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Cibo spazzatura: così Big Food piega i governi


Bibite gassate e ad alto contenuto di zuccheri sono tra le più bersagliate da divieti e avvertenze ai consumatori. Un’indagine di Lighthouse Reports svela come il fuoco di sbarramento dell’industria alimentare riesce a bloccare i tentativi degli Stati di contrastare i cibi processati

(Gloria Riva – lespresso.it) – È il 14 marzo 2025, in un appartamento sulle colline di Ciudad Bolívar, periferia sud di Bogotà, una bambina di sei anni collassa sul pavimento del bagno per una gravissima ostruzione intestinale. La causa è una dieta fatta esclusivamente da cibi ultra-processati, Upf: snack industriali, sfoglie di formaggio fritto, merendine, bibite gassate. Alimenti carichi di additivi, privi di fibre o nutrienti reali, venduti a pochi spiccioli nei negozietti di un quartiere dove l’acqua potabile è un lusso e la frutta pure.

Nello stesso momento le multinazionali hanno lanciato un’offensiva legale e di lobbying senza precedenti per bloccare le leggi che la nuova amministrazione colombiana sta mettendo in campo per scoraggiare il cibo spazzatura. Una guerra invisibile che questa inchiesta è in grado di svelare nei suoi dettagli più oscuri.

Attraverso lobby, minacce e quasi 600 anni di cause legali, i colossi del cibo ultra-processato tengono in ostaggio la nostra salute. Da una parte i governi, gli scienziati e le organizzazioni sanitarie cercano di arginare l’epidemia globale di obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Dall’altra c’è Big Food: un cartello di multinazionali da migliaia di miliardi di dollari che, forte della propria potenza economica e della leva politica, ha deciso di blindare i propri profitti armandosi di avvocati, carte bollate e azioni legali e di lobbismo aggressivo.

Questa inchiesta globale — condotta da L’Espresso insieme con la piattaforma di giornalismo investigativo dei Paesi Bassi Lighthouse Reports e i media partner The Guardian (Regno Unito), Follow the Money (Paesi Bassi), Il Fatto Alimentare (Italia), Agência Pública (Brasile), Cuestión Pública (Colombia), O Joio e O Trigo (Brasile), Quinto Elemento Lab (Messico) e The Wire (India) — svela per la prima volta i numeri, i nomi e l’ostruzionismo di questa guerra giudiziaria globale.

Tra il 2010 e il 2025, in soli sei Paesi campione (Messico, Colombia, Brasile, Stati Uniti, Regno Unito e India), l’industria del cibo spazzatura e degli alimenti ultra-processati (Upf) ha intentato ben 239 cause legali per bloccare, ritardare o svuotare di significato le leggi di tutela della salute pubblica. Il tempo totale che i funzionari dello Stato e i legali pubblici hanno dovuto trascorrere nelle aule di tribunale per dare battaglia a questi colossi e difendere normative di buon senso supera i 595 anni complessivi.

Dei 188 casi analizzati in cui i ricorrenti sono aziende private, più di un terzo (il 38 per cento) è stato avviato da nove multinazionali del settore. In testa alla classifica dei contenziosi c’è Coca-Cola (24 casi), seguita da PepsiCo (17), Mondelez (8), Kellogg’s e Danone (5 ciascuna). A queste si aggiungono Ferrero, Xignux e Heartland Food Products Group con 4 casi a testa. Più Mars Incorporated, che figura con due casi individuali, oltre a comparire come società madre in altre cinque controversie avviate da Kellogg’s, in seguito all’acquisizione di quest’ultima, perfezionata a fine 2025.

Nei loro manifesti pubblici, queste stesse società spendono milioni in retorica di responsabilità sociale e nutrizionale. Coca-Cola dichiara in Europa di impegnarsi in «azioni significative per aiutare le persone a garantire scelte più sane», mentre PepsiCo afferma di «fissare obiettivi nutrizionali ambiziosi in linea con le autorità sanitarie». Eppure, quando un Paese prova a introdurre una tassa sulle bevande zuccherate o a stampare un bollino di avvertimento sulle loro confezioni, l’unica risposta che arriva è la notifica di un ricorso giudiziario o una minaccia preventiva.

Anche Ferrero, simbolo del capitalismo familiare italiano e del Made in Italy, è presente, direttamente o indirettamente, in diverse cause legali volte a indebolire la legislazione nutrizionale. Ferrero ha intentato direttamente tre cause legali, oltre a una causa avviata da Kellogg’s nel Regno Unito, di cui ora detiene la proprietà. Quest’ultima riguarda lettere di diffida inviate al ministero della Salute, minacciando azioni legali se le normative restrittive sui prodotti ad alto contenuto di grassi, sale e zuccheri non fossero modificate. L’azienda ha risposto alle nostre domande affermando: «Sosteniamo un’etichettatura nutrizionale informativa, scientificamente fondata e non discriminatoria» e che «laddove Ferrero si è confrontata con diverse autorità e organismi di regolamentazione, ciò ha riguardato la chiarezza sull’attuazione delle politiche, come ad esempio le incongruenze nel trattamento di prodotti comparabili ai sensi della stessa normativa, piuttosto che l’opposizione agli obiettivi di salute pubblica». Nelle lettere in cui minacciavano azioni legali contro il governo britannico, ottenute tramite una richiesta di accesso agli atti, Ferrero ha sostenuto che le normative creavano disparità ingiuste rispetto ad altri prodotti dolciari, nello specifico i mix di frutta secca per Eat Natural e i dolciumi sfusi per Ferrero.

Ferrero è stabilmente inserita tra i membri chiave di ben quattro associazioni industriali brasiliane che hanno fatto causa all’Anvisa (l’autorità sanitaria del Brasile) per congelare la storica delibera Rdc 24, una norma che da 17 anni tenta invano di limitare la pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori per proteggere l’infanzia.

Se all’estero la guerra si combatte nelle aule di tribunale, in Italia la partita è stata vinta dall’industria alimentare prima ancora di cominciare, grazie a una barriera ideologica e politica senza precedenti. Mentre in Francia il Nutri-Score è ormai uno strumento utilizzato quotidianamente dal 68 per cento dei consumatori — nonostante le strenue resistenze del Senato francese per tutelare giganti del calibro di Coca-Cola e della stessa Ferrero (con la sua Nutella) dal bollino rosso obbligatorio — in Italia l’etichettatura a semaforo rimane un tabù assoluto. Sotto la pressione di Federalimentare e Coldiretti, la politica italiana ha eretto una difesa dell’italianità dei prodotti, promuovendo al suo posto il Nutrinform Battery, un sistema a batteria complesso e incomprensibile per i consumatori.

Dietro alla pretesa di tutelale la dieta mediterranea si nasconde però un’emergenza sanitaria drammatica: l’Italia detiene uno dei tassi più alti d’Europa di obesità infantile e sovrappeso, che colpisce ormai il 26 per cento di giovani e giovanissimi. Un’epidemia silenziosa favorita da una totale deregolamentazione: nel nostro Paese, a differenza del Regno Unito, non esistono limiti strutturali alla pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori.

Il vero obiettivo di questa pioggia di ricorsi non è necessariamente vincere in aula. Big Food ha perso l’82 per cento delle cause analizzate: il vero dividendo del contenzioso è il tempo. Come spiega l’organizzazione dei consumatori messicana El Poder del Consumidor: «All’industria basta ottenere un singolo giudizio favorevole o una sospensiva provvisoria per creare un precedente e paralizzare l’intera riforma per anni». In Messico, Paese che da solo concentra l’80 per cento dei procedimenti (193 casi), l’industria ha intasato i tribunali per ritardare l’applicazione delle etichette di avvertimento fronte-pacco. Per partecipare ai tavoli tecnici di discussione, l’industria alimentare ha ottenuto ben 106 accreditamenti, a fronte dei soli 13 concessi alle organizzazioni della società civile. E quando le sentenze si avvicinano, le aziende preferiscono ritirarsi per evitare che i tribunali pubblichino bozze di sentenze sfavorevoli che creerebbero precedenti legali granitici.

In Europa, dove le lobby giocano d’anticipo, si assiste al fenomeno del cosiddetto regulatory chill, il raffreddamento regolatorio. I governi vengono intimoriti ancora prima di scrivere le leggi. Si evocano violazioni delle norme sul mercato interno, sulla concorrenza o sugli aiuti di Stato dell’Ue. Quando la Francia e il Portogallo hanno provato a tassare le bevande zuccherate, Coca-Cola ha minacciato apertamente di ritirare i propri investimenti dai rispettivi territori. In Estonia e Finlandia, le tasse sullo zucchero sono state accantonate o cancellate dopo che le associazioni di categoria hanno sollevato timori legali relativi agli aiuti di Stato comunitari. Un ex membro di Public Health England ha riferito l’enorme stress burocratico dietro queste vicende: «Il caso Kellogg’s ha richiesto un immenso sforzo da parte del governo. La maggior parte dei Paesi non ha le risorse per resistere. Quando ne parlo all’estero, rimangono sorpresi».

Laddove non arrivano le carte bollate, l’industria del cibo ultra-processato usa metodi più incisivi. In Colombia ben 17 delle 18 cause legali registrate tra il 2023 e il 2025 sono state presentate formalmente da singoli cittadini sfruttando i ricorsi di incostituzionalità. Tuttavia, la nostra inchiesta ha svelato che il 53 per cento dei ricorrenti aveva legami diretti con studi legali che lavorano per le multinazionali del cibo ultra-processato, come lo studio Gómez-Pinzón Abogados. Alcuni ricorsi replicavano letteralmente i discorsi e le obiezioni presentate in Parlamento dal country manager di Big Cola. Nel frattempo, durante il dibattito sulla tassa sanitaria, le aziende del settore hanno donato 25 miliardi di pesos ai partiti politici colombiani nel solo 2022, coprendo il 40 per cento di tutti i finanziamenti privati alla politica di quell’anno. L’equivalente del costo annuo delle cure per oltre 9 mila pazienti affetti da diabete di tipo 2, spesa interamente per anestetizzare la reazione dello Stato davanti all’epidemia nutrizionale.

Nel 2016, i principali attivisti e scienziati messicani che si battevano per la tassa sulle bibite gassate sono stati spiati attraverso il software militare Pegasus, installato illegalmente sui loro dispositivi mobili. Eppure, i risultati economici e sanitari di quella tassa (che ha raccolto 17,8 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2024) hanno dimostrato l’efficacia della misura, portando a una riduzione iniziale del 6,1 per cento nel consumo di bibite gassate nel solo primo anno.

L’American beverage association ha citato in giudizio la città di Santa Cruz per una tassa sulle bibite gassate entrata in vigore nel 2025 che, a loro dire, viola una legge statale che vieta le tasse sulle bibite gassate fino al 2031. Lighthouse Report ha scoperto come l’industria ha condotto una campagna occulta, coinvolgendo importanti membri delle comunità di minoranza etnica, che hanno espresso la loro opposizione a questa tassa attraverso il voto e le azioni legali. La vicenda si è però conclusa positivamente: in una sentenza della Corte Superiore della Contea di Sacramento ha dato ragione a Santa Cruz.

In India le quattro cause legali identificate nel Paese sono state intentate da colossi industriali contro gli influencer che avevano pubblicato video di analisi nutrizionale di famosi prodotti commerciali. Le multinazionali inviano diffide, lunghe fino a 300 pagine, imponendo risposte entro poche ore per terrorizzare i creator e costringerli a rimuovere i video.

Tutto questo accade mentre il governo indiano trascina da oltre un decennio le consultazioni per l’approvazione di una legge nazionale sull’etichettatura fronte-pacco. Uno studio commissionato da Lighthouse Reports e condotto dall’Access to nutrition initiative (Atni) svela che il sistema di valutazione proposto in India, India nutrition rating, è più morbido e permissivo rispetto al Nutri-score europeo o all’Health star rating australiano: assegna punteggi elevati a dolciumi e cioccolato, e garantisce 5 stelle su 5 a bibite gassate con zero zuccheri che in Europa verrebbero penalizzate per la presenza di dolcificanti sintetici.

La comunità scientifica internazionale ha ormai rimosso ogni dubbio sulla pericolosità biologica del cibo ultra-processato. Uno studio clinico randomizzato condotto negli States da Kevin Hall al National Institutes of Health, Nih, ha stabilito per la prima volta un nesso di causalità biologica — e non di semplice associazione statistica — tra il consumo di Upf e l’aumento di peso.

Nel dicembre 2025, la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato una serie di studi intitolata “Cibi ultra-processati e salute umana”, coordinata da 43 esperti mondiali. I risultati sono una condanna senza appello per il modello industriale di Big Food: i cibi ultra-processati stanno attivamente rimpiazzando le diete tradizionali basate su alimenti integrali, portando a un drastico peggioramento della qualità nutrizionale e a un aumento esponenziale del rischio di sviluppare tumori, malattie cardiovascolari e diabete. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, la quota di calorie giornaliere derivanti da Upf supera ormai il 50 per cento del totale della dieta nazionale. Mentre le aziende si arricchiscono grazie a questo modello, i sistemi sanitari di tutto il mondo ne pagano il prezzo.


Governo-toghe: lo scontro continua


L’allarme di De Lucia: “Carceri gestite dai boss”. Nordio insulta. Il ministro contro il procuratore di Palermo

L’allarme di De Lucia: “Carceri gestite dai boss”. Nordio insulta

(estr. di Liana Milella – ilfattoquotidiano.it) – […] Perde del tutto le staffe il Guardasigilli Carlo Nordio contro il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia. Parte il suo affondo, attraverso un comunicato, senza neppure rendersi conto delle documentate affermazioni di un magistrato avaro di interviste e da sempre cauto nelle sue dichiarazioni pubbliche. Lo accusa addirittura di “aver perso il controllo”. Dichiara proprio così in una nota diffusa da via Arenula.

[…] Eccola: “De Lucia ha perso il controllo di se stesso. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l’intero corpo della polizia penitenziaria che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo all’intero territorio nazionale”.

Solo “qualche fenomeno patologico”? De Lucia parla di ben altro. E lo fa documenti alla mano quando interviene a un incontro sul racket del pizzo organizzato da Assostampa Siciliana che si svolge ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo. Durissima la sua denuncia quando afferma che gli istituti di pena “non sono più sotto il controllo dello Stato”. E ancora: “Le carceri non esplodono perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”. Ovviamente De Lucia parla su documenti inequivocabili, contenuti nelle sue stesse inchieste. Il procuratore parla perché conosce i fatti, non certo per sentito dire. Ma Nordio si permette all’opposto di metterlo sulla graticola e per giunta minimizza una situazione gravissima che è sotto gli occhi di tutti. Incredibili le sue affermazioni. Come questa: “Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo al’intero territorio nazionale”.

Ma De Lucia, che parla a Palermo dei fatti di Palermo, cita episodi concreti. Mentre Nordio la butta in politica: “Questo non è il modo migliore per creare quell’atmosfera di leale collaborazione che stiamo attuando, con interlocuzioni attente sia con il procuratore nazionale antimafia, sia con il Csm, sia con l’Anm”.

[…] Cioè Nordio chiede a De Lucia di tacere sui fatti criminali che emergono dalle sue inchieste e dal lavoro delle forze di polizia perché questo inficia la sua politica sulla giustizia. L’accusa è pesantissima – “De Lucia ha perso il controllo di se stesso” – perché arriva dal Guardasigilli contro il procuratore di una città come Palermo dove negli ultimi mesi c’è stata una pesantissima recrudescenza criminale, come il Fatto ha raccontato. Ma De Lucia sulle prigioni cita i fatti. Gli acquisti di munizioni fatte dal carcere e gli ordini per eseguire danneggiamenti, e far partire intimidazioni e richieste di pizzo partite dalle celle. Nonché “conference call tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere”. Poi l’affondo su Meloni che parla di portare l’esercito a Palermo. Ribatte De Lucia: “Per me l’esercito deve fare l’esercito, ha compiti istituzionali diversi da quelli della polizia. Finito lo strumento dell’esercito a cosa si passa, ai caschi blu?”.


Non è una saga, è un delirio!


Vannacci viola il bando di Meloni sull’IA e posta video fake con Mattarella per la grazia a Roggero. Il filmato arriva dopo il patto tra la premier e Schlein sull’uso di deep-fake in campagna elettorale

Vannacci viola il bando di Meloni sull’IA e posta video fake con Mattarella per la grazia a Roggero

(repubblica.it) – “Grazia per Roggero. Amen”. È la didascalia che accompagna un nuovo video realizzato con l’intelligenza artificiale da Roberto Vannacci, pubblicato su Instagram, e che raffigura il generale andare a chiedere (e ottenere) la grazia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il gioielliere condannato per duplice omicidio dopo una rapina.

Il video arriva all’indomani del patto Meloni-Schlein sul bando ai deep-fake in campagna elettorale per evitare che il confronto politico sia inquinato da video prodotti con l’IA. A pochi giorni da un altro filmato realizzato con l’IA ambientato nella Roma antica con l’investitura di Vannacci a condottiero da parte di Meloni e i leader di opposizione giustiziati nell’arena.

Nel video per Mario Roggero, agganciato alla petizione per la grazia, il leader di Futuro nazionale è rappresentato di nuovo come un condottiero dell’Antica Roma, e si incammina verso un personaggio seduto su un trono che ha le sembianze del capo dello Stato con in mano una pergamena che gli consegna.

Il filmato si conclude con Vannacci che libera le mani del gioielliere di Grinzane Cavour dalle manette e lo accompagna all’uscita del carcere, dove c’è una folla di gente che applaude tra cui la moglie (che abbraccia) e le figlie. Nel filmato si vedono altri personaggi, tra cui il deputato di Futuro nazionale, Rossano Sasso.

Futuro Nazionale che proprio stamattina ha allestito un gazebo a Milano per raccogliere le firme per la proposta di legge che vuole allargare le maglie della legittima difesa, dopo la condanna di Roggero.


La disfatta occidentale e la terza guerra mondiale


(Tommaso Merlo) – I politicanti ci stanno trascinando verso la terza guerra mondiale mentre i giullari del mainstream straparlano d’altro. Per salvarci dobbiamo sperare in una repentina e disastrosa disfatta occidentale sia con la Russia che con l’Iran. Solo così crolleranno classi dirigenti indegne ed un sistema marcio che ci ha cocciutamente spinto verso questo pericoloso baratro da secolo scorso. Non nuove facce ma nuove consapevolezze. Non nuovi politicanti ma una nuova politica e valori antichi come l’onestà anche intellettuale. Del resto ormai siamo allo sdoganamento della menzogna anche a livello istituzionale con politicanti incapaci di qualsivoglia analisi e proposta che ripetono slogan e si inchinano ai poteri occulti tra una bolla mediatica e l’altra. Un livello infimo e pericolosissimo perché si rischia una escalation incontrollabile. Per colpa di quella associazione a delinquere che è la Nato, ad essere in guerra con la Russa non è l’Ucraina ma tutti noi occidentali ed in modo sempre più diretto. Quel nano di Zelensky ha soldi per tenere artificialmente in vita uno stato corrotto e fallito e per scagliare droni a vanvera solo grazie ad Europa e Stati Uniti o meglio grazie ai loro cittadini derubati dalle loro illuminate classi dirigenti che continuano ad inviare miliardari ed armi a Kiev fottendosene altamente sia della realtà sul campo di battaglia che dei propri popoli sempre più impoveriti anche dentro e che vorrebbero che le scarse risorse a disposizione venissero usate in maniera più intelligente e cioè per costruire e non per distruggere. Politica da una parte, popoli dall’altra e propaganda mainstream a manipolare la narrazione di ieri come di oggi. Quella con la Russia è una guerra voluta e provocata dall’Occidente che nonostante decenni di avvertimenti ha voluto ugualmente superare la linea rossa ucraina in modo da piazzare basi Nato con vista sul Cremlino. Piazzare quel nanerottolo a Kiev era solo un passo intermedio in vista di coronare il sogno proibito di marciare sulla Piazza Rossa e questo sia allo scopo di aprire a piacere i rubinetti di petrolio e gas russi sia per aprire basi anche alle spalle della Cina. Il solito stramaledetto Occidente che aggredire e provoca e se ne frega della volontà e sensibilità altrui e poi si spaccia come vittima e alfiere di chissà quali valori per giustificare la violenza con cui da decenni insanguina il mondo a vanvera. La Russa ha ingoiato, ha avvertito, ha provato a trattare per anni e poi alla fine è stata costretta a reagire per mettere in sicurezza popolazioni e terre storicamente russe e per creare un cuscinetto di sicurezza per difendersi da classi dirigenti occidentali testardamente guerrafondaie ed invasate al punto da rifiutare perfino di fare il lavoro per cui sono profumatamente pagate e cioè politica. Trattando, ragionando ed escogitando soluzioni invece che inutili sanzioni e infantili gare a chi è più russofobo e bellicista. Davvero uno spettacolo penoso. Finiti soldi e armi, le illuminate classe dirigenti europee si son messe a fare debiti ed hanno lanciato un riarmo da secolo scorso che rischia di far precipitare la situazione. Lo scontro militare è infatti sempre più viscidamente diretto e anche la Russia si sta preparando ad una guerra aperta con la Nato che vorrebbe dire terza guerra mondiale coi paesi Brics a fianco della Russia. Un tragico epilogo potenzialmente nucleare che possiamo evitare con una rovinosa sconfitta della Nato e con la Russia che completa con successo le sue operazioni militari ed impone a Kiev un fantoccio dalla statura politica più accettabile. Una sconfitta militare ma anche politica tale da spazzare via i responsabili di tale follia autodistruttiva e da ricostruire rapporti di buon vicinato con la Russia nel reciproco interesse anche economico. In Iran la situazione è simile, anche lì siamo noi occidentali i veri aggressori e pure illegali. I nostri padroni americani aizzati dai loro padroni sionisti mentre noi europei siamo rimasti defilati. Spolpati dal bubbone ucraino, ci stiamo limitando alla copertura politica e mediatica come col genocidio calpestando valori e istituzioni che fino a ieri predicavano essere alla base della nostra superiore civiltà. E anche in Asia Occidentale si rischia una escalation incontrollabile coi paesi Brics a fianco dei persiani. Sono di queste ore le accuse alla Russia per aver fornito all’Iran le informazioni di intelligence utilizzate per decimare le basi americane nel Golfo come se americani e inglesi non fornissero da anni allo gnomo di Kiev anche l’anima. È proprio così. I politicanti ci stanno trascinando verso la terza guerra mondiale mentre i giullari del mainstream straparlano d’altro. Per salvarci dobbiamo sperare in una repentina e disastrosa disfatta della Nato e dell’intero Occidete sia con la Russia che con l’Iran. Solo così crolleranno classi dirigenti indegne ed un sistema marcio che ci ha cocciutamente spinto verso questo pericoloso baratro da secolo scorso. Una storica sconfitta strategica che generi uno shock politico tale da portare all’azzeramento e quindi alla ricostruzione democratica. Non nuove facce ma nuove consapevolezze. Non nuovi politicanti ma una nuova politica e la riscoperta di valori antichi come l’onestà intellettuale e la pace.


Due coalizioni senza identità


(di Marcello Veneziani) – E se non fosse solo questione di leader incapaci e di classi dirigenti inadeguate? Ogni volta che si affronta il tema ricorrente e trasversale della miseria della politica, la conclusione prevalente è quella: non ci sono capi e classi dirigenti all’altezza. O nel caso specifico, per usare il linguaggio delle fiabe, Biancaneve, alias Giorgia, facilmente prevale sui sette nani che le si contrappongono o le si affiancano. Certo, il fattore umano è decisivo, e conta molto come nascono i politici, come si seleziona il ceto politico; da quali gavette, quali carriere, quali scuole di formazione, quali titoli e quali esperienze provengono. Però da troppo tempo dimentichiamo un livello più alto che riguarda la motivazione; quel campo che investe le passioni ideali, la consonanza, la sintonia, le comuni idee e convinzioni, insomma qualcosa che vada oltre l’interesse a stare insieme e la priorità assoluta di durare al potere.

Stefano Folli, su la Repubblica, si è spinto in quel campo da troppo tempo disertato e ha tratto una conclusione: a un anno dal voto vediamo “due coalizioni deboli in cerca di un’identità”. A differenza di Folli, o del titolo che hanno dato al suo articolo, io non vedo le due coalizioni alla ricerca di un’identità ma riconosco come lui che la loro fragilità dipenda proprio dall’assenza di un’identità, di un profilo politico comune, di idee legate a riforme e realizzazioni, o per l’opposizione a promesse di riforme e di realizzazioni. Alla fine la partita è quella di sempre, ma vuotata di ogni contenuto: conservare il potere o conquistarlo. Anzi per dare un’ironica lettura delle idee politiche al tempo della loro negazione, dirò che sono conservatori coloro che vogliono conservare il potere, cioè restare al governo, e sono innovatori coloro che vogliono sostituirsi al potere, cioè andare loro al governo. Non sono mossi da idee ma da interessi personali e di clan in forma di propositi. 

Enunciato il quadro caliamoci nello scenario politico. Partire dall’opposizione è più facile. Ogni ritratto fotografico dei Quattro insieme è uno spot contro la loro credibilità di governo. Ma ce li vedete davvero, quelli, a governare l’Italia, insieme? E il quadro si aggrava se si considerano gli ausiliari in ombra, quelli che genericamente rappresentano il centro o paraggi, a partire dal più odiato e più necessario alleato, Renzi. Al di là del giudizio sulla qualità delle persone, qual è il collante, la motivazione, il progetto che li coalizza se non l’antimelonismo e la voglia di sostituirsi al potere? Non c’è una proposta sociale ed economica comune, non una risposta condivisa in tema di tasse e di lavoro, non una linea di politica estera che li accomuna (se non l’antitrumpismo, che oggi è più esteso del centro-sinistra). Non c’è un’idea di sinistra e nemmeno di centro-sinistra che li accomuna. Conte stesso ama definirsi progressista per sfuggire a quelle due classificazioni e strizzare l’occhio a quella fetta elettorale grillina che è antipotere ma non è “di sinistra”, è al di là della destra e della sinistra, o si riconosce nelle posizioni del Fatto. Qual è l’identità che accomuna quel gruppo? Paradossalmente era più coeso l’Ulivo al tempo di Prodi e di Veltroni, che era già allora considerato un’armata Brancaleone. Ma all’epoca, alla fine, l’elemento dissonante che destava più preoccupazioni era Bertinotti,  la sinistra comunista, che aveva un peso specifico minore rispetto ai 5S di oggi; c’era poi il blocco ex-democristiano della Margherita, ex-comunista e di sinistra radical-liberal. Oggi, i quattro-cinque soggetti in campo hanno poco o nulla in comune.

Dall’altra parte il discorso sembra meno complicato, in primo luogo perché c’è il collante del governo che li tiene insieme, e poi perché nessuno contende la leadership a Meloni. Ma è bastata l’ipotesi di imbarcare o respingere Vannacci, cioè di mettere a repentaglio la loro vittoria futura per tenere fuori l’outsider, per produrre un cortocircuito.

Ma qual è la linea, l’identità il profilo politico (non userò nemmeno parole come idee, ideali, cultura del tutto improprie) che unirebbe queste forze? Non c’è, le due ali della coalizione, i berlusconiani e i vannacciani, volano in direzioni opposte. Ed è leggermente grottesco pensare che la Meloni di oggi si allei con la Meloni di ieri, ripudiata, e rappresentata da Vannacci; o che Salvini si allei col Generale che lo ha abbandonato per divergenze proprio sul piano della linea politica.

Trovo insensato che FdI disconosca a Vannacci di essere e di rappresentare la destra, quando i temi che avevano caratterizzato la destra, per necessità di sopravvivenza, sono stati messi da parte dal governo – immigrazione, sovranità, cultura, famiglia, banche, socialità, collocazione internazionale – è inevitabile e fisiologico che qualcuno poi occupi quegli spazi lasciati vacanti. La destra non è un patentino che qualcuno rilascia o ritira, come del resto, la sinistra, l’antifascismo e pure il fascismo. Non c’è nessuna questura che decida chi lo è da chi non lo è, o chi è rimasto fedele, chi ha tradito, chi ha tradito le idee per restare fedele al capo o viceversa. Basta l’autocertificazione: è di destra chi dichiara di esserlo. Sarà la “sua” destra, come quella governativa è un’altra destra nella loro versione, ritoccata col botulino di governo. 

Il tema, semmai, è che non si trova traccia di una destra, che come mi scrive un suo esponente uscito dall’agone politico sia “eticamente ed esteticamente più potabile e più in linea con la radice del pensiero nazionale”; una destra capace di non restare immersa e sommersa nel “qui ed ora” e protesa solo a far restare al potere gli attuali detentori. Personalmente trovo ormai insensato (quando non è in malafede) il chiacchiericcio sulla destra; basta, serve solo a riacchiappare una fascia di voti. Quel che resta è solo un partito personale, più di quanto lo fosse lo stesso berlusconismo. È il Melon Party (qualcuno lo chiama Melonski Party). E la lealtà, la fedeltà non è a un’idea, a una storia, a un’identità ma a lei, solo a lei e di riflesso al suo caporalato.

Ma il tema che resta è più generale: è il pantano delle non-identità che caratterizza la politica di oggi. Non è solo questione di uomini, di facce, di qualità ma è anche questione di motivazioni. E non si possono ridurre le passioni solo al ringhiare contro il Nemico. Del resto, se un’Italia così ampia resta fuori dal voto vuol dire che è demotivata, cioè non ha motivi sufficienti per andare a votare, per sentirsi rappresentata e non distingue più un male minore rispetto a un male maggiore, nella notte in cui tutte le vacche sono bigie; cioè grigio spento, come la cenere che una volta era fiamma.  


Il peso politico della Fifa e il nuovo ordine calcistico mondiale


Da Zurigo alla Casa bianca, la Fifa intreccia alleanze con leader e regimi, decide chi scende in campo e chi resta fuori, gestisce voti e miliardi, seguendo regole opache. Così una telefonata conta più dei giocatori e il calcio meno dei voti delle federazioni

(di Andrea Lanzetta – tpi.it) – Il 5 luglio, quando il Mondiale di calcio era ancora nel vivo, squillò il telefono del presidente della Fifa, Gianni Infantino. Dall’altra parte c’era Donald Trump, che chiedeva conto di un cartellino rosso rifilato a Folarin Balogun, attaccante della nazionale statunitense espulso durante la gara contro la Bosnia Erzegovina. Poche ore dopo, la squalifica di una giornata venne sospesa e a Balogun fu permesso di scendere in campo contro il Belgio nei sedicesimi di finale. Soltanto un’altra volta nella storia era stato adottato un provvedimento simile, ma mai durante una Coppa del Mondo. Il risultato, alla fine, non cambiò granché: gli Stati Uniti persero comunque per 4 a 1 e i calciatori belgi festeggiarono imitando l’iconico ballo di Trump. Ma il danno d’immagine per la Fifa era ormai fatto. La Uefa parlò apertamente di una «linea rossa» superata, di un colpo inferto all’integrità stessa della competizione, mentre il leader del partito Liberal Democratico britannico, Ed Davey, arrivò persino a chiedere alla federazione inglese e a quella europea di abbandonare la Fifa e di creare un nuovo organo di governo per il calcio mondiale. Perfino Sepp Blatter, l’ex numero 1 della federazione globale travolto anni prima dagli scandali, si disse sconcertato, mentre lo stesso presidente Usa rivendicò pubblicamente, e con soddisfazione, la telefonata a Infantino. «Hai preso un’ottima decisione», disse Trump, elogiandolo. «Anche se non te ne verrà mai riconosciuto il merito».

Regole violate
Le federazioni che piegano le regole a proprio favore grazie a pressioni politiche, di norma, vengono punite. Lo statuto della Fifa impone infatti ai propri membri di restare «esenti da ogni interferenza statale», pena la sospensione, come già successo a Trinidad e Tobago, Pakistan, Ciad e Sri Lanka. Stavolta, però, è stato il capo di Stato del Paese ospitante dei Mondiali a provarci e a riuscirci. Ma quando l’inglese Jarell Quansah venne espulso in un’altra partita, il ct Thomas Tuchel chiese apertamente in conferenza stampa se il difensore del Bayer Leverkusen avrebbe potuto contare su una telefonata per far ribaltare il cartellino. Non solo: quando l’Egitto, in vantaggio per 2 a 0 sull’Argentina campione in carica, si vide annullare dal Var un gol lungamente rivisto e poi crollò per 3 a 2 contro l’Albiceleste, il ct Hossam Hassan incrociò le braccia davanti all’arbitro. Un gesto che la stessa Fifa aveva introdotto perché i giocatori potessero denunciare un insulto razzista subito in campo, usato per la prima volta per accusare di parzialità un direttore di gara, e venne punito con un cartellino giallo.
Più di ogni gol segnato in un mese e mezzo di torneo, questi episodi raccontano cosa sia diventata oggi la Fifa. Non solo l’ente che regola lo sport più popolare del pianeta, ma un attore politico a tutti gli effetti, capace di trattare alla pari con presidenti, sceicchi e oligarchi, di muovere miliardi di dollari e, soprattutto, di decidere chi può entrare nel grande gioco della rappresentanza internazionale e chi ne deve restare fuori.

Tutti gli amici del presidente
Ma il rapporto tra Infantino e Trump non è nato con la telefonata per Balogun. Nel dicembre scorso, al sorteggio del torneo tenutosi al Kennedy Center di Washington, il presidente della federazione calcistica mondiale aveva consegnato all’inquilino della Casa bianca il primo “Fifa Peace Prize” della storia, un riconoscimento inventato appena tre settimane dopo che Trump era stato scartato per il Nobel per la Pace, senza che il Consiglio della federazione fosse mai stato consultato sui criteri di assegnazione. «Può sempre contare, signor Presidente, sul mio sostegno», aveva detto Infantino dal palco, promettendogli l’appoggio dell’intera comunità del calcio. Da allora il presentatore della Bbc, Gary Lineker, ha ribattezzato il numero uno della Fifa “Sicofantino”. Nei mesi successivi la federazione ha spostato buona parte dei suoi uffici legali e di revisione da Zurigo a un edificio di circa settemila metri quadri a Coral Gables, in Florida, dove lo stesso Infantino si è trasferito in vista del torneo. Per oltre un anno, peraltro, un ufficio della Fifa aveva avuto sede a New York proprio nella Trump Tower, pagando l’affitto alla famiglia del presidente.
Non è comunque la prima volta che il numero uno della federazione calcistica mondiale sceglie di stare vicino agli uomini forti. Con Vladimir Putin palleggiò al Cremlino alla vigilia del Mondiale del 2018 e l’anno successivo il leader russo gli conferì l’Ordine dell’Amicizia della Federazione Russa. Con l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman ha chiuso, senza un vero confronto tra candidature, l’assegnazione del Mondiale 2034. Una mossa che Amnesty International ha definito “un regalo politico”, mentre l’Australia ha rinunciato a proporsi, giudicando che mancassero le condizioni per una gara equa. 

Vecchi vizi
Del resto è una storia che si ripete da un secolo, anche se la federazione nacque nel 1904 con tutt’altre ambizioni. Allora i fondatori volevano farne uno strumento per far guadagnare dal proprio talento gli atleti operai, rifiutando il modello dilettantistico allora imposto dal movimento olimpico. Nel 1934 Mussolini si aggiudicò l’organizzazione dei Mondiali in Italia promettendo alla Fifa di Jules Rimet di investire in nuovi stadi e, come racconta Giovanni Mari nel suo libro “Mondiali senza gloria”, pagò persino la nuova sede alla federazione greca, «che in cambio rinunciò a giocare la sfida diretta per la qualificazione al campionato». Quindi lasciò che il segretario del partito fascista Achille Starace sostituisse alla guida della Figc lo squadrista suo rivale, Leandro Arpinati, con il generale Giorgio Vaccaro, nominandolo intermediario per i rapporti con la federazione internazionale. Infine ottenne una serie di controverse decisioni arbitrali a favore degli Azzurri nei quarti di finale contro la Spagna (ripetuti dopo il pareggio iniziale) e nella semifinale contro l’Austria rispettivamente dall’arbitro belga Louis Baert, dallo svizzero Mercet e dallo svedese Ivan Eklind.
Nel 1978 l’Argentina della giunta militare di Videla vinse il Mondiale che ospitava, mentre non lontano dallo stadio Monumental, nei sotterranei della Scuola di Meccanica della Marina, i prigionieri politici sentivano il boato degli spalti dalle loro celle. Alla finale, seduto accanto al generale dittatore, c’era anche il segretario di Stato Usa Henry Kissinger e per l’occasione la giunta allentò la repressione più brutale, salvo riprenderla appena i giornalisti stranieri lasciarono il Paese. Nel 1994, quando il Mondiale sbarcò per la prima volta negli Stati Uniti, anche per aprire agli sponsor il mercato calcistico più ricco del pianeta, Diego Armando Maradona, tornato a rappresentare l’Argentina e decisivo nella vittoria sulla Nigeria, fu sottoposto a un controllo antidoping a sorpresa e risultò positivo a cinque derivati dell’efedrina, una sostanza allora vietata ma non dopante in senso stretto, in quantità che secondo ricostruzioni successive non avrebbero nemmeno dovuto costituire un’infrazione. La Fifa lo squalificò comunque per 15 mesi.
Nel 2018 la Russia di Putin usò il torneo per rilanciarsi dopo l’annessione della Crimea sottratta all’Ucraina e la Fifa, a differenza del Comitato Olimpico, che almeno impose una bandiera neutrale agli atleti russi a Pyeongchang, non spese nemmeno una parola. Nel 2022 in Qatar, dopo aver ignorato la tragedia dei lavoratori migranti morti per costruire gli stadi nell’Emirato, Infantino e la segretaria generale Fatma Samoura scrissero alle 32 federazioni partecipanti esortandole a non trascinare il calcio in nessuna battaglia ideologica, proprio mentre sette nazionali europee si preparavano a indossare in campo la fascia arcobaleno “One Love”, poi vietata sotto minaccia di sanzioni sportive.

Questione di voti
Dietro le strette di mano, però, c’è una vera e propria architettura di potere. La Fifa conta infatti 211 federazioni affiliate, più degli Stati membri dell’Onu, e funziona secondo il principio “un’associazione, un voto”. Alcuni dei suoi membri, quali Scozia e Galles, non sono nemmeno Stati sovrani, mentre un’isola caraibica come Curaçao, nazione costitutiva dei Paesi Bassi, pesa in assemblea (e nella spartizione dei proventi) quanto, ad esempio, l’Italia. È un sistema pensato per garantire rappresentanza universale, che in pratica ha trasformato le federazioni minori in una merce elettorale. Basti pensare che la federazione del Sud Sudan, in cui lo sport più diffuso è l’atletica e non il calcio, ottenne l’ammissione in meno di dieci mesi dopo l’indipendenza ottenuta nel 2011, contro una media di quattro anni.
Fu proprio la logica dello scambio di voti e favori a esplodere nel 2015, quando la polizia svizzera arrestò diversi dirigenti della Fifa in un hotel di lusso a Zurigo su richiesta del dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti, che denunciò oltre 150 milioni di dollari di tangenti in due decenni e incriminò più di 50 persone. Travolto dallo scandalo, l’allora presidente Sepp Blatter lasciò il posto proprio a Infantino, eletto nel 2016 con 115 voti contro gli 88 dello sceicco bahreinita Salman bin Ibrahim al-Khalifa e i soli quattro del principe giordano, Ali bin Hussein.
È proprio questo meccanismo a spiegare perché la Fifa corteggia così tanto i Paesi senza alcuna tradizione calcistica. Il Mondiale di quest’anno, esteso per la prima volta a 48 squadre, ha portato i posti garantiti all’Africa da cinque, conquistati dopo decenni di battaglie diplomatiche a partire dal boicottaggio del 1966, a nove. Ma l’allargamento voluto da Infantino non sembra nascondere una svolta decoloniale. Per quello sarebbe bastato cambiare la rappresentanza proporzionale tra continenti, mentre la Fifa ha solo aumentato i posti, lasciando l’Europa sovra-rappresentata per soddisfare gli sponsor. Più squadre significa infatti più federazioni riconoscenti e più voti assicurati alla rielezione.
Quello stesso scandalo che portò al potere l’attuale presidente, in un certo senso, spianò la strada anche al Mondiale nordamericano. Nella stessa tornata di voto su cui poi indagò l’Fbi, la federazione inglese aveva perso la corsa all’edizione del 2018 contro la Russia, e gli Stati Uniti quella del 2022 contro il Qatar. Con la vecchia dirigenza travolta dagli scandali, affidare la prima edizione utile agli Stati Uniti, insieme a Canada e Messico, ha avuto così il sapore di una riparazione.

Chi entra e chi resta fuori
Sul campo, l’ultima edizione ha reso visibile questa geografia del potere. L’arbitro somalo Omar Artan, munito di visto regolare, è stato respinto alla frontiera statunitense, anche se poi la Uefa lo ha designato per la Supercoppa, quasi un gesto di riparazione e di sfida verso la Fifa. L’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto quasi sette ore all’aeroporto O’Hare di Chicago, per poi segnare l’unico gol dell’Iraq nel torneo. La nazionale iraniana, senza visti per l’intera delegazione, ha dovuto spostare il ritiro da Tucson, in Arizona, a Tijuana, in Messico, raggiungendo il territorio Usa solo nei giorni delle gare. Tra le due nazionali, d’altronde, i precedenti sotto pressione non mancano: nel 1998, in Francia, i giocatori iraniani porsero rose bianche agli avversari americani prima di quella che i cronisti dell’epoca ribattezzarono «la partita più politicamente carica della storia del calcio», vinta poi dall’Iran per 2 a 1, la sua prima vittoria in un Mondiale. Michel Kuka Mbodalinga, ex fornaio che a ogni Mondiale si traveste da statua di Patrice Lumumba, si è visto negare il visto dagli Stati Uniti, lo stesso Paese complice, decenni fa, della tortura e dell’assassinio del leader congolese.
Eppure il torneo ha regalato anche scene di autentica gioia: la nazionale algerina si è allenata a Lawrence, in Kansas, dove gli abitanti hanno trasformato il coro dell’università locale, “Rock Chalk Jayhawk”, in un caloroso “Rock Chalk Algeria”. I tifosi scozzesi hanno prima “invaso” Boston e poi Providence, tenendo i bar aperti fino a tardi. Il portiere di Capo Verde, Vozinha, dopo aver parato tutto contro la Spagna, è scoppiato in lacrime, non solo di gioia perché sua madre non era riuscita a raggiungerlo in tempo, bloccata anche lei dalla trafila dei visti, poi risolta riuscendo ad assistere allo storico pareggio contro l’Uruguay.

Gerarchia economica
Anche i soldi raccontano una gerarchia. I diritti tv vengono negoziati Paese per Paese: quelli nordamericani, per dire, erano già chiusi da febbraio 2015 senza nuove gare d’appalto. Quando è toccato alla Cina, la Fifa, che per i diritti di quest’anno avrebbe voluto una cifra a nove zeri, ha dovuto accontentarsi di circa 60 milioni di dollari, perché l’emittente di Stato cinese ha negoziato come un blocco unico, un vantaggio che le democrazie con sistemi mediatici frammentati raramente riescono a replicare. Ma le “pause idratazione” introdotte quest’anno in ogni partita, ufficialmente per il caldo, si stima abbiano fruttato solo negli Stati Uniti circa 250 milioni di dollari in spazi pubblicitari extra. Uno studio congiunto di Fifa e Organizzazione mondiale del Commercio prevede che il torneo porti 17,2 miliardi di dollari al Pil statunitense e circa 185mila posti di lavoro, anche se l’amministratore delegato di Hilton ha ammesso che le prenotazioni alberghiere non stavano rispettando le attese. Anche i biglietti misurano questa distanza: per la finale del 19 luglio si partiva da circa ottomila dollari sul mercato secondario e oltre novemila sul sito ufficiale della Fifa, mentre in Qatar, nel 2022, i prezzi medi erano fino a dieci volte più bassi. E pensare che la federazione era stata fondata, oltre un secolo prima, per far uscire gli atleti-operai dalla povertà.
Ora che i riflettori si sono spenti, la Fifa guarda già oltre: nel 2030 il Mondiale tornerà in Spagna, Marocco e Portogallo e nel 2034 toccherà all’Arabia Saudita. Il presidente Usa ha annunciato, durante l’ultimo ricevimento della Fifa nella Trump Tower a New York, la volontà di ospitare di nuovo la manifestazione nel 2038 e Infantino ha proposto un’organizzazione congiunta tra Stati Uniti e Cina. Insomma, il pallone continuerà a rotolare. Ma a decidere dove, quando e alle condizioni di chi non saranno né i giocatori in campo né i tifosi sugli spalti.


Perché alcune leggi volano e altre restano ferme per anni? Il caso del ddl Caccia e gli interessi di pochi


Per capire chi detta davvero le priorità e i tempi della politica italiana, non basta guardare ai programmi elettorali. Serve osservare il calendario delle Commissioni parlamentari

Perché alcune leggi volano e altre restano ferme per anni? Il caso del ddl Caccia e gli interessi di pochi

(di Alessandro Fazzi e Martina Pluda* – ilfattoquotidiano.it) – Il modo in cui una legge arriva e prosegue il suo iter in Parlamento racconta spesso molto più della legge stessa. Nelle ultime settimane il dibattito pubblico e politico sul ddl Caccia, anche detto ddl Sparatutto, si è fatto acceso, con critiche alla sua fondatezza scientifica, costituzionalità e particolarità di interessi. Eppure, c’è un’ulteriore domanda che meriterebbe un’attenzione simile a quella giustamente riservata al merito del provvedimento: perché alcune proposte di legge attraversano le aule parlamentari a passo di corsa, mentre altre vi restano ferme per intere legislature?

Ogni volta che una legge sembra nascere per rispondere con straordinaria efficienza agli interessi di pochi, mentre altre iniziative sostenute da milioni di cittadini e cittadine restano ferme per anni, il costo non è soltanto legislativo. È democratico. Perché la fiducia nelle istituzioni non si perde in un giorno: si consuma lentamente, ogni volta che la politica dà l’impressione che partecipare conti meno che avere accesso e influenza nei luoghi dove le decisioni vengono prese.

Il problema, infatti, non sono soltanto gli obiettivi perseguiti da questa legge, per le ragioni che sono già state ampiamente esposte da numerose voci autorevoli, ma che osservandone il percorso si comprende quali interessi riescono a ottenere risposte politiche immediate e quali, invece, no.

Ad esempio, da anni giace in Commissione una proposta, sostenuta da un ampio consenso nell’opinione pubblica, che punta a introdurre un divieto di importazione, esportazione e riesportazione di trofei di caccia ottenuti da animali appartenenti a specie protette a livello internazionale perché minacciate di estinzione. Questo disegno di legge (A.S. 822), presentato a luglio 2023, è ancora fermo alla fase di assegnazione in Commissione, senza che trovi spazio nell’agenda parlamentare. Al contrario, l’attuale DDL Caccia (A.S. 1552 / A.C. 2984), presentato a giugno 2025, nel giro di dodici mesi conclude l’esame al Senato e arriva alla Camera, procedendo con una rapidità insolita.

Questa marcata differenza nei tempi di lavorazione non è frutto del caso, ma riflette la struttura dei poteri parlamentari: dopo l’assegnazione, la gestione concreta dell’iter spetta interamente alla Commissione. In particolare, la presidenza ha il potere di predisporre il programma e il calendario dei lavori, stabilendo le priorità tra i numerosi provvedimenti assegnati. Si tratta, dunque, di una discrezionalità politica e organizzativa ampia, che non incontra vincoli procedurali rigidi.

La scelta di dare precedenza al ddl Caccia rispetto al ddl sul divieto di importazione ed esportazione di trofei di caccia, riflette quindi una valutazione politica sull’urgenza e sull’opportunità dei diversi provvedimenti. La differente “velocità” con cui i due testi sono stati lavorati non rappresenta una vera e propria anomalia, ma l’esito fisiologico dell’autonomia organizzativa di cui godono le Commissioni e i loro Presidenti nell’esercizio delle funzioni legislative e, dunque, sulle priorità politiche – quando non smaccatamente elettorali – che la maggioranza ritiene prioritario affrontare rispetto al tema della caccia e della tutela degli animali.

La questione, allora, non è soltanto il merito delle due proposte né se il ddl Caccia sia, di per sé, giusto o sbagliato. Riguarda il messaggio che trasmette il modo in cui un testo di legge viene costruito. In altre parole, il criterio con cui si decide cosa merita urgenza a livello politico e cosa no – e chi lo stabilisce.

Se si vuole capire chi detta davvero le priorità e i tempi della politica italiana, non basta guardare ai programmi elettorali. Serve osservare il calendario delle Commissioni parlamentari. Lì sono effettivamente riflesse le scelte politiche e ognuna di esse racconta una gerarchia di priorità. E sono proprio queste priorità a meritare oggi una discussione pubblica, soprattutto se fanno gli interessi di una categoria che rappresenta meno dell’1% degli italiani, per altro già oggetto di interventi riformatori di ampia portata, attuati attraverso una pluralità di decreti legge e leggi ordinarie, durante la presente legislatura.

In ultima analisi, la qualità e la forza di una democrazia non si misurano solo dalle leggi che approva e dalla velocità con cui lo fa (incluso l’abuso dei decreti legge), ma anche da quelle che sceglie di non discutere. Ogni volta che un provvedimento sostenuto da un interesse organizzato, che non appare avere quale obiettivo la giustizia sociale e il bene comune, trova una corsia preferenziale, mentre altri restano per anni in un cassetto, il problema non riguarda soltanto settori specifici come la tutela degli animali o della natura. Riguarda tutti noi come cittadini e cittadine. Perché la fiducia nelle istituzioni non si incrina soltanto davanti alle decisioni che non condividiamo.

Si incrina quando smettiamo di credere che le priorità della politica coincidano, almeno in larga parte, con quelle della cittadinanza.

*rispettivamente Rapporti istituzionali e Direttrice di Humane World for Animals Italia


Dio ci salvi da Donald Trump!


(corriere.it) – Donald Trump, a sorpresa, indossa il cappellino rosso con la scritta `Trump 2028´. «È questa la mia intenzione. E questa è… la mia intenzione per un terzo mandato come presidente degli Stati Uniti. Lo faremo. Ci divertiremo un po’. Ho vinto. Ho vinto tre volte. Ora lo farò di nuovo», ha detto il tycoon nelle battute finali del suo intervento alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca, durato poco più di un’ora.

«Lo farò. Dovrebbe essere facile», ha aggiunto il tycoon in una sala diventata all’improvviso silenziosa. «Sto diventando molto bravo a candidarmi alla presidenza. Avrete tempo per parlarne. Sapete, è interessante quando torni e fai un buon lavoro, come abbiamo fatto noi. Perché la situazione è davvero pessima. Ma, parlando seriamente, voglio dire ancora una volta: voglio solo ringraziarvi tutti.  È stata una serata interessante». Mentre poco dopo sono partite le note di Ymca, una delle sue canzoni preferite a cui ha abbinato un ballo particolare.

(open.online) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha risposto ai giornalisti nello Studio Ovale spiegando che ancora non ha preso una decisione sulla possibilità di un attacco massiccio contro l’Iran. «Vogliono raggiungere un accordo, semplicemente non credo che siano ancora pronti», ha detto Trump riferendosi ai negoziatori iraniani. «A volte non vogliono dire che vogliono arrivare a un accordo, vogliono fare la parte dei duri», ha aggiunto, liquidando la recente retorica dei funzionari di Teheran, che ha assunto toni più orientati all’escalation.

«Stiamo parlando con loro proprio ora. Penso che le cose stiano diventando sempre più serie col passare dei giorni. Forse per la ragione ovvia», ha dichiarato. «Ci sono due modi. Penso che uno sia il modo più intelligente, ma probabilmente l’altro è il più facile, ed è continuare a fare quello che stiamo facendo e possiamo portarlo a un livello molto più alto se vogliamo».

L’Arabia Saudita nel mentre ha condotto attacchi contro il porto di Hodeidah, nello Yemen occidentale. Lo riferisce il canale Al-Masirah, affiliato agli Houthi. Anche l’emittente saudita Al-Arabiya ha riferito di un’esplosione in depositi di armi nella città. I media yemeniti hanno citato una fonte militare Houthi secondo cui «la risposta delle forze yemenite all’aggressione saudita sarà dura». Intanto una nave saudita è stata colpita oggi nel Mar Rosso, riportando lievi danni allo scafo.


Io, Vannacci, sarò l’incubo. Ma per voi


“Dovrete subirmi per anni”: il leader di Futuro nazionale detta le sue condizioni al centrodestra. No al Green Deal, gelo con Forza Italia. E avverte Meloni: “Non sono solubile”

(Felice Florio – lespresso.it) – Sta bevendo un caffè lungo, come nello standard estero. Presto ripartirà per l’Italia, dove lo attendono piazze, comizi e cene con gli iscritti di Futuro nazionale. Deve ottimizzare i tempi, Vannacci, in questa fase di crescita del partito. «Ciao Roberto», lo saluta un collega con forte accento tedesco. Altri eurodeputati, durante l’intervista, passando lo chiameranno per nome. Ormai è uno dei volti più noti qui, a Bruxelles. Per registrare il colloquio ci allontaniamo di qualche metro dal bar al terzo piano, crocevia del Parlamento europeo. Vannacci ha la disinvoltura di chi ha visto parecchie telecamere. E anche un po’ di fretta. Aiuta ad arrangiare un set, sposta un tavolino, si aggancia il microfono da solo alla polo sportiva. Quando inizia il botta e risposta, però, il suo agonismo prevale. L’intervista durerà il doppio dei minuti concordati.

Pochi giorni fa, la maggioranza dei suoi colleghi ha deciso di mettere sotto indagine Esn, il gruppo a cui aderisce, per il sospetto che non rispetti i valori fondanti dell’Ue. La sorprende che anche eurodeputati italiani di centrodestra abbiano votato a favore della verifica?

«Ormai siamo all’assurdo. È il solito tentativo di eliminare con le inchieste amministrative o con i tribunali ciò che non si riesce a battere con il suffragio e con le elezioni. E no, non mi sorprende: sono quelli che hanno più paura di questa nuova politica. Fino a oggi hanno governato girando come la banderuola al vento, dicendo agli elettori quello che leggevano nei sondaggi del mattino. Hanno paura del voto, e lo si vede anche sulla questione delle preferenze nella nuova legge elettorale: non vogliono dare la sovranità al popolo. E l’emendamento –  bocciato – di Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc era la solita truffa, una presa in giro dell’elettorato. Lo abbiamo votato tappandoci il naso perché comunque era un minuscolo passo avanti».

Giorgia Meloni ha paura di Futuro nazionale? Spinge molto sulla legge elettorale, lo “Stabilicum”. Eppure il suo governo sta per diventare il più longevo della storia repubblicana.

«Non so se faccia paura, di sicuro ha cambiato l’ambiente politico. Leggo sui giornali che i partiti del centrodestra inseguono Vannacci. Poi “Stabilicum” per cosa? La longevità è un dato cronologico di questo governo, che però non ha cambiato molto la politica fatta in precedenza: continua a sostenere questa Commissione europea, che porta avanti l’agenda Draghi, gli interessi della finanza internazionale e delle multinazionali. L’alleanza di centrodestra continua a essere succube della Commissione e di von der Leyen: subiamo l’immigrazione sregolata, chiediamo risorse in più per la spesa corrente e in risposta ci dà qualche miliardo di debito comune da spendere nel Green Deal».

Quali sono tre battaglie, tre condizioni indispensabili per vederla allearsi con l’attuale maggioranza di governo?

«Ci sono diverse linee rosse. Nel campo energetico: abbandoniamo questo Green Deal che ha distrutto la manifattura e la capacità produttiva italiana. Manteniamo il principio dell’identità. Continuiamo a sostenere la famiglia tradizionale. Sono principi che non sono disposto a negoziare, perché l’italiano medio si è stancato di chi promette A e poi, quando governa, fa Z».

Il muro che la divide da Forza Italia sembra invalicabile.

«Forza Italia interpretata da chi?».

Dalla componente giovanile, ad esempio.

«Va bene, infatti io interpreto la mia linea. Chi non è d’accordo voterà altri partiti. Però non sono disposto ad annacquarla, questa linea, a diluirla. Non sono solubile in acqua».

Lei individua nel merito un elemento fondamentale e il valore va riconosciuto anche agli avversari. C’è nel campo largo un leader che lei ritiene più meritevole, che possa rappresentare un’alternativa alla destra?

«Sinceramente no. Non ho individuato nessuna personalità che possa essere trainante».

Le faccio due nomi. Il primo, quello di Silvia Salis. Può funzionare?

«Spiegatemi che cosa interpreta. È il sindaco di una città che ha grandissimi problemi, una città dove la delinquenza impera, dove ci sono enormi criticità anche nella mobilità. E poi, questo suo ergersi a leader di un qualche cosa da cosa le deriva? Qual è il background di Silvia Salis, oltre a lanciare martelli?».

Non che il suo background sia più politico.

«Sono stato a capo di unità che fondamentalmente hanno interpretato la politica estera e internazionale dell’Italia. Il mio background è essere stato ai più alti vertici di un’organizzazione della pubblica amministrazione, le Forze Armate. Essere stato ai vertici di coalizioni internazionali dove si faceva materialmente la politica estera dei Paesi e delle alleanze. Un pochettino diverso, no, che lanciare il martello? Il martello tra l’altro è una cosa che unisce molto la sinistra. E le due Salis, sembrerebbe».

Il secondo nome che le avevo preannunciato è quello di Matteo Renzi. Glielo faccio perché si è parlato di questi presunti incontri tra voi. Ci sono stati?

«Sicuramente c’è stato un incontro da Fedez. Poi un altro, nel 2017, quando comandavo la Brigata paracadutisti Folgore. Lui era presidente del Consiglio ed è atterrato in una delle caserme sotto la mia responsabilità e ho fatto il padrone di casa. Renzi, secondo me, è un politico preparato che ha anche una notevole capacità dialettica. Il problema è che ha totalmente perso credibilità. Durante la sua vita politica ci ha raccontato tutto e il contrario di tutto».

È un discorso che si può applicare anche a chi sbandierava il blocco navale nella scorsa campagna elettorale, prima di arrivare a Palazzo Chigi.

«Renzi però aveva detto che avrebbe lasciato la politica qualora il referendum non fosse andato nel senso dovuto».

Meglio quindi restare in carica nonostante la sconfitta referendaria?

«Meloni ha detto che sarebbe rimasta a prescindere dall’esito del referendum. Sono due posizioni di partenza diverse. Anzi, a questo governo rinfaccio di non averci messo l’anima e il sangue nel referendum, ecco perché è stato perso. Andare da Fedez quattro giorni prima del voto non serve a nulla, ci doveva andare tre mesi prima. Soprattutto, non mi è piaciuto il dopo. Questa arrendevolezza… la maggioranza avrebbe dovuto avere già pronto un pacchetto di legge ordinarie che avrebbero potuto portare allo stesso risultato, senza bisogno di modificare la Costituzione. E il giorno dopo aver perso il referendum avrebbe dovuto convocare una conferenza stampa mostrando il pelo sullo stomaco, dicendo: “Bene, abbiamo perso il referendum, adesso otterremo le stesse cose con le leggi ordinarie”».

Niente premierato. Niente riforma della giustizia. Anche se la Consulta l’ha limitata, resta l’autonomia differenziata. Qual è la sua posizione?

«Autonomia vuol dire responsabilità: l’amministratore locale che declina sul territorio un principio comune nazionale. Non è separatismo, attenzione: questo comporta anche un maggiore controllo da parte dello Stato centrale».

Non lo dica agli elettori della Lega.

«Ma io non faccio parte della Lega. Come nell’ambiente militare, più si delega, più si decentralizza, maggiore deve essere il controllo».

Quindi la vuole correggere questa autonomia?

«Noi stiamo correggendo tutto, stiamo presentando emendamenti su qualsiasi attività stia portando avanti questa alleanza di centrodestra. Peccato che nella maggior parte dei casi vengano ignorati».

La vedremo nel Parlamento italiano nella prossima legislatura?

«Sono stato votato per fare l’europarlamentare e continuo a farlo».

Anche nel 2027?

«Nelle condizioni attuali, continuo a fare l’europarlamentare. Parteciperò certamente anche alle elezioni politiche in Italia, ma continuo a fare l’europarlamentare».

Ma se cambiano le condizioni…

«Chiaro, al variare delle condizioni, cambiano anche le decisioni».

È una risposta che lascia aperti più scenari.

«È una risposta reale, mai dire mai direbbe qualcuno. Futuro nazionale svolge la funzione del sestante. Serve a riportare l’imbarcazione sulla rotta giusta. Quindi o il centrodestra riprende la rotta o Futuro nazionale con il proprio sestante continua a seguire la propria».

Dall’altra parte c’è un altro sestante che potrebbe emergere, quello di Alessandro Di Battista. Svolgerebbe un ruolo simile – ma diametralmente opposto – al suo, quello di spostare più a sinistra il campo largo?

«Questi paragoni arditi li eviterei…».

L’aggettivo “ardito”, invece, per lei è inevitabile. Comunque, torniamo alla questione.

«Non saprei come rispondere. Non conosco Di Battista, non lo seguo e non ho idea di quella che vorrebbe essere la sua funzione a sinistra. Io so che poco tempo fa la sinistra si è vista a Napoli. Si sono dati dei fascisti tra di loro. Questo “camposanto” è partito proprio male, non so se un Di Battista riuscirebbe a rianimarlo».

Senta, sulla Russia ha ribadito molte volte la sua posizione. Perciò le faccio una domanda sul Medio Oriente. A Gaza è in corso un genocidio?

«Mi sembra che l’Onu non si sia ancora espressa, non vedo perché dobbiamo precedere quelle che sono le decisioni di chi, effettivamente, è titolato a rispondere a questa domanda».

Come considera la politica estera di Israele?

«È una politica estremamente muscolare e sproporzionata, che risponde a un terrorismo estremamente violento».

E a proposito del riconoscimento dello Stato palestinese.

«Non sono contrario a uno Stato di Palestina, però prima facciamo in modo che esistano le caratteristiche specifiche su cui deve basarsi una Nazione».

Concludo richiamando la recente copertina de L’Espresso intitolata “Incubo Vannacci”…

Interrompe la domanda «Io sarò il vostro incubo».

Ma quella copertina diceva che lei sarà l’incubo del centrodestra.

«No, no, io sarò il vostro incubo perché mi sembrate un giornale molto progressista “fru fru”, e quindi mi dovrete subire nei prossimi mesi, se non anni. Per quanto riguarda la politica, Futuro nazionale prosegue sulla sua strada. Per le alleanze ne parleremo a ridosso delle elezioni. Mi raccomando ai suoi sogni –  sorride – , passi notti tranquille».


Chat Delmastro, il partito è nel panico: “Sms imbarazzanti e che lo smentiscono”


In aula. La destra voterà comunque lo scudo

Chat Delmastro, il partito è nel panico: “Sms imbarazzanti e che lo smentiscono”

(di Lorenzo Giarelli e Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – La mossa dei legali di Mauro Caroccia è una brutta tegola nel venerdì pomeriggio di Andrea Delmastro. Non tanto (o non solo) dal punto di vista giudiziario, ma di certo sul piano politico. Non a caso, nonostante l’ex sottosegretario ostenti tranquillità in un comunicato, in Fratelli d’Italia sono preoccupati da quel che potrà emergere sul meloniano e sui suoi rapporti con Caroccia, tutto materiale su cui il partito contava di poter mettere una pezza decisiva negando il sequestro delle chat ai pm.

Sul sequestro la linea non cambia. Mercoledì prossimo la destra a Montecitorio dirà no alla richiesta della Procura, come già avvenuto in giunta tra le protesta delle opposizioni: questione di metodo, spiegano ai piani alti di Via della Scrofa. Anche perché identica richiesta di sequestro è arrivata in Parlamento dalla Procura di Milano in merito all’inchiesta su Mps: in quel caso a essere coinvolti sono una decina tra ministri e onorevoli, non indagati ma protagonisti di svariate chat con l’ex direttore generale del Tesoro Marcello Sala (anche lui non indagato). Accordare l’uso delle conversazioni tra Delmastro e Caroccia sarebbe un precedente per le altre valutazioni, circostanza che la destra vuole evitare. Insomma, le motivazioni “tecniche” di cui ha parlato il responsabile organizzazione Giovanni Donzelli sono già scomparse.

Resta però l’allarme su tutto il resto. Delmastro ha informato i vertici del partito del contenuto delle chat, dice una fonte di primo piano di Fratelli d’Italia. Ma certo, un conto è riferirle e un conto è correre il rischio di trovarsele su qualche giornale. Per il momento l’ex sottosegretario si dice sereno: “Apprendo che il legale del signor Caroccia starebbe depositando le famose chat. Non ho alcun problema che ciò avvenga anche per il loro valore chiarificatorio dell’intera vicenda”. Un paradosso, visto che in giunta la destra ne ha appena negato il sequestro. Poi però Delmastro mette le mani avanti: “Le interlocuzioni di carattere amichevole sono e restano tipiche del dialogo che si può avere con un ristoratore romano del quale confermo non ho mai nemmeno supposto coinvolgimenti veri o presunti con ambienti criminali”. E qui si arriva a uno dei timori di Delmastro e dei meloniani. Il riferimento a toni amichevoli con Caroccia fa pensare a chat potenzialmente imbarazzanti, magari anche nei confronti dei compagni di partito. Soprattutto nella chat di gruppo con Caroccia e gli altri dirigenti piemontesi di FdI. Delmastro spiega che le chat “dimostreranno la totale estraneità a qualsivoglia logica criminale” e parla di “macchina del fango” in attività da mesi, anche qui con parole che sembrano più rivolte a possibili rivelazioni future che a quanto accaduto finora. Delmastro non è indagato, ma il contenuto delle chat potrebbe comunque smentire alcune delle sue ricostruzioni pubbliche sulla conoscenza dei Caroccia e sul fatto che nulla sapesse dei legami tra la famiglia, con cui era socio nella ristorazione, e il clan Senese.

A ogni modo, in attesa di evoluzioni l’intenzione del partito è di non esporre ulteriormente Delmastro. Mercoledì in Aula, quando si voterà per il sequestro delle chat, l’ex sottosegretario non ci sarà (e non voterà per scudare se stesso) e per FdI dovrebbe intervenire Dario Iaia, capogruppo dei meloniani nella Giunta per le autorizzazioni. Delmastro, non a caso, domenica scorsa non era presente (come ogni anno) nemmeno alla fiaccolata per l’anniversario di Paolo Borsellino. La vicenda di Delmastro, infatti, starebbe imbarazzando l’ala più “pura” del partito nella lotta alla criminalità organizzata: la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo e la deputata palermitana Carolina Varchi. Difficile mostrarsi come i paladini dell’Antimafia da questo caso in avanti. Dopo mercoledì, ancora di più.


Contro i limiti del diritto vince la “verità illusoria”


(di Simona Ruffino – ilfattoquotidiano.it) – Matteo Salvini possiede una qualità che la Cassazione e la Procura di Bologna possono soltanto invidiargli: sa sempre come sono andate le cose, non ha bisogno di indagini per trarre conclusioni ed emettere sentenze. Nel caso di Mario Roggero, il ministro, dopo la sentenza definitiva ci ha spiegato che questa è ingiusta e che a 72 anni non si può andare in carcere perché il condannato «ha reagito a un’aggressione». È bene ricordare ancora che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori che se ne stavano andando e sparò. Due uomini sono morti, un terzo è rimasto ferito. Salvini nella narrazione utile alla sua perenne campagna elettorale ha cancellato l’inseguimento – che trasforma la legittima difesa in vendetta – e grazie al verbo abusivo “reagire”, ha trasformato percettivamente una condanna per duplice omicidio nella persecuzione di un lavoratore onesto.

La sequela è proseguita con Nordio che chiede la Grazia, con Meloni che incalza e il Presidente Mattarella che ha dovuto ricordar loro come funziona il canone giuridico. Ormai è storia. Nel caso di Abderrahim Fakir, Salvini è arrivato prima dell’autopsia. Fakir è morto a Bologna durante un intervento della polizia; il video lo mostra immobilizzato a faccia in giù mentre chiede aiuto. La Procura deve ancora accertare cause e responsabilità. Salvini immediatamente: «Sto sempre e comunque dalla parte dei poliziotti. Aspettiamo di capire cosa è successo». Dopo “sempre e comunque” l’attesa risuona come arredamento istituzionale. Perché la politica di destra strumentalizza i fatti di cronaca per usarli a proprio vantaggio? Le elezioni sono imminenti, la concorrenza di Vannacci rende la maggioranza di Governo più fragile e la sicurezza è un tema evergreen. Come lo fa?

Il criterio manipolativo è l’appartenenza. Roggero diventa padre, marito, nonno, lavoratore. Fakir resta “il marocchino in escandescenze”. Gli agenti incarnano lo Stato, i magistrati la casta che perseguita le persone per bene. La comunicazione politica distribuisce umanità: decide a chi concedere una biografia e chi ridurre a categoria. Una vita ci commuove; l’altra viene sistemata a una distanza dalla quale il dolore disturba molto meno.

A preoccuparmi è ciò che questo racconto autorizza dentro le persone. La parte meno evoluta dell’essere umano reagisce alla minaccia e trova sollievo nella punizione. La civiltà giuridica ha impiegato secoli per aprire uno spazio tra la ferita e la vendetta. Dentro quello spazio abbiamo collocato il limite, il dubbio, la proporzione, la responsabilità, il diritto. Le destre lo stanno richiudendo e ci invitano a chiamare franchezza la rabbia, giustizia il desiderio di punire, coraggio il disprezzo, debolezza l’empatia. Il fenomeno ha un nome: effetto di verità illusoria. Quando ascoltiamo più volte la stessa affermazione, il cervello la riconosce e la elabora con maggiore facilità. Diventa familiare e quindi attendibile. Poco importa se è falsa o se viene smentita. Elettoralmente basta questo. Alla destra serve spostare di poco la soglia del plausibile: rendere ragionevole temere lo straniero, invocare punizioni, diffidare dei giudici, affidarsi al leader. La mente stima la frequenza di un fenomeno attraverso la facilità con cui ne ricorda un esempio. Se rapine e disordini occupano ogni giorno lo schermo, il Paese appare più pericoloso.

I dati Censis fotografano una realtà che smonta il teatrino della paura. Nel 2024 le denunce sono aumentate e alcuni reati violenti hanno registrato una crescita, ma il numero complessivo dei crimini resta inferiore del 10,7% rispetto a dieci anni fa. Non solo: i primi dati del 2025 mostrano già chiari segnali di flessione. Un quadro complesso che richiederebbe serietà istituzionale. La propaganda di destra, invece, preferisce l’emergenza permanente: estrae dal mazzo l’unico dato utile a soffiare sul fuoco e lascia che il panico faccia il resto. L’obiettivo politico è evidente: picconare lo Stato di diritto. Quello stesso principio cardine che, nei due casi di cronaca recenti, avrebbe dovuto proteggere Roggero dalla rapina e oggi deve giudicare la sua reazione; lo stesso che tutela le forze dell’ordine dai processi sommari, ma esige verità trasparente sulla morte di Fakir.

Nel 2027 andremo alle urne anche per questo. La posta in gioco è brutale: decidere se il limite della legge sia ancora una conquista civile o se la vendetta debba essere sdoganata come nuovo “buon senso” di Stato. La destra la sua scelta reazionaria l’ha già fatta. Ora spetta a noi impedire che ci cancellino la memoria, prima che riescano a farci dimenticare che un tempo avevamo imparato a essere migliori.


Meloni e spettri: Marina B. vuole impedire il “record”. Aria d’incidente


Per la famiglia Berlusconi la migliore legge è il Rosatellum perché permette a Forza Italia di essere centrale. I senatori di FI sono allertati. Intanto la premier vuole un segnale sui carburanti (anche se risorse non ce ne sono)

Immagine di Meloni e spettri: Marina B. vuole impedire il “record”. Aria d’incidente. Le “accise” di Giorgetti

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – La festa di Meloni la può rovinare Marina Berlusconi. Siete sicuri che Meloni arrivi al record del governo più longevo il 4 settembre? Spira il vento dell’incidente parlamentare, sulle intercettazioni, le preferenze, ed è qualcosa di serio, che agita per prima FdI. Se parlate con i funzionari di Camera e Senato vi dicono che bisogna stare pronti a qualsiasi scenario e che i governi ormai cadono a luglio. Il governo Draghi è caduto il 20 luglio. Il partito di Meloni è convinto che Marina Berlusconi voglia sabotare la legge elettorale per impedire a Meloni di superare la durata del padre. Sono chiaramente fantasmi che in queste notti si aggirano a Palazzo Chigi. Martedì prossimo arriva al Senato il dl Giustizia con la norma sulle intercettazioni, ed è ritenuto un possibile sparo di Sarajevo. La mediazione sulle preferenze è stata trovata ma alla famiglia Berlusconi non basta. Viene messo in conto dal partito di Meloni che Forza Italia possa non votare al Senato sia le intercettazioni, sia l’emendamento sulle preferenze. Meloni continua a dire che se non dovesse passare l’emendamento “si va a casa”. FI replica che “è Meloni che sta cercando l’incidente, non le faremo questo regalo”.

Per la famiglia Berlusconi la migliore legge è il Rosatellum perché permette a Forza Italia di essere centrale. I numeri stanno cambiando. Il partito di Vannacci ormai si sta avvicinando a Forza Italia. Meloni ha avuto ieri un colloquio con Giorgetti sulle accise mobili, sul caro benzina, dopo due giorni di continui aumenti. Meloni vuole dare un segnale, far intendere che si sta lavorando per provare a sterilizzare. Risorse non ce ne sono, ma Meloni chiede a Giorgetti di trovarle: “Dobbiamo intervenire”. Si troveranno ma resta una legge di Bilancio che è già ostaggio. La Lega di Durigon vuole un intervento manifesto sulle pensioni e Giorgetti ha già confidato ad amici: “Piuttosto che scassare i conti, me ne vado prima io”. E’ più di una diceria. FdI avrebbe già le liste pronte, uno schema con i seggi ripartiti. E’ Marina che ha il potere di fare fallire le ferie, il record (e un governo).


Cronaca nera e tv, così la politica fa la sua propaganda


(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Il giornalista si limita alla pulita, signorile attività di esporre al mondo le sofferenze e le vergogne altrui”. (da “Il giornalista e l’assassino” di Janet Malcom – Adelphi, 2026)

La cronaca è il pane quotidiano dell’informazione. E noi, giornalisti, siamo tutti principalmente cronisti. Questo vale anche per la cronaca nera che si occupa di reati, delitti, fatti di sangue. Ma c’è una differenza sostanziale fra quella narrata sui giornali e quella trasmessa in tv, come s’è visto anche nella vicenda del gioielliere-pistolero, “gonfiata” dai media di regime e strumentalizzata dalla destra per invocare una grazia al momento impraticabile. La mediazione della carta stampata consente al lettore un distacco emotivo per analizzare le notizie con maggiore discernimento e spirito critico. Mentre la televisione, supportata dalla suggestione delle immagini e dei suoni, tende a favorire la spettacolarizzazione. E, attraverso l’amplificazione mediatica, impressiona e appassiona i telespettatori, fomentando le reazioni o gli istinti peggiori della massa: una moltitudine informe e manipolabile rispetto all’entità del popolo più razionale e consapevole.

In questo senso, nel vasto repertorio a cui s’è aggiunto nei giorni scorsi l’”omicidio colposo” del marocchino Abderrahim Fakir da parte di due poliziotti a Bologna, il “caso Garlasco” rappresenta un paradigma. L’assassinio della povera Chiara Poggi, nella villetta della sua famiglia, è una pagina di cronaca nera che resterà nella memoria e nell’immaginario collettivo. Il doppio processo a carico prima dell’ex fidanzatino Alberto Stasi e poi dell’amico Andrea Sempio ha riacceso l’interesse e la curiosità su questo misterioso delitto. E l’informazione li ha alimentati, prendendo parte a favore dell’uno o dell’altro, com’è già accaduto in altre occasioni analoghe. Nel magistrale reportage citato all’inizio, Janet Malcom, firma leggendaria del New Yorker, racconta che cosa può accadere quando tra il giornalista e il suo soggetto d’indagine si stabilisce quello che lei definisce “un rapporto fedifrago”.

L’overdose mediatica a cui siamo stati sottoposti da giornali e telegiornali deriva innanzitutto dal fatto che il “caso Garlasco” è stato riaperto a quasi vent’anni dal delitto, con un primo imputato assolto due volte sia in primo grado sia in appello, condannato invece in via definitiva dalla Cassazione a 16 anni di reclusione, in gran parte già scontati. E, a distanza di tanto tempo, spunta un secondo imputato che viene accusato di essere “l’unico responsabile materiale dell’omicidio”. È questo clamoroso “ripensamento” giudiziario che ha sorpreso e sconcertato di più l’opinione pubblica, insinuando una certa diffidenza e sfiducia nei confronti della magistratura.

A che cosa serve, dunque, tanta cronaca nera nei giornali e in tv? A meno che non sia usata come un’arma di distrazione di massa per distogliere l’attenzione dai fatti e misfatti della politica, o non venga usata a fini propagandistici come nel caso del gioielliere Roggero, la risposta sta nella funzionalità che questo genere d’informazione può assumere ai fini dell’allarme sociale. Per mettere in guardia cioè cittadini e cittadine dai pericoli che possono correre in certe circostanze. E, in definitiva, per prevenire magari altri delitti. A condizione, però, di evitare compiacimenti e morbosità nell’esposizione dei fatti o dei retroscena, come avviene in certe trasmissioni televisive. Altrimenti, si rischia di innescare un processo di assuefazione ed emulazione, provocando una reazione (psicologica) a catena. È una questione di misura e di opportunità, su cui si deve esercitare il senso di responsabilità degli operatori della comunicazione, anche nei film, nelle fiction e nelle serie tv.


Il sondaggio di Pagnoncelli: il centrodestra con Vannacci vincerebbe (ma perdendo voti)


Le stime sulle coalizioni. FdI ha il 26,5% (-0,5), il generale al 7,1 stacca la Lega. Stabili Pd e M5S

pagnoncelli

(di Nando Pagnoncelli – corriere.it) – Il mese di luglio è stato caratterizzato, in particolare per gli aspetti che più interessano le ricadute sulle intenzioni di voto, da eventi di politica interna. Se infatti la situazione internazionale rimane straordinariamente tesa, la politica interna ha dominato la scena. Partendo dalla votazione sulla legge elettorale a proposito delle preferenze, che ha visto il governo sconfitto, sia pure solo di un voto. Evento che ha evidenziato le divisioni interne alla maggioranza, tanto che alcuni commentatori hanno addirittura parlato dello sdoppiamento delle due forze minori della coalizione di governo, Forza Italia e Lega.

Lo scontro politico

Due sono stati poi gli eventi che stanno provocando un intensificarsi dello scontro politico, antipasto di quella che sarà una campagna elettorale probabilmente turbolenta. Il primo è la traduzione in carcere dell’orefice Mario Roggero, definitivamente condannato per omicidio di due rapinatori e tentato omicidio di un terzo. Vi è stata un’iniziativa del ministro Nordio per l’avvio dell’iter di grazia che ha provocato una netta reazione della presidenza della Repubblica, mentre la polemica è diventata molto forte e pesante, in particolare da parte del vicepremier Salvini, teso a non lasciare spazi a Vannacci sulla questione sicurezza. L’altro evento rilevante è la morte di Abderrahim Fakir durante il fermo di polizia a Bologna. Anche in questo caso lo scontro è stato importante, in particolare con le accuse da parte del centrodestra alla sinistra che condannerebbe a priori le forze dell’ordine e al sindaco di Bologna Lepore che aveva indetto una manifestazione a ridosso dell’evento, in coda alla quale ci sono stati scontri tra antagonisti e forze dell’ordine.

Le tendenze

Gli orientamenti di voto di questo mese vedono, nell’ambito delle forze di centrodestra, una lieve contrazione di Fratelli d’Italia che perde un ulteriore 0,5% (dopo la contrazione dello 0,6% lo scorso mese) collocando questa forza al 26,5%; perde lo 0,5% anche la Lega, stimata oggi al 5,1%; stabili Forza Italia all’8,3% e Noi moderati allo 0,9%. In ulteriore crescita Futuro nazionale di Vannacci, che sale dell’1,1% ed è stimato al 7,1%, distanziando nettamente la Lega. Nell’ambito dell’opposizione, stabile il Pd al 20,1% che conferma il calo registrato lo scorso mese, così come sono stabili il M5S al 14,5%, Avs al 6,3%, Italia viva al 2,3%, Azione al 3,1%. In calo invece +Europa che perde lo 0,5% e si colloca all’1,4%. Se sommiamo i dati dei singoli partiti, la coalizione di centrodestra allargata a Futuro nazionale arriverebbe al 47,9%, mentre il centrodestra «tradizionale», senza Vannacci, arriverebbe al 40,8%. La coalizione progressista (allargata a tutte le forze di opposizione esclusa Azione) raggiungerebbe il 44,6%. Battendo il centrodestra tradizionale ma soccombendo all’alleanza allargata a Vannacci.

I risultati

Abbiamo però detto più volte che questo è lo scenario proporzionale, e non è detto che, con in campo le coalizioni rese necessarie dalla legge elettorale in gestazione, i risultati siano esattamente gli stessi. Per stimare la distribuzione dei seggi abbiamo elencato le coalizioni che si potrebbero presentare e chiesto agli elettori di confermare il voto espresso nello scenario proporzionale. E qui troviamo qualche sorpresa, che modifica in misura anche consistente i risultati prima descritti.

Gli scenari

Nell’ipotesi che il centrodestra si presenti nella formazione attuale, escludendo quindi Futuro nazionale, i cambiamenti sarebbero davvero ridotti: la coalizione arriverebbe al 40,2%, contro il 40,8% dello scenario proporzionale. Qualche cambiamento in più per la coalizione progressista che perderebbe quasi due punti rispetto alla pura somma proporzionale, passando dal 44,6% al 42,7%, riducendo la nettezza della vittoria delineata dallo scenario proporzionale. Sono elettori di Pd e M5S che faticano a mantenere il proprio voto in caso di alleanza organica fra le due forze ed elettori dei tre principali partiti di centrosinistra refrattari alla presenza di Renzi nella coalizione. 

Il cambiamento

Ma il cambiamento più netto si rileva nel caso di coalizione del centrodestra con Futuro nazionale. L’alleanza allargata al generale perderebbe infatti oltre due punti passando dal 47,9% dello scenario proporzionale al 45,4% dello scenario di coalizione. Si tratta da un lato di elettori di Forza Italia che non confermerebbero il proprio voto con la presenza di Vannacci e di elettori di FnV che se ne andrebbero in caso di alleanza organica con l’attuale centrodestra. E, in questo scenario, la coalizione progressista raggiungerebbe il 45% (qualcosa in più rispetto al risultato proporzionale), compattata dalla spinta anti vannacciana, dove prevale la volontà di battere una destra percepita come pericolosa. 

Quadro incerto

Insomma, la garanzia di vittoria che emerge dal dato proporzionale è fortemente a rischio: in caso di alleanza estesa la prevalenza sulla coalizione progressista si ridurrebbe a pochi decimali. Complessivamente, quindi, il quadro si fa più incerto: la coalizione progressista prevale in misura meno netta, il centrodestra allargato potrebbe quasi pareggiare con la coalizione avversaria. Mentre per il centrosinistra ciò non cambia molto, poiché è evidente l’obbligo di continuare sulla strada «testardamente unitaria», per Giorgia Meloni e la coalizione di governo si pone un problema rilevante di posizionamento e definizione delle alleanze.

Il gradimento

Le valutazioni dell’esecutivo e della presidente del Consiglio vedono per il governo la conferma della crescita registrata lo scorso mese: l’indice di apprezzamento (la percentuale di valutazioni positive su chi si esprime, esclusi i non sa) rimane al 42; per Giorgia Meloni invece si registra una diminuzione (l’indice passa dal 44 di giugno all’attuale 42), determinato probabilmente dalla sconfitta sulla legge elettorale e dalle polemiche interne al centrodestra che hanno forse un po’ offuscato la percezione di salda direzione dell’alleanza da parte della presidente. Il gradimento dei leader rimane sostanzialmente invariato: Conte in testa, seguito da Tajani e Schlein, quindi gli altri a seguire. Solo per Vannacci si registra un decremento: oggi l’indice è al 21, tre punti in meno rispetto al mese scorso. Forse collegato anche a qualche comunicazione non perfettamente riuscita, come il video in cui da imperatore decreta la morte degli avversari (o meglio, secondo lui, dei nemici).

In conclusione, possiamo dire che comincia a delinearsi meglio lo scenario politico che ci condurrà alle elezioni del prossimo anno, evidenziando tutti i punti di difficoltà nel consolidare alleanze e coalizioni. Si tratterà di tenere sotto controllo con estrema attenzione l’evolvere degli orientamenti elettorali dato che, ad oggi, le prospettive risultano quanto meno complicate.


Forza Italia, le mani di Marina Berlusconi sulle liste: sceglierà due terzi degli eletti


10 a Tajani (che litiga con Craxi)

Forza Italia, le mani di Marina Berlusconi sulle liste: sceglierà due terzi degli eletti

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Due terzi alla famiglia Berlusconi, un terzo al segretario Antonio Tajani. Lo schema di massima sarà questo. E nel partito hanno già iniziato a parlarne nelle riunioni interne. Le liste elettorali di Forza Italia sono il vero obiettivo della guerriglia che Marina Berlusconi sta muovendo all’interno della maggioranza sulla legge elettorale e sulla giustizia. Non solo la linea è quella di far emergere i propri temi e le proprie battaglie storiche rispetto agli altri partiti della maggioranza (con Vannacci che incombe), ma il vero obiettivo della presidente di Mondadori è quello di mettere mano sui prossimi gruppi parlamentari in attesa di cambiare volto anche al leader.

Ai vertici del partito circola uno schema di quanti torneranno in Parlamento nella prossima legislatura se dovesse essere approvata la legge elettorale e se Forza Italia confermasse il 7-8% che i sondaggi le attribuiscono. Sono numeri spannometrici ma che danno l’idea del fatto che il gruppo si ridurrà e che quindi a breve partirà una guerra interna per accaparrarsi i posti migliori. Alla Camera, invece che i 52 deputati di oggi potrebbero entrarne circa 35, mentre al Senato anziché i 20 attuali dovrebbero esserne confermati 12-13. Uno schema che risente della quota proporzionale e delle probabili trattative con gli alleati per il listone bloccato.

In base a questi numeri, alla famiglia Berlusconi spetteranno 20 deputati, mentre Tajani potrà averne al massimo 10. I restanti saranno divisi tra Gianni Letta, Marta Fascina, Fedele Confalonieri e gli altri figli di Berlusconi. Stesse proporzioni si ripeteranno al Senato. Anche in base a questi numeri Forza Italia è stata decisiva per l’impallinamento dell’emendamento di Fratelli d’Italia per reintrodurre le preferenze alla Camera. Tajani aveva spinto per far saltare l’alternanza di genere nelle liste bloccate (il meccanismo del 60-40 tra uomini e donne) perchè i suoi fedelissimi sono tutti uomini (Paolo Barelli, Francesco Battistoni, Maurizio Gasparri, Raffaele Nevi e così via), ma diverse deputate donne (insieme alle colleghe di maggioranza) si sono ribellate nel voto segreto. Non è un caso che l’alternanza di genere rientrerà nell’emendamento che FdI vuole presentare al Senato per le preferenze. Meglio evitare scherzi.

Sarà comunque un passaggio molto delicato in Forza Italia che si oppone alla modifica. Tajani va ripetendo di non aver accettato la decisione di Meloni di presentare l’emendamento (“Ho detto che la legge per noi va bene così com’è”) e mercoledì si confronterà con i suoi senatori in una riunione di gruppo insieme alla capogruppo Stefania Craxi, referente di Marina Berlusconi, che ha frenato sui tempi e sull’emendamento. Contro le preferenze, in riunione, si esprimeranno Roberto Rosso e Adriano Paroli. Si va verso la conta: Tajani potrebbe chiedere ai senatori di esprimersi votando.

Tensione che si è manifestata anche all’interno del partito. Nella riunione economica di martedì nella sede di Forza Italia, dopo una litigata tra Craxi e Letizia Moratti, Tajani si è chiuso nel suo ufficio con la capogruppo al Senato per chiarirsi sul metodo e sui provvedimenti. I toni si sono alzati e il litigio è stato forte. Tajani avrebbe fatto presente alla capogruppo al Senato che il leader del partito è lui e che Craxi starebbe andando oltre, come pensano a Palazzo Chigi: “Se vuoi essere tu la leader, accomodati…” avrebbe detto il segretario. Un messaggio perché Arcore intenda.