
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – L’altro giorno, mentre a Londra crollava Starmer, ultimo astro della “sinistra” guerrafondaia, Renzi abbandonava momentaneamente la navetta Roma-Riad e volava a Chicago per l’autocelebrazione del più clamoroso bluff del “progressismo” mondiale: Barack Obama, quello che doveva chiudere il lager di Guantanamo, tuttora aperto; poi doveva garantire al mondo un futuro di pace (gli diedero persino il Nobel sulla fiducia), ma […]

(Giancarlo Selmi) – Il nuovo refrain dell’armata BrancaMeloni è il seguente: “rappresenta l’Italia quindi le si deve rispetto”. È la riedizione fascia e sovranista della censura, del divieto di critica, dell’obbligo alla omologazione.
Quindi, per uno strano e inedito assioma, che spunta fuori dalla loro sottocultura di fasci strappati alle privazioni proprie dei condotti sotterranei o del luogo “in fondo a destra”, loro luoghi di origine, io e gli altri che hanno un parere, dovremmo “astenerci” dallo scriverlo o palesarlo per “rispetto” delle istituzioni. Con l’aggiunta della Patria difesa, un po’ di retorica spiccia ai portatori sani di mente elementare viene sempre bene.
“Inciti all’odio”, “è stata votata e la democrazia ti impone di rispettarla”. Lasciamo perdere la “diffusione di odio” che rappresenta il 90% del loro programma politico e la base, oltre il principale motivo e la sola alimentazione, della loro stessa esistenza, la seconda frase è tragicamente comica.
A parte che sia stata votata da poco più del 40% dei votanti, dal 25% degli aventi diritto di voto, non da me, quel voto dovrebbe impedire di rilevare che una majorette, dopo aver disperatamente inseguito un didietro potente da leccare, dopo avere concesso a quel didietro, oltre la sua lingua, le mutande e mezzo PIL degli italiani, aver impoverito, a vantaggio di quel didietro, l’intero Paese, sia stata scaricata in maniera brusca?
Dovremmo lamentare il metodo di “scarico” e non rilevare come a quel metodo si è giunti? In nome di un non meglio identificato rispetto? E quando sarebbe stata umiliata l’Italia, quando il tipo si è liberato dello stalkeraggio o quando quel penoso stalkeraggio avveniva? Quando la “rappresentante” in nome della sua carriera politica (e di una prefazione) leccava, firmava tutto, gas, armi, azzeramento webtax, eccetera e regalava le mutande degli italiani al tipo, o quando il tipo diceva: “adesso può bastare”?
Il tipo è passato dall’essere meritevole di un premio Nobel all’essere un “coglione”, Libero docet, in un centesimo di secondo. Gli italiani sono rimasti “coglioni” prima e dopo. Hanno dato, per il tramite di una presunta latinista, presunta statista, vera majorette, fan, cameriera a seconda dei gusti. È lei che ha mancato di rispetto all’Italia, altroché.
In quanto alle opposizioni, mi spiace rilevarlo, sono cadute mani e piedi nel tranello comunicativo della latinista, che ha tirato l’Italia dentro una Waterloo tutta sua. Quelle solidarietà me le sarei risparmiate. Non sono loro che fanno campagne di guerra contro il “politicamente corretto”?
Dal palco della Fiom Conte e Fratoianni tuonano ancora il Jobs Act, mentre il loro “alleato” Renzi insiste per bussare alla porta del Campo Largo: il paradosso di un’alleanza che rifiuta le idee ma corteggia i voti

(di Michele Larosa – mowmag.com) – Renzi è quello non invitato alla festa di compleanno, perché troppo antipatico, che però si presenta lo stesso. Oppure quel conoscente un po’ strano che saluti solo per educazione ma che poi ti si incolla per tutta la serata. La festa in questione è ovviamente quella del cosiddetto Campo Largo. E se sarà festa o funerale è ancora tutto da stabilire, ma in ogni caso Matteo Renzi non vuole mancare, e si è autoinvitato.
Peccato che gran parte del programma di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni non solo è di opposizione a Giorgia Meloni, ma anche allo stesso governo Renzi. Sabato Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni sono intervenuti per la festa per i 125 anni della Fiom Emilia-Romagna, il Kraken ovviamente non è stato invitato. E fra le bandiere rosse sventolanti Fratoianni ha galvanizzato la folla annunciando: “A fregare i lavoratori non è stata solo la destra, ma anche il cosiddetto centrosinistra, per subalternità culturale alla destra. Mai più Jobs Act!”. Ma come? Il Jobs Act, una delle misure simbolo del governo Renzi? E quando Marco Damilano, moderatore, chiede conto del leader di Italia Viva dalla platea si levano i buu, e Giuseppe Conte risponde: “Hanno risposto loro. Chi sono io per aggiungere altro?”.
Ma insomma, caro Matteo, come te lo devono dire? Non bastava già da sola la foto al ristorante con Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni per capire che non sei invitato? A quanto pare no, Renzi ha sviato dicendo che quella è la “sinistra-sinistra”, che però per governare ha bisogno anche di riformisti, ergo di lui. Lo ha detto anche la più diplomatica, per non dire altro, Schlein, sempre dal palco della Fiom: “Con le forze che rappresentiamo stasera non siamo autosufficienti. Quello che definirà l’alleanza sarà quello che vogliamo fare insieme”. Ma come si concilia questo se “quello che vogliamo fare insieme” è tutto il contrario di quello che ha fatto e detto Renzi in passato? E non parliamo solo del Jobs Act, che la sinistra aveva già tentato di correggere nel 2025 con il “referendum sulla cittadinanza”. Parliamo della giustizia, con il referendum dello scorso marzo dove Renzi ha paraculamente dato “libertà di voto”, ma anche la tanto sbandierata patrimoniale, cavallo di battaglia della campagna elettorale anti-Meloni, su cui il leader di Italia Viva ha detto: “È uno slogan che funziona bene sui social ma non funziona nella realtà. Se l’Italia aumenta le tasse ai ricchi, i ricchi se ne vanno dall’Italia. E così abbiamo meno gettito per la sanità, per la scuola, per la sicurezza. Dunque è uno slogan che funziona a parole ma nella sostanza è un autogol”. Per non parlare del nucleare, su cui il buon Matteo si ritroverebbe a dialogare con Angelo Bonelli…
Poi c’è un altro paradosso, Renzi si sente e si muove come parte dell’alleanza mentre gli stessi alleati ancora discutono se includerlo o meno. In un’intervista a QN qualche settimana fa ha detto: “O si sta con la Meloni a destra o si sta con noi a sinistra: nel mezzo, piaccia o non piaccia, non c’è spazio”. Peccato che i suoi stessi alleati non lo includano nel “noi” per adesso, con Conte che ha detto ad Andrea Scanzi: “Renzi nel campo largo? Non è scontato. Non ragiono per simpatie, ma l’affidabilità è un problema” il riferimento è chiaro, l’avvocato non ha perdonato il tradimento che ha portato alla caduta del Conte II.
Ma se a Matteo Renzi si possono ascrivere tanti difetti, tra questi non c’è sicuramente la mancanza di astuzia. Dopo il pasticcio con Calenda, a meno di un impensabile bagno di umiltà per entrambi, al centro non c’è spazio per il Kraken, e la sinistra è l’unico posto per cercare di ritornare rilevante. Anche se questo vuol dire rinnegare gran parte dei proprio principi in nome di uno solo, battere la Meloni. Insomma, il nemico del mio nemico è mio amico. Ma in tutto questo non si può non notare un certo equilibrismo della sinistra che a giorni alterni tira Renzi più vicino o lo spinge lontano. E poi c’è un’altra domanda da farsi, quando e se la corrente contraria meloniana si sarà arrestata, converrà ancora remare insieme al Campo Largo verso programmi contrari ai suoi principi? Insomma, caro Matteo come te lo devono dire che non ti vogliono? O meglio, non vogliono te, ma le tue idee, i tuoi programmi e le tue battaglie. La soluzione ci sarebbe: dirglielo. Ma forse non conviene a nessuno.
Dalla gaffe di Ronzulli sul console americano all’intervento di Luigi Di Maio, ormai guru della diplomazia venuto dall’oriente. Ecco come è andato il 111esimo annual meeting della Camera di Commercio USA a Milano (tra cheese burgers e mcnuggets)

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – “Sono venuto da Roma e non c’è neanche un posto a sedere, volevo solo dirle che me ne vado. E’ una cosa ridicola”. Assieme al badge con su scritto “guest”, il signore in giacca e cravatta dalle sopracciglia corrucciate rassegna all’organizzatrice dell’evento anche il proprio biglietto da visita. Quando la responsabile lo legge rabbrividisce da dietro i suoi occhiali da vista rotondi. “Riceverà una telefonata da Roma” conclude l’uomo, uscendo di scena. “Si sarà forse andato a sedere dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati?” – si domanda Bertold Brecht osservando dall’alto la scena – macché, di questi tempi sedersi dalla parte del torto vuol dire sedersi per terra, anche se a schiena dritta. Giorgia Meloni lo sa bene. Tra l’altro, prima del misterioso uomo d’affari che indignato ha abbandonato il Museo della Scienza a Milano, è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a dare forfait al 111esimo Annual General Meeting della Camera di Commercio Italo-Americana. La vice presidente del Senato Licia Ronzulli, invece, si è limitata a mandare un video dalla sua fresca Forte dei Marmi per problemi logistici – complice, forse, anche il caldo irrespirabile di Milano – in cui si è voluta congratulare con il console generale americano a Milano, Douglas Benning, per la riconferma della sua carica prima ancora della sua ufficializzazione. Alla luce di questo principio, sarà vero che la situazione è seria ma non è grave, per dirla alla Flaiano?

Ma certo, d’altronde nel video riassuntivo dei traguardi raggiunti dall’AmCham proiettato durante l’intervento del consigliere delegato Simone Crolla, vengono citati i grandi eventi che hanno segnato il 2025, tra cui anche il gran galà del dicembre 2025 a New York, quello in cui si omette di ricordare che vi prese parte anche la mitologica Claudia Conte regalandoci momenti di grande divertimento. Il presidente della Camera di Commercio Stefano Lucchini, poi, prima dell’intervento del Console, tira fuori la nuova parola d’ordine di questa edizione: “happiness”, perché “uniti si regge, divisi si cade. Come si dice in America: business never sleeps”. Eh sì. Poi il presidente continua sulla stessa traccia spiegando che l’ambasciatore Tilman Fertitta non è fisicamente lì, ma è pur sempre un caro amico. Un amico che tra l’altro di recente si è comprato il Caesar Palace a Las Vegas – di questo non si parla – il famosissimo Casinò che ultimamente avrebbe registrato un calo di turisti, forse complice anche la crescita del settore del gambling online contro quello fisico, ormai in declino. I soldi, ad ogni modo, sono la cosa più importante e sono la parola d’ordine di Trump in ogni trattativa, accostata all’uso della forza. Il danaro è l’unico linguaggio possibile anche se ora si scontra con le sue estreme conseguenze ad Hormuz. Ma vabbé, la politica è passeggera no? L’economia no e il presidente Lucchini proprio così commenta le slide dell’export italiano in Usa che indicano appunto, un aumento dell’interscambio. “There is no better place for italian to invest than in United States Of America”, subentra il console Bennings, implicitamente ricordando a tutti che “sono finiti i tempi in cui ci si poteva divertire in Cina”. Frase, questa, sentita pronunciare a Luigi Di Maio durante il rinfresco a stelle e strisce al termine del convegno. Ormai, lo sanno anche i muri, e infatti era una battuta. Nell’intervento successivo, quello di Carlo Fidanza, l’onorevole di Fratelli d’Italia pone grande accento sul fatto che un’alleanza con gli Stati Uniti non debba equivalere a sudditanza. Per carità, come si può non essere d’accordo con questo credo, ma un conto è farlo proprio, l’altro è farne sfoggio per consenso in un momento così delicato. E’ così evidente che Trump prenda un po’ tutto sul personale e che tenga parecchio al suo ego. La sua delusione nei confronti dell’Italia non è molto diversa da quella del presidente Woodrow Wilson durante la Conferenza di Pace di Parigi per la disputa su Fiume. Qui Wilson scelse di scavalcare la delegazione italiana rivolgendosi direttamente alla popolazione italiana per convincerla a rinunciare a Fiume, convinto di essere a tal punto ben voluto. Durante una visita a Torino, affacciandosi su piazza San Carlo credette che il calore della piazza nei suoi confronti fosse dovuto ad un amore incontrastato del popolo italiano verso di lui. Sigmund Freud arrivò a definire quello di Wilson un caso di “complesso messianico”. Cosa che Fidanza e colleghi probabilmente sanno, ma sfruttano a loro vantaggio, pericolosamente. Nonostante ciò, durante il suo intervento, l’onorevole cerca anche un po’ di mostrarsi responsabile, spiegando che la parola ordine, d’ora in avanti, dovrà essere “rassicurare”. Un punto che solleva interessanti interrogativi, poi confermati dalle parole di Luigi Di Maio, sulla centralità della presidenza del Consiglio nella politica estera. Tra i corridoi del ministero degli Esteri a Roma è risaputo ormai che la Farnesina non si occupino più politica come un tempo, focalizzandosi perlopiù sul lato economico delle relazioni internazionali. La causa sarebbe proprio questo accentramento dei poteri che ha origine nei governi Berlusconi ma, come raccontato da Di Maio in questo atteso intervento, si è fatta prassi consolidata dal 2019 con l’avvento di Giuseppe Conte e poi con Mario Draghi. Mancanze che il Corriere della Sera, dal canto suo, prova a sopperire con il libro di Danilo Taino “Il secolo americano”, presentato nello stesso panel, e con i numerosi articoli di Federico Rampini. L’assessore(a) alla cultura del comune di Milano, Alessia Cappello, addirittura nel suo intervento scomoda la Bibbia, citando la parabola dei fratelli Giacobbe ed Esaù. Iperbole eguagliata soltanto dall’immancabile Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia oggi presidente della commissione affari esteri alla camera, il quale, oltre a specificare dal palco di essere stato anche lui alpino, come quelli che recentemente hanno riempito di calore Giorgia Meloni, ha fatto tutto un ragionamento che è partito dalla Chiesa greca d’oriente, è passato per Il Nome della Rosa, sino a giungere al monopolio del potere concentrato nei social network, e all’invenzione dei caratteri mobili che, secoli fa ormai, infranse quel monopolio della conoscenza.

In chiusura non poteva mancare una citazione del suo amatissimo Faust di Goethe, probabilmente il suo libro preferito in assoluto. Finita la lectio magistralis in cui il cetriolo globalista non viene quasi citato, sale sul palco Luigi Di Maio, la cui ormai lunga permanenza in Oriente in qualità di rappresentante dell’Unione Europea presso il Golfo Persico lo ha trasformato in una sorta di guru della diplomazia dall’abito blu – e un po’ abbronzato – che tutti ascoltano con grande riverenza nonostante per lunghi anni sia stato ampiamente dileggiato e, fondamentalmente, preso per il culo. Di Maio si rivolge al presidente della camera di Commercio, al pubblico, ma il suo sguardo è rivolto agli Stati Uniti. Parla dell’importanza di relazionarsi “con i bad guys”, alla Trump. Perché dal suo punto di vista l’importante è invertire il processo diplomatico, che spesso parte dal basso, dagli esperti, e ribaltarlo facendolo discendere da una telefonata tra leader. Cosa certamente auspicabile nelle situazioni più pericolose, ma anche pregna di effetti negativi.

Lo scontro Meloni-Trump ne è l’esempio più evidente. Per Di Maio, però, l’Europa, essendo incapace di condurre la leader to leader diplomacy per la sua frammentazione politica, non riesce ad avere quella credibilità necessaria nei confronti degli interlocutori statali del Medioriente. Conclusi gli ospiti sul palco del museo della scienza si passa al tradizionale buffet, tutto in salsa americana nel porticato che si affaccia sul chiostro dell’antico monastero di San Vittore al Corpo. Ceasar salad, cheese burgers rigorosamente Mcdonald’s, come pure i chicken Mcnuggetts e qualche mini hamburger vegetariano. Curiosa scelta alla quale è forse dovuta qualche piccola ragione diplomatica, per restare in tema, magari per far colpo su quelle cordate Dem molto radicate a Milano. Chissà, questa è chiaramente una speculazione culinaria che non spetta a nessuno provare, o smentire.

(Estr. di Giuseppe Guastella – il Corriere della Sera) – Un dossier urgente per la Casa Bianca sulla «grave campagna diffamatoria e ingiuriosa» che «si sta sviluppando» in Italia nei confronti di Donald Trump dopo il botta e risposta con la premier Meloni: ad annunciarne la preparazione è Paolo Zampolli, inviato speciale del presidente Usa per le partnership globali.
Sarà il legale di Zampolli, l’avvocato Maurizio Miculan, a raccogliere i documenti per «identificare — spiega l’inviato — le eventuali responsabilità», all’interno dei «mezzi di informazione e canali social» degli «attacchi» a Trump, alla sua amministrazione e a chi «la sostiene e la rappresenta» […]
Una «campagna di odio» che sta «creando danni» e alimenta «tensioni che rischiano di compromettere i rapporti economici, commerciali e istituzionali tra due Paesi storicamente amici e alleati», di cui Zampolli — che ha assunto il titolo di ambasciatore — auspica la fine. Oltre che a siti e profili social, protagonisti di questi attacchi sarebbero anche media tradizionali che, con «notizie inesatte, fuorvianti o non adeguatamente verificate», «contenuti diffamatori o gravemente lesivi dell’immagine delle istituzioni e delle persone», cercherebbero di guadagnare, sostiene, «visibilità e traffico» sul web.
Il dossier andrà «alla Casa Bianca, ma anche al dipartimento di Stato e a quello di Giustizia Usa, che sovrintende anche alle attività dell’Fbi» che valuteranno «ogni iniziativa per accertare e quantificare gli eventuali danni». «Il mio presidente — conclude Paolo Zampolli — ha preso la sua posizione, ma anche se non mi occupo dell’Italia, vorrei che la situazione si risolvesse […]
Nel giorno in cui si celebra il ricordo della partita perfetta di Maradona a Messico 86 e mentre stasera vedremo Mbappè e Messi al Mondiale, la Figc “ricomincia” dal boiardo del Coni. Il sistema ha vinto, si riparla di stadi pagati con soldi pubblici e naturalmente la tanto strombazzata rivoluzione non c’è – per dirla con Flaiano – “perché ci conosciamo tutti”

(di Fabrizio d’Esposito – ilfattoquotidiano.it) – Giunti al dodicesimo giorno dei Mondiali americani, il giorno peraltro della seconda apparizione di Messi e Mbappé, il fallimentare sistema del calcio italiano sceglie di perpetuare se stesso con l’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della Figc, al posto del dimissionario Gabriele Gravina. In realtà, l’esito gattopardesco era scontato. Bisognava aspettare oggi per capire quale volto incarnasse la continuità del potere, tra il sessantasettenne Malagò e il suo sfidante quasi settantaseienne Giancarlo Abete, altro dinosauro del football italico e a capo dei dilettanti.
Del resto Malagò era il candidato di Gravina e già in partenza era nota la grottesca linea autoassolutoria del presidente uscente che ha mancato due mondiali, quelli del 2022 e del 2026, mentre il primo fallimento, quello del 2018, fu in carico a Tavecchio buonanima. Gravina, infatti, fino all’ultimo, con una intervistona al Corriere dello Sport, ha scaricato tutte le colpe della sua lunga e disastrosa gestione, la peggiore nella storia del calcio italiano, sulla politica, come la politica avesse scelto, per fare un esempio, il mediocre Rino Gattuso (con annessi Buffon & Bonucci) alla guida di una Nazionale che ha perso la qualificazione ai Mondiali contro la Bosnia-Erzegovina, battuta giovedì scorso dalla Svizzera per quattro a uno. A proposito di politica: l’elezione di Malagò è una sconfitta anche per il ministro dello Sport Andrea Abodi, lasciato da solo nel suo progetto di cambiamento con un altro nome (Adriano Galliani, probabilmente).
Si riparte dunque dal romano Malagò, esponente del piacionismo trasversale buono per tutte le stagioni e che ha radici ormai lontane, quando lui e Luca Cordero di Montezemolo, due giovanetti, scortavano Gianni Agnelli nelle scorribande notturne nei locali della Capitale. In virtù dei suoi meriti olimpici da presidente del Coni, Malagò è stato eletto a uomo della provvidenza, dopo i suoi successi olimpici al Coni, dalla maggioranza del sistema calcio, compreso quell’Aurelio De Laurentiis, il presidente del Napoli, che ieri sulla Gazzetta dello Sport ha detto chiaro e tondo che gli stadi nuovi si devono fare coi soldi pubblici e che per farli bisogna avere un commissario che neutralizzi la burocrazia in toto, senza più permessi e vincoli. Altro che sviluppo manageriale come promesso dallo stesso Malagò, qui si chiede uno statalismo senza se e senza me a beneficio dei privati che gestiscono il calcio.
Ovviamente c’è poi la questione numero uno del fallimento calcistico dell’Italia, cioè la parte tecnica. E l’elezione del piacione numero uno di Roma e dintorni conferma che nel nostro Paese è impossibile fare “la rivoluzione perché ci conosciamo tutti”, come già sentenziato da Ennio Flaiano. Malagò, infatti, è uomo di relazioni e conosce tutti. Lo ha dimostrato nel suo intervento di ieri quando ha dato ragione a tutti quelli che lo avevano preceduto. Ma per fare le riforme bisogna essere antipatici, secondo l’unico uomo vincente dello sport italiano, Andrea Binaghi, presidente della federazione del tennis. L’Italia avrebbe avuto bisogno, nel calcio, di una rivoluzione radicale e sanguinosa, magari con una generazione di quarantenni e cinquantenni, e riscoprendo la sua vocazione atavica che non è quella dell’ossessione tattica, ma quella di coltivare talenti. Al contrario, è facile prevedere che l’amichettismo di Malagò accontenterà tutti e al massimo partorirà un Mancini bis per la Nazionale, tentando infine di mantenere lo status quo del sistema. Ma da appassionati di calcio sarebbe bello essere smentiti, in questo dodicesimo giorno, appunto, in cui da italiani bisognerà accontentarsi delle partite altrui. Sembra il mondo del sottosopra di Stranger Things. Loro Messi e Mbappé, noi Malagò. Senza dimenticare che oggi sono quarant’anni dal destino più grande del calcio che si realizzò all’Azteca di Città del Messico: prima la Mano de D10S e poi il gol più bello di sempre.
Consiglio federale immutato, confermati tutti i rappresentanti dell’era Gravina, saldissimi capi e capetti che hanno spadroneggiato negli ultimi 8 anni, perfino l’ex presidente rimarrà in Uefa. E come ct è quasi sicuro il ritorno di Mancini che fallì la seconda delle tre qualificazioni. Perché per ora la “nuova era” parte sotto i peggiori auspici

(di Lorenzo Vendemiale – ilfattoquotidiano.it) – Mentre negli Stati Uniti le Nazionali del pianeta – comprese Curaçao, Uzbekistan, Giordania, ecc. – si godono i Mondiali, e nessuno rimpiange la mancanza degli azzurri (ormai pure il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ci percula apertamente), il calcio italiano riparte nell’ordine da: un boiardo di 67 anni, che dopo aver governato per un decennio il Coni e aver lasciato centinaia di milioni di debiti a Milano-Cortina, ora si propone come salvatore della patria pallonara; un consiglio federale immutato, dove sono stati confermati tutti i rappresentanti dell’era Gravina, così come sono saldissimi al loro posto i vari dirigenti, capi e capetti che hanno spadroneggiato negli ultimi 8 anni in Federazione, se non proprio artefici almeno complici dello sfacelo; e, probabilmente, pure il vecchio ct che ha sulla coscienza la seconda delle tre mancate qualificazioni ai Mondiali, oltre al tradimento della fuga in Arabia in piena estate, però in curriculum vanta la tessera del circolo Aniene.
Depurata della retorica, i discorsi di circostanza, gli applausi e le standing ovation che incredibilmente sono state tributate non solo al nuovo presidente ma pure a quello vecchio, come se avesse vinto i Mondiali invece che farsi eliminare dalla Bosnia, l’elezione di Giovanni Malagò alla guida della FederCalcio rappresenta al contempo la causa e la conseguenza di tutti i mali che affliggono il movimento, e che probabilmente non riusciremo mai a risolvere. L’alternativa – capirai – era Giancarlo Abete, 76 anni da compiere ad agosto.
La politica non è certo disinteressata, probabilmente aveva fiutato l’occasione di mettere le mani pure sul pallone, ma il commissariamento proposto dal ministro Abodi era l’unica soluzione per provare a cambiare davvero le cose. Invece il sistema ha fatto di tutto per evitarlo. E ci è riuscito. Malagò stravince alle urne con la benedizione di Gravina, e coi voti del suo sistema di potere e il preciso mandato di tutelare lo status quo. L’assocalciatori di Umberto Calcagno, l’Assoallenatori dell’85enne Renzo Ulivieri, stavolta pure la Serie A sotto la regia del potente Beppe Marotta. Mentre dietro le quinte continua a tessere la sua tela l’avvocato Giancarlo Viglione, azzeccagarbugli tuttofare dell’era Gravina a cui è stato garantito un ruolo centrale anche nel nuovo (si fa per dire) ciclo. Lo prevede l’accordo, così come che Gravina mantenga la vicepresidenza Uefa (e pare pure un ufficio personale in via Allegri). La ciliegina sulla torta sarà il ritorno sulla panchina della nazionale di Roberto Mancini, dato ormai per certo da tutti gli esperti di mercato (anche se Malagò assicura di non aver parlato ancora con nessuno): l’ultimo a cui un nuovo corso avrebbe dovuto pensare, per motivi tecnici e proprio etici.
Poi dobbiamo aspettarci qualche piccola riforma su giovani e campionati (ammesso che si mettano d’accordo). Una donna (si parla di Sara Gama) e magari un calciatore in posizioni apicali, poco più che figurine. Il minimo indispensabile per salvare le apparenze. Cambiare tutto per non cambiare nulla, come si dice in questi casi. Vedremo se l’ex numero uno del Coni col tempo riuscirà ad affrancarsi dal precedente sistema, con cui è dovuto scendere a compromessi per farsi eleggere, o si presterà fino in fondo a quest’operazione di puro maquillage politico. Per ora la nuova era Malagò parte davvero sotto i peggiori auspici. Se il calcio italiano non è cambiato dopo tre mondiali mancati, vuol dire che davvero non cambierà mai.
Da iscritta M5s, dico agli elettori delusi: non regalate la vittoria a chi volete contrastare

(di Patrizia Cardellini – ilfattoquotidiano.it) – Sono un’elettrice e iscritta al M5S, e mi rivolgo soprattutto agli elettori delusi del Movimento, oggi stanchi e disorientati. A mio avviso, l’eventuale ingresso di Matteo Renzi nella coalizione anti destra alle prossime elezioni non è solo una questione di mera aritmetica elettorale, ma una mossa tattica perfettamente in linea con i desideri dell’establishment economico e finanziario: contenere il M5S e ridurne il peso politico. Quel 2% che Renzi porterebbe al cosiddetto “Campo Largo” non compenserebbe la perdita di consensi che la sua presenza provocherebbe tra gli elettori del Movimento.
Già per molti di noi è difficile accettare l’alleanza col Pd, resa necessaria da una legge elettorale pensata per favorire le coalizioni e penalizzare forze non allineate. Quello schema, che non riuscì a estromettere il M5S nel 2018, ha però accompagnato la consegna del Paese alla destra guidata da Giorgia Meloni nel 2022. Oggi la strategia non è più cancellare il Movimento, ma logorarlo dall’interno, tenendolo debole in una coalizione in cui, se il M5S non si adeguasse, sarebbe sempre pronta un’altra stampella centrista. Per riuscirci è fondamentale mantenere alta l’astensione: il grande serbatoio dei delusi. E chi meglio di un ticket PD–Renzi può spingere molti a voltare le spalle alle urne?
Eppure un M5S forte ha già mostrato di poter incidere davvero. Il Governo Conte I, nato dall’alleanza con la Lega, è stato, a mio giudizio, il miglior governo degli ultimi decenni: in un solo anno ha introdotto misure simbolo come Reddito di cittadinanza, Decreto Dignità e legge Spazzacorrotti, puntando su giustizia sociale e lotta a disuguaglianze e corruzione. Per questo mi riesce ancora incomprensibile che un partito che governa e realizza gran parte del proprio programma riesca, nello stesso periodo, a dimezzare il proprio consenso: segno di un elettorato forse più autolesionista che esigente.
Giuseppe Conte ha dato prova di serietà: studia i dossier, evita l’ipercomunicazione, si assume responsabilità anche impopolari. Ha guidato due governi diversissimi, fino all’emergenza pandemica, cercando nel secondo di tenere insieme misure urgenti e tutele sociali, spesso in conflitto con chi oggi si propone come garante di responsabilità e stabilità. Molti provvedimenti bandiera del M5S – dal Reddito al Superbonus, fino agli strumenti contro il precariato – sono stati letti come scelte redistributive, incompatibili con una politica ridotta a mera contabilità del presente.
Sono convinta che Conte abbia incontrato più ostacoli governando col Pd che con la Lega: fatico a immaginare i democratici pronti a sostenere davvero il Decreto Dignità, un Reddito strutturale o la Spazzacorrotti, anche perché su tutti e tre questi provvedimenti votarono contro. Ogni volta che il Movimento ha cercato di difendere queste scelte, si è trovato isolato, sotto attacco mediatico e politico. Come la caduta del Governo Conte II, per mano di Renzi come esecutore ma per volontà di altri mandanti che volevano impedire a Conte di gestire il Pnrr.
Da qui la mia preoccupazione per chi, oggi, pensa di non votare perché nella coalizione ci sono il Pd o Renzi: l’astensione, per disgusto verso questi soggetti, finisce col favorire proprio loro e quell’establishment che considera il M5S “pericoloso” e ne auspica l’irrilevanza oggi e la scomparsa in futuro.
Se dovesse prevalere il Campo Largo, il Paese resterebbe in mano a una coalizione a trazione Pd, e prevarrebbero le politiche neoliberiste. Se invece continuerà a governare la destra, con una legge elettorale cucita su misura, rischiamo di vedere indeboliti gli equilibri costituzionali fino a consentire riforme profonde, senza neanche il ricorso all’esito referendario, aprendo scenari oggi inimmaginabili. Per questo dico agli elettori delusi: non regalate la vittoria a chi volete contrastare. Se davvero vogliamo “far saltare il banco”, come nel 2018, la via non è il rancore silenzioso, ma il gesto più semplice e rivoluzionario che abbiamo: ANDARE A VOTARE IN MASSA.
Città confiscate e privatizzate e un futuro da Repubblica fondata sul turismo: è il rischio Dua Lipa

(Massimiliano Panarari – lespresso.it) – E vissero tutti felici e contenti…». È l’augurio più naturale (e giusto) in occasione di un matrimonio, da estendere, pertanto, anche ai novelli sposi Dua Lipa e Callum Turner. Protagonisti, alcuni giorni fa a Palermo, di un matrimonio stellare – quello «dell’anno», secondo vari media – che, insieme ad altri eventi similari, si può leggere anche come un metaforico “stress test” per l’economia nazionale. Malauguratamente, infatti, esiste pure un «rischio Dua Lipa» per il futuro economico dell’Italia, guardata dall’esterno alla stregua di un sempiterno Belpaese (anche se l’immagine da cartolina non corrisponde precisamente alla condizione esistenziale quotidiana dei suoi abitanti).
Non vi è dubbio sul fatto che l’arrivo di questi esponenti del jet set internazionale inietti un certo ammontare di risorse in alcune filiere economiche locali dei posti dove atterrano con le loro “astronavi”, – e che ciò, ovviamente, costituisca un richiamo per il turismo di chi va a caccia di celebrities. Al riguardo, alcune stime suggeriscono che il matrimonio tra la popstar e l’attore abbia generato 268 milioni di euro di indotto per varie attività commerciali della Sicilia.
E, nondimeno, ci sono per l’appunto due ordini di problemi in questo tipo di eventi: uno di tipo simbolico, e uno terribilmente più concreto. Il primo riguarda la confisca – in senso letterale – di intere porzioni delle nostre città: a Palermo di recente, come era avvenuto prima a Venezia con lo sfarzosissimo matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sanchez. Senza voler eccedere in “moralismo”, in questi casi ci ritroviamo al cospetto di una rappresentazione molto plastica della privatizzazione in senso neoliberista dello spazio pubblico per il divertimento a uso esclusivo di qualche esponente delle élites. Insomma, delle sfavillanti cerimonie da Antico regime ostentate davanti agli occhi del pubblico, ennesima conferma delle relazioni intense fra il premoderno e il postmoderno. E si potrebbe pure aggiungere che stupisce un po’ il fatto che in queste circostanze non si odano fragorose proteste da parte delle destre populiste, ma tant’è. Il secondo, gigantesco, problema rimanda alla divisione internazionale del lavoro, come veniva chiamata un tempo. A giudicare dall’angolo visuale di questo cucuzzaro vip in trasferta da intrattenimento matrimoniale, il nostro futuro come sistema-Paese parrebbe già segnato. Ai loro occhi l’Italia si colloca all’incrocio fra il luogo “molto pittoresco” e il parco a tema tracimante di città d’arte e bellezze naturali. Ovvero, una Repubblica fondata su un’economia del turismo popolata di chef, camerieri e suonatori di musiche folcloristiche soggetti a sottoscrivere accordi di riservatezza per tutelare la privacy degli happy few che vengono a svagarsi. La rilevanza di tale filiera, naturalmente, non può (e non deve) essere messa in discussione, ma serve anche (tanto) altro, perché l’Italia non può limitarsi a essere il set per le riprese cinematografiche de “Il diavolo veste Prada 2”.
Un Paese con la nostra tradizione manifatturiera ha bisogno di politiche industriali e investimenti nell’economia della conoscenza e nelle tecnologie, di posizionarsi ancor più saldamente nei flussi globali, e di provare ad affrontare seriamente i suoi nodi strutturali, dalla bassa produttività ai salari stagnanti. Altrimenti diventeremo solo una Disneyland a cielo aperto per i rich kids del resto del mondo.
Il leader di Fn: “Non lasciamo indietro nessuno”

(diPatrizia De Rubertis – ilfattoquotidiano.it) – Dopodomani potrebbe essere una data significativa per il futuro della destra sovranista italiana: quando mercoledì per Gianni Alemanno si apriranno i cancelli del carcere di Rebibbia ad attenderlo troverà Roberto Vannacci. Ad annunciare l’incontro è stato lo stesso leader di Futuro Nazionale. “Rientrerò appositamente da Bruxelles per essere a Roma in una giornata particolarmente significativa per Alemanno. Non si tratta soltanto di un gesto personale, ma – ha spiegato Vannacci – di un segnale umano e politico. Futuro Nazionale non lascia indietro nessuno. Chi ha scontato la propria pena torna a essere un uomo libero”.
Tra 48 ore, infatti, finirà la detenzione per l’ex sindaco di Roma che sta scontando la sua pena per la condanna nel processo sul Mondo di Mezzo, dopo l’arresto arrivato il 31 dicembre 2024, con l’accusa di aver evaso i servizi sociali per girare l’Italia per lanciare il suo movimento “Indipendenza”. Il 24 giungo segnerà, quindi, il ritorno alla libertà di Alemanno e sarà accompagnata da una cena alla quale prenderanno parte anche esponenti e dirigenti del movimento guidato da Vannacci. “Sarà un momento di confronto, di vicinanza e di condivisione politica. Ritengo doveroso esserci in un passaggio così importante della sua vita. Non si tratta soltanto di un gesto personale, ma di un segnale umano e politico”, ha spiegato il generale. Che ha aggiunto: “Una comunità politica seria non cancella le persone, non le abbandona e non le giudica sulla base della convenienza del momento. Guarda alla storia, al valore, all’esperienza e al contributo che ciascuno può dare alla nazione”. Il leader di Futuro nazionale ha ricordato come “Alemanno abbia una storia politica, amministrativa e istituzionale importante ed è stato protagonista di una stagione significativa della Destra italiana. La sua esperienza rappresenta un valore aggiunto per Futuro Nazionale e per tutti coloro che vogliono rimettere al centro la Patria, la sovranità, l’identità e gli interessi degli italiani”.
Anche se l’incontro di fatto è relegato ad un appuntamento personale, la decisione presa dal generale del mondo sottosopra e della “feccia” sancisce l’inizio di quell’asse annunciata durante l’assemblea costituente del suo partito futurista di estrema destra della scorsa settimana e benedetta dalla platea presente che ha ricordato Alemanno con una standing ovation e un coro da stadio: “Gianni, Gianni”.
L’ex presidente del Coni, accerchiato dal suo giro dell’Aniene, conquista la Figc spinto da un patto fra la Serie A (regista Marotta dell’Inter), i calciatori, gli allenatori e la gestione del suo predecessore Gravina. Obiettivo: staccare la massima categoria dal resto. Questioni di affari. Altro che Nazionali e settori giovanili

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Con Curaçao e Capo Verde ma senza l’Italia. Mentre il primo Mondiale a 48 squadre allieta i cinque continenti, i nostri dirigenti sportivi si affrontano nella competizione dove nessuno può batterci: la caccia alla poltrona. In queste ore si sta votando per la nuova Federcalcio con un chiaro favorito, Giovanni Malagò. L’ex presidente del Coni alla guida della Fondazione Milano Cortina procederà a nominare la sua nuova struttura di governo dopo che Gabriele Gravina è stato costretto a dimettersi per la terza eliminazione consecutiva della Nazionale dalla Coppa del Mondo 2026 a opera della Bosnia Erzegovina.
Il consenso di Malagò è basato su una geografia di alleanze inedita. Con lui si schiera la Lega di Serie A, a eccezione del declinante patron della Lazio e senatore forzista Claudio Lotito, parte della Serie B e della Serie C (Lega Pro), più gli allenatori dell’Aiac e i giocatori (Aic) che è un po’ come se la Cgil di Maurizio Landini facesse il giro del tavolo per schierarsi dalla stessa parte della Confindustria. Miracoli del Grande Unificatore. Persino gli avversari, come il ministro dello sport Andrea Abodi, riconoscono a Giovannino una capacità trasversale assoluta, espressa nella sua creatura di elezione, il Circolo canottieri Aniene di Roma di cui è tuttora presidente onorario e di cui lo stesso Abodi è socio. Oggi come ieri lo slogan è sempre lo stesso: andiamo a comandare, dureremo ben più di questo governo e siamo messi bene con qualunque maggioranza prossima ventura.
Malagò si percepisce e si racconta come un uomo estremamente generoso che condivide la fortuna che gli capita. La stessa retorica l’ha utilizzata per motivare la sua decisione improvvisa di candidarsi alla guida del malconcio pallone italiano: volevo andare a leggere il giornale sul mare di Sabaudia e invece mi tocca l’ennesima impresa. A L’Espresso risulta da più fonti che la sua candidatura fosse in discussione già prima dell’eliminazione della Nazionale per mano dei terribili bosniaci, a ridosso della semifinale di Bergamo contro l’Irlanda del Nord. All’inizio di marzo l’ex numero del Coni e membro del Cio era già il piano di riserva, e ne era consapevole, per affermare il dominio incontrastato della Serie A sulle altre categorie e per proteggere gli sfollati del lungo regno di Gravina. Il regista della solita restaurazione camuffata da rinnovamento non poteva che essere il dirigente più scafato e, in questo momento, più influente del calcio italiano: Beppe Marotta, il presidente dell’Inter. Affiancato dall’avvocato Angelo Capellini, Marotta ha creato la base per il consenso. Altro che cinque società che lo hanno avvicinato, come ricostruisce Malagò nelle interviste celebrative. Il nucleo della candidatura porta i colori nerazzurri dell’Inter e dell’Atalanta di Luca Percassi e poi si è allargato al Bologna di Claudio Fenucci e Luca Bergamini e al Sassuolo di Giovanni Carnevali, appena passato alla Juventus e considerato una sorta di Marotta minore. Si è unito anche il Napoli di Aurelio De Laurentiis, che vale il suo voto, e non è stato complicato convincere le proprietà straniere. Unica esclusa, come detto, la Lazio di Lotito che paga il suo oltranzismo nella causa Lega-Img, chiusa con una transazione da 300 milioni che saranno versati ai club a fine giugno.
Malagò rappresenta un crocevia di relazioni, un’area politica grigia destinata al governo dopo il voto del 2027, che va dalla Forza Italia di Gianni Letta e Marina Berlusconi al Pd. La Serie A vuole essere tutelata da questo esecutivo, per quanto possibile, ma soprattutto dal prossimo. Il presidente della Figc in pectore cerca la rivincita dopo la mancata proroga per un quarto mandato al Coni, respinto dalla resistenza di Giancarlo Giorgetti, di Abodi e di pochi altri. Altri avversari, per esempio il forzista Paolo Barelli sostenuto dal suo segretario di partito e consuocero Antonio Tajani, sono in rapido decadimento anche se nel mondo di Malagò non ci sono i nemici, ma i diversamente amici. Il buco da centinaia di milioni di euro delle Olimpiadi di Milano-Cortina pare non riguardare il Malagò presidente della Fondazione, sempre lesto a fiondarsi alle premiazioni dei medagliati e altrettanto lesto a dileguarsi quando fioccano guai invece di ori o argenti.
Un’immagine è più eloquente delle parole. La partita decisiva per lo sport più amato, in attesa da anni di una riforma salvifica, non era Italia-Bosnia. Per il futuro del calcio italiano travolto dalla crisi sportivo-finanziaria, dice già tutto la foto del Memorial Bottai 2025, vinto per la categoria Over 60 dal circolo Aniene 7-5. Prima dei tempi supplementari la finale era in parità sul 3-3 con gol di Malagò, Abodi e Mancini per l’Aniene. Un segnale per il prossimo ct dell’Italia? Di recente il Mancio è andato in visita pastorale nei locali della Samocar, la concessionaria di Malagò con affaccio su Villa Borghese. A suo vantaggio, c’è la richiesta economica inferiore a quella di Antonio Conte e la sua vittoria miracolosa all’Europeo post-pandemico (2021). A suo svantaggio, l’avere tagliato la corda da Coverciano verso le sabbie saudite nell’agosto 2023 dopo la seconda eliminazione mondiale, sulle ali di un contratto da 25 milioni netti l’anno.
Un anno dopo la vittoria nel Bottai Over 60, il partito anienista è destinato a svolgere un ruolo preminente nel nuovo asse di potere, come del resto fa da tempo. Il presidente attuale del circolo romano, Massimo Fabbricini, è il fratello di Roberto, già segretario generale del Coni con Malagò presidente. Roberto Fabbricini è stato commissario straordinario della Figc per nove mesi nel 2018 dopo l’uscita di Carlo Tavecchio seguita all’eliminazione dell’Italia dal Mondiale russo, la prima della sciagurata terna. Anche Giuseppe Chinè, capo della Procura federale è dell’Aniene.
Paradossalmente proprio la presenza crescente nel calcio professionistico di capitalisti stranieri, disinteressati a coccolare i virgulti delle rappresentative azzurre, ha aumentato il ruolo dei soci del circolo. Nella Lega di serie A dove si parla di nominare presidente della Juventus il diciannovenne Oceano Elkann e dove la dirigenza del Milan è sconosciuta al battaglione, è dato in ascesa Claudio Fenucci, ex dirigente dell’As Roma e attuale ad del Bologna canadese di Joey Saputo. Nel cda dei rossoblù emiliani c’è l’anienista Luca Bergamini, di professione avvocato con trascorsi da portiere nel futsal che gli sono valsi quattro scudetti e due coppe Italia. Appesi i guanti al chiodo, è arrivata la presidenza della divisione calcetto della Lnd dal 2021 al 2024 dopo un periodo di commissariamento per irregolarità gestionali. Bergamini è uno dei papabili al ruolo di segretario generale della Figc. A completare il tour del Grande raccordo anulare, è tornato in A Mauro Baldissoni, avvocato cresciuto nello studio Tonucci ed ex dirigente dell’As Roma di Tom Di Benedetto. Dallo scorso autunno Baldissoni è ad del neopromosso Monza ceduto dalla Fininvest al fondo Usa Beckett Layne Ventures.
La Serie A esprime il 18 per cento dei delegati per l’elezione del presidente federale. Per rafforzare il suo candidato – che manca dall’epoca di Calciopoli con Franco Carraro presidente e Marcello Lippi ct dei campioni del mondo 2006 – ha attirato a sé gli sfollati di Gravina, l’Aic di Umberto Calcagno (20 per cento), l’Aiac di Renzo Ulivieri (10 per cento) e la serie B di Paolo Bedin (6 per cento), la Lega guidata per quasi sette anni (2010-2017) da Abodi. I calciatori di Calcagno, che prima erano blanditi da Gravina, si sono consegnati alla Serie A per una ragione esistenziale: l’Aic deve aumentare i suoi introiti. E non è per niente risolta la vicenda che riguarda il trattamento di fine rapporto degli ex calciatori – platea di circa 60.000 atleti – che hanno versato l’1,5 per cento dello stipendio lordo più un altro 6 per cento a carico delle società per un tetto di ottomila euro al mese. Un gruppo di circa duecento ex giocatori, capitanati dal portiere Emiliano Viviano, ha chiesto di visionare i bilanci perché si temono ammanchi. Nel momento del bisogno la Lega di A – presidente Ezio Maria Simonelli, amministratore delegato Luigi De Siervo – si è fatta avanti per offrire soccorso. Nel 2025 è stato siglato un accordo quinquennale per destinare ai calciatori la metà del ricavato dalla vendita delle figurine (circa 3 milioni di euro annui). Dalla prossima stagione, e per un triennio almeno, l’evento Oscar del calcio sarà organizzato dalla Lega alla Scala di Milano con l’ambizione di tirare su qualche centinaio di migliaia di euro. In una logica di forza lavoro, la categoria allenatori segue i calciatori. In cambio dell’appoggio a Malagò, Gravina ha ottenuto la sua conferma con lauto compenso da vicepresidente dell’Uefa e un ruolo da protagonista per Giancarlo Viglione, l’avvocato che nel suo periodo ha gestito relazioni istituzionali e questioni giuridico-legislative. Un’altra immagine è eloquente. Alla finale di Coppa Italia Lazio-Inter del 13 maggio, il trio Calcagno-Ulivieri-Viglione camminavano già a braccetto sul tappetto rosso della tribuna autorità. Marotta & c. hanno poi indotto Bedin, da sempre legato ad Abodi, a confluire nel listone Malagò.
Il punto ora è: che mandato è stato affidato al futuro presidente? La Serie A ha consegnato un elenco della spesa e un messaggio molto netto: prima noi, poi il resto. E per resto si intende il calcio non di Serie A. Si vuole evitare che Abodi riformi la legge Melandri e tolga soldi alla prima serie per darli ai campionati inferiori o ai settori giovanili. Oggi il 10 per cento dei diritti televisivi domestici (circa 900 milioni di euro annui) va alla cosiddetta mutualità: 6 per cento per la B, 2 per la C, 1 per la D, 1 per la Figc. La A teme che Abodi possa aggiungere un altro 5 per cento, 45/50 milioni di euro a stagione. Inaccettabile, per loro. Semmai, il governo dovrebbe assistere la Serie A con sgravi fiscali e altri sussidi. Infine, la Serie A deve essere aiutata a creare valore, per esempio con le scommesse dopo la batosta del Decreto Dignità (governo Giuseppe Conte I) che ne vietò la pubblicità. Sull’aumento della percentuale che l’Erario dovrebbe girare ai club la battaglia finora è stata durissima. Tale rimarrà perché Giorgetti, ministro dell’economia in carica, ha già la grana degli extracosti olimpici da coprire e vede l’anienismo come il fumo negli occhi.
In calce a questa lista della spesa, c’è il progetto di sottrarre gli arbitri della massima serie all’associazione di categoria e magari fare lo stesso per i calciatori. L’obiettivo lampante è staccare la A dal lento e vecchio torpedone del calcio italiano o comunque farne la capofila dominante.
Come ogni governo, la nuova Figc avrà un’opposizione che fa riferimento a Giancarlo Abete, alla guida della Lnd. Numeri alla mano, potrebbe bloccare le delibere federali che richiedono un’approvazione con maggioranza qualificata. La Lega nazionale dilettanti non vale soltanto un terzo dei voti. Nel suo perimetro c’è il calcio a cinque o futsal. Ci sono discipline in crescita come il beach soccer e come il calcio femminile che con la Nazionale dovrà passare dai playoff per ottenere la qualificazione al Mondiale 2027.
Anche la Lega Pro non è compatta nel sostegno di Malagò, come non lo è la Lega di serie B. La seconda e la terza serie del calcio professionistico sono invischiate in una crisi finanziaria molto più grave e sistemica di quella della serie A sottolineata dallo stesso Abete: nessun club fra B e C è in utile, a differenza dei sette della A capaci di ottenere profitti. La B ha un deficit annuo di 350 milioni di euro e si regge grazie al cosiddetto paracadute cioè un fondo fino a 60 milioni di euro versato ai tre club retrocessi dalla A in base agli anni di permanenza nel torneo di vertice. La C perde più o meno la metà della serie B ma è meno interessata dal fenomeno delle proprietà straniere diffuse anche in seconda serie ed è affidata alla capacità finanziaria dei presidenti. Quando il mecenate locale stacca la spina, magari perché è stufo di perdere soldi o perché passa a miglior vita come il trapanese Andrea Bulgarella della Lucchese, di solito la squadra fallisce. L’esperimento delle seconde squadre iscritte, partito molto adagio nel 2018 con l’allora commissario straordinario Fabbricini coadiuvato da Billy Costacurta, è stato un flop. Dal prossimo torneo il presidente della Lega Matteo Marani introdurrà il salary cap, il tetto agli stipendi. Difficile che basti, come non è bastato passare da 120 club dei tempi di C1 e C2 ai sessanta attuali.
In serie B la Juve Stabia, arrivata ai playoff per la promozione in A nonostante il commissariamento per infiltrazioni camorristiche, ha rischiato di essere cancellata fino alla ricapitalizzazione per 7 milioni del nuovo proprietario Alfredo Guerri lo scorso 10 giugno, sei giorni prima del limite per iscriversi al nuovo campionato. Dopo le traversie del Trapani di Massimo Antonini e la scomparsa della Ternana, ultima di una lunghissima serie, ha avuto difficoltà a pagare gli stipendi il Cesena targato Usa. Nella Cremonese, retrocessa dal massimo campionato a fine stagione, il cavaliere Giovanni Arvedi ha investito 160 milioni di euro e cederà volentieri non appena l’advisor Deutsche bank gli porterà un compratore. Lo stesso vale per Urbano Cairo, contestato in pianta stabile dai tifosi del Torino, che ha chiesto a Bank of America di trovare un acquirente. Lo stesso Lotito ha dovuto smentire la cessione imminente della Lazio, per la disperazione dei tifosi biancocelesti. Insomma è tutto un vendi-vendi a prezzi d’occasione che nelle serie minori diventa una liquidazione. Mentre i giovani italiani sono abbandonati all’avidità dei procuratori e alla dittatura del passaggio indietro, la vulgata del nuovo potere calcistico è che ci salveranno le scommesse e gli stadi nuovi per l’Europeo del 2032. Per parafrasare lo sfottò del presidente Fifa Gianni Infantino, lì ci qualificheremo di sicuro. Siamo uno dei Paesi ospitanti.

(Francesco Cancellato – fanpage.it9 – È tutta una questione di armi e soldi. Quelli che Donald Trump vuole che l’Italia spenda. Quelli che Giorgia Meloni non ha (più) da spendere. In estrema sintesi, la lite tra il presidente americano e la premier italiana è tutta qua. Ed è una lite che avrà il suo showdown al vertice Nato del 6 e 7 luglio ad Ankara, in Turchia. Quando si tireranno le fila di ciò che fu deciso giusto un anno fa, nell’analogo vertice dell’Aja. In cui l’Italia si impegnò, come quasi tutti, a portare la propria spesa militare al 5% del prodotto interno lordo, quasi tre volte i livelli di oggi.
Sembra passato un secolo, ma non è nemmeno passato un anno. Allora, della guerra in Iran non c’era nemmeno l’ombra, Trump e Netanyahu erano due amiconi dell’Italia di Giorgia Meloni e la nostra premier era ancora il “ponte” tra il presidente Usa e i recalcitranti alleati europei. (…)
Oggi, le prospettive si sono ribaltate. Il governo ha sbagliato i conti e non è uscito dalla procedura d’infrazione. I soldi facili per le armi non ci sono più. E nel frattempo Trump ha attaccato l’Iran, mettendo in crisi l’economia italiana, una delle più esposte e vulnerabili alle crisi energetiche.
(…) Ecco perché Trump è arrabbiato con lei. Perché sa benissimo che la stessa Meloni che un anno fa era al suo fianco all’Aja, sarà la sua spina nel fianco ad Ankara. Che sarà lei, per necessità e opportunità, a guidare la fronda europea contro l’aumento delle spese militari. Spese militari europee che per Trump sono fondamentali sia per disimpegnarsi dalla difesa del fianco orientale del Vecchio Continente, sia per riequilibrare la bilancia commerciale con l’altra sponda dell’Atlantico.
Quella che da fuori sembra una lite, in realtà non è che una trattativa. Trump vuole che l’Italia e l’Europa spendano in armi, Meloni vuole rimangiarsi la promessa di un anno fa perché non ha più i soldi per farlo. Da qui al 7 luglio saranno botte da orbi, perché questo è l’unico modo che Trump conosce per spuntarla sulla controparte: mettere quanta più pressione possibile e minacciare oltre ogni misura. È quella mad man theory, la diplomazia del pazzo che tanto piaceva alla destra italiana fino a qualche mese fa. E che adesso le si è ritorta contro come un boomerang.
L’ideologo Maga contro la premier: “Non la prendo più seriamente e nessuno in America lo fa”

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – NEW YORK – «Ci saranno conseguenze». Suonano come un avvertimento, se non proprio una minaccia, le parole che Steve Bannon usa commentando con Repubblica lo scontro ormai aperto fra il presidente Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni.
L’ex consigliere e manager della prima campagna elettorale vinta dal capo della Casa Bianca era stato uno dei più grandi sostenitori di Meloni, partecipando anche alle conversazioni di Atreju. Poi però il rapporto si è incrinato, perché Bannon si è convinto che lei non facesse sul serio nella costruzione del progetto di una internazionale sovranista, che promuovesse le idee del movimento Maga in tutto il mondo, a partire dall’Europa. Teneva il piede in due scarpe, in altre parole, per cercare di essere percepita come la principale alleata e interlocutrice di Trump nel Vecchio Continente, senza però compromettere i rapporti con i colleghi degli altri paesi della Ue, di cui ha bisogno sul piano economico e politico: «Lei era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale. Ha giocato il gioco dell’Unione europea perché le servivano i soldi, e quello della Nato. Parla tanto dell’Ucraina, ma quando si tratta di mandare finanziamenti e truppe cambia la canzone. Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante, perché non ha risorse economiche e militari per sostenerlo. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa».
La contraddizione è emersa a partire dalle critiche a Trump per le mire sulla Groenlandia, inaccettabili per l’Italia perché mettevano gli Usa apertamente contro la Nato e gli altri alleati europei, e per lo stesso motivo è peggiorata con la guerra in Iran, ordinata dal capo della Casa Bianca senza neanche avvertirli: «Quando gli Stati Uniti — è il rimprovero di Bannon uguale a quello del presidente — hanno avuto bisogno di un alleato che si schierasse e sostenesse uno sforzo navale congiunto, per mantenere aperte le rotte di Hormuz, del Mar Rosso e di Suez, dove passano il petrolio e il gas diretti verso l’Europa, lei si è tirata indietro».
Ora che il contrasto è scoppiato in maniera pubblica e plateale, l’ex consigliere di Trump ci tiene a sottolineare che lui lo aveva previsto e annunciato: «Come ho detto ormai per anni, Meloni non è mai stata un ponte per il presidente verso l’Europa. Questa era una fantasia costruita da lei stessa». Sembra quasi di sentire le parole usate dal presidente Usa per accusarla di averlo pregato di fare un selfie al G7, al solo scopo elettorale di tornare ad essere percepita come una sua amica.
Però Bannon, che continua ad essere un punto di riferimento per il movimento Maga negli Stati Uniti, in particolare in vista delle elezioni midterm di novembre, si spinge anche oltre le critiche di Trump, chiarendo che a questo punto ricostruire il rapporto e salvaguardare l’alleanza fra i due paesi potrebbe diventare molto difficile, se non impossibile: «Le azioni nocive e dannose di Meloni contro l’America, durante un tempo di guerra, non verranno dimenticate presto». Bannon sembra quasi anticipare che la composizione di questo contrasto potrebbe risultare impossibile, fino a quando lei sarà a Palazzo Chigi, ma soffia sul fuoco spingendosi fino a prevedere effetti negativi per il paese: «Lei non è un’amica degli Stati Uniti e ci saranno conseguenze».
Un’alleanza potrebbe produrre più perdite che guadagni per tutti i partiti. Compreso Fn. E si rischierebbe la parità tra i due maggiori schieramenti

(Alba Romano – open.online) – Ma Roberto Vannacci è davvero decisivo alle prossime elezioni? Un sondaggio di Antonio Noto per Il Giornale dice che se ci si limita all’aritmetica allora Futuro Nazionale dovrebbe rafforzare la coalizione. Ma invece un’alleanza con il centrodestra potrebbe produrre più perdite che guadagni per tutti i partiti. Compreso Fn. E si rischierebbe la parità tra i due maggiori schieramenti. Il “liberi tutti”, spiega il sondaggista, risulterebbe invece come lo scenario più favorevole per la coalizione.
Se Futuro Nazionale entrasse formalmente nella coalizione, il centrodestra e il campo largo si troverebbero sostanzialmente appaiati: 45% contro 45%. Se invece Vannacci corresse autonomamente, pur ottenendo un 6%, il centrodestra senza di lui salirebbe al 45,5%, mentre il campo largo si fermerebbe al 42%. Un vantaggio di 3,5 punti percentuali. Perché? Secondo Noto la presenza del generale nella coalizione produce una reazione negativa in una parte dell’elettorato moderato e centrista. Fratelli d’Italia scenderebbe dal 29% al 27%, Forza Italia dal 7,5% al 6,5%, mentre Noi Moderati dimezzerebbe dall’1,5% allo 0,5%. Infine, la Lega perderebbe mezzo punto percentuale: dal 6,5% al 6%.
Futuro Nazionale invece prenderebbe il 6% se corresse da solo, il 4% in coalizione con il centrodestra. Perdendo un terzo dei consensi. L’analisi mostra che in caso di alleanza tra Fn e il centrodestra una quota di elettori si sposterebbe verso le forze centriste e moderate. Crescerebbe infatti Azione, che passerebbe dal 2,5% al 3,5%, così anche il Partito Liberaldemocratico e Sud Chiama Nord. Aumenterebbero nei voti anche Progetto Civico e Italia Viva nell’area del campo largo. Si tratta di elettori che non si riconoscono nella prospettiva di una coalizione in cui il ruolo di Vannacci diventi strutturale.
La presenza di Futuro Nazionale nel centrodestra determinerebbe anche una riduzione della partecipazione elettorale. L’affluenza stimata scenderebbe infatti dal 61% al 59%. Ma svuoterebbe il Movimento 5 Stelle, che scenderebbe dall’attuale 13% all’11,5%, perdendo un punto e mezzo. La conclusione di Noto è che l’ingresso di un soggetto che vale il 6% non necessariamente aumenta di quella percentuale il peso di una coalizione. Perché in politica 2 + 2 non fa mai 4. E a volte fa molto meno.
(ANSA) – LONDRA, 22 GIU – Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da leader del Partito laburista britannico e da primo ministro in un atteso discorso alla nazione davanti al numero 10 di Downing Street. L’uscita di scena Starmer, travolto dall’impopolarità e dal crollo di consensi anche all’interno del Labour, spiana la strada alla sua sostituzione con l’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham.
STARMER PARLA A BREVE A DOWNING STREET, ATTESE DIMISSIONI
(ANSA) – LONDRA, 22 GIU – Il premier britannico Keir Starmer parlerà a breve davanti al numero 10 di Downing Street. Lo riferisce Sky News, dopo che sono iniziati i preparativi per posizionare il podio del primo ministro. È atteso l’annuncio delle sue dimissioni e dei tempi del passaggio di consegne alla guida del Labour e del governo.
Donald Trump lo sa che la politica è ormai nient’altro e ha dato spettacolo, come spesso gli accade. Ma il contesto stavolta sembrava apparecchiato apposta per il suo spettacolo. Dalla cena fastosa con Macron a Versailles alla lite con Giorgia Meloni

(Sergio Labate – editorialedomani.it) – Talk show. Donald Trump lo sa che la politica è ormai nient’altro e ha dato spettacolo, come spesso gli accade. Ma il contesto stavolta sembrava apparecchiato apposta per il suo spettacolo. I fasti di Versailles, gli incontri a favore di camera, la fine di un’altra guerra senza che la guerra sia finita, l’ombra dei cortigiani – Emmanuel Macron per primo e in modo esplicito – che non lo contraddicono e lo compiacciono. Il trionfo del populismo, si direbbe. Ma anche la rivelazione della sua essenza che ha contagiato tutte le forme della politica. Il populismo non è più una parte che si contende la scena politica ma è la scena stessa. Lo sfondo, la cornice, il set dove girare i reel.
È per questo che non mi sono scandalizzato più di tanto per i contenuti della telefonata di Trump. Per quanto perturbante e sgradevole essa sia, è in piena continuità con tutto ciò che l’ha preceduta e, non ne dubito, con tutto ciò che seguirà. Non è che una rappresentazione fedele dell’essenza del populismo: la riduzione della politica a una serie incessante di riti autocelebrativi.

Apparentemente nulla di nuovo, in fondo. La politica è sempre stata anche liturgia e Versailles sta lì a ricordarcelo. I palazzi servivano per far festa, per celebrare il proprio status. L’accoglienza di cui Macron è così fiero non è semplice galateo, ma è la politica come ritualità. Ma la differenza tra Luigi XIV e Trump è troppo facile da vedere (lo ha spiegato magnificamente Mariano Croce su queste pagine): per il primo la politica era esercizio effettivo del potere, per il secondo è solo celebrazione autoreferenziale di sé.
Non importa ciò che faccio – e infatti posso contraddirmi infinite volte – ma che possa farlo, che io possa fare tutto. Trump è travolto dal suo stesso populismo, non si accorge che è così interessato ad apparire potente da disinteressarsi degli effetti del suo potere. Ha barattato il proprio potere con la celebrazione narcisistica di se stesso: tutto ciò che accade è solo un pretesto per celebrarsi. Non c’è più nulla da festeggiare se non la festa stessa.

Nessuno gli crede più: siamo dentro un talk show dove tutti non fanno che recitare. Ciò per cui Trump dileggia Meloni non sarebbe altro che ciò che Trump fa sempre: vendersi, falsificare il mondo, godere contemplando la propria potenza molto più che esercitandola. In fondo anche Trump non sa fare altro che «implorare»: un passaggio televisivo, un colpo di scena, una pubblicità alla propria potenza come merce da cui trarre profitto.
Per questo non importa se siano vere o meno le sue accuse, in ogni caso stanno dentro la trasformazione della politica in talk show, dove tutti implorano e usano il potere per una comparsata. Lo fa incessantemente l’uomo più potente del mondo, figuriamoci se non lo fanno i suoi cortigiani (nel senso letterale del termine, beninteso). Un potere così impegnato a celebrare se stesso da dimenticarsi di agire.
E sta qui la tragedia. Perché Trump non è affatto meno potente di Luigi XIV, è soltanto più irresponsabile: i suoi annunci hanno delle conseguenze tragiche delle quali sembra quasi non interessarsi più. Mentre noi siamo costretti a guardare ciò che il mercato della politica decide di farci guardare, qualcosa di reale accade. Mentre sprechiamo fiumi di parole per interpretare la ritualità autoreferenziale di Trump, i suoi annunci che si smentiscono quotidianamente, le fotografie recitate o reali, gli accordi di pace che non sono accordi di pace, intanto accade la vita oppressa di milioni di persone. Che è schiacciata dal peso insopportabile dell’irresponsabilità di coloro che li condannano a morte per l’ebbrezza di una fotografia o di un annuncio ostentato di fronte al mondo.

La guerra in Iran è finita, annuncia Trump, e che importa se abbandoniamo i poveri iraniani in uno stato di cose ancor più tragico di prima? Come è accaduto per Gaza, gli annunci di un accordo diventano la nostra agenda politica, mentre nell’ombra della realtà la gente continua a morire. La politica come talk show ha le sue luci della ribalta e noi ne siamo irresistibilmente attratti, forse non possiamo non esserlo.
Ma ha anche la sua ombra tragica: le vittime della storia che il potente produce senza nemmeno pensarci, quasi per pigrizia. Semplicemente non gli interessa più delle conseguenze reali delle sue decisioni, delle sue parole. Che molte persone muoiano o meno è ormai un dettaglio, un piccolo vizio di forma che tanto resta ai margini, nell’ombra appunto. Le luci della ribalta sono tutte per gli annunci, le feste, le foto, i riti. Fuori, nell’ombra dove abitano gli invisibili, ci sta la storia tragica che non si arresta, che produce vittime approfittando della nostra distrazione, delle nostre telefonate e delle nostre foto, implorate o meno che siano.