I tre quotidiani di un deputato leghista smontano il generale da febbraio. Poi la Supermedia dice che senza quel 7,1 non si vince.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Roberto Vannacci sta imparando dal vivo il mestiere che ha contribuito a rendere normale in questo Paese, quello in cui l’avversario politico smette di essere un avversario e diventa un bersaglio da inseguire fino a casa. Il 3 febbraio 2026, il giorno dopo l’addio alla Lega, i quotidiani amici del governo lo battezzavano “Disertore” sul Giornale e “Alto tradimento” su Libero, mentre il Tempo gli pronosticava che dietro la collina il generale avrebbe trovato il nulla. Tre testate, tre coltellate. Un editore solo.
Quell’editore è Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega, che attraverso le sue società controlla il Giornale, il Tempo e Libero. Il generale aveva appena lasciato il partito nelle cui liste siede il suo editore, e la mattina dopo si è ritrovato in prima pagina su tre giornali su tre. Una coincidenza? La sostanza è la stessa, a cambiare è soltanto la testata in alto a sinistra.
Vale la pena rileggerli, gli archivi di quelle redazioni. L’8 luglio 2024, sul Giornale, Vittorio Feltri dedicava la sua rubrica a difendere il generale dai suoi odiatori, ricordando che le accuse contro di lui erano state tutte archiviate e che a votarlo era stato oltre mezzo milione di italiani. Diciannove mesi più tardi, sulle stesse pagine, quel perseguitato per le sue opinioni è diventato un disertore, e nelle idee di Vannacci intanto era rimasto tutto identico, parola per parola, perché a cambiare era stata soltanto la tessera.
Il metodo, però, va oltre i titoloni di prima pagina. Il 9 agosto 2026 il Giornale ha dedicato a Futuro Nazionale un’inchiesta sul caos organizzativo, con i 1.914 comitati e i 130mila tesserati descritti come un’anarchia in cui gerarchia e ordine, cioè i due principi che il generale rivendica dal mondo militare, sono diventati i punti più deboli del suo partito. Il 25 agosto è toccato a Libero aprire il fronte interno, dando spazio ai dirigenti vannacciani che contestano la svolta del programma su aborto e famiglia, cioè il programma del loro stesso partito.
Poi c’è il fronte politico. Giorgia Meloni, sul settimanale Chi in edicola dal 12 agosto, ha liquidato il generale come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Il 26 agosto, dal Meeting di Rimini, Fratelli d’Italia ha escluso ogni apertura a un partito che “sta dando una mano ai nostri avversari”, e nello stesso pomeriggio Antonio Tajani ha bollato il passaggio di un consigliere regionale calabrese a Futuro Nazionale come “un tentativo maldestro di aiutare la sinistra”. La ministra Eugenia Roccella ha aggiunto sul Foglio che il programma vannacciano è “un testo fortemente ideologico” e che dietro le proposte sulla famiglia c’è soltanto la caccia al consenso. Quattro voci, una frase sola, sempre la stessa frase: il generale lavora per il nemico.
Poi però c’è l’aritmetica, che è una brutta bestia e ha una memoria peggiore. La Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio dà Futuro Nazionale al 7,1 per cento, Fratelli d’Italia al 26,7, il centrodestra senza il generale fermo al 41,6 e il campo largo avanti al 44,3. Con questi numeri, alle politiche del 2027, la stessa coalizione che oggi lo chiama disertore dovrà sedersi al tavolo con lui, contrattare i collegi e sorridere per la foto di gruppo. Quel giorno i titoli del 3 febbraio saranno spariti negli archivi e Vannacci verrà presentato come una risorsa della nazione. Servirebbe un minimo di vergogna, per impedirlo. Ed è esattamente la facoltà che a questa destra manca dalla nascita: si vergogna soltanto di perdere.
A Bari la festa sul record di governo: 10mila militanti e 60 autobus. Deputati e senatori arrivano a spendere 700 euro

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Diecimila militanti, di cui la metà dalla provincia di Bari. Sessanta pullman da tutta Italia. Una platea imponente, quasi da concerto rock. Per l’evento tanto sognato dalla premier Giorgia Meloni per festeggiare un record: il governo più longevo della Repubblica italiana. Bari è mobilitata, insieme a tutto lo stato maggiore del partito.
L’evento però costa. E per questo i parlamentari e i consiglieri regionali si stanno autotassando. Deputati, senatori e consiglieri regionali da tutta Italia hanno pagato di tasca propria i pullman che arriveranno da ogni parte della penisola. Alcuni sono arrivati a versare 700 euro, altri meno a seconda dei prezzi pattuiti. Anche perché i pullman non dovranno solo portare i partecipanti alla manifestazione ma anche riportarli indietro, magari viaggiando di notte. Per il resto hanno contribuito in parte il partito regionale e il partito nazionale.
[…] Ovviamente i parlamentari e i consiglieri regionali dovranno anche portare le truppe all’evento riempiendo i pullman di militanti. Mercoledì sono partite le iscrizioni con un form sul web che è stato mandato via chat a parlamentari, dirigenti, consiglieri regionali, amministratori locali e iscritti. L’idea è quella di riempire il terminal crociere di Bari con l’intervento di Meloni al tramonto.
Una decisione – quella di far pagare di tasca propria alcuni pullman – che non è piaciuta a diversi eletti e consiglieri regionali che lamentano di dover già versare mille euro al mese tutti i mesi da inizio legislatura. Circa 5 mila presenti, la metà, con relativi pullman sono attesi dalla Puglia e da tutte le province e quella da cui ci si attende maggiore partecipazione è quella di Bari. Gli altri arriveranno soprattutto dalle Regioni del Sud.
Ieri il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, e il senatore barese Filippo Melchiorre hanno fatto un nuovo sopralluogo per capire gli aspetti logistici della manifestazione: l’ingresso delle auto blu (ci saranno ministri, il presidente del Senato Ignazio La Russa e la premier Meloni) e il parcheggio dei pullman. Questa mattina poi in Regione sarà presentato l’evento con una conferenza stampa. Il titolo della giornata è emblematico: “Governo più stabile, Italia più forte”.
[…]
È previsto l’intervento dei vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e di Maurizio Lupi (dovrebbero esserci anche parlamentari della coalizione) e poi di Meloni alle 19:15. La premier rivendicherà i risultati dei suoi 4 anni di governo e aprirà la campagna elettorale studiando una proposta economica, sulle tasse. Non solo: ricorderà l’importanza di aver scelto Bari e il Sud come “ponte” per il Mediterraneo rivolgendosi direttamente al Meridione in vista delle prossime elezioni. Ieri ha dato un primo assaggio nel suo video messaggio a Ceglie Messapica all’evento “La Piazza” parlando di un giro di affari da 60 miliardi come effetto della Zes unica (la Zona Economica Speciale) descrivendo i Giochi del Mediterraneo come “grande occasione” per il Sud. Da programma dovrebbe essere prevista anche un’intervista al vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto (leccese doc) anche se negli ultimi giorni sono aumentati i dubbi interni per l’opportunità di far partecipare il numero 2 di Ursula von der Leyen a una festa di partito. Si deciderà oggi. Tra un intervento e l’altro dovrebbero parlare figure della società civile per raccontare cosa ha fatto il governo per loro.
In questi giorni, inoltre, è stata messa in piedi anche un’imponente macchina di sicurezza per l’evento. Ogni 48 ore il comitato ristretto in questura si riaggiorna. L’obiettivo è evitare che si ripetano i fischi nei confronti di Meloni del 21 agosto allo stadio di Taranto in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo. Sarebbe una figuraccia che il partito vuole evitare. Così la questura si è mossa già per stilare un elenco dei possibili contestatori organizzati, mentre sarà previsto un imponente dispiegamento delle forze dell’ordine e metal detector per i controlli all’ingresso del porto.
Col leader di Azione il n.2 della brigata neonazista e un foreign fighter italiano

(estr. di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Che ci fa Carlo Calenda con il numero 2 del Battaglione Azov e un foreign fighter italiano? No, il leader di Azione non si è (ancora) arruolato a difesa dell’Ucraina, ma domani sarà a Milano per partecipare all’evento “La nostra indipendenza”, organizzata dall’associazione Uami (formata dalla comunità ucraina) con la collaborazione del Consolato di Kiev. Non la solita manifestazione in solidarietà del Paese aggredito, ma una giornata piena di omaggi – in presenza o in video – a personaggi dell’esercito molto discussi, soprattutto per l’appartenenza al battaglione di orientamento neonazista.
[…] Calenda è previsto tra gli ospiti insieme, tra gli altri, all’europarlamentare del Pd Pierfrancesco Maran. Secondo gli organizzatori, “la sua partecipazione rappresenta un momento importante di confronto sui temi dell’Europa, della responsabilità politica e del sostegno al’Ucraina”, sottolineando “l’importanza di scelte concrete e di una posizione chiara di fronte alle sfide del nostro tempo”.
Calenda potrà assistere al videomessaggio di Sviatoslav Palamar, nome di battaglia “Kalyna”. L’associazione lo descrive come “eroe dell’Ucraina, comandante e uno dei simboli dell’eroica resistenza di Mariupol e Azovstal”, e ancora “un guerriero il cui coraggio è entrato nella storia dell’Ucraina”. È il numero 2 del Battaglione Azov, con cui combatte fin dal 2014. Gli ucraini lo considerano un simbolo per i meriti sul campo di battaglia, anche se in Occidente il Battaglione Azov è stato criticato non solo per l’orientamento politico di simpatie neonaziste ma anche per i crimini di guerra (abusi, stupri, torture) denunciati da diversi organismi internazionali, Nazioni Unite comprese, soprattutto tra il 2014 e il 2016.
[…]
Dello stesso battaglione fa parte pure Oleh Krisenko, la cui moglie, Kataryna, è un’attivista dell’Associazione delle famiglie dei difensori di Azovstal e sarà a Milano per dire la sua. Il marito, sopravvissuto ai bombardamenti, è stato prigioniero di guerra prima di essere liberato dai russi. Altro ospite dell’evento è Yuri Previtali. Stavolta è un italiano, anche se impegnato pure lui a difesa dell’Ucraina. Previtali infatti è un foreign fighter, è partito dalla provincia di Bergamo tre anni fa e, secondo varie fonti di stampa, ha combattuto nella Karpatska Sich, altra formazione di estrema destra nata nel 2014 e poi tornata operativa dopo il 2022.
Come detto, Calenda non è l’unico esponente politico italiano invitato. A Milano ci sarà anche Maran del Pd: “La sua vicinanza all’Ucraina e agli ucraini – scrivono gli organizzatori – ha per noi un valore speciale”. L’iniziativa ha i galloni non solo militari, ma anche istituzionali. Oltre alla collaborazione del consolato, è previsto infatti l’intervento di Ihor Brusylo, ambasciatore ucraino in Italia.
La proroga sulle accise dà respiro, ma preoccupa la lite tra Forza Italia e Lega. Sui “dublinanti” Der Spiegel accusa la premier di essere «un pericolo per l’Ue»

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Temporaneamente tamponato un problema, altri sono dietro l’angolo per Giorgia Meloni. La mini proroga del taglio delle accise fino al 5 settembre è stata la soluzione emergenziale al caro carburanti: un modo per prendere tempo, in attesa di trovare una «soluzione più strutturale». Se la tensione sui mercati petroliferi continuerà a crescere, infatti, il governo dovrà decidere come intervenire. Come farlo però è tutt’altro che a portata.
Lo scontro tra Forza Italia e Lega sulla tassazione degli extraprofitti a banche e compagnie petrolifere ha dato il quadro della tensione interna all’esecutivo, che non si placherà nemmeno se la soluzione infine sarà quella di un una tantum concordato con le big oil e degli istituti finanziari. In ogni caso «il 6 settembre si potranno attivare le accise mobili di agosto, vedremo quanto spazio c’è», ha spiegato il responsabile Economia di Fratelli d’Italia Marco Osnato, sottintendendo come una decisione non sia ancora stata presa.
Dietro l’angolo, però, c’è la ripresa dei lavori parlamentari con ostacoli in grado di far emergere in maniera ancora più prepotente la distanza che separa gli alleati di governo.

A stretto giro dovrà arrivare il decreto per il nuovo pacchetto armi all’Ucraina, su cui c’è convergenza tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre la Lega continua a dimostrarsi refrattaria. La questione è spinosa e Meloni l’ha trattata con grande prudenza anche al vertice dei Volenterosi, quando ha parlato dell’invio di generatori elettrici, conscia del fatto che ogni riferimento all’invio di armamenti pur da difesa sarebbe stato un potenziale problema.
Tanto più che da destra continua a crescere Futuro Nazionale, che porta avanti una posizione filorussa. A riprova della tensione sulla futura collocazione del movimento, il viceministro degli Esteri di FdI Edmondo Cirielli ha provocato un incidente diplomatico: «si possa governare con Vannacci» ha detto, venendo immediatamente smentito da fonti di partito, che hanno parlato di «parole a titolo personale».
Proprio i movimenti dei ribelli che hanno chiesto un passo di lato al segretario spaventano palazzo Chigi, in vista del primo settembre, quando scadrà il termine per depositare l’emendamento sulle preferenze nella nuova legge elettorale. Il Melonellum e le preferenze non piacciono a molti dei dirigenti di via Bellerio, cui rischiano di sommarsi anche le donne di FI, per nulla convinte dal correttivo di genere che l’emendamento dovrebbe contenere. Il risultato è il rischio di un nuovo testacoda della maggioranza, tanto che è probabile una questione di fiducia da porre sul testo alla Camera, per blindarlo contro i franchi tiratori.

Meloni è poi sempre più esposta anche sul fronte estero. La pressione delle forze di estrema destra è forte anche in altri paesi europei – Reforum Uk in Gran Bretagna e AfD in Germania – e la linea della premier per ora è stata quella di allontanare possibili contatti, puntando invece su partiti conservatori ma non antisistema. In particolare con la Germania il rapporto tra Meloni e il cancelliere Friedrich Merz era considerato molto solido.
A far cambiare la percezione tedesca è stata però la questione migratoria. Seppur tenuto in sordina, lo scontro sui “dublinanti” ha incrinato i rapporti: la Germania è decisa a rimandare in Italia un certo numero di persone, l’Italia ha manifestato la sua contrarietà.
A inizio settembre è in agenda un incontro tra il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, con il collega tedesco Alexander Dobrindt per risolvere la questione, ma un accordo sembra tutt’altro che semplice da raggiungere. «Il governo Meloni si rifiuta di fare la propria parte e rischia così di far fallire il nuovo sistema già al momento della sua entrata in vigore» si legge in un duro editoriale su Der Spiegel.
La stampa tedesca ha registrato il cambio nel sentiment del governo Merz nei confronti di Meloni già dopo la crisi di Ceuta e la scelta inconsulta dell’Italia di sospendere l’accordo di Schengen con la Spagna. «Meloni è, in sostanza, una nazionalista, ed è proprio qui che risiede il grande pericolo per l’Europa», continua Der Spiegel. La sintesi è che la premier italiana sia un lupo dell’estrema destra entieuropeista mascherato da agnello conservatore e che FdI sia un pericolo tanto quanto l’AfD, vista anche la sua collocazione fuori dal Partito popolare europeo.
Il rischio per la premier, dunque, è quello di un raffreddamento dei rapporti con un alleato chiave a causa della questione migratoria: aperta a livello europeo e di sicuro al centro dello scontro politico dei prossimi mesi. Così Meloni dovrà decidere se agire da presidente del Consiglio di uno dei paesi fondatori dell’Unione europea o da leader di partito in campagna elettorale.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Credo di essere stato uno di quei giornalisti che — come racconta Filippo Ceccarelli, su questo giornale, nel suo prezioso “reportage dal passato” su Gianni De Michelis — considerarono con irridente fastidio le ostentazioni mondane e danzerine del numero due del Psi. Ministro della Repubblica in varie fasi, e sommo esponente del craxismo.
Essendo passato molto tempo, mi sono domandato se fossi un bacchettone, e sicuramente non lo ero. Se fossi moralista, e forse un poco lo ero. Se fossi fazioso, e anche qui, come non ammetterlo… Ma certo non biasimavo la libertà sessuale, non osteggiavo la danza e non bestemmiavo Dioniso, parteggiavo apertamente per la facoltà di vivere «ognuno come gli va» (Lucio Dalla), ché la mia generazione, tra le sue tante colpe, non ebbe quella della costumatezza come obbligo da imporre agli altri non avendo alcuna voglia di esercitarla in proprio.
E dunque perché tutta quella ostilità alla scia di balocchi, profumi e sudore che accompagnò le notti del nostro, e di riflesso, al mattino, noi sorbivamo insieme al caffè e ai giornali?
Credo che si fosse, in quegli Ottanta occidentali, al passaggio storico dall’egemonia del “noi” a quella del’“io”. Magari non lo sapevamo: ma lo intuivamo. E l’esibizione di sé, sempre spacciata come brillante effrazione dell’ipocrisia, era il segno di un tempo nuovo che ci sembrava, in buona sostanza, un tempo triste. Come è sempre triste il narcisismo.
In estrema sintesi, il punto era proprio questo: ci sembrava più triste la discoteca di De Michelis dell’austerità di Berlinguer. Ma non siamo stati capaci di dirlo, e anche per questo abbiamo perso, per giunta con la nomea funesta di non essere capaci di divertirci. E dire che (in privato) ci siamo divertiti parecchio anche noi.
D-day. Corsini convoca la squadra Rai mercoledì. Missione: silurare il conduttore. Meloni osserva i vertici: teme il suo ritorno in video

(estr. di Alessandro Mantovani e Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Ora c’è una data. Per il pomeriggio di mercoledì 2 settembre, il direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini, ha convocato gli inviati, il produttore, il capo progetto e i coordinatori dei videomaker e dei montatori di Report. Non c’è l’oggetto della convocazione, ma tutti si attendono che Corsini comunichi le decisioni dell’azienda sul futuro del programma di inchieste di Rai3, travolto dalla vicenda di Sigfrido Ranucci. Vittima di un attentato dinamitardo sotto casa nell’ottobre 2025 ma soprattutto bersaglio di una violenta campagna denigratoria da quando è stato arrestato, come mandante, Valter Lavitola, faccendiere di lungo corso e amico del conduttore.
[…]
La conducono i giornali della destra che da tempo ha messo Report e Ranucci nel mirino e non vuole farsi scappare l’occasione nell’anno che porta alle elezioni. Non è un caso che Federico Mollicone, presidente FdI della Commissione Cultura della Camera, ieri l’altro li abbia pubblicamente ringraziati: “Faccio un plauso ai quotidiani Il Giornale, Il Tempo, La Verità e Libero e ai loro direttori che stanno facendo emergere tutti i coni d’ombra di questa vicenda”. Ecco, sì, le ombre, come quella dell’auto di Ranucci non assicurata, ma che invece era assicurata.
Il mandato è chiaro. Allontanare Ranucci da Report. In ballo c’è anche il futuro dell’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi. Perché i suoi rapporti con Palazzo Chigi erano già complicati, se manca l’obiettivo difficilmente farà un secondo mandato e tanto meno avrà un seggio in Parlamento come era stato ventilato. Ma allontanare Ranucci è meno semplice del previsto. Scartata l’ipotesi di una sospensione da parte del comitato etico, evocata da Matteo Salvini che così ha irritato i vertici di FdI perché evidentemente non ci sono violazioni che la giustificherebbero, resta quella di ricollocarlo. Non facile, trattandosi di un vicedirettore Rai che ha sempre fatto ascolti di tutto rispetto ed è deciso a resistere, anche in tribunale, contro eventuali demansionamenti. C’è l’ipotesi di una vicedirezione a Rainews 24 o al Tg3, ma non è detto che Ranucci accetti. Se, per caso, Ranucci dovesse fare causa e vincerla, potrebbe tornare in video in campagna elettorale. Scenario che Meloni vuole evitare a ogni costo. Così sta osservando con attenzione le mosse di Rossi.
[…]
Nel frattempo la redazione di Report è divisa. Non ha convinto tutti la lettera spedita a Corsini dagli inviati, gli autori delle inchieste, anticipata ieri dal Fatto: “È ormai evidente – hanno scritto – come l’annunciata rimozione di Sigfrido Ranucci abbia a che fare solo in parte con la vicenda Lavitola e che segua in realtà un preciso disegno politico. Lo si evince dalla violenza con cui, prendendo a pretesto l’indagine giudiziaria sull’attentato, alcuni gruppi editoriali legati a partiti della maggioranza abbiano preso di mira la trasmissione, i suoi giornalisti e le principali inchieste mandate in onda, con il chiaro intento di delegittimare e infangare uno degli ultimi presidi di libertà e di indipendenza informativa del servizio pubblico”. Dicono quindi “no” a un conduttore o capoautore esterno perché nella redazione “ci sono già le professionalità necessarie. Qualsiasi scelta differente sarà da noi giudicata come ostile e tesa alla normalizzazione e al commissariamento del programma”. Altri preferivano schierarsi a difesa di Ranucci, ritenendo questa l’unica strada per difendere l’autonomia della trasmissione, ma neppure questa posizione ha una maggioranza.
La Rai vuole evitare una sorta di “tele tribuno”, cioè un conduttore protagonista. E in ballo c’è anche l’ipotesi di una soluzione interna alla redazione, con i conduttori a rotazione.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] A quasi due mesi dalla notizia su Lavitola indagato per la bomba a Ranucci, abbiamo letto di tutto. Che Ranucci la bomba se l’era messa da solo. Che gliel’aveva messa Lavitola d’accordo con lui. Che sapeva che gliel’aveva messa Lavitola, ma lo copriva con alibi e depistaggi. Che Lavitola gli aveva detto di stare attento, quindi era ovvio che stesse per mettergli la bomba. Che Ranucci va arrestato come Lavitola, a prescindere. Che deve tacere, ma pure “spiegare i suoi silenzi”. Che ha trasformato Report in “Telelavitola” con servizi-bufala su commissione. Che la mattina era un satiro divoratore di donne, ma nel pomeriggio aveva rapporti gay con Lavitola e con un attore (poi, forse, la sera diventava trans). Che ricatta tutti, anzi è ricattato da tutti. Che sta scrivendo un libro a quattro mani con la Boccia. Che è colluso con Gratteri e l’Anm. Che agisce per conto dei 5Stelle, anzi di Avs, anzi del Pd (per non parlare della “sinistra Usa” e forse di Putin), che però smentiscono, quindi “lo scaricano”. Che, siccome ha subìto molte querele temerarie da gente che non ha mai diffamato, non deve querelare chi lo diffama. Che, siccome vogliono cacciarlo da Report, deve “fare un passo indietro”, altrimenti “si imbullona alla poltrona”. Che deve prendere lezioni di etica da Minoli, Vespa, Colosimo, Delmastro, La Russa e pure dal generale Mori. Che – testuale – “minaccia la Rai” (Libero) e “fa pure la vittima” (Verità).
[…]
Purtroppo erano tutte balle, smentite dalle carte, dagli inquirenti e dalla logica. L’unica cosa vera, in attesa di un movente sensato per l’attentato, è che la Rai ha deciso di punire la vittima dell’attentato cacciandolo da Report. Ma non ne spiega il motivo, perché non esiste, a parte il fatto che Ranucci e Report stanno sulle palle al governo e a mezza opposizione e vogliono liberarsene in tempo per la campagna elettorale. La Rai aveva anche sguinzagliato il “Comitato Etico”, di cui nessuno sospettava l’esistenza vista la cloaca che va in onda da mane a sera, per passare ai raggi X ogni puntata di Report sperando di scovare qualche trave o almeno qualche pagliuzza a cui appendere l’epurazione. Ma non ha trovato niente di niente. Quindi allontanare Ranucci è illegale per contratto, leggi, Costituzione e Media Freedom Act europeo: l’epurato avrebbe ottime chance di vincere la causa e tornare al suo posto in pochi mesi con procedura d’urgenza. Un nuovo caso Santoro in piena campagna elettorale. L’ultima speranza per questa Rai disperata è che la redazione di Report le tolga le castagne dal fuoco, spaccandosi e offrendo qualche nome improbabile come kapò per far fuori il conduttore e prenderne il posto. Chi vi fosse tentato si ricordi che fine fanno di solito i collaborazionisti: usati, spremuti e poi gettati nella spazzatura.

(Giancarlo Selmi) – Mollicone ringrazia i giornali di Angelucci per aver dato risalto ai “risvolti torbidi” della vicenda Ranucci. E, in effetti, il torbido abbonda. Solo che, a guardare bene, sembra concentrarsi più negli articoli che nei fatti. In pochi giorni è uscita una quantità industriale di pezzi sull’orientamento sessuale di Ranucci: dopo aver attraversato quella giungla di parole mal assemblate, il lettore non sa più se debba considerarlo un predatore sessuale di donne o un omosessuale. Magari, frugando meglio fra quelle pagine, salterà fuori anche la pedofilia. A quel punto mancherebbero solo la stregoneria, i rettiliani e il furto delle merendine.
Forse, però, il “torbido” indicato da Mollicone riguarda l’auto coinvolta nell’attentato, descritta come non assicurata e dunque impossibilitata a circolare. Peccato che l’auto fosse perfettamente in regola e fosse priva soltanto della copertura furto e incendio. Un dettaglio minuscolo, certo: appena la differenza fra una notizia e una sciocchezza. Ma alla sciocchezza è stato dedicato un articolo lunghissimo, quindi dev’essere stata torbidissima.
Oppure il torbido sarebbe nell’accenno di Ranucci a un metodo ben noto: prima si demolisce la reputazione di una persona, poi la si colpisce. Qui, però, il mistero si dissolve subito. Non c’è nulla di torbido: c’è soltanto l’analfabetismo funzionale di chi ha commentato quella frase senza comprenderne il significato. Ma poi, dulcis in fundo, la dichiarazione che ha scaldato milioni di anime e di penne: “Per le notizie andrei a cena anche con Totò Riina, se fosse necessario”.
Torbidissima. Talmente torbida che qualunque giornalista degno di questo nome potrebbe sottoscriverla. Montanelli e Biagi per primi. Perché un giornalista cerca le notizie dove si trovano, non soltanto fra persone presentabili, tovaglie immacolate e commensali approvati dall’ufficio stampa. Il paragone con chi venne fotografata insieme a un bombarolo fascista e oggi presiede la Commissione Antimafia è pertinente più o meno quanto la Nutella in una dieta per diabetici o una carriola di burro in una cura dimagrante.
Ma gli pseudo-giornalisti di Angelucci, in questo caso, sono in buona compagnia: ne ha scritto anche Gaia Tortora, in un momento di sconforto per l’ala destroide de La7 e di gravissima inimicizia con la lingua italiana. Un “se Ranucci andrebbe a cena” che rivaluta l’italiano di Rita De Crescenzo. Insomma, a parte il litigio della Tortora con l’italiano e le conseguenti domande sulla sua tessera di giornalista, Mollicone vede “risvolti torbidi” ovunque. Forse perché, quando l’acqua viene agitata abbastanza da certi giornali, persino il fondo più limpido sembra fangoso.
Mollicone… Nomen omen. Responsabile “cultura” di FdI. Ahahahahahahahahah.
Zakharova: ‘Possibili rappresaglie su basi britanniche’. Fonti Ue: ‘Non ravvisiamo il rischio immediato di un attacco di Mosca ai 27’

(ansa.it) – Le notizie dei media su una presunta intenzione della Russia di attaccare la Nato “non hanno niente a che vedere con la realtà” e sono solo “spauracchi”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, citato da Ria Novosti.
La Russia potrebbe attaccare qualsiasi struttura militare britannica, “all’interno o all’esterno dell’Ucraina”, per rappresaglia agli attacchi ucraini sul territorio russo con armamenti forniti da Londra. Aveva detto la portavoce ministeriale Maria Zakharova citata da Interfax.
Attualmente vengono pubblicate molte di queste storie allarmistiche – ha detto Peskov -. Naturalmente, non hanno nulla a che vedere con la realtà e non hanno nulla a che vedere con le intenzioni della Federazione Russa”. “Allo stesso tempo – ha proseguito il portavoce del presidente Vladimir Putin – la Federazione Russa si trova ad affrontare una politica molto aggressiva nei suoi confronti da parte dei Paesi europei. E questa aggressività proviene proprio dai Paesi europei. Le speculazioni contrarie sono una distorsione della realtà e semplici notizie infondate, nient’altro”. “Se parliamo di escalation militare – ha aggiunto Peskov in un’intervista a Bloomberg – noi semplicemente non ne abbiamo bisogno, perché stiamo comunque avanzando (in Ucraina)”.
Il capo dei servizi segreti per l’estero russi, Serghei Nyshkin, ha confermato di avere avuto un colloquio martedì a Mosca con il direttore della Cia, John Ratcliffe, affermando che si è tratto di un normale “incontro di lavoro” senza “nulla di insolito”. “abbiamo discusso una serie di questioni che rientrano nella competenza dei servizi di intelligence, e, come ben sapete, la competenza dei servizi di intelligence è una cosa piuttosto delicata e particolare”, ha detto Naryshkin, citato dall’agenzia Interfax.
Il viaggio a sorpresa del capo della Cia a Mosca è stato per avvertire la Russia di non attaccare i paesi della Nato. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti informate sulla prima visita nota di John Ratcliffe a Mosca. L’avvertimento segue le nuove valutazioni dell’intelligence americana, secondo le quali Vladimir Putin potrebbe mettere alla prova la determinazione della Nato con un attacco limitato contro un paese dell’alleanza nei prossimi anni.
“È in corso una conversazione piuttosto concreta su come andare avanti insieme in un mondo in cui l’Europa, che è ovviamente un continente molto ricco, può assumersi e si sta assumendo la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale”. Lo ha detto il sottosegretario Usa Elbridge Colby al quarter generale della Nato. “L’Europa – ha aggiunto – rimane un interesse fondamentale per gli Stati Uniti, anche se diamo priorità all’emisfero occidentale e alla prima catena di isole (davanti alla Cina, ndr)”. “Ma ci sono alcune cose che dobbiamo chiarire affinché tutto abbia senso in futuro”.
Le truppe russe stanno avanzando su un fronte di 160 chilometri per prendere il controllo dell’intera regione ucraina di Donetsk e “hanno superato, in alcune zone, la prima linea difensiva del complesso fortificato di Sloviansk-Kramatorsk”. Lo ha affermato il capo di Stato maggiore, Valery Gerasimov, durante una visita ad un centro di comando vicino al fronte. Secondo Gerasimov, i soldati russi sono arrivati a circa “quattro chilometri dalla periferia orientale di Sloviansk, mentre a est di Kramatosk “stanno combattendo sul territorio dell’aeroporto, a tre chilometri dalla periferia della città”.
“L’obiettivo strategico principale del regime di Kiev rimane il mantenimento del controllo sulla parte rimanente del Donbass” e a tal fine “ha costruito e continua a migliorare una difesa profondamente stratificata, basata sugli edifici alti e sulle zone industriali delle principali città di Sloviansk, Kramatorsk e Druzhkivka, collegate tra loro da una sviluppata infrastruttura di trasporti e da un sistema di fortificazioni”, ha detto Gerasimov, citato nel canale Telegram del ministero della Difesa russo. Il capo di Stato maggiore ha aggiunto che le unità russe si sono avvicinate anche a Druzhkivka e “si trovano a un chilometro e mezzo dalla città. “In totale, durante i due mesi trascorsi sul fronte di Druzhkivka, sono stati liberati più di 100 chilometri quadrati di territorio” ha affermato Gerasimov.
“Posso affermare con estrema chiarezza che noi, così come i servizi europei in generale, non ravvisiamo alcun rischio immediato di un attacco da parte della Russia nei confronti dei Paesi europei e dei membri della Nato”. Lo afferma un alto funzionario europeo in merito alle varie indiscrezioni succedute alla visita del capo della Cia a Mosca, precisando che non ci sono i segnali sul campo. “Quello a cui abbiamo assistito sono stati attacchi ibridi e, in alcuni casi, non proprio ibridi, che continuano a verificarsi e che, secondo le nostre previsioni, continueranno a verificarsi”, precisa.
Gli effetti assai poco intelligenti di togliergli la conduzione di “Report”

(ilfoglio.it) – In Italia l’epurazione è come il premio Nobel. Togliendo a Sigfrido Ranucci la conduzione di “Report”, come si appresta a fare, la Rai gli consegna dunque la più ambita onorificenza, con la motivazione già scritta dallo stesso premiato, che nelle sue dichiarazioni pubbliche si è collocato da settimane nella postura del perseguitato. Il paradosso è che quella postura era proprio il programma di Valter Lavitola, il quale voleva fabbricargli attorno un’aureola. L’attentato aveva prodotto soltanto un abbozzo, un martirio di carrozzeria. Per un martirio vero ci vuole ben altro, ci vuole un provvedimento aziendale. Così Viale Mazzini porta a termine con diligenza impiegatizia l’opera che l’oste del ristorante Cefalù aveva lasciato a metà.
Che la spinta sia venuta da Fratelli d’Italia è pacifico, così come è pacifico che da quelle parti si ragioni sovente non da uomini ma da caporali, secondo l’antropologia stabilita da Totò e mai smentita dai fatti, dove il caporale è quello che comanda a voce alta senza avere capito il problema. Il problema politico, per FdI, non era Ranucci. Era Report. E Ranucci, dopo il caso Lavitola, era anzi diventato lo strumento più efficace per neutralizzare la faziosità di Report, perché un programma d’inchiesta condotto da un uomo che deve rispondere di frequentazioni e di chat non incalza nessuno, si difende e prende pernacchie. Bastava lasciarlo lì, Ranucci. Immobile, autorevole soltanto per contratto, e la trasmissione si sarebbe spenta da sé, senza piazze, senza spettacoli in teatro, senza il libro annunciato per il 2027. Hanno invece scelto la rimozione, che rende Ranucci un epurato (dunque un Nobel) e trasferisce la trasmissione a un successore il quale, chiunque sia, dovrà dimostrare urbi et orbi di non essere il conduttore del regime. Sicché farà esattamente quello che si faceva prima, con maggiore zelo. Il risultato è che la destra avrà il doppio del problema, Ranucci martire e Report iperfazioso. Ma l’intelligenza è come il coraggio, se uno non ce l’ha non se la può dare.
L’economista della Columbia: “Il negoziato non partiràse Usa e Ue continuano a negare i timori dei russi per la loro sicurezza”

(di Riccardo Antoniucci – ilfattoquotidiano.it) – Non illudiamoci, invita l’economista della Columbia e consigliere diplomatico Jeffrey Sachs il giorno dopo la visita del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca. “Siamo sempre allo stesso punto: l’Ucraina viene distrutta pezzo a pezzo e la sua sconfitta si avvicina, mentre gli Stati Uniti e l’Europa continuano a non essere disposti a discutere le principali preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza, che fin dall’inizio sono state le cause della guerra”.
Sono state avanzate almeno quattro ipotesi sui contenuti della visita di Ratcliffe a Mosca. L’unica che Trump ieri non ha smentito è quella che fosse legata al dossier del conflitto in Ucraina, anche se poi l’ha definita “di routine”. L’ultima volta che un C-17 è atterrato nella Capitale russa, trasportava Witkoff e Kushner per un tentativo di negoziato. Stavolta, lei vede la possibilità di un rilancio di una soluzione diplomatica? Magari intrecciando anche questioni sorte con l’altro conflitto aperto dagli Usa con l’Iran?
I dettagli sono troppo scarsi per trarre conclusioni definitive. Il punto principale però è che l’Ucraina in questa fase sta subendo un duro colpo. Mancano le difese aeree ed è comprensibile che l’Occidente, che non può più fornirgliele per motivi noti, stia facendo pressioni su entrambi i belligeranti per ottenere una sorta di cessate il fuoco. Ma la realtà è che l’Occidente non offre nulla di interessante alla Russia dal punto di vista diplomatico. Un’offerta interessante per Mosca sarebbe un impegno chiaro a favore della neutralità dell’Ucraina e la fine dell’allargamento della Nato. Ma non succede, e la situazione rimane la stessa di sempre.
Ha parlato delle preoccupazioni di sicurezza di Mosca. Qual è la posizione di Putin a questo punto del conflitto?
La Russia ha preoccupazioni di sicurezza reali e fondamentali. I sistemi missilistici statunitensi ed europei schierati ai confini della Russia sono un fatto. Ci sono voci sullo schieramento di armi nucleari in prossimità dei confini russi, attacchi con missili statunitensi ed europei mirati in profondità nel territorio russo (lanciati dagli ucraini, ndr). L’espansione della Nato in Ucraina è ancora una richiesta sul tavolo, e viene promessa da alcuni leader europei e dalla dirigenza della Nato a Kiev. Posso continuare: la scadenza degli accordi sulle armi nucleari tra Usa e Russia, le sanzioni economiche e il sequestro dei beni russi… Nulla di tutto questo viene discusso apertamente e in modo tale da arrivare a una soluzione. Al contrario, l’Europa parla soltanto di preparativi per una futura guerra aperta contro la Russia.
Se dovesse davvero concretizzarsi un cessate il fuoco, cosa ne sarebbe di questa Europa che cerca la guerra, per lei?
Se la Nato ponesse fine alla sua espansione errata e pericolosa e l’Ucraina dichiarasse la neutralità, si potrebbe ottenere la pace e l’Europa conoscerebbe una vera ripresa economica. Altrimenti, l’economia civile europea continuerà a declinare e il rischio di una guerra devastante rimarrà. L’Europa sarebbe la principale beneficiaria di una pace negoziata. Invece è la regione che teme di più la diplomazia.
In questi giorni è emerso anche un intervento esplicito e visibile del Vaticano, con la visita di Mons. Paul Gallagher… Questo slancio, ora che il papa è Leone XIV, ha forse più potenziale?
È molto difficile dirlo, sappiamo ancora troppo poco dei contenuti della missione in Russia. Ma indubbiamente Papa Leone è una voce eccezionale a livello globale in favore della pace.
Tornando a Kiev, Zelensky appare indebolito dagli scandali di corruzione che lo circondano nel governo. Non è un incentivo a chiudere la guerra?
Zelensky è leader di un regime corrotto e in crisi. Lo sanno tutti.
E un Trump in cerca di risultati internazionali può essere un incentivo, invece?
No. Trump è incompetente e inefficace. Non ha né la capacità né la volontà di spiegare alcuna questione in modo chiaro e convincente, né di affrontare i negoziati con serietà.
Intervista a Mario Tozzi. Primo Ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria)

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – Il geologo Mario Tozzi a Fanpage.it: “Il disastro in Nepal e Tibet probabilmente causato dal surriscaldamento globale. Eventi simili stanno già accadendo anche sulle nostre montagne, sebbene con proporzioni diverse. Due esempi? La valanga della Marmolada del 2022 e l’alluvione di Bardonecchia del 2023”.
Lo zero termico sale oltre le vette più alte, i ghiacciai fondono e le montagne perdono il collante naturale che le tiene insieme da milioni di anni. Il disastro avvenuto in Nepal e Tibet – dove una catastrofica frana ha causato centinaia di morti e migliaia di dispersi – è l’ennesimo campanello d’allarme di un equilibrio idrogeologico spezzato dal riscaldamento globale.
Già, il cambiamento climatico. Ancora e sempre lui. In attesa di analisi più approfondite, appare già chiaro che il disastro sull’Himalaya non è stato causato da una serie di terremoti, come inizialmente ipotizzato, bensì dall’improvviso e imprevedibile collasso di un’enorme massa di ghiaccio e detriti su un lago glaciale in alta quota che, dopo aver oltrepassato gli argini, si è riversato a valle causando gli impatti catastrofici immortalati anche in alcuni impressionanti video.
Una dinamica che, fatte le debite differenze, ricorda la tragedia del Vajont del 1963 ma che, in scala fortunatamente ridotta, si sta verificando già anche sull’arco alpino italiano, come dimostrano la valanga sulla Marmolada del luglio 2023 e l’alluvione di Bardonecchia dell’anno successivo. Fanpage.it ne ha parlato con Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, che non ha dubbi: di fronte a un equilibrio idrogeologico ormai compromesso dal riscaldamento globale è sempre più urgente mettere in sicurezza il territorio azzerando il consumo di suolo zero, bloccando ogni nuovo cantiere in quota e trovando finalmente il coraggio di fare un passo indietro. Insomma, lasciare finalmente “in pace” le Alpi e smetterla di edificare per assecondare le esigenze del turismo di massa.
Professor Tozzi, partiamo dal drammatico evento avvenuto in Nepal e nella regione cinese del Tibet. Dal punto di vista scientifico e geologico, cosa ha scatenato questa catastrofica colata di acqua, fango e rocce?
Al momento non abbiamo ancora una certezza assoluta, ma i primi riscontri ci dicono cose molto interessanti. Inizialmente si era valutato il possibile impatto di un terremoto, visti i sismi di magnitudo 4, 4.5 e 5.2 registrati nell’area, tuttavia, gli studiosi dell’USGS – il servizio geologico degli Stati Uniti – hanno stabilito che quelle scosse sarebbero state in realtà provocate dal crollo stesso della frana, non il contrario. Quando una massa rocciosa enorme precipita da quote così elevate, l’impatto sul terreno può generare terremoti locali. Escludendo quindi la causa sismica come innesco primario, lo scenario più probabile vede come colpevole l’accumulo eccessivo e concentrato di acqua di fusione dei ghiacciai. Questa massa d’acqua ha rotto gli argini naturali in cui era trattenuta ed è precipitata a valle tutta insieme, trascinando con sé rocce, detriti e ogni cosa che ha trovato sul suo corso.
Si può ipotizzare una correlazione diretta tra questo disastro e la crisi climatica che stiamo attraversando?
Molto probabilmente sì, anche se in attesa di verifiche più approfondite usare il condizionale è d’obbligo. Il fenomeno si è verificato verso la fine dell’estate, proprio nel periodo in cui i ghiacciai raggiungono il loro minimo storico annuale di consistenza. Il riscaldamento globale ha, come risultato generale, quello di acuire i fenomeni estremi, vuoi per il maggiore calore presente in atmosfera e la maggiore quantità di vapore acqueo, che causano precipitazioni spesso molto violente, vuoi – a livello locale – per queste situazione che interessano l’arco alpino himalayano; le grandi catene montuose d’alta quota, come l’Himalaya, sono ambienti incredibilmente delicati e sensibili ai cambiamenti climatici: essendo le aree in cui si concentra la maggior parte dei ghiacci del pianeta, sono anche quelle più direttamente colpite e destabilizzate dal surriscaldamento atmosferico.
Spostiamoci a casa nostra: un disastro di questa portata, naturalmente su scala ridotta, potrebbe verificarsi anche sull’arco alpino?
In realtà, eventi simili – ma di portata fortunatamente minore – stanno già accadendo anche sulle nostre montagne. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continui crolli di roccia sulle Dolomiti, al disastro della Marmolada e a decine di episodi di fusione rapida con rottura di piccoli sbarramenti naturali che trattenevano acqua, ghiaccio e neve. Le immagini che arrivano dal Nepal mostrano una colata di fango grigio e scuro alta diversi metri che ha spazzato via intere infrastrutture, case e binari, provocando migliaia di dispersi, compresi molti turisti. Una violenza distruttiva che non avevo mai visto e che – fatte le debite differenze – a livello di dinamica ricorda molto la tragedia del Vajont del 1963: lì la causa scatenante fu legata a un’opera artificiale come la diga, ma il crollo della frana nel bacino generò un’ondata d’urto devastante, preceduta da una forte compressione d’aria prima ancora dell’arrivo dell’acqua e del fango.
Però sulle Alpi non abbiamo i volumi di ghiaccio e gli spazi geografici immensi dell’Himalaya…
Certo, la scala dei fenomeni rimane più ridotta, ma la dinamica profonda è la stessa. Oltre alla valanga della Marmolada – che nel luglio 2022 causò 11 vittime – penso ad esempio a quanto accaduto a Bardonecchia nel 2023 o ai crolli alle Tre Cime di Lavaredo. Il problema alla base è che, sempre a causa del cambiamento climatico, il ghiaccio non fa più da sostegno e da collante per la montagna: poiché lo zero termico si è alzato oltre le vette più alte, il ghiaccio profondo fonde, la montagna perde stabilità e inevitabilmente frana. Questi fenomeni diventeranno sempre più frequenti, intensi e distribuiti lungo tutto l’anno, poiché le stagioni calde si stanno allungando a dismisura.
Di fronte a questa progressiva fragilità dei territori montani, quali sono le misure di adattamento urgenti che le amministrazioni pubbliche dovrebbero adottare in Italia?
La prima cosa fondamentale da fare è smetterla di costruire su tutto l’arco alpino. Bisogna fermare qualsiasi nuovo cantiere nei comuni montani, imponendo il consumo di suolo zero: nessun nuovo metro quadro di cemento, nessuna nuova seconda casa, albergo, ristorante o infrastruttura. Prendiamo Bardonecchia come caso emblematico: lì, per assecondare il turismo invernale, si è costruito l’inverosimile, in modo privo di senso, edificando aree esposte dove il fango, prima o poi, era destinato a scendere per via naturale, e nel 2023 non ci sono state vittime solo per puro caso. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la stagione invernale naturale per lo sci è ormai finita e difficilmente vedremo ancora delle Olimpiadi invernali sulle Alpi. Insistere con l’innevamento artificiale, consumando enormi risorse idriche ed energetiche per portare l’acqua in quota, significa solo sommare errori su errori. Per non parlare di opere inutili come la pista da bob delle scorse Olimpiadi, di cui è meglio non discutere nemmeno.
Oltre a bloccare il nuovo cemento, poi, le amministrazioni devono avere il coraggio di rimuovere e demolire le strutture già esistenti posizionate in aree ad altissimo rischio, eliminando del tutto la possibilità di risiedere in zone non sicure. Dobbiamo smettere di aggredire la montagna con nuovi impianti sciistici e infrastrutture inutili: l’unica vera misura di adattamento efficace è fare un passo indietro e lasciare finalmente in pace le Alpi.
Intervista al veterano Pd: “Salis è intelligente, ma se vuole correre per Palazzo Chigi si confronti nei gazebo. Sul woke Conte non voleva colpire Schlein ”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Esorta tutti a non perdere tempo ed energie in dibattiti sfibranti su come e quando scegliere il nome per Palazzo Chigi. “Prima il programma” insiste Goffredo Bettini, demiurgo del Pd romano, che non vede manovre interne contro Elly Schlein: “All’interno del partito ha goduto di una tranquillità esemplare. Quelli che la contestavano apertamente sono andati via e il suo avversario nelle primarie Stefano Bonaccini è di grandissima correttezza”. Cosa ci racconta l’intervista di Speranza al Corriere della Sera contro le primarie? Che la maggior parte del Pd le teme?
Ho il timore che riparta nel centrosinistra una “tarantella” infinita su metodi e regole. Ritardando ciò che è prioritario: concordare un testo essenziale, programmatico e di principi, di visione dell’Italia; intensificare la nostra opposizione sull’intollerabile carovita e sulla legge elettorale proposta dal governo, di stampo presidenzialista; non considerarla già approvata, piuttosto chiamare alla mobilitazione i democratici e la società civile. E infine, instaurare un clima di amicizia tra di noi, più sincero rispetto all’oggi. Escludo che Elly Schlein abbia il timore delle primarie. Ha detto con limpidezza che due sono le strade: scegliere il leader del partito più forte o le primarie di popolo. Un aspetto non criticabile della segretaria è il coraggio. Ne ha da vendere.
Come si può evitare ad esempio che i 5Stelle disertino le urne in caso di vittoria nei gazebo di Schlein?
Può accadere, ma c’è un’altra possibilità: che aumenti la mobilitazione degli elettori democratici e che crescano la passione, il confronto, le idee, la voglia di sconfiggere la destra italiana, sempre più intollerante e persecutoria. Occorrerebbe una deontologia delle primarie; bandire critiche e polemiche tra gli alleati che competono; accettare solennemente il risultato della votazione; saper rappresentare l’insieme della coalizione da parte del vincitore; rinunciando a velleità di comando solitario. Decisiva, nel cuore, resta la consapevolezza che una sconfitta farebbe pagare, anche in termini di libertà e di garanzie, un prezzo salatissimo all’Italia e all’Europa.
Speranza pone di fatto anche un altro tema, ossia che individuare un candidato premier prima delle Politiche sarebbe anche un modo di legittimare il Melonellum.
Mi permetto di ricordare che qualche tempo fa avanzai, insieme a Michele Fina e ad Alessandro Onorato, un ragionamento simile, su Rinascita. Fui accorto e prudente. Ma parlai della possibilità di candidare un riferimento altissimo e indiscusso della Costituzione. Allora mi parevano esserci le condizioni. Aveva vinto da poco il No nel referendum. Sarebbe stato ancora possibile svolgere una lunga campagna politica e culturale per coinvolgere l’elettorato sulla scelta di contestare un candidato premier, dal sapore plebiscitario. Nessuno colse questo suggerimento. Oggi mi pare un po’ tardi. I leader fondamentali del centrosinistra hanno accettato le primarie. Un percorso è già iniziato. Nelle condizioni attuali, il cambio di linea potrebbe essere interpretato come una debolezza, un’incapacità di scegliere, un espediente. La destra ci metterebbe in croce. E anche non pochi commentatori autorevoli.
Molti continuano a evocare come terzo nome Silvia Salis. Ma sia Schlein che Conte sono contrarissimi. Lei che giudizio dà della sindaca di Genova? Potrebbe correre per Palazzo Chigi?
Certo, se intende partecipare alle primarie. Mi pare una donna intelligente e che sa comunicare. Perderebbe freschezza, con un’eventuale convergenza su di lei ‘a tavolino’. E le sarebbe difficile rappresentare al meglio tutte le sensibilità del centrosinistra.
Quello delle regole delle primarie sarà un tema caldissimo: lei come le vorrebbe? E chi dovrebbe stabilirle? Magari un comitato apposito, fatto anche di esterni ai partiti?
Le opinioni che sto esprimendo sono personali. Prive del peso che danno incarichi politici e di gestione, che da tempo non ho. Comunque, per me, le primarie dovrebbero allargare al massimo i partecipanti al voto. Garantire la trasparenza, con regole drastiche che evitino possibili inquinamenti. Infine, i gazebo andrebbero promossi e gestiti da un comitato di garanzia, sopra le parti, impegnato in un lavoro non solo di rappresentanza, ma concreto e deliberativo. Su quando è meglio farle francamente sono incerto. Se le fai il prima possibile, chiudi questo argomento che è durato fin troppo. Se le fai a ridosso del voto, eviti un periodo di possibile logoramento del leader scelto.
Conte sta effettivamente surclassando Schlein sul piano politico, in queste settimane? Lo pensano e lo scrivono in diversi.
Non penso affatto che Conte stia surclassando il Pd e la sua leader. Il Pd è pienamente in campo, a partire dalla campagna delle Feste dell’Unità e dai contributi che la sua segretaria ha proposto sulla stampa e sui media. L’ultimo, quello consegnato al Foglio. Se devo essere sincero, mi ha sconcertato la reazione, persino di alcuni democratici, nei confronti del ragionamento pacato, integralmente politico, svolto da Conte su Repubblica, circa i possibili eccessi dell’ideologia woke. Non ci ho visto l’intenzione di colpire. Si è costruita ogni tipo di dietrologia, persino alludendo che non fosse farina del suo sacco. Una menzogna paradossale. Non vorrei offendere qualcuno, ma pochi politici italiani hanno la forza accademica e scientifica, la cultura generale di Conte. Queste asprezze sì, al di là delle primarie, vanno lasciate cadere, per il bene di tutti.
CAMPANIA WINE 2026: MERCOLEDI 2 SETTEMBRE
A PALAZZO SANTA LUCIA CONFERENZA STAMPA
DI PRESENTAZIONE DELLA TERZA EDIZIONE
Alle ore 10.30, nella Sala De Sanctis della Regione Campania,
la presentazione dell’evento dedicato al vino campano, in programma a Napoli il 6 e 7 settembre. Consorzi di tutela, Regione Campania
e Comune di Napoli insieme per illustrare programma
e novità dell’edizione 2026
NAPOLI – Sarà presentata mercoledì 2 settembre 2026, alle ore 10.30, presso la Sala De Sanctis di Palazzo Santa Lucia a Napoli, la terza edizione di CAMPANIA.WINE, la manifestazione dedicata alla promozione e alla valorizzazione del patrimonio vitivinicolo regionale, in programma nel capoluogo campano domenica 6 e lunedì 7 settembre.
La conferenza stampa sarà l’occasione per illustrare il programma e le novità dell’edizione 2026 e, più in generale, per fare il punto su un progetto che punta a costruire un racconto unitario del vino campano, mettendo insieme territori, denominazioni, produttori e istituzioni.
All’incontro con la stampa sono previsti gli interventi di un rappresentante dei Consorzi di tutela dei vini campani, dell’assessora al Turismo e alle Attività produttive del Comune di Napoli Teresa Armato, dell’assessore alle Attività produttive e allo Sviluppo economico della Regione Campania Fulvio Bonavitacola, dell’assessore al Turismo, Promozione del territorio e Transizione digitale della Regione Campania Vincenzo Maraio e dell’assessora all’Agricoltura della Regione Campania Maria Carmela Serluca.
Giunta alla sua terza edizione, Campania Wine rappresenta un importante momento di promozione unitaria del comparto vitivinicolo regionale, grazie all’aggregazione dei cinque principali Consorzi di tutela della Campania: Sannio Consorzio Tutela Vini, Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, Vitica – Consorzio Tutela Vini Caserta e Vita Salernum Vites – Consorzio Tutela Vini Salernitani. L’iniziativa è realizzata dai Consorzi di Tutela con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania e il Comune di Napoli e coinvolge l’intero patrimonio enologico regionale, dalle pendici del Vesuvio ai Campi Flegrei, dal Sannio all’Irpinia, dalla provincia di Caserta fino al Cilento e alla Costiera Amalfitana.
La manifestazione avrà quest’anno come scenario alcuni dei luoghi più rappresentativi del centro di Napoli. Cuore dell’evento saranno la Galleria Umberto I, che ospiterà il grande percorso di degustazione aperto al pubblico, e il MUSAP – Museo Artistico Politecnico, sede delle masterclass e degli incontri di approfondimento.
Per due giorni produttori, giornalisti, buyer, operatori e appassionati potranno conoscere da vicino le eccellenze vitivinicole campane attraverso degustazioni guidate, incontri con le aziende e momenti di confronto dedicati al settore. Le masterclass, organizzate in collaborazione con AIS Campania, saranno articolate in appuntamenti riservati ai professionisti del settore e sessioni dedicate ai winelover, con percorsi di degustazione sui vini spumanti, bianchi, rosati e rossi della regione.
Tra gli appuntamenti di maggiore rilievo figura il Campania Wine Forum, in programma lunedì 7 settembre, dedicato al tema “Enoturismo 4.0 in Campania: Territorio, Ospitalità e Innovazione”, momento di confronto tra istituzioni, operatori e protagonisti del settore sulle prospettive dell’enoturismo regionale.Accanto alle attività di degustazione, Campania Wine dedicherà ampio spazio anche all’ospitalità e alla promozione territoriale attraverso Lunch Experience, showcooking e momenti di networking riservati alla stampa e agli operatori, con l’obiettivo di raccontare la Campania non solo attraverso il vino, ma anche attraverso la gastronomia, l’accoglienza e il patrimonio culturale. Nel corso della conferenza stampa del 2 settembre saranno illustrati nel dettaglio il calendario degli appuntamenti, le iniziative dedicate a stampa e operatori e le attività rivolte al pubblico.
Per tutte le informazioni gli aggiornamenti è possibile visitare il sito www.campania.wine
NOTA PER LA STAMPA: per richieste di accrediti è possibile contattare i recapiti dell’Ufficio Stampa in calce
UFFICIO STAMPA
Campania.Wine
Miriade & Partners
La stoccata sulla necessità di liberarsi della cultura woke sposa la definizione sprezzante che ne ha dato la destra. Più che un autogol un altro modo per marcare il territorio

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – L’insopprimibile pulsione all’abiura autolesionista, che da anni nulla risparmia dei fondamenti della sinistra alimentandone malcelati sensi di colpa, colpisce ancora. Duramente. E anche stavolta, per non infrangere uno schema già collaudato non senza sofferenza, la sinistra (ma forse sarebbe meglio dire l’opposizione) riesce nell’intento di farsi dettare l’agenda politica, di fatto, dalla destra. Eppure mai l’oggetto dell’abiura, che ha preso ad appassionare leader politici e opinionisti di area, è stato così vago e indecifrabile. Al punto che il termine britannico con cui tale oggetto viene definito, «woke», significa qualcosa di diverso da ciò che dovrebbe significare.
Assurdo. Resta il fatto che prima ancora di abbozzare quel benedetto programma per battere la destra al quale inutilmente si accenna da mesi con la paura di doverlo prima o poi affrontare, il problema che ora attanaglia la sinistra italiana è sbarazzarsi degli «eccessi» (termine che ha fatto capolino nella discussione in corso) di certi valori. Facendoli passare in secondo piano nella lista delle priorità. Fra questi, per dirne una, ci sono i diritti, e non solo delle minoranze: in un Paese dove guarda un po’ con il governo in carica quei diritti appaiono quanto mai sotto attacco. Che poi già soltanto affiancare l’aggettivo «eccessivo» a un sostantivo come «diritto» suona come una bestemmia in chiesa. Tanto più, in certe esternazioni, prefigurando perfino una specie di contrapposizione fra i diritti e le vere emergenze delle famiglie, qual è per esempio quella dei bassi salari. Problemi che invece sono strettamente connessi, perché indebolendo i diritti si indebolisce la capacità dei lavoratori di rivendicare salari decenti. Dettaglio non marginale, il principio secondo cui i salari devono garantire una vita dignitosa è anche stabilito dalla nostra Costituzione (articolo 36).
Insomma, non ci potrebbe essere disegno più efficace per far cadere la sinistra in un tranello. Spuntato, per un curioso plus di masochismo, proprio in quello che viene ormai comunemente appellato «campo largo». Mai però così pieno di insidie. La parola «woke», è stato spiegato fino allo sfinimento, viene usata negi Stati Uniti da un secolo come esortazione a vigilare sui soprusi nei confronti dei neri. Anche in seguito a fatti di cronaca il suo significato ha inglobato comportamenti e spinte sociali diverse, a comiciare dalla «cancel culture», ossia l’eliminazione dei presunti simboli dello sfruttamento e della segregazione, ma anche la battaglia in difesa delle minoranze sessuali e degli immigrati, l’ambientalismo più esasperato e radicale, ai confini del fanatismo. Woke è diventato rapidamente il marchio di fabbrica di una sinistra snobista, elitaria e indifferente ai problemi reali della popolazione. Tutta benzina, alle ultime elezioni presidenziali americane, per Donald Trump: che dichiarando guerra al «wokismo» ha sbaragliato i democratici. Tracciando pure una linea alla quale si sono adeguate le destre in tutto il mondo occidentale. A partire proprio dall’Italia, dove la propaganda politica della destra se n’è immediatamente impadronita come sinonimo di «politicamente corretto», l’insulto preferito affibbiato con sarcasmo alla sinistra dal fronte sovranista.
«La chiamano cultura woke. Ci sono forze che cercano di ridefinire la nostra storia e distruggere le nostre tradizioni condivise, non glielo permetteremo», promette Giorgia Meloni nell’ottobre 2025 agli italoamericani. È un’appassionata difesa del Columbus day, la celebrazione di Cristoforo Colombo scopritore dell’America e dunque accusato di aver spianato la strada al razzismo. Si prende per questo gli encomi della comunità tricolore e soprattutto i complimenti via Internet di Trump. E ancora oggi che lui non le vuole più bene gli ricorda in una intervista al New York Times le affinità nell’offensiva contro il «wokismo» che ha fatto trionfare nel 2024 il presidente americano. Fatica sprecata. Rispolverare quel tratto comune non sana un rapporto ormai alla frutta.
Ma l’equivoco nascosto nella parola sventolata con disprezzo dalla presidente del Consiglio è profondo, come le differenze fra gli Stati Uniti e l’Italia. E anche denso di paradossi. Se questa è la deprecata «cultura woke», non c’è anche a destra del wokismo, materializzato per esempio nella furia contro i vaccini che sfocia addirittura in una commissione parlamentare d’inchiesta dove si arriva a processare la scienza?
Nella campagna elettorale per le ultime presidenziali americane i democratici hanno commesso errori clamorosi. L’impressione di voler privilegiare i diritti delle minoranze rispetto ai problemi delle maggioranze è risultata fatale: il timore di veder arrivare nuove ondate di immigrati ha indotto anche parte dell’elettorato nero e ispanico, tradizionalmente più vicino al partito democratico, a votare Trump. Comprensibile perciò che alla vigilia delle elezioni di midterm previste a novembre, con lo schieramento repubblicano in enorme difficoltà e la popolarità del presidente in caduta libera, da una esponente dem del calibro di Alexandra Ocasio-Cortez arrivi una pesante sottolineatura di quegli errori. «Woke 1.0? Una follia!».
Meno comprensibile è invece il dibattito che sul wokismo in salsa italiana sta investendo l’opposizione al governo Meloni per iniziativa del capo del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte. Una mossa giocata sullo scacchiere delle primarie, dietro cui è impossibile non intravedere un tentativo di cogliere in contropiede la segretaria del Pd Elly Schlein, sua rivale nella sfida per la guida della coalizione alle future elezioni politiche. Utilizzando per giunta un fantasma agitato dalla destra. Un colpo basso, non istintivo. Con molte cose che però non tornano.
Intanto i presupposti. Un esempio rende bene l’idea. La cosiddetta cancel culture, pilastro della cultura woke attribuita da Conte alla sinistra nella lettera a Repubblica che ha dato fuoco alle polveri, in Italia non ha mai fatto breccia. Diversamente il Paese non sarebbe ancora pieno zeppo di simboli del regime fascista, con decine di strade e piazze dedicate a figure eminenti del Ventennio: alcune intitolate addirittura da amministrazioni di centrosinistra. Ci sono perfino 12 scuole statali che portano ancora il nome di Vittorio Emanuele III, il re che nel 1938 firmò le leggi razziali nella tenuta di San Rossore. Gli esperti della materia rammenteranno che i pochi fautori dell’abbattimento di una delle opere più simboliche del fascismo, l’obelisco con la scritta “Mvssolini Dvx” del Foro Italico a Roma, sono sempre stati regolarmente respinti con perdite. E l’obelisco è ancora lì, in bella mostra, con la sua scritta, ad accogliere i tifosi delle squadre capitoline che vanno allo stadio. Quanto alle migliaia di cittadinanze onorarie attribuite a Benito Mussolini dai Comuni italiani negli anni del regime, ne sopravvivono ancora molte. E non sono mancati casi, come a Gorizia, nei quali la revoca della cittadinanza onoraria al Duce è stata bloccata dall’amministrazione di destra. Questo proprio nell’anno in cui Gorizia e la sua parte slovena Nova Gorica venivano insignite del titolo di capitali europee della cultura. Per non parlare dell’atteggiamento ondivago su altri pilastri della cosiddetta cultura woke, quali l’immigrazione e l’ambientalismo.
E poi i paradossi. Perché nell’uscita del capo ex grillino ci sono anche quelli. «Per buona parte della sinistra – scrive Conte – l’indirizzo culturale woke è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i buoni dai cattivi…» Ancora: «La cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale…». Vero. Però è un concetto che sembra richiamare pure rigidità ideologiche tipiche dei Movimento 5 stelle, il partito di Conte. Talvolta ai confini, appunto, del credo religioso. Lasciamo perdere l’intransigenza su questioni cruciali per il rapporto con il Pd, come la politica estera e il sostegno all’Ucraina. È sufficiente ricordare la guerra senza quartiere, dichiarata a prescindere da qualunque argomentazione scientifica, agli inceneritori. I buoni contro, i cattivi a favore. Di quella guerra adesso se ne sono perse le tracce. Ma prendendo per buona la traduzione di Conte non è wokismo anche questo? E forse ancora più «woke» di quello attribuito alla sinistra?