Nessun membro del governo ha incontrato i delegati del Media Freedom Rapid Response in Italia per un’ispezione

(di Andrea Sparaciari – lanotiziagiornale.it) – La riforma dell’emittente pubblica Rai e la sua conformità il Regolamento europeo sulla libertà dei media (Emfa); il recepimento della direttiva Ue Anti-Slapp e la riforma in materia di diffamazione; aggressioni, minacce digitali e l’uso della sorveglianza contro i giornalisti, con riferimento al caso del tojan Paragon; la concentrazione del mercato dei media, con particolare attenzione alla vendita del gruppo Gedi e la sua compatibilità con l’Emfa.
Sono le quattro macro-aree cha ha preso in esame l’ultimo rapporto di monitoraggio Media Freedom Rapid Response (Mfrr), presentato lunedì a Roma, a conclusione della quarta missione informativa in Italia di una sua delegazione, per valutare i principali sviluppi che influenzano la libertà di stampa e dei Media nel nostro Paese e sollecitare l’attuazione di riforme cruciali.
I membri Mfrr hanno dato conto degli incontri avuti, come quello con la presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza della Rai, Barbara Floridia, ma, soprattutto, di quelli che non hanno avuto, visto che non sono stati ricevuti da alcun esponente del governo italiano, nonostante le richieste inoltrate.
Nell’ultimo rapporto di monitoraggio Mfrr ha documentato 118 violazioni della libertà di stampa in Italia nel 2025. I casi registrati includono aggressioni fisiche, molestie legali, gravi casi di spionaggio informatico e l’attentato al giornalista Rai, Sigfrido Ranucci. Questa tendenza – dicono gli esponenti di Mfrr – segnala l’esistenza di minacce strutturali alla sicurezza dei giornalisti, all’indipendenza editoriale e al pluralismo dei media in Italia.
Nell’operazione di vendita del Gruppo Gedi, ovvero dei quotidiani la Repubblica e La Stampa, oltre alle altre testate che tra carta stampata ed emittenti fanno capo allo stesso gruppo editoriale, alla compagnia greca Antenna, “occorre la massima trasparenza in fatto di occupazione e di pluralismo”, si legge nel report.
Tra i temi principali della missione in Italia c’era infatti anche la concentrazione del mercato dei Media e la sua compatibilità con l’European Media Freedom Act. Secondo Mfrr la portata di questa operazione di mercato “è qualcosa di rivoluzionario nel panorama dei media” e la proposta venuta dal corpo redazionale di Repubblica circa la separazione tra la gestione editoriale e quella corporate, secondo Mfrr, è una “la soluzione percorribile”, anzi “per l’articolo 22 dell’Emfa dovrebbe esserci proprio questo tipo di operazione, e quindi si potrebbe valutare se è opportuno sostenere questa dichiarazione e questo progetto di indipendenza della redazione”. Secondo gli estensori del rapporto “l’indipendenza della redazione è vitale per il pluralismo e la libertà dei media in Italia”.
Una parte consistente del report è stato dedicato alla Rai perché da agosto 2025 sono scaduti i termini previsti per il recepimento della direttiva del Media Freedom Act, che impone una governance indipendente dalla politica per il servizio pubblico. Tanto che l’Italia è a rischio di apertura di una preceduta di infrazione da parte di Bruxelles e Roma ha già ricevuto una lettera di richiamo.
Altro fronte caldo è il recepimento della direttiva sulle querele temerarie da parte dell’Italia, che per ora è limitata alle cause trasnfrontaliere. Secondo Sielke Kelkner dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, in Italia “c’è un ricorso sistematico da parte delle figure pubbliche di alto livello alle azioni temerarie per mettere a tacere qualunque forma di critica, non solo dei giornalisti e delle inchieste, ma anche critiche che vengono appunto da parte di intellettuali”.
L’esempio riportato – ma è solo l’ultimo in ordine di tempo – la minaccia di querela del presidente del Senato Ignazio La Russa al rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari. Ma è stato ricordato anche il caso dello stand-up comedian romano Daniele Fabbri, querelato dalla premier Giorgia Meloni.
Il tycoon immaginava che bastasse fare “bau” alla teocrazia di Teheran perché si arrendesse e lui potesse porre l’ennesima tacca alla sua immaginaria collezioni di paci. Non è così, anche perché l’Iran ha dimostrato di sapere resistere. Poi c’è un altro problema: è il premier israeliano, che vuole continuare la battaglia fino a rovesciare il regime

(Gigi Riva – editorialedomani.it) – La guerra non è un pranzo di gala, signor Trump. Viene voglia di parafrasare Mao Zedong nell’osservare l’ennesima prova di superficialità, faciloneria e dilettantismo con cui il presidente degli Stati Uniti si sta impantanando in una guerra troppo seria per lasciarla fare ai politici, e qui la parafrasi riguarda il francese Clemenceau che invece di “politici” metteva “generali”.
Come un bambino irresponsabile che gioca con una palla chiamata mondo, Donald Trump ha spedito due portaerei nel Golfo, con il corredo di caccia bombardieri e soldati (spesa iniziale, oltre 600 milioni di dollari), immaginando che bastasse fare “bau” alla teocrazia di Teheran perché questa alzasse le braccia, si arrendesse e lui potesse porre l’ennesima tacca alla sua immaginaria collezioni di paci da presentare al consesso della Storia, ai giurati del Nobel norvegese, o in alternativa a un bravo psicanalista.

Ma esattamente come per il suo sodale Vladimir Putin in Ucraina, non è riuscito al tycoon il cesareo “Veni, vidi, vici” perché l’Iran non è il Venezuela, la sua reazione è più robusta del previsto e sta provocando danni, il regime ha una struttura collaudata e in grado di ricostruire le catene di comando azzoppate. Insomma, resiste. Costringendo Washington a inviare una terza portaerei, e il comandante in capo come un “bateau ivre”, un battello ubriaco, ad oscillare qua e là con dichiarazioni ondivaghe, «sarà lunga», «no abbiamo quasi vinto», «vogliamo il cambio di regime», «no basta che scelgano una Guida Suprema a noi gradita», «siamo qui per il nucleare», «siamo qui per i missili balistici». E il problema è che qualcuno continua a prenderlo sul serio.
Al contrario di alcuni turibolanti leader occidentali, chi comincia ad averne abbastanza sono i suoi elettori americani, quelli che hanno visto alzarsi il prezzo della benzina fino a 4 dollari al gallone (era 3,46), con la prospettiva di toccare i 5. Un incubo per famiglie alle prese con l’inflazione e che lo avevano votato per la promesse di pensare “prima” all’America, di non avventurarsi in guerre esterne (se fosse permesso un emoticon in un editoriale qui ci vorrebbe la faccina che ride, ride amaro, fino alle lacrime).

I sondaggi dicono che la maggioranza della popolazione negli States è contraria al conflitto così come è (56 per cento), e figurarsi per l’invio di truppe evocato spesso anche se ipotesi assai improbabile, pollice verso del 74 per cento.
Con il consenso in declino e le elezioni di midterm sullo sfondo, Trump ha una voglia matta di tirarsi fuori dal guaio mediorientale magari proclamando una vittoria purchessia. Ed ecco profilarsi dunque, sempre più netta, la divaricazione degli intenti con il suo alleato principe.
L’orizzonte di Benjamin Netanyahu è infatti completamente diverso. Non tale da prefigurare una rottura tra due personaggi che sono destinati comunque a trovare un accordo e hanno una identica visione del mondo: non per caso Bibi è stato spesso definito con ironia in Israele come «un leader del partito repubblicano americano».

È almeno dal 2012, quando all’Assemblea generale delle Nazioni unite a New York disegnò una bomba atomica bambinesca per far vedere quanto Teheran era vicino ad averla, che considera l’Iran una minaccia esistenziale per Israele, da eliminare a tutti i costi. Ha rallentato la corsa al nucleare del nemico con una serie di attentati contro gli ingegneri responsabili del progetto, ha sempre criticato i tentativi di trattativa.
Non vedeva l’ora di menare le mani. L’ora è giunta e non vuole farsi sfuggire l’occasione del regolamento di conti con gli ayatollah. Il suo obiettivo è chiaro: continuare la battaglia fino a rovesciare il regime e, soprattutto, mettere le mani sull’uranio arricchito che potrebbe essere utilizzato per confezionare gli ordigni e che viene tenuto nascosto in luoghi sicuri nella pancia di una montagna.
Solo così potrebbe cantare vittoria e presentarsi all’appuntamento legislativo previsto alla lunga per l’anno prossimo, con la prospettiva di primeggiare. Da quando è cominciato il conflitto, nelle intenzioni di voto il suo partito è cresciuto di quattro seggi, da 27 a 31. Riassunto. Per Netanyahu finché c’è guerra c’è speranza. Per Trump se finisce la guerra c’è speranza. Il destino di una fetta di mondo è sequestrato dagli interessi di due persone.
Giorgia Meloni è intervenuta poco fa al Senato in vista della riunione del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026.

(Alessandro Di Battista) – Giorgia Meloni è intervenuta poco fa al Senato in vista della riunione del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026. Leggete bene questi tre passaggi sulla guerra in Iran scatenata dai suoi alleati statunitensi e israeliani.
Prima dà la colpa ai russi: “Siamo di fronte a una evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali e al venir meno di un ordine mondiale condiviso. Si tratta di un processo in corso da tempo, ma che ha avuto un punto di svolta ben preciso, ovvero l’anomalia dell’invasione di una nazione vicina da parte di un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e cioè proprio di quell’organismo che del diritto internazionale dovrebbe essere il primo garante”.
Poi attribuisce la responsabilità della guerra in Iran addirittura agli attacchi del 7 ottobre: “L’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026, ma quella del 7 ottobre 2023”.
E infine, attraverso queste giustificazioni, ammette che israeliani e statunitensi hanno violato il diritto internazionale: “È in questo contesto di crisi del sistema internazionale nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano. Un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte”.
In sostanza il ragionamento è questo: dato che i russi hanno invaso l’Ucraina nel 2022 e dato che ci sono stati gli attacchi del 7 ottobre, dimenticando occupazioni e uccisioni quotidiane per decenni in Palestina, questo in qualche modo giustifica gli Stati Uniti a bombardare l’Iran e Israele a uccidere decine di migliaia di persone a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Iran.
“Non essendo stati parte diretta dei negoziati non abbiamo gli elementi per avvalorare con certezza ma neanche per smentire le affermazioni degli Stati Uniti sull’indisponibilita’ dell’Iran a chiudere un accordo”, dice Giorgia Meloni. Quindi nel 2022 per la donna, madre e cristiana c’era un aggredito e un aggressore. Nel 2026, invece, “non abbiamo elementi”.
Leggete poi cosa dice sul Libano: “Abbiamo assistito nuovamente alla decisione scellerata di Hezbollah di trascinare l’incolpevole popolo libanese in una nuova guerra contro Israele. Ho sentito il primo ministro Netanyahu al quale ho ribadito la contrarietà dell’Italia a qualunque escalation, fermo restando il diritto di Israele a rispondere agli attacchi di Hezbollah“.
Giorgia Meloni finge di non sapere che lo Stato terrorista ha violato ripetutamente, dal 2024 a oggi, l’accordo che era stato raggiunto per un cessate il fuoco. Del resto esattamente come hanno fatto ripetutamente a Gaza. Ricordo che dal 2 marzo a oggi i terroristi israeliani in Libano hanno ucciso 83 bambini e 254 sono stati feriti. Negli ultimi due anni i terroristi israeliani hanno ammazzato 329 bambini in Libano (fonte Unicef). Giorgia Meloni finge di non sapere che i terroristi israeliani uccidono per il gusto di uccidere. Proprio in queste ore hanno ammazzato 48 persone per recuperare la salma di un pilota israeliano, Ron Arad, disperso nel 1986.
Poi la donna, madre e cristiana parla della strage delle bambine a Minab in Iran e dice questo: “A nome del governo esprimo ferma condanna per la strage delle bambine avvenuta nella scuola di Minab, nel sud dell’Iran, la solidarietà ai familiari delle giovanissime vittime e la richiesta che si accertino rapidamente le responsabilità di questa tragedia”.
Avete capito cosa fa? Condanna ma finge di non conoscere i responsabili. Giorgia Meloni sa benissimo che Donald Trump ha mentito al mondo sapendo di mentire quando ha negato le responsabilità degli USA sull’ennesima scuola bombardata dagli USA. Giorgia Meloni sa benissimo che ci sono le prove sulla responsabilità USA. Giorgia Meloni sa benissimo che ci sono video che dimostrano che sono stati missili Tomahawk a colpire l’area della scuola. Giorgia Meloni sa benissimo che i BGM-109 Tomahawk sono missili USA della Raytheon Company, la più grande fabbrica di missili al mondo. Ma come potrebbe la donna, madre e cristiana condannare gli Stati Uniti guidati dall’uomo a cui le stessa vorrebbe dare il Premio Nobel per la pace?
La Presidente del Consiglio, nonostante abbia provato in tutti i modi a giustificare USA e Israele, ha ammesso che i suoi alleati hanno violato il diritto internazionale. Certo, sul diritto internazionale ci sarebbe da ricordarle che gli statunitensi non hanno violato il diritto internazionale soltanto adesso, ma lo hanno violato con un’operazione terroristica in Venezuela (hanno ucciso decine di persone) e lo stanno violando ancora adesso soffocando letteralmente Cuba. Ci sarebbe da ricordarle che Israele viola da decenni il diritto internazionale e che mentre il suo Ministro degli esteri diceva che “Israele non ha compiuto crimini di guerra”, Israele realizzava un genocidio (ancora in corso).
Detto questo, considerando che sia la Presidente del Consiglio sia il Ministro della Difesa hanno ammesso che statunitensi e israeliani hanno violato il diritto internazionale — anche se evitano scientemente parole come “aggressore” e “aggredito” — ci sarebbe da aspettarsi che facciano qualcosa.
Uno Stato che riconosce che un proprio “alleato” (o forse sarebbe più corretto dire padrone) sta violando le regole dovrebbe reagire. Per quanto tempo ci hanno raccontato che abbiamo smesso di acquistare gas russo, sostituendolo con il GNL statunitense, perché la Russia nel 2022 aveva “violato il diritto internazionale”? Vi ricordate la retorica dei “sacrifici” in nome della difesa dell’Occidente? Bene. Adesso che finalmente Meloni e Crosetto riconoscono che gli Stati Uniti e Israele hanno violato il diritto internazionale, che facciamo?
Smettiamo di comprare il GNL statunitense?
Smettiamo di comprare armi dagli Stati Uniti?
Smettiamo di fare affari con lo Stato terrorista di Israele?
Prendiamo in considerazione l’idea che sia un abominio consentire ai terroristi dell’IDF di venire in Italia a fare i cosiddetti “periodi di decompressione”?
Applichiamo 19 pacchetti di sanzioni contro gli Stati Uniti e altri 19 contro Israele?
Congeliamo i beni statunitensi e israeliani per finanziare la ricostruzione del Libano, di Gaza e dell’Iran?
Oppure tutto quello che si intende fare è pronunciare qualche parolina — peraltro con enorme ritardo? Queste sono le domande che dovrebbero essere poste alla Meloni. E su questo dovrebbe rispondere.
Forse la risposta più semplice sarebbe anche la più logica: dato che gli Stati Uniti e Israele violano il diritto internazionale, invece di comprare il gas che costa di più e che inquina di più, torniamo a comprare quello che costa meno e che inquina meno.
Anche perché, come ha detto una fantastica Milena Gabanelli alcuni giorni fa a Mentana, al TgLa7: “Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi con gli americani”.
REFERENDUM: NORDIO “DIMISSIONI BARTOLOZZI? SI CHIEDONO PER RAGIONI PIÙ SERIE”

(ITALPRESS) – Quelle di Giusi Bartolozzi sono “osservazioni che magari in un colloquio informale, nella vivacità del momento, vanno oltre quello che è il significato che uno vorrebbe dare alle espressioni”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ospite a “Realpolitik” in onda questa sera su Rete4.
“Come si può pensare che una magistrata, che per altro dipende da un ministro della Giustizia che è stato magistrato per 40 anni, voglia di fatto eliminare la magistratura o considerarla un plotone di esecuzione? Siamo in una campagna elettorale molto accesa e si è detto tutto il contrario di tutto. Giustamente il capo dello Stato ha detto di abbassare i toni e io ho cercato di farlo dal primo momento, ma purtroppo non sempre questi toni si abbassano”, ha aggiunto.
SENATO: SCUSE LA RUSSA A NICITA, EPITETO ERA BORBOTTIO RIVOLTO A ME STESSO**
(Adnkronos) – Roma. “Il presidente La Russa ha cercato telefonicamente il senatore Nicita, senza mai trovarlo. Ha parlato con il capogruppo del partito democratico Boccia, al quale, in attesa di poter parlare con il senatore ha presentato le sue scuse. Il presidente si è detto dispiaciuto, non ricorda l’evento specifico e nemmeno se l’epiteto fosse rivolto realmente al senatore Nicita, comunque gli chiede scusa, se così è stato interpretato.
Quello del presidente era un borbottio rivolto a se stesso, che purtroppo è stato intercettato dal microfono rimasto aperto. Il presidente La Russa ha sempre avuto un ottimo rapporto con il senatore siciliano Nicita, con il quale condivide alcune amicizie”. Lo sottolinea il portavoce del presidente del Senato, Emiliano Arrigo.
TAJANI AI CRONISTI: ANCHE IO SONO GIORNALISTA, PERCHÉ NON MI CHIEDETE DI GRATTERI?
(Agenzia Vista) – “Il capo di gabinetto ha detto cose che io non condivido. Ma è molto grave perché lui può esercitare un potere e reprimere qualcuno, utilizzare il proprio potere. Mi mette paura una dichiarazione del genere. o faccio le domande anche a voi, sono giornalista pure io. Ma perché non domandate nulla sul caso Gratteri?”, così il ministro degli esteri Antonio Tajani a margine delle comunicazioni di Giorgia Meloni al Senato sulla situazione in Medio Oriente.

(Nick Squires – telegraph.co.uk) – È il test più pericoloso affrontato finora da Giorgia Meloni durante il suo periodo al governo.
Milioni di italiani voteranno questo mese su una riforma della magistratura — un terreno di scontro sul quale destra e sinistra italiane combattono da decenni.
Il voto, ad altissimo rischio politico, è pieno di insidie per Meloni, che è primo ministro da quattro anni e che dovrà affrontare elezioni generali il prossimo anno.
Se dovesse perdere il voto del prossimo mese, la sua aura di invincibilità subirebbe un duro colpo e l’opposizione ne trarrebbe vantaggio.
I sondaggi indicano che il risultato potrebbe andare in entrambe le direzioni e molto dipenderà dall’affluenza alle urne.
Il contenuto della riforma è complesso e difficile da comprendere per l’italiano medio. Prevede la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, mettendo fine al sistema attuale che consente loro di passare da un ruolo all’altro.
Il governo di coalizione guidato da Meloni sostiene che ciò renderebbe i giudici più imparziali, riducendo i loro legami con i pubblici ministeri, mentre i critici affermano che si tratta di un tentativo di aumentare il controllo politico sui tribunali.
È prevista anche l’istituzione di un tribunale disciplinare per esaminare i casi di cattiva condotta.
Le riforme — se verranno approvate — difficilmente cambieranno in modo significativo la vita degli italiani. Ma questo non è il punto.
Il pericolo per Meloni è che il referendum, che si terrà il 22 e 23 marzo, diventi di fatto un giudizio sui suoi quattro anni al governo e sul suo esecutivo di destra.
Votare “no” offrirebbe agli italiani scontenti l’opportunità di colpire la premier dove fa più male — come accadde a David Cameron con il referendum sulla Brexit nel 2016.
Cameron scommise il suo futuro sulla convinzione che la Gran Bretagna avrebbe scelto di restare nell’Unione europea dopo anni di divisioni sull’Europa — e la scommessa gli si ritorse completamente contro.
Alcuni sondaggi suggeriscono che Meloni rischia di perdere il voto. Questo anche a causa della sua stretta relazione con Donald Trump.
Il presidente americano è impopolare in Italia: il 77 per cento degli italiani ha un’opinione sfavorevole su di lui, secondo il gruppo di sondaggi YouGov.
Anche la guerra di Trump con l’Iran sta aumentando i timori di uno shock sui prezzi dell’energia in un momento in cui gli italiani sono già scontenti per le bollette costose, i salari stagnanti, l’alto costo della vita e scuole fatiscenti dove i bambini talvolta devono portarsi la carta igienica da casa.
Meloni ora deve affrontare un difficile equilibrio: non deve irritare il suo alleato americano, come hanno fatto gli spagnoli, ma deve anche rassicurare gli elettori sul fatto che l’Italia non verrà trascinata in una guerra guidata dagli Stati Uniti in un momento in cui la gente comune è preoccupata per l’aumento delle spese.
Il referendum, che arriva nel momento peggiore possibile per la premier, potrebbe rivelarsi un test decisivo del suo governo.
Gli alleati di Meloni hanno affermato che l’opposizione di centro-sinistra spera che il governo entri in crisi nel caso in cui vinca il “no”.
Simonetta Matone, deputata della Lega, uno dei tre partiti che compongono la coalizione di governo, ha dichiarato che il Partito Democratico non ha “alcun interesse nella riforma della giustizia”.
Starebbe usando il referendum “come un modo per attaccare il governo in vista delle elezioni generali”, ha detto.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha affermato che l’opposizione nutre “la vana speranza che, nel caso vinca il no, il governo venga gettato in una crisi”.
“Non sarà così. Abbiamo garantito un livello di stabilità che loro possono solo invidiare”, ha insistito Nordio.
Ma Francesco Boccia, del Partito Democratico, ha dichiarato che il referendum sarà “un giudizio sul governo, che ha imposto questa riforma”.
Oltre al destino di Cameron, esiste anche un precedente preoccupante più vicino a casa.
Non è la prima volta che un primo ministro italiano dinamico e relativamente giovane, emerso quasi dal nulla, scommette il proprio futuro sull’esito di un referendum nazionale.
Nel 2016, Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio e leader del Partito Democratico, fu costretto a dimettersi dopo aver legato la propria reputazione a un referendum che avrebbe riformato il sistema politico italiano.
Aveva proposto di rafforzare il governo centrale e indebolire la camera alta del Parlamento, il Senato.
Sebbene il referendum riguardasse una riforma costituzionale, si trasformò in una valutazione della politica dell’establishment — e dello stesso Renzi.
Il ricordo di Renzi non può essere lontano dalla mente di Meloni, eletta primo ministro nel 2022 come prima donna nella storia d’Italia e che spera di ottenere un secondo mandato il prossimo anno.
E il suicidio politico di Renzi sarà ben presente nella mente di quegli italiani scontenti della coalizione di governo.
“Voterò no al referendum. Non mi interessa molto la questione della magistratura, penso solo che Meloni non abbia mantenuto molte delle promesse fatte prima di diventare primo ministro, come abbassare le tasse sui carburanti”, ha dichiarato al Telegraph Dario Valentino, un tassista romano.
“L’Italia ha ancora alcuni dei salari più bassi d’Europa. La mia fidanzata si sta formando per diventare infermiera e le ho detto: ‘Sei sicura di volerlo fare?’ Guadagnerà 1.200 euro al mese per una settimana lavorativa di 60 ore”.
“Sosterrò il no”, ha detto Roberto Ferdinandi, un edicolante che gestisce un chiosco in una piazza lastricata di Roma. “Non dovremmo essere noi a decidere su questioni importanti come la magistratura. Dovrebbe essere indipendente dalla politica”.
Anche se la riforma può essere difficile da comprendere per l’italiano medio, si è trasformata in una guerra per procura tra la coalizione di destra di Meloni e i suoi oppositori di sinistra.
La sinistra accusa la premier di voler indebolire la magistratura e aumentare il controllo sui tribunali.
“Meloni e la destra, proprio come Trump negli Stati Uniti e Orbán in Ungheria, non amano i vincoli e i contrappesi che sono al cuore di ogni democrazia”, ha dichiarato Stefano Bonaccini, figura di spicco del Partito Democratico, al Corriere della Sera.

“Proprio come Trump, stanno costruendo battaglie politiche per cercare di nascondere i loro scarsi risultati sull’economia, sui salari, sul collasso del sistema sanitario e sulla crisi del costo della vita”.
La coalizione di governo accusa invece giudici e magistrati di avere un orientamento di sinistra e di ostacolare gli sforzi per contrastare l’immigrazione illegale.
Tribunali in tutto il Paese hanno emesso sentenze favorevoli ai migranti irregolari e alle navi delle ONG che li soccorrono nel Mediterraneo mentre cercano di attraversare dal Nord Africa verso l’Europa.
L’animosità tra politici e magistratura non è stata così intensa dai tempi di Silvio Berlusconi.
Il tre volte presidente del Consiglio denunciava continuamente quella che definiva la persecuzione delle “toghe rosse”.
Il mese scorso Meloni si è infuriata quando un tribunale di Roma ha concesso un risarcimento a un migrante algerino trasferito in un centro di rimpatrio costruito dall’Italia in Albania, sostenendo che non gli era stato consentito di informare la propria famiglia.
Il tribunale ha stabilito che l’uomo algerino — con oltre 20 condanne penali, tra cui una per aggressione contro una donna — dovesse ricevere 700 euro.
Meloni ha scritto sui social media:
“Quale messaggio si sta mandando con questa lunga serie di decisioni oggettivamente assurde — che al governo non è consentito cercare di combattere l’immigrazione illegale di massa?
Che qualunque legge venga approvata e qualunque procedura venga introdotta, una parte politicizzata della magistratura è pronta a ostacolarla?”
In un’altra sentenza che ha fatto infuriare la coalizione, un tribunale di Palermo ha ordinato al governo di pagare 76.000 euro di risarcimento alla ONG Sea-Watch per aver trattenuto illegalmente la sua nave dopo che nel 2019 aveva violato un blocco navale per far sbarcare migranti soccorsi.
Meloni ha dichiarato che la decisione l’ha lasciata senza parole. La nave dell’ONG era stata “giustamente sequestrata” dopo aver speronato una nave della guardia costiera italiana.
La premier si è inoltre irritata per le decisioni dei tribunali italiani che contestano il piano di intercettare le imbarcazioni nel Mediterraneo e trasferire i migranti in centri di detenzione nel nord dell’Albania, costruiti con ingenti fondi dei contribuenti italiani.
I ministri sostengono che queste sentenze dimostrano l’esistenza di una magistratura faziosa e disfunzionale e vogliono che gli italiani approvino il referendum.
“Il 22-23 marzo voterò sì al referendum per cambiare questo sistema della giustizia che non funziona”, ha dichiarato Salvini.
Gli ultimi sondaggi indicano che Meloni affronta una battaglia difficile.
Un sondaggio SWG suggerisce che il 38 per cento degli italiani è favorevole alla riforma, mentre il 37 per cento è contrario. Un quarto degli elettori è indeciso.
L’affluenza è considerata cruciale. Un alto livello di astensione probabilmente favorirebbe gli oppositori della riforma.
“I sondaggi più affidabili indicano una gara molto equilibrata tra sì e no. Sembra esserci un leggero vantaggio per il sì, ma si sta erodendo. Il no sta guadagnando terreno”, ha dichiarato al Telegraph il politologo della Luiss Roberto D’Alimonte.
Ha aggiunto:
“Se Meloni perde, non si dimetterà ma ci saranno conseguenze. Sarà politicamente indebolita. Penso che dovrà frenare altre riforme che sta portando avanti, comprese le modifiche al sistema elettorale.
Potrebbe chiedere elezioni anticipate, sulla base del fatto che non vuole trascorrere circa un anno come un ‘anatra zoppa’”.
Francesco Galietti, fondatore della società di consulenza sui rischi politici Policy Sonar, ha dichiarato:
“Non esiste una soglia di partecipazione, quindi la domanda è semplice: chi riuscirà a portare i propri elettori alle urne?
Da questo punto di vista, la determinazione e la disciplina del fronte del No superano la pallida convinzione della campagna del Sì.
Un’affluenza intorno al 50 per cento probabilmente permetterebbe a Meloni di salvarsi; molto al di sotto di quella soglia, e il vento cambierebbe direzione.
Il team Meloni deve ancora spiegare con precisione cosa comporti la riforma, preferendo rifugiarsi nella familiare narrazione del ‘noi contro loro’. È una storia rassicurante, ma un povero sostituto della persuasione”.
La riforma della giustizia è già stata approvata due volte da entrambe le camere del Parlamento, ma il governo non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi.
Questo ha costretto la premier a sottoporre la misura al voto popolare.
Non è previsto alcun quorum: vince semplicemente chi ottiene più voti.
L’opposizione sente l’odore del sangue e vede il referendum come un’occasione per indebolire Meloni prima delle elezioni generali del prossimo anno.
“Per forse la prima volta dall’inizio della legislatura, il primo ministro non sembra completamente a suo agio”, ha detto Galietti.
“Non sappiamo ancora chi alla fine prevarrà. Quello che sappiamo, però, è che questa battaglia è di Meloni da perdere.
Una volta terminato il referendum, inizierà il regolamento dei conti.
Una delle due parti dovrà raccogliere i pezzi. Vedremo quale, e in quali condizioni.”

(askanews) – “A meno di due settimane dal referendum, la Rai sta sbandando vistosamente negli spazi giornalistici al di fuori dei tg. Nella sola giornata di ieri tre evidenti segni di squilibrio informativo”. Così, in una nota, Roberto Natale, Consigliere di Amministrazione Rai.
“Su Rai2 – sottolinea – Tommaso Cerno che, nel suo “Due di Picche”, sbeffeggia i rappresentanti del No (il che, naturalmente, non giustifica in alcun modo gli squallidi attacchi omofobi che ha ricevuto nelle ore successive, per i quali merita ogni solidarietà). Su Rai3 Salvo Sottile, che in “Far West” assegna alla magistrata chiamata a rappresentare il Sì la possibilità di intervenire non solo sul tema referendum, ma anche su sicurezza/immigrazione e sulla “famiglia nel bosco”, ovviamente in modo critico verso l’operato dei giudici.
Su Rai1 Bruno Vespa, che prima in “Cinque Minuti” e poi a “Porta a Porta” ad essere arbitro imparziale nemmeno ci prova: riserva le sue obiezioni soltanto al rappresentante del No; richiama l’attenzione sulle “tante storie di cattiva giustizia che stanno venendo fuori in questi giorni” e sulle “tante persone alla quali la vita è stata distrutta”; rilancia a più riprese le fake news secondo le quali “nessuno dei giudici che sbagliano viene mai punito”, ma “tutto questo la riforma proverebbe a smantellarlo”; afferma che “la cosa che fa impazzire l’Anm è il sorteggio, cioè la perdita di potere”.
“Tocca ricordare – conclude – che la delibera della Commissione parlamentare di Vigilanza impegna ‘il CdA e l’Ad, nell’ambito delle rispettive competenze’, ad assicurare che la Rai rispetti il necessario equilibrio. Non va messa rischio la credibilità del servizio pubblico, bene da preservare anche oltre il 23 marzo”.

(dagospia.com) – Quel satanasso di Peter Thiel arriva a Roma e in Vaticano le porpore fremono. Il “Cavaliere nero della tecnodestra”, che ha il pallino dell’Anticristo, è atteso a una tre giorni di conferenze nella Capitale, ma Papa Leone ci mette lo zampone.
Il pontefice, infatti, avrebbe dato mandato al segretario di Stato, Pietro Parolin, di comunicare ai domenicani dell’Angelicum, dove si sarebbe dovuta tenere la tre giorni di conferenze di Thiel, di cancellare la prenotazione effettuata dal miliardario-filosofo.
Ieri la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, per bocca del suo rettore, padre Thomas Joseph White, ha smentito la notizia del simposio con Thiel: “Tale evento non è organizzato dall’Università, non si svolgerà presso l’Angelicum e non rientra in alcuna nostra iniziativa istituzionale”.
La moral suasion papalina ha già funzionato o davvero le conferenze non sono mai state in programma all’Angelicum? Ah, non saperlo.
Se la sede non è ancora ufficiale (ma gli eventi di Thiel sono sempre avvolti dal mistero) si sa per certo che gli inviti sono già partiti. A distribuirli, secondo quanto racconta Marcello Bussi su “MF”, è “l’associazione culturale Vincenzo Gioberti di Brescia, presieduta da Alberto Garzoni. L’organizzazione delle lezioni è stata affidata congiuntamente al Cluny Institute presso l’Università Cattolica di Washington D.C. e alla stessa associazione Vincenzo Gioberti.
Le lezioni avranno per oggetto ‘il futuro della tecnologia, il suo impatto sulla vita civile dell’Occidente e la rappresentazione biblica dell’Anticristo’. Vietato filmare, registrare, diffondere in ogni modo il contenuto del seminario”:
Thiel ha già tenuto questo ciclo di conferenze a San Francisco in California e a Cambridge nel Regno Unito, dove è stato ospite di James Orr, consigliere politico di Nigel Farage, leader del partito di ultra-destra Reform Uk.
A cosa si deve il “ruggito” di Papa Leone? Peter Thiel, di formazione protestante, s’è poi convertito al cattolicesimo. E’ preparato e ha un’istruzione di tutto rispetto: formato alla scuola del filosofo Rene Girard, ritiene la Chiesa un argine nella difesa dell’Occidente, indebolito, al suo interno, dall’ideologia woke e dall’immigrazione, e dall’esterno dalla minaccia di una guerra mondiale con la Cina.
Fin qui, tutto bene (o quasi). È sul mezzo con cui difendere l’Occidente, e sul fine da raggiungere, che le teorie di Thiel differiscono dalla dottrina della Chiesa cattolica, in particolare della dottrina sociale a cui si ispira Prevost.
Peter Thiel, teorizzatore del “desiderio mimetico” (si desidera cio’ che si vede negli altri o cio’ che gli altri hanno), e del monopolio come spinta decisiva al progresso, ritiene che le progredite società occidentali debbano essere governate da una tecno-oligarchia di illuminati miliardari.
Con tanti saluti alla democrazia e ai diritti dei poveri cristi a cui la Chiesa, per sua natura, tende la mano.
Senza considerare gli echi pagani di cui si ammanta tutto l’impianto teoretico di Thiel: fan sfegatato di Tolkien, si è ispirato al Signore degli Anelli per le sue società. La sua azienda-gioiello “Palantir” si chiama come le sfere veggenti descritte nella trilogia; il fondo “Mithril capital” prende il nome dal metallo leggendario, l’altra azienda di venture capital “Valar” come le divinità elfiche; e poi ancora la holding “Lembas”, come il pane elfico e la “Rivendell” come il Gran burrone, anch’esso legato agli elfi di cui era il rifugio nei romanzi di Tolkien.
Sarà cattolico, ma è pure un po’ esoterico e neo-pagano, ‘sto Thiel, pensano le alte gerarchie vaticane, in difficoltà di fronte all’ala più tradizionalista, che invece vede di buon occhio il ricco investitore (forse sperando di incassare qualche lauto finanziamento).

A rendere Thiel indigeribile, oltre alla sua interpretazione “creativa” della religione, sono poi le sue connessioni politiche.
È stato il primo miliardario della Silicon Valley a finanziare Trump, già nel 2016 (allora fu l’unico), è lo sponsor numero uno dell’inquietante JD Vance, un fanatico che cita Sant’Agostino a caso (Vance, convertito, usò il concetto agostiniano di ordo amoris per giustificare le politiche anti-immigrazione di Trump. Fu corretto da Papa Francesco e dall’allora cardinale Robert Prevost, che twittò: JD Vance sbaglia).
Senza considerare che Vance incontrò Bergoglio il giorno prima della morte del pontefice, fatto che molti fedeli non hanno mai dimenticato…Una inquietante coincidenza che ha scosso anche i meno scaramantici.
Oltre a Sant’Agostino, c’è un’altra cosa su cui Papa Leone è in pieno accordo con il suo predecessore.
Prevost sposa in pieno la definizione di Bergoglio della “Guerra mondiale a pezzetti”. Il mondo ormai è diviso tra democrazie (poche) e autocrazie (tante).
Il guaio è che il confine tra le une e le altre è sempre più sfumato, e lo statunitense Leone sta assistendo allo scivolamento del suo Paese dalla prima alla seconda categoria.
Proprio perché più ideologizzato, e anche perché ossessionato dalle figure di anticristo e katechon (l’entità che salverà gli umani dal male assoluto), Peter Thiel è considerato ben più inquietante dei vari Mark Zuckerberg e Jeff Bezos.
Questi ultimi vogliono solo i soldi, Elon Musk al massimo conquistare lo spazio. Thiel no, ha una filosofia, un progetto e una “visione” (anche se delirante), che va in conflitto con l’abbraccio multipolare della Chiesa.
Ps. Quel furbone di Thiel avrebbe già valutato di finanziare Gavin Newsom, governatore democratico della California e futuro possibile candidato democratico alla Presidenza Usa, verso cui, notava Ilario Lombardo sulla “Stampa” ieri, “ha speso buone parole”. E prevede di spendere bei quattrini, giusto per pararsi le chiappe in futuro…
L’esponente pentastellato a Radio Cusano: “La premier sta facendo una cosa giusta per una motivazione inqualificabile”. E si dice particolarmente favorevole al sorteggio

(ilfattoquotidiano.it) – La premessa che è non voterebbe Giorgia Meloni “neanche sotto tortura”, ma l’ex ministro M5s Danilo Toninelli condivide “tecnicamente” la riforma della giustizia e quindi la ritiene migliorativa. Insomma, non lo dice esplicitamente ma dal suo discorso traspare la volontà di votare “sì”. Il pentastellato della prima ora, che nel governo Conte 1 ebbe la delega alle Infrastrutture, una settimana fa aveva detto di non aver ancora deciso. Poi è intervenuto a Radio Cusano e ha parlato a lungo della riforma, esprimendo un parere favorevole alle modifiche volute dal governo che porteranno – se vincesse il “Sì” al referendum del 22-23 marzo – anche alla separazione delle carriere.
Toninelli sembra essere particolarmente convinto dal sorteggio dei togati al Consiglio superiore della magistratura: “Se metti il sorteggio non c’è più una roba politica, chi va lì a comandare è indipendente e non deve rispondere a nessuno. Quindi è una cosa migliorativa e tecnicamente quello che dice la Meloni è vero”, ha detto. “Ho guardato tutto il video di Giorgia Meloni di circa 13 minuti. Non voterei Meloni neanche sotto tortura”, ha aggiunto. Quindi ha anche chiarito di sapere che “questi signori del centrodestra fanno questa riforma come motivo di guerra nei confronti della magistratura, da Berlusconi e non solo, hanno un odio storico, politico e genetico perché troppe volte la magistratura ha indagato alcuni esponenti politici – Berlusconi in primis – e di conseguenza è tutto frutto di una lotta tra il potere politico e il potere della magistratura”.
Una “premessa fondamentale”, la definisce, per “cercare di evitare che mi arrivino centomila ‘traditore Toninelli’“. Resta tuttavia la sua convinzione: “Ma ciò che dice la Meloni tecnicamente è vero, è una coincidenza astrale. In questo caso l’avversità che la Meloni e i suoi partiti hanno nei confronti della magistratura è stata declinata in una maniera tecnicamente corretta”, ha insistito riguardo al sorteggio. Facendosi sintesi: “La Meloni sta facendo una cosa giusta per una motivazione inqualificabile e gli oppositori del ‘No’ non valutano la cosa giusta che fa tecnicamente ma valutano la motivazione che è alla base, ossia l’avversità nei confronti della magistratura, e ci dicono di votare ‘No’ perché ‘lo fa contro la magistratura’”.
Tuttavia, è tornato a rimarcare, “il sorteggio cancella le correnti, è vero che i magistrati che vengono a fare parte di questo organo di comando vengono nominati dalle correnti all’interno dell’Anm e quindi rispondono alle richieste delle correnti, è una roba politica”. Invece con la riforma, che introduce il sorteggio solo per i membri togati ma non per i laici, “non è più una roba politica, chi va lì a comandare è indipendente e non deve rispondere a nessuno”.
Il direttore del quotidiano Cerasa denuncia l’episodio dopo la chiamata al super pm. Il procuratore di Napoli valuta querele e aggiunge: “Se la mia espressione in una forma concisa non andava bene mi dispiace”. Tajani taglia corto su Bartolozzi

(repubblica.it) – “Abbiamo chiamato Gratteri per capire perché ha detto che Sal Da Vinci voterà no al referendum (falso). Ci ha detto: scherzavo. E ha aggiunto: ‘Se dovete speculare fate pure. Tanto dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete’”. È quanto afferma il direttore del quotidiano Claudio Cerasa in un post pubblicato su X allegando l’articolo comparso sulle colonne de Il Foglio.
Nell’articolo viene citato il botta e risposta tra il capo dei pm di Napoli e una giornalista del quotidiano. “Ascolti – afferma Gratteri – se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure”. La cronista replica: “Diffamare?”. Il magistrato risponde: “Fatelo. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti”. I conti? “Nel senso che tireremo una rete”. Si riferisce alla “pesca a strascico”? chiede la giornalista e Gratteri risponde: “Speculate, pure”.
A qualche ora di distanza arriva la risposta del procuratore di Napoli: “Prendo atto della ennesima polemica. Però io so bene cosa significa essere bersaglio di minacce. Il nostro ordinamento prevede 90 giorni di tempo per presentare una querela penale e cinque anni per l’azione civile. Appena avrò un pò di tempo valuterò se agire nei confronti di quei giornali che ritengo abbiano leso la mia immagine, con querela o con citazione civile”. E aggiunge Gratteri: “Se l’espressione da me utilizzata in una forma concisa non andava bene mi dispiace”.
Su caso scoppia la polemica. Il centrodestra (e Italia viva) hanno espresso solidarietà al Foglio. “Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa“, scrive sui social il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Che taglia poi corto commentando le parole di Bartolozzi, la capa di gabinetto di Nordio, sulla magistratura: “Ha detto cose che non condivido ma è molto grave” quanto ha detto il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, “perché lui può esercitare un potere per reprimere qualcuno, mi mette paura una dichiarazione del genere. Del caso Gratteri mi dovreste domandare, non sul caso Bartolozzi. Quando un procuratore della Repubblica dice ‘facciamo i conti dopo il referendum’… C’è la libertà di stampa”.
Il deputato di Forza Italia, Enrico Costa, chiede una informativa urgente al ministro di Giustizia, Carlo Nordio. E solidarietà al Foglio è arrivata anche dalla segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante: “Non si possono accettare violazioni all’articolo 21 della Costituzione neppure dai magistrati, neppure da un professionista come Gratteri che con le sue inchieste ha alzato il velo su molte operazioni della ‘ndrangheta. In Italia c’è una legge sulla diffamazione chiara: se uno si ritiene diffamato, querela. Punto. Le reti non attengono alla giurisprudenza italiana e soprattutto – conclude la segretaria generale Fnsi – le minacce, anche velate, violano l’articolo 21 della Costituzione”.
Due documentari vedono l’Italia protagonista al Fifdh di Ginevra: uno sull’ambiguità del discorso politico della premier, l’altro sui camalli di Genova e sulla loro battaglia che da sindacale è diventata politica e intersezionale

(di Lara Ricci – ilsole24ore.com) – Tutto esaurito al Fifdh (Festival du film et forum international sur les droits humains) di Ginevra per l’anteprima mondiale di Le cas Meloni, il Caso Meloni, di Anna Bonalume e Jeremy Frey, un documentario francese che analizza l’ascesa alla presidenza del Consiglio italiano della rappresentante di un partito che ha origine nei movimenti neofascisti, per la prima volta dal dopoguerra. Un film che sarà presto diffuso dalla televisione pubblica francese, mentre sul canale francotedesco Arte è disponibile proprio in questi giorni un altro documentario dedicato alla presidentessa del Consiglio: Giorgia Meloni et le clan des Goélands, di Barbara Conforti.
Il tema interessa molto la Francia – dove un’altra donna, Marine Le Pen, alla guida di un partito di estrema destra, il Rassemblement National (successore del Front National), è arrivata due volte al secondo turno delle presidenziali (tre volte se si aggiunge quella del padre, Jean Marie, nel 2002) – e anche il pubblico ginevrino, a giudicare dalla grande sala gremita che ha assistito anche al dibattito che ha seguito il documentario, in cui si discuteva della progressiva accettazione, della normalizzazione, delle logiche e dei discorsi neofascisti in Europa, dove l’indipendenza della giustizia e dei media, oltre che la libertà di manifestazione, sono sempre più minacciati.
Anna Bonalume, giornalista e docente universitaria di filosofia, ha deciso di tornare nel Paese in cui è nata per ripercorrere la storia, e soprattutto la narrazione, del “fenomeno Meloni” e per sottolinearne l’ambiguità. Non parte perciò dalla Garbatella, quartiere popolare romano di cui Meloni ama dichiararsi originaria – anche il sito ufficiale della leader riporta che è nata alla Garbatella -, ma dal quartiere dove effettivamente è nata, un quartiere medio-borghese del Nord di Roma, come medio-borghese era la sua famiglia, legata al mondo dello spettacolo.
Aiutandosi con filmati d’epoca in cui la futura premier dichiarava che Mussolini era stato un bravo politico, e per mezzo di alcuni esperti, come lo storico e sociologo Marc Lazar o i giornalisti Luciana Castellina, Myrta Merlino e Giovanni Zagni, il documentario ne ricostruisce la militanza nei movimenti neofascisti e la rapidissima ascesa che l’hanno portata, 10 anni dopo aver co-fondato Fratelli d’Italia, al vertice della politica italiana.
Descrivendola come un «Giano bifronte», Bonaluce e Frey mettono in luce la capacità della premier di tenere un doppio discorso, di mutarlo all’occorrenza, oppure di agire in modo contrario a quel che pubblicamente ha affermato. Per esempio sull’Europa: da sempre euroscettica, di fronte agli alleati internazionali ha sostenuto l’Ucraina, la Nato e non ha, almeno in apparenza e fin quando il film è stato girato, lo scorso anno, indebolito la Ue. Quell’Ue da cui l’Italia, in seguito alle negoziazioni del Governo precedente, ha ricevuto 200 miliardi di euro, somma che sarebbe all’origine della stabilità economica di cui l’attuale Governo fa sfoggio, fa notare Zagni. O il discorso sulle donne: da un lato ha saputo fare tesoro del suo essere donna, degli sforzi e delle conquiste dei movimenti femministi, e dall’altro, come prima cosa ha fatto sapere che voleva essere chiamata «il presidente del Consiglio», come fosse un uomo, e ha preso decisioni che – sottolinea Castellina – erodono progressivamente i diritti delle donne, per esempio aprendo le porte dei consultori alle associazioni “Pro Life”, mossa ambigua per qualcuno che aveva promesso che non avrebbe toccato la legge sull’aborto, così come quando «da un divano di una trasmissione della tv pubblica – sottolinea sempre Castellina – ha parlato di “Olocausto” a proposito di sei milioni di feti abortiti».
O, ancora, il documentario Le Cas Meloni stigmatizza il discorso della premier sui migranti: quando non era al potere invocava il blocco navale, un’azione militare per sbarrare la strada ai migranti, mentre da quando è al governo quel che ha fatto è costruire due centri migranti in Albania costati 800 milioni di euro, soldi pubblici buttati perché vari tribunali italiani hanno stabilito che i richiedenti asilo non possono esservi trattenuti.
Lo scrittore Antonio Scurati, intervistato, osserva che, come Mussolini, Meloni ha saputo mettere il corpo del leader al centro della scena, con una gesticolazione, una mimica, e dei toni che prendono il sopravvento rispetto ai contenuti del discorso, che restano “schiacciati”, producendo «una vibrazione quasi fisica, una comunicazione semplificata e diretta che riduce lo sforzo intellettuale e crea un legame con il popolo».
Meloni sarebbe un’equilibrista, insomma, secondo Bonalume e Frey, un’equilibrista capace di sfruttare la tradizione della commedia dell’arte, di mostrarsi alleata di Musk, Trump e Vance e nel contempo dell’Europa, nonostante i dazi. Un’equilibrista capace di un’inedita stabilità politica, ma pericolosa, perché – osservano – la riforma del premierato che cerca di portare avanti indebolirebbe la democrazia, così come le altre mosse per concentrare il potere nelle mani del premier.
L’Italia è stata protagonista del Fifdh con un altro film, anche se fuori concorso, Portuali: il bel documentario di Perla Sardella sui camalli di Genova. Un film ruvido, che si apre riprendendo lungamente le contrattazioni di un gruppo di sindacalisti che decide di lasciare la Cgil e far parte dell’Unione sindacale di base, con riferimenti all’articolo 18, alla cassa integrazione, alle norme di legge e ai tecnicismi del lavoro etc. Riferimenti che difficilmente verranno compresi da un pubblico straniero, ma che contribuiscono a mettere l’accento sulla concretezza e sulla meticolosità del lavoro sindacale, riuscendo così a evitare la retorica e la spettacolarizzazione e a restituire un senso epico a una battaglia che, partendo dalla richiesta di un lavoro giusto, correttamente pagato, dove si cerchi di proteggere la salute dei lavoratori è passata dalla lotta sindacale a quella politica, col rifiuto di imbarcare armi destinati a Paesi in guerra (tutto è cominciato nel 2019, nel momento più grave del conflitto in Yemen): «Non vogliamo essere un ingranaggio della guerra», affermano. «Per noi caricare le armi sulle navi della compagnia saudita Bahri non è un’azione diversa da quella del soldato che carica le munizioni».
«La legge 185 del 1990 vieta sul territorio italiano il traffico di armi destinate a Paesi in guerra, e l’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra» – si difendono i sindacalisti che si sono trovati in tribunale accusati di associazione a delinquere (l’inchiesta è stata poi archiviata). Una battaglia cui si uniscono anche gli studenti, che marciano insieme ai camalli ripetendo lo slogan «I portuali ce lo hanno insegnato, bloccare le armi non è reato».
Donald J. Trump aveva promesso agli americani una cosa semplice: niente nuove guerre. Ma con l’Iran gli Stati Uniti sono al centro di un nuovo conflitto in Medio Oriente, di una nuova guerra del Golfo…
Un battaglia etica che incrocia anche quella di genere: Bruno Rossi, uno dei sindacalisti più anziani, è infatti il padre di Martina Rossi, la studentessa genovese morta il 3 agosto 2011, precipitando dal sesto piano di un albergo a Palma di Maiorca in seguito a un tentativo di stupro che hanno cercato di far passare per suicidio. Un documentario potente, quello di Sardella, capace di riportare l’attenzione sull’importanza delle battaglie sindacali e politiche, ma anche sull’intersezionalità della lotta.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Giorgia Meloni è tornata a parlare della guerra in atto in Asia occidentale. Questa volta non ai microfoni radiotelevisivi ma in Senato, collocando «l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano» al di fuori del «perimetro del diritto internazionale». Soltanto tre giorni fa la presidente del Consiglio non aveva abbastanza elementi né per condannare né per condividere l’attacco, che durante le comunicazioni al Senato ha legato a cause remote. L’aggressione israelo-americana si inserirebbe infatti in un filone più ampio, che vede «venir meno un ordine mondiale condiviso» e ha «un punto di svolta ben preciso»: l’invasione russa dell’Ucraina. «La destabilizzazione globale che ne è derivata— continua Meloni — ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove pure l’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026 ma quella del 7 ottobre 2023».
Alla fine Giorgia Meloni ha definito l’aggressione militare di USA e Israele all’Iran una violazione del diritto internazionale. Nel farlo, ha precisato che è avvenuta in un contesto di crisi generale, scoppiata a suo tempo con la guerra in Ucraina e aggravatasi dopo il 7 ottobre 2023, quando la resistenza palestinese sferrò l’attacco ai territori israeliani. Quello che emerge dalle dichiarazioni in Senato è un compromesso tra la fedeltà agli alleati di Washington e Tel Aviv e la pressione pubblica data dall’evidenza dei fatti. A venir meno nell’attacco unilaterale sono stati infatti sia i presupposti della legittima difesa sia il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — gli unici due casi che legittimano l’uso della forza tra gli Stati. In questi giorni stavano facendo discutere i precedenti interventi della presidente del Consiglio, che prima si è detta «preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation» e poi ha affermato di non poter condannare né condividere l’intervento militare di USA e Israele.
Durante le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni è tornata a parlare del nucleare iraniano: «Non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah in possesso dell’arma nucleare». Sulle scorte di uranio arricchito è stato nuovamente citato in modo parziale Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), senza riportarne le contestuali precisazioni: secondo l’AIEA, infatti, «non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare». Quest’ultima, a detta della leader di Fratelli d’Italia, «segnerebbe la fine del quadro internazionale di non proliferazione». Un quadro che evidentemente non vale per Israele, il quale detiene illegalmente decine di testate atomiche (le stime parlano di 90 bombe ma non è possibile sostenerlo con certezza visto il diniego storico delle autorità israeliane ai controlli internazionali).
La presidente del Consiglio torna poi sulle conseguenze economiche della guerra in Asia occidentale. «Faremo tutto quello che possiamo — ha detto Giorgia Meloni — per impedire che si speculi sulla crisi, compreso se necessario recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili». Nel frattempo però i prezzi del carburante continuano a salire: il diesel servito ha toccato i 2,14 euro al litro, mentre la benzina 1,93 al litro, con lo spettro di bollette più salate in avvicinamento.
La creazione del nemico russo

(Enrico Grazzini – lafionda.org) – L’Europa oggi ha solo nemici per colpa delle scellerate politiche dei vertici della Nato e dell’Unione Europea: ha contro contemporaneamente la Russia, gli USA e la Cina. In questo contesto le politiche della presidente tedesca della Commissione Europea Ursula von der Leyen, del governo Meloni e degli altri leader europei peggiorano la situazione e conducono i popoli d’Europa verso un drammatico disastro.
Infatti l’Unione Europea e i paesi europei vogliono proseguire all’infinito la guerra in Ucraina, cercando di trasformarla in un “porcospino armato” contro la Russia. Mai strategia fu tanto stupida, assurda e perdente. L’Europa proclama di voler raggiungere l’“autonomia strategica” e di voler diventare un soggetto geopolitico, ma per raggiungere questi obiettivi ha una sola strada davanti: dovrebbe lavorare per mettere fine al più presto al conflitto ucraino e trasformare la Russia in un partner strategico nel medio e lungo periodo.
Se alla direzione dell’Europa ci fossero statisti lungimiranti, riconoscerebbero che gli Stati Uniti d’America e la Cina non diventeranno mai alleati dell’Europa ma, nel migliore dei casi, duri competitor; nel peggiore, eserciteranno la loro soffocante egemonia sull’Europa.
USA e Cina sono troppo potenti per trattare alla pari con i paesi europei e la UE. L’Europa dell’euro e dell’austerità dal 2000 in poi ha perso troppo terreno competitivo sul fronte economico, tecnologico, energetico e militare rispetto all’America e alla Cina per riuscire a confrontarsi con le due superpotenze
senza cadere inevitabilmente nella subordinazione.
La Federazione Russa, invece, è la minore tra le grandi potenze mondiali e avrebbe tutto l’interesse a diventare il miglior socio dell’Europa. La stupidità strategica delle classi dirigenti europee è tale che, mentre il presidente americano Donald Trump sta correndo per stringere accordi con Mosca, gli europei invece corrono per armarsi contro la Russia e per farla diventare un antagonista strategico. Ma l’interesse dell’Europa è esattamente l’opposto.
Senza la Russia, l’Europa continuerà ad affogare nella crisi. In realtà per l’Europa la Russia è più necessaria di quanto lo sia l’Europa per la Russia. La Russia è l’unico paese con cui l’Europa può trattare da pari a pari sul piano economico e ha un’economia assolutamente complementare a quella europea.
Un’avvertenza, doverosa quanto banale: solo l’ignoranza o la malafede potrebbero indurre a credere – e a far credere – che chi scrive questo articolo preferisca il sistema politico russo a quello americano e propenda per il primo a scapito del secondo. Non c’è dubbio che qualsiasi persona normale preferisca vivere in un sistema democratico piuttosto che autocratico. Ma le alleanze in politica estera non si decidono in base a criteri morali o a principi astratti: si decidono soprattutto in base agli interessi e alle convenienze.
Putin non invaderà l’Europa e non ha interesse a scontrarsi con la Nato
Fino a qualche tempo fa la Russia era un partner affidabile ed estremamente vantaggioso per l’Europa (in effetti la Russia è stata anche un partner importante della Nato, almeno fino ai bombardamenti della Nato in Serbia e fino all’invasione russa dell’Ucraina).
Tuttavia attualmente l’Unione Europea guidata da Ursula von der Leyen sta diffondendo una grande menzogna, ovvero che Vladimir Putin, il tiranno russo, dopo aver invaso l’Ucraina, intenda invadere tutta l’Europa. Questa grande bugia, propagandata anche da Mark Rutte, l’olandese a capo della Nato, serve a legittimare il riarmo dell’Europa (e in particolare della Germania) e a tentare di ridare un senso a un’Unione che si sta disgregando.
Ma Putin non ha né la forza militare per scontrarsi con la Nato e conquistare l’Europa né, soprattutto, l’interesse a farlo. Non ci pensa neppure. I 32 paesi membri della Nato sono più forti della Russia sul piano militare, sono protetti dalla deterrenza atomica americana, francese e inglese, e Putin non avrebbe nulla da guadagnare ma tutto da perdere ad attaccare Londra, Parigi, Berlino o Roma.
La grande menzogna dell’imminente invasione russa serve unicamente a mistificare le vere cause della crisi europea, che sono innanzitutto interne e strutturali; serve a foraggiare con soldi pubblici le potenti lobby delle armi, dell’energia e della finanza, e a imporre ulteriori sacrifici ai popoli europei in nome della lotta contro “l’orso russo”.
L’Europa avrebbe un disperato bisogno di coordinare gli eserciti nazionali per costruire una sua difesa: ma la corsa al riarmo contro la Russia può provocare fatalmente la spirale di guerra che si voleva evitare.
L’Europa si mette l’elmetto e continua a sostenere la guerra in Ucraina
La guerra ucraina ha bloccato l’economia europea producendo una grande inflazione. Le sanzioni europee comminate alla Russia hanno danneggiato l’Europa perché l’hanno privata della principale fonte di energia, di gas e petrolio a buon mercato.
L’America ha sostituito la Russia come principale fornitore di energia, ma a prezzi quattro volte superiori. Questo sta provocando la deindustrializzazione dell’Europa. Eppure Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco ultraconservatore Friedrich Merz vogliono continuare a sostenere a tutti i costi il conflitto di Kiev con la Russia.
L’assurdità consiste nel fatto che, con Trump, gli americani si disimpegnano dal conflitto, mentre gli europei pagano la guerra scatenata dagli americani, e mentre le industrie belliche statunitensi fanno business a spese degli europei. Un capolavoro di stupidità strategica.
Eppure gli europei vogliono continuare a contrastare e punire Putin perché, invadendo l’Ucraina, ha rotto il diritto internazionale.
La Nato ha provocato consapevolmente l’invasione russa
I politici dell’UE e Giorgia Meloni nascondono però il fatto che alla radice della guerra in Ucraina c’è l’espansione della Nato a est, espansione che oggettivamente ha rappresentato una minaccia esistenziale per la sicurezza della Russia.
I presidenti americani, da Bill Clinton in poi, hanno spinto per l’espansione della Nato a est: sapevano benissimo che la Russia era troppo debole per impedire questa espansione nei paesi dell’ex Patto di Varsavia; ma sapevano anche che Putin avrebbe reagito con forza all’ingresso dell’Ucraina nella Nato.
L’Ucraina è un paese speciale per la Russia, un paese ex URSS, dove tutti parlano il russo, dove ci sono forti minoranze russe, dove c’è una base navale a Sebastopoli indispensabile per la Russia e dove è nata la Russia. L’Ucraina è, nel bene come nel male, parte della storia russa. In Ucraina la Nato di Joe Biden ha teso una trappola alla Russia, spingendola alla guerra.
La pressione delle amministrazioni americane e della CIA perché in Ucraina prevalessero governi filo-occidentali è storicamente provata. Victoria Nuland, segretaria di Stato responsabile per le relazioni europee al tempo della presidenza Obama, presente in Ucraina al momento dei fatti di Maidan (2014), in un’udienza al Congresso americano ha confermato che gli Stati Uniti hanno speso 5 miliardi di dollari per portare l’Ucraina nella sfera occidentale. [1]
Dopo la rivolta di Euromaidan, dopo la cacciata e la fuga in Russia del presidente filorusso regolarmente eletto Viktor Janukovyč – provocate da un colpo di Stato appoggiato dagli americani – la guerra divenne inevitabile. Putin ha reagito facendo in Ucraina esattamente quello che gli americani farebbero se i russi minacciassero di mettere i loro missili in Messico o a Cuba: la guerra.
L’invasione russa non mirava, almeno all’inizio, all’occupazione dei territori ucraini. Mirava a impedire l’ingresso della Nato in Ucraina e a costringere l’America a trattare sull’architettura delle forze militari in Europa. Non per caso Trump, per aprire i negoziati di pace con la Russia, ha subito accordato a Putin il veto americano all’ingresso di Kiev nella Nato.
Sull’Ucraina Trump ha dimostrato di avere le idee chiare: “Kiev può scordarsi l’adesione alla NATO. Penso che sia la ragione per cui è iniziata la guerra”. Trump ha dichiarato che l’aspirazione di Kiev a entrare nella
NATO è stata una “provocazione che ha contribuito allo scoppio della guerra”. [2]
La strategia suicida dell’Europa sulla questione ucraina
Qual è stato il ruolo degli europei in tutto questo? Prima dell’invasione Francia e Germania si erano sempre opposte all’ingresso di Kiev nella Nato e nell’UE. Paradossalmente sono invece oggi i principali sostenitori della continuazione a oltranza del conflitto ucraino, nonostante le negoziazioni avviate da Trump e nonostante sia ormai evidente che gli ucraini non potranno mai riconquistare le terre perse.
Questa guerra provoca ogni giorno decine di morti ucraini e russi e potrebbe concludersi con la disfatta completa di Kiev. È difficile comprendere le motivazioni dei due maggiori paesi europei.
L’America e la Cina sono gli avversari strategici
È molto difficile, per non dire impossibile, che gli europei possano stringere accordi alla pari e profittevoli con le due superpotenze, con l’America e la Cina.
Dal momento che Trump vuole annettersiannettersi a tutti i costi la Groenlandia – un territorio
autonomo della Danimarca, paese membro della UE e della Nato – e che fa le guerre senza avvertirci – come è successo in Iran – rischiando anche di tagliarci le vie del petrolio, diventa un avversario dell’Europa. Credere che Trump voglia proteggere l’Europa in caso di attacco è come credere alla Fata Turchina.
In prospettiva i paesi europei dovrebbero conquistare il controllo della Nato e non lasciare il comando militare agli Stati Uniti.
La Russia è il migliore alleato possibile per l’Europa
L’unica possibilità concreta che l’Europa ha di raggiungere l’autonomia strategica e riprendersi dal declino è stringere una stretta alleanza economica, industriale, commerciale e tecnologica con Mosca – ovviamente alla fine della guerra in Ucraina.
La Russia sarebbe un partner strategico ideale per l’Europa: è una grande produttrice di materie prime mentre l’Europa è una grande potenza industriale che però manca di risorse energetiche e minerali. La Russia di Putin ha tutto l’interesse a ristabilire ottime relazioni con l’Europa per sganciarsi dall’abbraccio soffocante con la Cina.
I paesi europei dovrebbero però riconoscere le legittime esigenze di sicurezza della Russia e stabilire, in prospettiva, buone e proficue relazioni. Ovviamente il presupposto di un profittevole vicinato è la fine della guerra e il ritiro delle sanzioni economiche che l’Europa ha comminato a Mosca: sanzioni che però, come un boomerang, hanno colpito più chi le ha emesse che il bersaglio.
Il problema è che i politici al vertice dell’Europa sono ancora troppo condizionati dal peso delle alleanze del passato e delle lobby filoamericane del presente, e sembrano incapaci di elaborare coraggiose strategie per il futuro.
Gli europei hanno un’occasione storica formidabile per trattare il disarmo bilanciato con la Russia: sia il trattato Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF) sui missili a medio raggio in grado di portare testate nucleari, sia il trattatoNew START, che limita il numero di testate nucleari e lanciatori schierati da Mosca e Washington, sono infatti conclusi e, auspicabilmente, da rinnovare. [3]
Finora gli europei non hanno mai partecipato a questo tipo di trattati, che sono stati gestiti e siglati in maniera bilaterale solo tra USA e Russia, sulla testa degli europei. Finita la guerra in Ucraina, occorre che anche gli europei partecipino al disegno della futura architettura militare in Europa.
[1] John J. Mearsheimer, Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault, Foreign Affairs, September/October 2014.
[2] Le Monde, “Trump says no security promises or NATO for Ukraine”, February 26, 2025.
[3] Elise Vincent, “‘Security architecture’ is key to the power dynamic between Russia and the United States”, Le Monde, February 21, 2025.
Il ministro arriva al Mic, poi non si presenta. Il videomessaggio sulla« libera e autonoma scelta della Biennale che siamo tenuti a rispettare, ma contraria all’opinione del governo italiano che rappresento»

(di Fabrizio Caccia – corriere.it) – ROMA «Due amici fraterni che non si sono neanche nominati nei rispettivi discorsi», fa notare adesso chi a destra li conosce bene entrambi, Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, il ministro della Cultura e il presidente della Biennale di Venezia. Ieri mattina i due non si sono citati e, a dire il vero, si sono pure evitati: «Anzi, l’assenza di Giuli è stato un messaggio preciso», continua l’amico comune. Il segno, forse, che la partita della Russia alla Biennale non è chiusa.
Così, è andato in scena il grande gelo. Alle 11 in punto il ministro scende dall’auto blu in via del Collegio Romano, la sede del Mic, dove mezz’ora dopo è in programma la conferenza stampa di presentazione del Padiglione Italia all’Esposizione internazionale d’Arte di Venezia. Ma nella Sala Spadolini, alle 11.30, si presenta solo Buttafuoco che ringrazia vago «il ministro». E Giuli? «Assente per improrogabili impegni istituzionali», la spiegazione ufficiale. Assente a casa sua? Un po’ strano. Però lo stesso ha preparato un videomessaggio di saluto «dettato dal cuore e dalla testa», esordisce così con il suo consueto sorriso largo, maschera per niente rassicurante, a cui infatti segue puntuale l’uppercut tremendo contro il padiglione Russia che torna a Venezia «per la libera e autonoma scelta della Biennale che siamo tenuti a rispettare». Cioè la scelta di Buttafuoco, senza però nominarlo. Ma «contrariamente all’opinione del governo italiano che rappresento», mette in chiaro il ministro. Perché la tensione è alta pure a Palazzo Chigi, da 4 anni al fianco dell’Ucraina invasa.
E Buttafuoco? Lui, nominato da Sangiuliano, ha sempre teorizzato che «la Biennale deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni, capace di accogliere anche i Paesi in conflitto». E pure se adesso gli stanno arrivando a pioggia le lettere di decine di europarlamentari (la settimana scorsa) e (ieri) pure dei ministri degli Esteri e della Cultura di 22 Paesi e del commissario Ue Glenn Micallef, tutti a chiedergli di «riconsiderare la partecipazione della Federazione Russa», Buttafuoco non demorde: «Se tornassi indietro si creerebbe un precedente anche nei confronti di Israele e degli Usa — così si è sfogato ieri con i suoi amici —. Ricevo migliaia di lettere pure contro la loro partecipazione, ma io ho sempre creduto nella cultura come strumento di diplomazia…». Già, ma bisogna tener conto di due fattori per capire che la partita è ancora aperta: in primis, la missione di Giuli a Odessa nel settembre 2023 da presidente del Maxxi per visitare i siti ucraini distrutti dai missili russi, a partire dalla Cattedrale. Fu un battesimo del fuoco: «Oggi — disse — Odessa ai nostri occhi è la capitale del mondo libero». E infine, a luglio scorso, il caso di Valery Gergiev: quando la Direzione della Reggia di Caserta, dopo due settimane di polemiche roventi, decise l’annullamento del concerto del maestro russo amico di Putin. Anche in quell’occasione Giuli (e il governo) si mostrò contrarissimo: «L’arte è libera ma la propaganda è un’altra cosa». A chiedere l’annullamento arrivarono anche allora le lettere di diversi premi Nobel alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. E la pressione internazionale ebbe la meglio. La Reggia di Caserta, che come la Biennale di Venezia godeva di assoluta autonomia, alla fine cambiò idea.

(Gioacchino Musumeci) – Tra le bufale sulla riforma c’è quella secondo cui servirebbe ai cittadini per due ragioni: giustizia più veloce e “parità delle armi” tra accusa e difesa.
A sentire la maggioranza di governo quindi la giustizia sarebbe sbilanciata a favore dell’accusa e non sarebbe garantista. “ Il plotone d’esecuzione” indicato dalla geniale Bartolozzi protetta da Nordio.
Eppure Daniela Santanché, tanto per fare un esempio, nonostante bilanci d’azienda falsificati, truffe ai danni dell’INPS contestate, dipendenti non pagati e soci gabbati, occupa il posto di ministra. Quindi non sembra che questo plotone sia così pericoloso.
E poi, secondo il governo, i magistrati sono troppo lenti per via di una singolare relazione secondo cui la velocità dei processi non dipende dal numero di sentenze pronunciate in un giorno ma dal numero di magistrati che cambiano carriera nello stesso arco di tempo.
Intanto non esiste un articolo della riforma che riguardi la tempistica dei processi. Ma il dato sembra irrilevante per Meloni & Co.
Ammettiamo quindi che io sia un sostenitore del Si critico e voglia verificare se davvero questa riforma porterà la celerità desiderata nelle cancellerie.
Quanto sarà veloce la giustizia dopo la separazione delle carriere? Facile calcolarlo. Prendiamo i dati pubblicati dal Csm.
In 18 anni i passaggi sono stati in media 45 l’anno: lo 0,53% delle toghe. Otto giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici. Tanti sono i magistrati che nel 2023 hanno “traslocato” dalla funzione giudicante a quella requirente o viceversa: in totale 34 toghe su 8.851, lo 0,38%. Inoltre Il 23 luglio 2024, in un’audizione durante l’esame della riforma sulla separazione delle carriere alla Camera, la prima Presidente della Corte di Cassazione Margherita Cassano ha detto (min. 1:48:05) che “in seguito alle modifiche del 2022, di fatto la strada del pubblico ministero e quella del giudice si sono allontanate professionalmente”, tanto che, “negli ultimi cinque anni è pari allo 0,83 per cento la percentuale di pubblici ministeri che sono passati a funzioni giudicanti e allo 0,21 per cento la percentuale dei giudici che sono passati a funzioni requirenti”.
Cosa significa? Che secondo la maggioranza la separazione delle carriere porta equità e velocità ma di fatto con queste percentuali cosa succede nella sezione di un tribunale dove effettivamente il cittadino pesa la giustizia: che per esempio su 10 magistrati lo 0,83% cioè nemmeno uno, secondo Meloni, Nordio e i sostenitori del “Si”, dovrebbe garantire giustizia più veloce e più equa. Il che è smentito completamente dai numeri.
Essenzialmente cosa dicono i sostenitori del “Si” che se corriamo una maratona in 200, basta cambiare le scarpe allo 0,83% dei maratoneti perché tutti siano più veloci e la probabilità di vittoria sia equamente distribuita. E’ perfettamente logico.
L’altra super bufala è contenuta nei Csm meno influenzati dalla politica. Falso: Prima della riforma il parlamento eleggeva 10 membri laici nell’unico Csm. Con la riforma avremo due Csm. Il parlamento compilerà le liste dei laici che entreranno nei due Csm. I laici sono tutti nominati, esattamente come prima. L’estrazione dunque maschera, si fa per dire, nomine politiche, e dato che i Csm sono 2 la politica ha raddoppiato la propria influenza. Matematica elementare è sufficiente per demolire una riforma epocale.
Sono tre anni che Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro, trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio

(di Angelo Palazzolo – ilfattoquotidiano.it) – Oggi al governo c’è una leader di destra che ama definirsi “donna, madre, cristiana”. Donna, ma al punto da voler essere chiamata “il presidente del Consiglio”; madre, ma senza aver adottato alcuna politica sociale degna di questo nome per le madri italiane; cristiana, ma senza alcuna traccia della compassione e dell’umanità tipiche degli autentici cristiani, come dimostrano il suo sostegno al governo israeliano durante il massacro di civili inermi in Palestina e il silenzio sulle 165 alunne iraniane uccise dai raid Usa pochi giorni fa.
Sulle contraddizioni della “donna, madre e cristiana” si sofferma in modo chiaro ed esaustivo Alessandro Di Battista, pertanto non aggiungo altro. Voglio invece soffermarmi sulla collocazione politica del nostro Presidente del Consiglio. In cosa Giorgia Meloni sarebbe una leader di “destra”?
La destra impersonata da Meloni ha tradito quella tradizione che per anni ha fatto dell’orgoglio nazionale, del senso dello Stato e della difesa dell’interesse del Paese la propria cifra. Dov’è quella destra che rivendica il senso di responsabilità, il rispetto delle regole e la coerenza nel difendere i propri principi?
Un patriota, per definizione, non si piega davanti a una potenza straniera. Difende l’autonomia, la sovranità del proprio Paese, anche quando questo significa entrare in conflitto con alleati più forti. Questo è l’immaginario che la destra ha sempre evocato, ma non c’è nulla di tutto questo nella destra di Giorgia Meloni. Basti pensare al caso del torturatore e stupratore di bambini Almasri. Rimpatriato dal nostro governo con un volo di Stato e accolto dai propri connazionali al coro di “uh uh al talian”. Che infamia, che smacco non solo per chi ha come valore la legalità, ma anche per tutti gli altri italiani, sbeffeggiati dai libici. Per non parlare di come ci trattano i nostri “alleati” Israele e Usa. I primi ci sparano addosso in Libano, sequestrano le nostre imbarcazioni in acque internazionali, fanno inginocchiare due carabinieri minacciandoli con le armi; i secondi ci vendono il gas ad un prezzo quadruplo rispetto a quanto ce lo vendevano i nostri presunti nemici russi, ci obbligano ad impegnare il 5% del nostro Pil in armi (la maggior parte delle quali saranno usate per combattere i loro nemici), irridono i nostri militari morti in Afghanistan, incuranti del fatto che i nostri militari erano lì per tirare fuori dai guai proprio gli americani.
Il servilismo di Meloni è ben iconizzato dai baci di Biden sul suo capo e dagli apprezzamenti di Trump sulla sua bellezza: non il trattamento riservato a un pari, ma la lusinga destinata a una valletta d’avanspettacolo. Sono tre anni che Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, facendosi dettare l’agenda da loro, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro, trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio. La posizione subalterna e il servilismo umiliante dei nostri ministri, Tajani e Crosetto, hanno finito per farci trattare da Stati Uniti e Israele esattamente come ci meritiamo di essere trattati: indegni di una chiamata prima del bombardamento in Iran. Del resto, come dice il proverbio “Cu pecura si fa, u lupu sa mancia”.
Si dirà che neanche gli altri Paesi europei erano stati coinvolti nella decisione di quest’ennesima aggressione illegale, né forse informati preventivamente. D’accordo, ma nell’immediata reazione di sdegno e disaccordo di Francia e Regno Unito si intravede un moto d’orgoglio. Per non parlare della posizione assunta dalla Spagna, che ha dimostrato di infischiarsene delle minacce del bullo statunitense o del governo criminale di Netanyahu, mantenendo la schiena dritta di fronte a entrambi, una posizione che un tempo sarebbe stata consona alle destre più fiere. E invece chi guida oggi la Spagna? Pedro Sánchez, un socialista.
Per chi si riconosce nella tradizione della destra è difficile non cogliere l’ironia della storia: una destra che ha sempre fatto dell’orgoglio nazionale il proprio marchio identitario oggi si ritrova a ricevere lezioni di autonomia politica e coerenza morale dal governo più progressista d’Europa.
A chi si sente tradito da questa destra senza spina dorsale rivolgo un appello: mandateli a casa e fatevi rappresentare da chi difende davvero gli interessi dell’Italia, da chi rispetta le regole che si è dato e da chi ha il coraggio di guidare. Un Paese che si rispetti siede ai tavoli della Storia da commensale, non da cameriere.