Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Napoli, Musei del Vomero, l’alba alla Certosa con musica sabato 3 ottobre


Musei del Vomero, all’alba di sabato 

la Passeggiata dei Monaci 

nei terrazzamenti della Certosa di San Martino

alba a napoli@EikeSchmidt.jpg

Sabato 3 ottobre saranno aperti eccezionalmente al sorgere del sole 

i camminamenti dei certosini con un suggestivo accompagnamento musicale.

Biglietti limitati e acquistabili on line 

Apertura straordinaria della Certosa di San Martino all’alba di sabato 3 ottobre per uno spettacolo della natura accompagnato dalla musica del Quartetto di Napoli.

Uno dei percorsi più esclusivi e panoramici dei Musei Nazionali del Vomero torna finalmente fruibile: si riapre infatti  al pubblico, in via eccezionale, un tratto del suggestivo percorso della passeggiata dei monaci.

Un’esperienza immersiva: L’evento, della durata di un’ora e mezza, consentirà non solo di osservare l’alba, ma anche  di ascoltare dall’alto il risveglio della città, godere di un suggestivo percorso nel verde fondendosi con i ritmi della luce solare e guidati dalla musica.

Accoglienza musicale: I visitatori, infatti, saranno accolti dalle 6:00 del mattino dai musicisti del “Quartetto di Napoli” che eseguiranno brani dal  vivo di un repertorio raffinato, spaziando dal folklore andino di Luis Gianneo, alla rara tradizione cameristica italiana di Giuseppe Martucci.

Il gran finale all’alba: Il camminamento tra i terrazzamenti si conclude nei pressi della splendida Coffee house settecentesca. Qui, a partire dalle 7:00, una seconda performance musicale accompagnerà il sorgere del sole da dietro il Vesuvio, fino alle 7:30.

Lo spettacolo dell’alba sarà incorniciato dalle note del celebre quartetto “Americano” di Antonín Dvořák, un affascinante dialogo tra il tardo romanticismo, l’identità nazionale e le suggestioni d’oltreoceano.

Quartetto di Napoli.jpg

La partecipazione è limitata ad un numero massimo di 80 visitatori con il biglietto speciale “PASSEGGIATA DEI MONACI ALL’ALBA”, al costo di 15 euro, acquistabile online sul sito dei musei italiani entro le ore 6.30 del 3 ottobre (LINK: https://portale.museiitaliani.it/b2c/buyTicketless) o presso la biglietteria il giorno precedente.Si consiglia un abbigliamento idoneo alle fresche temperature mattutine della collina del Vomero a inizio ottobre e si raccomanda l’uso di calzature comode.

FOTO: La foto dell’alba è stata gentilmente concessa da Eike Schmidt, direttore del Museo di Capodimonte
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Diana Kühne

Musei nazionali del Vomero 


Melonellum o voto. Lega e FI temono un “incidente” di FdI


Gli alleati temono che Meloni cerchi un incidente per tornare al voto. Da FdI filtra tranquillità: con la nuova legge, Vannacci neutralizzato

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Quando la concentrazione deve essere massima, il silenzio è d’oro. Con questo mantra i deputati di centrodestra si apprestano ad accogliere a Montecitorio il testo della legge elettorale per il via libera definitivo: nessun commento, nessuna risposta al cannoneggiare di attacchi da parte delle opposizioni, con Simona Bonafé del Pd che ha parlato di «cancellazione dell’identità di genere» e il Movimento 5 Stelle, con Vittoria Baldino, che ha definito il Melonellum «incostituzionale» e «moralmente riprovevole».

L’ordine di scuderia, arrivato dai leader ai rispettivi capigruppo, è quello di sorvegliare i propri parlamentari, impedire defezioni e marcare stretti i deputati, e soprattutto le deputate, che domani – quando inizieranno le votazioni – potrebbero tradire nel segreto dell’urna. «Alle 16:15 saremo in aula», ha assicurato il presidente della commissione Affari costituzionali Nazario Pagano, che in mattinata completerà l’esame degli emendamenti.

Il cammino è disseminato di rischi e la sensazione, in Transatlantico, è che anche tra alleati ci si inizi a guardare con sospetto. Del resto, la minaccia è arrivata direttamente dalla premier Giorgia Meloni, che in più sedi – non ultima la riunione del Consiglio dei ministri di qualche giorno fa – ha fatto capire che se la legge non passa lei ne trarrà le conseguenze, dimettendosi per tornare al voto. Anche per questo sugli articoli verrà posta la questione di fiducia: in caso di franchi tiratori all’opera e bocciatura, Meloni avrà gioco facile a trarne le conseguenze.

«Il Melonellum è una truffa». E ora riparte il fronte del No

Tra gli alleati, nei ranghi di Forza Italia e Lega, proprio questa paura sta serpeggiando: non è che la premier voglia provocare l’incidente, così da avere il perfetto casus belli per andare a elezioni anticipate, facendo saltare contemporaneamente anche il Melonellum, che a conti fatti e con la variabile Vannacci non garantisce più una vittoria certa? Il dubbio è alimentato dall’esito delle suppletive di Reggio Calabria, dove il partito del generale si è fermato sì all’11 per cento e in condizioni particolari di bassa affluenza, ma quella doppia cifra basta ad alimentare il sospetto che Futuro nazionale possa scompaginare ogni calcolo. Sentite, fonti vicine al dossier elettorale smentiscono la ricostruzione: «Meloni è convinta che con la nuova legge le elezioni diventeranno una corsa a due, azzerando Vannacci: sarà lei contro il nome scelto dal campo largo. Tutto il resto sono invenzioni».

A scanso di ogni equivoco, i big leghisti e azzurri ostentano tranquillità. L’unico a esprimerla ad alta voce, però, è il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè durante un evento pubblico: «Non c’è la percezione di diserzioni nascoste». Lui parla di percezione, ma la certezza è che il controllo sarà capillare proprio per non servire a Meloni l’appiglio per tornare al voto, proprio nel momento in cui la Lega ha annunciato un congresso straordinario e Forza Italia sta vivendo un momento di riequilibrio interno tra le forze più vicine alla famiglia Berlusconi e gli allineati al segretario Antonio Tajani.

Il Senato approva il Melonellum. Le opposizioni attaccano: «Legge truffa»

Conviene?

I peones di Fratelli d’Italia, invece, già stanno ragionando di capilista e preferenze. I posti bloccati saranno appannaggio di ministri e sottosegretari uscenti, per le preferenze andrà fatto un attento lavoro di screening interno per individuare chi le ha, a differenza di come si fece nel 2022 sotto il controllo di Francesco Lollobrigida. Ecco perché a scaldare i motori ci sarebbero molti dirigenti locali, mentre a temere di più sono i parlamentari uscenti senza radicamento e che sono stati meno abili a diventare riconoscibili per la leader.

In ogni caso – è il ragionamento che filtra – FdI non risentirà di un calo drastico di eletti, anche in caso di sconfitta e con Vannacci fuori dalla coalizione. Secondo una simulazione del Centro italiano studi elettorali della Luiss con i numeri della Camera, FdI passerebbe da 118 deputati attuali a 89 in caso di premio di maggioranza al campo largo e 112 in caso di sconfitta ma senza che scatti il premio. In realtà, la convinzione di chi scommette tutto sulla leadership di Meloni è diversa: quando comincerà davvero la campagna elettorale, FdI si mangerà sia la Lega sia FI perché la comunicazione sarà quella del «vota Meloni o vota Schlein». E Vannacci? «Schiacciato».

La suggestione è quella di trasformare FdI nel «partito della nazione» e questa legge elettorale sarebbe stata pensata proprio per creare un sistema bipolare che catalizzi i voti su due leader contrapposti. Un bipolarismo che, a oggi, attirerebbe su Meloni anche il consenso dei due partiti minori del centrodestra, che verrebbero eventualmente ricompensati con posti nel listone del premio di maggioranza, che però scatta solo in caso di vittoria. In sostanza, l’aspettativa della premier sarebbe quella di fare il pieno di consenso personale, concedendo poco agli alleati in difficoltà.

Se la ricostruzione fosse confermata, un punto rimane comunque in sospeso: la data del voto. Dopo aprile e con l’election day nelle grandi città sfavorevole al centrodestra continua a essere l’ipotesi più probabile, nonostante Meloni abbia ripetuto che l’obiettivo è quello della «fine della legislatura» e il presidente del Senato, Ignazio La Russa, abbia parlato di «fortissima probabilità» di andare a scadenza naturale.

Chi la frequenta in questi giorni, però, la descrive come «stremata», soprattutto da dopo il comizio di Bari per festeggiare il governo più longevo. Dunque non disponibile a tirare avanti davvero per un altro anno. Intanto un passo alla volta, ora con la legge elettorale.


La via del Mondo


(Gioacchino Musumeci) – Emanuele Fiano afferma che lascerà il Pd qualora si schieri contro il Ddl sull’antisemitismo proposto dal governo Meloni in accordo con alcuni elementi di spicco dell’area riformista Pd.

Secondo Fiano il Pd “ Sta perdendo se stesso”.

Ed è qui che bisogna fermarsi. Perché l’argomento è troppo serio per l’approccio ideologico a compartimenti stagni. Non voglio parlare del Pd, magari sta ritrovando qualche elemento della sinistra storica, per decenni rigettata. Voglio parlare invece di chi si è perso veramente, di chi attualmente non riconosce alcun diritto al popolo palestinese.

Questo è Israele oggi. Non è più tempo di lamentele da bambini viziati. Abbiamo il dovere morale di ammettere che il governo Netanyahu ha mostrificato l’immagine di Israele, e ha reso odiosi gli Israeliani agli occhi di una frazione impressionante di opinione pubblica mondiale. Il Mondo non è più antisemita, questo è semplificare. C’è ben altro. L’informazione è più veloce e le immagini di Gaza, le affermazioni dei soldati, i motivatori dell’esercito che inneggiano allo sterminio di tutti gli Arabi, il razzismo dei vertici Israeliani, i bambini sparati alla testa, i morti di fame assassinati a frotte mentre cercano cibo, le sevizie nelle carceri, l’opinione pubblica manipolata, non sono invenzioni antisemite. Tutto questo rappresenta l’orrore con cui il governo di Benjamin Netanyahu ha sepolto lo stato di Israele.

Genocidio o non genocidio, i fatti sono questi.

Se Emanuele Fiano fatica a riconoscere fatti documentati e si rifugia nel Pd che perde sé stesso, quello perso è lui. E non dobbiamo difenderci da false accuse di antisemitismo grazie a una definizione approssimativa il cui scopo non era certo entrare nel quadro giuridico degli stati.

Il Ddl sull’antisemitismo non cambierà che nei paesi più importanti del mondo l’immagine di Israele è compromessa in modo quasi irreversibile. Fiano deve chiedersi perché senza cercare scuse. In Italia il 75%, in Spagna e Svezia il 78%, nei Paesi Bassi il 76%, in Germania il 73%, nel Regno Unito il 69%, in Canada il 65% e persino negli Stati Uniti abbiamo dati mai visti prima: il 60%. degli americani ha una percezione negativa dello Stato di Israele. E questa percezione è ancora più alta nei giovani. Le prossime generazioni sono schierate, e non dalla parte di Israele.

Perché è successo? Perché il mondo non è più disposto ad accettare un’ asimmetria del diritto cominciata con la risoluzione 181.

Bene. Adesso qualcuno dirà che voglio mettere in dubbio il diritto all’esistenza dello stato di Israele. Falso. Sto semplicemente ricordando a tutti ciò che documentavano le relazioni UNSCOP (commissione delle Nazioni Unite per la Palestina ) nel 1947. Ciò che tutti sapevano e hanno comunque ignorato.

Su quelle relazioni si leggono parole inequivocabili : “il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese non è stato applicato”

Qualcuno opinerà: “E’ falso che il diritto non sia stato applicato, la partizione prevedeva due stati sovrani.” Vero con una condizione fondamentale: i popoli indigeni dovevano esprimere l’assenso che non fu mai espresso. Anche questo è documentato. Ma si andò avanti comunque col voto.

L’asimmetria non era limitata al diritto internazionale che fu letteralmente “ violato”. Era anche un’asimmetria territoriale: più territorio e più risorse agli ebrei per cui era prevista un emigrazione massiccia.

Ma la partizione creò un problema anche per gli stessi ebrei: prevedeva una cospicua minoranza araba all’interno del neonato stato. Tale minoranza, dato che in Palestina la popolazione era prevalentemente araba, costituiva circa la metà della popolazione. Un problema serissimo nel progetto dello Stato per gli ebrei. Si poneva ancora una volta un problema di diritto: se gli arabi avessero avuto identici diritti civili a quelli degli ebrei, avrebbero potuto operare scelte politiche avverse al progetto sionista.

Poi, come documentato, scoppio la guerra e le conseguenze furono disastrose.

Non si può dedurre che la Nakba, visto il problema demografico nello stato di Israele, fu pianificata. Ma tra i nuovi storici – Ilan Pappè – sostiene proprio questa tesi. Il risultato finale fu comunque che la quota di popolazione araba diminuì drasticamente proprio come anelato da alcuni sionisti dell’epoca. Personaggi come Joseph Weitz, mentre le ruspe spianavano villaggi di palestinesi cacciati via, annotavano nel diario: “ Nessun rimpianto, nessun odio, poiché questa è la via del mondo. Gli abitanti di queste case di fango non volevano che noi esistessimo qui”: Ecco, questa frase contiene la normalità che qualificava il sionismo politico che vinse rispetto al sionismo di Brith Shalom e altri che consideravano i palestinesi soggetto politico attivo.

Ma tutti questi furono semplicemente ignorati. Perciò prevalse l’orientamento secondo cui “ il destino dei palestinesi – la via del mondo- fosse che le loro terre diventassero ebraiche.

E’ ovvio che “ gli abitanti delle case di fango” non volessero Ebrei proprio là dove si spianò con indifferenza. Quei posti presi con la forza erano arabi. E non perché lo dico io, perché la sovranità non si trasferisce ai territori acquisiti con la forza della guerra. La CIG, ha dichiarato che Israele deve lasciare i territori occupati. Questione chiusa. Questa è la via del mondo nel rispetto della legge.

Concludo: Emanuele Fiano conosce sicuramente nei dettagli la storia di Israele che certo, ha diritto di esistere come tutti gli Stati del mondo. E qui siamo tutti d’accordo. Tuttavia non esiste diritto di eludere le proprie responsabilità, sperare che un video prodotto con l’intelligenza artificiale, in cui i capi di stato Onu sono rappresentati come pappagalli che ripetono “ Blame Israel” cancellerà la storia e aprirà le porte a un glorioso grande Israele. A questo Governo di Israele, spiace molto dirlo, sono aperte le porte del disprezzo mondiale. Ecco la via del Mondo.


Gli amici di Marina B. disertano la festa del Cav. voluta da Tajani. Francesca Pascale: “Circo indecoroso”


A Napoli l’evento per i novant’anni postumi del Cavaliere diventa una festa di corrente. Il segretario di Forza Italia dice che “c’è chi semina zizzania”, ma alla Mostra d’Oltremare mancavano quasi tutti i parlamentari vicini alla famiglia Berlusconi. E il dissenso nel partito cresce

Immagine di Gli amici di Marina B. disertano la festa del Cav. voluta da Tajani. Francesca Pascale: “Circo indecoroso”

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Ieri sera a Napoli, alla festa per i novant’anni postumi del Cavaliere che Forza Italia ha allestito alla Mostra d’Oltre Mare come un musical sull’eternità di Silvio Berlusconi, sono comparsi Cristina D’Avena e Maurizio Belpietro, Albano e Bruno Vespa, e poi deputati e senatori in processione davanti a un murale dove ciascuno aveva scelto il proprio Silvio. Il festeggiato era dappertutto. Stava in cartone a grandezza naturale e sui banner, abbracciato a Putin e a Bush, seduto accanto a Obama e alla Merkel. Dice Francesca Pascale, senza mezzi termini, lei che è ancora vicina a Marina Berlusconi: “Un baraccone indecoroso. Usano il nome Berlusconi come gli pare e piace, abusando dell’educazione della famiglia che non dice nulla”. Antonio Tajani, che aveva impegni istituzionali, si è fatto vedere soltanto in video dopo la torta, una torta monumentale su cui il caramello aveva immortalato Silvio nell’atto di spolverare la sedia di Marco Travaglio, come in quella celebre sera da Michele Santoro. Ed è lì, mentre il festeggiato glassato ripuliva la seggiola del nemico (e spalla teatrale), che da Bruxelles è spuntato sullo schermo il volto di Tajani, il segretario videocollegato e remoto, acceso all’ultimo come l’ultima candelina. In mattinata, sulla Stampa, a Francesco Malfetano, Tajani aveva detto che la famiglia Berlusconi gli è sempre vicina, anche se dentro Forza Italia “c’è chi semina zizzania”. La zizzania, dunque. Antica malapianta che ha un nome latino da fiaschetteria, Lolium temulentum, “loglio ubriacante”, e una malizia vegetale che la tiene in vita da duemila anni, perché i suoi chicchi somigliano talmente a quelli del grano che per estirparla bisognerebbe rinunciare al pane. “Mi intendo di agronomia, dia retta: mai seminare zizzania perché ostacola le coltivazioni sane”, dice Francesco Battistoni, senatore e amicissimo di Tajani. E Maurizio Gasparri: “Non so esattamente a chi si riferisse Tajani, ma c’è chi inventa contrasti nella speranza che si realizzino”. Tuttavia, ieri sera, a Napoli, a una festa la cui paternità era attribuita a Tajani per interposto Fulvio Martusciello, mancavano quasi tutti i parlamentari vicini ai Berlusconi. Ed ecco la zizzania. Chi semina e chi forse miete.

E sarà certo un caso, avranno tutti avuto altri impegni (come il sottosegretario Valentino Valentini che era con Marina a Villa La Certosa), ma ieri, a Napoli, alla festa organizzata da Martusciello, che è compare di Tajani, mancavano Giorgio Mulé, il ministro Paolo Zangrillo, Alessandro Cattaneo, Debora Bergamini, Paolo Emilio Russo, Rita Dalla Chiesa, Licia Ronzulli, Matilde Siracusano, Maria Elisabetta Casellati, Patrizia Marrocco, Roberto Occhiuto… e insomma quasi tutto il gruppo che frequenta Milano e Segrate, casa Berlusconi. Dice uno di loro, pregando l’anonimato: “Non era una festa di partito. Ma un ritrovo di corrente. Perché questo è Tajani. Un capo corrente”. Cattiverie. Malizie. Anzi: zizzania? “E’ da settimane che Tajani usa parole fuori dalla logica”, sorride allora Francesca Pascale. “Come quando ha citato Mao con ‘colpirne uno per educarne cento’ o come quando, due settimane fa, ha parlato di ‘disertori’ dentro Forza Italia. Ora dice ‘zizzania’. E non si sa se è un’espressione evangelica o soltanto infantile. Chiama ‘zizzania’ la legittima espressione di un dissenso che non è solo estetico, ma è politico, e non viene solo dalla famiglia Berlusconi, ma dai dirigenti di Forza Italia, dagli eletti, dagli iscritti”. Il resto è cronaca di fine estate. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, avverte sul Foglio che il partito non può giocare a Monopoli, fermo tre giri, e che il segretario Tajani dovrebbe ascoltare di più i Berlusconi. Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, sempre sul Foglio, ha spiegato a Luca Roberto che Forza Italia con Tajani non è più una monarchia illuminata.

In Campania i dissidenti chiamano “farsa” il congresso di Martusciello, alleato di Tajani, e lo trascinano davanti ai probiviri. E lunedì a Reggio Calabria è diventato deputato Fabio Roscioli, avvocato della famiglia Berlusconi e candidato di Occhiuto, due settimane dopo che Tajani aveva ammonito che fare il deputato non deve essere un obiettivo. Fino alle parole di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, appena pochi giorni fa: “Oggi credo che sia giusto che Antonio condivida il nostro movimento anche con le forze più giovani”. Di questo passo Tajani sta per essere trasformato nel capro espiatorio, la vittima su cui vengono caricati tutti i peccati della comunità, compresa la festa postuma per il Cavaliere, e la cui uccisione (o spedizione nel deserto) serve a far ritrovare l’unità al gruppo. Un rito antico e di inconsapevole gravità cannibalesca. Chi ama i classici ricorderà inoltre che in primavera quattordici senatori su venti avevano congedato il capogruppo Gasparri, sostenuto da Tajani, per sostituirlo con Stefania Craxi, figlia di Bettino e amica d’infanzia di Marina. Nel Vangelo di Matteo a seminare la zizzania è il nemico, di notte, mentre gli altri dormono. E con la stessa discrezione notturna, a sentire Tajani, qualcuno la sparge adesso in Forza Italia. Dice Raffaele Nevi, deputato spiritoso, uno di quelli che a Tajani vuole bene: “La zizzania è la risorsa di chi non affonda il colpo”. Perché la zizzania, a guardarla bene – ed è forse questo che intendeva Tajani, uomo dall’apparenza mite ma capace di insospettabili risorse – è l’arma di chi non ha armi. E’ il vorrei ma non posso della politica, il coltello che si ferma a metà della lama, lo strumento di chi detesta il capo senza la forza o più semplicemente i voti per rovesciarlo. Chi può colpire colpisce, gli altri mugugnano. “Cioè seminano zizzania”, dice Gasparri. Il che significa che la zizzania in sé fa pochi danni. Stordisce, annebbia la vista, provoca emicranie, proprio come il loglio dei botanici, ma raramente abbatte. Vale piuttosto come termometro, e quello di Tajani segna febbre. Il ministro degli Esteri avrebbe forse voglia di scrollarsi tutto di dosso e fare come Matteo Salvini, che ieri ha annunciato il congresso nazionale della Lega per il 24 e 25 ottobre. E infatti allude, Tajani. Il guaio è che non può. La famiglia di Salvini sono i militanti, gente che si tessera, vota, applaude e all’occorrenza fischia, mentre la famiglia di Tajani è una famiglia vera, con un cognome che sul simbolo del partito campeggia più grande del simbolo stesso. Marina e Pier Silvio ai congressi non si candidano, ma il nome del partito lo posseggono per legato testamentario. E allora a ciascuno la sua erba cattiva. Il padrone della parabola suggerisce di non sradicarla. Il falò è rinviato alla mietitura (Matteo 13,29). Si spera solo che rimanga del grano.


Armi al Kuwait e gas azero. Meloni in versione Mr Wolf


Le società partecipate, seppur con modi diversi, rispondono alla volontà della premier. La leader passa all’incasso personale. La sintesi della sorella Arianna: «Grazie Giorgia»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Con Silvio Berlusconi era il brianzolo “ghe pensi mi” a essere entrato nella mitologia della narrazione politica. Ai tempi di Giorgia Meloni il discorso può essere mutuato in un romanesco “ce penso io”. In ogni caso c’è una sola persona a prendere in mano i dossier, la presidente del Consiglio.

Né il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, né il ministro della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno fatto qualcosa di concreto, al di là delle dichiarazioni di rito. Entrambi non pervenuti, nonostante siano i titolari delle politiche in materia di energia. Meloni ha dovuto così indossare i panni di Mr Wolf, riadattando il personaggio tarantiniano. Concetto sintetizzato dal post della sorella Arianna Meloni: «Grazie a Giorgia Meloni oggi arriva un altro risultato concreto per famiglie, imprese e lavoratori italiani». Manca poco al “meno male che Giorgia c’è”. Anche se la premier si schermisce e, da Praga, si limita a dire che il governo ha solo fatto «un appello per dare una mano alle famiglie e alle imprese».

Trump cerca di placare l’ira dei paesi del Golfo: summit d’emergenza con Qatar, Kuwait & Co

Amica Eni

Sta di fatto che, tra sostegno imprenditoriale dei manager confermati, accordi commerciali e partenariato militare, la premier ha fatto fruttare i rapporti cementati negli ultimi anni. Eni ha annunciato un ulteriore intervento, oltre al price cap sui carburanti, con un taglio del 30 per cento per gas ed elettricità. Una mossa a metà tra il politico, dando una mano al governo, e il commerciale per aumentare il parco clienti. Enel, a seguito della comunicazione di Eni, ha ricordato che pratica lo sconto del 50 per cento sul prezzo all’ingrosso da aprile scorso, poche settimane dopo la crescita delle tensioni geopolitiche.

A conferma che la questione politica si intreccia a una battaglia di mercato. Del resto Meloni aveva già portato a casa la terza adesione alla strategia dei prezzi calmierati, almeno negli annunci, del carburante, quella di Q8, la compagnia petrolifera del Kuwait. La premier muove così le proprie pedine personali per andare a dama.

Le società statali diventano il centro del suo potere. Non è l’Iri, perché i tempi sono cambiati. Ma resta fondamentale l’approccio della spa partecipate. Eni su tutte. Questo spiega la maniacale attenzione durante le fasi di nomina: Palazzo Chigi non ha voluto lasciare nulla al caso. Oggi passa all’incasso in termini di immagine.

Con l’Eni, appunto, ha avuto un gioco facile: l’amministratore delegato, Claudio Descalzi, è considerato una sorta di ministro-ombra (ma nemmeno troppo ombra) per l’impatto che ha sullo sviluppo economico e sull’approvvigionamento energetico. La vicinanza è storia nota, l’Eni funge da ambasciatrice del governo nei paesi che sono lo snodo più importante per l’energia. Si racconta che i contatti siano quasi quotidiani, soprattutto dopo l’aggravamento della crisi energetica. Oltre a una logica collaborazione tra una premier e un manager di un’azienda così importante, è cresciuta la stima reciproca. Non a caso la conferma di Descalzi non è mai stata messa in discussione nell’ultimo giro di nomine.

File e carburante esaurito: dopo Eni e Ip anche Q8 mette un tetto ai prezzi di benzina e gasolio

Dal Nord Africa all’Asia, il sodalizio è inscalfibile. Fin dall’inizio del mandato sono stati numerosi i viaggi che hanno visto Meloni e Descalzi insieme: Algeria, Libia, Mozambico. Ma anche il progetto agri-feedstock in Kenya, rientrante nel Piano Mattei, è indicatore di un rapporto solido. Così qualche telefonata di Meloni è stata sufficiente per sbloccare la strategia del price cap alla pompa di benzina, seguita dalla riduzione delle tariffe per l’energia.

L’ad di Eni ha fatto una valutazione dei costi/benefici e ha dedotto che al prezzo di un piccolo sacrificio dei profitti, avrebbe consolidato l’immagine di una società-pilastro del sistema-paese. A trazione meloniana.

Caro carburante, dopo Eni anche Ip annuncia un tetto ai prezzi

Kuwait e Azerbaigian

Messo in cascina il patto con il colosso del cane a sei zampe, la premier – in solitaria – ha attivato i canali diplomatici, e soprattutto personali, con l’Azerbaigian, sede della Socar che controlla la Italiana petroli, nota con la sigla di Ip. La corsia preferenziale instaurata con il presidente Ilham Aliyev, presidente autoritario al comando del paese dal 2003, ha permesso di avviare la trattativa su buone basi. A maggio Meloni aveva siglato degli accordi proprio sull’acquisto di gas e petrolio da parte dell’Italia, garantendo un ampliamento della cooperazione.

Sul Kuwait, invece, ha avuto un ruolo, seppure indiretto, un altro gigante pubblico: Leonardo. Il governo italiano ha firmato un trattato di collaborazione militare con il paese arabo. Il documento è stato sottoscritto a inizio anno dall’esecutivo e ratificata dal Parlamento nelle scorse settimane. Italia e Kuwait potranno scambiare tra le varie cose, come si legge nel dossier della Camera, «bombe, mine (a esclusione delle mine anti-uomo), missili, siluri e relative apparecchiature di controllo», ma anche «carri armati e veicoli costruiti per uso militare; aerei ed elicotteri, e relativo equipaggiamento costruito per uso militare».

I confronti con i partner kuwaitiani sono partiti da una buona base. Meloni, così, può rivendicare il tampone dei costi del carburante. Anche se gli effetti sulle famiglie italiane, al momento, restano più nei comunicati stampa che nella realtà. Poco male. Meloni ha già incassato in termini di consenso.


Premio Wanna (alla carriera)


(di Massimo Gramellini – Vorrei congratularmi con Wanna Marchi e con sua figlia Stefania Nobile, esperte in tecnica del raggiro e autorevoli ricercatrici di pacchi e impacchi, per l’importante riconoscimento appena ricevuto in Campidoglio: il «Premio Internazionale della Cultura», nientemeno. 

Leo Longanesi diceva che i premi non basta rifiutarli, bisogna non meritarli. Ma, a parte che nella sua vita Longanesi non riuscì a vendere neanche una confezione di crema scioglipancia, questo premio è meritato, meritatissimo. Una condottiera che passerà alla storia per avere sostenuto che «gli sciocchi vanno ingannati» (traduzione riduttiva, lo so) ha tutto il diritto di essere consacrata sul colle di Roma che ospitò i trionfi di Scipione e Giulio Cesare.

Qualcuno obietterà che si tratta di un riconoscimento autoreferenziale, dal momento che a organizzarlo è stato lo stesso editore che pubblica i libri delle due pensatrici. Ma si sa come funziona l’industria dei premi in Italia. Come la crema scioglipancia: una cordiale messinscena che per sembrare autentica ha bisogno che tutti fingano di credervi. Resta il fatto che a consegnare una delle sale più prestigiose del Campidoglio alla colta compagnia è stato un consigliere comunale già del Pd e poi con Calenda, ora battitore libero. Libero e affranto: Dario Nanni sostiene di avere concesso l’autorizzazione senza conoscere la lista dei premiati. Insomma, si sente truffato anche lui. Dovrebbero dargli il «Premio Internazionale Wanna Marchi».


A Caserta l’Esercito e studenti insieme per l’alzabandiera


All’Istituto “A. Manzoni” una giornata dedicata ai valori della Patria, dell’unità e dello sport.

Caserta, 30 settembre 2026. Si è svolta ieri, nel piazzale d’ingresso dell’Istituto scolastico “A. Manzoni” di Caserta, la cerimonia dell’Alzabandiera alla presenza dei militari della Brigata bersaglieri “Garibaldi”, di circa 300 alunni e alunne, dei docenti e della dirigente scolastica Adele Vairo.

Sulle note dell’Inno nazionale i militari hanno issato il Tricolore, dando vita a un momento di riflessione sui valori fondanti dell’Esercito quali rispetto, unità, responsabilità e coraggio, oltre che sul significato del servizio e dell’impegno verso il Paese, rappresentando un’importante opportunità per avvicinare i giovani alle Istituzioni e stimolare il loro senso civico.

A seguire, presso l’aula magna dell’istituto, si è tenuta la conferenza di orientamento durante la quale sono state illustrate le opportunità di carriera offerte dal mondo militare e condivise esperienze professionali dirette a testimonianza dell’impegno dell’Esercito per la difesa e la sicurezza dei cittadini.

L’attività è continuata nelle aree ginniche dell’istituto dove gli studenti del liceo a indirizzo sportivo hanno dedicato alcune ore al benessere e all’attività fisica insieme alla squadra del military fitness della Brigata bersaglieri “Garibaldi”.

L’evento rientra nell’attività di collaborazione con le scuole e consolida ulteriormente la sinergia tra la Brigata Bersaglieri “Garibaldi” e gli istituti del territorio.


Conte teme per Schlein e predica la tregua ai suoi: “Non dovete attaccarla”


Nel M5S hanno paura di una crisi nel Pd

Conte teme per Schlein e predica la tregua ai suoi: “Non dovete attaccarla”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – L’ordine per i dirigenti è partito giorni fa, poche ore prima che un sondaggio sul Corriere della Sera raccontasse del Pd sotto la soglia di guardia del 20 per cento. “Ora stiamo tutti calmi e in silenzio, non è il momento di alzare i toni verso i dem” ha (in sostanza) raccomandato Giuseppe Conte in una chat riservata ai vicepresidenti e a altri big del Movimento. Perché ora l’avvocato teme che Elly Schlein possa essere abbattuta dal fuoco per nulla amico delle correnti dem. E con lei potrebbe venire giù tutto il banco progressista.

Può sembrare un paradosso, detto dal Conte che vuole battere la segretaria del Pd nelle primarie, e strappare così la candidatura per Palazzo Chigi. Ma la verità è che l’ex premier e i suoi ora temono davvero che il quadro si faccia troppo instabile. E guardano con malcelata preoccupazione ai prossimi appuntamenti in casa dem: dalla segreteria di oggi alla direzione, fino a un’assemblea dove, come osserva preoccupato un maggiorente del M5S, “Elly potrebbe non avere i numeri dalla sua”. Da qui i timori di un tonfo della segretaria, collegati a una certezza che i big del Movimento non fanno fatica a riconoscere fuori taccuino: “Con lei possiamo provare a costruire un progetto di governo progressista. Ma con altri…”. Da qui la grande paura che si arrivi al ribaltone, dentro il Pd semi-paralizzato da veti e rancori interni. Mentre nulla si sa del tavolo del programma. E figurarsi delle regole per le primarie, un altro nodo gordiano. Finora un incontro formale sul tema, va detto, non è stato chiesto neppure dai Cinque Stelle. In queste settimane non si è andati oltre le telefonate esplorative tra gli ex giallorosa, per fiutarsi a vicenda. Ma il tempo corre, mentre sale la sensazione diffusa di urne per le Politiche in primavera. Nel contempo, tra i dem circola anche la voce che Conte sia pronto a sfilarsi dalla coalizione da qui a breve, in nome di qualche voto in più. “Stupidaggini” giurano dal M5S, dove continuano a lavorare in chiave primarie. Per esempio rilanciando le 20 proposte di governo approvate dagli iscritti durante Nova anche sui territori, con appositi banchetti. Come è già certo che riprenderanno le iniziative contro il riarmo in giro per l’Italia, con i parlamentari a spiegare i rischi di un’Europa che si converta all’economia di guerra. Eventi che ovviamente serviranno anche a spingere i consensi per il Movimento e quindi per Conte nei gazebo. Ma è evidente che l’obiettivo principale è tornare al governo. Perché una sconfitta nelle Politiche potrebbe destabilizzare anche il M5S contiano. Per questo serve una tregua almeno nei toni, tra i fu giallorosa. Anche se le distanze restano, innanzitutto sull’Ucraina. E ieri proprio Schlein lo ha ribadito da Bruxelles: “I valori europei si difendono anche sostenendo Kiev: raggiungere una pace giusta è necessario, ma non una pace giusta può essere la resa alle ragioni dell’aggressore”.

La linea resta quella per il Pd. Con Schlein che però invoca anche “un negoziatore unico, per non lasciare spazio alle telefonate ambigue tra Trump e Putin”. A suo modo, un timido segnale ai 5 Stelle. Mentre da fuori il Financial Times (si) chiede in un editoriale: “L’opposizione riuscirà a superare le proprie divisioni e a coalizzarsi contro Meloni?”. Domanda pertinente. Mentre Matteo Renzi giura: “Se Conte vincesse le primarie, lo voterei”. E chissà.


Beppe Grillo flirta con l’uomo di Musk per un partito fatto con l’intelligenza artificiale


Il pranzo a Roma tra Andrea Stroppa e il fondatore del Movimento 5 Stelle

Beppe Grillo e Andrea Stroppa

(NICCOLO’ CARRATELLI – lastampa.it) – ROMA. A pranzo per due ore, uno di fronte all’altro, a parlare di tecnologia, di intelligenza artificiale e, chissà, di politica. Tra Beppe Grillo e Andrea Stroppa è scoccata una scintilla di simpatia. Uno, il fondatore del Movimento 5 stelle, defenestrato da Giuseppe Conte, desideroso di riprendersi il simbolo e non ancora sazio di esperimenti politici. L’altro, esperto di informatica, in passato nello staff che curava la sicurezza di Twitter (oggi X), considerato il referente in Italia di Elon Musk. C’erano già stati dei contatti e delle affettuosità online: tra post sul blog grillino per lodare Musk e post su X di Stroppa che celebrava il Movimento delle origini. Pare che lo stesso patron di Tesla e SpaceX sia molto interessato alle idee del fondatore del M5s.

Dunque, appuntamento nel solito hotel dove alloggia Grillo quando viene a Roma (il comico era arrivato lunedì per partecipare al ricevimento all’ambasciata cinese), al tavolo anche gli ex parlamentari M5s Marco Bella, Elio Lannutti e Luca Carabetta. «Di cosa abbiamo parlato? Di tutto – spiega Bella -. Di acqua pubblica, rinnovabili e governo delle città». Ma si sta intavolando una collaborazione, volta a sviluppare un nuovo progetto politico? «Mai dire mai, non mettiamo limiti alla provvidenza – risponde Lannutti -. Stroppa è una brava persona e Grillo è un genio».

La suggestione segue le indiscrezioni uscite in concomitanza con la partecipazione del comico al podcast di Fedez, una decina di giorni fa, quando si era parlato di un’associazione rivolta ai giovani e basata sull’intelligenza artificiale. Difficile capire quanto ci sia di vero. Ma solo una settimana fa, ospite di un convegno, Stroppa si è espresso in questi termini: «La politica ripete che deve governare l’intelligenza artificiale. Io propongo il contrario: usiamo l’intelligenza artificiale per controllare la politica». E poi su X ha scritto: «L’intelligenza artificiale non è senza rischi, ma dobbiamo smetterla di vivere nella paura. L’Italia ha ancora una finestra aperta, ma è veramente piccola. Se ci affacciamo, si vedono ancora le stelle»


Il pensiero unico soffia sui rischi di escalation


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] L’associazione Disarma organizza a Sesto Fiorentino (1-4 ottobre) un evento a cui partecipano rappresentanti della politica, della società civile, degli analisti e politologi, dei giornalisti e intellettuali schierati contro le guerre e in grado di demistificare la propaganda occidentale. Il programma è pieno di confronti sui temi di geopolitica, economia, comunicazione. In una società democratica e pluralista, l’iniziativa sarebbe pubblicizzata. A prescindere dagli organizzatori, Claudio Grassi e Linda Santilli e dai promotori (Arlacchi, Bevilacqua, Gallo, La Valle, Sylos Labini, Volpi e la sottoscritta), i nomi di un’intellighentia poco nota al grande pubblico, che partecipa a convegni, discutendo con nicchie di società civile dimenticata, è ostracizzata. L’evento di Disarma è uno fra i tanti nei quali si fa cultura, ignota al grande pubblico manipolato ogni giorno dal pensiero unico mediatico, povero di idee e di Storia, che riduce la complessità al manicheismo sottoculturale del “noi” Occidente democratico e del “loro”, Autocrazie.

[…]

L’espressione della manipolazione è costituita dall’editoriale di domenica scorsa di Ezio Mauro su Repubblica in cui rimprovera a Trump di aver escluso la Cnn, Politico e altri media dalla Casa Bianca. Mauro non si rende conto che la sua filippica moraleggiante a difesa della libertà di espressione e di stampa potrebbe essere rivolta contro di lui e i giornaloni che discriminano le critiche alla narrativa Nato e demonizzano il dissenso.

Mauro ha per esempio partecipato insieme allo storico Graziosi a un programma su La7 di ricostruzione storica delle cause della guerra in Ucraina in cui aveva spazio la sola versione Nato, ignorando di proposito un’ampia letteratura che con prove documentali, argomenti razionali confuta la propaganda occidentale. Purtroppo hanno già vinto. In una situazione di incertezza geopolitica, i finlandesi, gli svedesi, gli svizzeri (la cui neutralità ha permesso durante la Guerra Fredda di evitare il conflitto con l’Unione Sovietica) oggi sono a tal punto manipolati da considerare lo schieramento nella Nato contro una potenza nucleare, la Russia, quale uno strumento di sicurezza. La situazione in Europa spaventerebbe chiunque avesse buon senso. La Germania, grazie alle capacità di manovra del suo bilancio statale, inverte decenni di pacifismo costituzionale, dichiarando di voler divenire lo Stato più armato del mondo.

[…]

La Polonia è già l’esercito più potente europeo. Le due potenze nucleari, Gb e Francia, si preparano alla guerra. I burocrati di una Ue autoritaria, irriconoscibile se paragonata non solo al sogno europeo ma anche soltanto all’Europa di Jacques Delors, pronunciano discorsi bellicisti da far accapponare la pelle. Politici moderati, dal carattere mite e conciliante come Paolo Gentiloni, si lasciano andare a una retorica dannunziana premettendo la conquista dei territori con la morte dei giovani ucraini (e ucraine tra poco) alla mediazione diplomatica. Cavo Dragone, presidente del comitato militare Nato, sentenzia che l’Alleanza è pronta alla difesa da Putin. La coraggiosissima e lucida presidente dei giovani Pd, Virginia Libero, pur affermando che in questa sporca guerra i ragazzi della sua età non vi andranno, ricade nella retorica sottoculturale dell’esigenza di fornire le armi a un paese aggredito (come all’Iran, al Libano, all’Iraq, ai palestinesi? Perché non studiamo come mai Mosca è stata costretta dall’aggressione strategica occidentale a varcare i confini di uno stato, fantoccio di Cia e M16, il cui esercito sparava sulle popolazioni russofone?). Aspettiamo ormai un attentato ucraino sotto falsa bandiera russa nel fianco Sud della Nato, nel Mediterraneo, dato che Zelensky (che passerà alla storia come uno dei leader più corrotti contemporanei) ha già colpito navi russe senza che nessuno avesse da ridire.

L’escalation Nato è un pericolo concreto. Ripetiamo: la Nato è economicamente, militarmente e mediaticamente molto più forte della Russia. Confrontate Pil, armi, manipolazione mediatica. La guerra ibrida-cognitiva va a vantaggio delle 4 agenzie di stampa occidentali. Mosca non ha interesse a estendere il conflitto. Accetterebbe lo scontro con la Nato solo se costretta, quale guerra esistenziale. La Russia non è il Terzo Reich che aveva bisogno di uno spazio vitale (confrontate tasso demografico, estensione del territorio, materie prime, energia e terre rare).

Cara Virginia, caro Conte, caro Sánchez, teniamo la barra dritta. Non concediamo nulla alla retorica bellicista, al sonno della ragione, abbiamo il coraggio della pace e della verità. Se non capiremo che chi è colpevole del genocidio di Gaza lo è anche dello sterminio degli ucraini, ci divoreranno.


Mancava solo l’inno di Mameli


(di Michele Serra – repubblica.it) – C’è qualcosa di invincibilmente italiano nella premiazione in Campidoglio di Vanna Marchi e della figlia Stefania Nobile. Cerimonia sfuggita ad ogni prudenza protocollare perché — diciamola come va detta — nemmeno la più alta delle dighe è in grado di arginare la gioiosa immoralità di una parte consistente del nostro popolo.

Si deve a un editore non famosissimo, ma certamente operoso, il merito di avere organizzato la premiazione di un libro di ricette della madre e di una autobiografia della figlia. “Premio Internazionale della Cultura” è la dicitura scelta per l’occasione, e suona strepitosamente farlocco come la celebre “crema scioglipancia” sulla quale Marchi madre e figlia costruirono un piccolo impero fondato sul raggiro e sull’assoggettamento psicologico delle clienti-vittime (chi non le ha viste riveda le quattro puntate di “Wanna”, la serie Netflix del 2022: meriterebbe di essere materia scolastica, ovviamente con gli alunni accompagnati dai professori). Finì con il carcere, come molto spesso accade a chi antepone il successo e la ricchezza personale alla legge e, per dirla in prosa, al rispetto degli altri esseri umani.

Ma c’è, nelle due, una vitalità indomabile. In rappresentanza della vitalità di un pezzo cospicuo d’Italia (maggioritario o no, dipende dai momenti e dai punti di vista), che delle leggi e del rispetto degli altri se ne frega. Marchi, con una schiettezza che le va riconosciuta, legge la propria vita solo in funzione di sé. Ciò che le giova è bene. Ciò che non le giova è male. Da un certo punto di vista (il loro), la sola colonna sonora degna della piccola cerimonia romana sarebbe stata l’Inno di Mameli.


Il segreto di Pulcinella


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Che Netanyahu fosse stato allertato dai servizi egiziani prima del 7 ottobre 2023, lo si seppe già poco dopo il massacro dei 1200 israeliani. E, visti i legami fra intelligence egiziana e americana (Al Sisi è al potere grazie al golpe filo-occidentale che spodestò Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, reo di aver vinto le elezioni), si seppe che anche gli Usa di Biden l’avevano avvertito di stare in guardia sulla Striscia. Ora il Wall Street Journal conferma che fu l’allora capo degli 007 del Cairo Abbas Kamel a chiamarlo e poi – secondo The Atlantic – a volare a Tel Aviv per ribadire l’allarme di persona. In più c’è lo scoop di Haaretz sulla telefonata di 45 minuti del presidente degli Emirati, bin Zayed, che sempre a una decina di giorni dal massacro avvisò Bibi sul piano di Hamas per scatenare un “terremoto” da Gaza. L’aveva informato un dirigente di Fatah (il partito di Abu Mazen che guida l’Autorità palestinese in Cisgiordania), che l’aveva saputo da Yahya Sinwar, capo di Hamas a Gaza. Basta aver visto Fauda per sapere che Fatah ha rapporti col servizio interno israeliano Shin Bet e con settori dell’organizzazione rivale Hamas. Quindi: Egitto, Emirati, Fatah e Usa fecero di tutto per sventare la mattanza del 7 ottobre, ben sapendo che sarebbe stata una catastrofe non solo per Israele, ma anche per i palestinesi esposti alla furia vendicatrice di Netanyahu e all’odio perenne degli israeliani. Siccome lo Shin Bet è uno dei migliori servizi segreti al mondo e ha infiltrati dappertutto, è scontato – come dichiarano vari suoi dirigenti – che sapesse tutto e ne avesse informato Netanyahu. Infatti l’ex capo Ronen Bar vuole querelare il premier, che ora accusa i suoi stessi 007 di avergli nascosto quel segreto di Pulcinella.

[…]

Purtroppo spettava a Netanyahu agire, rafforzando militarmente il confine di Gaza. Che invece rimase presidiato solo dalla polizia locale, cioè sguarnito, mentre le truppe restarono in Cisgiordania a spalleggiare i coloni e in Alta Galilea contro i raid di Hezbollah. Così i macellai di Hamas, indisturbati, ebbero il loro bagno di sangue e Netanyahu il pretesto per la soluzione finale a Gaza. Purtroppo in Israele le notizie dello sterminio a Gaza arrivano ovattate e non fanno perdere consensi a Netanyahu (dopo il film Naza è pure salito nei sondaggi). Invece gli elettori di destra sono choccati nello scoprire che il premier non protesse i 1200 connazionali massacrati il 7 ottobre, o per incompetenza, o per tracotanza, o perché non sognava di meglio. Nella migliore delle ipotesi Netanyahu perderà le elezioni, quindi il governo, quindi l’impunità che fin qui l’ha salvato dalla galera. Nella peggiore resterà premier, ma con meno voti: cioè sempre più ostaggio di partitini ancor più estremisti e sadici di lui.


Grillo non molla: dal blitz all’ambasciata cinese al vertice con l’uomo di Musk


Missione a Roma dell’inventore del Movimento. Il nuovo attivismo tra messaggi e diplomazia

Grillo non molla: dal blitz all’ambasciata cinese al vertice con l’uomo di Musk

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – A che gioco sta giocando Beppe Grillo? Cosa ha in testa il fu garante del Movimento, che il 21 settembre lo ha giurato nel podcast da Fedez: “Non ho il potere o la facoltà di fondare un partito”? Eppure oggi a Roma, nel solito albergo sui Fori che è la sua abituale base quando scende nella Capitale, Grillo ha incontrato Andrea Stroppa, il referente italiano del magnate del web e delle nuove tecnologie Elon Musk. E così ha confermato quei contatti di cui il Fatto aveva scritto un paio di settimane fa, in un articolo in cui aveva raccontato le telefonate dell’assistente dell’artista genovese, Nina Monti, ad alcuni ex 5Stelle per coinvolgerli in un eventuale, nuovo partito, impostato sui giovani e sull’intelligenza artificiale. Supportato, negli auspici di Grillo e dei suoi, anche dal giro di Musk. Cercato dal Fatto il giorno seguente, Stroppa si era limitato a elogiare il fondatore del Movimento, sfuggendo a ulteriori domande. Ma ieri lui e Grillo si sono visti, senza neanche provare a nascondersi. Un faccia a faccia, nell’hotel dove sono apparsi anche due ex parlamentari del Movimento, Elio Lannutti e Marco Bella, che non hanno per nulla chiuso all’ipotesi di un nuovo partito di Grillo. Per dirla come Lannutti, alla fine di due ore di incontro con Grillo: “Se Beppe è interessato a costruire un nuovo movimento? Mai dire mai”. E Bella è anche meno criptico: “Grillo è possibilista su tutto. A me un nuovo partito piacerebbe se avesse senso, cioè se potesse dare qualcosa agli italiani”.

Lui, il fondatore del Movimento che ha ormai rinnegato, se la ride. Scherza con i cronisti, sulla sua partecipazione lunedì sera al ricevimento organizzato dall’ambasciata cinese all’hotel Parco dei Principi in onore della nuova ambasciatrice, dove era presente anche Massimo D’Alema: “Me lo ha chiesto Xi: dai, vieni fallo anche per la nuova ambasciatrice, se non vieni tu non faccio nulla”. Ride, Grillo, che tra una battuta e l’altra vuole togliere il simbolo del M5S a Giuseppe Conte. E che gioca con l’idea di un nuovo partito. Da corsaro.


Bojano (CB) punta sul turismo lento con il Cammino degli Eremi


Da Bojano a Bojano, con tappa a Sant’Elena Sannita e passaggio per Spinete e Colle d’Anchise: anello per scoprire un Molise autentico e ancora poco conosciuto

Un nuovo itinerario si è aggiunto alla rete dei percorsi dedicati al turismo lento e alla riscoperta dei luoghi della spiritualità molisana. È il Cammino degli Eremi, un percorso ad anello di circa 31 chilometri, con partenza e arrivo a Bojano, che attraversa alcuni dei territori più caratteristici dell’area matesina e raggiunge i borghi di Sant’Elena Sannita, Spinete e Colle d’Anchise.

Il cammino è stato tracciato dai giornalisti Marco Baroni e Fosca Colli (quest’ultima  è anche Consigliere Comunale a Sant’Elena Sannita), con l’obiettivo di proporre un modo diverso di conoscere il Molise: lentamente, passo dopo passo, attraversando piccoli centri, luoghi di culto, testimonianze storiche e paesaggi naturali ancora lontani dai grandi circuiti turistici. Nei giorni scorsi il Cammino è stato presentato al Sindaco di Bojano, Carmine Ruscetta e al Sindaco di Sant’Elena Sannita, Giuseppe Terriaca, Primi Cittadini dei 2 Comuni tappa.

Del Cammino degli Eremi: esiste una guida di 100 pagine corredata da tantissime foto a colori, tra le quali quelle indicano chiaramente il percorso, una Credenziale dove far apporre i timbri e un Testimonium in latino che viene rilasciato a Cammino concluso. Il sito web ufficiale è www.camminodeglieremi.altervista.org mentre i dati di contatto sono e-mail camminodeglieremi@gmail.com e cell. 369.3961812.

Sant’Elena Sannita e gli Eremi dei Santi Cosma e Damiano

Uno dei punti caratterizzanti dell’itinerario è rappresentato dalla tappa di Sant’Elena Sannita (IS), dove il cammino incontra una delle testimonianze che hanno contribuito a determinarne il nome e l’identità: gli Eremi dei Santi Cosma e Damiano. È proprio la presenza di questi luoghi di spiritualità a rappresentare uno degli elementi più suggestivi del percorso. Gli eremi raccontano una dimensione antica del territorio, fatta di raccoglimento, preghiera e vita lontana dai centri abitati, inserita in un paesaggio nel quale natura e devozione si incontrano.

Il passaggio a Sant’Elena Sannita consente, quindi, al pellegrino e al semplice escursionista di entrare nel cuore della filosofia del Cammino degli Eremi: non soltanto un percorso da percorrere fisicamente, ma un itinerario nel quale i luoghi della spiritualità diventano parte integrante dell’esperienza di viaggio. Gli Eremi dei Santi Cosma e Damiano costituiscono in questo senso una tappa particolarmente significativa dell’anello, contribuendo a collegare la storia religiosa del borgo con il più ampio tema del cammino e della ricerca interiore.

ufficio stampa