
(ilfattoquotidiano.it) – “È ridicolo che tirino fuori responsabilità dell’opposizione per gli scontri in Val di Susa. Se quelli del governo Meloni vogliono fare gli statisti, guardino come gli statisti democristiani, socialdemocratici, liberali, persino molti esponenti del Msi, si sono comportati durante gli Anni di Piombo“. Sono le parole pronunciate a L’aria che tira (La7) dal filosofo Massimo Cacciari, commentando gli scontri del 25 luglio nei cantieri della Torino-Lione e le accuse lanciate dall’esecutivo contro le forze di opposizione. La destra di governo, a partire dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal vicepremier Antonio Tajani e da esponenti di Fratelli d’Italia, ha addebitato all’opposizione parlamentare una forma di responsabilità politica: aver alimentato un clima di indulgenza o di scarsa condanna verso le frange più radicali del movimento No Tav, contribuendo così a legittimare le azioni violente contro le forze dell’ordine e le infrastrutture.
Cacciari respinge con toni durissimi questa lettura: “In Italia, e non solo in Italia, ci sono stati gli Anni di Piombo, una violenza politica vera e propria che non ha nulla a che fare con quella di cui stiamo parlando oggi: nulla, è una cosa completamente diversa. In quella situazione tragica per il Paese, nessun democristiano, nessun liberale, nessun esponente delle forze di governo si è sognato di dare alcuna responsabilità al Partito Comunista. Neanche i missini. Le classi politiche vere, quando si trovano in una situazione di difficoltà, e quella degli anni ’70 non è neanche paragonabile alle manifestazioni e alle questioni di oggi, non hanno mai strumentalizzato”.
Il filosofo invita quindi l’attuale maggioranza a ispirarsi a quel precedente storico di responsabilità istituzionale, anziché utilizzare gli scontri in Val di Susa come strumento di polemica politica.
Nel corso della stessa intervista Cacciari risponde anche alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui Giorgia Meloni al Quirinale sarebbe “una fortuna”. “Non lo so, ma la cosa non mi scandalizza minimamente – osserva l’ex sindaco di Venezia – Sotto certi aspetti Meloni presidente della Repubblica mi sembrerebbe la conclusione logica della deriva della politica italiana nel corso degli ultimi decenni“.
E spiega: “La nostra politica si è retta all’interno dell’alleanza costituzionale, cioè il quadro includeva i partiti che avevano sostenuto e fatto la Costituzione. La Meloni viene da una storia completamente diversa, ma questa storia oggi ha guadagnato via via posti di potere sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio”.
Cacciari conclude amaramente: “Quella storia italiana passata, con buona pace di tanti miei colleghi, è finita: è del tutto logico che gli eredi di coloro che erano contro la Costituzione diventino presidenti della Repubblica”.
Solo 125 milioni per lo sconticino a tempo sul diesel. E una paccata di miliardi a debito per il riarmo. Ricordatevelo mentre fate il pieno

(di Antonio Pitoni – lanotizigiornale.it) – Mentre state facendo rifornimento, fissando il contatore che si beve due euro (più o meno) al secondo per ogni litro di gasolio riversato nel serbatoio, tenete a mente questo numero: 125 milioni. È la cifra faticosamente racimolata dal governo per mettere una toppa – 17 centesimi di sconto fino al 6 agosto e solo sul diesel – alla folle corsa dei prezzi dei carburanti innescata dall’insensata guerra scatenata dal simpatico duo Trump-Netanyahu.
Ora, mentre guardate il conto lievitare sul display, concentratevi su un altro numero: 14,9 miliardi di euro. È la cifra monstre (per adesso) per la quale il governo Meloni conta di indebitare noi e i nostri figli negli anni a venire per iscrivere l’Italia ad un’altra folle corsa. Quella del riarmo, impostaci dallo stesso Trump (il 5% del Pil in spese militari come obbligo Nato) e dalla deriva bellicista europea sponsorizzata da Ursula Bomb der Leyen (800 miliardi di Rearm Eu).
Ieri, al netto della frenata della Lega, che sull’uso dei fondi Safe (i prestiti Ue per lo shopping militare) invoca “l’ultima parola” del Parlamento – come se l’esito di una eventuale votazione non fosse scontato – abbiamo appreso dal ministro Tajani che il governo ha deciso di utilizzare proprio lo strumento dei prestiti Safe (a tasso agevolato con scadenza a 45 anni), “chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro fine anno“. Salvo poi precisare, dopo l’altolà del Carroccio, che “ne utilizzeremo probabilmente di meno“.
A buttare acqua sul fuoco del balletto delle cifre ci prova pure il ministro Crosetto, spiegando che se il ricorso al Safe “una scelta totalmente tecnica”, la scelta politica sarà “lo scostamento di bilancio”. Insomma, un cortocircuito tra i ministri dei tre principali partiti di maggioranza che lascia comunque una certezza. Qualunque sia lo strumento e a prescindere dal quantum, servirà una paccata di miliardi per onorare gli impegni assunti dal governo in sede internazionale. Tenetelo a mente la prossima volta che bestemmierete per il conto del distributore.

(Elena Basile – lafionda.org) – In Germania stanno per approvare in Parlamento nuove sanzioni (fino a 5 anni di reclusione) per chi nega il “diritto a esistere di Israele”. Con un coraggio straordinario Craig Mokhiber – che ho potuto conoscere grazie alla rassegna stampa di Angelo Gaccione – scrive un bellissimo articolo in cui ricorda le violazioni di Israele, a partire dalla Nakba (1947/49), dalla linea verde (confini con Libano, Siria, Gaza e Cisgiordania, mai legalizzati) e dalle terre occupate nel 1967, fino all’assedio di Gaza, alle punizioni collettive avvenute prima del 7 ottobre 2023, al genocidio, all’apartheid e alla violenza dei coloni in Cisgiordania, che continua in modo feroce in questi giorni.
Craig ricorda che Israele si è autodefinito Stato ebraico, non riconoscendosi come lo Stato dei palestinesi, musulmani e cristiani che vi abitano, e non ha mai legalizzato i propri confini. Con alcune leggi infami (Dahya) ha legittimato l’uccisione in massa di civili e, con la direttiva Annibale, il sacrificio in massa dei propri cittadini. Israele incarcera minori, sequestra senza processo i palestinesi e legittima le torture in carcere. Oggetto di dibattito pubblico è se i palestinesi possano essere o meno stuprati in carcere.
Lo Stato terrorista è sotto accusa dell’unico tribunale dell’ONU, la CPI, che ha emanato misure cautelari (mai applicate da Israele) considerando plausibile il genocidio. Il Procuratore della CPI Khan, incurante delle minacce, ha incriminato Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Gallant. Oggi la sconta: è accusato di abusi sessuali. Israele viola di continuo il diritto internazionale con uccisioni mirate all’estero di leader politici e dissenzienti, e aggredisce Siria, Libano, Iran. Riceve il supporto incondizionato e bipartisan degli Stati Uniti e dell’Occidente democratico, con poche sfumature di rilievo.
Craig Mokhiber si domanda cosa significhi l’espressione propagandistica “Israele ha il diritto di esistere”. Lo Stato esiste nell’illegalità. Il regime di apartheid sudafricano aveva diritto di esistere perché era minacciato dalla maggioranza dei neri che utilizzavano anche la violenza? La Risoluzione 181 dell’ONU permetteva la nascita di Israele accanto allo Stato palestinese. La Storia non può essere travisata. Israele non ha tollerato l’idea di due Stati su un unico territorio fin dai tempi di Golda Meir, che negava la soggettività palestinese e il loro possibile diritto alla terra. In seguito alla creazione del Likud e del progetto Grande Israele, dopo il genocidio, non credo vi possano essere dubbi in proposito.
L’antifascismo, ha dichiarato Massimo Cacciari, oggi passa dalla condanna di Israele, non attraverso patetici patentini del PD in versione anti-Meloni. Chiederei alla Segretaria del partito che raccoglie l’eredità democristiana e incarnerebbe anche quella fantasma socialista e berlingueriana di pronunciarsi su questa questione essenziale. Lo domanderei, sì, io miserrima cittadina insieme a tanti altri, anche al Presidente della Repubblica: Israele deve essere isolato e sanzionato per le sue continue violazioni del diritto internazionale e onusiano, e per il genocidio in corso dei gazawi, come dovere repubblicano, antifascista, costituzionale, nel rispetto dei valori umanistici europei?
Non si possono tollerare i doppi standard in base ai quali sono applicati 21 pacchetti di sanzioni alla Russia per la violazione delle frontiere ucraine, mentre Israele è libero di perpetrare crimini ben più atroci. Difendere la memoria dell’Olocausto significa opporsi alla violenza perpetrata non solo contro il popolo ebraico, ma contro tutti i popoli. L’Europa, Germania in primis, rea del genocidio del popolo ebraico, pensa oggi di scagionarsi con l’appoggio incondizionato di Israele e della sua violenza criminale e razziale?
Che la cittadinanza, l’intellighenzia antifascista, ebraica e non, e la diaspora ebraica insorgano finalmente contro la barbarie e contro una classe politica e dirigente messa in ginocchio dallo strapotere della lobby dei sionisti cristiani e israeliani! Le manifestazioni chiamate con disprezzo “pro-pal” sono state represse. Con una mirabile manipolazione mediatica e politica, dopo aver dato luce verde all’indignazione espressa nelle piazze, i DEM, i socialisti europei e naturalmente il centrosinistra italiano sono riusciti, grazie all’iniziativa trumpiana del Board of Peace, a occultare i crimini israeliani, scomparsi dalle prime pagine dei giornali.
I giovani sono tornati ai loro computer, la falsa sinistra a spacciare una guerra di dominio contro le potenze del surplus nella difesa della democrazia ucraina. È terribile che in un’Europa laica si debbano richiamare le parole del Papa, che oggi rappresenta l’unica opposizione alla barbarie. I cattolici non sono più rappresentati politicamente. Gli epigoni della DC, dal PD ai Popolari europei, celebrano la guerra con una retorica violenta, dimenticando le vittime ucraine e palestinesi. Cerchino le masse popolari cattoliche nuovi referenti!
(dagospia.com) – Ieri su La7 è andato “in onda” un’esecuzione: starring le vestali della “gauche de pollo” Marianna Aprile e la cronista di “Domani” Daniela Preziosi. Complice, un Luca Telese in versione Poldo di Braccio di Ferro, spettatore passivo, appisolato e appesantito dai carboidrati.
Vittima della tele-giubilazione Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo che ha la colpa di aver abbandonato il Pd per incompatibilità ideologica. Tradotto: il “Campo largo” ha troppa ambiguità su Putin, sulla guerra in Ucraina e sul riarmo europeo.
La tesi è che Vannacci e Conte pari siano, almeno dal punto di vista dell’approccio internazionale. Una tesi che ha scatenato risolini irrispettosi e occhiatacce, sguardi di scherno e supponenza, in un clima da resa dei conti tutta interna alla sinistra.
L’ex piddina ha provato ad argomentare, ma ogni volta che estendeva il discorso trovava o la erre moscia di Marianna Aprile, arrotatissima per l’occasione, o gli strali indignati della giornalista di “Domani”.
Non appena ha osato mettere in discussione Elly Schlein sulla questione del prestito Safe (“Come al solito, si finge morta”), Aprile, che ha sfoggiato per l’occasione un gilet scollatissimo e un bracciale di pelle fetish, si è irrigidita: “Non è che deve dichiarare su ogni cosa che dice Tajani…”.
La supponenza radical ha sfondato il muro dell’indecenza quando Picierno ha provato a spiegare che alla manifestazione di Napoli, di fronte alle bestialità di Conte (“Stanno creando la minaccia russa per costringerci al riarmo”), Schlein avrebbe potuto dire qualcosa.
L’esperta cronista di “Domani”, molto vicina e organica alla sinistra, è stata la più aggressiva nel difendere Schlein e soprattutto Giuseppe Conte: “Mi pare che il Partito Democratico nella sua grande pluralità ha raccontato questa roba. È chiaro che Conte ha un’altra posizione in Europa ma: qual è il desiderio buttare e spingere quel partito e il suo elettorato nelle braccia, diciamo degli antieuropeisti? Io penso che la funzione della politica è esattamente quella di includere e portare a casa questo risultato. Quelli che fanno politica, quelli che vogliono stare al 2% invece stanno al 2%”
E quando Picierno dice un’ovvietà sotto gli occhi di tutti (“Le posizioni di Conte sono posizioni filo putiniane e sono esattamente identiche a quelle di Vannacci, tanto che al Parlamento europeo votano stabilmente allo stesso modo”), Preziosi non si è tenuta più: “È inascoltabile quello che stai dicendo”.
Le posizioni filo-russe di Telese non sono una novità, su X si è scontrato spesso con Picierno, ma ieri sera il corpulento conduttore aveva il ruolo del pacioso mediatore, che teneva a bada due scatenate mastine…
La parte dell’europeista, a sostegno di Picierno, avrebbe dovuto sostenerla Claudio Cerasa, che invece sembrava mezzo imbambolato, con un ciuffetto da AlfaAlfa di “Simpatiche canaglie” e le caviglie scoperte dai pantaloni troppo corti…
Morale della fava: nonostante la postura spigolosa di Picierno non ispiri simpatia, il tandem “sinistro” composto dall’ex firma del settimanale “Oggi”, Marianna Aprile, e la “vestale” dell’ortodossia da Casa del Popolo, Daniela Preziosi, è riuscito a trasformare la segaligna Picierno in una “vittima” con cui empatizzare.
Trascrizione di un estratto della puntata di ieri di “In Onda”, su La7
Luca Telese: Volevo chiedere a Pina Picerno, se voi fate parte di quel pezzo di sinistra che evocava Cerasa, siete favorevoli a spendere questi 15 miliardi anche con questa forma a debito?
Pina Picierno: Ma intanto, per chiarire a chi ci sta ascoltando cos’è safe, poi arrivo naturalmente alla domanda. Safe è uno strumento che utilizza lo stesso principio di Sure, he utilizzava appunto soldi a debito per le casse integrazioni durante il Covid, per utilizzare dei fondi aggiuntivi che vengono subordinati all’idea di fare acquisti comuni.
Traduco, è il primo passo verso la costruzione della famosissima difesa comune europea. Quindi fa un po’ sorridere.
Marianna Aprile: Cioì quei soldi possono essere spesi solo in armi che vengono prodotte….
Pina PIcierno: In progetti di acquisto condiviso con altri paesi, quindi con degli obiettivi che si condividono con altri paesi europei. E quindi, in questo senso, il primo piccolo passo verso la costruzione della difesa comune europea. Ma è un piccolo passo, però, e dunque fa un po’ sorridere, dico la verità, il posizionamento sia della maggioranza.
Ho trovato un po ridicolo Tajani, dico la verità
Luca Telese: Perché ridicolo?
Pina Picierno: Quando si parla di aver prenotato quei fondi, quei fondi sono già prenotati. Il punto che l’Italia deve dire chiaramente se li spende o non li spende. E non è che l’Unione europea può aspettare che si risolvano questioni di leadership o di egemonia politica culturale il dentro il campo della destra.
Se non venissero utilizzati dall’Italia, quei soldi saranno rimessi a bando per essere utilizzati da altri paesi che saranno, assicuro, ben felici di poterli utilizzare.
Dall’altro lato, invece, nel “campo Lavrov”, come sapete, l’ho ribattezzato, succede più o meno la stessa cosa, però. Cioè succede che si parla della volontà di avere la difesa comune europea. E poi, quando c’è un piccolo primo passo che va in quella direzione, si fingono morti o cominciano i distinguo… Schlein non pervenuta, come al solito recita la parte che le viene meglio, cioè fingersi morta, Conte dice no…
Marianna Aprile: Non è che deve dichiarare su ogni cosa che dice Tajani
Pina Picierno: Insomma, fare distinzioni…
Luca Telese: Ma anche la Schlein è Lavrov, perché ha fatto un’intervista a Cerasa pochi giorni fa in cui ha detto qualunque spesa e qualunque atto a favore dell’Ucraina… sembra un po’ ingeneroso per Schlein, poi chiamo Cerasa come testimone
Pina Picierno: Ho trovato quell’intervista finalmente una bella intervista in cui finalmente si dicono cose chiare. Il problema qual è? Che Schlein tende ad assumere un po’l la formula gradita all’interlocutore. Quindi davanti al palco unitario a Napoli…
Luca Telese: È stata sedotta da Claudio
Pina Picierno: Probabilmente sì, perché sul palco di Napoli, davanti alle parole inaccettabili, gravissime di Giuseppe Conte, “stanno costruendo una minaccia russa, per costringerci al riarmo”, la Schlein è stata muta, zitta.
Marianna Aprile: Doveva buttarlo giù dal palco, ahah?
Luca Telese: Lo doveva aggredire, ahah
Daniela Preziosi: Ahah, c’era già movimento in quella piazza, non poteva aggiungerne altro, phah
Pina Picierno: Qualsiasi leader europeista e progressista sarebbe saltato dalla sedia. Schlein assume la forma del gradita l’interlocutore, che non è proprio una grande prova di leadership.
Daniela Preziosi: Beh, intanto è il leader di un partito del 20%, dai…
Pina Picierno: Però fatemi finire su un punto perché l’ha chiesto a me. Come il centro europeista si pone. Ecco, fuori da entrambi questi populismi, perché questo dibattito surreale italiano che fa sorridere mezza Europa è esattamente il frutto avvelenato del bi populismo italiano.
[…] Daniela Preziosi: Io trovo molto ingenerosa questa vicenda del campo Lavrov e Pina guarda proprio. Però insomma, proprio perché dall’altra parte hai un Salvini che ha preso i soldi da un partito russo e quello sarebbe nel caso il “campo Lavrov”.
Pina Picierno: Le posizioni di Conte non sono molto diverse…
Daniela Preziosi: No sono molto diverse, però non faccio l’avvocato solo dico solamente che se uno deve fare sulle previsioni della durata del governo e soprattutto dell’efficacia Giorgia Meloni aveva sempre tenuto a bada le intemperanze filo russe questo sì di Salvini.
Ora non ce la fa più perché c’è invece uno che è ancora più filo russo che sfida da quella parte come Vannacci e quindi non riesce più a tenere questo equilibrio. E dall’altra parte questa vicenda lei la deve tenere assolutamente in piedi, si è data degli obiettivi che non erano fattibili, non ce l’ha fatta a portarli avanti, però deve comunque.
Marianna Aprile: Quindi almeno il 4 settembre lo portiamo a casa.
Daniela Preziosi: Allora questo però ci racconta che tutte queste contraddizioni c’erano e ci sono e ci laicizza anche il discorso sull’altra parte, no? Ecco, queste contraddizioni c’erano e ci sono. Ovviamente Tajani è un’europeista, è uno del Partito Popolare e non può che pensare che safe è normale prenderlo. Lo pensa da quest’altra parte anche il Partito Democratico, anche se pensa che non bisogna aumentare la spesa per le armi e quindi nel caso non lo userebbe, ma dice che quello è uno strumento, me lo ha detto in pubblico persino Bersani.
Pina Picierno: Schlein non l’ha mai detto questo, però.
Daniela Preziosi: Senti, chiamala, non so come dire, non è che ti deve rispondere, non è che ti deve rispondere. Capisco che anche tu sei in campagna elettorale e anche questa è una politica che certo, ma non è che deve rispondere in tutte, guarda, ha risposto a un sacco di domande.
L’intervista che ha dato al quotidiano di Cerasa era assolutamente piena di domande con delle risposte. Io voglio dire che io non ho trovato nessuna novità perché lei ha sempre detto la stessa cosa sull’Ucraina.
Sono contenta che abbia parlato anche con il Foglio, mi pare che era molto tempo e non lo faceva, perché comunque penso che una che si candida a fare la Presidente del Consiglio deve parlare con una forza, con un grande schieramento di forze politiche, di interlocutori
Mi pare che il Partito Democratico nella sua grande pluralità ha raccontato questa roba. È chiaro che Conte ha un’altra posizione in Europa ma: qual è il desiderio buttare e spingere quel partito e il suo elettorato nelle braccia, diciamo degli antieuropeisti? Io penso che la funzione della politica è esattamente quella di includere e portare a casa questo risultato. Quelli che fanno politica, quelli che vogliono stare al 2% invece stanno al 2% e si litigano con gli altri.
Marianna Aprile: A proposito di legge elettorale, insomma, tutte le disposizioni che si fanno su se si votasse con questa legge sarebbe un pareggio con la prossima forse pure non si sa bene quali saranno gli effetti reali però diciamo le proiezioni non mettono completamente al riparo su quanto…
Insomma stando ai sondaggi quanto una vittoria netta di uno dei due schieramenti Allora qui entrate in gioco voi perché lei ha appena finito di dire che appunto siete lontani da questo come lo chiama lei bipopulismo però voi rischiate di essere o inutili o, se c’è un pareggio, determinanti. La domanda è se per voi farebbe vi schierereste allo stesso modo da una parte o dall’altra. Ma sono due schieramenti per voi ugualmente potabili.
Pina Picierno: Allora, ad oggi e al momento, per come sono posizionati entrambi gli schieramenti su questioni che sono per me e per noi di rilevanza assoluta, penso alla politica europea, alla politica internazionale. E non ci sono, purtroppo, devo dire, grandi differenze.
Lo dico anche con rammarico a Daniela Preziosi, perché quando mi si dice il PD ha avuto una posizione. Perché di Conte nemmeno parlo.
Le posizioni di Conte sono posizioni filo putiniane e sono esattamente identiche a quelle di Vannacci, tanto che al Parlamento europeo votano stabilmente allo stesso modo. Movimento cinque stelle, insieme alla Lega, votano allo stesso modo su tutte le questioni fondamentali. Quindi, come dire, abbiamo la prova, non sono opinioni.
Marianna Aprile: Lei sosterrebbe una coalizione con dentro un Vannacci che risponde alla destra del governo d’Italia sono uguali.
Daniela Preziosi: IL Pd e Fratelli d’Italia sono uguali…siccome votano insieme sono uguali
Pina Picierno: È il posizionamento. Daniela, ma da cosa noi definiamo il posizionamento di una forza politica se non dalle cose che dicono i leader e dei voti? Allora Conte dice le stesse cose che dice Vannacci.
Luca Telese: Non è vero, ha detto che è a favore del sostegno dell’Ucraina.
Pina Picierno: L’ambiguità del Partito Democratico sull’Ucraina è stata una delle ragioni fondamentali per le quali io ho lasciato quel partito.
Marianna Aprile: Ma non ci ha detto per cui starebbe…
Pina Picierno: Ci arrivo, voglio dire che le ambiguità, i frutti avvelenati del populismo, perché il Pd quel campo. Daniela Preziosi si rizela se chiamo Lavrov, ma ad oggi ha le stesse posizioni, purtroppo di Vannacci.
Daniela Preziosi: Penso che sia inascoltabile quello che stai dicendo
Pina Picierno: Ma io da Vannacci meno quello che stai dicendo me lo aspetto. Mi aspetto quelle posizioni da Salvini, me lo aspetto da una coalizione che dice in teoria di essere progressista e di essere democratica non posso accettare minimamente che si abbiano posizionamenti ambigui…
Marianna Aprile: Abbiamo solo un minuto, vorrei la risposta alla domanda: di qua o di là?
Pina Picierno: Ma da nessuna delle due parti
Marianna Aprile: Quindi inutili…
Pina Picierno: Ma non è vero inutili lo decideranno gli italiani.
Marianna Aprile: A meno che non prendIate il 51 per cento, cosa che mi sento di escluere….
Pina Picierno: Gli italiani avranno uno strumento fondamentale in mano, la possibilità di recarsi nelle urne e di decidere se affidare il Paese a dei populisti di destra o dei populisti di sinistra, di andare a votare scegliendo il meno peggio.
Marianna Aprile: Lei pensa di andare a potenza che il centro possa arrivare al 51 o al 42?
Daniela Preziosi: Quello che c’era sicuramente ad oggi è governato da Fratelli d’Italia o da Partito Democratico è uguale. Mi ricorda Bertinotti.
Claudio Cerasa: Questa è la domanda che volevo fare a Picerno è contenta che Giorgia Meloni si interessi alla possibilità che ci sia un terzo polo riformista?
Pina PIcierno: Ma no, ma manco per l’idea. Perché per me, come ho detto, il polo diciamo di destra è uguale e ugualmente dannoso al polo di sinistra. Sono due populismi contrari, ma uguali nella sostanza.
Allora io penso che ci sia un’enorme fetta di italiani che vuole, non urla, ma serietà, che non è interessata a una proposta politica che vuole raccontare chi è, perché questo è la deriva…
Voi avete parlato nel corso di questi giorni tanto di violenza politica e io penso sia un tema utile e importante. La violenza politica trova un innesco pazzesco nella polarizzazione identitaria…

(di Beppe Grillo – beppegrillo.it) – Il MoVimento 5 Stelle ha perso la sua identità, soprattutto ha perso la sua “diversità”. Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio. Eppure, qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo… Era la delusione verso un modello occidentale fondato sulla democrazia e sui diritti, ma sempre più dominato dal capitalismo.
Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse.
Noi avevamo provato a darne alcune, distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione. Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni, democrazia diretta e transizione ecologica; proposte che, con il tempo, sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet.
Oggi la crisi del modello occidentale è più profonda, il sistema viene consumato dall’interno e messo sotto pressione dall’esterno; anche il disagio legato all’immigrazione, quando i flussi vengono lasciati senza governo e senza integrazione, è il sintomo di una malattia che la politica preferisce usare anziché curare. Da una parte si grida all’invasione, dall’altra si finge che il problema non esista, e in mezzo restano i cittadini e gli immigrati, dentro una società divisa. Se pensiamo che il modello occidentale debba essere difeso, dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo.
Il programma dovrebbe partire da qui, dall’ascolto.
Le domande riguardano la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità. Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio.
Prendiamo il lavoro, se una parte delle attività sarà svolta da intelligenze artificiali e robot, chi riceverà la ricchezza prodotta? Le macchine lavoreranno e gli esseri umani guarderanno? Avremo pochi proprietari degli algoritmi e milioni di persone con un abbonamento mensile alla sopravvivenza? Questo scenario impone politiche sul reddito e sul lavoro, impone anche di ripensare la formazione e l’immigrazione. Persino alcuni protagonisti della rivoluzione tecnologica parlano di reddito universale. Bene! Che comincino a finanziarlo coloro che guadagnano dall’automazione. Non si può privatizzare il futuro e distribuire la disperazione!
Prendiamo la sanità, l’intelligenza artificiale cambierà la diagnostica e l’assistenza, inciderà anche sulla ricerca. Il problema della salute non può essere ridotto ai costi, dobbiamo domandarci chi controllerà questi strumenti, chi stabilirà le priorità e dove finiranno i dati sanitari. La tecnologia servirà a curare le persone oppure a scegliere quelle considerate convenienti?
E poi i nostri i dati, lo ripeto da una vita, viviamo nel capitalismo della sorveglianza, siamo osservati e classificati da società private che conoscono i nostri comportamenti meglio dei nostri familiari, sanno dove siamo, cosa compriamo e cosa desideriamo, cercano anche di prevedere quando cambieremo idea. Quei dati sono nostri, dovremmo poterli controllare e decidere come utilizzarli, anche per rendere la società più sicura e migliorare i servizi pubblici. Abbiamo costruito un mondo in cui un’azienda conosce ogni nostro spostamento, mentre lo Stato spesso non riesce a dirci quando passerà l’autobus.
Prendiamo poi la democrazia, la rete permette a milioni di persone di comunicare e votare in pochi secondi, eppure continuiamo a delegare quasi ogni decisione a rappresentanti che, una volta eletti, rispondono ai partiti e alle correnti, e prima o poi finiscono per rispondere soprattutto alla propria sopravvivenza. La tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, più che per eliminare la rappresentanza, per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per cinque anni.
Ecco, il MoVimento era nato per affrontare tutte queste domande, poi ha cominciato a occuparsi di se stesso. Ma le domande non sono scomparse, sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…
Grillo aveva detto che Draghi era un grillino, fate voi…
(ANSA) – “Grillo ci accusa di aver perso la nostra identità? Con tutte le battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Beh, lui aveva detto che Draghi era un grillino. Fate un po’ voi”. Lo afferma il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, a margine del convegno ‘il dividendo sociale sistemico’ commentando il post del comico genovese.

(Andrea Zhok) – L’altro giorno il Ministro del Commercio cinese ha annunciato una serie di restrizioni verso le aziende europee dei settori difesa e tecnologia. Si tratta di una risposta all’attacco alle aziende cinesi presente nel 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Questo è solo l’ultimo atto di una crescente tensione tra UE e Cina, di cui un momento importante è stata l’uscita dell’Italia dal progetto della Via della Seta nel 2023.
Le fiabe che gli europei si raccontano rispetto alla Cina sono innumerevoli. Di volta in volta la Cina è stata ed è accusata di varie e contraddittorie nefandezze. Dapprima era accusata di essere un paese chiuso in quanto comunista. Poi è stato accusato di farci concorrenza sleale (mentre le aziende europee correvano a delocalizzare in Cina – con la benedizione dei governi – per ricattare i propri lavoratori con la minaccia di “salari cinesi”).
Intanto la Cina ha fatto tesoro dell’expertise europea, ha educato i propri lavoratori, e ha mantenuto un forte settore statale in ricerca e sviluppo, trasformandosi rapidamente da esportatrice di prodotti di fascia bassa, a prezzi risibili, ad esportatrice di prodotti tecnologicamente all’avanguardia.
Le oligarchie finanziarie europee pensavano di poter continuare a far soldi detenendo solo la proprietà legale e il brand (logo), e facendo fare tutta la produzione all’estero (Cina in testa), pagandola in perline e specchietti.
Questo paradiso dell’economia finanziaria ricattava i lavoratori europei, comprimendone i salari e passava dalla vecchia economia europea con alti investimenti ed alta innovazione ad un’economia di sfruttamento del nome fattosi in generazioni passate (un po’ come l’odierna vendita a pezzi di Venezia).
Il risultato finale è:
1) un tessuto produttivo sempre più deindustrializzato, dove la stessa expertise produttiva si è ridotta (lo scotto delle delocalizzazione);
2) un mercato interno impoverito, cioè con sempre meno europei capaci di acquistare merci di qualità (lo scotto del contenimento salariale);
3) una capacità di innovazione tecnologica sempre più ridotta (per lo più l’industria privata privilegia i dividendi degli azionisti agli investimenti in ricerca e sviluppo).
Ed oggi frigniamo per il mostruoso disavanzo della bilancia commerciale (359 miliardi a favore della Cina) e pensiamo di affrontarlo con patetiche accuse di “violazioni dei diritti umani” (un evergreen europeo) e con richieste di barriere commerciali (che, da sole, servono solo a farci pagare di più beni di qualità peggiore).
La soluzione sarebbe ovvia, ma il prosciutto ideologico sugli occhi delle nostre classi dirigenti lo impedisce. L’Europa dovrebbe rimettersi a fare quello che faceva un tempo, dovrebbe ricostruire un’economia mista in cui grandi imprese statali promuovono l’innovazione tecnologica, lasciando fare al mercato ciò che il mercato fa bene, cioè l’allocazione flessibile. In sostanza l’Europa dovrebbe mettersi a fare la Cina.
Noi invece lasciamo pascolare senza guinzaglio Kaja Kallas che se ne esce con robe come “Se non riusciamo a sconfiggere la Russia come faremo a sconfiggere la Cina?”
Sipario.
L’ossessione di cambiare la legge elettorale e introdurre un premio per blindarsi accompagna da sempre chi governa il Paese. Fin dalla legge Acerbo, voluta da Mussolini

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Maurizio Lupi fa capire che per pentirsi c’è sempre tempo. In questo caso, 21 anni. Mentre la legge elettorale monca delle preferenze infilzate dai franchi tiratori esce dalla Camera il capo di Noi Moderati, microscopica quarta gamba del centrodestra, invoca: «Dobbiamo ridare ai cittadini la scelta dei rappresentanti». Buono a sapersi. Lupi è in Parlamento dal 2001, e in quella legislatura fa parte della maggioranza berlusconiana che confeziona il “Porcellum”, copyright del leghista Roberto Calderoli. È la legge che priva gli elettori di qualunque possibilità di scegliere i propri rappresentanti, trasformando il Parlamento italiano in una succursale delle segreterie dei partiti. I ras dei partiti e i boss delle correnti: loro e soltanto loro decidono con le liste bloccate chi avrà diritto a un seggio alla Camera o al Senato. Un arbitrio mai più sanato che provoca anche un pericoloso effetto collaterale: la fuga degli italiani dalle urne.
Nessun Paese democratico da vent’anni a questa parte registra un crollo della partecipazione al voto paragonabile al nostro. Nell’aprile del 2006, prima elezione generale del Parlamento con il Porcellum, l’affluenza in Italia è ancora superiore all’83 per cento. Due anni più tardi scende all’80. Poi nel 2013 cala al 75. Altri cinque anni e siamo al 73. E nel 2022 ecco il crollo. L’affluenza scende al 63,9. Ma se si calcola anche il voto all’estero, la partecipazione cala ancora al 60. E i voti validi, cioè senza calcolare schede bianche e nulle, non superano il 58 per cento. Un disastro, ma che non sembra affatto preoccupare i partiti. Che seguono esattamente il medesimo deprecabile copione dei loro predecessori. Con la stessa ossessione centenaria. Ereditata senza particolari turbamenti, pensate un po’, addirittura dal Ventennio: il premio di maggioranza.
Qui va fatta una premessa. Le leggi elettorali, a differenza delle altre leggi, hanno una caratteristica: non si dovrebbero cambiare mai. Per la semplice ragione che non si modellano sugli interessi di questa o quella parte politica, ma per quanto ognuno con proprie caratteristiche, hanno il solo scopo di far funzionare al meglio il sistema rappresentativo, assicurando il rispetto della volontà popolare. È la ragione per cui il sistema proporzionale è in vigore in Germania dal 1949 senza che nessuno abbia mai pensato di stravolgerlo. Così come il sistema britannico introdotto nel 1885, oppure il doppio turno francese, che sta per compiere settant’anni.
Solo in Italia le regole elettorali vengono modificate in continuazione da chi ha il potere, nella speranza di battere l’opposizione alle successive Politiche. Nell’ultimo secolo è successo già cinque volte: questa è la sesta.Il 13 dicembre 1923 mancano meno di quattro mesi alla nascita elettorale della dittatura fascista. Quel giorno il Parlamento monarchico approva la legge che porta il nome del sottosegretario Giacomo Acerbo, voluta da Benito Mussolini. Attribuisce al partito più votato alle elezioni del successivo 6 aprile 1924, purché con un consenso superiore al 25 per cento, la maggioranza assoluta dei seggi. Ma il consenso andrà oltre il 60 per cento.
Trascorrono 29 anni. Il 31 marzo 1953 mancano due mesi e poco più alle elezioni politiche. Quattro giorni dopo il presidente della Repubblica Luigi Einaudi scioglie le Camere, ma intanto la legge targata Democrazia cristiana è passata sul filo di lana. La sinistra la chiama “legge truffa”. Riconosce il 65 per cento dei seggi a chi prende almeno il 50 per cento dei voti.
Ma la Dc si ferma al 49,2 per cento e quell’abnorme premio di maggioranza non scatta. Passata la buriana l’abrogano.L’ossessione del premio di maggioranza però cova sotto la cenere del proporzionale con preferenze, che dura quarant’anni, e del Mattarellum (dal nome del suo relatore Sergio Mattarella) introdotto nel 1993. E puntualmente rispunta. Il Porcellum targato Calderoli prevede un premio di maggioranza alla coalizione vittoriosa ma senza un tetto: 340 seggi garantiti su 630 alla Camera. Con la pillola avvelenata del Senato, perché il premio di maggioranza è regionale e il pareggio è costantemente in agguato.
La legge salta fuori quando i sondaggi danno il centrodestra al governo in caduta libera. E l’approvano il 21 dicembre 2005, tre mesi e mezzo prima delle elezioni del 2006. Dicono che serve a garantire la stabilità. Ma è una bufala. Infatti soppianta un sistema elettorale, il Mattarellum, che l’ha già garantita per dieci anni. E al debutto, nel 2006, c’è subito la fine anticipata della legislatura.Questa schifezza passa sopra le teste degli elettori, supera indenne anche un referendum abrogativo ma viene bocciata dalla Corte costituzionale. La lezione però non serve, perché il governo di Matteo Renzi partorisce una legge elettorale, l’Italicum, quasi fotocopia. La Corte costituzionale la boccia ancor prima che venga messa alla prova. Il motivo? Sempre lo stesso: anche qui il premio di maggioranza, 340 seggi su 630 a chi vince.
Il bello è che per una curiosa alchimia potrebbe vincere pure chi prende meno voti.Non si può fare, sentenzia la Consulta. Allora si ripiega su un altro sistema, misto proporzionale-maggioritario, ancora più complicato. Dove il premio di maggioranza non appare, ma c’è: ben nascosto nelle pieghe della legge dove è scritto che più di un terzo dei seggi si conquista ai collegi uninominali. Il trucco è il divieto del voto disgiunto. Se voti un certo partito per il proporzionale, non puoi votare il candidato di una coalizione avversa per l’uninominale. Il risultato è che la coalizione vincente al proporzionale in una certa circoscrizione conquista automaticamente anche i seggi del maggioritario. Un premio che vale il 36-37 per cento. Mica male, no?
Dato che il copione si rispetta sempre, anche questa legge elettorale, battezzata Rosatellum dal nome del suo ideatore Ettore Rosato che sarà premiato con la vicepresidenza della Camera, è approvata il 3 novembre 2017, quattro mesi esatti prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. E come tutte le volte precedenti, anche in questo caso l’esito è rispettato. Nel senso che chi cambia le regole elettorali prima del voto perde le elezioni. Quello che sta accadendo dimostra che neppure questa lezione è servita. La nuova legge elettorale Melonellum, dal nome della premier Giorgia Meloni che se l’è intestata, è un proporzionale con liste bloccate, esattamente come il Porcellum, l’Italicum e parte del Rosatellum. Stabilisce anch’essa un premio di maggioranza, spettante alla coalizione che vincer superando il 42,2 per cento, valore (guarda caso) appena inferiore a quello che i sondaggi riconoscono all’attuale maggioranza di governo. E ha perso la spolverata di preferenze, che invece volevano il partito della premier e Lupi insieme al guastatore Roberto Vannacci, clamorosamente bocciata alla Camera. Perché se c’è una differenza in questo copione rispetto ai precedenti, eccolo. Non le preferenze in quanto tali, ma lo scontro che ha portato a galla le differenze profonde nella maggioranza, finora sono ben coperte.
I «badogliani», come Vannacci ha spregevolmente definito i franchi tiratori che hanno affossato le preferenze, sono accerchiati nelle rispettive ridotte. La Lega contraria alle preferenze è ormai surclassata nei sondaggi da Futuro Nazionale, invece tatticamente favorevole. Con una situazione a dir poco grottesca generata dall’indicazione del candidato premier prevista dalla legge elettorale sfiorando l’incostituzionalità (l’articolo 92 assegna il potere esclusivo di nominare il presidente del Consiglio al capo dello Stato). La candidatura spetta di diritto a Meloni, e quindi non potrà certamente toccare a un Salvini mai in difficoltà come adesso. Il quale pure si presenterebbe alle elezioni alla testa di un partito da lui voluto rinominare per statuto il 14 dicembre 2017, in uno slancio di ottimismo, «Lega per Salvini premier».
Non meno grottesca, tale situazione, per l’altro vicepremier Antonio Tajani, coordinatore di quella Forza Italia che nel 2022 ha messo nel simbolo la scritta a caratteri cubitali «Berlusconi presidente» affinché fosse chiaro chi è il padrone. Ora non più il Cavaliere, ma sempre una Berlusconi: la sua primogenita Marina che non stravede per Giorgia Meloni, né per Salvini e tanto meno per Vannacci. E fa sentire eccome la propria enorme influenza sul partito fondato dal padre (nemico giurato delle preferenze) che di fatto lei ora mantiene. Una variabile probabilmente decisiva nella battaglia sulle preferenze che potrebbe riprendere al Senato, al solo scopo di misurare i rapporti di forza e far guadagnare altro spazio di manovra al partito di Vannacci, Futuro Nazionale. Ora impegnato in un duello pre-elettorale con Salvini sulla disavventura giudiziaria del gioielliere Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori.Comunque vada, la partita è già chiusa. Non per i contendenti, che si trascineranno le scorie «badogliane» fino al giorno delle elezioni. Che dalla primavera ogni giorno sarebbe buono, a meno di soprese. Ma è chiusa per gli italiani. Preferenze o no, questa legge non riporterà i disertori alle urne. Perché serve solo agli equilibri di potere, non a migliorare la politica né la reputazione dei partiti. Che non a caso le indagini Istat sulla fiducia nelle istituzioni piazzano sempre all’ultimo posto. Viene quasi da pensare: e se fosse proprio questo il disegno, far votare sempre meno elettori?
Mille euro in più per chi ne guadagna almeno 60mila e niente per i redditi bassi. Ora tocca alle richieste leghiste sulle pensioni

(di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – Per lo sconto (impercettibile) sui carburanti, è stato necessario grattare il fondo del salvadanaio. Eppure nel centrodestra è già partita la corsa alle promesse per la manovra di fine anno, quella “elettorale”. L’obiettivo soprattutto di Forza Italia è completare lo sconto fiscale ai più ricchi iniziato con la legge di Bilancio dello scorso anno. A questo si riferiva il ministro degli Esteri Antonio Tajani, al netto della gaffe che l’ha portato a proporre la riduzione di una aliquota Irpef già abbassata.
L’idea reale, in pratica, è mettere mille euro all’anno nelle buste paga di chi ha redditi superiori ai 60 mila euro, con vantaggi minori per chi è tra i 50 e i 60 mila euro. Insomma, a beneficiarne sarebbe solo chi guadagna almeno 50 mila euro quindi sì, una parte del ceto medio – certo non quella messa peggio – ma anche chi ha redditi molto alti, pure da centinaia di migliaia di euro. Il meccanismo è sempre lo stesso: oggi l’aliquota al 33% si ferma a 50 mila euro di reddito; il tentativo è portare questa soglia a 60 mila euro, quindi spostare solo dopo questa soglia la tassazione al 43%. Visto come funziona il fisco progressivo, il vantaggio massimo sarebbe per chi è sopra i 60 mila euro, avendo un reddito con capienza sufficiente per ottenere lo sconto intero: una semplice conseguenza matematica.
Il centrodestra continua, insomma, a guardare verso quelli che ritiene i suoi elettori: i dipendenti con redditi medio-alti, mentre gli autonomi – molto cari alla Lega – sono già stati avvantaggiati negli anni scorsi con la flat tax fino a 85 mila euro. La platea dei dipendenti coinvolti è in realtà risicata nei numeri: parliamo di circa l’8% dei contribuenti italiani. Ma Forza Italia vuole comunque dedicare loro un trattamento mirato, puntando magari sulla loro compattezza alle urne.
Ci sono però almeno due problemi che continuano a ignorare tutti, tranne il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il primo riguarda le risorse: la fatica con la quale è stato portato a casa persino il decreto sul gasolio ne è la prova. Il secondo riguarda l’impatto di questa proposta. Riservando uno sconto Irpef solo a chi guadagna almeno 50 mila euro, quindi escludendo tutti i redditi inferiori, si penalizzerebbero proprio le fasce che più di tutte hanno subito in questi anni l’effetto dell’inflazione. Secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio – organo indipendente che analizza la finanza pubblica – nel segmento tra 32 mila e 45 mila euro si trovano i contribuenti più colpiti dal drenaggio fiscale, il meccanismo che, mischiando gli effetti del carovita e delle aliquote Irpef non indicizzate, determina una perdita di potere d’acquisto. A maggior ragione, con l’indice dei prezzi al consumo che a giugno 2026 registra aumenti annuali del 3%, i salari reali di chi ha redditi medio-bassi saranno ulteriormente erosi. Risultato: la proposta di Tajani, uno sconto da mille euro ai redditi superiori ai 60 mila euro, sarà politicamente molto complicata da proporre.
Per far accettare questi tagli di tasse a favore dei benestanti, di solito il centrodestra ricorda che nelle manovre tra il 2023 e il 2025 c’era stata maggiore attenzione ai redditi medio-bassi, con le decontribuzioni e i bonus Irpef destinati a chi guadagna meno di 40 mila euro. Questo negli anni ha avuto effetti di redistribuzione ma, come visto, non tutti si sono salvati dall’impatto dell’inflazione, in particolare la parte più bassa del ceto medio. Tuttavia, in questi anni diversi interventi hanno comunque destinato sconti anche ai redditi medio-alti, tanto da ridurre del 36,7% gli effetti redistributivi ottenuti con le altre norme, ha detto la scorsa settimana sempre l’Ufficio parlamentare di Bilancio. Ora la proposta di Tajani, che il centrodestra aveva già provato a far passare lo scorso anno, porterebbe un’ulteriore riduzione della capacità redistributiva del fisco. Peggio se, per trovare le risorse, si tagliassero spesa e servizi pubblici, dei quali di solito beneficiano i redditi più bassi.
Tutto questo avviene prima che la Lega di Matteo Salvini inizi con le sue consuete uscite sulle pensioni, di solito affidate alle proposte agostane lanciate dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. L’operazione a tenaglia sull’ultima legge di Bilancio del governo Meloni è partita da Forza Italia e apre di fatto il cantiere della manovra con un classico del repertorio: lo sconto ai ricchi.
Torna in una nuova edizione il saggio-manifesto del fondatore di Slow Food. Leggerlo è capire che il peso delle ingiustizie non deve mai scoraggiare la volontà di migliorare noi e il pianeta

(di Michele Serra – repubblica.it) – Nell’Evo della Quantità — consumi massificati per masse smisurate — come è possibile avere fede nella qualità come via d’uscita, e farlo senza essere elitari, senza puzza sotto il naso, al contrario partendo dai bisogni popolari, dalla vita quotidiana delle comunità che producono e consumano, dalle relazioni economiche, culturali e politiche tra gli esseri umani? Non so se Carlo Petrini si sia mai posto in questi termini la domanda. Forse era troppo occupato a organizzare il suo esercito disarmato e gentile, professori e studenti, contadini e intellettuali, gastronomi, cuoche, cuochi, attivisti di una rivoluzione alimentare che vede nel cibo, nella sua produzione e nel suo consumo, davvero “il primario” — ciò che viene prima di ogni altra cosa. Il nutrimento: la vita che si alimenta. La vita che rinnova se stessa e, quando ci riesce, quando ne ha facoltà, la vive in pienezza. Vive non solo perché deve farlo, vive perché le piace vivere. «Diritto al piacere»: così lo chiamava, anzi lo chiama, Carlin.
Era troppo occupato, Carlo, a fare le cose, a tessere la sua rete, a inventare i luoghi e i modi per mettere in relazione gente di ogni Paese. A tirare su una Università e a chiacchierare con il suo amico Papa. A visitare il mondo e a mantenere salde le sue radici in Langa. Ad accogliere i contadini di Terra Madre arrivati da ovunque, longitudini e latitudini dove si coltiva, si mangia e si vive con inimmaginabile varietà, facce da National Geographic, e a tenere stretto il legame con quella trattoria, quel ristorante di paese, che lo vedevano arrivare in cucina come un amico in visita e al tempo stesso come un capo che dava coraggio. Un loro amico diventato capo o forse un capo divenuto tale proprio perché amico. No, non aveva tempo da perdere, aveva troppo da fare per lasciare varchi al dubbio che la sua forza fosse troppo piccola per contrastare i giganti. Il dubbio che la qualità, nell’epoca della massificazione e della globalizzazione, corresse il rischio che corrono le utopie.

Bello, sì. Bravo, sì. È giusto quello che dici. Ma credi veramente che serva a cambiare qualcosa? Quasi dieci miliardi di esseri umani è un numero che atterrisce. Il diritto al piacere di cui parlava Carlo, quanto peso può avere in un mondo pullulante di stomaci vuoti e di bambini poveri da sfamare, di schiavi piegati nei campi, e di campi piegati per migliaia, milioni di ettari all’agroindustria, la stessa pianta brevettata (anche Madre Natura è privatizzata) che occupa estensioni immense cancellando, con l’aiuto di sorella chimica, ogni altra specie? E agli allevamenti/macelli cinesi alti venti piani, centinaia di migliaia di maiali stipati come pezzi di ricambio, bestie uguali a bulloni della catena alimentare, vita trattata come merce inerte, come puoi illuderti di opporre l’allevamento virtuoso, con l’animale che vive in continuo scambio con l’uomo, ben nutrito, ben curato, libero di pascolare, di calcare la terra dove tutti si nasce e si muore? Come fai a parlare di benessere animale a chi non vede negli animali esseri viventi, solo merce, come fai a spiegare che la biodiversità è «il sistema immunitario della natura» a una società sempre più uniforme, ossessionata dai numeri, irreggimentata dalle regole del profitto a breve termine, il profitto veloce e ingordo che cancella le differenze, spiana ciò che ritiene inutile perché non immediatamente fruttuoso, non conosce altro tempo che non sia il presente e spreme la Terra come un limone, la sfrutta oggi per ritrovarla sterile domani? All’uomo che taglia il ramo sul quale è seduto, come fai a spiegare come è fatto un albero? L’albero è slow, l’ingordigia è fast. Nel tempo che occorre a ragionare, e a “sentire” il respiro del mondo, i ladri di ciò che appartiene a tutti — la Terra! — hanno già provveduto a fuggire con il loro bottino e trasferirlo in Borsa. I fondi di investimento sono padroni del mondo, e lo sono proprio tecnicamente: possiedono tutto, dai colossi tecnologici alle filiere dell’immaginario, dalle grandi aziende alimentari alle squadre di calcio, dai nostri dati personali a porzioni di territorio che fanno impallidire gli antichi latifondi. E forse possiedono anche i governi.
Per sua e nostra fortuna, questo stato delle cose non ha mai scoraggiato Carlo, nemmeno per un attimo. Il suo modo di stare in società e il suo lavoro non hanno ceduto di un millimetro alla constatazione che sì, la battaglia è durissima. La lezione che ci lascia, e in questo libro è messa bene in riga, è semplice e forte: bisogna fare le cose che si credono giuste. E questo fare segna il mondo, lo cambia anche solo di poco, ma lo cambia. È prassi, è opera, un segno che si imprime. È qualcosa di vivo e di visibile, puoi toccarlo con mano. È un piatto pieno. Se ci si attarda a considerare l’ingiustizia e il torto, la gigantesca sproporzione tra il potere degli arroganti e il potere dei gentili, ci si perde d’animo e si spreca l’occasione. Ripenso a Gino Strada. Che disse: adesso faccio un ospedale in Uganda. E non lo faccio tanto per fare, così come suggerirebbe il mediocre senso comune occidentale — come vuoi che debba essere, un ospedale in Uganda? È già tanto se ce l’hanno, un ospedale in Uganda. No, al contrario: proprio perché è in Uganda lo faccio bello, lo faccio con Renzo Piano, e lo faccio con materiali di avanguardia, prestazioni di eccellenza, e gratuito, perché tutti devono essere curati nello stesso modo. Curati bene, indipendentemente da quanti soldi hanno in tasca.
Utopia, tipicamente utopia. Però lo ha fatto per davvero. Ha fatto un ospedale buono, pulito e giusto. Anche Carlin ha fatto tutto per davvero. Ha pensato, lavorato, scritto, viaggiato come se fosse naturale e necessario farlo, senza farsi troppo impressionare dalle difficoltà dell’epoca, dalla differenza tra il mondo così come lo sta modellando il potere finanziario e il mondo come potrebbe essere, più prossimo ai bisogni e ai diritti degli esseri umani. «Senza dare la colpa all’epoca o alla Storia», cantava Gaber. La vera colpa, per quelli come Carlo Petrini, è non fare nulla, persona per persona. Ha lasciato un segno profondo, fortissimo. Un segno politico, prima di tutto. Proviamo a pensare come sarebbe diversa, la politica, più utile, più credibile, più incisiva, se agisse con uguale fede nella differenza tra il giusto e l’ingiusto. Dico una cosa, faccio una cosa, non perché la considero opportuna, di immediata utilità elettorale: ma perché credo sia giusta. La cosa giusta da fare. Qualcosa che darà i suoi frutti magari non subito, ma nel medio e lungo termine. Se c’è una cosa che la politica dovrebbe imparare dalla natura, è la cognizione del tempo.
Buono, pulito e giusto non è uno slogan che parla solamente al mondo della produzione e del consumo del cibo. Parla alla società nel suo complesso, e soprattutto alla politica. Buono: perché la qualità della vita riguarda ogni vivente. Il piacere di vivere non è un’opzione per pochi privilegiati. Vivere bene piace a tutti, è l’ambizione di tutti, e dunque non bisogna accontentarsi, bisogna cercare la qualità. Pulito: perché la cura del mondo è nelle nostre mani, e sporco è il gioco degli avidi e degli sfruttatori. Giusto, perché nessun piacere può esistere se a scapito degli altri. Il piacere è una virtù sociale. Se si è contenti di stare insieme, di condividere il pane, il vino e tutto il resto, allora si è contenti per davvero. Quando si è soli in casa non si allestisce la tavola con la stessa energia, la stessa felicità con la quale ci si prepara ad accogliere gli amici. Grazie Carlo per averci insegnato che l’amicizia è uguale al pane. Tutto il resto viene dopo.

Buono, pulito e giusto di Carlo Petrini (Slow Food, pagg. 342, euro 18, con la prefazione di Michele Serra che qui pubblichiamo)
La geografia storica, assai minuziosa, ricostruisce i confini neocoloniali dopo la Prima guerra mondiale e si inerpica sulle contraddizioni che hanno dato vita allo stallo attuale

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] “Tutto quel che dite su noi jihadisti è come se leggeste l’ultima pagina di un libro. Il libro dovete leggerlo dall’inizio”.
Questo dichiarava a proposito dei terribili atti terroristici di Parigi del 2015 l’unico sopravvissuto del commando terroristico, Salah Abdeslam. Lo ricorda, a pagina 17 del suo nuovo libro Israele e Palestina in 10 mappe (Venezia, Marsilio), Laura Canali: una nostra “vecchia” conoscenza, dal momento che dal 1993 è la cartografa della rivista di geopolitica Limes diretta da Lucio Caracciolo.
È irrituale, scorretto e magari inelegante affermare, da parte di un recensore che avvii il suo scritto, che se avesse potuto leggerlo anche solo quindici giorni prima di consegnare alle stampe un suo corposo volume dedicato a Israele e Palestina il contenuto di esso sarebbe stato radicalmente diverso. In realtà, questo saggio di esemplare equilibrio e di linearità cartesiana – attraversato tuttavia da un esprit de finesse pascaliano che solo di rado peraltro affiora – ripercorre con una straordinaria densità espositiva le vicende del “Medio Oriente” dell’ultimo ottantennio, vale a dire dal fatidico 1948 con la fondazione dello stato d’Israele richiamando una quantità di dati e di questioni, in realtà precedenti e in qualche caso antiche, e terminando con un tuffo mozzafiato (è il caso di dirlo) nel Mediterraneo sudorientale con i suoi ricchissimi giacimenti offshore. Quello stesso Mediterraneo orientale alcune aree del quale, secondo un’antica leggenda ripetuta anche dai nostri cartografi e dai nostri marinai medievali, erano caratterizzate da fondali irraggiungibili anche dai più lunghi scandagli.
[…] Laura Canali non si definisce una cartografa, o quanto meno sembra non amare definirsi tale. Sta di fatto che il suo metodo di lavoro, inappuntabilmente descritto nell’Introduzione, è quello di una storica e geografa che dovendo trattare di un territorio comincia con il descriverlo analiticamente e puntigliosamente alla ricerca dei suoi caratteri originali. Ne è risultato qui un libro di sintesi potentissima, incentrata forse su qualcuna in più delle “10 mappe” che gli forniscono il titolo, e che accompagnano, commentano e chiariscono un’analisi che, anche dal punto di vista propriamente narrativo, risulta esemplare.
Il primo capitolo ci consente di posare concretamente i piedi per terra, sulla terra oggetto del nostro discorso. Non si comincia – come ancor oggi amano fare invece molti libri di storia – da un’antichità più o meno remota, nell’illusione “cronolatrica” che quello sia il “principio”. Il nostro reale principio, piaccia o no, è lo hic e il nunc dal quale ha origine la nostra problematica, non quanto può averla obiettivamente preceduta. Ecco dunque la realtà degli ora e sempre mobili e incerti “confini” (la rivista Limes muove fin dalla sua fondazione da questa problematica), delineanti una quindicina di realtà statuali dalla struttura e dalle vicende storiche diversissime tra loro, e sovente frammentate nonostante le “unità” etnolinguistiche o etnoreligiose che in vario modo le caratterizzano. La Cipro attualmente greco-turca, la Siria dalle nobilissime antiche origini oggi frammentata dopo la lunga esperienza autoritaria assadista, l’Iraq lacerato tra sunniti e sciiti, il Libano dalle radici addirittura fenicie che ormai è soltanto l’ombra di quella che più di mezzo secolo fa era la felicissima “Svizzera del Vicino Oriente” e oggi è il teatro principale dello scontro fra Israele ed Hezbollah, il mondo degli insediamenti curdi – che ancora alla vigilia del primo conflitto mondiale avrebbero fatto la gioia del presidente statunitense Wilson alla ricerca di gruppi che per la loro omogeneità linguistica e religiosa avrebbero potuto incarnare le condizioni ideali per fondare uno “stato-nazione” e che oggi sono dispersi ai margini di quattro stati ad essi estranei, il mondo arabo esploso una volta “liberatosi” (?!) dall’egemonia turco-ottomana e ormai scomposto in stati e staterelli tra Giordania e Yemen, infine l’Israele ebraico-sionista (e i due termini, attenzione, non sono affatto sinonimi): come definire ragionevolmente tutto ciò, come farne oggetto di un discorso unitario nonostante la molteplicità delle sue connessioni, spesso drammatiche?
[…]
Ed è qui che la capacità di ordinare esegeticamente e di risolvere in termini concretamente storici di cui Laura Canali dispone si presenta nel modo più alto e più pieno. Il centro geostorico e concettuale di questo complesso Vicino Oriente, al quale impresse un nuovo corso la Prima guerra mondiale con lo scellerato patto neocolonialista in ritardo tra mister Sykes e monsieur Picot e con l’ambiguità forse involontaria comunque nefasta della lettera di Lord Balfour al barone Rothschild (per non parlar delle “prodezze” diplomatiche di Sir Winston Churchill, lui sì – con la signora Gertrude Bell – “cartografo criminale”!), si può definire soltanto facendone la storia. È la storia delle migliaia di profughi sionisti che riuscirono a fondare un loro nuovo “stato ebraico” che molti ebrei si rifiutano di riconoscere e che seppero elaborare perfino una neolingua che dalle radici bibliche è assurta in un secolo circa a idioma illustre per una sua altissima qualità letteraria. È la storia di una quantità di tribù arabe (musulmane per la maggioranza, qualcuna cristiana) e di un pugno di “grandi famiglie” aristocratiche abitanti l’antica Palestina e incentrate concettualmente su al-Quds (“la Santa”: il nome arabo di Gerusalemme), ma divise al loro interno da innumerevoli faide. Da questi due nuclei, eterogenei al loro interno e differenti tra loro, si è sviluppata la storia di uno “stato occidentale”, “unica democrazia (sic!) nel Vicino Oriente” e un insieme di nuclei urbani e d’insediamenti extraurbani che non sono riusciti e, magari in maniera differente, non hanno mai né voluto né potuto giungere all’auspicata e reiteratamente invocata forma dei “due popoli – due stati”.
Di questo fallimento storico, di questa bomba a orologeria mai disinnescata. Di questo problema aperto a ogni tipo di “non-soluzione”, Laura Canali traccia con sapienza e abilità una storia incentrata su alcuni “argomenti-cardine”: la questione della ripartizione delle acque e dell’approvvigionamento idrico, le caratteristiche dei meccanismi e delle istituzioni della “difesa” israeliana, il problema di Gerusalemme, il trauma del 7 ottobre del 2023 con tutte le sue conseguenze (a cominciare dal genocidio), la ferita ancora aperta della “striscia di Gaza” e del suo incerto futuro (che non sarà mai comunque quello della Côte d’Azur frutto del vaneggiamento trumpiano), l’indicibile presente e l’inimmaginabile futuro dei campi profughi con il loro squallore ch’è una vergogna per l’intera umanità, la “caccia all’oro sommerso” che si sta già scatenando attorno ai giacimenti gassosi mediterraneo-orientali.
[…]
Insomma: un gran brutto pasticcio per ora irrisolvibile (pur ammesso, e chissà quanto concesso, che il peggio non debba ancora venire) e un gran bel libro che adesso ce lo rende se non altro un po’ meno incomprensibile. A Laura Canali un’ideale standing ovation, tuttavia accompagnata da una sola critica limitativa che riguarda tuttavia non già l’Autore, bensì semmai l’Editore Marsilio (che mi è carissimo e che è anche uno di quelli con i quali collaboro). Le belle mappe di Laura, anche quando sono a colori come quelle di Limes, richiedono già pazienza e lente d’ingrandimento; ma quando sono in diciamo così “bianco-e-nero”, come in questo libro, divengono un’immensa landa di varie “sfumature di grigio” davvero ostiche alla comprensione. Con l’auspicio, dunque, di una bella seconda edizione magari aggiornata (i libri come questo hanno purtroppo il difetto d’invecchiar presto) e valorizzata dall’indispensabile ancorché costosa policromia.
Armi, l’Ucraina è un colabrodo: trafugati 800 mila pezzi dai nostri aiuti. E la mafia si butta nel mercato nero: “Interessata ai droni”. Dal 2022 sono state perse o rubate 780.465 armi, di cui 149 mila solo nei primi cinque mesi del 2026. La maggior parte è scomparsa nelle zone di Mykolaiv, Kiev e Donetsk

(estr. di Cosimo Caridi e Giuseppe Pipitone – ilfattoquotidiano.it) – […] Ricostruire un “arsenale di qualità”, anche grazie alle armi trafugate dal fronte russo-ucraino, dove in quattro anni sono spariti quasi 800 mila pezzi. È quello che stanno cercando di fare gli uomini di Cosa Nostra. “Sappiamo di un interesse della mafia verso armi più sofisticate: quelle ad esempio del mercato nero nato con la guerra russa-ucraina. Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine, armi da cui non siamo preparati a difenderci”, è l’allert lanciato dal procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, davanti alla Commissione Antimafia. Parole che segnano un salto di qualità: finora non era emerso l’interesse diretto da parte di organizzazioni mafiose per congegni come i droni lanciamine. Si tratta di velivoli modificati in modo da trasportare e sganciare esplosivi: perché Cosa Nostra intende acquistare un’arma simile? Come vorrebbe utilizzarla?
Davanti all’Antimafia, de Lucia ha chiesto di secretare la sua audizione quando ha parlato delle ipotesi relative alle nuove strategie dei boss, in una fase segnata da un ritorno della violenza. Due settimane fa, la procura di Palermo ha fermato 22 persone accusate di far parte della cosiddetta “banda dei kalashnikov”: usavano fucili d’assalto a scopo estorsivo. Dalle indagini emerge che a ordinare le intimidazioni era un detenuto, Salvatore Verga: grazie a un telefonino riusciva a far arrivare a Palermo i fucili da guerra acquistati in Puglia da intermediari che li facevano arrivare dall’ex Jugoslavia. “Sono pronti a fare la guerra con tutti…”, ha raccontato il collaboratore Alessio D’Agostino. Secondo quello che risulta al Fatto, sempre Verga stava tentando di acquistare un drone lanciamine. La trattativa era in corso quando è stata interrotta dagli investigatori, che continuano a indagare per capire chi ha chiesto a Verga di trovare un’arma tanto sofisticata e soprattutto per quale scopo.
[…]
La vicenda, sul tavolo anche della Procura nazionale antimafia, dimostra quanto ipotizzato già nel 2022 da Europol ed Eurojust: le mafie si stanno buttando sul mercato nero delle armi creato con la guerra in Ucraina. I magazzini di Kiev, infatti, sono un colabrodo: secondo i dati del ministero degli Interni – pubblicati dal portale opendatabot.ua – dal 2022 sono state perse o rubate 780.465 armi, di cui 149 mila solo nei primi cinque mesi del 2026. La maggior parte è scomparsa nelle zone di Mykolaiv, Kiev e Donetsk. Per capire che fine fa almeno una parte di queste armi basta dare uno sguardo alla rassegna stampa ucraina: tra marzo e maggio, almeno tre operazioni dei servizi di sicurezza hanno portato all’arresto di militari ed ex militari accusati di aver cercato di vendere munizioni, mine, fucili d’assalto e lanciagranate sottratti al fronte. A chi erano destinate? Impossibile da capire, anche se per gli investigatori spagnoli una parte sono forse finite a Marbella, in Andalusia, dove i narcos sparano sui poliziotti con fucili Ak-47. Secondo Policia Nacional e Guardia Civil, i proiettili Nato calibro 5,56 arrivano “con alta probabilità dall’Ucraina”. Lo ha raccontato a giugno Report Mainz, programma d’inchiesta della tv tedesca Ard. Sulle armi il sospetto resta, visto che quasi mai hanno matricola leggibile. La munizione sì. Dimostrarlo è quasi impossibile.
La polizia criminale federale tedesca ha ammesso che la tracciabilità è “notevolmente ostacolata” da marcature mancanti e registri lacunosi. Un elenco dei numeri di serie di ciò che l’Europa ha consegnato a Kiev non è mai stato compilato. Il motivo sta in un documento del Consiglio dell’Ue del febbraio 2025: alla voce ostacoli il primo punto è la riservatezza sull’export verso l’Ucraina. Il secondo è “l’interesse politico”: gli Stati non vogliono dire cosa hanno inviato a Kiev. Su questo vuoto Mosca lavora da anni. Il centro ucraino per il contrasto alla disinformazione ha classificato come fabbricata la narrativa delle armi occidentali rivendute sul mercato nero, e il Global Initiative Against Transnational Organized Crime, che monitora i flussi dal ’23, non ha registrato “casi verificati di traffico”. Il risultato è che in Svezia, Danimarca, Finlandia e nei Baltici non risultano sequestri: ogni caso è sospettato di propaganda. In Nord Europa, però si lavora in direzione opposta. La polizia polacca aspetta che l’ondata di armi arrivi sul mercato nero a guerra finita. A giugno dello scorso anno, l’Osce ha portato a Stoccolma una delegazione ucraina di polizia, dogana e frontiera per imparare come si traccia un’arma. E la direzione Affari interni della Commissione Ue ha lanciato un’allerta nel dossier inviato al gruppo del Consiglio che si occupa di export di armamenti: “Dobbiamo essere preparati” perché le armi saranno trafficate dalla criminalità.
Più che l’annuncio di Mancini, contano il tono, i tempi e i dettagli della conferenza stampa del presidente della Figc: le risate, i finti colpi di scena, il rapporto con i cronisti. È lì che prende forma il racconto di un potere che cambia interpreti, ma recita sempre lo stesso ruolo

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – C’è qualcosa di nuovo, nell’aria. Ma non qui. E nemmeno a Roma Nord. Da martedì 28 luglio, capitale ufficiale del calcio italiano. Col suo bel birignao lessicale che tutto nasconde e tutto spiega: il romanesco pettinato. Un codice ricco, patrizio, gergale, familio, con le parole tronche che si arrotolano nella bocca di chi le pronuncia finché non spunta la sillaba che in vernacolo non è prevista. Aggiunta all’ultimo, un po’ come Roberto Mancini e Claudio Ranieri sul limitar dell’azzurro. E ce dovete sta’(re).
La conferenza stampa di Giovanni Malagò, ha viaggiato tra Montale e Alberto Sordi. Quello che non siamo, non vogliamo, non ci pare (giustamente) opportuno: un ragazzo immagine di Vladimir Putin alla guida degli azzurri. E quello che pensiamo di volere – il ct dell’Arabia Saudita, un grande vecchio illustrissimo – raccontato tra battute, piccoli avvertimenti, amichevoli depistaggi, secondo la vecchia regola per cui fare la rivoluzione, a queste latitudini, è impossibile: ci conosciamo tutti.

Il codice Malagò è noto e l’ha portato dov’è: a innovare, lui. A spostare macerie, lui. A smuovere potentati, lui. A guardare dritto e aperto nel futuro, lui. Così magari, nel futuro, saranno finiti i lavori di Milano-Cortina. Qualcuno gli ha pure creduto. Il ministro Andrea Abodi, ad esempio, ex presidente della Lega Serie B. Cui dobbiamo la definizione «il campionato degli italiani» che sa tanto di credere, obbedire, dribblare.
Abodi e Malagò: due lati dello stesso phon. Oggi, nemici. Fin quando servirà. Domani, attovagliati. In una politica sportiva che somiglia al paese: vecchia guardia contro vecchissima, potentati editoriali che partoriscono nomi per meglio gestire la conservazione (Antonio Conte), predellini per tutti. Chi comanda, chi racconta.
Nel Malagò che si è assunto le sue responsabilità – anche perché, a sorpresa, erano proprio sue – il mezzo è molto più importante del messaggio. L’abbrivio sulle notizie “inutili”, tipo il ripescaggio del Foggia in C, per strappare la risata ai cronisti. La finta indignazione perché gli avevano bruciato i nomi ancor prima che cominciasse a parlare, «ma ho scoperto la talpa». Quel gesto di alzarsi, a Mancini annunciato, «ché tanto non ci sono domande». Il risedersi, studiato.
Ma c’è un’immagine che illumina tutto, che spiega, che racconta. L’addetto stampa cede la parola ai giornalisti, il primo è il telecronista Rai della Nazionale. Che comincia: «Lei…». Malagò, teatrale, sciorina i suoi quarantasei denti e lo rimprovera: «Ma come? Non mi dai del tu?». Gli dice: sei cosa mia. E lo dice anche a tutti gli altri.

Però c’è un “ma”. I Malagò – come i Montezemolo, ceppo sabaudo, stessa casata – sono la classe dirigente che ci possiamo permettere. I conigli mannari, come avrebbe scritto Bacchelli prima di diventare una legge, che addirittura rispolverano – per il caso Pirlo – la parola «opportunità». Decadente, come la prima Repubblica. Ipocrita. Proprio per questo, desueta e bellissima.
Pare che l’ottimo Paolo Maldini e il competente Leonardo, dico davvero, pensassero di sostituire Pirlo con Thiago Motta: l’allenatore per ossessione, uno che su uno schema può perdere mesi, l’esatto contrario di un commissario tecnico che deve metterne in capo undici, senza che si pestino i piedi, e poi speriamo in dio. Questo per dire che la strada per l’inferno è lastricata di ottime intenzioni. Malagò non ne ha o le nasconde benissimo: forse per questo, è uscito dalla tregenda fresco come una rosa. Uno spettatore, praticamente.
Finirà che non ci sarà alcun rinnovamento, gli imprenditori del nostro calcio resteranno come tutti gli altri imprenditori italiani (miopi sul futuro, ferocissimi sul prossimo dividendo), ma magari stavolta ci qualifichiamo ai Mondiali. In gloria del lider medio, pronto a finire accanto al Duce nell’arazzo che orna il salone d’onore del Coni.
Ove non accadesse, avanti col prossimo commissario. Suggerisco Malagò. Perché, come diceva Moretti, ve lo meritate, Malagò. Anzi: ce lo meritiamo un po’ tutti. Presenti esclusi, direbbe lui.

(di Michele Serra – repubblica.it) – C’è un distacco profondo tra il racconto mediatico delle ondate di calore (quelle appena trascorse, quella in arrivo) e il loro impatto politico. Emotività alle stelle e toni molto gravi sui media vecchi e nuovi, con florilegio angosciante di statistiche spietate; nessun rilievo evidente nell’agenda dei governi, né si ha notizia di un solo Parlamento al mondo che si sia mobilitato d’urgenza per discutere il da farsi.
In tutto il mondo, del resto, avanza e in molti Paesi governa la destra negazionista (Trump è il suo campione), che nega risolutamente il problema e considera ininfluenti (o faziosi, non si capisce per quale ragione) le migliaia di studi scientifici sul ruolo ormai accertato delle attività umane nel mutamento climatico. Perché mai l’uomo dovrebbe farsi delle domande, se non ha alcuna responsabilità in ciò che sta accadendo?
Al di là di questa constatazione (più vince la destra, meno ci si preoccupa del clima: sintesi brutale ma suffragata dai fatti e dalle parole), il tragico sospetto è che il cambiamento delle abitudini di vita richiesto dall’emergenza sia così radicale, e così impopolare, che nessuna classe dirigente al mondo avrebbe il coraggio e la forza per proporlo.
E così si va avanti a vista, facendo finta di niente, sperando che sì, effettivamente l’allarme sia esagerato, che vuoi che incida un condizionatore a 20 gradi (temperatura media degli interni americani in estate; laggiù sono condizionati anche gli stadi da ottantamila posti), che vuoi che sia una centrale a carbone in più o in meno.
Vale ancora, per molti, pensare che sarà il buon Dio a provvedere. E chi non confida nel buon Dio può sempre affidarsi a quella divinità minore, e però potentissima, che è il fatalismo. Precede la scoperta di Dio, il fatalismo, nella cronologia delle superstizioni.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Chi ha presente l’autore, Mario Draghi, non sarà sorpreso dal titolo del suo nuovo opus maximum, Competere o sparire (Rizzoli), una dicotomia fittizia sullo stile di quel famigerato “la pace o i condizionatori” con cui cercò di farci accettare la partecipazione di fatto alla guerra in Ucraina della Nato contro la Russia, deprecando le mollezze e gli agi consentiti agli italiani dai climatizzatori accesi grazie al gas russo.
[…]
Il sottotitolo è soave: Per un nuovo paesaggio europeo, dove la parola “paesaggio” serve ad ammorbidire le eventuali tensioni del lettore, comprensibilmente provato da anni di “sferzate”, “scudisciate”, “sveglie” e “scosse” di Draghi; è, diciamo, la vaselina che facilita l’assunzione del libro. Il primo capitolo si intitola “federalismo pragmatico”, espressione che Elly Schlein, in un’esoterica intervista al Foglio, ha piazzato lì per mandare un messaggio all’establishment che a suo dire le rema contro, e che significa qualcosa come “facciamo la federazione di Stati europei con chi ci sta”, con una Difesa unica e un potere che decide per tutti senza il vincolo dell’unanimità. L’incipit è biblico: “Quello attuale non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione”. Ora, “rivelazione” è il significato ultimo della parola “apocalisse”, che nella Bibbia indica il disvelamento di cose nascoste dato da Dio a un profeta, il quale profeta, ça va sans dire, sarebbe Draghi (voi ridete: nella prefazione, il giornalista economico Martin Wolf scrive: “Draghi non è più uomo d’azione. È diventato piuttosto il profeta dell’Europa”). Tuttavia, nel linguaggio comune la parola è usata per descrivere disastri immensi, guerre devastanti o la distruzione totale della Terra, quindi si mette bene.
La trama è avvincente: guerre, dazi, crisi energetiche, generati da una forza maligna e impersonale (i responsabili non sono chiari, nel libro, oppure è la Russia), hanno fatto lievitare il fabbisogno di investimenti strategici dell’Ue a quasi 1200 miliardi di euro all’anno. Dipendiamo da altri per gas, minerali, energie; nell’IA gli Usa investono cinque volte più dell’Ue. Draghi qui ha un’agnizione come quella dell’Odissea: “I nostri salari reali non sono riusciti a tenere il passo nemmeno con la nostra lenta produttività… Questa repressione salariale ha frenato i consumi e inferto un ulteriore colpo alla domanda interna causato dalla politica fiscale restrittiva”. Ma va’? E chi poteva immaginarlo?
Non certo Draghi, che nel luglio 2012, da presidente della Bce, lanciò il dardo divino del whatever it takes, a cui seguì il Quantitative Easing, per gli amici “Bazooka”, con cui la Bce creò moneta per acquistare titoli di Stato dei Paesi membri. Solo che, mentre Mario immetteva liquidità per salvare l’euro e abbassare gli spread, l’Europa, in ottemperanza al culto neoliberista tecnocratico di cui Draghi è Sommo Sacerdote (e la mitologica agenda Draghi il Vangelo), imponeva austerità fiscale e tagli alla spesa pubblica, così i benefici finanziari sono rimasti bloccati nel circuito bancario e nel salvataggio dei bilanci statali, senza tradursi in un vantaggio per le famiglie, che sono diventate sempre più povere. I greci ne sanno qualcosa: poiché il fallimento della Grecia avrebbe potuto trascinare a fondo tutta la virtuosa Eurozona, Unione Europea, Bce e Fmi (la mitica Troika) intervennero con piani di salvataggio da circa 289 miliardi, con cui lo Stato greco riuscì a ripagare gli interessi e i debiti contratti con le grandi banche creditrici tedesche e francesi. Allora tutto bene, no? No: purtroppo gli aiuti non erano gratis (“austerity”) e produssero sgradevoli effetti collaterali: crollo del Pil (-25%), devastazione dello Stato sociale (pensioni tagliate 13 volte consecutive), sanità demolita (carenza di farmaci negli ospedali), disoccupazione di massa, privatizzazioni forzate.
[…]
Pazienza, succede. La scommessa è l’anima della finanza. Come quando il Draghi presidente del Consiglio, ad aprile 2021, con 400 morti di Covid al giorno, motivò la decisione di riaprire tutto come un “rischio ragionato”, mandando in estasi i liberali per la “scommessa di Draghi”. Migliaia di anziani, fragili e malati furono sacrificati al sacro Pil. L’azzardo non sorride a Draghi. Nel giugno 2023, dal Mit di Boston, disse perentoriamente che non c’era alternativa alla vittoria dell’Ucraina sulla Russia e che per l’Europa “l’unica opzione possibile” era “garantire la sconfitta della Russia”; invece, come s’è visto, l’alternativa c’era: la prevedibile vittoria della Russia e il fallimento dell’Europa. Ma niente paura, la soluzione è nel titolo: competere. Come? Ovvio: risollevando l’economia europea con la spesa militare e le guerre. Anche perché “la Cina sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”. Non abbiamo terminato il libro perché sappiamo già come va a finire (e anche stavolta l’assassino è il maggiordomo).

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Neppure il più fine umorista avrebbe potuto immaginare un Paese che caccia l’allenatore della Nazionale fresco di nomina Andrea Pirlo perché è testimonial della società privata russa di scommesse sportive Fonbet, dunque “putiniano”, e l’indomani lo sostituisce con Roberto Mancini, che ha allenato non solo la Nazionale dell’Arabia Saudita, orgoglio e vanto dello squartatore di giornalisti […]