
(Dott. Paolo Caruso) – Il parlamento italiano è sempre più diviso. La Meloni non si arrende e con l’ arroganza che la contraddistingue espone non la sua azione di governo ma le solite accuse contro i partiti di opposizione e in particolare contro l’ Uomo più rappresentativo, il pentastellato Conte. Il “No” del referendum non la deprime, anzi la “riaccende” (sic!) per andare avanti. Non si schioda. Ha promesso del resto cinque anni di regno, e ad un anno dalla consultazione elettorale da quel trono non intende schiodarsi. L’opposizione dai banchi parlamentari ha fatto sentire tutto il suo disappunto. Delle qualità millantate dalla premier circa il suo governo, in Parlamento è emersa tutt’altra lettura. “In quattro anni con una maggioranza bulgara, e sempre prona ai suoi decreti, avrebbe avuto tutto il tempo e il modo per fare riforme così da cambiare in meglio il Paese”. Era la critica delle opposizioni, che speravano in una maggiore ammissione di colpe della Meloni. Figurarsi! Per lei tutto è andato bene. “Sta pagando il caffè che altri prima di lei avevano bevuto senza pagare”. Ha dichiarato che gli Italiani stanno meglio, come nel Paese di Bengodi, in quanto a lavoro e potere d’acquisto. Non sarebbe difficile sentirla, basterebbe chiedere a qualunque massaia che fa la spesa o automobilista alla pompa di gasolio. Tutta colpa delle guerre. Una in Europa, e le altre in Medio oriente. Del resto per Lei è sempre colpa di altri. Il suo “amico” Trump disprezza l’Europa cialtrona e la stessa NATO, latitante quando la voleva a Hormuz in questa follia bellica. Ora più che mai intende liquidarla. D’altronde suoi alleati ormai sono Putin e Netanyahu. Ci si chiede peraltro cosa sia andato a fare Vance, il vice di Trump, in Ungheria. La risposta è semplice: campagna elettorale per Orban. Una sua eventuale vittoria sarà gradita ai due grandi amici Trump e Putin che per altri cinque anni avranno un “cavallo di Troia”, pronto a succhiare fondi dall’Europa e a renderla sempre più disgregata. È al dichiarato Sovranismo, cui la nostra ineffabile Meloni strizza il suo ceruleo occhio. Come fidarsi? Improperi a catinelle dal Tycoon da fare demoralizzare fino alla disistima gli Europei. La Groenlandia non l’abbiamo data a Trump pacificamente, e quindi tutto il suo livore contro la NATO. Ursula von Der Leyen se ci sei batti un colpo. Meglio fare il leone un giorno, che il coniglio tutto l’anno. Sii più intraprendente, contro gli antieuropeisti, che a Strasburgo, remano contro perché privi di vocazione Europeista. Spetta a te mostrare i pugni e sbatterli fuori se non ci stanno. Hanno ammutinato il Bounty, e l’Europa è “nave senza Nocchiero in gran tempesta”, e ognuno ne approfitta. Avete provveduto a qualche antidoto alla ingerenza di Trump e Putin alle prossime elezioni in Ungheria, perché il popolo possa scegliere democraticamente quindi liberamente da che parte stare. Una curetta dimagrante dei Paesi che formano l’ Unione europea andrebbe a favore della autenticità e quindi della credibilità. Se ci siete, non mettete solo regole impopolari che “tornano gli animi” dalla adesione, dando pretesto agli antieuropeisti come Orban, Fico, Vannacci, Salvini… di disgregare una istituzione che ci potrebbe rendere grandi nel Mondo.
Fondata nel 2013 dal consulente finanziario Mike Sabel e dall’avvocato Robert Pender, la compagnia ha donato un milione di dollari all’insediamento del tycoon. La guerra in Iran ha messo le ali alle azioni del gruppo, cresciute di quasi il 50 per cento. E uno studio parla di «gestione opaca degli obblighi contrattuali»

(Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Meno gasdotti, più Gnl. È stata questa la strategia energetica principale adottata dall’Italia, così come da buona parte dei paesi dell’Unione europea, dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022: diminuire la dipendenza dai tubi russi e affidarsi alle consegne via nave di gas estratto in altre nazioni, Stati Uniti in testa. Sembrava una scelta saggia, perché il Gnl dà la possibilità di cambiare più facilmente fornitore diversificando così i rischi. Il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20 per cento del gnl commerciato nel mondo, ha reso però evidente i limiti di questa scelta. È in questa cornice geopolitica che sono cresciute a ritmi da record alcune aziende attive nel mercato del Gnl. Come Venture Global, società americana diventata un partner energetico importante dell’Italia, cui l’associazione ReCommon ha appena dedicato uno studio.

Il punto di svolta nel rapporto tra l’Italia e Venture Global è datato luglio del 2025, quando la società americana ha firmato un contratto ventennale con Eni, controllata dal governo, per la fornitura di 2 milioni di tonnellate all’anno di gnl. Venture Global è stata fondata nel 2013 dal consulente finanziario Mike Sabel e dall’avvocato Robert Pender. Due uomini senza esperienza significativa nel settore dell’energia, che in poco più di un decennio hanno portato la società a diventare uno dei principali esportatori di gas liquefatto degli Stati Uniti. ,
Merito degli impianti Calcasieu Pass Lng e Plaquemines Lng, entrambi costruiti in Louisiana, affacciati sul Golfo del Messico ed entrati in funzione rispettivamente nel 2022 e nel 2024, cioè dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina e la conseguente decisione dell’Ue di sostituire il gas di Mosca con quello statunitense.
Proprio i legami politici dei due fondatori rappresentano per ReCommon uno degli aspetti più controversi del successo di Venture Global. La società, si legge nello studio, «è spesso annoverata tra le compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati. Non a caso, è stata tra i principali sostenitori dell’insediamento di Trump, con una donazione di 1 milione di dollari, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal».
La generosità mostrata nei confronti del presidente statunitense avrebbe portato vantaggi concreti a Venture Global e ai suoi fondatori. ReCommon ricorda un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, secondo cui Sabel e Pender «avrebbero acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del Gnl».
Venture Global si è quotata a Wall Street nel gennaio 2025, stesso mese dell’insediamento di Trump, e inizialmente gli investitori non l’hanno premiata. Nel corso del primo anno in Borsa il titolo ha perso infatti fino al 70 per cento del valore rispetto ai massimi raggiunti dopo la quotazione. Motivo: una serie di richieste di risarcimento danni avanzate da diversi clienti e in buona parte ancora da risolvere, tanto che nel terzo trimestre dell’anno scorso la società dichiarava un valore complessivo delle richieste compreso tra 4,8 e 5,5 miliardi di dollari. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran ha però fatto scordare i rischi legati ai procedimenti legali e messo le ali titolo: dal 28 febbraio scorso a oggi il valore delle azioni di Venture Global a Wall Street è infatti cresciuto di quasi il 50 per cento.
Nel suo studio ReCommon dà conto anche delle conseguenze socio-ambientali legate all’attività di Venture Global sulle coste della Louisiana, sede dei due impianti di liquefazione attivi e di un terzo (Calcasieu Pass 2 Lng) in rampa di lancio. Essendosi recati personalmente nella zona, gli attivisti dell’associazione italiana sono riusciti a documentare alcuni impatti dell’attività del fornitore di Eni. In particolare hanno raccontato che un incidente, avvenuto nell’agosto scorso all’interno del canale di accesso al terminal Calcasieu Pass Lng, «ha contaminato pesci, ostriche e gamberi su un’ampia area, colpendo le comunità che vivono di pesca e acquacoltura», dice Daniela Finamore.

Nelle sue conclusioni l’associazione richiama alla responsabilità le aziende italiane coinvolte negli affari con Venture Global. «Eni – continua Finamore – si è legata per vent’anni a una società al centro di contenziosi miliardari e con una gestione opaca dei propri obblighi contrattuali: quali rischi legali e reputazionali ha valutato prima di firmare? Intesa Sanpaolo finanzia questi terminal: ha condotto una due diligence adeguata su un partner così controverso e sugli impatti dei propri finanziamenti? E Snam, che gestisce l’infrastruttura di ricezione di questo gas in Italia, non può considerarsi estranea alla catena di responsabilità. Chiediamo a questi soggetti di rispondere pubblicamente: chi si prende la responsabilità?»
Il “New York Times” scoperchia la solitudine di Trump nelle riunioni con i suoi “signorsì”. Così si è andati incontroal disastro di Hormuz, così adesso la cosiddetta “tregua” fallirà

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Con una serie di articoli sul New York Times, ripresi da tutti i media del mondo, Jonathan Swan e Maggie Haberman hanno raccontato (o ricostruito) la successione del processo decisionale che ha portato il Presidente Trump ad unirsi ad Israele nella guerra contro l’Iran. Con toni garbati, come si conviene a chi vuole continuare a scrivere di Casa Bianca, i due hanno imbastito una storia molto verosimile anche se non completamente vera e comunque accettabile sia dal Presidente sia dai suoi detrattori: caratteristiche che ne fanno un ottimo pretesto per ricavarci un libro di successo. E infatti è in uscita. La tesi è che Trump non è un pazzo scatenato, un demente in preda a convulsioni e compulsioni criminali, ma un grande uomo lasciato solo al comando. Un uomo in cui i sottoposti confidano perché si affidano alla sua intelligenza e capacità, seguendo la Grande Retorica che vuole il Comandante sempre solo specialmente quando deve decidere della vita e della morte dei suoi uomini. Dei suoi, non degli altri. «Tutti si sono rimessi all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi incalcolabili e, in qualche modo, uscirne vincitore. Nessuno avrebbe osato ostacolarlo in quel momento».
[…]
In una serie di riunioni sulla situazione in Medio Oriente, dopo aver scomodato tre gruppi portaerei e spostato decine di migliaia di uomini dalle loro basi nel mondo e dalle Guardie nazionali in patria, occorreva valutare la raccomandazione di Netanyahu volato appositamente a Washington: “guerra e subito”. L’amico e alleato Bibi, sostenuto dal Mossad e dai comandanti israeliani che in videoconferenza avevano garantito una vittoria facile e decisiva. Trump avrebbe voluto continuare i negoziati, ma il genero Kushner non era d’accordo e si sa anche lui “tiene famiglia”. Gli israeliani erano stati chiari: si doveva e poteva decapitare l’Iran, attivare una rivolta popolare e una invasione curda – già pronte – e cambiare il regime teocratico con uno laico e fantoccio. Era una passeggiata, quattro missili e via. E soprattutto non c’era bisogno di nessun altro: Nazioni Unite, Alleati, Russi, Cinesi e non parliamo degli Europei o della Nato ormai zerbini consumati, tutti affan**. […]
Trump era affascinato, anche se tenuto saldamente per le palle da Netanyahu: finalmente avrebbe fatto qualcosa di concreto, si sarebbe meritato il Nobel per la Guerra che avrebbe istituito e la presidenza a vita del Board of War, già costituito sotto falso nome. La valutazione dell’Intelligence statunitense era scettica: gli israeliani erano in grado di decapitare la dirigenza politica, ma il resto era irrealistico. Lo stesso direttore della Cia Ratcliff definì il cambio di regime proposto da Netanyahu “ridicolo”, Rubio da buon diplomatico lo bollò come una “cazzata” (Bull shit, immagino), e il Capo degli Stati Maggiori congiunti Dan Caine decisamente critico: “Sono i soliti israeliani, promettono più di quanto possano mantenere e i loro piani fanno acqua. Sanno che senza di noi non riescono a fare nulla e ci mettono sotto pressione”. (In sostanza “ci stanno prendendo per il c*** e trascinando in una trappola mortale”). Il generale accennò al depauperamento dell’arsenale militare, al blocco di Hormuz e altre frattaglie, ma non si oppose. Non era il solo. Rubio, nonostante la lucida e forbita analisi delle proposte israeliane, non se la sentì di prendere una posizione chiara: probabilmente si era messo “nelle scarpe del Presidente” (metaforiche oltre che letterali). Il vice Vance era contrario e indicò tutti i difetti dell’operazione: il caos regionale, la perdita delle alleanze arabe, la reazione militare iraniana, la perdita di tutte le scorte strategiche di materiali, il blocco di Hormuz, le conseguenze sull’economia interna e sull’elettorato Maga, ma alla fine disse: “secondo me è una pessima idea ma se vuoi farlo ti sosterrò.” Poteva sembrare una comoda posizione da fedele subordinato, ma essendo il vice presidente degli Stati Uniti e conoscendo il 25° Emendamento poteva anche essere la disponibilità ad assumersi le sue responsabilità: in caso di impeachment del Presidente a causa della guerra, della crisi economica e del caso Epstein o di qualsiasi altro motivo, lui sarebbe stato il successore legale per almeno un anno con la quasi certezza di vincere le elezioni successive proprio grazie a quella “pessima idea”, come già accaduto negli Usa.
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Nelle ultime riunioni, di fronte ad un presidente meditabondo, non furono più sentiti il segretario al Tesoro, quello all’Energia e la direttrice della National intelligence. Tutta gente che non capiva niente della materia in discussione che ovviamente non comportava né informazioni accurate, né previsioni sulle criticità finanziarie e energetiche. Trump era rimasto solo come aveva voluto rimanere. Lasciando parlare i suoi collaboratori aveva affinato la percezione di chi lo avrebbe potuto ostacolare o contrariare ma soprattutto più parlavano e più tendevano ad assecondarlo. Alla fine è rimasto con sé stesso, circondato da altri se stessi, felice e soddisfatto di una decisione che aveva già preso tanto tempo prima con lo stesso Netanyahu grazie alla comune ossessione per l’Iran, mania di grandezza e istinti.
La ricostruzione di Swan e Haberman non è soltanto il ritratto di un presidente che agisce d’istinto badando ai propri interessi personali e alle sue pulsioni, anche se spacciate per intuizioni geniali e coraggiose, è il ritratto di famiglia di un gruppo di potere incapace di discernere tra interesse personale del presidente e quelli dell’intera nazione. Una incapacità ancora più grave proprio perché consapevole della realtà, dei limiti e dei rischi.
Se il “quadretto” di come è iniziata la guerra è avvilente, quello che riguarda la tregua e la quasi certa prosecuzione della guerra diventa catastrofico. La tregua, ormai qualsiasi tregua, è una specie di “oppio dei popoli”: bisogna crederci per sperare, con il risultato che si muore di più e peggio d’illusione, delusione e disperazione. Gli Stati Uniti non stanno trattando niente con nessuno, stanno traccheggiando per riprendere fiato e spostare armi e uomini da un teatro operativo all’altro. Sanno già di non avere i mezzi per sostenere un altro teatro di operazioni ovunque nel mondo. E la guerra in Ucraina non è finita, il Medio Oriente è in fiamme, l’Artico, il Pacifico e il Sud America sono ad alto rischio e gli stretti di Hormuz, Suez, Malacca, Taiwan, Panama e le altre strettoie naturali e artificiali sono tutte presidiate da forze americane con sempre minore autonomia logistica e quindi strategica. Le basi dovevano essere gli avamposti della proiezione di potenza e sono diventate le retrovie incapaci di sostenerla. Dovevano essere le leve per l’asservimento e sono diventate gli ostaggi sia del nemico sia degli alleati. Ogni forza spostata, ogni sistema venduto lascia un vuoto pericoloso e finisce nel buco nero dei consumi di guerra senza fini e senza fine.
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La tregua è una farsa a conclusione di una tragedia. Dovrebbe dar tempo per aprire un negoziato, ma non si comincia un negoziato con la dichiarazione che la parte opposta è andata a baciare i piedi a Trump invocando la tregua. Ciò che si vuole è l’umiliazione senza aver conseguito la vittoria. L’umiliazione anche solo a colpi di messaggini è già un attacco alle fondamenta di una civiltà. Una tregua che non tratti l’avversario con la dignità che meritano i Popoli e li consideri soltanto carne da macello è già una minaccia alla loro civiltà e cultura. Anche questa idea dell’estinzione della civiltà altrui per mezzo della eliminazione di massa delle persone che la rappresentano è incompatibile con l’iniziativa di tregua oltre ad essere inconcepibile per un uomo o un popolo civile. Ed è difficile che sia un’idea degli americani. Non che non siano capaci di efferatezze. Ai popoli e capi di Stato considerati nemici o soltanto concorrenti sono riservati insulti, discriminazioni, sanzioni, torture, rapimenti ed esecuzioni sommarie con la stessa facilità con la quale sono baciati mani, piedi e c*** alle peggiori fecce dell’umanità. È normale e Israele con Netanyahu ed i suoi ministri usano lo stesso linguaggio e gli stessi criteri nei confronti di tutti quei popoli che gli stanno attorno o su qualcosa: Palestinesi, Libanesi, Iraniani, ecc. Tymoshenko, Poroshenko, Zelensky e i burocrati europei lo usano contro i russi, i nazisti contro gli ebrei, i giapponesi contro i cinesi.
Tuttavia, nel caso iraniano è stato evocato l’annichilimento nucleare e la minaccia più concreta di questo tipo può venire soltanto da una potenza minore che fruisca dell’ombrello strategico di una maggiore che impedisca la ritorsione. In questa situazione si trova soltanto Israele che ha ordigni nucleari, capacità e volontà d’impiegarli ed è coperta dalla capacità strategica globale degli Usa. Di fatto, una tregua che non comprenda Israele e ciò che sta facendo in Libano e altrove non è tregua: è mano libera e sostegno concreto al massacro che l’Iran non vuole o può accettare. Israele punta su questo per costringere gli americani a non concedere nulla e continuare la guerra. E anche se gli Usa uscissero formalmente dal conflitto, Israele pretenderebbe armi, soldi, intelligence e logistica per proseguirlo. Israele sa che Trump e tutta la sua corte non possono negare questo contributo. E Trump sa perché. Anche l’Europa è sotto ricatto e attribuire la crisi globale all’Iran è falso ma più semplice che attribuirla agli Usa. Israele sa che la strigliata di Trump al segretario generale della Nato Mark Rutte porterà all’intervento europeo nel conflitto. In un modo qualsiasi, ma comunque ipocrita. Rutte ha dovuto subire l’umiliazione di andare a giustificarsi per non aver appoggiato l’aggressione all’Iran. Una umiliazione che dovrà girare a tutti quei paesi membri che lo hanno incaricato di farlo, in ginocchio. Umiliazione che tuttavia lui e gli altri meritano per non aver detto apertamente a Trump che proprio l’aggressione Usa ha tolto alla Nato ogni motivazione giuridica e sostanziale per una risposta collettiva.
[…] Rutte avrà implorato Trump di non lasciare la Nato ben sapendo che l’uscita degli Usa dalla cosiddetta alleanza (che tale non è) è il bluff che proprio lui e altri vassalli non vogliono scoprire. Gli Usa rimarranno nella Nato non per dare sicurezza ma per riscuotere ciò che dicono di aver dato all’Europa dal 1945 in poi. Dovremo pagare in soldoni, sacrifici, recessione e dignità per un debito che non abbiamo mai contratto. La guerra in Europa ha salvato gli Stati Uniti dalla recessione, la divisione dell’Europa ha fatto di essa il campo di battaglia fra i blocchi, la valvola di scarico di tutte le tensioni e il potenziale cimitero di guerra più vasto e affollato della storia. Nessun seguace di Trump ha mai tenuto il conto di quanto l’Europa in silenzio ha dato agli Usa in tutto il secolo scorso. Di quanto l’Europa ha contribuito alla sicurezza e alla ricchezza degli Stati Uniti, in silenzio. Nessun seguace di Netanyahu sa quanto è costato e costa all’Europa il sostegno o soltanto il silenzio sui crimini del suo governo. E nessun europeo è consapevole di quanto tali silenzi siano umilianti.

(estr. di Selvaggia Lucarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Tutti a preoccuparsi dello Stretto di Hormuz, di quel trascurabile braccio di mare tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman in cui le petroliere col greggio a bordo sono paralizzate da 40 giorni dalla tensione geopolitica dopo l’attacco american-israeliano all’Iran.
Tutti ridicolmente in apprensione, come se i problemi in mare fossero solo quelli.[…]
Poi, per fortuna, dopo settimane di vacue discussioni su questo inutile collo di bottiglia marittimo, il giornalismo d’assalto ha finalmente spostato l’attenzione su un altro pezzo di mare strategico, nonché sulle vere vittime della situazione: i surfisti israeliani.
[…]
L’agenzia Ansa e quasi tutte le testate nazionali hanno rilanciato le commoventi interviste ai surfisti di Tel Aviv, con testimonianze drammatiche su come sia diventato stressante surfare sulle onde, col fastidio dell’orologio munito di allarme-bomba che può suonare proprio mentre si sta per cavalcare l’onda perfetta. “Fare surf in tempo di guerra non è come farlo in tempi normali, sei sempre in allerta ma il surf lo abbiamo nel sangue!”, “È la nostra terapia!”, dicono i poveri surfisti intervistati, freschi di abbronzatura e con la tavola sotto braccio. Una terribile agonia.
Ed è giusto che il giornalismo tenti di farci empatizzare con i surfisti israeliani all’indomani della carneficina di Beirut, con oltre 200 persone uccise a seguito dei raid israeliani. Lì, purtroppo, che stessero surfando o cenando a casa, i libanesi non possedevano gli orologi anti-bombe. Al massimo, da quelle parti, suonano i cerca-persone e di solito non è un preavviso: si salta direttamente in aria. Sono le delicate accortezze dell’intelligence israeliana che evita il fastidio di dover correre fuori da casa o dall’acqua e mettersi al riparo, magari con la muta bagnata, col rischio di prendersi pure un raffreddore.
[…]Va ancora meglio ai gazawi, che in mare non possono neppure entrare per nuotare, navigare e pescare, così da evitare il famoso “effetto Marò”. Poi dicono che gli israeliani non proteggono i civili. Anzi, ci pensano così tanto che fanno fuori pure quelli che potrebbero radicalizzare i surfisti e spingerli a cavalcare le onde nonostante il divieto, per cui un anno fa, nel dubbio, l’Idf ha ammazzato Ahmed Abu Hassira, uno dei primi palestinesi a introdurre il surf a Gaza. Non stava surfando, ma non si sa mai.
Una guerra sbagliata nel posto sbagliato che certifica il tramonto dell’egemonia occidentale e spalanca la via al primato sino‑asiatico

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Lo Stretto di Hormuz è diventato, suo malgrado, il punto di pressione più prezioso e conteso del pianeta: il pomo della discordia tra attori che da qualche settimana proiettano strategie divergenti, ciascuno deciso a piegarlo ai propri interessi, dopo che per tempo immemore era stato di nessuno e di tutti. E così, per volontà di un mero incaponimento criminale ad opera di Trump e Netanyahu, questa crisi si è trasformata nella vicenda geopolitica più mal gestita degli ultimi decenni. Una vera catastrofe che non fa che accelerare un passaggio di consegne già largamente annunciato nella guardia del mondo.
Senza ipocrisie e ambiguità, questa guerra è stata un grande buco nell’acqua. Gli obiettivi sono cambiati così spesso da rendere difficile anche solo tracciarli. Prima il regime change, poi lo smantellamento del programma nucleare, poi la sollevazione popolare, infine la decapitazione della leadership. Nessuno raggiunto nei termini sperati. Il regime iraniano, che avrebbe dovuto sgretolarsi – non certo per via diplomatica, metodo sconosciuto a Trump, ma sotto il peso di minacce sempre più iperboliche – si è dimostrato invece più tenace di quanto la Casa Bianca e Tel Aviv avessero calcolato, o volessero ammettere.
La morte di Khamenei e il ferimento del figlio Mojtaba, che avrebbero dovuto aprire una frattura insanabile al vertice, hanno invece accelerato una transizione già in corso: da regime teocratico-militare a regime militare puro, con la componente religiosa ridotta a legittimazione formale. Le strutture operative iraniane – addestrate da decenni a funzionare per cellule separate, impermeabili l’una all’altra – hanno retto l’onda d’urto dei bombardamenti israelo-americani. Vero, la capacità militare è stata intaccata. Ma quella non era mai stata un obiettivo sufficiente da solo: il regime sa come rifornirsi, e Russia e Cina hanno ribadito – seppure fra i denti – il loro sostegno subito dopo la nomina del nuovo leader.
No, l’Iran non è isolato. È più integrato di prima nello scacchiere eurasiatico. Per strada, la situazione è più complessa di quanto si voglia ammettere. La rivolta di massa evocata da Trump non c’è stata. Una popolazione disarmata, non organizzata, aveva risposto – timidamente, all’inizio dei bombardamenti, il 28 febbraio – per poi ritirarsi fino a scomparire di fronte a uno dei regimi più repressivi al mondo, che non ha lesinato esecuzioni marziali per reprimere ogni forma di protesta.
Sul fronte interno americano invece il quadro si è drammaticamente offuscato. Trump aveva promesso di chiudere la partita in pochi giorni, poi poche settimane, e fra un proclama e una minaccia all’altra, si è arrivati alle trattative – e questo dice tutto – proprio nel giorno dello shock, dopo che aveva dichiarato di voler “cancellare dalla terra la civiltà iraniana”.
Parossismo ed escalation verbale di inarrivabile violenza. Una posizione così massimalista da non ammettere altra via d’uscita se non la trattativa stessa.
Ed è infatti la realtà ad aver prevalso, non la saggezza – questa sconosciuta alla Casa Bianca – ma i morsi sulla carne viva della gente: il prezzo della benzina alle stelle, sopra i quattro dollari al gallone per la prima volta dal 2022; il consenso in caduta verticale sotto il 35% nelle ultime rilevazioni YouGov/Economist; Fox News che registra il 59% di disapprovazione, il massimo dei due mandati; e sullo sfondo lo spettro delle elezioni di midterm, ormai proiettate dai sondaggi come una catastrofe annunciata per i repubblicani.
In queste settimane, ci siamo chiesti un po’ tutti se Trump questa guerra l’abbia scelta o subita. Se sia stato trascinato da Netanyahu – con la logica di chi aveva bisogno di un’operazione militare spettacolare per sopravvivere politicamente – e si sia ritrovato in una campagna senza exit strategy, con obiettivi che cambiano e con un regime che anziché crollare si è irrigidito in una forma più pura e più aggressiva di prima.
Domanda mal riposta. Nel senso che il problema non è solo la guerra in sé. È ormai la schizofrenia del presidente degli Stati Uniti. Le dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore che gettano ombre pesanti sulla sanità mentale dell’uomo più potente della terra. I social sono ormai pieni di reazioni di sgomento, che hanno provocato la reazione persino dei suoi: l’ex seguace repubblicana Marjorie Taylor Greene ha addirittura evocato il 25° emendamento – quello che riguarda la rimozione del presidente in caso di incapacità a svolgere le sue funzioni. Tucker Carlson – potente commentatore politico, ex MAGA fuoriuscito dall’inizio di questa guerra – ha definito la Casa Bianca “vili ad ogni livello.” Con il tycoon che non ha più la certezza di poter controllare nemmeno la maggioranza dei suoi né alla Camera né al Senato.
Nessuno insomma si fida di lui, e questo “nessuno” include i suoi alleati più stretti. Lo temono, che è diverso. Ma il timore non costruisce coalizioni, nel crea consenso: lo paralizza. E intanto le macerie si accumulano – nel rapporto con il Canada, con il Messico, con l’Europa intera, trattata come un’appendice della NATO da riformare o scartare a seconda dell’umore del giorno. Per non parlare dei danni in Sudamerica con il Venezuela e le continue minacce nei confronti di Cuba. Il tutto mentre Mosca, fa buon viso sotto mentite spoglie, felice di assistere in diretta al disfacimento del suo storico nemico di sempre; e mentre da Pechino un gelido silenzio accompagna ogni movimento scomposto di Washington.
L’Europa, in questo disastro mondiale, lo abbiamo sottolineato in tutti i modi, non riesce invece a toccare palla. Per quanto non è solo una questione di capacità militare o di unità politica, che pure mancano. È che l’Europa non ha una strategia per questo nuovo mondo, forse solo una nostalgia di quello precedente. E magari aspetta di rientrare in gioco per un episodio casuale – come quella squadra che attende un rimpallo favorevole, un rigore a favore, una svista dell’arbitro, senza essere capace di costruire un’azione propria di alcuna consistenza. Ma stare in difesa cioè ad aspettare che qualcosa succeda, buttando la palla in tribuna ad ogni pericolo avversario, senza avere nessuna leva per controllare un evento, non è mai stata una buona strategia. Dovrebbero averlo ormai capito nelle cancellerie europee oltre che dalle parti di Bruxelles.
E in tutto questo bailamme ecco spuntare il Pakistan. Nessuno – davvero nessuno – avrebbe scommesso una lira, anche solo un anno fa, che Islamabad sarebbe diventata il baricentro di una delle trattative più complicate degli ultimi decenni. È stato il primo ministro Shehbaz Sharif a mediare il cessate il fuoco di due settimane annunciato il 7 aprile, invitando le delegazioni americana e iraniana a Islamabad per l’apertura dei negoziati il 10 aprile. Il Pakistan – duecentoventi milioni di abitanti, instabilità strutturale, rapporti consolidati sia con Teheran che con Pechino – è diventato dunque l’unico interlocutore credibile tra le parti. È un segnale che vale più di qualsiasi analisi: il centro del mondo si è spostato. Non verso Oriente in senso vago e poetico – ma in senso letterale, fisico.
Il Settecento è stato francese. L’Ottocento britannico. Il Novecento americano. Il Duemila si sta rivelando, con una velocità che fa girare la testa, sino-asiatico. E questa transizione non è solo economica o militare: è politica, istituzionale e magari arriverà anche la parte culturale. Riguarda chi decide le regole, chi controlla le narrazioni, chi definisce cosa è legittimo e cosa non lo è. L’Occidente, qualsiasi cosa significhi ormai questa parola vuota, sembra stia affrontando qualcosa che assomiglia a un audit finale. Una verifica dei conti. Dei conti che già da tempo non tornano più.
Quello che si sta certificando, attorno allo stretto di Hormuz, è il tramonto di un’egemonia. Forse non ci sarà nessun crollo improvviso, quanto invece l’erosione progressiva di credibilità, di capacità e di proiezione. La democrazia liberale ha retto a molto, in passato: guerre mondiali, crisi incontrollabili, spaventose derive nazifasciste. Ma reggerà al terremoto Trump e alla sua politica predatoria, senza più diplomazia e senza una strategia ? Difficile dirlo, senza lasciarsi ammantare da un velo di pessimismo strisciante.
Una cosa sembra comunque segnata, qualsiasi cosa possa succedere da ora in poi. Lo stretto di Hormuz potrà riaprire o restare chiuso. Le trattative troveranno una forma oppure si sgretoleranno. La guerra finirà, come finiscono sempre le guerre: male, con un accordo che non soddisfa nessuno e con dei conti che ricadranno, come sempre, su chi non ha mai deciso niente.
Quel che è già finito, invece, è più difficile da accettare. Perché è più difficile da ricostruire. Si chiama fine dell’egemonia americana – e con essa, del primato occidentale sul mondo. Il che non significa che l’America scomparirà, né che scompariremo noi che – volenti o nolenti – le siamo a traino. Significa probabilmente che conteremo molto, molto meno. E non potremo fare finta che non sia successo.
Il vittimismo dell’underdog in un discorso che doveva essere una ripartenza, ma suona come una ritirata. È cominciata ieri la lunga campagna elettorale

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Giorgia Meloni sfodera il vittimismo dell’underdog in un discorso che doveva essere una ripartenza, ma suona come una ritirata. Le opposizioni la inchiodano alle sue contraddizioni, alla distanza tra Paese immaginario e Paese reale, intonando – forse per la prima volta – la stessa musica. Lei appare in cerca di idee nuove, senza trovarne nemmeno una. Sull’immigrazione, torna a parlare di blocco navale. Sull’economia, di sospensione del patto di stabilità europeo.

È cominciata ieri la lunga campagna elettorale che ci porterà alle prossime politiche. “Io non scappo”, “Il governo lavorerà fino all’ultimo giorno utile”, “Conosco il valore della responsabilità”, sono le frasi che Meloni ripete col tono del bambino che si rialza con le ginocchia sbucciate, ma giura: “Non mi sono fatto niente”, pur sapendo che continuare a correre sarà molto più duro. Si dipinge come colei che sta guidando contro la tempesta, lamenta il peggior periodo mai affrontato da un governo, dimentica il Covid, lo scoppio della guerra in Ucraina, i 200 miliardi di Pnrr che ha ricevuto in dote. Arriva ad accusare l’opposizione di non aiutarla abbastanza. “Confido in voi, colleghi senatori, perché alla Camera sono arrivati tanti insulti e poche proposte”, dice colei che ha cercato di imporre tre riforme costituzionali a maggioranza, fallendo. Che sulla riforma della Giustizia non ha concesso emendamenti neanche ai suoi. Che ha violato l’unico patto fin qui siglato, l’inserimento del consenso libero e attuale nella legge sullo stupro. Che sul salario minimo ha preso in giro l’opposizione, investito il Cnel, e poi deciso di non farne nulla. Che parla di inverno demografico, ma non vuole i congedi paritari.
Meloni è apparsa a corto di idee e di respiro. Negli scacchi, si direbbe un arrocco. Ha giocato in difesa, cercando di provocare le opposizioni su presunte colpe di un passato remoto e sostenendo di avere la stessa posizione che l’Italia ha sempre avuto tanto in Europa che con l’alleato americano. Rifiutandosi di fare passi avanti sulla condanna della guerra in Iran (resta a “non abbiamo condiviso né partecipato”) e rivendicando le proteste per gli spari sui nostri soldati in Libano, o per la mancata messa di Pasqua al Santo Sepolcro, come prove di autonomia dalla visione di Trump e Netanyahu. Dimentica di citare le vittime civili in Iran, Libano, a Gaza, in Cisgiordania. È come se gli anni passati nel palazzo le impedissero di vedere cosa per i cittadini italiani, suoi elettori compresi, appare intollerabile. Una guerra ingiustificata e illegale che straccia il diritto internazionale, come le ha ricordato Conte. Un Sud cui non si può parlare burocraticamente di Zona economica speciale, senza nemmeno saperne nominare le ferite: lo spopolamento, le frane, l’incuria. Un’economia che vede la produzione industriale al palo, l’inflazione in salita, il carrello della spesa per troppi irraggiungibile, le liste d’attesa infinite, come nella cartolina dal Paese reale che le invia, metaforicamente, Elly Schlein. Infine, la questione morale che la premier vuole estendere a tutti i partiti chiamando in causa la commissione Antimafia, auspicando generici anticorpi, senza aver spiegato nulla del suo ex sottosegretario alla Giustizia che si ritrovava in affari con la famiglia di un prestanome della mafia. Non scappo, ripete, ma elude. Non riconosce che la vicinanza a Orbán la pone lontano da chi difende la democrazia liberale, e che l’ideologia Maga di Trump è una minaccia, non una risorsa. Non è in grado di aprire una fase due, perché non sa cosa metterci dentro. Di qui in avanti, non resta che la propaganda.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Alla terza lettera di dimissioni dalla commissione del Ministero della Cultura che assegna i finanziamenti per il cinema (dopo Mereghetti e Galimberti, anche Vocca) si immagina il dilemma, non trascurabile, che ha preceduto la decisione. È peggio rimanere in siffatta compagnia (ricordiamo che la commissione ha preferito Pingitore a Bertolucci e ha ritenuto indegno di nota il docufilm su Regeni) o è peggio lasciare il posto all’ennesimo pulitore etnico con l’incarico di cancellare dalla faccia della terra tutto ciò che è o sembra “di sinistra”? È peggio rimanere rischiando la complicità, o è peggio la fuga, lasciando campo libero al Minculpop che nelle arti distingue solo lo zelo patriottardo, meglio se maccheronico?
Se rimango, farò la figura del collaborazionista? Se me ne vado, farò la figura dell’anima bella, dell’aventiniano? Se mi trattengo in questa mischia per cercare di salvare il salvabile, non rischio forse di fare la figura della foglia di fico, così che il mio nome serva al governo per dire: “siamo pluralisti, nella commissione c’erano anche Tizio e Caia, che sono di sinistra.”?
Dilemma aggravato da un ulteriore scrupolo: saprà qualcosa di cinema, chi mi sostituisce, o è un ulteriore tappabuchi governativo scelto per la fedeltà alla causa, certo non per il curriculum? Alla luce dei fatti, che hanno visto incompetenti promossi per affidabilità politica, e competenti cacciati o silenziati perché “nemici”, abbandonare la mia sedia non sarà un dargliela vinta, a questo governo in cerca di regolamenti di conti e vendette?
Fortunato chi, in questo scorcio della nostra storia nazionale, non ha responsabilità pubbliche. E dunque non deve domandarsi qual è la giusta distanza da Roma, intesa ovviamente non come città, ma come distributrice di incarichi, prebende e ristori.
Guerre, prezzi, lavoro e sanità: l’Italia virtuale della premier. Mistificazioni e bugie: “Abbiamo recuperato potere d’acquisto”, “le misure sulla benzina stanno funzionando”, “noi, autonomi da Usa e Israele”

(estr. di Patrizia De Rubertis, Alessia Grossi, Alessandro Mantovani, Tommaso Rodano e Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – […] I passaggi di Giorgia Meloni in Parlamento non saranno ricordati solo per la postura difensiva e autoassolutoria, ma per un lungo elenco di mistificazioni e bugie. Di seguito – per mancanza di spazio – riportiamo solo le principali.
[…]
POLITICA E GIUSTIZIA
1. “Rispettiamo sempre il giudizio degli italiani”
Meloni lo dice e poi si smentisce subito, definendo l’esito del referendum “un’occasione mancata” e insistendo che il “cantiere della riforma non venga abbandonato”.
2. “Abbiamo perso un’occasione storica per modernizzare l’Italia, allineandola agli standard europei”
I modelli giudiziari in Europa sono molteplici e non esiste uno standard unico sulla separazione delle carriere o sull’assetto dei Csm.
3. “La riforma non era certo contro la magistratura”
Eppure la sua intera campagna è stata costruita proprio sulla delegittimazione politica di una parte delle toghe.
4. “Abbiamo ridotto gli sbarchi”
Per l’Italia gli arrivi via mare nel 2025 sono stati 66.316, praticamente identici ai 66.617 del 2024; il vero crollo è rispetto al picco del 2023 (157.651). Meloni vende come svolta strutturale un confronto con un’annata anomala.
5. “Abbiamo chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo… per anteporre l’interesse della Nazione”
Meloni non ammette errori nella selezione della classe dirigente, anzi presenta il repulisti post-referendum come scelta morale. Resta un mistero, peraltro, perché il gesto di Santanchè sia stato imposto solo dopo la sconfitta politica della premier.
[…]
ESTERI
6. “La posizione italiana nella crisi iraniana è stata esattamente la stessa dei principali Paesi europei”
Al limite di quelli in cui governa la destra. In Spagna, Pedro Sánchez ha definito l’aggressione all’Iran “illegale” e la guerra “contraria al diritto internazionale”.
7. “Solo se l’Occidente è unito può dire la propria”
Peccato che pochi giorni prima la stessa Meloni sia volata nel Golfo da sola, senza coordinarsi con altri leader dell’Ue, presenti nella regione in ordine sparso, contribuendo al quadro di frammentazione diplomatica che denuncia.
8. “Bisogna dire con chiarezza anche quando non si è d’accordo… come abbiamo fatto con la guerra in Iran”
Eppure Meloni non riesce mai a condannare in modo esplicito l’intervento.
9. “L’Italia si è attenuta scrupolosamente a trattati e accordi che regolano i nostri rapporti con gli Stati Uniti”
Il rispetto dei trattati non costituisce una scelta politica straordinaria né una prova di autonomia. Nemmeno un chiarimento, inoltre, sui voli partiti dalle basi italiane durante la crisi.
10. “Abbiamo chiesto a Israele di fermare l’escalation militare, garantire la sicurezza del personale della missione Unifil”
Lo scorso agosto l’Italia ha dato il proprio assenso all’Onu a una proroga di Unifil fino al 2026 che il governo considera una vittoria, ma ha lasciato la missione in condizione di sostanziale scadenza e delegittimazione, proprio nel momento di massima tensione. […]
ECONOMIA
11. “I salari hanno ripreso a crescere, consentendo alle famiglie di recuperare (…) potere d’acquisto”
Quando Meloni si è insediata i salari erano in crescita da oltre un anno. Le famiglie non hanno affatto recuperato il potere d’acquisto perso: le retribuzioni lorde sono ancora sotto dell’8% rispetto al 2021.
12. “Rispetto all’inizio della legislatura, abbiamo quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre 550 mila precari in meno”
Fuorviante: l’aumento è legato all’incremento di lavoratori over 50, per via della stretta sulle pensioni adottata dal governo. Negli ultimi mesi, i dati Istat mostrano un netto rallentamento.
13. “Entro il primo maggio approveremo il piano casa: (…) oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni”
Il piano non prevede nuove case popolari, ma 1,2 miliardi (Pnrr) per ristrutturare 60mila appartamenti Erp vuoti. Il resto sarà “edilizia sociale” affidata a privati con incentivi pubblici e defiscalizzazioni.
14. “È fondamentale sospendere il Patto di stabilità per far fronte all’aumento dei costi energetici”
L’Ue ha già detto no, più volte. L’ultima ieri, con il commissario Dombrovskis: “Per attivare la clausola di salvaguardia serve una grave recessione economica e non siamo in questo scenario”.
15. “Abbiamo tagliato di 25 centesimi il prezzo di diesel e benzina e introdotto un meccanismo anti-speculazione che sta funzionando”
Costata 1 miliardo, la misura non sta dando risultati efficaci. È l’osservatorio del ministero delle Imprese a sancirlo: si continua a speculare sui prezzi che sono in media un centesimo più alti rispetto a tre settimane fa. A nulla è servita, del resto, la passerella di Meloni nel Golfo Persico.
[…]
SANITÀ
16. “Il governo ha portato il Fondo sanitario nazionale al livello più alto di sempre”
Dietro l’aumento nominale (divorato dall’inflazione), si cela un imponente e costante definanziamento; la percentuale del Fsn sul Pil è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% del 2023, per attestarsi al 6,1% nel 2024-2025.
17. “Il governo ha avuto il coraggio, per primo, di contribuire a cercare soluzioni sul tema delle liste d’attesa”
Serve coraggio per sostenerlo: il 7 giugno compie due anni il decreto 73/2024 sulle liste d’attesa, ma non ci sono ancora i dati pubblici sulla Piattaforma digitale istituita appositamente, né è stato costituito l’Organismo di vigilanza che dovrebbe controllare le Regioni.
La rivelazione di un incontro molto ruvido tra il nunzio e i funzionari della difesa americano infiamma un clima già rovente. Il messaggio degli Usa alla Santa Sede: la potenza militare americana può tutto, la chiesa stia al suo posto. Il ruolo di Vance

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Un’altra giornata di Leone XIV è stata scandita dalle turbolenze con l’amministrazione americana. Nella prima mattinata i collaboratori hanno dato conto al papa della ricostruzione, realizzata da chi scrive, sulla rivista americana The Free Press e rimbalzata un po’ ovunque fra Roma e Washington, di un incontro assai irrituale avvenuto al Pentagono nel gennaio scorso.
Il sottosegretario per la policy al dipartimento della Difesa, Elbridge Colby, ha invitato l’allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christophe Pierre, ad un incontro che potrebbe non avere precedenti dal punto di vista del protocollo – perché convocare un diplomatico, per giunta di uno Stato senza esercito, al Pentagono? – e che si è svolto in toni tesi e minacciosi, per fare capire alla Santa Sede nel modo più chiaro possibile che l’enorme potenza militare americana può tutto, e che la chiesa farebbe bene a stare dalla sua parte.

L’incontro era una reazione dell’amministrazione al discorso del papa al corpo diplomatico, primo grande documento di orientamento della politica estera dopo la chiusura dell’anno giubilare, che l’amministrazione Trump aveva letto con enorme attenzione, finendo per interpretarlo come un attacco alla sua politica. Uno dei passaggi incriminati era questo: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando».
Ma in quel momento c’erano sul tavolo anche altre questioni contese. I raid dell’Ice che a Minneapolis avevano finito per fare morti innocenti e l’operazione militare per rimuovere Nicolas Maduro in Venezuela avevano trovato la ferma opposizione della Santa Sede, e qualcuno nell’amministrazione ha valutato che portare il diplomatico nel centro di comando della potenza militare più imponente della storia dell’umanità avrebbe fatto più effetto che il solito confronto al dipartimento di Stato.
Un funzionario del dipartimento della Difesa ha confermato che l’incontro è effettivamente avvenuto, ma ha contestato la ricostruzione: «La descrizione che The Free Press ha fatto dell’incontro è fortemente esagerata e distorta. Nell’incontro fra i funzionari del Pentagono e del Vaticano c’è stata una rispettosa e ragionevole discussione.
Non abbiamo altro che un altissimo riguardo per la Santa Sede e siamo aperti a continuare il dialogo». Il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha evitato di commentare il fatto che ha scatenato le reazioni della stampa americana e costretto il vicepresidente, il cattolico JD Vance, a un imbarazzante siparietto in cui ai cronisti ha detto di non conoscere il cardinale Pierre, salvo poi ricordarsi di averlo effettivamente incontrato. Dopo la ricapitolazione, il papa ha incontrato il successore di Pierre, Monsignor Gabriele Caccia, che dalla missione della Santa Sede presso l’Onu è stato trasferito a Washington dopo il pensionamento del cardinale francese.
L’incontro era già previsto, ma certamente la vicenda ha aggiunto un ulteriore argomento di conversazione in una lista certamente lunga, vista l’escalation retorica che Leone ha messo in atto contro l’amministrazione Trump nel corso della Quaresima. Il culmine è arrivato quando ha definito «davvero inaccettabile» la minaccia di cancellare un’intera civiltà e ha addirittura invitato i cittadini americani a contattare i loro rappresentanti al Congresso per chiedere pace.

Dal momento che il nunzio è incaricato anche dei rapporti con i vescovi, Caccia dovrà anche occuparsi della vicenda di Robert Barron, vescovo di Winona–Rochester e animatore dell’imponente network di evangelizzazione online Word on Fire, che è oggetti di polemiche per avere detto nel podcast di Ben Shapiro che le parole del papa contro la guerra non si riferivano all’Iran e anche per aver partecipato alla cerimonia di preghiera della Casa Bianca nella settimana santa, dove ha applaudito la advisor religiosa Paula White che, al solito, ha paragonato Trump a Cristo risorto dai morti.
Nella vicenda dell’incontro al Pentagono c’è anche un ulteriore livello di lettura. Colby è un funzionario cattolico molto vicino a Vance, che ha addirittura preso parte alle sue audizioni del Senato per certificarne le qualità, e come il vicepresidente rappresenta la corrente più favorevole al disimpegno americano nel mondo. Una corrente che non se la passa benissimo di questi tempi, evidentemente.
La fazione di Vance-Colby include anche il segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll, ed è chiaramente in opposizione al segretario della Difesa, Pete Hegseth, belligerante crociato calvinista con tatuaggi apocalittici che sta conducendo da mesi purghe fra gli alti funzionari del Pentagono. Guarda caso mettendo il mirino su quella della filiera che fa capo a Vance.
Che l’incontro con il nunzio sia stato condotto da Colby è perciò significativo per le dinamiche interne di un’amministrazione che si sta frantumando proprio sul tema della guerra e della postura internazionale, che è fatalmente intrecciata alla disputa confessionale.
L’incidente del Pentagono cade nella colonna che afferisce al vicepresidente, che è sempre più isolato nelle dinamiche decisionali e incalzato dai falchi interventisti, e allo stesso tempo è impegnato a presentarsi come leader spirituale e religioso, nonché detentore dell’esclusiva sui rapporti con il Vaticano. Come dimostra anche la scelta di scrivere il suo secondo libro, dopo il fortunatissimo Hillbilly Elegy, sull’esperienza della conversione al cattolicesimo. Il volume s’intitola Communion, e da giugno sarà la nuova cornice del racconto di sé in vista del 2028.

(dagospia.com) – Pensavamo che il referendum avesse cambiato tutto, e invece ci sbagliavamo. L’informativa di Giorgia Meloni alla Camera è stata una scena lunare: la premier si è presentata per la prima volta dalla batosta del 22-23 marzo, quando il “No” alla separazione delle carriere ha stravinto, eppure sembrava non fosse successo niente.
La Ducetta ha indossato l’elmetto e, a parte un breve passaggio in apertura sul voto (“un’occasione persa”) ha rifilato ai parlamentari “il primo comizio della campagna elettorale per le elezioni del 2027”, come ha evidenziato sulla “Stampa” Alessandro De Angelis. (“Avrebbe potuto tenere un discorso di verità rivolto al Paese, in cui prendere atto del ‘perché’ della sconfitta […]. E invece ha scelto l’arma dell’orgoglio ferito. Un discorso divisivo e tutto rivolto al suo mondo. Da capo fazione, più che da premier di una nazione, che preferisce l’autoesaltazione all’autocritica, lo sventolio di bandiere all’analisi pacata, il culto di sé da alimentare alla cultura di governo da praticare, l’idolatria dell’io alla fatica del noi”.
Di fronte a cotante chiacchere, un’opposizione seria e con le palle avrebbe montato una polemica, incastrando la Ducetta alle sue molte contraddizioni. E invece Elly Schlein ha pigolato: “Non riuscite a dire a Trump e Netanyahu che devono fermarsi”.
Giuseppe Conte, si è limitato a parlare di “ignobile subalternità a Trump” (proprio lui, che il tycoon chiamava “Giuseppi” allisciandogli la cofana tinta, e che nel 2018 aprì le porte al ministro della giustizia Usa, Bill Barr, permettendogli di incontrare il capo dei servizi, Gennaro Vecchione, per discutere del filone italiano del Russiagate), e a fare pubblicità al suo libro. Durante il suo intervento alla Camera, Peppiniello ha parlato di “sfida progressista”, slogan che campeggia come sottotitolo sul suo volumetto, in uscita per Marsilio. L’ex avvocato del popolo sembra più preoccupato della lotta interna al campo largo (in vista primarie), che delle sorti del paese.
Eppure, sarebbe stato facile, facilissimo incastrare la Ducetta. Sarebbe bastato ricordarle il video di qualche mese fa, ancora online, in cui metteva la faccia, insieme a una lunga lista di sovranisti mal-destri di ogni latitudine e grado (Netanyahu, Le Pen, Salvini, Milei) per supportare il putiniano Orban alle elezioni di domenica prossima, in Ungheria.
Sarebbe bastato porre qualche domandina sul rapporto ambiguo tra la Sora Giorgia e Trump: smarcarsi a parole dalle scellerati azioni e dichiarazioni del tycoon non basta, se poi il vicepresidente USA, JD Vance, pubblicamente elogia la Meloni, insieme al solito Orban, per il suo ruolo.
L’ex dipendente di Peter Thiel, parlando a Budapest, ha detto: “Sono deluso da gran parte della classe politica europea perché non sembra particolarmente interessata a risolvere questo specifico conflitto, ma abbiamo ricevuto molto aiuto da alcuni dei nostri amici. Penso che Giorgia Meloni in Italia sia stata molto utile”. A nessuno dei geni dell’opposizione è venuto in mente di chiedere: come?
Scrive Francesco Cundari su “Linkiesta: “Un conto è cambiare idea, o far mostra di avere cambiato idea, per ragioni tattiche e per opportunismo, tutt’altro conto sarebbe – se le parole di Vance fossero confermate e significassero proprio quello che sembrano significare – fare il doppio gioco. Giorgia Meloni non è una privata cittadina, guida il governo del paese e a questo punto direi che l’opposizione ha il diritto e anche il dovere di chiederle da che parte stia, e soprattutto da che parte intenda schierare l’Italia.
Ps: Quando Giorgia Meloni parla di “patti con gli Usa”, qualcuno dovrebbe ricordarle che un conto sono gli Stati Uniti, un altro è Trump, che se ne fotte del diritto internazionale e si imbarca in guerre illegali, pretendendo che gli alleati si inginocchino senza fiatare….
“C’è una crisi del sistema anche sull’atomica: tutto in mano al comandante in capo”

(di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – Lucio Caracciolo, direttore di Limes, crede poco che la tregua annunciata da Trump possa reggere anche perché i segnali di guerra che giungono dall’area sono evidenti.
Perché non crede alla tregua?
Perché in questo momento Israele comanda in modo assoluto e totalitario. Il bombardamento incredibilmente potente su Beirut, rappresenta il rifiuto di qualsiasi accordo con l’Iran. Ed evidenzia anche una risposta all’apparente, e sottolineo il termine, scelta di Trump di cercare un accordo attraverso un cessate il fuoco.
Perché apparente?
Perché il cessate il fuoco è basato sul nulla, i punti di partenza delle parti sono troppo distanti per dare vita a un accordo vero. Appena Trump, contrariamente al primo ministro pakistano (dietro il quale c’è la Cina) è intervenuto dicendo che in effetti nel cessate il fuoco non è compreso il Libano, Netanyahu ha scatenato l’inferno. Ma la situazione e il futuro del Libano non possono essere disgiunti da quelli iraniani, ecco perché penso che siamo di fronte a una finta sul ring.
Ha fatto riferimento alla Cina: che ruolo ha giocato?
Mi sembra chiaro che sia intervenuto per cercare di sedare una crisi che fino all’altra notte sembrava definitiva e dagli esiti catastrofici. Perché quando Trump dice che in una notte “cancellerà una civiltà” , vuol dire che pensa all’arma atomica. Dei Paesi in conflitto, del resto, due su tre, Usa e Israele, sono potenze atomiche.
Siamo in una fase in cui l’atomica è un’opzione?
Dal punto di vista strategico la situazione per gli Usa è disperata: hanno un presidente non padrone di sé che gioca con la tattica del deal per poi trovare accordi minimi e soprattutto ha speso tutte le risorse possibili dal punto di vista militare. L’atomica, che prima era una deterrenza, sempre più viene sbandierata come la misura che può chiudere le ostilità, con la decisione nelle mani del “comandante in capo”.
Ma Trump ha problemi o no all’interno dell’esercito Usa?
Si sono visti scontri nel bel mezzo della guerra. La crisi della potenza militare Usa – in un mese e mezzo non sono riusciti a realizzare nulla – sembra conclamata e nelle forze militari Usa, sia a livello di base sia ai piani alti, si nota un’evidente insofferenza per il comandante in capo. Nelle ultime settimane c’è stato un ammutinamento sulla principale portaerei, spacciato per blocco delle fognature, e segnali di insofferenza si sono visti con il licenziamento del capo di stato maggiore dell’Esercito. C’è una crisi del sistema che riguarda anche l’impiego della bomba atomica: nella catena decisionale, a quanto si apprende, ci sono figure che hanno detto di no al suo utilizzo.
Che previsioni possiamo fare nel prossimo periodo?
Da un punto di vista strategico, a oggi, non c’è dubbio che Usa e Israele siano in una impasse. Solo che mentre Israele vuole continuare la guerra, l’America vuole uscirne spacciando il risultato per vittoria. Ma non ci sono le condizioni: dopo la ripresa dei bombardamenti da parte di Israele e la nuova chiusura di Hormuz, siamo tornati a dove eravamo la sera prima dell’ultimatum e paradossalmente l’Iran è meglio armato e resiste più di quanto si pensasse, e soprattutto non c’è nessuno nel Paese che possa rovesciare il regime.
Che idea si è fatta del comportamento di Trump?
Che c’è un problema strutturale: Trump non è libero di decidere visto il potere di ricatto di Israele, come dimostrano i resoconti delle riunioni riservate pubblicati dal New York Times. Ci può essere una componente patologica, ma questo è tema degli specialisti. Certo, osserviamo una forma non coerente dell’agire, un’attitudine da pokerista che per esaurirsi necessita di un’ammissione della sconfitta, cosa però impossibile. Resta il problema che nella maggiore superpotenza una decisione così importante come la guerra viene affidata a una persona sola. In queste forme non era mai avvenuto.

(Gloria Germani – lindipendente.online) – Ci troviamo in una situazione rovinosa: nella morte del diritto internazionale che ha reso possibile il genocidio a Gaza, le forze Usa-Israele hanno attaccato ingiustificatamente l’Iran, uccidendo la guida suprema e altri leader, bombardando siti petrolifici, scuole, ospedali. Mentre Israele invade il Libano, le forze iraniane hanno chiuso lo stretto di Hormuz, bloccando l’afflusso del petrolio verso il resto del globo (o meglio verso le nazioni non amiche) con conseguenze pesantissime per l’industria e la crescita economica, il vero dio dell’Occidente. La Terza guerra mondiale è tra noi. Nel contempo, il collasso climatico avanza a ritmi sostenuti.
È indubbio che negli ultimi 25 anni, le forze politiche e il sistema mediatico hanno seguito la strada tracciata da Oriana Fallaci all’indomani dell’11 settembre 2001. La guerra all’islam non ha fatto che allargarsi e dalle dichiarazioni di questi giorni sul “Grande Israele” sembra che non ci sia altra strada che schiacciare definitivamente questi popoli “arretrati” e “inferiori” sulla via dell’evoluzione darwiniana (definiti “scimmie o esseri subumani”). Dopo l’epocale attacco alle Torri, la voce della famosa giornalista Oriana Fallaci si era infatti alzata dalla pagine del Corriere della Sera per attaccare l’Islam. Si riferiva ad una inferiorità culturale e usava espressioni forti come “sputare in faccia” e “nessuna pietà”, chiudendo la strada dei sostenitori di un possibile dialogo, colpevoli di affievolire l’identità cristiana dell’Occidente. Il libretto La Rabbia e l’Orgoglio ebbe una enorme successo.
Non tutti sanno che l’invettiva della Fallaci, in realtà, scaturì proprio come risposta – su richiesta dello stesso direttore del Corriere – al lungo e articolato articolo di Tiziano Terzani, pubblicato il 16 settembre sullo stesso quotidiano. La sua pozione era radicalmente diversa. Lo scrittore aveva visto nell’incredibile crollo del “Centro Mondiale del Commercio” nientemeno che “una buona occasione”. Scriveva: «Tutto il mondo avrebbe capito. L’uomo avrebbe preso coscienza, si sarebbe svegliato per ripensare tutto: i rapporti tra Stati, tra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi tra uomo e uomo. Era una buona occasione per fare un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e magari fare finalmente un salto di qualità nella nostra concezione e della vita».

Per tutta la sua vita di giornalista, Terzani aveva cercato di capire le ragioni degli Altri. In Vietnam, in Cambogia, in Cina, in Giappone, aveva scandagliato le ragioni di quei popoli che, avendo subito la colonizzazione, cercavano di reagire all’impatto con la modernità occidentale. L’attacco al World Trade Center per lui era il segno definitivo che l’America non poteva più illudersi di stare esportando nel mondo benessere e giustizia. Al contrario, larga parte del mondo vedeva nella globalizzazione a guida statunitense, ovvero alla economicizzazione del mondo, un gravissimo pericolo da combattere, anche al costo della propria vita.
Terzani stava invitando gli occidentali a cogliere l’occasione per ripensare i rapporti tra Nord e Sud del mondo, a risolvere l’enorme problema ecologico, a chiedersi dove sta la felicità degli uomini e quale etica deve intessere i loro rapporti. Venticinque anni fa ribadiva una verità semplice, che però nessuno, nessuno, ha seguito: «Se vogliamo capire il mondo in cui siamo, non possiamo vederlo solo dal nostro punto di vista’».
Il vero nocciolo della questione risiede infatti in un argomento “scomodo” che Terzani precisa sia nella prima, che nell’ultima lettera: «Il problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada». «L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con quella della coesistenza, che l’idea di una civiltà superiore ad un altra è solo frutto di ignoranza».
A differenza di moltissimi occidentali, Tiziano Terzani non credeva più nel grande mito del Progresso, dell’Evoluzione, non credeva in quella freccia inesorabile del tempo che da Darwin e da Hegel ci fa illudere che l’Occidente moderno sia una civiltà superiore rispetto a tutte le altre. Possiamo chiederci: cosa lo sosteneva in questa convinzione? Certamente non è un’opinione umorale, ma il frutto maturo e doloroso di una esperienza di vita eccezionalmente amplia. Come corrispondente estero, aveva scrutato l’impatto della modernità occidentale sulle antiche civiltà dell’Asia nella seconda metà del Novecento: la guerra del Vietnam, la rivoluzione cambogiana, la Cina del dopo Mao, il Giappone nel boom del capitalismo. Nel 1991 capisce profondamente che i due grandi progetti della modernità – il comunismo e il capitalismo – sono ambedue basati su una visione “scientifica” che divide mente e materia, e quindi sul dominio della materia, sulla manipolazione di un mondo “esterno”, per raggiungere il benessere e la felicità. Ma questa premessa è sbagliata. Mente e materia non si possono separare come ci sta insegnando la fisica quantistica e come sapevano da sempre le antiche sapienze orientali. È questa la ragione profonda per cui Terzani non crederà più all’impero della ragione, della scienza, dei numeri, dell’economia e della tecnologia (in sintesi nell’illuminismo e nella superiore civiltà). Pochi mesi prima di morire, chiariva: «Il male del nostro tempo è che abbiamo messo la materia al centro di tutto e non vediamo altro al di là della materia. Questo giustifica il capitalismo, giustifica la ricerca esclusiva del profitto e la nostra aspirazione ad avere piuttosto che a essere». E negli stessi giorni: «L’uomo è ormai succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite».

Questa comprensione è importantissima e assolutamente attuale. Perché a partire dalla fine del comunismo negli anni 90, il sistema economico-scientifico-tecnolgico a guida occidentale, è sentito autorizzato a espandersi in tutto il mondo e a non lasciare un lembo di terra fuori dalla sua superiore sfera, oggi più che mai. È la stessa legge dell’economia che lo impone: quella della crescita infinita. Ma questo non fa che portare alla guerra, alla guerra infinita. «La guerra – scriveva Terzani nel novembre 2001 – si sposterà verosimilmente in Iraq, in Somalia, in Sudan, forse in Siria, in Libano e chi sa dove ancora. Sono più di sessanta gli stati in cui secondo Washington si annidano i terroristi e chi non collaborerà con gli Stati Uniti a snidiarli sarà considerato un nemico».
Oggi l’asse Usa-Isreale, chiamata anche non senza ragione “coalizione Epstein”, dopo aver sterminato i palestinesi – che a loro dire sono tutti terroristi, compresi i bambini – prova a sterminare il Libano, l’Iran e probabilmente chiunque in futuro non collaborerà con loro. In nome della loro superiore verità? Una verità sconfessata dalla fisica quantistica, ma anche dall’enorme collasso climatico provocato dalla civiltà tecnologica-industriale?
Terzani aveva però visto altre cose, proprio a partire dalla fine del comunismo nel 1991. Durante il lungo viaggio che lo portò a Mosca, raccontato in Buonanotte Sig.Lenin, aveva sentito “il galoppare” del fondamentalismo islamico. «Avevo provato sulla mia pelle la conferma che con la caduta del muro di Berlino e la fine del Comunismo, la sola ideologia ancor determinata a opporsi al Nuovo Ordine che, con l’America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato, era questa versione fondamentalista e militante dell’Islam».
Terzani tornerà con grande forza su questo punto. Nel suo libro testamento, La Fine è il mio inizio, ribadisce: «Ho visto la prima statua di Lenin abbattuta nell’Asia centrale all’urlo di “Allah Akbar, Allah, Akbar!” Allah è grande. Solo gli sciocchi e i miopi non vedono il legame che c’è tra la fine del comunismo come ideologia di rivolta e l’Islam fondamentalista di oggi. Prima chi voleva combattere per un mondo diverso, per un mondo migliore, contro il capitalismo occidentale, ricorreva al marxismo-leninismo. Era l’arma ideologica che dava disciplina, che dava una struttura di riferimento […]L’Islam fondamentalista ha preso oggi il posto del marxismo-leninismo… Quando quest’arma è scaduta, ne è nata una nuova. Se non capisci questo, non capisci nulla».
Ma Terzani aveva ancora una marcia in più. Aveva capito alla radice che il sistema consumistico-industriale-tecnologico è tutto basato sulla vendita di desideri artificiali. E questo vendita di desideri è un automatico meccanismo di infelicità. Lo aveva già insegnato il Buddha, 2600 anni fa.

Si è passati dalla colonizzazione storica alla colonizzazione dell’immaginario.
Il pensatore fuori dal coro, scriveva infatti nel gennaio 2002: «Un secolo fa per gli afgani, come per gli altri popoli del mondo, la diversità stava nel rendersi indipendenti all’oppressione coloniale. Oggi è nel restare fuori da un sistema più sofisticato, ma ugualmente opprimente, che cerca di fare di tutto il mondo un mercato, di tutti gli uomini dei consumatori a cui vendere prima gli stessi desideri e poi gli stessi prodotti».
Il problema riguarda il non arrendersi al consumismo, ma soprattutto non arrendersi alla globalizzazione della mente. Le parole del grande viaggiatore sono molto attuali anche ora: «Oggi c’è nel mondo un crescente numero di persone che non aspira ad essere come noi, che non insegue i nostri sogni, che non ha le nostre aspettative e i nostri desideri. Un commerciante di tessuti di 60 anni, incontrato ad un raduno di missionari tablighi, me lo ha detto con grande semplicità: Non vogliamo vivere come voi, non vogliamo vedere la vostra televisione, i vostri film. Non vogliamo la vostra libertà. Vogliamo che la nostra società sia retta dalla legge coranica, che la nostra economia non sia determinata dalla legge del profitto. Quando io alla fine di una giornata ho già venduto abbastanza per il mio fabbisogno, il prossimo cliente lo mando a comprare dal mio vicino che ho visto non ha venduto nulla».
Vista la situazione di questi giorni, con chiusura iraniana dello stretto di Hormuz e tutte le conseguenze sulle economie occidentali, vi lascio con ancora altre parole profetiche di Terzani: «Al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi ‘amici’, qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?».
Tra i Paesi finiti nel mirino ci sarebbero Spagna, Germania, Italia e Francia, mentre potrebbero essere favoriti partner come Polonia, Romania, Lituania e Grecia

(lespresso.it) – Donald Trump starebbe valutando di ritirare parte delle truppe americane dai Paesi Nato giudicati poco collaborativi durante la guerra con l’Iran, per ridislocarle invece negli Stati che hanno sostenuto con più decisione la campagna americana e israeliana. L’indiscrezione è del Wall Street Journal e descrive un piano ancora al vaglio dell’amministrazione, pensato come forma di pressione politica sugli alleati europei più tiepidi nel conflitto mediorientale. Tra i Paesi finiti nel mirino ci sarebbero Spagna, Germania, Italia e Francia, mentre potrebbero essere favoriti partner come Polonia, Romania, Lituania e Grecia.
Per la Casa Bianca diversi governi europei avrebbero limitato o negato supporto operativo agli Stati Uniti durante la guerra con Teheran, dall’uso dello spazio aereo alle facilitazioni logistiche. Nelle ultime ore Trump ha trasformato quest’irritazione in un attacco politico più ampio, arrivando a dire che la Nato “non c’era quando ne avevamo bisogno”.
Dopo l’incontro alla Casa Bianca con il segretario generale Mark Rutte, Trump aveva rilanciato le sue accuse contro gli alleati e lasciato intendere di voler riaprire il dossier sul disimpegno militare americano in Europa. Rutte ha provato a raffreddare i toni, riconoscendo la delusione del presidente americano ma ricordando che una parte consistente dei Paesi europei ha comunque garantito sostegno, almeno sul piano logistico.
Il cessate il fuoco di due settimane ha congelato l’escalation, ma ha lasciato aperti i nodi più pesanti, dal nucleare iraniano alla sicurezza dello Stretto di Hormuz. Così la Nato diventa per Trump un bersaglio politico utile: serve a spostare la pressione sugli alleati e a trasformare un risultato ancora incerto in una nuova battaglia interna all’Occidente.

(ANSA) – Italiani preoccupati dell’impatto economico della guerra in Iran. Temono soprattutto lo shock energetico e chiedono al governo contromisure in forma di sostegno al reddito, il 63% degli intervistati, e la revoca delle sanzioni contro la Russia, il 31%.
È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Izi, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione l’Aria che Tira su La 7. Dalla rilevazione, emerge inoltre che un terzo degli italiani ritiene probabile l’uso dell’arma nucleare.
L’aumento insostenibile delle bollette energetiche e del carburante preoccupa un italiano su due, mentre solo il 3% sostiene la politica internazionale di Trump. Alla domanda sull’impatto della guerra sull’economia italiana la quasi totalità degli intervistati, il 93%, dà un giudizio negativo essendo convinta che le conseguenze saranno significative.
In particolare lo shock energetico preoccupa quasi l’80% degli italiani, il forte aumento dell’inflazione il 70%, e la contrazione del Pil il 30%.
Nota metodologica. Interviste effettuate l’08/04/2026; popolazione di riferimento: popolazione maggiorenne residente in Italia; campionamento: casuale stratificato per genere, classe d’età e macroarea di residenza; ponderazione: vincolata per genere, classe d’età, macroarea di residenza, titolo di studio e voto alle precedenti elezioni politiche (2022); metodologia: tecnica mista CAMI/CAWI; totale interviste: 1.001 (margine di errore del 3,01% per un intervallo di confidenza del 95%).

Il saggio “Per conoscere l’autonomia differenziata”, avendo vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica “Kerit- LC Edizione 2024” IV Edizione, è stato pubblicato nello scorso mese di febbraio.
L’opera, dopo l’introduzione, si divide in cinque capitoli più le note finali e un addendum. Il primo e il secondo trattano due temi generali, cioè il come sia stato inteso il regionalismo, dall’Unità ad oggi e l’aspetto economico del notevole divario tra Nord e Mezzogiorno, che poi è l’elemento fondamentale dell’opera. Gli altri capitoli trattano più in dettaglio il tema del regionalismo alla luce del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, per cui nel terzo si illustra, appunto, la fonte di tutto, cioè la modifica del Titolo V della Costituzione; nel quarto, poi si ricostruisce la storia delle iniziative intraprese dalle Regioni per l’applicazione di tale comma e dei diversi disegni di legge che hanno tentato di normare il processo fino al 19 giugno 2024, quando la Camera ha approvato definitivamente la legge recante: “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”. Nel quinto si confuta la tesi che prevede come condizione pregiudiziale la definizione dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione). Infine, nelle note finali si argomenta intorno al tema della sua realizzabilità, concludendo che non sarà possibile o, quanto meno, estremamente improbabile che il regionalismo differenziato si possa concretizzare.
In seguito alla pronuncia della Corte costituzionale del 14 novembre 2024 si è reso necessario un “Addendum” di commento in cui si rafforza la tesi della non realizzabilità del regionalismo differenziato, in quanto si ritiene che la Consulta abbia abrogato, in modo surrettizio, il comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione.
L’opera è stata così commentata: si distingue per il modo in cui riesce a rendere accessibile una questione complessa, come l’assetto dello Stato e i poteri delle Regioni, attraverso un linguaggio chiaro e lineare, pur mantenendo un alto livello di approfondimento.
Il saggio si caratterizza per una solida struttura, articolata in capitoli ben organizzati, che accompagnano il lettore nella comprensione dell’argomento con un’impostazione chiara e documentata. La grande quantità di fonti e dati utilizzati conferisce autorevolezza e credibilità all’analisi, permettendo di cogliere ogni sfaccettatura del tema trattato.
Uno degli elementi più apprezzabili del saggio è la capacità di unire rigore e accessibilità, rendendo il testo fruibile sia per un pubblico esperto che per lettori meno addentrati nella materia. L’analisi del divario tra Nord e Mezzogiorno, il riferimento alle modifiche costituzionali e la riflessione critica sulla reale applicabilità del regionalismo differenziato offrono un quadro completo e stimolante, che invita il lettore a una riflessione approfondita.
Per chi fosse interessato, è disponibile al seguente link:
https://www.kerit-lc.it/prodotto/per-conoscere-lautonomia-differenziata/
Le ultime pubblicazioni del medesimo autore sono le seguenti: Luoghi comuni, miti e stereotipi dell’emigrazione italiana. È vero che espatriano i meridionali?, Rubbettino, 2021
Mezzogiorno e Germania Est. Un confronto, Rubbettino, 2023
Ostalgia, neoborbonismo e questione meridionale, Il Convivio Editore, 2023
Per conoscere l’autonomia differenziata, Kerit-LC Edizioni, 2026
Addio, italiani! Denatalità, desertificazione e fuga dei cervelli, Gruppo Editoriale Writers Editor, 2026 (in corso di stampa)