Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Meloni: “Arriverò fino in fondo”. Ma pensa al voto in primavera


La premier rassicura gli alleati, ma dopo l’ok alla legge elettorale e il via libera alla manovra discuterà un ritorno anticipato alle urne

Giorgia Meloni durante il videomessaggio

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – Il governo onorerà il mandato ricevuto dagli italiani «fino all’ultimo», promette Giorgia Meloni in un videomessaggio inviato a un evento organizzato da Gianfranco Rotondi a Saint Vincent.

È la linea che la presidente del Consiglio manterrà almeno fino all’approvazione della legge di stabilità. Per evitare tensioni parlamentari nel bel mezzo della sessione di bilancio. Per rassicurare gli alleati e testare nel frattempo il consenso personale e della coalizione.

L’intenzione resta però quella di votare a inizio primavera, possibilmente prima delle comunali e senza un election day che potrebbe penalizzarla. Cercando di cogliere in contropiede il campo largo, alla ricerca di un candidato premier.

La conta decisiva

Premessa: ogni ragionamento che si fa a palazzo Chigi è vincolato alla conta decisiva che si svolgerà alla Camera giovedì 8 ottobre. È il voto segreto finale sulla legge elettorale. Un crocevia della legislatura in corso e, soprattutto, punto di svolta per quella che verrà.

Una volta portata a casa la riforma, Meloni potrà decidere in qualsiasi momento di tornare alle urne, con un unico vincolo: la finanziaria di fine anno. Agli alleati continua intanto a ripetere che porterà a termine il lavoro, dunque lasciando intendere che si spingerà fino al novembre del 2027 per completare il lustro di governo.

È il progetto che sostiene anche Antonio Tajani, che soltanto tre giorni fa ha chiesto al partito: «Che posizione porto al tavolo con la presidente? Preferiamo maggio o settembre?». La seconda, gli hanno risposto all’unisono. E lo stesso vale per Matteo Salvini, alle prese con un congresso straordinario che serve a blindare una leadership traballante.

“L’interesse nazionale”

In questa chiave va dunque letto l’intervento di ieri della presidente del Consiglio. Per non spaventare i partner di maggioranza, soprattutto. «Gli italiani chiedono a chi li rappresenta di difendere l’interesse nazionale in Europa e nel mondo. Questa è la visione che tiene unito il centrodestra. È il mandato che gli italiani ci hanno affidato quattro anni fa e che onoreremo fino all’ultimo».

La premier non si ferma qui. Prende a pretesto il titolo del convegno – “Il partito italiano, dalla Dc a Berlusconi e Meloni” – per tracciare la forza politica che ha in mente: un contenitore capace di rafforzare l’egemonia di FdI a destra.

«Quando all’orizzonte ci sono le elezioni politiche – dice – si torna a parlare di centro e di spazi da occupare, di nuovi contenitori politici, ma il centro non è un luogo dove stare a metà strada, è una cultura fatta di famiglia, lavoro, libertà, che abbiamo messo al centro dell’azione di governo».

Le congratulazioni

E ancora: «Non vengo dalla storia della Dc, per decenni il partito più duraturo perché capace di «rappresentare un grande blocco popolare che voleva stare in Occidente, dalla parte della democrazia in anni in cui una parte importante della politica italiana guardava verso modelli che promettevano uguaglianza e producevano oppressione».

Oggi la destra di Meloni – erede del Movimento sociale e poi di An, ma ancora con la fiamma nel simbolo – è a Palazzo Chigi. E prepara la nuova sfida elettorale. Nel frattempo, la premier posta anche le proprie congratulazioni al filo-ucraino Andris Kulbergs per la netta vittoria alle elezioni in Lettonia.

Una conferma, dice, della «volontà del popolo lettone di difendere la propria libertà, sicurezza e appartenenza all’Europa e all’Occidente».


Il crepuscolo di Macron e quella voglia tutta francese di ghigliottinare il re


Dai licei in rivolta alla crisi delle élite: la Francia dopo un decennio di illusioni

Il crepuscolo di Macron e quella voglia tutta francese di ghigliottinare il re

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Giù il cappello signori: stiamo assistendo a un regicidio. Niente ghigliottina, per fortuna è una Bastiglia incruenta. I borghesi del sesto arrondissement possono star tranquilli, non è il caso di prender la carrozza e filare a Coblenza con gli averi. È una rivolta, non una rivoluzione. La Francia con in testa sanculotti adolescenti, in un baccano esasperato, salda semplicemente i conti con il suo ennesimo inutile re, Macron. Tutto qui. Il re non può esser rieletto, il suo contratto a tempo determinato stava per scadere. Si poteva attendere qualche mese di infuocata campagna elettorale perché amministrativamente si cadaverizzasse. Hanno esaurito la pazienza, la misura era colma.

Nel Sessantotto i loro nonni si scontravano con la Celere perché potevano permettersi di disprezzare le carriere che la società proponeva pensando di accontentarli. Oggi i nipoti, che carriere non hanno più, li imitano perché nei licei manca la carta igienica, scorrazzano i topi e altre pedagogiche delizie. Dall’immaginazione al potere al riscaldamento per l’inverno. Le analisi che leggono in questa discesa agli inferi la palingenesi delle élites, il cataclisma del Sistema, valgono come vaniloquio noioso; quanto i buffi teoremi che scorgono nei licei in tumulto la zampa del Kgb, il jihadismo dei maranza, o il clan dei marsigliesi. Nessuna novità, anche nel Sessantotto si cercarono nella agitazione giovanile i “sobillatori”: tutti modi per evitare di guardare in faccia la realtà.

In Italia, manipolati da secoli di disastri, amiamo esibire stracci e piaghe purulente come se fossero medaglie. In Francia è obbligatorio nasconder tutto dietro la lucida perfezione di un museo intatto. Il Sessantotto, con tutto il suo carattere mitologico, segnò il trionfo della società dei consumi e non certo la sua demolizione. Venti anni fa le banlieue di altri adolescenti esasperati per la condizione umana di periferiche anime morte insorsero. Alla fine, arrivarono Sarkozy e Carlà. Che è dire tutto.

In un Paese così tenacemente conservatore come questo, nel quale le rivoluzioni in fondo si fanno per infondere nuovo vigore al conservatorismo, non è facile distinguere l’attuale dall’inattuale. Lo spirito conservatore è nella collettività, tutto ciò che esiste da queste parti ha valore. Il popolo che ha fama di aver fatto più rivoluzioni, in realtà, agisce con saggia avarizia. Come in natura nulla va perduto. Questo giustifica la straordinaria longevità delle istituzioni francesi e perché riescano, talora miracolosamente, a chiudersi in uno stato di perfetta cristallizzazione. È un fenomeno quasi di conservazione antropologica: quando incombono elezioni, dal museo delle cere, per popolare il presepio, tiran fuori le statuine che descrivevo trenta anni fa: Bayrou, Mélenchon, Hollande, Le Pen; perfino – incredibile! – come conservata nella formaldeide, Ségolène Royal, datata ed effimera Marianna…Caste anacronistiche a destra e gauche.

Come il palazzo in cui vive, perfetta copiatura della sede dei classici “monsieur le President” è un re, anzi di più: pretende alla successione di Zeus olimpico. Ma per questo deve accettare che su di lui vigili lo stesso occhio della nemesi che un tempo rendeva incerti i destini delle alte dimore dei re di Tebe. Così come Capetingi e Borboni, periodicamente deve sottoporsi a questa attrezzatura delicata e perfetta che ha dato alla rivoluzione moderna la precisione di una operazione chirurgica e insieme la praticità di un affare: la fronda, la rivolta. Dunque Macron è il tuo turno.

Dopo il tempo delle riverenze, “ l’europeista perfetto”, anzi “il salvatore dell’Europa litigiosa”, “uomo eccezionale”, eccetera, eccetera, era già alle forche caudine delle denigrazioni feroci, dei libelli. Oggi si fa fatica a trovarne uno che si guadagni il pane con le dedicatorie al bel Emmanuel. Gli studenti manovrano la ghigliottina, le tricoteuse sferruzzano attorno al palco.

Nel 2017 quando apparve all’orizzonte annunciò: «Farò di tutto perché coloro che votano per gli estremisti come Marine Le Pen non abbiano più alcuna ragione per farlo». Ben detto. Dopo due mandati lei è in testa e al secondo turno rischia di battersi con Mélenchon, le petit prof che incarna un avatar della Comune e che vuole vendicarsi della aristocrazia socialista che lo ha lasciato nei ranghi. E poi: dirige una democrazia di minoranza con una “Camera Introvabile” che non riesce a dar vita a un governo e nemmeno a una legge di bilancio; l’economia scricchiola all’italiana per il debito, i servizi pubblici agonizzano, cinquemila giovani sudditi sono in arresto per rivolta, la metà minorenni.

Anche l’impero africano o quanto ne restava si è chiuso con un avviso di sfratto dato dai popoli del derelitto Sahel. E la politica estera che perfino con Chirac ebbe guizzi di ardire o per lo meno qualche anacronismo profanatore? Dall’Ucraina al Venezuela al trumpismo, Emanuele il Volenteroso risulta un coatto dell’ordinario, con qualche fanfaronata: metto a disposizione le mie atomiche… frattaglie di grandeur. La Francia da tempo è diventata provincia.

In fondo Macron è stato soltanto un tipo seducente. Uno che incarnava con classe il ruolo del Potere. Lo hanno scelto per questo banchieri e azionisti (che hanno fatto nel suo decennio affari d’oro), non certo perché era un nuovo Richelieu della geopolitica o un grande economista: era una faccia nuova e di classe.

Nel corso degli anni la seduzione è destinata inesorabilmente a spegnersi. Senza vero talento e profondità di idee diventa narcisismo, esibizione, segatura. Dai gilet gialli agli studenti, la piazza mandava ruggiti e veleni, i proletari si eran messi a fare i maleducati; lui, senza mai un’ utocritica, un gesto di umiltà, ci mancherebbe!, licenziava primi ministri-fattorini e si specchiava nel Re Sole.


La sberla ai pensionati: quanto ha perso davvero il ceto medio in 13 anni


La sberla ai pensionati: quanto ha perso davvero il ceto medio

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Perché i pensionati del ceto medio si sono impoveriti? Chi oggi riceve un assegno di 2.826 euro lordi al mese, cioè 1.917 netti, tra il 2012 e il 2025 ha perso 37.498 euro lordi. Come lui ce ne sono circa 3,3 milioni. 

Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, definisce «ceto medio» coloro che incassano una pensione compresa fra i 2.400 e 5.300 euro lordi mensili. Vediamo come le leggi che si sono susseguite negli anni hanno impedito a queste pensioni di recuperare tutta l’inflazione, riducendone di conseguenza il potere d’acquisto.

Come funziona il meccanismo

Tutto inizia nel 1992 con l’abolizione della scala mobile (riforma Amato), il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’aumento del costo della vita. Fino ad allora anche le pensioni crescevano seguendo l’andamento dei salari. Dal 1994, invece, vengono rivalutate in base all’inflazione. È un passaggio cruciale perché quando smetti di lavorare non c’è più nessun rinnovo di contratto, ma la tua pensione non può rimanere ferma finché campi: se i prezzi aumentano, deve crescere in proporzione anche l’assegno, è la cosiddetta «perequazione automatica».
Le pensioni, però, non recuperano tutte l’inflazione nello stesso modo. Per stabilire quanto deve aumentare ciascun assegno si usa come riferimento il «trattamento minimo Inps». È l’importo più basso che una pensione può raggiungere: se l’assegno è inferiore, lo Stato integra la differenza. Questo parametro serve anche come unità di misura per la rivalutazione: si può stabilire per esempio che il recupero dell’inflazione è totale fino a tre o quattro volte il minimo, mentre sulla parte eccedente la percentuale di recupero va a scalare. Ma si può anche decidere che se superi una data soglia, recuperi solo una parte dell’inflazione sull’intero assegno. Per calcolare le soglie di ciascun anno si prende come riferimento il trattamento minimo Inps dell’anno precedente.
Trent’anni fa, nel 1997, già oltre i 682 euro lordi al mese la rivalutazione non è più al 100%. Negli anni successivi la soglia aumenta e, nel 2012, raggiunge i 1.405 euro lordi, equivalente a tre volte il trattamento minimo. Ma oltre quell’importo il governo Monti blocca ogni rivalutazione. 

Il blocco del governo Monti

In quell’anno il nostro pensionato riceve 2.500 euro lordi, cioè 1.674 netti. Se fossero state applicate le regole precedenti al blocco, la pensione sarebbe stata rivalutata del 100% sui primi 1.405, del 90% sui successivi 937 euro, del 75% sugli ultimi 158 euro. È il sistema «a scaglioni»: la percentuale diminuisce soltanto sulla parte della pensione compresa tra una soglia e l’altra.
Ma proprio nel 2012 arriva lo choc. Il nostro pensionato, con un assegno superiore a tre volte il minimo, perde per due anni la rivalutazione, anche se i prezzi continuano a salire. Successivamente la Corte costituzionale dichiarerà quel blocco illegittimo. Il recupero deciso, però, sarà solo parziale: gli viene riconosciuto appena il 10% della rivalutazione che gli sarebbe spettata.

Cambiano le regole 

Dal 2014 la pensione ricomincia a crescere in base all’inflazione, ma cambia il modo di calcolare l’aumento. Fin qui la percentuale di rivalutazione più bassa si applicava solo alla parte eccedente tre volte il trattamento minimo. Con il nuovo sistema «a classi», invece, basta superare di un euro la soglia prevista, per vedersi ridotta la percentuale di adeguamento sull’intera pensione. Cosa succede, dunque, al nostro pensionato che supera di cinque volte il trattamento minimo? Un salasso! Su tutto l’assegno recupera soltanto il 50% dell’inflazione. E le conseguenze si scaricano anche negli anni successivi: se in un anno la pensione avrebbe dovuto aumentare di 100 euro per recuperare l’inflazione, e invece aumenta di 50, vuol dire che l’anno dopo i calcoli si fanno su una pensione più bassa. Una perdita che si somma e si replica anno dopo anno. 

La crescita paralizzata

Nel 2020, con il governo Conte II, la soglia di recupero totale dell’inflazione sale a circa 2.052 euro lordi al mese e nel 2021 a 2.062. Il sistema però non cambia: se superi questa soglia, si continua ad applicare la percentuale più bassa sull’intero assegno. Dal 2022 tornano finalmente gli scaglioni.
Il nostro pensionato riceve 2.614 euro lordi al mese, cioè 1.773 netti. Sui primi 2.062 euro recupera tutta l’inflazione; sui successivi 516 euro il 90%; sugli ultimi 36 euro il 75%. Ma intanto il danno si è accumulato: tra il 2012 e il 2022 ha perso 22.979 euro lordi, rispetto a quello che avrebbe ricevuto se la sua pensione fosse sempre aumentata quanto il carovita.

(…) un pensionato può vedersi ridurre all’improvviso il potere d’acquisto dell’assegno senza poterci fare nulla.

La stangata

Nel 2023, proprio quando i prezzi si impennano, il governo Meloni cambia di nuovo le regole. L’importo entro il quale la pensione recupera tutta l’inflazione è di circa 2.102 euro lordi nel 2023 e di 2.272 euro nel 2024. Sopra queste cifre torna il sistema a «classi»: l’abbattimento si applica quindi all’intera pensione. E il nostro pensionato recupera appena il 53% dell’inflazione su tutto l’assegno. Con questo sistema, il governo Meloni risparmia sulle pensioni complessivamente 10 miliardi di euro in soli due anni.
Nel 2025 riecco gli scaglioni. Il pensionato arriva a 2.826 euro lordi al mese, cioè ai 1.917 euro netti. Sui primi circa 2.400 euro recupera tutta l’inflazione; sui restanti 426 euro il 90%. Sta di fatto che tra il 2023 e il 2025 perde altri 14.519 euro lordi. Sommando questa cifra ai 22.979 euro persi tra il 2012 e il 2022, si arriva ai 37.498 euro.
E c’è un altro modo per misurare il suo impoverimento. Nel 2011 i suoi 2.500 euro lordi valevano 5,34 volte il trattamento minimo; nel 2022 i 2.614 euro ne valevano 5,07; nel 2025 quei 2.826 euro ne valgono appena 4,72. Ci vuole coraggio per considerare questa cifra una pensione da privilegiato! 

Le regole incerte

La storia del nostro pensionato, ricostruita con l’aiuto del Centro Studi Itinerari Previdenziali, mostra due cose. La prima: a recuperare meno dell’inflazione non sono state soltanto le pensioni d’oro come troppo spesso chi governa annuncia. La seconda: in trent’anni il sistema di rivalutazione delle pensioni è stato modificato ben 15 volte, seminando incertezza. Secondo l’Ocse, sono cinque i Paesi in cui l’aumento dei prezzi viene recuperato completamente solo dalle pensioni che restano sotto determinate soglie: Austria, Colombia, Italia, Lettonia e Portogallo. Con la differenza che Colombia, Lettonia e Portogallo hanno almeno regole stabili e chiare nella definizione di queste soglie, mentre in Italia e Austria i parametri cambiano molto spesso. Ragion per cui l’Ocse definisce la rivalutazione delle pensioni in questi due Paesi «quasi discrezionale». Vuol dire che un pensionato può vedersi ridurre all’improvviso il potere d’acquisto dell’assegno senza poterci fare nulla.
È come se il patto fra lo Stato e chi ha versato contributi per una intera vita lavorativa fosse saltato.
Il problema rischia di diventare ancora più pesante nel prossimo decennio. Con il vecchio sistema retributivo l’assegno veniva calcolato considerando la media degli stipendi percepiti negli ultimi anni di lavoro, ma dal 2036 non sarà più così: tutte le pensioni saranno erogate solo in base ai contributi che ciascuno ha effettivamente versato nel corso della vita lavorativa. Questo significa che saranno già in partenza più basse, perché faranno media con i salari da fame degli anni di precarietà. Se poi, una volta in pensione, anche la protezione dall’inflazione può essere ridotta cambiando le regole, a quel punto non si parlerà più di classe media impoverita, ma di povertà conclamata. 


Lo spread torna a salire e fa cadere l’unico successo rivendicato dalla Melonomics


L’ecosistema finanziario sta peggiorando a gran velocità e il dibattito pubblico italiano avvelenato dalla campagna elettorale non se ne accorge

Lo spread torna a salire e fa cadere l’unico successo rivendicato dalla Melonomics

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Toh, chi si rivede, Mister Spread. Pensavamo di averlo rinchiuso per sempre dentro al trolley di Mario Monti nel 2011, l’anno della sobrietà.

Quando il professore col loden impose il saio fiscale agli italiani dopo i “magnifici Venti” del Cavaliere, i ristoranti pieni e l’abolizione dell’Ici, le cene eleganti i condoni a pioggia. E invece è tornato, più minaccioso che mai. Il differenziale tra i tassi dei Btp italiani e quelli dei Bund tedeschi ha già superato quota 100, e promette di crescere ancora. Giorgia e i suoi Fratelli tacciono, e se ne capisce il motivo: fino al 4 settembre il calo dello spread era stato l’unico successo concreto della vacua Melonomics, rivendicato nel farlocco storytelling sul “governo più longevo della Storia repubblicana”. Adesso ci stiamo perdendo pure quello. Gli shock energetici e le tensioni sui Treasury Usa stanno spingendo al rialzo i rendimenti: per comprare un decennale italiano, il mercato secondario chiede ormai il 4,59%, un livello che non si vedeva da tre anni. Se provi a parlarne a Palazzo Chigi o al Mef buttano la croce addosso all’apposita Francia, che sconta un differenziale a 119 punti.

La rivoluzione della finanza

Ma proprio questo è il problema, che i patrioti al comando fanno finta di non capire: qui sta cambiando tutto, l’ecosistema finanziario nel quale ci muoviamo sta peggiorando a gran velocità, e il dibattito pubblico italico, già avvelenato dalla campagna elettorale, non se n’è neanche accorto. Spinta dal costo dei carburanti, l’inflazione galoppa al 4,3%: livelli mai visti, da pecora nera del Continente. Da dicembre 2025 a oggi i rendimenti globali dei bond governativi stanno schizzando ovunque: i giapponesi sono volati dal 2 al 3%, i tedeschi dal 2,9 al 3,4, i francesi dal 3,5 al 4,5, gli americani dal 4 oltre i 5, gli inglesi dal 4,5 al 5,2. L’aumento dei tassi deciso dalla Fed è solo l’inizio di una stretta monetaria che si allargherà a tutte le altre banche centrali. L’impatto sui bilanci pubblici sarà pesante. L’Economist ha calcolato che se tutto il debito esistente dovesse essere rifinanziato ai rendimenti attuali a cinque anni, gli sforzi richiesti ai singoli Paesi per stabilizzare il rapporto debito/Pil sarebbero enormi. Al primo posto ci sarebbe la Gran Bretagna, cui sarebbe richiesto un avanzo primario dell’1,5% del Pil. Ma al secondo posto verrebbe l’Italia, che avrebbe bisogno di un avanzo primario dell’1,4%. Lacrime e sangue: altro che abolizione del bollo auto, aumento a 60 mila euro dello scaglione di reddito con aliquota Irpef al 33% e flat tax a pioggia per tutti, dagli autonomi fino a 100 mila euro di reddito ai giovani fino a 35 anni di età. Il governo ha concentrato il fuoco mediatico contro l’Istat per il mancato raggiungimento del 3% di deficit, che ci ha precluso la possibilità di uscire dalla procedura d’infrazione. Così ha dirottato l’attenzione dal vero macigno che continua a pesare sulle spalle della nazione, e del quale i sovranisti all’acqua pazza in quattro anni non si sono curati affatto, cioè il debito pubblico.

L’indebitamento dei Paesi industrializzati

Negli ultimi vent’anni tutti i Paesi industrializzati hanno aumentato il loro indebitamento, che a livello globale è cresciuto dal 70 al 110% del Pil. Ma noi, che partivamo già molto oltre, siamo andati sempre peggio. Eravamo a quota 137,1% del Pil alla fine del 2025, voleremo al 139,2 nel 2027. Tra tassi e rendimenti alle stelle, ecco spiegato il risveglio dello spread e l’aumento della spesa per interessi, che esploderà dal 3,9% di un anno fa al 4,8% dell’anno prossimo. Lo spazio fiscale per fare nuova demagogia a debito non c’è, pena un attacco speculativo contro il Belpaese, piaccia o no il più in bolletta di tutta l’Unione. In queste condizioni critiche, mentre la premier ha la faccia tosta di elemosinare altra flessibilità a Bruxelles, un dubbio categorico si impone: riusciranno le nostre eroiche coalizioni a non spacciare promesse elettorali in grado di far saltare il banco? La dittatura dei mercati è sempre odiosa, ma delle due l’una: o ci stiamo dentro, tenendo conto delle compatibilità, o ne usciamo, come le destre sovraniste tricolori pretendevano fino a qualche anno fa, quando non erano ancora al potere e si facevano beffe del principio di realtà.

Ci pensi bene la maggioranza, prima di vendere “pacchi” al mitico ceto medio, che poi dovrà restituire con una mano quello che avrà preso con l’altra. E ci pensi bene l’opposizione, prima di immolarsi sull’altare degli aiuti militari all’Ucraina, cui finora abbiamo concesso appena l’1,67% dei sostegni totali forniti dall’Occidente. Negli anni ‘80 — come diceva Reagan — il debito americano era abbastanza grande da saper badare a se stesso. Oggi il debito italiano è abbastanza grande da farci fallire.


Sull’affaire mascherine l’avvocato dello Stato disse no ai 100 milioni


Covid: nonostante i primi pareri contrari, il governo ha chiuso la transazione con Jc electronics, società che ha finanziato FdI

Sull’affaire mascherine l’avvocato dello Stato disse no ai 100 milioni

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – Cento milioni, alla fine. Ma l’Avvocatura dello Stato non voleva chiudere la transazione a quelle condizioni. Aveva definito «gravemente erronea» la sentenza che condannava presidenza del Consiglio e ministero della Salute a pagare oltre 203 milioni alla JC Electronics. Aveva sostenuto che ci fossero «i presupposti per proporre appello». E otto mesi dopo, quando sul tavolo arrivò una proposta di transazione da 134 milioni, mise nero su bianco un altro punto: il rischio maggiore per lo Stato riguardava soltanto dieci milioni di mascherine. Per tutto il resto era «sensibilmente più contenuto». Tanto che quella proposta, secondo gli avvocati dello Stato, doveva essere «rideterminata». Poi, il 31 ottobre 2025, il governo ha firmato: 100.221.429 euro per chiudere la causa principale e i contenziosi collegati.

È questa la storia che raccontano due pareri finora inediti dell’Avvocatura generale dello Stato, del 24 novembre 2024 e del 27 luglio 2025, nella vicenda di JC Electronics, la società che durante il Covid, grazie a un foglio lasciato alla portineria della Protezione civile, ottenne una commessa alla quale poi non fu dato seguito. Da lì è nato un contenzioso concluso in primo grado con una sentenza favorevole alla società. E poi con la transazione da cento milioni. La vicenda ha provocato anche uno scontro politico. Dario Bianchi, fondatore di JC, è diventato uno dei testimoni centrali della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid ed è stato più volte presente alle manifestazioni di Fratelli d’Italia. In passato JC aveva anche finanziato FdI, seppure con una cifra inferiore ai mille euro. La transazione è poi diventata oggetto di un’inchiesta della Procura di Roma, aperta dopo un esposto dell’ex premier Giuseppe Conte.

I pareri dell’Avvocatura aiutano ora a ricostruire cosa accadde prima dell’accordo. Il primo documento arriva dopo la sentenza del Tribunale di Roma. JC ha vinto: 203.012.065 euro, oltre interessi e rivalutazione. La società chiede l’esecuzione e contemporaneamente propone «l’apertura di un tavolo negoziale di trattativa». La risposta dell’Avvocatura è durissima. La decisione «appare erronea sotto plurimi profili». Il Tribunale avrebbe innanzitutto sbagliato nel considerare la commessa un contratto aperto anziché «un contratto a corpo, avente ad oggetto la consegna di 10 milioni di dpi». Da quella «arbitraria ricostruzione dei fatti» sarebbe derivata la condanna calcolata sui circa venti milioni di dispositivi consegnati. E c’è il problema delle mascherine: il consulente tecnico aveva «concluso per l’inidoneità dei dpi forniti all’uso richiesto», non essendo stato possibile accertarne l’efficacia protettiva analoga alle FFP2. Anche per questo «la sentenza appare, dunque, gravemente erronea». Conclusione: ci sono «i presupposti per proporre appello». Passano otto mesi. JC e le altre parti mettono sul tavolo 134.315.568 euro per chiudere tutti i contenziosi. Nel frattempo è stata rigettata la querela di falso presentata dallo Stato sul certificato di un laboratorio cinese e l’Avvocatura aggiorna il proprio giudizio. Sull’idoneità delle mascherine ammette che esistono «profili di criticità»: alcuni documenti «potrebbero orientare la Corte in senso sfavorevole alle ragioni erariali». Qui, insomma, perdere è possibile.

Ma sul secondo motivo d’appello, quello economicamente decisivo, la valutazione è opposta. La tesi secondo cui il contratto prevedeva «un limite massimo di fornitura quantificato in 10 milioni di mascherine» appare «assistita da più consistenti probabilità di fondatezza». Se la Corte l’avesse accolta, avrebbe potuto calcolare il risarcimento sui 10 milioni di Dpi «e non sull’intero quantitativo» reclamato da JC. Risultato: «una assai importante riduzione dell’ammontare risarcitorio»

E infatti, per l’Avvocatura, il rischio di soccombenza era «più elevato solo» sulla parte relativa ai dieci milioni di dispositivi e «sensibilmente più contenuto» sul resto. Per questo la proposta da 134 milioni «parrebbe suscettibile di rideterminazione» sulla base «dell’effettiva alea dei giudizi». Non è ancora un via libera. Dopo ulteriori interlocuzioni e le insistenze del ministero, però, l’Avvocatura cederà. E il governo firmerà l’accordo: 100 milioni, prima che la Corte d’appello possa decidere anche soltanto sulla sospensiva.


I progressisti 5,5 punti sopra le destre, ma il Pd frana al 19


Il sondaggio Cluster 17 per il Fatto: il campo largo può vincere, la destra sempre ostaggio dei voti di Vannacci. Sotto il 39% i partiti di governo: gli oppositori intercettano più elettori giovani e salgono al 44,2. I voti di M5S e Avs superano quelli di Schlein

Il sondaggio Cluster 17 per il Fatto: il campo largo può vincere, la destra sempre ostaggio dei voti di Vannacci

(estr. di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – […] Un fronte progressista nettamente in vantaggio rispetto all’attuale conformazione del centrodestra che non arriva al 40%; una Lega maciullata da Futuro nazionale che svetta oltre il 9%; un Pd in calo rispetto agli alleati M5S e AvS. Ma, ancora più interessante, nel sondaggio Cluster17 realizzato per il Fatto con interviste realizzate dal 21 al 24 settembre su 1.580 italiani maggiorenni, è il voto delle categorie sociali e delle fasce d’età. I progressisti hanno il voto giovane, la destra occupa un posto di rilievo tra operai e pensionati, ma le fasce di reddito più disagiate votano massicciamente 5 Stelle.

Entrando nei dettagli, e cominciando dalle stime sul voto complessivo, il sondaggio mostra che mettendo insieme il 25,9% di Fratelli d’Italia, il 7 di Forza Italia, il 4,5 della Lega e l’1,3 di Noi Moderati, il centrodestra si ferma al 38,7%, uno dei risultati più bassi nelle rivelazioni finora realizzate. Viceversa, il fronte opposto somma il 19,1% del Pd, il 13,6 del M5S, il 7,5 di Avs a cui si possono aggiungere il 2% di PiùEuropa e, sembra ormai di capire, anche il 2% a cui è quotata Italia Viva. Il totale fa un 44,2 che consegnerebbe ai progressisti la vittoria anche con la nuova legge elettorale. In questa proiezione il partito di Elly Schlein non avrebbe mai il doppio dei voti dei suoi alleati, anzi verrebbe superata dalla coppia M5S-Avs.

[…]

La differenza la fa il partito di Vannacci, che la rilevazione di Cluster17 stima molto in alto, al 9,2% mentre fuori dai poli c’è ancora Azione di Carlo Calenda al 4,5. Se Vannacci fosse nel centrodestra questo vincerebbe le elezioni.

Il problema è che, guardando un altro dato offerto dal sondaggio, cioè i flussi di voto tra le ultime europee e le intenzioni di voto, Futuro Nazionale continua a svuotare la Lega. Il 48% di chi ha votato per il partito di Salvini due anni fa voterebbe Vannacci, mentre la percentuale si riduce al 14%, comunque significativa, tra gli elettori di Giorgia Meloni. Dal centrosinistra non arriva praticamente nulla tranne un 1% di ex elettori 5 Stelle. Per quanto riguarda gli altri partiti chi non subisce emorragie è solo il M5S che ha un tasso di fedeltà del 95% mentre il Pd vede solo il 69% degli elettori alle europee intenzionati a rivotarlo (per FdI sale al 73%) scontando una dispersione verso AvS (8%), M5S (6%) e anche Azione (6%). Interessante notare che AvS sconta anch’essa un flusso in uscita di voti verso il M5S pari al 23% del suo elettorato delle europee trattenendone solo il 59%. Oltre a cedere a Vannacci, la Lega “cede”passa” il 17% dei suoi votanti a FdI cosa che accade anche a Forza Italia con una percentuale del 14%.

[…]

Se invece passiamo alle categorie, osserviamo che tra coloro che guadagnano meno di mille euro il grosso dei voti si distribuisce in misura uguale tra il M5S e FdI: 30% per entrambi. Il partito di Meloni è davvero trasversale ottenendo percentuali elevate in quasi tutte le classi di reddito e flettendo di più nei redditi più elevati (18% sopra i 5.000 euro al mese). In questa fascia il Pd ha il 19%, sale un po’ tra chi guadagna tra 3-5 mila euro e flette al 6% sotto i mille euro. Il dato si riscontra nella suddivisione per categoria socio-professionale. Gli operai votano al 33% per Meloni e solo il 18% per il Pd mentre il 14% per il M5S. Il Pd sale tra gli impiegati (35%) e le professioni intermedie (24%) mentre Vannacci svetta (42%) tra i lavoratori autonomi. Futuro nazionale va molto meglio tra gli uomini (12%) che lo votano il doppio delle donne (6%) ma ottiene percentuali comunque elevate (11%) tra chi ha una laurea. Anche FdI ottiene il 23% tra chi ha una laurea e il 27% tra i diplomati mentre il Pd primeggia tra i dottorati (24%) e il M5S è nettamente primo tra i livelli di istruzione più bassi con il 45%).

Per quanto riguarda le classi di età, invece, i progressisti sono nettamente primi con il 53% tra i più giovani (18-34 anni) doppiando il centrodestra che si ferma al 26%. Bene Vannacci con l’11%. Il voto si riequilibra, in linea con il voto complessivo, nelle altri classi di età dove si nota il primato di FdI (28%) nella classe sopra i 65 anni.

Interessante la classificazione, che rappresenta l’originalità dei sondaggi Cluster17, sulla base dell’orientamento politico-culturale del campione (suddiviso in 16 “cluster”: socialdemocratici, conservatori, euroscettici, autoritari, progressisti, nazional-popolari e così via). Il centrosinistra fa il pieno nelle definizione progressiste: i Socialdemocratici al 53% con il Pd, al 13% con il M5S e al 12% con Avs che ottiene il 45% tra i Multiculturalisti. I Solidali sono in massa con Pd e M5S il quale però fa il pieno dei Rivoltati (82%) e prende una quota consistente degli Euroscettici (29%). FdI è egemone tra i Conservatori-moderati (50%) e i Nazional-popolari (47%) ma soprattutto tra gli Identitari (59%) mentre Vannacci spicca soprattutto (34%) tra gli Autoritari. Si fa notare anche il 53% di Forza Italia tra coloro che si definiscono Liberali mentre esiste un 19% di Cristiano-democratici collocati sotto la casella “Altro” come se fossero ancora in cerca di un’appartenenza politica.


Ma mi faccia il piacere


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] La fattoria degli animali. “Con tutto l’affetto per Di Battista, cui tutti auguriamo pronta e totale guarigione, che si lamenti del clickbaiting ai suoi danni è veramente il bue che dà del cornuto al grillo” (Luca Bottura, Facebook, 30.9). Poi ci sono i vermi.

Boia chi molla. “Conte mollerà il Pd” (Carlo Calenda, leader Azione, 3.10). Ma quindi come un Calenda qualsiasi?

Il mitomane. “Sono i Travaglio e i Ranucci, e ormai solo loro, a cercare invano di togliere ogni margine di iniziativa politica a Italia Viva – Casa Riformista” (Matteo Renzi, leader Iv, Giornale, 27.9). A parte gli elettori, si capisce.

[…]

Quanto li arrazza. “Renzi in versione Clint Eastwood tra la garanzia del tostapane e il ‘contratto alla tedesca’” (Corriere della sera, 4.10). “Renzi è un frontman naturale come Mick Jagger” (Repubblica, 4.10). Ma ricorda parecchio anche Brad Pitt.

San Beppe d’Assisi. “Grillo contro il M5S: ‘Si ispirava a San Francesco, non all’arricchimento personale’” (Repubblica, 4.10). Però, com’è noto, San Francesco si faceva dare dai francescani oltre 300 mila euro l’anno per non fare nulla e sparlare di loro.

Il Santo/1. “La tragica farsa dei pm di Firenze. Il boss Graviano usato per sporcare Berlusconi” (Foglio, 3.10). Strano, era così pulito.

Il Santo/2. “I 90 anni di Silvio. Idee, battute, ricordi: lo spirito del Cav aleggia nel Paese” (Augusto Minzolini, Giornale, 29.9). Ah ecco cos’era tutta quella puzza.

Il Santo/3. “Il ricordo di Silvio tra famiglia e FI: ‘Ha servito l’Italia con il sole in tasca’” (Giornale, 30.9). Sicuri che fosse il sole?

[…]

Codice rosso. “Russia, il progetto ‘Mano Morta’ in caso di uccisione di Putin: riattivato l’Object 1335, un bunker (top secret) per la risposta nucleare” (Messaggero, 28,1). Il famoso bunker dove i putiniani in lutto ti toccano il culo.

Logica aristotelica. “L’allarme dell’intelligence danese: la Russia attaccherà la Nato perché è debole” (Federico Rampini, Corriere della sera, 28.9). Non vede l’ora di perdere contro la Danimarca.

Smemoranda. “La stoccata di Paolo Mieli a Marco Travaglio: ‘Quel giornale di cui non ricordo il nome dice che quei droni sono tutti ucraini’” (Paolo Mieli, L’aria che tira, La7, 1.10). No, ciccio, quel giornale non ha mai scritto che i droni sono tutti ucraini. Quindi, oltre al nome, non ricordi neppure ciò che quel giornale ha scritto. Ti serve una cura di fosforo.

Ha stato Putin/1. “L’attentato fallito alla base della Raf. Liberi su cauzione i 5 fermati. E spunta l’ombra del Cremlino. L’indagine segue anche la pista che porta a Mosca” (Messaggero, 29.9). Una pista di coca.

Ha stato Putin/2. “L’accusa della Lettonia: ‘Lo Zar ci invia i migranti’” (Libero, 3.10). Devono essere quelli di Ceuta.

Fuori tema. “Amnesia Albanese: risoluzioni contro tutti tranne sullo Zar. Secondo Un Watch la relatrice speciale non ha mai condannato i crimini di Mosca” (Giornale, 3.10). Strano, visto che è la relatrice Onu sui territori palestinesi.

Malati immaginari/1. “La partita del dopo Putin e quelle trame di potere per traghettare la Russia. Il 7 ottobre il despota avrà 74 anni e la sua età anagrafica inizia a essere un ingombro” (Andrea Romano, Repubblica, 3.10). Invece Mattarella, a 85 anni, è bello fresco e pronto per il terzo mandato.

Malati immaginari/2. “Xi da Trump. Ombre sulla sua salute” (Giornale, 22.9). Deve avere le stesse malattie di Putin.

I veri problemi. “Le tragiche Salis. Silvia stringe la mano alla Meloni e poi fa subito una smorfia di disgusto”, “Silvia fa la schifata davanti alla Meloni” (Libero, 3.10). “Salis esclusa dal palco. Scoppia il caso” (Corriere della sera, 2.10). “Rimpallo di responsabilità per il palco negato a Salis. Meloni la chiama: mi spiace. Il taglio del nastro al Salone nautico di Genova diventa un caso” (Stampa, 2.10). Oh no! E ora come facciamo?

Testa di Chicco. “Il referendum (contro il nucleare, ndr) ci è costato miliardi” (Chicco Testa, Giornale, 25.9). Eh già, purtroppo il popolo sovrano ogni tanto vota: dove andremo a finire, signora mia.

Totò terzo uomo. “Campo Largo, Avs invoca un federatore senza primarie: ‘Serve un terzo nome’” (Repubblica, 22.9). Ma tipo Bonelli o tipo Fratoianni o tipo la moglie di Fratoianni?

Alla pompa. “Pure Tamoil sconta la benzina. Ma M5S tifa per aumentarla” (Libero, 2.10). “Dalla ‘ndrangheta ai 5S. Chi soffia sul caro benzina” (Giornale, 2.10). Ah ecco perché aumenta.

[…]

Buongustai/1. “I riformisti del Pd lanciano Gori, ma sognano Renzi” (Giornale, 27.9). Golosoni.

Buongustai/2. “La posta in gioco alla Leopolda. Renzi deve far dimenticare ai suoi elettori il ruolo cruciale di Conte” (Stefano Folli, Repubblica, 2.10). Elettori? Quali elettori?

L’erba vogliono. “Per la casa di Monte Carlo i pm vogliono prescrivere Fini e la famiglia Tulliani” (Libero, 2.10). Dissero quelli che esaltavano la legge Cirielli che dimezza i termini di prescrizione e attaccavano la Bonafede che la blocca dopo la sentenza di primo grado.

I titoli della settimana/1. “90 anni di Silvio Berlusconi. Lo rimpiangono anche gli avversari” (Aldo Torchiaro, Riformista, 29.9). “Siamo tutti berlusconisti” (Claudio Velardi, ibidem). Ma esattamente voi chi?

Il titolo della settimana/2. “Chico Forti ottiene la semilibertà. ‘Ma il cammino non è finito’” (Libero, 22.9). Vuole sperare a qualcun altro?

Il titolo della settimana/3. “Antisemitismo, ok in commissione: i dem non votano e Iv con la destra” (Repubblica, 1.10). Ma non mi dire.


Grillo torna ad attaccare il M5S: “Si ispirava a San Francesco, non all’arricchimento personale”


Oggi è il 4 Ottobre. E va tutto bene.

(di Beppe Grillo – beppegrillo.it) – In questa data si celebra Giovanni di Pietro di Bernardone, più noto come San Francesco di Assisi. Lo ricordiamo per il suo impegno a favore della Pace: nel 1219 si recò in Egitto dal Sultano Al-Kamil per tentare di porre fine al conflitto della quinta crociata; come patrono degli animali e dell’ambiente, ma soprattutto per la regola del suo ordine per la vita comunitaria, che deve conformarsi ai principi di: Fraternità: cioè il prendersi cura dei propri fratelli e di tutto il creato; Umiltà: porsi al servizio degli ultimi e liberarsi dai desideri terreni e dalla fame di possesso, perché questi sono il principale ostacolo che allontana l’uomo dal bene e dalla giustizia e infine Povertà: la rinuncia a possedere beni personali ma piuttosto la condivisione con i confratelli, a partire da coloro che ne hanno maggiormente bisogno.

Ai valori e principi di San Francesco era ispirata una forza politica, fondata proprio il 4 di Ottobre 2009, la cui visione era quella del servizio nelle istituzioni per migliorare la vita di cittadini e cittadine, piuttosto che mirare all’arricchimento personale.

Oggi è il 4 Ottobre. E va tutto bene.

Nella primavera del 2021, in Sardegna, la giunta di centrodestra Solinas approvò il dl107 che è stata ribattezzata dalle opposizioni “legge poltronificio”, in quanto permetteva appunto di “moltiplicare le poltrone”, assegnando degli incarichi di consulenza in modo fiduciario e con compensi in alcuni casi addirittura superiori a quelli di Senatori e Deputati nazionali. L’allora opposizione (M5S, PD) ha contestato duramente questa norma, osservando che avrebbe comportato maggiori spese per la regione di “almeno sei milioni di euro”, sei milioni di euro sottratti a sanità, politiche a sostegno delle famiglie e sviluppo dell’isola.

Va sottolineato che la regione Sardegna ha comunque un numero significativo di dipendenti. I consulenti rappresentano quindi un’aggiunta rispetto al personale già esistente. Per una forza politica che si ispira a San Francesco, se fosse mai salita al governo della Sardegna, il primo punto all’ordine del giorno avrebbe dovuto essere proprio quello di abolire questa legge.

È stata effettivamente abolita questa norma? No, è stata sfruttata. Proprio da chi la voleva abolire.

Oggi è il 4 Ottobre. E va tutto bene.

So che gli amici sardi sono particolarmente orgogliosi della propria bellissima terra, e non ne vogliono sapere di “colonialismo”, di gente che viene “dal continente”. Sul sito della Regione Sardegna possiamo vedere alcuni degli incarichi assegnati dalla nuova giunta, con i curriculum e gli importi.

Ad esempio, a Jacopo Gasparetti, classe 1996, che sul CV pubblicato sul sito della Regione Sardegna si definisce “Laureando in Scienze Politiche Relazioni Internazionali” è titolare del Contratto TD n.134, prot.17622 del 30.04.2024, che nel periodo 2024-04-30 – 2029-02-25 prevede un compenso di importo lordo pari a 592.591,41 euro. Cinquecento novantadue mila cinquecento novantuno euro e quarantuno centesimi.

Mariassunta Matrisciano, già Senatrice della Repubblica, è invece titolare del contratto TD n.138 prot.17631 del 30.04.2024 che prevede lo stesso importo: 592.591.41 euro per cinquantotto mesi. Questo significa un compenso lordo di 10.217,09 euro per ciascun mese, cioè diecimila duecentodiciassette euro e nove centesimi. Ogni mese. Per confronto, l’attuale indennità lorda riconosciuta ai Senatori della Repubblica è di 10.385,31 euro, appena 168,22 euro in più.

Sul sito istituzionale della Regione Sardegna, ci sono anche i compensi (lordi) erogati ai consulenti e collaboratori esterni con convenzione Co.Co.Co. in forza presso gli Uffici di Gabinetto. Ad esempio, Luca Caschili, grazie al contratto 13/16157 del 18.04.2024 ha ricevuto 39.691,59 euro per il primo trimestre 2026. Trentanovemila seicento novantuno euro e cinquantanove centesimi. Per un trimestre, cioè tre mesi. 13.230,53 euro al mese, che sono in questo caso 2.84,22 euro (sempre lordi) in più rispetto a un Senatore o Senatrice della Repubblica.

Cinzia Pilo, già candidata alle elezioni europee, invece, titolare del contratto 29/45725 del 15.12.2025, ha ricevuto nel primo semestre del 2026 invece l’importo lordo di solo 38.435,60 euro, trentottomila quattrocento trentacinque euro e sessanta centesimi.

Tutti gli importi (lordi) di cui sopra e tanti altri che si possono trovare in totale trasparenza sul sito istituzionale della Regione Sardegna sono perfettamente leciti, erogati a persone che ovviamente ci pagheranno sopra le tasse, e che svolgeranno in modo eccellente il proprio lavoro.

In totale ci sono circa un centinaio di consulenti e collaboratori esterni a vario titolo, non tutti con compensi simili a questi importi.

Oggi è il 4 Ottobre. E tutto va bene. Perché nessuno dice nulla sui principi e valori di San Francesco. E il problema è proprio questo qui.


Parenti d’Italia


Vince Lady Cirielli: arriva l’incarico per il dopo elezioni

Vince Lady Cirielli: arriva l’incarico per il dopo elezioni

(estr. di Linda Di Benedetto – ilfattoquotidiano.it) – […] Come ampiamente anticipato dal Fatto Quotidiano, il ministro Orazio Schillaci ha ufficializzato la scelta di Maria Rosaria Campitiello alla guida dell’organismo che avrebbe dovuto vigilare sulle liste d’attesa, nato fra i proclami e smantellato ad agosto. La dirigente, moglie del viceministro Edmondo Cirielli, è stata nominata direttore henerale attingendo dalla rosa dei tre candidati che la commissione composta dai tre capi dipartimento ha portato al ministro la scorsa settimana. In attesa della registrazione della Corte dei Conti, però, l’incetta di poltrone non si ferma: in questa fase di transizione Campitiello, secondo fonti, dovrebbe mantenere anche l’interim da Capo Dipartimento, trovandosi a gestire un doppio incarico di vertice. Ha già, almeno per ora, l’interim delle Emergenze.

[…] L’operazione scopre l’architettura politica e finanziaria costruita sotto la regia di Palazzo Chigi e del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. La nuova Direzione Generale viene infatti incardinata fuori dalla struttura dipartimentale che regge tutto il ministero, una posizione almeno di fatto sovraordinata alle altre direzioni generali che risponde unicamente al capo di gabinetto e al Mmnistro. Liberata dalla spina delle liste d’attesa, l’organismo che dovrà dirigere incrocia un perimetro di competenze strategiche ad alto budget: dagli Irccs (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico a cui vanno circa 180 milioni annui destinati e sono stati sottratti alla Ricerca, dove è stato piazzato il fedelissimo salernitano Graziano Lardo, al Prevention Hub tolto alla Prevenzione che vale circa 30 milioni di euro del Pnrr.

Sullo sfondo restano i dubbi sulla sua vertiginosa ascesa professionale: a partire dai concorsi della sanità campana – come la graduatoria dell’Asl di Avellino che la vedeva ferma in 38ª posizione con 9 punti – fino al comando al ministero, poi a capo della segreteria tecnica di Schillaci e dal giugno 2024 capo dipartimento. Firmataria, tra l’altro, della firmato la transazione da 100 milioni di euro con l’imprenditore Dario Bianchi, grande accusatore del governo Conte-2 nella commissione d’inchiesta sul Covid per la vicenda delle mascherine. Un blindaggio istituzionale che garantisce a Campitiello lo stipendio per un triennio, ma dall’equilibrio fragile: in caso di cambio di governo, la “super-dirigente” rischia di essere messa all’angolo, spogliata del potere reale ma con la garanzia dell’ingaggio.


Come moderare i moderati?


(di Michele Serra – repubblica.it) – È la parola stessa, centrosinistra, a lasciare intendere che un centro sarebbe necessario: almeno semanticamente. Pare che serva per attirare e organizzare gli elettori moderati, che a giudicare dal numero di italiani che parlano a bassa voce, non riversano improperi e giudizi sommari sui social, e non parlano dell’avversario politico come di un cretino e un farabutto, devono essere piuttosto pochi. Però utilissimi. Con funzioni emulsionanti rispetto agli umori furenti e al tentativo di impiccagione reciproca. Avercene, di moderati.

Capita però che il centro, che ai tempi della Dc fu un blog immane e onnipotente e oggi è un presidio minuto, ultraminoritario (nella destra al governo quasi interstiziale, il Lupi, la Craxi, chi altro?), sia diventato anche un luogo conteso e rissoso. Seguirne le sorti è cosa per raffinati politologi. Pare che alla Leopolda si sia esibita con successo la coppia Renzi-De Luca, in scena con i nomi d’arte «il Kraken e lo Sceriffo», noti agli addetti e ai cronisti politici ma ignoti al novantacinque per cento degli italiani. Io avevo capito Krapfen e pensavo alla ciambella, invece è un mostro marino.

Questo nuovo gagliardo tandem di maschi alfa si aggiunge, ma non si somma, a Alessandro Onorato, che ha tutto il nostro rispetto ma non risulta essere un trascinatore di folle, a Ernesto Maria Ruffini (idem), a Calenda che è indisponibile a tutto, ai centristi del Pd che sotto Schlein paiono dei clandestini relegati sottocoperta. Federare i moderati pare altrettanto difficile che federare i fanatici. Siamo un Paese strano. Forse anche sfortunato.


Conte (ri)avvisa Schlein: “No a un progetto diluito”


L’ex premier: “Su Kiev va cambiato registro”

Conte (ri)avvisa Schlein:   “No a un progetto diluito”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Lo dice in un video: “Ho ricevuto un mandato preciso dalla mia base: se non si riesce a cambiare l’Italia e viene fuori un progetto diluito, io non mi presto”. E lo ripete da un palco, a Sesto Fiorentino: “Non asseconderò mai lo stesso registro attuale, il 60-70 per cento della popolazione italiana chiede una svolta per il conflitto russo-ucraino”. Il giorno dopo lo scontro a distanza con Elly Schlein, Giuseppe Conte tiene alta l’asticella. Il suo obiettivo è non “fare compromessi”.

Se non si vuole un governo “che cambi radicalmente la politica estera di Giorgia Meloni”, lui non ci sta. E a più di qualche dem torna il sospetto: il leader dei Cinque Stelle vuole sfilarsi. “Falso” giurano dal Movimento. Ma è evidente che la prova di forza con Schlein non cala di intensità. Non arretra l’avvocato, di fronte alla dem che nella direzione del suo partito aveva scandito: “Uno non vale uno, noi abbiamo il doppio dei voti degli altri. Generosi sì, ingenui no”. Parole tutte per il Conte che giorni prima l’aveva provocata: “Noi il programma lo abbiamo già pronto, aspettiamo il Pd”. La risposta allo sfidante, in quelle primarie che Schlein ha di fatto ufficializzato in direzione. Spendendo poi sillabe ancora generiche sull’Ucraina: “Troveremo un compromesso alto”. Ma Conte non vuole cedere. Così pubblica sui social uno stralcio del suo intervento a Frosinone, venerdì: “Non si può annacquare il progetto, perché poi iniziano i compromessi con gli altri partiti e allora non dovremo scontentare i colossi delle armi e poi le banche, e così via”. E il punto cruciale rimane sempre l’Ucraina.

È evidente anche nel pomeriggio, quando Conte partecipa a “Il coraggio della pace”, evento a cui contribuisce anche la scuola di cittadinanza intitolata a Domenico De Masi. Sul palco, anche l’economista Jeffrey Sachs. Mentre sulle agenzie ci sono interlocutorie frasi di Schlein: “Sulle primarie ho già parlato e non ho nulla da aggiungere”. Il leader dei 5Stelle invece ribadisce: “La scommessa sulla guerra fatta nel 2022 in Ucraina è stata persa”. Ergo, “non ci può battere per un governo progressista per fare la stessa politica estera di Meloni”. Invoca discontinuità, l’avvocato.

Alimentando i sospetti dei vertici del Pd, ossia che sia pronto a giocare la partita delle primarie proprio sul tema delle armi a Kiev. “Per questo il nodo va risolto prima, a un tavolo di coalizione” dicono i dem. Ma come? Ospite di Accordi&Disaccordi, il capogruppo del M5S alla Camera, Riccardo Ricciardi, la mette così: “Oggi l’Ucraina è il principale hub europeo di produzione delle armi, non è più quella di quattro anni fa”. E comunque, “io giro per le feste dell’Unità, e tante persone mi dicono: state uniti, ma sulle armi avete ragione voi”.

Difficile trovare una sintesi, proposta anche dal demiurgo dem Goffredo Bettini con una lettera al Corriere della Sera, in cui suggeriva il sì a armi solo difensive. Idea respinta dal suo amico Conte, a cui dà il cambio a Sesto Fiorentino, collegandosi per il successivo panel con Elena Basile e Roberto Scarpinato. Bettini se la prende con “il clima guerresco che parla di vittoria contro i russi”, e con la “campagna ideologica per dipingere la Russia come il male assoluto: ma con il male assoluto non si negozia”. E chiosa: “All’Europa serve una svolta radicale”.


Il Gran Teatro di Trump e Xi Jinping


Più che nella lista piuttosto magra dei compromessi sui fronti strategici ed economici, la novità consiste nel cambio di stile dell’America, consapevole di star perdendo

Washington, 25 settembre: Xi Jinping con la moglie Peng Liyuan, Donald e Melania Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – La realtà sta nella sua rappresentazione, recita il sottotesto del marketing. Guidati da questo principio, Donald Trump e Xi Jinping hanno coprodotto, nel coreografico vertice settembrino di Washington, l’anteprima di quella che la storia potrebbe nominare Grande Componenda. Prestito da Andrea Camilleri, indagatore della tregua fra poteri siculi rivali e complici, un tempo sigillata dalla «bolla di componenda» benedetta dalla Chiesa.

Qualcosa di simile attrae oggi Stati Uniti e Cina, che si omologano reciprocamente paritari sulla vetta del mondo. E promettono di non farsi la guerra per l’ottima ragione che finirebbe il mondo del quale si offrono copiloti. La competizione continua, anzi accelera, ma sotto la soglia dello scontro finale. Così promettono.

Per ora siamo al Gran Teatro, da replicare nei due incontri che Trump e Xi hanno in calendario di qui a fine anno. Il ritmo delle repliche è senza precedenti nelle relazioni sino-americane. Segno, quanto meno, di buona volontà. Più che nella lista piuttosto magra dei compromessi sui fronti strategici ed economici, la novità consiste nel cambio di stile dell’America, consapevole di star perdendo. Quando la posta è massima lo stile diventa sostanza. Veste i rapporti di forza. Li protocolla.

Washington, 24 settembre: i due presidenti con le First Lady alla cena di Stato

Trump che reprime il suo innato bullismo per aderire ai felpati codici cinesi, essenza del potere mandarino, è pura commedia dell’arte. Xi loda a telecamere accese la cura dei dettagli inconsueta per una Casa Bianca notoriamente casual. Gesto da maestro taoista alle prese col discepolo irrequieto, da educare all’armonia nella diversità. Quasi ci commoviamo.

Non ci sentiamo affatto garantiti da questa rappresentazione. Qualità e quantità dei mezzi di distruzione di massa continuano ad accumularsi fuori da ogni regola, salvo quelle che le potenze impongono a sé stesse per carenza di risorse. Ma una cosa è immaginarsi trascinati verso la terza guerra mondiale, altra concepire un precario eppure gestibile equilibrio fra chi è in grado di scatenarla.

Il vertice della Casa Bianca annuncia la svolta. Gli Stati Uniti smettono i panni dell’egemone solitario. Riconoscono che per volersi inventare globali, responsabili dell’umanità, si stavano scavando la fossa.

L’idea abbastanza bizzarra di trattare la Cina come l’Unione Sovietica, cioè distruggerla, si è rivoltata contro i suoi ideatori. Questa America prende atto di non potersi slacciare dalla Cina. E viceversa. Perché colpire il rivale da cui non puoi emanciparti significa finire abbracciati con lui nel cimitero senza tempo che accoglie le spoglie dei deliranti onnipotenza.

Washington, 24 settembre: Xi Jinping e Donald Trump nella "presidential walk of fame" alla Casa Bianca

In questo gioco di specchi fra il Narciso frustrato e l’educato (o represso), l’adattamento concerne anche Xi. Assorbite le stravaganze che da inizio secolo avevano spinto la leadership cinese a considerarsi destinata alla supremazia totale, l’Impero del Centro sta riprendendo le misure di sé. Meglio accompagnare il declino americano che sfidarlo in duello all’ultimo sangue.

Il diagramma della potenza parla chiaro: America scende, Cina sale. Ma entrambe diversamente soffrono. L’una è insieme attuale nemesi e medico potenziale dell’altra. L’imperativo è evitare una collisione fatale per entrambe.

Le menti più scaltre del Pentagono, che considerano il segretario alla Guerra Hegseth peggio di una calamità naturale, riscoprono la tattica — condizionati dalla grammatica del business la battezzano “strategia” — della imposizione dei costi: costringere l’avversario a pagare per i suoi obiettivi più di quanto tu spendi per difenderli. L’America accorcia le linee, si fortifica nel perimetro nordamericano con relative dipendenze, e prova a stanare il rivale. Vuole fargli assaggiare il veleno di cui sta rischiando di morire: la sovraestensione.

Gli strateghi a stelle e strisce si richiamano al mitico Andy Marshall detto Yoda, direttore per quasi mezzo secolo dell’Office of Net Assessment. Fu lui nel 1972 a proporre la cost-imposing strategy per battere l’Urss, mentre già pensava di applicarla alla Cina. Yoda era in conflitto permanente con i titolari del Pentagono. Specie Caspar Weinberger. Tanto da non presentarsi alla cerimonia indetta per appenderne il ritratto alla parete dell’ufficio ministeriale: «Sarei venuto solo se avessimo appeso lui». Gli emuli di Marshall aspettano il giorno in cui il ritratto di Hegseth sarà appeso a quel muro.


“Uno vale uno”: così citato e così storpiato


“Uno vale  uno”: così citato e così storpiato

(ilfattoquotidiano.it) – Finirà per essere il motto più citato della storia, spesso a sproposito, come i poveri Proust e Joyce menzionati soprattutto da chi non li ha mai letti. “Uno vale uno”, diceva Beppe Grillo. Lo ha ripetuto due settimane fa a Pulp Podcast, facendo la parafrasi: “Non significa che siamo tutti uguali, ma che a tutti va data la stessa possibilità di partenza”. Elly Schlein invece lo ha appena rinfacciato ai 5Stelle (“uno non vale uno”), utilizzandolo come argomentazione a favore della propria leadership :”Abbiamo il doppio dei voti degli altri”. Appunto: quindi uno vale uno, no?

Ma è da anni che lo slogan dribbla definizioni, ripensamenti, polemiche. Già nel 2021 Luigi Di Maio spiegava: “Non significa che uno vale l’altro, le competenze contano”. Forse rassegnato di fronte alla cattiva fama del motto, Conte tentò di allontanarsene nel 2024: “Non significa che se devi assegnare un incarico complicato ci può andare chiunque, è un messaggio sbagliato, significa che la nostra dev’essere una comunità in cui tutti possono contare”. E infatti di quello si trattava, o almeno quello era lo spirito originario quando Grillo e Casaleggio ci riempivano le piazze, accompagnando lo slogan al concetto di democrazia diretta e alla lotta a un potere concentrato nelle mani di pochi. Quasi vent’anni dopo, ne resta una ciclica polemica politica falsata dalle strumentalizzazioni.


Pirondini: “Primarie online e il prima possibile ma sulle armi all’Ucraina si cambi strada”


Il capogruppo M5S al Senato: “Meloni è già in campagna elettorale. Togliamole il vantaggio di dire che il campo largo non ha un leader”

Pirondini: “Primarie online e il prima possibile ma sulle armi all’Ucraina si cambi strada”

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – Luca Pirondini, capogruppo M5S al Senato, Igor Taruffi dice che le primarie si terranno a inizio ‘27. È tardi?

«Io penso che vadano fatte il prima possibile. Meloni è già in campagna elettorale, lo abbiamo visto, e non possiamo darle il vantaggio di continuare a dire che il campo largo non ha un candidato».

Sul programma, invece, c’è già una tempistica?

«Deve assolutamente iniziare una fase di confronto, noi portiamo le proposte emerse da Nova».

Cosa pensa dei dubbi sulle primarie espressi da Avs, +Europa e anche da una parte del Pd?

«Se vengono vissute con un grande spirito di partecipazione democratica e responsabilità sono una grande opportunità per tutti».

Chiunque dovesse vincere, sarete leali?

«Non ricordo un governo o un’amministrazione caduti perché il M5S non sia stato leale. Semmai a volte siamo stati noi quelli fregati».

Quando Schlein ha detto “uno non vale uno”, cosa ha pensato?

«Con quel discorso ha parlato principalmente al suo interno, e lo capisco. Non l’ho vissuta come qualcosa contro altri, ma come un tentativo di trovare un collante interno. Anche se, volendo fare una battuta, devo dire che 19-20 non è il doppio di 14-15. Credo debba esserci un grande confronto di idee, non una prova di forza».

Ormai avete accettato il fatto che Renzi farà parte della coalizione? Conte ha detto: se Schlein lo vuole, se ne assume la responsabilità.

«Ha detto la verità. Non è un segreto, tutti sanno che l’eventuale coinvolgimento di Renzi in questo progetto è una volontà della segretaria del Pd. Richiamare ognuno alla responsabilità delle proprie scelte mi sembra corretto. Il nostro giudizio su Renzi non è mai cambiato e non cambia adesso».

Renzi ha detto: se vince Conte, io sarò leale. Vi ha fatto piacere?

«Chi in questo momento vuole partecipare a questo progetto non vedo come possa dire qualcosa di diverso… Noi siamo credibili nel dirlo. Sugli altri, ognuno dimostrerà la realtà».

Alla Leopolda ha aggiunto che non ha bisogno di dare garanzie.

«Se andiamo al governo dobbiamo farlo per dare una scossa al Paese dopo cinque anni fallimentari di Meloni. Il nodo dell’affidabilità è fondamentale».

Qual è un punto di caduta su Ucraina e invio delle armi?

«Il punto comune è cambiare strada. Perché ormai è evidente a tutti, anche a chi non vuole ammetterlo perché dovrebbe riconoscere un proprio fallimento, che la strada percorsa fin qui non sta funzionando. Il tema della guerra sta entrando nella quotidianità di tutti, dalle parole a ciò che si legge e si dice, è drammatico. La linea seguita fino a oggi, continuare a inviare armi senza procedere a un percorso diplomatico, va invertita. Partiamo da questo principio e costruiamo un’alternativa».

Sempre sulle primarie: per voi il voto anche online è dirimente?

«Non dobbiamo avere paura di coinvolgere le persone. Se deve essere una festa democratica, di partecipazione, deve essere il più estesa possibile. Dobbiamo preservare e portare avanti la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze che abbiamo visto in occasione del referendum. Quindi sicuramente anche con il voto online».


Matteo il vespone sempre in tv


(ilfattoquotidiano.it) – Prima o dopo gli verrà in mente vista l’attrazione fatale per le telecamere e una certa grafomania: se dovesse andare male in politica Matteo Renzi potrebbe riciclarsi come spalla di Bruno Vespa, eterno cerimoniere nel salotto della prima, seconda e – perchè no – terza Repubblica. Intanto il fu rottamatore si esercita per eguagliarne il passo. In pochi giorni ha collezionato sei presenze in tv concedendosi senza sosta con un’infilata micidiale di ospitate: Lo Stato delle Cose da Giletti, e poi Otto e mezzo, l’Aria che tira, Dimartedì e in formato duplex proprio da Vespa a Porta a Porta e a Cinque minuti. Anche a costo di trascurare un poco la carta stampata – all’attivo una sola intervista al Messaggero – che comunque parla sempre di lui e allora perchè perdere tempo? Renzi invece se si tratta di dare una gioia ai telespettatori italiani non si tira mai indietro e del resto le dosi da indigestione degli ultimi giorni ben si giustificano data la micidiale combo: il rito della Leopolda e l’uscita in libreria di “Quando c’era Lei”, la quindicesima fatica del nostro sulle orme del maestro Bruno.