Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Gara di solidarietà


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – La gara di solidarietà della stampa italiana al Fatto, colpito da due cause temerarie negli Usa (220 milioni) e in Italia (altri 5) per aver pubblicato notizie vere sul duo Cipriani&Minetti, non accenna a placarsi. Tra olgettini di destra e corazzieri di sinistra, è tutto un coro di “non mollate”, “tenete duro”, “non fatevi intimidire”, “viva il […]


Ma lo capite o no che chiedere 250 milioni al Fatto è un attacco alla libertà di stampa?


Lo volete capire o no che 250 milioni di dollari di causa a un giornale e a un programma di inchiesta sono un attacco alla libertà di stampa? A prescindere da quanto Il Fatto e Report abbiano sbagliato nel caso Minetti, a prescindere dai presunti danni fatti al gruppo Cipriani, il colosso milionario del compagno dell’ex berlusconiana. E a difendere Il Fatto, anzi, a difendere la libertà di stampa, dovrebbero essere prima di tutto quei giornali che, anche se lo hanno criticato vogliono ancora definirsi tali

(Riccardo Canaletti – mowmag.com) – Cipriani che chiede 250 milioni di dollari a Il Fatto e Report per il caso Minetti è una attacco al giornalismo, a prescindere da come la pensiate su questa vicenda. Lo capite o no?

Il gruppo Cipriani, ora che la storia è finita, che la Procura di Milano si è pronunciata, che il Quirinale ha confermato che non farà altre valutazioni sulla grazia concessa a Nicole Minetti, una delle poche ad averla ottenuta e di certo non l’unica ad averne bisogno per “motivi umanitari” (cioè il figlio malato), ha chiesto 250 milioni di dollari di risarcimento, anche per danno di immagine, a Il Fatto quotidiano e a Report. Forse aggiungeranno una seconda azione legale contro È sempre Cartabianca di Bianca Berlinguer. 

A parte che, se la preoccupazione del gruppo Cipriani, guidato dal compagno di Nicole Minetti, è davvero il presunto danno di immagine, una causa monstre contro due media di inchiesta che si sono permessi di fare delle domande non farà certo bene alla loro reputazione (di Giuseppe Cipriani e dell’ex berlusconiana Nicole Minetti); a parte che le domande andavano fatte e Il Fatto non ha nulla da recriminarsi per questo, come avevamo scritto qui; a parte che restano dei dubbi su come la Procura di Milano abbia scelto di chiudere in fretta le verifiche (in pratica senza verificare quanto sostenuto dal Fatto); a parte tutto questo, la cosa grave, ma veramente grave, è che chiedere 250 milioni di dollari (quasi 220 milioni di euro) a un giornale e a un programma televisivo, equivale a farli chiudere. E questo dovrebbe preoccupare tutti, anche chi Il Fatto l’ha criticato, come noi. Anche gli amici de Il Dubbio, Pietro Sansonetti de L’Unità, i colleghi de Il Foglio. Tutti. 

Intanto perché il giornalismo che sbaglia dimostra pur sempre che qualcuno ha ancora il coraggio di osare, di provarci, di porsi tutte le domande che, per etica personale e professionale, crede di dover fare. E questo in Italia è sempre più raro, non prendiamoci in giro. Basta guardare le conferenze stampa con Giorgia Meloni e i talk show più blasonati: le domande sono preparate, smussate in modo da non dare fastidio al potente di turno. Quindi chi ancora prova a fare inchiesta in questo Paese dovrebbe essere difeso da tutti, anche perché quelli de Il Fatto, spesso e volentieri, fanno pure il lavoro dei colleghi, si espongono pure quando potrebbero evitare, perché hanno giustamente la fame per la notizia, la voglia di pubblicare. 

E poi perché chiunque faccia il giornalista in Italia, il Paese delle querele temerarie, delle denunce per diffamazione anche quando la diffamazione non c’è, delle persecuzioni giudiziarie contro i giornalisti che fanno i giornalisti, sa cosa vuol dire difendere seriamente la libertà di espressione, la libertà di stampa. Poi può scegliere di non esporsi per rimanere nel recinto dell’idolatria verso la legge (che, come sa chiunque abbia fatto un po’ di filosofia, è una cosa diversa dalla morale), della servilità nei confronti delle istituzioni (che poi sono quelle che ti danno i finanziamenti o ti consentono gli sgravi fiscali…). Ma la libertà di parola è una cosa semplice e radicale, e la puoi difendere solo in un modo: senza fare distinzioni tra amici e nemici. 

Ora tocca a Il Fatto, ma potrebbe toccare a MOW, a Repubblica, a Il Manifesto, a La Verità. Queste cause, fatte tra l’altro negli Stati Uniti, con regole del gioco diverse, costi legali diversi, e una durata lunghissima, sono una bomba sulle attività di un giornale. Non è difficile capirlo e non dovrebbe essere difficile capire quanto tutto questo sia sbagliato. Soprattutto se il resto dell’anno poi tutti i giornali la menano sugli attacchi alla libertà di stampa in Italia. 


I Mondiali 2026 non sono neanche cominciati e la Coppa di Trump e Infantino è già una porcheria


L’avvicinamento ai Mondiali 2026 è stato un vero disastro per i protagonisti tra visti negati e tensioni politiche che stanno esasperando un clima già pesantissimo. Cresce la percezione di una FIFA sempre più intrecciata alla politica e meno alla tutela del calcio globale

(di Vito Lamorte – fanpage.it) – Ogni quattro anni i Mondiali non sono solo un torneo di calcio ma un punto fermo nella memoria collettiva, una specie di calendario emotivo che attraversa le generazioni. Anche quando l’Italia non c’è, ormai sta diventando una cattiva abitudine, per gli appassionati restano le notti viste sul divano, le sveglie all’alba, le partite ricordate per sempre insieme a un luogo preciso, una persona, una sensazione. “Dove eri quando…?” è la domanda che ogni Coppa del Mondo si porta dietro, perché finisce sempre per diventare più grande del calcio stesso.

Ed è proprio per questo che l’avvicinamento ai Mondiali 2026 colpisce in modo diverso. Perché non sta raccontando soltanto l’attesa sportiva, ma anche una serie di tensioni, ostacoli e contraddizioni che rischiano di offuscare l’idea stessa di evento globale. Tra visti negati, controlli serrati, delegazioni bloccate e decisioni controverse, la sensazione è che questa Coppa del Mondo stia iniziando molto prima del primo calcio d’inizio, e non necessariamente nel modo in cui il calcio vorrebbe raccontarsi.

I vertici della FIFA e gli organizzatori del torneo, che si giocherà per la prima volta su tre paesi (USA, Canada e Messico), hanno parlato per anni di festa universale fatta di incontro tra popoli e culture ma la realtà di questi ultimi mesi cozza pesantemente con questa narrazione. Non è una questione di moduli o di forma fisica, ma di controlli e decisioni politiche che stanno definendo un clima tutt’altro che piacevole intorno alla manifestazione calcistica più bella e più attesa.

Mondiali 2026, polemiche prima del via tra visti negati e tensioni politiche
Negli ultimi giorni si è accumulata una sequenza di episodi che, letti insieme, disegnano un quadro difficile da ignorare. Il calciatore della Svizzera, Breel Embolo, ha dovuto attendere la revisione del visto prima di raggiungere la propria nazionale, con un ritardo che ha inciso sulla preparazione. Un dettaglio solo in apparenza tecnico, ma che mostra quanto anche le delegazioni europee non siano immuni da una macchina burocratica sempre più rigida.

Aymen Hussein, attaccante dell’Iraq fermato e interrogato per oltre 7 ore dopo il suo arrivo negli USA per i Mondiali.
Poi c’è il caso del giocatore dell’Iraq, Aymen Hussein, fermato all’ingresso negli Stati Uniti e trattenuto per quasi sette ore tra interrogatori e verifiche. Un episodio che racconta un’altra faccia del Mondiale che non ha nulla a che vedere con lo sport e l’inclusione che spesso è stata nominata dagli alti vertici della FIFA e del principale paese ospitante.

La situazione della nazionale iraniana è ancora più complessa ma fa capire ancora meglio come si è arrivati a questo torneo. Giorni interi trascorsi tra pratiche consolari in Turchia, ingressi concessi solo a ridosso delle partite, e quindici membri della delegazione respinti. Una partecipazione ridotta all’essenziale, quasi compressa dentro finestre temporali rigidissime. Lo sport, in questo caso, sembra adattarsi alle vicende politiche e alle restrizioni più che il contrario.

L’arrivo dell’Iran in Messico e la spilla #168 per ricordare le vittime della strage di Minab per mano dei bombardamenti israelo–americani.
A questo si aggiunge il caso più simbolico di tutti: Omar Abdulkadir Artan, miglior arbitro africano del 2025, arrivato fino a Miami con passaporto diplomatico e poi respinto. La FIFA ha confermato che non potrà prendere parte al torneo. Un Mondiale senza uno dei migliori arbitri del continente africano è già, di per sé, una contraddizione evidente rispetto all’idea di universalità che il calcio pretende di incarnare.

Non mancano poi episodi che coinvolgono altre nazionali: il Sudafrica costretto a ritardare l’arrivo per problemi di visti, la delegazione del Senegal sottoposta a controlli prolungati sulla pista subito dopo l’atterraggio, la nazionale dell’Uzbekistan perquisita con unità cinofile in scene finite sui media internazionali. Perfino alcuni tifosi scozzesi, pur in possesso dei requisiti per entrare negli Stati Uniti tramite ESTA, hanno visto revocata l’autorizzazione all’ultimo momento, mentre molti altri hanno perso viaggi e prenotazioni già pagate.

A tutto questo si aggiungono le proteste degli insegnanti a Città del Messico che colpiscono anche i simboli dei Mondiali 2026: abbattute e incendiate alcune statue dedicate alle nazionali, con il sindacato minaccia nuove manifestazioni durante il torneo se il governo non accoglierà le richieste su salari e pensioni.

La Coppa del Mondo di Infantino e Trump: tanta politica e poco calcio
Questo scenario si inserisce in un contesto politico più ampio, che è impossibile da ignorare. Il rapporto sempre più stretto tra Gianni Infantino e Donald Trump ha contribuito a spostare il baricentro del Mondiale, con la FIFA che appare sempre più dentro logiche di equilibrio politico e relazioni di potere e meno centrata sulla tutela dell’evento sportivo in sé e sulla sua accessibilità reale per i tifosi e gli appassionati.

Il numero uno della FIFA pochi mesi fa ha premiato il presidente americano con il premio FIFA per la Pace e nelle settimane successive Trump è stato capace di impegnarsi su diversi fronti di guerra mettendo a disagio molti vertici dell’ente che governa il calcio mondiale. Tanta politica, tanta diplomazia, e poca attenzione al calcio.

Il risultato è una Coppa del Mondo che, al momento, sembra raccontare più esclusioni che inclusioni. E il paradosso è sempre più evidente: mentre si celebra il torneo come il ‘più globale di sempre’, cresce la sensazione che non tutti avranno le stesse condizioni per viverlo. La palla inizierà a rotolare il giorno 11 e alcune cose verranno messe nel dimenticatoio ma questo è un Mondiale già profondamente segnato da ciò che accade fuori dal campo, sia a livello sociale che politico.

Sappiamo benissimo che il calcio, a tutti i livelli, lavora a stretto contatto con diplomazia e politica ma ci sono delle situazioni che riguardano i diritti sociali, i diritti umani, i diritti civili e le libertà degli individui che chi occupa posizioni di potere non può mettere da parte per essere vicino al ‘potente di turno’. La storia dello sport e del calcio, dei Mondiali in particolare, è piena di questi episodi e, per questo motivo, quando qualcuno vi dirà “tenete la politica fuori dal calcio”, potrete rispondergli in maniera elegante di chiederlo prima al presidente della FIFA. Poi via via a tutti gli altri.


Caso Minetti e il giornalismo da sottosuolo


Le lezioni di chi scrive senza sapere (e a volte senza nemmeno capire). In definitiva si tratta di un’opera di scavo al contrario, dove il viceversa diviene destino e il protagonista della vicenda, cioè il principio, si riduce a ospite inatteso, testimone muto, corpo invisibile. Lo ha inaugurato Paolo Mieli, ma i picchi sono altri

Caso Minetti e il giornalismo da sottosuolo: le lezioni di chi scrive senza sapere (e a volte senza nemmeno capire) | il commento

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – “Il Fatto Quotidiano dovrebbe chiedere scusa”. È Paolo Mieli, decano dei giornalisti italiani, che offre a Marco Travaglio la possibilità di divenire un salice piangente, che lo faccia apparire finalmente genuflesso e con lui il giornale, e col giornale tutti coloro che hanno pensato che il caso Minetti sia stata la più clamorosa anche un po’ vergognosa storia d’appendice del fantastico mondo di Silvio B. Mieli inaugura così la più vasta operazione di prossimità del giornalismo da sottosuolo. In definitiva un’opera di scavo al contrario, dove il viceversa diviene destino e il protagonista della vicenda, cioè il principio, si riduce a ospite inatteso, testimone muto, corpo invisibile.

Infatti la notizia della grazia, presa in sé, presto sparisce dalle note d’agenzia. Non è più la decisione del presidente della Repubblica ad essere commentata, favorevolmente o meno. Le forze giornalistiche, raggruppate in una sorta di invincibile armata contro questo giornale, sorprese dall’audacia, nel tempo a loro dire divenuta incoscienza, definiscono il nostro lavoro come una truce abilità alla denigrazione. Di chi? Della Minetti, forse, di Mattarella sicuramente. Si è così venuto a disporre, nello sviluppo del confronto, la pianta organica del giornalismo da sottosuolo. È una tecnica che capovolge i principi e rinuncia a valutare i fatti, a rispondere alle memorabili cinque domande di chi si avvicina a questo mestiere: cosa è accaduto, per mano di chi, dove, come, quando e perché. Inizia il Domani a indagare sull’inchiesta del Fatto, a svolgere accertamenti sul nostro accertamento dimenticando l’oggetto: perché Nicole Minetti ha ricevuto la grazia? Perchè il suo nome è stato scelto tra le migliaia di domande giunte al Quirinale? E poi: la grazia si fondava su una condizione ( il figlio incurabile in Italia) rivelatasi vera o meno? E infine: il lifestyle uruguaiano, il Gin Tonic, il ranch da mille e una notte, le feste rispondano a verità o a fantasia.

Il Domani ha fatto trasmigrare la mendacia da lei a noi, proponendo una sperimentazione del contrario, dell’ignoto rispetto al noto. Il figlio di Minetti poteva o no essere curato in Italia? La massaggiatrice Graciela ha detto la verità o la bugia al Fatto? E il Fatto ha preso per oro colato le sue parole o le ha verificate. Infine: lo stile di vita, le feste, l’immagine del ranch erano conosciute in Uruguay già prima della concessione della grazia oppure no? La notizia capovolta era che avessimo denigrato per abitudine all’odio. La valutazione antropologica delle abilità giornalistiche nostre è del Foglio che mira, nella consueta rassegna, a sondare la crisi ormonale del giornalismo del Fatto, la spudoratezza come sintomo di una malattia esecrabile, fuori dal recinto della salute pubblica. Il Fatto, ovvero il Falso, ovvero il Fango. Sulle effe i colleghi del Foglio hanno prodotto una meritoria partitura affidandoci il senso della loro disistima e naturalmente fregandosene dei fatti giacché loro scrivono solo gli antefatti e non si perdono nelle cronache della vita. Del perché alla Minetti sia stato concesso un provvedimento di clemenza non avendo nessuno dei requisiti previsti a loro frega zero. Nulla. Siamo sotto lo zero di interesse fogliante rispetto al successivo quesito: perché Sergio Mattarella, sempre prudentissimo e misurato, si è reso protagonista di un atto che, col senno del poi, macchia la sua figura, colpisce il suo prestigio e costituisce il primo serio inciampo.

Per chi tifa Maurizio Belpietro, il direttore de la Verità? Ma per Nicole Minetti logicamente! E cosa si augura Belpietro? Che il Fatto, magari coperto di decreti ingiuntivi, si ritrovi a essere lobotomizzato dal rude Cipriani, il newyorkese super ricco. Libero, al cui timone è da pochi giorni è approdato Alessandro Sallusti al quale, guarda tu il destino, il Quirinale nel 2012 concesse la clemenza (pena detentiva commutata in pena pecuniaria), vorrebbe Travaglio sul patibolo o, in mancanza, in qualche spiaggia di Guantanamo. È tutto un corri corri ad aiutare Minetti, a sollevare Mattarella da ogni responsabilità e ad accusare il Fatto di ogni nefandezza. Così lHuffington Post si chiede dove mai sia giunto il diritto di critica allungandosi fino al punto di non indietreggiare davanti a una ritrattazione della massaggiatrice in una confessione giurata davanti al notaio. Volete di più? Volete davvero arrivare al punto di non credere che la massaggiatrice si è sbagliata, ha visto gatti e li ha scambiati per orchi, donne per escort? Nemmeno davanti al qui pro quo il Fatto si ferma, e l’Huffington chiede allora l’intervento dell’ordine dei giornalisti o di qualcuno che fermi i cronisti e soprattutto tagli le mani a quelli del Fatto. E la reputazione? Le risposte al prossimo ciclo di lezioni, questa volta sul giornalismo impressionista giacché non è necessario capire ciò che si scrive.


Effetto Gruber. Domani ha ospite Vannacci. C’è da scommetterci: volendolo fare nero lo renderà simpatico


Dopo la puntata di Otto e mezzo, l’ex generale sarà un uomo diverso, nel senso che gli italiani lo avranno adottato. Perché lo spettatore medio sentirà nascere dentro di sé un sentimento inedito e perturbante: la solidarietà umana. Con una proiezione ottimistica l’Italia avrà il suo presidente del Consiglio nel giro di ventiquattro mesi

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Ci sono momenti, nella storia della Repubblica, che si presentano senza bussare, come i terremoti e le comete. Uno di questi momenti è atteso per domani sera, alle 20.30, quando Roberto Vannacci varcherà la soglia di “Otto e mezzo” e si accomoderà di fronte a Lilli Gruber. Chi scrive non sa ancora cosa dirà il generale. Sa però, con la certezza del profeta che ha già visto il filmato, come andrà a finire. Andrà a finire che Vannacci diventerà come minimo presidente della Repubblica. Bisogna dirlo chiaramente: è l’inizio della sua ascesa al potere assoluto. La dinamica è nota agli specialisti come effetto Lilli. La vittima entra. Si siede. Gruber, che per acconciatura regge al sommo del capo una specie di gatto arrotolato, gli sorride di un sorriso che a Bolzano, sua terra natìa, chiamano “la valanga gentile”. Poi arriva l’interruzione chirurgica al ventiseiesimo secondo, il sopracciglio che si inarca come un arco longobardo, la gragnuola degli ospiti ostili, la domanda che inizia con “Ma non è forse vero che lei…”.

Dopo venti minuti lo spettatore medio, che magari quel nome lì non lo poteva vedere, sente nascere dentro di sé un sentimento inedito e perturbante: la solidarietà umana. Successe pure con Elly Schlein. Entrò da Gruber come figura di laboratorio e uscì come una persona. Interrotta sistematicamente per ventidue minuti, lasciò lo studio circondata da un’aureola di simpatia popolare che nessun congresso di partito avrebbe mai potuto costruirle. Da lì è cominciata la riscossa. Se l’effetto Gruber funziona come ha sempre funzionato, e non c’è motivo di credere che smetta proprio adesso, dopo mercoledì sera Vannacci sarà un uomo diverso. Diverso nel senso che gli italiani lo avranno adottato. Con una proiezione ottimistica – diciamo tre ospitate, tre sopracciglia, tre gatti arrotolati, tre “ma col razzismo come la mettiamo” – l’Italia avrà il suo presidente del Consiglio nel giro di ventiquattro mesi. Effetto Gruber. Qualcuno dovrebbe preoccuparsi seriamente. Se fossimo in Giorgia Meloni chiederemmo alla Rai di organizzare subito un Sanremo espresso per mercoledì sera, in modo da distrarre lo share. Balli, sketch, numeri di varietà. Ci vuole Stefano De Martino. Ci vuole Fiorello. Il Pd purtroppo non ha soluzioni televisive, ma può sempre inviare Francesco Boccia per segare l’antenna sul tetto di La7 con un flessibile, un casco giallo e la piena copertura giuridica del gruppo parlamentare. Non lo faranno. E giovedì mattina qualcuno si sveglierà con un pensiero strano, inconfessabile, mai avuto prima. In fondo in fondo, ‘sto generale non è tanto male.


Che cosa ci aspettiamo dagli intellettuali?


Il problema non sono le opinioni di artisti e letterati. Sbagliamo noi a cercare in loro una guida

(Loredana Lipperini – lespresso.it) – La domanda emersa in questi giorni si può riassumere così: perché ci si sente traditi da Francesco De Gregori (che non prende posizione) e da Erri De Luca (che ne prende una oggettivamente deprecabile negando il genocidio a Gaza), al punto di affermare pubblicamente che si getteranno le loro opere nell’immondizia? Formulata diversamente, la domanda è: cosa ci aspettiamo dagli intellettuali?

Si può rispondere scegliendo diverse strade. Quella più autorevole parte da Roland Barthes e da una sua vecchia affermazione: «Quello che il pubblico vuole è l’immagine della passione, non la passione». Parla del wrestling, ma la frase vale anche per gli scrittori o i cantanti che vengono trasformati in idoli se, per dirla con Barthes, li consumiamo come un segno. E giocare con i segni è pericoloso, perché cambiano in un batter d’occhio: per fare un solo esempio, cinque anni fa Fedez venne salutato come un eroe dell’antagonismo dopo il suo intervento dal palco del 1° maggio (che era semmai straniante, come se Gianni Agnelli avesse intonato la Canzone del maggio durante un’apparizione televisiva), e oggi è considerato, dopo l’intervista a Meloni, un fiancheggiatore del potere. Ma il problema non è degli intellettuali o degli artisti che cambiano idea, o dicono quello che non vogliamo che dicano: il problema è nostro. Perché spesso cadiamo nelle trappole di chi vuole screditare una parte politica evidenziando le contraddizioni di uno dei suoi esponenti, e quasi sempre abbiamo un disperato bisogno di maestri, guide, fari, Bertoncelli e preti, per dirla con Guccini, che ci indichino la via. 

Verrebbe da dire che dove la politica fallisce si cerca altrove, nel vecchio intellettuale organico o nella guida spirituale o musicale o letteraria.Ma è pericoloso, appunto. Perché se è sacrosanto che chi ha visibilità prenda parola pubblica, che sia, per dirla con Sartre, “implicato”, è vero anche che è un errore delegargli la propria salvezza. Nella sua biografia postuma, Michela Murgia dice che avrebbe voluto non essere l’unica voce che si esprimeva. E prima, negli anni Settanta, “La cultura del narcisismo” di Christopher Lasch già parlava della dipendenza crescente da esperti e celebrità che offrissero un orientamento, un’illusione di autorità morale che rispondesse allo smarrimento comune. 

Gli idoli crollano, quasi sempre: nelle pagine iniziali di “Testamenti” di Margaret Atwood, zia Lydia guarda la statua che hanno eretto in suo onore e constata che è ricoperta di muffa ed escrementi di piccioni. Che è quel che avviene quando si erigono monumenti, i quali, a loro volta, vengono innalzati perché il nostro oggi è figlio di un lungo disincanto, che parte dagli anni Ottanta, si infila nel berlusconismo, trova enfasi nel primo V-Day del 2007 e nel grillismo che si appropria di quanto avevano fatto i movimenti altermondialisti sgretolati nel G8 di Genova, e infine è questo che ci impedisce di vedere che i movimenti esistono ancora, e che se guardassimo a quelli non avremmo bisogno di chiedere purezza e rappresentanza a nessuno.

Per questo, la cosa preziosa di oggi è “Divieto di protestare” di Annalisa Camilli. Esce per Einaudi, e parte dalle proteste per Gaza che testimoniano che esiste una società che si oppone ai genocidi o all’emergenza climatica, ma che in cambio riceve leggi speciali e criminalizzazione del dissenso. Tutto questo ha una data d’inizio: Genova, 2001, venticinque anni fa: una ferita mai chiusa, e che ancora pesa sul nostro presente, come scrive Evelina Santangelo nel suo articolo.


La Prima Repubblica non si scorda mai, la Seconda non ci abbandona mai


(Giulio Di Donato – lafionda.org) – La Prima Repubblica non si scorda mai, mentre la Seconda Repubblica non ci abbandona mai. Così si potrebbe dire, parafrasando il celebre comico.

Siamo sostanzialmente fermi lì. O meglio: ci siamo tornati, dopo una breve parentesi apertasi nel 2018. E tutto sembra spingerci e inchiodarci alle sue logiche.

Finisce una tornata elettorale e non c’è nessuno che perde: tutti hanno vinto. Il singolo voto locale assume un significato decisivo, mentre il quadro generale racconta tutt’altra storia. E quasi nessuno si sofferma sul dato davvero crescente e strutturale dell’astensionismo, che caratterizza questa stagione di Seconda Repubblica 2.0, in assenza di una vera Repubblica.

Oggi, ancor più di ieri, la coazione alla logica bipolare si regge fondamentalmente sulla fuga dai contenuti. Il richiamo a formule miracolose prevale sulla necessità di fare chiarezza rispetto alle questioni di fondo; le fedeltà di campo contano più della possibilità di realizzare una piattaforma aderente agli interessi, alle esigenze e alle aspirazioni profonde dei ceti medi e popolari; il primato delle etichette viene anteposto al piano dei comportamenti concreti, come se da determinate definizioni e autodefinizioni conseguisse un nucleo di scelte automatiche. Eppure, nella nostra storia recente, è spesso accaduto il contrario: i cedimenti più gravi in materia di riduzione degli spazi democratici e di politiche in favore dei lavoratori sono arrivati proprio da chi era chiamato a impedirli.

Certo, il quadro politico non rimane mai identico a se stesso. Può subire processi di riconfigurazione grazie all’azione di chi, dentro e fuori il perimetro dei singoli soggetti e delle singole coalizioni, lavora per modificare i rapporti di forza e spostare il baricentro del dibattito pubblico. Per questo una certa duttilità è necessaria, soprattutto in uno scenario segnato da mobilità elettorale e apatia politica. Ma l’eccesso di rigidità e la rimozione della realtà finiscono per assomigliare specularmente all’atteggiamento di chi vede cambiamenti sostanziali dove esistono soltanto mutamenti cosmetici. Basta lo spostamento di qualche figura o la nascita di una nuova sigla perché si parli enfaticamente di trasformazioni strutturali.

La demonizzazione dell’avversario non era una prerogativa esclusiva della Seconda Repubblica, ma in quella fase assunse un ruolo e una funzione che continuano a pesare ancora oggi, seppure in una forma ancora più ingannevole, fanatica e paradossale. La mostrificazione dell’avversario serve spesso a compensare l’assenza di un’identità forte, di un collante politico-ideale condiviso; serve a riempire di senso una contesa che altrimenti apparirebbe priva di slancio e di orizzonte. Abbiamo imparato a conoscere i rischi e gli effetti del berlusconismo, ma mentre osservavamo quelli perdevamo di vista ciò che, successivamente, avrebbe sfigurato con ancora maggiore forza e in modo più subdolo il volto della nostra democrazia costituzionale. E abbiamo visto come, alla prova dei fatti, mentre le ali estreme abbaiano alla luna o vengono depotenziate se ricondotte nei ranghi, schieramenti inizialmente brutalmente contrapposti mostrino, una volta al governo, ben poche differenze.

Nel nome di un Paese da salvare si è sacrificata la sostanza stessa della nostra democrazia. Ancora oggi il volto delle nobili intenzioni nasconde la realtà di scelte che, nei fatti, comprimono la sovranità popolare, alimentano il partito europeo della guerra ed esasperano il disagio sociale.

Per non parlare di come sia stata ormai pienamente introiettata la logica maggioritaria. Guai ai duri e puri che si illudono – poveri ingenui – di aggirare il bipolarismo: non esisterebbe alcuno spazio al di fuori del voto utile, se non quello della testimonianza velleitaria e fine a se stessa.

Il paradosso è che tutto ciò viene rivestito dei panni del realismo. Il realismo di chi invita a portare le proprie battaglie “all’interno, comunque e a qualunque costo”, anche quando mancano gli spazi e le condizioni concrete per animare una tale contesa, piuttosto che disperdere energie “all’esterno”. Come se, ad esempio, l’obiettivo di eleggere una pattuglia di pochi ma audaci parlamentari, capaci di svolgere una funzione di ago della bilancia e di subordinare il proprio sostegno all’attuazione di precise misure programmatiche nel nome della pace, della sovranità democratica e della giustizia sociale, non rappresentasse esso stesso una forma di realismo critico, rispettosa tra l’altro del carattere parlamentare della nostra malridotta Repubblica.

Certo, oggi operare al di fuori delle grandi coalizioni è molto più difficile che in passato. Il fallimento della stagione populista ha lasciato dietro di sé uno strascico di disillusione, sfiducia e risentimento che tende a favorire soprattutto operazioni anti-sistema con una marcata caratterizzazione di destra. Ma non è meno fideistico l’atteggiamento di chi, agitando vecchi e nuovi fantasmi, sceglie la via dell’accordicchio senza interrogarsi troppo su come ci si colloca rispetto alle contraddizioni fondamentali, ai nodi della cultura politica e alle relative conseguenze sul piano dell’insediamento sociale.

Eppure, se la tua parte tradisce la tua parte e le ragioni della tua parte, non merita più che tu ne faccia parte. Non esistono automatismi né atti di fedeltà eterna. Oggi molto più di ieri.

Insomma, la Prima Repubblica non si scorda mai. E, per molti aspetti, era più libera dai ricatti, dai condizionamenti e dalle coazioni a ripetere che hanno caratterizzato la lunga stagione successiva, condannando la politica a un eterno ritorno al proprio grado zero. Con una differenza non secondaria: almeno agli inizi della Seconda Repubblica alcune delle più dure repliche della storia che oggi conosciamo non si erano ancora prodotte.


Resort di Kushner in Albania, Rama dà la colpa all’Iran


Ma ora è a rischio l’adesione all’Ue. Albania, Rama chiama Iran la rivoluzione dei fenicotteri. Ma il capitolo 27 e l’adesione Ue passano per le due leggi del resort di Kushner

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Dal vertice Ue-Balcani occidentali di Tivat, in Montenegro, Edi Rama ha trovato il colpevole della piazza che da una settimana assedia Tirana: l’Iran. Una «guerra ibrida», ha detto il 5 giugno 2026, e a chi gli chiedeva del resort ha risposto che senza Jared Kushner di mezzo all’Europa non importerebbe niente. Eppure, mentre lo diceva, a casa era il settimo giorno consecutivo e sotto la sua residenza si chiedevano le sue dimissioni. Il fronte, stavolta, non è uno solo.

La piazza la chiamano “rivoluzione dei fenicotteri”, dal simbolo dell’area protetta di Vjosa-Narta, sulla costa di Valona. Lì la società di Kushner, Affinity Partners, vuole un resort da 1,4 miliardi di euro, anzi fino a 4 secondo le ultime cifre dello stesso Rama, su un piano che arriva a diecimila fra camere e ville. Era partita il 30 maggio a Zvërnec, quando le guardie private di un cantiere hanno trascinato un manifestante lungo la scogliera e un agente è finito in manette; le autorità hanno revocato la licenza a due società di sicurezza. Il 2 giugno lo Spak, la procura anticorruzione, ha congelato i conti di Albania Land Development, la società di imprenditori qatarioti che aveva comprato i terreni. Da Atene è arrivata una protesta formale, perché fra i feriti c’era anche un cittadino greco. La rabbia ha passato i confini, con cortei a Bruxelles, Berlino, Milano, New York. Ma Rama non arretra: alla Cnn ha parlato di un Paese «sotto attacco» da concorrenti e da migliaia di profili falsi, ha negato che esista «nessuna isola della famiglia Trump», e a Tivat ha assicurato che il resort «non sarà la mia Mar-a-Lago».

Perché proprio l’Iran

L’accusa di Rama non esce dal nulla. L’Albania ospita da anni circa 3.000 dissidenti iraniani del Mek, i Mujahedin del popolo, nel campo di Ashraf 3 vicino a Durazzo. Nel 2022 è stata il primo Paese al mondo a rompere le relazioni con Teheran, dopo un attacco informatico attribuito all’Iran: ambasciata espulsa in 24 ore, con Washington a coprirle le spalle. Già nel 2018 e nel 2019 aveva cacciato diplomatici iraniani per ragioni di sicurezza. Da allora Tirana ha costruito un pezzo della sua identità di sicurezza sull’essere la casa dei nemici di Teheran e sull’asse con Stati Uniti e Israele. È lo stesso asse che ha portato su quella costa un resort della famiglia del presidente americano, finanziato dal Golfo. Così, quando Rama dice che dietro la piazza c’è l’Iran, pesca da un avversario vero. Solo che i fenicotteri gonfiabili, stavolta, non li ha mandati Teheran.

Il capitolo 27

La Commissione europea ha fatto sapere a Politico che Tirana deve evitare mosse capaci di compromettere i parametri di chiusura del capitolo 27, quello su ambiente e clima, e allinearsi alle direttive Uccelli e Habitat. Tradotto: ritirare le modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette e chiudere la legge sugli investimenti strategici del 2015. È la corsia veloce su cui il resort ha corso: status di investitore strategico il 30 dicembre 2024, concessione fino a 99 anni. Il ministro dell’Ambiente, Sofjan Jaupaj, ha riferito a Bruxelles che i lavori sono sospesi e che si farà una valutazione d’impatto con la società civile. Poi il portavoce ha corretto: mai cominciati, perché nessun permesso è stato approvato. I manifestanti chiedono esattamente quelle due leggi. E il 2027 è l’anno in cui Rama ha promesso di chiudere i negoziati, per entrare nell’Unione entro il 2030.

A Tivat, racconta lui, nessun leader europeo gli ha sollevato la questione. Sarà. Solo che la Commissione gliel’ha messa per iscritto, e non è un nemico che si squalifica come si fa con i fenicotteri gonfiabili. La piazza, di fatto, Rama può chiamarla Iran. La scadenza che si è dato da solo, no. E l’Italia, primo partner commerciale di Tirana, guarda quella costa e parla solo di sbarchi.


Giorgia Meloni conferma di possedere le virtù del camaleonte, anche le più sfacciate


(dagospia.com) – Giorgia Meloni conferma di possedere le virtù del camaleonte, anche le più sfacciate. Da quanto tempo l’ex “pontiera” non  si riempie la bocca della parola Trump? Ora, il massimo che si concede è: “Ci vogliono gli Stati Uniti”.

E quanto si sarà incazzata di essere stata esclusa dal tavolo dei Volenterosi Macron, Merz e Starmer, che hanno rispolverato il formato E3 (Francia, Germania, Regno Unito) per invitare Zelensky a Londra?

Il presidente ucraino, da parte sua, non ha alzato un dito per far aggiungere un posto a tavola per la fu “Giorgia dei Due Mondi”: ci ha messo un po’ ma finalmente ha capito che trattasi di un leader “tutta chiacchiere e distintivo” con accompagnamento di occhioni e smorfie.

Un tipino inaffidabile che ancora spera di ritornare nelle grazie del Demente della Casa Bianca. Una “profumiera” a capo di un governo, in compagnia di un putiniano chiamato Matteo Salvini, che figura, tra i 27 stati dell’Ue, al diciottesimo posto per contributi sulla base del prodotto interno lordo. In quattro anni di conflitto, tra aiuti finanziari, umanitari e militari, il governo Meloni ha stanziato soltanto lo 0,23% del suo Pil: 15,6 miliardi. 

Essendo intelligente e scaltra, la Meloni, per rimbalzare il documento congiunto di Francia e Germania che propone l’ingresso nell’Ue dell’Ucraina, mica si è opposta direttamente, ma si è attaccata ai paesi dei Balcani che hanno fatto richiesta prima di Kiev.

Pur avendo disertato, per ripicca con il duo Macron e Merz che non se la filano, l’incontro di tre giorni fa a Tivat, in Montenegro, la Thatcher della Garbatella, che ha un rapporto consolidato con il premier albanese Edi Rama, che nel 2023 la ospitò per le vacanze nel suo Paese, ha fatto notare come sia inopportuno concedere una corsia preferenziale a Kiev, quando Albania e Montenegro hanno chiesto da anni di far parte dell’Unione.

Per capire quanto gli otoliti di Giorgia Meloni abbiano ripreso a vorticare per l’isolamento forzoso a cui è costretta, basta osservare il suo comportamento con la questione del diritto di veto al Consiglio europeo: malgrado non ci sia più Viktor Orban tra i piedi, a opporsi a qualsiasi decisione importante, Meloni non ha ancora accettato di dare il suo via libera alla rimozione dell’unanimità nelle decisioni prese dai capi di Stato e di Governo dei 27.

Per cambiare le regole sull’unanimità, infatti, serve l’unanimità: il veto è uno dei fattori che frena qualsiasi riforma e innovazione a Bruxelles (non a caso tutti coloro che hanno a cuore l’Europa, da Draghi a Prodi, ne chiedono da tempo il superamento), concedendo ai paesi più piccoli un potere di ricatto su tutti gli altri 27. Ma il no alla rimozione del veto resta per Meloni l’unica arma per metterlo in quel posto a Macron e Merz. Così imparano a non invitarmi, tiè!

Ma le maggiori difficoltà per Meloni, però, non sono tra le aule grigie degli europalazzi, piuttosto tra quelle affrescate di Roma.

In barba allo sconquasso economico mondiale, all’inflazione crescente e alle risorse energetiche appese allo Stretto di Hormuz, infatti, nemmeno la sua liaison con Trump, ha avuto effetti penalizzanti nei sondaggi, che danno FdI sempre tra il 27 e 29%.

Dati che non possono che far gongolare la Ducetta, che però è angosciata dal mantenimento dell’equilibrio tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, i tre partiti dell’alleanza di governo, in vista delle politiche del prossimo anno.

I rapporti sono sempre più tesi, a partire dalla riforma della legge elettorale che, a colpi di maggioranza, Meloni vuole far passare entro novembre.

Fino al giorno dell’approvazione delle nuove norme, Giorgia Meloni ha capito che dovrà concedere qualche carotina a uno scalpitante Matteo Salvini (vedi le accise e lo stop al “voucher energia” di Urso), avendo bisogno dei voti della Lega per farla approvare.

Anzi: Meloni si trova nella condizione di dover rafforzare e “puntellare” il fu Truce del Papeete, alle prese con Vannacci che gli sta smontando il partito.

Sebbene ripeta a tutti che si voterà alla scadenza della legislatura, a ottobre 2027, la “Statista della Sgarbatella” in realtà sogna di bruciare i tempi e anticipare l’apertura delle urne a primavera, perché teme i contraccolpi economici da qui a un anno.

È invece contrarissima ad andare a elezioni in autunno: promettere “L’età dell’oro” a ottobre e un mese dopo firmare una legge finanziaria lacrime e sangue da inviare agli ‘’aguzzini’’ di Bruxelles per l’approvazione, è troppo persino per una Camaleonte come Meloni. (Nel 2022, presentò una finanziaria in sostanza fatta da Draghi. Ora il discorso è diverso).

Allo stesso tempo la premier, che punta al voto politico ad aprile-maggio, è contraria all’election-day con le amministrative di primavera, che chiameranno alle urne gli elettori di cinque città governate attualmente da giunte di centro-sinistra (Roma, Milano, Bologna, Torino, Napoli).

L’election-day, la Ducetta, è possibile solo nel caso di poter strappare al centrosinistra Roma e Milano, i due comuni più importanti d’Italia.

Con il candidato ciellino Maurizio Lupi, scelto dal gran puparo La Russa, potrebbe giocarsela alla grande a Milano, ma la Madunnina non basta.

Occorre espugnare anche la Città Eterna, che è ancora sottosopra sul nome del candidato prescelto da via della Scrofa.

Tutto sta girando intorno dati dei sondaggi: Calenda poteva farcela a battere Gualtieri, ma ha giurato che con la destra non ci andrà mai, l’autocandidato Rampelli viene dato sconfitto per 5 punti: vale la pena lasciare la vicepresidenza della Camera per fare il capo dell’opposizione in Campidoglio?

C’è poi da considerare un altro ostacolo, il più grande, tra Meloni e le elezioni anticipate: Sergio Mattarella.

Il Quirinale, con la crisi energetica che morde i risparmi degli italiani, l’inflazione che aumenta e i soldi che scarseggiano, potrebbe facilmente tirare in ballo la questione dei costi per “sconsigliare” due tornate elettorali differenti. E per sciogliere le Camere, il pallino ce l’ha in mano, per ora, Sergione Mattarella… 


Conte, M5S non è più la casa di Beppe Grillo ma la casa di tutti


‘Fosse stato per me non avrei messo in votazione il ruolo del garante’

(ANSA) – GENOVA, 08 GIU – “Per me il fondatore del Movimento 5 Stelle è il fondatore e non si muove, quando abbiamo fatto ‘Nova 1’, il primo esperimento di democrazia partecipativa Beppe Grillo non l’ha accettato, lui voleva incontrare il vertice di turno e trovare la soluzione, ma quando tu costruisci un movimento democratico, una forza politica, non è più casa tua, è la casa di tutti quelli che partecipano”. Lo afferma il presidente del M5S Giuseppe Conte a Genova a margine della presentazione del suo libro ‘Una nuova primavera’.

“La storia non si cancella, Beppe Grillo è il fondatore del Movimento 5 Stelle, il promotore del progetto, l’ho sempre rispettato per questo – ribadisce Conte -. Anche quando mi sono insediato e gli ho portato lo statuto che non voleva modificare, quando ci sono stati dei momenti in cui qualcosa non gli andava bene, non l’ho mai insultato, è stato lui a farlo, ci sono stati dei momenti in cui mi ha attaccato pubblicamente”.

“Quando Beppe Grillo voleva bloccare ‘Nova 1’ ho detto ‘no’, assolutamente ‘no’ – ricorda Conte -. Mi ha attaccato pubblicamente che all’interno di ‘Nova 1’, dove ‘non ho contato una mazza io’ lo dico pubblicamente, una buona parte degli iscritti ha voluto mettere in discussione il ruolo del garante a vita del movimento votando, fosse stato per me non l’avrei messo in votazione perché era una lacerazione insidiosa, invece hanno votato, lui ha chiesto una seconda votazione perché aveva un vecchio privilegio, alla second votazione sono aumentati addirittura i numeri contro il garante, il suo ruolo non era più necessario e si è rotto il suo contributo”.


Donald Trump, un disco rotto!


(ANSA) – Donald Trump ha annunciato che un accordo con l’Iran era imminente ben 37 volte. A fare i conti delle dichiarazioni trionfali del presidente americano è stata Cnn, che spiega come siano passati più di due mesi da quando il presidente Donald Trump ha annunciato un cessate il fuoco con l’Iran, affermando all’epoca che le due parti erano vicine a un accordo.   

Il 7 aprile, ricorda, Trump ha dichiarato sui social media che erano “a buon punto”, ma che servivano due settimane affinché “l’accordo fosse finalizzato e perfezionato”. Concluse dicendo che “è un onore vedere questo problema di lunga data vicino alla soluzione”. La soluzione non è però arrivata, rimarca Cnn.

Ciononostante, Trump ha trascorso i due mesi successivi continuando a suggerire che l’accordo fosse imminente. E lo ha fatto appunto, ben 37 volte, tra post sui social media, apparizioni pubbliche e telefonate con i news media, tra annunci di accordo imminente o dicendo che l’Iran era disperato di raggiungerlo.   

“Non c’è alcuna indicazione che ciò sia più vero oggi di quanto lo fosse il 7 aprile – scrive Cnn – Ma Trump continua a ripeterlo, o perché è un illuso, o perché cerca di calmare i mercati finanziari, o perché pensa di poterlo far avverare con la sola forza di volontà”.


Ponte sullo Stretto, la procura di Roma indaga per corruzione


Disposte perquisizioni. Indagato anche l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti

Ponte sullo Stretto, la procura di Roma indaga per corruzione - RIPRODUZIONE RISERVATA

(ansa.it) – La Procura di Roma indaga per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio nell’ambito del progetto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.

In base a quanto emerge da una nota diffusa dall’ufficio giudiziario, l’ufficio ha delegato i carabinieri del Ros all’esecuzione di un decreto di perquisizione a carico di tre persone tra cui un ex presidente aggiunto dalla Corte di Conti (in quiescenza dal febbraio scorso), un avvocato già Consigliere di amministrazione della società “Stretto di Messina Spa” e un imprenditore.

Le indagini hanno documentato le condotte dei tre indagati tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica. 

Secondo quanto emerge dalla nota, l’avvocato e l’imprenditore indagati “al fine di condizionare il citato esame della Corte dei Conti in favore della società ‘Stretto di Messina Spa’, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata”.

Secondo l’impianto accusatorio i “due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato.

Quest’ultimo, dal canto suo, avrebbe offerto – si legge nella nota – la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla Corte Contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.

Inoltre il magistrato contabile “avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre del 2025, impegnandosi a predisporre, nell’interesse della ‘Stretto di Messina Spa’, una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l’interesse a diventare Presidente dell’Antitrust o di una società partecipata”.

Nel corso delle perquisizioni, svolte a Roma, nella provincia di Reggio Calabria e in quella di Frosinone sono stati “rinvenuti e sequestrati diversi dispostivi elettronici e documenti che verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.


Napoli: No alla chiusura della Casa della Socialità!


Uno dei pochi spazi di aggregazione soprattutto per i giovani

            ” Con grande preoccupazione e forte mobilitazione, residenti, associazioni e realtà sociali dell’Arenella esprimono il loro netto rifiuto alla possibilità, così come annunciata oggi in un articolo apparso sul “Corriere del Mezzogiorno”, che possa chiudere  la Casa della Socialità, posta nel quartiere Arenella, in via Verrotti, 5 “. A intervenire sulla vicenda è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione del Vomero, che in passato si è battuto affinché questa struttura, dopo essere stata riqualificata, venisse destinata a iniziative sociali, soprattutto a favore dei giovani, rimasti “orfani” da ben sette anni dell’unica biblioteca comunale presente sulla collina vomerese, la biblioteca “Benedetto Croce”, ubicata nel cantinato della scuola Vanvitelli, chiusa prima della pandemia dal momento che i locali furono ritenuti inidonei, e a tutt’oggi non ancora trasferita nei locali del polifunzionale di via Morghen, dove non sono ancora neppure i lavori di recente finanziati dall’amministrazione comunale.

            ” Un luogo nato dal basso – sottolinea Capodanno -. La Casa della Socialità ha una storia di rigenerazione urbana e impegno civico: negli anni 2000 lo stabile in via Verrotti era una sottostazione elettrica in stato di abbandono, soggetta a degrado e inciviltà. Grazie all’iniziativa di un gruppo di volontari, associazioni locali e al successivo supporto istituzionale, ottenuto dopo una lunga campagna civica, l’edificio fu riqualificato e trasformato in uno spazio aperto alla comunità. Dopo alcuni anni finalmente divenne un presidio di socialità, frutto della cooperazione tra cittadini, terzo settore e istituzioni, rappresentando un esempio concreto di come la cura del territorio possa generare opportunità e contrastare l’emarginazione “.

            ” La Casa della Socialità – puntualizza Capodanno – da quando agli inizi del 2024  è stata aperta, affidandone la gestione all’associazione  “La Casa di Matteo” è diventata un punto di riferimento fondamentale per il quartiere: nata come spazio di aggregazione e solidarietà, ha ospitato, tra gli altri, attività di doposcuola per bambini e ragazzi, corsi per adulti, servizi di ascolto e orientamento, laboratori creativi, iniziative culturali e momenti di inclusione per persone anziane e fragili. La struttura ha così contribuito in modo concreto a contrastare l’isolamento sociale, favorire la partecipazione civica e creare relazioni di vicinato, spesso colmando vuoti lasciati da servizi pubblici insufficienti “.

            ” La possibilità  di una chiusura – continua Capodanno – mette a rischio non solo un edificio, ma una rete di relazioni e servizi che sostiene e aiuta molte famiglie del territorio. Le ricadute potrebbero essere la perdita di spazi per minori e anziani, l’interruzione di progetti educativi e d’integrazione oltre all’aumento della precarietà sociale per i più vulnerabili “.

            ” La Casa della Socialità – prosegue Capodanno – non è un costo da tagliare, ma un investimento sulla coesione sociale e sulla qualità della vita non solo del quartiere ma dell’intera città. Siamo pronti a mobilitarci  pacificamente, anche con sit-in e flash mob,  per difendere questo presidio di comunità e a proporre eventuali progetti alternativi per la sua gestione e valorizzazione “.

            ” Chiediamo con fermezza – conclude Capodanno – l’apertura immediata di un tavolo di confronto che veda la partecipazione delle istituzioni locali, delle realtà del terzo settore, dei comitati di quartiere e della cittadinanza, per valutare soluzioni condivise. Occorre garantire la continuità dei servizi erogati con la messa in sicurezza finanziaria e logistica della struttura, in uno alla massima trasparenza sui motivi che potrebbero portare alla chiusura struttura sociale, con la presentazione di dati e alternative possibili. Al riguardo invitiamo il sindaco Manfredi a farsi carico del problema, mettendo in campo, in tempi rapidi, iniziative tese a garantire la continuità di funzionamento dell’importante luogo di aggregazione culturale e sociale “.


Salerno Letteratura Festival: quattordicesima edizione 13-20 giugno 2026


Dal 13 al 20 giugno torna l’edizione di Salerno Letteratura n. 14 “Il cuore desto avrà parole. Letteratura nei tempi inquieti”

La quattordicesima edizione di Salerno Letteratura, in programma dal 13 al 20 giugno, intende tributare un omaggio ad Alfonso Gatto, scegliendo un suo verso (“Il cuore desto avrà parole. Letteratura nei tempi inquieti”) che suona come un’esortazione e un au-spicio, in giorni inquieti e bui come quelli che stiamo vivendo. Tante, come ogni anno, le sezioni che accoglieranno scrittori, artisti, performer, esponenti del mondo della cultura (Finzioni, Visioni, Suoni, Classica, Il racconto della scienza, Filosofia, Sguardi sul mondo attuale, Storica, Poesia, Graphic Novel, Spazio ragazzi, Corsi/Laboratori).

Numerosissimi gli ospiti che animeranno questa edizione, pronta a trasformare i luoghi del centro storico di Salerno in un grande hub culturale dove una comunità può ritrovarsi nel segno nella cultura. Tra questi Elena Kostioukovitch, Goffredo Buccini, Lucrezia Ercoli, Andrea Moro, Franco Marcoaldi, Horst Bredekamp, Antiniska Pozzi, Marino Niola, Enrico Terrinoni, Alberto Mario Banti, Emanuele Trevi, Elena Bucci, Andrea Minuz, Gigi Riva, Ruska Jorioliani, Yassin Adnan, Asmae Dachan, Frank Westerman, Gino Castaldo, Rachel Kushner, Brian Evenson, Fabio Balsamo, Eliana Liotta, Valeria Parrella, Tiziano Scarpa, Marco Damilano, Serena Bortone, Massimo De Carolis, Nadia Fusini, Anne Cathrine Bo-mann, Veronica Galletta, Andrea Satta e Fabio Magnasciutti. Tra le autrici di graphic novel troviamo invece Igiaba Scego e Rajae Bezzaz.

Casella di testo: COMUNICATO STAMPAQuest’anno la prolusione che apre Salerno Letteratura avrà una forma speciale. Preceduti da una lettura scenica dall’opera del grande poeta salernitano Alfonso Gatto, a cura di Marianna Esposito e in collaborazione con la Fondazione Gatto, i direttori artistici Genna-ro Carillo e Paolo Di Paolo dialogheranno sul tema del festival. Che cosa significa un cuore desto? E soprattutto quali sono le parole che potrà e dovrà dire? Il verso custodisce forse un senso civile ed etico? Le parole e il loro rapporto con le cose, la perdita o la perversione del significato delle parole, sono uno dei grandi problemi di ogni età di crisi. E quella che stiamo vivendo lo è a pieno titolo.

Qualche volta basta un verso. Il verso giusto, come si dice. Il verso di un grande poeta del Novecento, Alfonso Gatto (1909-1976): “Il cuore desto avrà parole”. L’abbiamo scelto per inaugurare la quattordicesima edizione di Salerno Letteratura nella scia lasciata da un salernitano illustre, scomparso esattamente mezzo secolo fa; l’abbiamo scelto perché

funziona, ancor più che da titolo, da indicazione. O meglio ancora: da sveglia. L’immagine                                                                                                                1

realizzata da Giuseppe Durante fa il resto: se non ci addormentiamo, se non restiamo inerti di fronte alla turbolenza tragica di questi anni, se non restiamo annichiliti e indiffe-renti, il cuore trova le parole – scrivono Carillo, Di Paolo, la direttrice organizzativa Ines Mainieri e la responsabile del Programma Ragazzi Daria Limatola In fondo, un festival che ospita decine e decine di autori e autrici è una cassa di risonanza per “cuori parlanti”: gente che, nella vita, ha scelto di esprimersi scrivendo. Il tratto della sempre più marcata presenza saggistica va forse anche incontro alle angoscianti e decisive domande di que-sta stagione: la filosofia, la storiografia, la pamphlettistica integrano il quadro di emozio-ni e stati d’animo disegnato dalla letteratura. Molti narratori, d’altra parte, vanno verso il saggio. Molti saggisti vanno verso il romanzo. Un articolato coro di cuori desti reagisce ai tempi inquieti. Apriremo l’edizione con una riflessione sulla necessità di trovare le parole giuste – con l’aiuto della filosofia e della letteratura – anche quando sembra impossibile. Nei luoghi che il pubblico ha imparato a conoscere, con qualche ulteriore novità, si avran-no per otto giorni moltissime occasioni di confronto e dialogo, di musica e spettacolo dal vivo. Ma restiamo fedeli anche alla logica – poetica! – dell’effetto sorpresa: flash mob,

performance, letture, presentazioni che non si riducono alla frontalità dell’esposizione ma diventano qualcosa di più. Anche nel programma ragazzi per la prima volta i giovani e le giovani sono parte centrale di alcuni eventi, in veste di moderatori o creatori di con-tenuti. Mentre si avvicina il solstizio d’estate, Salerno Letteratura ritrova ogni anno la sua platea, che ormai è a tutti gli effetti una comunità. Partecipe, coinvolta, esigente e festosa. Una squadra di cuori desti.

Grande spazio sarà dato alle letture sceniche e alla musica, per confermare l’identità di un festival sempre più aperto alle contaminazioni e dunque capace di essere attrattore per un pubblico trasversale. Di seguito alcune anticipazioni. Si parte il 14 giugno con il reading spettacolo Primo Consumo di e con Marco Onofrio (voce), Lorenzo Giammarioli (basso e chitarra acustica); Valentina Onofrio (percussioni). Maledizione della guerra è un’opera di impegno civile dalla struttura organica di un musical: ogni elemento è in relazione con gli altri, nulla è casuale. Nella stessa giornata ci sarà l’incontro con Corrado De Rosa, autore di Totò Schillaci. Non ero previsto (66thand2nd) con i musicisti Gianmarco Volpe e Gia-como Casaula. E ancora appuntamento con Diego De Silva, autore di Malinconico Blues (Einaudi), in anteprima per Salerno Letteratura con intermezzi musicali di Aldo Vigorito

Casella di testo: COMUNICATO STAMPAe Stefano Giuliano. Il 15 l’affascinante lettura scenica di Daniele Russo / lectio brevis di Gennaro Carillo dedicata a Benedetto Croce e al suo vastissimo epistolario. Le emozioni non mancheranno con Enrico Terrinoni e il suo La Soglia dell’Invisibile, una lectio-spetta-colo, un viaggio vertiginoso tra testi e visioni, voci e profezie. Da Giordano Bruno a William Blake, da James Joyce a Tom Waits, da Shakespeare a Bob Dylan. Da non perdere, il 16 giugno, l’omaggio a Miles Davis in occasione del centenario della nascita con Stefano Giu-liano Quintet e Donato Verace, Bruno Salicone, Francesco Galatro, Luca Mignano. Voce recitante Brunella Caputo. Il 17 spettacolo di e con Bebora Benincasa su Antigone, Mono-logo per donna sola.Il 18 serata da brivido con la strepitosa Elena Bucci, con un omaggio

a Ingeborg Bachmann, a cento anni dalla nascita, in collaborazione con il Goethe Institut. Il 19 giugno tocca a Gino Castaldo la lectio spettacolo sull’icona David Bowie e all’antepri-ma dello spettacolo di Andrea Satta e Fabio Magnasciutti con Angelo Pelini al piano. Uno spettacolo con favole dal mondo, musica e disegni dal vivo, nella regione che ha dato i na-tali a Giambattista Basile, autore di Lu cunto de li cunti.

LE NOVITÀ

La più grande scuola di scrittura all’aperto                                                                         2

Domenica 20 giugno alle 11 la villa comunale di Salerno ospiterà un esperimento di scrit-tura estemporanea, a partire dal tema del festival (“Il cuore desto avrà parole”), rivolto

a chiunque voglia giocare con le emozioni e le parole. Una sessione collettiva, all’aperto, guidati da Paolo Di Paolo con ospiti a sorpresa del festival, per vivere un’emozione creati-va sotto il cielo di Salerno. Aperto a tutti, gratuito, per ogni età.

Gatto fra i vicoli

La poesia di Alfonso Gatto (1909-1976) a cui l’edizione del festival è dedicata circolerà fra i vicoli: versi ciclostilati, letture improvvisate, contagi poetici.

La Gattomante

Lunedì 15 e martedì 16 giugno, dalle 20 alle 22, Flavia D’Aiello condurrà i passanti in via Roberto il Guiscardo nella lettura “divinatoria” delle poesie di Alfonso Gatto.

Salerno rima d’eterno

Quattro appuntamenti (il 13, 16, 18 e 20 giugno) per riscoprire la storia segreta della città, raccontata attraverso i libri degli autori che l’hanno studiata (o che vi hanno risieduto) e visitando luoghi che nascondono vicende poco conosciute.

Caffé Europa

Un evento in programma il 17 giugno al Museo Diocesano, dedicato agli studenti stranieri dell’Università di Salerno che hanno partecipato al concorso Citizens of Europe/Sulle Orme di Goethe: i finalisti, insieme all’ambasciatrice Erasmus Giusy Rossi, ci racconteran-no la loro versione aggiornata del Grand Tour e con quali occhi i giovani guardano all’Euro-pa di oggi.

Premio letterario L’Espresso

Premio letterario L’Espresso – Inedito, quarta tappa del book tour che sta accompagnan-do il rilancio della storica iniziativa del settimanale. Con Paolo Di Paolo, Sabina Minardi, l’Osservatorio sul Romanzo contemporaneo dell’Università Federico II di Napoli a cura di Elisabetta Abignente e Francesco de Cristofaro e la partecipazione di Emilio Carelli diret-tore settimanale “l’Espresso”, e alcuni autori esordienti.

Litografie

PrintLitoArt, prima piattaforma Made in Italy per litografie d’arte, realizzerà per Saler-noLetteratura 50 copie certificate di un’opera del fumettista salernitano Luca Raimondo ispirata ad Alfonso Gatto. Le copie saranno stampate su carta fine art, firmate, numerate e corredate di certificato di autenticità.

I CAPISALDI

Una serata di dopofestival, sabato 13 giugno alle 23.30, per ricordare con aneddoti e let-ture il primo grande direttore artistico di SalernoLetteratura, Francesco Durante. Sorseg-giando, ovviamente, gin tonic insieme agli autori e alle autrici della giornata.

I lettori sul palco

Casella di testo: COMUNICATO STAMPATorna per il secondo anno il “rovesciamento” dello schema canonico di presentazioni e festival: diventano protagonisti i lettori e le lettrici, in collaborazione con i circoli di lettura del territorio. A raccontarsi saranno gli appassionati alle storie e non coloro che le scri-vono: abitudini, tic, innamoramenti, delusioni. Uno spazio di condivisione per puntare il riflettore su quella strana tipologia di umano che ama (ancora) i libri.

Summer School

Pensata per studentesse e studenti dai 16 anni in su, è una vera e propria scuola con due indirizzi: scrittura creativa coordinata da Linda Barone, dedicata alla rielaborazione di brani noti, e giornalismo culturale, curata da Oscar Buonamano ispirata ai volti femminili del giornalismo.

Scuola di Lettura                                                                                                                               3

Il festival propone anche quest’anno la sua scuola di lettura, (Iscrizioni aperte dal 31/05 al 14/06). Roberta Lucca, Giada Trebeschi, Valentina Di Cesare e Roberto Ferrucci in veste di docenti daranno approfondimenti di letteratura contemporanea. Dal lunedì al sabato.

Tempo video

Il laboratorio mattutino di audiovisivi dedicato ai giovani videomaker dagli 11 ai 13 anni. Dalle ore 9.30 alle 13, cinque mattine (dal lunedì al venerdì) dedicate alla scoperta di suoni e suggestioni nascoste nell’ambiente che ci circonda, sotto la guida esperta di Roberto Pisapia.

Le 21 Madri della Costituzione

Una performance a cura di Alice Melloni che celebrerà le ventuno Madri Costituenti che vede anche la collaborazione del Comitato Provinciale ANPI di Salerno.

I PREMI

Da segnalare anche quest’anno il Premio Salerno Libro d’Europa con Elgas, autore di Ma-schio nero (edizioni e/o), Nicole Flattery, autrice di Niente di speciale (La Nave di Teseo), Andreea Simionel autrice di La ragazza d’aria (Rizzoli). Il supervincitore, scelto dalla giu-

ria popolare, sarà decretato durante l’edizione del festival. Sponsor unico Bper banca. Salerno Letteratura ospita il Premio Demetra che nasce per dare un riconoscimento alla letteratura ambientale ed è promosso da Comieco – Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica. Per la prima volta il Premio verrà conferito a Salerno ai vincintori di tre delle quattro sezioni in concorso, ossia Narrativa, Saggistica e Graphic novel, cui si aggiunge un premio speciale per un’ulteriore pubblicazione giudicata meritevole. Il premio per la sezione ragazzi verrà invece conferito in Luglio ad Elba Book. La giuria è composta da: Ermete Realacci (Presidente), Carlo Montalbetti (Comieco), Duc-cio Bianchi (Responsabile scientifico), Ilaria Catastini (editore, Albeggi Edizioni), Giorgio Rizzoni (Responsabile didattico) e Paolo Barcucci (curatore di mostre), cui si è affiancata una giuria popolare tutta salernitana, composta da appassionati lettori impiegati in alcu-ne aziende del territorio. L’edizione 2026 si svolge grazie a: Seda, Symbola, Salerno Pulita, 100%Campania, Boccia industria grafica, Banco di Lucca e del Tirreno.

Ritorna la Serata Stregata, incontro con le autrici e gli autori della sestina finalista del Premio Strega 2026. Grazie alla collaborazione con la Fondazione Bellonci, Salerno Lette-ratura incontra i finalisti del Premio Strega: Michele Mari, Matteo Nucci, Bianca Pitzorno, Teresa Ciabatti, Alcide Pierantozzi e Elena Rui. A dialogare con il pubblico le scrittrici e gli scrittori che a luglio si contenderanno la vittoria. Un’occasione speciale per immergersi nel “mondo stregato” della narrativa italiana.

Casella di testo: COMUNICATO STAMPASi rinnova la riflessione sulla letteratura d’impresa e sull’importanza di valorizzare la lezione dei migliori maestri italiani dell’economia con il Premio Letteratura d’impresa. Promosso da Festival Città Impresa-ItalyPost, il Premio si propone di favorire le produ-zioni editoriali che raccontano la peculiarità del mondo produttivo italiano, con la finalità di promuovere una “nuova narrazione” dei sistemi imprenditoriali ed una moderna cul-tura di impresa. Due le cinquine finaliste dell’edizione 2026. Per la narrativa: Il maestro silenzioso. Giacinto Cottino (1927 – 2022) (Guerini Next) di Francesco Antonioli; Cuoio (Einaudi) di Gabriele Cavallini; Prendersi tutto. Io Aristotele Onassis (Neri Pozza) di Anna Folli; Un milione di scale. Le ragazze della Rinascente (Neri Pozza) di Giacinta Cavagna

di Gualdana; Mina. La formula di un successo italiano (Il Sole 24 Ore) di Frank Pagano, Marco Di Dio Roccazzella e Pierangelo Soldavini. Per la saggistica: Il futuro non aspetta. (Egea) di Stefano Caselli; Il coraggio e la visione. Alessandro Magno e la leadership ge-nerativa (Il Mulino) di Andrea Lipparini e Gianfranco Di Pietro; Pensiero e approccio stra-tegico. Patrimonio comune dell’impresa (Guerini e Associati) di Marco Vitale e Vittorio

Coda; Basta lavorare così: come trovare un equilibrio felice tra vita e lavoro (Bompiani)                                                                                                                                            4

di Silvia Zanella; La varietà necessaria del potere. (Guerini e Associati) di Alberto Felice De Toni e Eugenio Bastianon. Tra gli ospiti attesi a Salerno: Frank Pagano, Pierangelo Soldavini e Alberto Felice De Toni. Conduce Antonio Calabrò, Presidente Gruppo Tec-nico Cultura d’impresa di Confindustria e Museimpresa. Intervengono Antonello Sada, Presidente Confindustria Salerno; Andrea Prete, Presidente Unioncamere e CCIAA di Sa-lerno, Vincenzo Boccia, Past President Confindustria e Velleda Virno, Vicepresidente di Confindustria Salerno con delega alla Cultura d’Impresa. In collaborazione con Italypost, Confindustria Salerno, Settimana della cultura d’impresa, Camera di Commercio Salerno, Print Lito Art.

Salerno Letteratura ospita i vincitori della XV Edizione del Premio De Sanctis letteratura: Roberto Battiston, insignito del Premio Saggistica per Energia. Una storia di distruzione creazione e (Raffaello Cortina Editore, 2025) e Tonia Mastrobuoni, che ha ricevuto il Pre-mio Giornalismo con l’opera La Peste (Feltrinelli, 2025). A dialogare con gli autori sarà Pa-olo Di Paolo, membro della giuria d’eccellenza che ha selezionato i libri vincitori insieme a Corrado Augias (Presidente), Dacia Maraini, Annalisa Cuzzocrea, Carla Mellidi e Loredana

Lipperini. Saranno presenti i vincitori Tonia Mastrobuoni e Roberto Battiston con la parte-cipazione di Dacia Maraini in collegamento.

LETTERATURA E IMPRESA

Club “Lettera 21”

Chi ama la Cultura, la sostiene”. È con questa visione che in Confindustria Salerno è sta-to costituito il Club Lettera 21, composto da un gruppo di aziende associate partner del Festival Salerno Letteratura. Il nome richiama la storica macchina da scrivere simbolo di innovazione e cultura industriale italiana. Il Club vuole promuovere il ruolo sociale dell’im-presa come motore culturale e civile del territorio.

Ne fanno parte:

ASSOCIAZIONI: Confindustria Salerno Ance Aies Salerno

AZIENDE: Antonio Sada & Figli Spa, Apparati elettromeccanici e Telecomunicazioni srl a siocio unico, AET Holding Spa, Boccia Industria Grafica Spa, Caffè Castorino – SCM Srl,

Casella di testo: COMUNICATO STAMPACaffè Trucillo – Cesare Trucillo Spa Benefit Corporation, Chinotto Neri – I.B.G. Spa – D’Ami-co-D&D Italia Spa – Società Benefit, Di Mauro Officine Grafiche Spa – Società Benefit, Diel-lemme Srl – Società Benefit, Finanza.tech Spa – Società Benefit, Industria Grafica FG Srl, La Doria Spa, Michele Autuori Srl, O.M.P.M. Officina Meridionale di Precisione Meccanica Srl, Paolillo & Partners Divisione Industriale Srl, Plastica Alto Sele Spa, Radio RCS75. “Salerno Letteratura ha saputo intessere, nei suoi quattordici anni di vita, una rete di re-lazioni particolarmente ricca. La riprova è nell’attenzione che il mondo dell’imprenditoria ha sempre riservato al festival, senza mai far venir meno il proprio sostegno, neppure in stagioni difficili. Che ora si sia costituita un club come Lettera 21 per noi è dunque motivo di profonda soddisfazione. Vuol dire che esiste anche al Sud un privato illuminato che comprende appieno il significato civile del festival, l’importanza del suo apporto alla cre-scita del capitale sociale dell’intero contesto salernitano e campano. Di qui, un benvenuto e un grazie sentito a Lettera 21”, spiegano gli organizzatori.

Il festival è sostenuto da Regione Campania, Scabec, Comune di Salerno, Camera di Commercio di Salerno, Comieco, La Doria, BPER Banca sponsor unico del Premio Salerno Libro d’Europa, D’Amico, Chinotto Neri, Intesa San Paolo, Gruppo SADA, Boccia Industria Grafica, Banca del Mezzogiorno, dalle aziende del club lettera 21, dagli sponsor tecnici: Trucillo, FG, Autodue, Marsia, Formaperta. Media partner RCS75.


Corrado Matera (Pd): “Depositata la mia proposta di legge per il riordino del turismo in Campania”


“Ho depositato in Consiglio regionale la proposta di legge per il riordino del turismo in Campania”: lo rende noto Corrado Matera, presidente della Commissione Bilancio ed esponente del Partito Democratico, annunciando l’avvio dell’iter legislativo regionale dell’importante intervento organico che punta a riorganizzare la governance del settore, valorizzare tutti i territori della Campania e superare la frammentazione normativa esistente. “Il testo -sottolinea Matera- rappresenta il completamento di un percorso avviato durante il mio mandato da assessore al Turismo e proseguito con l’Assessore Felice Casucci, e che mira a contribuire alla semplificazione della materia”.

La Campania presenta un’offerta turistica estremamente articolata, che comprende grandi attrattori internazionali, città d’arte, aree costiere e interne, isole, borghi, parchi, cammini, turismo religioso, enogastronomico, termale e sportivo, fino alle nuove forme legate all’accoglienza diffusa e al turismo delle radici. Una complessità che richiede regole più chiare, strumenti di programmazione stabili e una governance capace di mettere in rete istituzioni, Comuni, operatori e territori“La proposta di legge -spiega il consigliere regionale del Partito Democratico- interviene sull’assetto complessivo del sistema turistico regionale, con particolare riferimento alla programmazione, all’organizzazione e alla valorizzazione delle diverse tipologie di offerta, oltre agli strumenti di sostegno al comparto”.

Nel testo sono previsti, tra gli altri punti, gli Ambiti territoriali turistici omogenei, il rafforzamento delle DMO (Destination Management Organization), il riordino dei servizi di informazione e accoglienza turistica e la valorizzazione delle diverse forme di turismo: accessibile, sostenibile, rurale, religioso, enogastronomico, sportivo, termale, dei cammini, delle radici ed eventi. Non si tratta di un semplice aggiornamento normativo, ma di una legge di sistema pensata per superare frammentazioni e sovrapposizioni e rendere più moderno l’intero impianto del turismo regionale. “L’obiettivo -conferma Matera- è rafforzare il ruolo della Campania nel panorama turistico del Mediterraneo attraverso un modello più integrato e una maggiore capacità di coordinamento tra Regione e territori. È una riforma che guarda al futuro del turismo campano, ma che nasce dalla consapevolezza che ogni territorio, dalle grandi destinazioni internazionali ai piccoli borghi delle aree interne, rappresenta una risorsa preziosa per la crescita della nostra regione e per la costruzione di opportunità durature di sviluppo e occupazione”.

In questo quadro si inserisce anche l’avviso pubblico “Le Stagioni della Campania 2026-2027”, promosso dalla Giunta regionale e dall’assessorato al Turismo guidato dall’assessore Vincenzo Maraio, per un importo di 10 milioni di euro. In continuità con il lavoro tracciato negli ultimi 10 anni, l’iniziativa va nella direzione di sostenere i Comuni, favorire i partenariati territoriali e valorizzare le specificità locali attraverso itinerari integrati culturali, naturalistici ed enogastronomici. “Entrambe le iniziative -conclude il Presidente della Commissione Bilancio- si muovono nella stessa strategia di rafforzamento del sistema turistico campano e di costruzione di un’offerta più integrata, stabile e riconoscibile, capace di valorizzare le identità e le vocazioni dei diversi territori della Campania”.