Meloni ha scaricato su Delmastro e Bartolozzi la responsabilità del fallimento referendario. Per la serie Mors tua, vita mea

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – La débâcle referendaria ha i suoi capri espiatori. Giusi Bartolozzi, la ormai ex capo di gabinetto del ministro Nordio – che ieri si è intestato la responsabilità politica della sconfitta – e Andrea Delmastro, già sottosegretario alla Giustizia ed ex socio in affari della figlia del prestanome del clan Senese, Mauro Caroccia.
La prima indagata per false dichiarazioni ai pm in relazione al caso Almasri, rimpatriato in Libia su un volo di Stato dal governo nonostante il mandato di cattura della Corte penale internazionale pendente sulla sua testa. Il secondo condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio per la vicenda Cospito e fotografato, insieme a Bartolozzi, nel ristorante dei Caroccia giusto qualche mese fa.
Giorgia Meloni, che accompagnandoli alla porta ha salutato con “apprezzamento” di rito le doppie dimissioni, ha messo nella lista pure Daniela Santanchè, indagata per una serie di reati legati alle sue vecchie aziende (tra cui la truffa ai danni dello Stato per la Cassa Covid). L’auspicio della premier è che, “sulla medesima linea di sensibilità istituzionale” dimostrata da Delmastro e Bartolozzi, “analoga scelta sia condivisa” anche da lei. Per ora, la ministra non ha raccolto l’invito, anche se la sensazione è che anche la sua esperienza di governo sia arrivata al capolinea.
Ma il tardivo repulisti di ieri, all’indomani del rovinoso naufragio della riforma Nordio, è solo il palese tentativo della premier di scrollarsi la responsabilità di una sconfitta che è innanzitutto sua. Scaricando i capri espiatori di turno, strenuamente difesi fino a pochi giorni fa, che avrebbe dovuto mettere alla porta già da tempo e per ben altri motivi. Per la serie Mors tua, vita mea.

(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Ho fatto convintamente la campagna per il No. E l’ho fatta ben sapendo che, in caso di vittoria, avrei dovuto sopportare le trombette vittoriose del PD e del cosiddetto campo largo. Ma le cose non sono andate come costoro vanno cantando. Infatti, i numeri reali dicono cose che le percentuali nascondono.
Prendiamo a riferimento i risultati elettorali del 2022. Il centrosinistra, più il M5S, ha totalizzato 11,6 milioni di voti. Al referendum attuale i No hanno ottenuto 14,5 milioni di voti. Il che significa che 2,9 milioni di elettori che hanno votato No non avevano votato PD/AVS/M5S.
Costoro sono quelli che non votano più perché il campo largo è invotabile. In questo dato e orientamento va compreso anche il voto dei giovani, che presumibilmente sono quelli che hanno riempito le piazze contro il genocidio israeliano/americano a Gaza.
Ipotizzando un pareggio in entrata e in uscita tra la cosiddetta sinistra per il Sì e i No provenienti dal centrodestra, l’apporto alla vittoria del voto esterno al campo largo è significativo. Dati alla mano, senza costoro il referendum sarebbe stato perso. Queste considerazioni sono suffragate anche dal voto nelle città, che non è stato caratterizzato, come alle politiche, dalla sovrapposizione tra voto ZTL e voto per il No.
Pertanto, qualsiasi proiezione in chiave di elezioni future è del tutto fuori luogo.
Per converso, il Sì ha totalizzato 12,3 milioni di voti, più o meno quelli che il centrodestra ha ottenuto alle scorse elezioni. Anche in questo caso possiamo considerare un pareggio tra entrate e uscite: vedi Azione, Italia Viva, +Europa e frattaglie varie. Quindi il centrodestra ha perso voti. Giorgia ha perso: ci ha messo la faccia e l’ha sbattuta.
Qualcuno afferma che il dato referendario accentua il bipolarismo. Ma i referendum sono bipolari per natura. Certo, ora c’è un gran can-can, si ragiona sulle primarie, ma è tutta minestra riscaldata.
L’ultima considerazione riguarda l’attaccamento alla Costituzione come motore principale del voto. Sicuramente questo è vero, ed è una fortuna. Tuttavia, la Costituzione di cui si parla è ormai un mito. Il referendum è stato un atto di resistenza, in difesa di quella parte della magistratura che ancora intende applicarla.
In realtà siamo in una post-democrazia e in una post-Costituzione, a causa dell’oppressione dei mercati, della finanza, della NATO, dell’Unione Europea e, ora, della guerra.
Questi sono i veri temi del presente e del futuro.

(Tommaso Merlo) – Trump sta perdendo la guerra e vorrebbe disperatamente trattare con l’Iran per salvare deretano ed impero del dollaro. Si è rimangiato l’ultimatum e annuncia trattative ad cazzum ma non sta delirando, sta facendo speculare la sua cricca in borsa col petrolio e tentando di seminare zizzania politica a Teheran. Vorrebbe un varco per uscire dall’angolo. Negli Stati Uniti la benzina corre verso la soglia psicologica dei 10 dollari al litro mentre i supermercati rialzano i prezzi sugli scaffali ogni mezzora e alle casse i consumatori bestemmiano invece di salutare. E siamo solo all’inizio. Dallo Stretto non passano le petroliere americane e sioniste e dei loro alleati mentre alle altre basta che paghino in yuan, è la fine dei petrodollari che può portare a quella del dollaro anche come mezzo di ricatto politico e l’inizio dell’era cinese. Mutamenti storici e buone notizie da scovare aggirando la censura della cricca mainstream. Se a livello politico Trump è un uomo morto che cammina e parla pure, militarmente è messo ancora peggio. I soldati americani rumoreggiano di non voler morire per Israele mentre quelli iraniani scalpitano. Gli analisti militari americani definiscono l’invasione dell’Iran infattibile coi mezzi a disposizione oggi, servirebbero uomini e risorse e anche tempo che non hanno anche perché la catastrofe economica è dietro l’angolo. L’Iran ha poi prodotto in casa missili e droni più avanzati di quelli occidentali e che rendono i vecchi eserciti obsoleti, ha due milioni di soldati pronti e altri novanta a casa a fare il tifo, si spreme poi le meningi da decenni per questo scontro specifico e la morfologia del territorio complica dannatamente il tutto. Altro che Vietnam, gli americani rischiano di venire impallinati prima ancora di appoggiare gli anfibi in Persia. Poi c’è Israele che ogni giorno assomiglia sempre più alla Palestina, sia per le macerie che per il morale popolare coi politicanti sionisti che dai bunker vaneggiano di attacchi e invasioni e vittorie bibliche mentre dal cielo piomba di tutto e il loro progetto coloniale non è mai stato così a rischio. Anche a loro converrebbe trattare, il problemino è che non sanno cosa significhi e solo di recente hanno pugnalato gli iraniani alle spalle per ben due volte a trattative in corso. Se la parola di Trump vale zero al quoto, la loro ancora meno. E poi all’Iran non conviene una tregua ma sradicare le ragioni del conflitto. Pretendere la fine della persecuzione occidentale, che gli americani smammino dal Golfo, che gli sceicchi ritrovino un minimo di dignità e ridurre i sionisti come i palestinesi in modo che possano finalmente provare un pochino di empatia e ricominciare tutto da capo. Del resto la guerra l’ha scatenata Israele per conquistare l’egemonia regionale e se la perde l’egemonia passa all’Iran che pretenderà legittimamente di imporre le sue condizioni. Anche tatticamente all’Iran non conviene la tregua, Trump è un coniglio che si crede un leone e un demente che si crede un genio. Un presidente ormai screditato anche all’estero e detestato dai suoi cittadini mai così contrari ad una guerra ed economicamente vulnerabili e quindi carpe diem. Quanto ad Israele è reduce da anni di guerra totale col paese anche socialmente allo stremo vittima di una fanatismo che persiste a trascinarlo nell’autolesionistico vicolo cieco dei bombardamenti a tappeto e della vile decapitazione dei nemici. All’Iran conviene combattere tenendo Trump e sionisti all’angolo fino a farli cedere anche perché non hanno nulla da perdere visto che i loro aggressori puntano alla distruzione della loro Repubblica islamica. Già, la migliore exit strategy per Trump sarebbe la resa vantandosi sui social della grande vittoria, il problemino è che l’Iran pretende condizioni che significherebbero la fine dell’impero del dollaro, un rospo davvero duro da ingoiare per Washington. Poi c’è la grana sionista, quei fanatici pur di non arrendersi potrebbero ricorrere all’atomica oppure finite le bombe mettersi a lanciare sassi per completare la metamorfosi palestinese e magari impallinare il presidente per evitare lo smarcamento degli utili idioti a stelle e strisce. Che le due parti in conflitto scendano a patti è quindi per il momento difficile, al massimo potrebbe provare l’impresa un mediatore ma autorevole ai livelli della Russia o meglio ancora della Cina promuovendo una conferenza internazionale per svoltare l’angolo ma non appena sono chiari i nuovi rapporti di forza. Se prevalgono americani e sionisti l’intero Medioriente diventerà una Palestina, se invece prevarrà l’Iran si libererà dalla persecuzione occidentale, gli sceicchi degli emirati si libereranno dalla depravazione turbocapitalista e libanesi e palestinesi si libereranno dalle angherie sioniste. Mutamenti storici e buone notizie da scovare aggirando la censura della cricca mainstream. Una nuova era per l’intera Asia Occidentale che rifletterà un nuovo mondo multipolare con la Cina unica vera grande potenza sulla scena.
Il presidente Trump avrebbe dovuto esser cauto nell’idea di fare dell’Iran un rapido boccone. Conosci il tuo nemico, spiegò Sun Tzu ne «L’Arte della Guerra»

(Gian Antonio Stella – corriere.it) – «Le nazioni hanno i loro miti fondatori, i loro eroi. Quello dell’Iran sciita non è un conquistatore, un vincitore. Non è carismatico. Non è un liberatore. Non è neanche un profeta. È un perdente. Una vittima. Un leader il quale, pur accerchiato da forze militarmente soverchianti, pur dopo aver perso in battaglia tutti i suoi comandanti, pur ridotto alla sete e alla fame, rifiuta di arrendersi. Preferisce farsi uccidere, piuttosto che far atto di sottomissione». La lettura del foglio di sabato dove Siegmund Ginzberg racconta da par suo la tragica epopea di Hussein, il nipote di Maometto che finì decapitato diventando un martire venerato dagli Sciiti al punto di dar vita all’«unica cultura islamica ad aver fatto culto dell’immagine umana, altrimenti proibita dal Corano, e aver fatto arte teatrale del martirio», spiega bene perché Donald Trump avrebbe dovuto esser cauto nell’idea di fare dell’Iran un rapido boccone. Conosci il tuo nemico, spiegò Sun Tzu ne L’Arte della Guerra. Ma che ne sa della Persia il presidente Usa che dice che «il Belgio è una città bellissima» e loda il presidente della Liberia per il «magnifico inglese» ignaro che lì è la lingua di Stato da 179 anni?
«Per capire il rapporto tra Trump, i libri e la lettura bisogna fare un passo indietro», ha scritto ancora sul foglio Giulio Silvano, «Quando vinse le primarie repubblicane nel 2016 alcuni giornalisti iniziarono a notare qualcosa di strano. Nel suo ufficio di New York non c’erano libri. Solo pile di riviste, e tutte con la sua faccia in copertina. Ancora prima della discesa in campo (…) Trump aveva qualcuno nel suo entourage che doveva leggere ogni mattina tutti articoli dove compariva il nome del boss e metterci un post-it in modo che lui non fosse costretto a scorrere pagine che non lo riguardassero. Nel suo ufficio non c’era nemmeno un computer. Solo lattine di Coca-Cola light, premi, trofei di golf, sacchetti di carta del McDonald’s (…). Una volta alla Casa Bianca le persone che lavoravano con lui hanno iniziato a notare che non leggeva i report che arrivavano dal dipartimento della difesa o dall’Fbi. Non leggeva file top-secret sul nucleare, sull’Iran o sulla Nato. Si lamentava: troppo lunghi. Qualche volta, chiedeva che gli venissero riassunti, a voce». Nei film della saga di Tom Clancy, potrebbe dargli una mano Jack Ryan. Qui no.

(di Milena Gabanelli e Francesco Tortora – corriere.it) – Tutto a prezzi competitivi: telefonini, tablet, personal computer, apparecchi elettrici, componenti per auto elettriche, auto elettriche, pannelli solari, turbine eoliche, prodotti chimici, mobili, giocattoli, vestiti, scarpe, borse. Tutto «made in China». Nel 2025 le importazioni Ue dalla Cina hanno registrato un ulteriore aumento contribuendo a un nuovo record del deficit commerciale europeo nei confronti di Pechino stimato intorno ai 360 miliardi di euro, più 18% rispetto al 2024. Anche grazie ai dazi imposti da Trump negli Usa, l’Europa è diventata il mercato di sbocco dell’eccesso di export cinese. La quasi totalità di questi prodotti viaggia via nave su portacontainer. La Cina, attraverso le compagnie statali COSCO e China Merchants Group, possiede la più grande flotta mercantile al mondo: circa 1.900 navi che partono dagli immensi porti di Shanghai o Shenzhen per approdare in ogni dove percorrendo la «Via della seta marittima». Un sistema globale di infrastrutture e collegamenti che garantisce il coordinamento dei flussi commerciali, e include anche il controllo di 129 terminal distribuiti nei porti di arrivo in 60 Paesi. In Europa Pechino ha un piede dentro a tutti i porti più trafficati. Eppure, investire in un terminal non è sempre un’attività particolarmente redditizia. E allora qual è il tornaconto?
La governance di un porto prevede una separazione netta tra l’autorità che amministra lo scalo, solitamente pubblica, e gli operatori privati che gestiscono i terminal tramite concessioni pluriennali. È piuttosto raro che le due funzioni coincidano. È il caso del porto del Pireo ad Atene dove COSCO controlla sia la Piraeus Port Authority , sia i due principali terminal container. A Rotterdam, CK Hutchison, multinazionale di Hong Kong riconducibili al controllo politico di Pechino, gestisce tre terminal, uno in collaborazione con COSCO. Le società cinesi controllano anche un terminal a Bruges–Zeebrugge, uno ad Amsterdam, uno a Valencia, uno a Bilbao, uno a Barcellona, uno a Stoccolma e uno a Gdynia. Nel Regno Unito gestiscono un terminal a Harwich, a Felixstowe e nel polo industriale dell’Isle of Grain. Queste società detengono poi quote di partecipazione nei terminal di Marsiglia, Dunkerque, Montoir-de-Bretagne, Le Havre, Amsterdam, Anversa, Amburgo, Rotterdam, Vado Ligure, Malta e Salonicco.
In sostanza queste società sono oggi i maggiori investitori stranieri nei porti europei: circa 9 miliardi di euro è il valore degli investimenti fatti dalle due compagnie cinesi di Stato COSCO e China Merchants Group (FONTE: Centre for Eastern Studies). Un apporto che indubbiamente ha rilanciato scali in difficoltà, favorendo l’arrivo di nuovi flussi di merci dall’Asia. Ad esempio, a Zeebrugge, il porto marittimo di Anversa-Bruges, lo sbarco dei container è passato in 6 anni da 316.000 agli oltre 1,2 milioni del 2023. Effetto della fusione fra i 2 porti, ma soprattutto dal peso di COSCO, che dal 2017 controlla il terminal container CSP. Ancora più impressionante è l’aumento del traffico nel porto del Pireo: prima dell’acquisizione da parte dei cinesi era il sedicesimo scalo europeo, nel 2023 era già diventato il quarto. Comprare terminal è un’attività dagli alti costi operativi e non garantisce automaticamente grossi margini, però serve a rafforzare la propria influenza economica e geopolitica. Ed è questo l’obiettivo della Cina. Ma non solo.
Controllare terminal rafforza la catena logistica riducendo costi e tempi e facilita l’ingresso di merci, spesso sottocosto e sovvenzionate da Pechino. Prendiamo il Porto di Rotterdam, che è il più trafficato d’Europa perché in grado di accogliere navi lunghe fino a 400 metri con un carico superiore ai 24.000 container (Qui pag.35). In questo scalo olandese nel 2025 il valore delle merci «Made in China» ha raggiunto 118 miliardi di euro: più 8% rispetto al 2024. Ogni anno nei porti di Rotterdam e Anversa-Bruges sbarcano dalla Cina 4 milioni di container.
In questi volumi si insidia il fenomeno, sempre più invasivo, delle frodi doganali: troppo spesso gli spedizionieri dichiarano un valore della merce, sul quale si pagano i dazi e l’Iva, inferiore a quello reale. E se il terminal è gestito dall’esportatore diventa più facile truccare le carte. Certo, dopo lo sdoganamento ci sono le ispezioni, ma in media non superano il 2% del totale (qui pag.8). La Procura europea, con l’indagine «Calypso», lo scorso giugno, ha sequestrato al Pireo 2.435 container, carichi principalmente di biciclette elettriche, prodotti tessili e calzature. L’attività criminale, in atto da almeno 8 anni, ha portato all’arresto di 10 persone, inclusi due funzionari doganali, e ha coinvolto 14 Paesi Ue, Italia compresa, causando una perdita di almeno 350 milioni di euro in dazi e 450 milioni di Iva. «Il meccanismo è sempre lo stesso – spiega a Dataroom Fabio Botto, da 20 anni all’antifrode doganale – gli importatori dichiarano solo una parte della merce sulla quale devono pagare i dazi e che può arrivare fino al 70% in meno rispetto al valore reale; in più utilizzano in modo fraudolento il regime doganale che consente di non pagare l’Iva in dogana perché la merce è destinata ad un altro Stato membro. Così facendo realizzano un’evasione totale dell’Iva, che si aggiunge al minor dazio pagato». Secondo l’investigatore, nel porto del Pireo, dove le autorità doganali locali faticano a gestire l’enorme aumento dei flussi dalla Cina, le frodi si sono impennate. Complessivamente il danno economico ai danni della cassa Ue e dei singoli Stati membri è gigantesco (Corte dei conti Europea relazione speciale n. 8/2025 ndr), e sta generando il devastante impatto legato alla concorrenza sleale.
E poi c’è il pericolo che riguarda la raccolta dati sul traffico. I terminal di Amsterdam, Gdynia, Le Havre e Rotterdam si trovano in prossimità di porti militari utilizzati dalla Nato. Il governo cinese potrebbe sfruttarli per monitorare il passaggio di truppe o il trasferimento di forniture all’Ucraina. Un sospetto fondato poiché in sette porti europei (Anversa, Barcellona, Brema, Amburgo, Sines, Riga e Rotterdam) è in uso LOGINK, una piattaforma di gestione del traffico portuale amministrata dal Ministero dei Trasporti cinese. Significa che informazioni su merci, container, rotte navali e persone coinvolte potrebbero essere utilizzate per influenzare le operazioni portuali o sostenere interessi strategici di Pechino. Secondo il Parlamento europeo (Qui) questi terminal presentano un potenziale dual‑use, civile e militare, e potrebbero, in teoria, supportare la marina militare cinese. Infine, nei terminal controllati da società cinesi è elevata la probabilità che vengano favorite imprese di Pechino, come ZPMC per le attrezzature portuali o Huawei per le apparecchiature informatiche, penalizzando i fornitori europei.
Bruxelles ha da tempo modificato il proprio atteggiamento nei confronti della Cina. In un rapporto sulle «prospettive strategiche» pubblicato dalla Commissione europea nel 2019, Pechino è stata definita non solo «un partner per la cooperazione», ma anche «un concorrente economico e un rivale sistemico». Questo cambio di rotta, ribadito anche nel recente Libro bianco della Difesa europea (Qui), si è riflesso nella politica sui porti, che non vengono più considerati esclusivamente piattaforme logistiche a fini commerciali, ma soprattutto infrastrutture strategiche da difendere. Nel 2022, anche su pressione della Commissione, la Germania ha ridimensionato la partecipazione di COSCO nel terminal Tollerort del porto di Amburgo, riducendola dal 35% al 24,99%, una soglia che impedisce al gruppo cinese di esercitare influenza sulle decisioni operative. Infine, c’è una risoluzione del Parlamento europeo del 2024 con la quale invita i Paesi membri a limitare la presenza cinese in infrastrutture strategiche come i porti (Qui).
In questa direzione si inserisce anche il lancio dell’Autorità doganale europea (EUCA), la cui sede sarà decisa oggi 25 marzo. Tra i 9 candidati c’è anche Roma. Con la nuova agenzia la gestione dei dati doganali sarà centralizzata e i codici uniformati. L’obiettivo è quello di favorire controlli più efficaci per contrastare le frodi e proteggere il Mercato unico.
L’atto di forza per ripristinare l’immagine di leader forte. E scatta il processo agli alleati

(Flavia Perina – lastampa.it) – La ramazzata di Giorgia Meloni è arrivata all’improvviso. Via Andrea Delmastro, via Giusy Bartolozzi, quasi-via Carlo Nordio, spedito davanti ai microfoni per un pubblico autodafé («mia la legge, mia la responsabilità») con annuncio di pensionamento a fine legislatura. Licenziata anche Daniela Santanchè, che con il referendum c’entra poco ma con i suoi pasticci giudiziari è da tempo spina nel fianco della destra. È un atto di forza e al tempo stesso di astuzia politica che risponde a un preciso obbiettivo: ripristinare l’immagine della leader forte, ricordare agli italiani che l’imprinting legalitario della destra esiste ancora ed agisce anche nei confronti degli amici. La ramazzata serve, anche, a stroncare sul nascere (o a provarci) la resa dei conti interna che segue ogni sconfitta e che avrebbe avuto come ovvi bersagli gli uomini e le donne del melonismo. Fratelli d’Italia spazza il suo campo e si mette in condizioni di giudicare quello altrui.
Il campo di Forza Italia, innanzitutto, che sul suo progetto-bandiera, la riforma che doveva portare il nome di Silvio Berlusconi, non è riuscita a convincere nemmeno i fedelissimi (il 16 per cento degli elettori forzisti ha scelto il No, il 12 per cento si è astenuto) né ha saputo mobilitare le regioni che governa. E ovviamente il campo della Lega, apparsa assai disimpegnata per tutta la campagna elettorale e infine addirittura assente, con Matteo Salvini sparito in Ungheria nel giorno fatidico del voto (hai voglia a dire «in Lombardia e in Veneto abbiamo vinto», ci mancava solo l’insuccesso in due regioni dove il centrodestra è padrone dai tempi di Bossi).
Insomma, ciascuno dei partner ha qualcosa (molto) da rimproverare agli altri ma Meloni si mette in condizione di fare lei il processo ai deboli, ai distratti, agli assenti che hanno determinato il crollo della maggioranza in 72 province su 110. Le servirà nell’attesa di affrontare la vera questione che la sconfitta pone all’intero centrodestra: il “che fare” nell’ultimo anno di legislatura, questione assai più larga e complessa della caccia al colpevole del voto del 22 giugno. Il Piano A della maggioranza, fino all’altro ieri, era chiaro e non prevedeva alternative. Vince il Sì, riforma elettorale “per la stabilità” con buon premio di maggioranza, promessa agli elettori di procedere spediti verso premierato e federalismo, larghe sponde internazionali a sostegno dell’esecutivo «più stabile d’Europa» e della premier «migliore amica di Donald Trump» nonché pontiera tra l’Europa e gli Usa. Ora ogni singolo pezzetto del racconto è andato in fumo. Ha vinto il No, la nuova legge elettorale è ad alto rischio, ogni ulteriore promessa riformista risulta impossibile, e della sponda trumpiana non ne parliamo: persino citare per nome il Presidente Usa è da un pezzo un problema.
Bisogna trovare un Piano B, problema che non era mai stato preso in considerazione, sottovalutato persino quando i sondaggi hanno cominciato a mettere in dubbio il successo referendario del centrodestra. Votare subito è strada interdetta, farebbe esplodere la coalizione: tecnicamente non si capisce come la premier potrebbe ottenere lo scioglimento delle Camere, politicamente sarebbe una bandiera bianca alzata dopo una sconfitta, impensabile. Ma se non si vota è necessario riempire dodici mesi di agenda, e occuparli con un micidiale dibattito sulla riforma elettorale (incardinata ieri in Commissione Affari Costituzionali alla Camera) risulterebbe un affronto all’elettorato galvanizzato per mesi con la prospettiva di cambiamenti maiuscoli, storici, epocali.
Meloni dovrà decidere anche sul suo Piano B personale, su come presentarsi nel 2027 agli italiani, a quale visione appendere la sua proposta, il suo status e la sua richiesta di essere confermata a Palazzo Chigi. Non le basterà certo ottenere, in sede di riforma elettorale, l’indicazione del nome sul programma. Quel nome dovrà trovarsi un ruolo nuovo. La premier delle riforme che cambiano il Paese, la pontiera, la figlia di un dio minore che si fa garante della Nazione, la sovranista, la conservatrice, quella che critica l’Europa ma la aiuta a tenersi allacciata alle destre estreme di Orban e Fico nonché alla Casa Bianca, l’underdog vincente: sono tutte carte già giocate, qualcuna con successo e altre meno, ma nessuna sarà utile nel racconto della prossima campagna elettorale.
Persino il mito della premier dei conti in ordine rischia di appassire davanti a guerre che mettono a rischio gli equilibri di bilancio e il fine-mese di famiglie e imprese. E dunque, come raccontare questa destra che rivendica un secondo giro, questa premier che punta alla conferma, per fare cosa, per condurre dove il Paese? È questo il vero tema posto dalla sconfitta elettorale e dall’azzeramento del Piano A del governo. Converrà lavorarci da subito. La ramazzata sarà utile a evitare una resa dei conti velenosa con i partner e a ripristinare una primogenitura anche morale (“chi sbaglia paga”) rispetto al resto della coalizione. Ma per inventarsi una nuova prospettiva servirà molto di più del licenziamento di personaggi screditati e delle rassicurazioni sul governo che va avanti “come ha sempre fatto”.
Per Meloni lo tsunami referendario non impone una presa d’atto politica personale di fronte al Parlamento e al Paese

(di Carlo Bonini – repubblica.it) – Con lo stesso cinismo e ipocrisia con cui li aveva difesi oltre ogni ragionevole decenza fino alla vigilia del voto referendario, Giorgia Meloni si libera in un pomeriggio di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, sottosegretario e capo di gabinetto del ministero di Giustizia. E manda a dire alla terza impresentabile del suo governo, la ministra del Turismo Daniela Santanchè, che anche lei, per usare un termine che sappiamo caro al lessico di questa maggioranza, è diventata “carico residuale” e dunque “auspica” si tolga di torno. Possibilmente ad horas.

Per Meloni lo tsunami referendario che ha travolto la sua maggioranza e che interpella necessariamente la sua leadership non impone dunque una presa d’atto politica personale di fronte al Parlamento e al Paese, ma delle pulizie di Pasqua interne al partito. Che consentano di scaricare in una improvvisata bad company le responsabilità e i costi della bancarotta politica di un’avventura referendaria cui lei l’ha consapevolmente condotto e su cui lei ha messo la faccia. Convinta di potersene intestare la vittoria.
È uno spettacolo che conferma, ammesso fosse ancora necessario, quale sia la grammatica politica della presidente del Consiglio, la sua idea tribale del comando ma, soprattutto, la profondità della crepa che i 14 milioni di no al referendum hanno aperto nel cuore del governo svelando la formidabile debolezza che improvvisamente mostra chi lo guida. Perché se questo è l’incipit non è difficile prevedere in quale calvario la maggioranza si sia appena infilata e quale dose di rancore, diffidenza e ricatti muoveranno di qui in avanti le scelte di Meloni e quelle dei suoi due sin qui suonati azionisti di minoranza: l’azzoppato Tajani e il latitante Salvini. Quale che ne debba essere il costo.

E tuttavia è un esito che non stupisce. La protervia con cui per quasi un’intera legislatura un ministero chiave come quello di Giustizia è stato affidato alle stonate cure di un ventriloquo come Carlo Nordio (da ieri per altro declassato a ologramma), alla spregiudicatezza della “zarina” Bartolozzi e dell’avvocato della presidente del consiglio Delmastro, il ricorso sistematico alla menzogna per dissimulare dentro e fuori le aule parlamentari le responsabilità politiche del caso Almasri o dell’uso illecito di atti coperti da segreto per colpire le opposizioni (il caso Cospito), fino alle bistecche cucinate dall’uomo che lavava soldi di mafia, sono state il manifesto di come Giorgia Meloni e la sua maggioranza interpretino l’esercizio del potere. In quale considerazione tengano il ruolo dell’opposizione.
Per questo, oggi, quello stesso ministero che doveva essere il grimaldello necessario a far saltare il chiavistello a protezione dell’equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato può trasformarsi nella Caporetto di chi ha concepito quel disegno che il Paese ha respinto. A Meloni non basterà infatti aver accompagnato alla porta Delmastro, Bartolozzi e, “auspicabilmente”, Santanchè, per scrollarsi di dosso i costi presenti e futuri della “leggerezza” con cui gli impresentabili che ha voluto nel cuore del governo hanno interpretato la loro funzione. Perché di questo governo Delmastro e Bartolozzi sono stati ingranaggi chiave.
E a dimostrarlo, del resto, è una semplice domanda: perché la presidente del Consiglio ha aspettato la sconfitta al referendum per chiedere a Delmastro e Bartolozzi il passo indietro che avrebbero dovuto fare prima del voto? Lo capisce chiunque: perché se lunedì pomeriggio i si avessero vinto, oggi Delmastro e Bartolozzi non solo sarebbero al loro posto, ma di quella vittoria reclamerebbero i dividendi. Ecco perché – possiamo starne certi – di Giusi “la zarina” e del pistolero Delmastro sentiremo parlare ancora.

(di Michele Serra – repubblica.it) – L’avvento di Trump, e più in generale i modi e i tempi del linguaggio politico che ne deriva, rendono urgente una riforma grafica dei giornali. Bisogna rimpicciolire, e di parecchio, il corpo dei titoli, perché i titoli cubitali e assertivi, quelli che possono contenere solo poche parole, sono ormai congenitamente falsi, e solo quelli più riflessivi, e dunque più lunghi, possono avvicinarsi alla realtà delle cose.
Per esempio: “trattative di pace con l’Iran” non è più un titolo proponibile. Non è affidabile né per chi lo scrive né per chi lo legge. Si dovrebbe scrivere: “Trump sostiene di avere avviato trattative di pace con imprecisati interlocutori iraniani, ma non c’è alcuna conferma che questo sia vero”. Così stanno le cose: potrebbe essere vero ma potrebbe essere falso, uno dei tanti falsi che costellano la carriera politica di questo signore, una sparata propagandistica per rabbonire quella parte consistente di opinione pubblica (anche americana) che non capisce e non approva questa guerra.
Se è vero che il giornalismo, per essere credibile, deve fare le pulci al potere, e deve difendere una sua indipendenza anche linguistica, nel momento in cui la frottola, l’iperbole, lo slogan vuoto sono pratica corrente del potere, il giornalismo deve, per prima cosa, smontare quel meccanismo. Parlare chiaro, parlare serio, adottare toni e volumi all’altezza del ruolo. Il proclama tronfio e ridicolo del leader imbonitore va impaginato per quello che è: non un fatto, solamente un movimento labiale.
Qui non si parla di politica né di alta strategia, ma di come agli italiani stiano sulle scatole gli arroganti. Più che mai quando costoro sono pure presuntuosi. C’è scritto sui muri che fu il tracotante senso di onnipotenza a mandare in rovina il Garofano di Bettino Craxi […]

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Qui non si parla di politica né di alta strategia, ma di come agli italiani stiano sulle scatole gli arroganti. Più che mai quando costoro sono pure presuntuosi. C’è scritto sui muri che fu il tracotante senso di onnipotenza a mandare in rovina il Garofano di Bettino Craxi e il Giglio magico di Matteo Renzi. All’altro Matteo, il Salvini, fu sufficiente invocare i pieni poteri dopo un brindisi di troppo per essere accompagnato all’uscita della politica che conta, come uno sfigato qualsiasi. Nel caso degli artefici del Sì alla più iniqua e squinternata “riforma” della magistratura, è sotto gli occhi di tutti che, ebbri di hubris, hanno lavorato alacremente per il No. Facendosi detestare fosse anche soltanto per quella arietta del noi siano noi e voi non siete un cazzo amplificata dai loro aedi televisivi. A tal punto che nelle ore successive al botto dei sedicenti modernizzatori era difficile, con una certa dose di perversione, sottrarsi alla visione di Rete 4 (una specie di ridotto in Valtellina per le brigate Nordio in ritirata). Per non perdersi certe facce, ah quelle facce. Ma, soprattutto, certe giravolte dialettiche dei Cerno e dei Porro, degne di edilizia acrobatica.
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Neppure le più sofisticate analisi del voto ci potranno dire quanti potenziali elettori del Sì abbiano cambiato idea davanti, per esempio, alla sfrontatezza del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (detto “5 Forchette”) arroccato nella Bisteccheria dagli effluvi malavitosi. Chissà quanti voti contro ha suscitato, quelli del quando è troppo è troppo; ovvero il No per fatto personale. Arroganza e presunzione che a destra hanno marciato di pari passo visto che con qualche possibile voto in più in Parlamento, e dunque con una maggioranza qualificata, Giorgia Meloni non avrebbe avuto bisogno di ricorrere al referendum per mettere all’angolo le toghe. Una ricerca del consenso popolare che la premier ha perseguito fortemente per voglia di stravincere, convinta che gli italiani avrebbero risposto in massa al suo chi mi ama mi segua. […] Chi di populismo ferisce, con quel che segue. E neppure, il giorno dopo, sembra che la lezione sia servita al governo, in questo caso al sottosegretario Fazzolari. Il quale, non pago della musata presa, paventa “un’azione ancora più invasiva” da parte della magistratura, come se stesse parlando del nemico alle porte e non di un potere costituzionale. Diceva quel tale, perché limitarmi a essere antipatico, se posso essere odioso?
Alla maratona di Mentana, lunedì pomeriggio, sono minuti frenetici: gli exit poll danno in vantaggio il No, ma i sondaggisti avevano collegato l’alta affluenza alla vittoria del Sì: quindi, di fronte al 60% di votanti, si ingaggia una colluttazione tra la compagine governativa, ufficiale e ufficiosa, e il principio di realtà.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Alla maratona di Mentana, lunedì pomeriggio, sono minuti frenetici: gli exit poll danno in vantaggio il No, ma i sondaggisti avevano collegato l’alta affluenza alla vittoria del Sì: quindi, di fronte al 60% di votanti, si ingaggia una colluttazione tra la compagine governativa, ufficiale e ufficiosa, e il principio di realtà. Paolo Mieli ostenta un atteggiamento blasé: la sconfitta del Sì, per cui ha votato, gli provoca un ghigno flemmatico rivelatore di un materassino di 7-8 cm di pelo sullo stomaco. Gli altri giornalisti, del Foglio e della Stampa, sono lì a ricordarci i voti degli italiani all’estero, che possono praticamente ribaltare tutto. Ci vuole Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, intercettato mentre si allontana da Montecitorio fischiettando come i piromani, a ricordare che di solito quei voti sono del Pd.
[…]
A pochi giorni dal voto la Meloni è andata da Fedez per prendersi il voto dei giovani; smagati editorialisti ci hanno spiegato che la difesa dei magistrati era un pregiudizio giurassico che i giovani avrebbero smantellato col loro voto “né di destra né di sinistra”; infatti, secondo Opinio, il No tra i giovani supera il 61%. A spasso per Roma, Matteo Renzi cerca i microfoni dei cronisti: la vittima è Alessandra Sardoni, che deve sorbirsi i motteggi di uno che, dall’alto del suo 2,2%, avrebbe potuto capovolgere l’esito del voto ma non l’ha fatto, anche se tutti sanno che ha votato Sì (sul Foglio aveva scritto: “Chi è nato giustizialista può pure sforzarsi di sembrare garantista ma non ce la fa. E la cultura di FdI ha ben poco di garantista”, dal che si evince che la riforma era pure troppo blanda per lui e che avrà calcato la X sul Sì con tanta forza da bucare la scheda). Ribadisce che gli piace la separazione delle carriere, ma non il modo in cui la legge era scritta: avrebbe potuto prestare a Nordio l’expertise di Verdini come Padre costituente, ma evidentemente, facendo costui avanti e indietro tra casa e il carcere di Sollicciano, dove era tornato per essere evaso dai domiciliari, era complicato. “Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare”, dice: infatti lui dopo aver perso il referendum ha lasciato la politica come aveva promesso. Per un attimo viene in mente lo scenario nel caso fossero passate entrambe le riforme costituzionali, la sua e la Nordio: un Senato di sindaci e consiglieri regionali che nomina le componenti laiche dei due Csm e dell’Alta corte; metti: un Bandecchi, sindaco di Terni, che sceglie i membri dei massimi organi della magistratura. Sulla governativa Rai1, Antonio Noto dà i risultati e in studio cala il gelo tra i due conduttori, di cui non conosciamo il nome (devono averli contrattualizzati ai primi exit poll disastrosi, altrimenti in studio ci sarebbe Vespa a officiare il rogo simbolico-rituale della magistratura).
[…] Intanto la maratona de La7, esaurito il tema referendum che non interessa più a nessuno, si trasforma in un processo a Conte che ha evocato le primarie: il sospetto è sempre che voglia riandare al governo, roba da matti. Nordio a SkyTg24 se la prende coi sondaggisti che l’avevano illuso circa l’alta affluenza=vittoria certa del Sì. La conduttrice gli chiede se pensa che Delmastro debba dimettersi. Lui, testuale: “Sa, andare a cena in un ristorante, se ho ben capito, non è che puoi chiedere la carta d’identità del proprietario”; ancora non gli è passata la voglia di raccontare minchiate. Insieme con Meloni, accetta la volontà del popolo: perché avrebbero anche potuto, volendo, chiedere a Trump di prestargli Jake Angeli detto lo Sciamano per guidare l’assalto a Palazzo Chigi dei sostenitori del No. Calenda, che si è battuto come un leone su X e in tv per il Sì (infatti manco i suoi pochi elettori gli hanno dato retta: il 32% ha votato No), evoca l’Urss pubblicando il video di una cinquantina di magistrati che cantano Bella ciao in una saletta del tribunale di Napoli: “Questo è solo l’inizio”, avverte, poi ci saranno i gulag; era meglio vedere Tajani festeggiare cantando “chi non salta comunista è” davanti al Palazzaccio. Marina Berlusconi è inconsolabile e vive uno “psicodramma” (Rep): ha aspettato la chiusura delle urne, giusto una formalità, per “dedicare la vittoria al babbo”, e invece pure il 18% degli elettori di FI ha votato No. Non ce l’ha con Tajani: “Ha fatto quel che poteva”, davvero, poveraccio.
[…]
Premio della critica a Italo Bocchino, il quale va da Lilli Gruber a Otto e mezzo a fare campagna per il Sì che ha appena perso. Sulle prime sembra uno di quei cinghiali che si incontrano capottati lungo i tornanti di montagna; poi pian piano riprende vigore, forse ha chiesto alla moglie medico estetico di insufflarlo di botox o plasma per dimenticare (lo ha detto lui, noi credevamo che quella pelle a sederino di bebè fosse la sua naturale). Intanto si è fatto la frangetta, come tutte noi nei momenti di disperazione. Grazie agli italiani, dunque, ma non dimentichiamo i pronostici di Salvini.

(Giancarlo Selmi) – La sconfitta al referendum ha terremotato il governo e la Meloni. Non poteva che essere così. Ma sono convinto che dietro a questo repentino e rumoroso cambio di comportamento, non ci sia solo l’avverso esito referendario, ma il possesso di sondaggi riservati non esattamente lusinghieri o, quanto meno, che non inducano all’ottimismo.
Meloni non se la passa benissimo, per la prima volta dal 2022 si sente alle corde e non sa come uscirne. Dovrà passare un anno e mezzo fino alle elezioni politiche del 2027 e sarà lunghissimo, forse interminabile, perché si troverà a gestire un dossier pericolosissimo: la ulteriore, verticale diminuizione del potere d’acquisto degli italiani e una crisi economica con pochi precedenti.
Dovrà farlo senza avere le consuete armi di distrazione di massa, basate su temi identitari, ormai desuete e, immagino, a questo punto inefficaci. Non avrà a disposizione i soliti temi per compattare il suo elettorato, dovrà spiegare perché gli italiani, con lei, staranno peggio di quando lei urlava con le vene del collo gonfie contro tutto e tutti.
Il “premierato” è ormai morto. Grandi riforme non sono capaci di farne, prendere iniziative che sconfessino la precedente azione di governo non le converrà farlo. Andranno avanti un anno e mezzo, in pieno bailamme, sventolando le bandiere della immigrazione e dell’odio contro i magistrati? Di chi sarà la colpa questa volta? E poi, la domanda più importante, verrà creduta?
Le dimissioni di Del Mastro e della Bartolozzi sono un chiaro ed evidente segnale della sua inedita debolezza. La sua consueta arroganza è stata massacrata da una situazione nuova che quella arroganza non consente più. Fino a due giorni fa Del Mastro lo ha difeso. Oggi chiede “sensibilità istituzionale” a Santanchè, che è accusata di aver truffato l’INPS, mentre umiliava in diretta TV un padre di famiglia percettore del reddito.
In pratica le chiede di dimettersi oggi. Perché solo oggi? Non è virtù apparsa improvvisamente, è cacarella. Continua a fingere e mentire. Non lo avrebbe mai fatto, ma dopo il NO è cambiato tutto. Il vento è cambiato, la “luna di miele è finita”. Mala tempora currunt, signora Meloni.

(di Simona Brandolini – corriere.it) – Il primo effetto, dopo la sconfitta referendaria, sono dimissioni a catena. Non solo quelle, di cui nelle ultime ore si parlava, del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Ma anche della capa di Gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi. Sarebbe a rischio, invece, la ministra del Turismo, Daniela Santanché che sta provando a resistere al pressing. La decisione presa da Giorgia Meloni arriva al termine di riunioni andate avanti per tutta la mattina che avevano come obiettivo di dare una risposta forte dopo il risultato del voto popolare sulla riforma della giustizia.
Di fatti arriva una nota di Palazzo Chigi che chiarisce la posizione della premier: «Il presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione.». Poi aggiunge: «Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanché».
«Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio»: così Delmastro dopo la notizia della sua uscita dal governo.
«Questioni di opportunità politica», spiegano fonti di Fratelli d’Italia. Bartolozzi era al centro di un polverone per aver detto durante un’intervista alla tv siciliana Telecolor: «Se vince il sì ci liberemo dei magistrati. Sono un plotone di esecuzione». Poi Delmastro. Il sottosegretario è, da giorni, al centro del caso della «Bisteccheria d’Italia», di cui è stato socio con la figlia diciottenne di Mauro Caroccia, condannato a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni del clan guidato Michele Senese, soprannominato ‘o pazzo. Quanto alla ministra è finita sotto inchiesta per gli affari e i debiti della sua società Visibilia e per la cassintegrazione chiesta durante il Covid. In queste ore sarebbero in corso contatti per farle lasciare l’incarico. Ma non è detto che vada in questo modo. O almeno non subito.
Intanto arrivano anche le prime dichiarazioni delle opposizioni. «Le dimissioni arrivate oggi rappresentano un atto tardivo ma doveroso sotto il profilo del rispetto del diritto e delle istituzioni. Il fatto che siano
intervenute solo dopo il referendum costituisce un elemento politico evidente: è la conferma della spregiudicatezza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che per mere opportunità legate al voto ha scelto di trattenere un gesto che, alla luce dei fatti, non era più rinviabile. Siamo di fronte a un comportamento grave, che dimostra ancora una volta come questa maggioranza consideri le istituzioni strumenti da piegare a esigenze di parte. Chi mette quantomeno in imbarazzo le istituzioni non può continuare a ricoprire incarichi pubblici, tanto più se si tratta di ruoli estremamente delicati che richiedono rigore, equilibrio e senso dello Stato». Dichiara Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico. E il leader Avs Angelo Bonelli: «Sono stati gli italiani, con il loro voto, a mandare a casa Delmastro e Bartolozzi. Giorgia Meloni in questi mesi ha difeso gli impuniti: un sottosegretario condannato per rivelazione di segreti d’ufficio che ha continuato a esercitare le sue funzioni e che, non soddisfatto, apriva società con persone legate alla camorra. Se non ci fosse stata la valanga di No, Delmastro e Bartolozzi sarebbero ancora al loro posto. Altro che “non ha fatto nulla di scorretto”: Delmastro è stato condannato per rivelazione di segreti d’ufficio e ha fatto società con soggetti legati alla camorra. Ora aspettiamo le dimissioni della ministra Santanché, rinviata a giudizio per truffa ai danni dello Stato». Il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia chiede: «Nel giro di mezz’ora, assistiamo a due dimissioni. Cosa è cambiato? L’esito del referendum ha spaventato il governo? Ci sono fatti che non conosciamo? È intervenuta la presidente del Consiglio? Il ministro della giustizia ha cambiato idea? A questo punto è urgente e necessario che Nordio venga in aula a spiegare al Parlamento e al Paese».
BONELLI, ITALIANI MANDANO A CASA DELMASTRO E BARTOLOZZI. ORA TOCCA A SANTANCHÈ
(ANSA) – ROMA, 24 MAR – “Sono stati gli italiani, con il loro voto, a mandare a casa Delmastro e Bartolozzi. Giorgia Meloni in questi mesi ha difeso gli impuniti: un sottosegretario condannato per rivelazione di segreti d’ufficio che ha continuato a esercitare le sue funzioni e che, non soddisfatto, apriva società con persone legate alla camorra.
Se non ci fosse stata la valanga di No, Delmastro e Bartolozzi sarebbero ancora al loro posto. Altro che “non ha fatto nulla di scorretto”: Delmastro è stato condannato per rivelazione di segreti d’ufficio e ha fatto società con soggetti legati alla camorra. Ora aspettiamo le dimissioni della ministra Santanchè, rinviata a giudizio per truffa ai danni dello Stato”. Così Angelo Bonelli, deputato AVS e co-portavoce di Europa Verde.
PEDULLÀ (M5S), ‘DIMISSIONI DI DELMASTRO E BARTOLOZZI DOVUTE, ORA SANTANCHÉ’
(ANSA) – “Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi sono doverose e dovute, un grande successo del Movimento 5 stelle che ha condotto con impegno la campagna referendaria contro la ‘schiforma’ Nordio.
Adesso aspettiamo anche le dimissioni della ministra Santanché”. Lo ha detto l’eurodeputato del Movimento 5 stelle Gaetano Pedullà, in un punto stampa a margine dell’evento al Parlamento europeo ‘Einstein Telescope in Europe’ e commentando le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del ministro Nordio Giusi Bartolozzi.
La sconfitta al referendum sulla giustizia non è che l’antipasto di una fase politica molto complicata per la premier e il suo governo: da qui alle elezioni politiche del 2027 ci sarà parecchio da ballare.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – “Sorridi, domani andrà peggio”, dice la prima legge di Murphy. E quindi, a Giorgia Meloni e ai suoi consigliamo un risveglio di grasse risate, nonostante la cocente sconfitta al referendum costituzionale sulla giustizia. Perché il terremoto politico del voto del 22-23 marzo, per quanto faccia male, non è che la prima scossa del terremoto, o le prime gocce di una tempesta che rischia di abbattersi sull’esecutivo e di stravolgere i piani di quella che fino a ieri sembrava una marcia trionfale verso le elezioni politiche del 2027.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché Giorgia Meloni ora deve venire a capo del mostro a tre teste che l’ha sconfitta al referendum: giovani, grandi città e Mezzogiorno. Una triade che non ha visto arrivare, perché, signora mia, “i giovani sono pochi e non votano più”, “la sinistra non esce dalle ZTL”, e “il sud assistenziale tiene famiglia ed è sempre seduto sul carro del vincitore”. Strike, tre luoghi comuni cancellati da una croce color grafite su scheda verde.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché adesso Giorgia Meloni ha da affrontare l’ira funesta della famiglia Berlusconi, azionisti di maggioranza di Mediaset e di Forza Italia, che le hanno consegnato nelle mani la riforma prediletta del compianto papà, il sogno di Silvio. E lei l’ha mandato in frantumi, bruciando 24 punti di vantaggio in poco meno di tre mesi: “Supponente, prepotente, arrogante e offensiva”, la definì Berlusconi in un appunto rubato dalle telecamere del Senato durante le trattative per la nascita del governo, nel 2022. “Non sono ricattabile”; risposte lei. Chissà se la pensano così anche gli eredi di Sua Emittenza, ora.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché all’improvviso ti sei svegliata e bella ciao, pure il contesto internazionale sembra d’un tratto cambiato. Donald Trump non sa che pesci pigliare in Iran e rischia di prendere una scoppola epocale alle elezioni di mid term del prossimo autunno. E prima di lui, il prossimo 12 aprile, Viktor Orban rischia di andare a casa dopo quattordici anni al potere in Ungheria. In un colpo, Meloni rischia di vedere cadere entrambi i numi tutelari della sua ascesa politica. Nel frattempo il gradimento del governo italiano segna 32%, roba che nemmeno Matteo Renzi nel 2016, dopo aver perso il suo, di referendum costituzionale.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché le previsioni meteo annunciano la tempesta perfetta della combo stagnazione più inflazione. In una parola stagflazione, il mostro finale di qualunque governo che sogna la rielezione. Un mostro finale – il karma sa essere veramente crudele – scatenato dalla furia epica di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, i due leader che Meloni ha sostenuto senza se e senza ma, come Salvini col poliziotto di Rogoredo, e che adesso, con l’attacco all’Iran e la relativa chiusura dello Stretto di Hormuz, stanno riuscendo nell’impresa di farci cascare addosso una crisi energetica e una crisi della produzione, assieme.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché ci si mette pure lo spread, ora. Che per quattro anni se n’era stato bello e buono, alimentando la favola di Giorgia l’incantatrice dei mercati. E che proprio ora ha deciso di tornare a fare capolino sopra quota 100. Un po’ per le suddette crisi, un po’ perché tra gli analisti si fa largo l’ipotesi che per Meloni la parabola possa aver imboccato una traiettoria calante. E se lo spread sale, la grande cornucopia della manovra elettorale dell’autunno 2026 diventa un po’ meno grande. E il sogno di distribuire ricchi premi e cotillon giusto pochi mesi prima del voto, un po’ più sogno e meno realtà.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché in tutto questo rimangono appesi tutti i problemi che c’erano fino a ieri. Che fare di Delmastro e della sua società con la bisteccheria di una sconosciuta diciottenne figlia di un prestanome di mafia? Che fare con Santanché i suoi guai con giustizia e fisco? Che fare con Nordio e Bortolozzi e i disastri combinati dal caso Almasri in poi?
Sorridi, domani andrà peggio. Perché improvvisamente l’armata Brancaleone del campo largo di Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e Renzi sembra essere diventata un avversario serio, in grado di contendere le prossime elezioni alla gioiosa macchina da guerra della destra al governo. Il tempo dirà se davvero siamo al punto di volta di un ciclo politico nuovo, o se è solo il sogno di una notte d’inizio primavera per un campo progressista che vive per complicarsi la vita soprattutto quando vince.
Sorridi, Meloni: perché forse lo storico autolesionismo della sinistra Italiana è l’unico motivo valido, ora come ora, per farlo davvero.
I segreti di Almasri, l’attacco ai giudici, le foto al ristorante: ascesa e caduta di Bartolozzi. Dalla toga alla stanza dei bottoni di via Arenula: il percorso di Giusi Bartolozzi tra potere, polemiche e legami politici

(Irene Famà – lastampa.it) – ROMA. Un capo di gabinetto al di sopra di ogni sfiducia. Nonostante la bufera e un’inchiesta giudiziaria, nonostante le frasi sguaiate in tv e nelle auliche aule dei palazzi di giustizia della Capitale, nonostante i colleghi che fuggono dal suo fare «accentratore» e «senza rispetto». L’ascesa di Giusi Bartolozzi, che i fatti – fino alla drammatica riunione per l’addio – descrivevano come «intoccabile» a dispetto di ogni accusa e scivolone, inizia con indosso la toga. La stessa toga che ha definito un «plotone di esecuzione», causa di ogni male possibile. Giudice prima del tribunale di Gela, sua città natale, poi del tribunale di Palermo, nel 2013 passa alla Corte di appello di Roma. Nel 2018 lascia la toga e si avvicina alla politica: Silvio Berlusconi la candida capolista alla Camera nel collegio di Agrigento e lei entra in Parlamento con Forza Italia.
Si distingue per il voto favorevole alla legge contro l’omotransfobia di Alessandro Zan; nel 2021 si scontra con i forzisti sulla riforma del processo penale. Lascia Forza Italia, entra nel gruppo misto e contesta duramente le scelte dell’allora governo Draghi. È a quel punto che si avvicina ad alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e, in particolare, raccontano, ad Andrea Delmastro. Nel 2022 il ministro Carlo Nordio la vuole come vice capo di gabinetto. Sopra di lei Alberto Rizzi che, ricorda chi c’era, non riesce a contrastarla e le lascia il posto, andando via sbattendo la porta. E nei corridoi di via Arenula c’è chi mormora: «È lei il vero ministro».
Per anni Bartolozzi sa e può tutto, o quasi. Mette parola su ogni incombenza, ogni documento, ogni decisione. E così, secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, è stato anche per il caso Almasri. Il generale libico, arrestato su mandato internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, poneva delle questioni di opportunità: bisognava decidere in fretta come procedere senza intaccare i rapporti con la Libia. Sono giorni concitati quelli tra il 18 e il 21 gennaio 2025, in cui si susseguono chiamate e riunioni riservatissime. Il ministro Nordio è più che altro fuori città ed è il numero due di via Arenula a telefonare, scrivere, discorrere.
Il generale Almasri viene rimpatriato velocemente con un volo di Stato, la polemica politica esplode, scatta una serie di denunce incrociate. Il tribunale dei ministri indaga il Guardasigilli, il ministro dell’Interno Piantedosi e il sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano. E Bartolozzi viene chiamata a testimoniare. Ai giudici dice di «sentire il ministro Nordio quaranta volte al giorno», ma di avergli nascosto uno dei documenti chiave. Un esempio tra le diverse dichiarazioni che i magistrati giudicano «inattendibili, anzi mendaci».
Se per Piantedosi, Nordio e Mantovano non è stata data l’autorizzazione a procedere, per Bartolozzi la questione è differente: membro «laico», non ha diritto all’immunità. Anche se i «suoi» ci provano a fargliela ottenere.
Nel frattempo, lei tira dritto. Ed è il senatore Pd Walter Verini a sollevare un quesito «perlomeno di opportunità» che, a parer suo, «sfiora il conflitto d’interessi». La numero due di via Arenula è difesa dall’avvocata e senatrice Giulia Bongiorno. Verini riflette: «Penso sia inopportuno che Bongiorno, presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama, difenda il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, la quale, tra l’altro, sta lavorando per dilazionare i tempi e non essere giudicata». La legge lo consente, è vero. Ma Verini trova quantomeno inappropriato «che la presidente della commissione Giustizia assista legalmente un altro esponente di un organo del sistema istituzionale». Il senatore dem aveva già avanzato delle perplessità quando l’avvocata Bongiorno aveva assistito i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano proprio nel caso Almasri.
Le immagini di Bartolozzi che, durante un dibattito televisivo sul referendum, urla contro i magistrati e si pone come perseguitata dalle toghe sono diventate virali, creando non pochi imbarazzi e l’ira di Palazzo Chigi. Eppure, mormoravano in via Arenula, nessuno ha preso provvedimenti. «Impossibile costringerla alle dimissioni a due settimane dal voto», era la tesi più accreditata. Ora però il voto c’è stato. Riforma bocciata, e l’aggravante delle foto con Delmastro nel ristorante del prestanome del clan Senese, Mauro Caroccia. È l’ora dell’addio.
Solo un anno fa i magistrati capitolini avevano archiviato le accuse di peculato e rivelazione di segreto nei confronti dell’ex ministro. Oggi un nuovo guaio giudiziario in cui è parte offesa Maria Rosaria Boccia, i legali di Sangiuliano: «Non abbiamo ricevuto avviso di garanzia»

(Stefano Iannaccone ed Enrica Riera – editorialedomani.it) – L’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, è indagato per stalking a Roma in un procedimento in cui Maria Rosaria Boccia è parte offesa. Per lo stesso reato, oltre che per lesioni, diffamazione, interferenze illecite nella vita privata e false attestazioni nel curriculum, l’imprenditrice di Pompei andrà a processo dopo la decisione di febbraio del gup di Roma.

A Boccia, nelle scorse settimane è stato anche notificato un avviso di conclusione delle indagini dai magistrati capitolini: in questo caso i pm di piazzale Clodio le contestano di aver diffuso e rivelato informazioni relative alla vita privata dell’ex ministro della Cultura, oggi consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Campania, e la moglie tramite l’audio di una loro conversazione. In questo filone è indagato anche un giornalista di una testata campana, anche lui ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini.
Solo lo scorso anno, invece, i pm di Roma avevano archiviato le accuse di peculato e rivelazione del segreto d’ufficio mosse nei confronti dell’ex ministro, nei cui confronti ora pende un nuovo problema giudiziario, partito proprio da una denuncia di Boccia. L’accusa, come detto, è di stalking. Da quanto trapela Sangiuliano non avrebbe ricevuto alcun avviso di garanzia.
Versione poi confermata dai legali dell’ex ministro: «Non c’è alcun avviso di garanzia. È trascorso oltre un anno dalla denuncia e non ci è stato notificato alcun atto. I rapporti tra il dottor Sangiuliano e la signora Boccia sono stati ampiamente esaminati dalla Procura di Roma e dal Gup dello stesso tribunale che hanno concluso per il rinvio a giudizio, con inizio del processo il 6 ottobre. Premesso che dopo le dimissioni da ministro il dottor Sangiuliano non ha avuto più alcun tipo di rapporto (né telefonico, né epistolare, né tantomeno personale) con la signora Boccia, i fatti sono quelli già ampiamente esaminati dalla Procura e giuridicamente non esiste lo stalking reciproco. Ci attiveremo immediatamente affinché la diffusione di notizie tendenziose, che a nostro avviso configura ulteriori atti di persecuzione, sia vagliata dall’autorità giudiziaria», hanno dichiarato gli avvocati di Gennaro Sangiuliano, Silverio Sica e Giuseppe Pepe.