
(dagospia.com) – Insomma, che succede in Israele? Dopo la “non sconfitta” di Netanyahu, restano sono tre scenari plausibili (più uno). Il risultato clamoroso dei partiti arabi (19 seggi) ha agitato molto “Bibi”, che non a caso sta cavalcando l’indagine sulle “interferenze” qatarine per scongiurare l’ipotesi di un’alleanza dei “palestinesi” di Israele con il blocco di Eisenkot.
Un’eventualità che comunque al momento appare altamente improbabile, visto che lo stesso Eisenkot ha negato un’alleanza con gli arabi per tutta la campagna elettorale, e ha parlato esplicitamente di una coalizione “sionista” (mentre Ra’am di Mansour Abbas è ormai “istituzionalizzato”, avendo già dato l’appoggio esterno in passato a governi “sionisti, la lista comune è molto più rigida).
Dunque, che si fa? Il pallino è in mano al presidente, Isaac Herzog, che ha tre possibilità:
-Governo di unità nazionale
-Accordo Eisenkot-arabi (appoggio esterno o ingresso nel governo)
-Nuove elezioni
Il governo di unità nazionale è la scelta preferita di Herzog, e degli Stati Uniti. Permetterebbe di espellere quei mezzi criminali di Ben Gvir, Smotrich e i partitini ultraortodossi di estrema destra che hanno appoggiato “Bibi” in questi anni, e di “terminare” il lavoro a Gaza e, magari, in Iran. In entrambi i casi, la linea di Eisenkot e dei suoi alleati non si discosta molto da quella di Netanyahu (anzi, l’ex capo di stato maggiore ha parlato esplicitamente della necessità di un “disarmo” di Hamas e anche sulle bombe a Teheran è sulla stessa lunghezza d’onda del governo uscente).
Sommando i 27 seggi del Likud (Netanyahu) ai 21 di Yashar (Eisenkot), ai 12 di Insieme (Bennett-Lapid) e ai 7 di Yisrael Beiteinu (Liebermann), si arriva a 67 seggi, ampiamente sopra la maggioranza.
C’è però un enorme ma, e ruota sempre intorno a Netanyahu. Eisenkot ha detto in tutte le salse che vuole archiviare l’era di “Bibi” a capo del Governo, e non può accettare di farsi triturare dal premier (chiedere a Benny Gantz, che entrò nell’esecutivo ed è stato maciullato fino a scomparire nei sondaggi).
Quindi? Il presidente Herzog potrebbe ingolosire Netanyahu concedendogli una grazia, o quantomeno un’immunità, dai processi per corruzione, vero spadone di Damocle sul suo capoccione. Con la promessa di scavallare i guai giudiziari, “Bibi” potrebbe accettare di farsi da parte, rimanendo come “regista” e architetto del nuovo governo, rimanendo a capo del primo partito.
Un’accelerazione a questa ipotesi potrebbe arrivare da una nuova escalation contro l’Iran. Nel caso la guerra riprendesse (o per un attacco di Teheran o di uno congiunto Usa-Israele), allora tutti i partiti “sionisti” non estremisti si potrebbero tuffare dentro l’esecutivo per ragioni di opportunità. Fare fuori Ben Gvir e Smotrich permetterebbe anche a Trump di rimuovere due grossi ostacoli al suo piano di ricostruzione per Gaza: entrambi vogliono spianare e colonizzare la Striscia, impedendo le mire immobiliari del tycoon sul territorio governato dai terroristi di Hamas.
L’accordo tra Eisenkot e i partiti arabi è più complesso: convincere Naftali Bennett e Avigdor Liebermann, entrambi ex esponenti del Likud di Netanyahu, a governare con gli islamici è complicato. Tutti e due avrebbero molto da perdere, senza considerare che lo stesso Eisenkot è contrario: una parte del partito arabo è restia a condannare Hamas e a dirsi “sionista” (ma non a candidarsi nel Parlamento dello Stato ebraico, sionista per definizione e Costituzione). Un appoggio esterno delle liste arabe non è ancora escluso, mentre un ingresso diretto nel governo è piuttosto complicato.
La terza opzione è quella del ritorno al voto: un’ipotesi che piacerebbe molto a Netanyahu, che rimarrebbe in carica per gli affari correnti fino alle nuove elezioni, ma che penalizzerebbe molto l’opposizione.
FNV: VANNACCI, SPARITI DA MEDIA? SI SONO SPAVENTATI, C’È DIETRO UNA REGIA

(LaPresse) – Spariti dai media negli ultimi tempi? “Si vede che qualcuno si è spaventato della crescita vertiginosa di Futuro nazionale e hanno tentato di farci sparire. […]
Così a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci. “La stessa cosa vale per le trasmissioni televisive – aggiunge -. Dalle reti Mediaset sono un po’ di settimane che non ricevo inviti, a parte Cartabianca”.
GOVERNO: VANNACCI, ITALIANI STANNO PEGGIO DI 4 ANNI FA, FATTI LORO INTERESSI?
(LaPresse) – “Agli italiani basta chiedere: stavate meglio quattro anni fa o oggi? Perché quattro anni fa il gasolio costava circa un euro un meno, il pane costava un euro in meno al chilo, c’erano 400mila stranieri in meno residenti in Italia e la pressione fiscale era due punti inferiore rispetto ad oggi.
Chiediamocelo se è stato fatto l’interesse degli italiani”. Così a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci.
Vannacci fa quindi un lungo elenco di quelle che, a suo dire, sono state le promesse tradite dal governo Meloni. Nella lista di cose “promesse e poi non fatte” figurano “il blocco navale, la rottamazione della Fornero, il taglio delle accise, il premierato, la riforma giudiziaria e l’autonomia differenziata”. “Quindi poi gli italiani poi decideranno chi effettivamente merita il voto utile”, conclude il leader di Futuro nazionale.
C.DESTRA: VANNACCI, NON MI AVVICINO A CHI DA 4 ANNI PORTA AVANTI AGENDA DRAGHI
(LaPresse) – “Io continuo a stare in Futuro nazionale e a fare gli interessi degli italiani. Invece non mi avvicino a chi sta portando avanti una agenda Draghi da ormai quattro anni”. Così a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, Roberto Vannacci facendo riferimento all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
“Questo governo, tutto sommato, ha sostenuto questa Commissione” europea, spiega il leader di FnV, “ha sostenuto il Green Deal, ha sostenuto le armi e i soldi all’Ucraina, ha sostenuto tutto quello che l’agenda Draghi portava avanti”. “Io non sono contro il governo – precisa però Vannacci -, sono contro alcune posizioni di questo governo. Non c’è bisogno di essere di centrosinistra per essere contro a queste posizioni, basta essere dalla parte degli italiani”.
C.DESTRA: VANNACCI A MELONI, ‘COME MAI VUOLE FAR VINCERE LA SINISTRA, CE LO SPIEGHI’
(Adnkronos) – Voglio far perdere il centrodestra? “Io rispondo: come mai Meloni vuole far vincere la sinistra, ce lo spieghi”. Lo ha detto il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci a ‘Un giorno da pecora’ su Radio1.
Il costituzionalista commenta l’ultima stretta sulla sicurezza del governo Meloni e il tic delle leggi calate dall’alto che creano nuovi reati (o ne inaspriscono altri) rinviando soltanto i problemi

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Professor Michele Ainis, come il sangue di San Gennaro, una settimana dopo la sua emanazione, San Decreto Legge ha rifatto il miracolo: la piaga dell’ordine pubblico è sanata. Un giurista del suo rango riesce a spiegarci un fenomeno paranormale?
«Questo fenomeno paranormale, o banale mania che sia, viene da molto lontano a essere sinceri. C’è il nome, non c’è la cosa. Vi ricordate il presidente tecnico Mario Monti che conquistò la crescita economica licenziando un decreto denominato, per l’appunto, “Crescita”? Questa truffa delle etichette la si utilizza per i decreti legge e per le leggi elettorali. L’ultima creazione per il voto si chiama “Stabilicum” e viene promossa dal governo più stabile della storia della Repubblica».
In questa fase i decreti sembrano più severi di quelli di montiana memoria.
«I decreti sono sempre esibizioni muscolari, che hanno per destinatario non tanto un problema sociale, ma un’opinione pubblica allarmata da un evento. Il decreto “Caivano” scaturisce da un orribile episodio di cronaca, e poi i decreti “Rave party”, “Blocchi Stradali”, “Sicurezza”. Il governo mostra all’opinione pubblica di essere pronto a risolvere i guai e i mali del mondo. Però ci sono ricadute molto negative, delle ripercussioni che non si possono né ignorare né sottovalutare. Le carceri di ogni tipo stanno scoppiando. Al sovraffollamento già esistente si sono aggiunti oltre 10.000 detenuti in quattro anni di governo Meloni. Per la prima volta c’è un impatto rilevante anche per gli istituti penitenziari dei minori. Proprio con il decreto “Caivano”, per esempio, si è esteso il carcere per lo spaccio di lieve entità che spesso ha i minorenni come attori».
In una settimana si è passati dalle città in balìa dei maranza, che si preparano al coprifuoco, a un ordine pubblico rigido, massiccio, imperforabile. Che “ci azzecca” il decreto?
«C’entra perché fa apparire una capacità immediata di risolvere i problemi. Ci sono vari aspetti. Primo: la trasformazione delle questioni sociali in questioni di ordine pubblico. Leviamo un attimo dal campo le manifestazioni di queste settimane. Pensiamo ai poveri “indecorosi”. E in nome del decoro urbano, il ministro Marco Minniti, esponente Pd di un governo di centrosinistra, inventò il daspo urbano per i poveri disperati che dormono sulle panchine e causano disturbo alla vista della sciura Concetta. Con onestà possiamo confessare che Meloni ha gonfiato il fenomeno, ma pure che era molto praticato anche dai suoi predecessori».
Sin dal primo provvedimento di quattro anni fa – siamo proprio in zona compleanno – il governo Meloni si rivolge con una certa frequenza al decreto legge. Come sono mutate le suppliche?
«Il decreto è un tic di una democrazia svuotata, non differisce molto nel tempo. Cavalchi un allarme, una paura diffusa, un allarme sociale. Immigrati? Ecco il decreto. Cortei? Ecco il decreto. Il pretesto proviene sempre dalla cronaca. Ci sono manifestazioni pacifiche che convogliano decine di migliaia di ragazzi per ragioni sacrosante, anzi c’è da meravigliarsi che non ne abbiano fatte di più e prima. I ragazzi scendono in strada per gli ideali calpestati, si pensi al genocidio in Palestina e per il futuro negato, si pensi a lavoro, istruzione, sanità».
Le condizioni perfette per far lievitare il desiderio di una risposta securitaria.
«Se le manifestazioni sono un’emergenza di ordine pubblico, questa emergenza la si potrebbe curare con maggiori risorse per l’educazione e la polizia, e invece no. Il governo dice ti “vendo”, caro spettatore-elettore, il nuovo reato o la nuova versione del vecchio. Come il reato per la partecipazione a manifestazioni violente. Questa è veramente una truffa. Intanto, c’era già. Non è che prima la manifestazione violenta era premiata con una medaglia. Gran parte dell’informazione si concentra sui disordini, e anche quelli hanno una radice sociale perché quei ragazzotti, una minoranza che sfascia le vetrine, sono figli del nostro tempo e dei nostri governi. Non portano sotto il cappuccio delle ragioni politiche, ma semplici e autentiche ragioni sociali».
Però queste “ragioni sociali” solitamente non influenzano positivamente il consenso degli elettori.
«Esatto, allora prevale nel governo Meloni quello che io, nel mio libro, chiamo “fascismo bianco”, cioè un fascismo che non ha bisogno di marciare su Roma. Si interviene in modalità diversa mirando allo stesso obiettivo del fascismo storico: la formazione di un pensiero unico che taglia il dissenso e comprime le libertà. Il decreto legge, come ha dimostrato l’attuale maggioranza, è uno strumento di formidabile efficacia per raggiungere questo obiettivo».
È anche un espediente per azzerare le discussioni parlamentari.
«Il “fascismo bianco” è, inoltre, il dominio del potere esecutivo sul potere legislativo. I ruoli si capovolgono: il governo legifera, i parlamentari eseguono. Lo stesso schema che ha adottato Donald Trump con la sfilza di ordini esecutivi, che sono atti amministrativi, nel primo giorno di insediamento del suo secondo mandato. I decreti legge sono un fenomeno degenerativo che dura da decenni, ma Meloni si trova molto a suo agio e infatti ha battuto tutti i record».
Questo governo utilizza il decreto legge in due modi: per rispondere ad asserite emergenze di sicurezza, inasprendo reati già esistenti o creandone di altri; per elargire un po’ di denaro, rinviando la soluzione nel tempo.
«Se vogliamo battezzarli, possiamo dire che c’è il “decreto manette” e poi c’è il “decreto elemosina”. Siccome ci stiamo avvicinando alle elezioni, probabilmente si moltiplicheranno sia i “decreti manette” che i “decreti elemosina”. Purtroppo la cassa è vuota, al governo rimane solo la grancassa mediatica».
Se il diritto non vale sempre diventa il diritto della giungla, del più forte. Il doppio standard europeo ratifica la giungla, non il diritto

(di Pietro Francesco Maria De Sarlo – ilfattoquotidiano.it) – C’è una cosa che mi sfugge: quali sono gli obiettivi strategici dell’Ue nel conflitto russo-ucraino? Sconfiggere la Russia, recuperare tutti i territori ucraini, garantire la sicurezza di Kiev, contenere Mosca? E soprattutto: quale equilibrio immagina l’Europa per il dopoguerra?
È evidente che la guerra ha sancito la fine delle illusioni sul mondo unipolare. Biden e Johnson sembravano puntare a una sconfitta russa per consolidare la supremazia occidentale. Von der Leyen raccontava di una Russia costretta a recuperare i chip da lavastoviglie e frigoriferi; Draghi attribuiva alle sanzioni effetti devastanti sulla sua macchina economica e militare. Mosca ha pagato un prezzo altissimo, ma non è stata isolata né cancellata come attore geopolitico. Gli Usa devono fare i conti con Mosca, oltre che con Pechino. Persino Trump di Make America Great Again sembra aver capito che la stagione unipolare è finita.
La Ue, invece, quale visione ha maturato? Il Consiglio europeo ripete formule sulla pace giusta, l’integrità territoriale e le garanzie per Kiev. Ma manca la risposta politica alla domanda decisiva: come convivere domani con la Russia? La geografia non si cambia quindi a cosa si pensa? A una deterrenza permanente, fondata su una corsa agli armamenti e su un nuovo equilibrio del terrore?
La Carta Osce di Istanbul del 1999 e la Dichiarazione di Astana del 2010 affermano il principio della sicurezza indivisibile: nessuno Stato dovrebbe rafforzare la propria sicurezza a danno di quella altrui. La deterrenza trasformata in riarmo permanente entra in tensione con quel principio. Ognuno si arma per sentirsi più sicuro; l’altro si sente minacciato e si riarma a sua volta. Una spirale senza fine. E, in un equilibrio del terrore, basta che a qualcuno scappi la frizione.
Gli stessi documenti riconoscono il diritto di ogni Stato a scegliere liberamente le proprie alleanze. Come conciliare questo diritto con la sicurezza indivisibile, senza concedere alle grandi potenze un veto sui vicini? È un problema politico enorme, che non si risolve recitando principi astratti.
E poi: chi decide la strategia europea? Il Consiglio europeo, la Commissione, la Nato, oppure Francia, Germania e Regno Unito, che assumono iniziative in nome di un’Europa senza che nessuno abbia conferito un mandato di rappresentanza? E quale autonomia reale abbiamo dagli Stati Uniti?
I principi, per essere universali, devono valere sempre. Perché difendere l’autodeterminazione ucraina e ignorare il referendum disatteso nella Grecia di Syriza, l’embargo a Cuba o la cattura di Maduro da parte degli Usa? L’invasione russa dell’Ucraina viola il diritto internazionale. Ma il diritto non diventa facoltativo quando a violarlo sono gli alleati: dagli attacchi all’Iran all’occupazione dei territori palestinesi e al genocidio a Gaza. Se il diritto non vale sempre diventa il diritto della giungla, del più forte. Il doppio standard europeo ratifica la giungla, non il diritto.
Un governante deve misurare i principi con i rapporti di forza, gli strumenti disponibili, i costi e le conseguenze. Realismo non significa rinunciare al diritto, ma trovare le condizioni concrete per farlo rispettare. Difendere l’Ucraina non basta: bisogna anche sapere come fermare la guerra e quale ordine costruire dopo.
Zelensky e i leader europei hanno invece giocato d’azzardo sulla pelle degli ucraini, forti di una retorica irresponsabile. Dopo oltre quattro anni di guerra, rischiano di non saper uscire da una strategia senza sbocchi, se non continuando un sostegno che somiglia sempre più a un abbraccio della morte o proponendo accordi che Putin, dati i rapporti di forza, non ha motivo di accettare.
Intanto la guerra ha indebolito l’Europa, accelerandone l’irrilevanza politica e il declino economico. E quando sento dire che per rilanciarla basterebbe abolire il diritto di veto, mi metto le mani nei capelli. Il problema dell’Europa non è decidere più in fretta ma prendere decisioni giuste.
Se il campo largo vuole che queste piazze si traducano in un voto per sé, è fondamentale che si mostri al tempo stesso compatto e radicale

(Elisabetta Ambrosi – ilfattoquotidiano.it) – I numeri sono imponenti. Le immagini, anche. Fiumi di persone, maree di giovani, cartelli allegri, beffardi, vitali e fortemente critici verso il governo di destra. Governo che viene invitato apertamente ad andarsene: basta con decreti sicurezza che minacciano la libertà di espressione, manifestazione e movimento. Basta con le prese per i fondelli della manovre, misure contentino per pensionati, giovani e famiglie e la solita mancia elettorale per le partite Iva. Basta con una politica estera filo trumpiana e filo israeliana, che non si è spesa neanche per chiedere la fine dell’embargo a Cuba, dove una popolazione è allo stremo.
Insomma, in teoria il centro-sinistra o campo largo si ritrova in una posizione di favore estremo. Ha la strada spianata verso la vittoria ma per far questo non deve dare affatto per scontate queste piazze. Che esprimono una posizione politica, ma non partitica. Che hanno un respiro cosmopolita, internazionale e globale e poco nazionale. Che hanno come fari valori radicali e per nulla negoziabili: pace a tutti i costi, neanche un centesimo in più alle armi, contrasto al capitalismo globale, difesa degli stipendi, difesa del pubblico, soldi alla sanità, soldi al welfare, soldi per le case, lotta ai fondi privati, e poi tutela dell’ambiente e contrasto al cambiamento climatico.
Per capire perché queste piazza non per forza si tradurranno in un voto al campo largo bisogna parlare con i giovani: i quali ovviamente detestano, per usare un eufemismo, questo governo ma non risparmiano critiche sia ai sindacati, con i quali scendono in corteo più per necessità che per reale affinità, né a Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni – per non parlare di Renzi.
Non guardano i tg, ovviamente, leggono poco i giornali, si informano tantissimo su social media, specie TikTok, dove seguono moltissimo i video dei politici, e fanno, anche, moltissima politica nelle scuole, nei collettivi scolastici e delle università, dove approfondiscono insieme e con esperti i temi che ritengono importanti. Ma, appunto, non sono politicamente scontati e non solo perché molti sono minorenni e non votano, ma perché, ripeto, dei partiti gliene importa pochissimo.
Dei valori e delle grandi questioni sociali e globali invece tantissimo. Sono i giovani scesi in piazza per Gaza, che hanno occupato le scuole per la Palestina. Sono i giovani, quelli maggiorenni, che hanno votato in massa contro il referendum sulla giustizia: per la Costituzione, però, non per il centrosinistra.
Se dunque il campo largo vuole che queste piazze si traducano in un voto per sé è fondamentale che si mostri al tempo stesso compatto e radicale. Compatti perché non c’è più tempo per dividersi: gli scontri e i conflitti, come le infinite discussioni, non interessano a nessuno. Radicali perché nessuno può accettare compromessi, specie al ribasso, quando la fame comincia a entrare nelle case, quando le pensioni dei loro padri e delle madri appaiono nella loro miseria, quando tutto costa troppo per vivere. Una situazione che andrà sempre più peggiorando e che richiede dunque una risposta ancora più netta.
Ovviamente non è facile. Non è facile perché i soldi non ci sono, perché l’Europa anche deve cambiare. Non è facile perché il capitalismo è un meccanismo potentissimo, invertirlo o rallentarlo è impresa improba. E tuttavia una sola è la strada: uniti, avanzare un programma radicale (possibilmente fatto incontrandosi di persona, non in call), senza paura di spaventare i moderati perché tanto, ormai, di moderato nel mondo c’è rimasto ben poco.
Non possiamo insomma che augurarci che il campo largo abbia appreso il grido di queste piazze, anche perché l’Italia non può letteralmente permettersi un altro governo di destra. La lacerazione sociale sarebbe totale. Per fortuna, il re ormai è nudo dietro i soliti, patetici video che la nostra premier fa, forse non credendoci più neanche lei. Sicuramente non noi.
Un’ultima cosa la vorrei dire sui sindaci del Pd, che magari oggi gongolano di fronte a piazze che credono amiche. Ben più che Conte e Schlein, Gualtieri, Sala e gli altri sindaci di sinistra devono stare doppiamente attenti. Perché loro hanno governato e non hanno fatto leggi che hanno contrastato la povertà abitativa, i fondi immobiliari, l’occupazione abusiva del suolo pubblico da parte di ristoranti e bar, l’overtourism, per non parlare della tutela del verde: gli ultimi dati del rapporto Ispra sul consumo di suolo nelle città, Roma in particolare, sono impietosi e raccontano un’altra storia rispetto a quella che tentano di venderci.
Dunque, se pure si presenteranno uniti ai CinqueStelle, come a Roma, dovranno presentare, e rispettare, un programma assai più radicale di quello messo in pratica per ottenere il voto di chi oggi è in piazza.
Insomma, nessuno a sinistra si sieda sugli allori. Sarebbe un errore madornale. Le piazze di oggi sono un punto di partenza. Non di arrivo.

(Dott Paolo Caruso) – La Premier Meloni, con il suo comportamento astioso e le urla indirizzate con tono minaccioso al GIP di Milano dottoressa Landoni, non finisce di stupirci negativamente. La Caciottara “Sgarbatella” sembra non avere consapevolezza del ruolo istituzionale che, da quattro anni, ricopre nell’interesse degli Italiani Tutti. Si comporta infatti da “Capo partito” mostrando innanzitutto il suo smisurato EGO. L’ aggressione verbale sui social alla dottoressa Landoni rappresenta in pieno la sua acredine nei confronti dell’ intera magistratura. Le è stato indigesto il referendum clamorosamente perduto da lei e dalla sua parte politica per sottomettere al Governo uno dei tre pilastri della democrazia. Dichiara “vergognoso” il rilascio del marocchino nato italiano. La scarcerazione imposta dal giudice, donna come lei, dopo quattro giorni di detenzione, fu motivata dal fatto che non si riconosceva uno straccio di prova a carico dell’imputato da poterne convalidare l’arresto. Alla Premier bastava solo un capo espiatorio meglio se immigrato per la propaganda. Mi chiedo allora come la mette la Signora Meloni con il trattamento riservato al criminale colonnello libico Almasri, ricercato dalla polizia di mezza Europa su mandato di cattura della Corte Penale Internazionale avendolo, nonostante la richiesta di arresto, imbarcato con tutti gli onori su un volo diretto in Libia. Le sembra meno vergognoso? O si vuole creare il “mostro”, che sia straniero, per sbatterlo in prima pagina su tutti i giornali, e cavalcare l’ odio anti immigrato, diventato il volano della campagna elettorale delle Destre? Si è voluta delegittimare una protesta che voleva essere pacifica, e che elementi estremisti, infiltrati l’hanno declassata a “insurrezione armata”. Se la prenda con il Ministro Piantedosi e con i Servizi Segreti, incapaci a prevenire le mosse di questi facinorosi, che possono anche avere matrice di Destra. Così è stato creato il pretesto per neutralizzare la protesta degli Studenti contro il carovita e il caro affitti e oscurare i blocchi dei camionisti e degli agricoltori del Sud. Il governo Meloni non si rende conto che, con gli attuali stipendi e pensioni, gravati anche dal caro vita e dall’ inflazione, gli italiani non arrivano a fine mese. Per le bollette di luce e gas? Poi si vedrà ! Di una Presidente del Consiglio aggressiva e menzognera gli Italiani ne avrebbero fatto volentieri a meno. La ragione sarà sempre dalla sua parte, perché come disse il Marchese del Grillo “io sono io e voi non siete un c……zo”. La suggestione del potere non la porti a interventi sguaiati e rabbiosi dentro e fuori il Parlamento. Si ricordi che “Noblesse oblige”….. Faccia recuperare dignità al ruolo che rappresenta. Siamo ancora, quel che Lei ne possa pensare, una DEMOCRAZIA !
Capodanno: “Basta abbandono e sperimentazioni senza fine”

Capodanno: “Mettere in sicurezza l’albero, liberare la piazza e revocare il divieto di transito che attualmente riversa tutto il traffico su via Recco”.
” Piazza degli Artisti non può continuare a essere trattata come uno spazio residuale, nel quale si sommano incuria, interventi insufficienti e decisioni sulla viabilità che penalizzano residenti, commercianti e automobilisti. Dopo tante iniziative e denunce, chiediamo risposte concrete: non altre promesse e, soprattutto, non altre transenne destinate a diventare parte permanente del paesaggio “. È il durissimo intervento di Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori Collinari, che torna a denunciare il perdurare delle condizioni di degrado e abbandono della piazza, aggravate dal transennamento di un’ampia area intorno alla fitolacca monumentale.
La documentazione fotografica mostra le delimitazioni arancioni e la presenza di rami e materiale vegetale nell’aiuola.
” Lo sbrancamento dell’albero, con rami caduti anche all’esterno dell’aiuola, impone verifiche e interventi tempestivi — afferma Capodanno —. Ma pone anche una domanda alla quale il Comune deve rispondere: quali valutazioni hanno accompagnato il recente ampliamento dell’aiuola, realizzato con risorse pubbliche, se oggi si rende necessario interdire uno spazio ben più ampio? I cittadini hanno diritto di conoscere le ragioni e i costi delle scelte compiute, nonché gli interventi previsti per risolvere il problema “.
Il Comitato chiede che venga chiarito se e in quale misura l’ampliamento abbia risposto alle esigenze di tutela dell’albero monumentale e di sicurezza e fruibilità dello spazio circostante.
” Nessuno chiede di rimuovere le protezioni prima che siano garantite le condizioni di sicurezza — precisa Capodanno —. Chiediamo esattamente il contrario: che si lavori subito per eliminare le cause che le hanno rese necessarie. La sicurezza non può essere confusa con una recinzione lasciata a tempo indeterminato. Occorrono accertamenti specialistici, un programma d’intervento e tempi certi, salvaguardando il valore dell’albero monumentale “.
Al problema dell’area interdetta si aggiunge quello della circolazione. Il Comitato contesta nuovamente il divieto di transito introdotto circa tre anni fa in un tratto della piazza, nell’ambito di una sperimentazione che avrebbe dovuto durare appena tre mesi e che, nonostante le proteste, non è stata mai revocata.
” Tre mesi non possono trasformarsi in tre anni senza che ai cittadini venga spiegato, con dati e verifiche, quali benefici abbia prodotto quella decisione — incalza Capodanno —. Una sperimentazione deve avere un termine e una valutazione dei risultati. Altrimenti diventa una scelta permanente imposta nei fatti, scaricandone le conseguenze sul quartiere “.
Il dispositivo costringe gli autoveicoli che giungono nella piazza a imboccare via Recco, dove insiste anche un mercato all’aperto, alimentando incolonnamenti e disagi.
” Si concentrano i veicoli in un unico percorso, con auto in fila indiana, rumore e gas di scarico a ridosso delle abitazioni e delle attività commerciali — sottolinea Capodanno —. Il transennamento restringe ulteriormente gli spazi e aggrava una situazione già critica. Con l’avvicinarsi del periodo natalizio, aspettare ancora significa rischiare una congestione ancora più pesante “.
Il Comitato Valori Collinari chiede pertanto al Comune di Napoli e alla Municipalità competente di attivare senza indugio tutti gli interventi necessari per mettere in sicurezza l’albero e l’area circostante, consentire la successiva rimozione delle transenne e ripristinare condizioni decorose e pienamente fruibili nella piazza. Chiede inoltre l’immediata revoca del divieto di transito sperimentale e il ripristino del precedente dispositivo di traffico.
” Piazza degli Artisti non merita di restare ostaggio dell’emergenza e dell’inerzia — conclude Capodanno —. Vogliamo sapere chi interviene, che cosa farà e quando. Dopo anni di segnalazioni, l’amministrazione comunale ha il dovere di assumersi le proprie responsabilità e restituire al quartiere una piazza sicura, curata e accessibile. La pazienza dei cittadini non può essere l’unica risorsa sulla quale continuare a contare “.
Stabilite le prossime tappe in vista delle politiche 2027 durante la call di tre ore tra Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli: “A dicembre mobilitazione contro il governo Meloni”

(repubblica.it) – Il campo largo accelera. Dalla call tra i quattro leader sono state definite le future tappe della coalizione progressista: “Dalla settimana prossima inizierà il confronto per definire il programma della coalizione entro novembre. Parteciperanno ai tavoli le forze di opposizione rappresentate in Parlamento che condividono l’urgenza di costruire un’alternativa di governo alla destra – si legge nella nota congiunta della segretaria del Pd Elly Schlein, del presidente del M5s Giuseppe Conte e dei leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni al temine del loro incontro – Infine abbiamo concordato che le primarie si terranno entro il mese di febbraio con l’obiettivo di farne un importante appuntamento di partecipazione democratica, in modo da assicurare una leadership che sia pienamente sostenuta da ogni forza del campo progressista”, si legge ancora.
L’appuntamento telefonico + iniziato alle 11 e i quattro leader sono andati avanti per circa tre ore call. Alla fine, la roadmap in vista delle politiche del 2027 è stata definita. Non solo primarie e programma. Prima dei gazebo i leader si sono dati appuntamento in piazza. “Sulla scorta di quanto anticipato la settimana scorsa, abbiamo convenuto di organizzare nel mese di dicembre, mentre si discute questa pessima manovra, una mobilitazione a carattere nazionale per l’alternativa a 4 anni di governo Meloni che hanno prodotto carovita, crescita prossima alla zero e aumentato le diseguaglianze. La manifestazione sarà condivisa con le forze di opposizione e sarà aperta alle forze sociali del paese e alla società civile”.
INFLAZIONE: ISTAT, A OTTOBRE VOLA AL +5,4%, RECORD DA 2023
(Agenzia Agi) – Secondo le stime preliminari, nel mese di ottobre 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettivita’ (Nic), al lordo dei tabacchi, registra una variazione pari a +0,9% su base mensile e a +5,4% su base annua (da +4,2% del mese precedente).
Lo rileva l’Istat, spiegando che la dinamica dell’inflazione e’ influenzata prevalentemente dall’andamento dei prezzi degli Energetici, regolamentati (da +25,8% a +59,5%) e non (da +22,5% a +29,4%), di quelli degli Alimentari non lavorati (da +5,5% a +7,5%) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +1,6% a +3,1%), cui si aggiunge l’attenuazione del calo dei prezzi degli Alimentari lavorati (da -0,6% a -0,2%).
“A ottobre 2026 l’inflazione sale a +5,4% (da +4,2% di settembre), tornando al livello registrato ad agosto 2023 – scrive l’Istat nel commento – l’accelerazione dell’inflazione risente principalmente dell’aumento dei prezzi dei beni energetici (da +22,6% a +31,4%), ancora influenzato dal quadro geopolitico internazionale.
Un contributo all’inflazione si deve anche al settore alimentare, soprattutto alla componente dei prodotti non lavorati (da +5,5% a +7,5%), e ad alcune tipologie di servizi, in particolare quelli relativi ai trasporti (da +1,6% a +3,1%)”.
ISTAT, IL PIL È FERMO NEL TERZO TRIMESTRE
(ANSA) – Nel terzo trimestre del 2026 il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2020, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente e mostra una crescita dello 0,8% in termini tendenziali. Lo comunica l’Istat nei dati preliminari.
Il terzo trimestre del 2026 ha avuto quattro giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e una in più rispetto al terzo trimestre del 2025. La variazione congiunturale nulla è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nel comparto dei servizi e dell’agricoltura e di una diminuzione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della domanda estera netta.
“Dalla stima preliminare a 30 giorni del Pil per il terzo trimestre dell’anno – commenta l’Istat – emerge una sostanziale stazionarietà rispetto al trimestre precedente. In termini tendenziali, si registra invece una crescita dello 0,8%, in lieve rallentamento rispetto al +1,0% del trimestre precedente”.
Dal lato dell’offerta, si stima una crescita nel comparto dei servizi e dell’agricoltura e una flessione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, emerge un contributo negativo della componente estera netta, compensato da quello positivo della domanda interna al lordo delle scorte.
ISTAT: ‘CARRELLO SPESA’ ACCELERA A +2,5%
(Agenzia Dire) – Il cosiddetto “carrello della spesa”, che comprende beni alimentari, per la cura della casa e della persona, accelera da +1,5% di settembre a +2,5% di ottobre e l’inflazione di fondo – calcolata al netto degli energetici e degli alimentari freschi – si attesa a +2,0% (da +1,6%). L’inflazione acquisita a ottobre, per il 2026, risulta pari al +3,4%. Lo rileva l’Istat nella statistica flash pubblicata oggi.
ISTAT, ENERGETICI A OTTOBRE +31,4% SULL’ANNO
(ANSA) – A ottobre 2026 l’inflazione sale a +5,4% (da +4,2% di settembre), tornando al livello registrato ad agosto 2023. L’accelerazione dell’inflazione risente principalmente dell’aumento dei prezzi dei beni energetici (da +22,6% a +31,4%), ancora influenzato dal quadro geopolitico internazionale.
Lo rileva l’Istat. La dinamica dell’inflazione è influenzata prevalentemente dall’andamento dei prezzi degli Energetici, regolamentati (da +25,8% a +59,5%) mentre i non regolamentati passano da +22,5% a +29,4%.
Un contributo all’inflazione si deve anche al settore alimentare, soprattutto alla componente dei prodotti non lavorati (da +5,5% a +7,5%), e ad alcune tipologie di servizi, in particolare quelli relativi ai trasporti (da +1,6% a +3,1%). Il cosiddetto “carrello della spesa” accelera (da +1,5% a +2,5%) e l’inflazione di fondo si attesa a +2,0% (da +1,6%). L’inflazione acquisita a ottobre, per il 2026, risulta pari al +3,4%.
5.INFLAZIONE, CODACONS: SPESA SALE DI +1.800 EURO A FAMIGLIA INFLAZIONE
(askanews) – “Una vera e propria stangata invernale quella che sta per abbattersi sui consumatori italiani”.
Lo afferma il Codacons commentando i dati Istat sull’inflazione. “In base allo studio realizzato dall’associazione – aggiunge -, un tasso al 5,4% equivale, a parità di consumi e considerata la spesa totale annua degli italiani, ad una mazzata da +1.803 euro annui per la famiglia ‘tipo’, che raggiunge i +2.345 euro per un nucleo con due figli, qualora i prezzi dovessero mantenersi ai livelli attuali”.
“Siamo in presenza di una evidente emergenza soprattutto sul fronte delle bollette energetiche – avvisa il Codacons -. Sul mercato tutelato infatti il gas rincara ad ottobre del +56,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre l’elettricità sale del +60,2%; sul mercato libero il gas aumenta del +35,7%, la luce del 32%; il gasolio da riscaldamento segna invece un +45,6% su anno”.
“I maggiori costi energetici e dei carburanti stanno inoltre provocando un effetto domino su tutti i comparti, con i prezzi di alimentari e bevande che si impennano del +2,9% mentre i trasporti volano al +9,3%.
Gli italiani devono prepararsi ad una nuova stangata invernale – afferma il Codacons – Al di là del rialzo del tasso medio di inflazione le tariffe energetiche sono tornate a livelli stellari, un incremento che si registra alla vigilia della stagione termica, quando cioè aumentano i consumi di gas delle famiglie.
Per questo ci aspettiamo dal governo interventi immediati per abbattere subito i costi delle bollette sempre più pesanti e insostenibili per milioni di famiglie”.
LAVORO, ISTAT: RETRIBUZIONI SETTEMBRE +2,5%, CRESCITA INFERIORE A INFLAZIONE
(Askanews) – Per il secondo trimestre consecutivo la crescita tendenziale delle retribuzioni contrattuali è inferiore a quella dell’inflazione. Nel periodo gennaio-settembre 2026, la retribuzione oraria media è cresciuta del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2025.
L’indice delle retribuzioni contrattuali orarie, a settembre 2026, rimane invariato rispetto al mese precedente e aumenta del 2,5% rispetto a settembre 2025; l’aumento tendenziale è stato del 2,3% nel settore privato (3,3% nell’agricoltura, 2,6% nell’industria e 2,1% nei servizi privati) e del 3,2% per la pubblica amministrazione.
Lo ha reso noto l’Istat. I settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono scuola (+5,5%), telecomunicazioni (5,1%) e igiene ambientale (+5%). L’incremento è nullo per farmacie private, comparto delle funzioni centrali, forze dell’ordine, forze armate e vigili del fuoco.

(Tommaso Merlo) – Ad alimentare la rabbia è l’ingiustizia sociale. Mentre le masse faticano a vivere decentemente, una élite sempre più ristretta vive nel lusso e nello spreco. C’è chi ha troppo e chi non ha abbastanza. Un sistema moralmente spregevole ma anche stupido perché una élite privilegiata accumula roba inutile mentre le masse non possano permettersi quelle essenziali. Assurdità che creano malessere interiore e quindi sociale. Ma l’ingiustizia regna sovrana da mo’, la novità è che dopo un infinito declino perfino la cosiddetta classe media di paesi cosiddetti ricchi come il nostro, sta precipitando nella povertà raggiungendo milioni di concittadini. Una crisi che sta facendo tramare il sistema consumistico che si regge su lavoratori, consumatori e false promesse di benessere materiale. Masse martellate fin dall’infanzia con miraggi carrieristici e consumistici che non intravedono più. Masse martellate dalla mattina alla sera con la pubblicità di prodotti che non si possono permettere. Masse illuse con sogni di gloria materiale stroncati dalla giungla di mercato e dalla mafia culturale. Dalle vecchie élite nazionali siamo passati addirittura agli oligarchi internazionali come Elon Musk, il primo trilionario della storia mentre miliardi di persone nel mondo sono alla fame e mentre persino in paesi considerati ricchi come il nostro le masse di consumatori sono rimaste senza potere d’acquisto. Una rabbia esasperata da una politica che avrebbe il compito di gestire tali fenomeni ed invece o è incapace o è complice in quanto a furia di prebende diventa parte delle élite e quindi del problema. E se da noi siamo all’immobilismo cronico con caste di ciarlatani che invecchiano sui troni, negli Stati Uniti siamo all’apoteosi di un presidente miliardario che si è circondato di miliardari, siamo cioè al punto in cui i più ricchi non accumulano solo soldi e roba, ma anche potere politico e mediatico. Invece cioe’ che le persone più sagge, più valorose e più capaci comandano i soldi. Ingiustizia, degrado anche democratico e quindi violenza. Se ben incanalata la rabbia stimola a lottare per il cambiamento ed è quindi costruttiva, se male incanalata diventa violenza che è sempre distruttiva. Una violenza soprattutto giovanile che nasce dalla discriminazione sia economica che sociale, dal non poter permettersi qualche chimera consumistica spacciata come benessere e perfino identità e questo solo perché nati nel quartiere o nella famiglia sbagliati. Una violenza che non si sconfigge con altra violenza ma con un sistema sensibile che ascolta e quindi capisce e quindi include. Un sistema che offre a tutti le stesse possibilità, che fa sentire tutti parte di un progetto collettivo e che premia il merito a prescindere. A tener viva la speranza è che quando le masse di consumatori cadono in povertà, sono costretta ad abbandonare le baggianate materialiste con cui gli hanno lavato il cervello. Sono cioè costrette ad alzarsi dal divano e ricominciare a lottare per conquistarsi una vita dignitosa. Proprio quello che sta succedendo con piazze sempre più piene. Questa crisi è una occasione storica per ripensare il fallimentare sistema consumistico e svilupparne uno più intelligente. Basta consumare anche se stessi e il pianeta, il benessere non si compra da nessuna parte ma è frutto di una vita sana, pacifica e sensata. Il benessere si trova nell’altruismo e mai nell’egoismo, nell’essere e non nell’apparire, dentro e non fuori. Lavorare come muli, consumare come automi e mettersi in mostra come marionette porta solo in un vicolo cieco fatto di caos mentale e vuoto interiore da cui poi si cerca inutilmente di uscire con qualche dipendenza tossica o scaricando le proprie frustrazioni sul mondo. Mentre a livello politico si finisce per vivere in balia di mercati bulimici e di élite senza cuore e cervello. La politica deve dirigere l’economia e non viceversa ma per riuscirci deve essere di assoluta qualità. In modo da dargli principi e visione comune. E la ricchezza va ridistribuita in modo che nessuno rimanga indietro e che il potere venga gestito da chi vale di più e non da chi ha di più. Non un sistema incentrato sui consumi e quindi sul produrre roba perlopiù inutile per soddisfare bisogni superflui, ma incentrato sulle persone nella loro interezza e sulla vera qualità della vita. Producendo e consumando ciò che serve davvero e dedicando tempo ed energie anche a ciò che conta davvero. Il sistema consumistico alla lunga produce solo malessere personale e collettivo oltre che una pericolosa spirale autodistruttiva, questa crisi è una occasione storica per svilupparne uno più intelligente fin che siamo in tempo.

(Francesco Cancellato) – C’è una cosa, nella legge di bilancio appena presentata, che racconta meglio di qualunque altra, cosa sia il governo Meloni, e quali interessi difenda.
Sono i 300 euro che il governo regala agli over 75 purché li spendano nella sanità privata, per le visite specialistiche non coperte dal servizio sanitario nazionale, o per i farmaci non mutuabili. A un primo sguardo, è una misura che passa quasi inosservata. Un bonus tra tanti, peraltro destinato a persone anziane, non abbienti, bisognose di cure. Che c’è di male, nel dar loro un po’ di soldi?
Eppure qualche domanda bisogna farsela. Perché gli over 75 con una pensione che arriva a 28 mila euro in Italia sono quasi 6 milioni, contati male. E perché quel buono da 300 euro a testa, l’ha detto Meloni in conferenza stampa, vale 1,6 miliardi di euro. Non esattamente noccioline, in una manovra che – tolti i 14 miliardi in regalo dall’Unione Europea per investire in rinnovabili – ne mobilita complessivamente 12.
La diciamo meglio: perché regalare quasi il 15% delle pochissime risorse a disposizione del governo alla sanità privata? Perché farlo quando per la sanità pubblica sono stati stanziati appena 3,4 miliardi – peraltro vincolati agli aumenti di stipendio di alcune categorie di medici – nonostante il ministro Schillaci e le Regioni ne avevano chiesti il doppio, 6,8 miliardi, come soglia minima necessaria alla tenuta dei sistema?
Ancora; perché farlo quando alla sanità pubblica quei soldi servirebbero parecchio? Perché farlo, con il 20% delle prestazioni erogate in ritardo? Perché farlo, con 6 milioni di italiani che rinunciano a curarsi per i tempi d’attesa troppo lunghi? Perché farlo, quando siamo il Paese del G7 che spende meno nel suo sistema sanitario?
Perché non dare quei 1,6 miliardi alla sanità pubblica, anziché regalarlo ai privati?
Ci dispiace, saremo degli inguaribili malfidenti, ma l’unica risposta che ci viene in mente è che il governo stanzia un miliardo e mezzo da spendere nella sanità privata, per fare un regalo agli imprenditori che operano nel settore della sanità privata.
Tra i quali – malfidenza per malfidenza – c’è pure quello che possiede tre giornali che ogni giorno fanno da grancassa mediatica al governo e alla sua maggioranza, attaccando politici, attivisti, giudici, giornalisti, chiunque osi fare le pulci a Meloni, Salvini e compagnia.
Quando c’era Berlusconi l’avremmo chiamato conflitto d’interesse.
Oggi, evidentemente, è solo un caso.
Il ragionamento del presidente del M5S nel libro di Bruno Vespa: “Una parte del nostro elettorato non andrebbe a votare. È stato il Pd a volere il leader di Iv e Schlein ha la responsabilità di ottenere garanzie politiche”

(repubblica.it) – Giuseppe Conte lo dice senza giri di parole a Bruno Vespa: “La presenza di Italia viva nella coalizione non è un problema nostro, ma dell’Italia. Se una parte dell’elettorato del M5S non andasse a votare per la presenza di Renzi, noi non manderemmo mai a casa Meloni”. Il ragionamento del presidente del Movimento 5 Stelle è contenuto nel libro del giornalista Storia della Seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein, in uscita lunedì 2 novembre da Mondadori-RAI libri.
“Poiché è stato il Partito democratico a volere che Renzi stesse con noi – prosegue Conte – è la sua segretaria a doversi assumere la responsabilità di ottenere garanzie politiche che ci salvaguardino dal depotenziamento dell’alleanza che Renzi può portare, e prevengano instabilità future”. Un altro passaggio che l’ex premier ha già espresso più volte: sarà Schlein a garantire per Renzi.
Poi c’è la questione primarie. Che non sono in dubbio per Conte, come non è in dubbio la sua candidatura ai gazebo. “Mi pare chiaro che le faremo e io ci sono. Ma era doveroso esplorare la possibilità di un metodo alternativo, poteva essere il criterio che abbiamo seguito in tutte le elezioni regionali in cui siamo andati in coalizione: discutere con tutte le forze politiche il candidato più competitivo – dice ancora ancora Giuseppe Conte nel libro di Bruno Vespa – I leader dei due maggiori partiti dell’opposizione, fatalmente, tenderanno a valorizzare le differenze più degli elementi unitari. Abbiamo due profili con temperamenti e sensibilità differenti, ma siamo accomunati dal medesimo obiettivo di realizzare un progetto di cambiamento del Paese e starà al nostro senso di responsabilità fare in modo che non sia uno scontro tra avversari, ma un grande momento di democrazia e partecipazione”, conclude il presidente del Movimento 5 Stelle.

(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Oggi, 30 ottobre, è in corso uno sciopero generale per l’intera giornata che coinvolge i lavoratori del settore privato e del pubblico impiego, con l’esclusione formale del comparto dei trasporti. La protesta, indetta dai sindacati di base, è stata infatti precettata dal Ministero dei Trasporti per quanto riguarda treni e altri servizi di mobilità.
L’USB ha contestato duramente il provvedimento, definendolo «illegittimo» e annunciando di non volerlo rispettare, pur informando i lavoratori delle pesanti sanzioni individuali previste in caso di violazione dell’ordinanza. Nonostante la conferma della mobilitazione da parte del sindacato, nel settore dei trasporti sono attesi disagi limitati proprio per il rischio delle sanzioni.
Lo sciopero odierno non si limita all’astensione dal lavoro: la giornata prevede anche una mobilitazione nazionale contro il carovita, con manifestazioni, presìdi e raduni organizzati in diverse città italiane.
Siher scarcerato fa arrabbiare Tajani. Ma per lui forse, come il diritto internazionale, anche il garantismo vale fino a un certo punto

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – “Io sono garantista sempre, non a senso unico”, ha rivendicato con forza il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani. E con un predecessore come Silvio Berlusconi – che tra norme ad personam, ghigliottine sulla prescrizione e reati depenalizzati in tema di garantismo, soprattutto il suo, ha fatto scuola – c’è da credergli sulla parola.
Al punto che, l’altro ieri, il dubbio di trovarci dinanzi a un suo sosia mentre sparava ad alzo zero contro la mancata convalida del fermo di Youssef Siher, ci ha improvvisamente assalito. “Quando uno viene arrestato in flagranza di reato il giudice ha tre possibilità…”, ha tagliato corto il ministro. Pazienza che non fosse in flagranza… gli hanno obiettato i cronisti. “Vabbè, ma quelli erano reati comprovati è come se fosse in flagranza”, ha insistito Tajani. No, non erano reati comprovati, per quelli serve una sentenza, non basta l’ipotesi accusatoria formulata da un pm.
Ma il leader di FI non si è arreso: “L’ipotesi di reato… mi pare che erano tutte cose vere. L’invito a organizzare gli eventi e andare in piazza non era una cosa inventata…”, ha ribadito. Se non fosse che l’invito ad andare in piazza è arrivato il giorno dopo le devastazioni e gli scontri di Milano. E che, come ha chiarito la Gip Landoni, Siher si è “limitato a promuovere una mobilitazione collettiva” contro il governo, evocando la “disobbedienza civile”. Che non risulta essere ancora reato per il diritto italiano. A meno che, sempre citando Tajani, pure quello, al pari del diritto internazionale, non valga fino a un certo punto. Come il suo garantismo.

(estr. di Selvaggia Lucarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] “Siher è stato scarcerato. Non scagionato. Se non conosci la differenza meglio tacere. E continuare a gettare benzina non aiuterà”.
Queste venti parole sono state scritte su X da Gaia Tortora, figlia di un uomo il cui volto ha campeggiato per tre anni sui giornali e nelle trasmissioni tv con l’accusa di essere un mafioso. È stato indagato, imputato, processato e giudicato colpevole in primo grado, sulla base di quella che poi si sarebbe rivelata una calunnia, e quindi assolto.
[…] Il dolore per questa vicenda familiare e la conseguente campagna garantista di cui Gaia Tortora si è fatta comprensibilmente portavoce negli anni hanno dunque partorito questo tweet in riferimento a un uomo, Youssef Siher, che a differenza di Enzo Tortora non è ancora nemmeno stato rinviato a giudizio, figurarsi condannato. E che tuttavia è stato mostrificato dalla stampa italiana per giorni, poi rinchiuso preventivamente in carcere a San Vittore per azioni che, tra l’altro, secondo il Gip non integrano nemmeno i reati contestati.
Il tweet che mi sarei aspettata dalla figlia di Enzo Tortora era qualcosa del tipo “Hanno incarcerato un tizio su presupposti fragili e oltretutto la stampa l’ha dipinto come un terrorista: ma non esisteva la presunzione d’innocenza in questo paese?”. Invece no: se la prende con chi, secondo lei, prende le parti di Siher con troppa generosità perché insomma, signora mia, Siher sarà pure stato scarcerato, ma non è stato ‘scagionato’. E chi ‘getta benzina’ è chi propone l’equazione scarcerato=presunto innocente e non, ad esempio, Antonio Tajani che sostiene che secondo lui Siher “è come se fosse in flagranza di reato”, introducendo così un nuovo tipo di flagranza parziale, o approssimativa. Insomma, scopriamo oggi che Gaia Tortora ritiene la presunzione d’innocenza pericolosa benzina e non un principio cardine dello Stato di diritto. […]
Ma siccome non voglio credere che la figlia di Enzo Tortora possa essere diventata giustizialista dalla sera alla mattina, le concederò il beneficio del dubbio: per me resta una presunta garantista.