
(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Giorgia Meloni è tornata a parlare della guerra in atto in Asia occidentale. Questa volta non ai microfoni radiotelevisivi ma in Senato, collocando «l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano» al di fuori del «perimetro del diritto internazionale». Soltanto tre giorni fa la presidente del Consiglio non aveva abbastanza elementi né per condannare né per condividere l’attacco, che durante le comunicazioni al Senato ha legato a cause remote. L’aggressione israelo-americana si inserirebbe infatti in un filone più ampio, che vede «venir meno un ordine mondiale condiviso» e ha «un punto di svolta ben preciso»: l’invasione russa dell’Ucraina. «La destabilizzazione globale che ne è derivata— continua Meloni — ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove pure l’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026 ma quella del 7 ottobre 2023».
Alla fine Giorgia Meloni ha definito l’aggressione militare di USA e Israele all’Iran una violazione del diritto internazionale. Nel farlo, ha precisato che è avvenuta in un contesto di crisi generale, scoppiata a suo tempo con la guerra in Ucraina e aggravatasi dopo il 7 ottobre 2023, quando la resistenza palestinese sferrò l’attacco ai territori israeliani. Quello che emerge dalle dichiarazioni in Senato è un compromesso tra la fedeltà agli alleati di Washington e Tel Aviv e la pressione pubblica data dall’evidenza dei fatti. A venir meno nell’attacco unilaterale sono stati infatti sia i presupposti della legittima difesa sia il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — gli unici due casi che legittimano l’uso della forza tra gli Stati. In questi giorni stavano facendo discutere i precedenti interventi della presidente del Consiglio, che prima si è detta «preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation» e poi ha affermato di non poter condannare né condividere l’intervento militare di USA e Israele.
Durante le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni è tornata a parlare del nucleare iraniano: «Non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah in possesso dell’arma nucleare». Sulle scorte di uranio arricchito è stato nuovamente citato in modo parziale Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), senza riportarne le contestuali precisazioni: secondo l’AIEA, infatti, «non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare». Quest’ultima, a detta della leader di Fratelli d’Italia, «segnerebbe la fine del quadro internazionale di non proliferazione». Un quadro che evidentemente non vale per Israele, il quale detiene illegalmente decine di testate atomiche (le stime parlano di 90 bombe ma non è possibile sostenerlo con certezza visto il diniego storico delle autorità israeliane ai controlli internazionali).
La presidente del Consiglio torna poi sulle conseguenze economiche della guerra in Asia occidentale. «Faremo tutto quello che possiamo — ha detto Giorgia Meloni — per impedire che si speculi sulla crisi, compreso se necessario recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili». Nel frattempo però i prezzi del carburante continuano a salire: il diesel servito ha toccato i 2,14 euro al litro, mentre la benzina 1,93 al litro, con lo spettro di bollette più salate in avvicinamento.
La creazione del nemico russo

(Enrico Grazzini – lafionda.org) – L’Europa oggi ha solo nemici per colpa delle scellerate politiche dei vertici della Nato e dell’Unione Europea: ha contro contemporaneamente la Russia, gli USA e la Cina. In questo contesto le politiche della presidente tedesca della Commissione Europea Ursula von der Leyen, del governo Meloni e degli altri leader europei peggiorano la situazione e conducono i popoli d’Europa verso un drammatico disastro.
Infatti l’Unione Europea e i paesi europei vogliono proseguire all’infinito la guerra in Ucraina, cercando di trasformarla in un “porcospino armato” contro la Russia. Mai strategia fu tanto stupida, assurda e perdente. L’Europa proclama di voler raggiungere l’“autonomia strategica” e di voler diventare un soggetto geopolitico, ma per raggiungere questi obiettivi ha una sola strada davanti: dovrebbe lavorare per mettere fine al più presto al conflitto ucraino e trasformare la Russia in un partner strategico nel medio e lungo periodo.
Se alla direzione dell’Europa ci fossero statisti lungimiranti, riconoscerebbero che gli Stati Uniti d’America e la Cina non diventeranno mai alleati dell’Europa ma, nel migliore dei casi, duri competitor; nel peggiore, eserciteranno la loro soffocante egemonia sull’Europa.
USA e Cina sono troppo potenti per trattare alla pari con i paesi europei e la UE. L’Europa dell’euro e dell’austerità dal 2000 in poi ha perso troppo terreno competitivo sul fronte economico, tecnologico, energetico e militare rispetto all’America e alla Cina per riuscire a confrontarsi con le due superpotenze
senza cadere inevitabilmente nella subordinazione.
La Federazione Russa, invece, è la minore tra le grandi potenze mondiali e avrebbe tutto l’interesse a diventare il miglior socio dell’Europa. La stupidità strategica delle classi dirigenti europee è tale che, mentre il presidente americano Donald Trump sta correndo per stringere accordi con Mosca, gli europei invece corrono per armarsi contro la Russia e per farla diventare un antagonista strategico. Ma l’interesse dell’Europa è esattamente l’opposto.
Senza la Russia, l’Europa continuerà ad affogare nella crisi. In realtà per l’Europa la Russia è più necessaria di quanto lo sia l’Europa per la Russia. La Russia è l’unico paese con cui l’Europa può trattare da pari a pari sul piano economico e ha un’economia assolutamente complementare a quella europea.
Un’avvertenza, doverosa quanto banale: solo l’ignoranza o la malafede potrebbero indurre a credere – e a far credere – che chi scrive questo articolo preferisca il sistema politico russo a quello americano e propenda per il primo a scapito del secondo. Non c’è dubbio che qualsiasi persona normale preferisca vivere in un sistema democratico piuttosto che autocratico. Ma le alleanze in politica estera non si decidono in base a criteri morali o a principi astratti: si decidono soprattutto in base agli interessi e alle convenienze.
Putin non invaderà l’Europa e non ha interesse a scontrarsi con la Nato
Fino a qualche tempo fa la Russia era un partner affidabile ed estremamente vantaggioso per l’Europa (in effetti la Russia è stata anche un partner importante della Nato, almeno fino ai bombardamenti della Nato in Serbia e fino all’invasione russa dell’Ucraina).
Tuttavia attualmente l’Unione Europea guidata da Ursula von der Leyen sta diffondendo una grande menzogna, ovvero che Vladimir Putin, il tiranno russo, dopo aver invaso l’Ucraina, intenda invadere tutta l’Europa. Questa grande bugia, propagandata anche da Mark Rutte, l’olandese a capo della Nato, serve a legittimare il riarmo dell’Europa (e in particolare della Germania) e a tentare di ridare un senso a un’Unione che si sta disgregando.
Ma Putin non ha né la forza militare per scontrarsi con la Nato e conquistare l’Europa né, soprattutto, l’interesse a farlo. Non ci pensa neppure. I 32 paesi membri della Nato sono più forti della Russia sul piano militare, sono protetti dalla deterrenza atomica americana, francese e inglese, e Putin non avrebbe nulla da guadagnare ma tutto da perdere ad attaccare Londra, Parigi, Berlino o Roma.
La grande menzogna dell’imminente invasione russa serve unicamente a mistificare le vere cause della crisi europea, che sono innanzitutto interne e strutturali; serve a foraggiare con soldi pubblici le potenti lobby delle armi, dell’energia e della finanza, e a imporre ulteriori sacrifici ai popoli europei in nome della lotta contro “l’orso russo”.
L’Europa avrebbe un disperato bisogno di coordinare gli eserciti nazionali per costruire una sua difesa: ma la corsa al riarmo contro la Russia può provocare fatalmente la spirale di guerra che si voleva evitare.
L’Europa si mette l’elmetto e continua a sostenere la guerra in Ucraina
La guerra ucraina ha bloccato l’economia europea producendo una grande inflazione. Le sanzioni europee comminate alla Russia hanno danneggiato l’Europa perché l’hanno privata della principale fonte di energia, di gas e petrolio a buon mercato.
L’America ha sostituito la Russia come principale fornitore di energia, ma a prezzi quattro volte superiori. Questo sta provocando la deindustrializzazione dell’Europa. Eppure Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco ultraconservatore Friedrich Merz vogliono continuare a sostenere a tutti i costi il conflitto di Kiev con la Russia.
L’assurdità consiste nel fatto che, con Trump, gli americani si disimpegnano dal conflitto, mentre gli europei pagano la guerra scatenata dagli americani, e mentre le industrie belliche statunitensi fanno business a spese degli europei. Un capolavoro di stupidità strategica.
Eppure gli europei vogliono continuare a contrastare e punire Putin perché, invadendo l’Ucraina, ha rotto il diritto internazionale.
La Nato ha provocato consapevolmente l’invasione russa
I politici dell’UE e Giorgia Meloni nascondono però il fatto che alla radice della guerra in Ucraina c’è l’espansione della Nato a est, espansione che oggettivamente ha rappresentato una minaccia esistenziale per la sicurezza della Russia.
I presidenti americani, da Bill Clinton in poi, hanno spinto per l’espansione della Nato a est: sapevano benissimo che la Russia era troppo debole per impedire questa espansione nei paesi dell’ex Patto di Varsavia; ma sapevano anche che Putin avrebbe reagito con forza all’ingresso dell’Ucraina nella Nato.
L’Ucraina è un paese speciale per la Russia, un paese ex URSS, dove tutti parlano il russo, dove ci sono forti minoranze russe, dove c’è una base navale a Sebastopoli indispensabile per la Russia e dove è nata la Russia. L’Ucraina è, nel bene come nel male, parte della storia russa. In Ucraina la Nato di Joe Biden ha teso una trappola alla Russia, spingendola alla guerra.
La pressione delle amministrazioni americane e della CIA perché in Ucraina prevalessero governi filo-occidentali è storicamente provata. Victoria Nuland, segretaria di Stato responsabile per le relazioni europee al tempo della presidenza Obama, presente in Ucraina al momento dei fatti di Maidan (2014), in un’udienza al Congresso americano ha confermato che gli Stati Uniti hanno speso 5 miliardi di dollari per portare l’Ucraina nella sfera occidentale. [1]
Dopo la rivolta di Euromaidan, dopo la cacciata e la fuga in Russia del presidente filorusso regolarmente eletto Viktor Janukovyč – provocate da un colpo di Stato appoggiato dagli americani – la guerra divenne inevitabile. Putin ha reagito facendo in Ucraina esattamente quello che gli americani farebbero se i russi minacciassero di mettere i loro missili in Messico o a Cuba: la guerra.
L’invasione russa non mirava, almeno all’inizio, all’occupazione dei territori ucraini. Mirava a impedire l’ingresso della Nato in Ucraina e a costringere l’America a trattare sull’architettura delle forze militari in Europa. Non per caso Trump, per aprire i negoziati di pace con la Russia, ha subito accordato a Putin il veto americano all’ingresso di Kiev nella Nato.
Sull’Ucraina Trump ha dimostrato di avere le idee chiare: “Kiev può scordarsi l’adesione alla NATO. Penso che sia la ragione per cui è iniziata la guerra”. Trump ha dichiarato che l’aspirazione di Kiev a entrare nella
NATO è stata una “provocazione che ha contribuito allo scoppio della guerra”. [2]
La strategia suicida dell’Europa sulla questione ucraina
Qual è stato il ruolo degli europei in tutto questo? Prima dell’invasione Francia e Germania si erano sempre opposte all’ingresso di Kiev nella Nato e nell’UE. Paradossalmente sono invece oggi i principali sostenitori della continuazione a oltranza del conflitto ucraino, nonostante le negoziazioni avviate da Trump e nonostante sia ormai evidente che gli ucraini non potranno mai riconquistare le terre perse.
Questa guerra provoca ogni giorno decine di morti ucraini e russi e potrebbe concludersi con la disfatta completa di Kiev. È difficile comprendere le motivazioni dei due maggiori paesi europei.
L’America e la Cina sono gli avversari strategici
È molto difficile, per non dire impossibile, che gli europei possano stringere accordi alla pari e profittevoli con le due superpotenze, con l’America e la Cina.
Dal momento che Trump vuole annettersiannettersi a tutti i costi la Groenlandia – un territorio
autonomo della Danimarca, paese membro della UE e della Nato – e che fa le guerre senza avvertirci – come è successo in Iran – rischiando anche di tagliarci le vie del petrolio, diventa un avversario dell’Europa. Credere che Trump voglia proteggere l’Europa in caso di attacco è come credere alla Fata Turchina.
In prospettiva i paesi europei dovrebbero conquistare il controllo della Nato e non lasciare il comando militare agli Stati Uniti.
La Russia è il migliore alleato possibile per l’Europa
L’unica possibilità concreta che l’Europa ha di raggiungere l’autonomia strategica e riprendersi dal declino è stringere una stretta alleanza economica, industriale, commerciale e tecnologica con Mosca – ovviamente alla fine della guerra in Ucraina.
La Russia sarebbe un partner strategico ideale per l’Europa: è una grande produttrice di materie prime mentre l’Europa è una grande potenza industriale che però manca di risorse energetiche e minerali. La Russia di Putin ha tutto l’interesse a ristabilire ottime relazioni con l’Europa per sganciarsi dall’abbraccio soffocante con la Cina.
I paesi europei dovrebbero però riconoscere le legittime esigenze di sicurezza della Russia e stabilire, in prospettiva, buone e proficue relazioni. Ovviamente il presupposto di un profittevole vicinato è la fine della guerra e il ritiro delle sanzioni economiche che l’Europa ha comminato a Mosca: sanzioni che però, come un boomerang, hanno colpito più chi le ha emesse che il bersaglio.
Il problema è che i politici al vertice dell’Europa sono ancora troppo condizionati dal peso delle alleanze del passato e delle lobby filoamericane del presente, e sembrano incapaci di elaborare coraggiose strategie per il futuro.
Gli europei hanno un’occasione storica formidabile per trattare il disarmo bilanciato con la Russia: sia il trattato Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF) sui missili a medio raggio in grado di portare testate nucleari, sia il trattatoNew START, che limita il numero di testate nucleari e lanciatori schierati da Mosca e Washington, sono infatti conclusi e, auspicabilmente, da rinnovare. [3]
Finora gli europei non hanno mai partecipato a questo tipo di trattati, che sono stati gestiti e siglati in maniera bilaterale solo tra USA e Russia, sulla testa degli europei. Finita la guerra in Ucraina, occorre che anche gli europei partecipino al disegno della futura architettura militare in Europa.
[1] John J. Mearsheimer, Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault, Foreign Affairs, September/October 2014.
[2] Le Monde, “Trump says no security promises or NATO for Ukraine”, February 26, 2025.
[3] Elise Vincent, “‘Security architecture’ is key to the power dynamic between Russia and the United States”, Le Monde, February 21, 2025.
Il ministro arriva al Mic, poi non si presenta. Il videomessaggio sulla« libera e autonoma scelta della Biennale che siamo tenuti a rispettare, ma contraria all’opinione del governo italiano che rappresento»

(di Fabrizio Caccia – corriere.it) – ROMA «Due amici fraterni che non si sono neanche nominati nei rispettivi discorsi», fa notare adesso chi a destra li conosce bene entrambi, Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, il ministro della Cultura e il presidente della Biennale di Venezia. Ieri mattina i due non si sono citati e, a dire il vero, si sono pure evitati: «Anzi, l’assenza di Giuli è stato un messaggio preciso», continua l’amico comune. Il segno, forse, che la partita della Russia alla Biennale non è chiusa.
Così, è andato in scena il grande gelo. Alle 11 in punto il ministro scende dall’auto blu in via del Collegio Romano, la sede del Mic, dove mezz’ora dopo è in programma la conferenza stampa di presentazione del Padiglione Italia all’Esposizione internazionale d’Arte di Venezia. Ma nella Sala Spadolini, alle 11.30, si presenta solo Buttafuoco che ringrazia vago «il ministro». E Giuli? «Assente per improrogabili impegni istituzionali», la spiegazione ufficiale. Assente a casa sua? Un po’ strano. Però lo stesso ha preparato un videomessaggio di saluto «dettato dal cuore e dalla testa», esordisce così con il suo consueto sorriso largo, maschera per niente rassicurante, a cui infatti segue puntuale l’uppercut tremendo contro il padiglione Russia che torna a Venezia «per la libera e autonoma scelta della Biennale che siamo tenuti a rispettare». Cioè la scelta di Buttafuoco, senza però nominarlo. Ma «contrariamente all’opinione del governo italiano che rappresento», mette in chiaro il ministro. Perché la tensione è alta pure a Palazzo Chigi, da 4 anni al fianco dell’Ucraina invasa.
E Buttafuoco? Lui, nominato da Sangiuliano, ha sempre teorizzato che «la Biennale deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni, capace di accogliere anche i Paesi in conflitto». E pure se adesso gli stanno arrivando a pioggia le lettere di decine di europarlamentari (la settimana scorsa) e (ieri) pure dei ministri degli Esteri e della Cultura di 22 Paesi e del commissario Ue Glenn Micallef, tutti a chiedergli di «riconsiderare la partecipazione della Federazione Russa», Buttafuoco non demorde: «Se tornassi indietro si creerebbe un precedente anche nei confronti di Israele e degli Usa — così si è sfogato ieri con i suoi amici —. Ricevo migliaia di lettere pure contro la loro partecipazione, ma io ho sempre creduto nella cultura come strumento di diplomazia…». Già, ma bisogna tener conto di due fattori per capire che la partita è ancora aperta: in primis, la missione di Giuli a Odessa nel settembre 2023 da presidente del Maxxi per visitare i siti ucraini distrutti dai missili russi, a partire dalla Cattedrale. Fu un battesimo del fuoco: «Oggi — disse — Odessa ai nostri occhi è la capitale del mondo libero». E infine, a luglio scorso, il caso di Valery Gergiev: quando la Direzione della Reggia di Caserta, dopo due settimane di polemiche roventi, decise l’annullamento del concerto del maestro russo amico di Putin. Anche in quell’occasione Giuli (e il governo) si mostrò contrarissimo: «L’arte è libera ma la propaganda è un’altra cosa». A chiedere l’annullamento arrivarono anche allora le lettere di diversi premi Nobel alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. E la pressione internazionale ebbe la meglio. La Reggia di Caserta, che come la Biennale di Venezia godeva di assoluta autonomia, alla fine cambiò idea.

(Gioacchino Musumeci) – Tra le bufale sulla riforma c’è quella secondo cui servirebbe ai cittadini per due ragioni: giustizia più veloce e “parità delle armi” tra accusa e difesa.
A sentire la maggioranza di governo quindi la giustizia sarebbe sbilanciata a favore dell’accusa e non sarebbe garantista. “ Il plotone d’esecuzione” indicato dalla geniale Bartolozzi protetta da Nordio.
Eppure Daniela Santanché, tanto per fare un esempio, nonostante bilanci d’azienda falsificati, truffe ai danni dell’INPS contestate, dipendenti non pagati e soci gabbati, occupa il posto di ministra. Quindi non sembra che questo plotone sia così pericoloso.
E poi, secondo il governo, i magistrati sono troppo lenti per via di una singolare relazione secondo cui la velocità dei processi non dipende dal numero di sentenze pronunciate in un giorno ma dal numero di magistrati che cambiano carriera nello stesso arco di tempo.
Intanto non esiste un articolo della riforma che riguardi la tempistica dei processi. Ma il dato sembra irrilevante per Meloni & Co.
Ammettiamo quindi che io sia un sostenitore del Si critico e voglia verificare se davvero questa riforma porterà la celerità desiderata nelle cancellerie.
Quanto sarà veloce la giustizia dopo la separazione delle carriere? Facile calcolarlo. Prendiamo i dati pubblicati dal Csm.
In 18 anni i passaggi sono stati in media 45 l’anno: lo 0,53% delle toghe. Otto giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici. Tanti sono i magistrati che nel 2023 hanno “traslocato” dalla funzione giudicante a quella requirente o viceversa: in totale 34 toghe su 8.851, lo 0,38%. Inoltre Il 23 luglio 2024, in un’audizione durante l’esame della riforma sulla separazione delle carriere alla Camera, la prima Presidente della Corte di Cassazione Margherita Cassano ha detto (min. 1:48:05) che “in seguito alle modifiche del 2022, di fatto la strada del pubblico ministero e quella del giudice si sono allontanate professionalmente”, tanto che, “negli ultimi cinque anni è pari allo 0,83 per cento la percentuale di pubblici ministeri che sono passati a funzioni giudicanti e allo 0,21 per cento la percentuale dei giudici che sono passati a funzioni requirenti”.
Cosa significa? Che secondo la maggioranza la separazione delle carriere porta equità e velocità ma di fatto con queste percentuali cosa succede nella sezione di un tribunale dove effettivamente il cittadino pesa la giustizia: che per esempio su 10 magistrati lo 0,83% cioè nemmeno uno, secondo Meloni, Nordio e i sostenitori del “Si”, dovrebbe garantire giustizia più veloce e più equa. Il che è smentito completamente dai numeri.
Essenzialmente cosa dicono i sostenitori del “Si” che se corriamo una maratona in 200, basta cambiare le scarpe allo 0,83% dei maratoneti perché tutti siano più veloci e la probabilità di vittoria sia equamente distribuita. E’ perfettamente logico.
L’altra super bufala è contenuta nei Csm meno influenzati dalla politica. Falso: Prima della riforma il parlamento eleggeva 10 membri laici nell’unico Csm. Con la riforma avremo due Csm. Il parlamento compilerà le liste dei laici che entreranno nei due Csm. I laici sono tutti nominati, esattamente come prima. L’estrazione dunque maschera, si fa per dire, nomine politiche, e dato che i Csm sono 2 la politica ha raddoppiato la propria influenza. Matematica elementare è sufficiente per demolire una riforma epocale.
Sono tre anni che Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro, trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio

(di Angelo Palazzolo – ilfattoquotidiano.it) – Oggi al governo c’è una leader di destra che ama definirsi “donna, madre, cristiana”. Donna, ma al punto da voler essere chiamata “il presidente del Consiglio”; madre, ma senza aver adottato alcuna politica sociale degna di questo nome per le madri italiane; cristiana, ma senza alcuna traccia della compassione e dell’umanità tipiche degli autentici cristiani, come dimostrano il suo sostegno al governo israeliano durante il massacro di civili inermi in Palestina e il silenzio sulle 165 alunne iraniane uccise dai raid Usa pochi giorni fa.
Sulle contraddizioni della “donna, madre e cristiana” si sofferma in modo chiaro ed esaustivo Alessandro Di Battista, pertanto non aggiungo altro. Voglio invece soffermarmi sulla collocazione politica del nostro Presidente del Consiglio. In cosa Giorgia Meloni sarebbe una leader di “destra”?
La destra impersonata da Meloni ha tradito quella tradizione che per anni ha fatto dell’orgoglio nazionale, del senso dello Stato e della difesa dell’interesse del Paese la propria cifra. Dov’è quella destra che rivendica il senso di responsabilità, il rispetto delle regole e la coerenza nel difendere i propri principi?
Un patriota, per definizione, non si piega davanti a una potenza straniera. Difende l’autonomia, la sovranità del proprio Paese, anche quando questo significa entrare in conflitto con alleati più forti. Questo è l’immaginario che la destra ha sempre evocato, ma non c’è nulla di tutto questo nella destra di Giorgia Meloni. Basti pensare al caso del torturatore e stupratore di bambini Almasri. Rimpatriato dal nostro governo con un volo di Stato e accolto dai propri connazionali al coro di “uh uh al talian”. Che infamia, che smacco non solo per chi ha come valore la legalità, ma anche per tutti gli altri italiani, sbeffeggiati dai libici. Per non parlare di come ci trattano i nostri “alleati” Israele e Usa. I primi ci sparano addosso in Libano, sequestrano le nostre imbarcazioni in acque internazionali, fanno inginocchiare due carabinieri minacciandoli con le armi; i secondi ci vendono il gas ad un prezzo quadruplo rispetto a quanto ce lo vendevano i nostri presunti nemici russi, ci obbligano ad impegnare il 5% del nostro Pil in armi (la maggior parte delle quali saranno usate per combattere i loro nemici), irridono i nostri militari morti in Afghanistan, incuranti del fatto che i nostri militari erano lì per tirare fuori dai guai proprio gli americani.
Il servilismo di Meloni è ben iconizzato dai baci di Biden sul suo capo e dagli apprezzamenti di Trump sulla sua bellezza: non il trattamento riservato a un pari, ma la lusinga destinata a una valletta d’avanspettacolo. Sono tre anni che Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, facendosi dettare l’agenda da loro, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro, trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio. La posizione subalterna e il servilismo umiliante dei nostri ministri, Tajani e Crosetto, hanno finito per farci trattare da Stati Uniti e Israele esattamente come ci meritiamo di essere trattati: indegni di una chiamata prima del bombardamento in Iran. Del resto, come dice il proverbio “Cu pecura si fa, u lupu sa mancia”.
Si dirà che neanche gli altri Paesi europei erano stati coinvolti nella decisione di quest’ennesima aggressione illegale, né forse informati preventivamente. D’accordo, ma nell’immediata reazione di sdegno e disaccordo di Francia e Regno Unito si intravede un moto d’orgoglio. Per non parlare della posizione assunta dalla Spagna, che ha dimostrato di infischiarsene delle minacce del bullo statunitense o del governo criminale di Netanyahu, mantenendo la schiena dritta di fronte a entrambi, una posizione che un tempo sarebbe stata consona alle destre più fiere. E invece chi guida oggi la Spagna? Pedro Sánchez, un socialista.
Per chi si riconosce nella tradizione della destra è difficile non cogliere l’ironia della storia: una destra che ha sempre fatto dell’orgoglio nazionale il proprio marchio identitario oggi si ritrova a ricevere lezioni di autonomia politica e coerenza morale dal governo più progressista d’Europa.
A chi si sente tradito da questa destra senza spina dorsale rivolgo un appello: mandateli a casa e fatevi rappresentare da chi difende davvero gli interessi dell’Italia, da chi rispetta le regole che si è dato e da chi ha il coraggio di guidare. Un Paese che si rispetti siede ai tavoli della Storia da commensale, non da cameriere.

C’è un dramma silenzioso che sta attraversando il Paese: quello dello spopolamento e della nuova emigrazione. Un fenomeno sempre più evidente ma spesso poco percepito nella sua reale portata. Il tema è stato al centro del seminario di presentazione del Rapporto di ricerca su “Valorizzazione della nuova emigrazione nello sviluppo locale e nelle relazioni internazionali del Paese, quale contributo alla coesione territoriale, sociale ed economica regionale, nazionale e comunitaria”, svoltosi a Potenza presso la sede della Regione Basilicata. Per Futuridea è intervenuto il responsabile delle relazioni istituzionali Francesco Nardone, che ha illustrato i principali dati del rapporto, realizzato da un partenariato tra Filef Ets, Fiei, Fondazione ECAP-Zurigo, Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Futuridea, Ce.Do.M Unisa e Spi-Cgil Firenze. Futuridea ha inoltre curato il report “Semi di futuro nei solchi dell’abbandono”, con Maria Beatrice Fucci, dedicato agli impatti sociali ed economici delle migrazioni nelle aree interne.
Il rapporto analizza il periodo 2009–2023 e mette in evidenza una tendenza ormai strutturale: il saldo naturale della popolazione è costantemente negativo e l’emigrazione continua a crescere. “Siamo di fronte a un esodo di massa, strutturale e unidirezionale, tutto in uscita e nulla in entrata – ha spiegato Nardone – e il saldo negativo non riguarda solo il Sud, ma tutte le regioni del Paese”. Particolarmente colpiti sono i piccoli centri. “I comuni sotto i 5.000 abitanti rappresentano circa il 70% del Paese, ma in questi territori è concentrato il 90% delle nostre produzioni Dop. È la nostra identità stessa ad essere messa a rischio”. Il quadro che emerge è quello di territori sempre più fragili, segnati dal calo delle nascite e dalla partenza di giovani e famiglie. “Si osserva un calo delle nascite ovunque, accompagnato da decessi ed emigrazione. È un fenomeno diffuso che rischia di svuotare intere aree del Paese”.
Per Nardone non bastano più interventi correttivi. “Non siamo più nella fase dei piccoli aggiustamenti. Dobbiamo costruire qualcosa di nuovo, mettendo al centro le aree interne e creando occasioni di sviluppo, innovazione e comunità. C’è bisogno di avviare nuove politiche per sostenere chi parte, chi resta e chi potrebbe tornare, puntando su reti culturali, start up innovative e valorizzazione della terra e delle produzioni locali. Solo così – conclude Nardone – possiamo trasformare lo spopolamento da destino inevitabile a sfida per il futuro dei territori”.
Una consultazione popolare che rischia di fare deragliare la maggioranza: tra propaganda, scivoloni, e colpo di mano, mentre i cittadini non sembrano scaldarsi troppo.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Non so quante volte ho provato a scrivere questo articolo, dopo aver segnato i punti e gli argomenti più importanti. Ogni volta però finivo per perdermi tra cose che non capisco e, inevitabilmente, lasciavo perdere. Fino a ieri sera, quando credo di essermi avvicinato il più possibile a qualcosa che somigliasse a un’analisi. Ho messo in fila, diligentemente, il chi, cosa, come, quando e perché del referendum. Il risultato, però, era ancora asettico, esattamente come la maggior parte degli articoli che ho consultato sul web. E quindi, dal momento che non aggiungevano nulla alla lista, mi ritiravo diligentemente.
Adesso però, dopo aver segnato per bene le coordinate, avverto che sarebbe uno spreco non condividere l’idea che mi sono fatto su questo benedetto referendum. Sì certo, farò attenzione a pubblicare l’articolo a borse chiuse: non si sa mai possa creare contraccolpi… Tornando seri.
Il referendum del 22 e 23 marzo mi ispira queste note un po’ random, senza che siano forzatamente collegate o particolarmente omogenee. Intanto, parlare di referendum di questi tempi mi sembra un’eccezionalità da accogliere con gioia e un pizzico di sollievo. In tempi così bui, oscuri e particolarmente autocratici, la consultazione popolare è come una boccata d’ossigeno. Il cittadino chiamato a esprimersi su una legge costituzionale – se ci pensiamo – è già una vittoria della Democrazia e sarebbe quasi commovente, se non fosse che l’atto del voto viene costantemente impestato dalla bassa dialettica politica che governa e ammorba questo Paese.
Ma al di là del mero esercizio democratico, sempre benaugurante, bisogna considerare che spesso – troppo spesso – i referendum, soprattutto quelli costituzionali (ma anche gli abrogativi), rappresentano un’asticella un po’ troppo alta per il comune cittadino. È difficile incunearsi nei meandri dei tecnicismi in cui i quesiti si arrotolano, nei cavilli troppo specialistici per un comune mortale. A meno che non ci si lasci guidare dall’informazione: mainstream, se si preferiscono social e TV generaliste, dove però spesso il rischio è quello di imbattersi in teorie già preconfezionate e pronte per l’asporto; più specifica, se invece si ha il tempo e la voglia di approfondire su siti specialistici o su quotidiani che prevedono un certo contraddittorio.
Alla fine, il cittadino medio, con poco tempo a disposizione, finirà per essere risucchiato suo malgrado dentro questo infinito polverone mainstream, in cui le ragioni del sì e quelle del no vengono sfornate a ogni ora del giorno e condite per bene con le argomentazioni che più aggradano all’una o all’altra parte. Il cittadino capirà ovviamente molto poco, ma intuirà che i propri beniamini – perlomeno quelli di cui ha imparato a fidarsi di più – non possono tradirlo. E, in assenza di controprove scientifiche, se ne convincerà. Ed è così che, come per tutte le altre volte, anche in questo caso i politici si riveleranno “sostituti rappresentanti”: cioè, indirettamente, saranno – paradossalmente – loro a decidere come la pensiamo noi.
Il paradosso è in effetti servito: il referendum, da moto di coscienza, si trasforma in voto per procura. O anche per partito preso. Senza magari aver capito – perché non se ne hanno gli strumenti né, molte volte, la voglia – le varie implicazioni.
L’impressione è che anche il referendum del 22 e 23 marzo sia destinato a incanalarsi in questa direzione. E a diventare quindi un voto, come è stato detto da molti, pro o contro il governo. Probabilmente entrambe le parti – i comitati sostenitori del sì e quelli sostenitori del no – avranno anche le loro buone ragioni. Da una parte e dall’altra si ingegneranno a trovare la via nobile per spiegare la bontà della riforma; oppure, dall’altra, arroccandosi nella difesa dello status quo. Perché se i padri fondatori della Repubblica, in primis antifascisti e democratici, nel dopoguerra, hanno disegnato la magistratura in questo modo, un motivo ci sarà pure stato.
Dall’altro lato, quelli per il sì sostengono che la separazione delle carriere e i due percorsi di formazione diversi – per giudici da un lato e pubblici ministeri dall’altro – sono la regola in Europa e altrove nel mondo “democratico”. E che dunque non c’è nulla di male nel voler separare quello che oggi è un monolite: la Magistratura. Il sì, infatti, vorrebbe creare due magistrature con due organi di controllo indipendenti.
Il fronte del no, invece, la vede come un tentativo di minare l’unità e l’indipendenza della Magistratura e, così facendo, avvicinare l’organo accusatorio – i pubblici ministeri – sotto l’ala del governo. Se non dipendente direttamente, almeno condizionabile nei tempi e nei modi. Cosa che, nei fatti, dicono quelli del no, limiterebbe la libertà dell’impianto accusatorio.
Altra vexata quaestio è quella del fronte del sì che propende per il sorteggio dei membri degli organi di controllo. Argomento che è fumo negli occhi per il fronte del no, che in questo vede una limitazione alle scelte politiche interne, finora dettate democraticamente dalle varie correnti di appartenenza dei magistrati.
Insomma, per il fronte del no ce n’è abbastanza per mettersi di traverso. E a mio avviso, a buona ragione.

A questo punto occorre ricordare, almeno per sommi capi, gli scivoloni involontari del ministro Nordio, in cui si è imbattuto, con ingenuità o genuina franchezza. In un caso riconoscendo – in modo piuttosto trasparente – che la riforma non inciderà in modo significativo sull’efficienza operativa della magistratura, spesso alle prese con ritardi e lungaggini burocratiche che fanno durare i processi anni. Argomento che già di per sé indebolisce il tentativo di riforma: perché, ci si potrebbe chiedere, se non serve a migliorare operatività e qualità, a cosa dovrebbe servire?
E qui va citato in sequenza il secondo scivolone del ministro Nordio, che se non altro gli è valso il simpatico soprannome di “posa il fiasco”. Stavolta lo scivolone è forse più grave del primo: nel tentativo di ingraziarsi il Partito Democratico, si è lasciato scappare che anche l’opposizione potrebbe avere dei vantaggi in caso di vittoria del sì. Insomma, non un grande stratega di marketing il ministro Nordio: pasticcione, poco a suo agio con i giornalisti e in difficoltà con il public speech.
Di recente, poi, un’altra dichiarazione goffa oltre che grave, che non lascia adito a dubbi, proviene dal suo capo di Gabinetto, Giusi Bartolozzi, che l’altro ieri si lascia scappare nel corso di una diretta TV le seguenti parole: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”. Definendo poi alcuni settori della magistratura come un “plotone d’esecuzione”. Da lì apriti cielo. Il classico caos in cui l’opposizione non può che andare a nozze, soprattutto quando può unire i puntini senza troppa fatica.
E così, senza troppa fatica, l’opposizione si ritrova ad addebitare a questa destra arruffona il tentativo di modificare gli equilibri dei poteri. Perché, se indebolisci la Magistratura, oltre a conservare nel cassetto quel sogno mai dimenticato della repubblica presidenziale – svuotando così di significato un’altra istituzione di garanzia, quella del Presidente della Repubblica – allora il disegno diventa più chiaro, riconoscibile. E di conseguenza, sgamabile. Il governo avrebbe cioè buon gioco contro gli altri due baluardi della democrazia. Un’analisi probabilmente forzata, ma che non per questo potrebbe rivelarsi infondata.

Insomma, di motivi per votare no se ne trovano a bizzeffe, soprattutto perché il sì – ripeto, per stessa ammissione dei proponenti – non garantisce un passaggio automatico di efficienza e potrebbe invece rappresentare il classico salto nel buio. E allora, personalmente, quando è così, sarei tentato di lasciare tutto per com’è. Non perché lo status quo sia la perfezione – non lo è quasi mai – ma perché, per cambiare ciò che per quasi 80 anni ha funzionato, con tutte le difficoltà del caso, mi dovranno convincere con argomenti ben più precisi e circostanziati.
Non certo citando – a sproposito e senza alcun senso – il caso della “famiglia della casa nel bosco” come cattiva gestione dell’attuale magistratura. Unico e ultimo disperato argomento, che nulla c’entra con i quesiti del referendum, ma che serve a Meloni & co. per agitare le acque e mettere tutta la magistratura in cattiva luce.
Possiamo giurarci che da qui al referendum l’argomento “casa del bosco” sarà cavalcato dal governo senza soluzione di continuità e, ça va sans dire, senza alcun ritegno.
In fondo, in ultima analisi, quello che questa destra continua a non digerire è forse l’idea che la giustizia sia davvero uguale per tutti. Una battaglia già tentata da Berlusconi, che come Napoleone a Waterloo finì per lasciarci le penne. E chissà quale strascico ci potrà riservare stavolta il fatidico day after.

(Stefano Rossi) – Oggi prevale l’elogio dell’ignoranza. A nulla valgono dotti discorsi a confutare questo principio: è tempo perso.
Non si aspetta, non si studia, non si approfondisce, è tempo sprecato.
Prevalgono i discorsi semplici, brevi, del tutto falsi e scollegati dalla realtà, ma piacevoli da sperare che siano veri.
La scienza dice una cosa? Ecco che si materializzano frotte di persone pronte a criticare e negare l’evidenza.
Oggi sono le leggi, la democrazia, i limiti imposti dalle società evolute ad essere viste come intralci ad una politica affaristica e populista.
La Corte Suprema boccia i dazi imposti da Trump? E lui applica, come ritorsione, dazi globali al 10-15%.
Non conta più la disciplina, conta la risposta simultanea, il reagire d’impeto, possibilmente con violenza. E la folla applaude.
Un po’ come quello che riceve la multa per aver parcheggiato sulle strisce pedonali, ma vuole aver ragione e se la prende con i vigili.
Ora, a pochi giorni dal Referendum, ecco che si annida un’immane frottola.
I giudici sbagliano? Devono pagare come l’idraulico, il medico, il commerciante.
E la folla si eccita.
Si dimentica di spiegare, però, che il lavoro di un magistrato non può essere paragonato a quello di un artigiano. Egli lavora con le sua mani, il suo laboratorio; il risultato è frutto del diretto impegno che ci ha messo.
Il magistrato, spesso, opera e decide in base a risultati che sono estranei al suo operato diretto.
Certo che devono pagare quando sbagliano, e sono il primo a dire che spesso non hanno pagato, ma allora, bastava una riforma limitata ad un regolamento più dettagliato su come prevedere punizioni e reprimende.
E, comunque la si voglia pensare, se varrà il principio esposto, che chi sbagli paga, frutto del più becero populismo, nessun giudice condannerà e nessun sostituto procuratore chiederà di arrestare un sospettato.
Ma questa elementare conseguenza non può essere nemmeno prospettata a chi ha sete di vendette dettate più da frustrazioni personali che da una lucida visione della realtà.
PS.
Il meme messo sopra è una delle tante prove di come si butta in pasto alla folla feroce la voglia di “far pagare alla casta”.
Oggi è così.

(Andrea Zhok) – Il “Times of Israel” di ieri (10/03) dedica un articolo a ciò che per molti era chiaro dall’inizio: l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran non ha alcuna data di scadenza prevedibile e non ci sono segni di un collasso del regime, né di una “rivoluzione colorata”.
Potremmo compiacerci di aver avuto ragione. In molti capivano perfettamente da subito che la strada dell’aggressione frontale può avere semmai l’effetto di consolidare un regime e di radicalizzarlo, ben difficilmente di persuadere la popolazione che chi li bombarda gli vuole bene e fa i loro interessi.
Potremmo concludere che il Mossad e il Deep State americano siano imbecilli, gente incapace, che non è riuscita neppure a considerare probabile un esito che a moltissimi appariva certo.
Non stiamo parlando naturalmente di Trump, che potrebbe perfettamente aver creduto che in 4 giorni lo avrebbero incoronato imperatore dell’Iran e che perderà le elezioni di mid-term (l’uomo, lasciato a sé stesso, potrebbe girare in tondo tutto il giorno alla ricerca del proprio culo.)
Il punto è che queste decisioni non le prende Trump, se non formalmente, e la sua condizione di minorità rende semplice usarlo come cavatappi dai veri decisori (come Biden prima di lui.)
Insomma, può darsi che i decisori reali abbiano davvero sbagliato clamorosamente i conti, ma è altrettanto possibile, anzi più probabile, che lo scenario di un conflitto duraturo sia stato non solo messo in conto, ma visto con favore.
E qui è opportuno riflettere un momento su cosa comporterebbe uno scenario del genere, uno scenario in cui il conflitto si prolunga per mesi.
A chi giova? Chi sono i perdenti in questo scenario?
Lasciamo perdere le popolazioni, i civili, l’ambiente, ecc. tutte cose che per gli oligarchi del potere mondiale sono insetti, tutt’al più interferenze che meritano al massimo un bonifico extra ai loro giornali, per far passare la narrativa adatta.
I primi perdenti sono i paesi del Golfo, paesi ricchissimi, ma anche fragilissimi, paesi che si illudevano di essere “sotto l’ombrello americano”. Sta succedendo loro quello che succederà agli europei che ancora si illudono di essere “sotto l’ombrello della Nato”. Il giorno in cui l’ombrello serve, si accorgeranno di non essere “sotto l’ombrello”, ma di essere loro l’ombrello, che riceve la pioggia al posto degli USA.
Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, ecc. uscirebbero rovinati da una guerra prolungata. (Il mercato immobiliare a Dubai ha perso un quinto del suo valore in una settimana). Ora, i governanti di questi paesi possono ben minacciare di ritirare i loro capitali dal mercato statunitense, come hanno fatto, ma per investirli dove? In Cina? La verità è che quello che sta già ora accadendo è esattamente il contrario: si sta disinvestendo dai paesi del Golfo e i capitali disinvestiti si spostano nei loro “hub” di riferimento cioè New York o Londra.
I secondi perdenti sono i soliti cabarettisti cotonati dell’Unione Europea, che si agitano per fingere di contare, si spendono in lezioni a orologeria di moralità internazionale, ma dopo aver tagliato eroicamente i ponti con la Russia per i propri rifornimenti energetici, ora vedono ridursi gli approvvigionamenti di gas e gasolio, per la chiusura dello stretto di Hormuz. Il risultato è del tutto ovvio: ulteriore desertificazione industriale, con le industrie maggiori che trasferiscono la loro produzione negli USA.
Il terzo possibile perdente, ma al momento non sta accadendo, sarebbe la Cina, che viene messa in difficoltà nei propri approvvigionamenti petroliferi. Anche questa opzione è evidentemente gradita agli oligarchi israelo-americani.
Infine, ma forse più importante di tutte le motivazioni: incombe l’ombra di una stagflazione mondiale. La stagflazione sarebbe qui una combinazione di inflazione interna di origine esogena (dovuta all’aumento dei prezzi dell’energia) e rallentamento della produzione industriale.
Qualcuno ingenuamente potrebbe dubitare che questo sia un esito gradito ai decisori apicali, alle oligarchie finanziarie. Ma in verità questo esito è desiderabilissimo per chi ha un eccesso di capitali accumulati che fanno fatica a trovare investimenti – e che al momento forniscono rendite molto basse.
Come sempre (vedi pandemia) non bisogna guardare alle perdite di breve periodo, ma alla redistribuzione di potere comparativo nel tempo.
Una stagflazione mondiale opera come un meccanismo darwiniano, dove chi ha maggiori scorte può permettersi perdite momentanee (come nei meccanismi di dumping) e uscirne in una posizione consolidata. Alla fine di una crisi stagflattiva i capitalisti di medio livello scivolano verso il basso, mentre il vertice finanziario si consolida.
Le massive distruzioni che una guerra produce rappresentano, alla fine della stessa, straordinarie occasioni di investimento per chi ha capitali fermi in abbondanza.
Ora, non è detto che tutti questi processi filino come desiderato. Ci sono alcune possibili criticità. La maggiore è rappresentata dalla tenuta della popolazione israeliana, che potrebbe ad un certo punto fare pressione sul proprio governo per staccare la spina. Non credo sia un caso che, per “ragioni di sicurezza nazionale”, la copertura interna e internazionale delle distruzioni interne ad Israele questa volta è pressoché nulla. La censura è draconiana. Come al solito, nel mondo moderno se una cosa non appare in TV non esiste. (Se una bomba ti capita sotto casa, ma al Tiggì non ne parlano, vuol dire che sei stato privatamente sfortunato; te ne fai una ragione.) Quanto questo gioco di negazione possa durare non è chiaro.
Ma alla fine, come accade sempre per i decisori accorti, gli esiti contemplati sono tutti favorevoli (Win – Win).
Se il regime iraniano collassa, il paese e le sue risorse verranno saccheggiate e la Cina messa in un angolo.
Se resiste, ad essere drenati saranno i paesi del Golfo e l’UE, indebolendo forse un po’ la Cina.
In entrambi i casi la lobby Epstein ne esce più grassa e potente di prima.
Sberla a Meloni: la zarina di Nordio, Giusy Bartolozzi, non si scusa. Il caso. Dopo l’attacco la premier e Nordio invocano un ravvedimento, FI e Lega la scaricano, ma lei resta: “Effetti drammatici su chi è innocente”

(di Lorenzo Giarelli e Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – La scena è quasi surreale. Una capa di gabinetto che non solo si impunta, ma sconfessa il “suo” ministro e la presidente del Consiglio, facendo infuriare i piani alti del governo. I quali, evidentemente, non hanno la forza per cacciarla o pretendere un comportamento diverso. È questo il cortocircuito in cui si è cacciata Giusi Bartolozzi, dopo che sabato, durante un confronto tv, ha paragonato la magistratura a un “plotone di esecuzione” e detto di voler “togliere di mezzo i magistrati”. Ieri ci si aspettava le sue scuse, anche perché Palazzo Chigi aveva fatto filtrare un certo fastidio per la vicenda, invece Bartolozzi, “zarina” del ministero della Giustizia nonché ex parlamentare di Forza Italia, non si scusa e rilancia pure.
È tardo pomeriggio quando la capa di gabinetto di Carlo Nordio rilascia una dichiarazione all’Ansa. La prende larga: “Nel confronto di sabato avevo appunto ribadito la piena fiducia verso la categoria nel suo complesso e l’importanza della riforma come strumento in grado di restituire a essa una credibilità. In questo contesto spiegavo che la particolare attenzione data dal governo al processo penale deriva dalla drammaticità degli effetti che esso porta nella vita delle persone, delle famiglie, delle aziende, specie quando a trovarsi al centro dell’azione giudiziaria è qualcuno che sa di non aver commesso nulla di male. Effetti che nessuna assoluzione è in grado di cancellare”.
Poi l’affondo: “Il riferimento al plotone di esecuzione alludeva quindi allo stato di assoluta prostrazione in cui ci si trova in questi casi, esattamente come colui che, postovi davanti, poco o nulla può fare per difendere la propria vita”. Zero scuse, nessun passo indietro. Anzi, la conferma di quel paragone, pur limitato ad alcuni casi. C’è semmai una “presa d’atto” di polemiche su parole “piegate a una lettura fuorviante”: “Non ho mai attaccato la magistratura che anzi, in più di un’occasione, ho difeso anche a costo di scelte personali e politiche estremamente gravose”.
A rendere grottesca la faccenda c’è il fatto che negli stessi minuti Nordio, che non avrebbe avuto contatti con Bartolozzi, risponda ai giornalisti a margine di un evento lasciando intendere che quest’ultima avrebbe avuto tutt’altro atteggiamento: “Penso che probabilmente farà le sue scuse per quelle parole, che forse sono state un po’ troppo enfatizzate”. Concetto già espresso in mattinata, quando il ministro aveva difeso la zarina blindandola nel suo ruolo (“le dimissioni non sono prese in considerazione”) ma anticipando un fantomatico ravvedimento: “Sono certo che la dottoressa Bartolozzi si scuserà”.
Fin qui Nordio. Ma è la stessa Giorgia Meloni a essere furiosa per il caso. Già lunedì sera Palazzo Chigi aveva fatto trapelare il malumore della premier, ieri poi ecco “fonti di governo” far sapere che il caso, che “non è piaciuto” a Meloni, “verrà gestito internamente”: “Bartolozzi deve tenere a freno la lingua”, è uno dei commenti riportati dalle stesse fonti. Ma d’altra parte bastava sentire Alfredo Mantovano, sottosegretario e fedelissimo della premier, che in mattinata aveva bollato come “infelice” la frase della zarina. A difenderla resta solo qualche esponente di Fratelli d’Italia, più per dovere d’ufficio che altro. Giovanni Donzelli se la prende con la sinistra “senza argomenti” che “parla di gossip”, ma il resto della maggioranza dimostra di aver mollato Bartolozzi. Il portavoce di FI Raffaele Nevi parla di “un errore”, il capogruppo Paolo Barelli col Fatto usa il sarcasmo: “Bartolozzi chi? Sicuramente dice il contrario di quello che stiamo promuovendo”. E Giorgio Mulè arriva a dire: “Avevo sperato nel suo passo indietro”. Per la Lega parla Stefano Candiani, un altro che si mostra scocciato dall’uscita della capa di gabinetto: “È stata inopportuna, un bel tacer non fu mai scritto. Con queste cose non si vince il referendum”.
Non a caso l’opposizione da un lato chiede le dimissioni di Bartolozzi (“la toppa è peggio del buco”, dice il Pd), dall’altro festeggia per il regalo inaspettato. Silenzio gelido dal Quirinale che aveva chiesto di evitare scontri istituzionali. Anche i centristi, molti dei quali voteranno Sì, parlano di “parole gravissime” e Matteo Renzi interverrà oggi in Senato per incalzare Meloni proprio sul tema. Perché finora la premier ha provato a risolverla “internamente”, ma non è bastato. Nel dubbio Bartolozzi non ci sarà domani all’evento di Milano a cui parteciperà anche Meloni. Obiettivo: evitare, per quanto possibile, di oscurare la premier.
Meloni, intervento Usa e Israele contro Iran fuori da diritto internazionale

(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “È in questo contesto di crisi del sistema internazionale nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano”.
Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
MELONI, NESSUNA RICHIESTA PER BASI USA, IN CASO DECIDE IL PARLAMENTO
(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “Le basi concesse agli Usa dipendendo da accordi che sono sempre stati aggiornati da governi di ogni colore: nel caso in cui dovesse giungere la richiesta spetterebbe sempre al governo” prendere una decisione “ma ribadisco la decisione in quel caso” sarebbe affidata “al Parlamento. Ribadisco anche allo stesso modo che a oggi non è pervenuta alcuna richiesta”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
Iran: Meloni, ‘rimpatriati 25 mila italiani, completare messa in sicurezza’
(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “Dobbiamo completare l’azione di messa in sicurezza delle decine di migliaia di italiani e dare assistenza a chi è rimasto bloccato. Abbiamo organizzato voli e convogli che hanno permesso di rimpatriare finora oltre 25 mila connazionali dando priorità a chi era in transito e a chi era in situazione in particolare fragilità.
E desidero ringraziare in modo particolare tutte le nazioni del Golfo per il grande aiuto che ci hanno dato in questo frangente, così come il ministero degli Esteri, l’intelligence e la Protezione Civile per questo importantissimo lavoro”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
Meloni, lavoriamo per diplomazia ma impossibile finché Iran continua attacchi
(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “Siamo determinati a mantenere un raccordo” con i partner europei “per non risparmiare alcuno sforzo” e “riportare stabilità nell’area”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente. Meloni ha parlato anche di un “piano” per valutare i margini “di un ritorno della diplomazia” che però è “impossibile finché l’Iran” continua gli “attacchi”.
Meloni, accertare responsabili della strage delle bambine in Iran
(ANSA) – ROMA, 11 MAR – La premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente, ha ricordato la “strage delle bambine nel Sud dell’Iran” chiedendo che “si accertino le responsabilità”. “Va preservata l’incolumità dei civili e dei bambini”, ha detto Meloni.
Meloni, bene se Italia compatta ma no all’unanimismo peloso
(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “Qui c’è il governo italiano chiamato a affrontare uno dei tornanti più complessi e preferimmo non farlo da soli: è sempre auspicabile una nazione come la nostra sappia compattarsi”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente. unanimismo peloso
“Uno scenario come questo impone a tutte le classi dirigenti lucidità e capacità di adattare le proprie decisioni. E’ possibile e io l’ho fatto quando da unica leader di opposizione non esitai” durante l’attacco a Kiev.
“Si può fare senza rinunciare a nulla della propria identità politica mi auguro lo spirito possa essere accolto perchè l’Italia possa parlare con una sola voce”. Ma – ha aggiunto – nel caso in cui “questo appello” non fosse accolto “rassicuro” i cittadini: “il governo affronta la crisi con autorevolezza serietà e abnegazione come sempre abbiamo fatto”.
Iran: Meloni, comitato antiterrorismo è riunito permanentemente
(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “Il governo si è immediatamente attivato per rafforzare la sicurezza interna, a partire dal presidio degli obiettivi sensibili, contro eventuali rischi di terrorismo collegati a possibili cellule dormienti o gruppi solidari.
Tanto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza quanto il Comitato di analisi strategica antiterrorismo sono di fatto riuniti permanentemente”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
Meloni a Israele, garantire la sicurezza dei soldati Unifil in Libano
(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “La situazione in Libano è delicata”, “la decisione di una nuova guerra contro Israele è scellerata”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
La premier ha spiegato di essersi sentita con Netanyahu, manifestandogli “la contrarietà dell’Italia a qualsiasi escalation” fermo restando il diritto di Israele alla sua difesa “agli attacchi di hezbollah”. In Libano, ha continuato, “sono presenti oltre mille soldati italiani della missione Unifil. La sicurezza del personale va garantita in ogni momento, reiteriamo la richiesta ad Israele”.
MELONI, PRONTI AD AUMENTARE TASSE A CHI SPECULA SUI CARBURANTI

(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “Riguardo all’attuale aumento dei prezzi dei carburanti, il messaggio che voglio dare agli italiani ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese è: consiglio prudenza.
Perché faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi compreso se necessario recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
CARBURANTI: MELONI, VALUTIAMO ATTIVARE MECCANISMO ACCISE MOBILI
(MF-NW) – “Sui carburanti, stiamo valutando anche di attivare il meccanismo delle cosiddette “accise mobili” che questo Governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023, nel caso i prezzi aumentassero in modo stabile”.
Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, aggiungendo che “il meccanismo, la cui attivazione è stata peraltro chiesta anche da parte dell’opposizione, consente di utilizzare la parte di maggiore Iva derivante dall’aumento dei prezzi per ridurre le accise. È lo strumento della sterilizzazione che era presente anche nel nostro programma, e la sua attivazione è tra le contromisure che siamo chiaramente pronti a prendere”.
MELONI, L’UE SOSPENDA URGENTEMENTE GLI ETS SUL TERMOELETTRICO
(ANSA) – ROMA, 11 MAR – “A livello europeo stiamo chiedendo, in attesa della revisione annunciata, di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico.
Si tratta di un provvedimento che serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
DALLE ACCISE MOBILI SCONTI ULTRALEGGERI E CONCENTRATI SULLE FAMIGLIE PIÙ RICCHE
(Estr. di Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore) – Ieri i prezzi dei carburanti hanno mosso un altro, piccolo passo in avanti in tutta Italia. Nel censimento quotidiano del ministero delle Imprese, la benzina ha guadagnato in media circa 1,5 centesimi rispetto a martedì, e il gasolio ha continuato a correre a ritmi più intensi, salendo di quattro centesimi e superando in 18 Regioni su 21 quel tetto dei due euro al litro che il giorno prima era stato sfondato solo nella Provincia di Bolzano.
[…] Ma come da attese, il Consiglio dei ministri non ha messo mano alle forbici sulle accise. Come mai? […] In sintesi: l’allarme scatenato dai tabelloni dei distributori è massimo, ma l’effetto delle «accise mobili» è minimo. Quasi impercettibile. Perché ad alimentarlo sono i guadagni macinati dallo Stato alla pompa di benzina con gli incassi aggiuntivi dell’Iva: che, almeno per ora, sono modesti.
Un ordine di grandezza si può fondare sulle medie settimanali dei prezzi aggiornate ieri dal ministero dell’Ambiente, che dettaglia le diverse componenti alla base del conto pagato dagli automobilisti. Ai valori attuali, l’Erario incassa 31,47 centesimi di Iva per ogni litro di benzina, e 33,708 centesimi per ogni litro di gasolio. Rispetto a un mese fa, significa 1,8 centesimi in più al litro per la verde, e 3,4 centesimi in più nel caso del diesel.
Con i consumi italiani (930 milioni di litri di benzina e 1,8 miliardi di litri di gasolio a gennaio), si tratta di meno di 75 milioni in più al mese: cioè lo 0,0015% dei quasi 5 miliardi spesi nello stesso periodo dagli italiani per muoversi. A tanto, in sostanza, ammonterebbe lo sconto assicurato dalle accise mobili. Che al netto delle variabili legate al parametro di calcolo (bimestrale, secondo le regole del 2023, e ancorato non ai prezzi ma alla differenza fra le quotazioni del Brent e quelle previste dal programma di finanza pubblica) si aggirerebbe nei dintorni dei due centesimi al litro per la benzina e dei quattro per il diesel.
Di questi dettagli pratici si è ovviamente disinteressato il fitto dibattito innescato in questi giorni dalla politica sulle accise mobili. A rilanciarle è stato per primo il Pd. Che ha archiviato all’istante la lunga battaglia ai «sussidi ambientalmente dannosi», con cui da tempo propone di finanziare una lunga serie di misure dall’aumento dei fondi sanitari al congedo paritario, per rivendicare la paternità del meccanismo taglia accise.
«Le stiamo valutando», si è affrettata a rispondere la premier Giorgia Meloni, che pure solo due mesi e mezzo fa, nell’ultima legge di bilancio, aveva accelerato l’allineamento fra le accise di benzina e gasolio, con un rincaro da 4,6 centesimi al litro proprio a carico di quest’ultimo che ora vive l’impennata dei prezzi più pronunciata.
Ma c’è un altro aspetto fin qui ignorato da questa battaglia di parole: gli sconti sulle accise favoriscono i più ricchi. Il fenomeno è abbastanza intuitivo. Ma a confermarlo c’è l’esperienza del 2022, quando il Governo Draghi, che poteva contare su un’Iva gonfiata dall’inflazione all’8,1%, dedicò oltre 8 miliardi per un taglio (più forte, da 25 centesimi al litro) alle accise da marzo a dicembre.
Al 10% di famiglie con maggiore capacità di spesa, ha calcolato l’Ufficio parlamentare di bilancio, è andato un beneficio 6,5 volte maggiore di quello ottenuto dal 10% più “povero”. Perché chi ha più soldi consuma di più. E non servono complessi modelli econometrici per saperlo.
La guerra in Iran, il rischio rincari, le gaffe dei ministri, il caso Bartolozzi. La quadra impossibile con un elettorato che chiede di non inseguire gli Usa

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – De-trumpizzarsi. Per Giorgia Meloni è una mission impossible, ma in qualche maniera stamattina alle 9 e 30 al Senato, e nel pomeriggio alla Camera, dovrà provare a mettere una distanza di sicurezza fra sé e Donald Trump, il presidente della guerra (la proposta del Nobel per la pace ormai appare come un amarissimo autogol), che a mezzo Corriere della Sera le ha recapitato complimenti che in altri momenti avrebbe venduto come una medaglia («una grande leader», «una mia amica»), e ora sono un’altra fonte di imbarazzo.

La guerra israeloamericana sembra far girare la ruota, il vento. L’elettorato di Fratelli d’Italia, l’elettorato di Meloni, è «né né», come lei: non deluso dal governo, neanche entusiasta. La premier ha perso la spinta propulsiva? Ma il vero buco nero è la politica estera e le alleanze internazionali: secondo il sondaggio di Izi per il nostro giornale, pubblicato martedì e analizzato da Marco Damilano, per il 58,1 per cento il governo deve essere più autonomo dal presidente Usa, per non dire da Benjamin Netanyahu.
Sull’Ucraina quasi il 60 per cento crede che sarebbe meglio sospendere gli aiuti militari. Del resto il suo senso politico non aveva bisogno dei sondaggi: negli ultimi tempi Meloni, senza smettere di appoggiare Volodymyr Zelensky, lo ha sbianchettato dai discorsi. E sulla guerra di Trump e Netanyahu contro Teheran si è attestata su un «né, né» che in altri tempi avrebbe bollato come codardia tartufesca.

Oggi per lei può essere il D day, l’inizio dell’operazione-rimonta. Oppure il giorno della verità. Comunque vada, questa giornata sarà un bivio, forse il primo vero della legislatura: può riprendere le redini della comunicazione del suo governo e della sua maggioranza, che in quest’ultima settimana è andata a briglie sciolte cioè a rotoli: da una legge elettorale apparsa per quello che è, un tentativo disperato – disperatamente oggi i suoi cercano di dialogare con il Pd – alle gaffe dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani, alla Waterloo di Giusi Bartolozzi, la donna forte di Nordio (il ministro Luca Ciriani minimizzava, ma le opposizioni continuano a cannoneggiare).

Oppure farsi saltare i nervi e lasciar esplodere l’irritazione accumulata, magari nelle repliche a braccio (le opposizioni proveranno a provocarla) ma così compromettendo le previsioni di voto del referendum: che è solo fra undici giorni. Con incalcolabili conseguenze, che possono spingersi fino all’incubo di iniziare con una clamorosa storta la cavalcata verso le prossime politiche.

È per questo che ha voluto anticipare dal 18 marzo a oggi le comunicazioni sul Consiglio europeo: parlare della guerra in Iran alla vigilia del voto era rischioso. Ma le opposizioni non mollano: di qui alla riunione del 19 e 20 marzo troppe cose possono cambiare. Anche su questo la premier ha dovuto capitolare e mettere in conto di tornare in parlamento. A sera la destra ipotizzava di presentare due risoluzioni diverse, una sull’Iran e una sul Consiglio. Resta un pasticcio.
Meloni tenterà di dimostrare di non essere (più) una MAGA. Lo confermano i forzisti più ciarlieri, come il senatore Maurizio Gasparri: «In queste situazioni ci sono due scelte: o fare i camerieri bombardieri, come fece D’Alema nel 1999 agli ordini di Clinton senza informare il parlamento, oppure osservare le questioni che accadono senza fare i camerieri-bombardieri. La sinistra, prima con D’Alema e poi con “Giuseppi”, ha fatto da cameriere agli americani. Noi osserviamo con la dignità e l’autonomia delle nostre posizioni». Al netto della polemica con gli ex premier, la posizione concordata con gli alleati è quella di «osservatori autonomi». Per questo adesso Meloni si aggrappa ai leader europei, vedasi la videocall di martedì per cercare una strategia comune sulla crisi dei prezzi causata dal conflitto. Ma il governo si è arenato sui provvedimenti contro il caro energia. Addio al sogno del tesoretto su cui Meloni contava per dare slancio all’ultima finanziaria della legislatura. I conti italiani restano intrappolati nella procedura di infrazione.

Così la destra cambia strada. Nella risoluzione della maggioranza riscopre il diritto internazionale. E il diritto europeo, e le «sedi europee» da «sostenere e valorizzare», in vista di eventuali missioni comuni nel Golfo. Meloni deve aggrapparsi anche al presidente Sergio Mattarella. Che, ricevendo a Firenze la laurea honoris causa in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri, ha invitato i giovani a «non lasciare che si realizzi» la «regressione» profetizzata da Tocqueville, quella di «un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». E ha parlato di chi ha la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi»; «soggetti tecnologici e finanziari» che hanno la nuova «la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la seconda guerra mondiale», appunto il diritto internazionale. In filigrana si legge la coppia Trump-Musk, i grandi amici e ispiratori dell’iniziale scommessa del governo.

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Il messaggio l’hanno ricevuto decine di migliaia di italiani: «Si prega di contattare con urgenza i nostri uffici Cup, Centro unico primario, al numero 893… per importanti comunicazioni che la riguardano». Oppure di contattare il Caf, o l’Asi. Sembra che l’sms arrivi dal servizio prenotazioni dell’Asl, o dal centro di assistenza fiscale. Vuoi non richiamare subito? Spesso risponde una segreteria telefonica che ti prega di rimanere in attesa per non perdere la priorità acquisita, fino a quando la linea si interrompe. Quando invece risponde un operatore, ti chiede con tono professionale le generalità, ti fa attendere per verificare al terminale qualcosa, la tira per le lunghe senza dirti qual è l’importante comunicazione che ti riguarda. «Attenda un attimo»… musichetta… cade la linea. Richiami, e la trafila riparte. È una truffa che costa 2 euro al minuto e di cui ti accorgi solo quando arriva la bolletta.
La legge impone ai call center di dire subito, in modo «chiaro ed esplicito», costo della telefonata, nome e ragione sociale di chi eroga il servizio. Cosa che i truffatori non fanno. Si chiama callback phishing: in pratica sei tu a contattare i criminali e a metterti nelle loro mani. Ecco come funziona e dove origina.
Premessa: se iniziano con 89 sono numeri telefonici a sovrapprezzo. Li usano i call center per farti parlare con astrologi, cartomanti, «esperti» del lotto, ma anche le aziende per offrire assistenza ai clienti (ad esempio il servizio informazioni di Italo è un 892) o per votare a Sanremo (con un 894).
I numeri appartengono allo Stato e il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) li dà in uso per un anno agli operatori telefonici, che li acquistano a «blocchi»: più il numero è corto, più costa. I truffatori delle false «comunicazioni urgenti», quasi sempre usano degli 893 seguiti da 5 cifre, che il ministero vende a lotti di 100. Prezzo: 5 euro a numero telefonico. Neppure il ministero sa con precisione quanti degli 89 che ha distribuito siano attivi, come non sa quali società li stiano effettivamente utilizzando, né quanto traffico generino. A quest’ultima domanda ci risponde una grande compagnia telefonica: secondo le sue stime, lo scorso anno gli italiani hanno trascorso quasi 20 milioni di minuti parlando con il centralino di un 89.
Siamo partiti da un sms che, a febbraio, invitava a contattare il Cup all’893.42262. Questo numero al Mimit risulta «non assegnato», probabilmente perché i registri non sono aggiornati. Scopriamo che fa parte di un lotto acquistato da Intermatica, società di Roma che fa capo a Nexora, con sede in Irlanda e di proprietà dell’imprenditore Orlando Taddeo. Oltre a vendere servizi di comunicazione a privati ed enti statali (rifornisce di telefoni satellitari i carabinieri e il ministero della Difesa), Intermatica offre numeri a sovrapprezzo ai call center che ne fanno richiesta.
Il 27 novembre 2025, Intermatica cede questo e altri 893 alla Enterprise Working Italia, che ha sede legale nello studio di un commercialista di Roma. La proprietà è collegata a un canale tv locale attivo tra Lombardia e Piemonte, che trasmette teleshopping; e infatti Enterprise si occupa di pubblicità per trasmissioni tv, ma anche di rivendere, a sua volta, i numeri a sovrapprezzo. A inizio gennaio 2026 cede il «nostro» e almeno altri quattro 893 che nelle ultime settimane sono stati usati per le truffe (sia con i falsi Cup che con i falsi Caf) alla Jetcom Srl, sede legale a Roma, sede operativa a Napoli. Titolare, un’insospettabile negoziante, Cristina Ippolito, 49 anni, originaria di Portici. Le sue operatrici lavorano da casa, e fanno consulenze sui numeri del lotto, ma soprattutto telefonate erotiche. Infatti, sempre alla Ippolito fa capo la Cristel Communication, che gestisce il sito a luci rosse 69incontri.it, che propone «ragazze e donne mature pronte a esaudire i tuoi desideri» per 2 euro al minuto. Nei mesi scorsi, anche quei numeri apparivano negli sms delle false «comunicazioni urgenti».
I servizi della Jetcom vengono pubblicizzati sia sul loro sito che, nelle ore notturne, sul canale tv collegato a Enterprise, dalla quale la signora Ippolito acquista quindi gli spazi promozionali e i numeri di telefono. Contattata, Ippolito ammette: «Faccio call center da trent’anni, ho cominciato quando c’era l’144 e si facevano palate di soldi. Ma ora il mercato delle chiamate erotiche è cambiato, c’è stato un calo del fatturato…». E così, per risollevare gli affari, ha cominciato con le truffe. «L’idea l’ho copiata da altri, che lo fanno su scala molto più grande della mia: sono loro i veri criminali…». Intanto, per parlare con l’893.42262 – che, lo ricordiamo, è solo uno dei numeri-frode che fanno capo al suo call center – gli ignari italiani hanno speso 24mila euro in una settimana (dall’1 al 7 febbraio).
Quanto intascano i truffatori sui 2 euro al minuto che vengono addebitati sulla bolletta? Tutto dipende dagli accordi commerciali tra le singole parti della «filiera»: la compagnia telefonica trattiene tra il 30 e il 50%, il resto lo versa alla società che ha preso in concessione il numero dal Mimit, la quale si tiene una quota (nel caso di Intermatica, il 10-15%) e paga quel che rimane al cliente, che a sua volta – se non lo usa direttamente ma fa da intermediario – trattiene una parte, (alla Enterprise va il 3%) e versa il resto al call center. Su tutto, ci guadagna pure lo Stato: il 22% di Iva, oltre ai 664mila euro che il Mimit incassa ogni anno dalle concessioni degli 89.
In mezzo ci stanno le società che si occupano dell’invio degli «sms di massa». Per farci un’idea, l’italiana Skebby ha in archivio 21 milioni di cellulari di italiani già profilati per età, e con 2.750 euro garantisce l’invio di 36mila messaggi con il testo scelto dall’acquirente. Immaginate 36mila anziani ai quali arriva l’avviso del falso Cup o del falso Caf.
Ogni anno 3,9 milioni di italiani sono presi di mira dalle frodi telefoniche, che portano nelle tasche dei criminali all’incirca 600 milioni di euro. E una truffa su tre avviene via sms. Gli 893 usati per le finte «comunicazioni urgenti» sono centinaia e cambiano di continuo; mentre le società che li gestiscono, probabilmente, sono una manciata.
Ma cosa si sta facendo per fermarli? Le compagnie telefoniche, in seguito alle lamentele dei clienti sono tenuti a segnalare, e possono bloccare «per presunta frode» i pagamenti agli operatori che hanno in concessione il numero. Intermatica sostiene di effettuare verifiche a campione sulla corretta gestione delle chiamate da parte dei propri clienti, e di aver disattivato 450 numerazioni «sospette» solo nel 2025. Il problema è che i truffatori sono più veloci, e qualcuno che noleggia un nuovo 893 lo trovano sempre. La legge sulla privacy si estende anche ai contatti telefonici, ma per le autorità non è difficile risalire alla titolarità di chi ha quel numero in uso (noi lo abbiamo fatto), ma per stoppare i truffatori e chiedere il risarcimento del danno serve una denuncia alla polizia postale o alla procura della Repubblica. E chi si prende questa briga per un addebito di 10 o 15 euro in bolletta? Quasi nessuno. È così che le truffe proliferano.
dataroom@corriere.it

(di Michele Serra – repubblica.it) – Come suggello ideale di un discorsetto a base di «distruggere» e «schiacciare», il ministro della Guerra americano, signor Hegseth, ha recitato davanti ai giornalisti, si spera attoniti, il salmo 144 della Bibbia, una delle tante invocazioni che le tribù antiche rivolgevano al loro dio locale perché le proteggesse in guerra, al tempo stesso maledicendo e annientando le tribù nemiche.
L’invocazione a dio per cause di guerra, distruzione del nemico, strage dei primogeniti e consimili vale, in termini culturali e in rapporto a quel poco di evoluzione del cerebro che homo sapiens ha saputo concedersi, quanto il cannibalismo e i sacrifici umani.
Siamo dunque lì, ancora lì, in quei paraggi arcaici nei quali, con giusto sgomento, vediamo inchiodato l’Iran per mano del suo clero feroce (e i coloni israeliani rubare terra e vita ai palestinesi di Cisgiordania senza nemmeno sospettare di essere ladri e violenti: perché sta scritto nella Bibbia che quei terreni sono loro. Deve trattarsi di un dio del Catasto).
Ma perché Hegseth sperpera l’unico alibi decente a sua disposizione (agire contro l’intolleranza dispotica della teocrazia), trasformando la terza guerra del Golfo in un derby tra devoti di opposte religioni? Per ottusità? Per fanatismo? Per sbadataggine?
Solo lui può saperlo. Noi invece sappiamo — senza possibilità di equivoco — che a capo del più potente esercito del mondo c’è un fanatico religioso. In che secolo siamo? Sempre nello stesso, cari miei: da tre o quattromila anni.
PS — Ma il papa americano non ha nulla da dichiarare su questa tragedia americana?