
(di Marcello Veneziani) – Ma sono io che ricordo male? Io me lo ricordo, Sergio Mattarella, prima che diventasse Presidente della Repubblica e poi nei primi tempi in cui fu assunto al Quirinale. Benché non fosse vecchio, era lento, curvo, privo di collo, con occhi e bocca a fessura, parlava in tono basso, lievemente depresso, si trascinava emaciato e guardingo, quasi costeggiando i muri. Il suo top model era evidentemente Giulio Andreotti, di cui condivideva la curva della sagoma come un interrogativo senza risposta sulla repubblica e i suoi misteri. Era ingessato, si toccava imbarazzato le mani, girava e rigirava l’anello, mai un gesto brusco, mai una parola sopra le righe. Scrutava, taceva, sorrideva in modo prestampato, istituzionale. Sembrava assai più vecchio del suo predecessore, Giorgio Napolitano, molto più anziano di lui, che era arrivato pure lui malconcio al Quirinale ma aveva conosciuto nel Palazzo una nuova gioventù.
Vedetelo ora Mattarella, dopo undici anni e mezzo di Quirinale. Un giovanotto. Superattivo, sempre presente, con un piglio sempre più dinamico, un passo veloce, una gibbosità sempre meno accentuata, un collo che comincia a muoversi e distinguersi, capelli con taglio meno antiquato della vetusta chioma, da Antica Democristianeria del Corso; sempre più al passo dei tempi, spiritoso persino, se lo spupazzano le cantanti, fa selfie con le rapper, gioca in tandem con Sinner, seppur nel ruolo di partner fuori campo. Che si sia pure tatuato in località corporee a noi invisibili? Che assuma qualcosa di più di qualche ricostituente? No, lasciate stare le illazioni e i gossip a cavallo tra la maldicenza e le fake news; qui siamo in presenza di una scoperta biologica, di grande valore scientifico, ma anche istituzionale e perfino politico. Il Quirinale è una formidabile terapia per ringiovanire. I presidenti entrano vecchi e malandati ed escono giovani e gagliardi. L’equivalente di un gerovital, Quirinovital: c’è qualche sostanza benefica e miracolosa che emana il Potere al suo Massimo Livello, il Trono, la Virtuale Corona sul Capo. E giova anche quell’essere ogni giorno incensato: tutto quel che fa il Presidente della Repubblica, anche uno starnuto, merita elogi e titoli nei telegiornali. È il rovescio untuoso del vilipendio al Capo dello stato, c’è quasi l’obbligo costituzionale a venerarlo. Non sappiamo se ci siano cambiamenti anche nella vita intima e privata; non lo abbiamo mai visto, che so, uscire con la moto e il casco dal retrobottega del Quirinale per andare ad “acchiappare” o per appuntamenti galanti, come accadde all’Eliseo al presidente francese Hollande. (Sarkozy venne già attrezzato, con Carla Bruni). Ma al di là di queste bravate, che un tempo da noi facevano i figli dei Presidenti, gli Eletti stanno troppo bene al Quirinale, vivono a Palazzo una seconda, lunga primavera. Vedo il suo alter ego Zampetti, che prima era il suo bianco gemello e pareva il suo tutore, coi capelli bianchi solo per adeguarsi al Presidente. Ora è stato sorpassato, sospetto che Mattarella lo accompagni a scendere le scale…
Ma risaliamo dal caso specifico di Mattarella alla legge generale. Per cominciare, c’è una legge segreta che accompagna tutti i presidenti in carica in questi ottant’anni di repubblica: benché il mandato sia lungo, ben sette anni, e benché gli eletti siano quasi tutti in età grave, piuttosto vecchi, non è mai morto nessuno mentre era al Quirinale. Sarà che è una sede pontificia, sotto alte protezioni, ma nessuno ci ha lasciato le penne nel massimo scranno della repubblica italiana. Ma passiamo alla testimonianza personale. Io mi ricordo da giovane quando fu eletto il vecchio compagno Sandro Pertini: era nato nell’ottocento, aveva fatto la prima guerra mondiale, era un vecchio monumento partigiano e antifascista. Un vecchietto, insomma, brontolone e vanitoso. Ma ve lo ricordate come diventò pimpante e birbantello, come si divertiva alle partite di calcio e di scopa, quanti funerali si è fatto, quanti leader più giovani di lui ha accompagnato al cimitero? Pipava e anziché nuocere il fumo gli allungava la vita e gli potenziava la grinta.
Arrivò poi Cossiga, che era un professore sobrio e garbato, quasi un sardo muto, un felpato giurista, sempre trattenuto; poi, a via di stare al Quirinale, ringiovanì miracolosamente e cominciò a picconare ovunque, a stupire con le sue battute dette esternazioni, fino a essere accusato di essere eversivo mentre era solo goliardico. Visse una giovinezza quirinalizia che forse non aveva mai avuto, neanche da ragazzo. Anche Oscar Luigi Scalfaro arrivò al Quirinale come una vecchia conoscenza della Dc più conservatrice, bigotta, era anziano già nei primi anni cinquanta quando disse alla Signora Toussan di coprirsi e fu attaccato da Totò e da Curzio Malaparte perché troppo codino, antiquato… Beh, ve lo ricordate al Quirinale? entrò da monumento e uscì da regista di un film antiberlusconiano; attivissimo, manovriero, sabotatore. Anche Carlo Azeglio Ciampi ringiovanì al Quirinale, si liberò della muffa bancaria accumulata ai tempi in cui governava la finanza, fu sempre più Carlo e sempre meno Azeglio. Seguì la legge del Colle: più sani più belli. Stessa cosa, dicevamo, successe a Giorgio Napolitano, che quando arrivò era considerato un reperto dell’era geologica di Togliatti e di Pajetta, di Ingrao e Amendola, e invece poi diventò post-berlingueriano e persino postdalemiano e postveltroniano; compagnone, sbarazzino, riscoprì la sua vena teatrale di gioventù, a novant’anni pareva un giovanotto rimasterizzato o una vecchia pellicola restaurata…
Poi venne Mattarella e da lì non ci siamo più schiodati. Dopo un lungo settennato, se ne prese un altro – in politica è l’unico campo in cui i ripetenti non sono bocciati- dopo aver rifiutato di essere un ponte di passaggio con una breve proroga per scaldare il trono a Mario Draghi al Quirinale. Tutti lo ricordiamo patetico coi suoi cartoni, pronto al trasloco, curvo, acciaccato e visibilmente invecchiato. Poi cambia la scena, si ribalta la situazione, viene rieletto per un mandato pieno e comincia la sua trasformazione come Benyamin Button e come Pipino nato vecchio e morto bambino. Come uscito dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald nel suo cammino inverso dalla vecchiaia iniziale alla seconda giovinezza che coincide col secondo mandato. E più conquista consensi e popolarità, più si gasa: ogni bagno di folla è un beverone di vitamine e prozac…
Forse è per questo che sono in tanti ad aspirare al Quirinale e tanti che da anni studiano le pose da assumere, i gesti da compiere, i passi da fare e i potenti a cui ammiccare per andare in quel posto di gioiosa ibernazione biologica. Era minimalista Giulio Andreotti quando diceva che il potere logora chi non ce l’ha. Possiamo ora rovesciarla in positivo e dire: il Quirinale corrobora chi ce l’ha; ovvero giova alla salute, fa prodigi. Come vedete, il presente scritto non era un’analisi politica da quirinalista, non conteneva note polemiche o dietrologie, ma è un articolo di medicina istituzionale per un supplemento di salute, tipo Star bene, anzi in versione statale: Mai Stato così bene.
Ora immagino che il 2 giugno Sergio festeggerà con la sua comitiva di corazzieri e coinquilini il suo dodicesimo anno al Quirinale. Ragazzi, non ‘mbriacatevi, non fate tardi e non fate troppo rumore. Qui c’è gente anziana che dorme.
“Se pensate che la prossima volta che succederà ce ne accorgeremo, siete completamente fuori di testa!”. La storia ha dato ragione a Kelley, lo psichiatra protagonista del film ‘Norimberga’ chiamato a stilare i profili dei nazisti

(Gianni Rosini – ilfattoquotidiano.it) – “In quell’ultima, mesta fase tutti i testimoni ricordano la ferocia di un altro essere dal sembiante umano, una SS di nome Zepf. Era specializzato in bambini. Dotato di una forza erculea, quel mostro pescava un bambino dal gruppo, lo brandiva come una clava e gli sbatteva la testa per terra, oppure gli spezzava la schiena. Quando seppi dell’esistenza di quell’essere – nato pur sempre da un ventre di donna – non volevo credere a ciò che su di lui mi riferivano. Ma quando poi sentii con le mie orecchie gli stessi racconti ripetuti da testimoni diretti, mi resi conto che ne parlavano come di uno dei tanti, normalissimi casi dell’inferno di Treblinka. E dovetti rassegnarmi al fatto che quel mostro era esistito”.
Zepf, raccontato da Vasilij Grossman in L’inferno di Treblinka, è esistito davvero. Si chiamava Josef (Sepp era il diminutivo) Hirtreiter, membro del reparto SS Totenkopfverbände che si occupava della gestione dei campi di concentramento della Germania nazista. Non era uno degli ideologi del Terzo Reich e nemmeno uno scienziato ambizioso che ha visto nel nazionalsocialismo tedesco uno strumento per dare sfogo alle proprie ossessioni. Hirtreiter era un manovale poco istruito che non fu artefice dell’ascesa hitleriana, bensì ne subì il fascino. Nelle pagine del suo meraviglioso resoconto della liberazione dei campi di concentramento nazisti a seguito dell’Armata Rossa, Grossman descrive lui, insieme a molti altri membri delle SS, come degli esseri unici che hanno vissuto sul confine che separa l’uomo dalla bestia, l’umano dal disumano.
I numeri, però, dicono altro. Al loro picco si calcola che i membri delle SS fossero circa 1 milione, un quarantesimo circa della popolazione maschile totale della Germania. Hirtreiter, per quanto sia riuscito come altri a distinguersi per la sua ferocia, non era un caso di eccezionale malvagità, ma solo uno del mare di manganelli disposti a fare qualsiasi cosa in nome della propria fedeltà al Führer. È solo un altro esempio della banalità del male descritta magistralmente da Hannah Arendt nel racconto del processo ad Adolf Eichmann.
Coincidenza vuole che nei giorni scorsi sia finalmente riuscito a vedere Norimberga di James Vanderbilt, con un gigantesco Russell Crowe. Ma la cosa che più mi ha entusiasmato è che raccontando la storia dello psichiatra americano Douglas Kelley, chiamato a redigere i profili psicologici dei gerarchi nazisti a processo, Vanderbilt rompe con la narrazione del Terzo Reich come un incidente della storia, un evento eccezionale e irripetibile. Ospite di una trasmissione radiofonica dopo il ritorno negli States, Kelley, interpretato da Rami Malek, risponde alle domande dei conduttori: “Lei aveva a che fare con i nazisti, che deve ammettere sono persone uniche”. “Non sono uniche – replica infervorato – Ci sono persone come i nazisti in ogni Paese del mondo oggi”. “Non in America”, replica l’altro. “Sì, in America. I loro schemi di personalità non sono oscuri, sono persone che vogliono stare al potere. E mentre lei dice che non esistono qui, io direi che sono piuttosto certo che ci siano persone in America che scavalcherebbero volentieri i cadaveri di metà del pubblico americano se potessero ottenere il controllo dell’altra metà. Volete pensare che non possa succedere di nuovo, ma succederà di nuovo se continuiamo a lasciare che i politici usino il razzismo e il nazionalismo come metodo per ottenere potere personale. Alimentano l’odio, è quello che facevano Hitler e Göring ed è da manuale. E se pensate che la prossima volta che succederà ce ne accorgeremo perché indosseranno uniformi spaventose, siete completamente fuori di testa! Sono noi, okay? I tedeschi siamo noi”.
La storia ha dato ragione a Kelley che nel 1958, rimasto inascoltato, si è tolto la vita. Lo avevamo già visto con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e successivamente col genocidio del Rwanda, con le carneficine nella Jugoslavia sventrata dai nazionalismi, col sadismo dello Stato Islamico in Siria e Iraq. È il virus del male che ogni tanto ritorna, infetta, uccide e poi, in qualche modo, sparisce facendo credere che non tornerà più. Rimango convinto che l’Olocausto sia stato il più eclatante genocidio della storia moderna non per una particolare caratteristica della società tedesca della prima metà del Novecento, ma per la potenza politica, economica e militare esagerata di cui godeva all’epoca il Reich. Se quelle stesse capacità, 50 anni dopo, fossero state a disposizione degli estremisti Hutu del Rwanda probabilmente l’esito sarebbe stato simile.
Quando ho letto degli omicidi raccapriccianti di Hirtreiter ho digrignato i denti. Lo faccio ogni volta che racconti o immagini sono troppo crudi per me. E ho pensato che quel gesto istintivo ultimamente l’ho ripetuto spesso. Anche poche ore fa, quando ho letto il terribile racconto dell’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani, dell’abbordaggio della Flotilla, anticipato dai video del sadico ministro israeliano Itamar Ben Gvir. E mi è tornato in mente Kelley. Perché in questi due anni e mezzo ho digrignato i denti di fronte alle immagini di un colono israeliano che prende a bastonate un’anziana palestinese inerme, leggendo la storia e sentendo le registrazioni di Hind Rajab o il racconto dei bambini mangiati dai topi a Gaza, di fronte ai brindisi di, ancora lui, Ben Gvir e di gran parte della Knesset per l’approvazione della legge sulla pena di morte ai palestinesi (come si può esultare per la concessione del potere di togliere la vita a qualcun altro?), con tanto di spille e torte a forma di cappio, e anche per la violenza cieca di un settler israeliano contro un cane indifeso, colpevole solo di essere di proprietà della popolazione palestinese nei Territori Occupati. Il povero animale non sa niente del conflitto israelo-palestinese e non ha scelto chi dovesse essere il suo padrone. Ma la violenza cieca, appunto, questo non lo vede e si accanisce pure su di lui.
Ho capito che, come quella di Hirtreiter, la violenza gratuita e diffusa, che va ben oltre quella già disumana dei governi, è il segno che il virus del male ha infettato una società e le sue ‘persone normali’. A quel punto, non sembrano esserci più limiti.
Nei villaggi intorno a Treblinka, racconta Grossman, gli abitanti non potevano vedere ciò che accadeva all’interno del campo, ma nei giorni in cui le urla strazianti delle donne si facevano troppo forti, questi fuggivano nei boschi per non doverle sentire. Oggi, Israele ha reso Gaza inaccessibile come un grande campo di sterminio, ma i suoi cittadini e la comunità internazionale hanno a disposizione tutte le immagini che servono per rendersi conto di ciò che sta avvenendo nella Striscia e in Cisgiordania. Eppure, questo non è bastato a riempire le piazze a Tel Aviv o Gerusalemme, non è servito a convincere i governi ad agire per rispettare la promessa che ripetono in ogni Giornata della Memoria: “Mai più!”.
“Ci opponiamo a chi sostiene l’annessione del popolo palestinese. Illegali gli insediamenti in Cisgiordania”. “Le politiche e le pratiche del governo israeliano, incluso un ulteriore consolidamento del controllo israeliano, stanno minando la stabilità e le prospettive di una soluzione a due Stati”

(lespresso.it) – Una nota congiunta – co-firmata da Italia, Francia, Germania e Regno Unito – che condanna i nuovi insediamenti di Israele in Cisgiordania e che rilancia sula prospettiva dei due Stati. “Negli ultimi mesi, la situazione in Cisgiordania è peggiorata in modo significativo. La violenza dei coloni ha raggiunto livelli senza precedenti. Le politiche e le pratiche del governo israeliano, incluso un ulteriore consolidamento del controllo israeliano, stanno minando la stabilità e le prospettive di una soluzione a due Stati”, si legge.
Qualche numero. Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, l’espansione coloniale in West Bank ha registrato una forte accelerazione: secondo L’ong israeliana Peace Now, gli avamposti sorti ogni anno sono passati da una media di 5,7 (1996–2022) a circa 47, mentre nel solo 2025 sono ne sono stati creati 86 nuovi. Oggi si contano 141 insediamenti ufficiali e circa 360 avamposti, con una popolazione complessiva di circa 750 mila coloni israeliani tra Cisgiordania e Gerusalemme Est. Inoltre, nel 2025 sono state approvate quasi 28.000 nuove unità abitative, record dalla firma degli Accordi di Oslo.
“Il diritto internazionale è chiaro: gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. I progetti di costruzione nell’area E1 non farebbero eccezione”, rimarcano i leader. “Lo sviluppo dell’insediamento E1 – si legge ancora nella nota firmata dai governi di Roma, Parigi, Berlino e Londra – dividerebbe in due la Cisgiordania” e rappresenterebbe secondo i leader “una grave violazione del diritto internazionale. Le imprese non dovrebbero partecipare alle gare d’appalto per la costruzione a E1 o per altri sviluppi insediativi. Dovrebbero essere consapevoli delle conseguenze legali e reputazionali derivanti dalla partecipazione alla costruzione di insediamenti, incluso il rischio di essere coinvolte in gravi violazioni del diritto internazionale”.
Il progetto E1 non è una generica nuova colonia, ma un piano che spezzerebbe in due la Cisgiordania mettendo una pietra tombale sulla prospettiva dei due Stati. Perché è un controverso progetto di espansione urbanistica che sorgerebbe – anzi che sorgerà, vista l’approvazione da parte della Knesset – a Est di Gerusalemme Est e che prevede la costruzione di migliaia di nuove unità abitative e infrastrutture nell’area tra la città santa e l’insediamento di Ma’ale Adumim.
Tornando alla nota congiunta, I leader firmatari della dichiarazione chiedono dunque al governo di Israele “di porre fine all’espansione degli insediamenti e dei poteri amministrativi, garantire l’accertamento delle responsabilità per la violenza dei coloni e indagare sulle accuse rivolte alle forze israeliane, rispettare la custodia hashemita dei Luoghi santi di Gerusalemme e gli accordi storici sullo status quo, nonché revocare le restrizioni finanziarie nei confronti dell’Autorità palestinese e dell’economia palestinese”.
“Ci opponiamo fermamente – concludono i governi di Italia, Francia, Germania e Regno Unito – a coloro che, inclusi membri del governo israeliano, sostengono l’annessione e il trasferimento forzato della popolazione palestinese. Riaffermiamo il nostro fermo impegno per una pace globale, giusta e duratura basata su una soluzione negoziata a due Stati, in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, nella quale due Stati democratici,Israele e Palestina, vivano fianco a fianco in pace e sicurezza entro confini sicuri e riconosciuti”.
Polemiche per una frase pronunciata dall’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi, citato dal Foglio: “Il giornalismo d’inchiesta si trasforma in giornalismo di teorema e il giornalismo di teorema diventa un rischio cancerogeno per la democrazia”. Pd, M5s e Avs pretendono le scuse dell’ad e invocano le sue dimissioni. Poco dopo arriva la smentita di Rossi: “Strumentalizzazioni”

(di Annalisa Cangemi – fanpage.it) – AGGIORNAMENTO: Per Giampaolo Rossi, amministratore delegato Rai, “il giornalismo d’inchiesta si trasforma in giornalismo di teorema e il giornalismo di teorema diventa un rischio cancerogeno per la democrazia e la Rai non può perseguirlo”. Sarebbe questa l’opinione di Rossi sulle testate che fanno inchiesta, riportata dal ‘Foglio’. Anche se la trasmissione non viene citata esplicitamente, l’affondo che non può che riferirsi al programma Report condotto da Sigfrido Ranucci. Lo stesso che ha rischiato pochi mesi fa di morire in un attentato, con un ordigno che ha distrutto la sua auto davanti la sua abitazione.
Le opposizioni: “Si scusi”
Le opposizioni non ci stanno e pretendono le scuse della Rai. “Le dichiarazioni dell’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi, riportate oggi dal Foglio, nelle quali definisce il cosiddetto ‘giornalismo di teorema’ un fenomeno ‘cancerogeno per la democrazia’, sono gravissime e inaccettabili perché finiscono per colpire il giornalismo d’inchiesta e trasmissioni come Report”, dice Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde.
“Rossi – prosegue il leader di Avs – sostiene che esista un giornalismo che parte da tesi precostituite per piegare i fatti a conclusioni già scritte. Ma definire in questo modo il giornalismo d’inchiesta significa delegittimare chi, attraverso documenti, testimonianze e verifiche, svolge una funzione essenziale di controllo del potere e di servizio pubblico”.
“Giampaolo Rossi può solo chiedere scusa a Sigfrido Ranucci e alla redazione di Report. Ranucci ha subito minacce, intimidazioni e persino un attentato con una bomba sotto casa proprio a causa del suo lavoro giornalistico. Invece di difendere chi rischia per garantire ai cittadini il diritto all’informazione, si sceglie di colpire una delle più importanti trasmissioni d’inchiesta del servizio pubblico”.
È la stessa posizione espressa da Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del Pd, che invoca le dimissioni di Rossi in una nota: “‘Il giornalismo d’inchiesta si trasforma in giornalismo di teorema e il giornalismo di teorema diventa un rischio cancerogeno per la democrazia e la Rai non può perseguirlo’. Queste parole sono state pronunciate dall’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, nei confronti di uno dei programmi simbolo del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico, Report Rai Tre. È sempre la solita storia: il giornalismo d’inchiesta viene equiparato, dalla destra, al ‘giornalismo di teorema’”, è il commento dell’europarlamentare del Pd.
“Per loro il giornalismo dovrebbe essere una somma neutra di notizie, di virgolettati, di fonti ufficiali che non disturbino il manovratore. Questo è il punto. E allora poniamo noi una domanda all’amministratore delegato della Rai: come la spiega la bomba esplosa sotto casa di Sigfrido Ranucci? Con il ‘giornalismo di teorema’ o con i fatti che Report ha raccontato e che, dalle indagini, pare abbiano dato fastidio alla camorra casalese? Quando il giornalismo d’inchiesta dà fastidio al potere, quando scava, documenta, collega fatti, fa domande scomode, allora diventa improvvisamente ‘militante’, ‘fazioso’, ‘di teorema’. È sempre lo stesso schema: delegittimare chi racconta ciò che qualcuno vorrebbe tenere nascosto. Per questo colpisce che proprio l’amministratore delegato della Rai, il vertice dell’azienda pubblica, attacchi uno dei suoi prodotti migliori. E questo ci racconta molto bene il clima che stiamo vivendo nel nostro Paese. Altro che cancerogeno, il giornalismo di Report dà senso al servizio pubblico. Signor Rossi, si dimetta”.
“Troviamo paradossale e assurda la posizione dell’Ad Rai Rossi che descrive il giornalismo di inchiesta come ‘giornalismo di teorema’”, scrivono gli esponenti M5s in commissione di Vigilanza Rai in riferimento alla dichiarazione di Rossi.
“Lo fa per dequalificarlo, sostanzialmente perché quel giornalismo di inchiesta non gli conviene. In più lo fa in una sede in cui si parla di disinformazione, volendo far credere che il giornalismo di inchiesta fatto come lo fanno certe trasmissioni Rai evocando – senza nominarla – Report, sia disinformazione. Mentre la vera fake news è proprio quello che ha detto lui, che cioè un certo giornalismo di inchiesta, quello che non conviene a chi detiene il potere, sia giornalismo di teorema”.
“Ma la cosa più grave in assoluto – aggiungono – è l’utilizzo del termine ‘cancerogeno’ per la democrazia. La nostra domanda è: è cancerogeno il giornalismo che fa inchieste, macinando successi di pubblico ed arrivando a subire un attentato gravissimo come quello ricevuto da Sigfrido Ranucci? O forse è cancerogeno un apparato politico che si fa mandante delle intimidazioni e del mobbing costante a cui la redazione di Report è sottoposta quotidianamente? La cosa migliore che Rossi potrebbe fare è come minimo quella di chiedere scusa. E di adoperarsi per restituire le quattro puntate sottratte a Report. Quello scippo – concludono gli esponenti M5s in Vigilanza – mette in serie difficoltà economiche la redazione mentre si spendono cifre allucinanti per giornalisti il cui unico merito è quello di essere amici di Giorgia Meloni e del suo governo”.
Giampaolo Rossi smentisce: “Mai attaccato programmi o conduttori Rai”
“Leggo con divertito stupore le ricostruzioni che mi attribuiscono riferimenti a programmi o giornalisti che non ho mai menzionato”. Lo afferma, in una nota, l’ad Rai, Giampaolo Rossi. “Il mio intervento, reso nel contesto pubblico di un convegno dedicato proprio al tema della disinformazione – e alla presenza di giornalisti, molti dei quali proprio impegnati nell’inchiesta all’interno del nostro Servizio Pubblico – non ha mai fatto riferimento a programmi della Rai o a suoi conduttori”, sottolinea Rossi. “Un intervento – spiega l’ad Rai – che ribadiva un principio generale: la difesa del giornalismo d’inchiesta come pilastro della democrazia, insieme al richiamo ad evitare ogni forma di spettacolarizzazione e della sua trasformazione in giornalismo di teorema”.
“Attribuire a quelle parole significati, bersagli o intenzioni diverse – aggiunge – significa, paradossalmente, fare proprio ciò da cui si intendeva mettere in guardia in quell’occasione. La Rai, in questi anni ha aumentato i programmi di giornalismo d’inchiesta, sapendo che l’informazione del servizio pubblico ha il dovere di rimanere ancorata ai fatti, alla correttezza del contesto e alla responsabilità del racconto. Vale per chi fa informazione, ma – evidentemente – anche per chi la commenta, strumentalizzando, senza verificare”, conclude.
Droni kamikaze, sistemi anti aerei, artiglieria di precisione: la difesa del Vecchio Continente dipende sempre di più dall’industria militare israeliana

(di Giulio Meotti – ilfoglio.it) – Mentre la Global Sumud Flotilla solcava il Mediterraneo direzione Gaza, un’altra flottiglia navigava in direzione opposta: dai laboratori militari di Israele verso i porti europei. La Israel Weapon Industries ha sviluppato un sistema per aiutare i soldati ad abbattere i droni tattici. Il sistema, chiamato Arbel, è utilizzato da più di due dozzine di paesi, rivela al Washington Post Semion Dukhan, responsabile per l’Europa dell’azienda. “Tra i clienti ci sono paesi che hanno dichiarato pubblicamente di non voler fare affari con Israele. Le persone e i politici dicono quello che devono dire, ma ciò che dicono non corrisponde a ciò che avviene sotto la superficie”. Stati europei che avevano promesso di boicottare le armi israeliane continuano a piazzare ordini. Le vendite israeliane sono raddoppiate negli ultimi cinque anni, raggiungendo un record di 15 miliardi nel 2024. E anche per il 2025, i principali produttori di armi israeliani, tra cui Elbit e Israel Aerospace Industries, hanno entrambi riportato una ulteriore crescita a doppia cifra.
Per la prima volta, Israele ha superato il Regno Unito nella quota di esportazioni globali di armi, diventando il settimo fornitore al mondo, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute. L’edizione di quest’anno della Defense Tech Expo di Tel Aviv ha rispecchiato il crescente interesse internazionale per le armi israeliane. “La maggior parte dei paesi non ha il tempo di costruire da zero i propri sistemi di difesa in modo rapido”, dice Seth J. Frantzman, analista della Foundation for Defense of Democracies e autore di “Drone Wars”. “Per cui si rivolgono a Israele”. Rheinmetall – attraverso la controllata italiana RWM Italia – e l’azienda israeliana Uvision Air Ltd. hanno firmato una joint venture per gli Hero, i droni kamikaze. Nel 2024 il portafoglio ordini di Rheinmetall superava i 200 milioni e includeva consegne a otto paesi europei. Chi segue la guerra in Ucraina avrà sentito parlare degli Himars.
L’Ucraina dipende da questo sistema d’artiglieria americano, montato su camion, in grado di colpire obiettivi fino a 300 chilometri di distanza con missili a guida di precisione. La risposta europea è EuroPULS, frutto di un’altra cooperazione israeliana. Il gigante franco-tedesco Knds e l’israeliana Elbit hanno creato una joint venture dedicata alla vendita di quest’arma, con focus sul mercato europeo. “Per l’Europa l’interesse sta nelle capacità di nicchia in cui Israele è all’avanguardia, come la difesa aerea e missilistica”, ha spiegato Jamie Shea di Chatham House.
Tomer Malchi, fondatore di Asio, rivela che gli ordini sono aumentati del 400 per cento dall’inizio della guerra a Gaza. I telefoni di Asio aiutano i soldati a pianificare missioni, orientarsi e rispondere alle minacce in tempo reale. Asio è in trattativa con venti paesi, anche europei. L’Europa, spogliata delle sue illusioni buone per tv e giornali, sta imparando una lezione antica: chi vuole restare sovrano deve comprare spade da chi sa usarle.
«Stiamo stravincendo in Iran», «vicini a nuovi attacchi»: così i mercati «ballano» dietro il verbo di Trump. La guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz: tra annunci di tregue e minacce, mesi di oscillazioni (e guadagni) dei mercati

(di Viviana Mazza – corriere.it) – «Stiamo negoziando con l’Iran», ha ripetuto Trump ieri nello Studio Ovale. «Abbiamo controllo totale dello Stretto di Hormuz». Il presidente americano ha poi ribadito che, in un modo o nell’altro, impedirà che il regime abbia un’arma nucleare e che, se Teheran non accetterà l’accordo che vogliono gli Stati Unti (compresi il trasferimento fuori dall’Iran dell’uranio arricchito e la fine dell’imposizione di pedaggi con la riapertura di Hormuz), «faremo qualcosa di drastico».
Il New York Times ha analizzato ieri tutte le volte in cui Donald Trump ha detto che la guerra in Iran è vicina alla fine o ha minacciato un imminente attacco, e ha poi messo in rapporto le sue parole con la realtà del momento.
Il 13 marzo, il presidente ha scritto sul suo social Truth: «L’Iran è totalmente sconfitto e vuole un accordo». Il 17 marzo ha detto qualcosa di simile in una intervista con il Corriere della Sera, all’indomani del no europeo all’invio di navi per riaprire lo Stretto di Hormuz: «Andiamo alla grande nella guerra, stiamo stravincendo. Francamente nessuno ha mai visto una cosa del genere e non ci vorrà molto tempo».

Il 23 marzo ha aggiunto che c’erano state «conversazioni molto produttive» con l’Iran. Quel giorno è stato anche una delle prime volte in cui un commento di Trump ha avuto un effetto sui mercati: il presidente ha ordinato al Pentagono di rimandare di 5 giorni gli attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane. Poiché sembrava che Trump stesse cercando una via d’uscita per chiudere la guerra, ciò ha incoraggiato i mercati. Quel giorno il prezzo del petrolio è sceso del 10% per la prima volta in due settimane.
L’ultima volta che i mercati avevano reagito in modo drammatico alle parole di Trump era stato il 9 marzo, quando il presidente aveva detto a Cbs News che la guerra in Iran era «molto completa». Lo stesso giorno Trump ha detto ai giornalisti di vedere «una reale possibilità di fare un accordo», anche se la leadership di Teheran ha negato e poi aggiunto: «Le fake news vengono usate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e uscire dal pantano in cui Stati Uniti e Israele sono intrappolati». Il 26 marzo Trump ha scritto che gli iraniani «ci stanno supplicando di fare un accordo», ma il 30 marzo è tornato a minacciare di colpire le infrastrutture energetiche se lo Stretto non fosse stato riaperto. Allora i mercati sono crollati al punto più basso dell’anno, ma il giorno dopo Trump ha promesso che gli Usa se ne sarebbero andati «molto presto», spingendo al rialzo le Borse.
In un discorso alla nazione l’1 aprile, Trump ha detto che gli obiettivi militari sarebbero stati raggiunti «molto presto» e che i negoziati erano in corso. Il rialzo dei mercati ha retto nei giorni successivi. Per tutto aprile ha alternato minacce e ottimismo (4 aprile: «Il tempo sta finendo: 48 ore prima che l’inferno si abbatta su di loro»; 6 aprile: «Hanno fatto una proposta significativa»; il 7 aprile: «Un’intera civiltà morirà stanotte»), ma poi quella sera Trump ha annunciato uno dei più grossi sviluppi: un cessate il fuoco di due settimane mediato dal Pakistan, accolto bene dai mercati anche se non con un rialzo pari a quello di inizio aprile e con una maggiore volatilità.
Poi l’Iran non ha riaperto lo Stretto, dicendo che i combattimenti in Libano violavano il cessate il fuoco; Trump ha risposto che il regime non stava rispettando l’accordo. Dopo il fallimento del primo round negoziale in Pakistan l’11 aprile, Trump ha annunciato il blocco Usa di Hormuz. A fine aprile, ha esteso a tempo indeterminato la tregua. I colloqui in Pakistan sono stati cancellati. Il 28 aprile i prezzi del petrolio hanno raggiunto il massimo in quattro anni. A maggio hanno continuato ad alternarsi annunci di progressi e minacce.
VANNACCI, ‘SEMPRE DIMOSTRATO APERTO NEI CONFRONTI DI QUESTO CENTRODESTRA’

(ANSA) – “Io mi sono sempre dimostrato aperto nei confronti di questa alleanza di centrodestra. Chi invece ha dato segnali di chiusura è stato proprio questo centrodestra. Se un domani non dovesse andare per il meglio non si vengano a dare responsabilità a Futuro Nazionale: se la destra si troverà in condizioni critiche non sarà certo per colpa di Vannacci”.
Così il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale ha replicato, a margine margine dell’incontro ‘Guerra e Pace’ in corso a Salsomaggiore, nel Parmense, a chi gli chiedeva se vedesse, in futuro, possibilità di alleanze con il centrodestra.
“Futuro Nazionale, intanto è un partito – ha osservato – e non è qualcosa di amorfo, di fluido. A noi piacciono le cose solide che hanno una forma propria e che non prendono la forma del contenitore come i fluidi. Abbiamo una forma definita – ha proseguito Vannacci – che è quella della destra vera e autentica che non si vergogna della propria tradizione, della propria storia, della propria identità: siamo un partito di principi di ideali e di valori.
Non di allenze. Le alleanze servono prima delle elezioni per darsi una configurazione. A me oggi interessa fare innamorare tutto un elettorato che ha perso la fiducia, o che è deluso o che non è mai andato a votare a una politica vera, sincera, concreta”, ha concluso.
VANNACCI, NESSUN ITALIANO DI ETNIA EUROPEA SI LANCIA CON UNA MACCHINA SULLA FOLLA
(ANSA) – “Quello che è successo a Modena è un atto di odio e disprezzo nei confronti della nostra società e dell’Occidente. Tattiche e procedure sono le stesse utilizzate in altre decine di attentati portati avanti da stranieri e islamici in tante città d’Europa come Nizza, Berlino, Stoccolma, Barcellona, il duplice attentato di Londra, New York, New Orleans: abbiamo avuto la conferma che non è la cittadinanza lo strumento dell’integrazione perché questo signore era cittadino italiano, ma era solo una cittadinanza formale, un pezzo di carta che non aveva alcun valore perché non c’è nessun italiano di etnia europea che si lancia con una macchina sulla folla di connazionali per produrre il più grande danno possibile”.
Così a margine di un incontro a Salsomaggiore , nel Parmense, il leader di Futuro Nazionale, il generale Roberto Vannacci commenta il caso di Salim El Koudri che sabato scorso ha investito con un’auto e ferito in centro a Modena sette persone.
VANNACCI, ‘REMIGRAZIONE PER IMMIGRATI REGOLARI CHE OFFENDONO NOSTRA CULTURA”
(ANSA) – “Per la sinistra ogni volta che un uomo ammazza una donna si tratta di patriarcato, ogni volta che un bianco offende un nero si tratta di razzismo, ogni volta che un eterosessuale picchia un omosessuale o una persona con orientamento sessuale diverso si tratta di omofobia: nel caso di Modena la sinistra rifiuta di fare un’associazione tra una persona straniera italiana di seconda generazione che aveva già mandato messaggi di odio nei confronti della nostra società e quello che è avvenuto”.
Così, a margine di un incontro a Salsomaggiore, il leader di Futuro Nazionale, il generale Roberto Vannacci, commenta quanto accaduto sabato pomeriggio a Modena. “Cosa fare nei confronti di questo ragazzo? Remigrazione. Chi si lancia con le macchine addosso alla folla e poi prosegue l’atto criminale con il coltello? Sono solo gli stranieri, chi non ha diritto di rimanere in Italia ed è straniero deve essere riportato da dove proviene, anche quelli che hanno diritto di rimanere qua, ma che offendono le nostre leggi o la nostra cultura o che sono di culture non compatibili con la nostra devono tornare nel proprio paese di origine”.
Almirante, Meloni: il suo ricordo vive nella destra italiana

(askanews) “Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante, il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto”.
Lo scrive sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando la continuità con lo storico segretario del Msi: “Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione”
La Russa, Almirante uomo che ha dedicato la sua vita alla politica e alla nazione
(ANSA) – “A 38 anni dalla sua scomparsa ricordiamo e rendiamo omaggio alla figura di Giorgio Almirante. Un uomo che ha dedicato la sua vita alla politica e alla Nazione, con coerenza, passione e profondo rispetto delle Istituzioni repubblicane e dell’avversario politico, come quando tra lo stupore generale, arrivò a Botteghe Oscure per rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer”. Lo scrive sui social il presidente del Senato Ignazio La Russa, ricordando lo storico leader del Movimento sociale italiano.
Nel post in cui ricorda Almirante, La Russa posta anche l’immagine di una frase del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, sullo storico leader del Msi: “Almirante – diceva Napolitano – ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti parlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le Istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi anche se spesso aspro nei toni. E’ stato espressione di una generazione di leader che hanno saputo confrontarsi mantenendo un reciproco rispetto a dimostrazipone di un superiore senso dello Stato”
(corriere.it) – «Il razzismo – scriveva il futuro segretario del Msi – ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri.
Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore».
«Altrimenti — scriveva ancora Almirante — finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue».
Allarme della Commissione europea: Pil al +0,5 per cento nel 2026. Aumentano i poveri: dodici milioni di italiani non arrivano a fine mese

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Matteo Salvini è stato facile profeta, quando ha parlato delle criticità dei «fattori economici». C’è il caro benzina, che provoca il carovita e fa calare la fiducia dei cittadini. La tempesta perfetta. Nel giro di 24 ore è arrivata la conferma della Commissione europea. Nella sventura, almeno per una volta il leader della Lega è stato d’accordo con i vertici di Bruxelles.
L’outlook dell’Ue dice due cose semplici, ma pesanti: i prezzi aumentano e la crescita rallenta. Addio al sogno meloniano dell’Italia locomotiva d’Europa. Le stime dell’Ue ribadiscono il pesante impatto della guerra in Iran per tutta l’Unione. Di fronte all’elenco di problemi, la premier Giorgia Meloni si è dedicata a fare campagna elettorale. Prima la promessa a Niscemi. «In Cdm sblocchiamo 150 milioni di euro per la frana», ha detto durante la visita in Sicilia. Poi si è occupata di agricoltura, cogliendo l’occasione di lanciare qualche stoccata all’Ue: «L’agricoltore non consuma la terra, la custodisce, la conosce, ha interesse a proteggerla. Vaglielo a spiegare ai Timmermans di ogni latitudine, agli ambientalisti da salotto».

Ma lo storytelling non basta. Il quadro economico per l’Italia è fosco: mancano misure per stimolare la crescita e la tenuta dei redditi erosi dall’inflazione. La cura del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non ha funzionato. Ormai è persa nelle nebbie la misura bandiera dell’ultima manovra, il taglio dell’aliquota Irpef per il ceto medio. Come preconizzato dagli organismi indipendenti, l’intervento non ha prodotto effetti concreti. Pur costando 3 miliardi di euro.
Ecco allora che la povertà galoppa. Così «oltre un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà e oltre un quarto ha difficoltà a fare fronte a spese impreviste», ha ricordato l’Istat nel rapporto annuale, che ha fatto il paio con gli allarmi provenienti da Bruxelles. «Quasi undici milioni di persone sono a rischio povertà, la perdita di potere d’acquisto rispetto al 2019 – aggravata dal peso inflazionistico – rimane ancora alta», ha detto il senatore del Pd, Marco Meloni.
Un duro colpo per la narrazione di Meloni: l’Italia è anche in fondo alla classifica europea sull’aumento del Prodotto interno lordo. Il Pil, per il 2026, è previsto al +0,5 per cento rispetto al +0,8 per cento indicato nella precedente stima. Una frenata significativa. Alla fine peggio fanno solo la Romania, al +0,1 per cento, e l’Irlanda, in territorio negativo dopo il boom (+12,3 per cento) del 2025.
La Germania ha altrettanto accusato il colpo delle crisi geopolitiche, ma dovrebbe chiudere l’anno in corso al +0,6 per cento, completando il “controsorpasso” sull’Italia. E togliendo alla leader di FdI l’argomento di un Paese in salute rispetto agli altri partner europei più importanti. Il confronto con la Spagna è impietoso, vista la crescita del 2,4 per cento di Madrid.
L’assenza di una politica industriale è un macigno, la strategia è stata quella della navigazione a vista, di qualche incentivo piazzato per placare le ire delle imprese. Ma il risultato è sintetizzabile con il caos di Transizione 5.0, misura diventata effettiva da poche settimane. Lo scorso anno la produzione è diminuita dello 0,3 per cento, flessione «che fa seguito alle contrazioni molto ampie nel biennio precedente», ha spiegato l’Istat.
Il Pil debole per il 2026 non è solo una parentesi, segnala un trend in atto: nel 2027 andrà peggio. L’economia italiana diventerà la più debole dell’Europa con il +0,6 per cento, superata anche dal rimbalzo della Romania (che va sopra il 2 per cento). La Germania allungherà le distanze con il +0,9 per cento, la Francia sarà all’1,1.

Mentre la crescita tricolore si infiacchisce, tornano a galoppare i prezzi a causa del caro-energia. L’inflazione in Italia salirà al 3,2 per cento, leggermente più alto rispetto al 3,1 per cento della media Ue. Un mix micidiale di crescita fiacca e impennata del carovita.
Nemmeno l’occupazione dà soddisfazioni a Palazzo Chigi, nonostante i proclami dei record. «Nel 2025 l’occupazione in Italia prosegue la fase di espansione (+0,8 per cento), pur manifestando un progressivo rallentamento rispetto al biennio precedente. Nel confronto di medio periodo (2019-2025), l’incremento degli occupati in Italia (+4,3 per cento) risulta superiore a quello della Germania (+2,4), ma ancora inferiore rispetto a Francia (+6,4) e Spagna (+12,6)». Niente miracoli.
Sugli interventi straordinari per rispondere al caro-energia (oggi il Cdm varerà il prolungamento del taglio delle accise fino ai primi di giugno ndr), intanto, dall’Ue nessuno si sbilancia. «Sulla richiesta dell’Italia si valuta ciò che può essere fatto all’interno del nostro quadro fiscale», ha confermato il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, chiedendo comunque «prudenza per i Paesi ad alto debito».
Leggasi: Italia. L’unica consolazione per Meloni, al momento, è la riduzione del rapporto deficit/Pil che dovrebbe attestarsi al 2,9 per cento. E resta l’unica scialuppa propagandistica a cui aggrapparsi: il Superbonus. «Anche per l’analisi dell’Ue, il Superbonus ha un po’ tarpato le ali alla crescita», ha detto il vicepremier, Antonio Tajani. Nessuna autocritica, però, rispetto al fatto che Fratelli d’Italia e Lega hanno sostenuto quel bonus negli anni scorsi.
«Questi dati confermano che il Dfp che abbiamo discusso è un documento scritto sull’acqua», ha detto il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia, chiedendo al ministro di Giorgetti di «tornare in Aula». Che, rispetto alle ipotesi voto anticipato di Salvini, è meglio di tornare a casa.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Com’è possibile che quel diavolo di Renzi sia riuscito a comprare uno spazio pubblicitario nelle stazioni di Roma e Milano, e proprio accanto ai tabelloni degli arrivi e delle partenze, dove si satireggia in caratteri littori (QVANDO C’ERA LEI) sui ritardi dei treni ai tempi della Meloni? A nessuno ovviamente è passato per la testa che si sia trattato di un atto di liberalità da parte di un dirigente ferroviario in preda a un attacco d’autoironia. Si è invece pensato subito a un complotto.
Chi ha tradito? Chi ha tramato nell’ombra? Palazzo Chigi ne avrà chiesto ragione al ministro competente (insomma), che ne avrà chiesto ragione a un sottoposto, che a sua volta ne avrà chiesto invano ragione a un sotto-sottoposto. In Italia, e forse non solo in Italia, la burocrazia funziona un po’ come il rugby: tutti passano la palla indietro a qualcun altro, finché l’ultimo non tira un calcione alle stelle. E addossa la colpa a chi non può difendersi, chiamando in causa il destino cinico e baro, o meglio ancora una trama oscura. Ma chi crede nei complotti è un inguaribile ottimista: pensa che le stanze dei bottoni pullulino di cospiratori.
Bisognerebbe dirgli la verità: non ci sono cospiratori né stanze dei bottoni. Non ci sono più nemmeno i bottoni. A combinare pasticci, e molto meno divertenti di questo, non è quasi mai la malizia, ma la sciatteria. Quel mix di pigrizia e menefreghismo che si respira in certi uffici da quando c’è lei, ma anche da prima.

(di Rosaria Amato – repubblica.it) – ROMA – Tra il 2007 e il 2025 il Pil reale italiano è cresciuto dell’1,9%, quello di Francia, Germania e Spagna di quasi il 20%. Mentre le principali istituzioni economiche si interrogano sull’impatto della crisi in Medio Oriente sulla crescita 2026/2027, dall’analisi di periodo che emerge dal Rapporto Annuale Istat, presentato ieri mattina alla Camera dei deputati dal presidente Francesco Maria Chelli, emerge una stagnazione pluriennale dell’economia italiana, incapace da tempo di trovare una direzione. Una debolezza di fondo che spiega tutte le vulnerabilità del Paese, a cominciare dai salari che, nonostante i rinnovi contrattuali, mantengono ancora una perdita dell’8,6% del potere d’acquisto rispetto al 2019. Undici milioni di persone, il 18,6% della popolazione, a rischio di povertà, mentre oltre un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà e oltre un quarto non riesce a far fronte a spese impreviste. Persino la povertà energetica aumenta, sale al 9,1% rispetto al 7,7 % del 2022, nonostante la spesa per il Superbonus che ancora grava sui conti pubblici.

E le prospettive non sono certo di un miglioramento, con l’inflazione che ad aprile è già balzata al 2,8%, una fiammata che «è preoccupante», ammette Chelli. «Speriamo che il conflitto finisca e si riapra lo Stretto di Hormuz e tutto ritorni normale- aggiunge il presidente dell’Istat – ma se così non dovesse essere è chiaro che i valori dell’inflazione aumenteranno e a pagare maggiormente il conto dell’aumento dei prezzi saranno, come sempre, i ceti meno abbienti».

L’Italia è resiliente, rileva l’Istat, ma ha bisogno di un cambio di passo importante, che va dal potenziamento degli investimenti alla valorizzazione del capitale umano. Gli investimenti languono: la spesa in R&S è inferiore all’1,5% del Pil. La creatività che ha fatto grande il Made in Italy rimane: tra il 2005 e il 2025 le registrazioni di marchi italiani sono cresciute del 138%, ma le imprese fanno sempre più fatica a tradurle in motore di sviluppo.
Neanche l’aumento dell’occupazione spinge la produttività, e del resto tra il 2019 e il 2025 è cresciuta solo del 4,3%, contro il 12,6% della Spagna, che ha puntato su giovani, innovazione e immigrazione. Mentre in Italia la crescita degli occupati è concentrata tra gli ultracinquantenni, e «l’invecchiamento della forza lavoro frena l’innovazione», ricorda Chelli. Inoltre un giovane laureato su quattro è relegato in mansioni inferiori al suo titolo di studio: è anche per questo che nel solo 2025, il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia si è trasferito all’estero.
Sulle emergenze del mercato del lavoro interviene il vicepremier Antonio Tajani: «Se facciamo più figli poi possiamo anche dire: riduciamo il numero dei migranti regolari che vengono a lavorare nelle nostre imprese. Ma se no, noi non abbiamo lavoratori». «Parole assurde», replica la senatrice del Pd Valeria Valente, ricordando che la denatalità «non è questione di volontà» ma «ha precise cause sociali».

(ANSA) – Parlano di torture subite, sia fisiche che psicologiche e di aver vissuto per 48 ore in un campo di concentramento. Sono i racconti degli attivisti della Sumud Flotilla arrivati a Roma.
“A chi hanno rotto costole, a chi hanno molestato sessualmente ma è stata anche una tortura psicologica. Per andare al porto mi hanno chiuso in una gabbia di ferro di un metro, dove non si vedeva nulla e fuori i cani che abbaiavano e graffiavano sul ferro”, è la testimonianza di Antonella Mundu, toscana.
“Se prima eravamo tornati umiliati ma sostanzialmente integri, stavolta torniamo letteralmente con le ossa rotte”, è invece il laconico commento di Luca Poggi, di 28 anni.
“Mi hanno buttato a terra, riempito di botte in quattro, mi mettevano fascette sulle mani stringendole e poi le staccavano via tirandole. Ma ancora, cercavano di farmi uscire la spalla, oppure mi prendevano per i capelli e mi alzavano su tipo trofeo”, sono invece le descrizioni di Marco Montenovi, 43enne di Ancona. Attorno a loro un centinaio tra simpatizzanti, amici e parenti, che con slogan e applausi li hanno accolti per il rientro a casa.
Notte dei Musei: visite guidate, concerti e laboratori nei tre siti
dei Musei nazionali del Vomero
Sabato 23 maggio: musica con Marco Zurzolo a Castel Sant’Elmo
e Raffaello Converso alla Certosa di San Martino
Laboratori di ceramica al museo Duca di Martina in Villa Floridiana
Napoli, 21 maggio 2026 – In occasione della Notte Europea dei Musei in programma sabato 23 maggio, promossa dal Ministero della Cultura, i Musei nazionali del Vomero saranno aperti straordinariamente dalle ore 19.30 alle 23.30, con ultimo ingresso alle ore 22.30, al costo simbolico di 1 euro.
Questo rappresenta il primo appuntamento in cui i tre siti monumentali della collina napoletana, Castel Sant’Elmo, Certosa di San Martino e Villa Floridiana, uniti nei Musei nazionali del Vomero, propongono un’offerta culturale congiunta che inizia a profilare l’identità comune.
Ognuno dei tre siti propone un programma per celebrare la Notte Europea dei Musei:
CASTEL SANT’ELMO – visita guidata (ore 20:30) e concerto Marco Zurzolo (21:30).
Una visita guidata alle ore 20:30 per un massimo di 15 partecipanti sarà dedicata alla scoperta e all’approfondimento del patrimonio del Museo Novecento a Napoli, nella Piazza d’Armi del Castel Sant’Elmo.
Alle ore 21:30 si terrà un concertodel maestro Marco Zurzolo, per sax contralto e fisarmonica con Donato Santoianni, dal titolo “Intimate Concert”. Il progetto musicale propone un viaggio tra musica e arte, un incontro di anime e soprattutto un dialogo tra la musica di Zurzolo, nata dalla fusione di linguaggi diversi che prendono vita dall’incontro tra le sonorità partenopee e quelle del Mediterraneo, e le opere presenti nella sala centrale che ospiterà il concerto. L’arte, nella sua totalità, apre ogni porta, rende liberi ed è il linguaggio universale che parla direttamente all’anima, risvegliando e scuotendo le coscienze.
La prenotazione, è obbligatoria (max 50 persone) all’indirizzo: mn-vomero.eventi@cultura.gov.it
LA CERTOSA DI SAN MARTINO – Visite guidate (ore19:30 e 21:30) e Concerto Raffaello Converso (ore 20:15).
Doppio racconto della storia della città con una visita illustrata nelle sezioni del museo “Immagini e memorie della città” e “Ottocento a Napoli” ed un concerto dedicato alla Canzone Napoletana d’autore con Raffaello Converso, musicista, cantante e attore.
La visita guidata (due turni ore 19:30 e 21:30) accompagna i visitatori in un viaggio attraverso i secoli, in cui le vicende raffigurate nelle opere si intrecceranno con musiche della tradizione napoletana e faranno esperienza con immagini, memorie e musica dei cambiamenti storici e sociali della città.
Raffaello Converso, accompagnato dal quartetto composto da Franco Ponzo alla chitarra, Enzo Grimaldi alla fisarmonica, Peppe Di Colandrea al clarinetto e Edoardo Converso al mandolino suonerà in un concerto dal titolo “Memorie in Musica” che si terrà nel Refettorio della Certosa alle ore 20:15 per un massimo di 100 spettatori, fino ad esaurimento posti.
Sarà presentata la Canzone Napoletana attraverso una sequenza di brani significativi della tradizione partenopea, dai secoli scorsi ad oggi, dalla Villanella alla musica napoletana di fine Ottocento e di inizio Novecento, proposta in una rivisitazione musicale con sound etno-mediterraneo di grande presa emozionale.
La prenotazione è consigliata per entrambi gli appuntamenti (max 25 persone per ciascuna visita e max 100 per concerto) all’indirizzo: mn-vomero.eventi@cultura.gov.it
VILLA FLORIDIANA – Laboratorio (ore 19:30)
Nel museo Duca di Martina, all’interno della Floridiana, sarà possibile partecipare ad un workshop, in collaborazione con il Laboratorio Artistico Porcellane di Capodimonte “Giovanni Carusio”, intitolato “Mani in Pasta” che mostrerà al pubblico il carattere squisitamente manuale della lavorazione della porcellana in ogni sua fase: dalla foggiatura (a mano libera e per colaggio) allo stampaggio, fino alla delicata fase di rifinitura, dalle 19,30 in poi.
Attraverso matrici e modelli sarà possibile illustrare chiaramente le diverse fasi di lavorazione dei soggetti scultorei. La presenza di manufatti crudi e cotti dimostrerà chiaramente le trasformazioni della materia e le caratteristiche tecniche del processo di produzione.
L’evento rientra anche nel circuito della manifestazione “Buongiorno Ceramica! 2026”, festa diffusa delle arti e in particolare della ceramica italiana con un progetto ideato dall’Associazione italiana Città della Ceramica che si svolge ogni anno, dal 2018, in 60 città italiane, il penultimo e l’ultimo weekend di maggio.
Musei nazionali del Vomero
info| https://museinazionalivomero.cultura.gov.it/
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Instagram | @museinazionalivomero
Servono aiuti agli stranieri e alle donne per rimediare al calo demografico

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Certo, siamo un paese con una forte incidenza di popolazione anziana, e questo rende più difficile l’innovazione, tecnologica ma non solo, oltre a provocare squilibri nella spesa sanitaria e pensionistica. Ma, forse, continuare a guardare alla demografia come fonte di tutti i nostri problemi rischia di diventare un alibi per non vedere lo spreco di risorse umane, giovani e meno giovani, che si continua a fare e che è anche una delle cause della persistente bassissima fecondità: lo scarso investimento nei giovani di entrambi i sessi, sia in quelli ad alta formazione, sia in quelli che invece vengono abbandonati precocemente dal sistema formativo, nelle donne, negli stranieri che vorrebbero dare forma al proprio futuro in Italia.
È quanto emerge, tra i molti altri dati sull’andamento della società Italiana, dal Rapporto Annuale dell’Istat presentato ieri. Non solo il livello di istruzione medio in Italia rimane comparativamente basso anche nelle generazioni più giovani. Se è vero che un buon livello di istruzione garantisce migliori opportunità nel mercato del lavoro (ma non sempre se si è stranieri), tuttavia non è sempre sufficiente per trovare riconoscimento adeguato in termini di remunerazione e di qualità del lavoro. Tra i giovani ad alta formazione una significativa percentuale se ne va all’estero, perché trova condizioni occupazionali, salariali, di disponibilità e organizzazione dei servizi migliori. Vale, ad esempio, per il 10% di chi ha acquisito un dottorato. L’aumento dell’occupazione stabile che pure c’è stato negli ultimi due anni, non è sufficiente a contrastare queste uscite non compensate da entrate di tipo e qualità analoghe, perché non accompagnato da un miglioramento significativo dei salari, specie di ingresso, delle condizioni e qualità del lavoro per chi ha una buona formazione.
Accanto a chi, avendo una buona formazione, se ne va, o comunque non è valorizzato a sufficienza, nonostante la positiva riduzione dell’abbandono scolastico precoce, vi sono ancora troppi adolescenti e giovani che, per lo più per origine di nascita e collocazione territoriale, rimangono intrappolati in un circolo vizioso di bassa istruzione e marginalità quando non esclusione dal mercato del lavoro. Invece di continuare a lamentarsi che non ci sono abbastanza giovani perché non nascono abbastanza bambini, bisognerebbe agire sistematicamente – da parte dei decisori politici, e della scuola, ma anche delle imprese – per valorizzare quelli che ci sono, inclusi quelli che arrivano da altri paesi.
Così come occorrerebbe sostenere non solo a parole o con qualche bonus l’occupazione femminile, riducendo il grande divario nella povertà di tempo a sfavore delle donne a causa del carico di cura e lavoro familiare che grava sproporzionatamente su di loro segnalata dal Rapporto. Se il tasso di occupazione giovanile e femminile fosse, non dico ai livelli scandinavi, ma a quelli medi europei, compenserebbe in buona parte, almeno nel breve-medio periodo, il calo demografico, non solo nel mercato del lavoro, ma rispetto alla sostenibilità del welfare. E forse incoraggerebbe, chi lo desidera, ad avere un figlio, o uno in più. Le diseguaglianze socio-economiche, territoriali, di genere, stanno diventando uno dei fattori che ostacolano la capacità della società italiana di affrontare le sfide tecnologiche, demografiche, ambientali che fronteggia. Anche la mobilità sociale, nonostante il miglioramento nel livello di istruzione da una generazione all’altra, ha invertito la propria direzione.
L’origine di nascita continua a influenzare l’intero sistema di opportunità: da dove si vive, alle scuole che si fanno, al grado di sviluppo delle proprie capacità che si raggiunge, all’occupazione che si trova. Tuttavia, mentre fino ai nati a metà degli anni sessanta le trasformazioni nella composizione e dimensione delle classi occupazionali hanno favorito un aumento della mobilità ascendente, accompagnato da una progressiva diminuzione della mobilità discendente. nell’ultima generazione dei nati nel 1980-1994 c’è stata invece un’inversione di tendenza: la mobilità ascendente si riduce sensibilmente e si interrompe la riduzione di quella discendente. La quota di persone che sperimenta una mobilità verso il basso (27,1 per cento) supera sia quella registrata in tutte le generazioni precedenti sia quella ascendente (25,1 per cento). Ci sono segnali che non andrà meglio per le generazioni immediatamente successive. Il famoso ascensore sociale, che anche in passato riguardava solo una parte della popolazione, non tanto si è fermato, quanto ha invertito la direzione, a svantaggio delle generazioni più giovani, scoraggiandone una parte dall’investire sul proprio futuro, per lo meno non qui, non in Italia.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Toccano nel profondo le parole di Carmen El Koudri, sorella dell’attentatore di Modena, che non sa darsi pace per il male inferto da suo fratello ad altri esseri umani; e le parole di Davide Cavallo, il ragazzo gravemente leso da suoi coetanei a Milano, che ha espresso pena e partecipazione per la sorte del suo accoltellatore, condannato a vent’anni. Ci toccano nel profondo perché sono parole umane, dunque: comprensive del dolore degli altri. E dunque: insolite, se non addirittura rare.
Sono parole che escono dal recinto dell’io, lo sorvolano come un drone, ampliano il campo visivo e vedono dunque, e finalmente, ciò che gli sta intorno: gli altri. Attorno ai fatti di nera e alla violenza trionfa implacabile, assordante, il coro dei giudicanti, il derby tra giustizialisti e garantisti, gli anatemi politici costruiti con lo stampino, le mute dei linciatori sui social, i titoli orribili dei giornali che per mestiere allestiscono la forca e preparano il cappio. Come se il lutto fosse solo urla, rabbia, lite, vendetta. Indicazione del colpevole.
Che il lutto possa essere anche occasione di pensiero, e addirittura di fratellanza, non è nei protocolli mediatici e politici correnti. Se ne occupa qualche eroico mediatore di pace, o psichiatra di frontiera, che dalle ferite spera di far rifiorire l’umano — ditemi se c’è utopia più estrema.
Carmen e Davide, lei sorella di un colpevole, lui vittima innocente, sono due persone giovani, tramortite da un destino feroce. Non so quanto consapevolmente, e quanto per istinto, si ribellano all’idea che la violenza sia l’ultima pagina del libro. Hanno provato a scriverla loro.