Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ballando con la morte


(di Marcello Veneziani) – Il suicidio assistito di Alice ed Helen Kessler è stato salutato dai media italiani con un’ondata di ammirazione corale, come un atto razionale, civile, etico, esemplare. Ma la loro fine programmata e curata nei particolari, fino a disdire gli abbonamenti ai giornali, lascia un interrogativo gemellare, ambiguo. Che figuro in un’immagine, il ricordo infantile di un teatrino delle marionette: Pulcinella balla con la sua Colombina, felice di stringerla tra le sue braccia ma quando nella danza la sua amata si girava, Pulcinella si accorgeva di ballare con la Morte e se ne ritraeva inorridito. La stessa ambiguità sembra suscitare ora il ricordo delle Kessler: erano l’espressione di un’epoca spensierata, di un’Italia canterina e ballerina, tra dadaumpa e notti piccole, immersa nell’atmosfera gioiosa e giocosa di un sabato sera festoso e luccicante; e alla fine sono diventate le testimonial di una decisione macabra e cupa, definitiva: il suicidio assistito.

Le gemelle Kessler erano la rappresentazione più iconica, come oggi si dice – spesso a sproposito – di un’epoca, di un clima, di un modo di vivere allegro e sbarazzino. Nell’immaginario collettivo il duo Kessler era il più bel quadrupede umano apparso in video. Le loro quattro gambe sincronizzate facevano sognare gli spettatori e suggellavano a passo di danza la fiduciosa leggerezza con cui un Paese marciava insieme verso l’avvenire.

Ma col gesto premeditato di togliersi la vita alle soglie dei novant’anni, quel modello di ottimismo e fiducia si è capovolto in un funesto messaggio: decidere e programmare la propria morte per prevenire malattie, dolori e decorso naturale della vita e per risparmiarsi l’ombra malinconica della depressione senile. Così le due tedesche sono diventate sui media un modello di riferimento per la popolazione anziana che s’inoltra nella vecchiaia, suggerendo di anticipare le malattie letali e la morte, scegliendo la scorciatoia di una morte pilotata. Non siamo davanti ai casi limite di malati terminali e incurabili, tra sofferenze atroci o accanimento terapeutico; qui si tratta di un deliberato suicidio assistito, in piena lucidità, motivato da uno stato depressivo e dagli inevitabili acciacchi dell’età. Un gesto di sovrana autonomia nel disporre della propria vita e della propria morte.

L’unica particolarità che colpisce nel suicidio gemellare è la decisione di morire insieme, dichiarando che nessuna delle due avrebbe voluto sopravvivere all’altra; diventando così un ulteriore suggerimento per le anime gemelle, non necessariamente tali per ragioni biologiche ma anche solo affettive, per legame di coppia.

La vera questione è la convinzione che la nostra vita sia interamente ed esclusivamente nelle nostre mani; tocca a noi decidere quando, come e magari con chi andarcene per sempre. Dopo aver dichiarato morto Dio con la religione e il fato, morta la Natura col suo ordine, la realtà e le sue leggi, morta la famiglia con i genitori, i figli e i loro legami, morta la tradizione con la storia, la memoria e le comunità, il messaggio finale che resta è morire in libertà, per autodecisione, anticipando Dio e la Natura, il destino e il decorso della vita. Se non siamo autocreati, possiamo però esercitare la sovranità opposta, la libertà di sopprimerci, quando riteniamo che sia giunto il momento per farlo. Disponiamo solo del potere negativo sulla vita; e nel nome del pensiero negativo prevalente lo esercitiamo fino alla morte. L’eutanasia o il suicidio assistito è oggi l’unico messaggio dominante che riguarda il passaggio tra la vita e la morte. Non c’è più il mistero di Dio, la scommessa sulla fede, la contemplazione della morte, il destino dell’uomo, la sua memoria e le impronte, le eredità che lascia, e nemmeno il naturale decorso biologico ma la possibilità del singolo di tagliare la corda, di recidere il cordone della vita, come si recidono i cordoni ombelicali per mettere la mondo i neonati. La recisione ha un significato inverso, come inverso è ormai il canone odierno: non prelude alla nascita ma alla morte. L’eutanasia/suicidio è l’ultimo decisionismo dell’occidente; una decisione-recisione volta solo a negare, a sottrarsi, a trovare una via di fuga individuale. Autonomi nella negazione, libertà come facoltà di morire.

Fino a pochi anni fa l’unica sfida alla morte, riconosciuta e rispettata, era morire per un motivo che fosse più importante della nostra vita individuale: morire per testimoniare la fede, come facevano i martiri, morire per la patria, come facevano gli eroi, morire per l’onore, per i propri cari o per una Causa che trascende la vita singola. Perché la vita personale era meno importante rispetto a principi, valori, legami che sopravvivevano al destino dei singoli individui. Inconcepibile oggi. Chi offriva la propria vita sapeva che la sua morte non coincideva col nulla, ma era solo la fine di una foglia, forse di un ramo, non dell’albero, con le sue radici e il suo tronco e le sue stagionali rinascite; la sua morte rientrava nel ciclo delle stagioni, in cui si rinnova la pianta.

Nessuno vuol rimpiangere quel mondo. Ma il fatto che oggi poniamo la questione solo a livello individuale e racchiudiamo la visione della morte nell’atto di andarcene in libertà, quando lo vogliamo noi e non quando lo dice la sorte, Dio o la malattia, è il tema del nostro tempo e ci investe profondamente e radicalmente. La scelta non divide solo i credenti dagli atei, ma chi crede che la nostra vita sia interamente nostra e chi invece ritiene che non fummo noi a decidere di venire al mondo, e non saremo noi a decidere di lasciarlo e a stabilire quando.


I giovani continuano a scappare dal Sud


Il Sud cresce più del resto del Paese ma la grande fuga dei giovani continua: allarme Svimez. Presentato stamane alla Camera il rapporto annuale. Effetto Pnrr: tra il 2021 e il 2024 quasi mezzo milione di posti di lavoro è stato creato nel Mezzogiorno, ma 175mila under 35 sono andati via, in cerca di opportunità

Il Sud cresce più del resto del Paese ma la grande fuga dei giovani continua: allarme Svimez

(di Rosaria Amato – repubblica.it) – ROMA – Un aumento del Pil dell’8,5% tra il 2021 e 2024, contro il 5,8% del Centro-Nord, e un incremento dell’occupazione dell’8%: nel Mezzogiorno si rileva oltre un terzo del milione e quattrocentomila nuovi occupati a livello nazionale. Spinta dal Pnrr, l’economia del Sud corre, ma non allo stesso passo dei giovani, che continuano a fuggire in cerca di migliori opportunità. Quella del Mezzogiorno, sottolinea il Rapporto Svimez 2025, è una doppia emigrazione, verso il Nord, e verso l’estero. E quasi sempre è un biglietto di sola andata. Mentre in quei quattro anni, quasi mezzo milione di posti di lavoro è stato creato nel Mezzogiorno, 175mila giovani sono andati via. Il titolo scelto quest’anno per il rapporto è “Freedom to move, right to stay”. Per introdurre il tema il direttore Luca Bianchi sceglie la vicenda di Gaetano, il giovane napoletano interpretato da Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”, e che suo malgrado si ritrova condannato nel ruolo di emigrante, perché non gli si dà la possibilità di aspirare ad altro.

«Le analisi elaborate dalla Associazione, fornendo dati e proposte mirate al superamento delle criticità di alcune aree del nostro Paese, – ha osservato in un messaggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – sono occasione preziosa per individuare linee di sviluppo per la comunità nazionale, significativo contributo al consolidamento della coesione».

Più lavoro, ma più povero

Perché le opportunità che il Sud adesso è sempre più in grado di offrire non convincono i giovani, soprattutto i laureati? Quello del Mezzogiorno rimane comunque lavoro povero: la caduta del potere d’acquisto dei salari è stata del 10,2% contro l’8,2% nel Centro-Nord. In Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. Tra il 2023 e il 2024 aumenta il numero dei lavoratori poveri: +120mila in Italia, +60mila al Sud. Non basta avere un’occupazione per uscire dalla povertà: bassi salari, contratti temporanei, part-time involontario e famiglie con pochi percettori ampliano la vulnerabilità.

Inoltre moltissimi dei nuovi posti di lavoro sono legati al Pnrr e riguardano, quindi, la costruzione di infrastrutture. Il Piano destina 27 miliardi di opere pubbliche al Sud, e i Comuni hanno dato il massimo: tre cantieri su quattro sono in fase esecutiva, in linea con il dato del Centro-Nord. Il 25% dei progetti al Centro-Nord è già alla fase del collaudo; il 16,2% al Mezzogiorno.

Nel Mezzogiorno, nel 2021-2024, sei nuovi occupati under 35 su dieci sono laureati, contro meno di cinque nel resto del Paese. Tuttavia, la prima porta d’ingresso al lavoro rimane il turismo: oltre un terzo dei nuovi addetti giovani si colloca nella ristorazione e nell’accoglienza, settori a bassa specializzazione e bassa remunerazione. Al tempo stesso, crescono i giovani laureati nei servizi Ict e nella pubblica amministrazione, grazie al Pnrr e alla riforma degli organici pubblici. La qualità delle opportunità resta però insufficiente: il mercato del lavoro meridionale continua a offrire sbocchi concentrati nei comparti tradizionali, con scarsa domanda di competenze avanzate. Se si vuole che i giovani rimangano, invece è proprio qui che bisogna investire, «indirizzando gli investimenti in direzione coerente con le politiche industriali europee», sottolinea Luca Bianchi.

Otto miliardi di capitale umano persi ogni anno

Le migrazioni dei laureati comportano per il Mezzogiorno una perdita secca di quasi 8 miliardi di euro l’anno, calcola la Svimez. I giovani che restano, troppo spesso, trovano lavori poco qualificati e mal retribuiti. Con i salari reali che calano aumentano i lavoratori poveri: un milione e duecentomila lavoratori meridionali, la metà dei lavoratori poveri italiani, è sotto la soglia della dignità. Emerge sempre di più l’emergenza sociale del diritto alla casa.

Le università del Mezzogiorno stanno diventando più attrattive, ma dopo la laurea il quadro torna critico: oltre 40mila giovani meridionali si trasferiscono ogni anno al Centro-Nord, mentre 37mila laureati italiani emigrano all’estero. Con l’emigrazione di questi laureati, una parte del rendimento potenziale dell’investimento pubblico sostenuto per la loro formazione viene dispersa. Il bilancio economico di questo movimento è pesante: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno ha perso 32 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord.

Il futuro: tecnologia, energia e Zes

Si apre quindi la questione del dopo Pnrr. Nuove strade si stanno aprendo con gli investimenti nelle nuove tecnologie. La revisione di medio termine offre una finestra per sostenere investimenti delle grandi imprese in tecnologie di frontiera – dalle tecnologie critiche Step al dual use, dalla decarbonizzazione industriale agli Ipcei: la Svimez sottolinea come questa sia una opportunità da cogliere, soprattutto per il Mezzogiorno.

In Italia, le grandi imprese rappresentano il motore dell’export (76% delle esportazioni manifatturiere) e un perno di interi sistemi produttivi, grazie alle esternalità positive che generano lungo le filiere. Nel Mezzogiorno il loro peso è ancora limitato, ma significativo: quasi 600mila addetti e 46 miliardi di valore aggiunto, concentrati in pochi poli industriali. Nei comparti a più elevata tecnologia l’incidenza occupazionale dei grandi impianti al Sud supera il 50% (30% nelle altre aree). Un dato che conferma come, nelle produzioni avanzate, la dimensione aziendale resti decisiva per la capacità di competere nei mercati globali.

Un ruolo importante può giocarlo anche la nascita della Zes Unica: l’obiettivo è quello di accelerare gli investimenti attraverso semplificazioni e autorizzazioni rapide, e indirizzarli verso filiere e tecnologie coerenti con le priorità nazionali ed europee. I primi dati, rileva la Svimez, mostrano una macchina amministrativa che ha iniziato a macinare risultati: i tempi autorizzativi si sono dimezzati (da 98 a 54 giorni) e tra marzo 2024 e novembre 2025 sono state rilasciate 865 autorizzazioni, per oltre 3,7 miliardi di investimenti. Puglia, Campania e Sicilia emergono come i poli più reattivi, mentre restano indietro Sardegna, Abruzzo e Basilicata.

I settori produttivi che emergono

La distribuzione settoriale riflette la struttura produttiva del Sud, con più di un quarto degli interventi nell’agroindustria, seguita dall’automotive. Cresce però anche la presenza di progetti in tecnologie ad alto contenuto innovativo: elettronica & Ict e cleantech. «Possiamo sperare in nuove politiche espansive, magari europee, oppure investire nelle tecnologie avanzate, puntando sui settori di qualità, con politiche selettive per non disperdere l’esperienza del Pnrr».

Restare, un’aspirazione che viene anche dal basso

Investire nei settori emergenti, creare nuove opportunità di lavoro di valore può aiutare i giovani che vogliono restare. Una parte di loro si è costituita in movimento: pochi giorni fa 45 organizzazioni siciliane hanno firmato il “Patto per restare”. Un’iniziatiiva che è il risultato di un percorso avviato nel 2022 e promosso dal Centro Studi Giuseppe Gatì attraverso il progetto “Questa è la mia terra”. Negli ultimi tre anni, decine di associazioni, fondazioni e spazi culturali si sono incontrati in festival, assemblee e cantieri territoriali per costruire una visione comune e proposte concrete per affrontare le cause dello spopolamento e della fuga dei giovani dal Mezzogiorno.


Le parole di chi rimuove la pace


(di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – Da “irricevibile” a “dignitoso”, da “ibrido” a “bastardo”. Capire il vocabolario di chi vuole continuare la guerra in Ucraina aiuta a svelare le ragioni di quasi 4 anni di combattimenti

Nei momenti di bisogno si vedono gli amici e in quelli di crisi si vedono chi ha i nervi a posto e chi è nel panico. Indicatore fondamentale dello stato mentale è il linguaggio. C’è una logica nel linguaggio diplomatico ampolloso, criptico, incomprensibile ai più e talmente ambiguo da poter essere interpretato in un modo e nel suo opposto.

Il linguaggio deve dimostrare lucidità, distacco, freddezza e deve annullare le emozioni che potrebbero tradire il panico che è sempre una vulnerabilità in più offerta all’avversario. Oggi nel momento più delicato della guerra ucraina e delle altre crisi che hanno già sconvolto l’Europa e il Medio Oriente e si accingono a espandersi nel resto del mondo, il linguaggio adottato dagli europei denota soltanto panico. Si coniano nuove espressioni e si attribuiscono nuovi significati a vecchie espressioni. Una parolina ormai abusata è “irricevibile” riferita a qualsiasi cosa non collimi con i propri pensieri. Interessante è che nel momento in cui si definisce irricevibile, la proposta è stata già ricevuta e valutata. Altro termine è “ibrido” riferito alla minaccia da contrastare che prende a prestito un termine scientifico per descrivere qualcosa che nel quadro bellico è assolutamente normale e quasi banale: la natura multiforme della guerra. Inoltre, se si riferisce alla nostra guerra, il termine ha carattere benigno e salutare inteso come incrocio anche migliorativo, se riferito all’avversario assume un significato maligno, qualcosa di infido, subdolo, illecito perché possa meglio spaventare e diffondere il panico. L’ibrido dell’avversario è più vicino al termine “bastardo” che al mix di capacità. In questa accezione in lingua inglese è un epiteto peggiore del più noto “figlio di p…”. Infatti quest’ultimo ha un senso commerciale che lo rende quasi accettabile per una cultura mercantilistica come quella anglosassone. Il “figlio di p…” è frutto di un rapporto negoziale legittimo: sesso in cambio di denaro. La meretrice è una impresaria di sé stessa e il figlio è semplicemente frutto di una distrazione, noncuranza o del malinteso sulla protezione assicurata dal pappone o da quella che l’incauta madre riteneva di godere portando al collo la medaglietta di San Nicola di Mira. Il bastardo è invece un figlio illegittimo, non voluto, frutto di un tradimento, di un contratto (il matrimonio) violato. Di recente, rappresentanti politici europei in preda al panico hanno riesumato il termine “ripugnanti” nella sua accezione più negativa di schifose, obbrobriose, vomitevoli, per definire le proposte di pace americane per l’Ucraina piegata da una guerra “bastarda”. In effetti deve essere realmente ripugnante l’idea di far cessare un conflitto che promette ricchezze e soddisfazioni per pochi operatori e politici ibridi (multiformi) e le loro schiere di sostenitori e megafoni ibridi (bastardi).

L’amico e collega prof. Giuseppe Romeo nei suoi lucidi post ha chiesto ragione di un altro termine abusato e distorto dal panico europeo: “Inaccettabile”. “L’Unione europea – scrive Romeo – rivendica un posto da protagonista in un conflitto che ha combattuto seguendo prima gli Stati Uniti neo-conservatori e poi continuando sulla pelle degli ucraini, sostenendo un regime di dubbia legittimità. Ma è un posto che non le spetta avendo rinunciato sin dall’inizio delle ostilità ad assumere quel ruolo di principale negoziatore che lo spirito dei trattati del 1957 e delle successive ambizioni di affermarsi come fattore di stabilità continentale le avevano riconosciuto e nel quale si doveva credere e sperare. L’Europa, ovvero la UE, può indignarsi quanto vuole. Per la Kallas le condizioni sono inaccettabili? Può sempre decidere di combattere e così regolare i conti con Mosca, ma dovrebbe spiegare come e in che misura abbia avuto un padre ministro comunista nella Estonia sovietica e oggi motivare questo cambio di direzione, questo odio poco riconoscente. E se è inaccettabile un tentativo di negoziato se non considerando solo le condizioni poste dall’Unione europea, che non conta caduti se non quelli altrui, bisogna ricordare che è inaccettabile, oltre che irresponsabile, aver provocato la Russia trattandola da pezzente. Inaccettabile è stato rifiutare ogni possibile negoziato dopo aver affondato Minsk e Istanbul, costringendo l’Ucraina a rifiutare ogni tipo di accordo (si ricordi Boris Johnson e Starmer, Stoltenberg o il nuovo Rutte). Inaccettabile è stata una diplomazia europea miope e supponente che dopo aver seguito pedissequamente le ultime ambizioni americane di ciò che restava della prospettiva neocon affidate a Biden, dopo essere stata abbandonata da Trump tenta di fare la voce grossa giocando sulla paura del domani. Inaccettabile è aver permesso che il sangue di una guerra inutile corresse di nuovo sul continente come inaccettabile è l’aver usato il sangue degli ucraini, quelli onesti costretti a pagare gli errori e le ambizioni di pochi. Inaccettabile è aver bruciato risorse che avrebbero permesso di rilanciare l’economia europea e tutelarne la competitività, di migliorare la qualità della vita dei cittadini europei e di mantenere l’efficienza operativa degli strumenti militari europei di cui da oggi, e per i prossimi anni, non potremmo disporre, Rearm-EU nonostante. Inaccettabile è il non aver avuto almeno un piano di controllo delle risorse affidate al governo ucraino per evitare fenomeni di corruzione che sembrano tutt’altro che occasionali. Inaccettabile è l’improvvisazione, il dilettantismo dimostrato da leadership inadeguate non solo a portare avanti uno spirito europeista concreto, ma ad affrontare le prossime sfide da pari con Paesi che non intendono essere considerati secondi a nessuno. Oggi, coloro che rifiutano la proposta di Trump e sono alla ricerca di una “pace giusta”, poi ricorretta in “pace dignitosa” – e si spera non si trasformi in una pace obbligata e senza condizioni – dovrebbero spiegare perché ci sono voluti quattro anni e un milione di morti per raggiungere un risultato che si sarebbe potuto raggiungere dopo sei mesi solo se gli Stati Uniti di Biden ma, soprattutto, una troppo compiacente Unione europea l’avessero voluto”. (Il mondo visto da Sud. Una pace giusta? 23.11.25).

Ed ecco due termini riapparire dai recessi della storia della diplomazia: uno, “compiacere”, era da bandire in quanto sinonimo di servitù e piaggeria e l’altro, “dignitoso”, era da preservare in quanto pilastro delle relazioni internazionali e dei negoziati quando le parti riconoscevano di avere il dovere di rispettare la dignità altrui per salvaguardare la propria. Oggi il primo termine si riafferma nelle forme peggiori d’incompetenza e servilismo e il secondo si perde non tra le rovine della guerra, ma tra quelle della politica contagiata dal panico della burocrazia.


Dostoevskij, solitudine e pistole: così va la vita


“Beata solitudo, sola beatitudo” (san Benedetto da Norcia)

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – Parecchi anni fa Gianfranco Funari, intervistato in strada da Roberto Poletti, disse: “Io sono un uomo solo”, e pur non conoscendomi affatto, riprese: “Se penso a un altro uomo solo penso a Massimo Fini”.

Qui faccio una lunghissima digressione. Col pool di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli e Di Pietro in testa, Gianfranco Funari fu uno dei protagonisti di quella stagione, insieme a un non ancora indementito Vittorio Feltri, diventato, a 82 anni suonati, un pugile. Feltri era quest’anno alla Festa del Fatto, da remoto, e si vedeva benissimo che gli tremavano le mani. Evidentemente c’è una certa voluttà in alcuni uomini nel rendersi ridicoli, è una parte dell’animo umano. “Tutte le situazioni abiette, degradanti e soprattutto ridicole hanno sempre suscitato in me, insieme a una collera smisurata, una voluttà altrettanto smisurata”. Confessione del principe Stavrogin, nei Demoni di Dostoevskij.

Tutti i protagonisti di Mani Pulite hanno fatto una brutta fine: Funari fu esiliato a Odeon, Di Pietro si mise in politica, ma non era la sua parte, perché da uomo onesto qual è non è capace delle furfanterie che sono il pane della politica, inoltre gli comprarono uno dei suoi senatori. Feltri si salvò a modo suo, il suo solito modo: cambiando gabbana. Da iperforcaiolo che era stato da direttore dell’Indipendente (gli attacchi ai figli di Craxi, Stefania e Bobo, il “cinghialone” appioppato a Bettino trasformando una legittima inchiesta della Magistratura in una sorta di “caccia sadica”, il democristiano Enzo Carra sbattuto in manette in prima pagina) divenne ipergarantista quando passò alla corte di Berlusconi, che è morto, ma il berlusconismo esiste ancora, anzi, è più forte che mai e irradia le sue malefatte, come il Dio di Plotino. Il berlusconismo non va confuso con la Destra, che può essere una cosa seria, ma è un modo da canaglie di affrontare il mondo, violando tutti gli articoli del Codice penale e anche, con opportuni aggiornamenti, del Codice di procedura penale, senza pagar dazio.

Ero quindi “un uomo solo”, come diceva il buon Gianfranco e, seguendo il brocardo di San Benedetto, avrei fatto meglio a restarlo. Ma la vita dell’asceta non è fatta per me. Sugli asceti c’è poi una barzellettina che mi auguro diverta il lettore. Siamo sull’Himalaya e tre Illuminati decidono di arrampicarsi su quegli altissimi picchi per lasciarsi alle spalle la confusione del mondo. Passano sette anni in assoluto silenzio. Primo Illuminato: “Che pace c’è qui”. Passano altri sette anni, secondo Illuminato: “Hai ragione”. Passano altri sette anni, terzo Illuminato: “Se continuate a fare casino me ne vado”.

Quindi mi sono immerso nella vita, come tutti. Ho avuto persino una moglie, fidanzate e, sia pure in dosi minori, fidanzati. E poi ci sono stati gli amici e ci sono, sempre meno, dei fan che mi pongono, come se fossi Domineddio, domande impossibili, prive di senso, per esempio “che senso ha la vita?”. E che cazzo ne so io, della vita. Non so nemmeno se esista o non sia piuttosto una nostra allucinazione. Mi chiedono poi consigli come se fossi Gesù nel Tempio, e non potessi quindi più dare cattivo esempio, sui loro percorsi professionali. La sola cosa sensata, appunto, è che non contano gli obiettivi, tanto non vengono mai raggiunti, ma un percorso che ti dia, nel momento in cui lo stai facendo, non la “felicità” (parola proibita che non dovrebbe mai essere pronunciata) ma armonia, calma, serenità, tutte cose molto difficili da raggiungere in un mondo basato, sostanzialmente, sulla competizione economica.

Di tutto quel casino che è stata la mia vita, che rimane se non la solitudine? Ha avuto un senso darsi tanto da fare? La solitudine si apparenta, in qualche modo, al suicidio. Il suicidio del giovane ha un suo valore estetico e anche etico, perché si gioca tutto ciò che ha, la vita. Quello del vecchio è avvilente, perché si gioca solo degli spiccioli. Una cosa è la solitudine come libera scelta, altra quando è obbligata.

Quando avevo ventisette anni, l’età limite secondo me, avevo una rivoltella, ma sono un vigliacco e non ho mai avuto il coraggio di usarla. Ho perso la battuta.

La lascio in eredità alla mia giovane assistente.


Da Oslo a Parigi: l’Europa vuole indossare divise e moschetto


Macron pensa a un “Servizio Universale volontario”

(di Cosimo Caridi – ilfattoquotidiano.it) – L’Europa è il continente più vecchio del mondo e, escludendo gli Usa, è anche il posto dove si spende di più per la Difesa. Non basta: quasi tutti i governi spingono per un ritorno al servizio militare. La mappa europea mostra approcci diversi. Alcuni Paesi puntano su leva obbligatoria o selettiva, altri su modelli volontari rafforzati. In Germania la leva obbligatoria era stata sospesa nel 2011. Ora il governo di Friedrich Merz propone un modello “ibrido”, ispirato a quello svedese. Da gennaio tutti i giovani di 18 anni dovranno registrarsi online per una visita medica di selezione. Il servizio rimane volontario, con durate tra 7 e 23 mesi, ma è previsto un meccanismo automatico di coscrizione se i volontari risulteranno insufficienti. L’obiettivo dichiarato è raggiungere un numero di effettivi e riservisti che risponda ai nuovi piani Nato. In Scandinavia alcuni Paesi, che hanno mantenuto la coscrizione anche dopo la Guerra fredda, mostrano modelli diversificati. In Svezia la leva, reintrodotta nel 2017, è selettiva per entrambi i sessi: all’obbligo di registrazione per i 18enni segue la chiamata in armi solo parziale, con servizio tra 9 e 15 mesi. In Norvegia la coscrizione è obbligatoria per uomini e donne dal 2015, con servizio di 19 mesi. La Danimarca ha varato nel 2025 un’estensione della leva alle donne, con periodo iniziale di quattro mesi, prorogabile fino a 11. Questi sistemi puntano su ridotte quote di coscritti, ma su una riserva stabile e integrata. Anche i Paesi baltici sono in allerta. In Estonia la coscrizione per i maschi tra 18 e 27 anni è in vigore da decenni, con servizi tra 8 e 11 mesi. La Lettonia ha reintrodotto la leva per uomini nel 2023, con servizio di 12 mesi; è previsto un piano per estenderla anche alle donne dal 2028. In Lituania la leva è attiva per gli uomini 18-23 anni. Anche la Finlandia conserva la coscrizione universale per maschi, con un impegno tra circa sei mesi e un anno a seconda del ruolo. La riserva potenziale è ampia e considerata un pilastro della difesa nazionale, soprattutto dopo l’ingresso nella Nato. In Francia la leva obbligatoria era stata abolita nel 1997 in favore di un esercito professionale. Pochi giorni fa il presidente Emmanuel Macron ha annunciato un Servizio Nazionale Universale volontario per giovani di 18-25 anni, con fase militare opzionale di 10 mesi. L’obiettivo è raggiungere 50 mila volontari l’anno entro il 2030. “Dobbiamo rafforzare il patto tra le forze armate e la nazione”, ha detto Macron, definendo il servizio un mezzo per affrontare “le incertezze e le tensioni” nel contesto internazionale. In Gran Bretagna l’esercito è professionale dal 1960. Nel 2024 era stata avanzata una proposta per un “National Service” di 12 mesi militari o 13 mila ore civili, poi abbandonata dopo le elezioni. Nel marzo 2025 il ministro della Difesa ha ribadito che non ci sono piani per reintrodurre la coscrizione. Il governo preferisce puntare sul reclutamento volontario e sull’aumento della spesa militare entro il 2027. In Polonia la leva era stata sospesa nel 2009. Dal 2022 è stata reintrodotta una coscrizione selettiva: maschi tra 18 e 60 anni devono registrarsi, con servizio volontario di 12 mesi. Dal 2023 le donne possono arruolarsi volontariamente. Il governo punta a formare entro il 2027 una riserva di circa 200 mila persone.


L’ultimo chiuda la guerra


Ucraina, Zelensky a pezzi: lascia Andriy Yermak, il suo Richelieu. E tutto il cerchio magico crolla. Yermak infine si è dimesso e dice addio ai negoziati: “Andrò al fronte”. I media in patria: “La nave affonda”

(di Michela A.G. Iaccarino – ilfattoquotidiano.it) – Poco tempo fa aveva salda sotto gli occhi e tra le mani l’incrollabile solidarietà del mondo. Vicino aveva solo amici e alleati: in patria e all’estero. Oggi Zelensky, invece, ha intorno grossi scandali, ancor più imponenti dubbi e dilemmi, che domani e nei giorni a venire, probabilmente, diventeranno ancora più grandi. Se al fronte perde territori mentre avanzano i russi, nei corridoi dei suoi palazzi perde collaboratori. Il più fidato, il suo braccio destro e amico, quello che gli rimaneva accanto da ben prima che diventasse presidente, è rimasto travolto dalle indagini sulle tangenti da cento milioni di dollari sottratte agli appalti statali per il settore energetico: Andriy Yermak, il suo ormai ex capo di gabinetto, è andato via.

Molti, dal 2022, avevano imparato a considerare Yermak una specie di co-presidente; per altri, era diventato molto di più: se non onnipotente, il più potente tra i fedelissimi. Per la sua vertiginosa scalata il suo soprannome era diventato “cardinale verde”: la carica a sottolineare l’influenza conquistata sul presidente, il colore a ricordare la mimetica militare che indossa sempre. E che evidentemente continuerà a indossare: nel rassegnare le dimissioni, ha comunicato che raggiungerà il fronte, ma forse il suo nom de guerre non ricorderà più quello di un’eminenza potente. Nei faldoni delle indagini condotte dalla Nabu, Ufficio anti-corruzione ucraino, e dalla Sapo, Procura anti-corruzione, gli inquirenti gli avevano affibbiato il nome in codice di Ali Baba, quello dei Quaranta ladroni. Perché, riporta l’Ukrainska Pravda, con quel personaggio della favola persiana Yermak condivide le iniziali di nome e patronimico: Andriy Borysovych.

Quando sono arrivate le forze dell’ordine a perquisire casa sua qualche giorno fa, non gli hanno detto nemmeno cosa stessero cercando. E non è ancora del tutto chiaro in che maniera sia collegato alle indagini l’ex avvocato, ex produttore cinematografico, nominato capo dello staff del presidente nel 2020 per sostituire Andriy Bohdan. Ma è noto invece che da mesi i cerchi delle indagini hanno cominciato a stringersi intorno a suoi subordinati, uomini fidati e delfini. Il suo ex vice, Andriy Smyrnov, è stato accusato di riciclaggio e corruzione, oltre che di arricchimento illecito; in precedenza, accuse simili hanno raggiunto anche altri fedelissimi, Kyrylo Tymoshenko e Rostyslav Shurma. In questi anni di guerra, ricchi sono diventati i suoi ex soci. Uno più degli altri, Artem Kolyubayev: produttore cinematografico finito nel Consiglio per il sostegno statale al cinema, imprenditore che ha poi investito nell’immobiliare e anche nella produzione di droni.

Yermak non è l’unica spalla che Zelensky ha perso nelle ultime settimane: sono stati costretti a lasciare la poltrona, perché raggiunti dai segugi Nabu, anche il ministro della Giustizia Herman Halushchenko, e la titolare del dicastero dell’Energia, Svitlana Hrynchuk. Insieme, per gli inquirenti erano nella banda gestita da Timur Mindich, proprietario della società di produzione Kvartal 95: quella che ha reso Zelensky, nella sua prima vita, il comico più conosciuto in molti dei Paesi ex sovietici. Mindich, un altro vecchio amico del presidente, è scappato prima che riuscissero ad arrestarlo.

“La nave sta affondando?”, è una delle domande centrali che si pone il Kyiv Post, che ripercorre difficoltà e scandali attorno al presidente, che rischia adesso un simultaneo collasso dei fronti: militare, politico e diplomatico. Yermak non farà più parte della delegazione che presto incontrerà il team Repubblicano inviato da Trump per mettere fine al conflitto: Zelensky, che presto sceglierà anche un nuovo capo di gabinetto, l’ha già sostituito. “La sua monopolizzazione del potere ha suscitato critiche, sia all’interno dell’Ucraina sia dagli alleati occidentali”: del cardinale verde, che se ne va con la sua lunga ombra grigia, scrive così il quotidiano Politico. Nessuno, di Yermak, sentirà la mancanza. Forse, senza ammetterlo, solo Zelensky.


Il riformismo che manca all’opposizione


Il riformismo che manca all’opposizione

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – L’Italia non sarà più il laboratorio politico di cinquant’anni fa, però qualcosa di interessante sta avvenendo tra Alpi e Lilibeo. Si delineano potenzialità e contraddizioni che potrebbero mutare lo stato delle cose. Le recenti elezioni hanno pure dato qualche segnale a proposito. Il primo riguarda l’eccezionale gravità dello stacco tra opinione pubblica e sistema politico.

I cosiddetti partiti fingono di non vederlo, poiché il Dio acceca coloro che vuol perdere, e continuerebbero a raccontare di vincitori e vinti anche laddove andassero a votare solo i candidati e i loro famigli. Ma non potranno durare nella farsa ancora a lungo. In un Paese dove il reddito reale del lavoro dipendente e della grande massa dei pensionati è in caduta da una generazione, dove il lavoro dei giovani continua a essere precario e sottopagato, e a migliaia emigrano, dove anche il sistema dei servizi essenziali, scuola e sanità, si sta rapidamente adeguando al modello americano: li ha chi paga, ebbene in un simile Paese l’insoddisfazione, la frustrazione, il disagio potrebbero in ogni momento assumere una forma assai più dura del non voto. Dipende, è ovvio, se esiste chi sappia dar loro forma e organizzazione politica.

Meloni è forte, ma trina. Questo dice con chiarezza il risultato elettorale. Non si ripeterà con lei il caso Berlusconi. E il risultato nel Veneto rende anche incerto che possa domani rivendicare primati in Lombardia. Meloni ha fatto il pieno che poteva dell’elettorato altrui, ora inizia davvero per lei la faticosa età del necessario compromesso. E le contraddizioni da superare sono stridenti. Con sé stessa anzitutto! Tutta la sua carriera politica e la sua affermazione si sono svolte all’insegna di un’idea di “destra sociale”. Il suo governo si è accreditato sul piano internazionale (e cioè presso le grandi potenze economico-finanziarie) per una politica che contraddice quella idea dai fondamenti, sul piano teorico e pratico.

Quanto potrà avere ancora corso la pura e semplice menzogna che la Meloni di prima è la stessa di ora? Il governo si è pienamente arreso al grande corso del neo-liberismo scatenato, e questo spiega anche perché Tajani regga così imprevedibilmente, saltellando tra i suoi giovani alleati.

Naturalmente, che questa evidente contraddizione, intrinseca alla forza fondamentale di governo e al suo stesso elettorato, si esprima politicamente oppure no dipende dall’azione del cosiddetto “campo largo” e del PD in primis. Se affrontare il nodo di radicali riforme in politica fiscale e ridistributiva resteranno anche per loro un tabu, Meloni potrà vivere tranquilla. Relativamente, tuttavia – poiché si è resa esplicita con queste elezioni la contraddizione di fondo tra Fratelli d’Italia e Lega.

Non si tratta di rivendicare primati su sovranismo, nazionalismo o altro. Questa è tutta fuffa ideologica. La Lega è Nord. Le elezioni dicono in via definitiva che la Lega per sopravvivere e contare deve tornare a essere nordista. Non contano i nomi, Salvini o Zaia, ma lo stato di necessità. Proprio questo pone problemi sempre meno rinviabili a Meloni. Fino a che punto le rivendicazioni della Lega in materia di autonomia regionale, rivendicazioni che sarà impossibile silenziare, e che sono evidentemente tutte pensate in chiave nordista, potranno essere digerite dal suo governo e dal suo elettorato?

Su questo terreno l’iniziativa dell’opposizione avrebbe spazi enormi. Se non si limitasse a essere opposizione. È una linea di radicale e coerente riformismo che essa dovrebbe assumere. Contro lo pseudo-federalismo della Lega e il centralismo statalistico-burocratico che procede per inerzia in Italia, stante l’impotenza riformatrice del ceto politico. Non ha alcun senso contrastare il disegno leghista difendendo l’attuale assetto regionalistico; e così neppure è ragionevole opporsi ai presidenzialismi d’accatto di Meloni sotto la solita bandiera della “Costituzione più bella del mondo”.

Alla Lega va opposta una cultura federalista reale, che comporta Regioni pienamente responsabili per le proprie entrate, una Camera delle Regioni, l’eliminazione dell’attuale Senato. Soltanto su questa base, con Regioni e Parlamento forti, non succubi delle decisioni finali dell’Esecutivo, avrebbe senso in Italia discutere anche di un modello presidenzialistico. Se l’opposizione cessasse di inseguire e costruisse una propria strategia riformatrice, potrebbe far leva sulle contraddizioni che l’attuale governo occulterà con fatica sempre maggiore e rimescolare le carte nella stessa opinione pubblica, anni luce lontana dai vecchi schemi di destra e sinistra.

La vera politica, infine, è sempre stata politica estera. Questa contraddistingue la forza di un Paese. E su questa una strategia riformatrice dovrebbe essere misurata. L’opposizione attuale semplicemente non ne ha. Aspirazioni generiche, richiami a “diritti delle genti” che non si incardinano in alcuna proposta concreta.

Una opposizione di governo dovrebbe ragionare in questo modo: mi siedo al tavolo delle trattative, quale la mia idea per porre fine al conflitto russo-ucraino? Come intenderei sistemare Crimea, Donbass, rapporti Ucraina-Nato? Quale posizione assumo nei confronti di quei leader europei in preda a un delirio russofobico? E sulla tragedia palestinese? Oltre alle ovvie condanne di eccidi di civili e di efferati atti di terrorismo, che si rincorrono gli uni agli altri, rimane o no ferma l’idea che solo la formazione di un autonomo Stato palestinese può aprire alla speranza, peraltro assai debole, di una qualche pace?

Anche qui c’entra l’interesse nazionale, non ideologie di destra o sinistra: la grande maggioranza degli italiani conosce le conseguenze di queste guerre e della impotenza europea anche solo a cooperare per porre a esse termine. Spendere in armi, aggravare il nostro deficit energetico, aumentare la spinta inflattiva, non ha nulla a che vedere con le sofferenze dei popoli che vivono la tragedia della guerra, ma neppure li aiutano, come i fatti clamorosamente dimostrano.

La linea del governo galleggia tra subalternità a Stati Uniti e moderazione in ambito europeo, cioè non ha alcuna linea. E quella dell’opposizione se domani vincesse? Fino a che alla domanda non vi sarà risposta, la Meloni può vivere serena.


Chissà se lo sanno


(di Michele Serra – repubblica.it) – C’è da chiedersi se per i manifestanti pro Pal che hanno invaso e vandalizzato la redazione della Stampa, vuota per lo sciopero, in difesa di un imam radicale, sia totalmente trascurabile (o forse: del tutto ignoto) il ruolo politico che il fondamentalismo islamista ha avuto negli ultimi vent’anni (almeno).

Un ruolo nefasto non tanto per il cosiddetto Occidente e in particolare per l’Europa (le cui sorti, per altro, sono del tutto indifferenti a questi giovani europei scontenti di esserlo); ma per i Paesi arabi e il mondo musulmano nel suo complesso, devastati dall’ossessione reazionaria e antimoderna di un clero oscurantista e patriarcale che, ovunque, ha lasciato segni tremendi nella carne dei popoli e delle donne in particolare.

Dalla repressione delle primavere arabe alla teocrazia femminicida di Teheran, dall’orribile regime afgano, per il quale è proibito anche cantare, e per le bambine andare a scuola, alla torsione religiosa che Hamas ha imposto alla resistenza palestinese, un tempo laica e ora islamizzata, per arrivare al giro di vite contro i curdi (laici e di sinistra) per mano dell’islamista Erdogan, è mai possibile che i ragazzi pro Pal non vogliano o non possano mettere a fuoco quanto sia nemico della libertà il fondamentalismo islamico (tanto quanto il fondamentalismo cristiano dei Maga, tanto quanto il disgustoso suprematismo biblico dei coloni israeliani in Cisgiordania)?

Davvero basta essere “contro l’Occidente” per giustificare qualunque paranoia reazionaria, da Putin al jihad? Ma se così stanno le cose, a che vale invocare la libertà e i diritti come bene universale? E con il patriarcato, che nell’Islam fondamentalista conosce il suo trionfo, come la mettiamo?


Europa, il confine tra prudenza e incoscienza


È possibile che dopo ottant’anni di pace un conflitto investa l’Ue senza che nessuno abbia deciso di scatenarlo davvero? La risposta è sì

Oldenburg, Holstein (Germania), 21 novembre: un soldato durante le esercitazioni Nato

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Tamburi di guerra rullano in Europa. Il ministro tedesco della Difesa Pistorius avverte che la Russia potrebbe attaccare il suo e altri Paesi Nato prima del 2029. Il cancelliere Merz sostiene che la Germania non è ancora in guerra ma nemmeno in pace. La Bundeswehr lascia filtrare dettagli sulla mobilitazione di 800mila soldati atlantici per arginare l’eventuale aggressione di Mosca.

Nei Paesi scandinavi come nei baltici e soprattutto in Polonia è come se l’invasione russa fosse alle porte. In FranciaGermaniaItalia si pianifica il ritorno a qualche forma di leva o riserva rafforzata, malgrado l’impopolarità di tale misura. Nell’emergenza persino i calcoli elettorali sono messi da parte in nome della sicurezza nazionale.

Questo clima non riguarda solo la preparazione delle Forze armate, ma la conversione dell’opinione pubblica alla pre-guerra. Perché lo scontro si combatterebbe in tutti i domini strategici, a partire dalla comunicazione, e coinvolgerebbe in ogni senso la popolazione civile. Soprattutto, condizione della vittoria sarebbe il cedimento del fronte interno nemico prima che la sua sconfitta sul campo. Sotto questi profili, in cui siamo partiti da zero, siamo già in modalità bellica.

Ma qual è il confine tra prudenza, prevenzione del rischio, e innesco di un meccanismo bellico semiautomatico? In altre parole, è possibile che dopo ottant’anni di pace un conflitto devastante investa l’Europa senza che nessuno abbia deciso di scatenarlo davvero? La risposta è sì. La storia delle due uniche guerre mondiali, scaturite sul suolo europeo e — sinistra coincidenza — entrambe con l’Ucraina quale strategico campo di battaglia, informa che la linea d’ombra guerra/pace fu valicata da “sonnambuli” o aggressori inconsapevoli di innescare un conflitto mondiale.

E nei duelli di propaganda e contropropaganda, fino a che punto possiamo scernere disinformazione e realtà? Per tacere degli interessi industriali e finanziari che nell’atmosfera bellicista vedono incentivati programmi di riconversione industriale dal civile al militare.

Molti tra coloro che pubblicamente annunciano imminente l’aggressione russa al fronte orientale della Nato in privato non la danno affatto per probabile, considerando capacità prima che intenzioni di Mosca. Non occorre però una laurea in psicologia per stabilire che a forza di martellare a scopo preventivo l’imminenza della guerra si può finire per crederci. E caderci. Da una parte e dall’altra della barricata. La differenza è che dall’altra parte in guerra ci sono già.

Resta da capire come mai gli europei che temono di finire nel mirino russo siano rimasti ai margini delle negoziazioni informali per chiudere o almeno sedare la guerra di Ucraina. Con ciò contribuendo a convincere russi e americani dell’inutilità di coinvolgerci nei loro commerci semisegreti. Nei quali il futuro assetto di ciò che resterà dell’Ucraina è corollario di una trattativa globale, come d’uso tra potenze che si vogliono mondiali. Sicché la sorte degli ucraini e di noi altri europei sarà funzione di intese o disaccordi tra Washington, Mosca e di riflesso Pechino. Non siamo padroni del nostro destino ma ci raccontiamo di poterlo decidere.

Molto si è discettato negli ultimi anni circa una nuova guerra fredda. Tesi fuorviante, specie dopo che il 24 febbraio 2022 è scoppiata quella calda. La pace europea chiamata guerra fredda era basata sulla deterrenza Usa-Urss, nemici che si conoscevano bene e si riconoscevano reciprocamente titolari d’una sfera d’influenza ben delimitata.

La novità è che oggi Stati Uniti e Russia non sono nemici. Mentre noi europei, fittiziamente riuniti dal crollo del Muro, rispolveriamo memorie e stereotipi che ci vogliono nei secoli opposti gli uni agli altri, fino al punto di ridurci da imperi transcontinentali ad attori non protagonisti. Adattati a subire, non a determinare il nostro futuro.

La questione delle questioni è quindi la seguente: se finiremo in guerra con la Russia gli Stati Uniti scenderanno in campo con noi oppure ci tratteranno come gli ucraini — vi diamo le armi per indebolire i russi, non per batterli? La seconda opzione ci pare meno improbabile. Tempo di avanzare soluzioni negoziali realistiche e impegnative, così volenterosamente partecipando alla prevenzione della grande guerra in Europa.


Atreju, l’autogol di Schlein (ri)spacca i giallorosa. I sospetti dem fanno infuriare il M5S


No di Elly dopo l’invito di Meloni esteso a Conte

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Solo lunedì scorso lei e lui sorridevano e si abbracciavano a Napoli, dopo la vittoria a valanga in Campania. Ma ora tra Elly Schlein e Giuseppe Conte c’è di nuovo un fossato di rancori e sospetti. I dem accusano l’ex premier di giocare di sponda con Giorgia Meloni, mentre lui è offesissimo con la segretaria del Pd e i suoi. Tutta colpa del pasticciaccio brutto di Atreju, con Schlein che mercoledì ha posto come condizione per essere alla festa di Fratelli d’Italia un confronto sul palco con la premier, senza preavvertire Conte. Da lì in poi, il diluvio.

Ossia il leader dei 5Stelle che non gradisce, e così il giovedì mattina ricorda sul sito del Fatto che anche lui aveva chiesto di duellare con la leader di FdI. Precisando poi che andrà ugualmente (sabato 13 dicembre alle 17, intervistato da un giornalista). La sera, il gol di Meloni a porta spalancata: “Ritengo che al confronto debba partecipare anche Conte che, a differenza di Schlein negli anni passati è venuto ad Atreju senza imporre vincoli. E poi non spetta a me stabilire chi debba essere il leader dell’opposizione”. Quindi la dem che a Piazza Pulita rovescia il tavolo: “Mi dispiace che Meloni abbia rifiutato il confronto con me, forse mi teme”. Si arriva a venerdì, con Conte agli Stati generali della ripartenza: “Schlein, saputo della mia presenza, ha preferito ritirarsi da Atreju. Mi dispiace, potevamo incalzare Meloni su vari temi”. Ma esce anche il suo ex portavoce, Rocco Casalino, durissimo: “La segretaria del Pd ha sbagliato tutto, ha offeso gli alleati”. Inaccettabile, per il Pd. Si nota, eccome, nel sabato in cui un bel pezzo del partito si raduna a Montepulciano. Così ecco Andrea Orlando: “Vorrei chiedere a Conte se è utile continuare a discutere per giorni del circo della Meloni”. L’ex premier legge, e non la prende affatto bene. Si morde la lingua per non rispondere. Ma dal M5S fanno notare: “Se il Pd considera Atreju un circo, perché Schlein voleva andarci?”. Nel mentre punge anche l’eurodeputato Dario Nardella: “Opinioni come quelle di Conte andavano dette riservatamente a Schlein invece che in pubblico: così si fa il gioco delle destre”. Scorie, figlie della competizione interna. Mercoledì Schlein ha invocato il confronto con Meloni innanzitutto per accreditarsi come la sfidante per le Politiche del 2027. Forse, anche un fallo di reazione al Conte che subito dopo le Regionali aveva lanciato il cantiere del M5S per il programma, rinviando il tavolo di coalizione a “dopo l’estate”.

La certezza è il fastidio che trasuda dai suoi virgolettati giovedì mattina. Solo dopo, giurano i 5Stelle, partono i contatti con FdI, sia tramite emissari – Giovanni Donzelli per Meloni, Michele Gubitosa per Conte – sia attraverso gli staff. Le vie tramite cui la premier informa il leader dei 5Stelle di quella nota che ai dem è parsa troppo benevola verso Conte. Anche per questo Schlein si è ritratta. Ora, a parte il Matteo Salvini che chiede un confronto all’ex premier (ignorato), sono veleni giallorosa. Con i 5Stelle risentiti pure per un passaggio di Schlein in tv: “Meloni vuole il confronto di coalizione? Portasse anche Salvini. E se vuole anche Tajani, noi possiamo portare Fratoianni e Bonelli”. Per dirla come un veterano del M5S, “ci tratta da cespugli”. Ci sarebbe anche il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi: “Non bisognava entrare nella trappola di Meloni, Conte e Schlein dovevano organizzarsi prima”. Troppo tardi.


Meloni, Schlein e Conte: test con l’IA


Per farmi un’idea più precisa sulla questione ho chiesto attraverso il mio computer all’Intelligenza artificiale ChatGpt se Elly Schlein ha fatto bene o male a non accettare la proposta […]

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Per farmi un’idea più precisa sulla questione ho chiesto attraverso il mio computer all’Intelligenza artificiale ChatGpt se Elly Schlein ha fatto bene o male a non accettare la proposta di Giorgia Meloni di un dibattito a tre con Giuseppe Conte. Ecco il responso: “Posso darti una risposta equilibrata e non partigiana, spiegando pro e contro della scelta, così puoi farti un’idea tua”. E con ciò rilanciandomi furbescamente la palla. Insomma, la leader del Pd potrebbe aver visto giusto nel rifiutare, sostanzialmente perché “accettare un dibattito definito dalla premier avrebbe potuto sembrare un riconoscimento della figura del suo principale avversario”. E poi “mantenere il confronto uno contro uno con la premier sarebbe stato più coerente con l’idea di essere lei l’alternativa principale al governo”. Al contrario, potrebbe aver sbagliato a dire no perché “una parte dell’opinione pubblica potrebbe interpretare il rifiuto come mancanza di disponibilità al dibattito”; e come “mancanza di capacità di gestire l’alleanza con il leader M5S”.

Visto che c’ero ho chiesto all’IA se, invece, Giuseppe Conte ha fatto bene a dirsi disponibile al confronto contro Meloni sul palco di Atreju con Schlein. Sì, mi è stato risposto, “perché il confronto a tre può essere visto come un segnale di disponibilità a discutere temi rilevanti davanti al Paese senza tirarsi indietro”. Inoltre, “Conte avrebbe un palcoscenico importante, soprattutto se riesce a marcare la differenza tra M5S e Pd”. Ma potrebbe aver sbagliato se desse la percezione che il vero duello sia tra Meloni e Schlein, con Conte “in posizione laterale”. Senza contare che “la partecipazione a un format ‘opposizione compatta’ contro la premier può rafforzare l’idea – che il M5S spesso rifiuta – di una convergenza organica con il Pd”. Infine, “la premier potrebbe sfruttare un confronto multiplo per far emergere le differenze (o i conflitti) tra Pd e M5S, invece di trovarsi un unico avversario”. Nello stesso tempo “dare uno spazio condiviso a due leader dell’opposizione significa per Meloni riconoscerli come interlocutori alla pari, offrendo loro visibilità”. Infine, “in un format a tre, la presidente del Consiglio potrebbe trovarsi in una posizione difensiva con due oppositori che concentrano le critiche su di lei”.

Se poi l’eventuale lettore pretendesse, come è giusto, un giudizio su tutta la questione da parte mia, direi di sì tutta la vita a un super dibattito con i principali protagonisti della politica italiana. Tra l’altro, sarebbe un modo molto efficace per restituire al giornalismo quella insostituibile funzione di cronaca, analisi e commento che, come si vede, il cervellone artificiale non è in grado di soddisfare. Quelle risposte così ovvie poteva darle chiunque. Perfino io.


Tre porcellini (più uno)


(di Marco Travaglio – il Fatto Quotidiano) – Nella Tangentopoli ucraina che decapita, testa dopo testa, la cricca di Zelensky, stupisce solo lo stupore. Bastava leggere l’inchiesta internazionale del 2021 “Pandora Papers” (pubblicata qui dall’Espresso) per sapere che il presidente plebiscitato nel 2019 proprio perché prometteva lotta dura alla corruzione (oltre alla pace con Putin) è al vertice di una piramide corrotta. Il marchio Servitore del popolo della fiction e poi del partito è un’esclusiva del suo padrino, l’oligarca Ihor Kolomoyskyi, re dei […]


Ponte Stretto: Salvini, no nuova gara, avvio cantieri nel 2026


Ponte Messina: Schlein al corteo, ‘Sono qui per dire al Governo di fermarsi, progetto dannoso’ 

(Di Ettore Ravenna – affaritaliani.it) – “Da qui, dalla manifestazione di Messina contro il Ponte sullo Stretto per dire al Governo di fermarsi, per dire di fermarsi su un progetto che il Partito democratico ritiene sbagliato e dannoso, sia dal punto di vista economico, che da quello ambientale che da quello sociale”. Lo ha detto la leader del Pd Elly Schlein arrivando al corteo ‘No Ponte’ a Messina dove stanno sfilando migliaia di persone per dire no al Ponte. “Le motivazioni della Corte dei conti hanno parlato chiaramente di una violazione delle direttive europee, sia quelle ambientali, come la direttiva Habitat, sia della direttiva sugli appalti per l’esclusione dell’autorità di regolazione dei trasporti, violazioni molto gravi- prosegue Schlein – Si legge in quelle motivazioni che mancavano gli elementi di motivazione sulla salute e sulla sicurezza e che, quindi, andava anche preventivamente raccolto il parere della Commissione europea”. “Non è stato fatto- aggiunge Schlein – E’ stata fatta una modifica sostanziale dell’appalto, senza rifare la gara. Non ci sono i dati completi per capire se c’è stato un superamento della soglia dell’aumento dei costi di oltre il 50%. Tutte cose che stanno nell’motivazioni della Corte e che devono portare il governo di Giorgia Meloni a fermarsi su questo progetto dannoso e sbagliato. E siamo qui per sostenere questa mobilitazione delle cittadine e i cittadini che su questo progetto hanno sempre fatto sentire la loro voce. Siamo al loro fianco”.

Ponte Stretto: Salvini, no nuova gara,avvio cantieri nel 2026

“La gara c’è stata, è stata fatta, ma ovviamente i costi dei materiali, dell’acciaio, del cemento, dell’energia non sono i costi di 10 anni fa. Questo non perché è cambiato il progetto, ma perché è cambiato il mondo. Non è cambiato strutturalmente il progetto, che anzi migliora e migliorerà ulteriormente. Sono cambiati i costi dei materiali dell’energia delle materie prime. Rifare un’altra gara significa dire di no al Ponte. Il mio obiettivo è aprire i cantieri nel 2026”. Lo ha detto il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, intervenendo in videocollegamento all’incontro “Connessioni Mediterranee: nuovo bilancio Ue, politiche di coesione, Pnrr e fondi per il Sud”. “Continueremo il confronto con le istituzioni europee per rispondere alle obiezioni e per sistemare gli atti. Sono convinto che riusciremo dopo 160 anni dal ragionamento sul primo progetto del Ponte ad aprire questi cantieri”, ha spiegato il ministro.

Ponte Messina: Salvini, ‘opera difesa? No a furbate, servirà a tutti’

‘Supereremo perplessità C.Conti e partiremo nel 2026’ Il Ponte sullo Stretto come opera per la difesa? “Non dobbiamo trovare sotterfugi o furbate, il Ponte servirà a tutti, è chiaro che servirà anche come strumento di maggior velocità alla difesa, ai vigili del fuoco, ai mezzi militari, ma il ponte serve ai siciliani, agli avvocati, ai medici, agli studenti, ai turisti, agli agricoltori, quindi io sono convinto che supereremo le perplessità che la Corte di Conti ci ha sottolineato e invece di partire come avrei desiderato entro novembre-dicembre di quest’anno coi cantieri, vorrà dire che partiremo nel 2026”. Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture e leader della Lega, Matteo Salvini, in video-collegamento con l’evento “Connessioni Mediterranee: nuovo bilancio Ue, politiche di coesione, Pnrr e fondi per il Sud”

Ponte Messina: Salvini, ‘lunedì riunione tecnica con ministeri a P. Chigi’

“Che il Ponte sia un’opera strategica è stato riconosciuto da tutti e la stessa Europa da decenni inserisce il Ponte sullo Stretto nei corridoi strategici chiesti dall’Europa”. Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture e leader della Lega, Matteo Salvini, parlando del progetto del Ponte sullo Stretto in video-collegamento con l’evento “Connessioni Mediterranee: nuovo bilancio Ue, politiche di coesione, Pnrr e fondi per il Sud”. “Lunedì ci sarà una riunione tecnica con tutti i ministeri a Palazzo Chigi, io sto incontrando anche docenti universitari e giuristi di primo livello che per passione, gratuitamente, stanno dando il loro contributo per proseguire col cammino”, ha aggiunto.


Chi protegge la nostra Privacy? Da Report nuove rivelazioni sull’Autorità garante dei dati personali


Report in onda domani: “Tra l’1 e il 2 novembre i garanti nella sede dell’Autorità è entrato un gruppo di persone estranee”. Per fare cosa?

Chi protegge la nostra Privacy? Da Report nuove rivelazioni sull’Autorità garante dei dati personali

(lanotiziagiornale.it) – “Chi protegge la nostra Privacy?”, è la domanda che dà il titolo alla puntata dell’inchiesta di Report, la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci in onda domani sera su Rai3, sul Garante della Privacy. E che aggiunge, ma non solo, nuovi particolari ad una vicenda iniziata con la multa da 150mila euro comminata dall’Authority alla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, poche ora dopo che uno dei commissari, Agostino Ghiglia (in quota FdI) era stato filmato mentre entrava nella sede di Fratelli d’Italia a Roma.

Report: chi protegge la nostra Privacy?

Ma cosa vedremo domani sera nel servizio di Chiara De Luca? “Andrea Mavilla, esperto di cybersecurity e della tutela dei dati personali, è entrato su alcune piattaforme come Lusha, Contact Kasper Apolloio, Uplead e altre situate negli Usa in Russia e Israele – si legge nell’anticipazione della puntata –. Senza forzarle è atterrato su banche dati che contenevano numeri di cellulare, utenze casalinghe, mail di capi di stato da Mattarella alla Premier, di tutti i ministeri, anche i più sensibili Difesa Esteri Interni, Interno dove ci sono i recapiti di Crosetto Tajani Piantedosi, fino ai data base delle utenze della stessa Agenzia per la cyber security, del Dis, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, questori, prefetti. I magistrati di tutta Italia”.

Ma non è tutto. “Poi ci sono i contatti delle nostre aziende più strategiche: Eni, Leonardo, Enel, Fincantieri, Banche come Cdp, Unicredit, Intesa San Paolo, Mps, Mediobanca, Generali, Mediolanum, e anche lo Ior. Le banche dati dei partiti, Confindustria e sindacati, quelle delle Tv: a partire da Mediaset e Sky. E i vari giornali più importanti da Repubblica, Corriere, Il Fatto, Il Giornale, La Verità, media italiani e stranieri, dal NYT alla CNN. C’è anche l’accesso a vescovi e cardinali e migliaia di contatti in Vaticano, fino a tutte le ambasciate nel mondo”, prosegue il comunicato.

Mavilla aveva contattato la Cia il 27 marzo, che ha cancellato le utenze. Da noi invece aveva denunciato all’Agenzia per la cybersecurity e anche al Garante della Privacy, che ha aperto un’istruttoria ad aprile. Ma i dati sono ancora là. Fino alla Polizia Postale che ora sta indagando”. E intanto i quattro membri del collegio del Garante? “Dovrebbero chiarire senza indugi se è vero che tra l’1 e il 2 novembre, a ridosso della messa in onda della puntata di Report dedicata al funzionamento dell’Autorità – conclude l’anticipazione –, sono entrati in ufficio con un gruppo di persone estranee che sarebbero rimaste negli uffici anche di notte. Per fare cosa?”.

Report, gli altri servizi in onda domani

Altro tema ne La Casa di Carta, (di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella, Lidia Galeazzo con la collaborazione Alessia Pelagaggi). “Mancano pochi mesi alla scadenza dei progetti del Pnrr per la salute del territorio e in molte regioni italiane le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità non sono ancora completi. E dove le mura sono state tirate su, spesso mancano i servizi. Se decollasse, il progetto di una sanità di prossimità – dedicata a prevenzione e presa in carico del paziente – sarebbe una benefica rivoluzione per i pazienti. Ma inefficienze delle amministrazioni locali e gruppi di interesse remano contro. Report racconterà la situazione sul campo in alcune regioni italiane”.

“Dopo l’anticipazione di Report sulla carne congelata scaduta rimessa in commercio si è scatenato un putiferio”. Se ne occupa Giulia Innocenzi con la collaborazione di Greta Orsi ne Il lotto magico. “La trasmissione d’inchiesta ha raccolto ulteriori immagini, che confermerebbero la prassi” di rimettere in commercio “carne scaduta, che finirebbe anche ai ristoranti e alla grande distribuzione”, rivela l’anticipazione della puntata. “Ma perché i controlli non hanno mai intercettato questa pratica? Da quanto tempo si faceva? E chi c’è dietro la gestione dei lavoratori? Nuove inquietanti rivelazioni partono da Mantova e arrivano dritte a Bari, all’ombra della criminalità organizzata”.

Lab Report: il circolo degli illuminati

Infine Rosamaria Aquino (con la collaborazione di Norma Ferrara) è tornata a Fiumicino “per capire come vengono affidati gli appalti dal Comune del litorale laziale”.


La peste nera che avanza


Dal mito del buon selvaggio alle comunità völkisch: quando la nostalgia diventa incubatrice di nazismo.

(di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Non intendo cadere nella trappola della polemica stucchevole che oppone tifoserie pro e contro i genitori dei tre bambini sottratti alla coppia anglo-australiana in Abruzzo. In materia di tutela dei minori, la legge deve prevalere su tutto. Personalmente confido nell’operato dei servizi sociali, che di norma agiscono con attenzione e scrupolo, senza colpi di testa né prevaricazioni. Pertanto, se i criteri fondamentali di difesa dei minori – obbligo scolastico, socialità, requisiti igienici e di vivibilità – non vengono rispettati, lo Stato ha il dovere di intervenire. 

Il cuore del mio ragionamento, tuttavia, non è questo. È piuttosto il modo in cui una vicenda di cronaca si trasforma, sempre più spesso, in terreno di scontro ideologico. Orde di tifosi si schierano a favore o contro, e la discussione scivola dal piano giuridico a quello metafisico: i limiti dell’intervento dello Stato, i confini della libertà genitoriale, il diritto di scegliere uno stile di vita alternativo. Tutto giusto, e si può star certi che chiunque trovi argomenti per portare acqua al proprio mulino. Nel frattempo, la politica, fiutando l’occasione, non tarda a metterci il cappello: in questo caso la destra dura e pura di Salvini, sempre pronta a cavalcare il populismo di facciata. 

Ciò che colpisce maggiormente, nelle interviste rilanciate da cronisti e programmi televisivi spesso morbosi, è il consenso diffuso verso il mito del “vivere semplice”: comunità rurali, ritorno alla natura, riscoperta del “buon selvaggio”. Un mito che, almeno a parole, sembra affascinare ampi strati della popolazione, specie dopo gli anni cupi della pandemia, l’inflazione galoppante, le guerre in Ucraina e Gaza, e l’esplosione dei complottismi. 

Colpiscono anche la sicumera e l’arroganza delle dichiarazioni di esponenti della destra di governo, oggi schierati a favore di questo modo di vivere alternativo che, in altri tempi, fu cavallo di battaglia della sinistra intransigente: le comuni, lo stile di vita vicino alla natura, il ritmo biologico interiore. 

E allora, che cosa è accaduto in questi anni di così sostanziale da produrre un capovolgimento a 360 gradi? 

Una risposta arriva forse dagli Stati Uniti, dove le comunità rurali – specie nel Sud del paese – hanno da sempre difeso valori identitari, contrapposti all’inclusione multiculturale delle città e delle università, che negli anni Dieci predicavano come vangelo la filosofia Woke. Ma fintanto che l’esempio arriva da oltre oceano, tutto ci appare circonfuso da un alone di mito sfocato, facilmente liquidabile come “la solita americanata”. Sarebbe invece il caso di guardare più vicino a noi, in un’Europa dove da anni è in corso un processo di radicalizzazione dell’estrema destra dai contorni sempre più preoccupanti. 

Lo dimostra la Germania, dove – come racconta Tonia Mastrobuoni nel suo eccellente saggio La Peste, di recente pubblicazione – proliferano le comunità völkisch (letteralmente dal tedesco: popolare, etnico). Una nuova peste che si diffonde silenziosamente, evocando il mito di purezza e comunità che fu alla base del nazionalsocialismo. Camus, nel 1947, descriveva la peste come metafora del contagio ideologico che prepara il terreno al totalitarismo. Oggi quella metafora torna attuale: la nostalgia per le comunità pure e incontaminate, da sogno di evasione e gioiosa alternativa al logorio della vita contemporanea, rischia di trasformarsi in incubatrice di ideologie che già hanno devastato l’Europa. 

Mastrobuoni, forte di un lavoro sul campo iniziato nel 2006 e costantemente rivisto fino ai nostri giorni, ci guida attraverso quella che sembra un girone dantesco. I nuovi völkischen non sono skinhead con mazze da baseball: si presentano invece come contadini d’epoca, vestiti ottocenteschi, nomi da saghe nordiche, famiglie numerose. La loro apparenza richiama più lo stile Amish che quello dei neonazisti. E dietro maglioni fatti a mano, capelli lunghi e piedi scalzi si cela un antico e feroce credo: Blut und Boden, sangue e terra. Una società nascosta, che vive e trama alle spalle della democrazia, e che parallelamente alla riscoperta delle piccole cose buone – di pascoliana memoria per noi italiani – coltiva l’orrore del passato. 

Queste comunità si sono radicate soprattutto nel nord della Germania, tra Bassa Sassonia e i Länder dell’ex DDR. A pochi passi dalla civilissima Amburgo, città inclusiva e alternativa, nei villaggi a sud di Lüneburg, Celle e Uelzen si è sviluppata una colonizzazione rurale pianificata. Qui, nel corso degli ultimi vent’anni, famiglie radicalizzate hanno iniziato a controllare i villaggi, infiltrandosi nelle associazioni locali: riparando fienili, restaurando edifici, arruolando i figli alle feste di paese, entrando nei circoli di caccia e nei pompieri. Così facendo, diffondono idee malate sotto la maschera della “comunità modello”. 

E invece eccoli lì, uomini e donne che sembrano usciti da una comunità protoreligiosa, dall’apparenza semplice e pacifica, ma che nascondono dietro la facciata il cuore nero del Terzo Reich. Cuore pulsante della loro “strategia”, come la chiama Mastrobuoni, è la formazione dei minori. Niente jeans, niente computer, niente lingue straniere. La musica hip hop è bollata come “incultura nera”. Le bambine vengono “addomesticate” precocemente, i maschi incoraggiati all’aggressività. Nei campeggi völkisch si recitano passi del Mein Kampf, si marcia all’alba anche d’inverno, si organizzano prove di coraggio con coltelli e riti germanici. L’obiettivo dichiarato da alcuni leader è prepararsi al “Giorno X”, alla presa del potere. 

C’e’ di più. In Meclemburgo, ribattezzata “Nazi-Toscana”, affondano le radici degli Artamani, i “protettori della zolla”, nati negli anni Venti. Himmler e Rudolf Höss incarnarono l’ideale di fattoria autosufficiente e famiglia numerosa come baluardo della razza. Oggi i neo-Artamani lavorano nell’agricoltura e nell’artigianato, ma la loro ideologia resta: odio verso stranieri, disprezzo per la democrazia, antisemitismo militante.

Tutto sembra accadere lontano dal clamore politico gridato, senza svastiche al vento, ma al contrario facendosi scudo di prodotti biologici e sorrisi rassicuranti. Inquietante. 

E la politica? Che legami ci sono con i partiti? Il consenso di questi nuovi völkisch è stato intercettato e convogliato negli ultimi anni attorno al partito AfD, Alternative für Deutschland. La politica ha dunque plasmato questo consenso nelle forme che le sono proprie. Non a caso, alle elezioni del 2025, il partito di AfD – guidato da Alice Weidel – ha ottenuto il 20,8% dei voti su base nazionale e 152 seggi al Reichstag, diventando il secondo partito nazionale. Nei Länder orientali è spesso il primo. 

Parallelamente, militanti di estrema destra hanno messo in atto strategie di intimidazione: pubblicazione di indirizzi di sindaci ritenuti nemici, violenze contro amministratori locali, pestaggi di politici in Turingia, Brandeburgo e Sassonia. L’obiettivo è chiaro: minare la democrazia diffondendo paura e scoraggiando l’impegno civile. 

Accanto alla politica che spalleggia questi rigurgiti, evitando di compromettersi troppo con esternazioni apertamente radicali, proliferano sette e culti: complottismi antisemitici, pseudoscienze come la “telegonia”, fino al culto di Anastasia. Qui la democrazia è descritta come progetto satanico, la purezza della razza come obiettivo spirituale. Con migliaia di seguaci che diffondono questi deliri su YouTube.

Per finire. I nuovi völkischen non sono un fenomeno marginale. Sono un mosaico di comunità rurali, élite culturali, partiti politici, sette esoteriche e reti criminali. Non più bunker e slogan urlati, ma tende da campeggio, miele, frutta, pratiche  biologiche e sorrisi educati. Non più il presente, ma un orizzonte di decenni e secoli. Una lenta pianificazione silenziosa.

Un fanatismo che si traveste da tradizione, colonizza con la gentilezza e infetta con la normalità. La loro forza sta esattamente nella mimetizzazione: in quell’innocua apparenza che scava la democrazia dal di dentro fino a farla crollare. 

Ecco perché, d’ora in avanti, quando ascolteremo conversazioni sul mito del buon selvaggio, sarà il caso di drizzare l’orecchio. E quando qualche politico si attarderà a spiegare quanto sia bella e sana la vita comunitaria nelle campagne, titillando il consenso e favorendo così una possibile radicalizzazione a casa nostra, avremo più argomenti per la critica e l’autodifesa. Perché dietro la nostalgia del vivere semplice può nascondersi l’ombra lunga di una nuova peste che avanza. 

PS: Vale qui la pena sottolineare, tornando alla vicenda dei genitori anglo-australiani in Abruzzo, che la loro storia non ha nulla a che vedere con le comunità völkisch o con le derive ideologiche qui descritte: le motivazioni che hanno portato all’allontanamento dei figli appartengono a un piano del tutto diverso, e non sono in alcun modo riconducibili alle inquietanti dinamiche di cui si dà notizia nell’articolo.