Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Morto un Khamenei se ne fa un altro!


MEMBRO ASSEMBLEA ESPERTI, ‘NOME DI KHAMENEI COME LEADER CONTINUERÀ A ESISTERE’

(ANSA) – ROMA, 08 MAR – Il nome di Khamenei come leader dell’Iran “continuerà a esistere”: lo afferma un membro dell’Assemblea degli esperti, ripreso da Sky News Uk.

“Il nome di Khamenei continuerà a esistere”, ha detto l’ayatollah Hosseinali Eshkevari, membro del consiglio clericale incaricato di eleggere un nuovo leader, in un video pubblicato sui media iraniani, come riporta Reuters sul suo sito.

“Il voto è stato espresso e sarà annunciato presto”, ha affermato Eshkevari, senza fornire ulteriori dettagli. Il segretario del consiglio, Hosseini Bushehri, annuncerà il successore dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso all’inizio del conflitto, ha dichiarato ai media statali Ahmad Alamolhoda, un altro esponente del clero.

IRAN: MEDIA, USA VALUTANO FORZE SPECIALI PER SITI NUCLEARI

(AGI) – Roma, 8 mar. – L’amministrazione americana di Donald Trump sta discutendo modi per proteggere gli impianti nucleari iraniani e liberarsi dell’uranio arricchito. Lo riporta Axios citando una fonte interna. “Cio’ che e’ stato discusso e’ l’ingresso di forze speciali per proteggere materiale nucleare che puo’ essere usato per produrre armi nucleari. Entreranno insieme a scienziati, forse con l’Aiea”, ha detto la fonte.

TRUMP, ‘DURATA GUERRA? NON SO, NON FACCIO PREVISIONI’ ‘SIAMO IN ANTICIPO SUI TEMPI PREVISTI’

(ANSA) – NEW YORK, 08 MAR – “Non so, non faccio mai previsioni. Tutto quello che posso dire è che siamo in anticipo sui tempi previsti, sia in termini di letalità che si tempistica”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Abc rispondendo a chi gli chiedeva di prevedere quanto sarebbe durata la guerra.

TRUMP, ‘SONO PIÙ POPOLARE CHE MAI, L’AZIONE IN IRAN È MOLTO MAGA’

(ANSA) – NEW YORK, 08 MAR – “Sono più popolare che mai. Quello che stiamo facendo è una cosa molto Maga perché altrimenti non avremmo un paese, saremmo colpiti. Maga vuole salvare l’America”. Donald Trump respinge così, in un’intervista a Abc, le critiche e i dubbi sollevati da alcuni suoi sostenitori di vecchia data per l’operazione in Iran.

TRUMP, SENZA NOSTRA APPROVAZIONE LA GUIDA SUPREMA DURERÀ POCO

(ANSA) – NEW YORK, 08 MAR – La guida suprema iraniana “dovrà ottenere la nostra approvazione. Se non la otterrà, non durerà a lungo”. Lo ha detto Donald Trump a Abc. “Vogliamo assicurarci di non dover tornare indietro ogni dieci anni”, ha aggiunto il presidente. Trump insiste da giorni sulla necessità che gli Stati Uniti dicano la loro su chi guiderà l’Iran.


Referendum, Montanari attacca il governo: “Banditi”. La Russa: “Si scusi o querelo”


Il rettore dell’Università per stranieri di Siena sugli esponenti di FdI: “Meloni, Nordio, Lollobrigida e La Russa: comprereste una Costituzione manomessa da questi banditi?”. Il presidente del Senato: “Chieda scusa o adirò le vie legali”. Ma lui rilancia: “Sono nervosi perchè il sì è in svantaggio”

Referendum, Montanari attacca il governo: “Banditi”. La Russa: “Si scusi o querelo”

(di Ernesto Ferrara – repubblica.it) – Volete avere ancora come padri e madri costituenti Teresa Mattei, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Terracini, Nilde Iotti o preferite Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Ignazio La Russa, Francesco Lollobrigida? Comprereste una Costituzione usata e manomessa da questi banditi? Io no, ed è per questo che voto ‘no’”. Sono le parole pronunciate nei giorni scorsi ad un evento a Firenze per il no al referendum sulla giustizia da Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena e intellettuale piuttosto ascoltato nella sinistra italiana. Parole che sollevano ora la rivolta del centrodestra e del governo. Che chiede scuse pubbliche e dimissioni. Minacciando le vie legali.

La replica di La Russa

Addirittura è il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, a intervenire: “Finora per pietà e rispettoso del ‘Non ti curar di loro’ mai ho considerato degno della minima considerazione ciò che diceva o scriveva tal Tomaso Montanari che, mi dicono, insegni a sfortunati studenti di non so quale università. Ma anche un qualsiasi minus habens (figurarsi un professore, sedicente colto) ci penserebbe cento volte prima di affibbiare a me (assieme a Giorgia Meloni, Francesco Lollobrigida e Carlo Nordio) l’insulto di ‘bandito’ che esula da qualsiasi argomentazione, finanche strumentale, ideologica o propagandistica. Qualifica semmai allo specchio chi la scrive o la dice immotivatamente e mi spinge a considerare ultimativo il mio invito a scusarsi prima di dover fare ricorso alle vie giudiziarie che di solito non uso mai” dichiara Ignazio La Russa.

La richiesta di dimissioni di FdI

“Il rettore ha perso l’ennesima occasione per tacere. Il basso registro che da sempre caratterizza Montanari, purtroppo, scredita e mortifica l’Università per Stranieri di Siena, della quale è rettore; un registro indegno, che ci fa chiedere le sue immediate dimissioni, perché chi ricopre un ruolo che dovrebbe essere modello di un alto spessore, non può e non deve permettersi di offendere lo Stato” attacca il deputato senese e coordinatore regionale toscano di Fratelli d’Italia Francesco Michelotti. E anche altri parlamentari meloniani intervengono contro Montanari.

La replica di Montanari

Il rettore, non nuovo a scontri plateali con la destra, ribatte rilanciando con un post su Instagram: “Tutta la fascisteria – dai camerieri nei giornali, fino ai federali della provincia e ora financo l’orgoglioso proprietario del busto del «funesto ciarlatano iracondo» – insorge, insulta, chiede dimissioni e minaccia querele. Immagino che tutto questo nervosismo si debba al ‘Sì’ in svantaggio” sferza. Poi entra nel merito: “Loro non si sono mai riconosciuti in questa Costituzione e in questa Repubblica. Nel suo primo discorso da presidente del Consiglio Meloni dice di sé: «provengo da un’area culturale che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica». Ecco il punto: i fascisti sono stati banditi dalla Costituzione, e lo dicono. Banditi, messi al bando, messi fuori legge, estromessi. Loro chiamavano ‘banditi’ i partigiani: ma i banditi, dal primo gennaio 1948 e finché questa Costituzione dura, sono loro. Ed è esattamente per questo che si impegnano tanto per farla cadere”. Altro che scuse insomma: “E poi i banditi sono quelli che agiscono fuori dalle regole – aggiunge Montanari – contro le regole: ed è del tutto evidente il banditismo politico di chi si impegna così tanto per distruggere la regola delle regole, la Costituzione della Repubblica. Che la seconda carica dello Stato trovi tempo e parole per una cosa del genere ormai non stupisce, visto che si occupa perfino dei comici di Sanremo e si intrattiene maschiamente sull’avvenenza fisica delle giornaliste. Che la seconda carica dello Stato minacci un cittadino per una opinione liberamente espressa e argomentata in una campagna referendaria, questo invece è grave: e ci dice a che punto siamo. E cosa ci giochiamo con questo referendum: la Costituzione antifascista, che per sempre li ha banditi”.


L’Italia è al sicuro, in caso di attacchi dall’Iran? Sentite Andrea Stroppa, braccio destro di Elon Musk


Il governo italiano dovrebbe seguire il modello tedesco, imparare dagli ucraini e coinvolgere Cassa depositi e prestiti e due delle principali banche italiane. La ricetta di Andrea Stroppa per adeguare le difese nazionali contro eventuali attacchi, visto che oggi, secondo lui, non siamo al sicuro

(open.online) – A chi si interroga se l’Italia sia al sicuro, in caso di attacchi dall’Iran come sta accadendo ai paesi del Golfo, la risposta ce l’ha il braccio destro di Elon Musk in Italia. E la risposta, manco a dirlo, è che siamo del tutto inpreparati. Andrea Stroppa ovviamente su X illustra con dovizia di particolare che cosa accadrebbe all’intero paese in caso di attacco. «Attacchi simili, in Italia – scrive Stroppa – metterebbero fuori uso aeroporti, stazioni ferroviarie, infrastrutture energetiche e ospedali già nelle prime 48 ore». Lui però vuole evitare polemiche e si interroga: «Cosa si può fare?».

I suggerimenti ignorati dal governo da parte di Stroppa

Il governo italiano dovrebbe seguire il «modello tedesco», per quanto in passato i suggerimenti di Stroppa siano stati ignorati, come rivela amaramente lui stesso. «La Germania sta lavorando rapidamente su due binari – scrive l’informatico – Il primo è una difesa di alto livello, basata su sistemi molto costosi contro minacce sofisticate, facendo leva sul proprio colosso Rheinmetall, che ha stretto un accordo con l’americana Anduril». Proprio con Anduril Stroppa ricorda che «Tre anni fa avevo proposto alle istituzioni italiane di avviare un dialogo con Anduril tramite un canale privilegiato; nel frattempo Anduril ha chiuso accordi con i governi di Germania, Polonia e Regno Unito».

Il secondo binario: imparare dagli ucraini

Secondo Stroppa, l’Italia dovrebbe «acquisire subito know-how ucraino per costruire, in tempi brevissimi, una capacità di difesa basata sui droni». Per farlo servirebbe un po’ di denaro. E Stroppa indica anche dove andarlo a recuperare: «Palazzo Chigi e Giorgia Meloni dovrebbe coinvolgere attori come Leonardo per la componente più avanzata e una rete di PMI per la produzione e l’integrazione dei droni, in collaborazione con aziende ucraine. A finanziare l’operazione dovrebbero essere Cassa Depositi e Prestiti, insieme alle due principali banche italiane». L’obiettivo sarebbe insomma: «difendersi, assimilare tecnologia e, soprattutto, creare posti di lavoro nel Paese». Ma Stroppa già sente che anche stavolta non sarà ascoltato e augura «buon lavoro a maggioranza e opposizione!».

Îl pericolo non è solo l’Iran

Che Roma sia esposta a un pericolo concreto e non abbia difese adeguate, secondo Stroppa è fin troppo evidente. Al punto che, spiega sempre su X, non è necessario che l’attacco parta necessariamente dall’Iran per mettere in difficoltà le difese italiane. «Per farvi capire meglio – ci illumina Stroppa – non serve che l’attacco parta dall’Iran. Basta un peschereccio al largo di Ostia che lanci cinque droni di medie dimensioni carichi di esplosivo e, in mezz’ora, possono colpire sia Palazzo Chigi sia il Quirinale. E se vi state chiedendo se quei fucili anti-drone dell’Esercito funzionino contro questo tipo di minacce, la risposta è: no».


Aprite le porte all’arte e al pensiero 


(di Marcello Veneziani) – Tra le follie delle guerre esplose in questi ultimi anni ce n’è una che mi pare la più idiota e insensata: la ritorsione contro stati e paesi considerati criminali e liberticidi applicata anche agli artisti e alle opere d’arte che provengono da quei paesi. Un rigurgito imbecille e anacronistico di nazionalismo in versione fanatica se non addirittura razzista: l’artista russo, israeliano o iraniano a cui viene negato l’accesso a un evento di arte, di musica o d’altro perché di nazionalità russa, israeliana o iraniana. Lo abbiamo visto in molti casi, anche direttori d’orchestra, attori, cantanti, artisti, perfino capolavori letterari del passato (la suprema delle idiozie). Siamo alla cancellazione dell’arte e dell’artista proveniente da quella nazione; e naturalmente l’aggravante o la prova inconfutabile a suo carico scatta se quell’artista difende, magari per puro amor patrio, la propria nazione in guerra. La censura si accanisce in particolare quando l’ospitalità si estende al di là dell’ambito individuale, e riguarda per esempio il padiglione di una nazione in una rassegna d’arte, in una mostra, in un evento. Bene ha fatto Pietrangelo Buttafuoco, da presidente della Biennale, ad aprire le porte ad artisti russi, israeliani e iraniani contro ogni ottusa e illibertaria riduzione di un artista alla politica del suo paese e alle attuali posizioni dello stato di cui è cittadino. Un artista non può rispondere di quel che fa Putin, Netanyau, Trump o l’Ayatollah.

È veramente stupido che in un’epoca globale, gli ambiti più nobili dell’universalità vengano subordinati all’ostilità tra le nazioni, alle inimicizie pubbliche e alle colpe collettive che così ricadono sui singoli figli di una nazione. Il discorso si estende naturalmente ad altri ambiti, oltre l’arte, la musica, il cinema: come la scienza e la ricerca, il pensiero e la letteratura, lo sport e perfino la gastronomia. E il discorso non muta, a mio parere, se si passa da espressioni di tipo individuale a performance che abbiano una ricaduta “nazionale”, come il padiglione di un paese in una rassegna o le gare mondiali tra atleti e squadre che vestono i colori della propria nazione o il medagliere olimpionico diviso per nazioni. Anche la religione fa parte di quei riferimenti universali che non possono patire esclusioni benché le religioni possano diventare motivazioni o alibi alla base degli stessi conflitti.

Se crediamo, come Machiavelli, all’autonomia della politica, che è poi un principio di modernità, benché non manchino esempi nel mondo classico e precristiano, dobbiamo accettarla anche in senso inverso: non solo autonomia della politica, degli stati e delle appartenenze civiche e nazionali dalla religione e dalla morale, ma anche autonomia dell’arte, del pensiero, della scienza, della morale e della religione dalla politica, dagli stati e dalle nazioni. Principio giusto in linea di principio ma anche in via di fatto, perché tutela non solo la dignità e la libertà di quegli ambiti, ma consente anche in mezzo ai conflitti di avere luoghi neutrali in cui siano possibili relazioni, scambi, tregue, esattamente come i canali diplomatici. Ambasciator non porta pena, si dice, ma anche l’arte e le sue sorelle restano territori franchi, in cui il conflitto si sublima in simbolo, creazione o come accade nello sport in gara, in competizione appassionata ma incruenta.

La barbarie del nostro tempo è l’avvento del nemico assoluto, da demonizzare. Il nemico non va vinto e sottomesso ma va eliminato, criminalizzato e processato anche da vinto, in catene. E dannato anche da morto, in saecula saeculorum. Il nemico assoluto coincide con la guerra totale, che si estende anche in territori un tempo esenti, e coinvolge anche le popolazioni civili, non solo attraverso la coscrizione obbligatoria universale ma peggio, attraverso i bombardamenti a tappeto sulle città e sui luoghi vitali di un paese, inclusi scuole, ospedali e luoghi di culto; oltre la persecuzione, la deportazione, lo sterminio di inermi cittadini, donne, vecchi e bambini, operatori di pace e di soccorso.

Si tratta di circoscrivere il conflitto, non di allargarlo; e di restituire alla guerra la logica pur aspra dei vincitori e dei vinti, non dei giustizieri e giudici e dei criminali da sterminare per sradicare il male, o meglio quel che agli occhi del vincitore è ritenuto tale, dalla faccia della terra.

L’arte può raccontare la guerra, e perfino le passioni di guerra, come la letteratura e può anche parteggiare; lo sport può perfino simulare la guerra, cioè farla entrare nella dimensione del gioco e dell’allegoria; il pensiero può radicarsi in una cultura nazionale, in una tradizione civile, in una religione, ma restano comunque forme di espressione, messaggi, figurazioni e rappresentazioni, non armi o bombe sganciate sul nemico. È giusto che conservino la loro estraneità, la loro neutralità, la loro superiorità rispetto agli eventi conflittuali. Anche perché dopo la guerra verrà inevitabilmente la tregua e poi la pace, e la convivenza tra i popoli fino a ieri in lotta. E sarà da quelle basi rimaste incontaminate dagli odii e dagli scontri che si dovrà poi ripartire, come primi segni di un linguaggio comune, pur nella differenza delle lingue, dei costumi, degli orientamenti e delle preferenze.

A ben vedere l’intolleranza e l’odio verso l’arte altrui è perfettamente coerente con il manicheismo ideologico e intellettuale che prevale nel nostro tempo: un artista o un pensatore, benché grandi, vanno cancellati o maledetti se non sono dalla “nostra” parte. Le barriere ideologiche sono la continuazione coerente delle barriere nazionali.

È legittimo l’orgoglio di un paese verso i propri grandi artisti, pensatori, letterati; ma quell’orgoglio non segna una limitazione, un’esclusione o un accesso riservato solo ai connazionali. Siamo orgogliosi di Dante e di Leonardo, ma non per questo disprezziamo Shakespeare e Goethe; né vogliamo tenerci solo per noi quei grandi, anzi siamo ancor più orgogliosi di Dante di Leonardo perché sappiamo che la loro opera e il loro genio sono universali, riconosciuti da tutti, grandeggiano oltre i confini e i popoli. Questo si chiamava un tempo umanesimo; la perdita dell’umanesimo mi sembra un ulteriore segno della perdita di umanità con un accanimento, un furore, che non appartiene neanche alle bestie.

Aprite le porte all’arte, alla scienza e al pensiero, non chiudetele in recinti e steccati di alcun tipo. Contrariamente allo spirito dominante della nostra epoca, almeno in occidente, noi non pensiamo che la società debba abbattere tutti i muri e superare ogni confine; riteniamo invece benefico il senso del limite e il rispetto dei confini, perché garantiscono identità e sicurezza, comunità e spazi vitali, diritti e doveri. Ma ci sono ambiti che esulano dalle frontiere: come l’acqua che al più può essere incanalata, e come l’aria che può essere al più movimentata, ma il mare e il cielo non possono essere delimitati come la terra e le piante. Così è l’arte, e così è il pensiero in ogni sua forma, anche scientifica o religiosa. Non può uno scoglio arginare il mare…


Guerra in Iran, Trump: “Meloni cerca sempre di aiutare”. Il Pd: “Il governo smentisca”


La frase del presidente degli Usa al Corriere sul tentativo di aiuto è un caso: “Affermazione grave e inquietante, quel conflitto è illegale”, dicono i dem

Guerra in Iran, Trump: “Meloni cerca sempre di aiutare”. Il Pd: “Il governo smentisca”

(ilfattoquotidiano.it) – Una frase, secca: “Cerca sempre di aiutare”. Il soggetto? Giorgia Meloni. E chi l’ha pronunciata? Donald Trump in una breve intervista al Corriere della Sera. Ma è stata sufficiente per innescare la reazione delle opposizioni. Perché arriva in un contesto in cui il presidente degli Stati Uniti, esprimendo apprezzamento per la premier, ha lodato la disponibilità dell’Italia a contribuire alla gestione della crisi in Medio Oriente scatenata dalla guerra in Iran voluta dagli Usa e da Israele.

“Amo l’Italia, penso che Giorgia sia una grande leader”, ha detto Trump. Interpellato sul possibile ruolo italiano nel conflitto e sulla decisione di inviare assetti navali per la difesa di Cipro, il presidente ha aggiunto: “Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica”.

Questa la frase di fronte alla quale il Pd ha subito chiesto un chiarimento: “Nel contesto di una guerra illegale, che ha infiammato il Medio Oriente e scatenato il caos nel Mediterraneo, è un’affermazione grave e inquietante – ha detto il responsabile Esteri della segreteria dem, Peppe Provenzano – L’Italia deve lavorare per fermare una guerra contraria ai nostri principi e ai nostri interessi, non per ‘cercare di aiutare’”. Quindi la richiesta esplicita all’esecutivo: “Il Governo è in grado di smentire nella maniera più chiara queste dichiarazioni di Donald Trump? Gli italiani hanno diritto di sapere la verità”.

Trump, la crisi in Medio Oriente e Meloni: «L’Italia cerca sempre di offrire un aiuto». L’omaggio ai caduti Usa

Il presidente degli Stati Uniti, poco prima di accogliere in Delaware le salme dei sei soldati americani uccisi da un attacco iraniano in Kuwait, parla al «Corriere»: «Giorgia è un’ottima leader»

Trump, la crisi in Medio Oriente e Meloni: «L’Italia cerca sempre di offrire  un aiuto». L’omaggio ai caduti Usa

(di Viviana Mazza – corriere.it) – DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE NEW YORK – Il presidente Donald Trump, rispondendo a una telefonata del Corriere della Sera ieri pomeriggio, ha espresso un forte apprezzamento per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e anche per la sua disponibilità ad aiutare in questa guerra degli Stati Uniti e di Israele in Iran. «Amo l’Italia, penso che sia una grande leader», ha detto Trump della premier italiana. Gli abbiamo chiesto che cosa pensa dell’intervento e dell’aiuto possibile dell’Italia nella guerra, considerato il fatto che stiamo inviando assetti navali per la difesa di Cipro e se ai suoi occhi questo sia abbastanza. Giorgia Meloni «cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica», replica il presidente, senza scendere nei dettagli.

Una rapida battuta al telefono dopo il summit dello «Scudo delle Americhe» a Mar-a-Lago in Florida con gli alleati dell’America Centrale e Latina, prima di prendere il volo per Dover, in Delaware, dove ha assistito ieri alla cerimonia dell’arrivo delle salme dei soldati americani uccisi in Medio Oriente

Poco dopo, Trump ha pubblicato invece sul suo social Truth un messaggio molto critico nei confronti del premier britannico Keir Starmer: «Il Regno Unito, una volta un nostro Grande Alleato, forse il più Grande di tutti, finalmente sta prendendo in seria considerazione di mandare due portaerei in Medio Oriente. Va bene, primo ministro Starmer, non ci servono più. Ma ce ne ricorderemo, non abbiamo bisogno di gente che si unisce alle Guerre dopo che abbiamo già vinto!». 

Mercoledì la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha detto ai giornalisti che Trump si attende collaborazione da tutti i Paesi europei. «Il presidente si aspetta che tutti i nostri alleati europei, ovviamente, cooperino in questa missione attesa da tanto tempo non solo dagli Stati Uniti ma anche dall’Europa, per schiacciare il regime canaglia iraniano che non solo minaccia l’America ma minaccia anche i nostri alleati europei».

Donald Trump ha cambiato completamente il modo in cui un presidente degli Stati Uniti parla ai giornalisti. Da quando ha ordinato gli attacchi in Iran venerdì 27 febbraio, il presidente ha comunicato con post e video direttamente sul suo social network e ha risposto per tutta la settimana al suo cellulare a una serie di chiamate definite «esclusive», della durata di pochi minuti, con giornalisti di media americani che includono i siti Axios Politico, la rivista The Atlantic, i quotidiani New York TimesWashington Post e New York Post, le tv FoxAbcNbcCnn, il sito Washington Free BeaconMS Now, la tv israeliana Channel 14 News. In un paio di casi ha parlato con giornali britannici (Daily MailTelegraphSun) e quella di ieri con il Corriere è la prima battuta al telefono con un giornale italiano. Una strategia mediatica deliberata e non convenzionale in un momento decisivo nel suo secondo mandato.

La missione italiana avviene in coordinamento con gli alleati europei, nell’ambito del cosiddetto «E4» (con Germania, Francia, Regno Unito), un meccanismo spinto dalla premier per affrontare questa fase di emergenza nel Mediterraneo. L’Italia ha mandato la fregata Martinengo a Cipro ha anche deciso l’invio di una batteria di difesa antimissili Samp/T agli Emirati e sistemi anti-droni a Kuwait e Qatar. Martedì scorso il presidente americano aveva ricevuto alla Casa Bianca un altro suo importante alleato europeo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ma durante quella visita ha usato invece toni molto critici nei confronti del premier spagnolo Pedro Sánchez, minacciando conseguenze commerciali per Madrid dopo che il suo governo aveva evitato l’uso per gli attacchi di due basi congiunte in territorio spagnolo e aveva fortemente criticato l’intervento. «La Spagna è stata terribile» ha detto Trump. «Taglieremo tutto il commercio con la Spagna, non vogliamo avere nulla a che fare con la Spagna». 

Poi mercoledì nel briefing con i giornalisti alla Casa Bianca la portavoce Leavitt ha dichiarato: «Penso che la Spagna abbia ricevuto forte e chiaro il messaggio del presidente e da quello che so hanno accettato di cooperare con le forze militari americane». Madrid ha annunciato l’invio di una fregata a Cipro. Trump aveva già criticato Starmer sui giornali britannici, per non aver dato subito la disponibilità — per gli attacchi all’Iran — della base di Diego Garcia nell’arcipelago delle Chagos. Domenica Starmer ne ha poi offerto la disponibilità delle basi per scopi definiti «difensivi specifici e limitati», ma Trump era rimasto arrabbiato per l’esitazione dell’alleato. «Rovina i rapporti. Siamo molto sorpresi. Non è con un Winston Churchill che abbiamo a che fare».


La reazione iraniana e il tramonto occidentale


(Tommaso Merlo) – L’Iran sta scioccando il mondo mentre l’Occidente trema. Fino a ieri l’arrogante sceriffo americano pensava di dominare il pianeta ed invece in una settimana si ritrova ricoperto di lividi. Le decine di basi militari con cui circondava l’Iran sono dei cumuli di lamiere circondate da arabi in festa mentre le loro ambasciate sembrano case palestinesi. Eventi fino a ieri impensabili che il circo mainstream censura a conferma di come l’impero sia al tramonto. Droni e missili iraniani di poche migliaia di dollari distruggono radar e sistemi difensivi che costano miliardi mentre soldati e spioni vengono impallinati mentre fuggono a gambe levate. A Washington pensavano di cavarsela in un paio di giorni ed invece è in fiamme l’intera Asia occidentale. E mentre il Pentagono brancola nel buio, l’Iran implementa una strategia studiata nei minimi particolari e per adesso molto efficace. Quel vecchio rimbambito di Trump blatera di resa incondizionata mentre di fatto gli Stati Uniti sono stati cacciati brutalmente dal Golfo Persico e gli iraniani invece di ribellarsi gli hanno mostrano un mastodontico dito medio. I suoi generali lo avevano avvertito del pericolo ma Trump ha dovuto coronare i sogni della lobby sionista che lo ricopre d’oro da una vita e ha una cineteca intera sulle sue porcherie. Narcisismo patologico e demenza galoppante hanno fatto il resto facendolo ficcare nel vicolo cieco sionista senza nessuna precauzione. Il vicolo cieco e pure sanguinario della decapitazione a tradimento dei leader nemici e dei bombardamenti a tappeto e soprattutto a casaccio nella speranza che da sotto le macerie qualcuno alzi bandiera bianca. Come a Gaza dove stanno ancora aspettando mentre i superstiti palestinesi passano le nottate a godersi i karmici fuochi d’artificio su Tel Aviv. O come in Libano dove gli Hezbollah sono resuscitati dalle grotte e stanno martellando Haifa e gli stinchi degli intrusi. Il solito vicolo cieco e pure sordo. L’assassinio a tradimento dell’Ayatollah ha risvegliato l’orgoglio persiano e di tutto il mondo arabo, mentre bombardamenti e stragi di civili hanno risvegliato lo sdegno dell’intero mondo sano. Davvero impensabile ma è così. L’Iran sta agendo per legittima difesa nel rispetto del diritto internazionale anche nel modo in cui combatte, mentre americani e sionisti sono all’ennesima aggressione illegale e sparano perfino a quei valori occidentali che dicevano di incarnare. Gli iraniani militarmente stanno sorprendendo ma politicamente stanno dominando. Il pianeta è con loro e prega affinché l’impero occidentale infestato di sionismo tramonti sulle montagne iraniane in modo da tornare ad una era di ragionevolezza e pace. E’ così. Nel dopoguerra gli americani erano i leader del mondo libero, oggi sono uno stato canaglia a livello israeliano che insanguina il mondo da decenni per qualche barile di petrolio o per svuotare gli arsenali in modo da ingrassare l’ego dei guerrafondai e le tasche dei magnati dell’indotto bellico. Uno stato canaglia in balia di una oligarchia putrida, con miliardari psicopatici, cricche di pedofili e satanisti e lobby d’invasati biblici che corrompono politicanti sempre più penosi che hanno il compito d’intortare le masse con qualche minchiata elettorale in modo che non smettano di credere che votare serva a qualcosa e che non vi sono alternative. È questa la ragione profonda di ogni male occidentale. L’egoismo viscerale e quindi il danaro che ha corrotto tutto, perfino la democrazia. Il danaro o meglio i gruppi di potere che lo detengono, che hanno rimpiazzato i cittadini al potere. Un andazzo che dal centro dell’impero si espande anche alle colonie europee complici degli americani perfino nel genocidio del secolo a Gaza che più passa il tempo più si sta rivelando uno storico spartiacque. Sono crollati decenni di ipocrisie e propaganda. Siamo noi occidentali i principali responsabili della rovina del pianeta e questo perché abbiamo tradito i nostri valori e quel sistema sia democratico che internazionale che abbiamo costruito nel dopoguerra. Il capitalismo consumista ci ha corrotto dentro facendoci perdere consapevolezza e senno al punto da tradire le Costituzioni scritte dai nostri padri e riducendoci ad una massa di consumatori di robaccia inutile ed indefessi scrollatori. Ma invece di assumercene le responsabilità e cambiare, abbiamo sempre scaricato le nostre colpe su coloro che hanno osato resistere alla nostra prepotenza ed insensibilità. Fino a Gaza, fino alla complicità in una di quelle immonde tragedie che non dovevano succedere più a nessuno. Una tragedia sotto agli occhi di penosi politicanti corrotti dal sistema e a quelli di cittadini totalmente impotenti. Davvero scioccante. Come la reazione iraniana mentre lo sceriffo americano brancola nel buio. Di questo passo l’Iran potrebbe arrivare a liberare Gaza e tutto il popolo palestinese che in fondo è vittima dell’impero occidentale infestato di sionismo. O almeno è questa la speranza del mondo intero, uno storico tramonto occidentale tra le montagne iraniane in modo da tornare ad una era di ragionevolezza e di pace.


Da Epstein alla guerra, il potere senza più limiti


Senza limiti. Lo smisurato, illimitato, impunito genocidio di Gaza ha aperto la porta a una guerra senza limiti: morali, giuridici, umanitari. Senza limiti politici, senza limiti di tempo (può durare “forever”), e senza limiti di luogo (nessuno è al sicuro). È questo ciò che colpisce e travolge della situazione in cui il criminale lucido Netanyahu e il criminale appannato Trump hanno precipitato il mondo con la servile, succube complicità […]

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Senza limiti. Lo smisurato, illimitato, impunito genocidio di Gaza ha aperto la porta a una guerra senza limiti: morali, giuridici, umanitari. Senza limiti politici, senza limiti di tempo (può durare “forever”), e senza limiti di luogo (nessuno è al sicuro). È questo ciò che colpisce e travolge della situazione in cui il criminale lucido Netanyahu e il criminale appannato Trump hanno precipitato il mondo con la servile, succube complicità dei governi europei, incluso quello più grottesco – il nostro –, e con la sola, luminosa, eccezione di quello spagnolo.

[…] La guerra senza limiti è la conseguenza diretta della definitiva rottura del già precarissimo equilibrio dei poteri interni alle democrazie occidentali. Negli ultimi tempi una inarrestabile legge di proporzionalità inversa ha visto il potere di pochissimi super ricchi farsi senza limiti e il potere dei cittadini venire costretto entro limiti sempre più angusti: l’estrema diseguaglianza economica ci ha riportato a un sistema di caste che ordina, dall’alto verso il basso, chi può fare di tutto giù giù fino a chi non può fare nulla, nemmeno manifestare in piazza. Così, questa guerra è una “Epstein War” non solo nel movente occasionale (oscurare il coinvolgimento di Trump nell’abisso di fango e sangue degli Epstein files), ma ancor di più nell’antropologia del potere. Quando Trump (in una intervista al New York Times del gennaio di quest’anno) ha dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità, stava applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato in tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e frequentatore del mondo di Epstein. Un mondo di isole, palazzi, aerei privati in cui la legge non vigeva e in cui i ricchi e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti. Non c’è alcuna soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle donne irretite da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo che lega questi scempi è l’assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite esterno. Non c’è soluzione di continuità tra i “pieni poteri” del maschio, bianco e ricco nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli Stati Uniti dentro il suo Paese (Minneapolis) e quello degli Stati Uniti nel mondo (Venezuela, Iran). In tutti i casi, un potere che considera se stesso “assoluto” non riconosce alcun limite: all’interno non contano la Costituzione, gli Stati federati, i sindaci, i governatori, le università, all’esterno non contano il diritto internazionale, gli altri Stati, gli organismi sovranazionali. In questo assetto non esistono freni: né sul piano simbolico (si può far presiedere il consiglio di Sicurezza […] dell’Onu a Melania Trump, sbeffeggiando contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite, proprio come Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo), né su quello sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione privata, l’osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo: mentre ogni altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università…) o esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong…) viene limitato, svuotato, represso. Agitando il feticcio di una sovranità popolare anch’essa senza limiti, di fatto si priva il popolo sovrano di ogni vero potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una legge ferrea stabilisce che “il potere di aprire e far cessare le ostilità è esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono” (Simone Weil). Dovremmo aprire gli occhi sulla relazione che c’è tra lo smontaggio degli equilibri delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo terribile amore per la guerra.

[…]

Di recente, il filosofo del diritto Tommaso Greco ha ricordato (in Critica della ragione bellica, Laterza 2025) come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il mantenimento della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli Stati: che proprio a questo fine devono essere “repubblicani”, cioè garantire che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere “se la guerra può o non può essere fatta”. Una richiesta che certo non avviene laddove i capi di Stato sono i “proprietari”, dice Kant, dello Stato stesso.

Il fatto che il capo incontri il limite del Parlamento, della legge e di una magistratura libera rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile che quello Stato sia disposto a riconoscere il limite degli altri Stati, e che ci si doti, insieme, di un sistema sovrastatale di regole e istituzioni. Esattamente tutto ciò che ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo dimenticato che ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa: senza limiti.


Elena Basile: “La propaganda che uccide la ragione: Iran, Gaza e il doppio standard dell’Occidente”


(Elena Basile – lafionda.org) – Continuo a non rassegnarmi. Rimango stupita quando mi accorgo che persone dotate di media intelligenza e capacità di raziocinio possano abbeverarsi a una propaganda demenziale. Nei media storici, diplomatici, analisti e i cosiddetti esperti e intellettuali, a vario titolo, ci ripetono da settimane che il governo teocratico iraniano avrebbe ucciso in pochi giorni 40.000 civili. Paolo Mieli sente il dovere di premettere che questi dati non sono verificati, esattamente come quelli relativi a 75.000 vittime che circolano in relazione ai palestinesi di Gaza. Sono tentata di correre via urlando.

Mi ricompongo e continuo a sperare in un dialogo razionale. Il genocidio di Gaza e la cifra di 75.000 morti (approssimata per difetto, come conferma la rivista scientifica Lancet) sono confortati da immagini in streaming che hanno documentato bombardamenti a tappeto, utilizzo di carri armati, intere aree abitative spianate, incendi in campi profughi. La leadership iraniana, per uccidere 40.000 persone in due o tre giorni (mentre Israele, per arrivare a 50.000 morti, ha impiegato mesi), avrebbe dovuto bombardare il proprio popolo, radere al suolo le città, far crollare palazzi.

L’indignazione per questo utilizzo atroce, nei media europei, della facoltà raziocinante cresce, e piangiamo il gregge indottrinato.

Le autorità iraniane hanno provveduto a stilare una lista di tutti i morti civili, con nome, cognome e data di nascita: all’incirca 6.000, inclusi 300 poliziotti. Dov’è la lista delle ONG finanziate da noi che “danno i numeri”?

Le morti sono avvenute in un contesto di regime change, dove — per ammissione occidentale — agenti della CIA e del Mossad trasformavano manifestazioni pacifiche in insurrezioni armate contro municipalità, stazioni di polizia, ospedali e ambulanze. Nelle operazioni di cambiamento di regime (aprite un libro di storia, per favore!) il rispetto per la vita umana è minimo. L’uccisione di civili serve alla propaganda e a far sentire il popolo legittimato a insorgere.

In Italia, se viene picchiato un poliziotto, il governo si sente autorizzato a reprimere le manifestazioni e a stigmatizzare i manifestanti. Come mai l’uccisione di 300 poliziotti iraniani non viene recepita dai media come un fattore che non poteva non scatenare una repressione brutale? Stiamo parlando di scontri tra polizia ed élite addestrate militarmente da servizi stranieri. Nessun dirigente occidentale — neanche i migliori — ha riportato un dettaglio che cambia il quadro e giustifica l’uso della forza legittima da parte dello Stato: l’ABC di una qualsiasi analisi seria.

Avevo scritto nel mio reportage sull’Iran che molti ragazzi — studenti e giovani che si abbeverano alla CNN e odiano i precetti islamici imposti dal potere politico — hanno ingenuamente partecipato alle manifestazioni senza rendersi conto del carattere eversivo e terrorista delle stesse, essendo guidate da servizi stranieri. I migliori di loro, vedendo le loro città bombardate dal terrorismo di Stato israelo-americano, si stanno ravvedendo. 165 bambine trucidate in una scuola e nessuno si è scusato, mentre i giornali occidentali si soffermano sulle sei vittime americane.

Avranno compreso gli studenti occidentalizzati che un genocida come Netanyahu e un suprematista bianco come Trump tengono soltanto ai loro interessi e non alla libertà del popolo iraniano. La balcanizzazione dell’Iran comporta che i civili iraniani siano sacrificabili.

Poco mi aspetto dalla diaspora iraniana: una borghesia piccina piccina che si affida al figlio del dittatore, lo shah Reza Pahlavi, il cui regime terrorizzava il popolo con una sorta di Gestapo, la polizia segreta Savak, e che ha soltanto un obiettivo: ritornare al potere economico che deteneva e liberarsi del declassamento sociale subito come migranti. Sarebbero complici di un nuovo dittatore al quale svendere il Paese pur di tornare classe dirigente, esattamente come i loro genitori e nonni, entourage complice dello shah, fuggito dal Paese dopo la rivoluzione khomeinista.

Direi ai giovani iraniani di costruire un’alternativa riformista nel Paese, possibile se l’assedio militare ed economico occidentale — in piedi da quarant’anni — cessa. Manifestate contro Israele e l’Occidente che strangola volutamente l’economia del Paese e semina morti. Solo in questo modo potrete concorrere alla costruzione di un’opposizione che non può essere rappresentata dallo shah, oppure dai terroristi mujaheddin del popolo (MEK), che combatterono a fianco degli iracheni e degli occidentali contro l’Iran nella guerra del 1980. Né un movimento alternativo alla Repubblica islamica può essere costruito da etnie insurrezionali come i curdi o i beluci. La sirianizzazione del Paese, la guerra civile — strano che gli iraniani non lo capiscano — farebbe rimpiangere il governo teocratico.

L’Occidente è dalla parte sbagliata della storia. L’oligarchia che si esprime nei Democratici USA o in Trump, e nei loro accoliti europei — la maggioranza Ursula — sta distruggendo il multilateralismo creato alla fine della Seconda guerra mondiale. Sta sostituendo il diritto con la forza, normalizzando guerre coloniali, genocidio, discriminazioni razziali e suprematismo bianco.

Che anche il riflesso dei Democratici USA, dei liberali e dei socialisti europei sia complice del nuovo fascismo del XXI secolo ha avuto una rappresentazione plastica nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU tenutosi subito dopo l’attacco israelo-americano del 28 febbraio. Durante quella seduta non solo gli Stati Uniti, ma uno ad uno tutti i vassalli europei non hanno condannato l’attacco israelo-americano, mentre hanno condannato le rappresaglie dell’Iran, che invece sono legittime ai sensi dell’articolo 51 della Carta ONU sul diritto di autodifesa. La razionalità e il diritto sono stati sostenuti dalla Russia, dalla Cina e da altri rappresentanti del cosiddetto “resto del mondo”.

Saremo dunque complici politici di una guerra di aggressione, questo è certo. Ma lo saremo anche dal punto di vista militare. Inviare navi e armi per difendere alleati che si macchiano di un attacco illegale, non provocato e non giustificato (questo sì, non certo l’invasione russa dell’Ucraina), significa essere complici di una guerra illegale e passibili di sanzioni da parte della Corte Penale Internazionale dell’Aia.

La dichiarazione burlesca del ministro Crosetto, secondo la quale gli Stati Uniti non avrebbero richiesto l’utilizzo delle basi americane in Italia, va smentita ricordando che gli americani hanno a Napoli il coordinamento delle forze armate statunitensi e che da Sigonella sono già partiti aerei di ricognizione per la guerra in Medio Oriente e che, per decollo e atterraggio, gli americani non chiedono autorizzazioni.

Di fatto l’Italia sta violando l’articolo 11 della Costituzione sia con il rifornimento di armi all’Ucraina sia ora nella guerra all’Iran. La neutralità nei confronti dei belligeranti è l’unica opzione costituzionale, in quanto la guerra non può essere riconosciuta come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali.

Spiace che persino il socialista Sánchez, il più lungimirante tra i leader europei, abbia voluto partecipare alla missione difensiva di Cipro e che sull’Ucraina sia affetto dalla medesima russofobia diffusa tra i suoi colleghi europei e basata su una propaganda schizofrenica: descrivere Putin come un criminale e poi fare affidamento su di lui per il non uso delle armi nucleari; oppure considerare la Russia una “stazione di gas nel deserto”, incapace di avanzare in Ucraina, per poi dipingerla come una minaccia per i Paesi NATO.


Conte, anatema su Meloni: “Pagherà per le sue astuzie”


Conte, anatema su Meloni: “Pagherà per le sue astuzie”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] La guerra scatenata dall’alleato Trump divampa ovunque, e la domanda è ovvia: il governo e Giorgia Meloni potrebbero pagarne le conseguenze nel referendum del 22 e 23 marzo? Al Fatto, Giuseppe Conte risponde così: “I cittadini faranno pagare a Meloni le sue sciocche furbizie. Continua a cercare capri espiatori e a scaricare su altri le proprie responsabilità”.

[…]

Riflessioni a margine della partecipazione ad Accordi & Disaccordi, in onda ieri sera sul Nove. Prima di entrare in studio, l’ex premier risponde anche sul presidente americano: “Se la premier lo scaricherà? No, non lo farà, perché Meloni non ha mai avuto una linea di politica estera. Insisterà nel barcamenarsi tra Stati Uniti e Europa, senza fare chiarezza”. Secondo Conte insomma la premier proverà a tenersi a galla, in vista di quel referendum che lo stesso leader del Movimento definisce “uno snodo”, e a cui il centrodestra si avvicina mantenendo toni bellici. “Meloni continua ad attaccare i magistrati – sostiene ancora Conte – con una campagna violenta. Ma dimentica che spesso i politici si comportano peggio dei giudici…”. Concetti che l’ex premier e i suoi rilanceranno in giro per l’Italia. E ovviamente anche il 20 marzo, nell’evento di chiusura della campagna promosso dal Movimento che si terrà a Roma (dopo l’evento del 18 dei progressisti, sempre nella Capitale). Nell’attesa, Conte entra in studio, per discutere con Luca Sommi, Marco Travaglio e Paolo Mieli. E dice le sue verità sull’attacco all’Iran: “Trump vuole affrontare la sfida dell’innovazione tecnologica con la Cina a colpi di invasioni e blitz, ma della transizione democratica non gli importa nulla. È una guerra commerciale ed economica”. E ora, cosa accadrà? Secondo l’ex premier, “rischiamo seriamente di rotolare in guerra, trascinati da un patto di fedeltà: ma sono gli Stati Uniti che hanno rotto con qualsiasi principio di diritto internazionale”.

[…]

Ergo, Conte torna a picchiare sul governo: “Non si poteva, ma si doveva” prendere una posizione alla Sánchez, che ha negato l’uso delle basi a Trump. “Ma dove sta scritto che la nostra alleanza comporti sudditanza fino ad assecondare iniziative unilaterali?”. Poi si parla di Russia. “Roberto Vannacci dice di acquistare gas russo? Io di Vannacci non condivido nulla, per me in questo contesto non si può acquistare gas da Mosca. Però non facciamoci portare a spasso dagli Stati Uniti”. Infine, Mieli gli ricorda che Renzi gli ha fatto i complimenti in Senato. E Conte fa una smorfia: “Questo mi preoccupa molto”. Sipario.


Una reazione per nulla irrilevante


Non siamo Londra o Parigi, sull’attacco all’Iran il nostro Paese ha fatto quello che poteva

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – La guerra è una cosa orribile ma sul piano della comprensione del mondo ha un merito indiscutibile: è una straordinaria lezione di realismo, mostra le cose come stanno. Con la guerra, buone intenzioni, illusioni ideologiche, ambizioni malriposte vengono brutalmente spazzate vie e la realtà si mostra per quella che è. Non subito talvolta, ma dopo un po’ di tempo sì, immancabilmente. Non basta: contrariamente a quanto si sente ripetere spesso — che «la guerra non serve a nulla, non risolve nessun problema» — è piuttosto vero il contrario: e cioè che in realtà poche cose come la guerra valgono a cambiare le cose, spesso a cambiare tutto. Basta pensare a quanto accaduto in Europa con due guerre mondiali.
Spero si capisca che dico tutto questo non per amore della violenza, perché mi piaccia veder scorrere il sangue e crollare i palazzi sotto le bombe. Dico tutto questo solo perché penso che la guerra è una cosa maledettamente seria, forse la cosa più seria che ci sia, e delle cose serie è necessario parlare seriamente.

Come spesso accade, la politica italiana, invece, mostra difficoltà a farlo. In questi giorni, ad esempio, si sente parlare di continuo da parte dell’opposizione di un’Italia governata dalla destra che nel reagire all’iniziativa bellica degli Stati Uniti e di Israele sarebbe «a rimorchio» di altri Paesi europei come la Spagna, la Francia, la Gran Bretagna: loro sì capaci di alzare la voce, di farsi sentire. È un’accusa che sa di un certo velleitarismo di sapore nazionalistico, di una sopravvalutazione del nostro peso, e quindi è singolare che venga proprio da sinistra. Potrà dispiacere, a me personalmente dispiace, ma agli occhi del mondo l’Italia non ha la medesima tradizione e la medesima statura militare della Gran Bretagna o della Francia, entrambi Paesi dotati dell’arma atomica. E come dimenticare che la Spagna quando parla, parla sempre anche a nome di qualcosa come un semicontinente — l’America centro-meridionale — abitato da oltre mezzo miliardo di persone? Può forse vantare qualcosa di simile l’Italia? E dice nulla, infine, che in questa accusa di timidezza l’Italia sia di fatto in compagnia della Germania: entrambi Paesi rovinosamente sconfitti nella Seconda g+uerra mondiale? Se ne convinca anche la sinistra: la storia non è acqua e le guerre lasciano conseguenze. Possono cambiare forse per sempre il peso politico di una Nazione e non tenerne conto rischia di esporre al massimo rischio che si possa correre nelle circostanze attuali: il rischio del ridicolo.

E invece, tutto sommato, aver detto di dichiarare illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale l’azione israelo-americana, aver fatto chiaramente capire che non saremmo per nulla entusiasti di una richiesta di Washington per l’uso delle sue basi militari sul nostro territorio, e infine aver inviato un’unità navale a difesa di Cipro non mi sembra da parte del nostro governo una reazione proprio irrilevante. Certo, se nel Mar Rosso avessimo una seconda portaerei che non abbiamo, se potessimo mandare a qualche Paese del Golfo una dotazione significativa di batterie antimissili, le cose sarebbero forse alquanto diverse. Ma non ricordo di aver mai sentito qualcuno a sinistra domandare la costruzione di una seconda portaerei o di accrescere la nostra produzione di armamenti. Bisogna pensarci prima, lo ripeto: quando ormai la parola è alle armi, sono le armi, non le parole, le sole cose che contano.

E poi c’è la politica, la politica e le incertezze della guerra. Oggi non possiamo saperlo, ma se l’azione di Israele e degli Stati Uniti si concludesse domani con una vittoria, con una vittoria vera, e cioè con un cambio di regime a Teheran — cosa che in questo momento appare difficile ma non impossibile — allora nel Medio Oriente tutto muterebbe, nulla sarebbe più come prima. Il radicalismo islamista con tutte le sue propaggini terroristiche incorrerebbe in una sconfitta che è difficile non immaginare definitiva. Si aprirebbe così, innanzi tutto, la via al ristabilimento di un Libano finalmente pacificato nonché a un cambio completo della situazione all’interno del fronte palestinese, con possibilità di soluzioni per ora imprevedibili del conflitto secolare che lo contrappone alla controparte ebrea. Ma a quel punto nulla impedirebbe che intorno al duo Usa-Israele si consolidasse quasi naturalmente una sorta di patto di Abramo allargato con dentro oltre ai Paesi del Golfo e l’Arabia anche la Siria, il suddetto Libano, l’Egitto e la Giordania. Insomma una vera rivoluzione geopolitica dalle molte ripercussioni possibili, destinata comunque a cambiare da subito la situazione del Mediterraneo e del Nord Africa, di tutta l’area dal Mar Nero a Gibilterra.

E allora, se mai dovesse verificarsi una situazione del genere, potrebbe rivelarsi certamente utile il fatto di non avere oggi rivolto parole di fuoco contro il despota di Washington, di non esserci, oggi, precipitati a condannare, a dissociarci troppo ad alta voce dalle sue imprudentissime imprese. Senz’altro le anime belle, ammesso che ce ne siano, se ne dispiacerebbero ma a quel punto l’Italia e il suo governo potrebbero averne un vantaggio di qualche tipo. E magari, chissà, anche importante: capita, in politica.


Csm e Corte: il governo si nomina i membri laici


L’ex giudice Nencini: “Se vince il sì cade l’obbligo del quorum e ogni governo potrà scegliere i membri laici del Csm con la sola maggioranza semplice”. La riforma farebbe decadere la legge istitutiva che impone maggioranza qualificata […]

L’ex giudice Nencini: “Se vince il sì cade l’obbligo del quorum e ogni governo potrà scegliere i membri laici del Csm con la sola maggioranza semplice”

(estr. di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – […] Se la riforma Nordio entrerà in vigore, nulla impedirà alla maggioranza del momento di nominare da sola tutti i membri laici dei due futuri Consigli superiori della magistratura e dell’Alta Corte disciplinare. La norma che impone le “larghe intese” per garantire le opposizioni, infatti, non esisterà più. A evidenziare uno dei tanti buchi neri della legge, segnalando un rischio finora sottovalutato, è l’ex presidente della Corte d’Appello di Firenze Alessandro Nencini, che guida la sezione toscana del comitato “Giusto dire No” promosso dall’Associazione nazionale magistrati. Piccola premessa tecnica: come i nostri lettori ben sanno, il sorteggio per selezionare i componenti dei nuovi organi sarà asimmetrico, cioè vero per i magistrati e “pilotato” per professori e avvocati scelti dalla politica, che verranno estratti nell’ambito di una lista compilata dal Parlamento (di cui non è specificata la lunghezza). Ebbene, mentre ora per eleggere i membri del Csm serve un quorum dei tre quinti delle Camere, per compilare quella lista – almeno sulla carta – basterà la maggioranza semplice.

[…]

Il motivo lo ha spiegato Nencini mercoledì sera, parlando a un incontro a Firenze con Marco Travaglio e la pm Christine von Borries: “La maggioranza qualificata che noi applichiamo oggi”, ricorda, “deriva dalla legge istitutiva del Csm del 1958”. Ma con la riforma il Csm come lo conosciamo oggi non esisterà più: sarà diviso in due, uno per i giudici e uno per i pm, e gli verrà tolta la funzione disciplinare, affidata all’Alta Corte. Quella legge, quindi, sarà automaticamente abrogata perché incompatibile. E a quel punto cosa resta? “L’articolo 64 della Costituzione, in base al quale le Camere deliberano a maggioranza dei presenti, salvo che la stessa Costituzione preveda maggioranze diverse”. E sul Csm, sparita la legge del ’58, la Costituzione nulla dice. Ecco quindi che il governo di turno, rispettando la Carta, potrà legittimamente accaparrarsi tutti i “sorteggiabili”. In questo modo – riassume Nencini – da una parte avremo magistrati tirati a sorte, “senza rapporto con la base, legittimazione e responsabilità”, dall’altra “una pattuglia serrata che rappresenta un preciso interesse di parte” e quindi potrà “condizionare o determinare le scelte dell’organo di autogoverno della magistratura secondo un orientamento di parte”.

[…]

Ovviamente è possibile che dopo la riforma sia approvata una norma ad hoc per imporre una maggioranza più larga: un’apertura in questo senso è già arrivata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. “Chiunque può promettere qualsiasi cosa”, commenta Nencini al Fatto, “ma al momento la norma applicabile è solo l’articolo 64 della Costituzione, e quindi la maggioranza semplice. E su quella base, se volesse, il governo potrebbe andare avanti: non c’è bisogno di scrivere nulla. Mi sembra importante sottolineare questo aspetto, perché lascia aperto un quadro inquietante. E d’altra parte, francamente non avrebbe senso dividere il Csm se non si volesse fare un’operazione anche sulle maggioranze: tutto il resto della riforma si poteva realizzare con legge ordinaria”.


Giustizia, con la riforma Nordio la destra mette a rischio le garanzie di tutti


La nuova norma, se entrasse in vigore dopo il referendum, non ci consegnerà una magistratura più autonoma forte e legittimata agli occhi dei cittadini

Giustizia, con la riforma Nordio la destra mette a rischio le garanzie di tutti

(di Carlo Bonini – repubblica.it) – Il fairplay e il garbo con cui Marina Berlusconi argomenta le ragioni del suo voto al referendum sulla giustizia e la scelta di farlo sulle colonne di questo giornale sono una buona notizia. Perché segnalano che è e resta possibile affrancare il discorso pubblico dalla dismisura di chi, a cominciare dalla presidente del Consiglio, coltiva una concezione tribale della politica e la logica del nemico. Ha dunque ragione Marina Berlusconi nel dire che l’uguaglianza di fronte alla legge, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’indipendenza e autonomia della magistratura, la credibilità delle istituzioni e la qualità della democrazia sono un patrimonio comune. Ma è esattamente per questo motivo che Repubblica ha con coerenza, convinzione e necessaria durezza, avversato ieri il disegno politico di suo padre e si oppone oggi alla riforma costituzionale che di quel disegno è il compimento.

Se infatti vogliamo sgomberare il tavolo dallo stucchevole e disperante armamentario lessicale che ha accompagnato questa campagna elettorale e questi ultimi 25 anni di dibattito sulla giustizia e quindi riconoscere che i princìpi della presunzione di innocenza, della parità tra pubblica accusa e difesa, del giusto processo, sono una conquista acquisita alla civiltà giuridica di tutto il Paese e non di una sua parte, bisogna farsi una semplice domanda: se questa riforma costituzionale ce li restituisca più forti e garantiti consegnandoci una magistratura ancora più indipendente, autonoma e legittimata agli occhi dei cittadini. E la risposta è no.

Da persona informata quale è, Marina Berlusconi e quanti voteranno come lei sanno che la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente esiste già nei fatti (la riforma Cartabia del 2022 ha stabilito che un magistrato possa passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice, e viceversa, una sola volta nella sua intera carriera e comunque entro i primi dieci anni dalla sua immissione in servizio). E sanno anche che l’inefficienza e l’estenuante lunghezza della giustizia, soprattutto quella penale, ha ragioni strutturali che interpellano la carenza degli organici e un macroscopico contenzioso figlio della bulimia legislativa con cui la politica è sistematicamente intervenuta sul diritto sostanziale come su quello processuale. Per giunta con una caratteristica costante: l’assenza di qualsivoglia disegno riformatore.

La posta in gioco del voto del 22 e 23 marzo è dunque un’altra. E non ha a che fare con la difesa dell’habeas corpus o della terzietà del giudice. È politica, come la stessa Marina Berlusconi riconosce e come suo padre, del resto, ha sostenuto per lustri. E ha a che vedere con le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura. Quelle che i nostri padri costituenti individuarono nella sua autodichia. Nel potere di autogovernarsi amministrativamente e disciplinarmente e dunque di essere impermeabile alle pressioni o alle ingerenze degli altri poteri dello Stato. La riforma costituzionale, separando l’unicità dell’organo di autogoverno della magistratura in due distinti Csm, impedendo che a definirne la composizione sia il principio fondante di una democrazia, quello della rappresentanza, a vantaggio di un sorteggio, istituendo un organo disciplinare (l’Alta corte) inedito che equivale a un giudice speciale (un unicum che non ha uguali in nessuna pubblica amministrazione, né nelle autorità di garanzia, né nelle magistrature amministrativa, contabile, militare), a quella garanzia di autonomia e indipendenza infligge un colpo mortale. Per giunta, in un contesto politico dove – solo per dirne una – la maggioranza di governo si prepara a cucirsi addosso una nuova legge elettorale che le garantisca un numero maggiore di seggi di quanti ne avrebbe con le attuali regole.

Crediamo a Marina Berlusconi quando dice che il suo voto al referendum non ha nulla a che fare con il suo orientamento politico. E dunque ci piace immaginare che lo pensi anche lei di Repubblica e di quanti andranno a votare no. Perché nella difesa dell’impianto costituzionale che questa riforma manomette non ci sono le ragioni né della degenerazione correntizia della magistratura associata, né pulsioni giustizialiste, né le “toghe rosse”. C’è, al contrario, la difesa convinta di un equilibrio tra poteri dello Stato che ci ha regalato settantanove anni di democrazia, che non ha impedito alla sinistra e alla destra di alternarsi nella guida del Paese e che ha sin qui consentito di non creare aree di eccezione al principio di legalità. Siamo e restiamo convinti che una politica forte non debba aver paura di una magistratura autonoma e indipendente. E che quando questo accade e per questo si mette mano a colpi di maggioranza alla Costituzione, la nostra legge fondamentale, non si debba e non si possa rimanere inerti. Con la convinzione, la coerenza e la durezza che la posta in gioco richiede.


Il Dio giusto e il Dio sbagliato


(di Michele Serra – repubblica.it) – Si dice che il vocabolario di Trump è quello di un bambino di dieci anni che ha letto poco. Ma forse perfino un bambino di dieci anni che ha letto poco si domanderebbe: ma perché mai il capo degli Stati Uniti dovrebbe nominare il capo dell’Iran? Con quale diritto? Secondo quale logica? Qualcosa suggerirebbe al bambino di dieci anni che no, il capo degli Stati Uniti non può nominare il capo dell’Iran, a quindicimila chilometri di distanza.

Nei fatti, per l’anagrafe e anche per la cronaca, non è un bambino di dieci anni, è un maschio anziano di ottant’anni, ebbro di potere, a pronunciare le frasi incredibili che ogni giorno gli escono di bocca. La distruzione, la demolizione, l’annientamento del nemico, in pratica l’assoggettamento di novanta milioni di persone al suo arbitrio personale, sono le parole (testuali) che adopera questo signore, molto simili, per la banale ferocia, a quelle del clero fanatico che da mezzo secolo brutalizza i persiani, i curdi, gli azeri, i turcomanni e le altre etnie che hanno la disgrazia di vivere, volenti o nolenti, dentro i confini della “repubblica islamica”, costretti con la violenza e l’intimidazione alla religione unica.

E cosa fa, l’ottantenne della Casa Bianca, per contrapporsi al fanatismo religioso che calpesta la libertà in Iran? Prega il suo Dio, circondato dai pastori evangelici che sono i suoi pasdaran elettorali, e invoca la vittoria contro il Male. A questo si riduce, alla fine, il famoso “primato occidentale”? A contrapporre il Dio giusto al Dio sbagliato? Ma questa, scusate, si chiama: bancarotta morale e bancarotta politica.


Il silenzio (e la strage) delle innocenti


Non avevano diritto a un sincero sentimento di pietà i 165 corpi sepolti sotto il cemento armato nella scuola elementare femminile, la Shajaba Tayyiba di Minab nel sud iraniano, colpita il primo giorno di guerra da un raid aereo? Erano quasi tutte bambine tra i 5 e i 12 anni ma neppure le immagini delle aule e dei banchi macchiati di sangue hanno messo un freno […]

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Non avevano diritto a un sincero sentimento di pietà i 165 corpi sepolti sotto il cemento armato nella scuola elementare femminile, la Shajaba Tayyiba di Minab nel sud iraniano, colpita il primo giorno di guerra da un raid aereo? Erano quasi tutte bambine tra i 5 e i 12 anni ma neppure le immagini delle aule e dei banchi macchiati di sangue hanno messo un freno alla faziosità cinica e demenziale di coloro che nei giorni successivi si sono esclusivamente preoccupati di scaricare sul nemico di turno la colpa, per meglio potere assolvere l’amico di turno. Ora accusano una bomba americana le informazioni dall’agenzia Reuters raccolte sulla base di fonti anonime del Pentagono e anche se le indagini non hanno ancora raggiunto una conclusione definitiva i dubbi sembrano pochi. Ciò non basterà, sicuramente, a convincere gli amichetti di Trump e Netanyahu che per giorni hanno puntato il dito contro gli stessi iraniani raccontando di un errore di mira o forse ancora peggio (o forse ancora meglio ai loro occhi?) di una strage voluta dagli ayatollah per inchiodare all’esecrazione globale il Grande Satana a stelle e strisce.

[…] Se sono stati gli americani la giustificazione addotta dagli alti comandi, quella dei “danni collaterali perché l’esercito Usa non colpisce scuole”, lascia inalterata l’origine di tanto orrore: l’attacco brutale deciso dai due soci Donald & Bibi mentre era in corso un (finto?) negoziato per convincere Teheran a rinunciare alla costruzione dell’arma nucleare. Dinanzi a tanto sangue non sfugge neppure l’uso strumentale che ne fa il regime dei mullah per provare a compattare la nazione. Restano le bare bianche di quelle 165 creature e l’indicibile strazio dei genitori che, tuttavia, per l’artiglieria politica e mediatica sono soprattutto numeri da gettare sulla bilancia di un alterco fine a se stesso, di un mercato della morte dove torto e ragione sono una variabile legata alla convenienza del momento. Ciò finisce per suscitare nel pensiero dominante una crescente indifferenza per l’incessante strage degli innocenti. Finisce per avvelenare le fonti stesse dell’umanità. Per svalutare valori come solidarietà e compassione. Per lasciare campo libero al cieco match della faziosità.

[…]

In un altro mondo la strage delle bambine iraniane avrebbe meritato, per giorni, le prime pagine dei quotidiani e l’apertura dei Tg. Forse si aveva timore di apparire troppo filo-iraniani o troppo contro la Casa Bianca e Israele, e dunque meglio nascondere quei corpi? Oppure, dopo gli oltre ventimila bambini uccisi a Gaza dalle bombe dell’Idf, meglio distogliere lo sguardo?


Se l’America combatte in nome di Dio


Il presidente Donald Trump mentre scende dall'Air Force One

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Penultime da casa Trump: l’America non perde tempo a cambiare il regime iraniano, vuole solo selezionarvi un “buon capo” che ne firmi la resa incondizionata. Badoglio cercasi, glosseremmo noi provinciali. In compenso, The Donald è intento a cambiare il regime americano. L’ideale da avvicinare è la monarchia teocratica. Il presidente-re si vuole sciolto dalla costituzione: “Rispondo alla mia moralità e al mio spirito”. Detto fatto. Congresso sedato, Corte Suprema aggirata, Stato profondo sotto epurazione, governo nel caos fra scaltri opportunisti (Rubio), lealisti eccitati (Hegseth) e sleali silenti (Vance).

Trump sta sovvertendo la liberaldemocrazia a stelle e strisce. E siccome siamo in America, paese fondato sulla religione di sé stesso, la rivoluzione trumpiana si autoproclama in missione celeste. Confermata dalle preghiere per il presidente taumaturgo amministrate nello studio ovale dal predicatore di giornata. Assistiamo alla nazionalizzazione di Gesù Cristo secondo canoni apocalittici di stampo evangelicale. Il 6 marzo trenta deputati democratici hanno scritto all’ispettore generale del dipartimento della Difesa — non Guerra, definizione ufficiale, perché a rivoluzione in corso ognuno si chiama come gli pare — per denunciare il catechismo da crociata imposto alla truppa da alcuni comandanti. Costoro spiegano che “gli attacchi americani e israeliani accelerano il ritorno di Gesù Cristo” perché rispondono al “piano di Dio”. In linea con l’interpretazione del governo che “presenta pubblicamente la politica americana in Medio Oriente in termini esplicitamente religiosi”. La guerra all’Iran è scritta nella Bibbia. La Fondazione per la libertà religiosa dei militari americani cita dozzine di analoghe denunce da parte di interi reparti: “Stamattina il nostro comandante ha aperto il rapporto sullo stato della preparazione al combattimento raccomandandoci di non farci spaventare da quanto ci sta succedendo al fronte. Ci ha ordinato di dire alle nostre truppe che ‘è tutto parte del piano divino di Dio’ con specifico riferimento al Libro dell’Apocalisse sull’Armageddon e l’imminente ritorno di Gesù Cristo.” Gran finale: “Il presidente Trump è stato scelto da Gesù per accendere in Iran il marchio di fuoco che provocherà Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla Terra”.

Proclamare “Dio è con noi” non porta fortuna. Rivela però il grado di assimilazione fra vertici americani e israeliani. In guerra per Nostro Signore contro il Diavolo/Amalek. Eppure sei mesi fa lo stesso Trump aveva riunito la crema dell’ufficialità nazionale per mobilitare le Forze armate contro il “nemico di dentro”. Intanto i media diffondono stralci del rapporto con cui il Pentagono aveva sconsigliato l’attacco all’Iran. Gli Stati Uniti vivono il cambio di stagione all’insegna del principio di contraddizione: il sì annuncia il no e viceversa. La non-strategia a stelle e strisce ha avuto i suoi anni di fulgore quando la strapotenza poteva permettersi di sbagliare tutto prima di azzeccare la mossa giusta. Tempo scaduto. Non si può dominare il mondo guardandosi allo specchio senza affacciarsi alla finestra. Ma se ti credi inviato del Supremo non puoi fare altrimenti perché cadresti in terrene tentazioni.

Quale che sia l’esito bellico della crociata contro la “teocrazia iraniana” — lo specchio di Trump non l’ha avvertito che a Teheran comandano i pasdaran, non i teologi imamiti — resta che la Casa Bianca è in perfetta consonanza escatologica con l’ultradestra ebraica. Salvo non trascurabile differenza: molti fra gli evangelicali a stelle e strisce sono fieri antisemiti. Adesso sappiamo qual è il fine di questa guerra: la fine del mondo. Trump è profeta di Dio, insieme a Netanyahu. Mentre le guerre di Bibi incrinano il filo-israelismo genetico degli States e ne spaccano la diaspora ebraica, la sintonia fra gli ultrareligiosi delle due sponde forgia l’alleanza da Dio benedetta. Inscalfibile? Dubitiamo.

Le biografie dei due condottieri ne escludono la vocazione al martirio (proprio, non l’altrui). Non stupiremmo se virassero d’improvviso dalla guerra fine del mondo al prosaico pragmatismo. Al compromesso con la realtà che potrebbe spingerli a una tregua sporca mascherata da vittoria totale e definitiva, come già dopo la campagna del giugno scorso. Se così non fosse, gli apocalittici avranno avuto ragione. Postuma.