Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Lavitola, lettera alla compagna: “Ho commesso errori, ma ormai è tardi’


LAVITOLA SCRIVE DAL CARCERE, ‘NON SONO LUCIDISSIMO, HO CHIESTO DI LAVORARE’

(ANSA) – ROMA, 20 AGO – L’ex editore Valter Lavitola, arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, ha inviato dal carcere di Rebibbia una lettera destinata alla compagna italo argentina. È quanto riferito in un servizio del Tg1, che ne mostra alcuni passaggi.

“Non sono lucidissimo, anche se sto bene – le ha raccontato Lavitola – Spero di avere i domiciliari, comunque ho chiesto di poter lavorare, qui in carcere ti assicuro è molto più pesante l’impotente attesa”. Nella lettera Lavitola ammette di aver commesso errori: “avrei dovuto ascoltarti – dice alla compagna – ma oramai è tardi”. In un passaggio l’imprenditore sostiene di “essere stato abbandonato” dall’ex premier Silvio Berlusconi. In un altro passaggio scrive: “Ho provato sofferenze e frustrazioni”.


La Difesa scuce 3,4 mld: arrivano i primi carri armati italo-tedeschi


Il governo strappa uno sconto del 15% sul prossimo contratto: l’investimento totale nei tank vale 23,2 miliardi

La Difesa scuce 3,4 mld: arrivano  i primi  carri armati italo-tedeschi

(estr. di Gianni Dragoni – ilfattoquotidiano.it) – […] Il ministero della Difesa è pronto a firmare una commessa di 3,4 miliardi di euro per comprare i primi modelli dei nuovi carri armati pesanti che verranno costruiti da Leonardo insieme al gruppo tedesco Rheinmetall, con la joint venture paritetica Leonardo Rheinmetall Military Vehicles (Lrmv). Secondo autorevoli fonti industriali è questo il prezzo “giusto” individuato nella serrata trattativa tra le due aziende e lo Stato per la prima tranche della fornitura di armamenti terrestri per l’Esercito. All’inizio di luglio il ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva parlato di un “taglio del 18%” dei costi “eccessivi” della commessa, ma non aveva fatto cifre. Il ministro si era limitato a fare riferimento all’intero programma di armamento per rinnovare la flotta dell’Esercito con nuovi carri armati e cingolati di fanteria, presentato dal governo alle commissioni Difesa di Camera e Senato per un valore di 23,2 miliardi fino 2040.

[…] Secondo quanto Il Fatto ha ricostruito attraverso fonti autorevoli, il taglio evocato da Crosetto non riguarda l’intero programma, ma il contratto per la prima tranche di carri armati. Si è partiti da una richiesta presentata dalle industrie di 4 miliardi. Il prezzo è stato ridotto a 3,4 miliardi nella valutazione di congruità fatta dalla Difesa, dunque il taglio sarebbe del 15% circa. Resta da vedere se anche le tranche successive subiranno tagli di costi o se le industrie riusciranno a recuperarli.

Il contratto però non è ancora stato firmato. Le industrie si aspettano che la firma possa avvenire entro settembre per dare il via alla produzione. Anche i militari hanno fretta, ma i tempi dipenderanno dalle effettive disponibilità di cassa della Difesa. Il contratto potrebbe anche slittare all’anno prossimo. Le risorse sono scarse, malgrado gli annunci della premier Giorgia Meloni di impegnarsi ad aumentare le spese militari come vogliono Donald Trump e la Nato per arrivare al 5% del Pil in 10 anni.

Al vertice di giugno ad Ankara Meloni ha annunciato un aumento per quest’anno al 2,8% del Pil, sarebbe a dire 0,71 punti percentuali in più di quanto dichiarato l’anno scorso. Ma dentro questa cifra ci sono anche spese “per la sicurezza del territorio” e altre voci che non sono spesa militare, insomma si tratta di cifre gonfiate per compiacere gli alleati. L’effettiva disponibilità di risorse dipenderà anche dalle decisioni del governo sull’utilizzo dei fondi Ue del programma Safe, che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti vuole limitare a 5 miliardi rispetto ai 14,9 miliardi assegnati all’Italia.

[…]

La trattativa tra la jv Leonardo-Rheinmetall e la Difesa ha avuto tempi più lunghi del previsto a causa di divergenze non solo sul prezzo, ma anche sulle caratteristiche tecniche dei carri armati. Il programma di armamento complessivo di 23,2 miliardi prevede 272 carri armati pesanti detti Mbt (“Main battle tank”, carri pesanti da battaglia) per un costo di circa 8 miliardi e 1.050 cingolati di fanteria A2CS per 15 miliardi. Il programma finora è finanziato solo per 8 miliardi. Secondo fonti industriali il contratto valutato “congruo” per 3,4 miliardi dovrebbe prevedere la fornitura della prima tranche di carri armati, per svariate decine, basati sul modello Panther sviluppato da Rheinmetall e in più l’esercizio delle opzioni per 30 cingolati Lynx, anche questi prodotti dai tedeschi, previste nel primo ordine di acquisto dei Lynx che è stato firmato nel novembre 2025 (l’ordine aveva un valore di 700 milioni).

Secondo gli accordi tra i partner della jv, il Panther dovrebbe essere “italianizzato” con almeno il 50% del lavoro fatto dal gruppo Leonardo, che dovrebbe fornire il sistema di armamento e l’elettronica. La ripartizione del lavoro però non è ancora definita. Una discussione vivace riguarda il motore. Leonardo vorrebbe che fosse italiano, un nuovo motore prodotto da Idv (Iveco), l’azienda che il gruppo pubblico ha comprato da Exor, ma tra i militari si ritiene che potrebbe essere impiegato anche il motore collaudato già montato sul carro Leopard, prodotto in Germania da Mtu. Altre criticità riguardano la definizione delle caratteristiche del carro. Secondo alcuni analisti il Panther “italianizzato” nascerebbe già vecchio rispetto alle versioni più avanzate del Leopard, il carro armato più venduto tra i Paesi Nato che è prodotto in Germania da Knds, rivale di Rheinmetall.


Salvini è l’ennesima vittima della politica dei leader


Se nemmeno nel partito organizzativamente più novecentesco, cioè con strutture da partito di massa e organismi decisionali complessi e collettivi, tutto è stato demandato al leader, ciò significa che la politica è concepita come una pratica individuale. È la leadership che conta

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Matteo Salvini è sempre più contestato all’interno del proprio partito. La sua colpa sta nei numeri. Dopo il grande successo alle elezioni europee del 2019 la Lega è precipitata sotto al 10 per cento. E la discesa non è finita, a quanto dicono i sondaggi. Una leadership che sembrava inossidabile, ora è nella tormenta.

Non è un destino isolato. Ogni leader di partito trova presto, sempre più presto, la sua pena. C’è una sorta di Saturno della politica che divora i suoi figli prediletti. Soltanto Silvio Berlusconi ha resistito imperterrito per quasi un trentennio. Ma aveva altre risorse oltre a quelle squisitamente politiche. E poi Forza Italia era una sua proprietà, una formazione patrimoniale, unica nel panorama delle democrazie.

Tutti gli altri leader si sono bruciati in pochi anni. L’altro caso paradigmatico è quello di Matteo Renzi. Arrivato al vertice del Pd con una irruenza giovanile dirompente in un partito anzianotto e dai riti antichi, appariva come un re Mida: con il suo tocco portava il Partito democratico a un risultato da Dc anni Cinquanta, il 40,1 per cento delle europee 2014. Ma quel tipo di elezioni, quelle per il Parlamento europeo, illude.

Successe anche al Pci. La drammatica morte di Enrico Berlinguer durante la campagna elettorale del 1984, prima del voto per il Parlamento europeo, consegnò ai Partito comunista il primato. Certamente la caduta sul campo del segretario comunista sollevò quell’onda emotiva che portò al successo del partito.

Il punto però è altro, va oltre quella circostanza: mostra come la leadership eserciti un fascino trainante. Questo accadeva in una epoca lontanissima dalla pervasività della televisione prima, e dei social media poi. A riprova che i media contano ma vale molto di più la caratura personale, o, al limite, il carisma.

Il fascino del leader

La personalizzazione della politica non inizia con la televisione. La storia politica è piena di figure che hanno scosso gli animi, nel bene e nel male. Soprattutto nel male, se pensiamo ai dittatori tra le due guerre

In tempi recenti nessuno ha avuto capacità affabulative, immaginifiche e trascinanti paragonabili, per fortuna. Nonostante ciò, le sorti di tutto un partito sono state imputate solo ai leader. Le classi dirigenti si sono eclissate, hanno lasciato spazio al capo – o sono state indotte a farlo.

Mentre tutti i partiti novecenteschi, senza distinzione, avevano direzioni collegiali che esprimevano chi le rappresentasse, ora non si vede nessuno dietro al segretario. Quelli che acquistano visibilità lo devono per lo più alla loro posizione critica rispetto alla leadership, non perché dispongono di particolari qualità politiche.

La solitudine dei leader non è un destino inevitabile, è voluta, ricercata. Il caso del Pd renziano è emblematico: il segretario democratico, sulle ali della rottamazione, ha agito da cavaliere solitario fidando (troppo e disastrosamente) nelle sue capacità.

Lo stesso è accaduto a Matteo Salvini. Il Capitano, che pure ha salvato la Lega dal disastro provocato dell’ultima gestione bossiana, l’ha portata al governo in partnership quasi paritaria con i pentastellati, e poi al trionfo del 34,3 per cento nel 2019, ha dissipato tutto in un delirio personale di onnipotenza. A nulla è valsa la presenza nel Carroccio di politici sperimentati e con posizioni rilevanti. A lui, e solo a lui, è imputata la disfatta. Salvini affonda solitario.

Se nemmeno nel partito organizzativamente più novecentesco, cioè con strutture da partito di massa e organismi decisionali complessi e collettivi, tutto è stato demandato al leader, ciò significa che la politica è concepita come una pratica individuale. Del resto le fortune di Fratelli d’Italia sono tutte in capo a Giorgia Meloni, alla sue performance mediatiche (come oggi i sondaggi arridono alla sindaca di Genova, Silvia Salis).

La litania del «ci vuole un programma» riflette una reazione pavloviana dépassé. È la leadership che conta. Con la conseguenza della sua rapida usura in caso di fallimento. E di un penoso, accidentato, cambio di consegne.


Giuseppe Conte: “Alla sinistra non serve il woke. Il nemico da combattere è questa società di diseguali”


Il leader del M5S Giuseppe Conte interviene nel dibattito che si è aperto negli Usa dopo le parole di Alexandra Ocasio-Cortez: “Il movimento ha promosso un’attenzione vigile ai dispositivi culturali che marginalizzano alcune identità ma non diventi una “religione”

Alla sinistra non serve il woke. Il nemico da combattere è questa società di diseguali

(di Giuseppe Conte – repubblica.it) – Caro direttore,

nel corso degli anni mi è capitato più volte di rimanere fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura “woke”, rimbalzati dagli Stati Uniti. Sapere di Omero Cicerone trattati alla stregua di suprematisti bianchi. E potrei continuare con uno scellerato “florilegio” per riassumere le degenerazioni del “politicamente corretto” e della “cancel culture” prodotte dal movimento woke. Si è arrivati al punto di impedire ogni contestualizzazione di idee e opere, di schiacciare ogni prospettiva storica, producendo effetti perversi: conformismo ideologico e, in talune punte, repressione della libertà di opinione.

Questo approccio si è diffuso soprattutto tra i ceti urbani più istruiti, i più solerti a interiorizzare le grammatiche dell’inclusione. Ma ha finito per restituire l’immagine di una politica, a sinistra, indisponibile a mettere in discussione i privilegi delle fasce sociali più avvantaggiate e a farsi realmente carico delle urgenze delle fasce più deboli della popolazione.

I cittadini appartenenti al ceto medio, sempre meno protetti sul piano sociale, per non parlare di quelli appartenenti ai ceti più vulnerabili, hanno assistito attoniti a certe discussioni: proposte come l’abolizione della festa del Thanksgiving — ormai parte integrante della cultura americana — hanno contribuito a disorientarli ancor più, in un contesto di identità già frammentate.

Ovviamente la cultura woke non è stata solo questo. Ha promosso una più vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche identità, ha contribuito a contrastare le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione. Ci ha aiutato a ricostruire la “fisiologia del potere” – come direbbe Foucault – che non si esprime solo attraverso norme giuridiche e regole di mercato, ma si diffonde attraverso linguaggi, immagini, rappresentazioni che perpetuano stereotipi e gerarchie simboliche.

Le destre, dal canto loro, hanno attaccato in blocco il movimento woke, utilizzandolo come capro espiatorio per screditare qualsiasi istanza di uguaglianza. Non dobbiamo permetterlo. Questo movimento ci ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, ha contribuito a creare spazi simbolici e pratiche di riconoscimento che si sono diffuse nei luoghi di lavoro, nelle università, nei media. Il problema è che per buona parte della sinistra questo indirizzo culturale è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i “buoni” dai “cattivi”. La politica è così diventata gestione delle sensibilità, regolazione del linguaggio, una sorta di etichetta morale per affrontare micro-conflitti simbolici.

Oggi la domanda che dobbiamo porci è: la cultura woke può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista? Ne dubito. La cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale e per una forza progressista sarebbe un grave errore di strategia politica confidare su di essa per costruire una efficace azione politica. Una forza progressista deve necessariamente intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali che hanno assunto un rilievo strutturale. Una forza progressista deve offrire risposte specifiche alle diffuse inquietudini di sottopagati, operai, piccoli imprenditori, classi medie che vivono un orizzonte di vita senza più certezze. Deve misurarsi con la finanziarizzazione dell’economia che ha trasformato il capitale in un meccanismo speculativo che estrae rendite, contribuendo a erodere salari e a marginalizzare gli investimenti produttivi. Deve affrontare il tema dell’economia reale, che crea valore aggiunto per la comunità, ma affoga in una asfissiante burocrazia, sopraffatta da costi energetici e tassazioni sempre più elevati. Deve interrogarsi sul predominio delle Big Tech che sta producendo un “capitalismo della sorveglianza”, con piattaforme digitali che monetizzano – senza corrispettivo – le nostre esistenze, mettendo a rischio la salute mentale soprattutto dei nostri figli.

Una forza progressista deve decidere come affrontare la dilagante corsa al riarmo e l’ossessione per la deterrenza militare, che contribuiscono a trasferire preziose risorse dal welfare alla spesa militare, alimentando un falso paradigma di sicurezza che premia l’escalation invece della prevenzione, della diplomazia e della cooperazione internazionale. E su questi terreni che stanno maturando le sfide decisive per il nostro futuro. Una politica progressista deve penetrare i meccanismi e le strutture più profonde dell’attuale sistema economico-sociale per trovare nuovi percorsi e strumenti per perseguire più radicali disegni di giustizia sociale. Non possiamo rassegnarci ad assistere a una crescita sempre più esponenziale di produttività e redditività, mentre la distribuzione dei benefici alle comunità diventa sempre più iniqua.

Nella enciclica Magnifica Humanitas papa Leone XIV sottolinea una sfida dirimente: la giustizia sociale non può essere intesa come un problema successivo alla produzione della ricchezza, lasciando che l’economia produca valore e la politica intervenga successivamente a riparare le diseguaglianze. Il progresso tecnologico crea fratture e diseguaglianze così strutturali che dobbiamo necessariamente intervenire a monte del processo produttivo, prevenendo le disparità sin dalla fase progettuale. Lo strapotere delle Big Tech va assolutamente regolato, a livello europeo, attraverso un “costituzionalismo digitale”: sul piano giuridico, per garantire trasparenza algoritmica e tutela integrale della persona; sul piano economico, per vincolare i “padroni delle nostre esistenze” a un sistema di condivisione dei benefici economici che coinvolga le comunità di riferimento. È impensabile affrontare queste sfide, muniti solo di un’agenda morale sui diritti civili, né possiamo continuare a ragionare solo di diritti identitari e di spazi simbolici. Abbiamo l’urgente necessità di affrontare le diseguaglianze economiche e sociali, misurandoci con soluzioni concrete riguardanti: le politiche salariali, i piani industriali, l’equità fiscale e le imposte adeguate su rendite finanziarie, il sostegno all’economia reale, il diritto all’abitazione, l’accesso ai servizi pubblici e a infrastrutture adeguate, le prestazioni sanitarie e l’istruzione di qualità. Dobbiamo recuperare risorse importanti dalla revisione delle spese militari, investendo massicciamente sul capitale umano, riformulando un modello di sicurezza sociale adeguato alle travolgenti trasformazioni tecnologiche e sociali.

La destra in Italia ha fallito. Ha deluso i cittadini offrendo soluzioni ispirate a pulsioni autoritarie, senza tuttavia garantire ordine e sicurezza. Ha prospettato una società aperta al merito, mentre consolidava i privilegi della propria classe politica. Tocca a noi offrire una vera alternativa, convincendo i ceti popolari, le forze sindacali, tutti i settori produttivi e i vari movimenti e comunità locali che si possono tenere insieme riconoscimento e redistribuzione, libertà individuali e sicurezza sociale, non perdendo mai di vista la lotta primaria contro le oppressioni materiali. Tocca a noi tornare a far crescere l’Italia, contrastando la gerarchia di una società di diseguali.


Quelli che la gogna


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Dopo un’estate passata a vivisezionare sillaba per sillaba le chat e le intercettazioni di Ranucci, Lavitola&C., è bene sapere che tutto ciò che abbiamo letto era vietato pubblicarlo, dunque saperlo. Lo dice la legge Bavaglio Nordio-Costa approvata dalle destre (quindi da Iv e Azione) nel 2024: neppure una frase “integrale o per estratto” di ordinanze cautelari, solo riassuntini e parafrasi. Il Fatto annunciò che l’avrebbe violata per continuare a informare in modo preciso e completo. Ma tutti gli altri media la lodarono, avendo la museruola nel sangue. Corriere: “Nordio rincara: fermerò le porcherie sulle intercettazioni”, “Il vizio consolidato di pescare a strascico dalle ‘carte’ della Procura lacerti di verbale o di intercettazione contro l’indagato per spararli in prima pagina… non va confuso con gli obblighi che l’informazione ha verso i cittadini” (Buccini). Rep: “Nordio denunzia giustamente l’inutile invadenza delle intercettazioni” (Merlo). Serra al Foglio: “Le intercettazioni sono uno strumento di violenza mediatica… Siamo pronti a gridare alla censura e al bavaglio, meno pronti a prendere le misure dei nostri limiti”. Stampa: “Non torna che si ricominci con la storia del bavaglio per il divieto di pubblicare le intercettazioni sinché non le avrà valutate il gip, depennando quelle irrilevanti. È davvero questo, di copisti, il nostro mestiere?” (Feltri jr.). Messaggero: “Intercettazioni e pm, la rivoluzione di Nordio”, “Le intercettazioni sono strumento di delegittimazione politica”. Riformista: “Le procure insorgono. Segno che la strada è giusta”. Unità: “È finita la Repubblica delle spie: torna il diritto”, “Chi è morto d’intercettazioni”. Giornale: “Tutti gli orrori delle intercettazioni. Abusi da fermare”, “Come la Stasi”, “Legge anti-gogna”, “Addio intercettazioni per distruggere. Ministri e politici, lunga lista di vite e carriere rovinate dalla pubblicazione di chat e messaggi”. Libero: “Norme anti-gogna”, “Fanfaluche con la toga: ‘La legge è un bavaglio’”, “Intercettiamo i magistrati e poi si ride (Sallusti). Foglio: “Viva il bavaglio, antidoto alla spazzatura”, “La gestione mediatico-giudiziaria delle intercettazioni” (Ferrara).

[…]

Ora per Ranucci, che fra l’altro è la vittima di un bomba, si fa un’eccezione: i nemici delle “carte” pubblicano le 200 pagine testuali di ordinanza cautelare per Lavitola con tutto ciò che Valterino e Sigfrido si sono detti (ma anche non detti). Il Tempo, non contento, s’indigna pure perché “non risulta sia mai stato sequestrato né captato il telefono di Ranucci” (che è stato intercettato eccome). E i giornali “anti gogna” si scoprono “anti bavaglio”: sembrano il Fatto, ma soltanto per il non indagato Ranucci. Poi, al primo politico indagato, riattaccheranno il ciuccio dove vorrà il padrone.


Le classi deficienti tra Ucraina e genocidio


(Tommaso Merlo) – L’Occidente sta crollando, rischiamo la terza guerra mondiale e le classi deficienti non spiccicano una parola. Troppo impegnate a godersi delle lussuose vacanze alla faccia dei contribuenti rimasti a casa a contare gli spiccioli. Siamo alla deriva, con al timone il peggio della società invece che il meglio. Sanno solo inviare soldi alla banda Zelensky e girare la faccia dall’altra parte mentre il nazi sionismo stermina palestinesi e libanesi. Classi deficienti serve della Nato e fiancheggiatrici di genocidari che si nascondono dietro a silenzi e frasi fatte senza mai metterci pienamente la faccia per paura dei sondaggi. Vergognosamente succubi del sistema, ma con un occhio al popolino che rumoreggia sotto ai palazzi del potere e prima o poi dovrà pure votare. Ma intendiamoci, opporsi ad un sistema non è affatto facile. Per trascinare la Nato in guerra contro la Russia, gli americani ci hanno lavorato oltre trent’anni fino a spingersi a piazzare basi militari in Ucraina fregandosene degli avvertimenti del Cremlino, e il giogo coloniale americano su paesi come il nostro nasce nel dopoguerra ed ha profondi risvolti economici oltre che militari. E per arrivare a compiere un atroce genocidio senza intoppi, i nazi sionisti ci hanno lavorato decenni. Hanno speso immense risorse ed energie per costruire una potentissima rete politica e mediatica che comprende posizioni internazionali chiave come il seggio statunitense all’ONU con potere di veto oltre che i clown di punta del circo mainstream. Ma proprio perché opporsi ad un sistema non è affatto facile, un paese deve eleggere i migliori e non i peggiori. Classi dirigenti e non deficienti in grado cioè di interpretare la storia e produrre diplomazia e politica di qualità. E questo per un motivo molto semplice. Se a Roma non c’è nessuno con un cervello e una visione, a prevalere sarà il cervello e la visione di altri e cioè della lobby della guerra che occupa la Nato e quella nazi sionista che occupa gli Stati Uniti. È così. Più bassa è la qualità della classe dirigente, più un paese è in balia di mafie lobbistiche anche straniere. Più invece la politica è di qualità, più un paese sarà in grado di ragionare e produrre una linea coerente coi propri valori costituzionali e la volontà popolare. È proprio così. Se l’Italia è in balia della sorda russofobia guerrafondaia e dei deliri genocidari del nazi sionismo, è perché non ha nessuno di politicamente degno al timone che sia cioè in grado di rigettare la propaganda e il conformismo imperanti e lanciare iniziative politiche all’altezza della drammaticità degli eventi. Ma attenzione. Il sorgere di classi deficienti in tutto l’Occidente, è dovuto al deterioramento culturale frutto dell’iper capitalismo che sforna eserciti di narcisisti patologici e arrivisti senza scrupoli che strada facendo perdono perfino la facoltà di provare vergogna, ma è anche dovuto al sistema stesso o meglio alla mafia lobbistica che per spadroneggiare sponsorizza deficienti politici e mediatici che non valendo nulla sono facilmente corruttibili e manipolabili e quindi utili a servire i loro interessi. Più è scarsa la qualità della politica e della stampa, maggiore è il potere della mafia lobbistica. Ma intendiamoci, opporsi ad un sistema non è affatto facile e se è culturalmente mafioso ancora meno. Richiede notevoli dosi di coraggio, determinazione e costanza. Qualità che se non si posseggono sarebbe meglio stare a casa o dedicarsi ad altro, ma si sa, la politica offre tutto quello a cui ambisce la parte peggiore degli esseri umani: potere, visibilità, status sociale e ovviamente ottimi stipendi e vitalizi. E proprio per questo siamo alla deriva, perché al timone ci finisce il peggio della società invece che il meglio. Una degenerazione interiore che fuori ha infettato anche la politica. E nemmeno in democrazia ci sono scorciatoie, la qualità della politica dipende dalla qualità di chi la fa. Servono nuove classi dirigenti, cittadini che non si candidano per sfamare il proprio ego, ma per servire la collettività. Per dare e non per prendere. Non carrieristi ma idealisti, non uomini immagine della lingua biforcuta ma persone di valore e genuine con la vocazione per il bene pubblico. Persone libere anche mentalmente e quindi non ricattabili ma anche con alle spalle chilometri ed esperienze che le rendono credibili e capaci di districarsi nelle complessità in modo da riuscire a muovere le leve giuste. Già, non ci sono scorciatoie e nemmeno tempo da perdere. L’Occidente sta crollando, rischiamo la terza guerra mondiale e le classi deficienti non spiccicano nemmeno una parola. Siamo alla deriva, in balia della lobby della guerra camuffata da Nato, di quella nazi sionista e di un conformismo arrivista ripugnante e soprattutto devastante. Serve un sussulto di dignità collettivo per evitare la catastrofe, serve una politica all’altezza delle sfide del nostro tempo e una democrazia vera.


I franchi-tiratori per il “Melonellum” iniziano a essere tanti, forse troppi


(dagospia.com) – Si prospetta un autunno caldo per l’ex invicibile Armata Branca-Meloni, così torrido che si rimpiangerà il “forno quotidiano” dell’estate 2026.

Se la Lega, smontata come un Lego dal vannaccismo, va verso la resa dei conti tra “nordisti” e salviniani, anche l’altro alleato dei Camerati d’Italia, Forza Italia, è allo sbando.

A partire dalla Famiglia Berlusconi, i malumori (eufemismo) e le uscite contro il presidente del partito, Antonio Tajani, già azzoppato con la cacciata dei suoi fedelissimi Barelli e Gasparri, ormai si moltiplicano.

Hanno cominciato le numerose donne del partito, guidate dalla berlusconina Deborah Bergamini, con il loro no alle preferenze nella legge elettorale al voto in Parlamento: furono loro parte del clamoroso “incidente” del 15 luglio, quando la Camera ha bocciato la riforma del voto cara a Giorgia Meloni. Ora si aggiunge il ministro della pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, sempre in quota Marina Berlusconi.

In un’intervista al “Foglio”, ha tuonato contro Tajani per l’iniziativa “anti-burocrazia” del partito. Zangrillo si è sentito (giustamente) messo da parte: “Mi sembra strano che il ministro competente non sia stato coinvolto”.

“Se Forza Italia doveva lanciare una campagna per la sburocratizzazione – ha detto Zangrillo -, mi sarebbe piaciuto un incipit dove si diceva che abbiamo fatto cose molto importanti. E invece è stata una sorpresa estiva: mi sarei aspettato un maggior coinvolgimento dai vertici del mio partito”.

Poi l’azzannata finale: “Apprezzo la telefonata di Tajani, ma forse sarebbe stato opportuno un investimento più organico. E mi sembra strano che il ministro competente non sia stato coinvolto […].

”Sicuramente c’è stato un difetto di comunicazione che in parte può essere stato anche colpa mia. Io sono un manager abituato a parlare la lingua dei manager, dei risultati concreti, non della politica. Avrei potuto rivendicare meglio”.

Le tensioni in Forza Italia sono l’ennesima rottura di cojoni per Giorgia Meloni, ma Ii guaio più grosso che la Ducetta dovrà affrontare al rientro dalle vacanze, però, si chiama Lega, soprattutto se la “Sirenetta del Colle Oppio” vorrà far approvare la legge elettorale.

Con il 6% che viene stimato il Carroccio nei sondaggi (di cui la metà attribuito ai governatori del Nord), dei 95 parlamentari che il partito di Salvini ha attualmente in Parlamento rimarrà ben poca cosa. Già eleggerne una trentina sarebbe un miracolo.

Nota Matteo Pucciarelli su “Repubblica”: “Non è solo una questione politica, è anche banalmente matematica. […] Alle politiche del 2022, la Lega con quasi il 9 per cento ha eletto 95 parlamentari: 66 deputati e 29 senatori. Dei primi 66, ben 42 diventarono tali grazie ai collegi uninominali, solo 23 con il proporzionale (più la sistemazione derivante dalle pluricandidature). Al Senato, 14 dei 29 seggi arrivarono dall’uninominale”.

Aggiunge Pucciarelli: “[…] la Lega del 2022 beneficiò moltissimo del maggioritario, ed è questo che rende comprensibile la resistenza dei “nordisti” all’abolizione degli uninominali. E poi ci sono le proiezioni, drammatiche. Con una Lega al 5 per cento, e uno scenario in cui nessuna delle coalizioni raggiunge il 42 per cento, sono 30 gli eletti; in Lombardia […] parliamo di circa sei parlamentari in tutto. La situazione può ancora peggiorare se il centrosinistra andasse al governo prendendo anche il premio di maggioranza, e lì siamo sulla ventina di eletti […]. La sostanza è che due su tre, più o meno, rischiano di non venire rieletti”.

Amorale della fava: i franchi-tiratori, per il “Melonellum”, cominciano a diventare tanti, forse troppi…

E la Meloni non può permettersi defaillances.

Aggiunge Giulia Merlo su “Domani”: “Dopo l’inciampo alla Camera sull’emendamento delle preferenze, FdI e soprattutto la premier non vogliono sentire ragioni: l’accordo per una modifica che introduca le preferenze e anche un correttivo di genere è da considerarsi chiuso. Formalmente, però, il testo non è ancora stato depositato e come sempre il diavolo sta nei dettagli”.

Continua Merlo: “Dentro Forza Italia, infatti, il malcontento continua a covare soprattutto nella compagine femminile, che sarebbe tutt’altro che convinta rispetto al correttivo di genere su cui si sono accordati gli sherpa, perché non darebbe garanzie sui capilista.

Dentro la Lega, invece, oggi è la frangia nordista a preoccupare. Anche perché  […] lo zoccolo duro degli anti-salviniani ha casa proprio a palazzo Madama, dove il capogruppo è Romeo e su trenta senatori più di due terzi sono stati eletti al nord”.

“In altre parole, insiste Merlo -, la riforma elettorale imposta da Meloni e accettata da Salvini […] non permetterà il ritorno in parlamento di molti degli oggi eletti. Inoltre renderà il partito dipendente, in caso di vittoria, dalla generosità di FdI nel distribuire i posti nel listone del premio di maggioranza”.


Il potere della Croce Rossa


Gli ultimi decreti del governo hanno rafforzato una concentrazione di funzioni e risorse già in atto. Attraverso norme speciali e convenzioni, la Cri è diventata il principale soggetto privato cui lo Stato affida la gestione operativa delle attività sanitarie connesse alle frontiere. Una sorta di monopolio senza eguali

(Federica Pennelli – editorialedomani.it) – La morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia a Bologna solleva interrogativi anche sul ruolo dei quattro soccorritori della Croce Rossa Italiana (Cri) intervenuti sul posto. Mentre la Procura ricostruisce quanto accaduto e la Cri difende l’operato dei propri soccorritori, il caso riporta l’attenzione sull’associazione: un soggetto di diritto privato che svolge funzioni di interesse pubblico e che, negli anni, ha consolidato il proprio ruolo attraverso convenzioni e incarichi affidati da ministeri e amministrazioni pubbliche.

Trasformazioni e finanziamenti

Per decenni la Cri è stata un ente pubblico non economico gravato da criticità finanziarie rilevate dalla Corte dei Conti, riformata poi dal decreto legislativo 178 del 2012 del governo Monti. Il provvedimento ne ha avviato la trasformazione, scindendo l’ente: da un lato è nata l’Associazione della Cri, soggetto privato di interesse pubblico per le attività istituzionali; dall’altro è rimasto l’Ente strumentale (oggi Esacri), ente pubblico posto in liquidazione per gestire patrimonio e rapporti pendenti.

Ad oggi, il finanziamento della Cri – pur contando su donazioni private, rendite da immobili, attività formative, proventi commerciali e altre entrate associative – si regge anche su risorse pubbliche e attività svolte in convenzione: da quelle con il ministero della Salute e della Difesa alle attività sanitarie, di emergenza, protezione civile e assistenza alle persone migranti affidate da ministeri, regioni, enti locali e organismi pubblici.

Le cifre raccontano la dimensione del rapporto economico con lo Stato. Nel bilancio 2024 il finanziamento della convenzione con il ministero della Salute è stato di 66,7 milioni di euro, mentre quello con il ministero della Difesa ammontava a 3,3 milioni. Nel bilancio 2025 le due convenzioni istituzionali valevano rispettivamente 71,8 milioni di euro per la Salute e 3,3 milioni per la Difesa.

A queste risorse si aggiungono poi, di anno in anno, le attività svolte dalla Cri per conto di altre amministrazioni pubbliche: nel bilancio 2025 compaiono, tra le altre, oltre 30 milioni di euro per il servizio 118 Areu in Lombardia, oltre 11 milioni per attività sanitarie svolte in convenzione diretta e quasi 13 milioni per l’assistenza socio-sanitaria alle persone migranti; su mandato delle pubbliche amministrazioni.

Nomine e “armonizzazioni”

La riforma ha definito il nuovo ruolo istituzionale dell’associazione, riconoscendone le attività di interesse pubblico e lo status di ausiliaria dei pubblici poteri. Negli anni, questo assetto è stato accompagnato da specifiche disposizioni e convenzioni con le amministrazioni pubbliche per lo svolgimento di attività istituzionali.

Accanto a questo processo, c’è stata anche una progressiva integrazione dell’ente nell’architettura istituzionale dello Stato. Nel 2023 il presidente nazionale della Cri, Rosario Valastro, è stato nominato componente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), in rappresentanza delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato.

Nel 2024 la Cri è entrata anche nel Consiglio nazionale del Terzo settore, un organismo istituito presso il ministero del Lavoro. Infine, nel bilancio 2023, la Cri ha ricostruito il proprio inquadramento nell’ambito delle cosiddette “armonizzazioni contabili”, cioè il sistema che consente di raccordare i documenti contabili delle amministrazioni pubbliche in contabilità civilistica con quelli degli enti che adottano la contabilità finanziaria.

L’associazione, nel Bilancio d’esercizio, spiega che, dopo la trasformazione da ente pubblico a soggetto privato e in assenza di un ministero vigilante formalmente individuato, il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) le ha demandato il compito di definire in autonomia la propria missione e i relativi programmi. Inoltre si precisa che l’attività della Cri è indirizzata, in prevalenza, dai contenuti delle convenzioni stipulate con il ministero della Salute e con il ministero della Difesa.

Decreti sicurezza

C’è poi il ruolo dei Decreti Sicurezza, che hanno consolidato un approccio alla gestione delle migrazioni fondato sul controllo dei flussi e sulla detenzione amministrativa, trattando il fenomeno come una questione di ordine pubblico. Ed è proprio in queste gestioni che emerge con maggior vigore il ruolo assunto dalla Cri che negli anni è diventata, come ausiliaria dei poteri pubblici, uno dei principali soggetti operativi dello Stato nella gestione delle frontiere: dalla sorveglianza sanitaria agli sbarchi fino all’accoglienza nei centri, hotspot e ai servizi nei punti di crisi.

Il passaggio più rilevante arriva con il decreto legge numero 23 del 24 febbraio 2026, in materia di sicurezza pubblica e immigrazione. Lì si stabilisce che il ministero dell’Interno possa avvalersi – fino al 31 dicembre 2028 e in deroga al Codice dei contratti pubblici – della Cri «per le attività previste dal decreto legislativo 178 del 2012», relative all’assistenza e all’accoglienza dei migranti, con l’obiettivo di attuare il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e fronteggiare situazioni di estrema urgenza legate ai flussi migratori.

Per la Cri questo equivale a un ulteriore rafforzamento del proprio rapporto con lo Stato: più convenzioni dirette e un ruolo sempre più centrale nella gestione operativa delle politiche migratorie del governo. Nel bilancio previsionale 2026, infatti, l’associazione stima oltre 70 milioni di euro di ricavi previsti da finanziamenti di natura pubblica: 62,5 milioni dalla convenzione con il ministero della Salute, 3,1 milioni dalla Difesa e oltre 4 milioni da ulteriori convenzioni dirette, comprese quelle previste con il ministero dell’Interno.

Insomma, gli ultimi decreti del governo hanno rafforzato una concentrazione di funzioni e risorse già in atto. Attraverso norme speciali e convenzioni dirette, la Cri è diventata il principale soggetto privato cui lo Stato affida la gestione operativa delle politiche migratorie e delle attività sanitarie connesse alle frontiere. Il risultato è una sorta di monopolio senza eguali.

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Giorgia, a ognuno i propri dublinanti


La Finlandia il quarto Paese a rimandare in Italia i migranti

(ANSA) – “Riteniamo che l’entrata in vigore del regolamento Ue sulla gestione dell’asilo e della migrazione consenta la ripresa dei trasferimenti verso l’Italia. Tali trasferimenti sono attualmente in fase di preparazione”.

Lo afferma all’ANSA l’ufficio stampa del ministero degli Interni finlandese. Per la Finlandia – che diventa il quarto Paese a rispedire i dublinanti in Italia dopo Germania, Svizzera e Austria – “è importante che le norme sulla responsabilità per l’esame delle domande di asilo siano applicate come previsto, e che tutti gli Stati membri della Ue adempiano ai propri obblighi ai sensi del patto” .

Migranti, anche la Finlandia invierà verso l’Italia i suoi dublinanti

(editorialedomani.it) – «I trasferimenti sono attualmente in fase di preparazione», fa sapere a La Presse il ministro dell’Interno finlandese. Non sono stati rilasciati numeri su quanti siano i richiedenti asilo né se facciano riferimento a persone arrivate prima dell’entrata in vigore del nuovo Patto Ue

Germania, Svizzera, Vienna e ora Finlandia. Anche Helsinki ha annunciato che riprenderà verso l’Italia l’invio dei suoi richiedenti asilo dublinanti. «I trasferimenti sono attualmente in fase di preparazione», fa sapere a LaPresse il ministro dell’Interno finlandese, secondo cui il nuovo Patto Ue garantisce «la ripresa dei trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia». Non sono stati rilasciati numeri su quanti siano i richiedenti asilo né se facciano riferimento a persone arrivate prima del 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo Patto Ue.

«Per la Finlandia – ha aggiunto – è importante che le norme sulla responsabilità per l’esame delle domande di asilo siano applicate come previsto e che tutti gli Stati membri dell’Ue rispettino le proprie responsabilità nell’ambito del Patto. Da parte nostra, restiamo impegnati a garantire l’effettiva attuazione delle procedure relative alla determinazione dello Stato responsabile». Insomma, da parte del governo di destra guidato da Petteri Orpo non ci sono concessioni.

La lista di paesi che inviano verso Roma i dublinanti si allunga di giorno in giorno. Il governo Meloni sta pagando il conto per il Patto Ue su migrazione e asilo approvato a giugno che non supera il tanto criticato regolamento di Dublino ma impone un nuovo meccanismo di solidarietà, ritrovandosi di fatto allo stesso punto di partenza di quattro anni fa quando il Viminale aveva interrotto in via unilaterale l’accoglienza dei migranti secondari provenienti dagli altri paesi.

Ma ora che il Patto è entrato in vigore e il sistema ha ripreso a funzionare. Il governo Meloni rischia di ritrovarsi migliaia di migranti in più nel suo territorio, numeri che macchiano le statistiche del cruscotto del Viminale sul calo degli arrivi – tanto decantate dalla maggioranza – e che espongono la premier alle critiche provenienti a destra da Vannacci.
Da dicembre 2022 a dicembre 2025, infatti, dai paesi membri erano arrivate circa 80mila richieste di accoglienza, tutte “congelate” dal governo. Ma ora alcuni paesi hanno intenzione di riprendere il flusso, come la Svizzera. La Confederazione ha detto nei giorni scorsi che invierà nei prossimi mesi anche i dublinanti arrivati prima del 12 giugno. In totale si tratta di circa 650 persone.

Reazioni

Da giorni le opposizioni hanno accusato la premier di aver spostato ancora più a destra l’Ue e ora ne paga le conseguenze. «La ricetta del governo si sta rivelando un boomerang per il nostro Paese, come era evidente a tutti tranne che a Palazzo Chigi, che ha scelto la strada della propaganda invece che quella della solidarietà e della condivisione tra Paesi europei, contro cui i sovranisti in questi anni hanno cannoneggiato mentre invece rappresentava il risultato di anni di sforzi e compromessi tra paesi europei proprio per una maggiore condivisione nella gestione dei flussi migratori», ha detto il segretario di + Europa Riccardo Magi.

Schengen

Dopo uno scontro con la Germania sui dublinanti, il governo non ha ancora reagito alle decisioni di Svizzera, Austria e Finlandia. Il rischio di uno scontro diplomatico con gli alleati è concreto, soprattutto per questioni propagandistiche così come accaduto con la Spagna. Proprio con Madrid Meloni ha deciso di mantenere i toni tesi, confermando fino al 31 agosto la sospensione del trattato di Schengen. Non ci saranno dietrofront, anzi, da Palazzo Chigi si fa largo anche l’ipotesi di aumentare ulteriormente il periodo di sospensione.

Sul caso si è espresso ieri uno dei portavoce della Commissione Ue, Markus Lammert. L’obiettivo generale rimane «lo spazio Schengen», ha detto sottolineando che questo richiede «frontiere esterne sicure» e un «sistema di solidarietà» e una «gestione della migrazione equa e rigorosa». L’Ue impartisce la linea dopo Ceuta, dove ieri circa duemila persone sono state trasferite dalla spiaggia a centri di accoglienza temporanea.


Il ‘cortocircuito Ranucci’ spiega benissimo i rischi di quando la persona prevale sulla notizia


L’attacco non si ferma certo a Ranucci. Non si è mai voluto fermare lì. Sta investendo Report e, attraverso Report, un certo modo di fare giornalismo d’inchiesta

Il ‘cortocircuito Ranucci’ spiega benissimo i rischi di quando la persona prevale sulla notizia

(Sara Frangini – ilfattoquotidiano.it) – Spegnete i riflettori sui giornalisti, tutti quanti, e accendeteli sui fatti. Ricordate a cosa serve il giornalismo d’inchiesta? A illuminare zone d’ombra, non chi le racconta.

Il “cortocircuito Ranucci” lo spiega benissimo. La notizia è proprio questa: un volto prende la scena e, a finire sotto attacco, è la credibilità di un prodotto editoriale collettivo. Finché il personaggio regge, sembra una forza. Quando viene colpito, vengono feriti tutti.

Le notizie, per la mia concezione di giornalismo, devono essere in grado di camminare con le proprie gambe. Se lasciamo che si identifichino con il frontman di turno, il giornalismo diventa più debole delle persone che lo rappresentano. Certo, Ranucci è anche un bravissimo e prezioso collega. Ma in questa partita è stato un funambolo, altro che trapezista. E non bisogna negare che quell’equilibrio, a un certo punto, sia saltato.

La comunicazione – e Ranucci non è il primo né l’ultimo, siamo una categoria di egocentrici – si è concentrata sul carisma personale e, con l’inasprimento dello scontro politico, le querele temerarie sono state affrontate dal volto di Report mettendo il proprio corpo e la propria faccia a scudo del programma. La gestione è cambiata dai tempi di Milena Gabanelli. I lanci dei servizi di Ranucci, ad esempio, avevano sempre più il sapore di editoriali, nei quali rispondeva ai politici in prima persona, in un equilibrio, criticabile ma stabile, che ha retto fino ai risvolti dell’inchiesta sull’attentato.

Fino a quando sono esplose le questioni sull’opportunità di un legame discutibile, sulla gestione delle fonti. Ed è lì che, a mio avviso, si sono palesati i mali del prevalere della persona sulla notizia: commistioni, ingenuità, bisogno di consenso. Lo sappiamo com’è andata con il faccendiere pregiudicato Valter Lavitola. A quel tavolo del ristorante Cefalù, il personalismo ha presentato il conto. Conto che stiamo, però, pagando tutti.

L’attacco non si ferma certo a Ranucci. Non si è mai voluto fermare lì. Sta investendo Report e, attraverso Report, un certo modo di fare giornalismo d’inchiesta. Il giornalismo che sta dietro il volto più riconoscibile della trasmissione, inviati, collaboratori, videomaker, montatori, persone che cercano documenti, incontrano fonti, verificano informazioni e costruiscono servizi. Tutti rischiano di pagare la vulnerabilità di uno solo.

È così che, una volta spianato il terreno agli attacchi, chi spera nel bavaglio dell’informazione affonda il colpo: arrivano le notizie sui compensi e i rimborsi dei collaboratori di Report, fatti filtrare e pubblicati, selezionati in modo da alimentare una campagna di discredito verso la trasmissione e, attraverso questa, verso il giornalismo.

La risposta a queste imboscate è stata pessima: la caccia al colpevole della fuga di notizie, l’invocare sanzioni. Beh, il giornalismo vive anche di carte che escono dal luogo in cui qualcuno avrebbe dovuto custodirle. Non siamo intoccabili, nessuno lo è: non possiamo rivendicare il valore delle fonti e dei documenti riservati quando indaghiamo sugli altri, e trasformare lo stesso meccanismo in uno scandalo quando riguarda noi.

Perché non è una guerra contro una persona, non lo è mai stata. È contro il giornalismo che scava, che quando arriva una velina la verifica e non fa copia e incolla. Quello di chi fa domande scomode, di chi non lavora per una miseria, sotto ricatto, pur di vedere la sua firma su un quotidiano nazionale. Quello che dice no agli articoli fatti modificare, denuncia prevaricazioni e abusi nelle redazioni. Quello che non accetta regali, non è amico delle fonti e non trovate in prima serata, ma su una strada di provincia a consumarsi le suole delle scarpe. Quello va protetto. Anche da se stesso.


Protocollo Italia-Albania sui migranti, l’accusa di Amnesty: “A rischio incolumità, libertà e diritti umani”


Il nuovo report dell’organizzazione fa il bilancio di due anni e mezzo di protocollo Meloni-Rama: trasferimenti forzati, detenzione senza garanzie, autolesionismo a Gjadër. E un monito all’Europa sull’esternalizzazione delle frontiere

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – L’accordo tra Italia e Albania sulla gestione e la detenzione di persone migranti e richiedenti asilo “sta mettendo a rischio l’incolumità, la libertà e i diritti umani” di chi vi è stato sottoposto. È la conclusione del report pubblicato oggi (20 giugno) da Amnesty International Italia, che fa il bilancio di due anni e mezzo di attuazione e chiede al governo di porre fine all’intesa.

Il patto è stato firmato il 6 novembre 2023 da Giorgia Meloni ed Edi Rama. Prevedeva originariamente due strutture costruite e gestite dall’Italia su suolo albanese – l’hotspot di Shengjin e il centro di Gjadër – dove restano vigenti giurisdizione e legge italiane. Il governo ha stanziato oltre 670 milioni di euro fino al 2028, di cui circa 74 spesi per la costruzione.

La prima fase è durata poco.Tra ottobre 2024 e gennaio 2025 la Marina ha condotto tre operazioni, portando 74 persone dalle acque internazionali a Shengjin. Dodici sono state rispedite in Italia perché lo screening a terra ha rilevato vulnerabilità o minore età sfuggite al “pre-screening” fatto in mare, sulle navi, subito dopo il soccorso. Per tutte le altre i giudici romani non hanno convalidato i trattenimenti, fondati sulla nozione italiana di “Paese di origine sicuro” poi censurata dalla Corte di giustizia Ue nell’agosto 2025. I trasferimenti dal mare si sono fermati lì.

Con il decreto legge 37 del marzo 2025 Gjadër è diventato un Cpr d’oltremare, dove trasferire uomini già trattenuti nei centri per il rimpatrio italiani. È su questa seconda fase che si concentrano le contestazioni. I trasferimenti avvengono senza nuovo vaglio giudiziario e senza atto motivato: nessun criterio pubblico spiega chi finisce a Gjadër, il che secondo l’organizzazione apre a un uso arbitrario, discriminatorio o punitivo della misura. Il Tavolo asilo e immigrazione ha raccolto testimonianze sull’uso sistematico di fascette in velcro ai polsi durante viaggi che possono durare 24 ore, e su persone che hanno capito di essere in Albania solo all’aeroporto di Tirana: circostanza confermata dal Garante nazionale dei detenuti.

Pesante poi il capitolo salute. Il Viminale ha censito 54 “eventi critici” tra l’11 aprile e il 10 novembre 2025; nelle prime cinque settimane parlamentari e ong ne avevano contati 42, tra cui due tentativi di impiccagione. Su 192 persone portate a Gjadër fino allo scorso ottobre, 25 sono state dichiarate non idonee alla detenzione lì e riportate in Italia.

Restano i nodi della trasparenza – tre richieste di visita di Amnesty respinte, il Tar del Lazio che a febbraio ha dato ragione all’Asgi sull’accesso, eurodeputati che a giugno denunciano di non aver potuto entrare nelle celle – e dello stato di diritto: il rapporto elenca i decreti adottati per aggirare le pronunce dei giudici e gli attacchi alla magistratura, parlando di un ricorso crescente a “pratiche autoritarie” per sottrarsi alla responsabilità.

Sul tavolo della Corte di giustizia Ue ci sono intanto i rinvii pregiudiziali di Cassazione e corte d’appello di Roma sulla legittimità dei trasferimenti e della detenzione in un paese terzo. Nelle conclusioni dell’11 giugno, non vincolanti per Lussemburgo, l’avvocata generale Laila Medina ha rilevato che protocollo e normativa attuativa non sembrano contenere norme chiare e precise tali da garantire i diritti della difea, il rispetto della vita privata e familiare e la liberazione immediata al termine del periodo di convalida del trattenimento. Il governo, però, punta a riportare a Gjadër l’esame accelerato delle domande d’asilo, sfruttando il nuovo Patto Ue in vigore da giugno. Amnesty chiede di chiudere l’accordo e riportare in Italia i trattenuti.


Il potere tecnologico


(Andrea Zhok) – Ieri You Tube ha rimosso il canale del regista serbo Emir Kusturica (30.000 iscritti, 10 milioni di visualizzazioni).

Il canale è stato bloccato senza avvisi, ammonimenti, notifiche o motivazioni manifeste.

Naturalmente tutti sanno che il motivo della rimozione sono le posizioni culturalmente filorusse di Kusturica.

Un click dal nulla di un’azienda di telecomunicazioni privata e un famoso cineasta internazionale può scomparire dalla scena pubblica.

Ecco, quando qualcuno vi racconta che il sistema si cambia dall’esterno, che lo Stato e le istituzioni sono orpelli inutili, ricordategli che in assenza di una tutela istituzionale, giuridica, pubblica – in un mondo di relazioni mediate da telecomunicazioni e tecnologia – ciascuno di noi è solo uno schiavo in temporanea libera uscita.

Quanto più cresce il potere della tecnologia nelle relazioni tra persone e nelle relazioni produttive, tanto maggiore è il potenziale di coercizione privata.

Questa è una tendenza storica fondamentale che bisogna avere ben chiara.

Ogni incremento di potere tecnologico che la storia presenta è un potenziale aumento di potere del singolo (detentore di capitali) sui molti.

Questa tendenza non è arrestabile quanto non è arrestabile il progresso tecnologico.

Dunque esiste una tendenza progressiva alla concentrazione di potere.

L’unico modo noto che abbiamo per compensare questo processo, e limitarne la pervasività, consiste nell’avere a disposizione strutture istituzionali di tipo democratico: Stati efficienti con sovranità popolare.

Che gli stati odierni in Occidente siano ben lontani dall’essere Stati efficienti con sovranità popolare è un argomento non contro il ruolo degli Stati, ma a favore di un impegno per correggerne la rotta.

Ogni struttura istituzionale, per essere sana, deve riposare su basi personali e comunitarie solide: le strutture istituzionali non sono una soluzione automaticamente ottimale. Al contrario, possono essere trappole burocratiche, fucine di astrazione.

E tuttavia, chi pensa di poterne fare a meno, e preferisce fantasticare di mera resistenza individuale, passaggi al bosco, e rivoluzioni prossime venture è meglio che spenga Netflix.


Kiev e l’Europa: finché c’è guerra c’è speranza


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Ormai siamo alla farsa. L’eroico gabinetto di guerra patriottica con oligarchi di Zelensky è travolto dal totale discredito. Prima Yermak destituito e Mindich fuggito in Israele. Due pezzi da novanta, bracci destri del leader. Ora è il turno di Irina Mudra, vicecapo dello staff di Zelensky, presa con le mani nel sacco, anzi nei pacchi di grivne, per pagare la cauzione di un altro corrotto in galera, il ministro dell’Energia di Zelensky, cioè Galushenko.

Un disastro irrimediabile, dal che si desume che una parte cospicua degli aiuti occidentali, oltre che in HIMARS e missili Flamingo, finisce nelle tasche di una banda patriottica di ladri. Mentre Podoliak, altro sodale di Zelensky, dice: non possiamo votare. Siamo in guerra.

Eppure Fedorov, mago dei droni e ministro cacciato — gradito a Musk e Peter Thiel e forse a Trump —, lo ha detto chiaro e tondo: si può e si deve votare. Basta chiedere una tregua per farlo. Anche perché non solo questo governo è marcio, ma ci vuole un nuovo esecutivo per trattare una pace garantita e non smentita da chi verrà dopo Zelensky, fosse anche Zelensky stesso. Scaduto da due anni. Dunque, un governo e una macchina statale unfit, screditati. Fin dal primo momento del regime a sovranità limitata. Non solo per la manleva euro-NATO di centinaia di miliardi annui dai tempi di Obama, Trump e Biden, ma per la presenza per legge dell’FBI nelle agenzie anticorruzione! Al fine di non far rubare troppo il ceto politico. E persino con un meccanismo a rotazione, perché i controllori USA potrebbero venire coinvolti dalle tangenti e dalle creste.

Sicché quello di Kiev è uno Stato artificiale, sovvenzionato, indebitato, corrotto. Ma che l’Europa, in concordia discorde con gli USA, vuol rendere organico a sé con commesse e finanziamenti a pioggia, nel quadro del grande progetto Rearm da 6.800 miliardi, di cui sono già partite le prime tranche sotto forma di SAFE, con 650 miliardi pubblici e 150 privati a tasso agevolato. Morale: paghiamo sempre noi.

Talché non solo la pace, con queste premesse e questo governo a Kiev, non ha nessuna chance. A Kiev oggi pretendono infatti truppe armate euro-NATO in loco. Truppe che la Russia non accetterà mai ai suoi confini. Ma la vera partita strategica resterà in ogni caso il moltiplicatore keynesiano della guerra in Europa. Guerra infinita che ristruttura e plasma l’economia a danno dei bilanci e dell’Europa sociale, welfare incluso. Con un inesistente indotto in termini di valore e occupazione, come ben spiega persino Cottarelli.

Con questa Europa, insomma, e i suoi protetti a Kiev, è come nel film di Scola: Finché c’è guerra c’è speranza. Per loro.


Cum grano “Salis”…


(Dott. Paolo Caruso) – Silvia Salis, attuale sindaca di Genova eletta a maggio 2025, è al centro del dibattito nazionale per una possibile leadership del centrosinistra, o meglio del cosiddetto Campo largo, anche se la sua posizione ufficiale esclude la partecipazione alle primarie in quanto a suo dire preferisce portare a termine il mandato di sindaca e concentrarsi sull’amministrazione della sua città. Ma come si sa in politica spesso si aspetta l’ evoluzione degli eventi per non esporsi più di tanto. Infatti le fregature stanno dietro l’angolo. Il dibattito sulla sua figura come possibile rappresentante nazionale del campo largo è da mesi al centro della politica nazionale, supportata anche da certo giornalismo. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, in una intervista al Corriere della Sera, ha definito Silvia Salis «il nome più forte per guidare questa scommessa», proponendola apertamente per le primarie del centrosinistra. A circa un anno dalla sua elezione a Genova, la sindaca ha visto crescere rapidamente la sua popolarità, venendo indicata da più parti come una potenziale figura di sintesi (“anti-Meloni”) per lo schieramento progressista. Silvia Salis ha ripetutamente dichiarato, in trasmissioni come “Che Tempo che fa” e “Otto e Mezzo”, di voler onorare il mandato ricevuto dagli elettori e di voler guidare il capoluogo ligure. Inoltre ha più volte espresso parere negativo sulle primarie, considerandole uno strumento che «divide più che unire» e che costringe i leader della coalizione a farsi campagna elettorale l’uno contro l’altro. Pur ritenendo l’alleanza del campo largo un ingrediente imprescindibile per battere la destra, ha specificato che l’accordo deve basarsi su programmi concreti e non solo su personalismi. Nonostante i tentativi di alcuni esponenti centristi e riformisti di spingerla verso una candidatura nazionale, e la forte pressione politica attorno al suo nome, pare che la Salis non abbia alcun interesse a lasciare la guida di Genova. La guerra di posizione tra Schlein e Conte è ancora aperta e del tutto imprevedibile, e forse la Salis come creatura politica di Renzi sostenuta dalle lobby e da certo mondo poco incline ai dettami della sinistra potrebbe ricredersi e essere il nome forte per le primarie. Certo non basta il clamore mediatico per questa scelta perché alla base di tutto occorre una forte condivisione popolare che in questo momento non è neppure all’ orizzonte. La presenza ingombrante del “cazzaro di Rignano” suo sponsor politico del resto non accrescerebbe la possibilità di successo, anzi…… Infatti i pentastellati e buona parte dell’ elettorato di sinistra non condividendo affatto la nomina della Salis si asterrebbero o magari premierebbero con il voto altre formazioni civiche. (Alessandro Di Battista ?).


Giorgia, tanto fumo e niente arrosto


(di Valentina Brini – ansa.it) – C’è il premierato, la madre di tutte le riforme per Giorgia Meloni, approdato al Senato con passo di marcia e poi rimasto sulla banchina della Camera.

C’è il ritorno al nucleare, altra svolta su cui il governo ha acceso i riflettori, già arrivato oltre Montecitorio ma non ancora al traguardo di Palazzo Madama. Poi, in coda, ci sono anche il ‘blocco navale’, i caregiver, i Lep, la caccia, gli sgomberi, i porti e il nuovo codice dell’edilizia. Bandiere e dossier diversi per peso, storia e velocità di marcia, ma finora accomunati dal mancato traguardo dell’approvazione definitiva.

Alla vigilia della ripresa di settembre, la coda delle riforme di governo e maggioranza si allunga, mostrando in alcuni casi la distanza tra lo slancio del varo e i tempi della politica. Il premierato resta il dossier più pesante, la riforma su cui Meloni ha investito più capitale politico, fino a farne la promessa di restituire agli italiani la scelta di chi governa.

Dopo il sì del Senato, però, la corsa si è fermata alla Camera: oltre 790 giorni dal primo via libera e quasi tre anni dalla presentazione. Una bandiera rimasta a metà del guado, sostituita di fatto dalla nuova legge elettorale che non a caso le opposizioni hanno irbattezzato il premierato sotto mentite spoglie.

Il nucleare, in tempi di caro-energia, viaggia invece più spedito: incassato il sì di Montecitorio a giugno, aspetta ora Palazzo Madama per la svolta necessaria a diventare legge. Più accidentato il cammino del ‘blocco navale’, formula che accompagna la leader di FdI da ben prima di Palazzo Chigi.

Il governo ha provato a tradurla in legge con il ddl sull’immigrazione, chiedendone una rapida calendarizzazione, ma oltre sei mesi dopo il testo è ancora in commissione al Senato, ormai separato dall’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo.

La lista si allunga quando si passa ai dossier meno identitari ma non meno rilevanti. Il ddl sui caregiver, varato a gennaio dopo anni di attese, è ancora in commissione alla Camera. Nello stesso Cdm era partita la delega per ridisegnare il Servizio sanitario nazionale, tuttora al Senato, mentre procede a passo lento anche la riforma farmaceutica.

E proprio la sanità è uno dei capitoli più affollati: restano aperti i dossier su prestazioni e professioni sanitarie, semplificazioni e farmaci per la disforia di genere. Sul tavolo restano anche le infrastrutture, terreno d’elezione di Matteo Salvini. Il nuovo codice dell’edilizia e delle costruzioni, presentato a fine febbraio, è ancora in commissione alla Camera: quasi sei mesi di cammino. Stessa destinazione per la riforma dei porti, approdata a Montecitorio a giugno e ancora in commissione.

Al Senato aspetta invece il ddl sugli sgomberi, una delle misure con cui il centrodestra ha marcato il terreno di sicurezza e proprietà privata: oltre 110 giorni dal varo di fine aprile. Il testo ha mosso il primo passo in commissione Giustizia a luglio, per fermarsi alla pausa estiva ancora in attesa delle audizioni.

Lunga e sensibile anche l’attesa sui Lep, passaggio chiave per rimettere sui binari l’autonomia differenziata dopo lo stop della Consulta. Nella visione della Lega è un pezzo della propria identità di governo, ma il cantiere resta aperto: oltre un anno dopo la presentazione, il ddl è ancora al Senato.

Nel traffico delle Camere spiccano anche testi che hanno già macinato strada, superando il vaglio del Senato: export di armi, ordinamenti professionali e protezione civile. Una strada tutta sua la percorre invece la caccia, che non viaggia senza qualche malumore in Forza Italia.

Dal primo sì del Senato, arrivato il 23 giugno, sono passati quasi due mesi e ora la partita è alla Camera. A settembre il centrodestra dovrà sciogliere il nodo più spinoso, quello dei richiami vivi, arrivato fino a un carteggio con Bruxelles.