Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ucraina, droni di Kiev affondano nave russa nel Mediterraneo. Mosca: “Atto terroristico”


La nave cisterna si è inabissata al largo di Malta, in salvo l’equipaggio. Nella notte droni ucraini anche verso la Russia

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy, il capo dell'Ufficio del presidente dell'Ucraina Kyrylo Budanov, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa Rustem Umerov e il comandante in capo delle forze armate ucraine, il colonnello generale Oleksandr Syrskyi, partecipano a una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa, mentre la Russia attacca l'Ucraina, a Kiev, Ucraina, il 3 marzo 2026. REUTERS/Maksym Kishka

(ilsole24ore.com) – Mentre i negoziati sono in stallo, la guerra tra Ucraina e Russia continua sul campo e il confronto si espande anche nel Mediterraneo. Ieri sera una nave russa che trasportava gas naturale liquefatto è stata colpita ed è affondata tra la Libia e Malta. Il ministero dei Trasporti di Mosca ha accusato Kiev, che avrebbe attaccato la nave con droni marini partiti dalla Libia. Il Cremlino condanna l’episodio come «un atto di terrorismo internazionale e pirateria marittima».

Le modalità dell’attacco

L’autorità portuale e marittima libica ha riferito di una richiesta di soccorso della “Arctic Metagaz”, nave cisterna russa sotto sanzioni dal 2024, in seguito a esplosioni che hanno provocato un vasto incendio, a causa del quale la nave si è inabissata.

L’attacco all’Arctic Metagaz sarebbe stato lanciato dalla costa libica utilizzando motoscafi senza pilota di proprietà ucraina, ha sostenuto il ministero dei Trasporti russo in una nota. I 30 membri dell’equipaggio, tutti russi, sono stati tratti in salvo grazie al coordinamento dei servizi di salvataggio maltesi e russi, secondo quando comunicato dal ministero.

Droni Ucraini anche verso la Russia

Sul fronte russo, il ministero della Difesa di Mosca ha comunicato l’abbattimento di 32 droni ucraini durante la notte. Secondo quanto riporta l’agenzia Tass, l’attacco era diretto verso regioni al confine con l’Ucraina e anche in profondità in territorio russo. «Durante la notte, tra le 23:00 ora di Mosca del 3 marzo e le 7:00 ora di Mosca del 4 marzo (21:00 del 3 marzo – 5:00 del 4 marzo ora italiana, ndr), le forze di difesa aerea hanno intercettato e distrutto 32 droni ucraini ad ala fissa: 21 sulla regione di Volgograd, quattro ciascuna sulle regioni di Rostov e Belgorod, due sulla regione di Astrakhan e uno sulla regione di Kursk», ha affermato il ministero.


Bagnoli, Wwf: “È un cavallo di Troia ma si chiama Coppa America”


In una nota inviata a Presidente della Regione Campania e al sindaco di Napoli, il WWF chiede quale sarà il futuro dell’area dopo l’evento

La Coppa America a Napoli è il cavallo di Troia con cui realizzare a Bagnoli un porto turistico che era sempre stato escluso dalle pianificazioni precedenti. Un processo speculativo che toglie a Napoli la speranza della restituzione di un tratto di mare aperto alla pubblica fruizione balneare, rinunciando alla bonifica integrale dell’area. Il tutto senza trasparenza su alcune delle scelte future che vengono strumentalmente nascoste dal dibattito intorno alla Coppa America, la cui preparazione procede con modalità di necessità e urgenza come si trattasse di una calamità naturale. 

Il WWF riconosce certamente l’importanza dell’evento per la città di Napoli, non nega l’opportunità economica e promozionale per il territorio, né il fascino e la bellezza della manifestazione, ma afferma che andava gestita in modo tale da non mettere in discussione i termini e gli obiettivi dell’intervento di bonifica a Bagnoli, frutto di studi approfonditi, dibattiti e confronti partecipati, di scelte ponderate. Per questo il WWF, a firma del Presidente del WWF Italia Luciano di Tizio e del Delegato WWF per la Campania Raffaele Lauria, ha inviato una nota puntuale al Presidente della Regione Roberto Fico e al Sindaco di Napoli, nonché Commissario per gli interventi a Bagnoli. Nella nota, in particolare, il WWF chiede di conoscere quale sarà il futuro dell’area dopo la Coppa America e di sapere cosa si intenda mantenere dello spirito della vecchia progettazione, animato dall’interesse pubblico prevalente che vedeva una pianificazione integrata dell’area con puntualiripristini ambientali e naturalistici, sia per la parte a mare, che per la costa e la pianura in connessione coi nuclei abitati. “Un evento di prestigio non si può tradurre in un pretesto per imporre infrastrutture permanenti estranee alla pianificazione pubblica condivisa- afferma il Delegato WWF per la Campania Raffaele Lauria, che aggiunge: sollecitiamo un impegno formale per garantire che Bagnoli riceva una bonifica integrale e torni a essere un bene collettivo, tutelando il diritto dei cittadini a un litorale risanato e sottratto a logiche di esclusività.” 

Il WWF in passato è stato protagonista di una raccolta firme per chiedere e sostenere il ripristino delle spiagge di Bagnoli. La petizione intitolata “È meglio un porto per pochi o una spiaggia per tutti?” raccolse diverse migliaia di adesioni che chiedevano “di risarcire la Città di Napoli” attraverso la realizzazione di un “piano particolareggiato di tutta l’area” che potesse rendere a Bagnoli le “caratteristiche di pianura costiera (…) restituendo quel mare alla Città”. La petizione specificava con chiarezza che la presenza del “porto non avrebbe consentito la restituzione del mare ai napoletani tranne a quelli che potranno permettersi il posto barca”. 

La spiaggia pubblica e la “restituzione” del mare di Bagnoli alla città di Napoli ha costituito l’elemento caratterizzante della pianificazione sin prima della Coppa America, ha inoltre costituito il simbolo tangibile e innegabile della bonifica integrale sia a terra che a mare. Nella nota inviata al Presidente della Regione e al Sindaco di Napoli, il WWF ricorda che nel 2020 venne indetto il bando internazionale UrbaNAture, curato da INVITALIA, per progettare l’assetto dell’area di Bagnoli. Nessuno dei progetti primi classificati nel 2021 prevedeva il porto tra i due pontili che con la Coppa America si intende realizzare, e in modo diverso tutti ridisegnano il cosiddetto waterfront per garantirne la pubblica fruizione anche ai f ini della balneabilità In particolare, il progetto primo classificato prevedeva la realizzazione di tre ambiti strettamente connessi tra loro: “Il parco naturale che univa il mare alla collina in una logica di rete ecologica, il bosco produttivo con specie autoctone, il parco urbano a ridosso del quartiere”. Il WWF sottolinea poi come INVITALIA nel “Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana” redatto nell’aprile 2019 prevedeva “il parco urbano con la spiaggia pubblica ed il lungo waterfront di circa 2 chilometri unitamente a tutti gli spazi verdi” che costituivano “circa l’80% delle aree d’intervento”. 

Le elaborazioni progettuali si basavano su puntuali studi di ISPRA e della Stazione Zoologica Anton Dohrn, che individuavano i quantitativi di materiale da rimuovere sia a terra che a mare. La possibilità della bonifica integrale non era mai stata esclusa, anzi addirittura quantificata nei volumi e nei costi. Il cambio di rotta è avvenuto con il decreto legge 60/2024 che ha disposto la soppressione dell’obbligo di ripristino della linea naturale di costa eha “anestetizzato” la procedura di valutazione ambientale strategica che garantiva la visione d’insieme dell’area di Bagnoli all’interno della Valutazione d’Impatto Ambientale per gli interventi di messa in sicurezza funzionali allo svolgimento della Coppa America. Il tutto accompagnato da un cambio radicale di strategia rispetto al danno ambientale certificato da innumerevoli analisi fatte dagli Enti preposti o disposte dalla Magistratura: con buona pace del principio di “chi inquina paga” di cui all’art. 191 del Trattato dell’Unione Europea. Il risanamento di Bagnoli sarà a carico pubblico senza possibilità di esercitare alcuna azione di danno nei confronti dei responsabili del disastro ambientale causato. 

Oggi il Commissario Straordinario autorizza opere sostanzialmente irreversibili, quali la realizzazione di scogliere a mare perimetrali o l’approfondimento dei fondali antistanti la colmata. Il WWF dà atto che sempre con decreti del Commissario Straordinario sono state predisposte misure di controllo e monitoraggio ambientale dei lavori, ma questi in quanto tali sono giustificati per un evento momentaneo e transitorio e non altrimenti si sarebbe potuto fare per la realizzazione di un porto diportistico permanente.

Com’è noto c’è differenza tra la bonifica integrale, inizialmente prevista per Bagnoli, e una messa in sicurezza, cioè l’intervento che oggi si sta realizzando. Se infatti la bonifica integrale elimina definitivamente la contaminazione, la messa in sicurezza la circoscrive al fine di prevenire rischi immediati, rischi rispetto all’uso che si vuole fare dell’area soggetta all’intervento. Quando nel 2012 si iniziò a ragionare per la prima volta della Coppa America a Napoli, l’area di Bagnoli fu esclusa proprio in ragione dell’esigenza di una bonifica integrale che era incompatibile con i tempi dell’evento. Gli inquinanti e i rischi per la salute non sono certo oggi cambiati; rimane quindi oggettivo il fatto che per cui una destinazione dell’area ad una fruizione continuativa (qualunque essa sia) vede certamente preferibile un intervento di bonifica integrale più che non una messa in sicurezza. 

In modo estremamente diretto, dunque, il WWF chiede di dire con chiarezza che cosa si voglia fare di Bagnoli dopo la Coppa America e quale si creda debba essere il percorso autorizzativo per realizzarlo; è di tutta evidenza, infatti, che le autorizzazioni e i pareri rilasciati per la Coppa America non possano essere automaticamente traslati per il mantenimento di un porto diportistico, la cui realizzazione imporrà inevitabilmente crescenti necessità di infrastrutture, servizi e viabilità.


Perché NO


(Stefano Rossi) – Un caso vero.

Bisognerebbe uscire dal recinto della politica e votare secondo la materia, non secondo lo schieramento di partito.

Sono tanti gli argomenti scelti solo in base al credo politico senza alcuna considerazione del merito: sicurezza e immigrazione in testa.

Così è, per molti, al prossimo Referendum, considerando che pochi sono i dibattiti in televisione.

Il ministro degli Esteri Tajani, e il ministro della Giustizia Nordio, hanno svelato ciò che potrebbe accadere una volta terminato il Referendum con una vittoria dei “sì”.

Il primo ha detto che si dovrà iniziare a discutere se sia giusto mantenere le polizie giudiziarie (quelli che fanno le indagini) sotto il controllo della magistratura (i sostituti procuratori e procuratori che sovraintendono le indagini e, al processo, rappresentano l’accusa). Il secondo, ha spiegato che la magistratura dovrà essere controllata dalla politica (https://www.facebook.com/reel/1427621689065200).

Vediamo cosa può accadere quando la polizia giudiziaria subisce “il canto delle sirene” della politica con un caso concreto.

A Firenze, il vice questore Francesco Nannucci, era capocentro della DIA; indagava sui rapporti tra mafia, Dell’Utri e Berlusconi.

Le indagini iniziarono per capire la provenienza di 70 miliardi, di dubbia origine, giunti in favore di una società; si arenarono e poi ricominciarono dopo il testamento di Berlusconi, in favore di Dell’Utri (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa), con la cifra monstre di 30 milioni. Ci sarebbero da aggiungere altri milioni, prestiti infruttiferi, donazioni, compravendite immobiliari, transazioni, vitalizio, etc., sempre in favore di Dell’Utri. Non ai figli, ma ad un “amico”.

Tutto finito con il trasferimento del dott. Nannucci.

I ruoli della DIA sono interforze, ci sono poliziotti, carabinieri e finanzieri. Quindi, per non offendere nessuno, ci sono termini di scadenza per l’avvicendamento.

Al termine della scadenza di Nannucci, il ministero dell’Interno decise di sostituire il vice questore con un colonnello dei carabinieri.

Avvicendamento naturale, secondo prassi, quindi, tutto regolare.

Molti sostituti procuratori della DDA fiorentina espressero disappunto per aver mandato via un valido funzionario che doveva finire delicatissime indagini.

Fin qui, poteva andare, nonostante tutto.

L’avvicendamento, tra varie forze dell’ordine, è pacifico.

Ma ecco il fattaccio.

Il dott. Francesco Nannucci fu mandato a fare il vicario alla questura di Lucca.

E lì ha terminato la carriera senza diventare dirigente superiore e senza aver ricoperto un ruolo come dirigente. È andato in pensione il febbraio scorso.

Questo può succedere se sei stato colpito da un provvedimento disciplinare, succede se non hai mai ricoperto ruoli di rilievo; succede a chi ha deciso di non fare carriera e rimanere sempre defilato. A un capocentro Dia di una città importante non dovrebbe succedere.

È palese che la sua carriera è stata fermata il giorno che ha lasciato Firenze e non è più ripartita. Chi ricopre la carica di vicario di un questore, poi, avrà incarichi di primo ruolo, come dirigente in qualche ispettorato o direzione al ministero o andare a fare il questore.

Lui, no, si è fermato lì.

E non ci sono fatti negativi che giustifichino una scelta del genere.

È stata una certa politica che ha permesso tutto questo.

Perché?

Perché i funzionari di polizia, come del resto gli ufficiali dei carabinieri e della finanza, dipendono direttamente dai rispettivi ministeri, i cui vertici, possono trasferirli, promuoverli, metterli in aspettativa, a proprio piacimento.

I magistrati, tutti, inquirenti e giudicanti, hanno una carriera automatica, salvo casi rarissimi come una grave nota disciplinare. Il ministro della giustizia non può intervenire e stroncare una brillante carriera ad un magistrato che indaga su un partito o un politico.

Vedo che c’è gente che auspica tutto questo, come una sorta di rivalsa verso persone che gestiscono, spesso ma non sempre, un potere. Potere che, tal volta, genera invidia, soprattutto verso i frustrati e invidiosi.

Gente che non si rende conto che, avere magistrati indipendenti, deve essere un vanto per tutta una Nazione intera, invece, sembra sia diventato un problema.

Può bastare la dichiarazione di una persona per innescare una sorta di domino a cascata: tutti si allineano a quel pensiero, anche se del tutto sbagliato e pericoloso.

L’indipendenza della magistratura è una conquista che abbiamo raggiunto negli anni Quaranta andando a vedere le migliori costituzioni e legislazioni occidentali. Concludo spiegando che anche i servizi della polizia giudiziaria, quelli che lavorano dentro le procure, godono di riflesso di una certa autonomia.

Se un sostituto procuratore comandasse un brigadiere di indagare su un fatto delicatissimo, quel militare lo deve fare, è obbligato, non si può rifiutare.

Se dovesse accadere che i sostituti procuratori perderanno questa autonomia, ancor peggio, la perderebbero chi materialmente farà le indagini.

E tutti noi perderemmo più diritti e libertà.


La guerra si avvicina a noi


IRAN: MISSILE IRANIANO LANCIATO VERSO LA TURCHIA, ABBATTUTO DA FORZE NATO

(Adnkronos) – Un missile balistico lanciato dall’Iran verso la Turchia è stato intercettato dalle forze Nato sul Mar Mediterraneo. Lo ha reso noto il ministero della Difesa di Ankara, spiegando che il missile è stato abbattuto dopo aver attraversato lo spazio aereo iracheno e siriano.

Non sono state segnalate vittime né feriti, ha dichiarato il ministero della Difesa turco annunciando che parlerà del lancio del missile con gli alleati e con la Nato. “Sebbene la Turchia rappresenti un elemento di stabilità e di pace nella regione, è pienamente in grado di salvaguardare il suo territorio e i suoi cittadini, indipendentemente dalla fonte o dall’origine di qualsiasi minaccia”, si legge nella nota condivisa sull’account di ‘X’ del ministero turco.

“Tutte le misure necessarie per difendere il nostro territorio e il nostro spazio aereo saranno adottate con decisione e senza esitazione. Ribadiamo che ci riserviamo il diritto di rispondere a qualsiasi atto ostile diretto contro il nostro Paese”, prosegue il comunicato. “Invitiamo tutte le parti ad astenersi da azioni che potrebbero aggravare ulteriormente il conflitto nella regione”, conclude il testo.


Si mette malissimo


GIGANTE CINESE DELLE SPEDIZIONI COSCO SOSPENDE I SERVIZI DA E VERSO IL GOLFO

(ANSA) – Cosco, gigante cinese delle spedizioni che gestisce una delle più grandi flotte di petroliere al mondo, ha dichiarato che a partire da oggi sospenderà i servizi da e verso i paesi del Golfo, tra cui Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita, Iraq e Kuwait.

“In considerazione dell’escalation nella regione mediorientale e delle conseguenti restrizioni al traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz”, Cosco ha deciso di “sospendere tutte le nuove prenotazioni” per le rotte interessate “con effetto immediato fino a nuovo avviso”.

UE, ‘DA CHIUSURA HORMUZ CONSEGUENZE SUI MERCATI DEL PETROLIO’

(ANSA) – Per il gruppo di coordinamento Ue sul petrolio al momento “non sussistono problemi di sicurezza, ma i prezzi e le conseguenze” delle tensioni in Medio Oriente “rimangono una forte preoccupazione.

La durata del conflitto, i danni alle infrastrutture energetiche nella regione e la chiusura dello stretto di Hormuz determineranno le conseguenze per i mercati europei”. E’ quanto emerso durante la riunione del gruppo di esperti sul petrolio. Ad oggi, non sono state richieste misure coordinate a livello Ue o adottate misure individuali. Non è escluso che sia convocata una nuova riunione già la prossima settimana.

CREMLINO, PAESI EUROPEI NON CI HANNO CHIESTO FORNITURE ENERGIA PER CRISI HORMUZ

(ANSA) – Il portavoce della presidenza russa, Dmitry Peskov, ha dichiarato che i Paesi europei non hanno chiesto alla Russia di riprendere o aumentare le forniture energetiche sullo sfondo della situazione nello Stretto di Hormuz.

“No, non ci sono state richieste del genere”, ha risposto il portavoce del Cremlino alle domande dei media sulla questione. “Sapete che ci sono acquirenti del nostro petrolio, tra cui Ungheria e Slovacchia, che attualmente subiscono il ricatto del regime di Kiev”, ha aggiunto Peskov, citato dall’agenzia Tass.


L’Iran, Trump e l’invasione di terra


(Tommaso Merlo) – Il rischio è che qualcuno escogiti un nuovo 11 settembre per distruggere l’Iran e regalare il Medioriente ai sionisti su un piatto d’argento. Per riuscire a cambiare il regime a Teheran infatti, devono arrivare marines in carne ed ossa e non solo bombe dal cielo su scuole, ospedali e palazzi governativi vuoti. Ma per invadere via terra un paese vasto ed aspro come l’Iran, serve una enorme mobilitazione e quindi risorse, tempo, consenso politico ed alleati che gli americani non hanno al momento. Un attacco terroristico attribuito all’Iran permetterebbe di rilanciare la solita volenterosa buffonata, l’ennesima crociata contro il terrorismo islamico che minaccia l’umanità. Già, la guerra lampo era una panzana che la lobby sionista è riuscita a far bere al vecchio Trump, gli hanno garantito che assassinando l’Ayatollah e lanciando missili dal cielo, il popolo iraniano sarebbe sceso in strada sventolando le bandiere americane. Ed invece sono scesi con quelle iraniane e nel giro di qualche giorno hanno di fatto cacciato gli americani dal Golfo, colpito le basi statunitensi della regione, bloccato lo Stretto di Hormuz e ricominciato a martellare Israele sulle gengive. Checché ne dica la propaganda mainstream, non sta andando come speravano né militarmente né politicamente. Servirebbe una svolta bellica ma i cittadini americani non vogliono più fare guerre a vanvera, vogliono che la politica si occupi piuttosto dei loro problemi reali. America first, il motto con cui Trump ha vinto le elezioni salvo poi mettersi a bombardare il Creato fino al punto da trascinare il suo paese in un pantano che rischia di finire molto peggio di quello iracheno. Perché sono cambiati i tempi e con essi le tecnologie e quei cervelloni dei persiani hanno speso gli ultimi vent’anni di embargo e minacce a bucare le montagne come gruviera e farcirle di ordigni per salvarsi dall’aggressione più preannunciata della storia. Sapevano di essere sul menu sionista da tempo, dopo la Siria toccava a loro mentre alla Turchia pare spetti fare da dessert. Ma la storia insegna che non serve decapitare oppositori e sterminare civili dal cielo. Gaza è rasa al suolo ma Hamas è ancora lì come del resto gli Hezbollah in Libano che i sionisti si apprestano infatti ad invadere per la centesima volta. E se in Siria sono riusciti a piazzare un ex tagliatore di teste, è perché qualcuno si è degnato di arrivare a Damasco di persona. E l’Iran non fa eccezione. Il problema è che non è una passeggiata e i sondaggi di Trump sono terrificanti, lo schifano anche i piccioni di stanza a Washington e se cominciano a tornare bare avvolte nelle bandiere rischia davvero una insurrezione popolare. Un quadro aggravato dalla salute. Ormai che sia sano di mente non lo crede nemmeno lui e la geopolitica per lui era peggio della fisica quantistica quando era lucido, figuriamoci oggi tra stigmate e neuroni andati a male. Un “commander in chief” che ormai ha solo il potere di scegliere le patacche placate d’oro con cui decorare il nuovo salone da ballo mentre attorno a lui spadroneggiano gli incapaci che ha nominato per spiccare e l’inossidabile lobby sionista. L’Epstein world. Sono andati a trattare con l’Iran il genero e l’amico immobiliarista entrambi ebrei sionisti sfegatati, è come se a quel tavolo si fosse seduto quel demonio genocida di Netanyahu in persona pretendendo l’assurdo e rispondendo ai ni dando l’ordine di assassinare l’Ayatollah che era l’unico ostacolo alla bomba atomica iraniana. Un paio di giorni ed è stato nominato il figlio che magari decide di passare al modello Kim Jong-un che non lasciano in pace perché democratico liberale ma perché ha una collezione nucleare rinomata. Già, decenni a decapitare oppositori e sterminare civili dal cielo con l’unico risultato di moltiplicare esponenzialmente nemici, devastazione e disprezzo planetario. Con Gerusalemme che invece di essere la capitale della fratellanza umana, è l’epicentro di un odioso caos di cui non si intravede la via di uscita. L’altra volta dopo 12 giorni di grandine missilistica, i sionisti hanno supplicato il compianto Ayatollah di placarsi. Adesso però gli iraniani sembrano determinati a sbarazzarsi dalla morsa e potrebbero sedersi al tavolo solo seriamente. Discutendo del diritto di esistere, di difendersi e perfino di esseri liberi che la superiore civiltà occidentale concede solo ai suoi amici. La buona notizia è che gli americani sono ormai abituati alle disfatte e il vecchio Trump è il mago della coda tra le gambe. Vedremo se a Washington prevarranno i piccioni oppure i falchi. Certo, se manda in frantumi il sogno sionista, Trump rischia di ritornare dal Padreterno in anticipo e che JD Vance faccia le sue feci. Ma il cambio di regime richiede l’invasione di terra e quindi una enorme mobilitazione. Uomini e risorse ma a che tempo e consenso politico ed alleati che lancino la solita volenterosa buffonata. E dato che non li hanno, il rischio è che qualcuno escogiti un nuovo 11 settembre per distruggere l’Iran e regalare il Medioriente ai sionisti su un piatto d’argento.


Dubai, una settimana da Crosetto. I trucchetti del ministro sulla vacanza


Il meloniano ha detto di essere partito «di venerdì». Tutti hanno pensato al 27 febbraio, ma il week end era quello precedente. La scorta dei carabinieri non conosceva la destinazione. Il viaggio organizzato con la chiusura della scuola privata dei figli

(Enrica Riera e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Dal 23 al 27 febbraio gli studenti di un esclusivo istituto privato nel cuore romano hanno fatto vacanza. «Winter break» viene chiamata la sospensione delle lezioni da chi frequenta la rinomata scuola cattolica romana. Tra loro ci sono anche i due figli del ministro della Difesa Guido Crosetto e dell’imprenditrice Gaia Saponaro. Cosa fare nei giorni senza compiti da svolgere e verifiche da sostenere? I Crosetto hanno optato per un viaggio negli Emirati Arabi Uniti e più precisamente a Dubai. E diverse fonti contattate da Domani confermano che alcune famiglie della prestigiosa scuola si sono organizzate per trascorrere insieme il meritato break di fine inverno.

Quel pazzo venerdì

Partenza all’estero non il venerdì 27 (come dato per scontato dai media dopo che che il meloniano aveva dichiarato di essere salito su un aereo di linea «venerdì»), ma una settimana prima. Un viaggio programmato su cui il capo del dicastero di via XX settembre avrebbe avuto delle iniziali riserve, poi superate per accontentare consorte e prole. Solo alla domanda sul giorno esatto della partenza (venerdì 20 febbraio?) il ministero non risponde.

Ma è un fatto che il ministro (che non ha smentito Il Post, che già aveva parlato di una trasferta più lunga) giovedì 26 fosse assente al Consiglio dei ministri, senza che Meloni e i colleghi sapessero dove fosse. Dopo il rientro di Crosetto con un aereo dell’Aeronautica, ieri fa sono tornati in Italia anche i suoi familiari con un charter partito dall’Oman che ha riportato indietro altri connazionali, in tutto 127.

«Noi siamo ancora qui, aspetti è arrivato un altro avviso di possibile missile», racconta un imprenditore italiano, bloccato con la famiglia a Dubai. Il manager ha fatto scalo con i congiunti negli Emirati Arabi Uniti, ma non è tornato con il charter che ha riportato indietro i primi italiani. Perché? «Perché fino a qualche giorno fa dal ministero degli Esteri sconsigliavano di andare a Muscat. Noi non siamo stati mai chiamati da nessuno e sono qui anche con mio figlio, leggo che la priorità sono le famiglie con bambini. Detto questo per tornare bisogna organizzarsi da soli e affidarsi ad agenzie. Poi bisogna sperare parta. Al momento siamo abbandonati», conclude. Anche altre famiglie e imprenditori presenti sul posto raccontano la stessa esperienza.

Il viaggio

A ogni modo è questa – il viaggio organizzato con la famiglia e un gruppo di amici della stessa scuola privata – la prima motivazione della trasferta del fondatore di Fratelli d’Italia, che prima di ammettere di aver organizzato delle banalissime ferie aveva spiegato – tramite il suo staff – di essere volato negli Emirati a recuperare la famiglia in pericolo.

Versioni cambiate e precisazioni a catena che hanno ammantato il viaggio di mistero e fatto scattare la polemica politica. Il giallo, mischiato a uno scenario geopolitico critico, alla fine l’ha travolto. Anche perché le ferie in famiglia non sono state l’unico motivo della trasferta: in quella settimana il ministro ha incontrato venerdì 27 l’ambasciatore italiano Lorenzo Fanara (fosse arrivato proprio quel giorno per salvare la famiglia, organizzare una cena istituzionale al volo non sarebbe forse stata una priorità), e avrebbe incontrato il ministro della Difesa emiratino, che però ha dato notizia del vertice solo 48 ore dopo, quando il caso era già scoppiato. A Dubai c’era l’imprenditore e amico Giancarlo Innocenzi Botti.

Senza scorta

Proprio a pasticcio combinato, Crosetto ha peggiorato la situazione parlando di «impegni istituzionali improvvisi» inseriti nel corso del viaggio. Una toppa che però è peggio del buco. Com’è stato possibile che il ministro si sia allora mosso senza scorta? Il ministero ha avvertito le autorità locali della sua presenza in loco? Il protocollo generale prevede che la scorta avvisi, in caso di rinuncia alla “protezione”, la forza di polizia di appartenenza – in questo caso, invece, si tratta dei carabinieri interni al gabinetto – e che quest’ultima inoltri una relazione alla prefettura.

Tutto questo è avvenuto? A Domani risulta che i carabinieri non conoscessero la destinazione di viaggio del ministro. Davanti agli interrogativi, il ministero ha fatto sapere che «la scorta, salvo in casi eccezionali, non segue all’estero l’autorità». Tutto sotto controllo, quindi. Compresa l’incolumità dei passeggeri che hanno viaggiato col ministro. Ed è proprio sulla data di partenza che il ministero non risponde a Domani. Le opposizioni pretendono che la premier riferisca in aula. Il Copasir, nel frattempo, sentirà mercoledì il capo dell’Aise Giovanni Caravelli per discutere degli scenari di guerra. Non è escluso che qualcuno a Caravelli chieda perché l’intelligence non fosse informata del viaggio. Un mero viaggio di piacere in cui, a parafrasare la presidente del Consiglio, Crosetto «non ha mai smesso di lavorare». E che di sicuro sarà difficile dimenticare.


Israele vorrebbe far diventare gli iraniani come i palestinesi


Trump e Netanyahu hanno dichiarato di voler rovesciare il governo iraniano per sostituirlo con un governo sottoposto al controllo assoluto degli Stati Uniti e d’Israele. Secondo le intenzioni di Trump e Netanyahu, il nuovo governo dovrebbe governare l’Iran in base alle decisioni, ai desideri e agli interessi della Casa Bianca e di Tel Aviv. In sintesi, questo nuovo governo […]

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Trump e Netanyahu hanno dichiarato di voler rovesciare il governo iraniano per sostituirlo con un governo sottoposto al controllo assoluto degli Stati Uniti e d’Israele. Secondo le intenzioni di Trump e Netanyahu, il nuovo governo dovrebbe governare l’Iran in base alle decisioni, ai desideri e agli interessi della Casa Bianca e di Tel Aviv. In sintesi, questo nuovo governo dovrebbe anteporre gli interessi d’Israele e degli Stati Uniti a quelli degli iraniani. Il presidente filoamericano prescelto dovrebbe essere Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, che ha torturato gli iraniani in modi smisurati e disumani.

[…] Il problema è che la stragrande maggioranza della popolazione iraniana nutre un odio immenso per gli Stati Uniti e per Israele. Il popolo iraniano, tolti i contestatori, si è schierato accanto al proprio regime un minuto dopo l’avvio dei bombardamenti statunitensi. L’Iran combatterà fino all’ultimo sangue contro Israele e gli Stati Uniti in base alla logica del massimo danno possibile. Il che spiega la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Se il regime di Teheran crollasse, l’Iran precipiterebbe in una guerra civile. Non ci sarebbe un cambio di regime, dove un presidente comandato dalla Casa Bianca ristabilisce l’ordine e la felicità; ci sarebbe soltanto un bagno di sangue. Il che andrebbe benissimo a Israele, che ha in mente un progetto siriano o libanese per l’Iran. Con un governo filo-israeliano, l’Iran diventerebbe un Paese ancora più povero, infelice e disperato.

[…]

Secondo la tesi filoamericana, una volta rovesciato il regime di Teheran, l’Iran avrebbe compiuto il primo passo verso la felicità. Ma è vero esattamente il contrario. Siccome l’Iran è un Paese enorme dalle risorse smisurate, Israele lavorerebbe per eliminarlo come minaccia potenziale giacché un governo filo-americano a Teheran potrebbe sempre essere rovesciato da un governo antiamericano ripetendo la rivoluzione del 1979. Dunque, il fine strategico d’Israele è di smembrare l’Iran in più Stati per poi mantenerli in una guerra civile permanente affinché il popolo iraniano rimanga sempre povero, debole e sottoposto alla sferza israeliana e americana.

Un governo filo-israeliano a Teheran non potrebbe che essere un governo anti-iraniano. Un governo a Teheran, amico del popolo israeliano, non potrebbe essere che un governo nemico del popolo iraniano. Israele è una potenza troppo piccola. Per assumere il controllo del Medio Oriente, deve trasformare le grandi potenze mediorientali in piccole potenze, distruggendole dall’interno. Questo richiede di trasformare il popolo iraniano in un nuovo popolo palestinese.

Per nascondere che il fine di Trump e di Netanyahu è la fine dell’Iran come soggetto storico, i giornalisti filo-israeliani parlano ossessivamente del velo imposto alle donne iraniane. Ma nessuno di loro ha mai spiegato perché, sotto il profilo dei valori occidentali, il velo imposto alle donne iraniane sarebbe un fatto moralmente più grave delle carceri americane che scoppiano di neri. Sotto il profilo dei valori occidentali, che cosa è più grave? Una società che impone il velo alle donne o una società in cui i neri hanno molte più probabilità dei bianchi di finire in carcere? I valori occidentali sono una cosa seria. E non hanno niente a che vedere con questa guerra.


Intelligenza artificiale e “dover essere”. La Tecnica e il dilemma dell’etica


Il Nobel Giorgio Parisi in “Le simmetrie nascoste” riflette sulle maggiori sfide del nostro futuro

Intelligenza artificiale e “dover essere”. La Tecnica e il dilemma dell’etica

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – La straordinaria impresa compiuta dalla fisica matematica del XX° secolo andando “oltre sé stessa” nei campi della biologia, della psicologia e dell’evoluzione delle strutture complesse, impresa spiegata da Giorgio Parisi in questo suo chiarissimo e affascinante volume, giunge oggi a sfide e problemi che decideranno il nostro futuro, la nostra cultura, nel senso antropologico del termine. Questo futuro non sarà estrapolabile dall’analisi dello stato presente, poiché dipenderà appunto dai nostri comportamenti collettivi, dalle decisioni che prenderemo. Le decisioni comportano salti, discontinuità, crisi. Ma – ed è bene ricordarlo – la scelta della strada, una volta operata, determinerà in modo irreversibile l’evoluzione successiva. Chi determinerà tale scelta? Chi governerà lo sviluppo delle bio-tecnologie e delle Intelligenze artificiali? Secondo quale “senso” procederà il loro inarrestabile progresso? Il lavoro dello spirito ha segnato conquiste straordinarie. Ma potrebbe essere a sua volta “conquistato” – ed è forse ciò che minaccia di accadere. I capitoli finali del libro di Parisi denunciano il pericolo – e indicano come affrontarlo.

L’I.A.non riproduce il nostro cervello (come l’aereo non riproduce il volo degli uccelli o la ruota un paio di gambe), ne rappresenta una equivalenza funzionale. Capace non solo di “sovrumane” capacità di calcolo, ma anche di apprendimento autonomo e di intuizione strategica, e quindi in grado di porre e risolvere problemi, fornendo indicazioni, consigli e terapie. Che cosa la distingue dall’Intelligenza umana? Il fatto che questa è inseparabile dal corpo. E questo corpo dalla singolarità di questo essere vivente. Il cervello è un corpo che pensa. Affetti, passioni e immaginazione non rappresentano ostacoli per l’intelligenza, ma suoi fattori intrinseci. Senza le ragioni del corpo non si darebbe ragione. Senza immaginazione non sarebbe mai nata alcuna grande scoperta scientifica. Ma queste ragioni affondano nell’inconscio, e l’inconscio a sua volta nel labirinto della genesi, fino alle irraggiungibili Madri del Faust di Goethe. Si giungerà a dare un corpo all’I.A.? E a inserirvi una memoria come quella umana, memoria associativa, che ricorda anche di aver dimenticato (Agostino)? Non sembra sia interesse di nessuno procedere in questa direzione, che sarebbe quella del “replicante”. A che serve una I.A. che sa di morire e prova angoscia per questo, che soffre di non avere corpo (e come farebbe a soffrirne se non lo ha?), che sogna? L’I.A. opera riducendo la complessità del cervello umano. Si potrebbe però pensare che proprio questa complessità, questa sua “infinita” plasticità, che giunge fino a porsi problemi irrisolvibili o fini impossibili, siano “mali” da guarire, magari attraverso opportuni interventi che ne trasformino la struttura. La Tecnica, intesa nel suo significato meta-fisico, tiene dentro di sé questa possibile prospettiva: dalla trasformazione della natura a noi esterna come non giungere all’idea della trasformabilità della natura che noi stessi siamo, e di quel suo “fiore” che è il nostro cervello?

Siamo a un bivio tra utopia e distopia, e lo scienziato che ha corpo e mente in questo mondo reale, come Parisi, lo sa bene. La Tecnica attuale può essere un formidabile agente di liberazione da lavoro meccanico, comandato, da una gestione irrazionale delle risorse, da malattie di ogni tipo, così come aumentare vertiginosamente disuguaglianze, ingiustizie, favorire il potere di grandi sistemi economico-finanziari estranei a ogni possibile forma di democrazia, responsabili soltanto difronte all’incremento della propria ricchezza e del proprio potere.

Quale vita si vuole costruire con l’I.A.? poiché essa sarà sempre più chiamata a svolgere un ruolo fondamentale nelle scelte che dovranno essere assunte in campi socialmente e politicamente decisivi, dalla scuola, alla sanità, alla giustizia, ma, oltre ancora, anche nelle stesse relazioni politiche internazionali, diviene allora fondamentale sapere da quali fonti il sistema delle Intelligenze artificiali “imparerà”, quali “valori” saranno elementi del loro input, chi ne governerà le fasi di apprendimento, se e quale discernimento si realizzerà nella sterminata massa dei dati di cui dispone. Le Intelligenze artificiali entrano ormai prepotentemente nella sfera del dover essere. A quale etica saranno informate? Dalla risposta, dice Parisi, dipende in quale mondo vivranno gli umani.


Quelli che hanno capito tutto


(di Michele Serra – repubblica.it) – Vedo Daniele Capezzone in un talk show, scopro che adesso fa il direttore del Tempo (le notizie da Roma mi arrivano con anni di ritardo, avevo perduto nozione e di Capezzone e del Tempo) e penso: meno male che, in questo caos fiammeggiante, ci sono quelli che hanno tutto sotto controllo e te lo spiegano con un sorriso vagamente irridente per gli scemi, come me, che non hanno capito niente.

Sembra che abbiano una pomata ignifuga sulla faccia, quelli che hanno capito tutto: mica si scottano. La guerra, per loro, è uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare. Inutile frignare, basta aspettare che il geniale piano Furia Epica, tempo qualche giorno, riporti la libertà nel mondo. Stanno con Trump nel nome di un Occidente che sta al presente quanto il volo di Lindberg sta ai droni. Per loro non è cambiato nulla, è come se la seconda guerra mondiale fosse appena finita e aspettano che gli americani, a noi paisà, lancino sigarette e cioccolata dai carrarmati. Il mondo capezzonico è diviso così: ci sono i cattivi, gli incivili, i terroristi, e poi ci sono i buoni, i civili, i liberatori. E per i buoni, i civili, i liberatori, ogni violenza, ogni sopruso, ogni invasione è lecita perché commessi in rappresentanza del Bene e contro il Male. Pensiero chiesastico, il Bene e il Male, che in bocca ai laici suona doppiamente desolante.

È uno schemino binario che sarebbe di straordinaria pochezza perfino se fosse davvero interesse degli europei fare il codazzo muto e impotente di un’America ostile a chiunque non sia l’America. Che l’orribile regime di Teheran cada non è purtroppo imminente. Nel frattempo, dà sollievo scoprire che almeno Capezzone è contento.


L’Uccidente è da difendere?


L'Uccidente è da difendere?

(di Stefano Bonaga – repubblica.it) – Con l’enfasi semantica di riunire la complessità di un paradigma in una sola magniloquente parola “Occidente” che funziona anche infantilmente protettiva per chi la considera alla stessa stregua della sola citazione di Dio per i credenti, gli usufruitori di questo termine sacralizzato hanno dimenticato o preferiscono dimenticare di cosa parlano.

In qualche modo essi lo fanno coincidere con la potenza della Ragione in opposizione all’esercizio delle sue supposte aggressioni ideologico-politiche e le lunghe e drammatiche e perfino tragiche vicissitudini con cui l’Umanità ha raggiunto la fase che ci piace chiamare Occidente, hanno prodotto un modello le cui caratteristiche sono ormai ben definite: l’uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge, il check-and-balance dei poteri costituzionalmente sanciti, la libertà del pensiero e del suo esercizio, la libertà della ricerca scientifica e l’autonomia delle sue Istituzioni, la prospettiva di un accesso generalizzato e libero all’istruzione e alla cura, il diritto all’opposizione parlamentare e sociale.

La destra internazionale pretende di associare a un destino comune gli attuali Stati Uniti d’America e l’Europa. Gli Usa guidati da un soggetto che mi piace chiamare Crazydent Trump, in un solo anno di governo hanno presentato al mondo le seguenti prove di applicazione dei principi dell’Occidente, che forse sarebbe ora di chiamarlo più realisticamente Uccidente.

Si è cominciato con la grazia concessa agli assalitori e assassini del cuore della democrazia americana a Capitol Hill, seguita da disposizioni normative contro la libera ricerca delle Università, proponendo l’esclusione di temi e linguaggi non graditi al Governo. A seguire l’utilizzo di una polizia personale Ice fornita di scudo legale per crimini commessi di fronte al mondo intero. Si assiste poi all’uccisione di ottanta innocenti persone in Venezuela per rapire il presidente Maduro, senza occuparsi del destino del governo da lui guidato, anzi accordandovisi sull’utilizzo del petrolio. Ultima ribellione da parte del Crazydent alla sentenza della Suprema Corte contro i suoi illegitimi dazi. Recente pretesa di governare le liste elettorali statali da parte del Governo Federale. Minacce di ogni tipo agli alleati/sfruttatori europei. Attacchi diffusi ai Giudici dei singoli Stati. Offese volgari agli intervistatori. Gorillizzazione fotografica dell’ex presidente Obama e di sua moglie. Da qualche giorno attacco senza nemmeno comunicarlo ai suoi Alleati alla dittatura iraniana insieme ad Israele che ha subito provocato centinaia di giovani morti in una scuola iraniana. Se Trump e Netanyahu peraltro autore del massacro di decine di migliaia di palestinesi inermi, fanno parte dell’Occidente, spero che il mondo ne prenda le distanze, verso Sud o verso Nord.


Perché Trump ha bombardato 7 Paesi in 13 mesi (dopo aver dichiarato che non avrebbe iniziato guerre)


Trump, il finto pacifista: come è passato da «prima l'America» a «prima la guerra»

(di Milena Gabanelli e Francesco Tortora – corriere.it) – «Non inizierò guerre, le fermerò», dichiara Donald Trump il giorno della sua elezione nel discorso di vittoria al Palm Beach Convention Center. È passato poco più di un anno dall’inizio del secondo mandato, vediamo come ha mantenuto la solenne promessa. 

Somalia – 1 Febbraio 2025: Tornato alla Casa Bianca da appena due settimane Trump ordina un attacco militare contro una base Isis in Somalia, nella zona montuosa di Al Miskad, usata come nascondiglio dai militanti: «Questa mattina ho ordinato attacchi aerei militari di precisione contro un comandante di Isis in Somalia – scrive Trump sul social Truth –. Questi assassini, che abbiamo trovato nascosti nelle caverne, hanno minacciato gli Stati Uniti e i nostri alleati». Nel corso dell’anno gli attacchi in Somalia contro Isis e al-Shabaab, gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda, saranno 168, cifra che supera il totale delle incursioni durante le amministrazioni di George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden messe insieme (Qui).

Iraq – 13 Marzo 2025: Nei primi giorni di marzo il timore di una possibile recessione causata dai dazi di Trump fa crollare le borse. I media parlano di Trumprecession. Il 10 marzo è un lunedì neroil Nasdaq brucia 1.000 miliardi e chiude la giornata con un calo del 5 per cento, la perdita maggiore in due anni e mezzo. Il 13 marzo Trump ordina l’uccisione di Abdallah Makki Muslih al-Rifai, un comandante di alto profilo dell’Isis in un attacco nella provincia irachena di al-Anbar: «La sua miserabile vita è stata interrotta, insieme a quella di un altro membro dell’Isis, in coordinamento con il governo iracheno e il governo regionale curdo», scrive Trump in un post sui social media. 

Yemen – Marzo-Maggio 2025: Il 15 marzo partono i raid contro gli Houthi. Per settimane il Pentagono colpisce con decine di azioni navali e aeree le installazioni degli Houthi filoiraniani nello Yemen, distruggendo infrastrutture e uccidendo decine di civili. Lo scopo è fermare gli attacchi alle navi nel Mar RossoA maggio, grazie alla mediazione dell’Oman, le incursioni cessano. A giugno Human Rights Watch segnala che un attacco statunitense al porto di Ras Isa a Al-Ḥudayda ad aprile ha ucciso più di 80 civili e dovrebbe essere indagato come crimini di guerra (Qui).

Iran – 22 Giugno 2025: Mentre negli Usa sono in corso manifestazioni in oltre 1.500 città contro la deriva autoritaria del presidente, ed esplodono movimenti come il «No Kings Movement» , il 22 giugno Trump lancia «Midnight Hammer» (Martello di mezzanotte), l’operazione militare di aeronautica e marina contro i siti nucleari in Iran. Bombardieri B-2 e sottomarini carichi di missili Tomahawk prendono di mira l’impianto di arricchimento dell’uranio di Fordow, l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Trump dichiara all’Aia al summit Nato: «Siti nucleari iraniani annientati, credo sia un annientamento totale»(Qui). È il primo attacco diretto degli Stati Uniti sul territorio iraniano dal 1988.

Mar dei Caraibi – 2 Settembre 2025. Due settimane dopo l’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska e le polemiche nate attorno alla strategia proposta per chiudere la guerra in Ucraina (praticamente una resa per Kiev), gli Stati Uniti avviano offensive mirate contro il traffico di droga venezuelano. Il 2 settembre Trump ordina l’affondamento della prima imbarcazione nel Mar dei Caraibi, muoiono 11 uomini (Qui), definiti dal presidente Usa «narcoterroristi»(Qui). Nel corso dei mesi successivi seguono altri attacchi e sale la pressione sul Venezuela di Nicolás Maduro, accusato di essere complice del contrabbando di droga.

Siria – 19 dicembre 2025. In seguito a un attacco in cui muoiono due soldati statunitensi e un traduttore nella città di Palmyra, Trump ordina un blitz contro lo Stato islamico. Centcom, il Comando centrale americano, annuncia di aver colpito oltre 70 obiettivi. Trump sui social conferma che gli Stati Uniti stanno «infliggendo una ritorsione molto seria, come promesso, ai terroristi assassini».

Nigeria – 25 dicembre 2025. Nel giorno di Natale Trump lancia attacchi aerei contro basi dell’Isis nello stato di Sokoto, Nigeria. Il presidente giustifica l’operazione come vendetta per le uccisioni di cristiani: «Sotto la mia guida, il nostro Paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare. Che Dio benedica il nostro esercito e BUON NATALE a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se il loro massacro di cristiani continuerà».

Venezuela – 2 gennaio 2026. Il nuovo annoinizia con «Absolute Resolve»: 150 aerei delle forze armate Usa bombardano il nord del Paese, assicurando copertura agli agenti della Cia. Dopo il blitz, in cui muoiono 80 persone tra militari e civili venezuelani e cubani, il presidente venezuelano Nicolas Maduro viene catturato e trasferito nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn, a New York. Dall’Air Force One Trump commenta: «Siamo noi ad avere il controllo in Venezuela». E poi minaccia Colombia, Messico e Cuba, evocando la possibilità di future operazioni militari nella regione.

Iran 28 febbraio 2026 – Una settimana dopo la sentenza della Corte Suprema contro i dazi, per la quale il presidente non aveva l’autorità legale di imporli senza l’approvazione del Congresso (Qui), e infuria il caso Epstein che lambisce sempre di più Trump (Qui), gli Stati Uniti lanciano un imponente attacco preventivo, congiunto con Israele, contro l’Iran. In un videomessaggio trasmesso alle 2:30 del mattino, poco dopo l’inizio dei bombardamenti, Trump afferma che l’Iran rappresenta una «minaccia imminente» e chiede il rovesciamento del governo. L’Operazione «Furia epica» porta all’uccisione dell’ayatollah Khamenei e 7 suoi alti funzionari. Nei bombardamenti è rasa al suolo la scuola primaria Shajaba Tayyiba. Dentro c’erano 180 bambine. Ad oggi le vittime civili sono centinaia, e tutto il Medio Oriente si è infiammato.
Nessuna operazione di questo lungo elenco è passata dall’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti, nonostante la Costituzione attribuisca proprio al Congresso – e non al presidente – il potere dell’uso della forza contro un altro Stato sovrano.

Il falso mediatore

Durante il suo primo anno di mandato, Donald Trump si è vantato di aver fermato otto guerre e di meritare il Premio Nobel per la Pace. Falso: è già stato documentalmente smentito (vedi dataroom del 29 settembre 2025). L’unico accordo che ha in effetti contribuitoa concludere è stato quello per fermare i bombardamenti israeliani su Gaza. Dove però l’esercito israeliano continua quotidianamente a sparare sulla popolazione palestinese.

dataroom@corriere.it


Bombe, tende e cappellini


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – È tutta la vita che vedo presidenti americani dichiarare guerra a qualcuno. Li ricordo ergersi solenni davanti al loro piccolo podio comprensivo di «gobbo» per ammonire e condannare iracheni, nicaraguensi, serbi, libici, russi, afghani. Potevano essere disinvolti come Reagan, seduttivi come Clinton, rigidi come Bush senior, impacciati come Bush junior, onirici come Obama o svampiti come l’ultimo Biden. Ma alla fine erano sempre la stessa persona: the President of the United States. Ad accomunarli era la gravitas imposta dal ruolo di «capo del mondo libero», qualunque cosa voglia ancora dire questa espressione che continua a risuonarci dentro fin dall’infanzia. 

Adesso, invece, c’è Gengis Trump. Uno che ha dichiarato guerra agli ayatollah indossando un cappellino da baseball. E che mentre parla di distruzione e di morti, anche americani, oppure inveisce contro nemici e alleati (ieri ha minacciato la Spagna, l’altro ieri l’Inghilterra, domani chissà) cambia improvvisamente discorso per magnificare il colore delle tende della nuova sala da ballo della Casa Bianca.

Qualcuno eccepirà che si tratta di formalismi di poco conto, rispetto al dramma in corso. Ma mi chiedo se questo abbruttimento dei rapporti tra persone e tra Stati non dipenda un po’ anche dall’aver smesso di dare importanza alle forme. Un mondo dove le bombe e le tende riescono a stare nella stessa frase fa venir voglia di cercare una tenda che ci metta al riparo dalla bomba più devastante: quella umana. 


Crosetto e Tajani: Totò e Peppino erano meglio


Non si placa, purtroppo, la triste polemica sul ministro della Difesa italiano in gita privata a Dubai durante lo scoppio di una guerra di cui erano a conoscenza il mio elettrauto, la portiera del civico 9, il ragazzo del bar, tutte le cancellerie del mondo e quasi ogni bipede senziente. Non mi soffermerò su questo punto che è già stato sviscerato dai media con numerose varianti. C’è chi sostiene (Crosetto) di essere volato a Dubai […]

(estr. di Alessandro Robecchi – ilfattoquotidiano.it) – […] Non si placa, purtroppo, la triste polemica sul ministro della Difesa italiano in gita privata a Dubai durante lo scoppio di una guerra di cui erano a conoscenza il mio elettrauto, la portiera del civico 9, il ragazzo del bar, tutte le cancellerie del mondo e quasi ogni bipede senziente. Non mi soffermerò su questo punto che è già stato sviscerato dai media con numerose varianti. C’è chi sostiene (Crosetto) di essere volato a Dubai per questioni di famiglia, e poi c’è chi sostiene (Crosetto) di aver avuto impegni istituzionali ad Abu Dhabi, suggerisco un confronto all’americana tra i due.

[…] È comunque rassicurante sapere di avere un ministro della Difesa così informato da restare bloccato in aeroporto come un turista qualsiasi. E anche questo si è detto. Però, boh, vai a sapere se un ministro della Difesa può andare in giro qui e là senza dirlo a nessuno, né alla Farnesina, né ai servizi segreti. Infine, in una riunione al Senato che sembrava Hellzapoppin’, ha giocato la carta del cuore di padre, la mozione degli affetti che funziona sempre, infallibile. Ma a un certo punto, dal dramma privato del ministro Crosetto si è passati al dramma nostro, di tutti noi, che è quello di avere come ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale, interrogato in proposito, è caduto dal pero, ha detto che lui della guerra è stato avvertito dopo, e che sta assistendo gli italiani bloccati a Dubai, ai quali consiglia di non avvicinarsi alle finestre se vedono dei droni. Il che – suppongo – è il massimo che Tajani possa fare, ma non nella situazione particolare, credo in generale e in assoluto.[…]

La sensazione di sicurezza e fiducia – parlo da cittadino italiano – fornita dal combinato disposto di ministro della Difesa e ministro degli Esteri è inebriante almeno quanto il peso dell’Italia sulle questioni internazionali: forse tra poco sapremo delle Cinque Giornate di Milano o dell’attentato di Sarajevo, sempre che gli alleati si ricordino di avvisarci. Insomma, un paio di giorni fa, con la comparsa in scena di Tajani, la grande commedia italiana ha vinto ancora, e siamo passati da Mamma ho perso l’aereo a Totò e Peppino divisi a Berlino (1962, soggetto di Age e Scarpelli, per dire il genio), una storia di magliari e geopolitica. I nostri eroi vengono catturati a turno dagli americani, poi dai russi, poi addirittura […] dai cinesi, il tutto senza sapere né capire nulla della situazione, senza notizie, senza la minima consapevolezza di niente. E anche senza giornali che il giorno dopo chiedano proprio a loro, Totò e Peppino, analisi e riflessioni su una situazione con tutta evidenza a loro sconosciuta.

Sullo sfondo, giusto per metterci un po’ di cinepanettone, che non guasta mai, la Dubai degli influencer e dei sedicenti maghi della finanza, i cantori del qui-non-c’è-la-burocrazia e non-si-pagano-le-tasse, signora mia, di colpo incupiti per la situazione internazionale e per l’improvviso scarseggiare di crêpes al buffet della colazione. Tutti però ancora felici di vivere in una specie di Disneyland del Capitale.

Assistere a tutto questo mentre fuori – fuori dalla commedia, intendo – infuria una guerra di aggressione coloniale di Usa-Israele, è piuttosto spiazzante, ma bisogna anche considerare che lo si fa per liberare dal velo le donne iraniane, e si pensa di aiutarle bombardando una scuola piena di bambine, non fa una piega. Intanto, da qui, “monitoriamo la situazione”, che è la cosa che sappiamo fare meglio, sempre che Tajani e Crosetto riescano ad accendere un monitor.


Equilibrista e sovranista, Meloni ha isolato l’Italia


Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei. E anche in Europa di compagni l’Italia in questa delicatissima e gravissima fase politica non ne ha

Giorgia Meloni e Donald Trump

(Gianfranco Pasquino – editorialedomani.it) – L’Italia è rimasta sola. Purtroppo. Oppure finalmente e inevitabilmente. Il sovranismo equilibrista di Giorgia Meloni ha, forse, con il suo incessante turismo politico tradotto in un grosso portfolio di foto, reso l’Italia più visibile nel mondo. Sicuramente, non l’ha resa più influente politicamente.

Di per sé, infatti, il sovranismo significa contare sulle proprie forze perseguendo prioritariamente, per lo più esclusivamente, gli interessi nazionali. Il presidente Trump, sovranista in chief, può permettersi lo slogan/progetto Make America Great Again, ma quand’anche conseguisse l’obiettivo, non riuscirebbe a imporre nessuna riguadagnata egemonia politica e meno che mai culturale.

L’arroganza del vice presidente J.D. Vance nei confronti dell’Europa e le più sottili critiche del segretario di Stato Marco Rubio sono soltanto servite a ricompattare gli europei spingendoli a prendere atto che le relazioni con gli Usa sono profondamente, forse, irreversibilmente, cambiate. Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei, con totale disinteresse. Non sarà Meloni a ricucire rapporti lacerati, ma neppure Viktor Orbán che, sovranista e trumpiano furbetto, non è proprio una buona compagnia per il capo del governo italiano.

Di compagni in Europa è oramai accertato che in questa delicatissima e gravissima fase politica, Meloni e la sua Italia non ne hanno. Fuori dalle consultazioni e dalle intese fra Francia, Germania e Gran Bretagna (E3), con un ruolo molto marginale fra i volenterosi, pur continuando nel doveroso sostegno all’Ucraina, totalmente esclusa dal gruppo degli otto paesi che, coordinati dal Presidente francese Emmanuel Macron, parteciperanno al progetto di “deterrenza nucleare avanzata”. Al netto delle antipatie personali, nell’assenza dell’Italia hanno sicuramente contato anche le ripetute dichiarazioni di Meloni che svelano che il suo asserito ponte è fortemente squilibrato a favore del presidente Trump.

Non è chiaro se all’interno del governo Meloni ci sia consapevolezza che è in corso un cambiamento epocale che richiede molto di più di qualche, peraltro non semplice, dichiarazione, magari condivisa anche dai due vice presidenti del Consiglio le cui posizioni definirei “diversamente ambigue” anche se opportunisticamente di volta in volta convergono con quanto afferma Giorgia Meloni.

Finora la presidente del Consiglio si è rivelata molto abile nel ridefinire in modo flessibile e soffice il suo originario sovranismo. In questi giorni, appare in maniera evidente che è indispensabile un salto di qualità degli europei e dell’Unione Europea in quanto tale. Confinarsi, come Meloni ha spesso fatto, a qualche critica, suggerendo cautela, oppure prendere qualche distanza impedendo decisioni importanti come l’abolizione del voto all’unanimità, indebolisce le capacità e schiaccia le potenzialità dell’Unione senza in nessun modo fare avanzare un progetto alternativo.

Chiaro è che il governo italiano non ha nessun progetto alternativo a quello federale come espresso nel Rapporto Draghi e nelle sue successive interpretazioni che costituiscono una sfida prima di tutto alla Commissione e alla sua cauta, incerta e insicura presidente von der Leyen, ma anche all’Italia. Non sarà dal pensiero sovranista che guarda indietro per cercare di riappropriarsi della sovranità perduta che verrà la soluzione. Quella sovranità non è stata perduta, ma consapevolmente ceduta per meglio esercitarla in condivisione con gli altri Stati-membri dell’Unione Europea.

Non è proprio il caso di rifugiarsi nella retorica inneggiando alla necessità di un pensiero lungo. Abbiamo bisogno adesso e subito di un pensiero convintamente compiutamente europeista. Sappiamo che non potrà venire dal governo Meloni.