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Nordio: “Serve spedire dietro le sbarre i giovani violenti. Valutiamo di destinare carceri per adulti ai minori”


Il ministro: “Massicci arresti di minorenni. Pensiamo anche di ampliare gli istituti penitenziari giovanili”. Conte: “È meglio Nordio che vada a casa. Se parli così non sei un politico”

Nordio: “Serve spedire dietro le sbarre i giovani violenti. Valutiamo di destinare carceri per adulti ai minori”. Insorgono le opposizioni

(ilfattoquotidiano.it) – “Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta”, ha spiegato il ministro della Giustizia. Per questo, prosegue Carlo Nordio, si sta valutando se alcuni “settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere destinati ai minori”. L’ultima dichiarazione del Guardasigilli scatena le reazioni indignate di tutte le opposizioni. Per il Movimento 5 Stelle, queste dichiarazioni “nel migliore dei casi segnalano l’ennesima rincorsa a Roberto Vannacci da parte dell’esecutivo. Nel peggiore, la deriva cilena di questo governo”. Il leader, Giuseppe Conte, ha chiesto le dimissioni del ministro: “Se parli cosi allora non sei un politico, devi andare a casa”. Mentre per il Partito Democratico, “le parole di Nordio sono gravissime e svelano il vero progetto del governo di Giorgia Meloni: per un giovane che sbaglia la risposta non è recuperarlo, ma rinchiuderlo in una cella”.

Un’ospitata poco fortunata quella di Nordio a Start, su Sky Tg24. Prima la frase sulle possibili infiltrazioni mafiose nelle proteste degli autotrasportatori. Poi le dichiarazioni sui giovani: “Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti. E il sistema carcerario minorile in questo momento è effettivamente in sofferenza. Proprio ieri abbiamo fatto una riunione per cercare di risolvere questo problema, sia stanziando i pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri giovanili, sia eventualmente per trovare dei accordi in modo che dei settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori”, ha detto il ministro nel corso della trasmissione.

“C’è una generazione totalmente ai margini della società, incapace di immaginare un futuro tra affitti alle stelle, studentati di lusso e la casa che è diventata una utopia impossibile da raggiungere senza l’aiuto dei genitori. Ai nostri giovani Meloni nega il diritto alla casa, ma apre le porte delle carceri. Non c’è più nemmeno il pudore di fare certe dichiarazioni. Fermatevi finché siete in tempo”, critica Luca Pirondini, capogruppo M5s al Senato. Mentre la dem Michela Di Biase commenta: “Dopo aver progressivamente smantellato il sistema della giustizia minorile, ora si arriva persino a ipotizzare di destinare ai minori spazi delle carceri per adulti. Si cancellano così le differenze tra minori e maggiorenni, si calpesta il principio del superiore interesse del minore e si mettono in discussione decenni di conquiste giuridiche e convenzioni internazionali sull’altare del populismo penale. È una deriva pericolosissima, che stravolge la funzione rieducativa della giustizia minorile. Per questo governo il disagio giovanile non è più una questione sociale da affrontare, ma un’emergenza di ordine pubblico da reprimere. Non si investe nella scuola, nella prevenzione e nel recupero: si costruiscono nuove celle”.


La criminalizzazione degli autotrasportatori non basta


DECRETO, AI TIR 105 MILIONI, PER AGRICOLTURA E PESCA ALTRI 70 MILIONI

(ANSA) – Ammonta a 175 milioni di euro il pacchetto di aiuti per l’autotrasporto, l’agricoltura e la pesca varato oggi dal Consiglio dei ministri. Nel dettaglio, per combattere il caro gasolio sono destinati ulteriori 45,2 milioni di euro per il credito d’imposta già previsto per il periodo di spesa marzo-agosto 2026.

In questo modo l’agevolazione passa da 430 a circa 480 milioni, come annunciato dal viceministro Edoardo Rixi. Altri 60 milioni sono stanziati per le spese dal primo settembre al 5 ottobre. In totale, quindi, si tratta di 105,2 milioni per i Tir.

Per l’agricoltura vengono invece allocati 60 milioni di euro e per la pesca 10 milioni: in entrambi i casi come contributi a fondo perduto validi nel 2026.

CODACONS, CON DL AUTOTRASPORTO RINCARI GASOLIO TRASFERITI A CONSUMATORI

(ANSA) – La misura prevista dal decreto sull’autotrasporto approvato oggi dal Consiglio dei ministri “rischia di determinare rincari dei prezzi al dettaglio per l’88% della merce venduta nei negozi italiani”. Lo denuncia il Codacons, che esprime “perplessità” circa il provvedimento secondo cui i rincari del gasolio “saranno trasferiti” in parte ai committenti.

“Giusto aiutare gli autotrasportatori schiacciati dal caro-carburante, ma trasferire i rincari alla pompa sui committenti e quindi sulla filiera di distribuzione rischia di determinare un aumento generalizzato dei prezzi al dettaglio per quei prodotti, l’88% della merce venduta nei negozi e nei supermercati, che vengono trasportati su gomma in Italia”, spiega il Codacons.

“A pagare il conto della situazione potrebbero quindi essere i consumatori finali, sui quali verrebbero scaricati i maggiori costi di trasporto, con impatti negativi sull’inflazione”, avverte l’Associazione dei consumatori, invitando il governo a “vigilare con la massima attenzione e a prevedere strumenti volti ad evitare che il caro-gasolio venga pagato solo dai consumatori attraverso i listini al dettaglio”.

PROTESTE TIR, MELONI: NON TOLLERIAMO INTIMIDAZIONI, RISORSE IN ARRIVO

(Askanews) – “In alcune zone pochi soggetti continuano a bloccare le strade e non si fermano lì, minacciano chi vuole lavorare, tagliano le gomme ai camion dei colleghi, questa non è protesta, questa è intimidazione e l’intimidazione non la tolleriamo”. Lo afferma la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un video messaggio sui social dopo il varo del Cdm del decreto per il sostegno ad autotrasporto e agricoltura.

“E non lo dico solamente io, a chiedere di rimuovere questi blocchi – ha aggiunto – sono gli stessi autotrasportatori, i commercianti, gli agricoltori, i sindaci e le istituzioni di ogni colore politico perché a pagare come sempre non è il potente di turno, è la gente comune: il camionista che deve portare a casa lo stipendio, l’impresa che non riesce a consegnare, la famiglia che si trova a pagare di più”.

“Useremo tutti gli strumenti che la legge ci offre, comprese – così Meloni – le norme del decreto sicurezza che hanno reso reato il blocco stradale. Questo governo rispetta pienamente chi vuole manifestare, ascolta chi chiede aiuto nel rispetto delle regole, però abbiamo anche il dovere di far rispettare le leggi dello Stato e di non farci ricattare da chi usa la violenza come strumento di pressione. Chi vuole lavorare deve poterlo fare e lo Stato deve garantirlo”.

“Accordo con le associazioni dell’autotrasporto, risorse già in pagamento e nuove misure per agricoltori e pescatori approvate oggi in Consiglio dei ministri”, ha spiegato Meloni. “Non sono promesse quelle che sono state firmate, ma risorse”, ha aggiunto la premier nel video.

L’APPELLO DI LOLLOBRIGIDA, GLI AUTOTRASPORTATORI LASCINO PASSARE LE MERCI DAL SUD

(ANSA) – “Il mio invito, rivolto alla sensibilità di tutti gli autotrasportatori italiani che lavorano e hanno ottenuto risultati dal governo, è di lasciar passare le merci deperibili”, altrimenti “si danneggia persone che già sono in difficoltà”.

È l’appello lanciato dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca.

“Le mobilitazioni sono il sale della democrazia, vanno fatte, però secondo le regole, senza creare danno ad altri – ha osservato -. Il mio appello è affinché si permetta alle merci di arrivare dai nostri straordinari produttori del Sud Italia alla distribuzione, cioè di mettere in condizioni nostri cittadini di continuare a poterle comprare e a un prezzo accessibile”.

Il ministro ha evidenziato altrimenti il rischio che “il nostro mercato possa vedere sostituire le merci provenienti dalle regioni del Sud con altre da Europa, Spagna, Olanda, Francia e questo sarebbe un danno, non solo nel settore dell’ortofrutta, ma anche in quello lattiero caseario”.

Lollobrigida ha sottolineato anche un tema di “benessere animale”. “Se ci sono blocchi stradali e ci sono animali che viaggiano all’interno dei camion, quegli animali – ha detto – rischiano di perdere la vita all’interno dei mezzi stessi”.

PROTESTA TIR: MIT, 45,2 MLN DI CREDITO D’IMPOSTA SUL GASOLIO

(AGI) – Credito d’imposta sul gasolio e possibilità di sospendere i canoni di leasing dei veicoli. Il Consiglio dei ministri ha approvato nuove misure per affrontare le difficolta’ del settore dell’autotrasporto, con particolare attenzione alle piccole imprese e ai padroncini, maggiormente esposti all’aumento dei costi. Il provvedimento arriva al termine del lavoro portato avanti dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e dal viceministro Edoardo Rixi, attraverso il confronto con le associazioni di categoria.

Come spiega una nota del Mit sul fronte dei carburanti, vengono stanziati ulteriori 45,2 milioni di euro per il credito d’imposta sul gasolio, destinato alle spese sostenute da marzo ad agosto 2026. Le nuove risorse si aggiungono ai 21,2 milioni già previsti dal decreto sul bollo e sono integrate con ulteriori 60 mln per le spese dal 1 settembre al 5 ottobre.

E’ inoltre prevista la possibilita’ di sospendere fino al 31 marzo 2027 i canoni di leasing dei veicoli in scadenza tra novembre 2026 e marzo 2027, per alleggerire la pressione finanziaria sulle imprese.Particolare attenzione e’ riservata ai piccoli autotrasportatori, che rappresentano una componente essenziale della logistica italiana e dispongono spesso di margini ridotti per assorbire i rincari.

L’obiettivo è tutelare la continuità operativa delle imprese e salvaguardare il lavoro di chi garantisce ogni giorno la movimentazione delle merci, un servizio indispensabile per le filiere produttive e commerciali del Paese.

Con queste misure, il Governo interviene sulle difficolta’ legate al caro carburanti e sulla liquidita’ delle imprese, confermando l’impegno del ministro Salvini e del viceministro Rixi a individuare risposte concrete per un comparto strategico dell’economia nazionale.


Mortacci di Trump e di chi l’ha votato


(ANSA) – BRUXELLES, 22 OTT – Al 22 ottobre i prezzi del gas sulla piazza olandese Ttf hanno registrato un aumento del 177% dal febbraio 2026, data d’inizio del conflitto con l’Iran. E’ quanto emerge dai dati interni della Commissione europea, secondo cui il prezzo si attesta oggi a 89 euro/MWh.     

Il prezzo del petrolio è invece di 111 dollari Usa al barile, in rialzo del 54% rispetto al 27 febbraio. Secondo gli stessi dati, dal 2022, anno di inizio della guerra in Ucraina, il picco del prezzo del gas sul Ttf era stato raggiunto nell’agosto dello stesso anno, a 311 euro/MWh. Per il petrolio, invece, il massimo era stato toccato nel giugno 2022, a 122 dollari al barile.


Rampelli: “Aridatece il Pci”


CORTEI: RAMPELLI, “MISURE INUTILI? RIDATECI ‘GLORIOSO’ PCI, FURORE IDEOLOGICO SINISTRA ANNEBBIA REALTA”

(Adnkronos) – “Quando negli anni ’70 nei cortei della Cgil e del Pci si azzardavano a entrare i violenti dei Centri sociali e dei Collettivi intervenivano i Servizi d’ordine e le botte si sprecavano. Espulsi in pochi minuti e condanne senza ambiguità per l’estremismo.

Quando iniziò a prendere forma la lotta armata Berlinguer sostenne le leggi speciali del governo. Si chiamava senso dello Stato, sconosciuto agli attuali leader del Campo Fricchettone.

Di fronte al combinato disposto di una sinistra violenta ed eversiva e di una moltitudine di maranza, figli del permissivismo con cui hanno spalancato le porte all’immigrazione clandestina, criticano le misure eccezionali proposte dal Governo, ci si attarda in analisi sociologiche che avevano senso per evitare queste degenerazioni (cosa che gli competeva ieri e compete tuttora ai sindaci del Pd nelle grandi città), si giustificano di fatto violenze e saccheggi anteponendo la psicanalisi alla difesa delle città e dei lavoratori del commercio”.

E’ quanto scrive il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli sul sito http://www.fabiorampelli.it “Ci accusano di aver creato 51 nuovi reati, a loro dire, inutili che invece hanno esercitato la funzione di deterrenza nella necessaria sanzione di ogni illecito. Da sempre rubare è un reato eppure i ladri non sono scomparsi; non per questo si rinuncia alla certezza della punizione.

È lo Stato di diritto che funziona così. Tanto per puntualizzare…DL Cutro e successivi: crollo degli ingressi irregolari. DL Rave: i concerti non autorizzati sono stati eliminati e con loro sono stati azzerati incidenti, feriti e morti legati a tali eventi. DL Caivano: bonifica del degrado esistente, realizzazione di impianti sportivi, apertura di nuovi spazi sociali e culturali, sfratto dei camorristi dalle case popolari.

Zone Rosse ad alta pericolosità sociale presidiate h 24 dalle forze dell’ordine: diminuzione dei reati ad alta intensità criminale. Il VI municipio romano, per decenni primo nella graduatoria della pericolosità sociale ha perso da oltre un anno il suo triste primato”, rimarca l’esponente di Fdi.

“Trovo davvero sorprendente che a questi corifei si aggiungano l’Associazione nazionale dei Magistrati e l’Unione Camere penali che, manco fossero le terze Camere dello Stato, si permettono di sindacare le scelte di governo in nome del diritto, salvo tacere quando indulti e svuotacarceri hanno polverizzato la certezza della pena e la riforma Cartabia ha di fatto privato i cittadini dell’automatismo della giustizia di fronte a un reato predatorio subito.

Tutti zitti. Anzi, no, hanno perfino fatto passare per cinici giustizialisti coloro che difendevano il rispetto delle regole senza eccezioni, per chiunque. Non sono barzellette, non è l’atto di una commedia pirandelliana, è la realtà di una sinistra opportunista che in totale confusione vuole portare l’Italia verso il caos delle primavere arabe o verso la miseria di Cuba. Aridatece il Pci”, conclude Rampelli.


La scala dell’indignazione vede in cima le vetrine rotte, poi Garlasco. Silenzio sulle armi nucleari


In Italia è completamente saltato in aria il rapporto di interdipendenza tra informazione libera e democrazia

La scala dell’indignazione vede in cima le vetrine rotte, poi Garlasco. Silenzio sulle armi nucleari

(Luca Fazzi – ilfattoquotidino.it) – “Ci sono immagini che speravamo di non vedere mai nelle nostre comunità” è l’espressione di biasimo che in questi giorni più accomuna i politici di centro destra e di centro sinistra nel commentare i disordini sociali di Milano finiti sui media e sulle prime pagine dei giornali. I fotogrammi in discussione ritraggono sequenze di giovani incappucciati, bambini di dieci anni mascherati, giovani stranieri che si scatenano contro vetrine e forze dell’ordine e corrono in mezzo a lacrimogeni e fumo che sale dalle strade.

Sono immagini che turbano. Non solo perché ritraggono scene di violenza in strada che spaventano. Ma anche per il loro livello di selettività. Fino a un paio di giorni fa, gli scioperi che stanno sconvolgendo il meridione erano deliberatamente occultati. Pochissimi sanno che a Pisa ha sfilato un corteo di ambulanze delle pubbliche assistenze con le sirene accese per denunciare l’aumento dei costi del carburante che rischia di compromettere la continuità dei servizi del trasporto sanitario volontario, mentre in un trafiletto di un paio di agenzie di stampa l’opinione pubblica è stata informata che nelle isole Savlbard l’acqua di rubinetto non si può più bere a causa dello scioglimento del permafrost dovuto al riscaldamento globale che rilascia fortissime concentrazioni di metalli pesanti nell’acqua e sotto il quale giacciono 1700 miliardi di carbonio immagazzinato.

Una immagine che gira in questi giorni sui social media presenta una ‘scala dell’indignazione’ che fotografa con precisione l’importanza data dai media alle diverse notizie da comunicare all’opinione pubblica. In cima alla scala ci sono le vetrine rotte con maranza e ragazzini di dieci anni mascherati a contorno, per fare intenzionalmente risaltare, in contemporanea, la pericolosità e l’infantilismo che anima i nuovi movimenti. In seconda posizione sulla scala molto staccata dalla prima ci sono le notizie sul pericolo imminente di invasione della Russia. Seguono su un gradino sempre più marginale le notizie sull’omicidio di Garlasco e sullo sfruttamento degli animali negli allevamenti intensivi. Ormai derubricata in ultima posizione con la messa in disparte del dibattito sulla transizione green è la crisi climatica causata dalla mano criminale dell’uomo a cui giornali e televisioni da messi ormai invitano a farci l’abitudine investendo su condizionatori e assicurazioni contro di danni climatici.

La domanda più urgente da porsi in una società dove il controllo dell’informazione è ormai diventato un monopolio in mano a pochissimi gruppi economici e persone è come mai in prima pagina non è stata pubblicata la notizia che in tutte le città sono partiti cortei pacifici con migliaia di studenti a sostegno dei docenti che chiedono una retribuzione adeguata per il lavoro educativo svolto nel paese con gli stipendi per l’istruzione più bassi di Europa. Tra le notizie dei media è di mercoledì l’informazione che gli inquirenti hanno sequestrato documenti per ipotesi di corruzione sul ponte di Messina. Perché, oltre a intervistare Salvini per informare i cittadini sul nuovo decreto di fermo dei minorenni, non è stato chiesto al ministro di spiegare atti alla mano cosa sta accadendo nello Stretto: un’opera faraonica dal costo stimato di quasi 14 miliardi di euro che gli osservatori indipendenti sempre più dubitano sarà mai realizzata. E perché non si parla delle misure da adottare per affrontare la più grande contaminazione ambientale registrata dal dopoguerra in Italia: quella da PFAS l’’inquinante eterno’ di cui la metà della popolazione veneta presenta valori fuori media nel sangue?

Si può naturalmente seguire con interesse il dibattito in cui i vari politici Meloni, Renzi, Sala, Crosetto e chi più ne ha più ne metta, si prodigano nel rimarcare l’urgenza della repressione nei confronti dei balordi che hanno spaccato qualche vetrina in centro di Milano. L’immagine plastica che salta agli occhi in questi giorni però va detto con franchezza non sono i disordini milanesi, ma il fatto che in Italia è completamente saltato in aria il rapporto di interdipendenza tra informazione libera e democrazia. Ogni sistema che si possa dire democratico ha bisogno di uno spazio pubblico in cui discutere dei fatti, affinché i cittadini possano prendere posizione sia nell’esercizio del voto che nelle azioni da mettere in campo per partecipare alla vita civile del paese.

Nell’ultimo indice di Reporter senza Frontiere, la situazione in cui i cittadini vivono in una condizione informativa accettabile è passata dal 20% all’1% della popolazione mondiale del 2026, mentre l’Italia è scesa dalla 49° alla 56° posizione tra le nazioni con informazione sana.

Nell’esercitazione Nato Steadfast Noon 2026 iniziata il 13 ottobre in Italia sono stati impiegati aerei capaci di trasportare le nuove bombe nucleari a caduta libera nella versione B61-12 da 50 kilotoni (la bomba lanciata sulla popolazione inerme di Hiroshima aveva per dare una comparazione una potenza di 15 kilotoni). Diversi esperti di controllo degli armamenti sostengono che per precisione, capacità di penetrazione e flessibilità queste nuove bombe sono progettate non solo come deterrente, ma anche come strumento da primo attacco. Nessun approfondimento sul tema è recuperabile dall’informazione dei media dominanti. Quando i cittadini non sanno cosa accade, perché i media tacciono, o selezionano le informazioni per creare consenso e compiacere il potere e i grandi gruppi di interesse, la democrazia muore.


Vomero: scuole occupate, giovani senza spazi


Riaprire subito la biblioteca Benedetto Croce

Il Comitato Valori collinari, in piena continuità con i numerosi appelli già rivolti negli anni all’Amministrazione comunale partenopea denuncia con fermezza il permanere della chiusura della Biblioteca comunale “Benedetto Croce”, unica biblioteca pubblica del Vomero, chiusa al pubblico ormai da oltre sette anni.

La situazione è tanto più inaccettabile alla luce delle numerose occupazioni di scuole registrate nella città e della crescente domanda di luoghi sicuri, gratuiti e inclusivi dove i ragazzi possano studiare, incontrarsi, confrontarsi e partecipare alla vita culturale del quartiere. Una parrocchia della collina vomerese ha già dimostrato, organizzando lezioni gratuite, quanto sia concreto e urgente questo bisogno.

” Mentre i ragazzi cercano spazi per studiare e incontrarsi – dichiara Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -, l’unica biblioteca pubblica del Vomero resta chiusa da oltre sette anni. È un paradosso che non possiamo più accettare “.

Da oltre due anni sono liberi, nel polifunzionale comunale di via Morghen, i locali destinati ad accogliere la biblioteca. Per il loro adeguamento sono state altresì stanziate risorse economiche. Eppure, a tutt’oggi non risulta che i lavori siano iniziati.

” Ci sono locali disponibili, fondi stanziati e una comunità che chiede cultura, studio e socialità – sottolinea Capodanno -. Eppure la biblioteca non riapre. Non si può continuare a rimandare: chiediamo all’Amministrazione comunale di rendere pubblici tempi, responsabilità e cronoprogramma dei lavori “.

La riapertura della Biblioteca “Benedetto Croce” non sarebbe soltanto il recupero di un servizio culturale. Significherebbe restituire al Vomero uno spazio pubblico dove studenti, famiglie, anziani e associazioni possano incontrarsi. Significherebbe offrire ai giovani un’alternativa concreta alla mancanza di luoghi di aggregazione. Significherebbe dimostrare che la cultura è un diritto e non un optional.

” Non chiediamo favori: chiediamo invece che venga restituito un importante servizio pubblico già esistente e peraltro con finanziamenti per l’adeguamento della nuova sede già disponibili  – conclude Capodanno – . La biblioteca Benedetto Croce deve riaprire in tempi rapidi. Ogni ulteriore rinvio è una scelta che penalizza i giovani ma anche l’intero quartiere collinare “.


Ipocrisia e falsità regolano l’azione politica di Giorgia


(Dott. Paolo Caruso) – Mentre la protesta degli autotrasportatori pare sia rientrata rimane attiva quella degli agricoltori e in parte dei pescatori. Il problema è sempre quello del caro carburanti e della speculazione con aumenti eccessivi nella filiera dei prodotti agricoli. Le manifestazioni degli agricoltori vanno avanti appoggiate da larghe frange di cittadini, mentre la Meloni e il Ministro dell’ agricoltura Lollobrigida, cognato della Premier, sottovalutano la gravità del problema, cercando anzi di adombrare lo sciopero che attanaglia vasti territori del mezzogiorno d’Italia. Per la Premier e il suo governo attualmente il problema non sono gli agricoltori ma le manifestazioni studentesche e gli atti di vandalismo che hanno sconvolto città sedi universitarie e in particolare Milano. Importante per la Meloni è associare, creando cortocircuiti, la manifestazione pacifica degli studenti con gli atti vandalici e delinquenziali avvenuti a Milano domenica scorsa. Colpevolizzare includendo studenti, maranza, e giovani immigrati anche se italiani di seconda generazione è il modo di queste destre di fare percepire non il disagio sociale ma il pericolo delle periferie, accentuando la paura e fomentando odio. Non si vuole affatto andare a fondo della problematica di questi giovani con azioni inclusive riportando la scuola a vero ascensore sociale. È chiaro che la prevenzione e il buon senso hanno una importanza vitale e che qualsiasi atto vandalico, qualsiasi azione delinquenziale deve essere punita con rigore secondo le normative di legge. Non c’è bisogno come vorrebbe il governo Meloni di un regime poliziesco. Infatti la maggioranza e le opposizioni si scontrano duramente in Parlamento dopo il via libera del Consiglio dei ministri al nuovo decreto legge sulla sicurezza. Il provvedimento è stato varato come risposta immediata ai violenti scontri, disordini e saccheggi avvenuti a Milano (e in altre città italiane) a margine delle proteste contro il carovita. Le opposizioni contestano aspramente il provvedimento, definendolo l’ennesimo testo ripetitivo (l’ottavo decreto sicurezza della legislatura) basato solo sulla repressione penale e incapace di affrontare le radici del disagio sociale. Anche il Quirinale ha sollevato riserve, portando a modifiche dell’ultimo minuto. Posizione del Governo e Critiche delle Opposizioni e rilievi del Quirinale portano con vari distinguo alla Necessità di fermare le violenze. Bisogna però tutelare la Difesa del diritto di manifestare, col fermo contrasto a chi “mette a ferro e fuoco” le città. Critiche delle Opposizioni verso la Caciottara della Garbatella per la continua reiterazione di decreti fotocopia per scopi puramente propagandistici. L’ istituzione del reato di “Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, Fermo preventivo, Imputabilità dei minori e sanzioni pecuniarie ai genitori per danni e saccheggi dei figli, fanno si che la Meloni parli con la sua nota ipocrisia alla pancia degli italiani. La mancanza di visione sociale da parte del governo, il continuo ignorare le richieste dei giovani e il carovita, ne fomentano l’odio sociale rappresentando un vulnus per il vivere democratico. Ma alla Premier questo giochino le è oltremodo utile per sviare lo sguardo degli italiani dai veri interessi del Paese.


La Yalta dei poveri (di democrazia)


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Si può chiamare Yalta un incontro che nessuno ha ancora fissato? I quotidiani italiani lo hanno fatto in pochi giorni. Secondo le ricostruzioni di stampa, Putin avrebbe proposto a Trump, nella telefonata del 9 ottobre, un vertice a tre con Xi Jinping a Shenzhen, il 18 e 19 novembre, a margine di un forum economico asiatico. Casa Bianca e Pechino non confermano, Trump non avrebbe ancora accettato, il Cremlino avrebbe già detto che il paragone non regge. Ma il titolo è pronto e dice «nuova Yalta». Una Yalta dei poveri, e non soltanto di spirito: poveri di democrazia, perché si parlerebbe dell’Ucraina senza l’Ucraina, con l’Europa a guardare dalla finestra.

La vera si tenne a Livadia, in Crimea, dal 4 all’11 febbraio 1945, e fu importante da subito, nessuno dei presenti ne dubitava. Ma chi la racconta come l’ora in cui tre uomini si spartirono il mondo dimentica che, quel febbraio, nessuno dei tre sapeva di avere già vinto. I sovietici, dopo tre settimane di offensiva, stavano sull’Oder, a sessanta o settanta chilometri da Berlino. Americani e britannici non avevano ancora passato il Reno e avevano appena respinto l’ultima spallata tedesca nelle Ardenne. Quattro giorni dopo la fine della conferenza i tedeschi contrattaccarono in Pomerania e l’attacco a Berlino fu rimandato ad aprile. Partì il 16, la resa arrivò a maggio. Roosevelt, malato, sarebbe morto due mesi dopo. Gli strateghi americani immaginavano una guerra contro il Giappone fino al 1946 o al 1947, la bomba non era stata ancora provata, e per questo si volle da Stalin la promessa di entrare in guerra contro Tokyo due o tre mesi dopo la fine in Europa. A Yalta si trattava da vincitori in attesa, con il conto ancora aperto.

Yalta diventò Yalta dopo. Si erano promessi elezioni libere e governi democratici nei paesi liberati, e invece le elezioni polacche del 1947 consacrarono un paese satellite. Il nome si staccò dalla conferenza e divenne un verdetto, tradimento per gli uni, realismo per gli altri. Fu definitiva soltanto quando i fatti ebbero chiuso la partita, e a quel punto tutti dissero di averlo capito fin dal primo giorno, come accade a chi racconta le vicende a cose fatte.

Poi c’è il ritornello. Il 21 gennaio, a Davos, Trump disse che erano «ragionevolmente vicini» a un accordo. Il 12 maggio, partendo per la Cina, la fine della guerra in Ucraina era «molto vicina». Il 7 luglio, dopo le telefonate con Putin e con Zelensky, una soluzione «sempre più vicina». Ieri i titoli italiani riportavano un «mai così vicini» alla fine della guerra. Una formula perfetta, perché la vicinanza non ha un metro e chi la dichiara non può sbagliare mai: al massimo rinvia. A Yalta nessuno poteva servirsene, c’era un fronte da guardare. A Shenzhen servirebbe soltanto a convocare il vertice successivo.

Qui il confronto si capovolge. Nel 1945 un incontro incerto nel presente è diventato definitivo nella storia. Oggi si assegna il nome definitivo prima del fatto, a un incontro incerto, per una guerra che si annuncia in chiusura da gennaio senza che nessuno l’abbia vinta. I tre di Livadia avevano eserciti sul terreno di cui discutevano. Quelli di Shenzhen discuterebbero di un terreno il cui abitante resterebbe l’unico assente, e il ministro degli Esteri ucraino ha già avvertito che un vertice senza Kiev incoraggerebbe Putin a proseguire.

A Livadia, sia chiaro, non sedevano dei santi. Churchill guidava un impero, e di Polonia e di Cina si decise senza polacchi né cinesi al tavolo. Eppure due dei tre rappresentavano paesi in cui si doveva rispondere di quello che si firmava. Churchill difese l’accordo ai Comuni in tre giorni di dibattito. Ventuno deputati del suo stesso partito presentarono un emendamento a favore della Polonia, respinto 396 a 25. Roosevelt riferì al Congresso il primo marzo. Il testo che i tre sottoscrissero, la Dichiarazione sull’Europa liberata, prometteva elezioni libere. Era una promessa debole ma scritta, e contro di essa si poté poi misurare Stalin. A Shenzhen, se si farà, i posti sarebbero ancora tre, ma di conti da rendere ne resterebbe uno solo. Trump affronta il voto di metà mandato il 3 novembre. Putin può restare fino al 2036 grazie a una riforma del 2020 che presentò citando proprio Roosevelt e i suoi quattro mandati, per dire che i limiti sono superflui. Xi non ha più limiti dal 2018. Il Churchill che chiedeva elezioni libere per i polacchi non è stato convocato. E la Cina, che a Yalta fu materia di trattativa senza essere al tavolo, stavolta farebbe gli onori di casa, segno dello shift of power a oriente.

Ai nostri giornali il nome serve. Yalta fa titolo, fa storia, fa sentire chi scrive dentro un libro già stampato. E consente di raccontare la fine di una guerra come se fosse avvenuta, così da non guardare che continua da quattro anni. Il lettore si è abituato a una guerra che finisce sempre domani e a un vertice che sta sempre per cominciare, e a tenere in piedi la formula è l’abitudine, più che la diplomazia. Fra meno di un mese sapremo se Shenzhen avrà il suo incontro. Il nome Yalta, se lo meriterà, glielo darà qualcun altro fra molti anni, e soltanto dopo che tutto sarà finito davvero. Sempre che ci sia rimasto qualcuno che possa farlo.


Spiazzati dalla piazza


Per Mattarella i giovani in piazza sono “una grande questione sociale” che deve “mobilitare tutte le forze della società”. Ma le uniche forze messe in campo dal governo sono quelle dell’ordine

Spiazzati dalla piazza

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – La miccia che ha innescato il cortocircuito ministeriale l’ha accesa martedì Guido Crosetto: “I fatti di Milano e di altre parti del Paese sono una cosa profondamente diversa da ciò che abbiamo vissuto in altre epoche – ha sentenziato il ministro della Difesa –. Il frutto, il punto di arrivo di una guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, come quello dei social, TikTok o YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e reagisca”.

Spiazzati dalla piazza

Crosetto non ha fatto nomi, ma l’identikit, saltando sulla sedia, lo ha tracciato Matteo Salvini: “Nessuna organizzazione o regia dietro i disordini – ha replicato il vice premier –. Ho letto cose strambe, i russi. No, basta”. Ieri, invece, è toccato all’altro Matteo, Piantedosi, smentire il ministro della Difesa: “Non abbiamo elementi per poter dire nulla da questo punto di vista”. Cioè riguardo la presunta regia esterna delle manifestazioni che hanno portato in piazza migliaia di manifestanti lo scorso fine settimana. Niente Russia, insomma, dietro le proteste.

Musica per le orecchie di Salvini che, escluso lo zampino del Cremlino, finite le felpe da sfoggiare è passato direttamente al basco d’ordinanza dei parà, in vista delle manifestazioni annunciate per il prossimo week-end: “Spero che non ci sia un mix fra anarchici ProPal e maranza, però abbiamo più di 5.000 uomini e donne nelle forze dell’ordine solo in città. Se a questi aggiungiamo i 500 parà della folgore, da milanese sono fiducioso”. Ergo: “Chi ha intenzione di tornare a Milano per saccheggiare…”. Per la serie, uomo avvisato… Insomma, un turbinio di dichiarazioni e smentite incrociate con un minimo comune denominatore: alimentare l’equazione tra le migliaia di manifestanti riversatisi pacificamente nelle piazze per protestare contro le politiche del governo e le poche decine di violenti (tale è il numero degli arrestati). Regia esterna a parte, su questo al governo sono tutti d’accordo.

Così è toccato al capo dello Stato, Mattarella, ricordare che il disagio sociale non è solo questione di ordine pubblico. “La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. È una grande questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società”. Ma dal governo, spiazzato dalla piazza, le uniche forze messe in campo, sono quelle dell’ordine.


Il disagio è sfuggito di mano: dagli studenti agli operai e autisti, sfumature della stessa rabbia


Dalla Francia all’Italia, la furia dei giovanissimi delle periferie tra devastazioni e saccheggi. Per una crisi che ci sta strozzando e che colpisce soprattutto le fasce più deboli e isolate nelle periferie

(Daniele Mastrogiacomo – lespresso.it) – Non c’è solo l’Italia. Basta guardare le immagini che arrivano dalla Francia. Scontri violentissimi, devastazioni, assalti, saccheggi. La torre del municipio di Limoges crollata dopo essere stata data alle fiamme. Non è opera dei soliti “casseur”, una definizione per dire niente e tutto. Come gli incappucciati, i black bloc, quelli vestiti di nero. Ci sono sempre stati. Oggi è diverso: sono scese in piazza 800 mila persone. Ovunque. Per una crisi che ci sta strozzando e che colpisce soprattutto le fasce più deboli e isolate nelle periferie. Anche se adesso aggredisce la classe media.

Italia e Francia viaggiano in parallelo. Precedute dalla Spagna che si è ribellata davanti agli affitti delle case impazziti e la carenza di alloggi popolari. Con una differenza. Da noi il prezzo della benzina non cala. I camionisti esasperati bloccano l’intero autotrasporto del nostro Meridione. È una catena. Le merci non arrivano a destinazione, si svuotano gli scaffali nei supermercati. Ma anche gli operai dell’ex Ilva di Taranto sono stanchi di aspettare il loro destino dopo la chiusura dei forni a caldo. Sfilano in corteo come i colleghi del polo metallurgico di Cornigliano, in Liguria, che occupano a forza l’aeroporto di Genova. E poi, il giorno dopo, la guerriglia di Milano. Con i commenti pieni di sorpresa, come se fosse una cosa inaspettata, che ha bisogno di essere subito inquadrata e condannata. Molta ipocrisia. Solo il presidente Mattarella, al di là della giusta condanna e la solidarietà agli agenti feriti, indica la strada da seguire. Serve a poco spedire 500 soldati a Milano con funzioni di polizia. Sono decisioni a scopi elettorali, in quattro anni di governo Meloni la violenza e l’insicurezza sono aumentate. Il capo dello Stato si smarca dalla reazione quasi corale a destra e a sinistra. Sottolinea: «Non bastano risposte superficiali o slogan, ma serve un’analisi intelligente e approfondita per comprendere le radici del fenomeno».

Ecco, appunto: capire. L’Italia ribolle di rabbia e di delusione. Di incertezza e di malessere. Un disagio profondo, diffuso, che si allarga e contagia. Non è una novità. Chiunque di noi, anche chi ha un lavoro e un salario decente, lo prova e lo avverte. La crisi economica, sommata alle guerre che ci accerchiano e ci colpiscono direttamente. Si è rotto il patto. Non solo generazionale. È una frattura che ci rende nervosi, in affanno.

Torniamo a Milano, a quei due giorni di battaglia che hanno visto all’opera centinaia di ragazzini. I giovanissimi. La generazione Alpha, quella che segue la Zeta. Dodici, quindici, diciassette anni. Minorenni, nella stragrande maggioranza. Non sono organizzati, non fanno parte di un gruppo. La protesta è spontanea, decisa sul web. Su TikTok che è il social più usato da chi ha quell’età. «Siamo quelli delle piazze», hanno annunciato su Telegram, messaggeria criptata, non rintracciabile. Domenica scorsa hanno lanciato un appello e fissato un appuntamento. Chiarissimo, visto che il giorno prima, sabato, c’erano state le prime avvisaglie. «Oggi 18 ottobre tutti in piazza Duomo, come ieri!». La scritta bianca su un fondo nero. Nessun simbolo, nessun punto di riferimento. Solo lunedì mattina 19 ottobre, con il clamore e il successo dell’adesione, è spunta una sigla. Generica: “Movimento 17 ottobre”. Siamo agli albori di qualcosa che cova e continuerà ad esplodere.

Il Fatto Quotidiano è stato tra i pochi a raccogliere le frasi dei protagonisti. «Le borse in vetrina – diceva un sedicenne intervistato tra le barricate – qui costano quanto lo stipendio di mio padre, questo è l’unico modo per farci sentire». Lo scollamento con chi detiene il potere si traduce in una contrapposizione frontale con le forze dell’ordine e in attacchi mirati ai simboli del consumismo sfrenato. Piazza Duomo e le vie adiacenti sono il cuore dello shopping. Segnano la linea di demarcazione tra chi può permettersi di comprare un paio di scarpe, una felpa di marca, un giubbotto alla moda e chi deve accontentarsi di un sottoprodotto nei negozi dei cinesi.

TikTok non serve solo come strumento di comunicazione. Serve a documentare e “spettacolarizzare” gli scontri con la polizia, il lancio di sedie e transenne, filmare le incursioni nei negozi, i saccheggi. Scatta il bisogno di appartenenza, spiegano esperti e studiosi del disagio giovanile. L’effetto emulativo del gruppo online ha amplificato rapidamente la portata del fenomeno. Chi è sceso in piazza è italiano di seconda generazione, figlio di immigrati, residenti nelle fasce più svantaggiate della città. Non solo. Giovani delle periferie più difficili e complicate. Senza lavoro, senza soldi, assoldati per il piccolo spaccio, per le estorsioni o per il sesso a pagamento. Gli esclusi, carichi di rabbia per il futuro che lasciamo loro. L’angoscia dei giovanissimi è curata dagli psicanalisti. I loro studi sono affollati. Da chi se lo può permettere.

Avvenire, il quotidiano della Cei, è tornato indietro nel tempo. Al 22 settembre scorso, giorno di apertura delle scuole. «Un prologo sottovalutato», commenta il giornale. Un gruppo di giovani si è radunato improvvisamente fuori da un supermercato di Modena. Tutti minorenni, moltissimi di origine magrebina, spesso indicati col termine discriminatorio “maranza”. Fanno irruzione, arraffano la merce tra le corsie, terrorizzano clienti e cassiere. Il 3 ottobre a Vicenza quasi duemila ragazzini si radunano a Campo Marzo e vicino alla stazione. Rispondono a un appello lanciato dal tiktoker Hamza Messaf. Lo chiamano il vu’ cumprà, prometteva vestiti gratis. Incursioni nei magazzini di vestiari, spintoni, fughe, danni alle strutture.

C’è chi riconosce l’errore di non capire la protesta e chi si limita alla condanna per le violenze e i saccheggi. Questo non cambia la realtà: basta guardarsi in giro. L’Italia ha i peggiori salari in Europa, sono perfino diminuiti nell’ultimo anno. Gli affitti restano esorbitanti, i prezzi del cibo improponibili. I supermercati, anche prima del blocco del trasporto su gomma, sono vuoti. Anche i marchi più noti ti offrono la spesa a rate. Ti indebiti per mangiare.

L’Italia non è più un Paese per giovani. La maggioranza è anziana. Chi può emigra. Chi resta è un fantasma, tradito da chi diceva di proteggerli. Gli stessi che adesso corrono nelle questure pieni d’ansia e di vergogna per accoglierli mentre vengono rilasciati. Li rimproverano, li mettono in punizione. Qualche schiaffo e via, non c’è tempo per capire e interrogarsi. Meglio pensare a gesti infantili. Più rassicuranti. Come quei due ragazzini della minicar a Roma che rompevano la noia prendendo a calci i passanti.


Ahia: riparte lo spread


BORSA: L’EUROPA IN PROFONDO ROSSO CON MILANO A -2%

(ANSA) – Le Borse europee si avvitano ulteriormente con Milano che arriva a perdere il 2%. Parigi lascia l’1,48%, Francoforte l’1,1%, Madrid l’1,75%. Lo spread tra Btp e Bund, salito fino a 127 punti indietreggia, a 125 ma è evidente la tensione sui titoli di Stato con l’Oat francese balzato al 5,11% mentre il decennale italiano è al 4,63%. Non si arresta la corsa del petrolio con il wti che punta i 100 dollari al barile e il brent oltre quota 112 dollari al barile. Il gas allunga del 2% a 89,5 euro al megawattora.

LO SPREAD TRA BTP E BUND NON SI FERMA E TOCCA I 127 PUNTI

(ANSA) – Non si arresta la tensione sulla spread con il differenziale tra Btp e Bund che tocca i 127 punti, come ad inizio ottobre. Il rendimento del decennale italiano sale al 4,66%. L’oat francese allunga al 5,12% mentre lo spread con i titoli tedeschi supera i 173 punti base.


La strategia della distrazione


QUANDO NON SANNO CHE FARE, A DESTRA LA BUTTANO IN CACIARA

(dagospia.com) – Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida non ha usato mezzi termini: “Nella gran parte delle manifestazioni sono presenti persone perbene, ma si evidenziano infiltrazioni della criminalità organizzata e soggetti con un pesante casellario giudiziario”.

Stesso concetto dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio: “Riguardo alle infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti, direi che vi è una forte probabilità che vi sia una strumentalizzazione e una infiltrazione”.

Tutto chiaro, tutto cristallino: dietro le proteste dei camionisti e degli agricoltori c’è la mafia (o la camorra, o la ’ndrangheta, fate voi). Il modo più facile per non affrontare un problema che solo chi passa da un’auto blu a uno studio tv a un ufficio con le pareti damascate non comprende, o finge di non comprendere: se decine di migliaia di persone decidono di scendere in strada per protestare, provocando disagi (scaffali dei supermercati vuoti, distributori di benzina chiusi) a centinaia di migliaia di persone che però solidarizzano con chi protesta, significa che il livello di sopportazione della crisi che attanaglia le famiglie italiane è stato superato.

Prezzi alle stelle, stipendi da fame: l’Italia è questa, e non ne può più. Lo dimostrano le migliaia e migliaia di video che in questi giorni sono circolati in rete, mostrando la realtà fatta di esasperazione e rabbia.

E anche di delusione, come quella di Lino Polimeni, giornalista, autore e conduttore televisivo calabrese, che dopo aver documentato per giorni le proteste degli autotrasportatori viene maltrattato dagli stessi protagonisti della protesta, e si ribella urlando e sbraitando.

Rabbia, invece, pura rabbia è quella di Gigi Lista, attivista napoletano, che risponde a muso duro a chi parla di “regia criminale” dietro le proteste. C’è poi lo spaccato di realtà del dirigente della Polizia di Stato, al quale è stato ordinato di sgomberare i blocchi con le buone o con le cattive, che si rivolge ai camionisti “da padre di famiglia a padri di famiglia”, invitandoli a rimuovere un presidio a Maddaloni, in provincia di Caserta, con queste parole: “non mi fate fare cose che non voglio fare. La cosa più brutta che posso essere costretto a fare è denunciare un padre di famiglia, o nei casi più gravi, arrestarlo. Non mi mettete in queste condizioni. Vi prego”.

Arrestare chi protesta: è questa la soluzione individuata dal governo più longevo della Repubblica italiana di fronte a una difficoltà. Un governo che ha in Giorgia Meloni la leader e in Matteo Salvini il vicepremier: due professionisti della protesta, quando erano all’opposizione. Due protagonisti politici che hanno fatto della propaganda urlatala loro cifra politica e di comunicazione, fino a quando si sono ritrovati al governo.

Perfino Carlo Calenda, uno certo non sospettabile di pregiudizio anti-governativo, non ce l’ha fatta più ad ascoltare e leggere tante castronerie e su X è sbottato: “Camion fermi. Distributori a secco. Famiglie che tremano davanti ai primi supermercati con gli scaffali vuoti. Al Sud, agricoltori e autotrasportatori protestano perché con questi prezzi del carburante lavorare costa sempre di più e guadagnare sempre meno.

E cosa risponde il Governo? Nel 2015 Salvini invitava a bloccare l’Italia per tre giorni”, ha scritto Calenda, pubblicando il video di Salvini, “senza lavorare, consumare o pagare le tasse, per mandare a casa il Governo. Ora che l’Italia si ferma davvero, agli agricoltori e agli autotrasportatori che chiedono risposte concrete contro il caro carburante ricordano che rischiano persino il carcere.

Per loro la protesta è sacrosanta solo quando serve a prendere voti. Quando sono al Governo, diventa un reato. Dieci anni dopo, la coerenza della destra è tutta qui. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti noi”.

Tutta qui o quasi: c’è anche altro. C’è il solito ritornello del Sud che se alza la voce è “inquinato” dalla criminalità organizzata, manco i meridionali fossero tutti soci di prestanome dei clan in bisteccherie alla moda della Capitale (ah no, quello era il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, insieme ad altri dirigenti di Fdi di Biella, profondo nord, forse Lollobrigida si ricorda l’episodio).

Avrebbe fatto molto meglio, Giorgia Meloni, a tentare ogni strada per andare alle elezioni il prima possibile: i nodi di quattro anni di sfilate ai vertici internazionali, baci e abbracci con i leader del mondo, mentre in Italia i problemi venivano accantonati, la polvere messa sotto il tappeto, stanno venendo al pettine. Il gradimento del governo è ai minimi storici, e se la Meloni può legittimamente sperare di tornare a Palazzo Chigi dopo il voto è solo e soltanto perché dall’altro lato l’opposizione lavora per lei, tra personalismi, ambizioni, divisioni, incompetenze, incapacità.


La guerra in casa e la grande strategia


(Tommaso Merlo) – Altro che strangolare la Russia per detronizzare Putin o l’Iran per distruggere la Repubblica Islamica, l’esercito è schierato nelle nostre città e a finire assediati sono gli inetti governanti occidentali finiti nel mirino di popoli impoveriti e imbestialiti dal modo osceno in cui sono governati. Alla fine la guerra ce l’hanno portata in casa e dopo averla sovvenzionata in armi e miliardi, la paghiamo anche al supermercato e al distributore. Ma non tutto il male viene per nuocere. Dopo decenni a guardare le guerre in televisione e girare pure canale, contro Russia ed Iran i teleconsumatori occidentali si alzano dal divano per protestare contro una crisi devastante e che potrebbe essere solo all’inizio se non ricomincia a sgorgare oro nero dalle steppe russe e dal Golfo Persico. Sono decenni che l’Occidente a matrice americana perde guerre lasciandosi alle spalle dolore, distruzione e crimini di guerra di cui nessuno risponde, ma se danneggia i propri cittadini allora non può più far finta di niente o nascondersi dietro alla becera propaganda. I popoli occidentali non volevano né la guerra con la Russia né con l’Iran, eppure come al solito i governanti se ne sono fregati, da Washington a Roma passando per Bruxelles. Tutti al guinzaglio della trilionaria lobby della guerra e col circo mainstream a fare da palo. Erano convinti di vincere facile ed invece la loro arroganza è finita sotto i missili iraniani e l’artiglieria russa. Due sconfitte non solo militari ma anche strategiche ma anche economiche e che accadono nel momento storico peggiore, aggravando cioè un declino in corso da decenni. Milioni di cittadini occidentali già vivevano al limite e con queste guerre sono finiti sul lastrico ma dato che anche il loro stato è sul lastrico, non ha i mezzi per aiutarli anche perché gli ultimi spiccioli li ha spesi in ulteriori armi. E’ cronaca. Da Washington a Roma passando per Bruxelles, inetti governanti finiti nel mirino di popoli impoveriti e imbestialiti dal modo osceno in cui sono governati. La viva speranza è che la crisi in corso si aggravi al punto da stroncare le carriere dei politicanti responsabili in modo da lanciare nuova era in cui la politica torni ad essere una attività seria fatta da persone serie e con motivazioni serie tipo il bene comune e non il proprio meschino ego. Siamo difronte ad un disastro di tale entità e così facilmente evitabile che le malelingue ritengono sia frutto di una “grande strategia” occulta, quella della terza guerra mondiale contro la Cina colpevole di prendere il largo mentre l’impero implode. Una strategia che prevedeva la sottomissione della Russia e dell’’Iran per accaparrarsi di risorge energetiche a prezzi stracciati e sottrarle al nemico. Un disegno che include il Venezuela prima risorsa petrolifera al mondo, la Nigeria principale fonte petrolifera africana che nel silenzio totale Trump ha bombardato di recente e le scaramucce nell’Artico. Guerra energetica e quindi economica che quando serve diventa militare con basi da piazzare tutt’attorno a Dragone Giallo in attesa dello scontro diretto. Un progetto ambizioso da perseguire convertendo le decrepite industrie occidentali in belliche in modo da rilanciare una crescita al fetore di morte e distruzione, ed una guerra da combattere in trincea con giovani emarginati e sotto educati che rivedono nell’esercito un modo per tirare avanti nonché immigrati che non riescono a deportare e si vogliono guadagnare la cittadinanza. Lo smantellamento dello stato sociale e il degrado generale farebbero quindi parte della strategia per alimentare ignoranza e risentimento da convogliare a fini bellici. Certo, difficile credere che le classi deficienti che ci ritroviamo siano capaci di “grandi strategie” dato che non vedono al di là della prossima poltronata elettorale, ma non è da escludere che sia questa l’agenda dello stato profondo che da decenni combatte guerre contro le volontà popolari e perfino governative. La trilionaria lobby della guerra ed i suoi complici politici e mediatici che dalla guerra permanente localizzata vogliono passare alla terza guerra mondiale contro la superpotenza cinese in modo da controllare le risorse energetiche e quindi continuare a dominare il mondo. Una grande strategia che per fortuna sta andando in malora sotto ai missili ipersonici iraniani e ai colpi dell’artiglieria russa ma anche perché per la prima volta i teleconsumatori pagano le conseguenze della guerra sulla loro pelle ogni volta che mettono il naso fuori di casa e mano al portafoglio. Già, non tutto il male viene per nuocere. Alla fine la guerra ce l’hanno portata in casa e a venire accerchiati dai loro popoli sono i guerrafondai nostrani altro che Putin e l’Ayatollah. La viva speranza è che la crisi in corso si aggravi al punto da stroncare le carriere dei politicanti responsabili di tale storico disastro in modo da lanciare nuova era di pace e in cui la politica torni ad essere una attività seria fatta da persone serie e con motivazioni serie tipo il bene comune e non il proprio meschino ego o qualche potere occulto.


Bancarotta, truffa allo Stato e dividendi “sproporzionati”: chiesto il processo per Santanchè


La procura di Milano chiede il rinvio a giudizio per l’ex ministra e altri 14 indagati dopo il crac delle società Ki Group e Bioera

Bancarotta, truffa allo Stato e dividendi “sproporzionati”: chiesto il processo per Santanchè

(di Rosario Di Raimondo – repubblica.it) – Si va verso un altro processo per l’ormai ex ministra del Turismo Daniela Santanchè, già alle prese con più procedimenti giudiziari a Milano. La Procura ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per la senatrice di FdI e per altre 14 persone, più una società, per le ipotesi di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato in relazione ai casi dei fallimenti delle società Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. La richiesta di processo, formulata dai pm Luigi Luzi e Guido Schininà e con l’aggiunto Roberto Pellicano, dopo le indagini delegate al Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Gdf e chiuse a metà luglio, sarà valutata da un gup nell’udienza preliminare.

Questo filone di indagine era stato chiuso a luglio. Nell’atto si elencava una serie di reati oltre a dividendi “sproporzionati” spartiti tra i vertici delle società mentre la barca affondava. Tra gli altri indagati l’ex compagno di Santanchè, Canio Mazzaro, la sorella Fiorenza, il figlio Lorenzo. Un atto nel quale, nel capitolo su Ki Group Holding, si legge che “il fallimento della società” è stato causato “con dolo o per effetto di operazioni dolose”. Per esempio con l’iscrizione a bilancio di una “falsa plusvalenza” da quasi 12 milioni. Un “dissesto” che ha portato al “sistematico inadempimento delle obbligazioni erariali e previdenziali”.

E mentre la holding era in crisi, gli amministratori “cagionavano il dissesto” con la spartizione dei dividendi: nel 2015 sono stati distribuiti più di 4 milioni, quando il “risultato netto consolidato” era sotto di quasi un milione. E pure nel capitolo sul tracollo di Bioera l’ex ministra e gli altri indagati avrebbero distribuito “a partire dal 2018 e fino al 2023” compensi “agli amministratori del tutto sproporzionati” e pari ad oltre 2,1 milioni.

Poi un’altra accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato, dopo quella ai danni dell’Inps che già coinvolge l’ex ministra (procedimento in fase di udienza preliminare, mentre è in corso il processo per falso in bilancio). Anche in questo caso c’entrano gli aiuti durante il Covid: Ki Group S.r.l., “con artifizi e raggiri”, avrebbe chiesto e ottenuto da Invitalia, inducendola in errore, un prestito da 2,7 milioni, oltre a beneficiare di un credito d’imposta di 600 mila euro, “aggirando” però le regole.


Gazebo: Schlein dilata ancora i tempi. I sospetti dem sui timori della leader


Da domani si riunisce il Correntone di Franceschini & C.

Gazebo: Schlein dilata ancora i tempi. I sospetti dem sui timori della leader

(di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – Le primarie dopo i ricorsi alla Consulta sulla legge elettorale. E comunque, dopo le consultazioni delle parti sociali, dopo il percorso di ascolto. Naturalmente dopo il programma. Possibilmente, dopo che il centro è riuscito a organizzarsi. Magari, dopo aver fatto accordi con big, correnti, sindaci e portatori di voti vari. Elly Schlein continua a dire di voler fare le primarie. Ma continua a rimandarle in avanti nel tempo. “Paura” per molti. Tra i dem, tra i Cinque Stelle è questo il commento che va per la maggiore.

La segretaria, però, appare ben determinata ad andare fino in fondo. D’altra parte, se vuol essere premier e Giuseppe Conte non accetta il fatto che possa toccare al partito che prende più voti non ha altra scelta. Che i gazebo siano un rischio, però, al Nazareno lo sanno. E allora, meglio rimandarli il più possibile. Perché, spiegano ai piani alti del partito, più si arriva vicino alle elezioni, più è difficile mettere in discussione coalizione ed equilibri. Sono due i casi di scuola su cui ci si interroga tra i dem: nel caso di sconfitta, Giuseppe Conte terrà i suoi? E resterà nella coalizione? Più le consultazioni sono vicine alle politiche, più è difficile potersi organizzare in altro modo. E nel caso di sconfitta di Schlein, che farà il Pd? Imploderà, si consegnerà al leader dei 5S? Di certo, non potrà essere la segretaria a guidarlo alle elezioni. A meno che i tempi siano così stretti da non poter consentire sostituzioni. E così, la tattica dilatoria di Schlein è il prodotto di diverse paure.

Nel frattempo, ieri Silvia Salis ha fatto un capolavoro di equilibrismo, facendo capire che sta con Schlein, ma senza esagerare; e che la richiesta di federare il centro le è stata fatta recapitare, ma non formalmente. Eccola. “Non sarebbe corretto per i partiti che mi sostengono dire per chi voterei” (fino ad ora aveva sempre detto che non avrebbe votato). “Mi riconosco nel Pd, ma sosterrò chi vincerà. Se Schlein dovesse perdere sarebbe sicuramente un duro colpo”. Ancora. “Con Schlein ci sentiamo spesso. Non mi ha chiesto formalmente di fare la federatrice”. In questo clima, da domani a domenica si riunisce il Correntone di Montepulciano, quello messo in piedi da Dario Franceschini, Andrea Orlando, Roberto Speranza. Che stanno cercando una linea comune. D’altra parte, arrivati a questo punto, non c’è altra alternativa che dare il sostegno alla segretaria. Nelle ultime settimane, i promotori hanno discusso un po’ su tutto: prima di tutto sulle primarie (l’intervista di Speranza contro i gazebo al Corriere della Sera stava per far saltare tutto); se invitare tutti i leader o no. E poi hanno considerato l’ipotesi di portare i padri nobili. Non se n’è fatto nulla. Diranno la loro sul programma e a ribadire il concetto che l’ossatura dem sono loro. Domani interverrà Stefano Bonaccini, domenica la stessa Schlein. Gli spifferi nel tendone allestito per l’iniziativa saranno inevitabili. L’anno scorso si gelava. Ma stavolta una cosa è certa: metteranno le stufe.