La soluzione finale: Ranucci out con un Report “commissariato”. Decisioni prese: conduttore nuovo (e sarà solo conduttore) e capo degli autori esterno alla squadra

(estr. di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) […] Ai piani alti della Rai la convinzione è quella di riuscire a chiudere con successo “l’operazione Report” tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima. Perché la questione ha un doppio corno. Prima verranno sottoposte a Sigfrido Ranucci tre offerte per un suo possibile ricollocamento, nella comunicazione con cui gli verrà notificato che non sarà più lui a condurre la trasmissione. Poi si metterà mano a quello che è temuto come un “commissariamento”: il nuovo capo degli autori sarà un esterno alla squadra di Ranucci (è stata sondata a più riprese la giornalista Raffaella Pusceddu), ma gli innesti non si fermeranno a questo. Di qui il timore della redazione ossia che, al di là di Ranucci, l’obiettivo sia quello di cambiare il format stesso di Report, per come è stato fin qui, in quanto sgradito al governo: chi avrà l’ultima parola sulle inchieste da mandare in onda nella stagione che partirà a novembre? E chi sarà il nuovo volto di Report? Di sicuro, a differenza di Ranucci, avrà solo il ruolo di conduttore.
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Ma occorre innanzitutto mettere il primo tassello. Ieri in via Alessandro Severo nel corso di una riunione dell’ad della Rai Giampaolo Rossi con il capo del personale Felice Ventura e il direttore dell’ufficio legale Francesco Spadafora sono state passate in rassegna le ipotesi sul futuro impiego del giornalista, nella speranza di un lieto fine come nel caso di Giuseppe Carboni: rimosso a giugno da Rai Parlamento per fare posto alla sua vice Francesca De Martino (nome gradito a Fratelli d’Italia), avrebbe accettato la proposta di andare a dirigere la scuola di giornalismo di Perugia. Ma nel caso di Ranucci la strada è tutta in salita, e non solo perché il giornalista è intenzionato a resistere, come ha fatto capire ieri via social. “In queste ore e in questi giorni i vertici Rai sono al lavoro per il mio allontanamento da Report”, ha scritto riferendosi alla riunione di ieri sul suo futuro professionale.
Le offerte da proporgli che siano a prova di denuncia da demansionamento non sono molte, e del resto quelle che sono state vagliate devono misurarsi anche con un altro fattore che è emerso ieri. Ossia il parere dei direttori delle testate interessate dal suo spostamento, fin qui interpellati da Giampaolo Rossi. “Siamo pronti ad accoglierlo a braccia aperte, naturalmente. Però il posto di Ranucci è a Report” è il senso di quanto riferito dal direttore del Tg3, Pierluca Terzulli, all’ad.
Dunque la strada non sembra spianata, anche perché la Rai ha già deciso che la stagione di Ranucci a Report è conclusa. Ma quando gli comunicherà il passaggio ad altro incarico (mettendo sul piatto almeno tre ipotesi congrue rispetto alla sua qualifica e al ruolo che attualmente ricopre) dovrà fare cenno pure a quali ne siano le motivazioni. E qui il ragionamento corre sul filo della logica. “La questione è che non basta individuare un incarico, seppure formalmente, equivalente a Report. La parte più difficile è la motivazione dello spostamento. Se lo mandano via per ragioni, diciamo così, di affidabilità per i suoi rapporti con Valter Lavitola, perché dovrebbe ridiventare affidabile in un altro impiego?” riferiscono fonti interne alla Rai, per poi concludere: “Se invece non gli verrà rinfacciato nulla di tutto questo, come si giustifica la decisione di toglierlo dalla guida del suo programma?”. Dall’altra parte c’è pure chi invoca nella sostituzione di Ranucci esclusivamente ragioni di opportunità “nell’ottica di trovare una soluzione editoriale e mandare avanti il glorioso marchio di Report, uno dei fiori all’occhiello della Rai”.
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Chi ci lavora però brancola nel buio da settimane. Ieri i due “rappresentanti” della redazione, Giorgio Mottola e Giulio Valesini, hanno incontrato in via Teulada il capostruttura Luigi Pompili: gli hanno detto le loro preoccupazioni e che vogliono continuare a collaborare perché si giunga a soluzioni condivise. Insomma, niente invasioni di campo, con commissari esterni che decidano sulle inchieste e né nomi, per quanto riguarda la scelta del conduttore, piovute dall’alto. Ma l’incontro con il direttore della direzione Approfondimenti Paolo Corsini è previsto solo per i primi giorni di settembre. Quando, almeno nei piani dell’ad Rossi, i giochi saranno ormai fatti.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Se – e sottolineo se – la Rai riuscirà a cacciare Sigfrido Ranucci da Report, non coronerà soltanto il sogno dei tanti politici, affaristi, stragisti, spioni e manigoldi che da anni trafficano per liberarsi dell’ultimo programma d’inchiesta rimasto nel cosiddetto servizio pubblico. Ma anche quello di Valter Lavitola. Il quale, sulle bombe del 16 ottobre sotto casa del giornalista, ha fornito vari […]

(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Prendete una delle tante intelligenze artificiali che ormai sembrano servire solo a questo, (altro che distruggere posti di lavoro) — ce n’è una gratuita per ogni esigenza — e datele in pasto le risposte che Giorgia Meloni ha rilasciato al New York Times nell’intervista firmata da Roger Cohen. Poi chiedetele di farvele leggere con la voce di Ugo Tognazzi nei panni del conte Mascetti: un signore pomposo, leggermente flautato, capace di incantare un vigile urbano con un fiume di parole tecnicamente ineccepibili e semanticamente vuote, una supercazzola perfetta. Provateci prima di continuare a leggere, cambia tutto. O forse nulla. Ma di certo vi verrà da ridere.
Alla domanda su come giudica oggi il ventennio fascista, la premier distingue tra il modo in cui guardiamo quegli eventi oggi e il modo in cui probabilmente li avremmo percepiti se li avessimo vissuti allora: recitata con la cadenza di Mascetti la frase non perde un grammo della sua credibilità apparente, il che dovrebbe preoccupare più della frase stessa, ma si trasforma in quelli che è, una supercazzola. Lo stesso accade sul passaggio dedicato a Donald Trump, quando ammette di aver pensato che la sintonia su immigrazione e battaglie identitarie avrebbe reso tutto facile, salvo constatare che le cose sono andate diversamente: rapporto congelato, non chiuso, esattamente come suonerebbe in bocca a Mascetti la fine di una qualsiasi liaison di provincia. E ancora quando rivendica occupazione, inflazione, sbarchi e spread come indicatori tutti migliori rispetto al passato, senza una parola sul prezzo della benzina tornato a salire: un elenco di numeri veri messo in fila per non dire, in sostanza, nulla di verificabile sul come e sul perché.
C’è però un contrappunto che vale la pena notare, ed è chi quelle risposte le ha raccolte. Cohen usa la tecnica opposta a quella che conosciamo bene dalle nostre parti: non accusa, mostra. Registra che nel pezzo il nome di Mussolini ricorre undici volte, che nell’ufficio del ministro della Difesa Crosetto è appeso anche il ritratto del duce accanto a quello degli altri predecessori, e lascia che sia la citazione sul fascismo definito un periodo complesso a fare il lavoro sporco al posto suo. Sottolinea con eleganza, senza mai dirlo apertamente, la tendenza della premier a sovrapporre costantemente se stessa alla Nazione. Anche questa è una forma di eleganza linguistica — ma usata per rivelare, non per confondere: infatti ha prodotto polemiche vere, non un applauso di cortesia. Altro che gli sguaiati attacchi degli avversari della stampa nostrana. Come spesso dico, basta raccontarli, per farne vedere l’insipienza.
Non è disonestà, quella di Meloni, è tecnica: restare ineccepibili nella forma e indeterminati quanto basta per non essere mai colti in fallo. Mascetti lo faceva per gioco e lo dichiarava, strizzando l’occhio allo spettatore proprio mentre incantava la vittima. Chi oggi governa un paese lo fa sul serio, e nessuno strizza l’occhio a nessuno: la posta in gioco è vera, il pubblico paga le tasse invece di un biglietto del cinema. Il gioco però serve proprio a questo, a separare la sostanza dalla cadenza: se il senso di una frase regge anche filtrato dalla voce di un conte squattrinato di provincia, vuol dire che c’era davvero qualcosa da dire. Se si scioglie in aria come fumo, la domanda successiva è inevitabile — e vale per Meloni come per chiunque altro abbia imparato a governare parlando di tutto senza dire mai niente.
(Trascrizione della terza puntata dell’inchiesta di Roberto Saviano sul caso Ranucci-Lavitola) – Riassunto per chi arriva adesso, 16 ottobre 2025, una bomba esplode davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Torvajanica. Gli esecutori? Un gruppo criminale tra Napoli e Avellino, guidato dal pregiudicato Antonio Passariello. Il gruppo viene identificato, intercettato, nel giro di pochi mesi. Si autoaccusano di fatto tramite le intercettazioni ambientali. In macchina, in salotto, ovunque parlano.
Sopra di loro c’è Clesio Tavares Gomes, “Onir”, factotum Camerunense, che dopo ogni passaggio dell’operazione prende il treno e va a rapporto a Roma, quartiere Monteverde, dal suo dottore. Chi è il dottore? Valter Lavitola, faccendiere storico della Seconda Repubblica. E si sono conosciuti, “Onir” e il dottore, in carcere.
E qui l’inchiesta ha incrociato il dato che nessuno era pronto a leggere. Cioè che Lavitola si considera l’amico più intimo della vittima.
Adesso restano, come domande, le più irrisolte.
Come ha fatto il mandante ad agganciare il bersaglio? Perché l’ha fatto? E come va a finire questa storia? Iniziamo questo racconto.
Partiamo dalle date. E’ fondamentale perché l’indagine che fanno i carabinieri parte dalle date. Bisogna guardarle bene. E’ qui che la procura costruisce l’architrave dell’accusa. 6 settembre 2025.
Lavitola scrive a Ranucci su Whatsapp: “Domani, prima o dopo pranzo, riusciamo a vederci 10-15 minuti? Sarò proprio dalle tue parti”.
7 settembre. Ranucci risponde: “A casa mia, altrimenti devo chiamare la scorta”.
Lavitola risponde: “Ok. Mi scrivi l’indirizzo? Perché non so dov’è casa tua”. Non c’è mai stato a casa di Ranucci. Mai in anni di amicizia. E Ranucci gli manda l’indirizzo. E aggiunge, questo messaggio va riletto 10 volte, e aggiunge le indicazioni per riconoscere la casa. Viale Po 91 Torvajanica. Trovi villetta bianca con auto posteggiate. Due auto, scrive.
Le due auto. Cioè Ranucci inconsapevolmente consegna al suo amico l’informazione per aiutare a trovare casa sua. E cioè il dettaglio che 40 giorni dopo diventerà fondamentale per mettere la bomba.
La visita dura circa tre ore. È la prima, sostanzialmente l’unica, visita di Lavitola a casa Ranucci.
13 settembre. Clesio Tavares atterra a Napoli di ritorno dal Camerun. Lavitola gli scrive: “Bentornato. Poi ci organizziamo”.
15 settembre. Clesio prende il treno, arriva a Roma, raggiunge Lavitola a Monteverde.
E nel primo pomeriggio, i loro due telefoni si muovono insieme, escono da Roma, imboccano la strada per Pomezia. E alle 15 e 30 le celle li fotografano entrambi nell’area di Campo Ascolano. La cella di Via Lago Maggiore, a poche decine di metri dall’abitazione di Ranucci.
Ci restano mezz’ora scarsa. Non chiamano Ranucci, che peraltro è fuori zona. Non ci telefonano. Guardano solo casa sua e se ne vanno. Alle 18 e 15 sono di nuovo a Monteverde. E la sera stessa, la sera stessa, i due si separano con una coreografia da film.
Clesio va a Termini e prende il treno per Napoli. Lavitola va a Fiumicino e si imbarca sul volo delle 22 e 30 per Buenos Aires. Missione consegnata. Sudamerica? Alibi transoceanico? Chissà. 25 giorni dopo, Clesio ripete il pellegrinaggio con Davino, Saverio Mutone e Marica. 31 giorni dopo, la bomba.
Il giudice lo scrive con una formula che sembra una catena di montaggio. 7 settembre Ranucci mostra i luoghi a Lavitola, 15 settembre Lavitola li mostra a Clesio, 10 ottobre Clesio li mostra agli esecutori, il 16 ottobre gli esecutori eseguono. Ogni anello vede solo l’anello successivo.
Frutto, scrive il GIP, di plurimi passaggi di consegne. È una sorta di staffetta della bomba, dal salotto, diciamo, del ristorante romano, passando per la casa del giornalista fino al rione Gescal. E quando mesi dopo glielo chiederanno, Lavitola risponderà che forse era andato a Torvajanica a vedere degli appartamenti, che la moglie voleva affittare casa lì.
C’era di mezzo Tecnocasa. Gli investigatori controllano, nessuna trattativa, nessun contratto, nessun appuntamento. Le uniche agenzie immobiliari nel suo telefono sono sotto casa sua a Monteverde.
E la moglie, intercettata in macchina, alla domanda quando abbiamo affittato la casa a Torvajanica, risponde a giugno. Glielo smonta lei stessa l’alibi, in diretta. Ma perché? Perché un uomo dovrebbe far mettere una bomba sotto casa a colui che considera il suo miglior amico.
La risposta, secondo le indagini, è nel telefono di Lavitola. Ed è una risposta che non ha precedenti nella cronaca giudiziaria di questo paese. Bisogna partire dal 2024.
Ranucci è sotto attacco. Provvedimenti disciplinari esposti, cause milionarie, la circolare anti-Ranucci, i corvi che vogliono dargli il ben servito, le lettere anonime, vogliono far passare il report a un altro. E Ranucci si sfoga con Valter Lavitola.
Gli gira tutto. Le mail del direttore, le note interne RAI, i messaggi dei corvi. “LI odio sono falsi. Siamo sotto attacco. Sono stanco, Valter”. Uno sfogo a un amico.
E Lavitola? Lavitola da anni gli ripete una sola cosa, con la costanza di un martello: “Mollali e candidati”.
29 luglio 2024. Ranucci manda gli ascolti record a Lavitola, che gli risponde sarebbe il momento di andarsene. E se ti cacciano, Lavitola dice, faresti bingo. Una buon’uscita da botti, gli dice, e tra due anni fai il presidente, intendendo il presidente del Consiglio.
Ottobre 2024. Dopo una presentazione del libro con 600 persone, “questi mesi, scrive Lavitola, mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fa negli Stati Uniti. Oggettivamente, gli dice Lavitola, saresti se non l’unico, uno dei pochissimi leader potabili, usa questa parola, per questo paese.”
E poi una serie di messaggi deliranti. “Berlusconi ti avrebbe fatto co-presidente, anzi ti avrebbe ceduto il posto”, perché questo dovrebbe convincere Ranucci a fare IL politico?. Poi un altro commento bizzarro, chiaramente ironico e sarcastico: “chiederemo a Rama un tuo monumento equestre al centro di Tirana”, forse dopo l’indagine sull’Albania.
Giugno 2026, un salto temporale. Semm’è stato nel corridoio dei presidenti a Palazzo Chigi, Ranucci dice ancora no, è Lavitola. Allora aspetta un annetto.
Il progetto ha pure un nome nelle carte. Candidare Sigfrido Ranucci, premier del centrosinistra alle politiche del 2027. È tutto nella testa di Lavitola.
E non sembra tanto un vaneggiamento da bar, perché Lavitola commissiona un sondaggio professionale. Si intitola proprio Studio sul potenziale elettorale immagine e credibilità politica. Costa 8.000 euro più IVA, lo fa una società specializzata di Roma con un committente di facciata a fare da schermo.
Bisogna fermarsi su un dettaglio, che dà la misura di quanto questo progetto fosse serio, oltre una fantasia da chiacchiera da ristorante. Perché Lavitola vuole fare arrivare al giornalismo questa informazione. E siccome Stefano Cappellini, direttore di Repubblica all’epoca vice direttore, lo aveva intervistato, dà a Cappellini questa bozza di domande.
Cappellini capisce che ha un’informazione enorme, cioè Lavitola si sta muovendo per cercare un leader del capolargo. Stessa cosa Lavitola fa con Mieli, vuole passare questo sondaggio, ma in realtà vuole il loro feedback, vuole che le notizie girino. Altocanto, Cappellini fa il suo lavoro e vuole sapere il nome, vuole sapere che cos’è questa storia.
Quindi legge questo dossier, fa un commento su questo dossier, stessa cosa fa Mieli, ma vogliono sapere chi c’è dietro. L’informazione è enorme. Lavitola di fatto fa una cosa tipica delle sue, cioè dà un’informazione che dice essere segreta, ma vuole che la sappiano tutti.
Quindi usa questo sondaggio sperando che due giornalisti diffondano la notizia, o quantomeno dicano la loro, o siano degli interlocutori giornalistici a cui far arrivare la notizia. Quando finalmente Cappellini ottiene l’informazione che voleva da giornalista da Lavitola, cioè chi è l’uomo che Lavitola sta pensando, leader del centro-sinistra, quando appunto Lavitola scrive Ranucci, Cappellini risponde semplicemente: “è una follia”. Ora, stare dentro la conversazione è il modo più antico che il giornalismo conosce per capire chi c’è dietro, dove vuole arrivare, chi sta muovendo cosa.
Guardare le carte dell’operazione per leggere l’operazione. Secondo la procura, tra l’altro, la campagna elettorale, Lavitola l’aveva già inaugurata sei mesi prima, con la dinamite. Quando Cappellini dice, per me è una follia, non ha alcuna chance di decollare, Lavitola risponde semplicemente, forse ci sarà qualche sorpresa.
Lavitola custodisce il nome di Ranucci come una sorta di arma segreta, forte di questo sondaggio fatto negli Stati Uniti che non ho fatto vedere neppure a lui, dice Lavitola, risulta un numero pazzesco, neppure a lui, neppure a Ranucci, questo dice Lavitola.
Ranucci dichiara più volte anche a Lavitola: “Ranucci non si candiderà mai,” però il GIP segnala che la griglia del sondaggio da fare sul suo nome, Ranucci la corregge, la integra, ci mette dentro degli elementi, sulla transizione ecologica, l’ambiente e scrive a Lavitola, una frase come va fatta bene, altrimenti non serve.
Quindi il candidato che non si candiderà mai, però è interessato al questionario sulla propria candidatura, ma non perché davvero voglia fare politica, ma perché questa cosa effettivamente gli interessa come possibilità, probabilmente emerge dagli altri.
Il giudice quindi dice, un amico fraterno che da due anni costruisce questa candidatura, un programma tv che rischia di perdere il suo protagonista, un paese interessato alle vittime e quindi in una notte un giornalista sott’attacco diventa un simbolo, diventa impossibile cacciarlo dalla RAI e insieme quindi lo consacra a Paladino della libertà di stampa, come una sorta di candidato naturale, questo della testa di Lavitola.
E’ questa secondo il GIP di Roma la verità su questa storia, cioè secondo il GIP e la proposta del GIP l’attentato è un ufficio stampa agli occhi di Lavitola per la politica di Ranucci.
La gelatina da cava è uno strumento di posizionamento elettorale, il giudice lo scrive, lo scrive in punto di diritto, cioè l’azione delittuosa era funzionale a garantire al giornalista una rilevante esposizione mediatica, sono le sue parole, idonee a metterlo al riparo da iniziative volte a escluderlo dalla conduzione di report e contemporaneamente garantirgli una visibilità che potesse trasformarsi agevolmente in ampio consenso elettorale.
Questa è la versione di Lavitola sintetizzata dal GIP e infatti se guardate il calendario dopo il 16 ottobre, cioè gli sfoghi di Ranucci sulle difficoltà aziendali cessano, perché nessuno può più toccarlo e Lavitola passa all’incasso, è dopo l’attentato che il sondaggio parte davvero, è dopo l’attentato che cerca i riferimenti giornalistici per passare l’informazione.
Cioè perfino nel cronoprogramma sequestrato la riga più surreale mai messa diciamo a verbale in un fascicolo 2906, sospensione sondaggio per sovraesposizione candidato, cioè il 30 giugno arresto di Bombaroli, il caso esplode sui giornali e il sondaggio si deve fermare, deve fermare le interviste perché il candidato è troppo in tv, quindi sovraesposizione del candidato per la bomba ordinata secondo l’accusa dal suo stesso promotore elettorale.
C’è il dettaglio finale, il più inquietante, secondo il giudice e perentorio Ranucci era evidentemente estraneo al progetto, anzi il giudice scrive vittima della manipolazione dell’indagato, quindi Lavitola non gli ha chiesto il permesso per mettere la bomba, non si è accordato con lui per lui, ha messo una bomba fuori casa del suo amico, ha insaputa dell’amico, ma secondo Lavitola per il suo bene, lo ama con l’esplosivo, si potrebbe dire amaramente, ma approfondiamo.
E mentre i suoi operai si autodenunciavano parlando, parlando, parlando, quindi le scimmici ascoltavano, secondo l’accusa Lavitola conduceva un’altra partita, sottile, da regista. Quattro giorni dopo la bomba, scrive Ranucci, dammi retta ti scongiuro in nome di Dio, forse, intendendo gli attentatori, hanno avuto notizie da intelligence straniere per muoversi così, a mio modesto avviso. I servizi, la pista israeliana, che secondo un giornalista di Report ha sentito avverbale, Lavitola caldeggiava con insistenza.
Ad oggi la valuto come un possibile depistaggio, dice. Poi la campagna ossessiva sulla scorta, per settimane tempesta Ranucci, chiedegli la seconda macchina, chiedegli la seconda macchina, Ranucci aveva un’auto di protezione, chiedegli il potenziamento, se non ti danno la seconda macchina, scrive, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente.
Gli manda costantemente rassegne stampa del Viminale, gli spiega come dovrebbe muoversi la scorta, gli dice proprio, fa proprio una sceneggiatura, una staffetta di almeno quattro uomini che ti fanno un cerchio di protezione, mi sta immaginando Lavitola.
Arriva a evocare fantomatici software di intelligenza artificiale che calcolino il rischio, tu hai un livello, scrive Lavitola, di rischio potenziale perché con gli odiatori che hai è molto alto questo rischio, si cercano persone psicolabili sui social e si plagiano, il vero pericolo sono gli odiatori, capito?
Quindi non lui. Più la minaccia sembra grossa, più la vittima è sacra, più il candidato cresce nella testa delLavitola, ogni allarme per Lavitola è un mattone del monumento. Il giudice la chiama col suo nome, Manipolazione, lo scrive, il burratinaio che dopo aver ordinato la tempesta si offre come ombrello ai ranocci.
30 giugno 2026, arrestano gli esecutori e guardate le reazioni a catena in ordine. Clesio dal Camerun comunica alla compagna che ad agosto non può tornare, poi le chiede testuale di andare a Napoli a incontrare il dottore.
Il dottore ha detto che domani deve essere a Napoli, non puoi andare a trovarlo? La moglie di Clesio furiosa e spaventata dice NO! E dopo aver letto un articolo che collega il compagno e Lavitola all’attentato, gli scrive la frase definitiva, non voglio più avere nulla a che fare con voi, punto.
E Lavitola? Lavitola compra un biglietto aereo. Il 2 luglio organizza, il 3 litiga con la moglie per un pagamento online che non passa, sta un attimo attenta, mi serve per il visto, se no non parto, il 4 luglio è prenotato sul volo delle 23 per Addis Abeba, poi destinazione finale il Cameron da Clesio. La sera del 4 luglio alle 19.40 esce di casa con la moglie e le valigie per andare a Fiumicino, ma trova la guardia di finanza sul portone, perquisizione.
Nel decreto c’è scritto nero su bianco, Valter Lavitola mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci
E qui Lavitola fa la cosa che tutti in questa storia fanno sempre, parla.
Il giorno dopo al suo ristorante, tavolo fondo sinistro interno, così è etichettata la microspia, ovviamente il ristorante è pieno di microspie ambientali, quindi racconta tutto a un amico imprenditore, è una sorta di monologo, da sceneggiatura.
“C’è un guaio grosso, dice, sono indagato perché sarei il mandante dell’attentato contro Ranucci, così dice a questo imprenditore, mentre è ascoltato”. E racconta la sua sfida al colonnello durante la perquisizione.
Gli ho detto: “Comandante facciamo una cosa”, quindi quello che Lavitola dice al colonnello dei Carabinieri che sta perquisendo a casa sua, “mi scrive su un foglio di carta un movente ragionevole per cui avrei fatto l’attentato a Ranucci e io lo confesso, dico sì l’ho fatto”.
Sicuro di vincere, spiega all’amico il suo asso: “Io e Ranucci mangiamo insieme minimo due o tre volte al mese, se avessi voluto ucciderlo, dice Lavitola, sai che ci metto? Ci metto il veleno nel piatto, lo riempio di Gutalax, gli viene la diarrea. Niente, me l’ha detto pure Ranucci una volta, scusa mi potevi avvelenare, no? Mangiando con te”.
Il Gutalax come prova di innocenza per una bomba, argomento davvero lassativo, ma andiamo avanti.
C’è un momento in cui a Lavitola gli si apre davvero il pavimento sotto i piedi perché il colonnello alla sfida del movente ragionevole gli risponde: “il movente? per fargli del bene” e Laitola dice, mentre sta raccontando questa storia, “cazzo mi ha fottuto”, cioè dice Lavitola, gli ho dato la mia parola d’onore, se vuole glielo firmo realmente. Per fortuna, dice l’imprenditore, quello non mi ha creduto, pensava fosse una battuta, se quello mi prendeva in parola, io firmavo per fargli del bene.
E’ la frase del colonnello e Lavitola gli dice mi ha fottuto. L’investigatore che azzecca il movente più assurdo e l’indagato che è intercettato ammette di essere rimasto fulminato dalla precisione del colpo e aggiunge poi lucidissimo la profezia sul destino mediatico. Se anche io mi accusassi, domani mattina esce sui giornali che Ranucci l’ha attentato se l’è fatto da solo.
Nessuno ci crederebbe mai che l’ho fatto io, nessuno crede che il mandante sono io. Ranucci va in commissione, parlamentare intende, e mi difende. Lavitola è convinto quindi che non può essere attaccato anche altrimenti tutti penserebbero che è stato Ranucci a farselo da solo.
E la notte della perquisizione infatti, cosa fa Lavitola? Chiama Ranucci e parlano per due ore e mezza. Alle quattro del mattino in macchina con la moglie a la guida e la microspia accesa, i tre, la vitro, la moglie e Ranucci in via voce, provano a ricostruire un alibi per il 15 settembre ed è una scena da commedia dell’arte, vi assicuro.
La moglie che ricorda l’affitto a Torvaianica l’anno scorso a giugno e Lavitola che sbianca è giugno, quello dice un mese prima dell’attentato e Ranucci, la vittima di tutto questo, che si arrampica sugli specchi per aiutare l’amico, che crede innocente, non puoi passare con la macchina di là perché è crollato il ponte, devi passare davanti casa mia per forza, quindi gli da l’alibi, è per questo che sei passato.
“Mi ricordo, poi dice sempre Ranucci, che in un paio di situazioni mi hai detto che eri passato davanti casa mia, me lo ricordo come se fosse ieri”. E la moglie: “la settimana di settembre ti sei spostato un giorno a casa di Sigfrido a mangiare” e Ranucci, “sì è vero, sei venuto a mangiare”.
E Lavitola, costretto a fare lui il pubblico ministero contro se stesso, dice:”sì ma Gomez non c’era quando sono venuto e quelli dicono che avevano le celle mie e di Gomez, i telefoni avevano intercettato le celle, è impossibile capito? Che ti voglio dire?”
Quindi Ranucci pensa che vogliono incastrare Lavitola e gli da tutta una serie in buona fede di dettagli per giustificare il fatto che fosse passato di fronte a casa sua. Il tentativo di costruire giustificazioni avviene, scrive il giudice, con il contributo in buona fede della persona offesa.
In buona fede, scrive il giudice, Ranucci che alle quattro di notte cerca disperatamente ricordi per scagionare l’uomo che secondo la procura gli ha messo la bomba sotto casa. Se esiste un’immagine dell’ingenuità di questa situazione, ecco qui è proprio architipica, cioè disegnata, quasi come se non riuscissi a concepire il tradimento.
La vittima che fa da alibi al suo attentatore gratis per amicizia e del resto era già tutto scritto in quella battuta che Ranucci faceva da anni quando i corvi lo tormentavano e lui scherzava con Valter, mi dovresti prestare Gomez, cioè prestami Gomez, il tuo gigante, il factotum per sistemare i nemici, no? E la vittola sarebbe felicissimo e si ridevano.
Non sapeva di star scherzando con l’uomo che, secondo le accuse, avrebbe organizzato la logistica della sua bomba. Ultimo appennellato sul quadro, mentre tutto crolla, la vittola trova pure il tempo di fare il commento tecnico giuridico con l’amico al ristorante. Lo fa proprio da vero professionista del ramo.
Essendo io il mandante, dice, cade l’aggravante mafioso, io non sono mafioso e quindi non se ne occuperà più la DDA, che è la sua preoccupazione, ma la procura competente per territorio, che indovina qual è, dice il faccendiere, che indagato per strage ragiona sulla competenza territoriale, come se fosse un cattedratico.
E l’amico che ascolta e commenta la vicenda dice, questi autori dell’attentato sono quattro sfigati, quattro scappati da casa, usa l’espressione, e non sapeva quanto aveva ragione. Ma la vittola quando dice chi è che se ne occuperà, dice non più la DDA, intende un magistrato della zona di competenza della casa di Ranucci, quindi intende starà dalla sua parte, non ci penserà minimamente a mettermi nei guai.
Salto, si arriva in cella, ancora una volta micro spie.
Davino, Mutone e Passariello sono detenuti insieme, apposta, perché sono ascoltati. I soldi promessi, la carta ricaricata, l’avvocato pagato, il sossegno alle famiglie, non arriva niente, e la rabbia monta.
Pellegrino è arrabbiato con Clesio, che vuole parlare quell’altro, “Onir mi ha messo a me in mezzo alle tarantelle e tu te ne volevi uscire, e io mi devo prendere i guai, mi devo fare la galera come uno scemo, fanno tutti in bosso col culo degli altri”.
Mutone ha il rancore proprio del bracciante tradito e infatti dice: “hai detto, hai fatto, mi hai promesso, mi hai promesso, mi hai promesso, neanche un pacchetto di sigarette hai mandato”, loro sono soli in carcere. E anche con Lavitola ce l’hanno, dicono “quell’altro da Salerno”, fanno una specie di struttura sociologica, vi assicuro, anche se sono tutti semi-analfabeti di questo gruppo.
Dice: “butta gli altri avanti e lui si prende i soldi. Hai capito che fa? Chissà da chi prende i soldi”. Cosa vogliono dire qui? Butta tutti avanti e lui si prende i soldi, come se fosse pagato da qualcuno per fare quello che ha fatto.
Poi aggiunge: “Noi non siamo nessuno, però abbiamo la cattiveria”. Ed è qui in questi sfoghi che esce la cifra, la tariffa. Quanto vale mettersi al volante per andare a posizionare una bomba fuori casa di un giornalista, rischiando 20-30 anni? Pellegrino tra l’altro lo rinfaccia proprio a mutone, davanti a tutti.
I 1.000 euro degli sei presi, ti è piaciuto per 1.000 euro metterti in macchina, adesso non puoi più fare, in quel momento ti sei divertito. 1.000 euro, 1.000 euro. L’autista che ha messo, che ha portato Passarello a mettere la bomba fuori casa di Ranucci, ha ricevuto un compenso quantificato, scrive il giudice, in euro 1.000. Il succello di Ecclesio, parlando con la figlia, farà la contabilità complessiva dell’operazione, tra l’altro con la precisione del ragioniere di Paese.
I soldi che ha dato a questo ce li ha dati a quello. Lavitola ci ha dato 4-5.000 euro, poi 3.000 euro, 6.000 euro, 10.000 euro. Non lo so.
Quindi diciamo che l’intero attentato, secondo queste voci che emergono poi nell’inchiesta, sarebbe costato meno di un’utilitaria usata. E Passariello, in cella, tocca tra l’altro il fondo della dignità offesa: “Fammi capire, la mia compagna si deve prostituire per darmi da mangiare, lui mi deve dare quel e quell’altro”.
E poi dicono: “fammi uscire da qua, poi ti faccio vedere come si ragiona. Io vado a trovarlo, intendo dire vado dalLavitola, fisicamente lo minaccio, lo colpisco”.
E poi l’8 luglio, la scena madre.
In cella c’è la tv accesa, studio aperto, si parla dell’interrogatorio di Lavitola, i tre ascoltano il giornalista che ricostruisce tutto, i sopralluoghi, le celle, il Camerun, l’assistenza legale e Mutone, che è l’ansioso del gruppo, fa la battuta finale, perché dice, rivolgendosi agli altri due: “Ue, ma sanno proprio tutto. Hai visto che cazzo ha detto questo?” Si stupisce che il giornalista fosse riuscito a ricostruire tutto. “Sì, sape, sanno tutto”.
E poi, a un certo punto, la tv annuncia che Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere. E qui, incredibile, i tre, è proprio scritto a verbale, esplodono in applausi, bravo, bravo, applaudono che il mandante non parla. E quindi Pellegrino Davino conia l’epitaffio: “Questo non è uno scemo, eh, sto Lavitola ha i ristoranti a Roma”, come dire, no? Ci sa fare. Mutone, che diventa il moralista del gruppo, chiude con la sentenza, davvero, che meriterebbe di stare sui libri: “Si sono venduti tra di loro. Noi siamo stati uomini”.
Lui dice: “noi non abbiamo parlato, noi siamo stati arrestati e non abbiamo detto niente. Questi invece si stanno parlando, no? Clesio, lui, stanno iniziando a parlare”. E poi, no? Sempre Pellegrino dice: “Noi non abbiamo dato fastidio a nessuno. E’ una cosa che hanno fatto tra loro. Le persone, pure le persone per bene”, quindi si preoccupano dell’opinione pubblica, dell’opinione in carcere, “non se la devono prendere con noi”.
Quindi i bombaroli si proclamano estranei alla bomba che hanno messo, perché, in fondo, era una faccenda tra il mandante e la vittima. Problemi loro.
In tutto questo, Marica De Filippis, ai domiciliari, parla con un’amica in codice, aggiunge un dettaglio interpretativo. Perché l’attentato lo definisce viaggio. I mandanti, assicurazione.
E produce quindi la metafora definitiva del welfare criminale. Dice a questa amica: “quando fai il viaggio, metti l’assicurazione sopra. Se il volo viene cancellato oppure fa ritardo, loro ti rimborsano”.
E su chi fosse il bersaglio, giura di averlo scoperto dopo. Qualcun altro non era consapevole della meta. Sempre in linguaggio criptato, dice Marica.
Quando l’hanno saputo della meta, tutti quanti a bocca aperta. Quindi non sapevano di star mettendo la bomba a Ranucci. Cosa che stupisce, perché si erano appostati da ore, quindi avranno visto la scorta.
Non hanno fatto un pensiero, andiamo a mettere la bomba a qualcuno che la scorta? Ricapitoliamo. Perché a raccontarla tutta ad un fiato sembra davvero una storia impossibile. Quindi un giornalista di inchiesta subisce un attentato di ramitardo sotto casa.
Il paese si mobilita, la politica si indigna, la solidarietà è unanime, è un attacco alla libertà di stampa. Le indagini durano otto mesi, c’è un ragazzino che riconosce una 500X, due targatori dell’antimafia piazzati per caso che raccolgono tutte le informazioni sulle auto, un noleggiatore terrorizzato, centinaia di ore di intercettazioni in cui gli attentatori confessano tutto più volte e ridono.
E alla fine, secondo la procura di Roma, la catena è questa.
La bomba l’ha messa un pluri-pregiudicato del rione Gescal, pagato una manciata di euro, insieme a un autista pagato mille euro. A ingaggiarli il figlio del bombarolo, procacciatore di esplosivi, pellegrino da vino, su incarico del suo amico camerunense detto “Onir”, il quale eseguiva gli ordini del suo dottore conosciuto in carcere a Secondigliano, il faccendiere della Seconda Repubblica.
Quello della compravendita dei senatori per far cadere il governo Prodi, quello della casa di Montecarlo per distruggere la credibilità di Fini, Valter Lavitola, che l’avrebbe fatto per fare un regalo alla vittima, blindare la vittima in Rai, santificarla davanti all’opinione pubblica e, secondo la gestione di Lavitola, lanciarla verso Palazzo Chigi.
Tutto questo avvalorato dal sondaggio sospeso per sovraesposizione del candidato, quando la cronaca della bomba, la sua bomba, ha fatto troppo rumore. Il 26 giugno 2026 il giudice sclude l’accusa di strage, perché la carica era ridotta e la strada era deserta.
La volontà, scrive il giudice, era intimidire non uccidere: ma se quei serbatoi a gas fossereo esplosi, staremmo raccontando un’altra storia.Il 10 agosto 2026 firma la custodira cautelare in carcere per lavitola e clesio tavares, che al momento è ancora in Camerun. Sono tutti innocenti fino a sentenza definitvia
Ma una cosa emerge dalle carte, ed è più grande di ogni processo: in questa storia, nessuno è quello che sembra. La camorra fa las pia al pubblico ministero, i bombaroli si proclamano vittime, il mandante è il miglior amico del bersaglio. E la vittima, l’unico innocente vero in tutta questa vicenda, passa la notte al telefono a cercare alibi per l’uomo che l’ha fatto bombardare.
È incredibile: Sigfrido Ranucci, quello che loro neanche riuscivano a chiamare Sigfrido e chiamano Sirignano, non sapevano neanche il nome, è bombardato, secondo l’accusa, non dai suoi nemici, ma da chi diceva di amarlo. Questa storia evolve, e noi la sseguiremo in tutti i vari passaggi.
Il 12 aogsto 2026 Lavitola, appena arrestato, compare davanti ai giudici per l’interrogatorio di garanzia, cinque ore. Stavotla non si avvlae della facoltà di non rispondere, atteggiamento che aveva generato gli applausi in carcere della banda che aveva piazzato l abomba. Stavolta confessa. Sono io il mnadanet dell’attnetato, lo dice lui, e lo conferma il suo avvocato Sergio Cola.
A proposito va fatto un approfondimento su Cola. Benche viene contattato dalla banda , e indaicato da Tavares, non difende più gl iattentatori, non prende l’incarico. Cola che è stato l’elemento investigativo che aveva portato i carabinieri a Lavitola, perché è risultato dall’indagine insolito che queesta banda di disperati potesse avere Cola come avvocato. E quindi ricostruiscono che era l’avvocato di Lavitola, storicamente, e aveva anche difeso Tavares.
Ma non è l’avvocato, altri saranno gli avvocati che difendono la banda. Perché Lavitola dice di aver fatto l’attentato? La motivazione, dice, l’ha fatto per fargli aumentare il livello di scorta. Ranucci era minacciato da gente pericolosa, la sua tutela era insufficiente, e allora lui, l’amico, ha organizzato l’intimidazione per costringere lo Stato a difenderlo meglio. E in effetti, dopo la bomba, gli agenti passano da due a otto.
La politica? Lavitola giura che non c’entra niente. E il sondaggio? Un’altr acosa, un progetto separato. E aggiunge un dettagli ocon cui prova ad alleggerirsi la cosicenza. Lui avrebbe chiesto di sparare contro la villetta, non una bomb. Cosa strana perché quando Pellegrino D’Avino cerca la bomba dice dobbiamo buttare giù i palazzi. Quindi dice è un’inizativa di questa banda di disperati.
Dieci mesi prima, durante la perquisizione, aveva sfidato il colonnello dei carabinieri a trovargli un movente ragionevole. E alla risposta del colonnello per fargli del bene, aveva confessato: “M’ha fottuto”. Però adesso lo fa proprio suo: L?ho fatto per il suo bene. Quindi la profezia del colonnello diventa la linea difensiva di lavitola. Ma il giudice non gli crede: definisce la sua ricostruzione vaga, assolutamente generica e priva di ogni indicazione concreta suscettibile di verifica. Quindi respinge i domiciliari e lo spedisce in carcere. Ma nell’interrogatorio Lavitola lascia cadere un’ultima frase. O meglio, è riportata dalla stampa, non sembra esserci a verbale: “Non escludo che Ranucci avesse intuito il mio piano”. Attenzione: a maneggiare questa frase, non abbiamo riscontro, è la stampa. Tra l’altro quando viene chiesto all’avvocato Cola, risponde “No comment”.
Ma in realtà poi è lo stesso Lavitola che dice chiaramente Ranucci non sapeva nulla… è indimostrabile se avesse intuito o no….
È incredibile come Passariello avesse usato una metafora: “Una mano lava l’altra, no?”.
Come a dire se Ranucci cresce Lavitola avrà i suoi vantaggi, quindi tutti aiutano tutti. La cosa più assurda, in realtà non è la cosa più assurda, è piena di cose assurde questa storia, è che tutto sia avvenuto tramite il ricatto dell’amicizia, la trappola dell’amicizia.
Un giornalista d’inchiesta vive di relazioni impresentabili, parla con i pentiti, cena con i faccendieri, ascolta i nomi dei clan, è il mestiere: stare tra i peggiori. La fonte non si scegli e mai tra le anime belle, ma tra chi sa le cose. E chi sa le cose spesso è fango, è il livello più infame.
Però qui non c’è distanza, non c’è diffidenza, non c’è il sospetto come igiene professionale verso la fonte, viene raggirato Ranucci. E la fonte diventa sua amica, e la fonte è colei che sollecita un’ipotesi politica, che pubblicamente si smentisce, fanno tutti così, ma privatamente comunque si vaglia. Il veleno vero, che funge da carta moschicida secondo il giudice è proprio la politica, l’idea di se la fama, i messaggi dei fan girati all’amico (“milioni di italiani ti vogliono alla guida del paese”) i sondaggi sulla popolarità, la griglia del sondaggio corretta, perché come scrive Ranucci, “va fatta bene altrimenti non serve. Secondo il gip, è questa la strategia attraverso cui ha tenuto attaccato a sé Ranucci.
Il faccendiere è come se gli mostrasse i meandri della politica, in cui non è affatto sicuro di entrare, ma si tiene l’ipotesi aperta fosse anche solo dentro di sé. L’unica cosa che conte nel giornalismo di inchiesta è essere odiati dal potere, e non dovere niente a nessuno. Un programma che un governo di turno vuole smontare è un programma che non ha bisogno di protettori.
La sua legittimità è proprio lì, nel fastidio che dà al potere. È il paradosso struggente di questa storia: Ranucci non ha commesso alcun reato, ma quella corazza che non avevano bucato le interrogazioni parlamentari, le querele, i tagli, è riuscita a essere violata da un abbraccio, dalla lusinga ascoltata anche una volta di troppo.
I nemici che volevano “Report” a pezzi non ci sono riusciti in vent’anni, e qui sembra esserci un tentativo di un faccendiere, con il ristorante di pesce, con mille ti voglio bene, con un contatto preso anche per una questione legata al figlio, quindi problematiche di salute, ha agganciato Ranucci e di fatto lo ha manipolato, come scrive il giudice nelle carte.
È come se il potere non corrompesse più con le bustarelle, ma iniziasse a corrompere con l’affetto. Ti adotta per fregarti, quello che non erano riusciti a fare con la delegittimazione, si ottiene con un abbraccio. Questo è quello che ha fatto Lavitola…
Dal 1° ottobre il canale 57 del digitale terrestre non trasmetterà più lezioni di matematica, storia della letteratura o esperimenti di fisica, ma un palinsesto dedicato a borghi, prodotti tipici e feste locali. Una petizione ha già raccolto oltre 25 mila firme, mentre il Pd presenta un’interrogazione parlamentare

(lespresso.it) – Il canale 57 del digitale terrestre cambia volto. Al posto di Rai Scuola dal 1° ottobre arriverà “Italiana”, presentato a luglio dall’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi durante la conferenza stampa sui palinsesti autunnali come progetto “capace di attivare emozioni identitarie e personali”. Ispirato al modello decennale di “Linea Verde”, il nuovo canale – diretto da Angelo Mellone – prevede 720 ore l’anno di racconti di borghi, artigianato locale, enogastronomia, tradizioni popolari, turismo, natura e “Made in Italy”, articolate in cluster con nomi come “Il Paese che cambia”, “Ritorni, borghi, nuovi abitanti” o “Sapori, Storie, Comunità”. Partirà con contenuti già trasmessi, pescati dagli archivi del daytime e di Rai Cultura, per poi integrare dal trimestre successivo nuove produzioni e dirette dalle principali manifestazioni nazionali.
Per settimane la polemica era rimasta confinata tra gli addetti ai lavori. Poi, il 23 agosto, Silvia Bencivelli, una divulgatrice scientifica che ha alle spalle anni di collaborazione con il canale, ha pubblicato un post di saluto agli spettatori. In una sola giornata ha raggiunto quasi 700 mila visualizzazioni. Poche ore dopo, è partita su change.org una petizione capace di raccogliere in pochi giorni quasi 25 mila firme. “La cultura e il sapere di un Paese civile non si svendono alle logiche di mercato o ai desideri politici di parte”, scrivono i promotori, che chiedono alla Rai di investire piuttosto in nuovi contenuti educativi.
“Chiediamo al governo di intervenire con urgenza per scongiurare la chiusura di Rai Scuola e garantire la continuità del canale 57 del digitale terrestre”, ha dichiarato Stefano Graziano, deputato del Partito democratico, già capogruppo Pd in commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. È il primo firmatario di un’interrogazione ai ministri dell’Istruzione e del Merito e delle Imprese e del Made in Italy. “Sopprimere un presidio che da oltre vent’anni svolge una funzione fondamentale nell’informazione, nella divulgazione scientifica e culturale e nel sostegno alla didattica sarebbe una scelta grave e incomprensibile. In un momento in cui scuola, formazione e conoscenza dovrebbero essere al centro delle politiche pubbliche, indebolire uno strumento del servizio pubblico dedicato proprio a questi obiettivi appare una scelta miope. Sostituire Rai Scuola con un’offerta inadeguata sarebbe un impoverimento del servizio pubblico e un danno per studenti, docenti e famiglie”, hanno concluso i parlamentari del Pd.
Il cambio frequenza, però, sembra ormai inevitabile. “Italiana nasce con l’obiettivo di raccontare l’Italia reale nelle sue dimensioni territoriali, culturali e produttive, sviluppando una narrazione identitaria e allo stesso tempo moderna”, aveva spiegato Rossi ad Ancona. Alla domanda se il progetto rappresentasse un’ulteriore prova di una Rai sempre più sovranista, l’ad aveva respinto l’etichetta di “Telemeloni” che accompagna da mesi ogni uscita pubblica dei vertici di Viale Mazzini: “È una straordinaria operazione di marketing che, quando funziona, viene riprodotta all’infinito. Lo sforzo fatto in questi anni in Rai è stato creare il più possibile un’offerta capace di raccontare la molteplicità delle narrazioni e l’identità del nostro Paese”.
Rai Scuola sopravviverà solo come archivio digitale su RaiPlay, sotto l’etichetta di “progetto di e-learning”. La storia del canale affonda le radici nel 1964, quando la Rai e il ministero dell’Istruzione avviarono una collaborazione durata cinquant’anni, fino al 2014. Il nome attuale risale invece al 2009. Durante il lockdown del 2020 era diventato a tutti gli effetti un’aula virtuale, dove venivano trasmesse 110 lezioni per gli studenti bloccati a casa senza connessioni sempre affidabili.
Tra il 2015 e il 2021 lo share del canale oscillava tra lo 0,01 e lo 0,03%. Dal 2022 è cresciuto stabilmente, fino a toccare lo 0,13-0,14% negli anni successivi. Nel Qualitel 2024, l’indagine di gradimento condotta dalla stessa Rai su 25 mila persone, il canale ha ottenuto un punteggio di 8,0, secondo tra le reti tematiche solo a Rai Storia.
La benzina sale a tre euro: il governo Meloni verso la proroga delle misure sui carburanti, poi intervento mirato. Segnalato il supreme diesel al servito oltre 3,1 euro al litro sulla A22. Palazzo Chigi studia una soluzione: previsto un consiglio dei ministri tecnico per domani

(Stefania Carboni – open.online) – Il Governo punta a rimodulare gli aiuti contro il caro-carburanti per sostenere i redditi più bassi. Al termine di un vertice tra la premier Giorgia Meloni, i vicepremier Tajani e Salvini, il leader di Noi Moderati Lupi e il ministro dell’Economia Giorgetti, fonti di Palazzo Chigi hanno annunciato per domani un Consiglio dei ministri tecnico. Il provvedimento prorogherà di qualche giorno le misure in scadenza per consentire al governo di definire un decreto più selettivo e mirato a favore delle fasce di popolazione maggiormente in difficoltà.
Intanto secondo un’indagine del Codacons basata sui dati Mimit del 24 e 25 agosto, i listini in autostrada hanno superato la soglia record dei 3 euro al litro. Il picco massimo si registra sulla A22 Brennero-Modena, dove il Supreme Diesel servito ha toccato i 3,159 euro/litro, seguito da cifre record sulla A21 Torino-Piacenza (2,929 euro per il gasolio speciale) e sulle isole minori, come a Pantelleria dove il diesel base tocca quota 2,799 euro. L’associazione dei consumatori lancia l’allarme sul rischio che queste cifre limite diventino una nuova norma e chiede al Governo di abbandonare le misure tampone per varare interventi strutturali a tutela delle famiglie. «Nessuno sostiene che domani tutti gli italiani pagheranno 3 euro per un litro di carburante, ma il fatto stesso che questa soglia sia già stata superata in alcuni impianti deve far scattare un campanello d’allarme», afferma l’associazione.

(di Sissi Bellomo – il Sole 24 Ore) – Gas ai massimi dal 2023 e ormai lanciato verso quota 70 euro per Megawattora, su valori più che doppi rispetto a un anno fa e in rialzo del 60% solo da inizio luglio. Sul mercato europeo il prezzo del combustibile non si era ancora mai spinto così in alto, da quando la guerra nel Golfo Persico – bloccando le esportazioni dal Qatar – ha eliminato da un giorno all’altro un quinto delle forniture globali di Gnl.
La seduta di ieri si è chiusa con un nuovo balzo del 4,5%, a quota 68,8 euro al Ttf. […]
Se in Italia i depositi di stoccaggio – già pieni all’81,2% grazie a forme di incentivazione – non sollevano il timore di possibili carenze, la situazione su scala europea non è rassicurante: nella Ue il livello medio di riempimento è del 62,6% secondo gli ultimi dati Gie, inferiore di oltre il 20% alla media stagionale degli ultimi 5 anni.
Il ritmo delle iniezioni è il più lento dal 2013, osserva Greg Molnar dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie). Del resto la struttura dei prezzi – con il gas a pronti che da mesi costa più di quello per il prossimo inverno – non incoraggia l’accumulo di scorte sulla spinta delle sole forze di mercato.
E il caldo torrido di quest’estate ha peggiorato le cose, incrementando del 15% i consumi europei di gas tra luglio e agosto, rileva lo stesso Molnar, a causa delle carenze di energia idroelettrica e nucleare.
A pesare, infine, c’è la parziale fermata di Ormen Lange, mega-giacimento norvegese per cui Shell ha a metà agosto ha annunciato tempi più lunghi per le manutenzioni straordinarie, che ora prevede di concludere non a ottobre ma a febbraio: uno stop che da solo farà perdere almeno un miliardo di metri cubi di gas il prossimo inverno.
La scarsità di scorte interessa in modo particolare la Germania, il Paese europeo in cui si concentrano i maggiori consumi del combustibile, dove tuttora i depositi sono pieni solo al 50,7%: un problema non solo per il mercato tedesco, poiché provoca ripercussioni sui prezzi ovunque nel Vecchio continente.
[…]
In assenza di un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, con una piena ripresa dei transiti nello Stretto di Hormuz, non si prospettano mesi tranquilli sui mercati energetici. E i prezzi solo da poco hanno iniziato a riflettere il venir meno dell’ottimismo su una rapida soluzione della crisi nel Golfo Persico.
Secondo Goldman Sachs il gas a dicembre rischia di “dover” superare 100 euro per Megawattora nel Vecchio continente. E questo non solo per riuscire ad attirare Gnl.
L’attuale livello di prezzo – si legge in un report della banca – «non sarà sufficiente per consentire all’Europa di gestire gli stoccaggi durante l’inverno». In altre parole: i consumi dovranno contrarsi, se necessario anche per effetto di ulteriori rincari.
Un aiuto potrebbe arrivare dal Niño, lo stesso fenomeno meteorologico che quest’estate ci ha fatto boccheggiare per il caldo: anche l’inverno si annuncia meno rigido, riducendo il fabbisogno di gas per il riscaldamento.
Ma l’Europa avrà scorte tanto risicate da poter evitare acquisti extra di Gnl solo con temperature oltre 2 gradi sopra la media storica, avverte Rystad Energy.
La società di consulenza per ora non ha cambiato lo scenario di base: al 1° novembre la Ue avrà scorte piene al 75% ed entro giugno 2027 dovrà importare 15,15 milioni di tonnellate di Gnl in più rispetto a un anno prima. Con temperature invernali più alte di un solo grado dovrà comunque procurarsi almeno 7 milioni di tonnellate extra di Gnl.
E salvo ripensamenti della Ue dovrà farlo senza ricorrere alle forniture russe, che tuttora coprono oltre il 10% dell’import: la messa al bando scatta nel 2027.

(Tommaso Merlo) – Riecco i volenterosi, a Kiev si sono fottuti tutti i soldi e Zelensky ha chiamato a raccolta i donatori coi soldi degli altri. I paladini della democrazia che se ne fotte della volontà popolare e della pace da conquistare a suon di bombe a grappolo. Tra gli statisti presenti spicca il nuovo premier inglese prosciutto bruciato “Burnham” che per la poltrona non ha baciato solo l’anello di Re Carlo ma anche quello della Nato e del sionismo altrimenti sarebbe rimasto nella sua città ad occuparsi delle buche stradali. Il Prosciutto si è spinto a ringraziare sentitamente Zelensky in quanto combatte in prima linea per tutti noi occidentali che grazie al sacrificio ucraino siamo tutti più forti, uniti e sicuri. Le cose sono tre: o beve, o sniffa o ormai anche i burattini della lobby della guerra hanno perso ogni ritegno. L’Inghilterra avrebbe ben altre priorità. Rischia di scomparire per l’abnorme karma coloniale che ha accumulato eppure non riesce a liberarsi da una endemica russofobia figlia di un antico complesso di inferiorità in quanto la Russia è un grande paese mentre l’Inghilterra lo era solo sfruttando quello degli altri. E così i sudditi di sua maestà usano quegli utili idioti degli ucraini per una meschina ritorsione buttando di continuo benzina sul fuoco. L’impero americano sta crollando sotto i nostri occhi mentre quello inglese sopravvive ancora nell’ego ferito dell’alta borghesia londinese. Ma anche tra i sontuosi palazzi del centro di Parigi non si scherza in quanto ad ego napoleonico anche se pare sia il marito di Macron a brandire la baionetta. La Campagna di Russia è rinviata per carenza di franchi e carne da cannone, ma Madame le Président manderà a Kiev altri avanzi di arsenale e organizzerà esercitazioni militari con pranzo al sacco. A Mosca se la stanno già facendo sotto mentre per le strade di Kiev oramai raccattano anche i vecchi mentre si vocifera di reclutamento femminile che potrebbe causare un esodo di massa del gentil sesso per la felicità degli zitelli del vecchio continente. Alla tavolata dei volenterosi non poteva mancare lo spilungone tedesco, il cancelliere più detestato dai tempi di Otto von Bismarck. Alle prossime elezioni la Germania rischia di tornare nera come il carbone e le armi che Merz sta sfornando a nastro potrebbero venire usate contro i politicanti come lui che hanno distrutto la Repubblica Federale di Germania a furia di servire i mercati invece che gli esseri umani. Quanto all’Italia, dato che il padrone americano si è defilato dal pantano ucraino non poteva certo esimersi e poi in quanto a riciclaggio politico non ci batte nessuno e il vero segreto è smarcarsi dalle magagne con tempestività. In trincea intanto si muore, intere generazioni stanno perdendo la vita perché i politicanti non sono capaci di fare il loro mestiere e cioè ragionare, dialogare e trovare soluzioni intelligenti. Putin da parte sua ha provato a negoziare per anni con quella manica di idioti, ma non c’è stato verso. E non è solo che non capiscono una mazza, è che non contano una mazza. Dato che la lobby della guerra lavorava da oltre trent’anni allo scontro con la Russia, non hanno permesso a nessun burattino politico di rovinargli la festa. Strategicamente non sta andando come speravano, la Russia si è rilanciata come grande potenza anche militare mentre l’Occidente è in frantumi politici ed economici e l’Ucraina sta scomparendo dal mappamondo. Ma alla lobby della guerra non frega nulla della vittoria sul campo, basta che si combatta. Dai milioni son passati ai miliardi, hanno svuotato gli arsenali e lanciato un riamo colossale e se questa guerra finisse male, punteranno sulla prossima che magari sarà pure mondiale. Il banco guerrafondaio vince sempre, a perdere sono i cittadini comuni che la guerra la pagano in soldi o con la vita. Per il momento Putin sta evitando tutte le provocazioni e spingendo per conquistare gli ultimi brandelli di oblast. Solo raggiunti gli obiettivi si dice disposto a tornare ad un tavolo ma se dall’altra parte si siederanno i volenterosi de noialtri, una soluzione diplomatica sarà pressoché impossibile. L’unica speranza per scongiurare una pericolosissima escalation, è una lotta di liberazione e proprio dai volenterosi, dalle classi deprimenti che sono la dimostrazione di quanto siamo caduti in basso come Occidente. Ma anche liberazione dal vassallaggio del putrefatto impero americano e dalle streghe guerrafondaie di Bruxelles. E liberazione da ogni potere lobbistico occulto e dal conformismo poltronista. Una lotta di liberazione in nome della normalità democratica affinché torni a comandare il popolo. Non burattini delle lobby ma rappresentanti popolari capaci di fare il loro mestiere e cioè ragionare, dialogare e trovare soluzioni intelligenti. Una lotta di liberazione in nome del buonsenso in modo da tornare ad interagire in maniera civile e anche con la Russia che è e sarà sempre nostra vicina e non solo geograficamente. Ma in trincea intanto si muore, mentre i volenterosi danno l’ennesimo spettacolo osceno, intere generazioni stanno perdendo la vita e tutti noi rischiamo una pericolosissima escalation.

(Rita Bruschi – rivistarinascita.it) – L’intervento di Giuseppe Conte su Repubblica il 21 agosto, al di là del tema contingente del woke, contiene una vera e propria ipotesi di rifondazione della sinistra, con il passaggio da una politica centrata sul riconoscimento ad una capace di riunire riconoscimento e redistribuzione, diritti civili e sicurezza sociale, identità e classe, libertà individuale e potere economico. È un testo di transizione strategica.
Un riferimento teorico netto, anche se non citato esplicitamente da Conte, è Nancy Fraser, che ha costruito per decenni proprio la distinzione fra Redistribution (distribuzione di reddito, ricchezza, potere e risorse) e Recognition (riconoscimento delle identità e delle forme di subordinazione culturale). Fraser definisce Progressive neoliberalism lo slittamento per cui le lotte per il riconoscimento hanno ampliato la politica progressista, ma nel contesto del neoliberismo rischiano di sostituire, anziché integrare, le lotte redistributive. Un sistema può diventare culturalmente progressista (diversità, inclusione, empowerment, rappresentanza) continuando al contempo a produrre precarietà, concentrazione della ricchezza e potere oligopolistico. La posizione di Fraser è che non bisogna scegliere, poiché redistribuzione e riconoscimento sono due dimensioni irriducibili della giustizia. Una società è ingiusta quando determinate persone o gruppi non possono partecipare alla vita sociale come pari. La sua nozione di participatory parity, parità partecipativa, è il criterio generale attraverso cui valutare se una società è giusta. È la traiettoria esatta del testo di Conte, tenuto anche conto del suo insistere in varie altre occasioni sul pilastro costituzionale dell’art. 3, secondo comma. La sua frase per cui «si possono tenere insieme riconoscimento e redistribuzione» non è quindi una buona posizione generica, ma una formula con una precisa storia teorica, quasi una traduzione politica italiana della soluzione fraseriana. La critica comune è che il liberalismo progressista abbia talvolta combinato l’avanzamento dei diritti con l’arretramento del potere economico dei lavoratori. Ma i ‘diritti senza redistribuzione’ non bastano. Questo è il problema posto da Conte, che non vuole abbandonare la politica del riconoscimento, ma subordinarla a un progetto sociale più ampio, cambiando la struttura stessa della politica progressista. Salvare il principio, correggere la forma e spostare il baricentro dalla guerra culturale alla distribuzione del potere economico, tecnologico e sociale. Ricostruire una politica capace di intervenire insieme su status, distribuzione e potere. La sfida è recuperare i ceti popolari senza sacrificare le conquiste culturali degli ultimi decenni.
E proprio mentre cerca di ridefinire la sinistra, nel passaggio fra la diagnosi delle disuguaglianze e la proposta di una nuova politica economica, Conte cita il §162 dell’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, dove afferma che la giustizia sociale non va considerata un problema «separato e successivo» alla produzione della ricchezza e che deve riguardare «tutte» le fasi dell’attività economica. Conte lo traduce quasi alla lettera nella sua formula «intervenire a monte del processo produttivo, prevenendo le disparità sin dalla fase progettuale», chiaramente appropriandosi di una categoria politica dell’enciclica. Non si tratta di un riferimento ornamentale, ma di un passaggio concettuale enorme. Non di una semplice critica al woke, ma addirittura di una teoria della giustizia. E la citazione di Leone XIV è il cardine che permette di trasformare la critica in una concezione alternativa dell’economia. Non basta rendere il capitalismo più inclusivo; bisogna chiedersi come il capitalismo produce le disuguaglianze, e intervenire nella struttura che le produce. Magnifica Humanitas insiste proprio sulla necessità di governare la progettazione e l’orientamento della tecnologia, non solo di correggerne gli effetti a posteriori. Ed è ciò che Conte cerca di dire quando passa dai diritti identitari alla finanziarizzazione, alla rendita, alle Big Tech e al mercato del lavoro. Egli assume l’idea che economia, tecnologia, ambiente e giustizia sociale non siano problemi separati. Il passaggio su Big Tech è forse il più interessante di tutti, perché viene introdotto un terzo asse, il potere tecnologico, e si chiarisce che il nuovo conflitto politico non sarà soltanto ‘lavoro vs capitale’, ma anche ‘cittadino vs infrastruttura algoritmica’. E questa potrebbe essere una delle questioni politiche centrali dei prossimi decenni. Inoltre, la destra equipara la sicurezza all’ordine pubblico, confini, polizia, deterrenza. Conte invece reinterpreta la sicurezza come casa, lavoro, salario, sanità, istruzione, welfare. È una tesi socialdemocratica classica, ma che oggi può avere una particolare forza politica, perché consente alla sinistra di tornare a parlare a persone che non si riconoscono necessariamente nelle categorie culturali del progressismo contemporaneo.
La domanda politica sottostante al testo è dunque ‘quale sarà il nuovo soggetto progressista?’. La vecchia sinistra aveva il lavoratore. La sinistra postmoderna ha avuto le identità oppresse. Conte indica un terzo soggetto, la persona esposta insieme a sfruttamento economico, trasformazione tecnologica, precarietà sociale e vulnerabilità culturale. Non più «operaio» contro «minoranza», ma «persona vulnerabile dentro sistemi di potere interconnessi». Leone XIV chiede ‘che cos’è l’essere umano che vogliamo proteggere?’ e ‘quale ordine economico, tecnologico e politico è compatibile con la dignità della persona?’ Conte risponde cercando di unire tre livelli di analisi: l’uomo è vulnerabile perché è inquadrato in strutture economiche e di status diseguali, perché è inserito in un sistema economico-tecnocratico che tratta la natura e la società come risorse da sfruttare, perché rischia di essere ridotto a dato, prestazione, funzione o oggetto di sistemi tecnologici. Se la disuguaglianza viene prodotta dentro l’architettura stessa dei sistemi economici e tecnologici, bisogna intervenire sull’architettura. Quali strutture economiche, tecnologiche e culturali stanno trasformando la condizione umana? Ad esempio questa è la struttura argomentativa del suo «costituzionalismo digitale». La frase sulle Big Tech quali «”padroni delle nostre esistenze”» non è solo una critica antimonopolistica, è un salto di livello, poiché sta dicendo che il potere tecnologico deve essere sottoposto a principi costituzionali. Ed è una critica antropologica. È un tentativo di costruire una nuova antropologia politica progressista, passando dalla persona ‘libera’ a persona ‘socialmente protetta’ a persona ‘riconosciuta’ a persona ‘non espropriata del proprio potere dalle infrastrutture tecnologiche’. La continuità profonda è data dall’idea di persona sottoposta a sistemi di potere economici, tecnologici e sociali che devono essere governati dalla politica.
Non c’è dubbio che questa sia la grammatica della dottrina sociale cattolica contemporanea. E non è casuale che Conte la utilizzi proprio mentre cerca di ridefinire la sinistra, costruendo una sintesi nella quale la distinzione fraseriana fra riconoscimento e redistribuzione viene innestata nella più recente dottrina sociale cattolica di Leone XIV, secondo cui la giustizia sociale deve essere incorporata nel processo produttivo, fin dalla progettazione.
Conte sta quindi cercando di fare una cosa molto particolare, cioè utilizzare una critica strutturale delle disuguaglianze dentro una concezione normativa della persona e del bene comune. Costruisce una gerarchia di problemi, dalla disuguaglianza alla finanziarizzazione e al declino dell’economia reale, alla trasformazione tecnologica e al lavoro, al welfare, al riarmo e alla pace. Ma soprattutto introduce un principio organizzatore, secondo il quale la politica progressista deve intervenire sulle strutture che producono la disuguaglianza, non limitarsi a correggerne gli effetti. E questa è una teoria dell’ordine economico, non soltanto comunicazione, men che meno un testo “elettoralistico” nel senso deteriore del termine.
La critica al woke appare quindi come il capitolo introduttivo di un discorso molto più vasto. È la critica al modo in cui una parte della sinistra ha ristretto il concetto di giustizia – una critica interna al progressismo, non una critica conservatrice. Conte ha capito che la sinistra non può continuare a vivere della sola grammatica dei diritti identitari. Ma non vuole nemmeno fare quello che hanno fatto alcune destre o alcuni populismi di sinistra, cioè buttare via il riconoscimento per recuperare la classe.
Non vanno certo abbandonate le conquiste culturali del progressismo, ma la loro centralità politica dev’essere subordinata a una concezione più ampia della giustizia.
Nel programma di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci propone di assegnare più schede elettorali ai genitori in base al numero dei figli. Si tratta del cosiddetto “voto plurimo”, una misura che richiederebbe di modificare l’articolo 48 della Costituzione, secondo cui il voto di ogni cittadino ha lo stesso peso.

(di Giulia Casula – fanpage.it) – Sono online le prime due parti del programma politico di Futuro Nazionale. Un faldone di oltre 100 pagine contenente i capisaldi della dottrina di Roberto Vannacci. Dalla remigrazione all’abolizione delle unioni civili, dal patriarcato mediterraneo fino alla negazione del diritto all’aborto, dalla difesa dell’identità cristiana all’educazione militare nelle scuole. Nel mezzo qualche proposta su tasse e lavoro.
Il resto è un condensato di richiami identitari, derive medievali, nostalgie del Ventennio e un’agenda che mette al centro la cosiddetta “famiglia tradizionale”. È proprio a quest’ultima che Vannacci dedica una lunga sfilza di proposte. Tra le più eccentriche su questo fronte, c’è l’idea di istituire un ministero della Vita della Famiglia naturale e dell’identità. A seguire, l’ipotesi di introdurre il voto plurimo ai genitori in rappresentanza dei figli.
In pratica, il leader di Futuro Nazionale suggerisce di assegnare un peso elettorale maggiore, ovvero più voti, ai genitori che hanno più figli a carico. “Sarebbe un interessante esperimento politico, da valutare attentamente, quello di dare rappresentanza a tutti gli italiani, facendo rappresentare, come già avviene in ogni altra materia, i minori dai genitori”, recita il documento. La proposta consisterebbe nel consegnare ai genitori tante schede elettorali quanti sono i figli a carico, magari da spartire tra madre e padre, ma tutte utilizzabili alle urne.
Secondo Vannacci, il voto plurimo servirebbe a riconoscere il valore sociale ed economico della famiglia e riequilibrare la rappresentanza democratica. “Sarebbe peraltro una forma di ponderazione democratica del voto, che tiene conto del peso di chi rappresenta una ‘società domestica’, ovvero una famiglia”.
La misura però rischia di scontrarsi con il dettato costituzionale. In particolare con l’articolo 48, nella parte in cui definisce il voto “eguale”. Nell’ordinamento italiano ogni voto ha lo stesso valore e lo stesso peso. Non esiste alcun cittadino il cui voto valga di più o conti doppio rispetto a quello di un altro. Attribuire un valore maggiore ai voti delle famiglie numerose significherebbe introdurre delle differenze e discriminare chi per motivi personali, di salute o per qualsiasi altra ragione, non ha figli, o ancora, chi li ha persi.
Ma il generale è disposto a modificare il testo costituzionale. “Nella concretezza, si tratterebbe di intervenire sull’art. 48 della Costituzione e assegnare ai genitori un numero superiore di schede, pari a quello dei figli, per esempio divisi tra il padre e la madre e, nei casi dispari, a tornate alternate”, spiega il documento.
Proposte simili erano stata avanzate negli anni da esponenti politici e movimenti di area conservatrice o cattolica, come l’ex ministro del governo Berlusconi IV, Maurizio Sacconi nel 2016. Ancora prima, nel 2004, era stato il professore di economia Luigi Campiglio a parlarne. Entrambi vengono citato nel programma di Futuro Nazionale. “Si tratta per il momento solo di una idea che offriamo al dibattito italiano, già lanciata anni fa dall’economista Luigi Campiglio e dall’ex Ministro Maurizio Sacconi”, precisa il programma, e “che varrebbe la pena di prendere in considerazione anche per dare ulteriore e formale riconoscimento al valore della famiglia, la società domestica, quale nucleo fondante della società nazionale”, conclude.

(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Sono passati 35 anni dall’adozione della Dichiarazione d’indipendenza che ha sancito la nascita dello Stato ucraino. Ieri, in occasione dell’anniversario, la Coalizione dei Volenterosi, promossa da Regno Unito e Francia, si è riunita in formato ibrido per discutere degli aiuti da fornire a Kiev nella guerra contro la Russia. La linea resta quella consolidata negli ultimi anni: forniture di armi, sanzioni contro Mosca e sostegno al percorso di adesione dell’Ucraina all’UE; i negoziati di pace, invece, restano lontani. La Commissione europea ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari da oltre 6 miliardi di euro, mentre il Regno Unito ha autorizzato la produzione dei missili Storm Shadow sul territorio ucraino. La Francia ha inoltre annunciato la prima esercitazione militare della Coalizione dei Volenterosi, prevista per il prossimo novembre, alla quale l’Italia non prenderà parte. Proprio Roma sta preparando un nuovo pacchetto di aiuti destinati a Kiev, che dovrebbe essere approvato in autunno.
«I leader della Coalizione dei Volenterosi si sono riuniti oggi a Kiev e in videoconferenza per commemorare il 35° anniversario del ripristino dell’indipendenza dell’Ucraina. Sono stati uniti nel continuare a sostenere la lotta dell’Ucraina per difendere la sua sovranità, libertà e integrità territoriale». Inizia così il comunicato con cui i Volenterosi annunciano la linea che intendono perseguire nei prossimi mesi nell’ambito del conflitto russo-ucraino. Le direttrici fondamentali sono tre: armi, sanzioni e adesione all’UE.
La situazione sul campo vede un’Ucraina sempre più impegnata a colpire le infrastrutture energetiche e commerciali russe, con l’obiettivo di danneggiare l’economia della Federazione. Nonostante l’intensificazione degli attacchi, le difficoltà di Kiev continuano a emergere e lo stesso Zelensky ha chiesto l’invio di un maggior numero di missili difensivi e di ulteriori risorse per sostenere la campagna militare e affrontare l’arrivo dell’inverno, che ogni anno si configura come il periodo più difficile per l’Ucraina sul fronte bellico. Il presidente ucraino ha spiegato che il Paese deve coprire un deficit di 27 miliardi di dollari generato dalla guerra; ha inoltre affermato che l’Ucraina sarebbe a corto di intercettori Patriot e ha chiesto agli alleati l’invio di almeno 300 missili. Anche il premier britannico Andy Burnham, recentemente insediatosi, ha chiesto all’UE di attingere alle proprie scorte di Patriot per sostenere l’Ucraina.
In generale, l’Ucraina si è mossa per consolidare la cooperazione militare con gli altri Paesi alleati. Ieri, lo stesso Burnham ha formalizzato l’autorizzazione a fornire i progetti riservati per la costruzione dei missili a lungo raggio Storm Shadow, con i quali Kiev potrebbe colpire più in profondità il territorio russo; nel frattempo, il primo ministro Serhii Koretskyi ha annunciato un accordo con la Norvegia per la produzione di droni. Analoghe trattative sono state avviate con i Paesi baltici. La Francia ha annunciato nei giorni scorsi l’invio di missili a Kiev, mentre ieri il presidente Macron ha dichiarato che tra ottobre e novembre organizzerà un’esercitazione militare con i Paesi della Coalizione dei Volenterosi. Anche l’Italia sta preparando il prossimo pacchetto di aiuti, che dovrebbe essere approvato a settembre; secondo le indiscrezioni, potrebbe contenere sistemi antiaerei SAMP/T e missili Aster. Il maggiore pacchetto di aiuti, tuttavia, arriverà da Bruxelles e ammonterà a 6,1 miliardi di euro.
Sul fronte delle sanzioni, la dichiarazione della Coalizione dei Volenterosi è chiara: «I leader hanno concordato di proseguire gli sforzi per limitare le risorse militari della Russia attraverso l’uso di sanzioni, misure economiche più ampie e la repressione dell’elusione delle sanzioni e della Flotta ombra russa. Questa azione congiunta ha finora privato la Russia di almeno 495 miliardi di dollari dal febbraio 2022», si legge nella dichiarazione. A parlare del tema delle sanzioni è stata anche l’Alta rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, che ha annunciato per l’autunno un nuovo pacchetto, il 22º, ancora più duro dei precedenti. «Una volta adottato», dichiarava Kallas appena una settimana fa, «aumenterebbe immediatamente di un terzo il numero totale di entità russe sanzionate».
A parlare del percorso di adesione è stato prevalentemente il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Costa ha affermato che l’UE accelererà i negoziati per l’ingresso di Kiev nell’Unione, e la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha fatto eco alle sue dichiarazioni. A riportare tutti con i piedi per terra è stata la Polonia: «Probabilmente tutti diamo per scontato che una qualche forma di pace, un cessate il fuoco, debba essere una condizione per l’adesione», ha dichiarato il viceministro degli Esteri polacco Ignacy Niemczycki. «Il conflitto in corso non preclude necessariamente l’adesione in base ai trattati, ma la realtà politica rende difficile immaginare che l’Ucraina possa entrare a far parte dell’UE prima della fine delle ostilità». I negoziati di adesione sono infatti appena iniziati e le riforme necessarie sono ancora numerose. I tavoli con la Russia, invece, devono ancora iniziare. Zelensky ha ribadito che l’Ucraina non intende fare concessioni territoriali, mentre il comunicato dei Volenterosi non menziona possibili trattative; i rappresentanti di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, erano attesi a Kiev per stabilire un’agenda sulle trattative, ma la loro visita è stata rinviata.

( di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Nove mesi. Sono passati nove mesi dall’ultimo pacchetto italiano di armi per Kiev, il dodicesimo, in Gazzetta Ufficiale il 1° dicembre 2025, mentre fra il nono pacchetto e il dodicesimo erano bastati cinque o sei mesi. Ieri, per i trentacinque anni dell’indipendenza ucraina, Giorgia Meloni si è collegata alla Coalizione dei volenterosi e ha volenterosamente confermato l’impegno italiano verso Kiev per l’inverno: l’invio di “ulteriori generatori”, scrive Palazzo Chigi. Generatori, avete letto bene. Quintali di miliardi nei prossimi bilanci e intanto inviamo materiale da campeggio. Nel giorno in cui la Commissione europea sblocca 6,1 miliardi per difesa aerea e missili, l’Italia porta le prese di corrente.
Del resto sostegno a Kiev va esibito ai tavoli dove si pesa l’affidabilità e poi si può tenere leggerissimo a casa, dove l’elettorato non lo vuole e dove Roberto Vannacci ci ha costruito sopra un partito. A febbraio i tre deputati di Futuro Nazionale hanno votato la fiducia al governo e contro il decreto Ucraina nello stesso pomeriggio, e sono ancora in maggioranza, mentre il tredicesimo pacchetto, pronto da fine luglio aspetterà settembre. Con l’Ucraina, del resto, conta la postura: proni al bellicismo, accordati con i desiderata di Bruxelles, accondiscendenti con la fame americana. E nella liturgia del conformismo è prevista ovviamente anche la faccia di bronzo del doppio standard.
Perché mentre l’Italia inscena aiuti all’Ucraina mangiata da Putin, Israele si mangia la Palestina con gli aiuti di chi quegli aiuti li firma. Il 20 agosto Roma ha firmato con Francia, Germania e Regno Unito una nota che definisce “inaccettabile” la decisione israeliana di pubblicare i bandi per E1, le circa 3.400 case che spaccherebbero in due la Cisgiordania. Parole, parole, parole. Sotto le parole, i numeri: nel 2025, secondo l’analisi della Rete italiana pace e disarmo sulla Relazione della legge 185/90, verso Israele sono stati movimentati 22,6 milioni di euro di materiali militari su licenze vecchie, e il governo ha autorizzato imprese italiane a comprare armi da Israele per 85 milioni. Le nuove licenze restano sospese dall’ottobre 2023, questo sì.
Una volta il detto era che c’è un invaso e un invasore. Adesso va aggiornato: c’è invasore e invasore, e a distinguerli, dalle parti di Palazzo Chigi, è chi le armi te le vende.
Circa 9mila cantieri aperti: 8.759 famiglie non sono rientrate in casa e 2.200 vivono nelle soluzioni abitative d’emergenza –

(di Andrea Tundo – ilfattoquotidiano.it) – Il giorno in cui la politica si presenta in piazza è forse il più indicato per fare i conti con la realtà. E la realtà, qui, è che la ricostruzione è in ritardo e circa 9mila famiglie non sono ancora rientrate in casa.
Ore 3:36 del 24 agosto 2016, Valle del Tronto. Dieci anni fa. La terra trema per oltre 15 secondi tra i comuni di Accumoli e Arquata del Tronto, a cavallo tra le province di Rieti e Ascoli Piceno, sorprendendo tutti nel sonno e squarciando i paesi del Centro Italia dove crollano case, chiese e industrie. I sismografi fermano la magnitudo a 6.0 e in quella notte d’estate muoiono 299 persone: 239 ad Amatrice, che si sta preparando per la sagra dell’amatriciana, 11 ad Accumoli e altri 51 ad Arquata. Pescara del Tronto viene completamente rasa al suolo: i suoi abitanti, ancora oggi, vivono letteralmente lungo la Salaria, in un villaggio che, un decennio dopo, c’è chi si ostina a definire “temporaneo”.
Nel cratere del sisma, 8.759 famiglie non hanno ancora fatto rientro nella loro casa: 2.200 vivono ancora nelle soluzioni abitative d’emergenza e oltre 5.500 percepiscono il contributo di autonoma sistemazione. I cantieri in corso? Sono ancora 9mila. Il commissario straordinario alla ricostruzione, Guido Castelli, senatore di FdI e sindaco di Ascoli nella notte della ‘botta’, riconosce che resta ancora molto da fare, soprattutto nei territori più devastati, anche se considera ormai il percorso “ben oltre il giro di boa”: “La ricostruzione più performante che ricordiamo in Italia è quella del Friuli, completata definitivamente dopo 19 anni. Eguagliare quel record sarebbe per me motivo di grande soddisfazione”, ha detto di recente. Le polemiche in questi anni non sono mancate, anche sul suo operato, con un cratere che si è allargato fino alla costa marchigiana. In totale sul piatto ci sono 12,5 miliardi che hanno preso mille rivoli: un pezzetto – 7 milioni di euro – della pioggia di soldi, per dire, è servito a rimettere a posto la curva dello stadio di Ascoli. Ci sono case sulle montagne del Piceno costate alle casse dello Stato oltre 4mila euro al metro quadrato (il valore di una casa in media periferia a Milano). Castelli, meno di un anno fa, in periodo di elezioni regionali, ha stanziato quasi mezzo milione di euro tra comunicazione ed eventi-spot nei territori dei candidati.
Solo a inizio agosto di quest’anno, con un decreto legge, viene fornita una corsia preferenziale ai territori più colpiti, definendo “primo cratere” i comuni di Arquata, Accumoli e Amatrice e introducendo norme che – dice Mauro Tolomei, sindaco di Accumoli – permetteranno, dieci anni dopo, un “decollo definitivo verso un rientro nelle abitazioni e nei lavori pubblici”. Ma anche – tra le altre cose – prevedendo la facoltà di rendere permanenti le soluzioni abitative provvisorie, in deroga alle norme edilizie ordinarie, per far fronte alle emergenze abitative locali. Nel frattempo, in un territorio interno già complicato, resta il tema dello spopolamento da contrastare. Più si dilata il tempo del fine lavori, più il rischio cresce.
Intanto Amatrice, il cuore ormai immobile di questa tragedia, è un paese senz’anima. Chiese, addio. L’ospedale ancora in ricostruzione. Il centro storico oggi è la spianata della zona rossa. “Partiamo dal concetto che facciamo parte di un territorio difficile da ricostruire: 69 frazioni con molti edifici”, dice il sindaco Giorgio Cortellesi. Poi però sono iniziati gli errori: “Purtroppo subito dopo il sisma sono state tolte le macerie senza registrare il perimetro dei fabbricati. Ci sono voluti cinque anni per ritrovare i confini delle proprietà. Quasi come uno scavo archeologico”. Poi si sono aggiunti gli abusi di alcuni e le lungaggini burocratiche per molti. Una spiegazione che non basta ai mille abitanti di Amatrice, che dopo dieci anni vivono ancora nelle 456 soluzioni abitative emergenziali sparse per il territorio. Secondo gli uffici tecnici del Comune, l’avanzamento dei lavori totale tra ricostruzione pubblica e privata è al 40%.
“Di fatto è iniziata da tre anni, non da dieci”, aggiunge il sindaco prendendosela poi con l’immancabile Superbonus per un nuovo rallentamento (“Maestranze e ditte si sono spostate nelle città, dove c’era più richiesta”). Al momento le case private rimesse in piedi e con agibilità sono 247. Chi vive nelle casette, che ora per legge possono diventare eterne, ha un’altra idea: “Sono stata 18 ore sotto le macerie, ho perso mio marito e sono dieci anni che vivo qui nelle Sae – racconta Maria (nome di fantasia) a LaPresse –. Che posso dire? Amatrice è finita dieci anni fa. Io la chiamo la capitale degli ingegneri e dei geometri. Lo sono diventati tutti, ma non si parte mai. Tanti galli a cantare e non si fa mai giorno”.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Per capire ciò che Putin sta facendo all’Ucraina, occorre capire ciò che Ignazio La Russa fece alla Libia quando era ministro della Difesa nel 2011. Il governo Berlusconi firmò nel 2008 un Trattato di amicizia con Gheddafi che proibiva all’Italia di attaccare la Libia o di concedere il proprio territorio per consentire ad altri di attaccarla (articolo 3 e 4). Quando la Nato si predispose al bombardamento, La Russa disse che il Trattato con la Libia era stato superato dagli eventi. Sapendo di violare il trattato, Berlusconi disse in privato di volersi dimettere, ma poi si unì ai bombardamenti per rovesciare Gheddafi. La Russa disse che il fine del bombardamento era la difesa dei diritti umani. Ma poi James G. Stavridis – Comandante supremo della Nato in Europa durante il bombardamento in Libia – rivelò che la Nato aveva operato in combutta con i ribelli per rovesciare Gheddafi con queste parole su Foreign Affairs del 2012: la Nato ha dato “il tempo e lo spazio necessari alle forze locali per rovesciare Gheddafi”. Fu proprio un aereo della Nato a bombardare il convoglio di Gheddafi che, fuggiasco, fu trucidato dai ribelli. La risoluzione Onu sull’intervento in Libia non consentiva alla Nato di rovesciare Gheddafi in combutta con gli insorti. Il modo in cui La Russa giustificò il bombardamento è interessantissimo per capire ciò che accade in Ucraina. Ignazio La Russa, il 26 febbraio 2011, disse che il Trattato di amicizia era stato firmato da un regime che non esisteva più, travolto dalla rivolta popolare: “Non c’è la controparte in grado di rispettarlo”. Quindi non aveva senso rispettare il trattato, giacché, argomentò La Russa, tra il 2008 e il 2011 la situazione era cambiata. In realtà, il regime di Gheddafi esisteva eccome, tant’è vero che la Nato entrò in guerra per abbatterlo. Dopo la caduta di Gheddafi, i Paesi della Nato si sono disinteressati dei diritti umani in Libia e hanno stretto accordi con i torturatori, gli stupratori e gli assassini locali per impedire ai neri africani di arrivare in Europa. Orbene, la storia di Ignazio La Russa è preziosa sotto il profilo sociologico perché mostra uno dei tanti modi in cui i trattati muoiono: vengono superati dagli eventi. Quando Mosca firmava il Memorandum di Budapest del 1994, che proibiva alla Russia di attaccare l’Ucraina, la forza convenzionale della Nato era composta dalla sommatoria di 16 eserciti. Ma nel febbraio 2022 la Nato era diventata un’organizzazione di 30 membri che conduceva esercitazioni militari pure in Ucraina e Georgia, dirimendo le controversie internazionali con la forza. La moltiplicazione delle forze convenzionali della Nato, che oggi conta 32 membri, ha avuto tre conseguenze disastrose.
[…]
La prima è che ha spinto la Russia a investire nelle armi nucleari per ridurre lo svantaggio nelle armi convenzionali. Il risultato è che Putin può cancellare ogni traccia di vita in Europa nel giro di pochi minuti. La seconda è che ha spinto la Russia ad approvare una dottrina militare che consente a Putin di decidere un attacco nucleare preventivo anche per fronteggiare un attacco convenzionale in un conflitto regionale. Infine, è la terza conseguenza, l’espansione della Nato ha trasformato Putin in un novello Ignazio La Russia. Come La Russa nel 2011, Putin dice che tra il Memorandum di Budapest del 1994 e le esercitazioni Nato in Ucraina del 2021, la situazione è cambiata. Putin dice che l’espansione della Nato e i massacri di Kiev contro i civili russo-ucraini in Donbass hanno reso obsoleto il Memorandum di Budapest del 1994, anche perché l’Ucraina, nel 1994, era uno Stato neutrale. La Russia, come La Russa con la Libia, sostiene che il Memorandum di Budapest è stato superato dagli eventi. Che si tratti di Russia o di La Russa, il “volto demoniaco del potere” è sempre lo stesso.
Quanto deciso da Parigi e Londra sui missili a lunga gittata per Kyiv potrebbe essere arrivata tardi, ma è una buona notizia. La svolta dell’offensiva ucraina e l’incognita che si cela dietro a una Russia agonizzante

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – La decisione di autorizzare Zelensky a progettare e costruire missili da crociera, ancora in mancanza di un sistema di difesa antiaerea e antibalistico capace di contenere i bombardamenti indiscriminati russi, potrebbe essere una svolta decisiva verso il negoziato e una pace accettabile. Perché sia così lunga e tormentosa la guerra in Ucraina è, salvo dubbi e incertezze, come sempre, abbastanza chiaro a chi ragioni con la propria testa, disponendone. Per i tre anni iniziali è stata una guerra unilaterale di una grande potenza sopravvissuta mediocremente alla gloria imperiale e sovietica, forte però del suo impianto nucleare e della sua vastità bicontinentale, una aggressione piena di illusioni scatenata contro un paese marginale ma ricco di passione e coraggio della sofferenza nella difesa della sua indipendenza. Avanguardia combattente d’Europa e dell’occidente, l’Ucraina per tre anni è stata difesa dal colosso eurasiatico e dalle sue potenti alleanze. Soldi, accoglienza a milioni di profughi, armi e munizioni, sanzioni al nemico.
Questo fino all’avvento del secondo mandato di Trump, che era visibilmente l’altro fronte (di collusione) di Vladimir Putin, e come tale ha relativamente funzionato e funziona, sebbene imperfettamente. Ma il periodo aureo delle grandi sanzioni contro Mosca e dell’unità del blocco Nato, guidato dal vecchio Joe Biden, con i treni della solidarietà e la storica foto sul treno per Kyiv o Kiev di Macron, Draghi e Scholz, fu caratterizzato, ecco perché la guerra è diventata tendenzialmente infinita, dalla cosiddetta impostazione difensiva o antiescalation che impediva all’Ucraina di tentare la vera controffensiva riequilibratrice, colpendo energia e economia russe al di là dei confini, con obiettivi fin quasi a duemila chilometri dal fronte convenzionale. L’impresa del Kursk, impossibile prototipo di una conquista territoriale in Russia, aveva il valore simbolico di un grido d’allarme, che non fu ascoltato. Per tre lunghi anni abbiamo deciso di accettare una sfida alla quale non era consentita la vera replica, quella dell’efficacia. Dall’operazione speciale di conquista e annichilimento dell’identità ucraina, dunque europea e democratica, ci si doveva esclusivamente difendere senza forzare il confine del nemico, il che era e resta un nonsenso.
La guerra, anche dissimulando, la faceva Putin, noi eravamo imbragati nella pura difesa territoriale e nella controffensiva finanziaria. Gli ucraini, con risorse tecnologiche obbligate, una parte delle quali sfugge alla regolamentazione ambigua del potere federale americano, secondo mandato, hanno cominciato nella seconda parte del 2025 e nel 2026 a contrattaccare seriamente colpendo raffinerie e centri commerciali mostrando il valore tattico della guerra dei droni a lunga distanza, incrementando l’insicurezza russa oltre che l’inflazione e la penuria in campo energetico. Nel momento di massima debolezza, offensiva trumpiana ad Anchorage e nello Studio ovale della Casa Bianca, inchieste sulla corruzione e tentativo di indebolire il comandante in capo, hanno saputo decidersi a contrattaccare e trovato il modo di farlo. Ora arriva la decisione franco-inglese sui missili a lunga gittata. Molto tardi, ma in un contesto abbastanza minaccioso per Mosca, che cerca un riscatto nella spietatezza dei bombardamenti urbani e nella guerra ibrida contro l’occidente, in funzione di aperta intimidazione. Citato da Paolo Forcellini, lo storico Peter Frankopan, che la storia del mondo a partire dall’Eurasia la conosce e l’ha raccontata bene, ha avvertito su Foreign Policy: “Stiamo molto attenti alle mosse disperate di un uomo che sta annegando”.