Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ai  Musei nazionali del Vomero le giornate europee del Patrimonio


Visite guidate e iniziative speciali il 26 e 27 settembre e aperture straordinarie serali il sabato con concerti a 1 euro

Napoli, 23 settembre 2026 – Sabato 26 e domenica 27 settembre ritorna l’appuntamento con le GEP Giornate Europee del Patrimonio con il coordinamento del Ministero della Cultura che quest’anno hanno come tema “Proteggere il patrimonio. Rinnovare, resistere, reinventare”. Nelle due giornate sono previste visite guidate e altre iniziative nei musei e nei luoghi della cultura presenti su tutto il territorio nazionale e, il sabato sera, sono in programma aperture straordinarie serali con ingresso al costo simbolico di 1 euro.

Musei nazionali del Vomero propongono un’offerta differenziata nei tre musei con eventi diurni e concerti serali sabato 26 settembre:

In Villa Floridiana il sabato mattina è dedicato ai più piccoli con Una fiaba al museo, un progetto di promozione della lettura nella prima infanzia che si rivolge a bambine e bambini da 0 a 6 anni, Maktaba, la biblioteca che cresce con te. L’evento inizia alle 11.00, è gratuito, ma la prenotazione è obbligatoria sul canale WhatsApp al numero 366 1509122, fino ad esaurimento posti.

La sera, con l’apertura straordinaria dalle ore 19.30 alle 23.30 e ingresso al costo di 1 euro, il parco cambia ritmo con l’iniziativa: “A piedi nudi nel parco”. Alle ore 20.30 inizierà il concerto della Pamina C. Swing Quintetta, sulle tracce del jazz manouche, attraversa gli anni Trenta e Quaranta: la chanson française si veste di swing, fino a una digressione d’oltreoceano sull’eco dei trii vocali femminili. Cinque musicisti animeranno l’atmosfera per il pubblico grazie alla social dance: un gruppo di ballerini della Swing Tonic che si muoveranno spontaneamente sulla musica della band.

Alla Certosa di San Martino stesso orari di apertura serale sabato con ingresso a 1 euro e alle 20.30,  la possibilità di assistere al concerto jazz Zack Alderman, nel Chiostro dei procuratori eseguito da Giulio Martino Rocco Zaccagnino quartetto. Il repertorio, teso ad esaltare le potenzialità timbriche degli strumenti acustici dei componenti, prevede brani composti in gran parte dal virtuoso fisarmonicista Rocco Zaccagnino e da Hermeto Pascoal e Michel Legrand, e contenuti nell’omonimo lavoro discografico.     

Domenica mattina due visite guidate (ore 10,30 e 12,00) al cantiere aperto del Cimitero dei Certosini, illustreranno il restauro per scoprire da vicino attività, tecniche e ricerca dedicate alla cura del patrimonio a cura di Annalisa Arcara e in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti.  

Alle 11,00 , invece, una visita guidata La Sezione  Navale,  appena riaperta al pubblico con il  nuovo allestimento,  ospiterà. È preferibile prenotare  le visite  guidate all’indirizzo  mn-vomero.eventi@cultura.gov.it

Al Castel Sant’Elmo, sabato sera, il costo del biglietto di ingresso per accedere al Pessoa Luna Park è di 1 euro, fino alla chiusura della biglietteria prevista per le ore 23.30.

Domenica, invece,  dalle 10.30 alle 11.30, sarà possibile prenotare una visita guidata a cura dei servizi educativi dei Musei nazionali del Vomero dal titolo Memorie di resistenza e spazi reinventatii” accompagnerà i partecipanti attraverso il fossato e il panoramico percorso pedonale fino alla Piazza d’Armi, con la possibilità di visitare il Museo Novecento a Napoli e approfondire il rapporto tra osservazione astronomica e misurazione del tempo.

Infatti, sulla Piazza d’Armi della fortezza (dalle 10,30 alle 13,30) saranno proposti incontri liberi con l’astronomia dal titolo: “Sole, ombre e tempo”. Un viaggio tra architettura, arte e astronomia organizzati in collaborazione con l’Unione Astrofili Napoletani, grazie ai quali i visitatori potranno osservare il sole, la fotosfera e le macchie solari attraverso un telescopio dotato di filtri professionali di sicurezza e conoscere diversi strumenti gnomonici, tra cui orologi solari, cerchi di Ipparco e meridiane. Il pubblico sarà inoltre coinvolto direttamente nell’utilizzo di un orologio solare azimutale analemmatico, con il supporto di materiali divulgativi ed esplicativi.


I biglietti sono acquistabili su www.MuseiItaliani.it  o presso le biglietterie dei musei, fino a esaurimento posti.

Diana Kühne

Musei nazionali del Vomero Mail: diana.kuhne@cultura.gov.it


Lucio Caracciolo: “Uno scontro diretto tra Russia e NATO finirebbe con la distruzione di entrambe”


Il direttore di Limes a Fanpage.it: “Uno scontro diretto tra Russia e NATO finirebbe con la distruzione di entrambe. Inoltre, al di là di quanto viene dichiarato pubblicamente, continuano a funzionare canali permanenti di comunicazione, in particolare tra americani e russi”. Intervista a Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista italiana di geopolitica Limes.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – “Uno scontro diretto tra Russia e NATO finirebbe con la distruzione di entrambe”. A parlare, intervistato da Fanpage.it, è Lucio Caracciolo, direttore di Limes, al culmine di un’estate, quella del 2026, segnata da una recrudescenza delle operazioni di guerra ibrida condotte da Mosca ai danni del Vecchio Continente. Di fronte a questa strategia del Cremlino, i Paesi europei – le nazioni baltiche in primis – hanno innalzato il livello di allarme ai massimi storici. Emblematica la posizione della Lituania: ieri il primo ministro Mindaugas Sinkevičius ha dichiarato di aver predisposto piani di evacuazione di massa per far fronte alle minacce russe, ribadendo al contempo di essere pronto a rispondere con la forza a un eventuale attacco di Mosca.

Da alcuni giorni a questa parte si parla con sempre maggiore insistenza di un alto rischio che Russia e Nato possano scontrarsi frontalmente a margine della guerra in Ucraina: si tratta di un’ipotesi realistica?

Distinguere oggi tra minacce realistiche e irrealistiche è un esercizio assai improbabile, perché sono saltati un po’ tutti i parametri che permettono di distinguere la realtà dalla fantasia. Ciò premesso, ritengo che questa possibilità appartenga al mondo dell’irrealtà piuttosto che a quello della realtà. Questo innanzitutto per un’ovvia considerazione di reciproci interessi: uno scontro diretto tra Russia e NATO finirebbe con la distruzione di entrambe. Inoltre, al di là di quanto viene dichiarato pubblicamente, continuano a funzionare canali permanenti di comunicazione, in particolare tra americani e russi.

Eppure, soprattutto dai Paesi baltici, giungono allarmi continui e toni molto duri. Ieri, intervistato dalla BBC, il premier lituano ha dichiarato di aver predisposto piani di evacuazione a fronte delle minacce provenienti da Mosca e annunciato di essere pronto a rispondere a un attacco, se necessario. Se si arrivasse a un’escalation, l’Europa – e l’Italia in particolare – sarebbe minimamente pronta a un scenario di guerra?

Uno dei paradossi di questa retorica è che assistiamo a una sorta di deterrenza al contrario. Quelli che sono sostanzialmente disarmati o semi-disarmati – e noi italiani lo siamo più che mai, così come in generale gli europei, inclusi i baltici che sono anche numericamente pochi – si comportano nei confronti della Russia come se avessero la bomba atomica e i russi fossero dei poveracci. Questa condotta porta a due possibili considerazioni: o ci troviamo di fronte a una follia collettiva, ipotesi che tendo a escludere, oppure vengono pronunciate affermazioni che non corrispondono del tutto a ciò che si pensa realmente. Nel frattempo, i russi possono permettersi operazioni provocatorie o test – ad esempio il drone di Lipsia, sempre ammesso che siano stati davvero loro a piazzarlo – sapendo benissimo che non vi sarà una risposta, nemmeno simmetrica, da parte di chi le subisce.

Qual è allora il vero scopo di queste dichiarazioni così sbilanciate da parte di alcuni leader europei?

Non c’è una risposta certa, ma diversi fattori che si sovrappongono. Il primo non pertiene alla razionalità geopolitica, ma alla sfera storico-culturale e psicologica. I popoli che hanno vissuto secoli di invasioni o dominazioni russe – dalla Scandinavia alla Polonia, dai Baltici fino alla Romania – mantengono condizionamenti profondi che travalicano il mero calcolo razionale. In altri Paesi, come la Germania, si sommano anche valutazioni di carattere industriale. Di fronte a una crisi economica devastante nell’industria meccanica e automobilistica, una parte del sistema produttivo tedesco mira a convertirsi verso la produzione militare per salvare posti di lavoro e quote di mercato. Infine, vi è una profonda paura dell’abbandono da parte degli Stati Uniti: si evoca la necessità di un nemico perché si teme che, se si fa la pace con la Russia, gli americani non abbiano più motivi per occuparsi dell’Europa. Personalmente ritengo che questo ragionamento sopravvaluti l’impegno americano pregresso e attuale, poiché vedo con molta difficoltà un intervento di Washington per difendere un Paese europeo, specialmente se non fondamentale, ma l’angoscia dell’abbandono pesa fortemente.

Intanto in Ucraina si continua a combattere. Se – dopo oltre 4 anni e mezzo di guerra – lei avesse la possibilità di indicare una via d’uscita per questa crisi, quale sarebbe la soluzione più probabile?

La soluzione, che potrebbe essere meno lontana di quanto s’immagini, sarà la presa d’atto di ciò che avviene sul campo di battaglia. Si andrà verso un congelamento del fronte: non un accordo formale e definitivo, ma uno stato di fatto informale ed effettivo destinato a durare alcuni anni. In questo scenario vi è un’evidente asimmetria: l’Ucraina ha un problema primario di sopravvivenza e di ricostruzione, mentre la Russia, pur avendo subito ingenti colpi, non è in pericolo di vita. Questo assetto favorirà un maggior disimpegno americano dall’Europa, che non significa un abbandono totale, ma la volontà di mantenere le distanze per concentrare le risorse sulla competizione con la Cina. Per noi la cosa più difficile sarà imparare a ripensarci in questo mondo in bilico, senza poterci più affidare all’ombrello protettivo statunitense.


Luca Telese: “Mentana ha torto, non siamo una tv anti-Meloni. Spieghiamo se una legge elettorale è una legge truffa”


Luca Telese, conduttore di In Onda e direttore del Centro, si racconta a Fanpage.it: “Mentana ha torto, noi non siamo una tv anti-Meloni”. Sulla legge elettorale: “Imbroglia, quindi è una legge tarocca”. Su Ranucci: “Sono riusciti a prendere uno che è la vittima di un attentato e farlo diventare colpevole”. Sulle primarie del centrosinistra: “Serve il leader subito”.

(di Gennaro Marco Duello – fanpage.it) – In Onda ha chiuso l’estate sul podio. Nella classifica dei programmi tv d’informazione più attivi sui social a luglio e agosto, elaborata da Sensemakers per Prima Online, il talk di La7 condotto da Luca Telese e Marianna Aprile si piazza subito dietro Tg1 e Tg3. Supera di slancio il Tg La7, con 72,1 milioni di visualizzazioni complessive. Un risultato che arriva proprio mentre il format è tornato con la programmazione autunnale, ogni domenica.

Telese, che da due anni dirige anche Il Centro, primo quotidiano d’Abruzzo, a Fanpage.it risponde alle critiche interne di Mentana sul fatto che La7 sia una “tv anti-Meloni”: “Noi non siamo una tv anti-Meloni. Siamo una tv che spiega se una legge è una legge truffa”. E sulla riforma elettorale voluta dalla premier va giù duro: “Imbroglia, quindi è una legge tarocca”. Nel mezzo c’è il racconto della macchina di In Onda e il sodalizio con Marianna Aprile, che definisce “lei una dieta riuscita benissimo, io sono tante diete fallite”. E poi un commento sulla stretta attualità: il centrodestra che rincorre Vannacci, la sfida congressuale di Salvini, le primarie del centrosinistra e la sua idea su Sigfrido Ranucci, rimosso dalla conduzione di Report.

Luca, partiamo dal Centro. Tra poco festeggi due anni da direttore. Il giornale ha fatto un salto evidente, più generalista ma sempre attento al racconto del territorio abruzzese. Come ci sei riuscito?

Siamo contentissimi, i lettori sono esplosi. Quando sono arrivato vendevamo 6000 copie, comprese quelle digitali, oggi siamo ancora lì. Lo considero un grande risultato, perché gli altri giornali perdono il 14, il 13, l’11, l’8 per cento. Ho introdotto da 13 a 15 pagine fisse di esteri e politica nazionale, e questo ha premiato: così non hai bisogno di prendere un altro giornale. Il giornale è diventato un sismografo: arriva una notizia e in un attimo apriamo il dibattito. Io penso che un giornale, per essere buono, debba avere almeno una o due cose che fanno dire: “Cavolo, me lo volevo proprio leggere oggi questo pezzo”.

Sei arrivato nella stagione del ritorno del Pescara in B con una partita storica.

È stato un racconto bellissimo, il Pescara in B lo abbiamo praticamente accompagnato noi del Centro. Appena sono arrivato, una delle prime cose che ho fatto è stata invitare Baldini al giornale, e da quel momento ci siamo proprio connessi.

Veniamo a In Onda. Avete chiuso l’estate con una media del 6,94%, la più alta in sedici anni di programma. Qual è il segreto?

In Onda è una specie di semilavorato. C’è una lunga programmazione su alcune cose: le puntate lunghe hanno sempre dei contenuti lunghi, la puntata degli esteri, l’inchiesta, i reportage della Mannocchi, che sappiamo che il giorno X tornerà e ci porterà, magari, un pezzo su Gaza. E poi ci sono dei contenuti freschissimi: è un modo molto rapido di mettere in padella le notizie del giorno. Tante volte abbiamo cambiato le aperture nel nostro ultimo check possibile, una riunione volante che facciamo nel camerino di Marianna, perché è più largo del mio. Io, gli autori, lei. Una cosa senza l’altra forse è una buona cosa, ma avere entrambe fa sì che qualcuno ti dica: “Che bello quel pezzo ieri di Zerocalcare, col fumetto fatto apposta sul fascismo” (il riferimento è alla prima puntata della stagione autunnale, in onda domenica 20 settembre, ndr). Ma era legato a una cosa freschissima, che avevamo immaginato: avevamo già Tonia Mastrobuoni collegata da Berlino, il racconto di Zerocalcare sulla crescita della destra in Europa e l’ultima ora: chi ha vinto, come, perché, qual è l’analisi.

Poi c’è la squadra.

Paolo Mieli ormai è una presenza fissa, viene una volta a settimana. D’estate abbiamo costruito quello che noi chiamiamo il gruppo degli esteri, con Giovanna Botteri, con Di Bella, con Cecilia Sala, con Arianna Farinelli, che è un’ospite fissa e secondo me è una narratrice straordinaria. Ogni zona nevralgica del racconto globale che abbiamo nella testa, gli Stati Uniti, l’Iran, il Medio Oriente, la Palestina, la Cisgiordania che abbiamo raccontato in questi giorni, in questi mesi, in questi anni, ha il suo racconto. Siamo un po’ dei rapsodi: come i rapsodi omerici, ognuno canta il suo poema.

E con Marianna Aprile? Vi accusano di essere due voci della stessa parte.

Ma in realtà siamo totalmente diversi: per metodo, per indole, per vocazione. Anche fisicamente: lei è una dieta riuscita benissimo, io sono tante diete fallite. Io sono tondo, lei è aguzza. Io sono un po’ più vecchio di lei, quindi ho una memoria che arriva persino alla Prima Repubblica. Lei però è stata sulla nave di Emergency a fare salvataggi, e non prendevano giornalisti. È una così testarda che non è Verdelli che le ha detto “vai a raccontare”: è lei che ha detto “voglio andare a raccontare”. E quando Emergency le ha detto che poteva salire solo come parte dell’equipaggio, ha fatto il corso, un mese, per poter fare anche il triage, la rianimazione. Dico sempre che è pronta a qualunque evenienza, anche in caso di catastrofe. Sul collo ha tatuato il numero delle persone salvate dalla sua nave nel penultimo giorno della sua missione.

Mai uno scontro tra voi?

In alcuni casi discutiamo, siamo molto diversi. In alcuni casi litighiamo, e lo palesiamo anche. Credo che questo dia anche una rappresentazione.

Il libro che avete scritto insieme si chiama “Materiali resistenti”.

È un po’ la nostra piccola Bibbia. Sono le storie, per esempio, di Don Ciotti, di Don Gallo, di Emergency: di quelli che nell’Italia contemporanea realizzano i valori costituzionali in modo attivo.

Restiamo sull’attualità. Le parole di Tajani sulla donna ideale, quelle di Giorgia Meloni alla festa della giovanile di Fratelli d’Italia: la destra, pur di non allearsi con Vannacci, lo sta inseguendo?

C’è una radicalizzazione. Avere lo stesso giorno l’idea delle classi differenziali su base etnica e l’idea della donna angelo del focolare: sembra che prendano il programma di Vannacci e poi facciano le variazioni sul tema. Questa è la cosa che stupisce molto. E ha anche un problema dal punto di vista del racconto, perché poi uno dice: “Ah, ma allora siete una tv della sinistra”. No, siamo una tv indipendente. Però, siccome il coro dei media è intonato e governativo, c’è qualcuno che può dirti pure: “Ah, ma tu sei un anti-Meloni”. No, non sono un anti-Meloni. Però se c’è una proposta incredibile come quella sulla legge elettorale, in cui il comunicato della Meloni dice “abbiamo introdotto le preferenze”, ma poi tecnicamente le preferenze non funzionano, ci siamo interrogati: possiamo dire che è una legge tarocca? Sì: imbroglia, quindi è una legge tarocca. Però siamo credibili perché abbiamo detto lo stesso quando c’era la legge di Renzi. Se avessimo detto “che bello il Rosatellum”, allora uno direbbe: “Eh, però questi di In Onda…”. Invece quando c’era il Rosatellum abbiamo spiegato perché, con la sua follia, per esempio l’effetto flipper, era illiberale. E adesso abbiamo tutto il titolo per dirlo anche con molta forza. Noi abbiamo degli ascoltatori di destra con cui io discuto: mi mandano mail, li incontro per strada, ci guardano un po’ col mal di pancia. E io dico: “Ma non sarà che tu ci guardi proprio perché noi ti diciamo che il Melonellum è una fregatura anche per te?”.

Spostiamoci sulla Lega. A Pontida Salvini ha rilanciato, annunciando a breve la resa dei conti interna, convocando un congresso a ottobre. Che succede?

Secondo me Salvini ha fatto, l’ho detto in tv, una mossa coraggiosa. Il punto dei suoi oppositori è un po’ quello delle guerre moderne: se vuoi sminare Salvini, come a Hormuz, devi scendere sul terreno. Quindi uno di voi deve rinunciare al Senato, alla presidenza della Regione, e deve dire: “Io ti sfido”. Salvini, che l’ultimo congresso l’aveva già vinto su base organizzativa in modo clamoroso, ha avuto tutto il coraggio e l’intelligenza di dire: “Non aspetto quello che avete in mente voi, cioè che mi fregate dopo una sconfitta elettorale. Vi sfido, facciamolo prima, al congresso”. E qui gli oppositori, e Zaia è sicuramente più brillante di questi, dovranno decidere: smetto di fare altre cose piacevoli e lo combatto su quel terreno, con le truppe di terra. Senza truppe di terra non si prendono le segreterie dei partiti.

E il centrosinistra? Facciamo che le primarie si tengano domani: chi vincerebbe?

Io sono molto critico con il centrosinistra. Non una critica contro, ma una critica perché spero nel campo largo. Quindi, se vogliono vincere, devono fare il contrario di quello che hanno fatto finora. Uno: dovrebbero provare a trovare un nome condiviso, rinunciando tutti alla leadership.

È impossibile.

A quanto pare non l’hanno voluto fare. Poi hanno inventato questa nenia insopportabile: prima il programma, poi il leader. Io contesto entrambe le affermazioni. Intanto “prima il programma” è diventato “non famo nulla fino a dicembre”. In secondo luogo, il programma poi che cos’è? Ho abbastanza memoria per aver letto i pezzi sulle 300 pagine di un programma che fu fatto a pezzi perché aveva mille espressioni paradossali, contraddittorie. Il leader deve scegliere il programma insieme alla sua squadra, come il sarto che ti cuce il vestito su misura. Terzo: vorrei scrivere un pezzo, non ho ancora trovato il tempo, come vedi, ma lo farò presto. Ho visto da inviato le primarie del 2010 della Puglia, le prime dell’età moderna italiana, con le file in mezzo alla neve. E che cosa si diceva? “Se vince Vendola sarà troppo radicale. Vince le primarie, ma poi la coalizione si spacca. Vince le primarie a sinistra, ma poi si tratta di vincere al centro e non ce la fa”. In realtà Vendola vinse quelle primarie, vinse le secondarie, cioè le elezioni, vinse delle altre primarie con una coalizione iper lacerata e vinse delle altre secondarie. E ha cambiato faccia alla Puglia. Poi ho seguito le primarie di Genova, e si dissero esattamente le stesse cose. Ho seguito le primarie di Milano, dove vinse Pisapia, e si disse: “Ma come può vincere?”. Quindi ho abbastanza capelli grigi per sapere che chi vince le primarie non conquista semplicemente a freddo un segmento elettorale: mette in moto un racconto di sintesi che poi, se vince, lo porta a vincere.

Quindi tu faresti prima il leader.

Io farei prima il leader, e poi il programma insieme al leader. Ma il leader subito. Ieri, non oggi. Fateli girare l’Italia, fategli trovare la sintesi. La sintesi la trovano gli elettori, e questo fa impazzire le segreterie dei partiti. “Ma come? E adesso ci affidiamo alla gente?”. Eh sì, ci affidiamo alla gente. Tanto è vero che hanno votato Schlein, che è diventata la segretaria più longeva della storia del Pd.

L’esito del referendum sulla giustizia ha avuto un peso per la sfida elettorale?

Ha assolutamente riaperto la partita. È vero che siamo un paese di memoria breve, ma questa vittoria non ha il timbro di qualche partito, ha quello della società civile. In Abruzzo il Centro non aveva più neanche la pagina, lo spazio, per quanti appuntamenti c’erano, organizzati dal basso da associazioni, giornali, circoli culturali, sindacati. Quella battaglia è stata vinta dai Ranucci, e lasciami dire, dai Cancellato e da Fanpage, dai Gratteri. Non è stata regalata da qualche partito. E questa è un’altra cosa che anche a sinistra fa venire un po’ di mal di pancia. È un enorme voto d’opinione di persone credibili che riescono a sconfiggere anche dei monopoli informativi, perché sono credibili. E qui il cerchio si chiude, e si spiega un po’ anche il successo di In Onda. Contro Report sono arrivati a pubblicare in modo falso gli stipendi dei collaboratori, per sputtanarli e dire: “Guarda questi ricconi”. E dentro c’erano pure le spese di montaggio. Noi facciamo controinformazione, e la gente, anche quella di destra, ce lo riconosce. Perché noi non difendiamo parti, difendiamo idee e valori costituzionali.

A proposito di Report, parliamo di Sigfrido Ranucci: sei un suo grande amico, ti sei schierato al suo fianco, e domenica scorsa eri a una delle sue serate.

Voglio precisare una cosa. È vero che conosco Sigfrido da tanto tempo e che sono un suo amico, ma non è che sostengo che ci sia una battaglia politica contro di lui perché sono suo amico. C’è stato un trappolone mediatico contro di lui, che tra l’altro è l’ennesima prova di quanto siano sproporzionate le macchine dell’informazione: la destra ha tre giornali con cui detta l’agenda a tutti. Ed è soprattutto un capolavoro di falsificazione mediatica. Sono riusciti a prendere uno che è la vittima di un attentato e farlo diventare colpevole dell’attentato. Seconda cosa: non c’è un movente, e questa è un’altra cosa curiosa. Questa inchiesta ha avuto l’obiettivo di colpire la credibilità di Ranucci, però non c’è un movente. Quando l’attentatore ne ha dato uno, hanno detto che non va bene. E sto ancora aspettando che qualcuno, oltre a un meraviglioso menù di titoli, di pezzi, di inchieste, mi dica: “Ma il movente qual è?”. Se non è quello che ha rivelato l’attentatore, ci sarà un movente. Siccome mi piace stare ai fatti: quando dovessero riuscire a provare che Ranucci si è messo la bomba da solo, allora, malgrado la mia amicizia con lui, sono pronto a fucilarlo. Ma finora lui si è difeso molto bene. E l’essere ingannati non è una colpa, o almeno non lo è stato per Berlusconi, per Bossi, per Fini. Improvvisamente diventa una colpa tremenda.

Ha anche tanta gente dalla sua parte.

L’abbiamo visto quando l’abbiamo seguito con un inviato: aveva 2000 persone in piazza.

Chiudiamo con Enrico Mentana, che a Dogliani ha definito La7 “la tv anti-Meloni” e “la nuova Rai3”. Cosa gli rispondi?

In parte ti ho già risposto. È la sua opinione, legittima. Tu vuoi la mia, è questa: se fosse vero quello che dice Mentana, avrebbe ragione. E invece su quello Mentana ha torto. Per tutta l’estate a In Onda sono passati tantissimi esponenti e colleghi giornalisti d’area di destra: da Italo Bocchino a Pietro Senaldi, ma soprattutto Francesco Borgonovo, protagonista di diversi battibecchi proprio con Marianna. Persino Vannacci! Noi non siamo una tv anti-Meloni. Siamo una tv che spiega se una legge è una legge truffa. L’ha fatta la Meloni? E allora diremo che la legge truffa l’ha fatta la Meloni. L’ha fatta Renzi o Calderoli? Diremo che l’ha fatta lui. Siamo la tv che difende i valori della Costituzione. C’è qualcuno che vuole fare le classi differenziali senza i disabili? E diremo che è un attentato alla Costituzione. Non stiamo da una parte: stiamo dove sono i valori della Costituzione, e anche quelli della libera informazione. Rompiamo un monopolio? Bene: se fosse di sinistra lo faremmo uguale. Cairo non è un editore bolscevico. Cairo però è un editore indipendente che ha spiegato molto bene come abbiamo conquistato un mercato. Siamo la terza rete in prima serata. Ti rendi conto che quando io ho iniziato a lavorare a La7, nel lontano dicembre 2004, con Tetris, era una tv in cui se uno faceva il 4% stappava lo champagne? Era il periodo in cui un programma bellissimo come quello di Ferrara e Lerner faceva il 2%. Siamo diventati una corazzata che riesce a dare un’offerta diversa al mercato. Noi non esisteremmo se non ci fosse un mercato. E se vuoi ti dico la cosa più buffa, possiamo chiudere con questa immagine. Due anni fa i fan che ti fermavano per strada dicevano: “Bravi”. Adesso i fan de La7, che sono molti di più e sono in tutta Italia, che vai a Pescocostanzo o in Valtellina, ti dicono: “Tenete duro”. E non credo che sia un “tenete duro” perché sono legati a un partito. È un “tenete duro” perché nel mondo reale della società italiana c’è una grande preoccupazione per un attacco alle condizioni minime di cittadinanza democratica. E l’informazione è la prima di queste condizioni.


Gentiloni contro Conte: “Sull’Ucraina l’Italia non può fare la parte di Orban”


Gentiloni, “Schlein può giocare sue carte alle primarie

Roma, 22 set. (Adnkronos) – “Se i gruppi dirigenti dei due maggiori partiti d’opposizione vogliono fare le primarie, che le facciano. Magari non le fate online, che viene fuori un’insalata russa. Penso che Elly Schlein abbia le carte per giocare le sue carte alle primarie. Le scelte fondamentali, però, sono quelle di profilo della coalizione: economia, politica estera, Europa”. Così l’ex premier Paolo Gentiloni a Otto e mezzo su La7.(Poc/Adnkronos) 20:50 22-09-2026

Conti pubblici: Gentiloni, ‘3,1%? Smacco politico’

Roma, 22 set. (Adnkronos) – “Quel 3,1% sul piano politico è uno smacco, se ne parla già in queste ore in Europa. E’ un’asticella che ha messo il governo, non è che fosse una cosa così enorme. L’economia però non va bene, per le imprese e per il potere d’acquisto delle famiglie. Non capisco perché se la sono cercata.

Secondo me c’è anche stato un disguido nel calcolo dei conti al ministero dell’Economia, ma in generale bisogna sapere che sotto il 3% non c’è l’isola del tesoro come sopra non c’è un’onda di austerity. Ci sarebbero dei margini di maggiore flessibilità, ma come li usiamo? Il problema è tutto lì.

Siamo tutti contenti di non pagare il bollo auto, ma non è un’operazione molto progressiva. Abbiamo speso 2 miliardi e mezzo per i ritocchi al prezzo del diesel. Non pagheranno i nostri figli, lo stiamo già pagando noi. E’ vero che il governo ha fatto scelte prudenti e che hanno ereditato qualche scasso precedente, come il superbonus, ma più si avvicinano le elezioni più vedo una politica fuori di senno”. Così l’ex premier Paolo Gentiloni a Otto e mezzo su La7. 

“In queste condizioni è impossibile fare quello che dice Salvini, lo scostamento massiccio; sono chiacchiere elettorali. La voce principale della prossima finanziaria rischiano di essere i 6 miliardi spesi tra diesel e bollo”, conclude Gentiloni.(Poc/Adnkronos) 

Ucraina: Gentiloni, ‘Italia non può fare parte di Orban’

Roma, 22 set. (Adnkronos) – “L’Italia non può fare la parte di Orban, cioè essere l’unico Paese europeo che si oppone al sostegno all’Ucraina. Chiunque governi, non può rompere la linea europea di sostegno.

Non accetto che si chieda la resa e la si chiami pace. Oggi chi vuole lavorare per la pace appoggia l’Ucraina e promuove la difesa europea, che non attaccherà mai nessuno. L’alternativa è che i singoli Paesi si armino”. Così l’ex premier Paolo Gentiloni a Otto e mezzo su La7. “Come l’Europa ha risposto bene sull’Ucraina, su Gaza non ha battuto chiodo. Paesi fondamentali non erano disponibili ad assumere posizioni diplomatiche efficaci”, aggiunge.(Poc/Adnkronos) 


Il vero discorso di Trump all’ONU


(Tommaso Merlo) – Quello che dicono su di me è tutto vero, indosso il pannolone e soffro di una demenza senile che rende il mio narcisismo ancora più maligno. E so di essere un fallito come uomo, ho tanti soldi e potere ma non sono mai in pace nemmeno con me stesso. Passo la vita a mentire, a ferire gli altri e fregare il prossimo e nonostante sia circondato di gente, sono profondamente solo. Vorrei che tutti avessero il mio conto corrente per capire cosa sia davvero il benessere. Vi prego aiutatemi. Passo le nottate a postare scempiaggini sui social come da ragazzino quando nella mia cameretta è iniziato tutto questo delirio. Sono cresciuto nell’indifferenza e addirittura nel disprezzo della mia famiglia e per ragioni di sopravvivenza mi sono adattato a cotanta malignità. Mi son messo a cercare conferme, attenzione e approvazione altrove, in un mondo che ho sempre detestato e quindi abusato e truffato. Io non ho valori e nemmeno provo sentimenti, mi sono sempre occupato solo di me stesso, di accumulare soldi e potere e fama per dimostrare ai miei genitori e a tutti gli altri che valevo anche più di loro e per sedare quel vuoto e quel dolore pungente. Ho come un mostro dentro di me che mi spinge a recitare il mio personaggio pubblico oltre ogni limite e decenza. Vivo circondato da servitù e leccapiedi e fans per sentirmi importante e per paura di stare solo. Vivo in fuga da me stesso e dalla vita terrorizzato dall’idea di dover ammettere la mia mediocrità e riconoscere il male che ho seminato. Nemmeno del mio paese non me ne è mai fregato nulla. Sono entrato in politica perché stavo fallendo e i democratici volevano sbattermi in galera. Fare il presidente garantisce poi un potere, una visibilità e un prestigio inaccessibili per un palazzinaro come me. E c’era anche la grana Epstein, un amico con cui ho condiviso anni di baldorie. Mi sono sempre piaciute le ragazzine, vero lusso proibito dell’alta società. E lo so, ho preso un sacco di voti promettendo di fare luce su quello scandalo e in realtà mi sono candidato proprio per insabbiarlo visto che ci sono dentro fino al collo, ma è il mondo ad essere schifoso e io alla fine mi sono solo adattato. Da quando sono tornato alla Casa Bianca ho lanciato criptovalute bidone e fatto oltre 400 transazioni in borsa guadagnando miliardi che mi serviranno per difendermi quando i miei nemici torneranno alla carica. Non ho mai avuto pace e mai l’avrò. E lo so di essere un pessimo leader e una persona profondamente incompetente ma è la democrazia ad essere marcia e io ne ho solo approfittato. Io sono un marchio, ho sempre appiccicato il mio nome su prodotti e progetti in gran parte falliti. Sono stato eletto perché in campagna elettorale ho detto agli americani quello che volevano sentirsi dire e quei fessi ci hanno creduto per ben due volte. Io sono nato ricco e non ho mai nemmeno vissuto i problemi dei cittadini americani. Non ho mai dovuto fare la spesa o la benzina. Anche al governo mi sono circondato di miliardari col risultato che la borsa di Wall Street va bene ma tutto il resto va in malora ma è l’economia ad essere marcia e noi ne stiamo solo approfittando. La verità è che io sono solo il pagliaccio del sistema, chi comanda davvero è alle mie spalle. Le lobby che mi hanno salvato dalle bancarotte e mi hanno finanziato le campagne elettorali, lo stato profondo guerrafondaio che mi ha costretto a investire trilioni in armi e bombardare ovunque oltre che ovviamente i sionisti. Volevo fermare la guerra in Ucraina ma la lobby della guerra me lo ha impedito per continuare ad intascare miliardi e far sognare Mosca ai russofobi. Non volevo nemmeno aggredire l’Iran illegalmente assassinando vigliaccamente il loro leader e bombardando scuole ed ospedali, ma Teheran è in cima alla lista dei nemici dei sionisti e quelli non scherzano. Se non gli ubbidisco sono capaci di farmi fare la fine di JFK o rilasciare lo scheletro di Epstein. Lo so, ho trascinato il mondo nel caos e scardinato la comunità internazionale, ma è il mondo ad essere marcio e noi ne abbiamo solo approfittato. Da mesi minaccio il genocidio del popolo iraniano dopo essere stato il complice principale di quello palestinese e per farla franca sto insieme ai sionisti cercando di distruggere la Corte Internazionale. Ho anche rapito il presidente venezuelano e sto strangolando il popolo cubano ed ho perfino scatenato una crisi energetica senza precedenti col casino ad Hormuz. Eppure nessuno mi ferma. Né voi mollaccioni tecnocratici dell’ONU né quegli ipocriti degli europei che sanno solo baciarmi il culo come gli sceicchi del Golfo. A Washington in molti vorrebbero addirittura farmi lanciare l’atomica contro l’Iran. Mi vergogno come un cane per come ho vissuto e vi chiedo scusa, se il mondo rischia l’autodistruzione è per colpa di falliti come me con non sono mai riusciti a curare i propri traumi infantili ed evolvere. Vi prego aiutatemi, fermate quel mostro che da dentro mi spinge a recitare il mio personaggio pubblico oltre ogni limite e decenza. Fermatemi per il bene dell’umanità, fermatemi prima che sia troppo tardi e scateni una devastante guerra mondiale.


Meloni calza l’elmetto e dà il via alla campagna elettorale


Meloni con l’elmetto in modalità elettorale: la sfida finale è al Colle. L’offensiva alimentata dalle chat dei parlamentari di FdI nelle quali è rimbalzato l’atto firmato 36 anni fa dall’allora ministro

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – Un colpo basso. Senza improvvisare, anzi: la sfida è pensata per amplificare al massimo l’effetto sul bersaglio. Giorgia Meloni si presenta a Porta a Porta con l’obiettivo di mettere in difficoltà Sergio Mattarella. Prendendone in prestito il volto, senza chiedere il permesso, per sostenere una misura del governo. E d’altra parte, rispolverare una circolare di trentasei anni prima – se si considera il dossier migratorio e quanto accaduto nel frattempo, un paio di vite fa – significa strattonare il Capo dello Stato. Consapevole dello strappo, incurante degli effetti.

Fin dal mattino, le chat dei Fratelli si ingolfano. Uno, cinque, dieci parlamentari rilanciano questo dettaglio del 1990: l’iniziativa dell’allora ministro dell’Istruzione, piegata in modo da giustificare la norma che in queste ore vuole approvare la destra al governo. Sono dunque le truppe che danno la carica alla leader. La quale, a sua volta, non ha per nulla gradito l’interpretazione prevalente delle parole pronunciate il giorno prima dal presidente della Repubblica sulle classi ghetto, l’inclusione, la scuola come laboratorio di tolleranza. E dunque Meloni rompe gli argini, mette tra parentesi le cautele diplomatiche, libera il freno a mano che di solito si impone quando si espone pubblicamente parlando di Mattarella.

La notizia di queste chat risale fino al Colle. E conferma che nulla accade per caso. Per Meloni, comunque, nessun imbarazzo: ha deciso di affondare il colpo. Fa il paio con quanto accaduto soltanto quarantott’ore prima, quando dal palco di Fenix ha scelto di tirare fuori l’asso sulla scuola alla vigilia del discorso che Mattarella avrebbe poi pronunciato ad Amatrice per l’inaugurazione dell’anno scolastico. Rilanciare dal palco dei giovani di FdI significa esporre ogni parola, anzi ogni sillaba del Capo dello Stato all’interpretazione su un possibile consenso o dissenso rispetto alle misure del governo. Anche in questo caso, forzatura voluta: la premier avrebbe potuto attendere qualche ora, per evitare un possibile duello a distanza. Ma sceglie di non farlo.

Non basta. Tutto lascia intendere che la campagna elettorale sia davvero iniziata. E che Fratelli d’Italia non intende usare i guanti. In questo clima, anche dalla pancia del partito escono fuori pulsioni ostili al Colle. Basta leggere cosa scrive sui social l’eurodeputato meloniano Marco Squarta: «Quattro anni fa ho avuto l’onore di essere Grande elettore del presidente della Repubblica. Non votai per lei. E, me lo permetta Presidente, ogni giorno che passa sono sempre più convinto di aver fatto bene». Imputa al Presidente di aver accolto le proposte di Meloni sostenendo che «la scuola deve essere aperta a tutti e non deve creare ghetti né alzare barriere». Scelta legittima, rileva, ma che a suo avviso solleva interrogativi.

Meloni, comunque, non sembra intenzionata a fermarsi. E anzi, Palazzo Chigi tratta informalmente con il Colle per capire se è praticabile la strada del decreto. Un’altra forzatura. L’alternativa è fondere il disegno di legge governativo con la proposta già incardinata alla Camera (prima firma Sara Kelany) per portare a termine il progetto. Insistere sul decreto sarebbe un altro segnale della volontà di strappare con il Quirinale.

Gli slogan sui migranti sono pensati per aiutare la rincorsa verso le urne. E di fronte a Bruno Vespa – in onda stoicamente nonostante l’incidente domestico – la presidente del Consiglio ricorda al suo partito, ma soprattutto agli alleati, che intende votare con una nuova legge. Se proveranno a sgambettarla, si tornerà dagli elettori in tempi rapidissimi: «Le preferenze sono nella norma, credo che sia una vittoria che gli italiani possano scegliere i parlamentari: nel momento in cui torna alla Camera credo che vada fatta chiarezza. Se non c’è la fiducia del governo, penso che ne dovremo prendere atto». Significa minacciare una crisi a ottobre, approvare una legge di bilancio da dimissionari e chiedere elezioni entro fine febbraio. Forzare, ancora: contro amici, nemici, Quirinale. Non si fanno prigionieri.


L’enorme conflitto di interessi della ministra del Lavoro Calderone sul ddl Concorrenza


Il disegno di legge approvato in Cdm, e visionato dal Foglio, estende ai consulenti del lavoro la possibilità di depositare i bilanci delle imprese. Calderone è stata presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro per 17 anni, fino alla nomina a ministra. La carica è poi passata a suo marito, come una dinastia 

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(di Ermes Antonucci – ilfoglio.it) – Estendere ai consulenti del lavoro la possibilità di depositare i bilanci al Registro delle imprese. Lo prevede il ddl Concorrenza approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 23 luglio e non ancora trasmesso al Parlamento, ma che il Foglio ha potuto visionare. La norma non è solo destinata a riaccendere lo scontro tra il governo e le associazioni che riuniscono i commercialisti e gli esperti contabili (gli unici che oggi possono depositare i bilanci, in virtù delle proprie competenze specialistiche), ma soprattutto solleva un evidente problema di conflitto di interessi che riguarda la ministra del Lavoro, Marina Calderone. Quest’ultima è infatti stata presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro dal 2005 al 2022, tutelando gli interessi della categoria fino alla sua nomina a ministra. Dopo la nomina, la carica è stata assunta dal marito di Calderone, Rosario De Luca. Come una dinastia. Calderone ha inoltre ceduto al marito il 50 per cento della loro società attiva nel settore della consulenza sul lavoro (la Calderone & De Luca srl). La norma contenuta nel ddl Concorrenza 2026, dunque, non solo appare del tutto insensata sul piano tecnico, ma cela un enorme conflitto di interessi della ministra Calderone.

L’articolo 13 dello schema del disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza 2026 prevede: “All’articolo 31 della legge 24 novembre 2000, n. 340, ai commi 2-quater e 2-quinquies, dopo le parole ‘dei dottori commercialisti e degli esperti contabili’, ovunque ricorrano, sono inserite le seguenti: ‘nonché all’albo dei consulenti del lavoro’”. La legge 340 del 2000 è proprio quella che riserva in via esclusiva agli iscritti all’albo dei dottori commercialisti ed esperti contabili la possibilità di depositare i bilanci delle società presso l’ufficio del registro delle imprese. La prima ragione è evidente ed è di natura tecnica: il bilancio rappresenta la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società, quindi per comprenderlo servono competenze in contabilità, princìpi di redazione del bilancio, diritto societario e fiscalità d’impresa. Sono precisamente le materie che caratterizzano la professione dei commercialisti. Il consulente del lavoro, invece, ha come nucleo professionale l’amministrazione del personale e gli adempimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale.

Depositare un bilancio non significa prendere un bilancio, firmarlo e mandarlo al Registro delle imprese, ma presuppone la conoscenza di una specifica area specialistica. Anche perché, se il criterio è saper trasmettere un documento, allora non si vede perché fermarsi ai consulenti del lavoro: per depositare un bilancio basterebbe saper usare un computer.

C’è poi una seconda ragione: il deposito di un bilancio non è una mera attività materiale, ma si inserisce nel sistema della pubblicità legale d’impresa. E’ quindi coerente che l’intermediazione professionale sia affidata a soggetti istituzionalmente qualificati nella materia contabile e societaria.

Né vale l’argomentazione secondo cui l’estensione della platea dei professionisti abilitati andrebbe nella direzione di una semplificazione della vita delle imprese. Per sostenerlo, infatti, bisognerebbe spiegare quale ostacolo oggi impedisce a un’impresa di rivolgersi a un commercialista. La parola “semplificazione” rischia così di essere soltanto il nome più presentabile dato a una guerra di confini professionali.

Non è la prima volta che si registra il tentativo di includere anche i consulenti del lavoro nella platea dei soggetti abilitati al deposito dei bilanci. Nel dicembre 2023, ad esempio, i senatori di Forza Italia Claudio Lotito e Mario Occhiuto presentarono emendamenti che andavano in quella direzione e che furono fortemente contrastati dalle associazioni di categoria, come l’Associazione nazionale commercialisti. Alla fine le proposte non vennero approvate.

Oggi il governo ci riprova, e a rendere l’operazione ancora più paradossale è la presenza alla guida del ministero del Lavoro di Marina Calderone, che per 17 anni ha portato avanti proprio gli interessi della categoria dei consulenti del lavoro, prima di passare il testimone a suo marito. Nel marzo 2023, proprio sotto la presidenza di Rosario De Luca, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro ha pubblicato un documento intitolato “Le semplificazioni possibili”, in cui si propone appunto l’estensione ai consulenti del lavoro della possibilità di depositare i bilanci delle imprese.

Dalla presidenza dell’Ordine alla stanza dei bottoni del governo, passando per il marito che oggi guida la categoria: è difficile immaginare un conflitto d’interessi più evidente.


Il dispotismo muto di Donald Trump


La presidenza del tycoon è il più grande spettacolo del mondo, come diceva l’autodefinizione del Circo Barnum, mescolanza di politica grottesca, istinto e un tocco di follia. Il video strepitoso che ha fatto il giro del mondo

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(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – C’è un video di ieri che ha fatto il giro del mondo, un video strepitoso in cui Trump si agita come una marionetta, sta inaugurando la ristrutturazione della postazione elicotteristica della Casa Bianca con il solito orgoglio dell’immobiliarista-costruttore, intorno al nastro cerimoniale si affollano festanti due dozzine di lavoratori in gilet giallo d’ordinanza e un paio di funzionari in grigio, la scena è decisamente surreale, il presidente muove le labbra ma non si sente niente, l’audio è sospeso dal broadcaster che protesta per l’esclusione di alcune testate del pool giornalistico che segue la presidenza, Trump infatti le considera ostili, fake, e al posto del discorsetto c’è un rullo di tamburi in segno di protesta, così il dispotismo ammutolito, il boicottaggio boicottato, la censura censurata, offrono lo scenarietto parodistico di cui parlava Orwell quando attribuiva al Grande Dittatore di Chaplin il merito di mostrare che i tiranni sono in realtà dai vermiciattoli. Impagabili nel video le faccine dei cortigiani, il gioco muto delle enormi forbici che tagliano il nastro in mezzo a un balletto di mani che le agguantano, le labbra inutilmente mobili del re, gli applausi di convenienza che premiano frasi indistinguibili soffocati dallo sfondo sonoro tambureggiante in segno di parodia e di sfregio.

La presidenza Trump è il più grande spettacolo del mondo, come diceva l’autodefinizione del Circo Barnum, affollamento, rumore, caos, indisciplina orchestrata, istinto, freaks, un tocco di follia, una mescolanza di politica grottesca, ipertelevisione, lotta greco romana. Trump ha sense of humour, certo, basta pensare a quando, ricevendo Mamdani nello Studio ovale, gli suggerì di rispondere a un giornalista che gli domandava se continuasse a considerare il presidente un fascista: “Digli di sì, dai, è più facile”. Il talento del surrealismo comico, alla Monty Python, è la ripetizione, l’improvvisazione, lo spiazzamento, gli sketch che entrano uno nell’altro, e da questo punto di vista Trump giganteggia sul palcoscenico globale. Il suo comportamento esagerato obbliga chi lo guarda seriosamente alla figura della bella statuina conformista.

La condizione folle e buffa del Barnum permanente è l’unica sostanza semantica che ci divide da una apocalittica distruzione della più antica democrazia costituzionale della terra. Lui tenta di silenziare stampa e tv, strappa i badge dei corrispondenti, ma non ce la può fare perché c’è un giudice che glielo impedirà, e comunque otterrà in cambio della protervia l’irrisione, il boicottaggio solidale da parte di tutti gli editori news, anche della destrorsa Fox. Ma il fatto di non potercela fare non vuol dire che non si possa provare e istillare nell’ordinario e straordinario del linguaggio di legno delle istituzioni l’ebbrezza del comico, dello svirgolato, dell’incredibile, così se l’istinto gli dice, al re nudo, di fare un ballroom e poi un arco di trionfo ripieno come un bon bon di droni e di snipers e di esplosivo, ecco fatto, ecco trovato l’abito di sartoria che riveste il re ubuesque e gli consente di intrattenere potenti e popolo per le prossime due o tre ore.


Elezioni senza 1 euro per riarmo e cantieri


Il deficit resta al 3,1% del Pil: meno spazio per la manovra. Conti. Giorgetti “rammaricato”: l’Italia rimane in procedura d’infrazione. Ora sarà difficile fare un Bilancio “elettorale”

Il deficit resta al 3,1% del Pil: meno spazio per la manovra

(estr. di Marco Palombi – ilfattoquotidiano.it) – […] Il ministro Giancarlo Giorgetti ne ha “preso atto, non senza rammarico”: l’Istat per la seconda volta in pochi mesi, e nonostante le pressioni del governo, ha stabilito che l’Italia non è riuscita a portare il deficit sotto il 3% con un anno di anticipo, cioè nel 2025. Il titolare dell’Economia e Giorgia Meloni avevano sostenuto che i furbetti del Superbonus, presunti colpevoli dello sforamento, sarebbero stati scovati e cancellati dal conto delle uscite: speravano quindi in un ribaltone nei Conti economici nazionali pubblicati ieri. Niente da fare: il disavanzo è persino aumentato rispetto alla stima di aprile (di 355 milioni), pur restando al 3,1% in rapporto al Pil (in realtà al 3,08).

Il risultato è che l’Italia resta in procedura d’infrazione europea, rendendo assai più difficile per noi usare la “clausola di salvaguardia” che ci permetterebbe di scorporare dal bilancio – ai fini dei vincoli Ue – una quota di spese per la difesa (lo 0,9% del Pil, quasi 21 miliardi) e per l’energia (lo 0,6% del Pil, circa 13 miliardi) da qui al 2028. È una di quelle bizzarrie tipiche delle regole europee: chi ha il deficit sotto il 3% del Pil con la clausola può oltrepassare quella soglia senza problemi, chi è già sopra, se fa la stessa cosa, resterà nella lista dei cattivi per molti anni, anche – per ipotesi – se avesse disavanzi inferiori a chi è partito sotto il limite.

[…]

Giorgetti promette che rientreremo sotto il 3% – e precisamente al 2,9 – alla fine di quest’anno e quindi usciremo dalla procedura d’infrazione nella prima metà dell’anno prossimo, tra marzo e giugno: è in quel momento, insomma, che si potrebbe iniziare a usare lo spazio fiscale della clausola di salvaguardia che abbiamo chiesto di attivare due settimane fa. Questo almeno se vincerà la linea prudente (e non troppo riarmista) del Tesoro: un grosso se, a questo punto della partita.

Il problema è che quei soldi in più servivano come il pane per costruire la manovra d’autunno: avrebbero liberato un po’ di spazio fiscale per altre misure. Questo a non dire che se si rinvia tutto al secondo semestre del 2027, facendo un Bilancio da europeisti provetti, sarà il governo che verrà fuori dalle elezioni (di aprile?) a decidere come usarli e a poter sforare i limiti di deficit.

Insomma, è il campo da gioco delimitato dalle regole europee a determinare lo scontro nel governo, che si preannuncia duro, sul tipo di Finanziaria per il 2027. Giorgetti (team prudenza) vorrebbe continuare al piccolo trotto: deficit stabilmente sotto il 3%, niente scostamenti di bilancio, poco spazio alle marchette elettorali e rinvio dell’uso della clausola di salvaguardia. Una mano, passasse la sua linea, gliela può dare la crescita finora più alta del previsto (avrebbe circa lo 0,2% di Pil in più da spendere) e il maggior aumento della spesa netta che si era tenuto da parte per l’anno elettorale (altri tre decimali): parliamo di 11-12 miliardi, un po’ poco per la lista della spesa dei partiti di maggioranza, abbastanza se si vuole replicare le manovre degli anni scorsi (qualche taglietto alle tasse, dall’Irpef agli aumenti contrattuali, qualche spicciolo alla sanità e frattaglie varie).

Non c’è solo la linea Giorgetti però. Matteo Salvini, pur contrario a spendere in armi, chiede uno scostamento di bilancio monstre (20 miliardi, quasi un punto di Pil) per sussidiare i consumi energetici, garantire gli extra-costi dei cantieri pubblici (in sostanza i soldi che chiede il suo amico Piero Salini di Webuild) e per riaprire le finestre pensionistiche. A Palazzo Chigi, invece, qualcuno accarezza l’idea di usare comunque subito lo spazio della clausola di salvaguardia: scostamento di bilancio, ma solo per le spese aggiuntive in difesa ed energia autorizzate dall’Ue. La speranza è che Bruxelles lasci fare e tra marzo e giugno ci tolga comunque dalla lista dei cattivi, scontando ora per allora il maggior deficit dovuto alla clausola: la Commissione, grande sponsor del riarmo, lo farebbe pure, ma non è scontato che il Patto di Stabilità possa essere aggirato così platealmente. E Giorgia Meloni? Non pare avere ancora le idee chiare: ieri ha detto che “andremo avanti con quella che era la tabella di marcia”. Ma quella con o senza la clausola per il riarmo?


La campagna elettorale permanente di Meloni


Per alcuni governanti non proprio brillanti, la campagna elettorale permanente è indispensabile. Serve a nascondere che sotto il governo niente. Alla premier, i modi e i toni della campagna elettorale sono sempre piaciuti. Nessuna sorpresa, quindi, che abbia deciso che deve alzare il tiro dei suoi interventi oratori a un anno dalla conclusione della legislatura

(Gianfranco Pasquino – editorialedomani.it) – «C’è un tempo per governare e c’è un tempo per propagandare» si dice ironicamente parafrasando l’Ecclesiaste. Da qualche tempo, però, i moderni traduttori dell’Ecclesiaste hanno imparato che in alcuni sistemi politici democratici il tempo della campagna elettorale permanente non finisce mai, neppure per coloro che stanno al governo. Anzi, per alcuni governanti non proprio brillanti, la campagna elettorale permanente è indispensabile. Serve a nascondere che sotto il governo niente.

A Giorgia Meloni, i modi e i toni della campagna elettorale sono sempre piaciuti, sia da oppositrice in Parlamento sia come invitata speciale dei partiti di destra. Nessuna sorpresa, quindi, che abbia deciso che deve alzare il tiro dei suoi interventi oratori a un anno dalla conclusione della legislatura nella quale, comunque, ha già conseguito l’inaspettato record di più longeva presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana, in verità della storia dell’Italia unita.

Il trofeo è da collocare in bacheca, ricordando alle opposizioni italiane che in materia loro hanno zero tituli tranne quello del numero dei governi fatti cadere molto prematuramente. È venuto il tempo per i Fratelli d’Italia di preoccuparsi di come conquistare un secondo mandato, altro record di assoluta importanza.

Meloni fa la cattivista con i bambini. Ma i numeri delle classi la smentiscono

Il Melonellum

La mal congegnata riforma elettorale era stata pensata proprio per agevolare il successo alle urne della coalizione di governo che lei, Meloni, manteneva unita pur nelle sue contraddizioni, ambiguità e inadeguatezze di non pochi ministri. Il convento delle destre quello passa e non ha prodotto nessuna sorpresa, tranne un generale, prima furbescamente reclutato, poi andatosene a cercar fortuna da solo con esiti finora inaspettatamente positivi.

Già non propriamente esperta di questioni istituzionali, Meloni conta(va) molto su una manipolazione della legge elettorale per garantirsi la maggioranza assoluta dei seggi con un premio extra large. Probabilmente, ha sbagliato la sequenza.

Doveva puntare al bersaglio del premierato, «la madre di tutte le riforme», per giustificare la sua riforma elettorale come logico, indispensabile completamento. La lista Futuro nazionale del generale Vannacci appare attualmente essere molto più che un granello di sabbia nel poco oliato meccanismo elettorale. Rincorrerlo, al momento, forse, operazione prematura sarebbe un segnale di debolezza. A una donna politica di professione, orgogliosa e “scafata”, risulta più attraente e promettente una strategia che disinneschi alcune tematiche di Vannacci.

Elezioni, alleati e avversari: Meloni può giocare con il tempo

Togliere la scena alle opposizioni

La società italiana è notoriamente molto diversificata e malamente organizzata. Non priva di slanci umanitari, molto spesso esibisce tratti identitari, componenti egoiste, comportamenti conflittuali. Sull’identità, Meloni va forte, ma Vannacci preme e allora, la premier ricorre al concetto vero e portante di appartenenza, la sua storia e quella della Gioventù nazionale, sentirsi e fare parte di un progetto. Poi, il resto consiste nell’identificare le tematiche e proporre le soluzioni più semplici, più immediate, più specifiche.

Al momento del voto, gli italiani si ricorderanno di chi ha abolito il bollo auto così come, ma non abbastanza, premiarono chi (il furbone Silvio Berlusconi) abolì l’Ici. Si ricorderanno anche che l’italianità va protetta e promossa, non con una impraticabile, costosa e fin controproducente remigrazione, ma con misure di riequilibrio nelle classi fra stranieri e italiani, anche se il “riequilibrio” rischia molto di andare a scapito di una buona integrazione.

Con queste premesse è fin troppo facile aspettarsi un’impennata di favori e di esenzioni (i balneari tacciono gongolando) per altri gruppi sociali scelti di volta in volta. Proseguire lecitamente fino a settembre 2027 non è solo comprare tempo, ma serve a sfruttare qualsiasi opportunità si presenti e, in subordine, a togliere la scena a opposizioni, anche a quelle che fastidiosamente stanno “dalla parte giusta della storia”, poco promettenti, tuttora alla ricerca delle tematiche più originali e più sentite e delle soluzioni più efficaci.


Giorgia Vannacci farà meglio: fila al cinema solo per italiani


(di Alessandro Robecchi – ilfattoquotidiano.it) – Non si sa quando si vota, va bene, ma prima o poi si vota, quindi Giorgia Vannacci passerà un semestre, e anche di più, a inventarsi trucchi, incantesimi e alchimie per comprarsi i voti che le mancano, quelli che aveva e che sono scappati. Un elettorato ingrato, ignavo, stolto, che non capisce il suo interesse, che non considera conveniente scambiare una costante riduzione del potere d’acquisto, una sanità in affanno, prezzi newyorkesi, con il divieto dei rave party. Valli a capire.

In una sola settimana abbiamo visto il colpo gobbo del bollo auto, la promessa di dare qualche soldo in più ai poveri (ma solo ad aprile, quando forse si voterà), e la minaccia di un decreto legge per agevolare la pulizia etnica nelle scuole, dove (dice Giorgia) “Non esiste che in classe a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza”. Si sa che la propaganda è una brutta bestia, in grado di azzerare l’intelligenza, ove ne fosse rimasta, per cui ecco tutti i giornali italiani sottolineare, con diversi gradi di entusiasmo, il divieto di indossare il burqa a scuola. Ecco, mi spiace essere io a dirvelo (forse dovrebbe dirvelo un ministro dell’Istruzione, se ne avessimo uno), ma vietare il burqa nelle scuole italiane è come vietare la carne del crotalo smeraldino nelle mense scolastiche. Bella frase, insomma, di impatto, peccato che il burqa, in Italia, non esiste, non c’è. L’unica che ho visto indossare una burqa nella mia ahimè lunga vita è una specie di squinternata sovranista che se l’è messo per girare a Milano con tanto di cameraman al seguito, per denunciare “l’islamizzazione della nostra società”, mentre la nostra società, che andava per i fatti suoi, la prendeva per il culo pensando che fosse una povera scema.

Quanto ai nostri bambini italiani “messi in un angolo”, risulta che siano effettivamente minoranza in mille classi su trecentomila, che fa, a spanne, lo 0,3 per cento. Senza contare che “gli stranieri” di cui parla Giorgia (quelli che stringono all’angolo i nostri pargoli autoctoni) sono al 65 per cento nati qui, o hanno passaporti europei, e l’italiano lo conoscono meglio di tanti gerarchi di Giorgia Vannacci.

Vedremo (forse già domani) quale forma prenderà la nuova sparata della presidente del Consiglio, ma intanto mi preparerei a nuove strampalate uscite studiate per rincorrere gli arditi del generale fanfarone. Per esempio, è scandaloso che i nostri connazionali italiani debbano accalcarsi sui mezzi pubblici con così tanti stranieri, e mi aspetto da un momento all’altro qualche sindaco o qualche assessore teorizzare una diversa modalità di trasporto pubblico, carrozze per italiani e carrozze per stranieri, cosa che dovrebbe avvenire anche per i servizi pubblici e i bar: non esiste che al bancone a sentirsi in un angolo siano gli avventori italiani perché sono diventati la minoranza. Allargherei ai caselli autostradali: biglietti e tessere di qua, Telepass di là, e stranieri in un’altra fila, ma i campi di applicazione dell’apartheid che piace a Giorgia sono infiniti e non ho dubbi che i più fervidi cervelli della destra si divertiranno parecchio. E non ho dubbi nemmeno che arriveranno arguti commentatori a dire che sì, be’, insomma, qualcosa di vero c’è: perché dovremmo fare la fila al casello, o al cinema, o dal dottore, penalizzati dal fatto che davanti a noi c’è magari uno nato in Ghana? Non vi sembra una follia? Tranquilli, ci penserà Giorgia Vannacci, con la sua scorta mediatica in servizio permanente effettivo.


Gli Impoveriti


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Ma in quale bolla vivono i partiti che ci governano da ottant’anni? A ogni elezione perdono voti e vedono gonfiarsi le estreme. E nessuno di loro che si chieda come mai. Come mai milioni di elettori scelgono Trump, Farage, Le Pen, l’AfD e Vannacci, ma ultimamente anche i socialisti duri e puri: a Berlino e a New York, non proprio due posti qualsiasi. I partiti tradizionali fingono di non vedere che il ceto medio si è dissolto, fondendosi con quello operaio in una nuova classe: gli Impoveriti. Coloro che non possono più abitare in centro e nemmeno nella prima cerchia della periferia a causa del costo delle abitazioni; che non possono più permettersi un’auto nuova, men che meno elettrica; che non possono più appoggiarsi alle certezze dello Stato Sociale e si ritrovano a disputarsi le briciole con i disperati che provengono dal Sud del mondo, pagando sulla loro pelle il prezzo della mancata integrazione.

Chiedono una cosa sola, gli Impoveriti: di essere visti e ascoltati. Che qualcuno dica loro: «Capisco le vostre paure, parliamone». Invece vengono irrisi, insultati, etichettati: siete razzisti, siete ignoranti, siete fascisti o comunisti. Soltanto perché vogliono un po’ di sicurezza, per strada e nelle loro vite, un po’ di redistribuzione della ricchezza, una politica forte che torni a dare ordini alla finanza anziché prenderne. E se finiscono per credere ai tribuni che speculano sulle loro angosce è perché costoro sono gli unici che li ascoltano. Anzi, che fingono di farlo.


Non nominarlo invano


(di Michele Serra – repubblica.it) – Fa piacere sapere che i testimoni di Geova, di qui in poi, possano fare trasfusioni di sangue senza sentirsi dannati dai loro stessi fratelli. Però mette un certo disagio, forse anche una certa angoscia, pensare che l’uno e l’altro pronunciamento, quello degli anni Quaranta che vietava le trasfusioni, e questo del 2026, che le ammette, derivino da una interpretazione delle Scritture — in specie una lettera di Paolo ai Galati — che definire cervellotica è poco. A meno che Paolo di Tarso (o altri suoi coevi) abbiano inteso pronunciarsi direttamente, duemila anni fa, su una pratica medica che ha i suoi primi tentativi documentati alla fine del quindicesimo secolo.

Testi vecchi di due millenni, passati attraverso inevitabili riscritture e manipolazioni (chissà quanti equivoci e quanti lost in translation, nei testi sacri di tutte le religioni), sottratti al loro contesto storico, alle usanze e alle conoscenze di cento generazioni fa: come possono essere “legge”, o ispiratori di legge, per masse sterminate di esseri umani (non solo i Testimoni di Geova)?

Chi si arroga il diritto di usare quelle parole antiche e non sempre di significato decifrabile per condizionare la vita e la morte di chi vive qui e oggi, si prende una responsabilità enorme. Forse perfino superiore, nei suoi effetti, alle responsabilità dei più potenti capi di Stato.

Che cosa c’entra Dio, ammettendone l’esistenza, che cosa c’entrano la spiritualità e il sentimento religioso con le trasfusioni di sangue, con i tabù alimentari, con la sottomissione della femmina al maschio, con le dispute territoriali? Con quello che accade nel mondo può apparire una domanda non così urgente. Ma se fosse invece la più urgente di tutte?


Una destra sorda ai figli scomodi


Il vertice di FdI ha recitato il suo rosario fatto di anti-islamismo, filo-americanismo e sostegno incondizionato a Israele. Ma nella base del partito ci sono anche “putiniani”, “filo-palestinesi” e nemici del liberismo

Una destra sorda ai figli scomodi

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] Fenix 26. All’ombra di questo titolo suggestivo si è tenuto all’Eur di Roma, tra il 16 e il 20 settembre, la festa della Gioventù Nazionale, oggi organismo giovanile dei “Fratelli d’Italia” dotato di una indipendenza istituzionale.

[…] C’è un messaggio per certi versi fin troppo palese (ma che proprio per questo può apparire ingannevole) e per altri addirittura – involontariamente? – ironico nel fatto che questo evento, che ha riempito il Laghetto dell’Eur di dibattiti, stand e concerti sotto l’insegna “Il tempo del coraggio” abbia scelto come scenario proprio il quartiere architettonicamente e urbanisticamente prestigioso che il regime aveva concepito, alla fine degli anni Trenta, come monumento marmoreo a se stesso. Non perché quella scenografia dica alcunché di necessario sulle idee dei ragazzi che vi hanno partecipato: ché anzi il rischio maggiore, discorrendo di queste cose, è quello dell’anacronismo, dell’analogia forzata, del ricalco meccanico di un passato su un presente che ha regole, istituzioni e limiti costituzionali del tutto diversi. Ma perché la questione vera, quella che merita di essere posta senza infingimenti, riguarda non la memoria dei luoghi bensì la fisionomia culturale di una “destra giovanile” alcuni settori della quale con la memoria del fascismo mantengono una memoria ambigua e non del tutto adeguatamente storicizzata: il che costituisce ancor oggi un problema per se stessa e per chiunque voglia esserne a qualunque titolo interlocutore.

A un panel dell’evento, tenutosi nella serata del 17 scorso, ho preso parte anch’io, sia pure in una situazione “di fortuna” e con l’aiuto di un mezzo audiovisivo abbastanza rozzo. La situazione lo imponeva: ma non volevo tirarmi indietro. So bene perché mi chiamano, in questi casi: nell’ovvia e fatale dinamica intellettuale ed esistenziale dell’esistere che mi ha condotto ai miei attuali ottantasei anni ho più volte mutato idea su cose, persone e avvenimenti, ma posso con la massima modestia sinceramente vantarmi di non aver mai “cambiato Idea”. Ero fino dall’adolescenza affascinato da due cose: un cattolicesimo tradizionalista ed europeista trasmessomi dal mio Maestro Attilio Mordini, germanista e terziario francescano, e un socialismo di marca non marxista bensì soreliana e sindacalistico-rivoluzionaria che avevo ereditato da parte della mia famiglia ed esponente della quale era il fiorentino Berto Ricci, animatore della bella rivista L’Universale e membro di quel gruppo della sinistra “fascista-frondista” che, come Drieu la Rochelle in Francia e i fratelli Strasser in Germania, sognavano la convergenza tra il socialismo e i movimenti a carattere nazionale e sociale. Oggi, lontano da quel bagaglio di miti e di utopie, continuo a sperare nel futuro di un’Europa che riesca a darsi finalmente vere istituzioni politiche all’insegna di un confederativismo coerente con il suo complesso passato e con l’eredità delle “patrie” in essa viventi e che come tale possa giocare un ruolo importante su una via – fino a oggi intentata – della mediazione tra il blocco “capitalistico-occidentalista” che è ancora (fino a quando?) soggetto all’egemonia statunitense e il nuovo mondo delle potenze alternative che senz’aver fino a oggi trovato una loro chiave d’espressione politica, si vanno raccogliendo attorno al gruppo ancora magmatico qualificato dall’acronimo BRICS.

[…]

Sapevo benissimo che le mie parole sarebbero state sgradite da molti. Ma so altresì che posizioni del genere sono molto presenti, specie al livello giovanile, nella base dei Fratelli d’Italia, che tuttavia, nelle loro espressioni di vertice e in gran parte dei loro quadri, restano aderenti a un invecchiato e disseccato liberismo e fedeli all’atlantismo ormai agli sgoccioli (follie trumpiste a parte). Eppure quei dirigenti dovranno pur affrontare una buona volta i tantissimi loro seguaci tanto indocili da proclamarsi magari (orrore!) “putiniani” oppure (raccapriccio!) “filopalestinesi”.

Che una tradizione politica abbia bisogno di dibattere, e di dibattere davvero, è cosa sacrosanta; e va riconosciuto che Fenix un tentativo di confronto lo mette in scena, con panel che ospitano un rappresentante del Congresso mondiale uiguro accanto a un deputato di Italia Viva, o con quel faccia a faccia dal titolo eloquente – “Senza filtri, senza infiltrati” – tra Giovanni Donzelli e Francesco Cancellato, direttore di quella Fanpage che nel giugno del 2024, con l’inchiesta “Gioventù meloniana”, aveva documentato saluti romani, cori nostalgici e frasi antisemite dentro l’organizzazione. Il punto, però, è che il dibattito così concepito somiglia più a una liturgia dell’apertura che a una pratica del dissenso: le voci convocate sono selezionate, addomesticate, funzionali al racconto che di sé il movimento vuole offrire; e restano ai margini, o del tutto assenti, proprio quelle che segnerebbero una divergenza interna reale. Eppure le vicende della cosiddetta “estrema destra” italiana ed europea sono state spesso attraversate da crisi febbrili di crescita e di mutamento. Vale la pena, a questo proposito, tornare con la memoria per esempio a un’altra stagione di gioventù di destra, quella dei Campi Hobbit che tra il 1977 e il 1981 raccolsero i ragazzi orbitanti intorno al Movimento Sociale eppure sensibili al richiamo Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist, in Italia rappresentato da Marco Tarchi, che proponeva un’operazione culturalmente ambiziosa e politicamente eretica, intessuta di suggestioni antiliberali e anti-borghesi, di diffidenza verso l’Occidente mercantile e atlantico, di attenzione ai popoli e alle differenze contro l’omologazione. Era, a suo modo, un pensiero incendiario; e proprio per questo fu presto sospinto ai margini del partito.

[…]

Di quella tensione movimentista sopravvivono oggi soltanto frammenti. Anzi, assistiamo a un rovesciamento abbastanza malinconico: una dirigenza che recita compunta il suo rosario fatto di anti-islamismo, filoamericanismo e sostegno pressoché incondizionato a Israele. È il rovesciamento puntuale di quella vecchia sensibilità terzomondista e anti-atlantica: là dove i padri diffidavano dell’America e del liberalismo, i figli ne hanno fatto la propria bussola. Contrariamente a quel che di solito si dice, certi ex-giovani che coltivavano impulsi incendiari da vecchi si sono fatti pompieri. È la parabola di chi rivendica il coraggio della rottura e poi si accomoda, con zelo persino maggiore degli antichi conservatori, nella conservazione dell’esistente. Sono lontani i tempi della “Lettera ai fratelli in camicia nera” nel 1936, firmata da Palmiro Togliatti e da altri esponenti comunisti, che prospettava – sia pure a sua volta tra ambiguità e contraddizioni – differenti e non impossibili soluzioni di convergenza.

Ecco perché il vero coraggio, per una gioventù che coraggiosa pur si proclama, non consisterebbe nel ripetere con maggior foga le parole d’ordine del proprio ceto dirigente, bensì nell’ospitare davvero – non per finta, non “senza infiltrati” ma con qualche autentico eretico in sala – le voci che quel ceto mettono in imbarazzo; giacché una tradizione politica si misura non da come celebra i propri padri nobili, ma da quanto sa tollerare i propri figli scomodi.


Armare gli aggrediti


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Il sempre acuto Goffredo Buccini, sul Corriere, denuncia il “doppio standard dell’Occidente” che “usa due pesi e due misure sull’Ucraina e su Gaza”. Si dirà: sfido io, sono quattro anni e mezzo che riempiamo di armi e miliardi l’Ucraina aggredita, accogliamo 4,5 milioni di profughi (il 10% della popolazione, salvo i maschi in età di leva che riconsegniamo gentilmente a Zelensky per mandarli al macello) e spariamo raffiche di sanzioni (23 pacchetti) contro l’aggressore russo in una guerra fra due eserciti armati fino ai denti; e non muoviamo un dito né un sopracciglio per gli inermi palestinesi sterminati a Gaza e perseguitati in Cisgiordania da Israele e per l’Iran aggredito da Usa, Israele e monarchie del Golfo. E invece no. Per l’acuto Buccini il doppio standard è proprio l’opposto: siamo tutti “Free Palestine”, mentre “assai più scarsa è la solidarietà per gli ucraini sotto il tallone russo”. Non solo: c’è “una grave confusione tra aggressori e aggrediti”. Anche perché quella litania si canta solo se ad aggredire è la Russia. Se sono gli Usa, Israele&C., si intona la filastrocca “amico-nemico”.

[…]

Comunque bando alle ciance. Il carrista corrierista ci ha convinti: basta doppi standard, par condicio per tutti. Il Fatto è pronto a lanciare col Corriere un appello congiunto per uniformare gli standard erga omnes. Si fa così. 1) Prima di inviare altri soldi e armi a Kiev in aggiunta ai 220 miliardi già versati dagli Stati Ue, devolviamo la stessa cifra agli altri aggrediti: 220 miliardi di fondi e armi all’Iran aggredito da Usa e Israele e, ça va sans dire, ai suoi alleati Houthi aggrediti da Israele, Arabia ed Emirati; e 220 miliardi di fondi e armi ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania. 2) Prima di nuove ritorsioni su Mosca, rompiamo i rapporti diplomatici e commerciali con Israele, gli Usa e i loro complici arabi e li colpiamo con 23 pacchetti di sanzioni ciascuno. 3) Andiamo a prendere 200mila gazawi superstiti (il 10% della popolazione) per accoglierli, nutrirli e curarli in Europa finché Israele non lascia la Striscia. 4) Ritiriamo tutti i soldati e gli armamenti dalle basi di Usa, Arabia, Emirati, Qatar e Kuwait, cioè degli aggressori dell’Iran. 5) Sarebbe gravissimo applicare doppi standard all’energia che importiamo da autocrati e/o aggressori. Quindi, oltre al gas e al petrolio russi, rigettiamo anche quelli targati Usa, Turchia, Qatar, Egitto, Algeria, Arabia, Emirati, Congo, Angola e Azerbaigian. Quest’ultimo è protagonista del più doppio dei doppi standard: la tirannide ereditaria responsabile della pulizia etnica degli armeni in Nagorno-Karabakh ci rimpinza del suo gas insanguinato tramite il Tap. Se Zelensky ci prestasse un paio dei suoi terroristi di Stato reduci dall’attentato ai NordStream, il gasdotto pugliese dovremmo proprio farlo saltare.