Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Gli eredi del Principe tra le rovine della democrazia


(di Marcello Veneziani) – Ma chi era davvero Il Principe di Niccolò Machiavelli? Non era Lorenzo de’ Medici, regnante nel suo tempo, e non era nemmeno Cesare Borgia, il Duca Valentino, in cui pure il Segretario fiorentino ripose le sue speranze. Ma era, a sorpresa, suo padre, Papa Borgia, con e senza accento finale sulla a, vale a dire Alessandro VI, che aveva il cinismo e l’astuzia, carisma e crudeltà del Principe, e pur essendo Pastore del Bene sapeva “entrare nel male”, come diceva Machiavelli e conosceva la via dell’inferno. E come lui fu machiavellico il suo successore Giulio II.

E chi è stato il prototipo del Principe Moderno, ovvero chi ha tradotto nella modernità il duce machiavellico? Napoleone Bonaparte, figlio degenere della Rivoluzione, padre involontario della Restaurazione. Fu il primo Cesare moderno, il primo re senza dinastia, il primo degli autocrati moderni e dei “golpisti”; a lui si ispirarono leader, duci, führer del novecento. La doppia “rivelazione” si ricava da un libro in verità non eccelso, di Peter Sloterdijk, uno dei filosofi viventi più noti nel mondo, uscito in Italia da Raffaello Cortina: Il Principe e i suoi eredi. Con un sottotitolo accattivante come il titolo: I grandi uomini al tempo della gente comune. Accattivante pure la copertina, con Donald Trump nelle vesti di Principe rinascimentale.

Un vero principe è colui che non crede al Caso ma si crede un Destino; e a differenza del sovrano antico non si appoggia al carisma di una tradizione né si sente Unto del Signore, ma si sente egli stesso un destino, come il Principe napoleonico, che è la continuazione del Principe machiavellico nel tempo in cui la Storia prende il posto di Dio. Hegelianamente.

Sloterdijk non ricerca il fondamento teologico del potere, critica Carl Schmitt che parlava di teologia politica e riteneva che il diritto costituzionale moderno derivasse dalla secolarizzazione dei principi religiosi. Per Sloterdijk invece “la sovranità non è la versione secolare dell’onnipotenza divina ma un pretesto per garantire ai prìncipi l’impunità giuridica”. Argomentazione fragile sotto il profilo teorico e pratico: anche a ritenere fondato lo scopo del Principe di autotutelarsi, ciò non esclude la matrice teologica della sua sovranità. Ma Sloterdijk non ha la raffinatezza e l’acume di Schmitt. Del resto, poche pagine prima lo stesso Sloterdijk aveva sostenuto che “il pensiero politico dell’età moderna dopo Machiavelli ha a che fare con una trasfigurazione del peccato originale e la sua “ricopertura giuridica da parte dello Stato”. Il peccato diventa così disubbedire al sovrano e alle sue leggi. In realtà lo stesso dispositivo vige nel cosiddetto dispotismo asiatico, come in Cina o in Persia, che pure non c’entrano col cristianesimo e il peccato originale.

Peraltro il legame sorprendente tra Sant’Agostino e il Principe lo aveva già acutamente colto più di mezzo secolo fa Giuseppe Prezzolini in Cristo e/o Machiavelli (ed.Rusconi), in cui sottolineava che il Padre della Chiesa e l’Autore del Principe erano accomunati dal pessimismo sulla natura umana, che il primo faceva risalire al peccato originale e il secondo alla malvagità naturale dell’uomo (come poi dirà Thomas Hobbes). Perciò serviva l’Auctoritas di un Principe e la Potestas di uno Stato con le sue leggi e la sua forza, per correggere il male verso cui sono naturalmente inclini i sudditi.

Dalle pagine di Sloterdijk non si evince il nesso tra il Principe e gli eredi contemporanei, gli autocrati Putin e Xi Jinping, ma anche Erdogan e Modi (che l’autore svela proveniente dai ranghi dell’estrema destra indiana), Trump e perfino Berlusconi.

Emerge invece la fragilità della democrazia, sia intrinseca che in rapporto ai regimi autocratici. La democrazia appare stanca, obsoleta, subordinata ai poteri economici, tecnocratici e militari, disertata dal popolo sovrano, disabitata di valori e di principi comuni, inefficiente e incapace di decisioni rapide ed efficaci.E ingannevole: Sartre riteneva le elezioni democratiche “una trappola per allocchi”. Più che ravvisare il filo di continuità tra il Principe di ieri e gli autocrati d’oggi ci sarebbe allora da chiedere un più stretto paragone tra le democrazie declinanti e cagionevoli in cui viviamo e le autocrazie inaccettabili ma gagliarde che torreggiano nella società globale, e rappresentano una risposta al disordine mondiale. Nelle democrazie come nelle autocrazie vigono la propaganda e la manipolazione e manca un tessuto comune di valori, idee, idem sentire.

La democrazia è malata, incapace di risollevarsi con le sue stesse forze, e ricorre talvolta all’estremo rimedio delle scorciatoie impraticabili, come il populismo. Il voto universale è un’offesa all’intelligenza, alla qualità, ai meriti ed è pure deviato e tradito in corso d’opera; la somma aritmetica di volontà singole non produce un coerente ed efficace risultato ma è alla mercé di chi poi di fatto la interpreterà. Ossia il potere usa il gradimento popolare ma è infedele al suo mandato, peraltro vago e contraddittorio. Vero ma il problema è con che cosa puoi sostituire la democrazia? E qui torna, inevitabile, la citazione di Winston Churchill che la democrazia è il regime peggiore, eccetto tutti gli altri. Così restiamo abbracciati a un fantoccio mentre la politica smuore, il popolo oscilla tra scontento e defezione e la vita è altrove, come il potere.


Italia-Usa, Meloni e il messaggio a Trump: “In tempi di crisi legame resta fondamentale”


La premier nel video messaggio al Niaf: “Dobbiamo difendere libertà e democrazia”

Giorgia Meloni - Ipa/Fotogramma

(adnkronos.com) – “In questi momenti di crisi il legame tra gli Stati Uniti e Italia rimane cruciale, insieme dobbiamo continuare a difendere libertà e democrazia“. E’ quanto ha detto Giorgia Meloni nel video messaggio al gala per il 51esimo anniversario della National Italian American Foundation (Niaf). “Quest’anno è un anno particolarmente significativo: mentre gli Stati Uniti celebrano i 250esimo anniversario della loro indipendenza, noi anche celebriamo il profondo contributo che gli italiani e gli italo americani hanno dato alla fondazione, crescita e successo di questa grande nazione sin dall’inizio con Filippo Mazzei e la sua influenza su Thomas Jefferson”, ha affermato in apertura dell’intervento la presidente del Consiglio.

“La storia degli italo americani è la storia della stessa America: una nazione formata da coraggio, sacrificio e la costante speranza che una vita migliore è possibile oltre l’orizzonte” ha continuato Meloni , sottolineando che “per oltre 5 decenni la Niaf è stata un ponte essenziale tra l’Italia e gli Stati Uniti, un ponte costruito su una storia condivisa, legami familiari, cultura e valori comuni”.

La premier ha concluso ringraziando la Niaf per “il generoso impegno per la comunità italo americana: grazie per tenere viva la nostra cultura con orgoglio, resilienza e generosità”.


“Cittadini, preparatevi alla guerra e a fare sacrifici”: l’appello del capo dell’esercito britannico


L’avvertimento del generale Roly Walker: “I politici devono avviare un discorso franco con l’opinione pubblica. In questo momento particolarmente pericolo la priorità va data alla Difesa e alla sicurezza”

“Cittadini, preparatevi alla guerra e a fare sacrifici”: l’appello del capo dell’esercito britannico

(Antonello Guerrera – repubblica.it) – LONDRA – Il Regno Unito deve essere pronto a compiere “sacrifici in vista di una eventuale guerra” imminente, ha avvertito il capo delle Forze armate britanniche, Roly Walker. Il generale ha dichiarato venerdì che i leader politici devono avere “un confronto franco” con l’opinione pubblica sul ruolo che ciascun cittadino sarà chiamato a svolgere nella difesa della nazione. “C’è stato un tempo in cui il nostro Paese non voleva nemmeno prendere in considerazione la possibilità di dover chiedere ai propri soldati di combattere in una guerra. Eppure, molto presto, i leader politici di questo Paese avvieranno un confronto franco con i cittadini per spiegare che cosa sta accadendo, i rischi e a che cosa la nazione deve prepararsi. Dovranno presto cercare di spiegare ai cittadini che sarà necessario accettare dei sacrifici per dare priorità alla difesa e alla sicurezza”, ha continuato Walker, “perché questo momento storico è particolarmente pericoloso”.

La posizione del governo Burnham sui soldi alla Difesa

Per Walker, che si è rivolto a circa 700 militari della base di Catterick Garrison, “il Regno Unito deve essere pronto a combattere”. Ma, come ricorda il Telegraph, il mese scorso il primo ministro Andy Burnham aveva affermato di essere contrario a tagliare la spesa sociale per finanziare un aumento delle risorse destinate alle Forze armate, aggiungendo che la sicurezza nazionale “non può essere garantita a scapito della sicurezza sociale”. Però allo stesso tempo Burnham ha assicurato che la Difesa riceverà tutto il sostegno possibile.

Ora, a fine ottobre, è previsto una delicatissima legge di bilancio a Westminster in cui si vedrà che cosa avrà deciso il governo Burnham. Secondo un sondaggio di Ipsos, la metà della popolazione britannica non sarebbe disposta ad andare in guerra per il proprio Paese in nessuna circostanza. In tutto questo, Burnham dovrebbe inoltre lanciare una nuova campagna per incoraggiare tutte le famiglie britanniche a prepararsi meglio ad affrontare qualsiasi tipo di emergenza, dalle alluvioni e dalla siccità fino ai conflitti armati. In realtà, è un impegno che il primo ministro ha ereditato dal precedessore Starmer, che però l’attuale leader non ha ancor messo in pratica.

Nel corso degli ultimi anni, i vertici militari britannici hanno ripetutamente avvertito che il governo dovrà iniziare a preparare la popolazione al ruolo che sarà chiamata a svolgere per rendere il Paese pronto ad affrontare una guerra. Nel 2024, come ricorda Sky News, il generale Sir Patrick Sanders, predecessore di Walker, aveva avvertito che, in caso di guerra, sarebbe stato necessario richiamare i cittadini alle armi, “poiché l’esercito regolare britannico è troppo piccolo”.

L’esercitazione dei Volenterosi

Ma Londra deve essere pronta a ogni scenario e dunque, come rivela il Times, “centinaia di militari britannici saranno inviati in Polonia il mese prossimo per partecipare a un’esercitazione volta a simulare il dispiegamento di truppe in Ucraina nell’eventualità di un cessate il fuoco”. Si tratterà della prima esercitazione di questo genere da parte dei cosiddetti Volenterosi, in un possibile scenario postbellico in Ucraina che preveda la presenza di truppe europee sul territorio con funzione di deterrenza. Militari provenienti da diversi Paesi, tra cui Francia e Germania, simuleranno il trasferimento di truppe e di rifornimenti logistici, come viveri e carburante, nell’ambito di una missione multinazionale di mantenimento della pace. Le esercitazioni coinvolgeranno almeno 1.500 militari britannici, francesi e tedeschi, insieme a quelli polacchi, ed erano state concordate durante il summit dei Volenterosi a Parigi lo scorso luglio.


Salvini: “Chi rompe paga, ora garanzia finanziaria da chi scende piazza”. Meloni: “Gruppi organizzati seminano il caos”


Le reazioni politiche ai disordini delle piazze contro il carovita. Il leader della Lega: “In settimana riproporremo in Parlamento la nostra proposta a copertura degli eventuali danni”. Bonelli: “Destra ignobile strumentalizza i violenti contro di noi”.

Salvini: “Chi rompe paga, ora garanzia finanziaria da chi scende piazza”. Meloni: “Gruppi organizzati seminano il caos”

(ilfattoquotidiano.it) – Arrivano i commenti dei politici dopo gli scontri con le forze dell’ordine, i negozi saccheggiati e i cassonetti incendiati nelle piazze italiane. Durante le manifestazioni contro il carovita, dopo le manifestazioni in Francia, gruppi violenti hanno innescato disordini e guerriglie urbane soprattutto a Milano, ma anche a Torino, Bologna, Firenze e in altre città minori. Con assalti alla polizia e lanci di oggetti davanti alle stazioni e luoghi “sensibili”. Sui social network covava la protesta con una domanda diffusa: perché Oltralpe si protesta in Italia no?

Meloni: “Gruppi organizzati seminano il caos”. Salvini: “

Giorgia Meloni si schiera con le autorità di sicurezza e punta il dito contro “bande di teppisti“, rei di aver “messo a ferro e fuoco” le piazze italiane. “Ancora una volta, le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine hanno dovuto affrontare la violenza di delinquenti che, anche attraverso gruppi organizzati, sfruttano le manifestazioni per cercare lo scontro e seminare il caos”, ha dichiarato oggi la presidente del Consiglio. Concludendo: “A tutti loro va la mia piena solidarietà e un ringraziamento sincero”.

Matteo Salvini annuncia l’intenzione di riproporre “in Parlamento, dopo troppi ritardi causati da altri in passato, la proposta della Lega per introdurre una garanzia finanziaria a carico degli organizzatori delle manifestazioni a rischio, a copertura degli eventuali danni”. Sec0ndo il leader del Carroccio, insomma, i danni dei violenti dovrebbero essere pagati anche da chi scende in piazza pacificamente. “Manifestare è un diritto, devastare no. Chi rompe paga”, prosegue il leader. Gli scontri e le violenze di ieri? “Vergognose scene di guerriglia urbana“.

Bonelli: “Criminali nostri nemici e avversari. Il Viminale li identifichi, non spetta a noi”

Il leader di Europa Verde Angelo Bonelli condanna nettamente i violenti, “nostri nemici, nostri avversari, perché mettono non solo in secondo piano ma cancellano le legittime proteste”, intervenendo a margine dell’assemblea nazionale di Terra comune, a Roma. L’esponente di sinistra invita il ministero degli Interni a “identificare i criminali”, un compito che “non spetta a noi”. Poi critica i commenti della maggioranza: “una destra ignobile sta utilizzando e strumentalizzando contro noi quello che è accaduto ieri”. Bonelli sottolinea il lato pacifico della piazza, “la stragrande maggioranza”, con “ragazzi e ragazze contrapporsi a questi violenti. Ho visto una ragazza cercare di spegnere un incendio”. Chi sono gli autori dei disordini? “Non sappiamo chi sono queste persone”, ma aiutano “questa destra a cancellare il disastro economico e sociale che c’è nel paese”.

L’assessore La Russa: “Il campo largo ammicca alle rivolte. Sinistre alimentano tensioni e augurano gli scontri”

L’assessore alla sicurezza della giunta regionale lombarda, Romano La Russa (fratello del presidente del Senato Ignazio) punta il dito contro “esponenti della sinistra radicale e non solo”, che “da settimane si auguravano che nelle piazze italiane accadesse quanto già è successo in Francia, con violenti scontri di piazza, aggressioni alle forze dell’ordine e devastazioni di negozi e strade”. Secondo l’esponente di Fratelli d’Italia, “un clima di tensione che qualcuno a sinistra ha volutamente alimentato e che ieri è esploso a Milano con tutta la sua violenza”. I protagonisti delle “devastazioni”? Maranza e centri sociali, accusa La Russa, “tra i tanti, uno caro al Comune, il centro sociale Lambretta”. Infine, l’attacco “a chi, nel campo largo” del sindaco Sala, “ammicca a queste rivolte”.


Allacciate le cinture


(Andrea Zhok) – Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia.

Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope. Mettersi a fare la predica sulle auto bruciate e le vetrine infrante, senza andare oltre, è solo l’indice di chi non ha ancora capito la serietà delle circostanze in cui ci troviamo.

Ciò cui assistiamo in Francia, ma in forme diverse oramai in molti paesi europei (Spagna, Portogallo, Albania, Belgio, e da ieri anche in Italia) è tutto meno che un evento irrazionale. Esistono infatti eventi storici che sono irrazionali soltanto per lo sguardo locale, ma possiedono una razionalità evidente quando li si guarda abbastanza dall’alto.

Razionale non significa indolore, e non significa privo di ingiustizie.

Bisogna esercitare lo sguardo a tenere fermi insieme due livelli di analisi: quello in cui si possono giudicare specifici atti e specifici soggetti come barbari, incivili, vandalici, e quello in cui si può (e si deve) capire che la storia è sempre un fiume in cui navigano detriti e cadaveri, ma che non si arresta con le prediche.

Ciò che sta avvenendo ha una razionalità collettiva ferrea, anche se chi vi partecipa ne ha spesso una comprensione limitata, o persino nulla.

L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione. La scommessa di questi ceti tecnocratici legati alla finanza è stata di riuscire ad addormentare le coscienze con l’odierno oppio dei popoli dei media (entertainment & infotainment), e di domare i refrattari con interventi restrittivi (una manganellata qua, una chiusura dei conti là, una leggina elettorale su, un annullamento di elezioni giù, ecc.).

L’assunto generale, tacito e indiscusso, delle dirigenze europee è che con la plebe non si ragiona ma, semplicemente, si alternano carota e bastone.

Tutto ciò che viene detto pubblicamente è sempre una menzogna strumentale, senza eccezioni salvo i casi incidentali in cui una verità possa essere a sua volta strumentalizzata. Il discorso pubblico è divenuto una infinita recita che si cura sempre meno di preservare una parvenza di credibilità.

Così, nessuno sano di mente pensa davvero che la Russia stia per invaderci, ma ciò non impedisce a schiere di quaquaraquà istituzionali di ripetere con la faccia seria queste puttanate ogni giorno. E naturalmente tutto il mondo sa che in questo gioco di fiabe pompate dai giornali a gettone il solo punto rilevante, il cardine stabile al variare delle contingenze, è l’intento di gestire arbitrariamente le risorse pubbliche, da veicolare per interessi privati.

In sostanza, da tempo, le classi dirigenti si sono abituate a trattare la popolazione come una bestia idiota, rispetto a cui ogni motivazione razionale è esclusa e che va trattata da un lato con blandizie selettive e privilegi mirati, e dall’altro con la riduzione all’impotenza.

E questo meccanismo può funzionare e funziona a lungo.

Fino a quando non funziona più.

E non funziona più il giorno in cui troppe persone stanno perdendo troppo per potersi permettere di rimanere in stato di torpore.

Qui non bisogna pensare al “perdere troppo” come a cose tipo la “morte per inedia”.

In una società moderna la gente entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di “morire di fame”.

Oggi, per dire, non potersi permettere di utilizzare la macchina o l’accesso a internet per la maggioranza della popolazione significa essere tagliati fuori dal mondo, dal lavoro, dalla socialità, dalla vita. E il fatto che automobili e telefonini fossero un tempo beni di lusso non significa nulla: ora questo è il nuovo livello di “partecipazione alla vita comune”, ciò che distingue vita e non vita.

Plebi coltivate come bestie da soma cui somministrare occasionalmente panem et circenses, lavoretti di merda e imbonimento televisivo, il giorno in cui questo gioco si inceppa non sono e non saranno sensibili alle ragioni del decoro pubblico, del rispetto per la proprietà, dell’ossequio ai monumenti, ecc.

A bruciare automobili, edifici storici e negozi sono soggetti deprivati culturalmente e moralmente. Ma i colpevoli reali, quelli che dovrebbero essere chiamati a pagare, sono quei ceti apicali che quella deprivazione hanno coltivato e voluto, pensando gli fosse utile.

Oggi la pentola a pressione sta per saltare. Anche se questa ondata dovesse rientrare, questo è solo l’inizio, perché i ceti dirigenti europei non sono nella posizione, né materiale né culturale, per correggere la rotta. Dunque allacciate le cinture, perché andremo a sbattere.


Proteste, aristocrazia politica e rivoluzione


(Tommaso Merlo) – Le proteste sono sacrosante e se la crisi si aggraverà potremo assistere a una benefica rivoluzione politica in tutta Europa. In Francia siamo alle sommosse popolari con municipi in fiamme, razzie nelle boutique e forze dell’ordine in fuga dalle sassaiole. Il tutto mentre Macron assiste all’esclusivo concerto di Céline Dion accanto al suo maritino. Apoteosi dell’aristocrazia politica con insulsi mediocri piazzati al potere da potentati senza volto e senza cuore per servire la folle agenda neoliberista. Distruzione dello stato sociale in nome del mercato o meglio di lorsignori che lo controllano, diritti solo se il bilancio lo permette, povertà come colpa o effetto collaterale e guerra permanente come business e distrazione di massa mentre caste satolle si svaccano nei palazzi rococò. Alle prossime presidenziali francesi si affronterà l’estrema destra e quella sinistra anche se in realtà l’unica vera frattura politica oggi è tra chi è sopra e chi sotto. E dato che chi è sotto si divide in fazioni ideologiche, quelli sopra riescono sempre a galleggiare. In Francia come in tutta Europa con presunti leader che fanno a gara a chi ha gli indici di gradimento più imbarazzanti. Neoliberalismo, comandano i potentati senza volto e senza cuore e più è scarsa la politica meglio è per loro. Un sistema che si fonda sull’ingiustizia sociale e quando il treno deraglia, sono dolori perché in realtà a riuscire ad abbuffarsi sono sempre più in pochi. Perfino le classi medie ormai vivono sull’orlo del baratro e basta un venticello per farle precipitare nell’indigenza. Una vita a rispettare ossequiosi il sistema per poi venirne esclusi. Una vita tartassati dalla pubblicità per poi non potersi permettere nemmeno l’essenziale. Ma questa crisi non è solo energetica e quindi economica e quindi sociale, è anche politica perché palesemente colpa dei politicanti che non solo scaldano le poltrone senza combinare nulla ma ci hanno pure trascinato in due guerre suicide. Nello stesso momento storico e perdendole entrambe. Una politica di qualità sempre più pessima e se in tempi ordinari ti puoi permettere poltronari ordinari, in tempi turbolenti come questo hai bisogno del meglio che la società può offrire. In Italia il governo più a destra dai tempi del ventennio aveva il paese in mano e si è giusto occupato di beghe di palazzo come le paranoie contro la Magistratura o di legge elettorale inchinandosi senza dignità ai deliri guerrafondai di Washington e Bruxelles. Un governo che non mastica bene neanche l’italiano ed ha ignorato sistematicamente tutti i problemi strutturali del paese. Perché troppo complessi e poco redditizi per una politica tutta marketing e bolle mediatiche. Politicanti esperti giusto in ingegneria poltronistica e sfacciata propaganda che nonostante decenni di nulla di fatto e disastri continuano a candidarsi perché tra i privilegi hanno perfino quello di non dover rispondere dei risultati raggiunti. E se l’incapacità non è una colpa, lo è il fregarsene dei propri fallimenti pur di tenersi la poltrona. Perché significa mettere prima se stessi perfino del proprio paese e delle persone che in esso soffrono per colpa della tua inadeguatezza. Egoismo carrieristico viscerale che crea una aristocrazia politica sempre più ottusa ed arrogante che elezione dopo elezione si arricchisce e si estranea occupandosi di sondaggi e scaramucce social, occupandosi della propria rete di potere e del proprio chilometrico guardaroba, godendosi l’alta società e quindi attici e ville e vacanze lussuose alla faccia di chi gli vuole male. Soldi, prestigio, potere, celebrità con l’auto blu sempre sotto casa e il mondo che attende le loro illuminatissime esternazioni. Una droga pesantissima che ti autoconvince di essere speciale o addirittura migliore degli altri, e che il potere è privilegio e non servizio, e che la politica è cruda lotta per il potere e non umile e concreto servizio ai poveri cristi della tua comunità. Poltronari ordinari che ti puoi permettere in tempi ordinari, ma non certo in tempi turbolenti come questo in cui decenni di aristocrazia politica al rimorchio del delirante neoliberismo e due guerre suicide contemporanee, hanno fatto detonare le contraddizioni di un sistema che promette una falsa felicità materiale riservata peraltro a sempre meno privilegiati e che devasta tutto ciò che è pubblico. A partire dallo stato sociale che è l’unico modo per ridistribuire in modo saggio la ricchezza e quindi costruire una società sana e garantire una qualità della vita dignitosa per tutti. Oggi l’unica vera frattura politica è tra chi è sopra e chi sotto e invece di farsi dividere ed usare, i cittadini dovrebbero unirsi democraticamente per sbarazzarsi dell’aristocrazia politica che ci ha trascinato in questo baratro. La via d’uscita è semplice, quella della pace e della vera democrazia in mano da una politica di qualità e cioè espressione dei cittadini e al loro esclusivo ed umile servizio.


Zagrebelsky: “Troppa ricchezza uccide la democrazia ma la patrimoniale eccita l’odio sociale”


Il giurista: “Per i tecnocapitalisti la libertà è potere assoluto. Su emarginati e poveri c’è una condanna morale”

Gustavo Zagrebelsky

(Giuseppe Salvaggiulo – lastampa.it) – «Dove l’ho messo? Ah, eccolo». Da una pila di libri, il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky estrae un quadernetto nero e lo apre a metà. «Da un lato, ci sono i miei appunti sul dibattito aperto da Gianrico Carofiglio sul tema “condividere la prosperità”. Dall’altro, un elenco che sto compilando da qualche tempo, con i titoli dei libri che escono in tutto il mondo sulla crisi della democrazia, il declino della democrazia, la fine della democrazia».

Qual è la relazione tra queste due pagine di appunti?

«Negli interventi pubblicati su La Stampa, così come nel dibattito internazionale, emerge che la sperequazione tra la vita della gran parte della popolazione e le ricchezze, soprattutto finanziarizzate, di un’esigua minoranza è diventata un problema di democrazia».

Nel senso, come recitano i titoli di quei libri, che la sta uccidendo?

«Di più. Non ricordo quale grande ricco americano, uno di quelli che operano nel campo dell’intelligenza artificiale, ha detto: libertà e democrazia sono in contraddizione».

Ma in Occidente siamo liberi e scegliamo i governanti. Dov’è la contraddizione?

«Dobbiamo intenderci sulle parole. Rousseau diceva: la democrazia non è compatibile con un eccesso di distanza tra chi può e chi non può. La democrazia è morta quando c’è qualcuno che può comperare chi non ha altra soluzione ai suoi problemi che vendersi».

Per evitarlo non basta lo stato sociale novecentesco?

«La democrazia è un regime di tendenziale uguaglianza. Da qui, l’idea della distribuzione equilibrata dei beni della vita. Poi si può discutere: in che misura? L’uguaglianza come omologazione uniforme porta al totalitarismo. Una misura ragionevole garantisce a tutti uno standard minimo di benessere per sentirsi liberi».

Dahrendorf la chiamava la quadratura del cerchio. Non funziona più per garantire la libertà di tutti?

«Dipende dal significato che diamo alle parole. Che cos’è la libertà oggi? Si può intendere come libertà dall’oppressione, dall’ignoranza, dal bisogno, quindi emancipazione. Ma per i tecnocapitalisti la libertà è proprio potere assoluto, quindi prevaricazione».

Come si può definire questa evoluzione-involuzione del liberalismo?

«Darwinismo sociale – generalmente implicito e talora ormai apertamente teorizzato – secondo cui la libertà come potere di svilupparsi e crescere indipendentemente da chi non ne ha rappresenta un valore evolutivo per tutta la società».

Ma ciò ripugna ai canoni dell’etica liberale.

«Sì, se si assolutizza l’idea di una libertà creativa come motore unico di sviluppo, per cui ciascuno è artefice della sua fortuna. E se non sei in grado di raggiungere le mete che ti sei dato, peggio per te, fatti da parte. È la colpevolizzazione degli emarginati, dei deboli, dei poveri che, per dirla con Spencer, sono solo zavorra che impedisce lo sviluppo. Dunque, perché la politica dovrebbe occuparsene garantendo loro quelli che chiamiamo diritti sociali?».

Il darwinismo sociale è irreversibile?

«Ho raccolto almeno una trentina di libri recenti sulla democrazia. In gran parte non sono analisi critiche di una realtà in tensione con l’ideale, ma constatazioni categoriche e rassegnate di obsolescenza dell’ideale stesso».

Da cosa nasce l’obsolescenza?

«La democrazia si fonda su due pilastri. Il demos è una società che supera la frammentazione individualistica, nonché la frattura insanabile tra chi ha tutto e chi non conta niente. E così esprime le sue energie nel kratos, cioè nell’autorità, nel governo senza l’arbitrio della forza bruta, dove nessuno è posto nell’alternativa tra vendersi o diventare uno scarto sociale. Entrambi i pilastri sono in crisi».

Quale pilastro si è rotto prima?

«Il popolo, se non scomparso, è depresso. Sulle decisioni fondamentali la sua voce è irrilevante anche quando riesce a esprimersi, sia pure in modo embrionale, come nei movimenti per i diritti, l’eguaglianza, la pace».

Dov’ è l’innesco della crisi?

«A monte, se leggiamo in controluce il vostro dibattito. La crisi della democrazia politica, la rottura del demos e del kratos, sono l’effetto e non la causa della sperequazione della ricchezza».

Che cosa pensa delle proposte di Carofiglio?

«La prima è una tassazione straordinaria a carico di chi detiene grandi patrimoni: sostanzialmente una patrimoniale, anche se c’è una pruderie a usare questa parola. La seconda è un fondo nazionale per chi si trova in situazioni eccezionali di bisogno. Ecco: quest’ultima mi convince, per far fronte agli imprevisti della vita. Sarebbe opportuno affidarne la gestione non allo Stato, ma agli enti locali, anche in rapporto con i soggetti del terzo settore, del privato sociale».

E la prima proposta?

«Obbedisce al principio: al di sopra di una determinata soglia di ricchezza, scatta una misura tributaria speciale. Al di là delle obiezioni tecniche come quelle condivisibili di Bernabè, non mi convince per il motivo fondamentale che divide ulteriormente il demos, creando un ceto di ultra ricchi distinto dal ceto delle persone normali. Vogliamo tornare a una società per ceti?».

Che cosa comporterebbe?

«Le società per ceti, pre rivoluzione francese, erano tenute insieme da lingue, ideologie, religioni, concezioni metafisiche della società e dello Stato che non esistono più. Oggi la divisione in ceti non può che alimentare invidia sociale, odio, risentimento in entrambe le direzioni: verso l’alto e verso il basso. Io sono contrario a combattere la colpevolizzazione sociale dei poveri con la simmetrica colpevolizzazione dei ricchi».

Ci sono alternative?

«La Costituzione dice una cosa saggissima: non devono esserci misure tributarie speciali, ma un unico regime in cui tutti i cittadini sono coinvolti secondo il criterio della progressività, contribuendo al benessere collettivo in misura delle proprie risorse».

C’è una differenza così rilevante?

«Certo. Bisogna evitare opzioni che alimentino la disgregazione sociale. Ne faccio una questione di psicologia, prima ancora che di economia o diritto. Stesso obiettivo, logica opposta: solidarietà chiedendo di più a chi ha di più, anziché fratture e invidie sociali colpendo i privilegiati additati come affamatori del popolo».

In realtà, il sistema fiscale è attualmente regressivo e discriminatorio.

«Cioè abbiamo fatto un passo indietro persino rispetto al criterio della proporzionalità fiscale, proprio dello Stato liberale. Oggi la rendita finanziaria è tassata meno del lavoro e delle pensioni. Ciò dovrebbe farci interrogare: non siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro?».

Torniamo sempre alla Costituzione?

«Non per feticismo, ma per una visione apprezzabile della società. In Assemblea Costituente, la sinistra avrebbe voluto scrivere “dei lavoratori”. Incontrarono opposizioni a causa dell’intonazione classista della formula. “Fondata sul lavoro” fu il compromesso. Il significato, però, è chiarissimo: Repubblica fondata sul lavoro, non sulla rendita. Il che non vuol dire espropriare i patrimoni, ma tutelare il reddito da lavoro rispetto al denaro che produce denaro».

Che sbocchi può avere questo dibattito?

«L’invidia sociale è un sentimento ambivalente. In tempi normali, il privilegio altrui suscita ammirazione e desiderio di emulazione: penso ai genitori che accompagnavano i figli fuori dal Billionaire a invidiare i ricchi. Ma in tempi difficili, e questi lo sono, può degenerare in odio distruttivo».

Fino a che punto?

«Alla scorciatoia dell’uomo forte, che si nutre di demagogia e sfocia nell’autoritarismo. Perché quando ti accorgi che resterai sempre fuori dal Billionaire e non diventerai mai come quelli che entrano davanti ai tuoi occhi, la democrazia non serve più».


24 ottobre: l’architetto Salvatore Costanzo presenta a Marcianise il suo nuovo saggio sul mistero delle grandi cupole


Come hanno fatto i giganti del Rinascimento a costruire monumenti impossibili senza i mezzi

di oggi? E’ il cuore del nuovo volume dell’architetto e storico dell’arte Salvatore Costanzo, intitolato

Le due Grandi Cupole. Nuove ricerche sull’opera di Brunelleschi e Michelangelo, in uscita e in

presentazione sabato 24 ottobre alle ore 17:30 presso il Palazzo della Cultura di Marcianise.

L’importante saggio – patrocinato dal Comune di Marcianise e dalla Società di Storia Patria di Terra di Lavoro – entra nel vivo del dibattito internazionale sulle sfide ingegneristiche dell’epoca e ribalta una

convenzione secolare: Michelangelo a San Pietro non si limitò a copiare passivamente Filippo Brunelleschi, ma ne rielaborò le “cupole a ombrello” (sperimentate in Santo Spirito, Santa Maria delle Carceri a Prato, San Lorenzo e Cappella Pazzi) spingendo la geometria e la statica ben oltre i limiti dell’epoca.

La tesi centrale di Costanzo demistifica l’idea di un Rinascimento lineare e privo di contrasti, e dimostra che Michelangelo non è stato un mero “erede” del linguaggio fiorentino, ma il suo primo, vero critico moderno. In definitiva i contenuti del volume ridefiniscono il rapporto genetico tra i due massimi vertici dell’architettura mondiale (Brunelleschi e Michelangelo), e chiariscono il legame formale più efficace a favore di questa tesi.

Un viaggio affascinante tra Firenze e Roma arricchito da un dialogo inedito tra le fonti storiche e le moderne analisi ingegneristiche.


Un gruzzolo da capitalizzare


(di Michele Serra – repubblica.it) – Non saprei cosa dire di Cateno De Luca, leader politico siciliano di indefinibile collocazione. Praticamente non so chi sia: ma questa è una mia grave mancanza. Perché leggo che il suo posizionamento, orribile termine che si usa per orientarsi nel pastrocchio delle alleanze e dei patti di potere, potrebbe anche essere decisivo per arrivare al mitico 42 per cento che con la nuova legge elettorale schiude le porte di un potere quasi assoluto.

Come si può capire i Cateno di tutta Italia, che sono tanti, avvicinandosi le elezioni valutano se sia più vantaggioso aggiungere il loro gruzzoletto a questo o quello dei piatti della bilancia. Non solo gli ideali, anche le idee non hanno alcuna utilità in questa oggettiva compravendita (che mi dai in cambio, se mi schiero con te?). E anzi sono d’impiccio, perché le idee legano le mani.

Le idee suggeriscono – e a volte obbligano – di accompagnarsi a qualcuno non troppo dissimile. Meglio essere contemporaneamente di destra, di centro e di sinistra se si vuole andare alle trattative più leggeri, e con più carte in mano.

Per anni, come tanti, ho pensato che il maggioritario fosse la via diretta per costringere partiti e partitelli a mettersi d’accordo. La famosa governabilità. Oggi credo sia meglio il proporzionale, intanto perché mette a fuoco più onestamente quel popolo di rissosi casinisti che siamo; e poi perché almeno limita il mercato dei Cateno solo alle poche settimane del dopo voto, quando si deve formare il governo.

Così invece le trattative di governo sono un calcolo permanente, il mercato è aperto tutto l’anno e le urla degli ambulanti, per quanto pittoresche, rendono la politica chiassosa e invadente come la peggiore delle movide.


Solo papa Leone non tace sui crimini di guerra


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Chi si sarebbe mai accorto di Oleshky, e dei civili intrappolati nella cittadina ucraina, senza l’accorata telefonata di Papa Leone XIV a Putin? Chi avrebbe potuto leggere sui giornali le cronache, prima inesistenti, su quella disperata umanità abbandonata a se stessa, persone perlopiù anziane, impossibilitate a fuggire perché chi prova a scappare può saltare in aria su una delle centinaia di mine lasciate sul terreno? Chi avrebbe saputo dei cadaveri abbandonati per strada coperti da lenzuoli? O dell’assenza di cibo, di acqua potabile, di elettricità? Non staremo qui ad affondare il dito nella piaga dell’indifferenza collettiva che preferisce non vedere la mostruosità delle guerre e si tura le orecchie per non ascoltare le grida dal silenzio. Esercizio retorico che lasciamo volentieri ai professionisti dei sensi di colpa (altrui). La domanda è un’altra: perché soltanto il Papa, da una stanza d’ospedale, ancora sofferente per l’asportazione di un tumore maligno, sente la necessità di appellarsi alla pietà di un autocrate dagli occhi di ghiaccio, come di ghiaccio sarebbe stata la sua prima risposta (“La responsabilità è del regime di Kiev”). […] Anche chi scrive, come tanti, dopo gli ultimi fotogrammi del film “Naza”, con le luci del cinema riaccese, è rimasto immobile sulla poltrona, nel più assoluto silenzio della sala. Nel titolo di un bell’articolo di Mario Berruto sull’“Avvenire” dedicato a “Naza” e alla “banalità del male” si denuncia “l’abisso che c’è dentro di noi”. Non siamo d’accordo. Davanti a quel film il pubblico tace sgomento non perché si senta responsabile di qualcosa su cui non può intervenire ma per la ragione opposta: come è possibile che chi avrebbe potuto fare qualcosa – capi di Stato, di governo, autorità internazionali – assista indifferente alla carneficina ancora in corso o abbia fatto poco o nulla per far cessare il genocidio? Per esempio, il governo Meloni incapace di condannare i crimini della cricca Netanyahu (e silente davanti alle continue violenze dei coloni). Per esempio, l’assenza pressoché totale di sanzioni a livello internazionale. Con l’eccezione del premio Nobel Pillay, non a caso nella lista nera di Trump e della politica omicidiaria. Senza contare le polemiche insensate sulla credibilità delle testimonianze-confessioni dei militari israeliani. Come se oltre settantamila morti e le immagini di Gaza rasa al suolo non fossero sufficienti. Un tacere colpevole dei padroni del mondo, gli stessi che non spendono una parola per le generazioni di ucraini e di russi cancellate, per la desertificazione delle città, per i crimini contro l’umanità, per i quali la parola pace è una brutta parola. A eccezione di quell’uomo sofferente in un letto d’ospedale.


Missili ballistici


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Mentre festeggiamo con Guido Crosetto la lieta novella che ha finalmente trovato casa a canone calmierato al Comando dei Carabinieri e non dovrà unirsi alla protesta degli altri senzatetto nelle tende contro il suo governo, ci incuriosisce la sua intervista alla Bbc. Lì rivela che “Putin non si fermerà all’Ucraina”, anzi “prepariamoci ad altre follie” perché “la maggior parte del bilancio russo è ormai investita in armi e spese militari. Se la guerra finisse domani, cosa farebbe Putin con un milione e mezzo di soldati?”. Infatti. Peccato che, come ex presidente dei costruttori di armi e superconsulente di Leonardo, Crosetto abbia passato la vita a ripetere che le armi non servono solo a scatenare guerre, ma anche a difendersi da guerre scatenate da altri o a spaventarli affinché non ne scatenino (la famosa “deterrenza”). Vale solo per le nostre o anche per quelle russe? E poi l’anno scorso i Paesi europei hanno speso in armi e difesa oltre 450 miliardi (prima di iniziare a finanziare i piani di riarmo Ue&Nato), contro i 150 della Russia: se la propensione a scatenare guerre dipendesse dall’entità delle spese militari, i timori russi per un attacco dall’Europa dovrebbero essere tripli rispetto ai timori europei di un attacco dalla Russia. Tantopiù che negli ultimi due secoli gli europei – italiani inclusi – hanno invaso la Russia quattro volte (con Napoleone, con la guerra di Crimea, con le truppe a sostegno degli zaristi contro i bolscevichi e con Hitler e Mussolini), senza esserne mai stati invasi.

[…]

Crosetto è affranto perché i popoli europei non vogliono più buttare miliardi in armi e aiuti all’Ucraina a causa della “disinformazione russa” che li suborna con “narrazioni volte a indebolire il clima politico ostile alla Russia”. E, di grazia, chi ha deciso che creare un clima politico ostile alla Russia è cosa buona e giusta? Per noi ciascuno è libero di creare climi politici ostili o favorevoli a chi gli pare. Ma, visto che le leggi italiane puniscono chi crea un clima politico ostile agli altri popoli (vedi legge Mancino e ddl Antisemitismo), va punito anche chi lo fa contro i russi. In ogni caso, la stragrande maggioranza degli italiani è contraria a buttare soldi per il riarmo e per Kiev non per le balle che le racconta Putin, ma per quelle che le raccontano i capi di Ue&Nato. L’altroieri il comandante Nato Grynkevich ha annunciato che “siamo pronti a combattere con la Russia e a vincere anche subito”. Ottima notizia, ma allora perché dovremmo riarmarci fino al 5% del Pil (oggi siamo poco sopra l’1,5%), che per l’Italia significa passare da una trentina a oltre 100 miliardi l’anno? E, in base all’Equazione Crosetto “riarmo=guerra”, quando arriviamo a 100 miliardi che facciamo: invadiamo la Svizzera?


Conte: “Meloni mi vuole evitare come competitor, su Renzi garanzie le deve dare il Pd”


Nel mirino del presidente del Movimento 5 Stelle, ospite di ‘Myrta Confidential’, ci sono soprattutto il Partito Democratico e la segretaria Elly Schlein, che considerano indispensabile la presenza di Renzi nel progetto dell’opposizione

(adnkronos.com) – “Il tostapane l’ho già comprato, anzi, a casa ne ho due con tutte le garanzie non ancora scadute. C’è un equivoco: non è Renzi che mi deve dare una garanzia, perché che può dire di sé? Il tema è al Partito democratico, a Schlein, al Nazareno, che ritengono assolutamente determinante che ci sia anche Renzi in questo progetto“. Lo ha sottolineato il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, ospite di ‘Myrta Confidential’, il nuovo programma di Myrta Merlino, in onda ogni venerdì in prima serata alle 21.00 su San Marino Rtv sul canale 550, diretta da Roberto Sergio, capoprogetto Paolo Alberti.

“Obiettivamente -ha aggiunto l’ex premier come si può rivedere nel video – Renzi per le sue vicende storiche, politiche, ha dimostrato non solo con me, con Letta, di saper cogliere l’attimo di opportunità che ha per smarcare e per lavorare in altro modo. In questa legislatura non è un mistero che per i primi due anni ha avuto una buona intesa con la maggioranza su tanti passaggi e tanti voti. Poi, a un certo punto, ha scartato. Quindi per evitare che possa continuamente scartare secondo le opportunità del momento, ho chiesto garanzie a chi ritiene che sia indispensabile la sua presenza. Su questo, però, ce la vedremo riservatamente”.

Nell’intervista Conte ha poi toccato anche altri temi. Sulla legge elettorale, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha affermato che il leader 5 stelle con il nuovo sistema di voto nel 2018 non sarebbe potuto approdare a Palazzo Chigi, “credo che mi voglia evitare come competitor, il suo è un attacco un po’ scomposto”.

Conte ha poi toccato il tema del Covid: “hanno indagato in lungo e in largo tutte le Procure. Adesso in commissione stanno rastrellando di tutto per cercare di trovare qualcosa, sono anni che stanno indagando e non hanno trovato uno spillo. Ben venga questo che è stato costruito come un plotone di esecuzione, perchè sta dimostrando che loro sono miserevoli, anziché ricostruire quello che è successo a memoria futura per ricavare delle lezioni che a loro non interessano. E ci stanno restituendo anche l’onore degli attacchi che ci hanno fatto”.

Infine il leader M5S è tornato a parlare del centrosinistra e della chat WhatsApp con gli altri leader della coalizione, definendola una “‘chat costituzionale’. E anche per questo ho proposto ‘Alleanza per la Costituzione’ come nome per la coalizione. ‘Campo largo’ come nome non mi ha mai sfiorato”.


Vent’anni e non sentirli


Pausa caffè … con Vannacci

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – E quindi, durante la pausa caffè, mi imbatto nell’ultimo arrivato in squadra. Vent’anni o poco più, faccia da bravo ragazzo di buona famiglia, sguardo fiero e gentile, ma senza gratuita compiacenza. Serio, il giusto. Si muove con i tempi corretti, parla quando gli tocca, ascolta e annuisce empaticamente. Se non sa, rimane in silenzio rispettosamente. La prima fotografia, insomma, è buona. Penso già a come potrei coinvolgerlo attivamente nel mio lavoro.

Poi, chissà per quale bug di sistema, s’insinua l’argomento Vannacci. E lì l’ometto si irrigidisce e assume una postura marziale: gambe divaricate, fuori i pettorali, blocco cervicale attivato. E quella che sembrava un’aria dolcemente smarrita ma dinamica, si trasforma improvvisamente in proiezione statica.

Perché in giro a Catania c’è lo schifo.

Perché ci deve essere qualcuno che metta ordine.

Perché gli danno fastidio quelli che devono ostentare la loro diversità.

Perché gli immigrati, alla fine, vengono a rubarti il lavoro che non c’è. E se ne devono andare da dove sono arrivati.

Perché l’Europa non vale niente e allora tanto vale tornare alla sovranità dell’Italia.

È la sua posizione, netta e scontornata, come se l’avesse tagliata con un bisturi.

Un neolaureato che potrebbe tranquillamente essere mio figlio, o mio nipote, che puzza ancora di latte e di libri.

E mi chiedo: com’è davvero possibile crescere a vent’anni in un mondo, difficile per carità, con pensieri così conservatori, così cinici e anti-giovanili?

C’è un mondo fuori da conoscere, da sperimentare e, se possibile, da comprendere passo passo. A vent’anni la curiosità dovrebbe aiutarti ad assumere un atteggiamento di apertura, di possibilismo, di accoglienza, perfino di stupido idealismo.

Quelle posizioni polverose, incartapecorite di nazionalismo, identità, sovranismo, strisciante razzismo, cinica chiusura alla libertà e ai diritti di tutti, lasciatele ai vecchi stronzi e decrepiti. Quelli della mia età. Quelli che hanno smesso di pensare con la propria testa perché forse sono stanchi di essere costantemente ingannati a ogni giro di boa.

Ma a vent’anni?

Voi a vent’anni dovreste mangiarvi l’aria.

Il vostro sguardo dovrebbe andare oltre ogni forma di ostacolo, anche quando l’ostacolo è reale. La vostra fiducia in voi stessi e negli altri dovrebbe essere contagiosa. Dovrebbero sudarvi le mani per tutto quello che il mondo potrebbe offrirvi e per tutto quello che rischiate di perdere se non ampliate i vostri orizzonti, se non lo prendete – di volta in volta – per il verso giusto.

Non alle repressioni. Non alle limitazioni. Non alle sottrazioni.

Pensate ad aggiungere, a sommare, ad allargare l’orizzonte dei vostri diritti. A scoprire quello che c’è dietro quell’impalcatura che qualcuno ha messo lì apposta per voi: per non farvi vedere quello che ci sta dietro …

Caxxo, mi sembro Papa Prevost! o la buonanima di Steve Jobs …mi sembro.

E magari, fra un post e l’altro, fra un social e l’altro, tornate a scoprire quant’è bello andare in piazza a gridare al mondo la vostra libertà.

Ognuno nel proprio modo irripetibile.

PS: prima o poi glielo dirò! ah, se glielo dirò! …


Sora Giorgia dalla pacchia è finita alla questua col cappello in mano


(Dott. Paolo Caruso) – La Premier Meloni è andata con la sua consueta ambiguità in Europa a chiedere flessibilità nei conti. Equivalenti a prestiti che le generazioni future dovranno saldare con gli interessi. L’ Europa è matrigna e come gracchiava all’ inizio della sua Presidenza, “la pacchia è finita”, ora la Caciottara le si rivolge con il cappello in mano. I problemi sul tappeto sono tanti, molti non facilmente superabili. Quindici Paesi ci sono contrari con in testa la Germania del cancelliere Merz. C’ è da chiedersi allora: Che ne è stato dei duecento miliardi a nostra disposizione ottenuti dall’ ex Presidente Conte ?Siamo entrati già in campagna elettorale ma forse con la Ducetta della Garbatella non ne siamo mai usciti, infatti nei suoi interventi rancorosi da capo popolo tra imprecisioni e falsità ha cercato sempre di addossare ad altri e ai governi precedenti responsabilità che in effetti sono ricollegabili al suo malgoverno. È solo colpa delle guerre se la nostra economia arranca e siamo il fanalino di coda della UE? Assolutamente NO ! Abbiamo il governo più longevo, dopo “il ventennio fascista”, ma è solo un’ aggravante della sua mediocrità. Infatti nessuna riforma strutturale è stata fatta, il welfare, la scuola, la sanità pubblica, l’ università, le imprese, ne risentono un modo evidente. La politica estera è rimasta appiattita e ambigua tra l’ ingombrante Presidente americano e la UE. Italia e Europa colpevoli anche del silenzio davanti al genocidio palestinese non avendo neppure sanzionato Israele. Chiediamo, certi che non avremo risposta, perché i miliardi da versare a Trump per le armi, sono sacrosanti e non si toccano? Perché comprare dagli USA il gas liquido e da rigassificare a un prezzo quadruplicato rispetto a quello russo se lo stesso Trump si è avvicinato a Putin, comprando tonnellate di gasolio comportandosi da nemico dell’Europa?”. Compriamo, a prezzi maggiorati, da Trump il petrolio che gli ha venduto Putin e che ci siamo, vietati di comprare noi. Bell’ affare! Ci prendiamo in giro da soli. Chi cavalca la tigre? Siamo diventati masochisti. Il Tycoon è il “deus ex machina” e il primo “motore immobile” dell’attualità. Cosa fare? Aspettare il 3 novembre, ormai alle porte, per vedere se qualcosa cambierà o non avremo la seconda “Capítol Hill” ? Comunque va accreditato a suo merito che i propri interessi li sa fare a suon di miliardi. Quanto è cresciuto il suo capitale nel biennio di monarchia assoluta e dissoluta? I Paesi europei con i dazi imposti da Trump, sono Cornuti e Contenti, dal titolo dello spettacolo teatrale di Marco Travaglio, ma non sarà anche colpa nostra ? Che fine ha fatto la serva sciocca, la pontiera transoceanica, quella del Nobel della pace a questo psicopatico statunitense ? Frattanto l’Italia sprofonda, con il suo sostegno bellicista e l’incremento delle spese militari, sempre più in una economia di guerra, mentre l’Ucraina è resa più fragile bersaglio di Putin, perché il “genio del male”, Elon Musk le ha tolto anche la copertura satellitare a difesa dai missili e droni russi. A che serve allora protrarre questa guerra ormai segnata aumentando solo distruzioni e morti? Europa svegliati ! Cercasi più che mai Negoziatori. E tutti noi stiamo ad aspettare… che venga Godot!


La Francia in rivolta!


Francia, migliaia in piazza contro il carovita: “Prendiamo la Bastiglia”. Scontri a Parigi. Giornata di mobilitazione contro inflazione dei generi alimentari e impennata dei carburanti, a sei mesi dalle presidenziali, in tutto il Paese. I fermi nella capitale sono già oltre 100. Riunione dell’unità di crisi oggi

Francia, migliaia in piazza contro il carovita: “Prendiamo la Bastiglia”. Scontri a Parigi

(Anais Ginori – repubblica.it) – PARIGI – Gialli e giovani. Sette anni dopo la grande rivolta che aveva fatto tremare Emmanuel Macron, quel che resta del movimento dei gilet gialli torna nelle piazze francesi, provando a saldarsi con la mobilitazione degli studenti. Il collante questa volta è il caro vita tra inflazione dei generi alimentari e impennata dei carburanti, ma anche scuole degradate e servizi pubblici in difficoltà. L’appuntamento del 17 ottobre ha cominciato a girare in rete da giorni, senza una vera regia nazionale e con centinaia di iniziative sparse per tutta la Francia.

Le autorità francese, temendo l’ala più radicale in piazza, hanno vietato diverse richieste di cortei e alla fine la manifestazione principale era prevista a Parigi dove gli scontri sono cominciati ancora prima della partenza in place de la République. La polizia ha usato lacrimogeni e cannoni ad acqua contro gruppi di manifestanti, tra cui diversi black bloc che sparavano mortai d’artificio. Poco dopo, nello stesso quartiere, un’automobile è stata incendiata tra gli applausi di una parte della folla. Il centro della capitale è stato blindato, con numerose stazioni della metropolitana chiuse e divieti di manifestare intorno all’Eliseo, a Matignon, sugli Champs-Élysées e all’Arco di Trionfo.

In piazza si sono dati appuntamento vecchi gilet gialli, studenti, liceali, sindacalisti della Cgt, anche se i sindacati non hanno aderito alla giornata, ma anche militanti ecologisti, pensionati, agricoltori. Più che un movimento organizzato, è una costellazione di proteste nate soprattutto sui social, dove da settimane circola la parola d’ordine della «convergenza delle rabbie». Tra i cartelli gialli ricompare lo slogan che aveva segnato il movimento del 2018, ovvero la difficoltà di «arrivare alla fine del mese». Il bilancio, ancora provvisorio, è già pesante. A metà giornata il ministero dell’Interno contava 140 azioni e 32.800 manifestanti nella sola provincia, mentre erano 166 le persone fermate in tutta la Francia.

Le autorità denunciano «azioni violente mirate» di gruppi di black bloc, con tentativi di saccheggio, devastazioni e aggressioni contro le forze dell’ordine. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha convocato un punto di crisi per seguire l’evoluzione della situazione. Nuñez aveva qualche giorno fa sostenuto che la protesta degli studenti si stava trasformando negli ultimi giorni in “violenze urbane”. A Marsiglia alcuni manifestanti sono riusciti a forzare l’ingresso della sede del comune e a entrare per alcuni minuti nell’edificio, mentre un commissariato è stato danneggiato. I dimostranti sono rimasti nell’atrio e poi sono fuggiti. Non sono stati registrati feriti. Secondo FranceInfo, il gruppo è entrato nell’atrio del municipio dopo avere sfondato la porta gridando “è la rivoluzione, prendiamo la Bastiglia”. La polizia ha fatto ricorso ai lacrimogeni e sono stati inviati rinforzi. A Lione, in place Bellecour, una sede dell’ufficio del turismo è stata saccheggiata e incendiata mentre i pompieri faticavano ad avvicinarsi a causa degli scontri.

La giornata era cominciata già alle sette del mattino con un’azione nella capitale contro la sede di CNews, il canale di notizie del gruppo di Vincent Bolloré, identificato come media dell’ultradestra francese. Circa un centinaio di persone incappucciate hanno bloccato l’accesso al parcheggio dell’edificio, lanciando oggetti e rompendo alcune vetrate. La polizia ha fermato 21 persone.