L’ANALISI – L’attacco del senatore di Forza Italia durante “Far West”: “Querelare il giornalista? Alle assemblee dell’Anm dove lo applaudono e quindi gli danno una sorta di impunità extraparlamentare”

(di Alessandro Mantovani – ilfattoquotidiano.it) – A cosa serve il servizio pubblico radiotelevisivo? A gettare un po’ di ombre sulle notizie del servizio pubblico radiotelevisivo. E’ il copione di FarWest di martedì sera, la trasmissione di Salvo Sottile ha cambiato un po’ la scaletta all’ultimo per dare spazio al senatore Maurizio Gasparri, che a tutti i costi voleva replicare a Report sulla stessa rete, Raitre. E così, passando di palo in frasca, mentre parlavano di ordine pubblico e sabotaggi ai treni, Sottile gli chiede: “Ora so che il senatore ci deve lasciare ma prima di salutarla voglio chiederle conto di quello che si è detto nella scorsa puntata di Report, perché insomma si è parlato di presunti traffici tra ex agenti del Mossad e gli spioni di Equalize. Uno di questi avrebbe collaborato con una società che lei presiedeva, è corretto?”.
Nemmeno uno bravo, senza sapere tutta la storia, avrebbe capito: due israeliani hanno tentato di vendere alla centrale spionistica Equalize un database di interesse dell’Eni, cliente di Equalize, su chi comprava e vendeva petrolio iraniano sotto embargo; uno dei due, secondo Report di domenica scorsa, sarebbe un ex del Mossad, Arik Ben Haim, già manager della Cyberealm presieduta da Gasparri, che non aveva mai dichiarato l’incarico al Senato e nel 2023 ha lasciato dopo che Report l’ha scoperto. Ma del merito non interessa, a Sottile. A lui evidentemente hanno solo detto di aprire il microfono a Gasparri, il senatore postfascista divenuto ultrà di Israele, che infatti dagli schermi Rai fa una filippica contro Sigfrido Ranucci, dipendente Rai, dalle chat alla pista nera per le stragi di mafia, fino al merito della vicenda liquidato con “tu conosci quello che conosce quello che conosce quello che bombardava Gaza da Israele”. Sono “diffusori abituali di notizie non vere”, dice Gasparri di Report. Si imbarazza un po’ perfino Sottile: “Noi non abbiamo ovviamente la replica di Ranucci…”. Perché ovviamente? Bastava chiamarlo. Prova a interloquire Peter Gomez presente in studio: “L’ha querelato?”. “Tremila volte”. “E come sono finite le querele?”, chiede ancora Gomez. Ma qui Gasparri si supera: “Lui (Ranucci, ndr) va alle assemblee dell’Anm dove lo applaudono e quindi gli danno una sorta di impunità extraparlamentare”. Insomma Report protetto dal sindacato dei magistrati e quindi dall’ordine giudiziario tutto. Un altro buon motivo per spaccarlo almeno in due.
Lo share di FarWest non è irresistibile (3,7%, 587mila spettatori martedì sera), un po’ più della metà di Report (6,3%, 1,4 milioni domenica) ma tutto fa brodo. La replica di Gasparri, raccontano in Rai, l’ha gestita Peppe Malara, vicedirettore Approfondimenti, vecchio camerata che su Facebook si presenta con “il domani appartiene a noi” come il Fronte della Gioventù di una volta (avevano pure ragione!) e nel 2018 augurava “lunga vita” a Gasparri sotto un post pieno di nostalgia per Giorgio Almirante. E meno male che Malara c’è. Perché un anno fa, quando si parlò per la prima volta del ruolo di Gasparri nella Cyberealm degli israeliani, il senatore ex missino di Forza Italia si presentò negli studi di Mediaset al Palatino: pretendeva di replicare in diretta a Giuseppe Conte e a Bianca Berlinguer.

(Giancarlo Selmi) – Meloni parla di sicurezza un giorno sì e l’altro pure (pura propaganda) ma i reati aumentano e come si possa coniugare la esigenza di sicurezza con la legge che impone al gip di avvertire cinque giorni prima una persona della quale si è richiesto l’arresto, dandole accesso ad atti e testimoni, non lo spiega. In quei cinque giorni l’indagato ha il tempo di fare sparire droga, registri e bilancini. E pure di minacciare i testimoni. È proprio lì che entra in gioco la legalità. Questo governo dice di avere a cuore la sicurezza (con scarsi risultati, peraltro) ma dimostra di non avere a cuore la legalità.
L’eliminazione della legge sull’abuso di ufficio e la limitazione esiziale di quella sul traffico d’influenza, la dicono lunga su cosa pensino lorsignori della legalità e della necessaria lotta alla corruzione. E, a cascata, di cosa pensino della lotta alla mafia, che con la corruzione va a braccetto con corrispondenza di amorosi sensi. Non credo si possa accusare di dire eresie, chi afferma che questo governo è quello, nella storia dell’Italia repubblicana, che meno ha fatto nella lotta alle cosche. Anzi.
L’Italia è al 52° posto nella virtuosità rispetto alla corruzione, dietro a tutti i paesi più avanzati. È il paese dove sono radicate ben quattro mafie. La corruzione costa al nostro Paese almeno 237 miliardi ogni santo anno e non lo dico io. La legalità dovrebbe essere la prima delle esigenze per arginare l’emergenza mafia e corruzione, eppure… È strano che non ci siano mai stati mafiosi di sinistra, la mafia ha sempre diretto le indicazioni di voto dall’altra parte. E neppure questo lo dico io, lo dice la storia. È per questo che non sorprende che i più grandi sostenitori del sì siano politici condannati o indagati per corruzione o altro. Chi sceglieremo? Il sì di Formigoni e Santanchè, o il NO di Gratteri?
La mafia e i corrotti voteranno si, siatene certi. Il fatto che le destre, storicamente, prendano più voti là dove le mafie sono più radicate, fa pensare. Tanto quanto faccia pensare il 10% ottenuto dalla lega in Calabria. Tanto quanto quanto facciano pensare gli arresti di esponenti della destra che seguono senza interruzioni. Facciamoci due domande: la lotta alle intercettazioni che sta portando avanti questo governo, cui prodest? Gli attacchi alla magistratura, la necessità espressa da Tajani di togliere il comando della polizia giudiziaria ai PM, cui prodest? Mia madre mi diceva: “male non fare, paura non avere”.
Gli attacchi alla magistratura e il tentativo evidente di togliere a questo potere dello stato la costituzionale autonomia, è una dichiarazione evidente di mancanza di tranquillità. La separazione delle carriere è un volgare pretesto, non cambierà nulla rispetto all’esistente. Il sorteggio del CSM è una vera e propria truffa, basta vedere com’è stato previsto. Nordio e i suoi mandanti del governo vogliono la firma su una cambiale in bianco. Successivamente, con semplici leggi ordinarie, potrebbero cambiare uno dei fondamenti della nostra Costituzione: la separazione dei poteri.
Chi non delinque non ha paura. Un cittadino onesto perché dovrebbe avere paura dei magistrati? Di chi ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite per difendere questo Paese da terrorismo e mafia? Il pericolo per la struttura democratica è grande. Una volta i magistrati venivano uccisi per impedire indagini e tutto il resto. Il sospetto che oggi si voglia impedire con altri mezzi il loro lavoro, non è provato ma è legittimo. Per tutto questo, per la difesa della Costituzione, per la salute della democrazia del mio Paese, per la difesa della legalità, per non fare un favore a mafiosi e corrotti, per non agevolare i loro sporchi affari, per mio figlio, per tutti noi, voterò NO al referendum.
Andate a votare e fate altrettanto.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Il Parlamento del Galles ha approvato in prima lettura un disegno di legge volto a punire i politici che mentono o diffondono notizie false e “fuorvianti” in campagna elettorale. Maggioranza e opposizione sono ora al lavoro per la stesura degli emendamenti che verranno discussi nelle prossime settimane, con l’approvazione definitiva della legge prevista tra fine febbraio e inizio marzo. L’obiettivo dell’intervento — inedito a livello mondiale — è quello di ricostruire la fiducia negli elettori, traditi da promesse mancate e notizie che distorcono la realtà. La discussione apre tuttavia una serie di quesiti, a partire dalla compressione del diritto di parola, destinati a infiammare il dibattito pubblico gallese.
Di fronte a quello che un recente sondaggio di IPSOS ha certificato essere il punto più basso degli ultimi 40 anni per quanto riguarda la fiducia dei britannici verso la classe politica, il Galles ha deciso di criminalizzare i politici bugiardi. La versione attuale del disegno di legge prevede sanzioni crescenti per i candidati che in campagna elettorale fanno affermazioni “fuorvianti”, “ingannevoli” o false per ottenere voti, non intaccando invece la condotta durante il mandato. Si inizia con la ritrattazione di quanto dichiarato fino ad arrivare alla sospensione dalla corsa elettorale e quindi alla sostituzione con un altro membro della lista in caso di vittoria alle urne. L’intervento amplierebbe la legislazione vigente, che fa capo al Representation of the People Act (1983) e vieta ai politici di diffondere dichiarazioni false relative ad azioni e condotte (quindi fatti oggettivi) di un altro candidato.
Il disegno di legge in discussione alla Senedd, il Parlamento monocamerale del Galles, gode di un certo sostegno tra le fila del Partito Laburista e del Plaid Cymru, che fornisce al primo sostegno esterno nel suo governo di minoranza. Gli interrogativi aperti dalla norma sono tanti, a partire dal come verrà definita la “verità”. Se il legislatore dovesse continuare lungo la strada tracciata dal Representation of the People Act, la risposta porterebbe all’intervento di un tribunale elettorale, chiamato però a decisioni più delicate perché riguardanti opinioni in un mondo di dati e informazioni in continua mutazione. Lo sottolineano i comitati sorti contro il progetto di legge, secondo cui quest’ultimo rischierebbe di scoraggiare i dibattiti e favorire l’autocensura. «Molte questioni non hanno risposte chiare e le statistiche e la ricerca qualitativa possono essere interpretate in tanti modi», dice Vian Bakir, docente di giornalismo e comunicazione politica, che individua un’alternativa: «lasciare ai politici carta bianca sulla parola, ma garantire che l’intero ecosistema della sfera pubblica sia sufficientemente sano da esaminare attentamente le false dichiarazioni e di evidenziare gli errori fattuali, in modo che i politici siano tenuti a renderne conto pubblicamente». Intervenire dunque su educazione politica e pensiero critico, magari già in età scolare, piuttosto che ampliare la repressione, creando precedenti potenzialmente pericolosi per la libertà di parola.

(Gioacchino Musumeci) – Il governo Meloni è sempre molto tempestivo se l’obiettivo è sgomberare i centri sociali. Questi sono indicati come crogiuoli mefistofelici della sinistra radicale. Tuttavia se ci si azzarda a definire Gioventù Nazionale crogiuolo della destra neofascista apriti cielo; e ciò nonostante l’inchiesta di Fan Page che ha scoperchiato forme aberranti e conclamate di nazifascismo perfino nei dirigenti di Gioventù Nazionale.
In realtà i cittadini generalmente non conoscono nemmeno le ubicazioni precise dei centri sociali, ma nella propaganda del governo, la esistenza di questi centri sembra inficiare il benessere degli italiani, i quali per la verità hanno più a che fare col pieno di benzina e gasolio, oppure con le fatture dell’energia piuttosto che con dinamiche di centri sociali. E mentre il governo pubblicizza gli sgomberi, il tema della sicurezza mette in imbarazzo FDI e la premier più chiacchierona di sempre.
Governo e sostenitori esultano ogni volta che uno spazio occupato da potenziali nemici della patria viene liberato con l’intervento di forze dell’ordine a cui Meloni non aumenta gli stipendi perché non ci sono risorse- ma aumenta gli stipendi dei ministri e trova miliardi per sostentare la difesa da cui sono esclusi però gli organi di polizia- oltre chiacchierare su quanto siano necessari gli apparati deputati al mantenimento dell’ordine pubblico.
PROBLEMA: in questo clima di liberazione dalla tirannide dei centri sociali abusivi, non è dato sapere quando lo stabile occupato abusivamente da Casa Pound al centro di Roma da oltre 20 anni sarà finalmente liberato in nome della battaglia contro l’abusivismo. Il cittadino dovrebbe chiedersi se Roma, in quanto capitale dello stivale tenuto insieme con colla e bugie dal 1861, sia meno importante di Milano e Torino dove il ministero dell’interno di Piantedosi ha pensato bene di far valere le regole.
In compenso nella capitale qualora giornalisti ai quali Casa Pound non vuole concedere interviste, stazionino davanti all’edificio abusivamente occupato, l’intervente dello forza dell’ordine si fa attendere come documenta il video a cui accederete cliccando sul link.: https://www.facebook.com/reel/1229871229234878
Quindi in Italia ” Non si disturba chi produce, e non si disturba Casa Pound”.
I giornalisti si sono sentiti dire dall’agente ligio al dovere: “L’intervista la deve concordare con loro…Adesso identifichiamo tutti, non si preoccupi”. A parte che intervenire formulando l’obbligo di concordare le interviste con Casa Pound è ridicolo dato che non si tratta di intervistare il Sindaco, a che scopo identificare i giornalisti, non sarebbe più logico identificare gli occupanti abusivi dato che il decreto sicurezza condanna l’abusivismo? Oppure il governo tollera l’abusivismo dei propri elettori e amici e la polizia tollera il doppiepesismo del governo mostrandosi pubblicamente ridicola.
Poi l’agente aggiunge: “ Per favore spegnete le telecamere, stiamo facendo un operazione di polizia” …Se si tratta di un operazione di polizia perché spegnere le telecamere, bisogna mantenere il segreto sul fatto che la polizia voglia dissuadere giornalisti dal ficcare il naso laddove non si dovrebbe?
“Io non capisco l’utilità di tutto questo” obietta l’agente al giornalista, come se stabilire l’utilità del giornalismo per i cittadini sia diventato appannaggio dei funzionari di polizia che in realtà dovrebbero capire senza faticare i lavoro dei giornalisti e giustamente capire molto meno il senso di Casa Pound occupante abusivo da 23 anni e ignorato dal governo che condanna solo i centri sociali di presunta sinistra.
Allora finché gli Italiani non si decideranno di darvi una lezione alle urne e rimettervi al vostro posto, ditecelo chiaro“ l’eredita del fascio non si tocca e disponiamo della polizia come ci pare e piace”, almeno avrete quel minimo di coraggio che almeno per una volta vi consentirà di dire la verità su chi siete e cosa fate.
Nel caso Epstein, sembra che quasi la metà del materiale in cui si documentano orrori di ogni tipo resterà secretato

(Paolo Ercolani – ilfattoquotidiano.it) – Era il 2011 quando un finanziere americano fra i più ricchi del mondo, Warren Buffett, dette ragione nientemeno che a Karl Marx, affermando che: “La guerra di classe esiste, l’abbiamo condotta noi ricchi e l’abbiamo anche vinta”. Il fondatore tedesco del comunismo lo aveva scritto nel 1848: “La storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi”.
In epoca premoderna avevano dominato il clero e la nobiltà di sangue, a spese di contadini, artigiani e schiavi commerciali. In epoca moderna la borghesia capitalista aveva esercitato uno “sfruttamento spietato” a danno degli operai e dei lavoratori salariati in genere (per riprendere un’espressione del filosofo anticomunista Karl Popper). Oggi a dominare è la finanza, con l’ausilio e la complicità di figure politiche che, a Destra come a Sinistra, dopo il 1989 hanno svenduto se stessi, il benessere del popolo e la stessa democrazia in cambio di sostentamenti economici e mediatici tali da consentire la vittoria di “libere” elezioni a cui, ormai, partecipa meno della metà della popolazione.
Il risultato è che l’1% della popolazione mondiale possiede il 45% della ricchezza complessiva, mentre in Italia il 91% dell’incremento di ricchezza degli ultimi 15 anni è andato al 5% di popolazione più ricco (Fonte: Rapporto Oxfam Italia, Gennaio 2026, “Nel baratro della disuguaglianza”). In generale, la ricchezza dei 12 paperoni del mondo è aumentata nel 2025 di 2.500 miliardi di dollari, cifra che corrisponde a quanto posseduto da oltre 4 miliardi di persone povere.
Ora, il punto su cui concentrare l’attenzione è che quando avviene un tale squilibrio schiacciante a favore di una ristrettissima minoranza sociale, il dominio che ne deriva non è misurabile soltanto in termini strettamente economici (classi agiate versus classi subordinate), ma anche in termini umani e sociali. In questo ultimo caso entrano in gioco gli altri due aspetti decisivi in cui Marx ed Engels declinavano la lotta di classe, oltre alla suddivisione più famosa tra capitalisti proprietari e operai salariati: mi riferisco al dominio su etnie e nazioni subordinate nonché a quello sulle donne.
Sì, oltre alla radicalizzazione del dominio di pochi ricchissimi su una massa popolare sempre più in difficoltà e privata di tutele e diritti, infatti, assistiamo anche all’esplosione di azioni predatorie e fuori da ogni regola del diritto internazionale su popolazioni ed etnie deboli (il caso della Palestina svetta su tutti, ma ve ne sono anche altri e non certo da oggi), nonché uno sfruttamento selvaggio e totalmente immorale di esseri umani (specialmente donne) sul piano sessuale. In questo senso il caso Epstein negli Usa e, se fossero confermate le accuse, il caso Signorini/Mediaset in Italia, rappresentano un orribile salto di qualità nella lotta di classe vinta dai ricchi e potenti, ormai in grado di esercitare uno sfruttamento anche sessuale non solo in ambito di spettacolo mediatico (quello che emerge più facilmente).
Nel caso Epstein, poi, assistiamo a una dinamica raggelante: oltre ai dati orribili che sono emersi nei file desecretati, infatti, in confronto a cui il marchese De Sade appare uno scolaretto (e quella era fiction), si aggiunga che, malgrado le pur forti pressioni, ad oggi sembra che quasi la metà del materiale in cui si documentano orrori di ogni tipo resterà secretato.
Ora, mi chiedo, perché quella Sinistra giustamente attenta alle discriminazioni sessuali e, in generale, alle vergognose azioni del governo americano, non si pronuncia con nettezza, non avvia manifestazioni di piazza, non richiede interrogazioni parlamentari etc., insomma non pungola il nostro governo a dir poco pavido rispetto a quanto di raccapricciante sta emergendo negli Usa (con molti uomini di potere europei coinvolti a vario titolo), e rispetto a quanto potrebbe accadere anche in Italia se le indagini su Signorini e in generale Mediaset trovassero dei riscontri di reati?!
Perché, invece di proclamare un giorno sì e l’altro pure l’irrealistico “patriarcato”, non si impegna fattivamente a denunciare e contrastare in tutti i modi e tutte le sedi possibili la nuova fase dello sfruttamento di classe che, a vari livelli, colpisce l’emisfero occidentale come anche quello orientale del pianeta?! Sfruttamento che, a monte, è reso possibile da un’ingiustizia sociale e da privilegi per i ricchi e potenti che hanno raggiunto livelli intollerabili.
Il dubbio atroce è che la lotta di classe l’abbiano condotta soltanto i ricchi, e ovviamente vinta, perché si è trattato di lotta a senso unico, senza che la Sinistra ha battuto qualche colpo significativo. Mentre è certa la terribile attualità della battuta del Marchese del Grillo impersonato da Alberto Sordi: “Mi dispiace, ma io so io, e voi non siete un…”
Santanchè ancora indagata: bancarotta da otto milioni. La ministra del governo Meloni e il fallimento della società del biofood di cui è stata presidente fino al 2021

(Estratto dell’articolo di Davide Milosa – ilfattoquotidiano.it) – Una bancarotta collegata a reati societari come il falso in bilancio. È l’accusa per cui è indagata la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, rispetto al fallimento di Bioera spa, la quotata del gruppo del biofood composto anche da Ki group srl e Ki Group holding spa, di cui la rappresentante del governo Meloni è stata presidente fino al dicembre del 2021. La notizia della nuova indagine della Procura di Milano è arrivata nella giornata di ieri quando Daniela Santanchè proprio nel capoluogo lombardo ha inaugurato l’edizione 2026 della Borsa italiana del turismo (Bit). Per lei non è la prima accusa di bancarotta. Già nel 2024 era emersa l’iscrizione di Santanchè assieme all’ex compagno Canio Mazzaro sempre per il medesimo reato e per il fallimento della Ki Group srl.
Per Bioera spa, dove la ministra ha ricoperto il ruolo di presidente del Cda, il fallimento è stato definito dal Tribunale civile il 4 dicembre 2024. Dopodiché la Procura ha atteso la relazione post giudiziale che è arrivata sul tavolo dell’aggiunto Roberto Pellicano alla fine della scorsa estate. Da qui poi si è passati all’iscrizione a modello 21 per Santanchè e altri che risale a circa due mesi fa. Insomma, per il ministro del Turismo i guai giudiziari non finiscono, ma raddoppiano. E anzi si rischia il tris. Il 5 giugno scorso, infatti, è fallita l’ultima società del comparto biofood, e cioè la Ki Group Holding. Il rischio fondato è che con la già dichiarata sentenza di liquidazione giudiziale, si arriverà a una terza iscrizione per bancarotta dopo che in Procura arriverà la relazione del liquidatore che di fatto apre, come successo per Bioera e Ki Group srl, la partita penale. Allo stato, però, non risultano iscrizioni per la holding.
[…] Nella sentenza di 18 pagine della sezione fallimentare del Tribunale civile di Milano risulta che Bioera “si trova concretamente in stato di insolvenza”, visto che “la gestione economica della società soffre della sostanziale assenza di ricavi e della contestuale sussistenza di costi di gestione, il che determina la progressiva rilevazione di significative perdite operative e di esercizio”. Perdite che incidono “in maniera negativa sulla condizione patrimoniale di Bioera, la quale, infatti, alla data del 30 settembre 2024, risulta aver registrato un patrimonio netto contabile negativo per euro 8.098.684,00”. Da tutto questo emerge “il sussistere di uno stato di definitiva incapacità dell’impresa di fare fronte regolarmente alle proprie obbligazioni: emerge infatti come l’impresa debitrice non abbia più credito di terzi e mezzi finanziari per soddisfare” i propri debiti. Con questa seconda iscrizione per bancarotta si incrina ancora di più la posizione della parlamentare di Fratelli d’Italia. Ora, la Procura di Milano dovrà ridefinire meglio quale tipo di bancarotta contestare e ragionare su eventuali distrazioni che allo stato non sono capi d’imputazione. L’ipotesi più concreta è quella di un’accusa per bancarotta fraudolenta impropria collegata cioè a presunti atti dolosi degli amministratori che hanno favorito il dissesto finanziario. Entrambe le inchieste, che potrebbero essere riunite in un unico fascicolo alla fine delle indagini, così si affiancano a quelle per falso in bilancio e truffa all’Inps. La prima che riguarda il gruppo Visibilia, dopo un lungo iter, è approdata ormai da mesi in aula con il processo che si sta svolgendo a Milano. Mentre il fascicolo sulla truffa rispetto alla cassa integrazione nel periodo Covid è bloccato sul tavolo del giudice per l’udienza preliminare, dopo che lo stesso giudice ha inviato gli atti alla Consulta perché risolva un conflitto di attribuzione rispetto all’uso nel fascicolo dei pm di corrispondenza e intercettazioni (audio registrati) della ministra. […] “Avendo Santanchè – hanno spiegato i suoi legali Nicolò Pelanda e Salvatore Pino rispetto a Bioera – abbandonato la carica di presidente senza deleghe dal 2022, troveremmo quantomeno singolare un suo coinvolgimento”.
DAZN e Rai vicine ai diritti tv dei Mondiali 2026, ma è una grande scommessa. L’assegnazione avverrà prima dei playoff di marzo, decisivi per la qualificazione dell’Italia alla rassegna iridata che si disputerà in USA, Canada e Messico.

(Di Marco Sacchi – calcioefinanza.it) – I Mondiali di calcio di USA, Canada e Messico corrono spediti verso DAZN. Secondo quanto appreso da Calcio e Finanza, la piattaforma di sport in streaming – che in Italia manda in onda tutta la Serie A fino al 2029 – è vicina ad acquisire i diritti di trasmissione nella rassegna iridata nel nostro Paese, aggiungendo così eventualmente al proprio portafoglio un altro mercato dopo la Spagna e il Giappone.
L’acquisizione delle sfide in Giappone è stata annunciata a dicembre del 2025, poco prima del sorteggio per i gironi della Coppa del Mondo: nel Paese del Sol Levante DAZN trasmetterà tutte le 104 partite (seppur non in esclusiva) e i match della Nazionale nipponica andranno in onda gratuitamente in streaming.
L’annuncio per quanto riguarda la Spagna è invece più recente. Qui DAZN distribuirà in esclusiva a pagamento il canale del Gruppo Mediapro, che manderà in onda tutte le gare valide per la Coppa del Mondo 2026. Si rafforza in questo modo la partnership tra l’OTT e la FIFA, che la scorsa estate ha portato a un accordo per la trasmissione globale del nuovo Mondiale per Club a 32 squadre.
Tornando all’Italia, DAZN sarebbe dunque vicina a rilevare i diritti tv dell’evento. Trattandosi di una storica “prima volta”, bisogna capire come la piattaforma vorrà ottimizzare questa opportunità, essendo diversa dalla recente esperienza del Mondiale per Club. In quel caso DAZN mandò in onda gli incontri gratuitamente e siglò un’intesa con Mediaset per la condivisione di alcune partite (rinnovata poi per i big match della Liga spagnola). Tuttavia, è ancora troppo presto per delineare la strategia commerciale dell’OTT, dalle modalità di trasmissione della Coppa del Mondo a eventuali accordi di distribuzione.
Tra le emittenti in corsa rimane anche la Rai. La tv di Stato dovrebbe acquisire i diritti di alcune partite della Coppa del Mondo, in cui rientrerebbero quelle dell’Italia (qualora gli Azzurri si qualificassero per la manifestazione). Una scommessa importante per le emittenti coinvolte e per l’equilibrio tra investimento e introiti, dal momento in cui l’assegnazione ufficiale avverrà prima della disputa dei playoff di marzo, senza sapere ancora se l’Italia volerà negli Stati Uniti.
Sfide, quelle della Nazionale, che inevitabilmente spostano molto in termini di audience e che di conseguenza possono influenzare anche i ricavi. La presenza degli Azzurri – come ovvio che sia – garantirebbe un pubblico complessivamente superiore, con benefici anche in termini di raccolta pubblicitaria. Al contrario, un’assenza dell’Italia sposterebbe le cifre verso il basso.
La FIFA assegnerà i diritti del torneo prima della disputa degli spareggi, prevalentemente per una questione di tempistiche. Se i diritti fossero venduti successivamente, per i broadcaster non ci sarebbe tempo a sufficienza per attivare il mercato pubblicitario e valorizzare l’investimento nel migliore dei modi.
Ho il vago sospetto che questo governo si sia posto l’obiettivo di rendere sempre più difficile il dissenso di piazza tramite due modi

(di Marco D’Ercole – ilfattoquotidiano.it) – È doveroso e – ahimè – anche necessario fare una premessa. Qualsiasi forma di violenza è inutile e deleteria per perorare la propria causa. La violenza dei facinorosi negli scontri di Torino e di Milano è da condannare senza se e senza ma. Questa è gente che non ha nulla a che vedere con una protesta non violenta, organizzata nei modi previsti dalla legge.
Ho il vago sospetto che questo Governo si sia posto l’obiettivo di rendere sempre più difficile il dissenso di piazza. Tramite due modi: il primo con leggi repressive del dissenso e l’altro con la possibilità di dare agli agenti libero sfogo alle loro frustrazioni (ahimè). Trovo entrambi i modi complementari tra loro.
Però vorrei soffermarmi su un altro aspetto. Chiudete gli occhi e immaginate la scena. Dopo una protesta pacifica arrivano sempre un gruppo di persone incappucciate, guanti neri e con materiale pericoloso (pesante – pietre etc – oppure infiammabile). Sicuramente questo materiale ha viaggiato parecchi chilometri. Basti vedere l’ordinanza del prefetto di Torino – nessuna vendita di alcoli e percorso condiviso con i manifestanti. Ad un certo punto escono fuori i violenti.
Perdonatemi ma già questo semplice racconto presuppone una marea di domande. Nessuno ha visto manco uno di questi incappucciati avvicinarsi al luogo prestabilito della battaglia? Nessuno si è accorto che un gruppo di persone, ognuno di loro proveniente da zone diverse della città e vestiti similarmente, sono converse nello stesso luogo della battaglia? Davvero l’intelligence della Polizia non ha svolto nessuna analisi sui possibili rischi? Davvero è così semplice trovare pietre o materiale infiammabile in centro città? Davvero i prefetti delle città coinvolte non si sono posti il dubbio del dopo manifestazione, con il calare del buio? Davvero un poliziotto è rimasto da solo, in tenuta antisommossa, a difendersi dai violenti?
Ammetto che potrei andare avanti per ore a listare tutte le domande che ho sugli scontri di Torino e Milano. Potrei anche cercare tutte le motivazioni possibili e immaginabili per cercare di spiegare gli scontri e la violenza. Nel mio piccolo, ho già notato che troppi pennivendoli hanno già scritto troppo sia in quantità che in sciocchezze.
Invece preferisco soffermarmi sulle palesi carenze dei vertici della Polizia. Troppe coincidenze che si incastrano perfettamente tra di loro. Riprendete le domande e togliete il punto di domanda: magicamente diventeranno affermazioni di ciò che è successo. Il ministro Piantedosi ha scaricato la colpa sui violenti – ma! La Polizia ha fatto il suo dovere? Credo proprio di no. E non parlo del poliziotto in strada (sacrificato, forse, da questo Governo, per aumentare la repressione?) – la classica guerra dei poveri: manifestanti da un lato e poliziotti dall’altro. Credo che Piantedosi dovrebbe fare un immenso mea culpa degli errori madornali commessi a tutti i livelli. Sono nato dopo e chiedo: le città negli anni di piombo erano vandalizzate più o meno di adesso? Per quel che ci ho capito, la Polizia il suo lo sapeva fare!
Gentili manifestanti, incazzati e violenti: smettiamola. Non di protestare! Ma di fornire assist a questo Governo che non aspetta altro per inasprire le pene e la repressione. Questo Governo teme il confronto, teme il libero arbitrio, teme cittadini pensanti. L’unica lotta che porterà dei risultati sarà una battaglia simile alla nonviolenza di Gandhi durante la marcia del sale (gli indiani che sono andati al mare a prelevare un po’ di acqua salata per produrre il sale e non pagare la tassa del sale). Hanno reagito? No. Le hanno prese di santa ragione. Se avessero reagito, immediatamente gli inglesi avrebbero ribadito la loro superiorità: “gli indiani non sono capaci di autogestirsi da soli, hanno bisogno della mano ferma del padrone!”.
Non sostengo di prendere botte da tutti e non reagire. Siamo uomini e non santi; ma almeno non spianare la strada a questo Governo!

(Andrea Zhok) – Discussioni come quella recente su Chomsky e gli Epstein file mi hanno fatto riflettere su un problema profondo nelle società occidentali odierne.
Per arrivare al punto devo fare una digressione.
Partiamo da una questione antropologica e sociologica elementare. Posto che ciò che caratterizza gli esseri umani in termini di efficacia nel mondo è la capacità di cooperare, chiediamoci: come si può costruire una rete di cooperazione?
Esistono naturalmente le istituzioni formali, ma esse dipendono a loro volta da un livello motivazionale più profondo: tu puoi avere formalmente uno stato e una magistratura con delle leggi, e tuttavia questo può essere del tutto vuoto ed ineffettivo se la gente non ci crede, se non sente una ragione per riconoscervisi. Il mondo è pieno di stati ed istituzioni che esistono solo sulla carta, ma che di fatto coprono altri meccanismi di potere.
La domanda dunque diventa: cosa consente di costruire reti di cooperazione a livello motivazionale profondo? Nel contesto odierno credo vadano nominati due modelli.
1) Il modello tradizionale si incardina nella natura umana e ha un passato glorioso: gruppi di persone si organizzano, coordinano e cooperano sulla scorta di ideali comuni, dando agli altri e ricevendo dagli altri riconoscimento. Gli elementi affettivi fondanti di questi ordinamenti sono cose come l’amicizia, la lealtà, l’onore, la reputazione. Tutte queste istanze hanno bisogno di tempo per consolidarsi: non si valuta l’onore o la reputazione su un singolo caso, ma sulla configurazione complessiva nel tempo dei comportamenti.
Il fatto di costruirsi nel tempo rende queste istanze faticose da costruire, soprattutto in contesti come quelli del lavoro moderno dove le persone non vivono e lavorano per lunghi periodi in contiguità. Si noti che queste forme di costruzione reputazionale possono anche essere usate in contesti criminali, dunque per fini che potremmo ritenere tutt’altro che ideali. (Questo è il caso del “familismo” presente in varie associazioni criminali di stampo mafioso.) Resta il fatto che anche in quei contesti tale modello cooperativo costruisce un’etica interna. Peraltro associazioni criminali fondate su lealtà famigliari non possono estendersi troppo e quanto più ci si allontana dal centro di lealtà primario, tanto più facilmente si disgregano: il loro potere è circoscritto.
Per questo motivo come base per costruire solidarietà, lealtà, onore e reputazione all’interno di un gruppo funzionano meglio ideali vasti: la fede in Dio, l’idea di nazione, il comunismo, ecc.
Queste istanze sono fondamentali per ottenere la cooperazione di grandi numeri di persone, il che è indispensabile per chi NON detiene quantità significative di potere.
2) Se però guardiamo all’altro estremo della società odierna troviamo altri gruppi con un interesse alla cooperazione. Ciò che chiamiamo “le élite” sono rappresentate da soggetti che detengono SINGOLARMENTE significative fette di potere.
Nella narrazione liberale il fatto che questi soggetti siano comunque una pluralità (centinaia, migliaia, a seconda del livello) sarebbe una garanzia della loro innocuità, perché nel sistema liberale queste élite sono individualmente in competizione costante. Questa competizione garantirebbe una limitazione reciproca dei poteri.
Di principio coordinare gli sforzi e le attività di qualche centinaio di persone è immensamente più semplice che farlo per milioni, decine, centinaia di milioni di individui, per un popolo. Ma per le élite c’è un altro problema. I soggetti che accedono alla sommità del potere in un contesto di competizione economica come quella occidentale sono tipicamente squali spregiudicati, in cui appellarsi a lealtà, onore, amicizia, reputazione sarebbe patetico oltre che inefficace. Dunque, pur essendo numericamente facilitati nella cooperazione, sono ostacolati dalla loro natura. Come si può ovviare a questo limite?
La risposta è data da uno stratagemma che si incontra in alcune versioni del “dilemma del prigioniero”. Bisogna rendersi MUTUAMENTE RICATTABILI. Uno squalo della finanza che è arrivato ad un apice nazionale o internazionale non conta sulla lealtà di un altro squalo gemello. Nuotano in un ambiente dove staccare un brano di carne a chi ti sta attorno garantisce di diventare più grande e di poter mangiare altri pesci più piccoli l’indomani. Ma se ci si rende complici in qualcosa di assolutamente inconfessabile, questo garantisce una cooperazione di lungo periodo. Nonostante l’unico ideale che li muova sia un ideale antisociale, un ideale in cui vale il mors tua vita mea, riescono a cooperare stabilmente con questo sostituto della lealtà e della reputazione che è la complicità nel misfatto, la mutua ricattabilità.
Arrivati a questo punto la mia domanda è: quale dei due sistemi di cooperazione tende oggi ad avere più successo?
Il primo sistema ha dietro tutta la storia dell’umanità, è potenzialmente inclusivo, costruttivo, etico, ma deve coordinare moltissime persone sulla base di istanze che vengono costantemente erose, ridicolizzate, screditate, come l’onore e la reputazione.
Il secondo sistema, grazie all’odierna colossale concentrazione di potere economico, può esercitare grandissimo potere coordinando relativamente poche persone, persone che possono conoscersi faccia a faccia. Questi soggetti possono essere dei perfetti figli di puttana, anzi aiuta, ma se si vincolano reciprocamente attraverso la mutua ricattabilità possono operare con straordinaria efficacia.
E qui ritorno alla vicenda Chomsky e a perché mi ha colpito.
Non per questioni di affezione personale: Chomsky era un liberal, con posizioni molto convenzionali sui soliti “villain” made in USA, ha preso posizioni stupide durante la pandemia, ecc. Non il mio eroe. L’unico suo libro nella mia biblioteca è di linguistica.
Ciò che qui mi colpisce è un elemento relativo alla dinamica reputazionale.
Chomsky appare come un idealista che lottava contro il sistema, e per quanto posso capire ci credeva fermamente. Scrive qualcosa come quaranta volumi di critica severa al sistema di potere americano – certo, critiche nella cornice della Costituzione americana, non è un rivoluzionario, e tuttavia. È percepito da due generazioni come una figura esemplare. Fa conferenze ovunque nel mondo sempre con un enorme seguito. E ciononostante non si arricchisce (è benestante, ma niente di più).
A 87 anni incontra Jeffrey Epstein.
A 95 anni ha un ictus che lo incapacita.
A 97 anni la sua reputazione viene distrutta perché consultando gli Epstein files emerge una frequentazione del medesimo, l’accettazione di favori (una facilitazione finanziaria, vacanze), una conversazione in cui cerca di confutare le idee razziste di Epstein, dialoghi privati in cui sembra credere all’innocenza di Epstein.
Ecco, come ho detto a me non interessa difendere Chomsky né nessun altro, ma una cosa non posso fare a meno di chiedermela. A qualcuno è chiaro in quale tunnel ci siamo messi?
Voglio dire: se uno può costruirsi una reputazione impeccabile e addirittura gloriosa agli occhi dell’opinione pubblica di tutto il mondo fino alla quarta età e questa può essere incenerita in una settimana da una frequentazione senile sbagliata, esattamente chi è al sicuro?
Chi può dirsi che investire nei valori tradizionali dell’onorabilità, della lealtà, della reputazione, affaticarsi nel perseguimento comune di un ideale abbia oggi senso?
Capite che cosa è in gioco?
Abbiamo costruito un mondo in cui puoi scannare il prossimo, massacrare popoli, buttare nella miseria regioni, stuprare, fare compravendita di organi, fare qualunque cosa e alla fine, se la tua cerchia di co-ricattati tiene a sufficienza, te la cavi con una menzione laterale, mantieni tutto il tuo potere, e in punto di morte puoi commissionare un regista glamour di farti un biopic lusinghiero, che farà dire allo spettatore: sì, era un po’ un figlio di puttana, ma un simpatico figlio di puttana, va là.
Dall’altra parte puoi dedicare la vita ad idee che ritieni giuste, discutere con tutti, non sottrarti mai, partecipare, firmare appelli, scrivere incessantemente, mantenere la coerenza anche in situazioni difficili, non accettare ricatti, non farti dettare le cose che dici dal potere, e alla fine se qualcuno mette in fila dieci episodi “inopportuni” in fase senile, questo è sufficiente a schifarti e buttare nell’inceneritore tutto quanto hai fatto.
Ecco, non so se è chiaro quale lezione sta arrivando alle nuove generazioni. Poi non stupitevi.
Il governo mette la fiducia sul pacchetto all’Ucraina per stanare i vannacciani. Sul referendum la maggioranza è preoccupata da report interni sugli astenuti

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Il decreto Armi per l’Ucraina è un passaggio troppo importante e il governo non ha intenzione di giocare con gli “arditi” del generale Roberto Vannacci. Per questo il ministro della Difesa Guido Crosetto si è presentato in aula alla Camera per porre la questione di fiducia sulla conversione del decreto legge: non un modo per «scappare dalla discussione degli emendamenti», ma un atto forte che «obbliga tutti i rappresentanti della maggioranza a dire se, su un tema politico così rilevante, continuano ad appoggiare il governo. E in qualche modo rende chiarezza sulle posizioni di alcune persone».
Il riferimento di Crosetto è chiaro – i tre “vannacciani” Rosario Sasso e Edoardo Ziello (ex Lega) e Emanuele Pozzolo (ex FdI – l’intento anche: «Non è un modo di scappare da una crisi interna, ma semmai di evidenziarla ancora di più».
In altre parole, la scelta è stata quella di non offrire spazio al gruppo di Vannacci per rimestare nelle difficoltà della maggioranza ma di metterlo subito davanti a un bivio: votare con il centrodestra nella speranza implicita di trovarvi spazio oppure votare contro, ponendosi automaticamente fuori. «I frutti li riconosceremo», è stata la conclusione di Crosetto a chi gli ha chiesto di valutare un eventuale no dei vannacciani alla fiducia. A margine il ministro ha anche dato i tempi del suo “progetto Difesa”: «La bozza sarà pronta lunedì e sarà contenuta in un disegno di legge» perché «il parlamento si assuma la responsabilità di costruire la difesa del domani».
I tre vannacciani intanto, privi di palco parlamentare, hanno trovato spazio e microfoni fuori dall’aula di Montecitorio, davanti a uno striscione che diceva «Stop soldi per Zelensky. Più sicurezza per gli italiani». Lo slogan farebbe intuire il no al decreto Armi, ma i pretoriani hanno frenato, definendosi «in una fase di riflessione» e aggiornando a poco prima del voto lo scioglimento della riserva. A decidere, infatti, sarà il presidente-generale di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci.
«Con gli ordini del giorno comunque questo tema verrà affrontato», ha aggiunto Pozzolo, sottolineando che Vannacci non ha mai detto «di non voler lavorare con il centrodestra». Peccato che poco prima il collega Ziello abbia accusato il vicepremier Matteo Salvini di «incoerenza» e di essere «schiacciato dalle contraddizioni».

Così la mossa della fiducia ha innescato due moti e interpretazioni opposte. Se il governo sostiene di averlo fatto per far emergere in modo netto l’eventuale defezione del generale, i vannacciani in insolito asse con le opposizioni lo hanno interpretato come un modo per nascondere le difficoltà della Lega, i cui parlamentari sono da mesi inquieti sull’opportunità di votare il nuovo decreto Armi all’Ucraina che Salvini aveva tentato di bloccare a dicembre, ma senza successo. Altro che assunzione politica, ha tuonato la capogruppo dem Chiara Braga, «è sfuggire da questa discussione politica. La presidente Meloni dovrebbe assumersi fino in fondo la la responsabilità di questo passaggio». Vannacci, sui suoi social, ha rincarato: «La Lega chiede al governo di porre la fiducia per evitare di far palesare il voto di coscienza (o le assenze in aula) di molti leghisti».
L’esito del voto di fiducia si scoprirà oggi, quando il generale darà indicazioni alle sue per ora agili truppe. Intanto, però, le difficoltà della Lega appaiono sempre più evidenti. Ormai stabilmente superato da Forza Italia all’8,4 per cento, secondo l’ultimo sondaggio Swg il partito di Matteo Salvini arranca intorno al 6,6 per cento, con il Futuro nazionale di Vannacci dato al 3,3. La previsione può apparire forse troppo favorevole all’eurodeputato e forse frutto del battage successivo al suo strappo più che di realistico peso politico. Eppure, per la prima volta la minaccia ha un numero a cui essere associata.

In questa fase, il governo è assediato proprio dalle percentuali. La prima è appunto quella delle intenzioni di voto dei cittadini, che serviranno a modellare la legge elettorale. Fonti di centrodestra concordano che la riforma del sistema di voto arriverà e arriverà anche presto, senza se e senza ma. «Necessaria», viene definita, e «svincolata» dall’esito del referendum costituzionale. L’incognita Vannacci però impone una ponderazione attenta, soprattutto per la soglia di sbarramento.
Questo è l’altro campo i cui numeri non fanno sorridere. Gli alleati, infatti, hanno commissionato una serie di studi per capire come muoversi e l’esito sta creando più di qualche preoccupazione. Il sentiment intorno alla riforma della magistratura è di favore, per quasi due terzi dei cittadini, la propensione ad andare a votare invece è opposta: dei favorevoli, meno del 20 andrebbe alle urne; tra i contrari invece è deciso a votare oltre 80 per cento. Ecco quindi spiegato il testa a testa registrato dai recenti sondaggi. Il dato che più sta facendo riflettere palazzo Chigi, però, è quello secondo cui una discesa in campo di Meloni per il Sì provocherebbe esattamente l’effetto contrario, motivando gli indecisi del No a votare. Un perfetto “effetto Renzi” come nel 2016, è la sintesi. Saggiamente, dunque, la premier sta rimanendo nelle retrovie, lasciando la scena al ministro Carlo Nordio: troppo alto il rischio di eterogenesi dei fini, troppi giorni di passione ancora separano dal voto del 22 e 23 marzo. Eppure una strategia alternativa alla politicizzazione del voto con il nome della premier andrà trovata, per evitare che le opposizioni diano la prima vera spallata così a ridosso delle prossime elezioni politiche.
Con i sondaggi che danno quasi per fatta la rimonta del No al referendum, non stupisce più di tanto il nervosismo del governo e di Meloni

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Con i sondaggi che danno quasi per fatta la rimonta del No al referendum sulla riforma che demolisce il Consiglio superiore della magistratura, non stupisce più di tanto il nervosismo che, da giorni, attanaglia il governo e la premier Meloni in particolare.
Che non perdono occasione di strumentalizzare la qualunque pur di attaccare i magistrati, giustificare la stretta autoritaria dell’ennesimo pacchetto sicurezza, coprire i disastri della televisione pubblica (e del management da loro selezionato) insieme alla valanga di dati economici che, con cadenza ormai quasi quotidiana, smentiscono i decantati successi delle politiche sovraniste.
I primi segnali di tensione si erano avuti domenica scorsa, quando la presidente del Consiglio aveva sparato a zero sui “nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo”. Un’equivalenza che ricorda tanto i nemici del popolo di staliniana memoria. Anche se a fare il giro del mondo è stata più che altro l’imbarazzante telecronaca della cerimonia d’inaugurazione dei Giochi, affidata al direttore di RaiSport, Petrecca, entrato a pieno titolo nel palmares dei record olimpici con una serie micidiale di gaffe che ha scatenato la protesta della redazione (ritiro delle firme e tre giorni di sciopero a Giochi finiti).
In compenso la premier ha pensato bene di alzare la voce per difendere il comico Pucci che, vittima di un singolare caso di auto-censura, ha deciso di rinunciare dopo la pioggia di critiche e insulti alla co-conduzione della terza serata di Sanremo. Sempre meglio, per Meloni, che parlare della stroncatura del pacchetto sicurezza da parte dell’ex capo della Polizia, Gabrielli, che lo ha definito “propaganda securitaria a finanza zero”. O delle 429 imprese italiane passate nell’ultimo anno in mani straniere.
Giorni difficili, insomma, per il governo. Che ieri ha dovuto incassare pure il catastrofico dato di Transparency International: l’indice di percezione della corruzione in Italia perde un altro punto (da 54 a 53), sebbene confermando la 52esima posizione (su 182). Tra le cause l’abolizione dell’abuso d’ufficio vergato da Nordio. Con la stessa mano con cui ha scritto la riforma della Giustizia che il 22 e il 23 marzo potremo fermare votando NO al referendum.

(Dott. Paolo Caruso) – I temi della sicurezza e il DDL approvato in questi giorni dopo i fatti incresciosi di Torino e Milano sono i temi politici dominanti di questa destra meloniana che progressivamente sta portando il Paese Italia verso un sistema autoritario. Con questa Riforma della “Giustizia”, ovvero la separazione delle carriere dei Magistrati, lo sdoppiamento del CSM e la creazione dell’ Alta Corte disciplinare, se approvata dal voto referendario, verrà attuato quel progetto politico che fu del piduista Licio Gelli, di Berlusconi, di Previti e di Verdini. Un progetto estremamente pericoloso che vuole il controllo politico della magistratura, limitando l’autonomia del Csm, e stravolgendo così quello che i Padri Costituenti avevano pensato a difesa della democrazia, con i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario indipendenti. L’attacco continuo alla magistratura portato avanti anche dalla Premier Meloni dimostra l’ insofferenza dell’ Esecutivo al controllo di Organi terzi. La vorrebbe addomesticata alla politica, con giudici sorteggiati e… (in)”dipendenti” . Il modello pare assomigliare parecchio a quello ungherese dell’amico Orban, dove il giudizio è emesso in base alla appartenenza di governo. In questi ultimi anni si è fatto di tutto per delegittimare la magistratura, limitandone anche il campo d’azione con leggi tendenti a favorire i cosiddetti Colletti bianchi, i politici e certa imprenditoria. Infatti l’abolizione del reato di Abuso d’ufficio e del Traffico di influenze illecite, la Riduzione a soli 45 giorni delle intercettazioni telefoniche, la Procedibilità d’ufficio relegata a querela di parte, la Denuncia con avviso di 5 giorni, e inoltre la conferma della Improcedibilità processuale retaggio della “Schiforma Cartabia”, rappresentano in pieno il volere di questa destra di governo. Un vulnus per la nostra democrazia. Una democrazia che con il Premierato in gestazione e la Sottomissione dei magistrati alla politica si avvierebbe speditamente verso una forma di Autocrazia moderna elettiva. I segnali già sono presenti. Non c’è confronto tra Premier e libera Stampa, il tutto ridotto a fuggevoli parole o a monologhi autocelebranti. Andremo al voto referendario ” confortati ” dalla dichiarazione esplicita della Meloni che, in caso di vittoria del No e la bocciatura della sua riforma, “essa non si dimetterà dal governo”. Allora si che sarà buio l’ orizzonte ! I tempi lunghi della Giustizia, le carenze, insomma tutto quello che interessa alla gente, qualunque sia l’esito del Referendum, non cambierà. Si capisce bene allora come al governo serva solo la separazione delle carriere per sottomettere la magistratura alla politica. Ora a Tele-meloni e alle Reti Mediaset il compito di infinocchiare gli elettori, orientandoli al voto. Un voto che si spera razionale scevro da condizionamento politico. Basta già la vergogna del voto precluso ai tanti giovani fuori sede. Intanto i problemi reali del Paese, come la casa, la disoccupazione giovanile, gli stipendi, le pensioni, il lavoro precario, la sanità, la scuola, e la denatalità possono attendere… poi magari forse un domani si vedrà!

(Tommaso Merlo) – Pucci non va a Sanremo ma in compenso Netanyahu va da Trump per la sesta volta. Scenari inquietanti mentre la colonia italica balza da una bolla mediatica all’altra. Al posto della politica il pettegolezzo con influencer travestiti da governanti e cittadini da tele elettori e scrollatori seriali. Di questo passo avremo davvero Corona premier, le letterine come ministre e Pucci a capo dell’opposizione. E sarebbe un salto di qualità perché perlomeno crollerebbero certe onorevoli ipocrisie e potremmo renderci conto dello stato penoso in cui è piombato il nostro paese. E a quel punto ripartire. Del resto nulla accade per caso. Dopo decenni di militanza sul divano bombardati da televisione spazzatura, la deriva culturale si è fatta politica. Decenni vittime delle reti di proprietà del tre volte premier in fuga perenne dalla galera e da se stesso finendo tutti in uno squallido reality show. E decenni vittime delle reti di una Rai perennemente corrotta da una politica corrotta. La più grande azienda sottoculturale del paese in balia di parassiti, cordate clientelari e parrucconi fuori dal tempo che pontificano per convincersi di essere qualcuno tra un format depressivo e l’altro. Non è solo quello che mandano in onda, è la televisione in sé ad incarnare i mali italici. Compreso quello di preferire l’autodistruzione al cambiamento. Con la stampa che completa il desolante quadretto mediatico, decenni di propaganda per conto di chi la mantiene col risultato di perdere ogni credibilità e quindi lettori e quindi senso. Ormai la realtà virtuale conta di più della realtà in cui milioni di persone lottano ogni giorno per non finire in mezzo ad una strada mentre lorsignori scelgono le stoffe per i tendaggi delle loro ville. Ingiustizia sociale da secolo scorso spacciata come normalità da una oligarchia sempre più ottusa ed arrogante. Stiamo scomparendo demograficamente mentre quelli che rimangono vorrebbero scomparire, ma influencer travestiti da politicanti ignorano i drammatici dati economici e sociali e si preoccupano dei dati dell’audience televisivo, dei like e dei sondaggi tra i tifosi elettorali superstiti. Forse perché incapaci, forse perché senza bussola o forse perché si sono arresi delegando il futuro del paese ad altri. Al delirante impero americano, ai tecnocratici guerrafondai di Bruxelles, ai mercati finanziari, alle lobby senza volto né cuore. Al posto della politica il marketing elettorale e una volta nei palazzi galleggiamento, ordinaria amministrazione da pensiero unico neoliberista nella speranza che il vento planetario soffi a favore. Ed ecco il risultato. Neanche una parola su tragedie da fine del mondo, ma post accorati per tutto ciò che smuove il torpore esistenziale delle masse su cui si precipitano per dimostrare il loro granitico patriottismo e pure di essere brave persone. Su scandali ma solo se non li riguardano, su tragedie di cronaca nera che non passano mai di moda e sui grandi eventi. Dall’insipida mangiatoia olimpica fino ad uno dei pochi pilastri rimasti nella vita italica e cioè il festival della canzonetta. Con Pucci che diventa una questione di stato e Corona il pericolo pubblico numero uno mentre Netanyahu torna per la sesta volta a trovare Trump. Ad attenderlo un imperatore andato a male che dopo aver passato la vita a fregare il prossimo e violentare minorenni e mentire anche a se stesso, si ritrova a combattere con scheletri e neuroni. Comprato a peso d’oro dalle lobby del petrolio e delle armi ha bombardato mezzo mondo dopo aver promesso la pace. Comprato a peso d’oro dalla lobby sionista, è il principale complice del genocidio del secolo e come tale l’ennesimo criminale di guerra a sguazzare alla Casa Bianca. È davvero un periodo complicato e il suo capo Netanyahu deve rimetterlo in riga. Spronandolo a continuare ad insabbiare lo scandalo Epstein per evitare che venga fuori la rete di ricatti politici. Del resto se non gli frega nulla dei bambini di Gaza, figuriamoci di quelli martoriati dai potenti del pianeta. Trump deve normalizzare tutto e continuare ad ignorare sia lo sterminio che l’annessione dei palestinesi e smetterla di temporeggiare con l’Iran. L’ultimo nemico ancora in piedi da sirianizzare o libizzare che dir si voglia. Netanyahu deve poi serrare le fila della lobby sionista che sta vivendo una crisi epocale negli Stati Uniti, è talmente sputtanata che i suoi soldi sono un boomerang e fanno perdere i candidati mentre gli uomini liberi in rete sovrastano i loro burattini mainstream. Un potentissimo sistema di potere che sta crollando insieme all’impero che ha infiltrato e certi passaggi storici non sono mai indolori. Scenari davvero inquietanti eppure la colonia italica balza da una misera bolla mediatica all’altra. Di questo passo avremo davvero Corona premier, letterine come ministre e Pucci a capo dell’opposizione. E sarebbe indubbiamente un salto di qualità perché perlomeno crollerebbero certe onorevoli ipocrisie e potremmo renderci conto dello stato penoso in cui versa il nostro paese. E a quel punto ripartire.
Tra le migliaia di email non c’è nessun riferimento al filosofo – autore di saggi contro il potere – quale beneficiario delle prestazioni sessuali, ma emergono viaggi e soggiorni pagati dal pedofilo. Chi ha letto i libri e seguito il contributo al dibattito pubblico offerto negli anni da Noam Chomsky, linguista del MIT e punto di riferimento della sinistra radicale prima che un ictus lo colpisse nel 2023 a 95 anni, da giorni si chiede attonito cosa avesse da spartire un pensatore come lui col […]

(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Chi ha letto i libri e seguito il contributo al dibattito pubblico offerto negli anni da Noam Chomsky, linguista del MIT e punto di riferimento della sinistra radicale prima che un ictus lo colpisse nel 2023 a 95 anni, da giorni si chiede attonito cosa avesse da spartire un pensatore come lui col criminale Jeffrey Epstein, come emerge dai documenti che il Dipartimento di Giustizia Usa ha reso pubblici […]
La moglie di Chomsky, Valeria, ha voluto chiarire che la relazione con Epstein riguardava solo incontri di carattere culturale, essendosi costui presentato come una specie di mecenate e filantropo perseguitato dai media. “Noam”, scrive Valeria Chomsky, “gli ha parlato delle sue personali controversie politiche coi media. Epstein ha creato una narrazione manipolativa sul suo caso, a cui Noam, in buona fede, ha creduto. Ormai è chiaro che è stato tutto orchestrato, essendo almeno una delle intenzioni di Epstein quella di cercare di ripulirsi la reputazione associando il suo nome a uno come Noam”.
Possiamo prendere per buona questa versione? In effetti, tra le migliaia di mail con Chomsky, o con sua moglie, o coi suoi collaboratori in merito agli spostamenti dei Chomsky, non compare nemmeno un riferimento al filosofo quale beneficiario delle prestazioni sessuali che Epstein forniva ai suoi amici famosi. Tuttavia è quasi più incredibile, per chi conosce il rigore morale del linguista dalle sue opere, immaginare tra i due un rapporto alla pari basato sullo scambio intellettuale […] Com’è possibile che un pensatore lucido come Chomsky ci abbia messo tanto, dal 2015, quando conobbe Epstein, al 2019, quando questi venne arrestato per traffico di minorenni, ad accorgersi del livello della persona con cui aveva a che fare? E se ne è davvero allontanato, o sua moglie ha aspettato che il caso esplodesse per prendere le distanze dall’amico? È di qualche rilevanza che a fine febbraio 2019 Epstein riferì a un suo collaboratore di aver ricevuto consigli da Chomsky su come affrontare “l’orribile modo in cui viene trattato dalla stampa e dal pubblico”: “Il modo migliore per procedere è ignorarlo”, gli avrebbe detto Chomsky, visto che “l’isteria che si è sviluppata riguardo agli abusi sulle donne” “ha raggiunto il punto in cui mettere in discussione un’accusa è un crimine peggiore dell’omicidio”. Sei mesi dopo, Epstein si suicidò mentre era in custodia federale per le accuse di traffico sessuale.
[…] Abbiamo compulsato tra gli Epstein files per capire meglio la natura della loro relazione. Emergono centinaia di mail su eventi, viaggi, soggiorni e biglietti a spese di Epstein per i coniugi Chomsky. In una mail del luglio 2015 Epstein, che ha fatto studi di matematica senza laurearsi, dopo aver spiegato a Chomsky il suo punto di vista sulla differenza tra matematica e fisica, scrive che Valeria Chomsky è ancora “qui” e “non è stata capace di ripartire” dalla sua residenza di lusso, la stessa nella quale venivano compiuti crimini orribili su bambine e ragazze. Chomsky risponde con piaggeria che loro due, cioè Valeria e Epstein, sono “come Plutone con la sua luna”; al che Epstein replica: “Chi è Plutone?”, intendendo chi tra i due fosse più affascinato dall’altro. In un’altra mail, Chomsky chiede a Epstein consigli finanziari in merito a dissidi coi figli avuti dal primo matrimonio. In un altro scambio, Chomsky inoltra a Epstein una mail di una giornalista di BuzzFeed che gli chiedeva un parere in merito alle denunce di molestie, nell’ambito del MeToo, contro Lawrence Krauss, astrofisico e imprenditore, a cui Epstein aveva donato 250 mila dollari. In essa si rammarica: “In genere, quando vengono fatte denunce di questo tipo, devono investigare… Io e Valeria conosciamo molto bene Lawrence da anni e quel che dicono non è coerente con quanto sappiamo circa la sua vita e il suo carattere”. Epstein risponde: “Grazie Noam. Sono davvero dei viscidi… Hanno ripescato false accuse da Internet e ne hanno distorte altre… È molto deprimente”.
Chomsky ha dedicato un’infinità di saggi e articoli alla lotta contro il potere. Tutta la sua vita è stata improntata alla critica del modello americano, basato sulla competizione e il neoliberismo che dappertutto in Occidente ha applicato il principio esiziale per cui il denaro deve “sgocciolare” dai ricchi ai poveri. Ha sempre criticato la protervia degli Usa nel voler “esportare la democrazia” con le guerre, nonché il loro sostegno alle politiche di apartheid e pulizia etnica contro i palestinesi a Gaza e Cisgiordania.
Come poteva avere rapporti con Epstein, che finanziava l’Idf e fece da tramite tra il premier israeliano Netanyahu e la banca JP Morgan? Come è possibile che ancora nel 2019, ancorché 91enne, Chomsky non avesse avuto sentore dei veri traffici di Epstein? Possibile che i favori lussuosi che costui elargiva ai suoi ospiti – vacanze, cene, fatuità: il contrario della faticosa attività del pensare e del produrre valori che non coincidano col denaro – bastassero alla coppia per mantenere rapporti con lui?
[…] Nel dicembre 2018 Chomsky si lamenta con Epstein della censura e della cancel culture, senza rendersi conto che la “cultura del boicottaggio” non c’entrava nulla col caso Epstein e che anzi la sua critica era usata come cavallo di Troia dalla peggiore élite affaristica e pedofila: “Purtroppo le culture possono essere travolte dalla follia. Il nazismo, per esempio… Siamo in una di quelle fasi. È come cercare di discutere razionalmente con dei fanatici religiosi”. Epstein risponde che sta pensando di mandare al Washington Post un articolo che lo assolve dalle accuse per “favori sessuali su commissione”. Vi si legge: “Alcune delle donne da lui pagate avevano meno di 18 anni”, ma a sua discolpa cita “la testimonianza giurata di molte di loro che avevano mentito dicendo di avere 18 anni per essere ammesse a casa di Mr. Epstein”. Chomsky è dalla sua parte, e risponde con riflessioni sulla “coscienza” e la “vita mentale”. Ciò che emerge, è la totale impermeabilità del pensatore alla vita vera e al dolore delle vittime, dopo una vita spesa per dar loro voce. Credeva veramente che Epstein fosse una vittima del moralismo dei media e della giustizia americana.
Forse ciò che teneva Chomsky avvinto a Epstein era non il sesso, ma una forma imperdonabile di vanità. Certo questa commistione è emblematica della sudditanza che un certo ceto intellettuale, liberal, iper-colto, in teoria vicino ai deboli e agli sfruttati della terra, nutre per l’oligarchia dei miliardari in bitcoin e moneta sonante, capaci di costruire una rete di potere e influenza ai piani alti della società, tale da garantire impunità e pervertire il pensiero. Aveva ancora una volta ragione Marx: “Il denaro costringe le cose contrarie a baciarsi”.
Quale tessera avevano in tasca i grandi cronisti di un tempo? Basterebbe questa domanda a riassumere il declino della Rai sfociato nell’ultima telecronaca del direttore di Rai Sport all’apertura delle Olimpiadi invernali

(Gian Antonio Stella – corriere.it) – Quale partito votava Nando Martellini? E Bruno Pizzul? E Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Adriano De Zan, Rino Tommasi o Gianni Clerici? Quale tessera avevano in tasca, a quale leader si erano genuflessi, in che casella stavano del manuale Cencelli? Basterebbero questi quesiti, ridicoli agli occhi di ogni appassionato di sport che amò quegli straordinari professionisti ignaro delle loro simpatie, a riassumere il declino della Rai sfociato nell’ultima telecronaca di Paolo Petrecca, il direttore di Rai Sport in quota FdI schiantatosi sulla tragicomica diretta dell’apertura delle Olimpiadi invernali dopo aver detto ai perplessi le ultime parole famose: «Ci metto la faccia».
Sì, ciao. Ahi ahi, sospirerà qualche nostalgico del Capoccione: quelle sì erano cronache! «Camerati! Io vi abbraccio tutti quanti e nel mio abbraccio è il saluto del Duce che vi dirà domani del suo compiacimento; è il saluto di tutti gli sportivi d’Italia che ardono dal desiderio di accogliervi…», tuonava Leandro Arpinati presidente del Coni il 1° settembre 1932 per salutare gli azzurri al ritorno dalle Olimpiadi di Los Angeles. «La vittoria esprime l’azione. La vittoria esprime la perfezione e la vitalità della stirpe!», trombettava sul Corriere fascistizzato Adolfo Cotronei esaltando il Capo: «Egli ha voluto che fosse considerato necessità della stirpe, affermazione della razza». Tema ripreso due anni dopo sulla Gazzetta da Bruno Roghi per esaltare la nazionale di calcio: «Non una squadra di undici uomini, ma una razza…» Per non dire del Littoriale del 29 giugno 1938: «L’invitto “Undici” italiano ha ancora una volta dominato nel nome del Duce. (…) Vittorioso in Italia nel 1934, vittorioso a Berlino nel 1936, vittorioso a Parigi nel 1938, il Calcio italiano ha ormai clamorosamente affermato e ribadito la sua indiscutibile superiorità nel mondo. (…) Ancora una volta il trionfo ha illuminato coloro che sorreggono la gagliardia fisica con una sconfinata forza morale: quella forza che deriva dalla fede, dall’orgoglio, dal prestigio dei figli della nuova Italia imperiale e fascista».
E via così, fino all’elogio su La Stampa del Duce che «pratica ogni giorno uno sport» e il lunedì marcia e il martedì nuota tuffandosi «con audacia in piscina e nel mare» e il giovedì cavalca il suo cavallo bianco che lo ama tanto «nitrendo in modo significativo allorché sente la Sua voce». Alla larga dai cronisti devoti. Non basta essere fedeli…