
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Da tre giorni gli scemi di guerra di destra, centro e presunta sinistra lapidano Virginia Libero, 28 anni, padovana, laureata in Legge, segretaria dei Giovani Democratici. La sua colpa è di conoscere e amare la Costituzione e di aver detto alla Festa dell’Unità: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Noi organizzeremo i disertori. Per […]
(dire.it) – L’annuncio è gratis, ma solo quello. “Cancelliamo il bollo auto” è un claim elettorale di sicuro impatto, ma si tratta anche di una mossa costosissima: ogni anno frutta alle Regioni circa 7,1-7,5 miliardi di euro (secondo le stime incrociate di ANFIA, MEF e Corte dei Conti). Anche se dovesse riguardare “solo” il 70% del parco auto e motoveicoli degli italiani si parla di un gettito mancato enorme.
Il bollo è una tassa di competenza regionale, il cui incasso confluisce direttamente nei bilanci di Regioni e Province Autonome, senza passare per lo Stato centrale. Rappresenta circa il 5,7% del totale delle entrate tributarie proprie delle Regioni a statuto ordinario, ed è costantemente indicata dalla Corte dei Conti come la principale fonte di gettito tributario regionale.
Una sua abolizione richiederebbe quindi di individuare fondi equivalenti altrove, o in alternativa un meccanismo di compensazione a carico dello Stato.
“In relazione agli effetti finanziari conseguenti al mancato pagamento del bollo auto e moto – si legge nella bozza visionata dalla stampa – allo scopo di concorrere all’adeguamento dei bilanci delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano”, è previsto “un trasferimento complessivamente pari a 2.293,5 milioni di euro per l’anno 2027, a titolo di compensazione della riduzione del gettito”.
Anche qualora la misura venisse approvata, la sua applicazione non sarebbe automatica. Servirebbero decreti attuativi per definire almeno tre aspetti: le modalità di rimborso alle Regioni per il mancato gettito (fino alla formalizzazione di questo meccanismo, le amministrazioni regionali potrebbero anche ricorrere alla Corte Costituzionale), i parametri tecnici della platea esentata (banalmente: chi potrà non pagare?) senza i quali i sistemi informatici non sarebbero in grado di individuare i soggetti esonerati, e infine l’aggiornamento delle banche dati.
Il Ministero infatti dovrebbe dare mandato ad ACI, Regioni e PagoPA per modificare il Pubblico Registro Automobilistico e gli archivi regionali, stabilendo una data di disattivazione del sistema di riscossione automatica.
Il bollo auto, peraltro, dovrebbe già essere stato abolito parecchie volte, a rimestare nell’archivio degli annunci. Il precedente più noto risale al 2006, quando Silvio Berlusconi promise in campagna elettorale l’abolizione totale della tassa; perse le elezioni contro Romano Prodi e il bollo rimase in vigore.
Nel 2018 il Movimento 5 Stelle, con Luigi Di Maio al Governo, propose di sostituirlo con un aumento delle accise sul carburante, secondo il principio “chi più usa l’auto, più paga”; l’idea fu accantonata quasi subito per l’impatto che avrebbe avuto sui prezzi della benzina.
Tra il 2019 e il 2022 la Lega di Matteo Salvini rilanciò più volte l’ipotesi di una cancellazione graduale, ridimensionata poi a rottamazioni delle cartelle esattoriali arretrate. Anche il Governo Meloni, nella prima fase del suo mandato, aveva valutato una revisione del bollo e del superbollo, senza però trovare nelle prime Leggi di Bilancio le coperture necessarie.
Ursula avrà anche scelto la sua strada, ma gli europei sembrano averne imboccata un’altra. E non porta a Ursulandia.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Al giro di boa del suo secondo mandato Ursula von der Leyen ci ricorda che “viviamo tempi eccezionali”. Ma sarebbe forse più corretto affermare che viviamo tempi in cui l’eccezione è diventata la regola. Specie quella di ignorare il voto popolare, liquidandolo come un errore degli elettori ogni volta che dalle urne arriva una bocciatura per l’establishment di Bruxelles, arroccato dietro la chioma fonata dell’ineffabile bomb der Leyen.
Che per dare lustro al discorso sullo Stato dell’Unione, ha affidato la sua retorica ad un ossimoro: “Siamo più forti e precari che mai”, perché se da un lato “gli Stati cercano di destreggiarsi” dall’altro “l’Europa ha scelto la sua strada, al fianco degli europei”. Peccato che gli europei non sembrino essersene accorti. “Nella fredda fragilità del mondo di oggi, solo l’Europa può garantire una vera sovranità agli europei – ha assicurato Ursula –. E per questo, onorevoli deputati, questa è un’Europa di cui possiamo andare davvero fieri”.
Vallo a spiegare agli islandesi, che hanno bocciato l’ingresso nell’accogliente Ue decantata da von der Leyen. E pure ai tedeschi della che hanno appena consegnano all’Afd il land della Sassonia-Anhalt. Senza contare la Francia e l’Italia, dove i sondaggi registrano l’inarrestabile crescita dell’estrema destra di Le Pen e Vannacci. Delle due l’una: o gli europei sbagliano continuamente a votare o c’è qualcosa nel discorso di von der Leyen che non torna. “Vogliamo un’Europa forte e indipendente che difenda i propri valori nel mondo? Oppure lasciamo che le nostre democrazie vengano minate dai rappresentanti e dai burattini degli autoritari?”, si chiede Ursula, additando il nemico: “Che si tratti degli ultranazionalisti o degli antieuropei, che si tratti dell’ingerenza russa o della disinformazione, i nomi possono essere diversi, ma il loro obiettivo è lo stesso”.
Purtroppo per lei, nella testa degli europei l’identikit degli anti-europei non coincide con il suo. Del resto, anziché le bombe di Putin, che tanto spaventano l’Europa di cui von der Leyen va fiera, finora hanno sperimentato sulla propria pelle solo le armi dei dazi e dei rincari dei carburanti grazie alla guerra del democratico Trump all’Iran. Per non parlare dell’attentato al Nord Stream fatto saltare dagli ucraini con i soldi e le armi che gli forniamo gratis. Von der Leyen avrà anche scelto la sua strada, ma gli europei sembrano averne imboccata un’altra. E non porta a Ursulandia.

(dagospia.com) – L’Armata Branca-Meloni è in totale fibrillazione per due eventi che, nell’arco di poche settimane, possono essere un punto bombastico di svolta in questa fase politicamente caotica, in cui nulla è scritto e nessuno sa cosa accadrà domani mattina.
La prima polveriera è l’elezione suppletiva in Calabria del 27 e 28 settembre, per scegliere il deputato chiamato a sostituire Francesco Cannizzaro, eletto sindaco a Reggio Calabria.
La seconda polveriera pronta ad esplodere è il voto con scrutinio segreto alla Camera sulla pastrocchiata legge elettorale, in cui si è incartata l’Underdog diventata Statista, atteso per la prima settimana di ottobre, dopo aver ottenuto il via libera del Senato: spunteranno di nuovo i franco tiratori che sanno che non saranno ricandidati nel 2027? Cosa decideranno le donne di Forza Italia inviperite per la mancanza di alternaza di genere nelle legge elettorale?
Il voto in Calabria non fa gran notizia sulle gazzette ma ha tutta la potenzialità per far sì che Giorgia Meloni si ritrovi, dopo l’inabissamento della Lega al 4,5%, con Salvini appeso a ciò che potrà accadere sul pratone di Pontida domenica prossima, anche con l’altro alleato della maggioranza, Forza Italia, ridotto a pezzi.
Se Domenico Giannetta, l’ex forzista passato con Futuro Nazionale, riuscirà a ottenere sufficiente consenso per spaccare il centrodestra e far vincere il candidato del Pd Frank Benedetto, si materializzerà una sconfitta che finirebbe soprattutto sul groppone del governatore calabrese, Roberto Occhiuto. È stato lui, infatti, a preferire a Giannetta il tesoriere di Marina Berlusconi, Fabio Roscioli.
I fedelissimi di Tajani, che vedono in Occhiuto un avversario interno per la guida del partito, sperano solo in una sconfitta di Roscioli così da indebolire di fatto il rampante governatore e intestargli la disfatta. E l’affaire calabrese rientra in una più ampia guerra in corso dentro Forza Italia, con Tajani che sente di essere accerchiato e la sua controffensiva è un segno di debolezza.
Infatti, se oggi dovessero votare i gruppi parlamentari azzurri, Tajani finirebbe in minoranza. Nel corso dei mesi il vicepremier infatti si è messo contro tutte le donne del partito, inviperite per la mancanza nelle legge elettorale dell’alternanza di genere, mentre da Milano Marina Berlusconi tira le fila dell’opposizione interna, dal ministro Paolo Zangrillo al vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè.
Contro Tajani c’è anche Alberto Cirio, che controlla il 70% dei voti di Forza Italia in Piemonte. Se il centrodestra dovesse vincere le elezioni 2027, Cirio si dimetterebbe da presidente del Piemonte, perché vuole fortissimamente fare il ministro. E Cirio ha già indicato come suo possibile successore alla guida della Regione il rettore del Politecnico di Torino, Paolo Corniati.
Dalla sua Tajani può contare sulla Campania ritornata in mano al “peso massimo” Fulvio Martusciello, l’Abruzzo, il Lazio e un 20% delle truppe forziste in Toscana.
Quel “Merluzzone” di Tajani ha dimostrato di avere gli artigli, potremmo dire che è un “Merluzzo mannaro”. Non solo perché all’interno del partito, pur deprivato di Barelli e Gasparri, governa con pugno di ferro, tanto è vero che gli scazzi sono un menù fisso, non disdegnando nel frattempo il gioco del potere: ha imposto la nomina dei presidenti di Leonardo e di Terna, ”prendendosi” molti posti all’interno del sottopotere di governo.
Mentre la faida dentro Forza Italia è sotto gli occhi di tutti, anche in via della Scrofa hanno poco di che stare allegri: Arianna Meloni si trova in difficoltà a gestire i crescenti attriti sorti con i Ras locali, meno eclatanti ma altrettanto preoccupanti per la tenuta del partito.
A Milano, dove comandano i Fratelli La Russa, Ignazio storce naso-occhi-orecchie della candidatura del nobile Matteo Perego a sindaco, avanzata da Forza Italia. Un nome che andrebbe bene anche ai Fratellini d’Italia ma non piace a La Russa Family, che puntava sul ciellino di Noi Moderati, Maurizio Lupi. E così ’Gnazio va sempre più per i fatti suoi e si muove con l’opposizione (vedi il suo ottimo rapporto con Renzi), senza chiedere il permesso né a Giorgia Meloni né tantomeno ad Arianna.
In Campania poi c’è il problema di come riportare con i piedini per terra l’incontenibile Edmondo Cirielli, che dopo aver perso malamente le elezioni regionali, si sta muovendo con ampia autonomia fino al punto di dichiarare (unico in FdI) che il centrodestra deve fare un’alleanza con il tenero Robertino Vannacci.
Una posizione smentita ufficialmente dal partito di Giorgia con un un comunicato. Eppure, Cirielli non ha mai fatto retromarcia sulla sua sparata a favore dell’ex Generale. E a via della Scrofa si chiedono cosa fare per riportare nei ranghi il viceministro degli Esteri.
Problema simile anche nel Lazio, dove il mentore delle Sorelle Meloni ai tempi di Colle Oppio, Fabio Rampelli, è in gran movimento. Prima si è candidato, in barba al partito, a sindaco di Roma, raccogliendo solo un silenzio tombale. Ora l’ex “Gabbiano supremo” scalpita per piazzare i suoi “gabbianelli” nelle liste di Fdi alle prossime politiche.
Senza dimenticare il “bubbone” della Sicilia dove di fatto Fratelli d’Italia, pur avendo raccolto nel 2022 la maggioranza dei voti, non conta un cazzo. Effetto del clamoroso autogol di Giorgia Meloni che, per evitare la rottura con Forza Italia, impose il passo indietro a Nello Musumeci e al suo posto di governatore è arrivato il forzista Renato Schifani (Musumeci è poi stato ricompensato con una poltrona di ministro della Protezione civile).
Non poteva mancare infine, secondo la grande tradizione siculo-pirandelliana, la lotta di potere in corso che vede l’un contro l’altro Schifani e ”l’amico di partito”, Giorgio Mulè, che punta a scalzarlo dalla poltrona di governatore…
Amorale della fava cinese: grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente…
L. ELETTORALE: MELONI, FIDUCIA SU TESTO CON LE PREFERENZE È UN FATTO DI CHIAREZZA
(ANSA) – Quando l’emendamento sulle preferenze non passò alla Camera “ho sentito dire che il governo non aveva la fiducia” per cui “credo sia un fatto di chiarezza mettere la fiducia su una legge che ha le preferenze al suo interno”.
Lo ha detto la premier Giorgia Meloni rispondendo in conferenza stampa a una domanda sulla legge elettorale.
UCRAINA: MELONI, ITALIA HA POSIZIONE CHIARA, DA MOSCA NERVOSISMO
(ANSA) – Sull’Ucraina “se l’Italia vuole avere un ruolo è importante che continui ad avere una posizione chiara. E questo non è mai venuto meno”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in conferenza stampa.
Sull’incontro tra il vicepremier Matteo Salvini e l’ambasciatore russo a Milano risponde: “Nasceva come un incontro con le aziende che lavorano in Russia ed è la cosa più naturale del mondo” anche perché non è “mai intervenuto un divieto assoluto di fare attività in russia.
Nulla di particolarmente strano anche nella presenza dell’ambasciatore russo”. Meloni ha definito “le continue provocazioni russe” come “una sorta di nervosismo”.
3. MELONI, GOVERNO FINCHÉ HO LA MAGGIORANZA. TAJANI ANNUISCE E SALVINI ‘ASSOLUTAMENTE SÌ’
(ANSA) – Piccolo siparietto durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi. Quando, rispondendo a una domanda, la premier Giorgia Meloni ha detto che intende governare finché ha una maggioranza solida, ha toccato le braccia dei due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, seduti lì a fianco, aggiungendo: “Mi pare che i miei colleghi siano d’accordo con me”. A quel punto Salvini ha affermato “assolutamente sì”, mentre Tajani annuiva sorridendo.
MELONI: ALLEATI VANNACCI? FNV VOTA CONTRO C.DESTRA, POTREBBE ACCADERE DI NUOVO
(Askanews) – “Ho sentito Vannacci dire che le alleanze si fanno sul rispetto degli impegni presi con i cittadini” ma “Futuro Nazionale è composto da tutti parlamentari eletti nel centrodestra per votare provvedimenti del centrodestra” mentre “oggi votano con l’opposizione contro i provvedimenti e contro quel programma e chiaramente quando accade una volta può accadere anche la seconda.
Per me è molto più importante vincere per governare che vincere per non governare”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il consiglio dei ministri rispondendo a chi le chiede se si sente di escludere l’alleanza con Vannacci già da ora.
CARBURANTI, MELONI: DAL 5 OTTOBRE TORNA MECCANISMO ACCISE MOBILI
(GEA) – “Il 5 ottobre non si va a zero perché interviene nuovamente il meccanismo delle accise mobili. Questo governo ha perfezionato e reso pienamente operativo un meccanismo che in precedenza era rimasto soltanto sulla carta.
A partire da quella data, l’esecutivo tornerà a riversare i maggiori proventi fiscali dello Stato per abbassare il più possibile il costo dei carburanti alla pompa”. Lo dice la premier Giorgia Meloni, in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri.
Un delitto via l’altro. Un cadavere via l’altro. Anche quello di una tv che sapeva ancora, a fatica, fare ascolti col pensiero. Non con le opere. Soprattutto: non con le omissioni

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Alla fine, dobbiamo ringraziare Bruno Vespa. Perché quando divenne direttore del Tg1 – unica nota di rilievo: rinominare la testata in “Telegiornale Uno” e piazzare dietro al conduttore una redazione finta ideata da Gianni Boncompagni – disse la più rotonda delle verità: il suo editore era la Dc. Non il Parlamento, non gli italiani che pagavano il canone. Proprio la Dc. A seguire, avremmo conosciuto, grazie alle intercettazioni, un’altra verità: ai potenti di turno Vespa cuciva addosso le puntate come un vestito sartoriale. Fosse Gianfranco Fini, come in quella chiamata. Fosse, a giudicare da ogni singola puntata del suo piccolo impero, chiunque rivestisse un ruolo gerarchico da esibire a favore di camera pubblica.
Magari in odor di santità, o su una scrivania di ciliegio. Ma la verità è che i voti, in tv, non li ha mai mossi Vespa. Non lui. Non i telegiornali bulgari come quelli dei Chiocci di turno, che comunque in quanto a “vestitini” per Fini non scherzano. Non i talk show a cui ciò che resta del progressismo si presta nella veste di ostaggio, o di utile idiota, in una narrazione aritmetica che fa passare per fesso chi porta un minimo di buon senso e come difensori del popolo quelli che urlano il cosiddetto senso comune. Non solo, almeno. I voti, in tv, li muove chi da trent’anni quel senso comune ha plasmato e creato sulla paura. Da Pino Nano in poi.
Percepisco l’obiezione: chi? Pino Nano fu l’inviato de La cronaca in diretta, il programma di Piero Vigorelli che prese il posto nel pomeriggio di Raidue dei giochi per ragazzi sin lì condotti da Fabrizio Frizzi et similia, o dei programmi di musica live ideati da Renzo Arbore.
Chi era Piero Vigorelli? Piero Vigorelli era un signore con l’etica giornalistica di un frontale sull’A1, primo a capire che fatturare paura, squadernare la cronaca nera più becera, inchiodare gli italiani ai timori da lui stesso creati, avrebbe portato ascolti. E un pubblico pronto per votare chi quei timori avrebbe promesso di arginare. Il giorno del trionfo berlusconiano, girava per i corridoi Rai brandendo una bandiera di Forza Italia. Divenne direttore dei tg regionali in quota Arcore. Scelse come sigla Also sprach Zarathustra.
Da allora, la campagna elettorale permanente è proseguita allargandosi a macchia d’olio. Ed è ricominciata puntuale in questo ennesimo settembre nero. Dalle Ore 11 alle Ore 14, alle Ore 14 Sera, niente più Verità nascoste: siamo saturati di Storie italiane. Le ultime su Garlasco, i femminicidi più acrobatici, i gioiellieri pistoleri a buona ragione, i migranti brutti e cattivi, gli Olindo, le Rose, le Amande.
Ogni volta che emerge un nuovo “ammazzamento”, mi verrebbe di controllare dov’erano certi conduttori a quell’ora. L’alibi. Che certamente non hanno per aver assorbito questo pensiero unico del sangue diffuso. Il motore, a ben vedere, di un trasloco di massa: dalla ricerca del consenso alla direzione del dissenso.
La scomparsa Raitre di Guglielmi aveva deciso di mediare lo sprofondo con la cultura, l’intelligenza. Senza rinunciare all’ascolto. Il Telefono Giallo di Corrado Augias, il Chi l’ha visto sopravvissuto fino a oggi (speriamo), il Blu notte di Carlo Lucarelli che sta per riapparire probabilmente per un deficit attenzionale di chi non ricorda la versione originale. Il resto, pubblico o privato che sia, è carneficina intellettuale.

Una compagnia di giro che trasloca da un programma all’altro, dipende da chi paga di più, non dissimile da certe trasmissioni sul calcio che infestano le tv private. Solo che là si parla di moviola in campo, qui si orienta la coscienza democratica di chi le vede. Ancora peggio se il canale è pubblico, dacché è lì che un anfratto primordiale collocherebbe un minimo di senso del limite, di afflato – se non pedagogico – almeno non diseducativo.
Poi ovviamente, al netto di questa campagna elettorale strisciante, permanente, cogente, devastante, ma teoricamente subliminale, c’è anche chi ha voluto metterci la didascalia. Prima il problema (i ne*ri), poi la soluzione: Salvini in studio. Drenando attenzione, ascolti, addirittura un concetto del tutto desueto in questo paese familista e raccomandato: la concorrenza. Quel qualcuno si chiama Milo Infante, vicedirettore di Rai 2 (per tutti in quota Lega, ma per lui no) che ha profittato con un talento quasi belluino di quanto costruito da Vigorelli in poi. L’ha apparecchiato per il suo referente politico (per tutti diretto, ma per lui no). Quindi ha strappato un contrattone Mediaset.
A illustrare il senso etico di Infante, già cronista dell’Indipendente addetto a insultare il centro sociale Leoncavallo, basti il promo Instagram del suo nuovo programma su Rete 4: l’ha registrato, mentre lo smontavano, nello studio da cui andava in onda quando era in Rai. Ma forse anche lui, come Vespa, va ringraziato. Ce l’ha detto, chi era il suo editore de facto. Ci ha detto anche che, alla fine, Mediaset e Rai sono diventati la pozzanghera – enorme – di ascolti e consenso da cui esce l’attuale opinione pubblica italiana. Un delitto via l’altro. Un cadavere via l’altro. Anche quello di una tv che sapeva ancora, a fatica, fare ascolti col pensiero. Non con le opere. Soprattutto: non con le omissioni.

(Tommaso Merlo) – L’Iran è dalla parte dei palestinesi, noi occidentali da quella dei loro sterminatori. O almeno lo è il mainstream politico e mediatico mentre i popoli si sono svegliati grazie all’immane genocidio. In tutta la Palestina si continua tragicamente a morire per i deliri nazi sionisti e nessuno fa nulla. Siamo impotenti difronte all’orrore più disgustoso della storia dell’umanità, perché persiste da quasi tre anni davanti agli occhi dell’umanità e perché per decenni le élite occidentali si sono spacciate come paladine dei diritti umani. A Gaza è tramontata la fasulla superiorità morale dell’Occidente mentre nel Golfo sta finendo quella militare ed economica. Finalmente qualche buona notizia. La fine della stupida egemonia americana con noi insulse colonie al seguito e col nazi sionismo infiltrato ai piani alti. Dopo l’ultima potentissima reazione iraniana agli spuntati attacchi americani, la situazione nello Stretto di Hormuz rimane calda ma stabile. L’Iran controlla quell’arteria strategica globale e lo strangolamento economico sta soffocando gli Stati Uniti invece dell’Iran che dopo mezzo secolo di persecuzione ha due polmoni ciclopici. Ma le belle notizie non finiscono qui. Anche gli Houthi dello Yemen sono stati vittima di un tentativo di genocidio da parte dell’Arabia Saudita di Bin Salam, una marionetta criminogena del suo ego tossico, degli americani e quindi dei sionisti nonché membro d’onore della corte di Epstein e celebre per l’intuito strategico da caprone maltese. Sbaragliando i mercenari sauditi e riprendendosi le coste dello stretto di Bab el-Mandeb, questi guerriglieri yemeniti Houthi alleati con l’Iran, hanno aggravato il quadro. Se si ostruisce anche questa arteria commerciale, il colonialismo occidentale rischia un arresto cardiaco fulminante. Ma è del resto casa loro, noi gli abbiamo depredati ed usati seminando caos e dolore e prima o poi doveva finire. Lo stanno capendo anche gli sceicchi sporcaccioni e doppiogiochisti che sgambettano ansiosi da un summit all’altro nei loro camicioni immacolati mentre alle masse occidentali il mainstream rifila le solite fregnacce. Come quella del terrorismo che è solo quello dei nostri nemici, come quella dei regimi altrui mentre noi viviamo in repubbliche platoniche e quella della bomba atomica iraniana. Perfino i servizi segreti americani hanno ripetuto a Trump che l’Iran non stava producendo l’atomica, ma come al solito è prevalsa la volontà dei nazi sionisti che da decenni hanno messo l’Iran nel mirino in quanto vera potenza regionale in grado di frantumare i loro deliri di onnipotenza. A detenerla illegalmente e rifiutare ogni controllo internazionale è Israele, l’Iran ha un legittimo programma nucleare civile ed ha sempre rispettato le regole. Ma la propaganda serve a questo, a ribaltare la realtà e infinocchiare le masse di teleconsumatori in modo che le élite possano continuare a scatenare guerre e godersi l’alta società. Nel mondo reale intanto, siamo alla quiete prima della tempesta anti coloniale. Trump alla fine potrebbe essere costretto ad arrendersi o perché senza munizioni e soluzioni militari o per implosione economica della sua demenziale oligarchia. Le elezioni di medio termine potrebbero essere la sua grande opportunità per levarsi dai piedi scaricando le colpe su un Congresso già oggi contro l’aggressione illegale e fallimentare all’Iran. Certo, mega lobby sionista permettendo ma davanti al crollo del proprio paese, perfino nei politicanti corrotti prevarrà l’istinto di sopravvivenza. Scenario ideale ma la coalizione Epstein potrebbe tentare un estremo tentativo di colpire Teheran magari ricorrendo alle atomiche tattiche sule solite montagne sacre per provare almeno a salvare la faccia. Iran permettendo perché potrebbe essere la Repubblica Islamica ad optare per lo scontro finale dato che la sorprendente posizione di superiorità non è certo eterna e perire per logoramento è sempre perire. L’Iran potrebbe cogliere questa storica opportunità per liberarsi dalla persecuzione american e sionista, per liberare l’intero Golfo dal colonialismo ma anche Libano e Palestina dal nazi sionismo. Gerusalemme è una città santa anche per l’Islam e dopo il nostro fallimento, potrebbero provarci loro a liberarla. Più che fattibile. L’esercito americano nel Golfo sta facendo la fine della Nato in Ucraina, miliardi ridotti in fumo con alle spalle leadership politiche disprezzate e popoli che vogliono ben altro. Le basi americane in Giordania piazzate per difendere i sionisti sono state rase al suolo come tutte le altre rendendo anche logisticamente un inferno la presenza americana nella regione. Secondo alcune analisi saremmo già al trilione di dollari sprecato tra le dune. E se Trump insistesse ad ignorare il Memorandum che ha firmato, l’Iran potrebbe decidere di implementarlo con la forza con la benedizione di Cina e Russia fautori di un nuovo equilibrio mentre noi Occidentali ci godremo finalmente qualche buona notizia dal divano. A quel punto nascerebbe una nuova Asia Occidentale con Iran, Turchia, Egitto e Pakistan pilastri di una nuova era post coloniale e post sionista con quegli sporcaccioni e doppiogiochisti degli sceicchi che si rimettono a cuccia e una Gerusalemme nuovamente liberata. Già, a Gaza è tramontata la fasulla superiorità morale dell’Occidente mentre nel Golfo sta finendo quella militare ed economica. Se tutto va bene siamo alla fine del disastroso colonialismo occidentale alla faccia delle élite corrotte e per la felicità dei popoli del mondo intero.
Nasci incendiario, muori pompiere: dall’obiettore Gori a Bassanini (che attaccava la “spirale perversa” della “corsa al riarmo”). Tanto “fuoco amico” contro la segretaria dei Giovani democratici Virginia Libero anche da chi, in passato, ha espresso posizioni molto più pacifiste delle attuali

(diSalvatore Frequente – ilfattoquotidiano.it) – Sono bastate poche parole dal palco Festa dell’Unità di Reggio Emilia per scatenare una pioggia di attacchi. Tutto “fuoco amico“ per la segretaria dei Giovani democratici Virginia Libero, rea di avere reso pubbliche le sue posizioni pacifiste: “Non saremo i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle guerre andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori”. Frasi inaccettabili per molti dell’area dem, nonostante quelle critiche fossero mosse ai partiti di destra. Dall’europarlamentare Giorgio Gori all’ex ministro Franco Bassanini, fino ai senatori Sandra Zampa e Filippo Sensi e all’ex ministro Arturo Parisi (oltre, ovviamente, a Carlo Calenda): tutti contro la 28enne. Critiche che arrivano anche da chi, in passato, ha espresso posizioni e preso decisioni molto più pacifiste delle attuali.
A partire proprio dall’ex sindaco di Bergamo. È stato lo stesso Gori, in alcune interviste, a sottolineare di non aver prestato il servizio di leva obbligatorio. Come Calenda, che però ci tiene a precisare di essere stato “esentato” perché aveva una figlia. A differenza del leader di Azione, l’europarlamentare Pd ha svolto il servizio civile essendo stato un obiettore di coscienza. Va ricordato che la legge del 1972 che ha introdotto la possibilità di evitare l’arruolamento prevedeva che potessero essere ammessi all’obiezione di coscienza coloro i quali dichiaravano “di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza”. Tanto che, a chi veniva ammesso, era “permanentemente vietato detenere ed usare le armi e munizioni”. Da adulto, però, quella sua contrarietà sembra essere un po’ venuta meno: “Sono anche stato un obiettore di coscienza. Eppure non posso fare a meno di chiedermi: si può resistere a un invasore senza imbracciare le armi?“, ha detto Gori intervenendo durante la manifestazione del 25 aprile del 2024 a Bergamo. Quindi, anche se al momento non c’è nessun invasore pronto a mettere piede in Italia, forse i giovani di oggi dovrebbero comunque essere pronti a tutto. È un po’ come rispolverare la teoria “dell’armatevi e partite“.
Tra l’altro, nel suo affondo contro Virginia Libero, Gori mette in relazione la frase “organizzeremo i disertori” con i giovani che parteciparono alla Resistenza. Un infelice parallelismo considerando che, come gli ha ricordato su X Giorgio Beretta (della Rete Italiana Pace e Disarmo), “i giovani che parteciparono alla Resistenza erano tutti disertori e renitenti alla leva della Repubblica di Salò (Rsi), venivano condannati alla pena di morte mediante fucilazione”. E che “l’art. 52 definisce sacro dovere la difesa della Patria non altre guerre” come quella in Ucraina o contro l’Iran. Un post, pertanto, venuto fuori un po’ male.
Oltre a Gori c’è anche l’ex ministro Bassanini che ha chiesto a Elly Schlein di “chiarire le idee” a “questa giovane che si professa ‘democratica’”. Del messaggio pacifista di Virginia Libero – che si fa portavoce dei tanti giovani che non vogliono nuove guerre – Bassanini contesta “l’incostituzionalità” della diserzione militare e ricorda che l’articolo 52 della Costituzione “non vieta la difesa del nostro Paese e della sua libertà e indipendenza e neppure il sostegno ai popoli che combattono per la loro libertà e indipendenza”. Lo stesso Bassanini che negli anni ’80 è stato molto impegnato nel movimento pacifista, in particolare contro la diffusione delle armi nucleari.
E pensare che quando era deputato, il 16 novembre 1983, intervenne alla Camera con dichiarazioni, nel pieno della Guerra Fredda, che sembrano ancora pienamente attuali. “La pace ha una faccia sola, quella del disarmo generale e della libertà di tutti i popoli”, dichiarava l’onorevole Franco Bassanini, aggiungendo: “Il pericolo di una guerra nucleare e dello sterminio dell’umanità non è più una lontana, improbabile ipotesi, è lo sbocco , probabile se non ineluttabile, della spirale perversa innescata dalla folle corsa al riarmo, dalla sofisticazione, precisione ed efficacia distruttiva delle nuove tecnologie e dei nuovi sistemi d’arma, dalla conseguente revisione delle strategie militari, dall’inevitabile curvatura offensiva delle strategie delle superpotenze, allorché il decisivo vantaggio acquisito da chi sferra il primo colpo vale ad annullare l’efficacia dissuasiva della risposta, rende obsoleta la strategia della deterrenza, spinge alla ricerca della superiorità militare, distrugge i presupposti stessi, se mai ve ne erano, dell’equilibrio del terrore, rende tragicamente attuale, concreto il rischio di una guerra per errore, impone logiche di militarizzazione e automatizzazione crescente”. Un duro affondo contro il riarmo di quegli anni. E che oggi sembra stridere con gli attacchi rivolti a una 28enne che ha solamente espresso la sua posizione pacifista contro chi, con l’elmetto in testa, spinge verso nuove guerre.
Ri-armiamoci e partite. Preparare la guerra o costruire la pace?
È davvero impossibile programmare un mondo nel quale una società più equa e giusta possa diventare essa stessa un deterrente al riarmo e alle guerre?

(Alessandro Danese – lafionda.org) – «Agire sulla difesa per proteggere gli europei, perché dobbiamo agire oggi. In un’epoca di rapidi cambiamenti geopolitici, l’Unione europea sta potenziando le attività per proteggere i suoi cittadini e rafforzare le sue capacità di difesa». E ancora: «La preparazione è fondamentale: assumere la responsabilità per la nostra sicurezza significa investire in una difesa solida, salvaguardare i nostri cittadini, garantire che si disponga delle risorse per agire quando necessario». È quanto si legge sul sito della Commissione europea a proposito di ReArm Europe, il piano comunitario che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro con l’obiettivo di potenziare, entro il 2030, le infrastrutture e le capacità di difesa dell’Unione Europea.
In sostanza, attraverso l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità e crescita, gli Stati membri possono aumentare la spesa per la difesa. Un incremento dell’1,5% del PIL destinato ai bilanci militari potrebbe creare un margine di bilancio di quasi 650 miliardi di euro in quattro anni. Il piano ReArm Europe è stato presentato il 4 marzo 2025 dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Da lì, come una locomotiva a vapore, è partita la corsa alla pace armata, a suon di bandiere arcobaleno sventolate su baionette lucide e con insospettabili pronti all’assalto all’arma bianca — o comunque pronti a dimostrare che l’unico modo per mantenere la pace sia prepararsi alla guerra: contro l’invasore, contro chi ci negherà i diritti o come forma di resistenza al tiranno. Ciascuno scelga pure la propria giustificazione e la utilizzi a uso e consumo per brandire l’arma della pace.
E pensare che ci si immaginava un mondo in cui la pace fosse un obiettivo comune e condiviso; un mondo la cui base non dovesse essere l’economia delle armi, ma un impegno collettivo per costruire uno Stato sociale funzionante e capace di ridurre le disparità. Un sistema economico in grado di estirpare alla radice le condizioni che alimentano ogni velleità guerrafondaia. Si cerca la misura della sicurezza solo nella capacità di difendersi dalla guerra, ma la vera sicurezza risiede nel saper costruire una società che la renda meno probabile.
Tutto sbagliato?
Forse lo si sapeva già molti secoli fa. Alla fine del IV secolo d.C., lo scrittore romano Flavio Vegezio Renato, nell’Epitoma rei militaris, formulava un concetto destinato ad arrivare intatto fino ai giorni nostri: «Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum» — «Dunque, chi desidera la pace, prepari la guerra». Un concetto semplice e, per certi versi, letale che, dopo secoli di errori e orrori commessi dall’uomo — dai quali sembra sempre più difficile imparare —, non è affatto tramontato.
Mancano gli strumenti? Manca la volontà? Oppure l’interesse comune punta verso qualcosa di diverso?
È davvero impossibile immaginare un mondo nel quale una società più equa e giusta possa diventare essa stessa un deterrente alla guerra? Un mondo in cui la sicurezza non si misuri soltanto dalla quantità di armi possedute, ma anche dalla capacità di garantire ai cittadini dignità, lavoro, salute, istruzione, casa e futuro? Domande forse retoriche, perché alla fine la scelta è politica. Ma allora, a che punto siamo? L’economia della guerra offre davvero più margini di un’economia della pace?
E soprattutto: perché l’uomo continua, imperterrito, a scegliere la strada della pace armata invece di costruire le condizioni economiche, sociali e politiche capaci di rendere la guerra sempre meno necessaria e conveniente?
Partiamo da una riflessione: l’uomo, nonostante secoli di storia e progresso, non sembra essere riuscito a costruire una pace stabile attraverso la sola volontà. Viviamo ancora in un mondo profondamente diviso, caratterizzato da forti disuguaglianze economiche e sociali, sia all’interno dei singoli Stati sia tra le diverse nazioni. Esiste un disequilibrio che appare ormai insostenibile. È possibile immaginare un meccanismo capace di rendere la pace strutturalmente più forte della guerra?
Risposta: Sì, ma non attraverso un semplice sistema volto all’eliminazione delle armi. La guerra è spesso la conseguenza finale di problemi più profondi: disuguaglianza, paura, esclusione, competizione per le risorse e concentrazione del potere. Per questo bisognerebbe costruire un sistema nel quale la pace sia incorporata nelle regole stesse della società e non dipenda esclusivamente dalla buona volontà dei governanti.
Se volessimo trasformare questa idea in qualcosa di concreto, da dove dovremmo partire? Sarebbe realistico iniziare da un singolo Stato, affrontando prima le disuguaglianze interne, per poi estendere progressivamente il modello a livello internazionale?
Risposta: Sarebbe probabilmente la strada più realistica. Si potrebbe partire da uno Stato democratico e creare un Indice Nazionale di Equilibrio, capace di misurare continuamente povertà, reddito, sanità, istruzione, occupazione, abitazione, infrastrutture e accesso ai servizi. Le risorse pubbliche verrebbero indirizzate prioritariamente verso le aree più svantaggiate e vincolate a risultati concreti. L’obiettivo non sarebbe rendere tutti uguali, ma garantire a ogni persona una soglia minima di dignità e opportunità, indipendentemente dalla famiglia o dal territorio in cui nasce.
Pensando alla situazione concreta dell’Italia — con le sue differenze territoriali, il debito pubblico, l’invecchiamento della popolazione e le difficoltà del sistema politico —, pensi che un progetto del genere sia realmente attuabile? E quali sarebbero le principali condizioni necessarie?
Risposta: Sì, ma non tutto contemporaneamente. Un’architettura iniziale potrebbe essere realizzata gradualmente. Il progetto dovrebbe superare la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, poiché contiene elementi di entrambe: redistribuzione e servizi universali, ma anche impresa, innovazione, produttività, sicurezza ed efficienza dello Stato. Non servirebbe necessariamente un nuovo partito, bensì un patto nazionale di lungo periodo basato su obiettivi misurabili. L’IA potrebbe aiutare a individuare gli squilibri e prevedere le crisi, diventando una sorta di sistema nervoso dello Stato, senza però sostituirsi alla politica e alla democrazia.
Se questo modello funzionasse in Italia, come potremmo estenderlo al resto del mondo senza indulgere nell’ipotesi astratta di un governo mondiale?
Risposta: Attraverso una progressione: Italia → gruppo di Stati europei → Unione Europea → G20 → ONU. Gli Stati potrebbero aderire volontariamente a standard comuni riguardanti dignità, trasparenza, servizi essenziali, riduzione delle disuguaglianze e prevenzione dei conflitti. Non sarebbe necessario imporre un unico modello politico o economico: si potrebbe invece costruire una rete internazionale in cui la cooperazione produca vantaggi concreti e la violazione delle regole comuni comporti costi economici e diplomatici.
Torniamo allora alla questione centrale: è più conveniente, per l’umanità, un’economia di pace oppure un’economia di guerra? E se la prima produce maggiore benessere nel lungo periodo, perché assistiamo invece a un aumento delle spese militari e delle tensioni internazionali?
Risposta: Nel lungo periodo, un’economia di pace è potenzialmente molto più vantaggiosa per la società nel suo complesso, perché consente di investire maggiormente in istruzione, sanità, infrastrutture, ricerca, produttività e benessere. L’economia di guerra, tuttavia, può produrre vantaggi immediati e concentrati per determinati Stati, industrie e gruppi economici. Inoltre, esiste il cosiddetto dilemma della sicurezza: uno Stato aumenta le proprie capacità militari perché teme gli altri; gli altri, vedendolo armarsi, aumentano a loro volta le proprie. Si innesca così un circolo vizioso nel quale nessuno desidera necessariamente la guerra, ma tutti contribuiscono ad alimentare il riarmo.
Ed è proprio questo che mi porta a una domanda ancora più profonda. Se molte delle soluzioni che stiamo individuando sono già note all’umanità, perché non vengono applicate? L’uomo sa che la guerra distrugge, che la prevenzione è meno costosa della ricostruzione, che istruzione e salute producono sviluppo e che la cooperazione genera maggiore ricchezza. Perché allora continua a scegliere strade che vanno contro il bene collettivo?
Risposta: Perché conoscere ciò che sarebbe meglio per tutti non significa necessariamente riuscire a realizzarlo. Gli esseri umani prendono decisioni all’interno di sistemi caratterizzati da interessi diversi, paura, competizione, ricerca del consenso, necessità economiche immediate e concentrazione del potere. Una soluzione può essere vantaggiosa per la collettività nel lungo periodo, ma svantaggiosa per alcuni gruppi nel breve periodo. E proprio quei gruppi possono avere maggiori possibilità di influenzare le decisioni. Non bisogna però ridurre tutto alla semplice idea che «pochi decidono per tutti»: esistono meccanismi molto più complessi, come governi che temono altri governi, imprese che devono mantenere la propria competitività, cittadini che temono di perdere ciò che possiedono e istituzioni che faticano a cambiare. Il problema, quindi, è anche strutturale: il sistema può produrre risultati che nessuno, preso singolarmente, considera davvero ottimali.
Così il problema dell’umanità potrebbe non essere tanto la mancanza di conoscenza, quanto l’incapacità di trasformare quella conoscenza in un sistema di regole e istituzioni capace di orientare gli interessi individuali verso il bene collettivo?
Risposta: Esattamente. L’umanità possiede già un’enorme quantità di conoscenze sulla cooperazione, sull’economia, sulla prevenzione dei conflitti, sulla democrazia e sulla riduzione delle disuguaglianze. Il problema è trasformarle in meccanismi che funzionino anche quando gli esseri umani non sono altruisti. Ed è qui che potrebbe entrare in gioco l’intelligenza artificiale: non come governo dell’umanità, ma come strumento capace di mettere insieme le conoscenze, individuare le contraddizioni, simulare le conseguenze e mostrare le alternative.
Allora la vera domanda non dovrebbe essere semplicemente «come rendere gli uomini migliori?», ma «come costruire un sistema nel quale anche uomini imperfetti siano incentivati a cooperare invece di distruggersi a vicenda?».
Risposta: Sì. Ed è probabilmente questa la conclusione più importante di tutta la nostra riflessione. Non dobbiamo aspettare che l’umanità diventi improvvisamente altruista: dobbiamo progettare istituzioni nelle quali perseguire il proprio interesse non significhi necessariamente danneggiare gli altri. La pace, quindi, non dovrebbe essere soltanto un ideale morale, ma diventare la scelta economicamente, socialmente e politicamente più conveniente. Il vero obiettivo non sarebbe semplicemente eliminare la guerra, ma trasformare il sistema che la rende possibile e, in alcuni casi, conveniente:
disuguaglianza → esclusione → paura → competizione → riarmo → conflitto
dovrebbe essere progressivamente sostituito da:
equilibrio → sicurezza → cooperazione → investimento → sviluppo → maggiore stabilità
In definitiva, l’umanità non sembra avere bisogno soltanto di nuove tecnologie o di nuove idee. Ha bisogno di un modo diverso di organizzare il proprio potere e i propri incentivi. E forse il vero ruolo dell’intelligenza artificiale non sarà quello di decidere al posto dell’uomo, ma di aiutarlo a vedere con maggiore chiarezza le conseguenze delle proprie scelte e le contraddizioni del sistema che lui stesso ha costruito.
Possiamo fidarci: le risposte alle mie domande sono state generate da un’intelligenza artificiale, a sua volta programmata e sviluppata sulla base della conoscenza umana. Dunque, risposte che sembrano di buon senso sono già patrimonio dell’uomo, eppure facciamo così tanta fatica ad applicarle.
E qui sta forse il paradosso più grande: l’intelligenza artificiale non ha inventato queste soluzioni. Le ha semplicemente ricavate, ricomposte e restituite utilizzando conoscenze che l’uomo ha prodotto nel corso della propria storia.
Conosciamo la strada della pace. Eppure, chi governa il mondo continua a imboccare la via più facile, scegliendo ostinatamente di non costruire le condizioni politiche ed economiche necessarie a rendere la pace, la cooperazione e l’equilibrio più convenienti della guerra e della contrapposizione.
Una scelta politica ed economica che viene, all’occorrenza, indorata e legittimata anche con il benestare di intellettuali stranamente — e talvolta notoriamente — di sinistra.
Poi, tutti insieme, felici e contenti, si torna a suonare la carica tra diritti da difendere, tiranni da respingere e resistenze che, seppur legittime, per troppi restano strillate nei megafoni di piazze no sense o, peggio, nel microfono di uno studio televisivo. Discorsi che, come sempre, celano quello che poi, nel concreto, si traduce nel più grande dei classici: «ri-armiamoci e partite».
La guerra la fanno sempre i figli degli altri.

(Dott. Paolo Caruso) – L’ Italia sembra più una Repubblica delle banane piuttosto che una Nazione con una democrazia compiuta. Infatti mentre in altri Paesi come Gran Bretagna e USA la legge elettorale tuttora in vigore risale alla prima metà dell’ Ottocento e in Europa Francia e Germania adottano la legge elettorale della metà del secolo scorso, in Italia dall’ inizio della Storia repubblicana ad oggi si è assistito al proliferare di nove leggi elettorali, tre nella cosiddetta prima Repubblica e sei dal 1993 neIla seconda Repubblica, iniziata quest’ ultima con la votazione del ’94 con il cosiddetto Mattarellum. In questi ultimi 12 anni si è passati dal Porcellum all’ Italicum, e all’ attuale Rosatellum un sistema misto tra proporzionale e maggioritario. Vergognosamente il governo in carica cerca, con una nuova legge elettorale di fine mandato, di mantenere il Potere nella prossima legislatura. Il Senato ha approvato nella giornata di ieri,15 settembre, la riforma della legge elettorale (soprannominata Melonellum) con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. Il testo introduce modifiche sostanziali al meccanismo di voto e all’accesso alle urne, ma non è ancora definitivo avendo subito variazioni rispetto alla prima versione. Dovrà ora tornare alla Camera per una terza lettura. Una legge truffa viene definita dai partiti di opposizione che ne contestano i punti salienti. Il nodo delle firme (Il punto più contestato): I partiti non rappresentati in Parlamento che vorranno candidarsi dovranno raccogliere 6.000 sottoscrizioni per ciascun collegio, a fronte delle 1.500 previste in precedenza, un totale di 450 Mila firme per tutti i collegi. Una richiesta veramente esorbitante. Inoltre, è stato respinto l’emendamento per consentire la raccolta tramite firma digitale. Viene introdotto il voto di preferenza, ma i capilista rimangono bloccati. Questo significa che i leader o i candidati scelti dai partiti in cima alla lista avranno l’elezione garantita, mentre le preferenze espresse dai cittadini conteranno solo per i candidati successivi. Secondo i sondaggisti solo il 40% dei candidati potrà beneficiare del voto libero degli elettori, mentre circa il 60% sarà scelto dai Capi bastone delle segreterie dei Partiti. Restano definiti i criteri legati alle soglie minime per entrare in Parlamento e ai premi di maggioranza legati alla coalizione vincente con la soglia del 42%. Un premio spropositato che svilisce il risultato elettorale. A questo si associa la riduzione del numero delle circoscrizioni per il voto dei cittadini italiani residenti all’estero. Un “valore” aggiuntivo al taroccato numero di parlamentari e senatori. Le forze di minoranza hanno manifestato duramente in Aula accusando la maggioranza di aver confezionato una riforma “su misura”. Le critiche si concentrano principalmente su due fronti: Sbarramento democratico per i piccoli partiti: L’innalzamento a 6.000 firme cartacee per collegio e il contemporaneo divieto di usare lo SPID o la firma digitale vengono visti come un tentativo deliberato di escludere le nuove forze politiche o le formazioni minori di centro e di sinistra che stanno cercando di riorganizzarsi. L’opposizione contesta duramente il meccanismo dei capilista bloccati, sostenendo che la sbandierata reintroduzione delle preferenze sia solo una facciata, una farsa, poiché i blindati scelti dalle segreterie di partito manterranno comunque una corsia preferenziale assoluta per l’ingresso a Montecitorio e a Palazzo Madama. Alla faccia della democrazia e del Popolo Sovrano! La Meloni che ha usufruito della legge delle 1500 sottoscrizioni per poter far correre alle elezioni il suo ” Fratelli d’ Italia ” ora, da Caciottara quale è, si presenta la più tenace assertrice dell’ incremento del numero delle firme per collegio ( 6 Mila). Una cifra spropositata…

(Fabrizio Pezzani – lafionda.org) – La nascita, l’evoluzione e la decadenza dei partiti politici sono legate alla storia, le cui vicende imprimono reazioni di scontro o conducono a equilibri continuamente mutevoli in relazione ai cambiamenti sociali, ai disordini che ne possono conseguire e alle risposte che vi si possono dare. I problemi che determinano forme politiche diverse derivano sempre da reazioni e disordini dovuti alle guerre o alla crescente disuguaglianza, che un’errata e voluta redistribuzione della ricchezza finisce per alimentare, favorendo alcuni e condannando altri. Esiste così una relazione stretta tra solidità, coesione sociale e sviluppo economico durevole.
Con riferimento alla situazione attuale, caratterizzata da un’ampia divergenza nella ripartizione della ricchezza, si creano conflitti che fanno saltare le società, le quali nella storia collassano sempre per guerra o per conflitto di classe. Infatti, quando la concentrazione della ricchezza, come oggi, diventa insanabile, è del tutto evidente che «se una civiltà non ha superato lo stadio in cui il soddisfare un certo numero di suoi partecipi ha come presupposto l’oppressione di altri suoi partecipi, forse della loro maggioranza, è comprensibile che gli oppressi sviluppino un’intensa ostilità contro la civiltà, da essi consentita con il loro lavoro, ma dei cui beni ricevono una parte insufficiente. […] È inutile aggiungere che una civiltà che lascia insoddisfatti un così gran numero di suoi partecipi e li spinge alla rivolta non ha prospettive, né merita, di durare a lungo» (S. Freud, L’avvenire di un’illusione, 1927).
In questo senso, la storia dell’attuale Partito Democratico può essere letta in relazione a quella del PCI (Partito Comunista Italiano), da cui trae origine, per comprendere il senso della situazione attuale e in che misura esso sembri collocarsi al di fuori della storia, senza riuscire a capirla e interpretarla e a fornire le risposte richieste da una sfida epocale. Il PD, invece, cavalca posizioni marginali, incapaci di dare peso alla sua avventura politica, mentre oggi sarebbero presenti tutti i disagi sociali che avevano fatto del vecchio PCI una guida nel contrasto alle tante ingiustizie che soffocano una società. Al PD rimane incollato il vecchio zoccolo duro del PCI, che fatica a staccarsi dalla propria storia e contribuisce a mantenere il partito a galla, anche indipendentemente da chi lo governa.
Leggendo una parte di questa storia possiamo comprendere il senso di tali considerazioni e legarle alle vicissitudini storiche che hanno segnato il nostro tempo.
L’evoluzione delle politiche sociali conosce una svolta profonda alla fine della Prima guerra mondiale, quando gli imperi saltano e si dissolvono, lasciando spazio a nuove figure politiche. L’Europa in generale e l’Italia in particolare erano uscite distrutte da una guerra logorante, combattuta secondo criteri bellici antichi e superati che mandavano al massacro eserciti interi.
Il prezzo in termini di caduti era stato altissimo, così come i debiti di guerra; l’ampliamento del debito pubblico aveva portato alla svalutazione della lira fino al 40%, accompagnata da un’inflazione altissima. Queste vicende, insieme alla disoccupazione, alla riconversione industriale e alla questione dei reduci di guerra, rendevano la società una miscela esplosiva, pronta a saltare per difendere quel minimo che restava di libertà sociali. Così, il 21 gennaio 1921, come risposta a quelle richieste sociali, a Livorno nasce il Partito Comunista Italiano, guidato da Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga, che presero il controllo del movimento avviando una forma di bolscevizzazione a seguito della Rivoluzione russa dell’ottobre 1917.
Sempre nel 1921, e sempre a seguito di disagi sociali divenuti inaccettabili, nasce il Partito Nazionale Fascista (PNF), come risposta e soluzione ai problemi; negli stessi anni e per ragioni analoghe nasce in Germania il partito nazista: nel 1920 si costituisce il Partito Nazionalsocialista Tedesco, con a capo Adolf Hitler.
Tutti questi movimenti nascono come risposta a una ritrovata libertà concessa dalla scomparsa degli imperi e dalla necessità di dare voce e forza alle esigenze sociali derivanti dalla guerra e dalle sue conseguenze. La storia si intreccia con i partiti politici, spinge alla loro creazione, li sostiene e li porta a dare risposte alla società. Ma quando manca la capacità di comprendere la storia che cambia, come oggi, si affonda nelle sabbie dell’immobilismo intellettuale. Ed è questa la profonda sfida che un mutato contesto storico pone a ciò che rimane delle antiche e dimenticate radici del vecchio PCI, che continua a essere sostenuto dal suo zoccolo duro, incapace di cambiare e di criticare il nuovo PD, così lontano dal suo vecchio ispiratore.
La svolta della Prima guerra mondiale lascia profonde spaccature, rivalità mai sopite e richieste alla politica rimaste inevase, tali da contribuire allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Alla fine di questa, la storia si ritroverà ancora una volta a fare i conti con nuove esigenze sociali ed economiche. In questo nuovo contesto il PCI ritrova il proprio agone sociale e, in Palmiro Togliatti, il suo nuovo leader. Togliatti fu di fatto l’artefice del nuovo partito e, dopo la proclamazione della Repubblica nel 1946 e l’introduzione del suffragio universale anche per le donne, il partito operò quale forza parlamentare opposta alla Democrazia Cristiana, dando comunque un contributo costruttivo nell’Assemblea Costituente. Il PCI si adoperò per ridurre le disuguaglianze e sostenere il lavoro operaio, contribuendo, insieme alle altre forze politiche, alla costruzione di un sistema di welfare che favorì lo sviluppo del dopoguerra e portò l’Italia tra i Paesi più sviluppati industrialmente. Il PCI rimaneva fortemente legato al PCUS sovietico, dal quale riceveva indicazioni, in una forma di sottomissione. Il Paese subì nel 1971 l’inflazione scatenata dagli USA dopo la fine del gold exchange standard e la subì senza opporre, colpevolmente, alcuna resistenza, creando il debito pubblico che continua a strangolarci.
La storia prosegue con i due partiti maggiori che iniziano a guardarsi sempre meno in cagnesco, grazie al nuovo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, e a quello della DC, Aldo Moro. La possibile formazione del compromesso storico allarma la NATO e gli USA, che vedono malissimo un avvicinamento dell’Italia al Patto di Varsavia, e Aldo Moro ne fa le spese, venendo ucciso nel maggio del 1978. Il PCI si disimpegna dal fronte russo e Berlinguer affronta il grave problema della questione morale, accusando la DC di un clientelismo che crea e alimenta il debito pubblico attraverso i favori concessi in cambio delle preferenze politiche. Ha ragione, ma ancora oggi ne facciamo le spese, con partiti che pensano all’occupazione del potere attraverso favoritismi illeciti che non trovano condanna. Quanto siamo lontani, anche oggi, da quel Berlinguer che condannerebbe i suoi presunti discepoli, così privi di memoria storica.
Nel 1986 Michail Gorbačëv avvia un processo destinato a condurre alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, lanciando la glasnost’, la perestrojka e l’uskorenie per provare a impedire la caduta di un Paese soffocato dall’incapacità di affrontare un mondo che cambiava rapidamente, mentre la sua governance rimaneva inchiodata a principi e criteri condannati dalla storia. Così il PCI in Italia prova a staccarsi e ad adeguarsi con Occhetto quando, nel 1989, cade il Muro di Berlino e si avvia la fine dell’impero sovietico. Nel febbraio del 1991, conseguentemente, si scioglie il PCI e inizia una nuova storia, che ci vede protagonisti fino a oggi di un lento cambiamento e di un progressivo distacco dalle origini, ormai lontane, al seguito di nuove sirene.
Quello che fu un partito comunista in parte eterodiretto rimane eterodiretto, ma questa volta dalla parte opposta, cioè dagli USA, e le nuove sirene incantano gli spiriti del vecchio PCI, trascinandosi dietro con un filo di lana gli adepti del PD. Così i vari Clinton e Obama diventano i suggeritori di un partito che ha perso la memoria e la creatività che avevano caratterizzato la sua storia. I nuovi soggetti si ispirano a una storia che non è la loro, seguono esempi ma non una cultura e inneggiano a un’idea di libertà assoluta e unilaterale che sfugge a un pensiero critico e costruttivo, mostrando una totale mancanza di conoscenza della storia e di una strategia per affrontarla e dando l’idea di uno sfilacciamento non costruttivo, ma etereo.
Nessuna voce contraria emerge quando gli USA, che si credono onnipotenti, ci trascinano nella guerra dei Balcani e in quelle create ad arte in Afghanistan e in Iraq; sulla Libia la voce del partito non si sente, incapace di assumere una posizione.
Anche le posizioni in politica estera rimangono appiccicate alla notizia e finiscono così per seguire i media, che dettano la linea attraverso sondaggi capaci di governare il pensiero giorno per giorno, rendendo la politica una sorta di gara di surf, nella quale si scivola sull’onda del momento sempre più velocemente, senza capire che bisogna andare in profondità per comprendere i problemi e non rimanere perennemente a galla per sopravvivere.
In politica estera sembra che il PD sia inesistente e incapace di formulare proposte critiche: segue le decisioni di un’inadeguata von der Leyen, non riesce a prendere posizione sui misfatti in Medio Oriente e sulle stragi di Gaza e del Libano ed è incapace di muovere una critica a Israele, da cui sembra dipendere.
Nella guerra in Ucraina, la sua storia avrebbe dovuto aiutare il partito a comprendere la necessità di assumere una posizione meno diretta e più interlocutoria, ma sembra tutto inutile e ogni cosa si stempera in un assordante silenzio. La posizione di sudditanza nei confronti dei diverse blocchi di potere USA viene rispettata in modo servile, senza una critica, anche quando l’assedio inutile a Cuba spinge quel Paese verso una dissoluzione sociale ed economica. Quanto sono lontani i tempi in cui il vecchio PCI assumeva posizioni critiche e scomode, ma molto spesso giuste.
Quanto sono lontani i giorni di Berlinguer. Coloro che ne conservano la memoria e sono ancora legati a lui votano il PD, costituendo uno zoccolo duro incapace di guardare al dramma di un partito che dovrebbe prendersi cura del Paese e dei tanti sconfitti di una società ingiusta, invece di pensare al proprio piccolo orto; incapace di disegnare un programma come la storia gli richiederebbe, finisce per soffocare nel suo «campo ormai sempre più largo», che sembra un deserto di idee e un dramma per il Paese, il quale invocherebbe, se potesse, un nuovo Berlinguer.
Il capogruppo del Gruppo Fico Presidente: “Investimenti importanti per migliorare il servizio e dare risposte concrete a cittadini e territori”

“Accolgo con soddisfazione la presentazione dei nuovi treni EAV e del piano di potenziamento del servizio sulle Linee Vesuviane. Si tratta di un segnale concreto di attenzione verso i cittadini e di un investimento importante per rendere il trasporto pubblico più efficiente, sicuro e moderno. Condivido le parole del presidente della Regione Campania, Roberto Fico, e dell’assessore ai Trasporti, Mario Casillo, sull’importanza di aumentare le corse, ridurre i tempi di attesa e migliorare l’integrazione tra treni e autobus”, dichiara il consigliere regionale e capogruppo del Gruppo Fico Presidente, Nino Simeone.
“L’arrivo dei nuovi convogli rappresenta un passo significativo nel percorso di rilancio di EAV e della mobilità napoletana e campana. Ma è doveroso ricordare che questi risultati sono anche il frutto del lavoro quotidiano, della professionalità e dei sacrifici degli operai e di tutti i lavoratori EAV, così come dell’impegno delle organizzazioni sindacali. A loro va il giusto riconoscimento per aver contribuito, attraverso il confronto e la rappresentanza dei lavoratori, a questo percorso. La direzione intrapresa è quella di investire in infrastrutture, qualità del servizio e sicurezza, ma è fondamentale che gli investimenti vadano di pari passo con la valorizzazione di chi ogni giorno garantisce il funzionamento dell’azienda”.
“Questo è un messaggio che deve arrivare con chiarezza anche all’azienda: il rilancio di EAV non può prescindere dal coinvolgimento e dalla valorizzazione dei suoi lavoratori. Nuovi treni, più corse e tempi di attesa ridotti rappresentano un passo importante, ma il lavoro deve continuare anche sul fronte delle condizioni di lavoro, dell’organizzazione e del riconoscimento delle professionalità. Solo mettendo insieme investimenti, lavoratori e confronto con le organizzazioni sindacali possiamo garantire un servizio sempre più moderno, efficiente e affidabile, all’altezza delle esigenze dei cittadini e dei territori”, conclude Simeone.
In via Cimarosa chiude la lavanderia “La Perfetta”

Il Comitato Valori Collinari segnala con preoccupazione il perdurare della crisi che sta colpendo i negozi storici del Vomero, tessuto commerciale fondamentale per l’identità e la vivibilità del quartiere. L’ultimo caso emblematico è la chiusura della storica lavanderia “La Perfetta” in via Cimarosa, 45, attività presente da tempo immemore e punto di riferimento per generazioni di residenti.
” Questa ennesima chiusura – afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero -, si inserisce in una sequenza allarmante che sta caratterizzando la scomparsa di attività storiche delle più diverse categorie merceologiche e che sta progressivamente omogeneizzando l’offerta commerciale, a discapito della diversità e della qualità dei servizi. La scomparsa di attività storiche come “La Perfetta”, che va allungare l’elenco di tante altre che l’hanno preceduta negli ultimi anni e che erano nate nel secolo scorso, rappresenta anche un vero e proprio depauperamento del patrimonio sociale e culturale del quartiere collinare partenopeo che l’ha fatto conoscere anche al di fuori dei confini nazionali. Basti pensare alla pastiera napoletana del bar Daniele, anch’esso scomparso, che veniva esportata, in una scatola di latta, in tutto il mondo “.
” Il quartiere Vomero – sottolinea Capodanno – nell’ultima metà del secolo scorso si era distinto infatti per una vivacità commerciale unica, fatta di botteghe artigiane e servizi di prossimità della più varia natura. Oggi assistiamo inermi a una desertificazione che cambia il volto delle nostre strade, sostituendo la varietà con la monotonia, visto che molte delle attività che subentrano, segnatamente nelle aree pedonali, vengono trasformate in esercizi per la vendita e la somministrazione di cibi e bevande “.
Il Comitato sottolinea come questa tendenza sia aggravata dall’assenza di provvedimenti idonei e concreti da parte delle istituzioni competenti. Senza un intervento urgente che preveda sgravi fiscali mirati, regolamentazione degli affitti commerciali e incentivi per il ricambio generazionale nelle attività storiche, il rischio è la trasformazione irreversibile del Vomero in una mera area di passaggio, priva della sua anima commerciale originaria “.
” Una deriva – puntualizza Capodanno – che potrebbe continuare in assenza di provvedimenti idonei e concreti per arginare questo depauperamento che incide peraltro sulla diversità dell’offerta commerciale. Al riguardo sollecitiamo ancora una volta il Comune di Napoli e la Regione Campania affinché venga attivato, in tempi rapidi, un tavolo di lavoro con la presenza anche delle associazioni di categoria per definire un piano straordinario di tutela e rilancio del commercio storico vomerese “.
Il Comitato Valori Collinari, nel frattempo, resterà vigile e continuerà a monitorare la situazione, pronto a nuove iniziative di sensibilizzazione e protesta qualora non dovessero pervenire interventi risolutivi entro brevissimo tempo

«Il dato sul lavoro nel Sannio deve farci riflettere: a settembre le imprese della provincia di Benevento prevedono 1.870 ingressi, ma rispetto allo stesso mese del 2025 la domanda registra una flessione del 13,9%, contro il -2% della Campania. È un segnale che non possiamo sottovalutare».
Lo dichiara Evangelista Campagnuolo, Presidente del Movimento Civico Avanti Insieme, commentando i nuovi dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, diffusi sul territorio dalla Camera di Commercio Irpinia Sannio.
Nel trimestre settembre-novembre sono previste 5.280 entrate nel Sannio. Ma emerge anche un apparente paradosso: nonostante la riduzione della domanda, le imprese beneventane dichiarano difficoltà nel reperire il 43,8% dei profili ricercati.
«Da una parte abbiamo giovani che lasciano le aree interne perché non trovano prospettive, dall’altra imprese che dichiarano di non riuscire a reperire quasi una figura professionale su due. Significa che dobbiamo intervenire sul collegamento tra formazione e lavoro».
«Servono percorsi formativi costruiti sui reali fabbisogni delle aziende, sostegno alle imprese che assumono e una politica seria per rendere attrattivo lavorare e investire nelle aree interne. Il lavoro deve diventare il primo strumento contro lo spopolamento».
Campagnuolo conclude: «Non possiamo continuare a dire ai giovani di restare nel Sannio se non diamo loro una ragione concreta per farlo. Meno slogan sulle aree interne e più lavoro: è da qui che bisogna ripartire.»
“Ci sono due tipi di persone al mondo: quelle che fanno la cosa giusta e piccoli stronzi come te che fanno la cosa sbagliata”. Il fondatore dei Pink Floyd ha sempre espresso le sue posizioni sociali e politiche e il “caso” del momento ha catturato la sua attenzione

(ilfattoquotidiano.it) – Roger Waters non è certamente un artista che le manda a dire. Il fondatore dei Pink Floyd ha sempre espresso le sue posizioni sociali e politiche e il “caso” del momento che mette al centro il rapper e produttore Macklemore e Ed Sheeran però ha catturato la sua attenzione. Tutto ruota attorno all’allontanamento di Macklemore come supporter dal tour americano di Ed Sheeran.
Il 4 settembre, durante il concerto al MetLife Stadium del New Jersey. Prima di eseguire “Hind’s Hall”, il brano dedicato a Hind Rajab, la bambina uccisa a Gaza dall’IDF nel 2024, Macklemore ha rivolto al pubblico un appello per la causa palestinese, gridando “Free Palestine” e mostrando la bandiera palestinese. Poi la notizia della cancellazione di Macklemore dalla locandina del tour di Ed Sheeran. Ora anche tutti gli altri artisti di supporto, inclusi Finneas e i Beoga,abbandonano la tournée americana per solidarietà con Macklemore.
Ed Sheeran dopo qualche giorno ha deciso di spiegare la sua versione dei fatti: “La decisione finale che Macklemore lasciasse il tour è stata presa dal promoter, non da me. Ho le mie opinioni personali su questo conflitto devastante. Il fatto che io scelga di non parlarne non significa che non mi stia a cuore”.
Ma Roger Waters non ci sta: “Ehi, è martedì sera. Questo è un piccolo messaggio per Ed Sheeran. Vedi quella signora lì a sinistra? Oh, quella è Bisan Owda (giornalista, attivista e regista palestinese, ndr), una mia amica. In realtà, quello è un mio ritratto fatto da Daniel Fuchs, un altro mio amico. Oh, guarda, proprio lì. Quella è Francesca Albanese, un’altra mia amica. E questa è una donna anonima di Carson. Comunque, Ed, lascia perdere tutto questo. Ho solo un piccolo messaggio per te. Ci sono due tipi di persone a questo mondo. C’è chi fa la cosa giusta. Quel rapper, Macklemore, è una di quelle persone. E poi c’è gente purtroppo molta, dei piccoli… Scusa, per un attimo stavo per dire una parolaccia… dei piccoli stronzi come te che fanno la cosa sbagliata. Addio”.