Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il terrorista


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Educati come siamo a “guardare ma non toccare” la roba d’altri, a non calpestare le aiuole, a non disturbare il conducente e altri bei comandamenti (inclusi i dieci canonici), nutriamo la più profonda antipatia per chi spacca vetrine. E anche per chi istiga a farlo. Ma, leggendo le accuse a Youssef Siher, ex stagista del nostro sito e ricercatore dell’Ispi, ci sorge qualche interrogativo. Non sulle accuse in sé […]


La protesta dei ragazzi non si ferma: “Il 30 ottobre scenderemo in piazza più furiosi”


Riflettori accesi sui 50mila che hanno manifestato sabato scorso nonostante il fermo del promotore del Movimento 17 Ottobre

La protesta dei ragazzi non si ferma: “Il 30 ottobre scenderemo in piazza più furiosi”

(di Alessandra Ziniti – repubblica.it) – «Ma caro governo, se le piazze sono invase e le strade prese d’assalto, non è per la mente di uno, è per la rabbia di tutti. Il 30 ottobre scenderemo in piazza ancora più furiosi. Tutti liberi! Youssef libero».

Youssef Sahir è in carcere, le pagine del suo Movimento 17 ottobre ferme ormai da tre giorni ma la protesta delle migliaia di ragazzi che avevano aderito agli account Telegram e Instagram non si ferma. I 50mila scesi in piazza sabato scorso in tutta Italia, nonostante il disorientamento provocato dal mancato arrivo delle indicazioni sui luoghi dove ritrovarsi città per città, preoccupano il Viminale. I manifestanti sono comunque riusciti a ritrovarsi, hanno dato vita a cortei non autorizzati, in alcune città si sono anche scontrati con le forze dell’ordine.

Le prossime manifestazioni guidate da Usb

La preoccupazione, dunque, a pochi giorni dalla nuova giornata di manifestazioni indetta per venerdì 30 ottobre dal sindacato autonomo Usb è quella solita. E cioè che possa verificarsi, soprattutto in alcune città come Torino, Milano, Bologna, Roma, quella che l’intelligence definisce la saldatura tra anarchici, antagonisti, centri sociali, studenti, Propal e naturalmente le migliaia di ragazzi molto giovani che si erano riuniti sotto le bandiere del Movimento 17 ottobre.

Cybersecurity segue i flussi sul web

In questi giorni il lavoro degli esperti della Polizia postale e della Cybersecurity scandaglia il web per seguire il flusso delle adesioni a vecchi e nuovi gruppi, su chat criptate e piattaforme come Telegram e Signal. Molti i gruppi che sono già venuti allo scoperto con post su Instagram come Galassia antisionista, associazioni di giovani di seconda generazione, Potere al Popolo, tutti uniti nella solidarietà a Youssef Siher al grido di “Quindi organizzare una manifestazione è reato? Organizzare il dissenso è reato? Siamo con Youssef Siher”.


Mantovano, molti ragazzi prima di darsi a saccheggi hanno assunto droghe


(LaPresse) – “Spesso i media sono infestati da messaggi molto suggestivi e suadenti verso l’avvicinamento sostanze stupefacenti, tanto più se si frequentano anche alcuni social. Questi messaggi passano, e in persone il cui sviluppo e la cui maturità è ancora in corso di formazione purtroppo certi messaggi vengono raccolti”.

Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano intervistato, via streaming, al Festival delle Regioni in corso a Firenze. “La vicinanza agli stupefacenti purtroppo attraversa ogni forma di devianza che oggi è presente a livello adolescenziale.

Nei disordini del 17 e 18 ottobre, e anche in quelli molto più contenuti e circoscritti dell’ultimo fine settimana, non trascuriamo un aspetto che purtroppo non ha avuto evidenza come gli altri, e cioè che molti di questi ragazzi, o almeno una fascia perché non voglio generalizzare, prima di darsi alle devastazioni, ai saccheggi, hanno assunto sostanze stupefacenti – ha dichiarato Mantovano -.

Ed è ovvio che se io conduco un’autovettura e taglio i freni, poi vado a sbattere. Purtroppo l’assunzione delle sostanze equivale al taglio dei freni nei comportamenti, anche in quelli che possono partire da una volontà di libera manifestazione e poi degenera in ciò che abbiamo visto”.


Epstein, il segreto più oscuro di Trump


DEM PUBBLICANO TESTIMONIANZA SHOCK, ‘TRUMP MI VIOLENTÒ BRUTALMENTE NEL ’93’

(ANSA) – WASHINGTON, 26 OTT – I dem della Commissione di Giustizia della Camera hanno reso noto una testimonianza shock in cui una donna accusa Donald Trump di averla violentata “in modo brutale” nel 1993. Lo riporta l’Huffinghton Post sottolineando che Beatrice Keul, questo il nome della donna,

ha raccontato in Commissione che il presidente l’avrebbe violentata in una camera del Plaza Hotel di Atlantic City, di proprietà dello stesso Trump, nel 1993. L’episodio sarebbe avvenuto dopo che i due avevano trascorso del tempo con Jeffrey Epstein. La testimonianza fa parte di un rapporto nel quale i dem chiedono la nomina di un procuratore speciale sul caso.

‘TRUMP PARTECIPÒ AD ABUSI EPSTEIN’, DEM CHIEDONO LA NOMINA DI UN PROCURATORE SPECIALE

(ANSA) – WASHINGTON, 26 OTT – Qualora dovessero riconquistare la maggioranza nelle elezioni di metà mandato, i democratici della Camera non hanno alcuna intenzione di abbandonare le indagini volte a stabilire se Donald Trump sia stato coinvolto nella rete di traffico sessuale di Jeffrey Epstein.

Un nuovo rapporto dei democratici della commissione Giustizia della Camera pubblicato oggi chiede, infatti, la nomina di un procuratore speciale che indaghi sui legami del presidente col finanziere pedofilo sostenendo che egli sia stato “un partecipante attivo agli abusi sessuali perpetrati da Epstein ai danni di giovani donne tra la metà e la fine degli anni Novanta”.

Sebbene il Congresso non abbia il potere di nominare un procuratore speciale, il rapporto sostiene la necessità di un maggiore sostegno federale per coadiuvare le indagini, a livello statale e internazionale, sui complici del mostro. “Le donne sopravvissute agli abusi di Epstein meritano di essere ascoltate, il Congresso deve poter accedere ai fascicoli completi, come previsto dalla legge,

un procuratore speciale indipendente deve indagare sui complici e sull’ insabbiamento operato dal dipartimento di Giustizia, garantendo al contempo che i magistrati, sia negli Stati Uniti che all’estero, dispongano delle prove necessarie per perseguire la giustizia», ha dichiarato in un comunicato Jamie Raskin, esponente di spicco dei democratici nella commissione.


Di Battista parla del malore accusato a Cuba


DI BATTISTA, A CUBA HO AVUTO PAURA DI MORIRE, MELONI È STATA UMANA

(ANSA) – ROMA, 26 OTT – “A Cuba ho avuto proprio paura di non rivedere i miei figli. Avevo paura di morire. Il neurochirurgo mi ha operato in condizioni drammatiche, in un ospedale senza acqua e luce. Hanno scritto così tante scemenze, alcuni giornali mi hanno dato per morto. È il tema della comunicazione di oggi: conta più arrivare primi che scrivere la verità, sai i click contano e quindi ‘Di Battista è morto’. Ho fatto un po’ di querele”.

Così Alessandro Di Battista in una intervista ai microfoni del podcast Vox On Air. “Meloni – aggiunge – mi ha chiamato e mi ha quasi voluto rassicurare… ‘guarda intervengo, sistemiamo questa scemenza’. Si rendeva conto: ‘questa persona sta male, al di là del mondo, in un ospedale con medici eccezionali… togliamogli almeno questa preoccupazione, facciamogli capire che non si deve preoccupare sull’impatto mediatico di questa scemenza’, e quindi è stata umana”.

DI BATTISTA, DELUSO DA DI MAIO MA ORA E ACQUA

(ANSA) – ROMA, 26 OTT – “Vedere certe sue virate è stata una delusione, umana e politica. Mi ha fatto incazzare tanto, tant’è che abbiamo raffreddato moltissimo il nostro rapporto. Noi eravamo diventati amici, anche più che amici, perché stavamo sulla stessa barricata.

Luigi è sempre stata una persona molto ambiziosa, e non è per forza sbagliato, ma sono convinto che molte cose che ha sostenuto in realtà le ha sostenute più per convenienza che per convinzione. E questa cosa mi ha deluso. Però lui in questa fase è stato presente, e mi ha dato una mano, per me è tutta acqua passata”.

Così Alessandro Di Battista in una intervista ai microfoni del podcast Vox On Air, interpellato su Luigi Di Maio. Riguardo ai Palazzi della politica Di Battista osserva “sono costruiti per farti staccare dalla realtà”. “Il corridoio dal quale si accede alla Camera dei deputati – aggiunge – viene chiamato il corridoio delle anime perdute. Io sostengo che i divanetti siano fatti in pelle umana…

È un palazzo costruito per farti credere che sei il migliore del popoluccio che ti ha eletto”. Infine, riguardo all’addio a M5s sottolinea: “Io me ne ero un po’ stancato… L’esperienza del governo con la Lega l’ho sempre ritenuta utile per portarli a spasso… Il governo con la Lega ha approvato delle cose molto buone per me. Il governo Draghi, quello è stato per me il punto di non ritorno”.


Solo i giovani possono battere le destre, ecco perché Meloni ce l’ha tanto con loro


(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – È successo ieri in Brasile e in Serbia, era già successo in Ungheria, a Berlino e in Italia, col referendum sulla giustizia. In un mondo che sembra andare sempre più a destra, la partecipazione giovanile è la chiave per ribaltare il tavolo. Lo capiranno, finalmente, le opposizioni in Italia?
Adesso avete capito perché a Meloni e compagnia fanno così paura le piazze piene di giovani? Perché il fango mediatico, perché la criminalizzazione, perché i decreti sicurezza contro di loro? Semplice: perché sanno che sono gli unici che, se si svegliano, possono farli perdere.

È già successo, del resto. Il 22 e 23 marzo al referendum sulla giustizia, dove la partecipazione al voto dei giovani è stata decisiva, visto che sei su dieci hanno votato No alla riforma di Meloni e Nordio.  È successo in Ungheria, il 12 aprile, con la Gen Z decisiva per la vittoria di Péter Magyar su Viktor Orban.  È successo qualche settimana fa a Berlino, dove per la prima volta votavano anche i sedicenni e dove la sinistra della Linke ha vinto prendendosi il 48% del voto degli under trenta.

E ancora: è successo, giusto ieri, in Serbia, dove la Lista degli Studenti ha sconfitto la destra di Aleksandar Vučić. È successo, ieri notte, in Brasile, dove il presidente uscente Lula ha ribaltato l’esito del primo turno sconfiggendo Flavio Bolsonaro, grazie al voto e alla mobilitazione dei giovani che hanno riempite le piazze per lui nelle ultime due settimane.

C’è un filo rosso che unisce queste storie, e non è ideologico, ma è comunque politico. Non stiamo parlando di giovani di sinistra, per intenderci. A geometria variabile, e con diverse declinazioni tra un Paese e l’altro, stiamo parlando di ragazzi che vedono nelle destre qualcuno che antepone il presente al futuro. Che vuole restringere gli spazi di libertà. Che preferisce conservare le rendite di posizione degli anziani o di gruppi di potere consolidati. Che preferisce le guerre alla pace. Che non si occupa di crisi climatica.

È un voto contro, in molti casi. Ma dove accade, quando accade, è perché c’è una proposta alternativa che non è semplicemente il meno peggio, ma che intercetta dei bisogni concreti e lo fa in modo sincero e credibile. Per dire: negli Stati Uniti la fiducia in Trump tra i giovani è a picco, ma i sondaggi dicono che questo si sostanzia soprattutto in un calo ulteriore della partecipazione al voto alle elezioni di metà mandato, in assenza di un’alternativa credibile.

Ed è qui che si annida il memento mori per le non-destre di casa nostra. Anche da noi – l’abbiamo visto nelle ultime settimane, ma lo stiamo vedendo da un anno – le piazze sono piene di giovani. Anche da noi, è dalla Gen Z che parte la critica al governo Meloni, su giustizia, politica estera, casa, scuola, clima. Anche da noi, tuttavia, le opposizioni scontano l’assenza di un’alternativa credibile, come negli Usa.

C’è un dato, che più di tutti deve preoccupare Schlein, Conte e compagnia: al referendum, la partecipazione al voto dei giovani è stata del 67%, alle elezioni europee di un anno prima, del 47%. Il giochino è semplice: se in primavera, quando si voterà per il rinnovo di parlamento e governo, gli under 30 andranno a votare come al referendum, è abbastanza probabile che la destra finirà all’opposizione. Se andranno a votare come alle europee, il Meloni bis sarà quasi una certezza.

Meloni l’ha capito benissimo, l’andazzo. E infatti, sta facendo di tutto per spegnere gli entusiasmi dei giovani, per tenerli lontani dalle piazze, per restituire di chi scende in piazza un’immagine distorta, violenta, criminale. Chi non lo sta capendo – o lo sta capendo poco, o non lo sta capendo abbastanza  – è chi a Meloni si oppone. Che dovrebbe smetterla di guardarsi l’ombelico e parlare di primarie e perimetri di alleanze. E guardare davvero a quel che accade in piazza.

Non per strumentalizzare i giovani, non per intestarsi le loro battaglie. Ma per sostenerli davvero, dando loro centralità nella costruzione del programma e spazio nelle liste elettorali. Cercando davvero di cogliere nelle loro proteste non tanto il grimaldello per vincere quanto una nuova visione del mondo e della società da abbracciare e fare propria. Il minimo sindacale, insomma, per essere davvero un’alternativa credibile alle destre-

Ce la faranno, i nostri eroi? Le scommesse sono aperte.


Salvare l’Italia dall’abbandono: una nuova politica dell’immigrazione


(Piero Bevilacqua – lafionda.org) – L’agricoltura italiana costituisce oggi un settore minore in termini di forza lavoro occupata e di ricchezza prodotta: circa 1,4 milioni di addetti e intorno al 2% del PIL. E tuttavia essa svolge un ruolo strategico nello sviluppo nazionale, molto più rilevante di quanto non dicano le cifre settoriali. È la base dell’industria alimentare e della nostra cucina, che, insieme alla ristorazione, portano al 7% il totale della ricchezza prodotta. Un ambito, quest’ultimo, il cui valore reale non è calcolabile per il peso che ha poi sull’attrattività turistica del nostro paese. Ho raccontato questo legame storico millenario nel mio Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo, Laterza, 2017. Si dimentica, tuttavia, che l’attività agricola, soprattutto quella che si svolge nelle aree collinari, il grande lascito dell’agricoltura contadina, incarna il patrimonio storico del paesaggio agrario italiano. Vale a dire non solo il paesaggio “artistico” della Toscana, dell’Umbria e delle Marche, ma anche quello della policoltura delle regioni meridionali e della Sicilia. Una delle dotazioni storiche che, insieme ai tanti impareggiabili siti naturali, alle nostre città e al patrimonio artistico e monumentale, fa dell’Italia il Bel Paese (Mauro Agnoletti, a cura di, Paesaggi rurali storici. Per un catalogo nazionale, Laterza, 2011).

Ma l’agricoltura, da tempo, per ubbidire a logiche sempre più travolgenti di mercato, si va restringendo alle aree di pianura, in forma di monoculture su base industriale, debolmente contrastate dall’agricoltura biologica, che pure ha un discreto rilievo ed è tra le prime in Europa. Il fenomeno ha conseguenze economiche, sociali e ambientali di vasta portata. In Italia, in 16 anni, tra il 2000 e il 2016, è scomparso il 46,8% delle imprese (Michele Nori e Domenica Farinella, Migration, Agriculture and Development, Springer, Cham, Switzerland, 2020). Un vero e proprio dimezzamento della geografia produttiva. Le piccole e medie imprese collinari e montane, sede storica della biodiversità agricola italiana, sono state costrette a chiudere a causa della pressione sui prezzi delle grandi catene della commercializzazione. Così le terre lungo la dorsale appenninica e preappenninica, le cosiddette aree interne, si vanno da tempo desertificando. Sono scomparsi i piccoli produttori, è scomparsa l’economia originaria di tante aree ed è così venuta meno la ragione della permanenza di tante famiglie nei paesi. Si tratta di una perdita drammatica per rapidità e intensità, che è alla base dello spopolamento di tanti centri abitati, paesi, borghi, piccole città. Ma l’abbandono di queste aree, dove non viene effettuata nessuna attività produttiva, non è solo un danno rilevantissimo per l’economia nazionale. Non solo non si producono beni agricoli e pastorali, ma rimangono inutilizzate e preda degli incendi estivi vastissime aree boschive, mentre nei paesi vanno in rovina patrimoni edilizi e spesso monumenti di pregio artistico, oltre che storico. Oggi il numero dei centri che perdono popolazione, secondo i dati Istat del 2023, supera il 57% del totale dei comuni italiani, ma quelli ampiamente spopolati, concentrati in prevalenza nel Mezzogiorno, sui quali non esistono cifre ufficiali, si calcolano intorno ai 4.000. In Italia ci si ricorda di queste realtà quando si evoca, a fini pubblicitari, la bellezza di qualche borgo. Ma in questo caso non siamo solo di fronte a una perdita di ricchezza sottratta all’economia nazionale. L’abbandono di montagne e colline ha anche, quale gravissimo effetto collaterale, la perdita delle figure che per secoli hanno provveduto al controllo e alla manutenzione di quel territorio. I contadini non si limitavano a coltivare e raccogliere, ma incanalavano le acque piovane, riparavano i muretti, intervenivano sulle piccole frane, ripulivano i boschi, controllavano gli incendi sul nascere, ecc. Questa assenza di controllo dei processi erosivi che avvengono a monte, oggi molto più che in passato, espone gli insediamenti, le aziende, le infrastrutture delle pianure e le città ai danni sempre più frequenti di alluvioni e frane. La ricchezza del paese, la “polpa”, ormai concentrata qui e nelle fasce costiere, è, con ogni evidenza, sempre più esposta agli effetti degli estremi atmosferici. E i danni saranno sempre più devastanti negli anni a venire, sia per effetto della maggiore violenza che vanno assumendo i fenomeni per via del riscaldamento globale, sia per la dilagante, irresponsabile ondata di cemento che ha coperto nei decenni le periferie urbane, un tempo sede di orti e di incolti. Com’è ormai empiricamente provato, le strade delle città diventano letti di fiumi in occasione di piogge intense. E saranno fiumi gonfi di fango e rocce disfatte se le colline saranno in abbandono.

Dunque, nell’indifferenza e nella più profonda ignoranza generale della propria storia e della propria geografia – causa non ultima del nostro precipitoso declino –, l’Italia si trova di fronte a un grandioso problema economico, demografico, sociale, territoriale e ambientale. La nostra Penisola letteralmente va in rovina, come ci ricordiamo, col solito effimero chiacchiericcio, a ogni puntuale disastro stagionale. La domanda che si impone perciò è: esistono le condizioni per avviare una controtendenza? Sì, esistono, e non si tratta di rivendicare un po’ di cantieri e di opere pubbliche. Non è a un intervento di riparazione che occorre pensare, a sanare i guasti antichi e recenti delle nostre pianure, a ristrutturare qua e là qualche sito, arginare qualche frana, ridurre i disagi di qualche nuovo disastro. Insomma, non si tratta di far guadagnare un po’ di soldi a qualche ditta di costruzioni amica dell’esponente politico locale più influente. Questa postura, che ignora storia e geografia, è solo una superficiale cura dei sintomi. Occorre mettere in campo, con un po’ di lungimiranza politica, il grande ma non irrealistico progetto di riportare le persone nelle aree di altura. I territori si proteggono quando sono abitati.

Com’è noto, oggi l’agricoltura italiana – come quella di tutti i paesi industrializzati – non esisterebbe senza forza lavoro immigrata. In assenza di lavoratori pakistani o rumeni, afgani o senegalesi, quasi nessun prodotto verrebbe raccolto dai campi, nessun animale sarebbe più allevato nelle stalle. Attualmente la componente di forza lavoro immigrata attiva nel settore agricolo si aggira intorno al 34% del totale degli occupati (Michele Colucci, Braccianti stranieri nell’agricoltura italiana: un profilo storico nel periodo repubblicano, in «Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana», 14 giugno 2022). E probabilmente si tratta di cifre sottostimate, vista l’illegalità che domina nel settore. Ora si tratterebbe di organizzare e dare nuova forma a ciò che avviene da anni come processo spontaneo e talora clandestino. Non si capisce perché tanti giovani immigrati che arrivano in Italia possano svolgere il lavoro semischiavile di braccianti nelle più sperdute campagne e non possano dirigere delle aziende agricole cooperative con un minimo di supporto iniziale. Oggi la possibilità di ridare vita a tanti territori del nostro Sud, e non solo, è legata indissolubilmente a una politica di accoglienza, che non può essere tuttavia lasciata alla disorganizzazione italiana. Fare entrare masse di migranti senza una programmazione territoriale, in assenza di un investimento economico significativo per la loro collocazione dignitosa ed economicamente utile, significa scaricare disagi sui ceti popolari delle aree marginali delle nostre città. Con le conseguenze politiche che conosciamo. Ma l’immigrazione è un fenomeno complesso, che andrebbe pensato liberandosi della logica coloniale che ispira spesso le nostre analisi, inquadrandolo in una larga visione geopolitica. Non possiamo dimenticare che, se noi per un verso accogliamo persone che fuggono dalla miseria, dalla guerra e da disastri ambientali (frutto spesso di saccheggi antichi e recenti perpetrati dall’Occidente), per un altro verso sottraiamo forze e talenti a paesi poveri, non sempre li svuotiamo di bocche da sfamare che eccedono le risorse locali. L’Italia meridionale è stata letteralmente saccheggiata delle sue migliori intelligenze dall’attrattività del Centro-Nord. Appare evidente che nella regolazione del fenomeno migratorio occorrerebbe oggi un salto di qualità sul piano culturale e giuridico, mentre noi siamo fermi a una legge di ispirazione neocoloniale, la Bossi-Fini del 2002.

Dunque, grazie all’immigrazione, vastissime aree collinari e montane, soprattutto del nostro Mezzogiorno, oggi abbandonate, potrebbero rifiorire grazie a nuove e antiche economie, attraendo le forze che possono praticarle. Anche tanti nostri giovani senza prospettive nelle città potrebbero trovare nuove ragioni ideali di impegno se l’ingresso nel lavoro agricolo diventasse parte di un più generale progetto di valorizzazione della biodiversità e varietà agricola e di salvaguardia e tutela ambientale del nostro paese. Molte cose si possono fare se si è capaci di guardare oltre il depresso orizzonte delle classi dirigenti più inette, mediocri e irresponsabili della storia repubblicana. Non si tratta semplicemente di esortare la gioventù a tornare a zappare la terra, ma di realizzare un grande progetto di progresso culturale, estetico ed economico, di riequilibrio del rapporto tra le popolazioni e il loro territorio. Tanto più che il riscaldamento climatico renderà le aree d’altura sempre più preziose per l’abitabilità umana e la possibilità di nuove produzioni. E qui, per brevità, trascuro di far cenno a tutte le attività collaterali che si possono svolgere su queste terre, non solo quelle legate all’agricoltura, che è da tempo un’“economia multifunzionale”, ma anche quelle dipendenti dal patrimonio boschivo, quelle ricavabili dall’allevamento avicolo, dall’uso e dalla valorizzazione delle acque interne, dall’impianto di centri di produzione di energia solare, ecc. Occorre perciò investire soprattutto nell’organizzazione dell’accoglienza dei migranti, nella formazione e nell’offerta di condizioni dignitose di vita, di tutela sindacale e di supporto economico per trasformare un grande problema umano e demografico in una leva di rinascita. E gli insediamenti non possono essere lasciati al caso: bisogna dotare i centri abitati di servizi (scuole, presidi sanitari), fornendoli di trasporti adeguati che consentano ai nuovi abitanti facilità di spostamento. Non si può pensare a un insediamento che somigli a una deportazione. In questo compito, i sindaci potrebbero svolgere un ruolo rilevante, soprattutto offrendo a chi arriva una casa, un abitato in cui vivere in comunità, dove poter stabilire rapporti umani. Quello di Riace è un esperimento di successo che andrebbe sviluppato e arricchito nella sua applicazione. Gli amministratori locali dovrebbero promuovere un censimento delle terre agricole disponibili nel loro comune. Il previsto arrivo di famiglie di immigrati li dovrebbe spingere anche a realizzare un censimento del patrimonio abitativo. A questo scopo, essi avrebbero la possibilità di ricorrere ai tanti giovani diplomati e laureati, in grado di muoversi negli uffici regionali e comunali, ma anche nel territorio, al fine più generale di censire i beni disponibili in ambito comunale (boschi, acque, aree protette, resti monumentali, ecc.). Questo consentirebbe di offrire un po’ di lavoro a tanti ragazzi e ragazze e di rendere consapevoli gli amministratori delle risorse disponibili, spesso ignote e inutilizzate.

Le risorse finanziarie, attraverso l’azione delle Regioni, dovrebbero essere attinte dai Fondi europei per la coesione sociale – che oggi i dementi a capo dell’UE vogliono destinare agli armamenti –, utilizzabili soprattutto per creare reti infrastrutturali in grado di assicurare una maggiore mobilità sul territorio, e dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale. Un fondo che può essere attivato attraverso i Programmi di sviluppo rurale, da tempo più o meno utilizzati nelle regioni italiane. È evidente che tutto questo, tra l’altro, spingerebbe i dirigenti locali a uno sforzo programmatorio in grado di incidere sulla qualità della politica locale. Infine, occorrerebbe rivendicare un Reddito di Presidio Ambientale per tutti coloro che operano sulle alture, perché svolgono un compito di protezione fondamentale per le economie delle pianure, offrendo un servizio di utilità generale all’intero Paese. Non è una pretesa eccessiva: bisogna diffondere tra gli italiani la consapevolezza e la cultura della dimensione ambientale in cui si iscrivono i rapporti e le realtà economiche.

Si tratta dunque di un disegno vantaggioso sotto più profili e ricco di prospettive, che affronta in maniera coraggiosa il problema demografico più drammatico del nostro tempo. L’Italia, paese che si spopola – vanno via in media 175 mila persone ogni anno e il numero dei morti supera quello dei nati –, penisola nel cuore del Mediterraneo, potrebbe offrire questo progetto di visione e lungimiranza all’Europa intera. Paesi come la Francia e la Spagna, ad esempio, sono da sempre sottopopolati. E non è un libro dei sogni, una poetica utopia. I soldi non mancano. Che il governo Meloni abbia speso centinaia di milioni per creare un centro di deportazione in Albania prova oggi grottescamente che esistono le risorse per realizzarlo, sottraendole a un fallimentare intento di segregazione razziale.


La conversione di Pomigliano d’Arco: dalla produzione di auto a quella di missili


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Là dove c’era la produzione di auto ora c’è quella dei missili. La parafrasi di Adriano Celentano ben riassume la parabola di Pomigliano d’Arco, per decenni volto dell’automotive napoletano e meridionale. Oggi, tra le pieghe della crisi del settore, si insinua la produzione militare. È recente la scelta di portare MBDA, leader mondiale nella produzione di missili e sistemi d’arma complessi, in quest’area industriale, in capannoni pronti all’uso che avrebbero potuto ospitare un futuro diverso per la città, come sottolineato da associazioni e partiti locali. Rispetto all’attuale status quo — che vede già presente Leonardo, coi suoi reparti civili, e Avio, specializzato nella fornitura di componentistica per l’aeronautica civile e militare — il salto di qualità è netto.

La storia industriale di Pomigliano d’Arco nasce con due volti: uno aeronautico e l’altro automobilistico. Per decenni il polo viene associato, nella memoria collettiva, allo stabilimento dell’Alfasud-Alfa Romeo, che nel periodo di massima estensione, più o meno a metà degli anni ’70, contava oltre 15mila lavoratori. Poi il progressivo declino e i diversi passaggi di proprietà, tra FIAT, FCA e infine Stellantis, che oggi conta qualche migliaio di dipendenti. Su di loro grava il peso della precarietà e dei licenziamenti periodici, giustificati dalla multinazionale italo-francese con la crisi delle vendite.

In un periodo di riassetto industriale, a beneficiare dell’arretramento del settore automobilistico, visti anche gli attuali venti bellici e le aperture politiche alla riconversione militare delle fabbriche, potrebbe essere il comparto aereo. Per il momento, quest’ultimo si espande nei capannoni della Leonardo. Qui è stato infatti inaugurato il nuovo polo campano di MBDA, già presente a Bacoli. Il principale consorzio europeo della produzione missilistica è partecipato al 25% proprio dalla Leonardo, che in questo modo implementa a Pomigliano il settore militare, affiancandolo a quello civile. Le attività MBDA si muoveranno lungo tre direttrici: sistemi d’arma complessi (missili, lanciatori e relativa tecnologia di controllo), lavorazioni ceramiche per le “punte” dei missili e interventi di precisione su componenti metallici.

«Il polo campano rappresenta una grande opportunità, per il suo valore industriale e tecnologico e per le prospettive occupazionali sul territorio», ha dichiarato l’amministratore delegato di MBDA Renzo Tosini, presente alla cerimonia d’inaugurazione insieme all’amministratore delegato di Leonardo Lorenzo Mariani e a diversi esponenti politici, del governo e degli enti locali, tra cui il sindaco di Pomigliano d’Arco Raffaele Russo. Quest’ultimo ha rimarcato la creazione di nuovi posti di lavoro, circa 200 nei prossimi 5 anni, e dichiarato: «molti storcono il naso di fronte ad un’azienda che produce armi di difesa richiamando l’articolo della Costituzione con il quale si dice che l’Italia ripudia la guerra, ma dimenticando che ce n’è un altro che dice che l’Italia ha il dovere di difendere i nostri confini».

Sul punto sono intervenuti associazioni e partiti locali di opposizione, richiamando l’articolo 11 della Costituzione e facendo notare che le armi prodotte a Pomigliano non serviranno a difendere il territorio ma a causare devastazione altrove, a partire dalla Palestina. Un’inchiesta del Guardian ha documentato l’invio di armi MBDA in Israele, utilizzate poi sui civili.

L’arrivo del consorzio europeo a Pomigliano viene visto come il grimaldello per la futura espansione militare della Leonardo, che al momento opera coi reparti civili. Sono diversi i rapporti che denunciano la complicità dell’azienda italiana nei crimini israeliani. La Relatrice speciale ONU l’ha inserita tra le società che traggono beneficio dal «progetto coloniale israeliano». BDS Italia ha ricostruito i legami tra l’apparato militare di Tel Aviv e Leonardo, che avrebbe continuato a mandare tecnologie, componenti e sistemi d’arma in Israele anche dopo il 7 ottobre e dunque l’assedio sfociato presto in genocidio. Sarebbero almeno 150 le spedizioni di materiale bellico, secondo il dossier pubblicato dai Giovani Palestinesi. Una realtà dei fatti che scoperchia le dichiarazioni entusiaste del mondo politico, al centro di una crisi di rappresentanza emersa proprio durante le oceaniche mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese.


Oro, le banche centrali comprano in silenzio e portano i lingotti via da New York (e da Trump)


Il retroscena sulla corsa ai caveau. Le banche centrali stanno comprando oro a un ritmo che non si vedeva da anni, e una parte dei lingotti sta lasciando gli Stati Uniti. Non tutti dicono dove vanno a finire

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Secondo una grande banca d’affari internazionale, ad agosto gli istituti centrali hanno comprato 79 tonnellate di oro, più di quattro volte i livelli precedenti al 2022. Dentro ci sono 25 tonnellate ufficialmente acquistate dalla Banca Popolare Cinese. Gli acquisti reali, però, potrebbero essere molto più alti, di Pechino e non solo.

Nei bilanci la Cina compare con cifre modeste. Chi segue i mercati, però, parla di intenzioni più ampie di quanto risulti. Il disegno condiviso da diversi governi è ridurre la dipendenza dalle valute del G7, dollaro in testa. Un funzionario di una primaria banca d’affari internazionale spiega: “Il problema non è più quanto oro hai, ma dove lo custodisci”.

Dietro la corsa c’è la questione della fiducia. Guerra in Ucraina, conflitto con l’Iran, congelamento dei beni russi e dazi americani hanno incrinato i rapporti tra alleati. Il caso russo pesa: se le riserve in valuta possono essere bloccate, anche altri governi ci pensano due volte prima di tenerle a New York o a Londra.

Il dato più allarmante riguarda la Federal Reserve Bank di New York, dove ad agosto i volumi custoditi sono calati di 40 tonnellate. Secondo chi segue il dossier, non sempre i proprietari comunicano dove finiscono i lingotti. Un osservatore del mercato dei metalli riassume così: “Prima la gara era a chi lo portava a Manhattan, ora è a chi lo riporta a casa”.

Molte banche centrali non dichiarano le nuove sedi né il peso esatto di quello che spostano. Un ex dirigente di banca centrale collega il riserbo alla sfiducia tra governi. Nessuno parla di crollo del dollaro, ma il segnale, per chi lo legge, è chiaro.

E chi ci rimette è il dollaro insieme agli Stati Uniti di Trump che stanno perdendo il ruolo di grande “stabilizzatore” mondiale.


L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza


La nostra non si può più definire società civile. Dov’è l’etica nei salari fermi, nelle università sempre più prerogativa dei ricchi e barriera per i ceti bassi? Siamo ormai oltre la società liquida

L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza

(di Francesca Carone – ilfattoquotidiano.it) – Il momento storico che stiamo vivendo è accompagnato da un forte richiamo costituzionale. Navighiamo nell’oceano indistinto di diritti e doveri che si confondono, si mescolano e si perdono nello scontro generazionale tra passato e presente incastrato in un immobilismo culturale, sociale e politico diventato zona d’ombra della società. L’Italia è ormai a un bivio. Annaspa alla deriva con un governo dai paradigmi vuoti che ha ormai i minuti contati. Svilita in una crisi identitaria, la nostra nazione vaga stordita e stanca alla ricerca della sua antica bellezza di Stato moderno con la Costituzione più bella del mondo. A lanciare segnali di fumo sono tutti gli attori della società civile: i neo partigiani schierati dalla parte del diritto e della Costituzione: studenti, operai, insegnanti, agricoltori, trasportatori, commercianti.

Il vicolo cieco in cui si è inabissata l’Italia richiede visione, forza e nuovi costrutti etici, sociali e culturali. Il trasformismo e le lusinghe della politica hanno rimpicciolito e declassato il Paese portandolo all’agonia. Le proteste partono da tutti i settori: scuola, sanità, trasporti, servizi. Hanno tutti un comune denominatore: una “povertà” strutturale, profonda e implacabile che investe l’etica, la cultura, la politica fino a toccare la dignità della società civile depredata dei diritti fondamentali e inespugnabili. L’allarme sociale è ormai a 360° e si ripercuote nella quotidianità e nel futuro della vecchia e della nuova generazione, barricate dietro il fievole vento di un dissenso quasi sempre oscurato e oltraggiato dall’informazione schierata e fuorviante e da una politica cieca e autoreferenziale.

Non si tratta più di un cambio di rotta governativo: la crisi è ormai diventata strutturale, sistemica. Per arginarla non è più sufficiente un cambio di colore politico. Occorre partire dalle basi. Dall’essenza. Dai valori fondanti di una società. La nostra non si può più definire società civile, poiché ha perso i caratteri e l’identità di “civiltà”, di collettività: cosa c’è di etico nella gente che si lascia morire perché non riesce più a curarsi, nella gente che fa fatica a riempire il carrello, a pagare l’affitto e a invecchiare in modo dignitoso. Dov’è l’etica nei salari fermi, nelle università sempre più prerogativa dei ricchi e barriera per i ceti bassi.

Siamo ormai oltre la società liquida. Siamo entrati nel limbo di una fredda convivenza collettiva che ha perso la bussola dell’aggregazione identitaria basata sul diritto e sull’uguaglianza. Siamo in uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica che non si può superare con l’insurrezione “partigiana” o con una anacronistica una guerra civile. Bisogna partire dall’essenza: dalla conoscenza, dalla cultura, dalla consapevolezza di sentirsi parte di un società libera che naviga seguendo la rotta della Carta costituzionale.

In questo scenario apocalittico l’informazione è un punto di partenza per ridefinire il perimetro etico e sociale di un Paese che vuole riappropriarsi dei suoi diritti. Essere consapevoli di chi e come ci governa è una priorità per il cambiamento. Capire le mutazioni genetiche di un governo partitocentrico, immobile, autoreferenziale, eticamente e culturalmente ancorato a idee e valori stereotipati, disconnessi con i bisogni reali della collettività e con le istanze di uno stato cosmopolita e moderno. Capire l’interconnessione della politica con i diritti, i bisogni, l’equità e l’uguaglianza di una società che si evolve e cresce. Riappropriarsi della dignità di cittadini di un Paese moderno che lottano quotidianamente restando uniti, informati, vigili e consapevoli di poter cambiare la rotta con quella famosa “matita in mano dentro la cabina elettorale, più forte di qualsiasi arma”. È in questa prospettiva che deve maturare il manifesto identitario di una nuova società costruito con le menti e le idee di uomini liberi che hanno ancora una visione e una prospettiva capace di unire passato, presente e futuro superando i gap generazionali, avendo come faro lo strumento costituzionale, frutto del sacrificio di chi, come loro, ha creduto nella bellezza atavica del nostro meraviglioso Paese.


L’usato sicuro e gli studenti che non ti aspetti


Brasile e Serbia rompono con i loro padrini politici: il weekend nero di Trump e Putin. E una lezione per i movimenti studenteschi italiani

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – A quel mondo che sembrava sciogliersi come il burro, indottrinato dai bullismi di Stato e dalle spietate leggi del Far West, ieri Serbia e Brasile hanno opposto un fiero argine. Con pazienza e dedizione milioni di persone non solo hanno piegato l’inerzia dei tempi, ma hanno fortificato la narrazione democratica, impedendo che la piena autoritaria spazzasse via coscienza critica, buon senso e capacità di distinguere la propaganda dalla realtà. Questo, il riassunto per grandi linee. Certo, tutto questo forse suona un po’ esagerato e, specie nel caso della Serbia, bisogna capire – prima di cantare vittoria – cosa c’è davvero in quella scatola chiusa che prende il nome di movimento studentesco.

Tuttavia, non sfugge l’importanza storica del voto di ieri. Intanto, era fondamentale spezzare il filo del trumpismo in America Latina, dove negli ultimi anni l’influenza della destra radicale aveva raccolto consensi quasi ovunque: dall’Argentina di Milei al Perù, passando per la Bolivia, fino al Venezuela, dove – deposto Maduro – gli Stati Uniti hanno rimpiazzato il presidente con la sua ex vice, Dercy Rodriguez, con ordini di scuderia di segno opposto. Ci riesce per la quarta volta Ignacio Lula da Silva, l’usato sicuro, si potrebbe dire. E lo fa in maniera rocambolesca, recuperando il distacco dal primo turno contro il suo avversario, il figlio d’arte Flavio Bolsonaro, con un mix di promesse di sussidi, la vittoria nello stato chiave del Minas Gerais e, incredibile dictu, grazie all’investimento massiccio sulla comunicazione WhatsApp, creando un canale chiamato “l’esercito di Lula” (O tempora…). Del resto, Lula ci ha abituati alle sorprese. A ottant’anni suonati, l’ex sindacalista di origine operaia continua a sfidare il tempo con una vitalità che sembra non conoscere usura. Dalla fondazione del Partito dei Lavoratori negli anni della dittatura militare brasiliana – il famigerato Regime dei Gorillas – attraverso scioperi, sconfitte, trionfi e persino il carcere: nel 2018 trascorse 580 giorni in prigione con accuse di corruzione e riciclaggio legate a un appartamento sul litorale, in una vicenda che avrebbe poi alimentato infinite polemiche politiche e giudiziarie. Insomma, lo si può amare o detestare, ma una cosa è difficile negarla: Lula appartiene ormai alla categoria di quei personaggi che sconfinano nella mitologia politica.

E anche la piccola Serbia, per anni adagiata su posizioni conservatrici e tradizionalmente vicina alla Russia di Putin, oggi tira un sospiro di sollievo. La sconfitta di Vučić segna infatti l’arretramento di un vecchio modo di concepire il potere nei Balcani e l’affacciarsi di un movimento trascinato dagli studenti, inedito da queste parti.

Vale la pena ricordare chi è Aleksandar Vučić. L’uomo che per dodici anni ha dominato la politica serba, ministro durante il regime di Milošević, negli anni delle Tigri di Arkan e del massacro di Srebrenica. Nel luglio del 1995, pochi giorni dopo la strage in cui oltre ottomila musulmani bosniaci furono assassinati dalle forze serbo‑bosniache, arrivò a dichiarare: “Se voi uccidete un serbo, noi uccideremo cento musulmani”. Insomma, non proprio uno stinco di santo. E nessuna sorpresa che avesse in Putin il suo mentore principale. Il cuore della Serbia, si è sempre detto, batte a Mosca. Eppure, dopo dodici anni di potere quasi incontrastato, a fare la differenza non sono state élite, apparati o potenze straniere. È stata una mobilitazione pacifica di giovani capaci di organizzarsi, costruire consenso e, infine, vincere.

Ora, per essere chiari: nessuno si illude che in Brasile, dove la corruzione continua a rappresentare un problema strutturale, o in Serbia, dove lo stesso movimento studentesco non ha mai chiarito fino in fondo la propria collocazione internazionale, mantenendo una prudente equidistanza tra Occidente e Russia, sia iniziata una nuova era. Troppe le differenze tra le due società e le motivazioni dei vincitori.

E certo, nessuno pensa che il vecchio Lula da una parte, o gli studenti di Belgrado dall’altra, abbiano risolto i problemi dei loro Paesi con una sola vittoria elettorale o politica. Ma qualcosa è stata fatta: vedendo… facendo, si dice dalle mie parti.

Ma in questa tornata elettorale sembra ci sia un massimo comunque denominatore: che a perdere nettamente queste elezioni, in Brasile e in Serbia, siano stati – in certo qual modo – i due autarchi del momento, i più potenti, feroci e i più divisivi: Trump da una parte, Putin dall’altra. La dottrina putiniana del “seek and destroy”, insieme alla scuola Maga dell’ultradestra conservatrice trumpiana, poco incline alla democrazia, non soltanto non garantisce più il successo politico, “per emulazione”, ma spesso produce l’effetto opposto. Dove arriva l’endorsement di Trump, poi, sempre più spesso arriva – puntuale – anche la sconfitta.

E soprattutto, c’è qualcosa di più genuino: la coscienza critica, la capacità di immaginare una prospettiva diversa e un altro modo di affrontare i problemi reali sono ancora possibili. Sentirsi già in gabbia, o dentro la ruota come un criceto, non paga. Peggio ancora: non paga sentirsi vittima designata di un complotto storico. Mi sentirei di ricordarlo anche ai nostri manifestanti, compresi quelli più malintenzionati a spaccare vetrine e a mettere sottosopra le città. Se questi giovani pieni di rabbia e aspettative hanno davvero qualcosa da dire, facciano pressione politica, mettano le loro forze – e perché no, la loro rabbia – al servizio di un progetto non violento. Tentino il dialogo con i movimenti storici, oppure ne costruiscano di nuovi, come hanno fatto i giovani a Belgrado e in tutta la Serbia. Per una volta, l’antico slogan sembra tornare attuale, oltre che utile: volere è potere.

Peraltro, e concludo: vista la sfiga che ultimamente porta Trump, stasera non dormirei sonni tranquilli – quelli mai! visto i crimini che ha perpetrato e per cui prima o poi dovrà rispondere – se fossi Netanyahu.

L’endorsement del tycoon americano sulle imminenti elezioni in Israele – “sei un combattente e vincerai” – potrebbe infatti essere letale. Del resto, non c’è due senza tre. E forse la Nemesi ha cominciato ad abbattersi sulle malefatte di Trump. Ma per esserne davvero certi, di questa inversione dell’inerzia, bisognerà aspettare – fiduciosi – i Midterms fra pochi, pochissimi giorni ormai. Insomma, queste due settimane potrebbero davvero scoprire scenari impensabili e regalarci qualche bella sorpresa francamente insperata solo fino a qualche settimana fa.


Vertenza licenziamenti Ge.p.o.s.: difendere il lavoro significa difendere la dignità delle persone


Massiccia presenza al presidio presso la GE.P.O.S. di Telese Terme effettuato per contestare il licenziamento di due tecnici di laboratorio e di una cuoca, tre lavoratori che rischiano di pagare personalmente decisioni che incidono profondamente sulle loro vite e sulle loro famiglie.
Siamo di fronte a una vicenda grave, che non può essere liquidata come una semplice questione aziendale. Dietro ogni licenziamento ci sono persone, professionalità, anni di lavoro e famiglie che vedono compromessa la propria sicurezza economica. Per questo contestiamo con fermezza una decisione che rischia di scaricare sui lavoratori il peso di scelte aziendali, senza che siano state adeguatamente perseguite tutte le possibili alternative.
Ai proprietari della GE.P.O.S. chiediamo di aprire il confronto per verificare la fondatezza dei licenziamenti e di aprire immediatamente un confronto serio e trasparente con le organizzazioni sindacali. Non è accettabile che tre lavoratori diventino il prezzo da pagare senza un percorso concreto di confronto e senza la ricerca di soluzioni capaci di salvaguardare l’occupazione.
Di fronte a una vicenda che investe il lavoro e il tessuto sociale di Telese Terme, riteniamo che un’Amministrazione che ha a cuore la propria comunità deve assumersi le proprie responsabilità, convocare le parti e promuovere un tavolo istituzionale per impedire che i licenziamenti diventino definitivi.
La GE.P.O.S. è una realtà importante per la città e per la Valle Telesina. Proprio per questo, chi la dirige ha una responsabilità che va oltre le decisioni aziendali: il rispetto delle persone e la salvaguardia delle professionalità devono restare centrali. Allo stesso tempo, le istituzioni locali hanno il dovere di farsi parte attiva quando sono in gioco diritti, occupazione e coesione sociale.
Il Partito Democratico di Telese Terme sarà sempre al fianco dei lavoratori e sosterrà ogni iniziativa utile a difendere i loro diritti.Il

Segretariodel PD di Telese Terme

Giuseppe Antonio Di Mezza


E pur si vota …


(Dott. Paolo Caruso) – Mentre il mondo è scosso dalle guerre, dalle devastazioni legate ai cambiamenti climatici, l’ ottusità umana accecata dall’ egoismo e dagli interessi continua la sua opera devastante. Intanto le Nazioni si affrettano al voto popolare, ma in molte di esse il sistema elettorale lascia spazio a dubbi e perplessità. Le Democrazie oggi appaiono malate e spostate più verso sistemi autocratici o verso la democratura. Prossimamente anche l’Italia andrà alle urne, ma già quando mancano ancora alcuni mesi dal voto è in fibrillazione preelettorale. In Brasile, vince il ballottaggio Lula contro Bolsonaro Jr. La foresta amazzonica è salva, può tornare a respirare e soprattutto a farci respirare. Il Tycoon statunitense non soddisfatto del risultato parla a sproposito di brogli elettorali. Cambiamenti quasi epocali avvengono in Serbia con la vittoria del partito degli Studenti. Aria nuova in Europa? Preoccupante invece è il clima elettorale che si respira in Israele. Per la settima volta si candida Netanyahu. La sua propaganda basata sul ricatto e sul terrore trova sponda sul pericolo nucleare iraniano. Scenari surreali apocalittici, per impaurire e ricondurre i dubbiosi alla sua causa. Netanyahu ha resuscitato nel mondo l’antisemitismo e, con Trump, si è reso responsabile del genocidio della popolazione palestinese e della guerra all’Iran, con le conseguenze deleterie che stanno sotto gli occhi di tutti. Il mondo occidentale per le difficoltà di approvvigionamento dalle fonti energetiche è in ginocchio. Le sanzioni dell’ Europa alla Russia fanno poi il resto. La competizione elettorale di midterm riuscirà ad azzoppare Trump? Gli americani questa volta non hanno alcuna giustificazione. Nel votare ricorderanno l’odio che il Tycoon ha suscitato nel mondo contro di loro? Elon Musk mette mano al portafoglio e favorisce il candidato repubblicano del Texas, noto per le sue malefatte. Per la sua propaganda elettorale ha sborsato 150 miliardi di dollari. Nel piccolo di Casa nostra anche Salvini recupera la sua visibilità, infatti dal suo partito ha ottenuto la fiducia di Segretario della Lega fino al 2030. Ora le sue idee sono più bellicose e le farà valere al governo. La Lega insiste su una Italia finalmente federale, mentre la Meloni vincendo le prossime elezioni vorrà attuare il suo sogno presidenzialista, da fascista camuffata. Lei resterà “Premier sine termino”, altro che ventennio!
È il programma, decantato dal Centro destra. Ma le Opposizioni racchiuse nel cosiddetto “Campo largo”, buone per i bei discorsi, cosa fanno? Si battibeccano per la presidenza. Si rendono conto che, inseguendo ciascuno il suo “particulare”, il sodalizio non funziona e non solo è destinato a fallire, ma addirittura neppure può cominciare? Sembrano dilettanti allo sbaraglio. Ciascuno prende il pallone per giocare da solo. “Divide et impera” è anche il motto della Destra che così avrà sempre buon gioco. Mi sovviene la politica di Niccolò Machiavelli, il quale affermava argutamente che “il principe deve avere della volpe e del leone”. Sapere cioè giocare d’astuzia e non solo di forza, per fermare l’onda nera della dittatura, che è reale e già in atto, anche se camuffata?


Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi


La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi

Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi

(di Vittoria Spisa, studentessa – ilfattoquotidiano.it) – Come tanti giovani, mi sono svegliata arrabbiata. Quella rabbia che risulta inspiegabile agli occhi di molti. Oggi proverò a spiegarla. Bisogna fare un piccolo esercizio di immaginazione. Ricordi la tua giovinezza? Quando avevi un futuro ricolmo di speranze e la profonda convinzione che ogni tuo sacrificio avrebbe portato a un radioso avvenire?

Bene, adesso immagina di essere giovane oggi. Ci hanno sempre detto di dover essere eccezionali per trovare un posto nel mondo. Bisogna essere bravi studenti: tanti anni di studio per trovare un lavoro riconosciuto e ben pagato. Diplòmati, làureati e specialìzzati e forse avrai un buon lavoro. E se non lo trovi? Fai le valigie e vai all’estero. Dopotutto arricchisce il curriculum. La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi.

Bisogna essere bravi lavoratori: tutti hanno fatto sacrifici. Non vuoi accettare uno stage non retribuito o sottopagato? Certo che voi giovani non avete voglia di imparare. E se ti offrissi un contratto sotto la soglia del salario minimo, per 12 ore al giorno, senza norme di sicurezza? Nemmeno questo accetti? Poi trovi lavoro in una multinazionale. Paghi le bollette, l’affitto e pensi a un mutuo. E poi arriva la notizia: chiudiamo, trasferiamo la sede in un altro paese, dove possiamo sottopagare ancora di più altri lavoratori.

Sei giovane e puoi sempre trovare un altro lavoro. In cantiere, sì! E un giorno non torni più a casa: la ditta in appalto ha risparmiato sulla sicurezza. Cose che capitano. Tre volte al giorno, per la precisione. Alla tua amica va meglio: 40 ore alla settimana in una scrivania. Non ha tempo libero, ma a chi importa?! Devi vivere per lavorare. È diventata mamma? Congratulazioni, però per l’azienda non è più sostenibile tenerla. Ci penserà il padre a portare il pane a casa. Il padre vuole fare il mammo? Non diciamo castronerie, ci penserà una volta in pensione a fare il nonno. A 70 anni cosa vuoi fare se non il nonno?

Bisogna essere bravi cittadini: devi pagare le tasse e non farti domande. Gli evasori? I politici che percepiscono 10mila euro lordi al mese? Eh, ma quelli lasciali stare, tu paga. Sai, poi il mondo subisce cambiamenti climatici, sei spaventato per il futuro del pianeta, e infatti devi riciclare. I super ricchi con i jet privati? Le multinazionali con le loro emissioni? Eh, ma quelli lasciali stare, tu ricicla. È giusto esprimere il proprio dissenso. Scendete in piazza pacificamente: a noi non interessa. Manifestate contro il carovita come al Sud: a noi non interessa. E se seguiste l’esempio della Francia? Eh no, siete dei violenti. La vetrina di Gucci no!

Lo so, è più semplice sfruttare la rabbia che chiedersi il perché. Abbiamo aizzato noi la massa? I black bloc? Eh vabbè, siamo il paese del G8, cosa pretendi. Come buon cittadino devi anche rispettare la Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, ma lascia perdere Israele che uccide i palestinesi: dopotutto è un genocidio, non una guerra. I bambini morti ti fanno impressione? Anche a noi, siamo pro-life, ma solo alcune. E gli Usa che attaccano l’Iran, o l’Ucraina e la Russia? Rassegnati. Ripeti la lezioncina: dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo diventati una società migliore, non ripeteremo mai quegli orrori. Tu fidati.

In Italia la sanità è pubblica, ma stiamo tagliando fondi e spingendo alla privatizzazione. Nei privati ti curi subito, mica aspetti due anni! Due giorni se sei il Papa. Non ne abbiamo affatto parlato al telegiornale. Come Garlasco… oh ma ti ricordi la famiglia nel bosco? Sto nuovamente distogliendo l’attenzione dal discorso sanità parlando di altro? Ma pensa te!

Lo so, vorresti sperimentare, azzardare, sbagliare. Fallo, ma come diciamo noi. Tanto lo sapete, prima è toccato a noi accontentarci. Ora è il vostro turno. Volete cambiare il mondo? L’abbiamo avuta tutti quella fase e guardate cosa vi abbiamo consegnato! E non azzardatevi a recriminarci nulla. Perché tanto il nemico è accanto a voi: lo straniero, il disoccupato, il criminale, il drogato, l’ubriacone e il giovane che spacca le vetrine. Non guardate in alto. La guerra è bella solo se fra poveri.


Selvaggia Lucarelli: “Del Vecchio vuole comprare il Fatto per controllarlo, gli fa le pulci”


(ANSA) – “Se sai già che i proprietari non vendono, che cosa vuoi davvero comprare? Il giornale, le informazioni sul giornale o semplicemente qualche giorno di intimidazione mediatica?”.

Lo scrive in una delle storie su Instagram pubblicate in queste ore, Selvaggia Lucarelli, giornalista e conduttrice che collabora con Il Fatto Quotidiano, riferendosi alla società di Leonardo Del Vecchio ‘Lmdv Media’ dedicata agli investimenti nell’editoria, che si sta muovendo in direzione della Società Editoriale Il Fatto.

“Del Vecchio vuole comprare il Fatto per controllarlo (quindi distruggerlo), visto che gli fa le pulci (articolo di tre giorni fa). Infastidisce lui e il Falena, il suo spin doctor. Pensa che il Fatto sia il Twiga: Lo voglio, me lo compro”, aggiunge Lucarelli in una delle storie postate sui social.

“‘Si compra Travaglio’. Leggete bene, il giornalista inteso come proprietà che un miliardario può intestarsi”, scrive poi la giornalista pubblicando la prima pagina di Libero che titola ‘Del Vecchio si compra Travaglio’.

“Per chi non stesse capendo quello che è in divenire (qualcosa di molto inquietante)”, scrive poi corredando il post con l’estratto di un articolo pubblicato dalla testata economica Class Cnbc sulla vicenda.

“In tutta risposta, domani (oggi, ndr) in edicola comprate Il Fatto”, si legge ancora nelle storie di Selvaggia Lucarelli di qualche ora fa, in cui posta anche la prima pagina del quotidiano diretto da Marco Travaglio che oggi titola: “Il fatto fa le pulci a Del Vecchio e lui prova a comprarsi Il Fatto”.