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Difendere l’indifendibile


(Andrea Zhok) – Il posizionamento dell’opinione pubblica italiana nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump non vale, naturalmente, come fattore di politica internazionale (la nostra opinione, pubblica o di vertice, non influenza in alcun modo la politica americana). Esso conta tuttavia come elemento di autocomprensione e di consapevolezza politica interna.

Ora, di fronte ai non pochi che continuano a difendere, magari a denti stretti e con varie contorsioni, le politiche dell’amministrazione Trump, io ho – almeno in parte – comprensione psicologica. Ne capisco fino ad un certo punto la dinamica mentale.

Trump è stato eletto come alfiere populista del movimento MAGA, con un’agenda che si voleva:

• Avversa al “Deep State” e al predominio degli interessi finanziari “macro” rispetto alle istanze della piccola proprietà (la “piccola borghesia” e il “proletariato qualificato”, nella terminologia tradizionale);

• Contraria alle derive “Woke” e agli eccessi del politicamente corretto nell’amministrazione, nella scuola, nell’accademia americane;

• Contraria ad una politica di presenzialismo imperialistico sul piano mondiale, favorevole all’isolazionismo, ad una maggior cura dei problemi interni agli USA;

• Favorevole ad un ripristino dell’ordine interno e ad una limitazione di processi migratori incontrollati;

• Favorevole ad una politica di trasparenza rispetto alle politiche sanitarie invalse in periodo covid, con una loro rimessa in discussione.

Ciascuna di queste posizioni può essere interpretata in forme virtuose e – almeno a fallibile giudizio dello scrivente – ha in potenza dei meriti intrinseci.

Naturalmente Trump è e rimane un liberista feroce, del tutto incompatibile con qualunque idea di uno stato sociale, e questo me lo tiene comunque distante (e dovrebbe tenerlo a distanza anche da molti che continuano a difenderlo.) Tuttavia è vero che nel contesto americano non è che le opzioni di una “socializzazione dell’economia” siano seriamente presenti altrove, e dunque non è che questo aspetto di Trump lo renda particolarmente odioso (spero che nessuno vorrà prendere sul serio le tinteggiature sociali di qualche dem periferico tipo Bernie Sanders, che servono sempre solo da foglia di fico all’establishment democratico.)

In sunto, l’immagine che comprensibilmente qualcuno ha alimentato dell’opzione Trump è stata quella di una rottura radicale con la tradizione politica dell’imperialismo globalista e dello stato profondo a guida finanziaria, e con l’accettazione di una prospettiva di ritorno alla cura e al rispetto delle identità nazionali.

Fin qui posso arrivare con un tentativo di comprensione psicologica: dopo tutto, viste le alternative, e viste le tendenze di fondo della politica americana degli ultimi anni, un presidente con queste caratteristiche poteva essere visto come un passo in direzione di un nuovo multipolarismo, di un nuovo rispetto per culture e tradizioni differenti.

Solo che di tutto questo quadro, arrivati quasi a metà mandato, non rimane in piedi quasi nulla.

Salvo qualche passo reale di trasparenza nel settore sanitario, che si deve alla gestione di Kennedy, su tutto il resto ci troviamo con un quadro, o letteralmente antitetico alle promesse elettorali, o gravemente inadeguato nell’implementazione.

Alla faccia dell’isolazionismo e del concentrarsi sugli affari interni, la politica del secondo mandato Trump è caratterizzata da un’aggressione internazionale scomposta in tutte le direzioni (Venezuela, Groenlandia, Iran, Nigeria, Yemen, ecc.), e da un fallimento degli intenti di pacificazione sul fronte russo.

Il tema “Woke” è stato affrontato sì con qualche limitazione degli abusi dell’amministrazione precedente (ad esempio nelle forze armate), ma in generale più con battute da caserma che con una ridiscussione critica dei temi correlati (e, ok, aspettarsi da Trump & C. una “ridiscussione critica” su temi proverbialmente delicati e sottili come questi era schietto wishful thinking.)

Quanto all’enorme questione dei flussi migratori, anche qui l’azione dell’amministrazione Trump è stata talmente pessima da compromettere durevolmente l’intera questione. Infatti si ha un bel dire che l’ICE non è una creazione di Trump e che i numeri della remigrazione delle amministrazioni precedenti sono ben superiori, ma il disastro è politico. Siccome in questioni sociali delicate il MODO di agire è non meno importante del FINE per cui si agisce, il fallimento organizzativo delle operazioni dell’ICE e il tentativo di difendere l’indifendibile (i due omicidi volontari di Renée Good e Alex Pretti) ha compromesso gravemente l’idea stessa di controllo dell’immigrazione clandestina. Persino una fetta significativa dell’elettorato repubblicano (circa un quarto) considera la gestione trumpiana dell’ICE inaccettabile.

Ecco, come dicevo all’inizio, il nostro giudizio sulla politica americana non importa nulla per gli americani, ma importa molto per la definizione dei campi e delle istanze nel nostro dibattito pubblico.

Continuare a difendere il neoimperialismo scomposto di Trump inventandosi che è un modo astuto e indiretto per giungere al multipolarismo getta un’ombra sulla coscienza politica di molti di quelli (come lo scrivente) che sostiene una prospettiva multipolare. Qui non c’è niente da giustificare. L’amministrazione Trump nella prima parte del suo secondo mandato si è distinta per una delle peggiori politiche di imperialismo aggressivo di sempre: prona ai desideri di Israele, in constante violazione di ogni regola del diritto internazionale, incapace di pervenire alla pace anche su quei fronti dove apparentemente desidera farlo.

Continuare a difendere lo squadrismo conclamato dell’ICE nel nome del controllo dell’immigrazione clandestina distrugge la credibilità dell’idea stessa di tale controllo. Qui il danno è, se possibile, ancora più grave. Si può concedere quel che si vuole sul fatto che l’apparato mediatico in mano ai Dem ha amplificato massimamente singoli eventi. Ma resta il fatto che quegli eventi sono accaduti, che non erano difendibili e che ciononostante sono stati difesi contro ogni evidenza. Si finisce per porre una falsa scelta tra l’alternativa di avere squadracce armate che esercitano ogni forma di abuso nelle strade e la rassegnazione alla balcanizzazione etnica dello stato in presenza di immigrazione incontrollata. Una tale alternativa è intrinsecamente catastrofica.

Bisogna smettere di difendere l’indifendibile perché ci piacerebbe fosse qualcosa che non è.

È una dinamica ideologica di schieramento, una dinamica intrinsecamente deleteria. Essa è di solito perdente, ma anche laddove fosse vincente, finisce per avere effetti rovinosi, perché alimenta dogmatismo e riduzione della capacità critica (se ti affermi politicamente attraverso tifoserie, fallirai comunque.)


Referendum, Gratteri: “Si chiama ‘sorteggio’ un elenco di prescelti della politica”


“Io ero favorevole al sorteggio ma questo è truccato”. Il procuratore capo di Napoli smaschera gli slogan del Sì

(ilfattoquotidiano.it) – La riforma Nordio “non rende la giustizia più veloce” e il referendum sulla separazione delle carriere è costruito su slogan e forzature. Nicola Gratteri, ospite di Piazzapulita su La7, interviene nel dibattito sul voto del 22 e 23 marzo 2026, smontando due argomenti chiave del fronte del Sì: l’idea di una giustizia più rapida e l’accusa di incoerenza rivolta allo stesso procuratore capo di Napoli sul tema del sorteggio nel Csm.
A partire da uno slogan sulle “toghe rosse” e su una maggiore rapidità dei processi con la riforma Nordio, Gratteri contesta il legame tra separazione delle carriere e tempi dei processi: “E la velocità della giustizia dove sarebbe? Che c’entra con la separazione delle carriere, se questi ogni 60 giorni fanno un decreto dove introducono cinque o sei reati nuovi? La velocità di cosa?”. E liquida l’argomento come propaganda: “Sono solo slogan. Di queste sciocchezze ne ho lette tante”.

Il magistrato respinge quindi l’accusa di aver cambiato posizione sul sorteggio. “È gente in malafede, l’ho detto almeno dieci volte, lo ripeto l’undicesima. Anni fa, forse alla festa del Fatto Quotidiano, ho detto che ero favorevole al sorteggio. Punto”.
Ma, chiarisce, “quello di oggi però è un sorteggio truccato”. All’epoca, spiega, parlava di un solo Csm, mentre la riforma prevede due Consigli, uno per i giudici e uno per i pm, più un’Alta Corte disciplinare. “Il Csm oggi costa 50 milioni di euro l’anno. Con due Csm e l’Alta Corte il costo sale a 150 milioni di euro l’anno: sono tutte tasse dei cittadini”.

Gratteri ricorda che ogni Csm sarà costituito per 2/3 da componenti (togati) estratti a sorte tra i magistrati della rispettiva categoria (giudici per il Csm giudicante, pm per quello requirente) e per 1/3 da componenti (laici) estratti a sorte da un elenco di professori universitari e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune.
Ed è proprio su questo meccanismo che si consuma l’inganno. “La riforma Nordio – spiega Gratteri – stabilisce che i magistrati vengano sorteggiati tra tutti i magistrati d’Italia in servizio. Il sorteggio relativo ai laici, invece, lo chiamano ‘temperato’. E qui c’è il trucco”.
Il magistrato entra nel dettaglio: “In un’urna metto cinquanta nomi scelti dalla politica, poi sorteggio dieci di questi nomi. Ma non è un sorteggio, perché sono dieci dei cinquanta che io già ho scelto. Chiunque esca è sempre un mio fedele e risponde ai miei desiderata. E quindi dov’è il sorteggio? Io posso essere d’accordo su una cosa del genere?”.

La conseguenza è una disparità che Gratteri definisce inaccettabile: “Perché i magistrati sono sottoposti a un sorteggio secco mentre i politici si scelgono tra professori universitari e avvocati che rispondono sempre alla loro fede politica e poi piazzano dieci per il Csm dei giudici e dieci per quello dei pm?”.
Alla fine, quando Formigli chiama in causa il ministro della Giustizia, la chiusura è affidata all’ironia: “Sì, il ministro della Giustizia ci viene in aiuto sempre”.


Le elezioni perdute nel 2020: Trump rilancia l’Italygate, il racconto complottista sostenuto dalla rete Qanon


Secondo la teoria “l’intera operazione sarebbe stata coordinata dalla Cina, supervisionata dalla Cia e insabbiata dall’Fbi”. Ma i controlli incrociati di numerosi media e le inchieste giudiziarie hanno mostrato che la pista romana era solo una bufala

Le elezioni perdute nel 2020: Trump rilancia l’Italygate, il racconto complottista sostenuto dalla rete Qanon

(di Valerio Cattano – ilfattoquotidiano.it) – A distanza di sei anni, il presidente Donald Trump rilancia il retroscena dell’Italygate sui social con un link apparso su The Scif: dietro l’esito delle elezioni del 2020 che videro il tycoon sconfitto e Joe Biden vincitore, ci sarebbe stata anche l’Italia: “Funzionari italiani di Leonardo Spa hanno usato satelliti militari per hackerare le macchine per il voto statunitensi, spostando voti da Trump a Biden e utilizzando strumenti sviluppati dalla Cia come Hammer e Scorecard. Questo insieme a numerosi altri metodi di frode e manipolazione”.

Il post prosegue con la tesi che “l’intera operazione sarebbe stata coordinata dalla Cina, supervisionata dalla Cia e insabbiata dall’Fbi, al fine di piazzare Biden come un burattino. Questo – conclude il post di The Scif – è il cartello globale che ha rubato le elezioni e che rappresenta una reale minaccia per la democrazia dell’America e per il mondo intero”. La vicenda, sostenuta a spron battuto dai canali complottisti della rete Qanon, è stata più volte smentita grazie a verifiche approfondite, e da Leonardo sono partite quattro denunce per diffamazione. Vale la pena fare un passo indietro e ripercorrere i passaggi di una vicenda che è uno dei temi favoriti di Trump: le elezioni rubate dai dem.

Il giorno della sconfitta

Alle 3:41 del mattino del 7 gennaio 2021 – dopo che il giorno prima gli ultras di Trump hanno dato l’assalto a Capitol Hill, sede dei due rami del Congresso, provocando vittime – il vicepresidente Mike Pence conferma che il presidente eletto Joe Biden ha sconfitto il presidente Donald Trump. Nonostante la comunicazione ufficiale, diversi canali sui social iniziano a rilanciare che il conteggio dei voti fosse stato alterato dall’Italia. Siti come Conversation Controversy e Trump Train News Media pubblicano un intervento di una lobbista. Maria Strollo Zack: il video dura 52 minuti e serve a spiegare quello che viene definito “Italygate”. Anche Rudy Giuliani, l’ex procuratore e sindaco di New York, poi passato a essere uno dei collaboratori più fidati di Trump in qualità di avvocato, indicò i server manomessi tra quelli di Dominion e Smartmatic, multinazionale che si occupa dei sistemi di voto elettronico.

Il “furto” orchestrato da Roma

La lobbista sostiene che “il furto delle elezioni è stato orchestrato nell’Ambasciata di Roma, al secondo piano di Via Veneto, da un dipendente, Stefano Serafini, funzionario del Ministero degli Esteri da oltre 20 anni. Stefano Serafini si è coordinato con il generale Claudio Graziano. Il generale Graziano è nel consiglio di amministrazione di Leonardo, l’azienda appaltatrice della difesa, Leonardo SPA. Leonardo ha utilizzato un suo collegamento satellitare militare per caricare il software e trasferirlo per cambiare i voti da Trump a Biden”. Il piano era stato orchestrato dall’ex presidente Barack Obama, con l’aiuto dell’ex primo ministro Matteo Renzi e della Cia. Si parla anche del presunto ruolo dell’esperto informatico Arturo D’Elia, che avrebbe sfruttato il satellite Leonardo per alterare il risultato elettorale americano. Consulente di Leonardo Spa, D’Elia era stato arrestato nel dicembre 2020 per un presunto attacco hacker ai danni di Finmeccanica. Conversation Controversy condivide un video di 13 minuti in cui Bradley Johnson, ex capo di stazione Cia, fornisce una versione simile che stavolta riguarda la Germania: “Le elezioni statunitensi sono state modificate, i risultati sono stati modificati in quei cinque o sei Stati chiave, poi tutte quelle macchine per il voto sono state collegate a Internet, utilizzato per scaricare quelle informazioni su questi famosi server in Germania. Quindi, da lì, i dati venivano caricati e inviati a Roma, ed è qui che è avvenuto tutto questo”. Si indicò anche un presunto raid di forze speciali americani per sequestrare i server come fonte di prova. I video rilanciati in rete ottengono risultati: 100.000 visualizzazioni e 7.000 condivisioni su Facebook. Un’intervista su YouTube di Strollo Zack conteggia oltre 400.000 visualizzazioni.

Nessuna prova di frodi elettorali

Una formazione di più società specializzate, tra cui Cybersecurity & Infrastructure Security Agency del Dipartimento della Sicurezza Interna americana, e la National Association of State Election Directors, ha non solo affermato che “non ci sono prove che un sistema di voto abbia cancellato o perso voti, modificato voti o sia stato in qualche modo compromesso”, ma ha anche ritenuto le elezioni “le più sicure nella storia americana”. L’allora procuratore generale William Barr dichiarò all’Associated Press che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti non aveva scoperto alcuna prova di brogli elettorali diffusi.

Le confutazioni

riconteggi manuali delle schede elettorali cartacee hanno confermato i risultati elettorali in almeno uno Stato e una località contesi tra Biden e Trump. In Georgia, i funzionari hanno condotto una verifica a livello statale delle schede elettorali cartacee, durata una settimana, che ha confermato una vittoria risicata di Biden. Il segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, ha affermato che la verifica “ha ribadito che il nuovo sistema di voto sicuro con schede elettorali cartacee dello Stato ha conteggiato e riportato i risultati in modo accurato”. Inoltre, il generale Graziano non risultava membro del consiglio di amministrazione di Leonardo, ma presidente del Comitato militare dell’Unione Europea. È vero che ci furono quattro arresti per hackeraggio all’interno di Leonardo di altrettanti dipendenti, ma riguardò la sottrazione di informazioni tra il 2015 e il 2017. Falsa è risultata anche la pista tedesca, il raid è stato smentito dallo stesso esercito americano e la società indicata come coinvolta non aveva server in Germania. Per quel che riguarda il ruolo di D’Elia, lui stesso poi raccontò a Repubblica: “Un’emerita idiozia ha fatto il giro del mondo…Io ho solo creato un malware che ha provocato un buco, penetrando quei sistemi. Ma poi sono stato io stesso a ripararli”.

Conclusione

UsaToday è stato uno dei media che ha svolto una analisi accurata in base alle accuse mosse allora da Trump come candidato sconfitto, e assieme ad altri organi di informazione è giunto alla conclusione che l’affermazione secondo cui i voti del tycoon sarebbero stati scambiati con quelli di Biden presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, è falsa. Eppure, come ha ricostruito Jonathan Karl di Abc News nel libro Betrayal: The Final Act of the Trump Show, la bufala costruita e sostenuta dai canali complottisti di Qanon spinse Kash Patel, che all’epoca ricopriva il ruolo di sottosegretario alla Difesa di Trump, a chiedere che alcuni funzionari andassero a interrogare Arturo D’Elia in Italia, per chiarire il suo ruolo nel “furto”. Tutte le circostanze furono chiarite, ma Trump continua a rilanciare l’Italygate, nonostante sia di nuovo presidente.


Il Cio sceglie come quartier generale a Cortina il ristorante di Dimitri Kunz, compagno della ministra Santanchè


I circa 200 membri del Cio si riuniranno (e mangeranno) nel ristorante dei vip alle Tofane

(Gloria Riva Carlo Tecce – lespresso.it) – Ha ragione Daniela Santanché, ministra del Turismo, a riempirsi di orgoglio per le imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina: sono un’occasione straordinaria per il territorio e per la bella Italia. Come darle torto, per una volta. Le Olimpiadi sono un’occasione straordinaria anche per la famiglia Santanché e, soprattutto, per il ristorante dei vip El Camineto di proprietà di Dimitri Kunz, compagno di vita e di affari della ministra del Turismo. L’Espresso ha scoperto che per cinque giorni la delegazione del Comitato olimpico internazionale – circa 200 membri provenienti da tutto il mondo – sarà ospitata sulla mitica terrazza di El Camineto: «Ai piedi delle Tofane, uno dei massicci più maestosi delle Dolomiti, sorge un pezzo di storia di Cortina d’Ampezzo. La struttura gode di una splendida posizione panoramica, arricchita da un’atmosfera calda e avvolgente. L’arredamento, che unisce elementi tipici a dettagli eleganti e ricercati, rispecchia la filosofia del locale e della sua cucina».

Il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha affittato El Camineto per trasformarlo, durante le gare che si terranno a Cortina, in una “lounge” esclusiva con musica, spettacoli, incontri, aperitivi, pranzi, cene e tanti brindisi. Ingresso vietato al pubblico. Tutto riservato. El Camineto sarà la “sede” del Comitato olimpico internazionale a Cortina: una sorta di “casa Cio” per palati fini e portafogli gonfi.

Ben nutrito da spirito olimpico, il Cio non avrà badato al recente disguido edilizio che ha coinvolto il ristorante. Difatti il Comune di Cortina d’Ampezzo, alla Vigilia di Natale, ha ordinato a Kunz «la demolizione della terrazza di nuova costruzione, posizionata a sbalzo rispetto al prato in pendenza sottostante e delle due strutture in legno riportanti dei camini in metallo sul tetto».

La storia de El Camineto

El Camineto fu acquistato un paio di anni fa da Flavio Briatore e da Dimitri Kunz, ai tempi la ministra voleva un aeroporto a Cortina per «arrivarci comodi». Briatore si è stancato subito e ha ceduto le sue quote al “principe” Kunz. Oggi il compagno della ministra è il primo azionista con il 52,25 per cento della società El Camineto srl, al suo fianco l’oligarca kazaco Andrey Toporov, proprietario di altri alberghi e ristoranti a Cortina. Per il turismo italiano vedremo, per Kunz è già un successo. 


Salerno Letteratura: concorso di scrittura e due #fuorifestival con Orso Tosco e Giulia Caminito


CONCORSO DI SCRITTURA E DUE #FUORIFESTIVAL

CON ORSO TOSCO E GIULIA CAMINITO

Il 2026 si apre con una serie di interessanti novità per Salerno Letteratura, in programma dal 13 al 20 giugno. Si parte con la seconda edizione del concorso di scrittura in collaborazione con Mokapimm e due #fuorifestival in arrivo domenica 8 febbraio con Orso Tosco, autore di Controbuio (Ubagu press) e una serata letteraria speciale per sabato 14, San Valentino, con Giulia Caminito autrice di Amatissime (Bompiani).

IL CONCORSO. Mokapimm – nel 1996 Daniele Brolli mise insieme undici autori e autrici, tra cui Ammaniti, Luttazzi, Pinketts, Toodorani che diedero forma ad un’antologia di racconti truci, sopra le righe, ferocissimi, pubblicata da Einaudi col titolo di Gioventù cannibale. A distanza di trent’anni invitiamo aspiranti scrittrici e scrittori a cimentarsi nel creare storie con protagonisti sgradevoli, che portino il lettore in case fatiscenti e parchi abbandonati. Vogliamo che i lettori possano ascoltare il suono delle corde tese di ragazzi irrequieti, sofferenti o malvagi. Cerchiamo racconti di qualunque genere che riprendano il pulp e l’horror, il grottesco e lo stile crudo che ha caratterizzato la raccolta cult degli anni ’90. Il racconto deve essere inedito e non deve superare le 10.000 battute da inviare a info@mokapimm entro e non oltre il 30 aprile 2026. I dettagli del bando sono su www.salernoletteratura.it

I #FUORIFESTIVAL. Continuano anche i #fuorifestival. L’8 febbraio alle 18, al Museo Archeologico provinciale, sarà la volta di Orso Tosco. Autore di poesie, saggi e romanzi lo scrittore ligure ha esordito nella narrativa con il romanzo Aspettando i Naufraghi (2018). Nel 2024 pubblica con Rizzoli il primo di una serie di libri gialli con protagonista il commissario Gualtiero Bova detto “Il Pinguino”, con cui ha già vinto il Premio Scerbanenco. Il romanzo protagonista del nostro #fuorigfestival è invece Controbuio (Ubagu Press, 2025) un noir che vede lo stesso Orso Tosco come protagonista, intento a fare luce su un mistero risalente al 1979. Nato come omaggio al proprio padre, storico croupier del casinò di Sanremo, il libro di Orso ci porta tra i vicoli della città dei fiori, a incontrare ex croupier, spacciatori, rapinatori «gente sempre in fuga ma facilissima da trovare», «piena di storie e buchi nella memoria, nemica e innamorata di sé stessa». A dialogare con Orso Tosco ci sarà lo psichiatra e scrittore Corrado De Rosa.

Il 14 febbraio, Salerno Letteratura propone una speciale festa di San Valentino, dedicata, naturalmente, a chi è innamorato della lettura. Ospite del #fuorifestival, negli spazi della Pinacoteca provinciale, sarà Giulia Caminito. L’autrice ha esordito con il romanzo La Grande A (Giunti 2016, Premio Bagutta opera prima, Premio Berto e Premio Brancati giovani), seguito nel 2019 da Un giorno verrà (Bompiani, Premio Fiesole Under 40) e da L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani 2021), finalista al premio Strega e vincitore del premio Campiello 2021. Per la serata più romantica dell’anno, Caminito ci presenta una nuova edizione di Amatissime (Bompiani, 2025) un dialogo ideale tra lei e le sue scrittrici italiane più amate: Elsa Morante, Paola Masino, Maria Bellonci, Natalia Ginzburg, Laudamia Bonanni e Livia De Stefani. Di queste sei donne Giulia traccia ritratti appassionati e teneri, immaginando ognuna “Elsa la bambina scalmanata, Paola l’adolescente piena di lustrini, Maria sempre infilata in qualche archivio, Natalia l’editor impeccabile, Laudomia e il suo romanzo mai pubblicato, Livia e la sua eredità in sette scatoloni” come compagna di una parte del suo stesso viaggio, del suo percorso che l’ha formata come la scrittrice che lei stessa è diventata. A dialogare con l’autrice ci sarà la filosofa Marianna Esposito.


Capolongo subentra a Bellizzi al comando dei Vigili del Fuoco di Benevento, gli auguri del Conapo ai due Dirigenti


Cavuoto e Cecere: “Sinergia tra sindacati e dirigenza quello che serve per raggiungere obiettivi”

Benevento – Oggi avvicendamento al Comando Provinciale dei Vigili del fuoco di Benevento: al Comandante uscente Ing. Mario Bellizzi, subentrerà l’ Ing. Salvatore Angelo Capolongo.

Il Conapo, Sindacato Autonomo Vigili del Fuoco di Benevento, a nome di tutti gli iscritti desidera formulare i migliori auguri all’ Ing. Salvatore Angelo Capolongo proveniente dalla Direzione Regionale Basilicata, per il nuovo e difficile compito che è stato chiamato ad assolvere come Comandante Provinciale dei Vigili del Fuoco di Benevento.

“Intendiamo assicurare, da parte nostra e della organizzazione sindacale che rappresentiamo, la più leale e fattiva collaborazione, nel reciproco rispetto dei rispettivi ruoli” hanno spiegato  Livio Cavuoto e Alfonso Cecere, rappresentanti sindacali del Conapo Benevento.

“Siamo consapevoli dei numerosi e grandi problemi che il Comando di Benevento è chiamato ad affrontare e delle grandi responsabilità nel ruolo di comandante. Le difficoltà legate alla morfologia del territorio, il tessuto sociale, l’organizzazione del Comando, sono alcune delle criticità che vengono quotidianamente affrontate con organici, mezzi e risorse non sempre adeguati – hanno poi rimarcato Cavuoto e Cecere -. Per questo siamo convinti della necessità di realizzare un più alto e costante coordinamento sinergico tra sindacati e dirigenza in nome di quegli obiettivi condivisi quali la tutela del personale e l’ottimizzazione del servizio di soccorso tecnico urgente che rendono il nostro Corpo il più amato dagli italiani.

Nell’occasione desideriamo rivolgere un sentito ringraziamento per l’attività svolta nel periodo in cui ha ricoperto l’incarico di Comandante Provinciale dei Vigili del Fuoco di Benevento, all’ Ing. Mario Bellizzi con nuovo incarico presso la Direzione Regionale della Campania, di cui abbiamo apprezzato le elevate qualità professionali e umane, l’impegno costante per la sicurezza dei cittadini e la particolare attenzione rivolta al personale tutto nonostante le molteplici problematiche della nostra realtà provinciale.


Il “vaffa” di Steve Bannon che smaschera il camaleontismo di Giorgia Meloni


Bannon: “Polemiche sugli agenti Ice alle Olimpiadi? All’Italia dico Fuck you”. Parla l’ex consigliere del presidente Trump. “Meloni mi piaceva ma è diventata una globalista. Ha giocato il gioco della Ue perché le servivano i soldi”

Bannon: “Polemiche sugli agenti Ice alle Olimpiadi? All’Italia dico Fuck you”

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – MINNEAPOLIS – «Non volete l’Ice in Italia per proteggervi dai terroristi e criminali che avete lasciato entrare? Bene, allora non mandiamo nessuno e ritiriamo pure la squadra americana dalle Olimpiadi». Steve Bannon, ex consigliere del presidente Trump, ci tiene ad essere chiaro: «Citami letteralmente su questo: fuck you». Poi aggiunge un commento sulla premier Meloni: «Era fantastica, ora è diventata una globalista». Invece conferma di puntare ancora su Trisulti: «Stiamo vincendo i ricorsi in tribunale. Apriremo la nostra Accademia dei Gladiatori, dove milioni di studenti impareranno politica e comunicazione di destra».

Perché accusa Trump di esitare a Minneapolis?

«Perché la gente intorno a lui parlava di de-escalation, ma Homan non è tipo da farla. Lo ha mandato per ascoltare il sindaco Frey e il governatore Walz, che però gli hanno già dato uno schiaffo in faccia, dicendo che non faranno rispettare le leggi federali sull’immigrazione. Sostengono gli antifa, designati come gruppo terroristico, che conducono un’insurrezione. Il loro modello di business è uguale a quello dell’Italia: importare in massa gli immigrati, dando sussidi pagati dai contribuenti, per cambiare società e cultura commettendo frodi elettorali».

Quindi l’obiettivo è ripulire le liste elettorali?

«Le frodi sono avvenute, ma non è solo questo. Il sistema dell’assistenza pubblica su cui si basano non è più sostenibile, negli Usa come in Italia».

Se sindaco e governatore non collaborano, cosa deve fare Trump?

«Alla prossima conferenza stampa dovrebbero partecipare dipartimento alla Giustizia, Fbi, Tesoro, Pentagono, per dare questo ultimatum: avete 72 ore per collaborare e rispettare la legge federale, se non lo fate inizieremo ad arrestarvi».

Governatore e sindaco?

«Certo, perché stanno violando la legge. Sono come gli insorti confederati. Bisogna cominciare arrestando gli antifa, che ostacolano gli agenti federali, e poi i governanti che li aiutano».

Il presidente dovrebbe invocare l’Insurrecion Act?

«Avrebbe dovuto farlo da settimane, prendendo il controllo federale della Guardia Nazionale per toglierla al governatore. Dovrebbe mandare i paracadutisti della Divisione 101 o della 82ma, per ripulire Minneapolis da tutti gli insorti professionisti, che andrebbero incarcerati».

Sta parlando di cittadini americani?

«Abbiamo due problemi. Uno sono gli immigrati illegali, criminali o che hanno infranto la legge entrando nel Paese, per invaderlo; l’altro è l’insurrezione guidata da questi rivoluzionari professionisti, in coordinamento con i leader locali e col sostegno esterno del governo messicano, il Partito comunista cinese e grandi finanziatori. Homan ha detto che la giustizia sta arrivando per questi insorti».

L’uccisione di Alex Pretti era giustificata?

«Avete visto il nuovo video di qualche giorno fa, in cui assalta gli agenti federali? Era un violento insorto, al confine col terrorismo domestico, andava arrestato già allora».

A proposito di Trump esitante, cosa dovrebbe fare in Iran?

«Non dobbiamo bombardare perché ce lo chiedono gli israeliani per il loro progetto imperiale, ma alzare la pressione con le sanzioni. Così possiamo aiutare la protesta, ma il cambio di regime deve essere una responsabilità dei persiani».

In Italia è polemica per la presenza dell’Ice alle Olimpiadi.

«Non è solo l’Ice: gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Se non lo volete, lo togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Non dovremmo mandare l’Ice, l’Fbi il Dhs, così non avreste protezione da tutti i cattivi soggetti e i terroristi che avete fatto entrare. Meglio così, risparmiamo soldi. Anzi, ritiriamo la squadra dai Giochi, non potrebbe fregarmene di meno. Citami letteralmente: fuck you. Questo è il motivo per cui gli americani sono stanchi della Nato. Non avete infrastrutture, logistica, forza militare, senza di noi non avreste difese, ma non apprezzate nulla di quello che facciamo per voi».

Anche la premier Meloni ha criticato Trump per la Groenlandia e le frasi sul nostro contributo in Afghanistan. Sbaglia?

«Guarda, lei era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale. Ha giocato il gioco della Ue perché le servivano i soldi, e quello della Nato. Parla tanto dell’Ucraina, ma quando si tratta di mandare finanziamenti e truppe cambia canzone. Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante, perché non ha risorse economiche e militari per sostenerlo. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa».

Però lei vuole ancora aprire la sua Accademia a Trisulti?

«Certo, e stiamo vincendo sul piano legale. Non c’è posto migliore per la nostra Accademia dei Gladiatori. Amo gli italiani e Roma, siete uno dei grandi Paesi del mondo. L’unico problema è che l’Italia ha la peggior classe politica sulla Terra, perché ruba alla propria gente. Ma i ricorsi ci sono, stiamo vincendo, e presto migliaia di studenti potranno imparare politica e comunicazione della destra».


Un altro che si è montato la testa


DEL VECCHIO, ‘MI PIACE L’ITALIA DEI 3 ANNI E MEZZO DI MELONI’

(ANSA) – “Mi piace l’Italia di questi 3 anni e mezzo di governo, se non mi fossi sentito stabile di investire in Italia non lo avrei fatto, questa stabilità è anche parte del lavoro del governo.

Vedo un’Italia stabile’, risponde Leonardo Maria Del Vecchio, ospite di Otto e mezzo su La7 a Lilli Gruber che gli chiede se apprezza Giorgia Meloni. Centrodestra o centrosinistra? ‘Ho votato per entrambi, ho votato Renzi e ho votato Meloni’, risponde.

Non risponde invece a una domanda sul gradimento per il presidente americano: ‘La domanda è perchè si è arrivati a un certo tipo di politiche e atti di forza, è per una mancanza di unità e forza di un’unione che ancora non si vede dell’Europa, se fosse stata più unita non ci sarebbe stato questo spazio per Trump’. Non è un’invito a nazionalisti e populisti, precisa rispondendo a Gruber: ‘Sono per un’Europa unita’.

DEL VECCHIO, ‘GIORNALI NON OCCHIALI, NON PUOI CAMBIARNE IL DNA’

(ANSA) – Leonardo Maria Del Vecchio, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, racconta la sua scommessa sull’editoria e la sua strategia. ‘Sono sempre dalla parte dell’informazione libera – afferma – Ho sempre rispettato il dna delle aziende, altrimenti significherebbe snaturarle.

Giornali e editoria non sono paragonabili a occhiali e frigoriferi, ma gruppi editoriali importanti lo sono diventati grazie al loro dna, alle firme e ai loro giornalisti”.

Gruber sollecita Del Vecchio a spiegare la mancata acquisizione di Gedi: ‘Nel libero mercato un venditore ha libertà di scegliere il suo acquirente. Elkann ha preso la sua decisione’, dice.

L’ingresso ne Il Giornale non è stato un cambio di linea: ‘Il mio cuore sta dalla parte di un’informazione libera e del pluralismo, ma pochi sanno che tutto è iniziato proprio con la trattativa per il Giornale.

L’offerta a Gedi è stata successiva, in un percorso prestabilito un anno prima’.

Del Vecchio frena, ma non esclude in futuro di poter acquistare anche una televisione. ‘Mi è sempre stato detto che corro troppo, ma prima di fare un ulteriore passo come comprare una televisione è meglio aspettare, dato che non sono ancora entrato formalmente nell’editoria”, risponde il presidente di Lmdv Capital.

La decisione di investire nell’editoria, aggiunge, ‘nasce perchè credo molto nell’informazione vera. Ho notato che le nuove generazioni traggono soluzioni e risposte da mezzi non autorevoli, cosa che reputo essere un potenziale pericolo per il futuro.

Lo faccio perché mia figlia possa avere un giorno le informazione da firme autorevoli e non da tiktoker’.

DEL VECCHIO, ‘VOGLIO COSTRUIRE UNA MEDIA COMPANY’

(ANSA) – “Voglio costruire una media company, ho già acquisito Fm specializzata in strategic manager con una sua blockchain nativa, sto costruendo il resto dei pilasti, ci sono delle trattative in corso di cui non posso parlare, ma è lì che voglio arrivare, a una media company”.

Lo ha detto Leonardo Maria Del Vecchio rispondendo a Lilli Gruber, ospite della trasmissione Otto e mezzo, guardando ai prossimi passi. “Voglio creare un’agenzia media che possa unire, talent, strategic marketing e media”. Repubblica invece “è un treno che è passato”.

DEL VECCHIO, ‘SUCCESSIONE COMPLESSA? ETÀ DIVERSE E 3 NUCLEI FAMILIARI’

(ANSA) – “Io ho accettato in maniera nuda e cruda l’eredità di mio padre, bisogna chiederlo agli altri che hanno chiesto il beneficio d’inventario perché non ci siamo messi d’accordo”.

Così Leonardo Maria Del Vecchio prova a spiegare perchè la successione non si è ancora chiusa. “Quella di Berlusconi – risponde a Lilli Gruber durante Otto e mezzo su La7 – è un esempio di successione ben riuscita, la differenza di età e la lontananza dei nuclei familiari, sono tre, e il più grande aveva 70 anni e il più giovane nemmeno 20 quando tutto è iniziato, rendono le cose più complesse”, aggiunge.

L’erede del patron di Luxottica risponde anche sull’incidente in Ferrari di novembre sulla tangenziale di Milano per cui è indagato per le ipotesi di sostituzione di persona in concorso e omissione di soccorso: “Dopo essermi accertato dell’arrivo dei soccorsi, per non fare omissione di soccorso, ho chiamato l’autista perché aspettasse la polizia che dopo un’ora e mezza non era ancora arrivata e io avevo un impegno di lavoro, non per mettersi alla guida”.

Del Vecchio si racconta: “Sono un imprenditore che si concentra sul fare più che pubblicizzare quello in cui investe. Risultati ce ne sono stati molti, ma posso capire che siano più leggibili dai molti, il gossip e le cronache rosa”.

“Il mio percorso come imprenditore è iniziato poco più di tre anni fa: ho 31 anni, ma lavoro da quando ne avevo 21, iniziando in un negozio di occhiali ho avuto possibilità di vedere tutti gli aspetti della grandissima azienda che mio padre ha creato. Penso che sarebbe contento di me e non solo di questi ultimi 4 anni, se no non sarei stato scelto come manager di riferimento all’interno della sua azienda”.

La lezione più grande ricevuta dal genitore è stato “il valore umano e che il cuore delle aziende sono le persone”. Gli investimenti fatti, dall’hospitality all’editoria, sono il “risultato di una scelta non facile, non voler prendere scorciatoie.

Credo in questo Paese, sono innamorato dell’Italia, ho ricevuto tanto ed è giusto, lo vedo come un dovere, cercare di restituire qualcosa, come i 1.500 posti di lavoro che ho creato con l’Hospitality Group”.

DEL VECCHIO, ‘SU MPS E MEDIOBANCA NON C’È STATO CONCERTO’

(ANSA) – L’operazione Mps e Mediobanca “è nata dalla visione di mio padre, vedendo lo strapotere delle banche straniere, di creare un campione italiano che potesse competere con le più grandi banche europee e americane”. Così Leonardo Maria Del Vecchio spiega l’ingresso di Delfin nel risiko bancario, rispondendo a Lilli Gruber durante Otto e mezzo su La7.

“Assolutamente non c’è stato concerto, il concerto si prefigura se le azioni sono detenute per meno di un anno.

C’è un’indagine in corso, ma quello che posso dire è che sia mio padre, quindi Delfin, sia l’ingegner Cattagione sono investitori di lungo periodo, che hanno sempre voluto fare bene alle aziende italiane: mi sembra un ossimoro che si critichi la politica quando nazionalizza le imprese e quando le si privatizza. Io credo che quando uno Stato salva un’azienda e poi riesce tramite la privatizzazione a rimetterla in piedi facendo fruttare i soldi dei contribuenti, abbia fatto esattamente quello che uno Stato deve fare”, conclude Del Vecchio.


Complici e ignoranti, genesi di un disastro


Complici e ignoranti, genesi di un disastro

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Se la domanda è cosa accadrà di Niscemi, la risposta è ancora incerta: dipenderà dalle condizioni meteorologiche dei prossimi giorni e da quanto si riuscirà a mettere in campo in queste ore. Nessuna di queste due opzioni promette bene, per il momento.

Nello scenario più pessimista, quello che viene visto come figlio del fumus ideologico e che, invece, è solo basato su scienza, esperienza e coscienza, la cittadina potrebbe subire altri colpi e perdere altre “fette” di territorio: le condizioni della scarpata messa a nudo, lunga quattro km, fanno tremare le vene ai polsi. Ma anche se si avverasse lo scenario più ottimista, sarà indispensabile abbandonare le abitazioni fino ad almeno un centinaio di metri dalla voragine e sarà molto difficile continuare a vivere in sicurezza nel paese.

Se la domanda è cosa sarà dei territori nazionali a rischio idrogeologico in questi decenni di crisi climatica che genera perturbazioni meteorologiche sempre più violente, la risposta è che ci dobbiamo comunque aspettare il peggio. Non per numero e occorrenza di vittime, per fortuna, perché in termini di previsione abbiamo fatto grandi passi in avanti, ma per incidenza degli eventi estremi su territori fragili e vittime di decenni di speculazioni e depauperamento degli ecosistemi che avrebbero garantito una migliore resilienza. L’Italia ha il record continentale di frane censite: oltre 620.000 su circa 750.000 europee. Ma non è all’avanguardia nella difesa dei propri territori fragili. Perché?

In questo caso la risposta è semplice: ignoranza, ricerca del consenso e profitto che generano un fatalismo diffuso. O che ne approfittano. Non è possibile, nel terzo millennio, sentire ancora gli amministratori locali dei territori colpiti raccontare di come loro proprio non se lo aspettavano, di come, quella mattina, in fondo splendeva il Sole. Ignorando le condizioni idrogeologiche non dico comunali, ma almeno regionali, non sapendo distinguere un’arenaria da un tufo, non documentandosi, non diffondendo conoscenza nella popolazione amministrata e preferendo spendere i pochi denari che hanno a disposizione nelle feste patronali invece che in prevenzione e abbattimento degli immobili in pericolo o abusivi.

Quell’ignoranza di fondo è un’aggravante: devi sapere su che rocce appoggiano i quartieri dei centri abitati, e lo devi sapere a Roma come a Niscemi. E devi avere fatto compilare carte del rischio casa per casa e intervenire preventivamente dove occorre. Ma all’ignoranza si aggiunge la scarsa pianificazione territoriale, spesso figlia di disegni precisi volti a favorire gruppi di potere locale interessati a certi territori invece che ad altri, o amici di amici, figli e nipoti, quasi da augurarsi che, in futuro, i sindaci vengano imposti per legge da paesi lontani per non essere coinvolti nelle beghe locali. Hanno concesso permessi a costruire in territori dove non si sarebbe dovuto aggiungere nemmeno un mattone, hanno richiesto condoni statali di ogni tipo e chiuso tutti e due gli occhi e, alla fine, senza aver mosso un dito in tempo di pace, si affidano fiduciosi alla richiesta di calamità naturale. Ma non è paradossale?

C’è una novità per tutti costoro: le catastrofi naturali non esistono più, oggi esistono eventi naturali che diventano catastrofici solo per colpa nostra. Non c’è più spazio per il fatalismo: l’Italia è fatta così, se ne prenda finalmente atto e ci si adoperi di conseguenza. Ma non si possono nemmeno più sopportare le pressioni indebite dei cittadini per rimanere a insistere in zone pericolose, le opposizioni agli abbattimenti, gli abusi: gli amministratori hanno tollerato ciò che i cittadini chiedevano. Ricerca di consenso (e profitto) senza guardare le conseguenze.

Se, infine, la domanda è cosa si può fare, la riposta la conosciamo bene da molto tempo, almeno dal rapporto della Commissione De Marchi, che giusto quest’anno celebra i suoi 60 anni, gli stessi dell’alluvione di Firenze. Prima di tutto conoscenza scientifica che combatta l’ignoranza e sradichi il fatalismo: crisi del territorio e crisi climatica non possono essere ancora negati. Poi tirare una linea: nei territori a rischio idrogeologico e nelle aree contigue non si deve più costruire nemmeno una capanna. Per ciò che è stato già costruito nelle zone di maggior rischio, bisogna valutare caso per caso se delocalizzare le persone oppure dotarsi di qualche opera locale.

Se dovessero poi servire fondi (molti sono quelli stanziati e non spesi, anche dopo anni), qualcuno nell’area dello Stretto di Messina potrebbe farsi venire un’idea su dove prelevarli. Tenendo però ben presente che non è questione di cemento e opere, anzi: meno ingessi alvei e fiumi e meno danni registri, più conservi natura, più guadagni in sicurezza, addirittura gratis.

In Italia sono tanti i centri abitati spostati altrove per frana o terremoto, Pentedattilo, Craco, Frattura, Cerreto Sannita. E ce ne sono pure alcuni dove si è potuto operare in termini di conservazione, come la Civita di Bagnoregio o Orvieto. Ma non dappertutto si può fare e molto meno si può operare contro le mareggiate che in Sicilia rischiano di diventare uno dei più gravi rischi naturali: mica possiamo costruire muri alti dieci metri lungo le coste, né cingere in cemento l’abitato di Niscemi. Dobbiamo sapere che stiamo entrando in una fase climatica estrema che accelera gli scompensi territoriali originari e antropici e dalla quale non usciremo raccomandandoci ai santi o confidando nello stellone italico.


Fact-checking: chi può stabilire cosa è vero o falso?


Quando la “verità” è in contrasto con la libertà di espressione. La questione dei cosiddetti fact-checker è più ampia e seria della bocciatura da parte del sito Open dell’intervento del professor Alessandro Barbero.

(di Marco Lillo – ilfattoquotidiano.it) – La questione dei cosiddetti fact-checker è più ampia e seria della bocciatura da parte del sito Open dell’intervento del professor Alessandro Barbero.

Ci sono due valori in campo: da un lato la verità e dall’altro la libertà nella formazione dell’opinione pubblica in una società democratica. Hannah Arendt scriveva che “la verità, colta e accettata, si impone come un ostacolo invalicabile al potere, sia al potere del tiranno, che vuole imporre la sua verità, sia al potere democratico che vuole affermare la verità tramite consenso”.

La domanda chiave però è: chi detiene il potere di stabilire cosa sia vero o falso nel dibattito pubblico? In una società democratica bisognerebbe garantire il pluralismo e poi fidarsi della capacità di discernimento dei cittadini senza cedere alla paura e al paternalismo assegnando a soggetti terzi pagati dallo Stato o dai padroni dei social media il compito di giudici e censori. La verità non è un punto di partenza dal quale far partire il discorso pubblico ma la meta ideale a cui tendere grazie alla libera espressione di pensieri divergenti e talvolta anche fallaci.

Da sempre il potere ha la pretesa di stabilire i confini del dibattito pubblico utilizzando alibi adattati ai tempi: ieri c’era il “Taci il nemico ti ascolta” ora c’è la guerra “ibrida” o “cognitiva”. La scusa della tutela dei cittadini meno avveduti è l’aumento del ritmo della circolazione delle notizie. Ieri c’era la censura sulla temibile stampa, poi quella sui nuovi media, radio e tv. Oggi si agita lo spettro dei social media.

Il dibattito che si è aperto nella comunità dei fact-checker, di cui si occupa Virginia Della Sala, è l’occasione per riflettere sul tema vero: i rischi (certi) e i vantaggi (presunti) di affidare a terzi pagati da grandi gruppi o dalle istituzioni pubbliche la funzione di presidio della verità pubblica.

Il post di Davide Maria De Luca su X, forse per la biografia del suo autore (fact checker prima e ora giornalista a Domani) è l’inizio di una discussione seria.

Quando prende le distanze dall’idea “tecnocratica e perversa, che il dibattito politico sia fatto di numeri e dati divisi in modo binario- giusti o sbagliati -– e non di visioni del mondo che non sono né vere né false, ma semplicemente differenti” De Luca fa finalmente un’operazione di verità sulla casta della verità.

Ora però ci vorrebbe un passo in avanti. Il punto non è solo che i presunti giudici della verità (David Puente e Open) hanno esagerato estendendo il loro controllo al di là della corretta sfera di competenza fattuale fino alle questioni politiche. Il punto è che dovrebbero ammettere di essere anche loro non giudici terzi e superiori alle miserie del dibattito pubblico ma parti anche loro, in quanto tali portatori di verità, idee e visioni (talvolta anche, diciamolo, di interessi) discutibili e contrapposti a quelle degli altri. Qual è la relazione tra potere e verità che si cela dietro il fact-checking? I privati produttori di contenuti che si arrogano il ruolo di bacchettare gli altri spesso sono incaricati e pagati da soggetti pubblici come l’Unione Europea o, come nel caso di Open, da un soggetto privato come Meta. Tutto lecito. Tutto trasparente. Però in entrambi i casi il fact checker che si rappresenta come terzo non lo è fino in fondo.

Gli osservatori dei media finanziati per milioni di euro dall’Unione Europea sarebbero in grado di produrre un fact checking spietato sulle eventuali menzogne dette dal presidente della Commissione Ue? O preferirebbero concentrarsi su quelle postate da un influencer ostile alle spese in armamenti per l’Ucraina? Anche Meta, che controlla Facebook, da un lato detiene un’arena fondamentale per la formazione dell’opinione pubblica, dall’altro esercita un potere e ha degli interessi propri che dipendono dalle scelte dei Governi.

Sia le istituzioni pubbliche come l’Ue sia i gruppi privati che alla fine della fiera pagano le società e gli istituti che fanno fact-checking sono dunque titolari di interessi. Chi ha deciso di controllare e censurare oggi il discorso politico di Barbero? La stessa filiera che non ha mai censurato per esempio un articolo pubblicato da una testate prestigiosa che affermava un dato falso su un libro italiano citato nel discorso di Putin, segnalato sul Fatto nel 2022. La scelta del soggetto sul quale azionare il “controllo di verità” è già un esercizio di potere. Bisognerebbe ricordare sempre quel che scriveva Hannah Arendt nelle sue riflessioni su Verità e Politica riportate da Anna Premoli de Marchi (“Verità e potere. Hannah Arendt e il problema etico dell’arroganza”, Dialegesthai, 2014) “non solo la verità e i fatti, ma anche la non verità e i non-​fatti non sono sicuri nelle sue mani (del potere, ndr)”.


Perché Vannacci agita tutta la destra


Perché Vannacci agita tutta la destra

(Flavia Perina – lastampa.it) – Per la prima volta rischia di rompersi il gioco di vasi comunicanti che da sempre protegge il centrodestra e consente di trasferire il consenso da uno schieramento all’altro senza perdite significative nel complesso. Con il partito di Roberto Vannacci in campo, se (quando) succederà, addio equilibrio idrostatico: rivolo o torrente che sia, il voto per il generale sarà voto contro la maggioranza, la premier, le sue scelte di politica estera e interna, le sue relazioni europee, e quindi voto sovranista contro la continuità di una maggioranza percepita come succube dei diktat di Bruxelles. Scivolerà fuori dai vasi comunicanti. Potrebbe provocare danni.

Da mesi ogni intervento pubblico del generale e ogni suo commento ai fatti di giornata esprime una linea di contrapposizione al governo, con critiche più o meno esplicite a Giorgia Meloni e ad Antonio Tajani sul Mercosur, sul board per Gaza, sul sostegno a Kiev che “promuove il proseguo della guerra”, sull’amicizia con “le fetecchie tedesche” o con l’imbelle signora von der Leyen. Sono prese di posizioni che iscrivono Vannacci alla gara dei Gengis Kahn in corso in molti Paesi europei, dove i movimenti sovranisti spuntano come funghi e si rubano voti uno con l’altro nella sfida a chi è più estremista, feroce, provocatorio.

Anche per questo la possibile scissione non è un problema del solo Matteo Salvini. Anzi. Il capo della Lega potrebbe addirittura approfittarne per offrire al Nord il riequilibrio che chiede da un pezzo e puntellare così la sua leadership in difficoltà. La platea a cui punta Futuro Nazionale, come è evidente dal nome, è quella ben più vasta ed elettoralmente interessante della destra “arrabbiata”. C’è il mondo di Indipendenza!, la formazione di Gianni Alemanno con cui il generale aveva avuto incontri positivi prima della disavventura dell’arresto. C’è un pezzo del Popolo della Famiglia, con Mario Adinolfi che già espone le “naturali convergenze” con il generale. Ci sono una decina di sigle della remigrazione, le stesse che Matteo Salvini ancora corteggia ma che, di sicuro, si troveranno meglio al seguito di un parà in mimetica, un po’ battaglia di Algeri e un po’ retata di Minneapolis.

Ma cos’è che ha “autorizzato” l’operazione di Vannacci, cosa ha reso all’improvviso la gara dell’estremismo un’opzione praticabile anche in Italia? Solo sei mesi fa sarebbe stato velleitario immaginare di sfidare Matteo Salvini e Giorgia Meloni da una prospettiva “cattivista”. Nelle dichiarazioni e nei fatti il governo occupava una posizione sicura sul bordo estremo del racconto conservatore, ma le ultime dall’America hanno aperto uno spazio nuovo a destra della destra. È lo spazio dove si muove senza tanti complimenti l’Ice, il luogo dove i diritti civili sono fanfaluca, il woke si combatte licenziando i professori, chi protesta è un terrorista e la debolezza degli Stati è un buon motivo per prenderseli con i soldi o con la forza. Insomma: è lo spazio dove il “mondo al contrario” viene raddrizzato a bastonate da chi è più forte, determinato, spregiudicato, dove Trump e Putin diventano icone di una necessaria post-democrazia.

La scommessa di Vannacci è occupare quell’area, che lui immagina enorme (ieri ha sparato: perché tre per cento? Voglio il venti), e adesso tocca agli alleati decidere come gestire la sfida: se lavorare per tenerselo nonostante tutto oppure mandarlo a quel paese, agire per isolarlo, sterilizzare il suo partitino. Ci sarebbe anche una terza opzione, inseguirlo nella gara dei Gengis Khan, ma incrociamo le dita: speriamo non ci tocchi pure questa.


La stretta autoritaria


La stretta autoritaria

(di Michele Ainis – repubblica.it) – È un uomo, è una donna, spesso è un bambino. Fugge da una carestia o una guerra, chiedendo asilo dentro i nostri confini. Ma rappresenta l’alibi perfetto per giustificare ogni pulsione autoritaria, per sequestrare le libertà dei cittadini, oltre alla dignità che spetterebbe pure agli immigrati. Succede in America, ma ormai succede ovunque. Laggiù, quattro giorni dopo il suo solenne giuramento, Donald Trump pubblica la foto di alcuni immigrati irregolari che camminano in fila, ammanettati e in catene, verso un aereo militare che deve riportarli in patria, nel Guatemala. Inizia la nostra età dell’oro, commenta il presidente americano; ma in realtà s’apre un’epoca di ferro. Con una crisi costituzionale segnata in ultimo dalle imprese dell’Ice, la polizia politica agli ordini di Trump: bambini arrestati, manifestanti malmenati, due cittadini americani (Renee Good e Alex Pretti) uccisi a freddo sulla strada.E poi c’è la Francia, per fare un altro esempio. Dove i respingimenti con metodi brutali si ripetono da anni al confine italo-francese, specie alla frontiera di Ventimiglia, ormai militarizzata. Dove Amnesty International ha denunciato vessazioni contro chiunque aiutasse i migranti e i rifugiati a Calais e a Grande-Synthe. E dove le vittime della violenza poliziesca sono varie centinaia, secondo il media indipendente BastaMag; e per lo più si tratta di uomini con meno di 26 anni, il cui nome ha consonanze magrebine o in genere africane. Finché in ultimo la paranoia securitaria ha preso corpo in una legge: la Loi Sécurité Globale. Una legge liberticida, che prescrive un anno di prigione e 45 mila euro d’ammenda per chiunque diffonda l’immagine di un poliziotto all’opera, con buona pace del diritto all’informazione e della libertà di stampa.C’è inoltre l’Inghilterra, che trasferisce i richiedenti asilo a 6400 chilometri da Londra, grazie a un accordo con il governo del Ruanda costato 140 milioni di sterline. L’accordo venne censurato dai tribunali inglesi e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo; nell’aprile 2024 l’esecutivo si è sbarazzato delle critiche dichiarando per legge – il Rwanda Bill – che il Ruanda è un Paese sicuro, e che nessun giudice potrà mai dire il contrario. Meno sicuro, invece, il diritto di protesta: nel 2022 è entrato in vigore il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, che conferisce alle forze dell’ordine maggiori strumenti per fermare le proteste. Ne hanno fatto le spese centinaia di pensionati, arrestati l’anno scorso mentre manifestavano contro il genocidio perpetrato a Gaza.Infine il caso italiano.

Anche alle nostre latitudini l’immigrazione è una risorsa, non solo una minaccia, peraltro gonfiata ad arte da chi paventa la «sostituzione etnica». Degli immigrati abbiamo necessità per compensare il calo delle nascite, per trovare manodopera in agricoltura o nelle costruzioni o nel turismo, per incrementare le entrate fiscali, per pagare le pensioni ai nostri vecchi. Se in Italia l’occupazione cresce, è in gran parte merito loro: dal 2022 al 2024 gli occupati nati all’estero sono aumentati del 10 per cento, contro il 2 per cento dei nativi. Ciò nonostante, dal 2002 in Italia impera la legge Bossi-Fini, che ha reso assai più dura la vita agli immigrati, diventando la seconda causa d’arresti in città. E semmai la cambieranno, sarà per inasprirla, per renderla ancora più feroce, come ha annunciato la premier Meloni il 4 giugno 2024. E come è già accaduto con il decreto Cutro (n. 20 del 2023).Ma nel frattempo incrudelisce il trattamento riservato agli italiani. Per esempio con la norma anti-Gandhi: ossia la galera per chiunque interrompa la circolazione stradale con una manifestazione. Uno dei tanti effetti dell’ultimo decreto sicurezza, timbrato nel giugno scorso dalle Camere, che ha introdotto 14 nuovi reati e 9 aggravanti. O forse ormai il penultimo, dato che il governo ha già in grembo la nuova creatura. D’altronde i decreti sicurezza sono come il milleproroghe: arrivano ogni anno, puntuali e puntuti. Mentre il nemico esterno – l’immigrato – non è che un falso bersaglio. Il trofeo di caccia è il nemico interno, e lui invece è un italiano.


Saviano: il sì al referendum indebolisce la lotta alle mafie


Ogni riforma che allenta l’autonomia dei pm e frammenta il governo della magistratura rende più difficile colpire il potere dei clan

Carlo Nordio, ministro della Giustizia

(di Roberto Saviano – repubblica.it) – Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati del 22 e 23 marzo ha quale posta in gioco non solo l’assetto e l’indipendenza della magistratura, ma la tenuta della nostra antimafia. Ogni riforma che indebolisce l’autonomia del pubblico ministero, che frammenta il governo della magistratura o che espone l’azione giudiziaria al conflitto politico produce sempre infatti lo stesso effetto: rende più difficile colpire il potere mafioso lì dove oggi è più forte. Che non è la criminalità di strada per la quale il panpenalismo caro al governo Meloni ha moltiplicato le figure di reato che non aumentano la sicurezza ma sovraccaricano tribunali già al limite. Ma è l’economia, sono gli appalti pubblici, dove la politica intreccia rapporti con i grandi interessi che muovono merci e capitali. E che questa riforma non scalfisce in alcun modo.

Votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere finisce dunque per aiutare le mafie. Perché tutto ciò che indebolisce chi le contrasta ha come diretta conseguenza quella di rafforzarle. E non si tratta di una posizione ideologica, ma della presa d’atto di una costante storica: le organizzazioni mafiose prosperano quando l’azione giudiziaria è più fragile, più divisa, più isolata, più strumentalizzata a fini politici (da Garlasco alla famiglia nel bosco) al solo scopo di generare sfiducia e indebolirla nel suo complesso. E questa riforma sottoposta a referendum — al di là della retorica sulla “modernizzazione” — va esattamente in quella direzione.

Una magistratura più divisa è una magistratura più vulnerabile. E una magistratura vulnerabile è meno efficace nel colpire le mafie dove contano davvero: nei flussi finanziari, nelle relazioni opache, nelle zone grigie dove legalità e illegalità si confondono. Le grandi indagini antimafia non si reggono sull’eroismo dei singoli, ma su strutture solide, coordinate e indipendenti, capaci di sostenere inchieste lunghe, complesse e spesso scomode. E dunque, quando questi presìdi si indeboliscono, l’effetto è che le inchieste rallentano fino a spegnersi.

Si obietta che la separazione delle carriere è una semplice questione tecnica. E, in astratto, l’osservazione sarebbe persino condivisibile. Ma il referendum non chiama a decidere su un modello ideale di organizzazione giudiziaria. L’esito del referendum peserà su un sistema già sotto pressione. Separare il pubblico ministero significa renderlo più solo, più esposto, più governabile. Significa alterare gli equilibri del Csm e aumentare la permeabilità dell’ordine giudiziario all’influenza dell’esecutivo attraverso carriere, nomine e disciplina.

La separazione delle carriere non toglie potere allo Stato: lo concentra. E ogni volta che il potere si concentra nell’esecutivo, i contrappesi democratici rischiano seriamente di indebolirsi. Per la gioia delle mafie. Che non temono l’arresto del singolo boss, ma uno Stato capace di ricostruire reti, patrimoni e relazioni con il potere economico e politico.

Gli osservatori attenti sanno bene come il mito dell’antimafia di cui questo governo ama dirsi custode e paladino è una narrazione falsa. Dietro la retorica di durezza e inflessibilità, le scelte concrete di governo non rafforzano l’antimafia, ma rendono più tollerabile, silenziosa, normale — sì, normale è la parola esatta — la presenza mafiosa nell’economia legale. E del resto le mafie oggi cercano questo: normalità: società formalmente pulite, subappalti, professionisti insospettabili, crediti fiscali, intermediazioni. È su questo terreno che si misura la serietà di un governo ed è proprio qui che gli anticorpi sono stati indeboliti. Senza girarci troppo intorno, questo governo ha “imposto” una riforma costituzionale escludendo dalla discussione il Parlamento. E ha spesso presentato questa riforma come una “punizione” per la magistratura che — a suo dire — deve essere “ridimensionata”, ma allo stesso tempo senza che ne venga indicata una prospettiva futura. Perché se è vero che la separazione delle carriere è un primo passo per una riforma strutturale della giustizia, è lecito domandarsi: cosa verrà dopo?

Con queste premesse non è possibile firmare assegni in bianco. Non in un sistema che rende il pubblico ministero più isolato, più esposto, più governabile.

E che la bandiera antimafia di questo governo sia solo forma e non sostanza lo dimostrano le sue decisioni. A cominciare dal nuovo Codice degli appalti che non favorisce le mafie per una singola soglia o procedura, ma perché modifica il clima dell’economia pubblica: meno controllo preventivo, più discrezionalità; meno regole impersonali, più relazioni. La parola chiave diventa “fiducia”. Ma le mafie non hanno mai temuto la fiducia: l’hanno sempre sfruttata. Dove lo Stato rinuncia a verificare prima, qualcun altro entra subito: meno gare, infatti, significa meno trasparenza, perché le mafie non vincono le gare, ottengono incarichi. La moltiplicazione dei subappalti spezza i controlli e rende invisibile l’origine dei capitali; la velocità diventa un valore in sé, comprimendo verifiche e istruttorie. E i controlli? Quelli arrivano dopo, quando i flussi si sono già mossi.

In questo quadro, il funzionario pubblico è più solo, mentre l’Autorità anticorruzione viene progressivamente ridotta a un ruolo di osservazione, non di interdizione.

Le mafie non temono chi segnala e dà avvio a procedure dai tempi lunghi. Le mafie temono chi può fermarle subito. E resta poi il grande assente: il governo dei flussi finanziari. È lì che le mafie operano oggi, perché non cercano visibilità, ma rendimenti.

A questo si aggiunge un altro fronte decisivo, spesso mascherato dal linguaggio dei diritti: la limitazione delle intercettazioni. Anche qui l’equivoco è voluto. La privacy non si difende impedendo di intercettare, ma impedendo di pubblicare ciò che non ha rilevanza penale. Ridurre o scoraggiare l’uso delle intercettazioni nelle indagini antimafia è un regalo alle organizzazioni criminali. Le mafie di oggi non parlano con le armi, ma con telefoni, messaggi cifrati, mediazioni informali. Senza intercettazioni non si vedono le reti, solo gli effetti finali. Limitare questo strumento non tutela i diritti: rende le mafie più tranquille.

Lo stesso schema si è visto nella gestione dell’edilizia durante il periodo Covid. Un incentivo nato da un’idea giusta è stato costruito senza controlli adeguati ed è diventato uno dei più grandi spazi di intermediazione opaca degli ultimi decenni. Il problema non è stata l’intenzione iniziale, ma l’assenza di anticorpi. Questo governo non ha corretto quell’errore strutturale: lo ha continuato. Ha chiuso un canale senza rafforzare il sistema. Ha bloccato i bonus senza colpire i flussi mafiosi alla radice. E il denaro mafioso, quando incontra un ostacolo, non si ferma: si sposta. Dai bonus agli appalti, dalla piccola edilizia alle grandi opere. L’errore diventa metodo.

E così per l’abolizione del reato di abuso d’ufficio che, presentata come tutela per sindaci e funzionari, ha smantellato uno dei pochi strumenti capaci di colpire le zone grigie: il punto di contatto tra potere pubblico e interessi privati. Non si è protetta la buona amministrazione ma si è disarmata la capacità dello Stato di intervenire prima che il favore diventi sistema.

Il decreto Caivano, poi, altra bandiera di questo governo, ripete l’errore: più carcere minorile, meno lavoro concreto sui giovani in un territorio dove manca tutto. È una scelta miope perché le mafie prosperano nel carcere precoce. Anticipare e inasprire la punizione lungi da avere un carattere di deterrenza, al contrario significa anticipare l’affiliazione: lo Stato punisce prima, la mafia accoglie prima. Oltretutto si colpisce il disagio, la povertà, la mancanza totale di risorse e prospettive, non le strutture criminali. Si reprime a valle, mai a monte.

Dire che questo governo sia “amico delle mafie” sarebbe una caricatura, ma non è certo un governo antimafia. Ha indebolito controlli, prevenzione e anticorpi. Ha privilegiato la repressione simbolica e trascurato l’economia criminale. Ha parlato di legalità mentre lasciava crescere opacità.

Ed è qui che il cerchio si chiude. Questo referendum, presentato come scelta di modernizzazione, è l’ultimo tassello di (per alcuni il primo passo per) una fragilità più ampia. Un tassello che rende l’antimafia più debole, più lenta, più isolata. Le mafie non chiedono protezione e complicità, ma spazio, stanchezza istituzionale, zone grigie e assenza di visione.

Se vince il Sì, questo spazio si allargherà. Non per una scelta di complicità, ma perché verranno indeboliti proprio gli strumenti che oggi permettono di colpire le mafie dove sono più esposte: nei patrimoni, negli appalti, nelle connessioni con politica e affari.

Le organizzazioni criminali vincono nel silenzio. Vincono quando mettono radici nel sistema economico fino a diventarne parte integrante, quando le maglie del controllo si allargano al punto da permettere loro di confondersi con lo sfondo. Vincono quando la loro presenza non fa più notizia, quando non appare più come un’anomalia, ma come un elemento ordinario del funzionamento dell’economia e dell’amministrazione.

Le mafie diventano presenza normale quando non hanno più bisogno di minacciare, quando operano attraverso società pulite, professionisti rispettabili, procedure apparentemente regolari. Quando non violano le regole in modo plateale ma le abitano, le piegano a loro profitto. È in quel momento che vincono davvero. Non quando sparano, ma quando non disturbano. Non quando fanno paura, ma quando non sembrano più un’emergenza, anzi una risorsa.


A cavalcioni di una voragine


(di Michele Serra – repubblica.it) – La catastrofica frana di Niscemi (compreso il ritardo di almeno un paio di giorni con il quale è diventata un caso nazionale) ci richiama per la milionesima volta al nostro grande guaio strutturale, che è anche un grande guaio culturale: non siamo calibrati (mai!) sulla cura, sulla manutenzione, sull’ordinaria tutela del territorio e di noi stessi.

Viviamo solo per l’eccezionale e per il mirabolante, come bambini annoiati, o forse come depressi bisognosi di shock emotivi. Per dirla con Altan: «L’italiano è un popolo straordinario, mi piacerebbe che fosse un popolo normale».

Come già scritto infinite volte, non è il Ponte sullo Stretto in sé a sembrarci inutile e inopportuno. I ponti sono opere magnifiche: tutti. A sembrarci inutile e inopportuno è il Ponte sullo Stretto in questo Paese e nello specifico a cavalcioni tra quelle due regioni, malate di trascuratezza e di abbandono.

È come voler costruire un eliporto sul tetto di una casa con gli impianti sfasciati, i vetri rotti e l’intonaco diroccato: perché farlo, se non per fingere che ogni nostra magagna sia scavalcabile in un solo balzo? È il mito eterno del talento italiano come alibi delle nostre omissioni e delle nostre inettitudini.

Di quel Ponte, allo stato delle cose, non c’è neppure la certezza tecnica che sia effettivamente realizzabile, con una campata unica quasi tripla rispetto alla più lunga del mondo. Vedendo le coste siciliane corrose dall’uragano, e una città sprofondare, come non pensare che quella caterva di miliardi pubblici congelati per puro puntiglio politico servirebbero tutti e subito per ben altre necessità, più umili, più urgenti, più vitali?


Propaganda olimpica


Aspettando le delegazioni olimpiche, ben altri atleti hanno già iniziato a cimentarsi nello sport preferito dal governo: la propaganda

Propaganda olimpica

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Servirebbe la proverbiale calma olimpica per non perdere la pazienza ad una settimana dall’apertura dei Giochi di Milano-Cortina, che assomigliano sempre più al contesto in cui il vero evento sono diventate, strada facendo, le polemiche che con cadenza quotidiana continuano a scandire il conto alla rovescia verso il debutto.

Dovevano essere le Olimpiadi a costo zero – sì, come no! – ma il conto potrebbe toccare la cifra monstre (tra infrastrutture e gestione) di 5,7 miliardi, per la gran parte a carico dei contribuenti. Per non parlare dei ritardi accumulati. A dicembre dell’anno scorso, stando all’ultimo report redatto da Libera e dalle altre 20 associazioni aderenti alla rete civica Open Olympics 2026, solo 42 delle 98 opere previste saranno completate prima dell’inizio dei Giochi (l’ultimo cantiere chiuderà i battenti nel 2033). Per quadrare il cerchio, sempre lo stesso report metteva in fila l’elenco delle criticità: dall’impatto ambientale alla spesa complessiva ai subappalti (“Sono visibili i nomi, ma non i valori economici”).

È su questo palco raffazzonato che, aspettando la fiaccola e le delegazioni olimpiche, ben altri atleti hanno già iniziato a cimentarsi nello sport preferito dal governo: la propaganda. Pazienza se i Giochi a costo zero sono già un salasso per le finanze pubbliche. A preoccupare il ministro Andrea Abodi è ciò che Ghali potrebbe dire alla cerimonia di inaugurazione. Non sia mai dovesse concedere il bis di quello “Stop al genocidio” a Gaza pronunciato a Sanremo, urtando la suscettibilità del ricercato internazionale Netanyahu. “Non condividiamo (noi, soggetto sottinteso: ma noi chi? Ndr) il suo pensiero, che non sarà espresso sul palco”, ha giurato il titolare dello Sport, protagonista forse senza rendersene conto di un curioso caso di censura preventiva o, in subordine, di chiaroveggenza.

A contendergli l’oro nella gara a chi la spara più grossa, immancabile, il collega Antonio Tajani. Dopo aver rassicurato che, in fondo, gli agenti dell’Ice non sono mica le SS – anche se assomigliano tanto alla Gestapo – ieri è tornato sulla questione: “Non c’è da fare allarmismo, saranno tre persone che lavoreranno presso il consolato Usa a Milano”. Tipo tre pacifici impiegati del catasto. Scene di giubilo da Gaza a Minneapolis.