Selezione Quotidiana di Articoli Vari

I rindronati


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Se non fosse una cosa terribilmente seria, sembrerebbe uno scherzo. Da giorni piovono sulle tre Repubbliche baltiche droni ucraini, forse destinati in Russia e deviati dalle barriere elettromagnetiche russe, o più probabilmente lanciati dagli ucraini da basi segrete gentilmente offerte dai tre governi (quello lettone è caduto per questo). Ma Ue e Nato al seguito di […]


Criminali di guerra che all’Eurocamera si sentono a casa


L’organizzazione Idsf, costituita da ex membri delle forze di sicurezza israeliane, può entrare liberamente al Parlamento europeo e tutelare gli interessi militari di Tel Aviv

(Gabriele Nunziati – lespresso.it) – Ci sono anche loro al “Mickey Mouse”, il bar del Parlamento europeo. Lo chiamano così perché lo schienale e i braccioli tondeggianti delle sedie ricordano la testa del personaggio di Walt Disney. È anche noto per essere il bar preferito da eurodeputati e lobbisti per un caffè informale. È per questo che qui può capitare di imbattersi in loro: i rappresentanti dell’Idsf, l’Israel defense and security forum. Gran parte dell’organizzazione è costituita da ex membri delle forze di sicurezza israeliane, provenienti da IdfMossadShin Bet e polizia. Il loro obiettivo, come esplicitato sul loro sito, è di promuovere un’agenda politica che tuteli gli interessi militari di Tel Aviv. L’Idsf risulta iscritto nel registro di trasparenza dell’Ue. Tuttavia, l’anno scorso, un’inchiesta di Follow the Money aveva rivelato come le attività di lobby dell’organizzazione fossero iniziate prima della loro registrazione e come alcuni degli incontri tra i rappresentanti dell’Idsf e membri del Parlamento europeo si fossero svolti in violazione dei criteri di trasparenza. Ne è un esempio l’incontro, non dichiarato, tra l’eurodeputata del Pd, Pina Picierno, e il presidente e fondatore dell’Idsf, Amir Avivi, un ex generale di alto rango dell’Idf oggi in pensione.

Nei suoi interventi Avivi si dichiara contrario all’esistenza di uno Stato palestinese e a favore degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. «La creazione di uno Stato palestinese in Giudea e Samaria (ovvero in Cisgiordania) costituirebbe una minaccia per la sicurezza nazionale di Israele», si legge a chiare lettere sul sito dell’Idsf. «Soprattutto, la Giudea e la Samaria, e in particolare Gerusalemme, sono il cuore del motivo per cui il popolo ebraico è tornato nella propria patria, come sancito dal diritto internazionale. Senza di esse, il popolo ebraico non può sopravvivere». I loro interessi a Bruxelles vengono portati avanti anche con l’aiuto di una società di consulenza con sede a Milano, la B&K Agency, guidata dall’italiano Luca Bertoletti e l’ucraina Julia Kril.

A gennaio di quest’anno il massacro di manifestanti compiuto dal regime iraniano ha sconvolto il mondo. Davanti a tali atrocità, il 12 gennaio, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha reagito vietando l’accesso ai locali dell’Eurocamera ai rappresentanti della Repubblica islamica. La decisione di Metsola, per quanto condivisibile, fa cadere la maschera dietro cui le istituzioni europee si nascondono. Quando interrogate sulla loro inazione nei confronti di Israele, molto spesso la risposta è che per poter agire serve il consenso degli Stati membri. In molti casi ciò è vero, ma non in tutti, come mostra questa vicenda. Un funzionario molto vicino alla presidente ha confermato a L’Espresso che Metsola ha effettivamente il potere di decidere a chi impedire l’accesso. Tuttavia, la fonte, che ha tutto l’interesse a proteggere l’immagine della numero uno del Parlamento, afferma che a livello pratico la decisione viene presa previa consultazione informale con i presidenti dei gruppi politici. La sostanza però non cambia: il potere di decidere lo ha Metsola. Le forze di sicurezza israeliane sono state inserite dall’Onu nella cosiddetta lista della vergogna, ovvero un elenco degli attori statali e non statali che hanno commesso gravi crimini contro i minori. Nella prima categoria, insieme al braccio armato di Tel Aviv, ci sono gli eserciti di Russia, Myanmar, Sudan, Sud Sudan, Congo, Siria e Somalia. In particolare, le forze israeliane vengono accusate di uccidere e mutilare bambini e di attacchi contro scuole e ospedali. Che sia per mancanza di coraggio politico o per assenza di volontà, rimane il fatto che ancora oggi rappresentanti di forze armate accusate di crimini così atroci possono entrare nel Parlamento per portare avanti i propri interessi.   


L’Italia è destinata all’estinzione


 (di Edoardo Secchi – lefigaro.fr) – Per la prima volta dall’Unità d’Italia, il Paese conta più cittadini all’estero (6,4 milioni) che stranieri regolarmente residenti sul proprio territorio. Questo sorpasso, avvenuto nel 2025, non ha nulla a che vedere con la congiuntura economica né con la crisi migratoria: segnala l’esaurimento demografico di una nazione che esporta proprio ciò che dovrebbe trattenere.

Il vecchio paradigma «povertà/emigrazione» è stato definitivamente sostituito da una dinamica più profonda e strutturale: il binomio capitale umano altamente qualificato/opportunità globali.

Questo storico sorpasso non è una semplice statistica: chi lascia l’Italia appartiene spesso alla fascia d’età in cui si formano le famiglie. L’esodo non svuota soltanto le casse dello Stato, ma consuma il suo futuro demografico e produttivo, mentre il fenomeno continua a essere percepito come transitorio nonostante il suo carattere ormai strutturale.

Ogni anno il Paese perde una popolazione equivalente a quella di città come Avignone o La Rochelle. Tra il 2011 e il 2024, 486.000 giovani italiani sotto i 34 anni sono emigrati verso le principali economie avanzate — Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Spagna — contro appena 55.000 giovani stranieri qualificati entrati in Italia: un rapporto di 9 a 1.

Una quota crescente di questi emigrati è composta da laureati e profili altamente qualificati. Il Paese non perde semplicemente dei giovani: trasferisce all’estero la propria futura classe dirigente.

Ogni laureato che parte rappresenta un investimento senza ritorno per l’economia nazionale.

L’Italia forma talenti grazie alle imposte dei contribuenti per poi cederne la produttività e il gettito fiscale ad altri Paesi. Il rapporto del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) quantifica questa emorragia: 159,5 miliardi di euro di capitale umano usciti dall’Italia tra il 2011 e il 2024, pari al 7,5% del PIL cumulato nello stesso periodo. Questo squilibrio migratorio colloca l’Italia in una situazione unica in Europa, caratterizzata da una doppia asimmetria che minaccia la qualità stessa del suo capitale produttivo.

L’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine.

La prima asimmetria è il divario con i partner europei. Mentre la Germania attira 400.000 lavoratori qualificati all’anno e la Francia ne accoglie 80.000, l’Italia ne riceve appena 4.200 annualmente — un rapporto di 1 a 100 rispetto a Berlino, di 1 a 20 rispetto a Parigi. Ma il vero divario non è quantitativo: è qualitativo.

I Paesi dell’Europa del Nord attraggono i talenti globali trattenendo al tempo stesso i propri. L’Italia subisce una doppia emorragia: perde i propri laureati e non attira i loro equivalenti stranieri. Il saldo netto è devastante: per ogni ingegnere, medico o ricercatore che arriva, nove se ne vanno. Questa asimmetria non riflette un deficit di competitività salariale — le differenze con Francia o Spagna sono minime — ma un deficit di fiducia nel futuro del Paese.

La seconda asimmetria è la sostituzione produttiva regressiva. L’Italia non si limita a perdere talenti senza sostituirli: opera una sostituzione qualitativa inversa.

Il sistema economico italiano perde strutturalmente profili altamente qualificati, mentre viene alimentato da flussi migratori complessivamente meno istruiti e concentrati in settori a bassa e media qualificazione. Ne deriva un deterioramento continuo della qualità del capitale produttivo: gli ingegneri partiti per Monaco o Londra vengono sostituiti da manodopera impiegata nell’agricoltura, nella logistica o nei servizi alla persona. Questa dinamica non implica alcun giudizio sul valore delle persone, ma una constatazione economica ineludibile: l’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine.

Queste due asimmetrie — geografica e qualitativa — si rafforzano reciprocamente. Non segnalano una crisi passeggera, bensì una trasformazione strutturale del posizionamento economico italiano: uno slittamento progressivo verso un’economia di servizi di base e di subfornitura industriale, mentre i suoi vicini europei consolidano il proprio vantaggio tecnologico grazie ai talenti che l’Italia ha formato ma non è stata capace di trattenere.

L’Italia non sa valorizzare i propri giovani. Il nuovo esodo italiano non è una fuga dalla povertà, ma una scelta consapevole. Le nuove generazioni si spostano con pragmatismo verso contesti globalizzati, dove la crescita non è più una promessa ma un’opportunità concreta che il loro Paese non riesce a offrire.

L’Italia soffre di un cortocircuito generazionale: la sua classe dirigente, la cui età media è di 64 anni, blocca di fatto il ricambio delle élite. In questo contesto, l’emigrazione diventa la risposta razionale: i giovani rifiutano di sprecare i loro anni più preziosi aspettando un’opportunità che spesso non arriva mai, in un sistema che seleziona in base all’anzianità e protegge per appartenenza, non per merito. Questo squilibrio si riflette in un mercato del lavoro dominato da piccole imprese con scarsa capacità di crescita dimensionale e bassa intensità innovativa, associato a una cultura imprenditoriale ancora fortemente familiare, che limita la mobilità sociale e riduce le prospettive di avanzamento professionale.

Le conseguenze non riguardano soltanto chi parte, ma anche chi resta. Precarietà del lavoro, salari insufficienti e assenza di prospettive rendono la costituzione di una famiglia un progetto spesso rinviato a tempo indeterminato.

Un indicatore particolarmente significativo riguarda la componente femminile: negli ultimi vent’anni, la presenza delle donne italiane all’estero è aumentata del 116%, a un ritmo superiore a quello degli uomini. Le donne italiane emigrano sempre più spesso da sole, altamente qualificate, e costruiscono all’estero i propri percorsi familiari e professionali.

Ogni bambino nato a Londra, Berlino o Parigi da una madre italiana rappresenta un capitale umano formato in Italia e perduto per il Paese: un investimento demografico senza ritorno. […]

Circa 600.000 giovani partiti negli ultimi quindici anni — laureati, dirigenti e imprenditori affermati in hub come la Silicon Valley, New York, Londra o Hong Kong — rappresentano una riserva di competenze che l’Italia non è ancora riuscita a mobilitare.

Le stime convergono: il loro ritorno massiccio genererebbe incrementi di produttività dal 20 al 30% per le imprese che li accoglierebbero e un potenziale aumento del PIL dell’1,5% annuo grazie a nuovi brevetti, start-up e reti internazionali. Ma questi benefici si materializzeranno a una sola condizione: che l’Italia si doti di politiche serie […]e che sia pronta a mettere in discussione proprio quelle strutture di potere che hanno spinto questi talenti a partire. Senza questa rottura, gli scenari ottimistici resteranno ciò che sono: proiezioni prive di radicamento nella realtà.

Trasformare questa perdita in un attivo strategico è possibile — gli strumenti esistono, gli esempi stranieri abbondano. Ciò che manca non è la conoscenza del problema, ma la volontà politica di affrontarlo. Una classe dirigente la cui età media supera i 64 anni, che riduce gli incentivi al rientro dei talenti, invia un messaggio inequivocabile ai giovani: andatevene, qui non siete attesi. L’Italia non soffre di una carenza di giovani. Soffre di una carenza di visione strategica per il proprio futuro.


I nemici solitari dell’umanità


(di Marcello Veneziani) – È difficile classificare il gesto di uno squilibrato contro la gente comune. Difficile stabilire i confini tra follia e terrorismo. In fondo chi uccide con una motivazione fanatica, magari aderendo a un gruppo, è anch’egli un esaltato e uno squilibrato che usa la religione o accusa il mondo come pretesti per sfogare il suo odio verso l’umanità, la sua vendetta perché si sente rifiutato; e attinge ai serbatoi di un’ideologia, di una fede, di una protesta per dare un estremo motivo al suo gesto folle e criminale. E quando non sono fuori di testa, scelgono di andarci, usando droghe pesanti per compiere l’impresa da invasati. Alcuni di loro ritengono che la loro azione sarà premiata in cielo, meriterà il paradiso di Allah perché ha punito gli infedeli o ha attaccato i santuari del nichilismo occidentale: supermercati, luoghi di vacanza e di eventi sportivi, discoteche.

Il caso di Salim El Koudri a Modena si situa a metà strada tra le due tipologie, tra la follia e il terrorismo: difficile distinguere dove finisce la psicopatia, diffusa anche in occidente e dove inizia il fanatismo ideologico-religioso dell’islamismo radicale.

Se consideriamo i precedenti, due sono i tipi di azione criminale compiuti da solitari: lo squilibrato che, soprattutto negli Stati Uniti, magari accampando una tesi suprematista, compie stragi soprattutto nelle scuole; e lo squilibrato che in Europa, magari all’ombra di una versione fanatica dell’Islam, si lancia sulla folla per causare una strage. La sola distinzione che si può praticare è quando si tratta di un gesto isolato e quando invece è un’azione di gruppo, preparata, condivisa in un disegno criminale da più persone che aderiscono a una cellula.

In pratica non cambia nulla, soprattutto per le vittime. Quel che è peggio, è difficile prevenire gli atti individuali, perché introversi e imprevedibili, di solito non compiuti da persone già segnalate come pericolose e capaci di gesti simili. La violenza molecolare è la più difficile da prevenire, si deve solo sperare in un intervento tempestivo delle forze dell’ordine o in un’azione volontaria di coraggiosi cittadini come è stato a Modena.

Chiedere di rendere più difficile procurarsi le armi, come di solito si ripete negli States, o espellere chiunque mostri segni di violenza tra gli immigrati non integrati o in crisi di rigetto verso il nostro modo di vivere, come chiedono i leghisti, non risolve il problema. La proposta di Matteo Salvini di rimandare nel paese d’origine gli immigrati che si sono macchiati di azioni delittuose può essere condivisa. Ma in questo caso specifico non è pertinente: sia perché il criminale in questione è cittadino italiano di seconda generazione sia perché la sua propensione alla criminalità non è stata preceduta da altri gesti insani ma si è rivelata solo con questa azione. È vero che la facilità con cui ci si procura le armi e le si usa con dimestichezza è una premessa frequente a gesti di questo tipo; indicativo, ad esempio, è il tasso di guardie giurate che disponendo di armi in casa e di una certa facilità d’uso compiono femminicidi con più frequenza di altre categorie (senza arrivare, è inutile dirlo ma gli stupidi sono sempre in agguato, ad accusare un’intera categoria di lavoratori che fanno quel mestiere).

D’altra parte se è folle caricare il gesto omicida di uno squilibrato suprematista su chiunque abbia simpatie politiche di quel tipo, altrettanto folle è caricare sull’Islam intero le azioni criminali compiute da altri squilibrati in versione fanatica.

La sicurezza delle nostre città è esposta al rischio imponderabile di questi folli contro le folle; però possiamo vivere senza la sindrome dell’attentato in quanto sono casi rari dal punto di vista statistico. Né possiamo rendere invivibile la vita quotidiana, lo shopping, il passeggio, la frequentazione di locali pubblici, tra controlli, diffidenze, presidi militari armati come se vivessimo sotto un permanente coprifuoco.

In questi casi le pene esemplari sono d’obbligo per fare giustizia e per rispettare le vittime; ma non sono deterrenti, non servono a scoraggiare chi ha perso la testa, è disperato e compie questo gesto come una soluzione finale, che spesso coinvolge la sua stessa vita. Lo stesso El Koudri ha tentato la strage nella convinzione che coincidesse col suo suicidio, del genere “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Chi arriva a quella determinazione, chi si lascia dominare da quell’insano, diabolico proposito, pensate che possa essere scoraggiato dal rischio di incorrere in sanzioni esemplari, inclusa la pena di morte? Il ladro o il piccolo delinquente possono essere scoraggiati da pene dure; il pazzo e il fanatico no.

Se passiamo dall’osservazione della realtà a un piano più alto di valutazione di questi crimini che avvengono in Occidente, abbiamo l’esatta percezione che il nichilismo e il fanatismo alla fine convergono in questa satanica impresa: l’odio per il mondo, per gli altri, muove entrambi, sia che si voglia punire presunti “infedeli” sia che li si consideri ostacoli alla propria vita e al proprio diritto alla felicità. Resta aberrante l’idea di un Dio che ordina di uccidere le sue creature.

Il tema dunque chiama in causa da un verso l’Occidente che non crede più in nulla, vive in una spettrale solitudine il proprio abissale individualismo, e dall’altro il fanatismo che prende a pretesto una religione o l’esaltazione del proprio Dio, come se per andare in paradiso si debba necessariamente uccidere e mandare all’inferno i presunti “nemici”. Il male non è solo loro, non è solo nostro.


Monarchia, dove sei? Il 15% degli italiani la desidera. E un elettore su due vuole riscrivere la Costituzione


Due elettori su tre del centrodestra vorrebbero un’Assemblea costituente per creare una nuova Carta coi partiti attuali: tutti i dati

Monarchia, dove sei? Il 15% degli italiani la desidera. E un elettore su due vuole riscrivere la Costituzione

(ilfattoquotidiano.it) – Monarchia, che nostalgia. Quasi il 15% degli italiani, se avesse votato al referendum istituzionale del 2 giugno del 1946, avrebbe scelto, oggi, la monarchia. Un dato piuttosto sorprendente, se si tiene conto che i legami coi Savoia sono, nel tempo, ben datati. Ma c’è un altro dato che fa riflettere: quasi i due terzi degli elettori del centrodestra vorrebbe un’Assemblea costituente per riscrivere una nuova Costituzione.

Sono i dati che emergono, in vista dell’80esimo anniversario della Repubblica, dal sondaggio Youtrend per Sky TG24 diffuso oggi. Monarchia o Repubblica? L’85,4% indica la prima, mentre il 14,6% sceglierebbe la seconda: un divario molto più ampio rispetto al risultato reale di 80 anni fa, quando la Repubblica vinse con il 54,3% contro il 45,7% della Monarchia.

Dal sondaggio emerge inoltre come l’antifascismo venga considerato l’elemento che ha maggiormente unito gli italiani in questi 80 anni dal 59% degli elettori del campo largo, quota che scende al 18% tra chi vota il centrodestra. Per quanto riguarda la Costituzione, il 69% degli italiani la considera ancora attuale – percentuale che sale al 92% tra gli elettori del campo largo – mentre il 22% la ritiene superata, dato che raggiunge il 32% nell’elettorato di centrodestra.

Nonostante ciò, il 45% degli italiani – e il dato sale al 64% tra chi vota per il centrodestra – si dice favorevole all’elezione di una nuova Assemblea Costituente, composta dai partiti attuali e incaricata di scrivere una nuova Costituzione. Di opinione opposta il 42% degli intervistati, contrari a una nuova Costituente – e tra gli elettori del campo largo sono il 65%.

Nota metodologica: sondaggio svolto con metodologia CAWI tra il 26 e il 27 maggio 2026 su un campione di 815 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, indagati per quote di genere ed età incrociate, stratificate per titolo di studio e ripartizione ISTAT di residenza. Il margine d’errore è del +/- 3,4% con un intervallo di confidenza del 95%.


Vannacci commenta la notizia del drone che ha colpito la città romena di Galati


(ANSA) – “Drone russo colpisce la Romania e tutti a parlare della minaccia del Cremlino nei confronti dell’Unione europea. Ma secondo voi, che interesse avrebbe oggi la Russia a colpire un paese della Nato?

E sempre secondo voi, che interesse avrebbe invece oggi l’Ucraina a colpire un paese della Nato facendo credere che sarebbero stati i russi, proprio nel momento in cui si parla dell’ingresso del’Ucraina nella Ue? Pensateci”.

Lo chiede il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, in un video che posta sui social commentando la notizia del drone che ha colpito la città romena di Galati.


Kiev in Europa, Europa in guerra?


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Tutti lo dicono, tutti lo vogliono. A conti fatti, però, è complicato. Lo sanno anche i fan più accesi, come Baltici e Polonia. Intanto ci sono in lista Serbia, Macedonia e Albania, piazzate prima. Austria, Grecia, Ungheria e pure Italia non paiono convinte. Anzi. Magyar parla apertamente dei diritti ungheresi violati in Ucraina. Come Orbán.

Per non dire del gas russo che Budapest vuole. Poi Kiev è ultraindebitata e assistita, ed è tra i Paesi più corrotti. Infine, l’ingresso a pieno titolo comporterebbe un riflesso non da poco: Ue in guerra con la Russia, di nome e di fatto. Altro che peace keeping, a quel punto!

Non solo. Diventeremmo tutti potenziali obiettivi di guerra. E dunque, a norma dell’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato di Lisbona del 2009, stante l’invasione – al di là di cause e antecedenti – saremmo tenuti alla guerra accanto a Kiev.

Poi certo, dentro quell’articolo 42 ci sono varie esimenti per ciascun Paese, per entrarci davvero in guerra e a seconda della sua Costituzione. In pratica, per una missione comune ci vuole un voto unanime.

E tuttavia ogni Paese, in caso di aggressione subita da uno dei membri, deve comunque dare un contributo attivo. Lo sa questo Bersani, ad esempio, che caldeggia l’ingresso di Kiev con le regole attuali? Qui il punto non è affatto solo questo!

Il tema, infatti, è la guerra in corso, che in un modo o nell’altro trascinerebbe l’Europa in guerra, in tutto o in parte; e se solo in parte, la dividerebbe e la sfascerebbe.

Del resto, a parte gli aiuti creditizi a Kiev, pari a 90 miliardi, di cui 60 in difesa attiva, lo stesso meccanismo SAFE da 150 miliardi, interno al Rearm Readiness di von der Leyen, prevede accesso comune ai bandi in armamenti per Paesi Ue e Ucraina. Cooperazione e joint venture. Formazione militare. Fabbriche miste con partner diversi.

Già Kiev, come membro dalle potenzialità rafforzate della NATO, è dentro la gamba europea dell’Alleanza fin dal 2019: comandi e codici integrati, presenza nel Consiglio NATO senza diritto di voto, manovre militari congiunte, diritto di chiedere intervento militare.

E già ora sappiamo che Kiev è parte del complesso militare-industriale europeo, ormai operativo. Con l’Ucraina come officina bellica sul campo: missili e droni. Nonché luogo di investimenti economici sul demanio, ormai privatizzato per 30 milioni di ettari e in mano a otto grandi aziende multinazionali, mentre altri 10 milioni di ettari ancora vincolati stanno per essere sciolti da legami pubblici e saranno rivendibili.

Insomma, l’Europa sta integrando economicamente e militarmente il Paese. Lo sta inglobando. Per questo, da un lato, lo considera suo territorio, nel mentre però vorrebbe fare da garante terzo, non essendolo.

Talché l’ingresso nell’Ue di Kiev, per un verso, è ormai fisiologico. Lo è divenuto e spiega anche la guerra, almeno in parte. Per altro verso, tale ingresso non è indolore, debito a parte, corruzione interna e dumping salariale per chi vi investe.

Non è indolore perché, se la guerra continua e non si tratta con la Russia sulla base di garanzie reciproche, ma si potenzia il riarmo euro-ucraino, l’Europa intera resterà allora in guerra permanente.

Il che potenzia già oggi l’economia keynesiana riarmista dell’eurocapitalismo. Rafforza le lobby euro-americane dell’energia, in virtù delle sanzioni. E fa un enorme favore agli Usa di Trump e del post-Trump, sgravandoli della spesa militare in Europa, con quest’ultima lasciata a fare da sentinella armata a est.

Tempesta imperiale e sinergie capitalistiche perfette. Con un preciso conglomerato di interessi.

Ma tutto questo Elly non lo sa.


Militari perfetti con il cerotto che cancella la paura: così il Pentagono vuole creare soldati che non crollano mai


Dopo aver automatizzato missili, droni e sorveglianza, Washington sta tentando qualcosa di ancora più radicale: automatizzare la resilienza mentale

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Per decenni gli strateghi militari americani hanno cercato di costruire il soldato perfetto: più resistente, più lucido, più freddo. Hanno potenziato muscoli, sensori, droni, esoscheletri, intelligenza artificiale. Ma c’era un nemico impossibile da sconfiggere: il sonno. Perché anche il miglior soldato del mondo, dopo ore di combattimento, resta prigioniero della biologia. Il cervello umano ha bisogno di fermarsi, recuperare, metabolizzare lo stress. E in guerra il tempo per dormire semplicemente non esiste.

È qui che entra in scena DARPA, la leggendaria agenzia del Pentagono che ha già partorito Internet, tecnologie stealth e sistemi d’intelligence avanzata. Stavolta però l’obiettivo è ancora più ambizioso: hackerare direttamente la mente umana. Il progetto si chiama NEUSLeeP. Dietro il nome tecnico si nasconde qualcosa che sembra uscito da un romanzo cyberpunk: un cerotto trasparente applicato sulla tempia capace di intervenire durante il sonno attraverso ultrasuoni focalizzati. Apparentemente innocuo. In realtà, un dispositivo progettato per riscrivere il modo in cui il cervello elabora paura, trauma e stress.

All’interno del patch ci sono minuscoli sensori EEG che monitorano continuamente l’attività cerebrale. Il sistema capisce esattamente quando il cervello entra nella fase REM, quella più importante per la stabilità psicologica. È durante il REM che la mente “archivia” i ricordi, scarica tensione, rielabora eventi traumatici. Ma un soldato sottoposto a stress estremo spesso perde proprio quella fase di recupero profondo. Il risultato è devastante: panico, errori operativi, crolli emotivi, disturbo post traumatico. Ed è qui che DARPA vuole intervenire.

Quando il dispositivo rileva il momento giusto, attiva ultrasuoni mirati a 100 Hz diretti verso il nucleo subtalamico, una minuscola area del cervello che agisce come una sorta di freno neurologico. Gli ultrasuoni abbassano delicatamente questa barriera naturale e permettono al cervello di prolungare autonomamente il REM. Secondo i test preliminari, il tempo trascorso in sonno REM aumenta del 4-5%. Per la medicina del sonno è un’enormità. Per il Pentagono, invece, significa qualcosa di molto più concreto: creare operatori capaci di recuperare in poche ore ciò che normalmente richiederebbe giorni.

Ma il punto centrale del progetto non è il riposo. È il controllo emotivo. Le risonanze magnetiche effettuate durante gli esperimenti avrebbero mostrato un impatto diretto sull’amigdala, la regione cerebrale che governa paura, ansia e reazioni istintive alla minaccia.

Tradotto dal linguaggio scientifico: il cerotto aiuterebbe il cervello a “smaltire” il trauma in modalità accelerata. Il soldato combatte all’inferno di giorno. Di notte il dispositivo ripulisce parte del carico emotivo. Al mattino torna operativo: meno paura, meno panico, meno esitazione. Il sogno del Pentagono non è più fantascienza. È costruire uomini capaci di funzionare quasi come macchine biologiche: dormire poche ore, recuperare rapidamente e restare lucidi sotto stress estremo. Una guerra senza cedimenti psicologici.

Naturalmente DARPA nei comunicati ufficiali parla di “supporto cognitivo” “ottimizzazione del recupero neurologico”. Ma dietro la retorica scientifica emergono interrogativi inquietanti. Cosa accade dopo centinaia di notti di stimolazione cerebrale artificiale? Quali effetti permanenti potrebbe avere la manipolazione continua del sonno REM? E soprattutto: fino a che punto è possibile alterare le emozioni umane senza modificare la personalità stessa dell’individuo?

C’è poi un problema tecnico enorme. Il sistema è stato testato in laboratorio, in condizioni perfette. Ma sul campo di battaglia ogni cervello è diverso. Lo spessore dell’osso temporale varia da persona a persona. E un ultrasuono fuori bersaglio potrebbe produrre effetti imprevedibili.

Ma nella nuova corsa militare globale il fattore umano è ormai considerato l’ultimo limite da abbattere. Dopo aver automatizzato missili, droni e sorveglianza, Washington sta tentando qualcosa di ancora più radicale: automatizzare la resilienza mentale. Perché il vero soldato del futuro, secondo il Pentagono, non sarà quello che non ha paura. Sarà quello che dimentica la paura abbastanza in fretta da tornare immediatamente operativo.


Cosa sappiamo del presunto drone russo caduto in Romania


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Nella sera di oggi, 29 maggio, un drone è entrato nello spazio aereo romeno, schiantandosi sul tetto di un edificio residenziale nella città di confine Galati e ferendo lievemente due persone. Come ampiamente prevedibile, sono bastate un paio di ore e una indagine appena avviata perché l’intero panorama mediatico e politico del Vecchio Continente identificasse il colpevole di questa «grave violazione»: la Russia. Nella mattinata, la ministra degli Esteri romena ha convocato l’ambasciatore russo a Bucarest, mentre il presidente Nicusor Dan ha sottoposto la questione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e notificato gli alleati della NATO. L’interpretazione univoca è che la Russia abbia attaccato un Paese dell’Alleanza Atlantica innescando una pericolosa escalation del conflitto con l’Ucraina. Le indagini tuttavia non sono ancora terminate, e Mosca non ha rilasciato commenti sulla vicenda.

Del caso del drone caduto su Galati nella notte tra ieri e oggi sappiamo ancora poco. Il presidente Dan ha affermato che le difese aeree del Paese avrebbero rilevato il drone e la ministra degli Esteri Toiu Oana ha aggiunto che aerei ed elicotteri della Marina romena sarebbero decollati «immediatamente dopo il suo avvistamento sui radar»; nonostante ciò le difese del Paese avrebbero deciso di non ingaggiarlo a causa della eccessiva pericolosità per l’incolumità dei cittadini. Il drone è dunque impattato. Dopo lo schianto è scoppiato un incendio sul tetto dell’edificio colpito, rapidamente domato dai vigili del fuoco. Inoltre, secondo l’agenzia di stampa Reuters, un altro drone privo di carica esplosiva sarebbe stato scoperto nella Romania nord-occidentale qualche ora prima.

Il presidente Dan ha annunciato di avere convocato una riunione del Consiglio Supremo di Difesa Nazionale per discutere le implicazioni dell’incidente e ha attribuito «la piena responsabilità» dell’accaduto alla Russia. «Quanto accaduto oggi a Galați è la diretta conseguenza della guerra di aggressione scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, del modo irresponsabile e indiscriminato con cui Mosca utilizza questi sistemi d’arma nelle immediate vicinanze dei confini della NATO, nonché del sistematico disprezzo del diritto internazionale. Non vi è alcuna ambiguità riguardo all’autore o alla causa di questa aggressione». Dan ha detto di avere anche informato gli alleati della NATO e i partner dell’Unione Europea dell’incidente, chiesto loro formalmente di schierare ulteriori capacità anti-drone sul territorio romeno, e di avere intenzione di informare formalmente il Consiglio di Sicurezza «di questa brutale e ripetuta violazione del diritto internazionale da parte della Federazione Russa». Oana ha invece convocato l’ambasciatore russo.

Dopo l’incidente, la comunità internazionale si è stretta attorno alla Romania, inviando messaggi di solidarietà e condannando la Russia dell’attacco. Tra le varie, spiccano le dichiarazioni dell’Italia: «Condanno con forza la violazione dello spazio aereo della Romania da parte di un drone russo, che ha colpito un edificio residenziale nella città di Galați. Una volta di più, il governo italiano chiede alla Federazione Russa, un impegno serio per una pace giusta e duratura. La mia solidarietà al Governo romeno e alla Ministra degli Esteri», ha scritto Tajani; «Atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, continuando a colpire brutalmente civili innocenti, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea. Vicinanza e solidarietà alle persone colpite, al Governo e a tutto il popolo romeno», Meloni; «Pericolosa e irresponsabile escalation che non può essere tollerata», Crosetto. Analoghi messaggi sono arrivati dalla Germania, dalla Polonia, dalla portavoce della NATO, dalla presidente dell’Eurocamera e dalla maggior parte dei Paesi di UE e Alleanza Atlantica.

Insomma, tra le dichiarazioni romene e quelle dei leader occidentali la chiave di lettura della vicenda pare una sola: la Russia ha attaccato la Romania. Al di là della dinamica e delle conseguenze dell’impatto, tuttavia, non si sa tanto. Lo stesso presidente Dan ha affermato di avere ordinato indagini per stabilire il tipo di dispositivo impiegato e la sua traiettoria, ammettendo dunque implicitamente che le specifiche dell’incidente non siano realmente note. Va a tal proposito ricordato che già l’anno scorso si erano verificati episodi di presunti sconfinamenti russi nei cieli di diversi Paesi NATO (tra cui la stessa Romania), mai realmente dimostrati dalle autorità, se non addirittura smentiti; uno dei casi più eclatanti fu forse quello di Varese, dove a fine marzo 2025 il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina l’esclusiva di un drone russo” – mai realmente esistito – «manovrato da una zona non lontana», che avrebbe sorvolato svariate volte la sede dell’Ispra. Recentemente, invece, ha fatto parecchio parlare il caso della Lettonia, dove il governo è stato costretto a dimettersi per la troppa pressione politica dovuta a casi di sconfinamenti di droni inizialmente attribuiti alla Russia, ma – in verità – di origine ucraina.

Visti i precedenti si può affermare con certezza che non sarebbe la prima volta che episodi di sconfinamento vengono falsamente attribuiti alla Russia. Va inoltre presa in considerazione l’ipotesi che il velivolo sia stato intercettato dai difensori ucraini, che potrebbero averne disturbato il segnale causandone la perdita di controllo. Le ipotesi, insomma, sono molteplici e prima di scendere a conclusioni bisognerebbe quanto meno attendere la versione di Mosca, che non si è ancora espressa sull’argomento.


L’ossessione della governabilità


(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Si discute di un’altra legge elettorale. L’ennesima. Il motivo dichiarato è sempre lo stesso da anni: la governabilità. Questa volta si traduce nel proposito di evitare il “pareggio” che si profilerebbe nelle elezioni del 2027. A prescindere dall’attendibilità dei sondaggi, che sappiamo essere scarsa, quest’ultima giustificazione è esilarante per vari motivi.

Intanto perché la proposta viene avanzata dal governo più longevo della storia della Repubblica. In secondo luogo, è un’ammissione di difficoltà politica. E, da ultimo, è l’esplicitazione dell’intento di manipolare la volontà popolare.

Il fatto è che FdI vuole massimizzare a proprio vantaggio l’attuale predominanza nella coalizione di centrodestra, a prescindere dall’esito elettorale. I nemici, dunque, sono gli amici della Lega e di Forza Italia e i collegi uninominali che, in una coalizione, vanno inevitabilmente concordati in anticipo. Il tema, ovviamente, si ripropone sotto traccia sul versante opposto.

Va inoltre osservato che l’ipotesi del pareggio è evidentemente dovuta a un aumento dei collegi contendibili. Nelle elezioni del 2022, dei 147 collegi uninominali alla Camera il centrodestra ne ha vinti 121 (82%) e dei 76 al Senato ne ha portati a casa 59 (80%). Motivo per cui ha una presenza parlamentare ben superiore ai voti totalizzati.

La proposta, tuttavia, pone varie questioni. Il premio di maggioranza, più o meno ampio, è infatti incostituzionale in quanto contraddice l’articolo 48, che sancisce che il voto è uguale. In altre parole, uno vale uno. Mentre il premio determina un sovradimensionamento della rappresentanza non espresso dai cittadini.

La seconda obiezione è di natura politica. In presenza di un sistema pluripartitico, i meccanismi maggioritari che forzano le alleanze producono inevitabilmente maggioranze spurie. I problemi di governabilità, infatti, sono causati da problemi interni alle singole coalizioni. Spesso, ad esempio, il frequente ricorso al voto di fiducia mira proprio a impedire la differenziazione all’interno della coalizione di governo.

Quello dell’eterogeneità delle coalizioni è un tema assai importante in questa fase. Non molto tempo fa Panebianco, sul Corriere della Sera, lo ha sollevato a proposito delle posizioni dei partiti rispetto alla questione internazionale: atlantismo e unionismo. Ciò riguarda ovviamente M5S e Lega, i quali hanno posizionamenti critici su questi aspetti anche se appartengono a coalizioni opposte. Si veda la guerra in Ucraina. In effetti, il governo più coerente degli ultimi tempi è stato quello giallo-verde.

Infine, le coalizioni e il bipolarismo forzati annichiliscono eventuali proposte politiche critiche e radicali. L’obiettivo delle leggi maggioritarie è infatti quello di «tagliare le ali». Riducendo così il pluralismo e ingabbiando in modo anomalo posizioni diverse in coalizioni spurie, non si fa altro che aumentare l’astensionismo. Il non voto, infatti, si presenta come una scelta politica a tutti gli effetti. Ed è un voto ragionevole, che prende atto della mancanza di vere alternative e della confusione delle coalizioni.

Tutto ciò, peraltro, annichilisce di fatto il ruolo del Parlamento, che invece dovrebbe essere centrale.

La legge elettorale riguarda dunque temi dirimenti: la governabilità da una parte e la rappresentanza coerente dall’altra. A tal proposito va ricordato che il referendum sulle modifiche costituzionali volute da Renzi riguardava proprio la governabilità e la rappresentanza. E i cittadini hanno scelto il secondo aspetto. La democrazia, sul piano elettorale, è infatti misurazione della rappresentanza. Solo dopo si pone il problema di quale sia la maggioranza e il governo migliore e più coerente per rappresentarla e tradurla in governo.

Se il sistema economico, sociale e democratico è oggi in panne, ciò dipende anche da sistemi politici ed elettorali che continuano a produrre mostri.


La radice fascista: Meloni e il passato che non passa mai


È sconfortante constatare come il passato non passi ancora per questa parte politica. Non c’è stata alcuna elaborazione culturale

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Anche ripetere stanca. Eppure va fatto. Fratelli d’Italia è tuttora impregnato di nostalgia per il fascismo e il neofascismo. Perché gran parte di coloro che militano in FdI ha trovato le motivazioni ideali per aderire nella cultura politica del regime fascista, prendendo aspetti e spunti anche parziali o contraddittori ma tutti appartenenti in quel mondo.

Per loro quanto è stato fatto e detto in quel periodo continua a fornire linfa vitale per le proprie coordinate politico-ideologiche. Altrimenti a quale mondo culturale farebbero riferimento? Esiste forse una componente conservatrice-moderata che si ritrova in quelle fila? Semmai circola sottotraccia un senso comune di stampo proto-democristiano che ha permeato per tanto tempo la visione di quella Italia afascista che non rivendicava il passato ma aborriva i nuovi venuti, il vento del Nord antifascista.

Permane a destra quel misto di antipolitica qualunquista e di idiosincrasia per tutto ciò che sa di cambiamento, e quindi di sinistra. Ma sotto quella coltre si muovono ancora gli spiriti sulfurei del ventennio che forniscono la spinta propulsiva ai fratellini. Non c’è altra fonte ispiratrice così calda e coinvolgente che possa forgiare una identità diversa. I riti per ricordare Acca Larentia o gli altri caduti durante la guerra civile a bassa intensità tra i giovani estremisti di destra e sinistra sono in piena sintonia con riti nibelungici neonazisti e una coreografia del culto della morte da Decima Mas. Riti ai quali nel passato si sono associati tanti dirigenti attuali di FdI, salvo astenersene ora per convenienza o pudore.

Allora, i banchi vuoti della destra in Parlamento alla commemorazione di Giacomo Matteotti non sono una distrazione. Esprimono una estraneità al mondo dell’antifascismo e di implicita negazione della carta costituzionale che è scaturita dalla lotta di liberazione. È sconfortante constatare come il passato non passi ancora per questa parte politica. Non c’è stata alcuna elaborazione culturale. Le Tesi di Trieste elaborate nel loro primo e unico congresso non state emendate.

Solo grazie all’astio roccioso nei confronti della sinistra da parte di media e establishment compiacenti su questi riferimenti antidemocratici, e altri (ri)emersi nel corso di questi anni, viene steso un velo. Un esempio. Non passa giorno che non ci sia un ammonimento sulla inaffidabilità della sinistra in politica estera, quando invece al governo abbiamo un partito filoputiniano come la Lega, che mette costantemente i bastoni tra le ruote alla politica estera del governo. Ma su Salvini si sorvola benignamente.Meloni

Giorgia Meloni, si pone in piena continuità ideale con la sua storia di neofascista, che non rinnega, come le aveva insegnato il suo mentore Almirante. Però, dal momento in cui è entrata al governo, si è dovuta adeguare alla contingenza di non disporre dei pieni poteri e all’esistenza di contraltari potenti, dalla presidenza della Repubblica ai legami internazionali.

Ma al camicia di forza europea torna di nuovo troppo stretta. Le bordate antieuropee di questi giorni riportano Meloni al tempo della “pacchia finita”, slogan sovranista contro la Ue inneggiato durante la campagna elettorale del 2022. Questo richiamo della foresta, unito alle limitazioni delle libertà civili introdotte con il decreto Sicurezza (senza dimenticare il decreto anti rave party che ha salvato questo paese dalla rovina…), conferma l’ipotesi iniziale del passato che non passa. Al quale danno ultimo sostegno le chat antisemite dei dirigenti trentini del partito.

Fratelli d’Italia non riesce, finora almeno, a modificare le proprie coordinate ideologiche. Rimane chiuso, imbozzolato nei suoi riferimenti ereditati in linea diretta dal Movimento sociale almirantiano, con in più un pizzico di rautismo anni Ottanta. Quattro anni di governo non sono serviti a “romanizzare i barbari” come si diceva un tempo dei 5 stelle. Ma forse è compito anche della sinistra fare un passo avanti per favorire il disgelo del loro iceberg politico-culturale. Incalzare e confrontare gli avversari su questo terreno – diverso da quello della lotta politica – è un servizio per la democrazia italiana. Inoltre, quando si disgela un iceberg, poi va tutto in mille rivoli, non rimane più nulla.


Erri De Luca, De Gregori e l’arte calpestata


I social contro Francesco De Gregori e Erri De Luca per le frasi sulla guerra. Si possono criticare, ma è sconcertante chi propone di boicottarli

Erri De Luca, De Gregori e l’arte calpestata

(MAURIZIO DE GIOVANNI – lastampa.it) – Dedico ai social tra i dieci e i venti minuti al giorno. Essendo abbastanza giurassico, mi limito al nativo Facebook con rare incursioni su Instagram, e devo dire che in questi termini quantitativi lo trovo abbastanza divertente, un paio di minuti qui e un paio di minuti là, incluse comunicazione lavorativa, condivisione di eventi e informazioni su partecipazioni radiotelevisive da far girare.

È una pratica che ritengo utile; serve ad annusare l’aria, a capire quali siano gli argomenti di maggior interesse collettivo e anche ad apprezzare il punto di vista di persone che magari non ho mai incontrato ma che ho imparato ad apprezzare in quel mare magno. Ma anche a prendere le distanze da qualcosa, se capita come capita di riconoscere un sentimento morboso di voyeurismo patologico o una precisa volontà di uso di armi di distrazione di massa, incluse famiglie nel bosco o delitti di vent’anni fa riproposti come attuali. Di fronte a questi argomenti per fortuna mi ritraggo, allontanandomi precipitosamente.

Confesso però che negli ultimi giorni sto privandomi anche di questo quarto d’ora di telematico cazzeggio, poiché l’algoritmo ha unilateralmente deciso che il dibattito sulla legittimità dell’impegno politico degli intellettuali debba necessariamente coinvolgermi, e siccome buona parte dell’esplosione aerea delle deiezioni che formano le generali opinioni espresse mi fa abbastanza orrore il mio umore ne uscirebbe troppo lesionato per i miei gusti.

E tuttavia, come sappiamo bene, non basta chiudere un’applicazione sul display per cancellare pensieri e riflessioni derivanti dalla visione di certe argomentazioni. Per cui, com’è naturale, ho la tentazione di dire la mia; non voglio però unirmi alla canea, e preferisco accettare l’ospitalità di queste importanti pagine, aspirando a essere letto fino in fondo e non, come per la maggior parte delle volte avviene sui social, soltanto per il tempo totale di venti secondi e lo spazio di tre righe.

Conoscerete la questione: Erri De Luca, uno dei più amati e giustamente celebrati scrittori di questo paese, ha rilasciato un’intervista a un giornale israeliano ripresa da Il Foglio, nella quale tra le altre cose ha detto che si ritiene sionista e che secondo lui a Gaza non è in corso un genocidio. Successivamente, un po’ sorpreso dalla marea di insulti violentissimi che gli sono pervenuti, ha chiarito che essere sionista significa semplicemente riconoscere l’esistenza e la legittimità dello Stato di Israele, premessa necessaria peraltro per propugnare la teoria dei due popoli e due Stati, e che per genocidio si intende uno sterminio di natura etnica e non territoriale, quindi a Gaza è in corso una strage anche di innocenti, terribile e inaccettabile, ma non tecnicamente un genocidio.

A distanza di poche ore, Francesco De Gregori si è detto imbarazzato dal costante attacco politico di Springsteen a Trump, aggiungendo che secondo lui un artista non dovrebbe fare politica in maniera così esplicita.

Fin qui, a mio modo di vedere, posizioni espresse con precisione e senza insultare nessuno. Io personalmente non ne condivido neanche una virgola, ma credo fortemente che ognuno possa e debba dire quello che pensa, assumendosene ovviamente le conseguenze. Ma il punto è un altro.

Sono cominciati a fiorire, per dir così, sui social ricadute violentissime e immediate non sui due artisti, ma sulla loro produzione. Gente che fotografava cassonetti con dentro volumi e dischi, addirittura falò degli stessi, giuramenti di non leggere e non ascoltare mai più le rispettive produzioni, insulti velenosi e attacchi proditori. Un vero orrore, da lasciare senza fiato.

È una cosa incredibile, che mi lascia sconcertato. Ognuno di voi che leggete queste parole fa, o ha fatto per lungo tempo, un lavoro. Ha prodotto beni o servizi, ha gestito clienti ed è stato cliente a sua volta, utilizzando le prestazioni altrui. Non ricordo un medico la cui abilità chirurgica sia stata valutata sulla base della sua posizione politica, o un ingegnere al quale sia stato smantellato un cantiere perché antigovernativo o filoqualsiasicosa. E non credo che un avvocato o un architetto, come un cuoco o un idraulico, sia stato recensito, consigliato o sconsigliato per quello che diceva nei bar o per strada agli amici sul mondo che gli girava attorno.

Certo, si potrà eccepire che la letteratura, la musica e ogni espressione artistica siano formative del pensiero, educative e quindi potenzialmente antieducative: ma questa posizione porta inevitabilmente alla censura, al pensiero unico e superficiale, alla fine dell’elaborazione personale delle informazioni.

Credo che l’arte, qualsiasi arte, abbia un unico fine: provocare emozioni. Quello che pensa l’artista, le sue opinioni e le sue posizioni politiche, possono indurre alla simpatia o all’antipatia, al fastidio o alla condivisione, ma mi chiedo dove e come possano questi sentimenti personali incidere sul giudizio del cuore quando ci si trova di fronte a un quadro, a una sinfonia o a una poesia.

Provo pena, in generale, quando leggo del boicottaggio di artisti o di sportivi a manifestazioni internazionali di qualsiasi genere solo perché nati in un determinato luogo; gente che si è allenata per una vita con coscienza, che ha studiato e che studia ancora esclusa dal mostrare quello che mirabilmente sa fare solo per una questione di nazionalità.

I governi passano, i regimi passano, le idee cambiano: l’arte e la bellezza rimangono, come i risultati sportivi. Non possono essere cancellati. Non è giusto.

Amo profondamente i romanzi di Erri De Luca, come le canzoni di Springsteen. Con uno non sono d’accordo, con l’altro sì: ma come può questo fare cambiare il mio giudizio estetico? Caravaggio era un assassino, Pirandello aderì convintamente al fascismo, Céline e Pound espressero opinioni a mio (e non solo mio) parere esecrabili, ma hanno scritto mirabilie. Dobbiamo negarne la bellezza per le idee di chi le ha scritte?

Meglio prendersi una vacanza dai social, insomma. Neanche per quel quarto d’ora. Per salvaguardare il cervello, ma anche il fegato.


Incredibile: lo Stato ora paga i farmaci più di quanto costano!


Farmaci equivalenti: come spendere di meno

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Ci sono soldi che il Servizio sanitario nazionale spende senza che qualcuno se ne accorga. Escono dalle casse pubbliche attraverso norme scritte nel tipico linguaggio tecnico incomprensibile ai più. Sono testi di legge che quasi nessuno si prende la briga di decifrare, ma che autorizzano spese da milioni di euro a vantaggio di pochi e con costi aggiuntivi per tutti gli altri. È in questo contesto che va letta la modifica al sistema di remunerazione dei farmaci voluta dal governo Meloni e dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista con delega alla farmaceutica. Una riforma costruita su passaggi tecnici che, una volta riportati alla pratica quotidiana, producono un effetto paradossale: invece di far risparmiare il Servizio sanitario nazionale, lo portano a pagare di più. Un cambiamento che sottrae risorse alla Sanità, eternamente sotto pressione. Per capire come funziona il meccanismo bisogna mettere in fila le regole, vedere come sono state ritoccate e seguire le conseguenze concrete che hanno avuto sulla gestione delle risorse pubbliche. Ed è proprio guardando a queste ricadute che diventa chiaro quanto le decisioni prese in ambito tecnico finiscano per incidere anche sulle scelte più ordinarie dei cittadini, a partire da cosa acquistiamo in farmacia e da quanto siamo chiamati a pagare di tasca nostra.

Un miliardo di euro

Ogni anno noi cittadini spendiamo, in modo spesso poco consapevole, un miliardo di euro che potremmo evitare di sborsare. Accade quando scegliamo un farmaco di marca invece del suo equivalente generico, che è uguale in tutto e per tutto ma ha un prezzo inferiore (qui pag. 18). È una decisione che si ripete infinite volte al giorno nelle farmacie e che riguarda una porzione molto ampia dei medicinali in commercio.

Il Servizio sanitario nazionale mette infatti a nostra disposizione 10.809 farmaci gratuitamente o al solo costo del ticket: sono i medicinali di fascia A (qui pag. 757). Nel 2024 la spesa complessiva per questa categoria ha raggiunto 8 miliardi e 353 milioni di euro (qui pag. 6). Una cifra enorme, il cui peso è determinato soprattutto da un dato: l’87,5% dei consumi riguarda farmaci con brevetto scaduto (qui pag. 161). Quasi tutti questi medicinali hanno un equivalente generico, con la stessa capacità terapeutica del brand: stesso principio attivo, stessa efficacia, stessa sicurezza, stesso modo di assunzione.

Famaci di marca e farmaci generici

I farmaci generici compaiono sul mercato dopo circa dieci anni dalla commercializzazione del farmaco originale, periodo nel quale l’azienda titolare del brevetto recupera i costi sostenuti per ricerca e sviluppo. Una volta scaduta la protezione brevettuale, i prezzi si abbassano per tutti (qui pag. 4), aprendo la strada al principio su cui si fonda il sistema: contenere la spesa pubblica senza ridurre la qualità delle cure.

Ci sono casi in cui il medico specifica che un paziente debba assumere proprio un farmaco di marca, ma sono eccezioni. Di norma la scelta ricade su di noi. La legge stabilisce che il farmacista debba consegnare il generico, a meno che sia il cittadino a chiedere espressamente il contrario (decreto legge 18 settembre 2001, n. 347 qui art. 7 comma 2 e 3). In questo modo, se preferiamo il brand, la differenza di prezzo non viene scaricata sul Servizio sanitario nazionale: la paghiamo noi.

Il funzionamento del sistema è sintetizzato in una regola: «I medicinali con uguale composizione in principi attivi, forma farmaceutica, via di somministrazione, modalità di rilascio, numero di unità posologiche e dosi unitarie sono rimborsati al farmacista dal Servizio sanitario nazionale fino al prezzo più basso disponibile» (qui art. 7 comma 1). La logica è chiara: se due farmaci sono uguali, il rimborso del Ssn non può superare il prezzo più basso.

Da marzo 2024, però, questo meccanismo smette di funzionare come prima. La norma resta valida, ma gli effetti non sono più quelli originali. Il sistema, nato per produrre risparmi, inizia a generare costi aggiuntivi: in diversi casi il Servizio sanitario nazionale arriva a pagare i farmaci più del prezzo fissato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), cioè più del prezzo al pubblico. Per capire l’impatto concreto della riforma abbiamo analizzato un caso esemplare.

Un caso concreto: l’Atorvastatina

L’Atorvastatina è il principio attivo che genera la maggiore spesa per le casse pubbliche: è un farmaco molto diffuso, usato per tenere sotto controllo il colesterolo (qui pag. 355). La sua storia, ricostruita attraverso documenti ufficiali delle Asl, consente di vedere con chiarezza cosa sia cambiato. Fino al 2011, la confezione da 30 compresse da 10 mg del farmaco di marca costa 24,44 euro (qui art. 1). Dopo la scadenza del brevetto, il 6 dicembre 2012, il prezzo scende a 6,36 euro (qui). Nello stesso anno arriva il generico, venduto a 4,35 euro (qui). 
È la dinamica classica: l’ingresso del generico abbassa anche il costo del brand. La differenza tra i due prezzi è 2,01 euro. Se il cittadino sceglie il generico non paga nulla. Chi preferisce la marca, versa quella differenza. Il sistema garantisce libertà, ma attribuisce il costo aggiuntivo a chi compie la scelta (qui comma 4). 

Cosa succede ora

Con l’introduzione della nuova remunerazione, emergono due effetti che ribaltano la finalità del generico.
Primo: il farmaco che dovrebbe far risparmiare il Servizio sanitario finisce per costargli più del prezzo al pubblico. Chi compra l’Atorvastatina generica privatamente continua a pagarla 4,35 euro, il prezzo stabilito da Aifa. Ma quando lo stesso medicinale viene erogato tramite il Servizio sanitario, lo Stato rimborsa alla farmacia 5,24 euro: 89 centesimi in più rispetto al prezzo esposto sugli scaffali. L’aumento è dovuto alla nuova modalità di remunerazione che fa crescere per lo Stato il costo del rimborso del 24%.

È come se il proprietario di un supermercato acquistasse un prodotto a un prezzo più alto di quello che il rivenditore espone sugli scaffali per i clienti che lo comprano.

Due. L’anomalia riguarda anche il farmaco di marca. Il suo prezzo al pubblico rimane 6,36 euroMa oggi il Servizio sanitario lo rimborsa alla farmacia a 4,75 euro: il 20% in più rispetto al passato e comunque più del prezzo di riferimento Aifa. A questi 4,75 euro si aggiungono, come sempre, i 2,01 euro che il cittadino continua a pagare. Il totale per il sistema – tra spesa pubblica e privata – arriva così a 6,76 euro, 40 centesimi oltre il prezzo esposto.

Quanto è diffuso il fenomeno

Questi due effetti non sono limitati all’Atorvastatina. Si ripetono in quasi la metà dei farmaci a carico del Ssn, in particolare tra quelli con un costo inferiore agli 8 euro. Il risultato è un trasferimento di risorse consistente verso le farmacie, a scapito di altre aree della spesa sanitaria.

Le novità

Siamo davanti al ribaltamento del principio originario: il Sistema sanitario paga di più proprio dove la legge aveva stabilito che dovesse pagare meno. Prima della riforma, le farmacie ricevevano il 30,35% del prezzo al pubblico, con sconti differenziati in base al costo del medicinale, secondo quanto previsto dalla legge 662 del 1996 e successive modifiche (art. 1, comma 40 qui e art. 11 comma 6 qui). Il produttore incassava il 66,65%, il grossista il 3%.
Con la riforma, lo schema cambia: la farmacia riceve il 6% del prezzo del farmaco più una quota fissa che va da 55 centesimi a 2,50 euro per confezione, variabile a seconda del prezzo del medicinale e della tipologia della farmacia (comma 225 qui). Un meccanismo che serve a riempire le casse delle farmacie: con la nuova remunerazione più il prezzo del farmaco è basso, maggiore è il margine di guadagno (almeno fino agli 8 euro a confezione). Lo scorso febbraio avevamo denunciato un altro caso emblematico. Una confezione di acido acetilsalicilico, un comune antinfiammatorio con la formulazione per problemi cardiaci, costa come generico 1,41 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava il 30,35% più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: in totale 50 centesimi. Con le nuove regole, la remunerazione diventa il 6% più 55 centesimi più l’8% come generico, meno lo sconto: 93 centesimi. Un aumento dell’86% nei ricavi della farmacia, con un costo maggiore per lo Stato pari al 31%.

Le nostre scelte

C’è almeno una decisione immediata che possiamo prendere come cittadini: evitare di comprare il farmaco di marca, pagando di tasca nostra la differenza con il suo equivalente generico. Si tratta di una spesa inutile perché l’effetto curativo è identico. Su base individuale sono spiccioli, ma su base nazionale valgono un miliardo di euro l’anno che escono dalle nostre tasche.


La nuova Ferrari non fa per me


(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Vedi la vita: capita persino di dare ragione a Luca Cordero di Montezemolo che a momenti piange dopo avere visto la prima Ferrari elettrica, battezzata Luce, color azzurro Puffo: “Qui si rischia la distruzione di un mito. Spero solo che le tolgano il cavallino dal cofano…”, ha sobbollito LCDM, per poi allontanarsi dal microfono, sob, sob, e sparire alle viste mentre si aggiustava il ciuffo calante.

[…] In primo piano è rimasta lei, Luce, che alla prima occhiata sembra un telefonino con le ruote, non per nulla l’ha disegnata Jony Ive, che ha lavorato a Cupertino per una ventina d’anni e ha disegnato metà dei giocattoli Apple – l’iPhone, l’iPad, il MacBook – entusiasmando molti milioni di consumatori, oltre al suo capo, Steve Jobs, che lo considerava un guru del design. E lo era, prima di questa foratura.

Di mister Ive, sappiamo che si considera “molto amico di John Elkann” e già questo spiega qualcosa del disastro. E che di John ammira “la sua visione e il suo giudizio”. Il che finisce per spiegare tutto, visto che li ha assecondati entrambi.

Il missile su ruote ha mandato in tilt – oltre alla Borsa e a folle di leoni da tastiera – il povero Sergio Mattarella, che gli ha passeggiato accanto per qualche minuto, incerto se sfiorarlo con un dito o prudentemente allontanarsene per non prendere la scossa. E ha stordito papa Leone XIV che aveva appena finito di pronunciare la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, e si è ritrovato al cospetto di un manufatto che (quasi per intero) la smentiva. […]

Dettagli non secondari dicono che la Luce costerà 550mila euro, più o meno quanto un ospedale in Namibia. Che avrà quattro motori elettrici, uno per ruota, per un totale di 1050 cavalli. Una accelerazione da 0 a 100 in 2 secondi. E una autonomia di 530 chilometri. Il che mi ha dissuaso dall’idea di comprarla, visto che andando qualche volta da Roma a Milano, arriverei solo a Binasco, prima della seccatura di chiamare il carro attrezzi.


Le ultime notizie sui dem americani


(di Michele Serra – repubblica.it) – Jill Biden, in una intervista alla Cbs, racconta lo sgomento provato durante la disastrosa sfida televisiva tra suo marito Joe Biden e Donald Trump. Quello che la signora Biden non dice, e che da allora ci domandiamo in tanti, è come sia stato possibile arrivare a quella candidatura suicida.

La condizione poco brillante di Biden era sotto gli occhi di tutti: possibile che solo lo stato maggiore del partito democratico non si fosse accorto del problema? Per quali meccanismi di folle autoconservazione, o di irresponsabile cecità, il partito democratico permise, o accettò, o volle che un ottuagenario con segni evidenti di logoramento, e di fragilità intellettuale, potesse ricandidarsi al governo del Paese più ricco, più potente e più armato del mondo?

Quel duello (anche per l’età avanzata e il basso calibro culturale ed etico dell’altro protagonista, Trump) aveva qualcosa di funebre: come se annunciasse l’agonia di una democrazia, di un sistema di rappresentanza così malconcio da non avere nulla di meno scadente da offrire. Non un errore “ordinario”, ma una specie di fine corsa. Un vecchio maschio logoro contro un vecchio maschio criminale. E Kamala Harris, dopo il ritiro di Biden, troppo debole per risalire la corrente.

Da allora leggiamo frequenti rassicurazioni sulla natura solida e non compromessa della democrazia americana. E seguiamo con speranza e un poco di ansia le ultime notizie sullo stato di salute dei dem americani. Quanto ai repubblicani, per loro nessuna ansia. Pare che in grande maggioranza siano contenti di Trump: dunque di loro stessi.