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Da Erri De Luca a Nevo: la sinistra e il vizietto di zittire scrittori e artisti


Dopo il festival di salerno, l’ultimo caso: l’autore israeliano

Da Erri De Luca a  Nevo: la sinistra e il vizietto di zittire scrittori e  artisti

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] L’egemonia culturale (cosiddetta) della destra fa ridere, finalizzata, come si è visto, ad egemonizzare le poltrone in Rai e ad arraffare nomine museali. Però la futuribile egemonia della sinistra fa più paura per la propensione che mostra a censurare questo o quello, dall’alto di una sedicente cattedra morale. Prima, Erri De Luca escluso dall’apertura del festival Salerno Letteratura dopo aver rifiutato l’uso della parola genocidio per Gaza e aver rivendicato il “diritto a una difesa esistenziale e necessaria per Israele”. Adesso, la petizione contro la presenza dell’autore israeliano Eshkol Nevo al festival “ Il Libro possibile”, in programma a luglio tra Polignano a Mare e Vieste. Una indignata raccolta di firme capeggiata dall’arcivescovo di San Giovanni Rotondo, Franco Moscone, e dalla vicesindaco di Bari Giovanna Iacovone, oltre a docenti, professionisti, attivisti e a non meglio precisati rappresentanti della società civile. La colpa di una delle più limpide voci della letteratura mondiale? Non avere espresso “una chiara e pubblica presa di distanza dalle politiche del governo israeliano”. Un delitto, par di capire, emendabile previo pubblico pentimento e sottomissione al supremo magistero dei buoni e dei giusti. Bene ha fatto la direttrice artistica, Rossella Santoro a ribadire con nettezza come da 25 anni il festival porti la cultura nelle piazze, accogliendo con la massima libertà “voci, sensibilità e posizioni differenti”. Poiché, senza la parola di Eshkol Nevo, altri a Polignano e Vieste avrebbero taciuto. Là dove destra e sinistra sono unite nella lotta, è nella censura della cultura russa, sanzionata come se i più famosi scrittori, musicisti e artisti fossero altrettanti strumenti nelle mani di Putin.

[…]

Si comincia nel 2022 quando Paolo Nori denuncia la cancellazione di un corso su Fedor Dostoevskij (!) che avrebbe dovuto tenere all’Università Bicocca di Milano (“per non generare tensioni”, farfugliò un comunicato dell’ateneo). Nel luglio del 2025 tocca al celebre maestro Valery Gergiev essere cancellato dalla direzione della Reggia di Caserta, insieme al concerto sinfonico previsto nell’ambito della rassegna “Un’Estate da Re”. Mentre il ministro Giuli mette la testa sotto la sabbia, esulta il Pd locale:” Abbiamo lottato e vinto: la Campania non ospiterà un ambasciatore di Putin”. Eddai! Sappiamo dei tentativi di estromettere gli artisti russi dalla Biennale di Venezia, ed ecco che subito, a sinistra, risponde uno squillo. Con la fiera “Più libri più liberi” che chiede agli editori di sottoscrivere il patentino antifascista , con apposita dichiarazione. Un gentile cadeau per Giorgia Meloni (“Censura!”) che se confermato porterà alla disdetta di molti editori, sicuramente antifascisti ma insofferenti alla mordacchia, da qualunque parte provenga. […] Colpisce il silenzio della Schlein e del sinedrio del Nazareno. Se temono di perdere i voti dei censori, continuando a tacere su questo scempio di libertà il consenso di chi non ne può più di questi commissari del popolo in servizio permanente effettivo, se lo scordano. Sì, vi meritate il generale Vannacci.


Ma mi faccia il piacere


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Roba da querela. “Telese: ‘Picierno una Vannacci di sinistra’. Lei telefona in diretta e replica: ‘Non posso transigere’” (La7.it, 7.6). In effetti “sinistra” è una parola forte. Miracolo. “Pier Silvio e lo schianto: ‘Poteva essere una tragedia, ma lassù qualcuno ha fatto il miracolo’” (Corriere della sera, 12.6). Ma chi, Mangano? […]


Un altro che si vende come “il nuovo”


(Giancarlo Selmi) – Ne abbiamo un altro. Un altro che si vende come “il nuovo”. Non bastava Meloni, “nuova” da trent’anni di Parlamento, ministeri, apparato, partito, carriera politica e retorica riciclata. No. Adesso arriva pure lui: il generale spacciato per novità, l’ennesimo prodotto confezionato per sedurre quella parte del Paese che si innamora di slogan, frasi da bar, banalità urlate in tv e pensieri masticati male tra un grappino e un tavolo da biliardo. Ed ecco il “nuovo”: uno con la faccia da tunisino che vuole rimandare indietro i tunisini, perfino quelli nati in Italia e perfettamente inseriti.

Nuovo come la muffa sui muri. Nuovo come una ragnatela in una casa chiusa da due secoli. Nuovo come certa destra italiana che cambia faccia, cambia confezione, cambia tono, ma ripete sempre lo stesso identico repertorio: paura, esclusione, regressione, ignoranza elevata a programma politico. Di nuovo qui non c’è nulla. Ci sono le stesse pulsioni reazionarie di sempre. Ci sono parole che odorano di colonialismo, di sopraffazione, di nostalgia autoritaria. C’è il solito scimmiottamento della parte peggiore della nostra storia politica, quella più rozza, più aggressiva, più nemica del progresso sociale e civile.

Ma va benissimo così per chi deve raccattare voti nel segmento più arretrato del Paese. Va benissimo per chi vuole parlare alla rabbia più ottusa, al pregiudizio più pigro, alla cultura del risentimento e del rutto elevato ad analisi politica. Va benissimo per riportare a galla relitti della peggior destra italiana: riciclati, transfughi, reduci, opportunisti di professione, gente che ha servito chiunque pur di stare in scena un altro po’. Tutti improvvisamente “nuovi”. Tutti improvvisamente folgorati. Tutti pronti a raccontare che adesso, finalmente, dicono la verità.

La verità vera è che dicono le stesse cose di sempre. Le stesse che diceva Salvini. Le stesse che dice Meloni. Le stesse che da anni rimbalzano da una curva televisiva all’altra, da un talk show a un comizio, da una provocazione miserabile a una successiva ancora più miserabile. Cambia solo l’imballaggio. Il contenuto è marcio da decenni. E intanto c’è chi si agita. Chi dice che ruberà voti alla destra e farà perdere Meloni. Sciocchezze. Se mai, finirà perfettamente dentro quel campo politico, perché ne rappresenta una delle espressioni più rozze ma più coerenti. Non è l’alternativa alla destra: è un pezzo della destra più tossica che cerca semplicemente una voce piu’ stonata per farsi notare.

E poi ci sono quelli che lo descrivono come un pericolo enorme. Anche qui, calma. Per essere davvero pericoloso in proprio, bisognerebbe avere spessore politico, visione, struttura, contenuti. Qui siamo davanti a un fenomeno costruito sul nulla. Un nulla scritto male, pensato peggio, confezionato per solleticare gli istinti più bassi e le frustrazioni più elementari. Non un progetto politico: un rigurgito. Non un’idea di Paese: una sequenza di slogan da bar trasformati in merchandising ideologico. Il punto non è sopravvalutarlo. Il punto è riconoscere cosa rappresenta.

Rappresenta la parte peggiore di un clima culturale che in Italia esiste da tempo, e che ogni tanto trova una faccia nuova da appendere al vecchio copione. Rappresenta la miseria politica che si traveste da franchezza, la volgarità che si finge coraggio, l’ignoranza che pretende di essere buonsenso. Per questo, più che trasformarlo in un gigante, sarebbe il caso di trattarlo per quello che è: l’ennesimo rigurgito di un Paese che fatica a liberarsi dei suoi fantasmi peggiori.


Le aziende israeliane stanno penetrando nel business italiano delle rinnovabili


(Michele Manfrin – lindipendente.online) – Dietro la narrazione della “transizione ecologica” si nascondono spesso le stesse dinamiche economiche di potere globale, ciniche e predatorie. Affianco a progetti necessari, in Italia la proliferazione di maxi-impianti legati all’agrivoltaico, al fotovoltaico a terra e all’eolico si contraddistinguono non di rado come processi calati dall’alto, vissuti come un’usurpazione da parte di territori lasciati a margine del processo decisionale e dei potenziali benefici economici. In questo quadro opaco, non a caso, è stata un’inchiesta collettiva condotta da collettivi ecologisti e attivisti a svelare un altro punto oscuro della “green economy” tricolore, scoperchiando il vaso di Pandora sugli investimenti israeliani nei progetti di energia rinnovabile in Italia. Un dossier che, partendo dalle lotte contro la stazione elettrica di Carisio, nel vercellese, o dalle proteste dei cittadini contro i pannelli nei campi di Massarosa, sull’Appennino, o in Sardegna, ha tracciato il filo rosso che unisce speculazione, devastazione del paesaggio e del suolo agricolo italiano, direttamente alle aziende che fiancheggiano il potere sionista nell’occupazione della Palestina e nello sterminio sistematico dei suoi abitanti.

Il meccanismo rivelato dall’inchiesta è emblematico di come l’innovazione tecnologica non sia mai neutrale. Lo Stato d’Israele si propone a livello globale come leader mondiale delle tecnologie, quelle verdi comprese. Eppure, questo know-how si nutre in maniere diretta delle politiche coloniali israeliane. Come sottolineato nel dossier, che si avvale anche dei dati incrociati del centro di ricerca indipendente WhoProfits, le aziende israeliane hanno potuto sperimentare e affinare le proprie tecnologie energetiche sfruttando le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina e in Siria (Alture del Golan). Nel contesto mediorientale, la distesa di pannelli solari non è solo uno strumento di produzione energetica, ma una vera e propria infrastruttura di colonizzazione: occupa fisicamente il terreno, previene il ritorno della popolazione palestinese e siriana e normalizza la presenza degli insediamenti dei coloni. Si tratta di una gigantesca operazione di greenwashing su scala statale:ripulire l’immagine di un Paese responsabile di apartheid e di genocidio sotto la patina rassicurante della “sostenibilità ambientale”.

Il ciclo di accumulazione e sfruttamento non si ferma in Medio Oriente. Dopo aver capitalizzato tecnologie e profitti sulle terre occupate, i grandi gruppi esportano il loro modello in Europa, e l’Italia rappresenta oggi un terreno di caccia ideale. Tra i nomi emersi nell’indagine troviamo colossi come Enlight Renewable Energy, Ecoenergy, Sunprime e Ellomay.

Il caso di Enlight è forse il più paradigmatico. Nata nel 2008, la società è ampiamente coinvolta in progetti sulle Alture del Golan occupate (installazione di turbine, costruzione di strade, reti ad alta tensione) e nell’installazione di pannelli solari nelle basi militari israeliane. Come se non bastasse, nei bilanci dell’azienda compaiono persino donazioni destinate alle forze armate israeliane (IDF). Oggi, attraverso le sue sussidiarie, Enlight ha messo le mani su svariati progetti eolici e solari nel Sud Italia, come in Puglia, dove c’è anche chi ha manifestato la volontà di costituire una colonia israeliana autosufficiente, ma anche in Basilicata e in Molise. La colonizzazione del paesaggio italiano entra dunque nel ciclo di estrazione di profitto e distruzione, andando a foraggiare un’economia di guerra, di apartheid e di genocidio.

Lo stesso schema si ripete per altre realtà sostenute da fondi e colossi assicurativi come Clal, Migdal, NofarEnergy e NoyFund, entità finanziarie che detengono infrastrutture in Cisgiordania e contemporaneamente investono pesantemente nella speculazione energetica nelle campagne italiane. Siamo di fronte a quello che il dossier definisce efficacemente un “triplo livello di sfruttamento”. In primo luogo, l’occupazione di suoli per piazzare mega-infrastrutture esternalizzando i costi ambientali; in secondo luogo, l’espropriazione delle risorse naturali come sole e vento, unita alla sottrazione di terra fertile alla vocazione agricola locale; in terzo luogo, la finanziarizzazione estrema del territorio, ridotto a mero asset in un portafoglio d’investimento volto a garantire rendimenti a entità estere, in questo caso entità che portano avanti un genocidio. Parlare di “israelizzazione” del territorio italiano, riprendendo un concetto già applicato alle università italiane legate a doppio filo con l’industria bellica israeliana, secondo gli attivisti non è dunque una provocazione, ma l’amara fotografia di una svendita nazionale. 

Una certa logica mediatica spinge spesso a considerare i comitati contro le opere come espressioni di quello che in inglese è stato ribattezzato movimento NIMBY (not in my backyard – letteralmente “non nel mio cortile”) un acronimo inventato per denigrare i movimenti ecologisti accusandoli di essere egoisticamente a protezione di minuti interessi locali. Alcuni di questi movimenti, come quelli che hanno dato vita a questo dossier, si dimostrano invece in prima linea nella difesa dell’interesse pubblico contro un capitalismo “verde” che, dietro la promessa di un futuro a zero emissioni, nasconde la cruda realtà della speculazione finanziaria, del neocolonialismo e della complicità alle più spietate dinamiche di oppressione. Da parte loro non c’è nessuna battaglia contro le energie rinnovabili, solo la richiesta che dietro la retorica della transizione verde non si celino le solite dinamiche dell’affarismo di rapina ai danni dei territori e dei diritti umani.


L’altra faccia di Silvio Berlusconi, “Il Figantropo”


(Estr. da “Berlusconi Files”, di Pino Corrias – ed. Paperfirst, pubblicato dal Fatto quotidiano) – L’avventura di Silvio Berlusconi si chiude alle 9:30 di lunedì 12 giugno 2023, dopo una serie di ricoveri e l’ultima crisi respiratoria. Meno di un’ora dopo il Consiglio dei ministri proclama il lutto nazionale e i funerali di Stato per l’ex premier.

La famiglia li annuncia per mercoledì 14. Da celebrare in Duomo. Con tutte le autorità dello Stato presenti da Sergio Mattarella in giù, l’arcivescovo, gli onori militari, le corone di fiori. Più tutte le autorità della sua peggiore televisione.

E poi i calciatori, i politici, i banchieri, i finanzieri, gli industriali, tutti gli oligarchi in fila sotto le arcate del Duomo, con le scorte armate ai bordi, come ai tempi delle dinastie regnanti, il popolo fuori, in piazza, controllato da polizia, carabinieri, tiratori scelti, droni, telecamere, guai a chi disturba, guai a chi si muove.

L’arcivescovo Mario Delpini non sapendo come cavarsela la butta in poesia declinando la vita, l’amore e la felicità “che egli cercava”. E solo dopo essersi allungato in retorica standard per una ventina di minuti, frena sul finale: “Silvio Berlusconi è stato un uomo e ora incontra Dio”. Frase che può anche essere intesa come una minaccia, visti i quattro carabinieri, vestiti come nei libri di Pinocchio, che circondano la bara, al centro della navata, mentre sale l’applauso liberatorio della platea.

Che il funerale di Stato sia il funerale allo Stato, viste le imprese e le opere del defunto, nessuno si azzarda a dirlo, al netto di qualche ostinato antiberlusconiano. Il lutto va rispettato, ci mancherebbe.

Elly Schlein corre all’omaggio. E com’è giusto offre le sue condoglianze. Piangono tutti i campioni della sua nazione, da Lele Mora a Maria De Filippi. Da Massimo Boldi a Flavio Briatore. Da Barbara d’Urso a Gerry Scotti, passando per Roberto Formigoni e Iva Zanicchi. (…) Il rito dura tre ore. La coda tre giorni, tre mesi, tre anni. Da sinfonia diventa musica di sottofondo.

Anche se, al netto degli elogi, nessuno sa riconoscere i meriti di quel potere smisurato, se non nella sua smisurata ricchezza accumulata, e nella ostinazione, persino ammirevole, con cui in trent’anni, in 36 processi, con 155 avvocati difensori, un partito personale, un’altra mezza dozzina a sua disposizione, in tutto un migliaio tra deputati e senatori al suo servizio, l’ha fatta franca.

Così come a nessuno, neppure ai politologi e ai cantori più zelanti, vengono in mente quali e quante riforme di una qualche importanza ha fatto in trent’anni di potere. E vale per tutti i rendiconti, quello della povera Stefania Craxi che interrogata da Lilli Gruber in televisione, balbetta: “Ha fatto tante piccole e grandi cose”. Quali? Annaspa poi spalanca gli occhi: “La riforma Sirchia!”. Sarebbe? “Quella contro il fumo!”. Brava, bravissima.

Forse persino la patente a punti. Il resto di quel che resta sono parole piene d’aria che gonfiano i giornali dal giorno dopo in poi: “Un gigante che ha cambiato il Paese”, “Un leader entrato nella storia”, “Il padre del bipolarismo”. “Un leader transatlantico”, “Un uomo straordinario”. “Un grande riferimento politico, una guida”. “Un geniale imprenditore”. “Un uomo che ci lascia una grande eredità”.

L’eredità, giusto. Una intera caverna di Alì Babà. Che nel 1994 era quasi vuota e ora straripa di gemme e di contanti. Ma non proprio destinata al Paese, semmai ai cinque figli.

Un patrimonio immenso che i giornali calcolano di 7,5 miliardi di euro, tassati allo 0,38 per cento, grazie al babbo. Che comprendono le televisioni in Italia, in Spagna, in Germania, le aziende, un pezzo di Medionalum, la Mondadori, le assicurazioni, i giornali. I palazzi, i terreni e gli appartamenti. Una flotta di aerei e di yacth, una ventina di ville tra la Brianza e il mondo, compresa villa La Certosa in Sardegna che da sola è valutata 500 milioni di euro. Lascia spiccioli qua e là: 100 milioni alla quasi moglie Marta Fascina, e una quarantina al quasi fratello Marcello Dell’Utri. Entrambi muti, anche se Dell’Utri per altre ragioni.

A Forza Italia, che negli ultimi tempi scombiccherati, era tornato a chiamare “Il partito dell’amore”, lascia 90 milioni di debiti, con le fideiussioni intestate a Marina e a Pier Silvio che dal giorno dopo le esequie, sono diventati i titolari del partito, dei parlamentari, dei ministri, tutti utili al benessere delle aziende, quando si tratterà di leggi, tasse, condoni. E che possono chiamare a piacimento per servire i loro capricci, oppure a tavola.

(…) Ho conosciuto Silvio Berlusconi nel remoto 1987. Neanche a farlo apposta per lo scandalo di un elenco di “famiglie Auditel”, utili per misurare gli ascolti, che doveva rimanere segretissimo ai vertici delle tv private e pubbliche e che invece era stato trovato in chiaro tra le scartoffie della Fininvest. Uno scandalo che oggi sta sepolto sotto gli altri cento, forse neanche si trova più negli archivi. Lui diceva di non saperne nulla. Ma era talmente impegnato a rendersi simpatico e dunque innocente, che lo giudicai antipatico e colpevole.

Regalava ai cronisti orologini aziendali, biglietti per lo stadio, raccontava barzellette, parlava di soldi, di calcio e di figa. Non necessariamente in quest’ordine. In azienda lo chiamavano il Dottore, ma il nome migliore l’aveva inventato uno del suo ufficio stampa, Giovanni Belingardi, di prodigiosa simpatia che lo battezzò “il Figantropo”.

L’ho seguito nella prima campagna elettorale, fino a Palazzo Chigi. E nei primi processi. Ho scritto delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Dei suoi misteri siciliani. Dei suoi fondi neri e dei suoi debiti. Del suo immenso repertorio di bugie che raccontava come niente fosse, delle donne che masticava, delle ville in cui abitava, dei servi di cui si circondava, spesso disprezzandoli.

Della sua addestrata intelligenza a inventare per sé vantaggi, guadagni, immunità politiche e penali. Di come e quanto si sia fatto travolgere dalle sue ambizioni. Dalla sua avidità. Dai suoi vuoti esistenziali. Dai suoi privati tormenti come raccontava il suo amico Mike Bongiorno: “Mangiavamo noi due da soli, nel salone vuoto. Lui stanchissimo. Davanti a quel minestrone. Cucchiaiata dopo cucchiaiata. Diceva: dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti. C’era un senso di freddo e di buio intorno a noi”.

Quel buio Berlusconi non lo ha mai sconfitto. Veniva dai suoi esordi negli affari. Era il suo rimorso. Ha provato a sconfiggerlo accumulando tutto, l’oro, il potere, le donne, i quadri, per poi finire in cenere nel Mausoleo che si è costruito, lasciandoci un’Italia che gli assomiglia, un danno che non passa.


Strade deserte e posti di blocco: Évian-les-Bains è blindata. Con la cena di lavoro dei leader inizia il G7 in Francia


Tre giorni di lavori, incontri bilaterali e sessioni dedicate alle principali crisi internazionali (in primis Iran e Ucraina) e alle sfide economiche globali

(ilfattoquotidiano.it) – Cittadine deserte, animate quasi unicamente dalle divise della gendarmerie, per l’occasione griffate con il logo del G7. Posti di blocco, lungo tutto il percorso che da Ginevra (aeroporto di arrivo per delegazioni e cronisti stranieri) conduce sulle rive del Lago Lemano. Évian-les-Bains è pronta ad accogliere i leader delle principali economie occidentali in un clima di massima sicurezza.

La località francese affacciata sul Lago è blindata per l’apertura del vertice del G7, mentre a Ginevra, a pochi chilometri dal confine e poco distante dalla sede dei lavori, sono annunciate manifestazioni di protesta. Temendo possibili scontri, nella città Svizzera molte vetrine dei negozi sono state coperte con barriere di legno. Il summit prende ufficialmente il via con una cena di lavoro in programma alle 19.30, intitolata “Affrontare insieme le grandi sfide internazionali”: all’Evian Resort arriveranno i capi di Stato e di governo dei Paesi membri del G7 insieme ai rispettivi consorti, accolti dal presidente francese.

Tre giorni di lavori, incontri bilaterali e sessioni dedicate alle principali crisi internazionali e alle sfide economiche globali: questo il programma del summit, in programma fino al 17 giugno sotto la presidenza francese di Emmanuel Macron. Martedì 16 giugno entrerà nel vivo il confronto politico. La mattinata si aprirà con una sessione di lavoro sulla sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa, seguita da una colazione di lavoro dedicata alle crisi e alla stabilità in Medio Oriente. Nel pomeriggio faranno il loro ingresso a Evian anche i rappresentanti dei cinque Paesi partner invitati dalla Francia (BrasileIndiaCorea del SudKenya ed Egitto) che parteciperanno alla sessione dedicata ai nuovi partenariati internazionali e al rilancio della solidarietà globale. La giornata si concluderà con il tradizionale appuntamento di rappresentanza: il pranzo di gala offerto da Macron e dalla première dame Brigitte in onore dei capi delegazione e dei loro consorti. Mercoledì 17 giugno sarà invece dedicato ai temi economici e tecnologici. I leader discuteranno delle misure per rilanciare una crescita economica “equilibrata, condivisa e sostenibile”, uno dei pilastri della presidenza francese del G7. A seguire, una colazione di lavoro vedrà al centro l’intelligenza artificiale e le condizioni per una sua diffusione “sicura, rapida ed efficace”. La chiusura del vertice è prevista nel primo pomeriggio. Alle 15, il presidente Macron terrà la conferenza stampa finale.

La speranza di molti è che questo G7 possa diventare quello della pace in Medio Oriente, con gli europei che già guardano allo sminamento dello Stretto di Hormuz come mano tesa a Donald Trump che sarà accolto con tutti gli onori dal presidente Macron, che in extremis ha strappato al tycoon l’impegno a una cena tutta franco-americana nei sontuosi saloni della Reggia di Versailles.

La morte di un gendarme che stava completando i lavori di messa in sicurezza di Evian e dintorni, cominciati oltre un anno fa, ha funestato la vigilia, le prove generali della “bolla” che racchiuderà e proteggerà i leader riuniti, dal loro arrivo all’aeroporto di Ginevra, fino alla permanenza blindata nel Resort dove si svolgerà il vertice. Sono 16.000 i poliziotti, gendarmi e militari schierati, con imbarcazionimotodronipolizia a cavallo e squadre cinofile. Emmanuelle Dubée, prefetto dell’Alta Savoia, ha parlato di schieramento eccezionale per far fronte “ai rischi di un contesto internazionale estremamente teso“, al “rischio terrorismo che resta alto in Francia” e a quello di “sabotaggio o cyberattacco”. Oltre a quello dell’ordine pubblico, che domani sarà messo alla prova dalle manifestazioni di dissenso previste a Ginevra. Si tratterà, per chi ha ancora negli occhi i gravi incidenti e i danni per le violenze durante il G8 di Evian del 2003, di far dimenticare quell’esperienza.

I leader saranno comunque protetti da ogni minaccia esterna nell’Hotel Royal, che già accolse i loro predecessori 23 anni fa, che fa parte del più vasto e blindatissimo Resort. Fortemente voluta da Macron, la cena di mercoledì sera con Trump sarà un omaggio della Francia ai 250 anni dell’Indipendenza americana, proprio in quella Reggia di Versailles considerata “luogo sacro all’amicizia franco-americana” perché proprio lì – ricorda l’Eliseo – “fu firmato nel 1783 il trattato che sanciva l’indipendenza degli Stati Uniti“. Dall’Eliseo trapela che Trump, prima di cena, visiterà la Reggia, in particolare il Salone degli Specchi. La serata sarà allietata da uno spettacolo di luci e fontane nel giardino, oltre che da fuochi d’artificio. Il giorno prima, martedì, a Evian, si potrebbe concretizzare l’altro momento attesissimo costruito pazientemente da Macron, l’incontro di Trump con Volodymyr Zelensky. I due parteciperanno ad una riunione di lavoro, mentre al momento non è confermato un bilaterale formale tra i due, in un clima che vede Macron alla ricerca di un’unanimità dei Volenterosi non sempre scontata. Trump incontrerà ad Evian anche il premier indiano Narendra Modi, e i leader di QatarEmirati arabi ed Egitto mentre non ci sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu.


Bombe sul negoziato


TV IRAN, ‘CERIMONIE FUNEBRI DI KHAMENEI DAL 4 LUGLIO, SARÀ SEPOLTO IL 9’

(ANSA-AFP) –  La Guida suprema Ali Khamenei, che ha guidato l’Iran per quasi 37 anni prima di essere ucciso dai raid aerei israeliani-americani il 28 febbraio, sarà sepolto il 9 luglio a Mashhad (nord-est), secondo quanto riportato oggi dalla televisione di stato iraniana. I funerali di Khamenei, inizialmente previsti per marzo ma rinviati a causa della guerra, si svolgeranno nell’arco di sei giorni a partire dal 4 luglio nella capitale Teheran, nonché nelle città sante di Qom (nord) e Mashhad, suo luogo di nascita, ha affermato l’emittente. 

IRAN, MEDIA: “OK A NON PRODURRE NÉ ACQUISIRE ARMI NUCLEARI”. TEHERAN: “ATTACCO ISRAELE IN LIBANO NON RESTERÀ SENZA RISPOSTA”

(adnkronos.com) – Per il presidente Donald Trump la firma di un accordo tra Usa e Iran è imminente, sarebbe addirittura prevista per oggi domenica 14 giugno con la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. Ma i nuovi attacchi israeliani in Libano rischiano di destabilizzare il processo delle trattative.

Mediatori del Qatar sono arrivati in mattinata a Teheran nell’ambito degli sforzi diplomatici per finalizzare un accordo volto a mettere fine al conflitto. Una delegazione del Qatar, mediatore tra Usa e Iran, è arrivata per “esaminare gli ultimi sviluppi” dell’accordo per porre fine al conflitto, riporta Tasnim, confermando precedenti indiscrezioni dei media internazionali. Secondo l’agenzia iraniana Fars, che cita una fonte informata, la decisione finale dell’Iran […]  è ancora in attesa di valutazione.

[…] Secondo quanto riferisce Reuters, citata da Sky News, sulla base delle dichiarazioni di un funzionario iraniano, l’Iran avrebbe accettato […] di non produrre né acquisire armi nucleari. Secondo la stessa fonte, le modalità di gestione dell’uranio arricchito già in possesso di Teheran saranno definite nei prossimi 60 giorni, dopo un accordo iniziale, con l’ipotesi che la diluizione del materiale avvenga direttamente sul territorio iraniano.

La bozza prevederebbe inoltre una sospensione temporanea delle sanzioni statunitensi sulle esportazioni di petrolio iraniano, il possibile sblocco di circa 25 miliardi di dollari di asset congelati e la riapertura dello Stretto di Hormuz.

[…] Israele ha attaccato il quartiere di Dahiyeh, quartiere meridionale di Beirut considerato una roccaforte di Hezbollah nella capitale libanese. Un alto ufficiale militare iraniano ha dichiarato che le “azioni criminali” di Israele in Libano “non resteranno senza risposta”, secondo quanto riferiscono i media statali iraniani, citando il vice comandante del comando militare congiunto di Khatam al-Anbiya, Mohammadjafar Asadi. Asadi ha definito l’attacco israeliano al quartiere di Dahiyeh una nuova “provocazione”.

[…] L’esercito israeliano ha confermato di aver colpito obiettivi legati a Hezbollah, nella zona della capitale libanese considerata roccaforte del movimento filo-iraniano. Secondo fonti israeliane e americane citate dal sito Axios l’esercito israeliano ha informato il Comando centrale statunitense (Centcom) poco prima di effettuare l’attacco contro presunti obiettivi di Hezbollah nel quartiere di Dahiyeh.

IRAN: TRUMP, ATTACCO ISRAELE A BEIRUT NON SAREBBE DOVUTO ACCADERE, VICINI A PACE

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran. Israele ha il diritto di difendersi dalle minacce, ma l’attacco a cui ha risposto era di entità limitata e insignificante, nessuno è rimasto ferito o ucciso, e non dovrebbe interrompere questo importante processo”.

Lo scrive il presidente Usa, Donald Trump sul suo social Truth. “Siamo molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, Libano compreso, e tutte le parti dovrebbero desistere. Non dovrebbero esserci più attacchi da parte di Israele in Libano, ma non dovrebbero esserci nemmeno più attacchi da parte di altre fazioni, incluso Hezbollah, contro Israele. Questo potrebbe essere l’inizio di una pace lunga e meravigliosa: non roviniamola!”.

ZELENSKY CHIAMA TRUMP PER IL COMPLEANNO, DISCUSSO DI GUERRA

(ANSA-AFP) –  Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha avuto una conversazione telefonica con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in occasione del suo compleanno e tra gli argomenti hanno discusso dei negoziati. Lo fa sapere la presidenza ucraina. La conversazione tra i due leader è durata almeno 30 minuti.


Con Vannacci la destra finisce a stracci


VANNACCI, FEMMINICIDIO NON ESISTE. E SCEGLIE L’INNO DI DALLA

(AGI) – Remigrazione e Fabrizio De André Von Clausevitz e San Paolo. Lucio Dalla e la lotta alla cultura gender. Musica e parole di Roberto Vannacci, in uno ‘show’ che in un’ora e mezzo galvanizza la platea di casa, riunita all’Auditorium della Conciliazione a Roma, e suscita ira tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra.

A infiammare gli animi, però, è una frase pronunciata lontano dal palco. Il femminicidio? Non esiste: “Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri ed è caratterizzato da circostanze aggravanti e attenuanti come tutti gli omicidi e atti criminali che avvengono”.

Immediata la reazione delle opposizioni che ritengono “gravissime” le parole del generale. Per la dem, Michela Di Biase, “solo Dalla feccia possono arrivare parole tanto gravi”. Il generale ribatte dal palco citando a canzone “Via del Campo” di Fabrizio De André: “Dal diamante non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

Non è l’unica citazione che attinge da un repertorio libertario e di sinistra. Poco dopo, annunciando la nascita di Avanguardie Futuriste in tutta Italia, Vannacci lancia la ‘colonna sonora’ di Futuro Nazionale e nella sala dell’auditorium riverberano le note di Futura, di Lucio Dalla.

Intanto, centrodestra e centrosinistra si interrogano sulle ragioni e sull’impatto che la nascita del partito vannacciano potrebbe avere sui futuri equilibri politici. Con centomila iscritti – come annunciato da Vannacci dal palco – Futuro Nazionale si candida a essere ago della bilancia alle prossime elezioni. E, dati i punti del programma snocciolati dal generale, è il maggiore indiziato a drenare voti del centrodestra. Da Vannacci prendono le distanze con nettezza Forza Italia e Lega. Per il vicepremier Antonio Tajani è incontrovertibile che Futuro Nazionale si sia posto ormai all’opposizione della maggioranza di centrodestra.

“Futuro nazionale vota insieme alle forze di opposizione al Governo”, osserva il segretario di Forza Italia: “Vannacci in questo momento è la quinta colonna della sinistra, perché ha deciso lui di uscire dal centrodestra e di fare opposizione al centrodestra”. Per Simonetta Matone della Lega i continui riferimenti che vengono fatti da Vannacci e dai suoi al Ventennio fascista non sono altro che un favore alla sinistra: “Chi usa in pubblico frasi che ricordando il periodo fascista non è un nostalgico del passato, ma il solito calcolatore che offre un aiuto inatteso a un centrosinistra in difficoltà, per colpire un centrodestra di governo, che da 4 anni, tra difficoltà enormi in campo internazionale e interno, ha tenuto la barra dritta e ha impedito che il Paese sprofondasse”.

Un gioco, per Matone, che vede “Conte e Schlein e altri registi occulti abituati a sfasciare” silenti in maniera complice, aggiunge l’esponente leghista. Il generale non lesina affondi nei confronti del suo partito di provenienza, colpevole – a suo modo di guardare – di non averne saputo sfruttare le competenze.

 Così, dal palco sottolinea che Futuro Nazionale “non sarà il partito dei capi bastone, di quelle persone che una volta raggiunto l’incarico o la posizione di responsabilità non fanno altro che allontanare le altre persone in gamba perché hanno paura di mettere in gioco la propria posizione. Io voglio che Futuro Nazionale sia il partito di tanti leader, perché  il compito di un leader è quello di formare altri leader. Mi voglio contornare delle persone più in gamba e più pronte di me. Questo è il mio impegno”, sottolinea ancora.

Dal centrosinistra è il leader M5s, Giuseppe Conte, a fare il punto su Vannacci e Futuro Nazionale che, da oggi, si struttura come partito. “Vannacci in questo momento è la destra sociale che è stata tradita ed è destinata anche a crescere”, dice Conte che vede alla base del successo del generale “i fallimenti di Meloni, è il frutto delle promesse tradite, è il frutto delle giravolte”.

Un partito che si insinua e si alimenta delle “contraddizioni del governo”, dunque, anche perché’ per Conte i punti del programma del generale sono a dir poco velleitari: “Con la remigrazione si sta alzando l’asticella della propaganda, i rimpatri sono una cosa difficile, che richiede accordi con i paesi di origine.

La remigrazione vuol far credere che si possono rimpatriare intere comunità etniche: una follia irrealizzabile e incostituzionale”, avverte Conte. Remigrazione, sì. Ma non solo: nell’ora e mezza di intervento dal palco Vannacci ha toccato tutti i punti dell’agenda politica, Dalla scuola alla sanità, Dalla sicurezza al tessuto industriale, passando per lavoro e fisco.

 L’obiettivo di Futuro Nazionale è arrivare al 4% di immigrati in Italia, “come al tempi dei Longobardi per i romani”, rimpatriando gli altri, così da liberare anche le carceri e fare posto ai detenuti italiani. “L’Italia agli italiani” è l’altro slogan mutuato dall’estrema destra che Vannacci fa riverberare in assemblea, e questo vale soprattutto per i bambini, “in estinzione come i panda”.

E non si dica che la crisi demografica va contrastata facendo entrare nuovi immigrati, piuttosto vanno implementate le politiche per la famiglia, prevedendo aiuti alle famiglie con più figli, per permettere loro di crescerli, educarli e assicurare un lavoro futuro. Lavoro che, per Vannacci, deve iniziare ben prima dei 18 anni, prevedendo il libretto di lavoro già a 14.

“Chi non lavora non mangia lo diceva San Paolo e non un fascista”, è la premessa. Perché, chiede Vannacci, “negare a un ragazzo di 14 anni la possibilità di lavorare come cameriere o come bagnino” nei periodi in cui non va a scuola? Scuola che deve essere “dura e selettiva” e formare principalmente al lavoro, con istituti professionali che inseriscano davvero gli studenti nelle aziende – “oggi gli imprenditori si lamentano che quando i ragazzi degli istituti professionali arrivano in azienda non sanno fare un tubo” – e che deve professionalizzare, a cominciare Dalla scuola pubblica, da preferire a quella privata. “I genitori che scelgono la scuola privata devono cambiare idea, non perché quella pubblica sia gratuita, ma perché è migliore”, dice ancora Vannacci. Infine la sanità, con gli attacchi alle leggi sul fine vita e alla ‘teoria gender’: “Gli ospedali non servono a fare morire malati e anziani”, ne’ a “dare un corpo femminile a chi nasce con un corpo maschile”.


Il vannacciano Sasso: “O con noi o contro di noi. Quando andremo al potere, faremo davvero le cose”


L’ex leghista spara a zero sulla revoca della cittadinanza italiana, Zavalani di Esperia lo punzecchia e il deputato va in tilt

(ilfattoquotidiano.it) – Tensione alle stelle a Omnibus, su La7, dove va in scena lo scontro tra Rossano Sasso, deputato passato dalla Lega a Futuro Nazionale, e Gino Zavalanicontent creator e direttore editoriale di Esperia Italia, progetto media digitale vicino a Fratelli d’Italia. Zavalani, di origine albanese e con cittadinanza italiana da oltre 20 anni, pone una domanda semplice e provocatoria: quali sono i criteri “scientifici” per restare in Italia senza rischiare la remigrazione? Sasso, in collegamento da Roma prima della chiusura dell’assemblea di Futuro Nazionale, parte subito all’attacco con un interrogatorio marziale: “Si è integrato nella nostra società?”, “Ha un lavoro?”, “Ha mai infranto le nostre leggi?”, “È rispettoso del popolo che lo ha accolto?”.
Ogni domanda arriva secca, quasi a mitraglietta. La giornalista Ludovica Ciriello prova a inserirsi: “Ma chi lo decide?”. Sasso la ignora olimpicamente e continua la sua check-list. Quando Zavalani risponde sì a tutto (lavoro, rispetto, gratitudine), Sasso concede magnanimo: ” Allora, lei non solo è il benvenuto, ma rappresenta la stragrande maggioranza di immigrati che è ben accetto qui”. Ciriello commenta ironica: “Il tribunale Sasso”. Risposta piccata del deputato: “No, è il tribunale dei cittadini italiani stanchi dell’immigrazione clandestina fuori controllo”.

Il tono sale ulteriormente quando viene evocata la tragedia di ModenaGaia Tortora ricorda che El Koudri è un cittadino italiano, ma l’ex leghista ribatte: “Non è un cittadino italiano, è marocchino. Marocchino“. Tutto lo studio rumoreggia dissentendo, ma Sasso è irremovibile: “Dovremmo rivedere qualche criterio per revocare la cittadinanza a dei criminali. Le nostre strade e le nostre piazze sono piene di criminali che non dovrebbero restare un giorno in più sul suolo patrio. Chi è contrario è complice. O con noi o contro di noi!“. Zavalani ironicamente rilancia: “Allora revochiamo la cittadinanza anche agli italiani che guidano ubriachi e rischiano di ammazzare qualcuno”. Sasso, visibilmente infastidito dal contropiede, lo liquida: “Complimenti per l’approfondimento e la satira di questo signore che evidentemente lavora per qualcuno. Chiami i suoi amici parlamentari del centrodestra moderato e avanzi questa proposta”.
Gaia Tortora prova a mediare, ma Sasso è ormai lanciato, chiudendo il suo intervento in modalità “comizio” e con toni decisamente poco eleganti nei confronti di Ludovica Ciriello: “Noi di Futuro Nazionale, quando andremo al potere, le cose le faremo davvero. Con buona pace della “dottoressa Ludovica”, degli influencer e della splendida dottoressa Tortora”.


Stefano Patuanelli: “Patrimoniale idea sbagliata, un errore parlarne adesso”


Il senatore M5S: «Surreale discuterne mentre la destra ha il record di tasse»

Stefano Patuanelli: “Patrimoniale idea sbagliata, un errore parlarne adesso”

(Francesca Schianchi – lastampa.it) – «Con il governo in carica che ha il record di pressione fiscale, vedere le opposizioni in difficoltà sul tema patrimoniale è surreale», sospira il senatore e vicepresidente dei Cinque stelle Stefano Patuanelli, per due volte ministro, nel secondo esecutivo Conte e in quello di Draghi. La prima a parlare di una tassa per i super ricchi è stata la segretaria del Pd Elly Schlein un paio di settimane fa: da quel momento, il carsico dibattito su una imposta ad hoc per patrimoni milionari è riemerso nel dibattito pubblico. Impugnato come una clava dalla destra – «a sinistra sono quelli delle tasse» –, ha diviso anche il campo largo, con Avs e un pezzo di Pd a favore, e Movimento cinque stelle e centristi contrari. Con qualche eccezione: come la deputata stellata Chiara Appendino, che invece perora la causa e insiste perché se ne discuta nel campo progressista. «Parlare oggi di patrimoniale è un errore», valuta invece il suo compagno di partito Patuanelli.

Perché?
«Abbiamo un vantaggio, l’occasione di dire al Paese che il governo Meloni mette le mani nelle tasche degli italiani, e stiamo noi ogni giorno a parlare di una nuova tassa? ».

Ma sarebbe solo per i ricchi. Dice la sua collega Appendino che far credere che riguardi il ceto medio significa inquinare il dibattito.
«Quando si lavora a una proposta politica, bisogna porsi anche il problema delle conseguenze mediatiche. Credo che una tassa come quella, peraltro, se lo si ritiene giusto la si introduce, non la si annuncia».

Ma lei è contrario al principio o la preoccupa la sua impopolarità?
«La progressività delle imposte è prevista in Costituzione, e io penso che vada ampliata, mentre il centrodestra la sta comprimendo. Un governo progressista dovrebbe fare lo sforzo di aumentare la curva di progressività delle imposte, perché chi ha di più aiuti a sostenere chi ha meno. Ma la patrimoniale rischia di avere effetti non positivi».

Quali?
«Significherebbe far tornare l’Ici sulla prima casa, e come si calcola? Con la rendita catastale, che non corrisponde al valore di mercato? Se poi parliamo di tassare i capitali, allora diventa facilmente eludibile spostandoli all’estero».

Il punto, dice Appendino, è che la lotta alle diseguaglianze è nel Dna del Movimento.
«Il Movimento deve lottare contro le diseguaglianze, questo lo pensiamo tutti. Ma la patrimoniale è uno strumento tecnicamente sbagliato, non capisco quale sia il senso politico di lanciarla in un dibattito che diventa subito inevitabilmente aspro».

Forse dare ascolto alla base: secondo la sua collega, molti la pensano come lei.
«Dipende come declini la proposta, certo se si parla in astratto di patrimoni da 5 milioni di euro, tanti probabilmente diranno “bell’idea”. Ma non sempre il pensiero più diffuso è la risposta giusta a un problema. Esistono altri strumenti per rendere più equa la tassazione, e che non inaspriscono il dibattito: per esempio, spostiamo il carico di tasse dal lavoro alle rendite, soprattutto finanziarie, e facciamo una seria lotta all’evasione fiscale».

Il suo collega Ricciardi alla Camera pochi giorni fa ha parlato anche di «tasse di successione ridicole». Sarebbe favorevole a intervenire su quell’imposta?
«Se dovessi dire con cosa partire, direi limite al contante e lotta all’evasione, non solo attraverso controlli ma anche con un sistema di detrazioni e deduzioni».

A che punto siete con l’elaborazione del vostro programma?
«Sabato prossimo e per due sabati riprenderà il confronto, trecento persone divise in tavoli da dieci su dieci temi diversi, un lavoro gigantesco per discutere degli argomenti in modo aperto. Poi ci sarà la fase assembleare. Per metà luglio avremo un quadro preciso del nostro disegno del Paese».

A quel punto sarà il momento del famoso programma del campo largo?
«Penso che il momento del confronto sarà in autunno. Ma come dicono Conte e Schlein, è vero che non partiamo da zero. Sono quattro anni che a livello parlamentare condividiamo il 95 per cento degli argomenti».

La patrimoniale resta però un tabù anche per i progressisti?
«Non sono portato ai proibizionismi, si figuri. Ma resto dell’idea che parlarne è politicamente sbagliato»


Vannacci: “Il femminicidio non esiste. Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere qualcuno nei confronti dell’altro”


Al secondo giorno della costituente di Futuro nazionale, il leader del partito è tornato a parlare della violenza sulle donne: “Esiste anche quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri”

(lespresso.it) – La seconda giornata dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale si è aperta ancora una volta a porte chiuse per la stampa, con gli ultimi interventi dei delegati locali e poi con il punto stampa di Roberto Vannacci, che ha usato il finale della due giorni romana per rilanciare quasi per intero il suo manifesto politico. Dopo il primo giorno segnato dall’inno di Mameli, dal Colosseo sul palco e dalla preghiera dei parà francesi, il leader del partito ha spostato il fuoco soprattutto sui temi identitari, sul rapporto col centrodestra e sulle prossime elezioni, rivendicando che Futuro Nazionale sia già “in trincea” e pronto a votare “anche domani” se Giorgia Meloni dovesse decidere per le urne anticipate. 

L’uscita più delicata della mattinata, però, ha riguardato i temi di genere. Vannacci ha detto che “non esiste il femminicidio” come categoria distinta. “Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere qualcuno nei confronti dell’altro. E quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole”. Proseguendo, ha ribadito che non serve una fattispecie autonoma, perché “un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce”. 

Il leader di FnV è tornato anche a parlare delle quote di genere, sostenendo che uomini e donne debbano essere giudicati solo sul merito. “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti?”. E poi ancora, sul tema del femminicidio: “Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri”.


Giorgia: la forza di un blocco sociale


Perché, malgrado le vecchie e nuove divisioni, la destra può vincere ancora

(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Su Strisciarossa del 21 novembre Michele Ciliberto, illustre storico della filosofia e studioso del Rinascimento, metteva a fuoco un aspetto interessante del consenso a Giorgia Meloni, che invece di diminuire pare crescere, malgrado i grami risultati della sua azione di governo: la crescita delle povertà, i bassi salari, lo sviluppo inchiodato allo 0,6 e l’aumento complessivo della pressione fiscale. Tutte cose ampiamente documentate da Istat, Banca d’Italia e altre autorevoli fonti economiche non partigiane.

Qual è questo aspetto di cui ci parlava Ciliberto? È l’aspetto magico e teatrale della recita politica di Meloni, assieme ad altri innegabili fattori, come la stabilità, la tregua dello spread, la fuoriuscita dalla procedura di infrazione UE, con la discesa del deficit sotto il 3 per cento, malgrado l’aumento del debito e gli obblighi del riarmo. Obiettivo infine disatteso con lo sforamento dello 0,1 e la necessità di evitare la procedura di infrazione.

A questo si aggiunge una certa cautela attendista e opportunista in politica estera, unita alla relazione speciale che Meloni ha teso ad accreditare sia con il paterno Biden sia con il ruvido ammiratore Trump, naturaliter vicino, in quanto Maga, al malcelato sovranismo di Giorgia. Insomma un mix di prudenza, stabilità, furbizia e aggressiva femminilità conservatrice. Già tutto questo non è poco, in un Paese stremato dagli allarmi: dalla crisi del 2008 alle vicissitudini delle crisi politiche in pandemia, al disincanto seguito alle divisioni in seno al campo progressista e allo shock delle guerre, con ripercussioni immediate su inflazione e costo della vita.

Ebbene, era giusto il rilievo di Ciliberto sulla magicità dello spettacolo politico incarnato da Meloni, tra faccette e istrionismo, reprimende e toni acuti, silenzi con la stampa e vittimismo. Del resto già con Berlusconi avevamo assistito al “policomico”, ossia alla politica come carnevale informale e trasgressivo in chiave di spettacolo. Ma c’è un di più in Meloni, non miliardaria né ricattabile, che fa la differenza: un di più magico, appunto, che però va individuato meglio. Ed è l’archetipo favolistico multiplo di Cenerentola ribelle, locandiera, underdog rivoltosa anti-Stato e ragazzina giamburrasca plebea. Che incarna a meraviglia l’individualismo proprietario, familista e deprivato, quello della teatrante Giorgia, una figura debole e senza padre che si riscatta e indossa i panni dell’autorità restaurata, sulle macerie del permissivismo e contro gli egoismi edonisti delle élite.

Qui nascono il transfert di massa e la simpatia. E questo è l’archetipo fiabesco: gatta Cenerentola del popolo minuto, messa al margine dalla sua storia personale e politica, minoritaria nelle istituzioni. Fascista e postfascista, nipote di Giorgio, alla conquista del cielo.

Ebbene, il ceto medio anti-Stato e impoverito, commerciale e imprenditoriale, che è l’ossatura del capitalismo familiare italico con milioni di addetti, si sposa a meraviglia con Giorgia mamma cristiana — persino tradita ieri e abbandonata nell’infanzia — ed è il vero nocciolo sociale duro della destra postfascista, passato dalla Dc a Berlusconi, con smagliature anche grilline, e infine a Fratelli d’Italia. Lo abbiamo visto nella standing ovation tributata di recente a Giorgia dall’assemblea di Confcommercio.

E questo blocco sociale e socioculturale trova appunto in Meloni la sua vera identità. Debole e vessato, forte e radicato, esposto a fisco e burocrazia, antipolitico e culturalmente estraneo alle grandi idee e all’alta cultura, tradizionalista oltre che consumista, tale blocco trova nella ribelle popolana il suo specchio vitalista e risentito. Il che, unito alla stabilità, chiude il cerchio magico dell’incanto per la giovane madre armaniana che sa farsi rispettare.

Qui, avrebbe detto Gramsci, c’è la connessione sentimentale con la teatralità da Sora Lella o Sora Cecioni, con gli occhiacci e le faccette. Sorta di donna in Parlamento che mette tutti in riga, venuta su quasi dal nulla. Un ruolo di cui Meloni, pur sconfitta dal no democratico sulla giustizia, chiede oggi conferma con la sua legge-truffa a premio elettorale premierale, che divide il campo avverso costringendolo a primarie e a scelte potenzialmente divisive.

In altri termini, Giorgia Meloni, postfascista scaltra, incarna comunque un popolo e un senso comune plebeo. A cui fa certo da riscontro, sul versante opposto, una leadership femminile, quella di Schlein, tenace e combattiva, che via via sta migliorando la sua presa sul popolo di centrosinistra e il suo legame con i ceti popolari e subalterni, insieme al ceto medio colto e riflessivo. E che non può certo imitare, con segno inverso, la mitopoiesi populista di Meloni. Ma che può però ricostruire un blocco avverso e una comunità politica di massa. Una cultura. Legando attorno a un partito a baricentro di sinistra il ceto medio più colto e il lavoro disperso, dipendente e atomizzato. Articolando il blocco, con la sinistra nel mezzo e forze moderate al centro, progressiste, radicali e civiche. Un fronte repubblicano largo con un’idea di libertà non proprietaria. E un alfabeto alternativo di progresso, equitativo e solidale.

Demistificando la magia tribunizia del potere che finge di fare sempre opposizione. E anche rilanciando l’interesse nazionale, strappando dalle mani della destra la bandiera della finta prudenza e della pace dentro un’Europa subalterna e velleitaria che ci inchioda a un riarmo folle e devastante. Destinato a essere un banco di prova economico decisivo per ribaltare i rapporti di forza del consenso.

Purtroppo la direzione fin qui intrapresa dal Pd pare andare in una direzione tutt’affatto contraria e favorevole alla narrazione di Giorgia Meloni. Da un lato con proposte estemporanee e isolate di “patrimoniale”, che spaventano mediaticamente il ceto medio senza distinguere tra grande rendita e risparmio. Altro sarebbe infatti tassare la prima secondo le aliquote Irpef vigenti e a tassazione separata: fino a 28 mila euro al 23 per cento e poi via via a salire, eccetto i Bot al 12,5. Laddove invece le plusvalenze da mille euro annue o da milioni pagano la stessa imposta del 26 per cento.

E poi ancora, in chiave di programma, battersi contro uno sciagurato Rearm che prevede 6.800 miliardi nella UE fino al 5 per cento del Pil in difesa. Un vincolo che all’Italia, unito al rigore liberale, comporterà via via un esborso di cento miliardi in spesa pubblica. Tema anche questo su cui la destra si mostra sempre più prudente e incline a contravvenire agli impegni votati dal governo stesso in Europa.

E il paradosso potrebbe essere alla fine proprio questo: una destra “pacifista” e mediatrice su tregua e spartizione in Ucraina, e prona a Trump su tutto il resto, dai dazi a Israele. E una sinistra antitrumpista sul piano dei valori, ma impotente, divisa o addirittura favorevole al riarmo nel segno di un’Europa non garante dell’Ucraina dall’esterno, ma volenterosa e favorevole sia a un riarmo keynesiano-industriale sia al ruolo dell’Europa come antemurale armato della Russia e avversa alla coesistenza pacifica, con Kiev integrata nella difesa europea.

Il che sarebbe un drammatico segnale di insipienza e di frattura con i Cinque Stelle, con i quali pareva essere stata concordata una mozione alla Camera contro Rearm e Fiscal Compact europeo, fin qui saltata e rinviata a nuovo ordine.


L’ultradestra israeliana non perde occasione per dire bestialità


SMOTRICH, ‘PER OGNI COLPO DI HEZBOLLAH DEVONO CROLLARE 10 PALAZZI A BEIRUT’

(ANSA) – Il ministro delle Finanze israeliano, l’estremista Bezalel Smotrich, ha lanciato nuovi appelli in favore di azioni militari del suo Paese nella zona sud di Beirut. “Non si deve permettere a Hezbollah di sfruttare la situazione a scapito del nord”, ha affermato in uno dei suoi ultimi messaggi su X, in riferimento alle frequenti segnalazioni di lanci di missili e droni verso località israeliane vicine al confine con il Libano attribuite al gruppo armato filo-iraniano.

“L’unica via: per ogni colpo sparato verso il nostro territorio, devono crollare dieci palazzi a Dahiya” (o Dahieh, così come viene spesso definita la periferia sud di Beirut, considerata da Israele roccaforte di Hezbollah), ha aggiunto Smotrich, chiedendo di “abbattere edifici” in quella zona “oggi stesso”.

BEN-GVIR, ‘NESSUNA TREGUA A HEZBOLLAH, MILLE DI LORO PER OGNI CAPELLO IDF’

(ANSA) –  “Di fronte al terrorismo non si dà tregua, si sferra un colpo decisivo”. Lo scrive su X il ministro per la Sicurezza nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir. “Oggi – ha aggiunto – durante il dibattito con il Primo Ministro, ribadirò e chiarirò nuovamente la mia posizione: per ogni drone, un missile. Per ogni violazione, fuoco. Per ogni Uav, Dahiyeh deve tremare. Per ogni capello sulla testa di un soldato dell’Idf, mille terroristi di Hezbollah”


Transazioni e scatole cinesi: la guerra arricchisce Trump


Dall’inizio dell’anno i veicoli finanziari del presidente hanno guadagnato almeno 10 miliardi. La volatilità prodotta dal conflitto in Iran ha creato nuove opportunità d’investimento

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Il 23 marzo, a meno di un mese dall’inizio della guerra, pochi minuti prima che Donald Trump annunciasse sul social Truth di avere avuto «conversazioni molto buone e produttive» con l’Iran, qualcuno ha comprato circa 1,5 miliardi di dollari di futures sull’indice S&P 500.

Appena uscito il post del presidente, i mercati hanno tirato un sospiro. L’indice Brent è crollato di oltre il 10 per cento, e chi aveva scommesso in anticipo sul calo del prezzo del petrolio ha fatto incassi enormi. Secondo il Financial Times, nei quindici minuti prima dell’annuncio c’è stato un volume di movimenti anomali sul prezzo del petrolio di circa 580 milioni di dollari. Il senatore democratico Chris Murphy si è domandato se a trainare queste operazioni finanziarie sia stato direttamente Trump, oppure qualche familiare o funzionario della Casa Bianca.

Quando si osservano le scelte politiche di Trump non bisogna mai perdere di vista la dimensione dell’interesse privato e famigliare che si nasconde, ma nemmeno troppo, sotto la patina delle giustificazioni formali. Anche la guerra in Iran non fugge a questa regola. Un documento dell’Office of Government Ethics pubblicato il 14 maggio mostra la prima fotografia, nella storia contemporanea della presidenza americana, di un portafoglio azionario attivo intestato a un presidente in carica.

Nel rapporto sono segnalate 3.642 transazioni nei primi tre mesi del 2026, per un volume tra 220 e 750 milioni di dollari, a un ritmo di circa sessanta operazioni al giorno. L’accumulo è cominciato con la guerra, il 28 febbraio. Per tutto il 2025 il conto aveva trattato quasi soltanto obbligazioni municipali e societarie. L’inizio del conflitto coincide con il passaggio ad azioni, oro e buoni del Tesoro.

Il 4 marzo, il giorno in cui le forze iraniane hanno chiuso lo stretto di Hormuz, il portafoglio riconducibile al presidente si è arricchito di Etf sui Treasury americani; il giorno dopo, oro. E qualche settimana più tardi mentre l’annuncio sulla distensione imminente faceva crollare il greggio, lo stesso conto ha rastrellato azioni energetiche e titoli della difesa come Lockheed Martin e General Dynamics, tutte società che aumentano i loro profitti con le guerre.

Quelle scommesse

La Trump Organization sostiene che a decidere siano istituzioni terze con delega, mentre la Casa Bianca dice che i beni sono in un trust gestito dai figli del presidente e che «non ci sono conflitti di interesse». L’ex consigliere etico di George W. Bush, Richard Painter, ricorda l’unico dato giuridicamente rilevante, cioè che la legge sul conflitto di interessi non si applica al presidente.

Lo stesso schema si ripete sul mercato delle previsioni. La Cnn ha riportato che un singolo trader su Polymarket ha incassato quasi un milione di dollari dal 2025 con decine di scommesse perfettamente sincronizzate sulle azioni militari americane e israeliane contro l’Iran, indovinando il 93 per cento delle puntate.

Le operazioni non erano mai state annunciate pubblicamente prima di essere messe in atto. Il senatore Murphy, insieme al deputato Greg Casar, ha presentato una legge per vietare le scommesse su guerre, azioni di governo e attentati, iniziativa che la Casa Bianca ha liquidato come «irresponsabile».

La guerra è solo l’ultimo affare di questa presidenza d’investimento. La commissione di vigilanza dei democratici alla Camera ha creato il “Trump Family Digital Grift Wealth Tracker”, un indice che segue in tempo reale l’andamento degli investimenti del clan presidenziale. A gennaio 2026 stimava che la famiglia Trump aveva già realizzato 2,25 miliardi di profitti attraverso investimenti all’estero, una cifra che sale fino a 9,7 miliardi se si contano gli asset digitali. Reuters ha quantificato in almeno 2,3 miliardi la somma che la famiglia ha aggiunto al patrimonio con le principali iniziative cripto dal 2025.

Il cuore dell’impero cripto è il veicolo World Liberty Financial che, secondo i conti della Reuters, ha fruttato oltre 1,6 miliardi alla famiglia, con il 75 per cento dei ricavi dalla vendita dei token destinato a un’altra entità, sempre controllata dai Trump. Il Wall Street Journal ha calcolato che in sedici mesi Trump ha guadagnato di più dalle criptovalute che dal suo impero immobiliare negli ultimi dieci anni.

A gennaio alcuni investitori legati ad Abu Dhabi hanno comprato il 49 per cento della piattaforma per 500 milioni. I memecoin $TRUMP e $MELANIA, secondo il Financial Times, hanno reso altri 427 milioni. Gli investitori al dettaglio, intanto, hanno visto evaporare il valore che avevano acquistato.

Niente di tutto questo è tecnicamente illegale. La legge che vieta a quasi ogni funzionario federale di arricchirsi grazie alla propria carica prevede una cruciale eccezione proprio per il presidente. Per la prima volta nella storia americana, le decisioni sui conflitti che sconvolgono il mondo si muovono anche in base ai ricavi finanziari attesi dal presidente degli Stati Uniti.


Così si rischia la deriva del no agli ebrei: non è antisemitismo, ma fanatismo


Da De Luca a Lapid e Nevo, boicottare gli intellettuali è sbagliato. Si finisce per ostacolare solo chi vuole la pace

© Eyal Warshavsky/SOPA Images

(ANNA FOA – lastampa.it) – La petizione contro la partecipazione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo al prossimo festival letterario che si tiene in luglio in Puglia, “Il libro possibile”, firmata anche dalla vicesindaca di Bari e dall’arcivescovo, suscita nuovamente il tema caldissimo del boicottaggio culturale di Israele, dopo la vicenda di Erri De Luca a Salerno e dopo quella dello sceneggiatore israeliano, netto oppositore di Netanyahu, Nadav Lapid a Marsiglia.

Il tema è assai controverso. In questo caso, Nevo è stato accusato non di aver preso posizioni a favore della politica del governo israeliano, ma di «non averne prese di abbastanza pubbliche e chiare». Non di aver fatto, ma di non aver fatto. Un’affermazione assai discutibile, dato che Nevo è uno degli esponenti di punta di una generazione di intellettuali israeliani favorevoli alla pace e ostili alla politica del governo e dato che ci si domanda chi, soprattutto nel nostro Paese, può avere il diritto di giudicare quale sia il grado necessario di chiarezza e di pubblicità per non essere giudicati complici di Netanyahu.

Le affermazioni della petizione contro Nevo si avvicinano al sostegno a un boicottaggio generalizzato a tutti gli intellettuali israeliani. È questo che chi si batte fuori da Israele contro gli orrori che continuano a avvenire a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, davvero vuole? E pensa che sia davvero il modo migliore per aiutare il partito della pace in Israele, per sostenere le migliaia di persone che si impegnano senza sosta contro i misfatti del loro governo, che gridano «stop genocide» in ogni manifestazione, che aiutano concretamente i palestinesi di Cisgiordania contro coloni ed esercito? Non stiamo invece aiutando a crescere l’antisemitismo e quindi implicitamente la tesi di Netanyahu che ogni opposizione ad Israele è mossa dall’antisemitismo?

Il boicottaggio culturale è l’unica forma di boicottaggio effettivamente messa in atto, almeno in Italia e in Europa. Nessun boicottaggio economico, nessuno stop alla fornitura di armi. L’unico agibile resta così quello culturale: stop alle collaborazioni universitari (e non sto parlando di ricerche a carattere militare), stop alle pubblicazioni di libri, stop a festival e manifestazioni anche se non coinvolgono la sponsorizzazione del governo Netanyahu. Spariamo, insomma, su quella fascia di popolazione che da anni lavora con rischi e difficoltà di ogni genere contro la politica del suo governo. Qualcuno potrebbe rispondere che si tratta di un governo eletto. Anche Hitler e Mussolini sono stati inizialmente eletti. E sotto Hitler, sarebbe stata la stessa cosa boicottare, ad esempio, gli scrittori tedeschi i cui libri venivano messi al rogo dai nazisti e i film della propaganda nazista, come “Suss l’ebreo”, perché tutti tedeschi!

Mi rendo conto che il discorso è complesso, che coinvolge il tema della libertà di opinione. Ma trovo inaccettabile l’abitudine che si va diffondendo di chiedere dichiarazioni pubbliche di appartenenza. Cosa pensi di Netanyahu? Sei a favore dell’uso del termine genocidio oppure no? Usi la parola apartheid? Io, che difendo l’uso di questi termini, troverei molto disturbante essere obbligata a farlo.

Ma non è solo questo. Credo che ogni organizzazione culturale, nel momento in cui invita studiosi e intellettuali a un incontro, compia implicitamente una scelta, conosca il loro orientamento e pensi che l’incontro con l’ospite possa dar vita a dibattiti utili e civili, non a scontri violenti di tesi contrapposte. Così per la questione di Salerno. De Luca troverà certamente una platea a lui più congeniale di quella di Salerno nel prossimo festival a Roma organizzato dalla Comunità ebraica romana. Si tratta della stessa Comunità che da anni mette al bando senza remore gli oppositori ebrei italiani della politica israeliana, senza che mai una voce si sia levata ad accusarla di censura.

Ma nel caso di Nevo la questione è molto diversa. Qui Nevo è attaccato perché israeliano. Non voglio usare la categoria troppo screditata di antisemitismo, ma la strada porta, chissà, a scivolare dal rifiuto degli israeliani al rifiuto degli ebrei? Mi auguro di no. In ogni caso, come dice Nadav Lapid, non è antisemitismo, ma è certo fanatismo.