridica oltre la quale la Repubblica deve assumere una decisione autonoma. Le notizie emerse oggi sul diniego italiano all’uso di Sigonella per l’atterraggio di bombardieri statunitensi vanno esattamente in questa direzione: secondo le fonti riportate, non c’era stata alcuna autorizzazione preventiva, non si trattava di normali voli logistici e, proprio per questo, Roma ha negato l’assenso. 

Il quadro normativo reale: non una zona franca americana, ma territorio italiano

La prima verità da ristabilire è molto semplice: le basi USA in Italia non sono enclave sottratte alla sovranità italiana. Sono installazioni collocate sul territorio della Repubblica e disciplinate da un intreccio di norme internazionali, intese bilaterali e accordi tecnici. Il quadro principale è noto: il Trattato del Nord Atlantico, ratificato con legge 1 agosto 1949 n. 465; la Convenzione sullo statuto delle forze NATO del 1951, ratificata dall’Italia con legge 30 novembre 1955 n. 1335; l’accordo tecnico aereo Italia-USA del 30 giugno 1954; e soprattutto il Bilateral Infrastructure Agreement del 20 ottobre 1954, il cosiddetto “Accordo Ombrello”, che regola le modalità di utilizzo delle basi concesse in uso alle forze statunitensi in Italia. A questo quadro si sono aggiunti nel tempo memorandum d’intesa, tecnici e locali, tra cui il memorandum del 2 febbraio 1995, noto come “Shell Agreement”, che prevede la stesura e la revisione di un accordo tecnico per ciascuna base. La ricostruzione parlamentare della Commissione sul caso Cermis è molto chiara su questo punto. 

Questa architettura normativa dice una cosa essenziale: l’uso delle basi è regolato, non libero; delimitato, non indiscriminato; vincolato a cornici giuridiche, non affidato all’arbitrio della potenza ospitata. La stessa documentazione parlamentare ricorda che l’accordo del 1954 e le sue successive integrazioni hanno disciplinato l’uso da parte delle forze armate statunitensi delle infrastrutture concesse in uso sul territorio italiano e che il memorandum del 1995 introdusse “nuove normative e vincoli per ogni singola base”. Non siamo dunque davanti a un rapporto coloniale formalizzato, ma nemmeno a una piena parità astratta. Siamo davanti a un compromesso storico: sovranità italiana conservata sul piano giuridico, forte integrazione strategica sul piano politico-militare. 

La Costituzione: il limite che la politica non può aggirare con il lessico tecnico

Il secondo livello è quello costituzionale, ed è qui che la prudenza delle formule ministeriali deve fermarsi davanti alla chiarezza del diritto. L’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Gli articoli 78 e 87 stabiliscono rispettivamente che le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari, mentre il Presidente della Repubblica dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. L’articolo 80 dispone poi che le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali di natura politica, o che prevedono arbitrati, regolamenti giudiziari, variazioni del territorio, oneri alle finanze o modificazioni di legge. È il perimetro dentro cui deve stare ogni scelta sul possibile coinvolgimento italiano in operazioni belliche. 

Naturalmente nessuno sostiene che ogni movimento militare o ogni atterraggio tecnico richieda una dichiarazione formale di guerra. Sarebbe una caricatura. Ma è altrettanto evidente che il ricorso sistematico alla distinzione fra supporto logistico, transito, difesa alleata, missione internazionale, emergenza esterna e operazione offensiva ha finito per creare una zona grigia politica nella quale si cerca di spostare il problema senza nominarlo. Il cuore della questione resta questo: se dal territorio italiano partono o transitano assetti destinati a operazioni contro l’Iran fuori da un quadro NATO formalmente definito, la responsabilità non può essere assorbita da un richiamo generico all’alleanza. Deve esserci una decisione italiana. E Crosetto, con il caso Sigonella, ha di fatto ammesso che questa decisione esiste, tanto è vero che il diniego è stato opposto proprio perché quel tipo di uso “non era previsto dai trattati”. 

Il precedente di Sigonella: quando la sovranità riappare all’improvviso

La vicenda di Sigonella è istruttiva proprio perché rompe il meccanismo dell’ambiguità. Secondo quanto riportato da ANSA e dal Corriere, alcuni assetti aerei americani avrebbero dovuto atterrare nella base siciliana in funzione di operazioni verso il Medio Oriente. Ma la consultazione preventiva mancava, il piano di volo era stato comunicato mentre gli aerei erano già in movimento e non si trattava di una normale attività logistica. Da qui il diniego italiano. Non siamo di fronte a un litigio diplomatico, ma alla riaffermazione di una regola: esiste un uso ordinario delle basi, già ricompreso negli accordi; ed esiste un uso straordinario, che richiede un’autorizzazione politica ulteriore. Crosetto ha aggiunto che, per quel tipo di autorizzazione, il coinvolgimento del Parlamento deve essere sempre previsto. 

Questo episodio ha almeno due implicazioni. La prima è che il governo italiano non è, giuridicamente, un notaio chiamato a registrare decisioni prese altrove. La seconda è che proprio questa facoltà di autorizzare o negare dimostra quanto sia fragile la narrazione dominante degli ultimi decenni, secondo cui le basi USA sarebbero quasi per definizione fuori dal campo della deliberazione politica nazionale. Non è così. La deliberazione esiste. Solo che quasi sempre resta invisibile, coperta da tecnicismi, prassi riservate e formule diplomatiche. La crisi iraniana, invece, la rende visibile a tutti.

La contraddizione italiana: atlantismo politico, cautela giuridica, dipendenza strategica

L’Italia si trova così di fronte alla sua contraddizione più profonda. Da un lato, vuole apparire come alleato affidabile degli Stati Uniti, soprattutto in un Mediterraneo allargato sempre più instabile. Dall’altro, non può ignorare il fatto che un coinvolgimento diretto, anche solo come piattaforma di proiezione, trasformerebbe immediatamente il territorio nazionale in parte della geometria della rappresaglia. Teheran lo ha già fatto capire in più occasioni: i Paesi che facilitano operazioni ostili entrano nella catena delle responsabilità. In termini militari questo significa esposizione. In termini politici significa perdita del margine di ambiguità. In termini economici significa aumento del rischio energetico, marittimo e commerciale in una fase in cui l’Europa è già vulnerabile. 

Per questo il tema delle basi non è una disputa da giuristi o una schermaglia fra maggioranza e opposizione. È un test sulla natura reale dello Stato italiano. Se la sovranità esiste, deve manifestarsi proprio quando costa. Se invece compare solo per gli atti amministrativi minori e scompare nelle crisi strategiche, allora non siamo di fronte a una sovranità condivisa ma a una sovranità condizionata. Il punto è brutale ma inevitabile: l’Italia vuole essere un soggetto politico che decide o un territorio funzionale che ospita decisioni altrui?

Il Parlamento come punto di verità

Da qui deriva il nodo parlamentare. Non è solo questione di opportunità politica. È la sede in cui l’ambiguità deve essere sciolta. Le stesse fonti citate oggi richiamano il fatto che, per autorizzazioni non ricomprese nei trattati, il governo ha scelto di coinvolgere il Parlamento. È una scelta che non indebolisce l’esecutivo: lo obbliga a dire la verità. E la verità è che non ogni operazione compiuta da forze americane in Italia è identica sul piano politico, giuridico e strategico. Un volo logistico non è un decollo offensivo. Un transito tecnico non è l’inserimento dell’Italia nella catena operativa di una guerra regionale. Confondere tutto significa solo sottrarre alla democrazia ciò che appartiene alla democrazia. 

La questione finale: chi decide davvero?

Il paradosso è che Crosetto, cercando di difendere la continuità dello Stato e la solidità dei rapporti con Washington, ha finito per rimettere al centro la domanda che la politica italiana ha sempre cercato di eludere: chi decide davvero sull’uso delle basi quando la guerra non è della NATO? La risposta, sul piano normativo, è più favorevole all’Italia di quanto molti vogliano ammettere. I trattati e le intese non cancellano la sovranità italiana; la incanalano, la limitano, la proceduralizzano, ma non la annullano. E proprio per questo ogni volta che si parla di Iran, di Sigonella, di Muos, di supporto operativo o di missioni “non ordinarie”, il governo non può rifugiarsi nel linguaggio neutro delle infrastrutture. Deve dire se autorizza, perché autorizza, fino a che punto autorizza e con quale copertura parlamentare e costituzionale. 

La verità, in fondo, è semplice. Le basi non sono soltanto un dispositivo militare. Sono il punto in cui si misura il rapporto tra alleanza e sovranità. E il caso iraniano mostra che quel rapporto, lungi dall’essere risolto, è ancora il grande non detto della Repubblica. Quando la guerra bussa davvero alle porte del Mediterraneo, l’Italia scopre che il problema non è se i trattati esistano. Il problema è se abbia ancora la volontà politica di usarli per esercitare la propria sovranità, invece che per giustificare la propria rinuncia.


Zimbelli d’Italia


(ilnapolista.it) – Gabriele Gravina non si dimette nemmeno per idea. Il presidente della Federcalcio è andato in conferenza stampa e non si è dimesso. Ha provato a buttarla in caciara, addirittura ha confermato Gattuso, Buffon e Bonucci. “Devo fare i complimenti a Rino Gattuso. È un grande allenatore, gli ho chiesto di rimanere alla guida tecnica di questi ragazzi. C’è stato un momento di grande sintonia con i nostri ragazzi che il mister ha definito eroici. Hanno dato tutto quello che potevano dare”. Cose da pazzi.

A Sky Sport Caressa ha detto: “Ti dico com’è andata. Buffon e Gattuso, per come li conosco, sono andati da Gravina e hanno detto “noi ci dimettiamo”. Gravina li ha fermati”.

Il direttore di Sky Sport 24 Federico Ferri ha fatto il nome di Giovanni Malagò nel caso in cui il Coni decidesse di commissariare la Federcalcio per mancanza di risultati.  “Alcuni presidenti di Serie A hanno già sondato la sua disponibilità. Può essere un candidato in caso di nuove elezioni”.

Caressa: “Malagò è il miglior dirigente sportivo, lo ha dimostrato ancora una volta col successo alle Olimpiadi”.

CARESSA: “GRAVINA NON SI DIMETTE? BASTA PRESE PER I FONDELLI, QUESTA È FANTASCIENZA”

(ilnapolista.it) – L’Italia ha perso contro la Bosnia e per la terza volta consecutiva non si è qualificata per i Mondiali. Gigi Buffon si presenta in conferenza e conferma la sua disponibilità a restare. Negli studi di Sky Sport Caressa commenta: “Ti dico com’è andata. Buffon e Gattuso, per come li conosco, sono andati da Gravina e hanno detto “noi ci dimettiamo”. Gravina li ha fermati”.

“Conta che non siamo al Mondiale per la terza volta. Se andiamo avanti con l’idea di non cambiare delle cose, quello che dicevamo nel 2018 si è ripetuto e le persone che hanno subito tracolli sono rimaste al loro posto. Poi possiamo dire che l’Italia non è inferiore alla Bosnia, che l’ambiente è negativo. Certo, c’è un po’ di sfortuna sul gol subito: se Donnarumma non avesse fatto quella parata, il gol sarebbe stato annullato, perché Dzeko la tocca con la mano. Se fosse stato dentro, doveva intervenire il Var dire che era dentro e anche che era da annullare, per il tocco di mano immediata.

Gravina non si dimette? Ma che riforme sono state fatte in questi giorni? L’altro giorno hanno presentato una riforma vuota, dicendo che gli allenatori faranno più tecnica nelle nazionali. Ma cos’è? Ma noi non possiamo più essere presi per i fondelli. Le parole di Gravina sono fantascienza.

Ma in quale azienda del mondo potrebbe succedere? In qualsiasi azienda, dopo uno scatafascio del genere, cambia tutto. Dopo una cosa del genere si va a casa, ciascuno con le sue colpe. Gattuso ha avuto 15 giorni, non so nemmeno se fosse l’uomo giusto, forse sì, ma dopo stasera mi sembra fantascienza. Uno che non si dimette un minuto dopo che è andato al Mondiale è fantascienza”.

GRAVINA

(ilnapolista.it) – Il presidente della Figc Gabriele Gravina, non demorde dopo un’altra clamorosa eliminazione dell’Italia dai Mondiali e in conferenza parla così:

“Sono abituato a questo esercizio di richiesta di dimissioni continue nei miei confronti, ma ci sarà un consiglio federale la prossima settimana e le valutazioni spettano al consiglio federale, come ho stabilito nelle norme.

Lo stato d’animo è evidente, soprattutto per come questo risultato è maturato. Faccio i complimenti ai ragazzi per come sono cresciuti in questi mesi.

Devo fare i complimenti a Rino Gattuso. È un grande allenatore. Ho chiesto a lui e a Gigi (Buffon) di rimanere alla guida tecnica di questi ragazzi.

Ci sono valutazioni da fare. Per quanto riguarda la parte politica c’è una sede deputata che è il consiglio federale, che ho chiesto di convocare per settimana prossima. Capisco l’esercizio della richiesta di dimissioni, cui sono abituato negli ultimi tempi, ma le valutazioni spettano al consiglio e le faremo all’interno del consiglio, secondo le norme che ho stabilito”.

Vi farete sentire per l’arbitraggio di Turpin? “No, sono state scelte che hanno lasciato perplessità, però non mi va di parlare dell’arbitro. Qui c’è un mondo che va ridisegnato con lucidità e obiettività, senza lasciarsi prendere da momenti di delusione e amarezze, che sono profondi. Lasciamo smaltire …

Noi faremo riflessioni molto approfondite la settimana prossima al consiglio federale. Bisogna che ci sia una risposta articolata nelle sedi deputate. Purtroppo si pensa che la Federazione Italiana giuoco calcio, come altre federazioni, possono decidere e scegliere come costruire una squadra. Noi facciamo sintesi tra tutto quello che il campionato italiano mette a disposizione. Ci dedicheremo a questa ampia attività di riflessione e dalla riflessione ciascuno trarrà le proprie conclusioni.

Nel calcio professionistico non è possibile adottare le scelte che si adottano nel calcio dilettantistico. Mi riferisco all’impiego di tanti giovani, di under nei tornei. Lo sci? È uno sport di stato. Nello sci sono tutti i dipendenti dello stato tranne Arianna Fontana.

Sappiamo di essere in un momento di grande crisi, una crisi generale che richiede una riflessione complessiva che non spetta soltanto alla Federazione, ma al mondo della politica italiana, che si prodiga immediatamente solo per accelerare le richieste di dimissioni. Io vorrei chiedere se ci sia stata una disponibilità della politica a sostenere la crescita del movimento calcistico italiano. È un quesito che dovremo affrontare anche in sede politica.

Anche le norme nazionali e internazionali impediscono di adottare delle scelte, quindi è chiaro che noi siamo ingessati.

Qualcuno di voi ha fatto riferimento alla responsabilità oggettiva, la mia. Certo, c’è perché io rappresento la Federazione. In vita mia mi sono sempre assunto le mie responsabilità come stasera”


Inchieste e dimissioni: i guai travolgono FdI dal Piemonte alla Sicilia


L’ultimo è di ieri: sei avvisi di garanzia ad Agrigento. Tra gli indagati per truffa aggravata e peculato, il deputato Pisano

Lillo Pisano, Elena Chiorino, Gaetano Galvagno

(di Francesco Bei – repubblica.it) – ROMA – I primi ad annusare l’odore del sangue sono stati Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due leader agli antipodi ma con la comune caratteristica di tenere sempre le antenne dritte. Il presidente dei Cinque Stelle ha parlato di una nuova «questione morale» che affliggerebbe Fratelli d’Italia «dalla Sicilia al Piemonte», mentre Renzi ha accennato alla possibilità che «altre inchieste» possano presto sfiorare il partito della premier.

Attenzione, non serve avere per forza fonti nelle procure, basta una rassegna stampa per capire che FdI comincia ad avere un serio problema. Mentre tutta l’attenzione era su Andrea Delmastro, altri casi infatti si moltiplicavano in tutta Italia, con un importante epicentro proprio in Sicilia. Giusto ieri sull’Isola si è aperto un ennesimo fronte giudiziario: sei avvisi di garanzia, partiti dalla procura di Agrigento, per presunte spese gonfiate legate ai grandi eventi. Tra gli indagati per truffa aggravata e peculato anche il deputato Lillo Pisano, ex vicecapo di gabinetto dell’assessorato regionale al Turismo. Proprio l’assemblea regionale siciliana è il buco nero dei Fratelli, se esiste una questione morale palazzo dei Normanni ne è l’epicentro, con Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, che tra un mese andrà a processo per corruzione, peculato e truffa, mentre su Elvira Amata, assessora al turismo di Schifani, penda una richiesta di rinvio a giudizio per corruzione. Teste che stanno per cadere, se si interpretano correttamente le parole di Luca Sbardella, il commissario spedito da Giovanni Donzelli per ripulire il partito isolano, che ha promesso di «applicare in Sicilia lo stesso criterio indicato dal partito nazionale». Ovvero, le dimissioni.

Dalla Sicilia al Piemonte, dove dietro Delmastro altre teste sono rotolate. Mentre il caso della Bisteccheria d’Italia approda in commissione Antimafia, a Torino esce di scena anche Elena Chiorino – vicina all’ex sottosegretario alla Giustizia – che si è dimessa dalla giunta regionale dopo aver lasciato la poltrona da vicepresidente della Regione. L’ex guardasigilli Pd Andrea Orlando ieri ha pubblicato un video in cui ricordava i legami storici tra l’estrema destra e il mondo criminale negli anni Settanta e Ottanta – proponendo in qualche modo un nesso con l’attuale vicenda che ruota intorno al clan Senese – e concludeva immaginando «ulteriori risvolti».

Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordando il caso di un’altra piemontese – Augusta Montaruli – condannata per peculato e dimessasi da sottosegretaria all’Università agli albori del governo Meloni, è il 2025 l’anno horribilis di Fratelli d’Italia. In Calabria il consigliere regionale Giuseppe Neri finisce nell’inchiesta della Dda che ne chiede addirittura l’arresto per scambio elettorale politico-mafioso. Richiesta rigettata prima dal gip e poi dal Tribunale del riesame. Salendo a Genova troviamo l’ex assessore comunale alla sicurezza, Sergio Gambino (autosospesosi per questo da FdI), coinvolto nell’indagine della procura per corruzione e presunte rivelazioni di segreto d’ufficio riguardanti l’allora candidata sindaca Silvia Salis. Clamoroso lo scandalo politico-erotico-massonico che sconvolge la tranquilla Prato. La procura procede nei confronti di Claudio Belgiomo, già membro del consiglio comunale nelle file dei Fratelli, e Andrea Poggianti, vicepresidente del consiglio comunale di Empoli, uscito nel febbraio 2024 dal partito, per «concorso continuato nei delitti di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite» e di diffamazione ai danni dell’avvocato Tommaso Cocci, un altro consigliere comunale a Prato, sempre di FdI, e candidato in pectore alle regionali, destinatario di lettere anonime.

Dall’inchiesta emerge un aspetto, oltre ai ricatti sessuali, che mette in grande imbarazzo FdI, perché si scopre che questo Cocci, presunta vittima di revenge porn, è anche il segretario di una loggia massonica. Dalla Toscana al Lazio, con il consigliere regionale Enrico Tiero che lo scorso anno finisce indagato nell’ambito di un procedimento aperto dalla procura della Repubblica di Latina. Secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe agevolato l’assunzione di alcuni giovani, in cambio di “utilità”. Braccialetto elettronico per il presidente del consiglio comunale di Bolzano, Carlo Vettori, un altro Fratello, ma questa volta non c’entrano le mazzette, è una storia di maltrattamenti nei confronti della compagna. Dal Trentino alla Puglia, con un’inchiesta che nel 2024 coinvolge Francesco Ventola, allora capogruppo di FdI in consiglio regionale, poi eletto a Bruxelles. La procura di Trani lo accusa di associazione a delinquere e corruzione elettorale, lui si difende parlando di un atto dovuto a seguito di una denuncia di un suo avversario politico. Tutti casi isolati, procure diverse, inchieste partite senza alcun nesso temporale con il referendum. Ma la paura che serpeggia a via della Scrofa è nelle parole in libertà di un dirigente dei FdI: «Adesso si vendicheranno per la riforma Nordio, i pm svuoteranno i cassetti nell’ultimo anno elettorale».


Ungheria al voto, Orbán rischia il posto: si muove Putin. Perché è in gioco il destino dell’Ue


Perché Trump, Putin, Meloni e 11 amici sovranisti vogliono mantenere Orbán al potere

(di Milena Gabanelli e Maria Serena Natale – corriere.it) – L’11 gennaio 2026 sull’account X di Orbán Viktor (gli ungheresi mettono prima il cognome) spunta un video con gli elogi del comico americano Rob Schneider seguito da 11 politici internazionaliGiorgia Meloni, Matteo Salvini, la leader del Rassemblement National francese Marine Le PenAlice Weidel della tedesca AfD, Benjamin Netanyahu, l’ex premier polacco Mateusz Morawiecki, il primo ministro ceco Andrej Babis, il presidente dell’Fpö austriaca Herbert Kickl, il capo del partito spagnolo Vox Santiago Abascal, il presidente serbo Aleksandar Vucic e quello argentino Javier MileiLa crème della destra sovranista europea e mondiale va in soccorso a Viktor Orbán, l’uomo che guida l’Ungheria da sedici anni, descritto come insostituibile campione dello Stato nazione, e che per la prima volta alle elezioni del prossimo 12 aprile rischia di perdere il posto.

La violazione dei principi Ue

È dall’arrivo al governo nel 2010 che l’orbanismo concentra soldi e potere nelle mani degli amici. Giornali, portali, radio e tv sono dal 2018 sotto il controllo della Fondazione centro-europea per la stampa e i media Kesma che risponde direttamente a Fidesz, il partito del premier nato come forza liberale e diventato poi bastione del nazionalismo più intransigenteFidesz, uscito nel 2021 dai Popolari europei, è entrato insieme a Lega, Vox e Rassemblement nel gruppo dei Patrioti. Il sistema giudiziario è stato terremotato con pensionamenti anticipati, nomine politiche dei giudici e, dal 2019, una nuova rete di tribunali amministrativi sottoposta all’esecutivo. Tra il 2010 e il 2023 le società vicine al mondo orbaniano hanno vinto il 45% di tutti i loro contratti con gare d’appalto a partecipante unico, pratica ad alto rischio corruzione attenzionata da Bruxelles. La percentuale è salita al 69% tra 2024 e 2025. Secondo il rapporto del World Justice Project del 2025 l’Ungheria è all’ultimo posto tra i 27 dell’Unione europea per rispetto dello Stato di diritto, ed è il solo Paese Ue classificato come «parzialmente libero» dalla Ong Freedom House. Negli anni, le violazioni di libertà e principi base hanno portato l’Unione a bloccare il trasferimento dei fondi Ue, e in seguito a sbloccarli, alimentando il sospetto di subire il ricatto del veto. 

Diritto di veto e ricatto

Emblematico il caso del 2023, quando la Commissione decise di mettere mano a 10,2 miliardi bloccati per le condizioni del sistema giudiziario, svincolandoli proprio alla vigilia dell’importante Consiglio nel quale Orbán ha lasciato la sala, consentendo così agli altri 26 leader di approvare l’avvio dei negoziati di adesione di Kiev. Un via libera ai finanziamenti che ora la Corte di giustizia Ue, sollecitata dall’Europarlamento, raccomanda di rivedere: la sentenza potrebbe imporre la restituzione dei soldi tramite rimborso o deduzione da futuri stanziamenti. Circa 20 miliardi restano invece congelati dal 2022 a causa della stretta imposta da Orbán su insegnamento universitario, immigrazione illegale, diritti della comunità Lgbtq+ e cioè il trasferimento delle università in fondazioni pubbliche gestite da amministratori fiduciari graditi al primo ministro, respingimenti e massima restrizione del diritto d’asilo, divieto di condividere materiali su argomenti legati alla diversità di genere, sia nella scuola che sui mezzi d’informazione. Temi sui quali l’orbanismo si sovrappone perfettamente a putinismo e trumpismo. Va detto che l’Ungheria, dal suo ingresso nella Ue nel 2004 fino al 2024 è stata fra i maggiori beneficiari netti dei fondi strutturali e di coesione. Dal 2014 al 2020 gli investimenti totali, compresi i co-finanziamenti, hanno sfiorato i 30 miliardi, con 52 mila progetti riconosciuti dalla Commissione; per il settennato 2021-2027 sono stati assegnati a Budapest 21,7 miliardi in fondi di coesione e quasi 6 di sovvenzioni. Si stima che dall’inizio dell’era Orbán dal 2010 al 2023 l’Ungheria abbia ricevuto in totale tra i 60 e i 65 miliardi di euro netti.

Dare e avere: Putin e Trump

Il braccio di ferro di Orbán con Bruxelles s’intreccia al gioco di sponda con Russia e Stati Uniti. Nella Strategia di sicurezza nazionale pubblicata l’anno scorso, Washington mette nero su bianco tra le priorità: «Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa». Tradotto: sostenere governi e partiti sovranisti contrari al rafforzamento dell’integrazione comunitaria. Ed è il punto sul quale gli interessi della Casa Bianca e quelli del Cremlino si incontrano.
L’Ungheria oggi è in piena reindustrializzazione e sull’energia gioca una partita vitale. Con la Slovacchia, è il solo Stato Ue esentato dalle sanzioni di Bruxelles che proibiscono di comprare gas e petrolio dalla Russia, dalla quale, secondo dati del Fondo monetario internazionale, nel 2024 dipendeva ancora per il 74% del gas importato e l’86% del petrolio. Nel 2025, in visita alla Casa BiancaOrbán ottiene una deroga di un anno anche sulle sanzioni secondarie americane e si impegna a sottoscrivere contratti da 600 milioni di dollari per l’acquisto di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Qualche mese prima il Tesoro Usa ha revocato le sanzioni imposte a una dozzina di banche e istituti finanziari russi coinvolti in transazioni su progetti di nucleare civile: tra questi la costruzione di due reattori nella nuova centrale nucleare Paks 2, sulla riva destra del Danubio un centinaio di chilometri a sud di Budapest, affidata al colosso russo dell’elettricità Rosatom e finanziata dalla banca, sempre russa, Gazprombank. Con l’accordo stipulato nel 2014 Mosca si faceva carico della maggior parte dei costi tramite una linea di credito da 10 miliardi di euro, e Budapest aggiungeva aiuti di Stato per altri 2,5 miliardi. L’autorizzazione della Commissione europea all’operazione arrivata nel 2017 è stata poi annullata nel settembre 2025 dalla Corte di giustizia Ue. Però i lavori del Paks 2 sono comunque partiti ad inizio febbraio 2026.

Il pretesto dell’oleodotto

A fine gennaio 2026 i russi colpiscono, sul territorio ucraino, la parte meridionale dell’oleodotto Druzhba che porta il petrolio di Mosca al Centro Europa compromettendo anche le forniture per Ungheria e SlovacchiaKiev non può ripararlo in tempi brevi così Budapest e Bratislava si rivalgono sul presidente Zelensky e per ritorsione bloccano sia il prestito europeo da 90 miliardi del quale l’Ucraina ha disperato bisogno, sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Su un tavolo separato, Orbán pone il veto, che poi ritira, anche al rinnovo delle sanzioni individuali contro oltre 2.700 tra persone fisiche ed entità coinvolte nella guerra. Tutto questo avvantaggia Putin, e indirettamente piace a Trump perché indebolisce la forza Ue. Fidesz ha impostato la parte finale della campagna elettorale sul pericolo di essere trascinati nel conflitto. A dire degli ungheresi, l’oleodotto Druzhba sarebbe potuto tornare in funzione subito ma resta fermo solo per volontà degli ucraini. La tensione ha raggiunto livelli tali che lo stesso presidente ucraino, con toni del tutto inediti, ha minacciato di passare l’indirizzo del premier ai suoi soldati. È toccato alla Ue richiamare Zelensky e difendere Orbán.

Nel pieno della propaganda

Il voto si avvicina e in Rete dilagano profili anonimi con falsi servizi giornalistici, finti video di star hollywoodiane e contenuti generati attraverso l’Intelligenza artificiale. Lo scopo è quello di esaltare Orbán e delegittimare il rivale intorno al quale si è coagulato l’elettorato stanco di scandali e corruzione, Péter Magyar, in netto vantaggio nei sondaggi. Una vasta offensiva social riconducibile alla Social Design Agency, società di comunicazione legata ai vertici russi e sottoposta a sanzioni per passate azioni di controinformazione sul conflitto ucraino, ha moltiplicato i post a favore di Orbán, definito «leader forte con amici globali» contro Magyar rappresentato come marionetta di BruxellesSecondo la piattaforma indipendente Vsquare Mosca ha pure inviato a Budapest una squadra di agenti disturbatori del Gru, il servizio d’intelligence militare, per interferire nella campagna elettorale, come è già in successo in Moldova. L’unità farebbe capo a Sergei Kiriyenko, fedelissimo di Putin, ex capo di Rosatom. Una recente indagine del Washington Post rivela che i servizi segreti russi avrebbero suggerito di inscenare un attentato a Orbán per spostare la campagna sui temi della stabilità istituzionale e della sicurezza statale. 

La talpa nel Consiglio Ue

Sempre il Washington Postcitando fonti dei servizi di sicurezza europei, accusa il ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjártó, di aver riferito in tempo reale all’omologo russo Sergej Lavrov informazioni sensibili e riservate circolate in sede di Consiglio. Szijjártó ammette i contatti diretti, prima e dopo gli incontri, anche con i colleghi «di Stati Uniti, Turchia, Israele, Serbia e di tutti gli altri partner del nostro Paese». Adesso Bruxelles sa chi è la talpa di Putin dentro al Consiglio Ue, ma intanto la posizione del Consiglio nei confronti di Mosca si indebolisce. Sul fronte ungherese il governo, per tutta risposta, ha annunciato l’avvio di un procedimento penale contro l’autorevole giornalista investigativo Szabolcs Panyi per aver aiutato a rivelare lo scambio di telefonate fra i due ministri.
Ad esasperare la campagna elettorale e i rapporti con Kiev e la Bce, il 5 marzo scorso, c’è stato anche un fermo di persone e sequestro di denaro. Erano diretti in Ucraina i portavalori partiti dall’Austria, come da contratto tra le banche Raiffeisen Bank International e Oschadbank, fermati e sequestrati lungo la strada dalle autorità di Budapest per il sospetto che tra i 40 milioni di dollari, i 35 milioni di euro e i 9 chili d’oro trasportati ci fossero fondi illegali destinati alla campagna di Magyar. L’avversario di Orbán dichiara che tutti i finanziamenti sono pubblici e trasparenti; però il caso è destinato ad allargare la frattura con l’Europa: la Bce avverte che trattenere valori sul territorio Ue, a fronte di un regolare contratto fra due banche, mina l’affidabilità dei partner e la fiducia nella moneta unica.

Rush finale

«No migration! No gender! No war! Eravamo Trump prima di Trump» è il motto di ultraconservatori, populisti e nazionalisti che dal 2022 portano in trasferta il mega raduno annuale del Cpac americano nella capitale ungherese. Quest’anno si sono riuniti a tre settimane dalle elezioni. Orbán sul palco a elogiare Trump e il suo contributo alla lotta per salvare «l’anima del mondo occidentale», Trump ad augurare all’amico in videomessaggio «una grande vittoria». Nei giorni successivi il presidente Usa ha continuato a postare sul social Truth messaggi molto diretti: «Andate a votare per Viktor Orbán». Gli europei lo sanno, tra amici ci si aiuta, ma se l’interesse è solo personale non dura. Neanche tra sovranisti.


Se in Israele la pena di morte porta all’apartheid


Se in Israele la pena di morte porta all’apartheid

(Anna Foa – lastampa.it) – Alla fine, in terza istanza, il parlamento israeliano ha approvato la legge che introduce la pena di morte per i “terroristi” palestinesi, per meglio dire per i palestinesi condannati per terrorismo. Una legge formulata in modo tale da escludere qualsiasi possibilità di applicazione nei confronti degli ebrei. Una legge contro la cui introduzione si erano espressi pochi giorni fa i ministri degli esteri di Germania, Regno Unito, Francia e Italia.

Di fatto, l’introduzione in un paese di una legge che distingue fra i suoi cittadini, anche se non colpisce direttamente i palestinesi cittadini di Israele ma solo quelli dei territori occupati, Gaza e Cisgiordania, Gerusalemme Est compresa, rappresenta l’introduzione dell’apartheid in questo paese. Quanti ancora contestavano l’uso di questo termine, quanti sottolineavano che di apartheid si poteva parlare solo nella Cisgiordania occupata, non entro i confini dello Stato, dovranno ora accettare questa definizione dal momento che questa legge è stata votata dal parlamento di Israele.

Da oggi, Israele ha una legge per gli ebrei e una per i palestinesi.

Ma non basta. La legge, che sancisce che la esecuzione debba avvenire entro novanta giorni dalla condanna, per impiccagione, sedia elettrica o iniezione letale, introduce anche delle gravissime limitazioni nella carcerazione dei prigionieri palestinesi, impedisce loro di avere contatti con le famiglie, ne indurisce la carcerazione che già era pesantissime e segnata da violenze e torture.

In Israele, la pena di morte era stata abolita nel 1954, almeno nella legislazione civile. Era rimasta nella legislazione militare e nel caso di crimini contro l’umanità. Fu applicata solo due volte, la seconda nel caso di Adolf Eichmann. Ma dopo che il criminale nazista fu condannato all’impiccagione si aprì in Israele un dibattito molto vivace sulla necessità di eseguirla. Un gruppo di importanti intellettuali, fra cui Martin Buber e Judah Magnes, il fondatore dell’Università ebraica di Gerusalemme, si opposero in nome del fatto che l’esecuzione di Eichmann non avrebbe in nessun modo risarcito i sei milioni di ebrei morti nella Shoah ma avrebbe invece minato l’etica dello Stato. Anche la tradizione talmudica è molto prudente riguardo alla pena di morte e la circonda di tante e tali cautele da renderne molto difficile l’applicazione. Oggi invece un ministro come Ben Gvir, un razzista, un terrorista coinvolto nell’omicidio di Yitzak Rabin, esulta dopo l’approvazione di questa legge e si fa fotografare fiero di «aver cambiato la storia».

È un giorno triste questo per Israele e per gli ebrei di tutto il mondo, un giorno che segna la fine della democrazia in Israele. La pietra tombale su una democrazia già limitata, molto contestata, ma comunque ancora esistente. Segnerà anche la fine di ogni possibilità di opporsi al governo razzista che domina il paese? E come reagiranno di fronte a una legge di questa gravità i 48 deputati che hanno votato contro, rispetto ai 62 che hanno votato a favore? Si creerà un’opposizione forte e combattiva, oppure anche questo finirà per essere assimilato, accettato, giustificato in nome della sicurezza? Sarà lo spartiacque che segnerà la rinascita, o la fine di Israele e della sua storia, e la fine di ogni residua considerazione nel mondo per lo Stato degli ebrei?


Il tramonto dei caschi blu Onu: ormai condannati all’inutilità


Le missioni di pace sono fastidi nel mondo dove la violenza è legge

Il tramonto dei caschi blu Onu: ormai condannati all’inutilità

(Domenico Quirico – lastampa.it) – L’Onu: lo si sfoglia come un carciofo, e lo si lascia vivo, ma innocuo e quasi nudo come si è fatto con altre istituzioni riverite, che esistono, ma non possono nulla. L’Onu è una Dulcinea del Toboso orfana perfino di don Chisciotte. Nell’epoca di Trump, di Netanyahu, di Putin, nel tempo in cui l’odio è diventato l’insegnamento ufficiale, a cosa servono i caschi blu, i soldatini della pace con i loro blindati immacolati che mostrano le insegne qua e là ma con il divieto di intervenire a fucilate, di immischiarsi? A nulla.

Forse c’è stata una epoca in cui vederli sfilare era un gesto protettivo che ispirava speranza ai derelitti della geopolitica. Qua e là piccole sporcizie sulla mappa del pianeta, dal 1945 a oggi, sono state pulite anche da loro. Non dimentichiamo che le forze di pace abbandonarono, e non una sola volta, i civili al coltello degli sgozzatori. Ma che cosa significa dissuadere? Significa fare in modo che non si faccia. La dissuasione deve far sparire puramente e semplicemente l’oggetto della contesa. Se gli avversari, nazioni, fazioni, estremismi, di fronte a una terza forza hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare nell’opporvisi la guerra diventa assurda. La pace più che necessaria, inevitabile. Ma oggi un’autorità morale e non sorretta dalla forza è ancora in grado di dare pedate dissuasive al formicaio delle pulsioni di distruzione e di prepotenza, di interrompere il discorso di conquista dei terrorismi di Grandi e Piccoli? Nei luoghi caldi come il Libano senza di loro sarebbe il caos, si obbietta. Forse. Ma se il caos è proprio il programma dei nuovi signori della guerra planetaria che si fa?

Stiamo per assistere all’eclissi dello strumento che doveva, dal Palazzo di vetro, aprirsi un varco tra il sovra diritto dei furiosi abbandonati alla propria “hubrys” e il sotto diritto dei deboli e degli asserviti, eterni supplicanti incatenati?

Non ostiniamoci a fingere: le missioni di pace erano il simbolo e l’essenza delle Nazioni unite come furono pensate nel secolo scorso. Senza questo strumento di opposizione alle avventure omicide in tutto il mondo l’Onu è imbalsamato definitivamente in una elefantiaca burocrazia delle chiacchiere. Non lo salverà certo dall’estinzione il volenteroso affannarsi dell’attuale Segretario generale sul terreno della ecologia e della difesa del pianeta.

Ebbene: quanto gesticolare inutile, quanti incantesimi vani sotto la sigla Onu… In alcuni luoghi del mondo i caschi blu “si interpongono”, controllano, osservano, stilano rapporti che si accumulano, immagino, in polverosi sotterranei del Palazzo di vetro. Si interpongono ma nel senso che stanno lì, guerrieri senza cause, volenterosi abbandonati, soldati eternamente pronti a tutto, dunque al peggio. Figure fragili e tragiche del disordine del mondo. In luoghi come il sud del Libano dove si emanano ordini draconiani alle popolazioni (di uno Stato teoricamente sovrano) di allontanarsi definitivamente e ministri di un governo annunciano giulivamente che tutto verrà raso al suolo per non frapporre molesti ostacoli alle artiglierie presenti e future, quel contingente pacifico è poco più di un fastidio, l’equivalente di una collina o un fiumiciattolo che fa perdere semplicemente tempo mentre si manovra con i carri armati. Non c’è nemmeno la pazienza di attendere che entro fine anno se ne vadano volontariamente dai loro bunker, sfiniti dalla impotenza. Qualche cannonata “fuori bersaglio” potrebbe accelerarne il ritiro. I testimoni, anche quelli disarmati, danno fastidio.

Le missioni dei caschi blu sono peraltro annose sopravvivenze di altre epoche storiche. Potete immaginare il realizzarsi di spedizioni di interposizione a Gaza o in Ucraina o in Sudan? Solo i devoti del Consiglio di sicurezza e della legittimità internazionale non si imbarazzano a proporli. L’Onu non lo dipingono come è, ma come vorrebbero che fosse. È una istituzione balbuziente, ammettono i fedeli della Santa Carta: ma oppongono che niente è perfetto, basta rinforzarla. Già. Ma se la difesa dei diritti e della pace è affidata a una commissione in cui i predatori dettano legge? Così i caschi blu sono condannati dal peggiore dei peccati: non servono. Sono doppiamente indifesi, tanto che si può sparare loro addosso. Da 48 anni la missione tra il fiume Litani e il confine tra Israele e Libano “assiste”. Impotente. Indifesa. Chi risponde senza retorica alla domanda: per cosa sono morti 342 soldati sotto mandato delle Nazioni Unite dopo il loro dispiegamento nel 1978? In questa zona del mondo i periodi di guerra sono stati più lunghi che quelli di tregua.

Dalla Bosnia al Congo al Mali al Centrafrica al Libano, spaventose località di una geografia senza memoria, queste missioni hanno modificato in modo decisivo la faccia del pianeta, hanno aperto una breccia nella tragedia dei derelitti, riplasmato i destini e le fatalità in nuovi inizi, in occasioni da afferrare, in pesi da sollevare, in inerzie vinte? Questi volenterosi eserciti della pace non portano con sé le chiavi di qualche paradiso terrestre ma neppure la chiusura di qualche inferno, non annunciano alle popolazioni un mondo senza guerra e morti ma neppure un mondo meno malvagio e un domani meno cupo.

Le Nazioni unite e i suoi eserciti “a la carte”, paralizzati dall’obbligo di non intervenire, e il tribunale dell’uomo a New York capace di distinguere e punire i giusti e i reprobi sono stati, forse, l’ultima avventura dell’Occidente. Il diritto di intervenire senza frontiere appare ormai da decenni come esorbitante, non riesce a ledere oggi più che mai le arroganti e fameliche autorità che si spartiscono il mondo.