Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Guccini idolo della destra? Vedi cara è difficile a spiegare


Meloni dice di sapere a memoria i suoi testi. Salvini di essersi formato su La Locomotiva. Ma il cantautore non conosceva ipocrisia, stanava chi ne era affetto. Una breve guida

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Quando lavoravo nella redazione di Cuore, metà anni Novanta, fui spedito nella prima periferia di Bologna a recuperare personalmente uno scritto di Francesco Guccini, che stava allestendo la nuova tournée al teatro parrocchiale Orione. Nel senso di sacerdote, non di costellazione. Non lo incontrai. Non l’ho mai più incontrato. Includo questo aneddoto irrilevante per confermare che, in questi giorni di lutto, davvero chiunque s’è fatto bello con la memoria del Maestrone. Persino Giorgia Meloni. Persino Matteo Salvini. Ovviamente senza averne percepito alcunché, in quella tipica assenza del rapporto causa-effetto che lega l’estrema Destra italiana alla prassi. Anarchici col vitalizio degli altri, cani sciolti con le spalle coperte da qualche energumeno. Virtuale, intellettuale. “Vedi cara è difficile a spiegare. È difficile capire se non hai capito già” (“Vedi Cara”, 1970)

Meloni, in particolare, ha ribadito di conoscere a memoria molte canzoni di Guccini, di dovergli la propria formazione ideale, nonostante le inspiegabili «dichiarazioni livorose» nei suoi confronti. Guccini scrisse una versione aggiornata di Bella Ciao contro l’estrema Destra italiana e dava a lei e ai suoi dei fascisti. Il che, per chi si ispira al servo dei nazisti Giorgio Almirante, attiene più alla constatazione storica che all’insinuazione politica.

In particolare, IL presidente aveva subito ben due sgarri dal suo (presunto) idolo: il diniego a fare comunella sul palco di Atreju, sorta di estrusione festaiola di quel vecchio film firmato da Paolo Virzì, Caterina va in città, dove la politica romana appariva come un Cafonal di nemici attovagliati; la reazione dispiaciuta allo scippo del brano Cyrano, macellazione in musica del berlusconismo, che IL presidente aveva usato in gloria di Azione Giovani – non c’entra Calenda – fingendo parlasse d’altro, della democrazia decadente, forse anche perché colpevole di aver escluso i missini. “Buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza. E andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe. Feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte.
Coraggio liberisti, buttate giù le carte, tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese, in questo benedetto, assurdo bel paese”. 
(Cyrano, 1996)

Ora: i casi sono due. Entrambi disdicevoli per la groupie di Palazzo Chigi. Prima ipotesi, la più semplice: i pompieri amano pensarsi incendiari, facendo coincidere la narrazione interiore con le balle che ammanniscono al popolo. Che disprezzano, come tutti i populisti. Meloni era in politica da sempre, ambiva al potere, ma ammanniva Guccini ai suoi come un generico critico del “magna magna”. Faceva ‘ggente e non impegnava. Seconda ipotesi, la più verosimile: i neofascisti italiani, benché li avesse sdoganati, mantenevano nei confronti di Berlusconi un sordo disprezzo. Capivano – capiva, Giorgia, nata sul limitare della prima Repubblica, oltre a quella di Salò – che l’imprenditoria si stava mangiando la politica. Esattamente ciò che scriveva Guccini. Poi arrivò una bella auto blu da ministra della Gioventù, e via sul palco a saltellare contro il comunismo. Che non si faceva ricattare da lui, gliel’avrebbe detto solo a peso politico invertito. “Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto: è un dio che è morto. Nei campi di sterminio, dio è morto. Coi miti della razza, dio è morto.
Con gli odi di partito, dio è morto”
. (Dio è morto, 1967)

Che Dio sia (ri)morto di paura dopo aver ascoltato anche solo una volta Donzelli o Delmastro, è un’opinione del vostro scriba. Che quel brano giocasse anche con l’ipocrisia di uomini e «donne, cristiane, italiane», col loro accanirsi sui poveracci, con la difesa di classe ma solo quella dei Parioli, è un laconico dato di fatto. Perché Guccini non conosceva ipocrisia, per questo si concedeva il lusso di stanare chi ne era affetto. Tipo chi campa sulla retorica della Garbatella con la piscina privata e i completi di Armani. O chi si erge a barriera contro l’antisemitismo e rivendica la discendenza diretta da un suprematista anti-ebraico. “Bologna è una donna emiliana di zigomo forte, Bologna capace d’amore, capace di morte, che sa quel che conta e che vale, che sa dov’ è il sugo del sale, che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita” (“Bologna”, 1981)

E poi c’è Bologna, scritta dopo la bomba in stazione, quella che «nessuno di Destra era lì». Chissà se Meloni sa a memoria anche questa. Se la conosce Chiara Colosimo, presidente della commissione antimafia, che si faceva fotografare col terrorista nero Ciavardini. Chissà se la conoscono Lisei, Bignami, che appena possono si vendicano in Parlamento della città che li prendeva a pernacchie da piccoli. Non sembri inverosimile: al contrario della loro leader così farisea, potrebbero averla cantata senza capirla.

Un po’ come Salvini con La Locomotiva, il brano a cui dice di dovere la sua, di formazione. Inizialmente, questo pezzo doveva partire da lì: una canzone che parla di un treno dal ritardo indefinito, amata dal peggior ministro dei trasporti dacché esiste la ruota. Ma, non so per la disperazione di questa classe digerente, o per la morte del Maestrone, non avevo un cazzo da ridere. Spero mi scuserete.


Alla ricerca di un leader con la finzione del programma


Elly Schlein e Giuseppe Conte

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Scena scontatissima: alla vigilia di qualsiasi elezione con premi di maggioranza per la coalizione vincente i partecipanti invocano: prima il programma! Guai a dare l’impressione che si voglia semplicemente vincere! Come prepararlo, da parte di chi, come garantire che esso sia poi da tutti rispettato, nessuno lo sa. Ma una sorta di mistica del programma agita i contendenti. Sembra quasi che la strategia di un’azione politica degna di questo nome possa uscire da un’elaborazione a tavolino, come se i programmi dei grandi partiti di massa che ne hanno segnato le svolte fossero semplicemente il risultato di riunioni e consultazioni tra le èlites dirigenti, il frutto di mediazioni e compromessi di vertice. Quale miopia!

Essi nascono da anni di lotte sociali, dall’analisi, maturata nella vita quotidiana di queste forze, della situazione storica e delle sconfitte subite. Sono elaborazioni collettive, che possono trovare alla fine espressione in leadership anche carismatiche.

È perciò semplicemente impossibile che l’attuale discussione tra PD e 5 Stelle possa partorire un programma di qualche portata. Ne mancano le più elementari condizioni storiche. Il PD (e in qualche misura anche i 5 Stelle) eredita una sconfitta dell’intera Sinistra occidentale, sconfitta non digerita, camuffata in tutti i modi, occultata, dimenticata. Non esiste la più remota possibilità di elaborare oggi un programma, se non la si comprende. La Sinistra si è arresa nei fatti ai grandi protagonisti della svolta d’epoca tra anni ’80 e ’90, ai soggetti globali che hanno davvero rivoluzionato le nostre vite: un nuovo capitalismo finanziario strettamente collegato al sistema militare, del tutto insofferente di ogni limite e di ogni diritto “locale”, per cui gli obbiettivi di Welfare propri di tutti i Paesi occidentali nel secondo dopoguerra da prioritari divengono variabili dipendenti, se non eliminabili tout court.

Era facile contrastare l’affermazione di queste potenze? Nient’affatto, forse impossibile. Comunque, la Sinistra ha anche cessato di discuterle. E intendo nella sua azione concreta. Qualche libro sarà anche uscito dal suo seno…I suoi elettori hanno sofferto sulla loro pelle di questa impotenza e hanno finito col non votarla più.

Come sarà possibile, oggi, a freddo, formulare un programma che affermi qualcosa di veramente concreto e impegnativo su una politica fiscale con espliciti intenti ridistributivi? Da dove ottenere altrimenti le risorse per servizi e difesa dei redditi più bassi? Su questo terreno fondamentale un programma può venire soltanto da quotidiane esperienze di mobilitazione, di discussione, di lotta. E altrettanto vale sul piano della politica internazionale. La Sinistra aveva un compito, chiarissimo, da assolvere davanti a sé alla caduta del Muro: essere il tavolo fondamentale del rapporto e dell’intesa delle grandi potenze, sostenere una visione multipolare del mondo ormai globalizzato sotto l’aspetto del sistema sociale economico di produzione, difendere e promuovere in tutti i modi l’azione delle Nazioni Unite nel quadro di una idea di Diritto internazionale. Il suo fallimento è stato drammatico e temo irrecuperabile. Dalla guerra nella ex-Jugoslavia, all’invasione dell’Iraq, all’assenza di ogni capacità di previsione e prevenzione nel conflitto russo-ucraino, alla impotenza difronte alle stragi di Gaza. La Sinistra mondiale è andata a rimorchio di altri, priva di ogni autonomia di giudizio e di azione. Lo hanno denunciato innumerevoli film della Hollywood intelligente, nessun dirigente del PD.

Non vi sarà alcun serio programma fino a quando non si riconoscono queste macerie e non si sgombra il terreno. Rimane perciò il triste, ma comunque indispensabile, compito di fingere una coalizione. Fingere in tutti i sensi: qualcosa va pure costruito, primum vivere, ma questo qualcosa potrà avere soltanto la parvenza di un programma concreto e impegnativo poi per tutti. Il resto sono auspici. Sul piano delle politiche dei redditi e di quelle sociali si oscillerà tra “desiderata” e assistenzialismo, sfiorando, e forse neppure, la vera questione di una politica fiscale effettivamente redistributiva. Non ci sarà accenno di riforma della Pubblica Amministrazione e sulla necessità di una radicale revisione dell’assetto regionalistico.

Sul piano internazionale, non si formulerà alcun giudizio critico sulla situazione catastrofica dell’Unione Europea, che vada una spanna oltre la stantia ripetizione delle proprie fedi europeistiche. La posizione assunta dal PD nei confronti della van der Leyden e della Commissione non lo permetterà. Sarà perciò un programma che, andati al Governo, farà la fine di quello della Destra 5 anni fa: cartoline-ricordi. Ma il “campo largo” ha una gatta da pelare che la Destra non ha. La Meloni non si discute ed è una buona carta.

E l’opposizione? Sarebbe intelligente che, fatto il “programma” e formulato il “giuramento” sulla sua bontà da parte di tutti i convitati, si procedesse contemporaneamente alla designazione del leader. Sarà mai possibile? Non credo, e allora assisteremo per forza alla sceneggiata di due contendenti alle primarie, ognuno dei quali paladino del medesimo “programma”! In realtà, il confronto si riaccenderebbe proprio su questo, rendendo vano il lavoro compiuto per confezionarlo. Tanto varrebbe andare alle primarie ognuno col suo, dichiarando che le differenze non sono tali da…ecc. ecc. Ma anche questa via sempre impraticabile. E resterà la prima: i due fingeranno l’accordo e vinca il migliore. Chi rischia la pelle è la Schlein, ovviamente. La sua sconfitta alle primarie, probabilmente derivante anche da “fuoco amico”, sarebbe il tracollo non tanto suo, quanto del PD. Sarebbe logico, allora, come dicevo, che, fatto il “programma”, fosse lei, in quanto segretario della forza maggiore, a essere la “candidata di tutti”. Ma la voterebbero i 5 Stelle? In quanti? L’esperienza insegna che i 5 Stelle si mobilitano soltanto per eleggere i loro. Insomma, i nodi per il “campo largo” sono molti e intricati. Il minore è giungere a fingere un “programma”.


Patuanelli: “Non ha senso temere i gazebo. Di papi stranieri non ne vedo”


“In Sicilia si votò anche sul web, è un precedente”

“Non ha senso temere i gazebo. Di papi stranieri non ne vedo”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Per Stefano Patuanelli “non ha senso avere paura delle primarie, perché sono un modo per coinvolgere tanti cittadini”. Ma ora, dice il vicepresidente del M5S, “se ne sta parlando troppo, anzi troppissimo” sorride.

Perché troppo?

Perché prima noi 5Stelle dobbiamo concludere la nostra iniziativa Nova, che avrà il suo evento conclusivo il 19 e il 20 settembre a Milano. E dopo porteremo le proposte raccolte da iscritti e associazioni al tavolo del programma dei progressisti. Di primarie parleremo a tempo debito.

È comprensibile che se ne parli, anche perché con l’audizione in commissione FdI pare legittimato Conte come primo avversario. Vi hanno fatto un favore, no?

Questo non lo so, ma posso dire che Conte è emerso come uno statista da una commissione dove speravano di metterlo in difficoltà con teorie assurde. Ha dimostrato di avere agito nell’esclusivo interesse pubblico, durante la pandemia. E il post serale della premier Meloni conferma il grande nervosismo, suo e di FdI.

Sono tesi anche nel Pd, dove hanno accusato Schlein di avervi concesso troppo sull’ultima risoluzione unitaria. Ha vinto il M5S?

No, ha vinto il buon senso, perché non si possono destinare 22 miliardi all’acquisto di armi. A quelli del Pd che non sono d’accordo con noi suggerirei di farsi un giro tra la gente e chiedere il parere delle persone: non troveranno nessuno che vuole che si spenda più in armamenti, con tutti i problemi che ci sono tra la benzina alle stelle, salari che crollano e sanità a pezzi.

Sull’Ucraina la distanza tra voi e il Pd resta siderale.

Per noi l’escalation militare va fermata. Siamo per le sanzioni contro Putin, che è un criminale, ma continuando a mandare armi la situazione può solo peggiorare. Detto questo, l’Ucraina è l’unico, vero punto di distanza con il Pd. E alla fine sulla risoluzione abbiamo portato i dem sulle nostre posizioni.

Un pezzo del Pd rema contro le primarie

È comprensibile, visto che per i sondaggi loro sono tuttora il primo partito, e quindi vorrebbero esprimere il candidato. Ma il leader va scelto dalla gente.

Conte vorrebbe i gazebo il prima possibile, un turno e votazioni anche sul web, giusto?

Ci sarà tempo per parlare di regole. Ora è prematuro.

Nel 2022 voi e il Pd avete organizzato le primarie in Sicilia, per le Regionali, e si votò sia online che nei gazebo.

Fu un interessante momento di partecipazione. E un precedente di cui bisogna sicuramente tenere conto.

Cercano ancora un terzo nome?

Di papi stranieri in giro non ne vedo.

Magari papesse, come Silvia Salis…

Fa la sindaca di Genova da meno di un anno, molto bene peraltro, e ha detto di non volersi candidare alle primarie. Poi magari cambierà idea. Ma il leader va scelto con una partecipazione più ampia possibile e prima delle Politiche. Almeno su questo mi pare fossimo tutti d’accordo.


Primarie: i 5Stelle le vogliono online e il Pd solo nei gazebo


Differenze. L’avvocato ormai duella con Meloni e parla già da candidato La dem lo insegue, ma deve ricompattare i suoi

Conte e Schlein, sono già primarie. Lui sfrutta Covid e Safe, lei insegue

(di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – Giuseppe Conte si prende la scena, Elly Schlein arranca. Ed è già aria di primarie anticipate, quelle che un pezzo del Pd vorrebbe ancora scongiurare. Ma nell’attesa il pallino sembra averlo il leader del Movimento, che ha rilanciato sui gazebo, provando anche a legarne l’esito alla linea sull’Ucraina, e che soprattutto ha ottenuto una risoluzione unitaria sullo scostamento di bilancio senza alcun riferimento al Safe, lo strumento europeo che concede prestiti per spese militari. Per giunta, dando la linea “alla coalizione progressista” anche nell’intervento a Montecitorio. “Giuseppe ha accelerato” gongolano i Cinque Stelle. Euforici per l’audizione in Commissione Covid di giovedì, da dove – ne sono tutti convinti – Conte è uscito vincitore, spingendo Giorgia Meloni ad attaccarlo con un post serale come per riparare alla sconfitta dei suoi. Proprio quello che cercava l’ex premier, che voleva e vuole essere legittimato come primo sfidante dalla presidente del Consiglio. Perché lui già ragiona in termini di primarie e di campagna elettorale per le Politiche. In questo scenario, la segretaria del Pd si vede costretta a inseguire.

Ha impiegato più di 24 ore a replicare all’avvocato su Kiev che “prima viene il programma poi i gazebo”. Perdendo poi la sua proverbiale capacità di farsi concava e convessa, accontentando un po’ tutti e nessuno: la risoluzione unitaria senza alcun riferimento al Safe è passata senza che neanche riunisse i gruppi parlamentari e con l’esiguo drappello della destra dem che ha fatto più rumore di un esercito vero. Perché poi, con l’intervista al Foglio sembrava voler guardare a quella parte, ma a un certo punto l’ha del tutto bypassata. Tanto da lasciare l’intervento in aula sullo scostamento di bilancio a Cecilia Guerra. Meglio non esporsi troppo. Alla fine si ritrova all’angolo, rinchiusa in una sorta di fortino, con mezzo partito che si dice sempre più convinto che non è la candidata giusta da opporre a Meloni. Alla vigilia dell’anno elettorale le primarie paiono ormai inevitabili, ma – nel Pd – appaiono una scelta sofferta, con risvolti da boomerang. D’altra parte, Dario Franceschini ha provato a mettere in campo l’ipotesi del “terzo uomo”, ma si è trovato davanti il muro dei due duellanti. Con Conte convinto che i gazebo siano la sua chance per tornare a Palazzo Chigi e Schlein che li vuole più che altro per evitare manovre di partito contro di lei. Alcuni maggiorenti del Pd sarebbero pronti a sostenere l’ex premier: ma sanno che – facendolo – rischiano di consegnargli il partito. Pericolo che non è scongiurato, perché la vittoria di Schlein – anche davanti all’ipotesi del terzo tipo (un Pd del tutto compatto su di lei) – non appare scontata. “Dovrebbero fare un passo indietro entrambi”, è la frase che andava per la maggiore tra i dem negli ultimi giorni. Anche questa non pare una possibilità.

Mentre il capogruppo in Senato, Francesco Boccia, che giovedì si è materializzato alla Camera quasi come scorta della segretaria, cerca di mediare tra lei e Conte, con il quale ha un rapporto quotidiano. Mentre c’è chi – come Nicola Fratoianni, avverso ai gazebo – la disfida Conte-Schlein la giudica un teatrino. Di sicuro ora il piano inclinato sembra condurre ai gazebo. E già si parla di tempi e di regole: Conte vorrebbe fare le primarie entro l’anno, Schlein a inizio del 2027. L’ex premier vorrebbe il voto online, Schlein no. Ma soprattutto, per il Pd la linea invalicabile è il doppio turno: la convinzione è che alla fine in un ballottaggio tra i due il voto strutturato (dalla Cgil in giù) andrà su di lei. E sarebbe anche la via per scongiurare discese in campo pericolose come quella di Silvia Salis. Nel Movimento si continua a guardare con sospetto alle mosse della sindaca. E se Conte invoca primarie il prima possibile, è anche per non concederle tempo per farsi conoscere di più e magari complicare l’ipotesi dei gazebo.

Nel M5S stanno già immaginando i primi comitati per l’avvocato. Con una convinzione: “Se Conte vincesse, potremmo superare anche il 15 per cento e radicarci anche meglio sui territori, tramite proprio i comitati pro-Conte”. Tradotto: per il Movimento sarebbe una battaglia campale. Anche per prevenire l’entrata in campo di Alessandro Di Battista, sostengono diversi big. Sicuri del fatto che “con Giuseppe candidato a Palazzo Chigi per Alessandro sarebbe davvero difficile candidarsi contro il Movimento”. Ergo, il M5S ha bisogno dei gazebo anche per coprirsi a sinistra.


Il caldo e il silenzio


(di Michele Serra – repubblica.it) – Per il nostro governo — penso soprattutto al ministro dell’Agricoltura, al ministro dell’Ambiente e ovviamente alla presidente del Consiglio — il caldo micidiale è un problema di orari di lavoro all’aperto. E di somministrazione di bollini rossi città per città. Non un problema politico. Non un problema strutturale del nostro presente e soprattutto del nostro futuro.

Non una sola parola, un solo comunicato, una sola seduta parlamentare, un solo provvedimento può essere speso a partire dall’ammissione che sì, il cambiamento climatico è in atto e l’influenza delle attività umane è decisiva. Ammetterlo vorrebbe dire abbandonare la zattera del negazionismo (una zattera enorme, sulla quale la destra mondiale ha preso posto quasi al completo) e avventurarsi laddove tutti quanti, nessuno escluso, siamo ormai scaraventati: una realtà minacciosa, che ci costringe a fare l’elenco delle omissioni politiche, della cecità speculativa, della scellerata perseveranza nei comportamenti nocivi.

Intendiamoci, il problema è enorme e la sua soluzione — ammesso che esista — molto ardua. Non è che i governi non di destra brillino per intraprendenza, quanto ai rimedi. Ma almeno dirlo, santo cielo, che stiamo vivendo un’emergenza mondiale, stiamo rischiando di bollire insieme al pianeta e dunque la classe dirigente nel suo complesso deve almeno provare a cambiare rotta.

Niente di tutto questo ci attende. Così come il folle e vanitoso Trump dimostra con parole e opere, il riscaldamento del pianeta, nelle politiche liberiste e sovraniste, conta zero. Non esiste. Se ne parla molto sulle spiagge e nei bar. Magari al prossimo meeting mondiale sul clima. Ma nell’agenda politica quotidiana: nemmeno una riga.


Il virus nazionalista che infetta l’Europa


La crisi tra Italia e Spagnaè la prova tangibile dei danni devastanti che il sovranismo può produrre al corpo esausto dell’Ue. Abbagliate e organizzate dal trumpismo, le destre hanno resuscitato dal cimitero della Storia del Novecento l’idea di Nazione e ne hanno fatto il feticcio di una nuova semina d’odio

Pedro Sánchez e Giorgia Meloni

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – La rappresaglia di Pedro Sánchez nei confronti di Giorgia Meloni è la prova tangibile dei danni devastanti che il virus del sovranismo può produrre al corpo esausto dell’Europa. Abbagliate e organizzate dal trumpismo, le destre post-occidentali hanno resuscitato dal cimitero della Storia del Novecento l’idea di Nazione, ne hanno fatto il feticcio di una nuova semina d’odio, l’hanno eretta a totem di un’identità superiore da scagliare contro l’altro, il diverso, lo straniero.

E adesso, rotti i legami di comunità e di solidarietà, invocano confini e ripristinano controlli, gonfiando essi stessi la paura dei popoli ai quali estorcono il consenso in cambio di fasulle protezioni. Ma quando uno Stato si schiera contro l’altro — tanto più se lo fa per motivi di contrapposizione ideologica — allora inizia l’escalation. E scattano meccanismi di azione e reazione che, un po’ alla volta, finiscono per uccidere l’Unione.

È quello che sta succedendo dopo il dramma di Ceuta. L’Italia accusa la Spagna di aver causato «l’invasione» con le sue regolarizzazioni di massa, e blocca unilateralmente il trattato di Schengen. Poco importa che la mossa del governo di Roma sia in ogni senso inutile e irricevibile. Poco conta che sia un atto di puro sciacallaggio morale ed elettorale, basato su una sequela di consapevoli menzogne. La Spagna risponde, ed è ovvio che sia così.

Com’è noto, Madrid non ha mai «regalato» la cittadinanza a 500mila immigrati irregolari stranieri. Quell’exclave sullo stretto di Gibilterra, sia pure cattivo lascito dell’epoca coloniale, non è in nessun caso territorio d’Europa. Non uno solo di quei 70mila poveri cristi arrivati dal Marocco può mettere piede sul Vecchio Continente, e meno che mai lasciare un’orma sul nostro «bel suol d’amore». Aver sparso così tante bugie per una settimana — oltre tutto dai massimi pulpiti istituzionali — certifica solo la miseria etica e politica dei patrioti al comando, che persino in campo internazionale considerano la verità dei fatti un’inutile pietra d’inciampo sulla via del prossimo voto tricolore.

Di fronte a uno strappo tanto vergognoso, è chiaro che Sánchez renda la pariglia a Meloni, con asprezza uguale e contraria. Del resto, era impossibile immaginare che la Moncloa potesse sorvolare di fronte a un attacco a freddo come quello della Sciamana Giorgia. Nonostante l’appartenenza a due famiglie politiche contrapposte, il governo spagnolo in passato non ha fatto mancare il suo sostegno al governo italiano.

Nel settembre 2023, quando Lampedusa era in tilt per il record di sbarchi e Meloni gli chiese di inserire la questione immigrazione all’ordine del giorno del Consiglio europeo di ottobre, Sánchez da presidente di turno accolse la richiesta senza un attimo di esitazione. Il 19 giugno scorso, quando lo Sceriffo di Washington l’ha umiliata in mondovisione raccontando che le aveva fatto «pena» per la sua ostinata richiesta di fare una foto al G7 di Evian, è stato di nuovo Sánchez il primo tra i 27 a darle immediata e incondizionata solidarietà.

E adesso che Madrid è in difficoltà, Roma non solo gli volta le spalle, ma va all’attacco. Come dimostra la velina della rediviva Agenzia Stefani guidata dal sottosegretario Fazzolari che, in concerto con la galassia Maga e il leader neofranchista Abascal, solo poche ore dopo l’arrivo a Ceuta dei 70mila disperati ordinava a tutti i parlamentari di denunciare «il fallimento del “modello porte aperte” della sinistra».

Di fronte a un affronto del genere, una ritorsione è il minimo che ci si possa aspettare. A maggior ragione se queste ondate migratorie si dovessero ripetere, e magari fossero frutto di un’aggressione “ibrida” concertata tra i rais del Corno d’Africa, i think tank repubblicani vicini alla Casa Bianca come l’American Enterprise Institute, i troll russi, la rete delle ultradestre globali.

Qualunque sia la “matrice”, l’Europa a Ceuta ha perduto nuovamente se stessa. In piena psicosi Vannacci, sentiamo solo la “minaccia esistenziale” senza provare alcuna pietà umana. Vediamo l’immagine straniante di una massa che preme, ma non quella straziante del bambino che piange, cingendo il collo di un soldato mentre lo implora di non rimandarlo in Marocco.

Ceuta, 3 agosto: un ragazzino di 12 anni implora un militare spagnolo di non rimandarlo in Marocco

Mentre invochiamo respingimenti e rimpatri, stravediamo per l’Odissea hollywoodiana di Nolan, dove Telemaco riceve Ulisse travestito da mendicante dicendogli «benvenuto a casa, straniero»: ci siamo dimenticati che quel meraviglioso poema omerico su cui abbiamo costruito il “canone occidentale” è qui da 2700 anni, sempre uguale a se stesso. Siamo noi che siamo cambiati.

Ha ragione Javier Cercasa sottolineare quanto sia falsa e perversa la certezza che «l’immigrazione sarà la distruzione dell’Europa». La mescolanza tra culture e religioni è pura vita, mentre la purezza del cristianismo e il suprematismo bianco portano solo catastrofe. Non possiamo rinunciare a un’accoglienza graduale e gestita. Siamo il bastione di una democrazia che sta arretrando ovunque, mentre le autocrazie avanzano in 92 paesi su 179. Possiamo accogliere e includere, senza snaturare noi stessi né trasformarci in fortezza assediata.

La sinistra ha rinunciato a elaborare un suo modello di gestione e di integrazione del fenomeno migratorio, lasciandosi cucire addosso il cliché lassista delle porte aperte per tutti. Quello che risuona, così, è solo il canto delle sirene populiste e razziste, che seduce i cittadini impauriti e impoveriti dalle guerre, dalle disuguaglianze, dalle fratture sociali.

Alastair Campbell invita i progressisti a non inseguire le destre più radicali sul loro terreno. Ma è quello che rischia di succedere e in parte già succede, come dimostrano quei 22 governi che, insieme alla Sorella d’Italia, nei giorni scorsi hanno sottoscritto il j’accuse contro Sánchez: in quella “sporca ventina” di nazionalisti c’era anche la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen.

Anche se la quantità di profughi e di richieste d’asilo è diminuita negli ultimi anni, l’immigrazione è più che mai il banco di prova delle prossime elezioni. Nel 2027 tocca all’Italia, alla Spagna e alla Polonia, mentre la Francia sceglierà il successore di Macron e la Germania andrà al test decisivo nella metà dei Länder. Da Vox al Rassemblement National, dall’Afd al Pis: le ali estreme spiccano il volo ovunque, planando sulla realtà e spargendo sale sulla civiltà. Nel giro di un anno l’Europa che abbiamo conosciuto potrebbe uscire sconvolta dalle urne. Gli imperi che la vogliono debole e gregaria lo sanno, e per questo finanziano campagne, sobillano rabbie e cavalcano proteste.

È una deriva rovinosa, che ci riguarda da vicino. Politiche migratorie e politica estera sono ormai le uniche leve che Meloni usa contro tutti i nemici, per cercare di rivincere a dispetto di tutte le promesse tradite. Ceuta e prestiti Safe, deportazioni in Albania e armamenti all’Ucraina: tutto serve, per sollevare i polveroni e destabilizzare le opposizioni. Quello che stupisce e atterrisce è che nel campo largo ci sia ancora chi cade voluttuosamente in questa trappola. Morendo per Madrid, ma non più per Kiev.


Avvelenati e assuefatti da 56 guerre nel mondo


(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Ma c’è qualcuno in grado di dirci quanta merda avvelenata stanno buttando nei cieli coinvolti dalle 56 guerre in corso? E quanta nei mari e negli oceani? Quanti incendi stanno bruciando, ogni giorno, sulle macerie delle raffinerie bombardate, sulle petroliere intrappolate, sui depositi di carburante? E quanto a lungo dureranno i danni che gli esperti chiamano “Perturbazioni dall’effetto prolungato?”.

[…] Da mesi, da anni, le cronache dei telegiornali inquadrano le colonne di fumo nero che salgono in verticale – da Kiev a Gaza, allo Yemen – non solo a riempire di morti il bottino dei generali e dei politici (che se ne vantano) ma anche a saturare il nostro cielo, il cielo di tutti, mangiarsi l’ossigeno, moltiplicare l’effetto serra che sta surriscaldando il pianeta, dove noi, moltitudine di uomini e donne in ostaggio di tutti i banditi al potere, siamo condannati a friggere?

Chi lo misura quel veleno? Chi riesce a superare l’omertà degli Stati maggiori? Chi lo contabilizza nei grafici con cui ogni mattina ci spiegano che dobbiamo abbassare il termostato, usare con cautela l’aria condizionata, spegnere le luci, cambiare automobile, consumare meno carne, fare la raccolta differenziata e respirare con moderazione? Uno studio internazionale di climatologi ha calcolato che la distruzione di 600 pozzi in Iraq, durante la prima guerra del Golfo, anni 1990-91, ha aumentato del 4 per cento le emissioni globali di CO2, sono stati sversati nel Golfo Persico 700 milioni di litri di greggio e almeno 300 chilometri di costa del Kuwait sono stati anneriti dal petrolio.

Le ultime stime disponibili, anno 2022, ci dicono che le attività militari sono responsabili tra i 5 e il 7 per cento del gas serra che ci sta soffocando. I primi 4 anni di guerra in Ucraina hanno generato 311 milioni di tonnellate di CO2, mentre a Gaza, al netto dei 75mila morti, sono finite nell’atmosfera 33 milioni di tonnellate di gas serra. In quanto alle foreste, solo negli ultimi anni nel mondo, sono bruciati 280 mila ettari a causa dei droni e dei bombardamenti. Ogni missile lascia una infezione chimica nell’aria. Ogni deposito di carburante che esplode libera nell’atmosfera tonnellate di fumi tossici. Ogni città incendiata continua a bruciare anche quando i morti sono già stati sepolti. Ci sono territori in Francia, verso il confine con il Belgio, inquinati di piombo e mercurio dai tempi della Seconda guerra mondiale. Per non parlare delle giungle in Vietnam, ancora avvelenate dal Napalm.

Gli stati maggiori se ne fregano. In nome della guerra, della repressione, dell’aggressione e della rappresaglia, incendiano petroliere, fanno esplodere raffinerie, radono al suolo foreste, porti, fabbriche, oleodotti, aeroporti, centrali elettriche e minacciano quelle nucleari. Il tutto mentre noi discutiamo – giustamente, ma anche risibilmente – se una caldaia emette qualche grammo in più di CO2, se conviene abolire le cannucce di plastica e piantare giovani alberi davanti alle scuole. Le guerre moderne non badano troppo alle trincee, quelle segnano il fronte e hanno bisogno di tempi lunghi per essere espugnate. I generali si occupano molto di più di terrorizzare (e sterminare) i civili. Bombardano il clima. Bombardano l’aria. Bombardano l’acqua. Bombardano il futuro di enormi territori. Prima nel Golfo, poi nei Balcani, sono state usate migliaia di bombe e proiettili all’uranio impoverito che hanno avvelenato la terra, ucciso soldati e civili anche a distanza di anni.

[…] L’intero Donbass è teatro di un ecocidio per la distruzione e la contaminazione sistematica di tutto: territori, villaggi, città, campi agricoli, fiumi. Da quattro anni, ogni giorno, russi e ucraini si lanciano centinaia di droni e missili. A Gaza, Israele continua a radere al suolo quel che resta di un popolo. Nel Mar Nero affondano navi. Nel Mar Rosso esplodono petroliere. Lo Stretto di Hormuz è un ingorgo di navi intrappolate. Ogni incendio è una catastrofe fuori controllo. Ogni bombardamento una apocalisse di veleni. Il segreto militare copre tutto. Prima per consuetudine, oggi per accordi internazionali. Il primo è stato il protocollo sul clima di Kyoto, anno 1997, che ha reso possibile eludere il conteggio e la comunicazione dei danni causati da armi e guerre. Gli accordi di Parigi, anno 2015, lo hanno confermato. Motivo? Il solito: la sicurezza nazionale. Che per gli eserciti è la chiave universale per sigillare tutto, non solo il bilancio dei morti, dei feriti, degli investimenti, ma anche quello dei veleni e dei danni che generano. Il tutto ribadito nelle successive 28 conferenze sul clima, nelle quali non mancano mai i generali, seduti in prima fila a esibire medaglie per ogni distruzione.


Il cabarettista geopolitico


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Quando qualcuno ci insulta, cerchiamo di seguire Chateaubriand: “In questi tempi difficili, è opportuno concedere il nostro disprezzo con parsimonia, tanto numerosi sono i bisognosi”. Ma facciamo un’eccezione per Vittorio Emanuele Parsi, uomo dal nome francamente eccessivo, che in un comizietto nel solito garage, oltre alle consuete contumelie al sottoscritto, ha offeso il Fatto e tutta la nostra comunità. Parlava del “noto direttore di quel giornale pro russo infame” (è così intrepido da non fare nomi), mi attribuiva frasi mai dette (“chi se ne frega se gli ucraini muoiono”) e secerneva bile a volontà: “Che schifo d’uomo, che persona bieca, che piccolo imbrattacarte sei per dire una porcheria del genere”. Ora, è un vero onore godere della disistima di questo cabarettista della geopolitica, addirittura docente alla Cattolica, co-tenutario di un programma a conduzione familiare su La7 e membro del “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa” creato da Crosetto con gli effetti a tutti noti: insomma un analista parastatale. Ed è comprensibile che sia nervosetto, visto che da 53 mesi gli esiti sul campo della guerra russo-ucraina tramutano ogni sua analisi in barzelletta: “Più si va avanti, più la Russia rimane isolata… più la Cina vede i suoi interessi divaricarsi da quelli russi perché la Cina sa che nel futuro c’è la Cina, ci sono gli Usa, c’è l’Ue e non c’è la Russia”, “Putin ha il mondo contro… Persino i cinesi… addirittura Kim (Jong-un, ndr) non intende mandare armi alla Russia”, “Putin non mangerà il panettone nel 2023”, “L’Ucraina vincerà”, “Se c’è qualcuno che non può vincere la guerra, è la Russia”, che “sta perdendo sul campo di battaglia e sul fronte diplomatico”, “Per Putin l’Ucraina è come la Grecia per Mussolini: l’inizio della débâcle del regime”, “Il numero dei possibili sospetti (sull’attentato ucraino ai gasdotti NordStream, ndr) si riduce moltissimo: principalmente alla Russia… Se mettiamo insieme gli interessi, chi ha la capacità e uno stile d’azione disinvolto, i sospetti vanno lì”, “Chi non può permettersi altri sei mesi di guerra è la Russia” (questa è del 27.6.’22: 4 anni fa).

[…]

Avanspettacolo puro, che ci fa solidarizzare con i suoi studenti e con chiunque prenda sul serio il Pippo Franco della strategia. Naturalmente non abbiamo mai detto né pensato “chi se ne frega se gli ucraini muoiono”. Anzi, subito dopo l’invasione russa, mentre lui blaterava, la Fondazione del Fatto già raccoglieva fondi per accogliere i loro profughi. Diciamo e pensiamo da 53 mesi che per salvare gli ucraini serva negoziare un compromesso con Putin. Se il pover’uomo cerca qualcuno che se ne frega degli ucraini che muoiono, si faccia prestare uno specchio: avrà pessime sorprese.


Buone vacanze


Buone vacanze soprattutto agli italiani. Sperando che l’estate porti consiglio. Specie alle prossime elezioni.

Buone vacanze

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Buone vacanze al Parlamento e ai suoi 34 giorni di riposo. Strameritati dopo aver fatto i salti mortali per sbrigare le più impellenti priorità del Paese. Tipo scudare Delmastro negando ai pm di Roma le chat utili all’inchiesta sul prestanome del clan Senese, padre dell’ex socia dell’ex sottosegretario nella Bisteccheria d’Italia.

Buone vacanze al ministro Nordio che ha brindato con un calice di bianco proprio con Delmastro al voto della Camera che lo ha salvato. Buone vacanze al ministro Giorgetti che ha appena ottenuto il via libera del Parlamento allo scostamento di bilancio da circa 20 miliardi di euro da destinare al riarmo in vista della futura guerra con la Russia che, per quanti carri armati, jet e fucili potremmo mai comprare, ci cancellerebbe dalla carta geografica con un paio di testate nucleari.

Buone vacanze al vicepremier Salvini che, dopo quattro anni di governo, auspica il taglio delle accise che promise di decapitare non appena insediato al ministero. Buone vacanze al collega Tajani, provato dalla strenua battaglia combattuta contro la tassazione degli extraprofitti delle banche per ridurre i prezzi dei carburanti. Buone vacanze anche alla premier Meloni che con un po’ di mare potrà riprendersi dalla figuraccia rimediata con l’inutile sospensione di Schengen per chiudere gli inesistenti confini nazionali con la Spagna.

buone vacanze soprattutto agli italiani, a quelli che potranno permettersele e a quelli che resteranno a casa. Alle prese con il carovita e i salari da fame, la sanità pubblica allo sfascio e le pensioni misere. Buone vacanze a tutti loro. Sperando che l’estate porti consiglio. Specie alle prossime elezioni.


Sovranismo di facciata


(lafionda.org) – «L’Italia revochi i controlli sui viaggiatori dalla Spagna o scatteranno contromisure»: così Madrid incalza il governo Meloni, che dal primo agosto ha sospeso Schengen dopo i fatti di Ceuta. Secca la risposta di Palazzo Chigi: «L’Italia non accetta ultimatum sulla propria sicurezza nazionale».

No, cara Giorgia: va bene la sicurezza nazionale, ma non a scapito della solidarietà e cooperazione internazionale. Isolare la Spagna oggi significa indebolire l’Italia domani: alla prima crisi sui nostri confini, pagheremo il conto di questo precedente.

Anche perché la sospensione di Schengen in questo contesto è pura propaganda, un sovereign-washing utile solo a sventolare la bandiera del pugno duro. La solita fermezza di facciata: si fa la voce grossa a uso e consumo dello storytelling interno per coprire il fatto che, sui dossier internazionali di vero peso (dal sostegno acritico a Zelensky alle compiacenze verso Israele), ci si adegua a decisioni altrui senza battere ciglio. Un sovranismo di cartone, buono per i social ma dannoso per la nostra proiezione diplomatica e per i nostri interessi nazionali-popolari.

Serve un’Italia “potenza di pace” e modello di giustizia sociale, capace di un’iniziativa geopolitica e geoeconomica autonoma, contro il sovranismo piccolo-piccolo e il globalismo delle ZTL.


Prima blandire poi depotenziare


Nei due partiti, Lega e Forza Italia, il fastidio non si nasconde più: i meriti del governo finiscono sempre intestati alla premier, mentre le difficoltà dei ministeri, dai Trasporti al Tesoro, restano ai singoli alleati

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Dopo Matteo Salvini e Antonio Tajani toccherà a Roberto Vannacci? Nel centrodestra cresce l’insofferenza verso Giorgia Meloni: dopo aver ridimensionato i due vice, la premier prova ad anticipare anche il generale su sicurezza e migranti.

Tra gli alleati di governo circola sempre la stessa impressione: apparente collaborazione all’inizio, poi un progressivo svuotamento politico del partner. Un meccanismo che sembra ripetersi identico con ogni alleato di coalizione, quasi con puntualità chirurgica, uno dopo l’altro.

Nei due partiti, Lega e Forza Italia, il fastidio non si nasconde più: i meriti del governo finiscono sempre intestati alla premier, mentre le difficoltà dei ministeri, dai Trasporti al Tesoro, restano ai singoli alleati. Il malessere è emerso anche nei voti segreti alla Camera, con franchi tiratori leghisti e forzisti pronti a bocciare proposte care a Fratelli d’Italia, letti da molti come un avvertimento in vista delle mosse sul Quirinale post Sergio Mattarella.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani fatica a tenere i suoi gruppi parlamentari e colleziona scivoloni diplomatici, tra fondi europei ridimensionati e uscite infelici su Schengen e migranti. Il segretario leghista Matteo Salvini, dopo la rottura con Vannacci e il naufragio dell’intesa con Luca Zaia per una leadership condivisa, punta a tornare alla strategia pre-Europee e a un futuro incarico al Viminale, promessa che dipenderà però tutta dai numeri elettorali che la Lega riuscirà a portare a casa.

E Vannacci? Sull’ex generale la premier è intenzionata ad attuare la stessa tattica già collaudata con gli altri alleati: anticiparlo sui temi di sicurezza e immigrazione per svuotarlo prima che possa capitalizzarli politicamente, come già visto sulla legittima difesa e sul caso Ceuta. Resta da vedere se il generale, a differenza di Salvini e Tajani riuscirà a sottrarsi in tempo all’abbraccio mortale.


Ceuta, la Spagna all’Italia: “Ripristinate Schengen entro domenica o adotteremo misure proporzionate”


Madrid accusa il governo italiano di aver adottato una misura “ingiusta, contraria agli interessi dell’Ue e discriminatoria”. Palazzo Chigi: “Non accettiamo ultimatum, lo stop resta fino al 15 agosto”.

(lespresso.it) – La Spagna ha alzato il tiro. Con una nota ufficiale diffusa dalla Moncloa venerdì mattina, il governo di Pedro Sánchez ha dato all’Italia un ultimatum formale: ripristinare entro domenica 9 agosto la piena libera circolazione nello spazio Schengen o la Spagna adotterà “misure proporzionate per proteggere gli interessi e la dignità dei suoi cittadini”.

Il tono è quello di una vertenza diplomatica ufficiale: “Il governo italiano ha reintrodotto i controlli di frontiera con la Spagna il primo agosto, influenzando la mobilità di migliaia di passeggeri e generando incertezza legale nel pieno del periodo estivo. Questa misura, senza precedenti nella storia recente, è stata adottata senza preavviso, unilateralmente e con argomentazioni fallaci che non rispettano né il Codice delle frontiere Schengen né la verità”.

La nota smonta punto per punto la giustificazione italiana: nessuno dei migranti entrati a Ceuta ha potuto fare ingresso libero nello spazio Schengen, quasi tutti sono già rientrati in Marocco, e – citando i dati Frontex – l’Italia è lo Stato che ha registrato il maggior numero di ingressi irregolari in Europa negli ultimi anni, il doppio rispetto alla Spagna. La nota ricorda anche che dal 2022 l’Italia non si è adeguata al Regolamento di Dublino, generando “un ulteriore onere di pressione migratoria sugli altri Stati membri”, nonostante il quale “la Spagna ha sempre mostrato solidarietà con l’Italia accogliendo parte dei migranti arrivati a Lampedusa nel 2023”.

La chiusura del comunicato alza ulteriormente i toni: “La misura adottata dal governo italiano è ingiusta, contraria agli interessi dell’Ue e discriminatoria nei confronti della popolazione spagnola. Confidiamo che l’europeismo, il buon senso e la buona fede prevalgano. I governi sono lì per promuovere la comprensione tra i Paesi e l’interesse generale delle loro popolazioni, non per creare fratture e conflitti sterili guidati da motivazioni elettorali interne”.

Dopo qualche ora arriva la replica, ufficiale, del governo italiano: “L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale ed il controllo delle frontiere. Non intendiamo in nessun caso rivedere la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen per i cittadini di Paesi terzi provenienti dalla Spagna, almeno fino al 15 agosto e comunque sino a quando non saranno completamente esclusi rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia – si legge in una nota di Palazzo Chigi -. In quella data, come annunciato dalle stesse autorità spagnole, è infatti attesa a Ceuta una nuova ondata migratoria”, si legge nel testo del governo italiano”.

“Solo quando si avrà la certezza che non vi saranno rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia, che non vi sia una nuova ondata, che non ci siano migranti irregolari diretti verso il territorio europeo, si potrà rivedere quanto già deciso.Questo senza pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna, analogamente a decisioni simili adottate in passato dal Governo italiano, ad esempio nei confronti della Slovenia, e da Governi europei nei confronti dell’Italia e della stessa Spagna – si legge ancora -. Nel momento in cui tutte queste condizioni dovessero venire meno, l’Italia -prosegue il comunicato – è pronta a continuare un confronto costruttivo con il Governo di Madrid. Nel frattempo le autorità di frontiera italiane faranno di tutto per garantire la massima agibilità ai cittadni spagnoli ed europei che, é importante sottolinearlo, non sono interessati dal ripristino dei controlli ai confini aerei e marittimi”.

Dopo prima di Palazzo Chigi aveva commentato Matteo Piantedosi, secondo cui la sospensione del trattato di Schengen con la Spagna “è una misura temporanea che è consentita dai trattati Ue, vedremo dopo il 15 agosto. E’ fatta con modalità selettive, non c’è nessun aggravio. C’è stata una reazione scomposta da parte della nostra opposizione perché forse non si può toccare un Paese a guida socialista”, ha detto il ministro dell’Interno intervenendo agli incontri “Bar Italia” a Sorrento organizzati da FdI. Il ministro ha aggiunto che è “difficile immaginare che le condizioni” per mantenere la sospensione “non esistono” poiché la stessa “intelligence spagnola ha dichiarato che è fondato un nuovo allarme per il 15 agosto” su Ceuta.

Parlando di quanto avvenuto a Ceuta, il ministro dell’Interno ha aggiunto che “più che dire che l’Europa rischia assalti simili, l’Unione europea sta prendendo atto che il fenomeno migratorio non è più qualcosa che può essere affrontato prescindendo dalla considerazione della sua dimensione epocale”. Si tratta di un fenomeno “troppo a lungo è stato sottovalutato” e “ridotto a un problema che poteva riguardare i singoli Stati membri, come l’Italia, che fanno da prima frontiera. In realtà non è così: le scene che si sono viste – ha aggiunto – sono il frutto di tanti nodi che vengono al pettine, ovvero un forte squilibrio di carattere demografico, squilibri di carattere socio-economico che contraddistinguono i paesi a forte vocazione migratoria e i paesi europei”. “Senza lanciare allarmi perché non siamo all’assedio” ha concluso il titolare del Viminale, va riconosciuto “che c’è una pressione migratoria capace di produrre quelle scene e bisogna farne tesoro”.


Si sa, Salvini e Tajani non controllano più i parlamentari, ma anche Giorgia Meloni…


(dagospia.com) – Attenzione: attraversamento peones! I tre partiti di maggioranza hanno una cosa in comune: più si va avanti, meno i leader controllano i parlamentari. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia faticano a tenere a bada i pigiabottoni di Montecitorio e Palazzo Madama.

Prima della pausa estiva, e in vista del rientro con il botto con il voto sulla legge elettorale, e l’emendamento-bluff sulle preferenze, ognuno cerca come può di serrare le file.

In questi giorni c’è stato l’incontro di Antonio Tajani con la ridotta dei “laziali” (i fedelissimi del segretario), che l’hanno rincojonito con la solita richiesta: “Vogliamo essere confermati in lista”. Ma con i voti che latitano (nel 2022 FI ottenne l’8% abbondante, ridotto di almeno un punto secondo i sondaggi e quasi impossiible da confermare nel 2027) e la presa sempre più stretta della “proprietaria”, Marina Berlusconi, l’ex monarchico di Ferentino non può garantire granché.

Nella Lega va ancora peggio: il drammatico tracollo del Carroccio, drenato dalla fuoriuscita di Roberto Vannacci, rischia di ridurre la compagine parlamentare a una manciata di deputati e senatori, se va bene. E i pochi che restano, litigano: il partito è dilaniato dalla spaccatura interna tra nordisti e “salviniani” che il segretario sta tentando in queste ore di ricucire con un tardivo e inutile direttivo.

A sorpresa, però, i mal di capoccia più intensi rischia di averli Giorgia Meloni. Il problema principale ce l’ha infatti FDI. Essì, il partito di via della Scrofa, che una volta era un monolite inscalfibile, complice la gestione matronale di Arianna Meloni, è diventato come tutti gli altri: un coacervo di serpi pronte a mordersi a vicenda.

Gli esperti di palazzo ricordano ancora la rabbia con cui Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni e già ras acchiappavoti di Fdi, si rivolse ai “vigliacchetti” che avevano affossato il testo sulle preferenze. Un’intemerata, quella dello “stallone di Subiaco”, più ai suoi colleghi di partito che ai parlamentari azzurri o leghisti. Della sporca trentina di franchi tiratori (a cui Lollo disse di preferire i “franchi bevitori”), molti sarebbero stati di Fratelli d’Italia. E a settembre, il copione potrebbe ripetersi invariato.

Nell’inaspettata infornata di parlamentari ex missini del 2022, infatti, entrò un po’ di tutto: nessuno si aspettava il boom di consensi che portò Fdi a raggiungere il 26% ed eleggere 118 deputati e 63 senatori. Le liste erano insomma piene di personaggi un po’ improvvisati, raccattati sul territorio e che difficilmente verranno ricandidati nel 2027. Covano vendetta e non vedono l’ora di consumarla. Per questo, sono pericolosissimi, imprevedibili e pronti a sabotare la legge elettorale, anche fosse solo per il gusto di rovinare la festa alla Ducetta e alla sorella (prima di attraversare il guado e, chissà, magari correre a braccia aperte verso il generale Vannacci, che può garantire una candidatura sicura…)


Questo ponte non s’ha da fare


Ponte sullo Stretto, via libera del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Ma ci sono prescrizioni. La società: “Lavoreremo con i tecnici, documenti pronti entro fine agosto. Nell’ultimo trimestre al via la fase realizzativa”. Esulta il centrodestra, critiche le associazioni: “Fumo negli occhi. Vero obiettivo, il consenso”

Ponte sullo Stretto, via libera del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Ma ci sono prescrizioni

(di Alessia Candito – repubblica.it) – Il Consiglio superiore dei lavori pubblici ha dato il via libera alla fase della progettazione esecutiva del Ponte sullo Stretto. Ma a dispetto degli ennesimi roboanti annunci su cantieri aperti in pochi mesi e prime pietre, l’avvio dei lavori dell’opera, divenuta cavallo di battaglia del ministro Matteo Salvini, potrebbe non essere così semplice, né rapido. E forse neanche scontato.

Il Consiglio, da giorni al centro delle polemiche per gli innesti fin troppo vicini alla società Stretto di Messina o al fronte degli entusiasti per l’opera, ha dato sì il proprio parere positivo “all’unanimità”, come sottolineato nella stringata nota del ministero dei Trasporti, ma quel via libera è condizionato a una serie di prescrizioni. Insomma, un “sì ma”.

Lo ammette lo stesso ad della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, che pur dicendosi soddisfatto dell’esito del parere, afferma che “adesso esamineremo con i nostri tecnici e progettisti le osservazioni che accompagnano il parere, per dare pronta risposta tecnica”.

La società non ha fatto sapere quali siano le prescrizioni a cui dovrà ottemperare, ma secondo quanto filtra, progetta di fare tutto in fretta. Obiettivo, arrivare a fine agosto con un faldone di controdeduzioni da trasmettere al ministero dei Trasporti, che poi potrà riavviare l’iter per il nuovo passaggio al Cipess.

Dopo, toccherà nuovamente alla Corte dei Conti, dove già un anno fa il progetto si era incagliato, dare l’ultimo via libera. Tutti passaggi che secondo la società potrebbero portare alla “fase realizzativa” già nell’ultimo trimestre dell’anno. Ma molto dipenderà anche dalle prescrizioni messe nero su bianco dal Consiglio dei lavori pubblici.

Secondo indiscrezioni, sul Ponte ci sarebbe una relazione di più 300 pagine, che ripropone molti dei nodi già in passato portati alla luce non solo da ambientalisti e amministrazioni interessate, ma anche dal ministero dell’Ambiente: dall’altezza (il cosiddetto franco navigabile), alla necessità di approfondire la pericolosità delle faglie attive presenti in zona, allo smorzamento strutturale, cioè la capacità di dissipare le vibrazioni causate da vento, traffico o movimenti sismici.

E poi, c’è sempre possibilità – e il Comune di Villa San Giovanni lo valuterà – di una contestazione in sede legale per il mancato coinvolgimento delle amministrazioni “che in questi casi, hanno diritto di partecipazione ai lavori e di voto”, fanno sapere dalla sponda calabrese. Sempre che qualche ulteriore terremoto non arrivi dai due fascicoli, uno a Caltanissetta e uno a Roma, che lambiscono la società chiamata a realizzare l’opera.

Nel frattempo il centrodestra festeggia. Di “passo avanti decisivo” parla il governatore siciliano Renato Schifani, che rivendica di aver destinato “1.3 miliardi dei Fondi per lo sviluppo e la coesione” all’opera, considerata “strategica”. Per il presidente di Regione Calabria, Roberto Occhiuto, il Ponte sarebbe anche “un grandissimo attrattore di sviluppo per Calabria e Sicilia” e occasione da non sprecare, mentre per l’assessore leghista all’Istruzione della Sicilia, Mimmo Turano, l’opera innesca “un processo irreversibile per tutto il Paese”. La sottosegretaria azzurra Matilde Siracusano se la prende invece con “i gufi e quanti, per pregiudizio ideologico o convenienza politica, tifano contro il progresso”.

Per il deputato di Avs Angelo Bonelli il centrodestra farebbe bene ad attendere prima di festeggiare e chiede l’immediata pubblicazione della documentazione. “Il parere sarebbe stato rilasciato con numerose e sostanziali osservazioni.Fino a oggi la Società Stretto di Messina non è stata in grado di confutare nessuna delle contestazioni e delle prescrizioni sollevate. Eppure si continua a forzare un’opera dai costi vergognosi, attraverso norme costruite su misura e senza aver sciolto i dubbi ambientali, sismici, strutturali ed economici”

Sul piede di guerra gli ambientalisti, pronti a tornare in piazza l’8 agosto a Messina, che puntano il dito contro “i blitz agostani” del governo, denunciano pasticci nelle procedure e affermano che l’obiettivo: “non è l’attraversamento dello Stretto, ma porre nel dibattito politico elettorale un elemento immaginifico quanto illusorio per attrarre consenso, distribuendo al contempo soldi in consulenze, incarichi e stipendi”.


Rai, M5S: è nato “sottiloni”, metà Sottile e metà Meloni


(LaPresse) – “Siamo al 7 agosto, la gente è alle prese con il caro carburante e il carovita, ma TeleMeloni continua a colpire. I cittadini vorrebbero sapere come il governo pensa di fronteggiare queste emergenze e invece chi dovrebbe informarli nel servizio pubblico,

pagato con i soldi del canone versato dagli italiani, si presta alle distrazioni di massa trovate da Meloni & C.. Stavolta lo fa sui social uno dei suoi alfieri principali, quel Salvo Sottile che ha contribuito a distruggere Rai 3 e che è stato ricompensato con la trasmissione lasciata da Milo Infante.

Con la differenza che quest’ultimo ha sempre fatto ascolti d’oro, con Sottile siamo nelle mani di Dio. Proprio Sottile, in questo caldo 7 agosto non trova di meglio da fare che un post inutile e dal sapore diffamatorio nei confronti di Giuseppe Conte e di Sigfrido Ranucci”. Così gli esponenti M5S in commissione di Vigilanza Rai Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato.

“Sottile fa il simpatico, o meglio ci prova, dicendo che sarebbe nato ‘Contucci’, accostando Conte e Ranucci dicendo che entrambi si autoassolverebbero – spiegano – A parte il fatto che ormai questi (Sottile , Monteleone, ecc) non hanno più alcun pudore a pubblicare qualsiasi nefandezza gli passi per la testa, ma non si rende conto Sottile di quanto sia ridicolo a pubblicare simili scemenze? Semmai quello che è nato ormai da anni è ‘Sottiloni’, metà Sottile e metà Meloni.

Entrambi accomunati in politica e nell’informazione a fare delle insinuazioni e della propaganda il proprio marchio di fabbrica e arma di distrazione di massa. Ci chiediamo quand’è che Sottile farà una bella inchiesta, quantomeno mezzo servizio, sulle chat di Delmastro. Mai, perché quando fai del servilismo il tratto distintivo della tua carriera poi sei incatenato a un guinzaglio che non si scioglierà più”.

La nota del M5s si riferisce a un post su Facebook con cui Sottile introduce un articolo sul suo blog. “È nato Contucci – scrive il conduttore – Non cercatelo all’anagrafe. È un personaggio immaginario, ma somiglia terribilmente a due protagonisti della vita pubblica italiana.

Metà Giuseppe Conte, metà Sigfrido Ranucci.Il primo, davanti alla Commissione Covid, trasforma ogni domanda in un comizio. Il secondo, quando le domande riguardano lui, vede sempre un attacco politico. Due mondi lontani. O forse no”.