Selezione Quotidiana di Articoli Vari

L’inviato di Report Mondani: “L’azienda ci ha tradito, per condurre serve esperienza”


“Se le condizioni sono queste me ne vado. È un altro editto bulgaro. Inopportuno il rapporto Ranucci-Lavitola ma non sfiduciamo Sigfrido

Paolo Mondani

(di Viola Giannoli – repubblica.it) – «Certo che me ne vado da Report se restano queste le condizioni. È un secondo editto bulgaro, compiuto non a caso da un governo di destra». Sono vent’anni che Paolo Mondani fa parte della squadra di Report, che realizza inchieste sulla mafia e la pista nera dietro le stragi di Stato, le banche e la corruzione negli appalti pubblici. L’ultima cosa su cui ha messo la sua firma è la lettera alla Rai siglata da tutti gli inviati del programma (tranne Giulia Presutti): «Tornate indietro o ce ne andiamo».

Mondani, perché la proposta per il dopo Ranucci è «inaccettabile»?

«Lo è per metodo e per merito: una conduzione calata dall’alto senza alcuna interlocuzione con noi».

Cominciamo dal metodo.

«La Rai aveva iniziato a coinvolgerci nella discussione sul futuro della trasmissione, il direttore degli Approfondimenti, Paolo Corsini, ci aveva assicurato che saremmo stati informati sulle scelte. Avevamo appuntamento il 2 settembre. Ieri abbiamo scoperto quel che pensa davvero del rapporto con noi: abbiamo scoperto il suo progetto dalle agenzie».

E nel merito? Avete scritto: «Le figure scelte non rappresentano la storia e i valori di Report».

«Alla Rai volevamo offrire una conduzione e un lavoro autoriale di maggiore esperienza che avrebbe garantito e rilanciato la nostra storia, la nostra autonomia, l’indipendenza e il rigore. Volevamo valorizzare le competenze maturate anche con Milena Gabanelli, occuparci di più di banche, grandi aziende: i gangli caratteristici del potere italiano. Invece è arrivato il diktat dal governo per normalizzare e indebolire Report».

Giulia Presutti lavora lì dal 2018, non è una garanzia?

«Non mi esprimo sulla storia o i valori di una singola collega: avrà una splendida carriera. Ma tra noi c’è chi ha un’esperienza più vasta. L’anno prossimo ci sono le elezioni; il governo, attraverso i giornali della famiglia Angelucci, parlamentare di maggioranza più volte oggetto delle nostre inchieste, ci attacca quotidianamente. Come si può affidare la conduzione e la linea editoriale a chi ha spalle più fragili? Non c’entra l’età. Quel che conta, diceva Indiana Jones, non sono gli anni, sono i chilometri».

Due storici inviati, Giulio Valesini e Bernardo Iovene, erano stati indicati come co-autori e hanno detto di no, com’è andata con loro?

«Corsini li aveva sentiti per sondare una disponibilità. Erano d’accordo ma hanno chiesto: “Quale sarebbe il resto della squadra?” Gli è stato risposto: “Vi faremo sapere”. Mezz’ora dopo l’hanno saputo dalle agenzia. Come avrebbero potuto accettare? Che agibilità avrebbero avuto con la squadra azzoppata?».

Corsini dice che la Rai ha fatto una scelta di genere e che nel vostro progetto non c’erano donne.

«Se prima di fare annunci ci avesse incontrato gli avremmo spiegato che avevamo in mente un ruolo di peso per Giulia Innocenzi».

E Ranucci? La sua conferma era una condizione imprescindibile per voi?

«Mai avremmo sfiduciato Sigfrido, mai gli avremmo chiesto un passo indietro. A lui il 25 luglio avevamo proposto l’affiancamento di un gruppo di co-autori che potessero aiutarlo anche a rispondere all’attacco in corso. Con lui avevamo cominciato a discutere di una conduzione a rotazione. È così che avremmo voluto valorizzare la squadra. È andata diversamente».

Per la Rai sostituire Ranucci era necessario per allontanare l’ombra di Lavitola.

«Si può criticare, anche in maniera severa, il rapporto amicale che aveva Sigfrido, io stesso l’ho ritenuto inopportuno. Ma Lavitola non ha mai condizionato nessuna nostra inchiesta; sfido chiunque a dire il contrario. Aveva i suoi interessi ma è stato sempre respinto, da tutti, nessuno escluso. Questa vicenda è stata usata in modo strumentale per una campagna di fango senza eguali. Ha ragione chi parla di character assassination».

Che succede ora a Report?

«Il futuro è nelle nostre mani e di chi ci vuole sostenere. Siamo molto felici della grande solidarietà che stiamo ricevendo. Non è finita, la battaglia sarà lunga. Non mi faccio soverchie illusioni, ma noi non molleremo di un solo centimetro».


Lo scontro tra Ranucci e la Rai si sposta in tribunale


RANUCCI, ‘SMERDARE PERCHÈ TI VOGLIONO AMMAZZARE

(ANSA) – PALERMO, 29 AGO – “Smerdare perché ti vogliono ammazzare”. Sigfrido Ranucci ha ripetuto più volte, durante lo spettacolo al Teatro dell’Efebo di Agrigento “Diario di un trapezista”, la frase che una producer esterna della Rai gli ha sussurrato telefonicamente alcuni anni addietro per avvisarlo. Quelle parole, Ranucci le ha definite “una profezia”.

“Hanno detto che ero un uomo dei servizi segreti cinesi, russi. Sono stato accusato di bullismo sessuale e di comprare servizi per delegittimare la sanità lombarda – ha detto – . E’ cambiata la narrazione, ma è rimasto ‘smerdare’ come tentativo di eliminarmi – ha evidenziato Ranucci – . Ci trovavamo davanti ad attacchi scomposti, la redazione era smarrita. Ma io applicavo la teoria del trapezista che passa a quello più complicato… e noi siamo andati avanti con inchieste più complicate, assumendoci la nostra responsabilità”.

RANUCCI CONTESTA FORMALMENTE LA RIMOZIONE DA REPORT, ‘È ILLEGITTIMA’

(ANSA) – ROMA, 29 AGO – Sigfrido Ranucci, attraverso i suoi legali, contesta formalmente la decisione della Rai di un avvicendamento nella conduzione di Report di cui “si contesta integralmente la legittimità, con espressa riserva di ogni azione, anche cautelare e d’urgenza, diretta a ottenerne la cessazione degli effetti e il ripristino della situazione antecedente, nonché il risarcimento di tutti i danni conseguenti”.

La richiesta di chiarimenti e documentazione, scrivono gli avvocati Roberto De Vita e Stefano Rossi nella comunicazione alla Rai, “non comporta pertanto, né potrà essere interpretata quale, acquiescenza, accettazione o rinuncia ad alcun diritto, azione o eccezione”.

Nella contestazione, indirizzata a Paolo Corsini e Felice Ventura, i legali di Ranucci, chiedono di conoscere fatti, circostanze ed avere, entro sette giorni, la relativa documentazione da cui possa emergere quanto contestato al giornalista in riferimento ad una “obiettiva situazione di incompatibilità” che si sarebbe determinata, per effetto delle “continue pressioni” a cui sarebbe sottoposta la redazione di Report, e della diminuita credibilità ed autorevolezza conseguenti a “percezioni di opacità, commistione e interferenze”,

come scritto nella decisione con cui la Rai ha rimosso Ranucci senza che vi fosse indicato, sottolineano i legali, “alcun fatto specifico, concretamente accertato e al medesimo imputabile, idoneo a fondare tali valutazioni”. “Tale carenza – osservano gli avvocati – appare tanto più rilevante ove si consideri che, da un lato, la comunicazione afferma che i richiamati presupposti sarebbero già oggi “oggettivamente” venuti meno e, dall’altro, precisa che la determinazione assunta sarebbe “del tutto autonoma e indipendente rispetto agli approfondimenti tuttora in corso”.

Non è pertanto dato comprendere quali fatti già accertati abbiano consentito all’Azienda di formulare un giudizio così definitivo sulla posizione professionale del Dr. Ranucci prima ancora della conclusione degli stessi approfondimenti. Parimenti, la comunicazione afferma che la redazione di Report sarebbe “gravemente compromessa dalle continue pressioni a cui è sottoposta”,

ma non indica da chi tali pressioni provengano né chiarisce il nesso per il quale la risposta aziendale alle stesse debba consistere nell’immediato avvicendamento del Dr. Ranucci dalla conduzione e dalla responsabilità autorale del programma”. I legali denunciano, inoltre, “la gravità del fatto per cui la vittima di un grave attentato viene ritenuto dal proprio datore di lavoro come responsabile di una presunta situazione di incompatibilità”. 


Come sta Alessandro Di Battista?


E lui posta sui social un commento, sotto un post di auguri su Instagram di Ilaria Loquenzi. Poche parole, ma le sue prime dopo il malore: “Ce la metterò tutta per tornare presto”.

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Strani mal di testa, che peggioravano. La visita da un medico. Poi il ricovero, gli esami e la preoccupazione: dei familiari e degli amici – compresi quelli del Fatto – ma anche di tutta la politica italiana, per una volta davvero unita da un dramma inatteso. Alessandro Di Battista, 48 anni, ex deputato dei Cinque Stelle, uno dei principali volti del Movimento nella legislatura dal 2013 al 2018 che li vide per la prima volta in Parlamento, fino a superare il 32 per cento nelle Politiche, sta male.

È ricoverato a L’Avana, a Cuba, dove è stato trasferito ieri da Santa Clara, dove venerdì sera era stato ricoverato. Di Battista era arrivato nell’isola il 22 agosto, per fare alcuni reportage per il Fatto Quotidiano e per Tv Loft, dal titolo La polvere del mondo. Fino a venerdì pomeriggio aveva scambiato messaggi con familiari e amici, compresi ex colleghi del Movimento. Ma qualcosa non andava già da un po’, raccontano. Di Battista aveva forti e persistenti mal di testa. Li aveva attribuiti alla stanchezza: valutazione in fondo normale, visti i suoi continui viaggi per l’Italia per gli spettacoli e l’attività politica, come fondatore dell’associazione Schierarsi. Secondo indiscrezioni, l’ex parlamentare avrebbe avuto disturbi anche durante il viaggio verso Cuba. La certezza è che è arrivato nell’isola e che le emicranie sono continuate. Di Battista si sentiva sempre più stanco e “rallentato”. Venerdì era andato da L’Avana a Santa Clara per vedere il mausoleo di Che Guevara, l’eroe della rivoluzione. Alle 22, ora italiana – a Cuba il fuso è di sei ore indietro – l’ex parlamentare ha pubblicato su Facebook un post su Gaza: “Lo Stato terrorista di Israele continua a bombardare contemporaneamente Palestina, Libano e Siria”. Poi attorno alle 2 del mattino ha condiviso su Instagram una storia in cui rilancia un video pubblicato da Salah Ostaz, giornalista e fotoreporter palestinese attivo nella Striscia di Gaza. Ma i sintomi nel frattempo sono continuati. Al punto che un amico italiano che lavora a Cuba e la sorella dall’Italia gli hanno consigliato di farsi visitare. Ed è stato proprio il medico a dirgli di andare in ospedale. Lì i primi esami, e il ricovero.

Ma contrariamente alle notizie circolate per ore in Italia, Di Battista non perde mai conoscenza. In ospedale entra con le proprie gambe e rimane sempre cosciente. Risponde a molti tra i tantissimi che lo chiamano dall’Italia, mentre i familiari vengono contattati da membri del governo, come il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Difesa, Guido Crosetto. Ma si attiva anche Giuseppe Conte, che garantisce alla famiglia per il Movimento di poter coprire le spese di eventuali trasferimenti di Di Battista: un ex deputato, quindi allo stato un cittadino come tutti gli altri. Per questo nel governo riflettono se esporsi o meno sull’offerta di un eventuale volo di Stato per Di Battista. Ma in giornata sia Palazzo Chigi sia Tajani lo dicono in chiaro: “Il governo sta seguendo con la massima attenzione la situazione e un aereo sanitario è disponibile per far rientrare in Italia Di Battista. Prima di procedere al trasferimento, è tuttavia necessario verificare che le condizioni del paziente lo consentano e che il trasporto non comporti rischi per la sua salute”. Tradotto: la situazione è comunque delicata, tanto che in ospedale arriva l’ambasciatrice italiana a Cuba, Simona De Martino, mentre le agenzie italiane si intasano di comunicati di solidarietà da tutti i partiti. Ma ovviamente i più colpiti sono i 5Stelle. Molti parlamentari sono rimasti in ottimi e costanti rapporti con Di Battista, nonostante il suo addio nel 2021 al Movimento per il suo sostegno al governo Draghi. Nelle chat interne non si parla d’altro, e tutti chiamano tutti. C’è chi piange al telefono. E chi assicura: “Sono entrato nel Movimento per lui”. La base è sconvolta. “L’intera comunità 5 Stelle è rimasta sgomenta” scrive Conte, che con l’ex parlamentare ha sempre mantenuto un filo diretto. I due si sentono. Ma a Di Battista arriva anche la telefonata di un altro grande ex del Movimento, Luigi Di Maio. Si erano lasciati male, per scelte politiche opposte. Ma in una giornata come questa si salutano e scherzano, mentre Di Maio si manifesta anche sui social: “Forza Alessandro, siamo tutti con te”. Nulla invece, almeno fino a ieri sera, da Beppe Grillo, il fondatore e Garante ripudiato del Movimento, a cui spesso Di Battista era stato assimilato come il “più grillino dei grillini”.

Mentre è tangibile il dolore dentro Schierarsi, l’associazione dove in tantissimi speravano e sperano che Di Battista scelga di correre alle prossime Politiche. Ma ora l’ex parlamentare ha altre priorità. Ieri è stato portato in ambulanza all’ospedale di L’Avana Hermanos Ameijeiras, dove è arrivato attorno alle 22 italiane. Lì lo sottoporranno a esami più approfonditi, per capire innanzitutto se e quando sia trasportabile in Italia, o almeno nella vicina Miami, altra ipotesi vagliata in queste ore. Impossibile, o comunque imprudente basarsi sull’esito dei primi esami a Santa Clara, nella Cuba che deve fronteggiare un durissimo embargo. Oggi arriveranno a Cuba Sahra, la madre dei suoi due figli Andrea e Filippo, assieme ad alcuni amici. Un sostegno, di fronte al bivio che Di Battista non si aspettava di dover affrontare.


Danilo Toninelli: “Studio la salute della mente, la politica che amavo non esiste più”


L’ex ministro e capogruppo al Senato del M5s ha lasciato i propri incarichi per dedicarsi al benessere interiore: “Mentre i più giovani e le donne si confrontano con naturalezza sulla salute psicologica, gli uomini adulti non cercano un percorso interiore e questo è grave perché viviamo in un’epoca di angoscia, che è peggiore dell’ansia”

Immagine di Danilo Toninelli: “Studio la salute della mente, la politica che amavo non esiste più”

(di Francesco Palmieri – ilfoglio.it) – La retorica del “Piano B” inneggia al manager pentito che fa il barman ai Caraibi. Elogia chi molla la metropoli per vagolare in barca con famiglia (se opta per il bosco però saranno guai). Comprende invece con più difficoltà un signore che ha fatto politica ad alti livelli, da ministro e capogruppo al Senato del M5s, poi l’ha lasciata per dedicarsi al benessere interiore: perché Danilo Toninelli è convinto che “il tema della salute psicologica sia il più importante” e per promuoverlo ha fondato, con alcuni specialisti, la piattaforma BastaPensieri.it. La scelta non lo sottrae all’attualità: nei giorni scorsi dal suo profilo Instagram ha consigliato a Sigfrido Ranucci di ammettere gli sbagli (“perché chi ha sbagliato non è sbagliato”), ha segnalato un’assurdità burocratica sul contrassegno dei monopattini, ha auspicato che ai “potenti” si taglino le auto blu affinché capiscano cosa vuol dire il caro carburanti.

Non è un’idea demagogica?

Per nulla. Non puoi comprendere l’effetto emotivo di un pieno di benzina finché non lo provi nel tuo portafoglio. Vale anche per chi è ricco, perché spesso è taccagno.

Non le manca la politica?

Ho vissuto una straordinaria esperienza nel Movimento 5 Stelle, ma quel modello di comunità non c’è più. Credevamo che la politica fatta bene fosse l’atto di più grande generosità collettiva, ma bisogna avere il cuore aperto e non un ego gonfio. Ora è tutto basato sull’immagine di sé, tutto è comunicazione e propaganda. Chi sbaglia non ha il coraggio di ammetterlo ma contrattacca dicendo “tu fai peggio di me”. È uno scontro di tifoserie. Non essendo tifoso, non vado allo stadio.

Non vota?

Nessuno mi rappresenta umanamente e politicamente.

Potrebbe ripensarci?

Resterò sempre fedele al vincolo dei due mandati che ci eravamo imposti e nemmeno se mi coprissero d’oro mi ricandiderei. Se nascerà qualche progetto puro, animato dai giovani, potrò dare una mano ma gratuita, dall’esterno. D’altronde la politica si può praticare pure nella vita quotidiana lavorando alla crescita personale. È già una straordinaria rivoluzione contagiare chi ti sta intorno.

Quando ne ha scoperto l’importanza?

Avrò avuto venticinque anni. Gli altri leggevano romanzi, io divoravo libri di psicologia, di neuroscienze. Avevo una visione teorica abbastanza vasta ma è stato circa tre anni fa, con la terapia, che ho acquisito una consapevolezza emotiva e non solo cognitiva. Ne è scaturito il progetto di BastaPensieri.

Ricordandola da politico, non immaginavamo i suoi interessi.

Non ne parlavo pubblicamente anche perché bisogna aver coraggio a esprimere le proprie vulnerabilità. C’è un imprinting culturale che ti vuole sempre perfetto: mentre i più giovani e le donne si confrontano con naturalezza sulla salute psicologica, gli uomini adulti sono chiusi rispetto alla propria emotività. Quando le cose iniziano a non funzionare cadono in depressione o rincorrono compensazioni che peggiorano la condizione. Non cercano un percorso interiore e questo è grave perché viviamo in un’epoca di angoscia, che è peggiore dell’ansia. L’ansia ti fa combattere, l’angoscia insinua che non ce la puoi fare.

Qual è la causa?

Tanti fattori ci hanno disconnessi da noi stessi e troppe cose da fare in troppo poco tempo ci lasciano pensare sempre meno. C’illudiamo che le relazioni informatiche possano sostituire quelle reali e soprattutto abbiamo perso il rapporto con la natura: il nostro cervello è ancora quello di chi si evolveva camminando, invece stiamo seduti tutto il giorno alla scrivania o su un divano. Specialmente in occidente pensiamo poco e facciamo troppo.

Cosa consiglia?

La prima cosa è non scappare dalle emozioni né reagire per automatismi, ma ascoltarsi dentro. Poi chiedere aiuto a professionisti qualificati, perché difficilmente da soli si guarisce da ferite che rimontano all’infanzia o ci si libera da schemi consolidati. Infine, praticare oltre alla terapia la meditazione: la terapia fa capire le emozioni, la meditazione le fa sentire. Chiudere gli occhi e seguire il respiro.

Cos’è la mindfulness psicosomatica?

Riassumendo, è la capacità di essere presente a ciò che accade qui e ora, senza consegnarsi alla paura del futuro o alla ripetizione dei traumi. Paradossalmente, si preferisce cullarsi in un dolore a cui la mente è abituata piuttosto che cercare di guarirne e affrontare una felicità sconosciuta. È centrale l’integrazione mente-corpo: sono tutt’uno e bisogna lavorarci con un approccio clinico scientifico. Le emozioni vanno, per così dire, alfabetizzate.

Toninelli ministro delle Infrastrutture applicava la consapevolezza emotiva?

Non potevo dichiararla per iscritto, ma il Decreto Genova conteneva tutta l’emotività e la sensibilità del mondo. Per me l’unica cosa che contava era aiutare la gente di quella città e i famigliari delle vittime del Ponte Morandi, nonché punire chi aveva enormemente sbagliato.

Quale idea si fece, o s’è fatta poi, di Giuseppe Conte?

È uno che non appartiene geneticamente, mi passi l’avverbio, al Movimento. Se ritenevamo giusta una cosa, noi la facevamo senza curarci del consenso. Sono sempre più convinto che chi aiuta gli altri ne riceva uno straordinario benessere emotivo e che questa relazione faccia crescere gli uomini. Quando una coltre ricopre la coscienza collettiva ne conseguono più guerre e più brutture.

È un invito all’utopia?

A non adagiarsi nel conformismo. Una volta chiesi a Gianroberto Casaleggio se tutti gli attacchi che riceveva non lo ferissero: rispose che ci restava male, ma cercava di volare più alto per non sentire il vocio. Non l’ho dimenticato.


Adesso TeleMeloni sogna un nuovo Report di destra


Dopo il forfait della squadra, la governance potrebbe sostituire i giornalisti. Ranucci scrive per conoscere le ragioni dello spostamento, arriva la causa

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – D’altra parte, un Report di destra è sempre stato il sogno segreto dei dirigenti meloniani in Rai. Negli anni hanno cercato di importarlo da fuori facendo a lungo la corte a Nicola Porro, di fronte al suo diniego si sono rivolti ad Antonino Monteleone, ex iena, che per la sua prima serata aveva esattamente quel mandato. Alla fine, potrebbero riuscirci rivoltando la redazione di Report come un guanto.

Non sembra un caso che il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo l’allontanamento di Sigfrido Ranucci dal video, abbia esultato sottolineando che il giornalista «faceva trasmissioni assolutamente pretestuose e a senso unico».

Nelle idee dei dirigenti è ora di invertire la rotta, soprattutto considerato che è già iniziata la campagna elettorale. Un assist potrebbe arrivare involontariamente dalla redazione, che venerdì ha annunciato un esodo di massa dopo la nomina imposta di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi come nuovi conduttori. Filtra un elemento in più per ricostruire le ragioni di questa scelta: c’è chi ipotizza il desiderio della Rai di non “bruciare” nessuno dei nomi di prima fila casomai Ranucci dovesse rientrare per la decisione di un giudice.

Tra i più agguerriti sulla linea oltranzista dell’addio ci sarebbero Giorgio Mottola, Giulia Innocenzi, Danilo Procaccianti e Giulio Valesini, a cui pure era stato offerto il ruolo di capoautore ma che, secondo qualcuno, ambiva al posto da conduttore. Nomi di punta del programma che non avrebbero interesse a rimanere neanche se alla fine dovesse tornare Ranucci. Ormai, è il ragionamento che filtra, la credibilità del programma sarebbe comunque compromessa.

L’incognita giudiziaria

L’azienda ostenta serenità anche per quanto riguarda la causa che Ranucci, molto probabilmente, intenterà. Secondo l’ufficio legale, anche se Paolo Corsini, il direttore degli Approfondimenti che ha fatto da regista all’operazione finora ha agito tirando in ballo solo questioni di opportunità e non disciplinari, la posizione di viale Mazzini è inattaccabile. Il conduttore, dal canto suo, ha già fatto inviare dal suo legale una lettera alla Rai per conoscere le ragioni precise del trasferimento su cui impostare la causa.

In ogni caso, dalla prospettiva dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, si tratterebbe comunque di una situazione win-win. Se Ranucci dovesse davvero essere reintegrato, non troverebbe più la squadra di prima e la sua immagine sarebbe comunque gravemente scalfita dalla vicenda. Se la sua strategia non andasse in porto, la Rai si potrebbe addirittura intestare di aver lanciato due nuovi volti.

Certo, l’azienda non pensa di aver demansionato il giornalista d’inchiesta. «Se anche dovesse andare al Cairo, non è un brutto posto: tra casa e altri benefit lo stipendio è generoso» osserva un dirigente. «E poi è comunque un ruolo di responsabilità e si va in video. Altro che demansionamento, poi è nelle libertà di un direttore spostare un sottoposto, anche di alto livello, in un settore diverso».

La trasmissione

Gli inviati, mercoledì, incontreranno Corsini. Successivamente è in programma una conferenza stampa per dare la propria versione dei fatti sulla vicenda.

Dal punto di vista dei dirigenti Rai, la fuoriuscita di una gran parte del nucleo storico – poi, segnalano, ciascuno in redazione deciderà come meglio crede – è la ciliegina sulla torta: la prospettiva di rimpiazzare parte di una redazione così scomoda appare ghiottissima. Non è passato inosservato l’augurio di buon lavoro a Piervincenzi firmato da Welcome to Favelas, che sembra preludere addirittura alla possibilità di innesti esterni che poco hanno a che fare col programma come lo si conosceva.

Certo, in Rai le acque sono tutt’altro che tranquille. C’è chi nota che il contraccolpo della scelta è stato molto superiore alle aspettative. «Se dici che è tutto a posto e poi ti esplode la redazione, forse non è tutto a posto…» ragiona un dirigente. Chi critica la gestione del caso osserva anche che l’azienda si è cacciata in una situazione così contorta che nessuno dei profili di alto livello che erano stati sondati si è mostrato disponibile a rischiare il collo andando a sostituire il conduttore con la possibilità di dover rifare le valigie qualche mese dopo. Tradotto: la situazione non era poi così tanto sotto controllo, tanto che si è dovuto virare su un’altra soluzione.

Ma qualcun altro è più franco: «Mica un allenatore si fa dire dai giocatori chi scende in campo. I nuovi conduttori e capiautore sono stati scelti tenendo conto delle richieste della redazione: o è una battaglia per tenere Ranucci, e allora andava formulata diversamente, oppure quella è la porta».

Se le aspettative per il nuovo programma cambiano radicalmente a questo punto, l’azienda si prepara anche a fare i conti con le ricadute dovute alla scelta di due stabilizzati con la selezione interna, di cui uno destinato a una sede regionale. Nelle ore immediatamente successive all’annuncio, tanti dei colleghi che da Roma hanno accettato posti in tutta Italia con relativo trasloco si sono chiesti il perché di un trattamento diverso per uno “stabilizzato”, Piervincenzi, che stava per firmare alla Tgr napoletana.

Ora, nonostante un nulla a pretendere firmato da tutti i partecipanti al concorsino, sembrano aprirsi scenari nuovi con soluzioni à la Piervincenzi, che verosimilmente andrà verso un incarico in distacco dalla sede.

Resta il fatto che, dopo che il vaso di Pandora della sostituzione di Ranucci è stato scoperchiato, a masticare amaro più di tutti sono i giornalisti del programma. «Tutti hanno avuto quello che volevano. La destra si è liberata di Ranucci, la sinistra può gridare al golpe» spiega un inviato. «In mezzo ci siamo noi, che abbiamo visto morire Report».


La parola terrorista


(di Michele Serra – repubblica.it) – Terrorista, per chi come me è nato e cresciuto nella seconda metà del Novecento, è una parola importante. Definiva chi metteva le bombe sui treni e nelle piazze facendo strage di innocenti (terrorista nero) e chi freddava un essere umano inerme a revolverate davanti al portone di casa o mentre andava al lavoro (terrorista rosso). C’era un ingresso netto e ben definito che portava al terrorismo abbandonando la vita civile. Un varco ben distinguibile, non equivocabile.

Ora, grazie al nuovo potere paranoico che vede in Trump il suo campione (con parecchi emuli in giro per il mondo), terrorista è diventata una parola fasulla, un abuso lessicale. È quasi sinonimo di dissidente, o di antagonista, o di radicalmente differente. Per essere definito terrorista non serve progettare attentati o usare violenza allo scopo di sovvertire l’ordine sociale. Basta non omologarsi, non obbedire, non rigare diritto di fronte all’autocrazia finanziaria e politica che si crede sola regola del mondo.

Così la piccola vicenda del sito “Autistici/Inventati”, oscurato dagli americani perché «terrorista», ha un grande significato. Provate a organizzare dissenso, o a diffondere pensiero antagonista, anche senza alcuna intenzione o azione violenta: sarete terroristi, e perseguiti per esserlo.

Incredibilmente, provò a chiamare «terroristi», l’amministrazione americana, anche le innocenti e pacifiche vittime dell’Ice. Dovette ingoiare la bugia perché troppo smaccata, troppo ignobile perfino per l’ignobile bolla del trumpismo. Ma di qui in poi, quando sentiamo dire «terrorista», prima di pensare al destinatario di quella definizione sarà meglio pensare al mittente.


Da Santoro ai volti scomodi dei tg: vent’anni di epurazioni finite tra risarcimenti e reintegri


Spesso il tribunale ha costretto viale mazzini a fare dietrofront

Da Santoro ai volti scomodi dei tg: vent’anni  di epurazioni finite tra risarcimenti e reintegri

(di Vincenzo Bisbiglia – ilfattoquotidiano.it) – Epurazioni, ridimensionamenti, trasferimenti. A cui sono seguite spesso sentenze che danno torto alla Rai, esponendola a reintegri clamorosi e risarcimenti anche milionari. La storia recente degli altri “casi Ranucci” non promette sonni tranquilli per l’ufficio legale di Viale Mazzini.

Uno degli episodi più celebri risale al 2010, con Augusto Minzolini direttore del Tg1. Il 26 febbraio il tg delle 20 dà la notizia dell’“assoluzione” in Cassazione dell’avvocato David Mills, imputato per corruzione e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi. Ma quel titolo è falso, perché la Corte dichiarava la “prescrizione” del procedimento, cosa ben diversa. Quando Minzolini viene sommerso dalle polemiche, la conduttrice Tiziana Ferrario e alcuni cronisti tra cui Piero Damosso e Paolo Di Giannantonio si rifiutano di sottoscrivere la lettera di solidarietà. Così a marzo 2010, Ferrario e i due colleghi vengono rimossi dai rispettivi incarichi. Minzolini si giustifica parlando di un’operazione di “rinnovamento”. Il giudice però rileva la violazione e a dicembre 2010 ordina di riportare in video Ferrario, dichiarando l’illegittimità della rimozione di Damosso e Di Giannantonio. Minzolini sarà condannato per abuso d’ufficio in Appello nel 2017, poi prescritto.

Nello stesso periodo, sempre al Tg1, montano altri due casi. Maria Luisa Busi ed Elisa Anzaldo rinunciano polemicamente alla conduzione dei rispettivi tg. Trattandosi di rinunce volontarie, non seguiranno azioni legali.

Di scuola invece quanto accaduto nel 2009 a Paolo Ruffini, direttore di Rai3, rimosso dall’allora dg Mauro Masi nell’ambito di una dichiarata “rotazione dei dirigenti”. Al numero uno di Rai3 viene proposta la direzione di Raidigit, ma lui il 1° marzo 2010 fa causa alla Rai e il 28 maggio il Tribunale, parlando di rimozione “illegittima e discriminatoria”, lo reintegra.

Ha fatto poi storia il cosiddetto “editto bulgaro” di Silvio Berlusconi nei confronti di Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Michele Santoro nel 2002. Proprio Santoro intraprende una lunga battaglia giudiziaria vinta nel 2005, che riporta l’anchorman in video nel 2006 con Annozero. La guerra della Rai a Santoro ripartirà nel 2009, per concludersi nel 2011 con una risoluzione consensuale e una cospicua buonuscita per il conduttore salernitano da circa 2,3 milioni di euro (pari a 30 mensilità).

Non è finita. Nel 2021 l’ex vicedirettore del Tg1Filippo Gaudenzi, viene demansionato dall’ex direttrice Monica Maggioni e fa causa: la Rai perde sia in primo grado sia in Appello e il 20 maggio 2026 Il Foglio dà la notizia del risarcimento da 350 mila euro. Di qualche anno prima, 2017, la vittoria legale di Carmen Lasorella, storico volto del Tg2, rimossa da Rainet nel 2014 e lasciata senza incarico. Anna Maria Pinnizzotto, invece, aspetterà 25 anni per vedersi riconosciuta, nel 2024, l’illegittimità della sostituzione, nel 1999, alla conduzione del Tg3.

Sono infine andati agli eredi i 180 mila euro riconosciuti a Oliviero Beha per il declassamento subito tra il 2008 e il 2010 da vicedirettore di Rai Sport: la sentenza arriverà a settembre 2017, con il cronista deceduto 4 mesi prima.


Dalla culla alla tomba, c’è sempre un certificato con un bollo da pagare


L’Ue ha misurato il peso della burocrazia: l’assistenza all’utente è un caso. Per l’Ocse, meno di un italiano su due è soddisfatto sul fronte dei servizi

Dalla culla alla tomba, c’è sempre un certificato con un bollo da pagare

(ANNA MARIA ANGELONE – lastampa.it) – Un certificato è per sempre. Già, perché dalla culla alla tomba ogni italiano ha un fidato compagno di vita: la burocrazia.

Basti pensare alla nascita di un bebé. Sulla carta, sembra tutto semplice. E invece si presentano subito le prime complicazioni. Un monitoraggio svolto dal dipartimento della Funzione pubblica registra, fra le criticità pervenute, un discreto aggravio burocratico di adempimenti come l’aggiornamento della domanda di maternità e la tessera sanitaria per il neonato. Nel frattempo, i cittadini lamentano di dover acquisire il codice fiscale altrimenti non si può iscrivere il piccolo alla Asl, procedere all’assegnazione del pediatra e prenotare le visite. Altro problema affiora per l’imposizione dei nomi: le regole, in base alle segnalazioni, sono poco chiare e il comportamento degli uffici comunali per i cognomi compositi attribuiti ai figli non è uniforme.

Secondo l’Ocse, meno di un italiano su due si dichiara soddisfatto dei servizi amministrativi utilizzati a fronte di una media del 66%. Il possente investimento del Pnrr ha previsto lo snellimento di 600 procedure e digitalizzato con un certo successo.

Bruxelles ha misurato il peso della burocrazia su un centinaio di servizi pubblici digitali per eventi quotidiani “chiave” come lavoro, trasferimento, trasporti e così via. Stando ai risultati dell’eGovernment Benchmark 2026, la Pa italiana è ormai sopra la media europea per grado di digitalizzazioneMa questo non sembra aver semplificato la vita ai cittadini.

Le performance peggiori sono l’assistenza all’utente (l’Italia è sotto di quasi 20 punti rispetto alla media Ue), la ristretta disponibilità di moduli precompilati (quasi 13 punti in meno della media) e la scarsa trasparenza della procedura (qui, il gap è di 10 punti).

Il “tallone di Achille” appare la sanità. Se a livello europeo l’indice di gradimento raggiunge 84.6 punti su 100, per l’Italia si ferma a 57,29: il più basso di tutti i settori valutati.

Un nodo resta l’attesa. Nonostante un miglioramento delle liste, in diverse regioni, i tempi per visite, esami diagnostici, operazioni sono ancora “improponibili”. I cittadini denunciano procedure farraginose e disallineamenti di calendari fra i sistemi Cup, i portali online regionali e le singole strutture sanitarie. Se manca la disponibilità, bisogna armarsi di pazienza e reiterare la ricerca, il più delle volte contattando gli uffici di persona. Disagi anche per la conferma degli appuntamenti: il servizio sanitario soffre le mancate cancellazioni del paziente in caso di imprevisti, mentre il paziente lamenta di essere depennato se non risponde alla prima chiamata della struttura. Fra le carenze, la scelta del medico di base. Il servizio online non risulta utilizzabile se non ci sono dottori selezionabili e, stando alla doglianza di un lombardo, bisogna inviare più mail alla Asl allegando i propri documenti.

Emerge, poi, una differenza fra amministrazione centrale e locale: la burocrazia percepita dai cittadini appare più problematica a livello comunale. Del resto, ognuno ha le sue norme.

Per un passo carrabile davanti casa, è necessaria un’autorizzazione o concessione dell’ente proprietario della strada (di solito, il Comune). Ma a Roma servono la domanda al Municipio, il documento d’identità, una relazione tecnico-esplicativa di un tecnico abilitato, le planimetrie quotate 1:100 dello stato dei luoghi e del progetto, la planimetria generale di inquadramento, le fotografie, il titolo di proprietà o il contratto di locazione con assenso del proprietario, la documentazione urbanistico-edilizia dell’immobile, eventuale Scia/Cila se occorrono lavori, eventuale documentazione antincendio. A Torino, invece, il passo carrabile e lo scivolo sono due autorizzazioni distinte. E bisogna prima ottenere il via libera per questo. Neppure davanti alla dipartita, c’è scampo. Se si eredita un’auto, bisogna produrre un atto di accettazione dell’eredità in bollo, il documento d’identità in corso di validità di ogni erede, il foglio complementare, la carta di circolazione del mezzo e il certificato di morte del proprietario defunto. Per intestarsi la vettura, è necessario effettuare due passaggi di proprietà: uno per iscrivere il mezzo a tutti gli eredi e l’altro per trascriverlo a favore dell’unico che risulterà intestatario. Il conto, fra costi fissi e variabili dell’imposta provinciale di trascrizione, parte da una base di 273,18 euro per un veicolo da 53 kW ma per ogni cavallo aggiuntivo scatta un extra di 3,51 euro e l’importo è maggiorato fino al 30% in base alla città. Si intende, moltiplicato per due.


Roberto Natale: “Cda informato con le agenzie, la decisione è tutta politica”


“Tutte le accuse sono di vaghezza straordinaria L’azienda ha subito forti pressioni dal centrodestra”

“Cda informato con le agenzie, la decisione è tutta politica”

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Roberto Natale è consigliere di amministrazione Rai, ma ha saputo della cacciata di Ranucci nello stesso momento in cui l’azienda informava le agenzie di stampa.

Natale, si aspettava un coinvolgimento diverso?

Le nomine dei conduttori non sono di pertinenza del Cda, ma nella seduta del 30 luglio era stato chiesto all’ad Rossi che i consiglieri fossero informati delle decisioni su Report, di cui invece abbiamo saputo insieme alle agenzie. Uno schiaffo voluto al Cda: anche per questo io e altri due consiglieri, Davide Di Pietro e Alessandro Di Majo, abbiamo subito scritto una nota per prendere le distanze da questa scelta dissennata che potrebbe avere strascichi in sede giudiziaria.

A cosa si riferisce?

A ogni eventuale legale o di danno economico che potrà essere valutato. L’azienda ha dato un colpo durissimo a Report, un programma campione di ascolti, in testa alle rilevazioni Qualitel sull’apprezzamento dei telespettatori e in grado di garantire pubblicità, in una stagione nella quale ci sarebbero ben altri problemi di ascolti di cui occuparsi.

La scelta è politica?

Non è stata data una motivazione per cui Ranucci è stato rimosso da Report. O si dimostra che l’amicizia con Lavitola, pur discutibile, ha influito sui contenuti di Report, o tutto il resto è di straordinaria vaghezza. Oltretutto Ranucci resta vittima inconsapevole di un attentato. Restano solo motivazioni di natura politica. Del resto c’è stata una impressionante campagna del centrodestra a cui si è data soddisfazione.

Rossi e Corsini hanno subito un diktat?

Su questa vicenda c’è stata una pressione politica fortissima, ma un vertice aziendale che ha minimamente a cuore l’azienda potrebbe almeno simulare un pizzico di autonomia, di orgoglio. Invece nessuno ha mai speso una parola a difesa di Report, insultato senza conseguenze anche da altri volti Rai.

È stata una procedura anomala?

Di anomalie in questa storia ce ne sono state tante. Abbiamo visto il Tg1 delle 20 fare un servizio su “le indiscrezioni” su un documento della redazione contro Ranucci. Noto che il Cdr dell’Approfondimento, gli inviati e i capi-autori hanno tutti contestato la decisione della Rai. Poi abbiamo visto pubblicati sul Tempo i compensi dei giornalisti: nulla contro il Tempo, ma sono dati che non vengono forniti neanche al Cda per ragioni di privacy. Qualcuno ha indagato su chi li ha fatti uscire, a proposito di etica?

A chi si riferisce quando parla di attacchi da dentro la Rai?

Possibile che sia consentito il pestaggio mediatico da parte di alcuni conduttori, come Salvo Sottile, che ha scritto decine di post contro Ranucci? È tutto sbagliato. La decisione della Rai è una drammatica dimostrazione di autolesionismo.


Mesi persi a parlare di leader ma il governo va conquistato con l’umiltà di una proposta


Dopo il referendum sulla giustizia l’opposizione avrebbe dovuto rendere credibile la coalizione con un programma. Se ci fosse, la questione premiership sarebbe meno incandescente

Mesi persi a parlare di leader ma il governo va conquistato con l’umiltà di una proposta

(di Michele Serra – repubblica.it) – Lo scorso aprile, quando era ancora fresca la secca sconfitta del governo nel referendum sulla giustizia, scrissi su questo giornale un articolo nel quale si chiedeva ai leader dei partiti di opposizione di non perdere tempo ed energie nella questione della leadership, e di rendere credibile, visibile l’ipotesi di una coalizione presentando agli elettori un programma di governo. Siglato il quale anche la questione della leadership sarebbe meno incandescente, perché chiunque ambisse a essere leader lo sarebbe a garanzia di un accordo politico, non degli interessi di uno solo degli artefici di quell’accordo.

Mi permetto l’autocitazione perché sono passati cinque mesi, ma quasi nulla (a parte qualche fotografia sorridente) sembra essere accaduto lungo la via di un’intesa politica solida, nero su bianco. E dunque potrei riscrivere oggi le stesse identiche parole: «Datevi una mossa, voi che guidate i partiti all’opposizione. Tutto ci aspettiamo da voi, nel bene e anche nel male, tranne un faticoso, inespressivo tergiversare tattico, sospettabile di nascondere interessi personali e interessi di partito. Non ne vogliamo sapere niente, delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che vi aspetta: unire le forze e mettere nero su bianco un programma di governo».

Da allora ad oggi si è parlato molto, anzi moltissimo, della questione della leadership e dei modi per stabilirla (primarie sì, primarie no). Pochissimo, o per nulla, degli obiettivi politici condivisi dagli aspiranti alleati, ovvero di ciò che chiamiamo “programma” non per formalismo, ma perché non si capisce quale altro movente, se non una visione concorde delle cose da fare, potrebbe animare una coalizione politica. Che cosa rimane in campo, in assenza di una intenzione politica condivisa, che non sia solo l’affermazione personale dei singoli leader, o aspiranti leader?

Ammesso e concesso che l’informazione politica, per come è congegnata, adora il gossip sui rapporti personali tra i protagonisti, e assai meno il resoconto dell’attività politica quotidiana (nelle istituzioni e sul territorio), rimane il fatto che, sul fronte del programma, o più vagamente del percorso comune che prima o poi, bene o male, volenti o nolenti gli aspiranti alleati saranno obbligati a fare, non si ha notizia certa. Dunque si è autorizzati a pensare che alcun programma comune sia alle viste. Le ragioni di questa omissione, volontaria o involontaria che sia, possono essere queste:

1 – Un programma comune è impossibile, perché troppo grandi sono le differenze politiche tra i partiti coinvolti. Obiezione: ma allora perché mai milioni di elettori, per non dire i milioni di non votanti, dovrebbero dare il loro voto a una coalizione nata morta?

2 – Conte e Schlein, i due azionisti di maggioranza dell’impresa “Campo Largo”, sono convinti in cuor loro che un programma comune sarà possibile, ma solo dopo che le primarie avranno insediato un leader: solamente allora sarà chiaro con quale pugno e quale calligrafia si potrà scrivere il programma. Obiezione: questo è il classico wishful thinking (in italiano, pio desiderio) perché è fortemente in dubbio che gli elettori di Conte, se sconfitti alle primarie, votino Schlein, e viceversa. Le primarie, come detto da molti (quasi tutti) coloro che sono intervenuti nel dibattito, per loro natura dividono, mettendo i candidati in conflitto tra loro. La sola condizione per renderle digeribili sarebbe – non ne vedo altre – che prima, non dopo, i gareggianti firmassero un programma comune, impegnandosi a realizzarlo.

3 – È il concetto di programma in sé a non appassionare i leader del centrosinistra. La considerano solo una lista virtuosa di bei propositi messi sulla carta. Bastano e avanzano, come collante, i famosi valori comuni, la Costituzione, il welfare, la pace che è molto meglio della guerra, i diritti che sono molto meglio della loro ininterrotta abrasione da parte del governo in carica. Obiezione: di andare a votare per i Sacri Principi, francamente, non si sente in giro molta voglia. Non per cinismo, ma per realismo. Nessun governo potrà mai trasformare questo Paese in un Giardino dei Giusti, né padri e madri costituenti risorgeranno dai sepolcri perché la sinistra, per il rotto della cuffia, vince un’elezione. Sarebbe già molto riuscire a far pagare le tasse a tutti o almeno a quasi tutti, difendere la scuola pubblica e la sanità pubblica, fare della sicurezza un tema di convivenza, di rispetto delle leggi, di protezione dei più indifesi e di solidarietà civica; non un tema da sceriffi nevrastenici, come è adesso. E dunque è obbligatorio, non facoltativo, che chi ci chiede il voto ci dica come, in concreto, punta a migliorare le cose nella direzione sopra detta.

4 – Siamo troppo impazienti, noi elettori. Un programma sarà fatto, un leader sarà scelto, è nell’ordine naturale delle cose. La destra ha fallito e dunque, per contrappasso, tocca alla sinistra governare. Accadrà perché deve accadere. Obiezione: sarebbe questa, tra le tante, la peggiore delle ragioni per non accelerare i tempi e lavorare a un programma comune. La sinistra, semmai l’abbia mai avuta, non ha alcuna pezza d’appoggio per vantare una superiorità “di partenza” di fronte alla destra. Non alcun diritto “naturale” al governo: deve conquistare i voti dei cittadini uno per uno, perché è più convincente e più laboriosa, certo non perché è più brava a prescindere. Proprio perché la coalizione oggi al governo non ha un programma comune, è divisa su molte cose e tenuta assieme quasi solamente dall’esercizio del potere, bisogna far valere sul campo una volontà di studio, di lavoro e di applicazione che possa attirare alla sinistra politica (che non brilla per questa qualità) una certa umiltà. Mettersi lì a testa bassa, lasciando da parte le ambizioni personali, e lavorare per un programma di dignità repubblicana, e di sollievo sociale, sarebbe infine una prova di umiltà molto apprezzabile.


Tempi, urne online e platea: duello Pd-5S verso i gazebo


I giallorosa trattano, ma i nodi sul tavolo sono ancora molti: Conte preferisce votare subito e anche sul web, c’è l’idea ballottaggio

Tempi, urne online e platea:  duello Pd-5S verso i gazebo

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – La partita dentro la partita. Perché prima di arrivare davvero alle primarie, il tema delle regole con cui tenerle sarà una strettoia da cui uscire incolumi, e non sarà semplice. E allora varie voci dal M5S come dal Pd lo sussurrano da settimane: “Bisogna mettersi al tavolo a discuterne, e di corsa”.

La platea primarie aperte o con pre-registrazione?

A oggi, è il principale nodo. Per il Pd è necessario individuare preventivamente chi potrà votare, con una pre-registrazione. Ma i 5 Stelle non ne vogliono sapere. “Dovranno essere consultazioni aperte a tutti i cittadini” è il mantra che ripetono dal Movimento. E su questo si innesta la questione del voto online. Per il M5S è indispensabile, anche per compensare la superiorità organizzativa dei dem per quanto riguarda le votazioni ai gazebo, di cui sono logicamente esperti. Mentre nel Pd hanno dubbi su possibili irregolarità nelle votazioni sul web, e quindi chiedono di regolarle con criteri precisi, quindi anche di limitarle, perché in Internet i 5 Stelle hanno più presa. Ovviamente sarà un punto rilevante anche la scelta della piattaforma su cui votare. Mentre dal M5S ricordano l’unico precedente di primarie tra Pd e Movimento: fu nel 2022, per le Regionali in Sicilia, e vide vincere l’allora dem Caterina Chinnici contro la 5Stelle Barbara Floridia. Si votò online, ma anche in via cartacea, in 32 gazebo allestiti nell’isola.

Quante fasi Turno unico o con un ballottaggio?

È un altro aspetto decisivo. Per i dem è necessario una votazione in due turni. Sanno che i candidati quasi certamente non sarebbero solo Schlein e Conte, e che altri nomi potrebbero togliere voti innanzitutto alla segretaria, favorendo il leader dei 5 Stelle. Come avverrebbe con una candidatura dell’area di Alessandro Onorato, assessore a Roma vicino al demiurgo romano dem Goffredo Bettini, che raccoglie consensi innanzitutto in un’area di amministratori dem o comunque di centrosinistra. Viceversa, il Movimento vorrebbe un turno secco. Ma in caso di più candidature, anche i 5 Stelle riconoscono che sarebbe complicato dire no a un ballottaggio.

Totocandidati La riffa dei nomi: centri e centrini

Si accennava sopra a molteplici candidature. Ma quante potrebbero essere ammesse, e in base a quali criteri? Alcune settimane fa, in un’intervista a Repubblica l’ex segretario del Pd Dario Franceschini lo ha detto dritto: “Bisogna evitare che le primarie diventino uno show mediatico in cui si può presentare chiunque. Vanno stabiliti criteri di presentazione: chi si candida deve rappresentare un’area politica, dei parlamentari”. Sembra un monito innanzitutto per i tanti “centrini” che potrebbero correre per poi chiedere posti in lista in chiave Politiche. Di certo il perimetro delle candidature sarà fondamentale. Quindi peserà anche la scelta di Avs. Candidando un nome forte sui temi della pace, potrebbe dare fastidio anche all’avvocato.

Linea Bettini Il comitato dei garanti: saggi al lavoro

Sul Fatto, Bettini ha lanciato l’idea di un gruppo di garanti che faccia materialmente le regole, composto da persone “sopra le parti”. Per esempio, costituzionalisti e politologi di area. Al Movimento la proposta piace, e difficilmente il Pd potrà dire di no. “Non possono essere i candidati a costruire le regole” dicono più o meno tutti. Il rischio naturale è che un organo del genere possa impelagarsi in discussioni normative, assorbendo quindi più tempo rispetto una trattativa ristretta ai politici.

I tempi prima di natale o a ridosso delle urne?

Conte vuole votare il prima possibile, cioè entro l’anno, così da permettere al vincitore delle consultazioni di condurre una campagna per Palazzo Chigi sufficientemente lunga, e nel contempo di smaltire le scorie politiche dello scontro interno. Finora dal Pd è filtrata la linea di tenere le primarie a ridosso delle Politiche, anche per sfruttare l’ondata di partecipazione della gente.


Quel rumore di fondo nel caso Report


Qual è il risultato della rimozione di Sigfrido Ranucci e della tempesta creata dentro la redazione? E a chi giova?

Cerveteri (Roma), 26 agosto: Sigfrido Ranucci

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Per capire quello che sta succedendo a Report, e dentro la Rai, bisogna provare a togliere di mezzo il rumore di fondo. Quello messo in giro dai fogli di propaganda della destra, dai siti di complemento, dalla politica che cerca rivincite, dai faccendieri dagli interessi oscuri, dalle dichiarazioni sbagliate e improvvide di Sigfrido Ranucci, provando a chiedersi: qual è il risultato della rimozione del conduttore e della tempesta creata dentro la redazione? E a chi giova?

Report è, da tempo, la trasmissione giornalistica più di successo della Rai. Ha fatto inchieste ottime e inchieste discutibili. È vista da qualcuno come un totem di infallibilità, da altri come un programma che troppo spesso procede a tesi. Ha ricevuto centinaia di querele per diffamazione, ma non è mai stata condannata in sede penale. Molte sono finite con delle mediazioni. Poche — lo dicono fonti Rai — a titolo oneroso.

È rimasta, in questi anni, un presidio di libertà dalle ingerenze dei partiti in una tv di Stato sterilizzata, quando non trasformata in strumento di propaganda al servizio del governo Meloni. Ce ne sono altri, fortunatamente. Ci sono conduttori, inviati di tg, autori, non disposti a farsi cantori delle narrazioni di Palazzo Chigi, ma è per loro — con tutta evidenza — sempre più difficile. E lo sarà ancora di più nei mesi a venire, quando la campagna elettorale tenderà a militarizzare ancora di più ogni spazio e ogni risorsa.

È chiaro, da tutte le tracce lasciate in giro dai difensori del governo e dai suoi stessi esponenti, che l’obiettivo della tempesta scatenata su Report sia un indebolimento del giornalismo di inchiesta, soprattutto quando si permette di toccare gli interessi di ministri, vedi alla voce Daniela Santanchè, authority come quella sulla privacy, aziende di Stato o apparati. E che a giovarsene sia una destra che ha messo la trasmissione nel mirino da anni e ha trovato ora l’occasione di colpirla delegittimandone il conduttore.

Mai si è visto un presidente del Senato che mette bocca su chi deve presentare una trasmissione televisiva. O un direttore dei programmi Rai che va ad Atreju definendosi fieramente sostenitore del principale partito di governo, incurante del fatto che questo renda ogni suo gesto sospettabile di ingerenza politica.

A questo punto però bisogna chiedersi: come si difende Report? Come si difende la presenza del giornalismo di inchiesta in una televisione pubblica sempre più attenta a non disturbare il manovratore? Certo non è un modo accettabile, né efficace, l’idea di Ranucci di paragonarsi a Piersanti MattarellaGiovanni FalconePaolo Borsellino, adesso perfino Giulio Regeni. Gli attacchi della politica e dei suoi bastonatori sono stati scomposti e violenti.

Gli errori, però, sono stati molti, a partire dal primo: fidarsi di un faccendiere come Valter Lavitola fino a considerarlo il proprio migliore amico. Sostenere che per un’inchiesta si andrebbe a cena con Totò Riina. Fare confusione con la propria vita e il programma che si conduce, come se non potesse esistere al di fuori di sé.

Ci sono errori deontologici nei ragionamenti di Ranucci e ci sono eccessi di vanità nei suoi racconti. Ci sono parole ingiustificabili riferite ad alcune presunte relazioni intime con stagiste di Report che Ranucci stesso rivela nel libro La scelta. Romanzando, dice ora. Senza rendersi conto del dislivello di potere e provando che il Metoo, in Italia, non ha mai attecchito nemmeno a sinistra.

Per difendere Report e l’importanza di una trasmissione di inchiesta nella televisione pubblica, dovremmo forse smettere di costruire totem intoccabili e di pensare che ci siano portatori di verità assolute o programmi sempre infallibili.

Dovemmo guardare agli errori del conduttore — che resta, secondo le carte giudiziarie, pur sempre la vittima di un attentato compiuto da un faccendiere con intenzioni oscure — senza usarli per distruggerne la reputazione, ma senza la condiscendenza dovuta a chi si considera dalla parte dei buoni.

Dovremmo pretendere dalla Rai che assolva alla sua funzione di servizio pubblico con più giornalismo, e meno cautele dettate dalla politica. Ma soprattutto, dovremmo chiedere ogni giorno una riforma che lasci i partiti — e soprattutto i governi — definitivamente fuori dalla tv di Stato, come previsto dal Media Freedom Act europeo. Non è una questione banale, è una questione di democrazia.


I dem le studiano tutte contro Conte premier


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] O partigiano portalo via”, potrebbe cambiare la prima strofa di Bella (anzi, bello) ciao, nella edizione riveduta e corretta su misura per Giuseppe Conte.

Non v’è chi non veda come nel Pd e derivati regni letteralmente il terrore per i sondaggi che danno (darebbero) vincente il capo del M5S in caso di corsa a due con Elly Schlein.

[…]

Da qui l’alluvione di proposte tese a cancellare le primarie per la scelta del leader del centro-sinistra (“Pericolo ordalia”, “resa dei conti”, “autogol” , “bagno di sangue” “Una sciagura, non fatemi votare”, implora Francesco Piccolo sulla prima pagina di Repubblica).

Appelli strappacuore mirati unicamente – inutile girarci attorno – a evitare la possibile vittoria dell’ex premier. Considerata questa, evidentemente, la conseguenza più catastrofica della cosiddetta scelta “dal basso”. Peggio ancora, si lascia sfuggire qualcuno, di un possibile bis della Meloni.

Quelle stesse primarie citate con enfasi una ventina di volte nello statuto dei Dem e popolarissime quando catapultarono, contro ogni previsione, Elly Schlein al vertice del Nazareno. Invece, questa volta, Conte lo hanno visto arrivare, e con largo anticipo, e dunque urge escogitare delle soluzioni, anche le più scombiccherate, per scacciare l’incubo.

Si va dal recupero della figura dell’“anziano partigiano”, purtroppo, per ragioni di anagrafe, trapassata a miglior vita (preferibile, in alternativa, un tenero virgulto diciottenne, possibilmente vivente) evocata speranzosamente da Roberto Speranza, e prontamente rilanciata da Angelo Bonelli. Al “nome simbolico” di Dario Nardella.

Senza contare le terze opzioni (Salis, Gualtieri, Manfredi): numero fatale il tre (Terza via, eccetera) che al centrosinistra non ha mai portato benissimo.

]…]

Insomma, pur di evitare la iattura Conte, si resuscita lo iettatorio “comitato dei garanti” (ma si potrebbe anche “aprire un tavolo”), rovistando in un armamentario che fa parte, a pieno titolo, del progressismo differito e fancazzista.

E allora, perché non estrarre a sorte il nome del candidato premier, ’ndo cojo cojo, dalle Pagine Gialle. O Bianche. O dalla Guida Monaci? Oppure lanciare una monetina per aria come fanno gli arbitri di calcio (ahi, sul nome dell’arbitro si aprirebbero sicuramente altri contenziosi)? O anche indicare il prescelto (a) al termine di una sfida sui cento metri, o al ping-pong, o al karaoke.

Sconsigliato invece un referendum al Cefalù bistrot di Lavitola, tra le menti raffinatissime appassionate di vongole sgusciate.

Resta il fatto che all’interno di una coalizione che dovrebbe, per l’appunto, coalizzarsi per vincere le prossime elezioni, il vero problema consiste nell’azzoppare un possibile candidato alla premiership. Altro che leggendario programma! Altro che sconfiggere Giorgia Meloni! “O partigiano, portalo via”.


I legali di Ranucci alla Rai: pronto il ricorso d’urgenza


Missiva. Gli avvocati chiedono “i fatti” alla base della cacciata: “Chi ha deciso?”. Il ritorno in video per “discriminazione” può esser rapido. Anche Presutti cenava da Lavitola

I legali di Ranucci alla Rai: pronto il ricorso d’urgenza

(estr. di Alessandro Mantovani – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli avvocati di Sigfrido Ranucci hanno risposto ieri sera, dopo poco più di 24 ore, alla rimozione del conduttore di Report. Al direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, chiedono di conoscere “i fatti e le circostanze che avrebbero integrato, secondo l’Azienda, le ‘continue pressioni’ a cui sarebbe sottoposta la redazione di Report”, nonché “i nominativi delle persone che avrebbero sottoposto la redazione a tali ‘continue pressioni’”, che erano state evocate, ma non spiegate, nell’email inviata venerdì da Corsini a Ranucci per dargli il benservito. E ancora, gli avvocati Roberto De Vita e Stefano Rossi, il primo coordinatore del pool legale e il secondo giuslavorista, chiedono di spiegare le “percezioni di opacità”, le “commistioni”, le “interferenze che avrebbero incrinato la serenità produttiva e il necessario carattere di indipendenza e imparzialità del programma Report” e la “obiettiva situazione di incompatibilità”, di cui ha scritto sempre Corsini senza addurre un solo fatto specifico, né la relativa documentazione.

[…] I legali vorrebbero conoscere anche “l’atto o gli atti mediante i quali è stata assunta la decisione, con indicazione dell’organo o del soggetto che l’ha adottata, dell’istruttoria eventualmente svolta e dell’atto con cui la S.V. (Corsini, ndr) è stata autorizzata a formulare le tre ipotesi di incarico” proposte a Ranucci: vicedirezioni ad personam al Tg3 o a Rainews 24 o l’ufficio di corrispondenza del Cairo. Non sono incarichi nella disponibilità del direttore Approfondimento da cui dipende Report, devono aver coinvolto i vertici aziendali e le direzioni di testata. Non si capisce, peraltro, se davvero c’è un’“obiettiva incompatibilità” di Ranucci a Report, perché mai non dovrebbe esserci in altri incarichi. Ma soprattutto non si capisce chi l’abbia accertata e come. La Rai infatti ha provato a mandare via Ranucci con una deliberazione del Comitato etico, che il 13 agosto ha trasmesso ai dirigenti il suo parere – rimasto riservato ma evidentemente inutile allo scopo, altrimenti sarebbe stato citato da Corsini. Né è stato avviato un procedimento disciplinare, che richiederebbe una comunicazione all’interessato.

I due avvocati danno sette giorni di tempo all’azienda per rispondere, “con espressa riserva di ogni azione anche cautelare e d’urgenza, diretta a ottenere la cessazione degli effetti” della cacciata di Ranucci, “nonché il risarcimento di tutti i danni”, scrivono De Vita e Rossi. Si preparano a un ricorso d’urgenza al giudice del lavoro ai sensi del decreto legislativo 216/2003 contro le discriminazioni sul lavoro, che consente anche la richiesta di misure cautelari rapide, in poche settimane. Se vincesse, Ranucci potrebbe tornare presto sul ponte di comando di una trasmissione che ha sempre fatto ottimi ascolti, parato un fuoco infinito di cause e azioni civili, respinto le pressioni – quelle sì con nomi, cognomi e indirizzi – di poteri pubblici e privati. Non sarebbe la prima volta che il giudice ordina alla Rai di reintegrare un giornalista in video: c’è il precedente celebre di Michele Santoro, colpito dall’editto bulgaro berlusconiano del 2003 e quello meno noto di Filippo Gaudenzi, che poi preferì un risarcimento. La natura politica della decisione del resto si evince anche dall’infinita serie di attacchi della destra di governo e dei suoi giornali al conduttore e al programma, che durano da anni ma hanno assunto violenza e intensità impensabili da quando è emerso il coinvolgimento di Valter Lavitola, il faccendiere che era amico di Ranucci, nell’attentato dell’ottobre 2005 sotto casa di quest’ultimo. L’amicizia con Lavitola, in sé, non può essere un problema: i vertici Rai ne sono a conoscenza dal 2023. Naturalmente i legali sono pronti anche a far valere il demansionamento imposto a Ranucci dopo 10 anni di conduzione di Report, ma con tempi processuali più lunghi.

[…]

Anche nella prospettiva di un eventuale ritorno di Ranucci per via giudiziaria, la Rai ha scelto di affidare la conduzione di Report a due figure poco note, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, 36 e 45 anni, assunti con l’ultimo concorso, profili obiettivamente fragili per un incarico così impegnativo. Molto meglio non bruciare un altro conduttore affermato.

In attesa dell’incontro di mercoledì 2 con Corsini, si preparano a una battaglia pubblica anche gli inviati storici del programma, che hanno rigettato come “irricevibile” le scelte azienali. Bernardo Iovene e Giulio Valesini, i due inviati che erano stati chiamati al ruolo di capi autore, hanno rinunciato. Sembrano anche ricomporsi le fratture interne. E Domani ha pubblicato una foto di Presutti al ristorante di Lavitola, come noto piuttosto frequantato.


Roma provincia di Kiev


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Siccome pensa di averci ormai mitridatizzati a ogni veleno, il nostro sgoverno ha pensato bene di arruolare come consulente per la guerra a non si sa bene chi l’ex ministro della Difesa ucraino Mikhaylo Fedorov. Un mese fa Zelensky l’aveva licenziato: non, come si usa da quelle parti, perché fosse agli arresti o stesse per finirci; ma perché tentava di bonificare gli appalti militari, che hanno portato in galera decine fra ministri, viceministri e funzionari per aver rubato montagne di soldi nostri. Quindi era diventato molto popolare, come Zelensky nel 2019, quando fu plebiscitato al posto di Poroshenko, oligarca corrottissimo e fantoccio Nato, perché prometteva guerra al malaffare e pace con Mosca, salvo poi fare l’opposto. E chi dà ombra al democratico Zelensky deve sparire. Prima il generale Zaluzhny, poi Fedorov. Questi ha spiegato l’epurazione con la sua battaglia per la trasparenza e con la gelosia del presidente. Che lui accusa di non volere le elezioni malgrado sia scaduto da 27 mesi (“La democrazia non è un lusso da tempo di pace”) e di coprire il sistema corrotto (“Dovrebbe rispondere a molte domande sulle indagini”). Infine ha rotto il tabù della propaganda ucraino-europea ammettendo che “Kiev sta lentamente perdendo la guerra”. Poi è anche un furbetto che cerca sponde Usa dai soliti Musk e Thiel e illude il popolo sulla “guerra dei droni” che dovrebbe sostituire quella delle truppe in trincea e alleviare pure i reclutamenti forzati: invece è proprio la penuria di “carne da cannone” ucraina che ha segnato fin dall’invasione del 2022 le sorti del conflitto a vantaggio della Russia.

[…]

La domanda a questo punto è semplice: che è saltato in mente a Meloni e Crosetto di ingaggiarlo? Vogliono trasformare l’Italia nella discarica di Zelensky? O condividono che la scommessa sulla vittoria ucraina era una baggianata e che il regime che continuano a foraggiare e armare è ben poco democratico e corrotto fino al vertice? Il fatto che Fedorov non costi (per ora) altri soldi ai contribuenti italiani significa che darà qualche parere quando capita fino alle elezioni ucraine: un advisor più di facciata che altro. Ma le supercazzole di Crosetto esaltano le sue “significative esperienze nel campo dell’innovazione digitale applicata alla Pa e alla difesa”, come se le nostre università non avessero esperti d’eccellenza (addirittura premi Nobel) e dovessimo importarli da uno dei Paesi più falliti, mal governati e corrotti d’Europa. E come se già non fossimo (purtroppo) all’avanguardia sul mercato della morte. Fedorov, forse scambiando Roma per Kiev, promette di “assistere l’Italia nell’adozione di tecnologie di guerra moderna”. Qualcuno, magari il “garante della Costituzione”, dovrebbe spiegargli che l’Italia ripudia la guerra: moderna e pure antica.