Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Siher libero, ora Meloni capisca che la contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano


Era parso chiaro a chiunque avesse voluto approfondire la storia e il curriculum di questo ragazzo che il rilievo delle accuse appariva platealmente difettoso di prove. L’Italia è ancora uno Stato di diritto e questa è una buona notizia

Siher libero, ora Meloni capisca che la contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano | il commento

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – L’Italia è ancora uno Stato di diritto. E questa è una buona notizia. La cattiva notizia è invece la mostrificazione a cui è stato sottoposto Youssef Siher attraverso una campagna di stampa massiccia e larghissima, dove tv di Stato, giornali e mille altre gazzette social hanno compiuto un’operazione di discredito, impiccando questo trentenne bresciano all’albero della colpa assoluta. Descritto fin dal primo minuto come la “mente” dei disordini, il regista degli spaccavetrine, il capo dei vandali, l’agente del “terrore”, il capocellula islamista infiltrato tra i violenti di strada, capace di generare un’attività di sobillazione cruenta, un pianificatore degli atti predatori visti a Milano e previsti chissà in quante altre città.

Non sappiamo di lui molto, non conosciamo le sue idee né siamo in grado di escludere eventuali responsabilità che la magistratura dovesse in futuro attribuirgli (provando con accuratezza però i rilievi). Ciò che però pareva incredibile era di addebitargli un tale cumulo di colpe da farlo apparire lontano da quel che è. La gogna mediatica lo ha così compresso nella sua identità familiare, figlio di marocchini residenti in Italia, e dunque esibito come un giovane “maranza” ma già cattivo maestro, il sapientino dei ragazzi della seconda generazione, gli immigrati che fomentano le coscienze, trasformando gli adolescenti, ingenui e giovanissimi, in vettori di un nuovo protagonismo del terrore.

Era parso chiaro a chiunque avesse voluto approfondire la storia e il curriculum di questo ragazzo, poliglotta, laureato in scienze politiche e in scienze della comunicazione, studente eccellente, stagista tra noi al Fatto Quotidiano qualche anno fa e poi all’Ispi, che il rilievo delle accuse appariva platealmente difettoso di prove, di fatti, di eventi, di luoghi. Il fermo è parso più come una costruzione della cornice securitaria che come un atto di necessaria repressione. La procura di Milano adesso ha davanti questa decisione del gip che sovverte la sua impostazione e la pialla radicalmente. È questa, come detto, la prima, unica ma decisiva buona notizia. Speriamo che il governo capisca che il conflitto sociale, il disagio, la contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano.


M5S, Saiello: “Porti campani, no alla riforma del Governo che riduce il ruolo dei territori. Approvata la nostra mozione”


“Il Consiglio regionale della Campania ha approvato oggi la nostra mozione a tutela del sistema portuale campano, un patrimonio strategico per l’economia del Mezzogiorno che non può essere sacrificato sull’altare della centralizzazione voluta dal Governo. Chiediamo alla Giunta regionale di assumere una posizione chiara contro una riforma che rischia di sottrarre autonomia ai territori, indebolire la governance pubblica dei porti e penalizzare imprese e lavoratori”. Lo dichiara Gennaro Saiello, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Consiglio regionale della Campania e primo firmatario della mozione approvata oggi in Aula.

“Il disegno di legge di riforma della portualità nazionale punta a concentrare a livello centrale funzioni e decisioni che oggi coinvolgono direttamente le Autorità di Sistema Portuale e le Regioni. Non possiamo accettare che il futuro dei porti di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia venga deciso senza un adeguato coinvolgimento dei territori e delle parti sociali”.

“Con la mozione impegniamo la Giunta a portare la voce della Campania in Conferenza Stato-Regioni, chiedere al Governo una revisione del provvedimento e salvaguardare le risorse destinate agli investimenti portuali. Prevediamo inoltre l’istituzione di un tavolo permanente regionale e una particolare attenzione alla tutela dell’occupazione, della sicurezza e dei contratti di settore. Modernizzare il sistema portuale non può significare accentrare. La Campania deve poter continuare a decidere sul futuro delle proprie infrastrutture strategiche, difendendo il lavoro, le imprese e il valore pubblico dei suoi porti”, conclude Saiello.–

Mario Mosca

Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle

al Consiglio regionale della Campania

Nicola Arpaia

Addetto stampa


La querela temeraria, l’attacco delle Istituzioni alla libertà d’opinione…


(Dott. Paolo Caruso) – Il potere dell’ arroganza trova nella politica e in molti Rappresentanti delle Istituzioni un livello tale da ferire lo stesso concetto di democrazia, infatti si cerca di soffocare con le minacce e le querele il libero pensiero. In particolare oggi con questa destra meloniana si avverte sempre più la volontà intimidatoria nei confronti di intellettuali e giornalisti ma anche di semplici cittadini con l’ uso spropositato della querela come strumento per limitare la libertà di espressione. Proprio in questi giorni il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha minacciato di querelare per diffamazione la storica e docente universitaria Michela Ponzani a causa di alcune dichiarazioni da lei espresse durante la trasmissione televisiva Otto e mezzo su LA7. Al centro della controversia ci sono i fatti storici del cosiddetto “giovedì nero di Milano” del 12 aprile 1973, un tragico episodio della cronaca politica italiana degli anni di piombo. La professoressa Michela Ponzani, commentando la dura posizione del governo in merito alle manifestazioni studentesche di questi giorni, ha voluto riportare indietro dietro l’ orologio del tempo ricordando in tv la presenza di Ignazio La Russa (all’epoca leader del Fronte della Gioventù) tra gli organizzatori della manifestazione neofascista del MSI a Milano nel 1973, corteo che era stato vietato dalla Prefettura e durante il quale l’agente di polizia Antonio Marino fu ucciso dal lancio di una bomba a mano. Il Presidente del Senato tramite il suo portavoce ha sottolineato come il La Russa abbia un “certificato penale intonso” ovvero pulito (la sua posizione giudiziaria per quell’evento fu archiviata) e ha annunciato azioni legali contro chiunque associ direttamente il suo nome alla morte del poliziotto. La replica di Michela Ponzani ospite nuovamente a Otto e mezzo il 26 ottobre 2026, non si è fatta attendere, la storica infatti ha rifiutato di scusarsi, affermando di non avergli mai attribuito responsabilità penali per l’omicidio ma solo la responsabilità politica ed oggettiva di aver organizzato un corteo vietato. Ha difeso l’autonomia della ricerca scientifica dichiarando: “Gli storici nelle democrazie non hanno il compito di celebrare il potere, ma di smontare le narrazioni di comodo”. La docente ha richiamato l’Articolo 3 della Costituzione, ribadendo: “Non siamo più sudditi, siamo cittadini. Io sono uguale al Presidente La Russa”. Ha inoltre definito la mossa di una seconda carica dello Stato che querela una professoressa come “una pagina non bella per la democrazia”. A Lei sono arrivati attestati di solidarietà da parte del mondo della cultura, del giornalismo e di molti parlamentari dell’ Opposizione che vedono nella minaccia di una azione legale una potenziale intimidazione verso la libertà d’ opinione e nello specifico anche un tentativo di stravolgimento della verità storica degli anni di piombo. Il quadro risulta oltremodo sconfortante quando in un Paese democratico la Seconda Carica dello Stato minaccia di portare in giudizio un Cittadino per semplice libertà d’ opinione, in questo caso tra l’altro documentata. Scriveva Piero Calamandrei che “la libertà è come l’ aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.


Nasce a Salerno “Radici Solidali”: una nuova realtà del Terzo Settore


Primo confronto istituzionale con l’assessore alle Politiche Sociali Paola De Roberto. L’associazione punta su welfare generativo, inclusione sociale, contrasto alle povertà educative e valorizzazione del territorio.

SALERNO – Una nuova realtà associativa entra a far parte del panorama del Terzo Settore salernitano. È nata ufficialmente l’Associazione di Promozione Sociale “Radici Solidali”, iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS), con l’obiettivo di promuovere interventi innovativi nel campo del welfare, dell’inclusione sociale, dell’educazione, della tutela ambientale e della valorizzazione del territorio.

Tra i primi passi compiuti dalla neoassociazione figura l’avvio di un dialogo istituzionale con l’Amministrazione Comunale di Salerno e, in particolare, con l’assessore alle Politiche Sociali Paola De Roberto, nell’ottica di costruire percorsi di collaborazione e sinergie capaci di rispondere in maniera concreta ai bisogni emergenti della comunità.

La nascita di Radici Solidali rappresenta una novità significativa nel tessuto associativo locale perché propone un modello di intervento fondato non soltanto sull’assistenza alle persone fragili, ma soprattutto sulla partecipazione attiva dei cittadini, sulla creazione di reti territoriali e sulla costruzione di opportunità durature di inclusione e crescita sociale.

L’associazione opererà in numerosi ambiti di interesse generale: dal sostegno alle fasce vulnerabili della popolazione all’accoglienza e integrazione dei migranti, dal contrasto alla dispersione scolastica ai progetti contro la povertà educativa, fino alle iniziative dedicate alla sostenibilità ambientale, all’agricoltura sociale, al turismo inclusivo, alla tutela degli animali, alla promozione della legalità e all’inserimento lavorativo di persone in condizioni di fragilità.

Particolare attenzione sarà riservata alla costruzione di una “comunità educante e solidale”, capace di contrastare l’isolamento sociale e relazionale che negli ultimi anni si è accentuato a causa delle difficoltà economiche, delle trasformazioni sociali e delle conseguenze del periodo post-pandemico.

«Radici Solidali nasce dall’esperienza diretta maturata sul territorio e dalla consapevolezza che oggi non bastano più interventi esclusivamente assistenziali», dichiara Armando Pistolese, presidente e anima dell’associazione. «Vogliamo costruire un modello di welfare generativo che metta al centro le persone, le relazioni e le risorse della comunità. Il nostro obiettivo è creare opportunità, favorire l’inclusione e valorizzare le energie positive già presenti sul territorio. Per questo abbiamo avviato sin da subito un confronto con le istituzioni cittadine, convinti che soltanto attraverso la collaborazione tra pubblico, Terzo Settore e cittadini sia possibile dare risposte efficaci alle nuove fragilità sociali».

Nei prossimi mesi Radici Solidali sarà impegnata nell’attivazione di sportelli di ascolto, laboratori sociali, attività di volontariato e percorsi di partecipazione civica, con l’obiettivo di coinvolgere giovani, famiglie, anziani e tutte le persone che desiderano contribuire attivamente alla crescita sociale della città.

La nuova associazione si candida così a diventare un punto di riferimento per la promozione della solidarietà, della cittadinanza attiva e dell’innovazione sociale nel territorio salernitano, facendo delle proprie radici un motore di sviluppo e coesione per il futuro.


Napoli, OrientaSud: Il Sud e i laureati che vanno via


Il Sud e i laureati che vanno via

dal 4 al 6 novembre alla Mostra d’Oltremare di Napoli

XXVII edizione di OrientaSud, il Salone delle Opportunità

con il Rapporto Università 2026

*Berriola: “La professionalità si costruisce dentro e fuori dalle aule. L’orientamento può cambiare la vita delle persone”

Napoli – Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso, nel saldo dei trasferimenti verso il Centro-Nord e l’estero, 150mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. Un impoverimento di competenze che si accompagna alle difficoltà dei percorsi formativi: secondo Istat, nel 2024 aveva un titolo di istruzione terziaria il 25,9% dei giovani meridionali di 25-34 anni, contro il 34,5% del Nord. Nello stesso anno, l’abbandono precoce degli studi riguardava il 12,4% dei 18-24enni del Mezzogiorno, mentre il 23,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non lavorava e non era inserito in percorsi di istruzione o formazione. Sono numeri che riportano al centro delle politiche per il Sud una questione concreta: come accompagnare i giovani nelle scelte, valorizzarne le capacità e creare le condizioni perché possano costruire il proprio futuro, anche nei territori in cui sono cresciuti.

Da questa esigenza riparte OrientaSud – Il Salone delle Opportunità, in programma dal 4 al 6 novembre alla Mostra d’Oltremare di Napoli.

Il Rapporto Università 2026: conoscere gli atenei per scegliere consapevolmente

Al centro della mattinata inaugurale, mercoledì 4 novembre dalle ore 9.30 in Sala Italia, sarà la presentazione del Rapporto Università 2026 della Fondazione Italia Education, frutto del lavoro del Comitato Tecnico Scientifico presieduto dal professor Stefano Ubertini. Il Rapporto analizza le scelte universitarie, l’andamento degli studi, la mobilità tra atenei, i cambi di percorso, gli abbandoni e il conseguimento del titolo. Uno strumento per leggere il sistema universitario e comprendere quali fattori incidano sulle decisioni degli studenti e sulla possibilità di portarle a termine.

Tra gli elementi centrali, l’IQA, Indice Qualitativo di Attrattività degli Atenei, che considera apertura internazionale, capacità di attrarre studenti, rapporto con il territorio, profilo istituzionale, accessibilità economica, specializzazione ed esiti. I confronti riguardano gli atenei non telematici inclusi nell’analisi e avvengono all’interno di fasce e tipologie omogenee: l’indice offre una lettura dell’attrattività, senza rappresentare una valutazione assoluta della qualità complessiva di un’università.

Il programma inaugurale prevede, insieme a Mariano Berriola, presidente di OrientaSud e direttore del Corriere Università e Lavoro, gli interventi di Luigi Sbarra, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per il Sud; Danilo Giovanni Festa, capo dipartimento al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Donata Vianelli, coordinatrice della Commissione Orientamento della CRUI. La presentazione del Rapporto si svolgerà alla presenza dei rettori campani.

Berriola: “Studiare è fondamentale, ma la professionalità si costruisce ogni giorno”

“Dobbiamo spiegare bene ai nostri giovani quanto sia importante studiare e che la professionalità si costruisce dentro e fuori dalle aule. A OrientaSud offriremo informazioni corrette, un’adeguata formazione orientativa e aiuteremo i ragazzi a trovare motivazioni attraverso scelte coerenti con le loro attitudini, le loro abilità e il loro modo di essere. In questo l’orientamento diventa centrale: noi di OrientaSud conosciamo bene l’impatto che può avere sulla vita delle persone”, dichiara Mariano Berriola.

Dopo il voto in Israele e negli Stati Uniti: la geopolitica spiegata ai giovani

Il 6 novembre alle ore 12, in Sala Musica, “Capire il mondo che cambia: la geopolitica spiegata ai giovani” offrirà strumenti per interpretare gli equilibri internazionali e le loro conseguenze sulla vita quotidiana. L’appuntamento si terrà dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre e le elezioni statunitensi di metà mandato del 3 novembre. Un’occasione per interrogarsi su che cosa cambia per l’Italia e per il Mediterrane, tra conflitti, alleanze, energia, tecnologia e migrazioni, e su come questi processi influenzino studio, lavoro e cittadinanza.

Interverranno Emiliano Errico, giornalista RAI; Massimiliano Lenzi, giornalista, scrittore e autore; Barbara Schiavulli, giornalista e inviata di guerra. Il confronto aiuterà anche a riconoscere fonti affidabili e a orientarsi in un’informazione internazionale sempre più complessa.

Dai corsi di laurea alle professioni: capire che cosa si studia e dove può portare

I workshop della Fondazione Italia Education accompagneranno i visitatori nella conoscenza dei percorsi universitari, collegando materie di studio, modalità di accesso, competenze e sbocchi occupazionali.

Il programma attraversa le principali aree formative. L’obiettivo è aiutare i ragazzi a comprendere il contenuto delle professioni e a mettere in relazione interessi personali, studi e prospettive di lavoro. A questi appuntamenti si affiancheranno le presentazioni e gli incontri con gli atenei e le accademie, tra cui L’Orientale, Università della Campania Luigi Vanvitelli, Suor Orsola Benincasa, Luiss e NABA.

Il lavoro al centro, con il Ministero e gli enti pubblici

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, insieme a Ispettorato Nazionale del Lavoro, INAPP e INPS, sarà presente con uno spazio informativo e un calendario di appuntamenti nei tre giorni. Il 4 novembre l’attenzione sarà rivolta alle regole dei rapporti di lavoro, alla salute e sicurezza e al riconoscimento del lavoro regolare: strumenti essenziali per affrontare una prima esperienza in azienda conoscendo diritti, responsabilità e rischi.

Il 5 novembre si parlerà di EQF ed Europass, per comprendere e presentare qualificazioni e competenze anche in ambito europeo; delle opportunità del Piano Integrato Autoimpiego, con Invitalia; e del percorso “Insieme per il tuo futuro”, a cura dell’INPS. Alle ore 11 del 5 novembre, Inarcassa proporrà inoltre “Progetta la tua professione. Dai forma al tuo futuro”: un confronto sul passaggio dalla laurea alla libera professione, tra competenze, autonomia e previdenza.

Giustizia, opportunità e diritto di scegliere

Il 4 novembre alle ore 11 l’incontro “Il diritto di scegliere il proprio futuro” porterà al Salone Paola Brunese, presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli; Maria Rosaria Covelli, presidente della Corte d’Appello di Napoli; e Stefano Ubertini, presidente del Comitato Tecnico Scientifico della Fondazione Italia Education.

La mattinata inaugurale ospiterà inoltre la premiazione dell’XI edizione di “Città e lavoro: le mie idee”, il concorso promosso da OrientaSud e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania per dare voce alle proposte dei giovani sul lavoro e sulle città come luoghi di espressione e socializzazione.

La partecipazione è gratuita, previa registrazione. Programma in aggiornamento – Informazioni, iscrizioni e programma aggiornato su www.orientasud.it.

Ufficio stampa – Marco Vesperini

ufficiostampa@orientasud.it


È tornato in libertà Youssef Siher


Fonti legali, gip Milano rimette in libertà Youssef Siher

(ANSA) – MILANO, 28 OTT – E’ ritornato libero Youssef Siher, il ricercatore italiano con origini marocchine, fermato la notte di sabato scorso in qualità di amministratore del canale Telegram ‘Movimento 17 ottobre’ aperto dopo la due giorni di saccheggi e devastazioni a Milano.

E’ questa la decisione, secondo fonti legali, del gip Tiziana Landoni che ha rigettato la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura cautelare in carcere proposta dalla pm Francesca Crupi, titolare dell’inchiesta con il procuratore Marcello Viola.


Appendino (M5s) invita a comprare una copia del Fatto: “Sosteniamo chi ha ancora il coraggio di fare le pulci al Sistema”


In un post sui social la deputata M5s invita a sostenere il nostro giornale dopo l’intenzione annunciata da Leonardo Del Vecchio di lanciare un’offerta pubblica di acquisto per rilevare Seif

Appendino (M5s) invita a comprare una copia del Fatto: “Sosteniamo chi ha ancora il coraggio di fare le pulci al Sistema”

(ilfattoquotidiano.it) – “Travaglio e i fondatori del Fatto hanno risposto chiaramente: il Fatto non è in vendita. Lo possono comprare solo i lettori. Allora facciamolo. Una copia in edicola, un abbonamento. Sosteniamo chi vuole restare libero. Sosteniamo chi ha ancora il coraggio di andare controcorrente e di fare le pulci al Sistema”. Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, invita sui suoi canali social a sostenere il Fatto Quotidiano, dopo le dichiarazioni di Leonardo Maria Del Vecchio che, attraverso la sua holding Lmdv Media, ha manifestato l’intenzione di lanciare un’offerta pubblica di acquisto (OPA) per rilevare la SEIF (Società Editoriale Il Fatto), l’azienda che edita Il Fatto Quotidiano. Tuttavia, i soci fondatori della testata e il direttore Marco Travaglio hanno fermamente respinto la proposta, dichiarando che il giornale non è in vendita. Il Fatto ha pubblicato recentemente inchieste e approfondimenti molto duri sugli affari di Del Vecchio, concentrandosi anche sui debiti accumulati dalle sue società. E prima di lanciare la proposta di OPA, l’imprenditore aveva reagito duramente sui social (in particolare su X), accusando il giornale di condurre una “campagna diffamatoria” ai suoi danni. In quell’occasione aveva definito i giornalisti della testata “ratti del giornalismo“.

“Prima le querele temerarie per zittirti, poi gli attacchi, il fango, i tentativi di screditarti, il bavaglio alla libera informazione. Non è bastato. Adesso arriva il portafoglio – continua nel suo post sui sociale Chiara Appendino -. Il Fatto Quotidiano ha fatto una cosa che in Italia può costare cara: ha messo il naso negli affari di uno degli uomini più ricchi del Paese. E poco dopo, quello stesso uomo, Leonardo Maria Del Vecchio, si presenta con il libretto degli assegni per comprarselo. E toglierlo pure dalla Borsa. È questa l’arroganza insopportabile di certi potenti. Hanno talmente tanti soldi da convincersi che tutto e tutti abbiano un prezzo. Del Vecchio ha già investito nel Giornale e nel gruppo che pubblica il Resto del Carlino, la Nazione e il Giorno. Ora punta anche al Fatto, il giornale che gli fa le pulci.È una concezione padronale della democrazia. L’idea che il denaro dia diritto a tutto. Che se un giornale ti critica puoi avere l’arroganza prima di insultare la sua redazione e poi pensare impunemente di comprartela. Prima ha definito i giornalisti del Fatto Quotidiano “ratti del giornalismo”. Ora li vuole trasformare in criceti disposti a girare sulla ruota del padrone. E sapete cosa mi fa più rabbia? Che tutto questo venga considerato quasi normale. Ma d’altronde siamo il Paese delle tv di Berlusconi, di TeleMeloni e dei giornali di Angelucci e tutto questo finisce per sembrare normale. NO. Non è normale. E non dobbiamo abituarci. Perché – conclude – un Paese in cui chi dovrebbe controllare il potere finisce nelle mani del potere è un Paese in cui la democrazia perde pezzi. Ma


Il record siculo della legge mancia


La maggioranza ha varato la «legge mancia» più spendacciona della storia: 174 milioni di euro a pioggia dei quali 146 anche ai più microscopici municipi «amici» e 27,9 a «enti religiosi» vari

(Gian Antonio Stella – corriere.it) – «Aridatece Totò Cuffaro?». Manca solo questa invocazione (troppo provocatoria) a sigillare il record messo a segno nei giorni scorsi dall’Ars, la mitica assemblea regionale siciliana che Saverio Lodato bollò come il Palazzo della Cuccagna. Ricordate cosa promise nel 2025 Renato Schifani a Giorgetti ringraziandolo per non aver impugnato lo sgangherato bilancio siculo? «Ci impegniamo (…) affinché per il futuro siano adottate norme improntate al rispetto dei principi di eguaglianza, imparzialità e continenza». Detto fatto, la sua maggioranza ha varato la «legge mancia» più spendacciona della storia: 174 milioni di euro a pioggia dei quali 146 anche ai più microscopici municipi «amici» e 27,9 a «enti religiosi» vari. Il triplo abbondante dei 50 previsti e il triplo perfino, come Giacinto Pipitone nota sul Giornale di Sicilia, della famigerata «tabella H» di Totò «Vasa Vasa» che per le sole «mancette» arrivò nel suo massimo storico a 64. Giorgia Meloni giurò nel settembre 2024 che «la stagione dei soldi gettati dalla finestra e dei bonus è finita e non tornerà fin quando ci saremo noi al governo»? La Sicilia è una faccenda parte…
Ma come sono stati spartiti questi spropositati 174 milioni alle clientele isolane che sulle casse pubbliche pesano poco meno dei 257 messi dallo Stato dopo interminabili battaglie per i dodici milioni di «caregiver» che suppliscono nella sanità pubblica alle vistose carenze nell’assistenza ai disabili facendo risparmiare miliardi? Ogni onorevole siculo complice della spartizione (non tutti, con proteste ovvie dei comuni di sinistra tagliati fuori) ha mandato una Pec con le sue richieste di finanziamento per questo o quel progetto caro agli elettori. Tipo 100.000 euro per «riqualificazione ex casa del fascio» a Naso, Messina, che per puro caso ha un sindaco di Fratelli d’Italia. E i coriandoli di spesa sono finiti sotto 1.500 voci fitte fitte sparpagliate su decine e decine di pagine. Illeggibili. Commento del quotidiano palermitano: «A un certo punto anche i cervelloni delle segreterie di partito ci hanno rinunciato. Troppo complicato ricostruire quanto ogni Comune incasserà in totale». Lo stesso trucco usato dai furbetti della cattiva burocrazia dai tempi in cui l’abate Ludovico Muratori, nel lontano 1742, scriveva le sue famose parole contro gli azzeccagarbugli: «Quante più parole si adopera in distendere una legge, tanto più scura essa può diventare».


Sbattere i bambini in carcere per aiutare le famiglie. Proposta per Nordio e pure per Roccella


L’ampliamento delle carceri minorili è invece la prima proposta da parte del governo Meloni a incentivare la natalità. La prigione è anche molto più economica di una baby-sitter, e supplisce persino all’eventuale assenza, distanza o indisponibilità dei nonni

Immagine di Sbattere i bambini in carcere per aiutare le famiglie. Proposta per Nordio e pure per Roccella

(di Saverio Raimondo – ilfoglio.it) – Dopo i fatti di Milano (no, non le Cinque Giornate né l’assalto ai forni di manzoniana memoria, ma la distruzione delle vetrine da parte dei maranza) il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha annunciato nuove carceri minorili. La dichiarazione ha suscitato scalpore e indignazione, con accuse al governo di puntare solo sulla repressione; reazioni che hanno portato lo stesso Nordio a una parziale rettifica, dichiarando “mai sognato di chiedere arresti di massa per i ragazzi” (anche per scongiurare un eccesso di edizioni di “Mare Fuori” su RaiPlay) e annunciando il suo ritiro dalla politica per tornare dai suoi gatti – fra i quali alla notizia si è diffuso lo sconcerto ed è iniziato il fuggi fuggi sui tetti dei palazzi vicini. Permettetemi però di fare una riflessione a freddo sulla proposta del ministro Nordio: non c’è dubbio che le carceri non siano una delle eccellenze italiane, anzi; dunque proporre un problema come soluzione a un altro problema è solo che un’idiozia. Ma l’errore di chi ha criticato la proposta del ministro sta nell’averla valutata nel quadro della sicurezza; quando, in realtà, credo l’iniziativa del ministro fosse da inquadrare più in generale nelle politiche di sostegno alle famiglie e alla natalità.

Sappiamo infatti come questo governo abbia sempre avuto a parole l’intenzione di affrontare il drammatico tasso di denatalità di questo paese; ma nei fatti, nulla di concreto. L’ampliamento delle carceri minorili è invece la prima proposta da parte del governo Meloni a incentivare la natalità. La possibilità infatti di incarcerare i propri figli è una prospettiva che sgrava i genitori da molte responsabilità e costi; e permetterebbe anche a molte donne di non dover scegliere fra la famiglia e la carriera. Sappiamo infatti che una delle ragioni per cui si fanno meno figli in Italia è la mancanza di servizi essenziali, quali per esempio gli asili nido; con l’ampliamento delle carceri minorili il problema non si porrebbe: quando i genitori devono andare al lavoro, telefonano ai carabinieri e denunciano i figli. La prigione è anche molto più economica di una baby-sitter, e supplisce persino all’eventuale assenza, distanza o indisponibilità dei nonni. L’idea di poter sbattere in galera la prole può davvero fare la differenza per chi non sa se mettere su famiglia o meno; potrebbe anche disincentivare il ricorso all’aborto: una donna incinta può decidere di partorire a cuor leggero, tanto se poi vede che non ce la fa o cambia idea denuncia il bambino e lo fa incarcerare. Ricordiamoci infatti che il minore non può mica dire niente, perché appunto è un minore, e la sua parola contro quella di un adulto è come “carta” contro “forbice” a morra cinese.

I minori poi in Italia sono considerati proprio dei minorati: non gli si può fare educazione sessuale a scuola, non gli si può dare un telefonino in mano, sono talmente repressi che fossi un minore mi costituirei per andare in carcere di mia spontanea volontà. E non mi stupirei affatto se una simile iniziativa da parte del governo, se concretizzata, facesse venire voglia di fare figli anche a chi figli non ne vuole: pensate a chi odia i bambini, a quanto lo potrebbe eccitare la possibilità di farne uno solo per poterlo sbattere in galera! Con un colpo solo, la proposta del ministro Nordio farebbe contenti sia chi sogna una famiglia ma non ce la fa, sia chi sogna i luoghi “child free”: avremmo più figli, ma comodamente dietro le sbarre. Cosa aspettiamo?


La felpa nera


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Sarà colpa della felpa, ha pensato Carolina, diciott’anni appena compiuti. La sua era priva di cappuccio, ma era pur sempre una felpa. Scura. Nera addirittura, quindi sommamente sospetta.

Carolina Di Giacomo l’aveva indossata sabato scorso per andare alla prima manifestazione in piazza della sua vita: il liceo romano dove studia era rimasto allagato per settimane e le sembrava giusto unire la sua voce al coro dei disagi. La polizia l’ha fermata all’uscita della metropolitana e la ha chiesto i documenti. Carolina avrà immaginato che fosse una procedura normale: in una giornata ad alta tensione ci può stare che le forze d’ordine stringano i bulloni del controllo. Poi però gli agenti l’hanno tenuta lì per quasi un’ora, riprendendola con una telecamera, e già questo non era più tanto normale. Poi le hanno sequestrato il telefono (e un pacchetto di gomme da masticare) e hanno spinto lei e la sua felpa nera dentro un’auto che ha solcato via del Corso a sirene spiegate, e questo decisamente non era normale. Poi l’hanno trattenuta in commissariato per tutto il pomeriggio assieme a due amici e si sono degnati di farla uscire soltanto la sera, intimandole di non azzardarsi mai più a partecipare a una manifestazione «perché ti abbiamo registrato». E questo non solo non era normale, era anche anticostituzionale.

Con lo stesso spirito con cui sosteniamo lo Stato quando ci protegge dai violenti, gradiremmo che lo Stato chiedesse scusa a Carolina per essere stato violento con lei.

Carolina, bloccata ore dalla polizia: “Avevo solo una felpa nera. Hanno detto al corteo non ci vai”

“Mi hanno tolto il telefonino e solo a sera ho potuto scrivere a mio padre. Ma tornerò in piazza, è un mio diritto”

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Carolina Di Giacomo, 18 anni compiuti da poco, era appena uscita dalla metro di piazzale Flaminio con quattro compagni del liceo Talete quando, senza motivo, un gruppo di poliziotti l’ha fermata, identificata e infine portata in commissariato insieme a tre dei suoi amici. Lì, altre ore di attesa, senza telefonino e neppure la possibilità di comunicare con i genitori. «Ma io volevo soltanto partecipare alla manifestazione degli studenti», protesta, ancora spaventata, «per me era la prima volta».

Ci racconta com’è andata?

«Sabato ci eravamo dati appuntamento alla fermata Lepanto. All’inizio volevamo andare in piazza della Repubblica, da dove partiva il corteo. Poi però ci siamo detti che era meglio scendere in piazza del Popolo e aspettarlo lì. Con i miei eravamo d’accordo che se ci fossero stati disordini sarei tonata subito a casa».

Continui.

«Superato il varco, siamo stati fermati da un gruppo di poliziotti tutti bardati, con caschi e giubbotti antiproiettile. Ci hanno chiesto i documenti, glieli abbiamo dati e ci hanno tenuti lì per una quarantina di minuti senza dirci niente».

Avevate felpe con cappuccio o qualche oggetto sospetto?

«Io indossavo solo una felpa nera, senza neanche il cappuccio. Magari mi hanno fermato per quella».

E poi?

«Prima, mentre aspettiamo, ci riprendono con una telecamera. Poi quando finalmente ci restituiscono i documenti e stiamo per andare, il capo dice a un agente: “No, un attimo”. Ci prendono in disparte, ci chiedono di svuotare le tasche, ci prendono i telefonini e ci ordinano di salire su due volanti della polizia. Solo in tre, però, altri due li hanno lasciati andare e non so perché».

Avevate qualcosa negli zainetti?

«Nessuno di noi aveva lo zainetto con sé. Nelle mie tasche hanno trovato solo il telefono e un pacchetto di gomme».

Dove vi hanno portato?

«Al commissariato Trevi, a sirene spiegate, correndo all’impazzata lungo via del Corso. Lì ci siamo messi paura, ma che è successo? Non avevamo fatto niente».

Non vi hanno spiegato il motivo?

«Zero. Ci hanno fatto entrare in una stanzetta, con la porta aperta per controllare. Eravamo ancora senza telefoni. Allora chiedo se posso avvertire mio padre. Ma mi rispondono che avrei dovuto essere autorizzata dal commissario e fare la chiamata davanti a lui. Ma non arrivava mai. Ho supplicato l’agente almeno 300 volte e alla fine mi ha fatto scrivere un sms, “tutto ok”, che avevamo concordato».

C’erano altri ragazzi come voi?

«Sì, c’era un gruppetto che era stato fermato poco dopo di noi. Loro però avevano delle maschere tipo Power Rangers e negli zaini delle bombolette».

Come si è sentita?

«Avevo ansia perché non mi era mai capitata una cosa così. Ma pure rabbia. Io volevo solo andare alla manifestazione, tra l’altro abbiamo avuto la scuola allagata per due settimane, c’erano delle buone ragioni per protestare».

Com’è finita?

«Dopo qualche ora arriva il commissario e, alle nostre rimostranze, si spazientisce: “Io sto lavorando”, ci dice in modo brusco, “ se non state calmi vi tengo qua fino alle tre e mezzo del mattino”».

Dopo quanto vi hanno liberati?

«Era sera. Ci hanno accompagnati alla porta con queste esatte parole: “Adesso tornate a casa e non andate più a manifestare perché comunque vi abbiamo registrato”. Ma manifestare è un mio diritto, non me lo possono levare».


Il ceto medio può attendere, la manovra è solo elettorale


Non c’è il taglio delle tasse promesso, spunta la misura sulle pensioni chiesta da Salvini. Le banche aspettano il confronto, spot su bollo e tredicesime. Zero investimenti sulla sanità

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Senza alcun taglio delle tasse al ceto medio, con la sanità assente insieme alla cultura, ma con interventi spot mirati alle elezioni: ecco che sta per arrivare l’ultima legge di Bilancio della legislatura. In ritardo, ma sarebbe pronta. Lo sguardo sembra rivolto alle elezioni, senza investimenti a lungo termine. L’approvazione della manovra è attesa nel Consiglio dei ministri previsto per mercoledì 28 ottobre alle ore 15, salvo slittamenti last minute. «Tiriamo fuori la torta, vedremo se è venuta bene o non è venuta bene. Se si può mangiare o non si può mangiare», ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

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Tanti spot

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato martedì l’ennesima riunione con Giorgetti, i vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e il leader di Noi moderati, Maurizio Lupi. Al tavolo erano presenti anche i sottosegretari, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

«Alla fine avremo dato una risposta alle cose più importanti, più urgenti. Certamente non avremo fatto tutto, ma avremo fatto quello che è possibile», ha detto il ministro dell’Economia. Un modo per giustificare la manovrina con interventi minimali. Ma da provare a rivendere sul mercato elettorale. Il testo potrà essere definito dopo il confronto con la Commissione europea sulla clausola di salvaguardia per l’energia. «I margini nell’ambito della flessibilità li abbiamo praticamente definiti. Sono soddisfatto», ha spiegato Giorgetti.

Cosa bisogna attendersi dal provvedimento? Ci sarà il potenziamento, per il 2027, della cancellazione del bollo auto. La misura è destinata anche a famiglie, con almeno 4 figli, proprietarie di macchine da 6 a 9 posti fino a 133 Kw di potenza. Resta il nodo per gli anni successivi. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha sottolineato «la necessità di individuare coperture strutturali e gli effetti sull’autonomia finanziaria delle regioni, che vedrebbero sostituito il gettito del tributo con un trasferimento statale». Servono i soldi per mettere a regime l’intervento. Intanto si passa all’incasso per il voto. Così come si sta cercando la quadra per una detassazione sulle tredicesime per avere un immediato ritorno in termini di consenso.

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Anzitutto c’è da avviare il confronto con banche e assicurazioni per reperire i 5 miliardi di euro previsti. «C’è un interesse assoluto da parte delle banche a far sì che ci sia un contributo all’andamento positivo di questo paese», ha detto l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Che ha aggiunto: «È chiaro, però, che ci deve essere il giusto equilibrio e un’equità di trattamento, perché noi abbiamo degli azionisti e la gran parte delle banche è con azionisti internazionali». La disponibilità al confronto c’è, anche se – come ha riferito il presidente dell’Abi Antonio Patuelli – «non risultano incontri». Giorgetti, interpellato sul punto, se l’è cavata con una battuta: «Abbiamo trovato l’accordo tra di noi, con le banche…». Una sospensione che significa un “ancora no”.

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E che il raggio di azione sia limitato emerge su un altro punto: nel provvedimento dovrebbe rientrare pure l’ennesimo intervento sul futuro dell’ex Ilva. È infatti allo studio «un’estensione delle misure di sostegno al reddito e all’occupazione, anche attraverso interventi di incentivazione all’esodo e di accesso anticipato alla pensione e si è impegnato a fornire dettagli sul contenuto e i requisiti delle singole misure non appena saranno definiti i saldi di finanza pubblica e, conseguentemente, le risorse destinate allo scopo», ha fatto sapere Mantovano.

Nella prima bozza da portare nel Cdm c’è poi la misura che fa felice il leader della Lega Salvini: un fondo di circa un miliardo di euro sul pensionamento anticipato, a 64 anni con 36 di contribuzione. La portata del beneficio è tutta da misurare, ma resta la possibilità di fare l’annuncio. Salvini potrebbe rivendicare anche l’innalzamento della soglia per la flat tax dei lavoratori autonomi. «Tendenzialmente c’è», ha confermato Giorgetti. Al fianco c’è anche il «pacchetto giovani» che mette tutti d’accordo nella maggioranza con gli sgravi – una tassazione al 5 per cento – per i neoassunti sotto i 35 anni e la mini-Irpef per gli under 30 a basso reddito. Mentre è sempre destinata all’esclusione dal testo la riduzione dell’aliquota Irpef (dal 43 al 33 per cento) per i redditi tra 50mila e 60mila euro. Era la bandiera, ormai ammainata, di Forza Italia.

Istruzione dimenticata

Quello che manca, almeno stando alle indiscrezioni del giorno prima, è l’investimento sui capitoli che guardano al futuro: istruzione e cultura. Ma non solo. Sulla sanità c’è il rischio di un grande passo indietro. «I 2,4 miliardi indicati nel Documento programmatico verrebbero destinati a un bonus da 300-500 euro per le spese sanitarie degli over 75», ha denunciato la senatrice del Pd, Ilenia Malavasi.

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Le avvisaglie raccontano una manovra improvvisata. Una torta, per dirla con Giorgetti, pasticciata.


Davvero qualcuno crede che ci serva ancora un Prodi?


(di Savino Balzano – ilfattoquotidiano.it) – Da settimane sento ripetere come un mantra che al campo largo serve un federatore, una figura in grado di tenere tutti insieme per poter tentare l’impresa: sconfiggere la destra di Giorgia Meloni. In certi salotti lo si ripropone instancabilmente: serve un Romano Prodi. Devo dire che l’auspicio mi sorprende non poco: credo che quelle esperienze dimostrino, viceversa, come le ammucchiate a tutti i costi, pur di vincere, siano proprio ciò da cui bisognerebbe rifuggire. Prima di tutto, farei sommessamente notare il dato più macroscopico: Romano Prodi ebbe certamente il merito di vincere contro Berlusconi per due volte, nel 1996 e nel 2006. Tuttavia, i suoi governi ebbero vita breve: il primo durò meno di due anni e mezzo, il secondo non arrivò ai due anni. La stabilità non è tutto e Meloni lo sta dimostrando: si vanta di presiedere il governo più longevo della storia della Repubblica, ma si fatica a individuare un motivo ulteriore per cui ricordarlo. Allo stesso tempo, immaginare di contrapporle un’armata Brancaleone che fatica a stare in piedi per più di mezza legislatura non mi pare la soluzione più brillante.

Però non c’è solo questo: non è soltanto una questione di durata. Bisogna pensare anche a cosa quei governi siano riusciti davvero a fare. In che modo si contrapposero al potere berlusconiano Realizzarono la svolta progressista e sociale che promettevano? Il primo governo Prodi fu quello del Pacchetto Treu, ad esempio: la riforma del mercato del lavoro che introdusse una delle forme di precarietà più emblematiche di quegli anni, il lavoro interinale. Il lavoratore veniva assunto da un’agenzia, che lo metteva a disposizione delle imprese «utilizzatrici»: una specie di cacciavite, di arnese. Un formidabile strumento di deresponsabilizzazione datoriale. Quel governo cadde poi perché Bertinotti decise di staccare la spina, denunciando soprattutto la politica economica dell’esecutivo: severa, rigorosa sui conti pubblici in ossequio ai dettami europei, austera pur di accedere al paradiso dell’euro. Così ce lo dipingevano. Precarietà e tagli allo Stato sociale: è per contrastare proprio queste politiche che, ancora oggi, milioni di persone scendono in piazza, facendo tremare le cancellerie del Vecchio continente. Mi pare quantomeno curioso, dunque, che chi auspica un cambiamento si rifaccia proprio a quegli anni.

Il secondo esecutivo del professore ebbe una parabola persino più indecorosa: la coalizione faceva acqua da tutte le parti, si reggeva su numeri risicatissimi e persino i senatori a vita erano indispensabili per garantirle la maggioranza. Alla fine fu Mastella a farlo cadere, dopo aver lamentato la mancata solidarietà degli alleati di governo in una vicenda giudiziaria. Un governo che non impartì alcuno scossone, alcuna inversione di rotta rispetto alle politiche berlusconiane. Del resto, difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti: Prodi, che nel frattempo era stato anche presidente della Commissione europea, rappresentava lo stesso establishment unionale che avrebbe poi benedetto figure come Monti e Draghi. E, dopotutto, sulla reale volontà di contrapporsi a Berlusconi, fu Luciano Violante, allora capogruppo dei Ds alla Camera, a illuminarci, nel febbraio del 2002, dai banchi di Montecitorio: “L’onorevole Berlusconi (…) sa per certo che gli è stata data la garanzia piena (…). Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi (…). Durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte”. Insomma, l’alternativa a Berlusconi era… Berlusconi. È questa la radicalità che chiede chi scende in piazza oggi e vuole che tutto cambi? Dubito che gli italiani desiderino davvero rivivere la finta alternanza di quegli anni, ripercorrere quell’esperimento politico da cui nacque infine il Pd del “ma anche” veltroniano: la definitiva pietra tombale su ciò che forse, un tempo, era stata la sinistra in Italia.


Mostri di ieri e mostri di oggi


(di Michele Serra – repubblica.it) – L’arresto dell’attivista Youssef Siher è stato confezionato da buona parte dei media nazionali (sicuramente da Tg1 e Tg2) nella ingloriosa tradizione del sensazionalismo colpevolista.

Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio è del 1972. Oltre mezzo secolo è passato invano. Con un elemento, se possibile, peggiorativo a carico di chi strilla “preso il mostro!”: lì si parlava di una strage, quella di piazza Fontana, che gridava vendetta. Non tra parentesi: attuata da neofascisti e attribuita a un anarchico innocente. Qui stiamo parlando, fortunatamente, solo di tumulti di piazza e di vetrine rotte, ai margini di grandi manifestazioni pacifiche. Brutta roba, ma niente a che vedere con quegli anni sanguinari.

Già Luigi Manconi ha spiegato bene la differenza, in uno Stato di diritto, tra le opinioni (anche ripugnanti, tipo rivendicare l’eccidio del 7 ottobre) e i reati. Ma a parte gli aspetti giudiziari del caso, che la magistratura inquirente e giudicante saprà valutare nella sua reale consistenza, è imperdonabile la leggerezza con la quale i media, immemori degli errori del passato, trattano l’individuazione di un agitatore di piazza (uno dei tanti) alla stregua dell’arresto di un capo rivoluzionario in procinto di rovesciare la democrazia a mani nude, e a tastiera sguainata.

Se cinquantamila visitatori di un sito diventano, come nel linguaggio dei media, “seguaci reclutati”, saremmo fritti: basta aprire una pagina social incendiaria e in una settimana la rivoluzione bussa alle porte. Le parole sono armi: sono armi se le usa il signor Siher, ma sono armi anche quando le si adopera per confezionare giornali e telegiornali. Dando per scontato che difficilmente gli agitatori di piazza si daranno una calmata, non sarebbe il caso che se la dia chi presidia, con intemerato spirito democratico, la polis dell’informazione?


Dàgli all’untore. Il grottesco va a reti unificate: niente russi, è stato Youssef


(estr. di Alessandro Robecchi – ilfattoquotidiano.it) – […] Meno male che è stato Youssef, a compiere il terribile vetrinicidio di Milano, bene, siamo tutti più tranquilli, perché fino al giorno prima erano stati i russi, con la loro guerra ibrida, che sono un po’ più numerosi. Mentre scrivo, ancora non so che fine faranno le accuse al giovane milanese, che in un primo momento era di origine palestinese, poi di origini marocchine, poi stagista al Fatto, poi stagista all’Ispi, poi chissà cos’altro, e magari raccoglieva funghi senza il patentino. Secondo la procura aveva “una strategia rivoluzionaria”, che non si sa bene cosa voglia dire, ma basta e avanza per eccitare la gang dei “buttare via la chiave”, assai numerosa. La stessa gang che voleva “buttare via la chiave” per un altro Youssef (questa volta il nome è di fantasia, ma mica l’hanno chiamato Mario), un ragazzino di undici anni, anche lui colpevole di vetrinicidio, che è stato sulle prime pagine dei giornali per giorni e giorni. Poi è arrivato l’esercito, perché Bava Beccaris è vivo e lotta insieme a noi. […]

Ora, è chiaro che gli animi sono un po’ surriscaldati, ma nonostante questo indagherei – oltre che sui numerosi “terroristi” che vanno su tutto, come il beige – anche su un’associazione professionale con finalità di cretinismo, cioè il sistema dell’informazione italiana. Gli esempi sarebbero milioni, e vi risparmio l’elenco infinito, ma per dirne uno, basta citare il leit-motive di questi giorni, molto ragionevole-sincero-democratico: il ritornello ossessivo che viva viva le proteste pacifiche, ma la violenza no. Giusto. Ma un retropensiero mi tormenta: se il corteo contro il carovita del 17 ottobre a Milano fosse stato tranquillo e pacifico come tutti speravamo, quante righe avrebbe avuto sui giornali? Undici? Diciassette? Una breve a pagina diciannove, sotto il gatto che conta fino a sei? Probabile. Quindi tutto questo inneggiare ai giovani che protestano senza spaccare niente è una cosa che si dice dopo; ma quando succede, sui giovani che protestano senza spaccare niente cala un silenzio di tomba.

[…] Per giorni ci siamo beccati l’esilarante solfa della guerra ibrida, che parte dalle stanze del Cremlino (o di Pechino, o fate voi) per arrivare alle vetrine della multinazionale delle sneakers e ai maranza rapinatori. Solidissima base della notizia (un caro saluto ai colleghi), un’esternazione di Crosetto, quello che andava in vacanza a Dubai mentre scoppiava una guerra con tanto di bombardamenti a Dubai, che sarebbe anche da ridere se lui non fosse il ministro della Difesa (ci difendiamo da soli, grazie). E mentre tutti scrivevano di Youssef senior, che organizzava gli scontri del 17 ottobre con un account aperto il 18 ottobre (quindi sospetto anche come inventore della macchina del tempo), o su Youssef junior, undicenne, molte cose non trovavano spazio nei Tg e sui giornali, che disdetta. Tipo, che so, la retata marchigiana di gente (anche molto molto vicina alla giunta del meloniano Acquaroli) che lucrava e smazzettava sulla ricostruzione del terremoto, di cui ricorre il decennale: un caso poco noto di “devastazione e saccheggio”. Questioncelle, per carità, dettagli trascurabili, così come è trascurabile che per certi reati e per certi indagati si faccia un grande uso della parola “presunto”, mentre per altri si convochi direttamente il plotone d’esecuzione in prima pagina. Sarebbe interessante sapere dalla stampa italiana con quali limiti di reddito, o di potere, o di vicinanza al governo, si applica la parola “garantismo”, ma forse pretendo troppo.