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Macron chiederà attivazione “Strumento anti-coercizione” contro i dazi di Trump: che cos’è


(ANSA-AFP) – PARIGI, 18 GEN – Il presidente francese Emmanuel Macron chiederà l’attivazione dello strumento anticoercitivo dell’Ue in caso di nuovi dazi statunitensi. Lo riferiscono fonti informate vicine alla presidenza francese.

Emmanuel Macron è “mobilitato per coordinare la risposta europea alle minacce tariffarie inaccettabili formulate dal presidente Trump”, si apprende dall’entourage del presidente. Le stesse fonti precisano che Macron “sarà tutto il giorno in contatto con i suoi omologhi europei e chiederà, a nome della Francia, l’attivazione dello strumento anticoercitivo”.

Secondo i più stretti collaboratori del presidente, “l’approccio americano pone la questione della validità dell’accordo sulle tariffe concluso l’estate scorsa dall’Unione europea con gli Stati Uniti”.

Macron torna a minacciare l’uso dello “Strumento anti-coercizione” contro i dazi di Trump: che cos’è

Il presidente francese ne aveva evocato l’utilizzo già a luglio. Le contromisure economiche sono considerate solo come ultima risorsa. La gamma di opzioni è ampia e non mancano i rischi

Macron torna a minacciare l’uso dello “Strumento anti-coercizione” contro i dazi di Trump: che cos’è

(ilfattoquotidiano.it) – E un’opzione mai sperimentata ed è sta ribattezzata, nei corridoi di Bruxelles, il “bazooka” delle misure commerciali. Il suo obiettivo primario è la deterrenza, prevenendo l’uso stesso dello strumento: ecco perché spesso viene definita come “l’opzione nucleare” dell’Ue. Lo Strumento anti-coercizione (Aci) torna oggi ad essere rievocato dal presidente francese Emmanuel Macron, dopo l’annuncio da parte di Donald Trump di imporre dazi al 10% dal primo febbraio agli 8 Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia. “Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, ha minacciato il presidente Usa sottolineando che riguarderanno tutte le merci spedite negli Stati Uniti e saranno in vigore fino a quando “non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“.

Macron aveva evocato l’utilizzo dello strumento già lo scorso luglio in piena guerra dei dazi da parte degli Usa. Arma disinnescata poco dopo, quando l’Ue ha raggiunto l’intesa con Trump. Adesso però l’opzione torna sul tavolo. Macron, che sarà “in contatto con i suoi omologhi europei per tutto il giorno”, chiederà “l’attivazione dello strumento anti-coercizione Ue” se le minacce di dazi per la Groenlandia brandite da Donald Trump saranno attuate, fanno sapere fonti dell’entourage del presidente francese. Inoltre, aggiungono le fonti, le minacce commerciali americane “sollevano la questione della validità dell’accordo” sui dazi doganali raggiunto lo scorso luglio tra Stati Uniti e Unione Europea.

L’Anti-Coercion Instrument – la cui attuazione richiede una maggioranza qualificata dei Paesi della Ue – consiste in una risposta dell’Unione europea alla coercizione economica da parte di Paesi terzi, ovvero ad interferenze indebite tramite misure o minacce che colpiscono il commercio o gli investimenti per condizionare scelte politiche. È stato approvato dalle istituzioni europee nel 2023 come arma di deterrenza nei confronti della Cina che aveva “punito” con restrizioni commerciali la Lituania colpevole di aver rafforzato i legami con Taiwan.

Le contromisure economiche sono considerate solo come ultima risorsa, soggette a condizioni di necessità e proporzionalità. Sono progettate per essere mirate, temporanee e con impatto minimo sull’economia dell’Ue. La gamma di opzioni è ampia. Una volta attivato, quello strumento pensato per “scoraggiare l’intimidazione economica” consentirebbe di adottare misure che vanno ben oltre i contro-dazi. Per esempio si potrebbe limitare l’accesso dei gruppi Usa ai mercati finanziari europei, escluderli da appalti pubblici, revocare loro licenze di importazione e persino introdurre restrizioni sui diritti di proprietà intellettuale. Bruxelles potrebbe – potenzialmente – arrivare a vietare ai gruppi statunitensi di monetizzare in Europa servizi digitali come le piattaforme di streaming o l’utilizzo di software. Divieti e limiti possono colpire un intero Paese ma anche singoli individui o aziende.

La fase di determinazione di un atto di coercizione spetta al Consiglio, che agisce su proposta della Commissione. La successiva adozione di misure di risposta è di competenza della Commissione, assistita da un comitato di Stati membri. In specifici casi (per esempio norme di origine) si utilizzano atti delegati, coinvolgendo anche il Parlamento Europeo. Il processo prevede il coinvolgimento delle parti interessate per valutare l’impatto delle misure e un obbligo di informazione costante del Parlamento e del Consiglio.

Le possibili misure da mettere in campo sono pertanto tante e molto potenti, per questo l’Aci è considerata un’opzione estrema. E bisogna considerare i rischi. Oltre alle eventuali reazioni del Paese terzo (in questo caso gli Usa) c’è il timore che a pagare siano i consumatori e le imprese Ue. In primis con una riduzione dei servizi, considerato che quasi tutti i gruppi che li offrono sono statunitensi, o un aumento dei costi. C’è poi l’aspetto politico. Per attivarlo su proposta della Commissione – che deve attestare l’esistenza di un tentativo di “coercizione economica” – serve un voto a maggioranza qualificata in Consiglio: devono esprimersi a favore 15 Paesi su 27, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Quindi serve la convergenza tra le principali capitali europee, cosa ovviamente non scontata.


Berlusconi era un dilettante: con Trump è in atto il più grande conflitto d’interessi della storia


Ft, prima vendita di petrolio venezuelano a società di un donatore Trump

(ANSA) – La prima vendita di greggio venezuelano negli Stati Uniti è stata effettuata a favore di una società il cui principale trader petrolifero ha donato alla campagna per la rielezione di Donald Trump e ha partecipato a un incontro alla Casa Bianca con il presidente la scorsa settimana. Lo scrive il Financial Times.

John Addison, senior trader di Vitol che ha donato circa 6 milioni di dollari a comitati di azione politica a sostegno del ritorno alla Casa Bianca di Trump, è stato coinvolto negli sforzi della sua società per assicurarsi un accordo da 250 milioni di dollari per il greggio venezuelano. L’operazione ha dato il via al controverso piano del presidente degli Stati Uniti di vendere fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano.

Secondo il database dei donatori di OpenSecrets, le donazioni di Addison alla campagna per la rielezione di Trump includono 5 milioni di dollari versati nell’ottobre 2024 a Maga Inc e oltre 1 milione di dollari a due altri Pac allineati a Trump. Addison ha partecipato insieme a Ben Marshall, capo della divisione statunitense di Vitol, a un incontro di alto profilo con i leader del settore alla Casa Bianca venerdì scorso. Vitol è stata l’unica azienda a essere rappresentata da due alti dirigenti.

Durante l’evento, Addison ha promesso a Trump che Vitol avrebbe ottenuto il miglior prezzo possibile per il petrolio venezuelano destinato agli Stati Uniti, affermando che “l’influenza che lei esercita sui venezuelani farà sì che ottenga ciò che desidera”. Vitol ha dichiarato che le donazioni di Addison — che lo hanno reso uno dei più generosi sostenitori di Trump a Houston — sono state effettuate a titolo personale.

Anche Trafigura, un’altra grande società globale di trading, ha acquistato 250 milioni di dollari di petrolio venezuelano, secondo due persone a conoscenza degli accordi. La società ha speso 525.000 dollari in attività di lobbying negli Stati Uniti nel 2024 e 2025, secondo OpenSecrets.


Nuova inchiesta di Report sul collegio del Garante per la Privacy


(ANSA) – Dopo il terremoto che ha scosso il Garante per la Privacy, con l’apertura di un’indagine per peculato e corruzione da parte della procura di Roma a carico dei componenti del Collegio, e dopo le dimissioni di Guido Scorza, Report torna stasera sulla vicenda.

“Oltre a una ricostruzione degli ultimi eventi di cronaca – anticipa Sigfrido Ranucci – mostreremo un documento inedito in cui c’è la prova che i Garanti, nell’ambito dei rimborsi spese, sapevano di essere in difetto. Peraltro c’è un regolamento che andava approvato già dal 2021, sollecitato anche all’ex segretario generale Mattei, in cui si fissava un tetto di 100 euro al giorno per il vitto e di 190 euro a notte per gli hotel, non superiori a quattro stelle.

Abbiamo invece scoperto che per anni sono stati spesi fino a 690 euro a notte, in alberghi anche a cinque stelle. Quel regolamento non è stato mai approvato dal Collegio per poter continuare a beneficiare di diversi agi alle spalle dei cittadini”.   

“Parleremo anche – continua il conduttore del programma di Rai3 – di un secondo documento dei dipendenti che tornano a chiedere le dimissioni di tutti i componenti, non ritenendoli più credibili né equidistanti dalla politica. Abbiamo visto che si è dimesso Scorza, forse il componente meno legato ai partiti, sono rimasti invece quelli più legati alla politica.

Gli stessi partiti di governo non spingono per le dimissioni, con la scusa che gli attuali componenti sono stati nominati sotto il secondo governo Conte, ma quando si è trattato di applicare lo spoils system in altri versanti non hanno tenuto conto di questo ragionamento”.

Ranucci segnala anche un’altra anomalia: “Quando l’Europa ha istituito le Autorità, oltre a chiederne l’indipendenza, ha anche segnalato la necessità di prevedere per legge la decadenza di fronte a fatti gravi. L’Italia non si è mai dotata di una legge sulla decadenza: solo un rigurgito di coscienza potrebbe dunque spingerli alle dimissioni”.   

Nella puntata di stasera spazio anche all’inchiesta ‘Vannacci e i suoi fratelli’: “Report – spiega Ranucci – ha scoperto un Vannacci inedito, che accetta i voti degli omosessuali. Ma soprattutto ha scoperto che, da quando è nella Lega, non ha mai versato un euro per il partito, fatto anomalo rispetto alla consuetudine.

E ha creato una nuova associazione all’insaputa di Salvini, Generazione X, che prevede contributi che vanno da 300 a 5.000 euro ed è presieduta dalla moglie. Inoltre attorno a lui sono riunite persone che appartengono alla massoneria: come si concilia con lo statuto della Lega che vieta associati legati alla massoneria, senza l’autorizzazone di Salvini?. Tra questi Gianmario Ferramonti, che già si era avvicinato alla Lega negli anni ’90 con Miglio. Vannacci risponde che di questo non sa niente, salvo avergli impedito di concederci un’intervista”. 


Travaglio: “Trump misura la democrazia in barili di petrolio. Venezuela e Iran gli interessano solo per quello”


Il direttore del Fatto ad Accordi&Disaccordi ha definito “beoti” quanti vorrebbero un intervento armato contro il regime degli Ayatollah

(ilfattoquotidiano.it) – Trump misura la democrazia in barili di petrolio. Il Venezuela e l’Iran gli interessano per quello, non certo per la democrazia. Chi invoca un intervento armato in Iran è un beota”. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, ha commentato le ultime gesta del presidente Usa in materia di politica estera. “Se noi andiamo a vedere i Paesi di cui parla, i Paesi di cui si interessa e andiamo a vedere la lista dei principali produttori ed estrattori di petrolio e di gas, scopriamo che le due liste coincidono. – ha premesso il direttore del Fatto Quotidiano – E’ questa la cosa davanti alla quale ci pone. Non ci mette davanti degli schermi per dire che ‘purtroppo in Venezuela non c’è la democrazia, adesso arriviamo noi’, ha preso il dittatore, l’ha rapito con delle accuse farlocche, ha messo su la vice dittatrice. Il regime madurista è identico a quello di prima, semplicemente c’è la vice del dittatore (Delcy Rodriguez, ndr) invece del dittatore, però i barili arrivano e questo fa la differenza“.

Poi Travaglio ha attaccato quanti sostengono un intervento armato degli americani in Iran: “Noi siamo un Paese di beoti che tifano per l’intervento pensando veramente che a Trump freghi qualcosa del fatto che in Iran arrivi o meno una democrazia. Ma lo sa anche lui che quello è un impero, l’Impero persiano, più o meno negli stessi confini dura da tre millenni. Ma di che cosa stiamo parlando? – ha proseguito il giornalista – Forse gliel’hanno spiegato anche a lui che c’è un sentimento nazionalista fortissimo, che non vogliono essere liberati né da Israele, né degli Stati Uniti, né da Israele e dagli Stati Uniti insieme, né vogliono farsi torturare dallo Scià anziché farsi torturare dagli ayatollah. Non è per questo che stanno protestando. Non stanno protestando nemmeno per la democrazia. Stanno protestando perché c’è un’inflazione spaventosa dovuta a un governo e a un regime inefficiente, colpito da 46 anni di sanzioni economiche”.

Oltretutto “adesso c’è qualche genio che dice di aumentare le sanzioni così li affamiamo di più, oppure li bombardiamo dall’alto senza porci minimamente il problema di quello che succederà dopo, che è esattamente quello che hanno sempre fatto gli americani, che vanno a fare guerre in paesi di cui non sanno niente e spesso non sanno nemmeno dove stanno sulla cartina geografica, come quelli che dicono alla flottiglia di andare in Iran. L’Iran però non è sul Mediterraneo, devi passare dal canale di Suez, circumnavigare la penisola arabica o paracadutare le barche sul Mar Caspio. Cioè non sanno che cosa dicono. In più, come ricordava Cacciari, non è che l’Iran è lì, solitario, è strano, eccentrico rispetto al resto del Medio Oriente, ma è vicino a un altro impero che è la Turchia. E poi è pieno di satrapie arabe che non hanno nessuna intenzione di veder scoppiare una rivolta di successo, che butta giù una satrapia, perché poi temono il contagio”.

Perché, secondo Travaglio “le primavere arabe di 15 anni fa hanno terrorizzato tutte le satrapie e le hanno spente. Abbiamo visto come ha funzionato in Egitto. La primavera araba ha portato le elezioni, alle elezioni hanno vinto i Fratelli musulmani, noi abbiamo deciso che non ce li potevamo permettere e abbiamo patrocinato un colpo di Stato per mettere il generale Al Sisi. Trump si occupa di Iran a proposito del petrolio. Probabilmente gli hanno spiegato che è complicato bombardare dall’alto e cambiare un regime che è stratificato. Non c’è solo Khamenei che ha 87 anni e che probabilmente c’è già il successore. Se ammazzano Khamenei probabilmente cambia poco. C’è un regime molto consolidato che dura da 46 anni, dove ci sono i Pasdaran, la polizia morale, la polizia politica, la polizia ordinaria, l’esercito, una parte del popolo, che non è tutto contro gli Ayatollah. C’è una parte occidentalizzata e c’è una parte che invece non vuole minimamente il salto nel buio, il ritorno all’indietro”.

Il giornalista ha concluso: “Bisogna conoscerli i Paesi, oltre a conoscere il contesto. Probabilmente fino a questo momento, ma non sappiamo con Trump quanto duri, qualcuno gli ha portato una cartina per fargli vedere dov’è l’Iran e qualcuno che gli ha fatto un Bignami, perché la sua soglia d’attenzione dura pochi secondi, con dieci righe per spiegargli che razza di ginepraio è quella zona lì e che vaso di Pandora rischi di scoperchiare con un intervento dall’alto”.


Cacciari: “Trump sta smantellando ogni ordine: l’ingiustizia trionfa ovunque e si sfascia tutto”


Il filosofo ad Accordi&Disaccordi commenta la situazione in America dopo l’omicidio a sangue freddo di Renee Good da parte di un agente dell’Ice

(ilfattoquotidiano.it) – “Giustificare l’omicidio di una persona perché ‘radicale’? Neanche nei momenti peggiori del fascismo“. Così Massimo Cacciari ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi, ha commentato le parole del presidente Trump su Renee Good, freddata da un agente dell’Ice a Minneapolis lo scorso 7 gennaio. Perché non solo il presidente americano, ma anche il vicepresidente JD Vance e altri esponenti di spicco dell’amministrazione Trump hanno definito la donna di Minneapolis una “violenta”, “radicale”, persino “terrorista”, giustificando l’operato dell’agente dell’Ice che ha subito ottenuto l’immunità federale. Secondo Cacciari “dal punto di vista del diritto, prendere un oppositore, metterlo in galera, processarlo, magari anche impiccarlo dopo un processo farsa è una cosa diversa da quello che sta accadendo negli Stati Uniti, dove Trump sta smantellando ogni ordine“. Il risultato? “È l’ingiustizia che trionfa in ogni campo. Si sfascia tutto“, secondo l’ex sindaco di Venezia.

Il filosofo ha proseguito: “Fintanto che dall’altra parte c’è un’autorità che non opera secondo il diritto e la giustizia, ma ha un ordine logico suo, organizzare una forma politica di opposizione è assai più semplice che trovarsi di fronte a battute o personaggi come quelli che abbiamo appena visto, che dicono: ‘Ha sparato in faccia a una persona, che vuoi che sia, è radicale!’. Cosa dici a una persona del genere? Cosa fai, le spari? Se la logica è che chi domina è il più forte, i dominati faranno di tutto per diventare loro i più forti e così si innescano meccanismi di conflitto sociale che alla fine diventano ingovernabili. Con personaggi come Trump, con politiche come quelle che stanno facendo gli europei, si accendono focolai, correnti, processi di conflitto sociale e culturale che diventano ingovernabili”, ha concluso Cacciari.


Nel paese delle meraviglie di Giorgia tutto procede alla perfezione


Meloni, incomprensione sulla Groenlandia, azione Ue non è contro gli Usa

(ANSA) – SEUL, 18 GEN – “Condivido l’attenzione che la presidenza americana attribuisce, come ho detto molte volte, alla Groenlandia e in generale all’Artico, che è una zona strategica nella quale chiaramente va evitata una eccessiva ingerenza di attori che possono essere ostili.

Ma credo che in questo senso andasse letta la volontà di alcuni Paesi europei di inviare le truppe, di partecipare a una maggiore sicurezza, non nel senso di un’iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti, ma semmai nei confronti di altri attori”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlando coi giornalisti a Seul ribadendo che “mi pare che su questo ci sia stato un problema di comprensione e di comunicazione”.

Meloni, l’aumento dei dazi un errore, lavoriamo a evitare escalation 

(ANSA) – SEUL, 18 GEN – “La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido”.

Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlando coi giornalisti a Seul spiegando di avere sentito Donald Trump in queste ore e che c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione” sull’iniziativa di alcuni Paesi Ue che non va letta in chiave “anti-americana”. Bisogna “riprendere il dialogo ed evitare una escalation”. 

Meloni, ho parlato con Rutte e Trump, interessato ad ascoltare 

(ANSA) – SEUL, 18 GEN – “Ho sentito sia Donald Trump qualche ora fa, al quale ho detto quello che penso” sia “il segretario generale della Nato che mi conferma un lavoro che” l’Alleanza “sta iniziando a fare. Nel corso della giornata sentirò anche i leader europei” e “credo sia convocata una riunione a livello per ora di Coreper dell’Unione Europea”.

Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlando coi giornalisti a Seul, spiegando che il presidente Usa “mi pare fosse interessato ad ascoltare”. Non si può “farvi lo stenografico di quello che dico a un mio collega”, ha risposto alle richieste di andare più nel dettaglio. “Io credo – ha concluso – che in questa fase sia molto importante parlarsi”. 

Meloni, l’Italia è stata invitata a far parte del Board per Gaza 

Possiamo giocare un ruolo di primo piano (ANSA) – SEUL, 18 GEN – “Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace”.  Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlando coi giornalisti a Seul sul Board per Gaza. 

Meloni, non c’è problema politico con la Lega su dazi e Groenlandia

(ANSA) – SEUL, 18 GEN – “Non c’è un problema politico con la Lega su questo punto”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlando coi giornalisti a Seul interpellata sulla nota con cui la Lega a proposito dei nuovi dazi di Trump ai paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia ha parlato di “deboli d’Europa” che hanno la “smania” di inviare soldati e raccolgono i loro “frutti amari”. 

Meloni, riunione sul pacchetto sicurezza convocata al mio rientro

(ANSA) – SEUL, 18 GEN – “Sto convocando al mio rientro una riunione per fare il punto sul provvedimento non so se sarà pronto per martedì ma ci stiamo lavorando”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlando coi giornalisti a Seul interpellata sul nuovo decreto sicurezza. 


Parallelismo tra Palestina e Iran: le due circostanze sono incomparabili


(Andrea Zhok) – Chiedo venia, ma continua a venire fuori questo demenziale parallelismo tra Palestina e Iran, come se chi ha protestato per il genocidio di Gaza dovesse per coerenza protestare contro la repressione della rivolta armata nelle città iraniane.

Inizialmente pensavo fosse qualche episodico minus habens a sostenere questa tesi, ma non bisogna mai eccedere in fiducia nella specie umana: questo “ragionamento” continua ad essere ripetuto e ripreso.

Bene, siccome si chiama in causa la necessità di coerenza e il parallelismo tra le due situazioni, segnalo quattro cose.

1) Chi chiede la sovranità dei palestinesi sulla Palestina, deve chiedere coerentemente la sovranità degli iraniani sull’Iran, senza interventi militari esterni, questo è coerente con il principio di autodeterminazione dei popoli. Chi lo respinge aderisce ad una forma di suprematismo coloniale, per cui la civiltà deve essere importata dall’esterno con le armi.

2) L’attacco di Hamas del 7 ottobre non era un attacco a uno stato straniero, ma un attacco a una forza coloniale insediata su territori occupati militarmente e che Israele non ha alcun diritto a rivendicare come propri. E questo non per mia opinione, ma a termini di legge e sulla base delle risoluzioni dell’ONU.

3) La risposta israeliana già il 9 ottobre, 2 giorni dopo, aveva cacciato ogni residuo elemento di Hamas coinvolto nell’attacco. Da quel momento in poi l’IDF ha proseguito nel massacro in aree civili, radendo al suolo la striscia di Gaza, uccidendo, secondo le stime più restrittive, almeno 56.000 palestinesi, di cui circa 20.000 minorenni. Questo massacro è durato con cadenza quotidiana per 24 mesi (e in tono minore anche dopo).

– La risposta del governo iraniano alla rivolta armata sul proprio territorio è durata il tempo della rivolta stessa. Secondo il Dipartimento della Difesa americano 800 rivoltosi catturati, che si riteneva fossero passati per le armi, sono ancora nelle carceri iraniane in attesa di processo.

4) La risposta pubblica ai massacri israeliani ha cominciato ad albeggiare timidamente in Europa non prima di 6 mesi dal 7 ottobre, quando sono comparse le prime manifestazioni significative. Per avere una risposta massiva, in cui prendessero la parola anche testate giornalistiche importanti e qualche carica istituzionale si è dovuto attendere un anno e mezzo di massacri in mondovisione.

– La risposta pubblica a quanto succedeva in Iran è arrivata istantaneamente – ben prima di capire cosa esattamente stesse succedendo – con immediate vibranti denunce di massacri inenarrabili di manifestanti pacifici. Si è negato per giorni che i “manifestanti pacifici” fossero armati di tutto punto, sparassero sulle forze di sicurezza, bruciassero moschee, biblioteche, automobili, caseggiati. Tuttavia, in quasi totale assenza di informazioni, dopo poche ore la rete era inondata di numeri lunari delle “vittime del regime” (ha girato subito e continua ancora a girare la sparata, destituita di ogni fondamento, dei 12.000 manifestanti uccisi, laddove ora si parla di 3.000 vittime complessive, tra manifestanti, infiltrati, forze dell’ordine e civili accidentalmente colpiti.)

Ecco, se ancora non capite:

a) che le due circostanze sono incomparabili;

b) che l’opinione pubblica nei due casi è stata manipolata e strumentalizzata in direzioni opposte, fornendogli dati falsi e chiavi di lettura faziose (in comune c’è solo una cosa: sono state letture gradite a Israele);

c) che, eventualmente, coerenza vorrebbe di sostenere l’autodeterminazione dei palestinesi come degli iraniani;

se ancora non lo avete capito, allora NON VOLETE capirlo, e si tratta non più di ignoranza ma di malafede.


Notizie dal mondo e dalla Groenlandia


(Tommaso Merlo) – Va a finire che Trump bombarda anche noi e rapisce qualche premier europeo che gli sta sulle palle. Sarebbe l’apoteosi del suprematismo bianco a matrice capitalista, una guerra civile. In Groenlandia intanto protestano imbestialiti anche i pinguini che non vogliono finire sotto quel rimbambito malefico di Trump. Se davvero gli europei si sono estinti, preferiscono piuttosto i cinesi che almeno hanno un minimo di sale in zucca. Anche orsi polari e foche hanno capito che è l’egoismo degli esseri umani l’unica vera minaccia del pianeta e ci vorrebbe un limite di età per certe cariche e controlli preventivi di salute mentale. Non vogliono che la loro isola diventi una petroliera e la millesima base americana. Ma siamo al caos globale che dalla testa malfunzionante di Trump sta infestando il mondo. Guerra mediatica con post al vetriolo, guerra economica con minacce di dazi ai paesi della Nato che mandano soldati in Groenlandia e quindi rischi di degenerazione militare. A guidare i rivoltosi Macron Bonaparte che ha spedito al gelo una dozzina di malcapitati e pare pure suo marito abbia alzato la baionetta. Una barzelletta tragicomica. Dopo aver insanguinato il mondo a vanvera per decenni, la Nato si autodistrugge. Finalmente qualche buona notizia mentre gli storici zerbini della Casa Bianca come l’Italia balbettano imbarazzati più del solito. Il governo più insulso della storia repubblicana appartiene all’internazionale fascistoide che ha Trump come ducetto e potrebbe optare per il masochismo alleandosi col suo aggressore. Poveri noi ma oltralpe imperversa l’apoteosi capitalistica. Money first. Diritto internazionale come carta igienica e giacimenti e miniere come unico ideale. Dall’Iraq alla Libia, fino alla Nigeria e al Venezuela per passare dall’Iran e arrivare alla Groenlandia. Furto di risorse per sé e per sottrarle ai nuovi leader del pianeta dagli occhi a mandorla. Perlomeno in passato si sforzavano di inventare qualche balla di distrazione di massa, con Trump è caduta ogni maschera. La terza guerra mondiale contro i cinesi è già iniziata anche se per adesso solo in forma economica, prima i dazi e ora il furto di risorse. Apoteosi del suprematismo bianco. Gli americani sono stati già superati del dragone giallo in tutti i settori strategici, e allora giocano sporco per fargli mancare il carburante. E se rubare non basterà, passeranno alle bombe. Già, a meno di una clamorosa implosione economica, proveranno un colpo di coda militare prima della fine, prima di occuparsi dei loro poveri cittadini. Già, la storia è già girata e non potranno fare nulla contro un mega paese che ha prodotto un sistema politico ed economico molto più intelligente ed è promotore di un sistema internazionale molto più saggio. Nulla. Il mondo guarda già alla Cina. Finalmente qualche buona notizia anche se per ora imperversa il caos. Per Trump è carta igienica anche il diritto costituzionale con la Gestapo che gira per le strade americane mentre il suo governo protegge chissà perché cricche di pedofili altolocati. Alla fine sta venendo fuori che Maduro è molto più onesto di Trump mentre a livello democratico se la giocano. La Machado intanto regala il suo Nobel a Trump e vince quello della leccata di culo dell’anno. Cosa non si fa per una poltrona mentre della volontà popolare chissenefrega. Ne sa qualcosa il nasuto figlio dello Scià che il suo Iran per adesso lo vedrà solo col binocolo. L’ennesimo colpo di stato è fallito, con milioni di iraniani scesi in piazza a difesa del regime degli Ayatollah di gran lunga preferito rispetto a fare la fine della Siria. Pare che i Pasdaran siano riusciti con l’aiutino cinese a spegnere i satelliti Starlink di Elon Musk e gli infiltrati della Cia e del Mossad sono rimasti senza internet e quindi senza ordini. Ma inutile farsi illusioni, i deliri sionisti durano da oltre settant’anni e finché la loro lobby terrà la Casa Bianca per le palle, la guerra contro chiunque osi stare dalla parte dei palestinesi continuerà. La pulizia etnica a Gaza intanto prosegue come nulla fosse, in un fango gelido sporco di sangue innocente gli spietati aguzzini ancora ostacolano gli aiuti umanitari mentre esponenti della superiore civiltà occidentale si apprestano a formare il comitato internazionale il cui compito sarà confermare le tre opzioni riservate dai sionisti ai padroni di casa palestinesi: sottomettersi, scappare o morire ammazzati. Anche in Ucraina imperversa il freddo e la morte, nonostante gli strombazzamenti di Trump ed i vertici dei pietosi governanti europei, l’immane carneficina prosegue e Putin è alle porte di Odessa. Caos e sangue con adesso perfino la Groenlandia finita nel mirino dello stato profondo americano e quindi del burattino di turno alla Casa alla Bianca. Dopo aver insanguinato il mondo a vanvera per decenni, l’Occidente rischia l’autodistruzione per la felicità dei nuovi leader mondiali dagli occhi a mandorla. Già, siamo all’apoteosi del suprematismo bianco a matrice capitalista e come hanno capito anche i pinguini, orsi polari e foche, è l’egoismo dell’essere umano l’unica vera minaccia del pianeta.


L’Airbus A340 di Stato venduto per un euro: si chiude il caso dell’”Air Force Renzi”


L’aereo simbolo delle polemiche ceduto da Etihad ai commissari di Alitalia per una cifra simbolica. Il quadrimotore, parcheggiato dal 2018 a Roma Fiumicino, sarà venduto a pezzi

16 gen 2026

(di Leonard Berberi – corriere.it) – L’Airbus A340 — il quadrimotore utilizzato (poco) dallo Stato italiano per le missioni all’estero, citato (molto) a livello politico e ribattezzato, malignamente, «Air Force Renzi» (anche se l’ex premier non ci è mai salito) — è stato venduto da Etihad Airways ai commissari straordinari di Alitalia alla cifra, simbolica, di appena un euro. È quanto può svelare in esclusiva il Corriere della Sera dopo essere entrato in possesso sia dell’atto di compravendita sia della visura presso l’Ente nazionale per l’aviazione civile.

Il passaggio di proprietà, di fatto a titolo gratuitoavviene nell’ambito del maxi-accordo della primavera del 2023 tra Etihad (che aveva investito senza successo in Alitalia) e i commissari dell’ex vettore tricolore (Gabriele Fava — poi andato a guidare l’Inps —, Giuseppe Leogrande e Daniele Santosuosso). Un’intesa, approvata anche a livello politico, che, come è stato svelato nei giorni scorsi, ha previsto anche l’erogazione di «centinaia di milioni» di euro a favore dell’amministrazione straordinaria.

L’Airbus A340 non decolla più dall’estate del 2018è parcheggiato a poca distanza dagli hangar di Atitech all’aeroporto di Roma Fiumicino e ha perso le abilitazioni per volare. Nelle prossime settimane sarà venduto, a pezzi, ai migliori offerenti, spiegano due fonti a conoscenza delle intenzioni dei commissari. Non è escluso che sia anche l’ultimo asset di Alitalia ad essere dismesso, chiudendo così uno dei capitoli più discussi, tortuosi e drammatici dell’ex compagnia di bandiera del nostro Paese. I commissari, contattati, non hanno risposto alle domande. Etihad non ha commentato.

Ma come si è arrivati a questo punto? È il 2014 e a Roma da tempo cercano un velivolo in grado di coprire lunghe distanze senza dover fare soste intermedie per il rifornimento di carburante. Gli Airbus A319 — in dotazione all’Aeronautica Militare — non possono volare da Roma all’Asia o al Sud America senza uno scalo tecnico. Viene così scelto un quadrimotore, l’Airbus A340-500, di Etihad Airways, che intanto è entrata in Alitalia con il 49% e prova a rilanciare il vettore tricolore.

Lo Stato però non può firmare un contratto di leasing con una società extra-Ue e così nascono due accordi. Il primo, il numero 808, siglato tra Alitalia e il ministero della Difesa il 17 maggio 2016 (durante il governo Renzi). Si tratta di un «sub-noleggio» e include diverse prestazioni accessorie, come la manutenzione, l’addestramento dei piloti, l’intrattenimento di bordo, per una spesa di 168 milioni di euro in otto anni.

L’Airbus A340 di Stato venduto per un euro: si chiude il caso dell’«Air Force Renzi». Ecco i documenti

Poi c’è il secondo contratto, tra Alitalia ed Etihad, firmato il 9 giugno 2016 a Dublino e impostato su quattro grandi blocchi di spesa: il leasing (81 milioni), la manutenzione (31 milioni), l’handling (12 milioni) e l’addestramento dei piloti (quasi 4 milioni), per un costo complessivo intorno ai 150 milioni. Per il noleggio dell’Airbus A340 Alitalia dava a Etihad 512.198 dollari ogni mese, ma ne riceveva 590.889,60 dalla Direzione degli armamenti aeronautici e per l’aeronavigabilità (Armaereo), il settore del ministero della Difesa che si occupa anche degli aerei di Stato.

Il governo Conte I decide di fermare tutto. Il 22 agosto 2018 i commissari straordinari annullano l’accordo con Etihad. Il 31 agosto lo fa il dicastero con Alitalia. Dopo 88 voli istituzionali l’A340 deve essere riportato ad Abu Dhabi. Ma il velivolo — lungo 67 metri — resta parcheggiato a Fiumicino. Intanto Etihad si rivolge ai tribunali (italiani) per opporsi allo scioglimento unilaterale del contratto. Il Tar del Lazio respinge il ricorso nel gennaio 2019. Il 7 dicembre 2022, sempre il Tar, dichiara «estinto» il giudizio anche per il venir meno dell’interesse di Etihad.

Secondo i dati forniti al Corriere da Collateral Verifications attraverso la piattaforma ch-aviation, quando smette di volare (il 7 giugno 2018) l’A340 ha un valore di mercato di 3,43 milioni di euro. Oggi, in teoria, quel valore è pari a zero. Ma dalla dismissione dei pezzi la terna commissariale potrebbe comunque ricavare qualcosa, in particolare se si pensa alle parti di ricambio che servono rapidamente e non sono trovabili sul mercato.

Dopo cinque anni di parcheggio, senza sapere il suo destino, i commissari sbloccano la situazione all’interno del maxi-accordo complessivo. Alle 14:30 del 17 maggio 2023, a Roma, di fronte al notaio Lorenzo Cavalaglio, Fava e Santosuosso firmano con la legale rappresentante in Italia di Etihad l’«atto di compravendita» del velivolo con marche di registrazione I-TALY, stando al documento recuperato dal Corriere.

Il jet viene venduto «unitamente a quattro motori Rolls-Royce Trent, nonché alle apparecchiature, agli strumenti, agli accessori, all’equipaggiamento, alle pertinenze, ai log books, ai manuali di volo, alla documentazione, al manuale di manutenzione del costruttore e a ogni altro documento e manuale». A quanto? «Il prezzo della compravendita dell’aeromobile — viene messo nero su bianco — è stato pattuito tra venditore e acquirente nella somma complessiva simbolica di euro 1,00».

L’aereo è ancora oggi tra gli asset di Alitalia in amministrazione straordinaria, come conferma la visura presente all’Ente nazionale per l’aviazione civile, che reca come momento del passaggio di proprietà, a livello aeronautico, il 3 aprile 2024. Nei circuiti dell’Agenzia delle Entrate il trasferimento è avvenuto il 19 maggio 2023. La cessione non è costata alla collettività, e infatti dai bilanci depositati dai commissari non emerge più alcuna posta passiva legata al noleggio. E nei prossimi mesi l’A340 verrà venduto a pezzi.

lberberi@corriere.it


Meloni l’equilibrista e la fune referendum


La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

(Flavia Perina – lastampa.it) – Anche stavolta il governo di Giorgia Meloni riesce a sfuggire alla stretta della storia. La linea prescelta sulla questione dell’Artico (“In Groenlandia ma con la Nato”) magari significa poco ma salva l’Italia dalle ritorsioni di Donald Trump contro chi ostacola la sua missione di conquista, evita lo scontro con gli alleati europei colpiti dai nuovi dazi di Washington, tutela gli assetti interni della maggioranza. Dire “il solito equilibrismo” non basta più. C’è dell’altro, qualcosa di più consistente che emerge dall’intreccio delle vicende internazionali e nazionali: c’è la scelta di assecondare, seppure con modi felpati, lo spirito del tempo che soffia dall’America immaginando di raccoglierne i frutti in patria, magari nella prossima legislatura. Meloni non può impugnare il trumpismo come un’alabarda, nei modi sguaiati di un Viktor Orban, né può affrontarlo con la sottomissione un po’ patetica della signora Maria Corina Machado, e tuttavia ha trovato la strada per mettersi in scia alla modalità trumpiana di intendere la politica, le relazioni istituzionali, la questione immigrazione, il rapporto tra potere e giustizia e soprattutto tra Stati e diritto internazionale.

Quella modalità apre la strada a strappi che i conservatori e i sovranisti italiani hanno a lungo teorizzato senza mai riuscire a realizzarli nella pratica quando sono stati al governo. Breve elenco: le ronde leghiste contro gli stranieri, la riforma berlusconiana della giustizia, l’idea di un esecutivo e di un premier sovraordinati rispetto alle autorità di garanzia sanitarie o monetarie, i diritti del più forte (elettoralmente, ma non solo), la sicurezza affidata alla legittima difesa dei cittadini senza l’impiccio di indagini e controversie, la garanzia di impunità per chi indossa una divisa, la remigrazione volontaria o coatta.

Sono tutte battaglie perse dalla destra nell’arco di un ventennio dove ha governato, sì, ma non è stata assistita dallo spirito del tempo. La presidenza Trump le ha sdoganate una ad una, le ha normalizzate e messe a terra con una serie di eclatanti strappi. Ed è in questo solco che la destra immagina di potersi muovere in futuro con maggiore efficacia. Pensiamo a cosa sarebbe successo se due anni fa la maggioranza avesse proposto l’introduzione del fermo preventivo contro soggetti giudicati a rischio: nessuno l’avrebbe salvata dall’accusa di deriva cilena ma adesso, con gli agenti dell’Ice abilitati a sparare a cittadini renitenti agli ordini, quell’idea sembra addirittura poca cosa: una misura modesta, persino gentile, per tutelare l’ordine pubblico.

Lo stesso vale per la riforma del Csm, che fu terreno di acerrima battaglia (persa) ai tempi del berlusconismo ma ora non sembra scaldare più di tanto gli italiani, malgrado l’imminente referendum: se paragonata a Pam Bondi che licenzia i procuratori indisponibili a scudare le violenze dell’Ice, a molti sembra davvero di scarso rilievo, minestrina. E tuttavia la scommessa di Giorgia Meloni resta rischiosa. La destra che fa la destra fino in fondo di solito non ha successo, e talvolta provoca reazioni di rigetto. Vedere l’esperienza dell’utraliberal inglese Liz Truss, restata in sella appena cinque settimane, o lo stesso declino del consenso di Trump che elettrizza una minoranza ma spaventa molti che lo hanno votato con convinzione. La prova referendaria indicherà tra le altre cose se allinearsi allo spirito del tempo che soffia dagli Usa, seppure in modo soft e senza rivendicarlo troppo, è stata una buona idea oppure no.


La prova decisiva per la Ue


La prova decisiva per la Ue

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Per la prima volta nella storia paesi europei della Nato mobilitano truppe a scopo di deterrenza antiamericana. Il teatro è la Groenlandia, che Trump continua a promettere di far sua con le buone o le cattive. Capofila la Francia, a seguire, per esercitazioni in comune, Regno Unito, Olanda, Germania, Svezia, Finlandia, Norvegia. Non l’Italia, perché secondo il ministro degli Esteri Tajani “presenze unilaterali” di singoli paesi atlantici non servono a niente, eppoi noi possiamo agire “solo in ambito Nato”. Tradotto: possiamo dissuadere l’America solo insieme all’America.

Il problema che a Roma pare sfuggire è che l’Alleanza Atlantica non è più tale. La spaccatura sulla Groenlandia ne è la riprova. “Sembra l’inizio di una barzelletta”, osserva il ministro della Difesa Crosetto. Ma non fa ridere. Perché evidenzia la rivoluzione strategica che sconvolge la nostra sicurezza. Quegli europei non sono nell’isola danese per respingere un’invasione russa o cinese ma per rispondere alle minacce di Trump. Sotto il profilo militare, lo schieramento di minimi contingenti europei nell’isola danese ha valore simbolico, anche se Macron annuncia che “altri reparti di terra, mare e aria” arriveranno presto. Mentre il suo ambasciatore per i Poli e gli Oceani, Olivier Poivre d’Arvor, avverte: “Questa è una prima esercitazione. Mostreremo agli americani che la Nato è presente”. Il mondo alla rovescia? Gli associati si ribellano al capocordata? Più semplicemente: le alleanze non contano più, contano gli allineamenti. Come stabilito dalla Strategia americana per la sicurezza nazionale. E come praticato da tutti, amici e nemici dell’Occidente.

Questa è, piaccia o meno, l’aria del tempo. Il blocco transatlantico è storia. Nato e Ue continuano a esistere come organizzazioni. Ma senz’anima. E senza cervello, giusta la formula lanciata da Macron nel 2019, per cui la Nato è “cerebralmente morta”.

Lo conferma la guerra di Ucraina, che fin dall’inizio ha esibito le faglie interne alla famiglia euroatlantica. Oggi complicate dall’annunciata disponibilità di Macron a negoziare con Putin, seguito da Meloni, mentre il cancelliere tedesco Merz ricorda che la Russia fa parte dell’Europa (oggi anche le banalità possono parere rivoluzionarie). Sull’altro fronte, Starmer conferma che con Mosca non c’è nulla da trattare. Tesi che cementa il blocco scandinavo-baltico-polacco, per cui gli ucraini sono la prima linea di difesa contro l’imminente invasione russa dell’Europa. E come mostra un recente studio norvegese, il sostegno alla resistenza ucraina costa molto meno della sua futura ricostruzione. La Nato è morta a Kiev. Nel 2022 Putin invase l’Ucraina perché non voleva che entrasse nell’Alleanza Atlantica. O, peggio, che la Nato entrasse in Ucraina. In questo caso sarebbe diventata l’avanguardia antirussa di americani, britannici e nordeuropei, che avrebbero potuto usarne senza considerare i vincoli più o meno formali imposti dal Patto Atlantico. Quattro anni dopo, l’avventura con cui Putin ha finito per gettare la Russia nelle braccia della Cina, suo avversario strategico di sempre, assume contorni sempre più paradossali. Per motivi che forse gli storici del XXII secolo riusciranno a scoprire, Putin decise di scatenare le sue truppe contro il vicino riluttante per installarvi un suo fantoccio fra il plauso dei locali. Colpo di Stato inteso come riparazione di quello favorito dagli angloamericani nel 2014, suggellato dall’allora plenipotenziaria Usa Victoria Nuland con il grido “Europa fottiti!”. Esclamazione che risuona nelle tesi dell’amministrazione Trump — di opposto colore politico — pronta a chiudere la partita con Putin sulla testa degli ucraini. E di noi europei. Gli americani sono divisi su tutto meno che sull’insofferenza per l’Europa. Viviamo una duplice frattura dell’architettura transatlantica: fra americani ed europei, ma anche fra noi europei. La prova decisiva deve ancora arrivare. Quando si sarà stabilita una tregua che chiameremo pace, responsabilità e costi della ricostruzione ricadranno sulle nostre spalle. Qualcuno pensa di cavarsela partorendo un’Unione Europea di serie b in cui accomodare ciò che resterà dell’Ucraina. Una beffa, per gli ucraini. L’ennesimo tragico bluff per l’Ue. Non sappiamo quale sarà l’esito di questa crisi senza precedenti. Ma far finta di vivere in un mondo che non c’è più significa esserne travolti.


Un ufficio stampa del campo largo


(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – La lettera di Giuseppe Conte al Corriere della sera, nella quale spiega la posizione dei cinquestelle sull’Iran, avrebbe potuto essere controfirmata da Schlein. Nonché dalla grande maggioranza degli elettori di centrosinistra. Diceva (mi scuso per l’estrema sintesi): siamo contro gli ayatollah e al fianco dei ragazzi iraniani, ma consideriamo rovinosa la sola ipotesi di un intervento militare americano.

Nei giorni precedenti una lettura distratta, ma anche meno distratta, dei media italiani, non aveva dato questa impressione. Prevaleva un’idea di divisione quasi insanabile “a sinistra” a proposito dell’Iran. Certo, questa impressione era influenzata anche dall’astensione dei cinquestelle, in Senato, sulla mozione “bipartisan” dei partiti, che non includeva anche la contrarietà preventiva a un intervento armato americano. E non c’è dubbio che sulla questione gravano anche vecchie sclerosi della sinistra sedicente antagonista che dove vede nemici dell’America si entusiasma anche se si tratta di dittature assassine e di preti invasati. Ma alla fine dei conti, e con due giorni di tempo per metterlo in chiaro, sulla questione Iran non c’erano voragini e barriere, a dividere l’opposizione.

Quello che colpisce è la fatica enorme, spesso la goffaggine, con la quale l’opposizione comunica se stessa. Sarà anche colpa dei media, che sorvolano sulle divisioni (enormi) in politica estera dei partiti di governo e gradiscono indugiare su ogni increspatura interna all’opposizione. Ma visto che la situazione è questa, diventare un poco più scafati, più precisi e più puntuali nella comunicazione, non aiuterebbe? Come prova di campo largo, un ufficio-stampa largo, volendo anche clandestino, che provi a dare qualche buon consiglio?


Il dente d’oro del diavolo


Un incontro qualunque in un’Italia dove basta uno sguardo per accendere la miccia.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Cannizzaro, a nord di Catania, non è certo il peggiore dei quartieri. Anzi: la presenza rassicurante di uno degli ospedali più importanti e iconici della città gli dà un’aria di presidio, di avamposto civile. Ma basta allontanarsi dalla Cittadella ospedaliera perché il paesaggio torni quello di cento, mille periferie italiane: un po’ slabbrate, un po’ lasciate a sé, non davvero pericolose ma dove l’incidenza di fare brutti incontri supera la media.

In uno slargo di una piazza della zona, una vecchia casa cantoniera è stata trasformata in un murale bellissimo, dedicato ai due giudici che hanno segnato la nostra adolescenza: Falcone e Borsellino. Sto scattando un paio di foto a quel piccolo capolavoro popolare – la Sicilia ormai è tappezzata di piccoli grandi murales – quando dal fondo della piazza sento il rombo di un motore di grossa cilindrata. Lontano, ma in avvicinamento. Una sorta di jeep, una di quelle astronavi da fuoristrada, trascina un rimorchio vuoto, grande abbastanza da ospitare un motoscafo.

La cosa strana è che non accenna a rallentare. Non che la piazza sia affollata – è ora di pranzo, quasi deserta – ma tra il chiosco con due avventori e le strade che si incrociano ad angolo, un minimo di prudenza sarebbe il minimo aspettarselo. Invece no: più si avvicina, più accelera. E dietro, il rimorchio sbandando sembra impegnato in un ultimo giro di pista, inseguendo la testa del convoglio.

Nonostante sia a pochi metri da me, decido di attraversare comunque, in sicurezza. Gli faccio segno che quello è un punto di passaggio, che così rischia di investire qualcuno. Niente. Il pirata della strada – la scimmia sotto mentite spoglie – entra nella piazza come un toro imbizzarrito, pronto a scornare il primo che gli capita sotto. Al suo passaggio furioso mi volto e, con un gesto breve della mano, lo mando al diavolo. Come farebbe chiunque al mio posto. Certo, non può vedere l’espressione di disprezzo che ho dipinta in faccia, ma se la vedesse forse capirebbe quanto e come l’ho già battezzato.

Il tempo di sbollire la rabbia e raggiungo il parcheggio dove ho lasciato l’auto. Quasi ho dimenticato tutto, quando all’improvviso lo vedo affiancarmi. Lui. L’energumeno. A bordo della stessa astronave con rimorchio. Ma solo in un secondo momento realizzo che è il tizio di prima.

Abbassa il finestrino. Mi guarda con quello sguardo feroce, mafioso, di sfida tipico di chi vuole fare a botte. Senza pensarci, mi tolgo gli occhiali da sole: un gesto automatico, quasi un riflesso, nel momento esatto in cui capisco che è tornato per me.

Ho pochi secondi per registrare i dettagli: un dente d’oro, la fronte alta e spaziosa, il colorito rossastro, l’orecchino, la mascella breve dell’uomo non troppo abituato a parlare. Lì, in quel frangente, penso che possa avere una pistola, o anche una spranga, una mazza con cui potrebbe assaltarmi nel silenzio dei palazzi immersi nell’ora di pranzo.

Lo guardo dritto in mezzo alle orecchie, con uno sguardo tuttavia calmo, innocente e interrogativo. In silenzio. Uno, due, forse tre secondi lunghi come un’eternità. E lì succede qualcosa. L’uomo fa un passo indietro. Si ricompone. E quasi si scusa.

«Ah… mi pareva che fosse il sindaco», dice ridendo in modo beffardo. «Niente, pensavo che fosse il sindaco», ripete.

Ma ormai entrambi abbiamo capito il gioco. Stavolta mi va bene. Sarà che l’ho colto di sorpresa, sarà che non gli ho riproposto la faccia con cui l’avevo mandato al diavolo trenta secondi prima. E che lui si aspettava di trovare. Avrà pure constatato il muro basso, di uno che non ha la minima voglia di fare a botte, e forse – che so – avrà avuto pietà.

Non lo so. So solo che per una frazione di secondo ho l’impressione di trovarmi davanti al diavolo in persona, venuto a prendermi e portarmi via.

E mentre l’astronave con rimorchio si allontana, lasciandomi lì con il cuore che ancora bussa contro lo sterno, mi torna in mente tutto quello che negli ultimi mesi abbiamo visto scorrere nei notiziari: i pestaggi alla stazione Termini, o alla stazione Centrale di Milano, l’aggressione a Bologna dove un ragazzo non torna a casa, le cronache che raccontano di come non siano più solo le periferie a scricchiolare, ma anche i centri delle città, diventati territori dove la violenza non è più eccezione ma prassi  quotidiana.

Baby gang, regolamenti di conti improvvisati, criminalità di piccolo e grande calibro che si mescolano in un’unica colata di brutalità diffusa. E poi l’assurdo: un ragazzo accoltellato a scuola per una lite su una ragazza. A scuola. Il luogo che dovrebbe essere il più protetto, il più prevedibile, il più “normale”.

In questo clima, quasi da guerriglia urbana, c’è persino chi – in tempi politicamente così nauseanti – riesce a proporre la liberalizzazione delle armi, come se aggiungere pistole al caos potesse trasformare il Far West in civiltà. Come se la risposta alla paura fosse moltiplicare gli strumenti per farci del male.

Ripensando a quell’uomo con il dente d’oro, alla sua jeep lanciata come un ariete, al suo ritorno per “chiarire”, ho la sensazione che quel piccolo episodio sia solo un frammento dello stesso paesaggio: una società  allo sbando, dove la percezione è che chiunque si possa fare giustizia con le pripri mani, e dove basta un gesto, uno sguardo, un attraversamento di troppo per ritrovarsi improvvisamente dentro un duello mortale che nessuno ha scelto.

E allora sì, oggi mi è andata bene. Ma è bene stare accorti di questi tempi pazzi. Perché anche uno sguardo sbagliato, a volte, può essere fatale.

Ps:  E forse, senza che me ne accorgessi, a guardarmi le spalle c’erano proprio loro, i due giudici con cui siamo cresciuti, silenziosi e giusti, come sentinelle incorruttibili del tempo.


La disputa groenlandese sta aprendo una crepa nella Nato


Il documento sulla politica italiana nell’Artico ha il merito di spiegare perché l’estremo nord è diventato in pochi giorni la più esplosiva questione strategica del pianeta. Ma l’equilibrismo di Meloni nei confronti degli Usa diventa ogni giorno più complicato da mantenere

(Guido Rampoldi – editorialedomani.it) – Messo insieme all’ultimo minuto soprattutto per giustificare la decisione di non irritare Donald Trump imitando quell’Europa maggiore che invia soldati in Groenlandia, il documento presentato venerdì da Giorgia Meloni e da Antonio Tajani sulla politica italiana nell’Artico almeno un merito lo ha: spiega perché l’estremo nord sia diventato in pochi giorni la più esplosiva questione strategica del pianeta, tale da mettere a rischio perfino l’Occidente residuale, la Nato; perché, ma questo non è detto, il presidente americano voglia a tutti i costi “acquisire” la Groenlandia; e perché, da ultimo, nell’isola all’improvviso siano apparsi soldati canadesi.

La posta in gioco

Dice Meloni: «L’accelerazione impressa dai cambiamenti climatici allo sviluppo delle rotte artiche sta cambiando lo scenario al quale eravamo abituati». L’assottigliarsi del ghiaccio «disegna interconnessioni nuove che potrebbero rivoluzionare il commercio marittimo mondiale», dato che rotte adesso percorribili per una parte dell’anno promettono di accorciare di un quinto la distanza tra Europa e Giappone.

Attraverso l’Alaska gli Stati Uniti controllano lo sbocco occidentale di quelle rotte artiche. Per controllare anche lo sbocco orientale (dunque essere in grado di fissare regole, incassare pedaggi, offrire servizi, controllare le rotte, decidere le polizze e di fatto selezionare gli accessi) devono impadronirsi non solo della Groenlandia ma anche di parte degli arcipelaghi canadesi sparsi lungo il mitico Passaggio a nord-ovest. A quel punto sarebbero padroni di entrambe le porte d’accesso artiche all’intero emisfero occidentale, quello che Trump considera “cosa nostra”. Concezione contro cui ieri in migliaia hanno protestato a Copenaghen, con lo slogan “Giù le mani dalla Groenlandia”. 

All’inizio del suo attuale mandato il presidente aveva raggelato i canadesi liquidando come artificiali e irragionevoli i confini tra Stati Uniti e Canada, ma non aveva mai spiegato a quale tratto di confine in particolare si riferisse. Il dubbio che adesso Washington stia adocchiando territori artici non sembra estraneo alla decisione di Ottawa per la quale da alcuni giorni soldati canadesi sono in Groenlandia. Ufficialmente partecipano ad un’esercitazione prevista da tempo, la stessa motivazione addotta da tutti i paesi che hanno inviato o stanno per inviare propri ufficiali nell’isola danese (GermaniaFrancia, Norvegia, Gran Bretagna, Svezia, prossimamente anche Estonia e Spagna).

La consegna è: non drammatizzare lo scontro con gli Stati Uniti. Eppure è evidente che quei pochi militari, certo non in grado di opporsi ad un’invasione americana, sono però sufficienti per mettere in chiaro che per prendersi l’isola gli americani dovrebbero puntare le armi contro alleati Nato. Un tradimento di quella portata comporterebbe la fine dell’Alleanza atlantica, evento così traumatico da indurre a reagire non soltanto i Democrats ma anche un piccola quota di Repubblicani.

Equilibrismi

Eppure Trump non molla. Vuole la Groenlandia, ora minaccia dazi contro gli europei che non lo assecondano, e col suo insistere malevolo conferma ai maggiori governi Nato l’impressione di una irriducibile slealtà americana. Stando alle minute pubblicate dallo Spiegel, in una recente riunione della Ue, premier importanti hanno liquidato i due negoziatori di Trump per l’Ucraina come fossero il Gatto e la Volpe di Collodi, due imbroglioni pronti a vendere Kiev a Vladimir Putin («Stanno facendo giochetti sia con voi sia con noi», dice ad esempio il tedesco Friedrich Merz a Volodymyr Zelensky).

L’articolo non cita dichiarazioni di Meloni, di solito circospetta quando gli europei più audaci mancano di rispetto al “nostro primo alleato” (così la premier un anno fa, con una definizione da allora non più ripetuta ma neppure corretta).

Ma la disputa groenlandese ora mette in affanno l’equilibrismo meloniano. In astratto la posizione italiana è saggia, la navigabilità dei mari artici è questione di una tale complessità tecnica da richiedere interventi coordinati tra i paesi Nato. Ma quando si arriva al dunque, sostenere che l’Italia non parteciperà all’altolà europeo a Trump ma manderà soldati solo nell’ambito di una missione dell’Alleanza atlantica, che Washington però non vuole, significa di fatto smarcarsi dall’Europa maggiore. Disertare. E questo appare rischioso, oltre che codardo.

Ormai è chiaro che si sta aprendo una profonda crepa all’interno della Nato. E la crepa avanza. Ecco per esempio il premier canadese Mark Carney, uno che parla poco ma sa picchiare, concordare con Pechino una “nuova partnership strategica”, essenzialmente economica ma tale da influenza le relazioni politiche con la Cina, ora definite da Carney «più prevedibili» che le relazioni con gli Stati Uniti.

Un tempo Washington e i suoi portavoce avrebbero stigmatizzato l’eterodossia canadese ricordando le indiscutibili violazioni dei diritti umani commesse dai cinesi. Ma nel tempo in cui Trump e la sua Barbie-sceriffo, la ministra degli Interni, arrivano a dare della “terrorista” e della squinternata ad una dolcissima ragazza assassinata a sangue freddo da uno dei loro bravi, obiezioni del genere mancano di credibilità.

Quanto più l’Alleanza atlantica si rivelerà un guscio vuoto, tanto più entro il suo perimetro attuale potrebbe agglomerarsi un informale nuovo Occidente, alternativo all’Occidente fin qui guidato dagli Stati Uniti. Per l’Italia a quel punto sarebbe difficile barcamenarsi. Finora non irritare il nostro “primo alleato” ci ha reso sconti sui dazi della pasta La Molisana, non molto di più. Non sarebbe più conveniente darsi coraggio e fare gioco di squadra con gli europei che non assecondano Trump?


Si è dimesso Guido Scorza, componente del Garante per la privacy


L’annuncio in un video sui social da parte dello stesso membro dell’Autority

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(ansa.it) – Si è dimesso Guido Scorza, membro del Collegio del Garante per la Privacy.

Lo annuncia lo stesso Scorza in un video sui suoi profili social.

Insieme agli altri componenti dell’Autorità, Scorza è indagato per peculato e corruzione dalla Procura di Roma nell’ambito di un’inchiesta nata dopo alcuni servizi di Report.