Mentre dodici Paesi scelgono di colpire il commercio con gli insediamenti illegali di Netanyahu, il governo Meloni si chiama fuori

(di Raffaella Malito – lanotiziagiornale.it) – Mentre dodici Paesi scelgono di colpire il commercio con gli insediamenti illegali israeliani nei territori palestinesi occupati, il governo Meloni resta fuori dalla storia. Non si aggiunge al gruppo. E quando il diritto internazionale viene piegato dalla forza, il silenzio non è equilibrio: è una precisa scelta politica. La svolta arriva da Londra. Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia confermano l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o sostenere misure europee contro il commercio dei beni prodotti negli insediamenti israeliani. È un passo parziale rispetto alla tragedia di Gaza e alla violenza dei coloni. Ma è un passo, e rende più vistosa l’assenza dell’Italia. Israele ha reagito con durezza.
Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito “scandalose e false” le accuse britanniche e annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme, l’espulsione dei rappresentanti del Regno Unito dal centro di coordinamento del Board of Peace a Kiryat Gat e della forza “British support team” a Ramallah, che addestra le forze dell’Autorità palestinese, oltre al divieto di ingresso per dodici funzionari di Londra, tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn. Londra ha scelto di pagare un prezzo diplomatico. Roma, ancora una volta, ha scelto di non pagarne nessuno.
Per mesi, in Europa, sulle sanzioni a Israele ha prevalso lo stallo. La Commissione aveva messo sul tavolo licenze di importazione, dazi punitivi e divieto di commercializzazione dei prodotti delle colonie. Ma al Consiglio Affari Esteri e nelle riunioni dei rappresentanti permanenti i numeri non sono mai arrivati. A frenare sono stati anche Paesi come Germania e Italia. Roma ha preferito la “preoccupazione”, l’alibi della complessità.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha interpretato la Farnesina come una diplomazia del rinvio. Quando serviva un passo in avanti, ha preferito un mezzo passo indietro. Quando l’Europa discuteva misure concrete, l’Italia si è rifugiata nella cautela. Quando Benjamin Netanyahu alzava il livello dello scontro, Roma abbassava il tono. Non è realismo. È subordinazione politica a una linea decisa a Palazzo Chigi: non rompere mai con Israele, non isolare mai Netanyahu. Un passaggio che l’amicizia con Donald Trump rendeva ancora più stringente per Giorgia Meloni e di conseguenza per Tajani.
Così altri Paesi occupano lo spazio che l’Italia avrebbe potuto presidiare. Londra si muove, Parigi firma, Madrid e Dublino spingono, i Paesi nordici scelgono misure concrete. L’Italia resta a guardare. E si consuma il paradosso: un governo che rivendica centralità nel Mediterraneo si ritrova marginale sulla crisi più decisiva del Medio Oriente. Il richiamo ad Haaretz rende il quadro più pesante. Secondo il quotidiano israeliano, il 23 settembre 2023 Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito Netanyahu che Yahya Sinwar preparava un “terremoto” contro Israele. Netanyahu nega. Ma se la ricostruzione fosse confermata, il problema prima del 7 ottobre diventerebbe ancora più grave: non solo un fallimento degli apparati, ma un allarme arrivato al vertice e non trasformato in decisione. C’è chi dice che Netanyahu avrebbe deciso di sacrificare migliaia di israeliani per pianificare il genocidio.
Gaza è stata devastata, la Cisgiordania è soffocata dagli insediamenti, la soluzione a due Stati viene demolita ogni giorno sul terreno. Eppure il governo italiano continua a comportarsi come se bastasse pronunciare parole umanitarie per assolvere alla propria responsabilità. Non basta. Meloni e Tajani hanno scelto di non disturbare Netanyahu. Hanno lasciato che la linea italiana coincidesse con l’attesa, con il rinvio, con la speranza che fossero altri a esporsi. Ora altri si sono esposti davvero. E l’Italia non c’è. Se gli insediamenti sono illegali, il commercio con quegli insediamenti non può essere trattato come una normale relazione economica. Chi continua a farlo sceglie di rendere ordinaria l’occupazione. La prima pagina di oggi è tutta qui: dodici Paesi decidono di muoversi, Israele reagisce con ritorsioni, l’Italia resta ferma. Non è cautela. È immobilismo. E sull’immobilismo resta impressa una parola sola: complicità.

(Alessio Mannino – lafionda.org) – Piccolo vademecum per uscire vivi dall’alluvione di analisi sul trionfo di Alternative für Deutschland nel Land di Sassonia-Anhalt.
Campagnuolo: «Il miglioramento della qualità dell’aria è un dato positivo, ma aria e alimenti sono matrici differenti. Occorre tutelare contemporaneamente salute pubblica, agricoltori, allevatori e produzioni della Valle Caudina».

Dopo le numerose notizie, dichiarazioni e considerazioni circolate in questi giorni in merito al rogo verificatosi nell’area industriale di Airola e alle possibili conseguenze sulle produzioni agricole del territorio, il Dr. Evangelista Campagnuolo, professionista nel settore della sicurezza, igiene e diritto alimentare, interviene per richiamare l’attenzione sulla necessità di distinguere i dati relativi alla qualità dell’aria dalla valutazione della sicurezza delle matrici alimentari.
«I risultati dei monitoraggi atmosferici successivi all’incendio rappresentano certamente un elemento incoraggiante – sottolinea Campagnuolo – ma è necessario chiarire un principio fondamentale: aria e alimenti non sono la stessa cosa. Il rientro dei valori atmosferici non può essere automaticamente interpretato come un risultato analitico riferito a ortaggi, frutta, terreni, foraggi o produzioni di origine animale».
Durante un incendio di natura industriale, infatti, particolato e sostanze originate dai processi di combustione possono essere trasportati dalla nube e successivamente depositarsi sul terreno e sulle superfici vegetali. La valutazione dell’eventuale ricaduta deve pertanto tenere conto della tipologia delle sostanze coinvolte, della direzione e dispersione dei fumi, delle condizioni meteorologiche e delle caratteristiche delle produzioni presenti nelle aree interessate.
Particolare attenzione, sotto il profilo tecnico, meritano contaminanti persistenti quali diossine e PCB diossina-simili, che presentano caratteristiche di persistenza ambientale e lipofilia e che, qualora presenti in quantità significative, possono entrare nella catena alimentare.
«Questo – precisa Campagnuolo – non significa affermare che i prodotti agricoli della Valle Caudina siano contaminati. Una simile affermazione, in assenza di risultati analitici specifici, sarebbe scientificamente scorretta e potrebbe determinare un danno ingiustificato alle aziende agricole e zootecniche del territorio. Ma lo stesso rigore deve essere utilizzato nel senso opposto: un dato relativo alla qualità dell’aria non deve essere trasformato automaticamente in una certificazione sulla sicurezza delle produzioni alimentari».
Da qui la necessità, nelle aree che le autorità competenti dovessero individuare come effettivamente interessate dalla ricaduta dei fumi, di valutare l’opportunità di campionamenti mirati sulle matrici maggiormente esposte, quali suolo, vegetali, ortaggi, foraggi e pascoli e, laddove tecnicamente necessario, sulle produzioni zootecniche come latte e uova.
«La sicurezza alimentare – continua Campagnuolo – si fonda su un principio molto semplice: campionare, analizzare e valutare i risultati. Non servono né allarmismi né rassicurazioni prive di un adeguato supporto analitico».
L’attenzione deve essere rivolta contemporaneamente alla tutela della salute pubblica e alla salvaguardia del comparto agricolo e zootecnico della Valle Caudina.
«I nostri agricoltori e allevatori non possono subire un danno economico e d’immagine provocato dalla diffusione indiscriminata dell’idea che i prodotti del territorio siano contaminati, se questa affermazione non è sostenuta da evidenze scientifiche. Allo stesso tempo i cittadini hanno diritto a informazioni chiare e verificabili».
«La posizione più responsabile – conclude Campagnuolo – è quindi una sola: né allarmismo, né rassicurazioni affrettate. Prima i controlli, poi parlano i risultati. È così che si tutelano insieme salute, agricoltura e territorio».

Si chiude con un bilancio estremamente positivo la 51ª edizione di Vinestate, che dal 3 al 6 settembre ha trasformato ancora una volta Torrecuso nella capitale del vino e delle eccellenze del territorio. Quattro giornate intense, partecipate e ricche di appuntamenti, nelle quali il borgo ha accolto appassionati, visitatori, produttori, operatori del settore e rappresentanti delle istituzioni, confermando Vinestate come uno degli appuntamenti più importanti per la promozione del patrimonio vitivinicolo, culturale ed enogastronomico del Sannio. Il vino è stato, come sempre, il grande protagonista della manifestazione, ma attorno ad esso si è sviluppato un racconto più ampio e articolato: quello di un territorio che ha scelto di presentarsi attraverso le proprie produzioni, la propria storia, la cultura, l’arte, la gastronomia, la musica e la capacità di guardare al futuro. Ad aprire la 51ª edizione di Vinestate è stata l’inaugurazione del Museo Enologico di arte contemporanea, ospitato negli spazi di Palazzo Caracciolo Cito, accompagnata dalla visita alla mostra “Cosmogonie – Mito e Materia”. Un avvio dal forte valore simbolico, che ha immediatamente messo in evidenza una delle caratteristiche distintive di questa edizione: il dialogo tra il mondo del vino e le diverse espressioni della cultura. All’interno di Vinestate si è svolta la rassegna letteraria “Letture in sorsi” a cura dei Borghi della Lettura, un’iniziativa nata nel 2024 da un’idea dei co-referenti territoriali Antonio Sauchella e Loredana Orsillo e per l’anno 2026 ha previsto, nella suggestiva Piazza Sant’Erasmo, alcune dedicate a libri e temi differenti: Nel segno del Noir il giornalista Salvo Falcone ha dialogato con Annamaria Venere, autrice del romanzo Sete nera ,romanzo ambientato nella Bari di fine anni Ottanta tra tensioni sociali, potere economico e criminalità organizzata e Nel segno dell’evoluzione: Loredana Orsillo (Referente Borghi della Lettura di Torrecuso) ha dialogato con Antonino Russo, autore di ‘Cortocircuito evolutivo. Tra Fake News e Distorsioni cognitive, riflessione sui meccanismi cognitivi che rendono l’uomo vulnerabile alla disinformazione’.
Nel corso di Vinestate le strade del borgo sono diventate un grande luogo di incontro e di scoperta. Le cantine hanno raccontato il Sannio attraverso i loro vini, accompagnando i visitatori in un percorso fatto di degustazioni, profumi, sapori e storie. Accanto alle produzioni vitivinicole, spazio alla gastronomia del territorio,alle cene con vini in abbinamento e alle eccellenze agroalimentari e artigianali del Taburno. Grande attenzione è stata dedicata anche al confronto e all’approfondimento. Il vino non è stato soltanto degustazione e convivialità, ma occasione per riflettere sul suo valore economico, culturale e identitario, sulle sfide della tutela e della promozione e sulle prospettive future di un comparto strategico per l’intero territorio. Tra i momenti centrali dell’edizione 2026, il confronto sul tema del valore del vino e il convegno “Il Sannio in rotta verso l’America’s Cup Napoli 2027”, che ha portato a Torrecuso rappresentanti delle istituzioni e del mondo vitivinicolo, universitario e imprenditoriale. Un appuntamento che ha rafforzato la visione di un Sannio capace di cogliere le grandi opportunità offerte dagli eventi internazionali per promuovere le proprie eccellenze e costruire nuove connessioni tra territori, turismo, cultura ed economia. Tra i momenti più significativi di Vinestate 2026 anche il gemellaggio tra la Pro Loco di Torrecuso e la Pro Loco Pieve Castionese (Belluno), un incontro dal forte valore simbolico che ha unito due comunità e due territori nel segno della condivisione, dello scambio e della valorizzazione delle rispettive identità. Un’occasione per rafforzare il dialogo tra realtà diverse, ma accomunate dalla stessa volontà di promuovere tradizioni, cultura, enogastronomia e accoglienza, ponendo le basi per future collaborazioni e nuovi percorsi comuni. Proprio il richiamo all’America’s Cup Napoli 2027 ha rappresentato uno dei fili conduttori di Vinestate 2026, con lo sguardo rivolto a una sfida che va oltre i confini della singola manifestazione e che chiama il territorio a prepararsi, a fare rete e a presentarsi con una proposta sempre più riconoscibile e competitiva.
Non sono mancati i momenti dedicati alla musica che hanno animato le serate e contribuito a creare un’atmosfera di festa. Vinestate ha così confermato la propria capacità di parlare a pubblici diversi, unendo gli appassionati del vino alle famiglie, ai giovani e ai visitatori attratti dalla possibilità di vivere il borgo attraverso un’esperienza completa.
Un’edizione che ha visto protagoniste le 19 cantine partecipanti, insieme alle associazioni, agli operatori, agli artisti, agli chef, ai produttori e a quanti hanno contribuito a costruire un programma capace di intrecciare tradizione e innovazione.
“Si chiude un’edizione di Vinestate che ci lascia grande soddisfazione e, soprattutto, tanta fiducia per il futuro – dichiara il sindaco di Torrecuso, Angelino Iannella -. In questi quattro giorni abbiamo visto il nostro paese vivere, animarsi e raccontarsi. Abbiamo visto tante persone arrivare a Torrecuso per degustare i nostri vini, conoscere le nostre aziende, le nostre tradizioni e le bellezze del nostro territorio in un’atmosfera serena. Ed è proprio questo il significato più importante di Vinestate: creare occasioni per valorizzare la nostra identità e trasformarla in opportunità di crescita. Il vino è il filo conduttore di questa manifestazione – prosegue Iannella – ma Vinestate ci ricorda ogni anno che attorno al vino c’è un intero territorio. Ci sono le imprese, le famiglie, la storia, la cultura, il paesaggio, la gastronomia e il lavoro di tante persone. Questa edizione ha raccontato tutto questo con grande intensità, aprendosi anche a nuove prospettive e guardando alle grandi opportunità che il futuro ci pone davanti, a partire dalla rotta verso l’America’s Cup Napoli 2027”. Il primo cittadino ha poi voluto rivolgere un ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita della manifestazione. “Desidero ringraziare, prima di tutto, le nostre aziende vitivinicole, che sono il cuore e le protagoniste di Vinestate. A loro va la nostra gratitudine per il lavoro quotidiano che svolgono e per la capacità di rappresentare, attraverso le loro produzioni, il nome di Torrecuso anche oltre i confini del nostro territorio. Un ringraziamento sentito va al Comitato Vinestate, a tutte le associazioni coinvolte, agli enti e alle istituzioni, agli operatori, agli artisti, agli ospiti, ai relatori, agli espositori, agli chef, agli sponsor, agli organi di informaizoni che hanno ‘raccontato’ Vinestate e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo importante appuntamento. Ringrazio inoltre tutte le forze dell’ordine e quanti hanno lavorato, spesso dietro le quinte, per garantire l’organizzazione, l’accoglienza e la sicurezza della manifestazione. Un grazie speciale – conclude il sindaco Angelino Iannella – va ai cittadini di Torrecuso, che anche quest’anno hanno accolto Vinestate con entusiasmo e partecipazione, e naturalmente ai tantissimi visitatori che hanno scelto di trascorrere con noi queste giornate. Vinestate è una festa della comunità e il risultato raggiunto è il risultato del lavoro di tutti. È questa collaborazione, questa capacità di fare squadra e di credere nel nostro territorio che ci permette di guardare avanti con fiducia e di continuare a costruire, insieme, il futuro di Torrecuso e delle sue eccellenze”. Si chiude così la 51esima edizione di Vinestate, con il calore di quattro giornate intense e con la consapevolezza di aver rafforzato ancora una volta il legame tra il vino e il territorio. L’appuntamento guarda già al futuro, con l’obiettivo di consolidare il percorso avviato e continuare a far crescere una manifestazione che, dopo cinquantuno edizioni, conserva intatta la propria identità ma sa rinnovarsi, accogliere nuove sfide e immaginare nuove rotte. Perché a Torrecuso il vino continua a essere molto più di un prodotto: è cultura, lavoro, memoria, accoglienza e futuro.

(di Gianluca Roselli – ilfattoquotidiano.it) – L’applauso arriva generoso e convinto, quando quasi alle otto di sera Sigfrido Ranucci sale sul palco di Visionaria 2026, festival nel quartiere romano della Garbatella. Dove l’ex conduttore di Report è nato e cresciuto. “Devo tanto a questo quartiere e alla sua gente. La Garbatella mi ha insegnato ad essere ‘garbato’, ma fermo”, esordisce il giornalista. È la sua prima uscita pubblica a Roma, dopo la rimozione alla conduzione di Report. Sta portando il suo ultimo libro – Il ritorno della casta – in giro per il Paese e ovunque viene accolto da migliaia di persone. E un migliaio sono pure alla Villetta Social Lab, luogo iconico della sinistra romana e del rione: in platea anche l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio e il presidente del Municipio Amedeo Ciaccheri. Ranucci parte subito sul suo tema forte. “Non hanno paura che io mi candidi in politica, ma temono invece che sia il conduttore di Report. Questo racconta quanto è importante la libertà di stampa e quanto sia in pericolo nel nostro Paese. Questo governo sta facendo di tutto per limitarla, semmai sono per la libertà di manipolazione…”, dice. “Candidarmi? Non ci penso. Poi se proprio mi cacciano dalla Rai…”, aggiunge sorridendo a chi glielo chiede. Lo dice a mo’ di battuta, anche se è solo di due giorni fa un sondaggio di Swg: il 7% degli intervistati giudica positivamente un suo impegno politico. “È stata una sorpresa, visto che non ho annunciato alcuna candidatura e non sto facendo campagna elettorale…”, il suo commento.
È la prima volta a Roma da ex conduttore di Report, dicevamo, e le persone lo fermano, lo abbracciano, vogliono manifestargli solidarietà, dirgli una parola di incoraggiamento e farsi un selfie. Parla di informazione libera, Ranucci, che è “un diritto delle persone e un valore imprescindibile della democrazia”. Poi attacca i social, parla della tecno-destra, delle big tech e del loro grado di manipolazione mondiale, in tutti i Paesi, compresa l’Italia. Racconta episodi su Peter Thiel, Jeff Bezos, Elon Musk. Non attacca direttamente la Rai, nei cui confronti mantiene una buona dose di diplomazia. Ma ogni sua parola sulla riduzione della libertà di stampa e sulle pressioni del governo fanno pensare a Viale Mazzini. “Sigfrido, tra un anno dove ti troveremo?”, chiede la conduttrice. “Sempre qui, in mezzo alle persone, tra di voi. Specialmente dalla parte dei più deboli, degli indifesi, dei disabili e di chi sta in carcere…”, risponde il giornalista. A qualche malizioso viene in mente un carcerato che lui ben conosce: Valter Lavitola. Che due giorni fa ha fornito l’ennesima versione sull’attentato. “Io devo giustificare le mie frequentazioni? A me una bomba sotto casa l’hanno messa. Però chi nella maggioranza ha frequentato mafiosi, criminali di vario genere e anche terroristi neri con sentenze passate in giudicato non deve giustificare nulla? Per loro va bene tutto?”, attacca il giornalista. “Meloni dice di temere che mi abbiano reso un martire, ma non le importa nulla del fatto che mi abbiano ucciso pubblicamente, questo è il suo concetto di democrazia…” Ancora applausi. Domenica sarà alla Versiliana, alla festa del Fatto Quotidiano.
Assemblea del Pd a ottobre per prolungare il mandato della segretaria. In cambio il partito vuole un direttorio sulle candidature: la durata qui si paga in seggi. Si affaccia l’ombra di Gori

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Sono democratici o caporali? Il Pd chiederà una contropartita per allungare la longevità di Elly Schlein. Esiste un passaggio strettissimo che Schlein, con calcolo, ha trascurato, e che rischia di costarle caro. Il 12 settembre il suo mandato da segreteria scade e il congresso, per statuto, si indice in automatico. Il 13, a Reggio Emilia, alla Festa dell’Unità, Schlein sarà costretta ad annunciare la convocazione di un’assemblea nazionale a ottobre (si parla del 10). Non è una proroghetta, per nulla. I dirigenti, in cambio del loro voto, puntano a un direttorio sulle candidature. La durata qui si paga in seggi.
Attenti, il Congresso del Pd non è meno importante delle primarie di coalizione e non è meno importante del malessere di Conte. Non è meno importante della ricerca di un terzo uomo per sfidare Meloni perché da questo congresso passa l’agibilità di Schlein. I dirigenti che non si fidano, e che cercano la ricandidatura, faranno pesare questa proroga necessaria. E’ chiaro che Schlein debba essere prorogata come segretaria, ma prorogarla per sei mesi è ben diverso dal prorogarla per un anno. Se il voto slitta a fine legislatura, Schlein rimarrebbe segretaria fino all’ottobre 2027. Si può fare tutto, e si farà, con i commi, ma in mezzo ai commi si cela il diavolo. Lo statuto del Pd è composto da 55 articoli. Il congresso a scadenza naturale viene indetto dal presidente, in questo caso Stefano Bonaccini. Non si scappa. Lo statuto recita che entro sei mesi bisogna convocare il congresso. Per permettere lo slittamento occorre una norma transitoria. Come avviene questo passaggio? Si convoca l’Assemblea del Pd, quella stessa assemblea dove già un anno fa, alla chetichella, si provò a inserire il comma della proroga, ma inutilmente. E’ da ben sei mesi che si parla di questo congresso e il primo a sollevare la questione è stato Michele Anzaldi. La scadenza adesso è arrivata e Schlein con calcolo è rimasta in silenzio. Lo ha fatto perché vuole vedere chi oserà sfidarla, chi si permetterà di dire in chiaro che questa modifica non si possa fare. Trascura la natura di un partito che si avvicina alle elezioni e che si ripara dietro questa carta scritta dai padri del Pd, dallo storico Vassallo, una carta rigida, e che nel Pd non si parla in chiaro. Si sussurra. Non solo si deve convocare l’Assemblea ma deve essere in presenza e prima ancora si deve aggiornare la lista dei membri, procedere alle surroghe. Per modificare lo statuto serve la maggioranza assoluta degli aventi diritto. E’ sempre lo stesso statuto che apre strade ignote. Chi lo dice che la segretaria deve essere la sola candidata alle primarie di coalizione? Schlein sta girando l’Italia perché cerca la garanzia che sia lei la candidata alle primarie. A Martina Franca, e lo ha raccontato il Tolkien delle Puglie, Michele De Feudis, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Schlein si è fatta incoronare da Emiliano e Decaro (quel Decaro che aveva cercato l’intesa con Silvia Salis) e che ora dice: “Elly, sei la nostra guida e candidata”.
In teoria, a eventuali primarie di coalizione, il Pd potrebbe esprimere oltre alla candidatura della segretaria anche altre candidature. Il nome che si fa è quello di Giorgio Gori. Schlein può forse impedirlo? Il Pd non è il carrozzone di Vannacci, dove si espelle e si emenda, se la caponata è rimasta sullo stomaco. Il congresso deve farsi e serve anche un notaio e in Assemblea ci deve essere anche un parlamentare che deve farsi promotore: “Chiedo che lo statuto…”. Anche figurativamente ha una sua rilevanza. E’ un passaggio politico autentico e i dirigenti vogliono che venga negoziata così: un direttorio ristretto di capi corrente per gestire le prossime candidature, evitare la notte delle scope nelle liste. Il 13, a Reggio Emilia, la notizia, l’atteso acquisto dell’Unità, può trasformarsi in quest’assemblea, uno scambio, l’adagio sbardelliano: “A Elly, che t’è serve”.

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] La delusione di aver letto anche domenica l’editoriale di Ezio Mauro – che non si è trasformato in dottor Jekyll, ma è rimasto mister Hyde come tutta la settimana – a proposito dei valori della democrazia salvati dall’Europa con la guerra contro la Russia, mi spinge a tornare su argomenti ostici per i cantori del “liberal order”.
Due immobiliaristi statunitensi fanno la spola tra Washington, Mosca e Kiev per dare inizio a un dialogo sulle possibilità di mediazione. Due imprenditori, legati da amicizia e parentela con il famigerato presidente Trump, danno uno schiaffo morale alla diplomazia europea, sepolta negli uffici a contemplare, sudata e sgomenta, le veline dell’intelligence se non gli editoriali di Mauro-mister Hyde. Intanto dopo 5 anni di guerra, secondo le agenzie ucraine, vi sono un milione di vittime, cifre non chiare di feriti e amputati, la distruzione delle infrastrutture militari, energetiche, logistiche e civili, la perdita di un terzo se non di metà della popolazione ucraina. Crimini certamente a opera dei russi, in una escalation fortemente voluta dall’Europa “democratica”, allineata a un progetto neoconservatore Usa che risale al 1997, di erosione del potere russo attraverso il buco nero dell’Ucraina.
[…]
Quali probabilità di riuscita presenta la missione degli immobiliaristi Kushner e Witkoff? Julian Assange, detenuto politico dell’Occidente “democratico”, poi liberato sotto condizione di rinunciare al progetto Wikileaks, aveva spiegato nel 2011 che le guerre occidentali non avevano veri e propri obiettivi strategici in quanto erano in sé stesse e nella propria autoalimentazione lo strumento per riciclare il denaro dei contribuenti nelle industrie di guerra e nelle élite transnazionali. In Ucraina come in Medio Oriente siamo in presenza di guerre di attrito che lo “Stato profondo” statunitense vuole continuare.
La missione di Kushner e Witkoff serve in un momento pre-elettorale a una narrativa favorevole al Trump, anomalia isolazionista, che resta sotto ricatto delle lobby della finanza, delle armi e di Israele. La Russia non rinuncerà ad alcuni obiettivi esistenziali, che si riducono all’annullamento della minaccia della Nato attraverso lo stato fantoccio e militarizzato dell’Ucraina: territorio del Donbass, zona smilitarizzata garantita da truppe internazionali, neutralità, Odessa. Una mediazione potrebbe esserci se l’Europa rinunciasse ai suoi propositi militaristi e ammettesse il fallimento della strategia che ha perseguito lo smembramento della Federazione russa e l’accaparramento delle materie prime e risorse energetiche al fine di dare ossigeno al capitale finanziario. Sarebbe necessario abbandonare la postura bellicistica del nuovo fascismo (ma Monti è rimasto al 1945?), revocare le sanzioni e tornare a negoziati su una architettura di sicurezza in Europa.
Le élite hanno capito che l’Ucraina non potrà riconquistare i territori perduti, ma considerano che il sacrificio umano possa ancora continuare. Oltre agli uomini l’intenzione è di arruolare anche le donne al fronte, perché alcuni obiettivi tattici devono essere consolidati: la distruzione dell’economia tedesca ed europea, il suo vassallaggio e la fine di ogni autonomia strategica. Mi aspetto un editoriale di mister Hyde su come Kiev sia democratica perché rispetta negli eserciti l’uguaglianza di genere; e uno di Monti su come l’Europa antifascista, in un bagno di sangue, riscoprirà la propria unità, la difesa in un unico esercito e il voto a maggioranza. Peccato che il 5% del Pil serva a comprare armi statunitensi e che nell’attuale Europa delle Patrie la difesa comune e il voto a maggioranza siano finalizzati solo a farne il braccio armato europeo della Nato, perseguendo gli interessi del dollaro e non dei popoli europei.
[…]
Siamo in cattiva compagnia. I movimenti di destra estrema, filosionisti, che utilizzano gli immigrati come capro espiatorio, razzisti, si oppongono oggi alla guerra in Ucraina. E hanno raccolto il malcontento popolare creato da austerità, neoliberismo, propaganda atlantista e wokismo. Le due destre al potere (la maggioranza Ursula) ne sono ugualmente responsabili.
Non sottovaluterei le tendenze verso l’autoritarismo europeo: il “cordone sanitario” contro il dissenso di estrema destra e di sinistra, quella vera. In Italia esse sono rappresentate da personaggi (non riusciamo a prenderli sul serio) come Picierno e Calenda, che vogliono salvare la democrazia mandando nei gulag i dissenzienti, in primis Angelo d’Orsi, la sottoscritta e il Fatto quotidiano. Il liberalismo, nei momenti di rischio di sconfitta, è spesso ricorso alla violenza autocratica. Hitler è stato sostenuto dai grandi gruppi industriali e dai liberali. Non dimentichiamolo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – «Nessun dogma, nessuna religione è superiore alle leggi della Repubblica»: così la ministra per la Parità del governo francese, Aurore Bergé, ha commentato il penoso cedimento dei gestori della Tour Eiffel alla richiesta di una delegazione indù che, visitando la torre, ha preteso di non avere contatti con personale femminile, ed è stata incredibilmente accontentata. Il personale della torre è sceso in sciopero per protesta, incontrando un vasto e giustificato consenso politico.
È una notizia che ne contiene due. La prima è che non esiste un monopolio dell’Islam, nella misoginia: anche altre religioni, altre credenze, temono la parità di genere come il demonio.
La seconda è che l’unico rimedio, non solo politicamente parlando, anche tecnicamente, è la République: ovvero un insieme di regole di convivenza e di rispetto reciproco che trascende, con la forza delle sue convinzioni liberali e ugualitarie, le singole credenze religiose e ideologiche. Puoi essere cristiano, musulmano, agnostico, ateo, pastafariano, quello che ti pare: ma non puoi permetterti di imporre la tua morale e i tuoi tabù alla società intera.
La società (e la Repubblica che la rappresenta) è molto di più delle sue singole componenti. È, per definizione, plurale e dunque obbligata alla tolleranza: intollerante, per necessità, solo con gli intolleranti. Non solo gli indù: chiunque pretenda che la propria religione costringa altri a piegarsi alle sue regole. Vale anche per il crocifisso nelle scuole e nei locali pubblici.
Varianti e aumento prezzi pari al 70% dei contratti. L’ad Salini scrive al governo: “Intervenga o i cantieri a rischio”

(di Carlo Di Foggia e Andrea Moizo – ilfattoquotidiano.it) – Due settimane fa Matteo Salvini ha lanciato un appello accorato per uno scostamento di bilancio. “Servono 20 miliardi”, ha detto il ministro delle Infrastrutture parlando di “grandi cantieri a rischio”. Quel che non si sapeva è che la cifra non l’ha quantificata il suo ministero ma il colosso delle costruzioni Webuild in un’allarmata lettera inviata al governo a fine luglio. Sette pagine – riservate e firmate dall’ad Pietro Salini – che prefigurano uno scenario fosco. Salini parla di “situazione non più sostenibile” e chiede al governo di coprire ingenti extra-costi o scatterà “la ridefinizione dei programmi di produzione e dei livelli di attività dei cantieri, la ridefinizione degli impegni verso la filiera dei fornitori e subappaltatori e l’avvio delle procedure (…) per l’accesso agli ammortizzatori sociali”. L’oggetto sono i contratti che Webuild (come azionista di maggioranza dei consorzi di costruzione) ha con Rfi, controllata di Ferrovie dello Stato: 18 grandi opere per un importo di 30 miliardi, dal Terzo Valico di Genova alla Verona-Padova fino alla Palermo-Catania. Appalti – scrive Salini – che stanno causando alla società una “situazione di grave squilibrio economico-finanziario”.
Il cahier de doléances è variegato. Il manager spiega che la società avanza crediti per 800 milioni e soprattutto, da capofila dei consorzi, “riserve” (le varianti che fanno salire i costi degli appalti) per “circa 22 miliardi, di cui 13 per oneri già sostenuti”. Parliamo del 70% del valore dei contratti, una cifra abnorme. Il manager se la prende col meccanismo previsto dal nuovo codice degli appalti che affida ai Collegi consultivi tecnici (Cct) le controversie tra appaltante e appaltatore. Quando il costruttore reclama una variante la pratica finisce a questi organi (dove siedono le due parti e una figura terza) che decidono se ha ragione o no. Per Salini hanno tempi lunghi e “la qualità di alcune determinazioni è tale da non orientare la condotta delle parti”. Cioè, se ne deduce, non accolgono tutte le richieste di Webuild e “il contenzioso si accumula”. Salini si duole anche del fatto che il governo non ha prorogato lo stop all’obbligo di restituire gli anticipi del 30% sugli appalti Pnrr versati da Rfi. La proroga è saltata dal decreto Infrastrutture “in ragione dell’orientamento del ministero dell’Economia”, cioè del ministro leghista Giancarlo Giorgetti.
E veniamo alle soluzioni. Salini vorrebbe che venissero riconosciute riserve per “6-7 miliardi”, semplicemente sulla base del fatto che storicamente le varianti sono riconosciute dai Cct per il 29% degli “importi in discussione (i 22 mld di cui sopra, ndr)”. Altri 10-12 miliardi, invece, riguardano “risorse addizionali necessarie per portare a termine le opere” dovute “alla revisione dei prezzi e alle lavorazioni effettivamente necessarie al completamento” (3 miliardi per il Terzo Valico, altrettanti per la Palermo-Catania e la circonvallazione di Trento, la Vicenza-Padova eccetera). In teoria queste ultime dovrebbero rientrare, almeno in parte, nella posta precedente (le riserve) e invece il manager sembra sommarle.
Per l’uomo che guida l’azienda che dovrebbe costruire il Ponte sullo Stretto, serve realizzare “un’operazione verità che faccia emergere i valori reali dei contratti”. Un suo vecchio cavallo di battaglia: inflazione (“revisione dei prezzi rispetto a prezzari di gara talora molto remoti”) e revisioni progettuali anche per responsabilità dell’appaltatore (“le quantità di lavorazioni che l’avanzamento della progettazione e l’esecuzione hanno reso necessarie”) non devono essere a suo carico. Come dire: i profitti a noi, il rischio d’impresa al committente. Mr Webuild avanza anche proposte legislative: “Adeguamento degli importi”, “estensione dell’anticipo del 10% delle riserve anche ad appalti non Pnrr”, “sospensione del recupero delle anticipazioni”, “copertura economica delle opere per le quali sussiste condivisione in ordine al maggior costo”, “modifiche alla disciplina dei Cct” che consentano “di disporne la decadenza”. Insomma, a Webuild servono questi 20 miliardi, o quantomeno “il fabbisogno di cassa immediato”, 2,1 miliardi, finanziabile “con una rimodulazione che sposti nel tempo opere non in corso”: così “più si lavora, più si aggrava la posizione finanziaria”.
Salini si dice fiducioso “che entro la prima settimana di agosto possano essere assunte le decisioni necessarie” altrimenti si rischiano ripercussioni per la filiera (la lettera ricorda che ci sono “migliaia di imprese” che danno lavoro a “22 mila addetti”). Sarebbe, spiega il manager, “un esito privo di vincitori”. Siamo a settembre, ma Webuild è ferma davanti al bancomat.
A Palazzo Chigi si temono falsi passi alla Camera con il voto segreto. I leader di FI e Lega non riescono a fornire garanzie

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – La tattica scelta da Palazzo Chigi si può condensare in un’espressione: deterrenza. Nelle ultime ore, la partita della legge elettorale è tornata con prepotenza a occupare pensieri e angosce di Giorgia Meloni. La preoccupazione, che ciclicamente si manifesta e che adesso è tornata a superare il livello di guardia, si concentra su un passaggio delicato, forse l’ultimo davvero rimasto lungo il cammino che conduce alla riforma: il voto finale della Camera. Conta segreta, dunque incontrollabile. Bersaglio perfetto dei franchi tiratori. Casus belli ideale per una crisi a quel punto inevitabile.
E dunque, ecco cosa si registra nel cuore della maggioranza. Da qualche giorno, ai vertici dell’esecutivo è giunto un nuovo alert: settori di Forza Italia e della Lega starebbero pianificando un’imboscata. Nessuno dei due vicepremier è in grado di fornire garanzie che non accada. Sulla carta, bastano una trentina di dissidenti. Abbastanza per spingere la presidente del Consiglio a far sapere ai partner di governo che uno scenario del genere avrebbe un solo sbocco: urne immediate. Entro fine gennaio. Stringendo al massimo i tempi per la legge di bilancio. Certo, la gestione della crisi sarebbe di competenza del Colle. Ma i meloniani si dicono convinti che nessuno, neanche nel Pd, accetterebbe anche solo un paio di mesi in più per un esecutivo che traghetti il Paese alle urne.
Ripartiamo dalla deterrenza: la minaccia politica serve proprio a scoraggiare gli alleati tentati dallo strappo. E farlo sapere aiuta a rendere l’eventuale “tradimento” meno probabile. Ma resta un dato incontrollabile: è il panico a guidare le truppe di Antonio Tajani e Matteo Salvini, in queste ore.
Sommovimenti interni ai gruppi fanno tremare azzurri e leghisti. Al Senato, Stefania Craxi continua a consigliare prudenza, ma senza esagerare: lì il voto è palese e nessuno vuole lasciare impronte visibili. A Montecitorio invece, dove la legge dovrà tornare per l’ultimo passaggio, l’esecutivo porrà quasi certamente la questione di fiducia. Ciononostante, resta uno snodo ineludibile: il voto finale. Quello è a scrutinio segreto. E i numeri fotografano l’enorme rischio che corre il centrodestra: FI ha 52 deputati, il Carroccio 57, Noi moderati 8. In tutto, un bacino di 115 parlamentari. A questi vanno aggiunti eventuali franchi tiratori meloniani: di certo quelli preoccupati dalla reintroduzione delle preferenze potrebbero scagliarsi contro la riforma.
Un incubo che da mesi allarma il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami. Da ormai molte settimane ha spiegato, numeri alla mano, tutte le incognite ai massimi dirigenti del partito. Ecco perché, avvertita del rischio, Meloni ha ribadito ai due vicepremier cosa accadrebbe di fronte a una clamorosa bocciatura dell’unica riforma ancora in piedi: crisi immediata, dimissioni e il governo uscente a gestire una legge di bilancio a quel punto da varare in tempi brevissimi. Quindi, urne a fine gennaio.
Un’opzione delicata. E con delle ripercussioni non banali sul futuro dei deputati e senatori in carica, a quel punto costretti a rinunciare alla pensione che maturerebbe infatti soltanto un paio di mesi dopo. Ancora una volta, deterrenza. Da Palazzo Chigi agitano anche un’altra conseguenza possibile: una corsa solitaria di FdI per “punire” gli alleati capaci di affossare la legge elettorale. Quest’ultima arma, però, non sarà in realtà utilizzata. Anche perché nessuno potrebbe mai provare con certezza quale settore dell’emiciclo sia realmente responsabile dell’imboscata. Ci sarà dunque una nuova coalizione con meloniani, azzurri e leghisti, senza Futuro nazionale. Semmai, Meloni farà scontare lo sgarbo agli alleati limitando al massimo i candidati concessi per l’uninominale. Sondaggi alla mano, il 70% di quei nomi sarà espressione di FdI.
Si voterebbe con il Rosatellum, in questo scenario emergenziale. Con un effetto probabile, tra gli altri: l’eventuale vittoria del centrosinistra sarebbe assai più risicata rispetto a quella possibile con un sistema di voto che preveda il premio di maggioranza. Urne ultra-accelerate a fine gennaio, inoltre, metterebbero in crisi il centrosinistra, ancora indietro nel percorso di selezione del candidato premier. Alla fine, da un incidente politico potrebbero anche derivare effetti non del tutto sconvenienti per la presidente del Consiglio.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Come sempre, a ogni elezione persa da lorsignori, stupisce il loro stupore. Sono trent’anni che passano il tempo a sproloquiare di voti moderati, grande centro, Occidente, Europa, Nato, mercati, agenzie di rating e Forum di Cernobbio, poi dalle urne sbucano sempre gli stessi elettori incazzati che li prendono a calci e sputi in faccia. Vinceva Bossi e si stupivano. Vinceva Grillo e si stupivano. Vinceva la Brexit e si stupivano. Vinceva Trump e si stupivano. Renzi perdeva il referendum e si stupivano. Vincevano ora la Le Pen e ora Mélenchon e si stupivano. Avanzavano Vox, Afd, Farage e si stupivano. Rivincevano i 5Stelle e si stupivano. Vinceva Salvini e si stupivano. Vinceva la Meloni e si stupivano. In Islanda vince il No all’Ue e si stupiscono. In Sassonia-Anhalt vince l’Afd e si stupiscono. I loro commenti a ogni batosta sono sempre gli stessi. Così come le loro analisi sui flussi elettorali: giovani, operai, autonomi, disoccupati, poveri, ceti medi immiseriti, gente poco istruita. E i loro anatemi: populisti, giustizialisti, sovranisti, putiniani, comunisti, fascisti, nazisti, rossobruni. Vedono tutto, sanno tutto, ma non capiscono niente. Infatti continuano a propinare le stesse ricette bollite e fallite, senza una sillaba di autocritica, come nella frase apocrifa di Einstein: “La follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.
[…]
La Kallas evoca “minacce esterne” (i soliti russi che truccano tutte le elezioni). Il polacco Tusk straparla di “idioti e traditori”. La capogruppo macroniana in Ue invoca “alleanze al centro” (gnamm). Prodi sogna un fronte comune con Forza Italia “che “in teoria è davvero un partito europeista” (ciao, core). Bersani, che pure ha antenne molto più dritte, reclama “lo Ius soli” (auguri). Gori chiede di “riflettere sul sondaggio di Cernobbio” pro Meloni (quindi il Pd non è ancora abbastanza asservito ai padroni). Folli invita la Meloni a sposare finalmente l’“europeismo” (cioè a darsi l’estrema unzione da sola). Galli della Loggia vaneggia di una “cultura liberale che non si vergogna di difendere il passato occidentale” (qualunque cosa siano). La Urbinati lacrima perché “il cordone sanitario (la legislazione contro la ricostituzione dei partiti totalitari) resta impotente” (giusto: aboliamo i partiti dopo che hanno vinto). Poi, per l’angolo del buonumore, c’è Calenda: “I voti all’AfD sono colpa del Green deal” e della “sinistra corresponsabile della crisi della società occidentale”, ma adesso non ce n’è più per nessuno perché arriva Carletto, che ricostruirà “il centro europeista per fermare il bipolarismo” con la sola forza del pensiero, farà “un tavolo su energia e interferenze straniere” e pure “una grande battaglia per l’Europa sperando in un forte risveglio civico”. Ma soprattutto nel rigor mortis.
Al Nazareno si contano i giorni con la calcolatrice alla mano, altro che agenda politica: il countdown è già partito, e a scandire il tempo non è un sondaggio ma lo statuto del Pd

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Al Nazareno si contano i giorni con la calcolatrice alla mano, altro che agenda politica: il countdown è già partito, e a scandire il tempo non è un sondaggio ma lo statuto del Pd. Il 12 marzo 2027 scade il mandato di Elly Schlein, e da quella data, a ritroso, si arriva dritti a un altro appuntamento scomodo: la convocazione dell’assemblea nazionale, che per regolamento va fissata sei mesi prima. Tradotto: la vera scadenza è metà settembre, altro che 2027.
Tra i dissidenti interni circola un pensiero neanche troppo sottotraccia: la vera partita non è il campo largo, ma chi guiderà il Pd al prossimo giro. C’è chi calcola i tempi con la pazienza di un notaio e chi, invece, preme perché la segretaria faccia un passo indietro prima ancora di arrivare al redde rationem congressuale. La pressione, raccontano dal partito, non è ancora pubblica, ma si sente eccome.
L’ipotesi di prendere tempo con una norma interna, quella secondo cui nell’anno delle elezioni politiche il congresso si celebra dopo il voto, era circolata come soluzione elegante. Peccato che il conto non torni: significherebbe lasciare Schlein in regime di prorogatio per oltre un anno, uno strappo statutario che nessuno, nemmeno i più fedelissimi, sarebbe disposto a firmare. E allora la domanda che rimbalza tra i piani del partito è una sola: che si fa?
Il tutto arriva proprio nei giorni in cui torna caldo il tema della leadership del campo largo: se il congresso dem si intreccia con la corsa a Palazzo Chigi, ogni settimana di ritardo pesa come un macigno sulle strategie di alleanza. Ecco perché, sussurrano i bene informati, la partita del calendario non è affatto tecnica, è già scontro politico a tutti gli effetti, con il tesseramento pronto a certificare i nuovi rapporti di forza dentro il partito.
Da qui a metà settembre, quindi, ogni riunione di segreteria diventa un piccolo psicodramma: chi vuole blindare Schlein fino al voto, chi lavora sottotraccia per anticipare i tempi e chi, più prudente, aspetta di capire da che parte tirerà il vento prima di scoprire le carte.
Nel frattempo, a chi chiede conferme, dal Nazareno rispondono con un sorriso tirato: tutto tranquillo, tutto sotto controllo.

(dagospia.com) – Americà, facce Tarzan! Il conservatorismo yankee in Italia diventa subito roba da Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma”.
Nemmeno il tempo di apparecchiare i tavoli della cena della “Conservative political action conference” (CPAC), a cui partecipano attivisti de’ destra e politici dagli Stati Uniti e da tutto il mondo, che subito ecco deflagrare polemiche e litigi interni.
La cena che si è tenuta domenica 6 settembre doveva rappresentare l’inizio del percorso che dovrebbe portare nel 2027 alla celebrazione dell’evento CPAC vero e proprio.
E così gli italici emuli dell’americano a Roma si assiepano attorno folklorici tavoli dai nomi “Napoli”, “Venezia”, “New York”, “Miami”, manca solo la “Kansas City” tanto cara a Sordi (“Polizia der Kansas City, orait orait, awanagana”).
In compenso ci sono la sorella d’Italia Arianna Meloni, la parlamentare Fdi Sara Kelany, Francesco Giubilei, la leghista Susanna Ceccardi.
Il clima però è teso, anche se la cena è scivolata via in un’atmosfera da cinepattone alla De Sica. Alcuni degli invitati, soprattutto con ruoli di governo o molto esposti, hanno disertato: il ministro Luca Ciriani e Italo Bocchino, molto attesi, pare non abbiano presenziato.
Il motivo è semplice: Trump viene considerato politicamente tossico e la vicinanza anche solo di tavolo al suo mondo vista dalle parti di Palazzo Chigi e di via della Scrofa altamente problematica, specie in questo momento così delicato per Giorgia Meloni.
Il CPAC “italiano” del 2027 viene così considerato come un potenziale intralcio, una fonte di polemiche e di imbarazzi nell’anno delle elezioni. Nonostante sia nato per ricucire i rapporti transatlantici, complice la situazione politica italiana interna, l’effetto sembra esattamente opposto e FdI, in particolare, si trova costretta a difficili equilibrismi.
L’organizzazione stessa dell’evento non è stata indolore, contraddistinta da litigi tra varie anime del “conservatorismo yankee all’amatriciana” che sembrano riflettere la confusione interna a FdI e nella fiamma magica di Palazzo Chigi. Senza contare l’ombra sempre più ingombrante del generale Vannacci, a cui una parte di America guarda con simpatia.

(dagospia.com) – Trascrizione della puntata di “Bersaglio mobile” del 28 settembre 2011
Marco Travaglio: “Anche se tutto ciò giornalisticamente è molto interessante e questa è la ragione per cui siamo qua, credo che sia io sia i colleghi siamo un tantino imbarazzati dall’intervistare una persona che è latitante, che dovrebbe rispondere innanzitutto alle domande dei magistrati e quindi la prima domanda è per quale motivo, se è tutta una bufala, non corre dai magistrati a chiarire la sua posizione.
[…] Io credo che innanzitutto, prima poi di andare alle questioni degli appalti e alle sue missioni diplomatiche o paradiplomatiche in giro per il mondo, accanto a nostri ministri, sia interessante intanto lumeggiare il suo rapporto con il Presidente del Consiglio.
Nelle sue biografie risulta che lei sia iscritto anni fa alla massoneria, non so poi come sia finita, ma io so che dalla massoneria non si esce, si va al massimo in sonno. So anche che il Presidente del Consiglio anni fa si iscrisse alla massoneria e poi andò in sonno, era la loggia P2, sarebbe interessante sapere qual era o è il suo grado massonico rispetto a quello del Presidente del Consiglio per capire chi dei due sta più in alto.
La seconda cosa che vorrei […] giornalisticamente sapere è quando lei ha saputo che i magistrati di Napoli si stavano interessando di lei, perché il 24 agosto, quando esce lo scoop, chiamiamolo così, di Panorama, quella che i magistrati considerano una fuga di notizie e che Panorama aveva e quindi ha fatto bene a dare, ma che ha anticipato il contenuto della richiesta di arresto nei confronti suoi di Tarantini e della moglie, lo stesso giorno il Presidente del Consiglio e lei parlate al telefono.
Come abbiamo visto prima, e il Presidente del Consiglio evidentemente già informato di quello che stava per succedere, le suggeriva di restarsene all’estero e quindi non solo quando lei ha saputo che i magistrati di Napoli la volevano acchiappare, ma anche quando poi da Sofia, dove mi pare si trovasse o comunque in Bulgaria, durante quella telefonata, lei ha preso l’aereo per andare a Panama, perché nel momento in cui poi scatta il mandato di cattura, lei da turista in vacanza, come dice Berlusconi, diventa latitante.
E poi che cosa voleva dire, se posso ancora chiederglielo in questa prima fase, in quella telefonata con Tarantini, dove vi mettevate d’accordo per spillare il maggior quantitativo di denaro possibile al Presidente del Consiglio e Tarantini aveva una strategia aggressiva, diceva adesso vado là, mi metto lì, gli porto via i milioni e lei invece gli suggeriva una strategia un po’ più melliflua. D
Diceva di prenderlo un po’ più morbido, ma comunque precisava, lo dobbiamo mettere con le spalle al muro, alle corde e in ginocchio. Io credo che se lei non avesse detto quelle cose a Tarantini, alla Procura di Napoli non sarebbe mica venuto in mente che stavate cercando di ricattare Berlusconi per spillargli dei soldi.
Certo che se si sente dire da Tarantini che ci sono a Bari delle telefonate devastanti che è meglio che non escano e dall’altro lato che voi dovete mettere in ginocchio, alle corde, spalle al muro, il Presidente del Consiglio per tirar su un bel po’ di soldi, i magistrati che sono un po’ così, un po’ come noi, che quando leggono una cosa la capiscono e allora si fanno l’idea che ci fosse un ricatto. Quindi che voleva dire in alternativa a quello che tutto il mondo ha capito leggendo e ascoltando quella telefonata?
Valter Lavitola: Iniziamo dalla fine, come diceva un mio amico, non so se Travaglio ha letto l’ordinanza del Tribunale del Riesame, vado a memoria, avevo un appunto qui sopra, ma non lo trovo, c’è un sacco di carte, l’ordinanza del Tribunale del Riesame comunque dice che queste frasi, tenere sulla corda, mettere in ginocchio, tenerlo con le spalle al muro, eccetera, eccetera…
Leggo il testo dell’ordinanza, copio Travaglio, anche se ovviamente con nessuna ambizione di riuscirci ad imitarlo. Bene metterlo con le spalle all’ordinanza si può riferire in buona sostanza all’ordinanza cautelare, su una serie di espressioni quali metterlo con le spalle al muro, in ginocchio, andargli addosso, tenerlo sulla corda, tenerlo sotto pressione, ritenute indicative della volontà degli odierni indagati di sfruttare al massimo la posizione di forza nella quale il Tarantini in quel momento si trovava e di utilizzare le imminenti scelte processuali cui questi era chiamato, quale arma di ricatto.
A ben vedere tuttavia le suddette espressioni che, estrapolate dal tenore complessivo dei dialoghi intercettati, potrebbero risultare idonee a configurare, soprattutto tenendo conto delle rispettive posizioni delle parti, la realizzazione di una condotta estorsiva, virgola, ma se calate nel contesto delle conversazioni, ripeto, ma se calate nel contesto delle conversazioni captate,e valutate alla luce della complessa natura dei rapporti tra i soggetti coinvolti e delle rispettive personalità, Ivi compresa quella del Lavitola, offrono invece un panorama del tutto diverso. Questa è l’ordinanza del Tribunale di Riesame a pagina 20 e 21 che voi potrete sicuramente o che avrete sicuramente visto. Questo è il motivo per il quale è fatta un’ordinanza
Travaglio: Ma io voleva sapere che voleva dire lei
Lavitola: Che cosa volevo dire con queste frasi? Allora guarda, gliele dico una per una, quando parlo di tenerlo con le spalle al muro, va inquadrata la questione, va tenuto presente che i Tarantini, che non sono i mostri che sono stati disegnati, a mio avviso, sono dei ragazzi viziati, sperperoni e che non avevano il senso della realtà, come emerge da molte intercettazioni e da molti discorsi che facevo con loro, essendo io erroneamente convinto, tra l’altro, che queste telefonate su utenze estere non potessero essere intercettate, quindi quantomai spontanee, come dice la stessa Procura, e quindi siccome però questi due erano nei miei confronti pressanti in un modo esasperante, basterebbe leggere, se lo volete lo facciamo, alcune delle intercettazioni, ma credo voi le abbiate fatte…
Le loro principali ossessioni erano tre, così introduciamo uno degli argomenti che farà curiosità. La prima in assoluto: vedere il Presidente del Consiglio in più occasioni possibili, poi se mi chiederete il perché ve lo dico, così che andiamo.
La seconda, riuscire a far sì che un loro amico, un imprenditore, a mio avviso pulito, che ho visto una volta, anzi due volte, potesse concretizzare l’ottenimento di un lavoro con una delle società in qualche modo collegate a Leni, non so bene neanche di quale si trattasse, la terza cosa ovviamente era la necessità di avere soldi per le esigenze più disparate.
Nell’ambito di questa cosa, in questo caso in cui parlavo di metterlo con le spalle al muro, io se non ricordo male dicevo a Nicla Tarantini: guarda vedrai che questa storia finirà che se non si fa io lo dovrò mettere con le spalle al muro in senso metaforico e dirgli che se non si fa questa cosa e loro si mettono, loro dicevo i Tarantini, si mettono a fare storie, mi si creano problemi anche a me, perché io li sto aiutando senza avere nessun vantaggio, ci manca solo che me li faccio nemici.
Volete che vi spiego le 4 fasi incriminate, perché Travaglio ha detto una cosa intelligentissima come da suo pari, anche se non è il mio idolo, però rispetto a questo, lui ha detto se non ci fossero state queste frasi non saresti stato indagato, non ci sarebbe stata l’indagine per estorsione, quindi se volete vi spiego le altre.
In ginocchio, io mi riferivo, ed è palese nella intercettazione stessa, la frase era rivolta agli avvocati, te lo devono chiedere in ginocchio, peraltro questa è l’unica delle 5 frasi incriminate, 1200 pagine di atti che si riferisce al patteggiamento.
L’unica soluzione che avevo per smontarlo Tarantini, che si era fissato a magnificare questa storia del patteggiamento come elemento per dimostrare che lui era una persona seria e che non voleva strumentalizzare niente, perché di questo stiamo parlando, se voi inquadrate trovate il personaggio Tarantini come un grande furbastro….
Travaglio: Non voleva far uscire la intercettazione di Bari, che definiva devastanti per il Premier?
Lavitola: Esattamente, ma per questo vi sto dicendo, basterebbe inquadrare il personaggio Tarantini per quello che è, tutto sommato uno scapestrato, ma non è un criminale che è stato fatto, è anche un po’ fesso, come lui stesso dice che io lo ritenevo, per capire che chiunque sapeva che in quel procedimento c’erano altri 7 indagati.
Mentana: Massoneria…
Lavitola: Massoneria, bene sì, quando avevo 18 anni o 19 se non sbaglio, quindi purtroppo per me sono passati moltissimi anni, mi sono iscritto alla massoneria in una loggia di Roma che se non ricordo male si chiamasse Arete, non mi aspettavo questa domanda sinceramente, in quanto leggendo in quel periodo, leggevo moltissimo, mi affascinò una roba, un libro sui Rosa Croce che ancora ho a casa e ritenni che una delle pochissime occasioni di approfondimento culturale e di apprendimento a star zitti fosse quella della massoneria e mi iscrissi alla massoneria.
Credo sono stato, forse perché anche in quel caso non ero granché capace, sono stato apprendista per quasi due anni, perché ve lo spiego, ci sono tre gradi in massoneria, poi gli altri purtroppo non li conosco, c’è l’apprendista, c’è il compagno e c’è il fratello, quando sei apprendista non puoi parlare quando sei in loggia e io invece che sono sempre stato un gran chiacchierone volevo parlare.
Mentana: Di che anno è?
Lavitola: Di che anno sono? 1966
Mentana: quindi nell’84?
Lavitola: Io volevo parlare sempre e ogni tanto, sì 85, 86, 84, guarda non ricordo bene sinceramente, comunque in quegli anni lì, a distanza di 25 anni sfido chiunque a ricordarsi l’anno preciso e in quella occasione, dopo che per una serie di vicende che non mi va di… anzi lo dico, la mia famiglia aveva avuto dei gravissimi problemi finanziari, gli altri componenti della loggia sostennero per circa un anno la mia quota di versamento, dopodiché non essendo io in grado purtroppo di pagarla, mi assonnai. Rispetto al grado che ho avuto è questo purtroppo, il grado più basso, rispetto al grado che ha Berlusconi, da quanto mi risulta zero, se lui fosse massone credo che si saprebbe, se poi esistono cose misteriose, logge segrete o affari del genere, magari quelli più bravi di me sono i giornalisti del “Fatto” che lo scoprono e ce lo dicono e così lo sappiamo.
Il presidente degli Emirati arabi uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed, avrebbe avvisato personalmente il premier israeliano Benjamin Netanyahu che Hamas stava preparando un attacco, dieci giorni prima del 7 ottobre 2023. Netanyahu, però, avrebbe ignorato l’allarme e non l’avrebbe riferito a esercito e intelligence israeliani. Lo riporta un’inchiesta del giornale israeliano Haaretz, che lo stesso Netanyahu ha smentito.

(di Luca Pons -fanpage.it) – Emergono nuove ombre su Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che il 27 ottobre affronterà nuove elezioni nel suo Paese. Un’inchiesta pubblicata da Haaretz, quotidiano israeliano, ha rivelato che il primo ministro sarebbe stato avvisato degli attacchi del 7 ottobre con circa dieci giorni di anticipo. Sarebbe stato il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed, ad avvisarlo in una telefonata personale che Hamas stava preparando un attacco di proporzioni inedite. Netanyahu, però, l’avrebbe rassicurato che la situazione era sotto controllo e non avrebbe riportato la telefonata ai vertici dell’esercito né dei servizi segreti.
L’accusa è pesante, a un mese e mezzo dall’appuntamento alle urne. La gestione del 7 ottobre e i successivi massacri nella Striscia di Gaza sono diventati l’elemento centrale dell’operato di Netanyahu negli ultimi tre anni. Il primo ministro è stato contestato in passato per il modo in cui il suo governo si è mosso in occasione dell’attacco di Hamas, ma questa è la prima volta in cui si parla di un avvertimento diretto ricevuto da Netanyahu e tenuto nascosto ai vertici della Difesa. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, l’ufficio del premier israeliano ha detto che si tratta di una “assoluta menzogna”.
La telefonata dello sceicco e il silenzio di Netanyahu
La telefonata sarebbe arrivata dallo sceicco Mohamed bin Zayed, presidente degli Emirati arabi uniti, dieci giorni prima dell’attacco. In quei giorni, la situazione era critica e bin Zayed aveva avuto da fonti di Hamas la conferma che Yahya Sinwar, il leader del movimento, stava preparando un attacco diretto e su ampia scala. Bin Zayed e Netanyahu avrebbero parlato per 45 minuti.
L’emiratino avrebbe avvisato l’israeliano che l’operazione di Hamas avrebbe potuto destabilizzare tutta la regione. Un consulente di bin Zayed ha rivelato al quotidiano: “L’emiro spiegò che Israele doveva prepararsi e consigliò di trovare una soluzione economica per la Striscia e calmare la Cisgiordania per evitare un’escalation”. Netanyahu, però, avrebbe risposto con una certa calma, dicendo che su Gaza non c’era da preoccuparsi e che Israele si sarebbe concentrato sulla Cisgiordania.
Non solo: il primo ministro non avrebbe poi informato nessuno della telefonata. Non i vertici dello Shin Bet e del Mossad (i servizi di intelligence), né quelli dell’IDF (l’esercito). Nonostante in quei giorni fossero arrivati altri segnali preoccupanti da Hamas e anche a inizio ottobre ci fossero state delle riunioni tese, Netanyahu avrebbe tenuto per sé la chiamata dello sceicco emiratino.
I negoziati segreti con Hamas da inizio 2023
Il contesto in cui quella telefonata arrivò è importante. Haaretz lo ha ricostruito. Già da inizio 2023, quando il sesto governo di Netanyahu si era insediato da pochi mesi, erano iniziati dei contatti segreti tra Hamas e Israele. Inizialmente c’era ottimismo: nel giro di alcuni mesi sembrava che sulle questioni economiche l’accordo fosse vicino. Mancava solo quello sul rilascio di ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi.
A fine agosto, anche su questo si era trovato un compromesso. Serviva il via libera formale della commissione ministeriale per gli ostaggi; questo avrebbe significato anche rendere noto al pubblico l’accordo. A quel punto, Netanyahu iniziò a prendere tempo e a rimandare, di settimana in settimana, la convocazione della commissione.
Nel frattempo, l’instabilità in Israele era aumentata. Oltre alle proteste di Gaza e agli attacchi in Cisgiordania, c’erano le mobilitazioni di massa contro la riforma della giustizia varata dal governo. Che sia stato per le esitazioni di Netanyahu o per la possibilità di colpire Israele, di fatto a inizio settembre Yahya Sinwar fermò tutte le comunicazioni per i negoziati. Aveva deciso che l’accordo non era più una strada percorribile e che era il momento di mettere in atto l’operazione militare preparata da anni. Prima, però, lanciò un ultimo avvertimento.
L’avvertimento di Sinwar: “Preparo un terremoto”
Stando a quanto ricostruito, Sinwar incontrò a settembre 2023 uno degli ufficiali di Fatah (organizzazione politica e paramilitare palestinese) che aveva partecipato ai negoziati perché in buoni rapporti con lo Shin Bet. Gli disse di far sapere agli israeliani che, se l’accordo non fosse andato avanti, ci sarebbe stata una “grande sorpresa”, uno “zilzal”, ovvero un “terremoto”. L’ufficiale condivise questa informazione con un suo amico intimo, un palestinese che aveva emigrato da Gaza ad Abu Dhabi e che ora era consulente dello sceicco bin Zayed.
Per qualche giorno, non avendo ulteriori conferme, lo sceicco rimase in attesa. Poi l’ufficiale di Fatah incontrò nuovamente Sinwar, a metà settembre. “Dì agli israeliani che sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario”. E nuovamente usò la parola “zilzal”, considerata sostanzialmente come un modo per indicare “guerra”.
Ancora una volta la conversazione arrivò a bin Zayed, e anche a Israele. Il 15 settembre, l’ufficiale di Fatah avvisò lo Shin Bet. Da questo allarme venne una riunione urgente dei vertici militari e di intelligence israeliani, con Netanyahu presente. In quell’incontro non si prese alcuna decisione operativa, anche perché non era chiaro quale fosse la minaccia. Netanyahu rinviò tutte le proposte, chiedendo di “formulare dei piani” e che poi lui li avrebbe valutati.
Vedendo che Israele non reagiva, lo sceicco bin Zayed si mosse in prima persona. Rompendo con la prassi diplomatica, che prevedeva un passaggio tramite l’ambasciata emiratina, telefonò direttamente a Netanyahu. Alla fine di settembre, i due parlarono per 45 minuti, secondo quanto raccontato da Haaretz.
Come detto, però, il premier israeliano non considerò quell’avvertimento urgente. Non ne diede notizia ai suoi ufficiali e continuò a rinviare le proposte per prevenire un eventuale attacco di Hamas. Alcuni esponenti dell’intelligence israeliana, mantenendo l’anonimato, hanno confermato che se avessero saputo della telefonata dello sceicco, in quei giorni, forse avrebbero avuto più elementi per comprendere l’emergenza e individuare il tipo di minaccia.
Ma così non fu. Circa dieci giorni dopo, il 7 ottobre, l’attacco di Hamas scattò alle 6.29 di mattina. Il governo non si sarebbe riunito fino all 14.45. Nei giorni successivi, Netanyahu avrebbe ignorato tutte le proposte di liberazione degli ostaggi civili (under 18 e over 50) arrivate da Hamas. Inizialmente, l’organizzazione aveva proposto di liberarli tutti (mantenendo i militari e i civili in età da servizio militare) in cambio della nomina di un mediatore in tempi rapidi, per iniziare a trattare sulle altre questioni. Ma il governo di Netanyahu decise di tirare dritto, iniziando i massacri indiscriminati nella Striscia. Ci sarebbero voluti oltre due anni per completare la liberazione degli ostaggi, con la morte – secondo la maggior parte delle stime – di circa 70mila civili a Gaza.