Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Calenda: Giuseppe Conte non può tornare a palazzo Chigi perchè ha distrutto le finanze italiane


(ANSA) – ROMA, 14 SET – “Giuseppe Conte non può tornare a palazzo Chigi perchè ha distrutto le finanze italiane”. Lo dice in un video pubblicato sui suoi social il segretario di Azione Carlo Calenda.

“Conte ha speso quasi 200 miliardi, 194, per bonus edilizi che sono andati a chiunque, gente che aveva bisogno, gente che non aveva bisogno, per la larghissima maggioranza gente che non aveva bisogno, rifacendo il 4% delle case con truffe accertate per 5,6 miliardi di euro. Il provvedimento più costoso della storia della Repubblica Italiana, il più regressivo, cioè quello più per i ricchi.

Quanto a Quota 100 Calenda parla di “un provvedimento che è costato 23 miliardi di euro per mandare in pensione prima 400.000 italiani” mentre sul reddito di cittadinanza “altri 30 miliardi di euro, le cui truffe accertate, accertate e non quelle sotto indagine, sono superiori ai 3 miliardi di euro”. “Lo dicono i numeri – sostiene Calenda – :

Giuseppe Conte ha speso 253 miliardi con i quali si sarebbero potuto mettere a posto scuola e sanità o fare il più grande taglio fiscale della storia italiana”. Per questa ragione “è un populista che ha precluso un pezzo di futuro per l’Italia”, conclude Calenda


Giorgia Meloni ha una paura fottuta di tornare alle urne


(dagospia.com) – Giorgia Meloni si vanta per il record di longevità del suo governo ma ha una paura fottuta di tornare alle urne. A destra la “volontà popolare” viene tirata in ballo quando fa comodo ma dopo più di quattro anni di vuoto cosmico, zero riforme e promesse mancate i cittadini potrebbero mandare un bel “vaffa” ai Fratellini d’Italia.  

Da qui l’urgenza per la Ducetta di far approvare una legge elettorale che, in nome della “stabilità”, serve a fregare gli avversari come l’emendamento “ammazza-cespugli” sulla raccolta delle firme. La proposta, presentata da Fratelli d’Italia e approvata dal Senato, e’ una bella inculata per i partiti ora assenti dal Parlamento: chi non ha un gruppo dovrà raccogliere 6 mila sottoscrizioni in ogni collegio, chi ha una componente invece ne dovrà rimediare solo 1.500.  

Con l’emendamento, la statista della Sgarbatella prende due piccioni con una fava. 

Il blitz della maggioranza andato in scena in Senato serve innanzitutto a creare difficoltà al generale Vannacci, che cavalca nei sondaggi rubando voti al centrodestra.

I meloniani stanno anche cercando di capire se la “sporca dozzina” di Futuro nazionale si possa sabotare, depotenziare o scardinare, mettendo nel mirino i suoi membri. Il generale ha raccattato peones in Parlamento, tra pistoleri alla Pozzolo, erinni alla Ravetto e tanti ex leghisti in cerca di ricandidature facili. Personalità così “controverse” qualche scheletro nell’armadio se lo ritrovano sempre. E, scava scava, qualcosa verrà fuori.

L’ex parà ha arruolato otto deputati ma non ha nessun soldato a Palazzo Madama, dove si esamina la legge elettorale. Vannacci, che ama mostrare i muscoli e atteggiarsi a Dictator dell’Antica Roma, tramite l’intelligenza artificiale, si e’ tappato la boccuccia sull’emendamento e finora non ha detto nulla. Non vuole dare segnali di debolezza né mostrarsi lagnoso.  

L’emendamento sull’aumento della raccolta firme, sostenuto soprattutto da Forza Italia, Udc e Noi moderati, serve a “proteggere” i centristi al traino della Meloni. Quel merluzzone di Tajani, Lorenzo Cesa e Maurizio Lupi temono che Alessandro Onorato gli porti via voti con il suo Progetto Civico Italia. L’assessore di Roma ai Grandi eventi insiste su un elettorato centrista, pragmatico, liberal e de-ideologizzato: puo’ rosicchiare consensi anche a destra. 

Il 46enne Onorato, però, ha altri guai, oltre alle firme da raccogliere: l’endorsement di Giuseppe Conte in suo favore sembra un “bacio della morte”. Peppiniello, in stretto raccordo con Goffredo Bettini, sta brigando in Parlamento per sostenere la causa dell’assessore: sarebbe pronto a “prestare” qualche parlamentare del M5s per permettere a Onorato di creare una componente di Progetto Civico in Parlamento, così da facilitare la raccolta firme per la presentazione della lista alle politiche. 

Perché tanta premura da parte del camaleontico Giuseppi? Semplice: Onorato e’ pronto a sostenerlo nella corsa alle primarie contro Elly Schlein. Ma questa “corrispondenza di amorosi sensi” rischia di minare la “terzietà” dell’iniziativa dell’assessore nato a Ostia: da Progetto Civico Italia a “Progetto Conte” il passo e’ breve.

Ad avvicinare i due vaporosi ciuffi è anche l’antipatia verso Renzi. Nessuno dei due vuole Matteonzo tra le palle: Conte non gli ha mai perdonato la “congiura” con cui il leader di Italia Viva lo sfrattò da palazzo Chigi per sostituirlo con Mario Draghi; Onorato non tollera l’abilità manovriera del senatore di Rignano, a cui contende la leadership della “gamba centrista” del Campo largo. 

Matteonzo se ne impipa e gode come un riccio per l’emendamento “ammazza cespugli”, approvato anche grazie alla “manina” di Ignazio la Russa (che non ha dimenticato di essere stato eletto presidente del Senato anche con i voti dei renziani…). 

La mossa di Giorgia Meloni sulle firme ha indignato le anime pie del Campo largo. Conte addirittura ha chiesto a Mattarella di non firmare la legge elettorale. Ma a sinistra  dimenticano le regole: il Melonellum non e’ stato ancora approvato dal Parlamento, puo’ ancora essere modificato e il capo dello Stato, sic stantibus rebus, non può fare (ancora) nulla. 

L’ultima speranza dei sinistrati è il voto segreto finale della Camera sulla legge elettorale. L’auspicio delle opposizioni e’ che si ripeta quanto accaduto a luglio, quando i franchi tiratori della maggioranza hanno affossato le preferenze. Ma i sogni si scontrano con la realtà: i parlamentari non hanno voglia di infiocinare il governo, far zompare le legislatura e andare a casa, visto che i loro vitalizi matureranno il 14 aprile. Campa cavallo!

L’unica cosa che può riportare allegria a Schlein e soci e’ un voto che riguarda 300 mila cittadini. 

Il 27 e 28 settembre si terranno le elezioni suppletive a Reggio Calabria per il seggio alla Camera. Futuro nazionale ha candidato Domenico Giannetta (ex capogruppo in Regione di Forza Italia) contro Fabio Roscioli, tesoriere degli azzurri vicino a Marina Berlusconi. Se il candidato di Vannacci finisse per agevolare la vittoria del candidato del Pd, il medico Erik Benedetto, a palazzo Chigi scatterebbe l’allarme rosso… 


Il denaro sarà anche lo sterco del diavolo…


PAPA: STOP AL MOTU PROPRIO DI BERGOGLIO CHE DECURTAVA SALARIO AI CARDINALI

(Adnkronos) – Papa Leone ha revocato il Motu proprio del 2021 di papa Francesco che, a causa dell’emergenza dettata allora dalla pandemia di Covid-19, decurtava il salario di porporati, capi e segretari dei Dicasteri, chierici o religiosi.

”A decorrere dal 1° settembre 2026, la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio Un futuro sostenibile, del 23 marzo 2021, è abrogata, facendo tuttavia salvi, in via definitiva, gli effetti prodotti nel periodo della sua vigenza, ivi compresi gli effetti prodotti dalla sospensione della maturazione degli scatti biennali di anzianità di cui all’art. 5, che rimane definitivamente acquisita”, ha stabilito Leone nel documento reso noto nel giorno del 71esimo compleanno.


La Biennale di Buttafuoco è entrata nel mirino della destra che lo ha messo alla guida


Venezia 83, dove il cinema è libero dai diktat politici. La Biennale di Pietrangelo Buttafuoco è finita nel mirino di chi lo ha messo alla guida. Perché ha lasciato che Venezia rimanesse libera e creativa, come ha fatto il direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera

Pietrangelo Buttafuoco e Alberto Barbera all'83esima Mostra del cinema di Venezia

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Bisognerà forse ricordare a Matteo Salvini che nel 2024 la Mostra del cinema di Venezia aveva ospitato, nella sezione Orizzonti, il film Of dogs and men di Dani Rosenberg. Era la storia di una ragazza di 16 anni sopravvissuta al massacro del 7 ottobre nascondendosi sotto a un letto, mentre la madre veniva rapita e portata in ostaggio a Gaza. E bisognerà forse rammentare al presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, di Fratelli d’Italia, che in una competizione di livello così alto, con una giuria di professionisti riconosciuti, non sta a lui e al suo partito decidere come vanno assegnati i premi o in base a cosa vadano esaminate le opere. Quanto meno, non è così che si usa nell’Occidente che la destra dice di voler difendere e nelle democrazie compiute come la nostra.

Per paradosso, e vista la disposizione all’eresia del personaggio era facile aspettarselo, la Biennale di Pietrangelo Buttafuoco è entrata nel mirino della parte politica che lo ha messo alla guida, più che in quello dell’opposizione. Non perché il giornalista e scrittore abbia cambiato idee, o perché si sia fatto ammaliare dalla tanto temuta egemonia culturale di sinistra. La sua colpa, semmai, è un’altra. E cioè aver voluto lasciare che Venezia rimanesse lo spazio libero e creativo che è sempre stata. Uno spazio — lo ha chiarito nella cerimonia di chiusura — che non può essere una parentesi rispetto al mondo, ma che deve avere il coraggio di farsi attraversare dalla storia.

Così, con la stessa cocciuta determinazione, Buttafuoco ha difeso la scelta a dir poco discutibile di ospitare alla Biennale d’arte il padiglione russo, permettendo agli invasori dell’Ucraina di occupare uno spazio prestigioso riempiendolo di propaganda. Ma al tempo stesso, ha lasciato che alla sua terza mostra del Cinema la selezione di Alberto Barbera — con il quale il connubio appare ormai indissolubile — premiasse una serie di opere che non possono che definirsi antitotalitarie. In concorso come nelle altre sezioni, le voci più forti si sono levate contro l’autocrazia iraniana (Moragheb — Falling house di Mohsen Gharaei e Kami nur — A bit of light di Ali Asgari), contro il totalitarismo russo (Ilya Khrzhanovsky ha accettato il premio alla regia per Dau dedicandolo alla lotta per la libertà del popolo ucraino), contro la propaganda, sempre russa, con la presenza del documentario di Julia Loktev My undesirable friends: part II — Exile, che segue la vita di una serie di giornaliste esiliate da Mosca dopo lo scoppio della guerra.

«Gli ateniesi allo stadio gridano: fate sedere il vecchio, nel frattempo che gli spartani l’avevano già fatto sedere», raccontava orgoglioso Buttafuoco nei giorni della Mostra. Rivendicando la libertà delle scelte a dispetto di tutte le critiche piovutegli addosso. Perfino il premio come miglior restauro — deciso da una giuria di studenti di cinema — è andato alla Cineteca di Bologna per La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, un’opera del 1960 tratta da un racconto di Bassani e considerata una delle più importanti mai realizzate sul fascismo italiano.

Ha dimostrato, la Mostra del cinema, che l’arte non può farsi irregimentare dalla politica e non può avere nulla a che fare con la propaganda. Lo spazio riservato alla causa palestinese con Naza, premio speciale della giuria, e Citizen Osama, presente fuori concorso con la vera storia di un giornalista palestinese e della sua terribile quotidianità, hanno rotto qualsiasi velo di ipocrisia e di cautela e reso vane le proteste che l’anno scorso erano arrivate fino al Lido. La realtà è stata assorbita dal cinema, sulle guerre come sul tema del lavoro (il bon petit soldat di Brizé, il Leone d’argento di Possible love). È una buona notizia per un’istituzione culturale come la Biennale, e per tutti noi.


Grillo esce allo scoperto e attacca Conte: “Movimento zero stelle”. L’idea di un partito


Il comico genovese cambia il suo stato su Whatsapp e tra una settimana parteciperà al podcast di Fedez

(di Giacomo Galanti – repubblica.it) – “Movimento zero stelle”. Beppe Grillo lancia una nuova offensiva e torna ad attaccare il partito che ha fondato insieme a Gianroberto Casaleggio. L’ex comico ha infatti aggiornato il suo stato Whatsapp con una chiara critica alla forza oggi guidata da Giuseppe Conte. Tra i due lo scontro è ormai totale tanto che dietro le quinte filtra l’idea di un Grillo sempre più intenzionato a tornare in campo per creare una nuovo partito da presentare alle prossime elezioni per mettere in difficoltà gli ormai ex amici.

Il nuovo status su Whatsapp non è una mossa casuale. Infatti, tra una settimana, il 21 settembre, Grillo tornerà a parlare pubblicamente ospite di Pulp, il podcast di Fedez. Il giorno prima, domenica 20, si concluderà Nova, la consultazione avviate dal Movimento 5 stelle per scrivere il programma della coalizione progressista. Un appuntamento, quello tra il fondatore e il cantante, che sicuramente farà discutere. E che Conte commenta secco: “Grillo vada dove vuole, dica ciò che vuole”.

L’ultimo botta e risposta a distanza risale allo scorso 29 luglio. Con un lungo j’accuse vergato sul suo blog, in cui Grillo elencava quello che non ha funzionato nel Movimento “nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo”. Anche in quel caso, l’ex premier ha contrattaccato lapidario: “Ci accusa di aver perso la nostra identità? Con tutte le battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Beh, lui aveva detto che Draghi era un grillino. Fate un po’ voi”.

Ma il duello non finisce qui e prosegue nelle aule di tribunale. Perché proprio qualche mese fa, il comico genovese ha avviato una causa legale contro Conte per la titolarità del nome e del simbolo M5S. Difficile, visti i tempi della giustizia, che una decisione in questo senso arrivi in tempo per le elezioni del 2027. Ma mai dire mai.


Napoli, buon anno scolastico: Il Comune ripristini i “nonni civici”!


Un presidio prezioso per le scuole, per gli alunni e per le famiglie

Il Comitato Valori collinari, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, rivolge i propri auguri a tutti gli studenti e alle studentesse, alle loro famiglie, ai dirigenti scolastici, ai docenti e a tutto il personale della scuola. Nell’occasione chiede al Comune di ripristinare i “nonni civici” davanti alle scuole. “Furono un presidio prezioso per la sicurezza degli alunni e una presenza rassicurante per le famiglie: l’Amministrazione comunale li riporti in strada”.

            ” L’inizio di un nuovo anno scolastico rappresenta sempre un momento importante per la nostra comunità – dichiara Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari – perché riaprono le scuole e riparte un percorso di studio, socialità e crescita. Agli studenti auguriamo di affrontare questo nuovo cammino con entusiasmo, curiosità e fiducia. A tutto il personale scolastico rivolgiamo il nostro ringraziamento per il lavoro quotidiano svolto al servizio dei ragazzi e delle famiglie “.

Il Comitato sottolinea, tuttavia, che anche quest’anno, davanti alle scuole napoletane, non sarà presente quella figura di riferimento rappresentata dai “nonni civici”: anziani pensionati che in passato hanno operato davanti agli istituti cittadini, contribuendo a garantire maggiore sicurezza negli orari di entrata e di uscita degli alunni.

            ” Non possiamo non ricordare – prosegue Gennaro Capodanno – il ruolo svolto dai nonni civici, persone anziane e pensionate che mettevano a disposizione della città il proprio tempo, la propria esperienza e il proprio senso di responsabilità. Per molti anni hanno presidiato gli ingressi e le uscite delle scuole, aiutando i bambini e i ragazzi ad attraversare la strada e offrendo alle famiglie una presenza rassicurante e concreta “.

Il loro impegno era stato accolto con riconoscenza dai genitori e dai residenti, che ne avevano apprezzato la disponibilità e la funzione di presidio sociale, oltre che di supporto alla sicurezza stradale.

            ” Le famiglie li hanno elogiati e stimati perché quei cittadini rappresentavano una presenza amica e autorevole – sottolinea Capodanno –. Non erano semplicemente persone incaricate di controllare un attraversamento: erano volti conosciuti, capaci di instaurare un rapporto umano con gli alunni e con il quartiere al punto che molti bambini li avevano ribattezzati col nome di “nonni angeli”. La loro presenza contribuiva a rendere più sicuro e più civile il momento dell’ingresso e dell’uscita da scuola “.

Nell’occasione il Comitato Valori collinari rivolge un appello all’Amministrazione comunale affinché valuti concretamente il ripristino del servizio dei “nonni civici” davanti alle scuole, con modalità aggiornate e nel rispetto delle normative vigenti.

            ” Chiediamo al Comune di Napoli di ripristinare i nonni civici – puntualizza Capodanno –  perché la loro presenza rappresentava un aiuto concreto per gli alunni, per le famiglie e per la stessa Polizia municipale. In una città dove la sicurezza davanti alle scuole resta una priorità, ogni presidio aggiuntivo può fare la differenza “.

            ” Non si tratta soltanto di recuperare un’esperienza del passato – conclude Capodanno – ma di valorizzare il contributo degli anziani alla vita della comunità e di ricostruire un rapporto più stretto tra le scuole, le famiglie e gli anziani. I nonni civici hanno svolto un servizio apprezzato e ricordato con gratitudine: l’Amministrazione comunale ascolti questo appello e ne disponga il ripristino “.


Il paese che guarda altrove: Montella, la camorra e il silenzio complice


«A Montella ci sta la camorra». Non è una diceria, ma un’intercettazione messa nero su bianco dalla Corte di Cassazione nell’ambito di un’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Irpinia, come riportato ieri in un articolo di Orticalab. Traduciamo in parole semplici: la camorra non è un’entità astratta calata dall’alto. È prima di tutto un sistema di relazioni che unisce, ad esempio, l’imprenditore, il professionista che mette le proprie competenze al servizio dell’illegalità, il funzionario pubblico. Su un piano ancora più subdolo agisce il controllore infedele: colui che trasforma la propria funzione di vigilanza in un lasciapassare silenzioso, sterilizzando ogni anticorpo istituzionale dal basso.

Menzione a parte merita la politica. Ha in mano le redini del governo democratico: orienta lo sviluppo, indirizza la pianificazione urbanistica, gestisce le risorse pubbliche. E con esse il potere e la responsabilità di imprimere una direzione alla comunità, perseguendone l’interesse pubblico. Quando abdica a questo ruolo, non subisce un’imposizione passiva, ma sceglie la compiacenza calcolata e il quieto vivere elettorale. Di fronte a una notizia simile (la camorra in casa), se l’amministrazione comunale preferisce un imbarazzante e prudente silenzio, vien da chiedersi quale sia esattamente l’interesse che si intende tutelare. Un silenzio che, in fondo, si specchia fin troppo bene nelle abitudini quotidiane della cittadinanza.

Le prime sentinelle? Siamo noi cittadini. Che abbiamo intrinsecamente il dovere di osservare e custodire il territorio. Qui a Montella si respira quella pericolosa assuefazione in cui certe dinamiche illecite prosperano sotto gli occhi di tutti. Luoghi in cui lo Stato sembra arretrare e che diventano le ferite da cui penetra un’infezione. Questo accade grazie all’accondiscendenza, alla ricerca di scorciatoie, all’omertà e all’indifferenza collettiva. Non di tutti, sia chiaro, ma di una fetta sfacciatamente ampia di paese sì. Prima ancora della violenza, del pizzo, della cronaca nera: la camorra è la trama sotterranea che la nutre.

È quindi inutile scandalizzarsi o cedere al bigottismo e all’ipocrisia, perché i primi responsabili siamo proprio noi. Sì, anche tu, voi che state leggendo queste righe prendendomi per matto – d’altronde, dare del matto a chi indica il marcio è da sempre il modo più comodo per non pulire casa. Qualsiasi organizzazione criminale attecchisce dove trova terreno fertile. E quel terreno, purtroppo, lo concimiamo ogni giorno con le nostre mani. Sarebbe bello vivere in una comunità diversa: un paese meno distratto, meno complice, meno disposto a guardare altrove.

Ora, dopo queste sciocchezze, parliamo di cose serie. Il turismo. Come bisogna fare per portare gente a Montella – ridotta a un pacco postale da trasportare, spremere e rispedire al mittente? Forse, sarebbe il caso di invertire i fattori: concentrandoci, per cominciare, su come fare per non far scappare quelli che ci vivono già.

Carmine Pascale


Musei nazionali del Vomero: musica e poesia alla Certosa di San Martino


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La rassegna estiva “Le Voci di Sopra: suoni e visioni” alla Certosa di San Martino

Il 17, 20 e 25 settembre: concerti pianistici nel cortile monumentale

Il 18, 19 e 20 settembre: incontri dedicati alla poesia contemporanea

Napoli, 14 settembre 2026 – Concerti pianistici con maestri di fama internazionale e incontri di poesia contemporanea alla Certosa di San Martino dove prosegue la rassegna estiva “Le voci di Sopra, suoni e visioni ai Musei nazionali del Vomero”.

Giovedì 17 settembre, dopo i primi due appuntamenti di luglio, riprenderà Notturni il festival pianistico organizzato dall’associazione Napoli Opera House e curato da Luca De Lorenzo, nel cortile Monumentale della Certosa con inizio alle ore 20,30.  

Il primo concerto vedrà come protagonista Giuseppe Andaloro, palermitano, 44 anni, che ha vinto alcuni dei più prestigiosi concorsi internazionali ed ha ricevuto nel 2005 un premio di riconoscimento per “Meriti Artistici” anche dal Ministero Italiano per i Beni e le Attività̀ Culturali.

Considerato uno degli interpreti più̀ apprezzati della sua generazione, sin da giovanissimo svolge un’intensa attività̀ concertistica, anche come solista, ospite di importanti festival internazionali e nei teatri e nelle più̀ prestigiose sale del mondo.

Eseguirà musiche di autori classici e contemporanei, alcuni dei quali con suoi personali arrangiamenti che spaziano da Johann Sebastian Bach ad Emerson, Lake & Palmer e Friedrich Gulda, da Girolamo Frescobaldi Olivier Messiaen, da Maurice Ravel ai King Crimson e Nikolai Kapustin.

Domenica 20 settembre sarà la volta di Sara Amoresano talentuosa artista under 30, diplomata in pianoforte al Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli con il massimo dei voti, lode e menzione speciale.

All’età̀ di 16 anni, ha ricevuto il riconoscimento di Giovane Pianista Eccellente dalla Fondazione La Sapienza di Roma. Nonostante la sua giovane età ha collezionando importanti premi e si è esibita in sedi e rassegne di rilievo nazionale ed internazionale: a Bonn, Vienna, Madrid, Barcellona, ma anche a Roma e a Napoli dove ha partecipato a importanti rassegne come il Maggio della Musica.

Attiva anche in ambito musicologico, è laureata in Lettere Classiche e attualmente svolge un Dottorato al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma. Quest’anno ha pubblicato il suo primo disco sulle Sonate Op. 31 di Beethoven che apriranno il programma del suo concerto in Certosa. Seguiranno musiche dell’organista, compositrice e direttrice d’orchestra svedese Elfrida Andrée e di Chopin.

La rassegna chiude in bellezza venerdì 25 settembre con il concerto della straordinaria Gile Bae, l’ex enfant prodige di origini sud coreane, nata nel 1994 in Olanda e che attualmente vive a Milano. Ha debuttato da solista a 5 anni e l’anno successivo è entrata al Royal Conservatory of The Hague, e ha proseguito gli studi in Italia con il Maestro Franco Scala, all’Accademia Pianistica Internazionale di Imola, diplomandosi nel 2017.

Vincitrice giovanissima di numerosi primi premi internazionali a 15 anni ha deciso di non partecipare più̀ a concorsi. Si esibisce regolarmente per la Famiglia Reale olandese e 2013 ha suonato per il Premio Nobel per la pace Aun San Suu Kyi e si esibisce con orchestre in Europa, Medio Oriente, Centro America e Asia.

Ha un calendario di concerti fittissimo e l’appuntamento di Napoli in Certosa non è assolutamente da perdere. Il suo programma romantico prevede musiche di Johann Sebastian Bach – Ferruccio Busoni, Robert Schumann Johannes Brahms

I biglietti costano 15 euro, sono acquistabili on line sul sito www.museiitaliani.it ed è necessaria la prenotazione (massimo 200 posti disponibili per ciascun appuntamento).

POESIA CONTEMPORANEA SUL TERRAZZO DELLA MAGNOLIA

Dal 18 al 20 settembre è in programma Phonéun ciclo di tre Incontri sulla poesia contemporanea a cura di Bernardo De Luca e Carmen Gallo con la collaborazione di Ladoc. Gli appuntamenti si svolgeranno sul Terrazzo della Magnolia della Certosa di San Martino e sono dedicati a tre voci essenziali della poesia italiana contemporanea: Amelia Rosselli, Mario Benedetti e Andrea Zanzotto, con le letture a cura di Cecilia Lupoli, Mariachiara Falcone e Imma Villa.

18 settembre ore 19,30 – AMELIA ROSSELLI: C’è come un dolore nella stanza

Ne parlano Chiara Portesine, studiosa di poesia contemporanea, con Bernardo De Luca e Carmen Gallo.

Un viaggio attraverso una delle voci poetiche più importanti e visionarie del Novecento italiano: una voce che attraversato la storia – anche la più cupa – del nostro paese lasciandosi contaminare da lingue e culture diverse, e da una indomita passione per la musica, per dare vita a una poesia in perenne metamorfosi e ribellione.

19 settembre ore 19,30 – MARIO BENEDETTI: Che cos’è la solitudine

Tommaso di Dio in dialogo con Bernardo De Luca

Nessun poeta come Mario Benedetti ha esplorato la dimensione più rarefatta dell’esperienza umana, la sua verticalità tutta umana, consegnando uno dei ritratti più autentici e forse spietati del mistero di vivere. Tra rievocazioni tenerissime del mondo familiare e uno sguardo lucido sull’esistenza che giunge fino allo straniamento di sé, la sua poesia è una delle voci più toccanti e forti della poesia italiana contemporanea.

20 settembre ore 18,00 – ANDREA ZANZOTTO: Mondo esisti buonamente

Andrea Cortellessa in dialogo con Bernardo De Luca e Carmen Gallo

Andrea Zanzotto è stato il poeta che con più oltranza ha interrogato il rapporto tra lingua e paesaggio, tra la storia individuale e le trasformazioni profonde del mondo che abitiamo. Dalle colline della sua Pieve di Soligo alle vertigini di una lingua spinta fino ai suoi estremi, la sua poesia attraversa la seconda metà del Novecento registrandone traumi, mutamenti e contraddizioni, fino a farsi profezia delle inquietudini del nostro presente. Una poesia radicale e insieme incantata, in cui infanzia, natura, memoria e storia si intrecciano in una continua reinvenzione della parola.

I biglietti costano 10 euro, sono acquistabili on line sul sito www.museiitaliani.it ed è necessaria la prenotazione (massimo 100 posti disponibili per ciascun appuntamento). L’ingresso è consentito mezz’ora prima dell’inizio.–

Diana Kühne

Musei nazionali del Vomero 

Mail: diana.kuhne@cultura.gov.it


Chi tradisce Israele?


(Gioacchino Musumeci) – In Israele è stato scoperto un nuovo metodo di fact-checking. È molto più rapido di quelli tradizionali. “Naza” è finito sotto la lente dei fat cheker Ben Gvir, Zohar, Sa’ar rispettivamente ministri della sicurezza, della cultura e degli esteri Israeliani.

Pare non occorra prendere NAZA, esaminare le testimonianze, controllare i documenti, verificare le procedure militari descritte e dimostrare dove il documentario menta. Basta dire “Traditori”. Problema risolto.

Anzi, già che ci siamo, togliamo la cittadinanza ai registi.

Peccato che “traditore” non dimostra falsa una testimonianza, non modifica un’immagine, non confuta un documento e non trasforma una condotta militare lecita in illecita o viceversa.

Perciò la domanda resta fastidiosamente al suo posto, come una zanzara che sibila in una notte afosa: quello che mostra NAZA è vero oppure no?

Se è falso, dimostratelo. Non dovrebbe essere difficile, se le falsità sono così evidenti da giustificare l’accusa di tradimento contro due cittadini israeliani. Sarebbe anche opportuno ricordare una cosa elementare: Israele non è una tattica militare. E se si critica la tattica si critica il governo, non altro. Per chi fosse così de coccio da non capirlo, Israele non è una procedura dell’IDF, non è una decisione di Netanyahu. Non è Ben-Gvir. Non è Zohar. Ma certe decisioni politiche, alcune affermazioni, troppe guerre, possono rovinare l’esistenza a tutti gli Israeliani, questo sicuramente.

Quindi documentare una condotta dell’esercito israeliano non significa “tradire Israele” più di quanto Ilaria Cucchi abbia tradito l’Italia denunciando le violenze sul fratello. Ma dato che ci sono, accetto perfino di giocare al gioco di Ben Gvir e Zohar. Ma temo che il banco perderà sonoramente.

Prendiamo la Dichiarazione d’indipendenza israeliana.

Curiosamente, quel documento incorpora la Risoluzione 181 dell’ONU. Israele proclama la propria nascita anche in forza di quella risoluzione, definisce irrevocabile il riconoscimento internazionale del diritto del popolo ebraico al proprio Stato e si dichiara disposto a cooperare alla sua attuazione.

Ottimo!

Leggiamo allora anche la risoluzione. Piccolo inconveniente: gli Stati sono due: Uno ebraico. Uno arabo. Non c’è scritto “esisterà uno Stato ebraico e poi vediamo chi vince le guerre successive”. Non c’è scritto neppure: “il diritto all’autodeterminazione vale per il popolo ebraico ma può essere dimenticato quando si arriva ai palestinesi”. E non c’è una postilla invisibile secondo cui la parte della 181 che legittima Israele sarebbe irrevocabile mentre quella riguardante lo Stato arabo sarebbe carta straccia. La guerra del 1948 ha cambiato il controllo territoriale. Certamente.

Ma qui arriva un’altra fastidiosa caratteristica del diritto: vincere una guerra non è uguale ad acquisire un titolo giuridico sul territorio conquistato. Dove sta scritta questa regola di grazia? Fatemi vedere. Perfino gli armistizi del 1949 si guardarono bene dal trasformare le linee militari in confini politici definitivi.

Ed eccoci quindi alla parola iniziale, ” Tradimento”. Se essere fedeli a Israele significa essere fedeli a qualsiasi cosa faccia il governo israeliano, allora parliamo di obbedienza a un governo, non di fedeltà allo Stato. Il governo non è lo Stato è una sua espressione temporanea. Posso condannare un governo ma non il popolo e anzi così dovrebbe essere sempre.

Se essere fedeli a Israele significa non mostrare ciò che fa il suo esercito, allora non si sta difendendo Israele. Si stanno difendendo determinate condotte militari dal diritto dei cittadini di discuterle.

E se per difendere quelle condotte bisogna minacciare la cittadinanza di chi le documenta, la questione diventa ancora più interessante da analizzare.

Secondo la legge Israeliana è possibile revocare la cittadinanza. Magari NAZA contiene errori. O persino falsità. Allora dimostratelo meticolosamente, che vi costa, avanti.

Ma finché la politica risponde “ i registi sono traditori”, non abbiamo ricevuto una confutazione, nada de nada.

E prima di distribuire patenti di fedeltà nazionale sarebbe prudente fare un ultimo controllo: prendere la “dichiarazione d’indipendenza di Israele”, metterla accanto alle politiche sostenute dal governo attuale, e magari anche quelli precedenti, poi verificare chi si è allontanato di più dalla dichiarazione, e con una scusa o l’altra, tradisce lo spirito fondativo del proprio paese.

Potrebbe venirne fuori un risultato molto imbarazzante.


Forse state di nuovo sottovalutando Elly Schlein


(Francesco Cancellato) – E se non stessimo vedendo arrivare, di nuovo, Elly Schlein? Lo diciamo dopo il suo discorso di ieri alla festa dell’Unità di Reggio Emilia, due ore e mezza di comizio davanti a circa 10mila persone, in cui ha annunciato la sua candidatura alle primarie della coalizione delle opposizioni, lanciando ufficialmente la propria sfida a Giorgia Meloni, e pure all’alleato Giuseppe Conte.

Lo diciamo, premessa doverosa, senza entrare nel merito delle idee politiche e programmatiche della segretaria del Partito Democratico che possono piacere o meno, e a volte si ha l’impressione che piacciano molto poco all’establishment di questo Paese, anche quello che non vota a destra. Lo diciamo, semplicemente, mettendo in fila ciò che si proponeva di fare e ha fatto la segretaria del Pd, registrando ogni volta la malcelata diffidenza di commentatori politici, avversari, alleati, compagni di partito.

Non doveva vincere le primarie, anzitutto. Anzi, forse nemmeno doveva partecipare. Era la paria, la non iscritta, la abusiva, contrapposta a Stefano Bonaccini, all’uomo che aveva vinto i congressi nei circoli, per di più suo presidente in Emilia-Romagna, di cui lei era la vice. Ha partecipato, lo ha sfidato, ha vinto. E una volta vinto, ha dato a Bonaccini la presidenza del Partito, ponendo le basi di una gestione unitaria che dura tutt’ora.

Doveva essere la candidata che, con le sue idee radicali e massimaliste, avrebbe alienato consensi al Pd, anziché aumentarne. Addirittura, si diceva che I Cinque Stelle avessero mandato i loro a votarla, per mangiarsi il Pd. Risultato: il Pd è cresciuto dal 19% delle politiche del 2022 al 24% delle europee del 2024, e oggi è stabilmente la seconda forza politica del Paese, stimata dai sondaggi al 22%, contro il 26% di Fratelli d’Italia.

Ancora: doveva essere la leader che andava a sbattere contro l’utopia – o distopia, dipende dai punti di vista – dell’alleanza impossibile tra Pd e Cinque Stelle. Risultato: ormai non c’è elezioni in cui queste forze politiche non si presentino assieme. Quel che all’inizio sembrava episodico oggi è diventato strutturale. E l’armata Brancaleone, il cartello dei diversi, l’alleanza unita solo dall’anti-melonismo che nel 2022 non c’era, e oggi c’è, sta per lavorare, pur con mille divergenze da appianare, a un programma unitario.

Doveva essere la leader di una coalizione destinata a una sconfitta certa, con Meloni e la destra avviate a una riconferma in ciabatte. E invece da qualche mese quella coalizione che sembrava impossibile – complice l’ascesa di Vannacci, va ricordato – è avanti di tre o quattro punti nei sondaggi da mesi. E sembra consolidare il proprio vantaggio di sondaggio in sondaggio, anziché vederlo diminuire.

Doveva essere la candidata inadeguata a governare il Paese, infine. E invece ieri Elly Schlein – piaccia o meno quel che ha detto: lo ripetiamo – da leader determinata e convinta di poter guidare l’Italia. L’ha fatto forte della sua diversità biografica – donna, giovane, non conforme agli standard -, ma anche in ragione della sua alterità radicale a Giorgia Meloni e alla sua idea di Paese. Senza cioè inseguire la destra sul suo terreno – sicurezza, eccetera – ma puntando forte su sanità, salari e welfare.

Tutto quel che abbiamo detto sinora, sia chiaro, non predetermina il futuro. Se oltre che convinta sarà anche convincente, se vincerà le primarie, se riuscirà a tenere assieme tutto prima del voto, e soprattutto se riuscirà a vincere le elezioni, sarà il domani a dircelo. Quel che è certo è che avverrà, se avverrà, con la diffidenza cosmica di fondo che sta accompagnando Schlein dal 12 marzo del 2022, se non prima. Una diffidenza che, a questo punto, abbiamo il sospetto sia da sempre la sua migliore alleata.


Conte, le condizioni a Schlein: “Con noi mai armi all’Ucraina”


Paletti. “Il Pd non può pretendere che decida il partito con più voti. Impossibile tenere fuori Onorato per dare centralità a Italia Viva”

Conte, le condizioni a Schlein: “Con noi mai armi all’Ucraina”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – L’avvocato (ri)alza l’asticella. Partendo dal primo nodo per i Progressisti, l’invio di armi all’Ucraina. “Non può essere che, se Schlein o qualcun altro vince le primarie, a quel punto si mandano à gogo armi in Ucraina per un conflitto che ci sta portando a un conflitto mondiale”, scandisce Giuseppe Conte dal palco della festa del Fatto, alla Versiliana. Davanti a una folla che tributa subito un lungo applauso a Alessandro Di Battista, l’ex premier pone una condizione: “Il M5S non può sottoscrivere un programma che continui a fare in politica estera quello che sta facendo Meloni”. E ovviamente parla al Pd. Abbastanza per provocare la furia della destra dem, con il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini primo della fila: “Il sostegno all’Ucraina continuerà fino a un cessate il fuoco, se ne facciano una ragione”. Ma suscitano mal di pancia anche i paletti di Conte all’ingresso di Renzi – fischiato, dalla platea – nel centrosinistra: “Dobbiamo vincolare tutte le forze politiche a obiettivi politici”, iniziando da “una legge sul conflitto di interessi” e “introducendo garanzie per evitare che una forza politica eserciti un potere ricattatorio: ci sto lavorando”.

Conte pensa a una sorta di norma interna di sicurezza. Sa che il fu rottamatore per la “nostra comunità resta un problema”, come ha ribadito a vari interlocutori. E deve limitare i danni. “Ma perché Elly Schlein insiste nel volerlo nell’alleanza?…” gli domandano. L’avvocato sorride: “Perché è testardamente unitaria”. Renzi gli farà poi replicare dai suoi: “Conte pensi di più al M5S”. Di certo sul palco si discute parecchio anche di primarie. Il condirettore del Fatto Peter Gomez gli chiede se i gazebo sono inevitabili perché Schlein non vuole farsi da parte. E Conte alza il tono di voce: “Leggendo i giornali uno è convinto che il M5S voglia le primarie, o morte. Ma il Pd ha chiarito che per loro vale la regola del partito che prende più voti. E ciò per noi non è possibile: non possiamo metterci preventivamente nelle mani di un’altra forza politica”. Ergo, “alle primarie arriviamo perché la regola del partito più forte è una regola egemonica”. E comunque, “io avevo proposto ai dem di fare come alle Regionali”, ossia di scegliere il candidato “più competitivo”. Ma niente. “Non sono ossessionato da Palazzo Chigi” giura.

Ma ormai per Conte non c’è alternativa ai gazebo. “Però sarà fondamentale arrivare a un milione di votanti” dicono già dai 5Stelle. Obiezione: se le vince Conte, il Pd salterà per aria… Lui ammette: “Io mi preoccupo di vincere le Politiche. Le primarie non vanno fatte a ridosso della campagna elettorale, affinché chi vince abbia il tempo di parlare alla comunità politica che si sente disorientata”. L’ex premier non lo dice, ma le vorrebbe da qui a dicembre. Dopodiché “dovremo preventivamente stabilire qualche punto fermo”, in un programma. Ma niente armi a Kiev. Così ecco la rivolta dem, con Filippo Sensi che include l’ex premier nei “Vannacci d’Italia”. Poi c’è la grana dell’emendamento di FdI alla legge elettorale, per obbligare i partiti senza eletti in Parlamento a raccogliere oltre 300mila firme solo per presentarsi alla Camera. Conte sospetta che sia frutto di accordi trasversali per danneggiare Alessandro Onorato, assessore capitolino che lavora a una lista di centro con la benedizione di Goffredo Bettini, confidente dell’avvocato. “Giuseppe si è infuriato per questa storia” raccontano. Non a caso, rilancia: “Giorgia Meloni, ma non ti vergogni: tu che sei entrata in Parlamento nel 2013 grazie a una legge? La soglia allora era 40mila di firme”. Ma l’avvocato pretende aiuto dal Pd. E da qui si torna a Renzi: “Mi sembra follia sentire che dovrebbe avere un ruolo cruciale nel centro. Abbiamo visto che Renzi ha una capacità espansiva molto modesta, del 2 per cento. Cosa si fa, teniamo fuori Onorato per dare centralità a Italia viva?”.

Traduzione: nessun dem ci speri. Infine: Avs e un pezzo del M5S, in primis Chiara Appendino, invocano una patrimoniale. Ma Conte resta contrario: “Ovunque l’hanno introdotta, poi l’hanno superata. Porteremo al tavolo una proposta di legge calibrata sulla speculazione finanziaria”. Chiosa su Beppe Grillo, che lunedì 21 parlerà dal podcast di Fedez: “Vada dove vuole e dica cosa vuole”. Applausi e risate. Poche ore dopo, l’ex garante replica pubblicando sul suo stato WhatsApp l’immagine del Movimento zero stelle. Uno sberleffo: perché certe guerre non finiscono.


L’ossessione per la cronaca nera in tv nel Paese che chiede maggiore sicurezza


Tre italiani su quattro seguono regolarmente i casi più efferati. Non una nicchia, ma un fenomeno di massa

Andrea Sempio, al centro del caso del delitto di Garlasco

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – C’è un rito collettivo che gli italiani celebrano ogni giorno, tra un telegiornale e l’altro, tra uno spuntino e un aperitivo, tra un talk show e il suo approfondimento serale quello di seguire, quasi con devozione, i casi di cronaca nera. Secondo i dati di Only Numbers tre quarti degli italiani seguono programmi, podcast o contenuti dedicati alla cronaca nera, agli omicidi, ai femminicidi e lo fanno con una certa regolarità (74,3%). Una cifra che, insieme alla somma degli ascolti, basta a fotografare un fenomeno di massa. Non si tratta più di una nicchia per appassionati del giallo, ma di un vero e proprio fenomeno di massa, che attraversa fasce d’età, estrazioni sociali e sensibilità politiche diverse. Un rito che riguarda ormai ogni piattaforma, dai canali tradizionali ai podcast.

Le motivazioni, quando vengono esplicitate, raccontano già una parte della storia. Un cittadino su tre (29,6%) ammette che a spingerlo è semplicemente la curiosità, quel bisogno, antico quanto l’uomo, di capire «come è potuto succedere». Sì, perché spesso, in questi tragici fatti i protagonisti sono quei “bravi ragazzi” della porta accanto, quelli che escono con i nostri figli, che incontriamo per strada ogni giorno, così, se si riesce a comprendere la dinamica del delitto – un movente, un contesto, una devianza…, inconsciamente ci si può convincere che a “noi” non potrebbe accadere, perché “noi” non abbiamo quelle caratteristiche. C’è poi chi si dichiara affascinato dal meccanismo investigativo e giudiziario (17,9%), dal modo in cui si costruisce una prova, si smonta un alibi, si arriva – o non si arriva – a una verità processuale. Per il 42,8% degli intervistati il crime rappresenta semplicemente la moda del momento, in grado però di assuefarci e trasformarci. Sono motivazioni comprensibili, quasi rassicuranti nella loro razionalità.

La cronaca nera crea la domanda

Tuttavia, la ragione più inquietante non è tra quelle dichiarate, ma è quella che emerge quando si osserva la costruzione stessa dei palinsesti. La cronaca nera non risponde solo a una domanda, la creaI contenitori televisivi che trattano questi temi occupano fasce sempre più ampie, diventando essi stessi intrattenimento puro, format ricorrenti con la propria drammaturgia, i propri protagonisti fissi, i propri tempi narrativi. Non si tratta più di informare su un fatto, ma di trasformare il dolore altrui in prodotto seriale, generando un circolo che si alimenta da solo. Ed è proprio qui che il quadro assume i contorni di un vero e proprio cortocircuito. I programmi di cronaca nera sono ormai presenti in tv praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro. Il pubblico li segue, gli ascolti salgono, e più crescono le percentuali dello share, più questi contenuti si moltiplicano. Un circolo vizioso in cui la moda del momento, il caso mediatico che “tira”, diventa il principale criterio editoriale. I medesimi crimini vengono trattati e ritrattati, sezionati con un’insistenza che in determinati casi ha ben poco di giornalistico e molto di morboso, fino a saturare il dibattito pubblico attorno a due o tre vicende alla volta, spesso a scapito di tutto il resto. Il paradosso è che gli stessi cittadini che alimentano questo meccanismo con la loro attenzione ne percepiscono con lucidità gli effetti collaterali. Quasi un cittadino su due (46,3%), infatti, è convinto che questi programmi stimolino e amplifichino un senso di insicurezza che nella nostra società è già ampiamente diffuso, una percezione che, come sappiamo dai dati oggettivi su criminalità e sicurezza, va spesso oltre il ragionevole, disallineandosi dalla realtà.

L’influsso sulla giustizia

A volte sembra quasi che si formino dei veri e propri filoni tematici, casi che per un periodo si moltiplicano nell’agenda mediatica – pensiamo ai bambini aggrediti dai cani, o a omicidi commessi con le stesse identiche efferate modalità – quasi si trattasse di un’onda emulativa più che di un reale incremento statistico del fenomeno. Non è il crimine ad aumentare, quanto la sua rappresentazione mediatica. Ancora più significativo è che il 41,0% degli intervistati intravede una vera e propria commistione tra queste trasmissioni e l’apparato della giustizia.

L’idea che il racconto televisivo non si limiti a seguire i processi, ma finisca per influenzarli, anticiparli, in qualche misura condizionarli, è il segno di una sfiducia diffusa verso il delicato confine tra il piano mediatico e quello giudiziario. Uno specchio del nostro Paese, non una moda passeggera, ma uno squarcio su chi siamo e su chi stiamo diventando. Il dato più importante, però, è forse l’ultimo dove mette in evidenza che per il 56,2% dei cittadini intervistati, il successo di questi programmi non è un capriccio del pubblico, né una semplice tendenza televisiva, ma lo specchio di tutti i problemi irrisolti della nostra società. Un confronto tra sicurezza percepita e sicurezza reale, tra giustizia e fiducia nelle istituzioni che dovrebbero amministrarla. Una disuguaglianza sociale che spesso è il retroterra silenzioso di molti dei casi raccontati. E, non ultimo, un rapporto con la morte che la modernità ha rimosso dalla vita quotidiana e che, forse proprio per questo, torna a bussare attraverso lo schermo, in forma di cronaca. Ci troviamo di fronte a una società che ha bisogno di guardare ciò che teme, quasi per esorcizzarlo, ma che nel farlo rischia di restarne prigioniera. Una società che chiede verità e giustizia, ma che rischia di accontentarsi del loro racconto spettacolarizzato. Un Paese che cerca sicurezza, ma finisce per nutrire proprio quella paura che dice di voler combattere.

Non si tratta di un pubblico ingenuo o manipolato inconsapevolmente. È un pubblico che sa di essere dentro un meccanismo particolare, e che ci resta lo stesso. Non ignoranza, ma piuttosto una forma di dipendenza collettiva consapevole il che è molto più serio di una semplice disinformazione. La cronaca nera in tv, in fondo, non crea questi problemi, ma li rivela. Un’Italia che, guardando il crimine, guarda sé stessa. Uno specchio, non una causa. Il vero caso da indagare, allora, non è più (solo) quello raccontato in prima serata, è il motivo per cui, giorno dopo giorno, continuiamo a restare incollati allo schermo.


Da Berlusconi a Trump: funzionano ancora le promesse shock?


I repubblicani sperano di invertire una tendenza che, per ora, sembra andare con decisione nella direzione opposta: i democratici sono nettamente favoriti per la riconquista della Camera e possono puntare concretamente anche al Senato

Da Berlusconi a Trump: funzionano ancora le promesse shock?

(di Giovanni Diamanti – repubblica.it) – “Aboliremo l’Ici! Avete capito bene: aboliremo l’Ici, su tutte le prime case e anche sulla vostra”.

Furono in pochi, quella sera di aprile del 2006, a comprendere che le poche parole con cui Silvio Berlusconi concluse il dibattito contro Romano Prodi, senza diritto di replica, avrebbero accompagnato una rimonta della quale fino a quel momento si vedeva traccia quasi soltanto nei sondaggi commissionati dallo stesso leader di Forza Italia.

Così, nel leggere la proposta di Trump a due mesi dal voto di mid-term di un maxi-assegno di 5 mila dollari per ogni americano adulto, torna alla mente il turning point del voto del 2006. Pochi analisti presero sul serio quella promessa, eppure contribuì a rimobilitare l’elettorato berlusconiano deluso dopo cinque anni di governo.

Ma una promessa-shock può ancora spostare un’elezione come accadde in Italia vent’anni fa?Il fine che guida la mossa di Trump, d’altronde, è simile: recuperare una parte di elettorato conservatore, raddrizzare i sondaggi, ad oggi molto negativi, con una proposta che intercetti un bisogno reale dei cittadini, travolti da un costo della vita ormai difficilmente sostenibile.

I repubblicani sperano di invertire una tendenza che, per ora, sembra andare con decisione nella direzione opposta: i democratici sono nettamente favoriti per la riconquista della Camera e possono puntare concretamente anche al Senato, dove l’ultimo aggiornamento settimanale delle previsioni di Nate Silver assegna loro il 56% di probabilità di conquistare la maggioranza.

Le due promesse, tuttavia, pur avendo intenti comuni, presentano alcune differenze che potrebbero ridurre l’efficacia di questa uscita trumpiana.

Anzitutto, il contesto è diverso. La campagna elettorale del 2006, con Berlusconi che si spinse fino alla celebre battuta sui “coglioni” che, votando a sinistra, avrebbero agito contro i propri interessi, fu già segnata da una contrapposizione sempre più netta tra gli schieramenti. Tuttavia, è innegabile che il clima di oggi sia enormemente più polarizzato: in questo contesto, spostare voti nel breve termine, soprattutto per un personaggio radicalmente divisivo e universalmente conosciuto come Trump, non è facile. Il suo gradimento, sempre secondo il Silver Bulletin, è al 38.5%, a fronte di un 58.2% che disapprova il suo operato: se le mid-term saranno, come è verosimile, un referendum su di lui, per i repubblicani sarà una partita molto difficile da vincere.

La seconda differenza del messaggio trumpiano è legata al timing: se l’annuncio dell’abolizione dell’Ici fu lanciato a pochi giorni dal voto, il Presidente americano sceglie di giocare questa carta con quasi due mesi di anticipo rispetto all’appuntamento elettorale. Un tempo che da un lato può permettergli, se lo vorrà, di articolare la promessa, per chiarirne le coperture e le modalità di attuazione; dall’altro, concede all’opposizione una grande opportunità per smontarla e rappresentarla come una boutade. Nel 2006, Berlusconi sfruttò al massimo le potenzialità dell’effetto-sorpresa: difficile che lo stesso avvenga oggi negli Stati Uniti.

Infine, le due promesse riflettono anche nei modi due stili molto diversi. Berlusconi era un uomo di marketing, attento alla costruzione del messaggio, e sfruttò alla perfezione i tempi e le regole del dibattito per impedire al professor Prodi una replica sicuramente ostica. Trump, invece, ha fatto dell’istinto e dell’imprevedibilità due tratti centrali della propria comunicazione, caratteristiche che nella sua carriera gli hanno permesso tanto di sorprendere gli avversari quanto di incappare in uscite infelici. Non è, infatti, la prima promessa roboante della sua carriera: come ha ricordato il Washington Post all’indomani dell’annuncio, Trump aveva già proposto in passato pagamenti diretti agli americani che non si sono poi concretizzati. Anche questo contribuisce a spiegare i suoi problemi di credibilità tra l’elettorato.

Oggi, con i democratici avanti di 8 punti sui repubblicani secondo Reuters/Ipsos alla domanda su chi abbia il piano migliore per affrontare il costo della vita, il Presidente Usa prova a ribaltare la partita con una promessa tanto semplice quanto spettacolare. Ma rispetto a Berlusconi nel 2006 ha un ostacolo in più: prima ancora di convincere gli americani del valore della proposta, deve convincerli a credere a chi la propone. Con gli indici di gradimento attuali, non sarà facile.


Latteria Lollobrigida: il ministro divulgatore pronto per “Italiana”


(estr. di Silvia Truzzi – ilfattoquotidiano.it) – […] BOCCIATIClasse digerente. Dopo averci deliziati con il video promozionale delle orecchiette baresi e dell’olio extravergine d’oliva, il redivivo ministro Lollobrigida si dedica al latte. Lunedì scorso ha pubblicato un reel su Instagram che lo ritrae in una cucina, in maniche di camicia e con le ormai iconiche bretelle. Davanti a lui su un seggiolone un incolpevole bimbetto ripreso di spalle. Lollo maneggia degli animaletti di plastica con l’intento di spiegare al pargolo da dove viene il latte, “questo straordinario prodotto dei nostri allevatori”. Sono la pecora, la capra, la vacca “per te mucca”, spiega al bimbo (ma non poteva dire direttamente mucca?). Versa il latte in un bicchiere al povero Giulio, questo il nome del piccolo malcapitato, e lo invita a berlo. “Cresciamo, cambiamo, diventiamo grandi. Ma ci sono sapori che continuano ad accompagnarci”. Come l’amaro in bocca che ci invade ogni volta che la nostra classe digerente ci fa venire il latte alle ginocchia. Però va detto: Lollo il divulgatore è pronto per il canale 57, Italiana, casomai al prossimo giro andasse male.

[…]

Trump dividend. Il presidente americano ha chiuso la prima giornata della convention repubblicana a Dallas promettendo soldi a ogni adulto americano se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso al voto del 3 novembre. Cinquemila dollaroni a condizione che i repubblicani vincano alla Camera e al Senato: è “Come una società di successo che fa una distribuzione di liquidità ai suoi azionisti”. Con la mancia elettorale universale il conto saliva a 1350 miliardi di dollari, il vicepresidente Vance ha dovuto correggere la rotta: i cittadini più ricchi non rientrerebbero nel bonus e la copertura per gli altri verrebbe dai dazi, pari a circa 154,5 miliardi di dollari nei primi dieci mesi dell’anno fiscale 2026. Trump si rifà al “Warrior Dividend” da 1.700 dollari erogato ai militari a dicembre scorso, il cui finanziamento è stato approvato dal Congresso perché non è nei poteri della Casa Bianca erogare mance, bonus e dividendi (checché Trump ne pensi è il presidente, non l’amministratore delegato). Se vi ricorda qualcosa, quel qualcosa è la letterina con cui nel febbraio 2013 Berlusconi spiegò a milioni di elettori come avrebbe restituito loro l’Imu del 2012 in caso di vittoria (“Avviso importante. Rimborso Imu 2012” con una busta che imitava le comunicazioni dell’Agenzia delle entrate). Piovvero esposti per voto di scambio, ma nulla di fatto, la procura di Roma archiviò: qui, come dall’altra parte dell’Atlantico, per il voto di scambio bisogna che i favori siano promessi a elettori individuati in relazione al loro voto. Non tutto ciò che è legale è morale.

PROMOSSI

Diario di uno spettatore. Piccolo episodio a margine della disfatta italiana a Venezia. Alla prima ufficiale di Succederà questa notte, il film con cui Nanni Moretti è tornato in concorso a Venezia dopo ben 37 anni, in sala vengono presentati e applauditi regista e cast: si spengono le luci, partono i titoli. Nanni Moretti, che si era già tolto la giacca, si accorge che in platea, uno spettatore compulsa avidamente il telefonino. Quando parte la musica di Alberto Iglesias e comincia il film, l’incauto maleducato è ancora al telefono. Allora il regista perde la pazienza, si alza, scende i gradini “che sembra un gendarme”, come riporta il Gazzettino, seguito da Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale. “Spenga il telefono”, intima al tizio, poi si gira e torna al suo posto. A parte che dalle maschere della mostra del cinema di Venezia ci si aspetta una maggiore vigilanza, Moretti ha fatto benissimo. Non è questione di snobismo o radical chicchismo o qualunque altra boiata scagliata abitualmente contro la sinistra delle supposte élite. È che ormai non si può più prendere un treno o passeggiare per strada senza subire chiamate in viva voce e video idioti sparati a tutto volume. C’era una volta il noi, e il rispetto dell’altro: oggi è il tempo dell’io. E io vuole farsi sempre i cazzi suoi.


Arma il tuo nemico


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Chissà quanto si divertono gli sciiti yemeniti Houti a diffondere i video in cui sfilano a bordo di blindati Mrac made in Usa e mezzi leggeri targati Emirati dopo aver occupato roccaforti e porti sauditi, strozzando l’oleodotto che doveva bypassare lo Stretto di Hormuz. L’Occidente li chiama “ribelli” e “pirati in ciabatte” anche se combattono con l’Ia dell’americana Anthropic. E, come scrive Francesco Vignarca sul manifesto, capita ormai in tutte le guerre di Usa&C. che il nemico usi contro di loro armi fabbricate da loro e fornite agli amici prima di finire fuori controllo: o perché gli amici diventano nemici, o perché gli amici perdono le guerre e abbandonano mezzi e armamenti alla mercé dei vincitori. Lo Yemen, diviso fra il Nord controllato dagli Houthi e il Sud in mano al regime filosaudita, è da anni teatro e vittima di una guerra per procura fra Riad (con dietro l’Occidente) e Iran. E, siccome oggi le guerre si sa quando iniziano ma non quando finiscono (tendenzialmente mai), lo sterminio israeliano a Gaza e la guerra di Netanyahu-Trump a Teheran hanno riattivato, rilegittimato e ringalluzzito gli Houthi, che bloccano i traffici nel mar Rosso mentre l’Iran paralizza Hormuz. Già nel 2015, sotto Obama, il Pentagono ammise di non avere più notizie di aiuti militari forniti al regime yemenita per oltre mezzo miliardo di dollari: erano finiti agli Houthi e al Qaeda. Del resto gli Usa, che avevano riempito di armi gli afghani contro l’Armata Rossa negli anni 80, se le videro poi puntare contro nel 2001, quando i buoni mujaheddin diventarono i cattivi talebani. Idem in Iraq, dove le armi fornite dall’Occidente all’amico sunnita Saddam per combattere i cattivi sciiti iraniani furono poi usate dai sunniti dell’Isis contro gli Usa e i loro neoalleati sciiti iraniani tornati buoni (e ora di nuovi cattivi); e anche i nostri Carabinieri si ritrovarono sotto il fuoco incrociato di pistole Beretta made in Italy.

[…]

Il prossimo paradosso, almeno per chi non conosce le dinamiche della guerra, lo vivremo nell’Ucraina che da 13 anni la Nato riempie di armi, scordandosi ciò che accadde dopo l’indipendenza del 1991, quando Kiev dovette restituire alla Russia l’arsenale militare (e anche atomico) che aveva in prestito: politici e oligarchi ucraini corrotti si rivendettero enormi quantità di armamenti al mercato nero, dall’Africa ai Balcani. Nei prossimi mesi, se e quando scatterà il cessate il fuoco, sarà ben difficile far tacere le armi e riprenderci quelle gentilmente offerte alla “resistenza”, visto che una buona parte è già passata nelle mani di milizie mercenarie, mafie internazionali e bande terroristiche. Che le punteranno addosso a chi pensava di armare l’amico e invece, come al solito, si preparava a spararsi nei piedi.