Maxi-No alla riforma P2. Costituzione salva con 14.461.074 voti. Il Sì avanti solamente in 3 regioni su 20. Netta sconfitta della destra: 53,74% a 46,26%

(estr. di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Due mesi fa sembrava non esserci partita, oggi invece la destra deve incassare: gli italiani spazzano via la riforma Nordio sulla separazione delle carriere con una maggioranza neanche troppo risicata. Finisce 53,7 a 46,3 per cento per il No, 14 milioni e mezzo di elettori a 12,4; schiaffo in faccia a chi paventava stupratori in libertà in caso di mancata riforma della Costituzione. La Costituzione, appunto. Lo stravolgimento di 7 articoli della Carta è scongiurato e le analisi non mancheranno, per un voto che inevitabilmente è stato sia politico sia di merito, ma che rispetto agli ultimi anni di deserto alle urne porta con sé un dato di fatto: la difesa della Costituzione ha mobilitato molto più di quanto si prevedesse, con un’affluenza finale al 58,9 per cento. Tanto per dare l’idea, alle Europee del 2024 votò soltanto il 50 per cento degli aventi diritto.
[…] La destra corre a minimizzare, Giorgia Meloni parla di “un’occasione persa” e il ministro Carlo Nordio invita a “non attribuire un significato politico” al risultato, come si trattasse di un passaggio impiegatizio. Tutt’altro umore nel fronte del No, che con Giovanni Bachelet evoca “la vittoria partigiana” e tra i partiti, dal Pd al Movimento 5 Stelle, indica già la rotta per costruire un’alternativa di governo, per esempio parlando apertamente di primarie. Ci sarà tempo.
Intanto i dati aiutano a interpretare il voto. A trainare il No sono state le grandi città, non a caso quasi tutte guidate da giunte giallorosa. Come segnala Youtrend elaborando i dati del Viminale, nei Comuni con più di 500 mila abitanti (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Genova) i contrari alla riforma sono stati il 63,5; nelle città con un numero di residenti tra 100 mila e 500 mila (una quarantina, in testa Bologna, Firenze e Bari) il No ha sfiorato il 59 per cento. Sono queste le città che hanno fatto anche volare l’affluenza.
Qualche esempio. Nel Lazio ha votato circa il 62 per cento, dato portato in alto dal 64 per cento di Roma in cui ha stravinto il No, 60 a 40. In Lombardia il Sì ha vinto col 53 per cento, ma Milano ha contribuito a mitigare il distacco, visto che in città il No è arrivato al 58.
[…]
E poi ci sono le storiche roccaforti di sinistra, decisive. Le Regioni con affluenza più alta sono state Emilia-Romagna e Toscana, appaiate al 66 per cento. In entrambi i casi il No ha superato la media nazionale: 57,2 nella Regione guidata da Michele De Pascale e oltre il 58 per cento nella terra governata da Eugenio Giani. Il No stravince pure in Campania, dove il Sì non arriva al 35 per cento e a Napoli c’è il record del 75 per cento di No. Alla destra restano il Veneto (Sì al 58 per cento), la già citata Lombardia, il Friuli-Venezia Giulia (54 a 46) e null’altro: neanche la Calabria di Roberto Occhiuto (vince il No col 57 per cento), neanche le Marche del meloniano Francesco Acquaroli (No avanti di 8 punti), men che meno la Sicilia di Renato Schifani (61 a 39).
Una disfatta da intrecciare coi primi flussi sul voto raccolti dal consorzio Opinio Rai. Alla fine, il Pd è il partito che “perde” meno elettori, nel senso che solo il 9 per cento di chi se ne dichiara elettore ha votato Sì, contro la linea del partito. Segno della scarsa rilevanza della minoranza interna. Un 13 per cento di 5S tradisce la linea, ma a sorprendere di più è il 18 per cento di elettori FI per il No. Non male per una riforma berlusconiana, così come colpisce, secondo Youtrend, il 32 per cento di calendiani per il No.
[…]
Oltre all’11 per cento ribelle in FdI e al 14 nella Lega, l’altro dato da non trascurare è quello su chi alle Europee si è astenuto e invece stavolta è andato alle urne. Tra questi delusi, il No stravince 58 a 42, così come stravince tra chi ha meno di 35 anni, 61 a 39. Livio Gigliuto, presidente dell’Istituto Piepoli parte di Opinio Rai, spiega: “Il No ha vinto anche grazie ai giovani. Molti di loro non avevano votato alle Europee e la sfida per il Campo largo sarà trovare un collante capace di motivarli”. Un popolo in cerca di rappresentanza, forse stufo dei partiti ma a cui il destino della Costituzione sta a cuore. Una lezione o forse anche più, per chi saprà capirla.
Un popolo di cittadine e cittadini ha fermato una riforma che si presentava come una correzione necessaria di storture reali. Ma che in realtà interveniva nel punto più delicato del nostro ordinamento, là dove i poteri si guardano e si limitano, in modo che nessuno prevalga davvero. È stata una splendida giornata anche perché, nel fermare la prova di forza del governo delle destre, il paese ha dato una lezione di maturità democratica affatto scontata

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». La frase di Piero Calamandrei, che il tempo e la retorica hanno consumato senza riuscire ancora a svuotarla, torna oggi con una poderosa evidenza. Perché vi sono momenti nei quali una democrazia avverte che ciò che è in gioco non è una banale norma tecnica, né una disputa tra giuristi o perfino la sorte di un governo, ma il confine sottile tra l’equilibrio dei poteri e la tentazione autocratica di uno di essi.
È stata una bellissima giornata, un “miracolo italiano” (assai diverso rispetto a quello che sognava Silvio Berlusconi), perché la vittoria del No al referendum sulla giustizia, molto più ampia di qualsiasi previsione, è una vittoria della Costituzione, della Repubblica, dei principi cardine della democrazia liberale.
Un popolo di cittadine e cittadini ha fermato una riforma che si presentava come una correzione necessaria di storture reali. Ma che in realtà interveniva nel punto più delicato del nostro ordinamento, là dove i poteri si guardano e si limitano, in modo che nessuno – innanzitutto quello esecutivo, che in questa fase storica tende ovunque a soverchiare gli altri – prevalga davvero.

È stata una splendida giornata anche perché, nel fermare la prova di forza del governo delle destre, il paese ha dato una lezione di maturità democratica che non era affatto scontata.
La notizia più rilevante, insieme alla fragorosa sconfitta di Giorgia Meloni, è infatti l’emersione di una larga mobilitazione popolare, di una energia civile chissà dove finora nascosta, che si è raccolta non in difesa di una corporazione che ha ancora mille difetti, ma in nome di un principio più alto: la convinzione che il potere non possa essere lasciato solo ad autodefinirsi, chiedendo mani libere in nome di una vittoria alle politiche.
Negli ultimi anni, anche da sinistra, abbiamo raccontato – e criticato – un paese spesso distratto, disilluso, rassegnato a cedere porzioni crescenti di sovranità in cambio della promessa di ordine, di sicurezza e semplificazione. Ebbene, questo voto dice che, davanti al burrone, l’Italia si sveglia e partecipa con vigore alle scelte che determinano il suo futuro. Ed evidenzia come esista ancora, dentro la società, una “riserva repubblicana” profonda, un sentimento costituzionale che non ama esibirsi ma sa riemergere quando avverte che l’equilibrio si incrina, e che qualche pifferaio (o pifferaia) vuole mettere le mani sui diritti inalienabili conquistati dopo la tragedia del Ventennio.

L’onda gigantesca che ha travolto la propaganda del governo e dei suoi cantori ha detto No. Non era però affatto banale che una materia resa volutamente specialistica, opaca nei tecnicismi e umiliante nella scelta folle del sorteggio dei Csm, riuscisse a trasformarsi in una grande questione civile. In pochi avevano previsto (ma noi di Domani, e pochi altri media che si sono spesi, lo avevamo fortemente sperato) che attorno al referendum-truffa si formasse una partecipazione così larga, e così nitida: due milioni di voti in più sono un risultato eccezionale, anche perché solo tre mesi fa i sondaggi segnalavano 15 punti di svantaggio.
Ora, è verissimo che la magistratura ha logorato da sola il proprio prestigio e la sua immagine (anche oggi non commendevoli balletti contro Meloni hanno fatto il giro del web), a causa di correntismi e miserie di ceto che sarebbe errore grave dimenticare dopo il trionfo referendario. Gli elettori hanno mostrato di capire però quello che Meloni finge di ignorare: in uno Stato di diritto non si difendono i contrappesi solo se chi li incarna ci va a genio, ma perché senza quei contrappesi la stessa libertà dei cittadini diventa più fragile.

I cittadini hanno innanzitutto bocciato un “metodo” politico, incentrato sull’arroganza, il braccio di ferro, sull’umiliazione della controparte e la mancanza di confronto. Non solo con i magistrati oggetto della legge Nordio e con l’opposizione, ma perfino con deputati e senatori della stessa maggioranza: ogni riga dell’obbrobrio giuridico silurato dal voto è stata scritta infatti dal governo e dai suoi cantori (compresi gli impresentabili Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), e il Parlamento non ha avuto la possibilità di cambiare neanche una virgola. Come avviene nelle democrature.
Per Meloni la sconfitta è dunque politica e simbolica. La consultazione era diventata, per scelta della premier, una prova generale del suo progetto istituzionale. Dietro il linguaggio della modernizzazione della Carta si intravedeva infatti un disegno ambizioso: ridurre uno spazio di autonomia e rendere più docile uno dei poteri dello Stato. Il No ha spezzato questa traiettoria. La legge elettorale con mega premio sarà meno facile da approvare. E il premierato – fortunatamente – finirà in un cassetto per chissà quanto tempo.

L’opposizione fa benissimo a gioire. I leader dei partiti, tutti, si sono spesi pancia a terra, uniti, e il risultato è anche un loro successo. Oggi il paese sembra di nuovo contendibile, dopo tre anni e mezzo di fiele, rabbia e delusioni. Ma sarebbe infantile trasformare i voti per il No in una investitura automatica per il campo largo. Non basta ancora a costruire un’alternativa di governo. Ma il popolo ha dimostrato che, quando il campo progressista smette di inseguire le proprie divisioni e ritrova il coraggio dei principi, l’Italia risponde.
Il referendum segna una sconfitta della destra che fa chiarezza anche a sinistra: Pd, M5S e Avs, gli altri si sono messi fuori da soli

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – C’è voluta una nuova Resistenza contro la riforma dell’ingiustizia delle destre per difendere la Costituzione dall’attacco all’equilibrio dei poteri che avrebbe consegnato il Paese ad un’inevitabile deriva autoritaria. Una Resistenza alla quale anche questo giornale – i nostri lettori lo sanno bene – ha dato il suo contributo insieme ai 15 milioni di elettori, partigiani della Costituzione, che hanno reso possibile questo storico risultato.
Se la legge con cui l’esecutivo puntava a demolire il Consiglio superiore della magistratura era parte di un disegno complessivo – iniziato con l’abolizione dell’abuso d’ufficio, il bavaglio alla stampa sulle ordinanze cautelari e l’avviso preventivo d’arresto agli indagati – che sarebbe proseguito con la stretta sulle intercettazioni (parola di Nordio), sulla carcerazione preventiva e magari pure con la sottrazione della direzione della polizia giudiziaria ai pm (copyright Tajani), il No a larga maggioranza sul referendum suona come una bocciatura senza appello non solo della riforma del Csm, ma anche delle leggi passate e di quelle future annunciate da questo governo in tema di giustizia.
E’ stata una vittoria della logica e della verità contro la propaganda di una destra che ha trasformato la campagna referendaria in una crociata contro i magistrati nel tentativo di nascondere il vero obiettivo di questa riforma: regolare i conti con le toghe. E’ stata anche una vittoria che ha dimostrato come questa destra si possa battere. Ed è stata una vittoria che è servita anche a fare chiarezza sulla composizione del centrosinistra: la fotografia di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, è quella dell’unica coalizione possibile e alternativa alle destre.
Gli altri, i Calenda, i riformisti del Pd e i vari cespugli della politica italiana e Italia Viva, che ha scelto una posizione più ambigua (“Per due volte ho annunciato il voto di astensione del mio gruppo partendo da questo dato politico: siamo a favore della separazione delle carriere ma non siamo a favore di questo testo”, parola di Matteo Renzi in una recente lettera al Foglio), hanno deciso di giocare un’altra partita o di non giocarla affatto. La loro collocazione non è più in discussione. Hanno scelto da soli da che parte stare. E non è il centrosinistra.
FAZZOLARI, OBIETTIVO FINE LEGISLATURA RISPETTANDO GLI IMPEGNI PRESI

(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “Noi siamo molto sereni perché il nostro orizzonte non sono le prossime elezioni politiche, che ci interessano il giusto, ma rispettare gli impegni presi in questa legislatura, non faremo delle scelte volte a massimizzare il consenso di qui alle politiche, l’azione sarà quella di chiudere la legislatura con il grande merito di dire ”abbiamo rispettato gli impegni e poi gli italiani giudicheranno’. C’è ancora più determinazioni a completare il programma”.
Così il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari parlando con l’ANSA rispondendo alla domanda se sia necessario un cambio di passo nell’azione di governo all’esito del referendum sulla giustizia.
“Il nostro auspicio – ribadisce – è fare una grande rivoluzione culturale in Italia che finora non si è mai riusciti a fare” e cioè “portare a termine gli impegni presi con il programma di governo. Ci siamo presentati alle elezioni con determinati punti programmatici, l’ambizione è quella di finire la legislatura avendo portato a termine il programma”.
FAZZOLARI, AVANTI CON LA LEGGE ELETTORALE, È UNA TAPPA DEL PREMIERATO
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “Vogliamo portare a termie tutti i punti del programma” compreso “il premierato”, anche se il referendum sarà successivo alla fine della legislatura. Lo conferma il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari parlando l’ANSA all’esito del referendum sulla giustizia.
“Si cercherà di portare a termine anche la legge elettorale”, assicura, spiegando che la proposta depositata alla Camera dal centrodestra “è compatibile con il modello di premierato che vogliamo portare a termine.
Questo è il senso, fare una legge elettorale che è la stessa che andrebbe bene” con la riforma costituzionale, si tratta insomma di una “tappa del premierato”.
FAZZOLARI, REFERENDUM NEL MOMENTO PEGGIORE, NELL’INCERTEZZA SI SCEGLIE LO STATUS QUO
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “Il referendum cadeva nel momento meno adatto per poterlo valutare in modo sereno” perché “davanti a una grande incertezza si tende a rimanere ancorati allo status quo”. E “oggettivamente gli italiani si sono dovuti esprimere” sul referendum costituzionale sulla giustizia “in un contesto di grande incertezza a livello internazionale ed economico” in cui si tende “a non vedere di buon occhio dei cambiamenti. In situazioni di incertezza si rimane con posizioni molto conservative.
Come si è visto anche con l’emergenza Covid, quando c’è grande incertezza la gente dice che non è il momento di fare un salto nel vuoto”. Lo afferma il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari parlando con l’ANSA dell’esito del referendum sulla giustizia. Anche le oscillazioni dello spread “nell’arco di poche ore, e che è calato dopo le dichiarazioni” di Donald Trump, per Fazzolari sono “sintomo di contesto internazionale di grande incertezza”.
FAZZOLARI, LA MAGGIORANZA È ANCORA PIÙ COMPATTA DOPO IL REFERENDUM
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “Questo esito referendario compatterà ulteriormente la maggioranza, non porterà divisioni”. Lo afferma il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari rispondendo all’ANSA dopo i risultati della consultazione popolare sulla riforma della Giustizia.
“La campagna contro il referendum – spiega – è stata molto radicalizzata dalle opposizioni, non è stata fatta nel merito della riforma, è stata una campagna fatta contro le forze di maggioranza, contro il governo con dei toni molto forti, lo stiamo vedendo anche le prime dichiarazioni post voto: radicalizzando la contrapposizione, l’opposizione compatta le file della maggioranza”.
FAZZOLARI, SERENI SULL’ESITO DEL REFERENDUM, FATTA LA NOSTRA PARTE
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “La riforma della giustizia era uno dei punti del programma di governo. L’abbiamo fatta e l’abbiamo sottoposta agli italiani” che l’hanno respinta con il referendum ma “noi abbiamo rispettato l’impegno preso in campagna elettorale”.
Così il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari parlando con l’ANSA dell’esito del referendum che “viviamo con grande serenità” perché era “parte del programma. In tre anni e mezzo di governo la grande soddisfazione è che abbiamo fatto solo quello che era scritto nel programma, per noi è un grande vanto”. Ora “vogliamo portare a termine tutti i punti del programma” poi “ci sottoporremo al voto degli italiani”.
FAZZOLARI, ORA RISCHIO DI UN’AZIONE DELLE TOGHE PIÙ INVASIVA
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “Il risultato di questo referendum è quello di legittimare una azione della magistratura su una serie di temi che per gli italiani oggi sono dirimenti: noi vediamo che l’azione del governo spesso viene rallentata sul fronte di immigrazione e sicurezza da decisioni che la magistratura non condivide e che potrebbero essere rafforzate in futuro, questa è una delle principali preoccupazioni”.
Così il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari parlando con l’ANSA dell’esito del referendum. “Gli italiani chiedono a questo governo, ma chiederebbero a qualsiasi governo, maggior controllo dell’immigrazione illegale e di essere maggiormente incisivi in termini di sicurezza. Finora su questi due argomenti abbiamo visto che molte delle norme attuate vengono poi indebolite da decisioni prese dalla magistratura: all’esito del referendum la preoccupazione è che questa azione potrebbe diventare ancora più invasiva”.

(di Marcello Veneziani) – A cosa serve la guerra all’Iran? A parte il delirio di onnipotenza di chi l’ha decisa a freddo, non è ancora chiaro il movente reale che ha spinto ad attaccare Teheran, al di là delle consuete formule di “guerra preventiva” che risultano evidentemente pretestuose e infondate. Innanzitutto la guerra non serve a ripristinare la libertà e la democrazia in Iran, come si è ripetuto agli inizi per dotare l’aggressione di buona coscienza; semmai stringe il popolo assediato e bombardato attorno al regime, per ragioni di sopravvivenza e suprema necessità, come si è visto nei giorni scorsi, smentendo vistosamente la previsione che dopo l’uccisione del capo religioso sarebbe insorto il popolo iraniano contro il regime. Non serve poi a sradicare il terrorismo islamista, che semmai dopo questa aggressione sarà ulteriormente inasprito, avrà altri motivi di odio verso l’Occidente; ai loro occhi il terrorismo finisce con l’essere l’unica arma efficace per colpire l’Occidente, visto che sul piano degli armamenti la lotta è diseguale e il loro mondo è soccombente. Non serve nemmeno a stanare o decimare le cellule ostili insinuate nelle pieghe dell’Occidente, perché come la storia ha insegnato, gran parte dei terroristi islamisti non erano e non sono di matrice sciita, come l’Iran, ma di matrice sunnita, come larga parte degli Stati arabi, ed erano sostenuti da paesi che sono ostili all’Iran. La guerra all’Iran non serve poi a fermare o a frenare i flussi migratori che vengono dall’Islam, semmai creeranno nuovi fiumi di esuli in fuga dalle terre devastate del Medio Oriente, dal Libano all’Iran e a Gaza. La guerra non serve a controllare le fonti di approvvigionamento delle energie, perché, come vediamo drammaticamente, aggrava la crisi energetica dell’Occidente, la sua dipendenza dal Medio Oriente o dall’Est, in modo particolare l’Europa che si trova spinta dagli Stati Uniti all’ostilità contro tutti i suoi vicini e fornitori di petrolio dell’est e del piano di sotto. Sul piano degli equilibri internazionali, la guerra serve a spingere ancor più tutte le potenze contrarie all’egemonia americana nel mondo e alla guerra contro l’Iran a trovare una linea comune contro l’Impero d’Occidente. E poi le palesi violazioni del diritto internazionale e della sovranità degli stati, come è accaduto in Venezuela e in Iran, legittimano e autorizzano i propositi d’invasione nel cassetto delle potenze asiatiche: ieri la Russia, domani la Cina o la Corea.
E allora a che serve una guerra come questa – partita in febbraio come quella russa e come il covid – se non alla volontà di potenza di chi l’ha ingaggiata, ovvero al ripristino della sovranità imperiale degli Stati Uniti sul mondo intero e dell’egemonia israeliana su tutta l’area del Medio Oriente? O come alcuni sostengono, la guerra è un tentativo di riconquistare il consenso vacillante dei leader negli Usa e in Israele, e una spettacolare diversione rispetto a scottanti dossier (come il caso Epstein) ed eventuali sistemi di ricatto annessi a quei filoni d’inchiesta.
A scavare più a fondo, in Occidente la guerra in Iran serve a tre cose, una peggiore dell’altra: in primo luogo a rendere ancora più marginale, imbambolata e asservita l’Unione Europea, scavalcata da ogni parte e costretta a inseguire affannosamente le guerre e le paci che brillano all’orizzonte, andando al rimorchio delle decisioni imperiali di Trump e del suo modo schizoide di procedere, stop and go, pace e guerra, minacce e trattative, uccisioni e protezioni. La seconda, a far prosperare la macchina della guerra, ossia l’industria bellica, le lobby delle armi, gli apparati militari, fino a renderli ancora più potenti e condizionanti nella vita delle popolazioni civili e degli Stati. La terza, a rimettere in piedi un’altra volta un piano di emergenza internazionale, ieri giustificato dalla pandemia e dalle ragioni di sicurezza sanitaria, oggi dalla crisi energetica che si apre e dalle annesse ragioni di sicurezza internazionale; crisi energetica con una ricaduta su tutti i settori vitali dell’economia: materie prime, trasporti, comunicazioni, finanza, produzione e commercializzazione mondiale. Torna la Cappa transnazionale, la cupola della dominazione tecno-finanziaria, militare e statale, coi suoi pieni poteri determinati dall’eccezionalità della situazione, che impone la sospensione di alcune libertà e di ogni scelta indipendente. Non è tempo di fare scelte diverse, c’è questa priorità da affrontare, è il mantra che sentiamo ormai da alcuni anni; è tempo di sottomettere pure i mercati al controllo pubblico, in una forma di capitalismo dirigista e sorvegliato, come già successe con il covid, perché l’economia non può più camminare da sola ma ha bisogno di piani di sostegno, finanziamenti pubblici, aiuti, nuove reti di protezione e nuove catene in cui lasciarsi vincolare.
Infine la guerra in Iran non risolve gli altri conflitti internazionali, semmai li complica: dall’Ucraina a Gaza ai tanti conflitti striscianti, dormienti e insorgenti, come in una filiera irrisolta e aggravata da un ordine mondiale rifiutato o non riconosciuto da larga parte del mondo, e da un disordine mondiale di fatto scatenato dalle pretese di egemonia. La guerra in Iran è un’esempio di calcolata irrazionalità che danneggia non solo il paese attaccato ma anche il resto del mondo. E se non bastano le previsioni, pensate ai precedenti esiti disastrosi: l’Iraq, la Libia, la Siria, l’Afghanistan, le primavere arabe…
Rischio dimissioni per Nordio. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante

(Marco Antonellis – lespresso.it) – L’Italia ha parlato, e lo ha fatto con un linguaggio chiarissimo: no alla riforma della Giustizia. Con un’affluenza che ha sfiorato il 59%, ben oltre le aspettative della vigilia, il referendum si è trasformato da passaggio tecnico a verdetto politico e culturale. Il risultato – con il “No” stabilmente tra il 53% e il 54% – non è un’incertezza sul filo, ma una bocciatura netta. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante.
Il No travolge la riforma: affluenza record e bocciatura senza appello
I dati raccontano una verità che a Palazzo Chigi proveranno a minimizzare: il 69% degli elettori ha votato nel merito della riforma. Ma una quota non minoritaria – intorno al 30% tra gli elettori del “No” – ha dichiarato di aver votato contro il governo. Tradotto: nel Paese comincia a tirare aria di rivolta contro l’esecutivo. E qui sta il punto più doloroso per Giorgia Meloni: quando una riforma viene bocciata così, non basta dire “andiamo avanti”. Significa che non hai più con te il Paese reale, quello che vota e decide. Significa che si è rotto il rapporto di fiducia con il popolo sovrano.
Il fattore decisivo: città, istruzione e voto trasversale
L’analisi territoriale spiega perché il No ha vinto e perché lo ha fatto in modo netto. Le grandi città – Roma, Milano, Torino, Napoli – hanno registrato affluenze altissime e un orientamento prevalente verso il No. Lo stesso è accaduto nelle province ad alta istruzione e nelle aree storicamente più partecipative. Ma il dato davvero decisivo è un altro: il No non si è fermato nelle roccaforti “rosse”, ha sfondato anche altrove. Dal Nord produttivo al Sud, dai centri medi alle periferie urbane, si è formato un fronte trasversale, capace di superare i confini tradizionali dei partiti. È qui che il Sì ha perso la partita: ha tenuto il suo blocco, ma non è riuscito ad allargarsi.
Gli italiani vogliono essere governati, non comandati
C’è poi una lettura più profonda, quasi antropologica. Questo voto dice una cosa chiarissima: gli italiani vogliono essere governati, non comandati. Non accettano imposizioni dall’alto, non digeriscono riforme percepite come calate senza ascolto, non vogliono padroni. E qui sta il grande errore politico di Giorgia Meloni e del suo cerchio magico. La premier ha scelto di personalizzare lo scontro, mettendoci la faccia e trasformando il referendum in un test politico. Una scelta che, alla luce del risultato, si è rivelata un boomerang. Accanto a lei, figure chiave come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari hanno contribuito a costruire una linea rigida, poco dialogante, che ha finito per alimentare diffidenza anziché consenso.
La resa dei conti: Nordio sul banco degli imputati
Ora, dopo la batosta, si apre la fase più delicata: quella delle responsabilità. E il nome che circola con più insistenza è quello del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La riforma porta la sua firma, e la bocciatura popolare rischia di trasformarsi in una richiesta politica: fare un passo indietro. Nel mirino anche altri protagonisti della partita, da Andrea Delmastro a Giusi Bartolozzi, ma è sul numero uno di Via Arenula che si concentra la pressione maggiore. La caccia al capro espiatorio è già partita, e difficilmente si fermerà.
Meloni tra resistenza e manovre: cosa succede adesso
Giorgia Meloni, per ora, abbozza. Dice che il governo andrà avanti. Ma il risultato pesa, eccome se pesa. E apre scenari nuovi.
Tra le ipotesi sul tavolo: rivedere la strategia politica, abbandonando la linea muscolare, modificare la legge elettorale, in funzione anti-campo largo valutare un possibile anticipo delle elezioni alla primavera del 2027 (o addirittura già quest’anno), magari con election day nelle grandi città. Ma attenzione: la stessa maggioranza non è compatta. Lega e Forza Italia osservano, pesano, trattano.
Una bocciatura che cambia gli equilibri
Il referendum sulla giustizia non è stato un semplice incidente di percorso. È stato un segnale forte, chiarissimo. Non una rivolta, ma una scelta consapevole. Non un voto ideologico, ma un giudizio. E soprattutto: una bocciatura trasversale, che va oltre i partiti e parla al cuore del Paese. Per questo il No ha vinto. E per questo, da oggi, nulla sarà più come prima. Prima lo capisce anche Giorgia Meloni e meglio sarà per per il suo futuro politico oltre che per il Paese.
Dalla guerra breve immaginata da Washington alla guerra energetica totale

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La guerra contro l’Iran doveva essere rapida, chirurgica, politicamente risolutiva. Doveva colpire il vertice del potere, spezzare la capacità di risposta di Teheran, aprire fratture interne e costringere il regime a una resa di fatto. È accaduto il contrario. Il sistema iraniano non è crollato, la sua resilienza si è rivelata molto più robusta del previsto e la capacità di rappresaglia ha continuato a manifestarsi contro basi, infrastrutture e interessi regionali. Da qui nasce il salto di qualità che oggi rende il conflitto infinitamente più pericoloso: fallita la guerra breve, si è passati alla distruzione delle condizioni materiali della sopravvivenza economica.
South Pars, il bersaglio che cambia la natura del conflitto
Colpire il grande giacimento di South Pars non significa attaccare un obiettivo energetico tra i tanti. Significa toccare uno dei pilastri della tenuta iraniana: elettricità, industria, chimica, fertilizzanti, continuità produttiva, equilibrio sociale. Quando una guerra prende di mira un’infrastruttura di questo tipo, non colpisce più soltanto le forze armate o i centri di comando del nemico. Colpisce il sistema-Paese. E poiché quel bacino energetico è connesso all’altra grande metà qatarina, il messaggio diventa ancora più grave: il Golfo non è più un semplice teatro di operazioni, ma il cuore vulnerabile della sicurezza energetica mondiale.
Qui il conflitto cambia natura. Non siamo più dentro una classica campagna di controforza, orientata a neutralizzare missili, radar, basi o siti nucleari. Siamo dentro una logica di degradazione sistemica, in cui il bersaglio è la possibilità stessa di uno Stato di continuare a funzionare. È il punto in cui la guerra smette di essere solo militare e diventa apertamente economica, industriale e geoeconomica.
La rappresaglia iraniana e la reciprocità della vulnerabilità
Era inevitabile che Teheran rispondesse sullo stesso piano. Se vengono colpite le infrastrutture da cui dipende la sua sopravvivenza economica, la risposta più coerente consiste nel mostrare che nessun vicino del Golfo è davvero al sicuro. Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e persino i nodi energetici israeliani entrano così nell’orizzonte della rappresaglia. La guerra si trasforma in una competizione di vulnerabilità reciproca: ogni terminale, ogni raffineria, ogni impianto di liquefazione, ogni oleodotto, ogni porto energetico diventa un bersaglio potenziale.
Questo è il passaggio più drammatico. L’Iran non ha bisogno di vincere militarmente in senso classico. Gli basta rendere insicura la regione, alzare il costo delle assicurazioni marittime, rallentare i traffici, gettare i mercati nel panico, obbligare gli avversari a consumare risorse sempre maggiori per proteggere rotte e infrastrutture. In tal modo, la debolezza relativa sul piano tecnologico viene compensata da una straordinaria capacità di produrre disordine sistemico.
Hormuz e la doppia strozzatura
Finché il problema appariva limitato allo Stretto di Hormuz, si poteva ancora sperare in una crisi grave ma temporanea, concentrata soprattutto sul passaggio della molecola. Oggi non è più così. Il conflitto ha finito per colpire contemporaneamente la rotta e la fonte. Da un lato Hormuz come punto di strangolamento marittimo, dall’altro South Pars e gli altri nodi del Golfo come origine fisica della catena energetica. Questa doppia strozzatura cambia tutto.
Una rotta, almeno in teoria, può essere riaperta. Un’infrastruttura produttiva danneggiata richiede invece sicurezza, pezzi di ricambio, tecnici, tempo politico e tempo operativo. Il problema non è più soltanto quando torneranno a passare le navi. Il problema è se esisterà ancora una capacità sufficiente di alimentare quei flussi in tempi rapidi. Per questo i mercati non stanno più reagendo soltanto alla scarsità immediata, ma alla possibilità di un danno duraturo.
Il disastro energetico che paga il resto del mondo
Qui emerge la contraddizione più brutale. Gli Stati Uniti possono permettersi di dichiarare di non dipendere da Hormuz per il proprio fabbisogno interno. Israele dispone di una relativa autonomia energetica grazie ai giacimenti del Mediterraneo orientale. A pagare il prezzo più alto sono invece Europa e Asia. Sono loro che dipendono in misura decisiva dalla continuità dei flussi del Golfo, e sono loro che rischiano di subire rincari, frenata industriale, crisi logistiche e nuova inflazione.
La guerra, dunque, non sta solo colpendo l’Iran. Sta scaricando il suo costo sugli alleati e sui partner di chi l’ha voluta. È un punto geopolitico decisivo, perché mostra una divergenza sempre più evidente tra gli interessi di Washington e Tel Aviv da una parte, e quelli di europei e asiatici dall’altra. Chi ha acceso l’incendio non è necessariamente chi ne sopporterà il prezzo più alto. E questo, sul medio periodo, logora alleanze, fiducia e coesione strategica.
Il fallimento politico e la confusione strategica
Sul piano politico il quadro è altrettanto allarmante. Le voci critiche interne agli Stati Uniti, le crepe emerse nell’apparato di sicurezza, le ammissioni sulla mancata resa iraniana e le divergenze sugli obiettivi reali della guerra mostrano che il conflitto è stato avviato senza una chiara definizione del fine politico. Quando manca il fine politico, si allarga inevitabilmente il catalogo dei bersagli. Ed è esattamente ciò che stiamo osservando: una campagna nata per essere breve che, non riuscendo a produrre il risultato sperato, si trasforma in guerra lunga e in escalation energetica.
Anche l’idea di portare la pressione fino al controllo diretto di nodi strategici dell’export iraniano rivelerebbe non forza, ma disperazione strategica. Significherebbe passare da una guerra di pressione a una logica di occupazione e di scontro aperto ancora più rischiosa, giuridicamente isolante e militarmente incerta. È il segnale tipico di chi non sa più come chiudere una guerra e pensa di uscirne alzando ancora la posta.
La soglia ormai superata
La verità è che la soglia è già stata oltrepassata. Quando si colpiscono insieme produzione, transito, trasformazione ed esportazione dell’energia, non si è più in presenza di una semplice escalation regionale. Si entra in una guerra energetica totale. E una guerra di questo tipo non distrugge soltanto impianti: altera mercati, supply chain, capacità industriali, equilibri diplomatici e gerarchie strategiche.
Il Golfo è diventato così il punto in cui si misura non solo la resistenza iraniana, ma anche la fragilità dell’ordine internazionale. La guerra nata per ridisegnare il Medio Oriente rischia ora di produrre qualcosa di molto più vasto: una destabilizzazione globale in cui la vera vittima non sarà soltanto chi perderà sul campo, ma chi dipende dall’energia, dalle rotte e dalla stabilità che quel campo, fino a ieri, garantiva al mondo intero.
Il procuratore di Napoli si è speso in prima persona contro la riforma della Giustizia subendo attacchi personali per mesi. “Una scelta consapevole in difesa della Costituzione”. “Non è un rifiuto al cambiamento, è il rifiuto di un metodo”

(di Dario Del Porto – repubblica.it) – “La vittoria del No al referendum rappresenta un segnale forte e chiaro: la società civile è viva, attenta e pronta a mobilitarsi quando sono in gioco i principi fondamentali”, commenta il procuratore di Napoli Gratteri, il magistrato da 30 anni sotto scorta che si è speso in prima persona per il No alla riforma della magistratura.
Dopo mesi di attacchi anche personali subiti per la sua scelta, Gratteri ha seguito lo spoglio nel suo ufficio, all’ottavo piano del grattacielo della Procura napoletana. E quando sono passati venti minuti dalle cinque della sera e il risultato è ormai definito, argomenta: “È stata una scelta consapevole, una presa di posizione in difesa della Costituzione e dell’equilibrio delle istituzioni”.
“Questo risultato – sottolinea Gratteri – non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo”. E aggiunge: “La giustizia ha bisogno di riforme serie, capaci di ridurre i tempi dei processi e di migliorarne il funzionamento complessivo, garantendo efficienza senza sacrificare le garanzie”.
Sulle riforme, Gratteri evidenzia: “Sono necessarie, ma devono essere costruite con responsabilità, competenza e rispetto dei diritti”.

(dagospia.com) – L’Italia ha detto “No”. La scriteriata riforma della Costituzione by Nordio-Meloni è stata sonoramente bocciata dai cittadini.
Un risultato che porta con sé alcune considerazioni:
1. Il consenso politico ed elettorale della premier e del suo partito non sono per sempre: la destra si può battere.
2. Giorgia Meloni ha mobillitato l’elettorato ad andare le urne, ci ha messo personalmente la faccia e ha accettato la politicizzazione del voto. E infatti, secondo YouTrend, un italiano su tre ha scelto di votare “No” per “dare un voto di opposizione al governo”
3. La vittoria del “no” è ancora più rilevante visti i “sabotatori” interni. Nel centrosinistra ci sono state infatti alcune defezioni: dai riformisti per il sì (Picierno, Giachetti, Ceccanti) a Matteo Renzi, che non si è mai esposto (e ora salta sul carro della vittoria, proclamando la “sonora sconfitta” del Governo).
4. Ne consegue che la sconfitta del “Sì” è ancora più bruciante: nel fronte del centrodestra ci sono state molte defezioni. Secondo una stima di “Opinio”, l’11% degli elettori di Fratelli d’Italia, infatti, avrebbe votato “NO”. Ancora più incredibile il 17,9% di Forza Italia che si sarebbe schierato contro la riforma carissima a Silvio Berlusconi.
Che farà ora la Statista della Sgarbatella? A caldo, Giorgia ha abbozzato: “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”.
Ha sempre slegato la sua permanenza a Palazzo Chigi dal risultato del referendum, ma ora deve fare i conti con una sconfitta che sta assumendo i contorni di una batosta.
Con lo sguardo alle politiche del 2027, il primo passo per Giorgia Meloni sarà strambare in politica estera.
L’abbraccio mortale a Donald Trump si è rivelato letale anche in patria: non può non aver influito sull’esito del referendum l’ostilità crescente degli italiani verso il tycoon e le sue follie (guerra, dazi, offese agli alleati…).
Secondo un sondaggio citato da Piazzapulita giovedì scorso, su La7, dopo l’attacco a Teheran solo il 19% degli italiani approva il presidente Usa. Un anno fa, il consenso era quasi il doppio.
Il secondo tassello della strategia di sopravvivenza di Giorgia Meloni è accelerare verso l’approvazione di una nuova legge elettorale: nel 2022 il centrodestra vinse con il Rosatellum solo grazie all’imperizia politica di quella pippa al sugo di Enrico Letta che, non alleandosi con il M5s, regalò Palazzo Chigi a Fratelli d’Italia.
Ora, Giorgia Meloni ha capito che il campo largo può batterla e non può che correre verso una legge elettorale che cancelli i collegi uninominali (dove il centrosinistra unito può ottenere ottimi risultati) e conceda un forte premio di maggioranza alla coalizione in vantaggio.
Certo, ora che ha perso il referendum, la premier sarà molto meno baldanzosa con Lega e Forza Italia nella definizione della legge elettorale: dovrà scendere a compromessi.
Avesse vinto il “Sì”, avrebbe marciato come un caterpillar anche sui suoi stessi alleati.
La scadenza della legislatura è prevista per l’autunno del 2027: manca un anno e mezzo, ma Giorgia Meloni vorrebbe anticipare le elezioni politiche alla primavera (d’altronde si è sempre votato in quel periodo dell’anno).
Con il consenso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si potrebbe organizzare un election day in coincidenza con il voto amministrativo nelle tre grandi città italiane: Torino, Milano e Roma.
Qualcuno, nella “fiamma magica” intorno alla Ducetta, ha però segnalato che le comunali in quelle metropoli solitamente premiano il centrosinistra. Meglio dilazionare le tornate elettorali per non concedere agli avversari un vantaggio strategico.
Di certo, dopo la scoppola referendaria, partirà la caccia ai caproni espiatori, già individuati tutti in via Arenula: il ministro Carlo Nordio, la “zarina” Giusi Bartolozzi e il sottosegretario-ristoratore Andrea Delmastro.
Tre pasticcioni che con le loro gaffe, esondazioni verbali e gli affari opachi coi prestanome del clan Senese, hanno danneggiato la campagna elettorale e l’immagine del centrodestra, dilapidando un vantaggio che solo pochi mesi fa era dato al +20%.
Una figuraccia storica che non potrà non avere qualche testa rotolante.

(Tommaso Merlo) – Trump ormai preannuncia crimini di guerra via social mentre quel demonio di Netanyahu delira tra le macerie israeliane. Hanno dichiarato vittoria ma dal cielo piove di tutto, perfino la verità. Durante le prime due settimane l’Iran ha lanciato ferri vecchi per esaurire le difese aeree nemiche, adesso domina i cieli israeliani ed è passato ai missili balistici ed ipersonici più potenti. Non mira intenzionalmente ai civili come i sionisti, ma alle infrastrutture militari ed economiche oltre che applicare la legge del taglione. Lo dicono i numeri delle vittime mentre fanno quello che dicono, se americani e sionisti attaccano centrali energetiche o impianti di desalinizzazione, l’Iran fa altrettanto. Trump ha minacciato di lasciare l’Iran al buio come Cuba e Teheran ha risposto suggerendo agli schiavi degli Evirati Arabi di fare le valigie. Senza luce e acqua potabile, in quel deserto rischiano la carestia come del resto milioni di persone nel mondo. Dallo Stretto passano anche fertilizzanti col rischio che ai poveri del pianeta non cadano nemmeno più le briciole. La propaganda mainstream manipola, ma si rischia una crisi inaudita preludio di una nuova era. Geopolitica ma anche interiore. Potremmo presto essere costretti a disintossicarci dalla roba e dall’immagine e ritrovare noi stessi per riuscire a sopravvivere mentre l’era del lusso e dello spreco la racconteremo ai pronipoti. Al fronte intanto sionisti e americani stanno colpendo edifici e capannoni vuoti a casaccio al punto che anche la deficienza artificiale comincia ad avere qualche dubbio. Del resto gli iraniani sanno da decenni che i loro nemici combattono sganciando bombe dal cielo e quindi hanno sotterrato tutto. Se fossero stati soli, i sionisti avrebbero cominciato a radere al suolo scuole ed ospedali pieni e quartieri dormitorio, ma si vede che il degrado morale del Pentagono non è ancora arrivato a quel livello, almeno per adesso. In compenso con Trump siamo al delirium tremens mentre Netanyahu si contorce posseduto tra macerie anche esistenziali. Voleva ridurre i persiani come i palestinesi ed invece quel destino tocca a loro. Perché l’Iran regge, risponde e ribadisce le sue condizioni. Via gli intrusi pallidi dalla regione, bastonate sul groppone agli sceicchi sporcaccioni e deliri ideologici sionisti nelle fogne della storia. Dettagli tutti da concordare, ma è quella la direzione e già s’intravedono i primi passi avanti. Con la Nato cacciata dall’Iraq come una manica di squatter e marines che salgono in fretta e furia su cargo diretti in Oklahoma lasciandosi alle spalle basi ed ambasciate in fumo. Con Israele sempre più gazanizzato mentre la sabbia del deserto ha cominciato a ricoprire le desolanti cattedrali degli Evirati Arabi. Storia sotto ai nostri nasi e a ritmi inauditi. A fregare americani e sionisti ma anche noi servi europei, è stata l’arroganza. Per decenni abbiamo insanguinato il mondo a vanvera pensando che i nostri soldi e le nostre bombe anche di ipocrisia, ci garantissero un dominio eterno. Decenni a pavoneggiarci nell’orgia materiale con la guerra diventata un business come un altro mentre gli iraniani sottoterra studiavano e sperimentavano per fronteggiare una aggressione che davano per scontata. Col risultato che l’Iran ha intuito l’era missilista in largo anticipo e la padroneggia mentre noi siamo rimasti agli eserciti da secolo scorso. È questo il fatto storico. Dopo decenni a distruggere paesi più deboli, un nemico più forte e con una strategia più intelligente. Rischiamo una sconfitta devastante preludio di una nuova era mentre la propaganda mainstream manipola. Con cacciabombardieri americani che a sentire lorsignori cadono per incidenti aerei e non abbattuti dagli iraniani compreso il celebre F35, cento milioni a velivolo per un bidone che doveva essere invisibile. Con le mega portaerei americane costrette a rinculare per lavori di manutenzione e non perché trapanate da missili e droni. Il tutto mentre sventolano false bandiere ovunque. Pare che anche il missile che ha sfiorato l’atollo anglosassone a 4.000 chilometri di distanza fosse farina del sacco sionista come quello sulla Turchia, stanno perdendo e vogliono far dilagare il conflitto. Il tutto mentre ancora spacciano l’Iran come paese terrorista solo perché osa resisterci mentre il nostro genocidio è sparito dai radar come i decenni a finanziare jihadisti alla bisogna. Arroganza e bombe anche di ipocrisia mentre a calpestare il diritto internazionale sono americani e sionisti con noi servi europei a guardare. Storia sotto ai nostri nasi e a ritmi inauditi con una importante novità, dal cielo piove di tutto compreso la verità. Il mondo è schierato con l’Iran e se militarmente l’esito della guerra è ancora incerto, politicamente Teheran ha già prevalso. Non resta che vedere se Trump si arrenderà dicendo di aver stravinto oppure se i sionisti lo trascineranno in un baratro da fine impero. Si vocifera di trattative ma la parola americana e sionista non vale più nulla e l’Iran ha fatto sapere che non vuole nessun cessate il fuoco ma un accordo di pace che porti ad una nuova era regionale e si spera mondiale. Con la sconfitta storica dei deliri ideologici sionisti ma anche della deleteria egemonia americana in modo che anche noi servi europei possiamo tornare liberi e rimboccarci le maniche per superare una crisi geopolitica che è anche interiore.
Oltre 12.000 fuorisede hanno contattato noi di AVS per votare. Vederli presidiare i seggi è stata la risposta più bella a chi parla di una generazione disinteressata

(Gianfranco Mascia – ilfattoquotidiano.it) – “Forever young, I want to be forever young”. Questa vittoria del NO al referendum sulla giustizia, mi hanno fatto venire in mente le note degli Alphaville. Infatti, parafrasando il titolo di quella canzone degli anni 80, oggi dovremmo dire davvero: “Per sempre giovani”. Perché sono loro, con la loro forza ostinata e contraria e la loro generosissima partecipazione al voto, ad aver reso possibile questa straordinaria vittoria.
Non è una mia sensazione, sono i numeri che abbiamo raccolto prima del voto a dircelo. Ad esempio, prendiamo il successo dell’iniziativa AVS per il voto Fuori Sede, un segnale inequivocabile: oltre 12.000 ragazze e ragazzi ci hanno contattato per un solo motivo: poter votare lì dove studiano o lavorano, rivendicando un diritto che spesso la burocrazia (e certa politica) negano. Noi li abbiamo nominati rappresentanti di lista consentendo loro di esprimersi. Vederli presidiare i seggi è stata la risposta più bella a chi parla di una generazione disinteressata. Il sentore di quello che stava accadendo l’ho avuto chiaramente questo fine settimana. L’ho passato a rispondere personalmente a chi aveva fatto domanda ma, pur avendo ricevuto la risposta automatica, temeva di essere stato dimenticato. In quelle voci, in quelle email e chiamate cariche di urgenza, non c’era solo una richiesta tecnica; c’era la voglia di esserci, e contare.
Anche nella mia famiglia, il segnale è arrivato forte. Mio figlio mi ha fatto notare che molti dei suoi amici, ragazzi che con la politica attiva non hanno mai avuto nulla a che fare, questa volta hanno sentito il bisogno di andare ai seggi. Non per seguire una bandiera, ma per proteggere un’idea di giustizia che sentono propria.
Ma, diciamocelo, lontano dalla propaganda: la difesa dell’autonomia dei magistrati non è una battaglia di casta. Al contrario di quanto il Governo ha cercato di far credere, difendere l’indipendenza della magistratura significa difendere i diritti di ogni singolo cittadino. Un giudice libero da condizionamenti politici è l’unico baluardo che garantisce che la legge sia davvero uguale per tutti, soprattutto per chi non ha potere o grandi mezzi economici. I giovani lo hanno capito, non volendo una giustizia “addomesticata”, ma una giustizia che non guardi in faccia a nessuno.
Ora gioiamo per questo risultato, ma con la consapevolezza che non possiamo permetterci di rimanere sugli allori. Questa vittoria non è un punto di arrivo, ma un’eredità che ci è stata consegnata da chi ha ancora tutto il futuro davanti.
Dobbiamo ripartire proprio da questo magnifico impulso ricevuto dai giovani. Se 12.000 fuori sede si sono mobilitati per diventare rappresentanti di lista pur di votare, significa che c’è una domanda di partecipazione che non può più essere ignorata. Il nostro compito, da domani, è coinvolgerli fino in fondo, questa volta non solo per una croce su una scheda. Dobbiamo, insieme a loro, per trasformare questa energia in una proposta politica che parli la loro lingua e protegga le loro speranze.
YOUTREND, TRA CHI HA VOTATO NO IL 31% LO HA FATTO CONTRO IL GOVERNO

(ANSA) – ROMA, 23 MAR – Secondo l’instant poll Youtrend per Sky TG24, tra chi ha votato Sì, le ragioni di merito dominano in modo netto. Il primo fattore citato è il sostegno alla separazione delle carriere nella magistratura (59%), seguita dal sostegno alla divisione del CSM in due rami (35%) e all’istituzione di un’Alta Corte disciplinare (34%). Il sorteggio dei componenti del CSM raccoglie il 30%.
Segnali di carattere più politico — il desiderio generico di modificare la Costituzione (24%) e il voto di sostegno al Governo Meloni (18%) — si collocano in coda alla classifica. Il quadro è più netto per il fronte del No. Qui, la motivazione principale è il desiderio di non modificare la Costituzione (61%), segnale di un orientamento conservativo-istituzionale più che di opposizione politica contingente.
Al secondo posto si colloca il desiderio di contrastare il sorteggio dei componenti del CSM (39%). La componente esplicitamente politica — dare un voto di opposizione al Governo Meloni — si attesta al 31%, terzo posto, subito davanti alla contrarietà alla divisione del CSM (27%) e all’Alta Corte disciplinare (17%).
Quasi irrilevante la quota di chi ha seguito le indicazioni di partito (7%) o si è opposto alla separazione delle carriere per sé (4%). Complessivamente, il 69% degli elettori dichiara che sulla propria decisione di voto ha pesato di più “il giudizio nel merito della riforma”, contro il 28% che ha agito principalmente con la volontà di dare un segnale politico. Il 3% non sa. La componente di voto politico è tuttavia più marcata tra chi ha votato No: il 34% degli elettori del No riconosce di aver voluto dare un segnale politico, contro il 21% degli elettori del Sì.
In caso di vittoria del No — che boccerebbe la riforma proposta dall’esecutivo — il 54% degli italiani ritiene che Giorgia Meloni dovrebbe continuare a guidare il governo. Solo il 26% chiede le dimissioni (il 20% non si esprime). La frattura politica è marcata: l’87% degli elettori del Sì ritiene che Meloni debba restare (solo il 7% vorrebbe le dimissioni), mentre tra gli elettori del No la quota scende al 37% — con il 47% favorevole alle dimissioni.
Prima del voto, gli italiani erano spaccati sulle previsioni di esito: il 32% si aspettava la vittoria del Sì, il 30% quella del No, e ben il 38% non sapeva pronunciarsi. Come atteso, gli ottimisti del Sì sono soprattutto gli elettori del Sì stesso (66%), mentre il 57% degli elettori del No pronosticava la vittoria del proprio campo.
RENZI, IL MESSAGGIO È FORTE E CHIARO, UNA SCONFITTA SONORA DEL GOVERNO
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “La partita è sostanzialmente chiusa, il No a sorpresa ha vinto. Oggi si consuma un fatto politico enorme, quando il popolo parla il palazzo deve ascoltare. Questo è un passaggio importante per Meloni, che ci ha detto di essere benedetta e baciata dal consenso.
Hanno scelto di fare molto più che personalizzare. Oggi il messaggio forte e chiaro è che c’è una sconfitta sonora, prima che delle ragioni del Sì, del governo e del modo arrogante con cui ha voluto fare questa riforma”. Lo ha detto il presidente di Iv, Matteo Renzi, a Radio Leopolda.
CONTE, IL M5S E LE FORZE PROGRESSISTE INTERPRETERANNO QUESTA NUOVA PRIMAVERA
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – “Si apre una nuova stagione, una primavera politica. I cittadini sono protagonisti, vogliono voltare pagina, segnalano la richiesta di un’altra politica, più attenta ai bisogni delle persone e meno a tutelare i politici dalle inchieste. Il M5s ha tutto il diritto, con le altre forze progressiste, di interpretare questa nuova primavera”. Lo ha detto il presidente del M5s, Giuseppe Conte, in una conferenza stampa nella sede del partito, a Roma.
REFERENDUM: YOUTREND, HA VINTO IL NO, VANTAGGIO INCOLMABILE
(ANSA) – “Vittoria del NO al referendum costituzionale della giustizia”. Lo scrive su X Youtrend evidenziando che “con 20.932 sezioni su 61.533 il vantaggio è ormai incolmabile”
Referendum: Youtrend, il No vince in 14 regioni In Friuli, Lombardia e Veneto trionfa il SI’, in bilico Trentino, Umbria e Valle d’Aosta
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – Il No, secondo le stime Youtrend, vince in 14 regioni. Le 3 regioni in cui trionfa sicuramente il Sì sono Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. In Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Umbria e Valle d’Aosta l’esito è invece incerto al momento.
ZUPPI, EQUILIBRIO TRA POTERI PREZIOSA EREDITÀ, ORA DIALOGO RESPONSABILE
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – Il cardinale presidente della Cei Matteo Zuppi, nell’introduzione al Consiglio episcopale, parla del referendum sottolineando che “il dibattito che lo ha preceduto e i dati di affluenza confermano l’importanza di ragionare sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà.
Tenendo sempre conto l’equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo”, ha auspicato il cardinale, “che sia scelta la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.

(Stefano Rossi) – La riforma costituzionale, voluto fortemente da questo governo, non ha superato il voto referendario.
Noi italiani, per quanto spaccati come sempre, abbiamo difeso la Costituzione.
Le intenzioni del governo non erano quelle di migliorare l’efficienza della giustizia, non era quella di umiliare la magistratura, sempre secondo chi sta al governo, quindi, in molti si sono chiesti, a che diavolo serve? O, meglio, a chi serve?
Quando poi, il ministro Tajani, che quando parla, aumentano i voti dell’opposizione, senza vergognarsene, aveva detto che si dovrà aprire il discorso se bisognerà ancora tenere la polizia giudiziaria sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, in molti abbiamo temuto la vittoria dei sì.
Sulle dichiarazioni di Nordio, meglio lasciar perdere. In questo momento sono sobrio.
Il governo ha saldamente la maggioranza, FdI, maggior partito di governo, viaggia ancora al 30%, eppure, hanno perso il Referendum.
In questo Paese abbiamo poche certezze, una di queste è la Costituzione.
Questa riforma è stata scritta con i piedi di chi ha studiato poco il diritto Pubblico.
Tra le tante nefandezze, merita ricordarne una.
Se avessero vinto i sì, si sarebbe istituita l’Alta Corte disciplinare per emanare provvedimenti disciplinari contro i magistrati.
Bene, si sono dimenticati, questi ignoranti, di leggere l’art. 105, che prevede che solo il CSM, può provvedere ad infliggere i provvedimenti disciplinari.
Quindi, se avessero vinto questi Unni, l’Alta Corte si sarebbe riunita solo per chiacchierare del più e del meno come quando lo facciamo noi al bar sorseggiando un caffè.
Pietro Calamandrei, giurista e politico, Padre costituente ebbe a dire un giorno: “Quando si scrive la Costituzione i banchi del Governo devono restare vuoti”.
Quanti hanno inteso questo saggio consiglio?
Non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranze semplici.
Non si può cambiarla per meri interessi di partito.
È il Parlamento che deve prendere una decisione simile.
Abbiamo visto che, in Parlamento, il dibattito è stato sterile e meramente formale.
Durante il dibattito sulla redazione dell’art. 104 della Costituzione, al cui primo comma, recita: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, alcuni si preoccuparono di lasciar troppa autonomia e indipendenza, se non altro, per quello che successe durante i regimi totalitari.
L’on. Ruini, per la Commissione, controbatté: “dicendo che un dato ordine, l’ordine della magistratura, deve essere indipendente, e cioè non deve dipendere da un altro potere dello Stato, e che deve essere autonomo, ossia disporre di sé per ciò che riguarda il suo stato, come personale dei magistrati, non diciamo cosa che non sia costituzionale e democratica. Che la magistratura sia sottratta alla dipendenza e alla influenza del Governo è un’esigenza e una conquista della democrazia”.
Non tutti hanno percepito questa conquista da difendere.
E’ meschino far vedere la cartina geografica con i Paesi in cui, i magistrati inquirenti, sono soggetti al potere politico. Solo l’Italia e la Grecia sarebbero fuori da questa realtà diceva la Meloni.
Ma come si può ragionare in questo modo?
L’Italia, ancora oggi, nonostante tutti i massacri della politica, ha un Servizio Nazionale Sanitario che è un’eccellenza che ci invidia tutto il mondo.
Siamo in pochi a poter vantare di andare in ospedale e non pagare nulla.
Quindi?
Siccome siamo gli unici, o poco di più, dobbiamo sopprimere il SSN e allinearci alla follia degli USA?
La cosa peggiore è non rendersi conto delle cose buone che abbiamo nel nostro Paese e andare a invidiare le cose sbagliate fuori dai nostri confini.
Si chiama stupidità!

(ANSA-AFP) – Elon Musk ha annunciato nelle scorse ore Terafab, una fabbrica destinata alla produzione di semiconduttori per l’intelligenza artificiale, la robotica e i data center da inviare nello Spazio. L’ultima iniziativa dell’uomo più ricco del mondo.
Terafab, un impianto di produzione situato vicino ad Austin, in Texas, avrà l’obiettivo di produrre un terawatt di potenza di calcolo all’anno che equivale a mille miliardi di watt, poco meno della capacità totale di produzione di elettricità degli Stati Uniti.
Il miliardario americano ha indicato che il progetto sarà condotto congiuntamente dalla sua azienda di veicoli elettrici Tesla oltre che dalla società spaziale SpaceX e xAi, che gestisce il social X. L’imprenditore non ha rivelato l’ammontare dell’investimento iniziale, sebbene precedenti rapporti dei media statunitensi stimino una cifra tra i 20 e i 25 miliardi di dollari.
Elon Musk, che non ha esperienza nel settore dei semiconduttori, ha dichiarato che Terafab è necessaria poiché la domanda di potenza di calcolo di Tesla e SpaceX dovrebbe superare quella dei fornitori globali di chip. “Siamo molto grati alla nostra attuale catena di approvvigionamento, in particolare a Samsung, Tsmc, Micron e altri – ha detto durante una diretta su X – ma esiste un limite massimo alla loro capacità di espansione, ben al di sotto di quanto vorremmo. Abbiamo bisogno di questi chip, quindi costruiremo Terafab”.
A lungo termine, il progetto mira a produrre chip in grado di supportare tra i 100 e i 200 gigawatt di potenza di calcolo sulla Terra e un terawatt nello Spazio. Musk ha aggiunto che Terafab contribuirebbe a trasformare l’umanità in una “civiltà galattica”, che possa sfruttare le risorse di altri pianeti e stelle.

(ilfattoquotidiano.it) – Alessandra Todde resta pienamente legittimata nel suo ruolo di presidente della Regione Sardegna: la Corte d’Appello di Cagliari ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado sulla decadenza, confermando però la sanzione pecuniaria di 40mila euro.
La Corte ha accolto parzialmente l’appello della presidente, dichiarando nulla la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva riqualificato la sua condotta come “omessa presentazione” del rendiconto delle spese della campagna elettorale. La Corte ha preso atto che la Consulta aveva già annullato l’ordinanza del Collegio di garanzia nella parte in cui disponeva la decadenza. Ancora nessun commento a caldo da parte della presidente che si sta preparando a raggiungere Bruxelles dove è probabile che domani tenga un punto stampa nel quale parlerà anche della decisione della Corte d’Appello. Dall’entourage della governatrice e dal Movimento Cinquestelle però trapela soddisfazione ed entusiasmo.
Per i giudici della Corte costituzionale il Collegio regionale di garanzia elettorale che aveva dichiarato decaduta l’esponente del M56 aveva “esorbitato dai propri poteri, cagionando una menomazione delle attribuzioni costituzionalmente garantite alla Regione Sardegna”, in quanto si è pronunciato “in ipotesi non previste dalla legge come cause di ineleggibilità“. La Consulta aveva messo nero su bianco che non spettava allo Stato e, per suo conto al Collegio di garanzia, affermare nella motivazione dell’ordinanza impugnata, che “si impone la decadenza dalla carica del candidato eletto” e disporre “la trasmissione della presente ordinanza/ingiunzione al Presidente del Consiglio Regionale per quanto di competenza in ordine all’adozione del provvedimento di decadenza di Todde Alessandra dalla carica di Presidente della Regione Sardegna”.
L’ordinanza era stata adottata in seguito all’esame delle spese sostenute dalla governatrice sarda durante la campagna elettorale per le regionali del febbraio 2024, in cui sarebbero state ravvisate irregolarità. Fra le irregolarità contestate dai giudici del collegio elettorale, la mancata apertura di un conto corrente dedicato per la raccolta dei finanziamenti destinati alla campagna elettorale e l’assenza di un mandatario elettorale, elementi necessari per garantire la trasparenza dei finanziamenti. Ma l’11 marzo di un anno fa la Corte dei conti aveva approva le spese elettorali M5s e un mese dopo la procura di Cagliari aveva chiesto di annullare la decadenza per le spese elettorali.