Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, come un trofeo nella vetrina sbagliata.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – C’è riuscita in un lampo, María Corina Machado. Nella storia ormai affollata del Premio Nobel per la Pace, è difficile trovare qualcuno che lo abbia reso così rapidamente grottesco. Bastano poche ore, una stretta di mano, una foto nello Studio Ovale e la medaglia finisce nelle mani di Donald Trump, come un souvenir di lusso, come una mancia geopolitica, come un pegno consegnato a chi della pace ha sempre parlato solo quando serviva a sé stesso. Il punto non è solo il gesto, che già basterebbe. Il Nobel non si subaffitta, non si regala come una bottiglia di vino riciclata a fine cena, non è un gettone da spendere per ottenere attenzione o benevolenza. È un titolo personale, assegnato per ragioni precise, con una responsabilità simbolica enorme.
Quando lo trasformi in un omaggio politico, non stai allargando il suo significato: lo stai svuotando. E lo stai facendo davanti al mondo. Poi c’è la farsa istituzionale. Il Comitato Nobel si rifugia nel regolamento, nella liturgia delle procedure, nella formula rassicurante del “non si può revocare”. Bene. Ma esiste un punto in cui l’ostinazione a difendere la forma diventa rinuncia alla sostanza. Se un premio viene usato come strumento di propaganda personale, se viene consegnato al personaggio che meglio incarna il disprezzo per il diritto internazionale e per i processi multilaterali, la questione non è giuridica. È morale. E il silenzio, in questi casi, è una scelta.
La parte più misera della storia, però, resta qui da noi. I liberali italiani da salotto e da social, quelli che qualche mese fa esultavano per il Nobel a Machado come se fosse una finale dei Mondiali. Quelli che, davanti a ogni dubbio, rispondevano con l’insulto automatico: “amico di Maduro”. Gente che dispensava patenti di democrazia con la sicurezza di chi confonde Wikipedia con l’analisi politica. Oggi tacciono. Oggi scoprono che la realtà è più complessa dei loro slogan. Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, immobile, come un trofeo esposto nella vetrina sbagliata. Resta da capire se a Oslo qualcuno provi ancora un minimo di vergogna. O se preferiscano restare lì, a custodire il regolamento, mentre il premio più famoso del mondo viene usato come una moneta fuori corso.
Tensione tra il movimento ‘Donna vita libertà e i sostenitori di Pahlavi. Gualtieri: ‘La comunità internazionale si mobiliti’

(ansa.it) – In piazza del Campidoglio a Roma svettano gli striscioni di Amnesty International e del Movimento ‘Donna, vita, libertà’ che hanno lanciato l’appuntamento. ‘Vergogna’ recita quello di Amnesty a sfondo giallo. Sono diverse le anime della popolazione iraniana in piazza, con momenti di tensione tra il movimento ‘Donna vita libertà’ e una decina di manifestanti a sostegno di Reza Pahlavi, in piazza con l’antica bandiera monarchica dell’Iran.
Questi ultimi sono stati poi allontanati. Mentre proseguono gli interventi al microfono di attivisti e associazioni in solidarietà alle proteste in Iran, la òpiazza si è andata va via riempiendo. Tante le bandiere portate dalle diverse anime che hanno aderito alla manifestazione. Ci sono i vessilli dei partiti- Pd, Avs e Rifondazione comunista – accanto a quelli delle sigle universitarie. Ma anche una bandiera ucraina e una dell’Unione europea.
Le antiche bandiere della monarchia iraniana si affiancano a quelle odierne, ma con il simbolo al centro cancellato e la scritta: “no alla teocrazia”. In piazza anche una rappresentanza del popolo curdo con bandiere gialle, rosse e viola.
Alcuni manifestanti hanno portato la foto simbolo delle proteste, in cui una ragazza iraniana senza velo accende una sigaretta con il ritratto di Khamenei in fiamme. Tanti slogan sugli striscioni: “proteggere il diritto di protesta”, “no alla pena di morte”, “no alla dittatura islamica”, “democrazia in Iran”, “basta esecuzioni”. Da una piazza del Campidoglio piena fino a oltre la metà si alza di frequente il coro “libertà per l’Iran”.
Foto di gruppo per il campo largo alla manifestazione a sostegno delle proteste in Iran, al Campidoglio a Roma. La segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente del M5s Giuseppe Conte e i leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno tenuto insieme un improvvisato punto stampa. “La piazza c’è”, hanno poi commentando Schlein e Conte parlottando fra loro. In piazza c’è anche il segretario di Più Europa, Riccardo Magi.
“Assolutamente dobbiamo dare un segnale anche concreto per stare vicino a tutti i cittadini, le associazioni e soprattutto gli iraniani, giovani, donne in particolare, studenti universitari, dissidenti. Che sono preoccupatissimi per la repressione violenta che in questo momento il regime, un regime ovviamente dispotico, un regime dittatoriale, sta imprimendo. Una svolta violenta che condanniamo con la massima fermezza e siamo qui a testimoniare la nostra massima solidarietà”, ha detto Conte.
Sulle risoluzioni sull’Iran, ha aggiunto, “la strumentalizzazione è venuta da tutti. Abbiamo detto dall’inizio che eravamo assolutamente d’accordo con la mozione che è stata presentata. Abbiamo chiesto soltanto un impegno in più, cioè una condanna verso opzioni militari unilaterali”.
“Se continuiamo ad andare avanti così stiamo sfasciando completamente il quadro internazionale del diritto. Serve un fortissimo intervento da parte della comunità
internazionale, da parte della politica, della diplomazia, sanzioni a tutti i livelli, perché quella repressione non può continuare”.
Progressisti uniti sull’Iran? “Noi ci siamo e il Pd è sempre stato al fianco del movimento Donna vita e libertà”, ha commentato Schlein. “E’ importantissimo per noi essere qua a dare piena solidarietà e supporto al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà”, ha aggiunto ricordando che “il regime sta facendo una brutale repressione, si parla di oltre 12.000 morti ammazzati dal regime nelle manifestazioni, si parla del fatto che stanno facendo pagare le famiglie per restituire i corpi delle vittime del regime. Hanno bloccato internet e dicono che vogliono tenerlo bloccato fino a marzo”.
“Non è accettabile, serve che la comunità internazionale e l’Unione Europea usino ogni leva diplomatica e facciano ogni sforzo per isolare il regime, per evitare che anche dai paesi vicini possa arrivare alcuna forma di supporto a questa repressione. Siamo qui per sottolineare il supporto alla autodeterminazione del popolo iraniano”.
“Siamo qui in piazza per condannare il massacro brutale che sta avvenendo ai danni delle ragazze e dei ragazzi iraniani che stanno lottando per la democrazia a Teheran e nelle altre città iraniane. Soprattutto per dare voce a loro, perché il problema principale che c’è adesso è il silenzio che il regime vuole, e vuole questo silenzio perché non vuole che ci sia una mobilitazione delle democratiche e dei democratici di tutte le opinioni pubbliche europee che possono fare pressione sulla comunità internazionale sul regime di Teheran. É necessario intensificare le sanzioni, è necessario rendere la vita difficile a un regime che crollerà prima o poi, ma che può fare ancora tanti morti e tanti massacri”, ha detto il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
“Oggi è importante anche dire che c’è un’attenzione fortissima della comunità internazionale: l’Unione Europea purtroppo è sempre lenta e fa sempre tardi a svegliarsi, ma speriamo che possa anche avere il suo ruolo nell’ampliare e nel rendere più dure le sanzioni, perché se è accaduto quello che sta accadendo nei giorni scorsi, cioè le più ampie manifestazioni che ci fossero nel paese dal 2009, cioè da quando c’erano state le proteste dopo i brogli elettorali, è anche per effetto delle sanzioni europee. In Italia, sarebbe stato importante avere un segnale unitario del Parlamento italiano: purtroppo non c’è stato perché c’è sempre chi deve fare un posizionamento personale o di partito in più”.
“Non si aggiunga violenza alla violenza, serve l’impegno delle organizzazioni internazionali. Anche l’Europa faccia sentire la sua voce e assuma un ruolo attivo. Bisogna sostenerla libera autodeterminazione del popolo iraniano. Tutta la comunità internazionale si mobiliti affinché la repressione si fermi”, ha detto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri alla manifestazione.
“Mi pare naturale essere unitariamente al fianco di un popolo di lotta, per la sua libertà, per la democrazia, per i diritti civili. Per quel che ci riguarda, penso ad Avs, ma credo di poter parlare a nome di tutto il campo progressista, siamo sempre al fianco dei popoli che lottano per la loro libertà”, ha detto Fratoianni parlando con i cronisti.
“Siamo tutti e tutte insieme e lo siamo non da oggi, lo dico a chi dalle parti del centrodestra gioca in modo strumentale accusandoci di ambiguità – aggiunge -. L’indirizzo dell’ambasciata iraniana lo conosciamo bene perché ci siamo stati molte volte, quando questa vicenda non era sotto i riflettori del mondo, quando la situazione non era quella che viviamo in questo momento e dunque per noi. Per noi è assolutamente naturale essere qui oggi, come siamo sempre stati dalla parte dei popoli che lottano per la libertà”.
Nel merito delle polemiche sulle divisioni per la risoluzione approvata in Senato e alla Camera, Fratoianni spiega che “noi abbiamo sottoscritto e votato entrambe le risoluzioni, condividiamo la risoluzione che è stata da tutti e da tutte le forze politiche, e naturalmente condividiamo anche la necessità di esprimersi in modo molto chiaro contro qualsiasi ipotesi di intervento militare straniero”.
Il piano governativo presentato dal sottosegretario Delmastro prevede la costruzione di sette nuove carceri speciali, tre delle quali sull’isola

(lespresso.it) – Una riorganizzazione speciale delle carceri richiesta dal governo che – secondo l’amministrazione regionale della Sardegna – rischierebbe di trasformare il territorio in una “Cayenna” (o Guantanamo, che dir si voglia) d’Italia. Il ministero della Giustizia e la Regione a statuto speciale stanno cercando un punto d’incontro nell’ambito della trasformazione del sistema carcerario di massima sicurezza sull’isola. Dal verbale della seduta del 18 dicembre della conferenza Stato-Regioni – reso noto oggi, venerdì 16 gennaio – emerge che il governo vorrebbe lasciarsi alle spalle l’attuale modello.
Ad oggi, i detenuti in regime di 41-bis sono ospitati in 12 istituti, quasi tutti caratterizzati dalla “promiscuità” con altri circuiti detentivi. Secondo il piano governativo, presentato dal sottosegretario Andrea Delmastro, si prevede la costruzione di sette carceri speciali in totale, di cui 3 su suolo sardo, nei poli di Sassari, Nuoro e Cagliari Uta.
Le preoccupazione della Regione
La Sardegna teme così che la sua insularità diventi una condanna. “Quello che bisogna fare adesso è una presa di responsabilità di tutte le parti politiche, abbandonare i colori e cominciare a difendere la propria terra”, ha detto la presidente della Regione Alessandra Todde che ha aggiunto: “Non ci meritiamo di essere considerati come la Cayenna d’Italia”. Anche l’assessora della Difesa dell’ambiente Rosanna Laconi ha espresso “estrema preoccupazione”, ricordando i decenni in cui la Sardegna è stata percepita come una colonia penale e citando il caso dell’Asinara.
L’adeguamento alle linee della Corte Costituzionale
Le sette strutture che accoglieranno i 750 detenuti in regime di 41-bis rispondono all’obiettivo di adeguarsi alla sentenza n. 30 della Corte Costituzionale del 2025, che impone di garantire ai detenuti almeno quattro ore d’aria. Tale requisito sarebbe difficile da rispettare nelle strutture attuali, troppo vecchie e promiscue. Per assicurare ai detenuti speciali – che secondo la legge no dovrebbero avere contatti con gli altri – un adeguato numero di “passeggi”, sarebbe necessario dunque trasferirli in strutture apposite.
Se passerà il nuovo pacchetto Sicurezza, il poliziotto non sarà indagato quando un fatto potenzialmente criminoso è compiuto nell’adempimento di un dovere

(Susanna Marietti, Coordinatrice Antigone – ilfattoquotidiano.it) – Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in calo, il governo ha annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra all’immigrazione.
Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni.
Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile – dopo che un ennesimo colpo di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo al dibattito del Parlamento – sono state definite da Antigone, come recita il titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale.
Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il cosiddetto Daspo urbano, per cui – in presenza di nessun crimine e senza alcuna supervisione giurisdizionale – si cacciano intere categorie di persone da stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un dovere.
Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria, che avrà mano libera e nessun vincolo giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio piacimento.
Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito, pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non accompagnati.
È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati, affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare.
L’Italia – uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto vivere quelle tragedie – è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti, paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro democratico.

(dagospia.com) – Riuscirà Giorgia Meloni, in versione Pulzella della Garbatella, a imporre il baldo Gian Marco Chiocci (“ah, se ci fossi tu qui…’’) alla diffidentissima Fiamma Magica (Fazzolari, Arianna, la coppia Giuseppe Napoli-Patrizia Scurti, Mantovano), che dal 2022 blinda Palazzo Chigi da qualsiasi soggettone avulso al “Mondo di Giorgia”?
Il primo tentativo di far traslocare il Pennellone turbo-meloniano dal Tg1 per porlo al centro di gravità della comunicazione della premier, sappiamo bene come è stato bruciato dal “fuoco amico”: dopo che Simone Canettieri, all’epoca ancora cronista al “Foglio” prima del passaggio al “Corriere della Sera”, ne scrisse rivelando la trama per portare Chiocci a palazzo Chigi, scoppiò un gran casino.
Ne venne fuori un polverone che fece emergere le faide della destra tv in Rai (Chiocci-Sergio vs Rossi-Mellone) e la Statista di Colle Oppio lo prese in quel posto. Il suo sogno evaporò e Chiocci comprese di essere stato fregato dai suoi stessi “camerati”, ovvero quella legione di pretoriani di Giorgia che proprio non lo voleva tra le palle.
Del resto, quando un partito nel giro di pochi anni si gonfia come una mongolfiera dal 4% al 30, sono fisiologiche le guerre intestine. Infatti tra la ridotta di “paFazzo Chigi” e le truppe asserragliate a via della Scrofa, ad esempio, i rapporti non sono per nulla idilliaci.
Se Meloni adora il “nero” ex cronista di nera de “il Giornale” (“di lui mi fido”), per la Fiamma Magica di Palazzo Chigi la pensa diversamente. Il dinamico e tosto Chiocci sarà pure de’ destra, anche più di loro, ma porta con sé il peccato originale di essere estraneo alla confraternita rampelliana dei ”Gabbiani’’ di Colle Oppio.
Quindi è considerato poco controllabile, dunque “inaffidabile”, perché, grazie a una lunghissima esperienza giornalistica (è stato anche direttore di AdnKronos), Chiocci è dotato di una ricchissima rete di relazioni trasversali.
Il suo network si estende in tutte le direzioni, dal mondo della sinistra all’intelligence di destra, dalla finanza (nel senso di Fiamme Gialle) al Vaticano. Una rete tentacolare ignota ai camerati come Fazzolari che, nel 2018, era uno sconosciuto dirigente di seconda fascia alla Regione Lazio, grazie a Renatona Polverini.
E poi Chiocci, si sa, ha un caratterino poco remissivo o incline ad accettare ordini e dinieghi. Bisognava silurarlo prima che la sora Cecioni della Garbatella lo traghettasse ai piani più alti di palazzo Chigi. La nomina di Chiocci a portavoce del presidente del Consiglio sarebbe entrata in collisione con il sedicente “genio” di Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario factotum che gestisce la comunicazione non solo del governo ma anche del partito (coadiuvato da Francesco Filini, deputato e responsabile dell’ufficio studi di Fratelli d’Italia).
Ora, dopo quattro mesi dall’”imboscata” che bruciò la promozione di Chiocci, a Giorgia Meloni servirebbe eccome un mastino nel ruolo di portavoce. S’avanza un anno complicato, tra referendum sulla giustizia, riforma della legge elettorale, le nomine delle partecipate di primavera, con un occhio teso alle politiche del 2027.
Lega e Forza Italia, ogni santissimo giorno, fanno ballare la rumba alla Ducetta con distinguo, polemiche, capricci e minacce più o meno velate. A questo s’aggiunge la mina vagante rappresentata dal generale Vannacci: pronto a una scissione nella Lega, l’ex militare puo’ terremotare il centrodestra portando via un 2-3% di voti al Carroccio e dunque alla coalizione, sfidando dall’estrema destra la leadership camaleontica di “Io so’ Giorgia”.
In questi giorni il direttore del Tg1 tace e aspetta. E’ in attesa di ricevere da Palazzo Chigi una proposta di contratto, nella quale però pretende sia ben definita la ripartizione delle deleghe sulla comunicazione. Non vuole né sovrapposizioni né invasioni di campo da parte del duo Fazzolari-Filini. L’uscita di Chiocci da Saxa rubra è prevista per marzo. L’Ad Giampaolo Rossi è già stato avvisato e, al momento, il nome successore sulla tolda di comando del Tg1 è uno solo: Nicola Rao, mitico autore della “Trilogia della Celtica”.
A differenza degli altri politici italiani che sanno cosa è bene per l’Ucraina, per il Venezuela e per l’Iran, il M5S ha una sola grande certezza: il ripudio della guerra

(di Angelo Palazzolo – ilfattoquotidiano.it) – Dopo che la Commissione Esteri del Senato ha approvato la mozione sull’Iran presentata dalla forzista Stefania Craxi con i voti favorevoli di tutto l’arco parlamentare, politici e mass media si sono accaniti contro l’astensione del Movimento 5 Stelle. I senatori pentastellati avevano chiesto di inserire una frase all’interno della risoluzione: “la contrarietà ad azioni militari unilaterali condotte fuori dal quadro del diritto internazionale”. Questa frase, tanto chiara quanto essenziale, è stata rigettata.
In altre parole, il Movimento 5 Stelle viene stigmatizzato e accusato di essere al fianco degli ayatollah solo per aver dimostrato, una volta di più, di avere un cervello proprio e di non farsi accecare da facili ricette e risposte preconfezionate; a poco servono le parole del capogruppo Stefano Patuanelli: “no a caricature di un M5S pro Ayatollah, sosteniamo senza ambiguità il popolo iraniano che si ribella a un regime teocratico brutale”, ormai la macchina del fango e della mistificazione è partita.
Ritengo che il M5S abbia fatto bene ad astenersi su questa risoluzione, ponendo come condicio sine qua non il rispetto del diritto internazionale. Spiego questo mio endorsement alla luce della cornice di eventi che hanno sconvolto il mondo contemporaneo e rimarcando, di volta in volta, il ruolo ricoperto dall’Italia:
1) Israele è alla sbarra dell’Aja per genocidio e l’Italia è stata al suo fianco offrendole assistenza politica, militare e logistica;
2) La politica europea ha fallito in modo colossale la gestione del conflitto russo-ucraino e l’Italia ha contribuito a questo fallimento toccando solo palle sbagliate: scommessa sulla sconfitta militare della Russia, esecrazione della diplomazia, diffusione di fake news;
3) la storica subalternità dell’Italia verso gli Stati Uniti ha toccato vette mai viste (dal bacino in testa dato da Biden alla nostra premier, all’accettazione supina di misure draconiane su dazi e riarmo); a questa triste realtà a cui ci eravamo abituati si aggiunge l’inedita sudditanza verso Israele (l’azione della Global Sumud Flotilla ha scoperchiato i veri rapporti di forza tra noi e lo Stato ebraico) e l’inaudita genuflessione verso la Libia (vedi caso Almasri);
4) a capo degli Stati Uniti si trova un megalomane senza scrupoli che – anziché fare i conti con la realtà e cercare di riposizionare il proprio Paese in un’ottica di necessario multilateralismo – sta collocando gli Usa fuori dalla legalità internazionale senza neanche più preoccuparsi di nascondere un animo meramente opportunista e imperialista (bombardamento dell’Iran, rapimento del Presidente venezuelano, sequestro di navi in acque internazionali, minacce di annessione alla Groenlandia e mi fermo qui per problemi di spazio).
Nonostante ciò, l’Italia continua ad orbitare attorno ad un Paese sempre più simile ad “un bufalo ferito, che infuria in tutto il mondo” per parafrasare un verso del cantante e poeta Umberto Fiora.
Non esistono più punti di riferimento esterni su cui fare affidamento (l’Ue si è trasformata in un ectoplasma belligerante, gli Usa hanno gettato la maschera disvelando un volto da film horror), pertanto bisogna ripartire dai fondamentali del nostro Paese. Il perimetro all’interno del quale muoversi è il rispetto della legalità internazionale e il faro da seguire è la nostra Costituzione. I 5S impuntandosi sulla necessità di quella frase dimostrano di averlo capito.
“La volpe sa molte cose – scriveva il poeta greco Archiloco – ma il riccio ne sa una grande”. A differenza degli altri politici italiani – di destra e di sinistra – che sanno sempre tutto (cosa è bene per l’Ucraina, cosa è bene per il Venezuela, cosa è bene per l’Iran), il M5S ha una sola grande certezza: il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Si è dimesso il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli ‘mutati gli scenari’

(ANSA) – Il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli ha rassegnato le dimissioni. Poco prima delle 13.30 il primo cittadino ha consegnato nelle mani della segretaria generale la lettera con cui ha reso nota la sua decisione. “Sono mutati gli scenari politici”, ha detto pochi minuti fa Napoli ai cronisti che gli chiedevano le motivazioni del suo addio.
Sindaco Salerno, ‘De Luca non ha avuto nessun peso sulle mie dimissioni’
(ANSA) – “Ho rassegnato nelle mani del segretario generale la mia lettera di dimissione dal mio incarico. La segretaria generale ha provveduto al protocollo della stessa e la invierà ai consiglieri comunali e al presidente del consiglio comunale, Angelo Caramanno, così come prescrive la procedura”.
Lo ha detto il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, comunicando alla stampa la sua decisione di lasciare l’incarico di primo cittadino. “Sono stato sindaco di Salerno per oltre 10 anni. Ho lavorato in un contesto complesso, basti ricordare ad esempio il Covid, che ha reso complicata la vita amministrativa. Posso dire con certezza e con fierezza che ho svolto il mio incarico al meglio delle mie possibilità e, come dice la Costituzione, con disciplina e onore”.
Per Napoli in questa fase “si sono verificate delle modifiche sostanziali dei riferimenti politici del quadro politico che impongono alcune riflessioni. Da un lato noi saremmo andati alle elezioni da qui a sei mesi se tutto fosse andato senza Covid. Quindi ora si correva il rischio di svolgere questa fase di consiliatura delegandola ad un’azione ordinaria che non possiamo permetterci.
C’è bisogno invece di una spinta propulsiva, nuove progettualità, nuove iniziative che abbiano davanti un tempo ragionevole per la loro organizzazione. Quindi, piuttosto che fare quest’anno stancamente, ho immaginato che fosse utile per la città e per i miei concittadini, avere un’amministrazione con una durata di cinque anni che potesse svolgere un’azione di progettazione e di proposte e di realizzazioni assolutamente adeguate alle nostre esigenze”.
Sul possibile ‘peso’ avuto nella scelta da Vincenzo De Luca, il sindaco Napoli è categorico: “Non è assolutamente vero. Ripeto, da qui a un anno saremmo andati alle elezioni e quindi questo pezzo di storia della nostra città si giocava sull’ordinaria amministrazione. Non sarebbe stato giusto.
Quindi si svolge una funzione a mio parere intelligente dando la possibilità ai miei concittadini di esprimersi dal punto di vista elettorale e di decidere del destino della città”. Sul rapporto con De Luca: “Certo, lo sento costantemente. Se ci siamo confrontati? Noi facciamo politica e quindi i nostri ragionamenti sono politici il che naturalmente non inficia il fatto che ci sono dei legami di amicizia fraterni che si sono cementati nel corso del tempo”.
Salerno: Iannone (Fdi), ‘Napoli e De Luca giocano con le istituzioni’
(ANSA) “Si gioca con le Istituzioni come se fossero il salotto di casa. Il Sindaco di Salerno Enzo Napoli si dimette perche’ De Luca e’ rimasto senza poltrona e deve ricandidarsi a qualcosa per non stare disoccupato. Siamo alla gravita’ estrema e senza precedenti se si considera che Napoli e’ stato messo solo poco tempo fa a fare anche il Presidente della Provincia. E secondo la legge Delrio ora occorrera’ eleggere il nuovo Presidente entro 90 giorni. Cosa dice il Pd nazionale di questo scandaloso modo di interpretare le Istituzioni da parte dei propri uomini? Si terminano anticipatamente mandati solo per calcolo politico in disprezzo totale dei cittadini e delle norme. Non c’è’ nessuna decente motivazione fornita dal Sindaco Napoli per questa decisione. Siamo tornati al tempo di Celestino V e Bonifacio VIII.” Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Antonio Iannone, commissario regionale del partito in Campania.
Salerno: Ferrante (Fi), dimissioni per ricandidare De Luca sono indecenti
(ANSA) – “Le dimissioni di Vincenzo Napoli da sindaco di Salerno dimostrano ancora una volta la concezione padronale delle istituzioni da parte del Pd. Un passo indietro che avviene non per l’evidente incapacità politica di amministrare il territorio, ma solo per lasciare il posto alla ricandidatura di Vincenzo De Luca che, dopo l’esclusione dalle elezioni regionali, tenta di riconquistare la poltrona di sindaco. Siamo di fronte a un utilizzo indecente delle funzioni pubbliche, con gli interessi collettivi piegati alle ambizioni personali, l’ennesimo schiaffo ai cittadini e alle istituzioni da parte di un sistema di potere che troppo a lungo ha malgovernato il nostro territorio. Forza Italia, già a partire dalle prossime elezioni amministrative, sarà in prima linea per dare a Salerno un’alternativa seria e credibile, che metta fine alla gestione clientelare e dia alla città una vera prospettiva di sviluppo”. Lo afferma il deputato campano di Forza Italia Tullio Ferrante, sottosegretario al Mit.

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Gli Stati Uniti avrebbero esercitato pressioni sul governo italiano per cancellare contratti pubblici con il fornitore cinese di apparecchiature di sicurezza Nuctech, parlando di rischi per la sicurezza italiana e statunitense.
Nel dettaglio, Washington avrebbe presentato “lo scorso anno” formali proteste diplomatiche, chiedendo di annullare l’esito di gare per circa 20 milioni di euro relative a scanner utilizzati dall’Agenzia delle dogane in vari porti italiani.
Secondo Bloomberg, infatti, i timori statunitensi riguardano la possibilità che le immagini dei macchinari installati nei porti del Paese possano essere accessibili alle autorità cinesi. Gli Usa avrebbero portato direttamente il caso all’ufficio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Nuctech è inserita dagli Stati Uniti nella Entity List come minaccia per la sicurezza nazionale e l’Ue ha avviato indagini sull’azienda cinese. ‘Tutti i dati generati dalle nostre apparecchiature appartengono ai clienti, che ne mantengono il pieno controllo’, ha dichiarato Nuctech, sostenendo che i prodotti installati in Europa rispettano gli standard su privacy, protezione dei dati e cybersecurity.
Nonostante ciò, la società è già soggetta a restrizioni in Lituania e Belgio.
Sempre secondo le fonti, Roma avrebbe risposto a Washington che annullare retroattivamente le gare sarebbe stato impossibile per i rischi legali e le possibili ripercussioni diplomatiche con Pechino. Tuttavia, avrebbe assicurato che nei bandi futuri avrebbe privilegiato le offerte di aziende con sede in Italia, in Paesi Nato o alleati della Nato.
ISTAT, L’INFLAZIONE ACCELERA, PREZZI +1,5% NEL 2025

(ANSA) – A dicembre 2025, l’indice nazionale dei prezzi al consumo mostra un aumento dello 0,2% su novembre 2025 e dell’1,2% su dicembre 2024 (dal +1,1% del mese precedente). Lo afferma l’Istat confermando le stime preliminari del tasso di inflazione. In media, nel 2025, i prezzi al consumo registrano una crescita dell’1,5% in accelerazione dall’1% nel 2024.
Per il carrello della spesa con i beni alimentari, per la cura della casa e della persona a dicembre c’è un’accelerazione da +1,5% a +1,9% e anche nell’intero anno si passa dal +2% del 2024 al +2,4% del 2025. Sull’andamento dell’inflazione media annua pesa la dinamica dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (+16,2% da -0,2% del 2024), degli Energetici non regolamentati (-3,8% da -11,3%) e quella dei Beni alimentari non lavorati (+3,4% da +2,3%). Rallenta, seppure lievemente, l’inflazione di fondo che nel 2025 si attesta a +1,9% (da +2,0% del 2024).
“Nel 2025, le divisioni i cui prezzi registrano accelerazioni rispetto al 2024 sono abitazione, acqua, elettricità e combustibili (con inversione di tendenza da -5,6% a +1,1%), prodotti alimentari e bevande analcoliche (da +2,4% a +2,9%) e istruzione (da +2,2% a +2,6%), accompagnate dalla risalita dei prezzi della divisione comunicazioni (da -5,6% a -4,9%).
In decelerazione invece i prezzi dei trasporti (la cui variazione percentuale media annua si porta su valori negativi, passando da +0,7% a -0,2%), dei servizi ricettivi e di ristorazione (da +3,9% a +3,4%), di mobili, articoli e servizi per la casa (da +0,8% a +0,3%) e di ricreazione, spettacoli e cultura (da +1,3% a +0,9%)”, si legge in una nota.
ISTAT, CARRELLO SPESA PIÙ CARO DEL 24% DAL 2021, ENERGIA OLTRE +34%
(ANSA) – I prezzi del cosiddetto carrello della spesa sono aumentati molto di più rispetto all’inflazione negli ultimi cinque anni. L’Istat indica un divario di circa sette punti, con un aumento cumulato dell’indice generale dei prezzi di 17,1 punti percentuali, tra il 2021 e il 2025, e una crescita del 24% per il carrello della spesa, un tema su cui l’Antitrust ha appena avviato un’indagine. Per gli energetici l’aumento cumulato è del 34,1%.
“Abbiamo una domanda molto semplice per l’amministratore delegato, firmatario di questo atto: perché? Questa censura non c’entra nulla con la par condicio”, protesta Dario Carotenuto, capogruppo del M5S in commissione di Vigilanza Rai

(di Giuseppe Candela – ilfattoquotidiano.it) – La circolare Rai è datata 14 gennaio e firmata dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi. L’oggetto lascia pochi dubbi: “Consultazioni referendarie 22-23 marzo 2026”, data fissata nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri. Una comunicazione in poche righe: “Con riferimento alle consultazioni referendarie in oggetto, nonché alla relativa normativa in materia di c.d. ‘Par Condicio’ ed alle procedure aziendali di autorizzazione, si comunica la temporanea sospensione della possibilità di partecipazione del personale Rai (giornalistico e non) a trasmissioni televisive o radiofoniche di Emittenti concorrenti per tutto il periodo di vigenza della normativa sopra richiamata. Nel richiedere, pertanto, nell’ambito delle rispettive competenze, l’osservanza della suddetta disposizione, si inviano cordiali saluti”.
Nessuna ospitata nelle altre emittenti, nessun discorso sulle altre reti sulla riforma della Giustizia. “Abbiamo una domanda molto semplice per l’amministratore delegato, firmatario di questo atto: perché? Questa censura non c’entra nulla con la par condicio. È una restrizione preventiva del dibattito. Nel momento in cui i cittadini dovrebbero ascoltare più voci, la Rai sceglie di ridurle. Nel momento del confronto democratico, il servizio pubblico si chiude e mette il silenziatore ai suoi professionisti”, protesta Dario Carotenuto, capogruppo del Movimento 5 Stelle in commissione di Vigilanza Rai.
“Ci chiediamo inoltre cosa ne pensi l’Ordine dei Giornalisti, la Fnsi, l’Usigrai di questa circolare, soprattutto alla luce della disparità che crea tra i giornalisti delle tv private, liberi di esprimere le proprie opinioni ovunque, e quelli della Rai, che invece vengono limitati nel loro diritto di partecipare al dibattito pubblico su un tema che non appartiene a un singolo partito ma è della società civile”, continua il parlamentare pentastellato. “Perché in un servizio pubblico la libertà dei professionisti dovrebbe essere vincolata mentre altrove non ci sono restrizioni? Perché è stato preso questo provvedimento? E con quale idea di servizio pubblico? Oltretutto è paradossale che la Rai sia più realista del Re: applica a modo suo una sgangherata Par Condicio prima ancora che parta quella reale. È la prova che deve avere immediata applicazione il Media Freedom Act europeo per liberarla dalla museruola dei partiti di governo. In ogni caso di questa scelta la Rai deve rendere conto. Subito”, conclude Carotenuto.
Sui suoi profili social Carotenuto tira in ballo Sigfrido Ranucci, le ospitate del conduttore di “Report” nei talk di La7 hanno generato in passato malumori a Viale Mazzini: “La Rai mette il bavaglio ai suoi giornalisti (…) È inaccettabile che giornalisti come Sigfrido Ranucci vengano di fatto esclusi dal confronto televisivo esterno, non per ciò che dicono, ma per il momento in cui lo potrebbero dire. Questa non è tutela dell’equilibrio informativo. È una scelta politica che indebolisce il servizio pubblico. (…) La libertà di informazione non si sospende. Neanche quando qualcuno ha paura di perdere un referendum“.

(Stefano Rossi) – Ero tendenzialmente favorevole a votare “Si” al prossimo referendum sulla riforma della Giustizia, poi, leggendo bene le norme, mi sono convinto che bisogna votare “no”.
I motivi sono tanti, e semplici.
I
Quale riforma della Giustizia? Io, che scrivo ancora Giustizia con la maiuscola, mi assale la sensazione di essere totalmente superato dalla realtà, oramai fuori controllo.
Per decenni, i codici di procedura, ma anche quello penale, venivano riformati a distanza di 15/20 anni. E riformavano per davvero.
Ora, ogni due, tre anni ci sono riforme che riformano quelle precedenti. Chi lavora con la Giustizia sa bene che acquistato un codice o un manuale, tempo un anno, ed è già ora di comprarne uno aggiornato.
Norme che affastellano altre norme e non c’è fine a questo delirio.
Anche per la riforma Cartabia, poco dopo la sua entrata in vigore, si è reso necessario modificare molte disposizioni. Le riviste di diritto sono piene di commenti di giuristi che non riuscivano a districarsi tra le varie novità, spesso poco chiare, quando non erano del tutto errate.
Le cancellerie del Tribunale Civile di Roma, e sottolineo Roma, c’erano anche due impiegati in una sola stanza. In tre stanze potevi contare quattro cancellieri.
Oggi, in quelle tre stanze, si trovano al massimo uno o due cancellieri.
I tempi per ottenere giustizia sono sempre più lunghi e non mi pare che, nelle leggi di Bilancio, i vari governi che si sono succeduti, abbiamo destinato somme ingenti per investire sulla Giustizia, in favore di cittadini e in favore dello stesso Stato, che dovrebbe avere interesse ad avere una Giustizia efficiente.
No, la sensazione, che è oramai certezza, è che la Giustizia non debba funzionare.
E, soprattutto, non deve funzionare senza un controllo della politica.
Quindi, la domanda è più che legittima: quale riforma?
Se riformare un servizio, una funzione pubblica, vuol dire migliorarla, allora, questo Referendum non ha nulla che si avvicini ad una riforma.
Perché i problemi, strutturali e funzionali, che interessano poi i cittadini, rimarranno invariati.
Ed è questo il motivo per cui, mi sono impegnato a leggere bene cosa c’è dietro questa pseudo riforma che mi ha fatto cambiare idea nella scelta di voto.
II
Preliminarmente, preme capire che la riforma Nordio segue la riforma Cartabia, per quanto riguarda la Magistratura.
Ma c’è una questione che va precisata fin da subito: siamo chiamati a votare un Referendum costituzionale su un testo di legge che è in divenire, non è definitivo.
E già ci sarebbero profili di illegittimità; sicuramente il metodo è quanto meno spregiudicato. La riforma Nordio è scarna, con pochi articoli che saranno, successivamente al Referendum, oggetto di un decreto attuativo che andrà a completare, nel dettaglio, ciò che ivi è scritto.
Un bel modo di far pronunciare i cittadini, i quali, al momento del voto, non hanno contezza dei confini, e gli effetti, di questa riforma.
Per esempio, nulla sappiamo sui metodi dei sorteggi, nulla sappiamo sulla procedura dell’Alta Corte disciplinare che tra poco vedremo di cosa si tratta.
Fanno bene quei pochissimi giornalisti a dire che, il ministro Nordio, ha una pistola puntata contro la Magistratura dentro il cassetto che verrà tirata fuori dopo il Referendum.
Egli stesso, nel suo libro, scrive che ha in mente di limitare, se non abolire del tutto, l’uso dei trojan nelle intercettazioni telefoniche in caso di corruzione; scrive di “modestissime mazzette”. Ed è un errore credere che non ha nulla a che vedere con il Referendum. Più avanti sarò più chiaro al riguardo.
Veniamo al merito del quesito, per quanto se ne può sapere al momento.
III
Partiamo dalla questione principale: la separazione delle carriere.
Non fatevi ingannare dal grido delle sirene: Giovanni Falcone era favorevole. Ma per carità! L’Italia di Falcone non esiste più. Sono passati secoli, dal punto di vista politico, dagli anni di Falcone. Poi, proprio lui, da giudice al Fallimentare, passò alla procura. Quindi, chi getta il nome di Falcone in questa discussione è in malafede perché sfrutta la tragedia, di cui fu vittima, per fare breccia nel cuore di chi ascolta.
Come avvocato mi trovavo favorevole alla separazione in quanto, il Pubblico Ministero, dovrebbe trovarsi sullo stesso piano dei difensori. Svolgendo la stessa carriera, spesso nello stesso palazzo, è chiaro che i rapporti, le amicizie, le interferenze, tra il giudice, che rappresenta la Magistratura giudicante, e il sostituto procuratore, che al processo veste il ruolo di Pubblio Ministero, che rappresenta la Magistratura inquirente, c’erano e ci sono sempre state. Un avvocato, viceversa, ha più difficoltà ad interloquire, sul medesimo piano di un Pubblico Ministero, con un giudice.
Ma, questo, oramai, è un problema del tutto superato che appartiene al passato.
La Riforma Cartabia, ha fortemente limitato la possibilità di passare da una funzione all’altra: un giudice può passare a fare il sostituto procuratore solo una volta in dieci anni e, comunque, fuori dalla regione dove ha svolto la funzione giudicante. E viceversa (cioè, il sostituto procuratore che vuole diventare giudice).
Infatti, dati del ministero della Giustizia, le richieste di cambiare funzione, oggi, sono dello 0,3/0.4%, Quindi, il problema non esiste più.
Eppure, il Referendum a cui ci accingeremo a votare, riguarda proprio la separazione delle carriere. Il governo attuale, lo ha presentato proprio per evitare che vi siano commistioni tra la funzione giudicante e quella requirente.
Ma, stando ai dati di questo governo, lo scambio di funzioni riguarda lo 0,3% di tutta la Magistratura.
Allora, perché mai si indice un Referendum che ha dei costi altissimi per le casse dello Stato?
Deve esserci una ragione più importante di quel 0,3%!
E la ragione c’è, ed è macroscopica.
E qui bisogna capire bene come si amministra la Magistratura attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura che è l’organo che governa, o meglio, autogoverna la Magistratura. Autogoverna perché, al suo interno, i membri sono per lo più magistrati.
La Costituzione ha messo al riparo la Magistratura, che rappresenta il potere giudiziario, da eventuali interferenze del governo, che rappresenta il potere esecutivo. Questo scudo è proprio il CSM, in quanto, i concorsi e le assunzioni, l’assegnazione nelle sedi, eventuali provvedimenti disciplinari e ogni altra attività che riguardi tutti i magistrati d’Italia, vengono decisi proprio dal CSM.
Il CSM è così formato: 27 membri; tre sono di diritto, e sono il presidente della Repubblica, che ne assume la presidenza, il primo Presidente della Cassazione e il Procuratore Generale presso la Cassazione. Poi ci sono 16 magistrati e 8 nominati dal Parlamento (=dalla politica).
Appare chiara la grande maggioranza di membri “togati”, cioè, di magistrati che, per il ruolo o le competenze svolte, vengono chiamati a svolgere funzioni al CSM, e sono oltre il doppio dei membri voluti dalla politica.
Quindi, l’indipendenza della Magistratura è ampiamente al riparo da eventuali interventi o intrusioni dei partiti politici.
Attualmente, i 16 membri togati, e gli 8 politici, vengono eletti attraverso mediazioni e valutazioni delle rispettive categorie.
Ma ecco il problema.
La riforma del CSM, nel caso vincesse il “sì”, al Referendum, necessariamente prevederebbe due CSM, uno per i giudicanti, uno per i requirenti, e i membri, sia togati e politici verrebbero sorteggiati.
L’ipotesi del sorteggio solletica la fantasia di coloro che pensano che, così facendo, si escludono tutte le correnti e gli intrecci “oscuri” che tanto hanno fatto parlare dopo il c.d. caso Palamara. Ma è solo uno specchietto per allodole.
Per la componente “laica”, cioè, politica, si prevede un sorteggio c.d. temperato. Vuol dire che, il Parlamento, per meglio dire, la politica, predisporrà un elenco di nomi da sorteggiare.
Per la componente “togata”, cioè, di magistrati, il sorteggio viene chiamato puro. Termine elegante per nascondere la verità: umiliare l’intera categoria. Cioè, a quanto se ne può sapere oggi, il sorteggio riguarderà i nomi di magistrati scelti, non si sa bene come. Ebbene sì, non è dato sapere, ad oggi, come avverrà questo sorteggio e come verranno scelti i nomi dei sorteggiati. Di certo non saranno sorteggiati tutti i magistrati d’Italia. Quindi, come procedere?
Dalla Camera dei Deputati vado a leggere “Rassegna sull’organizzazione della magistratura in alcuni ordinamenti giuridici europei”, ci sono la gran parte dei Paesi UE e, tutti, ripeto, TUTTI, vengono eletti, nelle varie cariche, in base a criteri interni, da propri colleghi. Non si conosce la scelta (mi rifiuto di scrivere “istituto”) del sorteggio che, al più, andrebbe bene per un arbitro di calcio.
Sul punto faccio notare che, senza entrare troppo nel merito dei problemi, la Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, di Trani, di Caserta, operano tra le zone ad altissima densità mafiosa con problemi e realtà molto diverse l’una dall’altra e nulla hanno a che fare con problemi e realtà con Rimini, Aosta, Rieti. Come è possibile sorteggiare un magistrato che proviene da una delle prime tre procure e mandarlo in una delle altre tre, appena nominate, disperdendo il patrimonio professionale creando un danno enorme nella lotta alle mafie? Come non vedere il disastro se, al contrario, un magistrato proveniente da una cittadina tranquilla venisse catapultato in un’altra dove regnano più clan mafiosi e organizzazioni criminali senza aver avuto alcuna esperienza al riguardo?
È chiaro che, molto probabilmente, anche per il sorteggio c.d. puro, vi saranno delle mediazioni, delle riunioni per indicare i nomi più adatti per un certo tipo di procure.
Quindi, si tratta di una vera riforma o solo di un maquillage che non cambierà affatto la realtà?
Appare logico che, i nomi dei magistrati e politici che parteciperebbero al sorteggio, emergerebbero solo dopo incontri, mediazioni, riunioni, all’interno della Magistratura e dei partiti politici, che altro non sono frutto dei lavori delle attuali correnti e intrecci “oscuri” che si vorrebbero eliminare.
Inoltre, come già anticipato, nulla è dato sapere sulla procedura di questi sorteggi.
Concludendo, il sorteggio, sembra uno strumento liberatorio che eviterebbe trame ambigue, ma che, in verità, non cambia nulla rispetto al passato.
IV
All’interno del CSM, attualmente, vi è la sezione disciplinare, che giudica i magistrati per eventuali errori, omissioni, danni e irregolarità commessi durante l’esercizio delle funzioni. Dopo la vittoria del “sì”, si procederà all’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare che sostituirà, appunto, la sezione disciplinare.
Sarà formata da 15 membri, 3 nominati dal presidente della Repubblica, 3 votati dal Parlamento in Seduta Comune, estratti a sorte (tutti questi devono essere scelti tra professori ordinari di università, in materie giuridiche, e avvocati con almeno venti anni di esercizio), 9 magistrati estratti a sorte: 6 giudicanti e 3 requirenti.
E qui, si intravede l’astio e il veleno che questo governo cova verso la magistratura requirente. Ma per quale motivo i nove membri “togati”, debbono essere in maggioranza giudicanti? Perché mai non decidere il numero di 10 o 8 e fare al 50%?
Sia per una forma di rispetto, sia per garantire al massimo la rappresentanza delle due categorie che, in caso di vittoria del “sì”, diverrebbero, tra di loro, altra cosa in modo definitivo. Ravviso estremi di incostituzionalità, ma questo lo si vedrà in seguito.
Altra questione preliminare, in caso di decisione sfavorevole al magistrato, oggetto di provvedimento disciplinare, esso potrà fare ricorso alla medesima Corte Disciplinare, sia pure in composizione diversa.
Ora, non scomoderei articoli e giurisprudenza costituzionale, ma intravedo ulteriori profili di incostituzionalità anche su questo versante: per un giusto processo e per l’elisione di un vero secondo grado di giudizio; che poteva essere demandato alla Corte di Cassazione. Ma, anche qui, la riforma svela il suo vero profilo, la volontà è quella di scardinare l’indipendenza della Magistratura, metterla in un angolo e obbligare, il magistrato oggetto di eventuale sanzione, costretto a rimanere nella medesima corte che lo ha già giudicato e ritenuto colpevole.
E qui, come già detto, vi è la fallacità e la tracotanza di questo legislatore insensibile ai pesi e contrappesi che ha sempre contraddistinto la materia costituzionale e, se vogliamo, tutto il sistema della Pubblica Amministrazione.
Umiliare e ammansire un’intera categoria che, fino ad oggi, resta ed è indipendente sotto l’egida dell’art. 101 della Costituzione: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”.
L’articolo in commento, come un faro, ha guidato e guida la Magistratura e sarà, forse, l’unica ancora di salvezza alla deriva della riforma Nordio.
Un giudice soggetto a provvedimento disciplinare da professori universitari e avvocati, non credo possa resistere a quanto previsto dalla norma citata.
Come non rendersi conto che, questa Alta Corte sarà vittima di intrusioni politiche anche solo per il potere che i suoi membri eserciteranno: gestire funzioni giurisdizionali nei confronti di magistrati; dominerà sopra i due CSM come fosse una nuvola che potrà scagliare saette a chi non si allineerà alle direttive del governo.
V
E qui giova ricordare cosa c’è in serbo dopo il Referendum.
La riforma Cartabia prevede, per migliorare l’efficienza della Giustizia, che il governo possa stilare una lista dei reati da perseguire a scapito di altri che verrebbero esclusi dalle indagini.
In barba al principio costituzionale che l’azione penale è obbligatoria, il governo, quindi la politica, potrà indicare i reati che debbono essere oggetto di indagini. Pertanto, un magistrato che volesse perseguire un reato che il governo non lo ha indicato come priorità, ecco che rischierebbe di finire sotto accusa dall’Alta Corte Disciplinare.
Pensiamo se, per caso, dopo l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, venisse tolto dalla lista dei reati da perseguire, quello di concussione, magari entro un certo limite economico.
Questa è la riforma che noi cittadini vogliamo per migliorare l’efficienza della Giustizia?
————
Concludo con una riflessione sul piano storico.
Perché mai questo governo, che gode di ampia maggioranza, di ampio gradimento dei cittadini italiani, stando ai sondaggi, rischierebbe con un Referendum dall’incerto risultato?
È vero che la presidente Meloni ha già dichiarato che non si dimetterà nel caso vincessero i “no”, ma di certo, sarà un duro colpo per l’immagine di tutto il governo.
Questa riforma non riformerà la Giustizia ma solo la Magistratura.
Non in modo positivo per migliorarne la sua efficienza, difatti, non verranno stanziati fondi o previste modifiche a vantaggio di tutta la categoria.
La riforma Nordio serve a limitare, se non ad eliminare l’indipendenza della Magistratura che è in linea con l’altra riforma della Corte dei Conti, altra Magistratura a cui vengono spuntate le armi per contrastare la corruzione nella Pubblica Amministrazione.
Serve a mettere, su di un piedistallo superiore, il governo che vedrà, dall’alto, tutta la Magistratura, umiliata e divisa.
Ma non è questo il fine ultimo.
Per ottant’anni, la destra, è rimasta fuori dall’Arco costituzionale. Per questi lunghi decenni non hanno mai contato nulla, sempre fuori da tutte le riforme importanti (Statuto dei Lavoratori, Divorzio, La nascita delle Regioni, la legge Basaglia, la Riforma del Diritto di Famiglia, l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale) che, negli anni settanta, hanno mutato l’Italia e gli italiani.
Cultura, letteratura, cinema, intellettuali, premi Nobel, negli anni passati sono sempre stati a sinistra, mai a destra.
Con l’avvento di Berlusconi è andato al governo il centro destra ma, la destra è stata sempre sulla scia, e mai in testa, a quella compagine politica.
Oggi, per la prima volta, chi è al governo ha i numeri e i poteri per cambiare per sempre la storia di questo Paese, a cominciare dalla sua Costituzione.
Quante volta abbiamo sentito dire, e abbiamo detto, che la Costituzione è antifascista?
Quante volte abbiamo ricordato che la Resistenza e l’antifascismo hanno reso possibile la Repubblica e il benessere degli anni sessanta?
Ora, la destra, ha la possibilità di mettere la sua firma sulla Costituzione, proprio quella che noi chiamiamo “antifascista”.
Ecco il vero motivo di queste riforme che non riformano nulla.
Una volta cambiati molti articoli della Costituzione da questo governo, nessuno più potrà sostenere che è una Costituzione antifascista.
I fascisti, o postfascisti, comunque, la destra, intende modificare profondamente uno dei capisaldi della Repubblica e metterci la firma.
Non interessano gli effetti, anche se nefasti, quello che conterà sarà la firma finale.
Finisco con un’amara chiosa.
Nessuno si arroghi il diritto di dire che così deturperanno la Costituzione.
Lo ha già fatto la sinistra nel 2001, bruttando tutto il Titolo V della Costituzione introducendo l’Autonomia differenziata.
E li abbiamo visti raccogliere le firme per la sua abolizione!
Comunque, non ci resta che votare “NO”, per evitare un’altra riforma che non solo non riforma, ma che rovina ampiamente una parte della nostra Carta costituzionale.

(Gioacchino Musumeci) – 500MILA FIRME e oltre raggiunte in meno di tre settimane contro la riforma della giustizia partorita ( male) da Carlo Nordio in una sorta di teratogenesi normativa raccontata come indispensabile peri cittadini.
La partecipazione popolare massiccia contro la riforma mostra che il tema della giustizia importa molto ai cittadini e questo potrebbe essere un segnale che contrariamente a quanto osservato alle elezioni politiche gli italiani non diserteranno le urne.
Quanto rosicamento presso coloro che immaginavano la strada spianata e conservano gelosamente le reliquie ideologiche dei defunti e immanenti stinchi di santo Licio Gelli e Silvio Berlusconi.
La raccolta firme contro cui il governo voleva imporsi con la postura muscolare del Balilla ammodernato, continuerà per tutto Gennaio e sarà interessante quantificare con precisione il risultato dell’iniziativa antiriforma.
Nel contesto caotico che accompagna l’ingresso del nuovo anno, ancora una volta la premier Meloni offre uno spettacolo avvilente a conferma della schizofrenia politica con cui guida il Paese. Non molto tempo fa la Meloni, in uno dei tanti deliri contro i nemici per cui è nota urbi et orbi, si era scagliata, tanto per cambiare, contro la Sx descritta come arroccata nei salotti, colpevole di ascoltare solo sé stessa e mai i cittadini.
Tuttavia in occasione della raccolta firme contro la sua riforma la premier si è ben guardata dall’ascoltare le istanze dei cittadini e ha deciso la data del voto prima della scadenza dei tre mesi utili per la raccolta firme. Evidentemente la destra meloniana ha orecchie solo per i supporter perennemente muti o informati male.
Giorgia Meloni ha scommesso su una riforma devastatrice con aumento di spesa pubblica, progettata perché la casta di cui l’attuale governo rappresenta il peggio, sia ben protetta in una bolla di impunibilità. I comuni cittadini invece dovrebbero accontentarsi dell’erosione dei loro diritti senza protestare.
Allora Giorgia Meloni preghi che gli elettori non si informino, non capiscano davvero le intenzioni contenute nella sua riforma. In quel caso le si aprirebbero le porte verso l’immondezzaio politico dove comunque precipiterà nonostante sforzi mediatici grotteschi tesi a raccontarne il meno di nulla come rivoluzione scalpitante.
I meloniani con grande giubilo hanno riportato che l’Economist definisce Giorgia Meloni “una politica eccezionale” ma si sono fermati a ” Eccezionale” perché non hanno capito l’humor britannico di Lockwood autore del pezzo. Secondo l’Economist la Meloni è una specialista dell’immobilismo, una politica eccezionale perché non cambia quasi nulla ed è questo il prezzo della stabilità di cui si vanta. Da Destra del fare a destra del non fare il passo è stato breve.
L’incendiaria Meloni avrebbe dovuto cambiare tutto ma è un vessillo eccezionale del nulla di fatto oltre chiacchiere. Praticamente niente di più che una patacca.

(The Economist) – Quando i manifestanti sono scesi nei bazar e nelle strade dell’Iran, la guida suprema, Ali Khamenei, ha risposto con i proiettili.
Dopo due settimane di slogan come “morte al dittatore”, miliziani alleati dei Guardiani della Rivoluzione, armati di fucili automatici, sono arrivati a ondate su sciami di motociclette.
Con i cecchini, hanno sparato contro i loro concittadini, mirando al volto e ai genitali. Gli obitori sono al collasso. I corpi nei sacchi sono accatastati sui marciapiedi insanguinati. Diverse migliaia potrebbero essere i morti. Migliaia di feriti sono stati arrestati, alcuni trascinati dai letti d’ospedale nelle celle di prigione e verso un destino incerto.
Questo dovrebbe essere il momento che pone fine ai 47 anni di potere dei teocrati. Gli iraniani meritano di vivere in un Paese democratico e prospero, non da ultimo per il loro coraggio.
Il mondo trarrebbe beneficio dal fatto che l’Iran si trasformasse da minaccia nucleare ed esportatore di violenza in tutto il Medio Oriente in una potenza commerciale tollerante e stabile.
Ma le proteste da sole non fanno cadere una tirannia. Che cosa farebbe un attacco americano, preso in considerazione dal presidente Donald Trump, per portare alla caduta dei mullah? E se il regime dovesse crollare, che cosa potrebbe seguire?
I governanti iraniani sono spietati per via della loro debolezza. Non hanno dove voltarsi e non hanno nulla da offrire al loro popolo se non la violenza. In patria, i cittadini iraniani devono sopportare un’economia in contrazione, prezzi dei generi alimentari in rapido aumento, disoccupazione e una povertà sempre più grave.
All’estero, il regime è stato umiliato, poiché le sue forze per procura in Libano, Siria e Gaza sono state colpite duramente o distrutte, per lo più da Israele, dal 2023. La guerra di 12 giorni dell’anno scorso ha mostrato che il regime non era nemmeno in grado di proteggere i propri comandanti e i siti nucleari.
Dopo aver represso le proteste negli anni precedenti, Khamenei talvolta aveva offerto concessioni, come l’allentamento del codice di abbigliamento per le donne. Questo mese il suo governo ha proposto un sussidio generale pari a 7 dollari al mese, sperando di placare l’ira popolare. È stato accolto con scherno.
[…] L’esito più cupo sarebbe che il regime resti al potere, legato dal sangue, condannando gli iraniani a un’oppressione stagnante e duratura. Sarebbe pessimo anche un collasso dell’Iran in una violenza ancora maggiore.
La dissoluzione della Jugoslavia negli anni Novanta, l’invasione dell’Iraq nel 2003 e la guerra civile in Siria offrono lezioni severe su quanto sia difficile porre fine a decenni di repressione senza provocare spargimenti di sangue di massa. Curdi, azeri, beluci o altri separatisti potrebbero sollevarsi e l’Iran potrebbe sprofondare nel caos. Aggiungete la presenza di uranio arricchito, scienziati nucleari ed estremisti religiosi, e i rischi diventano enormi. Il timore di ciò che potrebbe venire dopo può spiegare perché alcuni all’interno dell’Iran finora non si siano uniti alle proteste.
In mezzo vi sono scenari in cui il regime si frammenta. Forse i Guardiani della Rivoluzione potrebbero estromettere la guida suprema. Oppure una fazione dei Guardiani potrebbe prendere il potere in nome del popolo e cercare legittimità chiamando altre fazioni a rispondere delle recenti uccisioni. In tal caso potrebbero essere aiutati dall’esercito regolare, che finora è rimasto in disparte. In ogni caso, i nuovi uomini al comando potrebbero cercare di raggiungere un accordo in cui l’America allenti le sanzioni in cambio di rigidi limiti al programma nucleare e ai missili balistici dell’Iran.
L’America potrebbe tentare di infliggere un colpo a un regime che è stato una piaga persistente a Washington per oltre quattro decenni. […]
Tuttavia, il semplice elenco delle opzioni mostra quanto sarà difficile per un’azione americana avere successo. Se Trump ordinasse attacchi, l’Iran dispone di una formidabile batteria di missili a corto e lungo raggio che potrebbero colpire in risposta in tutto il Medio Oriente, dando luogo a un’escalation imprevedibile — motivo per cui i Paesi della regione mettono in guardia contro un attacco americano.
Una decapitazione dall’aria richiederebbe un’intelligence di altissimo livello contro un avversario che è stato avvertito. Anche con l’ayatollah fuori gioco, un accordo in stile Caracas con i Guardiani della Rivoluzione difficilmente creerebbe una stabilità duratura, perché gli iraniani in lutto bramerebbero vendetta contro generali con così tanto sangue recente sulle mani. […]
La posta in gioco è straordinariamente alta. Con Trump alla Casa Bianca, le vecchie certezze della geopolitica si stanno sciogliendo. La sua preoccupazione non sarà mai quella di rispettare il diritto internazionale, né di promuovere un club di democrazie liberali. Ma, mentre l’Iran viene abbandonato dai suoi alleati, Cina e Russia, egli è più disposto di qualsiasi recente presidente americano a produrre grandi cambiamenti se crede che rafforzeranno l’influenza americana e il proprio prestigio. Ogni intervento è una prova del tipo di mondo che ne scaturirà.
Un tempo ogni sollevazione popolare sembrava annunciare la nascita di una nuova democrazia. Purtroppo, dopo i fallimenti della Primavera araba, non è più facile immaginare che il percorso dell’Iran possa essere così semplice. La speranza, nondimeno, è che col tempo il crollo del regime favorisca il coraggioso popolo iraniano, che ha dimostrato ancora una volta di essere la più grande benedizione del proprio Paese.

1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea – gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!
Si tratta di crimini etici, politici, giuridici e persino di senso comune, che prendono la forma di invasioni, colpi di stato, rivoluzioni colorate/teleguidate, assassini mirati, bombardamenti pedagogici, sanzioni, minacce di annessioni di paesi amici (Groenlandia, Panama, Canada…) o nemici (Cuba, Palestina/Gaza etc…), sequestri di presidenti (Maduro, 3 gennaio 2026) e tentativi di assassinarli (Putin, 28/29 dicembre 2025[1]). La storia retrocede di duecento anni, restaurando la gloriosa legge del gorilla. E l’Europa, e l’Italia, sia detto en passant, sono dignitosamente schierate dalla parte del gorilla!
Nell’apprezzamento dell’oligarchia politico-affarista nordamericana, visibilmente uscita di senno, la Legge viene rispettata solo quando fa comodo. Chi osa resistere, se non dispone di adeguata deterrenza economica o militare, rischia la vita, come paese e come persona.
Una lunga schiera di analisti – valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[2] – ha documentato con inoppugnabile evidenza che in 80 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato (o tentato di) oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni di decine di paesi, bombardando popolazioni di una trentina di nazioni, la maggior parte povere e indifese; hanno provato ad assassinare politici di cinquanta stati, finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre venti paesi. La magnitudine di questi crimini viene spesso evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono più in alto o restano al loro posto, impuniti.
Il pianeta Terra non troverà pace fin quando non riuscirà a liberarsi da questo tumore metastatizzato che vuole dominare l’universo, aggredendo chiunque non si piega. Sanzioni, minacce, bombe, agenzie segrete, basi militari – 686 in 74 paesi[3] (in Italia 113[4] e 65/90 testate nucleari[5], in violazione del Trattato di Non Proliferazione), cui si aggiungono quelle segrete e quelle dei loro compagni britannici di merende – e via dicendo, nulla viene scartato, purché serva allo scopo.
Si tratta di cose note, eppure si continua a dipingere questo inquietante paese come l’ideale cui tutti aspireremmo, con qualche lacuna, certo, ma che volete? … la perfezione non è di questo mondo! e una delle ragioni alla base di tale distopia è costituita dalla colonizzazione delle menti[6] – tramite infiltrazione ideologica, manipolazioni, demonizzazione di altre nazioni, alterazioni percettive per sovvertire governi sovrani e altro ancora – che il governo degli Stati Uniti ha accentuato ancor più dalla fine della guerra fredda (1991). Si tratta di un vero e proprio lavaggio cerebrale, che impedisce ai popoli assonnati di avere un’idea meno approssimata degli accadimenti del mondo.
2. Venendo all’Iran, è noto che la plutocrazia (governo dei ricchi!) nordamericana è da sempre attenta alla tutela della vita umana degli altri popoli: basta gettare uno sguardo sul trattamento riservato nel giugno 2025 ai mille civili iraniani uccisi durante l’aggressione Usa-Israele, alla schiera interminabile di latino-americani, iracheni, libanesi, siriani, vietnamiti, somali, yemeniti, serbi etc. morti sotto le bombe umanitarie a stelle e strisce, alle violenze perpetrate – a dispetto del cosiddetto cessate il fuoco israeliano del 9 ottobre 2025 – contro il popolo palestinese, i cui massacri non sono mai cessati, con armi, soldi e (dietro le quinte) soldati Usa.
Oggi, questa nazione, per bocca del suo sublime rappresentante presidenziale, esprime turbamento per le sofferenze dei manifestanti iraniani scesi in piazza. Un’attenzione questa che qualche settimana fa era stata riservata anche ai cristiani della Nigeria, singolarmente la nazione più ricca di petrolio di tutta l’Africa, ma non ai cristiani di Siria, un paese ora guidato da un signor convertito alla democrazia, tale al-Jolani, di pregresso mestiere tagliagole, divenuto meritevole di abbraccio fraterno alla Casa Bianca e della mano sul cuore dei due capo-maggiordomi europei, von der Leyen e Antonio Costa. Quale esaltante esplosione di valori umani occidentali e di coerenza politica!
Se nei farfugliamenti del presidente i coraggiosi, empatici bombardamenti degli aviatori americani faranno migliaia di morti, che sarà mai! il popolo però potrà finalmente vivere in democrazia (quale genere di, possiamo immaginarlo gettando uno sguardo su Siria, Libia, Somalia etc.). Il compito di chiarire questo aspetto è comunque affidato alle incantevoli agenzie di intelligence, alle corporazioni di Wall Street e alle Sette Sorelle.
In verità, quel che accade in Iran in queste ore è un caso da manuale di regime change. La tecnica è collaudata: a) creare una crisi economica con sanzioni illegittime (in Iran durano da quasi cinquant’anni) rese più stringenti negli ultimi anni. La depressione economica genera infatti malcontento, che a sua volta spinge il popolo a protestare; b) vengono quindi reclutate schiere di infiltrati che per quattro soldi sparano su forze dell’ordine e manifestanti (modello Kiev/Maidan, 2014) creando caos, confondendo le responsabilità, inducendo a credere che il sistema stia crollando; c) a seguire – questa è la scommessa – i vertici dovremmo frantumarsi consentendo alle bombe umanitarie Usa di dare il colpo di grazia. Fine della storia. Questa volta, tuttavia, in Iran le cose sembrano andare altrimenti.
Vediamo. Che le inizialmente pacifiche manifestazioni contro il carovita e le critiche condizioni economiche siano state inquinate da teppisti al soldo del Mossad (e dunque della Cia e dell’Mi6) lo ha candidamente riconosciuto lo stesso servizio segreto israeliano[7], corroborato da Mike Pompeo (ex segretario di Stato e direttore della Cia con Trump 1.0) che ha complimentato i rivoltosi e i loro accompagnatori del Mossad[8] per il lavoro svolto sul campo. Dunque, non dovrebbero esserci dubbi, ma gli attenti osservatori di mainstream voltano pagina con indifferenza, perché verità o menzogna si confondono all’orizzonte. Solo pochi curiosi mantengono l’uso della ragione, la maggioranza fa fatica ad accettarne la deduzione.
Mentre restano aperte le piaghe inferte dall’impero all’Ucraina e al Venezuela, ecco dunque il turno dell’Iran. E la ragione è così banale che anche una foca esquimese riesce a capirla: il petrolio, croce e delizia delle nazioni indifese! Le riserve di petrolio e gas insieme fanno dell’Iran il primo paese al mondo, un boccone che più ghiotto non si può. Gli Stati Uniti vogliono imporre a tutti i paesi produttori l’uso del dollaro nelle transazioni energetiche, facendo in parallelo la guerra alle energie rinnovabili (di cui la Cina è dominus) che potrebbero prendere il posto dei combustibili fossili. Se il petrodollaro scomparisse, la valuta americana diverrebbe carta straccia, frantumando un’economia che si regge sulla stampa di moneta, pratica poco costosa che estrae da decenni lavoro e ricchezze dal resto del mondo. Non basteranno i dazi (tasse al consumo) imposti dall’instabile inquilino della Casa Bianca per reindustrializzare il paese, in assenza dei fondamentali. L’impero è in frantumi. Per tornare una nazione normale ci vorrà ancora tempo, ma il destino è segnato.
3. Insieme al petrolio l’altro obiettivo è indebolire lo sfidante principale, la Cina, la cui economia, nel semplicismo trumpiano, senza il petrolio iraniano verrebbe messa in ginocchio e comunque tornerebbe al petrodollaro, abbandonando il petroyuan. Ma la Cina ha tante frecce al suo arco e saprà reagire a dovere. Infine, Washington immagina che eventuali trasferimenti di armamenti russi a favore di Teheran intrappolata in una guerra prolungata indebolirebbe l’impegno di Mosca sul fronte ucraino, con presunti benefici per l’Occidente Collettivo esposto su quel fronte.
Per Israele, a sua volta, e in misura minore per Washington, la destabilizzazione dell’Iran porterebbe alla frantumazione del paese. L’Iran è in effetti composto da diverse etnie: azeri, curdi, arabi, baluchi, kazaki, Lori, Qasquai e altri, mentre i persiani veri e propri non superano il 55%. Tante piccole nazioni in guerra tra loro e facilmente soggiogabili, sul modello Libia o Siria, è anche il sogno di Israele. Ma l’Iran, che fino al 1935 si chiamava Persia, ha una lunga storia e una panoplia di articolate anime e configurazioni, che i deliranti propositi trumpiani non capiranno mai. È dunque consigliabile evitare previsioni e semplificazioni.
In uno scenario mediorientale di conflitto prolungato che coinvolga gli Usa, Israele potrebbe beninteso coronare il suo sogno, liberarsi una volta per tutte dei palestinesi sopravvissuti, cacciandoli in Egitto o chissà dove.
Una nuova aggressione Usa-Israele contro l’Iran aprirebbe d’altra parte scenari imprevedibili su altri fronti: a) con la Turchia, che resta inquieta davanti all’espansionismo israeliano in Siria; b) i curdi, indomiti e divisi su quattro paesi; c) il Pakistan, che dispone dell’arma nucleare e potrebbe non restare indifferente in un conflitto allargato; d) l’Iran infine, va rilevato, secondo l’Aiea dispone di oltre 400 kg accertati di uranio arricchito (che non sono stati distrutti nella messinscena del bombardamento di Fordow nel giugno ’25, e potrebbe averne persino di più), con i quali si può già fabbricare un ordigno nucleare. Secondo alcuni analisti, infatti, Teheran sarebbe già ora una potenza nucleare non dichiarata, che messa alle strette potrebbe utilizzare l’arma atomica, come del resto Israele in situazioni analoghe. Infine, se aggredita, Teheran potrebbe ricorrere all’arma atomica energetica, riempire di mine il Mar Rosso rendendolo impercorribile per anni e/o chiudere lo stretto di Hormuz, dove transita un terzo del petrolio mondiale via mare, il 20% del totale. Arma estrema certo, ma possibile, anche se ciò non piacerebbe alla Cina, che nel 2025 – infischiandosi delle sanzioni statunitensi – ha acquistato l’80-90% dell’export petrolifero iraniano[9], equivalente al 13,6% del totale importato.
In buona sostanza, qualora davvero gli Stati Uniti, insieme a Israele, decidessero sconsideratamente di tornare ad aggredire l’Iran, il mondo intero, non solo la regione mediorientale, si troverebbe davanti a drammatici scenari. Non può non generare acuta depressione constatare il silenzio dei governi europei – e per quanto ci riguarda della patetica l’Italia, priva di un briciolo di coraggio in politica estera – davanti a questa locomotiva impazzita, che gioca con la vita dei popoli, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano, in caso di escalation nucleare.
Il pericolo qui non viene da autocrazie o dittature, comuniste o fasciste che siano, ma dalle degradate élite nordamericane, dai loro vassalli europei e dai media servili che imbrattano con le loro menzogne le menti del popolo.
4. Per finire, è bene evidenziare ancora una volta che l’aggressione militare contro una nazione sovrana (o meglio il secondo atto, dopo lo scorso giungo) costituisce un atto illegittimo sia per il diritto internazionale che per la Costituzione statunitense, poiché una guerra non dovuta a legittima difesa deve ottenere il via libera del Congresso. Ora, in assenza di un potere superiore, sulla scena anarchica internazionale, che disponga del monopolio dell’uso della forza e capace di imporre il rispetto della Legge, pesi e contrappesi interni alla cosiddetta democrazia americana dovrebbero supplire, al meno in parte, suggerendo moderazione e rispetto della sovranità altrui. Ma questo è proprio ciò che fa acqua da tutte le parti. Dunque, se in un solo anno l’esagitato inquilino della Casa Bianca ha messo a soqquadro il commercio del pianeta e aggredito impunemente sette paesi (Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen), solo Iddio sa cosa potrà combinare nei tre anni che lo separano dalla sua uscita. Senza la massima attenzione al principio di non interferenza negli affari altrui, il mondo diventa un inferno. Ogni nazione ha il diritto inalienabile di scegliere il proprio destino, anche sbagliando. Non v’è dubbio che l’Iran sia una teocrazia (lo è del resto anche Israele), ma gli iraniani hanno diritto di scegliere il loro sistema come credono. D’altra parte, non dovrebbe sorprendere che un paese sotto assedio da anni, brutalmente aggredito, senza rappresentare un pericolo per nessuno (tantomeno per Israele o gli Stati Uniti), un governo che vede massacrare i propri vertici militari, insieme a suoi alleati, un paese che teme di essere destabilizzato a morte, reagisca fuori le righe. Una domanda sorge spontanea: cosa avrebbe fatto un governo europeo davanti a manifestanti armati che sparano alle forze dell’ordine e ai manifestanti? La domanda è aperta. Lasciamo dunque in pace l’Iran, e pian piano anche quel paese troverà la strada verso una apertura politica, sociale e istituzionale. Per favorire questi sviluppi, semmai, andrebbero promossi commerci e investimenti, scambi scientifici, turismo e via dicendo, come prevedeva del resto, tra le righe, il Jcpoa[10] (l’accodo nucleare voluto da B. Obama nel 2015), che nel 2018 Trump decise di stracciare, sotto la pressione di Israele. È verosimile che dopo dieci anni, se l’accordo fosse rimasto in vigore, avremmo oggi a che fare con un paese diverso, più aperto e finanche influenzabile sui temi che ci stanno a cuore. In verità, l’Iran è un nemico costruito, che serve le agende di Israele e dell’espansionismo nordamericano. È la sua sovranità che deve essere frantumata. La storia non fa regali. Piegarsi senza fiatare agli appetiti imperialistici degli Stati Uniti toglie etica alla coscienza politica e persino significato alla nostra alleanza, e non fa certo gli interessi del popolo iraniano. Le guerre, sarà bene ribadirlo in chiusura, uccidono sempre la povera gente. Donald Trump è invitato a passare qualche giorno a Gaza in una tenda battuta dal vento, o in una casa iraniana bombardata da quegli ordigni di cui tanto va fiero. Se sarà sopravvissuto, saremo curiosi di ascoltare il suo pensiero.
[1] https://mail.yahoo.com/d/folders/1/messages/AADEXJAf7tg5Og5Jjwh0IE0Y081?reason=invalid_cred
[2] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/
[3] https://www.tpi.it/esteri/basi-militari-stati-uniti-2017082350311/
[4] http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm
[5] https://www.tpi.it/esteri/bombe-nucleari-usa-italia-dati-documenti-20190717372685/
[6] https://english.news.cn/20250907/52998b0f27704866af2a66f5df6577dd/c.html
[7] https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-881733
[8] https://www.wionews.com/world/pompeo-mossad-agents-iran-protests-controversy-1767420580748
[9]https://search.brave.com/search?q=how+much+iranian+oil+china+buys&source=desktop&summary=1&conversation=91ef36f1a60913c2960518
[10] Joint Comprehensive Plan of Action
Sigarette più care, scattano gli aumenti: rincari fino a 30 centesimi a pacchetto. I rialzi, come previsto dalla manovra approvata a fine anno, proseguiranno anche nel 2027 e 2028. Nessuna novità per il tabacco riscaldato

(di Irene Maria Scalise – repèubblica.it) – ROMA – Cattive notizie per i fumatori di sigarette tradizionali. Da oggi scattano i primi aumenti decisi con la manovra di bilancio. Si parte dalle bionde del gruppo Philip Morris, come Marlboro, Chesterfield, Merit, Diana e Muratti, la multinazionale che ha la quota di mercato più alta in Italia, con aumenti che saranno fino a 30 centesimi a pacchetto. Ad esempio, le Marlboro passeranno da 6,50 a 6,80 euro a pacchetto.
Aumenteranno anche i sigari ed il tabacco trinciato ma non il tabacco “riscaldato”, come ad esempio una delle marche note Terea. Poi a seguire nei prossimi giorni i Monopoli pubblicheranno le tabelle con gli aumenti per tutte le altre marche. Sul sito dell’Adm sono disponibili tutti i nuovi prezzi espressi in euro al chilogrammo e con relativo aumento a pacchetto.
La Federazione italiana tabaccai avvisa sul proprio sito: “Si comunica che i prodotti riportati nel listino, già pubblicato sul sito internet dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, subiranno una modifica tariffaria che entrerà in vigore dal 16 gennaio 2026”. Gli aumenti, come previsto dalla manovra, proseguiranno anche nel 2027 e 2028. Il gettito atteso per quest’anno sarebbe di circa 900 milioni.