Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Sulla politica di riarmo italiano


(Andrea Zhok) – C’è chi dice che il riarmo italiano è il prezzo da pagare se vogliamo sovranità. È possibile. È vero che non ci si deve illudere che ci aspetti un futuro irenico dove le capacità di difesa militare saranno irrilevanti.

E però, cos’ha questo a che fare con l’attuale politica di riarmo italiano?

In primo luogo, per discutere di esigenze militari si parte da un’analisi di quello che manca e che è richiesto nei conflitti attuali. Non si parte dal budget. Non si parte da quanti soldi si vogliono spendere. Quest’ultimo è il ragionamento di chi non sta pensando alla difesa, ma alle commesse per gli amici degli amici.

Ma non solo.

Le esigenze odierne della difesa passano, prima che da munizioni e carri armati, dalle infrastrutture delle comunicazioni e dai software dedicati.

Ora, esattamente come si pensa di difendere la Patria con un sistema di telecomunicazioni consegnato a fondi esteri come il fondo KKR? Come si pensa di “fare la guerra” con sistemi informatici nazionali che girano su software made in USA? E che dire degli F-35 (100 milioni di euro), con i software di utilizzo in costante bisogno di aggiornamento, per cui se l’Italia vuole farli partire deve aver di fatto il permesso americano?

Dunque, non raccontiamoci balle.

Qui non si tratta affatto di preparare una difesa del paese nello spirito dell’art. 52 della Costituzione. Si tratta di continuare ad essere un’appendice dell’esercito americano, ma questa volta un’appendice spesata al 100% dall’erario italiano e più sacrificabile di prima.

Se dovessimo reistituire la leva, a queste condizioni non sarà per difendere la patria, ma per fare piaceri alle èlite finanziarie che muovono le fila di Washington (e di Bruxelles) fornendo giovani italiani come carne da macello.

Vogliamo parlare di dovere costituzionale della difesa della nazione? Parliamone.

Ma per parlarne sul serio, prima ritiriamoci dalla Nato.

Poi costruiamo una capacità di gestione autonoma in tutti i settori nazionali “dual use”, dall’elettronica alle telecomunicazioni, ai software (sovranità digitale). Costruiamo una rete satellitare nazionale.

Poi forse potremo parlare, senza mentire, di investimenti per la difesa della patria.


Il Tg1, la clava contro i nemici del governo


(di Letizia Giostra – ilfattoquotidiano.it) – Ancora polemiche contro Report. La trasmissione nega l’indiscrezione sul commissariamento del conduttore Sigfrido Ranucci, ma un servizio del Tg1 rilancia l’ipotesi e rincara la dose con le polemiche di giornata della maggioranza contro il documentario Food for profit di Giulia Innocenzi. Ma prima è bene fare un passo indietro.

Ad aprire le danze un articolo del Messaggero sulla situazione che ci sarebbe dentro la redazione del programma. Clima pesante, tensione alle stelle con Ranucci sempre più solo: sarebbe stato commissariato dai suoi stessi colleghi. E il quotidiano fa anche i nomi: Giorgio Mottola e Giulio Valesini. Il primo, un collaboratore esterno. Il secondo, invece, un dipendente Rai (i nomi tirati in ballo sono gli stessi che fa l’edizione del Tg di ieri sera). E mentre il quotidiano scrive anche di un esodo di collaboratori, tra cui anche quelli storici del programma, è la redazione stessa a replicare. Lo fa attraverso una nota, che smentisce l’ipotesi commissariamento: la solidarietà della squadra Report verso Ranucci, al centro di una “continua, quotidiana e inarrestabile campagna diffamatori” però non dipana i dubbi. Soprattutto non convince il tg della rete ammiraglia del servizio pubblico che dà conto della smentita ma intanto rilancia pure sul resto.

In giornata a finire nella bufera delle polemiche del centrodestra è Giulia Innocenzi, firma Report e autrice di Food For Profit, documentario che accende i riflettori sugli allevamenti intensivi. Un lavoro che le è valso diversi premi, oltre alle proiezioni in diverse sale in giro per il mondo. Ma un articolo de Il Giornale punta il dito contro il docufilm, sostenendo che dietro ci sia il finanziamento di Michiel Van Deursen, imprenditore olandese che aiuta economicamente solo aziende vegane. Ma pure il Corriere della Sera fa la sua parte.

La cronista replica alle accuse dei colleghi della carta stampata: solo falsità. I finanziatori del suo documentario li ha resi pubblici fin dal principio, altro che megafono della lobby veg. Insomma nulla da nascondere, tutto tracciato e trasparente. Ma c’è dell’altro: il documentario sarebbe sotto la lente della commissione per il codice etico della Rai, scrive il Corriere. “Un’altra notizia falsa”, ribatte Innocenzi.

Ma è troppo tardi: il centrodestra si scatena con accuse più varie. Puntualmente rilanciate dal Tg Rai.


Insensata la guerra con la Spagna. Parola d’ordine: indietro tutta


Italia e Spagna hanno interessi comuni in Europa, dissipare l’intesa per l’affare di Ceuta è un errore bislacco, un grido propagandistico che rimbomba come un gigantesco rutto. Meloni non può smentire così la sua politica dell’immigrazione

Immagine di Insensata la guerra con la Spagna. Parola d’ordine: indietro tutta

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – La guerra Italia-Spagna è totalmente insensataMeloni deve difendersi da Vannacci, ma così ne fa un eroe, l’uomo che con la sua sola minacciosa presenza garantisce la rovina delle relazioni intraeuropee. Sánchez deve badare a Vox e ai popolari, deve badare alla magistratura, tutti soggetti che minacciano di mangiare la pappa in testa a un governo di minoranza che non è in grado di fare la legge finanziaria da tre anni (il segreto dell’espansione economica spagnola?). L’uso strumentale della politica estera è una baggianata, di più, è un modo di darsi la zappa sui piedi. Italia e Spagna hanno interessi comuni in Europa, dissipare l’intesa per l’affare di Ceuta, un’invasione a nuoto di ragazzini con cento morti, che avrebbe meritato solidarietà e richiesta di rimpatrio da parte del paese di Lampedusa, ma non la chiusura di Schengen, è un errore bislacco, un grido propagandistico che rimbomba come un gigantesco rutto. La ritorsione di Madrid è un altro caso di risposta a singhiozzo, una piccola vendetta castigliana che peggiora le cose e danneggia perfino il flusso bilaterale del turismo. Questo è forse il particolare minore. Ma la posizione di Sánchez, su tutto, sulle armi, sulla pace, su Gaza, sui palestinesi, su Israele, sulle basi per l’Iran, è poco meno di una mascalzonata, è lui che sta insegnando a tutti come si piega a scopi di propaganda la retorica antibellicista e la logica di resa perfino davanti a un pogrom, e gli spagnoli sanno di che cosa si tratta.

Il governo italiano ha gravemente sbagliato, offrendo il destro per vaneggiamenti patriottardi di vario conio, italiani e spagnoli, di cui l’Europa, nelle condizioni grottesche in cui si è messa, non aveva certo bisogno. Avrebbero dovuto ascoltare Tajani, il ministro degli Esteri saggio e assennato, e non Salvini, il ministro dei Trasporti che fa della politica estera una salamella e il cui ricordo perenne è affidato al celebre comizio pro Ucraina (un fake) in cui fu sputtanato a vantaggio di telecamere mondiali con l’esibizione della maglietta di Putin, quel Salvini che insidia Piantedosi, il ministro dell’Interno, e vuole fargli le scarpe per esibirsi nella campagna elettorale oggi straperdente della Lega. La politica ne può fare molte, di cose grossolane e anche ignobili, ma non andare contro la ragion di stato, non smentire una delle principali acquisizioni del governo Meloni, l’impostazione di una politica dell’immigrazione da movimento conservatore lontano dai ragli d’asino dei Maga e del trumpismo più abietto, vicino a una vera egemonia nell’Europa unionista percorsa dai populismi e dai vannaccismi di vario conio.

Gli errori si possono correggere. Non è mai troppo tardi. Insistere, perseverare, può risultare diabolico, controproducente a tutti gli effetti. Meloni sull’immigrazione ha avuto un nemico insidioso, la magistratura che si è messa a fare del finto umanesimo libertario con le paure degli altri, non la Spagna. E nell’Unione di Bruxelles ha o aveva un alleato prezioso. Sacrificare questo dato di realtà sull’altare della propaganda non corrisponde a una visione professionistica del governo nazionale, che è il tratto meno effimero dell’esperienza Meloni, della guida di destra della coalizione con i centristi di Forza Italia e con gli smoderati del salvinismo, che hanno tutto da guadagnare, loro sì, da un incrudimento fallace della piattaforma antinvasionista, fino alla legittimazione della orrenda remigrazione sbandierata dalla stampa reazionaria. Avanti marsc’? No, indietro tutta dovrebbe essere la parola d’ordine.


La destra e l’islamofobia, come si costruisce il nemico


La campagna elettorale è iniziata e il linguaggio è sempre più aggressivo. I nemici: Islam, minori, sinistra. «Si vuole costruire una percezione deformata del clima politico-sociale», spiega l’esperta Simona Ruffino. Con social, Ia e media allineati

(Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu – editorialedomani.it) – Video con l’intelligenza artificiale, profili falsi sui social network, media allineati, fondi Maga per diffondere la propaganda sovranista e discorsi d’odio. La prossima campagna elettorale è una gara a chi va più a destra. Da una parte, c’è il generale Vannacci che alza il livello dello scontro, dall’altra un governo che legifera a suon di decreti legge securitari. Lo strumento: un linguaggio sempre più aggressivo che sembra – secondo i sondaggi – premiare il generale. E i nemici sono già stati individuati: l’Islam, i minori di origine straniera, la sinistra.

È un periodo in cui «la violenza viene usata come metodo e la discriminazione come difesa», spiega Simona Ruffino, umanista ed esperta di comunicazione strategica, specializzata nell’analisi dei meccanismi che orientano la percezione e il comportamento collettivo. Ma non è solo una questione di linguaggio. Queste settimane hanno riportato a galla vecchi meccanismi. «Si è rimessa in moto una macchina simile a quella che Matteo Salvini ci ha fatto conoscere nel 2019 e che abbiamo chiamato “la Bestia”», prosegue Ruffino, che è stata presa di mira sui social dopo aver criticato pubblicamente un’intervista di Vannacci.

«Sono arrivate minacce di morte, stupro e altri messaggi inquietanti. Nel giro di poco tempo mi sono resa conto che, nella maggior parte dei casi, i commenti sono partiti da profili falsi», racconta. «L’obiettivo è costruire una percezione molto deformata della realtà e del clima politico e sociale del paese».

È il fenomeno dell’astroturfing: un’azione simultanea di attivisti reali, profili ombra e account civetta che sommerge il bersaglio con centinaia di commenti intimidatori, fabbricando a tavolino l’illusione di un’indignazione popolare spontanea. Si produce così l’impressione che una posizione sia maggioritaria quando non è necessariamente vero. «L’architettura interna delle piattaforme si è riflessa sulla nostra architettura esterna di percezione».

Gli strumenti

La morte di Abderrahim Fakir a Bologna, l’attentato a Berlino, l’accoltellamento di tre donne a Parigi, l’arrivo di migliaia di persone a Ceuta. Ogni caso che coinvolge persone di origine straniera diventa una “battaglia” e il terreno di scontro è soprattutto sulle piattaforme social dove content creator e pagine “di informazione” fungono da megafono.

Il caso più noto è quello di Welcome to Favelas che di recente ha annunciato la sua candidatura al bando “Developing Civilizational Bonds, Democratic Resilience and Rule of Law in Europe” del Dipartimento di Stato Usa, su cui Italia Viva ha presentato un’interrogazione parlamentare. Presentato formalmente come un programma per rafforzare la democrazia e lo Stato di diritto, è in realtà uno strumento di diffusione in Ue dell’agenda politica MAGA.

I finanziamenti sostengono organizzazioni impegnate su temi centrali del trumpismo, come sovranità nazionale, contrasto all’immigrazione, opposizione alla regolamentazione dei social media e denuncia della presunta censura e del “lawfare”. Cioè l’ennesimo attacco alla magistratura. Attraverso ricerche, conferenze e attività culturali, il programma mira a promuovere una comune identità occidentale e una visione conservatrice di diritti e libertà. I progetti vincitori potranno ottenere fino a tre milioni di dollari e inizieranno a settembre. In Europa, c’è già chi la considera un’ingerenza pericolosa per le prossime elezioni, come il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Il comune denominatore del linguaggio sovranista è la diffusione di discorsi d’odio. «L’aggressività ha fatto parte della costruzione di una percezione di autorevolezza, che le persone confondono spesso con l’autorità. Vannacci ha utilizzato un linguaggio particolarmente aggressivo per farsi percepire come una persona capace di fornire risposte e soluzioni a problemi che sono invece estremamente complessi», spiega Ruffino. «Le persone affascinate dalla comunicazione manipolativa tipica dei leader autoritari e fascisti sono cadute nella trappola. Ma parlare in modo violento non significa avere una soluzione».

La comunicazione vannacciana non è la sola. Segue le orme di quella trumpiana. «L’Ia offre una maniera veloce per costruire messaggi particolarmente manipolativi. In Italia, prima di Vannacci, nessuno si era spinto a utilizzarla in questo modo. Anche questa scelta ha un significato politico: fa capire verso quale modello di leadership vuole orientarsi», continua Ruffino. Nei suoi video, il leader di Futuro nazionale normalizza simbolicamente l’eliminazione dell’avversario e costruisce una mitologia del capo.

Destra di governo

Se Vannacci è stato il primo a usare l’Ia in stile Trump, la sua narrazione non è una novità né è estranea ai partiti della destra di governo. Seppur più limitati dal ruolo istituzionale, Fratelli d’Italia e Lega hanno contribuito a quest’operazione linguistica e culturale, volta alla creazione di un nemico, alla disumanizzazione di una parte di società a cui riconoscono diritti di serie b. Proponendo di inserire nei trattati europei «il riconoscimento esplicito» delle «radici cristiane dell’Europa», FdI nel suo programma per le europee del 2019 voleva «contrastare il processo di islamizzazione in corso», con «il contrasto al proselitismo integralista che alimenta il terrorismo» e l’«introduzione del reato di integralismo islamico». Un obiettivo che alle politiche del 2022 è stato ridotto a «contrasto all’integralismo islamico».

Il programma ha tentato di istituzionalizzarsi, ma non hanno fatto lo stesso i componenti di partito: il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida nel 2023 sosteneva bisognasse «incentivare le nascite» perché «non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica». Secondo Sara Kelany, responsabile Immigrazione di FdI, in alcune città esiste il separatismo islamico – cioè verrebbe applicata la legge islamica – «che minaccia le fondamenta della nostra civiltà».

O la stessa presidente del Consiglio nel 2024, in campagna elettorale, poneva come priorità la difesa dell’Ue «dall’islamizzazione strisciante». Senza tornare all’epoca della “Bestia” di Salvini, i fatti di Ceuta per il vicepremier «ci dicono che il pericolo per i nostri figli è l’estremismo islamico», alludendo in un post al fatto che potesse trattarsi di «invasione organizzata».

L’ha chiamata così l’eurodeputata della Lega Susanna Ceccardi che, con altre due colleghe di partito, si è appellata a Mattarella sostenendo che «l’Islam politico rappresenta un rischio per la tenuta democratica delle nostre istituzioni». Dunque, se è vero che – come mostra una ricerca dell’università di Salerno sulla macchina propagandistica di Salvini – le emozioni negative (rabbia, tristezza, paura) trainano l’engagement, queste non rimangono solo nel linguaggio, ma plasmano la realtà.

Non solo si traducono in proposte di legge per vietare l’uso del burqa, imporre la lingua italiana agli imam, limitare il ruolo delle moschee narrate come pericolo. Ma anche in violenza: negli ultimi mesi gruppi di estrema destra hanno organizzato agguati contro persone di origine straniera o ronde “anti-maranza”. È accaduto alla stazione Termini a Roma, dove volevano colpire gli «inferiori»; o a Bologna dove, scriveva La Stampa, un gruppo voleva «liberare (il territorio) dagli stranieri».

La velocità e la semplificazione della comunicazione social trovano terreno fertile in un paese in cui (dati Ocse) il 35 per cento degli adulti italiani si colloca ai livelli più bassi di literacy, contro una media del 26 per cento della popolazione. «Non è necessario che il contenuto abbia un fondamento – conclude Ruffino – La ripetizione ha prodotto familiarità e la familiarità è stata confusa con la verità».


Carmelo Burgio, il generale dei carabinieri candidato da Vannacci a Milano: “Rivolterà la città come un calzino”


Carmelo Burgio, generale dei carabinieri classe 1957, lanciato da Vannacci: «Milano tornerà la città della Madonnina e non dei Maranza. Se gli chiedessimo di rastrellare Rogoredo saprebbe come farlo, senza i consigli del prefetto Gabrielli»

vannacci candidato Carmelo Burgio milano

(di Giampiero Rossi – corriere.it) – Il generale sceglie un altro generale per Milano. Roberto Vannacci, fondatore e leader della formazione di estrema destra Futuro nazionale, annuncia il candidato sindaco che lo rappresenterà alle elezioni comunali del prossimo anno: sarà Carmelo Burgio, generale dei Carabinieri classe 1957, nato ad Anzio, con un lungo curriculum militare, denso di missioni e incarichi di comando in Italia e all’estero. A fine 2003, ad esempio, è stato comandante del Reggimento Multinational Specialized Unit in Iraq, subito dopo l’attentato di Nassiriya.

L’annuncio arrivato dal palco della Versiliana, a Marina di Pietrasanta, dove Vannacci ha svelato il nome scelto per la corsa a Palazzo Marino: «Un generale dei carabinieri, un paracadutista e un uomo delle istituzioni», e che «ha una grande esperienza nel campo della sicurezza, a Caserta ha lottato contro il clan dei Casalesi portando a termine operazioni spregiudicate». Quindi la conclusione: «Con lui Milano tornerà a essere la città della Madonnina e non dei maranza. Date fiducia a Burgio e vedrete Milano rivoltata come un calzino».

Dunque, a rappresentare la formazione politica che sta scalando i sondaggi e seminando il panico nel centrodestra, non sarà nessuno dei politici già collaudati — Laura Ravetto, Massimiliano Bastoni o Luca Bernardo —che hanno aderito al progetto di Vannacci. Ma anche il nome del generale Burgio era in circolazione da qualche giorno. E sabato il leader di Futuro nazionale lo ha annunciato nel momento insieme al suo progetto politico per le elezioni amministrative del 2027: «Correremo in tutte le grandi città, a Milano, Bologna, Roma, così come correremo alle politiche». E poi, facendo ricorso all’ormai collaudata retorica sul tema della sicurezza, a proposito del candidato per Milano, ha aggiunto: «Ha una grande esperienza nella sicurezza e se gli chiedessimo di rastrellare Rogoredo saprebbe come farlo, senza i consigli del prefetto Gabrielli».

Poco dopo, una nota di Futuro nazionale annuncia la prima conferenza stampa di Burgio per il 18 agosto alle 17 in Galleria San Babila: «Una candidatura molto forte, un programma molto chiaro, liste elettorali aperte e qualificate: partiamo dal 15 per cento, andremo al ballottaggio con la sinistra e puntiamo a governare Milano, dove tutto ha avuto politicamente inizio: futurismo, fascismo, Craxi, Bossi, Berlusconi».

E poco dopo l’annuncio, arriva una prima reazione politica dal campo del centrosinistra: «Ormai è chiaro chi è il generale Vannacci e qual’è il suo progetto di Paese — scrive su Instagram il segretario del Pd milanese, Alessandro Capelli —. Da Milano gli arriverà un’altra sonora risposta come a Milano hanno già imparato negli anni Salvini e Sardone. E come è capitato a Legnano, dove al ballottaggio i vannacciani hanno fatto accordo con il centrodestra che si conferma tutt’altro che moderato».


Caso Delmastro, torna l’arroganza del potere


(estr. di Massimo Villone – ilfattoquotidiano.it) – […] Il 5 agosto, a scrutinio segreto con 206 voti contro 133, la Camera nega l’autorizzazione al sequestro delle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia. È bufera in aula, in specie per un contestatissimo intervento del capogruppo FdI Bignami.

Delmastro non è indagato. La Procura di Roma chiede le chat in un’indagine per intestazione fittizia e riciclaggio, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Dichiara che servono a verificare la versione data dalle persone sottoposte alle indagini e le allegazioni difensive. Il paradosso è già tutto qui. L’immunità viene azionata sacrificando insieme l’indagine e la difesa di chi è indagato, per proteggere un parlamentare che non l’aveva chiesta, e che anzi aveva dichiarato di avere inoltrato lui stesso le chat alla Procura, non avendo “alcunché da nascondere”. Si apre la prospettiva di un ricorso dei magistrati alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzioni.

[…]

Nel 1993 il Parlamento riscrisse l’art. 68 Cost. cancellando l’autorizzazione a procedere, divenuta agli occhi del paese uno scudo di casta. Rimase l’autorizzazione per gli atti più invasivi (arresti, perquisizioni, intercettazioni, sequestri di corrispondenza) ma ripensata come presidio della funzione, non della persona. L’obiettivo non era più proteggere il parlamentare dal processo, ma il Parlamento dall’aggressione persecutoria.

La Corte costituzionale è rimasta fedele a quel disegno? Nella sentenza 390/2007 leggiamo che la garanzia tutela non la riservatezza ma la funzione. Ma nei fatti la protezione si è dilatata non poco: i tabulati (38/2019), i messaggi già ricevuti e archiviati (170/2023), da ultimo perfino le videoregistrazioni fatte da un interlocutore privato (111/2026). La preoccupazione per la pervasività dei mezzi digitali è comprensibile, e l’equiparazione delle chat alla corrispondenza cartacea regge. Ma quando ogni comunicazione del parlamentare è coperta in quanto tale, il collegamento con la funzione diventa presunzione assoluta. E una siffatta presunzione è la forma logica (e giuridica) del privilegio.

Su un diniego come questo, poi, non esiste un precedente puntuale. La Corte ha annullato due dinieghi (74/2013, Cosentino; 157/2023, Ferri), ma riguardavano l’utilizzo di captazioni già legittimamente acquisite. Il diniego che ha retto al sindacato (188/2010) colpiva una richiesta relativa a un senatore indagato. Mai la Corte ha giudicato il diniego preventivo sulla corrispondenza di un non indagato, in un procedimento a carico di soli terzi, con il diritto di difesa del terzo in campo. Una bussola però c’è, nell’affermazione (sent. 390/2007) che la protezione del parlamentare non può travolgere le esigenze della giurisdizione e i diritti di chi ha avuto la ventura di averlo come interlocutore. È un punto che la relazione di maggioranza elude. Mentre avanza critiche sulla genericità della richiesta estesa a tutte le comunicazioni, essendo note le date rilevanti. Ma la genericità si cura delimitando, non negando, e un’autorizzazione circoscritta nell’oggetto e nel tempo era possibile, quindi doverosa.

[…]

Perché non si segue questa strada? Per una rilettura dell’art. 68 che prevale. Il fatto che Delmastro non sia indagato viene visto come aggravante dell’onere motivazionale della Procura. Il presupposto concettuale è che la garanzia copra la persona e non la funzione. È un ritorno all’antico. Cui però si aggiunge un’invenzione del tutto nuova, quando si lamenta che la richiesta viene “direttamente dalla Procura di Roma”, senza “l’intervento di un giudice o di altra autorità terza e indipendente”. Un requisito che né l’art. 68 né la legge 140 del 2003 conoscono. A che servirebbe il giudice terzo, se non a filtrare il sospetto che il pubblico ministero persegua scopi impropri? Ma qui un fumus persecutionis non l’ha dedotto nessuno. La Camera scrive da sé il criterio del proprio diniego, ed è lo schema che la Corte censura nella sent. 74/2013. Un’immunità azionata in assenza della persecuzione da cui dovrebbe proteggere non tutela la funzione. Cosa tutela?

Lo dice il calendario. Il 5 lo scudo per Delmastro; il 6 l’audizione di Giuseppe Conte davanti alla commissione d’inchiesta sul Covid, al culmine di uno scontro frontale con la premier. È l’uso partigiano del potere: la difesa per gli amici, l’attacco per i nemici. Come negli Stati Uniti, dove la maggioranza repubblicana usa le audizioni sulla pandemia per portare Anthony Fauci sul banco degli imputati, e Trump copre fedeli, sodali e clientes, muovendo contro oppositori e dissenzienti. Il 1993 aveva voluto chiudere con l’immunità come status di casta. Il caso Delmastro mostra il rischio di tornare al punto di partenza, con integrazioni e aggiunte in via di interpretazione. È l’arrogante volontà di mantenere a ogni costo il potere.


Tutti invasori o disperati: i falsi miti sui migranti che accecano la politica


Oscilliamo tra la minaccia da respingere e la vittima da salvare: nel mezzo resta invisibile la persona, che viene disumanizzata. Il movimento non è un incidente dal quale difendersi, ma una forma con cui la storia continua a prodursi

Tutti invasori o disperati: i falsi miti sui migranti che accecano la politica

(di Francesca Mannocchi – repubblica.it) – Quello che accade a Ceuta in queste settimane ci rimette davanti a un problema antico: il modo in cui la narrazione europea sulla migrazione genera due figure opposte, che assolvono alla stessa funzione — impedirci di riconoscere nelle persone migranti delle persone.

Da giorni le immagini si somigliano tutte. Migliaia di corpi in acqua tra la costa marocchina e l’exclave spagnola, ragazzi che nuotano verso una città europea in Africa, i soldati sulla spiaggia, le camionette che riportano al confine chi è entrato, le ottanta salme in fila in un hangar. E da giorni, con la stessa puntualità, il discorso pubblico europeo lavora a trasformare quei corpi in argomenti, con un repertorio noto, molto collaudato negli anni, e dunque immediatamente disponibile. Da un lato l’invasore: colui che arriva per sottrarre qualcosa — lavoro, sicurezza, identità, risorse — protagonista di un assalto orchestrato e strumento di una potenza straniera, dunque minaccia da respingere. Dall’altro la vittima assoluta: un essere umano mosso soltanto dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione, privo di desideri e di volontà, un corpo da compatire. La prima figura criminalizza la capacità di agire. La seconda la cancella.

In entrambi i casi il migrante smette di essere una persona complessa, una persona come noi, e diventa una funzione del nostro discorso politico che serve alla destra per organizzare la paura e a una parte della sinistra, costretta ormai da anni a giocare in difesa sul tema migratorio, per dimostrare che chi arriva possiede ragioni sufficientemente dolorose da meritare di essere accolto.

Paura e compassione producono immagini apparentemente opposte ma condividono la stessa semplificazione: hanno bisogno di un migrante senza ambivalenze.

La vittima, per essere accolta nel racconto, deve essere perfetta, deve avere sofferto abbastanza, deve essere partita per una ragione che noi consideriamo legittima, deve avere un passato irreprensibile, deve dimostrare gratitudine, deve desiderare una vita modesta, deve restare dentro il perimetro morale che abbiamo costruito per lei; appena manifesta ambizione, desiderio di vita migliore, di consumo, di riconoscimento, di libertà personale, la sua innocenza viene messa in discussione. È una forma sottile di disumanizzazione, ma è comunque disumanizzazione.

I ragazzi che a fine luglio si sono gettati in acqua verso Ceuta rendono visibile proprio ciò che il nostro racconto della migrazione fatica a contemplare: si può partire perché si fugge da una condizione insostenibile e si può partire perché si desidera una vita diversa, perché quella che si ha non basta più, perché altrove si immaginano possibilità che il luogo in cui si è nati non sembra poter offrire. Molti hanno vent’anni, hanno un telefono, hanno letto una convocazione rimbalzata sui social, hanno valutato un rischio e hanno deciso di correrlo. Vengono da un Paese che non è in guerra e che l’Europa considera insieme partner, alleato e presidio esterno dei propri confini. Proprio per questo Ceuta pone una questione che precede persino quella morale e riguarda la capacità politica di governare le migrazioni.

Da decenni continuiamo a parlare di migrazione attraverso il lessico dell’eccezione, come se ogni movimento fosse una crisi improvvisa alla quale rispondere, ogni frontiera attraversata l’inizio di un’emergenza, ogni aumento degli arrivi la prova di un sistema che ha smesso di funzionare. Eppure ciò che chiamiamo emergenza è ormai una condizione permanente, prodotta da diseguaglianze, guerre e crisi climatiche, trasformazioni del mercato del lavoro, instabilità politiche, reti transnazionali e, insieme a tutto questo, dall’aspirazione antichissima degli esseri umani a spostarsi verso luoghi nei quali immaginano di poter vivere meglio.

Continuare a distinguere le migrazioni attraverso una gerarchia morale delle ragioni che le producono impedisce di vedere questa complessità. Abbiamo costruito un sistema nel quale la sofferenza rende il movimento comprensibile e il desiderio lo rende sospetto, come se la necessità appartenesse alla politica e l’aspirazione individuale ne fosse una deviazione. Governare la mobilità richiede esattamente il contrario: riconoscere che cause diverse producono movimenti diversi, che protezione internazionale, migrazione economica, ricongiungimenti familiari, mobilità per studio o lavoro chiedono strumenti differenti e che nessuna politica dei confini può essere efficace se pretende di ridurre a un’unica categoria ciò che accade prima che una persona raggiunga quel confine.

La questione riguarda allora anche il significato che siamo disposti ad attribuire alla libertà di movimento.

È forse questa la domanda più difficile che Ceuta consegna all’Europa. Non soltanto quanti confini possiamo controllare, quante persone possiamo accogliere, quali accordi possiamo stipulare con i Paesi di origine e di transito, quali strumenti possano rendere i movimenti ordinati e governabili. La domanda precedente è quale idea di essere umano stia prendendo forma dentro le politiche con cui decidiamo chi può muoversi, per quali ragioni e a quali condizioni.

Finché continueremo a chiedere alle persone migranti di essere qualcosa di diverso da ciò che riconosciamo come umano in noi stessi, continueremo a oscillare tra le stesse due immagini: la minaccia da respingere e la vittima da salvare. In mezzo rimarrà invisibile la persona, con la sua storia e i suoi errori, la necessità e il desiderio, il calcolo e l’incoscienza, ciò da cui fugge e ciò verso cui vuole andare. È in quello spazio che dovrebbe cominciare una politica europea della migrazione capace finalmente di chiamare il movimento con il suo nome: non un incidente della storia dal quale difendersi, ma una delle forme attraverso cui la storia umana continua a prodursi.


Vaccini, Green pass e Figliuolo, ma la Commissione Covid continua a ignorare Draghi


Arma politica. L’organo che indaga sulla pandemia ha sentito l’ex premier e i suoi uomini. Nessuna notizia sul suo successore

Vaccini, Green pass e Figliuolo, ma la Commissione Covid continua a ignorare Draghi

(di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – A giudicare dalla lentezza con cui è stato sentito il presidente del Consiglio, che affrontò per primo l’emergenza Covid, l’audizione del suo successore, Mario Draghi, potrebbe non avvenire mai. Giuseppe Conte è stato sentito dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione del virus Sars-Cov-2” il 6 agosto e come ha ricordato l’altra sera a Sabaudia, “ci ho messo due anni per farmi ascoltare”. A Meloni che lo aveva accusato di negarsi alla verità, subito dopo l’audizione parlamentare ha replicato: “Io amo la verità, ma dov’era FdI durante la pandemia?”.

Che la Commissione sia servita da arma politica contro il leader del M5S è dimostrato dal modo in cui Conte veniva attaccato ancora ieri dai membri FdI della commissione stessa e dal fatto che ci si è dati da fare per ascoltare tutti gli uomini di cui si era circondato, a cominciare dal primo Commissario per il coordinamento dell’emergenza, Domenico Arcuri. L’allora ministro della Sanità, ad esempio, che sarà confermato poi anche nel governo Draghi a partire dal 2021, Roberto Speranza, non è stato ancora audito e solo ieri il presidente della Commissione, Marco Lisei, ha lasciato intendere che sarà ascoltato in autunno. Di Draghi non si sa ancora nulla.

Eppure da marzo 2021, dopo la crisi di governo del Conte-2, scatenata da Matteo Renzi in piena emergenza vaccinale, è stato lui e il suo entourage a gestire la crisi. Il Commissario Arcuri viene sostituito dal generale Francesco Paolo Figliuolo il 1º marzo 2021 con il mandato di dare una forte spinta alla campagna vaccinale. Ma questa era già attiva a fine 2020 e, secondo un fact checking a cura di Pagella politica, il nostro Paese “nel giorno di entrata in carica del governo Draghi aveva vaccinato con almeno una dose il 2,9 per cento della popolazione, percentuale più bassa di Francia (3,6 per cento), Germania (3,3 per cento) e Spagna (3,2 per cento)”, Paesi tuttavia piuttosto vicini tra loro. Ma, soprattutto, “al 13 febbraio l’Italia aveva vaccinato con due dosi una percentuale della popolazione del 2,2 per cento, all’epoca secondo dato più alto tra i grandi Paesi europei, dietro alla Spagna (2,3 per cento), ma davanti a Francia (0,9 per cento) e Germania (1,7 per cento)”. La scusa della spinta alle vaccinazioni era una balla, si trattava di gestire invece, anche sul piano economico, una delle emergenze più importanti del secolo. Lo stesso viene fatto alla Protezione civile dove l’ex capo Dipartimento, Angelo Borrelli, famoso per le conferenze stampa quotidiane delle 17, viene sostituito da Fabrizio Curcio.

Al momento, sebbene Borrelli sia stato audito a fine 2024, nemmeno Curcio, così come il generale Figliuolo, sono stati sentiti. Per Conte, invece, ci sono voluti più di due anni e dopo il 6 agosto ci sarà un seguito a settembre.

Eppure di questioni da discutere ce ne sarebbero. Anche perché, mentre la commissione ha svolto il suo lavoro, il nuovo Piano pandemico è stato approvato solo un mese fa.

Con Draghi, ad esempio, si potrebbe discutere del Green Pass e della sua efficacia. In una conferenza stampa del 22 luglio 2021 l’allora presidente del Consiglio aveva detto ai giornalisti che il Green pass dava ai cittadini la “garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose”. Eppure, già allora, come è stato verificato, si sapeva che le persone vaccinate potevano contagiarsi e contagiare gli altri, sebbene in misura minore. La Corte costituzionale ha avallato la scelta del certificato decisa dal governo Draghi, e non si tratta di rimetterlo per forza in discussione, ma capire come ha funzionato, perché è stato deciso e quali scelte fare in futuro. Non a caso la Commissione ne ha chiesto conto al presidente del M5S, che al momento della sua introduzione era fuori dal governo.

Si potrebbe capire come sia andata davvero la campagna vaccinale del generale Figliuolo, che appena insediato annunciò 500mila vaccinazioni al giorno salvo poi dover abbassare l’obiettivo. Le 500mila vaccinazioni furono poi raggiunte il 29 e 30 aprile, ma solo per due giorni tornando nella settimana successiva a 400mila. Il Fatto in quei mesi denunciava la superficialità del rendiconto finanziario delle spese fatte dal Commissario il quale resta agli atti come “salvatore della Patria”, ma potrebbe avere invece diverse cose ancora da raccontare.


Magari Meloni ci smentisse


(di Michele Serra – repubblica.it) – I guai grossi non si possono evitare, ma proprio questo rende odiosi, in quanto evitabili e superflui, i guai piccoli. Tipico esempio di guaio piccolo odioso, perché perfettamente evitabile, è il miserabile sgarbo del governo italiano alla Spagna: inutile, provocatorio e anche a tradimento. Vile nei confronti di un partner europeo che avrebbe avuto diritto a solidarietà e collaborazione, non a questo gesto ostile e — come già spiegato e capito da tutti, tranne il Salvini — del tutto ininfluente sul fronte dalla difficile gestione dei flussi migratori in Europa.

Non si fa in tempo a ricalibrare il giudizio sul governo Meloni, cercando di evitare uno guardo troppo fazioso, di frenare i giudizi drasticamente ideologici (tipo: sono fascisti!), che il governo Meloni provvede a rimarcare lo sprofondo che lo separa dalla democrazia dei diritti e soprattutto dalla costruzione europea, che il melonismo detesta perché l’Europa è per la destra sovranista come la kryptonite per Superman: se c’è l’Europa il sovranismo muore, e viceversa, se vince il sovranismo (Meloni tra le star in cartellone) l’Europa muore. E dunque, dopo qualche settimana (un paio al massimo) di tentativi di moderare i termini, e levigare i giudizi, e sperare che il clima politico rincivilisca, alla fine sei costretto a dire: sì, purtroppo sono fascisti.

Peccato. Perché sarebbe di gran lunga più confortante pensare che sia frutto di pregiudizio, buttare Meloni in quel calderone di istinti aggressivi, xenofobia, nazionalismo stupido e vacuo. Mettiamola così: Meloni è l’infaticabile, puntuale vidimatrice dei nostri pregiudizi. Riuscisse mai a smentirci, le saremmo grati.


Mascherine Covid, stop del governo ai dettagli sull’intesa da 100 milioni


Potranno essere chiesti solo dalla Commissione d’inchiesta ma la maggioranza di centrodestra si oppone

Mascherine Covid, stop del governo ai dettagli sull’intesa da 100 milioni

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – ROMA – Il governo non vuole rendere noti i dettagli della transazione da oltre cento milioni di euro con JC Electronics. I parlamentari non potranno avere le carte dell’accordo firmato il 31 ottobre 2025 per chiudere il contenzioso sulle mascherine con la società di Dario Bianchi. Potrà ottenerle soltanto la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, se deciderà formalmente di chiederle. Il problema è che la Commissione, guidata da Fratelli d’Italia, ha già fatto sapere di non avere intenzione di farlo. Risultato: sarà molto difficile conoscere fino in fondo come il governo Meloni abbia deciso di spendere oltre cento milioni.

È quanto emerge dalla risposta inviata dal ministro della Salute Orazio Schillaci al senatore del Pd Francesco Boccia. Schillaci mette nero su bianco che «la documentazione richiesta deve ritenersi coperta da segreto o comunque riservata», perché comprende atti processuali e «la corrispondenza intercorsa preliminarmente e, successivamente, alla stipulazione dell’Accordo» tra JC, le amministrazioni interessate e l’Avvocatura dello Stato. Una possibilità però esiste: «La segretezza o comunque la riservatezza dei documenti richiesti possono essere superate solo a seguito di una formale richiesta» della Commissione. Soltanto allora il ministero potrà trasmettere gli atti, comunque «in forma riservata».

È qui il cortocircuito. Boccia e gli altri senatori chiedono le carte, il governo risponde che non può darle a loro ma soltanto alla Commissione d’inchiesta. E la Commissione, a maggioranza di centrodestra e presieduta da Fratelli d’Italia, non sembra intenzionata a chiederle. «Quando sono in gioco oltre 100 milioni di euro di risorse pubbliche, non bastano dichiarazioni o rassicurazioni», attacca Boccia, che chiede di rendere conoscibile l’intero percorso che ha portato alla transazione.

Schillaci fonda la sua decisione sul parere dell’Avvocatura generale dello Stato. Con una particolarità: l’Avvocatura è come è evidente una delle parti in causa essendo intervenuta nella definizione dell’accordo. È dunque uno dei protagonisti dell’operazione della quale oggi stabilisce quali carte possano essere conosciute.

Ma leggendo il parere emerge un altro elemento. La stessa Avvocatura, almeno su alcuni degli atti più importanti, è più aperta del ministero. Sull’«accordo transattivo del 31 ottobre 2025 con JC Electronics Italia» scrive che «non si ravvisano ragioni ostative alla trasmissione»: quel documento «costituisce l’atto conclusivo di un procedimento che ha comportato l’impiego di risorse pubbliche» e dunque «risulta di per sé suscettibile di ostensione anche secondo gli ordinari principi in materia di accesso documentale».

Lo stesso vale per gli atti con cui sono stati materialmente versati i soldi: sugli «atti dispositivi del pagamento della somma oggetto della transazione» l’Avvocatura non ravvisa «specifiche ragioni ostative alla trasmissione». Un dettaglio non secondario anche perché JC aveva ceduto parte dei propri crediti e lo stesso Bianchi ha sostenuto di aver incassato soltanto alcuni milioni: il resto è stato ceduto ad assicurazioni prima della definizione del contenzioso. Un altro elemento singolare.


Occhi bendati dei progressisti


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Non è difficile immaginare Michele Serra che dondolandosi sull’amaca, nell’afa immobile, reprime uno sbadiglio a leggere per la millesima volta di supposti campi larghi in disaccordo su (quasi) tutto. Con lui che implora i cari leader a dire la verità: scusateci, ma non ce la facciamo proprio a fare un programma comune di governo. Pensiamo, infatti, che le divaricazioni sugli aiuti militari all’Ucraina, o i contorsionismi sulle primarie siano destinati a suscitare nel popolo del centrosinistra (di cui Serra è interprete autentico) una profonda, e forse ormai insopprimibile, sensazione di noia. Un popolo appassionato, partecipe, generoso che nei decenni ha vissuto una gamma di sentimenti contrastanti: fiducia, attesa, ma anche delusione, risentimento, rabbia. E, purtuttavia, gente sempre guidata da un’energia vitale, nella speranza che, dài e dài, qualcosa potesse cambiare, in meglio. Il sogno di un tutti insieme appassionatamente mai realizzato.

[…]

Fino all’inevitabile sfinimento, l’estenuazione davanti a un copione trito e ritrito che si perpetua, mentre il pubblico o si assopisce o si dilegua. Non è qui il caso di annoiare a nostra volta chi ci legge, ma è dal tempo dei due governi Prodi che la parola unità, gridata nelle piazze e perfino accompagnata dal successo elettorale, al tempo miracoloso frangiflutti contro la marea berlusconiana, regolarmente si sfalda per poi evaporare alla prova dei fatti. Sia la crisi del Prodi-1 (leggi il compagno Bertinotti), sia l’implosione annunciata della raffazzonata Unione servirono a restituire vigore a Silvio Berlusconi, che a ogni tracollo degli avversari poteva dire agli italiani: lo vedete voi stessi che della sinistra non ci si può fidare. Lo stesso, identico discorso che, oggi, riecheggia nella destra meloniana dei giornali e dei talk-show.

[…] Oggi avviene tutto in anticipo: il disaccordo avvelena i pozzi di una coalizione che, se ancora non esiste, vedrete che in qualche modo riuscirà a rappattumarsi. Un programma di governo lo scriveranno, attentissimi a restare sul general-generico riguardo ai temi più controversi. Un premier lo voteranno, cercando di non farsi troppo del male. Con il rischio che tutto ciò non riesca a sanare in tempo lo sfilacciamento del proprio elettorato. Da temere non quando fischia, ma quando lascia la sala per rifugiarsi in una malinconica astensione. L’ultima novità è che perfino il mite, sempreverde Angelo Bonelli si getta nella mischia, stufo di “aspettare”. Daje! Intanto, a Montecitorio, l’opposizione si benda, alza cartelli, srotola striscioni, improvvisa balletti davanti ai banchi (vuoti) del governo. Come dire che quella coreografica, oggi, è la sola unità possibile. Tutto il resto è noia.


I putiniani smemorati


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Come la peperonata, che ogni tanto torna su, è ripartita la caccia ai “putiniani” immaginari per regolare i conti della politica, scomunicare i non allineati al pensiero unico e tentare di spaventare chi dice la verità sulla guerra: la Nato, l’Ue e l’Ucraina stanno perdendo, la Russia sta vincendo ed è urgente negoziare un compromesso realistico per il bene non di Putin, ma di quel che resta del popolo ucraino e dell’economia europea. A rendere comica la tragedia c’è che chi distribuisce patenti di putiniano a chi non lo è mai stato è proprio chi lo è sempre stato. Almeno fino all’invasione dell’Ucraina del 2022. Peccato che Putin sia sempre stato lo stesso da quando salì al potere, come premier nel 1999 e come presidente nel 2000. La guerra in Cecenia è del 1999-2009. Gli assassinii di Anna Politkovskaja e Alexander Litvinenko del 2006. Il conflitto in Georgia del 2008. L’annessione della Crimea (con sanzioni internazionali) del 2014. Il massacro di Aleppo del 2016. Ma questi predicatori dal pulpito sbagliato hanno i riflessi lenti e la memoria corta.

Sergio Mattarella. Dopo la Crimea e le sanzioni a Mosca, ha insignito delle massime onorificenze della Repubblica Italiana 30 ministri, funzionari e oligarchi del cerchio magico di Putin, tra cui il suo portavoce Peskov: alcuni sono stati sanzionati nel 2014, altri lo saranno nel 2022.

Enrico Letta. Nel 2013, da premier, riceve Putin con tutti gli onori a Trieste, firma con lui 28 intese commerciali e 7 accordi intergovernativi e lo ringrazia per “la disponibilità, l’amicizia e la voglia di cooperare insieme”. Putin ricambia invitandolo ai Giochi invernali di Sochi. Obama, Merkel, Cameron e Hollande le disertano per protesta contro le nuove leggi russe anti-gay, ma Letta ci va. Col suo governo, gli acquisti di gas russo, già esplosi sotto i governi B., balzano a 28 miliardi di m3 (il 45% del totale).

[…]

Matteo Renzi. Mentre va al governo nel 2014, la Russia si pappa la Crimea e finisce sotto sanzioni. Ma con lui e poi con Gentiloni la dipendenza dal gas russo cresce ancora, fino al 47,8%. Renzi autorizza poi la vendita a Mosca di 94 blindati “Lince” Iveco per 25 milioni (Putin li userà per attaccare l’Ucraina). A marzo 2015 incontra Putin a Mosca per tre ore: “Di fronte alla minaccia terroristica ed estremista in Libia, il ruolo della Russia può essere decisivo… La cooperazione fra Russia e Italia prosegue attivamente… Le sanzioni creano problemi a entrambe le parti”. E il Donbass? Renzi dice alla Tass che Kiev deve rispettare gli accordi di Minsk e concedere l’“autonomia speciale come in Alto Adige”.

A maggio Renzi riceve Putin all’Expo Milano: “Grazie di essere qui, la accolgo con grande gioia… Lavoreremo insieme per ripartire dalla tradizionale amicizia Italia-Russia… Il lavoro che possiamo fare insieme ha radici antiche e noi vogliamo che abbia un futuro ricco di energia per il pianeta e per la vita”. A novembre Mario Calabresi gli domanda: “Possiamo fidarci di Putin?”. E lui: “Sì. Nessuno può immaginare di costruire l’identità europea contro il vicino di casa più grande, considerandolo nemico… Putin è il capo di un Paese assolutamente cruciale per la stabilità del mondo. Sarebbe assurdo alzare una cortina di ferro tra Europa e Russia”.

Giugno 2016: Renzi rivede Putin al Forum Economico di San Pietroburgo e duetta con lui in conferenza stampa: “Chiederemo di ridiscutere le sanzioni Ue… L’Italia vuole essere più presente economicamente in Russia… Abbiamo chiuso accordi per più di 1 miliardo, che spalancano partnership per oltre 4-5 miliardi… La parola ‘guerra fredda’ non può stare nel vocabolario del terzo millennio. È fuori dalla storia, fuori dalla realtà ed è inutile. Abbiamo bisogno che Ue e Russia tornino a essere buoni vicini di casa. Russia ed Europa condividono gli stessi valori”. Gran finale: “Se avete notato, oggi il presidente Putin è stato più europeista di me. Spassiba, grazie”. Putin ricambia: “Renzi è un grande oratore, mi complimento con lui per l’intervento. L’Italia può andare fiera di un premier del genere”. All’uscita Renzi chiede e ottiene un passaggio sull’auto blindata dell’amico Vladimir.

Nel 2021 entra nel Cda di Delimobil, colosso russo di car sharing con sede in Lussemburgo creato da un napoletano in società con la banca statale russa Vtb. Ne esce l’anno dopo per l’invasione dell’Ucraina, con 40mila euro di gettoni di presenza. Poi inizia a dare dei putiniani agli altri.

Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri di Renzi e poi premier. “L’Ucraina non fa parte della Nato e l’Italia dà per scontata questa non appartenenza anche per il futuro. Occorre garantire l’autonomia di Kiev, ma anche il ruolo di un grande Paese come la Russia”. “L’Ue non sia un rubinetto di sanzioni”.

Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico di Renzi, nel 2016 vola con lui al Forum putiniano di San Pietroburgo e dichiara alla tv di Stato russa: “Nessuna grande azienda italiana ha mai chiuso bottega in Russia, in qualunque circostanza, e questo è il segno di un’amicizia Qui ci sono tutte le grandi aziende, il presidente del Consiglio, il ministro, le associazioni economiche, le banche. Più di così non potevamo portare, dovevamo traslocare il Colosseo!”.

Lorenzo Guerini. Nel marzo 2020, pochi giorni dopo il lockdown, l’attuale turbo-atlantista e riarmista del Pd è ministro della Difesa del governo Conte-2. E concorda col suo omologo russo la missione sanitaria “Dalla Russia con Amore” per l’Italia travolta dal Covid. Poi Putin e Conte si sentono per ufficializzarla. Sul sito del ministero della Difesa il 26.3.20 appare un comunicato ufficiale: “Emergenza Covid-19: il ministro Guerini ringrazia tutti i Paesi che ci stanno aiutando nella lotta al Covid-19. ‘È positivo che molti Paesi stiano contribuendo a darci una mano nella gestione di questa emergenza, inviando personale sanitario, mezzi, attrezzature, dispositivi. A tutti diciamo grazie per l’aiuto che ci stanno dando’… Guerini ha rivolto il suo ringraziamento a Usa, Cina, Germania, Francia, Russia, solo per citarne alcuni”. La foto è della delegazione russa con la didascalia: “Il team di specialisti militari russi arrivato in Italia per partecipare alla lotta al Coronavirus”. Ma oggi, per Guerini, il putiniano è Conte.

Mario Draghi. Dopo l’infornata di Lince Iveco targata Renzi nel 2015, l’Italia non vende altre armi a Mosca fino al 2021. Poi arriva Draghi e le vendite ripartono per 21,9 milioni, fino all’invasione russa dell’Ucraina.

Giorgia Meloni. Nel 2015 dice: “Putin è meglio di Renzi, ha ragione Salvini”“Le sanzioni sono folli, inutili e senza senso”, “scellerate”, “ci costano miliardi di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro”, Renzi e Gentiloni che le accettano sono “servi e nemici dell’Italia”. “Il governo FdI abolirà le sanzioni alla Russia che massacrano il mercato italiano. Prima gli italiani”. “Nell’Italia che vogliamo, il governo non cede ai ricatti di Bruxelles”. 2018: “Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione Russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile”. 2021, nel libro “Io sono Giorgia”: “La Russia è parte del nostro sistema di valori europei, difende l’identità cristiana e combatte il fondamentalismo islamico”. 8.2.22, a due settimane dall’invasione dell’Ucraina: “Serve una pace secolare con la Russia, ma mi sembra che Biden usi la politica estera per coprire i problemi che ha in patria… L’Europa deve giocare un ruolo per la pace e avere una terzietà per l’Ucraina. Sono contro le sanzioni perché il nostro interesse non è spingere la Russia verso la Cina”. Poi, quando si avvicina al governo, si spalma su Biden: “Sosteniamo le sanzioni all’aggressore russo e scommettiamo sulla vittoria militare ucraina”.

Guido Crosetto. Nel 2010 è sottosegretario alla Difesa del governo B. e auspica “rapporti con la Russia di collaborazione industriale” e perfino militare, con “una joint venture tra Iveco e un’azienda russa” per fabbricare i blindati Lince e farli “adottare dalle forze russe”. Nel 2017 è presidente della Federazione Aziende Italiane per la Difesa e attacca gli Usa perché inviano soldati e carri armati in Polonia, provocando Putin: “Assurdo e gratuito atto ostile della Nato nei confronti della Russia: non si schierano centinaia di carri armati su un confine all’improvviso”, “La Nato che sposta 3.600 carri armati (3.600!!) è una stupidaggine spaventosa spiegabile solo con il delirio attuale di Obama”. Oggi dà la caccia ai putiniani.

Antonio Tajani. Prima commissario Ue e ora ministro degli Esteri, si barcamena fra il putinismo di B. e i diktat europei. Nel 2014, dopo il ribaltone di Maidan, l’annessione russa della Crimea e l’inizio della guerra civile, chiede di “tenere in considerazione le istanze di buona parte dell’Ucraina, che è russofona… Putin ha sbagliato, ma non dobbiamo commettere l’errore di chiudere la porta al dialogo con la Russia, visto il fabbisogno energetico delle nostre imprese”. Nel 2022, dopo l’invasione, propone Merkel e B. come mediatori e ricorda le colpe dell’Ue: “Berlusconi è già stato capace di mettere a un tavolo Putin e Bush, avvicinando la Russia alla Nato e all’Occidente, ma poi non s’è fatto più niente”. E cazzia Biden per aver dato del criminale a Putin: “Io avrei usato un altro linguaggio. Se sia criminale dovrà dirlo il tribunale dell’Aja, ma ora dobbiamo raggiungere la pace”. Del resto “Putin ha commesso moltissimi errori, ma anche l’Occidente isolando la Russia e spingendola nelle braccia della Cina”: “Serve un incontro tra Putin e Zelensky e urge abbassare i toni, anziché puntare a un isolamento forte di Putin”. Il tipico putiniano “pacifinto”.

[…]

La Stampa. Nel 2014, diretta da Calabresi, pubblica due reportage dell’inviata Maria Grazia Bruzzone: “Ucraina: se il nuovo corso filo-Occidente include l’ultra-destra neonazista”, “I neo-nazi imperversano in Ucraina, ma il nazismo non è più il ‘male assoluto’ (per l’Occidente)”. Poi arriva Maurizio Molinari e i nazi spariscono: non dall’Ucraina, ma dalla Stampa.

Repubblica. Dal 2010 al 2016 allega il supplemento mensile Russia Oggi, scritto e pagato dalla propaganda putiniana. Con soffietti a Putin e ai suoi uomini. Il patriarca Kyrill ha una “visione del mondo in contrasto con il vuoto spirituale dell’uomo europeo, guarda il mondo, si interroga sulle sue sfide e ha il coraggio di elaborare una visione per il futuro”. La Russia è una culla di democrazia, malgrado “tutti i pregiudizi dell’Occidente”. Putin è un amore: “Un concorso via web per dare un nome al nuovo cane del premier Vladimir Putin… che si affida ai cittadini: leggerà le proposte e deciderà. Poi farà conoscere il piccolo pastore bulgaro alla labrador Connie, informa il sito dell’esecutivo. Prima il nome, dopo le presentazioni”. Che tenero! Ma purtroppo è vittima dei “tabù contro la Russia”, degli “attacchi costanti e perfidi”, della “paradossale macchina occidentale dei pregiudizi, delle credenze errate, della puzza sotto il naso”. E dire che i capisaldi della politica di Putin sono “Dialogo, impegno e pacifismo: i sentieri della democrazia”.

Foglio. Nel 2016 il direttore Claudio Cerasa pubblica un soffietto a Renzi che si batte contro le sanzioni a Putin: “Sanzioni contro il nemico Putin? Signore, signori, non è il momento… La Nato s’arrabbia? Ce ne faremo una ragione… Qui sta l’essenza del Renzi più autentico… Va alla guerra di logoramento mettendo il veto sul dossier russo… ristabilisce una salutare distanza dopo l’appoggio obamiano al Sì e riafferma l’autonomia da Washington… si allinea alle idee per niente minoritarie dell’opinione pubblica che… non capisce la strategia della Nato, non gradisce l’accerchiamento della Russia e riconosce a Putin carisma e qualità da comandante in capo… Renzi ha fatto prevalere la sua linea all’Ue, la conseguenza è che le sanzioni alla Russia non ci saranno”. L’autore è Mario Sechi, poi portavoce della Meloni e direttore turboatlantista di Libero. In realtà le sanzioni continueranno come se Renzi non esistesse. Nel 2017 il Foglio attacca gli Usa per la loro “russofobia”. E nel 2019 Giuliano Ferrara celebra il Ventennio Putiniano: “Studiare il successo di Vladimir Putin. Religione, Europa, libertà: indagine sui vent’anni di potere. Nel mondo in cui la libertà ̀è stata compressa seriamente, Putin giganteggia: oggi non lo si può disconoscere”. Zelensky invece è un mascalzone: “È proprietario di alcuni studi cinematografici in Russia e di una villa in Versilia con quindici stanze mai inserita nella dichiarazione dei redditi”. E occhio al “rischio eterno del populismo” e all’“accentramento di potere”, per la verità “già evidente”. Come passa il tempo.

Giornale. Titoli della direzione Sallusti: “Ecco il Putin anti-islamici. È l’unico capace di batterli. Nessun altro leader ha ottenuto una vittoria così schiacciante sugli integralisti’”. È “l’unico leader mondiale ad avere sempre una strategia chiara e il coraggio delle sfide solitarie”. “Obama disastrato. Così Putin diventa l’unico difensore dell’Europa”, “La grande occasione di Putin il pacificatore: ‘Perché l’Europa ringrazierà Putin su migranti e lotta all’Isis. Il leader ‘illiberale’, sanzionato dalla Ue, è l’argine decisivo contro i jihadisti e gli arrivi incontrollati. La ‘pax russa’ in Siria è un’opportunità per Mosca e un regalo all’Europa”. “Quando si parla di Ucraina, la tentazione di rinunciare a capirci davvero qualcosa e abbandonarsi a superficiali ironie è sempre forte. Quasi che avesse ragione il presidente della Russia, per il quale l’esistenza stessa dell’Ucraina indipendente rappresenta un insulto alla storia”.

[…]

Libero. Titoli delle direzioni Feltri e Senaldi: “Putin è più democratico della Merkel”. “Magari Putin contribuisse a far vincere la Lega!”, “Putin non è un barbaro, aiutiamolo”. Ed ecco Sallusti: “Perché fu un errore rompere con lo Zar”. È il 23.2.’22. Il giorno dopo Putin invade l’Ucraina. E Sallusti apre la caccia ai putiniani.

Corriere della Sera. Nel 2016 Paolo Valentino ammonisce l’Ue: “Tanta paura dell’orso cattivo è anche il frutto di un pregiudizio”. Nel 2017 Antonio Armellini teorizza “Il nuovo ruolo della Nato e il dialogo con Putin. Non bisogna cedere al venticello da guerra fredda”: l’Ucraina dovrebbe “costituire una zona di interposizione non conflittuale… estendere verso Oriente la linea Nato non serve”. 2018: “Il nuovo ruolo della Nato e il dialogo con Putin”“svolta di Putin” pronto al “dialogo internazionale”.

Il 5.12.’21 Franco Venturini, grande editorialista ed ex corrispondente da Mosca, scrive: “Dovremo forse morire per Kiev, come i nostri padri morirono per Danzica? Fortunatamente la domanda è ancora retorica, ma potrebbe smettere di esserlo in tempi brevi se la partita a scacchi tra grandi potenze… sulla pelle dell’Ucraina sfuggisse al controllo… Riusciranno a fermare la ruota già in movimento che ci minaccia, Biden e Putin? Non diventeremo di nuovo i ‘sonnambuli’ che non impedirono la Prima guerra mondiale e Christopher Clark ha così mirabilmente descritto? La strada è in salita. Gli occidentali hanno già pronto un pacchetto di durissime sanzioni economiche contro la Russia… La tentazione di provarci è sicuramente presente al Cremlino. Ma esiste, nella crisi ucraina, anche una tentazione americana. Se la situazione dovesse aggravarsi, il modo migliore per proteggere l’Ucraina non diventerebbe quello di farla entrare nella Nato a tambur battente? … Per evitare il peggio, Biden e Putin dovranno fare esattamente questo: rinunciare alle rispettive tentazioni… Cosa dovremmo fare, spiega il Cremlino, se una Ucraina atlantica schierasse al nostro confine missili capaci di raggiungere Mosca senza darci il tempo di approntare difese? Ma Biden non può, almeno ufficialmente, garantire alla Russia che la Nato respingerà le richieste di uno Stato sovrano già allineato sulle posizioni occidentali. La partita a scacchi richiederà giocatori di alto livello, mosse innovative e una buona dose di impolitica sincerità se le due più grandi potenze nucleari del mondo valuteranno correttamente la posta in gioco. Cioè noi europei”. Purtroppo Venturini è morto quattro mesi dopo, lasciando il Corriere nelle mani dei sonnambuli.


Il corpo a corpo di agosto


(di Marcello Veneziani) – Il corpo è una lavagna dove scriviamo chi siamo e chi vorremmo essere. È il primo mezzo di comunicazione che usiamo per dire al mondo la nostra identità, il nostro pensiero, i nostri desideri, e per rispondere al perenne conflitto tra la realtà e le possibilità, tra la natura e la volontà.

L’estate è la stagione dei corpi, la loro rivelazione in pubblico, alla luce del sole. Vedo la distesa di corpi in una spiaggia che non frequento: lettini e ombrelloni nel solleone. Vedo la sfilata di corpi, tra quelli distesi, quelli in piedi o in procinto di entrare e di uscire dall’acqua e noto una prima distinzione tra due etnie, due popoli, un tempo si sarebbe detto due razze: quelli che si presentano secondo natura e come la loro vita, il loro mangiare, vivere e camminare li ha fatti, che chiamerò naturalisti; e quelli modificati, ritoccati nei modi più vari, dai più semplici e naive a quelli più complicati, che chiamerò artefatti, nel senso letterale di rifatti con arte. I primi si espongono al sole come li ha fatti Madre Natura e Padre Tempo, le naturali fattezze dei loro corpi e il segno degli anni, come vivono e come si nutrono. Li chiami naturalisti ma in realtà non intendi dire che sono sgorgati puri e incontaminati dalla sorgente, ma lungo il percorso sono stati pesantemente rimodellati o deformati dalla vita che conducono. Il contrasto più vistoso è nella pinguedine; se li vedi grassi, con pance prominenti, vuol dire che il loro abbandono alla vita, o la loro sconfitta rispetto alle loro predisposizioni genetiche e ai loro vizi alimentari, li ha modificati pesantemente. Al mare non si vedono o sono eccezioni gli anoressici, mentre di alcuni incontinenti alimentari si intuisce la bulimia. C’è pure una fascia di giovani obese che indossano la loro ciccia come se fossero pornostar, credendosi “iconiche”. Più curiosa, degna di studio e in crescita da tanti decenni è invece la popolazione degli etnomutanti, in cui si distinguono vari gironi: I palestrati, i tatuati, i dietomorfi, i ritoccati, i plastificati. Uso la definizione al maschile sottraendomi alla stupida cantilena del “signore e signori”, perché sin da piccoli sappiamo che la definizione generale comprende sia il genere maschile che femminile. 

Entriamo nel dettaglio. I palestrati sono la falange più guerriera nella fiera dei corpi al mare. Sono una minoranza, di solito in età giovanile, e l’esibizione muscolare è il messaggio di questi eroici combattenti con lo specchio, per dimostrare la loro volontà di potenza e la loro capacità di trasformare il corpo vivente e movente in statue di eroi e miti dell’antichità o di guerre stellari. Ci sono i palestrati sobri che in palestra tengono in forma il corpo e amano lo sport; ma saltano all’occhio gli Ercole, i Maciste nella valle degli zombie, i Sansone che mortificano tutti i filistei. Di solito i muscolari non sono soli ma si uniscono ad altri energumeni figurati, come se fossero una pattuglia di bodyguard che guardano i loro stessi corpi. Decisamente più numerosi sono i corpi riscritti e ridisegnati con i tatuaggi, coi loro arabeschi su cosce, polpacci, caviglie, braccia e fondoschiena. Ragazzi e qualche maturo esibiscono la carne da parati che si oppone alla stirpe residua degli abbronzati col loro lucido ducotone marino. Alcuni tatuaggi sono ammiccanti, copertine che annunciano contenuti erotici o vite avventurose; ma prevalgono messaggi esotici ed esoterici, atletici, epici o solo simbolici. I tatoo fingono estro ma esprimono serialità. Menti semplici abitano a volte pelli complicate; forme di barocco epidermico e anche epidemico, visto il contagio. I corpi dei tatuati sono più loquaci dei portatori, raccontano la voglia di entrare nel mito, di fare dei corpi la loro opera d’arte, il loro manifesto e il loro biglietto da visita. Affrescati come cappelle e sculture semoventi, non sono uomini ma installazioni. I loro arazzi invasivi coprono i loro corpi, i loro murales corporali, sembra che continui la loro narrazione sul corpo dell’amico o della compagna accanto, come in un dittico. Le loro pance sembrano touch screen damascati, l’ombelico è come la presa per lo spinoA vederli distesi hai l’impressione che siano caduti in guerra, sfigurati da mine e sfregiati da baionette. 

Più subdola è lentiggini dei ritoccati perché vogliono esibire gli effetti e nascondere le cause, tra chirurgia estetica, botulino e altri accorgimenti che modificano labbra, zigomi, facce, seni, colli, glutei e altro ancora. Pochi tra i ritoccati sono migliorati rispetto all’originale, spesso sono finti come bambole di gomma o pupi di plastica; molti soprattutto col passare del tempo, peggiorano, acuiscono la decadenza anziché frenarla o nascondere, e assumono espressioni innaturali. 

La prestanza artificiale di palestrati, tatuati e ritoccati, è assai più diffusa dell’intelligenza artificiale. Sarò un conservatore ma preferisco l’imperfezione naturale dei corpi che accettano la sorte, l’età, i loro limiti e i loro corpi difettati, così come viene. 

Noto infine una cosa: quanto più si modificano i corpi e si usano per mandare messaggi ego-narcisisti, tanto più si nega il corpo, la sua vita naturale e il suo uso, anche sessuale: cresce la tendenza a disincarnarsi, a diventare ologrammi, cloni, droni e protesi. Nella pretesa di farci “iconici” stiamo fuggendo dai nostri corpi. Ma ovunque andremo, i nostri corpi ci riagguanteranno e ci riporteranno a terra. 


Elezioni entro poco più di un anno. M5S e Pd


(Gioacchino Musumeci) – Come si sconfigge la Meloni se l’identità politica della coalizione di Sx ( ?) è condizionata dal bellicismo piddino.

E’ una domanda semplice a cui sarebbe opportuno rispondere adesso. A quasi un anno di distanza dalle elezioni l’alternativa di governo si presenta ai cittadini divisa sul tema più importante, la pace e il costo della vita. Per i bellicisti il costo della vita non ha peso nelle dinamiche sociali perciò il benessere dell’impresa si pone davanti a quello della comunità. Eppure nello Stato democratico è un dovere della politica cercare e mantenere equilibrio tra necessità pubbliche e futuro delle imprese private per evitare che i diritti di una classe trascendano quelli dell’altra.

Pare tuttavia che sulla base di ipotesi su future aggressioni russe si natura ibrida mai chiarite al pubblico, l’orientamento politico europeo consista nell’erodere le garanzie costituzionali dei cittadini a vantaggio della grande impresa bellica. Il risultato finale è la sottrazione di importantissime risorse pubbliche fondamentali a popoli di cui porzioni sempre più ampie restringono il perimetro dell’esistenza a quello della sopravvivenza.

In questo quadro il Pd, principale alleato del Movimento nella coalizione, non sembra avere alcuna ambizione specifica o volontà di differenziarsi dall’insieme dei bellicisti. In termini di voto europeo sostiene il riarmo giustificato con la narrazione di un possibile attacco russo, senza mai spiegare nemmeno ai propri elettori il “perché” un attacco russo dovrebbe materializzarsi.

Il dato più grave, è che il Pd non è una forza orientata verso un cambiamento di paradigma favorevole ai cittadini perché il riarmo contiene un paradosso finanziario su cui i cittadini devono fermarsi per capire cosa c’è davvero in gioco in questa fase storica europea. Per 25 anni l’Unione Europea ha imposto l’austerità come dogma di gestione del debito e ha imbrigliato gli stati membri in una rete di efficienza dei conti a discapito dei comparti pubblici fondamentali.

Ora sospende le regole sul debito proprio per finanziare le spese militari. In altre parole, l’austerità era necessaria per la pace, ma non lo è più per la guerra. Ne deriva che l’austerità è sempre stata una necessità politica, non qualcosa che evitava il collasso delle economie europee se oggi si puòà bypassare per i cannoni.

Il Pd, è c’è ben poco da minimizzare, sostiene la narrazione il cui vero obiettivo sembra trasferire enormi risorse verso il settore bellico. Lo stesso ex capo della diplomazia UE, Josep Borrell, ha denunciato che l’allarme sulla minaccia russa è “una paura che paga”, riferendosi ai profitti dell’industria bellica. La paura è un potente strumento per far accettare scelte impopolari.

In questo senso muovo un’osservazione molto specifica: si può convivere politicamente con una forza politica allineata al riarmo? La mia risposta è no se il Pd non cambia posizione sul riarmo. Rischiamo la Meloni al governo per i prossimi 5 anni? Perfetto, meglio rischiare con un identità politica chiara piuttosto che legati alle incertezze del partito della Schlein. Le probabilità che il Pd cambi postura ideologica sul riarmo sono pressoché nulla. Allora se il Movimento di Conte continua a cercare mediazioni, perderà appeal oppure stagnerà su percentuali medio basse. Come sopra Se il Movimento tarderà a dissociarsi da un Pd cristallizzato sul bellicismo. Perciò prima si chiarisce cosa voglia fare il Movimento, meglio sarà per lui.

Perché sono così netto rispetto a pochi mesi fa. Perché il riarmo non è solo un’operazione economica. Siamo davanti a una trasformazione strutturale delle democrazie. La scelta di finanziare la difesa a scapito del welfare modifica il patto sociale. Sposta le risorse dal cittadino all’industria bellica e, di conseguenza, sposta il baricentro del potere e della legittimità. I dati e le analisi disponibili confermano che questa non è una semplice redistribuzione di fondi, ma un vero e proprio cambio di paradigma nel ruolo dello Stato e della sua relazione con i cittadini.

Il passaggio da una spesa militare intorno al 2% al nuovo obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035 avrebbe un impatto devastante sui conti pubblici, soprattutto in un paese come l’Italia con un debito pubblico che supera il 137% del PIL.

Non voglio annoiare con una disamina numerica delle conseguenze su cui sto studiando, pongo una domanda semplice: cosa vuol fare il Movimento col Pd. E se è possibile costruire un’alternativa politica alla Meloni con questo Pd in che modo di risolvono i problemi esaminati sopra.


Conte loda Sánchez e attacca la scelta di Meloni di isolare la Spagna: “Sei folle”


“Il premier spagnolo ha sfidato Trump e denunciato il genocidio a Gaza”. Poi il leader M5s si rivolge alla premier: “Nel 2023 implori la solidarietà europea per Lampedusa, poi quando tocca a un Paese amico lo isoli”

(ilfattoquotidiano.it) – “Sanchez ha dimostrato di essere un hombre vertical, un uomo dalla schiena drittauna persona seria. E ha anche dimostrato di saper interpretare i principi scritti nella nostra Costituzione e nella Carta europea dei diritti fondamentali“. Con queste parole il presidente del M5s Giuseppe Conte, intervistato da Andrea Pancani a Sabaudia Incontra, ha dedicato un riconoscimento esplicito al premier spagnolo Pedro Sánchez, nel corso di una riflessione su quella che ha definito ‘scelta grave e contraddittoria’ del governo Meloni:. la sospensione temporanea di Schengen nei confronti della Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta.
L’ex presidente del Consiglio ha sottolineato: “Quando ha detto a Trump che per il suo popolo era una follia portare le spese militari al 5% del Pil, Sànchez ha dimostrato di essere un hombre vertical. Quando ha affermato che a Gaza Israele stava compiendo un genocidio e che andava condannato Netanyahu, ha dimostrato di essere un hombre vertical. Quando ha detto a Trump che non avrebbe messo a disposizione le sue basi per una guerra illegale in Iran, che tra l’altro sta affamando intere popolazioni e provocando una crisi energetica mondiale, ha dimostrato ancora una volta di essere un hombre vertical”.

Il leader pentastellato ha ricostruito i fatti partendo dai numeri. In quattro anni di governo Meloni, ha ricordato, gli sbarchi in Italia hanno superato quota 326 mila150mila in più rispetto a quelli registrati in Spagna nello stesso periodo: “Allora la Spagna avrebbe potuto dirci: “Voi siete stati il colabrodo per gli sbarchi”. Avrebbe potuto sospendere Schengen nei nostri confronti. E noi le avremmo risposto: ecco qui, che Paese egoista”. Invece è avvenuto l’esatto contrario.
Il presidente del M5s ha ricordato quanto accaduto nell’estate del 2023, quando Lampedusa si ritrovò a gestire migliaia di arrivi in poche ore. Allora Giorgia Meloni scrisse a Ursula von der Leyen, chiese solidarietà europea, “implorò” l’arrivo della presidente della Commissione. Von der Leyen si recò sull’isola e in conferenza stampa ribadì che i Paesi europei erano al fianco dell’Italia. “Qual è la logica? – si è chiesto Conte – Quando capita a te, chiedi solidarietà europea. Se capita nell’avamposto spagnolo che è in Africa, sospendi Schengen e inviti l’Europa a isolare la Spagna. Allora sei folle“.
Secondo l’ex premier, quella linea ha già prodotto un risultato concreto e umiliante. Il 4 agosto si è tenuto il vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione europea: “La posizione italiana non è stata neppure discussa: siamo rimasti con il cerino in mano. Ovviamente questo non lo apprenderete mai dalla stampa e dalle tv amiche del governo Meloni. Tutti i ministri dell’Interno europei non solo hanno offerto solidarietà alla Spagna, ma si sono complimentati con Sánchez perché nel giro di 48 ore ha fatto rimpatriare circa 50mila irregolari, dimostrando grande efficienza. Noi non riusciamo a rimpatriarne qualche migliaio all’anno. E allora anche qui stiamo zitti”.

Il leader pentastellato ha insistito sul fatto che esistono strumenti europei già pronti all’uso: Frontex, missioni comuni, sostegno operativo ai confini esterni: “Avremmo potuto rivolgerci a un’agenzia europea per sostenere la Spagna o per controllare i confini, seppur marittimi, tra Africa e Spagna. Ma è folle cercare di accusare e isolare un Paese amico“.
Ha ricordato il rapporto privilegiato costruito con Madrid durante la pandemia, quando la Spagna fu il primo Paese a rispondere positivamente alla lettera con cui Conte chiedeva i 209 miliardi del Pnrr. “Con la Spagna c’è un rapporto tradizionale di amicizia – ha ribadito l’ex premier – Quando fai queste dimostrazioni muscolari inconsistenti e inutili, stai solo creando problemi ai cittadini italiani che vanno in vacanza o che arrivano dalla Spagna”.
Per Conte si tratta di “propaganda sterile” di un governo che ha fallito su più fronti: i centri in Albania, la gestione degli sbarchi, i rimpatri e il Piano Mattei. Di fronte a questo quadro, la figura di Sánchez emerge, nelle parole del presidente del M5s, come esempio di coerenza e di rispetto dei principi costituzionali ed europei: non una difesa ideologica, ma il riconoscimento di una linea politica che l’Italia dovrebbe imparare a praticare invece di isolarsi con gesti di pura propaganda.