
(Giorgia Audiello – lindipendente.online) – La guerra tra l’Iran e l’asse israelo-statunitense, con le sue ricadute sulla produzione e i prezzi del petrolio e la destabilizzazione di tutta l’area mediorientale, potrebbe indebolire il sistema del petrodollaro come non era mai avvenuto prima d’ora. Lo riportano diverse analisi specializzate, tra cui quella del media economico-finanziario statunitense Bloomberg e una relazione della Deutsche Bank. Secondo Bloomberg, questo meccanismo che ha visto per più di cinquant’anni gli USA garantire la stabilità e la sicurezza in Medio Oriente in cambio dell’acquisto dei titoli del Tesoro americano da parte dei Paesi del Golfo si sarebbe addirittura «interrotto». Ciò significa che è in corso un cambiamento significativo a livello degli assetti economico-finanziari internazionali che va di pari passo con lo sconvolgimento degli equilibri geopolitici, causato in primis dalla guerra in Ucraina e incrementato ora rapidamente dalle azioni del presidente statunitense Donald Trump.
Il sistema dei petrodollari nacque nel 1974, quando Henry Kissinger, allora Segretario di Stato della presidenza Nixon, stipulò un accordo con l’Arabia Saudita con l’obiettivo di tenere alta la domanda di dollari: gli USA avrebbero fornito ai sauditi armi e protezione militare dei campi petroliferi da eventuali attacchi esterni, compresa la protezione dalla vicina Israele. In cambio, la monarchia dei Saud avrebbe dovuto rispettare due condizioni: vendere la produzione di petrolio accettando esclusivamente dollari e reinvestire i proventi della vendita in titoli di stato americani. In questo modo, gli Stati Uniti si sarebbero garantiti tre fondamentali vantaggi economico-finanziari: il mantenimento di un’alta domanda artificiale di dollari a livello internazionale, funzionale all’apprezzamento del dollaro, la giustificazione per stampare una grande quantità di cartamoneta da parte della Fed e la possibilità di finanziare facilmente il debito pubblico americano, dato che l’enorme quantità di dollari in circolazione veniva reinvestito in titoli del Tesoro statunitensi: quest’ultimo meccanismo venne ribattezzato “il riciclaggio dei petrodollari” da Kissinger.
Questo funzionamento sta progressivamente venendo meno e, se già prima dell’inizio della guerra in Iran aveva mostrato diverse crepe, dopo il 28 febbraio scorso la crisi di tale sistema si è acuita: da una parte, gli Stati del Golfo hanno complessivamente tagliato la loro produzione di greggio di almeno dieci milioni di barili al giorno a marzo; dall’altra, sia gli Stati arabi esportato che gli Stati importatori hanno cominciato a vendere i loro titoli del Tesoro USA. Infatti, il prezzo del petrolio in dollari ha superato i 100 dollari al barile, mentre le valute nazionali si indeboliscono rispetto al biglietto verde. Questo ha spinto le banche centrali a vendere i titoli USA per limitare il deprezzamento delle divise nazionali. Secondo i dati riferiti da Bloomberg, dal 28 febbraio scorso le banche centrali hanno venduto titoli statunitensi per cinque settimane consecutive: le riserve della Federal Reserve Bank di New York sono così diminuite di circa 82 miliardi di dollari, attestandosi a 2.700 miliardi di dollari, il livello più basso dal 2012.
Già in precedenza erano accaduti episodi simili, ad esempio con la crisi del Covid-19 nel 2020, durante la prima fase della guerra in Ucraina o con lo scoppio della campagna militare israeliana a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Ma la situazione era rientrata in fretta. La guerra in Iran, invece, segna una differenza fondamentale rispetto agli altri eventi geopolitici: mentre, infatti, le crisi del petrolio innescate da precedenti eventi portavano ad un aumento dei prezzi dell’energia aumentando i guadagni per i Paesi produttori – e incrementando così il sistema dei petrodollari ossia il reinvestimento in titoli americani – questa volta gli Stati del Golfo non possono estrarre e esportare il greggio, per via della chiusura dello strategico Stretto di Hormutz. A gennaio Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti detenevano complessivamente circa 300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi, ma ora a causa del calo delle entrate petrolifere e per via dei massicci investimenti nel settore della difesa, stanno rivedendo gli impegni di investimento presi con Washington solo pochi mesi fa, interrompendo anche il cosiddetto “riciclaggio dei petrodollari”. Ne deriva che entrambi i cardini del meccanismo sono interrotti: il guadagno in dollari dalla vendita di petrolio e il reinvestimento in titoli del Tesoro USA.
Inoltre, già prima della crisi mediorientale il funzionamento del meccanismo finanziario escogitato da Kissinger si era parzialmente indebolito per via di tre importanti fattori: i principali importatori di petrolio non sono più gli Stati Uniti – che sono loro stessi diventati i principali esportatori di GNL (gas naturale liquefatto) – bensì i Paesi asiatici, con la Cina in testa; il meccanismo del pagamento esclusivo di petrolio in dollari è stato eroso dall’affermazione dei pagamenti in valute locali e soprattutto dal cosiddetto petroyuan: secondo diverse fonti, tra cui il report della Deutsche Bank citato in apertura, i dati del primo trimestre 2026 mostrano che gli scambi di petrolio non in dollari, principalmente in yuan, rappresentano ormai oltre il 20% del volume globale, in forte aumento rispetto al 12% di inizio 2025. Infine, terzo elemento fondamentale, gli Stati Uniti sarebbero sempre meno in grado di garantire la sicurezza dei Paesi del Golfo. Il quadro non delinea un brusco e totale crollo del petrodollaro, ma una sua progressiva erosione che può determinare un cambiamento senza precedenti nel sistema monetario globale.

(ANSA) – MILANO, 07 APR – Anche la Casa Bianca ha postato sui social la prima foto scattata dal lato nascosto della Luna dalla missione Artemis II: mostra la Terra che tramonta dietro l’orizzonte lunare. L’immagine è stata ripresa durante lo storico sorvolo delle scorse ore, così come l’altra immagine mozzafiato che mostra invece l’eclissi vista dalla navetta Orion, pubblicata sempre da Nasa e Casa Bianca.
L’immagine destinata a diventare il simbolo della missione Artemis II (e già scelta dalla Nasa per i suoi profili social) è la foto della Terra che tramonta dietro l’orizzonte lunare, il cosiddetto ‘Earthset’, una vista simile ma diversa rispetto alla storica immagine della Terra che sorge sull’orizzonte lunare (‘Earthrise’) scattata dalla missione Apollo 8.
“L’umanità, dall’altro lato. Prima foto dal lato nascosto della Luna. Scattata da Orion mentre la Terra si immergeva oltre l’orizzonte lunare”, si legge nel post della Casa Bianca. L’altra immagine mostra la Luna vista da Orion mentre eclissa il Sole. “Eclissi totale, oltre la Terra. Dall’orbita lunare, la Luna eclissa il Sole, rivelando uno spettacolo che pochi nella storia dell’umanità hanno mai potuto ammirare”, commenta la Casa Bianca.

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – “Grazie Carlo”. Firmato, Carlo Calenda. Come Adone contemplava il proprio bellissimo volto in specchi e corsi d’acqua, il leader di Azione osserva e plaude ai propri post su Facebook. Per carità, sarà stato un mero errore, una semplice disattenzione. Ma suscita comunque un sorriso constatare come Calenda abbia scritto “grazie Carlo” sotto un suo post in cui infieriva contro avversari politici (poi cancellato, pare). È legittimo e giusto, in fondo, ringraziarsi per lo sforzo di tenere alta la bandiera dei liberali in Italia. Anche se, guardando il quadro delle prossime Amministrative, “Carlo” risulta alleato un po’ ovunque con il centrodestra: partendo da Venezia, la più importante delle città che andranno al voto a fine maggio.
Tradotto: nella laguna Azione andrà a braccetto anche con la Lega, cioè quel partito che il suo fondatore accusa a scadenza oraria di essere filo-Putin. Ma del resto in politica bisogna essere elastici, avrà pensato il senatore. Proprio lui, che rimprovera ogni quarto d’ora a Giuseppe Conte di aver governato prima con la Lega e poi con il Pd. “Conte è concavo e convesso, pronto a dire tutto e il suo contrario a seconda delle convenienze”, mordeva giorni fa Calenda sui social. Fustigatore. La versione forse più congeniale all’ex europarlamentare del Pd, già creatura politica di Matteo Renzi, poi nemico acerrimo del medesimo Renzi, quindi suo alleato nelle Politiche del 2022 dopo aver stracciato in una notte il patto elettorale con il segretario dem Enrico Letta, infine di nuovo avversario del fu rottamatore. L’anno scorso, al congresso di Azione in un piccolo teatro a Roma, seppe far ridere forte in platea Giorgia Meloni e il suo fido Giovanni Donzelli. Infierì talmente sui progressisti, il moderato, che per la premier fu semplicissimo andare in scia dal microfono: “Dopo il suo intervento porterò io un po’ di moderazione”. E tutti a ridere. È liberale ma vivace, Calenda. E a naso teme la noia, ergo detesta stare fermo. I suoi social straripano di immagini di sue gite culturali (tutte di ottimo livello, va riconosciuto). Ma non solo di monumenti e quadri vive l’uomo. Così il 29 marzo il fu ministro ha postato su Facebook una foto anche poetica: “Primo bagno”. In acqua, in una lieve penombra, c’è proprio lui, nuotatore ardimentoso. E sia chiaro, prendiamo le distanze dall’utente che sotto il post ha vergato un commento più che discolo: “Mai uno squalo quando serve”. Più politica, ma anche meno lussureggiante, un’altra osservazione: “Questo è il secondo bagno, il primo lo hai preso con il referendum”.

Cioè quella campagna per la separazione delle carriere in cui Calenda stava di nuovo dalla parte delle destre. E comunque Carlo è financo fantino, come testimonia sempre su Facebook apposita foto del liberale sopra un quadrupede, risalente allo scorso sabato. Sotto, una media di un utente su tre si congratula: “Finalmente ti sei dato all’ippica”. Un po’ scontato. Si può fare di più, e infatti ecco che arriva il commento che fa la differenza: “A Carlè, almeno Bocelli impennava… Daje un po’”. Dopodiché, e questo rincresce, in certi commenti affiora una punta di acredine che, anche in questo caso, non ci trova concordi. Per esempio: “E poi ti arrabbi se dicono che sei dei Parioli”. Però il flusso è copioso quanto simpatico. Verrebbe da scrivere, grazie agli utenti. E invece no. Meglio (ri)scrivere ciò che è giusto: “Grazie Carlo”. Di tutto.

(Dott. Paolo Caruso) – Spaventa che i più attivi aeroporti in Italia saranno a breve a corto di kerosene. L’economia mondiale è terribilmente in crisi, e da noi si avverte ancora di più trascinando in alto i prezzi dei prodotti della spesa, vittime delle speculazioni e responsabili del carovita. Se la guerra non finisce, Hormuz sarà la strettoia che farà affogare il mondo e impiccherà particolarmente l’ economia italiana. Homo faber fortunae suae, dicevano i latini, “Chi semina vento, raccoglie tempesta”, il detto dei nostri nonni. È un adagio tanto vero quanto attuale. Trump ne sa qualcosa, infatti colpevole di avere scatenato l’inferno e di volere la totale distruzione dell’Iran riducendolo all’ età della pietra, si trova a doverne subire la tempesta di missili. Non si capisce dove voglia arrivare. Agisce in maniera schizofrenica e scriteriata. Nessuno si fida di quel che dice. La tragedia per il mondo sta nel fatto che il Tycoon agisce avventatamente e vuole che gli altri si accodino alle sue follie. Il “Nobel della pace” del resto può aspettare. I pareri dei suoi consiglieri bellici restano perlopiù inascoltati infatti giurano di avergli sconsigliato da subito l’attacco all’Iran. Probabilmente aveva solo obblighi verso il “compare di merende” israeliano, che quella guerra la sognava e la preparava da tempo. Il regime teocratico degli ayatollah è tra i più abominevoli e disumani che esistano sulla faccia della terra, ma non sarà di sicuro una guerra a poterlo distruggere in quanto strutturato in maniera piramidale da non consentire vuoti del potere esercitato nel modo più crudele e con l’aggravante religiosa “in nome di Allah”. Trump ora minaccia di abbandonare la NATO, che reputa non rappresentativa degli interessi americani disprezzandone l’ istituzione, non avendola neppure consultata prima dell’attacco. Ora minaccia, esplode, ringhia. I suoi ultimatum lasciano il tempo che trovano. Vuole la distruzione totale dei nemici, e anche degli Europei a lui infedeli perché non l’hanno seguito nella forsennata corsa alla guerra, che ora strozza le economie dell’intero Pianeta. La sua sedicente madre spirituale, la pastora protestante, lo paragona a Gesù Cristo ingiuriato ingiustamente. Mi chiedo quale Vangelo conosce la suddetta? Intanto cresce sempre più il prezzo del petrolio e del gas russo, e a Putin si rivolge il “suo” amico Trump con Orban e Fico. Cosa ci si aspetta da questo mondo di pazzi, discontinui e antitetici a se stessi? Intanto in Italia il caro gasolio che inspiegabilmente ha superato il prezzo della benzina mette in difficoltà i “padroncini”dei tir e dei camion trasportatori di merci, che minacciano azioni sindacali con scioperi prolungati in grado di mettere in ginocchio l’ economia dell’ intero Paese e la vita degli italiani. Da qualche giorno gli aerei per le difficoltà ad approvvigionarsi di carburante rischiano di rimanere a terra sulle piste degli aeroporti italiani (Milano Linate, Venezia, Treviso, Pescara, Brindisi e Reggio Calabria sono già in crisi). Un grazie dunque va a Trump, a Netanyahu, e a Putin che sono all’origine dell’attuale disastro dell’umanità. Intanto la ” Giorgia nazionale ” che non controlla più il caro carburante legato anche alle speculazioni, ha deciso di favorire il lavoro smart working. Si spera che, aldilà della solita propaganda di governo, la “questua carburanti” avviata dalla Meloni con il recente viaggio nei Paesi del Golfo possa dare risultati positivi. Ma…… si dice che “Dio vede e provvede”.
Mobili e buoni pasto, il “taglio” di Brunetta costa altri 2 milioni. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro del lavoro ritocca già il documento approvato a ottobre: più soldi per manutenzione, mobili e per le spese di personale. La replica: «Spesa comunque inferiore al bilancio 2025»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Mobili, arredi, comunicazione, buoni pasto e tecnologica. Al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, presieduto dall’ex ministro Renato Brunetta, è già tempo di aggiornare la lista delle spese, messe in conto per l’intero 2026. La variazione di bilancio ammonta a 2 milioni di euro, portando lo stanziamento a 12,1 milioni di euro rispetto ai 10,1 milioni iniziali.
Il 23 ottobre scorso il Cnel aveva approvato il bilancio previsionale con i relativi esborsi previsti per i singoli capitoli di spesa. Tre mesi dopo, nell’assemblea del 28 gennaio, sono state approvate varie modifiche. Nella determina c’è un ritocco alla spesa di 100mila euro in «pubblicità, comunicazione e relazioni istituzionali», capitolo che è sempre stato a cuore all’ex ministro.
Altri 130mila euro sono aggiunti per la «manutenzione ordinaria di immobili» e per quella straordinaria. Ma non solo: il Cnel ha aggiornato la spesa, di altri 20mila euro per i buoni pasto (per un esborso di 140mila euro per questa voce), e 5mila per la voce «mobili e arredi per ufficio, anche per alloggi e pertinenze»; stessa cifra per «impianti e attrezzature».
E ancora: in totale 40mila euro vanno via per i servizi di stampa e rilegatura e quelli per la biblioteca. Cresce nel complesso di 160mila euro la previsione di spesa per hardware (40mila euro) e Ict (120mila euro). L’incremento più corposo riguarda, però, il personale con 800mila euro aggiuntivi tra competenze e Irap.
Il Cnel, contattato da Domani, respinge «qualsiasi affermazione» su «un aumento di spese gestionali e amministrative rispetto all’anno precedente», rivendicando una spending review. In confronto al 2025, da Villa Lubin sostengono che per «quanto riguarda il capitolo pubblicità, comunicazione e relazioni istituzionali lo stanziamento a valere sul bilancio 2026, comprensivo della citata variazione, è pari a 227mila euro, a fronte dei 240mila euro previsti nel 2025. Completano il quadro i risparmi sui costi per mobili e arredi da ufficio (-20mila euro) e per impianti e attrezzature (-12mila euro)». In ogni caso il documento conferma il ritocco al rialzo di 2 milioni rispetto al bilancio di previsione varato solo tre mesi prima.
I vertici del Consiglio non beneficeranno di alcun incremento, dopo che Domani aveva rivelato la delibera per adeguare la remunerazione in seguito alla sentenza sul tetto ai manager della Pa. Fa sapere il Cnel: «La decisione di non dare corso a quanto disposto dalla sentenza della Corte costituzionale è stata assunta dall’ufficio di presidenza nella seduta dello scorso 13 novembre. Nulla è mutato relativamente all’importo delle indennità».
Prenotare subito o aspettare: il dilemma degli italiani per l’estate dei voli a rischio. I vettori consigliano di acquistare per evitare altri rincari, cauti i consumatori. Così le vacanze diventano un rebus per le famiglie

(di Rosaria Amato, di Massimo Ferraro – repubblica.it) – ROMA – Le conseguenze sul trasporto aereo della guerra in Iran e del blocco del Golfo Persico sono arrivate in Europa. A dircelo non sono solo i bollettini di sette scali italiani che segnalano una carenza di jet fuel, il cui prezzo è raddoppiato nell’ultimo mese. Ma anche i flussi turistici che si stanno rimodulando, la prudenza dei vacanzieri con le prenotazioni, l’innalzamento delle tariffe dei biglietti aerei e l’ipotesi di tagliare una parte dei voli se le forniture di carburante non torneranno ai livelli ordinari. Mentre consumatori e vettori cercano di capire come muoversi per limitare gli extra-costi, il tempo stringe per organizzare le ferie e acquistare i voli.
Le compagne aeree
Scorte di carburante per diversi mesi e assicurazione sul prezzo: ITA Airways per il momento riesce a tenere al riparo i viaggiatori dagli aumenti. Per quanto, dipende però dalla durata del conflitto. D’altra parte Lufthansa, che controlla ITA al 41%, nel suo scenario peggiore prevede di lasciare a terra circa il 5,4% della sua flotta, 40 su 737 aerei. E di ritoccare le sue tariffe. Politica già attuata da Air France-Klm, che a metà marzo ha applicato aumenti di 50 euro per i voli a lungo raggio in economy. Il vettore low cost easyJet pensa a un rialzo dalla fine dell’estate, mentre studia un taglio dei voli sulle rotte servite più volte al giorno. Come già fatto da SAS, che ha soppresso centinaia di decolli, diventati un migliaio da aprile. Ryanair stima un calo delle forniture da fine maggio, valutando di ridurre le partenze del 5-10% tra giugno e agosto e di aumentare il prezzo dei biglietti del 4% circa. Invitando i consumatori ad acquistare subito, per evitare ulteriori rincari.
I consumatori
Più prudenti le associazioni dei consumatori. «Rischioso prenotare già da ora, troppe incognite sull’estate – spiega Massimiliano Dona, presidente di Unc – speriamo che la crisi non darà un pretesto alla politica per derogare alle tutele Ue e introdurre voucher “speciali” al posto dei rimborsi e risarcimenti in caso di cancellazione», come avvenuto in periodo Covid. «Noi consigliamo di optare per il rimborso del volo in caso di cancellazione, perché in un momento di incertezza come questo è difficile sapere se la riprotezione o il voucher saranno spendibili», spiega Federconsumatori.
Le protezioni
D’altra parte adesso, grazie alla nuova direttiva Ue sui pacchetti turistici, appena entrata in vigore, in caso di cancellazioni, i viaggiatori non dovranno più accontentarsi del voucher o della riprotezione, ma potranno pretendere il rimborso. Per chi acquista invece biglietti aerei in autonomia rimangono valide le norme in vigore da oltre 20 anni (e in fase di revisione): in caso di cancellazione si ha diritto al rimborso o a un volo alternativo. Se la cancellazione arriva a ridosso del volo spetta anche un risarcimento, a meno che l’annullamento non sia dovuto a circostanze eccezionali.
Prime cancellazioni
Ma intanto arrivano le prime cancellazioni. «Nel turismo organizzato assicuriamo tutto, ma c’è già stato un calo dei flussi», ammette Gian Mario Pileri, presidente Fiavet. «Per ora non siamo ancora ai livelli drammatici del Covid, si fermano al 35% delle prenotazioni», rileva Marco Celani, presidente di Aigab (Associazione gestori affitti brevi). Ad annullare il soggiorno in Italia sono soprattutto i turisti dal Medio ed Estremo Oriente. Se si guarda invece alle destinazioni, «resistono le prenotazioni sul lago di Como o in Costiera, si cancellano quelle nelle città d’arte, come Roma», aggiunge Celani. In genere si evitano prenotazioni a lungo raggio, meglio per ora limitarsi alle tre/quattro settimane. Gli operatori puntano più sugli italiani e sui vicini di casa, come francesi e tedeschi. Con la preoccupazione che, dato che i costi del carburante rimarranno alti a lungo, se l’estate dovesse essere troppo calda «molte famiglie del Nord Europa che viaggiano in auto si accontenteranno del Mar Baltico piuttosto che venire in Italia».

(ANSA) – “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.
Trump, stanotte potrebbe anche accadere qualcosa di meraviglioso
(ANSA) – Dopo aver scritto che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita.
Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà”, Trump nel suo post su Truth ha aggiunto che “tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale – in cui prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate – forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario, chissà”.
“Lo scopriremo stanotte: sarà uno dei momenti più importanti nella lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte giungeranno finalmente al termine”, ha aggiunto.
Qatar, ‘guerra in Medio Oriente vicina al punto di non ritorno‘
(ANSA-AFP) – Il Qatar ha avvertito che la guerra in Medio Oriente è vicina a una soglia oltre la quale non sarà più controllabile, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fissato una scadenza per la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran.
“Dal 2023 avvertiamo che un’escalation incontrollata ci porterà in una situazione incontrollabile e siamo molto vicini a quel punto. Per questo motivo abbiamo esortato tutte le parti a trovare una soluzione per porre fine a questa guerra prima che sia troppo tardi”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari.
Vance, ‘molti negoziati prima della scadenza dell’ultimatum all’Iran’
(ANSA) – Ci saranno “molti negoziati” prima della scadenza dell’ultimatum all’Iran. Lo ha detto il vicepresidente americano JD Vance in conferenza stampa con il premier ungherese Viktor Orban a Budapest.
“Non credo che la notizia dell’isola di Kharg rappresenti un cambiamento di strategia o un cambiamento di posizione da parte del presidente” Trump, ha aggiunto.
Vance, ‘Stati Uniti e Ungheria baluardo della civiltà occidentale’
(ANSA) – Quello che Stati Uniti e Ungheria rappresentano “insieme, sotto la leadership di Viktor e del presidente Trump, è la difesa della civiltà occidentale”. Lo ha detto il vicepresidente americano JD Vance in conferenza stampa con il premier ungherese Viktor Orban a Budapest.
“La difesa dell’idea che i bambini debbano andare a scuola per essere educati, non indottrinati, la difesa del diritto delle famiglie europee e americane a vivere dignitosamente, a potersi muovere, a potersi permettere di riscaldare e raffreddare le proprie case, la difesa del fatto che le nostre società si fondano su una civiltà e su valori cristiani che animano tutto, dalla libertà di espressione allo stato di diritto, fino al rispetto delle minoranze e alla tutela dei più vulnerabili”, ha evidenziato Vance.
“Ci sono molte cose che uniscono Stati Uniti e Ungheria. Purtroppo, sono state poche le persone disposte a difendere questi valori. Viktor Orban è una rara eccezione e anche per questo sono qui”, ha aggiunto.
Vance, ‘obiettivi militari della guerra con l’Iran raggiunti, a breve finirà’
(ANSA) – “Gli obiettivi militari degli Stati Uniti sono stati raggiunti. Ciò significa, come ha detto il presidente, che a breve questa guerra si concluderà. E credo che la natura della conclusione dipenda in ultima analisi dagli iraniani”. Lo ha detto il vicepresidente americano JD Vance in conferenza stampa con il premier ungherese Viktor Orban a Budapest.
Fox, ‘a Kharg nel mirino bunker, stazioni radar e deposito munizioni’
(ANSA) – L’attacco americano sull’isola di Kharg aveva come obiettivi bunker, stazioni radar e un deposito di munizioni. Lo riporta Fox citando alcune fonti.
Altri asset militari sull’isola di Kharg sono stati colpiti, mentre i moli di attracco, più strettamente legati alle attività petrolifere, non sono stati presi di mira intenzionalmente: sarebbero stati però distrutti nel caso in cui gli iraniani avessero aperto il fuoco, secondo quanto riferito a Fox News da un alto funzionario statunitense.
Frana in Molise: chiuse la linea ferroviaria e la A14 tra Termoli e Vasto. Riattivato lo smottamento nel Petacciato. L’autostrada è stata bloccata in via precauzionale in entrambe le direzioni. Interrotta anche la linea dei treni Bari-Pescara tra Termoli e Montenero

(Valentina Romagnoli – lespresso.it) – Il Mezzogiorno continua a sgretolarsi. In Molise si è riattivata una frana storica del territorio del Petacciato, sulla costa tra Vasto e Termoli. La riattivazione è dovuta all’ondata di maltempo abbattutasi sul litorale molisano in questi ultimi giorni, e che ha portato al crollo del ponte sul Trigno sulla statale 87.
Il tratto dell’autostrada A14 tra Vasto sud e Termoli in entrambe le direzioni risulta chiuso in via precauzionale. Secondo quanto riporta l’Ansa, ci sarebbero dei danni sulla carreggiata e sono in corso delle ispezioni per verificarne l’entità.
Alle 16 di oggi, martedì 7 aprile, il capo dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha convocato a Roma il comitato operativo per fare il punto sulle misure da adottare. Le criticità stanno comportando importanti ripercussioni sull’abitato, sul traffico ferroviario e sulla viabilità della dorsale adriatica.
Il sistema di monitoraggio
Sarebbe stata l’attivazione del sistema di monitoraggio, appositamente installato in corrispondenza del fronte franoso di Petacciato, a far scattare la chiusura, in via precauzionale, dell’autostrada A14. Si tratta di un fronte franoso ben noto, considerato uno dei più grandi d’Europa. Nel marzo 2015 uno smottamento in corrispondenza del km 462,400 produsse una ferita molto profonda: l’asfalto si spezzò provocando un dislivello di almeno una quindicina di centimetri e producendo uno scalino. Nell’area è quindi da tempo attivo un sistema di monitoraggio, composto da una duplice tipologia di sensori: una sull’infrastruttura, che monitora il “comportamento” della carreggiata, l’altra sul terreno, per monitorarne il movimento. Il sistema di prevenzione è quindi entrato in funzione al riattivarsi della frana e, lanciato l’alert, è stata subito diposta la chiusura del tratto. Già chiuso dai giorni scorsi anche lo stesso tratto della strada statale 16 a causa del crollo del ponte sul Trigno, tanto che era stato dato il via libera al pedaggio gratuito per garantire i collegamenti tra Abruzzo e Molise. In ginocchio, a questo punto, la viabilità tra le due regioni.
La viabilità
Attualmente, nel tratto interessato, il traffico sull’autostrada è bloccato in entrambe le direzioni e si registrano 3 km di coda in direzione Pescara e 1 km di coda in direzione Bari, 2 km di coda nel tratto compreso tra Vasto nord e Vasto sud in direzione Bari e 1 km di coda nel tratto compreso tra Poggio Imperiale e Termoli in direzione Pescara, per le uscite obbligatorie. In alternativa, a chi viaggia verso Bari, dopo l’uscita obbligatoria a Vasto sud, si consiglia di percorrere la SS650 Trignina, seguire le indicazioni per Isernia/Campobasso e successivamente per Termoli, con rientro in A14 a Termoli. Per chi viaggia verso Pescara, dopo l’uscita obbligatoria a Termoli, si consiglia di percorrere la SS650 Trignina, seguire le indicazioni per Vasto, con rientro in A14 a Vasto sud. Per le lunghe percorrenze in direzione Bari, si consiglia di percorrere la A1 Milano-Napoli in direzione Napoli, immettersi sulla A16 Napoli-Canosa in direzione Canosa e proseguire verso Bari. Per le lunghe percorrenze da Bari, si consiglia di percorrere la A16 Napoli-Canosa in direzione Napoli, immettersi sulla A1 Milano-Napoli in direzione Roma e proseguire lungo la A1.
I tecnici sono al lavoro per verificare la stabilità delle infrastrutture e del terreno e valutare eventuali interventi necessari per la riapertura, mentre proseguono monitoraggi e controlli della zona interessata dalla smottamento. Sul posto, sono attesi i geologi che valuteranno lo stato della frana.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Le infrazioni accertate da autovelox tarati e non necessariamente omologati sono valide. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 7374 del 27 marzo 2026, cambiando rotta rispetto alle pronunce precedenti che invece subordinavano la validità delle multe all’omologazione. L’approvazione ministeriale dell’apparecchio, anche senza gli esami approfonditi propri dell’omologazione, fornisce dunque validità alle multe, a patto che l’autovelox venga tarato ogni anno. Si chiude così un cerchio aperto da un’automobilista sanzionata a Pescara nel 2021, a causa del superamento dei limiti di velocità. Inizialmente il Giudice di Pace aveva annullato le due multe, vista la mancata omologazione dell’autovelox Velocar Red&Speed Evo. Poi il ribaltamento in appello e ora anche in Cassazione.
Ci sono voluti 5 anni per chiudere definitivamente il caso dell’automobilista multata a Pescara per eccesso di velocità. Dopo l’accoglimento del Giudice di Pace, che lamentava una carenza di formalità, la sentenza è stata ribaltata in appello, dove è stato dato risalto più alla sostanza che alla forma. L’approvazione del dispositivo da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), insieme a una taratura regolare, rendono dunque valide le multe, a quanto pare anche senza l’omologazione del dispositivo di rilevamento. Una posizione che lo stesso MIT aveva adottato nel 2025, rispondendo all’ultimo intervento della Cassazione in materia, risalente all’anno precedente. In quel caso, gli ermellini avevano bocciato gli autovelox non omologati, spalancando la strada ai ricorsi.
Oggi, chiudendo il caso pescarese, la Cassazione torna sui propri passi. Per quanto riguarda le prove che le amministrazioni devono mostrare a sostegno dell’affidabilità tecnica degli autovelox, basta infatti il certificato di verifica periodica di funzionamento. Nel caso dell’automobilista ricorrente, i verbali erano stati elevati il 10 e il 12 aprile 2021, mentre l’ultima verifica effettuata dal Comune di Pescara all’autovelox risaliva al 21 dicembre 2020, meno di un anno prima. Il ricorso è stato così definito infondato. Sorridono le amministrazioni di tutta Italia che in questi mesi erano rimaste col fiato sospeso a causa dei tanti autovelox autorizzati ma non omologati presenti sul territorio italiano.
Le ultime dichiarazioni del presidente Usa nell’ambito del conflitto in Medio Oriente hanno allarmato persino i sostenitori repubblicani. E c’è chi invoca il ricorso al 25esimo emendamento per farlo rimuovere. Ma c’è chi sospetta possa essere soltanto una tattica

(di Enrico Franceschini – repubblica.it) – LONDRA – “Un re pazzo, profondamente malato”: così Candace Owens, una delle podcaster di destra più popolari d’America, descrive Donald Trump dopo le minacce apocalittiche, condite di profanità, rivolte negli ultimi giorni dal presidente all’Iran. “È psicotico, ha bisogno di aiuto”, concorda il deputato democratico Jim McGovern e anche tra i repubblicani ci sono segnali di preoccupazione per l’atteggiamento sempre più irrazionale tenuto dal capo della Casa Bianca durante la guerra.
A chi fa appello a ricorrere al 25esimo emendamento della Costituzione, in base al quale si può rimuovere il presidente se dà segni di infermità mentale, i suoi sostenitori rispondono che quella di Trump è soltanto una tattica: farebbe il pazzo, ma non lo è affatto, insomma la sua sarebbe una recita per confondere e spaventare gli avversari, atteggiamento già messo in mostra in altri frangenti, dal conflitto in Ucraina alla guerra dei dazi. L’opinione prevalente degli storici, tuttavia, è che un leader che fa il pazzo, o che lo è veramente, danneggia in entrambi i casi il proprio Paese e contribuisce soltanto a generare instabilità nelle relazioni internazionali, mettendo in pericolo tutto il mondo.
Negli Stati Uniti la “madman theory”, la teoria del pazzo, risale alla presidenza di Richard Nixon, sebbene un concetto simile fosse in circolazione già da secoli. Il primo a formularlo è Niccolò Machiavelli, nel libro “Discorsi su Tito Livio”, pubblicato nel 1531, in cui l’autore de “Il Principe” afferma: “Talvolta è saggio simulare pazzia”. Talvolta, sottolinea però Machiavelli: non costantemente. Una scelta di cui Nixon fa invece la propria dottrina politica, confidando al suo capo dello staff H. R. Hadelman, durante la guerra nel Vietnam: “Io la chiamo la teoria del pazzo. Voglio che i nordvietnamiti credano che ho raggiunto un punto in cui farò qualsiasi cosa per mettere fine alla guerra. Faremo loro arrivare voce che Nixon è ossessionato dal comunismo, quando si arrabbia non possiamo controllarlo e ha il dito sul pulsante nucleare. Nel giro di due giorni Ho Chi Min (il leader del Nord Vietnam comunista, ndr.) verrà a Parigi (dove erano in programma i negoziati, ndr.) implorando la pace”.
Non funzionò: a Parigi fu firmata una pace che permise in realtà ai nordvietnamiti di continuare la guerra e vincerla, conquistando il Vietnam del Sud e infliggendo all’America una sconfitta militare che ha pesato a lungo sull’identità di Washington, contribuendo, insieme allo scandalo delle intercettazioni illecite passato alla storia come il Watergate, alla vittoria del democratico Jimmy Carter alle presidenziali del 1976.
L’idea della “madman theory” era di indurre i leader dei Paesi comunisti, o in generale i nemici, che il presidente è irrazionale e volubile, affinché essi evitino di provocare gli Usa per timore di una reazione imprevedibile. La logica sarebbe che l’apparenza di irrazionalità rende credibili anche le minacce non credibili. Non a caso, nell’era della guerra fredda, l’equilibrio fra le due superpotenze, Usa e Urss, si reggeva sul concetto di Mad, acronimo di Mutually assured destruction (Distruzione reciproca assicurata, ma in inglese significa anche “pazzo”): la minaccia di escalation fino all’uso di armi nucleari da parte di un leader razionale può sembrare non credibile, perché porterebbe alla distruzione reciproca, ovvero al suicidio, ma una minaccia suicida da parte di un leader pazzo può invece essere creduta.
Si cita in proposito l’ordine dato da Nixon di fare volare diciotto bombardieri nucleari per tre giorni lungo i confini dell’Urss. Ma neanche quella mossa ebbe un effetto tangibile, rimane anzi estremamente controversa. Non a caso i maggiori successi della presidenza Nixon furono i negoziati con il leader sovietico Leonid Breznev per contenere gli armamenti atomici e l’apertura alla Cina con il viaggio a Pechino per incontrare Mao, due mosse all’insegna del dialogo (e, nel secondo caso, del “divide et impera”, dividendo i due maggiori Paesi del mondo comunista, Urss e Cina), architettate dall’abilità diplomatica di Henry Kissinger, consigliere e poi segretario di Stato di Nixon, non da irrazionali minacce. L’idea stessa del Mad era che bisognava essere pazzi per lanciare una guerra nucleare: per questo né un presidente americano, né un leader sovietico, l’avrebbero mai fatta. Nixon non era pazzo, ma a tratti voleva sembrarlo: si giocò anche così presidenza e reputazione.
L’opinione dominante è che tutti i leader che hanno usato la “teoria del pazzo”, da Nixon al leader sovietico Nikita Krusciov, dall’iracheno Saddam Hussein al libico Muammar Gheddafi, non sono riusciti a ottenere i risultati desiderati: Krusciov ha finito con il perdere il potere, rovesciato da un golpe interno, accusato fra l’altro di irrazionalità; Saddam e Gheddafi sono morti, il primo impiccato, il secondo massacrato, per mano dei propri stessi popoli.
Con le sue minacce di usare bombe nucleari tattiche contro l’Ucraina se la sicurezza nazionale russa fosse a rischio, anche Vladimir Putin dà talvolta l’impressione di essere pazzo o di volerlo sembrare. In genere sembra piuttosto un giocatore di scacchi, che attacca o retrocede a seconda della situazione. È vero che a volte fa dubitare della propria salute mentale, come quando definisce “un nazista” il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ebreo, figlio di ebrei trucidati nei campi di concentramento di Hitler. Ma i suoi eccessi appaiono più attribuibili alla sensazione di onnipotenza dei leader rimasti troppo a lungo al potere, lui lo è da quasi 26 anni, circondati di sicofanti che danno loro sempre ragione e non si azzardano mai a contraddirli.
Diverso discorso riguarda i leader che, nel corso della storia, si sono rivelati autenticamente pazzi o perlomeno affetti da seri disturbi della salute mentale. Ci sono i casi notori di almeno due imperatori romani: Caligola nominò senatore il proprio cavallo ed era convinto di consultarsi con Giove; Nerone bruciò Roma per cercare l’ispirazione mentre suonava la cetra. Re Carlo VI di Francia, che ereditò il trono nel 1380 all’età di 11 anni, pensava di essere fatto di vetro, aveva probabilmente disordini genetici che lo condussero alla schizofrenia e assaliva a colpi di spada i propri consiglieri. In proposito, il sultano Ibrahim I, che regnò sull’impero ottomano dal 1640 al 16848, praticava il tiro con l’arco sui propri servi: non per niente era soprannominato l’Irritabile o il Folle. Di re Giorgio III d’Inghilterra si disse che non solo aveva perso le colonie americane, con la guerra d’indipendenza del 1776, ma finì con il perdere la testa, dando visibili segni di pazzia. Nella Cina del19esimo secolo, l’imperatore Hong Xiuquan, leader della ribellione di Taiping del 1851, sosteneva di essere il fratello minore di Gesù.
Di Idi Amin, ex cuoco dell’esercito diventato presidente dell’Uganda, si diceva che fosse talmente matto da mangiare i bambini, anche se nel suo caso la follia si intreccia con la crudeltà: una miscela comune ad altri dittatori del passato, tra cui lo zar Ivan il Terribile, che fece accecare l’architetto della cattedrale di San Basilio, dopo avergli fatto i complimenti, affinché non potesse mai più costruire nulla di tanto bello. Ferocia e paranoie si intrecciano pure nei comportamenti di Hitler e di Stalin, in particolare nella fase finale della loro vita, oltre che nel leader cambogiano Pol Pot, autore dei massacri di massa operati dai Khmer Rossi, determinato a “spopolare le città”, giudicandole nido di intellettualismo. Un caso tipico del potere che dà alla testa è quello di Saparamurat Nyazov, presidente a vita del Turkmenistan dopo il crollo dell’Urss, fautore di un culto della personalità che lo spinse a rinominare i giorni della settimana in proprio onore e a costruire statue d’oro di sé stesso alte 40 metri.
Stephen Walt, storico della School of Government dell’università di Harvard, afferma che sono rarissimi e di breve durata i casi in cui “la teoria del pazzo” si è dimostrata efficace: nel lungo termine è sempre controproduttiva. “Quali che siano i temporanei vantaggi in politica estera, lasciare percepire che un leader è pazzo ha significativi costi domestici che cancellano la sua potenziale efficacia”, avverte lo studioso.
“Il bilancio storico dimostra che le tattiche del leader pazzo non aumentano la deterrenza né generano vantaggi nelle trattative”, concordano i politologi Samuel Seitz del think tank Royal United Services Institute di Londra e Caitlin Talmadge del Securities Studies del Massachussetts Institute of Technology: l’effetto è di creare sconcerto fra gli alleati, incertezza nella propria popolazione e sfiducia da parte degli avversari.
La controparte teme che, se firmerà un accordo di pace o un trattato commerciale, il leader pazzo non rispetterà le intese, attaccherà di nuovo, violerà il trattato. Se dai un ultimatum e lo lasci scadere, se minacci o prometti qualcosa e non mantieni, perdi credibilità: che per un leader è tutto. Fingere di essere pazzo, per un leader e per il proprio Paese, è dannoso quanto essere pazzo davvero.
La premier spera nella riapertura di Hormuz. Fi: attesa per il vertice tra Marina Berlusconi e Tajani. Salvini insiste sul gas russo

(di Manuela Perrone – ilsole24ore.com) – Gli occhi dell’Esecutivo sono puntati sull’ultimatum per la riapertura di Hormuz lanciato da Donald Trump all’Iran: il successo del tentativo di negoziato e la ripresa della navigazione sicura nello Stretto consentirebbero a Roma, che ha invocato la de-escalation sin dall’inizio del conflitto, di tirare un sospiro di sollievo almeno sul fronte energetico e a Giorgia Meloni di impostare l’informativa di giovedì in Parlamento su un registro di ottimismo.
Se la fase 2 non è uno slalom gigante, poco ci manca. Il tentativo di rilancio dell’azione di governo dopo la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia appare tortuoso e irto di ostacoli. L’obiettivo della premier, appena tornata dalla visita lampo nel Golfo «per difendere l’interesse nazionale», è chiaro: risintonizzarsi con gli italiani con un’“operazione verità” sullo stato dell’arte, ossia sugli effetti della guerra, la crisi energetica e il caro carburanti.
Meloni non ha interesse a edulcorare la pillola. Senza la svolta di un cessate il fuoco, la strategia resterebbe una sola: riduzione del danno. Da un lato serve prendere le distanze da un Trump sempre più impopolare. Al ministro della Difesa Guido Crosetto toccherà oggi alle 16 riferire a Montecitorio sul “no” all’atterraggio a Sigonella dei bombardieri Usa impegnati in Medio Oriente: uno strappo motivato dal rispetto dei Trattati che regolano l’uso delle basi e utile a riaffermare che l’Italia «non ha intenzione di entrare in guerra».
Dall’altro lato, e di questo si occuperà la presidente del Consiglio, occorre siglare un nuovo patto con il Paese sulla base di un’agenda credibile per l’ultimo anno di legislatura. Un menù in grado di far dimenticare le slabbrature: una vicinanza a Trump e al mondo Maga di cui tanti non hanno percepito i vantaggi per l’Italia, la crescita che stenta, il deficit rimasto sopra il 3% del Pil, un riformismo limitato al Pnrr (vicino alla conclusione), una stabilità turbata da scandali e imbarazzi. Il più pesante è quello legato all’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
Ma ciò di cui Meloni avrebbe fatto volentieri a meno, in questa fase, è il caso Piantedosi, con la rivelazione della liaison del ministro dell’Interno da parte di Claudia Conte. A Palazzo Chigi sperano di poter archiviare la pratica alla voce «faccende private», senza conseguenze su una squadra appena ricomposta con la nomina di Gianmarco Mazzi al Turismo al posto della “dimissionata” Daniela Santanchè. Senza altri scossoni, bisognerà solo riempire le cinque poltrone da sottosegretario rimaste vacanti: Giustizia, Imprese, Esteri, Università e Cultura.
Ma la premier sa di dover guardare anche in casa degli alleati per capire quale anno la attende. A ore è previsto l’incontro tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani che traccerà il sentiero della nuova Forza Italia: appare sempre più in bilico l’itinerario dei congressi annunciato dal leader azzurro. Allo stesso tempo, a Palazzo Chigi si sorvegliano le mosse di Matteo Salvini, pressato a destra dai vannacciani e tornato a scalpitare. Non è un mistero che rivendicherà per sé il Viminale nel caso in cui Piantedosi non dovesse reggere. Nel frattempo, la Lega insiste: «L’Europa valuti le forniture di gas e petrolio dalla Russia» .
Un punto su cui converge Federpetroli, ma non Meloni. Che dirige il suo pressing verso l’Europa e che alle opposizioni proverà a tendere la mano per affrontare insieme l’emergenza, con lo sguardo anche alla legge elettorale. L’“underdog” è determinata ad arrivare a settembre per superare il Berlusconi II e intestarsi il record di Governo più longevo della storia della Repubblica. Lo ha ribadito ieri, nel messaggio per i 17 anni dal terremoto dell’Aquila: «Ricordare vuol dire anche questo: continuare a esserci. Con serietà e responsabilità».
Lasciano il critico Mereghetti e lo story editor Galimberti: lettera di rinuncia dopo le polemiche per le scelte sulle opere da finanziare

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Terremoto nella commissione che assegna i contributi selettivi al cinema dopo la clamorosa esclusione del documentario su Giulio Regeni, ritenuto dagli esperti nominati dal ministro Alessandro Giuli non meritevole di ricevere alcun finanziamento pubblico. Mentre il titolare della Cultura continua a tacere, di fatto avallando una scelta che ha scatenato la protesta dei produttori e delle opposizioni, oggi due (dei 15) esperti chiamati a valutare le opere secondo criteri di “qualità artistica” e “identità culturale” hanno rassegnato le proprie dimissioni. Massimo Galimberti – consulente editoriale e story editor per progetti cinematografici e televisivi, oltre che organizzatore culturale e docente all’Università RomaTre – faceva parte della prima sezione della Commissione incaricata di esaminare film per la tv e il cinema, le serie e le produzioni di giovani autori. Paolo Mereghetti – critico cinematografico di prima grandezza – era invece componente della seconda sezione che si occupa delle sceneggiature per il grande e il piccolo schermo, per il web e i cortometraggi. Entrambi stamattina hanno scritto una lettera al capo della Direzione Cinema e audiovisivo Carlo Giorgio Brugnoni per dire basta. Una rinuncia destinata a fare molto rumore.
Il mancato finanziamento con fondi pubblici al docufilm su Giulio Regeni è diventato un caso ed è arrivato anche alla Camera, con le interrogazioni di Partito democratico, +Europa e Avs che chiedono risposte al ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Il documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti e vincitore del Nastro della Legalità 2026, ripercorre la storia del ricercatore italiano rapito, torturato, ucciso in Egitto nel 2016, ancora senza un motivo né un colpevole. Una storia che ha scosso e indignato l’Italia ma che, secondo gli esperti del ministero della Cultura, non merita nulla dei contributi previsti per supportare opere cinematografiche, come denunciato da Domenico Procacci di Fandango, che ha prodotto il lavoro insieme a Ganesh di Mario Mazzarotto. “Una scelta politica”, proprio secondo Procacci.

Chiede “risposte immediate” la capogruppo democratica alla Camera, Chiara Braga, annunciando l’interrogazione che porta la prima firma della segretaria Elly Schlein e dei componenti della commissione Cultura. “Parliamo di un’opera di evidente valore civile e culturale. È una valutazione di natura politica quella che ha portato all’esclusione dal sostegno pubblico?”. E l’episodio, aggiungono i dem, non è un caso isolato ma conferma le criticità sollevate sulla riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta dal governo Meloni, “che ha di fatto riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata”.

Il docufilm è già uscito in sala e 76 università italiane hanno aderito all’iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo per proiettarlo negli atenei. E il 5 maggio sarà presentato al Parlamento europeo. Anche il segretario di +Europa, Riccardo Magi, che ha annunciato una interrogazione parlamentare sulla questione, rivolta sempre al ministro Giuli. Un’altra interrogazione la presenterà Angelo Bonelli, deputato Avs, che parla senza mezzi termini di bavaglio. “Si impedisce di portare nelle sale un’opera che racconta una verità che evidentemente si preferisce non mostrare. O il ministero non è stato in grado di riconoscere il valore dell’opera, oppure ha avallato una decisione politica”.

(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.
Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.
Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.
Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.
Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.
Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita
Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.
Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.
Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.
Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.
Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.
La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto
Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.
L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.
Ma le cose non sono andate come previsto².
Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.
Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.
La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².
La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.
Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.
Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.
Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.
In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.
Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.
Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.
Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.
Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra
Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.
Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.
A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.
Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.
Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.
E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.
Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare
La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.
Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.
Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.
Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.
Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.
Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.
Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.
Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.
Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie
Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.
In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.
Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.
Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.
Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.
Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.
Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.
Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.
Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.
E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.
Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.
No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta
La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.
Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.
Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.
No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.
Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.
Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.
Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².
È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.
Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie
Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.
Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.
Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.
Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.
Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.
Note
L’associazione RINASCITA GUARDIESE continua la pubblicazione di documenti inerenti la nostra storia per coltivare la memoria e … progettare il futuro partendo dal passato.
Accadde oggi: 7 aprile 2000
Sul filo del realismo vengono tracciate le fondamentali linee ordinatrici per far quadrare i conti del bilancio comunale dell’Ente.
Sala biblioteca-Casa Comunale
L’Amministrazione approva il primo Bilancio di Previsione ed il Piano delle Opere Pubbliche 2000/2003. Il Sindaco Ceniccola stigmatizza il comportamento del gruppo consiliare “Per Guardia” che ha definito tale programma:
“carta straccia e libro dei sogni”.
Fono-registrazione del discorso pronunciato in data 7 aprile 2000

“Signori Consiglieri,
nel predisporre questo documento finanziario abbiamo potuto verificare che la situazione economica del nostro Comune è oggettivamente deficitaria e per garantire l’equilibrio economico-finanziario abbiamo dovuto assumere una serie di decisioni di buon governo per far quadrare i conti come per esempio: cancellare la figura del Direttore Generale istituita da chi ci ha preceduto alla guida del nostro paese e ridurre da 5 a 3 le aree della struttura gestionale dell’Ente per diminuire il numero dei dirigenti (e i relativi costi per il personale) mettendo il nostro comune alla pari di altre municipalità – per es. Montesarchio – che ha un numero di abitanti quasi il triplo rispetto a Guardia. Da noi, in questi anni, qualcuno ha “scialato” senza badare a spese. Il grande Totò avrebbe detto: … E io pago!!! Ma, tutto ciò non è bastato per raggiungere il pareggio di Bilancio. E’ stato necessario interrompere la convenzione con la cooperativa “Fabbrica dei Sogni” stipulata dalla precedente amministrazione per lo spazzamento del centro storico che costava ben 50 milioni di lire all’anno. Ho dovuto rinunciare all’indennità di carica per il Sindaco (che la Legge fissa ad un limite di 5.400.000 lire al mese) e, a tal proposito, non posso non ricordare che sono stato accusato di fare “demagogia” per aver compiuto questo gesto di generosità verso la comunità guardiese. E la cosa che più mi dispiace non è l’accusa miserevole che mi è stata rivolta bensì l’aver dovuto rinunciare ad un preciso impegno programmatico e mi riferisco a quel “Fondo di rotazione” da finanziare con lo stipendio previsto per il Sindaco che, in campagna elettorale, avevo promesso di istituire per aiutare qualche giovane che vuole avviare un’ attività lavorativa nel nostro paese.
Inoltre, per garantire l’equilibrio tra le entrate e uscite del Bilancio è stato necessario deliberare anche l’adozione dell’addizionale IRPEF al 2×1000 (il minimo stabilito dalla Legge) che peserà sulle tasche dei cittadini per circa 70 milioni di lire e sia ben chiaro che questi soldi non serviranno per pagare “le spese di rappresentanza del sindaco” come hanno falsamente cercato di far credere gli oppositori del gruppo “Per Guardia” bensì, questa nuova tassa si è resa necessaria per coprire, in parte, il buco di ben 346 milioni di lire lasciato in eredità dalla precedente amministrazione (milioni di lire previsti e spesi – per “accertamento ICI per gli anni ‘93-96”) e mai riscossi perché nessuno si è preoccupato di impartire le direttive né di fornire all’ufficio gli strumenti per avviare questo accertamento per non far… arrabbiare i cittadini nei mesi precedenti alla campagna elettorale) e, nel contempo, per far fronte al taglio dei trasferimenti statali di ben 285 milioni di lire operato dal Governo presieduto dall’on. Massimo D’Alema. In conclusione, siamo stati costretti a predisporre un “bilancio delle necessità” rinunciando a tutte quelle opportunità che avremmo voluto mettere a disposizione per i nostri concittadini. Certamente, il dissesto non c’è ma, la situazione con cui bisogna fare i conti è oggettivamente deficitaria e certamente non per responsabilità del Sindaco Ceniccola (che si è insediato nel mese di giugno dello scorso anno). Alla luce di tutto ciò e considerando che quelle poche risorse disponibili le abbiamo investite sui giovani e sugli anziani, cioè sul futuro e sul passato di questa comunità, vi chiedo di approvare senza alcuna esitazione questo documento economico-finanziario per l’anno 2000 e definito “carta straccia e libro dei sogni” dai nostri oppositori. Per quanto riguarda le opere pubbliche, dico subito che la nostra programmazione prevede i seguenti prioritari interventi per la rinascita del cuore antico di Guardia che per decenni è stato completamente dimenticato e abbandonato:
I consiglieri del gruppo “Per Guardia” hanno definito questo programma un: “libro dei sogni e carta straccia” e, per tale motivo, hanno già anticipato il proprio voto contrario; ebbene, dinanzi a tale furia disfattista non posso fare altro che promettere solennemente di lavorare giorno e notte per far sì che questo “sogno” possa divenire realtà per dare una concreta prospettiva di rinascita alla nostra comunità”.
P.S. Per amore di verità, è doveroso ricordare che tutte le opere suindicate sono state fatte finanziare dal Sindaco Ceniccola mentre chi lo ha sostituito alla guida del Comune non ha dovuto fare altro che indire le relative gare di appalto per la realizzazione (ad eccezione della “Città di Bacco” e del “Canile intercomunale” perché i nuovi governanti rinunciarono ai finanziamenti ottenuti) dopo averle bollate come “BUGIE” durante la campagna elettorale del maggio 2002 per ingannare i cittadini-elettori.
A tal proposito, non possiamo non ricordare che la Politica si vergogna di coloro che elevano la menzogna e la calunnia a strumento di confronto politico (senza mai chiedere scusa).
RINASCITA GUARDIESE

(di Sam Wolfson – theguardian.com) – Gareth Gore era in California per lavoro quando ricevette una telefonata inaspettata: il Vaticano voleva fissare un’udienza privata con il papa. Una notizia che lo lasciò di stucco.
Nel 2024, dopo quasi un decennio di ricerche, Gore aveva pubblicato Opus, un’indagine meticolosa e agghiacciante sugli abusi che sarebbero stati perpetrati dall’Opus Dei — la potente e riservata organizzazione cattolica fondata dal sacerdote spagnolo Josemaría Escrivá negli anni Venti del Novecento.
Il libro ricostruisce un sistema di accuse che va dal plagio psicologico al traffico di esseri umani, dal condizionamento delle confessioni all’uso di farmaci per manipolare i membri. Accuse che l’Opus Dei respinge categoricamente.
Gore aveva anche documentato i legami dell’organizzazione con la dittatura franchista in Spagna e il suo successivo sostegno a cause conservatrici in tutto il mondo. Soprattutto, aveva messo sotto accusa la complicità del Vaticano stesso, che negli anni Settanta aveva garantito all’Opus Dei piena legittimità in cambio di sostegno finanziario, lasciandola operare al di fuori delle normali strutture ecclesiastiche. Nel 2002, tra le proteste interne alla Chiesa, Escrivá era stato canonizzato. Il 16 marzo scorso, Gore è stato ricevuto in Vaticano da Papa Leone XIV. Lo abbiamo incontrato due settimane dopo.
Come è possibile che il giornalista che ha scritto il libro più critico sull’Opus Dei venga invitato a parlare con il papa?
Onestamente, non lo so ancora del tutto. Ero in viaggio negli Stati Uniti quando mi ha chiamato una persona che conosco in Perù, piuttosto vicina al papa. Mi ha detto che il pontefice aveva sentito parlare di me e voleva incontrarmi di persona.
Ho riattaccato il telefono e ho dovuto fermarmi un momento: è reale? Ho contattato il Vaticano pensando che nessuno avrebbe risposto. Invece ho ricevuto quasi subito un messaggio da qualcuno di alto rango: «Sì, il Santo Padre vuole assolutamente incontrarla. Mi faccia sapere quando è disponibile.»
Quanto pensa che Leone XIV sapesse già dell’Opus Dei?
È difficile dirlo. L’Opus Dei è rinomata per aver infiltrato il Vaticano. È molto probabile che ci siano persone lì dentro che filtrano le informazioni che arrivano al papa — alcune per ragioni deliberate, altre semplicemente perché in ogni grande istituzione il capo non può sapere tutto.
Cosa voleva dirgli in quel tempo limitato?
Volevo che capisse una cosa fondamentale: Escrivá disse ai suoi membri che l’idea dell’Opus Dei era venuta direttamente da Dio, e trascrisse questa visione nei minimi dettagli. Quegli scritti sono la fonte di ogni forma di controllo, manipolazione e manovra politica che ancora oggi l’organizzazione esercita.
Riformare l’Opus Dei è straordinariamente difficile proprio perché il fondatore è venerato come santo: il papa non può semplicemente dire «smettete di fare queste cose», perché i veri credenti continueranno a ritenere che quelle pratiche siano la volontà di Dio.
Come si è comportato durante l’udienza?
Sono entrato con un senso di responsabilità enorme, ma anche con una certa incoscienza. Avevo deciso di non preoccuparmi di offendere o di violare il protocollo. Pensavo: nessun altro ha avuto questa opportunità.
Se mi fanno uscire dopo cinque minuti, posso convivere con questo. Gli ho presentato una pila di documenti interni riservati, dandogli un resoconto diretto e senza filtri di cosa significhi davvero vivere nell’Opus Dei. Non sapevo come avrebbe reagito.
E com’è andata?
Non avrebbe potuto andare meglio. Ha fatto domande molto acute. L’incontro è andato molto oltre il tempo previsto. C’erano due cameraman, e alla fine il papa mi ha detto che era stata una sua decisione far entrare le telecamere e rendere pubblico l’incontro. Voleva chiaramente mandare un segnale all’Opus Dei: sta prendendo queste accuse sul serio.
Che potere ha il Vaticano per contenere l’Opus Dei?
È stato il Vaticano stesso ad alimentare questo mostro, soprattutto Giovanni Paolo II, che vedeva nell’Opus Dei dei preziosi alleati nella sua crociata conservatrice — quasi dei berretti verdi personali da mandare ovunque ci fosse un vescovo progressista scomodo.
In cambio, concesse loro lo status di “prelatura personale”, un privilegio senza precedenti nella storia della Chiesa: potevano operare ovunque nel mondo, rispondendo solo al papa, e le accuse di abusi non potevano essere gestite attraverso i normali canali diocesani.
Papa Francesco aveva cominciato ad agire, prima della sua morte nell’aprile 2025, emanando nel 2022 un decreto che ordinava all’Opus Dei di rimettere ordine al proprio interno. Ma senza parlare con ex membri né con giornalisti che avevano indagato il gruppo.
Ho suggerito a Leone XIV che il passo logico successivo sarebbe aprire un’indagine indipendente e completa su tutte le accuse di abuso — spirituale, psicologico, emotivo, fisico.
Le autorità civili stanno già indagando.
In Argentina, i pubblici ministeri hanno condotto una indagine durata due anni sulle denunce di 43 o 44 donne, concludendo che esistono fondati motivi per accusare il gruppo di traffico di esseri umani e gravi violazioni del diritto del lavoro. Ma è solo la punta dell’iceberg. Da quando le accuse argentine sono diventate pubbliche, nuove testimonianze sono emerse in Irlanda, Messico, Francia, Spagna.
L’Opus Dei gestisce circa 300 scuole private cattoliche nel mondo. La domanda che governi e servizi sociali devono cominciare a porsi è semplice: un’organizzazione accusata di crimini così gravi è idonea a prendersi cura di bambini e giovani? A mio avviso, assolutamente no.
Opus Dei afferma di non prendere posizioni politiche. Ma lei descrive un’influenza determinante sulla Corte Suprema e sull’aborto.
Il fondatore dell’Opus Dei diceva ai suoi membri che facevano parte di una milizia in battaglia contro i «nemici di Cristo». Fin dall’origine, è un gruppo politico che usa la religione come copertura. A Washington hanno lavorato in modo sistematico per infiltrarsi nei corridoi del potere, con risultati straordinari.
Oggi, all’interno del movimento MAGA, l’Opus Dei è una delle forze più influenti. Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation e motore di Project 2025, frequenta regolarmente il centro Opus Dei di Washington.
Leonard Leo, l’architetto della svolta conservatrice della Corte Suprema, siede nel consiglio direttivo del centro Opus Dei nella capitale. L’elenco è lungo. È un gruppo che opera solo su invito, e mira all’élite: politici, giudici, uomini d’affari, giornalisti, accademici.
L’ironia è evidente: mentre il leader della Chiesa cattolica si batte contro la guerra e le politiche migratorie disumane, l’Opus Dei usa l’identità cristiana come strumento per promuovere un’agenda profondamente autoritaria e conservatrice. Non è fede — è calcolo politico.
Opus Dei ha definito il libro di Gore pieno di «errori, distorsioni e accuse infondate», respingendo le accuse di controllo politico e coinvolgimento in attività commerciali. Il processo agli ex vertici del Banco Popular è atteso in Spagna nel 2027.