
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Più se ne parla e meno queste primarie progressiste sembrano secondarie. Intanto servono a misurare la bugiarderia di quanti un tempo le facevano e ora le demonizzano, e di chi ieri non le voleva e oggi le reclama a gran voce. Ma il fatto più interessante è lo sgomento generale per un rendez-vous dove gli elettori decidono al posto degli eletti più ancora che alle elezioni politiche. Lì, siccome il voto […]
A tutto il campo Azov vorremmo porre una domanda: qual è una ipotetica linea di confine che sareste disposti ad accettare?

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – A Pina Picierno, che ha coniato l’espressione “campo Lavrov” per tacciare di filoputinismo chiunque osi proferire parole come “pace”, “dialogo”, “negoziato” sulla guerra in Ucraina. A Carlo Calenda, che ha dato del bugiardo propagandista al professor Jeffrey Sachs, reo di aver portato la sua testimonianza (oculare) sui fatti di Piazza Maidan del 2014.
A Filippo Sensi, che ha definito Giuseppe Conte “il Vannacci del campo largo” per aver ribadito, come fa da quattro anni, la necessità di trattare con il “diavolo” Putin per porre fine alla carneficina. A Lia Quartapelle e ai vari esponenti della cosiddetta area riformista del Pd che ammettono come unica possibilità di pace la resa (ergo la sconfitta) della Russia. Insomma, a tutto il campo Azov, vorremmo porre una domanda.
La stessa che ci permettiamo di sottoporre, già che ci siamo, pure ad Elly Schlein, leader di un partito che a più riprese ha votato con le destre sulle spese militari. Per le quali il governo ha appena ottenuto il via libera della maggioranza in Parlamento ad uno scostamento di bilancio dello 0,9%, circa 20 miliardi di euro, per armarci fino ai denti. Il tutto mentre fatica a racimolare qualche centinaia di milioni per contenere gli aumenti fuori controllo dei carburanti.
A loro vorremmo porre una semplice domanda. Posto che, malgrado i miliardi in aiuti e armi, l’Ucraina continua a perdere terreno, qual è una ipotetica linea di confine che, situazione sul campo alla mano, sareste disposti ad accettare? Perché se l’obiettivo è recuperare tutti i territori occupati dalla Russia dal 2022 ad oggi (c’è chi include perfino la Crimea), avete il dovere di dire ai vostri elettori che per raggiungerlo non c’è alternativa ad entrare direttamente in conflitto con la Russia. E prepararli alla terza guerra mondiale.
CASO DELMASTRO: BIGNAMI, ‘VOLEVAMO BORSELLINO PRESIDENTE, SINISTRA ELESSE SCALFARO CHE LIBERO’ MAFIOSI’
(Adnkronos) – “Per noi fu una sconfitta il fatto che il Movimento sociale italiano nel maggio del 1992 non riuscì a fare eleggere Paolo Borsellino Presidente della Repubblica: lo votò e non venne eletto e per noi quella è una sconfitta, perchè se fosse diventato Presidente della Repubblica Paolo Borsellino sarebbe qui con noi a combattere battaglie buone, a combattere battaglie giuste a battaglie per l’Italia.
La sinistra fece eleggere Oscar Luigi Scalfaro, che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41 bis”. Lo ha affermato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, nella dichiarazione di voto sulla richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle chat che chiamano in causa l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. “Quei 300 mafiosi liberati da Oscar Luigi Scalfaro -ha proseguito Bignami- per la battaglia vinta dalla destra italiana furono rimandati in galera dall’allora ministro Conso.
La destra italiana ha perso delle battaglie, ma le ha anche vinte, perchè grazie a Giorgia Meloni quel 41 bis che qualcuno voleva togliere è stato ripristinato; grazie a Giorgia Meloni, Matteo Messina Denaro è stato arrestato. A voi non vi interessa nulla di Andrea Delmastro Delle Vedove, voi lo attaccate perché volete attaccare Giorgia Meloni. Sappiate che prima di arrivare a Giorgia Meloni dovrete attaccare tutti noi e perderete ancora una volta”.
Bignami, nessuna allusione sul ruolo di Scalfaro, ho riportato un fatto
(ANSA) – “Come ho già detto in Aula, è ben lungi da me compiere allusioni rispetto al ruolo dell’allora presidente della Repubblica. Ho solo riportato un fatto riferito da numerosi giornali e che ha formato oggetto di ampio dibattito in passato”. Lo ha detto il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, interpellato sulle polemiche suscitate dalle sue parole su Scalfaro. “La presidenza della Repubblica non puo’ essere mai convolta in polemiche, ovviamente”, ha aggiunto.
CASO DELMASTRO: CUPERLO, ‘DA BIGNAMI VIOLENZA VERBALE FASCISTA, MANDIAMOLI A CASA O NON SAREMO PERDONATI’
(Adnkronos) – “Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera ha appena detto che Delmastro per aver incontrato dei mafiosi non ancora condannati in via definitiva si è dimesso da sottosegretario e ha chiesto scusa.
Subito dopo ha aggiunto che Elly Schlein avrebbe dovuto far dimettere i parlamentari del Pd che hanno incontrato un condannato al 41bis ignorando che quella, al pari di altre decine di visite, rientra nelle prerogative dei parlamentari per i quali visitare le carceri è un compito previsto e regolato.
Proseguendo l’intervento ha poi attaccato Oscar Luigi Scalfaro accusandolo di avere liberato trecento mafiosi. E ha concluso il suo delirio con urla e insulti alle opposizioni”. Lo scrive Gianni Cuperlo del Pd sui social. “Al netto dell’ignoranza e della violenza verbale di un fascista che calca l’Aula del Parlamento con lo stile di un teppista provocatore resta lo sconcerto per un Parlamento ridotto a palcoscenico per comizi estranei alla cultura di una democrazia. Mala tempora. Tra dieci mesi mandiamoli a casa o non saremo perdonati”.
CASO DELMASTRO: BONELLI, SOSPENDERE BIGNAMI PER OFFESE E MENZOGNE CONTRO SCALFARO
(LaPresse) – “Da Bignami offese volgari nei confronti di Oscar Luigi Scalfaro, con una menzogna inaccettabile e con offese pronunciate in Aula, accusando Scalfaro di aver liberato 300 mafiosi.
Non è consentito a nessuno, tantomeno al capogruppo di Fratelli d’Italia, insultare volgarmente l’ex presidente della Repubblica per difendere l’indifendibile Andrea Delmastro, già condannato in secondo grado per rivelazione di segreto d’ufficio. In virtù di ciò, come Alleanza Verdi e Sinistra chiediamo che siano presi provvedimenti nei confronti di Bignami e che venga sospeso.
Oggi Fratelli d’Italia ha impedito alla Procura di accertare la verità e il Parlamento è stato trasformato in uno scudo per proteggere Andrea Delmastro. Prima hanno impedito ai deputati di conoscere gli atti, poi hanno bloccato le indagini. Chi teme quelle chat? Cosa deve essere nascosto agli italiani? È la logica dell’omertà istituzionale, della casta che si considera intoccabile e usa le istituzioni per salvarsi. Giorgia Meloni guida il governo dell’impunità”. Così in una nota Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde.
PD, BIGNAMI SU SCALFARO? CENSURARE, CERTI LIMITI NON VALICABILI
(AGI) — “Ci sono dei limiti che non devono essere valicati” e questi sono stati “superati con l’attacco indegno ad una figura come Oscar Luigi Scalfaro. Non e’ stato solo attaccato un grande presidente della Repubblica ma una figura che ha servito il Parlamento ininterrottamente”, ha “dedicato tutta la sua vita a difendere la Costituzione”. Lo ha detto in Aula il deputato del Pd Andrea Casu, dopo le parole del capogruppo di FdI Bignami. Il Pd ne chiede la censura, perche’ la sua e’ stata una “condotta irrispettosa”.
GUERINI (PD), INDECENTI LE ACCUSE DI BIGNAMI A SCALFARO
(ANSA) – ROMA, 05 AGO – “Trovo davvero indecenti le accuse mosse dall’onorevole Bignami al Presidente Scalfaro. Oltre che un falso storico su cui si continua vergognosamente a speculare, piegano la storia ad uso e consumo delle loro convenienze, senza rispetto alcuno per la dignità delle istituzioni più alte”. Lo ha dichiarato il deputato Pd Lorenzo Guerini, intercettato alla Camera.

(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – Dopo giorni di critiche e accuse contro la gestione della crisi di Ceuta da parte del governo spagnolo, nel corso della riunione svoltasi ieri sera i ministri degli Interni degli Stati membri dell’UE hanno sancito la «piena solidarietà» – almeno sulla carta – nei confronti del primo ministro Sanchez. «L’UE è pronta a sostenere la Spagna», riporta il comunicato rilasciato alla fine dell’incontro, ma anche a «proteggere le nostre frontiere dall’immigrazione irregolare». Con il pretesto di quanto accaduto, infatti, l’Europa appare decisa a implementare tutti i meccanismi funzionali all’innalzamento delle proprie frontiere, in linea con quanto previsto dal Patto europeo su migrazione e asilo recentemente approvato. L’incontro, tuttavia, più che portare a decisioni concrete ha assunto i toni di uno scambio di opinioni, mentre le dichiarazioni rilasciate a margine lasciano pensare che la linea dei Ventisette sia tutt’altro che compatta.
L’incontro era stato promosso da Italia e Danimarca e sottoscritto da una ventina di Paesi UE. «Le immagini arrivate da Ceuta hanno dimostrato ancora una volta quanto sia urgente una risposta europea all’immigrazione clandestina», aveva ribadito Giorgia Meloni in quell’occasione. Tuttavia, dopo aver espresso apprezzamento per la reazione «rapida ed efficace» della Spagna, il vertice di ieri ha assunto più che altro i contorni di uno «scambio di opinioni», senza che emergessero nuove decisioni in merito a iniziative da mettere in campo.
«L’UE è unita e pronta a sostenere la Spagna» ha dichiarato il ministro Jim O’Callaghan, dell’Irlanda, Paese attualmente alla guida del Consiglio UE. Il controllo delle frontiere, ha proseguito, è una «responsablità condivisa», che richiede una «risposta europea unita». Da quanto emerso dal comunicato, l’incontro sembra essere più che altro servito a ribadire la linea comune dell’UE, che prevede un generico innalzamento delle frontiere. Molto di quanto discusso è infatti già incluso nel nuovo Patto UE sulla migrazione: «combattere incessantemente le reti del traffico dei migranti, intensificare i rimpatri, rafforzare le frontiere dell’UE, costruire partenariati approfonditi con Paesi terzi e migliorare le attività di previsione». Inoltre, i ministri hanno «posto l’accento sulla necessità di migliorare la conoscenza situazionale condivisa, potenziando i sistemi di allarme rapido quali l’intelligence prefrontaliera e il monitoraggio dei social media».
L’importanza della cooperazione con i Paesi terzi è più volte sottolineata, sulla carta per «continuare a sviluppare partenariati che creino giuste opportunità per le persone nei loro Paesi d’origine e rafforzino la gestione della migrazione». La linea europea, in questo senso, è già ben tracciata. Gli hub di rimpatrio, seppur non esplicitamente nominati nel vertice dei Ventisette di ieri, costituiscono un tassello fondamentale della recente Patto europeo sulle migrazioni, che rivede profondamente il significato attribuito al diritto di asilo nell’Unione – diritto umano fondamentale secondo le Nazioni Unite. Gli accordi con i Paesi terzi sono fondamentali per l’istituzione di questi centri, il cui scopo è di fatto quello di impedire ai migranti di raggiungere le coste dell’Europa. Lo schema segue il modello già sperimentato da Regno Unito con il Ruanda, criticato dall’ONU e da molteplici agenzie e organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Dopo il vertice, il commissario per gli Affari Interni e la Migrazione UE, Magnus Brunner, ha definito quanto accaduto un test per la «resilienza europea», rivendicando i risultati ottenuti dalle politiche UE, che hanno fatto registrare negli ultimi due anni una diminuzione «del 55%» degli ingressi. Tuttavia, se a un primo sguardo l’Unione sembra compatta sulla linea da seguire, sono le stesse parole del commissario a segnare la presenza di crepe interne. Quando interrogato dai giornalisti circa le politiche migratorie spagnole – che puntano alla regolarizzazione di un gran numero di persone senza documenti -, il commissario ha dichiarato che il tema non è stato discusso ma che la «discussione sulla regolarizzazione» non è un «buon segnale» per l’Europa. Dietro la facciata di unità, insomma, si nascondono evidenti divergenze, che si palesano ulteriormente nella manovra italiana di sospensione della zona Schengen con Madrid, della durata di circa un mese.
Intanto, quel che resta dopo il polverone sollevato da tutta questa storia sono i corpi in fondo al Mediterraneo. Sono 79 i morti accertati, dei quali sono stati recuperati i corpi, ma il numero reale potrebbe essere considerevolmente maggiore. E per questo, ancora una volta, l’Europa non intende assumersi alcuna responsabilità.

(Andrea Zhok) – Le idee contano, eccome se contano. La sovrastruttura culturale influenza la struttura economica, non solo viceversa.
E l’esempio più mirabile di ciò è il processo culturale che ha demolito l’Italia portandola da 5a potenza mondiale negli anni ’80 (Pil procapite come la Germania) a 28a per Pil procapite oggi.
Esiste un fiaba con cui i giornalisti a gettone hanno infarcito le nostre teste: la storia dell’Italia spendacciona, che avendo vissuto al di sopra delle sue possibilità ha prodotto perciò un mostruoso debito pubblico, condannando le generazioni successive alle catene debitorie.
È stata un’invenzione prodotta e pompata nell’atmosfera della rivoluzione neoliberale.
Come molti sanno, ma è bene ricordarlo, la catastrofe debitoria degli anni ’80 (debito dal 60% al 120% del PIL) fu dovuta a una precisa scelta politica, cioè al cosiddetto “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”: la rinuncia a contenere i tassi di interesse acquistando i titoli del Tesoro non collocati nelle aste pubbliche.
Questa scelta fu presa perché i responsabili economici del paese (Andreatta,Ciampi, ecc.) decisero di imporre al paese un “vincolo esterno”, subordinando lo stato frutto del patto costituzionale all’“equilibrio dei mercati internazionali”.
La verità è che la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, aumenta un po’ all’inizio degli anni ’80 per poi rimanere stabile dal 1985 al 2001. Ad esplodere è la spesa per interessi sul debito, che si impenna proprio con il “divorzio” del 1981.
Ergo: economisti nutriti di teoria neoclassica, formati su manualistica anglosassone, sensibili alle nuove èlite neoliberali decisero di “dare una lezione” alla giovane democrazia italiana, togliendo potere alla politica e consegnandola al mercato dei capitali.
La china delle privatizzazioni dell’industria pubblica ne fu una conseguenza, con la scusa di usare i soldi per ridurre il debito pubblico (fallendo).
La tecnocrazia si è imposta sulla democrazia.
L’ideologia neoliberale si è imposta sullo stato sociale.
Il futuro di una nazione è stato dato in ostaggio, rovinando due generazioni (finora).
Traditori. Sovversivi. Golpisti in doppiopetto.

(Tommaso Merlo) – Gran parte degli americani sa benissimo che la pacchia imperiale è finita e se incontrassero Trump per strada lo tempesterebbero di pedate nel fondoschiena. A dare ancora retta a quel vecchio psicopatico sono rimasti giusto sparuti moicani del sottobosco maga e gli imperterriti leccapiedi delle colonie europee. Da noi è del resto uno dei requisiti per fare carriera nella politica e nel giornalismo altolocati insieme alla normalizzazione del sionismo. L’egemonia americana si basava sull’esercito e sulla moneta più potenti del mondo ed entrambi stanno stramazzando nel torrido Golfo Persico. L’esercito americano è solo il più corrotto e quindi costoso del mondo coi panciuti militari del Pentagono che non si sono neanche accorti del nuovo paradigma missilistico e dronistico. Scene da film trash. Le basi militari americani nel Golfo sono cumuli di rottami e non ha senso ricostruirle perché Teheran le monitora coi satelliti e appena i marines fanno una scoreggina gli catapultano addosso di tutto. Gli americani si sono rifugiati nei Territori Palestinesi Occupati e secondo alcuni osservatori sarebbero caduti in un mega trappolone iraniano che prevede di colpire i due piccioni con una mega fava alla prima occasione. Trump è un pugile suonato messo all’angolo e il colpo del ko potrebbe scatenare l’implosione del già malconcio impero americano. È quello spera mezzo mondo e anche gran parte degli americani, una disfatta che costringa Washington ad occuparsi finalmente dei propri cittadini invece di insanguinare il mondo a vanvera. Una disfatta che porti a ripensare una filosofia sballata, un capitalismo finito fuori controllo che ha ridotto tutto ad una questione di soldi. Già, le persone non sono business plan e hanno esigenze esistenziali ben più profonde. E la società non è un mercato ed ha esigenze morali ben più profonde. E le nazioni non sono aziende ma rispondono a dinamiche politiche ben più profonde. E il mondo non è un campo di battaglia e nemmeno petrolifero ma risponde a leggi universali ben più profonde. E che i ricchi siano anche i più intelligenti e capaci è una minchiata colossale come dimostra quel bamboccione rintronato di Trump tra gli altri. E gestire interessi privati e gestire bene pubblico sono due mestieri diversi che richiedono sensibilità e capacità opposte. Anche il mito della libertà americana è in realtà una bufala, perché l’arrivismo e il consumismo rendono schiavi di futili miraggi materiali e di schemi mentali che logorano invece di garantire vero benessere. Una vita nell’illusione di poter riempire il vuoto col nulla. Con la stragrande maggioranza che si ritrova delusa ed incastrata in una vita ordinaria mentre una esigua minoranza di presunti vincitori si ritrova a capo di imperi di cartone, con un mega conto corrente svaccati in mega regge in cui o finiscono per inacidirsi ed impazzire di narcisismo come Trump oppure a fare ogni sera il pieno di Whisky e sniffare anche la polvere del tinello per riempire il nulla col vuoto e tirare avanti. Lo raccontano loro stessi anche se nessuno li ascolta. Raccontano di una filosofia sballata che ha creato un modello politico e sociale fallimentare. Negli Stati Uniti vige la corruzione legalizzata, le lobby si comprano i parlamentari al chilogrammo in modo che servino i loro bisogni invece che quelli dei cittadini che votano. Una mafia lobbistica che genera una democrazia apparente e una politica ridotta a televendita di pentole e materassi. Lo raccontano loro. Il potere è passato letteralmente dal popolo ai dollari e con risultati disastrosi. Ormai gli Stati Uniti sono vivibili solo per i ricchi, gli altri sopravvivono pieni di debiti, con la paura di ammalarsi e perfino di uscire di casa a causa di una società sempre più degradata e quindi violenta. E la guerra permanente è parte della stessa deriva, con trilioni di dollari spesi per ingrassare la bulimica lobby dell’indotto della morte mentre la gente comune finisce sul marciapiede o dallo psicoanalista. Una modello al servizio di una cerchia sempre più ristretta di oligarchi a cui la politica taglia le tasse perché corrotta e per la celebre scempiaggine che agevolando i ricchi si stimola una crescita che poi ricade a cascata su tutti quando in realtà alimenta solo una ingiustizia sociale moralmente ripugnante e che ha oramai raggiunto livelli tragicomici. Scene da film trash, con Trump pugile suonato in attesa del colpo del ko e ai bordi del ring gli intrepidi leccapiedi delle colonie europee terrorizzati da un colpo del ko che manderebbe al tappeto tutto l’Occidente. Dovevano pensarci prima, i veri amici dicono la verità anche quando è scomoda, altro che scimmiottare una filosofia sballata e slinguazzare ogni inquilino della Casa Bianca a prescindere. Menomale che gran parte degli americani ha capito la realtà e vuole cambiare un capitalismo finito fuori controllo che mette al centro i soldi invece delle persone. Una grande opportunità di cambiamento anche per noi, una grande opportunità per riconquistare insieme agli americani una vera democrazia, una società giusta, una qualità della vita autentica ed un mondo pacifico.

(Agenzia Nova) – Via libera, da parte dell’Aula della Camera, a scrutinio segreto, con 206 si’ e 133 no, alla Relazione della Giunta per le autorizzazioni, approvata a maggioranza, con cui si nega l’autorizzazione, richiesta dalla Procura della Repubblica di Roma, di accedere alla corrispondenza tra il deputato Andrea Delmastro delle Vedove e Mauro Caroccia. Si tratta delle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia, di Fratelli d’Italia, non indagato, e Caroccia, ritenuto il prestanome del clan Senese, indagato nell’ambito dell’inchiesta sul ristorante “Bisteccheria d’Italia”.
CAMPANIA.WINE TORNA A NAPOLI:
LA GALLERIA UMBERTO I E IL MUSAP
OSPITANO IL GRANDE RACCONTO DEL VINO CAMPANO
Il 6 e 7 settembre la terza edizione dell’evento che riunisce i cinque Consorzi di tutela, Regione Campania e Comune di Napoli. Due giorni tra degustazioni, masterclass, forum sull’enoturismo e incontri con produttori, stampa e istituzioni
NAPOLI – Napoli capitale del vino campano con Campania Wine, l’evento che il 6 e 7 settembre celebrerà l’identità vitivinicola regionale attraverso un programma dedicato a operatori del settore, stampa, winelover e grande pubblico.Giunta alla terza edizione, la manifestazione rappresenta il più importante momento di promozione unitaria del comparto vitivinicolo regionale, grazie all’aggregazione dei cinque principali Consorzi di tutela della Campania: Sannio Consorzio Tutela Vini, Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, Vitica – Consorzio Tutela Vini Caserta e Vita Salernum Vites – Consorzio Tutela Vini Salernitani. L’iniziativa è realizzata dai Consorzi di Tutela con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania e il Comune di Napoli e coinvolge l’intero patrimonio enologico regionale, dalle pendici del Vesuvio ai Campi Flegrei, dal Sannio all’Irpinia, dalla provincia di Caserta fino al Cilento e alla Costiera Amalfitana. Cuore dell’evento saranno la Galleria Umberto I, che ospiterà il grande percorso di degustazione aperto al pubblico, e il MUSAP – Museo Artistico Politecnico, sede delle masterclass e degli incontri di approfondimento. Per due giorni produttori, giornalisti, buyer, operatori e appassionati potranno conoscere da vicino le eccellenze vitivinicole campane attraverso degustazioni guidate, incontri con le aziende e momenti di confronto dedicati al settore. Le masterclass, organizzate in collaborazione con AIS Campania, saranno articolate in appuntamenti riservati ai professionisti del settore e sessioni dedicate ai winelover, con percorsi di degustazione sui vini spumanti, bianchi, rosati e rossi della regione. Tra gli appuntamenti di maggiore rilievo figura il Campania Wine Forum, in programma lunedì 7 settembre, dedicato al tema “Enoturismo 4.0 in Campania: Territorio, Ospitalità e Innovazione”, momento di confronto tra istituzioni, operatori e protagonisti del settore sulle prospettive dell’enoturismo regionale. Accanto alle attività di degustazione, Campania Wine dedica ampio spazio anche all’ospitalità e alla promozione territoriale attraverso Lunch Experience, showcooking e momenti di networking riservati alla stampa e agli operatori, con l’obiettivo di raccontare la Campania non solo attraverso il vino, ma anche attraverso la gastronomia, l’accoglienza e il patrimonio culturale. La manifestazione si concluderà con “La Campania che ama la Campania 2026”, iniziativa dedicata alla valorizzazione della ristorazione regionale attraverso l’assegnazione dei riconoscimenti alle migliori carte dei vini con referenze campane.
Per tutte le informazioni gli aggiornamenti è possibile visitare il sito www.campania.wine
UFFICIO STAMPA
Campania.WineMiriade & Partners
ufficiostampa@miriadeweb.it
Dopo la riqualificazione alberi morti, aiuole brulle e giochi abbandonati al sole

Il Comitato Valori Collinari torna a denunciare con fermezza lo stato del Parco Mascagna, che, dopo i lavori di riqualificazione, continua a presentare criticità evidenti: alberi appena piantati e già morti, aiuole brulle, giostrine esposte al sole su terreno polveroso senza protezioni adeguate per i bambini. Una situazione che, a giudizio del Comitato, smentisce nei fatti ogni racconto trionfalistico sull’intervento.
“ Parliamo di soldi pubblici, di un investimento importante che avrebbe dovuto restituire al quartiere un parco dignitoso, sicuro e curato. Invece i cittadini vedono solo degrado e superficialità. Se questo è il risultato della riqualificazione, allora qualcuno deve assumersi la responsabilità politica e amministrativa del fallimento ”. A intervenire nell’ennesima puntata dell’eterna telenovela che, negli ultimi anni, sta caratterizzando la vita dell’unico polmone di verde pubblico attrezzato posto in un’area densamente abitata, a confine tra i quartieri del Vomero e dell’Arenella, sovente salito alla ribalta delle cronache cittadine, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, il quale, nel corso dei lunghi 17 mesi di chiusura del parco Mascagna per i lavori di riqualificazione e anche dopo la riapertura avvenuta il 1° febbraio dell’anno scorso, sta conducendo una vera e propria battaglia, insieme ai residenti, con petizioni, sit-in e comunicati stampa per denunciare i tanti problemi irrisolti che affliggono l’area a verde comunale. Al riguardo, lo stesso Capodanno in passato lanciò, sulla piattaforma change org, anche una petizione con la richiesta delle dimissioni dell’assessore al verde del Comune di Napoli, Vincenzo Santagada, petizione che raggiunse ben 850 sottoscrizioni.
Nel mirino finiscono di nuovo il sindaco Gaetano Manfredi e l’assessore al Verde Vincenzo Santagada per non aver dato risposte chiare e convincenti alle molte criticità sollevate in tutto questo tempo.
“ Basta comunicati trionfalistiche e tagli del nastro – afferma Capodanno – I cittadini chiedono fatti con risposte concrete e immediate. Manfredi e Santagada spieghino perché, dopo tutta questa spesa, ben 600mila euro di danaro pubblico investito per un’area di appena 12mila metri quadrati, il parco è ancora privo di ombra, manutenzione e sicurezza adeguata, segnatamente per le giostrine esposte al sole e prive di pavimentazione antitrauma “.
” Il “caso Mascagna” – sottolinea Capodanno – rappresenta l’ennesima dimostrazione di un’amministrazione che preferisce raccontare i risultati invece di garantirli. Qui non c’è solo un problema di verde pubblico: c’è un problema di credibilità istituzionale. Se un parco appena sistemato si presenta così, allora il fallimento è evidente e va ammesso senza giri di parole ”.
” Al riguardo – puntualizza Capodanno – chiediamo un sopralluogo immediato con la partecipazione di associazioni e comitati di zona, per le verifiche del caso con la pubblicazione degli esiti, segnatamente per il ripristino urgente del verde e delle alberature compromesse o morte, e per la messa in sicurezza delle aree gioco, dotando nel contempo le giostrine di pavimentazione antitrauma “.
“ I cittadini non hanno bisogno di slogan né di fotografie di rito – conclude Capodanno – Hanno bisogno di un parco fruibile. Finché Manfredi e Santagada non daranno risposte operative alle giuste richieste dei tanti frequentatori, il parco Mascagna resterà il simbolo di una promessa tradita ai danni del quartiere e segnatamente dei bambini ”
(Giulia Cerasoli per “Chi”) – Fine settimana di semi-relax per la premier Giorgia Meloni, che sabato sera ha festeggiato con la sorella Arianna l’adorata mamma Anna Paratore, portandola a cena nello storico ristorante romano, l’Antica Pesa, a Trastevere.
Per i 74 anni della signora Anna, come tradizione, a cena c’erano soltanto le due figlie, la presidente del Consiglio, arrivata con un grande mazzo di fiori, e Arianna, responsabile del partito di via della Scrofa. Una serata intima a tre per parlare tra di loro e insieme con la mamma come quando erano due ragazze e non avevano certamente tutti gli impegni pressanti di oggi.
La prima ad arrivare è stata la festeggiata, seguita da Arianna e, poi, dalla Premier, giunta con la scorta. Dopo le candeline, le tre signore sono andate subito a casa.
Per la Premier il weekend è proseguito con una rigenerante quanto breve fuga al mare. Costume intero verde di gran moda e capelli al vento, Giorgia ha scelto il litorale romano per il suo relax domenicale. La presidente del Consiglio, in queste immagini esclusive, si tuffa tra le onde e si mostra sorridente e in gran forma.
Prima di affrontare le ultime questioni sul tavolo, Giorgia Meloni aveva bisogno di un bagno e si è concessa due ore di libertà; a casa l’attendevano, infatti, carte e documenti della calda, caldissima settimana prima di Ferragosto. Sicuramente trascorrerà i suoi giorni di vacanza con la figlia Ginevra, ma il tuffo a pochi chilometri da casa sua, in questa estate rovente, è stato una meravigliosa fuga che si è voluta concedere per rinfrancarsi e ripartire.
UE: RISOLUZIONE NON SI VOTA E PD EVITA FRATTURA, CONTE ‘TESTO MIA VITTORIA? NON E’ UNA GARA’
(Adnkronos) – Una spaccatura già scritta nei voti in Parlamento. Ed invece il regolamento della Camera è intervenuto ad evitare di mettere nero su bianco la frattura nel Pd. La risoluzione di Pd-M5S-Avs sulle comunicazioni del ministro Giancarlo Giorgetti non è stata infatti messa ai voti, in quanto preclusa. Il dato politico, però, resta.
“La risoluzione non si vota. Se si fosse votato, comunque non l’avrei sostenuta. Il testo resta non condivisibile”, mette agli atti Lorenzo Guerini. Ieri sera l’area riformista dem, quando il testo della risoluzione è stato diffuso, aveva già manifestato la contrarietà. “La notte porti consiglio”, l’auspicio. Ma non c’è stata alcuna modifica al testo depositato questa mattina.
Piena soddisfazione di 5 Stelle e Avs. Per la segreteria Schlein, parla il responsabile Esteri Peppe Provenzano che sulla risoluzione unitaria la mette così: “Abbiamo presentato una risoluzione sullo scostamento che abbiamo costruito con altre forze di opposizione e che contiene le posizioni già più volte espresse e formulazioni che abbiamo già votato in mozioni unitarie recentemente con tutte le forze di opposizione della nostra alleanza”.
Quindi il no al 5% del Pil per la Nato, il no “alla corsa al riarmo dei singoli Stati mentre sosteniamo la necessità di costruire una vera difesa europea. Sono le nostre battaglie di tutti questi mesi”, argomenta Provenzano. In aula alla Camera interviene Giuseppe Conte nelle dichiarazioni di voto. “Il progetto progressista -dice il leader M5S- significa una vera alternativa alla politica del riarmo che state perseguendo.
Il Movimento 5 Stelle oggi, insieme alle altre forze che sono in questo lato di questo emiciclo, dice convintamente no a riarmo. E’ un no che esprime una visione completamente alternativa”. I cronisti fermano Conte fuori dall’aula. La risoluzione è una sua vittoria? “Nessuna vittoria. Qui si parla di politica. Non è una gara”, risponde il leader 5 Stelle. Avs intantop rimarca il proprio apporto alla sintesi raggiunta nel documento. “Noi di Avs -dice Nicola Fratoianni- abbiamo contribuito da protagonisti a scrivere la risoluzione parlamentare unitaria” che “abbiamo voluto fortemente”. Un testo “giusto e chiaro che dice una cosa semplice: se vogliono uno scostamento, usino i fondi esclusivamente per obiettivi legati ai problemi veri dei cittadini. Non un euro per le spese militari”.
Il confronto con la Commissione per il Codice etico. Il giornalista: «Ho risposto su tutto»

(di Antonella Baccaro – corriere.it) – È durata ben cinque ore, ieri, davanti alla Commissione per il Codice etico della Rai, l’audizione del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Al centro dell’attenzione, alcune inchieste realizzate dalla trasmissione e il rapporto tenuto con le fonti. «Ho risposto a tutte le domande» ha fatto sapere il giornalista e vicedirettore dell’Approfondimento Rai.
L’audizione, iniziata presso gli uffici della tv pubblica intorno alle 14,30 è andata avanti fino a sera, toccando tutti i punti considerati dubbi sulla base del Codice etico della emittente pubblica. Ranucci, come si è detto, ha risposto a tutte le domande, in particolare quelle della responsabile dell’Internal audit, Delia Gandini, uno dei cinque dirigenti che fanno parte della commissione.
Il focus ha riguardato il rapporto con le fonti e la loro gestione nelle inchieste di Report. Particolare attenzione sarebbe stata riservata al legame del conduttore con Valter Lavitola, pregiudicato, «amico fraterno» del giornalista e, secondo la Procura, presunto mandante dell’attentato che nell’ottobre del 2025 ha danneggiato l’auto di Ranucci, parcheggiata di fronte alla sua abitazione.
L’ipotesi che la commissione intenderebbe verificare è quella secondo cui alcune delle inchieste di Report sarebbero state «ispirate» da interessi personali, in particolare quelli di Lavitola. Si parla di veri e propri business, come quello dell’energia eolica, e di piccole-grandi vendette. Come quelle che il faccendiere avrebbe diretto nei confronti di alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, il partito che ha presentato al riguardo, contro di lui, un esposto in Procura.
Ranucci, da parte propria, avrebbe già portato con sé copiosa documentazione per respingere tutti gli addebiti che gli sono stati mossi in alcune ricostruzioni giornalistiche nelle ultime settimane e in particolare da quando Lavitola è finito sotto inchiesta come mandante dell’attentato contro il giornalista per cui quattro presunti esecutori sono tuttora in carcere.
Dopo la perquisizione subita da Lavitola per ordine della Procura di Roma è emersa la sua amicizia con il giornalista, una frequentazione che ha spesso avuto come location il ristorante del faccendiere. Secondo il giornalista, le deduzioni trascritte dalla stampa sarebbero del tutto «prive di fondamento» e in molti casi avrebbero solo l’intento di mettere in discussione la sua serietà. Insomma, una sorta di complotto a suo danno, cui la Rai non dovrebbe dare seguito, tutelando lui e Report come patrimonio del servizio pubblico.
Nessun altro giornalista della redazione sarebbe finora stato ascoltato, il che non esclude che ciò avvenga nei prossimi giorni, se l’intento della commissione è quello di ricostruire il modus operandi seguito nella scelta dei temi, nel vaglio delle fonti e del materiale da approfondire e nella modalità di esecuzione delle inchieste. La commissione potrebbe terminare i propri lavori prima della pausa di Ferragosto, ma sul punto in Rai preferiscono non fornire certezze, forse puntando sull’effetto-sorpresa.
Intanto prosegue l’indagine sull’attentato da parte della magistratura: la Procura potrebbe ascoltare Sigfrido Ranucci, come parte offesa, a settembre.
Nei prossimi giorni invece dovrebbe decidere se concedere alla Rai l’autorizzazione per avviare l’audit, così come richiesto preventivamente dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi, per evitare intralci.
Intanto si aspetta che torni dall’Africa Gomes Clelio Tavares, anche lui indagato per l’attentato a Ranucci. Raggiunto ieri sera dal TgUno, Tavares non ha dato certezze circa il suo rientro in Italia che, in base a sue precedenti dichiarazioni, sarebbe dovuto avvenire oggi. Circa eventuali rapporti diretti con Ranucci, ventilati in un’intervista da Lavitola, ha risposto: «Non posso dire niente. La realtà la sa solo la Procura».
Fronda. Il testo dice no al riarmo e ignora il Safe: la destra dem minaccia di non votarlo. Ipsos: progressisti vincenti solo candidando il leader 5S

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] Il giorno dell’armistizio, per forza. In un martedì di afa desertica a Roma, Giuseppe Conte ed Elly Schlein cercano di ricomporre i cocci a tavola, mentre nei corridoi della Camera e su WhatsApp gli sherpa di Pd, M5S e Avs mettono assieme a colpi di cancellature una risoluzione unitaria, che si voterà oggi in occasione delle comunicazioni del ministro dell’Economia Giorgetti a Montecitorio. Con un punto principale, invocato da 5Stelle e rossoverdi: “Riteniamo necessario riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento, nonché attivarsi per superare il piano di riarmo degli eserciti nazionali”. È il tema su cui i progressisti discutono per ore e che in serata viene sciolto con questa formula, su spinta innanzitutto del capogruppo del Movimento, Riccardo Ricciardi. D’altronde non si poteva andare oltre, nello scontro tra i fu giallorosa, come ha fatto capire ieri su Repubblica Dario Franceschini, in un’intervista in cui ha descritto come “inevitabili” le primarie per scegliere il candidato a Palazzo Chigi, come a disinnescare una delle principali micce dei sospetti reciproci. L’eternauta del Pd invita tutti a deporre le armi “perché si possono vincere le elezioni, e sarebbe colpevole rovinare tutto”.
Nel primo pomeriggio a materializzarsi alla Camera è il capogruppo del Senato, Francesco Boccia, vicinissimo a Schlein, ma con rapporti continui con Conte. Parla con la capogruppo alla Camera, Chiara Braga e con il responsabile Esteri, Peppe Provenzano che da giorni lavorano alla mediazione. Offre la soluzione possibile: dal testo deve scomparire ogni riferimento alla parola Safe, lo strumento di prestito per acquisto di armi, inviso a M5S e Avs. Si può fare, anche perché Giorgetti oggi dovrà riferire sullo scostamento di bilancio e non c’è alcun motivo di parlare della linea di prestito per l’acquisto di armi.
Poco prima, ecco il pranzo tra Conte e Schlein: secondo l’ex premier “concordato già la settimana scorsa”. È lui in serata a raccontare ai cronisti dell’incontro, gesto che i dem interpretano come “positivo”. E sempre Conte dichiara: “Sull’Ucraina in questi giorni ho ripetuto le stesse cose che io e il M5S diciamo da quattro anni, la nostra posizione è sempre la stessa. Ma rispetto le posizioni del Partito democratico”. In una dichiarazione conciliante, non manca l’accenno pepato alle varie “posizioni” tra i dem, rispetto a quella del Movimento.
[…]
Nel Pd c’è chi la racconta in maniera più colorita: “Sul fatto che chi vince le primarie deve decidere anche la linea sull’Ucraina, Conte ha detto a Schlein che gli è scappata la frizione. Ed Elly ha risposto di mettere il freno la prossima volta”. Che si sia parlato molto di gazebo, lo assicurano un po’ tutti. Ma la quadra non si è trovata: d’altra parte il leader del Movimento vorrebbe farle entro l’anno e Schlein a febbraio, proprio per ridurne l’impatto. Non è un mistero che la maggioranza dei dem non vorrebbe proprio farle. E tra i vicini a Schlein c’è chi sostiene perfino che tra i due non si sarebbe arrivati alla certezza sul fatto che si terranno. Sussurri a parte, i partiti lavorano alla risoluzione. Si arriva al punto di caduta, lasciando fuori la parola Safe. E poi con un chiaro no al riarmo. Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e gli altri esponenti della destra dem valutano di non votarlo. E in serata fanno sapere: “Apprendiamo dalle agenzie di stampa il testo della risoluzione del nostro partito assieme a Avs e M5S. Non sappiamo se sia questo il testo definitivo. Vedremo se la notte porterà consiglio perché quello che si legge non è un testo condivisibile”. E potrebbe essere un punto di non ritorno. Mentre il M5S manifesta “soddisfazione”: non a caso.
Sullo sfondo, il sondaggio di Ipsos Doxa: in caso di ballottaggio tra centrosinistra e centrodestra – con Vannacci fuori della coalizione di destra – i progressisti vincerebbero con il 51,2 per cento, se a guidarli fosse Conte. Ma se la candidata fosse Schlein, il risultato si invertirebbe, con il centrodestra al 51 per cento e il centrosinistra fermo al 49. Cifre che tra i progressisti semineranno altri dubbi.
Non è un mistero che la proposta/imposta del Melonellum incorpora più di una trappola pensata al fine di mettere in difficoltà lo schieramento alternativo. Tra queste, un meccanismo di soglie e di raccolta firme che costringono le forze moderate e centriste del campo progressista a una forzosa unità

(Franco Monaco – editorialedomani.it) – È attribuita a De Gasperi la metafora di un centro che muove verso sinistra. Anche se egli, causa la guerra fredda, sbarcò i comunisti dal governo. E tuttavia, dal centro, il leader trentino fece una politica non priva di afflato riformatore. Non è un mistero che la proposta/imposta del Melonellum incorpora più di una trappola pensata al fine di mettere in difficoltà lo schieramento alternativo. Tra queste, un meccanismo di soglie e di raccolta firme che costringono le forze moderate e centriste del campo progressista a una forzosa unità. Si tratta, per via politica, di fare di necessità virtù, di risolvere una costrizione in una opportunità, di contrastare i particolarismi.
Non è facile. Paradossalmente – la storia Dc insegna – ai particolarismi sono più inclini i piccoli che non i grandi.

Quello meglio messo tra loro, non fosse altro che perché non ha bisogno di raccogliere firme, è Renzi. Lo sappiamo: non gli riesce facile rinunciare al protagonismo. Umiltà e sobrietà non sono il suo forte. Così come si può comprendere la diffusa diffidenza per la sua disinvoltura e la indole corsara della sua politica. Ciononostante, è saggio ispirarsi a una massima inclusiva del vecchio Ulivo: “È escluso solo chi si esclude”.
Tutti utili anche gli altri apporti: Ernesto Ruffini con la sua sensibilità per un programma partecipato come fu appunto quello dell’Ulivo; quello di Più Europa portatore della cultura liberale ed europeista del Partito radicale versione Bonino e dei socialisti che non tradiscono la loro ascendenza di sinistra; quello di varie realtà associative di ispirazione cristiana convenute di recente a Roma nel solco delle Settimane sociali con la loro idea-forza di una democrazia pluralistica e partecipata opposta alla “capocrazia” della destra; quello di Onorato di una rete di amministratori con il loro pragmatismo civico che solo dovrebbero allontanare da sé l’ombra di una eterodirezione (e dunque di un connotato artificioso da laboratorio) da parte di loquaci strateghi romani.

Giusto richiamare la matrice pluralistica dello stesso Pd, ma anche prendere atto del tramonto della velleitaria autosufficienza di esso a suo tempo coltivata da Veltroni prima e da Renzi poi. Facendo rivivere la vocazione coalizionale e pluralistica che fu di Prodi e smarrita dal primo Pd.
Tutt’altro caso quello di Azione. Non mi spingo al punto da mettere in dubbio che Calenda sarà di parola andando a elezioni in autonomia, né di qua né di là. Tuttavia il suo posizionamento, politicamente, sempre più si qualifica come all’insegna di una terzietà non strettamente equidistante. Anche preterintenzionalmente. Lo si evince da dettagli che dettagli non sono, insisto, politicamente.
Egli oggi sta all’opposizione e, dal punto di vista della destra al governo, è già un risultato che non partecipi al cantiere dell’alternativa. La sola con ambizioni e chance di governo. Non è un mistero che, per tale ragione, Meloni sia disponibile a fargli ponti d’oro. Lo ha segnalato Il Foglio. Vera o falsa che sia è filtrata l’ipotesi di un sostegno della destra della candidatura della ex dem Elisabetta Gualmini a sindaco di Bologna.

Del resto, anche nel confezionare la proposta/imposta di legge elettorale un occhio di riguardo – soglie e firme – lo si è riservato ad Azione. In questa luce, l’approdo di ex Pd ad Azione, cioè a una formazione comunque altra rispetto al campo dell’alternativa e non a un soggetto diverso dal Pd ma interno al centrosinistra, attesta come effettivamente costoro fossero fuori posto in un partito che, per missione, è proteso a fare da perno dell’alternativa alle destre al governo.
E quanto spesso fossero strumentali o almeno forzati i loro quotidiani distinguo espressi sui media della destra e di quelli falsamente indipendenti generosissimi nel dare loro visibilità. Vedi la caricatura polemica della Picerno, ex Pd e neo-azionista, che ora bolla il Campo largo in cui stava sino a ieri come Campo-Lavrov. Francamente troppo e di cattivo gusto.
Altro piccolo indizio: la toccata e fuga in Azione delle due vestali del berlusconismo Carfagna e Gelmini, evidentemente mai sfiorate dall’idea di concorrere a una reale alternativa alle destre. Non a caso prestissimo rientrate non in FI che comprensibilmente non gradiva riprendersele, ma in Noi Moderati, che sempre più si configura come una sottomarca di FdI. Con La Russa che candida Lupi a sindaco di Milano.
Sarebbe ingeneroso definire Azione un centro che guarda a destra, ma non è fuori luogo osservare che si tratta di un centro che fa comodo alla destra.

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Affermare che Trump e Netanyahu non sono un’anomalia nella storia degli Stati Uniti e di Israele, ma il risultato di dinamiche presenti nei due Paesi e dei semi di violenza insiti nella governance precedente, non significa essere antiamericani oppure antisemiti. Allo stesso modo, stigmatizzare l’Ue, facendo risalire l’autoritarismo, il neoliberismo e il filo-atlantismo a un sistema istituzionale perfezionatosi con i Trattati di Maastricht, non implica il rifiuto dell’ideale sovranazionale europeo. La grande confusione che regna è costruita ad hoc dalla manipolazione mediatica.
[…] Le crepe che si sono aperte nel sistema di dominio del capitalismo finanziario e che permettono di far penetrare alcuni raggi di luce, sono individuabili nella transizione che ha portato Trump, Netanyahu e Von der Leyen a rendere palese la violenza del sistema imperialistico. I partiti e i movimenti del cosiddetto dissenso dovrebbero inserirsi in queste fragilità, ribadendo la sostanziale continuità storica, senza farsi manipolare dalla destra tecnocratica, impersonata dai Dem Usa, dai socialisti europei e dal Pd, tendente a salvare il passato del liberal order basato sulle regole” e a trasformare Trump e Netanyahu in capri espiatori affinché “tutto cambi perché nulla cambi”.
Gli Usa di Trump hanno mostrato anche ai ciechi e ai sordi, la violazione del diritto internazionale. La retorica liberal è rimasta impotente di fronte al genocidio di Gaza, alle minacce di annientamento dell’Iran, al sequestro della leadership di Caracas per gestire le risorse petrolifere. Ugualmente l’assedio di Cuba e l’ipotesi che l’attuale Segretario di Stato Rubio, eletto coi voti della diaspora, potrebbe essere il nuovo presidente dell’isola, ha fatto strabiliare l’elettore moderato filoatlantico. Persino Panebianco ha avuto un sussulto. La politica attuale in Medioriente e in America latina dei neoconservatori non era sostanzialmente diversa in passato. Le guerre di esportazione della democrazia di Bush, il sostegno ai regimi liberticidi latinoamericani e i colpi di Stato lo dimostrano. Allo stesso modo, il genocidio del popolo palestinese e l’attacco ai paesi vicini, la critica all’Onu materializzatasi con Netanyahu erano insiti nel progetto del Grande Israele, sigillato nello Statuto del Likud alla sua nascita.
[…]
Questo significa fare di ogni erba un fascio? Non direi. Le differenze, anche solo di forma, sono importanti se riusciamo ad avere chiaro il quadro nel suo complesso. Altrimenti ci facciamo divorare dai partiti egemonici della falsa sinistra come il Pd, che vorrebbero perpetrare antiche violenze (per esempio l’insediamento dei coloni in Cisgiordania, continuato anche con la sinistra israeliana, oppure la politica delle esecuzioni extragiudiziali di Obama) monopolizzando le condanne di Netanyahu e di Trump in versione difensiva dello stesso sistema che li ha generati. La guerra di attrito contro l’Iran si è nuovamente fermata, ma l’escalation è sempre in agguato. La lobby di Israele non si arrende e la politica bipartisan del Congresso ne è fortemente influenzata. Le monarchie del Golfo, che soffrono i danni maggiori delle rappresaglie di Teheran, hanno grazie ai petrodollari, una leva non indifferente. L’Europa mediterranea, con la sola eccezione della Spagna, è complice di una situazione incandescente di cui patisce i maggiori danni. L’Italia con 400 soldati in Arabia Saudita, le basi di attacco della Nato e la fornitura di armi (riassunta da Orsini su questa testata) è cobelligerante e quindi legittimo obiettivo di un attacco iraniano. Gli ignari cittadini dormono sotto l’ombrellone.
Come Bezrukov ha affermato, la nuova guerra contro la Russia approvata da Trump, escalate to deescalate, caratterizzata dagli attacchi terroristici ucraini con droni in territorio russo, potrebbe durare anni. Andrey Lukyanov, esperto del Valdai Club, afferma che i droni ucraini sono il risultato di tre anni di finanziamento occidentale, oggi guidato dalla Germania. La deterrenza russa si ristabilirebbe attaccando le fabbriche in Ucraina e in Europa. Il progetto neoconservatore statunitense di demilitarizzazione, deindustrializzazione della Russia non ha subito scosse. È oggi portato avanti dalla maggioranza Ursula, con il piano di riarmo di 800 miliardi anche a debito (Safe, sostenuto dai socialisti europei e dal Pd) mentre la Germania con i 400 miliardi di riarmo nazionale ha in programma di divenire primo esercito mondiale entro il 2039. Il conflitto con la Russia entro la fine della decade è considerato un’ipotesi genuina dall’élite tedesca. La politica estera occidentale (come ho tentato di illustrare in Approdo per noi Naufraghi) è conseguenza della crisi del capitalismo finanziario ed è intrecciata con la cancellazione dello Stato sociale, della Costituzione e dei diritti di libera espressione.