Pensate se questa sera il TG1, il TG2, il TG5 e il TG de La7 aprissero tutti insieme con queste confessioni.

(Alessandro Di Battista) – 29 ottobre del 1956, villaggio di Kafr Qasim, Palestina. Quel giorno uomini del MAGAV, un corpo militare di gendarmeria della Polizia Israeliana, entrarono nel villaggio palestinese di Kafr Qasim e uccisero a bruciapelo 49 civili palestinesi totalmente disarmati, tra i quali un neonato di appena pochi giorni. Il plotone guidato dal tenente Gabriele Dahan in pochi minuti uccise 19 uomini, 6 donne, 10 ragazzi, 6 ragazze, 8 bambini e, come detto, un neonato. La scusa è che non avessero rispettato il coprifuoco imposto a tutti i villaggi palestinesi durante la crisi di Suez. Balle. Uccidevano per il gusto di uccidere. Come i nazisti. Ad ammetterlo è stato uno degli assassini, il soldato israeliano Shalom Ofer che, mosso dalla propria coscienza, ammise tutto: “Ci siamo comportati come tedeschi, automaticamente, senza pensare”. Come tedeschi intendeva come nazisti.
Sono passati 70 anni da allora ma non è cambiato nulla per i civili palestinesi. Anzi la situazione è dannatamente peggiorata. Allora in Palestina c’erano palestinesi armati che potevano provare a difendersi. Oggi i palestinesi armati non ci sono praticamente più. Non solo. Oggi le tecnologie in mano ai terroristi israeliani sono infinitamente più sofisticate di quelle utilizzate nel 1956. I massacri si possono fare a distanza, teleguidando droni che inseguono civili.
Ma i massacri si possono anche fare come avveniva allora, nel 1956. Si può sparare a bruciapelo sui civili, torturarli, sputare sui cadaveri o essere costretti dai superiori a vilipendere i corpi straziati dei trucidati palestinesi in caso di pentimento.
È quel che racconta del resto l’ultima inchiesta di Haaretz, giornale israeliano, che ha pubblicato le confessioni di alcuni riservisti israeliani che hanno operato a Gaza, in particolare a Khan Yunis. Sono confessioni sconvolgenti.
“Mi sentivo un mostro” ha detto ad Haaretz un soldato dell’IDF. “Alcuni di loro hanno ucciso civili a Gaza; altri hanno solo assistito, o sono stati testimoni di abusi e insabbiamenti in nome della vendetta. Ora stanno cercando di affrontare qualcosa di un po’ diverso dal semplice disturbo da stress post-traumatico” c’è scritto nell’inchiesta.
E ancora: “Abbiamo ucciso ragazzini, bambini e anziani disarmati. Al primo cenno di rimorso i comandanti ci spingevano a sputare sui cadaveri”.
E ancora: “Stavo usando un drone sopra i cieli di Salah al-Din Road, l’autostrada principale di Gaza. Un plotone ha notato delle figure ‘sospette’. Ho iniziato a sparare come un pazzo, come ti insegnano nelle esercitazioni durante l’addestramento di base. Mi sono avvicinato ai corpi caduti. Un vecchio e tre bambini, di dieci o dodici anni al massimo. I loro corpi erano colmi di proiettili; i loro organi interni si stavano riversando fuori”.
Il testimone racconta di aver avuto un momento di rimorso nel vedere i corpi di bambini dilaniati dai proiettili sparati dal drone israeliano. Ma in quel momento, in un momento di “debolezza”, di rimorso, di consapevolezza forse, il comandante dell’unità li ha spronati a sputare sui cadaveri. Lui stesso ha sputato sui cadaveri dei bambini dicendo questa frase: “questo accade a chi si mette contro Israele”.
E ancora: “Ci venivano incontro con le braccia alzate, vestiti di stracci, visibilmente disarmati. E ogni volta che questo accadeva avevamo l’ordine di sparare. Ci avvicinavamo ai corpi senza vita di ragazzini, donne e anziani senza provare eccessivo rimorso. Se uno di noi mostrava segni di titubanza o di disaccordo, il comandante dell’unità ci mostrava quel che andava fatto scalciando i cadaveri o sputando loro addosso” racconta un altro riservista.
Pensate adesso ai film sui nazisti, sulla Shoah, sui campi di concentramento, sul Ghetto di Varsavia. Pensate alle scene dei soldati della Wehrmacht che sparavano agli ebrei disarmati, poveri, magri, con le braccia alzate. I sionisti hanno fatto le stesse identiche cose, anzi hanno fatto peggio perché hanno utilizzato i droni che, essendo guidati a distanza, ti permettono un distacco mentale che favorisce gli eccidi.
Maya, una studentessa di filosofia all’Università di Tel Aviv che ha prestato servizio come riservista a Gaza, ha detto: “Un giorno, i soldati di guardia hanno notato cinque palestinesi che attraversavano una linea invalicabile, diretti verso il nord di Gaza. Allora il comandante del battaglione ha dato l’ordine di sparare, anche se non erano stati confermati come potenziali minacce. Un carro armato ha iniziato a scaricare su di loro centinaia di proiettili. Quattro dei cinque palestinesi sono morti. Poco dopo un bulldozer ha seppellito i corpi sotto la sabbia, perché non venissero mangiati dai cani e non diffondessero malattie”.
Adesso pensate se questa sera il TG1, il TG2, il TG5 e il TG de La7 aprissero tutti insieme con queste confessioni. Forse la Meloni sarebbe costretta a imporre sanzioni a chi ha fatto questo (e continua a fare questo) a decine di migliaia di civili. Per questo probabilmente gran parte dei media si voltano dall’altra parte.
Il centrodestra crolla al 43,9% il livello più basso dall’insediamento del governo Meloni. Dall’altra parte il campo largo passa in vantaggio. Ecco l’ultima Supermedia.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Il centrodestra crolla al 43,9% il livello più basso dall’insediamento del governo Meloni. Tutti i partiti della maggioranza sono in calo. Il campo largo invece continua a crescere e passa in vantaggio, al 45,8%. Vediamo nel dettaglio il risultato dell’ultimo sondaggio di Supermedia.
Calano tutti i partiti del centrodestra
Emerge un calo significativo del centrodestra con variazioni a livello dei singoli partiti. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito italiano, con il 27,8% delle preferenze, ma deve incassare un arretramento non trascurabile dello 0,4%. Il calo è più lieve per Forza Italia, che perde lo 0,1% e si assesta all’8,2%. Il vero “epicentro” della crisi della coalizione è rappresentato dalla Lega, che crolla al 6,6%, registrando in assoluto la perdita più consistente (-0,7%). Un calo che trascina verso il basso, complessivamente, i voti della maggioranza.
All’interno dell’area progressista, il Partito Democratico rafforza la sua posizione al 22,3%, in leggero aumento dello 0,1%. il Il Movimento 5 Stelle registra un balzo in avanti (+0,4%) che lo porta al 13,2%. A riportare un’ottima prestazione è anche Alleanza Verdi-Sinistra, che raggiunge il 6,5% incassando una crescita dello 0,3%. In questo momento Avs si posiziona allo stesso livello del Carroccio, distanziati da appena un decimo.
Scendendo più in basso nelle classifica troviamo forze centriste come Azione, quotata al 3%, stabile e movimenti indipendenti (per ora) ma riconducibili al centrodestra, come Futuro Nazionale di Vannacci, che consolida la sua posizione al 3,6% segnando un +0,1%. Seguono Italia Viva, che scivola al 2,4% (-0,2%) e +Europa, che perde uno 0,1% fermandosi all’1,4%. Chiude la classifica Noi Moderati, con un modesto 1,2% (+0,1%).
Le coalizioni
La nuova configurazione “Supermedia Coalizioni 2026” certifica un clamoroso sorpasso del campo largo sul centrodestra. L’alleanza, composta da Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa, si attesta 45,8%, registrando peraltro una solda crescita di mezzo punto percentuale (+0,5%). Il centrodestra si ferma al 43,9% accusando un calo di un punto percentuale. Davanti alla progressiva erosione dei consensi il governo Meloni dovrà valutare quale strategia a attuare in vista delle politiche. L’alleanza con Vannacci potrebbe essere un’eventuale “via di fuga”, che riporterebbe nell’area della maggioranza una parte dei consensi persi in questi mesi. Ma dall’altra parte potrebbe indispettire gli alleati: da un lato Forza Italia, il polo più moderato della coalizione e in diverse occasioni critico nei confronti di Vannacci; dall’altro la Lega, reduce dalla dolorosa separazione con l’ex generale.

(di Paolo Ercolani – ilfattoquotidiano.it) – “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra il vero e il falso, non esiste più”. A scrivere ciò era la filosofa tedesca, naturalizzata statunitense, Hannah Arendt, nella sua analisi magistrale dei regimi totalitari (1951). A conti fatti, questa frase parla più dell’oggi che non dei regimi di Hitler e Stalin. Sì, perché a quel tempo la maggior parte delle persone in fondo conosceva l’essenza violenta e liberticida dei regimi in cui viveva, ma chi per convenienza e chi costretto dal terrore della forza poliziesca, finiva col sottomettersi al Duce di turno e a un’ideologia totalizzante. A pensarci bene, la democrazia che si è sostituita a quei regimi infausti, ha significato anzitutto la formazione e l’informazione di cittadini liberi, soprattutto di studiare e conoscere, potendo giudicare i propri governanti con pensiero critico.
La costituzione di un’opinione pubblica capace di scegliere i governanti più credibili e preparati, ma anche di frenare gli istinti autoritari sempre dietro l’angolo, è stata possibile grazie a tre strumenti fondamentali: un sistema scolastico costituito da docenti validi perché selezionati; un’informazione composta da professionisti per quanto possibile liberi e competenti; una classe politica e dirigente istruita e autonoma – soprattutto rispetto al potere economico – quindi capace di coltivare quelle visioni a lungo termine che distinguono uno statista da un politicante.
Tale sistema, per comodità chiamato “democrazia”, è stato sostituito da un altro che ne rappresenta la versione trasfigurata. Possiamo definirlo “dementocrazia”, ed è sostenuto da tre pilastri distorti: un sistema di istruzione degradato e composto da docenti spesso mediocri, piazzati lì dal barone di turno; un sistema di informazione popolato da figure poco professionali e sottopagate, da editori a loro volta genuflessi al potere economico; una classe politica ignorante e incompetente, scelta appositamente con queste caratteristiche in modo da sentirsi miracolata e, così, eseguire senza fiatare i diktat del vero potere (quello tecno-finanziario).
Si tratta di un sistema coscientemente costruito almeno a partire dal 1975, quando negli Usa venne pubblicato uno studio – commissionato dalla Commissione trilaterale, think tank statunitense fondato dal plurimiliardario David Rockefeller – che si intitolava “Crisi della democrazia” (in italiano uscito con la prefazione di Gianni Agnelli). Perché crisi della democrazia? Calava già l’affluenza alle urne? I governi non facevano gli interessi dei popoli? Macché, crisi della democrazia perché – questo scrivevano gli autori del rapporto – c’erano troppe persone istruite e fornite di pensiero critico, specie nei confronti di un capitalismo che stava tornando predatorio. Nelle edicole c’erano troppe riviste culturali e giornali con inserti scientifici, nelle librerie troppi testi di livello elevato. Nelle università troppi professori alternativi e in televisione troppi programmi a carattere culturale. Del resto, il Sessantotto aveva messo in evidenza che la popolazione si stava radicalizzando in senso critico. Ma il potere, qualunque potere, ai cittadini critici preferisce sudditi docili. Quindi bisognava intervenire, sostanzialmente per abbassare il livello culturale e cognitivo dell’opinione pubblica, la stessa da cui poi emerge la classe politica.
Non è un caso che il quoziente intellettivo medio della popolazione, sempre salito dal 1907 – quando si iniziò a misurarlo – ha fatto registrare un calo costante dal 2009 (anno in cui sono comparsi gli smartphone), mentre ormai il 40% della popolazione soffre di analfabetismo funzionale (sa leggere, ma non coglie il messaggio contenuto in ciò che ha letto).
Quale realistica speranza di avere a che fare con una popolazione che nel suo complesso sappia distinguere tra vero e falso, quando l’informazione mainstream non tocca più i potenti, quando il sistema di istruzione è stato trasformato in distruzione delle menti e quando le principali figure politiche sono composte da individui ignoranti e imbarazzanti? Il totalitarismo incapace di distinguere vero e falso è stato sostituito dallo “spettacolo” di cui parlava Guy Debord: quello in cui il vero diventa un momento del falso e viceversa. In un futuro temo vicino, non ci saranno più libri di storia su cui leggere che la vicenda di Epstein – specchio in grande del bunga bunga italico – racconta di un Occidente al tramonto. Mentre l’aristocrazia finanziaria se la ride impunita e in sottofondo si ode la battuta del Marchese Grillo: “Perché io so’ io, e voi non siete un cazzo!”.
PhD Filosofia – Università di Urbino Carlo Bo
Parigi e Londra chiedono di avvicinarsi a Hormuz: mercoledì l’annuncio alle Camere. Poi servirà un altro voto del Parlamento

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – C’è una ragione riservata e politicamente scivolosa dietro alla decisione del governo di presentarsi all’inizio della prossima settimana in commissione Esteri e Difesa alle Camere, affidando ad Antonio Tajani e Guido Crosetto un’informativa sulla crisi di Hormuz. È legata a una richiesta informale, ma stringente, arrivata negli ultimi giorni ai comandi militari di Roma dagli alleati, ma discussa ovviamente anche dai vertici politici delle principali cancellerie europee. Gli stati maggiori di Parigi e Londra, che guidano la coalizione di volenterosi con l’obiettivo di organizzare una spedizione navale per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, hanno sollecitato i colleghi delle principali capitali continentali – tra cui l’Italia – a mettere in moto la macchina. O meglio, in navigazione le imbarcazioni, le fregate e i cacciamine. La sollecitazione dei partner è stata chiara: è necessario, oltreché urgente, avvicinarsi all’area del Golfo, perché nel caso in cui Stati Uniti e Iran dovessero effettivamente siglare una tregua, diventerebbe fondamentale essere operativi in tempi strettissimi.
Un chiarimento: non è ancora il momento di posizionarsi nel teatro scomodo e rischioso dello Stretto. Il suggerimento anglo-francese è però quello di attuare una sorta di “pre-posizionamento” delle imbarcazioni in acque limitrofe a quelle di Hormuz. La Francia lo sta già facendo, l’Italia ancora no.
Sono gli Stati maggiori a parlarsi, ma ovviamente tocca ai leader politici tracciare la rotta. E così, quando a Palazzo Chigi è stata consegnata la richiesta, la risposta di Giorgia Meloni è stata in un primo momento cauta: serve prima un passaggio parlamentare. Non solo per autorizzare la partecipazione attiva alla missione, ma anche solo per dare comunicazione ai gruppi parlamentari e al Paese che i nostri marinai sono salpati alla volta del quadrante di crisi. Ed è questo che verranno dunque a dire Crosetto e Tajani mercoledì prossimo alle commissioni parlamentari.
C’è fretta, nel governo. Perché esiste un enorme nodo legato alla distanza che separa queste imbarcazioni dallo Stretto. Ci vogliono diversi giorni, in alcuni casi settimane, per presentarsi di fronte alle coste iraniane: è la ragione per cui Parigi ha già mosso la portaerei Charles De Gaulle, facendole attraversare il Canale di Suez, diretta verso Hormuz. E ha inviato a Gibuti i propri caccia-mine, in modo da trovarsi di fronte alle coste dello Yemen e dunque a pochi giorni di navigazione dal teatro del conflitto.
L’Italia, dunque: due navi di scorta potrebbero essere coinvolte. Una è già impegnata con Aspides nel Mar Rosso, una con Atalanta nell’oceano Indiano. Possono raggiungere in tempi relativamente rapidi lo Stretto. Il problema è per i due caccia-mine, fiore all’occhiello della Marina e asset richiestissimo per bonificare Hormuz: al momento sono ancorati in Italia – una è a La Spezia e – e servono quattro settimane per raggiungere il Golfo. Ecco perché a Palazzo Chigi, come alla Difesa e alla Farnesina, è scattato l’allarme: non c’è tempo da perdere, bisogna riferire in fretta al Parlamento per avvicinare le navi. E annunciare che gli scafi si stanno muovendo in direzione del Golfo. Anche a costo di andare incontro alle proteste delle opposizioni, che legano ogni impegno a una premessa: una tregua solida.
In realtà, è necessario distinguere: per autorizzare la partecipazione diretta alle operazioni difensive nello Stretto il governo si prepara a un vero e proprio voto in Aula su una risoluzione. L’obiettivo è organizzarlo presto, appena la diplomazia dirà che un primo patto tra Washington e Teheran è stato siglato. Nel frattempo, la Farnesina si muove per assicurare che l’impegno italiano sia chiaramente percepito come volto alla pace: ieri Tajani ha lanciato con altri 40 Paesi una “coalizione di Roma” per provare ad assicurare il flusso di fertilizzanti, fermi per il blocco dello Stretto, senza il quale rischia di finire in ginocchio l’Africa.
Washington ha fretta, Teheran no

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La crisi iraniana va letta prima di tutto come una guerra del tempo. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un risultato rapido, visibile, spendibile sul piano politico interno e utile a ristabilire l’immagine di una potenza capace di imporre la propria volontà. L’Iran, invece, può permettersi una strategia più lenta, più logorante, più adatta alla sua storia recente: sopportare la pressione, assorbire sanzioni, usare la geografia e trasformare ogni negoziato in una prova di resistenza.
È questo il punto che spesso sfugge. Le proposte iraniane non nascono dalla paura di essere annientati. Nascono dalla convinzione di poter trattare da una posizione meno debole di quanto dicano i media occidentali. Teheran chiede il ritiro delle forze americane dal Golfo, la restituzione degli averi congelati, la fine — o almeno l’alleggerimento — delle sanzioni, il pagamento di riparazioni, un trattato di non aggressione e il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio nei limiti del Trattato di non proliferazione.
Non è il linguaggio di chi si arrende. È il linguaggio di chi ritiene di aver resistito abbastanza da poter dettare condizioni.
Trump, al contrario, appare prigioniero di una contraddizione. Vuole mostrarsi risoluto, ma non vuole una guerra lunga. Vuole piegare l’Iran, ma non vuole morti americani. Vuole proteggere la navigazione, ma non vuole trasformare Hormuz in un Vietnam navale. Vuole usare la forza, ma deve fare i conti con il Congresso, con i limiti giuridici interni all’uso della forza militare e con il rischio che un’operazione punitiva diventi un conflitto regionale ingestibile.
Il nodo giuridico e politico americano
La posizione americana non è solo militare. È anche istituzionale. Il presidente degli Stati Uniti può impiegare le forze armate in caso di emergenza, ma non può trasformare indefinitamente un’azione limitata in una guerra senza passare dal Congresso. Qui entra il problema dei sessanta giorni: una finestra temporale oltre la quale la Casa Bianca deve giustificare, rinnovare o chiudere l’operazione.
Ecco perché i cessate il fuoco, i piani negoziali, le formule intermedie e le dichiarazioni di “successo” hanno anche una funzione interna. Servono a dire: la fase è chiusa, abbiamo ottenuto un risultato, possiamo ripartire da un nuovo quadro. Ma l’Iran non si presta facilmente a questa scenografia. Se Teheran non accetta la narrazione americana della vittoria, Washington resta intrappolata tra due alternative sgradevoli: intensificare oppure riconoscere che la pressione non ha prodotto l’effetto sperato.
Hormuz come arma geoeconomica
Lo Stretto di Hormuz è molto più di un passaggio marittimo. È una leva strategica mondiale. Non controlla tutto il petrolio del pianeta, ma ne controlla abbastanza da condizionare prezzi, assicurazioni, noli, logistica, approvvigionamenti industriali e aspettative dei mercati.
L’Iran lo sa e usa Hormuz come un’arma geoeconomica. Non deve necessariamente chiuderlo del tutto. Basta renderlo incerto. Basta aumentare il rischio. Basta far salire i premi assicurativi. Basta costringere le compagnie di navigazione a domandarsi se convenga davvero mandare una petroliera in un’area dove ogni errore può diventare un incidente militare.
Qui sta la forza della strategia iraniana: non colpire soltanto il nemico, ma contaminare l’intero sistema che dipende dalla sicurezza marittima. Una petroliera che passa sotto minaccia costa di più. Una rotta insicura produce inflazione. Una compagnia assicurativa che arretra vale più di una cannonata.
I limiti della Marina americana
Gli Stati Uniti possono annunciare scorte, corridoi protetti, guida navale a distanza, missioni di sicurezza. Ma tra l’annuncio politico e la realtà operativa c’è una distanza enorme. Scortare il traffico commerciale attraverso Hormuz non significa semplicemente mandare qualche nave da guerra. Significa controllare un flusso continuo di petroliere, navi mercantili, rotte, comunicazioni, minacce missilistiche, droni, mine, barchini veloci, possibili incidenti.
Una grande petroliera non si ferma in pochi metri. Non si ispeziona come un’automobile. Non si devia senza conseguenze. Per bloccare, controllare o proteggere davvero una nave servono mezzi, uomini, intelligence, tempo e porti di appoggio. E se le navi sono molte, servono molte unità navali. È una forma di guerra costosa, lenta, logorante.
Washington, quindi, preferisce evitare lo scontro ravvicinato con gli iraniani. Può bombardare da lontano, colpire infrastrutture, usare droni e missili. Ma un confronto diretto nel Golfo aprirebbe un fronte molto più pericoloso: basi americane esposte, alleati arabi vulnerabili, traffico energetico compromesso, opinione pubblica interna inquieta.
La guerra economica contro l’Iran: arma spuntata?
La cosiddetta “furia economica” americana vuole soffocare l’Iran. Ma qui emerge il paradosso. L’Iran vive sotto sanzioni da decenni. La sua economia è meno efficiente, meno ricca, meno integrata; ma proprio per questo è più abituata alla pressione. Ha imparato a vendere attraverso canali indiretti, a commerciare con partner disposti ad aggirare le restrizioni, a sopravvivere in condizioni che per un Paese europeo sarebbero traumatiche.
Una nuova stretta economica può danneggiare Teheran, certo. Ma difficilmente la farà crollare. Al contrario, può colpire più rapidamente i Paesi che dipendono dalla stabilità dei mercati: Europa, Giappone, Corea del Sud, India, economie industriali importatrici di energia. L’Occidente immagina spesso che la propria vulnerabilità sia quella degli altri. Ma non è così. Una società abituata al benessere e alla fluidità commerciale soffre lo shock molto prima di una società addestrata alla scarsità.
Alla fine, il costo della guerra economica rischia di essere pagato anche da chi l’ha promossa: energia più cara, trasporti più costosi, inflazione, tensione industriale, rallentamento delle catene produttive.
Gli Emirati Arabi Uniti e la rottura della disciplina petrolifera
In questo quadro, la scelta degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’OPEC assume un valore enorme. Non è un dettaglio tecnico. È una frattura politica nel cuore del sistema petrolifero.
L’OPEC funziona come cartello solo se i membri accettano una disciplina comune: produrre entro certi limiti, sostenere i prezzi, non rompere la linea decisa dai grandi produttori, soprattutto dall’Arabia Saudita. Se un Paese importante come gli Emirati decide di muoversi autonomamente, il cartello si indebolisce.
Gli Emirati hanno ragioni precise. Primo: hanno bisogno di liquidità. Secondo: hanno un’economia più diversificata di quella saudita e quindi meno dipendente dal solo prezzo alto del petrolio. Terzo: dispongono di Fujairah, sbocco strategico sul Golfo di Oman, che permette di esportare senza passare direttamente da Hormuz. Quarto: vogliono maggiore libertà nel vendere petrolio a prezzi competitivi.
Per Trump, questa è una piccola vittoria. Se Abu Dhabi produce e vende di più, una parte della pressione sui prezzi può essere attenuata. Ma per l’Arabia Saudita è un segnale pericoloso. Riad ha bisogno di prezzi sostenuti per finanziare la propria trasformazione economica, il proprio bilancio pubblico, le proprie ambizioni di potenza. Una corsa al ribasso del petrolio danneggerebbe proprio chi ha costruito la propria stabilità sulla rendita energetica.
Il Golfo non è più un blocco compatto
La crisi rivela anche un’altra verità: il Golfo non è più un blocco compatto sotto tutela americana e regia saudita. Gli Emirati ragionano da potenza commerciale autonoma. L’Arabia Saudita cerca di difendere il proprio ruolo centrale. Il Qatar ha già mostrato in passato una capacità di muoversi fuori dagli schemi tradizionali. L’Oman conserva una funzione di mediazione. Il Kuwait e gli altri attori regionali valutano rischi e convenienze.
La protezione americana, inoltre, non appare più assoluta. Se l’Iran colpisce o minaccia, gli alleati del Golfo non sono sicuri che Washington voglia davvero arrivare fino in fondo. Questo produce un effetto strategico profondo: i Paesi arabi del Golfo cominciano a chiedersi se convenga affidarsi solo agli Stati Uniti o se non sia meglio diversificare alleanze, rotte, mercati e canali diplomatici.
Libano e Israele: il fronte che impedisce la pace
Il Libano entra nella crisi come detonatore permanente. Ogni volta che si apre una possibilità di tregua, il fronte libanese rischia di far saltare il tavolo. Israele vuole impedire che Hezbollah mantenga una posizione forte nel sud del Libano; vuole creare profondità strategica; vuole rendere inabitabile o comunque militarmente sterile l’area di confine.
Ma il risultato è una guerra di distruzione progressiva: villaggi colpiti, infrastrutture civili devastate, scuole e strutture sanitarie prese di mira o rese inutilizzabili, popolazioni spinte alla fuga. La logica è quella della fascia di sicurezza, ma il metodo produce radicalizzazione, odio, instabilità permanente.
Israele cerca sicurezza attraverso la forza, ma più amplia il raggio della distruzione, più moltiplica i fronti politici della propria insicurezza. Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran: tutto si tiene. La guerra non è più un episodio, ma un sistema.
Ucraina: l’Europa che parla di negoziato senza sapere cosa negoziare
L’altro grande fronte è l’Ucraina. Qui emerge la debolezza europea. Alcuni leader cominciano a parlare di negoziati con la Russia, ma l’Europa non ha ancora chiarito il proprio obiettivo politico. Vuole la sconfitta della Russia? Vuole il ritorno ai confini precedenti? Vuole una tregua armata? Vuole garanzie di sicurezza per Kyiv? Vuole guadagnare tempo per riarmarsi?
Dire “sostenere l’Ucraina” non è una strategia. È una formula morale e politica. Dire “indebolire la Russia” non basta. Indebolirla fino a che punto? Con quali strumenti? A quale prezzo per gli ucraini? E con quale uscita diplomatica?
La sensazione è che l’Ucraina venga usata anche come tempo strategico per l’Europa: Kyiv combatte, Mosca si logora, Bruxelles si riarma. Ma questo implica una domanda brutale: gli ucraini combattono per la propria sovranità o anche per consentire all’Europa di prepararsi a una guerra futura che nessuno sa davvero definire?
Valutazione militare complessiva
Sul piano militare, gli Stati Uniti conservano superiorità tecnologica, aeronavale e missilistica. Ma l’Iran dispone di vantaggi asimmetrici: profondità territoriale, missili, droni, reti regionali, capacità di disturbo navale, influenza su più fronti. Washington può vincere battaglie tattiche; Teheran può rendere il costo strategico della vittoria troppo alto.
Israele mantiene una formidabile capacità offensiva, ma rischia l’eccesso di estensione: Gaza, Libano, Iran, Cisgiordania, pressione diplomatica internazionale. La forza militare produce risultati immediati, ma non necessariamente stabilità.
L’Europa, invece, appare militarmente in ricostruzione e politicamente confusa. Vuole riarmarsi, ma non sa ancora per quale architettura strategica. Vuole contare di più, ma resta dipendente dagli Stati Uniti. Vuole negoziare, ma non ha una proposta.
Valutazione geopolitica e geoeconomica
Il centro della crisi è il passaggio dal mondo unipolare al mondo della resistenza diffusa. L’Iran non può battere gli Stati Uniti in uno scontro frontale, ma può impedire agli Stati Uniti di ottenere una vittoria pulita. Gli Emirati non sfidano apertamente l’ordine americano, ma cercano autonomia. L’Arabia Saudita difende il prezzo del petrolio, ma deve fare i conti con partner meno disciplinati. L’Europa invoca valori, ma subisce gli effetti materiali delle guerre che non controlla.
Il nuovo ordine non nasce da un grande trattato. Nasce da fratture: Hormuz, OPEC, Ucraina, Libano, sanzioni, rotte energetiche. La geografia torna a comandare. Chi controlla strettoie, porti, energia, assicurazioni, valute e materie prime possiede strumenti di potere superiori a molte dichiarazioni diplomatiche.
Hormuz, in questo senso, è il simbolo perfetto del nostro tempo: pochi chilometri di mare che possono mettere in crisi la globalizzazione, mostrare i limiti della potenza americana, dividere il Golfo, indebolire l’Europa e trasformare l’Iran da Paese assediato in attore capace di imporre costi al sistema mondiale.
Al di là degli annunci il grande intervento esiste, per ora, solo sulla carta. Nel testo sono previsti due commissari. Costo nel biennio: 5 milioni

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il Piano casa non c’è. Esiste solo sulla carta, ma le poltrone sono state già preparate da Matteo Salvini, nelle vesti di ministro delle Infrastrutture. Incarichi confezionati con un costo che sfiora i 5 milioni di euro solo nel primo biennio. E la stima è prudenziale, perché bisogna attendere i decreti attuativi.
Peraltro il progetto, nelle intenzioni di Giorgia Meloni, ha una durata decennale: nella speranza di portare a compimento il piano, l’esborso, solo per i commissari, potrebbe essere di (almeno) 25 milioni.

La premier ha parlato di 10 miliardi di euro e centinaia di migliaia di alloggi. Ma questo riguarda il futuro. Il presente è il provvedimento, approvato dal governo, che prevede stanziamenti incerti per risolvere l’emergenza abitativa in Italia.
La certezza è che Palazzo Chigi ha fatto ricorso allo strumento prediletto, ossia la moltiplicazione di incarichi e poteri attraverso l’istituzione di commissari straordinari.
Una specialità della casa, dalle carceri allo sport. Proprio nelle ultime ore alla Camera è stato approvato il decreto Commissari, provvedimento ad hoc, per cristallizzare le posizioni su varie opere, e per indicare il commissario sugli stadi. Il Piano casa raddoppia. Prevede infatti la figura due commissari. Il primo «per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi», indicato dal ministro delle Infrastrutture Salvini, e formalmente nominato dalla presidenza del Consiglio.
Il compenso sarà determinato da un decreto ad hoc. I super poteri sono stati già messi nero su bianco.
Tra i compiti base c’è quello di predisporre «l’elenco degli immobili su cui possono essere presentate iniziative di edilizia sociale» e definire «uno o più schemi-tipo di convenzione volti a disciplinare i rapporti tra gli enti proprietari e i soggetti attuatori».

Tutto questo ha un prezzo. Solo per la costituzione della struttura commissariale, il governo ha messo a disposizione 154mila euro per il 2026 e 265mila euro per l’anno prossimo con un conto iniziale di 419mila euro.
Non è l’unica spesa prevista dal governo su questo capitolo.
Nel testo spuntano altre risorse a disposizione. «Per l’esercizio delle proprie funzioni, compresa la stipula di eventuali convenzioni e la nomina di esperti per lo svolgimento dell’attività di indirizzo, coordinamento e monitoraggio al medesimo affidata, al commissario straordinario è riconosciuta una dotazione, nel limite di spesa di 500mila euro per l’anno 2026 e di 1 milione di euro per l’anno 2027», si legge nella bozza finale del decreto esaminato a Palazzo Chigi. Insomma, un altro milione e mezzo sul biennio, che si somma al resto.
La questione economica non passa inosservata. «Con questo cosiddetto Piano casa non vengono recuperate nemmeno le risorse tagliate annualmente a partire dall’insediamento di questo governo. Cambiano titoli e problemi di cui fingono di occuparsi ma con Meloni e Salvini crescono sempre solo le poltrone», osserva Andrea Casu, deputato del Partito democratico.

Per aggiungere un bel po’ di poltrone, il governo ha pensato di sfornare l’ennesima cabina di monitoraggio, guidata dalla presidente del Consiglio (o un delegato), insieme a un rappresentante del ministero delle Infrastrutture, quello delle Politiche di coesione, il commissario e gli enti locali.
Almeno in questo caso, non sono previsti stanziamenti. C’è giusto la possibilità di essere nel nuovo organismo.
«Il Piano casa di Meloni è un gioco di prestigio da quattro soldi, anzi da zero soldi, visto che non c’è l’ombra di un euro. Gli unici soldi certi sono destinati agli stipendi dei commissari nominati dal governo. Più che un piano casa, un piano poltrona», dice il segretario di +Europa, Riccardo Magi.
C’è un secondo commissario incluso nel pacchetto. Quello per il progetto di realizzazione dei «programmi infrastrutturali di edilizia integrale».
La struttura serve, scrive il governo, «per assicurare il coordinamento e l’azione amministrativa necessari per la tempestiva ed efficace realizzazione del programma di investimento individuato e dichiarato di preminente interesse strategico nazionale».

A sua disposizione c’è un plafond di 600mila euro all’anno. Una parte di questi finanziamenti può essere usata per reclutare esperti a chiamata diretta, da pagare fino a un massimo di 80mila euro.
Una corsia preferenziale per reclutare professionisti di fiducia in nome dell’emergenza.
C’è ancora una spesa, indiretta, affrontata dallo Stato: il commissario potrà contare su un contingente di «massimo di dieci unità di personale non dirigenziale delle amministrazioni pubbliche con oneri a carico delle amministrazioni di appartenenza».
Insomma, saranno gli altri a pagare i dipendenti della struttura, almeno fino a quando sarà in piedi.

In questo caso non esiste un onere calcolato con precisione, ma la stima del costo, per le casse pubbliche, è di almeno mezzo milione di euro all’anno. Mettendo insieme le varie voci, ecco che si arriva a un esborso di 5 milioni di euro. Il Piano casa, insomma, parte dalle poltrone.
La citazione. Uno studio legale di Wall Street ci accusa di aver pubblicato e diffuso “dichiarazioni false e altamente lesive”

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Rimuovere ogni traccia degli articoli sulla grazia concessa a Nicole Minetti, ma anche “cessare e desistere” dal portare avanti la nostra inchiesta giornalistica. Altrimenti ci verrà chiesto un risarcimento “in nessun caso inferiore” a 250 milioni di dollari. È una richiesta record quella che Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, ha indirizzato al nostro giornale. Non si tratta ancora di una causa, ma è probabile che lo diventerà presto visto che i legali di Cipriani ci hanno dato 48 ore per dare seguito alle loro richieste, francamente irricevibili. Un ultimatum che è già scaduto.
[…] Cipriani e Minetti non hanno mai voluto rispondere alle domande poste dal Fatto sin dall’11 aprile, quando abbiamo dato per la prima volta la notizia della grazia concessa a Minetti. Poi il 4 maggio, l’imprenditore ha rilasciato un’intervista al Corriere in cui ha dichiarato di voler chiedere i danni “quando le cose si saranno calmate”. Nel frattempo è arrivata al nostro giornale una mail da Reinhardt Savic Foley, studio legale con sede al Wall Street Plaza di New York. Sono sei pagine, la data è quella del 2 maggio ed essenzialmente accusano Il Fatto di aver “pubblicato e diffuso dichiarazioni false e altamente lesive nei confronti di Cipriani”. Gli avvocati dell’imprenditore non contestano un articolo specifico, ma varie informazioni riportate nei nostri pezzi che hanno acceso un faro sulla grazia concessa a Minetti. È solo dopo la nostra inchiesta che, il 27 aprile scorso, il Quirinale è intervenuto per chiedere al Ministero della Giustizia ulteriori approfondimenti in merito alla “supposta falsità degli elementi” indicati nell’istanza dei legali dell’ex igienista dentale, già condannata a 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby-bis e a un anno e un mese per peculato nella “rimborsopoli” lombarda.
La Procura generale di Milano ha riaperto le indagini, che sono tutt’ora in corso tra Ibiza e l’Uruguay. In attesa di capire quale sarà l’esito degli accertamenti dell’Interpol, dunque, Cipriani ci chiede di smetterla subito di scrivere, cancellando ogni traccia di quanto raccontato finora.
[…]
“La presente lettera costituisce una richiesta formale affinché il Fatto Quotidiano, insieme ai suoi proprietari, affiliati, redattori, giornalisti, collaboratori, agenti e tutte le persone che agiscono di concerto con esso (“Il Fatto”) cessino e desistano immediatamente dal pubblicare, ripubblicare, distribuire, diffondere, trasmettere, pubblicare o altrimenti diffondere dichiarazioni false e diffamatorie riguardanti Cipriani”, è l’incipit della lettera dei legali. Seguono poi tutta una serie di richieste. Ci viene chiesto di “rimuovere immediatamente da tutti i siti web, archivi, piattaforme di social media, canali video, newsletter, notifiche push e qualsiasi altro mezzo di comunicazione o canale di distribuzione” tutti gli “articoli, i post, i titoli, gli estratti, le immagini, le didascalie, i teaser, gli episodi, i clip e altri contenuti” relativi al caso.
[…] Ma i legali di Cipriani ci chiedono anche di “pubblicare e diffondere una ritrattazione e una rettifica complete” di quanto raccontato finora. Inoltre dobbiamo “cessare e desistere dal redigere, pubblicare, ripubblicare, trasmettere, postare, distribuire o diffondere in qualsiasi altro modo dichiarazioni, suggerimenti, allusioni o insinuazioni false, diffamatorie, fuorvianti o denigratorie”. La diffida ci impone pure di “conservare tutti i documenti, le comunicazioni, le note, le bozze, i materiali di riferimento, le registrazioni, i metadati, le e-mail, i messaggi di testo, le chat interne, i commenti editoriali e tutte le informazioni archiviate elettronicamente relative in qualsiasi modo alla creazione, alla ricerca delle fonti, alla revisione, all’approvazione, alla pubblicazione” degli articoli relativi a Cipriani, a Jeffrey Epstein, a Carlo Nordio, a Nicole Minetti ma pure a Punta del Este e “qualsiasi presunta richiesta di grazia”. Insomma dobbiamo imporci un bavaglio completo oppure Cipriani “chiederà un risarcimento danni per un importo da determinarsi in sede di giudizio, ma in nessun caso inferiore a 250.000.000 di dollari Usa”.
Le accuse. L’imprenditore veneziano fu citato da una dipendente: “I suoi locali erano diventati terreno di caccia di Weinstein”

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Nell’istanza per graziare Nicole Minetti, Giuseppe Cipriani viene descritto come una persona “normo-inserita e lontana da contesti di devianza”, capace di offrire alla compagna un ambiente stabile, equilibrato e rispettabile. È uno dei pilastri della richiesta firmata dall’avvocata Antonella Calcaterra per cancellare la pena residua di 3 anni e 11 mesi inflitta a Minetti per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Eppure, mentre quel documento prendeva forma, nei registri pubblici della giustizia americana era già stata depositata una causa civile per molestie sessuali che coinvolgeva direttamente l’imprenditore veneziano.
[…] Nel novembre 2020, a diecimila chilometri di distanza, la giustizia percorreva infatti due strade parallele. In Uruguay, un giudice concedeva a Giuseppe Cipriani, come lui ha fatto sapere, e Nicole Minetti l’affidamento temporaneo di un bambino presso la loro tenuta “Gin Tonic”, preferendoli a una coppia uruguaiana incensurata. Nello stesso periodo, a New York, Giuseppe Cipriani veniva citato personalmente nella causa federale numero 20-cv-09802 intentata da María Sol Larrea contro Cipriani Usa Inc. e lo stesso imprenditore. Negli atti della donna si legge che i suoi locali erano diventati “terreno di caccia” del suo amico Harvey Weinstein.
La causa si è chiusa il 30 luglio 2021 con un accordo economico transattivo riservato. Per la legge americana, la transazione non costituisce un’ammissione di colpa né un patteggiamento penale: significa soltanto che le parti hanno raggiunto un accordo rinunciando a proseguire il contenzioso. Resta però un atto giudiziario pubblico rilevante, se pure di parte, perché collide frontalmente con l’immagine di Cipriani restituita nell’istanza di grazia. Assunta nel settembre 2017 come addetta al servizio bottiglie al “Cipriani Downtown Socialista”, con obbligo di tacchi alti, minigonna nera e camicia bianca, María Sol Larrea denuncia di aver subito per due anni molestie sistematiche dal titolare. Nel fascicolo si legge che Cipriani, durante le visite al locale, la fissava con sguardi insistenti al seno e all’inguine. Insisteva perché bevesse shot di alcol durante il turno: ai rifiuti della donna rispondeva “I am your boss”, obbligandola a bere. Più volte, a fine serata, l’avrebbe invitata nel suo appartamento privato. Lei avrebbe sempre rifiutato. L’escalation fisica avviene a metà maggio 2019, un mese dopo che la condanna di Minetti per favoreggiamento della prostituzione era diventata irrevocabile. Cipriani invita la dipendente al nightclub “1Oak” dopo il lavoro. Lei accetta solo portando con sé la supervisora Silvia Porcu e una collega. Nel taxi, sostiene la denuncia, Cipriani “mette la mano sulla gamba della querelante, la fa scivolare sotto la minigonna e cerca di toccarle la vagina”. Racconta di averlo respinto più volte nel tragitto. Alla riapertura estiva del locale, la dipendente viene esclusa dai turni: secondo la causa, una ritorsione per aver respinto le avance.
[…]
Dall’atto d’accusa emerge poi un capitolo che collega i locali di Cipriani ad Harvey Weinstein, l’ex produttore oggi detenuto per aggressioni sessuali e stupro. I legali della dipendente scrivono che i due erano “close friends”, circostanza di cui parlavano anche i giornali americani. Secondo la causa, nel maggio 2019 – con il #MeToo esploso da quasi due anni – la direzione avrebbe permesso a Weinstein di usare il locale come “terreno di caccia per la sua devianza sessuale”. Per gli avvocati i convenuti avevano esposto le dipendenti alle sue avance e lui perseguitava la cameriera: “Vuoi diventare famosa?”. Lei chiede di non essere più assegnata al suo tavolo, ma la supervisora: “You have to serve him, it is your job”. Parole che ricompaiono anche in una mail del 2012 contenuta negli Epstein Files. Jeffrey Epstein, altro amico di Cipriani e frequentatore dei suoi locali a New York, scrive a un interlocutore: “Tutte le ragazze stanno andando da Cipriani, stasera dovresti andare a caccia”.
La difesa di Cipriani non ottiene l’archiviazione della causa e deposita una Answer to Complaint contestando integralmente le accuse. Il procedimento si chiude poi con un accordo riservato. Quando la Procura generale della Corte d’Appello di Milano viene chiamata a dar un parere sulla domanda di grazia, ritiene sufficienti gli elementi raccolti in Italia ed esprime parere favorevole. Il 18 febbraio il capo dello Stato firma il decreto. Solo il 27 aprile, dopo le inchieste del Fatto sulle omissioni e incongruenze dell’istanza, chiede verifiche urgenti e la Procura attiva nuovi approfondimenti. Eppure molte di quelle informazioni erano da anni nei registri pubblici della giustizia americana, accessibili a chiunque avesse deciso di cercarle nel luogo più ovvio: New York, centro degli affari di Giuseppe Cipriani.
[…] Cipriani ha diffidato formalmente il Fatto Quotidiano dal pubblicare altri articoli o minaccia di chiedere 250 milioni di dollari. Se il giornale avesse piegato la testa, tutto questo non l’avreste mai saputo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – L’aperto sostegno di Pedro Sánchez a Francesca Albanese viene commentato con sollievo a sinistra e con toni ostili e beffardi a destra. Ma non dovrebbe funzionare così, perché la questione non è se Albanese sia politicamente simpatica o antipatica; se dica cose affini o contrarie alle opinioni del pubblico che fischia o applaude.
La questione è se le sanzioni del governo Usa (non simboliche: anche economiche) ai danni di una cittadina europea nonché funzionaria delle Nazioni Unite, e anche ai danni dei giudici della Corte Penale dell’Aja, sulla base di come hanno liberamente svolto il loro lavoro, siano lecite o illecite; se siano una comprensibile presa di posizione politica, oppure una intimidazione gravissima, e inaccettabile. In senso più lato, se l’intolleranza della Casa Bianca nei confronti di chiunque essa consideri non amico, non sottomesso, non docile, debba ricevere, in Europa, una risposta forte e decisa, o se si debba glissare e incassare il colpo in virtù degli ormai fantomatici “solidi rapporti di alleanza con gli Stati Uniti” (anche se l’atlantismo, dal punto di vista ideologico, è un concetto che nel 2026 ha già un sapore museale).

Non sono tempi, questi, per commentini da bar sulle disgrazie del “nemico” (tale risulta essere l’italiana Albanese per la destra politica e mediatica italiana). Sono tempi nei quali i princìpi del diritto internazionale barcollano, e si deve decidere se provare a tenerli in piedi o lasciarli crollare. Sánchez lo ha fatto. È questo che interessa, il resto è la ciancia risaputa delle fazioni.
Il diritto non è infallibile, né del resto lo pretende. Tuttavia aspira alla certezza, se non alla verità assoluta, ammesso che ne esista una

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Il vero e il falso. Talvolta si confondono, s’accavallano, si scambiano l’odore. Succede, sta succedendo adesso per il delitto di Garlasco. Dove c’è una giovane vittima (Chiara Poggi) e un colpevole acclarato (Alberto Stasi): assolto in primo grado nel 2009, in appello nel 2011, poi condannato in via definitiva dopo un ping pong tra la Cassazione e un nuovo giudice d’appello. È in carcere dal 2015. Ma nel frattempo la procura di Pavia ha aperto un’indagine su un altro personaggio (Andrea Sempio), sospettandone la colpevolezza.
Da qui un caso che sta avvincendo gli italiani come un thriller. Che li divide tra chi proclama l’innocenza dell’uno o dell’altro. E che infine li sconcerta per i paradossi del diritto. Ma è possibile processare Sempio quando un processo ha già riconosciuto la responsabilità di Stasi? E se poi anche il primo fosse condannato? Non c’è il rischio che la giustizia italiana, alla fine della giostra, individui due colpevoli esclusivi per il medesimo delitto? E se Stasi è davvero innocente, perché da undici anni lo tengono in galera? Come può mai determinarsi un abbaglio giudiziario di questa gravità?
Dobbiamo tollerarci a vicenda — diceva Voltaire — perché siamo tutti deboli, incoerenti, esposti all’errore. Vale nelle relazioni sociali, vale altresì nei rapporti giuridici. Il diritto non è infallibile, né del resto lo pretende. Altrimenti non si spiegherebbe perché ogni sentenza possa venire appellata, e magari rovesciata come un guanto, da un giudice diverso, e poi da un altro ancora, fino alla Corte di cassazione. Tuttavia il diritto aspira alla certezza, se non alla verità assoluta, ammesso che ne esista una.
«Nella certezza consiste la specifica eticità del diritto», scrisse Lopez de Oñate, un giovane filosofo cui il destino non ha concesso d’invecchiare. Sicché in ultimo occorre fissare un punto, un accertamento conclusivo che distingua il creditore dal debitore, il reo dall’innocente. Anche se non sempre la verità giuridica rispecchia la verità dei fatti.
D’altronde la storia è piena di clamorosi errori giudiziari, dall’affaire Dreyfus (Francia, 1894) all’esecuzione di Sacco e Vanzetti (Usa, 1927), dall’arresto di Valpreda per la strage di piazza Fontana (Italia, 1969) al caso Tortora (ancora Italia, 1983). E d’altronde il nostro Stato continua a pagare un fiume di quattrini in risarcimenti per ingiusta detenzione (26,9 milioni nel 2024).
Qual è dunque il punto d’equilibrio tra verità e certezza? E dove si situa quanto al delitto di Garlasco? In questo caso l’iniziativa giudiziaria contro Sempio parrebbe ostacolata da un antico principio giuridico, che a sua volta riflette un bisogno di certezza: ne bis in idem. Significa che non è possibile processare due volte la stessa persona per lo stesso fatto. Se a suo tempo i tribunali avessero proclamato l’innocenza di Stasi, e se in seguito fosse emersa la prova provata della sua colpevolezza, lui l’avrebbe fatta franca. Magari i familiari della vittima avrebbero potuto reclamare un risarcimento economico in sede civile, però la via penale no, quella sarebbe rimasta chiusa.
Tuttavia quel principio vale per Stasi, non per Sempio. Se emergono elementi di prova a carico d’un altro soggetto, i magistrati hanno il diritto e il dovere di procedere. C’è del resto un famoso precedente: il processo a Priebke per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, durante gli anni Novanta. La difesa del gerarca nazista invocò una sentenza del 1948 passata in giudicato che assolveva altri imputati per la sua stessa accusa; la Cassazione lo ritenne invece processabile, giacché lui non era parte di quel vecchio processo.
Da qui, allora, l’eventualità più sconcertante: una condanna definitiva anche per Sempio, la verità giuridica smentita da un’altra verità giuridica. Eppure anche quest’ultima ipotesi trova spazio nel vocabolario del diritto. Dice l’articolo 630 del codice di procedura penale: se c’è un contrasto di giudicati, se una sentenza di condanna stride con una sentenza successiva, la prima può venire revocata. È l’istituto della revisione, ma dopotutto ogni nostra conoscenza è sempre oggetto di revisioni, di correzioni, di confutazioni. Ed è questa, in fondo, la promessa dei costituenti: non la giustizia in sé, assoluta e immarcescibile, bensì la ricerca della giustizia — una fatica quotidiana.

(Andrea Legni – lindipendente.online) – I leader che si autodefiniscono sovranisti al governo in Italia, pochi giorni fa hanno ricevuto il più bel regalo che potessero desiderare. Almeno in teoria. Da ben prima di Bruxelles e dei vincoli di bilancio, infatti, la piena sovranità dell’Italia è negata dall’occupazione militare imposta dagli Stati Uniti dal lontano 1945. La presenza militare americana ha storicamente costretto il Paese al ruolo di una democrazia a sovranità limitata: non solo impossibilitata ad avere una vera politica estera autonoma, ma con tanto di piani americani per il colpo di Stato già pronti nel caso in cui i cittadini italiani avessero scelto opzioni sgradite da Washington alle urne. È storia: l’organizzazione USA dedita a sorvegliare la democrazia italiana si chiamava “Gladio”. Bene, pochi giorni fa, Trump ha ipotizzato di iniziare il ritiro dei militari americani dall’Italia. Ma, a palazzo Chigi, anziché stappare lo spumante per la fortuna di avere finalmente la possibilità di passare dalle parole ai fatti in termini di sovranità, è sceso il gelo. Giorgia Meloni ha protestato che «non sarebbe corretto» perché l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni; Matteo Salvini non ha avuto nemmeno il coraggio di ribattere, trincerandosi dietro un imbarazzato «non commento le minacce». Parole testuali. Per il politico che rivendica di essere il vero sovranista della coalizione, la possibile fine dell’occupazione militare straniera del suo Paese è una «minaccia».
Non sappiamo di preciso quanti siano i siti militari statunitensi presenti sul territorio italiano, il dato non è pubblico ed alcuni di questi sono segreti: gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti che ne regolano l’uso restano in larga parte riservati. Quelli di cui sappiamo l’esistenza sono 31, ma di certo non sono tutti. Conosciamo invece il numero di militari americani presenti in Italia. O meglio, ne conosciamo quello ufficiale: secondo gli ultimi dati resi pubblici dal Dipartimento della guerra statunitense sono 12.662. L’Italia è il quarto Paese al mondo con più soldati a stelle e strisce sul proprio territorio dopo Giappone, Germania e Corea del Sud. Ma il documento non conteggia i soldati in missione temporanea, né il numero di ufficiali dei servizi segreti e delle unità speciali. L’unica cosa che sappiamo per certo sono le conseguenze dell’ottantennale occupazione americana: interi territori sottratti alla sovranità nazionale; inquinamento e contaminazione del territorio e delle falde acquifere con residui bellici, metalli pesanti, esplosivi, rifiuti militari e conseguente aumento di tumori e patologie nelle aree circostanti; inquinamento elettromagnetico specie in corrispondenza delle stazioni radar, come il MUOS di Niscemi; presenza di ordigni nucleari (in particolare nella base di Ghedi, a Brescia, ma non solo) controllati dagli americani ma che metterebbero a rischio l’Italia in caso di guerra o di incidenti.
Dopo 80 anni di servitù forzata seguita alla seconda guerra mondiale, il governo Meloni si è visto servire direttamente dal potere americano l’opportunità di mettere fine a tutto questo. Un governo “sovranista” avrebbe dovuto chiamare immediatamente la Casa Bianca, prima che il cervello suggerisse a Trump di scoreggiare su Truth un nuovo comunicato nel quale cambiava idea, e rilanciare. «Benissimo, Donald, siamo d’accordo con te. Firmiamo subito l’accordo: riprenditi tutti i soldati e usali per rifare l’America Great Again a casa loro. Puoi riprenderti anche tutte le armi atomiche. Tranquillo, non vogliamo niente: alla bonifica dei territori che avete devastato per quasi un secolo ci pensiamo noi, basta che andate via». Il giorno dopo l’Italia sarebbe stata finalmente libera di perseguire i propri interessi in un mondo multipolare, senza essere obbligata a contravvenire continuamente all’articolo 11 della propria Costituzione per assecondare la prossima guerra americana. Non dovrebbe essere il sogno per una classe politica che si dichiara “sovranista”, nel senso di dedita solo all’interesse nazionale? Peccato che siano solo politicanti. E domani aspetteranno con la cenere in testa il vicepresidente americano Vance, in visita a Roma, pronti a qualsiasi rassicurazione con il solo scopo di rinnovare il patto di vassallaggio e legare ancora una volta i destini dell’Italia a quelli dell’impero americano in disfacimento.
Il vertice con Xi Jinping del 14 maggio impone a Trump di trovare un accordo con l’Iran entro la prossima settimana: ecco perché il manico del coltello è nelle mani degli Ayatollah, di Netanyahu, di Putin. E, soprattutto, della Cina.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Facciamo finta che la guerra tra Usa e Iran finirà davvero settimana prossima, come ha annunciato ieri Donald Trump.
Se davvero accadrà, finirà con il regime iraniano ancora in piedi, più repressivo di prima e desideroso di prendersi una vendetta su donne e giovani che hanno davvero creduto Trump li volesse liberare.
Finirà con l’Iran che si prende un pedaggio sul passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz, che prima non aveva.
Finirà con la Russia che si prende l’uranio arricchito iraniano, e con Putin che diventa di fatto il garante della stabilità globale, con buona pace dell’Ucraina e delle sanzioni europee.
Finirà con Netanyahu che otterrà tutto quel che vuole da Trump per accettare un cessate il fuoco in Libano, precondizione agli accordi di pace tra Washington e Teheran, dopo aver di fatto costretto Trump a imbarcarsi in una missione suicida e aver portato il mondo sull’orlo della catastrofe economica.
Finirà con gli Stati Uniti che hanno rotto i rapporti con tutti i Paesi europei e con il Vaticano, rapporti che Marco Rubio oggi cercherà faticosamente di ricucire, in attesa della prossima sparata di Trump.
Finirà con la Cina che attende silenziosa che arrivi il 14 maggio, giorno in cui si terrà l’incontro tra Xi e Trump, il primo in 9 anni, rinviato di un mese e mezzo perché Trump non poteva presentarsi in Cina nel mezzo del disastro di Hormuz.
Finirà alle condizioni di Teheran, perché Trump non può può permettersi di arrivare a Pechino senza un accordo con l’Iran e non può nemmeno permettersi di rinviare di nuovo l’appuntamento col suo omologo cinese.
Finirà, soprattutto, con mezzo mondo a rischio carestia, con un blocco energetico che ha già fatto – e continuerà a fare – danni all’economia globale e con la paura che il 16 maggio, a vertice finito, la questione possa di nuovo riaprirsi.
Finirà, se davvero finirà, ma era davvero difficile devastare gli Stati Uniti e il mondo in soli due mesi e mezzo come ha fatto Trump.
Applausi a lui e a chi lo ha sostenuto, davvero.
Secondo l’ultima Supermedia Agi/Youtrend, si accorcia la distanza tra il partito di Meloni al 27,8% (-0,4) e i dem di Elly Schlein al 22,3% (+0,1). Lega in affanno

(repubblica.it) – Una netta flessione del centrodestra, in particolare con la Lega al 6,6% che perde ben 7 decimali e Fratelli d’Italia che scende sotto il 28%. La nuova Supermedia Agi/Youtrend, la media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto realizzati dal 23 aprile al 6 maggio, mostra movimenti di grande rilievo. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, il centrodestra fatica a risalire.
L’ultima rilevazione mostra la coalizione guidata dalla premier che, nel complesso, scende al 43,9%, il valore più basso dall’insediamento del governo. Per contro, il campo largo cresce di mezzo punto, soprattutto grazie al +0,4% di M5S ora al 13,2%. Il suo vantaggio sul centrodestra cresce fino a sfiorare i due punti. Più vicini i due principali partiti: ora i dem di Elly Schlein al 22,3% accorciano la distanza dal partito di Meloni che invece perde lo 0,4% e si attesta al 27,8%.
FdI 27,8 (-0,4)
Pd 22,3 (+0,1)
M5S 13,2 (+0,4)
Forza Italia 8,2 (-0,1)
Lega 6,6 (-0,7)
Verdi/Sinistra 6,5 (+0,3)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Italia Viva 2,4 (-0,2)
+Europa 1,4 (-0,1)
Noi Moderati 1,2 (+0,1)
Centrodestra 43,9 (-1,0)
Centrosinistra 30,2 (+0,3)
M5S 13,2 (+0,4)
Terzo Polo 5,4 (-0,2)
Altri 7,2 (+0,4)
Campo largo 45,8 (+0,5)
Centrodestra 43,9 (-1,0)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Altri 3,0 (-0,4)
NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (23 aprile 2026).
NOTA: La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 23 aprile al 6 maggio, è stata effettuata il giorno 7 maggio sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 1 maggio), Ipsos (1 maggio), Ixè (27 aprile), SWG (27 aprile e 4 maggio), Tecnè (25 aprile) e Youtrend (30 aprile).

(Adnkronos) – Delinquente, fantoccio fanatico, simulatore utopico, rimbambito, scellerato, schiavista, arrogante, tracotante, vaneggiatore, pervertitore, incapace di intendere e di volere. Questi, e molti altri, gli insulti disseminati in una lettera anonima ricevuta da Beppe Grillo, che il co-fondatore e ormai ex garante del Movimento 5 stelle pubblica sui social. “I miei fan internazionali”, è la battuta sarcastica con cui il comico genovese denuncia quanto successo. Ma nella lettera, scritta a mano, non ci si limita ai soli epiteti tutt’altro che carini nei suoi confronti.
Tra le parole – in italiano, latino, persino tedesco – quelle che vanno per la maggiore e sono ricalcate di nero sono resistenza, libertà, democrazia, ce ne sono poi altre, sempre sottolineate, che tendono ad accomunare fascismo, comunismo e, appunto, grillismo, così come sembra che chi scrive voglia chi segue Grillo come “comunista fascistoide grillifero”.
Per i “Figli delle stelle”, associazione rimasta ancora ai ‘vecchi’ valori del Movimento 5 stelle, questi non sono che insulti “stile Br”. “Il sistema che isola le voci critiche. Beppe Grillo ha pubblicato sul suo profilo una foto di alcune lettere minatorie ricevute con insulti in diverse lingue. Oltre alla gravità del fatto colpisce il silenzio dei media e della politica, sempre cosi attenti alle vicende del fondatore del MoVimento quando si tratta di criticare e cercare di delegittimare ma in questo caso estremamente silenti”, scrivono sulla loro pagina Facebook, passando poi all’attacco.
“Insomma quando Grillo è da criticare, attaccare o delegettimare uno spazio per i post al vetriolo si trova sempre. Quando invece bisognerebbe esprimere solidarietà per un fatto cosi grave cala il silenzio. Il punto è tutto qui. Non serve condividere tutto quello che Grillo dice o fa ma basterebbe avere un minimo di empatia. Anche quando la voce colpita è scomoda per lo status quo, ca vas sans dire”.

(Stefano Rossi) – Francesco Lollobrigida: “Siamo andati in Europa a dire che l’uomo per noi è un bioregolatore. L’uomo è l’unico essere senziente. Non ce ne sono altri. Sono tutti importanti gli animali, le piante, tutti (a questo punto, Lollo, si rivolge alla sua destra verso chi gli sta vicino, il quale, temendo di doverlo assecondare con uno sguardo di assenso, preferisce guardare da un’altra parte, 1,18 nel video. https://www.youtube.com/watch?v=Ak0wb7G4Pug), ma l’uomo è una cosa diversa“.
Senziente vuol dire avere la capacità di provare emozioni, piacere, dolore, rispondere in base ai cambiamenti sociali o ambientali; più semplicemente, avere una vita su questo pianeta Terra.
La cultura che si erge a sommo giudice e argina, da una parte chi avrebbe il diritto di vivere come meglio crede e, dall’altra, tutti coloro che questo diritto non ce l’hanno, l’abbiamo chiamata nazismo, fascismo, comunismo sovietico, per non andare troppo lontani nel tempo.
È la cultura che poi, tra gli umani, distingue la “razza” pura da quelle impure.
Essi non ce la fanno a comprendere che tra la specie umana ci sono solo etnie e non razze e che la capacità di essere senzienti riguarda gran parte di tutto lo scibile della natura.
Anche una pianticella sperduta nelle Ande americane o un insetto minuscolo sono esseri senzienti che hanno il diritto, come noi, di vivere su questa Terra.
Il Prof. Stefano Mancuso, ha fondato e dirige il laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale all’Università di Firenze, e potrebbe facilmente confutare l’astrusa boiata di questo Lollobrigida che ci tiene, ogni tanto, a ricordarci di quanto sia ignorante completamente sbiellato su temi importanti.
L’idea che l’intelligenza, ma soprattutto l’essere senziente, appartenga solo alla razza umana, è scientificamente tramontata molte decine di anni fa quando, gli studiosi, si sono accorti di quanti problemi vengono risolti da animali e piante.
Il Prof. Mancuso potrebbe spiegare che, le piante, pur non avendo un cervello, cooperano con l’ambiente circostante, tra di esse, e con animali per risolvere problemi per la sopravvivenza e, alcune di esse, riescono a predare o imporsi con la forza pur di sopravvivere. Altre si difendono e mutano strategie.
L’idea di una supremazia di una specie, di una etnia, è tipica di una cultura primitiva.
Ma, uno come Lollobrigida, non lo può sapere.
Mi chiedo, oltre ad aver studiato alla Niccolò Cusano, Lollo, ha fatto un corso speciale per diventare così?
Non credo che in natura si possa arrivare a tanto senza uno sforzo ulteriore.
Siamo tutti animali, ma qualcuno esagera.