Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La Romania: “Il drone? Deviato dopo essere stato colpito in Ucraina”


I giornali ignorano la ricostruzione di Bucarest e gridano subito alla guerra: “È un attacco all’Ue”. Quotidiani sicuri: il conflitto si allarga, presto nuove aggressioni

I giornali ignorano la ricostruzione di Bucarest  e gridano subito alla guerra: “È un attacco all’Ue”

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Sui giornali di ieri c’erano ampie tracce delle dichiarazioni del presidente romeno Nicusor Dan riguardo al drone russo che ha colpito una palazzina dentro ai confini del suo Paese. Quasi tutti però hanno scelto di ignorare – anche ieri sui siti – la parte in cui Dan informava sulla dinamica dell’incidente: “Mentre i droni russi attraversavano il territorio ucraino, alcuni di essi sono stati abbattuti e uno, probabilmente colpito sopra la città di Reni (in Ucraina, ndr), ha cambiato traiettoria dirigendosi verso Galati”. Come già successo altre volte, può essere capitato quindi che nel tentativo di abbattere il drone, gli ucraini lo abbiano deviato fino a oltre il confine con la Romania.

Le parole di Dan aiutano almeno a relativizzare la “minaccia russa” all’Europa di cui si è parlato a lungo giovedì. Certo, un attacco poco oltre il confine dell’Ue è di per sé fonte di tensione per la Romania e quindi per Bruxelles, ma i toni dei giornali appaiono fuorvianti alla luce del chiarimento di Bucarest. Repubblica ieri apriva la prima pagina con l’annuncio di una guerra: “Mosca colpisce l’Europa”. Secondo il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, a Galati la Russia “gioca ad allargare il conflitto”. Poco diverso il titolo della Stampa: “Droni sulla Romania, Putin minaccia Ue e Nato”. Da notare come sul quotidiano torinese si levi anche una voce per chiedere “un mediatore europeo” per parlare con la Russia (l’editoriale è di Stefano Stefanini), ma il fatto che finora Bruxelles abbia rinunciato in partenza a qualsiasi tentativo diplomatico trova motivazioni un tantino benevole: “Gli europei sono stati finora tenuti ai margini della partita per il combinato disposto del rifiuto russo e del protagonismo diplomatico americano dell’amministrazione Trump”.

D’altra parte bisogna attrezzarsi per un futuro fosco. Il Corriere della Sera prima di tutto spiega che questo caso “è diverso dagli altri incidenti” e poi paventa un’offensiva russa: “L’Europa finisce nel mirino: così la Russia ha deciso di ampliare il perimetro”. L’escalation appare inevitabile: “C’è una parte del continente europeo che già si prepara a fronteggiare aggressioni dalla Russia”. Pure il Giornale sceglie una linea degna del giugno 1914: “La guerra in Europa”. E nelle pagine interne, a lettere cubitali: “Attacco all’Europa”. Il Riformista non perde l’occasione per rilanciare un vecchio pallino, quello del riarmo, approfittando della minaccia russa: “Le spese per le armi non sono un tabù, investiamo sulla cultura della Difesa”.

Sul Messaggero “la guerra è arrivata all’interno dl territorio dell’Unione europea”: certo, “è possibile che il drone sia stato colpito all’altezza di Reni, in Ucraina, e che così sia stato deviato oltre confine a Galati”, ma “questo non cambia lo scenario”, perché “se la Russia non attaccasse in modo sconsiderato infrastrutture civili in Ucraina anche al confine con l’Unione europea, non ci sarebbero questi drammatici effetti collaterali”. Il che ricorda la storpiatura che ha reso celebre ai posteri la tomba di monsieur de Lapalisse, il padre involontario dei concetti lapalissiani: “Se non fosse morto, sarebbe in vita”. Se non ci fosse la guerra, non ci sarebbero attacchi coi droni, tantomeno deviati.


Perché va frenata la fuga dei giovani


Perché va frenata la fuga dei giovani

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.

Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di vista sia demografico sia delle risorse umane.

Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei – Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni migliori. Tenendo conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.

Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente, anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.

Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione, disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario, riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale, adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in quello pubblico.

Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia, stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.

Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo 55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia, senza avere ottenuto la cittadinanza e se ne vanno perché, ancor più dei loro coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere le proprie competenze.

Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani, avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in generale.

Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale – origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori, la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.

Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare, se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo.

Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.


Nel mondo un vuoto di idee e obiettivi: anche le guerre hanno perso il senso


I conflitti in atto non puntano più a ridefinire gli equilibri di potere e hanno assunto un aspetto terroristico

Nel mondo un vuoto di idee e obiettivi: anche le guerre hanno perso il senso

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti nessuna.

Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma. Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le parole semplicemente demagogiche hanno breve vita – possiamo però inventarne di sempre nuove, all’infinito.

Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici. Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole.

Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi – dicevano i suoi artefici. Perché questa promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda, si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no – bisogna scendere a terra e dar la caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa barbarie col regno indiscusso della Tecnica?

Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante. Alla parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato?

Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto “accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme.


La parata militare umilia il 2 giugno. E pure i cavalli


(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] “Chissà che discorsi geniali/ sanno fare i cavalli”. Affiorano alle labbra questi versi di Gianni Rodari leggendo che la notte di venerdì un gruppo di cavalli, quasi sperando di tornare branco libero, è scappato dai preparativi della parata militare del 2 giugno, galoppando via in mezzo al caos romano. Erano stati spaventati, pare, dai botti sparati da un vigile urbano: cioè, con rispetto parlando, da una versione caricaturale dei soldati che tirano le bombe. Così, spaventati dalla finzione della guerra hanno provato a fuggire dalla pomposa celebrazione della guerra in cui sarebbero stati mute comparse. Chissà che discorsi davvero geniali saprebbero farci, quei cavalli pacifisti – o almeno pacifici. Certo più geniali di quelli della classe politica italiana, che in ottant’anni di Repubblica non è riuscita a trovare un modo di onorare il 2 giugno che non tradisse clamorosamente lo spirito della Costituzione. […]

La parata del 2 giugno, questa “mala parata”, è di fatto un’esibizione di armi. Tanto pervasa da spirito militarista che i volontari del servizio civile, che vi prendono parte, hanno dovuto scrivere una lettera ai vertici dello Stato per chiedere di non essere obbligati a marciare inquadrati e a passo cadenzato come se fossero militari: pratica alla quale venivano formati nelle caserme! La parte del Paese che ha a cuore la pace, e la Costituzione, guarda con sgomento a questa esibizione, che traduce in liturgia armata le infelici parole dell’inno nazionale (un altro pezzo di storia che andava serenamente pensionato dopo la Costituzione) per cui saremmo pronti non già alla vita, ma “alla morte”.

[…] Nello scorso aprile, su Avvenire, Luigino Bruni, Elena Granata e Tommaso Greco (insieme ad altre e altri) hanno proposto di “sostituire la parata militare del 2 giugno, con le sue liturgie che rimandano a un passato da ripudiare, con una sfilata civile, come gesto politico concreto per dare spazio a una riflessione comune sulle ragioni che ci tengono assieme davanti a sconvolgimenti epocali”. E in questo 2 giugno la Rete italiana Pace e Disarmo e “Sbilanciamoci!” promuovono in numerose città diverse iniziative popolari per festeggiare una Repubblica che “ripudia la guerra”: biciclettate, flash-mob per la pace, letture della Costituzione e presìdi nei territori. E invece a Roma – sulla via fascista e colonialista dei Fori imperiali, e sotto lo sguardo annuente del garante supremo della Carta – sarà drammaticamente visibile, e pubblicamente onorata “la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche (che) genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche” (sono parole, profetiche, della prima enciclica di Leone XIV). La “nazione armata” al posto della “Repubblica che ripudia la guerra”: che colossale atto di diseducazione collettiva. Come si fa a celebrare il ripudio della guerra, questo principio rivoluzionario che spacca in due la nostra storia, continuando stancamente a sfilare in una parata militare che si pratica sostanzialmente identica dai tempi del militarismo imperiale dei romani antichi, e probabilmente anche da prima? L’articolo 11 della Costituzione è una rivoluzione culturale sconvolgente, come capì don Milani: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Buttare tutto all’aria significa – ancora con don Milani – capire che “allora l’esercito non ha mai o quasi mai rappresentato la Patria nella sua totalità e nella sua eguaglianza”. Quell’articolo obbligava a rileggere la storia italiana, per costruire un futuro completamente diverso. Don Lorenzo l’aveva fatto, con i suoi ragazzi: “Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (utili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d’una ‘guerra giusta’. D’una guerra cioè che fosse in regola con l’articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l’abbiamo trovata”.

[…] Ecco perché oggi, invece della della “nazione armata”, vorremmo vedere sfilare la Repubblica disarmata, e disarmante. Vedere sfilare donne e uomini che lavorano negli ospedali e nelle scuole, nei tribunali e nelle procure, nella cooperazione e nel terzo settore, nelle università e nei musei: e anche nelle caserme, sì, ma non in divisa e con le armi. Una parata buona, aperta dalla Flotilla per Gaza e da Emergency, e chiusa dai nostri diplomatici e da chi studia e insegna Diritto internazionale. Di questo abbiamo bisogno, in questo 2 giugno in tempo di guerra e genocidio. Bisogno di cittadine e cittadini pronti a disertare la guerra: a disertarla come quei cavalli in fuga, animali geniali.


Tra topi e cinghiali la tribù degli umani nella città bestiario


Dai tempi di Romolo, figlio di una lupa, uccelli, pesci e leoni nel Colosseo accompagnano il respiro statuario dell’urbe eterna

Tra topi e cinghiali la tribù degli umani nella città bestiario

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Si converrà, con tutto il garbo possibile, che la visione, per giunta in notturna, di un branco di cavalli scatenati per le vie della metropoli assomiglia a un sogno selvaggio. Più nitido e perturbante già lo rendevano le luci dei semafori, lo sbigottimento degli automobilisti, il rumore degli zoccoli sull’asfalto, l’urlo dei clacson e degli stallieri in fase di vano e prolungato recupero equestre.

A tale premessa di ordine onirico e neuro-cognitivo si aggiungono i guai veri, gravi e fattuali, e le cause pirotecniche, e l’andazzo, l’approssimazione, e la smania tutta romana e italiana di sequestrare enormi pezzi di città per fare festa, spettacolo, consenso, retorica, cerimonia, orgoglio, vanità, bella figura e tutto il resto, al che forse la cronaca non basta, né la ragione, forse, tanto meno la serietà, la semplicità e il buonsenso, che pure da queste parti non sembrano le virtù più frequentate.

Con la potenza squassante del galoppo e delle sue conseguenze, ecco dunque che dinanzi a un fatto del genere ci sentirebbe per una volta autorizzati a chiamare in causa il mondo degli arcani, dei prodigi, delle sincronie, delle connessioni invisibili per non dire dei presagi, la maggior parte dei quali fin dagli albori della civiltà hanno a che fare con gli animali.

Non per caso, d’altra parte, Roma è Roma, riconosciuta e fondata da Romolo, figlio di lupa, attraverso un volo di 12 avvoltoi sul Palatino. Da allora uccelli, pesci, buoi, bufali, tori, pecore, capre, cani, gatti, serpentelli, elefantini e bestie feroci da infilzare nel Colosseo non solo accompagnano il respiro anche statuario della città eterna, ma si direbbe che in qualità di bestie siano entrati nel suo incommensurabile inconscio, da dove ogni tanto riemergono in carne, ossa, pelo e piumaggio per deliziarne la vita politica e amministrativa tra uno sghignazzo, un meme, una strumentalizzazione, un incidente imprevisto e l’immancabile inchiesta della Procura.

Vedi la saga impressiva dei cinghiali, con plurimi avvistamenti su marciapiedi, corsie preferenziali, presso fontanelle e cassonetti, ma anche nei parcheggi dei supermarket dove un esemplare è stato filmato mentre strappava di mano la busta della spesa a una signora. Come pure certamente si può segnalare l’affermarsi a Roma di una variante di gabbiani particolarmente robusti, vivaci e intraprendenti, specie nel manipolare la plastica rallegrando i fasti dell’immondezza. Divenuti a loro volta animali totemici di una tribù di umani a suo tempo insediatasi dentro un rudere del Colle Oppio, uno di essi all’opera volle immortalarne l’allora ministro dell’interno Salvini, sempre dedito al suo ufficio, in un video girato sul tetto di casa sua con esclamazioni di timore e meraviglia per il piglio “da Velociraptor”.

Riguardo alla ricorrente e festosa usanza dei fuochi d’artificio, di cui si sa che rendono pazzi gli animali, va ricordato che l’indimenticabile giunta Raggi, dispensatrice di pirotecnici circenses, ne fece intenso omaggio ai romani nel Capodanno del 2021 causando una ecatombe di intere colonie di storni, un tappeto di creature stecchite e poi spiaccicate lungo via Cavour per eventuali operazioni di pronta e rapida eviscerazione vaticinante. E con questo, tra un razzo blu, un’abbagliante girandola e un fischio & botto che sconquassa le quiete, si tornerebbe a quella che oltre a essere frutto dell’umana scemenza, sembra una innocente e insieme lungimirante fuga ribelle, una vera e propria diserzione dei cavalli delle Forze Armate, che Dio li protegga, renitenti alla leva degli impennacchiamenti cerimoniali dinanzi al baldacchino delle autorità.

Per cui nel caso si potrebbe far riferimento ai bestiari medievali che illustravano le fattezze degli animali accompagnandole con severi moniti sapienziali delle Sacre scritture, come pure a uno degli ultimi seminari di Jacques Derrida, dal titolo La Bestia e il Sovrano, sul potere che pochi esseri umani si illudono di esercitare illimitatamente su moltitudini di altri esseri umani.

Ma forse basta farsi un allegro giro di social, a loro modo vox populi, per collegare l’evento alla parata militare che mai come questo 2 giugno arriva in un momento nel quale, a memoria di attempato osservatore, non si è mai parlato così a fondo, e così avventatamente, di armi, riarmi, missili, droni e miliardi — due, tre, quattro, cinque per cento, boom! — per acquistarne il più possibile dalla gente sbagliata e farsi pure del male.

Se davvero l’imprevisto è il luogo teologico dello Spirito, quella corsa notturna a briglia sciolta qualche pensierino in proposito ce lo può anche mettere in testa.


Sabbia, cocktail e tende per ricchi, al via l’estate del lusso di Santanchè


Inaugurato nella notte in Versilia il Tala Beach, lo stabilimento vip dell’ex ministra. Inviti e promozione affidati a Toti, arriva La Russa. Abbonamenti per la stagione da 12 mila euro

Daniela Santanchè e Ignazio La Russa, ieri sera al Tala Beach

(Corrado Zunino – repubblica.it) – MARINA DI PIETRASANTA (Lucca) – La Pitonessa si cambia negli spogliatoi dello stabilimento balneare, dove ha fatto l’operaia tutto il giorno. Via i pantaloncini giallo fluo, il cappellone in paglia che ripara dal sole. Una sciacquata alla sabbia sulle gambe ed ecco il vestito rosso da sera. Lo indossa e va ad abbracciare «tutti i miei amici», con il sorriso dei tempi in cui pesava.

È rimasta in silenzio da allora, Daniela Santanchè, 65 anni. Dalle dimissioni da ministra del Turismo, 16 marzo scorso: «Faccio un passo indietro, non dovuto». Ed ora, tornata imprenditrice, inseguita da tre processi, si muove tra la sabbia fine della Versilia affiancando il compagno — Dimitri Kunz D’Asburgo Lorena — nella nuova impresa: il Tala Beach (di Fiumetto, Marina di Pietrasanta). Santanchè non sopporta che lo chiamino il “Twiga due”, dalle ispirazioni dell’amico Flavio Briatore, ma quello è: un vecchio stabilimento altoborghese, anzi due — i Bagni Felice e i “Genzianella” — da trasformare in tende per ricchi servite da cocktail ai gamberetti. Ogni seggiola e ogni sdraio, sono tutte rosse sopra la sabbia, è firmata “Tala”.

Le otto di sera, ieri, e i Bagni Felice — intanto ci si occupa di questa metà, poi si vedrà con i Genzianella, che in due settimane devono diventare l’area benessere con palestra e sauna — sono ancora un cantiere. La stessa Santanchè alza palme all’ingresso e controlla i posizionamenti dei divani in spiaggia, portati in battigia a quattro ore dall’arrivo degli ospiti. Spiega la sua manualità così: “Se non sai fare, poi non puoi insegnare”.

Batteria e organo sono in mezzo alla sala e le posate già posizionate. La carriola a fianco. Il titolare dell’impresa è lui, Dimitri Kunz, i capelli bianchi, ora in t-shirt: è entrato nella società balneare insieme alla famiglia Ferragamo e ai Venini, marchio del vetro di Murano che ha firmato elementi dell’arredo e il design delle bottiglie di gin in vendita al bancone.

Kunz ha acquistato i bagni dal tre volte sindaco (di Forza Italia) Massimo Mallegni, già senatore: rappresentante di minoranza della società che ha venduto: ha chiesto comunque puntualità nel pagamento delle rate.

Salvini non c’è, neppure Fedez

La senatrice Daniela, liberata da incarichi ministeriali, ora è di nuovo nel business e ha offerto al compagno le sue skill: le pubbliche relazioni. Ha invitato in Versilia tutto il centrodestra. Matteo Salvini è rimasto a Roma, in verità. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, invece, è arrivato presto, in camicia bianca, e ha abbracciato, ricevuto foto, canticchiato la versione di “Susanna” di Adriano Celentano: “Sette giorni a Portofino, più di un mese a Saint-Tropez”. E ha lasciato la compagnia a mezzanotte e cinque. Si è presentato il sottosegretario Mario Mantovani, poi l’amica di Daniela, Paola Ferrari. Il medico Matteo Bassetti aveva fatto sapere sui social: «Non vedo l’ora di esserci». Non si è visto. Fedez non si è visto né ha lasciato traccia sui social.

“Io sono come la Coca Cola”

In attesa del “pre-dinner” per gli sponsor, la Santanché ha lasciato entrare chi lo chiedeva: «Non abbiano segreti, questa è una libera impresa». E ha mostrato lo stabilimento per “very important person”, «che darà a una zona di turismo antico come la Versilia un respiro internazionale». Cita, come la canzone, Saint-Tropez, Portofino: “Io sono come la Coca Cola, alla fine piaccio a tutti”.

L’organizzazione degli inviti è stata affidata alla società di Giovanni Toti, l’ex presidente della Regione Liguria che ha patteggiato una condanna per corruzione. Ed è proprio la Philia Events a fornire i dati dell’affare per pochi e facoltosi: una cena al “Tala Beach” costerà 120 euro (vino escluso), i coperti sono 200 e una stagione in tenda, in prima fila, va via per 12.000 euro. Dentro ci stanno dodici persone, ma è poco più della metà del Twiga originale (che, nel frattempo, Briatore ha venduto).

L’intrapresa balneare, a regime, «darà lavoro a 55 persone». Il direttore dei lavori, in corso fino alla fine, assicura: «Alcuni vecchi clienti hanno sottoscritto gli abbonamenti stagionali, ma il lavoro per trovare clienti inizia adesso». Mancava il lancio con i vip, spostato dalla settimana di Pasqua al ponte del 2 giugno.

Il presidente del Senato tra i tavoli
Il presidente del Senato tra i tavoli 

La consolle del deejay è incastonata al bar – oggi bere e frutta free, per tutti – e quando arriva il gruppo cover, Daniela Santanchè porta i tacchi in pista. Canta d’un fiato “america”, di Gianna Nannini. poi, abbracciata al compagno, vuole connettersi con il territorio intorno: «Nel cuore della Versilia è nata una nuova destinazione del lusso balneare, che si ricongiunge alle sue ville storiche, agli alberghi-icona e agli stabilimenti che da generazioni custodiscono l’identità di questo litorale”, dice. “Marina di Pietrasanta non è uno sfondo, ma la vera protagonista in un’area che, con la sua pineta al confine settentrionale e le Alpi Apuane alle spalle, ha fatto la storia del costume e del bel vivere italiano».


Leone XIV e la prima pietra verso la pace


Nel tempo in cui la guerra diventa normale, il Papa pone la Magnifica Umanità (titolo della sua prima enciclica) di fronte allo specchio. E la esorta a scegliere

Città del Vaticano, 30 maggio: papa Leone XIV

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Prima le prime cose. La prima delle prime cose è la pace. Le altre, a cominciare dalla giustizia, non possono prescinderne. Di tutte siamo comunque tutti e ciascuno responsabili. Nel tempo in cui la guerra diventa “normale”, il papa pone la Magnifica Umanità — titolo della sua prima enciclica — di fronte allo specchio. E la esorta a scegliere: vogliamo «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme?».

Il vescovo americano di Roma si rivolge con sguardo universale «non solo ai fedeli ma a tutti gli uomini di buona volontà». Urbi et orbi scruta i segni dei tempi sulla scia del Concilio Vaticano II (1962-65), per svolgerlo in avanti. Un giorno ci sarà pure il Vaticano III. Potrà questa enciclica svelarsi prima pietra verso quel traguardo indicibile?

Nei primi mesi di pontificato ci si chiedeva in Vaticano, scherzando non troppo, se qualcuno avesse informato Robert Prevost di essere diventato papa. Siccome nessuno nasce papa, e da sportivo Leone XIV conosce l’importanza dell’allenamento, avrà preso il suo tempo. L’impressione è che l’abbia speso bene. Poi, certo, Trump ha aiutato. Come Attila contribuì a elevare Leone I al grado Magno, così lo sguaiato bellicismo del tycoon ha mobilitato la coscienza del Leone che si voleva Piccolo.

Magnifica Humanitas è annunciata nella stenografia mediatica come enciclica sull’intelligenza artificiale. È molto di più. Il Papa vi inaugura una riflessione sulle «cose nuove» che obbligano ad aggiornare la dottrina sociale della Chiesa, proposta 135 anni fa da Leone XIII nella Rerum Novarum.

Nel 2012 il cardinal Martini stabiliva: «La Chiesa è indietro di 200 anni». Subito dopo papa Francesco denuncerà il peccato del clericalismo. Sul doppio impulso di due gesuiti che più diversi non potevano essere un agostiniano, per tale culturalmente altro rispetto ai seguaci del “generale” di Loyola, si è fissato il compito di salvare la Chiesa dal dissanguamento per scismi. Il Papa taglia corto sul dilemma tradizione/rinnovamento. Preferisce «lasciarsi provocare dalle domande di ogni generazione».

Salvezza della Chiesa e salvezza dell’umanità sono due facce della stessa medaglia. La missione del cristiano è parlare al mondo. Ascoltandolo. Per proporgli una via: la «custodia della persona umana» minacciata dagli abusi inumani dell’intelligenza artificiale.

A occhi laici Magnifica Humanitas appare manifesto politico. Ovvero quel che oggi nessuna politica occidentale propone perché lo sfilacciamento delle legature sociali e il trionfo della disperazione narcisista la negano in radice. Se Leone XIII mediava tra capitale e lavoro, Prevost si schiera per chi lavora contro l’idolatria della finanza. Denuncia il culto dell’algoritmo che vorrebbe ridurre la morale a computazione, lo Stato ai tecno-teologi d’accatto (Musk e Thiel non sono nominati, chi vuol capire capisce) e il mercato a misura di tutte le cose.

Con malizia rivolta contro i tecnocrati uno dei loro idoli, il cattolico Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». Alla faccia dei transumanisti che trasferiscono i loro incubi su di noi per convertirci in ibridi extraterrestri.

Ritorniamo alla prima priorità: la pace. Prevost denuncia la «normalizzazione della guerra». Noi europei rifiutiamo di sedare i conflitti alle nostre porte, ne facciamo anzi motivo di riarmo. Aiutiamo gli altri a scarificarsi per noi in nome di princìpi per i quali non siamo disposti a morire. Informazioni presso ucraini o palestinesi oggi, domani chissà.

Contro l’indifferenza Leone evoca il «sano realismo» del negoziato. Respinge «le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi». Denuncia «un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Troppo facile proteggere la pace nostra con le guerre altrui. Soprattutto miope.


No, non conta solo la forza


(di Michele Serra – repubblica.it) – La vicenda Trump-Iran comincia a diventare affascinante tanto quanto è allarmante. Inutile spiegare perché: allarmante. Affascinante, invece, è la sequenza sconnessa degli eventi, una specie di show surreale. A partire dal famoso «cambio di regime» che ha rafforzato il regime come null’altro avrebbe potuto fare; e i proclami di distruzione totale seguiti da quattro spari in croce, le minacce reciproche intrecciate a promesse di accordo, il caos geopolitico nel quale l’alleato e il nemico sono figure cangianti. (Nel frattempo, anche approfittando del fatto che quasi tutti gli obiettivi sono puntati su Hormuz, Israele porta avanti il suo brutto lavoro in Libano e a Gaza).

Non ci si raccapezza, ed è evidente che non ci si raccapezza per primo Trump, principale artefice di questa guerra, attualmente nella posizione del bullo che aveva detto «adesso ti spiano» alla sua vittima, e se la ritrova che gli saltella attorno. Con il rischio che i peggiori turbanti di Persia finiscano per diventare, su quel ring, qualcosa che non sono, ovvero eroi dell’antimperialismo, nobili resistenti, alternativa plausibile a un Medio Oriente sottomesso “all’Occidente”.

Fatto sta che ne esce incrinata l’idea sulla quale ci siamo molto spesi, in tanti, negli ultimi anni: ormai conta solo la forza. Con lo sfarinarsi delle relazioni internazionali, i più grossi faranno dei più piccoli un solo boccone, si diceva. Non sta andando totalmente così.

L’Iran è una potenza regionale e sotto il tallone degli ayatollah sopravvive una civiltà millenaria: ma che riesca a tenere testa a Usa e Israele affiancate non era poi così prevedibile (tant’è che Usa e Israele non l’avevano previsto). Il mondo non è così facile da semplificare, non si lascia ridurre a una sola ragione. Si dubita che Trump possa averlo capito, la speranza è che “conta solo la forza” diventi, a breve, uno slogan fallace.


Vannacci e la politica del carciofo


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Destra, Vannacci decisivo”. Youtrend Allarme rosso, anzi nero se (più presto che tardi, temiamo) arriveremo a rimpiangere perfino Matteo Salvini, non potremo dire che il generalissimo della “X Mas” non lo avevamo visto arrivare. Fateci caso, oggi Roberto Vannacci naviga nei sondaggi tra il 4 e il 5 per cento, addirittura meglio di Giorgia Meloni quando iniziò la sua scalata al cielo. E come accadde alla premier con “Io sono Giorgia”, il trampolino di Vannacci è stato un best-seller: “Il mondo al contrario”. Se non fosse un paragone storico eccessivo per il capataz di Futuro Nazionale, potremmo scomodare la “politica del carciofo”, di Camillo Benso conte di Cavour. […] Una strategia che persegue obiettivi ambiziosi a piccoli passi, “mangiando il territorio foglia per foglia”. Usata dalla diplomazia cavouriana per annettere gli Stati italiani, uno alla volta onde evitare reazioni internazionali. Più gagliardamente Roberto Vannacci ha cominciato a mangiarsi quel che resta della Lega, non disdegnando qualche assaggio dei Fratelli d’Italia a caccia di candidature. Poiché, Ravetto docet, con una destra che perde pezzi e piuttosto preoccupata dal possibile (probabile) sorpasso da parte del centrosinistra, al momento di presentare le liste elettorali pochi saranno i chiamati (e forse gli eletti) purché garantiscano voti. Si spiega così il boom di iscrizioni a Fn in Lombardia e Veneto (con 10mila e oltre 7mila adesioni), storici bacini elettorali e militanti del Carroccio. Oltre la spinta propulsiva degli emergenti (lo sbarco alla Camera con quattro parlamentari, per ora), il vannaccismo appare come un movimento profilato per intercettare la protesta reazionaria più radicale. […] E più nostalgica (quando c’era Lui…) come dimostrano i temi sollevati ogni sera della destra televisiva di Rete 4, dove vengono agitate le paure, soprattutto a Milano e nelle città di pianura, di quei cittadini che si sentono continuamente minacciati dalla criminalità, frutto dell’immigrazione irregolare (gli stupri, lo spaccio a cielo aperto, le guerre tra le gang sudamericane). Cosicché ai Del Debbio, Giordano, Porro tocca prendere atto che sotto accusa finisce per andarci quel governo Meloni che quattro anni fa vinse le elezioni promettendo legge e ordine (e cento altre cose ancora, vabbè). Con la differenza che, allora, sotto accusa era il cosiddetto buonismo della sinistra, incapace di fronteggiare la pressione dei “barbari” ai nostri confini. Quella stessa sinistra che oggi con la tecnica del morto a galla non deve far altro che assistere, pigramente, allo sfarinamento degli avversari (Fatal error). Una volta che avrà svuotato la Lega di Salvini, il generale potrà sedersi al tavolo dei grandi, imponendo le sue condizioni per puntellare l’attuale maggioranza. Difficile che Forza Italia di Marina Berlusconi accetti la convivenza con una forza filoputiniana, che predica l’espulsione forzata degli immigrati indesiderati (la cosiddetta Remigrazione) e che tollera al suo interno fior di razzisti, fascisti e croci uncinate. Sarà quel che sarà, ma occhio che il Salvini che bacia prosciutti e nutre la festosa satira dell’opposizione televisiva ci mancherà. Con i fascisti veri al potere, quelli cattivi, non le caricature, in una botta di nostalgia canaglia, anche Meloni potrebbe sembrarci la Merkel (mi fermo qui caro Gad, e scendo a fare riserva di Maalox Plus).


Due streghe al rogo


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Diceva Montanelli: “Appena vedo accendere un rogo, salgo su e abbraccio la strega”. Ora le streghe sono Erri De Luca e Francesco De Gregori. De Luca per ciò che dice: si dichiara “sionista” e contesta il termine “genocidio” per lo sterminio dei gazawi, che chiama “massacro e strage” senz’alcuna indulgenza per gli sterminatori. De Gregori per ciò che non vuole dire: “Non faccio proclami perché non […]


Netanyahu alla conquista del Libano: soldati a 60 km da Beirut


Così Israele fa saltare i colloqui di pace nel silenzio dell’Occidente. Israele continua a motivare le sue azioni in Libano come prevenzione contro possibili attacchi di Hezbollah. Una giustificazione ormai smentita dai fatti. La sua non è un’operazione mirata, quelle dei suoi militari non sono incursioni in profondità: lo Stato ebraico sta di fatto occupando il Sud del Paese dei Cedri con l’intenzione di stabilirsi lì il più a lungo possibile

Netanyahu alla conquista del Libano: soldati a 60 km da Beirut. Così Israele fa saltare i colloqui di pace nel silenzio dell’Occidente

(di Gianni Rosini – ilfattoquotidiano.it) – Non c’è tregua nella testa di Benjamin Netanyahu, non c’è timore nel suo cuore di far naufragare i colloqui di pace. Tutt’altro: per il primo ministro israeliano i negoziati sono solo un fastidioso intralcio imposto dall’alleato americano ai suoi piani espansionistici. Così, mentre a Washington le delegazioni libanese e israeliana si siedono allo stesso tavolo, con nessun segnale di progresso, da Tel Aviv arriva l’ordine di oltrepassare anche il fiume Litani e conquistare più terreno possibile. Così, nel corso di quello che dovrebbe essere il cessate il fuoco di una guerra contro un Paese che, in realtà, non ha sferrato alcun attacco contro lo Stato ebraico, i carri armati delle Forze di difesa israeliane (Idf) hanno raggiunto la periferia di una delle città città simbolo della comunità sciita libanese, Nabatieh, a soli 60 chilometri circa dalla capitale Beirut.

Israele continua a giustificare le sue azioni in Libano come prevenzione contro possibili attacchi di Hezbollah. Una giustificazione ormai smentita dai fatti. Non si sta assistendo a un’operazione mirata, quelle dei suoi militari non sono incursioni in profondità: lo Stato ebraico sta di fatto occupando il Sud del Paese dei Cedri con l’intenzione di stabilirsi lì il più a lungo possibile, pronto a uccidere sia civili, 77 i bambini morti o feriti dall’inizio dell’invasione secondo Unicef, sia membri dell’esercito regolare libanese. Non a caso, l’avanzata su Nabatieh non è isolata. Le forze israeliane “hanno raggiunto villaggi e città a nord del fiume Litani, tra cui Zawtar al-Sharqiyah e Shqif Arnoun – ha affermato una fonte all’agenzia di stampa turca Anadolu – L’esercito libanese ha evacuato le proprie posizioni dai villaggi e dalle città passate sotto il controllo israeliano” per garantire la sicurezza dei militari, alcuni dei quali sono stati uccisi. “Non c’è presenza dell’esercito libanese nelle aree occupate del Libano meridionale”, ha concluso. Lo conferma anche l’avviso diramato sul suo profilo X dal portavoce dell’esercito israeliano, Avichay Adraee: “Avviso urgente ai residenti in Libano nelle seguenti località e villaggi: MarwaniyahLubyaMeidounAnsariyahZiftaTafahtha. Alla luce della violazione da parte del partito terroristico Hezbollah dell’accordo di cessate il fuoco, le Forze di Difesa sono costrette ad agire contro di esso con forza. Le Forze di Difesa non intendono danneggiarvi. Per la vostra sicurezza, evacuate immediatamente le vostre case e trasferitevi a nord del fiume Zahrani. Chiunque si trovi vicino agli elementi di Hezbollah, alle sue installazioni e ai suoi mezzi da combattimento mette a rischio la propria vita!”. Il progetto, però, è non è quello di combattere il Partito di Dio, ma di occupare territorio. Tanto che al fianco dei tank israeliani avanzano anche i bulldozer necessari ad abbattere edifici, che siano essi militari o civili.

In uno scenario simile, riporre fiducia nei colloqui è irrealistico. E al governo di Benjamin Netanyahu questo sta bene. Una impasse a Washington concede più tempo ai suoi militari per portare avanti l’invasione. Anche perché l’opposizione non solo militare, ma anche politica, di Beirut rimane debole, soprattutto alla luce degli enormi squilibri di forza. Il governo libanese, come traspare anche dalle dichiarazioni del primo ministro Nawaf Salam, non ha carte da giocare, per usare una metafora cara al presidente americano Donald Trump: il premier si è così limitato a denunciare in un discorso televisivo “un’escalation israeliana pericolosa e senza precedenti” nel sud del Paese, sollecitando un cessate il fuoco immediato perché una “politica della terra bruciata” non garantirebbe la sicurezza di Israele. Appaiono così fuori dal mondo le dichiarazioni su X del vicesegretario di Stato americano Elbridge Colby, numero tre del Pentagono, che parlano di colloqui “costruttivi” tra funzionari militari israeliani e libanesi. Più realistica la lettura dei funzionari libanesi che, citati dai media arabi, si dicono delusi per l’esito dell’incontro. Un sentiment diverso da quello del governo di Tel Aviv.

X: @GianniRosini


Meloni contro il partito del pareggio: dietro la crociata della premier c’è la sua sopravvivenza politica


Senza bipolarismo la presidente del Consiglio perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a palazzo Chigi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Giorgia Meloni boccia il proporzionale e difende il bipolarismo. Ma dietro la battaglia contro il “partito del pareggio” si nasconde una partita di potere che riguarda il suo futuro politico.

A leggere le dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni combatte il “partito del pareggio” per una nobile causa: garantire stabilità, evitare governi deboli, impedire il ritorno delle larghe intese e delle maggioranze assemblate nei corridoi del Palazzo. Ma dietro la versione ufficiale, nei palazzi romani circola una lettura molto meno istituzionale e molto più politica.

La premier sa perfettamente che il bipolarismo è stato il motore della sua ascesa e continua a essere la migliore assicurazione sul suo futuro. Per questo a Palazzo Chigi il dibattito sulla legge elettorale viene osservato con estrema attenzione. Perché dietro una discussione apparentemente tecnica si nasconde una questione molto più concreta: chi governerà l’Italia nei prossimi anni e soprattutto chi avrà ancora la possibilità di tornare a Palazzo Chigi.

Le cronache raccontano di una Meloni impegnata a bloccare sul nascere qualsiasi tentazione di riaprire il dossier elettorale. Una linea che ha una spiegazione molto semplice. Il bipolarismo conviene alla leader di Fratelli d’Italia molto più di quanto convenga al sistema. Finché esiste una competizione tra due schieramenti contrapposti, Meloni resta il punto di riferimento inevitabile del centrodestra. Nessuno degli alleati può davvero insidiarne la leadership. Nessuno può presentarsi come alternativa credibile alla guida della coalizione. Senza il bipolarismo, invece, cambierebbe tutto.

In uno scenario del genere Fratelli d’Italia potrebbe persino restare il primo partito italiano senza avere la certezza di esprimere il presidente del Consiglio. Ed è qui che si trova il vero nodo politico. Per anni la leader di Fratelli d’Italia ha costruito il proprio consenso presentandosi come alternativa ai giochi di Palazzo. Ma il paradosso è che proprio il ritorno della politica parlamentare potrebbe ridimensionarne il peso.

Forza Italia potrebbe trattare autonomamente. La Lega potrebbe tornare a giocare una partita propria. Potrebbero nascere aggregazioni centriste capaci di diventare decisive. Potrebbero emergere figure considerate più rassicuranti per Bruxelles, per il Quirinale o per determinati ambienti economici. In altre parole, Meloni smetterebbe di essere indispensabile. Ecco perché da via della Scrofa leggono la battaglia contro il “partito del pareggio” come qualcosa di molto diverso da una semplice disputa istituzionale.

Nei corridoi parlamentari la sintesi viene affidata a una battuta tanto brutale quanto efficace. Per Meloni è “bipolarismo o morte“. Morte politica, naturalmente. Perché il sistema che l’ha portata a Palazzo Chigi è lo stesso che potrebbe consentirle di restarci o di tornarci domani. Per questo la premier non vuole sentire parlare di “pareggio”. Non perché tema l’instabilità del Paese. Ma perché senza bipolarismo perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a Palazzo Chigi. Dietro la crociata contro il “pareggio”, dunque, c’è una domanda che a Palazzo Chigi preferiscono non pronunciare ad alta voce: senza il bipolarismo, Giorgia Meloni avrebbe ancora la strada spianata verso Palazzo Chigi oppure diventerebbe una leader come tante?


Meloni, al voto! Bonelli: “Vuole le urne a novembre”


La Lega pensa a una “scossa” e Conte non vuole le primarie con l’obolo. Aria di elezioni per erodere il consenso di Vannacci. I governatori leghisti vogliono un “gesto potente” e si preparano altre uscite: Furgiuele della Lega: “Basta con le targhe di Matteotti, né partigiano, né democristiano. Vannacci meglio di Calenda”. A sinistra nodo primarie con il M5s che le vuole senza la donazione di due euro

Immagine di Meloni, al voto! Bonelli: "Vuole le urne a novembre". La Lega pensa a una "scossa" e Conte non vuole le primarie con l'obolo

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Roma. La differenza: Meloni prepara le elezioni e il Pd i gettoni (per le primarie). O si va in guerra contro la Russia, che lancia droni in Romania, o alle urne. Ascoltate Angelo Bonelli: “Ho questa idea: Meloni vuole andare al voto ora, presto, a novembre”. Si sta deteriorando lo scenario. Si ragiona al nord, all’interno della Lega, di dare un “segnale potente”, che può essere la richiesta di istituzionalizzare la doppia Lega, fino all’impensabile: un congresso straordinario per una svolta. Vannacci fa organizzare cene a Roma e continua il suo ratto Lega. All’ultima ha partecipato Angelo Bof mentre Domenico Furgiuele, altro leghista, dice ora al Foglio: “Io non voglio morire né da partigiano, né da democristiano. Tra Calenda e Vannacci sceglierò sempre Vannacci. Matteotti? La Camera è diventata un museo, si scoperchiano solo targhe”.

Questo è Furgiuele, il Ferragamo della Lega, il deputato che ha portato la Remigrazione alla Camera, un altro puntato da Vannacci: “Io non voglio morire da partigiano. A me tutte queste targhe che si scoperchiano, come quella di Matteotti, non piacciono. A me scoperchiare targhe non appassiona. Sento che a Vigevano è stato nominato Centinaio come commissario Lega, ebbene, perché questa nomina di Centinaio?”. Vannacci ha promesso che prima della sua San Sepolcro, a Roma, la prima assemblea nazionale di Futuro Nazionale, il numero dei parlamentari raddoppierà. Edoardo Ziello, il vice generale, sta dicendo che dopo il 2 giugno ci “sarà il botto e altri leghisti faranno il loro ingresso in FN”. Sono attesi per questa settimana almeno tre nuovi ingressi: Bof e i due ex leghisti passati in Forza Italia, Pierro e Bergamini. Sono deputati agganciati da Ziello. Li invita a cena, a via dei Coronari, e i leghisti camminano rasente i muri per non farsi vedere. Quando gli viene chiesto, rispondono come Pietro: “Tradire, io? Mai farei questo a Matteo”. Salvini è consapevole che serve accelerare prima che Vannacci eroda consenso. I leghisti hanno delle proiezioni da brividi. Se passa la nuova legge elettorale, si potrebbero avere venti deputati Lega alla Camera. C’è qualcosa di strano anche nella richiesta di Vannacci, uno che è digiuno di legge elettorale (a una riunione avrebbe chiesto come funzionasse con il premio). Sta dicendo di concentrarsi solo sulla Camera e di lasciare perdere il Senato perché il Btp di Vannacci è il tempo. La sua scommessa è che fra un anno il consenso non potrà che aumentare. Strappare senatori potrebbe mettere a rischio il governo e Vannacci non lo vuole: è il primo ad augurare lunga salute al governo Meloni. Dice Bonelli: “Sono arcisicuro che la Corte costituzionale boccerà la nuova legge elettorale, ma Meloni sta accelerando per aggirare la bocciatura. Mi sto convincendo, lo ripeto, che Meloni voglia portarci al voto, ora”. Bonelli pensa addirittura novembre, in maggioranza ritengono aprile, maggio. E’ la destra che fa l’agenda della sinistra. Il Pd si augura che la Lega possa alla fine provocare l’incidente sulle preferenze e mandare a monte tutto mentre Salvini vuole, e lo chiede, che la legge passi senza scherzi. Perché? Il partito di Salvini è vulnerabile. Tra Milano, Venezia, Trieste corre l’idea che è necessario intervenire subito, pensare a un’operazione decorosa per contenere questo declino, un’operazione che permetta a Salvini di restare il nome nobile del partito ma con una formula nuova. Da anni si discute di questi tentativi, ma ora c’è Vannacci fuori dalla Lega che fa campagna contro la Lega. Sia Zaia, Fedriga sia Attilio Fontana sono convinti che Vannacci sia “un fenomeno” e difficilmente si esaurirà. Nessuno ha ancora il coraggio di pronunciare la parola anche perché sembra aberrante, ma si sussurra: si teme il “sorpasso” di Vannacci sulla Lega. Se restasse la vecchia legge elettorale, la Lega potrebbe ottenere un numero maggiore di parlamentari ma sembra quasi che Salvini si accontenti di un reparto scelto di leali. Bonelli, ancora: “Meloni avrà il problema della legge di Bilancio, del Safe. Se la legge verrà approvata una cosa è certa: la sinistra sarà pronta”. Le priamrie le chiede ufficialmente Giuseppe Conte, che ora dichiara: “Ormai da tempo si parla di primarie, a questo punto possono essere una soluzione”. Sono necessarie anche per Elly Schlein che teme il tavolo fra leader, la trappola. La contesa riguarda il numero dei candidati alle primarie, il voto online, il doppio turno e, attenzione, l’obolo, il gettone. Le primarie vengono costruite dalla macchina organizzativa del Pd. C’è un aspetto di cui si è parlato pochissimo ma che non è gradito a Conte. Alle ultime primarie chi ha votato, ha versato due euro. E’ più facile che versi un elettore del Pd che uno del M5s. E’ un’idea avvalorata dal M5s, che fa sapere di “non gradire elementi che ostacolano la partecipazione”. L’obolo è un ostacolo. Il doppio turno dipende invece dal numero dei candidati. Secondo Calenda, i candidati, alla fine, saranno quattro (occhio a Gori e Renzi), e Calenda, che usa malizia, si chiede: il candidato di Renzi appoggerà al secondo turno Schlein o Conte? Calenda propende per il secondo. La Russia minaccia i nostri sonni, quelli della destra li minaccia Vannacci. Furgiuele è contro le targhe ma i vannacciani sono per le lapidi. A Modena, il suo Futuro Nazionale ha fatto un post con la tomba della Lega e la frase: “Lega Modena, 1991-2026. Si è spenta oggi dopo aver scelto la moderazione, la distanza dalla sua gente e l’irrilevanza politica”. Salvini lo chiamava “generale”, ma era il cassamortaro.


Meloni e i sette lamenti capitali


Per Giorgia Meloni la colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni.

Meloni e i sette lamenti capitali

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Alla Nuvola di Roma, il 26 maggioGiorgia Meloni ha chiamato l’Unione europea “gigante burocratico” e le ha addossato i guai dell’economia. È il suo registro fisso: la sventura arriva sempre da fuori. Ma vale davvero la pena contarle a una a una, perché in fila smettono di somigliare alla sfortuna.

I vincoli del Patto di stabilità? Legano tutti e ventisette. Con le stesse regole la Spagna corre al 2,1% e l’Italia striscia allo 0,5%, ultima dell’Unione: quattro volte più lenta a parità di catene, certifica la Commissione europea.

Le guerre? Lo shock energetico mediorientale ha tagliato la crescita dell’intera eurozona allo 0,9%. Pandemia, inflazione e conflitti li hanno governati tutti e ventisette: la “sfortuna” di Meloni è il calendario di mezzo continente quindi, non una maledizione personale.

L’ETS che gonfia le bollette “in modo asimmetrico”? La stessa Commissione lega l’asimmetria al mix nazionale di gas, e l’Italia ne è il caso estremo per scelte sue lunghe trent’anni.

I giudici che frenano l’Albania, “spazi che non gli competono”? Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione ai magistrati italiani: lo impone una direttiva che vincola, di nuovo, tutti e ventisette.

Il modello Albania sabotato dalle toghe? Ottantatré rimpatri in tre anni, centri quasi vuoti, 74,2 milioni solo per costruirli e altri 71,4 milioni nella Manovra 2026 per il triennio, 29,7 nel solo 2026, mentre il calo degli sbarchi viene dalle partenze tunisine, non dalle gabbie oltre Adriatico.

I soldi che “ci sono solo per la difesa”? L’Italia è il primo beneficiario del PNRR con 194,4 miliardi, il piano più ricco del continente, e all’Italia che chiede nuove deroghe Bruxelles ha risposto di spendere prima quelli già stanziati.

La crescita ferma per le crisi? L’Istat certifica vent’anni di stagnazione, con il prodotto reale poco sopra i livelli di allora. La sfortuna è cominciata molto prima delle guerre, anzi molto prima di lei.

Sono sette lamenti ma sono anche sette specchi. La colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni. E quando la disgrazia ti casca addosso ogni volta dallo stesso punto, smette di chiamarsi sfortuna. Forse è qualcosa di più simile a un indirizzo politico. Ci pensi, presidente Meloni.


L’Italia, il parco giochi dei ricconi stranieri


(ANSA) – PALERMO, 29 MAG – In occasione dei festeggiamenti per il matrimonio della popstar internazionale Dua Lipa, che ha scelto tra le location delle nozze con Callum Turner anche Villa Valguarnera a Bagheria (Palermo), scatteranno limitazioni al traffico e divieti di sosta soprattutto nell’area della piazza antistante la storica dimora settecentesca. I provvedimenti saranno in vigore da lunedì 1 giugno sino all’8 giugno.   

Secondo quanto si apprende nella gestione della sicurezza non sarà coinvolta la polizia municipale: l’organizzazione si affiderà a personale di security privata. La cantante, stando alle indiscrezioni, sarebbe rimasta particolarmente affascinata dalle numerose ville storiche di Bagheria e potrebbe trascorrere alcune notti proprio a Villa Valguarnera, approfittando di questi giorni anche per visitare le altre bellezze del territorio. I festeggiamenti della coppia coinvolgeranno il centro storico di Palermo nel prossimo weekend.