Il costituzionalista: “Si rischia di dare alla maggioranza la chance di eleggere in autonomia tutti gli organi di garanzia”

(di Gabriella Cerami – repubblica.it) – ROMA – Chi ha proposto la nuova legge elettorale «non ha imparato la lezione della Corte costituzionale». È il giudizio di Gaetano Azzariti, costituzionalista dell’università La Sapienza.
Secondo i proponenti garantisce la stabilità, è così?
«Nella sentenza numero 1 del 2014 la Consulta ha detto che certamente la governabilità è un obiettivo legittimo. Ma la stessa Corte ha ricordato che prima della stabilità c’è un valore su cui si fondano le nostre democrazie che la rappresentanza politica. La governabilità non può comprimere eccessivamente la rappresentanza politica».
Con la nuova legge in che modo verrebbe compressa?
«Con l’abbandono di tutte le logiche di carattere proporzionale. La soglia fissata per un riparto proporzionale è del 35-40% ed è distorsiva. Perché poi tramite il ballottaggio, o peggio tramite un numero eccessivo di seggi premiali si persegue una maggioranza che può rivelarsi eccessiva».
Perché eccessiva?
«Si rischia di dare alla maggioranza la possibilità di eleggere autonomamente gli organi di garanzia, cioè il presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i membri del Csm. In questo modo viene escluso il ruolo delle minoranze, e ciò dimostra una fortissima disattenzione per il ruolo del Parlamento a favore di una governabilità tutta incentrata nelle mani del governo».
Poteva essere l’occasione per rintrodurre le preferenze?
«È la dimostrazione della insensibilità dell’attuale classe politica rispetto all’opinione pubblica e alla giurisprudenza della Corte, che ha ricordato come i deputati non possono essere nominati dalle segreterie dei partiti. C’è un rischio evidente che anche questa legge elettorale sia dichiarata incostituzionale ove le liste bloccate risultassero essere troppo lunghe».
È stato stabilito un massimo di sei candidati. Con la legge attuale sono tre o quattro candidati per lista.
«Sei è un numero al limite di incostituzionalità. Più si allungano e più c’è il rischio di non rispettare la Corte. Ma questo dipenderà dal numero dei collegi, che è necessario aumentare rispetto a quelli attuali, per fare in modo che le liste rimangano brevi. È tempo di tornare a un proporzionale puro».

(di Mila Fiordalisi – wired.it) – Via alla “tassa” per la copia privata sul cloud nonostante la levata di scudi di molte associazioni e stakeholder che per mesi hanno battagliato con l’obiettivo di convincere il ministero della Cultura a fare un passo indietro.
Eppure, il ministro Alessandro Giuli ha firmato il decreto (inviato agli organi di controllo per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) che aggiorna le tariffe relative all’equo compenso per le opere audio e video tutelate da diritto d’autore […] e, per la prima volta, include nel perimetro anche gli spazi di archiviazione in cloud. Insomma, un unicum a livello mondiale.
Stando a quanto si apprende, mentre siamo in attesa della pubblicazione del testo definitivo, il compenso mensile per utente calcolato per gigabyte (GB) di memoria equivale a 0,0003 euro fino alla soglia dei 500 gigabyte e di 0,0002 euro per ogni giga aggiuntivo oltre i 500. E in ogni caso il compenso mensile massimo è fissato a 2,4 euro. Mentre non è previsto alcun importo per archiviazioni fino a 1 GB.
Confindustria si spacca, Anitec-Assinform chiede un tavolo urgente
Ma la partita potrebbe non chiudersi qui. A poche ore dall’annuncio della firma del decreto da parte del ministro Giuli si è scatenato un vero e proprio putiferio.
Al netto dei favorevoli alla misura a partire dalla Federazione industria musicale italiana (Fimi), Nuovo Imaie e naturalmente la Siae, la Società italiana degli autori ed editori, nelle cui casse sono entrati circa 120 milioni di euro l’anno nell’ultimo triennio 2023-2025, a fronte di un picco di circa 150 milioni nel biennio precedente, sul piede di guerra le principali associazioni dell’Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione).
E in Confindustria si è addirittura creata una spaccatura totale sulla questione: se da un lato Confindustria Cultura (la federazione che riunisce le imprese produttrici di contenuti culturali) plaude al provvedimento, Anitec-Assinform (l’associazione che raggruppa le imprese Ict e dell’elettronica di consumo) considera le misure anacronistiche e pericolose […]
L’Associazione è preoccupata, oltre che dalla questione del cloud storage, anche per l’aumento generalizzato delle tariffe per la copia privata che dovrebbe essere di circa il 20%, “misure che rischiano di tradursi in nuovi costi per cittadini e imprese e di incidere sull’attrattività del mercato italiano per gli operatori tecnologici”.
[…]
Il primo dei rischi messi nero su bianco riguarda la doppia imposizione lungo la filiera: di fatto “chi ha già versato il compenso su supporti e dispositivi di storage rischia di subire un ulteriore prelievo, questa volta mensile e cumulativo, per la mera disponibilità di spazio cloud”.
Riguardo all’applicazione delle tariffe ai servizi cloud B2B “non è riconducibile alla copia privata di opere protette” e dunque sarebbe “indiscriminata” mettendo a rischio lo storage usato da imprese e pubbliche amministrazioni per backup, continuità, operativa, compliance, elaborazione dati e sicurezza.
E, ancora, “gli oneri di compliance e rendicontazione sono sproporzionati” e avranno “un impatto particolarmente gravoso per pmi e operatori nazionali”. Per non parlare delle “distorsioni concorrenziali” e del “rischio di penalizzazione degli operatori con sede operativa in Italia, a vantaggio di grandi piattaforme internazionali difficilmente raggiungibili dal meccanismo di controllo e prelievo”.
“Siamo sconcertati: le anticipazioni di agosto vengono confermate senza modifiche sostanziali. Nel momento in cui timidamente si sta parlando di supportare il cloud nazionale ed europeo, nell’ottica della sovranità digitale, il prelievo sul cloud storage rischia di trasformarsi in una doppia imposizione e in un freno agli investimenti digitali italiani”, commenta il presidente di Aiip Giuliano Claudio Peritore.
E la presidente di Assintel Paola Generali evidenzia che “colpire indiscriminatamente lo storage cloud significa introdurre un onere parafiscale su un’infrastruttura abilitante per competitività e innovazione. È una misura incoerente con le politiche di digitalizzazione e con la Strategia Cloud, e rischia di aggravare i costi per imprese e professionisti”.
[…]
Sul fronte aziende è Google a lanciare per prima l’allarme: “Sembrava una proposta senza alcuna base invece l’hanno approvata davvero: il ministero della Cultura ha deciso che i cittadini italiani dovranno pagare la cosiddetta ‘copia privata’ anche sullo spazio cloud.
Anche quando quello spazio è gratuito. E persino quando quello spazio non è utilizzato. Solo perché esiste e quindi potrebbe in teoria essere usato per caricarci una canzone piratata.
L’Italia è il primo paese al mondo a fare questa scelta, ed è davvero triste avere questo primato”, commenta sul suo profilo Linkedin Diego Ciulli, head of Government affairs and Public policy di Google Italia.
“È una decisione contro tutte le evidenze che mostrano che le persone sul cloud caricano le proprie foto, i propri documenti, non i contenuti protetti da diritto d’autore che negli ultimi anni la fruizione di contenuti legali in streaming è cresciuta costantemente.
E soprattutto, che la copia privata viene già pagata quando si acquista un telefono o un computer. E non è possibile accedere al cloud senza un dispositivo”.

(di Lina Palmerini – il Sole 24 Ore) – A tre settimane dal referendum arriva l’accordo di maggioranza sulla legge elettorale.
Si potrebbe parlare di un’accelerazione, se non fosse che il testo era in cottura da un po’, ma non si può negare che lo sprint finale ci sia stato. Lasciando da parte i dubbi di legittimità […], ci sono domande più politiche e la prima è quale sia il vantaggio per Meloni e i suoi alleati ad aver chiuso un’intesa prima del 22 e 23 marzo.
L’ipotesi più immediata è che ci si tiene pronti per affrontare l’esito del test popolare non escludendo nulla. Nemmeno il voto anticipato. Serviva, quindi, una nuova legge elettorale e – soprattutto – più conveniente per la destra, almeno sulla carta.
[…] Molti si sono chiesti come mai la Lega abbia accettato un nuovo sistema che sulla carta la penalizza. Con l’attuale legge (e i collegi), il partito di Salvini è riuscito a incassare molti più parlamentari in rapporto alla propria forza elettorale. Per fare un esempio, il Carroccio ha solo 10 onorevoli in meno rispetto al Pd ma ha la metà dei voti dei Dem.
Ecco, come mai il leader leghista ha rinunciato a una legge così vantaggiosa? C’è chi dice sia un prezzo pagato a FdI sul Veneto per avergli lasciato la presidenza della Regione, chi invece ipotizza garanzie sulla futura squadra.
Dicono, poi, che da un po’ aleggi una certa diffidenza sulla Lega, sul fatto che non si impegni abbastanza per il “sì e per le divisioni interne dopo il caso Vannacci.
Anche per questo gli alleati avrebbero scelto di chiudere l’intesa prima del referendum, per non far esplodere le tensioni il giorno dopo. Tra l’altro, queste nuove regole lasciano aperta la questione del generale. Prenderlo a bordo e rischiare un effetto respingente sui moderati?
Oppure affidarsi alla matematica e sommare la sua percentuale? Sarà un bivio difficile da imboccare.

(Tommaso Merlo) – I sionisti vogliono distruggere anche l’Iran in modo da dominare la regione ed imporre con la forza i propri deliri ideologici. Già, il fascismo israeliano è l’unico vero problema in Medioriente, tutto il resto è una conseguenza. Grazie a Gaza lo sta capendo il mondo intero. I sionisti non vogliono nessuna pace e nessun accordo coi palestinesi, vogliono quella terra ad ogni costo fregandosene di tutto e di tutti. L’unica novità è che è dilagata la verità. Da decenni i sionisti si nascondono dietro all’ebraismo sfruttando i sensi di colpa occidentali, ma la maggioranza degli ebrei sparsi per il mondo schifa il sionismo e chi contesta Israele lo fa per ragioni sacrosante ed esclusivamente politiche. Da decenni si spacciano come democrazia modello che combatte contro l’inciviltà islamica, ma a Gaza il mondo intero ha capito chi sono davvero le vittime e chi i carnefici. E che terroristi siamo solo i nemici di Israele e non chi stermina decine di migliaia di donne e bambini inermi, è una barzelletta che non fa ridere nessuno. Ma come ogni fanatismo ideologico, anche il sionismo piuttosto che rallentare va a sbattere. E così accusano ogni oppositore di antisemitismo, intimidiscono le voci fuori dal coro, manipolano i fatti con la rete di potere politico e giornalistico che ancora possiedono nei palazzi occidentali e comprano social media e case cinematografiche per una censura ed una propaganda ancora più capillare. Ma è troppo tardi. È dilagata la verità e il mondo gli ha voltato le spalle per sempre. Anche rispetto all’Iran che Israele colpisce da anni con attacchi terroristici a cui Teheran ha sempre risposto in maniera composta e nel rispetto del diritto internazionale. E a detenere illegalmente la bomba atomica e bombardare barbaramente ovunque, è Israele, non l’Iran. Che la resistenza al sionismo venga marchiata come terrorismo criminale, mentre il sionismo osannato come superiore civiltà occidentale all’opera, è un’altra barzelletta che non fa ridere nessuno. È l’ideologia sionista il vero ed unico problema in Medioriente e il governo di estrema destra guidato da quel mostro genocida di Netanyahu, ha reso palese tale verità. Dopo oltre settant’anni di persecuzione del popolo palestinese e guerre combattute per conto del sionismo dagli americani e dai suoi zerbini europei, non poteva mancare il regime degli Ayatollah la cui unica vera colpa è essere dalla parte dei palestinesi. Per infinocchiare le masse di telespettatori, questa volta usano i dissidenti. Già, dopo la complicità in un genocidio, i governanti ci vogliono far credere che ci tengono alle libertà democratiche altrui. Ma per il sionismo Trump è una occasione che non possono perdere. La lobby ha in tasca da tempo quel vecchio maiale narcisista e oggi controllano ancora l’intero Congresso, ma potrebbe essere l’ultimo giro di giostra perché scioccati da Gaza, gli americani non vogliono avere più nulla a che fare col sionismo. Vogliono che la lobby la smetta di corrompere il loro paese facendogli buttar via immense risorse e che Israele se la sbrighi da solo. E quanto tali idee dalle strade arriveranno al governo, segnaranno la fine storica del sionismo che da solo circondato da una moltitudine di arabi, è spacciato. Per questo stanno accelerando, nelle strade della Palestina come a Washington. E dopo ben sette visite, quel mostro genocida di Netanyahu è riuscito a far dispiegare i Marines nel Golfo. Trump sta trattando sperando che gli iraniani cedano sotto minaccia e che tutto si possa risolvere con un rapimento alla Maduro, ma il quadro è più complesso. Quelle dei sionisti sono pretese irricevibili, adesso vogliono che l’Iran rinunci a difendersi e quindi ad esistere. Un classico dei fascismi che pretendono per loro diritti che negano agli altri. Trump è stato poi frenato dai suoi generali, pare che i Marines siano a corto di munizioni a furia di guerreggiare e pure di fiato. L’Iran produce poi missili ipersonici che nemmeno gli americani hanno e che sono inarrestabili con le difese aeree tradizionali e dai cinesi ne hanno ricevuti di specifici per affondare le portaerei. Un bel casino. Se Trump si ritira senza colpire sarebbe uno smacco storico per l’Impero e rischia pure che la lobby gli faccia fare la fine di Charlie Kirk o che qualcuno condivida video che lo ritraggono ad abusare di ragazzine minorenni. L’Iran da parte sua ha sempre trattato per trovare soluzioni diplomatiche ma si prepara da decenni per questo specifico scontro. Sa che l’obiettivo dei sionisti è il cambio di regime ed il caos e potrebbero preferire il martirio alla distruzione. Se quella occidentale è l’ennesima aggressione illegale, la loro è una guerra esistenziale che con l’aiuto di Cina e Russia possono vincere soltanto resistendo. Già, grazie a Gaza il mondo intero sta capendo la verità. Il fascismo israeliano è l’unico vero problema in Medioriente, tutto il resto è una conseguenza. Ed essendo quello il problema, sradicarlo come fatto con le ideologie del secolo scorso è la soluzione. Solo a quel punto si potrà aprire una nuova era di dialogo, di uguaglianza e di pace in Medioriente.

(Marcello Veneziani) – Crolla il mondo, avanza il panico dell’ignoto ma poi arriva il Festival di Sanremo a rassicurarci che il mondo continua con le sue vecchie abitudini e le dolci banalità. Ah, la Tradizione, o chi ne fa le veci. Questa, in fondo, è la gratitudine che dobbiamo al Festival di Sanremo: il senso di una continuità, il conforto di una ripetizione, l’illusione che le tragedie passano ma le canzoni restano, e l’Italia è un appendice della tv, un dopo-festival che dura un anno, come un dopo-sci e un dopo-miss. Così scrivevo più di vent’anni fa, credo 24, ai tempi in cui Sanremo lo conduceva Pippo Baudo. Tutto è cambiato da allora, ma nulla è cambiato per altri versi. E riprendo quelle considerazioni di un tempo, che mi sembrano largamente inalterate, a riprova che questo paese è liquido ma anche fossile.
Il festival di Sanremo, è risaputo da decenni, è diventato un luogo topico dell’autobiografia della nazione. Possono marcire tradizioni antiche e un tempo assai consolidate, possiamo scoprire che l’Italia cattolica non va più a messa e se ne frega dei comandamenti, manda all’aria la famiglia, sua architrave ormai allo sbando. Ma le piccole abitudini, i piccoli appuntamenti leggeri, quelli restano. La Restaurazione ha vinto, e dopo Baudo ci sarà ancora Baudo. Sanremo è una piccola eternità applicata al video, cinque interminabili serate e cinque interminabili nottate precedute da infinite anticipazioni e preparativi, lungo tutto un anno.
Ora non sarò certo io a compiere il reato di vilipendio di Sanremo o il peccato di blasfemia di bestemmiare il festival e i suoi demiurgi. Dio me ne scampi, non si possono far crollare le ultime certezze del paese. Quel che vorrei sommessamente obbiettare riguarda semplicemente il rango, il grado d’importanza. Sanremo esiste e guai a chi lo tocca; ma pretendere cinque giorni di raccoglimento nazionale intorno a un festival, non vi pare un po’ troppo? È l’esagerazione che spaventa, il primato del Leggero sull’Autentico, del Fatuo sull’Essenziale. Un po’ come miss Italia o gli eventi sportivi a ripetizione.
Che l’Italia sia un paese allegro, con tendenza alla leggerezza, può fare anche piacere. Però in Italia vige da anni il primato assoluto del comico, del canoro e del cazzeggio sulla realtà. Questo paese, dicevo allora, sta diventando la copia della televisione, la sua appendice e la sua scimmia. Allora ti stropicci gli occhi e dici: ma in che razza di paese vivo, in un luna park di eterni bambini o di maturi imbecilli? Non c’è nulla di male che ci piacciano le canzoni, i comici, e sempre meno il calcio e le belle gnocche. Ma c’è qualcosa di patologico se la nostra identità collettiva, il nostro sentirsi italiani, è praticamente affidato solo a quello, alle canzoni, ai comici, al calcio e alle veline; ovvero a tutto quello che somministra il Video. Svegliamoci, pupe e puponi connazionali, la vita è altrove. Questo lo scrivevo, grosso modo, più di vent’anni fa: il mondo corre in fretta, tutto cambia velocemente, la tecnologia fa passi da gigante, ma l’Italia è ancora lì a vedere Sanremo o a imprecare contro Sanremo. Con la destra, con la sinistra, con tutti i governi possibili, perfino con Trump. Gli strani raggiri della vita, che va così di fretta da essere immobile.
Il suo popolo è abbandonato da Trump e Putin

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Cayo Falcones: forse è la nuova baia dei Porci della futurologia trumpiana. O forse è soltanto un fattaccio nel traffico di fuggiaschi dall’isola disseccata dalla miseria e dall’embargo che si svolge con la Florida. Ma forse fornirà la scintilla per chiudere, dopo settanta anni, la partita con Cuba e far pulizia in un molesto angolino del cortile di casa, dei tropici americani.
A parte una illanguidita parentesi ai tempi di Obama, per altro un’altra delle sue mossette bigie, scenografie parolaie, chiacchiere velleitarie, Washington non ha mai rinunciato a restaurare il dominio totale sull’isola, un osso in gola sia sul piano simbolico e che geostrategico: blocco nel 1960, aggressione militare nel 1961, tentativi di assassinio dei leader (i sigari al cianuro stile Kgb…), leggi extraterritoriali per rafforzare l’embargo, sanzioni sempre più violente nei due mandati di Trump. Cuba è stata messa in vendita. Deve cadere come un frutto marcio sul suolo della Storia.
Tra qualche giorno, chissà, la Casa Bianca metterà in circolo immagini virtuali come quelle di Gaza per i devoti – sono tanti! – della religione del “Vello d’oro”: Trump e Rubio, segretario di Stato e figlio di emigrati cubani (non di esuli) a pancia all’aria sul Malecòn con sfondo di meravigliosi alberghi, night e bordelli di lusso: citazione dei tempi d’oro dei casinò e delle puttane, l’era di Fulgencio Batista, dittatorello caraibico spazzato via dalla revolución de los barbudos e della sierra maestra con gran dispetto americano.
Il modello da replicare con l’intelligenza artificiale c’è già: la Torre K, hotel di lusso di 42 piani nel centro de L’Avana proprietà delle forze armate, rivoluzionarie ma engagé nei traffici. Una nuova gestione made in Usa farebbe il tutto esaurito di miliardari. Perché no? Rubio il nuovo Batista… Trump non ha forse condiviso un messaggio su Truth in cui era scritto: «Rubio presidente di Cuba»?
Trump, bigotto della religione delle palanche, dietro le solite moine sul portare la libertà ai cubani (che lui sta relegando alla fame) vuole la cancellazione del sistema economico dell’epoca di Fidel che la mafia castrista, sopravvissuta al Líder Máximo, cerca di aggiornare ma alla cinese: continuando cioè a controllare rigidamente la società. Cuba deve diventare invece un grande affare a stelle e strisce… Come a Caracas questo è il cambio di regime: se saranno obbedienti soci di minoranza anche “i comunisti” possono restare nel consiglio di amministrazione. E se fosse una tentazione anche con i sanguinari ayatollah petroliferi di Teheran? Miliardi e tirannie, vecchi complici da sostituire con altri più efficienti: l’ordine coloniale americano ha forme sociali economiche giuridiche immutabili, modellato come un immenso artefatto destinato a durare e non a trasformarsi. Trump ne è una figurina, megalomane ma temporanea.
L’imperialismo americano è iniziato a Cuba a fine Ottocento (dopo l’aggressione di tipo putiniano al Messico nel 1846): una invasione ovviamente per esportare la libertà nell’ultimo frammento del decadente impero spagnolo e attuare la dottrina di Monroe: l’America agli americani, cioè noi! Tutto iniziò con una bugia: l’attentato a una nave da guerra americana, il Maine, in realtà esplosa per imperizia e incuria nello stivaggio del carbone… Chissà se la imbarcazione mitragliata dai cubani…
Negli anni Sessanta furono gli americani a offrire all’Unione Sovietica una sponda nel Nuovo Mondo, un vero intervento della Nemesi. La politica ostile di Washington gettò l’allievo modello dei gesuiti, Fidel Castro, nelle braccia di Mosca. Come un dono caduto dal cielo della Storia, dove ahimè non regna la dialettica ma la casualità, i russi ricevettero una base politica e militare in America. Per l’ennesima volta l’America Latina fu trasformata per volontà di altri in un campo di battaglia delle grandi potenze. Spalancando una eresia nella dottrina di Monroe.
Nuovi brividi atomici? Difficile che oggi Putin voglia correre i rischi di Kruscev per difendere i cari alleati de L’Avana, già traditi da Gorbaciov. Nella ambigua partita che sta giocando con Trump il leader russo sembra disposto a sacrificare molti pedoni della sua scacchiera: Bashar al-Assad, Nicolás Maduro, forse perfino Ali Khamenei… Impotenza dovuto al pantano ucraino? Forse si è accorto che i trionfi di Trump sono di latta, fanfaronate che si spengono rapidamente. Il presidente americano vive di recite in continua mutazione ma in quanto scenari di cartapesta senza futuro, facili da smontare per essere allestiti poche ore dopo su un’altra piazza. In regime nichilista le inverosimiglianze non hanno alcuna importanza, la finzione racconta meglio la realtà della realtà stessa. La cosiddetta repubblica imperiale americana ha superato il suo zenit nel 1989 e ha iniziato la fase discendente. Ma è processo lento, la Spagna impiegò un secolo. Non si vede però un nuovo astro storico; certo non la Russia di Putin mai uscita dalla normalità della pietrificazione.
I cubani sono disperatamente soli. Nulla più li unisce al castrismo se non la repressione e la forza di inerzia, sono diventati figli del nulla in questo disordine mondiale. Le parole che un tempo erano grido di guerra, sfida, affermazione, sparo indirizzato contro il nemico, esplosione nell’aria, rivoluzione, libertà, anti-imperialismo (sì, sento già ridere…) sono entità immaginarie, ambiguità senza più magia, fantasmi, bugie. L’unica realtà è la libreta, la tessera che non basta più per comprare il pane quotidiano, triste simbolo dei regimi falliti. Come i palestinesi, gli iraniani, i sudanesi, i curdi, i siriani anche loro sono anomalie non più sopportate, infrazioni a una presunta regola universale, realtà riducibili, vittime dei fautori dell’istante contro la durata, del virtuale contro la realtà, delle bugie contro i fatti. Hanno un’unica via: iniziare con sé stessi. Non certo con Trump.
“Via i listini bloccati, servono le preferenze”: così oggi Meloni tradisce 10 anni di promesse sulla legge elettorale. Diceva: scelgano i cittadini, non come col fascismo

(estr. di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidino.it) – […] Tanto per cambiare, nell’intesa notturna nel centrodestra sulla nuova legge elettorale non c’è traccia delle preferenze. E stavolta c’è da sorprendersi un po’ più del solito, perché da più di dieci anni Giorgia Meloni ripete che la strada maestra sia smantellare i listini bloccati, garanzia di raccomandati in Parlamento. L’argomento spaventa a tal punto le segreterie dei partiti che neppure un decennio di posizioni pubbliche della presidente del Consiglio è stato sufficiente a garantire un cambiamento in questa direzione. E così, come per le altre promesse mancate, a Meloni potranno essere rinfacciate svariate dichiarazioni in materia, sia ai tempi dell’Italicum sia nella fase del Rosatellum fino alle discussioni degli ultimi mesi. Frasi nette in cui il listino bloccato era persino accostato al “fascismo”.
[…]Basta Porcellum. “Siamo disposti a trattare di qualunque riforma elettorale con un’unica condizione: non siamo disponibili alla riproposizione delle liste bloccate. Vogliamo che i parlamentari vengano scelti dagli italiani e non dalle segreterie di partito” (16 gennaio 2014).
Dubbi attualissimi. “Non è curioso chiedere l’elezione diretta del capo dello Stato, ma impedire al popolo di scegliere i parlamentari blindando le liste bloccate?” (19 gennaio 2014).
Che orrore! “La Camera boccia l’emendamento di FdI per introdurre le preferenze. Ancora una volta parlamentari nominati. Che schifo” (11 marzo 2014).
Ultimatum. “I grillini vadano fino in fondo e dicano che se non ci saranno le preferenze non voteranno la legge elettorale, altrimenti significa che stanno continuando a prendere in giro gli italiani” (8 giugno 2017).
Partigiana Giorgia. “Voglio dire a Emanuele Fiano che l’unica cosa fascista l’ha fatta lui, perché nel fascismo c’erano le liste bloccate” (24 settembre 2017, dal solenne palco di Atreju).
Poche richieste ma chiare. “Le richieste di FdI sulla legge elettorale sono da sempre due: gli italiani possano scegliere il governo e quindi la legge elettorale deve avere un premio di maggioranza, e poi che possano scegliere i loro rappresentanti, quindi no alle liste bloccare ma preferenze (26 settembre 2017).
Partiti incapaci. “Secondo me la prima regola è di consentire agli italiani di fare una selezione, quando i partiti non sono capaci di farlo, e quella selezione si fa con i voti di preferenza. Invece è stata fatta una legge che impone le liste bloccate e quindi tutta la responsabilità viene messa nelle mani dei partiti. Francamente non mi sento molto rassicurata da questo” (18 novembre 2017).
Modesta proposta. “Si deve aumentare la quota maggioritaria, e pensiamo che si dovrebbero reinserire le preferenze nella quota proporzionale” (26 novembre 2019).
Battaglia solitaria. “No alle liste bloccate, sì alle preferenze nella legge elettorale. Da anni Fratelli d’Italia si batte in totale solitudine per restituire questo diritto ai cittadini. E se in tanti a parole si sono detti pronti a fare con noi questa battaglia, nei fatti siamo stati gli unici a porre la questione in Parlamento […] e a considerare la cancellazione delle liste bloccate l’elemento di base per qualsiasi discussione” (24 settembre 2020).
Un post-it per il futuro. “Sono anni che sento parlare tutti i partiti di preferenze, poi puntualmente quando arriva la legge elettorale in aula l’unico partito che presenta proposte per inserire le preferenze è FdI”. (24 agosto 2021).
L’asse coi dem. “Sulla legge elettorale sono per le preferenze. Letta ha ragione: quando c’è la lista bloccata devi sostanzialmente compiacere il capo corrente”. (13 settembre 2021, in un dibattito con l’allora leader dem Enrico Letta).
Matteo stai sereno. “Confermo di essere favorevole all’introduzione delle preferenze nella legge elettorale” (7 maggio 2025, rispondendo a Matteo Renzi in Senato).
E figuriamoci se non lo avesse confermato. […]

(di Michele Serra – repubblica.it) – Il mistero dei dazi si infittisce. Perché Trump ne ha fatto una bandiera? Perché considera un oltraggio alla Patria il pronunciamento anti-dazi della Corte Suprema? E perché si incaponisce? Secondo il responsabile del Commercio dell’amministrazione Trump, signor Greer, i dazi servono a proteggere «le vittime della iperglobalizzazione», in particolare l’elettorato del Middle West che ha votato in massa per il presidente in carica.
Dal basso della mia incompetenza di cose economiche, ho fatto una breve ma rispettosa ricerca in rete, ma non ho trovato una sola riga che mi aiutasse a capire come e perché l’introduzione dei dazi avrebbe protetto, o proteggerebbe in futuro, «le vittime dell’iperglobalizzazione».
Al contrario, secondo diverse fonti (tra le quali la banca centrale degli Stati Uniti), i dazi hanno avuto un impatto negativo sul costo della vita degli americani perché hanno fatto aumentare i prezzi, «agendo come una tassa regressiva che colpisce maggiormente i redditi bassi». Per i redditi alti, pagare più caro il vino francese o italiano è un trascurabile fastidio. Mentre per i redditi bassi, se i beni di prima necessità aumentano anche di poco, è un problema.
Sarà interessante capire se e quanto la brava gente del Middle West, facendosi i conti in tasca, confermerà o meno la sua fede in Trump. O se prevarrà la credulità “patriottica”, e l’idea che il mondo derubi l’America, confortante come tutti i capri espiatori (niente è più popolare di un capro espiatorio) continuerà a prevalere sull’evidenza.
In politica l’economia conta molto, ma non è tutto. Contano anche l’emotività, la psicologia, la paura, la speranza (ad averla…), le cosiddette idee o quel che ne rimane. E l’idea che il mondo sia malvagio e l’America buona, laggiù nel Middle West, magari non è meno influente di qualche dollaro in più nel conto della spesa.

(Giancarlo Selmi) – Se le notizie che vengono dagli USA e riportate dal Washington Post venissero confermate, Trump starebbe preparando un provvedimento per imporre lo stato di emergenza e tendente a modificare le regole in vista delle elezioni di “midterm”. Si tratterebbe di una vera e propria sospensione, a suo favore, della democrazia americana.
I sondaggi sono molto sgradevoli per Trump e se si realizzassero nelle urne, il tycoon si troverebbe contro la Camera (sicura), ma forse anche il Senato. Con la spada di Damocle degli Epstein files, un eventuale “impeachment” non è ipotesi peregrina. Per evitare il rischio, secondo le rivelazioni del WP, Trump sarebbe disposto ad attuare un vero e proprio golpe. Questo avviene mentre in Italia si sta parlando di modifiche costituzionali e cambio della legge elettorale.
Trump è la versione americana e più importante della Meloni, la pensano nella stessa maniera, parlano la stessa lingua, amano l’autoritarismo, non hanno rispetto degli oppositori e di chi la pensa in maniera diversa. Entrambi odiano i giudici, entrambi pensano che la investitura popolare li autorizzi a fare ciò che vogliono. Per loro la Costituzione è un fastidioso orpello, la magistratura è un ostacolo e va ridimensionata e punita.
La modifica costituzionale richiesta con il referendum non c’entra nulla con la separazione delle carriere, neppure con il miglioramento della giustizia, ma obbedisce esclusivamente alla esigenza di “normalizzazione” dei magistrati. A quelle modifiche, se vincesse il sì, seguirebbero altri interventi, già promessi. La polizia giudiziaria rimessa agli ordini del governo, per esempio. Oggi si è parlato di un elenco dei reati prioritari, decisi dal parlamento, ergo dal governo, da sottoporre ai magistrati. Immaginate dove finirebbero le indagini sulla corruzione.
Modifiche che si aggiungerebbero a quelle che riguardano il CSM. Difficile non accorgersi che si tratti di un piano atto a restringere l’autonomia e la capacità di controllo dei giudici. L’aggiunta della modifica della legge elettorale per evitare i colleghi uninominali, è organica a una visione autocratica della politica. Sanno che li perderebbero tutti perché, questa volta, non sarebbero agevolati dalle decisioni assurde di Letta. Vogliono imporre un premio di maggioranza per le coalizioni in un ambito puramente proporzionale. Vogliono l’indicazione del candidato premier. In pratica il cambio delle regole del gioco a partita già iniziata.
Il cinismo con cui stanno gestendo il potere è ormai assolutamente evidente. Meloni insieme alla sua compagnia di guitti e mascherine, sono pericolosi per la democrazia di questo Paese, tanto quanto Trump lo sia per quella americana. Hanno gli stessi obiettivi. Vanno fermati.
Primum vivere: visti i sondaggi che danno ormai il No al referendum in vantaggio le destre puntano alla riforma della legge elettorale

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Primum vivere, deinde philosophari. Tralasciando la filosofia, non è certo l’istinto di sopravvivenza che manca a questo governo. Dopo l’autogol sulla vicenda Rogoredo, del resto, la macchina della propaganda si è rimessa subito in moto. E il bersaglio, in barba all’appello del Quirinale ad abbassare i toni, è sempre lo stesso: i magistrati. Si comincia dalle bordate contro la giudice Silvia Albano, rea di aver detto (intervistata dal Fatto Quotidiano) un’ovvietà sui Cpr in Albania: “Non mi risulta che i Cpr in Italia siano sovraffollati, non mi spiego questo accanimento che rischia di provocare uno scontro istituzionale con la magistratura alla quale toccherà garantire il rispetto della legge, compresa la normativa dell’Unione europea…”.
Si prosegue con la Procura di Roma, che ieri, come annunciato dalla destinataria del provvedimento ha notificato l’avviso di conclusione indagini (l’atto che di solito precede la richiesta di rinvio a giudizio), alla capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, in relazione alla vicenda Almasri. Tra dichiarazioni di rinnovata fiducia e di stupore “per la tempistica”, cioè a poche settimane dal referendum, come se – a proposito di autonomia e indipendenza delle toghe – le inchieste giudiziarie dovessero sottostare all’agenda della politica, da destra è ripartito il fuoco di fila contro i magistrati e la giustizia a orologeria.
Insomma, il copione non cambia. Ma visti i sondaggi che danno ormai il No in vantaggio e il timore che il 22-23 marzo possa arrivare la prima vera spallata al governo, tra una polemica e l’altra, tramite i capigruppo di maggioranza, è arrivata in Parlamento (come anticipato da Giulio Cavalli su La Notizia) la riforma della legge elettorale proporzionale, con sbarramento al 3%, premio di maggioranza per la coalizione che supera il 40% ed eventuale ballottaggio tra gli schieramenti più votati purché abbiano ottenuto almeno il 35% dei consensi se nessuno ha raggiunto il 40.
Una legge bollata dalle opposizioni come “irricevibile”, ma che il governo Meloni aveva fretta di presentare: dovesse andar male il referendum, meglio avere un Piano B per evitare brutte sorprese alle prossime politiche. Riscrivendo le regole del gioco a proprio vantaggio. Con machiavellico philosophari.
Dopo la «porcata» di Calderoli adesso siamo a quella di Donzelli and co. Nel segreto di conciliaboli notturni la maggioranza confeziona a sua misura una legge elettorale che solo con molto understatement si può definire vergognosa

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – La destra non perde il vizio. Dopo la «porcata» di Roberto Calderoli adesso siamo a quella di Giovanni Donzelli and co. Nel segreto di conciliaboli notturni la maggioranza confeziona a sua misura una legge elettorale che solo con molto understatement si può definire vergognosa.
L’ipotesi di concordare con l’opposizione una norma condivisa che rifletta dei criteri oggettivi – e ce ne sono, se qualcuno avesse la pazienza e il buon senso di leggere qualche testo di politologi illustri – le forze di governo sono andate spedite a cercare di raggranellare qualche seggio in più per la loro maggioranza incerta.
La paura di Giorgia Meloni e alleati è soprattutto quella di dover mettere la faccia di qualche candidato di fronte gli elettori. Poiché di presentabili ce sono decisamente pochini da quelle parti, il primo obiettivo del disegno di legge è quello di evitare un giudizio diretto sul candidato. Per questo sono stati eliminati i collegi uninominali. Inoltre è stato riproposto quell’obbrobrio del premio di maggioranza, una misura che distorce la logica della rappresentanza.
Ad aggravare lo sfregio il bonus che assicura la maggioranza dei seggi scatterebbe qualora una coalizione superi almeno il 40 per cento. In sostanza con il 40 per cento e spiccioli è garantito almeno il 55 per cento dei seggi. Anche un bambino capisce l’enormità dello strafalcione democratico.
Ma lo sfregio maggiore che viene introdotto riguarda la ridefinizione dei collegi. Un tempo vi erano regole molto precise e una commissione tecnica incaricata di valutare eventuali modifiche nella dimensione e nella configurazione dei collegi.
Quello che emerge mostra ancora una volta la sintonia del nostro governo con l’America trumpiana. Negli Stati Uniti vige, da sempre per la verità, la brutta pratica di ridisegnare i collegi a beneficio del partito che è al potere nello stato (le norme elettorali non sono federali ma statali).
Ed è quello che i repubblicani hanno iniziato a fare in Texas e in altri stati da loro dominati, provocando proteste clamorose come l’abbandono dell’assemblea statale dei congressmen democratici e addirittura loro “emigrazione” in altro stato per evitare la repressione di repubblicani. Poi i democratici della California stanno tendendo la pariglia. Le brutte pratiche allignano facilmente.

Da tanti, troppi anni si assiste a questa fiera delle imbecillità elettorali. Non solo siamo il paese che in pochi anni ha cambiato quattro leggi elettorali (di cui una dichiarata parzialmente incostituzionale a posteriori!), laddove in tutti i paesi di democrazia consolidata (fatto salvo il cambio di regime in Francia tra IV e V Repubblica), non si è mai cambiato nulla di sostantivo.
Senza voler poi scomodare la regina delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna che continua da secoli con il suo first-past-the-post: chi arriva primo in un collegio è eletto. Punto e basta. Infine, o per prima cosa, le legge elettorali non si cambiano in base sondaggi. Addirittura c’è chi giustifica il nuovo sistema additando il rischio che le coalizioni abbiano gli stessi voti! Quindi, a ogni tornata elettorale, il governo guarderà i fondi del caffè e sceglierà un nuovo sistema di voto.
Non c’è modo di convincere i legislatori che quello che allontana dalle urne i cittadini è anche l’impressione che le norme siano fatte a uso e consumo di una parte. E di fronte a questa sensazione, monta la tentazione di tirarsi fuori dal gioco.

Di fronte a questo ulteriore sfregio speriamo che l’opposizione alzi la voce, contrariamente ai troppi silenzi degli ultimi tempi. Dopo che la destra ha sparato ad alzo zero contro il procuratore generale di Napoli, Nicola Grattieri, per le sue inopportune considerazioni su chi vota Si al referendum, non si è sentito nemmeno un belato da sinistra quando il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha equiparato i sostenitori dal No a sodali di Vladimir Putin. Non è bel viatico per il necessario, indispensabile, duro confronto sulla legge elettorale (per non dire del decreto Sicurezza). La voce va alzata, eccome, quando si maltrattano le regole del gioco.
L’illusione di una replica venezuelana

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – L’idea che gli Stati Uniti possano colpire l’Iran con la stessa rapidità e brutalità con cui hanno condotto l’operazione in Venezuela appartiene più alla propaganda che alla strategia. Il paragone evocato da Trump serve a costruire un’immagine di forza immediata, ma si scontra con una realtà molto diversa: l’Iran non è Caracas, né sul piano militare, né su quello politico, né su quello geografico. Dietro la retorica della rapidità si nasconde infatti un problema essenziale: un’azione contro Teheran non sarebbe un blitz chirurgico, ma l’ingresso in un teatro di guerra ad alta densità strategica, capace di trasformare un’offensiva limitata in un conflitto regionale lungo e costoso.
Il riposizionamento della portaerei Gerald Ford accanto alla Abraham Lincoln mostra proprio questo. Se davvero il Pentagono avesse avuto la possibilità di colpire in modo immediato e risolutivo, non avrebbe avuto bisogno di rafforzare così vistosamente il dispositivo. Il fatto stesso che Washington stia ancora accumulando mezzi dimostra che la Casa Bianca sa bene di non trovarsi davanti a un’operazione semplice.
Il primo ostacolo è militare
Sul piano strettamente strategico, l’Iran dispone di ciò che rende ogni attacco americano potenzialmente disastroso: profondità, capacità missilistiche, strumenti asimmetrici e una rete di attori alleati o affiliati in tutta la regione. Non serve a Teheran vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti; le basta moltiplicare i fronti, disperdere la minaccia, alzare il costo umano e materiale dell’intervento.
Qui sta il primo errore di chi immagina un’operazione rapida. L’Iran non è un bersaglio inerme. Il suo arsenale di missili balistici, droni e sistemi antinave gli consente di minacciare non solo le basi americane nel Golfo, ma anche infrastrutture e installazioni molto più lontane, coinvolgendo potenzialmente Israele, la penisola arabica e perfino i punti nevralgici della presenza occidentale nel Mediterraneo allargato. Le recenti esercitazioni nello Stretto di Hormuz e i test di nuovi sistemi antiaerei navali indicano una linea precisa: costruire una capacità di interdizione e di saturazione che renda ogni attacco americano più rischioso del previsto.
La strategia iraniana, del resto, è nota: non rispondere in modo lineare, ma diffondere l’instabilità su più teatri contemporaneamente. Questo significa che anche un’azione limitata contro obiettivi nucleari o contro la leadership potrebbe provocare una rappresaglia multilivello, capace di investire rotte marittime, città alleate di Washington, basi militari e traffico energetico.
Gli alleati americani non vogliono pagare il prezzo della guerra
La seconda fragilità americana riguarda il consenso regionale. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, pur strettissimi partner di Washington, hanno già fatto capire di non voler offrire il proprio spazio aereo per un attacco. È un segnale politicamente pesante: gli alleati più esposti alla rappresaglia iraniana vogliono evitare di essere trasformati in piattaforme di guerra.
Questo dato rivela un limite strutturale della strategia americana. Gli Stati Uniti possono schierare mezzi e minacce, ma non controllano automaticamente la disponibilità dei partner regionali ad assumersi il rischio di una guerra aperta. E se il dispositivo militare americano deve operare senza piena copertura logistica, politica e aerea da parte degli alleati del Golfo, la sua efficacia si riduce mentre i margini di vulnerabilità aumentano.
Anche Israele, in questo quadro, rappresenta un punto sensibile. Le sue difese antimissile restano avanzate, ma il consumo crescente di intercettori dopo anni di guerra e di tensioni su più fronti ne riduce la capacità di assorbire un attacco iraniano prolungato. Questo significa che, per Teheran, il semplice rischio di colpire il sistema di difesa israeliano e di aprire una nuova ondata di pressione su Tel Aviv può diventare già una forma di deterrenza indiretta verso Washington.
Il secondo ostacolo è politico: il regime iraniano non è il Venezuela
L’errore più grossolano, però, è pensare che la Repubblica Islamica possa essere decapitata con un colpo di mano. In Venezuela, gli Stati Uniti hanno agito contro un vertice politico fortemente personalizzato. In Iran, invece, il potere non si esaurisce in una figura o in una coppia di figure: è una struttura ideologica, istituzionale, militare e clericale sedimentata in quasi mezzo secolo.
La Guida Suprema rappresenta il vertice del sistema, ma non è l’intero sistema. Attorno a lei si muove una rete di apparati, Guardie Rivoluzionarie, fondazioni, centri religiosi, élite militari e politiche che garantiscono continuità anche in caso di shock. In altre parole, colpire la testa non significa necessariamente far crollare il corpo. Potrebbe invece produrre l’effetto opposto: compattare l’apparato, radicalizzare la risposta e trasformare l’intervento esterno nel fattore di ricomposizione di un regime oggi sì sotto pressione, ma ancora in grado di mobilitare coercizione e consenso ideologico.
Le proteste universitarie dimostrano che esiste un malessere interno reale, ma è proprio qui che Washington rischia di sbagliare i calcoli. Un attacco straniero potrebbe indebolire l’opposizione civile e restituire al potere iraniano l’argomento più efficace: quello della difesa nazionale contro l’aggressione esterna.
Il terzo ostacolo è geografico, e dunque geoeconomico
La geografia pesa quanto le armi. Teheran è lontana dalla costa, protetta da una profondità territoriale che rende più complessa qualsiasi operazione di decapitazione politica o di cattura fisica della leadership. Non si tratta soltanto di colpire: si tratta di raggiungere, mantenere il controllo, gestire il tempo operativo. Ed è qui che il paragone con Caracas diventa quasi ridicolo.
Ma la vera centralità della geografia iraniana è un’altra: Hormuz. Chi controlla o minaccia quello stretto tocca uno dei punti vitali dell’economia mondiale. Un’eventuale chiusura o anche solo una paralisi parziale del traffico marittimo produrrebbe un effetto immediato su petrolio, gas, assicurazioni, noli e fiducia dei mercati. È vero che anche l’Iran subirebbe danni enormi da una simile scelta, ma il punto non è la convenienza di lungo periodo: il punto è la capacità di usare il danno come arma di pressione strategica.
Per Washington, questo significa una cosa semplice: qualsiasi attacco all’Iran non si misurerebbe solo in missili lanciati o obiettivi distrutti, ma anche in shock energetico globale. E in un momento in cui l’equilibrio internazionale è già fragile, un’esplosione dei prezzi dell’energia colpirebbe alleati europei, economie asiatiche e lo stesso sistema occidentale.
Teheran gioca su due tavoli: deterrenza e diplomazia
La forza dell’Iran, in questa fase, sta proprio nella capacità di combinare minaccia e negoziato. Mentre rafforza le esercitazioni e alza il tono, Teheran intensifica il lavoro diplomatico all’Onu, con Mosca, con Riad, con Il Cairo. Non è semplice diplomazia di facciata: è il tentativo di costruire una cornice politica e legale che faccia apparire Washington come il responsabile di un’eventuale escalation.
Questo lavoro serve a due scopi. Primo: ampliare il costo diplomatico di un attacco americano. Secondo: mostrare che l’Iran non rifiuta in assoluto il negoziato, ma vuole spostare il confronto su un terreno dove possa guadagnare tempo e legittimità. Anche l’apertura sul piano economico, con l’idea di possibili forme di cooperazione energetica e industriale, va letta così: non come vera apertura strutturale agli Stati Uniti, ma come tentativo di parlare il linguaggio degli interessi per rendere più difficile a Trump giustificare una guerra.
Lo scenario economico: la tentazione americana e il muro della realtà
L’Iran, come il Venezuela, esercita una forte attrazione sul capitale energetico americano. Le sue riserve, la resilienza mostrata sotto sanzioni, la relativa tenuta infrastrutturale rispetto al disastro venezuelano alimentano nell’industria petrolifera statunitense una tentazione evidente: entrare un giorno in un mercato enorme e strategico, magari dopo una normalizzazione o un cambio di assetto.
Ma qui si scontra la fantasia economica con la realtà geopolitica. Le sanzioni stratificate da decenni, l’ostilità politica reciproca, il quadro normativo iraniano e la diffidenza dell’apparato teocratico rendono quasi impossibile immaginare, almeno nel breve periodo, un’integrazione vera delle aziende americane in Iran. In sostanza, l’argomento degli affari può avere una funzione tattica nei negoziati, ma non basta a rimuovere il blocco strutturale.
Il vero rischio per Washington
Il punto finale è che un attacco all’Iran non sarebbe solo più complesso dell’operazione in Venezuela: sarebbe di natura completamente diversa. Non un raid per cambiare un vertice politico, ma un possibile innesco di guerra regionale, con costi militari, diplomatici ed economici elevatissimi.
La Casa Bianca può ancora credere che la pressione estrema costringerà Teheran a cedere. Ma più il dispositivo militare si rafforza e più il linguaggio si fa ultimativo, più aumenta il rischio di un errore di calcolo. Ed è proprio questo il nodo centrale: in Iran, a differenza del Venezuela, la forza non garantisce la rapidità. Può invece accelerare una spirale che nessuno, nemmeno Washington, sarebbe poi davvero in grado di controllare.
Previsti l’attribuzione di un premio di maggioranza e un turno di ballottaggio. Non previste le preferenze. Obbligo indicare il nome del premier con il programma. Renzi: “Giorgia, sicura non ci siano temi più importanti?”

(di Stefano Baldolini – repubblica.it) – Il testo di riforma della legge elettorale elaborato dal centrodestra dopo un lungo vertice è stato depositato in Parlamento. È un sistema proporzionale con premio di governabilità, “per stabilità e pluralismo”, rivendica la maggioranza. Di tutt’altro avviso le opposizioni. Così com’è, “è irricevibile”, protesta il Pd.
Il provvedimento, sottoscritto dai capigruppo del centrodestra, consta di 3 articoli più gli allegati.
Prevede un sistema proporzionale basato su collegi plurinominali, l’eliminazione dei collegi uninominali (salvo eccezioni per le minoranze linguistiche) e l’introduzione di un premio di governabilità con eventuale ballottaggio.
L’articolato prevede l’attribuzione di un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione che raggiunga il 40% dei voti; in caso di mancato raggiungimento della soglia, è previsto un turno di ballottaggio tra i due soggetti più votati, a condizione che abbiano conseguito almeno il 35% dei consensi.
Per scegliere i candidati in lista non è previsto il ricorso alle preferenze.

La proposta inoltre prevede “l’indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica fatte salve le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica”.
“Ciascuna coalizione – spiega il centrodestra in un comunicato – dovrà depositare unitamente al programma anche un unico nome da proporre al presidente della Repubblica come incaricato alla presidenza del Consiglio”.
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“Questa accelerazione è il frutto della preoccupazione per l’esito referendario”. Lo ha detto la segretaria Pd Elly Schlein a margine di un evento a Roma parlando di legge elettorale. “La fretta e la paura di perdere non sono buone consigliere”. Dalle indiscrezioni il testo pare “molto distorsivo della rappresentanza”. Ha “degli elementi che sarebbero per noi inaccettabili”.
Per Schlein si tratta di “un testo che può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti, quindi da questo punto di vista rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica”.

“Mentre in Italia la produzione industriale continua a scendere e il carrello della spesa a salire, mentre l’insicurezza dilaga nelle strade, il governo non ha nulla altro da fare che parlare di legge elettorale. Che nel merito, più che uno Stabilicum, è un Italicum ma senza le preferenze. Giorgia, sicura che non ci siano temi più importanti da affrontare per i cittadini?”. Lo dichiara l’ex premier e leader di Italia viva, Matteo Renzi.
Stessa linea dal Movimento 5 stelle: “Hanno fatto notte per trovare l’accordo sulla legge elettorale. Danno l’anima per le riforme per salvare i politici dalle inchieste. Continuano però a chiudere gli occhi davanti a lavoratori sfruttati e sottopagati”, è l’affondo di Giuseppe Conte.
“Questa legge è piena di schifezze, ma è necessario che tutte le opposizioni e i cittadini si oppongano con intransigenza perché, altrimenti, con questa legge si smonta ancora di più la democrazia parlamentare”. Così il segretario di +Europa, Riccardo Magi.
L’intervento” di riforma delle legge elettorale “si inserisce in una fisiologica attività di revisione normativa, finalizzata a valorizzare l’assetto complessivo del sistema e a renderlo maggiormente capace di esprimere maggioranze parlamentari riconoscibili e stabili, nel rispetto del pluralismo politico”.
È quanto si legge nella premessa del testo presentato dal centrodestra alla Camera e al Senato, in cui si sottolinea che “la scelta di un sistema proporzionale integrato da un correttivo di governabilità predeterminato dà seguito alle indicazioni delineate dalla Corte” Costituzionale “mirando a coniugare pluralismo politico e stabilità istituzionale nel rispetto dei principi costituzionali”
Una bozza di ordine esecutivo conterrebbe le basi per dichiarare un’emergenza nazionale, che darebbe al presidente poteri straordinari sul voto

(ilsole24ore.com) – Secondo il Washington Post, il presidente americano Donald Trump avrebbe un piano per dichiarare lo stato di emergenza, influenzando così lo scoglio delle elezioni di metà mandato previste quest’anno, che potrebbero indebolirlo.
Il quotidiano americano riferisce di un gruppo di attivisti pro-Trump, che dicono di essere in coordinamento con la Casa Bianca, i quali stanno facendo circolare una bozza di ordine esecutivo con cui il presidente intende consolidare il suo potere. Il documento conterrebbe affermazioni su presunte interferenze cinesi nelle elezioni del 2020, che costituirebbero la base per dichiarare un’emergenza nazionale con cui Trump otterrebbe poteri straordinari. La Casa Bianca ha rifiutato di elaborare sui piani di Trump.
Secondo Peter Ticktin, un avvocato della Florida che sostiene la bozza di ordine esecutivo citato dal Washington Post, l’emergenza darebbe al presidente il potere di vietare le schede per posta e le macchine per il voto, in quanto possibili vettori di interferenza straniera.
Trump sta facendo pressione sui Repubblicani perché approvino una legge che impone una prova della propria cittadinanza per registrarsi come elettori e un documento d’identità per esprimere il voto. La misura, chiamata Save Act, è passata alla Camera ma affronta ostacoli al Senato, dove i leader Repubblicani hanno respinto la richiesta del presidente di cambiare le regole per far avanzare la legislazione. Trump ha detto che se il disegno di legge fallisce, agirà unilateralmente per imporre i cambiamenti per le elezioni di metà mandato.

(adnkronos.it) – La Rai ha acquisito i diritti esclusivi in chiaro per 35 partite della Coppa del Mondo Fifa 2026, incluse l’apertura, le partite dell’Italia, le semifinali e la finale, più i diritti radiofonici non esclusivi di tutte le gare. Trasmetterà almeno 32 partite su Rai 1 e offrirà highlights e clip di tutte le partite su programmi, notiziari e social.
LA NOTA UFFICIALE
“A seguito della procedura di gara per l’assegnazione in Italia dei diritti audiovisivi della Coppa del Mondo Fifa 2026 – si legge nella nota ufficiale di viale Mazzini -, la Rai si è aggiudicata i diritti esclusivi di trasmissione multipiattaforma in chiaro di una selezione di 35 incontri, che includono la partita d’apertura, tutte le partite della Nazionale italiana, le semifinali e la finale, oltre ai diritti radiofonici non esclusivi di tutte le gare della competizione.
“Ai fini della massima esposizione in Italia della Coppa del Mondo Fifa 2026, Rai garantirà un’ampia copertura del torneo, mediante la trasmissione di almeno 32 partite su Rai 1 e l’offerta di highlights e clip di tutti gli incontri della competizione in ogni notiziario, programma e contenitore sportivo (inclusi gli account ufficiali Rai sui social media)”.