Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Putin avverte l’Europa: “Truppe in Ucraina? Sarebbe guerra contro la Russia”


(lastampa.it) – Putin alza il livello dello scontro. Da New Delhi, dove partecipa al vertice dei Brics, il presidente russo avverte i Paesi europei: l’invio di truppe in Ucraina equivarrebbe a «una guerra contro la Russia». Le parole arrivano mentre in Europa resta aperto il confronto sulle possibili garanzie di sicurezza per Kiev e sui futuri assetti dopo un eventuale accordo. Mosca, intanto, continua a sostenere di non rappresentare una minaccia per il continente, mentre i negoziati sulla guerra restano senza una svolta. L’avvertimento di Putin è stato pronunciato alla vigilia dei lavori del vertice dei Brics. LIVE Russia-Ucraina


Onorato: vogliono escludere Progetto Civico dalle prossime elezioni politiche”


(di Alessandro Onorato) – “Vogliono escluderci dalle prossime elezioni politiche: pensavamo di aver fatto un grande lavoro, ma non avevamo capito di essere diventati così scomodi”. Lo dichiara Alessandro Onorato, fondatore di Progetto Civico Italia, in un video sui propri account social.

“La nuova legge elettorale è costruita contro Progetto Civico Italia, perché – continua – prevede che una nuova forza politica come la nostra debba raccogliere almeno 378.000 firme, cioè 6 mila firme a collegio. Mentre nella legge elettorale precedente ne bastavano 94.500. E per di più queste firme devono essere raccolte a mano su carta, senza spid e in appena 10-15 giorni con cancellieri e notai. Vuol dire che in regioni piccole come la Valle D’Aosta, dove l’ultima volta alle politiche hanno votato 51.000 persone, le 6.000 firme necessarie per presentarsi corrispondono all’11% dei voti espressi.

Una barriera creata ad arte per impedire a Progetto Civico di partecipare alle prossime elezioni. Tutti gli altri partiti sono esentati dalla raccolta firme, anche chi ha solo un gruppo in una delle due camere, come Noi Moderati di Maurizio Lupi, che alle ultime elezioni prese solo 275.000 voti. Cioè 100.000 in meno delle 378.000 firme che oggi devono essere raccolte per por potersi presentare davanti agli elettori.

Mi sembra evidente che stiamo facendo paura e che la crescita di Progetto Civico sta dando fastidio. Voglio ricordare però che la Costituzione parla chiaro e le sentenze della Corte Costituzionale ribadiscono che seppur il Parlamento abbia ampia discrezionalità, cioè può fare come vuole, le scelte legislative non possono tradursi in disparità arbitrarie rispetto a chi è già in Parlamento o in ostacoli creati ad arte come la raccolta delle firme. Non può decidere la Meloni al posto di 52 milioni di elettori. Con grande rispetto mi sono permesso di appellarmi al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al quale ho scritto affinché vigili, come sicuramente farà, su quello che sta avvenendo in Parlamento perché una democrazia rappresentativa rimane tale se consente l’emersione di orientamenti e istanze politiche nuove lasciando poi agli elettori e solo a loro di valutare la credibilità, il programma e il consenso.

Se il Governo Meloni non tornerà sui propri passi, saremo costretti a scendere in piazza. Lo devo a oltre 1000 amministratori – sindaci, consiglieri regionali e comunali, assessori – che in oltre 1000 comuni da Bolzano a Caltanissetta hanno aderito a Progetto Civico Italia”.


Meloni, il decreto sul petrolio e le promesse che non si potranno mantenere


La protesta: “Non cambieranno bollette e dipendenza all’estero”. Il portavoce nazionale Francesco Masi: “Anche azzerando in un solo anno tutte le riserve certe, si coprirebbe meno di un decimo del fabbisogno petrolifero e circa un ventesimo di quello di gas”

Meloni, il decreto sul petrolio e le promesse che non si potranno mantenere. La protesta: “Non cambieranno bollette e dipendenza all’estero”

(di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano.it) – Nel sottosuolo italiano c’è una quantità limitata di gas e petrolio, come confermato da decenni di studi geologici e dati ufficiali che sono proprio del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. E gli idrocarburi estratti non sono dello Stato o degli italiani, ma dei concessionari, che li vendono al prezzo di mercato internazionale, come qualsiasi altra merce. Eppure, annunciando il decreto con “disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi al protrarsi della nuova crisi dei mercati internazionali e di infrastrutture e attività energetiche strategiche”, Giorgia Meloni ha promesso anche questo. Sottolineando che “aumentare la produzione nazionale” di petrolio e gas, per la premier significa “ridurre la dipendenza dall’estero, pagare meno, garantire costi più bassi a famiglie e imprese, difendere la sicurezza energetica della nazione, oltre ovviamente a generare maggiori royalty e benefici economici e occupazionali per i territori”. Una narrazione che il Coordinamento nazionale No Triv smantella punto per punto. “In un video diffuso ieri la presidente del Consiglio ha elencato cinque vantaggi derivanti da un più intenso sfruttamento dei giacimenti nazionali che dovrebbe scaturire dalla norma approvata. I fatti dicono altro” spiega il portavoce nazionale dei No Triv, Francesco Masi.

Cosa cambia dopo l’approvazione del testo

E definisce “decreto fuffa” il decreto-legge approvato dal consiglio dei ministri e che introduce un meccanismo di potere sostitutivo per superare l’inerzia delle Regioni nei procedimenti autorizzativi su prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. Se la Regione non si esprime entro 45 giorni, il presidente del consiglio assegna un termine massimo di 60 giorni (ridotto a 30 in alcuni casi). Decorso inutilmente tale termine, il Consiglio dei ministri nomina un commissario ad acta per provvedere in sostituzione, previa interlocuzione con la Regione. Il commissario può essere affiancato da un subcommissario e non riceve compensi. La misura introduce una forte compressione dell’autonomia regionale, giustificata dall’interesse strategico nazionale. “Le lobby del petrolio hanno conquistato Palazzo Chigi e sequestrato la premier” ha commentato Nicola Fratoianni di Avs. “La scelta di Meloni è un atto d’irresponsabilità che serve a far fare più profitti alle società energetiche e a rendere più povere le famiglie” ha dichiarato Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde. Ma Giorgia Meloni non molla e, a margine dell’inaugurazione del festival del riso a Vercelli, ribadisce: “C’è sicuramente una opposizione che ci dice no su qualsiasi cosa, che annuncia le barricate su qualsiasi cosa, ma io penso che noi dobbiamo occuparci di mettere in sicurezza questa nazione sul piano energetico”. E ancora: “Quello che stiamo cercando di fare è difendere l’autonomia di questa nazione”.

Anche trivellando, l’Italia resterà dipendente dall’estero

Nel suo discorso, Giorgia Meloni, ha dichiarato: “Non ha molto senso comprare all’estero questa energia quando possiamo produrla anche qui in Italia”. Solo che, secondo i No Triv, non ha molto senso neppure mettersi a sfruttare le poche risorse italiane, che certamente non basterebbero a ridurre la dipendenza dall’estero. “Anche azzerando in un solo anno tutte le riserve certe di gas e petrolio, si coprirebbe meno di un decimo del fabbisogno petrolifero e circa un ventesimo di quello di gas” spiega Masi. La produzione interna copre appena il 9% del petrolio e meno del 5% del gas. “Lo sfruttamento integrale delle riserve è un palliativo, non una soluzione: sposta di poco l’ago della bilancia senza scalfire la dipendenza strutturale” aggiunge il portavoce. E c’è un altro aspetto, di cui nel video la premier non parla. Gli idrocarburi estratti, che si tratti di petrolio o gas, non sono dello Stato. “Petrolio e gas appartengono ai concessionari, che li vendono sul mercato secondo logiche commerciali, non secondo priorità nazionali. E il regime concessorio non prevede partecipazione pubblica” aggiunge Masi.

Pagare meno e garantire costi più bassi a famiglie e imprese?

Da qui il secondo punto. Non esiste alcun nesso causale tra produzione interna e bollette. “Il prezzo del gas e dell’elettricità si forma sul mercato internazionale e all’ingrosso, non dalla quota estratta in Italia. Sul meccanismo di formazione dei prezzi il Governo si guarda bene dall’intervenire” commenta il portavoce nazionale dei No Triv, sottolineando che “i concessionari non hanno alcun obbligo di destinare la produzione di gas e petrolio al mercato interno a prezzi calmierati”. Cosa è accaduto quando, in passato, il governo ha tentato di farlo per le imprese energivore? “L’obiettivo non è stato raggiunto”. Un altro vantaggio elencato da Meloni è stato quello della sicurezza energetica della nazione. Ma resta il fatto che la produzione non è dello Stato. Ergo: “Le concessioni sono in mano a compagnie private come Eni, TotalEnergies e altre, che operano secondo logiche commerciali. Non esiste obbligo di stoccaggio strategico – spiega Francesco Masi – né di destinazione prioritaria al mercato interno. La vera sicurezza energetica richiederebbe diversificazione delle fonti, sviluppo delle rinnovabili e riduzione della domanda di fossili”.

Le royalties non bastano

Giorgia Meloni sostiene che il decreto porterà a “generare maggiori royalties e benefici economici e occupazionali per i territori”. Parlano i fatti e l’esperienza che, a riguardo, ha fatto l’Italia. E un esempio è quello della Basilicata, regione che produce il 91% del petrolio estratto in Italia. “Eppure, dopo decenni di estrazione, la regione non ha conosciuto benefici economici o occupazionali. Nel 2025 – ricorda Masi – Eni ha versato royalties per 64 milioni di euro. Dal 1996 al 2025 il totale è di 2,45 miliardi, ma si tratta di una cifra modesta rispetto ai costi ambientali e sanitari”. I dati epidemiologici documentano eccessi di mortalità e ricoveri per patologie respiratorie e oncologiche nei comuni interessati. “La produzione nazionale è in calo (410mila tonnellate di greggio in meno nel 2025 rispetto al 2024) e le prospettive occupazionali sono incerte. Il settore è storicamente in declino e lascia dietro di sé passività ambientali e sanitarie” aggiunge il portavoce dei No Triv.

Il caso della Basilicata

Eppure, in queste ore, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin cita proprio la Basilicata. “Abbiamo già una serie di giacimenti in alcune realtà, ad esempio Gorgoglione. Ci sono una serie di prospezioni per verificare se ci sono le condizioni. È chiaro – ha detto – che queste impiegano tempo per capire se il giacimento è sufficiente per la quantità economica. Pertanto comincia un discorso che nel giro di qualche mese può dare già qualche estrazione là dove le prospezioni sono già state fatte. Per altri andremo a risultati fra qualche anno, non c’è dubbio”. E dalla Basilicata, è intervenuto anche il capogruppo del Pd nel Consiglio regionale, Piero Lacorazza, che chiede “rispetto per il popolo lucano”. “Sia chiaro sin da subito: non potremo consentire scippi – ha detto – come è stato fatto sulla risorsa idrica”. E ricorda che l’energia è materia concorrente nella Costituzione italiana. “Saranno nominati commissari per accorciare i tempi delle procedure? Capiremo dal testo. Dentro questo contesto – spiega – negli anni si è detto, con tanto di voti ‘non un barile in più rispetto a quelli autorizzati’ e ‘non c’è altro suolo o territorio da occupare rispetto alle concessioni date”.


Legge elettorale: preferenze e donne, Meloni teme agguati nella roulette Camera


La premier: “L’Afd? No a parallelismi con l’Italia”. I sospetti su FI dopo le parole di Craxi in aula. La Russa giovedì al Colle

Legge elettorale: preferenze e donne, Meloni teme agguati nella roulette Camera

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Trionfalismi di facciata: «Gli italiani potranno scegliere premier, coalizione e parlamentari grazie alla destra, la sinistra non è credibile», dice Giorgia Meloni da Vercelli, al festival del riso. In realtà a Palazzo Chigi continuano a volteggiare fantasmi sul destino della legge elettorale. E una consapevolezza: il percorso resta accidentato. Nessuno si attende altre bizze a Palazzo Madama, il voto finale è previsto martedì. Ma a Montecitorio le opposizioni chiederanno di nuovo il voto segreto, sulla terza e ultima lettura. A luglio si sa com’è andata: il governo è finito sotto. L’esecutivo stavolta metterà la fiducia, sicuramente, come ripete da giorni ai colleghi il ministro Luca Ciriani. Fallisse quel passaggio – o anche quello immediatamente successivo, sul merito del provvedimento – Meloni salirebbe al Colle, per il voto a gennaio.

Ma è una minaccia spuntata, per i parlamentari che non vogliono rischiare il seggio con le preferenze, introdotte seppur parzialmente con l’emendamento votato in Senato l’altro ieri. Pure il rischio di perdere il vitalizio, che scatta ad aprile, non cruccia quasi nessuno: per chi ha solo una legislatura, ammonta a meno di mille euro netti. Dentro FdI i timori sono confessati sottovoce. I ministri stavolta saranno tutti precettati. E dovranno votare (Giorgetti a luglio era in aula, ma non fece in tempo a pigiare il bottone). Per i deputati, missioni azzerate: tocca essere presenti, altrimenti niente ricandidatura. Il nervosismo di via della Scrofa investe però soprattutto gli alleati, mai convinti del tutto dalle crocette sulla scheda, dopo i capolista bloccati. Con questo spirito sospettoso, nelle chat dei Fratelli ieri rimbalzava l’intervento della capogruppo di FI in Senato, Stefania Craxi, vicina ai Berlusconi: «I partiti – ha rivendicato in aula – hanno anche la responsabilità di formare e selezionare la classe dirigente». Una rivendicazione contro le preferenze tout court. Quanto alla Lega, alla Camera il gruppo è molto meno controllato da Salvini rispetto al Senato. E poi ci sono le donne, scontente trasversalmente, visto che è saltata l’alternanza di genere per i capilista bloccati. La calendiana Elena Bonetti già promette: «Sono pronta a mobilitarle». Il lancio d’agenzia è stato inoltrato in un gruppo Whatsapp ufficioso di forzisti. E di certo non solo lì.

I tormenti non finiranno a ottobre, con il voto nel pallottoliere impazzito di Montecitorio. Nella cerchia di Meloni sono quasi certi che si metterà di traverso la Corte costituzionale, con una «solerzia» sospetta. Il timore è che una sentenza arrivi «in un paio di mesi». Prima delle urne. Altri, intorno alla premier, confidano nel lavorio sottotraccia di Ignazio La Russa. Più fonti di FdI raccontano che il presidente del Senato l’altro ieri, dopo una telefonata con Meloni, sia salito al Colle per le ultime limature: lo stop alla norma “anti-cespugli” e la riduzione delle firme per i partiti non presenti in Parlamento, prima aumentate a 9mila e ieri portate a quota 6mila.

I rapporti tra la seconda carica dello Stato e Meloni restano tesi, anche se La Russa ieri negava: «Ira della premier su di me? Ma perché? I giornali dicono che potevo bocciare i sub emendamenti» dell’opposizione sulle preferenze libere, risparmiando un voltafaccia a FdI. Così aveva fatto la commissione. «Ma avrei fatto una violazione del regolamento, si sarebbe bloccato il percorso», la tesi del presidente del Senato, che poi descrive FdI come un «antidoto» alle avanzate a destra, modello Afd. Si parla di Sassonia, ma si guarda sempre a Vannacci. Pure Meloni scaccia scenari simili nello Stivale: «La democrazia va rispettata, ma nessun parallelismo: in Germania governa una Grosse Koalition».


Meloni a tutto campo


“La resistenza dell’Ucraina? Vero patriottismo. L’economia? Siamo sulla strada giusta. L’Europa federale? Non concordo con Draghi. L’Afd? I cordoni non servono. Antisemitismo? Noi nessuna ambiguità”. Nessuna alleanza con chi vota contro Kyiv? “Non sono disposta a fare il contrario di quello che ho fatto finora”. Parla il capo del governo

Immagine di Kyiv, alleati, economia, futuro. Vincere si può. Meloni a tutto campo

(di Claudio Cerasa – ilfoglio.it) – Il futuro, il passato, il record, l’Ucraina, le paure, i desideri, le delusioni e poi Trump, l’AfD, l’Europa, Draghi, Conte, Schlein, e quella legge su cui lavorare insieme, l’antisemitismo, l’economia, i punti da cui ripartire, le ferite da rimarginare. E poi la colla. In questa intervista con Giorgia Meloni non si parla di preferenze, di soglie di sbarramento, di leggi elettorali, di pettegolezzi di coalizione, di polemiche con Vannacci, di sgambetti con le opposizioni. In questa intervista si parla di altro, si parla dei quattro anni di governo Meloni, si parla di ciò che ha funzionato, di ciò che non ha funzionato, di ciò che dovrebbe funzionare meglio, di ciò che forse ha deluso Meloni, di ciò per cui Meloni ha forse deluso gli elettori, di ciò che forse ha sorpreso i suoi detrattori, di ciò che è necessario inserire, nei prossimi mesi, per provare a ragionare sul futuro, sul futuro del governo ma anche sul futuro del centrodestra, senza essere aggrappati al ricordo del passato, per quanto da recordGiorgia Meloni parla con il Foglio poche ore dopo aver appreso della notizia della morte di Emma Bonino, per la quale il governo ha scelto di celebrare, la prossima settimana, i funerali di stato. “Io e Emma Bonino”, ha detto ieri Meloni, “siamo state due donne veramente molto distanti sui contenuti. Ma questo non mi ha mai impedito di rispettare la persona, la sua competenza, la sua autorevolezza e la sua capacità di capire che il ruolo delle donne in questa società, anche nella politica, non è mai qualcosa che devi aspettare”.

Contenuti, già. Presidente Meloni, cominciamo da qui. Il record è arrivato, lo sappiamo, ma referendum a parte, in questi 1.420 giorni di governo, qual è il suo più grande rimpianto? “Rimpianti veri e propri non ne ho. Mi pento forse di aver ritenuto sufficiente fare le cose, anche quando non riuscivo a raccontare tutto il lavoro. Sono convinta da sempre che i fatti siano molto più forti di qualsiasi narrazione. Oggi, però, mi rendo però conto che sarebbe stato importante far conoscere meglio tutto il nostro lavoro. Perché ha ragione Sabino Cassese quando dice che questo governo ha sfornato provvedimenti ogni settimana, e quei provvedimenti hanno dei contenuti e degli obiettivi. Se ci si pensa è un lavoro enorme, e mi sarebbe piaciuto riuscire ad aggiornare meglio gli italiani sul complesso di questo impegno. Sul referendum sulla giustizia, poi, non ho particolari rimpianti. Avevamo preso l’impegno di presentare una riforma della giustizia, e lo abbiamo fatto. E anche se gli italiani hanno deciso di non confermarla, noi abbiamo fatto il nostro dovere”.

Kyiv, la resistenza Ucraina e le alleanze: “Non sono disposta a fare il contrario di quanto fatto finora”

In questi anni di governo è successa qualsiasi cosa, nel mondo. Ma c’è stata una costante, per lei, che l’ha accompagnata: l’Ucraina. In che modo l’Ucraina, in questi anni, ha cambiato l’Europa? E in che cosa l’Ucraina, in questi anni, ha influito, in positivo, nella definizione dell’identità di Giorgia Meloni e nella ridefinizione del concetto di patriottismo? “Il tentativo russo di conquistare Kyiv ha risvegliato l’Europa da un lungo torpore e dalla illusione che fosse al riparto dai grandi rischi del passato. La guerra in Ucraina ha dimostrato che la storia si è tutt’altro che fermata e che è finita l’era nella quale il Vecchio Continente poteva delegare ad altri la propria sicurezza. Nonostante molte contraddizioni e tentennamenti, l’Europa ha saputo reagire in modo ben più determinato di quanto ci si potesse immaginare, e sicuramente più di quanto Mosca si aspettasse. Ed è vero che l’incredibile resistenza ucraina ha fatto riscoprire a molti europei il senso dell’identità e del patriottismo. Concetti che in tanti consideravano superati, ma certo non chi appartiene alla mia comunità politica, che ha sempre posto la Patria e l’identità nazionale al centro del proprio agire. Per quello che mi riguarda, credo da sempre che il patriottismo sia una cosa molto seria. Non è solo una bandiera da sventolare, o un inno da cantare. Quando ti definisci un patriota la prima domanda a cui devi rispondere è: sei in grado di mettere la Patria prima di te stesso? E’ questo il punto. Ecco, per me in questi anni sarebbe stato elettoralmente più vantaggioso non sostenere l’Ucraina, piuttosto che farlo. Solo che io non ho sostenuto l’Ucraina per Kyiv, io ho sostenuto l’Ucraina per Roma. Perché, come ho detto molte volte, l’Italia avrebbe tutto da perdere in un contesto internazionale in cui vengono meno le regole della pacifica convivenza tra le nazioni e torna a prevalere la legge del più forte. E, purtroppo, un assaggio di quello scenario lo stiamo avendo in questi anni”.

Giorgia Meloni sarebbe disposta a stabilire una regola per la futura coalizione, una regola che a quanto pare non vale ancora a sinistra: nessuna alleanza con i finti patrioti che votano contro il sostegno all’Ucraina? “Giorgia Meloni non è certamente disposta a fare il contrario di quello che ha fatto finora, o di quello in cui crede, per calcolo politico o elettorale. Io sono una persona seria, e non sono buona per tutte le stagioni. Chi cerca un premier che cambia idea in base al sostegno di questo o di quel partito, sempre e solo per tornaconto personale, deve rivolgersi altrove. E credo anche di sapere dove, perché ci siamo già passati”. 

“Le spese militari? Non esiste alcuno stato che abbia garantito la propria sicurezza senza la capacità militare di difendersi”

Nella sua storia politica, lei ha sempre considerato le spese militari un investimento, non un costo. Perché è demagogico chi sostiene, oggi, che le spese militari siano in contrapposizione con le spese sul welfare? E cosa pensa dei politici, come Giuseppe Conte, che sostengono che Putin “non sia una minaccia per l’Europa?”. “Per una Nazione le spese militari somigliano alle spese che una famiglia sostiene per la sicurezza della propria casa. Piacerebbe a tutti noi poter fare a meno di una porta blindata, delle inferriate o di un’assicurazione in caso di imprevisti. Purtroppo, però, la vita e il mondo sono assai più crudeli di quanto vorremmo e soprattutto di come li dipingono le tante anime belle del pacifismo ideologico. Nella storia, non esiste alcuno stato che abbia garantito la sicurezza dei propri confini e dei propri cittadini senza avere la capacità militare per difendersi. Certo che è impopolare dire che bisogna spendere anche in difesa. Ma purtroppo è necessario. E vado fiera del fatto che, su questo punto, Fratelli d’Italia non ha mai fatto demagogia. E aggiungo che affidare la propria sicurezza ad altri non significa necessariamente risparmiare quelle risorse. Chi si assume il compito di garantire la tua difesa difficilmente lo farà senza pretendere qualcosa in cambio, magari in ambito di accordi commerciali vantaggiosi. Quanto alla domanda se la Russia sia o meno una minaccia per l’Italia e l’Europa, penso che in ogni caso sia molto più saggio fare in modo di non essere facilmente attaccabili che non confidare sul fatto di non essere attaccati”.

Draghi e l’Europa federale? “Non sono d’accordo: non credo che la soluzione sia maggiore integrazione”

In questi anni, l’Europa è cambiata ed è cambiata anche come reazione alle minacce esterne. Non solo quelle russe. Secondo Mario Draghi, il futuro dell’Europa passa dalla creazione di un’Europa più federale, in grado di superare l’unanimità. L’Italia sarebbe pronta a rinunciare al veto nazionale almeno su sanzioni e politica estera, mantenendolo invece sulla fiscalità? “Il meccanismo di funzionamento dell’Unione europea si è dimostrato inadeguato ad affrontare le grandi sfide della nostra epoca. Sono felice che ora siamo tutti d’accordo sul fatto che serva un cambio di passo, perché quando lo dicevano noi venivamo tacciati di antieuropeismo. Non credo però che la soluzione sia cercare ancora più integrazione europea o il superamento dell’unanimità o l’Europa federale che supera gli Stati nazionali, e quindi non sono d’accordo con Mario Draghi. Insieme alla famiglia dei conservatori europei, ho sempre ritenuto che serva l’esatto opposto, ovvero un modello di Europa confederale, nel quale gli Stati membri mantengano ampia sovranità ma interagiscano in modo più efficace sulle materie di rilevanza strategica. È una visione che sta prendendo sempre più piede, tanto che ora diversi stati membri invocano il ricorso alla cooperazione rafforzata”.

“Non si è ridotta la pressione fiscale, ma le tasse per famiglie e imprese, ed è questa la cosa che conta”

Presidente Meloni. L’economia italiana ha più occupati, è vero: dal 2022 a oggi sono aumentati di un milione e 79 mila. Ma l’economia italiana continua ad avere problemi gravi: crescita bassa, produzione industriale fragile, produttività debole, pressione fiscale alta e costi energetici elevati. Quale di questi problemi è secondo lei ereditato e quale si può dire che sia un problema che il governo avrebbe potuto risolvere meglio e che costituisce un punto di debolezza vero di questi anni di governo? “I risultati in campo occupazionale sono senz’altro straordinari. Abbiamo più di un milione di nuovi posti lavoro con una tendenza molto importante: diminuisce il precariato e aumenta il lavoro stabile. Tant’è vero che i contratti dipendenti a tempo indeterminato sono aumentati addirittura di 1,3 milioni da quando si è insediato questo Governo. Considero questo dato quello che più di ogni altro racconta come l’Italia sia oggi in una condizione migliore rispetto a quella nella quale si trovava quattro anni fa. Solo chi non ha mai conosciuto il dramma della mancanza di lavoro e di reddito può non capire cosa significhi per una famiglia avere uno stipendio in più su cui contare. Per quanto riguarda i problemi che lei ha elencato si tratta, purtroppo, di debolezze strutturali che la nostra Nazione si trascina da molti anni e per le quali non esistono soluzioni facili. Ma è fondamentale intraprendere la strada giusta per risolverle nel tempo. L’indice della pressione fiscale in questi anni non si è ridotto ma si sono ridotte le tasse che pagano imprese, lavoratori e famiglie, ed è questa la cosa che conta. Un lavoratore dipendente con un reddito di 26 mila euro l’anno, grazie ai nostri provvedimenti, ha un beneficio annuo che va da un minimo di 1.200 euro a un massimo di 2.400 euro annui e per una madre lavoratrice questi importi sono ben più alti. Mentre i lavoratori autonomi hanno usufruito della estensione della flat tax. Con le scarse risorse a disposizione in questi anni era oggettivamente difficile fare di più”. E la crescita? “A proposito di crescita economica, seppur in un contesto molto difficile e incerto, l’economia italiana regge bene e i dati dei primi sei mesi dell’anno potrebbero portare ad una crescita 2026 dell’1%, in linea se non superiore a quella dell’area euro. E’ vero poi che l’economia italiana fatica ormai da molti anni a crescere in modo sostenuto e costante. Alcune concause le ha citate lei, dal costo dell’energia che frena la competitività delle imprese italiane, capaci comunque di registrare export da record, alla bassa produttività. Quest’ultimo aspetto, ad esempio, è in parte connaturato al nostro sistema produttivo – fatto in prevalenza di micro e piccole imprese – in parte a investimenti in innovazione, ricerca e in capitale umano insufficienti. Stiamo lavorando in questa direzione, ma è un lavoro i cui effetti si potranno vedere solo nel medio periodo”. E l’energia? “Lo stesso vale per il costo dell’energia. La forte dipendenza dall’estero è un fattore strutturale sul quale siamo intervenuti e stiamo intervenendo su più fronti: dalla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, anche attraverso l’accelerazione sulle rinnovabili, alla riapertura al nucleare, in particolare il nucleare di nuova generazione, che riteniamo possa essere la vera soluzione per la nostra sicurezza energetica, fino agli ultimi provvedimenti per consentire di accelerare le concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, stiamo facendo tutto quello che è in nostro potere per rendere la Nazione più autonoma e abbassare i costi. Detto ciò, mi pesa molto non aver potuto fare di più per famiglie e imprese proprio rispetto al caro energia, pur avendo dedicato, soprattutto a inizio legislatura, buona parte delle risorse a disposizione per affrontare il problema. Continueremo a farlo anche in questa fase”.

Uno dei cavalli di battaglia del governo è stato aver reso l’Italia, anche con la stabilità, più affidabile e più attrattiva. Perché pensa che per il paese avere un domani un governo di centrosinistra renderebbe l’Italia meno affidabile, meno attrattiva e più vulnerabile? “L’Italia è oggi più affidabile e attrattiva perché è finalmente una nazione stabile e credibile. E questo è stato possibile anche grazie a una strategia portata avanti negli anni da una maggioranza politica compatta. E se domani gli italiani decideranno di accordare la loro fiducia a qualcun altro, mi auguro che sia qualcuno che non dilapiderà questa preziosa eredità. Perché noi tifiamo per l’Italia, sempre e comunque”.

Qual è stata in questi anni la critica che ha ferito di più Giorgia Meloni? E quale critica, ripensandoci oggi, conteneva almeno una parte di verità? “Ho scelto di fare politica a destra, alle critiche sono più che abituata. Ma non le ignoro, perché possono spingerti a migliorare. Certo, in questi anni sono stata accusata di tutto, anche di avere le mani sporche di sangue e di essere responsabile della morte di una bambina non vaccinata. Credo siano accuse che qualificano soprattutto chi le formula. E, in ogni caso, ho le spalle larghe. Mi ha fatto male, invece, vedere le persone che mi vogliono bene attaccate o insultate solo per colpire me. Se c’è una critica che mi ha fatto riflettere è quando mi è stato detto: “Vedi, ora che sei a Palazzo Chigi ti rendi conto di quanto sia difficile governare la Nazione”. E’ verissimo perché, come ho detto, ci sono stati giorni in cui mi è parso di nuotare nella colla. Ci sono migliaia di ostacoli che da fuori non vedi, che fanno sembrare ogni cosa molto più facile ci quanto lo sia in realtà”.

“L’immigrazione? Ora siamo un esempio per tutta Europa”

Il campo largo, nelle ultime settimane, ha sostenuto che Sanchez è un modello da seguire perché la Spagna in questi anni ha fatto più rimpatri e fatto entrare meno irregolari dell’Italia. Sul tema dei rimpatri e della lotta contro gli irregolari è la sinistra che deve imparare qualcosa da Meloni o l’Italia che può imparare qualcosa anche dalla Spagna? “Intanto, non ho ben capito: la sinistra italiana sta chiedendo più o meno rigore contro l’immigrazione illegale di massa? Perché da quando siamo arrivati al governo, siamo accusati ogni giorno di essere ‘disumani’, perché impediamo l’ingresso a chi vorrebbe entrare illegalmente e vogliamo espellere dall’Italia chi vive qui pur non avendone titolo. La domanda che faccio è: la posizione della sinistra è cambiata? Mi piacerebbe saperlo. Dopodiché, rivendico con orgoglio che su questi temi l’Italia è riuscita a porsi come capofila in Europa, che persino governi a guida socialista oggi ci seguono e che gran parte delle nostre posizioni, reputate eretiche quattro anni, si sono tradotte in norme europee. Il caso più evidente è quello degli hub per i rimpatri nei paesi terzi sul modello del protocollo con l’Albania, che in tanti hanno cercato di ostacolare in ogni modo ma che oggi è stato recepito a livello Ue”.

A inizio anno, lei ha detto che sulla sicurezza avrebbe voluto fare di più. Cosa avrebbe voluto fare che non ha fatto? “Mi pare di aver detto che avrei fatto di più, ed è quello che ho fatto. Del resto, la sicurezza è sempre stata una priorità di questo governo. Lo dimostrano i molti provvedimenti messi in campo, dal decreto Caivano ai decreti sicurezza e immigrazione, che hanno dato dei risultati oggettivi. Mi riferisco al crollo degli sbarchi, alla diminuzione di omicidi, furti e rapine e al rafforzamento dei presidi sul territorio, a partire da quelli nelle stazioni ferroviarie. Abbiamo investito come nessuno prima di noi nel comparto difesa e sicurezza, previsto 45.000 assunzioni nelle forze dell’ordine, aumentato i loro stipendi che erano fermi da anni e previsto la tutela legale nell’esercizio delle loro funzioni. Mi rendo perfettamente conto che gli italiani si aspettano di più, ed è giusto che sia così. Io sono la prima a volere di più, perché garantire la sicurezza è il principale dovere che lo Stato ha verso i cittadini. Noi ce la stiamo mettendo tutta per fare la nostra parte, ma è importante che tutti i pezzi dello stato facciano altrettanto, e che nessuno remi nella direzione contraria. Particolarmente sui fenomeni della criminalità urbana. Siamo intervenuti con una serie di norme come il daspo urbano, l’istituzione delle zone rosse, la stretta sui coltelli e in materia di imputabilità dei minori, ma su queste forme di delinquenza, a mio avviso, bisogna essere ancora più intransigenti. Su questo non ho ancora fatto tutto quello che avrei voluto fare”.

“Trump? Credere nell’alleanza transatlantica a prescindere da chi siede alla Casa Bianca”

Il rapporto complicato con Trump, eufemismo presidente, ha rafforzato l’atlantismo dell’Europa o ha finalmente costretto l’Europa a capire che non può delegare per sempre la propria sicurezza all’America? “Questa seconda presidenza Trump ha generato inizialmente alcune reazioni scomposte dovute ad avversità ideologica, ancora prima che iniziassero le divergenze. Pensare di poter fare tutto da soli, da subito, dopo che per anni l’Ue ha fatto politiche sbagliate che hanno aumentato le nostre dipendenze strategiche, dalla difesa all’energia, dalla tecnologia alle materie prime critiche, era ed è velleitario. Dobbiamo continuare a credere nella nostra alleanza transatlantica, che custodisce i valori della nostra civiltà occidentale, e che ha un valore a prescindere da chi siede alla Casa Bianca. E dobbiamo rafforzare il pilastro europeo di questa alleanza, sviluppando i nostri sistemi di difesa integrati nella Nato, costruendo catene del valore affidabili, partendo dalle produzioni europee ma integrandolo con componentistica da nazioni amiche quando fare tutto da soli non è possibile. Insomma, da un lato un orizzonte culturale e geopolitico ben chiaro, l’Occidente; dall’altro un sano pragmatismo che ci consenta di realizzare soluzioni europee efficaci per sostenere la competitività ed evitare la deindustrializzazione dell’Europa”.

“L’AfD? No ai ‘cordoni sanitari’, sì ad affrontare il merito delle questioni”

Presidente, senza girarci attorno: è preoccupata dall’affermazione dell’AfD? L’affermazione di AfD in Sassonia-Anhalt? E quell’affermazione avrà conseguenze in Italia? “Da anni, in Europa sono cresciuti quei movimenti politici che pongono in primo piano la difesa dell’identità, il contrasto all’immigrazione illegale di massa, il pericolo dell’islamizzazione dell’Europa. Nei confronti di questi movimenti, molto spesso la reazione dell’establishment è stata quella di provare a creare dei ‘cordoni sanitari’, non invece di affrontare nel merito le questioni. Come si vede, è una strategia che non funziona. Funziona, invece, ascoltare quelle istanze e rispondere. E’ quello che sta facendo il centrodestra in Italia, con soluzioni serie e non demagogiche: in tema di lotta all’immigrazione clandestina, di difesa dei confini, di tutela delle fasce più fragili, di attenzione alle periferie, di centralità del lavoro. Da noi il contesto politico è radicalmente diverso da quello che vediamo in Germania e in altre Nazioni”.

“Contrastare ogni  forma di antisemitismo dovrebbe essere un obiettivo condiviso da tutte le forze culturali, sociali e politiche della Nazione”

In questi anni, la sua destra ha scelto di dedicare, con sorpresa di qualcuno, una centralità al tema della lotta contro l’antisemitismo. Ha trovato la stessa attenzione, su questo punto, anche da parte dell’opposizione? “Contrastare ogni forma di antisemitismo dovrebbe essere un obiettivo condiviso da tutte le forze culturali, sociali e politiche della Nazione. Quello che sta accadendo in questi giorni attorno al ddl antisemitismo è la riproposizione di un dibattito che si è già consumato nella precedente legislatura in occasione dell’istituzione della cosiddetta “Commissione Segre”. In quella occasione, Fratelli d’Italia aveva proposto che venisse adottata la definizione dell’IHRA, includendo quindi non solo le forme di antisemitismo di stampo nazifascista, ma anche quelle legate all’integralismo islamista e che professano l’annientamento dello Stato di Israele. La maggioranza dell’epoca scelse di rifiutare questa proposta, che oggi si ripropone e che sta spaccando la sinistra. Perché la verità è che un pezzo importante del loro elettorato ha difficoltà a condannare senza ambiguità tutte le forme di antisemitismo, reputando che ci possa essere una forma di antisemitismo moralmente accettabile. Come ha testimoniato anche la presenza di chi inneggia ad Hamas all’ultima manifestazione organizzata davanti Montecitorio”.

“Bene che Schlein voglia approvare insieme lo strumento della ZES unica del Mezzogiorno”

C’è una legge che vorrebbe approvare insieme con l’opposizione prima della fine della legislatura? “Beh, mi pare di capire che ci siano i margini per approvare insieme l’estensione dello strumento della ZES unica del Mezzogiorno, a partire dalla parte semplificativa, a tutto il territorio nazionale. Ho sentito dire a Elly Schlein che l’estensione ora è una proposta del Campo Largo, e lo considero un enorme passo avanti, atteso che quando abbiamo dato vita alla ZES unica la definivano ‘un fallimento annunciato’. Che dire, hanno preso atto di essersi sbagliati e quindi verranno sulla nostra proposta di estensione. Ne sono lieta. Certo, se l’unica proposta comune che hanno nel campo largo è un provvedimento fatto da noi, direi che sul programma sono un po’ indietro”.

A proposito di leggi trasversali. In molti paesi governati dalla destra, lo avrà visto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è più considerato un tema divisivo. Lei pensa che l’Italia arriverà prima o poi al matrimonio egualitario? E, se accadesse, lo considererebbe una sconfitta culturale? “Penso che l’attuale quadro normativo sia equilibrato e di buon senso. E che non necessità di modifiche”. Siamo partiti, presidente, con la sua delusione, di questi anni. Qual è, quattro anni, un elemento di orgoglio che si porterà con se? “Il più grande motivo di orgoglio è quello di aver protetto la Nazione in anni molto difficili, e di averlo fatto in ogni ambito. Di aver protetto i risparmi degli italiani di fronte al rischio di una tempesta finanziaria, di aver protetto i confini della Nazione dall’immigrazione illegale di massa mentre tutto intorno a noi l’instabilità dilagava. Di aver protetto le imprese italiane dal rischio di moltiplicarsi dei provvedimenti ideologici dediti alla desertificazione industriale. Di aver protetto le famiglie, intervenendo ogni volta in cui era necessario di fronte alle emergenze. Di aver protetto i lavoratori, rendendo più vantaggioso per le aziende assumerli o tenerli. E di aver protetto i salari, che hanno ripreso a crescere più dell’inflazione. Di aver protetto le Forze dell’Ordine, perché loro possano proteggere i cittadini in modo più efficace dalla criminalità. E di aver protetto il nome di un’Italia che oggi è ascoltata e rispettata. E potrei fare molti altri esempi”.

Un consiglio cinematografico ad avversari e alleati

Un tempo lo faceva lei ad Atreju, con i suoi ospiti, ora ci proviamo noi con lei. Ci dica: un libro o un film o una serie tv che consiglierebbe con il cuore a Giuseppe Conte, Elly Schlein, Matteo Renzi, Carlo Calenda, Matteo Salvini, Roberto Vannacci, Antonio Tajani? “A Conte e Schlein consiglio “Una poltrona per due”, e non credo che serva spiegare il perché. A Renzi “Ritorno al futuro”, per la nostalgia degli anni che furono. A Calenda “L’ultimo dei Mohicani”, per la tenacia con cui si oppone agli estremismi della sinistra. A Vannacci consiglierei “Il Mago di OZ”, perché l’uomo che proietta la sua immagine gigantesca, alla fine del film, è un po’ quello che mi capita di pensare quando vedo quei video fatti con la IA di lui muscoloso condottiero e poi lo ritrovo a fare le gare di nuoto con Renzi. A Tajani e Salvini consiglio “Stranger Things”, serie meravigliosa, perché guardare quella comitiva all’apparenza improbabile che combatteva una battaglia più grande di lei mi ha fatto spesso sorridere, pensando a questi anni”. 


Dalla Nakba a oggi. 80 anni di morte


Ciò che nel 1948 fu esodo e nel 1967 occupazione si presenta oggi come progetto esplicito di pulizia etnica, mentre i governi occidentali continuano impunemente a spalleggiare Israele

Dalla Nakba a oggi80 anni di morte

(di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – La storia contemporanea di israeliani e palestinesi si lascia leggere come una lunga sottrazione di spazio e diritti.

Tra il 1947 e il 1949 la guerra che accompagnò la nascita dello Stato d’Israele produsse ciò che i palestinesi chiamano Nakba, “catastrofe”: circa 700.000 profughi – quasi l’80% degli arabi residenti nell’area divenuta israeliana – e fra 369 e 531 località evacuate, distrutte o ripopolate. Non un singolo evento, dunque, ma un processo cumulativo: offensive militari, espulsioni, un regime giuridico del “non ritorno” imperniato sulle leggi sui “beni degli assenti” (che trasferivano i diritti dei proprietari arabi fuggiti o espulsi a un Custode statale e poi all’Autorità per lo Sviluppo, precludendone ogni rientro) e un vasto programma di ebraicizzazione della toponomastica resero irreversibile la rottura. Seguì l’“età della partizione”: la minoranza palestinese rimasta in Israele sotto governo militare fino al 1966, la Cisgiordania annessa alla Giordania, Gaza amministrata dall’Egitto. La crisi di Suez (1956), la Guerra dei Sei giorni (1967) – con l’occupazione di Cisgiordania, Gaza, Sinai e Golan – e la Guerra del Kippur (1973) ridisegnarono più volte la mappa. Dal 1967 l’occupazione si fece struttura: legge militare, espropri, colonie in violazione del diritto internazionale. Le due invasioni del Libano (1978 e 1982) culminarono nel massacro di Sabra e Shatila. Nel dicembre 1987 esplose dal basso la prima Intifada, da cui nacquero, per vie opposte, sia Hamas sia la stagione negoziale. Gli accordi di Oslo (1993-95) fondarono l’Autorità Nazionale Palestinese e un riconoscimento reciproco, ma rinviarono i nodi ultimi: Gerusalemme, confini, rifugiati. Il 4 novembre 1995 l’assassinio di Yitzhak Rabin, per mano di un estremista ebreo, spezzò il simbolo stesso di quella via.

Alla fine del 2022 Benjamin Netanyahu tornò al governo alla testa della coalizione più a destra nella storia d’Israele, affidando ai leader del sionismo religioso e del movimento dei coloni, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, ministeri decisivi per finanze, sicurezza e amministrazione dei territori. Leader del Likud e capo dell’opposizione nella stagione di Oslo, aveva guidato contro Rabin una campagna di delegittimazione durissima – comizi in cui il premier era additato come traditore e raffigurato in divisa nazista, un clima di incitamento che parte della storiografia (e la stessa vedova, Leah Rabin) ha collegato all’assassinio del 4 novembre 1995 –; era stato eletto primo ministro una prima volta tra il 1996 e il 1999, sull’onda proprio dell’assassinio, e ininterrottamente dal 2009 al 2021. Alla luce di questa lunga traiettoria, il 7 ottobre 2023 non si lascia isolare come un’eruzione improvvisa: appare piuttosto lo snodo che precipita il conflitto nella sua fase più estrema, il punto in cui la logica secolare di dominio e di sottrazione dello spazio trova il proprio culmine.

Quel giorno l’attacco di Hamas dal territorio di Gaza uccise circa 1.200 persone, in maggioranza civili, e portò al sequestro di oltre 240 ostaggi. Sulla dinamica dell’assalto pesano interrogativi tuttora aperti: la facilità con cui i miliziani sfondarono una delle frontiere più sorvegliate al mondo, gli allarmi ignorati nelle ore e nei giorni precedenti, il ritardo di molte ore nella risposta militare hanno alimentato inchieste e sospetti su una défaillance difensiva che a lungo il governo Netanyahu ha rifiutato di affidare a una commissione d’inchiesta statale indipendente.

La rappresaglia israeliana è divenuta la campagna più devastante della storia del conflitto: secondo le autorità sanitarie di Gaza, entro l’estate del 2026 i morti palestinesi superavano i 73.000, in larghissima parte civili, con donne e bambini attorno alla metà del totale; alcune stime accademiche, che includono anche l’eccesso di mortalità indiretta, collocano però il bilancio reale ben più in alto, fino a un ordine di grandezza vicino ai 90.000 morti già a metà 2025. I feriti superavano i 170.000. Il blocco degli aiuti ha inoltre provocato una carestia che ha causato centinaia di morti per fame.

Sul piano giudiziario, nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant per crimini contro l’umanità e uso della fame come arma; una commissione d’inchiesta dell’Onu ha concluso nel 2025 che Israele stava commettendo un genocidio, mentre la Corte internazionale di giustizia, investita dal ricorso del Sudafrica, ordinava di garantire l’accesso degli aiuti e l’operatività dell’Unrwa.

Un cessate il fuoco, promosso dal piano in 20 punti dell’amministrazione Trump è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 con scambio di ostaggi e prigionieri e un afflusso di aiuti; ma i suoi meccanismi di governo – un Board of Peace presieduto dallo stesso Trump e un comitato tecnocratico palestinese – sono restati sulla carta, e le violazioni proseguono.

Parallelamente, in Cisgiordania il governo ha accelerato un’annessione di fatto: un numero record di insediamenti approvati nel 2025, il via libera definitivo al progetto E1, che spezza in due il territorio isolando Gerusalemme Est, e il piano di Smotrich per estendere la “sovranità” israeliana sull’82% dell’area, dichiaratamente concepito per rendere impossibile uno Stato palestinese. Demolizioni, strade riservate e violenza dei coloni ne sono il corollario quotidiano. La spinta si è intensificata proprio mentre numerosi governi occidentali – Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Belgio – annunciavano un riconoscimento della Palestina del tutto simbolico e privo di effetti sul piano pratico.

A ottant’anni dalla Nakba, la logica evocata all’inizio è condotta al suo esito più estremo: ciò che nel 1948 fu esodo e nel 1967 occupazione si presenta oggi come progetto esplicito di pulizia etnica, mentre il diritto internazionale resta privo di strumenti coercitivi efficaci e i governi occidentali continuano impunemente a spalleggiare Israele.


Un riflettore su Cuba


(di Michele Serra – repubblica.it) – Sarebbe bello se i problemi di salute di Alessandro Di Battista avessero come corollario almeno un riflettore in più acceso su Cuba e i cubani, visto che è laggiù che si è sentito male e sicuramente non era lì per fare turismo; ma perché si parlasse un poco di più della situazione di quel paese.

Circolano impressionanti appelli di cubane e cubani, in rete, di difficile verifica ma di fortissimo impatto, e purtroppo molto verosimili, sul lento strangolamento di quella gente per via dell’embargo americano. Vecchi che muoiono per mancanza di farmaci salvavita, bambini senza alimentazione decente, impossibilità di conservare cibi e farmaci e più in generale l’orribile realtà di un assedio per fame che usa la salute e la vita delle persone per annientare un regime sgradito. La fame come arma politica: già visto a Gaza, sarebbe triste se il bis venisse a galla, di fronte all’opinione pubblica mondiale, solamente a tragedia avvenuta.

A differenza del regime iraniano, fortemente rafforzato dalla guerra sciocca e dissennata di Trump, quello cubano non ha alcun rilievo strategico di primo piano. Langue e vive di ricordi, non aggredisce nessuno, non trama contro nessuno: l’odio americano per il castrismo è squisitamente ideologico, è l’elefante che non sopporta di ritrovarsi sotto la pancia un topolino riottoso, che in tanti anni non è mai riuscito a schiacciare. Ora ci prova nel più ripugnante dei modi, stringendo la morsa dell’embargo e colpendo un popolo per vederlo inginocchiato.

Anche per gli anticastristi è molto difficile, anzi ormai impossibile, stabilire quale sia il primato morale degli Stati Uniti rispetto a Cuba. Specie ora che il metodo adottato per piegarla è l’accanimento quotidiano contro vecchi, bambini e ammalati.


La scoperta della lentezza per potere di nuovo pensare


(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – Tenere un archivio cartaceo oggi, in epoca digitale, sembra una follia. Però ci sono anche dei vantaggi. Scartabellando fra le mie carte mi sono imbattuto in un vecchio libro La scoperta della lentezza di Sten Nadolny. Racconta la storia di un ragazzo che, rispetto ai suoi coetanei, è lento di riflessi, quasi torpido, sempre ultimo nei giochi. Si chiama John Franklin. Diventerà un grande esploratore polare e lo scopritore del leggendario passaggio a Nord-Ovest nell’Artico. Cos’era successo? Mentre i suoi compagni si sfrenavano nei giochi lui rimuginava, osservava, incamerava, assimilava, ascoltava (sull’importanza della capacità d’ascolto ci siamo già espressi in un precedente articolo pubblicato sul Fatto pochi giorni fa e non è il caso di tornarci sopra). Non so se abbia letto La scoperta della lentezza, ma il giornalista Gerardo Villanacci del Corriere della Sera, in un suo recente articolo, ne riprende il succo. Così scrive, nella sostanza: È diventato urgente superare l’assuefazione alla notizia immediata e riscoprire l’elogio della lentezza, della riflessione e del silenzio meditativo. Per riappropriarsi del proprio tempo e della propria mente, è necessario svincolarsi dalla narrazione imposta tornando a osservare i fatti con lucidità, imparando come pensare e non cosa pensare.

È una bella lezione per il giornalismo di oggi che, nel momento stesso in cui ci rimpinza di informazioni, ci allontana dal loro contenuto. Che cosa sappiamo realmente della guerra russo-ucraina che pur è in atto dal 2014, fra notizie vere, fake e controfake? È la storia di ogni eccesso che, in quanto tale, finisce per divorare il proprio contenuto. È la storia, se vogliamo, per cui illudendoci di essere in contatto con il mondo intero ci impediamo di concentrarci su noi stessi e sui nostri reali bisogni.

Io posso ben collegarmi a grande velocità con una persona che sta a Tokyo, ma che cosa ne sa effettivamente questa persona di me e io di lei? La Velocità, insieme alla Tecnologia, cui si collega, e all’Economia, è il demone della società attuale. Questo spiega anche perché i messaggi siano sempre più contratti in poche righe. Per guadagnare tempo su ogni eventuale concorrenza. Il giornalista non va più sul posto perché sarebbe tempo sprecato in viaggi più o meno lunghi e faticosi. Ma preferisce alimentarsi dai database, dai social e da ogni altra scorciatoia offerta dal digitale. Insomma il ‘reporter’ non fa più il reporter, sta seduto su una sedia, in agguato per bruciare i concorrenti più diligenti che le informazioni le raccolgono sul campo. Perché il vero giornalismo, come ho scritto altre volte, è quello che si fa sul campo venendo a contatto, fisico e intellettuale, con i soggetti che facciamo oggetto del nostro racconto.

Per tornare all’argomento che ha dato spunto a questo articolo, una cosa è sapere che esiste un libro intitolato La scoperta della lentezza, altro è perdere tempo, non sia mai, a leggerlo sul serio. Questa smania di trasmettere il più velocemente possibile i contenuti di qualsiasi fenomeno, ci allontana ipso facto da questi stessi contenuti. Ciò spiega anche, almeno in parte, la scomparsa di fatto dei grandi maître à penser, da Bertrand Russell a Jean-Paul Sarte ad Albert Camus e, facendo qualche passo indietro, a Martin Heidegger.

Chi me lo fa fare di leggere La questione della tecnica, quando posso trovarla riassunta su Wikipedia? La nostra è una società di ‘bigini’.


Nessuno è senza peccato


L’establishment tedesco è sconvolto, le classi dirigenti dell’Unione tremano: se rompe gli argini lì, l’onda nera può tracimare ovunque

Angela Merkel

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – “Le lacrime di Angela” sarebbe un bel titolo per un romanzo. E invece il cuore della Merkel che sanguina dopo il trionfo dell’Afd in Sassonia-Anhalt non è letteratura, ma un frammento di Storia che certifica il kaos. L’anno zero della Germania, l’eclissi dell’Europa, la crisi delle democrazie liberali. Per una statista come lei — venuta dall’Est, cresciuta nella Cdu di Kohl e nutrita dal mito di Adenauer, di cui ha sempre custodito in ufficio il ritratto dipinto da Kokoschka — vedere il suo popolo sedotto dal canto delle sirene di un partito neo-nazista è uno shock esistenziale, prima che un trauma politico. L’establishment tedesco è sconvolto, le classi dirigenti dell’Unione tremano: se rompe gli argini lì, l’onda nera può tracimare ovunque. Ma l’inquietudine delle élite è direttamente proporzionale alla loro inettitudine. Non possono dire che non l’hanno vista arrivare: quell’onda sale da un pezzo, ingrossata dalle correnti del disagio e del rancore, della paura e dell’insicurezza. Hanno creduto di surfarla con la tavola usurata delle normative e delle direttive, dei regolamenti e dei consigli europei. E sono caduti.

Siamo grati a Emma Bonino, che all’Europa federale e solidale ha sacrificato la vita e per il più mancino dei tiri ci lascia proprio nei giorni più bui dell’Occidente. E siamo grati a Mario Monti, che a Cernobbio ha messo in riga il generale e ora invita chi teme il ritorno delle dittature e delle persecuzioni razziali a battersi per sventare gli orrori del Novecento. Ma prima chiede una profonda autocritica al “campo europeista”. Compresa la Merkel, che nel disastro dei debiti sovrani rifiutò qualunque ipotesi di mutualizzazione. Nessuno è senza peccato, di fronte alla crescita impetuosa della malapianta ultra-nazionalista di questi decenni, annaffiata da Trump e da Putin. Con la caduta del Muro di Berlino le liberal-democrazie, volando sulle ali del capitalismo, hanno vinto la guerra incruenta contro il comunismo sovietico, ma da quel momento si sono inchinate al dio mercato, supremo regolatore dei conflitti e dei destini dell’umanità. Conservatori e progressisti hanno cullato un sogno irenico: la globalizzazione e la liberalizzazione dei capitali, dei beni, degli uomini. Hanno aperto alla Cina il Wto, costruito la Terza via barattando il Welfare col Workfare, hanno reso la finanza padrona e il lavoro fungibile. Hanno importato manodopera a basso costo dal Sud del pianeta, dismesso fabbriche e delocalizzato produzioni, convinti che dove passano le merci non passano gli eserciti. Ma mentre vendevano al mondo il soft power e la favola occidentalista, Al Qaeda ha covato le uova del serpente: due aerei hanno abbattuto le torri del World Trade Center, scintillante allegoria del nostro strapotere geostrategico ed economico, sterminando 3 mila innocenti di cui ieri abbiamo celebrato il ricordo. Due sporche guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq hanno aggiunto morte alla morte, facendo schiudere altre uova anni dopo, tra i tagliagole dell’Isis e i terroristi di Hamas.

In mezzo a tutto questo, il “campo europeista” ha compiuto il colpo d’ala della moneta unica, il vero momento-Monnet insieme al Next Gen Eu post-Covid. Allora una sola voce si è alzata, quella di Ciampi, per dire attenti, l’euro da solo non basta, la gente non campa coi parametri di Maastricht, la costruzione nasce zoppa se non si mette in comune anche il resto, debito e fisco, energia e difesa. Non l’hanno ascoltato. E durante il crack Lehman e poi della Grecia l’unica risposta è stata l’austerità: tasse e tagli alla spesa sociale. Il rentier si è arricchito, il ceto medio si è proletarizzato tra stangate fiscali, deflazioni salariali, tracolli industriali. I cittadini si sono sentiti traditi dai governi che “salvano solo le banche” e dalla Ue che “impone solo sacrifici”. Così, impauriti e impoveriti, hanno trovato i loro capri espiatori: l’immigrato che viene a rubargli casa e lavoro, Bruxelles che invece di tutelarli li affama.

In questo brodo di coltura hanno sguazzato le destre estremiste, curando col veleno un malessere reale. Mentre interi blocchi sociali emarginati e orfani dei partiti di massa costruiscono castelli di rabbia, l’Internazionale Sovranista gli smercia “protezione” dallo straniero, “nazione” come entità naturale di sangue e di suolo, “tradizione” come recupero della triade identitaria dio-patria-famiglia. È successo due anni fa in America, al forgotten man bianco del Midwest che ha creduto di nuovo nel tycoon di Mar-a-Lago, ora pronto a ricomprarselo per 5 mila dollari. È successo sei giorni fa in Germania, dove crollo dell’auto, stipendi bassi e invecchiamento della popolazione sono diventati terra di conquista per una forza politica che traveste Hitler da Bismarck, vuole remigrare 20 milioni di stranieri e classi ghetto per i disabili, grida basta sensi di colpa per l’Olocausto. Merz da neo-cancelliere aveva giurato “prosciugherò i consensi dell’Afd”: ne ha solo scimmiottato la foga sciovinista e xenofoba, come del resto hanno fatto altri governi. Usi a liquidare tutte le istanze popolari come populismi. E ora disposti, per non perdere voti, a cedere metri di territorio politico, valoriale e culturale a capi-fazione abilissimi a spacciare l’odio per “interesse nazionale”. L’ultimo è il nazional-futurista Vannacci, che strattona il tailleur di Meloni, urlando come Giorgia prima di Palazzo Chigi.

Adesso è più difficile rievocare lo spirito di Monaco e invocare il Brandmauer, “cordone sanitario” che in passato ha permesso di bandire le formazioni che non si riconoscono nella Costituzione. Bisognava muoversi prima. Oggi le famiglie popolari e socialiste sembrano incapaci di offrire alle opinioni pubbliche proposte alternative alle proteste. Irrinunciabile il sostegno all’Ucraina, ma non si vive di soli cannoni se non c’è anche il burro. E come sostiene Yves Mény, bandire un partito non elimina le ragioni che hanno portato milioni di persone a votarlo. Il 9 novembre di due anni fa il presidente della Repubblica Federale, Frank-Walter Steinmeier, tenne un discorso memorabile. Lo riassumo. “Mai come oggi la nostra democrazia è sotto attacco”, disse. “Populisti ed estremisti deridono le istituzioni democratiche, avvelenano i nostri dibattiti, traggono profitto dalla paura… Dobbiamo agire, la Legge fondamentale ci dà strumenti per proteggere la nostra libertà… Lo stato di diritto non deve cedere… le autorità locali, la polizia, le forze armate, gli insegnanti nelle scuole e i professori universitari, tutti devono difendere i nostri valori, giorno dopo giorno…”. Ammonì i partiti centristi: “La lezione di Weimar insegna: non può esserci alcuna cooperazione politica con gli estremisti, né al governo né in Parlamento…”. Chiuse con un appello: “L’estrema destra ci attira col dolce veleno della rabbia e del nazionalismo, con la promessa di una leadership autoritaria… Ma sono solo menzogne… Noi invece abbiamo così tanto da offrire in risposta: abbiamo il diritto, la libertà, l’umanità, la cultura… Non rinunciamo mai a ciò che ci definisce… Ciò di cui ora abbiamo bisogno sono democratici attivi, che parlino in Parlamento, alla partita di calcio, al pub, a scuola, alla fermata dell’autobus, al lavoro… È tutto nelle nostre mani: non perdete la speranza, non perdete la pazienza con la democrazia…”. Non hanno ascoltato neanche lui. Ed ora siamo qui, alle lacrime di Angela. Pure le sue, lacrime di coccodrillo.


Di Battista arrivato a Roma. Il rientro da Cuba dopo l’intervento d’urgenza e il ricovero


L’ex parlamentare è partito ieri dall’Avana a bordo di un’aeroambulanza. Il viaggio di circa 12 ore organizzato a tappe e a bassa quota. Poi il ricovero al Gemelli

Di Battista arrivato a Roma. Il rientro da Cuba dopo l’intervento d’urgenza e il ricovero

(repubblica.it) – È arrivato a Roma Alessandro Di Battista, partito ieri da Cuba a bordo di un’aeroambulanza dopo quasi due settimane di ricovero e un intervento chirurgico d’urgenza all’Avana. Il mezzo è atterrato all’aeroporto di Ciampino intorno alle 7.10 – con cinquanta minuti di anticipo rispetto all’orario previsto – dopo uno scalo tecnico a Nassau (Bahamas) e uno in Lussemburgo.

Il viaggio si è svolto a bassa quota per rispettare le sue condizioni di salute. L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è stato trasportato direttamente al Policlinico Gemelli per il ricovero.

«Buon rientro, fratello mio. Ci rivediamo a Roma tra qualche ora. Grazie ancora a tutti i medici cubani che si sono presi cura di Alessandro in queste giornate infinite», ha scritto ieri su Instagram il presidente dell’associazione di Di Battista, Schierarsi, Luca Di Giuseppe, pubblicando una foto dell’aeroambulanza.

Il malore e il ricovero a Cuba

L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle, 48 anni, si trovava sull’isola per un reportage destinato al Fatto Quotidiano, testata con cui collabora. Venerdì 28 agosto è andato in ospedale per una forte cefalea, poi il ricovero d’urgenza prima all’ospedale di Santa Clara, il più vicino al luogo in cui si trovava, e poi nella struttura più attrezzata dell’Avana, l’Hermanos Ameijeiras.

Fin dai primi giorni il governo, attraverso il ministro degli Esteri Antonio Tajani, aveva garantito la disponibilità delle autorità italiane a organizzare un trasporto sanitario di rientro, subordinato però al miglioramento delle condizioni cliniche del paziente. L’ex parlamentare cinque stelle ha fatto sapere di non volere un volo pagato dallo Stato: il trasporto dovrebbe essere coperto con l’assicurazione sanitaria stipulata in occasione del viaggio.

Sull’isola sono arrivati fin da subito Sahra Lahouasnia – con cui Di Battista ha due figli piccoli – il presidente dell’associazione Schierarsi e amico dell’ex deputato, Luca Di Giuseppe, e due specialisti inviati dal Policlinico Gemelli di Roma, un neurochirurgo e un rianimatore.

Il tentativo fallito del 4 settembre e l’intervento d’urgenza

Un primo tentativo di rimpatrio sanitario era stato organizzato per il 4 settembre. Il piano prevedeva che un’aeroambulanza, già arrivata alle Bahamas, lo recuperasse all’Avana per riportarlo a Roma, dove i medici del Gemelli erano pronti per un intervento neurochirurgico. Ma le sue condizioni, già delicate, sono peggiorate improvvisamente, costringendo i medici a operarlo all’Avana e a rinviare la partenza.

L’intervento è riuscito. Nei giorni successivi l’associazione Schierarsi, fondata dallo stesso Di Battista, ha comunicato che l’ex deputato «sta affrontando nel migliore dei modi» la fase post-operatoria, senza però fornire dettagli su diagnosi e prognosi.

Il viaggio verso Roma

Dopo quasi due settimane a Cuba e con le condizioni ritenute compatibili con il trasferimento, Di Battista ha lasciato ieri l’ospedale dell’Avana ed è salito sull’aeroambulanza diretta in Italia. Il viaggio è stato organizzato in più tappe e a bassa quota, secondo le indicazioni legate alle sue condizioni di salute.


Premio di truffanza


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Il Regno Unito ha la stessa legge elettorale dal 1832, gli Usa dal 1845, la Germania dal 1956, la Francia dal 1958. Noi, furbi, ne abbiamo cambiate 9 in 80 anni di Repubblica: 3 nella Prima e 6 nella Seconda. E continuiamo. Nel 1993 si passa dal proporzionale con preferenza unica al sistema misto Mattarellum: 75% di seggi maggioritari (vince il più votato nel collegio) e 25% proporzionali (ogni partito ha tot seggi in proporzione ai voti, ma con liste bloccate, senza più preferenze). Nel 2006 B. impone il Porcellum: tutto proporzionale, ma con liste bloccate senza preferenze e premio di maggioranza del 55% al partito o coalizione che ha preso più voti. Nel 2013, dopo tre elezioni, la porcata viene bocciata dalla Consulta, che cancella il premio senza soglia e le liste bloccate. Ne esce una legge perfetta (Consultellum): proporzionale a preferenza unica. Ma così gli elettori tornano a scegliere: non sia mai. Renzi si accorda con B. sulla peggior legge elettorale di tutti i tempi, l’Italicum: proporzionale con premio di maggioranza del 54% al partito che supera il 40% (le coalizioni sono vietate). Se nessuno ci arriva, i due più votati si sfidano in un ballottaggio nazionale e chi prende un voto in più si pappa il premio, si sceglie gli organi di garanzia (Quirinale, Consulta, Csm, Authority, Rai) e si cambia la Costituzione a colpi di maggioranza. Le liste dei partiti hanno i capilista bloccati, eletti per primi in automatico, per giunta candidabili fino a 10 collegi; gli altri sono eletti con le preferenze. Ma solo il primo partito ha abbastanza parlamentari da poterne far eleggere qualcuno con le preferenze: per tutti gli altri, solo capilista bloccati scelti dai capi-partito.

[…]

La boiata viene bocciata dalla Consulta su ballottaggio senza soglia e capilista bloccati con pluricandidature. Ma, anziché rassegnarsi e tornare al Consultellum, Renzi s’inventa il Rosatellum. È un sistema misto: 37% uninominale con pluricandidature fino a 5 collegi; e 63% proporzionale con liste bloccate senza preferenze. Ma ora, a grande richiesta, ecco il Melonellum, la sesta legge elettorale in 33 anni: proporzionale con premio del 55% alla coalizione che supera il 42% dei votanti e preferenze finte tipo Italicum. Il capolista bloccato viene eletto per primo, in automatico. Poi l’elettore può dare fino a 3 preferenze, ma affinché almeno una vada a segno il partito deve eleggere nella circoscrizione più di un parlamentare: una fortuna che tocca solo ai primi due o tre. In tutti gli altri, solo capilista bloccati. Così, su 600 parlamentari, solo poche decine saranno scelti dai cittadini. Ma allora perché quasi tutti i media raccontano che la Meloni ha ripristinato le preferenze e intervistano Renzi, cioè l’inventore della truffa? Perché siamo un Paese di imbroglioni e di boccaloni.


L’11 settembre fu un falso allarme?


(di Marcello Veneziani) – Come si annunciò funesto il nuovo millennio quell’11 settembre di venticinque anni fa, con lo spettacolo così esagerato da sembrare finto, di due aerei che si infilavano in due grattacieli, detti Torri Gemelle e poi venivano mangiati dal fuoco, nel pieno centro di New York. Sembrò l’inizio dell’apocalisse, la profanazione della Superpotenza mondiale in casa sua, come mai era successo, l’insicurezza di vivere trasmessa a tutto l’Occidente. Il passaparola che ne derivò fino a diventare un mantra fu che niente da quel momento sarebbe stato come prima. E invece molto tornò come prima, la guerra globale non venne, l’apocalisse dopo il trailer di NY non venne. Dobbiamo avere la cruda franchezza di dirlo: si trattò di un gigantesco, doloroso falso allarme. Si apriva in modo spettacolare e feroce il terzo millennio annunciando la terza guerra mondiale. Non tra est e ovest ma tra nord e sud del pianeta, non tra due ateismi, uno pratico e l’altro ideologico come era il comunismo ma tra due civiltà venute da due religioni, di cui una appariva come giudeo-cristiana. Con la perdita dell’invulnerabilità dell’America in casa sua pensavamo di entrare in uno scontro di civiltà. Eravamo rassegnati a veder precipitare le cose, sembrava una valanga inarrestabile, un po’ come il 1939 o il 1914.

Per fortuna ci sbagliammo. L’11 settembre non fu l’inizio di una guerra mondiale ma l’apice, la fase più acuta di un fenomeno terribile e molecolare, che non configurava i prodromi di una guerra ma un imprevedibile stillicidio: il serpeggiare del terrorismo. Allora pensavamo che il peggio dovesse ancora accadere. Invece, il peggio, perlomeno quel peggio, passò. E le guerre hanno continuato senza evocare scontri di civiltà. Negli anni seguenti la psicosi fu alta e diffusa, gruppi di fanatici lampeggiavano qua e là coi loro focolai di odio e distruzione, l’attesa di attentati è stata mille volte più alta di quel che è realmente accaduto; ma pochi furono gli strascichi, a Londra e Madrid e poi Parigi e pochi altri episodi, anche cruenti. Ma non abbiamo visto moltiplicarsi le due torri distrutte, non abbiamo visto orde di fanatici, come cantava Battiato, invadere le terre degli infedeli. Arrivò qualcuno alla spicciolata nascondendosi sotto la pancia dell’immigrazione, ma i terroristi islamisti più noti erano cresciuti in Occidente e mescolavano fanatismo integralista d’importazione e fanatismo giacobino di marca occidentale.

Vedemmo al seguito un paio di guerre, in Afghanistan e in Iraq ma guerre preventive, mosse dagli Usa e dall’Occidente, la seconda più discutibile, morte di Saddam inclusa. E da ultimo, nei nostri giorni, l’attacco all’Iran. 

Nulla ha superato in spettacolare efferatezza l’attentato dell’11 settembre; ci furono stragi, minacce e presentimenti, lupi solitari, prevenzioni e falsi allarmi, o allarmi sventati. L’emergenza Medio Oriente è rimasta, con ruoli e attori mutati, e col permanente focus sulla striscia di Gaza e i territori occupati. 

L’11 settembre incise più nella mentalità globale che negli assetti mondiali e nella storia. L’egemonia planetaria dell’America è rimasta con le stesse cadute ma sempre più ristretta a contrastata; l’antiamericanismo, che si era sopito all’indomani dell’11 settembre quando tutti si proclamarono americani per solidarietà col Paese colpito, ha ripreso in Occidente e nel resto del mondo, trovando anche validi argomenti. E dall’altra parte, l’Islam non si è unificato, non ha seguito bin Laden, Daesh, gli ayatollah, non ci sono Stati islamici che minacciano l’Occidente. Il mondo islamico ha continuato a dividersi. E le varianti all’integralismo sono tante, tra nazionalismo, modernizzazione, islamizzazione ibrida. 

Non dirò allora che tutti, da Bush ai teocon e ai nostri atei devoti, si erano sbagliati, che Oriana Fallaci aveva perso il suo tempo a suonare l’allarme, che gli apparati militari e polizieschi si mobilitarono per nulla, che le file interminabili agli aeroporti per i controlli, soprattutto negli Usa, fossero ingiustificati. Altro che, il pericolo c’era… Ma la guerra non c’è stata, i barbari interni all’Occidente hanno ripreso il sopravvento sulla paura dei barbari esterni; e chi diceva che l’Islam sarà il comunismo del XXI secolo, ribaltando una vecchia teoria, si è sbagliato, perché la Cina, ad esempio, è il nuovo antagonista globale del XXI secolo e l’Islam non c’entra. C’è ancora irrisolto e tremendo il nodo Russia, non si capisce bene come si svilupperanno le altre potenze regionali, e l’insofferenza dei paesi non allineati verso un Nuovo Disordine mondiale.  

Comunque non fu Dio il mandante dell’Orrore e del Terrore, alle Torri Gemelle e altrove,  come credono sciami di atei; non sono le religioni a insanguinare il pianeta, ma sono i fanatici che usano religioni, ideologie o interessi vari per spargere sangue ed esercitare la loro volontà di predominio. Ogni segno di tradizione cancellato per forza e per legge è un’offesa all’uomo, alla sua civiltà e un incitamento ai fanatici a reagire e a imporlo poi con la forza. Lasciate che i costumi cambino col maturare del tempo e delle situazioni, senza forzature progressive o regressive, comunque repressive. Non restaurare, non rinnegare…   

Non dirò che l’allarme suonato dopo l’11 settembre fosse un effetto propagandistico per tenere unito il mondo sotto l’America, dopo che aveva perso il suo antagonista sovietico; non dirò, come sostenevano gli stessi neocon, che l’Islam fanatico è stato utile all’America per risvegliare la rabbia e l’orgoglio; non dirò che dietro tutto ci sono solo gli interessi petroliferi, militari e strategici degli Usa o di altri soggetti che hanno pompato il pericolo e tantomeno seguirò i complottisti di allora che parlarono dell’11 settembre come di un evento inesistente, una fiction pilotata dalla stessa America, più ambienti giudaici…I fanatici sono tanti e gente disposta a morire per farci morire ce n’è ancora tanta, in numero impressionante. Ma le aspettative tragiche dopo l’11 settembre non si sono avverate, l’allarme ha superato di gran lunga la realtà. E il nemico principale dell’Occidente è ancora l’Occidente, il suo nichilismo, la sua depressa vitalità, la sua perdita di lucidità e il suo ripiegare nell’egoismo.

Oggi rivedo quelle immagini di due aerei che bucano i due grattacieli e per un attimo prescindo dai terroristi, dal fanatismo islamico: tutto mi appare come un simbolo tremendo di un cortocircuito della modernità, una specie di tecnologia impazzita che si serve di folli terroristi per portare a compimento la sua facoltà di annientamento e distruzione dell’umanità, imponendo l’avvento disumano della Tecnica. A vederlo così sembra un caso di Intelligenza Artificiale ammutinata ai comandi, che distrugge l’umanità, come nelle denunce Anthropic di questi giorni, e si serve di personale fanatico per realizzare il suo disegno antiumano. Poi ritorno alla storia vera dell’11 settembre, inclusi alcuni misteri irrisolti, e concludo: la fine del mondo, con annesso giudizio universale, è stata rinviata a data da destinarsi. Però non rilassatevi…


Le torri e il muro


(Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Quando, venticinque anni fa, le Torri Gemelle furono abbattute, in giro per il mondo cominciò a salire un muro fatto soprattutto di leggi, spesso anticostituzionali e certamente liberticide, cresciuto per un quarto di secolo senza mai fermarsi. Non è solo un’immagine, che si potrebbe definire anche retorica: è una sequenza di date ben allineate. Che inizia poco più di un mese dopo.

Il 26 ottobre 2001, quarantacinque giorni dopo gli attentati, il titolo quarto del Patriot Act approvato in fretta e furia sull’onda dell’emozione si intitola “Protecting The Border” e prevede già misure sui migranti irregolari, non solo sui terroristi. L’anno dopo nasce il Department of Homeland Security, dalla cui riorganizzazione vengono al mondo ICE e CBP, le sigle che oggi danno la caccia ai clandestini per conto di Trump. Il muro col Messico che lui userà come bandiera elettorale non lo ha inventato: il Secure Fence Act lo autorizza già nel 2006, per 1.125 dei 3.169 chilometri di confine. Lui lo ha solo ereditato e allungato.

In Italia la sequenza è più delicata, perché non parte da zero l’11 settembre. La linea dura sull’immigrazione la scrivono Bossi e Fini già il 19 luglio 2000, come proposta di iniziativa popolare, oltre un anno prima delle Torri, da un banco d’opposizione al governo di centrosinistra: una proposta di minoranza, uno dei tanti cavalli di battaglia con cui la destra tiene viva la sua base. Poi arriva l’11 settembre, e il 2 novembre 2001 quello stesso impianto torna in Senato come disegno di legge del governo Berlusconi da poco insediato. Nel frattempo l’Italia si è già dotata di una sua legge antiterrorismo, la 438 del 15 dicembre 2001. La Bossi-Fini viene promulgata il 30 luglio 2002 ed entra in vigore il 10 settembre: il giorno prima del primo anniversario delle Torri. Da proposta residuale a legge dello Stato, in tredici mesi, con l’urgenza presa in prestito da un altro continente.

È lo stesso periodo in cui cambiano le parole. Fino agli anni novanta chi arrivava scappando si chiamava esule, o profugo: parole che portavano dentro il diritto di essere accolti, il ricordo degli italiani stessi in fuga nel Novecento. Poi diventano migranti, termine più neutro. Poi migranti irregolari. Poi, semplicemente, clandestini, un aggettivo penale travestito da sostantivo, che sposta la persona dal campo del bisogno a quello del reato. E infine si inventa la distinzione più utile di tutte: il migrante economico, quello che non avrebbe diritto di essere qui, da tenere separato per contratto dal profugo, l’unico che un trattato internazionale obbliga ancora ad accogliere. Non è mai stata una differenza semplice da tracciare nella vita reale di chi attraversa un deserto o un mare; è però comodissima da tracciare su un modulo, ed è lì che serve.

La seconda scossa arriva quindici anni dopo, e stavolta parte dall’Europa. Charlie Hebdo a gennaio, il Bataclan il 13 novembre 2015, centotrenta morti; due mesi dopo Colonia, la notte di Capodanno. È in quella finestra che l’AfD tedesca smette di essere un partito anti-euro e diventa quello che è oggi, che la Le Pen di allora getta le basi del Rassemblement National, che il Regno Unito matura il referendum sulla Brexit, anch’esso in parte un muro. Il meccanismo del 2001, un trauma reale usato per legittimare una chiusura già scritta, si ripete quasi identico, con un solo cast di attori diverso.

E qui viene la parte più scomoda, quella che riguarda chi si oppone a tutto questo a parole. L’infrastruttura non l’ha smontata nessuno, nemmeno quando è tornato al governo il mondo presunto progressista, a cominciare dall’abolizione della Bossi-Fini annunciata e mai attuata. Nel febbraio 2017 è il governo di centrosinistra di Gentiloni, su spinta del ministro dell’Interno Marco Minniti, a firmare con la Libia di Sarraj l’accordo che finanzia la guardia costiera libica, quella che negli anni successivi riporterà indietro decine di migliaia di persone verso centri paragonati a lager. Lo stesso anno, sempre un governo di centrosinistra, converte i vecchi centri di identificazione ed espulsione in centri di permanenza per i rimpatri. Minniti la giustificò parlando di tenuta democratica del paese. Vent’anni prima quella stessa preoccupazione aveva un nome diverso e veniva da un altro emisfero politico: il risultato, sulla pelle di chi arriva, cambia sorprendentemente poco.

Sono passati venticinque anni da quando le Torri furono abbattute. Il muro che ci è cresciuto intorno, nel frattempo, non lo ha voluto una sola parte politica: lo ha voluto la destra, e la sinistra lo ha lasciato in piedi. Forse è l’unica vera eredità bipartisan di questo quarto di secolo.


La Commissione UE ai Paesi membri: tagliate quello che volete, ma non il riarmo


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – «Abbiamo proposto uno stanziamento di 131 miliardi di euro per la difesa, la sicurezza e lo spazio. Dobbiamo mantenere alta l’ambizione e portare a termine il nostro progetto». Così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha lanciato un appello agli Stati membri, in un intervento che sembra assumere i contorni di una risposta alle richieste dei governi nazionali. Questi ultimi hanno infatti chiesto alla Commissione di ridurre i 2.000 miliardi di euro previsti nella proposta dell’esecutivo, nell’ottica di un bilancio «sostenibile e realistico». Per i Paesi firmatari, nessuna voce dovrebbe essere risparmiata e «tutte le rubriche di bilancio dovrebbero contribuire a tali riduzioni». Di fronte a queste richieste, il messaggio della Commissione appare chiaro: l’obiettivo è preservare i finanziamenti destinati alla difesa, nonostante, per ammissione della stessa presidente, essi siano «cinque volte superiori ai fondi attualmente disponibili».

Le parole della presidente von der Leyen sono giunte a margine del summit sullo spazio di Parigi, uno degli eventi più importanti per il settore, che negli anni ha assunto sempre più i contorni di un appuntamento diplomatico informale. Il tempismo non pare casuale: appena due settimane fa, i governi di Germania, Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui chiedono alla Commissione di rivedere i fondi previsti per il periodo 2028-2034, che ammontano a quasi 2.000 miliardi di euro: «In un momento in cui praticamente tutti gli Stati membri stanno attuando dolorosi interventi di consolidamento fiscale, il bilancio dell’UE non può fare eccezione». Insomma, 2.000 miliardi di euro non sono briciole e «il ricorso a nuovo indebitamento comune non rappresenta la soluzione alle nostre sfide di bilancio né un’alternativa alle riforme strutturali».

La Commissione non ha ancora rilasciato una risposta ufficiale alla lettera dei sei Paesi europei. L’intervento di von der Leyen, tuttavia, affronta il tema centrale della loro richiesta: niente tagli, almeno per quanto riguarda la difesa. Alla presidente ha poi fatto eco il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, che ha lanciato un appello ben più diretto: «Abbiamo proposto di quintuplicare i fondi destinati alla difesa e allo spazio nel prossimo bilancio pluriennale dell’UE. Si tratta di una nuova priorità, ma la realtà è cambiata e le sfide sono evidenti: invito gli Stati membri a sostenere la nostra proposta». Tra le varie proposte nel settore spaziale figurano IRIS², «una costellazione multi-orbita per comunicazioni sicure», e soprattutto lo Scudo Spaziale Europeo. L’iniziativa punta a rafforzare i sistemi di difesa contro il jamming, ovvero il disturbo delle comunicazioni, e lo spoofing, cioè la falsificazione o manipolazione dei segnali, oltre a introdurre «azioni congiunte per colmare lacune critiche». Kubilius ha inoltre richiamato la presunta minaccia russa e il ruolo delle tecnologie spaziali per la localizzazione e il tracciamento nella guerra in Ucraina.


Di Battista partito da Cuba per rientrare in Italia


(ANSA) – ROMA, 11 SET – Alessandro Di Battista, a quanto si apprende, è partito con un volo da Cuba per far rientro in Italia.

Il noto attivista era in territorio cubano per un reportage quando è stato ricoverato in seguito a forti dolori alla testa. Operato d’urgenza la scorsa settimana – quando sarebbe dovuto rientrare a Roma – è stato fino ad oggi in un ospedale di L’Avana.