Se l’autorità allontana migliaia di persone contro la loro volontà, il termine giusto è deportazione

(GIANRICO CAROFIGLIO – lastampa.it) – Le parole non sono mai neutre, mai innocenti: possono descrivere la realtà, o mascherarla; far progredire la convivenza o trasformare il mondo in un posto peggiore. La politica lo sa da sempre: cambiare il nome delle cose è uno dei modi più efficaci per cambiare il modo in cui le percepiamo. Nel bene e soprattutto nel male. Per questo, quando il dibattito pubblico si concentra sulle parole anche con interpretazioni capziose, conviene fermarci e chiederci di cosa stiamo effettivamente discutendo.
Prendiamo il termine deportazione. Da qualche tempo alcuni esponenti dell’estrema destra sostengono che sia sbagliato usarlo per indicare il trasferimento coatto di immigrati nei loro Paesi d’origine: la deportazione, affermano, sarebbe altra cosa, perché significherebbe portare qualcuno in un luogo diverso da quello da cui proviene; se invece lo si riporta nel Paese di origine, bisognerebbe parlare di “remigrazione” . L’obiezione ha una sua insidiosa suggestività, ma non regge.
La parola deriva dal latino deportare: de– indica l’allontanamento, portare il trasporto. Portare via, appunto. Nel diritto romano la deportatio era una pena che consisteva nell’allontanamento forzato disposto dall’autorità, e il punto decisivo non era mai dove si veniva mandati, bensì il fatto di esservi mandati contro la propria volontà. È rimasto così fino a oggi: i dizionari definiscono la deportazione come il trasferimento forzato di persone disposto da un’autorità, e l’elemento essenziale resta la costrizione, non la destinazione.
Sostenere il contrario significa confondere ciò che è essenziale con ciò che è accessorio, un po’ come pretendere che un omicidio commesso con un coltello appartenga a una categoria diversa da un omicidio commesso con una pistola: cambia lo strumento, non la natura del fatto. Se un’autorità costringe migliaia di persone a salire su autobus, treni o aerei e le allontana contro la loro volontà, è quel trasferimento coatto a definire l’atto; che le persone vengano condotte in un campo, in un Paese terzo o nel loro Paese d’origine cambia la destinazione geografica, non la natura dell’operazione.
Del resto, la storia non ha mai usato un criterio diverso. Dopo la Seconda guerra mondiale milioni di tedeschi furono costrette a lasciare i territori dell’Europa orientale per raggiungere la Germania, e gli storici parlano di deportazioni e di espulsioni di massa non perché quelle persone fossero condotte in un luogo a loro estraneo (era la loro patria), ma perché vi furono costrette.
Remigrazione e deportazione, del resto, non sono nemmeno termini alternativi: appartengono a piani diversi. Remigrazione è una parola politica, che indica un obiettivo – ridurre drasticamente la presenza di immigrati riportandoli nei Paesi di provenienza – ma non dice nulla sul modo in cui quell’obiettivo dovrebbe essere raggiunto. Il mezzo può essere il rimpatrio volontario, oppure l’espulsione individuale decisa caso per caso nel rispetto delle garanzie di legge; ma può anche essere il trasferimento coercitivo e generalizzato di intere categorie di persone. Se il mezzo è quest’ultimo, chiamarlo remigrazione non elimina il problema: lo nasconde, come parlare di “pacificazione” per indicare un’occupazione militare. La parola descrive il fine dichiarato, non ciò che concretamente accade.
Non è difficile capire perché sia stata scelta una parola dall’apparenza innocua come remigrazione.
Deportazione porta con sé un alone di violenza e razzismo di Stato che pochi, anche a destra, sono disposti a rivendicare apertamente: richiama i vagoni piombati, le leggi razziali, un capitolo della storia europea che nessuno, salvo frange dichiaratamente estreme, vuole evocare in pubblico. Remigrazione suona invece neutra, quasi tecnica – e in parte lo è stata per decenni, nel lessico della demografia, prima di essere ripresa dagli ambienti di estrema destra identitaria europea.
Usarla consente di rivendicare un obiettivo radicale senza doverne indossare il peso simbolico: la parola suona accettabile e proprio per questo può essere pronunciata nei programmi elettorali e nei talk show, dove deportazione risulterebbe nauseante e impronunciabile. Ovviamente non è un errore terminologico ingenuo. È una cinica scelta di comunicazione (e manipolazione) politica.
Anche il diritto internazionale opera questa distinzione. Uno Stato può espellere uno straniero irregolare seguendo procedure individuali e nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento; altra cosa è il trasferimento forzato di gruppi di persone individuati in base all’origine nazionale o etnica. Il discrimine, qui, non è la destinazione finale, ma la natura dell’atto: individuale o collettivo, volontario o coercitivo.
Non ogni rimpatrio forzato è una deportazione, ma se l’obiettivo dichiarato è di allontanare coattivamente, e in modo generalizzato, migliaia e migliaia di persone in ragione della loro appartenenza a una determinata categoria, il problema etico e giuridico non si risolve inventando una parola nuova: la realtà non cambia (non dovrebbe cambiare) perché cambia il vocabolario.
Orwell osservava che il linguaggio politico serve spesso «a far sembrare vere le menzogne e rispettabile l’assassinio»: una frase estrema, scritta pensando ai totalitarismi del Novecento, ma il meccanismo resta lo stesso anche quando gli esiti voluti non sono così spaventosi. Si comincia attenuando il significato delle parole, e quasi senza accorgersene si finisce per disperdere il senso delle cose e la struttura morale delle società.
In questo, come in molti altri casi, è fondamentale riflettere sulle ambiguità e sulle deliberate intossicazioni del discorso pubblico: dietro una disputa lessicale si nasconde, molto spesso, un tentativo di occultare la realtà e di inquinare la politica.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Pullulano in mezzo mondo i divieti ai minori sui social, ma si fa giustamente osservare che a riempire di melma quei giacimenti planetari di parole e immagini, così come a sfruttarne il potere di propaganda e di alterazione della realtà, e a drenarne i profitti, sono prevalentemente gli adulti. Che avranno certamente più strumenti di difesa, ma ne hanno anche, in misura assai maggiore dei ragazzini, di offesa.
Per quante cose si leggano sull’argomento, ormai da parecchi anni, resto dell’idea che l’anonimato, o le false identità, siano fin dai primi passi della rete il problema numero uno. Per accedere ai social bisognerebbe fornire una identità certa, e certificata, in modo da fare valere il principio di responsabilità individuale. Le parolacce e le minacce sui muri non sono firmate e bisognerebbe che restassero l’unica forma di viltà d’autore inestirpabile. Sul muro dei social la firma dovrebbe essere obbligatoria per legge: altrimenti l’algoritmo, che dicono quasi onnipotente, interviene e cancella la scritta. Vuoi rimanere anonimo? Perdi il diritto di parlare.
L’obiezione è che nelle dittature e nei regimi, che nel mondo abbondano, l’anonimato protegge la libertà di espressione dai colpi della censura. È una obiezione seria, ma sull’altro piatto della bilancia va messo l’enorme peso (rivoluzionario) che nella società di massa avrebbe l’obbligo di essere quella persona e solo quella, lasciando ai truffatori e ad altre genìe criminali il vantaggio di nascondersi in mezzo alla folla. Rimarrà quello che grida “dagli all’untore”, e aizza l’odio: ma almeno sapremo chi è. Una singola persona, un essere umano. Renderebbe più facile difendersi a qualunque età.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] “Se hai una condanna passata in giudicato, la pena te la devi scontare: vale per tutti”, diceva la Meloni nel 2023. “Per tutti” si fa per dire: la marchesa del Grillo intendeva “per gli altri”. Infatti il suo governo ha varato una serie di “scudi penali” per categorie protette da immunità di gregge: i medici che sbagliano, gli agenti che menano, i politici che commettono abusi d’ufficio e prossimamente i top manager che fanno morire la gente (sennò Moretti rischia di scontare la pena per la strage di Viareggio e un domani pure Castellucci per quella di Genova). Poi c’è lo “scudo erariale” per politici e amministratori che buttano denaro pubblico. E l’impunità parlamentare extralarge: in origine l’autorizzazione delle Camere era solo per intercettare un eletto; ora vale pure per il non eletto che parla con l’eletto ed è estesa financo a chat e email. Ma non per tutti: le intercettazioni di Scarpinato sul telefono dell’ex collega Natoli si possono serenamente usare in Antimafia e pubblicare, sebbene sia un senatore non indagato né sospettato di nulla, anzi proprio per questo: è un ex pm antimafia, per giunta 5Stelle, quindi vale tutto.
[…]
Invece le chat e le email di Renzi&C. su Open, di Delmastro col prestanome del clan Senese, della Santanchè imputata in quattro processi, di Ferri con Palamara &C., di Romano indagato per corruzione, non si possono acquisire. E se il Tribunale dei Ministri chiede di processare Nordio, Piantedosi e Mantovano per il mancato arresto di Almasri, la destra risponde picche e, già che c’è, salva anche la dirigente Bartolozzi, che non è né ministra né parlamentare, ma lo diventa per contagio. Idem per le chat sul cellulare dell’ex dg del Mef sul risiko bancario: appena i pm glielo sequestrano, lui li avvisa che parlava con nove tra ministri e parlamentari (otto di destra e uno del Pd). Quindi si ferma tutto. Se hai un amico in Parlamento e ci scambi un paio di messaggi, puoi pure ammazzare qualcuno. Ma anche senza chat con politici: appena arriva la condanna, dicono che sei un brav’uomo e non devi scontare la pena. Chico Forti, che assassinò un vecchio disabile a Miami, viene accolto a Ciampino da eroe. Almasri, omicida, stupratore e trafficante di migranti, viene liberato e riconsegnato a Tripoli col volo di Stato. Roggero, che trucidò due ladri sparandogli alla schiena, è mèta di pellegrinaggi in cella e offerte di candidature. Gli agenti che han fermato per sempre il marocchino fuori di testa a Bologna sono assolti dal governo prim’ancora dell’autopsia. Invece Ranucci, bersaglio di una bomba mafiosa, è un farabutto. E Conte e Arcuri, archiviati e prosciolti in tutti i processi, vengono lapidati in commissione Covid. Per gli innocenti e, peggio ancora, le vittime, c’è il massimo della pena. […]
Spunta l’ipotesi di nessun candidato premier ma un nome di garanzia, poi ci penserà Mattarella. Servirebbe un passo indietro di Schlein e Conte. Il pressing su Silvia Salis

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – Le primarie non sono l’unica via per scegliere il candidato premier del campo largo. Se la legge lo imporrà, si può indicare «un garante. Una figura autorevole che ci rappresenta tutti, non un premier». La pensata, consegnata al Foglio, è di Alessandro Onorato, assessore di Roma e aspirante leader centrista. Ma è un’idea così affilata che non sembra farina del suo sacco. «Non sarebbe un nome finto», spiega, «per la Costituzione l’indicazione del premier spetta al Colle. Noi allora indicheremmo soltanto un garante del nostro percorso. Il premier, dopo il voto, in base ai risultati, sarà indicato in piena libertà da Mattarella».
In realtà è solo una delle ipotesi che circolano fra i dirigenti Pd che pensano che le primarie sarebbero un bagno di sangue per il centrosinistra. Su questa sono immaginabili le ironie della destra. In ogni caso nomi di papabili “garanti” circolano da tempo, tutti più o meno inverosimili: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, il presidente della Puglia Antonio Decaro, l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, l’ex ministra (e vicepresidente dei comitati del No) Rosy Bindi, l’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani.
Il solo fatto che fioriscano queste ipotesi racconta l’estate di passione a cui si avvia il campo largo. Nessuno mette in dubbio l’alleanza, anzi dal giro stretto di Elly Schlein filtra la certezza che «nessuno degli alleati può permettersi di sfilarsi». Fin qui nulla quaestio. Ma da questa certezza deriva l’ulteriore certezza che un programma comune si scriverà, Kiev o non Kiev, «in una manciata di secondi». E che un leader si troverà, gazebo o no, con altrettanta facilità. Perché, appunto, nessuno ha intenzione di intestarsi la responsabilità di essere additato come il responsabile della permanenza di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Anche rispetto alle “gambe” di centro, oggi litigiose e divise: alla ripresa si metteranno d’accordo, finiranno tutti in un’unica lista, e non sarà Renzi a guidarla, né Onorato. Ma chi?

Alle certezze del Nazareno si oppongono i dubbi di mezzo gruppo dirigente Pd, che ancora non affiorano per non indebolire la segretaria, convinta di essere la candidata premier, in un modo o nell’altro. La proposta messa in chiaro per interposto Onorato, che con alcuni esponenti del Pd ha rapporti fittissimi, dimostra il lavorìo per cercare alternative. Serve un accordo fra i due leader. Dario Franceschini lo ha raccomandato la settimana scorsa direttamente a Conte. Se fosse lui a vincere le primarie – ipotesi che fra i dirigenti dem anche di osservanza schleiniana non viene esclusa, in qualche caso auspicata – il Pd ne uscirebbe indebolito, forse terremotato. Se invece vincesse Schlein, quanti elettori del M5s non la voterebbero? Dunque meglio un o una garante. Che è un altro modo per dire ai due leader di fare un passo indietro, almeno temporaneo.
Dopo il voto si vedrà. Difficile che venga considerata “di garanzia” la sindaca di Genova Silvia Salis, di cui il lato sinistro dell’alleanza diffida. Ma il discorso che le è stato fatto è: se lei non sarà in qualche modo della partita, sparirà dalla scena nazionale per tutta la campagna elettorale. E se va bene alla sinistra, anche negli anni successivi. A meno che non scommetta sul fallimento del campo largo. Su di lei è dunque in corso un pressing. Se Schlein o Conte restano incaponiti sulla sfida dei gazebo, sarebbe invocata e acclamata dai civici. Può persino vincere, o comunque far perdere la segretaria Pd.
Legge anti-maranza: criminalizza una categoria di persone più che l’illecito. Evidente asimmetria tra reati di strada e dei colletti bianchi

(di Vincenzo Musacchio – lanotiziagiornale.it) – Nelle più recenti stagioni legislative in materia di ordine pubblico ricorre lo stesso filo conduttore: ricondurre condotte altrimenti gestibili fuori dal circuito penale entro nuove fattispecie di reato. Tale dinamica investe anche la cosiddetta “normativa anti-maranza”, finalizzata a incidere su baby gang, devianza minorile e microcriminalità urbana. In questa cornice riaffiora, con evidenza, il modello del “diritto penale del nemico”, in cui la logica repressiva privilegia la severità immediata dell’annuncio politico rispetto all’ossequio rigoroso dei principi costituzionali.
Dietro la narrazione del contrasto al degrado giovanile si celano, infatti, rilevanti criticità sul piano del diritto penale: a mio avviso, il provvedimento legislativo in esame solleva forti sospetti d’incostituzionalità sotto molteplici profili. Il primo nodo riguarda il principio di tassatività e determinatezza della norma penale (art. 25, comma 2, Cost.). Il diritto penale, coerente con la tutela della libertà, punisce i fatti commessi, non le categorie umane né gli stili di vita. Quando una misura di pubblica sicurezza intende colpire un’aggregazione giovanile facendo leva su elementi quali l’abbigliamento, l’atteggiamento o l’appartenenza a una sottocultura, si scivola inevitabilmente nel cosiddetto “diritto penale d’autore”, ossia in una forma di criminalizzazione legata alla persona più che all’illecito.
Per impedire applicazioni arbitrarie, la disposizione deve descrivere il reato in modo rigoroso, chiaro e verificabile. Laddove il legislatore tenti di tipizzare fenomeni fluidi come le bande di strada, privo di contorni empirici sufficientemente definiti, il rischio di compromissione del principio di tassatività e determinatezza non è solo teorico: diventa, di fatto, una concreta probabilità. Un ulteriore profilo di elevata criticità attiene alle misure che mirano a restringere l’area dell’imputabilità dei minori o a introdurre automatismi sanzionatori, con ricadute punitive a carico dei genitori.
La responsabilità presunta del genitore per reati commessi dal figlio rischia di oltrepassare il perimetro personale della responsabilità penale, sconfinando in una logica che punisce una presunta “colpa di posizione”, piuttosto che l’accertamento di un fatto proprio e colpevole. Inoltre, i meccanismi repressivi preventivi e le restrizioni anticipate della libertà, analoghi al daspo urbano o a fermi con finalità cautelari di natura anticipata, sono incompatibili con il principio di libertà personale (art. 13 Cost.), secondo cui ogni compressione deve fondarsi su presupposti legati all’accertamento di un fatto di reato, e non su valutazioni di pericolosità futura formulate in via prognostica.
Privilegiare il rigore detentivo e processuale a scapito dei percorsi educativi e riabilitativi comporta il rischio di ridurre la flessibilità che, nel sistema penale minorile, è tradizionalmente orientata al recupero del minore. Tale impostazione collide con i principi di ragionevolezza e proporzionalità (art. 3 Cost.), oltre che con la funzione rieducativa della pena (art. 27, comma 3, Cost.). Un impianto sanzionatorio che risponde alla devianza giovanile innalzando le pene e azzerando gli spazi di misure alternative determina una sproporzione evidente tra la gravità materiale dell’illecito e la severità della risposta statale.
Come ricordato più volte dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, quando la pena diventa manifestamente sproporzionata o smarrisce il proprio fine rieducativo per trasformarsi in una mera punizione intimidatoria, l’esito è l’illegittimità costituzionale. Definire i giovani emarginati delle periferie come un “nemico pubblico” contro cui indirizzare decreti e misure eccezionali non colma, in realtà, il vuoto di servizi sociali, non contrasta l’abbandono scolastico e non risolve il disagio legato ai processi di integrazione.
Quando la politica rinuncia a governare le cause sociali della devianza e si limita a punirne i sintomi, produce norme destinate a durare quanto la contingenza elettorale, per poi scontrarsi con i rilievi della Corte Costituzionale o con le censure dei giudici di merito. La sicurezza dei cittadini si tutela attraverso l’efficacia delle forze dell’ordine e la presenza ordinaria dello Stato sul territorio, senza smantellare le garanzie costituzionali per inseguire il consenso dell’opinione pubblica.
È inoltre diffusa la percezione di un’asimmetria tra l’efficacia della punizione per i reati di criminalità di strada – ricondotti al fenomeno dei “maranza” – e la risposta riservata a reati come corruzione e “colletti bianchi”. Tale divario segnala un problema strutturale del sistema giudiziario penale. I reati di microcriminalità generano un allarme sociale immediato e visibile, ad esempio in stazioni e quartieri, alimentando richieste politiche e mediatiche di interventi rapidi: decreti sicurezza, aumenti di pattugliamenti, misure urgenti.
La corruzione, invece, produce danni economici ingenti nel lungo periodo – come infrastrutture scadenti e sprechi di denaro pubblico – ma incide sull’emotività collettiva in modo meno diretto e immediato sulla quotidianità dei cittadini. Ne deriva una tendenza strutturale del sistema penale a intercettare con maggiore rapidità ciò che si manifesta in superficie, con maggiore difficoltà nella penetrazione di reti complesse in cui il confine tra lecito e illecito si presenta spesso opaco, anche a causa di cavilli burocratici e di condotte formalmente occultate sotto la veste della regolarità amministrativa.
Vincenzo Musacchio è Professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University of Newark (USA)

(Giancarlo Selmi) – Quando un Paese esporta giovani come fossero un prodotto tipico, il problema non è chi parte, ma chi governa. José Martí lo disse meglio di chiunque altro: “cuando un pueblo emigra, el presidente sobra”. Traduzione pratica, senza dizionario e senza giri di parole: se un popolo è costretto a cercarsi dignità altrove, chi lo guida è di troppo. E qui veniamo all’Italia di Giorgia Meloni, dove i ragazzi non scappano per capriccio, per spirito di avventura o perché improvvisamente si sono innamorati tutti delle pianure del Nord Europa. Se ne vanno perché vorrebbero una semplice cosa che però diventa rivoluzionaria, quasi bolscevica, per certi salotti: lavorare senza essere poveri. Essere pagati in modo dignitoso. Non dover scegliere tra affitto, spesa e futuro. Non sentirsi dire che il lavoro nobilita, mentre il portafoglio piange.
E il punto più grottesco è proprio questo: questi giovani la voglia di lavorare ce l’hanno eccome. Lo dimostrano appena mettono piede altrove. Fuori dall’Italia diventano risorse, talenti, competenze, professionisti. Qui spesso vengono trattati come manodopera usa-e-getta, da sfruttare finché reggono e da colpevolizzare se osano pretendere uno stipendio che non faccia sembrare il medioevo un’epoca di tutele. Molti di loro sono diplomati, laureati, specializzati. L’Italia li forma e poi li regala all’estero, come una benefattrice generosa ma un po’ sciocca: paga l’istruzione e incassa l’invecchiamento. Altrove trovano salari migliori, welfare, stabilità, mutui possibili, famiglie immaginabili, figli non vissuti come un salto nel vuoto. Da noi, troppo spesso, trovano l’ennesimo sermone sul merito, recitato da chi ha costruito fior di carriere sull’amicizia e l’appartenenza politica.
Meloni sul salario minimo ha fatto la cosa che le riesce meglio: niente. Del resto disturbare il riposo dei grandi elettori sfruttatori sarebbe stato poco patriottico, o redditizio politicamente. E con comprimari come Brunetta, capace di spiegare che 9 euro l’ora sono superflui mentre per il proprio stipendio evidentemente valeva la dottrina del “più ce n’è, meglio è”, il quadro e diventato perfino comico. Comico, se non fosse tragico. Ci avevano detto di essere “pronti”. In effetti si è vista la prontezza: pronti a raccontare, pronti a sloganeggiare. Erano pronti a fare la storia, dicevano. E infatti la stanno facendo: quella delle occasioni perdute, dei redditi compressi, della precarietà spacciata per flessibilità, dei giovani salutati agli aeroporti come se fosse tutto normale.
Passerà alla storia, sì. Ma non come la salvatrice della patria. Piuttosto come la regista del film di un Paese in cui i ricchi stanno sempre meglio e i ceti medi e popolari vengono accompagnati, con sobria ferocia, verso un purgatorio senza redenzione. Un posto dove si lavora tanto, si guadagna poco e si deve pure ringraziare. Per questo, senza alterare il senso della frase di Martí, ma aggiornandolo all’Italia di oggi, la conclusione è semplice: se i giovani devono emigrare per trovare dignità, allora il problema non sono i giovani ma chi comanda. “Sobra”, tradotto, se ne può fare a meno, di chi governa cosi. E in questo caso, sì, la presidente sobra.
Fabrizio Gallo, legale del proprietario della Bisteccheria d’Italia, annuncia l’invio di una memoria con i messaggi: “Il Parlamento negando l’acquisizione fa un grosso danno al mio assistito”

(di Andrea Ossino – repubblica.it) – Colpo di scena nel caso Delmastro. Fabrizio Gallo, legale di Mauro Caroccia, fornirà ai pm le chat negate dal Parlamento. “Sto inviando in questi minuti alla procura una memoria con tutti i messaggi tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e il mio assistito con richiesta di acquisizione immediata ai fini delle indagini”.
Il legale di Mauro Caroccia, indagato nell’inchiesta sul ristorante Bisteccheria d’Italia, spiega di aver preso la decisione di rivelare ai pm il contenuto delle chat per difendere il suo cliente: “Dalle chat si capisce chiaramente chi è il proprietario del locale e questo è fondamentale per chiarire la posizione del mio assistito. Il Parlamento, negando l’acquisizione, fa un grosso danno a un cittadino che non può difendersi visto che Delmastro non è indagato”.
Il fatto è noto. Mauro Caroccia viene condannato definitivamente per aver riciclato il denaro del clan Senese. La Guardia di finanza indaga sui suoi beni prima che l’uomo entri in carcere e scopre che ha fondato – tramite la figlia diciottenne – una bisteccheria insieme all’allora sottosegretario Andrea Delmastro e ad altri politici di Fratelli d’Italia. Visto che Caroccia non aveva beni e aveva i creditori alle costole, gli investigatori si sono chiesti da dove provenisse il denaro necessario ad aprire un’attività commerciale. Il sospetto dei pm è chiaro: ancora dal clan Senese. La risposta dell’indagato Caroccia è altrettanto semplice: i soldi li ha messi Delmastro.
Solo che una parte rilevante li ha dati in contanti. Ma, secondo la difesa, le chat tra Caroccia e Delmastro certificano la genuinità del finanziamento. La procura ha quindi chiesto al Parlamento di poter vedere le conversazioni del deputato, la Giunta ha negato l’autorizzazione e adesso si esprimerà la Camera. L’avvocato di Caroccia, però, non ci sta. Dice che è stato violato il diritto di difesa e chiede di acquisire le conversazioni. Sta preparando una memoria. Deposita le chat.
Una mossa particolare, quella dell’avvocato. Perché difficilmente la procura potrà acquisire le chat di un parlamentare senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, previa valutazione della Giunta. Che, in questo caso, si è già espressa e ha detto no. Una decisione alla quale si accoderà, salvo sgambetti, anche la maggioranza di governo una volta che la vicenda verrà discussa in Aula.
Occorre dunque capire se adesso la procura possa o meno acquisire, o comunque esaminare, la memoria contenente conversazioni di un parlamentare. Appare difficile: quella che riguarda le comunicazioni di un parlamentare è un’inviolabilità assoluta, che prescinde dal contenitore in cui esse sono contenute, siano in un telefono o trascritte in una memoria.
L’avvocato ne fa una questione costituzionale: “Il Parlamento non può negare l’acquisizione”. “La vicenda giuridica si scontra – sottolinea Gallo – tra il diritto inviolabile della difesa (articolo 24) e il diritto all’immunità parlamentare (articolo 68, comma 3)”.
“L’immunità parlamentare, come recita una sentenza della Corte costituzionale che sul tema si era già espressa nel 2007, non può prevalere sul diritto di difesa di un cittadino quando, soprattutto, la produzione di tali chat è favorevole per l’indagato. Nel caso di specie siamo di fronte a due situazioni collegate (semplice cittadino e parlamentare) e non ‘coimputate’, di talché, se una prova è favorevole per il cittadino, di certo non sarà pregiudizievole per il parlamentare, sconfessando quindi quella ratio richiesta per far valere l’immunità”, continua l’avvocato.
C’è aria, dunque, di Consulta. Ma un singolo cittadino, o il suo legale, non possono accedervi direttamente. Tutt’al più potrebbero chiedere al giudice di sollevare la questione.
“Apprendo che il legale del signor Carroccia starebbe depositando le famose “chat”. Non ho alcun problema che ciò avvenga anche per il loro valore chiarificatorio dell’intera vicenda. Le interlocuzioni di carattere amichevole sono e restano tipiche del dialogo che si può avere con un ristoratore romano del quale confermo non ho mai nemmeno supposto coinvolgimenti veri o presunti con ambienti criminali”, scrive Delmastro in una nota.
Ancora: “Alla Giunta per le Autorizzazioni avevo depositato una memoria, senza prendere posizione, sull’eventuale consegna non già perché non creda nelle garanzie costituzionali a salvaguardia della riservatezza e della libertà delle conversazioni e della corrispondenza degli eletti, ma perché personalmente coinvolto. Ora sono salve le prerogative parlamentari previste dalla Costituzione e il deposito delle chat, per altra via, dimostrerà, finalmente e senza ombra di dubbio, la totale estraneità non solo del sottoscritto, ma anche della attività di ristorazione a qualsivoglia logica criminale”.
Quindi la conclusione: “Per mesi, pur non essendo indagato, ho dovuto subire la macchina del fango di esponenti politici le cui amministrazioni locali di riferimento venivano sciolte per infiltrazioni mafiose. Spero che ora si possa discutere seriamente di amministrazioni infiltrate dalla mafia e non di chi, pur non essendo neanche indagato, ha rassegnato le dimissioni per rispetto delle istituzioni”.
Una cosa è certa. Fino a quando l’iter non sarà concluso, il telefono di Caroccia, incluse le conversazioni dove non è presente Delmastro, rimane congelato. E dunque c’è un’indagine sui capitali mafiosi che viene rallentata.
E poi c’è un ulteriore problema politico. Bisogna comprendere adesso come si comporterà il Parlamento davanti a un cittadino che afferma di non poter dimostrare la sua innocenza perché la politica impedisce l’acquisizione delle conversazioni in questione.
Il segretario del Carroccio vuole regolare i conti con Romeo, Zaia, Fontana e a cena con i parlamentari a Villa Angelucci dice: “I nemici interni fanno il male della Lega”. Poi difende Roggero perché, come l’orafo, sogna la legittima: vendetta. I fuoriusciti? “Vediamo se saranno eletti”

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Ecco come Salvini motiva la sua Lega: il nord di Attilio Fontana è una roba da babbioni e in Italia ci sarà l’invasione dei “nigeriani”. Riunisce la sua squadra a villa Angelucci e al posto delle carezze, bastona, invita alla delazione. Il partito del Nord? “Basta nord! E’ una roba da nostalgici”. La vecchia Lega? “Non esiste. Il mondo è cambiato. Lo volete capire?”. Vannacci? “Non me ne frega un cazzo”. I fuoriusciti? “Vediamo se saranno eletti”. Chi parla con i giornali? “Nemici interni, fanno il male della Lega”. Non è il Viminale che desidera ma il poligono per regolare i conti con Romeo, Zaia, Fontana. Difende Roggero perché, come l’orafo, sogna la legittima: vendetta: bum! Bum!
Gli dice Renzi durante il Question Time, al Senato: “Caro Salvini, aggiungere ai 14 anni di pena di Roggero le sue visite in carcere, questa sì che è crudeltà”. Siamo arrivati al punto che i quotidiani ribattono per la quarta volta la notizia che Salvini va al Viminale (come anticipato, copiato e poi anticipato e ricopiato, ma sempre come avevamo anticipato: il successo è arrivare postumi) e, come dice Renzi, non si sa se sperare che ci vada davvero, per liberare i pendolari, o che Piantedosi si barrichi in stanza in nome della sobrietà italiana. Cosa accade se Salvini dovesse davvero ritornarci? E’ cambiato, è peggiorato, ed è sott’ odio, tanto che i parlamentari leghisti che lo ascoltano si domandano, e seriamente: “Ma se va al Viminale, che fa? Ci scheda tutti?”. I parlamentari della Lega si ritrovano a casa di Angelucci, una villa che è grande quanto il Parco nazionale d’Abruzzo, dopo l’esplosione di Vannacci e alla vigilia delle purghe definitive. Si attendono un discorso di Salvini alla Al Pacino, e invece si sente solo il freddo della lama. Salvini promette, ancora, che la Lega andrà al “dieci per cento”, “che eleggerà almeno 70 parlamentari”, ma la verità è che ha solo uno scopo: decimare i traditori. Il voto? “Noi vogliamo andare a votare in autunno del 2027, mentre Meloni in primavera”. Le preferenze? “Non c’è l’accordo. Tajani si oppone. Noi non siamo contrari”. “La Lega al Nord? Aveva un senso quarant’anni fa. Adesso serve l’internazionale sovranista, con Le Pen e i polacchi e Vox”.
Quando parla di nord si rifersice ad Attilio Fontana, Massimiliano Romeo e Luca Zaia anche se non fa mai il loro nome. Attende, dicono in Lega, la notte delle liste, come il conte di Montecristo attendeva la vendetta e la pena sul volto del suo nemico antico: “Mio Dio! Siete quel nemico nascosto, implacabile, mortale. A Marsiglia vi ho fatto qualcosa, oh, me sventurato!”. Fa l’elenco dei leghisti che sono passati con Vannacci e anziché dire: forse non siamo stati bravi a trattenerli, ma adesso non perdiamo altri compagni. Ebbene, anziché farlo, invita al fischio perché “io posso andare a testa alta, ma gli altri non possono”. Quando pronuncia il nome di Gianangelo Bof, i leghisti cominciano a battere i piedi e Salvini ricorda che “i traditori venivano nel mio ufficio a chiedere posti e garanzie di candidatura” e sono gli stessi che oggi “sputtanano”. Cosa farà? Li spedirà a Bollate? Le sezioni si sono svuotate, ma la colpa, per Salvini, sarebbe dei parlamentari che non riescono a intercettare i militanti. Per restituire l’armonia che regna in Lega vale leggere le interviste che rilascia Alberto Stefani che parla di autonomia senza mai citare Zaia, che è come parlare di apartheid senza citare Mandela. In Veneto sono arrivati a farsi una guerra intestina: gli uomini di Stefani telefonano e dicono: “Zaia vuole far cadere Stefani”. Sarebbe questa la famiglia?
Si è riunito ancora il tavolo dei territori Lega, ieri, e Salvini ha riproposto il terzo mandato “perché adesso lo vogliono tutti”. Sono calati gli sbarchi, sono calati i reati, ma la sola sinfonia che Salvini sa suonare è l’angoscia, la ripetizione. Claudio Durigon quantomeno rilancia sulle pensioni, chiederà a Giorgetti, presto, di abbassare l’età pensionabile, mentre Salvini immagina l’Italia popolata da “nigeriani che crescono ogni anno del due per cento. Presto invaderanno l’Europa”. Con il ponte di Messina non gli è ancora andata bene, ma presto, vedrete, proporrà il muro marino al largo di Lampedusa. Quale comunità può crescere, avere voglia di fare, se il capo ha sempre il muso? Salvini accusa la sua Lega di essere nostalgica, di credere a un mondo che non esiste più, e forse ha ragione, ma quello che propone è peggio dell’Ade del regista Nolan. E’ un mondo abitato da incubi e rancori. La crudeltà di Vannacci risulta più simpatica della sua. Il Viminale è ormai come il fiore di loto che Calipso offriva a Ulisse per dimenticare le pene del mare.

(ANSA) – “Si tratta di una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile”. Così, in una nota, la giunta Unione camere penali in merito al ddl relativo all’imputabilità dei minorenni.
“Il testo del disegno di legge aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano e proseguita, da ultimo, con la prospettata estensione del fermo di prevenzione anche ai minorenni – viene sottolineato – In questo quadro, la cosiddetta “stretta anti-maranza”, oltre a generare forti dubbi di compatibilità costituzionale, appare il sintomo di una preoccupante regressione culturale”.

(ANSA) – LA SPEZIA, 24 LUG – “Da oggi le sale operatorie dell’ospedale San Bartolomeo di Sarzana subiranno una sospensione perché le temperature raggiunte, intorno ai 26 gradi, non consentono di garantire le condizioni ottimali richieste per l’attività chirurgica”. Lo denuncia il sindacato NurSind con una nota.
“È il punto di arrivo di una situazione che denunciamo da settimane. Abbiamo parlato di reparti oltre i 30 gradi, di impianti di climatizzazione malfunzionanti, ma il caldo è solo una faccia della stessa medaglia. L’altra si chiama carenza di personale”.
Il sindacato ricorda di aver all’azienda sanitaria di attivare le prestazioni aggiuntive, “previste dal contratto nazionale proprio per affrontare situazioni di grave carenza di organico.
L’azienda, invece, ha scelto un’altra strada. Prima gli straordinari e ora, di fronte al crescente rifiuto degli infermieri di continuare a rientrare senza che vengano attivate le prestazioni aggiuntive, stanno iniziando ad arrivare gli ordini di servizio, strumenti ai quali il lavoratore, salvo i casi previsti dalla legge, non può opporsi. È una scelta organizzativa che scarica ancora una volta le inefficienze dell’azienda sugli infermieri”, spiega la segretaria territoriale Assunta Chiocca.
Il problema riguarderebbe, oltre la Spezia e Sarzana, anche Levanto. “Dopo i pensionamenti e il mancato reintegro delle unità cessate, il servizio è rimasto con un solo infermiere per turno. Una situazione resa ancora più critica dalla nuova configurazione dei locali, dove i due box assistenziali sono stati separati e non sono più reciprocamente visibili, rendendo ancora più difficile garantire la sicurezza dell’assistenza con un solo professionista in servizio”.
La segretaria pronta alla premiership, le apprensioni di Franceschini. Salis, incontri segreti a Milano con imprenditori e classe dirigente

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – «Discutono da mesi di legge elettorale ignorando qualsiasi altra questione che riguardi gli italiani. Ma Giorgia Meloni adesso proverà a dare almeno una risposta sul prezzo della benzina e del diesel che ormai sono alle stelle?». Giovedì Elly Schlein è tornata a insistere sul caro carburante e sui «fallimenti» della destra. È il suo imperativo categorico: non cadere nelle trappole della destra, che detta la sua agenda mediatica e attacca sulla sicurezza per non parlare dei problemi concreti del paese, insistere allo sfinimento sui dati di realtà.

Le polemiche della destra contro il sindaco di Bologna Matteo Lepore, “reo” di aver convocato una piazza pacifica e democratica, distinta e distante da quella degli antagonisti, alla fine non hanno provocato contraccolpi nel campo largo. Avs ha offerto massima copertura al primo cittadino, così hanno fatto Riccardo Magi e Alessandro Onorato, e anche Giuseppe Conte lo ha difeso (ieri in un’intervista al nostro giornale). Qualche malumore si è registrato – ma rigorosamente off the record – solo dentro il Pd: ma perché Lepore è considerato troppo di sinistra. Quando, a maggio, a Modena, dopo i terribili fatti della Citroen di Salim El Koudri – ieri un’altra vittima non ce l’ha fatta – il sindaco Massimo Mezzetti, dem di osservanza riformista, aveva lanciato una manifestazione, aveva ricevuto lodi generali.
Ma, alla fine di una settimana caratterizzata dalle vicende Roggero e Fakir, per la sinistra il bilancio non è certamente positivo. La destra è saltata sugli scontri attribuendone la responsabilità al sindaco schleiniano, accuse risibili ma sempre appiccicose. Schlein è intervenuta solo tre giorni dopo i fattacci, teorizzando che «il ruolo della politica non è precipitarsi a commentare i fatti del giorno e alimentare le opposte tifoserie», concetto in sé sacrosanto: ma anche quando serve una legittima difesa? Il M5s ha cambiato spartito scatenando la polemica contro il no all’uso delle intercettazioni dell’ex sottosegretario Del Mastro, riuscendo a scalfire la potenza di fuoco mediatica di FdI e Lega.
Fra gli alleati c’è un minimo di coordinamento – i comunicatori dei tre partiti (Pd, M5s e Avs) non hanno ancora allineato le strategie, ma il tema è all’ordine del giorno dell’autunno – ma il problema, come sempre, non è la comunicazione. O, meglio, la comunicazione è politica: alla vigilia della pausa estiva, le iniziative immaginate per segnalare l’avvio della coalizione non sono andate in buca. Il selfie in osteria dei quattro leader (Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli) ha finito per far risaltare l’assenza dei centristi; il palco di Napoli è stato rovinato da qualche lacuna di organizzazione e dalle intemerate sulla Russia di Conte. E infine rapporti fra la segretaria Pd e il presidente M5s non hanno fatto grandi passi avanti, nonostante le raccomandazioni dei più alti dirigenti dem, rivolte a entrambi. Quando i quattro si rivedranno a Roma alla festa di Avs, l’8 settembre, alla ripresa, il rischio è che la coalizione sia ancorata alla stessa boa di oggi. Per non dire: piantata come un palo.
Per l’annuncio di primarie che ormai sembrano inevitabili, bisognerà aspettare il sì alla legge elettorale. Poi il programma. «Non si parte da zero», dice Schlein. Però da mesi il nodo delle armi all’Ucraina resta com’è: intricato stretto. E le professioni di fiducia (Schlein sul Foglio come ovunque: «Sono sicura che a settembre troveremo un terreno comune»; Conte a Domani: «A settembre ci ritroveremo per lavorare al programma e definire il piano per lanciare la coalizione che manderà a casa questo governo») sembrano sempre più atti di fede.

Fra dirigenti del Pd, anche quelli in teoria di area Schlein, la preoccupazione è a livelli di guardia. Straborda dai conversari privati. Il Sussidiario.net ha pubblicato un sondaggio della società Lab21 che incorona Conte vincitore delle potenziali primarie. Raccoglierebbe il 50,2 per cento degli elettori del centrosinistra contro il 20,4 della segretaria. Non è il primo sondaggio, e sono numeri che non impensieriscono Schlein: è straconvinta di vincere, né ha alcuna intenzione di farsi spaventare dalle voci di dentro. Figuriamoci di fare un passo di lato. «Noi i sondaggi li cambiamo», è il suo brocardo.
E però non rassicura neanche i suoi. Figuriamoci gli altri. Qualche giorno fa a Milano Silvia Salis (che a ottobre ha pronto il libro della possibile discesa in campo) è stata convocata, in grande riservatezza, da un gruppo scelto di imprenditori e altissima borghesia meneghina di sentimenti progressisti che volevano conoscerla. E testarne le intenzioni. Interrogata su tutto, è sembrata all’altezza anche dei dossier su cui non era preparata. C’è un mondo “di sopra” che ancora «non si fa una ragione» della premiership della leader Pd: «l’establishment», lo bolla lei. Per prendere le contromisure, a fine giugno ha avuto un lungo confronto con Draghi, che ha alimentato l’anima complottarda dei grillini.
Insomma, l’amalgama fra i leader di Pd e M5s non riesce. E le “gambe” di centro non camminano: Conte spera ancora di escludere Renzi dalla coalizione. Renzi se la ride, forte dell’accordo con Schlein e del fatto che Iv non dovrà raccogliere firme per correre. Mentre Magi e Onorato si appellano a Mattarella contro lo scomputo dei voti delle liste minori.
Anche Dario Franceschini, uno che appoggia pancia a terra Schlein fin dall’inizio, inizia ad avere dubbi su quale armata da contrapporre a Meloni. Dà ormai per scontato le primarie, e spera che non siano a due, ma a tre. Spera infatti in un ravvedimento operoso di Salis, cioè nella sua disponibilità a farle e a buttarsi nella mischia per attirare altri pezzi di elettorato intorno alla coalizione. A quel punto vinca il migliore, anche se non fosse Schlein. Importante è che la leadership dei progressisti sia finalmente definita.
Si conclude il percorso di arte pubblica e ricerca sul campo finanziato dal PNRR Bando Borghi: il borgo sannita si trasforma in un laboratorio permanente di innovazione culturale e memoria rurale.

Martedì 28 luglio, a partire dalle ore 18:00, in Piazza Garibaldi 1, presso la Sala Consiliare del Comune di Castelpoto si terrà la presentazione ufficiale e da lì si avvierà il tour di inaugurazione delle opere d’arte pubblica site-specific realizzate nell’ambito di “S(t)uoni Art Residency”. Il progetto, curato da Leandro Pisano, giunge così al suo momento di restituzione collettiva dopo un anno denso di residenze artistiche, workshop comunitari e indagini sul territorio.
Finanziata dal PNRR – Bando Borghi (Missione 1, Componente 3, Investimento 2.1) e promossa dal Comune di Castelpoto – con il forte impulso impresso dall’Amministrazione guidata dal Sindaco Vito Fusco –, l’iniziativa è stata sviluppata in una rara formula di coprogettazione con l’Associazione Culturale Interzona APS e con il partenariato scientifico dell’Università di Salerno (Dipartimento di Studi Politici e Sociali).
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Il cuore dell’inaugurazione del 28 luglio sarà la restituzione delle installazioni nate per abitare gli spazi del borgo, interpretando il suono e l’arte visiva non come semplici decorazioni, ma come dispositivi critici capaci di far riemergere memorie nascoste e traiettorie future del territorio.
Tra gli interventi più attesi spicca il circuito delle “Panchine Sonore”, installazioni interattive dislocate nel tessuto urbano e dotate di speciali dispositivi digitali. Ciascuna panchina consentirà a cittadini e visitatori di accedere, tramite codici QR in ceramica, a contenuti audio, podcast e archivi sonori originali creati appositamente dagli artisti internazionali in residenza – tra cui Antje Greie-Ripatti (AGF), Enrico Coniglio e Flavia Massimo – a partire dalle sessioni di ascolto ambientale (field recording) e dal dialogo con la comunità locale.
Accanto al percorso sonoro, verranno inaugurate le grandi installazioni scultoree e multimediali permanenti progettate rispettivamente da Gil Delindro e da Edgar Endress insieme a Giusy Checola. Le opere, frutto di una lunga ricerca situata tra lo spazio pubblico e il centro storico abbandonato di Castelpoto, connettono la memoria sismica e rurale del Sannio a riflessioni globali sull’ecologia e sui paesaggi in trasformazione.
A completare la mappa delle restituzioni permanenti è l’installazione In tondo nello spazio dell’artista Giovanni Gaggia (realizzata in collaborazione con Tramandars ETS in Piazza Garibaldi): un’antica botte vinaria recuperata e interamente dorata che, dal tramonto all’alba, si fa cassa di risonanza per le voci degli abitanti intrecciate a frammenti sonori dedicati a Maria Lai. L’ampio patrimonio di produzione del progetto si estende poi alle narrazioni visive e mediali dell’esperienza: dal laboratorio fotografico Alfabeto curato da Giacomo Por ai podcast di Tommaso Nudo, fino al film documentario diretto da Antonello Carbone per Aspidistra Film e al Libro Bianco di approfondimento teorico. Tutti questi esiti visivi, sonori e saggistici confluiranno nell’Osservatorio della Ruralità Futura, andando a costituire un archivio digitale permanente accessibile all’intera comunità.
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L’evento vedrà un tavolo di confronto e dibattito a cui prenderanno parte le istituzioni, il team curatoriale e gli artisti del progetto.
La giornata del 28 luglio celebrerà non solo la conclusione delle residenze artistiche, ma l’avvio di una nuova fase operativa per il borgo. Le opere entreranno a far parte del patrimonio permanente di Castelpoto e dell’Osservatorio della Ruralità Futura, ponendo l’Amministrazione Comunale all’avanguardia nelle pratiche di rigenerazione culturale e nel contrasto allo spopolamento delle aree interne attraverso la creatività contemporanea.
I dettagli sulle opere installate e i materiali di approfondimento sul percorso di residenza sono consultabili sul sito ufficiale del progetto: www.ruralefuturo.com/stuoni-art-residency/.
L’incontro è aperto alla cittadinanza, agli addetti ai lavori e alla stampa.
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S(T)UONI ART RESIDENCY, parte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – Missione 1, Componente 3, Cultura 4.0 (M1C3), Misura 2 “Rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale, religioso e rurale” – Investimento 2.1 “Attrattività dei borghi storici”, è un progetto del Comune di Castelpoto in collaborazione con Associazione Culturale Interzona APS.
Finanziato da: MiC – Ministero della Cultura, Unione Europea – Next Generation EU
Info e contatti stampa:
Whatsapp: +39 0824 1756307
Social:
Instagram → @stuoni_artresidency
Facebook → S(t)uoni Art Residency

(Tommaso Merlo) – Trump rimanda i super bombardieri verso l’Iran e minaccia genocidi mentre bruciano le petroliere saudite nel Mar Rosso e il prezzo del greggio s’impenna di nuovo. Se non fermano al più presto quel delinquente rischiamo una crisi globale devastante ma non tutti i mali vengono per nuocere. Sono decenni che insanguiniamo il mondo per inseguire terroristi e potremmo finalmente capire che i cattivi siamo noi e che sarebbe ora di riprendere la strada adulta del dialogo abbandonando quella infantile delle botte. Ma incombono le notizie dal fronte. Trump ha unito l’Iran come manco la buonanima dell’Ayatollah e ha donato ai Pasdaran l’opportunità per una vendetta che attendevano da mezzo secolo mentre a casa sua è schifato anche dallo schifo. Trilioni buttati nel cesso bellico mentre il sogno americano si trasforma in un incubo. Contro l’Iran gli americani non hanno nemmeno una strategia, Trump spara balle manco fosse all’asilo e bombarda a casaccio perlopiù esche per conto dei suoi padroni sionisti sperando che prima o poi qualcuno a Teheran sventoli bandiera bianca. Strategia che non gli è riuscita in tre anni di genocidio nella striscetta di Gaza e pensano gli riesca in poche settimane in un paese come l’Iran vasto cinque volte e mezzo l’Italia che ha le forze armate sotto le montagne. I generali americani che vanno davanti alle telecamere sono mignotte della mafia lobbistica mentre gli analisti seri parlano di una grave carenza di munizioni, di un’industria bellica inadeguata oltre che di assenza di opzioni sul campo. L’invasione di terra richiederebbe anni di preparazione e sarebbe comunque un inutile bagno di sangue mentre l’occupazione di qualche isoletta sullo Stretto sarebbe anche strategicamente ininfluente. È proprio vero che lo sgretolamento di un impero parte da dentro i suoi alfieri. Quella americana è una guerra improvvisata, nasce dalla Coalizione Epstein che è riuscita a convincere il suo illustre membro Trump promettendogli gloria a buon mercato e bocche cucite. Gli iraniani si preparano invece da decenni per questo specifico conflitto ed hanno idee chiare. Liberarsi dal giogo americano e sionista ed imporre un nuovo status quo regionale ma in maniera il più possibile razionale e legale in modo da mantenere il supporto russo e cinese e anche quello politico del sud anche sociale del mondo. E per questo si son seduti a trattare il memorandum, affinché il mondo capisse di che pasta sono fatti gli americani. Al momento sono impegnati ad annientare la presenza militare americana, oltre alle basi vicine del Golfo Persico anche quelle più lontane in Arabia Saudita e Giordania, basi che hanno sia uno scopo offensivo e sono utilizzate per gli attacchi aerei contro di loro, sia lo scopo di difendere Israele che rimane quindi più indifeso e assolutamente nel menù. Ma in questa fase l’Iran si sta concentrando a vincere la guerra vitale per lo Stretto di Hormuz che è la sua più potente leva negoziale. Quelle acque sono loro e dell’Oman e come succede altrove pretenderanno un pedaggio e se in futuro qualcuno oserà aggredirli, lo bloccheranno. Nuovi equilibri che si consolideranno quando gli americani toglieranno il disturbo dall’Asia Occidentale e il dollaro lascerà spazio ad altre valute. Un rospo talmente duro da ingoiare da far scattare l’ennesima escalation. Da una parte l’Iran sostenuto da un popolo mai così unito che lotta con orgoglio per la sopravvivenza della propria civiltà, dall’altra americani mai così divisi e frustrati costretti a pagare controvoglia l’ennesimo delirio sionista. E se il popolo iraniano riconosce e stima la sua leadership, Trump e la manica di inetti di cui si è circondato sono schifati anche dallo schifo. Gli Iraniani hanno poi tempo mentre Trump ha anche politicamente i mesi contati e se gli iraniani hanno una soglia del dolore molto elevata dopo decenni di persecuzione, gli americani frignano ogni volta che vanno dal benzinaio o a comprare veleno al supermercato. Ma incalzano le notizie dal fronte. L’impero è talmente disperato ed infestato di sionismo che si è messo a colpire infrastrutture civili con l’unico risultato di scatenare la rappresaglia iraniana contro i paeselli del Golfo colpevoli di ospitare basi militari americane come se fossero villaggi turistici. E dato che i miliardi del Golfo sono un importante pilastro della Coalizione Epstein, si tratta di un deterrente non da poco. Quanto ad Israele, si gode quei fessi degli americani che per l’ennesima volta fanno il lavoro sporco per conto loro, ma se i sionisti dovessero partecipare agli attacchi, Teheran non esiterebbe a reagire duramente perché quella resta la portata principale del menù. Ma si mangia con calma e mai interrompere il proprio nemico quando è in difficoltà. Wall Street traballa e da Tel Aviv filtrano tensioni più da guerra civile che da campagna elettorale ed è vero che il sostituto di quel vomitevole mostro di Netanyahu sarà altrettanto genocidario, ma si tratta comunque della fine di una squallida era che lascerà strascichi politici in un paese già martoriato da tre anni di terrificante disumanità ed esecrato dal pianeta. Anche a Teheran quindi non escludono l’implosione e poi comunque il dulcis va sempre in fundo. L’ultima fase della strategia iraniana prevede la Liberazione del Libano, dello Yemen e della Palestina. Basta oppressione e violenza per quei popoli martoriati e autoderminazione a casa loro. Già, più che male assoluto, l’Iran è da sempre dalla parte dei popoli oppressi e contro il suprematismo bianco e sionista. L’Iran sostiene da sempre anche il popolo venezuelano e cubano e in passato Mandela chiamò l’Ayatollah “my leader” quando si incontrarono. È così, ci hanno lavato il cervello con fregnacce propagandistiche per decenni e il mondo non è affatto come ce lo hanno raccontato. L’Iran è perseguitato da mezzo secolo solo perché nemico del sionismo e perché paese che si è sempre rifiutato di scendere a compromessi con l’impero americano. E se l’Iran vincerà anche la guerra mediatica riemergerà la verità storica una volta per tutte. Quanto ai modelli politici e democratici che a noi possono piacere o meno, i popoli sono e devono essere liberi di scegliersi i propri. Dovremmo piuttosto occuparci dello stato pietoso della nostra democrazia e della nostra politica invece di continuare a dare ipocrite lezioni. Davvero, la speranza è che l’eroico Trump riesca nell’epica impresa di trascinare l’impero americano e i suoi padroni sionisti e tutto l’Occidente verso una disfatta epocale, una sconfitta strategica talmente clamorosa che nemmeno la potentissima mafia lobbistica e i tromboni del mainstream riusciranno a spacciarla alle masse come dell’altro. Grazie a quel delinquente rischiamo una crisi globale devastante ma non tutti i mali vengono per nuocere. Sono decenni che insanguiniamo il mondo per inseguire terroristi e potremmo finalmente capire che siamo noi i cattivi e che sarebbe ora di riprendere la strada adulta del dialogo abbandonando quella infantile delle botte. Sarebbe ora di assumerci le nostre responsabilità storiche, evolvere come persone e come collettività e ricostruire un futuro basato sul buonsenso e sulla pace.

Minister of economy Giancarlo Giorgetti, Prime Minister Giorgia Meloni on the occasion of the Prime Minister’s Communications in view of the European Council of 23 and 24 October. Chamber of Deputies, Wednesday O
(di Francesco Cancellato) – Cosa c’entrano gli houti con i maranza? Cosa c’entra l’imputabilità dei minorenni con i bombardamenti delle petroliere nel mar Rosso? Niente, direte voi. E invece no. C’entrano eccome. Perché se un alleato dell’Iran bombarda le navi che portano energia in Occidente, Donald Trump risponderà, e probabilmente quella che fino a qualche settimana chiamavamo tregua diventerà di nuovo guerra, il prezzo del petrolio continuerà a salire, come sta facendo in questi giorni, e con lui il prezzo della benzina. E se sale il prezzo della benzina, già ieri attorno alla soglia dei 2 euro al litro, sono guai per famiglie e imprese.
Dal governo ci si aspetterebbe un intervento, insomma. Magari un consiglio dei ministri convocato d’urgenza per tagliare le accise sui carburanti e provare a calmierare i prezzi anche solo per un po’. E invece niente, perché mancano le coperture. Tradotto: non ci sono i soldi. Per gli italiani, stima la Confesercenti, sarà un aumento complessivo dei costi da 700 milioni di euro in due mesi, almeno. E non ci sarà nulla per ammortizzarlo.
Torniamo a noi. Cosa c’entrano gli houti con i maranza? C’entrano, perché più si parla di maranza, di coltelli, di legittima difesa, di emergenze sicurezza, meno si parla di economia, di accise, di soldi che non ci sono. E più si criminalizzano i minori, meno si racconta che non si sta facendo nulla per dar loro un futuro.
Piccolo trucco: ogni volta che vi viene presentato un nemico, un bersaglio sociale con cui prendervela, cercate il problema che vogliono nascondere, con quel nemico. Non servirà a far comparire soldi nel portafogli, purtroppo. Ma almeno avrete capito come vi vogliono fregare.

Dal decreto anti-rave al il decreto Cutro, passando per il disegno di legge 48 del 2024 che ha introdotto 12 nuovi reati e inasprito altri già esistenti e l’ultima “norma anti-maranza”
(Francesca Martelli – lespresso.it) – La sicurezza è uno dei temi chiave della campagna elettorale per le elezioni politiche. La presidente del Consiglio Meloni alla conferenza stampa di inizio anno aveva detto di non avere raggiunto finora “dei risultati soddisfacenti”, mentre una parte del centrosinistra ha riconosciuto di avere lasciato il tema della sicurezza per anni al centrodestra.
Il governo Meloni ha approvato sette provvedimenti: il primo, il decreto anti-rave del 2022; il decreto Cutro (per inasprire le pene contro gli scafisti) e il decreto Caivano (per il contrasto delle Baby gang) nel 2023; il disegno di legge 48 del 2024 che ha introdotto 12 nuovi reati e inasprito altri già esistenti; il decreto legge 23 del 24 febbraio 2026 (stretta sui coltelli e daspo urbano per chi minaccia la sicurezza pubblica). Infine il disegno di legge sulla sicurezza approvato il 14 luglio 2026. Chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non potrà più chiedere un risarcimento in sede civile (risarcimento che ora sta pagando il gioielliere Mario Roggero ai familiari delle vittime) e il disegno di legge con le cosiddette norme anti maranza approvato il 23 luglio 2026 per modificare le regole dell’imputabilità dei minorenni.
I sindaci – in modo bipartisan – chiedono di potenziare gli organici delle forze dell’ordine nelle città e di dotare la polizia locale di strumenti adeguati, mentre gli ultimi fatti di cronaca – la morte di Fakir a Bologna, la condanna definitiva del gioielliere Roggero, e prima ancora i fatti di Rogoredo con relativo depistaggio – hanno scatenato reazioni politiche davvero repentine: richieste di grazia, raccolte fondi per le forze dell’ordine, proposte di legge, richieste di dimissioni. Tutto rapidissimo, davvero troppo.