(di Amy Kazmin – ft.com) – Quando quest’estate i prezzi della benzina in Italia hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi tre anni, il provocatorio esponente dell’estrema destra Roberto Vannacci ha interrotto le sue vacanze al mare per dare la colpa all’Ucraina.
A torso nudo e con al collo un ciondolo a forma di doppia ascia associato al movimento neofascista Ordine Nuovo, l’ex addetto militare italiano a Mosca ha sostenuto che gli attacchi con droni ucraini contro le raffinerie di petrolio russe avessero fatto «volare alle stelle» i prezzi dei carburanti.
La sua soluzione: «Smettere di dare armi e soldi all’Ucraina», ha detto Vannacci in un video sui social media che non faceva alcun riferimento alla guerra in Iran né al suo impatto sui prezzi del petrolio. «Dobbiamo solo avere il coraggio — che molti non hanno.»
L’attacco di Vannacci ha aperto un nuovo fronte contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sfidando direttamente la sua politica estera fermamente filo-ucraina con argomenti sorprendentemente vicini a quelli della stessa Mosca.
Le sue tesi allineate al Cremlino — tra cui l’appello a riprendere gli affari e gli scambi commerciali con la Russia — rischiano di complicare la campagna per la rielezione di Meloni, facendo leva sulle profonde correnti di pacifismo, malcontento economico e affinità verso Mosca presenti in Italia.
«Senza Vannacci, avrei scommesso con una certa tranquillità sulla rielezione di Meloni», ha detto Giovanni Orsina, direttore del dipartimento di scienze politiche dell’università Luiss di Roma. «Con Vannacci, è molto più complicato e difficile fare previsioni.»
I sondaggi estivi indicavano il nuovo partito di Vannacci, Futuro Nazionale — lanciato quest’anno dopo la rottura con la Lega di estrema destra del vicepremier Matteo Salvini — al 7,6 per cento, con consensi provenienti da elettori che in precedenza avevano sostenuto la coalizione di destra di Meloni.
Alcuni analisti sospettano che dietro l’ascesa di Vannacci vi sia l’influenza russa, soprattutto dopo che Meloni ha costretto Salvini — un tempo lui stesso fervente ammiratore di Vladimir Putin — ad allinearsi al suo sostegno a Kyiv.
«Abbiamo il sospetto che sia un progetto russo», ha detto Nona Mikhelidze, senior fellow dell’Istituto Affari Internazionali di Roma.
In una recente analisi, l’European Council on Foreign Relations (ECFR) ha definito Vannacci «un cavallo di Troia dell’influenza russa all’interno dell’Italia». Il think-tank ha avvertito che, se dovesse sostenere la coalizione di Meloni, potrebbe «mandare in frantumi il consenso collettivo dell’UE sulla sicurezza».
«Una Roma influenzata da Vannacci bloccherebbe attivamente le iniziative di difesa dell’UE, porrebbe il veto alle sanzioni e farebbe trapelare informazioni sensibili sul coordinamento in materia di sicurezza», ha affermato l’ECFR.
La prospettiva non è del tutto accademica. Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri di Fratelli d’Italia, il partito di Meloni, ha detto la scorsa settimana di augurarsi che Vannacci entri nella coalizione di governo di destra.
Il partito ha successivamente affermato che il commento rifletteva la sua «opinione personale», e Cirielli ha precisato di aver parlato «in via teorica». Vannacci non ha risposto alle richieste di commento sui suoi presunti legami con la Russia.
Un portavoce di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci, ha affermato che la posizione del partito sulla Russia è «molto chiara» e che sostiene la «pace in Ucraina» anziché una «guerra inutile». Nel suo manifesto politico pubblicato di recente, il partito sottolinea «l’importanza di riaprire i canali con la Federazione Russa» per ridurre i costi dell’energia per gli italiani.
Afferma inoltre che l’Italia dovrebbe rivalutare tutti gli impegni assunti attraverso i trattati internazionali, compresa la possibilità di ritirarsi dalla Nato. «Nessun tema o opzione dovrebbe essere considerato un tabù politico», sostiene il partito.
Tra le altre idee estreme figurano deportazioni di massa, l’attribuzione di più voti alle elezioni ai genitori con figli piccoli e la promozione di un «patriarcato mediterraneo» che «forma uomini forti capaci di dominare le emozioni».
Sebbene molte proposte saranno liquidate come stravaganti, Orsina ha affermato che le posizioni di Vannacci sulla Russia troveranno probabilmente un pubblico ricettivo. «Sta esprimendo un’opinione o una convinzione profondamente radicata e diffusa — che la Russia non sia un problema, che non rappresenti una minaccia alla sicurezza», ha detto Orsina. «Questa è una delle ragioni per cui Vannacci è così pericoloso.»
L’affinità di Vannacci con la Russia è emersa quando, all’inizio del 2021, è stato inviato a Mosca come addetto militare italiano, dopo una carriera da paracadutista all’estero che lo aveva portato anche in Iraq e Afghanistan.
John Foreman, ex addetto alla Difesa britannico in Russia, che ebbe modo di conoscerlo a Mosca, ricorda Vannacci come un uomo affascinante che non considerava la Russia una minaccia alla sicurezza.
«Apparteneva a quel tipo di militare italiano che pensa che non dovremmo essere in contrapposizione con la Russia — che la Russia dovrebbe essere un partner», ha detto Foreman al FT. «Non appartenevano al fronte dei falchi sulla Russia. L’atteggiamento era: “lasciamo che il passato resti nel passato”.»
Vannacci spingeva inoltre con entusiasmo affinché Roma riprendesse la cooperazione militare con Mosca dopo che la Nato aveva interrotto i rapporti in risposta all’annessione russa della Crimea nel 2014, ha aggiunto Foreman.
Anche le opinioni socialmente conservatrici di Vannacci e il suo istinto per la gerarchia lo rendevano ricettivo nei confronti della Russia di Putin. «È una sorta di uomo autoritario», ha detto Foreman. «Si può vedere l’affinità che ha con il pugno di ferro di Putin — e con la narrazione del Cremlino secondo cui Putin ha riportato disciplina e ordine.»
Vannacci ha inoltre attribuito alla moglie romena da oltre 20 anni, Camelia Mihailescu, il merito di aver alimentato il suo interesse per la vita e la cultura russe. Figlia di un ufficiale di carriera dell’esercito romeno, lavorava come archivista presso l’accademia militare di Bucarest quando Vannacci la conobbe durante un viaggio nella città.
Nel 2023 Mihailescu ha raccontato a una testata online romena che il periodo trascorso a Mosca dalla coppia e dalle loro due figlie era stato «uno dei più fantastici» della sua vita. Prima dell’invasione dell’Ucraina, Vannacci sosteneva con fermezza che la Russia non avrebbe attaccato, nonostante le crescenti prove di un concentramento di forze militari.
«La sua valutazione del concentramento di forze e dell’invasione dell’Ucraina nel 2022 si rivelò completamente sbagliata», ha detto Foreman. «La sua affinità verso la Russia e il regime, la sua mancata comprensione del più ampio contesto storico . . . e forse la considerazione che ha di sé e il suo ego hanno interferito con la sua valutazione.»
Dopo l’inizio dell’invasione, Vannacci disse all’ambasciatore italiano in Russia, Giorgio Starace, che le forze russe sarebbero entrate in Ucraina «come un coltello nel burro» e predisse che Kyiv avrebbe capitolato rapidamente.
«Sopravvalutava l’efficienza e la potenza dell’Armata Rossa e forse sottovalutava la capacità degli ucraini di resistere», ha detto Starace, ricordando l’«ammirazione» di Vannacci per la potenza dell’esercito russo.
Nel maggio 2022, Vannacci fu tra i 24 diplomatici italiani espulsi da Mosca dopo che Roma aveva espulso un gruppo di diplomatici russi. Successivamente assunse il comando dell’Istituto Geografico Militare italiano.
Poi, nell’agosto 2023, il generale fino ad allora poco conosciuto balzò agli onori della cronaca con un incendiario libro autopubblicato, Il mondo al contrario, che attaccava il femminismo, l’omosessualità e la diversità etnica, elogiando al contempo la Russia. Fu rimosso dal suo incarico e sospeso per 11 mesi, prima di lasciare infine del tutto le forze armate.
Ma il bestseller gli fruttò anche €800.000, secondo quanto da lui dichiarato, e spinse Salvini a farne il capolista della Lega alle elezioni del Parlamento europeo del 2024. Quando Vannacci ha lasciato la Lega a febbraio, si è lasciato alle spalle molta amarezza.
«Pensavo che potesse essere un buon innesto — molto intelligente, molto bravo nella comunicazione», ha detto il senatore della Lega Claudio Borghi, che contribuì a reclutare Vannacci. «Forse pensava che fosse un bel modo per ottenere un posto molto ben pagato al Parlamento europeo.»
Dalla sua posizione nell’assemblea dell’UE, Vannacci ha continuato a considerare inevitabile la sconfitta dell’Ucraina, esortando il blocco a raggiungere un accordo con Putin e cercando di eliminare dai documenti parlamentari i riferimenti alla minaccia rappresentata dalla Russia per l’Europa.
«La pace è vicina, è a un passo», ha detto Vannacci agli altri eurodeputati lo scorso anno. «Non sarà una resa a Putin o a [Donald] Trump, ma una resa al campo di battaglia e alla realtà.»
In patria, Vannacci sostiene che le difficoltà economiche dell’Italia derivino in parte dal suo isolamento dalla Russia, un tempo il suo principale fornitore di energia e un importante mercato per i beni di lusso italiani.
Teresa Coratella, policy fellow dell’ECFR, ha affermato che Vannacci ha «compreso molto saggiamente» che collegare le sanzioni contro la Russia alle difficoltà economiche dell’Italia potrebbe essere una strategia vincente in un paese in cui i salari reali sono ora inferiori del 6,1 per cento rispetto all’inizio del 2021.
«Vannacci sta colmando il vuoto nel dibattito sulle questioni economiche», ha detto Coratella. «Promuoverà l’agenda russa, nascondendola dietro la necessità di porre fine alla cattiva situazione [economica] dell’Italia.»
SALVINI, CHIEDERÒ AGLI ALLEATI DI VOTARE NO ALL’EMENDAMENTO SUL BALLOTTAGGIO

(ANSA) – “Chiedere ai cittadini di tornare a votare dopo quindici giorni anche no. Si vota in un giorno, chi vince vince e governa per cinque anni chi perde perde. Non sento la necessità di ballottaggi”. Lo dice il vicepremier Matteo Salvini a margine della visita al comando di Stazione dei Carabinieri di Roma-Alessandrina nel quartiere Torre Maura della capitale.
E alla domanda se chiederà alla maggioranza di non votare l’emendamento Pera per introdurre il ballottaggio il leader della Lega risponde: “sì”. A chi invece chiede se veda o no rischi di nuove spaccature nell’iter di approvazione della nuova legge elettorale il leader della Lega precisa: “No. E la legge elettorale occupa pochissimo tempo delle mie giornate”.
VANNACCI, CENTRODESTRA ORA NON VUOLE IL BALLOTTAGGIO PERCHÉ HA CAPITO CHE CI RAFFORZA
(ANSA) – “Prima il ballottaggio doveva essere la trappola perfetta: lasciare che Futuro Nazionale corresse al primo turno e poi pretendere i voti dei nostri elettori al secondo.
Senza parlare con noi, senza riconoscere il nostro consenso e senza accettare le nostre idee. Poi hanno fatto due conti. Hanno capito che, liberati dal ricatto del cosiddetto “voto utile”, ancora più italiani sceglierebbero Futuro Nazionale.
E hanno scoperto un’altra cosa: i voti degli italiani appartengono agli italiani. Non ai partiti che pensano di poterli incassare automaticamente. Così la trappola anti-Vannacci rischia di trasformarsi in un regalo a Futuro Nazionale.
E ora pensano di fermare persino il ballottaggio. Ieri il ballottaggio per fermarci. Oggi vogliono fermarlo perché ci rafforza. Cambiano formule, soglie e regole. Ma non possono cambiare la volontà degli italiani”. Lo scrive sui social il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, parlando della legge elettorale e dell’ipotesi di inserire il ballottaggio.
Sul ballottaggio un emendamento solo di Pera. “II 2° turno? per noi è storia vecchia”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – La legge elettorale funziona come i vasi comunicanti. Più la destra ne discute e la cambia, più si spacca: tanto da affondare (quasi) l’ipotesi del ritorno dei ballottaggi. Per di più, con l’effetto di ricompattare tutto il campo largo, da Pd e Cinque Stelle agli italovivi: uniti sugli emendamenti in Senato per affossare il Melonellum, a cominciare da quello che reintroduce le preferenze per l’elezione di tutti parlamentari. Questo racconta il martedì in cui i partiti spiegano i propri emendamenti. Con le destre che si spaccano in pubblico, al punto che la proposta per inserire i ballottaggi, a cui Fratelli d’Italia aveva pensato per poter fare a meno di Roberto Vannacci in coalizione, viene presentata solo dal meloniano Marcello Pera. La Lega era e resta contrarissima: ha paura che nel primo turno Vannacci la cannibalizzi. E se per giunta nel secondo turno il centrodestra dovesse perdere, il Carroccio riporterebbe in Parlamento solo un pugno di eletti. Ma anche Forza Italia non presenta un proprio testo sul tema, pur avendo fatto capire di essere favorevole. Così perfino FdI alla fine lascia solo l’ex presidente di Palazzo Madama, come ammette il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Andrea De Priamo: “Pera ha presentato l’emendamento a titolo personale. Lo valuteremo come gli altri, i tempi sono abbastanza stretti”.
Si cammina sulle uova, nella maggioranza. “La verità è che sono spaccati su tutto” infierisce il capogruppo dem Francesco Boccia, che bolla come “un tentativo di inseguire Vannacci” l’emendamento di Pera: “È il ballottaggio di Meloni contro il generale”. Nella conferenza stampa delle opposizioni in Senato, il Fatto gli ricorda che anche voci sparse nei dem – con in prima fila il costituzionalista ed ex parlamentare Stefano Ceccanti – vorrebbero l’introduzione del secondo turno. Ma per Boccia “sono discorsi di 30 anni fa: quando chiedevamo il ballottaggio, pensavamo a un bicameralismo diverso da quello attuale”. Dopodiché il punto rimane che le opposizioni contestano tutta la legge, “chiaramente incostituzionale” come scandiscono il dem e i suoi omologhi del Movimento e di Avs, Luca Pirondini e Tino Magni. In collegamento c’è anche la renziana Raffaela Paita. “E anche Più Europa sostiene i nostri emendamenti” spiegano. Oltre 700, che oltre alle preferenze reintroducono i collegi uninominali e cancellano l’indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale, “in contrasto con le prerogative del presidente della Repubblica”. Infine, chiedono la parità di genere per i capilista e di cancellare l’articolo con cui le destre vogliono ridisegnare la circoscrizione Estero. Ma poi c’è anche il messaggio politico. Per dirla come il 5Stelle Pirondini, “non è normale che invece del costo dei carburanti e dei libri di testo scolastici, il Parlamento sia costretto a occuparsi della legge elettorale”. Ma ora che succede? Boccia insiste: “Questa legge non regge, e non è solo questione di ballottaggio: in tanti nella maggioranza non vogliono proprio questo impianto”. Ergo, “se non capiscono di doversi fermare rischiano di andare a sbattere”. Magari non in Senato, dove non si potrà votare a scrutinio segreto. Ma a Montecitorio sì, eccome.
Nell’attesa, FdI presenta due emendamenti che incuriosiscono: uno propone di innalzare la soglia di sbarramento dei voti validi dall’1 al 2 per cento, mentre un altro abbassa la soglia per il premio di governabilità dal 42 al 41 per cento dei voti.
A sinistra invece si ragiona su una manifestazione contro la legge. “Per ora non ne abbiamo parlato” dice Boccia. Ma Riccardo Magi (Più Europa) rilancia: “Ritroviamoci in piazza”.
L’attivista sui social: «Giorni difficili, ma sto meglio»

(di Emanuele Buzzi e Nicolò Fagone La Zita – corriere.it) – Quindici ore di volo, due scali e una corsa contro il tempo per garantire la sicurezza: l’aereo che riporterà Alessandro Di Battista in Italia da Cuba partirà venerdì da L’Avana per atterrare a Roma. È lo stesso Di Battista ad annunciarlo sui social: «Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto. Ringrazio i medici cubani che, come mi è stato confermato dai medici italiani, sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali. Partirò da Cuba il 4 settembre con un’aeroambulanza i cui costi verranno coperti dalla compagnia assicurativa con la quale ho stipulato una polizza prima della partenza».
L’arrivo al Policlinico Gemelli dell’ex stellato è previsto sabato a metà pomeriggio. Sull’aereo insieme a lui, oltre al personale medico, ci sarà Sahra Lahousnia, madre dei due figli dell’ex M5S. Come ipotizzato nelle scorse ore, il velivolo dovrà affrontare due soste: la prima alle Bahamas, la seconda in Irlanda.
«Alessandro è perfettamente cosciente e interloquisce lui in prima persona con i medici», assicurano fonti vicine all’ex parlamentare. «Lui è lucidissimo su quanto gli sta accadendo e su quali saranno i prossimi passaggi», aggiungono. Perché il trasferimento in Italia è solo una prima fase dell’iter che attende Di Battista. Anche gli ultimi esami clinici hanno confermato la gravità della situazione. Per questo, una volta giunto al Gemelli, l’ex parlamentare dovrebbe ricevere assistenza con massima urgenza, «quanto prima possibile» i medici interverranno sul suo caso.
Intanto sui social continua a far discutere la polemica sul possibile volo di Stato. In realtà il trasporto sarà garantito dalla copertura assicurativa, ma i botta e risposta sul web hanno lasciato il segno, al punto che ieri è intervenuto con un video pubblicato su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Dall’1 giugno al 31 agosto di quest’anno, cioè durante tutta l’estate, il ministero degli Esteri non ha lasciato solo alcun italiano che avesse problemi mentre si trovava all’estero, soprattutto coloro che avevano problemi di salute», spiega. Poi aggiunge: «Sono stati rimpatriati ben 25 nostri connazionali». E ancora: «Dall’onorevole Di Battista al giovane Younes, tutti sono stati assistiti con lo stesso spirito, con la stessa disponibilità, con la stessa voglia di dare assistenza ai nostri connazionali».
Per una volta anche alcuni 5 Stelle sono sulla stessa lunghezza d’onda di Tajani: «Si tratta di una polemica becera di fronte a un dramma umano: questo dice molto di chi la sta rinfocolando». Ma i toni sembrano non abbassarsi.
L’ex parlamentare M5s scrive sui social e annuncia il rientro “con un’aeroambulanza i cui costi verranno coperti dalla compagnia assicurativa con la quale ho stipulato una polizza prima della partenza”

(ilfattoquotidiano.it) – Un post accompagnato da una sua immagine, in cui compare sorridente in primo piano e sullo sfondo una manifestazione costellata di bandiere della Palestina. Alessandro Di Battista, dopo essere stato ricoverato in gravi condizioni mentre si trovava in viaggio a Cuba, aggiorna sul suo stato di salute e sul rientro in Italia, previsto per il 4 settembre. “Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto. Ringrazio i medici cubani che, come mi è stato confermato dai medici italiani, sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali”. L’ex parlamentare M5s, che si trovava sull’isola per un reportage per Il Fatto Quotidiano e Loft, poi, scrive la data del suo rientro in Italia: “Partirò da Cuba il 4 settembre con un’aeroambulanza i cui costi verranno coperti dalla compagnia assicurativa con la quale ho stipulato una polizza prima della partenza”, annuncia. Poi aggiunge: “P.S. Da anni ho deciso di ‘sfruttarè gli spazi mediatici che ho a disposizione per denunciare l’Olocausto palestinese, che va avanti anche se molti giornali si voltano dall’altra parte. Ne approfitto dunque per raccontarvi quello che mi dicono negli ospedali a Cuba, ovvero che molti dei medici e degli infermieri palestinesi uccisi in Palestina negli ultimi tre anni avevano studiato e si erano formati qui”. Infine Di Battista conclude: “Grazie a tutti per l’affetto che è superiore a quello che mi sarei mai immaginato”.
Il costo del volo verrà quindi coperto da un’assicurazione privata, di cui il Fatto lo aveva dotato prima della partenza per Cuba. Ma se dovesse essere necessario coprire spese ulteriori, la sua associazione Schierarsi è pronta a lanciare una raccolta fondi. Mentre da Cuba fanno notare che, per colpa dell’embargo statunitense, non c’ è combustibile per gli aerei. Quindi, i velivoli devono fare scalo nella Repubblica Dominicana per fare il pieno. Un problema in più, anche per i voli sanitari. La certezza è che Di Battista non farà ricorso a voli di Stato. Anche se il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha voluto ribadirlo: “Durante la stagione estiva, dal 1º giugno al 31 agosto, abbiamo aiutato tantissimi italiani che erano in difficoltà. Abbiamo riportato 25 persone che avevano problemi di salute nel nostro Paese. Trattiamo tutti alla stessa maniera, politici e non politici”. L’ennesima spiegazione a fronte della valanga di cattiverie sui social – e su certi quotidiani – da parte di chi ironizza “sull’anticasta soccorso dal governo”.

di Massimo Gramellini – corriere.it) – Qualunque cosa volesse dire, il wokismo inteso come malattia senile della sinistra è finito ufficialmente l’altro ieri, quando Sigfrido Ranucci ha accusato la collega Giulia Presutti di non avere tenuta psicologica. Fino a qualche settimana fa, una simile affermazione avrebbe provocato ondate telluriche di indignazione tra le anime più sensibili. Ne aveva un po’ tutte le caratteristiche: c’era il maschio di una certa età che per rivalersi su una collega più giovane, colpevole a suo dire di aver brigato per fregargli il posto, ricorreva all’antico armamentario del patriarca mediterraneo: la femmina psicolabile e maestra di inganni, incapace di gestire lo stress comportandosi «da uomo», si sarebbe detto in passato e forse si tornerà a dire in un futuro sempre più nazionale.
Per molto, ma molto meno, in epoca wokista ci sarebbero state accorate petizioni, dolorose prese di distanza. Schlein e Conte avrebbero fatto a gara nel contendersi la Presutti nei loro prossimi comizi fratricidi, e Capalbio le avrebbe dedicato un borgo («La Tenuta»), un bagno o almeno una sdraio. Invece, niente.
Maledetto wokismo, te ne sei andato di colpo, lasciandoci senza parole. E se adesso a un Generale in pensione o a un Capitano prossimo alla giubilazione, forzando la loro proverbiale ritrosia, saltasse in testa di rivolgersi alle donne con un linguaggio che fino a qualche settimana fa avremmo definito sessista, nessun indignato di sinistra avrà più diritto di alzare il sopracciglio. Ne va della sua tenuta psicologica.
Irpinia Mood 2026
La X edizione chiude a Villa Amendola con 15.000 presenze

Quattro serate, un giardino storico nel cuore di Avellino, migliaia di persone che si sono fermate ad assaggiare, ascoltare, discutere. Si è chiusa così la X edizione di Irpinia Mood, il Food Festival organizzato da Visit Irpinia che ha trasformato Villa Amendola in un grande laboratorio di gusto e di idee. Il percorso prosegue a ottobre con la Festa di Fine Raccolto.
Nato nel 2015 per raccontare l’Irpinia attraverso la sua tradizione enogastronomica, in dieci edizioni Irpinia Mood ha costruito una piattaforma relazionale che mette in connessione chef, produttori, imprese e professionisti del settore.
Il tema INTOLLERANTI partiva da una domanda aperta: come cambia la cucina quando cambiano le esigenze, le abitudini alimentari e il rapporto con ciò che mangiamo? Dalle allergie e intolleranze, il festival ha allargato la riflessione alle questioni che interessano il sistema alimentare, tra identità locali e influenze globali, memoria e sperimentazione, regole e creatività.
Sono state circa 15.000 le presenze registrate a Villa Amendola nelle quattro serate del festival. A queste si aggiungono circa 120 pernottamenti nelle strutture ricettive di Avellino nell’arco di sei giorni, tra addetti ai lavori e visitatori arrivati in città per l’evento.
Numeri che raccontano la capacità della manifestazione di generare valore, coinvolgendo pubblico, attività e strutture locali.
Il festival ha coinvolto 97 chef, chiamati dalla direzione gastronomica di Mirko Balzano a interpretare il tema attraverso un vincolo condiviso: rinunciare, nella realizzazione del proprio piatto, ad almeno uno dei cinque principali allergeni tra glutine, lattosio, uova, arachidi e frutta a guscio.
Il risultato è stato una moltitudine di interpretazioni, la prova di come la cucina possa rispondere a esigenze differenti mantenendo riconoscibile la firma di chi le ha pensate.
Accanto agli chef arrivati da tutta Italia e oltre, con tecniche e linguaggi differenti, gli chef irpini hanno contribuito a raccontare prodotti e tradizioni della cucina locale attraverso i loro piatti.
Il rapporto tra cucina e territorio è stato rafforzato dalla collaborazione con Coldiretti Avellino, che ha coinvolto produttori selezionati e portato nelle cucine del festival materie prime espressione dell’agricoltura irpina.
Tra queste il fagiolo quarantino di Volturara, la cipolla ramata di Montoro, il pecorino di Carmasciano, il caciocavallo podolico, la nocciola di Avella, i peperoncini di fiume, le percoche e lo zafferano dell’Alta Irpinia.
La qualità di ciò che arriva nel piatto dipende anche dalle scelte fatte ogni giorno nei campi, negli allevamenti e nelle aziende che trasformano ciò che la terra offre.
Accanto alle degustazioni, il programma ha ospitato momenti di confronto con ricercatori, giornalisti, imprese, nutrizionisti e rappresentanti istituzionali.
Quattro panel hanno affrontato quattro aspetti diversi del tema INTOLLERANTI: ALIMENTI ha affrontato la sicurezza alimentare e il rapporto tra salute pubblica e sistema produttivo. ESCLUSIONI ha parlato di chi resta fuori dai modelli alimentari dominanti. RIMANENZE ha guardato agli scarti e a ciò che la filiera lascia indietro. SILENZI ha aperto uno spazio su tutto ciò di cui non si parla quando si parla di cibo.
Tutto attorno dialoghi con gli chef e showcooking. Per la prima volta, inoltre, Radio Punto Zero ha seguito quotidianamente il festival in diretta da Villa Amendola con interviste ai protagonisti.
Per il decennale, il Food Truck di Irpinia Mood ha trovato un compagno “di viaggio” in Alborea, gruppo irpino da anni al fianco di chi percorre le strade italiane.
Insieme hanno proposto un panino diverso ogni sera, con i sapori del territorio protagonisti e sempre disponibili anche in versione senza glutine.
Villa Amendola, dimora settecentesca nel cuore di Avellino, ha accolto le quattro serate del festival. L’orto botanico, gli spazi della villa e le grotte sotterranee hanno accompagnato il pubblico, trasformando un luogo storico della città in uno spazio di partecipazione.
Una scelta coerente con uno degli obiettivi del festival: creare nuove occasioni per vivere e conoscere i luoghi dell’Irpinia.
Quattro escursioni curate da Coldiretti Avellino hanno portato giornalisti di settore, chef e produttori a scoprire circa 30 realtà locali, tra aziende agricole, cantine, caseifici e produttori.
Non sono mancati gli assaggi dei prodotti simbolo del territorio: dal caciocavallo podolico alle ricotte di Bagnoli, fino al tartufo nero e ai funghi porcini, il tuttoaccompagnato da fiano, aglianico e birre artigianali.
Dall’Alta Irpinia alla Valle Ufita-Baronia, dalla Valle d’Ansanto all’area Serinese-Solofrana: visite e incontri in cui chi fa ricerca e racconta il cibo ha potuto vedere i luoghi, conoscere le persone e comprendere i processi. Sono relazioni che continuano anche quando il festival finisce e che costituiscono uno dei valori centrali del progetto.
Il calendario prosegue con la Festa di Fine Raccolto, in programma a Cassano Irpino dal 16 al 18 ottobre, uno dei momenti più significativi del calendario agricolo: quello in cui il lavoro nei campi si trasforma in raccolto, e il raccolto diventa occasione di condivisione.
Un filo conduttore che lega ogni tappa del progetto: raccontare l’Irpinia, le persone e le relazioni che nascono intorno alle produzioni. Una missione che si rinnova anche nell’Irpinia Mood Lab di Avellino Scalo, spazio permanente che ospita chef, produttori, ricercatori e artigiani.
Dietro ogni edizione c’è l’ambizione di superare l’idea del cibo come sola dimensione conviviale, trasformandolo in uno strumento di dialogo tra persone, comunità e sensibilità diverse. È la visione di Alessandro Graziano, Founder di Irpinia Mood, portata avanti insieme alla squadra che lavora al progetto.
L’edizione 2026 ne è la conferma: partecipazione, qualità delle proposte e capacità di coinvolgere l’intero territorio.
Con il patrocinio del Comune di Avellino.
Sponsor: Villa Raiano, VSA srl della Dott.ssa Anna Aurigemma, Coldiretti Avellino, Pasta Armando, Fruit Italy, Perrella Distribuzione Srl, Basso Fedele & Figli, Alborea, La Casa Nova
Partner: Radio Punto Zero, Carni De Caro, Mar Arredo Negozi, FMC – Energie Rinnovabili, G. Benevento Finauto, Campania Patate, Pisano Frutta Secca, Buona Puglia, Associazione Biodistretto d’Irpinia, Stay Irpinia.
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Non era così intuitivo prevedere che il colpo di grazia al fu tubo catodico di Stato, ora schermo piatto nazionale, sarebbe arrivato dall’interno

(Alice Valeria Oliveri – editorialedomani.it) – Che nessuno si azzardi a dire, come usa la formula attualmente in voga, «non l’abbiamo vista arrivare». Cosa? La disfatta della televisione. L’avevamo vista arrivare, ma sembrava provenire da un’altra direzione. Si aspettavano con rassegnazione le bombe del digitale, i missili dell’algoritmo, le navi dello streaming e invece è sopraggiunto il fuoco amico, la guerra civile.
Non che tutto questo armamentario di disintermediazione non abbia raso al suolo gran parte della vecchia tv novecentesca con percentuali Auditel da capogiro, la Pax Raiana della prosperità, della verticalità e di Pippo Baudo. Ma non era così intuitivo prevedere che il colpo di grazia al fu tubo catodico di Stato, ora schermo piatto nazionale, dopo la grande battaglia del duopolio negli anni Ottanta da cui era uscita rediviva e ammaccata, sarebbe arrivato dall’interno.

Non c’è bisogno di aprire la parentesi Report e Ranucci, che per varietà di temi e di imbarazzi supera di gran lunga la media dimensione della polemica estiva e assume la forma gigantesca del tornado autunnale. Prendiamo giusto l’ultima novità del palinsesto, che non è una capriola di Brumotti in sella alla sua BMX né un’altra imperdibile stagione di BellaMa’ ma il possibile «bella lì» di Francesca Fagnani a mamma Rai.
Se due indizi sono una coincidenza, come la vogliamo considerare questa illustre sequela di addii al servizio pubblico collezionati nell’arco degli ultimi quattro anni, una prova di lungimiranza? Un asset strategico? Un regime change? Se c’è una lezione che ci insegna la grande fuga da viale Mazzini, con relativo danno di immagine e contenuto, è che alla fine non è «internet killed the video star». Sono sempre gli esseri umani, e le loro scelte più o meno sagge, i responsabili della distruzione di ciò che hanno creato. La tecnologia da sola non fa niente (per ora).
Ha difeso parola e spirito immergendosi nelle contraddizioni del presente

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Per tutta la vita, attraverso migliaia di incontri, di scritti, di iniziative, che hanno segnato la vita intellettuale e civile di questo Paese negli ultimi cinquant’anni, Enzo Bianchi ha cercato di rendere testimonianza alla parola, al verbum oggi più oltraggiato, a quella dimensione profonda del nostro esserci, cui nessuna intelligenza artificiale potrà mai attingere, che una volta si chiamava “spirito”, e che oggi è diventata sinonimo di mero fantasma. Egli ci ha chiamato a ricordare la potenza del nostro spirito, la sua capacità e possibilità di trascendere traffici, commerci, interessi della vita quotidiana, di dirigerli semmai e non esserne diretti, di sentirsi sì immersi inevitabilmente in loro, ma senza lasciare che ci sommergano.
Egli ha cercato di insegnarci a essere liberi. A guardare ovunque: non solo a terra, ma in alto e nel nostro stesso passato. Il passato di Enzo era la vivissima presenza del Vangelo, che indirizzava per lui tutto il futuro. Un solo tempo, dove passato, presente e futuro si contraggono in un solo attimo. Vivere questo tempo è essere liberi. Nulla è meno disincarnato dello spirito. Lo spirito è il cuore che anima la nostra stessa forza vitale. Dunque, in tutto e per tutto vivente con ogni forma di vita. Lo spirito loda la terra e lotta perché non venga devastata. Ama il suo prossimo, si fa prossimo all’altro, e lotta con chi quotidianamente lo massacra. Il suo pane è quello quotidiano, che è anche pane sovra-essenziale, che è anche, appunto, pane spirituale (hyperousion, è detto nel Padre nostro, la più grande preghiera che lo spirito abbia mai dettato). Chi divide spirito e corpo è il dia-bolos appunto, diavolo è colui che spezza ciò che vive soltanto nell’unione.
Enzo era un monaco. Monaco d’Oriente e d’Occidente. Sofferenza atroce per lui che la comprensione di questa necessaria amicizia stesse crollando su tutti i fronti. Segno apocalittico della fine d’Europa. Monaco significa solitario. E può esservi anche il monaco che voglia fare della sua solitudine uno stato assoluto, o, meglio, uno stato di relazione esclusiva col proprio Dio. Il monachesimo di Enzo Bianchi era un altro, in coerenza con la sua spiritualità. Era quello di chi vorrebbe, semmai, insegnare a sapere stare soli. A saper tacere, a non coprire di chiacchiere la parola che manca, fingendo di averne sempre una a disposizione (“virtù” appunto dell’intelligenza artificiale), a sapersi raccogliere in sé, ritornare in sé stessi e confessarsi spietatamente omissioni, negligenze, colpe. Il monaco Enzo Bianchi viveva nella città, i luoghi dove si ritirava a meditare sono quelli da cui continuamente ripartiva per parlare, per incontrare, per polemizzare anche con i “nemici dello spirito”. La città riempiva Bose e La Madia – e loro abitavano nella città degli uomini, come viventi segni di contraddizione.
La solitudine del monaco è ospitale. Come quella dei monasteri del monte Athos. Ora Enzo potrà raggiungere a volo quella sua patria, coltivarne gli orti con Silvano e gli altri mistici che vi hanno vissuto, continuare a preparare con loro le sue marmellate e i suoi sughi – e sperare che a noi sia data la forza di raggiungerli.
Il presidente della Campania: «Il percorso è avviato, non si parte da zero»

(Francesca Schianchi – lastampa.it) – «La nostra esperienza di governo sta andando molto bene, non esistono polemiche», garantisce il presidente della regione Campania, Roberto Fico. Pezzo da novanta dei Cinque stelle, uno dei protagonisti della primissima ora e già presidente della Camera, è stato eletto governatore l’anno scorso sostenuto da un campo largo che va da Alleanza Verdi-sinistra ai centristi. «In campagna elettorale abbiamo concordato un programma che stiamo seguendo. Ci confrontiamo e poi decidiamo e andiamo avanti insieme».
Il consiglio ai leader per costruire un campo largo nazionale è questo: partire dal programma?
«Mi guardo bene dal dispensare consigli. Ma so che il programma è il vero leader di una coalizione, è quello che dà alle persone il senso di quel che vogliamo fare. E non partiamo da zero: in parte lo abbiamo già costruito con le battaglie parlamentari comuni».
Ci sono temi però su cui in quattro anni non avete trovato l’accordo, come l’atteggiamento verso l’Ucraina.
«La nostra visione sulla politica estera è convergente: vogliamo costruire pace e dialogo. Nessuno esce da questo perimetro».
Lo dicono tutti. Ma nello specifico: armi all’Ucraina sì o no?
«Nel momento in cui ci si siederà per discutere il programma si troverà una modalità per affrontare il tema. Dobbiamo ricordarci che oggi abbiamo un dovere».
Quale?
«Battere la destra, in un momento in cui c’è chi come Vannacci vuole stravolgere i valori repubblicani. E lo possiamo fare proponendo la nostra idea di Paese, che metta al centro la scuola e la sanità pubbliche, la lotta ai cambiamenti climatici, il lavoro».
Il candidato premier va scelto con le primarie? Ci sono molte voci critiche e Giuseppe Conte è sembrato scocciarsi col Pd: se non le volete, ditelo.
«Io dico che non bisogna temerle. Tutte le opinioni sono legittime, ma io penso che le primarie possono essere un grandissimo momento di festa e partecipazione di popolo. Un momento di aggregazione. Sono anche un segnale importante: decidere di fare le primarie è il contrario di disunirsi, significa dire alle persone: abbiamo deciso di stare insieme, scegliamo con voi chi ci guiderà».
Chi è scettico dice: rischiamo una competizione interna durissima che lascerà scorie sul campo.
«Competizione interna significa far parte della stessa squadra: se la impostiamo in modo sano, non lascerà strascichi. Anzi, confrontarsi alle primarie potrà essere un bell’esempio per il nostro elettorato».
Lei è sicuro che l’elettorato di chi perde sosterrà chi vince?
«Sì, perché chiunque sarà il o la leader, tutti si devono sentire rappresentati. So che chiunque vincerà, parlerà di scuola, sanità, aiuto alle persone in difficoltà, un programma che sarà radicale nei temi in un mondo che si sta incattivendo sempre più. Quando parli questo linguaggio, le persone vengono con te perché si riconoscono. E sarà il linguaggio di tutta la coalizione, non solo del leader, che sarà il nostro portavoce».
La definizione di portavoce per il leader è un lascito del Movimento cinque stelle delle origini…
(ride) «Già prima dell’esperienza iniziata col Movimento, io lavoravo in quel modo, considerando il leader un portavoce delle istanze collettive».
Esiste un’alternativa alle primarie? Ad esempio l’ipotesi che guidi la coalizione chi ha preso più voti?
«Io penso che le primarie siano un’assunzione di responsabilità anche per i cittadini. Per aiutarci a formare un governo politico del campo progressista. Politica e partecipazione sono i concetti chiave per rafforzare l’architrave del nostro Paese».
I tempi quali devono essere? Anche su quello aleggia una certa preoccupazione.
«Saranno i partiti a decidere tempi e modi. Ma a chi si preoccupa, ricordo che davvero non sta cominciando tutto oggi. Il percorso comune non nasce con le primarie. Quello che abbiamo fatto in Campania ha visto la partecipazione dei leader nazionali, e prima di noi ci sono state la Sardegna, l’Umbria, Napoli… Il progetto viene da lontano».
Vuole dire che siete più avanti coi lavori di quel che sembra?
«Assolutamente sì. Il 61 per cento che abbiamo preso qui alle Regionali viene da un lavoro comune pregresso».
Se la sente di fare previsioni sulle Politiche?
«Sono ottimista ma non faccio previsioni».
Gli inviati confermano a Corsini il “no” al ruolo di capi autore. Dopo il pasticcio di ‘Chi l’ha visto’, a rischio un altro simbolo dell’azienda

(di Alessandro Mantovani – ilfattoquotidiano.it) – Si fa largo l’ipotesi di rinviare a gennaio la prima puntata di Report, in programma l’8 novembre. Sarebbe questa l’indicazione dell’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, al direttore dell’Approfondimento, Paolo Corsini. A meno che non si risolva rapidamente lo scontro che si è aperto con tutto il composito gruppo di lavoro dopo la brutale defenestrazione di Sigfrido Ranucci e la sua sostituzione con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, 36 e 45 anni, assunti con l’ultimo concorso Rai e osteggiati dalla quasi totalità dei giornalisti che realizzano da anni la trasmissione d’inchiesta di Rai3.
Al momento non c’è aria di ricomposizione, semmai di muro contro muro. Il rinvio di Report non sarebbe uno scherzo: meno ascolti, meno pubblicità, ovviamente zero introiti per i giornalisti esterni che vendono i servizi, ma soprattutto un vero disastro per Rai3, alle prese anche con i problemi di Chi l’ha visto? dopo il pasticcio con Francesca Fagnani che doveva sostituire Federica Sciarelli e invece poi no. Lo stop sarebbe un autogol per la governance di destra della Rai e per il governo stesso, che prende voti anche tra chi guarda Report: mica sono tutti abbonati dei giornali del gruppo Angelucci. Attorno alla crisi di Report si aggirano in tanti, raccontano che un aspirante conduttore si vede già sul ponte di comando che era di Ranucci “ad aprile”.
Corsini, ieri in via Teulada, ha visto Bernardo Iovene e Giulio Valesini, i due inviati – uno esterno e l’altro interno – che aveva chiamato al ruolo di capi autori. Entrambi, separatamente, gli hanno ribadito il loro rifiuto, pubblico da giorni. “La nostra posizione è che i due conduttori indicati dall’azienda vengano ritirati o si ritirino, auspichiamo che lo facciano loro”, ha detto all’uscita Iovene, volto storico di Report fin da quando si chiamava Professione Reporter (1994), che comunque ha riconosciuto a Corsini “un ascolto che fino adesso non c’era stato”. Il direttore dell’Approfondimento voleva capire se gli inviati, poco più di una dozzina e in larga maggioranza liberi professionisti, sono davvero pronti ad “abbandonare il programma” di fronte a una conferma dei due conduttori designati. Insomma, tutti tengono famiglia. E però questa conferma è arrivata, anzi sulla linea dura degli inviati – “decisione irricevibile, le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report”, hanno scritto – ci sono ormai anche i giornalisti interni, per lo più impiegati al desk. L’ha detto la loro assemblea di lunedì, proclamando lo “stato di agitazione” e riservandosi anche un clamoroso “sciopero”. Li sostiene il Comitato di redazione (Cdr), l’organo sindacale dei 120 giornalisti delle trasmissioni che non hanno dignità di testata a differenza dei telegiornali e ha chiamato tutti i colleghi Rai alla battaglia “a tutela della libertà di informazione e del giornalismo di inchiesta”. Hanno risposto i Cdr del Tg3, di Rainews 24 e di Rai Parlamento.
A quanto trapela Corsini ha buttato lì l’ipotesi di una conduzione a quattro, compresi i due inviati, ma non sembra una proposta capace di scalfire il muro. Nel pomeriggio ha visto Presutti e Piervincenzi, evidentemente pedine di un gioco più grande di loro ma al momento decisi a resistere. Ufficialmente non parlano. Chi li ha sentiti dice che non mollano: “Non mi faccio rovinare la carriera”, avrebbe detto lei, prima al concorso Rai 2025. “Non accetto diktat” sarebbero parole di lui, che ha vinto il concorso ma deve ancora prendere servizio al Tg3 della Campania, cui è destinato. Dovevano andare quasi tutti nelle testate regionali, i neoassunti: se si sposta lui non mancheranno le tensioni e forse anche i ricorsi.
Intanto Corsini sta contattando personalmente quasi tutta la redazione di Report, vuole parlare a tu per tu con i colleghi. Oggi alle 15 però deve affrontare tutti insieme gli inviati e i rappresentanti di cameraman, montatori, videomaker e altre figure. Nella convocazione mancava, curiosamente, solo la rappresentanza sindacale, che gliel’ha fatto notare.
La scelta di Presutti e Piervincenzi e l’eventuale conduzione a quattro sarebbero funzionali anche alla concreta possibilità di un ritorno di Ranucci per via giudiziaria. Corsini l’ha mandato a casa con una lettera che parla di “incompatibilità”, i legali del conduttore gli hanno dato sette giorni per indicare i fatti e poi partirà un ricorso d’urgenza per discriminazione. La destra voleva farlo fuori da tempo, l’occasione è arrivata quando il suo amico Valter Lavitola è stato accusato di essere il mandante dell’attentato dell’ottobre 2025 davanti alla sua abitazione. Di cui Ranucci, però, resta una vittima. E le “incompatibilità” bisogna spiegarle, non basta enunciarle.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Fa una certa impressione sentire la signora Zakharova, portavoce del governo russo, citare Gianni Rodari. Lei è tra le voci più violente e sprezzanti di quel regime bellicoso, lui il più gentile, sorridente e pacifico di tutti i poeti, quello che si rivolgeva ai bambini perché non ancora guastati dal potere e dal pregiudizio.
È un poco, all’ennesima potenza, come quando Salvini applaude De André, che è l’opposto antropologico, prima ancora che politico, del capo leghista — non per caso il più putiniano tra i politici italiani. Quando non si hanno poeti a portata di mano, si è costretti a ricorrere ai poeti altrui.
Rodari è una celebrità in Russia (anche in Russia) per meriti poetici che confliggono, uno per uno, con il potere, con la sopraffazione, con il conformismo e con la guerra. «Ci sono cose da non fare mai/ né di giorno né di notte/ né per mare né per terra: /per esempio la guerra».
Provi Zakharova a scandire davanti ai microfoni dei quali dispone (e dei quali nessuna opposizione russa può disporre) questa semplice quartina di Rodari: passerebbe per pazza. Verrebbe destituita dopo dieci secondi. Se le va bene, per i suoi meriti pregressi, riuscirebbe a evitare il polonio con il quale vengono avvelenati i nemici del Capo, e le galere nelle quali vengono rinchiusi.
Comunista, internazionalista, umanista e laico, Rodari credeva nell’educazione e nella fantasia come leve per cambiare gli esseri umani, a partire dall’infanzia. Che cosa di educato e di fantasioso abbia mai prodotto, in pubblico, il regime del quale Zakharova è megafono, non è ancora chiaro. I carri armati? Perché, invece di citare Rodari, Zakharova non prova a leggerlo?
Telefonini “ripuliti” dei rapporti con gli 007 ricostruiti dai pm attraverso altre fonti. Mancano anche cenni al caso-Carbon Credit

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – C’è quello che i carabinieri stanno trovando nei telefoni di Valter Lavitola. Ma, soprattutto, c’è quello che non stanno trovando. In vista dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, prevista per la prossima settimana, e dell’interrogatorio davanti ai pm di Roma, gli investigatori stanno analizzando i cellulari sequestrati all’ex direttore dell’Avanti! in un momento di grande tensione. Ieri è stato aggredito in carcere, schiaffeggiato da alcuni detenuti: niente di grave, dicono fonti della Penitenziaria (oggi comunque il suo legale ne capirà di più), ma spiega molto del clima che si respira attorno a lui.
I cellulari potranno raccontare molto. Quello acquisito durante la perquisizione di luglio e quello trovato al momento dell’arresto. E il primo dato che emerge è che i dispositivi sono stati «puliti». Molte delle conversazioni che gli investigatori si aspettavano di trovare non ci sono più.
Non è necessariamente una sorpresa. Lavitola sapeva da tempo che l’indagine si stava avvicinando a lui. Lo aveva capito quando erano stati individuati e arrestati gli esecutori materiali dell’attentato contro Sigfrido Ranucci e, nelle settimane successive, aveva più volte mostrato la convinzione che prima o poi i carabinieri sarebbero arrivati anche da lui. «Quello che c’è ce lo voleva far trovare», ragiona uno degli investigatori impegnati nell’inchiesta.
È questa la chiave con cui adesso vengono letti i contenuti recuperati dai telefoni. Mancano, per esempio, molte delle chat con Ranucci. Su questo, però, la spiegazione può essere meno significativa: i due utilizzavano anche sistemi di messaggistica con cancellazione automatica delle conversazioni e dunque l’assenza dei messaggi, da sola, non dimostra una bonifica volontaria.
Più interessante per chi indaga è ciò che manca su altri fronti. Nei dispositivi non risultano praticamente contatti con esponenti dei Servizi, rapporti che invece — secondo quanto ricostruito dagli investigatori attraverso altre fonti — Lavitola aveva. E sono pochissime anche le tracce relative alla vicenda dei Carbon Credit, uno dei dossier sui quali l’ex direttore dell’Avanti! si era mosso negli ultimi tempi. L’analisi forense dei telefoni dovrà ora stabilire se e cosa sia stato cancellato e, soprattutto, quando.
Di Report, invece, si parla. Nei telefoni sono rimasti diversi messaggi e riferimenti nei quali Lavitola raccontava rapporti, informazioni e possibilità di intervento sulla trasmissione. Su questo punto Ranucci è sempre stato netto, davanti alle accuse di possibili infuenze del faccendiere nella trasmissione: erano «millanterie», ricostruzioni con le quali Lavitola accreditava un’influenza sul programma che in realtà non aveva. Restano però documentati i rapporti con alcuni giornalisti della redazione. A cominciare dai contatti con il cronista che, su indicazione dello stesso Ranucci, si stava occupando della vicenda dei Cantieri Vittoria. Contatti già ricostruiti nell’informativa dei carabinieri e che ora vengono riletti insieme al materiale recuperato dai telefoni.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) -[…] A leggere i media che la sanno lunga, nei tre mesi estivi Putin è riuscito in una serie di misfatti che uno normale faticherebbe a perpetrare in 30 anni (anche perché intanto devasta l’Ucraina e avanza in quel che resta del Donbass). L’ultima è stata truccare il referendum islandese sull’Ue (Riotta su Rep: “Spot e notizie false sui social: l’ombra lunga del Cremlino sul trionfo dei No”). Ma questo è niente. Ha spedito droni in tutto il Nord Europa, camuffandoli così bene che non s’è trovata mezza prova, ma si sa che erano russi, specie quelli ucraini. Ha piazzato un drone esplosivo che però non è esploso all’aeroporto di Lipsia e Merz dice che è suo, anche se pure oggi le prove le porta domani (invece per i gasdotti fatti esplodere per davvero dagli ucraini, Kiev va premiata con più soldi e più armi). E chi ha lasciato lì “un deposito d’armi in un bosco vicino Berlino”? “Sospetti sugli 007 di Mosca” (Rep). Ha incendiato “fabbriche d’armi tra Estonia, Bulgaria e Italia”, a Colleferro, dove Crosetto esclude i russi, ma Iacoboni li sgama: “Il Cremlino assolda gang locali per non lasciare impronte” (Stampa). E ha pure scatenato la “disinformazione per influenzare le elezioni in Sassonia-Anhalt con l’Operazione Matrioska” e screditare “Glucksmann, candidato in Francia” (Foglio), che crolla nei sondaggi non perché è una pippa al sugo detestata dai francesi, ma perché non piace a Putin.
[…]
Ha infiltrato in Slovenia una tal “Viktorija Krivolucka, nata in Russia e amica della presidente Musar”. Ha fatto una capatina a Vagli di Sotto (Garfagnana, 843 abitanti) per apporre una “targa in memoria di Daria Dugina”, simpaticamente assassinata a Mosca dagli ucraini, fra le proteste di Filippo Sensi per lo “scempio” (non l’omicidio: la targa). Ora prepara “attacchi ibridi” su “Isole Svalbard, Isole Aland, Estonia, Gotland e Corridoio di Suwalki” (Corriere), l’invasione dei “Paesi Baltici, la preda più facile per lo Zar”, della Norvegia “cruciale per Putin” (Domani) e della Gran Bretagna (“Londra si prepara a un attacco russo: ‘Lo faranno, è inevitabile’. Scorte d’acqua e cibo in scatola, in arrivo nuovo ‘manuale’, Corriere). Lì, per portarsi avanti, ha già “rubato i dati di 9 milioni di passeggeri” (Rep). Nei ritagli di tempo, “arruola spie-escort da Hollywood alla rete di Epstein” (Iacoboni), senza dimenticare “le falle del sistema Infantino e la rete dai sauditi a Putin per impadronirsi del calcio” (Rep) dopo aver fallito d’un soffio l’operazione Pirlo. Last but not least, ha riempito Ceuta di marocchini coi “canali russi e la macchina delle fake” (Foglio), ma senza avvisare Calenda, che accusa Meloni di “perder tempo su cinque migranti invece di capire cosa fare se Putin attacca l’Europa”. A proposito: ma non era moribondo?
Venerdì il governo Meloni stabilirà il record di durata con 1.413 giorni in carica. Ma sono altri primati a preoccupare di più

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Comandare e durare. Da venerdì, con 1.413 giorni, quello guidato da Giorgia Meloni diventerà il governo più longevo nella storia della Repubblica italiana. Strappando lo scettro al secondo esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi (2001-2005). Un record che la presidente del Consiglio si appresta a festeggiare in pompa magna. Del resto, un altro po’ di carbonella gratuita per rinfocolare la caldaia della propaganda, peraltro mai sopita dal suo insediamento a Palazzo Chigi, è una manna dal cielo per la premier in uno dei momenti più complicati del suo mandato. Un’occasione imperdibile, insomma, per nascondere, dietro il paravento del primato di durata, il reale stato di un Paese che oggi sta decisamente peggio dopo quasi quattro anni di cura sovranista.
Il governo che prometteva di non mettere le mani nelle tasche degli italiani ha portato la pressione fiscale al 43,1%, ai massimi da oltre dieci anni. Un altro record che, ça va sans dire, Meloni si guarda bene dal rivendicare. Nel triennio completo del suo mandato, dal 2023 al 2025, l’Italia ha messo in fila tre anni consecutivi di calo della produzione industriale (dati Istat) e, stando alle previsioni Ue, nel biennio 2026-2027 rischia di scivolare all’ultimo posto in Europa per la crescita economica (Pil stimato allo 0,5-0,6%).
Segno che, oltre a quello di durata, i primati messi in fila da Meloni si sprecano. Durante il suo governo, le retribuzioni reali dei dipendenti del settore privato sono crollate del 6,6% rispetto al 1990. Come se non bastasse, tornando alle imprese più recenti, è tornata a mordere anche l’inflazione, che ad agosto è salita al 3,3%, il dato più alto da quasi tre anni (dati Istat di ieri). Intanto, di salario minimo neanche a parlarne. Come pure di tassare gli extraprofitti dei colossi bancari ed energetici.
Insomma, un disastro che il governo si limita ad ignorare. Le priorità del momento, del resto, sono impellenti: fare fuori Ranucci da Report; sospendere Schengen con la Spagna dopo la crisi di Ceuta che in un mese ha fruttato la bellezza di 31 persone respinte su 500mila controllate e 180mila identificate; accelerare su una legge elettorale su misura che consenta alle destre di disinnescare il partito di Vannacci e imbullonarsi alla poltrona. Non c’è che dire, proprio un bel record da celebrare.

(Giancarlo Selmi) – Dall’insediamento di Giorgia Meloni a oggi, il carrello della spesa sarebbe aumentato del 31%. Se questo dato è corretto e lo è, non è una statistica astratta: è il conto alla cassa, è il pieno, è la bolletta, è ciò che resta dello stipendio a fine mese. Eppure la narrazione è sempre la stessa: l’Italia cresce, sorride, riparte. Perfino i numeri perdono significato e diventano interpretabili secondo convenienza. La matematica trasformata in filosofia spicciola.
Peccato che i salari non siano aumentati del 31%. Quel rincaro, quindi, ha divorato il potere d’acquisto delle famiglie. Altro che propaganda televisiva: milioni di italiani fanno i conti con prezzi sempre più alti e stipendi che restano indietro. La benzina e soprattutto il diesel costano come vino buono. Chi, come me, percorre migliaia di chilometri al mese lo sente sulla propria pelle. Il petrolio può scendere, ma alla pompa il prezzo sembra sempre quello di un’emergenza permanente. Raffinerie e aziende energetiche consolidano utili miliardari; alle famiglie restano i sacrifici.
E il governo? Non colpisce davvero gli extraprofitti, non stronca la speculazione, non protegge chi sta pagando il prezzo della cupidigia di pochi. Con i potenti è prudente. Con gli italiani in difficoltà, molto meno. Poi ci sono le persone fragili, i disabili, le famiglie lasciate sole. Una famiglia intera, padre, madre e figlia disabile, si suicidano perché lasciati soli. Una tragedia che dovrebbe scuotere un Paese intero e non se ne parla. Risorse che, nell’accorpamento dei fondi per la disabilità, si sono perse per strada. E sull’inflazione il copione è pronto: è colpa di chi c’era prima. Ormai è un tormentone.
Intanto il governo lavora. Eccome se lavora. Lavora sulla Rai. Sulla normalizzazione del servizio pubblico. Sul depotenziamento di Report. Sull’emarginazione delle voci critiche. Sulla legge elettorale. Mentre una parte crescente del Paese si impoverisce, loro pensano a imbullonarsi alle poltrone e a consolidare potere e privilegi. Gli italiani fanno la spesa con la calcolatrice. Loro fanno propaganda con il megafono. Loro ballano, si divertono. E Bocchino canta: “Sono un ragazzo fortunato.”
Lui, loro. Gli italiani molto meno.

(dagospia.com) – La frattura tra i BRICS, che unisce gli stati più influente del mondo extra-occidentale (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e gli Stati Uniti è sempre più profonda.
Le bombe, i razzi e i dazi di Donald Trump hanno creato una voragine, sono saltati tutti i paradigmi politici ed economici, trasformando gli Usa, un tempo sommo sceriffo degli equilibri mondiali, in agente del caos.
La demenza politica del Trumpone ha oltrepassato il punto di non ritorno da compiere il miracolo di ribaltare agli occhi del mondo l’immagine di un regime totalitario come la Cina e trasformando di Xi Jinping in un leader “affidabile” alle democrazie occidentali.
A Bishkek, in Kirghizistan, il summit di Xi Jinping e Vladimir Putin e Narendra Modi, nell’ambito del vertice in corso dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, lo Sco, che riunisce dieci stati dell’Eurasia (una sorta di antipasto del vertice dei BRICS che si terrà a Nuova Delhi tra due settimane), avrà di sicuro fatto stra-incazzare il “deragliato mentale” che farnetica nella Sala Ovale della Casa Bianca.
Se l’incontro tra Putin e il presidente cinese è stato al bacio, rinnovando l’amicizia “porofonda” e l’alleanza “senza limiti” fra i due paesi, sulla questione di sostenere l’Iran, sotto schiaffo delle sanzioni americane, non c’è stato una completa convergenza.
Xi Jinping e Vladimir Putin si sono già esposti, foraggiando Teheran di armamenti, intelligence e denaro. Ma l’India che farà? Narendra Modi conserva legami economici molto stretti con gli Stati Uniti (primo partner commerciale) e teme la vendetta di Trump.
Con il Pakistan musulmano che si avvicina a Teheran, Modi avrà il coraggio di prendere posizione a favore dei pasdaran? Intanto, ha incontrato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Domani, si vedrà…
Ma il piatto forte del triangolare, già squadernato in passato, ma questa volta più fumante del solito, è arrivato con il progetto di dar vita a una “moneta unica” dei BRICS, per ridurre il dollaro a carta straccia.
Il “verdone” è infatti la valuta dominante nel sistema finanziario globale e viene utilizzato in oltre l’80% delle transazioni commerciali e in più della metà dei pagamenti internazionali delle materie prime, come il petrolio.
Inoltre, gran parte del debito pubblico e privato mondiale è emesso e denominato in dollari, rappresentando circa il 56%-60% delle riserve valutarie ufficiali detenute a livello globale.
Se i cinque stati più influenti e potenti del mondo extra-occidentale creassero una moneta unica, con il debito pubblico americano che vola a livelli mai visti (40mila miliardi di dollari) per il bigliettone verde sarebbe la mazzata finale: sancirebbe la fine del dominio valutario a stelle e strisce, già fortemente compromesso dalle “daziate” a pene di segugio del tycoon.
Sul progetto di “moneta unica”, che trova d’accordo Russia, India, Brasile e Sudafrica, le uniche “perplessità” arrivano dal quinto e più importante socio dei BRICS, la Cina. Che farà Xi Jinping: metterà in cantina la moneta nazionale, lo Yuan, pur consapevole che la potenza di fuoco della sua economia lo metterebbe al vertice dei BRICS?
Nel frattempo, Xi guarda già alla sua prossima visita negli Stati Uniti per il vertice del 24 settembre alla Casa Bianca. dove mira ad arrivare con un capitale politico rafforzato dai summit di SCO e BRICS (in agenda il 12 e 13 settembre a Nuova Delhi).