
(ANSA) – ROMA, 06 APR – Un numero crescente di parlamentari democratici statunitensi condanna la minaccia “squilibrata” di Trump di commettere “crimini di guerra”.
A raccogliere le dichiarazioni da X è Al-Jazeera. Jim McGovern, il più alto esponente democratico della Commissione per il Regolamento della Camera, ha scritto: “Quando gli Stati Uniti violano il diritto internazionale umanitario, incoraggiamo gli altri a fare lo stesso. Questo ci rende tutti meno sicuri”.
Ha sottolineato che esperti internazionali di diritto dei diritti umani “stanno lanciando l’allarme” sulla condotta degli Stati Uniti nella guerra, “incluse gravi violazioni” delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale, nonché possibili “crimini di guerra”. In un altro post, McGovern ha anche descritto le recenti minacce di Trump come “totalmente squilibrate ed estremamente pericolose”. “È psicotico. Il Presidente degli Stati Uniti ha bisogno di aiuto”.
Il senatore Edward Markey del Massachusetts ha dichiarato: “Un tweet sconclusionato e volgare che minaccia crimini di guerra non riaprirà lo Stretto di Hormuz”. Ha sollecitato negoziati con l’Iran “affinché gli americani non continuino a pagare di più alla pompa di benzina e i nostri militari non paghino con la vita”.
Il senatore Chris Murphy del Connecticut ha descritto le azioni pianificate da Trump come un “chiaro crimine di guerra” e ha esortato i leader repubblicani a fermare il presidente. “Trump sta chiamando i giornalisti per dire loro che commetterà crimini di guerra di massa la prossima settimana.
I leader del Gop devono fermarlo. Non importa che far saltare in aria ponti e centrali elettriche e uccidere iraniani innocenti non riaprirà lo Stretto. È anche questo un chiaro crimine di guerra”, ha affermato.
La senatrice Elissa Slotkin del Michigan ha dichiarato: “È irresponsabile e sbagliato uccidere indiscriminatamente civili in Iran e distruggere infrastrutture civili come ponti e centrali elettriche, soprattutto quando il Presidente ha detto che questa guerra era per aiutare il popolo iraniano”.
Ha aggiunto che sono i militari statunitensi a essere messi in pericolo legale e mortale e ha affermato che le azioni di Trump stanno rendendo gli americani meno sicuri all’estero e “costando vite umane e risorse economiche americane”.
Il senatore Brian Schatz delle Hawaii ha esortato la popolazione a opporsi ai piani di Trump. “Bombardare infrastrutture civili è un crimine di guerra, ed è adesso il momento di denunciare”, ha scritto.
Dopo anni di relazioni bipartisan e finanziamenti alle campagne elettorali, oggi per i partiti Usa avere legami con il gruppo di interesse Aipac è più un problema che un vantaggio

(Manuela Cavalieri Donatella Mulvoni – lespresso.it) – Il marchio Aipac è diventato tossico. Per anni la più potente lobby filo-israeliana d’America ha influenzato il Congresso a Washington, sostenendo campagne elettorali con milioni di dollari e costruendo una rete di relazioni bipartisan, spesso lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica. Oggi, però, quella sigla è essa stessa un fattore politico, capace di pesare sia sulle imminenti elezioni di midterm sia, soprattutto, sulla corsa presidenziale del 2028. Tanto che si fa strada un’idea fino a poco tempo fa impensabile: per vincere potrebbe essere necessario rompere ogni legame con l’organizzazione, ormai percepita come troppo allineata all’agenda politica del primo ministro Benjamin Netanyahu.
«Ritengo che Aipac (American Israel public affairs committee) sia destinata a restare influente soprattutto nel partito repubblicano. Tra i democratici, invece, potrà mantenere la presa su alcuni esponenti più conservatori, ma non avrà più il potere del passato», commenta con l’Espresso Matthew Duss, ex consigliere di politica estera del senatore Bernie Sanders e ora al Center for international policy. «Non credo che nel 2028 un candidato democratico potrà ottenere la nomination senza riconoscere le atrocità di massa commesse a Gaza e senza impegnarsi a porre condizioni agli aiuti militari americani all’alleato, se non addirittura a interromperli. Biden sarà l’ultimo presidente dem ad aver avuto quel tipo di legame».
Se da tempo l’elettorato progressista mostrava un crescente disagio verso l’asse Washington-Tel Aviv e una consapevolezza sempre più chiara del ruolo di Aipac (nata negli anni Cinquanta e divenuta nel tempo il principale presidio filo-israeliano), il genocidio a Gaza, insieme al ruolo attribuito al governo Netanyahu nella decisione di Donald Trump di colpire l’Iran, hanno accelerato ulteriormente questo cambiamento. Un sondaggio Nbc News mostra che il 57 per cento dei democratici ha un’opinione negativa di Israele, mentre altre rilevazioni indicano che la maggioranza considera eccessivo l’appoggio garantito da Washington. C’è persino chi chiede che l’organizzazione venga registrata come soggetto che opera negli Stati Uniti nell’interesse di un governo straniero.
«Non avevamo mai visto così tanti leader democratici criticare le politiche israeliane», osserva Duss, convinto che la svolta sia iniziata nel 2016, quando durante le primarie presidenziali «Bernie Sanders disse che l’America avrebbe dovuto sostenere anche i palestinesi e non soltanto Israele. Da allora sono emersi altri nomi, come Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib che hanno espresso posizioni simili».
Nelle ultime settimane, diversi possibili protagonisti della corsa alla Casa Bianca del 2028 in campo dem si sono esposti pubblicamente: il senatore moderato del New Jersey Cory Booker ha dichiarato a Politico di aver rinunciato ai fondi; il governatore della California Gavin Newsom ha ribadito di non aver mai accettato donazioni dalla lobby, arrivando a sostenere la possibilità di rivedere il supporto militare a Tel Aviv. Impermeabili ai soldi Aipac anche governatori come Josh Shapiro in Pennsylvania e Andy Beshear in Kentucky. Questo non significa che vi sia stata una levata di scudi contro Israele, che continuano anzi a difendere con forza, quanto piuttosto che un numero crescente di esponenti politici inizi a mettere in discussione quello che fino a ieri era un tabù, ovvero l’aiuto incondizionato all’alleato.
Un primo banco di prova del peso elettorale di Aipac in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre, che rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato, è stato quello delle primarie democratiche in Illinois. La lobby ha investito 20 milioni di dollari per orientare la scelta di candidati in collegi chiave; ha ottenuto due vittorie, ma ha subito due sconfitte nelle sfide in cui aveva concentrato più risorse.
Se la stella di Aipac – criticata da molti per essere ormai diventata la longa manus in Usa di Netanyahu e del partito nazionalista Likud – oggi brilla meno, resta comunque rilevante. «Il nostro obiettivo sarà fermare i candidati critici nei confronti di Israele o che vogliono porre condizioni agli aiuti», ha dichiarato a The Jerusalem Post il portavoce dell’organizzazione Patrick Dorton.
Peter Beinart, una delle voci più autorevoli del dibattito, concorda sul fatto che siamo davanti ad una rottura. Per l’editorialista della rivista Jewish Currents, l’elemento oggi sorprendente e meno prevedibile «è la crescita di un’opposizione a Israele anche tra i repubblicani, in particolare tra i più giovani». Non a caso, nei podcast di Tucker Carlson e Megyn Kelly, ex volti di Fox News oggi commentatori indipendenti, così come negli interventi della controversa Candace Owens, torna spesso il tema del “complotto sionista” e dell’influenza del governo Netanyahu sulla politica estera di Washington. Posizioni per le quali sono stati accusati di antisemitismo. «Per loro, il concetto “America First” significava che gli Stati Uniti dovessero concentrare risorse solo all’interno del Paese», spiega Beinart. Sfruttando il mutato clima politico, stanno inoltre nascendo nuovi Pac, con l’obiettivo di favorire l’ingresso al Congresso di figure più vicine alla causa palestinese.
Anche il rapporto tra Washington e Tel Aviv potrebbe in futuro cambiare e di conseguenza gli equilibri stessi in Medio Oriente. «Se gli Stati Uniti riducessero il sostegno militare e l’Europa ne seguisse la linea altresì sul piano economico, Israele probabilmente non sarebbe in grado di essere così aggressivo», ci dice concludendo Beinart. «La mia speranza è che, senza le armi, sia costretto a cercare soluzioni diplomatiche. Innanzitutto con i palestinesi, come pure con il Libano e naturalmente con l’Iran».
Dalla casa a sua insaputa di Scajola alla bisteccheria di Delmastro le analogie tra l’attuale esecutivo e quello del Cavaliere

(di Concetto Vecchio – repubblica.it) – E’ vero che Giorgia Meloni sogna ardentemente di superare Silvio Berlusconi, vincendo lo scudetto dei governi più longevi della Repubblica, salvo rimpasti che portano al bis o elezioni anticipate, succederà a settembre. Ma la premier e il Cavaliere hanno un’altra cosa in comune. Ovvero, i loro esecutivi, di gran durata, sono stati sì stabili, ma non indenni da scandali e dimissioni.
Il Berlusconi II registrò l’avvicendamento di Renato Ruggiero, Claudio Scajola, Giulio Tremonti, Umberto Bossi, Franco Frattini, Rocco Buttiglione, Carlo Giovanardi, Mario Baccini, Luigi Mazzella.
Nel Berlusconi IV lasciarono Scajola, Sandro Bondi, Aldo Brancher, Angelino Alfano, Luca Zaia, Andrea Ronchi. Il governo Meloni al momento è solo a quota tre: Raffaele Fitto perché promosso in Europa; Gennaro Sangiuliano per l’affaire Boccia; e da ultimo è toccato a Daniela Santanché, vittima degli scandali e sacrificata sull’altare della batosta al referendum.
Oggi come oggi Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, è il terzo governo più longevo di sempre. Al primo posto c’è il Berlusconi II, che rimase in carica dal giugno 2001 ad aprile 2005; seguito dal Berlusconi IV, in sella dal maggio 2008 al novembre 2011, quando cadde stroncato dallo spread. Ma le turbolenze, a dispetto della retorica del “lasciateci governare”, non sono mai mancate. Nè ieri, né oggi.
Prendiamo il governo dei record, il Berlusconi II. A un certo punto finì perché i centristi dell’Udc, guidati dal vicepremier Marco Follini, imposero una discontinuità nell’azione di governo (sia detto in estrema sintesi), e alle amministrative di quella primavera il centrodestra perdipiù era andato male. “Intendo dare una risposta politica a un segnale di disagio venuto dal Paese”, disse il Cavaliere al Senato, prima di recarsi al Quirinale, dal presidente Ciampi, per dimettersi; con Follini si dimisero i ministri Buttiglione, Baccini, Giovanardi. Fu l’epilogo di quella compagine, a un anno dalla fine della legislatura. Era appena stato eletto Papa Ratzinger, il professor De Rita scriveva che il ceto medio si stava stufando delle promesse di Silvio e nei giornali le grandi firme godevano ancora degli articoli in corsivo.
Anche adesso manca un anno, e sta succedendo di tutto.
Il Berlusconi II fu funestato da molte uscite anticipate. L’europeista Ruggiero lasciò nel gennaio 2002 perché Bossi e Tremonti erano stati freddi sull’euro appena entrato in vigore; sei mesi dopo toccò a Scajola perché definì Marco Biagi – il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse – “un rompicoglioni”; poco dopo sbatté la porta Tremonti, nel frattempo non più gradito ad Alleanza nazionale per beghe nella maggioranza (sia detto in estrema sintesi); lasciò anche Bossi, da ministro delle Riforme, per curarsi dopo l’ictus; due anni dopo Frattini andò a fare il commissario Ue, e prima di Natale si fece da parte anche il ministro tecnico Luigi Mazzella. Per non parlare dei sottosegretari andati via anzitempo, tra cui si segnala uno Sgarbi in lite col ministro Urbani. Sgarbi, peraltro, se ne è andato anche da questo governo.
Il governo Berlusconi IV governa negli anni del Bunga Bunga. Mamma mia sono passati quindici anni! E c’era Giorgia Meloni già ministra, alla Gioventù. Ancora una volta al centro di uno scandalo ritroviamo Scaloja, per l’indimenticabile casa con vista mozzafiato sul Colosseo comprata a sua insaputa. Una vicenda che gonfiò le vele dei grillini, che tre anni dopo sbarcheranno in Parlamento col 25 per cento dei voti. Nel marzo 2011 Sandro Bondi si sentì abbandonato da Silvio e dai suoi e tornò a dedicarsi alla poesia; lasciarono anche ministri i cui nomi risuonano come quelli dei giocatori delle vecchie figurine Panini: Aldo Brancher, in carica per diciassette giorni; Angelino Alfano si dimise da Guardasigilli per dedicarsi alla cura del partito, ma poi Berlusconi fece sapere che gli mancava il quid; Luca Zaia tornò in Veneto per una felicissima carriera da governatore, e i finiani sbatterono la porta, dopo che Fini, allora presidente della Camera, disse a Berlusconi: “Che fai, mi cacci?” E così se ne andò il ministro Andrea Ronchi. Era il novembre 2010. Ma Berlusconi non cadde perché magicamente arruolò Scilipoti e Razzi.
E oggi? Magari a Giorgia Meloni riuscirà di superare Berlusconi, centrando l’agognato record. Ma è probabile che un giorno, di questo governo, che annovera anche le dimissioni di un viceministro e di cinque sottosegretari,ricorderemo la cicatrice di Sangiuliano, la bisteccheria di Delmastro, la confessione amorosa di Claudia Conte sul ministro dell’Interno Piantedosi, le vicende di Augusta Montaruli, costretta a lasciare per gli incauti acquisti di Rimborsopoli, anche se sul sito di palazzo Chigi figura ancora come sottosegretaria alla Cultura. A tre anni dalle dimissioni.
Sono i protagonisti del conflitto del Golfo. Nella corsa a produrli vince il fattore prezzo

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – Tutti li vogliono, nessuno li vende. Il conflitto del Golfo ha posto ancora una volta in evidenza il ruolo dei droni,protagonisti indiscussi della guerra contemporanea. Ma a oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina che ha consacrato definitivamente la loro importanza, continua a esistere un gap profondo tra domanda e offerta. La ragione è semplice: i sistemi low cost non interessano ai Big statunitensi ed europei, che puntano su apparati con margini di profitto molto più alti e guardano ai caccia senza pilota o alle navi senza equipaggio del futuro prossimo.

Le prospettive sono favolose: si stima che il mercato degli armamenti autonomi che operano in cielo, terra e mare passerà da oltre 47 miliardi di dollari dello scorso anno — dovuti soprattutto alla spinta dell’amministrazione Trump — a 98 miliardi nel 2033. Nel mondo dei droni volanti — quelli più richiesti — esistono però il Vecchio e il Nuovo Testamento.
A dominare la scena dal 2001 sono stati gli aerei senza equipaggio, grandi e costosi. Il capostipite è il Predator, icona della Guerra Globale al Terrorismo, poi sostituito dal Reaper: per oltre dieci anni la versione dotata di missili è stata monopolio americano. Li costruisce la General Atomics, leader nel settore per fatturato con 3,2 miliardi di dollari nel 2025. Sulla scia si sono inserite le aziende israeliane, con l’Hermes della Elbit e l’Heron della Iai. La concorrenza è sorta in Turchia con la Baykar fondata da Selciuk Bayraktar, genero di Erdogan: un miracolo tecnologico che con il TB2 si è imposto in 36 Paesi, ottenendo il primato per esemplari venduti. Le loro creature sono care: circa trenta milioni di euro per un Reaper; un terzo per il TB2 e l’Heron più le centrali satellitari di guida. E il passaggio dalle campagne contro formazioni di jihadisti ai conflitti su larga scala sta mettendo in crisi questi velivoli, lenti e facilmente visibili ai radar. Durante l’offensiva sull’Iran il Pentagono ne ha persi più di venti e gli israeliani altrettanti: sono prede troppo facili per i missili terra-aria.

Il Nuovo Testamento è nato sui campi di battaglia ucraini, dove sono state sviluppate categorie innovative. La prima sono i droni-kamikaze simili a bombe volanti. I russi hanno adottato e perfezionato lo Shahed iraniano: un capolavoro di efficienza, che percorre duemila chilometri, è difficilissimo da scoprire e arriva con precisione sui bersagli con una spesa inferiore a 25 mila euro. Persino gli americani lo hanno clonato: il loro Lucas ha esordito proprio nei raid contro i pasdaran. L’operazione è stata condotta da una piccola ditta, la SpektreWorks che li consegna per 35mila dollari: un centesimo del prezzo dei missili cruise Tomahawk.

Gli ucraini hanno inventato dozzine di modelli, messi a punto da startup spuntate come funghi dall’estate 2022. Il loro segreto è la rapidità: progettano sulla base delle necessità della prima linea e aggiornano in continuazione i mezzi. Questi laboratori sono cresciuti e hanno intrecciato relazioni con società degli States, oggi fucine della nuova idea di industria della difesa che vuole scalzare il dominio di Lockheed Martin, Boeing e Raytheon. La più dinamica è Project Eagle, creatura dell’ex ceo di Google Erich Schmidt. La più nota è Anduril, come la spada del Signore degli anelli, finanziata e vicina a Palantir di Peter Thiel: il suo volto è Palmer Luckey, camicie hawaiane e ciabatte da spiaggia. Sono profeti della “Repubblica Tecnologica” — titolo del libro-manifesto di Alex Karp, amministratore delegato di Palantir — che propugna una visione politica scaturita dalla supremazia della Silicon Valley convertita agli ordigni hi-tech.
La loro rivoluzione ha tre pilastri. Anzitutto, tempi brevi tra requisiti e operatività, spazzando via la lentezza delle gare federali. Poi i costi limitati, permessi pure dall’uso di componenti prese dal mercato dei generi di consumo elettronici. Infine tanta intelligenza artificiale. Questa new wave ha solide basi finanziarie: le compagnie non si quotano perché c’è la fila per investire. E stanno allestendo buone capacità industriali. In questi giorni gli emissari delle monarchie del Golfo hanno bussato a tutte le porte sui due lati dell’Atlantico, chiedendo in fretta la consegna di migliaia di droni anti-drone. Gli unici a poter soddisfare le loro esigenze sembrano essere Anduril e Project Eagle, che ha già fatto arrivare in Medio Oriente 10mila Merops per fare scudo alle basi Usa.
«L’Europa non riesce ancora ad adeguarsi al ritmo che ha preso lo sviluppo del settore: i ministeri della Difesa sono ancorati a schemi pluriennali di investimento — spiega Giuseppe Lacerenza di Keen Venture Partners, il primo fondo del Continente che si occupa di startup militari — e tardano a prendere atto di quanto stiano cambiando i conflitti. Questo ostacola la crescita delle aziende, tutte giovani e piccole. Esistono comunque realtà che si stanno affermando, in particolare in Germania: la bavarese Tytan ha ottenuto finanziamenti dalla Nato e fatto un accordo per trasformare impianti dell’automotive nella catena di montaggio di droni anti-drone».
Gli intercettori a basso costo stanno facendo emergere pure l’estone Frankeburg e la britannica Cambridge Aerospace, che sei mesi fa ha raccolto cento milioni di dollari. Più strutturate le società che producono velivoli teleguidati da ricognizione come la tedesca Quantum System, che conta sulla partnership con l’ucraina Frontline; l’olandese DeltaQuad; la francese Harmattan Ai e la portoghese Tekever. A Kiev ci sono TAF Industries e UkrSpecSystems, che non possono esportare, mentre la Skyeton ha aperto una filiale in Slovacchia. Invece sugli apparati d’attacco senza pilota si stanno imponendo le tedesche Helsing e Stark.
Neppure loro però confezionano i minuscoli quadricotteri-bomba, onnipresenti nei cieli del Donbass: sono assemblati con pezzi made in China o generati da stampanti 3D, e vengono venduti a mille-duemila euro l’uno. Perché? Al solito: i margini sono infimi. E c’è un altro fattore, sottolineato da Lacerenza: «L’Ucraina dimostra che ogni sei mesi l’innovazione rende superati questi droni e quindi c’è una sorta di Comma22: non si possono ordinare mezzi che diventeranno obsoleti prima di venire utilizzati e quindi non si producono. Per questo bisogna rivedere l’organizzazione del procurement e definire formule di contratti per ricevere quello che serve al momento giusto».
E in Italia? Leonardo ha stretto un accordo con Baykar e presto sarà pronta a Ronchi dei Legionari la versione made in Italy con strumentazioni elettroniche nazionali del TB3 Akinci, un sistema di fascia alta che sorveglia il campo di battaglia ma può essere armato con missili e bombe. C’è poi la pisana Sky Eye System che offre il Rapier, un mini ricognitore, mentre a Terni la Siralab ha brevettato un aeroplanino simile, il Radon X, e i quadricotteri SR-X1 e SR-X4.
La componente italiana di Mbda, il gruppo europeo dei missili, sta mettendo a punto con queste due aziende un modello di drone d’attacco low cost. Si tratta di attività sostenute dallo Stato maggiore dell’Esercito, che punta a mantenere un’autonomia nazionale nelle forniture. Ma che finora non hanno trovato investimenti adeguati per misurarsi con la competizione internazionale.

(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Cominciamo dai numeri. Il No ha ottenuto 14,5 milioni di consensi, il Sì 12,6. Il totale dei votanti è di 27,1 milioni. Alle politiche del 2022, invece, i partecipanti al voto erano stati 29 milioni: 2 in più. L’alta affluenza va dunque considerata in relazione ai referendum precedenti. Infatti, nel 2025, sui temi della precarietà e della cittadinanza, i votanti sono stati 13,3 milioni.
Con tutta evidenza, la presenza del quorum è stata la causa che ha costretto i due schieramenti a sbattersi per vincere. Motivo per cui questo limite andrebbe abrogato anche per i referendum non costituzionali.
L’analisi di classe del voto è invece assai più problematica. Anche in questo caso si registrano spaccature nette a seconda del lavoro, dell’istruzione e della collocazione territoriale, così come accade alle politiche sia sul versante di chi vota sia di chi si astiene. Questo, in realtà, è il vero problema politico per qualsiasi opzione alternativa.
L’altro dato con cui confrontarsi è il risultato delle politiche del ’22. In quelle elezioni il centrosinistra e il M5S hanno totalizzato 11,6 milioni di voti contro i 12,6 milioni del centrodestra.
Ciò premesso, proviamo a trarre qualche conclusione matematica.
Proviamo ora a tirare qualche conclusione politica.
a. Il campo largo non può affatto affermare di essere in ripresa. I voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste sulle questioni interne e internazionali. Viste le posizioni espresse recentemente da Conte, questo vale anche per il M5S.
b. Sul versante opposto, il centrodestra ha gli stessi problemi, data la difficoltà a sganciarsi dal posizionamento internazionale, nonostante questo comporti pesanti negatività. Inoltre, dei punti fondamentali che tenevano insieme il centrodestra — autonomia differenziata e controriforma della magistratura — sono stati bocciati. Rimane solo il premierato: portarlo avanti potrebbe essere un’ultima occasione, ma è anche un altro azzardo. Giorgia, poi, non potrà più fare campagna sulle narrazioni della tornata precedente. E ciò non è di poco conto, visto il peggioramento della situazione economica e sociale.
c. L’unica variabile è il cambio della legge elettorale. Ma anche questa è assai ardua da far digerire ora, con l’aggravante che il premio di maggioranza pone seri dubbi di legittimità.
d. Tutto ciò parrebbe significare che le elezioni politiche sono, di fatto, in bilico. La distanza fra “il polo di qua e il polo di là” non è molta, anche se il maggioritario può dilatarla o ridurla in termini di eletti, a seconda della distribuzione dei voti nei collegi uninominali. In buona sostanza, si tratta di un confronto fra due debolezze strutturali.
e. Comunque, a prescindere da chi vincerà, già sappiamo che forse cambieranno gli attori ma non la commedia.
f. Infine, rimangono milioni di cittadini orfani di proposte politiche convincenti. Milioni di persone che hanno votato Giorgia ma sono state di nuovo illuse e disilluse. Sul versante opposto, a parte l’invotabile PD, optare per AVS piuttosto che per il M5S non è nemmeno il meno peggio: è semplicemente inutile.
g. Ci sarebbe la possibilità di una posizione antiliberista che combini attuazione della Costituzione e sganciamento dell’Italia dagli organismi internazionali, cogliendo e forzando le opportunità che la contingenza propone per avvicinarsi agli obiettivi di neutralità e indipendenza. Obiettivi che si stagliano come fondamentali, conditio sine qua non per perseguire l’interesse nazionale popolare e rilanciare la democrazia.
Anche in questo caso il campo è largo, ma vuoto di soggetti protagonisti. Ahimè, noi.
Il grande attivismo della capa della Segreteria di FdI per la campagna referendaria non ha portato voti. Il caos in Sicilia, Delmastro, il pasticcio Piantedosi, le nomine. Ma nonostante disfatte resta intoccabile

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – È l’intoccabile per antonomasia, la figura più vicina per il rapporto strettissimo di parentela con la presidente del Consiglio. Arianna Meloni è la Sorella d’Italia, che con la vittoria alle politiche del 2022 è uscita dal cono d’ombra di militante-dirigente locale per diventare la guida di Fratelli d’Italia. A celebrare l’investitura ufficiale è stata l’assegnazione del ruolo di capo della Segreteria politica. Da una Meloni all’altra. Nemmeno la sconfitta al referendum, per cui si è strenuamente battuta, ha scalfito la sua immagine, né è stata sfiorata da polemiche. Fosse in un altro partito, a trazione meno familiare, dovrebbe fare un primo bilancio. Ma a via della Scrofa è meglio evitare di proporre il discorso. Altrimenti più che un rendiconto si dovrebbe aprire una resa dei conti. Mettendo in discussione l’operato di Arianna Meloni. Impossibile.
Intanto tutto intorno vengono sacrificati dirigenti. Il primo è stato quello dell’ex sottosegretario della Giustizia, Andrea Delmastro, arrostito nell’affaire-bisteccheria, seguito da Daniela Santanchè, che ha salutato – non proprio in punta di piedi – la poltrona di ministra del Turismo. Altri vengono messi un po’ in discussione, come il responsabile organizzazione, Giovanni Donzelli. La più grande delle sorelle Meloni continua a godere dell’aura di infallibilità per eredità familiare. Per lei sono pronte a spalancarsi le porte del Parlamento, al prossimo giro.
L’ultima vicenda di gestione discutibile di Fratelli d’Italia ha provocato problemi al governo: a innescare la rivelazione della giornalista Claudia Conte, sulla «relazione» con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, è stata una domanda di Marco Gaetani, volto e voce di Radio Atreju, il vivaio meloniano. Dimostrando che la segreteria politica fatica a tenere sotto controllo addirittura i giovani, fedelissimi alla linea di Fratelli d’Italia. Con conseguenze imprevedibili. Tanto che il povero Gaetani è stato convocato dai vertici del partito, come hanno rivelato alcuni retroscena, per una ramanzina. Ma ormai il pasticcio era compiuto.

Arianna Meloni ha avuto il grande merito di essere una delle dirigenti più presenti nella campagna referendaria. Da Sassari a Pescara, dalla sua città natia Roma fino a Milano, è stata una trottola: nessuno si è speso tanto. Un’attività per portare a casa la vittoria del Sì da intestare al partito, soprattutto alla sorella, e per spianare la strada alle altre riforme care a casa Meloni. È stata proprio la capa Segreteria di FdI a continuare a battere il tasto del premierato, spiegando anche durante la campagna per il referendum sulla Giustizia, che sarebbe stato il prossimo passo per cambiare la Costituzione. Favorendo – secondo i rumors del Transatlantico – la tesi delle opposizioni di una sovrapposizione delle riforme. Prima i magistrati, poi la forma di governo.
Un assist alla campagna del No, secondo i ragionamenti di Lega e Forza Italia.
La missione è dunque fallita: i selfie, i comizi e i video social non hanno spostato i voti necessari. La svolta pop non è stata un trionfo, anzi è arrivato il segnale che qualcosa non ha funzionato nella mobilitazione del proprio elettorato. L’evidenza arriva dall’analisi dei flussi elettorali. La stima è che tra bocciatura della riforma e astensione, circa il 15 per cento degli elettori meloniani ha voltato le spalle a FdI. La responsabilità, però, non è stata attribuita ai vertici, l’addebito è arrivato sul conto di Santanchè.
Non c’è solo la vicenda referendaria, che ha provocato sconquassi nel governo. Con un’onda lunga che ancora non si è fermata. La capa della Segreteria di Fratelli d’Italia ha gestito in maniera “leggera” le dinamiche locali.
Da mesi, per esempio, il partito in Sicilia è una polveriera. Nemmeno la fuoriuscita di Manlio Messina, ex vicecapogruppo alla Camera e a lungo riferimento meloniano nell’isola, ha fatto scattare l’allarme sulla situazione, che ha continuato a deteriorarsi. Fino a determinare una guerra per bande. I vertici nazionali, in testa Arianna Meloni, hanno lasciato correre, lasciando solo Messina. Solo la débâcle referendaria ha riacceso i riflettori sull’isola, mettendo sotto osservazione il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno (uomo di fiducia di Ignazio La Russa), e l’assessora Elvira Amata. Comunque vada, alla fine, ci saranno molte macerie politiche intorno ai meloniani.
In Lombardia il clima non è tanto più tranquillo. Ha lasciato strascichi il siluramento dell’assessora regionale al Turismo, Barbara Mazzali, per far posto a Debora Massari, proprio su impulso della sorella della premier. Il “dimissionamento” di Santanchè, da sempre sodale di La Russa, non contribuirà a portare il sereno. E di conseguenza potrà complicare la partita per il candidato alla presidenza della Regione.
Nel Lazio, storico feudo di FdI, il cortocircuito familistico è raddoppiato: la separazione sentimentale tra Francesco Lollobrigida e Arianna Meloni ha avuto ripercussioni sui rapporti nel partito. I fedelissimi del ministro dell’Agricoltura hanno iniziato a muoversi in contrapposizione con il corpaccione di Fratelli d’Italia, creando attriti nella giunta presieduta da Francesco Rocca.

E se non ha brillato sulla gestione del partito, la capa Segreteria di FdI non può rivendicare le scelte dei ministri. Il marchio è impresso sul profilo di Orazio Schillaci, ministro della Salute (tecnico in quota FdI), che oggi sarebbe una delle vittime di un eventuale rimpasto al pari del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, individuato come sostituto di Gennaro Sangiuliano. Ma con risultati non soddisfacenti, secondo i rumors di via della Scrofa, e le veline provenienti da Palazzo Chigi.
Anche sui manager la strategia della sorella della premier è stata al centro di discussioni. La scelta di puntare su Fabio Tagliaferri alla guida di Ales, società in house del ministero della Cultura, ha provocato molte polemiche per il curriculum poco solido in materia culturale del dirigente laziale di FdI. Così come il caso di Cinecittà, dove è approdata come amministratrice delegata, Manuela Cacciamani, la manager che oggi rivendica il rilancio della società, ma che per mesi è stata al centro di tensioni nella società di via Tuscolana.
In questi mesi, Arianna Meloni è stata anche al centro del caso Garante. Nel pieno della tensione tra l’Authority e Report, ha pensato bene di conversare con Agostino Ghiglia, componente del collegio, addirittura nella sede del partito. Da via della Scrofa la versione ha sempre puntato a minimizzare: «È stato un breve incontro in cui si sono scambiati convenevoli». Ma senza sollevare alcun appunto sull’inopportunità di quella visita di Ghiglia.
Del resto fin dagli esordi sulla ribalta nazionale, non sono mancati errori. Il primo risale a qualche tempo fa, quando Arianna Meloni ha sponsorizzato, convincendo la sorella a puntarci, Enrico Michetti come candidato sindaco a Roma alle elezioni del 2021, sfidando le perplessità degli alleati. L’esito è stato noto: il Campidoglio è stato consegnato a Roberto Gualtieri, quando il centrodestra era dato come favorito. Un indizio di una aspirante leader, che altrove sarebbe messa in discussione.
Ma dentro Fratelli d’Italia si tappano la bocca pur non di farsi sfuggire anche un solo sibilo critico contro Arianna Meloni. In un partito a trazione familiare, il cognome è uno scudo. Basterà a proteggersi dalle bufere continue?
Con tutti i leader candidati in vantaggio il presidente M5s. Nel campo largo il 23% vuole un federatore

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Una buona maggioranza degli italiani, quasi 2 su 3 (61,9%), non desidera oggi elezioni anticipate. Tra le file della maggioranza questa indicazione registra forti polarizzazioni, soprattutto in Forza Italia (90,2%) e Fratelli d’Italia (92,7%), dove la percentuale supera il tetto del 90%. Anche tra le opposizioni emerge una certa reticenza ad “andare alle urne”, come si dice in gergo, non così marcata come tra i partiti di governo ma comunque significativa.
Sulle barricate del centro sinistra è come se convivessero due spinte opposte: da un lato il desiderio di replicare al più presto il sapore della vittoria appena assaggiato con il risultato referendario, dall’altro il timore di cadere in un possibile tranello elettorale. Solo il partito di Giuseppe Conte esce allo scoperto su possibili elezioni anticipate, differenziandosi dagli altri con 1 elettore su 2 (52%) che desidererebbe esprimere propria partecipazione politica al più presto. Un dato interessante riguarda anche coloro che vengono classificati tra gli “indecisi”, dove il 23,8% di chi oggi non esprime un orientamento politico si dichiara pronto a tornare alle urne, forse galvanizzato proprio dal voto referendario e dalla sua capacità di mobilitazione.

A questo punto, il centrosinistra è chiamato a sciogliere il nodo della leadership. L’ipotesi di un “federatore” esterno ai partiti viene chiaramente accantonata (23%), mentre prevale nettamente – con il 62,6% delle preferenze – l’idea di individuare un leader interno alla coalizione. Se oggi si votasse per le primarie, con tutti i leader in campo, gli elettori del centrosinistra indicherebbero Giuseppe Conte come candidato premier del “campo largo” con il 30,3% dei consensi, seguito da Elly Schlein al 28%.
Tuttavia, in un ipotetico ballottaggio tra i due, sarebbe Schlein a prevalere, ottenendo il 40% delle preferenze tra l’insieme degli elettori delle opposizioni. Nel dettaglio, le scelte convergerebbero sulla segretaria del Partito democratico grazie al sostegno del 58% degli elettori del suo partito e di Italia Viva, a cui si aggiungerebbe circa un elettore su quattro di Alleanza Verdi e Sinistra. Conte, invece, oltre al consenso del proprio partito, raccoglierebbe la quota maggioritaria proprio dell’elettorato di Alleanza Verdi e Sinistra. Si tratta, naturalmente, di una fotografia del momento, destinata a mutare rapidamente. Le variabili sono molte tra cui possiamo elencare l’errore – forse di tempistica – di aver aperto troppo presto il dibattito sulle primarie, quando ancora si consolidava la vittoria del No al referendum. A ciò si aggiungono la difficoltà di costruire un programma realmente condiviso tra gli alleati del cosiddetto “campo largo” e, soprattutto, la necessità di intercettare quel consenso fluido e trasversale rappresentato da chi ha votato No senza riconoscersi – almeno per ora – pienamente in un partito.
Qui si inserisce una riflessione più ampia dove il voto referendario sembra aver espresso non solo una posizione su uno specifico quesito, ma un sentimento diffuso di insoddisfazione e distanza dalla politica organizzata. Un dissenso che non è ancora proposta, ma che potrebbe diventarlo. Chi saprà tradurre questa energia in una visione credibile e in politiche concrete avrà un vantaggio competitivo decisivo, e questo vale per tutti: opposizioni e forze di governo.
Il momento, tuttavia, non appare favorevole a elezioni anticipate. Non lo è per chi governa, ma non lo è nemmeno per chi aspira a governare. Il contesto internazionale è instabile, segnato da conflitti percepiti come lontani dagli interessi immediati dei cittadini e da una comunicazione globale spesso disordinata e contraddittoria. In questo scenario, l’elettorato sembra privilegiare la prudenza rispetto all’azzardo.
Resta poi un ultimo elemento, forse il più sottovalutato: la geografia sociale del voto. I dati del referendum mostrano una correlazione significativa con le aree in cui il reddito di cittadinanza ha avuto maggiore diffusione. Non è solo una coincidenza statistica, ma potrebbe essere il segnale di una frattura economica e territoriale che continua a orientare il comportamento elettorale. Ignorarla significherebbe non comprendere fino in fondo le dinamiche profonde del Paese. La politica, oggi, si trova di fronte a un bivio: inseguire il consenso nel breve periodo o ricostruire un rapporto più solido e duraturo con una società sempre più frammentata e diffidente. Le elezioni, quando arriveranno, saranno solo l’esito finale di questo processo, perché la vera partita si gioca da adesso in poi.
“Questa legge elettorale le destre dovranno farsela da sole”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli chiedi di primarie e dintorni, e il vicepresidente dei 5Stelle Stefano Patuanelli scuote la testa: “Fatico davvero a capire la dinamica di certe notizie. Per mesi dal Pd hanno detto di volerle, e ora che ne parliamo noi…”.
Secondo Romano Prodi Giuseppe Conte ha sbagliato ad aprire ai gazebo: “Non capisco la mossa, farle ora significa litigare”.
Come le dicevo prima, dopo mesi che parlavano di primarie nel Pd, abbiamo semplicemente detto che faremo un programma del Movimento costruendolo nel modo più partecipato possibile, tramite la nostra costituente, e che lo porteremo al tavolo con le altre forze progressiste per costruire un programma condiviso. Solo dopo saremo disponibili alle primarie per individuare la persona che interpreti un progetto condiviso da tutti i progressisti.
[…]
Conte ne ha parlato nel giorno del referendum. Forse non è piaciuta la tempistica, no?
Ne ha parlato perché dopo quella vittoria era il momento di dare un segnale di responsabilità, nonché di unità. Per mesi ci hanno accusato di voler mettere il bastone tra le ruote alla costruzione di un’alternativa, e abbiamo ribadito che non è così.
Nel Pd hanno paura che vinca Conte?
Non c’è ragione di averla, chiunque vinca.
Quindi, le primarie sono necessarie?
A mio parere sì. Sono la via più logica per scegliere il candidato a Palazzo Chigi.
Parte dei dem rimprovera a Conte l’incontro con l’emissario di Trump, Zampolli.
C’è una parte dei riformisti che continua a non volere il M5S, come è noto. Dopodiché si sono incontrati in un luogo pubblico, su richiesta di Zampolli. Punto.
Le primarie andrebbero fatte anche se non cambiasse la legge elettorale?
Assolutamente sì, non vedo alcuna correlazione.
Dopodiché le destre vorrebbero nuove regole per le elezioni.
Il fatto che il giorno dopo il referendum abbiano calendarizzato in commissione la legge elettorale conferma quanto Giorgia Meloni sia confusa e inadeguata in questa fase. Il Paese attraversa un momento difficilissimo tra guerre, inflazione e mancata crescita, e per loro la priorità è questa legge. Se la facessero da soli. Ormai sono sconnessi dalla realtà. Piuttosto, ci chiamino a discutere di salario minimo, Transizione 4.0, energia o di sanità, vere priorità.
[…]
Dal caso Delmastro alla vicenda Conte-Piantedosi, nel governo accade di tutto. È resa dei conti?
In Parlamento vedo facce molto tese. Finora Meloni era riuscita a coprire tutti i problemi nella maggioranza, ma ora non ci riesce più. Sta venendo fuori la realtà dei fatti, a partire dalla mediocrità dei suoi ministri, primo tra tutti il cosiddetto ministro alle Imprese Adolfo Urso. In giro per l’Italia tutti si lamentano di lui.
La premier esclude il voto anticipato. Le crede?
Arrivare a fine legislatura non sarà facile. Ma per ora le elezioni anticipate non mi sembrano probabili, anche se la situazione sul piano economico si sta facendo gravissima.
Il ministro dell’Economia Giorgetti vorrebbe una deroga alla regola che impone di non andare oltre il 3 per cento nel rapporto deficit/Pil, ma la Ue non ci sente. Se si sforasse il tetto, cosa accadrebbe?
Ricordo che questo patto di stabilità lo ha firmato proprio Giorgetti, anche se disse di averlo fatto a malincuore. Premesso questo, se dovesse essere superata la quota del 3 per cento il governo non saprebbe dove trovare i 13 miliardi per le spese militari, viste le condizioni dei conti.
Il contesto internazionale non aiuta.
Le guerre c’entrano poco o nulla. La Spagna nel 2026 crescerà di oltre il 3 per cento e noi siamo fermi, per l’incapacità di questo governo di costruire una seria politica economica. Stiamo pagando la loro miopia, dato che il limitie è stato sforato prima del conflitto, nonostante la pioggia di tasse che hanno imposto.
L’Italia e altri Paesi hanno scritto alla commissione Ue, invocando una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. Ma FI ribatte che “l’obiettivo non deve essere quello di colpire le imprese”.
Avevano promesso una tassa anche sugli extraprofitti delle banche, epoi hanno fatto marcia indietro. Non sono affidabili. E comunque è già tardi, per muoversi.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Il governo Meloni non ha colpe dirette nei funesti contraccolpi economici della guerra di Trump e Netanyahu; ha qualche responsabilità, magari, nel non avere rimediato nemmeno in piccola misura al costante affanno dell’economia italiana, ben precedente questa guerra e questo governo.
La sua vera colpa, gigantesca, è avere parlato a un Paese invecchiato e smarrito senza alcuna gravità e serietà, nessun rispetto della realtà (i numeri accidenti, sono pur sempre numeri!), con i toni lieti e puerili del racconto edificante e della propaganda autocelebrativa.
Non l’avessero fatto, il giudizio su Meloni e la sua pattuglia di improvvisatori sarebbe ugualmente negativo, ma più rispettoso, per la serie: ce l’hanno messa tutta, po’racci, ma non erano in grado di farcela. Così, invece, quando sarà il momento dei bilanci sarà inevitabile rinfacciare a questo governo il suo stonato trionfalismo.
Cedere alla tentazione della propaganda è un grave difetto di tutti o quasi i governanti — le eccezioni esistono. Ma quella di Meloni è stata, fino a qui, gravemente offensiva nei confronti di un popolo che, con tutti i suoi difetti e i suoi problemi, non è stupido. Sappiamo di non essere una società in rovina, ma neppure in buona salute. Perché non parlarci come si parla agli adulti?
Lo sventolio incessante e non sempre congruo del tricolore, l’accusa automatica di antipatriottismo rivolta a qualunque osservazione critica, l’imbarazzante codazzo di militanti travestiti da giornalisti il cui unico obiettivo è inzuccherare i problemi e glorificare «Giorgia»: tutto questo non era obbligatorio. Non serve al Paese e danneggia per primo il governo, il cui unico organo efficiente e in perenne attività, a giudicare dal coro ormai inudibile della propaganda, sono le tonsille.
Buona Pasqua a tutti (a bassa voce).
Siamo per geografia la migliore piattaforma logistica capace di connettere Asia, Africa, Europa e Americhe, ma preferiamo non saperlo. Concentrare tutte le risorse, militari incluse, a protezione di questa priorità è l’obiettivo più urgente visto il proliferare delle guerre presso gli Stretti

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Nella scorsa “deviazione” ci siamo impegnati a proporre qualche idea su come l’Italia potrebbe reagire alla crisi del sistema euroatlantico. Inutile girarci intorno: d’ora in avanti la nostra sicurezza dipende da noi. E dalla capacità di usare non disinteressate risorse altrui per la nostra sicurezza nazionale. Roba da far tremare i polsi ai decisori nostrani, sdraiati per ottant’anni sotto l’ombrellone a stelle e strisce.
Premessa: se qualche potenza ci attacca oggi, ma anche domani, possiamo solo negoziare i termini della resa sperando nel suo buon cuore (non la spontanea disposizione di un aggressore). Quel che facciamo da adesso avrà effetto tra anni, forse decenni. Ma se non cominciamo ora siamo finiti. Conseguenza di aver straperso l’ultima guerra mondiale, con ciò atterrando nell’impero americano. Soggiorno tutto sommato piacevole, ma che ci coglie scoperti mentre lo zio d’America è impegnato a salvare se stesso.
La respirazione artificiale con i polmoni d’Oltre Atlantico ci ha bloccato mente e spirito. La priorità della nostra sicurezza non è militare. È culturale. Una scorciatoia militarista sarebbe ridicola prima che nefanda. Senza bussola politica e consenso democratico abbiamo perso in partenza.
Possiamo e dobbiamo migliorare la qualità delle nostre Forze armate, nei modesti limiti consentiti a un paese indebitato fino al collo con un’età mediana prossima al mezzo secolo. Ma l’Italia la difendono o non la difendono gli italiani. Nessuna nazione degna del nome ha mai delegato la sua protezione ai suoi (non tanto) giovani soldati e ai loro armamenti. Tanto più se lo strumento militare è infiacchito dalla riluttanza a impiegarlo al servizio di una strategia. Nessuno ci teme e nessuno pensa di mettersi nella nostra scia, perché non c’è.
Di norma le Forze armate servono per dissuadere o premere in vista di interessi nazionali primari. Oppure servono ad altri, per i loro interessi. La sistematica destabilizzazione del nostro intorno geografico, dai Balcani al Nord Africa, compiuto dopo la fine della guerra fredda con il nostro contributo armato, grida vendetta. Ne stiamo pagando il conto.
Qui tocchiamo il punto di Archimede della nostra sicurezza nazionale: l’accesso alle rotte commerciali globali, indispensabile per rifornirci delle materie prime e segnatamente dell’energia che non abbiamo, poi per esportare ciò che produciamo.
Questo è il nostro interesse esistenziale. A differenza delle grandi potenze mondiali e delle maggiori potenze europee non abbiamo accesso diretto all’Oceano Mondo. Con la guerra di Hormuz risultano inagibili o pericolosi tutti gli Stretti che connettono il Medioceano — il Mediterraneo come connettore tra Atlantico e Indo-Pacifico — al grande largo. Sola eccezione Gibilterra.
Come volgere questa necessità in strategia? Sul piano interno con una operazione culturale, pedagogica. Diffondendo capillarmente (dalle scuole elementari!) la cultura della marittimità. Della necessità di un tessuto portuale e infrastrutturale capace di sfruttare la nostra centralità medioceanica. Siamo per geografia la migliore piattaforma logistica capace di connettere Asia, Africa, Europa e Americhe, ma preferiamo non saperlo.
Concentrare tutte le risorse, militari incluse, a protezione di questa priorità è obiettivo tanto più urgente visto il proliferare delle guerre presso gli Stretti medioceanici, a cominciare da Suez e Bab al-Mandab. Prevenendo la destabilizzazione del canale di Sicilia, prima stazione della nostra proiezione oceanica.
Tutto questo non possiamo farlo da soli. Stante il grado di liquefazione della Nato e dell’Unione Europea, non ci resta che adeguarci al menù del giorno — temiamo anche dei prossimi anni: scegliamo nella mischia chi può darci una mano e scartiamo chi non può o non vuole darcela. Tema che impegnerebbe diverse deviazioni.
Per il solo gusto della discussione, fermo che un rapporto pur ridotto con l’America è obbligatorio, due difficili ma possibili partner: Francia e Turchia. La prima in quanto storica potenza mediterranea con cui i rapporti possono — debbono — solo migliorare. La seconda perché il suo espansionismo marittimo la porta a ridosso dei passaggi medioceanici decisivi, fino a piazzarsi fronte alla Sicilia. Francesi e turchi non si vogliono bene ma non hanno interesse a scontrarsi tra loro né con noi. Proviamo a chiudere questo triangolo?
A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda […]

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda ai fan di Meloni, che sono ancora tanti anche se non sono mai stati la maggioranza come lei millanta(va) (è stata votata dal 26% del 63% degli elettori, quindi ha sempre avuto semmai il 14% dei consensi degli italiani), fanno fatica pure loro a trovare qualcosina di cui attribuirle il merito. La cosiddetta Autonomia differenziata (in realtà secessione delle Regioni ricche) le è stata smontata dalla Corte Costituzionale; la riforma della Giustizia […] è stata seppellita dalla proterva vanità dell’asserito ministro Nordio e dagli affari del suo viceministro Delmastro con la figlia teenager di un prestanome della mafia romana, oltre che da 15 milioni di italiani; l’abolizione dell’abuso d’ufficio è stata censurata dal Parlamento europeo, che obbliga l’Italia a ripristinarlo immantinente. L’unica misura rimasta in vigore è il primo decreto legge (dotato di carattere d’urgenza), del novembre 2022: firmato dal Cupido dell’Interno Piantedosi, si proponeva di sgominare il crimine che si annida nei rave, laddove sarebbero bastate le leggi vigenti (il Testo unico di pubblica sicurezza e il Codice penale). Infatti l’altro giorno, ancora stordito dai postumi dell’incidente referendario e dai fumi della bisteccheria Delmastro-Caroccia, l’apparato di comunicazione del governo ha diramato il successo dell’operazione con cui è stato fermato un rave abusivo in provincia di Torino, con sequestro di impianti di amplificazione talmente ingenti che potevano benissimo esser destinati a una serenata prematrimoniale o a un karaoke di Pasquetta. L’immigrazione? Nei primi due anni di governo gli sbarchi sono triplicati; poi hanno cominciato a calare, ma solo perché, secondo il database dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), sono aumentate le morti in mare. Nel 2025 nel Mediterraneo centrale i morti sono stati 1.873; nei primi 40 giorni del 2026, ciò che ha fatto esultare Meloni in un video celebrativo, sono stati 484. Secondo Ispi, il rapporto tra chi si imbarca da Tunisia o Libia e chi muore è del 16%. Eppure Piantedosi glielo aveva detto, dopo il naufragio di Cutro, nel marzo 2023 (94 morti): “Non dovete partire! Io sono stato educato alla responsabilità, di non chiedermi io cosa mi posso aspettare dal luogo e dal Paese in cui vivo!”, tutto ciò mentre si decomponevano i corpi di 35 bambini affogati. Meloni, ricevendo i superstiti e i parenti dei defunti, aveva chiesto loro: “Non conoscevate i rischi della traversata?”; loro niente: hanno continuato a mettersi in mare. […] Poiché colpevolizzare i genitori di bambini affogati non ha funzionato e Giorgia non è riuscita ad acciuffare “gli scafisti per tutto il globo terracqueo” come promesso, il governo ha puntato tutto sugli accordi con l’Albania per “esternalizzare” gli sbarchi. È finita la pacchia: l’Italia, che aveva promesso circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno, detiene attualmente nel centro di Gjadër la bellezza di 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni li buttiamo nei costi per i viaggi, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro in Italia, a botte di 80 mila euro a rientro, perché vulnerabili o minorenni. Di molti di loro, i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti.
[…]
E le tasse, che Giorgia chiamò “pizzo di Stato”? Aumentate per tutti, tranne che per i milionari (che pagano solo 200 mila euro l’anno). Reddito di cittadinanza abolito, con grande gioia di “riformisti” e renzian-calendiani. Risultato: 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, il 9,8% dei residenti. La Sanità pubblica? Giorgia si è sgolata da Vespa per decantare i molti soldi messi sulla Sanità in termini assoluti, quando ormai anche i bambini sanno che i fondi si calcolano in rapporto al Pil e all’inflazione. Intanto aumentano petrolio e gas a causa delle guerre altrui che il governo sta stupidamente continuando a foraggiare, si bloccano i salari e diminuisce il potere d’acquisto. L’ultima genialata: per tagliare le accise […] sui carburanti per 20 giorni, incidentalmente a cavallo del referendum miseramente fallito, sono serviti 550 milioni, di cui 80 sono stati presi dalla Sanità; ma tranquilli: dal 7 aprile i prezzi della benzina torneranno a salire, mentre alla Sanità mancheranno 80 milioni. C’è da dire che Meloni ha un fiuto infallibile per le alleanze: ha puntato tutto su Trump e Netanyahu, un pericoloso alienato e un genocida messianico, entrambi dotati di atomica, che stanno portando l’umanità sull’orlo della distruzione.
La premier: «La situazione è grave, se peggiora il rischio è non avere abbastanza energia». Ma in quattro aeroporti italiani scattano limitazioni sul gasolio. Lega: riaprire al gas russo

(Enrica Riera editorialedomani.it) – Nelle ore in cui la presidente del Consiglio si muoveva verso le tappe finali del viaggio nei paesi del Golfo, in Italia rimbalzava la notizia di quattro aeroporti a corto di carburante, a causa della guerra in corso. E così l’obiettivo del viaggio annunciato da Meloni, «preservare le riserve energetiche», mostra ancora di più una certa disperazione politica, oltre che il bisogno di fuggire da guai e scandali di casa propria. La premier è consapevole della gravità del momento: prezzi alle stelle, gasolio scarso per i voli e crisi dalla quale è sempre più difficile uscire. Conseguenze che derivano dalle scelte del suo “alleato” americano. E così è volata negli Emirati muovendosi tra Arabia Saudita e Qatar.
La trasferta di Meloni, organizzata secondo fonti di Chigi sotto la supervisione dell’ad di Eni Claudio Descalzi, sembra rispondere alla necessità primaria: trovare una soluzione tampone al rischio di rimanere a secco di materie prime. Noi possiamo dare in cambio la sicurezza militare e investimenti nei paesi arabi, promettendo forniture e ribadendo quelli che sono gli investimenti previsti da Eni. In queste condizioni passano quasi in secondo piano gli imbarazzi provocate dalle vicende giudiziarie e non dei suoi fedelissimi: dall’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove fino al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Sullo sfondo poi c’è la ferita, ancora aperta, dei risultati fallimentari del referendum costituzionale di fine marzo.
«In Patria come nelle missioni internazionali, il nostro lavoro ha una bussola precisa, difendere l’interesse nazionale. Questa non è stata una visita simbolica, vogliamo costruire relazioni solide», ha dichiarato, a fine tour sui social, la presidente, turbata come chi sa di non avere la situazione sotto controllo. A tal punto da dire: «Se la situazione peggiora si può arrivare a non avere tutta l’energia che è necessaria anche in Italia». «Essere acriticamente subalterni a Trump ci sta causando solo danni: lui si deve fermare e questa guerra illegale deve finire, il governo lo deve dire con chiarezza», il commento della segretaria del Pd Elly Schlein.

Ma torniamo al viaggio. Dopo l’incontro a Gedda, in Arabia Saudita, col principe ereditario e primo ministro Mohammed bin Salman, la presidente del Consiglio oggi ha fatto tappa anche a Doha dove è stata ricevuta dall’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani. Subito dopo è ripartita per Al Ain negli Emirati Arabi Uniti, terza e ultima tappa del viaggio nel Golfo Persico (la tappa in Kuwait sarebbe saltata per motivi di sicurezza). Qui ha incontrato il presidente Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan.
Nel corso delle visite Meloni ha ringraziato per il «sostegno ricevuto per il rimpatrio dei cittadini italiani presenti negli Emirati all’inizio del conflitto», ha parlato della «necessità di assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz» e ha appunto «assicurato la disponibilità dell’Italia» a «contribuire alla riabilitazione delle infrastrutture energetiche» dei paesi emiratini. Ma nel mentre prometteva e garantiva, in Italia deflagrava una notizia da ritenere conseguenza diretta del conflitto in Iran scatenato dall’«amico» Donald Trump e dal presidente israeliano: come detto negli aeroporti di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia sono entrate in vigore le prime restrizioni sulla fornitura di carburante per l’aviazione.
Tradotto: è stata comunicata l’attivazione di un regime di razionamento carburante che rimarrà operativo fino al 9 aprile. I voli sono dunque a rischio, sebbene il gruppo Save, che gestisce tre scali in Veneto, abbia sdrammatizzato la situazione, assicurando che non si tratta di limitazioni significative. Da parte sua Ryanair ha dichiarato, al pari di Lufthansa, che «se la guerra continua», ci saranno seri «rischi per le forniture tra maggio e giugno». Inoltre «dopo Pasqua – ha aggiunto Ryanair – le compagnie aeree alzeranno i prezzi», proprio a causa dell’aumento «dei costi della benzina raddoppiati nel mese di marzo». Da qui l’invito a clienti e passeggeri a «prenotare i propri voli (e le vacanze) il prima possibile».

Davanti a scenari di questo tipo, pertanto, l’opposizione ha puntato il dito contro Meloni. E l’accusa di andare «dai signori del petrolio, invece di sostenere le imprese italiane. Un governo che blocca 1.700 impianti di energie rinnovabili, che potrebbero rendere l’Italia autonoma dal punto di vista energetico e abbassare il costo dell’energia, non può dare lezioni a nessuno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un paese più povero e senza risposte», ha detto il parlamentare di Avs Angelo Bonelli. «Critiche da divano», aveva detto Meloni, replicando a chi dava contro a lei e all’esecutivo. Esecutivo che, tramite il ministro Giancarlo Giorgetti – tra coloro che hanno chiesto una misura per tassare gli extraprofitti delle società energetiche –, aveva paventato nei giorni scorsi anche un altro effetto della guerra in Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz: l’ipotesi del prezzo del diesel a tre euro. Per ovviare al problema la Lega ha chiesto all’«Europa di riconsiderare le forniture di petrolio e gas dalla Russia».
«Il governo è intervenuto con misure tampone che entrano in contraddizione con altre scelte come i tagli al Pnrr e a Transizione 5.0 – ha denunciato la parlamentare del Pd Chiara Braga – In tutto questo Istat e Bankitalia segnalano una pressione fiscale senza precedenti e il mancato rientro dalla procedura d’infrazione che ci porterà anche quest’anno a una manovra di bilancio senza respiro. Servirebbe che il governo si occupasse di questi problemi». Su Palazzo Chigi, così, si aggirano diversi spettri: quelli degli scandali. E anche di serbatoi vuoti, prezzi alle stelle e case fredde.

(di Marcello Veneziani) – L’Anazionale. Se vogliamo capire cosa è successo e cosa succede ormai da tanti anni all’Italia degli Azzurri, partiamo dal ridefinire il nome. Il nome più consono è Anazionale, non nel senso romanesco né con grevi allusioni anali, ma Anazionale con l’alfa privativo davanti, per indicare qualcosa che manca, come si dice apolitico chi non ha una posizione politica, anonimo o afono chi è senza un nome o senza voce. Dopo l’ultima sventura degli Azzurri con la Bosnia, e dopo l’ennesima esclusione dai campionati mondiali, è scattata subito la corsa al colpevole, al capro espiatorio. Ma quando poi vedi la sequenza dei fallimenti lungo gli anni, con responsabili sempre diversi, ti accorgi che sicuramente ci sono specifiche carenze e insufficienze a livello personale, per le quali è giusto che qualcuno poi risponda; ma il difetto è nel manico, è alle fonti. E allora se proprio vogliamo trovare il colpevole ve ne indico uno che per definizione è Innocente: il Bambino. Il colpevole è lui, a’ criatura, come dicono a sud, o el puteo, come dicono in veneto (e si potrebbe continuare nelle declinazioni locali). Perché il bambino è un disertore: diserta sin da piccolo la scuola dell’obbligo in cui nasce la passione del calcio, quel corso di teoria e prassi del calcio che si riassumeva ai tempi miei in due attività. In primis il gioco incessante al pallone per strada, nelle piazze, e per i più fortunati nei campetti di calcio. Ore di gioco, impazienza di uscire dopo i compiti o addirittura prima, taluni durante, pur di giocare; la caccia al pallone, la facile ricerca di complici e di sfidanti, la contesa coi vigili urbani che volevano impedirci di giocare negli spazi pubblici, le sfide senza quartiere, nel senso che i quartieri diventavano uno sfondo muto delle nostre partite. E poi le ginocchia ferite e gli indumenti impataccati, decorazioni sul campo al valor sportivo. Una passione che non vi dico. Ma oltre la prassi c’era anche la teoria e il culto del calcio. Ossia il corso di formazione, eccitazione e culto figurativo, estetico e feticistico che era l’album di figurine Papini. Era quello il nostro universo iconico, come oggi si dice, le immaginette venerabili, come quelle dei santi e le nostre devozioni per alcuni calciatori prediletti o più introvabili; e il fervore della ricerca, il consumismo elementare delle bustine da acquistare, la primordiale scoperta del mercato tramite lo scambio delle figurine davanti alle edicole, i primi conati di socialità e di interclassismo per i bambini per strada.
Voi dite, ma che c’entra con l’Anazionale? C’entra, eccome se c’entra. Era da quel fervore che nascevano i talenti del calcio; quel fervore alimentato poi con i quotidiani sportivi, con Tutto il calcio minuto per minuto alla radio e la Domenica sportiva in tv (sono così antico che la seguivo quando la conduceva il mitico Enzo Tortora). Scusa Ameri, a te Ciotti, e sullo sfondo Bortoluzzi dallo studio. E in tv da Carosio a Martellini, fino a Pizzul, forse l’ultimo della dinastia.
Il calcio nasceva come un fiore selvatico sul cemento, non c’era bisogno di scuole o educazione, nasceva spontaneamente, per contagio, emulazione, ereditarietà, agonismo ed esuberanza fisica. Poi i privilegiati andavano allo stadio a vedere la squadra locale o lo squadrone di serie A. Ma il culmine per tutti, il Rito per eccellenza, in cui le Parti si riconoscevano nel Tutto, era la Nazionale, sintesi a priori di ogni differenza, direbbe Kant.
Intendiamoci, anche noi da bambini fummo traumatizzati da un’esclusione. Ricordo ancora come se fosse ieri quando da bambino patì l’esclusione della Nazionale nel mondiale del 1966 ad opera della Corea, che diventò poi un modo di dire, un nome per evocare un’infamia, la Caporetto del calcio.
Ma ricordo anche la sollevazione di popolo contro quella nazionale, quel Commissario tecnico (Fabbri); la rabbia, gli ortaggi, l’onta per l’orgoglio patrio ferito, che riaffiorava in quelle sconfitte. E poi con gli anni la gioventù mundial, la riscoperta del tricolore grazie alla vittoria del 1982, dopo trentaquattro anni dalla celebre doppietta della Nazionale di Vittorio Pozzo ai mondiali, nel ’34 e nel ’38 (meglio tacere, epoca fascista).
Ora il calcio non alleva più i nostri bambini, non è più la prima palestra di vita e passione collettiva; si va in piscina, in palestra, a sciare, ora è esploso il tennis. Gli sport più seguiti sono individuali, ma non è un caso. È la nostra società che si è fatta più individualista, meno sociale; anche se individualisti siamo sempre stati e i social vanno oggi per la maggiore. Ma l’individualismo d’indole cresceva nella coralità, nella comunità famigliare, nella comitiva. E quella socialità era fatta di vita, di strada, di corpi, di passeggio, non da remoto e da smartphone. Se cercate un colpevole prendetevela col solito telefonino, con quell’intreccio di solitario e globale che caratterizza il nostro essere al mondo tramite quel totem portatile.
Certo, si può anche sfidare il fatalismo, cercare di andare controcorrente, e proporre – come sento in giro – nuove scuole di formazione dei ragazzini al calcio. Ma se non si coltiva il calcio da bambini non ha senso poi prendersela con la conseguenza, gonfiata dall’aspetto mercenario e commerciale del calcio, vale a dire lo shopping di calciatori dal resto del mondo. Non so se sia possibile a colpi di leggi, scuole e campagne promozionali contrastare la tendenza che sembra irreversibile allo scemare del calcio. Ma si può pure tentare. O in alternativa prendere atto che il calcio è finito, fu la passione del novecento e poco oltre.
Restano alcuni problemi preliminari, che sono da un verso psicologici e culturali e dall’altro strutturali. Per rianimare la passione del calcio e poi reclutare nuovi talenti bisogna riaccendere almeno tre ingredienti di base. Il primo è vivere di più insieme, fare comitiva (non solo branco o clan rancoroso), vivere la dimensione corale dello sport, recuperare la naturale socievolezza che permetteva il formarsi spontaneo di squadre e di sfidanti. Il secondo è riattivare il gusto e la passione del marchio italiano; quel made in Italy che sta scomparendo in ogni settore, ormai colonizzato da marchi stranieri o reso apolide, transnazionale. Se non conta più il made in Italy e il calcio dei club è pieno di stranieri, poi non lamentatevi del calcio italiano. Infine, terzo ingrediente, è saper non solo formare ma anche selezionare i migliori: la società sembra voltare le spalle a questo criterio elementare, dal mondo del lavoro alla politica. Non nascono classi dirigenti e non si riconoscono e premiano i migliori, se non in ambiti spontanei, in alcuni risvolti del mercato e della ricerca, di solito lontani dai centri in cui dovrebbe avvenire: le scuole, le università, i centri di prima formazione.
In un paese come il nostro che non si vuole bene, che sente l’amor patrio come un peso e una vergogna, che detesta tutto ciò che è nazionale e dall’altra parte sfugge a tutto ciò che esige dovere, sacrificio, responsabilità, riconoscimento dei talenti e delle gerarchie fondate sulla capacità e sul merito, da dove pensate che possa rinascere una fioritura del calcio? Il problema non è un presidente o un meccanismo burocratico, ma a monte, e a me pare quasi insormontabile. Intanto, se vi basta, consolatevi col dire che non ha perso l’Italia degli Azzurri, ha perso l’Anazionale.
In Versilia l’ultima spiaggia di Santanchè. Il compagno dell’ex ministra apre un nuovo stabilimento in Versilia: «I locali sono la nostra passione. Visibilia? Vorrei parlare ma non posso»

(Niccolò Zancan – lastampa.it) – MARINA DI PIETRASANTA. Stanno studiando il menù. Fra gli antipasti: «Plateau di crudo di mare con selezione di pescato, crostacei e maionese in accompagnamento. 55 euro». Ritorno al primo amore. A questa spiaggia di sabbia fine, da cui si vede benissimo il tramonto. Ritorno a quelle concessioni balneari ancora saldamente nelle mani dei vecchi proprietari. «Qui metteremo il sushi bar, là ci sarà la palestra completa Technogym» dice Dimitri Kunz d’Asburgo, compagno dell’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè. Quando aprirete? «Il 25 aprile o il primo maggio», risponde. Ma poi, forse rendendosi conto che non sono due giorni qualunque, aggiunge: «Insomma, l’idea è di aprire la spiaggia alla fine di aprile e dare tutti i servizi alla fine di maggio. Per la pratica della paesaggistica semplificata, che permette una piccola ristrutturazione, servono 50 giorni. Ma noi siamo ottimisti di natura. Ce la faremo». Stretta di mano con i futuri clienti, che si congratulano per il progetto. Sole a perpendicolo e il mare laggiù, luccicante, al fondo della spiaggia ancora sgombra di quelle tende che sono quasi un marchio di fabbrica. Erano i bagni «Felice» di Pietrasanta. Ma stanno per diventare il «Tala Beach Versilia», che già qualcuno chiama il nuovo «Twiga».
«No, il Twiga c’è ancora, ed è un locale strepitoso», dice sempre Dimitri Kunz. «Certo, siamo noi gli inventori di quel business model. Qui cercheremo di essere più sobri, più legati al territorio, faremo sistema con la Versilia». Lui è uno dei cinque soci che ha comprato il nuovo stabilimento. Chi sono gli altri quattro? «Per adesso, non lo dico. Fra poco tutto sarà consultabile. Dico soltanto che non è della partita Andrey Alexandrovich Toporov, che invece è mio socio per il locale di Cortina». Nei giorni scorsi, il Fatto Quotidiano aveva scritto di come il vecchio proprietario dei bagni Felice fosse furibondo, perché ancora in attesa dei soldi pattuiti. Ma se c’è stata qualche incomprensione, ora è sanata. Perché eccolo, Mario Mallegni, in posa per la fotografia: «Lavoro qui da 46 anni e ne ho appena compiuti 84. Sicché era venuto il momento di cedere l’attività. Sono sicuro che faranno un ottimo lavoro». «Il target» dichiarato è arrivare a fatturare 5 milioni di euro all’anno entro il 2032. La caparra già versata per l’acquisto è di 800 mila euro. Venditore e acquirente non vogliono specificare il prezzo dell’affare, con rogito la prossima settimana. Ma si aggirerebbe intorno ai 3 milioni di euro. E l’ex ministra dov’è? «A casa, questa sera abbiamo amici a cena». Possiamo parlarci? «Grazie, ma non rilascio dichiarazioni», risponde lei.
Qui, dunque, trascorre i giorni più amari Daniela Santanché. Dove c’è il vecchio Twiga ceduto da Flavio Briatore a Leonardo Del Vecchio e di cui lei stessa aveva dovuto cedere le sue quote per il conflitto di interessi con il ruolo di ministra. Ma davanti al nuovo Tala Beach, appena comprato dal suo compagno Dimitri Kunz. Se non è un ritorno al passato questo, poco ci manca. «Quella di un certo tipo di locali è sempre stata la nostra passione», dice il compagno della «pitonessa». Lui la chiama «Daniela». «Daniela non è socia nel nuovo locale. E quindi non ci sarebbe stato alcun problema, anche se fosse ancora ministra». Però, certo, si potrebbe obiettare che una ministra al Turismo ha un certo peso nell’indirizzare le decisioni che riguardano anche locali come questo. Qui lo chiamano «segmento luxury della balneazione», parlano di «clientela premium». Metti il caso del Twiga: da 14 a 18 mila euro, a seconda della distanza dal mare, per una tenda stagionale sulla spiaggia. Costo giornaliero a agosto: 600 euro per due lettini. E quanto costa la concessione annuale, ovvero il prezzo dovuto allo Stato? 17.619 euro in totale, meno di una sola tenda.
«Ma non dipende da noi», dice Dimitri Kunz. «Anzi, dovete scriverlo che siamo imprenditori coraggiosi, investiamo in uno stabilimento balneare non sapendo quello che succederà nei prossimi anni». Altre chicche dal menù: tartare di ricciola e guacamole, 28 euro.

Le dimissioni della ministra Santanché sono state chieste dalla premier Meloni subito dopo la sconfitta nel referendum per la giustizia. Ma il motivo sono i suoi guai giudiziari. È già a processo a Milano per il presunto falso in bilancio relativo al gruppo Visibilia, e presto si chiuderà l’inchiesta per bancarotta fraudolenta legata a tre società del gruppo Bioera-Ki Group. Così, adesso, è circondata da nuove bellezze e da vecchi fallimenti.
Celebre il suo spot «welcome to meraviglia» con la Venere di Botticelli trasformata in influencer. Riassunta in una frase, forse «la pitonessa» potrebbe essere questa: «Voi non volete combattere la povertà, volete combattere la ricchezza». Salvo che per i suoi tredici dipendenti – non proprio ricchissimi – avrebbe chiesto e ottenuto indebitamente la cassa integrazione in deroga, «a sostegno delle imprese colpite dagli effetti della pandemia». «Ah, quanto avrei voglia di raccontare tutto di questa storia, quanto…», dice Dimitri Kunz. «Purtroppo non posso, ma sarei la persona più felice del mondo se solo potessi dire come stanno veramente le cose».
Meglio pensare agli affari. È una terra magica, sotto questo punto di vista, la Versilia. Come dimenticare quando a gennaio del 2023 proprio Kunz accompagnato dall’avvocatessa Laura Di Cicco, moglie del presidente del Senato Ignazio La Russa, comprarono la casa appartenuta al sociologo Francesco Alberoni per 2,45 milioni di euro. Per rivenderla un’ora dopo a un milione in più. «Graet deal», direbbero quelli della clientela premium. Eppure, quando il sole tramonta non esiste un posto più dolce di questo.
Negli Usa i giovani tornano in massa alla religione. Ma dietro al risveglio dello spirito si nasconde qualcosa di più inquietante: un nuovo dio, una nuova religione tecnocratica che sfrutta l’anima per parlare di dati, efficienza e dominio sull’altro, a discapito di democrazia e libertà.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Alle porte di questa Pasqua martoriata da guerre, odio e terrore per il futuro, mentre il mondo continua a fare a cannonate, arriva dall’America una piccola notizia su cui vale la pena soffermarsi. Quest’anno le diocesi americane hanno registrato il maggior numero di conversioni al cattolicesimo degli ultimi quindici anni. Da Detroit a Washington fino al Texas profondo, l’aumento di fedeli è incoraggiante per la Chiesa di Roma: oltre il 50% in più rispetto agli anni precedenti. Ma il dato che colpisce davvero non è il numero. È l’anagrafe: la fascia 18-35, quella identificata come la più esposta a isolamento, ansia e depressione nell’era digitale.
Che le persone cerchino risposte più grandi di loro nei momenti bui di paura e smarrimento non è una notizia. Lo è, forse, la scala del fenomeno. Ma soprattutto la domanda che si porta dietro: di che cosa è sintomo, esattamente, questo ritorno alla religione in un paese – gli Usa, ma per esteso tutto l’Occidente – che non sa più in cosa credere? Per tentare di capirlo bisogna, come sempre quando si tocca qualcosa di complesso, partire da lontano.
Possiamo intanto leggere questo ritorno alla “metafisica” non tanto come un ritorno alla spiritualità in senso consolatorio – o almeno non solo – ma a una dimensione semplicemente più aristotelica: oltre il reale, verso ciò che non è razionale, che sta oltre la fisica. Una riapertura del varco verso tutto ciò che non torna più nei conti con la ragione. E così, dopo anni di intellettualismo laico e materialista in cui l’aspetto dogmatico della religione era stato messo in secondo piano a vantaggio della razionalità, della scienza, della tecnica, della misurabilità, ecco di nuovo l’uomo aprirsi a forme che pensava di aver filosoficamente lasciato alle spalle. E così, dopo che Nietzsche ci aveva già abbondantemente informati che Dio era morto, oggi non solo sembra essere più vivo che mai, ma comincia ad assumere forme che non avremmo mai osato immaginare.
Sì, perché oggi sta succedendo un matrimonio strano e un po’ paradossale fra due mondi che fino a ieri si presentavano come opposti: da una parte la scienza e la tecnologia, dall’altra religione e spiritualità. Due linguaggi che una volta faticavano a stare insieme nella stessa frase oggi si ritrovano nello stesso concetto, o nello stesso thread sui social.
Per capire come ci siamo arrivati bisogna scavare un po’ sotto la crosta. Per anni questo “mood” è sembrato un fiume sotterraneo: una vena carsica che scorreva sotto traccia, intima, nascosta, spesso agendo a livello di gruppi chiusi, comunità, a volte anche sette che per pudore – o per difesa dallo stigma – si tenevano ai margini e usavano il silenzio come scudo di protezione.
Oggi, invece, grazie o per colpa di quello che qualcuno chiama impropriamente “free speech” alla Elon Musk, è possibile mettere in scena ciò che prima era solo impensabile, o al massimo sussurrato. Non la “religione ortodossa”, quella ufficiale della Chiesa, che a dirla tutta continua ad avere una presa modesta per il percorso molto accidentato e faticoso che propone; quanto piuttosto una religione su misura, che tiene conto dei nuovi “angeli e demoni” del firmamento.
E non parlo del “sottosopra” di Stranger Things. Qui si tratta di nuove interpretazioni della religione che scartano dai sentieri battuti e si inabissano verso percorsi alternativi con radici profonde, che si intrecciano con movimenti oscuri, eversivi, di pensiero laterale, che puzzano di odio nei confronti della democrazia, della libertà e, si potrebbe dire, dell’intera umanità.
Una costellazione di idee che usa il linguaggio della “liberazione dell’anima” per proporre, in realtà, nuove forme di dominio sulle persone. Tutto quello che – con estrema sintesi – intuiamo faccia capo al trumpismo dominante, che ne rappresenta oggi il veicolo più potente – e forse anche la parte più grottesca: tutti noi abbiamo sotto gli occhi le preghiere collettive del tycoon nello Studio Ovale. A dir poco imbarazzante.
Su questi temi esistono ormai diversi blog eccellenti, anche su Substack. Uno fra tutti segnalo “Lazarus”, dove analisi rigorose vanno di pari passo con una lettura disillusa di questi fenomeni complessi, senza indulgere né al complottismo né all’ingenuità.
La verità, guardando questo quadro, è che la religione nel senso in cui la intendiamo noi – parrocchia, sacramenti, catechismo – c’entra sempre meno. C’entra piuttosto un pensiero laterale distorto che usa le strutture ricettive della religione, le vie della spiritualità, per innescarsi sottopelle negli individui frastornati dall’era digitale e incapaci di credere a se stessi più di quanto credano alle macchine. La religione come infrastruttura emotiva su cui installare un altro software. Certo, tutto questo sembra pazzesco, ma a ben pensarci, è esattamente questo che sta accadendo nella testa di molti.
È difficile fare una mappa in un articolo solo e distinguere i vari aspetti di questa nuova religione tecnocratica, che ha smesso di mettere l’uomo al centro del progetto e ha assunto l’AI come oggetto di studio privilegiato, e non solo: come unico essere su cui investire per, paradossalmente, “migliorare” l’uomo e, chissà, magari sostituirlo un giorno.
Perché i termini della questione, oggi, sono esattamente questi. Pur senza il permesso di Kant – il filosofo più razionalista di tutti – che, pur provandoci allo stremo, non era riuscito a dimostrare l’esistenza di Dio, questi nuovi guru della Silycon Valley non sembrano andare troppo per il sottile. Per loro non è più il caso di farsi troppe domande sull’Uomo, che in quanto tale è fallibile e non merita altro tempo. Le scienze sociali, la psicologia, la filosofia, la sociologia sono scienze imperfette. Troppo lente, troppo incerte, troppo umane e pertanto fallibili.
Quello che loro cercano è invece una nuova divinità: la “macchina”, declinata nelle varie forme dell’intelligenza artificiale. Riesumando quasi e declinandolo in maniera diversa, per quanto sempre in maniera muscolare, uno dei capisaldi del futurismo di Marinetti: il culto della macchina, del dinamismo e della velocità senza freni.
Ci risiamo. Il pensiero di Nick Land, padre dell’accelerazionismo e teorico del “tecnocapitalismo”, è in questo senso una sorta di palestra per i seguaci di questa nuova religione: l’idea che capitalismo e tecnologia si fondano in un’unica forza autonoma, destinata a superare l’uomo, visto più come ostacolo – un impiccio – che come fine ultimo.
Appena tre o quattro anni fa, quando eravamo ancora nel periodo di incubazione dell’AI, le muovevamo le nostre prime critiche. Adesso che l’AI è entrata nel pantheon di ognuno di noi – nei telefoni, nei motori di ricerca, nei processi decisionali delle aziende e degli Stati – non possiamo che esserne ancora più preoccupati.
Ee ecco perché la nuova religione che nasce nella Silicon Valley per mano di un pugno di nerd arricchitisi sulle prime startup tecnologiche, e che si formano su testi molto controversi, merita adesso tutta la nostra attenzione. Non c’è più tempo per sottovalutarla.
In questo vasto ecosistema, i teorici del tecno capitalismo – da Land a Peter Thiel, Curtis Yarvin, Alex Karp – hanno fornito un lessico e una grammatica al potere delle piattaforme. Thiel, cofondatore di PayPal e finanziatore di Palantir e Anduril, è uno degli architetti di un capitalismo digitale che non ha più bisogno di regole né di concorrenza vera, ma di zone franche in cui sperimentare nuove forme di controllo e sorveglianza. Un Leviatano cui affidare la gestione delle cose terrene. Curtis Yarvin, blogger neoreazionario, ha da parte sua teorizzato apertamente l’inadeguatezza della democrazia e la necessità di un modello di “corporazione sovrana”: un potere concentrato su pochi, tecnicamente efficiente, che parla la lingua meccanica delle startup e sogna l’ordine dei vecchi imperi. Non a caso non parla di presidenti o premier, ma di monarchi/ceo alla guida di stati sovrani. Alex Karp, alla guida di Palantir, incarna invece la versione operativa di questo immaginario: software di sorveglianza, analisi predittiva, infrastrutture digitali che si insinuano nei gangli degli Stati e delle guerre contemporanee. Mentre in mezzo, troviamo una costellazione di investitori e ideologi che vedono nell’AI non uno strumento da regolare, ma una forza quasi naturale da lasciar correre, libera di esprimersi per conto suo.
No, non è più il momento di rimandare il giudizio. Perché il sistema che questi signori tecno-capitalisti hanno ormai impiantato sulla terra è molto più pervasivo di quanto sembri, e sulla scorta dell’allarme che questo stesso sistema sta generando, dovremmo – ciascuno di noi e, in primis, la politica – avere ben chiari i rischi di lasciare mani libere, senza regole, a questi nuovi Signori della Terra, freddi e senza scrupoli, per le sorti dell’umanità.
Per anni abbiamo – a ragione – liquidato, parlando di complottismo e deridendo le narrazioni da forum notturno che avevano per protagonisti i terrapiattisti, i no vax, i rettiliani. Ebbene, qui non c’è nulla di tutto questo. Quello che sta succedendo ora, esiste e accade in piena luce, non nella tana del Bianconiglio. La tecnologia è cioè sul punto di sostituire l’uomo e i suoi errori, l’uomo e le sue scelte: non solo di indirizzare gusto, pensiero, etica e morale, ma con il rischio ultimo di svuotare l’uomo dell’unica differenza che lo distingua da ogni altro essere sulla terra: la sua anima, che è intelletto, interiorità, capacità di contraddirsi e di cambiare idea.
Ecco perché la notizia di un riavvicinamento alla religione cattolica, in questi tempi bui, fa pensare. Da un lato potrebbe essere la risposta dell’uomo impaurito di fronte a tutto ciò: un tentativo di tornare a un luogo in cui il senso non viene né calcolato né deciso da un algoritmo. Dall’altro, la religione – per certi aspetti di fanatismo intrinseco, per la sua struttura gerarchica, per la sua capacità di mobilitare identità – potrebbe paradossalmente diventare uno dei mezzi privilegiati per veicolare le nuove narrazioni: la versione ripulita, moralizzata, del nuovo mondo in dipendenza dalle macchine.
È qui che il cerchio si chiude: la metafisica che ritorna non è solo quella di Aristotele o dei Padri della Chiesa, ma quella di una nuova teologia politica delle piattaforme, che usa il linguaggio della salvezza per parlare di efficienza e del linguaggio dell’anima per parlare di dati.
E al centro di questo intreccio potrebbe emergere una figura politica ben riconoscibile: adulto convertito al cattolicesimo, portamento rigido, austero, carisma quasi messianico. Un profilo che rimanda a più di un protagonista della scena americana, ma che oggi converge soprattutto su JD Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti e numero due dell’amministrazione Trump.
Per tutto quello di cui abbiamo argomentato, non si finisce mai di ripetere che il mondo ha bisogno, prima di ieri, di regole certe sull’utilizzo dell’AI, a tutela dell’uomo stesso, e della sua sopravvivenza; anche a scapito di frenare i flussi delle big tech e di azzoppare la crescita dell’economia dei bilanci degli stati. Perché se è vero che l’uomo, oggi, torna a cercare Dio, è altrettanto vero che qualcuno sta già lavorando perché, quando lo troverà, abbia probabilmente la forma di una macchina veloce e dinamica. Ma senza più né cuore né anima.
Buona Pasqua a tutti.