
(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Tra le svariate boutade (o per meglio dire “butanade”) di cui avidamente si nutrono stampa e talk – del tipo: Meloni direbbe di no ai voti di Vannacci anche a costo di non raggiungere il premio di maggioranza; oppure, con la sua riforma elettorale la premier sarebbe disposta, perfino, a far vincere il centrosinistra pur di assicurare la governabilità del Paese – la barzelletta del cosiddetto Federatore, a cui ricorrere per evitare lo scontro Schlein-Conte nelle primarie, le supera tutte. Già fa abbastanza sorridere il termine pomposo applicato a un tizio che dovrebbe “federare” non si sa bene chi e cosa, ma a farci sbellicare è l’immagine stessa del tizio – immaginiamo abbigliato per la bisogna in grande uniforme, provvisto di alamari e tutto il resto – colto mentre si appropinqua a federare. Figura che sembra fatta apposta per spargere altra benzina (con quello che costa) sul fuoco in un campo più o meno largo dove ogni scusa è buona per baccagliare.
[…]
Tra i profili più gettonati ci sono gli iscritti al club dei centristi moderati e bene educati, una moltitudine di cui abbiamo perso il conto. Il nostro preferito resta di gran lunga il leader della formazione Più Uno che dopo l’adesione di Franco Gabrielli può legittimamente chiamarsi Più Due. Ma pure: Attenti a quei due. O anche a quei tre se, con tutto il rispetto per la micidiale combinazione esattore-poliziotto, all’ex direttore dell’Agenzia delle entrate e all’ex capo della Polizia si aggiungesse un altro profilo di vasta popolarità tra le masse. Poniamo, un imprenditore riformista delle pompe funebri o magari l’esorcista. Come possibile federatrice, e dunque potenziale terzo nome per mettere d’accordo tutti, ci sarebbe l’immancabile Silvia Salis. Anche se non tutto l’elettorato femminile progressista, quello per dire che la sera torna a casa sfinito e con i rifiuti da buttare nei cassonetti, si dichiara d’accordo con le meravigliose calzature Manolo Blahnik e altre griffe indossate della sindaca di Genova.
[…] Giorni fa, Siegmund Ginzberg, firma e corrispondente dall’America dell’“Unità” dei tempi d’oro, e dunque esperto del ramo, ha scritto sul “Foglio” che “la sinistra in Italia si è sempre attivata un sacco per perdere, per non assumersi la responsabilità di governare”. Egli riferiva di accanite discussioni in redazione nelle quali c’era chi passava i pomeriggi a spiegare che il Pci dava il meglio di sé stando all’opposizione e dunque guai se andasse al governo. “La sinistra all’opposizione era rispettata. Anche dagli avversari. Contava, pesava. Difendeva efficacemente i lavoratori, le donne, i giovani. Dava lavoro, stipendio, carriera a molti. Aveva un consenso vero”. Secondo Ginzberg quella sinistra dava speranze che le cose potessero cambiare, che il futuro non fosse solo tutto nero. “Quelli della mia generazione non sono mai stati così felici come quando eravamo all’opposizione”. Viene il sospetto che i leader del centro-sinistra, con l’aggiunta dei possibili federatori, lavorino alacremente per rendere felici i propri elettori.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Nel manicomio della stampa padronale galoppano libere e belle quattro ideone, una più strepitosa dell’altra.
1) Siccome la Schlein non vuole Conte candidato premier perché metterebbe in fuga una piccola parte degli elettori Pd e Conte non vuole la Schlein perché metterebbe in fuga una gran parte degli elettori M5S, non bisogna far decidere gli elettori alle primarie, ma accordarsi aumma aumma su un nome terzo […]

(Giancarlo Selmi) – Gori, l’ex dipendente del “de cuius” Berlusconi, attuale esponente della destra economica che ha deciso, tramite Renzi, di infiltrarsi in un partito che, misteriosamente, si continua a definire di sinistra, è uscito dalla direzione di quel partito con la faccia torva. Perché c’è ancora qualcuno, in quel partito, che non vuole farlo diventare una succursale di Forza Italia e lui, insieme ai suoi camerati di merende, i cosiddetti “riformisti”, s’incazza.
Fin qui un libro già abbondantemente spoilerato, se non ci fosse l’intervento della Segretaria di quel partito che, invece di pararsi il culo dagli attacchi degli infiltrati di destra renziani, sionisti, armaioli e forzitalioti, che prima o poi la faranno fuori, fa un intervento senza né capo né coda, gridando che il suo partito, il PD, ce l’ha più lungo e che, quindi, nessuno osi. Chiaramente rivolto a Giuseppe Conte.
Qualche giorno fa l’ho difesa. Oggi, e lo dico con forza: me ne sono pentito. La Schlein è veramente poca cosa. E lo dico perché vorrei che ci fosse un’opposizione vera a questa destra che ci sta massacrando e questo PD, a questo punto compresa la segretaria, il tentativo di creare un’alternativa credibile lo sta letteralmente sgretolando. Si parlava di programma: bene, il Movimento 5 Stelle, qualunque cosa ne pensi l’inossidabile debenedettiana Gruber, lo ha.
È un programma stilato sulle indicazioni uscite da oltre 100 assemblee, che hanno visto la partecipazione di oltre 17.000 persone. La metà delle quali non iscritte al Movimento. Il PD, fino a prova contraria, non so cosa ne pensi la Gruber, un programma non ce l’ha. E non ce l’ha perché bisogna tenere tutto dentro. Comitati di affari e “cacicchi” compresi. Bisogna tenere dentro Fiano, che piange più della Meloni, si sente perseguitato e approva il genocidio.
Bisogna tenere dentro Fassino, Quartapelle, Sensi, Gori che la sinistra la conoscono perché lì si sorpassa in autostrada, ma poi tengono la destra. Bisogna tenere dentro Guerini, armaiolo e guerrafondaio, non a caso ex Ministro della Difesa. Chissà come mai. Bisogna tenere dentro ex democristiani, sceriffi come De Luca, illuminati, o forse no, imprenditori. Insomma una macedonia che vuole esattamente le stesse cose che vuole la Meloni.
Il problema, per loro, è chiedere il voto per un’alternativa alla Meloni, quando continuano a votare con la Meloni, vogliono le stesse cose, esclusa la parte identitaria, della Meloni. Insomma chiedono i voti per andare al governo e poi proseguire, in campo economico e con guerra e riarmo, l’opera della Meloni. Però voti non ne hanno e, allora, ben vengano quelli del Movimento, però minacciano: state là e non rompete i cabbasisi, noi comandiamo.
Veramente poca cosa. La legge elettorale, qualunque sarà quando andremo a votare, impone alleanze. Ma siamo veramente sicuri che una parte del PD voglia veramente vincere? Siamo sicuri che vogliano cambiare il Paese? Sono sempre stato possibilista, però le speranze, dopo aver sentito l’intervento della Schlein, un’autentica apoteosi del nulla, si assottigliano. Credo che abbia detto bene Giuseppe Conte: ho ricevuto un mandato, lo rispetterò.
Un governo che non cambi il Paese, che prosegua l’opera meloniana sotto altro nome, non m’interessa. No al riarmo, no alla guerra, interruzione dei rapporti con Israele, redistribuzione, attenzione alle fragilità sono gli argini che non possono essere travolti da alcun compromesso. La strada è segnata: caccino via i riformisti, abbraccino un programma autenticamente di sinistra o nulla.
Consegneranno il Paese ai fasci, d’altra parte lo hanno già fatto, se ne assumeranno in pieno la responsabilità e, forse, stavolta scompariranno. Chissà se non sia alla fine un male sopportabile. Più oscuro di mezzanotte non c’è nulla.
L’ex deputato 5Stelle critica ferocemente il campo largo: “Sull’Ucraina Schlein è avvilente”, “il Movimento prima martellava sulle idee di Casaleggio”. La previsione: “Così rivince Meloni”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Rieccolo, in camicia bianca e completo nero. Netto, come sempre: “Se continuano di questo passo quelli del campo largo possono anche non presentarsi alle Politiche”. E ancora: “Le parole di Elly Schlein sull’Ucraina sono avvilenti”. Picchia forte Alessandro Di Battista, nell’intervento ad Accordi&Disaccordi, in onda questa sera sul Nove. Riappare in uno studio televisivo dopo mesi assieme al professore Alessandro Orsini, per rispondere alle domande di Luca Sommi. E ovviamente parla volentieri di Cuba, “che sta subendo il peggiore momento di pressione della sua storia per l’embargo degli americani”, ma dove gli hanno “salvato la vita”, come ripete rievocando i giorni del malore e del successivo intervento subito in un ospedale cubano. E della guerra in Ucraina: “Serve un compromesso, ascoltando anche le ragioni di Putin”.
Parla in scioltezza, come se non gli fosse accaduto nulla. Eppure lo ribadisce lui: “Sono malato”. Guarda in faccia quel tumore che è convinto di poter battere. Ma nel frattempo Di Battista ragiona anche di politica italiana, quindi anche di quel centrosinistra che non gli piace per nulla. “I progressisti parlano raramente di temi, mentre il Movimento non faceva che martellare sulle idee di Gianroberto Casaleggio, dal reddito di cittadinanza all’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti”. E’ severo con i Cinque Stelle, ma ancora di più con Schlein: “E’ avvilente sentirla parlare dopo anni di pace giusta. Sento che ora invoca un inviato dell’Europa per la trattativa: e allora faccia un nome”. Decisamente il campo largo non lo convince: “Per me Giorgia Meloni resta favorita nelle prossime elezioni”. Ma naturalmente c’è tempo anche per parlare del genocidio a Gaza, forse la sua principale battaglia politica: “L’Italia è succube di Israele, e l’Europa è rimasta inerte. Non ho difficoltà a definirmi profondamente anti-sionista”. Sipario. Di Battista c’è, per farsi sentire.
(AGI) – “Ieri, in occasione della Festa dei nonni, il circolo di Fratelli d’Italia Garbatella ha organizzato una pizza per dire grazie ai nostri preziosi nonni. Quella che doveva essere una semplice serata per stare insieme si e’ trasformata in qualcosa di piu’, con l’arrivo di un’ospite che non ci aspettavamo, sorrisi, emozioni, ricordi e tante storie da condividere. Una bellissima serata”.
Lo scrive sui social la responsabile della segreteria politica di FdI Arianna Meloni, sorella della premier, postando alcune foto dell’iniziativa, a cui a sorpresa ha partecipato anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
“I nonni sono memoria, tradizione, amore, un ponte fondamentale tra generazioni. Sono una presenza preziosa nelle nostre famiglie: ci sono, aiutano e si prendono cura dei nipoti con amore infinito. Spesso diamo per scontati i loro gesti, ma scontati non sono. Nell’Italia che stiamo costruendo non si sceglie tra giovani e anziani, ma si cresce insieme.
Proprio ieri il governo ha approvato un Piano nazionale per la cura della fragilita’ e della non autosufficienza, con oltre 1,5 miliardi di euro. Meno burocrazia, piu’ risorse, piani personalizzati per seguire i piu’ fragili e attenzione verso i caregiver. Un nuovo modo per pensare alla societa’ che cambia e in cui si vive piu’ a lungo. Ma anche un modo concreto per prenderci cura di chi si e’ preso cura di noi”, aggiunge l’esponente di FdI.
Dopo il botta e risposta con Schlein, il leader M5S rilancia sui social uno spezzone video del suo intervento a Frosinone. E la segretaria dem condivide la clip dell’ultimo passaggio dell’intervento alla Direzione Pd

(adnkronos.com) – “Avete dato un mandato preciso. Vogliamo cambiare l’Italia. Se non si riesce a cambiare l’Italia e viene fuori un progetto diluito, annacquato”, “io a questo non mi presto”. All’indomani del botta e risposta con Schlein, il leader M5S Giuseppe Conte rilancia sui social uno spezzone video del suo intervento ieri a una iniziativa a Frosinone. E a corredo delle immagini aggiunge “Chiaro?”.
Conte dice nel video: “Avete dato un mandato preciso. Vogliamo cambiare l’Italia. Se non si riesce a cambiare l’Italia e viene fuori un progetto diluito, annacquato perché poi iniziano i compromessi tra le singole forze politiche, dopo non dobbiamo scontentare gli Stati Uniti e dopo non dobbiamo scontare Bruxelles. E poi non dovremo scontentare le banche, poi non dovremo scontentare i colossi energetici, poi i colossi delle armi. Poi ci verrà detto che dobbiamo mantenere buoni rapporti con Israele. E allora io a questo non mi presto. Ora io ho questo mandato, ho il mandato di confrontarmi con le altre forze politiche portando quello che è il frutto della sensibilità dal basso raccolta dai cittadini. Siete voi che mi state chiedendo di cambiare il Paese in quel modo lì che avete scritto e che avete votato“.
Le parole di Conte sono arrivate dopo che ieri, nel corso del suo intervento alla Direzione Pd, Elly Schlein ha avvertito gli alleati sulla leadership del campo largo in caso di vittoria alle prossime elezioni.
“Il programma – ha detto la segretaria dem – si scrive con l’alleanza, sapendo bene che in quella discussione bisogna essere inclusivi ma anche che uno non è che vale uno. A noi non ci ha regalato niente nessuno, se siamo saldamente il primo partito di opposizione è perché ce lo siamo guadagnati con fatica, sudore e impegno a convincere le persone una per una e che ci hanno consegnato il doppio dei voti delle altre forze politiche alle europee, alle regionali e alle comunali“, h sottolineato Schlein, che ha poi rincarato la dose: “Voglio solo fare una domanda, se fossimo rimasti a gennaio 2023, con il Partito democratico al 14% dei sondaggi, quindi seconda forza di opposizione, pensate che avremmo avuto lo stesso dibattito oggi? Io penso di no. Generosi sì, ingenui no. E vorrei essere ancora più chiara. In qualsiasi altro Paese europeo non ci sarebbe stata questa discussione perché è normale che guidi il partito che prende un voto in più: non è egemonia, è democrazia”.
E ancora: “Come ho sempre detto, se c’è qualcuno che non riconosce questo principio democratico” ossia che il candidato premier è il leader del partito più grande, “noi siamo disponibili e pronti anche alla primarie e se le faremo, le vinceremo insieme”.
Da Frosinone, quindi, la replica di Conte: “Schlein ha ufficialmente confermato che per lei sono due le strade: o la candidata premier è lei, oppure ci saranno le primarie. Io credo a questo punto che la strada sia ben chiara, non ci sono alternative, sarà la strada delle primarie, perché dobbiamo sempre preferire la direzione di una partecipazione democratica”.
“Per me uno vale uno significa che contano i cittadini che per la stragrande maggioranza, il 60 e il 70%, dice basta a questa escalation militare, a suon di armi”, ha poi aggiunto Conte facendo riferimento all’orientamento degli elettori M5S in relazione al sostegno all’Ucraina. “Dicono basta al riarmo, vogliono che i soldi siano messi nella sanità, nella scuola, asili nido, nell’istruzione. Ecco, per me contano loro e dare a loro una prospettiva di cambiamento della politica di questo governo Meloni. Ovviamente dovremo lavorare, io per primo, ma tutti con spirito autenticamente unitario per mandare a casa Meloni e cambiare completamene politica sul piano interno e sul piano della politica estera”.
“Quello che posso assicurare è che affronterò queste primarie con spirito autenticamente unitario. Per chi ha preoccupazioni su una possibile divisività delle primarie, posso assicurare che farò in modo che le primarie non diventino un duello rusticano tra i leader. Sarebbe una prospettiva disastrosa”, ha poi aggiunto l’ex presidente del Consiglio.
“Dovevo togliermi qualche sassolino. La parte finale della mia relazione di ieri in Direzione”, scrive intanto Elly Schlein sui social rilanciando anche lei un video, la clip della parte finale dell’intervento di ieri nella Direzione del Pd.
“Che ci sia un pezzo di establishment che non vuole un governo progressista non è una novità, è la storia di questo Paese che ci sia chi non può tollerare proprio l’idea di una persona di sinistra Palazzo Chig. Non è una sorpresa, la sorpresa saremo noi stavolta. Perché c’è qualcuno che pensa sempre che sarebbero meglio le larghe intese e allora forse sarebbe meglio un leader disponibile alle larghe intese. Ecco, mi dispiace deludervi, ma l’impegno che abbiamo preso con i nostri lettori è chiaro, noi andremo al governo solo vincendo le elezioni con la nostra alleanza progressista che vi piaccia o non vi piaccia. C’è chi non si rassegna all’idea che questo partito è un partito autonomo, che risponde solo ai suoi scritti e ai suoi elettori. C’è chi vorrebbe condizionarci e darci la linea da fuori, c’è chi vorrebbe scegliere per noi, scegliere per voi. Cercano di entrarci in casa ogni giorno per dividerci e per fare i comodi loro“, dice Schlein nel video.
“Da quando siamo qui hanno annunciato la nostra dissoluzione prima di ogni appuntamento elettorale politico. Se non ci fosse anche oggi questo annuncio mi dovrei preoccupare e a chi alimenta questo progetto costante di delegittimazione e a chi punta dall’inizio contro di noi ripeto, ci spiace avervi fatto perdere tutte le scommesse, ma -spoiler – continueremo a farvi perdere le vostre scommesse”.

(Dott. Paolo Caruso) – Tetto nelle scuole, tetto finanziario agli ospedali, manca solo un tetto per i meno abbienti. Così “Giorgia” presenta il suo mondo fantastico fatto appunto di nulla che possa favorire i cittadini. La crisi della sanità pubblica in Italia ha raggiunto livelli storici, guidata da una fuga record dei medici dagli ospedali in cui le dimissioni volontarie hanno superato i pensionamenti. Secondo l’ultimo studio del sindacato Anaao Assomed, i camici bianchi scelgono sempre più spesso di abbandonare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) a causa di condizioni di lavoro insostenibili, stipendi inadeguati e un cortocircuito strutturale che ricade direttamente sui cittadini. Il fenomeno si articola attraverso dinamiche strettamente interconnesse: Turni massacranti e burnout. La cronica carenza di personale genera carichi di lavoro non più gestibili. I medici rimasti in servizio affrontano turni notturni e festivi continui, saltando riposi e ferie. Questa pressione costante porta a livelli elevatissimi di burnout, spingendo molti professionisti verso le dimissioni precoci (+150% registrato di recente), il trasferimento all’estero o il passaggio al settore privato. Gli stipendi non competitivi poi fanno il resto. Infatti a parità di responsabilità e ore lavorate, i medici ospedalieri italiani percepiscono retribuzioni nettamente inferiori rispetto alla media europea. Il divario è evidente nel confronto con gli altri Paesi. Infatti i medici italiani guadagnano circa il 70% in meno rispetto ai colleghi tedeschi, il 41% in meno rispetto ai medici del Regno Unito, e l’ 8% in meno rispetto ai medici spagnoli. L’ emorragia di personale riduce drasticamente la capacità operativa dei reparti, e per la popolazione il risultato immediato è l’ allungamento a dismisura delle liste d’ attesa per visite specialistiche ed esami diagnostici. Questa paralisi spinge chi se lo può permettere verso la sanità privata o l’ attività in libera professione, la cosiddetta intramoenia, compromettendo il principio di parità di cura per tutti i cittadini. La gestione del sistema sanitario risente di logiche di lottizzazione politica e clientelare nelle nomine dei vertici aziendali, a scapito della meritocrazia, infatti i tre nominati, il Direttore Generale, il Direttore Sanitario e il Direttore Amministrativo devono rispondere del loro operato esclusivamente alla Politica e non ai cittadini. Tutto è concentrato nella gestione del Potere. Clientelismo anche affaristico come moltiplicatore di consensi, gestione privatistica dei vari concorsi pubblici, quasi sempre truccati, gare di appalto predestinate ai soliti compagni di merenda, il tutto ormai scudato dalla soppressione del reato di Abuso di Ufficio e dal depotenziamento del Traffico di Influenze illecite. La mancanza di meritocrazia nell’ evolversi delle carriere dei medici a cui si aggiunge un eccessivo carico burocratico che sottrae tempo prezioso alla cura del paziente, alimentano la frustrazione del personale che non si sente valorizzato. Sotto finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), Carenza cronica di medici e infermieri, Incapacità gestionale e politicizzata delle aziende sanitarie pubbliche, delineano una crisi strutturale profonda del SSN accentuata da dinamiche economiche e da una volontà dell’ attuale governo di mantenere allo stato quo il controllo clientelare del Personale e di spingere il Sistema salute verso il Privato, come nei desiderata dei vari “Angelucci” d’ Italia.
LAV: L’APPUNTAMENTO RIENTRA NELLA CAMPAGNA “LOTTA PER UNO, LOTTA PER TUTTI”, PER ACCOGLIERE NUOVI ATTIVISTI E ATTIVISTE E TRASFORMARE I PROPRI VALORI IN IMPEGNO CONCRETO

Domani, domenica 4 ottobre, dalle ore 18:00 alle ore 21:00, arriva anche a Benevento la “Sagra della Lotta Antispecista”, con un appuntamento organizzato dalla sede locale LAV Benevento presso la Libreria Indipendente Masone, in viale dei Rettori 73F.
L’iniziativa sarà un’occasione per conoscere da vicino LAV, il significato dell’antispecismo e le attività che la sede LAV Benevento porta avanti quotidianamente sul territorio a tutela degli animali.
Durante l’incontro verranno presentate le principali attività della sede locale, le campagne di sensibilizzazione e le iniziative attraverso le quali volontari, volontarie, attivisti e attiviste intervengono sul territorio per la difesa degli animali e dei loro diritti.
Sarà inoltre possibile confrontarsi direttamente con gli attivisti e le attiviste, conoscere le modalità per entrare a far parte di LAV e comprendere come trasformare la propria sensibilità verso gli animali in un impegno concreto.
Nel corso della serata ci sarà anche spazio per la lettura e la condivisione di alcuni libri e testi dedicati all’antispecismo e al rapporto tra esseri umani, animali e ambiente. Ci sarà inoltre occasione per fare un aperitivo vegano tutti insieme, condividendo un momento conviviale e di incontro tra le persone presenti.
Gli eventi della “Sagra della Lotta Antispecista” rientrano nella campagna LAV “Lotta per uno, lotta per tutti”, pensata per accogliere tutte le persone che vogliono mettere a disposizione il proprio tempo, le proprie capacità e le proprie energie per difendere i diritti degli animali e contribuire alla costruzione di una società più giusta.
Il messaggio della campagna è semplice: difendere anche un solo animale significa proteggere una vita, ma ogni azione individuale può contribuire a un cambiamento molto più grande. Un cambiamento necessario per superare un sistema che continua a considerare gli animali come risorse da sfruttare e per affermare una società fondata sul rispetto di tutti gli esseri viventi.
Essere attivisti e attiviste LAV significa scegliere di non restare a guardare: significa mettere in comune competenze, idee ed energie per dare voce agli animali e agire insieme attraverso campagne, iniziative, attività di sensibilizzazione e interventi concreti nelle proprie città.
Per scoprire come diventare attivista LAV e partecipare agli appuntamenti organizzati sul territorio è possibile consultare la pagina dedicata su lav.it/attivismo.
APPUNTAMENTO
Domenica 4 ottobre 2026
dalle ore 18:00 alle ore 21:00
Libreria Indipendente Masone
Viale dei Rettori 73F – BeneventoPer informazioni:
LAV Benevento
Responsabile territoriale: Gianfelice Fusco
E-mail: lav.benevento@lav.it
Il governo Meloni ha ufficialmente inviato al Parlamento la relazione necessaria per ottenere uno scostamento di bilancio – cioè un indebitamento extra – da 28,8 miliardi di euro per i prossimi due anni. Le somme saranno divise in due: per metà su misure contro il caro energia, come bonus edilizi e per i trasporti; per metà sul potenziamento della Difesa.

(di Luca Pons – fanpage.it) – Dopo mesi di chiacchiere e speculazioni, il governo ha messo nero su bianco i numeri che definiscono il quadro della prossima manovra, e non solo. Il Documento programmatico di finanza pubblica (o DPFP) ha chiarito quali saranno i paletti da rispettare in termini di bilancio. Ma dal Consiglio dei ministri è arrivato anche un altro documento fondamentale: una relazione al Parlamento con cui l’esecutivo chiede ufficialmente l’autorizzazione a indebitarsi più del previsto, per 28,8 miliardi di euro di investimenti nel settore della difesa e dell’energia.
Nella relazione si parla di “rafforzamento della resilienza del sistema energetico e della capacità di difesa”. L’importo che si potrà spendere è già definito, ed è diviso esattamente a metà: l’anno prossimo, 7,2 miliardi sull’energia e 7,2 miliardi sulla difesa; nel 2028, la stessa cifra. Gli interventi in questione non finiranno nella prossima legge di bilancio, anche perché non ce ne sarebbe il tempo, considerando i passaggi parlamentari ed europei da completare. Gli effetti si vedranno, quindi, nei primi mesi del 2027. Ecco perché il governo ha chiesto questi soldi e come intende usarli.
Perché il governo ha chiesto 29 miliardi di debito in più e cosa succede ora
Il meccanismo che ha permesso di richiedere l’indebitamento è la cosiddetta clausola di salvaguardia europea. Sostanzialmente, gli Stati dell’Ue possono ‘deviare’ rispetto alle indicazioni che avevano ricevuto in passato sui conti pubblici, e indebitarsi più del previsto, per fare fronte a un’emergenza inaspettata. Quell’emergenza, per tutta Europa, sono i conflitti attualmente in corso (Ucraina e Iran su tutti) e il conseguente, durissimo rincaro dell’energia, che fa anche salire tutti gli altri prezzi. Un punto va chiarito: non si tratta di soldi europei, magari a fondo perduto, ma di debito pubblico in più per l’Italia.
Nei progetti che il governo aveva annunciato negli ultimi mesi, la richiesta avrebbe dovuto essere ancora più ampia: oltre 36 miliardi di euro di indebitamento, di cui circa 14 dedicati al caro energia e i restanti 22 alla Difesa. Ma alla fine, un po’ per problemi contabili e un po’ per motivazioni politiche (cioè per evitare attacchi dal centrosinistra, da Vannacci e anche dalla Lega), Meloni ha scelto di ridurre la somma dedicata al settore militare, portandola alla pari con quella per l’energia. Così, il ministro Crosetto si è ritrovato con 7-8 miliardi in meno di quanto avesse previsto per gli investimenti dei prossimi anni.
Ora la parola passa al Parlamento, perché in Italia il governo non può decidere in autonomia di spendere tutti questi soldi in più rispetto ai piani. Toccherà a Camera e Senato approvare formalmente il cosiddetto scostamento di bilancio, cioè appunto il debito extra, da 28,8 miliardi.
Le misure contro il caro energia: bonus trasporti, Ecobonus, rinnovabili
Per quanto riguarda l’energia, la relazione dà alcune indicazioni. Il governo vuole riconoscere alle famiglie un “contributo per interventi conformi a quanto previsto dalle Comunicazioni della Commissione europea”: questo significa, come era emerso già a fine agosto, che tra le opzioni ci sono sovvenzioni per l’energia geotermica e solare, bonus per sostituire la caldaia con sistemi meno inquinanti come le pompe di calore, ma anche un potenziale nuovo Ecobonus al 65% per gli interventi che riducono il consumo energetico di un edificio.
Sempre per i cittadini, si parla di misure per “favorire l’utilizzo del trasporto pubblico da parte degli studenti”. Sappiamo che nel Piano sociale per il clima l’Italia ha previsto un bonus trasporti fino a 400 euro da far entrare in vigore nel 2027, che però non riguarda in modo specifico gli studenti. Potrebbero, quindi arrivare novità sul tema.
La relazione cita anche le imprese, per le quali si vuole “sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili”, “contenere i costi energetici per quelle maggiormente esposte e a favorire la decarbonizzazione”. Tra le proposte concrete c’è “una nuova Energy Release”, il misure per impianti fotovoltaici, e anche un potenziamento della produzione idroelettrica e a biometano. Infine, i 14,4 miliardi di euro in due anni dovrebbero servire anche per investimenti sulle ferrovie e per fare lavori di efficientamento energetico in ospedali, scuole, università e impianti sportivi pubblici.
Le indicazioni sulla spesa militare: aumenti per il personale e investimenti pluriennali
Non solo il governo ha ridotto i soldi che avrebbero dovuto andare alla difesa, ma ha anche cercato di dare molta meno enfasi al fatto che ci siano dei progetti per il settore militare. Con la campagna elettorale che si avvicina, il prezzo di benzina e bollette alle stelle e una nuova ondata di inflazione alle porte, l’obiettivo è chiaramente concentrare l’attenzione dei cittadini sugli interventi contro il caro energia. Non a caso, nella relazione poche righe sono dedicate agli “interventi in materia di difesa”.
Si parla di “contribuire al progressivo rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche”, ricordando che l’Italia si è impegnata “in ambito Nato” ad alzare la spesa militare fino a raggiungere il 5% del Pil entro il 2035. A questo servono i 14,4 miliardi di euro in due anni, che in realtà, come detto, avrebbero dovuto essere più di 22. La relazione spiega che i soldi andranno sia alla “componente corrente”, cioè agli aumenti di stipendio del personale e alle “esigenze operative”, sia al “rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali”. Non si entra nel dettaglio, però, su quali siano i programmi in questione.

(Tommaso Merlo) – Tu chiedi all’Intelligenza artificiale le tre opzioni migliori su qualunque questione, i cittadini votano la preferita e si passa ai fatti. Molto meglio della mediocrità di classi deficienti che ci stanno trascinando verso l’autodistruzione. Con l’IA al posto dei politicanti si eviterebbero i costi dei mega stipendi oltre che dei sontuosi palazzi del potere e non esisterebbe la corruzione. Né le mazzette in contanti né la corruzione morale degli arrivisti senza scrupoli specializzati nel glorificare le natiche di qualche boss per emergere e che cambiano idee come i vestiti dato che la loro unica vera bussola esistenziale è la carriera e cioè soldi, potere, visibilità e status. L’IA non ha nemmeno traumi infantili irrisolti da compensare o depravazioni narcisistiche da sedare. L’IA sarebbe molto più professionale e stabile anche emotivamente, non proporrebbe cioè soluzioni in base al tornaconto personale o partitocratico o per odio verso qualche nemico immaginario. Anche se ci vuole poco, sarebbe poi molto più intelligente sia nell’analisi della realtà che nel proporre soluzioni valide per il futuro. Avrebbe poi il vantaggio che quando sbaglia lo ammette subito e si correggerebbe perché non ha un fragile ego da proteggere e tantomeno una immagine da difendere. L’IA non ha il problema del consenso e cioè di apparire quello che non è per infinocchiare le masse di teleconsumatori e tenersi la poltrona. L’IA non ha motivi per mentire e manipolare e resterebbe ancorata alle conoscenze disponibili ed utili ad elaborare le migliori soluzioni possibili. Non come i politicanti che senza sapere una mazza decidono in base al proprio interesse o agli umori del momento. L’IA non ha poi il problema della lotta per il potere e delle strategie partitocratiche per vincere le elezioni e riuscire a governare. L’unico suo cruccio è quello di accumulare più dati possibili in modo da proporre le soluzioni più valide ai cittadini il cui compito è informarsi sulle varie opzioni e scegliere democraticamente e consapevolmente quella che ritiene la migliore. A quel punto i funzionari e tecnici statali in carne ed ossa inizieranno ad eseguire scrupolosamente quanto deciso. Scrupolosamente perché l’IA ha anche il compito di valutare i risultati delle politiche adottate e anche delle persone che le hanno implementate in modo da allontanare lazzaroni ed incapaci. Finalmente una oggettiva analisi ex post in modo da evolvere come sistema paese invece di sguazzare per decenni nello stesso pantano senza che nessuno se ne assuma la responsabilità. Con l’IA al governo, sparirebbe quindi la propaganda e la politica sarebbe focalizzata sui fatti concreti invece che buttar via decenni a litigare sul nulla per poi prendere decisioni annacquate da compromessi ed egoismi. L’IA non ha bisogno di essere rieletta e quindi se le soluzioni adottate non funzionano, ne proporrà altre senza bugie o drammi. Ed imparerebbe dagli errori a differenza dei politicanti di oggi. La becera faziosità sarebbe rimpiazzata da una analisi oggettiva lasciando quindi a bocca asciutta la propaganda travestita da giornalismo che infesta il dibattito pubblico. Con l’IA salterebbero tutte quelle intermediazioni tecnocratiche e mediatiche in cui si infiltrano le mafie lobbistiche e la politica da chiacchiere a vanvera tornerebbe ad essere azione. Soluzioni concrete a problemi concreti in modo da migliorare la vita dei cittadini. Se poi un modello di IA fa cilecca, si cambia. L’importante è che non sia anch’esso manipolato alla fonte da qualche mafia lobbistica come accade oggi al potere politico. Servono algoritmi pubblici e trasparenti e sempre aggiornati. Anche a livello internazionale vi sarebbero vantaggi enormi. L’IA ci metterebbe un nanosecondo a ribadire che la guerra è una follia autodistruttiva e la diplomazia la via più intelligente ed efficace per risolvere le controversie. Se poi vi sono rischi di guerra atomica come con la Russia, l’IA suggerirebbe di prendere a pedate tutti i politici che scherzano col fuoco. E se vi sono rischi di crisi energetica ed economica globale come con l’Iran, l’IA suggerirebbe di prendere a pedate tutti i politici che scherzano con la vita altrui. Aggiungerebbe poi che secoli di storia certificano come la cooperazione pacifica benefici tutti e che in questa pallina spersa nell’Universo alla fine ci sono solo due finali, o l’autodistruzione o la collaborazione intelligente e la condivisione giusta delle risorse tra persone e paesi civili. Traguardi che si raggiungono attraverso livelli sempre più alti di consapevolezza personale e collettiva. Certo, l’Intelligenza Artificiale non ha un cuore che è l’essenza e la salvezza dell’umanità ed ha quindi grossissimi limiti, ma nemmeno le classi deficienti occidentali ce l’hanno e a differenza loro almeno l’IA ha un cervello.
Israele, gli Usa e i governi vassalli hanno creato le condizioni perché ogni individuo pensi di avere il diritto di ricorrere al terrore e alla violenza come risposta alle loro tante prevaricazioni

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Mentre proseguono gli accertamenti sul tentato dirottamento dell’aereo di FlyDubai, i leader israeliani hanno già le idee chiare. L’attentatore, il secondo pilota originario dell’Oman, è definito un terrorista iper radicalizzato che “pregava troppo” e “non dava la mano alle donne”, due caratteristiche degli osservanti ortodossi dell’islamismo e dell’ebraismo (neghiah).
Ovviamente il riferimento implicito usato dai media è rivolto soltanto agli sciiti iraniani. Anche se Trump lo ha invitato a non fare dichiarazioni affrettate contro l’Iran, probabilmente per non alterare il clima dei presunti colloqui su Hormuz. Dopo lo sventato attentato, Israele e altri Paesi hanno apprezzato e onorato l’eroico pilota indiano che, anche se accoltellato dal suo copilota, ha sbloccato la porta della cabina di pilotaggio. Il velivolo era in rapida discesa e si sarebbe schiantato al suolo in una ventina di secondi se non si fosse realizzata una straordinaria sequenza di eventi inaspettati. 1) L’attentatore riesce a far perdere quota al velivolo, ma non a mantenerne l’assetto e farlo precipitare; 2) il pilota ferito riesce a sbloccare la porta; 3) entrano alcuni passeggeri e uno di essi, appassionato di sceneggiati televisivi, neutralizza l’attentatore, si mette ai comandi e riporta il velivolo in linea; 4) entrano in cabina due piloti che si trovavano casualmente tra i passeggeri e prendono il controllo dell’aereo portandolo all’atterraggio di emergenza in un regolare aeroporto saudita. Sono un pilota russo e uno ucraino. Probabilmente ex-militari passati al “libero mercato” dei piloti civili. Sono pienamente padroni di quel tipo di aereo e si capiscono bene parlando la stessa lingua. La sequenza degli eventi, dall’apertura della porta alla ripresa del controllo, non supera i 5 minuti. Nulla si sa di come siano andate le cose nei 79 minuti precedenti. Tra gli eroici passeggeri che hanno evitato lo schianto, non si fa menzione del personale di sicurezza israeliano che normalmente accompagna tutti i voli che trasportano gruppi consistenti di cittadini israeliani. Non si capisce come mai in un’ora e mezza di crisi non sia scattata nessuna delle misure anti-dirottamento in vigore in tutto il mondo. L’aereo era diretto a Tel Aviv e un vero e razionale attentatore “radicalizzato” e suicida avrebbe potuto contare proprio su questo per ottenere il suo scopo. Di certo l’aereo sarebbe stato abbattuto dalla Idf prima di entrare nei cieli d’Israele. Quale occasione migliore per far uccidere cittadini israeliani dagli stessi israeliani?
[…] Molti si fingono meravigliati e preoccupati per l’attacco terroristico e cercano collegamenti con centri di potere, gli stati canaglia e i gruppi conosciuti. Altri sperano che si tratti “soltanto” di un lupo solitario. In realtà dovrebbe preoccupare che invece di un radicalizzato e manovrato si sia trattato di un cittadino qualsiasi, impazzito da ciò che deve subire ogni giorno, immerso in guerre che non merita. Come si fa a controllare la pazzia del singolo che rischia di diventare collettiva? Come si fa ad ammettere che il terrorismo sia la manifestazione di una malattia sociale? Che Israele, gli Usa e l’intera Europa siano ormai i laboratori dove il virus viene nutrito con la paura? Un fatto è certo: mai e nessuno, meglio di loro, è riuscito a scatenare le emozioni e creare le condizioni perché ogni individuo pensi di avere il diritto di ricorrere al terrorismo e alla violenza come adesione o risposta alle loro prevaricazioni. Ma nessuno lo ammetterà e allora è più “confortante” l’idea che il terrorismo sia sempre frutto di un complotto organizzato e quindi guidato, con degli scopi politici, economici e sociali ben chiari.
L’attentatore appena immobilizzato ha supplicato di essere ucciso. Tipico dell’aspirante martire. Il bellicoso ministro israeliano della sicurezza Ben-Gvir ha reclamato la sua consegna. Anche Netanyahu, a scampato pericolo, ha soffiato sul fuoco paventando il pericolo islamista che soltanto grazie a Israele può essere sconfitto. Lui stesso e tutti i media hanno comunque approfittato dell’episodio per fare il parallelo con l’11/9 di 25 anni fa sperando forse che possa riprendere la guerra al terrorismo islamista (questa volta iraniano). Dimenticano che l’attacco alle torri gemelle fu portato contro gli Usa e non contro l’Occidente. Non è un caso che le più note organizzazioni terroristiche siano nate da progetti governativi delle potenze coloniali prima e dalle post-coloniali dopo. I Mau Mau keniani erano al servizio della Gran Bretagna, Al Qaeda servì alla Cia in Afghanistan, l’Isis agli americani in Iraq e Siria, Hamas a Israele a Gaza, i Talebani ai servizi pakistani. Quando gli stati arabi hanno alimentato i gruppi terroristici anche contro Israele, l’Iran ha sostenuto Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e gli Houthi nello Yemen. Gruppi tutt’altro che clandestini e partecipanti a governi legittimi.
[…]
La lettura dell’episodio del Fly Dubai in chiave pro-israeliana è conseguenziale al discorso di Netanyahu all’Onu. L’ingresso di Netanyahu è stato accolto da fischi e grida di biasimo. L’aula si è quasi svuotata. Netanyahu ha sfoderato il suo sarcasmo dicendo: “Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato quest’aula, lo facciano ora”. Paradossalmente si stava rivolgendo a un’aula vuota a eccezione dei suoi delegati e di quelli americani e loro alleati inchiodati alle loro sedie dai ricatti. Il discorso è stato infarcito di retorica sionista, strumentalizzazione dell’antisemitismo e del terrorismo. Sembrava sapere cosa sarebbe accaduto. Ha pronunciato la parola “Israele” 46 volte, “Hamas” 24, “terrorismo” e derivati 40 volte. Ha negato la possibilità di uno Stato palestinese. Ha minacciato chi lo vorrebbe al confine con Israele. Secondo lui, Hamas sarebbe l’unico responsabile dei guai palestinesi, degli eccidi, della fame, dell’odio contro Israele. Il ragionamento avrebbe senso se le sanzioni, le ritorsioni e le violenze riguardassero soltanto Hamas. Ma esse sono rivolte a tutta la popolazione palestinese a Gaza e in ogni parte del mondo. Hamas viene fatto coincidere con i terroristi del 7 ottobre. Secondo Netanyahu non c’è stato alcun genocidio. Prima di essere massacrata, la popolazione palestinese è stata avvertita. “Circa 700 mila abitanti di Gaza, circa tre quarti di 1 milione, ha ascoltato il nostro appello e si è spostata da quella zona. Un Paese che commette genocidio esorterebbe mai una popolazione civile che vorrebbe colpire a uscire, ad andarsene?”. Una domanda così semplice merita una risposta altrettanto semplice: a quei 700 mila non è stato dato nessun posto sicuro dove andare. Anche a proposito dell’eliminazione per fame Netanyahu ha voluto dire la sua: “Israele ha fatto entrare a Gaza, oltre 2 milioni di aiuti e di cibo. Una tonnellata di aiuti per ogni uomo, donna e bambino presente a Gaza. Circa tremila calorie a persona al giorno”. Qui ci deve essere del cinismo. Ammesso e non concesso che la cifra di un kg di aiuti al giorno ai due milioni di palestinesi per tre anni sia vera, non tutto è arrivato sano e utilizzabile, non tutto era cibo, il peso maggiore era l’acqua e non tutto il resto si è tradotto in calorie a meno di non contare le calorie contenute nelle bombe usate per ammazzarli. Anche lui però ha voluto riconoscere l’importanza del popolo iraniano e la possibilità che i due “antichi” popoli, ebraico e iraniano, possano collaborare. In futuro, una volta che gli iraniani si saranno liberati dalla maledizione del loro regime. Del suo regime, Netanyahu non parla. Vuole “finire il lavoro” e il problema dei palestinesi, libanesi e siriani scomparirà. Per il momento è guerra contro tutti. È strage, massacri, aggressione, tracotanza, umiliazione, vergogna.

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Il tono è pacato, il contenuto molto meno. “Elly Schlein sostiene che uno non vale uno? Per me significa che contano i cittadini, la cui stragrande maggioranza, il 60-70%, dice basta a questa escalation militare a suon di armi” sostiene Giuseppe Conte da Frosinone, dove presenta il suo libro Una nuova primavera. Rivendica una primazia, nella linea pacifista e nella capacità di coinvolgere mondi diversi, almeno rispetto al Pd. Anche quando rammenta che “noi abbiamo portato centinaia di migliaia di persone in piazza contro il riarmo”. Per poi rinfacciarle: “È Elly a volere Matteo Renzi in coalizione”. E siamo di nuovo alla competizione per quelle primarie che per l’ex premier sono inevitabili: “Dopo le parole di Schlein in direzione non ci sono più alternative. Lei ha confermato che vede due strade: o la candidata premier è lei, oppure ci saranno le primarie. E io credo che a questo punto la via sarà quella delle primarie, perché dobbiamo sempre preferire la partecipazione democratica”. Conta questo per i Cinque Stelle, che derubricano come “parole per tenere buono il suo partito” le sillabe puntute della segretaria (“Noi abbiamo il doppio dei voti delle altre forze”). Schermaglie, nel giorno in cui la partita molto presunta sul terzo nome esce probabilmente di scena.
Raccontano che il leader dei 5Stelle ne avesse ricominciato a parlare come alternativa ai gazebo da un mese, nelle riunioni interne. Poi negli ultimi giorni lo ha detto anche in pubblico: per mettere fretta a Elly Schlein, che vede “troppo lenta”. Da settimane l’avvocato insiste sulla necessità di convocare i gazebo “prima possibile”. Ossia per dicembre, nella sua prima versione. Tempistica ormai impossibile. Così ora dal M5S auspicano che si vada ai gazebo “tra fine gennaio e i primi di febbraio”. Nell’attesa, l’ex premier ha mandato in avanscoperta la vicepresidente Vittoria Baldino, che a Un giorno da pecora ha evocato come terza opzione Pier Luigi Bersani. Poi è stato lui stesso a sostenerlo: “Avevo proposto al Pd di ragionare su un terzo nome, anche di recente, ma hanno rifiutato”. Ma davvero avrebbe rilanciato su un accordo? Dal Pd negano. E anche altri fronti del campo largo si mostrano scettici: “Giuseppe il terzo nome non l’ha mai voluto, altrimenti avremmo convinto Elly a farsi da parte…”. Ma il tema dei tempi divide ancora i due partiti. Due giorni fa alla Camera il responsabile organizzazione dem, Igor Taruffi, è sbottato di fronte ai cronisti: “Chi vi dice che siamo in ritardo con le primarie? L’importante è farle nel momento giusto”. E ieri la stessa Schlein è stata urticante nei confronti dei 5S: “Noi siamo pronti da febbraio sul programma, mentre altri solo da fine settembre”. E gli altri ovviamente sono i 5Stelle, che hanno appena terminato Nova. Schermaglie, prima delle primarie che Conte promette di giocare “con spirito unitario”: “Non permetterò che diventino un duello rusticano”. Ma dal palco di Frosinone poi scandisce: “Schlein si sta assumendo una grande responsabilità nel voler coinvolgere Matteo Renzi, il Pd vuole fargli da garante”. Tradotto, del fu rottamatore dovrà rispondere lei. E altro che tregua.
E’ molto più che un film che fotografa due tragedie

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Possiamo solo immaginare il dolore che prova il popolo di Israele e quello della Diaspora, alla vigilia del terzo anniversario del terribile pogrom del 7 ottobre 2023. Niente può cancellare il ricordo di quei 1300 innocenti, massacrati dai tagliagole di Hamas solo “perché ebrei”, mentre ballavano in un rave party, preparavano la colazione in un kibbutz, giocavano in giardino, andavano a scuola. Uomini sgozzati, donne stuprate, neonati bruciati nei forni di cucina, muri imbrattati da una preghiera svilita a inno della morte: Allah Akbar. E poi il trauma nel trauma, i 250 rapiti, carne da macello nelle mani insanguinate di Yahya Sinwar. Ma ora nei cinema spopola Naza. Molto più che un film: l’autodafé di una nazione, che mentre si prepara a commemorare la sua immane tragedia non può più ignorarne un’altra, uguale e contraria. Tre anni di sterminio dei palestinesi di Gaza, programmato dall’apparato militare-digitale israeliano. Più di 70 mila morti, annientati anche grazie all’Intelligenza artificiale che nella caccia al terrorista nascosto tra i civili applica un suo macabro dispositivo: colpirne uno, sterminarne trecento. La macchina che decide, vita o morte. La disumanizzazione finale, non solo delle vittime ma pure dei carnefici.
I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, al chiodo che spacca il cuore del popolo ebraico, hanno aggiunto il tarlo che ne rode la coscienza. Non può farlo smettere Netanyahu con i suoi truci anatemi al Palazzo di Vetro, “salutati” dalle delegazioni che escono e da Yedioth Ahronoth che titola “Bibi difende Israele all’Onu, ma parla a un mondo che non lo ascolta più”. E nemmeno l’Idf con il suo contro-documento, che per smentire il film parla di “quadro distorto, fuorviante e disonesto” e in fondo sa dire solo alle opinioni pubbliche scioccate “fidatevi di noi”. Magari si potesse. La storia è nota. Naza, acronimo di Nezek Agavi, vuol dire “danno collaterale”, margine di vittime civili considerato tollerabile in ogni singolo attacco. Ventiquattro soldati e ufficiali dell’intelligence che al buio, sui tetti di Tel Aviv, raccontano che nella Striscia usando l’algoritmo hanno tollerato fino a 300 “danni collaterali” per ogni terrorista ucciso. Spiegano che per procedere bastava un clic, che per i cecchini sparare su donne e bambini in fila per il cibo era come un videogame. Di fronte a tutto questo, dobbiamo chiederci dove siamo stati noi — Occidente, Europa, Italia — in tutti questi anni. Mentre l’orrore si consumava sotto i nostri occhi, se solo li avessimo tenuti aperti.
Dove eravamo a dicembre 2023, due mesi dopo il pogrom, quando Yuval Abraham pubblicava la sua prima inchiesta-shock su +972 Magazine e Local Call. “L’esercito israeliano ha autorizzato il bombardamento di bersagli non militari con un sistema di IA per generare un numero senza precedenti di potenziali bersagli… Nulla accade incidentalmente, quando una bambina di tre anni è uccisa in una casa a Gaza è perché qualcuno dell’esercito ha deciso che valeva la pena pagare quel prezzo per colpire un altro obiettivo… C’è un sistema chiamato Habsora basato sull’IA… è una fabbrica di omicidi di massa”. Dove eravamo a settembre 2024, quando Meron Rapaport su Sikha Mekomit riferiva le parole dell’ufficiale-capo di una missione per liberare 4 ostaggi israeliani, durante la quale sono stati uccisi 270 civili palestinesi: “Chi non è fuggito, anche se disarmato, per noi era un terrorista: tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”. Dove eravamo ad aprile 2024, quando il Guardian svelava le letali meraviglie del sistema Lavender, che nell’individuazione dei miliziani di “basso rango” ha moltiplicato oltre quota 20 la soglia dei Naza, mentre negli attacchi contro funzionari di “alto rango” di Hamas “ha ritenuto accettabile che fossero uccisi anche più di cento civili”. Un militare rivelava: “Impiegavo venti secondi per ogni obiettivo, e ne facevo decine ogni giorno, non avevo valore aggiunto in quanto essere umano, servivo solo da timbro di approvazione… Facevamo un calcolo di quanti se ne potevano uccidere per un comandante di brigata, quanti per un comandante di battaglione, e così via… c’erano regole, ma erano molto elastiche… Abbiamo ucciso centinaia di persone, anche migliaia, cose mai accadute prima”. E dove eravamo tra il 2019 e il 2023, quando le truppe di Tsahal seppellivano col cemento le sorgenti d’acqua dei contadini palestinesi e “liquidavano” senza pietà lo storico villaggio di Masafer Yatta in Cisgiordania, abbattendo case, scuole, ambulatori, per fare spazio ai coloni.
Dobbiamo chiederci perché dopo tre anni di ipnosi collettiva è servito il cinema a risvegliarci e a riavvolgere la pellicola della realtà. Prima No other land, adesso Naza: due prove di coraggio, che hanno rotto il velo pavido della realpolitik. Non abbiamo ascoltato Gideon Levy, che dal 2024 ci avvisava sui pericoli del “patriottismo barbarico che rialza la testa in Israele”. Non abbiamo dato retta a Masha Gessen, che da novembre 2025 ci sbatte in faccia l’ipocrisia del nostro doppio standard: giustamente intransigenti con i crimini di guerra di Putin in Ucraina, tra sanzioni, embarghi e moratorie, inopinatamente tolleranti con i crimini di guerra di Netanyahu, “compiuti con il sostegno delle principali potenze occidentali”. È anche così che abbiamo ucciso il diritto internazionale, disonorando la promessa di Norimberga, la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale. Ferrivecchi arrugginiti e rottamati dall’America di Trump, che all’amico Bibi non ha mai lesinato aiuti, e dall’Europa dei 27, che finora ha solo balbettato. Siamo andati col cappelluccio Maga in mano alla parata farlocca del Board of Peace, che doveva disarmare Hamas e invece è più armata di prima. E abbiamo taciuto quando quel losco comitato d’affari, per motivi di “sicurezza nazionale”, ha vietato ai ragazzini palestinesi di far volare gli aquiloni nel cielo sopra a Gaza.
Chi siamo noi occidentali, adesso, per dare lezioni di giustizia e di democrazia al resto del mondo? Noi che abbiamo il nostro decalogo di “guerre giuste”, noi che pratichiamo la pena di morte, come i talebani a Kabul e i Guardiani della Rivoluzione a Teheran? Noi italiani, poi, guidati da una destra che per saldare i conti del fascismo si oppone a Roma al riconoscimento dello stato di Palestina e a Strasburgo alla sospensione degli accordi di partenariato con Israele, mentre la sinistra si spacca su un disegno di legge perché non sa capire la differenza tra l’odio contro il popolo ebraico e la critica legittima al governo che lo comanda. Così, senza che nulla cambi, anche Naza passerà, insieme all’anniversario del 7 e alle elezioni del 27 ottobre, ultima speranza per mandare a casa, insieme a Bibi, gli Smotrich e i Ben Gvir, ultrà messianici convinti di fare della Terra Santa la “Nuova Sparta”. E come dice Anna Foa, continueremo a far calare lo stigma dell’antisemitismo su chiunque osi contestare non dico il genocidio, ma anche solo la pulizia etnica praticata da Netanyahu. Continueremo a concedere tutto a Israele, perché è “lo Stato degli ebrei”. Senza capire, come diceva George Steiner, che dopo la Shoah essere ebreo vuol dire essere “un po’ più uomo”.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 1° ottobre lamenta che l’Impero occidentale, chiamiamolo così, non è riuscito a esportare la democrazia. Meno male. La prima democrazia di cui abbiamo conoscenza, quella ateniese, limitata e imperfetta perché non potevano parteciparvi le donne, gli schiavi, gli immigrati, fu bellicista molto più dei tiranni dell’epoca. Ma, paradossalmente, la prima ideologia totalizzante fu il cristianesimo nato e cresciuto fra Europa e Medio Oriente, soprattutto in Palestina, perché Cristo, secondo la leggenda, nacque a Betlemme e fu crocifisso poco fuori Gerusalemme, sul Monte Calvario che oggi porta il suo nome in ricordo di quella crocifissione.
Il cristianesimo nasce da un’idea generosa: se io possiedo la “buona novella” perché non trasmetterla anche agli altri? Ma è uno di quei favori non richiesti che ti ricadono addosso come una tegola. Emissari nel mondo di questa “buona novella” sono stati i missionari che possono essere considerati legittimamente dei colonizzatori. Mi ricordo che quando in un programma politico e culturale di Rai 1 il conduttore diede notizia che un missionario era stato barbaramente ucciso, mi pare in Congo, io dissi: “Beh, se l’hanno ucciso qualche ragione ci sarà stata”. Ne nacque un putiferio e, in quella trasmissione cui partecipavano da remoto giornalisti e intellettuali, non fui più invitato.
Ma torniamo al presente, anzi al passato, anzi al futuro. Atene aveva appena finito di conquistare tutte le poleis elleniche, tranne Sparta, imponendogli le sue leggi e i suoi costumi (i latini, cioè i Romani antichi, più pragmatici, si accontentavano che le province conquistate pagassero le tasse, cioè frumento) che collassò. E nonostante la sua grande profonda cultura non è più tornata all’onor del mondo, perché la cultura è un ostacolo alla vita. Il pareggio ottenuto l’altro giorno in Nations League con l’Olanda, che però non è più la “Grande Olanda” dei Neeskens e dei Cruijff, appartiene, è il caso di dirlo, a un altro campionato, quello calcistico che però è influenzato dalla società da cui proviene (Storia reazionaria del calcio, 2019). Non è certamente un caso che la Spagna abbia vinto i recenti Campionati del mondo. E non è nemmeno un caso che il Tiranno di oggi, Donald Trump, abbia messo in atto tutte le possibili strategie per sottomettere la Spagna, perché la Spagna è stato l’unico paese europeo a tenere la schiena dritta di fronte alle brame dell’Imperatore di oggi: non ha permesso il volo agli aerei dalle basi americane su territorio iberico e, più addietro, il socialista Zapatero si è rifiutato di mandare i soldati iberici nella guerra contro l’Iraq voluta dagli yankee, mentre il suo successore, il cattolicissimo Aznar, nonostante l’opposizione di Papa Wojtyla vi aderì con entusiasmo. Fra le soperchierie dell’odierno Imperatore ci sono i super dazi minacciati contro la Spagna e le improvvise accuse di corruzione al governo spagnolo di Pedro Sanchez dietro le quali c’è, come abbiamo già scritto, la “manina americana”. E anche il caso di Ceuta e Melilla fa parte, secondo me, di questa strategia.
Abbiamo detto dianzi che Atene collassò dopo aver conquistato tutta l’Ellade. È un avvertimento per Trump che, dopo aver aggredito il Venezuela, minacciando ogni giorno di fare lo stesso con Cuba, vuole conquistare il mondo intero e adesso ha messo le mani anche sulla Groenlandia lontanissima dai suoi confini. La motivazione è sempre la stessa: tutelare gli interessi nazionali americani nel mondo. Ma come cadde Atene, la cui egemonia è durata ben più a lungo di quella americana, cadrà anche quella yankee, la cui durata si può datare in ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Passi (o meglio: sia obliata) l’appropriazione di Gramsci da parte di CasaPound, i “fascisti del Terzo millennio” con spiccate velleità intellettuali; passi pure, si fa per dire, lo scippo del co-fondatore del Partito Comunista d’Italia da parte dei Fratelli della stessa Italia, che – dopo aver saccheggiato Tolkien, ascritto Dante alla destra, lottato per Pino Insegno su Raidue, profanato il cadavere di Pasolini (come già i renziani con le imbarazzanti scuole di partito intitolate al povero intellettuale, ai tempi in cui erano convinti di avere qualcosa da insegnare a qualcuno) – si è accorta che per fondare l’egemonia culturale di destra occorreva depredare quella di sinistra; ma che Forza Italia, il partito di Fininvest, sfrutti la memoria di Antonio Gramsci, morto nel 1937 dopo 11 anni di sofferenze patite in carcere per la stupidità e la ferocia del regime fascista, è davvero grottesco. E non perché il partito di Berlusconi e Dell’Utri sia più fascista delle altre due formazioni, anzi; ma perché non risulta sia composto da filosofi e letterati (forse nemmeno da lettori), né a dire il vero di aspiranti tali. Comunque, il prossimo fine settimana si terrà a Milano “L’ottimismo della volontà”, una tre giorni di convegni promossi dal partito per – così leggiamo – “costruire proposte, ascoltare il mondo produttivo e affrontare le grandi sfide che attendono l’Italia che ha bisogno di fiducia, coraggio e idee capaci di diventare scelte concrete”.
Gramsci su Ordine nuovo (e poi nei Quaderni dal carcere), citando il drammaturgo francese Romain Rolland, contrapponeva all’ottimismo della volontà il pessimismo della ragione: intendeva dire che ciascun individuo ha il dovere morale di agire per modificare lo stato delle cose, che pure non può essere ignorato. Si trattava, e si tratta anche oggi, di vedere lucidamente le storture della società capitalista, la parte della struttura che il filosofo tedesco Adorno chiamava “il negativo”, e poi di rivolgere la disperazione individuale all’azione collettiva necessaria alla ribellione della classe operaia. Praticamente il programma di Forza Italia. Ma come gli è venuto in mente, di spacciare un meeting motivazionale aziendale per una chiamata al popolo? Pensavamo che gli elettori di FI fossero già ottimisti, con quegli Isee. Ironia della sorte, sempre Adorno disse: “Essere ottimisti è da criminali”: ecco, forse come riferimento culturale questo è più adatto al caso.