
(Stefano Rossi) – Dopo numerosi processi di primo e secondo grado, finiti con le condanne, e alcuni rinvii dalla Cassazione al grado precedente, finalmente, dopo 17 anni, la Cassazione Penale chiude definitivamente il processo nei confronti dell’AD di FS e RFI, Mauro Moretti.
Immediatamente, senza nemmeno attendere le motivazioni della sentenza, che saranno depositate dopo l’estate, quasi tutti i quotidiani si sono schierati a favore di Moretti con argomenti che qualificano molto bene chi li ha pensati e scritti.
Traspare incredulità, risentimento, stupore per vedere un manager pubblico condannato e messo in galera come un comune cittadino.
Leggiamo alcuni passaggi.
Singolare il Manifesto che si arzigogola in un confronto più che ardito, manicomiale.
Cioè, secondo questo giornale, ad Alessandria, la procura, ha chiesto la condanna all’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti per i fatti della Cascina Spiotta avvenuti nel 1975, solo per essere i capi delle BR, per responsabilità da posizione dominante, secondo il linguaggio giuridico civilistico.
E tutta la stampa di sinistra ha criticato questa richiesta in quanto, notoriamente, le BR, non avevano una struttura verticistica compatta, ma ogni città e colonna erano a tenuta stagna (più o meno) rispetto alle altre.
Ma come diavolo si fa a mettere a confronto una responsabilità manageriale di una holding con il terrorismo? Da una parte ci sono leggi commerciali e penali e dall’altra leggi speciali contro il terrorismo.
Il sen. Walter Verini del PD, è andato subito a visitare Moretti in carcere e ci ha tenuto a far sapere che legge papa Leone e va a messa. Chissà se è mai andato a trovare i familiari delle 32 vittime. Il ministro Crosetto ha detto: “Andava punito perché serviva un colpevole simbolico”, come dire che non ha responsabilità”.
Francamente mi fermo qui perché le motivazioni sono solo pretestuose e chiunque può andarsele a leggere.
Dal Fatto si viene a sapere che, la holding Webuild S.p.A., a cui fanno capo una innumerevole serie di società sparse nel mondo in vari settori, ha comprato una pagina su la Repubblica per difendere Mauro Moretti al grido “la responsabilità penale è personale”, lasciando credere che Moretti sia stato condannato per fatti altrui.
E, tutto questo, ripeto, senza aver letto le motivazioni.
L’articolo o, meglio, l’appello è firmato da 250 persone tra cui: “ad di WeBuild Pietro Salini, il leader di Confindustria Emanuele Orsini, l’ex presidente della Camera Luciano Violante, l’ex ministra della Giustizia Paola Severino, il presidente del Cnel Renato Brunetta e quello dell’Enel Paolo Scaroni, l’archistar Massimiliano Fuksas”, ho copiato da il Fatto.
Vale la pena leggere un passaggio.
“Le tragedie che hanno segnato il nostro Paese hanno provocato dolore profondo e meritano rispetto, memoria e giustizia. Ma proprio perché la giustizia è un valore essenziale della nostra democrazia, essa deve restare saldamente ancorata ai principi dello Stato di diritto”, scrivono i firmatari. “Per questo l’accertamento della responsabilità individuale deve fondarsi sempre sui fatti, sulle condotte concretamente poste in essere, sui poteri effettivamente esercitati e sul nesso causale, mai sulla sola funzione ricoperta. Diversamente, il rischio è quello di introdurre, di fatto, una forma di responsabilità oggettiva incompatibile con i principi fondamentali del nostro ordinamento”.
Questi signori dimenticano, o non sanno, che dal 1942, nel codice civile esistono diverse responsabilità oggettive e riguardano diverse posizioni, tra cui, il datore di lavoro.
Tutte queste reazioni non tengono conto di quanto ha chiarito il sostituto procuratore Salvatore Giannino che ha sostenuto l’accusa per molti anni nei gradi di giudizio precedenti.
Ha ricordato che ben 28 giudici hanno giudicato colpevole Mauro Moretti tra primo grado, tre appelli e tre giudizi in Cassazione!
Egli è stato ritenuto colpevole non per la sua posizione manageriale, bensì per le scelte che ha preso in nome e per conto dell’azienda che rappresentava.
In pratica, FS dispone di una ottima flotta e la sicurezza dei mezzi è abbondantemente assicurata, ma, ecco il casus belli, proprio Moretti ha deciso di affidare alcuni servizi a soggetti esterni la cui serietà nella manutenzione non è mai stata accertata o garantita.
L’azienda FS, per decisione dei vertici, ha preferito rivolgersi a società estere per gestire alcuni trasporti eccezionali senza alcuna cura sul controllo di manutenzione e sicurezza.
“E’ stato trovato un documento con la individuazione di un break even point da cui era emerso il maggior profitto in caso di noleggio, rispetto alla dotazione di una flotta propria. La tragedia è stata provocata dal cedimento dell’assile di un carro che ha fatto deragliare il treno. Uno dei carri ribaltandosi si è squarciato facendo fuoriuscire il gpl. Sa quanto si pagava per affittare il carro che si è rotto? 25 euro al giorno, meno del noleggio di una Panda ”, così il dott. Giannino.
Per giudicare Moretti aspettiamo le motivazioni.
Invece, per giudicare in nostri politici e i pennivendoli è sufficiente leggere le loro affrettate e astruse dichiarazioni basate sul nulla.
O meglio, basate su interessi di cose loro.
Parchi chiusi mentre si cerca sollievo dal caldo asfissiante

” Questa mattina, con temperature che hanno raggiunto i 35°C, mentre il sole implacabile arroventava strade e piazze della popolosa municipalità collinare partenopea, dove vivono circa 120mila napoletani, il parco Mascagna e il parco della villa Floridiana sono rimasti chiusi ai cittadini per un’allerta meteo di colore giallo. Famiglie con bambini anche in tenera età e persone anziane in cerca di un po’ di refrigerio sono stati respinti da cancelli implacabilmente sbarrati mentre il caldo opprimente aumentava il rischio per i più fragili. Tutto questo è inaccettabile! “. A intervenire sulla vicenda è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, più volte intervenuto anche in passato per stigmatizzare la chiusura degli unici due polmoni a verde pubblico a disposizione dei residenti della zona.
” Non ci si accontenta di scuse burocratiche – sottolinea Capodanno – . L’allerta gialla non giustifica la chiusura totale e indiscriminata degli unici due polmoni verdi di un’area della città densamente popolata. Questi spazi sono essenziali per la salute pubblica, soprattutto in giornate di caldo intenso e umidità, come quella odierna. Chiudere i parchi significa mettere a rischio chi non ha altre possibilità per trovare ombra e aria più fresca “.
” Rivendichiamo inoltre – aggiunge Capodanno – la responsabilità politica diretta: il sindaco Manfredi e l’assessore al verde Santagada devono dare spiegazioni immediate e risposte concrete. La gestione degli spazi pubblici e la tutela dei cittadini non possono essere scaricate su giustificazioni tecniche quando mancano soluzioni pratiche e presidi sul territorio “.
” Al riguardo – puntualizza Capodanno -, persistendo l’anomala ondata di calore, chiediamo con forza l’apertura immediata e continuativa sia del parco Mascagna che della Villa Floridiana, anche se la gestione di quest’ultima è affidata al polo autonomo “Musei nazionali del Vomero”, con accesso regolato ma garantito; la presenza di presidi sanitari e di primo soccorso nelle ore più calde, con personale formato per colpi di calore; il coordinamento immediato tra Comune di Napoli, Direzione regionale dei musei e Protezione Civile per linee guida chiare, con procedure trasparenti e motivate, per qualsiasi eventuale chiusura futura, con preavviso e vie alternative per i cittadini: quando l’allerta è di colore giallo, i parchi non possono essere chiusi in modo indiscriminato! “.
” Non permetteremo – conclude Capodanno – che la burocrazia sostituisca il buon senso e la tutela della salute pubblica. Il Vomero difende i suoi pochi spazi verdi rimasti e, con essi, le persone più vulnerabili, a partire da anziani e bambini “.
Al Campania Teatro Festival 2026 debutta in Sala Assoli Moscato Coralin alla fine muore, thriller psicologico
con Rossella Pugliese e Adriano Falivene
venerdì 10 luglio, ore 21

Al Campania Teatro Festival, giunto alla sua diciannovesima edizione e diretto da Ruggero Cappuccio, organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival, presieduta da Alessandro Barbano, e finanziato dalla Regione Campania, debutta in prima assoluta in Sala Assoli Moscato venerdì 10 luglio, alle ore 21, “Coralin alla fine muore” scritto e diretto da Rossella Pugliese, che è anche in scena con Adriano Falivene e si ringrazia il noto attore e conduttore Flavio Insinna per aver regalato la sua voceal personaggio dell’avvocato Lorenzi. La direzione tecnica e disegno luci sono affidati a Errico Quagliozzi, i costumi sono di Giuseppe Avallone, le musiche originali di Ivo Parlati e la realizzazione scene è di Neo Scenografie di Paolo Iammarrore e Vincenzo Fiorillo. Si aggiungono l’aiuto regia Arina Sazontova e la sarta di scena Francesca Romano. La produzione dello spettacolo è Deneb e ETS.
In un loft spoglio, durante una notte di tempesta, una donna e un uomo si affrontano in un gioco ambiguo e pericoloso, dove vittima e carnefice sembrano continuamente scambiarsi di ruolo.
Coralin è un’avvocata penalista brillante, feroce, abituata a difendere uomini colpevoli e a sopravvivere in un ambiente dominato dal potere e dalla manipolazione. Timoleone Copì è un uomo spezzato, ossessionato da un dolore che non riesce a contenere e da una colpa che lo divora da tempo.
Quando Timo rapisce Coralin segregandola in quel loft isolato, prende forma un confronto sempre più serrato. Ciò che inizialmente appare come un sequestro si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più complesso: un rituale emotivo in cui entrambi cercano disperatamente di difendere la propria versione del fallimento, della colpa e di ciò che sono diventati.
Nel corso dei giorni, i ruoli si ribaltano di continuo. Vittima e carnefice finiscono per confondersi, mentre i due protagonisti vengono trascinati dentro un territorio sempre più instabile; identità, memoria e senso di colpa lentamente si sgretolano.
“Coralin alla fine muore” è un thriller psicologico che attraversa la violenza invisibile delle relazioni umane e accompagna i suoi protagonisti fino al punto in cui sopravvivere a sé stessi sembra impossibile.
Come dichiara Rossella Pugliese nelle sue note di regia «“Coralin alla fine muore” nasce dal desiderio di indagare il lato più ambiguo delle relazioni umane: quel territorio fragile in cui controllo, dipendenza emotiva e violenza psicologica convivono senza più confini netti.
Il testo si sviluppa come un thriller psicologico a due personaggi, ma evita volutamente le dinamiche tradizionali del genere. Non esistono eroi né innocenti assoluti. Coralin e Timo combattono continuamente per il controllo della narrazione, cercando di imporre all’altro una versione della realtà che li renda sopportabili ai propri occhi.
Lo spazio scenico è essenziale, quasi astratto: un loft vuoto, una finestra sprangata, tende bianche innaturalmente lunghe, un materasso, pochi oggetti. Tutto è reale e insieme mentale. La scena diventa una trappola emotiva, un luogo sospeso dove il tempo sembra collassare e ripetersi.
Anche il linguaggio registico lavora sulla tensione tra verità e rappresentazione: i corpi degli attori oscillano continuamente tra naturalismo e deformazione, tra intimità quotidiana e dimensione rituale. Il temporale, il vento, il suono improvviso dello sparo e il movimento delle tende diventano elementi drammaturgici vivi, quasi presenze.
La drammaturgia procede per stratificazioni, lasciando emergere lentamente le ferite profonde dei personaggi senza mai spiegare tutto in modo definitivo. Lo spettatore è chiamato a entrare dentro le contraddizioni dei protagonisti, a prendere posizione e subito dopo a rimettere in discussione ciò che credeva di aver compreso.
“Coralin alla fine muore” non cerca risposte assolute né consolazioni. Attraversa il senso di colpa, il bisogno di essere riconosciuti e la difficoltà di sostenere la verità su sé stessi. Fino a lasciare in scena due esseri umani incapaci di distinguere se ciò che li tiene ancora vivi sia il desiderio di salvarsi o quello di sparire definitivamente».
CORALIN ALLA FINE MUORE
debutto Sala Assoli Moscato, venerdì 10 luglio alle ore 21
scritto e diretto da Rossella Pugliese
con Rossella Pugliese, Adriano Falivene
voce dell’avvocato Lorenzi Flavio Insinna
direzione tecnica e disegno luci Errico Quagliozzi
costumi Giuseppe Avallone
musiche originali Ivo Parlati
realizzazione scene Neo Scenografie di Paolo Iammarrore e Vincenzo Fiorillo
aiuto regia Arina Sazontova
sarta di scena Francesca Romano
produzione Deneb e ETS
durata 80 minuti
Per prenotazioni, acquisto biglietti e programma completo: www.campaniateatrofestival.it/
Il consigliere regionale e capogruppo del gruppo Fico Presidente: “Se ha accuse da fare venga in Commissione Trasparenza.”

“Le parole di Vincenzo De Luca contro la Giunta regionale guidata dal presidente Roberto Fico sono gravi e politicamente irresponsabili. Parlare di ‘opacità’ significa attaccare non solo il lavoro della Regione, ma anche uomini, scelte e pezzi di classe dirigente che appartengono al suo stesso Partito e alla sua stessa stagione di governo”. Lo dichiara il consigliere regionale e capogruppo del gruppo Fico Presidente, Nino Simeone.
“Per questo il Partito Democratico chiarisca subito se condivide le accuse di De Luca senior oppure se intende prenderne le distanze. De Luca dovrebbe essere chiaro fino in fondo: sta forse chiedendo di usare oggi lo stesso metodo da lui adottato dieci anni fa quando nominò il buon De Gregorio all’Eav? Perché se contesta procedure e scelte amministrative di questa Giunta, allora dica apertamente quale modello propone, invece di lanciare accuse generiche per confondere i cittadini”.
“Se avesse elementi, documenti o contestazioni precise da presentare, da vicepresidente della Commissione Trasparenza del Consiglio Regionale, lo invito a venire in Commissione a riferire. Ricoprendo ruoli istituzionali bisogna assumersi la responsabilità di quello che si dichiara. Le istituzioni si rispettano e non si usano come bersaglio per regolare conti politici”.
“Roberto Fico – conclude Simeone – sta governando con serietà, equilibrio e trasparenza alla luce del sole senza opacità”.

Il primo appuntamento pubblico dell’Amministrazione Di Lonardo è stato dedicato alle associazioni del territorio.
Un momento di ascolto, confronto e condivisione, nato su iniziativa del Vicesindaco con delega ai rapporti con le associazioni, Fiorenza Ceniccola, per avviare un dialogo stabile con chi ogni giorno contribuisce alla crescita della comunità.
Tra le proposte illustrate dal Vicesindaco, la costituzione della Consulta delle Associazioni, prevista dallo Statuto comunale, uno strumento pensato per valorizzare il ruolo delle associazioni, favorire la partecipazione e costruire una rete di collaborazione capace di sviluppare iniziative e progettualità condivise.
Nel corso della serata, il Sindaco ha ribadito la volontà dell’Amministrazione di promuovere un nuovo modo di amministrare, fondato sull’ascolto, sul dialogo e sul coinvolgimento attivo della comunità, mentre l’Assessore Guidi ha annunciato l’avvio di un analogo percorso di confronto con le attività produttive del territorio.
Un percorso che mette al centro la partecipazione, nella convinzione che la crescita del territorio passi dalla collaborazione tra istituzioni, associazioni, imprese e cittadini.

La svolta? Alessia, sua figlia Amylia e nostro figlio Gabriel. Non ho più sentito Di Battista». Intervista all’ex ministro e capo M5S, che il 6 luglio compie 40 anni e che ha lasciato la politica italiana. «Nel 2018 davamo per scontato che toccasse a me. Ma alla macchinetta del caffè io e Salvini decidemmo per Conte. Ho sempre preso atto dei miei limiti. E quindi studio. Tanto»

(di Claudio Bozza – corriere.it) – Ma Luigi Di Maio dov’è finito? Ci sono voluti mesi per convincerlo a fare questa intervista. Di Maio antisistema, poi al governo dell’Italia. Il primo Conte premier “inventato” con Salvini davanti alla macchinetta del caffè del Pirellone. Gli strappi dolorosi con Grillo, Fico e Di Battista. Il populismo rinnegato. Di Maio che perde tutto e riparte da Berlino. Luigi “il Freddo”, per 13 anni fisso sotto ai riflettori senza mai parlare di sé. E oggi accetta di farlo per 7. Per i suoi 40 anni, l’ex capo del M5S racconta la sua ascesa e caduta politica. Poi la rinascita, grazie alla famiglia. Siamo a Bruxelles, nel cuore della Commissione europea. Nel suo ufficio da rappresentante speciale per il Golfo Persico ci sono foto con Sergio Mattarella, Mario Draghi, re Carlo, emiri e leader arabi. Di Maio pesa ogni parola. Ma ora è sereno. E si toglie più di un sassolino dalla scarpa.
Lei ha guidato il M5S, primo partito d’Italia, arrivato al 32,7% cavalcando toni populisti. Oggi è qui, nel cuore del sistema, in un ruolo diplomatico prestigioso. Voltandosi indietro, cosa pensa?
«Che ogni esperienza è stata fondamentale. La sconfitta elettorale del 2022, quando persi tutto incassando lo 0,6% con Impegno civico, mi ha cambiato molto in positivo. Ricordo benissimo il 22 ottobre 2022, quando ho lasciato ad Antonio Tajani il mio tavolo al ministero degli Esteri: è stato il giorno in cui ho messo a fuoco quello che mi era successo».

Lei è fuori dalla politica italiana da ormai tre anni. Quanto le manca?
«Nel senso di essere protagonista, non mi manca. Ma la seguo con molta attenzione. Chi oggi è al centro della politica deve avere una grande capacità di mantenere sangue freddo».
In Parlamento dicono che lei sta lavorando per tornare. È pronto per le elezioni politiche?
«Sono romanzi fantasy, informazioni prive di fondamento. Dico solo che, per me, oggi sarebbe molto difficile dire le cose che, da opposizione, sostenevamo in campagna elettorale. Consiglio a tutti i partiti di andare a Palazzo Chigi. Perché solo quando governi fai i conti con la realtà».
Il 6 luglio compirà 40 anni. A 26 è stato il più giovane vicepresidente della Camera, due volte deputato, ha guidato tre ministeri, ora è pure professore al King’s College. In pochi accumulano tante cariche in così poco tempo. Chi è la persona a cui deve di più?
«Mia mamma, Paolina, mi ha sempre sostenuto. Anche nei momenti di massima conflittualità con mio padre Antonio, per le scelte che facevo. La svolta della mia vita è stata Alessia, il mio amore. Ho passato 35 anni provando a essere qualcuno per tante persone. Oggi quelle che contano sono tre: la mia compagna, sua figlia Amylia e nostro figlio Gabriel. Oggi non mi chiedo più se sto facendo bene il ministro, ma se sono un buon padre».

Suo papà, già dirigente del Msi e poi di An, di certo i grillini non li digeriva…
«Oggi lo capisco: uno nato missino, con un figlio che stava con Beppe Grillo… Non è stato semplice. Poi papà, dal 2013, è stato sempre al mio fianco: mi ha votato e sostenuto. E non ha mai smesso di farmi i “cazziatoni”. Ricordo il primo comizio a Pomigliano, appena eletto deputato, in cui dissi che “Napolitano doveva ascoltare le nostre istanze”. Papà mi prese da una parte e mi disse: “Il presidente Napolitano… È il presidente della Repubblica, mica è tuo fratello”».
I suoi 40 anni in una sola parola?
«Velocità. È successo tutto velocemente, troppo. Dovrei paradossalmente ringraziare gli elettori per quello 0,6% che mi hanno dato. Il voto del settembre 2022 fu un bagno di realtà. Persi tutto. In un giorno feci gli scatoloni al ministero e pure a casa, perché io e la mia precedente compagna ci lasciammo. Volai a Berlino a trovare degli amici. Ero rimasto solo. Decisi di cambiare aria e lì incontrai Alessia, che era già stata candidata del M5S nel 2018, ma ci eravamo persi di vista per anni».
A 32 anni è diventato ministro e vicepresidente del Consiglio. C’è stato un momento in cui ha pensato che sarebbe potuto diventare premier?
«Sì, nel 2018, quando sfiorammo il 33% e Salvini aveva preso il 17%. Lo davamo per scontato».

Poi arrivarono i cento giorni di braccio di ferro. Una trattativa infinita per il “governo gialloverde”…
«Io e Salvini non riuscivamo a metterci d’accordo. Mi ricordo un pomeriggio al Pirellone. Matteo voleva che una parte del contratto con gli italiani si scrivesse a Milano, non solo a Roma. Proposi anche una staffetta tra me e lui. Poi davanti alla macchinetta del caffè, prendendo atto dell’impasse, decidemmo per la soluzione di Conte premier, raccomandata da Alfonso Bonafede».
I suoi avversari l’attaccavano con epiteti di ogni tipo: “Giggino, il bibitaro” su tutti. Nella prima fase aveva mostrato molti limiti. Come li ha superati?
«Ho incontrato le persone giuste, che mi hanno sostenuto. Già da vicepresidente della Camera mi sostenne molto Roberto Giachetti, che sulla carta era un avversario del Pd. E anche tutti i miei capi di gabinetto sono stati fondamentali. Ho sempre preso atto dei miei limiti. Alla Farnesina, ad esempio, facevo lezioni d’inglese la mattina presto, in maniera quasi martellante. Tre settimane dopo mi trovai a fare i bilaterali in inglese all’Onu, da ministro. Ho studiato, che fa sempre la differenza. Ora studio il tedesco, la lingua che Alessia parla con i bambini, e non può rimanere una lingua “segreta” per me».

Per anni, anche i suoi fedelissimi, la chiamavano “Luigi il freddo”. Pochi sentimenti, tanta politica. Riservato, quasi impenetrabile. Era una scelta o una difesa?
«Non sono cresciuto in una famiglia molto sentimentale. A casa erano molto importanti il valore delle regole, della correttezza e dell’educazione. Poi quello empatico era sempre stato Alessandro Di Battista, io semmai ero quello un po’ più “bacchettone”» (ride, ndr).
La cosa fatta con il M5S a cui tiene di più?
«Sicuramente il reddito di cittadinanza. Su questo non torno indietro. Però abbiamo peccato di troppo ottimismo. Andava fatto diversamente, con più controlli. Io ero profondamente convinto, da ministro del Lavoro, che quella misura servisse a liberare le persone in difficoltà dal ricatto e dalle prepotenze».
E quella di cui si è pentito?
«Quando volevamo fare i fenomeni».
Si riferisce al 27 settembre 2018, quando si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi per annunciare: «Abbiamo abolito la povertà»?
«Sì. Ma non ce n’era bisogno, perché avevamo approvato una misura per noi vitale, mantenendo una promessa fatta in campagna elettorale. Ma eravamo in una competizione talmente sfrenata con Salvini che facevamo a gara a chi la sparava più grossa. Ho imparato molto da quell’errore».
Nel maggio 2018 chiese addirittura l’impeachment del presidente Mattarella. Pentito?
«In realtà, in quei giorni, fu tutto molto veloce. Cercammo subito l’opportunità per vederci e proseguire con la costruzione del governo».

Cosa accadde in quell’incontro?
«Il presidente della Repubblica mi disse semplicemente: “Mettiamo da parte quello che è successo negli ultimi giorni e pensiamo al Paese”. Dimostrò ancora una volta di essere un grande uomo di Stato».
E di “Parlateci di Bibbiano” contro il Pd?
«Su questo no comment».
Con Roberto Fico, oggi governatore della Campania, vi siete rivisti dopo tre anni, a Napoli… Lui fu durissimo quando lei fece la scissione dal M5S.
«Ci siamo salutati. Almeno da parte mia non c’è mai stato un fatto personale. Roberto è uno che ha cominciato prima di tutti nel Movimento. Ha sempre creduto nelle sue battaglie, anche quando all’inizio andava contro un muro».
Cosa è rimasto oggi del Luigi del “Vaffa Day”?
«Non ho mai perso la voglia di cambiare le cose. Però ho capito che per riuscirci dobbiamo farlo attraverso le istituzioni, non combattendole».
E con Beppe Grillo da quanto non vi sentite?
«Mi ha fatto gli auguri per mio figlio».
Cosa prova verso il fondatore?
«Beppe era già conosciuto da trent’anni quando ha fondato il M5S e ha dato a tutti noi una grande opportunità. Di questo gli sono grato. Quello che non mi è piaciuto per niente è stato che, dopo il 2022 e il mio 0,6%, abbia iniziato a fare spettacoli contro di me. Sono stato costretto a rispondergli pubblicamente. Non avrei voluto ricordargli che prendeva 300mila euro di consulenza dal partito e da Conte. Quella cosa fu l’inizio della sua fine».
E con Alessandro Di Battista, eravate inseparabili?
«Mai più sentito. È finito tutto con il mio appoggio a Draghi».
Giuseppe Conte, nella sua biografia, le ha dato del traditore senza giri di parole.
«Conte deve realizzare che ha vinto tutto con me, mentre io ho perso tutto. Il giorno in cui capirà questa cosa sarà in pace con me. E magari smetterà di continuare a nominarmi».
Potrebbe fare il premier per la terza volta?
«Non è un fatto che mi riguarda. L’unico augurio che faccio all’Italia è che chiunque vinca le prossime elezioni resti al governo per cinque anni. Gli italiani devono poter giudicare dopo un mandato intero. Io ho fatto tre volte il ministro in quattro anni e mezzo perché sono caduti tre governi».
Si dice che lei debba molto a Mario Draghi.
«Durante il suo governo, il presidente ha mantenuto la parola sulle due cose che gli avevamo chiesto: mantenere il reddito di cittadinanza e fondare il ministero della Transizione ecologica, con Cingolani».

Alle ultime Europee chi ha votato?
«Non glielo dico. È uno dei vantaggi di non fare più in politica».
Che giudizio dà di Giorgia Meloni premier?
«Lo do sulla politica estera, vista dai Paesi arabi. Un governo così longevo dà stabilità all’Italia, non solo per i mercati, ma garantisce credibilità e solidità nei rapporti con i Paesi esteri, consentendo di concretizzare accordi e obiettivi».
Il momento più delicato da ministro degli Esteri?
«La missione in Russia, una decina di giorni prima dell’invasione dell’Ucraina. Furono i giorni del glaciale faccia a faccia tra Putin e Macron, quello con il tavolo lungo venti metri. Arrivai a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri Lavrov. Prima feci un briefing diplomatico con l’ambasciatore Giorgio Starace. E poi quello militare con l’addetto alla Difesa: si chiamava Roberto Vannacci, proprio lui. Mi illustrò i tre scenari. Putin avrebbe potuto invadere Donetsk e Lugansk, spingersi fino al fiume Dnipro oppure puntare fino a Kiev».

L’ipotesi giusta era la terza, la peggiore…
«E l’Europa lo ha impedito».
Qual è l’abitudine del ragazzo di Pomigliano che il diplomatico non è ancora riuscito a togliersi?
«Pensare in napoletano. Per i primi sette anni della mia vita sono cresciuto con i miei nonni materni, che parlavano in dialetto stretto. Ancora oggi, nei momenti di stress, questa cosa mi aiuta molto. Ed è un piacere».
Qual è il giorno in cui si è sentito più solo?
«Quando ho dovuto decidere di fare il primo governo. È paradossale. Ma fu la prima volta in cui portai i Cinque stelle dentro una coalizione di governo, con la Lega, una cosa inimmaginabile. Il problema non era Conte. In quel primo esecutivo, senza offendere nessuno, lui era l’amministratore delegato di una società in cui gli azionisti eravamo io e Salvini. Fui ingenuo, perché con il capo della Lega credevo di avere un rapporto personale».
Qual è l’ultima volta che ha avuto paura?
«Quando mio padre è stato operato per un tumore. La paura di perdere una persona cara è terribile. Per questo devo ringraziare la sanità pubblica di Napoli».
E l’ultima che ha pianto?
«Quando è nato Gabriel. Ho assistito al parto e non ho avuto il coraggio di piangere davanti ad Alessia. Ma nello spogliatoio sono scoppiato a piangere davanti allo specchio».
È mai stato sulla tomba di Casaleggio, al cimitero Monumentale di Milano?
«Non ci sono mai stato. Ma la sua morte mi fece sentire perso. Io non sono mai stato allievo di Grillo, ma di Casaleggio, sono stato sempre in sintonia con lui».
Sicuro-sicuro che non torna a Roma?
«Io vivo tra Bruxelles e Berlino. E visto che questa intervista è diventata pure una seduta psicologica, adesso mi scusi perché devo volare là, dalla mia famiglia».
Il presidente M5s a Napoli presenta il suo libro con il suo amico dem più caro: «Giuseppe Non si dice di sinistra? Lo difendo io: perché il termine è diventato generico». Con loro il presidente della Regione Fico. E il sindaco Manfredi: «Questa città è il luogo ideale per il dialogo, presto una nuova primavera politica e sociale»

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – Per la presentazione del suo libro Una nuova primavera (Marsilio) a Napoli, Giuseppe Conte ha chiamato un trio di politici, ma amici. Più che amici: Goffredo Bettini, che è il dem a lui più vicino, per non dire consigliere speciale, oltreché grande sponsor dell’alleanza fra M5s e Pd; verso di lui nel libro usa espressioni di grande stima e gratitudine. C’è il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che di Conte è stato ministro; ora è uno dei più assidui tessitori della futura coalizione di centrosinistra (peraltro a sua volta governa la città con un’alleanza larghissima). E infine Roberto Fico, oggi presidente della regione Campania, ai tempi del governo giallorosso era presidente della Camera, e a sua volta anche lui fautore dall’inizio dell’alleanza con il Pd.
All’entrata del Circolo dei canottieri, Manfredi benedice la futura alleanza. Il prossimo 8 luglio Schlein, lo stesso Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno scelto proprio Napoli per presentarsi insieme sul palco e mettere in piazza, letteralmente, un inizio di coalizione. «Napoli è il luogo ideale per il dialogo», dice il sindaco, «e per una nuova primavera politica e sociale», e la “nuova primavera” in questa città significa «che noi oggi dobbiamo parlare di un Mezzogiorno molto più dinamico, competitivo, con risultati economici sicuramente positivi. Abbiamo voltato pagina. Certo va fatta una proposta di visione del futuro in grado di interpretare i grandi cambiamenti economici e geopolitici che stiamo vivendo. Però questa è una stagione positiva, ci deve essere un nuovo protagonismo del Sud, e un nuovo protagonismo di Napoli che è la città guida del Mezzogiorno».

Conduce la giornalista di Repubblica Conchita Sannino, introduce il professore Franco Vittoria. Quando prende la parola Bettini, che è direttore del periodico online Rinascita, annuncia una lettura del libro «da comunista italiano», «da uomo della sinistra che ha maturato un legame con M5s, che via via è cresciuto nella battaglie politiche». Ripercorre le pagine di «un libro un po’ personale e molto politico», «di una storia che lo porta quasi casualmente a incontrare la politica» e per questo «è disinteressato agli obiettivi materiali, come chi ha già una solida vita alle spalle», quella di avvocato e docente universitario, attratto «sì dal tema della trasparenza e dell’onestà ma soprattutto dal tentativo visionario della rappresentanza diretta». Quello che altri chiamano populismo.

Bettini condivide le critiche che Conte muove alla sinistra – non così a Lecce aveva fatto invece Massimo D’Alema – perché, dice, quella sinistra ha vissuto «una fase di un nuovismo elitario, di distanza con la povertà e l’esclusione», e sono queste le ragioni per cui il M5s è nato e poi cresciuto – in realtà poi però è anche decresciuto –. Conte, continua, «ha il merito storico di aver mantenuto un popolo nel perimetro democratico dopo l’errore storico della caduta del Conte due. E di aver trasformato i Cinque stelle in una forza di governo».
Difende l’ex premier dagli attacchi che subisce sul Covid, definisce «agguato» la trasmissione di Nicola Porro, su Rete4, dove «da solo ha combattuto con onore contro le accuse di una destra corrotta. Ma se fossero così sicuri delle loro ragioni, perché ha dovuto combattere per essere ascoltato nelle sedi istituzionali?».
Ma soprattutto Bettini manda due messaggi. Il primo «all’insieme del nostro campo e al mio partito», cioè il Pd. Quando Conte dice che la sua è «una forza progressista collocata nel campo democratico, qualcuno invece di cogliere una svolta alza il ditino: “perché non si dice di sinistra?», «E allora lo difendo io: perché il termine “sinistra” è diventato generico. Ci sono tante sinistre, la mia sinistra per esempio non è quella di Blair, né quella di Renzi, che pure è stato il segretario di una forza di sinistra».

Il secondo messaggio è, appunto, per Renzi. Anzi per Conte e per Matteo Renzi: «La foto dei quattro» leader del centrosinistra, «è un primo passo», «ora bisogna allargare. Ci sono energie nuove, bisogno dare fiducia», e qui elenca Ernesto Ruffini e il “suo” Alessandro Onorato, il cui Progetto civico «per gelosia viene definito un prodotto in vitro, e invece è un prodotto nato dal basso».

«Non vanno posti veti», dice all’indirizzo dell’amico ex premier che vorrebbe tenere fuori dall’alleanza Iv, «ma contano i comportamenti. Spero che quest’area si possa unire, ma questo si fa se si ha misura e si dà spazio a una nuova classe dirigente, se non si vuole fare cioè tutto da soli, come ho sentito oggi dalle dichiarazioni di Casa riformista». Renzi avvisato, si sposti di lato.

Infine sulla premiership del centrosinistra: «Diciamo di essere contro il premierato, ma poi siamo troppo assillati dal tema del leader: rischiamo di cadere nella postura del comando verticale. A noi tocca costruire una squadra, e un programma. Poi sceglieremo il leader il migliore. L’importante che si faccia in amicizia».
Trump incarna l’ultimo paradosso degli Usa, un paese nato dal rifiuto del sovrano. Il caso criptovalute: il tycoon si è arricchito a scapito dei piccoli risparmiatori

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Nessuna nazione moderna ha legato la propria origine al rifiuto della monarchia quanto gli Stati Uniti. La Dichiarazione d’indipendenza è, nella sua parte meno citata, un lungo atto d’accusa contro Giorgio III. Si tratta di un elenco di soprusi teso a dimostrare che il monarca è inadatto a governare un popolo libero. Pochi mesi prima, il pamphlet più infiammabile della rivoluzione, Common Sense di Thomas Paine, aveva demolito il principio ereditario come assurdità logica prima ancora che politica. La natura stessa, scriveva, smentisce il principio di successione, dando spesso all’umanità «un asino al posto di un leone».
L’America emerge dalla convinzione che nessun uomo riceva dalla nascita il diritto di comandare, che non esistano corti, ranghi, aristocrazie, sangue. È il suo mito fondativo e la sua pretesa di eccezione. Eppure, fin dall’inizio, il progetto americano convive con la tentazione inconfessabile di ricreare in altre forme e con altri nomi le strutture da cui si era appena liberato. La storia dei 250 anni che il paese celebra in questi giorni è anche la storia di questa perversione, giunta oggi alla sua manifestazione più esplicita, quella dello pseudo-monarca Donald Trump, che fra archi di trionfo e miliardi incassati attraverso i suoi cortigiani incarna tutto il peggio della tradizione regale.

Già fra i padri fondatori si trovano già i difetti dell’odiata nobiltà del vecchio mondo. I grandi proprietari terrieri della Virginia, come Washington, Jefferson e Madison, erano una specie di gentry inglese fatta di latifondi, servitù, matrimoni strategici e senso del rango. La schiavitù fornisce a questa classe la base materiale che l’aristocrazia europea ricavava dal privilegio feudale. Non a caso il sud schiavista si pensò come civiltà cavalleresca in polemica con il volgare mercantilismo del nord. Jefferson teorizzò la distinzione tra l’«aristocrazia naturale» dei talenti e delle virtù e quella «artificiale» della ricchezza e del sangue, sostenendo che la repubblica avrebbe dovuto selezionare la prima e neutralizzare la seconda.
Anche l’istituzione più originale del nuovo ordine, la presidenza, nasce guardando al trono. Nel 1789 il Senato discusse seriamente come rivolgersi a Washington, e Adams propose “Sua Altezza il Presidente degli Stati Uniti e Protettore delle loro Libertà”. Prevalse il più sobrio “Mr. President”, ma la sostanza sacrale rimase.
La presidenza è il centro di quella che il sociologo Robert Bellah chiamò la religione civile americana, che ha bisogno di un pontefice laico che consacra, perdona, benedice. Il monarca era stato cacciato dalla porta, il suo fantasma democratico è rientrato dalla finestra. Il principio ereditario, formalmente abolito, si è riorganizzato come costume. La politica americana ha prodotto dinastie repubblicane favolose e innumerevoli tribalismi clientelari nelle pieghe della politica locale. Gli Adams, gli Harrison, i Roosevelt, i Kennedy, i Bush e i Clinton sono soltanto gli esempi più noti. Parallelamente è cresciuto il potere dell’uomo al comando.
Franklin Delano Roosevelt infranse la regola non scritta dei due mandati fissata da Washington e nel gennaio 1945 pronunciò il suo quarto discorso inaugurale da presidente in guerra, con poteri economici e militari senza precedenti. Il Congresso corse ai ripari con il ventiduesimo emendamento, ma la traiettoria era segnata. Nel 1973 lo storico Arthur Schlesinger diede il nome di «presidenza imperiale» a questa istituzione repubblicana di autogoverno che ormai era diventata uno smisurato collettore di poteri e funzioni quasi ereditarie.
Del passaggio intergenerazionale del privilegio si sono occupate una serie di istituzioni che sono meritocratiche solo in apparenza: le università d’élite. Harvard, Yale, Princeton e le altre sorelle dell’Ivy League sono da secoli la fucina della classe dirigente, e i meccanismi che le regolano sono orientati più alla difesa del rango che alla selezione del talento. Le famose “legacy admission” riservano corsie preferenziali ai figli degli ex alunni e le generose donazioni agevolano l’accesso. È l’aristocrazia artificiale di Jefferson certificata da un titolo accademico.
E la più potente fra le oligarchie è nata nella California libertaria, dove i signori della tecnologia sono confortati dalle loro voci intellettuali di riferimento, come Curtis Yarvin, sulla necessità di superare la democrazia in favore di una monarchia manageriale. Una delle immagini più potenti di questa fase politica è quella che ritrae la corte della Silicon Valley in prima fila alla cerimonia di insediamento del secondo Trump.

Nel racconto della sublimazione monarchica in America, Trump ha soltanto reso sfacciato e pacchiano ciò che era implicito e presentabile. Ha condiviso un’immagine di sé con la corona e la scritta “Long live the king”, rilanciata dagli account ufficiali della Casa Bianca, accarezza l’ipotesi di un terzo mandato e coltiva i figli come eredi politici. Le egomaniacali celebrazioni del 250esimo anniversario dell’indipendenza mostrano tutto questo in modo inequivocabile e domani il presidente farà il comizio finale al Lincoln Memorial.
In questi giorni di ricorrenze si è parlato molto dell’incredibile fortuna, stimata in 2 miliardi di dollari, che il presidente ha incamerato nell’anno e mezzo del suo secondo mandato, impiegando senza vergogna né scrupolo esattamente le tecniche clientelari e cortigiane che erano proprie delle decadenti corone europee che i padri fondatori volevano superare.
Non deve stupire che i 636 milioni di dollari che ha guadagnato con i memecoin siano stati fatti a discapito di piccoli risparmiatori su di giri per l’investimento trumpiano. Il sovrano, insomma, ha accumulato ricchezze personali a spese dei sudditi. E non deve nemmeno stupire che gli accoliti del presidente abbiano registrato in Venezuela il marchio commerciale “Trump Home”, veicolo per nuove imprese estrattive nel regime che ha decapitato e riprogrammato al proprio servizio.
Trump dà il corpo peggiore alla dialettica di repulsione e attrazione per la monarchia che si svolge dall’inizio dell’esperimento americano. L’America che è nata rifiutando il monarca è condannata a tornare sempre a misurarsi con il corpo del re.
(di Guido Olimpio – corriere.it) – La saga dell’intelligence Usa-Israele, fatta di rivelazioni e contromosse, ha un nuovo capitolo. Solo in parte inedito. Gli israeliani, secondo fonti citate dal New York Times, volevano uccidere i due negoziatori iraniani, Abbas Araghchi e Mohammad Ghalibaf, nel mezzo delle trattative. Quando gli americani lo hanno scoperto hanno allertato Teheran attraverso intermediari spingendo la Repubblica islamica ad adottare ulteriori misure di sicurezza.
Già durante il conflitto Israele aveva reso chiaro di considerare obiettivi legittimi i rappresentanti del regime, dai politici ai militari. E ne ha uccisi a decine, compresa la Guida Alì Khamenei. […] Poi è arrivata la tregua, osteggiata dal governo Netanyahu deciso ad andare avanti con gli strikes. E sono nati i contrasti, anche pubblici, con la Casa Bianca. Tel Aviv avrebbe allora progettato di colpire i principali protagonisti del negoziato, un modo per bloccare il dialogo e riaccendere la guerra.
La minaccia è stata percepita da Teheran che aveva chiesto garanzie per i suoi emissari mentre Washington ha attivato le proprie antenne. Tutti erano consapevoli dei rischi: gli israeliani avevano adottato la stessa tattica cercando di spazzare via la dirigenza all’estero di Hamas con il raid su Doha, in Qatar. […]
L’allarme è cresciuto in occasione del previsto incontro ad aprile ad Islamabad tra il vicepresidente americano Vance e la delegazione iraniana. Teheran, preoccupata, ha ottenuto la protezione del Pakistan, così caccia pachistani hanno scortato l’aereo con a bordo Aragchi e Ghalibaf. Ma non è finita.
Dopo i colloqui, durante il volo di rientro, i servizi di sicurezza sono stati informati della presenza di due caccia israeliani in arrivo dal territorio iracheno. Un’incursione che poteva far pensare ad un intercettamento. Ed allora è stato deciso di dirottare il velivolo sull’aeroporto di Mashad, il più vicino al confine pachistano. I mediatori hanno poi proseguito il loro viaggio verso la capitale via terra.
La storia raccontata dal New York Times rientra in una fase particolare. Dopo lo stop delle operazioni belliche «spezzoni» dell’amministrazione americana – hanno fatto trapelare informazioni costanti su due punti: 1) Israele e Usa hanno linee diverse, aspetto evidente ma rimarcato con dettagli spionistici. 2) In diversi momenti le indiscrezioni hanno riguardato le attività dell’intelligence israeliana. All’origine delle notizie ci può essere la volontà della Casa Bianca di mandare messaggi all’Iran ma vanno anche considerate le posizioni molto critiche verso Tel Aviv di funzionari ad ogni livello.
È il 2 luglio americano, a Villa Taverna, all’ambasciata, ma sembra il matrimonio a Fuorigrotta: una trumpata delle cerimonie. Giorgia Meloni era assente, ma c’era Arianna. La Russa: “Il ponte con l’America non è mai crollato, ma ora bisogna costruire il ponte con la Sicilia”

Make paisa great again. Caro Trump, mangnate la carbonara di Ignazio La Russa, inginocchiati di fronte alla mamma di Rocco Casalino: ce ne vuole per rompere questo amore! Panna sui pantaloni, spalle strascicate, maionese e ketchup a fiumi. È il 2 luglio americano, a Villa Taverna, all’ambasciata, ma sembra il matrimonio a Fuorigrotta: una trumpata delle cerimonie. Meloni è assente ma c’è Arianna, e ‘Gnazio, presidente del Senato, che dice: “Il ponte con l’America non è mai crollato, ma ora bisogna costruire il ponte con la Sicilia”. Arriva Simona Agnes, la (non) presidente Rai designata, la donna che alla fine ha fatto dimettere una Commissione di Vigilanza e come Catone spiega: “La Rai si ama sempre”. Come l’America, Dylan, De Niro e Faulkner. E’ un red carpet delle sue ministrità: Salvini, Lollobrigida, Pichetto, Mantovano, Biancofiore, e poi Giorgetti che ha il passo del boy varessotto. Sono tutti brilli già al primo gin tonic. Great!
Schlein: non sei mai dove sei, non sei mai dove sai. Perché non viene? La delegazione Pd è composta da Ciccio Boccia, capitano, Andrea Casu, e senza dubbio c’è Lorenzo Guerini, ma gli occhi, e le orecchie sono per Rocco Casalino e mamma. I comunisti veri non disertano. Arriva all’ambasciata Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, del Pd, vestito di nero Minniti che ci regala la frase: “Il legame Italia-America è inscindibile. E lo ripeto. Inscindibile. Avere diversità è un valore”. Sì, Minniti, ma se Trumpaccio lascia le basi americane, noi che ci facciamo? I campi di golf. Ma Minniti, che tutto sa (passa vicino il capo dell’Aise, Caravelli) ci garantisce che “le basi servono all’America. Fanno parte della potenza americana”. Scriviamo senza il favore dell’hamburger e con le rotative che si fermano prima delle 21 (in pratica al terzo Tonic) e senza la complicità dei poteri forti. Anche perché i forti sono semplici. Incontriamo Gianni De Gennaro. Lei è De Gennaro, il vero potere forte italiano, Polizia, Servizi? E De Gennarro da babbo: “Non sono il grande sono solo il vecchio De Gennaro e il vecchio De Gennaro legge ogni mattina il Foglio”. Dentro, in sala, c’è Tilmann Fertitta, l’ambasciatore, che è un tipo tosto (ama andare all’hotel Minerva di Roma) e che di Trumpaccio se ne impipa. Lancia baci a mezzo governo e ci confidano che non ami tanto le interviste che rilascia Zampolli, anche detto, sul pratone di Villa Taverna, “Zampollo, mo ti mollo”. E per fortuna che i rapporti Italia-America dovevano cambiare… C’è Roma intera, Tronchetti Provera, Scaroni, Malagò. Si viene paparazzati come alla mostra del Cinema di Venezia. Salvini stringe la mano della bella Francesca Verdini e ha un sogno, lo ha raccontato ai giovani di Milano Marittima: “Quando finirà tutto, un giorno, io voglio tornare al Papeete”. Sigarette a mucchi, riporti e gessati inverecondi, droni nel cielo…Facciamo quel che possiamo. Giorgio Mulè parla ancora del ponte con l’America: “È come con l’Apollo 13. Si perde il contatto con la base, ma poi, magicamente, si riprendano i contatti e l’insuccesso diventa successo”. L’ambasciatore Fertitta, ancora, ganzo, altro che Trump, dichiara che “il rapporto Italia-America è al livello più alto di sempre”.
Trump ha detto che “Meloni gli ha fatto pena”, ma cosa volete che sia l’offesa di Trumpaccio? Qui ci sono problemi più importanti: la Rai e Vannacci. A La Russa gli viene chiesto come pensa di risolvere il caso delle dimissioni dei membri della Vigilanza e lui: “Si potrebbe dimettere un membro della sinistra in cda e indicare un presidente di garanzia”. Vedrete: rischia di finire con Mario Orfeo presidente della Rai. Laura Ravetto, la rosa del ventennio, si fa fotografare mezz’ora e poi spiega che “Vannacci è a Bruxelles”. Il barbecue fuma che è una meraviglia, Casalino fa la fila per il gelato. E’ un’orda di ex grillini, forse c’è anche D’Inca (lo ricordate?). Forza Italia si sdoppia: Tajani e Occhiuto, specialista in baciamano. Il dilemma Meloni (“viene o non viene”) lo risolve per fortuna il solito La Russa: “Ho sentito che non viene che ha un appuntamento”. Il geniale Daniele Alberti, lo Shakespeare dei The Journalai, fa la domanda che separa il mondo: “La Russa, meglio la carbonara o l’hamburger?”. E la Russa: “La Carbonara tutta la vita”.
Sul palco parte la musica e non si capisce bene se è Stevie Wonder o Pino Daniele. Che differenza fa? Preti, vescovi, Melania Rizzoli che viene da Milano, ufficiali gentiluomini con la panza; altro che Richard Gere… Trump ci chiede le armi ma La Russa al massimo gli offre un’alabarda perché: “La spesa va aumentata ma in autonomia”. Chi glielo dice a Trump che il suo ambasciatore ama l’Italia più di Lollo, di Angelo Mellone, direttore Rai, e di Linea Verde? Fertitta anticipa che “celebrerà il 4 luglio in Sicilia, la terra dei miei bisnonni che emigrarono più di 130 anni fa. L’Italia? E’un partner affidabile”. Tilmann, fa venire i lucciconi: “Il rapporto con gli alleati costituisce una delle pietre angolari”. Chiama Crosetto “vero amico” e Tajani, se potesse, lo porterebbe sul suo yacht. Non è finita. Come diceva Berlusconi: l’amore vince sempre sull’odio e Trump. Tajani, l’angioletto che ci ha lasciato il Cav., loda Fertitta e agli americani: “Gli Stati uniti sono un alleato storico. Il mio personale rapporto con Rubio è improntato sull’amicizia”. Noi ci fermi amo qui: danno tutti pacche a Tilmann, gli abiti puzzano come se avessimo cucinato un allevamento di buoi. Make paisà great again. L’amore America e Italia non si leva. Come il ketchup.

(Giancarlo Selmi) – I voli partiti dalle basi italiane sono stati non 200, ma neppure 500. Sono stati, numero esatto, 518. Il livello della chiarezza offerta dal governo su una questione che riguarda, non è assolutamente un dettaglio trascurabile, il coinvolgimento dell’Italia in un’operazione di guerra, si è limitato a nasconderne prima l’esistenza, poi il numero. Se non ci fosse da preoccuparsi, ci sarebbe da ridere. Anzi: si ride proprio per non urlare. Perché un cittadino appena appena dotato di senso logico, non serve un corso di studi, basta la terza media e un minimo di dignità civile, una domanda la dovrebbe fare: ma siamo in guerra oppure no?
Ora quel numero, finalmente, è emerso. Non 200. Non “quasi 500”. Non “più o meno”. Sono stati 518. Cinquecentodiciotto voli “a supporto” dell’operazione di guerra contro l’Iran. E sul significato di quel “a supporto” il governo pretende pure di prenderci in giro, come se bastasse infilare una formula vaga dentro una nota ministeriale per trasformare la realtà in nebbia. Il punto, infatti, non è solo il numero. Il punto è che l’Iran quel numero lo ha sempre saputo. Dunque, no: non sono state le dichiarazioni sgangherate di Rutte, né le richieste di chiarimento dell’opposizione, a mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Quella sicurezza l’hanno compromessa coloro che, nei fatti, ci hanno trascinati dentro una guerra contro uno Stato straniero. Una guerra unilaterale, illegale, che non ci appartiene e di cui rischiamo di pagare conseguenze molto pesanti. E siamo soltanto all’inizio.
A metterci in questa situazione non è stata quella piccola parte di stampa che ancora fa domande, è stata la scelta politica di un governo piegato alla propria subalternità, ossessionato dal bisogno di compiacere Trump e Netanyahu, impegnato ad accreditare Meloni come “pontiera” e “statista”, mentre in realtà si limita a fare da passacarte agli interessi altrui. Poi certo, si può sempre provare a raccontare che i 518 voli non fossero “cinetici”. Formula meravigliosa, quasi poetica. Viene da immaginare aerei carichi di carezze, panini, succhi di frutta e buoni sentimenti. Non bombe, non carburante, non supporto essenziale a un’aggressione militare. No, solo un grande servizio di catering internazionale per la pace.
Peccato che le guerre, purtroppo, non si facciano con le merendine. E gli iraniani, così come il resto della comunità internazionale, difficilmente berranno questa favoletta. La propaganda nostrana magari può ancora incantare qualche tifoso che commenta sui social col “fozza Gioggia”, qualche boccalone disposto a credere a tutto purché lo dica il giornale giusto o il polemista prezzolato di turno. Ma fuori da questa bolla di servilismo, la realtà resta quella che è: 518 voli a supporto di un bombardamento, restano 518 voli a supporto di un bombardamento. Ed è esattamente questo che il governo dovrebbe spiegare, senza arrampicarsi sugli specchi e senza rifugiarsi nel lessico truffaldino del “non cinetico”. Perché qui non si discute di semantica. Qui si discute di verità, di responsabilità politica, di rispetto del Parlamento, della Costituzione e del Paese.
Il problema non è che abbiano parlato Rutte o l’opposizione. Il problema è che loro hanno agito e hanno mentito abbastanza male da finire smentiti perfino dai numeri. E quando un governo arriva al punto di credere che basti cambiare nome alle cose per cancellarne la sostanza, allora non siamo solo davanti a una menzogna, detta, peraltro , in Parlamento. Siamo davanti a una presa in giro. E pure fatta male, ma per questo siamo pienamente nelle tradizioni dell’armata brancameloni.
L’ex senatore: “zitti su Pfizer-ue, Draghi e regioni”

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Gianluigi Paragone, giornalista ed ex senatore M5S e poi ItalExit, è stato tra i critici più feroci delle politiche sul Covid dei governi Conte e Draghi. Eppure, dice, con la commissione di inchiesta sul virus “la destra sta sbagliando tutto: è diventata solo una lotta contro Conte e non indaga sulle vere questioni”.
Gianluigi Paragone, la questione dei 100 milioni all’azienda del grande accusatore del governo Conte e le dimissioni del leader 5S rischiano di trasformare la commissione in un boomerang per la destra?
La destra ha sbagliato i calcoli. La comunità che con forza si oppose alla gestione della pandemia era piuttosto rassegnata; nel momento in cui si sceglie di riaprire quelle cicatrici, bisogna farlo in una maniera sensata.
Cioè?
Il perimetro dei lavori della commissione era sbagliato in partenza, tanto è vero che non mi aspettavo nulla di diverso. Si indaga solo sulle mascherine, un tema su cui si è già scritto e detto di tutto grazie a decine di inchieste giornalistiche. Parliamo di piccolezze. La chiarezza andava fatta su altro, sui veri centri di potere: i vaccini, il rapporto tra Pfizer e Unione europea, la scarsa trasparenza. E invece non vogliono disturbare, meglio prendersela solo con Conte. E le Regioni, che pure hanno avuto responsabilità grandissime? Le reazioni avverse ai vaccini? E, ancora, il governo Draghi? E Speranza, trattato come se fosse stato un passante? Evidentemente temono Conte molto più del Pd come avversario.
Crede che Conte faccia bene a farsi interrogare?
Ho apprezzato molto come abbia sempre risposto finora, anche ‘in trasferta’: è andato ad Atreju, è andato ospite da Porro e da Giordano. Ci ha messo la faccia ed è stato leale, questo gli va riconosciuto. I chiarimenti che doveva dare li ha dati, di tutto il resto la commissione se n’è fregata.
A cosa è servita, dunque?
A nulla. Ripeto: Conte ha risposto. Facciamo che ora qualcuno di destra mi risponde sul perché sono stati esclusi dai lavori della commissione tutti i temi che elencavo prima?
La destra credeva forse di poter cavalcare la rabbia della comunità no-vax e no-green pass?
Credevano di usare la commissione contro l’ex premier, ma rischiano di farsi molto male. Sono ben altre le risposte che servivano: se dopo anni siamo ancora alle mascherine, ci mettiamo a ridere.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Inaugurando un luogo a lui ostile, una biblioteca, Donald Trump ha pronunciato queste solenni e lucide parole: «Vedo i miei due bellissimi figli seduti in prima fila e penso che darò un premio a me stesso e un altro a loro: faremo una cosa a tre… Va bene? Darò loro la medaglia d’onore del Congresso per il loro genio nella caccia. Io invece me ne assegnerò una per avere affrontato la Russia… la Russia… la Russia o qualcosa del genere». In una frase sola è riuscito a vantarsi del suo familismo, a costruire un doppio senso a sfondo erotico che coinvolge i suoi figli e a congratularsi con sé stesso per la coraggiosa campagna contro Putin «o qualcosa del genere», cioè contro l’unico potente della Terra, oltre a Xi Jinping, davanti al quale si è sempre sdraiato con e come un tappeto rosso, anzi arancione.
A questo punto, più che un analista politico servirebbe uno psicanalista, e anche bravo. O forse l’omaccione di Stato sta compiendo un esperimento. Ormai nessuno gli dà più retta, a parte Rutte (e la considero un’aggravante). Dagli ayatollah ai giudici della Corte Suprema, viene preso sistematicamente a ceffoni da tutti, qualunque cosa faccia. Non potendo dunque fare più nulla, si sta divertendo a dire di tutto, soprattutto l’indicibile, in ossequio alla massima del suo intellettuale di riferimento, l’Uomo Ragno, che lui ovviamente ha ribaltato: «Da un grande potere deriva una grande irresponsabilità». O qualcosa del genere.
Con la riforma elettorale Lega e Forza Italia pagherebbero dazio. Il premio aiuta Futuro nazionale. Più chance di vittoria per la sinistra

(Giulia Merlo – editorialeomani.it) – «Cui prodest?». Questa ormai è la domanda che assilla il centrodestra alle prese con la modifica della legge elettorale. Più il tempo scorre – tra vertici, scambi di battute via intervista e intoppi parlamentari – più la distanza tra gli interessi degli alleati aumenta e le incognite crescono. Due in particolare: il peso di Futuro nazionale di Roberto Vannacci e l’introduzione delle preferenze. C
osì i dubbi sull’utilità di una modifica del sistema elettorale stanno prendendo sempre più forma. Davvero, alle condizioni attuali, il Melonellum (proporzionale con premio di maggioranza) sarebbe meglio del Rosatellum (misto, con un terzo dei seggi assegnati con sistema maggioritario e due terzi con il proporzionale)?

A conti fatti, un sistema proporzionale con liste bloccate e un premio di maggioranza fisso che scatta al 42 per cento converrebbe a Fratelli d’Italia. Gli ultimi sondaggi lo quotano intorno al 28 per cento e il suo numero di seggi totali sarebbe maggiore in proporzione rispetto a oggi, perché non dovrebbe più spartirsi ex ante con gli alleati i candidati nei collegi uninominali (sula base dei sondaggi e quindi con margine di errore, come è stato nel 2022).
A loro dovrebbe sì riconoscere un numero di posti nel listone bloccato, che però scatterebbero solo in caso di superamento del 42 per cento e dunque di vittoria e premio di maggioranza. Determinante in questo senso, però, è la variabile del posizionamento del generale Vannacci. Se corresse da solo, sono alte le probabilità che faccia perdere il centrodestra e dunque il premio di maggioranza non scatterebbe. Se invece entrasse nell’alleanza, l’ultimo sondaggio Swg proietta il centrodestra al 46,8: forse un po’ troppo ottimistico, visto che in coalizione Vannacci perderebbe consenso.
Con il Rosatellum, invece, lo scenario sarebbe peggiore per gli standard di Meloni. Nella quota proporzionale si creerebbe un sostanziale pareggio con il centrosinistra, nella parte maggioritaria dei collegi uninominali invece la presenza di Vannacci in corsa da solo determinerebbe la sconfitta Meloni, proprio come nel 2022 è stato per il Pd con il Movimento 5 stelle fuori dall’alleanza. La vittoria sarebbe però risicata, con il rischio di una palude politica.

Ragionamento opposto, invece, vale per la Lega. Nel 2022 – grazie al Rosatellum e a una sopravvalutazione del suo risultato nell’alleanza – con l’8,8 per cento, il partito di Matteo Salvini, ha incassato 65 deputati e 29 senatori, molti di più rispetto agli appena 45 alla Camera e 18 al Senato di Forza Italia, che l’aveva tallonata all’8,1 per cento.
A prescindere dalla legge elettorale, tuttavia, la Lega oggi è tra il 5 e il 6 per cento e in ogni caso perderà parlamentari. Il punto è quanti, e l’emorragia di eletti rischia di essere maggiore con il Melonellum che cancella la spartizione dei collegi uninominali in coalizione.
Ragionamento simile vale anche per Forza Italia, con una differenza. Sia che si voti con il Melonellum o che si rimanga al Rosatellum, FI incasserà più parlamentari della Lega. Se si votasse con il Rosatellum, oggi FI avrebbe la mano migliore per pretendere più collegi uninominali, potendo vantare un peso elettorale tra il 7 e l’8 per cento. Con il Melonellum, invece, il numero finale di parlamentari dipenderebbe dall’ottenimento o meno del premio di maggioranza.
In questo caso, FI potrebbe inserire nel listone più nomi rispetto a quelli della Lega ma sono proprio gli azzurri ad allontanare la vittoria, essendo i più categorici nell’escludere la presenza di Vannacci in coalizione. A conti fatti, dunque, il Rosatellum garantirebbe di più sul numero di eletti. La sintesi è che né a Forza Italia né alla Lega converrebbe accettare l’incognita del Melonellum e la roulette russa del premio di maggioranza.

In base ai sondaggi e alle simulazioni, il centrodestra nella sua attuale configurazione è destinato alla sconfitta sia con il Melonellum sia con il Rosatellum. Paradossalmente, però, la sconfitta sarebbe meno pesante con il Rosatellum che, non avendo premio di maggioranza, permetterebbe sì una vittoria del campo largo ma probabilmente molto risicata, tale da provocare proprio quel sostanziale pareggio – e dunque instabilità – che Meloni considera il male della politica italiana.
Il Melonellum invece, con il suo premio di maggioranza secco (70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi supera il 42 per cento), consegnerebbe governabilità alla coalizione vincitrice: il centrosinistra è al 45,7 per cento anche senza Azione che è data al 3,7 secondo il sondaggio Swg; il centrodestra è al 41,5 senza Vannacci, che con il 5,3 per cento sarebbe determinante.
Si spiega così l’ipotesi – fatta filtrare da Forza Italia e considerata quella preferita da Marina Berlusconi – di tornare al sistema elettorale della Prima Repubblica: il proporzionale puro. Semplice, perché basterebbe eliminare dal testo del Melonellum il premio di maggioranza. In questo modo ogni partito correrebbe per sé e le alleanze si formerebbero in Parlamento, eliminando il problema Vannacci almeno in campagna elettorale. La strada però è impercorribile nell’ideale di Meloni, che si è esposta in favore di un sistema che faccia capire subito ai cittadini chi ha vinto e quindi governerà.
Si torna alla domanda di partenza, dunque: a chi conviene il Melonellum? Stando ai sondaggi e alle attuali coalizioni, favorirebbe il centrosinistra. Di qui l’incognita se verrà davvero approvato e soprattutto se la conformazione delle alleanze sia destinata a cambiare. Meloni sembra disposta a giocarsi il tutto per tutto – lei con i suoi cinque anni di governo contro l’alternativa di centrosinistra – convinta com’è che «la politica non è aritmetica».

(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Achille Occhetto (novant’ anni giusti) che, su Repubblica di ieri, scrive dei massimi sistemi, lo fa attingendo a una riserva di energia remota. Oggi dimenticata, talmente dimenticata che, a leggerlo, di primo acchito viene da dire: ma a quale titolo questo signore di età insigne, e da lunghi anni fuori dai giochi politici, osa parlare del futuro dell’umanità?
Osa perché occuparsi del futuro dell’umanità è stato, né più né meno, il suo mestiere. Era il segretario del Pci, e quello facevano i dirigenti dei grandi partiti di massa. È lecito, e quasi scontato, criticare gli esiti. Non l’intenzione: era quell’intenzione, non altro, a fare della politica un luogo rispettato e molto frequentato. C’erano anche allora l’arraffo, il carrierismo, la mediocrità sgomitante del piccolo cabotaggio quotidiano. Ma era ben viva l’idea che il core business, come si dice oggi, di quelle strane fabbriche che erano i partiti, fosse orientare la direzione del mondo.
Occhetto dice: oggi solo il Papa parla del mondo, dell’umanità e del suo destino: perché noi no? Perché la politica no? Perché la sinistra no? La domanda è ben posta. Non credo sia corretto, e nemmeno giovi alla comprensione delle cose, ritenere che chi fa politica oggi abbia un calibro, culturale e umano, inferiore alle generazioni precedenti. È vero, piuttosto, che economia e tecnologia hanno disarcionato la politica. Vanno per conto loro. Fanno quello che vogliono loro, la ristretta cerchia dei pluto-tecnocrati (tecno-plutocrati?) che dispone del mondo a suo piacimento. Sarà un’impresa titanica risalire in sella. Forse ci vuole un pazzo, o un santo, un nuovo Cristo, meglio ancora un acrobata che trovi la maniera.