Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Con questa informazione, esiste la democrazia?


(Giancarlo Selmi) – Il paradosso sapete qual è? Si dice che l’Italia sia un paese democratico e che ci sia ancora (con questo andazzo non sappiamo fino a quando) libertà di parola. Ma scusate, con questa informazione che abbiamo, fino a che punto tale democrazia esiste veramente? E fino a che punto quella libertà viene veramente esercitata? Ieri abbiamo visto il sempre più slinguante e, secondo me, più rivoltante Vespa, attaccare un (purtroppo blando, le accuse gridate da Vespa avrebbero meritato una dura reazione, che non c’è stata) rappresentante di un partito politico dell’opposizione accusandolo di essere responsabile delle azioni degli “incappucciati”.

E non si è limitato a quello, ha lapidato in assenza, gridando come un posseduto, un parlamentare di SEL che aveva partecipato alla manifestazione. Il tutto senza alcun contraddittorio (consiglio al buon Bonelli di farsi sostituire in TV). Lo ha fatto nella prima rete della televisione di stato, quella per la quale siamo tutti costretti, compresi gli elettori di SEL, a pagare un canone. In questo momento la narrazione del 95% della informazione italiana è tutta indirizzata alla criminalizzazione non di quei quattro scemi, secondo me infiltrati o utili idioti, lasciati inspiegabilmente liberi di agire, ma a quelle 50.000 persone che, pacificamente, avevano espresso con la loro partecipazione, un’idea.

Il problema è stato spostato, quindi, sulla partecipazione alla manifestazione. Perché, badate bene, il problema è esattamente quello della libertà di poter manifestare, che vogliono revocare, nessun’altra menata. È tutto organizzato, pianificato ed è liberticida. Nessuna attenzione è stata dedicata al massacro di gente incolpevole da parte della polizia, alle centinaia di persone che sono state costrette a farsi medicare con prognosi peggiori di quella del poliziotto aggredito per la bellezza di 12 secondi con un martello di gomma. Oggi è entrato in campo Parenzo con un agguato, orchestrato ai danni di Revelli. Con il pessimo conduttore in qualità, non di moderatore e giornalista, ma di opinionista di destra.

Il tutto accade due giorni dopo che il portavoce di CasaPound gridasse, a reti unificate, che l’antifascismo fosse mafia. La stessa persona che tempo fa ha aggredito, violentemente, dei poliziotti senza che nessuno lo abbia commentato. Dopo che Parenzo avesse sparato la menzogna che CasaPound e Askatasuna fossero la stessa cosa. Guarda caso con il solo sgombero del secondo. E CasaPound addirittura invitata in Parlamento. Massacrando la Costituzione. È democrazia questa? È l’aggressione della peggiore informazione del mondo, a reti e giornali unificati, un intollerabile pensiero unico, verso le menti più deboli, con il fine di accrescere l’odio di quelle menti (si fa per dire) verso chi non si uniforma (lo vediamo sui social) e seminando scientemente il germe di un nuovo fascismo.

Il vecchio cominciò e prese il potere esattamente in questo modo. Un’ultima cosa: chi ha a cuore le sue coronarie dovrebbe disertare la trasmissione di Parenzo. Tranne rare eccezioni, “L’aria che tira” con l’attuale conduttore è diventata la trasmissione più reazionaria delle TV italiane. Il messaggio subliminale che Parenzo è impegnato subdolamente a fare passare, è un messaggio di destra. Di destra non moderata. E Parenzo, secondo me è, fra i giornalisti un tanto a parola, uno dei peggiori. Anche dal punto di vista della… chiamiamola, “elaborazione”. Ma che, nonostante questo, viene bene per il sapore del “loro” brodo.


Diffamazione online: quando un post o un commento rischiano di diventare reato


(Dario De Domenico – lindipendente.online) – Sei un uomo di mezza età, vivi con tua madre e hai appena consumato la cena che ti ha servito, come ogni sera. Ti chiudi nella tua stanza, in canottiera davanti al PC, e non resisti alla tentazione. Accedi alla pagina Facebook “Sei di Castrocchio Preturo se…”, e insulti pesantemente la maestra dell’asilo, rea di aver rifiutato le tue avance alla festa della castagna, l’evento mondano del paesello. Ma sì, che ci sarà mai di male ad accusarla di essere una disonesta, che – nella tua testa – si è accompagnata con metà della popolazione maschile del borgo dietro ricompensa in denaro?

Il reato di diffamazione

L’art. 595 del codice penale punisce chiunque offenda l’altrui reputazione comunicando con più persone, con la pena della reclusione fino a un anno e la multa fino a 1032 euro.

Perché la condotta costituisca reato devono sussistere i seguenti elementi: l’offesa alla reputazione altrui, ossia la lesione effettiva della reputazione di un’altra persona; la comunicazione con più persone, dovendo il messaggio offensivo essere percepito da almeno due soggetti, escluso il diffamatore; l’assenza della persona offesa nel momento in cui l’offesa è proferita; il dolo, cioè la consapevolezza e volontà di usare espressioni offensive e di comunicarle a più persone.

Poco tempo dopo ricevi una lettera dal legale della maestra, il quale ti comunica che agirà in ogni sede, compresa quella penale, per la tutela dei diritti della sua assistita. Ti hanno trovato, nonostante ti sia trincerato dietro un astutissimo nickname da boomer. Che sia stato il selfie con un water sullo sfondo usato come foto profilo? Chissà. Ma la cosa non ti spaventa troppo: mica eri in piazza, eri da solo nella tua cameretta!

La comunicazione con più persone nel contesto online.

E invece non solo il reato sussiste, ma è doppiamente aggravato.

Da un lato, l’art. 595 comma 2 del codice penale prevede che se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato la pena raddoppia rispetto al reato base. E tu non ti sei limitato a scrivere che la maestra è genericamente una poco di buono, non bastava, ovviamente. Le hai dovuto attribuire uno specifico comportamento moralmente deplorevole.

Dall’altro, il successivo comma 3 stabilisce che il reato è più grave se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ipotesi per cui è prevista la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la multa non inferiore a 516 euro. L’elemento della comunicazione con più persone è intrinseco alla maggior parte delle piattaforme online. La giurisprudenza ha costantemente affermato che la diffusione di un messaggio diffamatorio tramite una bacheca Facebook è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o quantitativamente apprezzabile di persone.
Quindi quello schermo dietro cui pensavi di nasconderti è in realtà la tua rovina: operando entrambe le aggravanti rischi la condanna a una pena base compresa tra 6 mesi e 3 anni, aumentabile dal giudice fino a un terzo.

Quel che forse non sai: la distinzione tra diffamazione e ingiuria online.

L’ingiuria, che consiste nell’offesa all’onore o al decoro di una persona presente, è stata depenalizzata ed è ora un mero illecito civile, a differenza della diffamazione. La distinzione sostanziale tra le due fattispecie, che consiste nella presenza o meno della persona offesa, sussiste anche nel mondo virtuale: è ingiuria se l’offesa è proferita, ad esempio, in videoconferenza, a condizione che vi sia la possibilità di un’interlocuzione diretta e immediata tra offensore e offeso. Circostanza che viceversa non si verifica quando l’offesa è indirizzata anche al diretto interessato, ma in un contesto in cui non è garantita una contestuale percezione e possibilità di replica (es. email inviata a più persone, post su una bacheca pubblica, etc.).

Insomma, non c’è scampo: ti tocca affrontare un processo penale o mettere subito mano al portafogli per risarcire la persona offesa, cosicché possa valutare di ritirare la querela.

In ogni caso, d’ora in poi vai al bar a berti una birra, dopo cena. Oppure sistema la cucina al posto di tua madre, che quella povera donna ha già una certa età.


Quei maledetti ventitré secondi. A Torino il VAR non basta


(Alessandro Danese – lafionda.org) – Gli eventi che possono accadere in ventitré secondi sono infiniti. Situazioni belle, emozioni di ogni ordine e scala, episodi tragici. Ventitré secondi possono significare tutto o niente. In ventitré secondi si può morire, salvare una vita, commettere una rapina e/o uccidere qualcuno, vincere una partita a scacchi, dire la cosa giusta al momento giusto o la cosa giusta al momento sbagliato.
Insomma, ventitré secondi sono un segmento temporale in cui l’ordinario può diventare straordinario o restare tale, senza avere apparentemente alcun significato.

A Torino, improvvisamente, ventitré secondi sono bastati per catapultare l’Italia in un riflesso oscuro, dove guardare e specchiarsi spaventa e fa tremare le gambe. Ventitré secondi di immagini, come nei migliori review del VAR chiamato a decidere le sorti di una partita di calcio, sono esattamente la durata del video trasmesso in questi giorni in tutti i TG e nelle trasmissioni televisive, che ritrae la violenta aggressione ai danni di un poliziotto da parte di persone incappucciate, nel corso degli scontri avvenuti durante la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna.

Ventitré secondi, come abbiamo visto, possono bastare per farsi un’idea, per esprimere un giudizio, una condanna morale e, perché no, anche per fornire elementi utili a stabilire una sentenza giuridica. Sì, ventitré secondi sono uno spazio temporale ben definito, sufficiente ma non esaustivo, perché ventitré secondi, come ogni spazio temporale, hanno sempre un prima e un dopo, soprattutto se ciò che raccontano vuole essere realmente analizzato, curato, risolto e non soltanto punito.

Vedere quelle immagini ha letteralmente sconvolto anche il cittadino più disilluso, disinteressato o sgamato. Un uomo a terra, picchiato brutalmente, non può lasciare indifferenti. Vedere un uomo a terra che indossa una divisa, massima espressione della rappresentanza dello Stato — o così dovrebbe essere — fa ancora più male: apre uno squarcio in una sorta di patto sociale che rischia di diventare insanabile. Deve lasciare sgomenti. Il contrario non è normale e sarebbe da condannare tanto quanto coloro che si rendono protagonisti di questi atti vili, infami e violenti. Su questo non si discute.

Il prima, in questo caso, può contare, certo, ma non per individuare una giustificazione a qualche astrusa vendetta contro la polizia (vedi i possibili ventitré secondi di tutori dell’ordine che bastonano a sangue un manifestante in fuga, perché purtroppo, infiltrato o no, chi va per picchiare spesso riesce a scamparla). Del prima, ciò che conta davvero sono invece le 50 mila persone scese in piazza pacificamente a Torino, come i due milioni di italiani che avevano invaso le città nei cortei di ottobre e che in alcun modo devono essere oscurati dalla violenza di pochi.

Ed è questo che spaventa. Ecco perché il dopo conta, e conta tantissimo, soprattutto in un momento come questo, in cui la direzione verso cui il mondo sembra dirigersi appare grigia e priva di una programmazione socioeconomica sostenibile e inclusiva. Un mondo che viaggia veloce verso uno scollamento totale tra cittadini e istituzioni, la nota “doppia velocità” che conduce inesorabilmente a una società divisa ed esclusiva, dove i popoli vengono considerati semplici passeggeri — per giunta scomodi. Passeggeri che sempre meno, e sempre più malvolentieri, hanno la possibilità di essere ascoltati dalle varie cabine di comando e che quindi, anche colpevolmente, si adeguano a essere semplici spettatori (si veda l’astensionismo elettorale).

Il dopo Torino, per questo, conta e deve contare. Su una scala internazionale, il G8 di Genova ha fatto scuola: è stato il primo spartiacque tra ciò che poteva essere un mondo più solidale e ciò che siamo diventati, un mondo crudele fondato sulla sperequazione, con la distruzione di una società civile responsabile e centrale nella politica per un’economia più equa e giusta. Una società civile che a Genova è stata umiliata nel sangue, a colpi di manganello, a vantaggio di un mondo globalizzato senza pudore né vergogna, che ha continuato a lasciare indietro sempre più persone, portandoci al disastro economico — oggi anche industriale — che abbiamo sotto gli occhi.

Ed è proprio perché non dobbiamo sottovalutare gli spazi di democrazia e libertà di espressione in cui ancora oggi è possibile muoversi, seppure sempre più ristretti, accerchiati e controllati, che è necessario analizzare, studiare e osservare con attenzione ciò che accadrà domani. Quei maledetti ventitré secondi non possono bastare: hanno un prima, ma soprattutto un dopo che può tracciare l’ennesima linea di confine del prossimo futuro. Un futuro che riguarda tutti noi, in poltrona e nelle piazze.


Il pane quotidiano della destra ha un fornaio di riferimento: Retequattro


Il canale Mediaset impasta, sforna e sfama il grande universo della maggioranza. Così ì black bloc diventano terroristi tout court e fiancheggiatori della sinistra, figli illegittimi della politica incestuosa del Pd coi gruppi eversivi

Dai maranza ai magistrati, il pane quotidiano della destra ha un fornaio di riferimento: Retequattro | L’analisi

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Il pane quotidiano della destra ha un fornaio di riferimento: Mediaset.

E’ da Cologno Monzese che Retequattro, l’hub giornalistico della famiglia Berlusconi, impasta, sforna e sfama il grande universo della maggioranza utilizzando, per le esigenze di governo, la cronaca, specialmente quella nera, nel verso solito di ciò che piace alla gente che alla destra piace. Il nemico di oggi sono i teppisti vestiti di nero, gli sfasciavetrine, i super violenti dei Black bloc, che ora vengono rubricati, facendo due salti in padella, terroristi tout court, e comunque tristi fiancheggiatori della sinistra, figli illegittimi della colpevole politica incestuosa del Pd con i gruppi eversivi.

Eversione rossa”, e il prezzo è giusto.

Ma la pietanza della casa, il piatto forte nel menù, restano i reati predatori, con l’immigrato irregolare – preso singolarmente o in gruppo – protagonista assoluto dello scandalo quotidiano. Spiega Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura di Roma, il politico che studia con più attenzione gli elementi dell’egemonia culturale della destra: “Non sono più gli intellettuali ma i conduttori di talk a dettare la linea e imporre un discorso pubblico a volte violento con un piglio da squadrismo mediatico, indicando nemici, a volte immaginari, su cui scagliare le paure e il rancore degli italiani”.

Gli irregolari che vagabondano, i maranza delle periferie, gli sbandati, in genere ex detenuti dalla pelle nera, e soprattutto gli islamici sono il fondale davanti al quale Paolo Del Debbio (Dritto e rovescio) illustra con successo attraverso un linguaggio decisamente appesantito da parolacce, delle quali invece fa meritoriamente a meno Mario Giordano che Fuori dal coro destina due orette alla settimana allo sviluppo dell’amore assoluto degli italiani: la casa. Storie di chi occupa illegalmente, delle vittime, sempre italiani brava gente, e dei carnefici, spesso stranieri e spessissimo piuttosto stronzi.

E’ sempre la magistratura, di diritto o di rovescio, a trovarsi arrostita, disposta sulla brace delle domande disperate e sempre senza risposta: perché si delinque? Perché non si va in carcere? Perché la polizia è in difficoltà?

Discorsi che porterebbero dritto a Carlo Nordio, il ministro della Giustizia che – riformando il codice – ha imposto ai magistrati di avvertire gli inquisiti dell’arresto imminente, e alla fucina ipergarantista che spesso occupa gli studi della terza trasmissione retequattrista: la Quarta Repubblica di Nicola Porro. Il piglio liberale di chi tira il filo per lungo. Si parte spesso da Pericle ma poi si finisce dalle parti di Capezzone.


Cacciari: “Governo Meloni usa gli scontri di Torino per ridurre i diritti. Il suo ideale è una polizia con licenza di uccidere”


(ilfattoquotidiano.it) – “Le forze di governo, come tutte le forze di destra nel mondo, strumentalizzano alcuni episodi come quelli di Torino per ridurre i livelli di diritto: è palese che sia così. Il modello è Trump e l’ideale loro sarebbe un corpo speciale di polizia con licenza di uccidere“. Massimo Cacciari non usa giri di parole intervenendo a Uno, Nessuno, 100Milan, su Radio24, all’indomani dei violenti scontri avvenuti a Torino durante il corteo nazionale per il centro sociale Askatasuna.
Il filosofo inquadra subito quanto accaduto non come un’emergenza di ordine pubblico, ma come un episodio funzionale a una dinamica politica più ampia, che riguarda il rapporto tra sicurezza e diritti nelle democrazie occidentali.
Per Cacciari il dibattito non può essere ridotto allo schema destra-sinistra, una chiave di lettura che considera ormai superata: “Il problema della sicurezza è un problema complessivo che va affrontato a 360 gradi. Bisognerebbe individuare prima di tutto le cause di questa presunta crisi dei livelli di sicurezza. Nessun dato lo dimostra, ma non importa. Ammettiamo che esista una percezione di insicurezza molto diffusa: quali sono le cause? Sono le manifestazioni in cui alcuni sciagurati commettono atti di intollerabile violenza? Io non lo credo. Le cause dell’insicurezza, del disagio, della frustrazione sono ben altre”.

L’ex sindaco di Venezia contesta l’idea che l’inasprimento delle misure repressive possa rappresentare una risposta efficace al problema della sicurezza: “Dei politici che non fanno i demagoghi dovrebbero prima individuare queste cause e cercare di porvi rimedio. Poi esistono anche questioni tecniche che riguardano la sicurezza. Ma per una serie di reati l’inasprimento delle pene non serve assolutamente a nulla. È stato scientificamente dimostrato che aumentare le pene non riduce la quantità né la qualità dei reati – sottolinea – Ovviamente esistono dei problemi tecnici di sicurezza. Quante sono le forze dell’ordine, come sono dislocate, sono organizzate bene, sanno fare il loro mestiere, sono state addestrate adeguatamente, sono pagate adeguatamente? Ma naturalmente non si tratta di questo, soprattutto per le forze di governo”.

Gli episodi di violenza, quindi, diventano l’occasione per restringere progressivamente i diritti, in una logica che Cacciari definisce evidente e sistematica: “Non è vero che i livelli di autoritarismo si misurano soltanto sulle leggi speciali in materia di sicurezza. C’è un crollo globale dei diritti individuali. Noi siamo sorvegliati, controllati, manipolati dalla mattina alla sera. In nessun regime autoritario del passato esisteva la possibilità tecnica di un controllo e di una manipolazione di ogni individuo come oggi. Questo è l’autoritarismo nuovo che sta avanzando“.

Alla constatazione che gli elettori sembrano premiare i partiti che spingono in questa direzione, Cacciari risponde collegando il tema della sicurezza a una crisi sociale profonda. I ceti medi dell’Occidente vivono una condizione di insicurezza strutturale, con redditi fermi da quarant’anni, giovani costretti a emigrare perché non trovano lavoro adeguato e una sensazione diffusa di declino. In un contesto simile, osserva, è inevitabile che l’opinione pubblica si sposti a destra, come la storia dimostra.
E avverte: “Vuole che la gente si senta sicura? Vuole che la gente dica che sta bene e tranquilla? Guardate cosa sta succedendo negli Stati Uniti che da anni sono sull’orlo di una vera e propria guerra civile. Le opposizioni si svuotano o scompaiono e in alcuni paesi, come la Francia, dove siamo arrivati al paradosso per cui il presidente Macron finisce per rappresentare l’opposizione rispetto a una destra sempre più radicalizzata”.

Nel dibattito entra anche l’intervento della procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha denunciato la “benevola tolleranza” di settori della borghesia e della upper class verso condotte che sono gravi reati. Musti parla di una “area grigia”, colta e borghese, che attraverso scritti, prese di posizione e comportamenti contribuisce a normalizzare la violenza invece di svolgere un ruolo di deterrenza, educazione al vivere sociale e rispetto delle regole democratiche.
Cacciari colloca queste parole in un quadro più ampio: “Ormai le cose sono andate a un punto tale per cui è molto difficile per la cosiddetta sinistra resistere alla strumentalizzazione di certi episodi da parte della destra. In Italia, come altrove, è diventato molto difficile rimontare la situazione in un contesto internazionale di questo genere, con la guerra sempre sulla soglia. È molto complicato”.
Questo, aggiunge, non esonera dalla necessità di interrogarsi su cosa dovrebbe essere una politica di sicurezza, né, soprattutto, non deve far perdere di vista quella che definisce una colossale operazione di strumentalizzazione di alcuni eventi da parte della destra, alimentata anche da chi, con azioni violente, finisce paradossalmente per rafforzare i propri avversari politici.

Alla domanda finale, forse la più impegnativa, sulla capacità della sinistra di proporre ancora un modello sociale alternativo, Cacciari risponde senza illusioni: “È una domanda da un milione di dollari. Ci sono momenti in cui l’epoca è così svoltata che pensare di potersi opporre a quello che appare sempre di più come un destino è molto difficile. Questa fase finirà, ma come non lo sappiamo – chiosa – Potrebbe finire con un nuovo equilibrio, potrebbe finire in una catastrofe, potrebbe continuare come una guerra civile globale permanente. Se continua una situazione di questo genere, per le forze di sinistra, per una o due generazioni non c’è niente da fare“.


Il risultato del referendum sulla giustizia non è scontato manco per niente


(di Gabriella Cerami – repubblica.it) – Nei sondaggi cresce il fronte del no alla riforma della giustizia e così Carlo Nordio alza i toni e non fa retromarcia: «Confermo che è blasfemia sostenere che la legge costituzionale voglia mettere la magistratura sotto il potere esecutivo. Perché blasfemo? Perché in corretto italiano blasfemia significa un oltraggio a un’istituzione sacra», come lo è il Parlamento.

Intervistato da 24 Mattino su Radio 24, il ministro sostiene che la riforma «è chiarissima nel definire la magistratura autonoma e indipendente». Il Guardasigilli poi insiste che quello del 22 e 23 marzo «non è un referendum politico» e anche se il sì dovesse perdere «non sarà cambiata la maggioranza né ce ne andremo dal governo».

Dal canto suo, con un occhio rivolto ai recenti sondaggi, il centrosinistra è convinto che «il vento stia cambiando». Secondo l’Istituto Ixè il risultato del referendum sarebbe infatti in bilico. Il fronte del sì, a gennaio 2026, si attesterebbe intorno al 50,1% (contro il 53% di novembre) mentre quello del no sarebbe al 49,9% (47% a novembre). Per quanto riguarda l’affluenza, il 61,5% degli italiani dovrebbero partecipare alla consultazione. Il presidente di Ixè, Roberto Weber, parla di «relatività del risultato».

E spiega: «Significa che i due campi sono molto vicini. C’è stato un avvicinamento con il passare del tempo». Il sondaggista mette anche l’accento su un aspetto, ovvero che – secondo le loro ricerche – «con l’abbassarsi dell’età aumenta la contrarietà alla riforma costituzionale. Se questa tendenza fosse vera aumenterebbe il fronte del no. È una tendenza potente che non è facile da invertire».

Ipsos e Eumetra di Renato Mannheimer hanno registrato la stessa tendenza di Ixè. Il secondo istituto, in particolare, stima il sì al 52% contro il 48%. Un mese e mezzo fa il sì era al 55 mentre il no al 45. E la forbice si assottiglia anche nell’ultimo sondaggio Youtrend per SkyTg24, del 22 gennaio: il sì è al 55% e il no al 45%, con un’affluenza stimata al 62%.

Tra gli elettori di centrodestra il sì è al 96% (no al 4%) e tra quelli di opposizione il no è all’88% (sì al 12%). «Indipendentemente dalle intenzioni della maggioranza, il referendum sulla giustizia si politicizzerà e finirà per diventare anche un voto sul governo», sostiene il direttore Lorenzo Pregliasco: «Per questo il vantaggio del sì nei sondaggi di queste settimane è fragile. Alla fine la partita la decide l’affluenza, se il centrodestra vuole portare a casa il risultato deve mobilitare e portare alle urne almeno 8-10 milioni di persone».

Più ampia invece la distanza tracciata dall’Istituto Noto per Porta a Porta con un sondaggio diffuso il 28 gennaio. Il 45% degli italiani dichiara che andrà a votare, non andrà il 49%, indecisi il 6%.

È cauto Livio Gigliuto dell’istituto Piepoli. L’ultima rilevazione dava il sì al 59%, prima era 58%. Starebbe dunque crescendo il fronte del centrodestra, ma avverte: «Siamo in una fase di pre campagna referendaria. Ancora però il fronte del no non ha un punto di riferimento solido, quindi lo spazio per muoversi c’è». Quindi anche per una rimonta.


Roberto Vannacci ufficializza il suo addio alla Lega


SALVINI, DELUSO DA VANNACCI, ACCOLTO DALLA LEGA QUANDO AVEVA TUTTI CONTRO

(ANSA) – ROMA, 03 FEB – “Arrabbiato? No. Deluso e amareggiato. La Lega aveva accolto nella propria grande famiglia Vannacci quando aveva tutti contro ed era rimasto da solo: grandi giornali, opinionisti, politici, sinistra e benpensanti. Abbiamo spalancato le porte di tutte le nostre sedi e di Pontida, tanto a lui quanto ai suoi collaboratori più stretti.

Gli abbiamo offerto l’opportunità di essere candidato con noi in ogni collegio alle elezioni europee, io come tanti altri leghisti l’ho votato e fatto votare, lo abbiamo proposto come vicepresidente del gruppo dei Patrioti in Europa, lo abbiamo nominato vicesegretario del nostro partito”. Lo scrive il leader della Lega Matteo Salvini in un lungo post sui social dopo l’addio di Vannacci al partito.

SALVINI, PENSAVAMO CHE LEALTÀ AVESSE SIGNIFICATO PER CHI HA INDOSSATO DIVISA

(ANSA) – ROMA, 03 FEB – “Volevamo fare un lungo cammino insieme, condividere battaglie, costruire. Da parte mia e di tanti, sempre massima disponibilità. Purtroppo, però, far parte di un partito, di una comunità, di una famiglia non significa solo ricevere, essere al centro di tutto, ottenere posti e candidature: è soprattutto lavoro, costruzione, sacrificio e, prima di tutto, lealtà.

In questi mesi, invece, abbiamo vissuto polemiche, problemi, tensioni, simboli di possibili nuovi partiti e associazioni, attacchi a chi la Lega la vive e la ama da anni. Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa”. Lo scrive il leader della Lega Matteo Salvini in un lungo post dopo l’addio di Vannacci al partito.

VANNACCI, PROSEGUO LA MIA STRADA DA SOLO, FUTURO NAZIONALE È REALTÀ

(ANSA) – ROMA, 03 FEB – “Inseguo un sogno, e vado lontano. Futuro nazionale. Il mio impegno, da sempre, è quello di cambiare l’Italia”. Lo scrive sui suoi social Roberto Vannacci pubblicando il simbolo di Futuro nazionale. “Farla tornare – prosegue – un Paese sovrano, sicuro, libero, sviluppato, prospero ed esclusivo.

Amo la mia Patria e voglio continuare a combattere per lei stando lontano da impicci, compromessi di convenienza e inciuci. Proseguo per la mia strada da solo, con tutti quelli che inseguono il sogno di lasciare ai propri figli un Paese migliore di quello che loro stessi hanno ricevuto dai propri genitori. Da oggi Futuro Nazionale è una realtà”.

CASAPOUND, NON FAREMO PARTE DI FUTURO NAZIONALE DI VANNACCI

(ANSA) – ROMA, 03 FEB – “Come ribadito in più occasioni, e nonostante alcune ricostruzioni mediatiche continuino a suggerire il contrario, CasaPound non è interessata alle dinamiche interne del centrodestra e non farà parte del nuovo partito Futuro Nazionale”. È quanto si legge in una nota del movimento.

“A partire dal mese di settembre siamo impegnati, insieme ad altri movimenti politici e realtà associative, nel sostegno a una proposta di legge sulla remigrazione, – aggiunge – promossa attraverso un apposito comitato di cui facciamo parte. In pochi giorni tale iniziativa ha raccolto circa centomila sottoscrizioni: un risultato di straordinaria rilevanza”, prosegue CasaPound.

“Auspichiamo venga presto finalmente affrontata con la dovuta serietà dall’esecutivo. Riteniamo che la proposta di legge sulla remigrazione debba entrare nel dibattito politico come tema reale, allo stesso modo del referendum sulla magistratura sulla quale ci siamo già espressi dando indicazione di voto ovviamente favorevole”, sottolinea. “Non esiste pertanto alcun accordo, né è prevista alcuna nostra partecipazione a percorsi politici differenti da quello tracciato insieme agli altri movimenti fondatori del comitato.

Un percorso che sta incontrando un consenso ampio e crescente all’interno di una parte significativa di italiani – precisa Cp – . Dare rappresentanza a questa istanza, attraverso una visione che intende ribaltare il concetto stesso di politica, restituendole una dimensione autenticamente popolare e radicata dal basso, costituisce il nostro unico obiettivo”. “Chiunque scelga realmente di muoversi in questa direzione, perseguendo con coerenza il fine di risollevare la Nazione, troverà aperte le porte di una strada già chiaramente delineata e del tutto estranea a dinamiche che vedono protagonisti altri soggetti”. 

LEGA: ZAIA, VANNACCI CORPO ESTRANEO, NON CI STRACCIAMO VESTI

(LaPresse) – “Non sono sorpreso vista la lunga carriera che ha avuto in lega ovvero neanche un anno, che è la conferma che ha preso atto di essere un corpo estraneo. Probabilmente aveva altro progetto, non ha trovato il giusto substrato per farlo crescere in Lega e oggi decide di camminare con le sue gambe. Vedremo anche quale sarà il potenziale di questa marcia che farà in solitaria.

Ho visto situazioni migliori, ne ho vissute di peggiori in Lega per cui di certo non stiamo qui a stracciarci le vesti perché Vannacci se ne va via, ne prendiamo atto e noi andiamo avanti per la nostra strada”. Così l’ex governatore del Veneto Luca Zaia, a margine del Consiglio Regionale Veneto.


Per chi lavorano i partiti sovranisti?


Per chi lavorano i partiti sovranisti?

(Flavia Perina – lastampa.it) – La retorica sovranista italiana ed europea subisce un duro colpo dagli ultimi “file” resi pubblici negli Usa sul caso Jeffrey Epstein, che testimoniano in numerosi passaggi un interessamento attivo del finanziere-pedofilo e del suo corrispondente Steve Bannon al successo dei movimenti nazionalisti e dei loro leader (si fanno i nomi di Viktor OrbanMarine Le Pen e Matteo Salvini). Gran parte delle conversazioni svelate risalgono al 2018, vigilia delle elezioni europee che nella visione di Bannon avrebbero potuto disarticolare l’Unione. In quell’anno il consigliere di Donald Trump fu attivissimo soprattutto nel nostro Paese, che aveva immaginato come base del suo The Movement: la sua “campagna d’Italia” non è certo una novità. Quel che si scopre adesso è che Bannon teneva aggiornato costantemente Epstein, al quale riferiva anche del personale impegno per cercare finanziamenti alla Lega e al Front National francese.

È una triangolazione inaspettata ed enigmatica. Finora tutto faceva pensare che gli interessi di Epstein ruotassero intorno al business e che la compromissione di ministri e funzionari europei fosse finalizzata a facilitare affari, ma l’ultima enorme massa di mail e conversazioni diffusa dal Dipartimento di Giustizia Usa ha avvalorato l’idea che Epstein abbia gestito operazioni per conto dei servizi segreti russi di Vladimir Putin, il cui nome è citato più di mille volte nei “file”. L’attenzione del finanziere alle forze filo-russe in Europa per il tramite di Bannon (il 2018 è l’anno in cui Matteo Salvini invocava la revoca delle sanzioni a Mosca, da ministro dell’Interno del governo gialloverde) apre interrogativi che un Paese serio dovrebbe affrontare e discutere.

La Commissione europea ieri ha specificato che non sono previste task force per analizzare i documenti dell’affaire, una massa di oltre tre milioni di conversazioni costellata di omissis e davvero difficile da decifrare. Ma la catena di dimissioni eccellenti che quei “file” hanno già provocato in Gran Bretagna, Slovacchia, Francia, e le nuove rivelazioni sul ruolo politico del finanziere morto in carcere forse richiederebbero un surplus di iniziativa per inquadrare con precisione l’attività del club Epstein, e specialmente la natura del suo tifo per le forze anti-europee o comunque euro-scettiche.

Per chi hanno lavorato, per chi lavorano – consapevolmente o no – i movimenti sovranisti, e quanto del loro messaggio in apparenza patriottico va collegato in realtà agli interessi di altre patrie? Bisogna prendere sul serio la domanda, e per primo dovrebbe affrontarla chi si è fidato di Steve Bannon immaginandolo come guru del movimento Maga, senza avere contezza (si spera) delle persone a cui riferiva strategie e passi avanti nell’opera di disgregazione degli equilibri politici del Vecchio Continente. Se in America gli “Epstein file” sono, almeno per ora, uno scandalo di traffici pedofili, abusi su minorenni, aste di ragazze utilizzate per agganciare potenti e farsene sodali per sempre, da noi aprono uno squarcio allarmante sulla fragilità della politica e sulla facilità con cui è risultata (forse risulta ancora) manipolabile e condizionabile da personaggi al di sotto di ogni sospetto.


Il maiale bipartisan


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – In tanti si sono accostati alle sintesi giornalistiche dei chilometrici Epstein filescon la non segreta speranza di trovarvi la conferma che quel trafficante di malumori di Donald Trump era, oltre a tutto il resto, un maiale. Per chi ha il cuore a sinistra, poi, c’era anche il desiderio di veder ribadita la presunta diversità antropologica dei “destri”: più beceri, più aggressivi, e anche più maiali. Ma la realtà non funziona come sui social, dove il male sta sempre da una parte sola, quella opposta alla propria. E così si è scoperto che tra gli assidui beneficiari del mefistofelico Epstein c’erano pure i due Bill: Clinton e Gates. Passi per Clinton, di cui si conoscevano certe abitudini, per quanto ci si immaginava che le esercitasse in autonomia, non all’interno di un branco. Ma Gates, no. Gates era l’anti-Trump e l’anti-Musk in contemporanea. L’imprenditore illuminato e caritatevole, l’altruista, l’idealista, persino il femminista. Vederlo mescolato a predatori sessuali senza scrupoli e, in genere, a persone che considerano le donne un oggetto di piacere e una merce di scambio infligge la mazzata definitiva al luogo comune.

Bisogna riconoscere l’evidenza: sono l’educazione e il carattere, non le idee o le convenienze politiche, a segnare il confine tra maschi evoluti e cavernicoli, tra chi rispetta le donne e chi le usa e ne abusa. Fascista o antifascista, comunista o anticomunista, un maiale resta sempre un maiale.


Che c’entra il socialismo?


(di Michele Serra – repubblica.it) – Scambio di battute preso al volo da un talkshow. L’argomento è se tassare i miliardari, molto detassati negli ultimi decenni: con una progressione così clamorosa che negli Usa è nato un movimento di miliardari che chiedono di essere tassati, per favore. Un esponente di Fratelli d’Italia esperto di economia (mi scuso, non mi sono appuntato il nome, ma conta il peccato e non il peccatore), con espressione desolata, come quando si sentono stupidaggini inaudite, dice al conduttore: «Ma che state dicendo? Non si devono punire gli imprenditori. Creano posti di lavoro. Lo volete capire che il socialismo ha fallito?».

Verrebbe da chiedergli: mi scusi, ma che cosa c’entrano gli imprenditori? E soprattutto, che cosa diavolo c’entra il socialismo? Qui si sta parlando di un accumulo di ricchezza finanziaria che ha quasi niente a che vedere con i posti di lavoro (ne crea, in proporzione al capitale accumulato, dieci volte meno del vecchio capitalismo). Di una distribuzione del reddito che tende a cancellare il ceto medio e allargare la distanza tra ricchi e poveri.

Non si sta discutendo del socialismo, ma del capitalismo. Della società di mercato. Ci si sta chiedendo se è ancora possibile progettare una società di mercato che diffonda il benessere, e rimedi ai soprusi, e argini le sperequazioni, e mantenga vivo il welfare. Oppure se ci si deve rassegnare al fatto che l’uno per cento degli esseri umani (dati Oxfam) possieda più dell’ammontare dei beni pubblici del mondo intero.

Ma la destra meloniana non era populista? Non era contro i poteri forti, contro i radical chic, dalla parte del popolo oppresso? Un piccolo sforzo per capire che tassare patrimoni smisurati sarebbe una maniera diretta per difendere gli interessi della comunità, dunque del popolo, non potrebbe farlo?


La Schlein sa come battere Meloni


“Tolkien è nostro, riprendiamocelo”. Il 1° febbraio, all’iniziativa “Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia”, il cosiddetto “percorso d’ascolto” del Pd a Milano, Elly Schlein ha detto: “Giustizia sociale e climatica stanno insieme, dobbiamo tenere insieme la fine del mese con la fine del mondo”; e vabbè, il renzismo nel Pd […]

(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Il 1° febbraio, all’iniziativa “Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia”, il cosiddetto “percorso d’ascolto” del Pd a Milano, Elly Schlein ha detto: “Giustizia sociale e climatica stanno insieme, dobbiamo tenere insieme la fine del mese con la fine del mondo”; e vabbè, il renzismo nel Pd in fondo non è mai morto, e meglio qualche spassoso calembour senza senso che il tifo per le armi o l’appoggio al governo terrorista e infanticida di Israele. Del resto Schlein è stata capace di partorire frasi peggiori, come “Non è più il tempo di essere respingenti verso le energie più fresche attraverso meccanismi di cooptazioni correntizie”, il che ha determinato ipso facto l’autocombustione di alcune centinaia di tessere del Pd. Ed è anche colei che, criticando l’idea del governo Meloni di ridurre l’assegno unico per i figli, disse: “Ha semplificato la frammentazione dei sussidi precedenti”, una cosa che pure Heidegger avrebbe fatto fatica a capire e forse persino a scrivere, per poi chiarire: “Sarebbe sbagliato minarne la dimensione universalistica”, il che forse significava “bisogna darlo a tutti”, posto che darlo a tutti è una misura di destra, visto che una coppia di metalmeccanici di Taranto ne ha sicuramente più bisogno, e quindi più diritto, di una coppia che abita sul lago di Como vicino alla villa di George Clooney […]

Per fortuna, leggiamo sul Corriere, Elly ha ripreso “l’intervento della scrittrice Chiara Valerio, per lanciare una sfida simbolica: ‘Dobbiamo riprenderci Tolkien’”, lo scrittore preferito di Giorgia. Oh, era ora. Proprio giorni fa eravamo in fila dal medico, e i pazienti, alcuni dei quali con impegnative in tasca per esami urgentissimi che gli sarà possibile fare solo nel 2028, erano infuriati contro il Pd che ha lasciato Tolkien alla destra. “È ora di finirla con questa Arianna Meloni che si appropria del Signore degli Anelli! Basta ministri della Cultura di FdI che fanno le mostre su Frodo togliendole al proletariato! La Meloni ci dia quello che ci spetta: saghe nordiche e colossal fantasy!”, e via così. Il Pd sì, che sa ascoltare i bisogni della gente. Ci consola non poco che, mentre in America le squadracce dell’Ice sparano in testa alla gente, qui in Italia c’è ancora un welfare e soprattutto una sinistra seria a difenderci contro gli eserciti di Sauron.


Meloni già s’infila la toga


Meloni, intanto, già s’infila la toga: si è sostituita ai pm formulando il capo di imputazione per gli aggressori del poliziotto a Torino

Meloni già s’infila la toga

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non manca giorno che il governo, autore della riforma che demolisce il Consiglio superiore della magistratura, non fornisca un valido motivo per affossarla al referendum di marzo. Ricordate quando Nordio, estensore della novella, gridò alle fake news contro il manifesto dell’Anm (dall’eloquente slogan: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota No”)?

Non ha avuto da ridire stavolta sul volantino, circolato sul web, del comitato Sì Riforma, che associava “i delinquenti che hanno aggredito in branco un poliziotto a Torino, prendendolo a martellate, pugni e calci in testa” ai sostenitori del No. Una becera strumentalizzazione che – fermo restando la condanna di ogni atto di violenza, in qualunque contesto e a prescindere dalla matrice – nulla toglie ovviamente alle ragioni che animano la battaglia referendaria contro i rischi della riforma Nordio. A cominciare da quello indicato proprio nel manifesto dell’Anm che ha fatto tanto arrabbiare il ministro ma che, proprio lo stesso Guardasigilli ha di fatto suggerito al comitato per il No.

Con quella che il procuratore di Napoli, Gratteri, ha definito una vera e propria confessione: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”, aveva candidamente ammesso parlando di possibili “invasioni di campo” della magistratura nella politica. E se due indizi fanno una prova, a chiarire ulteriormente dove si andrebbe a parare se vincessero i Sì, ci ha pensato il vice premier, nonché leader di Forza Italia, Tajani: “Penso anche ad aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati. Discutiamone, parliamone”.

Di fatto sottraendo ai magistrati il coordinamento delle indagini per spostarlo sotto l’ala dell’esecutivo. Meloni, intanto, già s’infila la toga. Dopo gli scontri di Torino, utilizzati dal governo come una clava contro i sostenitori del No al referendum e come alibi per la nuova stretta in arrivo contro il dissenso, si è sostituita ai pm formulando il capo di imputazione (tentato omicidio) per gli aggressori del poliziotto. Un assaggio di quello che ci aspetta se malauguratamente dovessero vincere i Sì.


La conferenza di Francesca Albanese alla Camera fa scoppiare la polemica


La relatrice speciale Onu presenterà un rapporto dal titolo “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”. Pochi giorni fa, le opposizioni avevano occupato lo spazio di Montecitorio per impedire lo svolgimento di un incontro sulla Remigrazione

(lespresso.it) – Quattro appuntamenti a Roma “per parlare del genocidio in corso in Palestina”. Parlamento incluso. Scoppia la polemica politica intorno alla conferenza stampa di Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, che domani – 3 febbraio – prenderà parola alla Camera dei deputati presentando un rapporto dal titolo “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”. Con lei, i deputati del Movimento 5 stelle Stefania Ascari, Dario Carotenuto e Carmela Auriemma, i senatori di Alleanza verdi sinistra Tino Magni e Peppe De Cristofaro, il deputato Pd Arturo Scotto, l’avvocato Fausto Gianelli e la professoressa di diritto internazionale Alessandra Annoni.

“Hanno una doppia morale”. “Una totale mancanza di coerenza”. “Un doppiopesismo che ci lascia basiti”. L’affondo arriva da Sara Kelany, responsabile del dipartimento immigrazione di Frateli d’Italia, ed Elisabetta Gardini, vice capogruppo del partito. Proprio secondo Gardini, la relatrice Onu avrebbe più volte espresso “posizioni inaccettabili sulla natura dell’organizzazione terroristica Hamas, responsabile del pogrom del 7 ottobre, mostrando una grave mancanza di equilibrio e imparzialità incompatibile con il ruolo che ricopre in seno alle Nazioni Unite”. Un’assenza di coerenza che, secondo Gardini, “rischia di compromettere la neutralità e l’autorevolezza delle istituzioni parlamentari, trasmettendo un messaggio sbagliato e profondamente divisivo”. Una scelta irresponsabile e inopportuna, secondo Kelany, quella di “ospitare in sedi istituzionali personaggi che veicolano idee antisemite senza alcun rispetto delle istituzioni italiane”.

La polemica nasce in seguito all’occupazione della sala per le conferenze stampa da parte di circa 30 parlamentari di opposizione. L’occasione, era l’iniziativa di lancio della raccolta firme per la proposta di legge ‘Remigrazione e riconquista‘, promossa da Casapound, Fronte Skinheads, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani. 
“Abbiamo occupato la sala stampa della Camera: qui i fascisti e i nazisti non entrano”, aveva scritto sui social il deputato del Partito democratico Matteo Orfini.


Il Sud ostaggio di Salvini. Ma dietro l’egomania c’è un capitalismo rapace


Abbiamo un Ponte da costruire, un’Olimpiade da celebrare. Che importa se qualche bimbo resta al gelo, se qualche siciliano rimane senza la sua casa misera e precaria. La politica frequenta le case eleganti e verticali, che non corrono il rischio di crollare. La povera gente sta da tutt’altra parte

(Sergio Labate – editorialedomani.it) – Che il Sud sia preso in ostaggio dalla mania di protagonismo del ministro Salvini è ormai evidente. Il suo è un misto di colonialismo e populismo. Salvini non sa nulla del Sud, se non disprezza i suoi abitanti certamente ne ignora i bisogni, che sono invece sotto gli occhi di tutti. Eccolo il colonialismo: per lui il Sud è solo un terreno da sfruttare ancora una volta per l’arricchimento delle grandi imprese (presumibilmente settentrionali).

Ogni sua parola dedicata ai bisogni dei cittadini meridionali trasuda di paternalismo: di chi non si sporca né si spende per capire cosa serve, ma presume prima ancora di sapere come stiano davvero le cose. Accanto al colonialismo, il Sud paga anche gli effetti politici del populismo. Che ha trasformato definitivamente il lavoro del politico, almeno agli occhi degli stessi politici. Salvini sembra ossessionato dal ponte sullo Stretto. Un’ossessione che non gli permette di vedere nient’altro, di allargare lo sguardo, studiare.

Ma del resto il politico populista non vuole governare le cose degli uomini, vuole passare alla storia mediatica. Non è interessato al mondo così come è, gli interessa soltanto di come lui apparirà. Della sua reputazione, non della vita dei suoi sudditi cittadini.

Politica predatoria

Ma sarei ingeneroso se dicessi che il problema sta tutto nell’atteggiamento di una sola persona. La mania di grandezza di Salvini è un sintomo, non la causa. La causa è una politica incapace di fare altro che non sia accodarsi al capitalismo cannibale e diventare essa stessa predatoria. Da un lato i grandi eventi, le manovre-spot.

Dall’altro il paese reale, composto da persone abbandonate a loro stesse e che non sperano nemmeno più di essere prese in considerazione. Una dissonanza prospettica che la frana di Niscemi restituisce plasticamente ma che non possiamo non riconoscere in tanti piccoli eventi quotidiani.

Chissà perché, ma non riesco a non pensare che il senso di abbandono e di smarrimento provato da coloro che hanno perduto la loro casa per via della frana sia simile a quello provato dal povero bimbo di Belluno, lasciato al gelo fuori dal suo autobus perché il suo biglietto non era aggiornato al tariffario olimpico.IfondiperdutiperNiscemi

Eccola la politica predatoria: che celebra il benessere distribuito a pochi e lascia a piedi e senza casa i molti che non possono permettersi di accedere alle case eleganti e verticali di Milano (che valgono molto più di quelle di Niscemi, come ha sostenuto qualche giornalista che non riesce a celare il proprio odio di classe). È la rivoluzione passiva del nostro tempo: la politica che si affanna a difendere gli interessi di pochi e non coinvolge le masse popolari che vivono della fragilità delle loro case, della precarietà delle loro esistenze. Costretti soltanto a subirne le conseguenze.

Anche i fondi del Pnrr sono stati gestiti secondo un ordine di priorità rovesciato, nonostante gli avvertimenti. Sono stati rifatti i marciapiedi, i grandi gestori delle nostre strade hanno cantierato tutto. Ma le case crollano e nessuno se ne stupisce più; una parte consistente dell’Italia – quella che non è sulla linea dell’alta velocità – è ridotta a viaggi della speranza; le nostre autostrade sono ancora occupate dalle file ininterrotte di Tir perché non abbiamo saputo cambiare i nostri modelli di distribuzione fermi a cinquant’anni fa. Tutti lo sanno, ma tutti si sono ormai stancati di ricordarlo.

Privatizzare il mondo

È curioso che il governo, mentre difende il feticcio del Ponte, avanza come ricetta quella di rendere obbligatoria la polizza anti-calamità per le case a rischio. L’unica prospettiva che la destra sa proporre: la privatizzazione del mondo. Scaricare sui cittadini il prezzo da pagare per restare nelle loro misere case dove hanno trascorso una vita. Aumentare i biglietti degli autobus ai poveri bambini che continuano a vivere una vita normale mentre intorno si sta organizzando un grande evento che interessa i pochi che si potranno permettere di partecipare.

Continuiamo pure così: privatizziamo il mondo, scarichiamo sui cittadini inermi il prezzo dei nostri trionfi e delle nostre manie di protagonismo. Abbiamo un Ponte da costruire, un’Olimpiade da celebrare. Che importa se qualche bimbo resta al gelo, se qualche siciliano rimane senza la sua casa così misera e precaria. La politica frequenta le case eleganti e verticali, che non corrono il rischio di crollare per gli effetti della crisi ecologica (sarà per questo che la destra si affanna così spesso a negarla).

La povera gente sta da tutt’altra parte, dentro case costruite sul vuoto, lasciate a metà in attesa di ciò che viene, di un nuovo condono che prima o poi giungerà. Basta che la pioggia arrivi e tutto crolla, e allora non gli resta che arrangiarsi e cercare un modo per sopravvivere ancora una volta alla propria disperazione.


Calenda torna utile a Palazzo Chigi: Meloni benedice il dialogo che spiazza il centrosinistra


Il leader di Azione, dato ciclicamente per politicamente disperso, è rientrato nel grande gioco con una mossa studiata: salire sul palco del teatro Manzoni di Milano, all’evento di Forza Italia. Dietro le quinte i contatti si moltiplicano. Non per costruire un nuovo centro, bensì per usarlo

(Marco Antonellis – lespressp.it) – Il nome di Carlo Calenda torna a circolare nei palazzi con una frequenza sospetta, di quelle che non nascono per caso. E infatti non è un caso. Il leader di Azione, dato ciclicamente per politicamente disperso, è rientrato nel grande gioco con una mossa studiata: salire sul palco giusto, nel momento giusto, davanti al pubblico giusto. Teatro Manzoni di Milano, evento di Forza Italia organizzato da Letizia Moratti per celebrare la discesa in campo del Cavaliere. Una passerella che vale più di cento dichiarazioni. E che non è sfuggita a Palazzo Chigi.

Ufficialmente nessuno conferma nulla. Ufficiosamente, Giorgia Meloni osserva e annuisce. Perché l’asse Calenda–Forza Italia, più che un’alleanza politica, è un’operazione di ingegneria elettorale. Di quelle fredde, ciniche, efficaci. L’ex ministro si dice “felicissimo” di collaborare con gli azzurri, Fi nicchia, prende tempo, smentisce accordi organici. Ma dietro le quinte i contatti si moltiplicano. Non per costruire un nuovo centro, bensì per usarlo.

Il punto non è governare insieme. Il punto è far superare ad Azione la soglia di sbarramento alle Politiche 2027. Un obiettivo che conviene a tutti, tranne che al centrosinistra. Per Calenda significa sopravvivenza parlamentare. Per Meloni significa un doppio colpo: indebolire l’opposizione e trasformare Azione in un alleato “funzionale”, utile più per sottrazione che per addizione.

Nei corridoi si parla apertamente di un’operazione da manuale calderoliano. Riecheggia il fantasma del Porcellum e della sua clausola più furba: il “miglior perdente”. Dentro una coalizione vincente, anche chi restava sotto la soglia poteva essere ripescato. Uno schema che, adattato ai tempi moderni, consentirebbe di portare Calenda in Parlamento senza dargli troppo potere. Presenza garantita, voce controllata.

A Forza Italia l’idea non dispiace. Il partito orfano di Berlusconi cerca sponde, centralità, ruolo. Calenda è incompatibile sul piano ideologico? Dettagli. Qui contano i seggi, non i sentimenti. E poi l’ex ministro di Matteo Renzi ha un pregio: parla a un elettorato che Fratelli d’Italia fatica a intercettare e che il Pd rischia di perdere definitivamente.

Chi mastica amaro è la Lega. Salvini incassa in silenzio, ma i suoi non dimenticano anni di attacchi frontali di Calenda, soprattutto su Ucraina, Russia e politica estera. Favorire il leader di Azione suona come un boccone indigesto, l’ennesimo sacrificio sull’altare della stabilità meloniana. E infatti il malumore cresce. Sottotraccia, ma cresce.

Per ora è tutto tattica. Nessun patto scritto, nessuna foto ufficiale, solo segnali. Ma nei palazzi c’è chi scommette che Calenda, da eterno battitore libero, stia per diventare il “miglior perdente” perfetto: troppo debole per comandare, troppo visibile per essere ignorato. E soprattutto utile. Molto utile.