
(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Bruxelles, capitale d’Europa, è un mosaico di microcosmi politici, ideologici, nazionali, etnici che raramente si incontrano. Rispecchia l’Europa delle patrie che pochi ponti ha costruito. Nel periodo in cui lavoravo come ambasciatrice in Belgio, ho cercato di mettere in comunicazione belgi, italiani, diplomatici, burocrazia europea. La prassi invece è che gli italiani si incontrino tra italiani, i belgi tra belgi , i tedeschi tra tedeschi, i diplomatici tra diplomatici, i burocrati tra burocrati. Ciascuno parla la sua lingua, mai si affaccia al pensiero dell’altro.
[…] È quanto accade in Italia, dove raramente è possibile discutere in un quadro di vero pluralismo democratico. È ammesso un dibattito con linee rosse invalicabili. Si deve negare il genocidio, i nessi tra capitale finanziario e guerre occidentali, negare che il terrorismo in Europa sia stato prevalentemente sunnita e gestito da servizi segreti occidentali, si deve considerare Hamas un’organizzazione terroristica e Hezbollah pure, anche se è risaputo che esse siano nate soprattutto come organizzazioni per la liberazione di un popolo sotto occupazione; bisogna opporre le democrazie (liberali, tendenti all’autoritarismo) alle autarchie e dire tutto il male possibile di Putin, criticare Trump ma esprimere fiducia nei Dem; considerare la politica economica e l’analisi internazionale scienze neutre, non legate all’equilibrio di poteri all’interno degli Stati e tra di essi e via dicendo in un pensiero castrato e pappagallesco. Si cerca di ragionare, ci si rivolge ai cantori dell’Occidente e delle sue mistificazioni, si pongono domande razionali che smantellano le tesi propagandistiche, ma il giorno dopo gli stessi ritornano a inventare la realtà, a sconfiggere la Storia. Hanno letto le critiche, le domande, sono consapevoli delle contraddizioni, ma – come Trump – sanno che la narrativa può inventare la realtà. Tutti vivono come nei social in compartimenti standard, rinforzando la loro visione del mondo. Il noi e il loro prevale. Noi occidentali contro il resto del mondo, ma noi italiani diversi dai francesi, noi liberali ed europeisti diversi dai populisti ecc.
[…]
Questi processi non avrebbero potuto prendere piede senza una sistematica distruzione della cultura e della razionalità. I social e i talk show, che prediligono il pensiero contratto, odiano l’approfondimento, oppongono slogan alla complessità, sono gli strumenti adatti al degrado culturale e al governo dei sudditi da parte delle lobby. La normalizzazione delle guerre di aggressione contro la Palestina, il Libano e l’Iran convive con la demonizzazione dell’invasione di Putin dell’Ucraina. Inutile spiegare le similarità tra l’accerchiamento della Russia e quello dell’Iran, l’identico attacco a paesi colmi di materie prime necessarie al capitale finanziario in declino, a nulla vale ricordare che la classe Epstein, autrice del genocidio in Palestina, è la stessa che si considera avvocato dei diritti umani del popolo ucraino che sta condannando allo sterminio. Non serve portare argomenti razionali per stigmatizzare le menzogne relative alla minaccia russa per l’Europa o iraniana per la bomba nucleare. Inutile portare i dati concreti sull’influenza della lobby americana di Israele sui media e sulla politica statunitense e in parte europea. Il compartimento standard funziona a meraviglia. Imperterriti in tv e nei giornali, inventano il loro catechismo e a furia di ripeterlo tante brave persone sono convinte che tanti ucraini muoiano per la libertà da un nemico pronto a invaderci, oppure che Israele sia forzato a commettere un genocidio e ad aggredire i vicini per difendersi. […]
Che fare quando l’accademia, la diplomazia, la politica, il giornalismo, con poche sfumature diverse, ci bombardano con gli stessi assiomi mai dimostrati? Si aprono i giornali e si scopre che l’ambasciatore russo è stato convocato alla Farnesina. Sono tutti furiosi contro un anchor man russo per i suoi attacchi pesanti alla Meloni e le sue critiche a Mattarella. Il quale può paragonare la Federazione russa alla Germania nazista, Di Maio può chiamare Putin animale, per non parlare delle ingiurie di Biden, della Kallas e di Von der Leyen che tra l’altro dichiarano apertamente di voler smembrare la federazione russa. Tutto questo va bene, ma se un personaggio televisivo insulta la Meloni si ammonisce l’ambasciatore. Forse i conduttori tv russi non lavorano per il Cremlino né per un partito come quelli di Tv Sette. Immagino come sia rimasto esterrefatto l’ambasciatore, convocato d’urgenza non per un nodo diplomatico, ma per ottenere la censura governativa di un giornalista popolare. Si guardano bene dal resuscitare la diplomazia per comprendere le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di Mosca, ma riprendono i contatti diplomatici per zittire una tv russa. La situazione è grave, ma non seria.
«Coprimi le spalle e sarai protetto»: a Report l’audio della telefonata in cui Zampolli rivela il «patto» con Melania Trump. «Qualunque cosa succeda sarai protetto» avrebbe detto la futura First Lady all’imprenditore amico del presidente duranta una chiamata. L’anticipazione della puntata di Report di domenica 26 aprilre

(di Monica Ricci Sargentini – corriere.it) – «Coprici le spalle». È la frase al centro dell’audio del 2017 ottenuto in esclusiva da Report per Rai3 che svela un presunto patto tra Paolo Zampolli e Melania Trump alla vigilia delle elezioni americane. Nella registrazione che la trasmissione accompagna con immagini e materiali video, l’inviato speciale di Donald Trump, ignaro di essere registrato, ricostruirebbe una conversazione in cui la futura first lady gli avrebbe chiesto sostegno («you have our back») in cambio di protezione dopo la conquista della Casa Bianca.
L’audio non è un elemento isolato. Nell’inchiesta firmata da Sacha Biazzo, la telefonata si inserisce in un racconto più ampio fatto di interviste, documenti e confronti diretti con lo stesso Zampolli, ripreso e incalzato dalle domande del giornalista. Il programma ricostruisce un sistema di relazioni che ruota attorno alla sua figura, toccando il contesto internazionale emerso dai cosiddetti Epstein files, il mondo della diplomazia caraibica e una serie di vicende controverse che negli anni lo hanno accompagnato.
Tra i passaggi centrali, le testimonianze dell’ex compagna Amanda Ungaro, che parla esplicitamente di un «patto» con Melania Trump, e il racconto di Victoria Drake, che accusa Zampolli di violenza sessuale, supportata, secondo la trasmissione, da documentazione medica. Il servizio dà conto anche della posizione dell’interessato, che respinge tutte le accuse e dichiara di essere vittima di un tentativo di estorsione.
L’inchiesta affronta inoltre il capitolo dei rapporti con Jeffrey Epstein e il contesto più ampio descritto da alcune fonti come una rete di relazioni e potere che attraversa politica, affari e intelligence. In questo quadro, la telefonata diventa il punto di raccordo tra testimonianze e ricostruzione giornalistica.
Zampolli contesta l’intero impianto. «È falso, generato dall’intelligenza artificiale», afferma, mettendo in dubbio non solo il contenuto ma la natura stessa della registrazione.
Il nodo diventa quindi tecnico oltre che politico. L’autenticità dell’audio potrà essere verificata solo attraverso un’analisi forense: metadati, continuità del segnale, eventuali tracce di editing. Un passaggio cruciale, anche considerando che nel 2017 strumenti di manipolazione vocale esistevano, pur essendo meno diffusi rispetto a oggi.
Alla smentita Zampolli affianca una controffensiva legale. In una denuncia-querela presentata ieri alla Procura di Roma parla di «campagna diffamatoria internazionale» e di richieste di denaro fino a 650 mila dollari, che definisce estorsive.
Nelle comunicazioni con le autorità americane il Rappresentante speciale degli Usa per le partnership globali segnala inoltre di essere stato vittima di un «sofisticato scherzo» costruito con informazioni sensibili e di aver collaborato con l’Fbi.
Sui social rilancia la sua posizione: afferma di aver presentato una segnalazione formale all’Fbi e di aver consegnato nuove prove, parlando di «cinque procedimenti penali in diverse giurisdizioni» e di uno schema coordinato. E insiste su un punto: i contenuti generati con intelligenza artificiale «non si creano da soli» e lasciano tracce e che ogni elemento verrebbe ricostruito nelle sedi giudiziarie.
Il confronto resta aperto. Da una parte un’inchiesta che mette insieme audio, video, testimonianze e documenti. Dall’altra una difesa che contesta la prova chiave e parla di manipolazione.
È su questo terreno che si gioca la partita: non solo sui fatti, ma sulla loro autenticità. In un contesto in cui la distinzione tra registrazione e costruzione è sempre più difficile da tracciare e in cui sarà decisivo capire non solo cosa si sente, ma da dove arriva.

(Dott. Paolo Caruso) – Sono trascorsi ottantuno anni da quel 25 aprile 1945, data storica in cui l’Italia ritornava a essere libera dalla oppressione della dittatura fascista che tanti lutti e sangue aveva provocato nel nostro Paese. Oggi ricorre la giornata celebrativa di quell’ evento che ben rappresenta la storia di un popolo, e i valori di libertà a cui devono specchiarsi le giovani generazioni. A ridosso di questa data la kermesse politica si profila sempre più accesa in quanto la destra meloniana, che affonda le sue radici nel fu Movimento Sociale di cui conserva simbolo e animo, stenta ancora a farsi riconoscere emblematica dell’antifascismo. In questi ultimi anni con l’ avanzata delle destre ( sovranisti, estrema destra ) in Europa e anche nel nostro Paese, spinte da insoddisfazione sociale, crisi economica, è d’obbligo, ricordando il passato, essere vigili e resistere agli effluvi che olezzano di cloaca fascista. La Costituzione italiana che prende origine proprio dall’ antifascismo è il bersaglio da picconare della Meloni e dei ” fratelli “. I pesi e contrappesi che regolano la vita democratica di un Paese, i giornalisti e i magistrati le sono indigesti. Sono proprio le sue radici ideologiche a orientare la politica della Nazione verso una democrazia illiberale. Il 25 aprile, data simbolo della Resistenza, che coincise con l’inizio della ritirata delle truppe naziste e dei fascisti dalla repubblica di Salò, con la ribellione delle popolazioni e l’intensificarsi delle lotte partigiane contro l’oppressore, rappresenta un momento buio per l’ Italia che sfociò in una guerra civile sanguinosa. E’ la festa in cui si celebra la Resistenza alla barbarie nazifascista, la liberazione dalla dittatura e la ricostruzione di un Paese avviato verso un contesto di democrazia e libertà. Questa ricorrenza deve farci riflettere quanto grandi e illuminati siano stati i politici di allora, comunisti, cattolici, azionisti, repubblicani, anarchici, che sacrificarono parte delle loro idee per il bene comune e per il ripristino delle più basilari regole di libertà. Si tratta di un passaggio di grande importanza per la storia d’Italia, uno hiatus tra il periodo buio della dittatura fascista e l’inizio di una nuova vita di libertà, un periodo di riscatto civile, di vera rinascita morale e economica. Ancora oggi purtroppo rigurgiti del “ventennio” tendono a oscurare tale ricorrenza e anche uomini delle Istituzioni della destra meloniana fanno di tutto per sminuire e riscrivere la storia sul 25 aprile. Del resto il Presidente del Senato La Russa vorrebbe accomunare in questa ricorrenza che profuma di libertà i caduti partigiani ai ” repubblichini di Salò” occultandone il vero significato. I saluti romani, e i cimeli fascisti in suo possesso, si integrano perfettamente nel contesto politico attuale, dove ipocrisia, silenzi e mezze verità della Premier riaccendono la polemica fascismo antifascismo. Resistere a questa destra oscurantista che vorrebbe riportare indietro le lancette della storia è d’obbligo. Il merito, la giustizia sociale, il salario minimo, il riscatto della dignità del lavoro, l’emergenza climatica, non rappresentano le priorità del governo Meloni, mentre rimane aperta la scelta bellicista. Le speranze di allora trovano spazio negli ideali di tanti giovani, nelle manifestazioni popolari, nella difesa della Costituzione e della libertà, mentre la fiducia nei partiti viene meno rimanendo solo una cartolina ingiallita dal tempo, una realtà offuscata dal deserto valoriale e dove nel vuoto della politica trova spazio sempre più la lotta per il potere.
Il 7 e 8 luglio del 2026, al vertice Nato di Ankara, Meloni dovrà finalmente dire se aumenteremo le spese militari come abbiamo promesso a Trump, o se useremo quei soldi per sostenere famiglie e imprese impoverite dal blocco dello stretto di Hurmuz.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – 7 e 8 luglio 2026. Cerchiate in rosso questi due giorni sul calendario, perché succederanno cose interessanti, e molti nodi verranno al pettine.
In quei giorni i capi di Stato e di governo dei Paesi Nato si incontreranno ad Ankara, nell’annuale vertice dell’Alleanza Atlantica. Il primo, dopo lo scoppio della guerra in Iran. E, per quanto ci riguarda, il primo dopo la grande, presunta, rottura tra Donald Trump e Giorgia Meloni.
Facciamo un passo indietro. Quasi anno fa, nell’analogo vertice Nato dell’Aja, del 25 giugno 2025, Trump chiese e ottenne che i Paesi europei aumentassero significativamente la spesa militare, fino al 5% del PIL.
L’Italia, per la cronaca, è ferma all’1,6%. Contati male, promettemmo 70 miliardi di euro in più di spesa militare al nostro “amico” americano. Quel giorno peraltro Meloni difese la sua scelta, parlando di “spese necessarie per rafforzare la nostra difesa e la nostra sicurezza, risorse che servono a mantenere questa Nazione forte come è sempre stata”.
Aggiunse anche, cerchiate in rosso pure questa frase, che non avrebbe tolto “nemmeno un euro dalle priorità del governo e dei cittadini italiani”.
Perché questa frase, semplicemente, non è più vera. Il governo, infatti, non è riuscito a uscire dalla procedura d’infrazione e non può più scorporare le spese della difesa dal deficit. E quindi, tradotto, quei 70 miliardi in più da spendere in armi toccheranno eccome le tasche degli italiani.
La dico meglio: ogni euro in più speso in armamenti, sarà un euro in meno speso in sanità, scuola, aiuti a famiglie e imprese.
Che si fa, quindi?
Fino al 7 e 8 luglio, Meloni potrà dire e fare quel che vuole. Ma in quei due giorni i nodi verranno al pettine.
Se di fronte a Trump avrà la forza di dire no all’aumento delle spese militari, dovrà spiegare a lui perché quelle spese erano necessarie un anno fa e ora non lo sono più, visto che nessuna guerra è finita e anzi ne è appena cominciata un’altra.
Se invece gli dirà di sì, dovrà spiegare a noi come farà a mantenere la promessa senza levare un euro dalle tasche degli italiani.
E se sceglierà di farlo sforando il patto di stabilità da lei stessa firmato e difeso il 20 dicembre 2023, meno di due anni e mezzo fa, dovrà renderne conto ai suoi alleati europei, quelli con cui adesso si fa ritrarre, dopo la sua presunta “rottura” con Trump. E ai mercati, che finora hanno premiato il rispetto delle regole contabili dal governo italiano, tenendo basso lo spread.
Ecco: fino a pochi mesi – come passa il tempo – si elogiava Meloni per la sua capacità di stare in equilibrio tra gli Usa e l’Europa, tra il sovranismo e il rigore di bilancio.
Il 7 e 8 luglio, finalmente, dovrà scegliere da che parte stare. E finalmente capiremo, dopo quattro anni di governo, da che parte sta Giorgia Meloni.
La presidente della Regione Todde (M5s) ha spiegato a Fanpage.it quali saranno i prossimi passi del suo governo in Sardegna, parlando dei problemi dell’isola, dei provvedimenti adottati negli ultimi mesi, su rinnovabili, transizione energetica, salario minimo e sanità.

(di Domenico Mussolino – fanpage.it) – A poco più di due anni dall’elezione a presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde ha raccontato a Fanpage.it quali sono gli ultimi provvedimenti adottati dal governo isolano e ha fatto il punto sui temi caldi dell’attualità, a partire dall’energia, passando per il salario minimo, fino alla sanità. La governatrice (prima donna nella storia della Sardegna a ricoprire l’incarico) ha traccia la tabella di marcia che seguirà la sua giunta per i prossimi mesi.
La Sardegna ha impugnato dinanzi alla Corte costituzionale la legge nazionale sulle aree idonee per le fonti rinnovabili. Cosa contestate e qual è la situazione nell’isola?
Abbiamo deciso di impugnare in Corte Costituzionale la nuova legge sulle aree idonee voluta dal governo Meloni. Una norma che scavalca le nostre competenze statutarie, ignora la copianificazione, preferisce automatismi e riduce la Regione a semplice esecutrice di decisioni prese altrove. Noi una legge regionale sulle aree idonee l’abbiamo già scritta e stiamo ovviamente lavorando per perfezionarla accogliendo i rilievi della Corte. Ma come ho già detto, la sentenza non ha rimosso il nodo politico che la Sardegna ha posto, anzi lo ha reso più evidente. La transizione energetica è necessaria, ma non può trasformarsi in un esproprio del governo del territorio. Siamo favorevoli alle rinnovabili, ma dentro regole certe, equilibrio territoriale e tutela del paesaggio, dell’ambiente e delle prerogative del nostro Statuto speciale. Difendere queste competenze non è un gesto simbolico. È un dovere istituzionale verso l’isola. La nostra legge 20 nasceva esattamente da questa esigenza: mettere ordine, definire criteri chiari, difendere un territorio che non può essere considerato uno spazio vuoto disponibile a qualsiasi intervento, deciso altrove. In Sardegna la situazione è molto chiara. Noi abbiamo investito quasi 1 miliardo di euro sulla transizione ecologica, tra le Regioni più virtuose, mettendo al centro l’autoconsumo e le comunità energetiche. Senza dimenticare che il costo dell’energia è storicamente una zavorra per la manifattura sarda. Per questo abbiamo messo a disposizione delle imprese decine di milioni di euro per efficientamento energetico, fotovoltaico e sistemi di accumulo, arrivando a garantire contributi fino al 65%. È una misura che abbassa direttamente uno dei principali costi fissi di chi produce qui.
Negli scorsi giorni è tornato d’attualità il tema delle servitù militari, per una proposta di legge presentata da Fdi. Voi vi siete mossi subito e la proposta di legge è stata ritirata. Che cosa contestavate?
Il ritiro dalla commissione parlamentare della proposta di legge sulle servitù militari segna una vittoria importante per la Sardegna. Per mesi abbiamo denunciato con forza l’ennesimo tentativo di colpire la Sardegna attraverso un provvedimento – sostenuto da una parlamentare di Fdi – che rischiava di ridimensionare in modo significativo le competenze regionali in materia ambientale, soprattutto nei territori interessati da servitù militari. Qualsiasi iniziativa legislativa che punti a depotenziare le competenze regionali non può essere accettata. Quel testo avrebbe ridotto il ruolo della Regione nella tutela ambientale e nella pianificazione del territorio, proprio in aree già segnate da un peso storico che la nostra Isola continua a sopportare. Per questo la risposta è stata ferma. Ed è stato importante vedere, su una questione così delicata, una convergenza larga nella difesa degli interessi della Sardegna. Ci sono battaglie che vengono prima degli schieramenti politici, che è giusto combattere. Quando i sardi si uniscono per tutelare la propria terra e la propria autonomia, si vince.
Uno dei provvedimenti approvati nelle scorse settimane è il salario minimo di 9 euro all’ora. Come pensate di far rispettare la soglia?
Lo scorso 8 aprile è stata una giornata importante per la Sardegna. Il Consiglio regionale ha approvato una legge che introduce una soglia minima di 9 euro l’ora negli appalti pubblici e nelle concessioni, rafforzando tutele, diritti e dignità per migliaia di lavoratrici e lavoratori. È una legge fortemente voluta dal M5S, e sostenuta da tutte le forze progressiste, che da sempre considerano il lavoro dignitoso un principio non negoziabile. Abbiamo portato avanti questa battaglia con determinazione, perché crediamo che nessuno debba essere costretto a lavorare senza garanzie adeguate o con salari insufficienti. Con questo provvedimento contrastiamo il dumping contrattuale, premiamo le imprese virtuose e introduciamo strumenti concreti per monitorare la qualità del lavoro. Offriremo formazione specialistica e strumenti pratici per la progettazione e la verifica degli appalti, aiutando le amministrazioni territoriali a gestire l’applicazione della nuova norma con efficienza. La Sardegna dimostra che si può scegliere da che parte stare: dalla parte dei diritti, della dignità e del futuro.
Un altro provvedimento molto importante è stata l’introduzione del reddito di studio. Abbiamo intervistato l’assessora Ilaria Portas che ci ha detto che dopo Pasqua ci sarebbe stato un incontro per perfezionare l’applicazione della norma. A che punto siamo?
Il Reddito di studio è una delle misure a cui teniamo di più perché afferma un principio semplice e potente. In Sardegna il diritto allo studio non deve fermarsi all’età, né alle condizioni economiche di partenza. Oggi siamo nella fase di costruzione dell’attuazione, che è quella decisiva. Stiamo lavorando per definire un impianto applicativo serio, chiaro e praticabile, in raccordo con tutti i soggetti coinvolti, perché una buona legge deve diventare una misura accessibile davvero. L’obiettivo è arrivare al prossimo anno scolastico e accademico con un meccanismo funzionante, capace di dare una risposta concreta a chi vuole completare o riprendere un percorso di studio.
Tema sanità. La Regione ha introdotto incentivi per i medici che aprono degli studi nelle zone disagiate. Come è stato accolto il bando?
Abbiamo pubblicato il bando per le sedi disagiate con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza primaria. Per noi garantire il diritto alla salute significa arrivare ovunque, anche nelle comunità più piccole. Il provvedimento è stato accolto con attenzione e con interesse, perché affronta una criticità reale che tante comunità vivono da anni. Noi abbiamo scelto di intervenire con un incentivo fino a 3.700 euro mensili per i medici di medicina generale che aprono un ambulatorio nelle sedi più difficili, per un periodo fino a due anni, dentro un accordo condiviso con tutte le sigle sindacali. I risultati sono evidenti: siamo passati da una carenza di 543 medici di medicina generale nel 2024 a 496 nel 2025. E il bando appena chiuso andrà a coprire ulteriori 82 sedi disagiate su 100 attualmente vacanti con altrettanti medici assegnatari. Contiamo nell’arco dei prossimi mesi di colmare interamente questo divario, in modo da non lasciare nessun territorio scoperto. Naturalmente nessuno pensa che basti un solo strumento a risolvere un problema così profondo, ma era necessario iniziare con un atto concreto. Ora la sfida è accompagnare questa misura con una strategia più ampia, insieme ai territori e ai sindaci, per rendere davvero attrattivo lavorare nelle aree interne e più fragili della Sardegna.
Quali saranno i vostri prossimi passi?
I prossimi passi saranno molto chiari. A partire dalla variazione di bilancio da 750 milioni, vogliamo concentrare le risorse su poche priorità forti e immediatamente riconoscibili dai cittadini. La prima è la sanità, soprattutto quella territoriale, perché il diritto alla cura deve valere anche nei paesi più piccoli e nelle aree interne. La seconda è il sostegno ai Comuni, che sono il primo presidio pubblico sui territori e troppo spesso vengono lasciati soli a gestire problemi enormi con strumenti insufficienti. La terza è il lavoro e la tenuta sociale, quindi misure capaci di proteggere famiglie, studenti, imprese e settori che stanno subendo i contraccolpi dei rincari. La quarta è una linea di sviluppo che tenga insieme innovazione, transizione e difesa degli interessi della Sardegna, senza subire decisioni prese altrove. Noi vogliamo usare questa fase per rendere visibile una scelta di governo precisa. Meno frammentazione, meno interventi spot, più direzione politica e più risultati concreti.
Un traguardo autoimposto trasformato in un fallimento autoinflitto a causa di un evitabilissimo errore del Mef nel controllo della spesa. Più che attaccare l’Istat, l’esecutivo deve prendersela con se stesso: sarebbe bastato spendere 600 milioni in meno

(di Luciano Capone – ilfoglio.it) – Il decimale di deficit, anzi la “seconda cifra decimale” come si precisa nel Dfp, che ha trasformato un possibile trionfo in un concreto fallimento è tutto opera del governo Meloni. Sul piano economico si tratta di una questione inesistente: un deficit al 3 per cento anziché al 3,1 per cento non avrebbe regalato alcun “tesoretto” da spendere dato che le regole europee prevedono un percorso pluriennale di aggiustamento che supera i vecchi parametri. Restare o uscire dalla procedura per deficit eccessivo non dà alcun bonus formale e neppure sostanziale, nel senso che i mercati non prezzano un rischio diverso per un decimale. Ma uscire dalla procedura d’infrazione è, a un certo punto, diventato un obiettivo del governo: il simbolo di una politica di bilancio “prudente”, come ripete il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha permesso dall’inizio della legislatura di ridurre il deficit da un abnorme 8,1 per cento a circa il 3 per cento. Quando nel corso del 2025, a causa di un aumento delle entrate, si è visto che il deficit sarebbe stato ben inferiore al 3,3 per cento inizialmente previsto, l’uscita dalla procedura d’infrazione con un anno di anticipo è diventato un risultato a portata di mano su cui ha puntato la comunicazione governativa.
Tanto che, nella legge di Bilancio, il governo aveva indicato il 3 per cento di deficit come target e, di conseguenza, l’uscita dalla procedura d’infrazione come risultato. Ma al Mef erano consapevoli che si trattava di un dato precario, visto che nel Dpfp di ottobre il deficit al 3 per cento era solo il frutto dell’arrotondamento di una stima del 3,04 per cento che, formalmente, neppure avrebbe consentito l’uscita dalla procedura d’infrazione (secondo le regole fiscali europee bisogna restare sotto la soglia: un pelo sopra, seppure al secondo decimale, non basta).
In ogni caso, una volta posta l’asticella politica al 3 per cento, il compito principale del governo e del Mef sarebbe dovuto essere quello di controllare la spesa più scrupolosamente del solito per evitare brutte sorprese, dato che una manciata di milioni avrebbero potuto far superare la soglia autoimposta come obiettivo. E invece no. Il paradosso è che, come certifica il governo nel Dfp, il 3,1 per cento è il risultato di un deficit al 3,07 per cento, ovvero 0,03 punti più del previsto: appena 600 milioni (598 per la precisione). Bastava davvero poco al governo per evitare di spararsi un colpo nei piedi.
Ma l’errore è molto più clamoroso di quanto possa apparire. Perché lo sforamento di appena 600 milioni è, in realtà, il prodotto di una spesa di 11,3 miliardi superiore alle stime tecniche della legge di Bilancio in gran parte compensata da entrate superiori al previsto pari a 10,7 miliardi. Se si escludono 4,7 miliardi di euro, dovuti alla rimodulazione del Pnrr che compaiono sia tra le entrate sia tra le uscite, resta una differenza di circa 6 miliardi di maggiori entrate e 6,6 miliardi di maggiori uscite. Queste ultime, sostiene il governo nel Dfp, sono dovute in larghissima parte dovute all’ennesimo aumento imprevisto della spesa per il Superbonus che è costato altri 8,4 miliardi di euro. Questo vuol dire che il mancato controllo della spesa da parte del Mef non è stato di 600 milioni, bensì undici volte maggiore. L’errore di previsione è stato in buona parte compensato da un altrettanto inaspettato aumento delle entrate, derivanti soprattutto da imposte dirette e contributi (5 miliardi insieme). Eppure non è servito a raggiungere il traguardo, perché l’extraspesa ha corso più veloce dell’extragettito.
Fa quindi un poco sorridere la polemica di Giorgia Meloni nei confronti dell’Istat, colpevole secondo la premier, di sottostimare il pil nominale: “Per centrare l’obiettivo [del 3 per cento] – dice Meloni – sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di pil in più rispetto ai 2.258 miliardi di Pil per il 2025 al momento stimati dall’Istat. Il paradosso è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo. Con buona probabilità, questo accadrà anche per il 2025, rivelandosi una beffa per l’Italia e per gli italiani”. Non si capisce bene il punto della polemica, dato che la stima del pil nominale del Mef contenuta nella legge di Bilancio coincide grossomodo con quella attuale dell’Istat.
Ma l’aspetto paradossale è un altro: i 20 miliardi in più di pil nominale invocato da Meloni sono il numero magico che consente di far scendere il rapporto deficit/pil dal 3,07 per cento (e quindi 3,1) al 3,04 per cento (e quindi 3). In questo senso, hanno lo stesso valore matematico di 600 milioni di spesa in più: ma è proprio la falla nelle previsioni delle uscite che ha fatto saltare i conti al governo. In pratica, invece di reclamare non si sa su quali basi 20 miliardi in più di pil nominale, sarebbe bastato spendere 600 milioni in meno. In sostanza, il governo avrebbe raggiunto comunque l’obiettivo se solo l’errore di previsione della spesa fosse stato un decimo più piccolo. Così il traguardo autoimposto è diventato un danno autoinflitto. Chi è causa del suo male pianga se stesso.
I droni russi sui cieli del Belgio? Nessuna prova, ma l’emergenza fu cavalcata per acquistare armi senza gara. Altro che propaganda russa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – È bastato gridare “mamma li russi”, mentre nei cieli del Belgio spuntavano droni come cavallette. Era l’autunno del 2025 quando le segnalazioni di presunti avvistamenti di velivoli nemici si susseguivano con frequenza preoccupante. Peccato che non ci fossero prove per affermarlo. È la conclusione di un’inchiesta giornalistica realizzata dalla trasmissione Pano, della tv pubblica fiamminga, che ha invece dimostrato come i presunti droni russi fossero per lo più aerei civili, elicotteri della polizia, luci di aeroplani cargo o semplici lampioni.
Ci sarebbe da ridere se la vicenda non avesse avuto un risvolto decisamente meno comico. La (falsa) emergenza droni, infatti, spinse il governo belga all’acquisto di sistemi di difesa anti-aerea per circa 50 milioni di euro. Il tutto, sfruttando la procedura d’urgenza prevista dalla Nato, senza passare da un ordinario bando di gara. Ma non è tutto. L’inchiesta di Pano ha anche acceso un faro su presunte sovrafatturazioni e possibili favoritismi. Dubbi che hanno portato all’apertura di un’indagine penale per “ostacolo alle procedure di gara pubbliche” e “corruzione pubblica”.
Il ministro della Difesa Francken si difeso ribadendo che “i droni c’erano di sicuro” e che la procedura d’urgenza fosse più che giustificata. Ma ha ammesso di aver diffuso alcune immagini che mostravano un elicottero della polizia anziché un drone. E poi ci preoccupiamo della propaganda del Cremlino. Forse sarebbe il caso di iniziare a guardare in casa nostra.

(ANSA) – Gli hacker del governo cinese utilizzano sistematicamente vaste reti di dispositivi compromessi, come router domestici e frigoriferi intelligenti, per sferrare attacchi informatici contro le infrastrutture nazionali e le istituzioni democratiche occidentali. E’ quanto riporta il Financial Times citando un gruppo di importanti agenzie di intelligence, tra cui quelle dei Paesi membri del gruppo di condivisione di intelligence Five Eyes.
Si tratterebbe di un “cambiamento radicale” nelle tattiche informatiche cinesi che ha reso gli hacker di Pechino più difficili da identificare e più efficaci nei loro tentativi di sottrarre segreti e compromettere servizi pubblici.
“L’uso di reti occulte costituite da dispositivi compromessi – note anche come botnet – per facilitare attività informatiche dannose non è una novità, ma gli attori informatici legati alla Cina le stanno ora utilizzando in modo strategico e su larga scala”, ha affermato il Centro nazionale per la sicurezza informatica del Regno Unito.
Proposta anche la revisione della posizione statunitense in merito alle rivendicazioni del Regno Unito sulle Isole Falkland contese con l’Argentina

(di Andrea Lanzetta – tpi.it) – Il Pentagono ha cominciato a valutare una serie di opzioni a disposizione degli Stati Uniti per sanzionare gli alleati della Nato che non hanno sostenuto la guerra scatenata da Washington e da Israele contro l’Iran, tra cui la sospensione della Spagna e una revisione della posizione statunitense in merito alle rivendicazioni del Regno Unito sulle Isole Falkland contese con l’Argentina. L’indiscrezione, pubblicata in esclusiva dall’agenzia di stampa britannica Reuters sulla base di un’e-mail interna e delle dichiarazioni di un funzionario del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, mostra la frustrazione dell’amministrazione Trump nei confronti degli alleati europei.
Opzioni americane
L’e-mail interna al Pentagono, ha spiegato a Reuters un anonimo funzionario statunitense, delineano le proposte politiche per la Casa bianca contro la presunta riluttanza o il rifiuto di alcuni alleati di concedere agli Stati Uniti i diritti di accesso, di base e di sorvolo del proprio territorio per le operazioni militari contro la Repubblica islamica, definiti “il punto di riferimento assoluto per la Nato”, Opzioni che, ha aggiunto la fonte citata dall’agenzia di stampa britannica, stanno già circolando ai più alti livelli del Pentagono. Tra queste figura persino la sospensione dei Paesi considerati “difficili” dalle posizioni più importanti e prestigiose all’interno dell’Alleanza atlantica, con l’obiettivo di “ridurre il senso di supponenza acquisita da parte degli europei”. Il memo citato includerebbe persino una riconsiderazione del sostegno diplomatico statunitense ai “possedimenti imperiali” europei, come le Isole Falkland contese tra il Regno Unito e l’Argentina, oggetto di una guerra costata la vita, nel 1982, a circa 650 soldati di Buenos Aires e a 255 militari britannici e conclusasi con la vittoria di Londra. Non è chiaro invece se tra le proposte contenute nel documento figuri anche il ritiro di parte delle truppe statunitensi dal Vecchio continente.
Il futuro dell’Alleanza
Prima le minacce contro la Danimarca per ottenere la Groenlandia e poi la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno sollevato seri dubbi sul futuro della Nato. Per la prima volta dopo 77 anni di storia infatti un presidente degli Stati Uniti non solo ha ventilato la possibilità di non intervenire in aiuto degli Alleati europei in caso di attacco, ma ha persino annunciato di stare valutando la possibilità di ritirarsi dal Patto atlantico. Un’ipotesi però che, secondo la fonte citata da Reuters, non è contemplata nell’e-mail circolata ai piani alti del Pentagono.
Gli alleati europei hanno rifiutato di unirsi alla campagna di bombardamenti lanciata il 28 febbraio scorso da Usa e Israele contro l’Iran e di partecipare a una missione navale che contribuisse a garantire la libera navigazione nello Stretto di Hormuz, minacciata da Teheran dopo l’attacco israelo-statunitense.
Regno Unito, Francia, Germania, Italia e altri Stati membri dell’Alleanza hanno chiarito a Washington che aderire al blocco navale statunitense equivarrebbe a entrare in guerra contro la Repubblica islamica. Poi però Londra, Parigi, Berlino e Roma si sono dette disponibili, a guerra finita, a inviare una missione navale nello Stretto di Hormuz. Molti intanto, come il Regno Unito e la Germania, hanno continuato a fornire le proprie basi per lo spostamento delle truppe statunitensi in Medio Oriente. La Spagna invece ha negato agli Stati Uniti il sorvolo del proprio spazio aereo e l’uso della base navale di Rota e di quella aerea di Morón per attaccare l’Iran.
Le reazioni
“Come ha affermato il presidente Trump, nonostante tutto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto per i nostri alleati della Nato, loro non sono stati al nostro fianco”, ha commentato all’agenzia di stampa britannica il portavoce del Pentagono Kingsley Wilson. “Il dipartimento della Guerra garantirà che il Presidente disponga di opzioni credibili per assicurare che i nostri alleati non siano più una tigre di carta e che facciano invece la loro parte”. “Non si può parlare di una vera alleanza se ci sono Paesi che non sono disposti a sostenerti quando ne hai bisogno”, ha affermato all’inizio di aprile in conferenza stampa il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth.
“Non ci basiamo sulle email. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative, in questo caso degli Stati Uniti”, ha commentato invece il premier spagnolo Pedro Sánchez, prima di partecipare al Consiglio dell’Unione europea a Cipro.
La decisione dopo relazione degli ispettori inviati dal ministero dell’Istruzione. A denunciarlo è l’Unione sindacale di base che ha organizzato per il 4 maggio un sit-in di protesta

(di Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – A nulla sono valse le lettere di 126 colleghi docenti su 155 e quella di 107 genitori al preside dell’istituto Mattei di San Lazzaro di Savena, Roberto Fiorini, e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per difendere la professoressa che a dicembre aveva organizzato la partecipazione di alcune sue classi a un webinar con Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. In queste ore – a seguito della relazione degli ispettori inviati dal ministero dell’Istruzione – l’insegnante è stata colpita da una procedura disciplinare.
A denunciarlo è l’Unione sindacale di base che ha organizzato per il 4 maggio un sit-in di protesta davanti alla sede dell’Iis di San Lazzaro di Savena in via delle Rimembranze. L’oggetto della contestazione – secondo quanto riporta l’organizzazione sindacale – è quello di aver stipulato un rapporto giuridico organizzativo con l’associazione “Docenti per Gaza” che ha promosso il webinar in modalità completamente gratuita.
“Se la contestazione di addebito disciplinare – spiega l’Usb – da un lato riconosce la correttezza della progettualità didattica della docente, a cui non viene imputato nulla relativamente ai contenuti e agli aspetti didattici, quel che le viene contestato è invece di non aver letteralmente chiesto il permesso al dirigente scolastico per lo svolgimento di una attività che normalmente, ovunque e da sempre, rientra nelle scelte dell’insegnante che delibera le proprie azioni nelle more della libertà di insegnamento ovvero dei principi sanciti dalla Costituzione della Repubblica”.
Dopo mesi di silenzio, il dirigente scolastico ha avviato a fine anno scolastico la procedura per l’addebito disciplinare. Sul caso erano intervenuti anche i genitori con una lettera pubblica indirizzata al Quirinale. Nella missiva – spedita anche al ministero dell’Istruzione e del Merito e alla cittadinanza – i genitori scrivevano: “Ci sentiamo in dovere di esprimere profonda solidarietà a tutte quelle docenti e quei docenti che quotidianamente lavorano insieme alle nostre figlie e ai nostri figli, per insegnare loro a trovare i criteri e le parole per saper dire e valutare il mondo, in tutti i suoi molteplici aspetti, e per metterli in grado di soppesare gli eventi che vi accadono attraverso lo scambio di libero pensiero plurale e l’apporto di riflessione critica”.
Fiorini, invece, non fa una piega e all’edizione bolognese di La Repubblica dice: “Dopo l’ispezione viene fatto rapporto all’Ufficio scolastico regionale. Se la sanzione è ridotta, come un richiamo scritto, spetta al dirigente commutarla. In qualunque luogo di lavoro, tanto più nel servizio pubblico, i contratti di fornitura di servizi da parte di esterni privati, anche a titolo gratuito devono essere accesi dal dirigente responsabile”. Una “punizione”, quindi, che sembrerebbe essere data per un cavillo burocratico.
Inutile girarci attorno: Giorgio Mottola è finito nel mirino per le sue inchieste di ieri e di oggi

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – Giorgio Mottola, inviato della trasmissione Report, è uno dei cronisti più seri e rigorosi che si possano incontrare nel panorama giornalistico nazionale. Non fa sconti a nessuno e indaga a tutto campo alla ricerca dei buchi neri che inghiottono tanta parte della Costituzione, delle istituzioni, della Repubblica. A lui si debbono decine di inchieste su malaffare, mafie, collusioni, rigurgiti neofascisti. Da sempre è nel mirino di chi non vuole trasparenza, giustizia e verità.
Adesso la Rai avrebbe deciso di non pagare la sua inchiesta sulle relazione tra Fratelli di Italia e il clan Senese, come testimoniano documenti, foto, intrecci, documenti, pubblicati da quei media che non vivono genuflessi davanti alla presidente e alla su corte, tra questi non pochi dirigenti della Rai. Tutta la storia è emblematica e paradossale.
Intanto apprendiamo che un cronista come Mottola viene pagato di volta in volta, magari dopo aver giudicato la sua inchiesta. Dal momento che non sono del tutto stupidi hanno cercato di giustificare la cosa sostenendo che stanno valutando possibili lesioni contrattuali, determinate dall’annuncio preventivo dato da Giorgio Mottola al Fatto e al festival di giornalismo di Perugia. Motivazioni inconsistenti e inesistenti. Da sempre le inchieste vengono annunciate con qualche giorno di anticipo, non solo a Report, quale sarebbe la violazione?
Mai come in questo caso la scelta sarebbe legittimata dal forte impatto della inchiesta e dalla sua indubbia rilevanza sociale e pubblica, come previsto dalle sentenze della Corte europea. Dal momento che si parla di possibili violazioni contrattuali, potremmo sapere quali provvedimenti stiano stati assunti nei confronti di quei collaboratori, da Barbareschi a Cerno, che hanno più volte attaccato Sigfrido Ranucci e la sua trasmissione, nonostante l’esplicito divieto previsto nelle clausole contrattuali previste per i collaboratori?
Inutile girarci attorno: Giorgio Mottola è finito nel mirino per le sue inchieste di ieri e di oggi. Questa Rai tornerà ad essere credibile solo quando premierà i Mottola per aver difeso le ragioni del servizio pubblico e manderà a casa chi ha deciso di trasformarla in “Telemeloni”.
La defenestrazione di Cingolani frutto di un eccesso di autonomia. Vicino a Crosetto, in rotta con Chigi e gli americani. Pesa l’europeismo nel pieno dell’idillio Trump-Meloni

(Carlo Tecce – lespresso.it) – La premessa è lunga. Adesso che il governo di Giorgia Meloni ha decretato sconfitti e vincitori in Leonardo – e lo ha fatto con le nomine che hanno rovesciato il sistema di potere che lo stesso governo di Giorgia Meloni ha impiantato appena tre anni fa – è parecchio istruttivo orientarsi fra gli svarioni o presunti tali dell’amministratore delegato uscente Roberto Cingolani e le aspirazioni dell’amministratore delegato entrante Lorenzo Mariani.
Orientarsi non è semplice con i veleni che si aggirano dalle parti di piazza Monte Grappa e la baraonda di furbastri che si affretta a umiliare gli sconfitti per omaggiare i vincitori. Il governo ha bocciato Cingolani e il suo gruppo per ragioni prettamente politiche supportate da altre ragioni prettamente industriali.
Le prestazioni finanziarie di Leonardo sono molto positive, e si fatica a immaginarsi il contrario in un mondo che si nutre di guerre e si sfama con le armi. Nel suo triennio, punteggiato di conflitti in Ucraina e poi in Medio Oriente, Cingolani ha migliorato i principali indicatori di bilancio: ricavi, che si fermano a ridosso dei 20 miliardi di euro; ordini, che toccano i 24 miliardi in un portafoglio di 46,6 miliardi; azioni, che attorno ai 59 euro portano il valore a 33/34 miliardi; debito, che si assottiglia al miliardo.
Il margine operativo – l’utile calcolato col parametro Ebita – a 1,8 miliardi di euro segnala, invece, che l’ex Finmeccanica deve sveltire e variare il suo catalogo per vendere di più e guadagnare di più. Cingolani ha avviato molti progetti e molti li ha lasciati incompiuti.
Nonostante l’accordo di un anno fa con i turchi maestri del settore, per esempio, la produzione dei droni con Baykar è annegata nei dubbi. Cingolani se n’era accorto e già due mesi fa, funestato dai cattivi presentimenti, ha promesso una «accelerazione spettacolare». La battuta è facile: l’asserita «accelerazione spettacolare» ha riguardato la sua bocciatura. Facile sì, però inappropriata. Perché la bocciatura di Cingolani si è consumata nel tempo.
Con il giudizio sospeso per la collaborazione con i tedeschi di Rheinmetall per i mezzi corazzati Lynx e i carri armati Panther: è apparsa squilibrata, ma perlomeno è concreta. Con il giudizio inesistente per il “Michelangelo Dome”, l’avveniristica cupola per proteggere l’Italia da attacchi dal cielo che confligge con i programmi di Germania e soprattutto degli Stati Uniti.
Qualche settimana fa a Cingolani veniva addebitata la consueta «irritazione» degli americani con relativa «irritazione» del governo Meloni, poi Donald Trump ha scaricato Meloni accluso il governo e non si capisce più nulla: allora complimenti a “Cingo lo scienziato” per aver anticipato i tempi?
La geopolitica, più che la politica, sono determinanti per le strategie di Leonardo. Non semplice muoversi con la bussola rotta, vale per Cingolani come Mariani. Il nuovo amministratore delegato si ritroverà a studiare i fascicoli in ufficio, nel mentre il governo Meloni ha interrotto la cooperazione militare con Israele e però le armi comprate in passato affluiscono in Israele senza sosta e nel mentre Israele è costantemente fra i primari fornitori di armi per l’industria bellica tricolore.
Il caso Deas unisce politica e geopolitica e, se possibile, pure qualcosa di più insidioso. A un anno dal suo insediamento (autunno 2024), il necessario per ambientarsi, Cingolani ha aperto il tema “acquisizioni” per la sicurezza informatica.
Riassumendo informazioni disperse e propalate sui media: Leonardo stava valutando una dozzina di società; nella lista più ristretta c’erano le britanniche Becrypt e Aderga e poi l’italiana Deas con a capo Stefania Ranzato, imprenditrice stimata da Guido Crosetto, ministro della Difesa. La valutazione di Deas fu affidata al responsabile Enrico Peruzzi. Nessuno ha compreso mai se Deas per Cingolani fosse una opportunità o una scorciatoia, fatto sta che, probabilmente per le sue esitazioni su Deas, Peruzzi è stato degradato con Cingolani medesimo che ne assorbiva le funzioni.
Anche in quella circostanza, per interposti giornali, si è sfruttato il mantra di una «accelerazione» su Deas e un dirigente di vasta esperienza e reputazione come Peruzzi veniva congedato con l’assurdo marchio di «marito di», cioè di Domitilla Benigni di Elettronica, una società concorrente di Renzato.
Il periodo Deas, coincidenza di calendario, ha inciso proprio su Mariani, richiamato a Leonardo con Cingolani per fargli da balìa come condirettore generale e rispedito a Mbda Italia per un esilio che poi si è rivelato breve. L’opportunità o scorciatoia non si è realizzata mai anche per le inchieste dei magistrati romani (marzo 2025) che hanno coinvolto Deas.
Convinto di avere un altro mandato per completare il lavoro, ancora a novembre l’ex ministro del governo Draghi era impegnato a smantellare le figure di vertice: fuori il direttore finanziario Alessandra Genco, otto anni di onorato servizio, durante le operazioni sull’aumento di capitale di Avio. Una volta Peruzzi, un’altra Genco, Cingolani ha abituato a coprirsi in situazioni delicate e però con la politica non ha utilizzato altrettanto acume tattico.
Catapultato da Meloni in piazza Monte Grappa con il profilo da “scienziato”, venerato da Beppe Grillo prima e da Mario Draghi poi, chissà oggi, Cingolani non era la scelta della Difesa, cioè del ministro Crosetto, che gli preferiva Mariani. Cingolani è stato abile ad ingraziarsi Crosetto oscurando il presidente Stefano Pontecorvo, il diplomatico che piaceva al ministro della Difesa, e però non è stato per nulla abile a gestire le relazioni con Palazzo Chigi. Peggio, un disastro.
Con il suo fare da innovatore, colui che fa cose che gli altri non hanno avuto il coraggio di fare (chiedersi il perché, no?), Cingolani s’era messo in testa di pensionare Luciano Violante e Marco Minniti in un colpo solo sostituendoli con Helga Cossu, ex giornalista di Skytg24. Sì, Minniti e Violante provengono dal centrosinistra, ma hanno una connessione particolare con Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con molte deleghe e, fra le altre, l’intelligence.
Per citare un episodio: un paio di mesi fa, alla presentazione della relazione dei servizi segreti, nel suo discorso Mantovano ha ringraziato soltanto due signori in prima fila: Violante e Minniti. Cossu da direttore generale ha rimpiazzato il presidente Violante nella Fondazione Leonardo e ha trasformato la storica rivista “Civiltà delle Macchine”, riaperta da Peppino Caldarola direttore e Gianni De Gennaro presidente, in “Civiltà dei Dati”.
Non soddisfatto, Cingolani si è concentrato sulla Fondazione Med-Or di Minniti. L’ex ministro dell’Interno ha resistito aprendo la Fondazione Med-Or ad altri soci oltre Leonardo e hanno risposto le più grosse aziende di Stato (Eni, Enel, Poste, Snam, Fs eccetera). La Fondazione di Minniti, come suggerisce il nome, si rivolge al Medio Oriente e in questo momento è ancora più preziosa; difatti Palazzo Chigi l’ha impiegata per il Piano Mattei e per altre iniziative estere. Negli ultimi giorni del triennio, a suggello, Cingolani ha promosso Cossu direttore della comunicazione. Per Palazzo Chigi è stata l’ennesima conferma: fa come gli pare, e fa spesso male.
Al romano Mariani, ingegnere elettronico, spetta il compito di ripristinare la quiete con accanto Francesco Macrì, un presidente indicato da Fratelli d’Italia. Mariani deve premiare gli interni (Gian Piero Cutillo, divisione elicotteri, sarà condirettore generale), aumentare la produzione per sfruttare il contesto globale, stringere sinergie efficaci (i droni con gli ucraini). Cingolani tramite Cossu raccontava un’azienda visionaria, un simposio di artisti che fluttuano nello spazio fra gli astri celesti, ma il 70 per cento degli introiti di Leonardo – 39.000 dipendenti in Italia, 63.000 nel mondo – arrivano dalle armi, che fanno paura, che possono uccidere, che servono a evitare le guerre, ma anche a farle. La realtà è di per sé rivoluzionaria.
Da vicesindaco di Palermo ha ottenuto un finanziamento da 600 mila euro per un progetto cinematografico

(di Miriam Di Peri – repubblica.it) – “Diamo il benvenuto in Aula al sottosegretario Cannella di cui abbiamo appreso dalla stampa una certa capacità nel reperire risorse, riuscendo da vicesindaco di Palermo a finanziare per 600.000 euro un progetto cinematografico denominato ‘Tf45’ di cui è coautore. Chiederemo conto in altre sedi di questa situazione, perché è fondamentale comprendere quali siano i criteri con cui vengono assegnate le risorse pubbliche in Italia”. Lo afferma il deputato del Pd Andrea Casu, in un passaggio del suo intervento nel corso della seduta fiume della Camera sul decreto sicurezza.
Casu fa riferimento ad un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa dal titolo ‘Il film del sottosegretario Fdi alla Cultura finanziato dal ministero con 600mila euro’.
Nell’articolo si parla di un romanzo scritto dal neo sottosegretario alla Cultura dal titolo ‘Task force 45-scacco al califfo’, una storia di eroismo in formato thriller che racconta l’operazione di una elite delle forze amrate italiane contro il network terroristico di Al Qaeda, Isis e talebani in Afghanistan.
Il romanzo è diventato la sceneggiatura di un film finito sul tavolo della commissione che valuta le opere da finanziare. Il deputato dem ha inoltre definito “una ferita politicamente molto grave” la mancata assegnazione di fondi al film su Giulio Regeni. “Tuttavia – ha poi proseguito tornado sul tema della sicurezza – oggi siamo qui per discutere di sicurezza e proprio per questo servono risorse per la sicurezza dei cittadini. Servirebbero le risorse per far scorrere la graduatoria dei 2.700 vice ispettori e realizzare tutte le assunzioni necessarie delle forze dell’ordine”.

(di Giovanni Parente e Marco Mobili – Il Sole 24 Ore) – Effetto nuove assunzioni sulle dichiarazioni dei redditi 2025. Rispetto all’anno precedente (dichiarazioni 2024 anno d’imposta 2023) i redditi dichiarati hanno raggiunto i 1.100 miliardi (1.076,3 per l’esattezza) con un aumento del 4,7% (ossia 48,6 miliardi in più) sull’anno precedente e il trend crescente riguarda anche il valore medio che si attesta sui 25.820 euro (+4%).
Il tutto in uno scenario macroeconomico che ha visto una crescita del Pil del 2,8% in termini nominali e dello 0,8% in termini reali […]
Ma l’effetto crescente arriva anche dall’aumento dei soggetti che dichiarano un reddito da lavoro dipendente (oltre 348.000 soggetti in più rispetto al 2023, +1,5%), così come del reddito dichiarato (+5,6%).
Secondo i dati pubblicati ieri dal Dipartimento delle Finanze, infatti, il numero di soggetti con contratto a tempo indeterminato (17,9 milioni) è cresciuto dell’1,6% rispetto al 2023 (con un reddito medio di 27.676 euro, +4,0% rispetto al 2023), mentre i soggetti che hanno esclusivamente contratti a tempo determinato (6,2 milioni) sono aumentati dell’1,1% rispetto al 2023 (con un reddito medio di 11.375 euro, +3,9% rispetto al 2023).
Sul fronte pensioni il reddito dichiarato ammonta a 325,5 miliardi di euro, con un lieve incremento del numero di soggetti (28.937 soggetti in più rispetto al 2023, +0,2%) e un incremento dell’ammontare del reddito da pensione complessivo del 5,5 per cento.
Ciò che emerge ancora una volta dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi Irpef è che l’84,6% della regina delle imposte italiane è pagata da dipendenti e pensionati. E, scandagliando tra i redditi dichiarati emerge anche che un euro su tre (poco più del 32% dei contribuenti) di Irpef la versa il cosiddetto ceto medio che dichiara al Fisco tra i 35mila e i 70mila euro.
Si assottiglia invece l’Irpef dichiarata dai super ricchi. I soggetti con imposta netta valorizzata e un reddito complessivo maggiore di 300mila euro (0,2% dei contribuenti) dichiarano il 6,6% dell’imposta netta totale mentre nel 2023 era il 7,1 per cento. In ogni caso solo il 3,3% dichiara oltre i 75mila euro.
C’è poi una buona fetta di contribuenti che l’Irpef proprio non la paga. Come spiegano dalle Finanze «oltre 8,7 milioni di soggetti dichiarano un’imposta netta pari a zero, si tratta di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle fasce di esonero dagli obblighi dichiarativi, di contribuenti le cui detrazioni azzerano l’imposta lorda, oppure di soggetti che dichiarano unicamente redditi soggetti a tassazione sostitutiva».
Ma il numero cresce ancora. Considerando anche quelli per cui l’imposta netta è interamente compensata dal trattamento integrativo e bonus tredicesima, i soggetti che di fatto non versano Irpef sono oltre 11,3 milioni.
Le vie di fuga dall’Irpef non finiscono qui. Tra le più battute negli ultimi anni c’è quella dei forfettari o più nota come Flat Tax. Anche nell’anno d’imposta 2024 la platea di contribuenti che hanno optato per la tassa piatta è cresciuta del 3,3% contando oltre 2 milioni di adesioni.

Il progetto Non Solo Parco entra nella sua fase più significativa, quella della celebrazione dei traguardi raggiunti, e lo fa con un evento capace di unire musica, tradizione e comunità. Il prossimo 30 aprile, il borgo ospiterà il concerto di Luca Rossi, tra i più autorevoli interpreti della musica popolare del Sud Italia. Sarà una serata pensata per condividere un momento autentico, fatto di suoni antichi e atmosfere coinvolgenti, in cui cittadini e visitatori potranno immergersi nella cultura e nelle radici del territorio. L’appuntamento rappresenta anche un’anticipazione della chiusura di un percorso ricco di iniziative che hanno contribuito a raccontare e valorizzare Gioia Sannitica, mettendo al centro luoghi, storie e identità locali. Il concerto rientra nell’ “Iniziativa 8 – Bande al Borgo”, una delle azioni del progetto Non Solo Parco, realizzato grazie alla collaborazione tra partner pubblici e privati, provenienti dal mondo della ricerca, delle imprese e delle professioni. Un ruolo centrale è stato svolto dal Comune di Gioia Sannitica e dal sindaco Giuseppe Gaetano, che ha sostenuto il progetto sin dall’inizio. L’iniziativa è finanziata dal Ministero della Cultura e mira alla rigenerazione e valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale, con l’obiettivo di contrastare lo spopolamento e favorire una nuova vitalità sociale ed economica del territorio. Protagonista della serata sarà Luca Rossi, artista che da anni porta la sua tammorra sui palchi di tutto il mondo, da Roma a Parigi, da Berlino a New York, fino a città come Dakar, Tangeri e Bangkok. Considerato uno dei maggiori esponenti della tradizione musicale del Sud, Rossi ha collaborato con importanti nomi della scena internazionale, contribuendo a diffondere i suoni della cultura mediterranea ben oltre i confini nazionali. Lo spettacolo, dal titolo “Preghiera e festa”, accompagnerà il pubblico in un percorso musicale che parte da un’antica preghiera in lingua napoletana per trasformarsi progressivamente in una festa collettiva, tra ritmi incalzanti e melodie popolari. Sul palco, insieme a lui, una formazione di musicisti che hanno segnato la storia del folk meridionale: Michele Signore, Pasquale Ziccardi, Giovanni Parillo, Alessio Ianniello, Emilio Di Donato e Carletto Di Gennaro. Un appuntamento da non perdere per gli amanti della musica delle radici e per chi desidera riscoprire il valore delle comunità e delle tradizioni locali, in un contesto che guarda al futuro senza dimenticare la propria identità. Per informazioni è possibile consultare i canali ufficiali del progetto Non Solo Parco e del Comune di Gioia Sannitica. https://www.gioiasannitica.eu/services/; https://www.facebook.com/profile.php?id=61561148793915; https://www.instagram.com/nonsoloparco/?igsh=cmkyM2VmdTJmazlw&utm_source=qr#; https://borghi.cultura.gov.it/cantiere/?id=77