Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Gli “inascoltati moniti” di Mattarella


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Secondo voi, tra Giorgia Meloni che dice “Chi rompe paga” oppure “Mo’ mando l’esercito” e la sinistra televisiva che predica “un maggiore ascolto alle istanze dei giovani”, chi risulta più efficace, chi suscita più ascolto, ed eventualmente più consenso? Non si tratta di dare ragione a un governo che giunto al settimo od ottavo decreto sicurezza naviga nel torto quasi per definizione. Si cerca di valutare quale sia l’impatto sull’elettorato generato dalla rivolta dei ragazzini dediti al saccheggio griffato. Che, a prima vista, è sembrata una vera pacchia per una destra quanto mai inetta e sgarrupata, dopodiché inebriata dall’orgia legge e ordine. Anche se a risalire nei sondaggi è la premier grazie agli spot muscolari (l’ultimo Swg dava FdI quasi al 30 per cento). Mal supportata dai suoi vice “shining” Salvini e Tajani, che non ne azzeccano una. Anzi, io sono Giorgia è perfino danneggiata dal ministro Nordio che nel sonno della ragione (e del dopo spritz) intende mettere dietro le sbarre un’intera generazione. […] Esiste poi la variabile Quirinale, la cui incidenza elettorale non sapremmo valutare. Infatti, i moniti presidenziali possono essere interpretati dalle forze politiche a seconda delle diverse preferenze. Un “prêt-à-porter” dei richiami solenni disegnato grazie a un uso sapiente di sofisticate figure retoriche. Per esempio la litote, che è l’affermazione di un concetto attraverso la negazione del suo contrario, risulta ben saldata con l’esortazione nella frase di Sergio Mattarella, valorizzata dalla stampa di opposizione: “Non si sottovaluti il malessere dei giovani”. Al che perfino un Donzelli o un Bignami, per citare la destra nella versione basica più convenzionale, potrebbero a buon diritto replicare con un “ma chi li ha sottovalutati” (magari aggiungendo sottovoce “quelle zecche rosse criminali”). Frequente nella messaggistica del Colle anche l’anastrofe (inversione dell’ordine diretto di due parole vicine, spesso con l’aggettivo che precede il sostantivo). Ad esempio: “Non guardare ai giovani con meschina sottovalutazione”, oppure il “non indugiare in pretestuosi conflitti”. Moniti adoperati anche in funzione ornamentale, soprattutto nella polemica da talk per attaccare il governo (menomale che c’è Mattarella). In contrapposizione con la seconda carica dello Stato, quell’Ignazio La Russa, presidente del Senato, con la sue volgarità da Joker di corso Buenos Aires. Comunque, moniti puntualmente inascoltati, quelli del capo dello Stato. O, se si vuole, inascoltati moniti.


La scena madre della democrazia


(di Michele Serra – repubblica.it) – Alla fine, si vota. In Brasile, in Israele, in Serbia, tra non molto negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, in Italia, le elezioni sono in arrivo e non esiste dubbio alcuno sulla loro drammatica eloquenza: sono la scena madre. Diranno chi governa. Influiranno in modo determinante sul futuro di quei Paesi e sui rapporti di quei Paesi con gli altri. Sull’economia. Sulla guerra e sulla pace. Le elezioni decidono, come il risultato di una partita che, al fischio finale dell’arbitro, è quello che conta. La cosa che rimane.

Tutto è cambiato e tutto cambierà, le forme della socialità e della comunicazione, c’è la rete e prima non c’era; le identità di classe e quelle individuali, c’erano i borghesi e la classe operaia e adesso non ci sono più. Ma l’idea che alla fine sia la conta dei voti che, in un modo o nell’altro, decide il risultato, quella non è cambiata e non cambierà fino a quando le democrazie elettorali dovessero collassare, dando inizio a tutt’altra partita.

Sbaglierò, ma il segnale decisivo che la politica può tornare forte, può cambiare le cose, è l’afflusso alle urne. Ovunque. E lo si è visto pochi mesi fa, in Italia, con il referendum, nel quale il dato più importante, e anche il più inatteso, è stato l’alta affluenza. In controtendenza.

Puoi essere un cittadino esemplare o spaccare le vetrine, un fautore dell’ordine tradizionale o il più irrequieto dei movimentisti: ma se non voti non conti, e fai contare di meno quella convenzione sociale, ancora determinante, che chiamiamo democrazia elettiva. La domanda in assoluto più interessante, rispetto ai tumulti giovanili in corso, è dunque, alla fine: quanti di loro andranno a votare?


Il “Fanfara” e il falò delle truffe a 6 zeri per Vip e calciatori


Il Mago. Con un tesoro stimato di 500 milioni, il broker si è messo in tasca mezzo mondo e l’ha spennato. La morte misteriosa con la sua Bmw

Il “Fanfara” e il falò delle truffe a 6 zeri per Vip e calciatori

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Il suo nome era “il Fanfara”, ma lo chiamavan Mago. All’anagrafe risultava Bochicchio Massimo, anni 56, di professione giocoliere di soldi altrui, tanto bello, tanto ricco, tanto furbo, da finire, una domenica d’estate dell’anno 2022, dentro al falò delle sue vanità, a cavallo della moto Bmw lanciata a discreta velocità contro un muro della via Salaria, sotto il cielo azzurro di Roma, il corpo carbonizzato, una sola spalla risparmiata dal fuoco, quella con il tatuaggio di un indiano.

Era un incantatore. Era un brigante. Così pieno di tesori mai trovati in anni di indagini, che ancora saltano fuori come lento rilascio di quel fumo, di quella cenere – quadri e conti esteri per 9 milioni appena sequestrati – a dirne il mistero che in tanti hanno provato a contabilizzare, 500 milioni di euro secondo i magistrati, magari il doppio secondo la ridondanza delle voci e delle inchieste giornalistiche che si sono occupate del suo teatro di imbrogli, di falsi sorrisi, di false promesse, durato più o meno vent’anni, nei quali il Fanfara si è messo in tasca mezzo mondo e l’ha spennato.

Non il mezzo mondo dei poveracci che certe erinni fregavano con le alghe sciogli-pancia. Ma quello dei furbacchioni e della riccanza: calciatori, allenatori, industriali, professionisti. Quelli convinti, incorporando i privilegi del jet-set, di essere in diritto di fare la grana con la grana, di moltiplicare i contanti con il malloppo custodito a Londra o alle Caiman, gli incassi in bianco e quelli in nero. Così tanto storditi dalla voracità con cui erano riusciti a ingozzarsi di denaro da credere ai favolosi interessi che il Mago prometteva, non gli spiccioli del 2%dei comuni mortali, ma il 10, il 15%, chimere sciogli-pancia per ricchi.

Qualche nome è saltato fuori da quegli inganni, due furbissimi allenatori, Marcello Lippi e Antonio Conte, qualche giocatore come Evra o El Shaarawy, l’ambasciatore Raffaele Trombetta, imprenditori del Nord, del Sud, avvocati, faccendieri, pescati e ipnotizzati nei posti migliori per i gonzi e per gli squali, a Milano, a Sabaudia, alle feste negli attici, a bordo campo del Tennis Club dei Parioli, o tra i velluti del circolo Aniene, quello lucidato personalmente dal suo amico Giovanni Malagò, ex Coni, oggi presidente del calcio italiano, tra i pochi a vantarsi di non avere mai dato un soldo di fiducia a Bochicchio, solo cene e abbracci, “era un amico”, riuscendo persino a incassare da lui il giorno in cui gli ha venduto il proprio motoscafo, il Mad Max.

Perché la specialità del Fanfara era di vivere e di mostrarsi dentro lo stesso specchio delle sue vittime. Intanto una moglie bellissima, Arianna Iacomelli, ex miss Roma. Poi un attico da 350 metri con terrazza adeguata, nel centro di Roma. Chalet a Cortina. Vacanze a Capalbio e al Circeo. Auto di lusso. Impeccabili grisaglie da banchiere. Referenze da broker d’alta finanza, con carte intestate vere, verosimili, false. Un incarico operativo alla Hsbc, la seconda banca privata del mondo, nonostante fosse stato radiato dalla Consob nel 1998 per avere falsificato firme dei clienti, e poi misteriosamente riammesso.

Veniva da Capua, figlio di un carabiniere, niente titoli di nobiltà finanziaria, ma con un talento smisurato per l’arte di piacere. Capace di parlare di tennis con i tennisti, di pallone con gli allenatori, di affari con chiunque avesse un conto in banca. Non vendeva soltanto investimenti, vendeva l’illusione di essere ammessi nel club esclusivo dei più furbi.

A Londra aveva costruito la scenografia perfetta. Società dai nomi rispettabili, Tiber Capital e Kidman Management, indirizzi prestigiosi, e soprattutto un algoritmo proprietario, capace di guadagnare anche quando gli altri perdevano.

In realtà il Mago praticava il vecchio sistema Ponzi, portato a perfezione dal celebre truffatore americano Bernie Madoff. Prendeva i soldi dei nuovi clienti per pagare gli interessi ai vecchi, così che i vecchi, felici, gli affidassero altri soldi e convincessero nuovi clienti. Una giostra che gira finché arrivano nuovi passeggeri. E che si ferma quando in troppi chiedono di scendere.

Nel frattempo comprava case, barche, orologi, quadri di Picasso, Balla, Schifano, Warhol. Tosava 20 milioni a Conte, ma anche gli spiccioli del suo dentista, dell’osteopata, dei compagni di beach volley, del cognato. Nessuno era troppo grande o troppo piccolo per sfuggire al suo appetito.

La giostra si ferma con il Covid. Tutti chiedono indietro gli interessi. Gli amici diventano nemici.

Partono le denunce, le cause a Londra, le inchieste a Milano e Roma. La Guardia di finanza insegue bonifici e società offshore. Scopre che almeno 300 milioni sono transitati da Tiber, altri 200 da Kidman. Spesso da conti anonimi. “Hanno il tallone d’Achille”, diceva nelle intercettazioni il Mago, parlando dei clienti che non potevano denunciarlo.

Ma bastano quelli in chiaro per farlo scappare a Dubai, Singapore, fino a Giacarta, dove nel luglio 2021 finisce in manette. Rientra ai domiciliari. Vive con il braccialetto elettronico, ma non si arrende alle macerie del suo castello di carte. Chiede tempo ai magistrati, promette di restituire 150 milioni, dice: “Non ho altro obiettivo nella vita”.

Gli ex amici si organizzano in gruppi WhatsApp, si scambiano notizie, strategie, minacce.

Qualcuno lo vuole morto. Altri sospettano sia protetto da personaggi ancora più potenti. La moglie parla di “gente brutta brutta”.

Poi arriva l’ultima scena del suo film. Lui che viaggia a 80 all’ora sul rettilineo della Salaria, senza motivo piega leggermente a destra, dirà un testimone, va dritto contro il muro. Nessuna frenata, l’urto, le fiamme. Il dna e il tatuaggio confermano la sua identità ma non risolvono il dubbio se sia stato un malore, un omicidio mascherato o un suicidio. La mattina dopo avrebbe avuto il primo appuntamento al processo.

Sui titoli di coda compaiono due polizze vita da 2,4 milioni di euro, beneficiari la moglie e i due figli. Sono bloccate insieme con i conti correnti e le briciole del tesoro che verranno contabilizzate all’udienza del prossimo 14 dicembre. Nel frattempo Arianna, la principessa del Mago, è diventata cameriera in un bar davanti al Colosseo. Dice di essere senza soldi, perseguitata, e di resistere “per i figli” alla vita finita in fumo. Pulisce i tavoli e forse anche i ricordi.


Il futuro di Trump al bivio del 4 novembre


Donald Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Martedì 4 novembre si celebra in America il rito delle elezioni parlamentari di mezzo mandato. Di norma, un tagliando per il presidente in carica, che si risolve spesso in una sconfitta più o meno marcata. Le cui dimensioni determinano il suo biennio successivo: leader in controllo del Congresso con cui contrattare la sua agenda o “anatra zoppa” in balìa degli eventi? Stavolta la posta in gioco va molto oltre lo standard. E anche oltre il futuro di Trump, capace, dopo due elezioni vittoriose inframezzate da un abortito quanto inaudito abbozzo di colpo di Stato, di coltivare l’ipotesi del terzo mandato. In barba alla corrente interpretazione della Costituzione, da lui subordinata alla propria “moralità”.

Per gli elettori statunitensi il 4 novembre è scandito in singolare assonanza con la Canción del Poder Popular intonata nei primi anni Settanta dal gruppo cileno degli Inti Illimani, cantori di Allende: “Perché stavolta non si tratta di cambiar presidente, sarà il popolo a costruire un Cile ben differente”. Sostituiamo “cambiar” con “azzoppar”, Cile con Stati Uniti, Allende con Trump e abbiamo una colonna musicale che colora il senso del prossimo voto. Se come i sondaggi lasciano pensare The Donald perdesse la maggioranza sia alla Camera che al Senato, non solo il miraggio del terzo mandato sarebbe scongiurato, ma sarebbe avviata – anche se difficilmente conclusa – la procedura di impeachment. Il presidente si troverebbe a un bivio. Lottare due anni per sopravvivere – anche fisicamente, vista la frequenza con cui si è cercato di farlo fuori (per informazioni rivolgersi allo Stato profondo) – contro venti e maree, oppure rovesciare il tavolo. Accusare gli oppositori di brogli, fino a dipingere i democratici da insorti. Per rimetterli in riga con le armi dello Stato, almeno di quello che gli restasse fedele. Tradotto: guerra civile. Di imprevedibile intensità. Ma certamente sanguinosa, stante la vocazione violenta di buona parte del pubblico americano e delle collaudate milizie di determinato colore. Oltre alla mano pesante che gli apparati trumpiani – in collisione con quelli anti-trumpiani, alquanto avvelenati – vorranno adottare su mandato del capo.

Noi italiani, in assonanza con il grosso delle opinioni pubbliche in Europa e nel mondo, tendiamo a leggere la politica americana attraverso gli alti e bassi del presidente. Ci sfugge così la complessità del sistema, la varietà dei poteri in competizione – formali e informali, democratici, tecnocratici e plutocratici – irriducibili alla figura del presidente e della sua amministrazione. Ci concentriamo sul dito e perdiamo di vista la Luna. In questo caso dito e Luna tendono a coincidere. Perché negli Stati Uniti è in corso un drastico cambio di regime. Ironia della storia: l’impero che voleva cambiare i regimi altrui, fossero rossi, neri, bruni o semplicemente avversi, ripiegando stanco e depresso su sé stesso finisce per trasformare il proprio.

Il regime change a stelle e strisce presenta tratti irreversibili, altri emendabili. Ma l’invasione dei superpoteri economici, finanziari e tecnologici – o la somma dei tre – che sta sradicando lo Stato visibile per insediarvisi, ha assunto forme e profondità senza precedenti. Più che una repubblica parlamentar-presidenziale, con al centro il Congresso, la Casa Bianca, di fianco la Corte Suprema, più alcuni Stati federati in vena di autonomia se non indipendenza, Trump ha rumorosamente accentrato su di sé una quota di potere personale e familiare – i suoi cari sono un trust, certo non una comunità di affetti – tale da consentirci di descrivere il regime “in costruzione” (per stare agli Inti Illimani) quale monarchia anarchica. Un capo e il suo caos. Se proprio dovessimo evocare una lontana assonanza, che concediamo impropria ma suggestiva, qualcosa in stile Terzo Reich. Con gli executive orders in vece del Führerprinzip. Al posto dei vari Göring e Goebbels, la cricca di tecnovassalli, mogul dell’intelligenza artificiale, capi dei fondi e sovrani dello Spazio incarnati dai Fink, Altman, Thiel e Musk (gli ultimi due non alieni a tese derapate filonazi). Con la differenza, sostanziale, per cui in ciò che residua della liberaldemocrazia americana resta l’opzione del voto. Vedremo quanto credibile e potente.


I ragazzi deludono chi sognava la guerra


Nelle piazze tanti giovani e pochi incidenti. Deluso chi sperava nella guerra. Dentro al colosseo. A Roma i manifestanti entrano nel monumento. Scontri a Bologna, un ferito grave dopo il contatto con i poliziotti

Nelle piazze tanti giovani e pochi incidenti. Deluso chi sperava nella guerra

(di Vincenzo Bisbiglia, Sarah Buono, Stefano Caselli e Davide Milosa – ilfattoquotidiano.it) – Il “modello francese” ieri nelle nostre piazze non si è visto. Per il momento, nel bene e nel male, l’Italia è un’altra cosa. Ci sono stati gli scontri, è vero, in diverse città (i più duri a Bologna, dove in serata un ragazzo è rimasto gravemente ferito). Ma è stata la “solita” conflittualità da corteo: tentativi di sfondamento, trattative muso a muso con la Digos, cariche, lancio di oggetti. Le vetrine sfondate, i vandalismi o le devastazioni fini a sé stesse sono state residuali, quando non del tutto assenti. Insomma, niente di minimamente simile a ciò che si è visto lo scorso weekend a Milano.

Il dato politico vero è un altro. C’è un’Italia che protesta, da nord a sud, contro il caro vita e contro il riarmo che toglie risorse preziose al welfare. In una parola, contro le politiche del governo Meloni. E lo fa portando migliaia di persone in piazza. Giovani, determinati, a volte radicalizzati, certo. Ma comunque coscienti dei motivi per cui sono scesi in strada. Mentre per giorni la premier e i suoi ministri si dimenavano evocando guerre ibride e invocando militarizzazioni, fermi preventivi e carceri minorili.

La dimostrazione plastica di questo fenomeno è stata, su tutte, la piazza di Roma. Quella dove nelle chat Telegram dei rivoltosi si inneggiava all’occupazione del Parlamento. Partito alle 14.30 con appena un centinaio di persone in piazza della Repubblica, il corteo ha guadagnato, col passare delle ore (e dei chilometri) numeri alti. Arrivando, verso le ore 20, a sfiorare le 10 mila persone. Una marea di giovani senza sigle o bandiere sindacali e politiche. La grande occasione “persa” alle 17.30 quando i ragazzi sorprendono la polizia e fanno irruzione all’interno del Colosseo, fra i turisti sorpresi e divertiti. Un’invasione pacifica che sarebbe potuta finire sulle prime pagine di tutto il mondo. Alla fine evitata perché, dicevano i manifestanti, “questi ce fanno un culo così”. Tutto mentre continuavano ad arrivare persone. A sole già calato, non si vedeva più la fine del corteo. Ha funzionato il tam tam nelle chat, le immagini trasmesse sui social. Ma tornati in piazza della Repubblica, sono iniziate le tensioni con la polizia. Idranti e cariche di alleggerimento, per una gestione difficile – ma comunque impeccabile – da parte della Digos, che poteva contare su unità ridotte, solo 1.500 contro i 5 mila di Milano.

E proprio la piazza meneghina era l’osservata speciale della giornata. Anche qui, bisogna dimenticare lo scorso weekend e il modello francese. Circa 10 mila persone, studenti e giovanissimi, sono partiti da piazza Castello arrivando al Politecnico. E anche qui nessuna sigla, ma cori antifascisti, per la Palestina e contro il governo Meloni. Non c’è stato spazio nemmeno per le tensioni finali, salvo alcuni manifesti di Salvini strappati e tentativi di bruciarli. In chiusura il coro: “Anche domani”. Chissà.

Scontri molto duri, come si diceva, a Bologna. Come avviene ormai da qualche tempo. E un momento di grande apprensione, quando intorno alle 21 un giovane manifestante è rimasto a terra dopo, pare, uno scontro con alcuni agenti. “Non respira, non respira, chiamate un’ambulanza”. Almeno mezz’ora di fiato sospeso, con il giovane steso a terra tremante. Mentre alcune grida ricordavano Genova 2001: “Lo avete ucciso, lo avete ucciso voi”. In realtà, le ultime notizie prima di andare in stampa erano rassicuranti: il giovane è stato trasportato cosciente in ospedale.

Infine Torino, dove a guidare il corteo c’era Askatasuna. Almeno 6-7 mila persone in piazza tra cui il 62enne Giorgio Rossetto, storico leader di “Aska”. Con Piazza Castello blindata, dopo due ore, i manifestanti hanno tentato più volte di forzare i blocchi. Gli scontri sono arrivati al calar della sera nei pressi della Dora, con lanci di pietre, bottiglie e lacrimogeni, intensificatisi nel tentativo di tornare in centro.

In totale il bilancio del Viminale è di 9 arrestati, 87 denunciati, 371 fermati e accompagnati in questura (di cui 110 minorenni e 69 stranieri). Identificati in 4.292.


I mandanti occulti


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] I ragazzi che protestano vivono in tuguri di periferia, perché nelle grandi città del lusso, dei b&b, dei palazzoni sfitti, dei grattacieli vuoti, dei boschi verticali e delle mazzette orizzontali non c’è posto per il ceto medio, figurarsi per loro. I genitori, se hanno culo, cioè un lavoretto precario, guadagnano una miseria e non arrivano a metà mese. E ora ricevono bollette del gas e della luce da paura, per non parlare di quando tentano di fare benzina. Se sono autotrasportatori sono rovinati, se sono pescatori o agricoltori pure. Prima integravano col reddito di cittadinanza (550 euro al mese di media per arrivare a 750 col resto, roba da nababbi), ma ora gli han tolto pure quello, divanisti e fancazzisti che non sono altro. Un tempo la nonna dava una mano alla famiglia a sbarcare il lunario, ma ora s’è arresa: la sanità pubblica costa quasi quanto la privata. Passeggiano in centro e le vetrine gli sbattono in faccia un lusso sfrenato, che per loro è fantasy: non potranno mai neppure sfiorarlo. Ma c’è gente che entra, compra, striscia la carta ed esce con le borse griffate zeppe. Sono i miliardari stranieri, che la città “attrattiva” richiama più di Dubai, grazie alla tassuccia piatta del noto progressista Renzi; e quelli italiani, tutti ceo, founder, creator, merchandiser, stylist e influencer che parlano solo di figa, “ape” e soldi, anzi business, call, brainstorming, brand, warming, location, Rolex, Porsche, Maserati, chef stellati, fiumi di coca e mignotte à go go, pardon escort, e si arrapano per City Life, Expo, Fashion Week e tutte le altre Week.

[…]

I ragazzi li guardano e imparano dai social che i modelli di vita sono quelli, non loro sfigati senza speranza, neppure quella di avere la stessa vita sfigata dei genitori. A scuola vedono solo brutture e nulla che funzioni, a parte i crolli e i topi. Poi scoprono sul web che il governo non ha soldi per nulla che li riguardi, ma per il riarmo e Kiev i miliardi li trova sempre, a costo di indebitarsi (cioè di indebitarli). Sentono dire che Eni, Leonardo e le banche, grazie ai rincari dell’energia, cioè alle guerre, raddoppiano e triplicano gli utili, ma tosarli per i bisogni della gente è una bestemmia. Tutto intorno a loro non si parla che di guerre, armi, bunker, arruolamenti, esercitazioni, nemici da sconfiggere o da inventare. E tra i nemici ci sono pure loro. Li chiamano pure “maranza”, un po’ marocchino e un po’ melanzana, per farli sentire un po’ più diversi, sbagliati, estranei: “In galera!”. In tv Fazio e Serra, Scurati e Zoro parlano di loro con l’aria dei colonnelli in pensione e delle sciure all’ora del tè: il pane non gli manca, ma sono viziati, vogliono pure le sneakers e i libri mica li rubano, eh no, perché sono pure ciucci, signora mia. Quindi non si capisce proprio cosa abbiano da protestare. Ci dev’essere per forza qualcuno dietro.


Travaglio : “Governo Meloni tutto chiacchiere e distintivo, imbecille e propagandista”


Il direttore del Fatto: “Fanno le gride manzoniane per dire che hanno fatto qualcosa”

(ilfattoquotidiano.it) – “Bisogna smetterla di dire che questa è la destra ‘legge e ordine’, perché questa è una destra ‘illegalità e disordine’. Non sanno cosa sia la sicurezza, perché per far sentire la gente sicura non bisogna inventare nuovi reati per punire cose che sono già punite o dai Dieci Comandamenti o dal Codice Rocco, quindi dalla notte dei tempi. Bisogna assicurarsi che le pene previste dai reati che ci sono già vengano poi eseguite”. È l’affondo del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che a Otto e mezzo (La7) smonta punto per punto le politiche sulla sicurezza del governo Meloni, mentre cresce la preoccupazione per possibili nuovi scontri nelle città italiane in occasione delle manifestazioni previste per oggi.

Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza che dispone l’invio nel capoluogo lombardo di 500 militari aggiuntivi, fino al 31 dicembre 2026, nell’ambito dell‘operazione Strade Sicure. Si tratta di paracadutisti della Brigata Folgore, provenienti principalmente dal 186° Reggimento di Siena, impiegati nella vigilanza dei luoghi sensibili e nei pattugliamenti, anche dinamici, al fianco di polizia e carabinieri. Un dispiegamento che, secondo Travaglio, racconta soprattutto l’incapacità dell’esecutivo di affrontare le cause dell’insicurezza, sostituendo all’efficacia delle norme l’esibizione della forza.

Il direttore del Fatto osserva che “tutti si riempiono la bocca della famosa certezza della pena, ma pochi possono permettersi di dare poi l’attuazione, perché poi, se la pena è certa, è certa per tutti, anche per i colletti bianchi”. E puntualizza: “I magistrati applicano le leggi che fanno i politici e che hanno trasformato il codice penale e il codice di procedura penale in un colabrodo pieno di scappatoie, di sconti e di saldi di fine stagione che fanno sì che la legge da lontano fa paura e da vicino fa ridere, l’effetto spaventapasseri”. Un meccanismo che finisce per alimentare anche la sfiducia dei cittadini nella giustizia: “La gente quando vede che vengono arrestati e poi dopo un po’ sono fuori o non capisce oppure pensa che sia il magistrato che è buonista, in realtà sono le norme che sono fatte apposta per rendere la pena una barzelletta”.

Circa la decisione di rafforzare la presenza militare nelle strade di Milano, Travaglio sottolinea: “Mandano i soldati in piazza, offendendo tra l’altro polizia, carabinieri e forze dell’ordine che hanno quello di compito, mentre i soldati non si capisce bene cosa vadano a fare, soprattutto dopo che Mattarella ha svuotato i poteri di arresto della polizia giudiziaria che inizialmente questi scriteriati volevano dare ai militari”. Travaglio ribadisce che la moltiplicazione dei presidi non risolve il problema di una legislazione che giudica inefficace: “Il governo Meloni fa le gride manzoniane per dire ‘ho fatto qualcosa‘”. E cita un esempio concreto, quello delle disposizioni penali già esistenti per punire le violenze durante le manifestazioni: “L’articolo 419 del codice penale, che esiste dalla notte dei tempi, afferma: ‘Chiunque fuori dai casi preveduti commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata con le aggravanti che arrivano a venti anni se il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico’”.

Travaglio contrappone questa disciplina alla nuova fattispecie di partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche, contestando la scelta di introdurre ulteriori reati anziché rendere effettive le sanzioni già previste dall’ordinamento: “Sentite adesso che reato ‘nuovo’ si sono inventati questi: partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche. Che è la stessa cosa che abbiamo appena detto, solo che è punita fino a cinque anni. Il nuovo reato ha un massimo di pena di cinque anni, quello che già c’è fino a vent’anni, quindi conviene quello nuovo perché sono degli imbecilli oltre a essere dei propagandisti”. E chiosa: “A cosa serve questa roba qua? A niente. Zero. Se fai otto decreti sicurezza e la gente non si accorge per niente di cosa è cambiato, tant’è che vede che devi mandare i soldati in piazza, si sente più sicura o meno sicura? Si sente meno sicura ovviamente”.


Il coprivuoto


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Il coprifuoco nasce come un gesto di prudenza domestica. Nelle città medievali, fatte di legno e di paglia, la campana della sera ordinava di coprire il fuoco: si ammucchiava la cenere sulle braci e ci si metteva sopra un coperchio di metallo, perché una scintilla lasciata sola in una notte di vento poteva bruciare un quartiere. La tradizione lo attribuisce a Guglielmo il Conquistatore, che nel 1068 l’avrebbe imposto agli inglesi appena sconfitti, con il vantaggio di impedire ai vinti di riunirsi al buio. Qualcuno lo anticipa ad Alfredo il Grande, i francesi lo fanno risalire al Duecento. Quando salì al trono il figlio di Guglielmo, Enrico, la legge fu abolita e restò la campana, che a Winchester suona ancora ogni sera.
Il fuoco da cui proteggersi cambiò, col tempo. Nell’Italia del 1943, caduto il fascismo, si stabilirono per ragioni di ordine pubblico le ore dalle nove di sera alle cinque del mattino come momento in cui non si poteva uscire da casa. In Algeria la Francia lo applicò dall’aprile 1955 contro gli attentati del Fronte di liberazione. Il 5 ottobre 1961 il prefetto di Parigi, Maurice Papon, lo estese alla capitale ma solo ai «francesi musulmani d’Algeria». Quando decine di migliaia di loro scesero in piazza, il 17 ottobre, senza armi, la risposta fu tale che alcune ricostruzioni contano più di cento morti, e dei corpi si ritrovarono nella Senna. Tornò nel 2005, per le banlieue in fiamme dopo la morte di Zyed e Bouna, diciassette e quindici anni, in fuga da un controllo di polizia. Tornò nel 2015 per il terrorismo e nel 2020 per il virus, quando per la prima volta toccò tutti, e in Italia lo si portò fino alle undici di sera come una concessione.

A Parigi e a Lione, in questi giorni, serve a coprire altro. Dalle undici di sera alle sei del mattino è vietato stare in strada, minorenni compresi, intorno a place de la République e alle Halles. Contro le vetrine rotte e i falò va benissimo. Rispetto a ciò che i ragazzi chiedevano di giorno non dice niente, perché un divieto notturno non è un’aula in più né un supplente in cattedra. Lo si adotta per una ragione molto semplice: è l’unico provvedimento che un governo può prendere senza avere nulla da offrire. Il nome giusto sarebbe coprivuoto.

Basta mettere in fila le cifre francesi. I liceali chiedevano insegnanti, edifici decenti, classi meno affollate, e il loro sindacato ha messo sul tavolo dieci misure per dieci miliardi. Il governo ha risposto con tremila supplenti, tre giorni di lezioni sospese perché ogni scuola discutesse di «democrazia interna», una consultazione online e un piano promesso per fine ottobre. Mercoledì i sindacati sono usciti da Matignon dicendo che nessuna misura era stata annunciata. Intanto, a metà mese, i fermati erano già oltre seimilaottocento, per l’86 per cento minorenni. Il governo e Macron parlano di estrema sinistra che vuole abbattere la Quinta Repubblica, mentre la procuratrice di Parigi faceva sapere che tra i fermati nessuno aveva rivendicato un movente politico. Il presidente, dal canto suo, girava il Golfo a trattare il prezzo del gasolio.

L’Italia ha recitato lo stesso copione in due atti. Gli autotrasportatori hanno bloccato le strade del Sud, gli scaffali dei supermercati si sono svuotati e Salvini ha annunciato un miliardo per la categoria. Fatti i conti, i soldi nuovi sono 160 milioni: il resto era già stanziato, i rimborsi si aspettavano da sette mesi e il credito d’imposta arriverà nel 2027. Una mancetta con l’annuncio di un miliardo, mentre nelle stesse ore il ministro Urso faceva identificare i camionisti e il ministro Nordio parlava di probabili infiltrazioni criminali. Agli studenti è andata peggio. Valditara ha rivendicato gli investimenti sugli edifici e ha chiamato «maranza» la stragrande maggioranza di chi ha devastato Milano. Il governo ha varato il decreto: un reato nuovo di partecipazione violenta ai cortei, fino a cinque anni, minorenni imputabili dai quattordici anni, genitori chiamati a pagare, cinquecento militari a Milano fino al 31 dicembre. Il tetto agli alunni stranieri, uno dei bersagli dei cortei, resta in piedi. La differenza tra i due casi si dice in una riga: chi scioperando ferma le merci riceve qualcosa, chi ferma soltanto sé stesso riceve un decreto sicurezza.

A Tirana Rama ha parlato di mano straniera, di Russia e di Iran, senza portare prove (anche il ministro della difesa italiano ha adombrato infiltrazioni). Il premier albanese ha promesso 2.500 euro agli agenti impiegati nelle piazze e studia di abbassare l’età della responsabilità penale. Sul costo dell’università si è detto pronto a discutere, ed è tutto.

Altrove le piazze sono rimaste in ordine, e lì il governo non ha né represso né risposto. Ad Atene diecimila persone hanno sfilato in pace fino al Parlamento, e Mitsotakis ricorda ai manifestanti gli aiuti per l’energia. A Madrid il Parlamento ha bocciato i decreti sulla casa del governo e Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre. A Lisbona hanno piantato le tende. Dove la piazza non rompe niente non succede niente. Dove rompe arriva la questura, ma in nessun caso arriva una risposta concreta.

Qui nasce un sospetto, che, per carità, resta un sospetto. Le vetrine rotte ci sono, i poliziotti feriti anche, più di settecento in Francia e centonovantuno in Albania, e nessuno può far finta di niente. Ma il decreto, il coprifuoco, il bonus agli agenti fanno un altro lavoro, oltre a quello dichiarato. Finché si parla di ordine pubblico non si parla di quanti insegnanti mancano, di dove si trovano i soldi, di che cosa si può davvero concedere a ciascuna categoria. Un governo che reprime non ammette niente. Un governo che tace davanti a una richiesta precisa lascia vedere che la risposta non ce l’ha. Per chi governa il rischio è questo: che i cittadini si accorgano che dall’altra parte del tavolo c’è una sedia vuota.

A mezzanotte, in place de la République, non c’è nessuno. È il ritratto più fedele che i governi contestati in giro per l’Europa potessero fare di sé.


La protesta degli autotrasportatori ti sta mostrando il Sud Italia della crisi che il governo del Nord non conosce


La protesta degli autotrasportatori ti sta mostrando il Sud Italia della crisi che il governo del Nord non conosce

(Ciro Pellegrino – fanpage.it) – Lo sai come si dice, no? «Il sazio non crede al digiuno». Il governo di destra, padre dell’autonomia differenziata che diviso l’Italia te la sta mostrando chiara chiara qual è la priorità: il problema sono le vetrine di Milano, l’ottavo decreto sicurezza in cinque anni con l’ennesima tirata anticostituzionale corretta dal Quirinale (se non ci fosse Mattarella…), i «maranza» (li chiamano così, come in un rap di Fedez, solo per non passare per xenofobi).

Ispirandomi al bellissimo «monologo di Giorgio», in “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo, ti dico che da qualche giorno mi sento come come un esemplare della specie più povera del mondo: il meridionale che solidarizza con chi trasporta i prodotti della terra e ci consente ogni giorno di mettere il piatto a tavola.

Non sono fesso e so che non lo sei nemmeno tu: l’Italia del Sud è il paese dei padroncini, la rete dei trasporti della grande distribuzione è spesso fonte di sfruttamento dei lavoratori. Ma nessuno mi convincerà che un camionista fa la vita da nababbo e non ha niente di cui lamentarsi.

Nessuno mi convincerà che un autotrasportatore non vorrebbe stare a casa sotto ad una coperta e davanti alla tv invece di stare mmiez ‘a via, su un’autostrada, dalle 4 di mattina. E non certo per uno stipendio da direttore generale.

Questa protesta degli autotrasportatori al Sud Italia nasce perché il caro gasolio sta erodendo il margine di guadagno degli autotrasportatori. È una cosa più grande di me e di te e pure dell’Italia. Riguarda i meglio amici di Meloni e Salvini: Trump e Putin. Il blocco sta facendo uscire pazze le forze politiche. Il centrodestra non può attaccarli fino in fondo perché questa gente è il loro elettorato di base al Sud Italia. Il centrosinistra li sostiene, ma non fino in fondo.

Hai notato quanto tempo c’è voluto per far entrare questa vicenda nell’agenda della politica nazionale e quanto poco tempo c’è voluto invece per le vetrine spaccate di Milano? Hai visto mezzo ministro a Napoli, a Reggio Calabria, Palermo, Bari? Qui è solo un problema di quattro zappaterra e dei loro camionisti, a Milano è a rischio la civiltà.

È stato necessario bloccare l’intero comparto del trasporto merci per far alzare il culo a qualcuno a Roma farlo recare in ufficio a fare i conti per vedere se resta qualche soldino non per il riarmo. Tutto sommato la Regione Campania, con tutte le sue miserie, è riuscita a trovare in poche ore 13 milioni di euro per supportare i costi del gasolio agricolo destinato ai coltivatori diretti.

Oggi ho sentito l’ennesima panzana di un ministro del governo Meloni, che poi è sempre lo stesso, Nello Musumeci, oggi in gita qui. Musumeci è quello che se la prese coi napoletani dopo i terremoti ai Campi Flegrei, deve avere avuto qualche problema coi napoletani da giovane. Ha detto: «Non siamo a Bolzano. È normale che la criminalità va dove c’è denaro o dove si pensa possa arrivare e soprattutto c’è chi vuole fomentare». Ma vi rendete conto di quanto faccia schifo questa frase in bocca ad un ministro siciliano?

«Il sazio non crede al digiuno». E poi c’è pure il sazio che irride chi è a pancia vuota e dice: «Beato te, io ho mangiato così tanto che schiatto». Meno soldi agli ospedali del Sud, meno soldi ai trasporti del Sud, poi però in estate tutti a Napoli e come è bella Napoli e che bel cambiamento ha fatto Napoli, andiamo tutti al murale di Maradona e poi a mangiare una pizza gourmet a quaranta euro. È stato necessario bloccare mezza Italia per far succedere qualcosa, l’indifferenza di governo verso questa parte dell’Italia ha raggiunto vette che non credevo possibili nemmeno quando Umberto Bossi in canottiera gridava ai «terùn».

Avrei voluto parlarti dell’inaugurazione della libreria Mondadori nella metropolitana di Scampia. Una cosa bellissima, una avventura di quel  visionario di Rosario Esposito La Rossa, un presidio di cultura in un luogo ancora complicato (l’altroieri, a due passi da lì, un omicidio di camorra).  Avrei voluto parlarti dell’apertura di stagione del teatro Mercadante di Napoli, Renato Carpentieri, 83 anni, monumentale, un leone, in scena con testi di Beckett e Pinter. Ne parleremo.

Oggi la priorità è far vedere com’è difficile imporre un argomento all’agenda del governo, se quell’argomento arriva da una precisa parte del Paese.


Tutte le bufale diffuse dai media sulla mobilitazione dei ragazzi in Italia


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Pericolosi sondaggi per decidere quali negozi devastare, manuali per la guerriglia, regie estere, con ogni probabilità russe. Sono solo alcune delle bufale diffuse da gran parte della stampa mainstream sul Movimento 17/10, la piattaforma della Gen Z italiana nata all’indomani delle proteste dello scorso fine settimana, che qualcuno preferisce ricondurre a gruppi di non meglio definiti “maranza”. «Quale negozio vorresti saccheggiare?: nelle chat dei ragazzi il sondaggio choc», titola l’Avvenire. «In chat la guida per i cortei: “Gridare slogan e sfondare”», fa eco RaiNews. «Le piazze in rivolta e l’impronta della guerra ibrida», scrive La Stampa, alludendo a una potenziale interferenza di Putin, sulla scia delle dichiarazioni rilasciate dallo stesso ministro della Difesa, Crosetto. La mobilitazione prevista per oggi sembra riunire stampa dominante e rappresentanti della politica sotto la stessa ala, alimentando mistificazioni e lampanti fake news. Nonostante i tentativi di delegittimazione, il Movimento 17 Ottobre continua a invocare la protesta e ha annunciato una mobilitazione lampo, con modalità inedite e senza fornire dettagli pubblici.

Tenere traccia delle bufale circolate negli ultimi giorni sul Movimento 17/10 è difficile. La pagina è nata su Instagram il giorno dopo i disordini che hanno investito Milano domenica scorsa, lanciando una mobilitazione permanente in diverse città italiane. «I violenti siete voi che ci avete negato il futuro. Ora quel futuro ce lo prendiamo», si legge nella prima pubblicazione del gruppo. Il movimento promette di organizzare manifestazioni ogni sabato nelle principali città italiane, tra Milano, Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari e Genova, lasciando spazio anche a iniziative dal basso. Il movimento si struttura in maniera orizzontale, come chiarito nel primo comunicato ufficiale del gruppo, in cui si legge senza mezzi termini: «Non ci rappresenta nessuno, ci rappresentiamo da soli». E ancora: «Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare».

Nel giro di pochi minuti, una volta lanciate la piattaforma Instagram e la sua gemella su Telegram, sono arrivati i primi allarmismi: le agenzie di stampa hanno parlato di un manuale «anarchico» e di una «guida per i cortei: “Gridare slogan e sfondare”». A Tagadà, su La7, il documento viene descritto come «una cassetta per gli attrezzi per i manifestanti», con toni di stupore e preoccupazione. La Repubblica, invece, lo definisce «un vecchio manuale anarchico». La verità è che si tratta di una guida pubblicata circa due anni fa sulla piattaforma Substack, nel progetto Robinbook, noto da tempo negli ambienti attivisti. Il documento che i media descrivono con inquietudine è una normale fanzine digitale che fornisce indicazioni generali a chi non ha mai partecipato a una protesta. Tra queste, per esempio, l’avvertenza di non raccogliere un lacrimogeno da terra, perché incandescente. Documenti di questo genere circolano da oltre settant’anni, prima in forma cartacea e poi anche digitale, elemento che rende difficile immaginare che fossero ignoti alle maggiori agenzie di stampa e piattaforme mediatiche del Paese.

Dopo l’allarme sul presunto manuale per la rivolta, è arrivato quello sulle azioni. La piattaforma Telegram, a cui partecipano oltre 4.000 utenti, è attraversata da messaggi in cui i membri si scambiano opinioni e discutono possibili modalità di azione. Nessuna di queste proposte, tuttavia, è condivisa dalla totalità dei partecipanti, né tantomeno dagli amministratori del gruppo, che, al contrario, invitano a limitare questo genere di conversazioni. Ciò non è bastato a fugare i dubbi della maggior parte dei media, che hanno invece denunciato l’organizzazione di presunte azioni criminali. «In una conversazione compare un sondaggio sui posti da devastare: Sephora, Unieuro, Foot Locker, Rolex, Armani e Snipes», scrive La Repubblica. «Nelle conversazioni è stato lanciato un sondaggio per scegliere i negozi da prendere d’assalto», Il Giornale. Queste e diverse altre testate hanno condiviso schermate di un presunto sondaggio pubblicato sulla piattaforma, nel quale gli organizzatori avrebbero chiesto agli utenti quali negozi saccheggiare. Eppure, stando a quanto verificato da L’Indipendente, sondaggi del genere non sono mai comparsi nel gruppo. La testata monitora la chat fin dal giorno della sua fondazione e, oltre a non aver riscontrato iniziative di questo tipo, ha notato che alcuni partecipanti si sono interrogati sull’origine delle stesse schermate circolate sul web e rilanciate dalle principali testate giornalistiche. A destare sospetti, del resto, sarebbe bastato un particolare: il sondaggio attribuito al Movimento 17/10, attivo su Telegram, risulta realizzato su WhatsApp.

Tra le varie fake news diffuse dai media vi è, infine, quella che riconduce il Movimento 17/10 e i disordini di domenica a presunte regie estere. A evocare questa possibilità è stato lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto, in un post sulla piattaforma X in cui ha parlato apertamente di «guerra ibrida». A fare eco al ministro è stato il direttore editoriale de La Stampa, Maurizio Molinari, intervenuto inizialmente a Tagadà: «A pensar male, come diceva Andreotti… noi non possiamo escludere che la guerra ibrida faccia capolino» alla Russia, allude Molinari, richiamando le dichiarazioni del premier britannico Burnham, secondo cui Mosca sarebbe stata «dietro l’esito della Brexit», senza tuttavia fornire prove o dettagli a sostegno di questa affermazione. Molinari prosegue: «Non possiamo escludere che anche in questo caso…». «I disordini facciano gioco a qualcuno», conclude la conduttrice. «Esatto», replica Molinari. All’intervento televisivo è seguito un editoriale su La Stampa, mentre il Giornale ha preferito parlare direttamente di «islamisti e criminali collegati con l’estero», oltre che di giovani «farabutti». Il risultato è una narrazione che evoca possibili ingerenze straniere senza che, nei passaggi citati, vengano presentate prove concrete di un collegamento tra Mosca e il Movimento 17/10, composto da giovani che dichiarano apertamente di voler protestare contro i disagi del Paese.

Nonostante quelli che appaiono come tentativi di delegittimazione, il gruppo ha rilanciato la protesta. La piattaforma ha abbandonato il programma iniziale delle manifestazioni e ha annunciato una mobilitazione articolata in più fasi, con l’obiettivo dichiarato di evitare di essere intercettata dalle forze dell’ordine. «Alle 14.30 in punto, in ogni città comunicheremo tre concentramenti», dichiarano gli organizzatori, precisando che si tratterà di «tre punti distinti per città, resi noti solo mezz’ora prima». Successivamente, alle 15.30, «comunicheremo la piazza finale»: «I tre concentramenti si muoveranno in corteo verso il punto indicato, per ritrovarsi insieme in un’unica grande piazza. Tre fiumi che confluiscono in uno». La mobilitazione appare più tesa che mai, soprattutto a Milano, dove sono stati schierati 500 parà della Folgore, con disposizioni per operare in funzioni di ordine pubblico. La mobilitazione generale è prevista per oggi e interesserà, oltre al capoluogo lombardo, almeno le altre città già menzionate.


La tela di Elly Schlein per blindare le primarie


La segretaria Pd in corsa verso il 2027. La competizione con Conte. E l’unità del partito dietro la sua leadership, in vista delle candidature alle elezioni politiche. Anche con la nuova legge elettorale

(Susanna Turco – lespresso.it) – Lo squarcio della tela è arrivato domenica con una frase da rasoio di Occam, quando Elly Schlein ha annunciato all’assemblea del Pd riunita alla Nuvola di Roma che era «onorata e orgogliosa» di guidare il partito «come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie». Poche parole, lungamente meditate. Quasi la rottura del sortilegio in cui non solo i democratici ma il centrosinistra è rimasto incantato per l’intera estate, avvolto tra le soluzioni più inverosimili: primarie sì, primarie no, terzi uomini, federatore e federatrici; addirittura un ex ministro politicamente avveduto come Roberto Speranza, tra i vapori di un rovente agosto, è arrivato a proporre di indicare sulla scheda il nome di un partigiano o un diciottenne.

Per il partito democratico adesso tutto riparte. Con i sondaggi che finalmente si fanno tra coalizioni (ha cominciato Swg per La7, prevale di poco il centrosinistra) e la discussione tra gli alleati, a partire dai Cinque stelle di Giuseppe Conte, spostata sul programma e sul come e quando delle primarie. Con la segretaria del Pd che si porta a casa l’unità del partito, lo slittamento del congresso. E un ordine del giorno, che ha provocato qualche mugugno nelle retrovie, in cui si specifica che nel caso di primarie lei sarebbe l’unica candidata (una sola obiezione esplicita è arrivata dai riformisti di Lorenzo Guerini, 26 astenuti su 607 votanti).

Può sembrare una questione pleonastica, così l’hanno considerata alcuni, ma in realtà è un passaggio centrale perché quel sostegno non era affatto pacifico. Non  soltanto perché c’era l’europarlamentare Giorgio Gori che voleva candidarsi anche lui, a nome dei riformisti, ma soprattutto perché da mesi e mesi si parlava di una sotterranea corrente di simpatia di notabili dem verso Giuseppe Conte (chi conosce sia le stanze del Nazareno che quelle di palazzo Chigi lo chiama «il comitato elettorale di Conte dentro il Pd»). In ultimo è sfociata persino nell’ipotesi di invitare il leader M5S al raduno di Montepulciano, dove nel fine settimana si vedrà di nuovo radunarsi il correntone pro-segretaria composto da Areadem di Dario Franceschini, Dems di Andrea Orlando e Peppe Provenzano, e l’ex Articolo 1 di Speranza. Il gruppo si è riunito per la prima volta un anno fa, alla fine di novembre 2025, offrendosi come base della segreteria Schlein, ma per la verità non con grande successo. All’epoca lei, nel ringraziarli, rispedì cortesemente l’offerta al mittente («continuerò ad essere la segretaria di tutti»). La storia successiva del partito democratico è sostanzialmente andata in un’altra direzione, e nel frattempo anche sui territori il correntone è rimasto diviso nei suoi tre tronconi. Ad ogni buon conto anche stavolta Schlein sarà a Montepulciano alla chiusura del meeting, domenica mattina. Mentre non sarà all’altro appuntamento del weekend, quello organizzato a Roma attorno a Progetto civico di Alessandro Onorato: sulle agenzie di stampa sono comparsi due programmi, prima con, dopo senza la segretaria del Pd, segno che dalle parti del Nazareno si è voluta eliminare ogni ambiguità (Schlein sarà a Cagliari per la chiusura della festa dell’Unità, al Centro congressi Shangri-là dell’Eur andrà invece il presidente del Pd Stefano Bonaccini). Del resto, adesso è proprio quello del centro (o dei centri) uno tra i punti più scottanti, come L’Espresso aveva raccontato già all’inizio di settembre.

Ora però si fa sul serio, perché a questo punto si avvicinano i due appuntamenti chiave: le primarie, dove la segretaria ha ormai vincolato tutto il partito ad appoggiarla (sempre che si facciano), e le elezioni politiche. Che si terranno con la nuova legge elettorale appena votata dalla maggioranza in Parlamento, che introduce meccanismi che persino i più esperti faticano a decifrare. Nel Pd c’è chi la chiama «sudoku» e la definisce «di pazzesca complessità», con snodi che «nemmeno il centrodestra ha ancora decifrato». La difficoltà principale – sempre al netto della pronuncia della Consulta che potrebbe modificare anche questo punto, oltreché il premio di maggioranza e l’obbligo di indicare il candidato premier – riguarda l’imbuto che si viene a creare tra la lista che scatta col premio di maggioranza, che non è su base nazionale ma divisa in circoscrizioni e dovrà essere concordata dall’intera coalizione, e le liste dei singoli partiti, che dovranno essere composte in ciascuna circoscrizione tenendo conto degli incastri col listone maggioritario, ma anche dell’equilibrio tra capilista bloccati e portatori di preferenze.

In questo rompicapo da far impazzire anche il più scafato dei professionisti delle crocette, per la maggioranza dei partiti la questione non esiste perché eleggeranno solo i capilista, per il partito democratico – praticamente l’unico rimasto con un radicamento sul territorio degno di questo nome – è ancora una volta un cambio che, potenzialmente, rimette in discussione tutta la governance del partito. Tanto più perché, come hanno cominciato a calcolare nel Pd «con le preferenze entrerà circa il 40 per cento degli eletti del Pd del prossimo Parlamento». Già la settimana scorsa, al raduno dei parlamentari democratici a Rondine Cittadella della pace, Schlein ha cominciato a dare il segnale conseguente: «Ci sarà spazio per tutti, come alle Europee, dove abbiamo fatto anche innesti interessanti».

Il precedente cui guardare è proprio quello delle Europee. Lì la segretaria del Pd, sfidando i sondaggi che la davano al 18 per cento e anche una certa sottovalutazione della sua freddezza, accanto a novità come Cecilia Strada e Annalisa Corrado, reclutò personaggi come Stefano Bonaccini, Antonio Decaro, Giorgio Gori. Non per forza (ancora) della sua maggioranza, anzi tutto il contrario. Purché fosse gente che correva davvero, che portava e non si faceva portare. Il risultato fu una marea di voti (il 24 per cento, del resto da solo l’attuale governatore della Puglia portò cinquecentomila preferenze, «half million» diventò il suo soprannome a Bruxelles) e l’unità del Pd: il prezzo fu un gruppo parlamentare europeo non esattamente a sua immagine e somiglianza.

Ecco, avvicinandosi il voto, di nuovo con le (per quanto limitate) preferenze, si può immaginare qualcosa di simile a un palio di Siena. Coi cavalli al canapo che si preparano a correre e trainare le liste. Ma, modello sudoku, prima di avere in premio un posto al canapo, ci sono le primarie da vincere. E tutti i capi, capetti, consiglieri regionali e locali del partito democratico dovranno dimostrare di aver fiato da vendere per portare la segretaria a vincere.

Non a caso in questi giorni nel Pd sono in molti a ricordare la lunghissima operazione in Campania. Che è partita con Vincenzo De Luca che si faceva votare anche dai consiglieri del Pd una legge regionale per abolire il limite del terzo mandato ed è finita con l’elezione al suo posto di Roberto Fico, con percentuali bulgare e un’alleanza larghissima, Cinque stelle in testa naturalmente. Anche lì Schlein ha pagato un prezzo, ma ha dimostrato il suo pragmatismo: l’opposto di quella immagine di sciamannata fuoriuscita da un centro sociale cui la associano i critici più ripetitivi. Ma in questi giorni in cui nonostante tutto è tornato a serpeggiare il timore di qualche mossa a sorpresa di Giuseppe Conte, ecco che la Campania è stata evocata: prova della capacità di tenere insieme tutti, e di stringere un’alleanza che a questo punto anche per i Cinque stelle è difficile da buttare al macero. Come dimostrano le posizioni dell’avvocato ex premier all’indomani dell’assemblea Pd. Primarie da fare «il prima possibile» e a un turno. Il quando e il come, appunto.

E d’altra parte, per quel che riguarda il Pd, Schlein candidandosi a guidarlo si diede come compito quello di «spostare la testa dell’elefante», non di cambiare mammifero: una sfida persino più ambiziosa. Già vinta con le Europee, adesso da ricominciare.

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Gli pseudo analisti e la realtà


Quando i boomer scoprono la gen z.

(Stefano Rossi) – È stato identificato l’amministratore della piattaforma “Movimento 17 ottobre” che ha organizzato alcune manifestazioni giovanili per oggi, 24 ottobre 2026, ma probabilmente anche quelle precedenti.

Si  tratta del marocchino Youssef Siher di seconda generazione, 30 anni, laureato in Comunicazione, master in Scienze politiche presso l’Università degli Studi di Milano, Research Trainee presso l’ISPI.

A proposito di ISPI e guerra ibrida.

Da Crosetto, Parsi, Nathalie Tocci, in ottima compagnia con la destra e riformisti del PD, intravedono guerre ibride e le violenze nelle ultime manifestazioni a Milano, Torino e Bologna.

“Guerra ibrida”, termine fumoso per dire che si trattano di violenze organizzate o volute da mani straniere, senza dirlo, ma facendo capire, che ci sarebbe dietro Putin.

Proprio non si vuole capire e affrontare la realtà.

C’è una moltitudine di giovani che non vedono il futuro, che non hanno speranza di lavoro e possibilità di creare una famiglia, ma la politica, pur di sbagliare bene, intravede una mano straniera che li agiterebbe.

D’altra parte, proprio quelli che spiegano con dovizia di errori grossolani quanto è giusto buttare miliardi di euro in armamenti e aiuti all’Ucraina, sono poi quelli che vedono, sempre in Putin, la causa di tutti i mali della nostra società.

La colpa è sempre degli altri.

Sono quelli che accusavano la Russia dietro la distruzione del gasdotto Nord Stream, salvo poi a stare zitti quando la magistratura tedesca indagava contro USA e Ucraina per il sabotaggio.

Addirittura l’Ambasciata russa si è dovuta lamentare su Telegram con queste parole: “I giovani sono scontenti, i prezzi aumentano, nelle strade scoppiano disordini, i camion non circolano? Cosa c’è di più facile che dare la colpa di tutto agli hacker russi, agli agenti russi o a chiunque abbia un passaporto russo e continui per strane ragioni a visitare l’Italia?”.

Ci hanno dovuto ricordare, loro, i russi, non i nostri TG, sempre più uguali, sempre più falsi, che, mentre il ministro della Difesa Crosetto, paventava guerre ibride russe, il ministro dell’Interno Piantedosi, ribatteva che non vi sono elementi per sostenere questa tesi.

Sono quelli che avrebbero dato il Nobel a Trump. Per la pace, non per la comicità o per scatenare guerre e crisi energetiche! E sono gli stessi che si intestardiscono a comprare gas americano a prezzi altissimi, schifando quello russo a buon prezzo, e poi stanno zitti quando è Trump che si assicura il diesel russo per i suoi interessi.

Insomma, viviamo momenti di assoluta follia, di narrazioni false e fuorvianti, crisi economiche scatenate da persone instabili e dobbiamo vedere l’Inghilterra che prima esce dall’Unione europea e, ora, parla e decide come vi fosse rientrata. E consiglia di fare scorte per tre giorni perché è vicina una guerra con la Russia.

Poi vedi se non ti girano le balle e vai in piazza ad urlare contro questo manicomio.


Napoli, municipalità collinare: si spegne un presidio culturale


Il Comitato Valori collinari chiede la riapertura del teatro Immacolata

Capodanno: “Non si possono lasciare chiuse le porte di uno dei pochi spazi teatrali accessibili alle compagnie del territorio. La cultura non è un lusso, è un servizio essenziale per la comunità ”.

Il Comitato Valori collinari esprime profonda preoccupazione per l’interruzione delle attività del teatro Immacolata di via Nuvolo, all’Arenella, una delle poche strutture culturali e teatrali ancora disponibili per compagnie filodrammatiche, gruppi amatoriali, associazioni e realtà del territorio che difficilmente trovano spazio nei grandi teatri cittadini.

La chiusura del teatro Immacolata non rappresenta soltanto la perdita di un palcoscenico. Significa privare il quartiere di un luogo di incontro, formazione, partecipazione e socialità, che per quasi vent’anni ha accolto spettacoli, saggi, attività benefiche, iniziative parrocchiali e progetti rivolti a bambini, ragazzi, famiglie e anziani.

“ Non possiamo permettere che si spenga una delle poche luci culturali della collina – dichiara Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. Il teatro Immacolata non è soltanto un edificio: è una casa per compagnie teatrali, un luogo di crescita per i giovani e un punto di riferimento per l’intera comunità. La sua chiusura è un danno culturale e sociale che riguarda tutti ”.

Il teatro Immacolata ha svolto per anni una funzione che i grandi teatri, per dimensioni, costi e programmazione, non riescono a garantire alle realtà amatoriali e alle compagnie filodrammatiche, composte da attori non professionisti, giovani in formazione e cittadini appassionati, che necessitano di spazi accessibili, funzionali e radicati nel territorio.

“Le compagnie filodrammatiche non chiedono palazzi dorati o palcoscenici monumentali – puntualizza Capodanno. “Chiedono un luogo dove poter provare, crescere, incontrare il pubblico e portare in scena il proprio lavoro. Il teatro Immacolata è stato per quasi vent’anni proprio questo: una casa aperta alla cultura e alla partecipazione “.

La struttura ha rappresentato un importante presidio anche per le scuole di danza, le palestre, gli istituti scolastici e le associazioni del territorio, ospitando saggi di fine anno, iniziative solidali e momenti di aggregazione intergenerazionale. La sua chiusura lascia un vuoto che non può essere colmato semplicemente con dichiarazioni o promesse.

Il Comitato Valori collinari richiama l’attenzione sul ruolo essenziale dei piccoli teatri nella vita culturale delle città. Sono spesso i luoghi in cui nascono le prime esperienze sceniche, in cui artisti emergenti trovano spazio e in cui il pubblico può vivere un rapporto diretto e autentico con chi sale sul palcoscenico.

“ Ogni piccolo teatro che chiude lascia un vuoto difficilmente colmabile – sottolinea Capodanno -. Si perdono opportunità per i giovani, occasioni di incontro per le famiglie, spazi di espressione per gli artisti e momenti di socialità per gli anziani. Quando si chiude un teatro, non si chiude soltanto una sala: si impoverisce l’intera comunità “.

Il Comitato ricorda che la carenza di presidi culturali e di spazi di aggregazione è uno dei fattori che contribuiscono all’indebolimento del tessuto sociale dei quartieri. La cultura, il teatro e la partecipazione non sono accessori: sono strumenti di crescita, inclusione e coesione.

Il Comitato Valori collinari lancia un appello alla Curia di Napoli, alle istituzioni competenti, alle associazioni culturali e a tutti i cittadini che hanno a cuore il patrimonio culturale della città, affinché si apra un confronto costruttivo per individuare una soluzione concreta e rapida.

“ Chiediamo che si apra un tavolo serio e trasparente – conclude Capodanno – Non basta constatarne la chiusura: occorre capire le ragioni, valutare le condizioni della struttura e individuare una strada per restituirla alla sua funzione originaria. Il teatro Immacolata deve tornare a essere un luogo aperto, vivo e accessibile. La cultura non è un lusso riservato a pochi. È un bene comune, un diritto e una necessità. Restituire il teatro Immacolata alla comunità significa restituire al quartiere uno spazio di identità, memoria e futuro “.


Vomero: ennesimo fermo della scala mobile di via Cimarosa


Anziani e turisti costretti a salire le scale di piperno

Capodanno: “È inaccettabile che un presidio essenziale per l’accessibilità del quartiere resti fermo senza informazioni su cause e tempi di ripristino. La mobilità non può essere lasciata all’improvvisazione”.

Il Comitato Valori collinari denuncia l’ennesimo fermo della scala mobile di via Cimarosa, collegamento fondamentale tra la stazione della funicolare Centrale, via Cimarosa e la zona di San Martino. La struttura, indispensabile per raggiungere Castel Sant’Elmo, la Certosa e il Museo di San Martino, risulta nuovamente fuori servizio. La conseguenza è che anziani con difficoltà di deambulazione, persone con disabilità, famiglie con passeggini e numerosi turisti sono costretti ad affrontare le non agevoli scale di piperno che collegano la zona della funicolare all’area monumentale di San Martino.

“ Stiamo parlando di un collegamento essenziale, non di un servizio accessorio –  dichiara Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. La scala mobile di via Cimarosa è il naturale prolungamento della funicolare Centrale verso San Martino. Quando si ferma, il Vomero diventa improvvisamente più difficile da vivere per chi ha problemi motori e più ostile per i turisti che arrivano nel quartiere ”.

Il Comitato sottolinea che non si tratta di un episodio isolato. La scala mobile di via Cimarosa è stata più volte oggetto di fermi, guasti e interventi, con conseguenti disagi per residenti, pendolari e visitatori al punto che ironicamente viene chiamata “scala im…mobile”. Ogni interruzione, inoltre, si ripercuote sull’accessibilità dell’intera area monumentale di San Martino, uno dei luoghi più frequentati della città.

“ È un disservizio che si ripete con troppa frequenza – sottolinea Capodanno. “Ogni volta che la scala mobile si ferma, chi ha difficoltà a camminare si trova davanti a una barriera architettonica. Non è accettabile che un servizio pubblico destinato proprio a superare il dislivello diventi, di fatto, inutilizzabile ”.

Il presidente del Comitato ricorda che l’area di San Martino è raggiunta quotidianamente da turisti italiani e stranieri, spesso con bagagli, bambini o persone anziane al seguito oltre che dalle migliaia di residenti. La funicolare Centrale consente di salire al Vomero, ma senza un funzionamento affidabile della scala mobile il percorso verso Castel Sant’Elmo e il complesso di San Martino diventa faticoso e poco accessibile.

Il Comitato denuncia inoltre l’assenza di informazioni pubbliche sulla durata del fermo, sulle ragioni dell’interruzione e sui tempi previsti per il ripristino. I cittadini e i turisti non trovano comunicazioni chiare né in stazione né sui canali istituzionali.

” Ciò che rende ancora più grave la situazione è il silenzio informativo – puntualizza  Capodanno -. Nessuno sa perché la scala mobile è ferma, per quanto tempo lo resterà e quali interventi sono previsti. I cittadini hanno il diritto di conoscere lo stato dei servizi pubblici che utilizzano ogni giorno. I turisti, invece, trovano un quartiere non appare attrezzato per accoglierli “.

Il Comitato ricorda che la trasparenza sulle interruzioni non è un dettaglio burocratico, ma una componente essenziale della qualità del servizio. Informare tempestivamente significa permettere alle persone di organizzare gli spostamenti, evitare percorsi inutili e ridurre il rischio di incidenti.

“ Non si può continuare a intervenire solo quando il guasto è già avvenuto – conclude Capodanno -. Serve manutenzione preventiva, da parte della ditta alla quale è affidata, avendo già a disposizione i pezzi di ricambio necessari in modo da accelerare i tempi di ripristino. Il Vomero ha bisogno di servizi affidabili, non di promesse. La scala mobile di via Cimarosa deve tornare a funzionare e deve essere mantenuta in condizioni tali da non fermarsi più con questa frequenza e con una durata incerta “.


Guardia Sanframondi, confronto con il Sottosegretario Ferrante: infrastrutture, sicurezza e sviluppo al centro del dialogo


Si è svolto ieri, in modalità telematica, un incontro tra l’Amministrazione comunale di Guardia Sanframondi e il Sottosegretario di Stato al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, on. Tullio Ferrante, per portare all’attenzione del Governo le principali criticità del territorio e le opportunità legate agli interventi infrastrutturali strategici in programma nel Sannio.

All’incontro hanno partecipato il sindaco Raffaele Di Lonardo, il vicesindaco Fiorenza Ceniccola, promotrice dell’iniziativa, l’assessore all’Urbanistica Filippo Maria Guidi e il responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale Luca Sebastianelli.

Nel corso del confronto sono state affrontate diverse priorità per Guardia Sanframondi e il comprensorio: la messa in sicurezza del centro storico e il contrasto al dissesto idrogeologico, gli interventi sui torrenti Seneta e sul fiume Calore, il potenziamento della viabilità e la riqualificazione della ex SS87, anche attraverso la possibile riclassificazione della tratta e il coinvolgimento di ANAS. Attenzione anche alla seconda arteria nella Valle San Filippo, alle opportunità connesse alla linea Alta Capacità Napoli-Bari, al potenziamento del sistema idrico per la zona alta del paese e ai tempi di pagamento delle indennità relative all’invaso di Campolattaro.

Nel ringraziare il vicesindaco per aver promosso l’incontro, il Sottosegretario Ferrante ha sottolineato l’importanza del dialogo con l’Amministrazione comunale per approfondire le esigenze del territorio e favorire una programmazione degli interventi capace di migliorare infrastrutture e servizi, sostenendo lo sviluppo dell’intero comprensorio.

Il sindaco Raffaele Di Lonardo ha espresso apprezzamento per la disponibilità dimostrata, auspicando che l’attenzione verso le aree interne possa tradursi in risposte concrete. «Le questioni affrontate riguardano non soltanto Guardia Sanframondi, ma un intero territorio, caratterizzato da una produzione vitivinicola d’eccellenza e da importanti potenzialità che, se adeguatamente sostenute e valorizzate, possono contribuire alla crescita dell’economia regionale».

Sul versante tecnico e urbanistico, l’assessore Filippo Maria Guidi ha evidenziato il valore del confronto diretto con il Ministero: «Dialogare direttamente con il Ministero ci permette di rappresentare le specificità del nostro territorio e di porre le basi per interventi strutturali concreti, capaci di coniugare sviluppo, accessibilità e valorizzazione del patrimonio urbano».

«Le grandi infrastrutture che interessano la nostra provincia devono produrre benefici concreti per chi vive e lavora in queste aree, migliorando i collegamenti, la sicurezza e i servizi. Questo incontro non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un’interlocuzione a livello nazionale che auspichiamo stabile e costruttiva, affinché Guardia Sanframondi e il comprensorio possano superare l’isolamento e la marginalità e valorizzare pienamente le proprie eccellenze produttive, culturali e turistiche», ha concluso il vicesindaco Fiorenza Ceniccola.

L’incontro conferma l’impegno dell’Amministrazione comunale a rafforzare il dialogo con le istituzioni nazionali, affinché le esigenze del territorio trovino riscontro nella programmazione delle opere e degli investimenti, trasformando le infrastrutture in concrete opportunità di crescita.