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Sicurezza in agricoltura, Campagnuolo (Avanti Insieme): “Servono più risorse e meno burocrazia…”


«La sicurezza in agricoltura non può essere affidata soltanto alla buona volontà degli imprenditori. Servono politiche più forti, risorse adeguate e strumenti semplici per consentire anche alle piccole aziende del Sannio di ammodernare mezzi e attrezzature».

Lo dichiara Evangelista Campagnuolo, Presidente del Movimento Civico Avanti Insieme, in occasione della scadenza del 15 settembre 2026 del bando ISMEA dedicato agli interventi di ammodernamento e miglioramento della sicurezza dei trattori agricoli e forestali.

La misura, promossa nell’ambito della collaborazione tra Ministero dell’Agricoltura, INAIL, CREA e ISMEA, dispone di una dotazione complessiva di 10 milioni di euro ed è destinata alle micro, piccole e medie imprese agricole, agroindustriali e agromeccaniche. Il contributo può coprire fino all’80% delle spese ammissibili, entro il limite massimo di 2.000 euro per impresa.

«È un segnale positivo, ma bisogna anche avere il coraggio di dire che 2.000 euro, in molti casi, rappresentano un sostegno limitato rispetto ai costi reali che un’azienda deve affrontare per mettere in sicurezza un mezzo agricolo datato. Se vogliamo davvero ridurre gli incidenti sul lavoro, dobbiamo rendere la prevenzione economicamente sostenibile».

Tra gli interventi finanziabili rientrano dispositivi contro il ribaltamento, sistemi di segnalazione per cinture di sicurezza e freno di stazionamento, telecamere, sensori e indicatori di pendenza. Si tratta di strumenti particolarmente importanti nei territori collinari e interni, dove il rischio legato all’utilizzo dei trattori può essere ancora più elevato.

«Nel Sannio l’agricoltura è fatta soprattutto di piccole aziende, spesso a conduzione familiare, che lavorano in condizioni difficili e con margini economici ridotti. A queste imprese non possiamo continuare a chiedere investimenti senza accompagnarli con incentivi veri, procedure snelle e tempi certi».

Campagnuolo richiama anche il tema più generale della sicurezza sul lavoro.

«Ogni volta che si verifica un incidente si parla di prevenzione, ma la prevenzione deve essere costruita prima. Significa formazione, controlli, informazione e soprattutto possibilità concreta di adeguare macchinari e attrezzature. La sicurezza non deve diventare un costo insostenibile, ma un investimento sostenuto dalle istituzioni».

«Come Avanti Insieme continueremo a portare avanti una linea chiara: più tutela per chi lavora, più sostegno alle imprese agricole e meno burocrazia. Le aree interne non hanno bisogno di slogan, ma di politiche capaci di tradursi in strumenti concreti».

Campagnuolo conclude: «Un agricoltore non deve scegliere tra investire nella propria azienda e investire nella propria sicurezza. Lo Stato e la Regione devono fare di più perché proteggere chi lavora significa difendere anche l’economia, le famiglie e il futuro delle nostre aree interne.»


Siamo a un passo dall’escalation


(ANSA) – Nuove tensioni tra Russia ed Europa/Nato: una fregata russa ha lanciato due razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese in acque internazionali, al largo della costa della Danimarca, mancando di poco il velivolo. Lo ha reso noto in un comunicato l’esercito del Paese nordico, membro della Nato, come riporta il Copenhagen Post.

L’elicottero stava svolgendo una missione di routine per fotografare la nave russa, ha riferito il Comando della Difesa danese. Copenaghen convocherà l’ambasciatore russo per discutere dell’incidente, ha preannunciato separatamente all’emittente TV2 il ministro della Difesa Jeppe Bruus.


L’ultima opera sulle “Due Grandi Cupole” firmata da Salvatore Costanzo


Da Brunelleschi a Michelangelo: svelati i veri archetipi geometrici delle due Grandi Cupole mondiali nel nuovo libro dell’architetto casertano

Non nella calotta di Santa Maria del Fiore, bensì nelle “cupole ad ombrello” di matrice brunelleschiane è da ricercare il vero archetipo del progetto michelangiolesco per San Pietro. A ridefinire il rapporto genetico tra i due massimi vertici dell’architettura mondiale è il nuovo volume di Salvatore Costanzo, “Le due grandi cupole” che sposta l’asse interpretativo della critica architettonica dalla pura monumentalità ingegneristica alla più profonda armonia della geometria e misura dello spazio.

Il volume offre un’indagine comparata e rigorosa sul congegno statico del duomo di Firenze e sull’organismo cupolato di San Pietro. Attraverso un inedito dialogo tra le antiche conoscenze rinascimentali e le moderne analisi scientifiche e ingegneristiche, l’autore del libro rivisita le letture tradizionali per proporre una raffinata e stimolante revisione critica.

Al centro della ricerca vi è un’ipotesi di forte impatto-critico: le cupole ad ombrello stanno all’origine del disegno concepito da Michelangelo per la cupola vaticana.

Costanzo individua nelle geometrie delle crociere di Santo Spirito, di Santa Maria delle Carceri a Prato, nelle  coperture della Cappella dei Pazzi in Santa Croce e della Sagrestia Vecchia di San Lorenzo i reali archetipi geometrici che hanno guidato la ricerca e la mano di Michelangelo, rivelando una genealogia progettuale finora in parte in Luce.  

L’idea che Michelangelo abbia operato come un “critico selettivo” dell’eredità di Filippo Brunelleschi, separando l’ingegneria strutturale del Duomo fiorentino dall’invenzione spaziale delle cupole crestate o “ad ombrello”, offre una chiave di lettura sofisticata e corretta del cantiere di San Pietro. Il Buonarroti capisce che il Duomo è un miracolo di carpenteria e statica, una gabbia formale rigida. Al contrario, individua nelle “piccole” cupole del Brunelleschi  la vera matrice dell’architettura moderna: uno spazio dove la luce e le linee costruttive dialogano in modo drammatico. San Pietro non è la figlia cresciuta del Duomo di Firenze; è la versione monumentale ed eroica della Cappella dei Pazzi.

Michelangelo ha guardato a Filippo Brunelleschi non come a un modello da imitare ciecamente, ma come a un cantiere da decodificare, separando la titanica ingegneria fiorentina dall’idea geometrica delle cupole a ombrello.

L’intuizione di Costanzo coglie nel segno: il genio di Caprese ha operato una critica raffinata sul passato, isolando ciò che era irripetibile da ciò che poteva diventare un nuovo linguaggio universale.

In definitiva, se l’ingegneria fiorentina non si poteva copiare, l’idea spaziale di Michelangelo guarda altrove nell’opera di Brunelleschi. Guarda alla Sagrestia Vecchia di San Lorenzo o, più probabilmente, alla Cappella Pazzi: qui la cupola non è una massa chiusa, ma un “ombrello” o una struttura crestata che distribuisce le forze e irradia lo spazio dal centro. Questa è la vera matrice che interessa a Michelangelo: un sistema chiaro, ritmato dalle costole, che dà respiro monumentale anche a spazi raccolti.

A San Pietro – secondo Costanzo – Michelangelo compie così il capolavoro della critica operativa: rifiuta l’imitazione letterale di Firenze e riprende l’idea della cupola ad ombrello di Brunelleschi e la scala a proporzioni colossali. Le possenti costole esterne di San Pietro non sono solo decorazione, ma il trionfo di quell’intuizione spaziale originaria, ripulita da ogni peso superfluo e resa dinamica.

La grandezza di Michelangelo sta proprio in questo: ha smontato il mito di Brunelleschi per ritrarne un altro, dimostrando che la vera eredità di un maestro non si ripete, ma si interpreta con intelligenza critica. 


Ora la Libia sta peggio di quella di Gheddafi


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Ha scritto Alessandro Orsini sul Fatto di qualche giorno fa: “Dopo la caduta di Gheddafi, i Paesi della Nato si sono disinteressati dei diritti umani in Libia e hanno stretto accordi con i torturatori, gli stupratori e gli assassini locali per impedire ai neri africani di arrivare in Europa”. In realtà i Paesi della Nato avrebbero fatto meglio a disinteressarsi della Libia invece di organizzare, francesi in testa con italiani berlusconiani al seguito, quel colpo di Stato che portò alla caduta del Colonnello e alla sua uccisione nel modo barbaro, osceno, che tutti forse ricordano. “Sic transit gloria mundi” dichiarò cinicamente Berlusconi, che pur si era sempre detto amicissimo del Colonnello. Quando morì Berlusconi io, sul Fatto, lo ripagai della stessa moneta (è un argomento che ho ripreso alla Festa del Fatto dove mi è stato assegnato il compito di parlare del berlusconismo che, a differenza di Gheddafi, non è mai morto).

[…]

In realtà noi della Libia non abbiamo mai saputo veramente nulla prima che l’uccisione del Colonnello la portasse all’onor del mondo. Certo, notizie della Libia ne abbiamo avute da storici dell’arte o critici d’arte perché la Libia, come peraltro la Tunisia, ha reperti dell’antica Roma di grande interesse. Ma della socialità della Libia, della sua organizzazione istituzionale quando governava Gheddafi, abbiamo saputo solo per sentito dire, cioè dai racconti di quegli storici dell’arte che vi erano andati solo per un interesse artistico.

Quando, alla fine degli anni Settanta, andai in Libia, non come turista, ma per ragioni professionali, potei rendermi direttamente conto della situazione. Cosa faceva Gheddafi? Proteggeva quelli della sua Tv, i “Warfalla”, come del resto fa qualsiasi capo di Stato in un Paese democratico. Nelle prigioni della Libia di Gheddafi non c’erano avversari politici, ma solo delinquenti di diritto comune. Ora, naturalmente, come sottolinea Orsini, la situazione è totalmente cambiata. Il Paese vive nel totale disordine, con un governo fantoccio a Tripoli appoggiato dall’Onu, che controlla a malapena il territorio della Capitale e, dall’altra parte, il potere del generale Khalifa Haftar strettamente legato ai russi. Nel disordine generale sono attive in Libia milizie di ogni tipo, totalmente fuori controllo. Basti pensare che per lasciare le coste libiche le imbarcazioni dei cosiddetti “mercanti di morte” devono pagare una taglia all’Isis, molto attivo nella regione.

Gheddafi segnerà la sua fine quando, in un discorso all’Assemblea dell’Onu, affermerà che non è vero che tutti i paesi sono uguali perché ce ne sono alcuni, quelli del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Russia, Cina e, chissà perché, anche la Francia che non ebbe nessun ruolo attivo nella Seconda guerra mondiale), più uguali degli altri. Inoltre osò mettere in dubbio la legittimità dell’aggressione all’Afghanistan talebano. Era nel giusto perché l’Afghanistan talebano, totalmente isolato, non costituiva un pericolo per nessun altro paese del mondo. Fu quella una guerra essenzialmente ideologica, non ci piacevano i costumi degli afghani, talebani o no, e per questo abbiamo invaso e occupato un Paese per vent’anni, uscendone con la più umiliante delle sconfitte. Dovettero essere proprio i talebani a organizzare il servizio d’ordine, perché gli invasori potessero lasciare l’Afghanistan. Il primo a svignarsela fu il nostro ambasciatore a Kabul e con lui il generale Vannacci, che oggi gonfia il petto come difensore del nazionalismo nostrano e si appoggia, o perlomeno gode il favore, di tutte le destre dei paesi dell’Unione europea.

Qualcuno pagherà il conto per l’assassinio di Gheddafi? Non sia mai. Mi ricordo che nel suo programma Passato e Presente, Paolo Mieli, dandosela da storico, intervistò i più importanti personaggi del momento, da Bush a Khomeini in giù e lo stesso Gheddafi. Khomeini fece un discorso a cavallo fra religione e politica; Gheddafi, invece, si disinteressò dell’aspetto religioso e parlò in termini razionali, si potrebbe dire prettamente occidentali. Ma, chissà perché, questo discorso non fu ripreso nel programma di Mieli che, aiutato da tutti gli storici che aveva a disposizione, avrebbe avuto tutti gli strumenti per approfondirlo. Seguivo il suo talk soprattutto sulla tv e mi dicevo: arriverà il momento in cui parlerà, o almeno accennerà, a Gheddafi. In quanto all’ambiguo sceicco saudita, Osama bin Laden, che era allora leader dello Stato islamico, pur esso rocambolescamente intervistato, verrà utilizzato solo per affermare che al momento del dunque, quando fu catturato in Pakistan, si era protetto dietro una delle sue numerose mogli. Perché agli americani non è sufficiente vincere l’avversario. Bisogna umiliarlo. Ne sono testimonianza i processi di Norimberga e di Tokyo dove i capi nazisti dovettero presentarsi in aula con dei calzoni senza cintura che li costringevano a tirarsi su, a ogni momento, le braghe.


Emma Bonino, una Giovanna d’Arco a rovescio 


(di Marcello Veneziani) -La vedevi fragile e minuta, col turbante in testa dopo la malattia, messa in ombra dalla gigantesca istrioneria di Marco Pannella ma Emma Bonino è la donna che ha più inciso nella storia civile del nostro Paese negli ultimi cinquant’anni e più. O se preferite, è la donna più in vista, più in prima linea per più lungo tempo che si è identificata più di ogni altra con lo spirito del nostro tempo e i principali mutamenti degli ultimi decenni. È la prima femminista che abbia portato a casa risultati concreti, non chiacchiere e distintivi; non ha solo predicato, ma ha anche praticato le sue convinzioni. Sono note le battaglie civili e individuali che i radicali di Pannella e di Bonino hanno sposato negli anni: il divorzio, l’aborto, i diritti civili, la libertà sessuale, l’emancipazione femminile, il riconoscimento delle coppie omosessuali e dei transgender, l’obiezione di coscienza, l’individualismo libertario, il primato del singolo su ogni comunità, a parte dalla famiglia, la scristianizzazione della società, ben oltre l’anticlericalismo, e poi l’animalismo, l’eutanasia e il suicidio assistito, la liberalizzazione della droga e del fumo. Libera morte in libero stato, è l’estrema battaglia che l’ha vista sulla breccia. La sinistra di oggi è figlia di quella svolta dai diritti sociali e collettivi del vecchio mondo socialista, comunista e sindacalista ai diritti individuali e privati del mondo libertario, laicista, radicale. Temi che hanno esondato anche in altri ambiti, moderati, liberali, destrorsi (Forza Italia inclusa). Emma Bonino ne è stata l’interprete più nota e più duratura sulla scena politica e civile. Nessun’altra come lei.

Non fu bello vedere Papa Francesco andare da lei, sul suo terrazzo a Campo de’ Fiori, a rendere omaggio a chi aveva combattuto per una vita contro temi, istanze e principi cruciali per la cristianità; andò lui a trovarla nel suo luogo privato, come non ha mai fatto nei confronti di testimoni della fede, credenti, benemeriti sofferenti o altre figure importanti, anche eretiche e controverse: lei che ha rappresentato, con coerenza, la negazione della vita, della nascita, della famiglia, della religione, come sono intese nella tradizione cristiana. Il filo di umanità di quell’incontro non fu espresso dai due protagonisti ma dalle carrozzelle in cui erano costretti, il Papa e la papessa radicale; quel destino comune di fragilità e di mortalità. 

La Bonino univa al profilo di militante radicale impegnata sul versante dei diritti, anche la figura istituzionale di esponente europeista, atlantista, filo-israeliana, pronta a dimenticare il pacifismo di Gandhi, l’antimilitarismo e l’obiezione di coscienza che fu per anni bandiera dei radicali per sposare le cause belliche di marca occidentale, con relative guerre e corsa alle armi. 

La stessa disinvoltura ebbe nell’oscillare tra liberismo e statalismo, tra defiscalizzazione e pressione fiscale, tra Berlusconi e Prodi, senza che nessuno osasse accusarla di essere voltagabbana, opportunista, mercenaria, come accade di solito in questi casi. Per anni Bonino e Pannella hanno spiazzato i loro elettori facendosi per metà di destra con il liberismo e il garantismo e per metà di sinistra con la liberalizzazione dei costumi e il permissivismo; e usando in modo vistoso la politica dei due forni sulla base di pratiche convenienze. Berlusconi le dette corda col suo pragmatismo, cinico e bonario, di imprenditore senza scrupoli, che ingaggia talenti di ogni provenienza.

Ricordo tra le sue battaglie, pure una curiosa coincidenza: una volta lanciò una campagna contro il chador e la sottomissione della donna nell’Islam, sostenendo a spada tratta la liberazione femminile dalle catene islamiche. E usò espressioni che ricordavano l’inno fascista Faccetta nera quando rivolgendosi alla “bella abissina” prometteva le stesse cose della Bonino e di coloro che aprivano loro le porte dell’occidente: “Ti porteremo a Roma liberata” “Avrai un’altra legge” O ancora: “L’avanzata più rapida si fa, catene infrange, sopprime schiavitù: libertà libertà” E altre canzoni colonialiste e africane del regime fascista così celebravano l’arrivo dell’Occidente italo-fascista nei paesi islamici: “infrangere agli schiavi le catene”, “porta a quei schiavi la libertà”. Scopi diversi, naturalmente, rispetto alle intenzioni femministe; ma quante similitudini…

La Bonino è stata poi l’unica donna seriamente candidata al Quirinale. Ricordo in quel tempo che un ex-radicale pentito, Daniele Quinto, pubblicò un pamphlet Emma Bonino dagli aborti al Quirinale? (ed. Fede e Cultura) che faceva la storia vera del suo passato, che si tendeva a dimenticare. Si raccontava che la Bonino per combattere la piaga degli aborti clandestini e delle mammane, avesse procurato più di diecimila aborti, impegnandosi direttamente lei, a volte servendosi di mezzi di fortuna come la pompa di una bicicletta. Una volta la Bonino e Pannella, in un impeto di intolleranza illibertaria, fecero saltare un dibattito in Rai perché non volevano che in studio ci fossi io che l’avevo criticata apertamente, pubblicando sul settimanale che allora dirigevo le foto degli aborti praticati. Perché, mi chiedevo allora con un ardore, oggi inconcepibile, è permesso far vedere in tv i condannati alla pena di morte e non chi avvia le pratiche d’aborto? Perché pratichi gli aborti ma poi ti vergogni e gridi allo scandalo se qualcuno poi lo dice e lo mostra? Ma quello che ai miei occhi appariva come un delitto, una sopraffazione e la soppressione di una vita sul nascere, ai loro occhi appariva una missione etica, ideale, in difesa delle donne e della libertà. Relativismo etico. 

Ora resta, nonostante tutto, la pietas cristiana davanti alla sua morte. E la consolante certezza che malgrado tutto, la vita continua e ogni giorno qualcuno nasce e rinasce. Riconosco alla Bonino coerenza e passione ideale e civile nelle sue battaglie radicali. A voler esagerare, la Bonino è stata una Giovanna d’Arco a rovescio, con la sua fede capovolta. Aveva il sacro furore della santità abortita.


Uno vale più di uno


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Gira voce che Grillo starebbe per tornare in politica, dove d’altronde non era mai andato davvero. (Ci aveva mandato i grillini: prima in politica e poi a quel paese, cioè nel posto in cui aveva già mandato tutti gli altri). Il cofondatore dei Cinquestelle si accingerebbe a creare una nuova lista «a sinistra del Campo Largo», che è come dire «a ovest di Paperino». Un luogo onirico, una specie di Rifondazione Grillina, il Vaffa e Rivaffa. Ma che cosa potrebbe mai spingerlo a lasciare il suo eremo per diventare Grillacci, il Vannacci degli altri? Certo non l’ambizione: Grillo è un artista, e del potere non gli è mai importato niente. Gli importava del pennacchio, però ormai ha raggiunto una età che induce anche i narcisi alla riflessione più che all’azione.

Esclusa l’ambizione, rimane la rabbia. Grillo è il cantore della rabbia, fin da quando irruppe giovanissimo nei programmi di Pippo Baudo e nelle nostre vite indossando una salopette di jeans e una voce stridula e insolente. Lui non parla, si sfoga. Però in passato si sfogava su bersagli larghi: le banche, i politici, le multinazionali. Adesso è ossessionato da un singolo individuo: il calmo e astuto avvocato d’affari che, a colpi di carte bollate, gli ha sfilato le Cinquestelle per farne un’altra cosa. Una cosa dove uno non vale più uno, ma vale per tutti e soprattutto pensa di valere più di lui. Grillo si sente come il Conte di Montecristo: animato da sacrosanto spirito di vendetta. Solo che stavolta il Conte è quell’altro.


Melonellum verso il Sì. Ma la premier “gioca” con la data del voto


Ancora polemica sulle firme e sulle circoscrizioni estere dimezzate. La suggestione di andare a elezioni ben oltre la fine della legislatura

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Martedì 15 settembre è atteso il via libera al Senato della legge elettorale, che ha incorporato, a colpi di maggioranza, tutte le modifiche volute dal centrodestra che ha fatto muro contro gli emendamenti delle opposizioni: sì alle preferenze con equilibrio di genere ma i capilista rimangono bloccati senza quote per il genere meno rappresentato; premio di maggioranza secco a chi arriva al 42 per cento e senza ballottaggio; cancellata la soglia di sbarramento “anti-cespugli” ma quadruplicato il numero di firme da raccogliere per collegio da parte dei nuovi partiti; le circoscrizioni Estero rimangono ridotte da 8 a 3 (due alla Camera e una al Senato).

I tempi sono stati rispettati con la corsa a tappe forzate voluta da Giorgia Meloni la quale, però, non può ancora considerare salvo il suo Melonellum. Da superare ci sono le forche caudine della Camera, dove il testo tornerà il 28 settembre per il via libera definitivo, in tempo per evitare l’ingorgo della Finanziaria. Qui, dove il voto potrà essere segreto, la aspettano le «franche tiratrici»: le donne del centrodestra sono tentate di impallinare per la seconda volta un testo che non le tutela dal punto di vista della rappresentanza, a meno che il governo non opti per il voto di fiducia.

Se anche lo scoglio d’aula venisse superato, però, i costituzionalisti sono pronti a lanciare il secondo affondo. 150 tra accademici e costituzionalisti hanno sottoscritto l’appello “Torniamo alla Costituzione”, e stanno già limando il ricorso alla Consulta. Quella di martedì, dunque, sarà una festa di facciata che nasconde, almeno temporaneamente, l’ansia in vista di un futuro quantomai incerto.

Il governo dei fallimenti sulle riforme, l’ultimo è la legge elettorale

La data del voto

Impossibile fare previsioni sull’esito delle elezioni. Il centrosinistra è virtualmente avanti, ma pesa l’incognita sulla collocazione del generale Roberto Vannacci, per ora fuori dal centrodestra ma poi chissà. Meloni ha messo in chiaro di non considerarlo un possibile interlocutore, ma il ventre del suo partito è in subbuglio perché una sconfitta significa molti posti in meno in Parlamento.

La vera incognita, che angoscia l’intero arco parlamentare, è però la data del voto. Le voci corrono e si contraddicono: buona creanza istituzionale vorrebbe che la data venga anticipata alla primavera 2027 con un election day insieme alle comunali di Roma, Milano, Bologna, Napoli e Torino. I parlamentari avranno maturato il diritto alla pensione e così si eviterebbe la nefasta coincidenza del voto in concomitanza con la legge Finanziaria del 2027. Questa sarebbe l’opzione più facilmente spendibile con il Colle, inoltre un voto anticipato a maggio potrebbe permettere di votare con la nuova legge elettorale prima che la Consulta si esprima su una sua eventuale incostituzionalità. La soluzione è però la più invisa alla premier, visto che il traino delle comunali sarebbe favorevole al centrosinistra.

Così, il responsabile dell’Organizzazione di FdI Giovanni Donzelli, nel confermare che la legge elettorale verrà approvata «perché serve all’Italia», ha anche detto al Corriere della Sera che il centrodestra governerà fino a novembre 2027, allineandosi al pronostico del leghista Matteo Salvini. Il che significa fino al termine della legislatura. Poi la Costituzione impone l’indizione di nuove elezioni entro 70 giorni, dunque in astratto Meloni potrebbe aspettare fino a gennaio 2028 prima di richiamare gli italiani alle urne, scavalcando la Finanziaria che però andrebbe approvata a camere sciolte. A conferma di questo, Donzelli ha spiegato che sarà il governo Meloni ad assumersi la responsabilità della manovra, perché Meloni «non lascerebbe il Paese a rischio di esercizio provvisorio». Certo, allungare così la vita del governo permetterebbe di segnare altri record, ma metterebbe a dura prova una maggioranza già oggi in difficoltà interna, soprattutto per quanto riguarda la tenuta dei partiti minori.

L’unica certezza è che il boccino è in mano a Meloni. Sarà lei a scegliere se mettere fine anticipatamente alla legislatura, pur con l’imprescindibile via libera del Quirinale. Questo termine determinerà le sorti non solo degli alleati, ma soprattutto dell’opposizione, che deve ancora sciogliere la questione primarie e la scelta del candidato premier che la legge elettorale impone di indicare.

Legge elettorale, Fratelli d’Italia in tilt sulle preferenze. Meloni rinnega sé stessa

Il nodo firme

La data del voto porta con sé anche le sorti delle nuove forze politiche che puntano a entrare in Parlamento. Una su tutte, Progetto civico di Alessandro Onorato. Il centrodestra ha bocciato gli emendamenti che permettevano la raccolta elettronica delle firme per il deposito delle liste, lasciando ai nuovi arrivati l’onere di raccogliere manualmente le seimila firme in ognuno dei 75 collegi plurinominali, in circa un mese se la legislatura finirà naturalmente, in appena dieci giorni effettivi nel caso di scioglimento anticipato. Soprattutto in quest’ultimo scenario, la sfida è considerata virtualmente impossibile e di dubbia costituzionalità.

Per questo Onorato ha indetto una manifestazione contro la previsione (aggirabile se qualche parlamentare venisse “ceduto” ora a Progetto civico così da incardinarlo nel Parlamento attuale facendo venire meno la necessità delle firme), a cui si è unito Giuseppe Conte, che ha parlato di attentato al principio di rappresentanza: «Nel 2013 Giorgia Meloni è entrata in Parlamento con una soglia di 40mila firme. Adesso chiede agli altri 400mila firme per tenerli fuori dal palazzo». Il capogruppo dem Francesco Boccia ha definito la legge uno «spettacolo vergognoso messo in scena da un governo» e «porcate» la modifica delle circoscrizioni Estero e dei collegi in Alto Adige «per poter lucrare qualche eletto in più». In attesa di sapere però quando si apriranno le urne.


La nostra pazienza messa a dura prova dal “Campo largo”


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Dopo quattro anni di governo semplicemente disastroso, quando non patetico, il cosiddetto Campo largo non riesce a guadagnare consensi. E già questo è notevole. Tale stasi elettorale dipende da vari fattori, compreso il fatto che nelle ultime settimane il centrosinistra sta perdendo tempo straparlando di primarie. Due giorni fa, alla festa del Fatto Quotidiano, Giuseppe Conte ha spiegato – dal suo punto di vista – come stiano le cose. I Cinque Stelle erano disposti a scegliere un terzo nome, un po’ come capita sempre quando il Campo largo si presenta alle Comunali o alle Regionali. Stando al racconto di Conte, il Pd ha opposto ferma resistenza, rispondendo che l’unica maniera per scegliere il candidato presidente del Consiglio è quella di scegliere il nome del segretario del partito più forte all’opposizione. Ovvero Elly Schlein. Il M5S ha detto no, chiedendo le primarie e ricordando agli alleati (?) che è proprio il Pd che fa sempre le primarie, e quindi non si capisce perché le facciano sempre ma stavolta no (o forse si capisce benissimo).

[…] Apriti cielo: i Cinque Stelle si impuntano, il Pd si impunta e lo stallo è totale. Daje! Schlein accetterebbe l’opzione primarie, ma solo con due nomi: lei e Conte, perché qualsiasi terzo e quarto nome (tipo Salis, Onorato, un candidato Avs, eccetera) indebolirebbe lei e avvantaggerebbe il rivale. I Cinque Stelle vorrebbero pure il voto online (giustamente), mentre il Pd molto meno. Sia come sia, con quella schifezza di legge elettorale chiamata “Melonellum”, la scelta preventiva del candidato leader è obbligatoria. Quindi un modo va trovato. Ricordiamo a lorsignori gli scenari possibili. E anche quelli impossibili.

[…]

Opzione 1: terzo nome. Ci si chiude in una stanza e si sceglie un nome che piaccia tanto a Pd quanto a Cinque Stelle e Avs (Renzi non va neanche contemplato), ma che non sia né Schlein né Conte. Tale nome esiste? No. A meno che qualcuno non voglia suicidarsi con Silvia Salis. Quindi?

Opzione 2: primarie. È un tema che non appassiona nessuno, ma allo stato attuale è l’unica strada percorribile.

Opzione 3: se proprio non piacciono le primarie, si potrebbe organizzare un duello o singolar tenzone, come nell’Ottocento, magari al tramonto, in diretta streaming, utilizzando delle spade o simili. Veder duellare Conte e Schlein in un parossismo di scimitarre, in effetti, sarebbe una scena mitologica.

Opzione 4: ci si trova tutti d’accordo per perdere preventivamente e si sceglie il tonitruante Bonelli. Così il disastro è assicurato.

Opzione 5: si sceglie il candidato premier sorteggiandolo. Potrebbe uscir fuori un Riccardo Ricciardi, e ci andrebbe bene; oppure un Filippo Sensi, e ci andrebbe malissimo.

Opzione 6: si fa scegliere il candidato da uno di quegli editorialisti renziani che pontificano sempre e non ci indovinano mai. Ci si potrebbe affidare per esempio a Stefano Cappellini, attuale direttore (sic) di Repubblica. La Meloni apprezzerebbe tantissimo.

Opzione 7: si evita direttamente di presentarsi alle elezioni, così la vittoria del destra-centro è sicura e non stiamo neanche a perdere troppo tempo.

Opzione 8: si fanno le primarie, però poi chi perde non rispetta l’esito del voto e comincia a litigare già prima di andare a votare. (A margine, questa ci sembra per distacco l’opzione più probabile).

Opzione 9: si emigra tutti in Uganda. Agili e in scioltezza.

Opzione 10: si guarda ventiquattr’ore su ventiquattro, per un mese di fila, un comizio qualsiasi di Giovanni Donzelli. Ci si rincoglionisce fino in fondo. E a quel punto si va a votare chiunque si opponga a uno come Donzelli, facendo poco gli schizzinosi. Parafrasando Cicerone: “Caro Campo largo, quanto ancora abuserete della nostra pazienza?”.


No ai disabili, via il canone: quello che piace agli italiani del programma di AfD


Remigrazione, classi separate, chiese nel mirino: sono diverse le proposte condivise dai nostri connazionali. Resta forte il timore che l’estrema destra possa prendere il potere a Berlino e che si ripeta il passato

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – Il 55,2 per cento degli italiani è convinto che AfD possa arrivare a conquistare il potere in Germania, per il 46,4 per cento pensa addirittura che il pericolo che la storia si ripeta e si possa scatenare una guerra in Europa sia concreto. Sono dati elaborati dall’istituto di sondaggi Izi è dimostrano che anche in Italia la paura per il risultato eccezionale di AfD in Sassonia-Anhalt della domenica scorsa ha provocato spavento. Vero è che si tratta di dati al netto dei “non so” (rispettivamente il 42,6 per cento e il 33,8 per cento) ma la tendenza è chiara. 

Nel sondaggio che Izi ha svolto per Domani si riflette anche sulla sovrapponibilità di AfD ai partiti italiani: ben il 68,4 per cento degli intervistati considera il programma «simile» a quello di Futuro nazionale di Roberto Vannacci. Effettivamente, i partiti si somigliano per molti aspetti: priorità politiche, ma anche linguaggi e riferimenti storici – meno celati nel caso italiano, ma anche in Germania giochi di parole e slogan dei tempi del regime “adattati” sono all’ordine del giorno per AfD.

Nuova bufera AfD: «Il riarmo? Utile alla remigrazione»

Tra le proposte in comune c’è per esempio quella delle classi separate per i bambini con disabilità: uno scempio che nel caso del partito tedesco ha provocato indignazione e titoli giornalistici per settimane, ma che sembra una possibilità percorribile per il 27,9 per cento degli intervistati, mentre per il 20,9 per cento è plausibile perfino l’idea che i figli dei rifugiati finiscano in classi speciali. Anche in questo caso si tratta di dati privati dei “non so”, rispettivamente 12,9 per cento e 12,2. 

Focus scuola

La scuola è uno dei punti forti del programma di AfD: non è un caso, è anche – insieme alla cultura – l’ambito in cui il governo regionale secondo l’ordinamento tedesco può muovere di più. Izi ha sottoposto alcune delle proposte tratte dal programma agli intervistati: per il 32,9 per cento bandire le bandiere arcobaleno non sarebbe un problema, così come introdurre l’istruzione domiciliare (32,5 per cento). Il 31,4 per cento pensa che sia arrivato il momento di dedicare meno tempo allo studio di nazismo e fascismo e il 20,5 per cento è a favore della riduzione degli investimenti nei programmi contro il razzismo. È vero che non è ancora detto che in Sassonia-Anhalt alla fine salirà al potere un governatore AfD, ma ora come ora la possibilità sembra molto tangibile e tante istituzioni culturali e università hanno provato ad attrezzarsi per il caso in cui l’estrema destra dovesse prendere il potere e di conseguenza tagliare i fondi a cultura e studi non abbastanza “tedeschi”. 

Dall’arte “tedesca” all’asilo negato: il libro degli orrori dell’AfD

L’altro elemento centrale del programma di AfD è la remigrazione. A lungo il partito è stato accusato di non avere altre priorità politiche (come capita anche a Vannacci), quantomeno non economicamente sostenibili: l’impianto centrale di entrambi i partiti resta perciò l’attribuzione della responsabilità degli aspetti negativi della vita degli elettori sulle persone con background migratorio. Un tema che raccoglie consensi anche di qua dalle Alpi: per il 77,8 per cento degli interpellati, è una buona idea il fatto che i richiedenti asilo siano obbligati a svolgere lavori socialmente utili per accedere ai sussidi. I rimpatri dovrebbero aumentare per il 65,6 per cento degli italiani, mentre il 43,8 per cento è convinto che il diritto d’asilo debba essere inteso come concessione discrezionale dello stato. Il 41,5 per cento arriva a invocare una stretta sulle chiese che accolgono gli irregolari, già diventate un obiettivo dichiarato di AfD in Germania. Dati minoritari, ma che ritraggono comunque una componente rilevante della società. 

Famiglia e canone

Lo stesso vale per il modello di famiglia “tradizionale”, difeso a spada tratta da AfD, ma comune alle destre continentali radicali ed estremiste. Per il 44,7 per cento è giusto presentare la famiglia eterosessuale con molti figli come nucleo fondante della società. Dato da non sottovalutare anche quello che riguarda l’informazione: da tempo AfD ha messo nel mirino il servizio pubblico, accusato di parzialità nel racconto del partito di estrema destra. Un elemento centrale della vittoria in Sassonia-Anhalt è stata per altro la comunicazione social del partito, accolta e sostenuta anche da un sottobosco di profili online e streamer che hanno contribuito a creare una realtà parallela. Tanti elettori non leggono stampa tradizionale o guardano la tv da anni e adesso che Ulrich Siegmund propone di rescindere il contratto di servizio con la tv pubblica nessuno fa una piega.

Nejezchleba (Zeit): «Riportare su un terreno comune gli elettori AfD sarà difficilissimo. È anche colpa dei media»

Anche in Italia il canone da sempre è una delle tasse più sofferte dall’elettorato, motivo per cui la Lega ha fatto della sua abolizione un cavallo di battaglia. Per ora, è tenuta a bada dalle altre forze di maggioranza: Fratelli d’Italia non vuole tagliare fondi a Telemeloni, per Forza Italia è importante mantenere costante gli introiti pubblicitari di Mediaset che diminuirebbero se la Rai dovesse mettersi sul mercato. L’idea di abolire la tassa di scopo, in ogni caso, piace al 54,9 per cento degli interpellati. 

Più salde appaiono le convinzioni sul clima: solo il 28,4 per cento è convinto che la transizione verso energie verdi sia ideologica, dannosa per l’economia e inutile per l’ambiente. Nonostante le percentuali di elettori non ostili verso certe proposte restino alte, il 62 per cento degli intervistati considera AfD un pericolo sia per la democrazia tedesca sia per l’Ue (il 10,4 per cento circoscrive il rischio solo alla Germania, mentre per il 27,6 per cento non c’è nessun problema). 


La crisi della Ue. Nell’allargamento Nato la causa della fragilità europea


(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] La guerra in Ucraina ha sancito il fallimento dell’Unione europea come progetto storico-politico. Tale fallimento può essere analizzato su tre livelli. Il livello macro-sociologico, ovvero il livello delle strutture e dei processi sociali di grande scala; il livello meso-sociologico, ovvero il livello delle organizzazioni e delle reti intermedie, come i partiti europeisti, ad esempio, il Pd e Forza Italia; e il livello micro-sociologico, ovvero il livello del comportamento individuale, ad esempio, Ursula von der Leyen, Paolo Gentiloni, Mario Draghi, Alexander Stubb e altri.

[…] Sotto il profilo macro-sociologico, il fallimento risiede nel fatto che l’Unione europea era nata per garantire la pace in Europa. Tuttavia, accettando la decisione della Casa Bianca di espandere la Nato fino alla Russia, Bruxelles ha posto le condizioni di base per lo scoppio di una guerra sul territorio europeo. La guerra in Ucraina è il precipitato di circa trent’anni di espansione della Nato verso la Russia. La Russia aveva giurato di attaccare l’Ucraina nel lontano 2008, se la Nato si fosse infilata in quel Paese. Nel mio prossimo libro, Nato. L’espansione verso la Russia. Dalla caduta del Muro di Berlino alla guerra in Ucraina, individuo il punto d’origine documentale del fallimento storico dell’Unione europea nello “Studio sull’allargamento della Nato”, un documento di 83 paragrafi, pubblicato il 3 settembre 1995.

Il paragrafo 2 presentava l’espansione della Nato come pilastro della nuova architettura della sicurezza europea. Il paragrafo 3 rendeva evidente che il nuovo ordine internazionale in Europa si sarebbe basato sull’allargamento della Nato. Il paragrafo 9 presentava la decisione della Casa Bianca di incentrare la sicurezza dell’Europa sulla Nato: “La Nato svolge un ruolo essenziale nell’ambito della nascente architettura di sicurezza europea”. Anche il paragrafo 13 ribadiva la centralità della Nato per la sicurezza dell’Europa. Sotto il profilo strategico, il paragrafo che ha inferto il colpo mortale al progetto storico-politico dell’Unione europea è il numero 18. Il paragrafo 18 stabilì che l’Unione europea e la Nato si sarebbero espanse insieme: “L’allargamento della Nato è un processo parallelo e complementare a quello dell’Unione europea. […]. L’Alleanza considera il proprio allargamento e quello dell’Ue come processi paralleli e reciprocamente favorevoli”. Con il paragrafo 18, la Nato chiarì che i nuovi membri dell’Ue sarebbero diventati nuovi membri della Nato. Il paragrafo 18 avviò la compenetrazione tra un’organizzazione di pace e un’organizzazione di guerra, dove la logica della seconda (la Casa Bianca) ha finito per prevalere su quella della prima (Bruxelles). Il risultato è davanti agli occhi di tutti: nel 2026, i leader dell’Ue, a partire da Paolo Gentiloni, parlano come se fossero generali in guerra, ma in modo meno assennato dei generali della Folgore o del 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”.

[…] Gli sviluppi del paragrafo 18 sono osservabili: 23 membri dell’Ue su 27 sono oggi membri ufficiali della Nato, mentre i rimanenti 4 sono partner della Nato: Austria, Irlanda e Malta sono formalmente integrati nel Partenariato per la pace della Nato, da cui Cipro è esclusa per il veto della Turchia (Cipro conduce esercitazioni con i Paesi Nato). Eltsin eruppe contro la Nato l’8 settembre 1995, cinque giorni dopo la pubblicazione dello “Studio sull’allargamento”, in una conferenza stampa al Cremlino. Eltsin disse che l’espansione della Nato verso la Russia avrebbe causato una nuova guerra in tutta Europa. Attenzione: Eltsin prefigurò la guerra in Europa come una certezza, e non come una possibilità. (continua)


La sfida di Conte al Pd: nel programma 5 Stelle spariscono le armi a Kiev


Sabato a Milano al via Nova, kermesse M5S con la base: oltre la metà chiede pace e stop al riarmo. Bonaccini: “Sostegno finché servirà”

La sfida di Conte al Pd: nel programma 5 Stelle spariscono le armi a Kiev

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – Il M5S non voterà mai a favore di nuove armi all’Ucraina e la due giorni di “Nova” a Milano il 19 e 20 settembre, quando si concluderà il percorso di partecipazione avviato nei mesi scorsi per definire dal basso le priorità di un futuro governo progressista, metterà nero su bianco la linea rossa da presentare al resto della coalizione.

Per Giuseppe Conte l’appuntamento è un passaggio cruciale nella costruzione dell’alternativa e nella definizione dell’identità con cui il M5S intende sedersi al tavolo con Pd e Avs, come anche una sorta di ufficioso lancio della candidatura alle primarie. Il nodo più complesso rimane la guerra in Ucraina. Dai primi dati elaborati durante l’estate emerge una domanda molto netta dalla base. Il tema “stop riarmo/pace” compare in 53 dei 107 report, la metà: è il secondo argomento concreto più ricorrente dopo la patrimoniale, davanti alla transizione energetica, alla casa e alla riforma dell’Irpef. Il numero non misura quanti partecipanti condividano quella posizione, ma certifica quanto la questione attraversi attivisti e simpatizzanti coinvolti da Nova. Il report non entrava ancora nel merito dell’Ucraina e non distingueva tra stop alle nuove armi, opposizione al piano europeo di riarmo, iniziativa diplomatica e cessate il fuoco. Sarà Conte a riempire di contenuti quella richiesta che sta già provocando la reazione immediata dell’area riformista del Pd. «Continueremo a sostenere l’Ucraina anche dal punto di vista militare finché ce ne sarà bisogno, ma bisogna arrivare il prima possibile a trovare la pace certa, giusta e duratura», commentava ieri il presidente dem, Stefano Bonaccini. Il capogruppo al Senato del Pd Francesco Boccia spiega: «Siamo contrari al riarmo nazionale, per la difesa comune europea e per un rilancio dell’azione diplomatica».

Da via di Campo Marzio ribadiscono che non è in discussione il sostegno all’Ucraina e alla sua popolazione, ma l’approccio per risolvere un conflitto che da oltre quattro anni sta segnando l’Europa. «Alimentare la guerra non servirà a nessuno. Non possiamo proporci come alternativi a Meloni se poi sulla politica estera seguiamo lo stesso schema», è il ragionamento che si fa nel M5S. È lo stesso approccio di Avs alla questione, ma i rossoverdi sono convinti che un punto di caduta si troverà, a partire dalla piena trasparenza negli eventuali aiuti (oggi i pacchetti sono secretati) e dalla natura strettamente difensiva del sostegno.

La questione pace sarà oggetto di un dibattito sabato, con ospite l’analista Jeffrey Sachs (dato presente anche a Orvieto nella due giorni di Roberto Vannacci e Gianni Alemanno). Jeremy Rifkin, sempre sabato, parlerà di economia e ambiente. L’economista Kenneth Galbraight discuterà di beni comuni. Attesi anche Yanis Varoufakis e Tomaso Montanari. La due giorni si concluderà con Conte, il quale fra le altre cose metterà sul piatto la proposta di una legge sul conflitto di interessi, considerata imprescindibile e ovviamente tarata in chiave anti-Renzi. La sua collocazione nel centrosinistra non sembra veramente in discussione, ma almeno dal Movimento gli si manderà un segnale chiaro. Anche perché la base dei 5 Stelle vorrebbe le barricate contro l’ex segretario del Pd. «La presenza di Renzi in una coalizione è un fattore sottrattivo per il campo progressista. Il suo consenso – dice Chiara Appendino, già vicepresidente – è ancorato da mesi al 2 per cento: porta pochi voti al centro e ne fa perdere molti di più». Di sicuro Conte, rispetto a Elly Schlein, è facilitato sulle questioni interne. Se la segretaria dem ha equilibri complessi di cui tenere conto dentro il Pd, per il presidente del Movimento la macchina del partito è pronta a partire con i temi che usciranno da Nova. Moderato o radicale, alla bisogna, l’obiettivo è chiaro: tornare a Palazzo Chigi.


Non solo nero al cinema Europa


(di Michele Serra – repubblica.it) – La famosa “onda nera” non è un fantasma, esiste per davvero. Ma esiste anche il resto del mondo, e si organizza, pensa, parla, si presenta alle elezioni e qualche volta le vince. L’ avanzata delle nuove destre radicali in tutta Europa viene spesso raccontata come se il resto della politica e della società fosse una specie di materia inerte dentro la quale il nuovo fascismo penetra come il coltello nel burro. C’è un attore malvagio (l’onda nera, appunto) e c’è una massa di comparse che assistono impotenti e inette. Piagnucolano e parlano quasi solo del loro spavento. C’è un protagonista nuovo (l’onda nera) e tutto il resto è vecchio e risaputo.

Poi i numeri (vedi in Svezia, vedremo altrove, Italia compresa) dicono che la gara è apertissima, e l’esito tutt’altro che scontato. C’è vita anche a sinistra, tra i conservatori democratici, tra i centristi liberali, i verdi, gli europeisti, c’è vita e c’è una società organizzata, non ancora disarticolata, che ha non solamente le sue leggi costituzionali, ha anche le sue convinzioni etiche e culturali. Per esempio sulla questione dei diritti delle persone, che i neri affrontano con ottusità e violenza: è sul quel terreno che il baratro di civiltà si spalanca ed è impossibile non notarlo. Ci cadranno dentro in parecchi, ma in tantissimi no, se ne guarderanno bene.

I loro leader se la passano, tutti quanti, da “grandi comunicatori”, ma capita che comunicare cose ripugnanti non porti necessariamente consenso, perché capita che “il popolo” sia composto anche da persone con una loro storia politica non indegna, da cittadini muniti di qualche idea in proprio. Sarebbe bello e utile che le prossime puntate della lunga e drammatica serie Onda Nera prevedano, dunque, anche riflettori accesi sul resto della scena, non solamente sui leader malvagi che vogliono espugnare la democrazia. La democrazia non è solo un insieme di regole, è anche un insieme di persone.


Chi “sfiora” e chi spara


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Il Partito della Guerra ha capito tutto del voto sempre più anti-europeista degli europei. Infatti parla solo di riarmo e lo giustifica con famosi “attacchi russi” all’Europa. Possibilmente quotidiani. Ma, non trovandone di veri, è costretto a inventarli. Il famoso “attentato a Zelensky” col “drone russo” che “sfiora il suo aereo in Moldova” è rapidamente sparito dalle cronache perché smentito da Moldova, Russia e Ucraina, ma soprattutto perché il drone sfiorante ha mancato il presunto bersaglio di 160 km. Allora la Lituania ha lanciato un allarme droni (ovviamente russi) e chiuso l’aeroporto di Vilnius, mentre i caccia Nato si alzavano in volo per abbatterli: purtroppo era uno stormo di uccelli, non si sa se russi o ucraini, ma ora basterà interrogarli. Poche ore dopo, in Ucraina, un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno per Varsavia senza fare morti né feriti, ma costringendo a fermarsi il convoglio retrostante con a bordo i consiglieri militari di Italia, Germania, Francia e Regno Unito, l’ex capo Cia Petraeus e l’ex premier Johnson. Un normale atto di guerra contro consiglieri e spioni che aiutano militarmente Kiev e contro i treni che portano armi per colpire obiettivi civili e raffinerie in Russia, senza cambiare di un iota le sorti del conflitto, ma facendo morti e danni (specie alle nostre economie: infatti Trump ha intimato a Zelensky di piantarla). Ma, siccome non si butta via niente, la stampa guerrafondaia ne approfitta per gridare alla “guerra ai confini dell’Europa” (Corriere e Stampa) e all’“avvertimento alla Ue” perché “i droni di Putin sfiorano il treno dei diplomatici” (Rep). Ora, che ci sia una guerra in Ucraina, da sempre ai confini dell’Ue, si sa dal 2014. E il fatto che l’attacco russo sia avvenuto a 2 km dal confine polacco non significa che sia contro la Polonia o l’Ue: l’Ucraina, anche a 2 km dalla Polonia, è sempre Ucraina. Se poi i consiglieri militari vanno a Kiev per aiutarla ad attaccare la Russia, sono legittimi bersagli e il minimo che possa accadere è che rischino la pelle. Il che peraltro non è avvenuto, perché il loro treno è rimasto intatto. Però – dicono i trombettieri – è stato “sfiorato”: concetto piuttosto elastico, visto che il drone che ha “sfiorato” Zelensky s’è schiantato a una distanza superiore a quella fra Torino e Milano.

[…]

Intanto, mentre i presunti droni russi (uccelli inclusi) “sfiorano” a destra e a manca, i killer dei servizi ucraini si ammazzano fra loro, piazzano bombe a Montecarlo, trucidano rivali in affari a Bali, uccidono politici dissidenti, giornalisti, generali e ragazze in Russia, fanno esplodere gasdotti, bombardano petroliere nei nostri mari, sempre con danni, morti e feriti. Coi nostri soldi e le nostre armi. Ma che sarà mai: l’importante è che non “sfiorino” nessuno.


Con Trump alla Casa Bianca si vedono cose dell’altro mondo! 


(tg24.sky.it) – Non è un film distopico, ma l’ultima trovata comunicativa dell’amministrazione Trump. Aliens.gov è il nuovo portale lanciato dall’amministrazione repubblicana attraverso cui i cittadini americani possono segnalare all’ICE immigrati che “si ritiene siano clandestini o che abbiano commesso dei crimini”.

Il nuovo sito, lanciato con un video di pochi secondi accompagnato dalla didascalia “camminano fra di noi”, ha lasciato inizialmente immaginare rivelazioni di segreti su Ufo e alieni, ma gli “alieni” a cui si fa riferimento sono i migranti. Il sito ha una veste futuristica ed è corredato da una mappa interattiva che mostra i risultati della politica anti immigrazione che il tycoon sta portando avanti dall’inizio del suo mandato.

“Gli alieni hanno camminato tra noi, vissuto nei nostri quartieri e interagito con noi nella nostra vita quotidiana. Hanno fatto acquisti negli stessi negozi, frequentato le stesse classi dei nostri figli e vissuto esistenze apparentemente normali. Innumerevoli presidenti, membri del Congresso e alti funzionari sapevano esattamente cosa stesse succedendo. Invece di proteggere i cittadini americani, hanno scelto di insabbiare la verità e persino di accelerarla”, si legge sul sito.

“Il presidente Trump è stato il primo a denunciare il vero pericolo che gli alieni rappresentano per ogni famiglia americana, ogni comunità e il futuro della nostra nazione. Se avete assistito a un rapimento alieno, non allarmatevi. L’alieno è in buone mani. Ce ne prenderemo cura e lo riporteremo sano e salvo nel suo luogo d’origine.

Questi “alieni” sono i milioni di clandestini che hanno invaso il nostro Paese nell’oscurità della notte. Mettete in sicurezza il confine. Deportateli tutti”. Nella sezione finale del sito c’è una mappa interattiva. Come dentro un videogioco l’utente può cliccare sulla cartina e vedere quante persone sono state arrestate e deportate in ogni città.

Negli Stati Uniti sono divampate le polemiche. Sarah Mehta, vicedirettrice per le politiche e gli affari governativi della divisione per le pari opportunità dell’American Civil Liberties Union (ACLU), ha dichiarato a USA TODAY che il sito web è “ripugnante”.

“Si serve di una retorica d’invasione per demonizzare gli immigrati e trasforma in un gioco le sue crudeli operazioni di repressione, dove proprio ora i bambini vengono separati dai genitori e gli immigrati sono intrappolati in centri di detenzione mortali”, ha affermato Mehta.


Calenda: Giuseppe Conte non può tornare a palazzo Chigi perchè ha distrutto le finanze italiane


(ANSA) – ROMA, 14 SET – “Giuseppe Conte non può tornare a palazzo Chigi perchè ha distrutto le finanze italiane”. Lo dice in un video pubblicato sui suoi social il segretario di Azione Carlo Calenda.

“Conte ha speso quasi 200 miliardi, 194, per bonus edilizi che sono andati a chiunque, gente che aveva bisogno, gente che non aveva bisogno, per la larghissima maggioranza gente che non aveva bisogno, rifacendo il 4% delle case con truffe accertate per 5,6 miliardi di euro. Il provvedimento più costoso della storia della Repubblica Italiana, il più regressivo, cioè quello più per i ricchi.

Quanto a Quota 100 Calenda parla di “un provvedimento che è costato 23 miliardi di euro per mandare in pensione prima 400.000 italiani” mentre sul reddito di cittadinanza “altri 30 miliardi di euro, le cui truffe accertate, accertate e non quelle sotto indagine, sono superiori ai 3 miliardi di euro”. “Lo dicono i numeri – sostiene Calenda – :

Giuseppe Conte ha speso 253 miliardi con i quali si sarebbero potuto mettere a posto scuola e sanità o fare il più grande taglio fiscale della storia italiana”. Per questa ragione “è un populista che ha precluso un pezzo di futuro per l’Italia”, conclude Calenda