Meloni ha spiegato che eventuali richieste di Washington per l’uso del nostro territorio saranno rimesse alle Camere. Eppure, per il giurista Andrea Maestri, anche il solo supporto logistico allo sforzo bellico potrebbe scontrarsi con l’art. 11 della Carta, configurando una partecipazione indiretta al conflitto

(di Lara Tomasetta – tpi.it) – L’Italia non è in guerra e non intende entrarci. Ma se arrivasse una richiesta dagli Stati Uniti per utilizzare le basi militari presenti sul territorio nazionale, la decisione dovrebbe passare dal Parlamento. È la posizione espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo al Senato lo scorso 11 marzo sul dibattito sulla crisi mediorientale. La premier ha ricordato che la presenza delle installazioni militari americane in Italia deriva da accordi bilaterali risalenti alla Guerra fredda, più volte aggiornati nel corso dei decenni da governi di diverso orientamento politico. «A meno che la questione non sia che dobbiamo chiudere le basi americane in territorio italiano, perché in questo caso per l’intellighenzia che oggi sostiene questa tesi sarebbe stato possibile farlo quando era al governo e ha invece scelto di fare altro, e non lasciarlo intendere soltanto quando si trova all’opposizione. Ricorre l’obbligo di ricordare infatti che le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati da governi di ogni colore. Secondo quegli accordi ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche che la supportano. Nel caso in cui dovessero giungere richieste dalle basi per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno l’autorizzazione spetterebbe al governo. Ma su questo punto ribadisco con chiarezza la posizione che il governo ha già espresso: la decisione in quel caso per noi si rimetterebbe al Parlamento. E allo stesso modo chiarisco che ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso, così come ribadisco che noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra».
Il quadro costituzionale
Le parole della premier arrivano mentre cresce il dibattito politico sull’eventuale utilizzo delle basi militari italiane nel conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Il nodo non è soltanto politico o diplomatico, ma riguarda direttamente l’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali.
Proprio su questo punto, però, il dibattito giuridico resta aperto. Se da un lato il governo richiama gli accordi militari con Washington e il ruolo decisionale del Parlamento, dall’altro diversi costituzionalisti sottolineano che il vero limite giuridico è rappresentato dall’articolo 11 della Costituzione e dal divieto di partecipare, anche indirettamente, a guerre di aggressione. È la posizione espressa dal giurista e costituzionalista Andrea Maestri, che in un’intervista a TPI ricostruisce il quadro costituzionale entro cui dovrebbe essere valutato l’eventuale utilizzo delle basi italiane.
Secondo Maestri, il punto di partenza non può che essere il carattere pacifista della Costituzione italiana: «La nostra è una costituzione strutturalmente pacifista (art. 11) che ripudia espressamente la guerra come strumento di aggressione alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Sono quindi ammesse solo guerre difensive (e non di aggressione). Lo stato di guerra è votato e deliberato dal Parlamento (art. 78), che conferisce al Governo i poteri necessari. Dal punto di vista internazionale l’attacco sferrato unilateralmente da USA e Israele contro un paese sovrano quale è l’Iran costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite e può essere punito quale crimine di aggressione in base all’art. 8 bis dello Statuto di Roma, istitutivo della Corte Penale Internazionale. Quindi ritengo che concedere anche solo l’utilizzo “logistico” (es. manutenzione aeromobili, carburante, smistamento personale militare) significhi compiere un’azione concreta di supporto e quindi di complicità a un illecito internazionale flagrante. Come minimo dovrebbe pronunciarsi il Parlamento, ma ritengo che il muro costituzionale e convenzionale sia invalicabile».
Un confine sottile
La questione non riguarda soltanto la partecipazione diretta dell’Italia a un conflitto armato. Anche il semplice supporto logistico potrebbe avere conseguenze rilevanti dal punto di vista giuridico e politico. Per questo, secondo Maestri, la Costituzione non lascia margini di ambiguità sull’uso delle basi militari per operazioni offensive: «È sicuramente vietato autorizzare l’uso delle basi americane o Nato presenti in Italia per scopi offensivi. Non esiste margine di discrezionalità e mi aspetto che il garante e custode della Costituzione faccia rispettare questa norma fondamentale, nata come cesura netta con le politiche di aggressione militare del regime fascista».
Il governo ha sostenuto che eventuali richieste da parte degli Stati Uniti verrebbero valutate caso per caso. Ma per il giurista il parametro di riferimento dovrebbe essere molto preciso e non lasciato alla discrezionalità politica: «È molto semplice: l’unico utilizzo autorizzabile delle basi è nell’ambito della Carta delle Nazioni Unite e del Patto Atlantico, tenendo sempre fermo il principio di cui all’art. 11 della Costituzione».
Uno dei punti più controversi riguarda il confine tra partecipazione diretta a un conflitto e supporto indiretto attraverso infrastrutture e servizi militari. Nel caso delle basi americane presenti sul territorio italiano, questo confine potrebbe essere molto più sottile di quanto sembri. «Concedere l’uso delle basi a un Paese aggressore significa rendersi complici: anche se le bombe non vengono sganciate da aerei italiani, se quelle bombe fossero caricate sugli aerei americani e questi aerei fossero riforniti di carburante e sottoposti a manutenzione nelle basi “italiane”, l’Italia diventerebbe indirettamente parte del conflitto. Nella sostanza, sarebbe compartecipe dell’illecito internazionale commesso dall’alleato».
Limiti e poteri
La presenza delle basi statunitensi in Italia è regolata da accordi bilaterali e dall’appartenenza all’Alleanza atlantica. Tuttavia, ricorda Maestri, questi accordi non possono superare i limiti fissati dalla Costituzione: «Su questo aspetto si è pronunciata in diverse occasioni anche la Corte costituzionale. L’applicazione dei trattati e degli accordi bilaterali non può mai essere realizzata in contrasto con la Costituzione italiana».
Se dalle basi situate sul territorio italiano partissero operazioni militari contro l’Iran, il coinvolgimento dell’Italia potrebbe essere interpretato come una partecipazione di fatto al conflitto, anche senza una dichiarazione formale di guerra. «Assolutamente sì, ma la partecipazione a questa guerra (illegale) dovrebbe essere prima deliberata dal Parlamento (art. 78) e poi dichiarata dal Presidente della Repubblica (art. 87 Costituzione). Ma vorrei vedere come viene scavalcato l’art. 11».
Proprio il ruolo del Parlamento rappresenta un altro nodo centrale del dibattito. Nel sistema costituzionale italiano, lo stato di guerra non può essere deciso unilateralmente dall’esecutivo ma richiede una deliberazione delle Camere. «Obbligatori la discussione e il voto di una deliberazione che assegna anche i poteri necessari all’esecutivo».
Prassi politica
Nel frattempo, nel dibattito politico è emersa anche la possibilità che l’Italia contribuisca alla difesa dei Paesi del Golfo con sistemi di difesa aerea. Anche su questo punto, secondo Maestri, la valutazione giuridica è complessa. «Su questo specifico profilo la disamina è più complessa. L’invio di armi per scopi meramente difensivi sarebbe lecito, ma non possiamo nasconderci che finirebbe per alimentare un conflitto che si colloca fuori dal perimetro costituzionale e internazionale».
Negli ultimi decenni l’Italia ha partecipato a numerose missioni militari internazionali, spesso definite “missioni di pace” o operazioni di stabilizzazione. Questo ha contribuito a sviluppare una prassi politica e istituzionale che, secondo alcuni studiosi, ha progressivamente ampliato i margini di azione dell’esecutivo in materia di interventi armati all’estero. Maestri vede in questa evoluzione un rischio per l’equilibrio costituzionale: «Purtroppo sì, ma una prassi incostituzionale non può autorizzare l’elusione o persino la violazione dei principi fondamentali di cui all’art. 11». Un altro elemento decisivo riguarda il diritto internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite. Per molti costituzionalisti, l’articolo 11 consente l’uso della forza soltanto nell’ambito di missioni autorizzate dall’Onu. «Concordo con quei costituzionalisti e l’assenza di un mandato Onu sarebbe un aggravante di una scelta già ex se conflittuale con la nostra Costituzione. In uno scenario del genere anche le responsabilità internazionali potrebbero diventare rilevanti: una responsabilità internazionale dello Stato italiano e non si può escludere una responsabilità penale di capi di governo, ministri e militari ai sensi dello Statuto di Roma».
Alla fine, osserva il giurista, la questione non è solo giuridica ma anche politica e culturale. La Costituzione offre strumenti e principi chiari, ma la loro efficacia dipende dalla volontà delle istituzioni di rispettarli. «Perché la Costituzione sia effettiva occorre praticarla e non smettere mai di difenderla: in essa ci sono i principi fondamentali ma anche gli strumenti per reagire ad eventuali strappi e abusi». In un contesto internazionale sempre più instabile, il dibattito sull’articolo 11 torna così al centro della scena pubblica italiana. E la domanda di fondo resta aperta: fino a che punto le alleanze militari e gli equilibri geopolitici possono spingersi senza mettere in discussione uno dei principi più identitari della Repubblica.
Tutti i precedenti
Il tema dell’uso delle basi militari italiane in operazioni armate internazionali non è nuovo e negli ultimi decenni si è già presentato in diverse occasioni, spesso accompagnato da controversie giuridiche e politiche proprio sull’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione. Uno dei precedenti più citati risale al 1999. Durante la guerra del Kosovo l’Italia autorizzò la Nato a utilizzare diverse infrastrutture militari sul proprio territorio, in particolare la base aerea di Aviano, per i bombardamenti contro la Jugoslavia guidata da Slobodan Milošević. Il governo di Massimo D’Alema sostenne che si trattasse di un intervento necessario per fermare le violenze nei Balcani, ma l’operazione sollevò un intenso dibattito tra i costituzionalisti perché avvenne senza un mandato esplicito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Una discussione simile si verificò nel 2003 con l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti di George W. Bush contro il regime di Saddam Hussein. Pur non partecipando alla fase iniziale dell’intervento militare, il governo italiano guidato da Silvio Berlusconi autorizzò l’uso delle basi americane presenti nel Paese, il sorvolo dello spazio aereo e diverse forme di supporto logistico alle operazioni, prima di inviare truppe nella missione “Antica Babilonia” a Nassiriya. Diverso, almeno dal punto di vista giuridico, fu invece il caso della guerra in Libia del 2011. In quell’occasione l’Italia partecipò alle operazioni della Nato contro il regime di Muammar Gheddafi mettendo a disposizione le proprie basi e partecipando ai raid aerei nell’ambito dell’operazione “Unified Protector”. In quel caso l’intervento era stato autorizzato dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, elemento che molti giuristi hanno considerato decisivo per renderlo compatibile con il quadro costituzionale italiano. Questi precedenti mostrano come il rapporto tra alleanze militari, uso delle basi straniere sul territorio nazionale e limiti posti dall’articolo 11 rappresenti da tempo uno dei nodi più delicati della politica estera e della prassi costituzionale italiana.

(Orso Grigio) – Qui si narra l’epopea di messer Antonio Di Pietro, eroe di mani pulite e paladino integerrimo della battaglia alla corruzione.
Dopo le inebrianti imprese e un’avventura politica di un certo rilievo, il nostro eroe decise di ritirarsi in campagna, come Toto Cutugno.
Non mancò di deliziarci con la notizia di questa sua scelta e di farsi ritrarre alla guida di un trattore o mostrando orgogliosamente i frutti della terra.
Così sparì dalla vita politica e anche da quella pubblica: una scelta di vita. Concluso un tempo se ne apriva un altro nel quale sembrava sentirsi ancora più a suo agio, per la felicità di tutti.
Bene. Bello. Bellissimo
“Ogni cosa a suo ha il suo tempo” come poetizzava Pessoa.
E allora cosa è successo?
Sì perché deve averci ripensato visto che la sua presenza è ormai così ossessiva che le tv si accendono da sole acciocché non perdiamo nemmeno una sillaba del suo forbito proferire.
Perché questa scelta improvvisa e inaspettata?
Per comunicare a lo mondo intiero che lui voterà sì al referendum e per spiegarci amabilmente le dotte motivazioni della sua scelta, intruppandosi convintamente con gli esponenti di fdi e accettando l’inevitabile strumentalizzazione di meloni.
Va bene anche questo, è giusto che ognuno si batta per le sue idee.
Ora però non avendo io nessuno straccio di fiducia nel genere umano e quindi non stupendomi mai di niente, sono diventato io stesso una brutta persona e tendo a credere poco nella buona fede. A complicare le cose ci si mette anche il mio amore per la matematica e per la logica che regola la sequenzialità degli eventi, tipo quella cosa che “se una farfalla batte le ali a Pechino può verificarsi un uragano a New York” (è una metafora ma rende l’idea).
Quindi, visto che niente avviene per caso, mi chiedo sempre il perché delle cose e faccio due più due.
Poi aspetto il risultato, convinto sempre di più che la matematica sia una scienza esatta.
Da Gemonio a Madama. Il federalismo di Miglio, il celodurismo e l’incontro con B., prima “mafioso” poi “statista”. Infine la malattia e gli ultimi anni malinconici

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Tre vite ha avuto l’Umberto Bossi da Gemonio, padre operaio, madre portinaia. La prima vita è stata un pasticcio, passata tra i bar di Castel Magnago a tirar mattina con il biliardo e a dragare signorine nelle discoteche di Besnate. È simpatico, esagerato, eccentrico. Si veste e canta come Don Backy, il ribelle del Clan, indossa il nome d’arte di Donato. Fa un 45 giri che si chiama Caterpillar. Ma è stonato.
Con le bugie invece è ugola d’oro: nei bar dice di correre i 100 metri in 12 secondi. A casa racconta che frequenta la Scuola per corrispondenza Radio Elettra di Torino, mentre alle fidanzate confida che studia l’uso del raggio laser in Medicina. A 28 anni prova a lavorare un paio di mesi all’Automobil Club di Varese, ma l’orario fisso lo annoia, perde i documenti, non sa scrivere a macchina. Lo cacciano. Dirà: “La mia vita è sempre stata così, ogni mattina mi butto la giacca sulle spalle e parto, quello che viene, viene”. Ma neanche quello è vero. Vive coi soldi di mamma e poi con quelli della prima moglie, Gigliola, commessa a Gallarate. Due volte racconta di essersi laureato. Due volte la moglie lo festeggia con i regali e pure con un figlio, il primogenito Riccardo. Quando si accorge del doppio inganno, lo caccia.
[…]
A 34 anni l’incontro della vita con l’autonomista valdostano Bruno Salvadori, “un uomo politico di ideali puri”, dirà l’Umberto che imparerà a memoria il decalogo dell’Union Valdôtaine dove si teorizza “l’autodeterminazione dei popoli contro gli stati centralisti”. L’intuizione è sostituire le fredde montagne di Salvadori, con le nebbiose pianure del Far West padano, i cavalli al galoppo, i Winchester che a breve diventeranno lo spadone di Alberto da Giussano, il condottiero fantasma della Lega Nord contro lo straniero Barbarossa.
Da quel momento in poi, la seconda vita di Bossi è stata un trionfo che neanche immaginava. Una fenomenale sequenza di favole, rivendicazioni sociali, intuizioni politiche, che lo porterà fino ai Palazzi romani, nominandosi “Senatur”, eletto nel 1987 con 9 mila preferenze e la promessa tra i denti: “Si avvicina l’anno del Samurai, quando la Lega taglierà la gola al Sistema da orecchio a orecchio”.
Sembra una sfida a vanvera. Ma quando dal cielo del Nord arriva la manna di Mani Pulite che liquida i vecchi partiti di “Roma Ladrona”, e da quello del Sud salgono i boati di Capaci e di via D’Amelio, l’incantesimo si avvera. Nella città infinita della Pianura e delle valli, Umberto trova il suo esercito disposto a seguirlo nella rivolta. Sono i nostalgici del piccolo borgo antico. Gli scontenti della classe operaia addetta ai nuovi capannoni della piccola impresa senza rappresentanza, le partite Iva ribelli al fisco e alla burocrazia, gli orfani della sinistra troppo elitaria, e della destra troppo centralista. Gli spaventati della globalizzazione, gli insofferenti all’immigrazione che li minaccia. E i gonzi che credono alla nuova patria.
Il crucco Gianfranco Miglio, politologo e satanasso, gli insegna un po’ di federalismo. Bossi lo impasta con una intera cosmogonia dove il Dio Po scorre a fertilizzare la Padania. Inventa la sacra Ampolla. Si intesta l’inno del Va’ Pensiero e la bandiera verde che diventerà la buffa divisa della Guardia Padana. Inaugura una nuova retorica politica fatta di invettive, gestacci, insulti accompagnati da una rivelazione di linguaggio e di programma: “La Lega ce l’ha duro!”. Perfezionando uno stile, battezzato barbarico, che esibisce le giacche stazzonate e la canottiera come simboli di purezza popolana, il dito medio come scettro del nuovo Regno federale. […]
Seleziona i suoi scudieri – da Bobo Maroni, tastierista dei Distretto 51, al Calderoli dentista – pesca una seconda moglie, Manuela Marrone, battezza tre figli, e un raduno l’anno a Pontida: “Siamo noi la Storia!”. Ma passando da Arcore, finirà per lasciarsi sedurre dall’altro titolare della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, i suoi soldi, le sue televisioni, la sua politica spregiudicata che punta dritto al potere. Berlusconi è l’amico-nemico. È il “Berluscatz mafioso” che diventerà “il Silvio statista” e infine il Silvio padrone della Lega per debiti.
[…] La terza vita comincia nella notte dell’ictus cerebrale, 11 marzo 2004, ricovero all’ospedale di Varese, 21 giorni di coma farmacologico, 50 di terapia intensiva, 13 mesi di riabilitazione. La malattia lo imprigiona per sempre, spingendolo nella nebbia del Cerchio magico, ostaggio della moglie, dei figli, dei fedelissimi che si riveleranno i più infedeli, compreso Matteo Salvini, l’erede, che traslocherà i simboli e l’epopea del movimento, nel cestino del nuovo partito sovranista.
La sua storia finisce malinconica nella cartellina del tesoriere Belsito, intitolata “The Family”, con le maiuscole, ad annotare la contabilità di una dinastia ridotta a regnare su un po’ di contante nascosto, la finta laurea del figlio tonto, i buoni benzina a scrocco dell’altro figlio pilota, le fatture del dentista, persino le canottiere pagate dal partito, proprio come i “forchettoni dei partiti di Roma”. E insieme a quella miserabile ricchezza trafugata, anche un’immensa massa di macerie: il parlamento del Nord, la libertà dei popoli, il federalismo, la secessione.
[…]
Nelle sue antiche notti di comizi sotto le stelle di Lombardia, raccontava: “Io vengo dalla gavetta, sono un uomo di strada e viaggio in groppa come i miei avi con la carne cruda tra il sedere e il cavallo”. Non era vero niente. Stava imbrogliando l’Italia e gli italiani, ma di sicuro si è divertito un mondo.

(Enrica Perucchietti – lindipendente.online/ – Non è più soltanto un malumore carsico, ma una frattura che emerge apertamente, tra accuse pubbliche e retromarce a mezzo social: il fronte MAGA (“Make America Great Again”) che contribuì a riportare alla presidenza Donald Trump appena 16 mesi fa, scricchiola pesantemente. Le dimissioni del capo dell’Antiterrorismo USA, Joe Kent, in dissenso sulla guerra in Iran, segnalano l’aggravarsi di una crisi profonda che investe l’intero universo trumpiano. Con la guerra in Medio Oriente, Donald Trump incassa una serie di abiure: gli alleati storici si sfilano, mentre la base più radicale denuncia quella che percepisce come una resa all’establishment. Il Partito repubblicano appare lacerato tra i neocon come Marco Rubio e l’ala MAGA originaria, incarnata da JD Vance – sempre più defilato – e da Tucker Carlson. Il nodo del dissenso è Israele e la gestione del conflitto che rischia di trascinare Washington in una nuova guerra mediorientale. Ma non solo.
Le voci un tempo allineate alla narrazione trumpiana hanno iniziato a vacillare da qualche mese. Se l’operazione in Iran ha segnato il punto di non ritorno, la malagestione del caso Epstein e le giravolte di Trump avevano già deluso e spaccato a metà la base MAGA, che sulla lotta contro il Deep State e le élite corrotte e “pedofile” aveva costruito la propria mitologia di riferimento. Ora, la fronda dei “disobbedienti” si fa più ampia e, nel tentativo di smarcarsi, cerca al contempo di riequilibrare il potere del tycoon. Le crepe attraversano anche il vertice. Kent non ha usato giri di parole: in un’intervista con Tucker Carlson ha accusato Israele di aver spinto Washington verso il conflitto e ha collegato l’assassinio di Charlie Kirk, il fondatore di Turning Point USA ucciso nel settembre 2025, alla sua opposizione alla guerra all’Iran e al suo desiderio di «ripensare il rapporto con gli israeliani». Con le sue dimissioni, Kent non si è attirato soltanto l’ostilità dell’intero complesso militar-industriale, ma sarebbe finito anche nel mirino dell’FBI con l’accusa di aver diffuso informazioni classificate. Fatto sta che, secondo Kent, non esisteva alcuna prova che indicasse un pericolo imminente di attacco iraniano agli USA, né un programma nucleare iraniano sul punto di completarsi, come peraltro ammesso anche da Tulsi Gabbard. In un primo momento, la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense ha escluso che Teheran rappresentasse una minaccia nucleare imminente, prendendo così le distanze dai toni più allarmistici attribuiti a Trump. Una posizione che sembrava parlare alla base isolazionista del MAGA. In audizione davanti alla commissione ristretta per l’intelligence del Senato, però, ha letto una testimonianza scritta, evitando un passaggio in cui sottolineava il fatto che il materiale nucleare iraniano non costituisce una minaccia agli Stati Uniti. Una retromarcia che ha irritato i “disobbedienti”, convinti che anche le figure più autonome finiscano per piegarsi alle pressioni del cerchio magico trumpiano.
Il dissenso non nasce nel vuoto. Da tempo, seguendo l’esempio dello stesso Kirk, una parte del movimento MAGA contesta l’allineamento automatico a Israele e l’ipotesi di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti contro l’Iran. L’idea di una guerra percepita come estranea agli interessi nazionali ha riattivato l’istinto isolazionista che aveva alimentato l’ascesa trumpiana. Secondo alcuni esponenti, Israele avrebbe trascinato gli USA in guerra, chi sostiene per le pressioni delle lobby sioniste attraverso il genero di Trump, Jared Kushner, chi per eventuali ricatti personali nei confronti del presidente USA, sulla base di materiale scottante contenuto negli Epstein Files. Letta in questi termini, non si tratta solo di politica estera, ma di una questione identitaria, in quanto il MAGA nasce come rifiuto della politica rapace e neocolonialista statunitense e delle élite globaliste. Ora, per una parte della base, Trump starebbe tradendo proprio quella promessa originaria. Da qui, la frattura divenuta strutturale, che vede in Tucker Carlson il simbolo di questa opposizione. Proprio l’ex volto di Fox News ha denunciato un presunto tentativo della CIA di voler spingere il Dipartimento di Giustizia a incriminarlo per aver avuto contatti con interlocutori iraniani ben prima dello scoppio della guerra.
Il risultato è un movimento in fermento, attraversato da tensioni che potrebbero ridefinire gli equilibri dell’ecosistema MAGA. La leadership di colui che veniva acclamato con toni quasi messianici, ora viene rinegoziata e messa alla prova. La questione israeliana diventa così il detonatore di una crisi più ampia: quella tra la fedeltà al presidente e la coerenza ideologica. Se la frattura dovesse ampliarsi, il rischio è una diaspora politica capace di indebolire l’intero fronte e di pesare sulle prospettive elettorali, fino a una possibile battuta d’arresto alle elezioni di metà mandato.
Lei sa tutto su almasri, lui ha voluto il sorteggio del csm

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Lei è rimasta al ministero. Lui ha lasciato Roma, in tour per gli ultimi giorni della campagna referendaria. Lei non ha subito contraccolpi dopo le frasi sui magistrati come “plotone di esecuzione”, lui fa comizi e non indietreggia di un millimetro dopo la bufera sui suoi affari con una diciottenne figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa. Perora la causa della riforma della separazione delle carriere, dispensa sorrisi ai giornalisti (“vince il No di sicuro”, va dicendo) e cita Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”. Quella sul referendum sulla giustizia è stata la campagna elettorale “Delmastro-Bartolozzi”. Lei, potente capo di gabinetto del ministro della Giustizia, lui sottosegretario in via Arenula, fedelissimo della premier e già suo avvocato. Da mesi hanno stretto un patto di ferro. Il ministero della Giustizia è cosa loro, tanto da aver scritto insieme la riforma.
[…]
Il meloniano Delmastro nel marzo 2025 se l’è lasciato scappare in una chiacchierata col Foglio: “L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio del Csm”. Il motivo di quelle parole era semplice: quella parte della riforma l’ha scritta lui. FdI lo proponeva da tempo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è sempre stato contrario al sorteggio.
[…]
Delmastro era stato messo lì dalla premier Meloni per “vigilare” sull’operato di Nordio. Va bene le carceri – e il potere, le nomine e i fondi che ne derivano – ma via Arenula andava protetta dagli assalti dei berlusconiani, e da riforme iper-garantiste. Così, dopo una prima fase di isolamento e di guai anche giudiziari (caso Cospito), Delmastro ha stretto un patto con la “zarina”, Giusi Bartolozzi, vicecapo di gabinetto. Da allora via Arenula è gestita da loro e Nordio non può farne a meno.
Bartolozzi, ex deputata di FI, non solo ha “spinto” alle dimissioni il suo capo di gabinetto Alberto Rizzo, ma è diventata la vera ministra della Giustizia. In questi mesi ha accentrato tutto il potere su di sé. Nessun capo dipartimento del ministero può prendere appuntamento con Nordio senza passare da lei e senza che lei non sia presente al colloquio. Figurarsi qualsiasi esterno al ministero. Tutti gli atti passano dalla sua scrivania e dal suo computer. Dopo il litigio estivo, da mesi non parla più con il portavoce di Nordio, Francesco Specchia. Ha voluto un nuovo ufficio da venti persone sotto la sua guida. I principali dirigenti di via Arenula se ne sono andati per lo strapotere di Bartolozzi: Rizzo e poi Luigi Birritteri (Dag) per la gestione del caso Almasri. È stata proprio la “zarina” a occuparsi della vicenda del torturatore libico, con annesse riunioni riservate e con l’intelligence: Nordio in quei giorni era irreperibile a Treviso e lei era la “ministra”. Anche per questo, quando è stata indagata per false dichiarazioni ai pm, Chigi ha dato l’ordine: conflitto di attribuzione per provare a “scudarla”. I tempi sono stati dilatati per superare la campagna elettorale e candidarla con FdI.
Infine, la gaffe. Un dibattito a Telecolor per definire i magistrati un “plotone di esecuzione” da “togliere di mezzo” in caso di vittoria del Sì. Nordio pretende le sue scuse, ma lei non le fornisce (umiliandolo). Meloni ne prende le distanze, ma non la fa rimuovere. Lei torna in ufficio a lavorare come se niente fosse, mentre Nordio gira l’Italia per paesini per evitare di esporlo a nuove gaffe. Si ipotizza che, dopo il referendum, possa essere rimossa e spostata in un altro dipartimento. Ma Delmastro la difende: “Tutto inventato”, va dicendo. Se vince il “Sì” tutto è perdonato. Anche per i due padroni del ministero.
Per decenni abbiamo guardato alla Germania come a un modello intoccabile: efficienza, ordine, civiltà. Oggi la locomotiva d’Europa si è fermata e con essa il mito che ci portavamo dentro.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – C’è un’immagine precisa che per decenni ha accompagnato il rapporto degli europei con la Germania: quella di un Paese dove le cose funzionano. I treni in orario, le strade ampie e scorrevoli, le fabbriche che non si fermano, l’amministrazione pubblica che risponde, il rigore civico della sua popolazione, la cultura del rispetto delle regole. Un’efficienza quasi ontologica, incorporata nell’identità nazionale teutonica: il Wirtschaftswunder, il miracolo economico del dopoguerra trasformato in carattere permanente, in destino ineluttabile. Una forza uguale e contraria al terribile decennio nazista: come se la storia avesse preteso dalla Germania una restituzione, e la Germania avesse pagato in produttività, precisione, ordine.
Eppure, chiunque metta oggi piede in Germania si accorge che quel Paese non esiste più; ammesso che sia mai esistito davvero. Quello che si incontra è invece un Paese che mostra i segni di una crisi strutturale profonda, impossibile da nascondere dietro le vetrine dei mercatini di Natale o nelle accoglienti e allegre Brauhaus di quartiere.
A ben vedere, i segnali di questa crisi erano sempre stati visibili. Perché il tedesco è così: al minimo sopraggiungere di un cambiamento in negativo, si chiude a riccio. Non esce, non spende, evita i ristoranti, riduce le uscite e si ritira nella vita domestica. Gli unici due strappi che si concede: l’automobile – in Germania quasi un’entità sacra, degna di figurare nello stato di famiglia – e le due settimane di ferie estive. Un atteggiamento che abbiamo potuto osservare con chiarezza negli anni difficili del post-Covid. Ma ora nemmeno questo sembra più garantito. Perché la Germania soffre, maledettamente, e soprattutto in silenzio.
Mi tornano in mente le parole di un amico. “Una volta, da emigrante, eri disposto a sfidare tutto: il clima rigido, il buio, la freddezza dei rapporti sociali, lo stigma di essere italiani in territorio nordico: spesso considerati pasticcioni mediterranei, terroni sgrammaticati persino nel comportamento. Ma ci si accollava tutto, anche la nostalgia del calore di casa, perché almeno qui le cose funzionavano: lo stipendio era più alto, il lavoro non mancava, le strutture reggevano, se volevi uscire trovavi sempre qualcosa con cui divertirti spendendo poco, se restavi a casa riuscivi davvero a riposarti. Una vita confortevole, sotto ogni aspetto. Oggi invece ci si chiede: se vengono meno anche queste cose, ha ancora senso vivere in un Paese dal clima rigido, dai rapporti freddi, dove niente funziona più come prima, con il costo della vita destinato a diventare insostenibile e l’AfD pericolosamente attestata al trenta per cento?”
I dati economici parlano chiaro. Nel 2024 il prodotto interno lordo della Germania si è ridotto per il secondo anno consecutivo: unica economia del G7 in contrazione per due anni di fila. Tra il 2019 e oggi, il Paese ha perso circa il 10% della produzione industriale: la peggiore performance dell’Europa occidentale, peggio di Francia e Italia. Volkswagen ha concordato con i sindacati la riduzione di oltre 35.000 posti di lavoro entro il 2030 – non licenziamenti diretti, ma prepensionamenti e uscite incentivate che non saranno rimpiazzate. Il settore dell’acciaio – cuore pulsante della Ruhr, metafora dell’identità operaia tedesca – registra da anni volumi di produzione stabilmente al di sotto dei livelli pre-crisi, con una contrazione che non accenna a invertirsi.
La locomotiva d’Europa si è dunque fermata. Funzionava finché ha avuto carbone abbondante, energia russa a buon mercato, un mercato cinese in espansione e dazi americani ancora tollerabili. Venuti meno questi presupposti, è rimasto il mito senza la sostanza. A queste cause esterne si sommano fragilità interne di lungo corso: infrastrutture pubbliche obsolete, prive di investimenti sufficienti per decenni, una burocrazia diventata lenta e inefficiente – peggio di quella italiana – e un calo strutturale dell’export, specie verso la Cina, che ha reso il sistema in balia dei terremoti geopolitici. Peggio che nel resto dei Paesi europei.
Fuori dalle rilevazioni tecniche ufficiali, basta farsi un giro nelle grandi città tedesche, al sud come al nord, per cogliere da piccoli segnali qualcosa che a queste latitudini suona come una sgradevole novità.
Sabato mattina, Berlino Hauptbahnhof: tifosi della Bundesliga, valigie, binari affollati. Il mio treno per la Ruhr viene prima ritardato – cinque minuti, quindici, mezz’ora – poi cancellato, senza spiegazioni. Mi riorganizzano il percorso con un cambio ad Hamm, non lontano da Dortmund, con una coincidenza stretta: sette minuti. Arrivato a Hamm, mi getto a scapicollo verso il binario indicato sul treno: alla stazione non trovo nessuna scritta e nessun treno ad aspettare. A un certo punto vedo della gente affrettarsi verso il sottopassaggio, verso il binario accanto – il nove, non il sette – e li seguo d’istinto. Il treno era lì, in silenzio, pronto a partire, con l’indicazione sbagliata ancora ferma sui display. Soddisfatti, io e gli altri viaggiatori ci complimentiamo a vicenda per l’esito positivo della nostra intuizione. Vent’anni fa in Germania una cosa del genere non sarebbe successa: un treno cancellato e un errore di binario nella stessa giornata. Qualcosa si è rotto.
La linea della metro che nei giorni successivi avrebbe dovuto portarmi comodamente in Fiera era interrotta; in sostituzione era stato previsto un autobus, Ersatzbus, come lo chiamano loro. Non credo di aver aspettato un autobus così a lungo in vita mia. Neppure a Roma o a Catania.
Qualche giorno dopo, da Duisburg, nel cuore della Ruhr, alla fine di un’intensa settimana di lavoro, sarei dovuto arrivare all’aeroporto di Colonia. Sfortunatamente quel giorno era previsto uno sciopero che avrebbe bloccato la regione. Scioperi – da notare – che colpiscono sempre più volentieri in corrispondenza di fiere ed eventi con alto afflusso di visitatori stranieri. Per raggiungere Colonia – un’ora scarsa da Duisburg – prima che si chiudessero i cancelli mi sono svegliato alle cinque e mezza, ho preso il primo treno all’alba, sono arrivato alla stazione centrale e ho trovato display in tilt che balbettavano informazioni parziali, la S-Bahn per l’aeroporto ferma, una selva silenziosa di viaggiatori esasperati che aspettavano solo il classico colpo di fortuna. Persone che avevano calcolato i propri margini sulla base di ciò che un Paese dovrebbe garantire: un collegamento, un orario. Si dirà: una settimana sfortunata? No: normalità di questa Germania che arranca, dove niente funziona più come prima. Clamoroso, ma è così.
Dalle strutture che non funzionano più ai rapporti di civiltà che cadono in prescrizione, il passo è breve. Berlino, chiunque l’abbia vista anche solo una volta, è una città perennemente in cantiere: Alexanderplatz, come il resto del centro, è da decenni tempestata di gru e impalcature. Di fronte al Radisson, dove alloggio stavolta, un budello di strutture tubolari e ponteggi attraversa il marciapiede: aperto, apparentemente transitabile, con ogni segno di poter essere un percorso verso l’altro lato della piazza. Ho seguito una signora che vi si era infilata con naturalezza. Peccato che dopo quasi trecento metri ci si ritrovi pieni di polvere, in mezzo a calcinacci, con il rischio che un mezzo ti spiani in retromarcia. È, semplicemente, un vicolo cieco. Nessuna uscita se non tornare indietro sui propri passi. Riattraversando il budello, mi fermo davanti ad alcuni operai – che mi avevano visto passare senza avvertirmi – e dico con garbo che sarebbe bastato un avviso, o anche un breve richiamo, piuttosto che lasciarmi scoprire da solo che la strada era un cul-de-sac. La risposta è uno sguardo di scherno tra loro e un cenno di disprezzo incontrovertibile: sono fatti tuoi.
Non credo di sbagliare se dico che vent’anni fa, ma anche solo appena prima del Covid, un atteggiamento pubblico così irrispettoso sarebbe stato inconcepibile in Germania. Non per eccesso di burocrazia, ma per una forma di rispetto civile verso l’altro, specie se straniero. Indifferenza? Pigrizia? Lassismo civico? Assenza di senso del prossimo? C’è un po’ di tutto. Come segno dei tempi. E si nota maggiormente dove prima regnavano ordine e rispetto.
Del resto, anche la povertà è cambiata. È diventata visibile sotto il sole: ciò che era un tabù da tenere nascosto, anche in Germania è emerso alla luce. Fatevi un giro sotto i numerosi ponti delle S-Bahn nelle grandi città tedesche, i treni in superficie che viaggiano sulle sopraelevate. È impressionante il numero di clochard accampati che mangiano, dormono, si lavano e fanno i loro bisogni all’addiaccio. Non solo sono aumentati – e la loro presenza nelle città tedesche è ormai visibile dove prima era impensabile – ma li si trova anche nelle piazze dei centri storici delle città ricche, non soltanto nei pressi delle stazioni. E accanto ai senzatetto di sempre, è comparsa una categoria nuova, più inquietante: anziani, tedeschi bianchi, dall’aria insospettabile, che rimestano nei cestini dell’immondizia o allungano il palmo davanti all’uscita dei centri commerciali, dei cinema e dei teatri in cerca di una moneta per il Mittagessen. Per il pranzo. Un teatro che, fino a qualche anno fa, in questa società non sarebbe stato pensabile.
Così, alla fine, tutto converge in un punto. Il mito dell’efficienza tedesca si sgretola sui binari sbagliati; il patto civile si incrina in un vicolo cieco senza cartello; la locomotiva d’Europa arranca con un carburante che non arriva più; e si finisce con l’immagine da cupio dissolvi degli anziani che frugano nei cestini davanti ai teatri illuminati, chiudendo il cerchio con una perfezione crudele.
Ma non bisogna credere che tutto ciò sia successo improvvisamente. È lo smottamento progressivo e lento di una società che aveva costruito la propria identità sul funzionamento delle cose, e che ora si ritrova a fare i conti con il funzionamento delle persone: che è sempre stato, forse, il vero punto cieco.
Viene da chiedersi, allora, se il modello tedesco non fosse già da tempo una maschera portata con convinzione, e se le altre società europee – quelle che guardavano al Nord con deferenza e un pizzico di complesso d’inferiorità – non stessero semplicemente ammirando un’efficienza di facciata, destinata a reggersi finché i prezzi dell’energia erano bassi e la Cina comprava.
Ora che né l’una né l’altra condizione sussiste, la domanda vera non è cosa stia succedendo alla Germania. La domanda vera è: cosa facciamo, adesso che il Nord non è più il Nord? Dove guardiamo, noi italiani abituati a orientarci per contrasto; noi che ci consolavamo dei nostri difetti sapendo che da qualche parte, oltre le Alpi, qualcuno faceva le cose per bene?
Il testo sul quale votiamo non renderà più efficiente la macchina giudiziaria. E allora a cosa serve, se non a propiziare l’ennesimo rito cannibale nel quale il potere esecutivo — dopo aver fagocitato il legislativo — divora anche il giudiziario?

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – La parola al popolo sovrano, finalmente. Dopo una campagna referendaria intossicata da miasmi e menzogne, andiamo alle urne per dire sì o no alla legge Meloni-Nordio. I medesimi l’hanno spacciata per «riforma della giustizia»: l’ennesima occasione «storica», va da sé. Come tutte quelle che i patrioti stanno offrendo da tre anni alla nazione: per renderla «più bella e più superba che pria», come prometteva il Nerone di Petrolini.
L’hanno riconosciuto lo stesso Guardasigilli e la senatrice Bongiorno in un lampo di sincerità involontaria: il testo sul quale voteremo non ridurrà i tempi dei processi e non renderà più efficiente la macchina giudiziaria, unici obiettivi che starebbero a cuore ai cittadini. E allora a cosa serve, se non a propiziare l’ennesimo rito cannibale nel quale il potere esecutivo — dopo aver fagocitato il legislativo — divora anche il giudiziario?
Per tre mesi la premier ha trascinato il Paese nella notte della ragione dove (al contrario delle vacche nere di Hegel) tutte le toghe sono rosse. E dunque vanno delegittimate e punite. Se questo è il fine, tutti i mezzi sono giustificati. Non solo l’uso della disinformazione come strumento di alterazione cognitiva. Ma anche l’abuso dei fatti di cronaca passati e presenti, dai quali spremere l’indignazione popolare, scagliarla contro i magistrati e poi convogliarla nelle urne. L’esito di questo referendum resta apertissimo.
Ho partecipato a tante iniziative in giro per l’Italia. Ricordo le prime, a Genova e a Napoli, quando arginare l’onda del sì pareva impossibile. Ho visto tanti teatri pieni, non solo a Roma o a Torino, a Verona o a Catania, ma ancora di più nei centri minori da Bracciano a Cuneo a Merate. Ho parlato con tante persone, non addette ai lavori e ai livori. E mi sono fatto qualche idea.
La prima cosa che mi è chiara è che, se non ti fermi al “testo” ma descrivi il “contesto”, la gente capisce. Se prima di affrontare la montagna della separazione delle carriere tra giudici e pm, i due Csm, l’Alta Corte Disciplinare (scalata faticosa per un comune cittadino) provi ad allargare l’orizzonte e a descrivere cosa sta succedendo nel mondo a tutte le democrazie, la gente capisce.
Se prima di spiegare le criticità del “sorteggio” e le disparità tra membri togati e membri laici (complicate per chiunque non abbia dimestichezza con le regole della rappresentanza) provi a raccontare quello che fanno i Trump e i Milei, gli Erdogan e gli Orbán per forzare i limiti della loro potestà, la gente capisce. Se prima di illustrare i pericoli di un pm trasformato in “avvocato dell’accusa” e non più “organo della giurisdizione” (concetto criptico per chiunque non frequenti un’aula di tribunale) provi a dimostrare come i nuovi autocrati tendano ovunque a svuotare da dentro le liberal-democrazie, rottamando Montesquieu e il principio di separazione e bilanciamento dei poteri, la gente capisce.
Se prima di avventurarti sul sentiero delle “correnti” e del discredito sotto il quale la stessa politica che le ha ispirate e strumentalizzate vorrebbe ora seppellirle (impervio per chi non ne ha mai seguito la genesi e l’evoluzione) provi a descrivere la solida trama che unisce il Cavaliere delle leggi ad personam, il tycoon delle milizie dell’Ice e l’Underdog dell’elezione diretta del presidente del Consiglio e dei decreti sicurezza, la gente capisce.
Capisce che, con tutti i suoi difetti, la democrazia dell’era moderna non muore più per i colpi di Stato ma per la lenta regressione e la progressiva erosione dei suoi capisaldi. Il modus operandi di chi, vinte le elezioni, mira a piegare la delega ottenuta dal popolo per comprimerne le libertà, le garanzie, i diritti.

La seconda cosa che mi è ancora più chiara è che la gente, nonostante tutti i tentativi di svilirla, vuole bene alla Costituzione. Se documenti in che modo le destre che governano o ambiscono a governare cercano tutte allo stesso modo di manomettere le costituzioni formali e materiali, modellandole sui loro dispositivi di comando, la gente capisce.
Capisce, quando ancora prima di sviscerare il perché questa pseudo-riforma non funziona “nel merito”, illustri cosa la rende inaccettabile “nel metodo”. Capisce, quando rievochi lo spirito della Costituente del 1946: il Benedetto Croce che in apertura dei lavori dice Veni Creator Spiritus, come il camerlengo che chiude le porte della Sistina dove i cardinali eleggeranno il Papa, o il Piero Calamandrei che anni dopo dirà «quando si decide sulle regole i banchi del governo devono restare vuoti».
Capisce, quando al contrario dici che ancora una volta una maggioranza pro tempore impone la “sua” legge, quella del più forte, che non ammette né suggerimenti né emendamenti e va approvata così com’è, contro una metà di Parlamento e di Paese.
Capisce, quando ricordi che lo stesso errore lo fece la sinistra nel 2001, con la riforma del Titolo V, e soprattutto enunci questo nefasto canone del 6 (numero diabolico, non a caso): lo stesso strappo costituzionale lo azzardarono Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016 e ora Meloni nel 2026. Una sedicente “grande riforma” ogni dieci anni: utile solo a ri-fondare il dominio di un leader. A Silvio e Matteo andò malissimo, a Giorgia chissà. Ma la gente capisce che la Costituzione è la “casa comune” di tutti gli italiani: va abitata con cura e premura, non occupata da una banda di inquilini contro l’altra.

La terza cosa che mi è definitivamente chiara, comunque vada, è che la gente non merita la disgustosa messe di falsità che le è piovuta addosso. In questa sciagurata campagna referendaria abbiamo sentito una premier, dai comici salotti Rai-Set o i comodi microfoni di Fedez, annunciare all’Italia le sette piaghe d’Egitto se non vincerà il sì: la patria invasa di migranti e pedofili, stupratori e spacciatori, tutti liberi grazie ai giudici compiacenti «che non ci lasciano governare».
Abbiamo sentito ministri e capi di gabinetto sparlare di magistrati come «plotoni d’esecuzione di cui liberarsi», di Csm come «consorteria para-mafiosa», di pm «peggio di un cancro». Li abbiamo sentiti cavalcare senza vergogna i casi Tortora e i casi Garlasco, i centri in Albania e i bambini nel bosco, e spergiurare che con il sì finiranno gli errori giudiziari, torneranno i cervelli in fuga, crescerà il Pil.
Li abbiamo visti in seduta spiritica a invocare le anime nobili di Falcone, Borsellino, Vassalli, per fargli dire quello che non avevano mai detto: che le carriere separate erano una benedizione, che il Csm li aveva «assassinati», che il processo accusatorio va «completato».
Troppo, anche per il teatrino ipnotico tricolore che da martedì 24 marzo, chiunque abbia vinto, dovrà comunque riaprire i battenti. Possibilmente non in un clima da guerra civile. Una democrazia liberale non è un «allegro carnevale», quello di chi si ritrova in piazza a celebrare il capo, come scriveva Piero Gobetti. Per quanto logorata, una democrazia che vuole rimanere tale ha bisogno di verità.
Per questo, domenica 22 e lunedì 23 marzo, è fondamentale dire “no”. Perché questo è davvero un voto per la verità e per la democrazia. Sono i beni più preziosi che ci restano: proteggiamoli.
Il No aiuterebbe le opposizioni, ma per una vera alternativa di governo va fatto molto di più

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Virginia Raggi rivendica e racconta: “Io non sto chiusa nei Palazzi e parlo di continuo con la gente. Le assicuro che in tanti sono spaventati, perché hanno compreso quanto sarebbe dannosa questa riforma se venisse approvata”.
Qual è il primo e principale motivo per votare No?
La riforma cambia ben sette articoli della Costituzione senza incidere minimamente sui problemi della giustizia, a partire dalla lentezza dei processi. Piuttosto, vuole cambiare il modo in cui è organizzata la magistratura. Ma i problemi della giustizia, quelli che stanno davvero a cuore ai cittadini, resteranno tutti. Per renderla più efficiente servono investimenti, non questa legge.
[…]
Quale è l’obiettivo di questa riforma?
Paradossalmente lo ha scritto e detto chiaramente il ministro della Giustizia, Carlo Nordio: sottomettere la magistratura alla politica e di fatto non consentire più ai pm di indagare in piena autonomia su ogni notizia di reato. Ma così si mette a rischio l’equilibrio tra i diversi poteri e quindi tutto il nostro assetto istituzionale. Peraltro, vogliono farlo tramite norme scritte senza consultare minimamente le opposizioni, ignorando il fatto fondamentale che la Carta è la casa comune di tutti i cittadini, scritta circa 80 anni fa da tutti i partiti di tutte le aree politiche.
Lo scontro è stato spesso molto politico e poco sul merito. Era inevitabile, e chi potrebbe favorire?
Questa è inevitabilmente una partita politica, ma il merito va spiegato bene, per far comprendere le possibile conseguenze di questa riforma. Detto questo, ho notato che nelle ultime settimane la maggioranza ha cominciato a mettere le mani avanti sul fatto che il referendum non inciderà sulla tenuta del governo.
Pensa che stiano mentendo su questo?
Io non credo che l’esecutivo possa cadere in caso di vittoria del No. Ma di certo il colpo sarebbe molto forte politicamente, perché sarebbe il segnale che il Paese sta cambiando parere su di loro. Per mesi la destra ha puntato fortissimo sul referendum, con il leader di Forza Italia Tajani che si vantava ovunque di come stessero realizzando il sogno di Silvio Berlusconi. E già questo dovrebbe essere sufficiente per rabbrividire. Ora precisano che non lasceranno di fronte a una eventuale sconfitta, ed è molto significativo.
La vittoria del No potrebbe agevolare la costruzione di un’alternativa di governo?
Di certo lavorare assieme su un tema come questo è molto positivo.
Ma…?
Ma bisogna fare molto di più per costruire un progetto alternativo, come afferma Giuseppe Conte. E non smetterò mai di insistere sul fatto che una coalizione si costruisce su un programma, quindi su temi e valori condivisi. Quello è e deve restare il punto. Altrimenti, sarebbe solo un cartello elettorale. E allora no, non servirebbe. Al governo si va per realizzare delle cose, non per occupare posti.
[…]
Mi dice un tema per lei centrale?
La postura verso tutte le guerre. Per me quello è cruciale, anche vista la fase che stiamo vivendo.
Giorgia Meloni ha difeso il sottosegretario Andrea Delmastro per la vicenda della società che aveva costituito con la figlia di Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa. Che idea si è fatta di questa storia?
Ho fatto la lotta ai Casamonica a Roma sud, ai Moccia e ai Senese a Roma est, agli Spada, ai Fasciani e ai Triassi a Ostia. Per questo sono stata minacciata e sono sotto scorta da anni. Non si fanno sconti a questi personaggi, mai. Secondo lei cosa ne posso pensare?
Torna il classico del pensiero di Vittorio Emanuele Orlando presentato da Natalino Irti sul tramonto delle nazioni e la necessità di una nuova comunità internazionale

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Il Presidente della Vittoria del 1918, il grande studioso di diritto pubblico Vittorio Emanuele Orlando, ritorna alla cattedra che aveva lasciato nel 1931 per non prestare il giuramento di fedeltà al fascismo e a 87 anni tiene una straordinaria prolusione sul significato epocale della tragedia europea, sulla distruzione dell’ordine politico e del diritto precedenti le due Grandi Guerre, sulle prospettive realisticamente concepibili per la nostra civiltà. La rivoluzione mondiale e il diritto si intitola questo documento di dottrina altissima, di lungimiranza storica, di tragica coscienza delle responsabilità che pesano sull’agire politico, documento che Natalino Irti oggi ripresenta e, vorrei dire, impone alla nostra attenzione (edito da La Nave di Teseo).
Le immani tragedie del “secolo breve” hanno manifestato una tendenza di fondo, inesorabile: il vecchio ordinamento della Terra fondato sulla piena sovranità degli Stati, stretti nei loro confini territoriali e dotati di un proprio, singolare diritto, è non solo tramontato, ma distrutto. Non solo sotto i colpi delle potenze economiche e finanziarie, del carattere intrinsecamente globale del sistema di produzione capitalistico, ma per ragioni intrinseche alla natura di questi stessi Stati. Il loro spazio vitale non può auto-limitarsi; la tendenza alla supremazia, ovvero ad assumere una prospettiva imperiale, sorge di necessità dalla stessa efficacia che essi raggiungono nell’amministrare e governare il proprio territorio. La tragedia europea ha insegnato questo: agiscono nel nostro mondo potenze aggregative irreversibili, che spingono a superare in sé i precedenti ordinamenti statuali, a crearne di nuovi sempre più complessi. Quale forma assumeranno? Hic Rhodus, hic salta – qui sta il dilemma. O forse, più semplicemente, l’aut-aut. O si darà vita a un Ordine, a un Nomos della Terra, di tipo federale-cooperativo, in cui diversi spazi imperiali definiscono tra loro un sistema di trattati e patti che ciascuno ha interesse a osservare, oppure si realizzerà un Weltstaat, l’impero mondiale di una sola potenza (che nulla vieta possa poi articolarsi in termini federali al proprio interno, diventato l’intero pianeta o l’intera biosfera).
Come dopo la prima Grande guerra così dopo la Seconda ci si è illusi di poter procedere pacificamente lungo la prima prospettiva. I principi della rinuncia a ogni violenza contro altri Stati e del diritto dei popoli a decidere del proprio destino venivano “personificati” nell’Onu: i diversi Stati riconoscevano un Ordine che aveva l’effettivo potere di limitarne la sovranità. Ma quali contraddizioni già allora nell’affermarlo! Il diritto di veto sanciva una disparità incolmabile tra Stati di serie A e Stati di serie B. Fin dall’inizio l’Onu mostrava una qualche efficacia soltanto in base alle decisioni assunte dal più forte o dall’intesa tra i più forti. E tuttavia durante la Guerra fredda l’impulso a soluzioni coordinate, la speranza di un’evoluzione dell’Ordine internazionale in forme se non federali almeno cooperative intorno alla questioni di fondo (sistema militare, energia, ambiente) non vennero meno.
Impulsi, speranze, Onu – oggi tutto giace a terra in rovina? Il realismo più brutale tiene il campo. La guerra, in questo quadro, viene concepita come il perseguimento di un criminale e la sua conclusione come la pena decisa da un Giudice terzo. Nessun negoziato previsto, a nessun criminale è lecito trattare i termini della sua pena col Giudice che gliela infligge. Ogni trattato non è che la legge imposta dal più forte. Se è così, come Orlando già prevedeva dovesse accadere, è possibile sollevare il nostro animo al di sopra «dell’accorato pessimismo, che qualche volta rasenta la disperazione»?
In qualche misura sì, è possibile, poiché anche le tragedie che viviamo alla fine dimostrano quell’inarrestabile tendenza a un nuovo, unitario Nomos della Terra che ha travolto la vecchia forma-Stato. Tuttavia, le possibilità che esso possa realizzarsi attraverso la cooperazione e l’accordo dei grandi Imperi sembrano dileguare di ora in ora. La stessa ideologia sottesa all’azione delle grandi potenze economico-finanziarie che guidano i formidabili processi di innovazione sembra dare per scontato che l’unità del Mondo potrà avvenire soltanto in base a una pax romana, a una pace imposta dalla potenza vittoriosa. Se le élite politiche si muoveranno in questo senso ritenendolo l’unico realistico, la possibilità più concreta è quella che il nuovo Ordine della Terra sia il prodotto della catastrofe globale.
E allora forse sarebbe preferibile affidarsi all’intelligenza artificiale. Molti la temono come possibile decisore della Guerra, poiché le manca senso del dolore e della compassione. Sentimenti nobili, che non mi sembra però abbondino nelle umane case dei Trump e dei Netanyahu. Rileggiamo quell’operetta del nostro Leopardi (nostro? Di quest’Italia in preda alla chiacchiera propagandistica più volgare? Per carità!), in cui si immagina l’istituzione di un premio per la creazione di una macchina che ci liberi «dal predominio delle mediocrità, dalla prospera fortuna degl’insensati, de’ ribaldi e de’ vili». Perché non sperare in una intelligenza artificiale atta e ordinata «a fare opere virtuose e magnanime», a esserci amica in questo mondo dominato da egoismo, invidia, mimetismo scatenato? Se l’umanità è quella che vediamo oggi all’opera, siamo quasi costretti a credere nel disperato paradosso leopardiano. L’intelligenza artificiale non è che un immenso armadio di nomi, meri flatus vocis, di cui essa ignora il senso e che proprio perciò riesce a elaborare, combinare e svolgere con una potenza che non si dà alcun limite. Ma per i nostri politici e i nostri potenti sono qualcosa più che fantasmi Giustizia, Virtù e via declamando? E tra questi fantasmi, il più fantasma di tutti non è proprio Amore? Ah, donaci Scienza una buona e pacifica intelligenza artificiale!

(di Michele Serra – repubblica.it) – La destra di governo, nelle sue due componenti principali (Fratelli d’Italia e Lega) ha una solida tradizione manettara. Soprattutto la Lega, che grazie al Salvini è il partito del “butta via le chiavi”. Cosa che rende molto poco plausibile l’ipotesi di un afflato “garantista” di questo governo in favore del Sì. La sola pratica garantista conosciuta, da quelle parti, è il soccorso incondizionato ai propri sodali coinvolti in vicende giudiziarie. Ne potete trovare un efficace resoconto nella newsletter di Stefano Cappellini Hanno tutti ragione.
La terza componente della maggioranza, Forza Italia, avrebbe qualche carta “liberale” in più da giocare, non fosse che il suo imputato-simbolo, presunto martire delle toghe rosse, è Silvio Berlusconi, il fondatore della ditta. Un uomo troppo ricco, troppo potente e a ben vedere troppo impunito per incarnare lo scandalo dell’errore giudiziario e della prevalenza dell’accusa sulla difesa, almeno nelle prime fasi (che possono durare anni!) dell’iter.
Tanto meno ebbe a che fare, Berlusconi, con l’indecenza della carcerazione preventiva e del pessimo livello delle condizioni di detenzione. Le carceri sono piene di poveri, è su di loro che grava, soprattutto, la fatica di non contare nulla di fronte alla macchina della giustizia.
Domani (domenica 22 marzo) voterò No ben sapendo che lo stesso mio voto sarà espresso anche da Gratteri e Davigo, il cui concetto di giustizia, altamente missionario, assomiglia molto poco al mio, banalmente laico. Ma mi sembra sia messo molto peggio chi andrà a votare Sì nell’illusione di riformare la magistratura in compagnia di chi non ha affatto il proposito di riformarla, solo di addomesticarla.
Contro questa riforma che, è ormai chiaro a tutti, ha come bersaglio la magistratura, non ci resta che votare. Per legittima difesa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Se le parole hanno un peso, non sono certo mancate in questa campagna referendaria che il giurista Maurizio Delli Santi non esita a definire sulle pagine di questo giornale costruita su “suggestioni totalmente disancorate dal tema della separazione delle carriere, speculando su fatti seri come gli errori giudiziari (rievocando persino il caso Tortora) e la sicurezza legata all’immigrazione, come se la riforma possa incidere su fenomeni così complessi”.
Per non parlare di vicende come quella di Garlasco e della famiglia del bosco che la riforma del Csm dovrebbe, ma non si capisce come, prevenire in futuro secondo gli estensori della novella. Fumo negli occhi per non parlare del merito e degli effetti che da settimane, su questo giornale, proviamo a spiegare ai nostri lettori. Mentre governo e centrodestra trasformavano la campagna referendaria in un attacco sistematico alla magistratura. Accusandola di liberare stupratori e assassini, mentre difendono la ministra Santanchè dalle inchieste che la riguardano – arrivando a sollevare perfino un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Corte Costituzionale – e, adesso, il sottosegretario alla Giustizia Delmastro (non indagato) in affari fino a qualche mese fa con la figlia del prestanome di un clan mafioso.
Vicenda quest’ultima, dinanzi alla quale, anziché metterlo alla porta per manifesta inopportunità politica rispetto all’incarico rivestito, la premier Meloni si è spinta addirittura ad evocare la solita “manina” che avrebbe armato lo scoop. Una vicenda che impone una riflessione seria sulla credibilità di questa classe dirigente. Una politica che parla dei magistrati come di una casta che non paga mai, ma che è pronta ad assolvere (e blindare) i suoi adepti a prescindere. Per questo è lecito chiedersi che tipo di riforma costituzionale dobbiamo aspettarci da chi ha usato la clava della propaganda contro un altro potere dello Stato, quello giudiziario, che, è ormai chiaro a tutti, è il vero bersaglio di questa crociata. Per questo, domani e dopodomani, non ci resta che votare. Per legittima difesa.

(Michele Agagliate – lafionda.org) – Giorgia Meloni non è andata da Fedez e Mr. Marra per farsi intervistare. È andata per parlare. E lo ha fatto. A lungo, senza fretta, senza essere davvero interrotta, senza essere costretta a rispondere fino in fondo a una sola domanda scomoda. Il resto è contorno.
La puntata del podcast Palp, pubblicata a tre giorni dal referendum, è stata presentata come “luogo di dibattito politico”. In realtà è stata una cosa molto più semplice: un ambiente favorevole in cui la Presidente del Consiglio ha potuto fare campagna per il “Sì” con il tono rilassato di chi non deve difendersi, ma spiegare. O meglio: raccontare.
Le domande, sulla carta, c’erano anche. Iran, Stati Uniti d’America, Israele, decreto sicurezza, servizi segreti, referendum, Barbero. Tutto il repertorio. Il problema non è mai stato il tema, ma il seguito. Perché una domanda è scomoda solo se non ti lascia scappare. Qui, invece, ogni volta che il discorso si avvicinava a un punto critico, si apriva immediatamente il corridoio largo: risposta lunga, ragionamento generale, cambio di piano, e via alla domanda successiva.
Sul Medio Oriente, ad esempio, la Meloni riesce in pochi minuti a fare tutto: dichiarare la propria preoccupazione per la crisi del diritto internazionale e, nello stesso tempo, normalizzare l’azione statunitense e israeliana dentro una logica di necessità. Una contraddizione politica evidente, che in un’intervista vera avrebbe richiesto un semplice “si fermi lì”. Non arriva. Si scivola via.
Sul decreto sicurezza, stessa storia. La domanda è potenzialmente esplosiva: non punibilità per agenti dei servizi coinvolti in operazioni che includono anche reati gravi. Risposta: retorica sull’eroismo degli agenti, spostamento dal piano giuridico a quello morale, rassicurazione generica sulle autorizzazioni. Fine. Nessuno chiede quali controlli, quali limiti, quali garanzie. Nessuno chiede chi controlla chi. Tutto si risolve nella formula più pericolosa che esista in uno Stato di diritto: è una questione di fiducia.
Poi arriva il referendum; e il podcast smette proprio di fingere. Meloni si prende il campo e lo occupa senza opposizione: il voto non è su di me, ma chi vota No lo fa contro di me; il Sì è buon senso, merito, efficienza; il No è ideologia, paura, difesa dei privilegi. Un classico. Funziona sempre. A patto che nessuno ti chieda: dove sta il nesso tra questa riforma e gli effetti che promette? Dove sta la prova che cambiare l’assetto del CSM produca automaticamente meritocrazia ed efficienza? Non arriva neanche quella.
Si parla di separazione delle carriere, di sorteggio, di Alta Corte, di responsabilità disciplinare. Tutti temi tecnici, complessi, pieni di conseguenze indirette. Ma il livello resta quello del racconto: esempi estremi, percentuali buttate lì, casi scandalosi, magistrati che fanno carriera nonostante errori clamorosi. Materiale perfetto per convincere; molto meno per capire. E infatti nessuno ferma mai il discorso per chiedere: questo è un caso limite o la regola? Questo dato da dove viene? Questo problema verrebbe davvero risolto così?
Il momento Barbero, teoricamente il più interessante, dura il tempo di una risposta. L’obiezione è semplice: se la lista da cui si sorteggiano i membri laici la decide la politica, il sorteggio non elimina il filtro politico. Meloni liquida tutto tra “malafede” e “tesi surreali”, promette che la legge attuativa sistemerà le cose, evoca il presidente della Repubblica come garante. E lì finisce. Nessuno fa la domanda che brucia davvero: se tutto dipende dalla legge attuativa, perché si chiede agli elettori di votare su una promessa?
Il punto è che non c’è stato un momento, uno solo, in cui la Presidente del Consiglio sia stata costretta a difendere una contraddizione fino in fondo. Non uno. Non è stata incalzata sui dati, non è stata fermata sulle semplificazioni, non è stata costretta a distinguere tra propaganda e realtà. Ha potuto parlare come si parla quando si ha il controllo del tempo e del tono; cioè bene.
E sia chiaro: Fedez e Marra non si comportano da valletti dichiarati. Fanno qualcosa di più contemporaneo: costruiscono un ambiente morbido, poroso, quasi complice, in cui il potere non viene attaccato frontalmente, ma accompagnato. Ogni tanto una puntura, mai una lama. Ogni tanto una critica alla comunicazione, mai un attacco alla sostanza mentre la sostanza viene raccontata.
Il risultato è che la Meloni ottiene esattamente quello che cercava: non un confronto, ma una platea; non un contraddittorio, bensì un corridoio. Un luogo dove può sembrare accessibile senza essere davvero messa sotto pressione.
Ed è qui che la questione diventa politica sul serio. Perché non è un caso che questa comparsata arrivi a tre giorni dal voto. E non è un caso che non sia avvenuta in un contesto ostile, tecnico, incalzante. La Meloni, come molti leader prima di lei, evita sistematicamente gli ambienti dove rischia di essere davvero torchiata e preferisce quelli dove può gestire il ritmo, allargare le risposte, spostare il discorso. È una scelta. Legittima, per carità. Ma politicamente rivelatrice.
Un Presidente del Consiglio non dovrebbe cercare solo i luoghi dove può parlare bene. Dovrebbe accettare anche quelli dove può essere messo in difficoltà. Dove qualcuno gli dice: no, questo non basta. No, questo non torna. No, risponda. Qui non è successo.
È successo il contrario: un podcast che si presenta come spazio di dibattito e finisce per funzionare come una zona franca. Non una marchetta esplicita, troppo volgare. Qualcosa di più elegante. Più pulito. Più efficace.
Aveva davvero senso guardare questo video aspettandosi di vedere la Presidente del Consiglio messa alla prova su una riforma così importante?
Se questo è il livello del confronto sulla giustizia, la risposta è una sola.
NO.
Il sottosegretario aveva detto di aver venduto le sue quote appena scoperta l’identità di Mauro Caroccia, uomo al soldo della malavita romana. Lasciando intendere una sua presa di distanza da quel luogo. Ma una foto lo smentisce: a gennaio di quest’anno era lì a mangiare con tutta la polizia penitenziaria. La dura nota dei magistrati di Unicost contro il meloniano. L’immagine scattata a fine gennaio 2026 al ristorante Bisteccheria d’Italia del prestanome del clan, dal quale Delmastro era formalmente uscito alcuni mesi prima vendendo le sue quote personali. Insieme a lui Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della polizia penitenziaria

(Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Il castello di bugie del sottosegretario, Andrea Delmastro Delle Vedove, crolla definitivamente di fronte alla foto che Domani può pubblicare. Dobbiamo tornare a fine gennaio di quest’anno, 2026. Il politico è impegnato sul fronte caldo della riforma della Giustizia. Un impegno istituzionale che non gli ha impedito di trovare il tempo per occuparsi anche di affari privati: da due mesi il potente meloniano ha venduto le quote della srl 5 Forchette che gestisce, insieme alla figlia giovanissima dell’uomo di camorra, l’imprenditore Mauro Caroccia, e ai vertici di Fratelli d’Italia Piemonte.
Delmastro ha venduto a una srl da lui fondata cedendo le sue quote personali, poche settimane dopo tutti scapperanno dalla società. Ufficialmente nel ristorante non compare l’uomo del più potente clan romano, i Senese. Ma tutti sanno che è lui l’oste che intrattiene gli ospiti. Le azioni sono detenute dalla figlia, che presta il nome per evitare nuovi sequestri e con lei c’è il gotha di un partito (incluso il sottosegretario alla Giustizia) che si riempie la bocca con la lotta alla mafia.

Dopo lo scandalo esploso in questi giorni, il padrone delle carceri italiane ha detto di aver ceduto le quote appena saputa l’identità di Caroccia. Solo lui non si era accorto di niente, chi fosse l’imprenditore era cosa nota a mezza Roma. Lo scatto che questo giornale pubblica smonta proprio la sua versione. Crolla così l’ultima bugia, condita da frasi di circostanza come «la mafia è una montagna di merda».
L’intoccabile di stretta osservanza meloniana cita Peppino Impastato, un film a lui dedicato, militante e intellettuale antifascista ucciso dalla mafia. Lo fa per giustificare le avventure e i rapporti con l’uomo della camorra romana. Ma questa impalcatura difensiva implode grazie alla foto del gennaio scorso.
Domani può ricostruire che nel periodo in cui Caroccia era già stato condannato dalla corte d’appello, a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver favorito il clan, Delmastro ha continuato a frequentare quel locale chiacchierato. Il sigillo giudiziario definitivo sulla storia di Caroccia è arrivato a metà febbraio. E cosa fa Delmastro a fine gennaio? Partecipa a una cena con la polizia penitenziaria nel ristorante che odora di brace e puzza di mafia. Il sottosegretario alla giustizia viene immortalato in foto con un sindacalista, Raffaele Tuttolomondo, del quale questo giornale si è già occupato per la vicinanza, quasi devozione, nei confronti di Delmastro. «Sempre a difesa delle Donne e agli Uomini della Polizia Penitenziaria insieme al grande amico Sottosegretario Segretario alla Giustizia Andrea Delmastro. GRAZIE GRAZIEEEE», scrive Tuttolomondo, sorridente con Delmastro al suo fianco. Contattati da questo giornale, né Tuttolomondo né il sottosegretario hanno risposto alla richiesta di un commento.

Dietro i due si vede il logo di Bisteccheria d’Italia, il ristorante dove il sottosegretario ha fatto accomodare poliziotte e poliziotti di un corpo, diventato troppo in fretta alla stregua di una polizia privata. Un corpo dello stato a cena dove il gestore è cresciuto e si è servito dei soldi del clan, quelli provento di narcotraffico e delitti di ogni genere. Mettendo così a rischio la credibilità ed esponendo un’intera istituzione che lavora nelle carceri, luoghi cruciali per gli imperi criminali.
Dopo la bufera per la notte di capodanno, quando l’amico deputato Emanuele Pozzolo da pistolero avevo ferito un uomo, con gli agenti penitenziari partecipi di quella serata esplosiva, ora arriva la cena nel ristorante gestito dall’imprenditore al soldo della camorra romana e di cui lo stesso sottosegretario è stato socio fino a pochi mesi fa, nei mesi in cui si occupava di riforma della Giustizia.
«I suoi fedelissimi andavano in giro a sponsorizzare il ristorante, uno di loro mi ha più volte invitato: “Andrea si è preso un ristorante a Roma. Dai vieni a mangiare, c’è una carne fantastica”», ha raccontato a Domani chi frequentava il mondo piemontese di Fratelli d’Italia.
La parabola societaria è ormai nota. La società viene fondata nel dicembre 2024. Dentro 5 Forchette ci sono il fedelissimo Davide Zappalà, consigliere regionale, Elena Chiorino, assessora e numero due della giunta, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore in comune a Biella, Donatella Pelle, moglie dell’avvocato Domenico Monteleone. Ma soprattutto azionista e amministratrice è Miriam Caroccia, figlia di Mauro, il ristoratore, ora in carcere, condannato a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato la camorra. Firmano un atto con una giovanissima, ma non si accorgono di nulla. Un’altra foto, quella del 2023 nel vecchio locale, in piedi grazie alla camorra, immortalava proprio Caroccia con Delmastro.

Delmastro cancella il suo nome tra i soci della srl a novembre, quando il sottosegretario cede le sue quote personali a una società da lui fondata. Tra febbraio e marzo di quest’anno, dopo che la corte di Cassazione ha messo il sigillo alla condanna dell’imprenditore, scappano tutti. «Ho lasciato l’azienda quando ho saputo della storia di Caroccia», in sintesi la giustificazione di Delmastro dopo lo scandalo sollevato dal Fatto Quotidiano. Dunque è ancora più grave il senso di questa foto di gennaio, dopo che il meloniano ha lasciato formalmente la società con la figlia del prestanome dei Senese. Perché seppure a conoscenza del curriculum di Caroccia, ha deciso di tornarci a gennaio: non da solo ma con la polizia penitenziaria, nel locale dell’uomo dei Senese, i padroni criminali di Roma. Oggi Senese, il pazzo, è in carcere dopo anni di impunità, condannato come padrone della camorra romana. Il suo uomo, l’imprenditore Caroccia, anche. Mentre il sottosegretario è ancora al suo posto, la legalità delle destre è così: un castello di sabbia.
Dura la presa di posizione della corrente centrista della magistratura, Unicost: «Mentre c’è in gioco un referendum che mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e in cui i toni inquisitori verso i magistrati sono a livelli mai raggiunti prima, apprendiamo che uno degli uomini di punta del Governo era in rapporti d’affari con personaggi legati a uno dei clan mafiosi più attivi, anche nell’infiltrazione nelle attività economiche, nel nostro Paese e con proiezioni internazionali».
Se il verdetto delle urne fosse la bocciatura della riforma per Meloni sarebbe la prima vera disfatta

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Giorgia Meloni ha ripetuto fino all’ultimo una formula semplice e apparentemente definitiva: «Il governo non si dimetterà in caso di vittoria del No». È un’affermazione che prova a sottrarre la consultazione popolare al suo inevitabile significato politico, confinandola nella dimensione tecnica di una riforma della giustizia. Ma il nodo, ormai, è arrivato al pettine. Lunedì sapremo chi avrà vinto e chi avrà perso questa partita.
Una campagna feroce, segnata da un linguaggio più da processo che da confronto, ha progressivamente deformato il merito della riforma: da una parte il racconto delle colpe dei magistrati, dall’altra l’allarme sulle tentazioni autoritarie del governo. Due narrazioni opposte, entrambe costruite per mobilitare gli elettori più che per chiarire davvero i termini della questione.
È evidente che una vittoria del Sì rafforzerebbe il governo e la sua presidente. La riforma porta il marchio dell’esecutivo e, quando la campagna è entrata nella sua fase decisiva, Meloni ha scelto di metterci la faccia, guidando personalmente il fronte dei favorevoli. In quel caso il referendum diventerebbe la conferma popolare della sua linea politica e l’ennesima prova di una leadership che finora ha conosciuto più consolidamenti che battute d’arresto. Ma è altrettanto evidente che una vittoria del No assumerebbe un significato opposto. Non solo una sconfitta su una riforma centrale per la maggioranza, ma uno smacco politico per l’esecutivo di centrodestra a poco più di un anno dalle elezioni politiche. Ed è qui che la storia repubblicana torna a suggerire qualche cautela a chi immagina che basti dichiarare irrilevante il risultato per neutralizzarne le conseguenze.
Nel 1974 Mariano Rumor tentò di resistere al terremoto politico prodotto dal referendum sul divorzio. La vittoria del No non era formalmente un voto contro il suo governo, ma colpiva al cuore la strategia della Democrazia cristiana guidata da Amintore Fanfani. Il contraccolpo politico fu tale che Rumor dovette dimettersi quattro settimane dopo, anche se il presidente Leone riuscì a prolungare di qualche mese la vita di quel tripartito Dc-Psi-Psdi. Vent’anni più tardi, nel 1993, Giuliano Amato visse una scena simile ma ancora più rapida. Il referendum promosso da Mario Segni travolse il sistema elettorale della Prima Repubblica. Amato, che era stato uno dei più duri oppositori del quesito referendario, dopo la vittoria schiacciante del Sì restò a Palazzo Chigi solo altri dieci giorni prima di salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Infine c’è il precedente più vicino. Il 4 dicembre 2016 Matteo Renzi personalizzò il referendum sulla riforma costituzionale trasformandolo in un giudizio sulla sua leadership. La sconfitta fu netta e la reazione immediata: otto giorni dopo il voto, il governo lasciò il campo, segnando anche l’inizio del declino politico del suo protagonista.
Naturalmente non esiste una norma che obblighi un presidente del Consiglio a dimettersi dopo un referendum perduto. La Costituzione non lo prevede e la prassi non lo impone. Ma la politica, a differenza del diritto, vive anche di simboli, di equilibri e di percezioni. Se lunedì sera il verdetto delle urne fosse la bocciatura della riforma della giustizia, per Giorgia Meloni sarebbe la prima vera disfatta da quando è salita, da vincitrice, lo scalone d’onore di Palazzo Chigi. E le sconfitte politiche, soprattutto quando arrivano dal voto popolare, raramente restano senza conseguenze. Anche quando si prova a far finta che non sia accaduto nulla.
Il presidente americano: “L’Alleanza senza gli Usa è una tigre di carta”

(adnkronos.com) – “La Nato è una tigre di carta senza gli Stati Uniti. Codardi”. E’ l’attacco frontale di Donald Trump alla Nato, sempre più nel mirino del presidente degli Stati Uniti. Trump ha sollecitato invano la partecipazione dei paesi dell’alleanza ad una coalizione internazionale per liberare lo Stretto di Hormuz, la ‘via del petrolio’ nel Golfo Persico bloccata dall’Iran, con effetti sul traffico di greggio e sui prezzi. L’appello del presidente degli Stati Uniti nei giorni scorsi non ha prodotto risultati. Trump non ha gradito e ha criticato aspramente i partner dell’alleanza atlantica. Oggi, con un post su Truth, l’affondo più duro.
“Senza gli Stati Uniti, la Nato è una tigre di carta. Non hanno voluto unirsi alla battaglia per fermare l’Iran, potenza nucleare. Ora che il conflitto è vinto a livello militare, con rischi bassissimi per loro, si lamentano dei prezzi alti del petrolio che sono costretti a pagare. Non vogliono però aiutare per aprire lo Stretto di Hormuz, una manovra semplice a livello militare”, afferma. La chiusura dello Stretto “è l’unica ragione alla base dei prezzi alti del petrolio. Sarebbe così semplice per loro, con così pochi rischi. Codardi, ce ne ricorderemo”, la chiusura del messaggio durissimo.
Il post non è propriamente in linea con le posizioni espresse da Trump nelle ore precedenti. Il presidente americano accusa i paesi della Nato perché non si sarebbero mobilitati contro l’Iran: in realtà, come ha detto il numero 1 della Casa Bianca nella giornata di giovedì, gli Stati Uniti non hanno informato nessun alleato dell’azione iniziata il 28 febbraio. “Volevamo sfruttare l’effetto sorpresa”, ha detto Trump, che ora usa per la Nato la stessa definizione utilizzata più volte per l’Iran: “Paper Tiger”, una tigre di carta che non fa paura a nessuno.
Dopo il ‘no’ dei partner, il presidente ha modificato la propria posizione affermando che “gli Usa non hanno bisogno di nessuno”. Ora, nel nuovo post, alla Nato viene rimproverata nuovamente la mancanza di disponibilità all’intervento. L’ira di Trump è aumentata dopo la posizione assunta da 6 paesi, Italia compresa, favorevoli al varo di un piano per garantire la navigazione nello stretto di Hormuz. Il documento è stato sottoscritto anche da Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone. Per l’Italia, qualsiasi eventuale intervento avverrebbe esclusivamente sotto l’egida delle Nazioni Unite.
“La differenza tra noi e l’Iran è che loro avevano una Marina 2 settimane fa, ora non l’hanno più: è in fondo al mare, 58 navi affondate in 2 giorni”, dice il presidente facendo il punto sull’operazione Epic Fury in un evento alla Casa Bianca. “Stiamo andando benissimo in Iran. INon c’è partita, l’Iran ha equipaggiamenti di qualità, russi e cinesi: avevano molte risorse ma tutto questo non serve contro gli Stati Uniti”, aggiunge. “Se l’Iran avesse avuto un’arma nucleare l’avrebbe usata, perché puntata a prendersi il Medio Oriente”, afferma motivando l’intervento americano. “Stiamo avendo difficoltà, vogliamo parlare con loro, ma non c’è nessuno con cui parlare. I loro leader sono tutti spariti – ha aggiunto riferendosi ai raid mirati contro la leadership iraniana – il gruppo successivo di leader è sparito e anche quello ancora successivo è quasi tutto sparito, Ed ora nessuno vuole più essere un leader. Non abbiamo nessuno con cui parlare e sapete, a noi piace che sia così”, conclude.