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Ecco le telefonate che incastrano De Vito. Documentate tangenti per oltre 400mila euro


La svolta nell’inchiesta che ha documentato tangenti per oltre 400mila euro grazie a un’intercettazione definita “inequivocabile” dai pm

 

(lanotiziagiornale.it) – Ammonta a circa 400mila euro il giro di mazzette documentato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sul nuovo stadio della Roma e altre opere che ha portato, questa mattina, all’arresto per corruzione del presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito, e di altre tre persone. Eloquenti i dialoghi intercettati dagli inquirenti. De Vito, nel corso di una telefonata con l’avvocato Camillo Mezzacapo (anche lui finito agli arresti), parlava apertamente di soldi – “Va bene, ma distribuiamoceli questi” – riferendosi, annotano gli investigatori, ai danari erogati dai costruttori Toti e Statuto alla società riconducibile al presidente dell’Assemblea capitolina. E poi ancora l’esponente del M5S al suo amico avvocato: “Adesso non mi far toccare niente, lasciali lì… quando tu finisci il mandato, se vuoi non ci mettiamo altro sopra. La chiudiamo, la distribuiamo, liquidi e sparisce tutta la proprietà, non c’è più niente, però questo lo devi fa’ quando hai finito quella cosa”.

“L’intera attività di indagini – ha spiegato il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo – ruota intorno a tre vicende: lo stadio della Roma e l’ex Fiera di Roma, in continuazione con la vicenda Parnasi, gli ex Mercati Generali, con il coinvolgimento di Toti, e piazza Ippolito Nievo”. Le indagini sono state portate avanti dai pm Barbara Zuin e Luigia Spinelli su “intercettazioni ambientali, le parole di Parnasi, Whatsapp e movimenti di flussi finanziari”, ha spiegato ancora il magistrato.

Ma la vera svolta nell’indagine è arrivata in seguito all’intercettazione di un dialogo tra lo stesso De Vito e Mezzacapo del 4 febbraio, in cui l’avvocato dice al presidente: “Questa congiunzione astrale tra… tipo l’allineamento della cometa di Halley… hai capito cioè… è difficile secondo me che si verifichi… noi Marce’ dobbiamo sfruttarla sta cosa, secondo me guarda ci rimangono due anni”.

Il gip nell’ordinanza d’arresto definisce questo colloquio “illuminante” in quanto spiega “in modo inequivocabile il patto scellerato che lega De Vito a Mezzacapo, dando chiara dimostrazione di come le somme confluite nella società Mdl, formalmente riconducibili solo al secondo, siano invece anche del pubblico ufficiale che appare, peraltro, impaziente di entrarne in possesso”. Un modus operandi messo in atto “grazie alla ‘congiunzione astrale’ e alla spregiudicatezza di chi ritiene, solo perché dotato di astratte credenziali sociali e/o professionali, di potersi muovere liberamente e impunemente in ambiti criminali”.

Secondo Ielo “questa intercettazione ci consente di individuare la cassaforte, la società Mdl, dove De Vito è socio di fatto. Da questa sono state chieste le misure cautelari che abbiamo chiesto 20 giorni fa”. Altra circostanza particolare sono gli incontri tra De Vito e Mazzacapo al concessionario d’auto dell’imprenditore Gianluca Bardelli a Ponte Milvio: “De Vito e Mezzacapo si incontravano al concessionario nel giorno di chiusura – ha spiegato Ielo -. Una modalità che viene usata da chi non vuole farsi vedere e che ci fa pensare che fosse scattato un qualche allert. Incontri avvenuti nell’ultimo mese”.

Per quel che riguarda i flussi finanziari, il procuratore aggiunto ha spiegato che “da Parnasi sono stati pagati 95mila euro sotto forma di consulenza all’avvocato Mezzacapo, così come era accaduto anche con la vicenda Lanzalone, 110mila da Toti mentre da Statuto erano stati promessi 160mila euro mentre 20mila sono stati quelli pagati”. Tutti flussi di denaro passati per la Società Mdl Srl. Dalle indagini emerge che oltre 230mila euro sono stati erogati e 160mila sono stati promessi a Marcello De Vito e all’amico avvocato Mezzacapo dai gruppi imprenditoriali coinvolti. Mezzacapo avrebbe ricevuto una serie di consulenze-tangenti prima di girarle sul conto della Mdl srl, la “cassaforte” nata per custodire i profitti raccolti illecitamente da De Vito e dallo stesso avvocato.


Gli eurodeputati, “sconosciuti“ che decidono il 70% delle politiche nazionali


(Stefano Campolo – glistatigenerali.com) – «L’Europa non esiste», però «incide per più del 70 per cento delle politiche nazionali». Queste due frasi, pronunciate da Elisabetta Gardini a qualche minuto di distanza l’una dall’altra senza coglierne la contraddizione, danno la misura di quanto il Parlamento europeo – ancora oggi dopo otto legislature – sia un soggetto politico di difficile definizione. Non è un’assemblea legislativa pura paragonabile ai parlamenti nazionali, in quanto non ha l’iniziativa legislativa, riservata alla Commissione europea. Non è un organo consultivo, in quanto partecipa attivamente alla formazione di regolamenti e direttive in concorso con il Consiglio, cioè ai governi degli stati membri. I parlamentari, vittime delle contraddizioni di una costruzione istituzionale che lascia in capo all’apparato burocratico da un lato e agli stati membri il potere decisionale, si barcamenano nel doppio ruolo di rappresentanti del popolo e lobbisti per il proprio paese di appartenenza.

«Istituzionalmente», ricorda Carlo Corazza, portavoce dell’attuale presidente del Parlamento, Antonio Tajani, il parlamentare «è tenuto a perseguire l’interesse generale europeo. Ovviamente lo fa dalla prospettiva delle diverse realtà degli stati membri. Deve cioè trovare una sintesi tra l’interesse generale europeo e quello nazionale». Splendida definizione, ma complicata da mettere in pratica, in particolare per i 73 europarlamentari italiani di fronte a una serie di vincoli e costrizioni.

 

 

 

Un difficile equilibrio

«Quello dell’europarlamentare è un ruolo complicato», ricorda Elly Schlein di Possibile, «perché deve trovare il giusto equilibrio tra l’essere parte di una istituzione che rappresenta 500 milioni di cittadini europei e il fatto di essere stato eletto in uno dei 28 stati membri. Ci sono dei colleghi, soprattutto se fanno parte di forze che stanno al governo che tendono a “giocare in difesa” delle posizioni del proprio governo, però non è sempre così. Dipende da come uno interpreta il proprio mandato».

«Il problema dell’Unione europea oggi», dice l’europarlamentare del Pd Damiano Zoffoli, «è che non ha un volto. L’Europa delle persone e dei territori esiste già perché abbiamo storie, valori e sempre più politiche in comune. Quello che manca più di tutto è avere istituzioni in cui i cittadini possano sentirsi rappresentati e di cui capiscano le funzioni. È per questo che servirebbe un ruolo più forte del Parlamento, l’unica istituzione pienamente federale e con un mandato diretto da parte di tutti gli europei».

E in parte dipende dai temi in discussione. «Il punto», ribadisce Schlein, «è come trovare un delicato equilibrio tra gli interessi nazionali, che sono diversi, e quelli di tutta l’Ue, ma con la consapevolezza che spesso c’è un interesse comune che deve prevalere per far fronte a queste sfide. Parlo di quella migratoria, di quella climatica, di quella sociale, della necessità di una politica estera e di difesa comune. Faccio un solo esempio: la questione della giustizia fiscale. Se tutti gli eurodeputati si fossero stretti a difesa delle politiche fiscali aggressive e concorrenziali portate avanti da alcuni dei loro governi nazionali, non sarebbe stato possibile per noi adottare, al Parlamento europeo, delle misure che chiedono chiaramente trasparenza e che chiedono di superare e contrastare quegli schemi elusivi ed evasivi che hanno permesso in molti paesi di eludere il fisco degli altri stati europei».

Il parlamentare rispecchia la realtà del proprio paese ed è più facile che a livello europeo ci sia collaborazione. Il collante rimane l’interesse italiano. «È normale che su alcune questioni sia più importante superare le appartenenze partitiche per privilegiare gli interessi del sistema-paese», dice Patrizia Toia, capo delegazione del Partito democratico. «Un buon esempio è stata la promozione della candidatura di Milano come sede dell’Agenzia europea dei medicinali Ema. In quel caso c’era anche la consapevolezza che non stavamo facendo solo gli interessi dell’Italia o di Milano, ma di tutti i cittadini europei visto che un’Agenzia pienamente funzionante è interesse di tutti e che le dinamiche intergovernative rischiano ogni volta di mettere in secondo piano il superiore interesse dei cittadini europei». L’agenzia è finita in Olanda e con lei la collaborazione trasversale. Non che manchino le buone intenzioni, ma i risultati per una serie di fattori, bisogna cercarli con il lumicino. «Quando siamo uniti siamo molto forti», provoca Elisabetta Gardini, capo delegazione di Forza Italia. «Abbiamo fatto una battaglia tutti insieme per il “Made in”, cioè l’obbligo di tracciabilità dei prodotti di cui l’Italia ha un estremo bisogno. Peccato che poi il governo Renzi abbia speso tutta la propria credibilità del semestre europeo per la Mogherini commissario agli affari esteri, facendo così prevalere una logica di partito. In generale, comunque, vedo che c’è divisione sui temi e ricomposizione sui valori».

Un punto di vista che convince poco Schlein – «direi che non si tratta della logica prevalente con la quale si lavora al Parlamento europeo», mentre Marco Zanni, giovane parlamentare bergamasco della Lega Nord, sottolinea carenze strutturali che però stanno fuori dal perimetro degli eletti: «in generale il sistema Italia è stato molto deficitario. Un po’ per ingenuità pensando che non esistano gli interessi generali e un po’ per errore politico. I politici sono importanti, ma la struttura burocratica non è da meno, per questo dovremmo tutelare le carriere dei rappresentanti italiani nelle direzioni generali della Commissione. E poi stimolare la presenza delle rappresentanze a Bruxelles. Io mi occupo di temi legati alla regolamentazione bancaria, quando tra il 2013 e il 2014 fu negoziata l’unione bancaria, l’ABI (Associazione Bancaria Italiana ndr) non aveva rappresentanza fissa a Bruxelles. La Germania è un esempio virtuoso di come, al contrario, i tedeschi hanno agito per proteggere una parte importante del loro sistema bancario per evitare che il settore fosse esposto a regole che ne minacciassero la stabilità».

Il punto di Zanni è cruciale e mette il dito in una piaga difficile da rimarginare. Ogni volta che l’Italia non ottiene quanto desiderato a livello europeo, politici e media tendono a biasimare la burocrazia europea o lo strapotere di Francia e Germania. «Questa della congiura anti italiana è una barzelletta su cui l’Italia si sta rendendo ridicola e sta perdendo la faccia», sbuffa Corazza. «Tutte le regole europee, tutte, non ce n’è una che non abbiamo votato, a cominciare dalle quote latte, sono state scritte da noi. E se veramente non contassimo nulla allora come mai abbiamo Mario Draghi alla guida della Banca Centrale Europea e Antonio Tajani presidente del Parlamento? Certo, l’Europa e le sue istituzioni riflettono il livello di integrazione a cui siamo arrivati e nessuno è qui a dire che sia perfetto. L’euro, tanto per fare un esempio, l’abbiamo voluta noi per contrastare la Germania. Ora invece noi insultiamo l’Europa ma senza trarne le conseguenze, cioè uscirne e questa è una vera presa in giro.

La selezione della classe dirigente

I criteri di scelta dei candidati al Parlamento europeo è un’altra di quelle questioni annose che impegna il dibattito italiano con una certa regolarità, almeno in vista di ogni elezione. Nell’opinione pubblica si è radicato il convincimento che i partiti prediligano far sedere a Strasburgo e Bruxelles due tipi di figure: a) persone relativamente giovani e politicamente “fresche” per fargli acquisire un pedigree internazionale e poi utilizzarle in differenti ruoli alla prima occasione e b) ceto politico prossimo al pensionamento, da cui il nomignolo di “cimitero degli elefanti”. Ci sono figure che ovviamente corrispondono a queste descrizioni: Alessandra Moretti fu eletta nella circoscrizione Nord Est nel giugno del 2014 a furor di popolo, il quale popolo con il medesimo e rinnovato furore meno di un anno dopo, il 31 maggio 2015, ridusse in cenere le sue speranze e quelle del Partito democratico di scalzare Luca Zaia dalla guida della regione Veneto. Moretti spese a Bruxelles circa sei mesi, essendosi dimessa a gennaio con effetto dal 1 febbraio 2015; Flavio Zanonato, sempre della circoscrizione Nord Est e sempre eletto nel Partito democratico, poi passato a LeU, arriva nelle istituzioni europee nel 2014 al termine di una lunga carriera politica in cui ha ricoperto ruoli nella segreteria del Pci, fatto il sindaco di Padova per tre mandati e il ministro dello Sviluppo economico nel governo Letta.

Tuttavia l’età media dei deputati italiani è di 51 anni, sensibilmente più bassa della media europea che è 55, e la maggior parte dei parlamentari eletti esercita il proprio mandato al meglio delle proprie possibilità e non senza fatiche. «In media 3 giorni qui, 3 e mezzo nel collegio e mezza giornata con la famiglia», sospira Elisabetta Gardini. «Sappiamo tutti che dovremmo passare più tempo a Bruxelles. Noi italiani siamo quelli che si fanno più male di tutti. Questo è un luogo di mediazioni e dobbiamo contrattare le nostre posizioni prima ancora che con gli avversari politici, all’interno dei rispettivi partiti. Ci sono differenze culturali che sembrano insormontabili. Provate a spiegare a un rappresentante del nord Europa, tedesco, danese o finlandese che quello che funziona da loro non si adatta da un’altra parte. La specificità italiana poi, con la presenza predominante di micro, piccole e medie imprese, è difficilissima da far capire. Per questo l’esperienza e la capacità di conquistarsi la fiducia dei colleghi restano armi insostituibili».

 

 

Esistono poi delle specificità nazionali sia di tipo culturale sia sul sistema di selezione dei candidati alle elezioni europee che rendono gli eurodeputati più o meno sensibili agli ordini della propria capitale. «Sono più indipendenti gli eurodeputati che, come in Italia, si sono conquistati le preferenze nei propri collegi invece di essere semplicemente selezionati dal proprio partito», afferma Toia e, «ovviamente, sono più indipendenti gli eurodeputati che appartengono a partiti all’opposizione nella politica nazionale. Certo è che se alle prossime europee avessimo iniziato a sperimentare l’uso dei collegi transnazionali avremmo dato avvio a una dinamica molto più europeista. Peccato che la proposta sia stata bocciata dal Parlamento europeo principalmente per l’opposizione del Ppe».

La presenza o meglio, l’assenza della politica europea dai media nazionali è uno dei crucci principali dei parlamentari. «Da una parte dobbiamo stare a Bruxelles e a Strasburgo per portare avanti dossier legislativi molto tecnici che richiedono una mole immensa di lavoro, di riunioni e di incontri», evidenzia Toia. «D’altra parte tutto questo lavoro non ha visibilità a livello nazionale e se un eurodeputato aspira a essere rieletto, o semplicemente a veder riconosciuto il proprio lavoro, deve andare nel proprio collegio a incontrare le persone. Di fatto viviamo sempre in viaggio facendo la spola tra l’Italia e Bruxelles o Strasburgo».  In Italia si parla di Europa solo e soltanto nello spettro dell’agenda italiana. L’attenzione mediatica non è solo un problema italiano, sottolinea però Zanni. «È abbastanza comune, Bruxelles viene vista come secondaria perché lo spazio di democrazia è ancora lo spazio nazionale. La cosa cambierà con le prossime elezioni europee perché assumeranno un’importanza molto maggiore. I media stanno dando copertura sempre più ampia al dibattito europeo».

La legge elettorale

Più che al paese di appartenenza, i parlamentari eletti in Italia sono legati al proprio collegio da una legge elettorale che prevede il voto di preferenza. Un sistema, afferma senza tanti giri di parole Zanni, che porta «curare gli interessi del proprio orticello, a passare più tempo nella propria circoscrizione che a fare attività in seno al Parlamento».

Il trattato di Maastricht del 1992 prevedeva l’elezione dei parlamentari con norme uniformi a tutti i Paesi. Manco a dirlo, il Consiglio, cioè i governi dei paesi membri, non ha mai trovato un accordo e quindi l’assemblea è il risultato di un mosaico di differenti sistemi elettorali.

 

Come si evince dalla cartina qui sopra, l’Italia è con la Polonia l’unico dei grandi paesi ad adottare una legge elettorale con le preferenze – in verde – e uno dei pochissimi a suddividere il collegio in circoscrizioni, gli altri sono Irlanda e Belgio. Anche la Francia, che fino al 2014 aveva otto collegi, lo scorso 25 giugno ha modificato il proprio orientamento verso il collegio unico. Germania, Francia, Spagna e Regno Unito (fino al 2014, poiché non parteciperà alle prossime elezioni per effetto della Brexit) utilizzano invece il sistema delle liste chiuse decise dai partiti. Promulgata nel 1979 e ispirata al proporzionalismo puro tipico dell’epoca, dal 2009 la legge italiana ha una soglia di sbarramento del 4 per cento. Nel 2014 sono state introdotte delle modifiche per assicurare la parità di genere. La legge elettorale italiana, afferma ancora Zanni, «la cambierei se possibile domani mattina. Le preferenze hanno poco motivo. Sono un circolo vizioso sul processo elettorale e non so effettivamente quanti votanti vadano al seggio con la voglia di scrivere un nome. Ovviamente se vogliamo ridurre i costi della politica, le preferenze costano tantissimo, creano lotte intestine ai partiti e distolgono l’attenzione nell’attività di un parlamentare. Per il bene del paese bisognerebbe intervenire senza ipocrisia».

La pensa così anche il portavoce di Tajani, Corazza: «Più i parlamentari stanno a Bruxelles, più imparano a curare gli interessi del proprio Paese. L’Europa è un grande mercato in cui ognuno difende i propri interessi. Bruxelles è un territorio che va presidiato».

Chi possa avere il coraggio e la lucidità di Zanni al momento non si sa. Non l’ha avuto l’attuale governo, né l’attuale maggioranza parlamentare, nonostante tra l’estate e l’autunno del 2018 ci fossero state avvisaglie della volontà di Salvini e Di Maio di modificare la legge elettorale per le europee eliminando le preferenze o riducendo la dimensione dei collegi, aumentandone il numero. Le indiscrezioni sfociarono in qualche articolo sulla stampa nazionale, ma nessuna proposta di legge è stata depositata né alla Camera né al Senato.

Altri suoi colleghi, sul tema non rispondono, come la capo delegazione della Lega Nord, Mara Bizzotto, e il Movimento 5 Stelle – a proposito di trasparenza, nessuno dei 14 deputati pentastellati ha trovato 15 minuti per rispondere alle nostre domande -, oppure sono molto meno netti. «Rispetto a un sistema senza preferenze in cui i candidati alle europee vengono scelti solo dal partito di appartenenza – afferma Toia – ci costringe a un impegno sul territorio che avvicina le persone all’Unione europea». «In teoria è pessima», dice Gardini di Forza Italia, «ma non la cambierei perché comunque stimola il rapporto con l’elettorato e ci fa uscire da questa “eurobolla”». Per Schlein invece non c’è «un sistema elettorale che consenta – e non sarebbe neanche giusto – al parlamentare di prescindere completamente dal rapporto con la propria base elettorale e, da questo punto di vista credo siano preferibili quelli che consentono all’elettore di fare una scelta precisa di rappresentanza».

Il dualismo con il Consiglio

Infine c’è la questione delle competenze legislative che, come dicevamo all’inizio, è il cuore e l’origine di tutte le contraddizioni dell’architettura europea. In Parlamento si raggiungono talvolta mediazioni che tengono conto delle differenze culturali, sociali ed economiche dei Paesi e rispettano la pluralità di posizioni delle diverse famiglie politiche europee. Si è affermato, negli anni, quello che viene definito metodo comunitario, spiega Schlein, «che ci ha permesso anche in questi anni di dare delle risposte a quelle che sono chiaramente sfide comuni europee. Su tanti temi cruciali, sul futuro dei cittadini di tutta Europa, il Parlamento ha espresso posizioni forti e ambiziose che hanno incontrato vaste maggioranze». Ma il Parlamento si attiva solo dopo che la Commissione ha deciso di legiferare su una certa materia. Il testo rivisto nelle commissioni deve essere approvato dal Consiglio che funziona da camera alta e quindi ratificato in plenaria. «La mancanza di iniziativa legislativa è una debolezza intrinseca del Parlamento», accusa Gardini. «Noi dipendiamo di fatto dalla struttura burocratica della Commissione. Sono loro che dettano l’agenda. Ma credo non si voglia rafforzare il potere del Parlamento perché diventerebbe molto difficile condizionare 750 politici».

«Lo strapotere dei governi nelle istituzioni comunitarie è il problema numero uno dell’Unione europea e quello meno riconosciuto dai media e dall’opinione pubblica», rimarca Toia. «In ogni caso tra le istituzioni comunitarie il Parlamento europeo è senza dubbio quella più affrancata dal giogo delle capitali nazionali. Il semplice fatto che l’assemblea di Strasburgo è organizzata per gruppi politici transnazionali favorisce delle dinamiche che è difficile riscontrare nel Consiglio ma anche nella Commissione, dove i singoli commissari sono diretta espressione dei governi nazionali».

Forse al Consiglio servirebbe un salto ulteriore ed entrare in una logica di interesse europeo invece che di interesse nazionale. Sono ipotizzabili ulteriori cessioni di sovranità da parte degli Stati membri, in una situazione in cui la quantità di legislazione dei parlamenti nazionali di diretta emanazione comunitaria varia dal 10 al 36 per cento, a seconda di come viene calcolata, e quella dei governi si aggira intorno al 70 per cento? Manco per sogno, secondo Zanni. «Cedere sovranità rischia solo di dare potere a chi veramente comanda, cioè francesi e tedeschi. Precedenti storici ci insegnano che aggregare realtà diverse è potenzialmente esplosivo. Abbiamo culture, lingue e sistemi bancari diversi e non ci sono le condizioni per omogeneizzarli per via legislativa. Forse ci saranno fra 50 o 100 anni, ma non oggi. Facciamo meno ma facciamolo meglio. Capiamo dove sta il valore aggiunto nel fare politiche comuni e ripartiamo da lì».


Daspo a De Vito


(Tommaso Merlo) – Le caste del vecchio regime avevano censurato la legge Spazzacorrotti. L’avevano rilegata a cosina scontata e marginale pur di non riconoscere meriti al Movimento 5 Stelle. E questo nonostante l’Italia sia stata divorata dai ladri per decenni scivolando a livelli di corruzione da terzo mondo. E questo nonostante la vecchia politica non abbia fatto mai nulla per debellare il malaffare ed anzi, coi ladri si è sempre spartita il malloppo. Grazie alla triste vicenda di Marcello De Vito, le caste del vecchio regime dovranno ammettere che grazie al governo gialloverde oggi l’Italia è dotata di una legge anticorruzione degna di un paese civile. Se De Vito verrà condannato, si beccherà un bel DASPO e la sua vita nella cosa pubblica sarà finita per sempre. Evviva. Uno in meno. Di Maio ha espulso De Vito all’istante e questo costringerà le smemorate caste del vecchio regime anche a ricordarsi delle selve di ladri che ancora annoverano tra le file dei loro partiti di riferimento. Ladri che fanno i finti tonti e mantengono il loro onorevole deretano sulla poltrona. Una vecchia usanza. Ladri e criminali di ogni risma hanno sempre resistito ad oltranza nei palazzi – spesso protetti dai colleghi di partito – in fiduciosa attesa di processi che per lorsignori finivano sempre in nulla. Come dimostra la vicenda Formigoni, grazie alla legge Spazzacorrotti finalmente gli onorevoli che rubano finiscono in galera come i poveri cristi. Evviva. Un bel passo in avanti per la nostra democrazia. La reazione fulminea e netta di Di Maio ribadisce poi come il Movimento non sia affatto un partito come tutti gli altri e non sia affatto arretrato sui suoi valori come viene infamato. Ma al contrario è l’unica forza politica che ha gli anticorpi per reagire al tarlo della corruzione. Un tarlo viscido e infestante che si nutre della debolezza umana e che richiede il massimo rigore per essere estirpato. Le caste del vecchio regime tenteranno ovviamente di sfruttare la vicenda De Vito per infamare il Movimento ed attaccare la Raggi e quant’altro, ma potrebbe rivelarsi un boomerang. Tipo quello di “rimborsopoli” che ha permesso a milioni di cittadini ignari, di venire a conoscenza del taglio degli stipendi dei portavoce. La solita cagnara mediatica sulla vicenda De Vito consentirà invece ai cittadini di conoscere la legge Spazzacorrotti e di riscoprire la profonda diversità del Movimento nel trattare le purtroppo inevitabili mele marce. Chissà, potrebbe essere una bella opportunità anche per i veri o presunti delusi del Movimento per riaprire gli occhi e non farsi ingannare dalla propaganda del vecchio regime. Fino a ieri l’Italia era un maleodorante verminaio. Se le cose stanno cambiando è grazie ai gialloverdi. Le vecchie caste tifano per i ladri. Chi non lo capisce merita di essere governato da loro.


Napoli, 20 marzo 2015: quattro anni fa l’incendio nell’area del’ex gasometro


Era la sera del 20 marzo 2015, esattamente quattro anni fa, quando un incendio devastò l’area dell’ex gasometro facendo tornare l’annosa vicenda alla ribalta delle cronache. Purtroppo, dopo lustri di promesse e d’impegni, il parco agricolo-didattico, che doveva sorgere in quell’area non ha più visto la luce né si sa se e quando sarà inaugurato, dal momento che i lavori sono da tempo fermi. Anche per sollecitare al riguardo risposte da parte dell’amministrazione comunale e per sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso i mass media, ripropongo il comunicato inoltrato in quella drammatica occasione.

 

Gennaro Capodanno

Presidente Comitato Valori collinari

 

 

Napoli: incendio nell’area dell’ex gasometro al Vomero. Le fiamme lambiscono i fabbricati. Paura e panico

Stasera un incendio è scoppiato nell’area dell’ex gasometro al Vomero. Fiamme, visibili anche a distanza, che hanno lambito pericolosamente anche alcuni fabbricati, creando  notevole paura. Intervenuti sul posto i vigili del fuoco.

Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, che da molti anni segue le travagliate vicende di quest’area, ricostruisce ancora una volta, nell’occasione, la storia di una delle tante opere annunciate in materia di verde pubblico nell’area collinare del capoluogo partenopeo, un parco agricolo urbano che sarebbe dovuto sorgere, ma il condizionale a questo punto è d’obbligo, visto che sono passati circa vent’anni dall’inizio di questo tormentone, nell’area dell’ex gasometro, posta tra viale Raffaello e salita Cacciottoli.

“ Nel marzo del 2011, dopo varie traversie – ricorda Capodanno -, il parco fu finalmente presentato in pompa magna alla stampa, nel mentre erano da poco iniziati i lavori per la sua realizzazione, lavori che sarebbero dovuti durare sei mesi. Invece da allora sono passati ben quattro anni e del parco non si è saputo più nulla “.

“ Lustri d’attesa, oltre due milioni di euro a suo tempo finanziati ma a tutt’oggi siamo ancora  in attesa che veda la luce questo parco che doveva sorgere su di un’area acquisita dal Comune di Napoli di circa 14mila metri quadrati, area che fino agli anni ’80 era stata occupata da una campana gassometrica e dalle relative attrezzature per il funzionamento – puntualizza Capodanno -. Pur conoscendo la lentezza della macchina comunale non si  riescono a comprendere né a conoscere i motivi per i quali i lavori non sono stati portati avanti fino al completamento dell’opera “.

“ Il parco era stato progettato su un’area vincolata, che precedentemente apparteneva ad un privato, e su una parte della quale si voleva realizzare un parcheggio interrato  – ricorda Capodanno -. Dopo una serie di battaglie sostenute dai residenti e dalle associazioni, il Comune di Napoli elaborò una variante per un progetto di riqualificazione, variante approvata con deliberazione consiliare n. 44/2001 e deliberazione di Giunta comunale n. 2365/2002. Successivamente con decreto del Presidente della Giunta regionale della Campania n. 529 del 24 settembre 2004 la stessa variante fu approvata anche dalla Regione Campania “.

“ Molti si chiedono perplessi, visto il silenzio calato da tempo sulla vicenda, se il progetto del parco agricolo, pubblicato all’epoca anche nelle cartografie del sito internet del Comune di Napoli, sarà mai realizzato – prosegue Capodanno -. Sarebbe opportuno che, per fare chiarezza su questa annosa vicenda, venissero promosse tutte le indagini del caso anche per chiarire i motivi dei ritardi accumulati, pure alla luce degli odierni eventi “.

Napoli, 20 marzo 2015


“Sannio Falanghina”, il 22 marzo nella sede di Spazio Campania a Milano la presentazione della Città Europea del Vino 2019


A un mese di distanza dalla cerimonia ufficiale di investitura, che ha segnato il passaggio di testimone dalle cittadine portoghesi di Torres Vedras e Alenquer, il Sannio è pronto a seguire il percorso tracciato nel 2016 dalle terre del Prosecco Superiore DOCG Conegliano-Valdobbiadene e a raccogliere la sfida: promuovere la cultura del vino e realizzare una filiera vitivinicola innovativa.
“Sannio Falanghina”, il prestigioso riconoscimento assegnato al territorio beneventano da Recevin, la rete delle 800 Città del Vino presenti in 11 Paesi europei, sbarca a Milano crocevia internazionale economico, culturale ed enogastronomico.
L’appuntamento è per venerdì 22 marzo, alle ore 15.30, all’interno di “Spazio Campania”, vetrina permanente delle eccellenze campane, inaugurato da Regione Campania e Unioncamere Campania lo scorso 8 febbraio in Piazza Fontana a Milano.

Interverranno tra gli altri: Erasmo Mortaruolo, Consigliere regionale nonchè delegato del Presidente De Luca per “Sannio Falanghina”; Franco Alfieri, Consigliere delegato del Presidente De Luca per l’Agricoltura; Chiara Marciani, Assessore alla Formazione della Regione Campania; Tommaso De Simone, vicepresidente nazionale Unioncamere; i Sindaci di “Sannio Falanghina” nonchè media specializzati e altri primari attori del settore, per un confronto sull’opportunità straordinaria data da questo riconoscimento per rafforzare la nostra reputazione a livello internazionale, promuovere le eccellenze, attrarre turisti e favorire uno sviluppo economico sostenibile anche per i giovani che vogliono restare in Regione Campania.

Nel corso dell’incontro è prevista la presentazione del manifesto ufficiale di “Sannio Falanghina” firmato dall’artista Mimmo Paladino.

Durante la serata sarà inoltre possibile visitare “Spazio Campania” e conoscere il dettaglio delle iniziative in programma.


Una raffica di savianate in libreria


(Marco Lanterna – la Verità) – Bompiani, storica casa editrice ora di proprietà del gruppo Giunti, ha festeggiato qualche giorno fa i propri 90 anni con la presentazione a Milano di una nuova collana pensata e diretta da Roberto Saviano. Si chiamerà Munizioni, perché, a detta del neodirettore che per sua deformazione infila immagini gangsteristiche in ogni luogo, spesso a capocchia, «saranno proiettili contro l’ indifferenza, l’ ignoranza, il silenzio … munirsi dell’ alfabeto è da sempre il gesto più pericoloso che possa essere fatto contro il potere … un baluardo a difesa di chi scrivendo è perseguitato».

il governo tirannico

Sicché a breve, sugli scaffali delle librerie già stracolmi di savianate, dovremo sorbirci, oltre al primo originale insuperabile piagnone (i cui affari da quando esiste questo governo «tirannico e liberticida» marciano a meraviglia, meglio di una locomotiva), pure uno sciame di suoi solerti emuli e imitatori.

La nuova collana in arrivo a settembre sarà in prevalenza di saggistica «per meglio illuminare questa fase così scura di parole ambigue, usate per camuffare, coprire, nascondere la realtà» e di autori perlopiù stranieri. Cosa che a ben considerare non deve stupire, dato che Saviano trova ormai delle comode (e redditizie) sponde antitaliane sia nella Francia di Emmanuel Macron che nella Germania di Angela Merkel, come dimostra tra l’ altro l’ assegnazione fortemente politica dell’ Orso d’ argento alla Berlinale, in attesa di ricevere forse la légion d’ honneur dall’ amicone Macron.

Tanto che tra i savianologi più preparati non c’ è ancora accordo se tale tecnica antitaliana pro domo sua l’ abbia insegnata Saviano a Fabio Fazio o viceversa.

ZELO ESTEROFILO

Comunque, grazie allo zelo esterofilo di Saviano, d’ ora in avanti potremo leggere tutti i migliori improperi stranieri sull’ Italia anche qui da noi, finalmente tradotti, anzi rilegati in bei libri. Stretto riserbo, more solito, sul cachet del nuovo direttore di collana; compenso che tuttavia dev’ essere importante, cioè in linea con gli alti standard del martire-scrittore. D’ altronde Saviano – e il suo impero di libri, film, serie e format televisivi, nonché ospitate su giornali e reti di Stato – è più simile ormai a una spa che intende quotarsi in Borsa.

E difatti, come un re Mida che trasforma ogni cosa in oro, in margine alla presentazione editoriale di Bompiani, anziché parlare di libri, ha preso piede tra gli addetti ai lavori una voce nemmeno troppo incontrollata su di lui. La nuova collana sarebbe solo il primo passo di avvicinamento tra Saviano e la Bompiani in vista di un suo prossimo passaggio milionario proprio da Feltrinelli a Bompiani (da ponte, per dir così, fungerebbe il suo primo editor – Antonio Franchini, quello di Gomorra – che da qualche anno ha lasciato Mondadori per la direzione editoriale del gruppo Giunti). Inoltre il gruppo editoriale Giunti gode di ottima salute finanziaria, essendo per fatturato il terzo in Italia dopo Mondadori e Gems (quindi assai meglio di Feltrinelli).

Insomma, manco a dirlo trattandosi di Saviano, cherchez l’ argent.

DALL’ ALTO DEI CIELI

Certo, Feltrinelli potrebbe rilanciare con una controfferta stratosferica, a meno che non esista già una qualche clausola rescissoria milionaria, nemmeno Saviano fosse un blindatissimo CR7 della penna. Nel mentre, in mezzo a questo vorticare di zeri (non i tre del suo libro sulla cocaina, ma quelli dei milioni per lui simili a noccioline), Saviano continua a tuonare ispirato dall’ alto dei cieli. Da quando s’ è visto allo specchio con il barbone, si crede un novello nazareno che ogni giorno proferisce il suo discorso della montagna a una folla di credenti festosi o rapiti.

La presentazione della nuova collana è stata un’ ulteriore occasione di predicazione, benché il verbo savianesco abbia raggiunto da tempo i limiti del caricaturale involontario.

ERMENEUTICA BIBLICA

«Amate la parola che non ha paura di confrontarsi, la parola che è spiegazione e preghiera», ha detto.

«Amate chi spende con voi parole difficili. Amate chi non riduce il proprio pensiero a slogan. Amate la parola libera, la parola disobbediente, perché amandola amate voi stessi». Che tradotto pianamente, senza scomodare l’ ermeneutica biblica, significa: amate le parole di Saviano, affinché Saviano possa amare il proprio Iban.


Ma ‘sto 5G, a che serve?


(Bruno Ruffilli – la Stampa) – Il 2019 sarà l’ anno del 5G: partiranno le prime reti in Europa, Nord America, Cina, Australia e Giappone, arriveranno sul mercato i primi smartphone e altri apparecchi compatibili. Lo sviluppo della rete cellulare di prossima generazione prosegue veloce: è una rivoluzione, ma pure una necessità, visto che già il volume di dati scambiati nel 2024 sarà di 60 volte superiore a quello del 2013 e la maggior parte sarà generata da contenuti multimediali, come video, anche in diretta e a 360°. Presto le reti 4G diventeranno insufficienti per una tale mole di dati e sarà necessario utilizzare le frequenze del 5G anche per i servizi a banda larga mobile. Così nel 2024 il 25% del traffico mobile sarà su reti 5G.

Prossima generazione .

L’ ecosistema è composto da operatori, fornitori di servizi e produttori hardware. Da Sony a OnePlus, da Oppo a Netgear, Nokia, Samsung, Intel, LG: un po’ tutto il mondo dell’ hi tech è coinvolto. Tra le aziende in prima fila c’ è Qualcomm, che produce la maggior parte dei chip usati sugli smartphone. Il colosso americano, già nel 2016, aveva presentato il primo modem 5G: l’ X50 è adottato da una trentina di modelli in arrivo, alcuni dei quali visti in anteprima all’ ultimo Mobile World Congress.

Intanto ha annunciato l’ X55, capace di funzionare con tutte le reti esistenti, dal 2G al 5G, per facilitare il passaggio da una tecnologia all’ altra: un motivo in più per non precipitarsi ad acquistare i primi smartphone 5G, ma aspettare almeno fino all’ autunno. Tra le caratteristiche del nuovo modem c’ è la velocità: 7 gigabit per secondo in download e 3 gigabit in upload; migliorano anche le prestazioni con la rete 4G.

È più efficiente dal punto di vista energetico e questo permetterà di ridurre le dimensioni degli apparecchi: se la prima generazione di smartphone 5G rappresenta un compromesso tra dimensioni esterne e autonomia, con la seconda arriveranno sul mercato modelli meno ingombranti. Oltre a smartphone e hotspot wi-fi, il modem X55 è compatibile anche con altri dispositivi, dai pc ai sistemi per le auto.

Il futuro prossimo . La caratteristica più importante del 5G, più che la velocità, è però il bassissimo tempo di latenza, ossia il tempo che trascorre fra l’ invio dei dati e la ricezione della risposta. Si passa da qualche decina di millisecondi per il 4G a qualche millisecondo. Meno di un battito di ciglia, ma quanto basta, ad esempio, a frenare un’ auto in corsa prima di un incidente.

Senza il 5G è impensabile la guida autonoma: i veicoli, infatti, devono essere sempre connessi con un cervellone centrale, che elabora i dati di transito grazie all’ Intelligenza Artificiale e invia in tempo reale le istruzioni necessarie.

Applicazioni e servizi . In campo sanitario i pazienti potranno essere monitorati o visitati da remoto in tempo reale, un campo in cui si stanno sperimentando nuove soluzioni con l’ Istituto Italiano di Tecnologia. A livello industriale sarà poi possibile accelerare i processi di digitalizzazione e automazione, eliminando vincoli che rallentano le procedure di aggiornamento dei sistemi automatici.

Tagliando i fili, il ciclo produttivo potrebbe essere riconfigurato più velocemente per realizzare oggetti differenti, aumentandone l’ efficienza e diminuendo costi e inquinamento. Si potrà anche comunicare più facilmente in lingue diverse grazie a servizi di traduzione in tempo reale o giocare, utilizzando la potenza di calcolo di server remoti, e quindi migliorando le prestazioni e l’ autonomia dello smartphone (o della console).

Cosa fa l’ Italia . Ci stiamo muovendo in maniera più spedita rispetto ad altri Paesi Ue: le frequenze sono state assegnate, le sperimentazioni procedono, i primi servizi commerciali dovrebbero arrivare entro l’ anno. Ma il caso più eclatante è San Marino, che dalla fine del 2018 è diventata la prima nazione europea interamente 5G con copertura al 99%. La rivoluzione, insomma, è dietro l’ angolo e tuttavia non è detto che il 5G arrivi prima con gli smartphone: Huawei e altri produttori hanno presentato modem domestici che non hanno bisogno di essere connessi alla rete fissa e promettono prestazioni fino a tre volte superiori alla fibra ottica.


Vomero: la primavera è arrivata, la potatura degli alberi no!


Un nuovo pressante appello viene lanciato dalla collina del Vomero all’amministrazione comunale. “ Nonostante che oggi  è entrata la stagione primaverile e che i rami dei platani secolari, che adornano molte strade e piazze del quartiere collinare, siano oramai gemmati ed in qualche caso siano spuntate anche le prime foglioline,  non è ancora iniziata l’operazione di potatura –  afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. Un’operazione che si sarebbe già dovuta fare nei mesi scorsi pure in considerazione dei problemi che hanno afflitto, anche in un recente passato, tali alberature stradali “.

“ I rami di alcuni platani, che in diverse strade sono privi da tempo della necessaria potatura, arrivano oramai fino ai piani alti degli edifici, raggiungendo finestre e balconi  – continua Capodanno -. La qual cosa potrebbe costituire un problema per l’apertura degli infissi durante l’estate. Senza considerare che alcune di queste essenze, anche in un recente passato, affette da malattie quali il cancro rosa o contagiate dalle “cimici del platano“ sono state purtroppo eliminate o sono cadute. Una situazione che andrebbe costantemente monitorata, effettuando con rituale cadenza i necessari interventi. In qualche caso, peraltro, il peso dei rami è così elevato da far incurvare il fusto della pianta sulla strada con conseguenze immaginabili “.

“ Il caldo, con la bella stagione, non potrà che peggiorare questo stato di cose, riproponendosi presumibilmente le stesse situazioni che si sono verificate nelle estati precedenti – conclude Capodanno -. Da rilevare che già in passato pioggia e vento hanno abbattuto diversi  alberi malati, ed altri sono stati tagliati in quanto minacciavano di cadere da un momento all’altro. Molte delle fonti delle alberature eliminate sono rimaste da allora vuote. Chiediamo, dunque, ancora una volta, un intervento immediato ed urgente mirato a scongiurare che queste situazioni si ripetano, sia attraverso gli interventi di potatura sia con le necessarie cure dei platani malati. Inoltre bisogna mettere a dimora nuove essenze nelle  fonti d’albero ancora vuote “.

Al riguardo Capodanno sollecita, ancora una volta, l’intervento degli uffici competenti dell’amministrazione comunale.


I pisapippi e l’Emirato di Milano


(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Mi par proprio di sentirlo: ma dai, è troppo, così mi imbarazzate e poi chi glielo dice agli Amici della Scala, che già mi rimproverano di eccesso di accondiscendenza, salvo qualche repulisti in stazione Centrale, nei confronti degli stranieri.

Eh si, il sindaco Sala che come gli è già successo con incarichi e appalti opachi e infiltrazioni mafiose all’Expo, si è accorto con un certo ritardo della esagerata donazione che i sauditi hanno offerto alla Scala, una prima tranche di tre milioni di euro per entrare tra i soci fondatori del teatro. «Non per i diritti umani, perché non esiste una black-list governativa e perché il Cda non reputa l’Arabia Saudita un Paese con cui non si debba collaborare», ribadisce il Sindaco, che rimanda al mittente, il principe-ministro Badr dell’Arabia Saudita, il lauto contributo, inaccettabile, a suo dire, per mere questioni procedurali che però denuncerebbero la volontà della controparte di assumere un ruolo di gestione nelle scelte del prestigioso luogo della cultura milanese e italiana, esuberando da quello di generoso mecenate. Resta la volontà di continuare a collaborare, vedi mai, così come la fiducia del sindaco, catapultato sulla poltrona di primo cittadino su mandato della divina provvidenza, nei confronti della sovrintendente così sprovveduto da aver creduto nei politici, sic, che cambiano idea un giorno si e un giorno anche.

Eh si, devono essersi trovati spiazzati dall’atteggiamento del lombardo più autorevole del governo, che prima guarda all’Arabia Saudita come a un partner desiderabile e poi lo infila nella lista nera degli indesiderabili. Mentre invece avranno guardato con sollievo alle nuove aperture nei confronti dei più scatenati shopping victim che da anni fanno acquisti vantaggiosi in quel di Milano, grazie alla benevola disponibilità di un susseguirsi di giunte comunali fotocopie della gestione Moratti, quella che ha dato il via alla penetrazione del Qatar – prima malvisto dai governi in carica in qualità di petrol-monarchia finanziatrice del terrorismo, oggi diventato ambito “socio” commerciale, generoso compratore, munifico sponsor –  che ha occupato militarmente la capitale morale sul gradino più elevato delle gerarchie della finanza immobiliare più assatanata.

Ma quello che più ha contribuito alla trasformazione di Milano in terreno di conquista per i predatori del deserto e non solo, è stato Pisapia, al quale era stato attribuito un ruolo salvifico, quello della rottura col passato, quello della discontinuità sulla quale avevano scommesso i tanti pisapippi (la società civile di architetti, fotografi di moda, Pr, arredatori, stilisti, chef ), che oggi rialzano la testolina in presenza del tandem del rinnovamento, oggi  terzetto, l’araba fenice che risorge dalla cenere forte della empatia oltre che dell’unità di intenti: denigrazione del voto popolare sul referendum, abiura di mandato e tradizione “di sinistra”, sviluppismo delle Grandi opere intorno al buco con l’utopia del cemento intorno, europeismo scatenato, esecutivi (nazionali e locali) rafforzati con la riduzione del potere parlamentare rispetto a governo e sindaco, attenzione speciale “per chi innova, investe e produce”, Riva o Arcelor Mittal compresi.

Aveva fatto un gran brutta fine quel sogno, quando l’audace sindaco preferì tirarsi fuori dalla partita dell’Expo, lasciando il giocattolo già avvelenato nelle mani degli affaristi, dando luogo a uno dei più indecenti intrecci di interessi illeciti e di atti corruttivi  che l’intervento della magistratura ha marginalmente arginato. O quando ha manifestato la stessa apatica inerzia nel contesto della istituzione della Città Metropolitana nel corso della quale è stato consolidato il processo di trasformazione di Milano in città vetrina svuotata dai suoi abitanti spinti a forza nelle cintura metropolitana. Peggio ancora è andata per le speranze accese con 5 referendum consultivi che non erano un  piano di governo della città, ma ne fornivano indirizzi, e spente quando nessuno dei pronunciamenti ha trovato attuazione. O quando il voto su uno di quei 5 referendum, quello sulla piantumazione di  verde pubblico, è stato tradito tagliando centinaia di alberi sani, ultimo residuo polmone della città, per far posto ai cantieri della linea 5 del metrò. O quando con la privatizzazione-finanziarizzazione di A2A sono stati collocati ai vertici  soggetti  che hanno incrementato le falle di    una delle ex municipalizzate più indebitate d’Italia grazie a progetti dissennati come la centrale a carbone in Montenegro e l’integrazione in A2A della gestione dei rifiuti, per aumentarne la quota da incenerire.

Ed è ancora niente rispetto all’ideale di città perseguita dalla giunta Pisapia in totale continuità con la gestione Moratti, su cui spiccano i grattacieli che nemmeno Dubai interpreta più come monumenti alla modernità, tanto che cerca di appiopparli a noi, con la mega-sede di Unicredit progettata da Cesar Pelli (230 metri di altezza) o il Palazzo Lombardia, 161 metri, progetto di Pei-Cobb-Freed e Partners, prodotto della megalomania di Roberto Formigoni, in una foresta di torri tirate su  senza un piano particolareggiato del Comune e per iniziativa liberista e irregolare di società immobiliari, banche, presidenza regionale. O rispetto ai regali fatti al Qatar nell’ambito di quella che è stata definita una “Jihad” virtuale, immobiliare e finanziaria con l’acquisto a prezzo scontato del 40% dell’area di Porta Nuova, inteso a edificare quasi 300 mila metri quadrati del centro città, nei quartieri Garibaldi-Repubblica, appena oltre la cerchia monumentale dei Bastioni spagnoli. O se pensiamo allo strapotere concesso alla finanza immobiliare anche grazie allo sciagurato accordo di programma sugli Scali Ferroviari improntato a criteri di deregulation che trasformano l’urbanistica in negoziato privato tra amministrazione e imprese i cui appetiti vanno appagati, in questo caso spalmando in maniera pressoché indifferenziata 670.000 mq di superficie di cemento, per terziario, commercio, residenze di lusso e ricezione alberghiera per il turismo aziendale. O con l’autorizzazione nel Piano di Governo del Territorio a quello che viene definito il “mix funzionale libero” con cui si permette al privato piena libertà di intervento su tutto il tessuto consolidato della città.

E mentre i dati evidenziano una sorta di boom edilizio nel centro metropolitano, le tendenze rilevate sul fronte demografico segnalano la continua emorragia di popolazione a Milano  e una crescita robusta dell’hinterland, segno evidente che è in corso una espulsione degli abitanti per sostituirli con avventizi, per convertire il patrimonio residenziale in uffici, sedi di imprese e banche, grandi firme, residence e hotel.

A guardare a Milano, dove si è già consumato dietro a qualche battibecco di facciata, il sodalizio  tra Pd e Lega, a guardare al Lazio, a guardare a Taranto, c’è da preoccuparsi pensando all’Italia che potrebbe essere  nella futura età del “meno peggio”.


Dopo le piroette nel centrodestra, Nunzia De Girolamo sbarca a “Ballando con le stelle”


(Gimmo Cuomo – corriere.it) – Da studentessa modello a ballerina senza freni, passando per un ministero. Nunzia De Girolamo a «Ballando con le stelle». Per la quarantatreenne beneventana inizia comunque la terza vita. Anzi la quarta. E sì, proprio la quarta. La prima trascorsa come studentessa modello: studi classici, poi la laurea in Giurisprudenza, l’avvio della professione forense e la collaborazione, in qualità di ricercatrice, con l’università del Sannio. Colpo di scena. Anzi di fulmine. Folgorata, e sostenuta, da Silvio Berlusconi Nunzia avviò una sfavillante carriera politica culminata con la conquista di un ministero di primo piano, quello delle Politiche agricole. Ma fu costretta a lasciare in seguito a un’inchiesta sulle nomine nella Asl di Benevento.

Dopo una piroetta formidabile (il ritorno in Forza Italia dopo la parentesi nel Nuovo Centrodestra), alle successive elezioni politiche, penalizzata dalla posizione in lista, non riuscì a tornare in Parlamento. Fine della storia? Per nulla. Evaporata l’incazzatura la De Girolamo entrò nella terza vita, intraprendendo collaborazioni con i quotidiani Il Tempo e Libero. Poi, il ritorno da protagonista in tv a fianco di Massimo Giletti in Non è l’Arena.

Nuovo giro di valzer, è il caso di dirlo, ed ecco il nuovo cimento. E da «secchiona» quale si è sempre definita, Nunzia ha preso a prepararsi con scrupolo. Da quando ha accettato di partecipare a Ballando con le stelle, l’ex ministro ha rimesso in moto muscoli e nervi. Erano, più o meno, dieci anni che era praticamente ferma. L’attività politica, poi la gravidanza non le hanno infatti permesso di dedicarsi all’attività fisica.

Trascorre ormai più di tre ore al giorno negli studi Rai di Roma per provare passi ed evoluzioni col suo partner designato, il maestro Raimondo Todaro. Una coppia ben assortita: lei, 1 metro e 78 senza tacchi. Lui, sicuramente all’altezza. Senz’altro competitivi. Perché per Nunzia, nella scuola come in politica, l’importante è stato sempre vincere, non solo partecipare. Figuriamoci se si accontenterà proprio ora.

Pare di vederla, in una fantomatica riedizione di Pulp Fiction, nei panni di Mia Wallace (Uma Thurman) che impone al suo accompagnatore Vincent Vega (John Travolta) di ballare bene perché vuole a tutti i costi vincere la gara di twist al Jack Rabbit Slim’s. Ma che abiti indosserà realmente Nunzia-Uma per scendere in pedana si potrà scoprire solo nel corso della prima puntata. L’interrogativo è legittimo: De Girolamo ballerina sarà per forza di cose molto diversa dalla politica in rassicuranti tailleur Armani che mal si presterebbero a sostenere il ritmo della competizione. Nuova vita, nuovo look. Il Sannio sogna.


Pd Benevento, amministrative 2019: tavolo programmatico delle forze di centrosinistra


In vista delle elezioni amministrative del mese di maggio, che interesseranno 26 comuni della provincia, i nostri livelli organizzativi territoriali sono impegnati a costruire alleanze di ampio raggio interloquendo con il vasto e ricco mondo del centrosinistra, della società civile, del movimentismo e dell’associazionismo in genere.

In coerenza con la fase storica che stiamo vivendo, la costruzione dal basso di un centrosinistra rigenerato, plurale e inclusivo, alternativo al quadro politico intollerante, oscurantista e regressivo oggi maggioritario, rappresenta un’occasione imperdibile di rilancio e rinnovamento.

A tal fine, il PD è pronto a costituire, da subito ed in aggiunta a quanto si sta organizzando sui territori, un tavolo programmatico provinciale aperto a tutte le forze progressiste e riformiste sannite. Tavolo che, nel rispetto dell’autonomia dei livelli locali, funga da coordinamento e da supporto alle esperienze che intendano misurarsi con la prossima sfida del voto amministrativo.

L’idea, oltretutto, è di mettere a sistema pochi ma chiari fattori comuni che, pur nella consueta connotazione civica delle liste ammnistrative, caratterizzino e identifichino, in modo plastico, i programmi di governo locale. I temi del Climate change, della Sostenibilità ambientale e del Terzo settore, opportunamente calati ed adeguati ai contesti delle nostre piccole realtà, potrebbero essere alcuni dei punti qualificanti i programmi delle costituende alleanze.

Vogliamo un partito e un centrosinistra sempre più aperto al territorio e al civismo, collettore di una rete di associazioni e di relazioni in grado di consentire a ciascun cittadino di sentirsi rappresentato in virtù della vicinanza ai problemi concreti e alle esigenze reali delle nostre comunità.

In questo senso, il PD provinciale metterà a disposizione la sua organizzazione territoriale unitamente alle relazioni, alle esperienze, alle competenze ed ai profili di cui dispone, a partire dal consigliere regionale Mino Mortaruolo.

La proposta che avanziamo a tutti, da implementare nella massima apertura e inclusività, è di metterci subito in cammino.

 

Il Vice Segretario Provinciale

Giovanni Cacciano


In scena i soliti spot sui migranti. E intanto l’Ue ci bastona facendo saltare quattro banche italiane


(di Gaetano Pedullà – lanotiziagiornale.it) – I migranti salvati da una nave italiana in mezzo al Mediterraneo sono sbarcati ieri a Lampedusa, mentre via social il ministro Matteo Salvini continuava a farsi propaganda. “Arrestateli” ha chiesto il responsabile del Viminale, evidentemente dimenticando che se qualcuno ha commesso reati il suo ruolo gli consente ampiamente di disporne il fermo. Ovviamente per far questo servono atti formali e non i proclami via Tweet, che però tornano utili per crescere nei sondaggi e fare campagna elettorale. Salvini, sia chiaro, ha perfettamente ragione nel pretendere che non riparta il giochino delle Ong, con cui si sono fatte entrare illegalmente in Italia migliaia di persone. Ma rifiutare di soccorrere chi è in pericolo di vita in mezzo al mare è tutt’altra cosa, e su questo alla fine lo stesso leader della Lega non ha l’animo disumano che a lui stesso serve mostrare. Distratti da tutto questo, da vie della seta e decreti sblocca-cantieri – a dimostrazione di un Governo che nella sua interezza sta producendo molto – ieri è arrivata una sentenza storica. La Commissione Ue ha fatto saltare le quattro banche italiane finite in risoluzione, rovinandone i risparmiatori, impedendo di usare il Fondo di garanzia interbancaria, spacciato ingiustamente per un aiuto di Stato. Quella decisione – la milionesima che dimostra quanto Bruxelles gioca sporco contro l’Italia – ha come corollario il divieto di spendere il miliardo e mezzo stanziato in Manovra per risarcire i truffati delle banche. Chi dovrebbe aiutarci, insomma, ci spara contro. E qui sì che ci sarebbe qualcuno da arrestare.


Nuovi guai per i pastori sardi: arrivano Briatore e Farinetti, il gatto e la volpe del pecorino


(Riccardo Bruno – Corriere della Sera) – Flavio Briatore qui sulle montagne della Barbagia è ormai di casa. Negli ultimi due anni, da quando ha spinto e aiutato un gruppo di pastori a unirsi in società e produrre pecorino di qualità, è salito spesso. Per Oscar Farinetti, il fondatore di Eataly, è invece la prima volta. Chiede di tutto, ispeziona il caseificio, assaggia con avidità: «Questo è semistagionato? Madonna che buono».

In questa terra verde scuro macchiata dal bianco delle greggi in libertà, oggi tutti sono venuti ad ascoltare questa coppia di imprenditori insolita ma affiatatissima. Dopo foto di rito e convenevoli, la porta si chiude e restano loro due con i rappresentanti delle 14 aziende che hanno deciso di accettare la scommessa del patron del Billionaire. Farinetti esordisce: «Questo prodotto è straordinario ma dobbiamo saper raccontare la sua storia, farla conoscere a tutti».

Briatore va al sodo: «È meglio abbassare il prezzo di un paio di euro e conquistare nuovi mercati». Niente fronzoli, la riunione diventa operativa. Diego Manca prende la parola a nome di tutti gli associati sotto il marchio Bithi di Barbagia (nome ideato da Briatore: «È immediato, funziona con i clienti»): «Abbiamo fatto grandi passi avanti, ma non ci basta. Produciamo un milione di litri di latte all’ anno, solo il 5% diventa formaggio, il resto siamo costretti a venderlo a prezzi stracciati».

Problema comune, gli allevatori isolati preda di chi gioca al ribasso sulla loro pelle. «È giusto farsi pagare di più, ma bisogna meritarselo. Niente guerra tra poveri e distribuire il guadagno su tutta la filiera» avverte Farinetti. Il marchio Bithi è nato come una sfida, e vuole diventare un modello. Ricostruisce Briatore: «La prima volta mi presentarono una ventina di tipi di formaggio. Chiesi agli esperti di Oscar, ne abbiamo scelti 5, da quello fresco al vintage». Sì, lo chiama proprio vintage, non stagionato.

E ha anche suggerito che all’ esterno fosse scuro «come il cuoio di una scarpa di pregio». Idea di marketing, che ha funzionato. Il pecorino Bithi si serve con successo nei suoi locali, al Twiga in Versilia o a Montecarlo, e si trova anche nei ristoranti Cipriani e sui banconi di Eataly non solo in Italia, ma persino a Stoccolma e New York.

Briatore ci crede, e non lo fa per business. Farinetti lo prende amichevolmente in giro: «Spiegami tutto questo amore. Oggi siamo venuti qui con il tuo aereo privato, hai speso un sacco di soldi. E questi pastori sono pure tutti uomini…». E lui: «Forse lo faccio per espiare le mie colpe». Farinetti allora si fa serio: «Siamo diversi ma abbiamo tante cose in comune. Siamo tutte e due delle provincia di Cuneo, abbiamo quasi la stessa età, anzi io sono un po’ più giovane. Ma sopratutto ci unisce l’ amore per l’ Italia e le eccellenze di questa terra unica».

Gli allevatori mostrano con orgoglio come lavorano, seguendo tradizioni tramandate di padre in figlio, gli animali che vagano nei campi nutrendosi di quelle erbe aromatiche che donano al latte un sapore unico. «Questo è l’ habitat perfetto» sentenzia Farinetti. Aggiunge Briatore: «Qui si munge ancora sotto le stelle. E gli stazzi, le case dei pastori, sono bellissimi. Bisognerebbe farne degli agriturismi, portare qui i turisti dalla costa a mangiare e apprezzare questi prodotti». Nessuno si illude che basti così poco per risolvere ogni cosa. Uno degli allevatori più agguerriti alza la voce: «Vogliamo abbattere un sistema che non funziona».

Farinetti concorda. «Avete fatto bene a protestare, a far sentire la vostra voce. Ma non dovete aspettare che siano gli altri a cambiare le cose. La Sardegna deve essere salvata dai sardi». E ricorda che mezzo secolo fa le sue Langhe erano tra le aree più depresse del Paese: «Si mangiava la polenta con un’ acciuga appesa, e il padre stava attento che i figli non la raschiassero troppo. Se adesso è patrimonio Unesco, culla del vino e del tartufo, è per merito di chi ci vive». Messaggio ricevuto. I pastori fanno tesoro, strette di mano e sorrisi. Prima di andare via, Briatore e Farinetti buttano lì un’ altra idea: «E perché non provate a fare anche yogurt come quello greco? C’ è grande richiesta, con la qualità del vostro latte può essere una bomba».


Lo spacco d’Italia


(Marcello Veneziani) – È davvero curiosa e senza precedenti la situazione politica in cui ci troviamo: ci sono due forze che si radicalizzano ogni giorno di più agli antipodi ma governano insieme; e nel mezzo, al centro, ci sono le opposizioni. Non penso che ci siano uguali nel mondo e nella nostra storia.

Da una parte ci sono infatti i grillini che sono nemici sia della modernizzazione, come dimostrano le loro battaglie contro la Tav, le grandi opere, le infrastrutture, lo sviluppo, ma al contempo sono nemici della tradizione, come dimostra la loro posizione contro la difesa della famiglia, giudicato un ritorno di sfigati al medio evo; la loro refrattarietà ai temi nazionali, alla sicurezza, alla salvaguardia della civiltà e all’amor patrio. Dalla parte opposta ci sono i leghisti di Salvini che si presentano esattamente in senso contrario come la forza che da un verso vuole modernizzare il paese, renderlo efficiente, pieno di cantieri e di opere pubbliche e dall’altro verso vuole salvaguardare la famiglia naturale, la società tradizionale, la civiltà e la sicurezza nazionale.

Nel mezzo, invece, ci sono le forze di opposizione: la sinistra sposa la modernizzazione ma è contro la tradizione (semplifico per capirci) e il berlusconismo è per la modernizzazione ma è diviso al suo interno tra il modello liberal e il modello conservatore. Se la Lega abbraccia, seppur in versione politica e polemica Dio, patria e famiglia, i grillini al contrario sono per la Decrescita, il Global e la Rete egualitaria. I leghisti sono futuristi in tema di sviluppo e tradizionalisti in tema di valori; i grillini al contrario sono modernisti in tema di valori e “medievali” in tema di strutture e infrastrutture.

In politica estera lo schema si ripete, con la Lega che sceglie decisamente il campo occidentale ma non rinuncia all’attenzione privilegiata nei confronti della Russia di Putin e i grillini che scelgono la via sudamericana e strizzano l’occhio a chi capita, Cina inclusa, senza una visione strategica. Il loro unico, fragile punto d’unione è la critica alla tecnocrazia europea e al suo modello impositivo d’austerità e sottomissione.

È uno scenario atipico, che non deflagra solo perché è reciproco interesse durare al governo. Ma possiamo trarre una lezione sorprendente. Al di là del paesaggio politico e delle forze in campo, si delinea un modello bipolare profondo e tenace, che ricalca, nei temi e nei modi di oggi, la divisione storica e ideologica tra destra e sinistra, o meglio tra identitari e global. I progressisti sono per la modernità, i conservatori sono per la modernizzazione; i radical sono per l’emancipazione, gli identitari sono per la civiltà; i progressisti sono per la difesa dell’ambiente, i conservatori sono per la salvaguardia della natura; i progressisti sono per la cittadinanza globale, i tradizional-comunitari sono per la patria, la famiglia e il legame religioso. Poi ci sono attraversamenti, contaminazioni, passaggi di campo e scelte contingenti o solo opportunistiche. Ma il quadro bipolare regge e permea le forze in campo. Arrivo a dire che le forze al momento prevalenti sono interpreti passeggeri di quella polarizzazione. Ma loro passano, invece quei due mondi restano. La differenza è prepolitica, preculturale, antropologica, passionale.

In questa situazione bipolare fondata su idee, sensibilità, mentalità contrapposte con veemenza, non c’è oggi alcuna forza in campo e alcuna istituzione capace di mediare, indicando un possibile terreno di compromesso. Per fare un esempio di questi giorni: in tema di famiglia, la divaricazione è netta e non prevede zone intermedie, sono pro o sono contro il Forum delle famiglie. A favore sono i leghisti e Fratelli d’Italia, contro sono le sinistre, la Bonino e i grillini. I berlusconiani non sono nel mezzo ma si dividono a loro volta tra gli uni e gli altri (tendenza Gasparri-cattolici o tendenza Prestigiacomo-Carfagna) e Berlusconi ondeggia, va dove lo porta il core business. Manca quel che nella scena politica italiana è sempre stata fin troppo ingombrante: la mediazione al centro, democristiana, incline al compromesso. Sto fotografando una situazione e non esprimo un auspicio. Il divario si è allargato e prima o poi il governo in carica finirà dentro la crepa, quando si accorgeranno che è un burrone.

La Verità 19 marzo 2019