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Gli “Epstein Files” suggeriscono “l’esistenza di un’impresa criminale globale”


(ANSA) – Le prove contenute negli ‘Epstein Files’ rivelano “preoccupanti e credibili abusi sessuali, traffico e sfruttamento sistematico e su larga scala di donne e ragazze”. E’ quanto avvertono esperti delle Nazioni Unite che analizzato il caso Epstein si chiedono come “una rete del genere abbia potuto prosperare così a lungo nel cuore delle élite politiche, economiche e mediatiche” di vari Paesi.

Secondo gli esperti Onu i file Epstein suggeriscono “l’esistenza di un’impresa criminale globale” che solleva “terrificanti implicazioni sul livello di impunità per tali crimini”.

 Alcuni dei fatti descritti potrebbero rientrare secondo il diritto internazionale, in condizioni di schiavitù sessuale, tortura, sparizioni forzate o crimini contro l’umanità. Le indagini giudiziarie americane, sottolinea l’Onu, hanno gradualmente scoperto in capo a Jeffrey Epstein un sistema di reclutamento di ragazze giovani, spesso minorenni vulnerabili, sfruttate sessualmente in diverse residenze dei finanzieri, negli Stati Uniti e nei Caraibi.

Gli esperti denunciano “gravi errori” nel processo di divulgazione delle notizie relative al caso e l’urgente necessità di procedure che tutelino le vittime, affinché “nessuno di loro subisca ulteriori danni”. Infine, nonostante il numero di documenti divulgati, secondo gli esperti, sono state aperte poche nuove indagini, per questo chiedono la revoca del termine di prescrizione, che impedirebbe alcune azioni penali e indagini più ampie su possibili complicità.

Sulla base dei documenti che hanno messo in luce legami tra Jeffrey Epstein e personalità di diversi altri paesi, tra cui Regno Unito, Norvegia e Francia, gli esperti avvertono che “nessuno è troppo ricco o troppo potente per essere al di sopra della legge”.


Minacce e insulti a un liceale dopo l’incontro coi reporter: “Picierno, ha invitato putiniani a scuola”


Nelle Marche la gogna avviata da Pd e Azione. Una polemica politica, un’ispezione a scuola e infine una gogna pubblica. Tutto poteva aspettarsi Gianni Pierini, 19 anni, studente del quinto anno di liceo a Recanati, meno che una sua idea per un laboratorio in classe gli provocasse insulti e minacce. E invece così è andata, dopo che una decina di giorni fa Gianni […]

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Una polemica politica, un’ispezione a scuola e infine una gogna pubblica. Tutto poteva aspettarsi Gianni Pierini, 19 anni, studente del quinto anno di liceo a Recanati, meno che una sua idea per un laboratorio in classe gli provocasse insulti e minacce. E invece così è andata, dopo che una decina di giorni fa Gianni e alcuni suoi compagni avevano ospitato i giornalisti Andrea Lucidi e Vincenzo Lorusso (in collegamento), invitati all’interno di una serie di attività auto-gestite da parte degli studenti in orario di assemblea.

[…] In questi anni però più volte Lucidi e Lorusso sono finiti nelle varie liste di proscrizione dei presunti putiniani d’Italia, e così anche stavolta la politica si è mossa, al punto che dopo l’incontro l’eurodeputata dem Pina Picierno ha scritto al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara per chiedere chiarimenti: “Com’è possibile che Lorusso e Lucidi, noti propagandisti del Cremlino, abbiano tenuto una conferenza in orario scolastico?”. Indignata anche la deputata di Azione, Federica Onori: “Nei giorni scorsi al liceo Giacomo Leopardi di Recanati, si è svolto un incontro che ha visto come relatori due ‘reporter’ notoriamente legati a narrative filorusse e afferenti alla branca italiana di International Reporters, organizzazione finanziata dal Cremlino”. Denunce a cui si univa anche Azione con un manifesto pubblicato sui social: “La propaganda russa resti fuori dalle scuole italiane”.

Ma come è andata lo spiega al Fatto lo stesso Pierini: “La scuola naturalmente era a conoscenza degli inviti. E durante l’evento non c’è stata alcuna propaganda putiniana, era un incontro sul giornalismo in zone di guerra”. Entrambi gli ospiti infatti da anni lavorano molto dal Donbass. Lucidi conferma: “Propaganda putiniana? Ma figuriamoci. Abbiamo raccontato le nostre esperienze sul campo”. Eppure il ministero si è mosso immediatamente e gli ispettori hanno visitato il Liceo Leopardi. Gianni, insieme agli altri studenti, hanno testimoniato di fronte al Consiglio di istituto, spiegando le ragioni dell’iniziativa e la natura dell’incontro. […]

Alla fine delle verifiche interne, la scuola si è schierata al fianco degli studenti con una nota del Consiglio di istituto: “Risulta che non si siano verificati attacchi alle istituzioni o diffuse narrazioni di parte o propagande partitiche di alcun tipo anche durante i collegamenti on-line con alcuni giornalisti. La nostra scuola garantisce il pluralismo e la libertà di espressione finalizzati alla formazione di un pensiero critico, ma sempre nel rispetto dei limiti fissati dal nostro ordinamento, ed ha ben a mente le finalità educative e civiche proprie della istruzione pubblica”.

Il caso non finisce lì. Due giorni fa, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk pubblica un post su X con nome, cognome e profilo Instagram di Gianni: “Un ragazzo maggiorenne può guidare, può votare, può sposarsi, aprire un’attività. Insomma – può prendersi delle responsabilità e farsi carico delle conseguenze delle sue scelte. Allora, Gianni, prenditi anche le conseguenze nel portare la propaganda nazista russa in un liceo”. “Fino a quel momento mi era arrivato qualche messaggio anonimo sgradevole – racconta il giovane – attraverso una pagina Instagram degli studenti del liceo, ma per colpa di quel post su X ho ricevuto decine di insulti e minacce”. Alcuni di questi si leggono sotto al post di Maistrouk: “zeccaccia da vomito”, “inutile coglione”, “verme vigliacco” eccetera eccetera. “Qualcuno mi ha scritto che mi avrebbe aspettato all’uscita di scuola”, racconta ancora il ragazzo. Andrea Lucidi prova invano a far cambiare idea a Maistrouk, poi prende atto: “Mi auguro che anche i responsabili di questa situazione prendano posizione condannando il cyberbullismo e magari scusandosi per aver causato questo clima orribile”.

Pierini decide di rendere privato il proprio profilo Instagram e molti studenti solidarizzano con lui. Oggi molti ragazzi rimarranno fuori dall’aula per partecipare a un corteo di protesta contro la strumentalizzazione di cui sono stati vittime. Chissà se poi la politica avrà altro da commentare.


Referendum, Bonafede: “Nordio lancia messaggi devastanti. In pericolo la base della democrazia”


L’intervista a Alfonso Bonafede: “Questa riforma mette a rischio la separazione dei poteri, è inutile e oltretutto aumenta i costi”. Non parlava da parecchio. Ma ora Alfonso Bonafede, già ministro della Giustizia nei due governi di Giuseppe Conte per il M5S, membro del consiglio di presidenza della giustizia tributaria, rompe il silenzio: contro la riforma della magistratura […]

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Non parlava da parecchio. Ma ora Alfonso Bonafede, già ministro della Giustizia nei due governi di Giuseppe Conte per il M5S, membro del consiglio di presidenza della giustizia tributaria, rompe il silenzio: contro la riforma della magistratura, “inutile e potenzialmente rischiosa”, e non solo. “Parlo da cittadino, non da politico, né in alcuna veste istituzionale”, precisa. Per poi aggiungere: “Invito tutti a votare. Quando c’è in gioco la Costituzione, partecipare è un dovere”.

Per Nordio il sorteggio dei membri del Csm romperebbe il meccanismo “paramafioso” della magistratura. Che ne pensa?

Detta da un ministro, mi sembra una frase davvero grave, con cui fa di tutta l’erba un fascio. Quando ero Guardasigilli, ci fu una grave crisi che toccò il Csm (il caso Palamara, ndr), ma io specificai sempre che si trattava di degenerazioni delle correnti, e non di tutta la magistratura. Anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino facevano parte di correnti, come tanti altri magistrati che hanno dato la vita per questo Paese […]

Nordio annuncia: “Di frasi del genere ne ho tante altre, ne dirò una al giorno”.

Ma questo non è il suo ruolo. Credo sia un modo assurdo di entrare nel dibattito.

Anche Nicola Gratteri è stato molto duro: “Per il Sì votano massoneria deviata, indagati e imputati”.

Gratteri ha parlato in modo chiarissimo, e le sue frasi non potevano essere equivocate. Soprattutto, Nordio non doveva rispondere evocando i test psico-attitudinali per i giudici. La magistratura è il volto dello Stato nell’applicazione della legge: va rispettata. Un ministro dovrebbe osservare un contegno istituzionale.

Potrebbe risponderle di avere diritto di critica, no?

In base alla Carta, può promuovere l’azione disciplinare. Se ha riserve sull’operato di un magistrato, la eserciti invece di attaccare singoli giudici sulla stampa. Io da ministro non ho mai parlato contro uno o più magistrati.

Il ministero chiede all’Anm di rendere noti i finanziatori del comitato del No.

Mi sembra che l’Anm abbia già risposto.

Perché è contro la riforma?

È inutile, perché non risolve i problemi della giustizia, per cui servirebbero innanzitutto investimenti. E poi non si cambiano ben sette articoli della Costituzione senza coinvolgere il Parlamento con un’approfondita discussione. I Padri costituenti si confrontavano su ogni parola. Qui il testo era blindato.

Da destra ricordano che anche lei voleva il sorteggio contro le correnti.

La mia proposta del 2019 era molto diversa. Consisteva in un sorteggio temperato: si sorteggiava una percentuale rilevante di magistrati in ogni collegio, e poi i colleghi votavano i nomi da questo elenco. Era un modo per salvaguardare il merito, perché così i giudici avrebbero votato colleghi di cui potevano valutare la qualità. I membri del Csm sarebbero sempre stati eletti, rispettando quanto previsto dalla Carta. Ora invece creano tre organi al posto dell’attuale Consiglio. Un modo per dividere e indebolire i magistrati. Oltretutto, con un notevole aumento dei costi per i cittadini.

La riforma serve al governo per controllare i pm?

Con la separazione delle carriere, il rischio è altissimo. Basta ascoltare Nordio, quando rivolgendosi a Elly Schlein ha teorizzato che converrebbe anche al Pd, ossia al governo di turno. E il ministro Tajani, che ha ventilato di togliere la gestione della polizia giudiziaria ai pm, portandola nell’orbita dell’esecutivo.

Nordio ha attaccato i trojan, di cui lei estese l’uso: “È una vergogna usarli per mazzette modestissime”.

Premesso che rivendico quanto fatto con la mia Spazzacorrotti, lo trovo un messaggio culturalmente devastante.

Se vincesse il No, Meloni dovrebbe dimettersi?

Sono tornato a fare l’avvocato, e non entro nelle valutazioni dei partiti. A me preme che, con il No, venga tutelata la separazione dei poteri, base della nostra democrazia.


Epstein tra complottismo e realtà capitalista


(Tommaso Merlo) – Epstein potrebbe essere ancora vivo, le foto del cadavere finite sui giornali non hanno il tatuaggio sul bicipite. C’è pure la testimonianza di una guardia carceraria su un furgone sospetto e il video dell’unica telecamera non manomessa fuori dalla cella. Sarebbe stata un’operazione del Mossad e della Cia per mettere in salvo un loro uomo. Era l’agosto del 2019 e alla Casa Bianca c’era il suo amico Donald Trump totalmente ricattabile e terrorizzato che Epstein potesse crollare e svuotare il sacco. Pure l’annuncio mortuario ufficiale è stato diffuso con un giorno d’anticipo. In passato fantascienza, oggi ricostruzione possibile visto il livello di corruzione dello stato profondo americano, sostanzialmente una invisibile organizzazione a delinquere che da dietro le quinte devasta vite e paesi interi. Davvero inquietante. La superiore civiltà occidentale ha prodotto un mostro. Tu voti per qualche pagliaccio politico mentre chi comanda davvero si ritrova su un’isola e tra stupri di ragazzine e torture di bambini, decide i destini del mondo. Una cricca di pedofili demoniaci e miliardari che disquisivano di nuove tecnologie per sorvegliare le masse, di virus e pandemie, di guerre e perfino di come far fuori un Papa malvisto come Francesco. Roba da far vergognare il complottismo. Girano foto farlocche di Epstein a Tel Aviv e di certo se è ancora vivo si trova in Israele dove si rifugiano tutti i peggiori malviventi della cricca sionista. Anche perché troppo pericoloso lasciare libero uno che custodisce certi indicibili segreti a matrice ricattatoria. Potrebbe finire in mano ai nemici o perfino a qualche giudice e cantare. Al punto che secondo alcuni è stato in realtà prima liberato e poi assassinato per ordine di Trump e questo nel tentativo di insabbiare tutto anche in vista del bis presidenziale. In passato fantascienza, oggi ricostruzione possibile visto il livello di corruzione anche morale ai massimi livelli. Del resto lo ha ammesso pure Trump in una vecchia email, tutti sapevano del mostruoso giro di Epstein ma nessuno ha mosso un dito. A partire dalle istituzioni preposte per arrivare alla stampa. Già, quelli che denigravano come complottisti erano in realtà gli unici uomini liberi in circolazione e chi ha osato alzare la testa, ha fatto una brutta fine. Molte vittime degli abusi sono state zittite con accordi milionari, altre ammazzate. Non si contano i presunti suicidi e le morti sospette, compreso quella di una ragazza che accusava Trump di stupro. Un clima davvero pesante, al punto che politici ed influencer americani fanno video in cui dichiarano di stare bene e di non avere nessuna intenzione di suicidarsi e che se gli succede qualcosa di male, le autorità sanno dove indagare. Davvero inquietante. Tu voti qualche pagliaccio politico mentre dietro le quinte qualche fantasma dà l’ordine di colpire senza lasciare tracce. Oppositori, testimoni scomodi, uomini liberi troppo loquaci, vittime che non si rassegnano. Poveracci ma anche leader politici. Perfino Charlie Kirk pare sia stato fatto fuori da Mossad e Cia per la sua svolta antisionista a seguito del genocidio. Una lotta estenuante tra complottismo e realtà. L’unica novità è che il demonio è nudo. Se i protagonisti dell’immondo scandalo Epstein fossero stati russi o cinesi o arabi, politicanti e giullari mainstream non parlerebbero d’altro dalla mattina alla sera e sventolerebbero la sciabola. Ma dato che tutto quello schifo colpisce al cuore la superpotenza americana leader della superiore civiltà occidentale, allora minimizzano sperando che passi anche questa tempesta e il sistema regga. Abbiamo davvero prodotto un mostro. Da decenni insanguiniamo il mondo in nome di presunti principi superiori e poi scopriamo di essere in balia di cricche miliardarie pedofile e demoniache. È il trionfo capitalista, soldi che hanno corrotto tutto. Anche l’animo umano. Anche la giustizia. Anche la verità. Anche la politica. Anche la democrazia. E come uscirne è quindi ovvio. Rifondando la democrazia e rimettendo il capitalismo al suo posto. Togliendo centralità al profitto per ridarla ai valori. Togliendo potere ad oligarchi e pagliacci politici, per ridarlo ai cittadini.


I principali quotidiani tedeschi: “Meloni sta cercando di camminare sul filo del rasoio”


MEDIA TEDESCHI, MELONI E IL DIFFICILE EQUILIBRIO TRA EUROPA E TRUMP

(ANSA) – I due principali quotidiani tedeschi dedicano spazio alla scelta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di partecipare al vertice in Addis Abeba invece di prendere parte alla conferenza sulla Sicurezza di Monaco.

Sia la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) sia la Sueddeutsche Zeitung (Sz) sottolineano, inoltre, la distanza che Meloni ha voluto esplicitare rispetto al discorso del cancelliere federale tedesco Friedrich Merz: per la Faz Meloni ha “espresso un forte dissenso con il cancelliere tedesco” ed ha “ribadito che il legame tra Europa e Stati Uniti è insostituibile. Ha affermato che è essenziale colmare il divario tra Europa e Stati Uniti, non approfondirlo”.

La Sz ha anche sottolineato come la premier italiana abbia affermato di non condividere la critica alla guerra culturale: “si tratta di valutazioni politiche che ogni capo di governo fa secondo il proprio giudizio”.   

La Sz sottolinea inoltre il legame politico e personale tra Trump e la premier italiana. Entrambi i quotidiani rimarcano la scelta italiana di voler essere “osservatori” nel nuovo Board of Peace di Donald Trump. Per la Faz: “non è ancora chiaro se si recherà personalmente a Washington giovedì o se sarà nuovamente rappresentata dal Ministro degli Esteri Tajani”.

Per la Sz: “è chiaro che Meloni sta ancora cercando di camminare sul filo del rasoio: cercare legami più stretti con Trump e al contempo rimanere fedele alla linea dell’Ue” e indica persino una data: “l’Italia riceverà ufficialmente fondi dal Recovery Fund per il Coronavirus fino alla fine del 2026. Cosa succederà dopo? Tutto è incerto”.

La Faz dedica maggiore spazio all’attività politica e diplomatica in Africa: “l’Italia intende continuare a essere ‘un ponte privilegiato tra Europa e Africa, mettendo a frutto la forza delle sue istituzioni, la sua lunga tradizione di dialogo e la competenza delle sue imprese’, ha promesso Meloni”. E il quotidiano tedesco ha sottolineato come “Meloni è stata l’unica rappresentante di alto rango di uno Stato occidentale alla riunione dell’Unione Africana”.


Referendum sulle carriere: sfida all’OK Corral


(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Si avvicina la resa dei conti, ovvero il voto sul referendum in merito alla separazione delle carriere. È una sfida all’OK Corral. È il momento che i malfattori — Licio Gelli, Berlusconi e la loro pletora di corruttori, corrotti, servi e parassiti — aspettavano da tempo. La campagna è già calda. I primi a distinguersi sono alcuni membri del governo. Basterebbe ascoltarli e avere una minima infarinatura su cosa sia la giustizia per votare No.

Il ministro Nordio ha infatti affermato che la riforma, per me la controriforma, non ha come obiettivo l’efficientamento della giustizia. Qualsiasi cittadino dotato di un minimo di buon senso prima si occuperebbe di far funzionare la macchina ingolfata che pesa su tutto il sistema, poi eventualmente farebbe altro. Sempre l’ineffabile Nordio ha formulato una domanda retorica con lo sguardo furbetto: «Tutti i poteri devono essere controllati, chi controlla la magistratura!?». Questa seconda affermazione è una dichiarazione d’intenti: il controllo della magistratura, appunto. La Costituzione, tuttavia, è basata sull’equilibrio dei poteri. Anche quello giudiziario è dunque un potere. Che qualcuno possa controllarne un altro in senso politico è incostituzionale e inaccettabile. Per altro verso, una certa conflittualità fra poteri è nell’ordine delle cose. Ma Nordio afferma che il potere politico si sente «a sovranità limitata». Tradotto: non ci lasciano fare quello che vogliamo come vogliamo, cioè senza regole. Vogliono dunque indebolire la magistratura per ridurre i controlli di legalità sulla politica politicante, ovvero sul governo di turno. Infatti Nordio aggiunge che questi cambiamenti andrebbero poi a beneficio del centrosinistra qualora ritornasse al governo. Più chiaro di così!

Ciò che invece va rimarcato è che dei tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario — ormai i primi due sono diventati la stessa cosa. Gran parte della legislazione viene dal governo e dalla decretazione d’urgenza. E quando serve si ricorre sempre al voto di fiducia. Quindi, semmai, lo squilibrio è a favore dei governi e, invece, si dovrebbe ripristinare il ruolo del Parlamento.

Andrebbe inoltre ricordato al Nostro e ai suoi amici che nel nostro ordinamento solo il popolo è sovrano. E lo è, peraltro, nell’ambito della Costituzione stessa.

Ma le questioni non finiscono certo qui. Risulterà ancor più evidente nelle osservazioni che seguiranno che si vuole perseguire l’immunità e l’impunità della politica, dei padroni e di quel corollario ormai implicito che è la grande criminalità organizzata.

Come avverrebbe questa messa sotto tutela della magistratura?

In primo luogo va ricordato che da decenni è in atto una campagna avvelenata contro i magistrati. Certo, errori ne sono stati fatti; tuttavia questo è avvenuto in un contesto in cui «la politica» è andata sempre contro la Costituzione. E dopo Tangentopoli la corruzione è diventata ancor più diffusa e pervasiva. È la storia della putrida 2ª Repubblica e della sua torsione neoliberista. Ciò che si vuole ottenere, infatti, è la legittimazione del laissez-faire.

La Carta del ’48 invece non solo riguarda diritti e doveri, ma contiene un’idea di società para-socialista. E questo non è mai andato bene a lor signori. Si sono pure scomodati da Oltre Atlantico a condannarla: vedi la Trilaterale con la sua fatwa contro l’eccesso di democrazia e stato sociale.

E non si è trattato solo di parole. Basta mettere in fila il collegamento che unisce P2, morte di Moro e ora, fra altre, la separazione delle carriere.

Si usa dunque come pretesto la separazione dei giudici dai PM per indebolire l’indipendenza complessiva del potere giudiziario. Infatti è noto che la separazione delle carriere esiste già. Ed è falsa la comunanza fra giudici e PM se è vero che oltre il 50% dei procedimenti viene rigettato dai giudici.

Il punto decisivo è il CSM. Organo che non esisteva sotto la monarchia e il fascismo, ma che i costituenti hanno voluto proprio come strumento per rendere concreta l’indipendenza della magistratura stessa.

Come è noto, questo organo viene innanzitutto diviso: uno per i giudici e un altro per i magistrati. Poi compare magicamente un organo unitario: l’Alta Corte per i provvedimenti disciplinari, come se questa fosse la questione principale. Peraltro il CSM attuale è uno dei più duri sui comportamenti interni, comparato con altre nazioni. In questo modo è ipotizzabile che si auspichi l’insorgenza di conflitti fra CSM. Un modo per indebolirli è il sorteggio con la scusa di contrastare le correnti. Ma le correnti rimarranno e magari, nel sorteggio, avrà una prevalenza una su un’altra: altro elemento di diatriba. Siamo a Roma e il divide et impera è di casa.

Un argomento usato è che la separazione delle carriere esiste in gran parte del mondo occidentale. Girano delle tabelle a tal proposito, ma sono sbagliate. In questi schemi infatti l’Italia è collocata nella colonna della comunanza delle carriere. In realtà, come sappiamo, il nostro Paese dovrebbe stare nella colonna della separazione. In tutti i sistemi infatti forme di relazione fra i due ruoli, a monte o a valle, esistono ovunque.

Quello che invece non si dice è il seguito. Vale a dire che dove c’è la separazione delle carriere i PM sono in vario modo sottoposti al servizio degli esecutivi. Non è un caso che il ventriloquo ministro Tajani abbia preventivato anche il passaggio della polizia giudiziaria sotto l’esecutivo. Sembra di sentire Berlusconi: era un suo pallino. Questo è un aspetto importante perché con questa ulteriore separazione sarebbero state impossibili le grandi inchieste di questi ultimi decenni, di cui non a caso i malfattori si lamentano tanto. Inoltre, se è chiaro l’obiettivo di indebolire i giudici, è altrettanto chiaro che, se non si vuole un superpoliziotto, bisogna imbrigliare anche i PM.

Qui infatti casca un altro asino. Sempre il nostro loquacissimo Nordio afferma che il cambiamento persegue il garantismo. In realtà, nel nostro ordinamento attuale il PM non è solo la pubblica accusa, ma persegue la giustizia. Se infatti viene a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente. Poi, con il controllo dei PM, scomparirà anche l’obbligo di perseguire d’ufficio i reati. È dunque anche il garantismo che viene a indebolirsi.

Infine va sottolineato che il costo del funzionamento dei tre CSM salirebbe da 50 a 150 milioni l’anno, ma è un aspetto marginale.

Il contesto in cui si colloca l’oggetto del referendum rende il tutto ancor più illuminante e devastante. Il governo di destra infatti ha già più volte operato in ambiti affini, ma tutti convergenti rispetto all’obiettivo già sopra sottolineato: l’impunità e l’immunità dei potenti e dei loro servi.

Ad ogni evento con un qualche elemento di tragicità e trucidità il governo ha emanato un Decreto Sicurezza: Cutro, Vairano, fatti di Torino. Lo scopo è in gran parte propagandista, ma ciò nondimeno cambia il diritto oltre ogni dire. Inoltre, se la situazione lo richiederà, le nuove norme restrittive sono già lì, belle e pronte all’uso.

Ma non si sono fermati a questo.

Durante il Covid si era attenuato l’abuso d’ufficio in quanto, in stato d’emergenza, gli amministratori dovevano operare in tempi e modalità che andavano oltre la legge. Ebbene, il governo ha reso permanente tale sospensione. Lo stesso abbassamento dei controlli si è operato in materia di appalti. Si è anche intervenuto a limitare il traffico di influenze illecite. Parimenti si è operato in materia di intercettazioni, limitandone l’uso. È in questo iter che sempre il nostro ineffabile Nordio ha concepito il termine di modica mazzetta contro cui non si dovrebbe agire. Mentre, ad esempio, notizie reperite in materia di accattonaggio rimangono valide. Materie, come si vede, a cui da sempre sono sensibili politici, affaristi e criminali. Sono dei classici.
Forti coi deboli e deboli con i forti, insomma.

A fine anno, a tambur battente, si è poi provveduto a limitare l’azione della Corte dei Conti. I reati sono perseguibili, ma l’eventuale risarcimento dei danni erariali è stato ridotto a modiche cifre. Il resto del danno, come sempre, lo paga «Pantalone». Del resto, la Corte dei Conti aveva osato bocciare la delibera del Ponte sullo Stretto. E lo aveva fatto con due motivazioni ineccepibili. L’importo dell’opera era tale che serviva il bando europeo. La seconda motivazione riguardava il fatto che il documento del governo parlava di soldi privati mentre invece si procede con denaro pubblico. Ma la Corte aveva messo il naso anche nello spreco del centro per immigrati in Albania, la vendita sotto prezzo e tangenti di palazzi in Veneto, storno di soldi per la sanità in Liguria, il piano dei rifiuti in Sicilia basato solo sugli inceneritori. E sono solo esempi che si riferiscono al mese di dicembre 2025.

Questi esempi illustrano più di ogni ragionamento i fini che si prefigge il governo. Non devono essere messi bastoni fra le ruote ai poteri politici, economici, affaristici e alle sottostanti organizzazioni criminali. Ciò, tuttavia, crea ulteriore frammentazione e insicurezza. Ne va di mezzo la tenuta del Paese e la democrazia, le quali non possono esistere senza un’etica e una morale pubblica.

Non che prima di questi interventi le cose fossero idilliache. L’impunità e l’immunità sono state un vessillo da sempre sventolato dai ceti dirigenti italioti: dal Risorgimento ai giorni nostri.

Se guardiamo chi sta in carcere, ad esempio, vediamo come politici, imprenditori, amministratori siano un’infima minoranza. Per corruzione, concussione e reati finanziari i detenuti sono mediamente fra lo 0,5% e lo 0,8%. Ciò appare ben strano visto che l’Italia per corruzione è al 17° posto nell’Unione e al 54° posto nel mondo. Dati che ci parlano invero della corruzione percepita, ma quella reale è ben peggio.

Tutto ciò ci dice una cosa molto netta: ci troviamo dinnanzi a una giustizia classista. Situazione che purtroppo la Repubblica non è mai riuscita a cambiare proprio in virtù dei rapporti di forza e del ruolo delle forze conservatrici e reazionarie. Non è un caso che la Corte costituzionale sia stata varata nel 1956 e il primo CSM nel 1958! Tutto ciò è avvenuto nonostante la Costituzione e contro la Costituzione. Anche certa magistratura ha favorito questo andazzo; ultimo il caso Palamara. Basti pensare poi quanto tempo c’è voluto perché il fenomeno mafioso venisse indicato in quanto tale. E quanti magistrati, politici e cittadini onesti sono morti per giungere questo cambiamento culturale e politico.

In questa impronta classista non si può non parlare dell’inaccettabile lunghezza dei processi. Questa situazione non è una casualità, poiché è funzionale a chi ha le facoltà economiche di permettersi un buon avvocato per tirarla per le lunghe e puntare alla prescrizione. Peraltro, non esistendo nel nostro ordinamento la possibilità di aggravare la pena in caso di appello, non a caso tutte le sentenze vengono appellate, intasando il sistema, mentre alle procure e ai tribunali mancano uomini e mezzi.

Ciò che sta avvenendo è insito nella cosiddetta 2ª Repubblica, in cui neoliberismo e corruzione diffusa sono l’uno il prodotto dell’altra. L’unica anomalia in questi ultimi anni è stata la presenza in vari governi del M5S. Non è un caso che quelli con la loro forzata presenza per ragioni numeriche non siano durati più del giro delle quattro stagioni. E non a caso siamo passati dallo Spazza Corrotti al Salva Corrotti.

In questo contesto, per capirci qualcosa, i cittadini italiani dovrebbero chiedersi: in questi decenni i problemi sono venuti dalla magistratura o non invece da una politica di centrodestra/centrosinistra succube dei mercati e dei poteri sovranazionali? Il peggioramento complessivo del Paese sociale, morale, culturale, politico, economico è colpa della magistratura o della politica politicante?

E governo e maggioranza che legittimità hanno per mettere sotto tutela la magistratura, visto che hanno il consenso di un elettore su tre e più del 40% dei cittadini non vota più? Anzi, nelle recenti regionali si è sforato quasi ovunque il 50% di non voto.

Non è dunque la magistratura a essere politicizzata: è la politica; sono i partiti che non la fanno ormai più. E l’indipendenza che servirebbe è quella dai mercati, dalle multinazionali, dalla finanza, dai poteri ademocratici sovranazionali.

La conclusione è che corrotti, corruttori, parassiti, criminali e le loro emanazioni politiche hanno tutto il vantaggio a votare Sì. Non a caso, il fronte del Sì è trasversale alla destra e al centrosinistra. Bisognerà vedere quanto popolo bue riusciranno a portarsi dietro.

Ciò porta alla necessità di impostare questa campagna in maniera populista, poiché si deve tener conto delle frammentazioni intervenute a tutti i livelli: sociale, politico, culturale; classista, perché il substrato si misura sul lavoro, la redistribuzione della ricchezza e dunque del potere; giustizialista, poiché in Italia il termine non rappresenta l’esagerata volontà di punire, ma la necessità di perseguire corruttori, corrotti e criminali. Quello che deve emergere in questo referendum è lo scontro alto/basso, popolo e ceti corrotti. Deve essere rivolta e indignazione di un Paese ridotto a un colabrodo e fuori controllo. Ahinoi!

Bisogna dunque impegnarsi in questa campagna referendaria. In primo luogo, una vittoria del No non peggiorerebbe la situazione specifica e generale e, di questi tempi, questa sarebbe già una buona notizia. In secondo luogo, darebbe un primo stop a un governo che si sta allargando oltre misura, anche se rappresenta solo un terzo degli italiani. E ci si deve impegnare nonostante la compresenza del Partito Democratico che della situazione politica, economica, sociale, collocazione internazionale e vittoria della destra è il principale responsabile. Fargli intestare l’eventuale vittoria sarebbe davvero una beffa.


L’Italia nel salottino di Trump


L’Italia nel salottino di Trump

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Consapevoli dei tempi bui del nostro paese e per evitare che l’Italia tornasse serva di qualcuno i nostro padri costituenti hanno scritto nell’articolo 11 della Costituzione che l’Italia ripudia la guerra e consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per scopi di pace e giustizia.

Quel “solo” dice sostanzialmente che nei consessi internazionali il nostro Paese non può essere cameriere degli interessi particolari di qualcuno, nemmeno di quegli Usa che utilizzano il nostro territorio come avamposto militare.

Una delle poche promesse chiare di Giorgia Meloni in campagna elettorale fu che l’Italia sarebbe stata patria del sovranismo in Europa. Tradotto: l’Italia avrebbe pensato prima ai suoi interessi e poi avrebbe rivendicato la sua posizione sullo scacchiere internazionale.

Dopo quattro anni di governo il trio Meloni-Tajani-Salvini è riuscito nel tragico miracolo di trasformare la nazione italiana nello scendiletto di Donald Trump, di suo genero Jared Kushner, del ricercato internazionale Benjamin Netanyahu e una sfilza di autocrati (o aspiranti tali) che va dal’Argentina di Milei all’Ungheria di Orbàn passando dalla Turchia di Erdogan.

Si badi bene: la torsione della Costituzione e della dignità internazionale non avviene come ultima possibilità di salvare vite umane o evitare un disastro mondiale. Anzi, il cosiddetto Board of peace (che altro non è che il salottino di Trump) non ha fermato il genocidio in corso a Gaza, non ha rallentato le violenze in Cisgiordania e non ha indebolito la faccia feroce di Netanyahu e del suo governo di squinternati.

Il governo italiano calpesta la dignità internazionale per non “sentirsi tagliato fuori” dal circolino a cui ambisce, come certi ossessionati ricconi che inondavano di miagolanti messaggi il Jeffrey Epstein che fu, prima della sua caduta. Meloni e Tajani non perdono l’occasione di sentirsi parte attiva della colonizzazione di Gaza martoriata, leccandosi i baffi per l’hub turistico e commerciale che potrebbe diventare.

Solo per questo la presidente del Consiglio e la sua cerchia accettano di fare gli osservatori, come certi silenziosi personaggi che guardano gli altri mentre giocano a carte al bar e poi tornano a casa convinti di avere contribuito alla partita. Attenzione: sono gli stessi che vorrebbero modificare la Costituzione.


Nordio ha fretta di smantellare il Csm. I decreti attuativi della riforma già scritti


I testi di attuazione della legge sono pronti: solo una decina di consiglieri per i pm, smontati gli uffici studi, out i fuori ruolo. Obiettivo: ridurre il potere dei magistrati. Il ministero conferma: «Sì, le bozze ci sono» e poi «saranno sottoposte all’Anm» 

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Mentre il clima da campagna elettorale per il referendum sulla magistratura è sempre più avvelenato, c’è chi continua a lavorare in silenzio nelle stanze del ministero della Giustizia. Scommettendo sulla vittoria del Sì, sono pronti i testi che daranno davvero le gambe alla riforma: secondo fonti autorevoli di Domani, infatti, decreti attuativi sono sostanzialmente chiusi e riposano nei cassetti dei sottosegretari Andrea Delmastro e Andrea Ostellari, del viceministro Francesco Paolo Sisto, della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi e ovviamente del ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Sentita da Domani, da via Arenula arriva la conferma: i vertici ministeriali ci lavorano da tempo e «lo scheletro» e «una traccia» dei decreti attuativi sono fatti. Bozze insomma, secondo il ministero, con la spiegazione che con una riforma costituzionale sempre si comincia in anticipo a lavorare ai decreti attuativi. Poi, viene confermato, se il referendum passerà, su queste bozze partirà il confronto con Anm e opposizioni, come Nordio ha detto anche durante l’apertura dell’anno giudiziario in Cassazione.

In realtà, in quella sede, il ministro era stato ancora più sfumato: se arriverà la conferma al referendum, «inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione».

In realtà, appunto, Domani è in grado di rivelare che le norme attuative sono già state abbondantemente elaborate in gran segreto dai vertici ministeriali – in particolare Delmastro, Sisto, Bartolozzi e Nordio – e con una logica ben precisa.

Cosa prevedono

L’attenzione si è concentrata in particolare sulla futura composizione del Csm. Anzitutto, viene fatta valere la dicitura dell’articolo 104 della Costituzione che prevede che la componente laica sia di «un terzo» e quella togata di «due terzi». La Costituzione non ha mai previsto il numero dei consiglieri, ma solo le proporzioni (la riforma ordinaria di Marta Cartabia li ha aumentati da 24 a 30). Così, le bozze dei decreti attuativi prevedono di ridimensionare – e di molto – il numero dei consiglieri del Csm requirente. La logica è quella della proporzionalità: il Csm giudicante sovrintenderà le carriere di circa 7mila giudici; quello della magistratura requirente di 2.200 pubblici ministeri. Quindi, nelle intenzioni del ministero, il numero dei sorteggiati nel Csm dei pm dovrà essere proporzionale. Ovvero: molto più piccolo rispetto a quello dei giudici, con un numero totale di consiglieri forse perfino inferiore ai dieci membri, cui si aggiungono di diritto il procuratore generale presso la Cassazione e il capo dello Stato come presidente.

Altra previsione: ridimensionare in modo significativo la struttura amministrativa e l’ufficio studi. Oggi il Csm ha disposizione per il suo funzionamento una segreteria generale composta di 14 magistrati e un ufficio studi di altre 12 toghe, tutti fuori ruolo. Tutta questa struttura, che teoricamente andrebbe duplicata per i due Csm, verrà invece smontata.

Una riduzione dei costi, ma soprattutto con l’obiettivo di ridurre il peso degli interventi dei due futuri Csm. Ora, infatti, centro studi e segreteria sono strutture tecniche a disposizione dei consiglieri per approfondimenti e per la redazione di atti e delibere. Eliminarli farà ricadere quest’onere su consiglieri sorteggiati, quindi potenzialmente anche neofiti della complessa materia amministrativa di cui si occupa il consiglio.

Infine, il sorteggio sarà temperato. I togati dovranno avere almeno la terza valutazione di professionalità, dunque un’anzianità di servizio compresa tra i 12 e i 16 anni, inoltre saranno esclusi dal sorteggio i magistrati fuori ruolo (circa 220). Questa previsione – particolarmente cara a Bartolozzi – sarebbe il modo per escludere le toghe che oggi lavorano nei ministeri e che dunque hanno una esperienza di matrice indirettamente politica (la maggioranza dei quali ritenuti con simpatie progressiste perché indicati nei governi precedenti rispetto a quello di Giorgia Meloni).

L’obiettivo

Dietro questa solerzia ministeriale si legge il disegno politico. Nella maggior parte dei casi, infatti, i decreti attuativi arrivano molto dopo le leggi anche solo ordinarie, si pensi a quelli per il nuovo Codice della strada, approvata a fine 2024 e ancora in parte inattuata proprio perché mancano i decreti.

In questo caso si farà una corsa contro il tempo: se vincesse il Sì a una riforma pensata per smantellare l’attuale Csm, sarebbe il colmo doverlo prorogare. I consiglieri togati, infatti, si sono insediati con le elezioni del 18-19 settembre 2022, i laici invece sono stati eletti nel gennaio 2023, e dunque il Consiglio cesserà nel gennaio 2027. Ecco la ragione della fretta: la riforma deve subito entrare in funzione, per azzerare quello che oggi è ritenuto l’esondante potere del Csm.

La strategia, però, rischia di avere un determinante errore di fondo: la vittoria del referendum è molto incerta e lo diventa sempre di più con la politicizzazione del quesito da parte di tutte le forze politiche. Al ministero si oscilla tra l’ansia per la sconfitta e la convinzione – secondo un report interno – di avere ancora 4-5 punti in più del No. Intanto, la formula per polverizzare l’attuale Csm è già stata studiata.


Il ministro è chi il ministro fa


(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Ci si avvia al referendum sulla riforma della magistratura in un clima pessimo (per altro: c’è qualche passaggio politico degli ultimi tempi che abbia potuto giovarsi di un clima ottimo?). Me perfino in un clima pessimo, funestato da parole grevi e polemiche fuori misura su entrambi i fronti, fa spicco la goffaggine e l’assurdità della richiesta del Ministero – dunque di Nordio – di conoscere l’elenco dei finanziatori del Comitato del No, per ragioni di “pubblica trasparenza” e perché si tratterebbe di una “forma di finanziamento indiretto all’Associazione Nazionale Magistrati”.

Qualcuno ha mai pensato, specularmente, che ogni finanziamento al Comitato del Sì sia una “forma di finanziamento indiretto” al governo, o al Ministero di Grazia e Giustizia, bizzarramente contrapposto, in questa fase storica, alla magistratura? Lo avesse mai pensato, ha avuto il buon gusto di non dirlo: perché dubitare dei propri pregiudizi è una forma di intelligenza, e passare per poco intelligenti non è nelle ambizioni di alcuno.

E dunque: perché il ministro Nordio si espone al sospetto di non pensare abbastanza a quello che dice, e nemmeno a quello che fa? O chiede che sia reso pubblico, insieme all’elenco dei finanziatori del “no”, anche quello dei finanziatori del “sì”, rendendo un poco più equa una palese violazione della privacy; oppure, perché non si trincera, fino al 22 marzo, non dico in una elegante neutralità (è parte in causa come latore della contestata riforma); ma almeno in una cortese cautela? Suvvia, ministro: lei, dopotutto, è un ministro.


Nordio, Delmastro, Bartolozzi: il triangolo nero di via Arenula


La “zarina” ha preso il comando del palazzo, il Guardasigilli riceve ordini e il sottosegretario fa il guastafeste

Carlo Nordio con il capo di gabinetto Giusi Bartolozzi

(di Francesco Bei – repubblica.it) – ROMA – Al tempo dei Papi i romani a via Arenula ci andavano a fare il bagno, vista l’abbondanza di sabbia (la renula, appunto) portata dal fiume, e forse era meglio così. Perché da quando al ministero si è insediata la coppia Nordio-Bartolozzi — con il sottosegretario Delmastro di rinforzo — il palazzo di Piacentini è diventato la Lubjanka della giustizia, il triangolo delle Bermude dove scompaiono le speranze di un’amministrazione non faziosa degli affari penali.

Se la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi fa e disfa, accentra e scavalca, il titolare Carlo Nordio sembra il suo portavoce. Lei opera in silenzio, lui parla, lei decide, lui bullizza i magistrati ogni volta che si trova un microfono davanti. Lei si comporta come un vero “ministro ombra” e lascia volentieri il titolare a crogiolarsi nelle polemiche quotidiane, per le quali ha una vera passione.

Ci sarebbe, appunto, anche il terzo incomodo, il sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove, che in teoria dovrebbe giocare nella stessa squadra, ma in realtà è apprezzato dalla coppia al vertice del ministero come una spina di riccio infilata sotto il piede. Il problema è che Delmastro ha una carta che gli altri due non possono giocare: Giorgia Meloni lo considera uno dei suoi, è un camerata, uno che non viene dalla carriera giudiziaria come gli altri due. E se ne fida. Ma nemmeno l’alta protezione delle sorelle Meloni ha potuto proteggerlo dalla sua stessa lingua. Non bastava la condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso dell’anarchico Alfredo Cospito. L’anno scorso Delmastro, aprendosi con un giornalista del Foglio, si era lasciato sfuggire cosa pensava veramente della riforma Nordio della giustizia. Il giudizio, come quello di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin, era di una brutale sincerità: «Dare ai pm un proprio Csm è un errore strategico che ci si rivolterà contro. I pm andranno a divorare i giudici. O si va a fondo, e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini». Apriti cielo, Bartolozzi chiamò infuriata Nordio: «Ora ti devi far sentire!». Nordio pigolò con Meloni e alla fine il povero Delmastro finì in punizione. A nulla servì smentire, perché il giornalista aveva registrato tutto. Da allora, sulla riforma e sul referendum, Delmastro si è defilato. Lo fanno giocare con le carceri, gli fanno credere di avere la sua Ice penitenziaria, per la quale nutre una vera passione. Quando presentò un nuovo blindato per trasportare i detenuti gli scappò la frizione: «Per il sottoscritto è un’intima gioia l’idea di non lasciare respirare chi sta dietro quel vetro». A parte questa gaffe, Delmastro è ritornato nel suo, lasciando campo libero alla “zarina” e al suo ministro.

Che pacchia per Bartolozzi, senza più Delmastro tra i piedi, finalmente libera di governare a piacimento, nonostante sia ancora indagata per false informazioni al pm sulla liberazione di Almasri. I primi a subire la sua pressione sono i funzionari, tanto che l’esodo è impressionante: chiedono il trasferimento l’ex capo di gabinetto Rizzo, la direttrice dell’ispettorato generale, il capo del Dap Russo, il capo del dipartimento affari di giustizia Birritteri. Stava per prendere il cappotto anche il capo ufficio stampa Francesco Specchia, un professionista arrivato da Libero, perché la ministra-ombra pretendeva di leggere i suoi comunicati prima che venissero inviati.

Beati i dimissionari, loro almeno potevano andarsene, lo stipendio non glielo toglieva nessuno. Chi invece non può scappare è il povero viceministro di Forza Italia Francesco Paolo Sisto, persona mite che subisce il mobbing continuo della zarina. Gliene fa di tutto i colori, ha persino diramato una circolare per non farlo parcheggiare nel cortile del ministero, ma le hanno dovuto spiegare che per ragioni di sicurezza Sisto aveva diritto a entrare con l’auto di servizio. Bartolozzi si è subito vendicata e, per far capire chi comanda, a ottobre scorso è andata a un convegno a Capri (insieme al marito Gaetano Armao, consulente del siciliano Schifani) con una motovedetta della Guardia di finanza. Al convegno era previsto anche l’intervento di Sisto che, mollato da Bartolozzi sulla banchina di Napoli, ha dovuto aspettare l’aliscavo Snav. Nella repubblica della burocrazia, anche gli uffici contano, misurano la potenza di chi li occupa. L’ultima della Bartolozzi è stata aumentarsi lo staff di venti persone, impiegati di alto livello sottratti all’ispettorato generale, una mossa che ha provocato imbarazzi nella sua stessa maggioranza. Adesso Nordio e la sua musa ispiratrice aspettano il referendum, convinti che nessuno riuscirà a fermarli.


La lista di proscrizione: il governo chiede all’Anm i nomi di chi finanzia il No


Parodi: «Dovrebbero sapere che i dati dei cittadini sono coperti da privacy». Il Partito democratico chiede le dimissioni del ministro Nordio: «Mente, non può restare al suo posto»

(Simone Alliva – editorialedomani.it) – È il wrestling, più che sci o biathlon, lo sport che sembra ispirare il governo in queste settimane di Olimpiadi invernali.

Colpi plateali, prese spettacolari, sfide muscolari. Sul ring c’è sempre lui: Carlo Nordio, guardasigilli, ex magistrato che senza nascondere una certa soddisfazione, porta avanti una campagna referendaria sulla riforma della giustizia con toni durissimi rivolti sia al Csm sia a singoli magistrati, su tutti il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri.

Di fronte al No in piena rimonta nei sondaggi, le toghe vengono accusate di alimentare un sistema «paramafioso» attraverso le correnti. Il Consiglio superiore della magistratura descritto come un «verminaio correntizio». Fino all’ultima mossa che incendia lo scontro. Dieci righe firmate da Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto del ministro e indirizzate all’Associazione nazionale dei magistrati per chiedere, «nell’ottica di una piena trasparenza», tutti i nomi di coloro che avrebbero finanziato il comitato del No.

La lista nera

La lettera, protocollata venerdì a seguito di una interrogazione del parlamentare di Forza Italia Enrico Costa, arriva lunedì è viene bollata da giudici e pm come una «schedatura». Mentre di «atto molto grave che sa tanto di liste di prescrizione» parla il Partito democratico, tramite la deputata Debora Serracchiani.

Nella missiva al presidente dell’Anm Cesare Parodi si legge: «Il parlamentare interrogante riferisce che il segretario generale dell’Anm avrebbe dichiarato che il “Comitato Giusto dire No” promosso dall’Anm ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente con una donazione volontaria».

Da ciò l’interrogante assume un potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm. «Sottopongo alle Vostre valutazioni, pertanto, l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato “Giusto dire No” da parte di privati cittadini».

Passano alcune ore e la risposta dell’associazione magistrati arriva con toni cortesi ma inequivocabili: «Gentilissima Dottoressa, nel ringraziarla per avermi interpellato» scrive Parodi «devo purtroppo annotare che non sono nelle condizioni di rispondere in quanto, come Lei ben riporta, il Comitato in questione è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto – anche giuridico – assolutamente autonomo».

Una precisazione che ribadisce l’autonomia del comitato referendario rispetto al “sindacato” delle toghe e che, di fatto, sottrae all’Anm la disponibilità dei dati richiesti. Il presidente dell’associazione aggiunge poi un chiarimento sul funzionamento del comitato: «Come socio costituente, però non posso confermarle che al Comitato è possibile fare piccole donazioni, come privati cittadini (…) Posso confermarglielo come può fare chiunque acceda al sito del Comitato, dove è riportata in modo trasparente ogni cosa, compreso lo Statuto».

E c’è anche una stoccata al forzista Costa, autore dell’interrogazione: «Posso consigliarle di informarne anche il parlamentare interrogante, che ha pensato di disturbarla per questione che poteva invero rivedere da solo navigando sul sito». Ma il passaggio politicamente più delicato: «Annoto solo che la sua richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini ritengo sia contrario alle salvaguardia della loro privacy».

Una plateale smentita che arriva a pochissime ore dopo quella del magistrato Antonino Di Matteo che tirato in ballo dal ministro Nordio sui metodi paramafiosi del Csm, parla di strumentalizzazione e aggiunge: «Questa riforma invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura».

Nordio non si scompone, fedele alla promessa di non voler allentare la presa: «Ne ho altre. Anche peggiori. Ogni giorno ne tirerò fuori una. Possiamo andare avanti fino al referendum».

«Dimissioni»

A dare manforte al ministero e a Costa arriva anche Francesco Petrelli, presidente del Comitato Camere Penali per il Sì: «Siamo certi che l’Anm e il Comitato che la rappresenta sapranno dare conto in modo pieno e trasparente non solo delle risorse raccolte, ma anche di chi le ha versate e in quale misura».

Ma è l’opposizione a incalzare il ministro Nordio, al quale chiede senza mezzi termini di dimettersi. È il capogruppo al Senato del Pd, Francesco Boccia, a sottolineare la necessità di un passo indietro: «Non siamo di fronte a uno scivolone, ma a una sequenza gravissima di comportamenti incompatibili con il ruolo di ministro della Giustizia».

Ricordando il caso Almasri e le ultime uscite del ministro, Boccia non usa mezzi termini: «Se mente alle Camere, delegittima i magistrati e alimenta uno scontro istituzionale permanente, non è più in grado di rappresentare la giustizia italiana. La presidente del Consiglio non può continuare a tacere».

A difendere il Guardasigilli è il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro già condannato a 8 mesi per rivelazione di segreto nell’ambito del caso Cospito: «Il ministro non è che sia tanto distante dal merito, al di là dei toni».

Ma dentro Fratelli d’Italia, chiusi in un silenzio fatto di imbarazzo e ostilità, si compulsano i sondaggi che danno il No in rimonta. Sempre più certi che solo il cambio all’ultimo round con Giorgia Meloni come testimonial potrebbe ribaltare il match.


Jared Kushner, un mistero avvolto in un enigma


I FORTI LEGAMI DI KUSHNER COL MOVIMENTO CHABAD-LUBAVITCH

(dagospia.com) – Jared Kushner è cresciuto in una famiglia ebrea ortodossa moderna nel New Jersey, ha frequentato la Frisch School, una scuola superiore “yeshiva” punto di riferimento dei moderni ortodossi. La sua famiglia è composta da nipoti di sopravvissuti all’Olocausto, mantiene una casa kosher e osserva rigorosamente lo Shabbat.

Durante gli studi ad Harvard (1999-2003), Kushner frequentava regolarmente la Chabad House del campus, un centro gestito dal movimento Chabad-Lubavitch, uno dei più grandi movimenti chassidici ortodossi al mondo, con migliaia di emissari globali e ampio sostegno nella comunità ebraica mainstream.

Molti ebrei non-chassidici, come Kushner, supportano Chabad pur non essendo chassidici loro stessi. Kushner ha mantenuto stretti rapporti con la Chabad-Lubavitch, anche dopo la laurea: ha organizzato eventi per alumni, e nel 2003 ha parlato alla dedica della Chabad House di Harvard, dove suo padre Charles aveva fatto donazioni significative.

Quando si trasferì a Washington nel 2017, Kushner e sua moglie Ivanka (convertita all’ebraismo ortodosso nel 2009) scelsero la sinagoga Chabad di Kalorama anziché quella ortodossa moderna di Georgetown, rafforzando i legami con il movimento. Recentemente, nel 2024, i fratelli Kushner (Jared e Joshua) hanno donato 2 milioni di dollari a Chabad degli Emirati Arabi Uniti dopo l’omicidio del rabbino Zvi Kogan.

LA DOPPIA VITA DI JARED KUSHNER, CHE MESCOLA AFFARI E POLITICA COME EMISSARIO DEL SUOCERO DONALD TRUMP

(Traduzione dell’articolo di Arnaud Leparmentier per https://www.lemonde.fr/ – 7 ottobre 2025) – Lunedì 29 settembre ha segnato il trionfo finanziario di Jared Kushner. A 44 anni, il genero di Donald Trump — marito della figlia maggiore Ivanka — è finito sulle prime pagine della stampa economica mondiale dopo aver chiuso l’acquisizione da 55 miliardi di dollari (46,9 miliardi di euro) del colosso americano dei videogiochi Electronic Arts, insieme alla sua società Affinity Partners, all’investitore americano Silver Lake e, soprattutto, al fondo sovrano saudita Public Investment Fund (PIF).

«L’arte dell’accordo di Jared Kushner», ha esultato il Financial Times, mentre il Wall Street Journal ha titolato correttamente che «Jared Kushner è stato decisivo» nel realizzare il più grande buyout privato della storia e nell’aprire la strada a massicci investimenti sauditi negli Stati Uniti.

Lunedì ha segnato anche il ritorno politico dell’uomo che durante il primo mandato di Trump (2017-2021) aveva ricoperto il ruolo di consigliere per il Medio Oriente e negoziato gli Accordi di Abramo (firmati nel settembre 2020), che portarono alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein e successivamente Marocco e Sudan.

Kushner ha partecipato alla conferenza stampa alla Casa Bianca in cui Trump ha presentato il suo piano per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza, accanto a Benjamin Netanyahu. Il giorno precedente aveva incontrato il primo ministro israeliano nel suo hotel di New York, insieme al consigliere ufficiale del presidente americano, Steve Witkoff, per discutere il piano.

Una settimana dopo, è stato nuovamente Kushner a essere inviato in Egitto con Witkoff per finalizzare i negoziati sulle condizioni per il rilascio degli ostaggi rapiti durante l’attacco del 7 ottobre e ancora detenuti da Hamas nell’enclave palestinese.

La doppia vita di Kushner è ormai alla luce del sole: come investitore continua ad ampliare la sua partnership finanziaria con l’Arabia Saudita, mentre allo stesso tempo riprende incarichi diplomatici in Medio Oriente per conto del suocero, presidente degli Stati Uniti.

Secondo Forbes, il suo patrimonio è ora stimato in 1 miliardo di dollari, metà dei quali ereditati dal padre. Esiste un enorme conflitto di interessi in un momento in cui Riad cerca di investire negli Stati Uniti e Washington ha bisogno dell’approvazione saudita su Gaza e dei suoi miliardi per ricostruire l’enclave?

Come non vedere che Kushner è tra i meglio posizionati per partecipare a questo progetto, considerando che nel febbraio 2024 ad Harvard dichiarò che «le proprietà sul lungomare di Gaza potrebbero essere molto preziose»?

La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha definito queste domande «spregevoli». «Jared sta donando la sua energia e il suo tempo al nostro governo, al presidente degli Stati Uniti, per garantire la pace mondiale. Ed è una cosa molto nobile», ha dichiarato mercoledì, confermando implicitamente il ritorno politico di Kushner.

“Conflitti di interesse senza precedenti”

Questa sovrapposizione politica e finanziaria solleva interrogativi da tempo. Durante il primo mandato di Trump, Kushner lavorò instancabilmente per rafforzare i legami tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Nel maggio 2017 chiamò il capo di Lockheed Martin per abbassare il prezzo di un contratto di armi da oltre 100 miliardi di dollari. Sei mesi dopo aver lasciato la Casa Bianca, la sua società Affinity Partners ricevette 2 miliardi di dollari dal PIF saudita, nonostante una raccomandazione negativa del comitato di valutazione del fondo nel giugno 2021.

«L’esperienza del partner [Kushner] non è pertinente agli obiettivi del fondo. Anche i casi studio presentati si concentravano solo sul settore immobiliare. Inoltre, la due diligence operativa mostra che sono insoddisfacenti sotto tutti gli aspetti», aveva affermato il comitato. Ma il consiglio di amministrazione, presieduto dal principe ereditario Mohammed bin Salman, decise di ignorare il parere.

Nel settembre 2024, Ron Wyden, presidente democratico della Commissione Finanze del Senato, ha esaminato il caso. In una lettera alla società di Kushner, ha osservato che il PIF «sta pagando alla vostra società decine di milioni di dollari in commissioni annuali di gestione, precisamente l’1,25% sui 2 miliardi di dollari impegnati in Affinity da giugno 2021 ad agosto 2026».

Wyden ha aggiunto che la società aveva già ricevuto «l’incredibile cifra di 87 milioni di dollari dal PIF saudita». «Gli investimenti nei fondi gestiti da Affinity creano conflitti di interesse senza precedenti», ha dichiarato, esprimendo preoccupazione che «gli investitori di Affinity possano non essere motivati da considerazioni commerciali, ma dall’opportunità di convogliare denaro di un governo straniero verso membri della famiglia del presidente Trump, in particolare Jared Kushner e Ivanka Trump».

Nel febbraio 2024, interrogato da Axios a Miami, Kushner ha respinto le critiche. «Indicate una singola decisione che abbiamo preso che non fosse nell’interesse dell’America», ha affermato, senza affrontare nel merito i conflitti di interesse. Ha escluso con cautela un ritorno alla diplomazia a causa dei suoi finanziamenti: «Ho servito nel governo e credo che il mio bilancio sia impeccabile. Ora sono un investitore privato». I fatti recenti lo hanno smentito e la sua alleanza con l’Arabia Saudita appare più problematica che mai.

Kushner ha avuto un ruolo decisivo nell’acquisizione di Electronic Arts. La società stagnava in Borsa da anni ed era pronta per un’acquisizione, soprattutto ora che l’intelligenza artificiale apre nuove opportunità per i videogiochi. Secondo il Financial Times, Kushner ha studiato l’operazione per un anno con Egon Durban, partner di Silver Lake, coinvolgendo Riad. Il settore affascina il principe ereditario, al punto da aver creato all’interno del PIF un’entità da 38 miliardi di dollari di asset, che ha acquisito giochi come Monopoly Go e Pokémon Go e deteneva già il 10% di Electronic Arts.

La presenza di Kushner sembra aver attenuato le preoccupazioni, dato che l’operazione sarebbe stata esaminata dal Committee on Foreign Investment in the US (CFIUS), l’organismo incaricato di valutare gli investimenti stranieri nel Paese. Questi comitati sono «sotto il controllo del ramo esecutivo e il presidente Trump ne è a capo. E penso che molte persone avranno paura di dirlo» per timore di essere licenziate, ha dichiarato a Le Monde Richard Painter, ex avvocato etico della Casa Bianca sotto George W. Bush e oggi professore all’Università del Minnesota.

L’acquisizione di Electronic Arts proietta Affinity Partners in un’altra dimensione. La società, che gestisce 4,8 miliardi di dollari di asset e ha beneficiato di capitali non solo sauditi ma anche degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, con circa 25 investimenti effettuati, finora aveva realizzato operazioni molto più piccole: 150 milioni nella società israeliana di autonoleggio Shlomo Group, 200 milioni nella piattaforma Dubizzle negli Emirati, 225 milioni nella società di fitness tedesca EGYM, 30 milioni nella start-up californiana Brain Co, e così via.

“Per caso”

La traiettoria di Kushner, laureato ad Harvard e alla New York University, è notevole. Nato in una famiglia ebrea ortodossa, è figlio di Charles Kushner, ricco immobiliarista del New Jersey, condannato per frode fiscale nel 2005, poi graziato da Trump nel 2020 e oggi ambasciatore degli Stati Uniti in Francia.

Kushner ha sposato Ivanka Trump nel 2009, dopo che lei si è convertita all’ebraismo prima delle nozze. La coppia vive con i figli a Miami, in Florida. Quando Trump fu eletto per la prima volta alla Casa Bianca nel novembre 2016, Kushner fu chiamato dal suocero, che non aveva una squadra consolidata e voleva lavorare con la famiglia, sostenendo l’importanza di «circondarsi di persone di cui ci si può fidare». «Mi è stato affidato il Medio Oriente quasi per caso», ha ammesso il 15 settembre nel podcast No Priors.

All’epoca i Paesi del Golfo erano preoccupati per l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 dal presidente democratico Barack Obama nell’ambito del JCPOA con Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Unione Europea. «Nel Golfo si sentivano molto traditi. (…) Mi dissero che stavano iniziando a imparare il cinese e ad ampliare l’alleanza con la Cina, considerando che gli Stati Uniti non erano più un partner affidabile. Questo era ciò che avevamo ereditato. Forse mio suocero ha pensato che la situazione non potesse peggiorare, ed è per questo che mi ha consigliato di occuparmene», ha scherzato Kushner.

La stampa ne derise l’inesperienza, ma Kushner trasformò quella missione in un successo, mentre Trump riallacciava i rapporti con l’Arabia Saudita, arrivando a eseguire una danza con le sciabole nel maggio 2017. Convinto sostenitore di Israele, Kushner partecipò all’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme il 14 maggio 2018, mossa altamente politica, poiché la maggior parte dei Paesi manteneva le proprie missioni diplomatiche a Tel Aviv a causa dello status irrisolto di Gerusalemme. Voleva superare l’idea «che non si potessero mettere insieme gli arabi e Israele finché non si risolveva la questione palestinese», come ha spiegato nel podcast, e unirli contro l’Iran e per interessi economici.

“Forse c’è un vantaggio nel far finire queste guerre”

Secondo lui, la missione è stata almeno parzialmente compiuta con gli Accordi di Abramo. La sua società gli ha permesso di passare al lavoro pratico. «Credo che l’incontro tra la scena emergente dell’AI e della tecnologia in Israele e le aspirazioni analoghe nel Golfo abbia creato un forte desiderio di collaborare, e che queste aspirazioni abbiano guidato molti dei cambiamenti che abbiamo visto», ha spiegato.

Ha poi elogiato il suo investimento del 10% nella società israeliana Phoenix Holdings, che secondo lui gestisce 170 miliardi di dollari di asset e ha moltiplicato la sua quota iniziale. «I miei investitori dal Medio Oriente ora guardano a Israele e dicono: “Aspetta un attimo, forse c’è un vantaggio nel far finire queste guerre”. E vedono un buon esempio lì. La fase successiva è che Phoenix, che è un colosso, sta guardando a investimenti in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, pensando a come impiegare enormi capitali in progetti infrastrutturali nella regione, il che porterà ulteriormente le persone a unirsi».

In realtà, tutto è molto più complesso. Phoenix Holdings deteneva quote in società accusate dalle Nazioni Unite di operare in insediamenti illegali in Cisgiordania, come rivelato a marzo dal sito britannico Middle East Eye. «Gli investitori di Affinity sono passivi, cioè non hanno alcun ruolo nelle operazioni di Affinity o Phoenix», ha risposto la società, dichiarandosi «orgogliosa di essere il maggiore azionista di Phoenix».

Come in Albania e Serbia, dove ha investito nel settore immobiliare, Kushner sostiene di aver puntato su regioni trascurate da altri ma in forte crescita. «L’obiettivo è ovviamente trovare grandi onde ed essere un grande surfista», cioè individuare dove si può guadagnare molto.

Tuttavia, il suo ritorno, anche parziale, alla Casa Bianca suscita preoccupazioni. Il professor Painter ha affermato che se Kushner è ufficialmente coinvolto nella questione mediorientale e trasmette messaggi del governo americano, sta agendo come un dipendente del governo degli Stati Uniti. «Deve essere vincolato dalle regole etiche (…) Abbiamo già vissuto questo con Elon Musk quando giocava con il nostro governo», ha lamentato Painter. Ma il capo di Tesla e SpaceX non è mai stato disturbato.


Il Board of Peace di Trump è un’accozzaglia di petromonarchie, affaristi del sud globale ed ex colonie sovietiche


Altro che nuovo colonialismo occidentale: il fantomatico “Board of Peace” trumpiano somiglia sempre più a una tavolata delle ex colonie in cerca di potere. Tra satelliti, monarchie e potenze emergenti, il risiko globale si fa affare, anche sulla pelle dei palestinesi

Altro che valori occidentali! Il Board of Peace di Trump è un’accozzaglia di petromonarchie, affaristi del sud globale ed ex colonie sovietiche

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – Ma scusate il Board of Peace di Trump non doveva essere il baluardo del nuovo colonialismo occidentale? E invece pare piuttosto il colonialismo delle ex colonie. Capeggiato dagli Stati Uniti al Board of Peace aderiscono una serie di ex colonie e stati satelliti davvero notevoli. Attori internazionali che dall’essere stati gli schiavi ciascuno di un differente impero, adesso anche loro vogliono una fetta della torta. Davanti a tutti la Bielorussia, che tutto si può dire fuorché che non si tratti di un paese satellite della Russia. Quella Bielorussia che è il gemello diverso dell’Ucraina, stesso sangue ruteno dei cosacchi che oggi combattono contro l’ex Unione Sovietica governata da Putin. D’altronde coinvolgere direttamente Mosca nel Board avrebbe sbilanciato il primato testosteronico di Trump, che da quando è stato eletto si sta comportando come il peggiore dei palazzinari di Tor Bella Monaca. Il limite di questo suo approccio è che quando ti trovi muso a muso con uno più palazzinaro di te, una fra i tanti, Putin, allora come ne “Il bidone di Fellini”, diciamo che “abbiamo scherzato” e tanti saluti con la coda fra le gambe.

Lukashenko Ansa

Lukashenko, dopo tutto ha dimostrato di essere un animalista oltre che un despota dal cuore d’oro. Poi aderisce il Marocco, che è un paese libero dal giogo europeo, francese e spagnolo, dal 1956 e da fine anni novanta considerata la monarchia più costituzionale d’Africa e il suo capo è un re, Mohammed VI. Il Marocco è importantissimo a livello diplomatico ed è sempre più influente in Europa anche nei confronti dei suoi amici nemici, come ad esempio, la Spagna di Sanchez che al Board of Peace, naturalmente non aderisce. Poi abbiamo l’Egitto, che nonostante i pregiudizi degli arroganti europei non è più uno di quei paesi da democratizzare, ma un colosso da 112 milioni di abitanti con mezzo milione di militari attivi e altrettanti riservisti. Roba per cui l’Italia dovrebbe impallidire ulteriormente rispetto a quanto già non lo sia. Poi ovviamente, subito accanto abbiamo Israele, di cui è inutile parlare. Poi non potevano mancare i migliori amici di Trump e del suo ex-impero immobiliare (almeno formalmente, dato che è comunque gestito dai suoi famigliari), dunque Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Poi abbiamo il centro diplomatico (almeno finché Israele non lo ha bombardato così per darci un po’ più di speranza) e finanziario del medioriente, accanto alla cassaforte petrolifera del Kuwait e alla svizzera delle petromonarchie locali, il Bahrein. Naturalmente all’abbuffata non poteva non esserci Rece Tayipp Erdogan, il raffinatissimo diplomatico, equilibrista, mediatore ed illusionista sempre in bilico tra l’Oriente e l’Occidente e a cavallo del più vasto esercito dopo gli Stati Uniti all’interno della Nato. La Turchia, da sempre nemica dell’Armenia (protettorato russo) e garante dell’Azerbaigian (anche se da un po’ ha smesso di esserle così vicino come un tempo) siederà accanto a loro due, nonostante l’aspra contesa latente per il Nagorno Karabach.

Erdogan Ansa

L’elenco degli Euroasiatici poi, si apre con altri satelliti dell’ex Urss, tra cui Kazakistan, Uzbekistan e Mongolia. Paesi di cui si sa ben poco da questa parte del mondo, a parte che sono pieni di musulmani e di uranio. Ah, poi c’è il Pakistan, la potenza nucleare filo-cinese che tanto sta sulle palle all’India, uno dei più importanti alleati della Nato, ma che non figura in questo incontro di mero business. Ci sono pure l’Indonesia, la Cambogia e dulcis in fundo l’Argentina e il Paraguay. L’Italia, poi, qualora ne prendesse parte lo farebbe solo in qualità di paese osservatore e in tal caso siederebbe accanto alla Bulgaria, alla Romania, all’Ungheria e alla paradisiaca Cipro. E l’Albania? Tirana aderisce a tutti gli effetti insieme al Kosovo. Insomma, mentre Trump in casa sua getta benzina sul fuoco della questione razziale, più che mai sotto gli occhi del mondo intero con la controversa gestione dell’Ice, a livello internazionale fa affari sulla pelle dei palestinesi insieme a quelli che i suoi elettori fascisti definirebbero banalmente un ammasso di islamisti, zingari e negroidi inferiori alla suprema razza ariana americana.


I mostri e i demoni dell’Occidente


(di Marcello Veneziani) – Davanti al caso Epstein, gli atteggiamenti prevalenti sono stati di due tipi: voltare la testa dall’altra parte oppure scavare morbosamente dentro quel buco nero dell’inferno in pieno paradiso del potere. Il primo atteggiamento non riguarda solo gli struzzi, i vigliacchi, se non addirittura gli indulgenti e i conniventi nei confronti della terribile vicenda; riguarda anche tanti che hanno schifo, ribrezzo, a entrare nelle viscere del male, come se il male contaminasse anche chi ci entra solo per descriverlo, per parlarne o anche per condannarlo. Confesso che io sono stato tra questi, in tutte queste settimane di vetrina degli orrori. Avvertivo e avverto repulsione, non mi crogiolo nelle dinamiche del male. Ma non pochi amici e lettori mi hanno chiesto di affrontare il tema e qualcuno mi ha ricordato che avendo scritto un libro come La Cappa, questa scabrosa vicenda sembra la conferma di una cupola mondiale e trasversale che domina il mondo. Spinto di queste sollecitazioni e motivazioni, mi sono così avventurato nella selva oscura del finanziere di origine ebraica, impresario di Sodoma e Gomorra nel nostro tempo. Sappiamo che in principio è stata scoperchiata la botola nella speranza di incastrare Donald Trump, ma poi si è rivelato un mondo losco di potentati e affiliati che passava per uomini di stato, leader progressisti e democratici, fino addirittura all’americano più antiamericano che ci sia, il filosofo Noam Chomskij. Naturalmente divergono i livelli e i gradi di coinvolgimento ma il quadro è tristemente ampio ed eterogeneo. E in merito al caso Trump, la vicenda insegna e conferma una cosa: si vuole presentare Trump come la Bestia, il Mostro, il King Kong che si è impossessato della Casa Bianca. E invece i peggiori vizi di Trump non sono quelli che lo distinguono dal potere americano ma quelli che più lo integrano nella scia di quella cupola nefasta. Trump brutalizza ed esplicita tendenze insite nel potere americano.

Ma la vicenda va interpretata in una chiave più profonda e non può nemmeno ridursi alla semplice osservazione che il marcio si estendeva alla “sinistra”, ai dem, e ai poteri conniventi. C’è qualcosa di più importante e strutturale da notare. Così salendo di piano mi sono imbattuto nell’analisi che ha fatto il filosofo russo Alexandr Dugin alcuni giorni fa. Dugin ha spiegato con piglio scientifico e avvalendosi anche di alcune tabelle e mappe, questa sorta di inferno a gironi che coinvolge a vari strati i media, la moda, il cinema, l’istruzione, i mercati, la scienza, i servizi segreti, la politica e i vertici del potere occidentale. L’isola di Epstein era una specie di apoteosi gloriosa di una carriera, il finale approdo all’isola dei famosi, o se volete all’isola dei beati e dannati. Dugin studia la morfologia del potere, e dice che per rappresentare questa cupola non somiglia a una piramide ma bisogna passare da una prospettiva lineare a una gravitazionale. In altri termini il potere funziona come una calamita o un corpo celeste che esercita attrazione verso un nucleo nascosto e centrale. Un nucleo che Dugin ritene non un’anomalia ma il fulcro fondamentale del potere in occidente. E quello, per dirla con Franco Battiato, il centro di gravità permanente dell’Occidente “collettivo”, come lo chiama Dugin. Quel centro coincide con l’élite che comanda in Occidente. Se l’isola caraibica di Little Saint James è l’epicentro, “la terra di Zorro” è il suo cuore invisibile, esoterico. Ogni ambito prima indicato, svolgeva la sua funzione all’interno di questo impero del male, dalla moda alla scienza, culminando nel potere politico ed economico. Il successo professionale in ogni singolo settore era finalizzato a raggiungere la meta finale, dove raggiungevano il fior fiore, l’élite dell’élite. È molto accurata la descrizione del sistema e la sua architettura, i suoi gradi, il suo ruolo di governo-ombra, e poi le sue pratiche terribili, vorrei dire sataniche, tra pedofilia, sacrifici umani, riti sanguinari. La conclusione a cui perviene Dugin è netta: dobbiamo parlare di Epstein incessantemente perché “smaschera le corrotte élite liberali globaliste occidentali e ne mina il potere. Epstein È l’Occidente. Non la vittima, ma la sua essenza stessa. TUTTA la classe dirigente occidentale è Epstein. Epstein è la vera essenza del capitalismo. Il socialismo era fastidioso, crudele e malvagio. Ne ho fatto esperienza e non mi è piaciuto per niente. Ma il capitalismo liberale occidentale moderno è la vera catastrofe. Molto peggio. È Epstein. L’unica via d’uscita dall’inferno in cui si trova l’Occidente moderno è il ritorno alla fede cristiana, alla Chiesa e alla sacra Tradizione. Tolleranza zero verso la modernità. Altrimenti, prima o poi, gli oligarchi satanisti criminali prevarranno”.

Come tutte le radicalizzazioni assolute e apocalittiche, e le semplificazioni globali, è una tesi affascinante. Ma non dobbiamo perdere lo spirito critico e dobbiamo esercitare l’intelligenza e l’amor del vero fino in fondo, senza mai prendere la tangente dei teoremi e degli esorcismi magici allontanandosi dalla realtà. Possiamo dire che la congettura di questa architettura dà per certo e scontato quel che non è certo né scontato. Ci sono molte verità dimezzate, nascoste, incomprensibili e ci sono gradi diversi di coinvolgimento e di conoscenza; aver avuto Jeffrey Epstein come sponsor per un evento culturale non vuol dire che partecipi alle orge pedofili e ai riti di sangue. In secondo luogo non si può pensare al potere globale come una sorta di cabina di regia universale nelle mani del Demonio e dei suoi complici. Esistono cupole, ma non possiamo dedurre che tutto rientri dentro una specie di Grande Complotto e che quel Demiurgo Funesto si identifichi poi con Epstein o chi per lui (resta il mistero se ci sia qualcuno al di sopra di lui, e restano pure ombre sul suo suicidio). Non si può generalizzare ed estendere a tutti i vertici dell’Occidente l’assetto diabolico descritto in questa vicenda, di cui conosciamo frammenti e indizi ma di cui non disponiamo del quadro completo. Ho un giudizio assai critico della Cappa dominante, ma non credo che tutti i leader dell’occidente, non solo politici, siano dentro questa cupola del male, rispondano a quegli input e pratichino quei riti malefici di iniziazione a contrario. In secondo luogo, non credo all’esistenza di un netto spartiacque tra il Bene e il Male, né verticale né orizzontale: ovvero non credo che in alto ci sia il malefico potere delle élite e in basso ci sia il popolo sano e incontaminato; la corruzione magari parte dall’alto ma permea la società. Lasciamo da parte questi ingenui manicheismi di tipo populistico. Ma la stessa cosa, dicevo, obbietterei anche a livello orizzontale, presentando un mondo diabolico e corrotto tutto a Occidente e invece incontaminato e puro a Oriente. Non è così. Non sono un antirusso e nemmeno unantiputiano, come credo si sia capito negli anni; ma non mi sorprenderei che pratiche malefiche come quelle descritte ai Caraibi possano essere praticate anche in Russia e in altre autocrazie dell’Oriente o del mondo arabo-islamico. Altri Epstein asiatici per la gioia di altri dittatori e nomenklature… Diffido delle generalizzazioni ma anche del loro contrario, e cioè che il male sia tutto localizzato e confinato a Occidente. E sapete quanto io sia critico verso l’occidentalismo nichilista e l’americanizzazione del mondo. Insomma non distogliamo mai gli occhi dalla realtà, la mente dall’intelligenza critica e la nostra coscienza dall’amor di verità.


Monaco 2026: l’Europa che parla da adulta e viene trattata da minore


La fotografia vera non è sul palco, è nei corridoi

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La Conferenza sulla sicurezza di Monaco (13-15 febbraio 2026) si è chiusa nel solito modo: grandi formule, grandi promesse, grandi aggettivi. Ma la politica internazionale non si misura con gli aggettivi: si misura con chi decide l’ordine del giorno e, soprattutto, chi può permettersi di disertarlo. Quando Marco Rubio salta all’ultimo minuto il vertice “Formato Berlino” sull’Ucraina a margine della conferenza, la sostanza è tutta lì: gli europei possono anche riempire una sala, ma se il segretario di Stato americano non si siede, quel tavolo scende di categoria. Non è un incidente, è gerarchia. 

E la gerarchia è ancora più chiara guardando a ciò che Rubio fa subito dopo: una tournée mirata verso i governi “utili” per Washington in Europa orientale, con tappe a Bratislava e Budapest e incontro annunciato con Viktor Orbán. È la versione contemporanea dell’alleanza: non abbandono, selezione delle leve e degli interlocutori. 

La dottrina del logoramento: la guerra come metodo, non come emergenza

Friedrich Merz, aprendo la conferenza, mette in parole una linea che a Monaco circola sottotraccia da mesi: la guerra finirà solo quando la Russia sarà “esausta” economicamente e forse militarmente. E quindi “dobbiamo fare tutto” per portarla a quel punto. Non è una posizione negoziale: è un orizzonte di consumo, un’idea di politica trasformata in prova di resistenza. 

In questo schema ogni settimana non è più una tragedia da fermare, ma un pezzo di pressione “utile”. E quando la politica si abitua a considerare “utile” la durata di una guerra, allora la guerra smette di essere l’eccezione e diventa la normalità.

La soglia militare: quando “più forza” significa più rischio

Il passaggio più delicato, a Monaco, è la tentazione di confondere la pace con l’aumento indefinito della posta. Lindsey Graham parla apertamente di dare all’Ucraina missili Tomahawk per colpire in profondità infrastrutture cruciali. Qui il confine è sottile: “costringere a negoziare” può diventare, con una sola decisione, “allargare la guerra”. E quando il controllo dell’escalation è incerto, l’escalation diventa una variabile autonoma. 

La Cina che “concede” un diritto e intanto descrive l’Europa

In parallelo, Wang Yi offre all’Europa una frase che suona gentile ma è tagliente: l’Europa “ha il diritto” di partecipare ai negoziati, perché il conflitto è sul suo continente, e non dovrebbe essere “nel menù” ma “al tavolo”. È un promemoria più che un invito: vi riconosciamo una legittimità, ma non vediamo ancora una capacità. 

E infatti la contraddizione resta: l’Europa rivendica presenza, ma fatica a produrre una proposta autonoma che non sia la prosecuzione della pressione fino al cedimento dell’avversario.

Economia: l’Europa paga, l’urgenza decide dove si compra

Il lato economico completa il quadro. L’Unione ha impostato per il 2026-2027 un pacchetto da 90 miliardi in prestiti a Kiev, con 60 miliardi destinati a spese di difesa e acquisti militari. E soprattutto, nelle parole della Commissione, c’è il “principio a cascata”: prima si compra in Ucraina o nell’Unione; se non si può “in tempo”, si compra fuori. Traduzione politica: l’urgenza bellica spinge verso il fornitore che consegna più rapidamente, e oggi quel fornitore è spesso americano. La dipendenza industriale cresce proprio mentre si promette autonomia. 

Qui l’Europa paga due volte: sostiene la tenuta ucraina e, per sostenerla, accelera una filiera d’acquisto che rischia di consolidare altrove capacità produttive e standard tecnologici.

Gli Stati Uniti non si ritirano: restano dove contano

Il gesto di Rubio non è un addio. È un segnale di riposizionamento. La presenza americana resta decisiva nelle funzioni che contano davvero: intelligence, tecnologia, coordinamento, deterrenza. L’onere quotidiano – politico, economico, sociale – tende invece a scivolare sugli europei. È l’asimmetria moderna: indispensabili nei nodi che impediscono l’autonomia altrui, più leggeri nei costi della permanenza.

Londra rientra dalla finestra e Parigi alza la voce

A Monaco torna a essere dicibile ciò che fino a poco fa era quasi un tabù: deterrenza europea, opzioni nucleari, architettura comune. Keir Starmer spinge l’idea che la potenza militare sia la “valuta” del secolo e che l’Europa debba prepararsi a scenari duri. Sullo sfondo, si discute di meccanismi comuni di finanziamento e procurement, perché senza massa critica il riarmo resta una somma di bilanci nazionali che si pestano i piedi. 

E dentro questa dinamica c’è un effetto collaterale inevitabile: se i pilastri diventano soprattutto Londra e Parigi, allora la sicurezza europea si regge su capitali che hanno – storicamente – ambizioni di guida, non vocazione al pari grado.

La notizia politica che non viene detta

Monaco 2026 non certifica “solo” una conferenza riuscita o fallita. Certifica un’abitudine: l’Europa accetta l’idea di una guerra lunga come condizione strutturale, pur di non perdere l’ombrello americano. E intanto scopre che l’ombrello si apre e si chiude dove decide Washington, non dove chiedono i comunicati europei.

È questa la minorità: parlare da soggetto strategico, ma essere trattati da destinatario di decisioni altrui.