
(Gioacchino Musumeci) – Non avevo dubbi sul fatto che l’operazione militare illegittima americana promossa dallo psicopatico Trump sarebbe stata celebrata come liberazione del Venezuela dalla tirannia del presidente Maduro.
Così siamo arrivati al punto in cui si sostiene l’Ucraina ma si gioisce per i crimini Usa in territorio straniero.
Cosa sta succedendo essenzialmente nel mondo. Gli Usa di Trump, con l’unico scopo di appropriarsi ad interim di risorse petrolifere che non gli appartengono, che basta e avanza per condannarli senza appello, hanno destituito il presidente di uno stato sovrano e decideranno chi governerà il Venezuela per i prossimi anni. Il tutto incorniciato nella vomitevole farsa contro i narcotrafficanti.
Certo è che se il presidente americano volesse davvero combattere i narcos, probabilmente dovrebbe bombardare anche l’Italia poiché la distribuzione delle droghe nel mondo è garantita da Mafia e Ndrangheta. Per non parlare del triangolo d’oro, dei produttori di extasi, della Colombia.
Fortunatamente l’Italia non possiede giacimenti petroliferi da derubare, inoltre le classi dirigenti italiane, Giorgia Meloni in testa, sono talmente collaborative e invertebrate che una telefonata è sufficiente per farsi consegnare le infrastrutture Telecom chiavi i mano.
Confermo quanto scritto ieri: siamo in piena logica tribale con l’aggravante ci aiuta a compere crimini peggiori di quelli possibili con fionde e lance.
Indipendentemente dalla controversa figura di Maduro su cui potremmo dibattere quanto ci pare – per certo non colpevole di genocidio come Netanyahu protetto invece da Trump – è impossibile non condannare l’iniziativa militare Usa a meno di non essere ipocriti vergognosi e codardi.
Guarda caso Giorgia Meloni, politicamente infima, al pari dell’orripilante binomio Von der Leyen/ Kallas, dopo essersi schierata contro le violazioni del diritto internazionale perpetrate del regime di Putin in Ucraina, in quanto graziosa reggivelo di Trump, è riuscita addirittura a definire legittima l’aggressione militare Americana ai danni dello stato sovrano del Venezuela.
Le altissime rappresentanti dei valori democratici occidentali a cui piace evidentemente sottostare ai capricci di uno psicotico fascistoide afflitto da delirio di onnipotenza, non sanno che perfino il senatore Americano Tim Kaine ha dichiarato che rimuovere Maduro senza autorizzazione congressuale equivale a “un ritorno nauseante a un’epoca in cui gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di dominare” l’emisfero occidentale.”
Eppure perfino questa dichiarazione contiene il vizio del DNA americano: il congresso non avrebbe comunque dato legittimità a un crimine a meno di non ritenersi, in quanto americani, al di sopra delle leggi internazionali al cui rispetto saremmo tutti teoricamente obbligati. Ebbene il pavido silenzio europeo o in alternativa l’entusiasmo mediatico per gli arresti illegali di Maduro certificano che l’occidente ha abdicato la giustizia ed è capace di reiterare errori su cui pretende che l’opinione pubblica mondiale taccia.
Con la sordida iniziativa in Venezuela, mire verso Groenlandia e Cuba, la protezione offerta al criminale internazionale Benjamin Netanyahu, gli Stati Uniti oggi occupano il vertice assoluto nella graduatoria speciale degli stati canaglia peggiori ed è sorprendente che le reazioni di contrarietà più forti vengano da quella parte di mondo che l’occidente generalmente disprezza e considera pericoloso per la stabilità mondiale.
E’ sempre più chiaro che i potenti occidentali alle prese coi loro gravissimi fallimenti, su quelli Italiani scriverò poi, abbiano perso il lume della ragione. Così nella recalcitrante allergia alle norme di giurisprudenza internazionale i più intraprendenti e criminali vogliono maggior potere e per ottenerlo usano la forza bruta. Insomma Putin vorrebbe decidere chi governerà l’Ucraina e lo sdegno giustamente è ben amplificato, Trump, con un atto gravissimo, ha già deciso che governerà in Venezuela ma non credo che la Ue comminerà un solo micro pacchetto di sanzioni contro gli amici(?) americani.
Sembra che l’obiettivo occidentale non sia mai stato una società mondiale equa il cui spirito fosse condivisione di risorse, l’imperialismo covava sotto la spinta della globalizzazione che ha portato con se il germe della regressione culturale legata all’iniqua distribuzione di risorse essenziali. Nel tempo ciò ha prodotto una crisi democratica oggi spaventosamente avanzata e l’ultimo atto di questo ciclo involutivo si palesa nella civiltà compressa sotto il peso di logiche militarizzate letali. Nel 2026 il trumpismo è colonialismo economico puro salutato in Italia dalle insensatezze di Gorgia Meloni. Ed è vergognoso che l’Italia debba accontentarsi di un premier tanto burattino.
I cittadini americani dunque dovrebbero domandarsi quale colpo apoplettico li abbia colpiti se in un decennio sono passati dalle guerre per procura Usa in Ucraina a quelle illegittime in Venezuela per mano di un delinquente. Invece i cittadini europei dovrebbero chiedersi quanto durerà il declino culturale garantito da capi di stato disumanizzati a tal punto da propagandare distinguo tra dittatori in base a criteri utilitaristici, colonialismo e suprematismo che fotografano l’occidente come cloaca delle ingiustizie del mondo.

(Giancarlo Selmi) – Assodato che se non la pensi come loro sei comunista, ok sono comunista. Non mi dà nessun fastidio ammetterlo. E, nonostante io lo ammetta, i fasci depensanti, unico aggettivo possibile per i fascisti, continuano ad accusarmi di questo come se io lo considerassi un insulto. Ho parlato del Venezuela e sono stato accusato di essere “il solito comunista che… bla bla”. Con una sola differenza: io in Venezuela ci sono stato decine di volte, loro non sanno neppure dove sia situato. Sanno del Venezuela ciò che dicono i fumetti tipo Il Giornale o Libero, da considerare alla stregua di un eventuale inserto informativo nelle patatine Pai, io in Venezuela ci ho vissuto.
Però loro ne sanno di più, per default. Nessuno ha mai detto che Maduro fosse uno stinco di santo, ma non è stato peggio di tanti tagliagole che il governo americano e quello italiano hanno appoggiato nel corso della storia, o che continuano ad appoggiare. Maduro ha usato la forza contro le opposizioni che si occupavano, inclusa la Machado improbabile premio Nobel, di causare, di provocare scontri di piazza ed essere responsabili di centinaia di morti. È proprio così, basterebbe informarsi per saperlo. Parlando di presunte dittature e presunte democrazie, secondo ciò che ci conviene, Maduro non è certamente peggio di uno stato terrorista che ama e pratica l’apartheid e ha ucciso deliberatamente 70.000 persone.
L’opposizione venezuelana, compresa la Machado, è finanziata dalla CIA. Il numero dei morti ammazzati per mano di agitatori pagati dall’opposizione supera di gran lunga quello dei morti per mano della polizia di Maduro. Il problema non è quanto Maduro fosse democratico, ma quanto Maduro fosse disponibile a regalare il petrolio venezuelano agli USA. La droga c’entra come i cavoli a merenda. E tutto il resto è fuffa. La Machado ha già dichiarato e confermato la sua disponibilità a regalarlo, ma la Machado, a parte per i parrucconi che l’hanno premiata, non ha alcuna credibilità. Lei si è venduta molto prima del petrolio.
Peccato che il petrolio venezuelano sia stato utilizzato prima da Chavez e poi, anche se con problemi, da Maduro, per alfabetizzare il popolo venezuelano. Per importare brigate di centinaia, in alcuni momenti migliaia, di medici da Cuba per garantire la salute a chi, prima del loro avvento, moriva a 40 anni per qualunque cosa. Peccato che in Venezuela si siano dilapidati miliardi di petrodollari per garantire una casa, una “vivienda” a chi non ce l’avesse e viveva nelle discariche. Ma questo, per chi vuole togliere ai poveri per dare ai ricchi, è sbagliato, è abominevole.
Meglio che quel petrolio venga rubato, sì rubato, da Trump, che permettere il suo utilizzo per migliorare la vita delle parti più fragili della popolazione venezuelana. Un grande italiano Claudio Abbado, sicuramente più grande dei nanerottoli Salvini e Meloni e della quasi totalità dei rivoltanti giornalisti italiani che si riempiono la bocca con Maduro, visse in Venezuela e contribuì a formare l’orchestra dei giovani venezuelani. Lo fece con Chavez e con Maduro dopo la morte del primo. Parlò del Venezuela e delle risorse umane lasciate a sé stesse prima dell’avvento di Chavez.
Quando il petrolio era in mano agli americani e la maggioranza dei venezuelani moriva di fame. Oppure delinqueva. La fame di oggi è stata imposta e interamente dovuta alla guerra economica che da anni hanno scatenato gli USA. Venezuela come l’Iran. Dov’è impossibile importare medicinali e dispositivi medici. Da un embargo surrettizio che ha facilitato il mercato nero e il contrabbando. Oggi Abbado sarebbe un testimone importante. Contro la barbarie dell’arroganza fascista di Trump. E della insopportabile pochezza dei suoi camerieri italiani ed europei. E, comunque va detto, Maduro è amato da moltissimi venezuelani.
È per questo che la transizione promessa da Trump e auspicata dalla diversamente intelligente Kallas non sarà cosa facile. Non è affatto peregrino pensare che in Venezuela, così com’è capitato in altri paesi destabilizzati dai demoni americani, possa incendiarsi una cruenta guerra civile. Giuseppe Conte, come al solito ci ha impiegato un attimo a capire e a emettere un comunicato giusto. La gioggia ha parlato di “azione difensiva” ahahah. E, solo per inciso, mentre tutti si affannavano a riconoscere un governo che usciva dal nulla, di un tale Guaidò, l’uomo nella foto fu l’unico, insieme al Vaticano, che non lo riconobbe. Intelligentia gubernat omnia, altro che gioggia.
Per quanto riguarda Trump, è un sociopatico molto attento ai soldi. Adesso è il Venezuela, inventerà pretesti e i prossimi saranno: Groenlandia, Guyana, Brasile, Bolivia, Iran (con la collaborazione dei suoi amici). Adesso decerebrati, mononeuroni, lettori di Libero, elettori di Salvini, sostenitori di Vannacci, consumatori di grappini, poveri e penosi imbecilli che non sapete neppure dove sia il Venezuela, potete scatenarvi. Anche voi, quelli delle faccine ridenti, penosi casi del nulla, inteso come patologia del vuoto fra un orecchio e l’altro. E come disse una intellettuale di vostro riferimento, tal Montaruli, bau… E se non bastasse, bau…
MINISTRO DELLA DIFESA DI CARACAS, ‘GARANTIAMO LA CONTINUITÀ DEMOCRATICA’

(ANSA) – ROMA, 04 GEN – “Le forze armate del Venezuela hanno garantito la continuità democratica e continueranno a farlo: chiamo il popolo alla pace e all’ordine e a riprendere le sue attività economiche, lavorative ed educative. La patria deve rimettersi in cammino”. Lo ha detto Vladimir Padrino López, capo dell’esercito e Ministro della difesa del Venezuela.
MINISTRO DIFESA DI CARACAS, ‘RICONOSCIAMO LA PRESIDENZA DI RODRIGUEZ’
(ANSA) – BUENOS AIRES, 04 GEN – “Respingiamo il codardo sequestro del presidente costituzionale e nostro comandante in capo Nicolas Maduro. In osservanza alla decisione della Corte Suprema riconosciamo la designazione di Delcy Rodriguez”. Lo ha detto Vladimir Padrino López, capo dell’esercito e Ministro della difesa del Venezuela.
MINISTRO DIFESA DI CARACAS, ‘GUARDIE DI MADURO UCCISE A SANGUE FREDDO’
(ANSA) – BUENOS AIRES, 04 GEN – L’esercito venezuelano ha denunciato l’assassinio “a sangue freddo” delle guardie incaricate della protezione di Nicolas Maduro, durante l’operazione che ha portato i militari americani a catturare il presidente. Lo ha detto il ministro della Difesa e capo delle forze armate Vladimir Padrino López.
RUBIO, RODRIGUEZ NON È PRESIDENTE LEGITTIMA DEL VENEZUELA
(ANSA) – WASHINGTON, 04 GEN – Il segretario di stato Marco Rubio ritiene che la presidente ad interim Delcy Rodríguez non sia “la presidente legittima del Venezuela” poiché gli Stati Uniti non ritengono legittimo il regime attualmente al potere. In una delle sue interviste tv, Rubio ha spiegato di capire che oggi in Venezuela ci sono persone “che sono quelle che possono effettivamente apportare dei cambiamenti”. Ma ha precisato che questo è diverso dal riconoscere la legittimità del governo venezuelano, che deriverà da un periodo di transizione e da un’elezione.
TRUMP, RODRIGUEZ FACCIA LE COSE GIUSTE O PAGHERÀ PREZZO ALTO
(ANSA) – NEW YORK, 04 GEN – Se Delcy Rodriguez “non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a The Atlantic, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg.
TRUMP, ‘AGLI USA SERVE LA GROENLANDIA PER MOTIVI DI DIFESA’
(ANSA) – NEW YORK, 04 GEN – Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a The Atlantic, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg.

(Dott. Paolo Caruso) – Tanto tuono’ che piovve! Le forze militari statunitensi hanno bombardato i punti strategici del Venezuela e la capitale Caracas, prelevando il Presidente Maduro e la consorte. Con la scusa della lotta al narcotraffico il Tycoon vuole mettere le mani sui ricchi giacimenti petroliferi venezuelani e contemporaneamente intimidire la vicina Colombia. Con Trump ci si può aspettare di tutto. Che possa venire ad arrestare qualsiasi Presidente o Dittatore che sia, se non condivide i suoi diktat. Non c’è argine per quello che vuole e che decide. Non rispetta il diritto internazionale. Non spetta a lui deporre un presidente di una Nazione, ma al suo popolo se è “quel dittatore sanguinario”. Ma, stando alla moralità dei suoi comportamenti pregressi e presenti, proprio Trump non avrebbe le carte in regola per stare al posto dove i suoi MAGA, lo hanno collocato, bypassando le leggi e corrompendo con il denaro gli elettori. Putin si è sentito più che giustificato per la sua invasione dell’Ucraina, altrettanto Netanyahu per il genocidio continuamente perpetrato contro i Palestinesi. E la Cina in attesa di fagocitare Taiwan pesca nel torbido. E quanti altri dittatori e Presidenti invisi al Tycoon subiscono rappresaglie, mentre minaccia le Nazioni del Centro America se non si allineano ai suoi dettati. L’ Europa appare impaurita e preoccupa il letargo in cui si trova. Teme forse qualche blitz? Il Tycoon fa sul serio. Balla e fa ballare sul Titanic. Non c’è più uno stato di diritto, cosa già predicata dal Ministro degli esteri, Tajani, ritenendolo ” valido fino a un certo punto “. La stessa ONU ritenuta da Trump ” una accozzaglia di idioti perditempo ” balbetta e non si fa sentire come dovrebbe. Del resto la politica estera USA è sempre la stessa. Essere il ” Poliziotto del pianeta”. Con l’ invasione del Venezuela il giuoco si fa pericoloso e rischia di incendiare il continente americano. Che fare? Tutti muti e allineati? La Meloni da solita furbastra ritiene negativa l’ azione militare americana in Venezuela culminata con l’ arresto di Maduro e consorte anche se poi ipocritamente l’ approva come intervento difensivo e legittimo. E qui ritorna il doppiogiochismo meloniano. Un complesso servizio di equilibrio quello che impegna la nota Caciottara nella politica internazionale.
Dall’account facebook di Sigfrido Ranucci

In esclusiva su Report stasera alle ore 20.30 l’audio inedito del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, autista del boss Mariano Tullio Troia. Interrogato nel giugno del 2007 dal magistrato Donadio ha raccontato della presenza di Stefano Delle Chiaie a Capaci, nei giorni precedenti alla strage, di sopralluoghi nei luoghi dove è stato piazzato l’esplosivo. Il 9 dicembre scorso il Procuratore di Caltanissetta, De Luca ha affermato in Commissione Antimafia che non c’erano dichiarazioni di Lo Ciicero e della sua compagna Maria Romeo su Delle Chiaie.
Dall’account facebook di Salvatore Borsellino
A fronte di quanto ascoltato nella puntata di Report, per quanto portato avanti dalla Procura di Caltanissetta non si può più parlare di depistaggio ma di vero e proprio occultamento delle prove. E la deposizione del Procuratore De Luca alla Commissione Parlamentare Antimafia, non secretata, si configura come un atto pubblico di sottomissione ai voleri del Governo di eliminare e nascondere la partecipazione dell’eversione di destra alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.
RAI, M5S: MAGGIORANZA HA PAURA PISTA NERA STRAGI, NO BAVAGLIO A REPORT
Roma, 4 gen. – “Anche il 2026 si apre all’insegna delle intimidazioni della maggioranza al giornalismo indipendente, ancora una volta contro Report, con comunicati che hanno il sapore chiarissimo della censura preventiva. Alla vigilia di una puntata che evidentemente fa paura, si alza un polverone per delegittimare il lavoro giornalistico, minacciare ispezioni, evocare complotti e dossieraggi senza uno straccio di prova. Anche mettere in mezzo un professionista come Bellavia sembra essere strumentale solo per attaccare la trasmissione che stasera manderà l’inchiesta sulle stragi.
La domanda è semplice: di cosa hanno paura? Che emergano elementi nuovi su una delle pagine più tragiche della nostra storia repubblicana, le stragi di mafia? In un Paese normale, chi siede in Parlamento dovrebbe essere interessato a conoscere fino in fondo la verità, non a screditare chi prova a raccontarla. Qui invece si assiste all’ennesimo rovesciamento della realtà: il problema non sarebbero i fatti, ma chi li indaga e li rende pubblici. Non le zone d’ombra, ma la luce che qualcuno prova a puntarci sopra.
L’attacco a Report e a Sigfrido Ranucci si inserisce in una strategia ormai evidente della maggioranza guidata da Giorgia Meloni: colpire il giornalismo indipendente quando tocca nervi scoperti. È già successo, succede ancora, e ogni volta il metodo è lo stesso: insinuazioni, minacce di esposti, pressione sulle istituzioni di controllo, tentativi di isolare e intimidire.
Continuano a costruire un clima di sospetto utile solo a una cosa: evitare che si parli del merito delle inchieste, oggi anche in Commissione Antimafia, dove qualcuno sembra fare di tutto per rallentare, oscurare, insabbiare. Nessuno Pensi di mettere il bavaglio a Report. Sei Gasparri o altri non vogliono che si parli della “pista nera” ce ne faremo una ragione ma il programma deve andare avanti”.
Un intervento armato unilaterale senza alcuna legittimazione dalle Nazioni Unite: dirette conseguenze logiche della nuova dottrina per la sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump

(di Enzo Cannizzaro – repubblica.it) – Nel novembre 2025 l’Amministrazione statunitense ha reso pubblica la Strategia di sicurezza nazionale che rinverdisce una politica estera di uno dei primi Presidenti da cui essa ha preso il nome: la dottrina Monroe. Essa originariamente era tesa a impedire che le potenze europee del tempo potessero intromettersi nelle questioni americane. Ad essa, è stato aggiunto un corollario Trump, che indica, più o meno espressamente, che gli Stati Uniti devono assicurare la stabilità del continente americano per realizzare i propri interessi: il controllo dei flussi migratori, del narcotraffico e delle risorse strategiche.
L’intervento in Venezuela tende a perseguire tutti e tre tali interessi. Ma questo intervento pone vari problemi di diritto internazionale. Innanzi tutto, si tratta di un attacco armato unilaterale, vietato dalla Carta delle Nazioni Unite. Non vi sono giustificazioni plausibili per tale intervento. Esso non è qualificabile come legittima difesa, la quale può far seguito solo ad un attacco armato e non può essere equiparato alle conseguenze nefaste del narcotraffico, come pure ha sostenuto il governo Usa.
Né vi è alcuna forma di legittimazione delle Nazione Unite. Ai sensi dell’art. 53 della Carta, il Consiglio di sicurezza può autorizzare le organizzazioni regionali a svolgere azioni coercitive. Ma l’Organizzazione degli Stati americani, che pur ha condannato le politiche di Maduro e le violazioni dei diritti umani in Venezuela, non ha mai accettato di promuovere forze internazionali. Né, infine, l’intervento armato può essere qualificato come semplice una azione coercitiva per catturare un narcotrafficante.
La cattura, peraltro sul territorio di un altro Stato, ha comportato bombardamenti contro installazioni militari e in raids della Delta Force, diretti a installazioni e personale militare e ambedue in aree densamente abitate che potrebbero aver causato perdite fra la popolazione civile. In secondo luogo, la cattura e il processo di Maduro violano la regola che stabilisce l’immunità personale assoluta dei Capi di Stato o di governo in carica dalla giurisdizione straniera, sia per condotte in veste ufficiale, sia per atti privati. Essi però possono essere giudicati da tribunali internazionali. Vi sono precedenti sia da parte dei Tribunali ad hoc, come Il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, davanti al quale è comparso Slobodan Milosevic, sia dalla Corte penale internazionale dell’Aja.
Recentemente, la Corte ha riconosciuto la sua giurisdizione su Capi di Stato nel caso del Presidente del Sudan Al-Bashiri, nel 2019. Come è noto, la Corte spiccato mandati d’arresto a carico del Presidente della Russia, Putin e del Capo del Governo di Israele, Netanyahu. La Corte ha anche aperto delle indagini su impulso di Stati sud-americani che coinvolgono Maduro, accusati di crimini contro l’umanità. Ma le indagini sono ancora in corso, senza che la Corte abbia adottato misure coercitive né misure di rinvio a giudizio.
Insomma, l’intervento in Venezuela sembra confermare che l’Amministrazione statunitense ritenga di non aver bisogno del diritto internazionale, ma di poter far leva esclusivamente sulla sua potenza economica e militare per realizzare i propri interessi. Ma con il mondo così complesso, potrebbe essere una illusione.
(Enzo Cannizzaro è professore ordinario di Diritto Internazionale e dell’Unione europea all’Università La Sapienza di Roma)
PROTESTE DAVANTI LA CASA BIANCA E IN 70 CITTÀ USA CONTRO BLITZ IN VENEZUELA

(ANSA) – C’e’ anche un’America che scende in piazza per protestare contro l’operazione militare di Donald Trump in Venezuela e la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Più di cento persone si sono radunate fuori dalla Casa Bianca nel pomeriggio, tenendo cartelli gialli con la scritta “no alla guerra degli Usa in Venezuela”, “no sangue per il petrolio”, “Usa, mani fuori dall’America Latina”.
I manifestanti hanno cantato e sventolato bandiere venezuelane. Alcuni oratori hanno messo in guardia contro l’intervento degli Usa in generale, citando Iraq e Afghanistan. Il presidente però si trova a Mar-a-Lago. La manifestazione a Washington, organizzata dal Partito per il Socialismo e la Liberazione, fa parte di un’ondata di proteste che si svolgono in oltre 70 città degli Stati Uniti.
A New York una folla si è radunata a Times Square, davanti all’Ufficio di reclutamento dell’esercito Usa, con cartelli contro la guerra in Venezuela. A Boston i manifestanti hanno scandito “Basta sangue per il petrolio / Mani lontane dal suolo venezuelano” e hanno tenuto cartelli con scritto “Il problema non è il Venezuela. È l’Impero” e “No alla guerra in Venezuela”.
A Minneapolis una folla ha sfidato il freddo per protestare, sventolando la bandiera venezuelana e mostrando cartelli con la scritta “Libertà per il presidente Maduro”. Proteste più piccole si sono svolte anche ad Atlanta, mentre altre a Chicago e Los Angeles sono previste per questa sera.
SENATORE DEM PROPONE VOTO PER STOP ATTACCHI A VENEZUELA SENZA OK CONGRESSO
(ANSA) – Il senatore dem Tim Kaine ha annunciato che la prossima settimana promuoverà un voto per bloccare ulteriori azioni militari contro il Venezuela senza l’approvazione del Congresso, a seguito dell’operazione del presidente Donald Trump per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Kaine, finora incapace di convincere il Congresso a fermare le operazioni militari di Trump in America Latina, ha definito la mossa di rimuovere Maduro senza autorizzazione congressuale “un ritorno nauseante a un’epoca in cui gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di dominare” l’emisfero occidentale.
“La mia risoluzione bipartisan, che stabilisce che non dovremmo essere in guerra con il Venezuela senza una chiara autorizzazione del Congresso, sarà sottoposta a voto la prossima settimana”, ha detto Kaine. “Siamo entrati nel 250/mo anno della democrazia americana e non possiamo permettere che degeneri nella tirannia da cui i nostri fondatori hanno combattuto per liberarsi”.
MAMDANI, HO CHIAMATO TRUMP PER CRITICARE L’OPERAZIONE IN VENEZUELA
(ANSA) – Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York, ha telefonato al presidente Donald Trump sabato per esprimere personalmente la sua contrarietà agli attacchi condotti dagli Stati Uniti in Venezuela e alla cattura del suo leader, Nicolás Maduro.
“Ho chiamato il presidente e ho parlato direttamente con lui per manifestare la mia opposizione a quest’azione”, ha dichiarato Mamdani durante una conferenza stampa su un argomento non correlato, aggiungendo di aver detto a Trump di essere “contrario a un tentativo di cambio di regime e alla violazione del diritto federale e internazionale”.
Il sindaco si è rifiutato di commentare la risposta del presidente, nonostante le insistenze dei giornalisti. I suoi collaboratori hanno affermato che Mamdani aveva effettuato la chiamata nel primo pomeriggio di sabato e che la conversazione era stata “breve”. “Ho espresso la mia opposizione, l’ho chiarita e la questione si è conclusa lì”, ha affermato Mamdani.

(ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 04 GEN – “Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela – ha detto il Papa all’Angelus -. Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti, e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica”. “Per questo prego e vi invito pregare – ha aggiunto Leone XIV -, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei santi Josè Gregorio Hernandez e suor Carmen Rendiles”.
L’operazione condotta in Venezuela dagli Stati Uniti può cambiare le sorti del Paese sudamericano. Per comprendere i motivi di quest’azione e quali scenari si aprono, Interris.it ha intervistato Fabrizio Maronta, redattore, consigliere scientifico e responsabile delle relazioni internazionali di Limes

(Di Lorenzo Cipolla – interris.it) – La tensione è salita per giorni, fino a raggiungere il punto di non ritorno. L’escalation è stata l’attacco su larga scala, come l’ha definito il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, su Caracas, la capitale del Venezuela, dove le forze speciali statunitensi hanno prelevato il presidente Nicolàs Maduro e la moglie Cilia Flores per portarli fuori dal Paese sudamericano. L’operazione spalanca le porte all’incertezza su quello che potrà succedere in Venezuela, retto da anni da un regime che l’opposizione – i cui leader Edmundo González Urrutia e la Nobel per la pace Maria Corina Machado sono in esilio all’estero – dichiara guidato da un presidente illegittimo. Per comprendere quali motivi hanno portato gli Stati Uniti a intervenire nel continente sudamericano e quali scenari si aprono adesso per il Venezuela, Interris.it ha intervistato Fabrizio Maronta, redattore, consigliere scientifico e responsabile delle relazioni internazionali di Limes.
Cosa è avvenuto a Caracas?
“L’Unita statunitense Delta Force, specializzata in questo tipo di operazioni, è stata mandata nottetempo a prelevare Nicolas Maduro e la moglie, una mossa preparata nei mesi precedenti con la concentrazione di unità aeree davanti al Paese sudamericano”.
Chi regge il Paese adesso?
“Pure se il vertice è stato rimosso, il regime è ancora al comando, guidato dalla vicepresidente, con tutti i funzionari ancora lì”.

Il presidente Trump ha affermato che gli Usa gestiranno il Paese fin quando potranno farlo. Cosa vuole dire?
“Gli Usa adesso hanno bisogno di appoggiarsi agli apparati di sicurezza e alle burocrazie, altrimenti il Venezuela potrebbe scivolare nell’instabilità o in una stabilità ostile agli Stati Uniti. Non c’è garanzia che abbiano successo”.
Quale sarà la sorte Maduro, che secondo il presidente Trump sarà trasferito negli Usa?
“Se rimarrà nella disponibilità degli Stati Uniti, sarà condannato. Difficilmente potrà ottenere un esilio dorato, salvo che, per fare un esempio, la sua sorte non rientri poi nei negoziati sulla guerra in Ucraina”.
Perché questo intervento? Quali sono gli obiettivi?
“L’obiettivo era rimuovere il governo per due motivi, il petrolio e il controllo di Washington su un Paese importante del continente. Il Venezuela è esportatore di petrolio e gli Stati Uniti lo importano, ma per via delle sanzioni Caracas ne esportava quantità minori. Inoltre, lo stato sudamericano si è molto legato alla Cina – oltre ad avere nella Russia una sostenitrice del regime – e una delle questioni fondamentali per Trump è ridurre l’influenza di Pechino in America Latina. In base alla dottrina Monroe infatti il Sud America è il ‘cortile di casa’ degli Usa e se nell’Ottocento questo concetto era in chiave antieuropea, oggi assume una prospettiva anticinese – collegandosi alla querelle sulla società che gestisce il Canale di Panama. Un segnale alla Repubblica popolare, a Mosca e agli altri governi latinoamericani”.
Quali scenari si aprono per il Venezuela? Cosa può fare l’opposizione?
“Il regime potrebbe sopravvivere a Maduro perché è sostenuto dalle forze di sicurezza e da quella parte di popolazione che ne beneficiava, anche se è difficile. Bisognerà comprendere quali prospettive potrebbe offrire l’attuale opposizione se andasse al governo. In realtà, l’incognita fondamentale è rappresentata dall’esercito venezuelano. Nel caso resti fedele al regime si potrebbe scatenare una guerra civile con l’opposizione o potrebbe esserci addirittura una dittatura militare. Qualora ci fosse invece un collasso delle strutture di sicurezza e dell’apparato repressivo, si aprirebbe un buco nero, come è già successo in Iraq o in Siria. Per questo la Colombia ha schierato le truppe al confine”.
Precedentemente accennava al fatto che l’operazione è anche un segnale agli altri Paesi del Sud America. Che messaggio lancia Washington?
“Non mettersi contro gli Stati Uniti. L’Organizzazione degli Stati americani (Oas) non è in grado di opporsi agli Usa con una sola voce e anche qualora sussistesse una qualche forma di coordinamento politico, la potenza militare di tutti gli Stati membri dell’Organizzazione non terrebbe testa a quella statunitense. Di pari passo con questo messaggio, c’è la penetrazione dell’immagine degli Usa in larghe fasce dell’opinione pubblica sudamericana affinché i Paesi collaborino alla lotta contro il narcotraffico. Ma per farlo è necessario non risultare invisi e la Cia ha avvertito che il problema sussiste da quando si è cominciato a fare pressioni sul Venezuela, facendo notare che aprire il fuoco il su delle imbarcazioni può compromettere la collaborazione”.
La strana normalità di questo sabato post-festivo, con una guerra lampo già finita, e un’informazione sonnacchiosa, avara di notizie, quasi narcotizzata

(Gianvito Pipitone) – Se c’era una cosa su cui avremmo potuto scommettere tutti, con una probabilità di successo più che alta, era l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela. Lo abbiamo visto prepararsi pezzo dopo pezzo, come un puzzle, negli ultimi mesi: le portaerei posizionate con cura, i primi sequestri di pescherecci poco al largo delle coste venezuelane, i Marines in stato di allerta, l’inasprimento dei toni di Trump e gli sproloqui del suo Segretario alla Guerra, Pete Hegseth.
La retorica era già satura ben prima di Natale. Solo la parentesi delle festività sembrava aver attenuato i toni; archiviate luci e brindisi, lo scenario ha ripreso la sua corsa verso l’epilogo che CIA e Pentagono parevano aver scritto nei minimi dettagli.
Ieri mattina, a colazione, fra un cornetto alla marmellata e un cappuccino, abbiamo appreso del regime change in Venezuela. Nessun sussulto, nessun colpo di scena. Come se tutto fosse già previsto, discusso e metabolizzato da tempo da analisti e cancellerie. Il “cambio di regime” che era nell’aria ha investito Caracas con un attacco chirurgico sorprendentemente ordinato. Con un risultato già scritto ma non scontato: l’arresto del dittatore Nicolás Maduro e della moglie, trasferiti nel giro di poche ore nel carcere federale di Brooklyn. L’accusa ufficiale – traffico internazionale di droga – che, detta così, strappa quasi un sorriso amaro in questa domenica avara di dettagli.
Sì, perché non so se ci avete fatto caso, ma l’informazione sulle TV generaliste oggi è sembrata particolarmente scarna, scevra di particolari, calibrata piuttosto su una normalizzazione di ciò che normale non può essere. Pochi dettagli sull’arresto, ancor meno sui bombardamenti. A giudicare dalle veline e dalle agenzie internazionali che le rilanciavano, poco si sa della dinamica dell’attacco a Caracas: durante buona parte della giornata non sappiamo se ci siano state vittime, se esista una resistenza organizzata, se i fedelissimi preparino una risposta. Girano un paio di video, sempre gli stessi: un palazzo in fiamme e una colonna di fumo che sale alta nel cielo. Poco altro. In altri tempi sarebbe scattata una delle mitologiche maratone di Mentana; oggi invece ci siamo svegliati con un semplice e asettico “regime change”, dato per fatto.
Tutto già assodato e preordinato, immerso in un’atmosfera sonnacchiosa. Le notizie arrivano alla spicciolata, mentre l’intervento del giorno, ça va sans dire, è quello di Trump: il presidente‑mancato‑premio‑Nobel‑per‑la‑pace che, nel suo solito discorso solipsistico e autoconsacratorio, annuncia che “da adesso del Venezuela se ne occuperanno gli Stati Uniti”. Ha detto proprio così. Senza dimenticare di chiarire che, a breve, sbarcheranno in Venezuela le compagnie petrolifere americane e che – messaggio rivolto ai partner commerciali, specialmente cinesi – i clienti abituali saranno trattati e serviti come meritano.
Al di là della “strana normalità” di questo sabato post‑festivo, ciò che colpisce di più è la narcotizzazione dell’informazione.
Solo in serata, su qualche TG, arrivano le prime reazioni mondiali, tutte abbastanza sfumate. Emergono i dettagli sui capi d’accusa contro Maduro: cospirazione per narcotraffico e terrorismo, importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e ordigni esplosivi contro gli Stati Uniti. Nel frattempo, alcune fonti interne all’opposizione di Caracas insinuano che, in realtà, la cattura di Maduro e il suo trasferimento fossero una “uscita negoziata”.
E poi ad un certo punto cominciano a rimbalzare anche le parole della vicepresidente venezuelana, con delega al petrolio, Delcy Rodriguez, che smentisce Trump – “il Venezuela non sarà colonia di nessuno” e nega che ci sia una trattativa in corso con Washington: “la storia – aggiunge- presenterà il conto agli estremisti Usa”.
Infine arrivano, attese, anche le dichiarazioni ufficiali di Russia e Cina che condannano l’attacco – più per dovere che per convinzione – ma si può ben immaginare che a Pechino e a Mosca si stia brindando al vero Capodanno.
Sì, perché la vera notizia di oggi è che è arrivato Babbo Natale e ha le sembianze di Donald Trump. Porta in dono, ai bimbi belli e buoni, ricchi premi e cotillon; ai brutti e cattivi, una splendida notizia: la possibilità di confondere aggressore e aggredito, di regolare le controversie con il legittimo uso della forza, di mascherare i propri interessi con una scusa qualunque. Specie se ipocrita.
E soprattutto, l’azione degli USA consegna una parola definitiva sulla posizione americana nella guerra Russia‑Ucraina. Non che ci fossero dubbi, viste le posture del Tycoon negli ultimi mesi. A chi rimproverava al vecchio imprenditore‑prestato‑alla‑presidenza di non esporsi abbastanza a favore dell’alleato ucraino, favorendo invece l’aggressore russo, ecco la risposta: adamantina, confezionata e recapitata sotto forma di un’aggressione in piena regola, a viso scoperto. Lupo chiama lupo. E poco importa se Maduro fosse o meno un dittatore: qui siamo davanti alla lesione del diritto internazionale.
Difficile immaginare un inizio d’anno migliore per Putin e Xi Jinping che, con la mano destra – pro forma – condannano l’attacco americano, e con la sinistra brindano con le loro combriccole di autocrati senza frontiere a questa nuova, strana alleanza che porterà – verosimilmente – i Big Three alla tacita spartizione del mondo. Con buona pace dell’Europa che, in attesa di dividersi anche su Maduro, avrà modo di sentirsi ancora più isolata di prima.
Il mondo, da ieri, è un posto peggiore. E speriamo che questo peggio basti ancora a salvarlo dalla sua capitolazione definitiva. Chissà se i TG se ne siano accorti nel frattempo.
Soddisfazione per una decisione che valorizza qualità, sicurezza alimentare e competitività dell’export, con ricadute positive per le imprese del Sannio

Accolgo con soddisfazione la recente decisione del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti di rivedere al ribasso le aliquote antidumping previste per la pasta italiana, riducendo fortemente i dazi che, nella proposta iniziale, avrebbero gravato in modo insostenibile sulle esportazioni italiane verso il mercato USA.
Da Dottore in Scienze dell’Alimentazione e Gastronomia, consapevole di cosa significhi produrre pasta di qualità: selezione delle semole di grano duro, controllo dei parametri reologici dell’impasto, gestione dei cicli di essiccazione e attenzione costante alla sicurezza alimentare. Non si tratta di dettagli, ma di elementi che determinano tenuta in cottura, digeribilità, stabilità nutrizionale e valore sensoriale del prodotto finale.
La revisione dei dazi USA rappresenta, a mio avviso, un segnale chiaro: non tutte le paste sono uguali e non possono essere trattate come tali. Ridurre l’impatto tariffario significa permettere al mercato di premiare chi investe in qualità, filiera e innovazione, evitando una competizione basata esclusivamente sul prezzo.
Questo quadro offre prospettive positive anche per le industrie della pasta del Sannio, un territorio che esprime competenze tecniche elevate, impianti moderni e una forte integrazione tra tradizione e tecnologia. Le aziende sannite sono pienamente in grado di competere sui mercati internazionali grazie a parametri oggettivi come contenuto proteico, qualità del glutine e costanza produttiva.
Continuerò a sostenere politiche che tutelino il Made in Italy agroalimentare e che valorizzino le eccellenze territoriali, convinto che qualità alimentare, sviluppo economico e cultura gastronomica debbano procedere insieme.

(Andrea Zhok) – Di fronte all’ennesima sfacciata violazione del diritto internazionale da parte degli USA nei confronti del Venezuela molti osservano, con qualche ragione, che il diritto internazionale non è realmente mai esistito.
Ci sono ottimi argomenti per dirlo, argomenti di principio, a partire dalle considerazioni risalenti a Hegel per cui tra stati sovrani non ci può essere tecnicamente un diritto vigente perché non esiste un organismo terzo capace di definire leggi e sanzioni efficaci per tutti gli stati.
L’ONU venne creato proprio per fornire questo organismo terzo, ma, come era prevedibile a priori, e come si è visto ampiamente nel corso del tempo, le “condanne dell’ONU” si concretizzano soltanto nei confronti di stati deboli, mentre i vertici della catena alimentare mondiale – Stati Uniti in testa – sfuggono per definizione a qualunque condanna e sentenza.
Se in un certo senso si può dunque dire che è vero che “il diritto internazionale non è mai esistito”, bisogna subito aggiungere che il diritto è sempre la componente formale della giustizia. E per quanto nel mondo moderno ci sia una tendenza pervasiva a considerare reali solo gli aspetti formali, in verità senza quella cosa impalpabile e informale che è il senso di giustizia nessun diritto, nazionale o internazionale che sia, può avere senso. Noi possiamo avere la Costituzione più bella del mondo, ma se abbiamo una Corte Costituzionale priva di senso di giustizia la Costituzione rimane un promemoria senza nessuna memoria.
Se valutiamo in termini di giustizia informale ci ritroviamo subito su un piano complesso, in cui frequentemente non si ha a che fare con tagli netti tra “giusto” e “sbagliato”, ma con proporzioni del giusto e dello sbagliato. Il fatto che questo tipo di valutazioni richieda senso critico e onestà intellettuale fa comunque sì che tali valutazioni siano alla portata sempre solo di esigue minoranze.
Una facilitazione per visualizzare il “più” o “meno” giusto è dato in questi casi dal confronto di casi con caratteristiche simili.
Prendiamo l’intervento di ieri delle forze armate statunitensi in Venezuela. Pur essendo un evento che è ancora in divenire, dal discorso pubblico di Trump di ieri sera possiamo evincere se non la realtà, almeno le intenzioni dell’evento bellico.
Trump, dopo aver ricordato le usuali ragioni farlocche per giustificare l’intervento (Maduro capo di un cartello di narcotrafficanti, il Venezuela che ospita “forze straniere ostili”, ecc.) ha ammesso con la brutale franchezza che lo contraddistingue che d’ora in poi gli USA saranno in controllo della produzione petrolifera, di quanto viene prodotto, come e a che prezzo. Ha anche aggiunto che saranno gli USA di fatto a governare il Venezuela (“We’re going to run the country until a safe, proper, and judicious transition can take place.”)
Se questo sia un wishful thinking o la realtà è troppo presto per dirlo, ma di sicuro queste sono le intenzioni dell’amministrazione americana.
Inoltre è stato ribadito con toni minacciosi rispetto alla Colombia e ad altri paesi dell’America Latina che quanto successo a Maduro può succedere a chiunque altro, se si mette di traverso (versione Trump della “dottrina Monroe”).
In breve, le ragioni addotte per giustificare l’intervento sono: 1) la sicurezza interna degli USA (militare e rispetto al narcotraffico); 2) il controllo sulle fonti petrolifere (il Venezuela da solo possiede il 20% dei giacimenti mondiali, il doppio dell’Arabia Saudita); 3) Una ripresa vigorosa della dottrina Monroe, dove l’America Latina è destinata ad essere l’area di sfruttamento coloniale o neocoloniale degli USA.
Ecco, ora facciamo un breve confronto con due casi che occupano da tempo il dibattito pubblico: il rapporto tra Russia e Ucraina (specificamente Donbass), e il rapporto tra Cina e Taiwan.
Quanto al rapporto tra Russia e Donbass siamo di fronte ad una violazione del diritto internazionale già avvenuta (l’aggressione militare di uno stato sovrano è innegabilmente tale; come per gli USA l’Irak, l’Iran, la Libia, il Venezuela, ecc. ecc.).
Sul piano informale la Russia ha invaso il Donbass (come prima la Crimea) appellandosi a ragioni di sicurezza interna (minacce alla base di Sebastopoli, previsto ingresso nella Nato) e a ragioni di tutela delle popolazioni russofone.
E’ abbastanza chiaro come in questo caso, diversamente dal Venezuela e da altri casi che hanno coinvolto gli USA, sia la “minaccia ai confini”, sia la “tutela della popolazione” sono ragioni credibili.
La minaccia Nato sarebbe stata davvero ai confini (anzi sul suo confine più vulnerabile, coinvolgendo l’accesso navale al Mediterraneo) e la popolazione russofona in Ucraina era davvero oppressa (dalla strage di Odessa in poi). Dunque, la Russia ha una parte di torti, avendo violato il diritto internazionale, ma ha ragioni informali che rendono questa violazione comprensibile. Quanto pesare ragioni e torti lo lasciamo da parte.
Per un confronto, il Venezuela non confina con gli USA (2200 km in linea d’aria), non stava per diventare parte di una “Nato dei Brics”, e non ha nessuna parentela storica o culturale con gli USA (in Venezuela si parla spagnolo, non inglese).
Prendiamo un caso al momento virtuale, ovvero il rapporto tra Cina e Taiwan. Se la Cina invadesse Taiwan sarebbe una violazione del diritto internazionale in un senso molto più limitato della Russia in Ucraina, giacché Taiwan non è uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale. Solo 12 stati minori riconoscono Taiwan come stato indipendente (Belize, Guatemala, Haiti, Isole Marshall, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, eSwatini, Tuvalu e Città del Vaticano). Di fatto giuridicamente Taiwan ha un’esistenza dubbia come stato autonomo, ma finché gli USA non hanno avviato una politica di trasferimento di armamenti nell’isola, la Cina non pareva troppo interessata a esacerbare i rapporti con quella che considera una sorta di provincia a statuto speciale. Ora, però, anche alla luce delle tendenze indipendentiste emerse nell’isola, la Cina è seriamente preoccupata perché l’area di mare circostante Taiwan è strategica per garantire la libertà dei traffici marittimi cinesi. Geograficamente le coste cinesi sono circondate a nord dal Giappone e a sud dalle Filippine, entrambi alleati degli americani. Il Giappone fornisce agli USA oltre 120 basi militari, di cui la maggiore è ad Okinawa, le Filippine una decina, di cui la maggiore è Palwan). Se Taiwan rientrasse nell’orbita USA, di fatto gli americani sarebbero in grado di effettuare un blocco navale integrale).
Dunque, ricapitolando, se domani la Cina invadesse Taiwan sarebbe una discutibile violazione del diritto internazionale, per quanto riprovevole come ogni esercizio unilaterale di violenza. Sul piano informale le ragioni cinesi di sicurezza sarebbero ben comprensibili, e d’altro canto Taiwan è culturalmente cinese (vi si parla il mandarino).
Ecco, domani evitate di cascare come al solito dal pero, storditi dalla sorpresa.

(Tommaso Merlo) – Continua l’attacco terroristico americano contro il Venezuela. Dopo mesi a bombardare pescherecci a casaccio, siamo alle bombe sulla capitale e al rapimento del presidente di uno stato sovrano. Operazione alla sionista, fregandosene di ogni legge internazionale e sicuri della totale impunità. Siamo ad un nuovo ordine mondiale basato sulla la legge del più forte. Ma Trump è solo un vecchio burattino e pure rimbambito. Certo, gli fa comodo distrarre l’attenzione dall’immondo scandalo di pedofila che lo vede protagonista e dalla disastrosa gestione del suo paese. Ma chi comanda davvero sono altri. Dopo il genocidio del secolo per accontentare la lobby sionista che lo ha ricoperto d’oro, siamo al terrorismo capitalista per accontentare la lobby petrolifera americana che da decenni sbava per sfruttare i giacimenti venezuelani, il tutto mentre la lobby della guerra applaude per l’ennesimo affarone. Questa non è democrazia, è mafia lobbistica. Col potere che dai cittadini passato a gruppi che detengono il capitale per comprarsi il potere politico. Una morsa letale. Prima finanziano politicanti e partiti impegnati nella scalata e una volta in cima li ricattano col loro peso economico e mediatico. Trump è solo l’emblema di un deleterio sistema. Eletto in nome della pace, sta bombardando il mondo intero. Eletto per servire il popolo, sta servendo i miliardari che lo hanno comprato al chilo. Compito della politica è il marketing permanente, sfornare salvatori della patria, slogan per ogni grana e movimenti intestinali con cui convincere gli ultimi ingenui a votare, e una volta al potere restituire alle lobby quello per cui hanno pagato. Già, per capire l’Occidente bisogna seguire i soldi. Trump ha consegnato su un piatto d’argento la testa di Maduro ai petrolieri del Texas coronando il sogno di un banchetto venezuelano. Non solo oro nero, ma anche minerali e terre preziose con cui comprare mega villoni in Florida e jet privati alla faccia del popolo venezuelano. E grazie a Trump, è tutto alla luce del sole. Basta con le balle di distrazione di massa come per l’Iraq o la Libia e gli altri paesi bombardati perché zeppi di petrolio e malvisti dai veri padroni del mondo che sguazzano dietro le quinte. Palese terrorismo capitalista e fini economici ed ideologici. Ma Trump oggi è qui e domani in un cottolengo, mentre lo stato profondo americano resta ed ha una visione di più lungo periodo. Non vuole solo derubare il Venezuela, ma anche sottrarlo ai loro unici e veri rivali che sono i cinesi già nel mirino da tempo. E premunirsi in caso di crisi petrolifera per una guerra totale all’Iran, già nel mirino sionista da tempo. Palese mafia lobbistica e Sud America strategico giardino di casa da spolpare a piacere. O almeno provarci perché la storia è lastricata di figuracce dei musi pallidi nordamericani da quelle parti. Già, tra quelle foreste vivono storicamente dei popoli con ideali ed attributi che hanno sempre lottato con successo contro l’imperialismo a stelle e strisce. E con un presidente debole come Trump e una società dilaniata da una guerra civile strisciante, in Venezuela i nordamericani rischiano un nuovo tragico Vietnam. Una lotta popolare contro l’oppressore e per la libertà e il diritto di autodeterminazione. Una lotta per il rispetto del diritto e delle istituzioni internazionali che i vincitori della seconda guerra mondiale hanno creato e poi tradito dando vita ad un nuovo ordine mondiale basato sulla legge del più forte e quindi del più ricco e quindi del più armato. Un Occidente che ha tradito se stesso finendo vittima di una mafia lobbistica che lo ha trascinato in una spirale di doppi standard ed ipocrisie. Da Gaza fino a Kiev passando per Caracas. Con gli oppressori e gli oppressi a seconda della convenienza dei padroni del mondo che sguazzano dietro le quinte e dei loro burattini politici. Dall’ordine mondiale al caos con tante incognite e poche certezze. Come quella che prima finisce la delirante egemonia statunitense meglio è per il mondo intero perché il terrorismo capitalista non può che trascinarci verso la terza guerra mondiale. Come quella che la sfida più importante da cittadini che abbiamo oggi è quella di riconquistare la sovranità popolare e quindi una vera democrazia sconfiggendo la mafia lobbistica. Come quella che l’unica vera minaccia nel mondo siamo noi occidentali che da decenni attacchiamo paesi sovrani lasciando alle nostre spalle solo macerie con la beffa che veniamo spolpati per produrre armi come se le minacce fossero gli altri. Come quella del nostro declino storico, tutta colpa di un capitalismo estremo che si è mangiato le nostre vite e poi le nostre società e poi le nostre democrazie e adesso cerca di mangiarsi il mondo intero trascinandoci verso una folle autodistruzione.
L’ex presidente dell’Honduras Hernandez è stato condannato per narcotraffico e poi graziato (da Trump). L’obiettivo degli Usa non è la democrazia. È governare l’esito. I narcos vicini a Maduro verranno eliminati. Non il narco-Stato. Cambieranno le facce. Cambierà il racconto. Non l’economia criminale del Venezuela

(di Roberto Saviano – corriere.it) – La vera forza politica di Donald Trump non è la brutalità, né il populismo, né l’isolazionismo. È l’incoerenza. La coerenza obbliga la politica a una verifica costante: dei fatti, delle promesse, delle conseguenze. L’incoerenza, al contrario, libera il potere da ogni rendicontazione. Non deve dimostrare nulla, perché non chiede consenso razionale ma fiducia personale. Fiducia nel capo, non nelle istituzioni. Fiducia come atto di fede.
In questo schema non contano la correttezza delle scelte né il raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Conta la delega. Una delega in bianco, alimentata da una promessa tanto vaga quanto potente: un generico miglioramento della vita e il ritorno della nazione al centro del mondo. È un potere che non si misura sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. È qui che Trump è un fuoriclasse.
Dentro questa logica può permettersi di invocare la lotta al narcotraffico contro il Venezuela e, allo stesso tempo, di graziarne uno dei protagonisti politici più compromessi. Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, è stato riconosciuto colpevole da un tribunale federale statunitense per aver facilitato l’importazione di oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti e per aver ricevuto milioni di dollari in tangenti da organizzazioni criminali, incluse reti legate al cartello diEl Chapo.
Il 26 giugno 2024 viene condannato a 45 anni di carcere in un penitenziario federale americano. Poco più di un anno dopo, il 1° dicembre 2025, Trump gli concede una grazia completa. Hernández esce dal carcere.
Non è una contraddizione. È il funzionamento stesso del potere trumpiano. Hernández serve perché, in Honduras, può sostenere politiche antimigratorie e tutelare interessi americani direttamente collegati alla presidenza. La lotta alla droga non è un principio, ma una retorica modulabile. La giustizia non è un criterio, ma uno strumento. Ciò che resta costante non è la linea politica, ma la fedeltà al racconto: quello di un capo che decide, assolve, punisce e riscrive le gerarchie del mondo senza dover rendere conto a nessuna coerenza, se non a quella della propria autorità.
Detto questo, per anni il rapporto tra Nicolás Maduro e il narcotraffico è stato negato dall’estrema sinistra internazionale — dall’Italia alla Spagna, fino all’Argentina — come se ogni accusa fosse solo propaganda imperialista. Eppure le prove non sono mai mancate. Alcune sono strutturali, altre indirette. Ma ce n’è una che, da sola, basterebbe: l’affare dei narcosobrinos.
Nel 2015 vengono arrestati ad Haiti Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas, nipoti di Cilia Flores, moglie di Maduro. Non figure marginali. Cresciuti dentro il palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti di essere intoccabili.
Vengono intercettati mentre organizzano una spedizione di 800 chili di cocaina diretta negli Stati Uniti. Non parlano come piccoli trafficanti. Parlano come funzionari. Promettono accesso a piste militari, coperture istituzionali, protezione politica. Dicono chiaramente che la droga serve a finanziare il potere, a “difendere la rivoluzione”, a mantenere in piedi il regime.
Nel processo, celebrato a New York, non emerge solo un traffico. Emerge un metodo di Stato: l’uso delle infrastrutture venezuelane — aeroporti, forze armate, passaporti diplomatici — come strumenti logistici del narcotraffico. I due vengono condannati nel 2017 a 18 anni di carcere ciascuno. Nel dicembre 2022 Maduro ottiene la loro liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti: sette cittadini americani in cambio dei nipoti della First Lady. La condanna resta. L’impunità viene ristabilita.
È una storia lunga, strutturale, ricorrente: quella che lega una parte dell’estrema sinistra armata al narcotraffico. Non come deviazione occasionale, ma come scelta strategica, sempre coperta da una giustificazione ideologica: non lo facciamo per arricchirci, lo facciamo per finanziare la rivoluzione. Una formula che ovunque si è rivelata una menzogna funzionale.
Le FARC colombiane hanno finanziato per decenni la propria guerra attraverso la tassazione e poi la gestione diretta della cocaina. Sendero Luminoso ha fatto lo stesso nelle zone di produzione peruviane. L’ELN, pur rivendicando una diversità ideologica, ha gestito traffici di marijuana e sistemi di estorsione con dinamiche analoghe.
Il caso cubano è più opaco ma non meno significativo. Nel 1989 Arnaldo Ochoa Sánchez, generale simbolo della rivoluzione, viene accusato di traffico di droga in collaborazione con reti legate a Pablo Escobar. Si assume pubblicamente ogni responsabilità, scagionando il vertice politico. Viene fucilato dopo un processo televisivo: un sacrificio rituale per salvare il regime eliminando l’uomo che sa troppo.
A confermare che non si tratta di una specificità latinoamericana, ma di un modello politico-criminale, c’è il caso dei Khmer Rossi. Durante e dopo il loro regime genocidario, finanziarono le proprie strutture residue attraverso il traffico di oppio, legname e pietre preziose. Anche qui, il traffico veniva giustificato come necessità rivoluzionaria, mentre serviva a mantenere in vita apparati armati e gerarchie criminali. Il punto comune è sempre lo stesso.
La droga non è mai stata uno strumento temporaneo in attesa della vittoria. È diventata il cuore economico dei movimenti armati. L’ideologia ha funzionato come schermo morale: neutralizzare il dissenso interno, legittimare la violenza, giustificare l’arricchimento dei quadri dirigenti. La rivoluzione non ha mai visto quei soldi.
Li hanno visti i comandanti, le famiglie, gli apparati. E quando la lotta finisce, resta sempre la stessa eredità: non uno Stato giusto, ma una classe dirigente criminalizzata.
Da decenni il potere venezuelano è intrecciato ai cartelli criminali. Non come deviazione, ma come architettura di governo. Le inchieste più autorevoli in particolare quelle di InSight Crime hanno mostrato come il Venezuela non sia un paese produttore di cocaina, bensì uno dei principali snodi logistici del narcotraffico globale.
Al centro di questo sistema c’è il Cartel de los Soles: non un cartello classico, ma una struttura militare-statale che garantisce copertura, impunità e infrastrutture al traffico soprattutto colombiano usando aeroporti, porti, documenti ufficiali e apparati di sicurezza.
Accanto alla dimensione istituzionale emerge una figura chiave: Wilmer Varela, detto Vilmito. Non un semplice narco, ma un broker politico-criminale. Gestisce le spedizioni verso Honduras e Caraibi, coordina le rotte, mantiene rapporti con l’apparato militare e controlla segmenti decisivi del sistema carcerario. È il punto di contatto tra cartelli, Stato e repressione.
Il Venezuela è così diventato un narco-Stato di transito. La droga non infiltra il potere: è il potere che organizza, protegge e monetizza il traffico. La criminalità non sfida lo Stato. Lo utilizza.
Uno dei grandi fallimenti della politica estera di Barack Obama è stato proprio il Venezuela. Non per ingenuità, ma per scelta strategica. Obama comprese che Maduro non sarebbe caduto sotto la pressione di un’opposizione democratica fragile e divisa. E comprese qualcosa di più profondo: che il regime non era più solo autoritario, ma criminalizzato. Questa lettura è stata argomentata con lucidità da Moisés Naím, che ha descritto il Venezuela come uno Stato-mafia.
In uno scenario simile, la caduta del regime può avvenire solo offrendo garanzie di sopravvivenza all’élite al potere. Obama lo sapeva. Ma aprire quel canale avrebbe significato legittimare un narco-regime e sconfessare la retorica democratica americana. Il risultato è stato l’immobilismo. Trump, invece, non ragiona in termini di transizione democratica. Ragiona in termini di controllo. Agisce come un gambler: alza la posta, usa il narcotraffico come clava politica, promette la caduta del regime e raccoglie consenso. Ma l’obiettivo non è la democrazia. È governare l’esito. Un’insurrezione popolare o una transizione elettorale autentica non permetterebbero a Washington di controllare direttamente il nuovo Stato venezuelano. Un cambio di potere gestito dall’alto, invece sì.
Per questo il narcotraffico diventa lo strumento perfetto: delegittima Maduro, giustifica l’intervento, consente una selezione mirata delle élite da sacrificare. Ma nulla indica che questo cambierà la natura del sistema. I narcos vicini a Maduro verranno eliminati. Non il narco-Stato. Al loro posto emergeranno nuovi intermediari, nuovi broker, nuovi nomi — già noti agli apparati di sicurezza e all’intelligence. Cambieranno le facce. Cambierà il racconto. Non l’economia criminale. Forse si starà meglio che sotto Maduro. Ma quanto meglio? La miseria resterà. Il controllo criminale, nella prima fase, aumenterà. La libertà di espressione si allargherà, le vecchie corruzioni petrolifere verranno smantellate e sostituite da altre. E ancora una volta il Venezuela verrà “liberato” senza essere davvero restituito ai suoi cittadini.
Ma la pantomima non è ripetibile all’infinito, vale fino a quando ci sono avversari deboli

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Una domanda solo leggermente provocatoria: non vi pare che l’America, la nazione indispensabile, inizi a somigliare un po’ troppo allo Stato canaglia perfetto? Invece di guidare alla felicità la comunità delle nazioni, soprattutto nelle fibrillazioni trumpiane sembra sempre più incline a contrapporvisi. Invece della “scintillante città sul colle a cui tutti guardano” sembra di ascoltare uno sgangherato motivetto nazionalista: noi facciamo quello che ci pare e se non vi va, vabbè, arrangiatevi.
Gli americani fanno male a non porsi la domanda del perché sono diventati antipatici, dopo aver per molto tempo, aureolati dalla vittoria contro i nazismi, mietuto osanna spesso gratuiti, e vissuto di una robusta rendita di ammirazione e di benevolenza anche quando commettevano errori. Mentre oggi sono giudicati nel ripiano morale come non più leali, incontrollabili, irresponsabili.
Maduro, torvo, torchiatore, corrotto, forse anche manigoldo del narcotraffico, tra due poliziotti della Dea, avviato come Noriega anni fa a essere punito da un tribunale (ovviamente americano) può anche esser considerato l’ambigua scorciatoia di un bene realizzato attraverso metodi discutibili. Ma il problema resta e macina questioni ardue e vitali: lo scopo della operazione militare speciale a Caracas era punire un cattivo o rimettere ordine e silenzio a scapaccioni nel chiassoso cortile di casa latino americano? O riprendere il controllo di un produttore di petrolio? O tenere alla larga i cinesi? Democrazia e diritti non si sovrappongono come calchi a ben più meschini interessi, al crudo business; anzi divergono quasi sempre. È stato un presidente, Calvin Coolidge, che ha fatto dono agli americani di parole commoventi: «Civiltà e profitti avanzano di pari passo».
Forse dovranno prendere atto che ci sono, nel mondo, pluralità di arcobaleni mentre il loro prisma prevede solo due valori, l’azzurro del cielo americano e il rosso dell’inferno per gli altri. Milioni di uomini nel mondo, non satanici terroristi di dio o di qualche autocrate, si chiedono perché la Delta Force, oltre che andare a fare giustizia a Caracas, e tra un poco a Teheran, non discenda come un angelo vendicatore anche al Cairo o a Riad o a Islamabad per correggere le loro tribolazioni. Forse perché satrapi, raiss e principeschi assassini di quei Paesi non intralciano, anzi collaborano con gli interessi americani? E hanno diritto all’immunità fino a quando non danno segni di disobbedienza? Quindi non sbagliano a sentirsi al sicuro sub specie aeternitatis solo le canaglie che tengono in cassaforte l’atomica ovvero Putin, Xi e il coreano, il Pakistan e l’India. Una lezione che forse gli ayatollah non faranno a tempo a trasformare in realtà.
Altro che isolazionismo per barricarsi contro l’immoralità di un mondo corrotto o imperialismo soft! È semplicemente cambiato il metodo con cui gli americani mettono le mani negli affari degli altri.
Fino a un certo punto ha funzionato, indiscusso, il modello golpe: dal vietnamita Diem ad Allende. Anni ruggenti: la scuola dei dittatori a Panama, i gorilla con occhiali Ray-Ban a libro paga della Cia, una telefonata in codice: Guatemala, Honduras, Indonesia, Cambogia, Cile, Iran e via, cambio di regime fatto! L’idra del comunismo, l’ossessione del domino erano sempre in agguato, per caso vi illudete che si debbano usare guanti bianchi per maneggiare simili truci avversari? L’altruismo americano: convinto di uccidere con gentilezza, usando bombe e killer in preda a un impulso di irrefrenabile carità.
Pinochet e il suo volpino burattinaio, Kissinger, sono stati gli ultimi di questa schiera di impresentabili, il taglio tra l’innanzi e il dopo.
La pantomima non è ripetibile all’infinito, vale fino a quando ci sono avversari molli. Ora si è passati al modello che potremmo chiamare “golpe dal basso”. La scusa della libertà funziona sempre ma si presta maggiore attenzione che non ci siano troppe sfasature. Bisogna utilizzare per la transizione non pretoriani dal ceffo allarmante, si attinge al ricco serbatoio delle classi dominanti globalizzate, l’alta nobiltà globale che pretende di essere padrona della terra perché ricca, colta, immune da plebei radicamenti arcaici e soprattutto pronta a collaborare. Provvedono al casting i ricchi cataloghi dei quadri delle istituzioni come Fondo monetario e Banca mondiale, non a caso fondate con saggia preveggenza prima delle inutili e poco sicure Nazioni Unite.
L’imperialismo impone regole di ferro. Si adottano e si gonfiano quando non ci sono (la propaganda è un’arma di lunga gittata) movimenti di protesta contro i regimi disobbedienti o pericolosi per gli interessi americani. Solo quelli. E si interviene tra discordie e parti in causa per assicurare il passaggio alla democrazia. Chi avrà mai il coraggio di difendere tipacci come Saddam, il mullah Omar, Maduro o gli ayatollah dalla forca facile?
Poco male se la caccia a Maduro è risultata più simile a un sequestro da gang mafiosa che a una scorciata democratica. Una cosa per volta. Nel caso dell’Iran, Trump ha già annunciato che difenderà (assieme a Israele?) i manifestanti che protestano per il caro vita. La Cia è al lavoro con i suoi vecchi, cari metodi sillabati e glossati in film e manuali. Come spesso accade non ha perso tempo a dare una occhiata alla storia dell’Iran. Sono dei praticoni, non degli intellettuali. I manifestanti, riferiscono fonti sicure (sussurrate da Langley, Virginia?), scandiscono nel subbuglio slogan per il ritorno dello scià! Accidenti! Che revival! A Langley gli ispiratori sono indietro nel ripasso: da Mossadeq a oggi la loro guerra per il controllo dell’Iran e del petrolio non conosce età.
Gli Stati Uniti sono la potenza più interventista del mondo ma i fini e i metodi di questa politica sono sempre accuratamente nascosti dietro miasmi di insopportabile retorica e confusione. Da Kennedy a Trump, gli americani si sono cacciati in azioni moralmente compromettenti, spesso militarmente frustranti e quasi sempre politicamente non risolutive.
La tendenza a spendere principi grandiosi, la creazione della democrazia, la lotta ai tiranni e ai terroristi, la sicurezza nazionale, debellare il traffico della droga o tentazioni atomiche non autorizzate, serve a occultare la fredda valutazione degli interessi, non solo economici o di potenza, spesso meschini traffici dei presidenti.
Perfino Trump, con le sue sbiascicanze smargiasse, alla fine, si è uniformato al vecchio principio che il miglior modo di porre l’opinione pubblica americana a servizio dei propri fini sia quello di sbandierare un principio morale. Chissà se ha mai letto l’ammonimento di Edmund Burke: «Mal si accordano grandi imperi e intelletti piccoli».