Aspettando le delegazioni olimpiche, ben altri atleti hanno già iniziato a cimentarsi nello sport preferito dal governo: la propaganda

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Servirebbe la proverbiale calma olimpica per non perdere la pazienza ad una settimana dall’apertura dei Giochi di Milano-Cortina, che assomigliano sempre più al contesto in cui il vero evento sono diventate, strada facendo, le polemiche che con cadenza quotidiana continuano a scandire il conto alla rovescia verso il debutto.
Dovevano essere le Olimpiadi a costo zero – sì, come no! – ma il conto potrebbe toccare la cifra monstre (tra infrastrutture e gestione) di 5,7 miliardi, per la gran parte a carico dei contribuenti. Per non parlare dei ritardi accumulati. A dicembre dell’anno scorso, stando all’ultimo report redatto da Libera e dalle altre 20 associazioni aderenti alla rete civica Open Olympics 2026, solo 42 delle 98 opere previste saranno completate prima dell’inizio dei Giochi (l’ultimo cantiere chiuderà i battenti nel 2033). Per quadrare il cerchio, sempre lo stesso report metteva in fila l’elenco delle criticità: dall’impatto ambientale alla spesa complessiva ai subappalti (“Sono visibili i nomi, ma non i valori economici”).
È su questo palco raffazzonato che, aspettando la fiaccola e le delegazioni olimpiche, ben altri atleti hanno già iniziato a cimentarsi nello sport preferito dal governo: la propaganda. Pazienza se i Giochi a costo zero sono già un salasso per le finanze pubbliche. A preoccupare il ministro Andrea Abodi è ciò che Ghali potrebbe dire alla cerimonia di inaugurazione. Non sia mai dovesse concedere il bis di quello “Stop al genocidio” a Gaza pronunciato a Sanremo, urtando la suscettibilità del ricercato internazionale Netanyahu. “Non condividiamo (noi, soggetto sottinteso: ma noi chi? Ndr) il suo pensiero, che non sarà espresso sul palco”, ha giurato il titolare dello Sport, protagonista forse senza rendersene conto di un curioso caso di censura preventiva o, in subordine, di chiaroveggenza.
A contendergli l’oro nella gara a chi la spara più grossa, immancabile, il collega Antonio Tajani. Dopo aver rassicurato che, in fondo, gli agenti dell’Ice non sono mica le SS – anche se assomigliano tanto alla Gestapo – ieri è tornato sulla questione: “Non c’è da fare allarmismo, saranno tre persone che lavoreranno presso il consolato Usa a Milano”. Tipo tre pacifici impiegati del catasto. Scene di giubilo da Gaza a Minneapolis.

(Giancarlo Selmi) – Musumeci parla come se si trovasse lì per caso. Come un qualunque passante. Fischietta, come se lui, nel problema, non ci entrasse per nulla. Peccato che lui c’entra. Eccome c’entra. È stato presidente della Regione Sicilia per cinque lunghissimi anni e relazioni e studi sui problemi geologici di Niscemi ne ha ricevuti qualche centinaio. E li ha tenuti sulla sua scrivania. Anche in quei casi è passato oltre, anche in quei casi ha fischiettato.
Dal 2022, questo straordinario esponente della incapacità, è ministro della protezione civile. Ha fatto le stesse cose che sa fare e per le quali ha un sontuoso curriculum: ha fatto nulla. Insieme a lui un intero governo e la sua capa, la stessa che attaccava Bonaccini per le alluvioni in Emilia Romagna e che oggi non dice bah sull’azione politica di un suo amico, quello Schifani, campione della destra, che la Sicilia sta finendo di rovinare. Forse per sempre.
Il governo preferisce pagare penali miliardarie per un ponte che non si farà mai e, per la stessa chimera idealistica, tenere fermi una quindicina di miliardi. Sarebbe interessante conoscere i veri motivi di tanta testarda resistenza da parte di Salvini. Ma anche degli altri. Sarà vero ciò che dichiara il peggior ministro dei trasporti nella storia, da quando esistono i trasporti? Le motivazioni sono quelle? O c’è qualcosa di meno confessabile?
Il dubbio viene, dopo averlo ascoltato escludere qualunque ricorso ai fondi per il ponte al fine di risolvere l’emergenza dovuta al maltempo e alla frana. Dopo averlo ascoltato dire: “quei soldi non si toccano. Per il maltempo provvederemo”. Provvederanno. Come (non) hanno provveduto per la Romagna, con il commissario medagliato. Non provvederanno. Provvederanno, invece, a fare passare un nuovo condono edilizio.
E agevolare la causa regina di frane, smottamenti, consumo di suolo quindi alluvioni, disastro idrogeologico: le costruzioni abusive. Sono ormai finiti i tempi in cui un illuminato Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, stanziava miliardi di euro per interventi a manutenzione del territorio e per evitare il peggioramento del disastro idrogeologico italiano. Il governo Meloni ha azzerato un fondo di 6,5 miliardi istituito da Conte a quello scopo.
Quei soldi verranno destinati ad altro. Forse alle armi? Conte venne fatto fuori da una manovra molto somigliante a un golpe bianco, perché aveva un’idea di utilizzo del PNRR che parlava anche di sistemazione idrogeologica. Un paio di miliardi che si univano agli altri. A “loro” non andava bene, c’erano altre priorità. Lo hanno dimostrato prima Draghi e poi Meloni: il problema idrogeologico è sparito dalle mappe degli investimenti.
Troverò sotto questo post i soliti commenti da parte di qualche minus habens che mi parlerà dei banchi a rotelle. Pazienza. Eppure basterebbe riflettere sulle azioni di chi governa. Non sulla propaganda e sui titoli dei fumetti italiani che vengono chiamati giornali. E pensare che quelle azioni, o non azioni, il dirottamento di fondi dal bene comune ad alcuni vantaggi particolari, diventeranno ulteriori frane ed ulteriori disastri. Da Genova in su e da Genova in giù.
Qualcuno di Niscemi che oggi è senza casa, avrà pur votato Musumeci e poi Schifani, vero? Qualcuno che ha una casa su qualche fronte che sta franando in Liguria, avrà votato Meloni, vero? Sappiano che i soldi destinati da Conte a salvare il loro territorio e la loro casa, verranno utilizzati per arricchire i conti correnti di qualche lobbista delle armi e di qualche produttore delle stesse. O di qualche banca. Che continuassero a parlare male di Conte. Non c’è problema.
Ma, mentre lo fanno, consiglio loro di mettere puntelli alla casa e al terreno sottostante. Perché nessuno lo farà. I soldi che Conte destinò a quello se li sono già fumati.

(Dott. Paolo Caruso) – Niscemi frana…Impressionante! Come fosse costruito sulla sabbia, smotta un intero Paese di venticinquemila abitanti verso la Piana di Gela, nel Nisseno. Si rimpallano le denunce e le accuse. Occasione per fare politica dai versanti contrapposti, senza qualche sensibilità verso i veri protagonisti della tragedia: i tanti cittadini che, con la casa, hanno perso tutto e forse la speranza. Era prevedibile? Sembra proprio di sì. Infatti si racconta che, in un non lontano passato, avvisaglie non ne fossero mancate. Ora sì è all’emergenza, cosa frequente in Italia, molto gradita alle bande di speculatori che da queste tragedie traggono enormi ricchezze. In un territorio fragile come il nostro, sanatorie, speculazioni, attività sismica, mancata prevenzione e messa in sicurezza di vaste aree, oggi sempre più esposte a condizioni meteo estreme, favoriscono il ripetersi di tali eventi calamitosi. E’ così che si provocano danni ingenti alla popolazione, agli immobili, ai beni mobili, alle attività produttive, economiche, agricole e artigianali. L’ ansia di questo governo è rivolta non tanto alla prevenzione dei territori ma al costruendo “Ponte di Messina” a beneficio di Salvini, e delle aziende del Nord con annesse società mafiose del sud, “Cosa nostra e ‘Ndrangheta”. Esso assorbe tutte le attenzioni e le intenzioni del Governo con finanziamenti miliardari ( 14 miliardi ) che in atto restano congelati dopo la sonora bocciatura della Corte dei Conti. Ma le strade, la ferrovia, il territorio, che costituirebbero la materia prima per cui quel “ponte” si vuole costruire, sono in perenne dissesto. Basta percorrere le strade siciliane per rendersi conto della precarietà dei collegamenti. I Rappresentanti del popolo, e la stessa Meloni con la sua escursione in elicottero, forse vorrebbero raccontarci la favola di essere all’ oscuro del deterioramento del territorio? Attenzione è soprattutto prevenzione. Questo è quello che deve capire la politica. Il ciclone “Harry” è conseguenza del clima caraibico nel “Mare nostrum” per il surriscaldamento della Terra. Ora, dopo questi ingenti danni, ci allarmiamo, e ci riteniamo fortunati perché non non ci sono stati morti. Lì è mancata la prevenzione, e la fortuna…… non sempre ti soccorre. Ma quanti, feriti nell’animo, a Niscemi e non solo sono coloro che hanno perso tutto?
Il 31 gennaio prossimo si “festeggia” un anno dalla sua riapertura

” Il 31 gennaio prossimo sarà trascorro esattamente un anno da quando, dopo ben 28 mesi di fermo per eseguire i lavori di revisione ventennale, la funicolare Chiaia, ha ripreso le corse. Ma, in questo anno, il suo malfunzionamento ha suscitato le ire e la giusta rabbia dei 15mila utenti che la utilizzano quotidianamente nei giorni feriali, costretti, così come avveniva prima che iniziassero i lavori, a subire le conseguenze d’improvvisi disservizi, con fermi dovuti a guasti o con la soppressione delle fermate intermedie. Si aggiungano le diverse chiusure determinate dalla verifiche e prove effettuate dall’ANSFISA, l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie e delle Infrastrutture Stradali e Autostradali. L’ultima, come annunciato sulla pagina Facebook dell’ANM, l’azienda napoletana mobilità che gestisce l’impianto a fune, comporterà che stasera l’ultima corsa al pubblico sarà effettuata alle ore 21:00 mentre domani l’impianto resterà chiuso per l’intera giornata, appiedando, tra gli altri, studenti, lavoratori e turisti, con ripercussioni anche sul traffico già caotico del Vomero “. A intervenire, ancora una volta, sulle vicende e purtroppo sulle continue problematiche che stanno caratterizzando il malfunzionamento dell’importante impianto a fune, che collega il quartiere Vomero con il quartiere Chiaia, con fermate intermedie a Palazzolo e al Corso Vittorio Emanuele, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, fondatore sul social network Facebook del gruppo: “Napoli: gli “orfani” della funicolare di Chiaia”, che conta oltre 2.000 iscritti.
” Fermi improvvisi – sottolinea Capodanno – che si erano già manifestati fin da febbraio dell’anno scorso, subito dopo che l’impianto era stato riaperto al pubblico e che sono proseguiti anche nei mesi successivi. In alcune occasioni lo stop è avvenuto addirittura durante la corsa, mentre i due treni si trovavano tra una fermata e l’altra, costringendo i passeggeri a utilizzare le scale poste sui lati della galleria per raggiungere la stazione più vicina. Inoltre non si contano poi le tante corse miste saltate sostituite da quelle dirette, appiedando, peraltro senza alcun preavviso, i passeggeri delle due stazioni intermedie “.
” Si tratta – sottolinea Capodanno – di una situazione inaccettabile che desta non poche preoccupazioni oltre a causare la giusta protesta degli utenti, soprattutto lavoratori e studenti ma anche tanti turisti che raggiungono il quartiere collinare per ammirarne le bellezze paesaggistiche e culturali. Una vicenda sulla quale chiediamo da tempo di fare chiarezza auspicando, anche con l’intervento della magistratura sia inquirente che contabile, visto che i lavori di revisione ventennale hanno comportato un investimento di danaro pubblico di ben 9 milioni di euro, con risultati che, al momento, appaiono del tutto deludenti “.
Sulla vicenda Capodanno chiede l’intervento anche del sindaco Manfredi e dell’assessore ai trasporti Cosenza.
L’associazione RINASCITA GUARDIESE continua la pubblicazione di documenti inerenti la storia guardiese per coltivare la memoria e … progettare il futuro partendo dal passato

L’ex Sindaco Ceniccola presenta alla cittadinanza la relazione gestionale dell’anno 2001 per smentire le falsità e le calunnie messe in giro dai consiglieri comunali dimissionari (Falato Carlo, Panza Floriano, Mancino Alfredo, Garofano Umberto, Massa Antonio, Poreo Vincenzo, Pigna Filippo, Mancinelli Mauro e Foschini Giovanni,) che hanno determinato la caduta dell’amministrazione e l’arrivo del commissario prefettizio.
Sala convegni – Castello Medievale
Fonoregistrazione del discorso pronunciato in data 29 gennaio 2002
“Cari Concittadini,
ho avvertito la necessità di organizzare questo incontro pubblico per smentire le falsità messe in giro dai 9 consiglieri comunali dimissionari tendenti a far apparire l’Amministrazione “dormiente” ed “incapace di intercettare finanziamenti pubblici”. Lasciatemi dire subito che si è trattato di una vera e propria pugnalata alle spalle della nostra comunità per conseguire piccoli interessi particolari e personali.
E per quanto riguarda le accuse riportate nel documento sottoscritto dai consiglieri dimissionari permettetemi di dire chiaro e forte che trattasi di menzogne prive di fondamento e chi dice tali falsità mente sapendo di mentire. A tal proposito, basta leggere il rendiconto delle cose fatte lo scorso anno per smentire con i fatti queste menzogne messe in giro da bugiardi senza dignità e senza vergogna.
Senza tirarla troppo per le lunghe, è doveroso ricordare che l’attività dell’Amministrazione nell’anno 2001 è stata fortemente condizionata dalla necessità di proseguire l’opera di risanamento, iniziata nel giugno 1999, concernente il ripiano di passività pregresse ed il riconoscimento di debiti fuori bilancio precedenti all’anno1999, in alcuni casi derivanti da sentenze divenute cosa giudicata, ad esempio:
Queste ultime due vicende sono costate alle casse comunali diecine e diecine di milioni di lire. Nei primi mesi dell’anno 2001, questa Amministrazione nell’intento di offrire alla comunità guardiese una preziosa e straordinaria opportunità di sviluppo occupazionale e commerciale ha deliberato l’adozione del Piano delle aree da destinarsi agli insediamenti produttivi in zona VASSALLO, quale strumento urbanistico attuativo delle previsioni generale del Piano Regolatore Generale vigente e con lo scopo di realizzare una vera e propria “Città di Bacco” grazie alle grandi disponibilità finanziarie derivanti dal Piano Integrato Territoriale eno-gastronomico in fase di elaborazione da parte della Regione Campania.
Fortemente osteggiato dai nostri oppositori consiliari, il Piano Insediamenti Produttivi, grazie ad una tenace azione condotta nel corso dell’anno 2001 in sede amministrativa e giudiziaria, è divenuto una realtà che candida la comunità guardiese a futuri e rilevanti finanziamenti per avviare nuove attività imprenditoriali capaci di creare le migliori prospettive di sviluppo compatibile con la nostra economia vitivinicola e realizzando quel valore aggiunto alle nostre produzioni agricole che fino ad oggi è mancato (P.S. Per dovere di cronaca, è necessario ricordare che in data 9 luglio 2002 tale progettualità è stata affossata dai governanti subentrati al Sindaco Ceniccola ed è stato perduto il finanziamento di 5 miliardi di lire già ottenuto dalla Regione Campania e che poteva aprire un orizzonte nuovo, insperato, diverso per tanti giovani proiettando in una dimensione concreta le ansie e i bisogni di tanti disoccupati della nostra Comunità e dare all’imprenditoria locale la possibilità di ampliare i propri interessi economici).
L’intenso impegno istituzionale profuso da questa Amministrazione è testimoniato inoltre dalle seguenti pregevoli iniziative che smentiscono nei fatti le falsità messe in giro dai nostri oppositori:
Sotto il punto di vista della dotazione organica di personale, gli obiettivi conseguiti dall’Amministrazione nel 2001 sono di pubblico dominio; innanzitutto, l’assunzione in pianta stabile dell’ing. Massimo Casamassima ( attraverso l’adesione al V bando del progetto RIPAM e senza alcuna spesa concorsuale per l’Ente ) – figura tecnica da tutti riconosciuta indispensabile per il buon funzionamento della tecnostruttura comunale ma anche il potenziamento della polizia municipale con l’inserimento nell’organico a tempo indeterminato delle tre unità di personale degli ex Custodi della soppressa Casa Mandamentale di Guardia Sanframondi ( Blasiello Raffaele, Di Santo Elio e Pigna Giuseppe).
Sempre nell’ottica di colmare le denunciate carenze di professionalità tecniche, l’Amministrazione ha sottoscritto una convenzione con l’Ufficio Provinciale del Lavoro per l’inserimento lavorativo a tempo pieno presso il Comune di due disabili residenti a Guardia Sanframondi rispettivamente muniti di titolo di studio di geometra e diploma di laurea in discipline economico-finanziarie (al geometra Michele Perfetto -vincitore dell’Avviso Pubblico- vanno i miei più sinceri auguri di buon lavoro).
Soddisfacendo pressanti e sacrosante richieste dei cittadini, si è provveduto – con un pubblico sorteggio svoltosi presso la sala convegni del castello – all’assegnazione di circa n.160 colombari cimiteriali. Un sorteggio pubblico che ha evitato qualsivoglia lamentela da parte dei cittadini.
Per quanto riguarda gli affari socio-assistenziali, oltre le concessioni di contributi economici in favore di taluni categorie di soggetti aventi i requisiti di legge, l’attuazione per l’intero anno 2001 del progetto dei Lavori di Pubblica Utilità concernente l’assistenza domiciliare anziani ha consentito all’Amministrazione di mettere a segno tre obiettivi:
– fruire di totale copertura regionale degli oneri finanziari del servizio;
Ciò nondimeno, l’Amministrazione ha deliberato il piano degli interventi in favore degli anziani prevedendo i costi di funzionamento dei centri sociali esistenti (in zona Fontanella e presso la villetta comunale) e la realizzazione di una nuova e moderna struttura funzionale recettiva in via F.M. Guidi che è stata già finanziata dalla Regione Campania con ben 730 milioni di lire ( P.S. A distanza di 24 anni non è stato ancora inaugurato il Centro sociale in via F. M. Guidi e gli anziani sono stati sfrattati dai ristrutturati locali in zona Fontanella).
Infine, bisogna ricordare che, per la prima volta, nell’anno 2001 il Comune di Guardia ha predisposto un progetto per l’assistenza ai disabili gravi che è stato poi finanziato in base alla Legge 168/98, la cui attuazione ha determinato grande soddisfacimento delle famiglie coinvolte nel progetto di assistenza.
Per quanto riguarda le spese d’investimento, permettetemi di ricordare che l’Amministrazione ha dato avvio ad una serie di progettazioni delle opere pubbliche per l’anno 2001 e, in particolare, vanno ricordate le seguenti opere già finanziate e che devono essere semplicemente appaltate e realizzate :
Le opere pubbliche già appaltate e/o realizzate nel corso dell’anno 2001 sono le seguenti :
– MANUTENZIONI ORDINARIE TRATTI FOGNARI COMUNALI
Infine, non posso non ricordare la straordinaria azione politico-amministrativa svolta per assicurare a Guardia Sanframondi il finanziamento per il recupero del Centro Storico ( 2miliardi500milioni di lire ) e le iniziative intraprese negli ultimi mesi del 2001 in tema di reperimento delle necessarie risorse finanziarie per giungere alla sottoscrizione della convenzione per la predisposizione del Programma Integrato Definitivo di Riqualificazione Urbana che può rappresentare uno strumento straordinario capace di generare rilevanti flussi finanziari (P.S. A tal proposito, non possiamo non ricordare il finanziamento di 536mila105 euro ottenuto per il rifacimento della facciate di immobili ricadenti nel perimetro del Piano Integrato e che ha permesso a 41 famiglie guardiesi di realizzare importanti interventi di ristrutturazione).
In poche parole, appare ben chiaro che in questi 2 anni e mezzo abbiamo avviato, per davvero, la rinascita di questa nostra comunità e messo fine alla “confusione”, per usare un eufemismo, che regnava sovrana nel nostro Comune come è stato ben documentato nella denuncia presentata Conti in data 7/3/2001 dal Collegio dei Revisori dei Conti alla Procura Generale della Corte dei Conti.
Dinanzi a tutto questo straordinario lavoro svolto ad esclusivo beneficio del popolo guardiese (e senza far spendere una lira ai guardiesi per pagare lo stipendio al Sindaco Ceniccola) coloro che si permettono di accusare questa Amministrazione di essere “dormiente” mentono sapendo di mentire per riconquistare il bastone del comando. Da parte mia, mi limito semplicemente a ricordare che la Politica si vergogna di chi eleva la menzogna e la calunnia a strumenti di lotta politica. E mi auguro che nessuno si faccia incantare dalle menzogne e dalle false promesse”.

P.S. Per amore di verità, è doveroso ricordare che tutte le opere fatte finanziare dal Sindaco Ceniccola furono bollate come “BUGIE” nella campagna elettorale del maggio 2002 per ingannare i cittadini-elettori e con il risultato di aver provocato un vero e proprio decadimento della vita sociale della nostra comunità. La “Wardia Bella” indicata come la “piccola America” (dove la ricchezza abbondava) è diventata un “Comune Marginale” senza alcuna prospettiva di sviluppo nel breve e lungo periodo.
Per farla breve, da punto di riferimento della valle telesina Guardia Sanframondi è diventato un comune in via di spopolamento con circa 1000 giovani costretti a scappare via per trovare un posto di lavoro. Infatti, il Presidente Mario Draghi ha inserito, nell’anno 2021, Guardia Sanframondi nell’elenco dei “Comuni Marginali” e cioè, in condizioni particolarmente svantaggiate, con un tasso di crescita della popolazione negativo sia nel lungo sia nel breve periodo con indice di vulnerabilità sociale e materiale (IVSM) superiore alla media e con un livello di redditi della popolazione inferiore alla media nazionale.
Questi sono i risultati “straordinari” ottenuti nel corso di circa 24 anni dai nostri governanti che hanno elevato la menzogna e la calunnia a strumenti di lotta politica … senza mai chiedere scusa.
Ai cittadini guardiesi l’ardua sentenza!
RINASCITA GUARDIESE

(dagospia.com) – Che cosa si prova a diventare “Giorgia chi?”, dopo essere stata caramellata di salamelecchi e aggettivi lecca-lecca da Donald Trump che la incoronò leader “eccezionale”, “fantastica”, “piena di energia” e, in un incontro a ottobre 2025, anche “bellissima”?
Brutto colpo, vero, scoprire che l’Amico Americano se ne fotte alla grande della “pontiera” tra Usa e Ue, che si è sbattuta come moulinex intralciando qualsiasi iniziativa anti-trumpiana dei “Volenterosi” leader europei, e non le concede la grazia di un faccia a faccia di cinque minuti, come è successo al recente Forum di Davos?
In quale cesso è finita la sua sbandieratissima “special relationship” con il Trumpone?
Avete per caso letto due righe di scuse all’indignazione del governo Meloni sulla vergognosa frase pronunciata dal Demente di Washington sui militari non americani della NATO (l’Italia conta 53 caduti e oltre 700 feriti), che stavano “un pochino a distanza dal fronte” in Afghanistan, come si è affrettato a fare con la Gran Bretagna di Starmer?
Il fallimento di un anno di infuocati entusiasmi meloniani in difesa di qualsiasi nefandezza sparata dal trumpismo contro l’Europa “parassita e scroccona” (dai dazi alla disgregazione della Nato, dal filo-putinismo sull’Ucraina alla nazi-minaccia di prendersi la Groenlandia), daje e ridaje, non poteva non presentare il conto alla Ducetta-Camaleonte, che riusciva con le sue faccette, accompagnate da supercazzole, a interpretare due parti in commedia, una volta come cavallo di troia del disgregatore Trump in Europa e quella dopo come europeista sottobraccio a Ursula von der Leyen.
Una para-gura che scalpita di entrare nella stanza dei bottoni dei democristiani del Ppe ma da ligia sovranista rifiuta la rimozione del voto all’unanimità in Consiglio europeo (per non parlare della mancata ratifica del MES salva-banche: l’Italia è l’unico paese dell’Eurozona a non aver firmato).
Una furbetta che bacia e abbraccia Zelensky ma non disdegna di partecipare agli spot elettorali del filo-putiniano Viktor Orban.
Questo continuo colpo al cerchio e uno alla botte dell’ex attivista del Fronte della Gioventù quanto poteva ancora durare infinocchiando destra e manca?
Chissà che effetto ha fatto ieri a Palazzo Chigi leggere sul primo quotidiano italiano, quel “Corriere della Sera” che ha sempre pettinato le bambole dell’Armata Branca-Meloni, il durissimo editoriale di un conservatore doc come Mario Monti che toglie la maschera all’insostenibile grande bluff della “Giorgia dei Due Mondi”.
Certo, per rendersene finalmente conto, a Urbano Cairo e al suo direttore (si fa per dire) Luciano Fontana c’è voluto un anno di criminalità di Trump ma il tempo è galantuomo e i nodi alla fine arrivano al pettine.
“Certe scene viste nei filmati che arrivano dal Minnesota sono troppo vicine alle incursioni naziste a Varsavia per non suggerire paragoni allarmanti”, scrive l’ex premier e senatore a vita.
“Si prenda la riforma della giustizia. Sul referendum io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre.
Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria.
eglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”.
E, guarda il destino quanto è cinico e baro: sempre ieri l’istituto di sondaggi Ixè rileva che il fronte del no e quello del sì al referendum sulla riforma Nordio in agenda a fine marzo sarebbero ora testa a testa: 49,9% contro 50,1%.
Appena uno 0,2% di scarto. La rilevazione, realizzata tra il 20 e il 27 gennaio, emerge da un campione di mille elettori. E stima l’affluenza a un buon 61,5%.
“Il referendum avrà inevitabilmente un risvolto politico”, è l’analisi di Stefano Folli su ‘’Repubblica’’ di oggi. “Se lo perdesse, il governo Meloni registrerebbe la prima, autentica sconfitta dall’inizio del suo governo. Con astuzia, la premier ha evitato fin qui di legare il suo nome all’esito della consultazione.
Ma tutti sanno che la legge costituzionale Nordio riguarda la sola, vera riforma che il centrodestra ha varato nel corso della legislatura.
Una riforma che modifica gli equilibri del potere giudiziario ed è volta nelle intenzioni a influire in modo diretto nella vita quotidiana delle persone’’.
Folli prosegue: “Di conseguenza, la sconfitta sarebbe dolorosa anche se non implicherebbe la caduta dell’esecutivo. Va da sé, al contrario, che per un’opposizione in permanente difficoltà una vittoria la sera del 23 marzo equivarrebbe quasi a un’ubriacatura collettiva.
Quindi il centrosinistra ha tutto l’interesse a rendere sempre più politico lo scontro: dirà No alla separazione delle carriere e a ridurre il potere delle correnti all’interno della magistratura; ma soprattutto dirà No al governo Meloni, al suo legame con Trump, alle supposte tendenze autoritarie in sintonia con l’amico americano”.
Da parte sua, anche “Il Foglio” di Claudio Cerasa, non precisamente un bollettino dei “comunisti”, non poteva fare a meno di sottolineare le possibili conseguenze velenose del lungo abbraccio Trump-Meloni:
“Più passa il tempo e più diventa evidente per la presidente del Consiglio che la vicinanza con Trump, dacché poteva essere un valore aggiunto, è diventata un valore tossico.
Meloni non potrà mai confessarlo fino in fondo, ma Trump per l’Italia è diventato un ostacolo quotidiano alla tutela dell’interesse nazionale e la vicinanza con il trumpismo avrà un peso politico nel dibattito elettorale, per Meloni, superiore a molti altri fattori”.
CALENDA: UNA DONNA CHE OGGI TROVO BELLA? IN QUESTO MOMENTO MOLTO IN FORMA MELONI, LA TROVO UNA BELLA DONNA

(Da “Un giorno da Pecora – Radio1”) – Una donna che ultimamente trovo molto bella? “In questo momento secondo me è in forma Giorgia Meloni, la trovo una bella donna. Non sto dicendo che mi piaccia o altro, sia chiaro, è il Presidente del Consiglio, le ho fatto solo un complimento”. Carlo Calenda, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, oggi ha risposto così alla domanda del conduttore Giorgio Lauro, che gli chiedeva quale fosse una donna che attualmente ritiene molto bella.
CARLO CALENDA: MILANO CORTINA? NON NE GUARDO NEMMENO UN MINUTO, MI INTERESSA ZERO; CHE SPORT DOVREI SEGUIRE, IL CURLING? UN PO’ DA SFIGATI LO E’…
Se sarò presente all’apertura dei giochi invernali di Milano e Cortina? “Non andrò alla cerimonia di apertura, figuratevi, non mi interessano, zero proprio, e non ne guarderò nemmeno un minuto. Sono molto contento che ci siano perché fanno bene al Paese però”.
A parlare è Carlo Calenda, che oggi è stato ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. “A voi che gare interessano?”, ha chiesto Calenda ai conduttori. “Lo sci, l’hockey ma anche il curling”, ha risposto Giorgio Lauro.
“Ecco tu hai proprio la faccia da curling…”, ha ribattuto il leader di Azione. “Ne parla come se il curling fosse uno sport…”
E Calenda? “Da sfigati? Un po’ da sfigati lo è…” Sarà contenta la federazione che si occupa del curling. ”Ma io spero che non ci sia…”, ha scherzato il senatore a Un Giorno da Pecora.
CALENDA: PER RENZI RISCHIO FARE FINE PINGUINO CHE SBAGLIA STRADA? MI SENTO SEMMAI QUEL PINGUINO CHE GLI E’ SFUGGITO; RENZI MI SEMBRA UNO SCORPIONE CHE SI PUNGE DA SOLO
Secondo Renzi io potrei fare la fine del pinguino che sbaglia strada? “Non mi sento quel pinguino, mi sento semmai il pinguino che è sfuggito a Renzi.
Lui ha detto che devo decidere dove stare? Veramente l’ultima volta mi sono presentato con Renzi, al centro. Lui mi sembra più uno scorpione, che rischia di pungersi da solo”. Lo dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, il segretario di Azione Carlo Calenda, intervistato da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari, che gli chiedevano il suo parere sull’intervista rilasciata oggi dal leader di Italia Viva
CALENDA: FRATOIANNI? MAI VISTO DAVANTI LE FABBRICHE CONTRO STELLANTIS PERCHE’ ELKANN AVEVA REPUBBLICA CHE LO INTERVISTA TUTTI I GIORNI; IO POPULISTA? DEFINIVA CONTE BURATTINO DI SALVINI
Fratoianni? “In questi anni non l’ho mai visto davanti alle fabbriche nelle lotte contro Elkann e Stellantis, perché gli Elkann possedevano Repubblica, il principale giornale della sinistra. Tanto che io sono due anni che non faccio un’intervista e loro ne hanno tutti i giorni”. Lo dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, il leader di Azione Carlo Calenda, intervistato da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari.
“Io ho fatto questa lotta, fabbrica per fabbrica e Fratoianni non l’ho mai visto, diciamo che quella è una sinistra particolare…”
Fratoianni l’ha accusata di esser populista e stare un po’ di qua e un po’ di la’. “Lo dice uno che e’ alleato di Conte che era alleato con Salvini. Fratoianni in Parlamento definiva Conte burattino di Salvini e adesso la mattina gli mette il pigiama…Fratoianni dice qualunque cazzata, la differenza è proprio questa”.
La strategia funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Dopo è complicità

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Non è stato per niente facile, per Giorgia Meloni, interpretare il ruolo di Grande Mediatrice tra l’Unione europea e l’America di Donald Trump, incassando puntualmente gli sperticati elogi del presidente americano e gli amichevoli sorrisi di Ursula von der Leyen. Non è stato per niente facile, ma lei c’è riuscita, almeno per un tratto di strada, costruendo l’immagine di una leader capace di parlare con tutti, di stare dentro le contraddizioni del tempo, di trasformare l’ambiguità in una risorsa politica. Il metodo è stato semplice e insieme raffinato: fare uso, con sapiente astuzia, di un celebre consiglio del cardinal Mazzarino al Re Sole: «È spesso più utile far finta di non intendere che rispondere apertamente». Una tecnica antica, che consiste nel sospendere il giudizio, rinviare il conflitto, lasciare che le parole più dure cadano nel vuoto, come se il silenzio potesse scioglierle.
Così, quando il suo amico Donald disse che «l’Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti», lei finse di non capire che quelle parole segnavano una rottura epocale e non disse neanche una parola. Non una replica, non una presa di distanza, non una difesa dell’Europa di cui l’Italia è parte costitutiva. Quando il presidente americano impose dazi a tutti i Paesi del Vecchio Continente – Italia compresa – lei finse di non capire che era solo l’inizio di una guerra commerciale e si oppose a ogni contromisura dell’Ue, come se la prudenza potesse sostituire una strategia, come se l’attesa potesse fermare una dinamica di potenza. Quando lui firmò il rapporto della National security strategy in cui c’era scritto nero su bianco che «le attività dell’Unione europea minano le libertà politiche e la sovranità», lei finse di non capire e non fece alcun commento. In quel silenzio non c’era solo diplomazia: c’era una scelta politica, l’idea che il rapporto privilegiato con Washington valesse più della solidarietà europea. Anche adesso, quando Trump è venuto allo scoperto, annunciando una punizione a suon di dazi contro gli europei che osano opporsi alla sua conquista della Groenlandia e del suo ricco sottosuolo, lei ha finto di non capire, derubricando questo scontro frontale a una semplice «incomprensione» e riducendo lo schiaffo doganale dell’amico americano a un semplice «errore».
Per un anno, dunque, Giorgia Meloni ha fatto credere al mondo di essere il ponte tra l’America trumpiana e la scricchiolante Europa. Un ponte costruito sull’idea che le fratture della storia potessero essere neutralizzate con l’equilibrismo, che la radicalità della nuova destra americana potesse essere addomesticata con la familiarità personale, che il conflitto tra potenze potesse essere sospeso con il galateo istituzionale.
Ma ora che il nodo più grosso è arrivato al pettine, non può più far uso del consiglio del cardinale Mazzarino. Perché fingere di non capire è una strategia che funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Quando entra nel territorio delle decisioni, quando tocca i confini, i commerci, la sovranità, allora il silenzio smette di essere prudenza e diventa complicità. Il punto, ormai, non è più la mediazione. È la scelta. E in un mondo che si sta dividendo in blocchi, in cui l’America di Trump non nasconde più la sua volontà di potenza e l’Europa rischia di scoprire la propria irrilevanza, il vero problema per la presidente del Consiglio non è che cosa fingere di non capire. È che cosa, finalmente, è disposta a capire davvero.
I conflitti, la proliferazione nucleare, ma anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e i cambiamenti climatici. Gli esperti del The Bulletin of the Atomic Scientists lanciano l’allarme: nel 2025 sono stati registrati altri quattro secondi verso l’irreparabile

(di Giorgia Scaturro – ilfattoquotidiano.it) – L’apocalisse non è mai stata così vicina. Le lancette del Doomsday Clock, che ticchettano la sorte dell’umanità al ritmo del progresso e delle nuove tecnologie che via via implementiamo, sono state portate avanti. Mancano adesso solo 85 secondi alla mezzanotte, ora simbolica della catastrofe globale.
Con lo sguardo severo gli scienziati del The Bulletin of the Atomic Scientists, organizzazione no profit fondata nel 1947, hanno aggiornato l’orologio ideato da scienziati come Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer dopo la tragedia nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Un campanello d’allarme simbolico per farci aprire gli occhi su come alcune invenzioni che stiamo sviluppando ci stiano avvicinando all’autodistruzione.
“Il Comitato scientifico e di sicurezza del Bulletin ritiene che l’umanità non abbia compiuto progressi sufficienti per quanto riguarda i rischi esistenziali che mettono in pericolo tutti noi. Abbiamo quindi deciso di spostare l’orologio in avanti – ha detto Alexandra Bell, presidente e CEO del Bulletin of the Atomic Scientists – l’orologio dell’apocalisse è uno strumento che serve a comunicare quanto siamo vicini alla distruzione del mondo con le tecnologie che noi stessi abbiamo creato. I rischi che corriamo a causa delle armi nucleari, dei cambiamenti climatici e delle tecnologie dirompenti sono tutti in aumento. Ogni secondo è prezioso e il tempo a nostra disposizione sta per scadere. È una dura verità, ma questa è la nostra realtà. Mancano ora 85 secondi alla mezzanotte”.
Nel 2025 lancette sono saltate avanti di ben 4 secondi (rispetto agli 89 secondi al disastro dell’anno precedente) spinte dalla minaccia di guerre nucleari, dall’accelerazione dello sviluppo di arsenali atomici e dal rischio che armi nucleari possano essere dispiegati anche nello spazio. E poi l’aggravarsi dei cambiamenti climatici, il pericolo di disastri biologici e pandemie da cui non siamo preparati a difenderci e, su tutti, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
“Siamo al momento più critico nella storia dell’orologio. In ognuna delle aree che osserviamo non solo non siamo riusciti a fare i passi necessari a ridurre i rischi per l’umanità ma ne abbiamo creati altri ancora più grandi. I conflitti si sono intensificati nel 2025 con molteplici operazioni militari che hanno coinvolto stati dotati di armi nucleari” ha detto Daniel Halz, presidente del consiglio del Bullettin con sede a Chicago, portando l’attenzione su altro pericoloso conto alla rovescia: “La prossima settimana scadrà l’ultimo trattato che regola le scorte di armi nucleari tra Stati Uniti e Russia. Per la prima volta in oltre mezzo secolo, non ci sarà nulla che impedirà una corsa sfrenata agli armamenti nucleari”.
Quei 4 secondi saranno colpa di Trump? Russia, Cina e Stati Uniti hanno un bel palleggio di responsabilità da fare ma sul presidente e capo della maggiore economia mondiale, gli scienziati atomici puntano il dito: “Quando Vladimir Putin e Donald Trump si sono incontrati in Alaska, la questione del rinnovo del trattato sul nucleare New Start non è stata sollevata. Ci deve essere una certa prevedibilità sul numero di armi che gli Stati Uniti e la Russia schiereranno, e poi bisogna iniziare a coinvolgere la Cina sulla stessa questione – sostiene Steve Fetter membro del Consiglio del Bulletin – La realtà è che sotto le diverse amministrazioni precedenti a Trump, mantenere la sicurezza internazionale era un lavoro quotidiano. Dall’insediamento del tycoon questo è cessato. Non ci sono persone intelligenti che lavorano su questo problema, che interagiscono con i nostri avversari per cercare di ridurre il pericolo nucleare. Ed è questo che deve cambiare”.
Trump è protagonista di quelle che gli scienziati del Bulletin chiamano “tendenze autocratiche che ostacolano la cooperazione internazionale e fungono da moltiplicatore di minacce, rendendo il mondo più impotente di fronte ai pericoli esistenziali”, come osserva Halz: “Conosciamo con allarme le recenti tragedie del Minnesota e l’erosione dei diritti costituzionali dei cittadini americani. La storia ha dimostrato che quando i governi smettono di rendere conto ai propri cittadini, ne conseguono conflitti e miseria. E questa tendenza globale rende il mondo più pericoloso per tutti”.
Ad aumentare le preoccupazioni degli scienziati del Doomsday Clock è l’intelligenza artificiale: la minaccia di una sua integrazione non regolamentata nelle apparecchiature militari, di un potenziale uso improprio per creare minacce biologiche e del ruolo nel’IA nel diffondere disinformazione a livello globale. “La tecnologia che governa le nostre vite sta provocando una armageddon dell’informazione. Dai Social Media all’intelligenza artificiale generativa, nessuna di queste tecnologie è ancorata ai fatti. Le piattaforme che mediano le nostre informazioni sono state costruite su un modello estrattivo e predatorio. Hanno trasformato la nostra attenzione in una merce e la nostra indignazione nel loro modello di business. Non ci connettono, ci dividono. E questa divisione, ha permesso il crollo della cooperazione e l’ascesa di leader illiberali che sfruttano il caos” ha sottolineato la premio Nobel per la Pace e CEO di Rappler Maria Ressa. “Quello a cui stiamo assistendo – continua Ressa – è qualcosa di ancora più pericoloso, ovvero la fusione dei poteri di stato con gli oligarchi tecnologici che controllano le piattaforme”.
E mentre il mondo si interroga su benefici e pericoli dell’intelligenza artificiale, questa tecnologia si dimostra già un flagello per i lavoratori britannici. Uno studio condotto da Morgan Stanley ha riscontrato che il Regno Unito è il paese che più delle altre grandi economie mondiale come Giappone, Stati Uniti Germania e Australia è stato colpito dall’uso dell’IA, responsabile per un 8% di riduzione di posti di lavoro nelle aziende britanniche negli ultimi 12 mesi.
Ma è ancora possibile portare indietro le lancette del Doomsday Clock? Sì. E questo è il messaggio degli scienziati di Chicago e la vera missione dell’orologio della catastrofe. “L’orologio non predice il futuro ma fa luce sulla situazione corrente. È già stato riportato indietro in passato e può esserlo di nuovo – dicono – ma spetta a noi. I cittadini di tutto il mondo devo esigere che i propri governanti facciano di più, che cooperino per identificare e mitigare i rischi per il mondo, o forse trovare leader disposti a farlo. Le tecnologie e le capacità per invertire le lancette ci sono già”.
La Russa si è aggiunto al coro, dapprima confusionario, della destra di vertice: “Non si può sindacare sulle scelte degli Usa”, ha sostenuto il nostro collezionista di busti. Ma certo…

(di Riccardo Bellardini – ilfattoquotidiano.it) – Avevo una mezza sensazione su ciò che il presidente del Senato, Ignazio La Russa, potesse pensare a proposito della presenza delle squadre della milizia trumpiana Ice alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Ma certo poi ho sperato in un sussulto di decenza, in una ventata d’aria nuova, limpida, che sostituisse almeno per un po’ le sferzate nere, nerissime, che provengono un giorno sì e l’altro pure dal monte oscuro chiamato governo Meloni. Ma no, niente da fare, il vento nero è dominante, troppo intenso, sembra quasi il ciclone Harry.
E come poteva restare assopito di fronte a questi agenti di tutto punto, che terrorizzano città? Che arrestano bambini? Che uccidono a sangue freddo gente inerme? Il vento nero ha voglia di dominare. Ha voglia di farlo ancor di più, se una nuova dominazione fascista (per citare Matteotti) si affaccia prepotente nella storia. Le squadre Ice son solo la punta dell’iceberg del ritorno di fiamma dell’onda autoritaria che strizza gli occhi a Hitler, ma pure e soprattutto (molti se lo dimenticano), al duce del fascismo, il quale ispirò il fuhrer tedesco in maniera determinante. La favola del fascismo attore buono, più mite rispetto all’orribile macchina malvagia del Reich, ancora resiste.
Dunque La Russa si è aggiunto al coro, dapprima confusionario, poi più deciso della destra di vertice: “Non si può sindacare sulle scelte degli Usa”, ha sostenuto il nostro collezionista di busti. Ma certo. A maggior ragione se quelle scelte ricordano i bei tempi andati al caro Ignazio. Quando per paura del rivoluzionario rosso gli uomini neri picchiavano duro e terrorizzavano, non preoccupandosi di ammazzare innocenti.
Picchiavano e picchiavano, spadroneggiavano. Violenti e senza remore. L’impero ventennale nacque e si resse sui loro metodi barbari e intimidatori, mentre Adolf in Germania prendeva appunti.
Dunque ben vengano questi eroi. E chi si mette a sindacare? Son scelte loro. Così penserà anche la premier Giorgia Meloni, che nel Giorno della memoria ha condannato il regime mussoliniano per la complicità nello sterminio degli ebrei, ma si guarda bene dall’esporsi sulle famigerate squadre anti immigrazione del Tycoon, in linea con l’asservimento portato avanti finora, accantonato solo per un barlume d’orgoglio, quando c’è stato da rispondere al capo della Casa Bianca sul contributo italiano nella missione in Afghanistan.
Anche dall’ala più moderata della coalizione di governo, non abbiamo parole di condanna, ma di giustificazione. Il ministro degli Esteri Tajani, in quota Forza Italia, rispetto all’Ice sostiene: “Non sono le SS”. Ma ha ragione. Non sono le SS. Sono un fenomeno nuovo. Che però ricorda di più, a mio avviso, le squadre fasciste. Nel tentativo giustificatorio, il ministro ha detto una verità. L’Ice costringe l’Italia a fare i conti con la fase più oscura della sua storia. Ma il governo fa spallucce, come accade quando vanno in scena le famose adunate rievocative suggellate dal grido del “presente!”.
Ed intanto le Olimpiadi invernali sono alle porte. Ma no, visto l’andazzo, forse è meglio chiamarle con un altro nome, ad esempio… Fasciolimpiadi! Che dite, suona bene?

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – C’è un’arte tutta americana: scrivere strategie come se fossero lastre ai raggi X del mondo, oggettive, fredde, inevitabili. Poi le leggi bene e scopri che sono specchi, non radiografie. La Strategia di difesa nazionale 2026 è un esempio da manuale: si definisce realista, pratica, concentrata sulle minacce “vere”. Ma la parola che comanda, anche quando non la ripetono, è una sola: gerarchia. Chi conta, chi paga, chi combatte. E soprattutto chi deve smettere di vivere “a scrocco” sotto l’ombrello americano.
Il testo parte con un’autoassoluzione che sembra scritta col timbro: la colpa è sempre di “quelli di prima”. Avrebbero lasciato crescere il caos, avrebbero legato le mani a Israele dopo il 7 ottobre, avrebbero consentito all’Europa di fare la bella vita sulla sicurezza garantita dagli Stati Uniti e, ciliegina, avrebbero lasciato andare in malora la base industriale della difesa. Poi arriva la medicina universale: pace attraverso la forza. Ma con un’aggiunta che è la vera novità: la forza non si spreca. Si concentra dove interessa agli Stati Uniti. Difesa del territorio nazionale e competizione nell’Indo-Pacifico. Il resto, dall’Europa al Medio Oriente, diventa una voce di spesa “critica ma più limitata”. Traduzione: ci siamo, ma non come prima, e soprattutto non gratis.
Dal mondo “uno e indivisibile” al mondo a cerchi concentrici
Qui si vede il cambio di paradigma. Basta con l’idea che ogni minaccia sia “esistenziale”. Adesso si pesa tutto, si classifica, si gerarchizza. Prima la casa, poi il cortile, poi le rotte e le tecnologie che fanno girare la macchina. E infatti dentro la stessa strategia convivono tre mosse che, lette da lontano, sembrerebbero un minestrone: controllo delle frontiere, pressione sugli alleati, competizione industriale. Ma sono coerenti. Vogliono dire: riduciamo le vulnerabilità interne per avere fiato e forza fuori.
Il “territorio e l’emisfero” vengono raccontati con toni emergenziali: migrazione illegale, narcotraffico, criminalità transnazionale, terrorismo in versione ibrida. Così una questione di ordine pubblico diventa strategia nazionale. Se il nemico è “ibrido”, la risposta deve esserlo: forze armate, intelligence, tecnologia, pressioni sui Paesi vicini. E qui spunta l’eco della Dottrina Monroe, aggiornata al XXI secolo: canali, porti, snodi, mari. Il Canale di Panama come parola d’ordine. La Groenlandia come tassello geopolitico. Il cortile di casa come teatro di potenza.
La Cupola d’oro: la militarizzazione del cielo quotidiano
Il cuore operativo è la difesa del territorio, non più solo in chiave nucleare. La deterrenza atomica resta, certo. Ma torna centrale la difesa aerea e antimissile, adattata a droni e minacce a basso costo. La “Cupola d’oro” è propaganda e programma insieme: proteggere lo spazio aereo diventa politica interna tanto quanto militare. Non è più solo l’incubo del missile intercontinentale. È il drone che colpisce un’infrastruttura. È l’attacco che non ti distrugge l’esercito ma ti spegne il Paese.
E qui entra l’economia. Difendere il territorio significa difendere porti, reti energetiche, data center, ferrovie, distribuzione. In una guerra moderna il primo bersaglio non è la trincea: è la normalità. E la normalità è fatta di flussi. Se ti fermano i flussi, hai perso senza che un soldato spari.
Cina: dissuadere negando, e proteggere il centro economico del secolo
La Cina è il baricentro. Il documento la tratta come il grande avversario strutturale. Linguaggio diplomatico in superficie: dialogo militare-militare, stabilità, de-escalation. Ma sotto c’è l’assunto: Pechino si arma troppo, troppo in fretta, troppo bene. E quindi non bisogna “umiliarla”, dicono, ma impedirle di dominare gli Stati Uniti e i loro alleati. Traduzione: niente resa dell’avversario, ma un equilibrio imposto con superiorità di postura.
Il cardine è la “deterrenza per negazione” lungo la Prima catena di isole: rendere troppo costoso e troppo incerto ogni salto in avanti cinese, soprattutto attorno a Taiwan e alle rotte. Ma qui la scelta militare è anche industriale: negazione significa volumi. Munizioni. Sensori. Navi e aerei distribuiti. Basi e logistica. Manutenzione. Cioè fabbriche che girano.
E infatti l’aggancio economico è dichiarato: l’Indo-Pacifico è il futuro centro di gravità dell’economia mondiale, più della metà del prodotto globale. Se la Cina dominasse la regione, potrebbe mettere un veto di fatto all’accesso americano a mercati e scambi. Risultato: prosperità e reindustrializzazione sotto ricatto. In altre parole: la competizione militare viene venduta come assicurazione sulla politica industriale.
Russia: minaccia persistente, ma con un trucco contabile chiamato “Europa”
La Russia viene descritta come minaccia durevole ma contenibile. Riserve industriali e militari, guerra lunga nello spazio vicino, nucleare, capacità subacquee, spaziali e cibernetiche. Però la conclusione è una stoccata agli europei: l’Europa è più forte della Russia, per economia e demografia. Dunque deve fare lei. Deve assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale e del sostegno all’Ucraina, mentre gli Stati Uniti faranno la parte “essenziale ma più limitata”. È l’eleganza crudele della nuova linea: si resta, ma si riduce. E se non vi piace, aprite il portafoglio.
La strategia infatti è anche un documento negoziale verso la NATO. Il messaggio è: basta dipendenze. Vogliamo partner che spendano e producano. E arriva il numero magico: cinque per cento del prodotto interno lordo, tra spesa militare e spesa “legata alla sicurezza”. Anche se non lo raggiungi, serve per una cosa: fissare l’asticella e trasformare ogni bilancio europeo in una discussione transatlantica. È politica industriale imposta con l’elmetto.
Iran e Medio Oriente: dimostrazione di forza, con la stabilizzazione trattata come optional
Sul Medio Oriente il documento rivendica successi operativi: colpi decisivi contro il programma nucleare iraniano, sostegno a Israele, indebolimento delle milizie legate a Teheran, riduzione della minaccia degli Houthi contro la navigazione. Il tono è trionfalistico e serve a un obiettivo: dimostrare che la “pace attraverso la forza” è una pratica, non uno slogan.
Ma sotto c’è l’altra verità: il Medio Oriente è un pozzo che drena risorse e attenzione. Quindi lo si racconta come problema “ridimensionabile”, gestibile con operazioni mirate e deterrenza, mentre la posta vera resta altrove: l’Indo-Pacifico.
La simultaneità: la guerra che arriva in più teatri e la paura di dover pagare tutto
Il punto strategico più serio è il “problema della simultaneità”: crisi in più teatri, avversari che si coordinano o si aiutano indirettamente, finestre di opportunità che si aprono insieme. È la diagnosi che giustifica la selezione delle priorità. Se il mondo può incendiarsi in Europa, Medio Oriente e Asia nello stesso momento, gli Stati Uniti non possono più caricarsi tutto allo stesso modo. Devono scegliere. E devono far scegliere, cioè far pagare, agli alleati.
Il testo è brutale: per decenni molti alleati hanno preferito spendere in casa, lasciando agli americani la difesa. Ora basta. La rete di alleanze viene descritta come un perimetro attorno all’Eurasia: geografia favorevole e, soprattutto, ricchezza complessiva superiore a quella degli avversari. Se pagate davvero, dice Washington, possiamo deterrere più crisi contemporanee. Se non pagate, preparatevi a scoprire cosa significa “supporto limitato”.
Scenari economici: reindustrializzare la guerra e combattere con le fabbriche
Il capitolo industriale è quello che svela la natura vera del testo. Potenziare la base industriale della difesa significa riportare a casa produzioni strategiche, espandere capacità, liberare innovazione, usare l’intelligenza artificiale, tagliare vincoli regolatori. È politica economica travestita da dottrina militare. E produce tre scenari.
Primo: un ciclo di spesa che può sostenere crescita e tecnologia, ma porta con sé colli di bottiglia, inflazione settoriale e competizione feroce per materie prime critiche.
Secondo: una ristrutturazione delle catene di fornitura transatlantiche. Gli alleati possono produrre di più e meglio, sì, ma dentro standard americani, interoperabilità americana, priorità di consegna americana. È cooperazione, ma con la gerarchia scritta in piccolo sotto la firma.
Terzo: la guerra delle scorte diventa permanente. Le guerre recenti hanno dimostrato che il consumo reale supera le previsioni. Vince chi produce, non solo chi innova. Vince chi ha il flusso, non solo il prototipo.
Valutazione geopolitica e geoeconomica: l’alleanza come leva e l’autonomia come promessa condizionata
Il documento ridisegna l’ordine occidentale in chiave transazionale: conti se paghi e se produci. Può rafforzare davvero alcune capacità europee, certo. Ma al prezzo di una dipendenza diversa: non più solo ombrello americano, ma integrazione industriale guidata da Washington. Per l’Europa, la scelta implicita è semplice e scomoda: trasformare l’aumento di spesa in autonomia reale, oppure limitarsi a comprare e seguire, ribattezzando il tutto “sovranità”.
Sul piano globale, la strategia chiarisce che la competizione con la Cina non è solo militare: è controllo degli spazi economici decisivi, delle rotte, degli standard tecnologici, della capacità produttiva. Difesa del territorio, pressione sugli alleati e rilancio industriale sono strumenti della stessa guerra: mantenere l’accesso e il primato nel cuore economico del secolo.
In definitiva, la Strategia 2026 vuole chiudere l’epoca dell’universalismo americano e aprire quella della selezione. Non promette di aggiustare il mondo. Promette di scegliere quali problemi contano. E soprattutto di presentare la fattura: agli alleati, ai rivali, e anche a chi, a Washington, chiama “strategia” ciò che in fondo è una contabilità della potenza.
Il segretario generale della Nato è sotto tiro per le sue osservazioni sull’idea di una emancipazione dell’Europa dalla protezione di Washington. “Non potete, non possiamo”, ha detto Rutte. Critiche feroci dalla Francia

(it.euronews.com) – Il segretario generale della Nato Mark Rutte sta subendo aspre critiche dopo aver detto che se l’Unione europea pensa di diventare indipendente dagli Stati Uniti, il suo più grande alleato in materia di sicurezza e difesa, deve “continuare a sognare”.
I suoi commenti sono arrivati sulla scia del tentativo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di prendere possesso della Groenlandia attraverso misure punitive, una disputa senza precedenti che ha portato l’alleanza atlantica sull’orlo del collasso.
Le tensioni sono state disinnescate da un accordo sulla sicurezza dell’Artico mediato da Rutte.
“Quando il presidente Trump fa qualcosa di buono, lo elogio, e non mi dispiace che pubblichi i messaggi di testo”, ha detto Rutte ai membri del Parlamento europeo lunedì pomeriggio, riferendosi alla fuga di notizie sulle comunicazioni private tra i due.
“Se qualcuno pensa, ancora una volta, che l’Unione europea, o l’Europa nel suo complesso, possa difendersi senza gli Stati Uniti, continui a sognare. Non potete. Non possiamo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri“.
Rutte ha sostenuto che gli Stati europei dovrebbero spendere il dieci per cento del loro Pil, anziché il cinque per cento come previsto dall’obiettivo attuale, per compensare la perdita del sostegno di Washington.
“Dovreste costruire la vostra capacità nucleare. Questo costa miliardi e miliardi di euro”, ha detto. “In questo scenario, perdereste l’ultimo garante della nostra libertà, che è l’ombrello nucleare degli Stati Uniti. Quindi, ehi, buona fortuna!”.

(di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – Nell’analisi della politica internazionale prevale da un po’ di tempo una visione apocalittica dell’ordine euro-atlantico basato sulla Nato. Alcuni ne hanno da tempo definito la morte, data l’anomalia trumpiana e l’irrituale violenza, che Washington ha scatenato sui sempre più remissivi alleati.
Come ho già citato nel libro Un approdo per noi naufraghi, Robert Cooper, diplomatico britannico, nel 2002, molto prima delle ammissioni pubbliche a Davos del primo ministro del Canada, ex direttore della Banca centrale di Londra, Mark Carney, aveva illustrato come il “liberal order basato sulle regole” fosse una ideologia adatta a difendere gli interessi geostrategici occidentali, nutrita di doppi standard e asimmetrie, violazioni aperte del diritto internazionale nei confronti degli Stati non appartenenti al club privilegiato. Non si tratta di un concetto rivoluzionario. Esso è da tempo compreso dalla parte consapevole della società civile europea. Rappresenta uno schiaffo in piena faccia a coloro, editorialisti, accademici e diplomatici, che purtroppo hanno da decenni alimentato la favola del mondo liberale buono contro le autocrazie cattive. Il presidente francese, con un patetico Whatsapp, ha chiesto un colloquio a Davos al presidente Usa perché, sebbene lui sostenga Washington in tutte le aperte violazioni della Carta onusiana, dal Venezuela all’Iran, proprio non riesce a comprendere la posizione americana sulla Groenlandia. Per decenni gli europei sono stati complici nella distruzione del multilateralismo e del diritto internazionale. Restano tuttavia sbalorditi se la Tigre, che hanno con disinvoltura cavalcato, si ritorce contro di loro.
Ci troviamo di fronte a un teatro di infima qualità. Le classi dirigenti europee costituiscono insieme a quella americana un uguale e omogeneo blocco di potere che ruota intorno al dollaro. Da tempo, e sicuramente dopo il colpo di Stato in Ucraina del 2014, hanno rinunciato a rappresentare gli interessi dei popoli europei, dell’euro, delle industrie e dell’economia nostrane. La grande industria tedesca ha subito il sabotaggio dei gasdotti senza fiatare, rassegnandosi a un declino economico nel quale sta attirando l’intero continente.
La dipendenza dalla finanza statunitense ha dopo il 2008 eroso ogni ideale di autonomia strategica europea. La narrativa liberal, conforme alle grandi lobby, ha costruito l’avversario in Trump, il volto selvaggio dell’impero, che distrugge le parvenze liberali e afferma il diritto statunitense di nutrirsi del sangue dei vassalli e dei nemici deboli, a cui vanno rubate materie prime e terre rare. Al netto dell’ipocrisia, si dovrebbe ben sapere che Washington da anni, con Biden e con Obama, ha perseguito i propri interessi a scapito dei nostri. Da Mitterrand in poi, dalla sua storica dichiarazione nel 1994 sulla guerra a morte in corso contro gli Usa, gli analisti di politica internazionale conoscono la divergenza di interessi esistente e la determinazione con la quale Washington ha ostacolato la costruzione di un’Europa politicamente e economicamente forte, in cooperazione con la Russia. La guerra in Ucraina è stata l’ultimo atto che ha eseguito l’elegante appello di Victoria Nuland “Fuck Europe”. La dipendenza economica e finanziaria dal dollaro, costruita scientemente negli anni proprio da coloro che oggi alzano la testa e cianciano di rafforzamento di Bruxelles, ci farà restare quello che siamo: complici dei progetti di dominio imperiale Usa, che secondo la strategia di difesa americana, dovrà implicare un più equo burden sharing, 5% di spese di difesa, Europa braccio armato della Nato contro la Russia. Questo il blocco di potere euroatlantico, che secondo Emmanuel Todd condivide una corruzione diffusa ed è sotto ricatto dati i flussi di denaro registrati da internet verso i paradisi fiscali. Un blocco di potere che con lo spazio politico mediatico e la sua classe di servizio in Europa costruisce una narrativa potente, in grado di fabbricare consenso anche nelle vittime, le classi lavoratrici. Lo sviluppo tecnologico, l’IA, come Larry Fink ha esplicitato, avrà nuovi temibili costi sociali. Di fatto ben più gravi saranno quelli culturali e democratici, a spese del nostro umanesimo. Eppure, in questi tempi cupi, ci sarebbe la possibilità, con una dirigenza diversa, un’istanza politica nuova e coraggiosa, in grado di unificare i settori schizzati del dissenso, per insinuarsi nelle contraddizioni oggettive del mondo occidentale.
Liberarsi della Nato, porre fine all’involuzione autoritaria che ha saldato il nuovo fascismo delle destre trumpiane, a partire dalla Meloni, con i cosiddetti progressisti del centrosinistra europeo. Le normative recentemente elaborate contro l’antisemitismo ne sono la prova, costituendo la criminalizzazione di ogni critica a Israele e del dissenso in genere.

(Tommaso Merlo) – Vogliono ridurre l’Iran come la Siria, l’Iraq, il Libano e la Libia. In ginocchio e nel caos in modo che il regime di Netanyahu possa finalmente conquistare l’egemonia sul Medioriente. È imposizione della volontà con la forza. Ma non la loro, quella americana. Anche questa volta saranno infatti i cittadini americani a pagare i miliardi che servono per colpire l’Iran che non costituisce nessuna minaccia per loro. E con una eventuale crisi petrolifera, pagheranno la guerra due volte. Nessuna novità tranne che i cittadini americani sono stanchi di essere presi per i fondelli e di pagare guerre e sacrificare uomini per Israele che non considerano più un alleato, ma un paese che ha corrotto la loro democrazia e che nei decenni li ha dissanguati e fatti odiare dal mondo intero. Lo pensano a destra come a sinistra, ma anche da quelle parti tra politica e cittadini c’è il vuoto. Con la potentissima lobby sionista che controlla entrambi i rami del Congresso, la Casa Bianca ed i media mainstream e detta quindi l’agenda. Anche Trump aveva promesso America First e basta con interferenze e guerre inutili, ma come tutti i presidenti americani, una volta eletto si è inchinato a chi comanda davvero. La lobby sionista e lo stato profondo guerrafondaio. Gli Stati Uniti hanno una economia di guerra, investono in armi ed esercito somme abnormi rispetto al resto del mondo ed hanno bisogno di scuse per svuotare gli arsenali di quell’immensa macchina della morte. Ed è questo il compito dello stato profondo che attraverso i servizi segreti manovra dietro le quinte. Per aggredire l’Iran la scusa è la bomba atomica peccato che a detenerla illegalmente è Israele, non l’Iran. Già, la bomba atomica è in mano ad un ricercato internazionale per crimini contro l’umanità. Lo chiamano doppio standard, ma è ordine mafioso basato sulla legge del più ricco e quindi del militarmente più forte. L’Iran ha sempre rispettato i trattati sul nucleare e produce energia atomica per uso civile. La vera colpa del regime degli Ayatollah è non essere allineato e succube. Come scusa per aggredirlo, hanno avuto pure il coraggio di tirar fuori i diritti umani dopo essere stati artefici e complici del genocidio del secolo a Gaza. Oppure panzane sulle donne come con l’Afghanistan che per ingannare le masse avevano sbandierato il burqa salvo poi ridare il paese ai Talebani dopo vent’anni di occupazione a bombardare matrimoni e far abbuffare l’indotto bellico. Poi certo, il regime degli Ayatollah è lontano dal nostro modo di vedere molte cose, ma è casa loro e sono liberi di vivere come vogliono. Se poi alcuni cittadini iraniani ambiscono ad un cambiamento politico e sociale, devono rimboccarsi le maniche e lottare per conquistarselo. Si chiama democrazia e anche da noi è sempre funzionato così. Le donne sono scese in piazza per conquistare la parità e popoli interi hanno lottato per ottenere diritti sociali e civili. Si chiama autodeterminazione che è l’unica a generare progresso, mentre l’interferenza esterna genera distruzione soprattutto se in malafede come quella occidentale. Noi non abbiamo nessun diritto e nessuna credibilità per dare lezioni morali e di democrazia a nessuno. La storia degli ultimi decenni e quindi i fatti e non le chiacchiere, dimostrano che gli incivili e perfino i terroristi, siamo quasi sempre noi. Da Kabul a Gaza passando per Minneapolis. Il ministro di Trump ha ammesso candidamente che la crisi monetaria in Iran che ha scatenato le recenti proteste, è stata causata ad arte da loro. Era parte di un piano di “regime change” che comprendeva agitatori violenti infiltrati dal Mossad e dalla Cia. L’ennesimo tentativo di colpo di stato per mettere al posto degli Ayatollah l’ennesimo fantoccio che parla inglese e già scalpita in America. Alla faccia della volontà del popolo iraniano sceso massicciamente in piazza e quindi alla faccia della democrazia e della sovranità altrui. Il vero obiettivo occidentale è ridurre anche l’Iran in ginocchio e nel caos in modo da imporre l’egemonia sionista nella regione. Il resto sono balle. E quindi eccoci qui, con le portaerei americane schierate per l’ennesima aggressione camuffata. Noi occidentali siamo talmente superiori che non sappiamo nemmeno la verità di quello che succede nel mondo, con le masse vittime di una propaganda ormai permanente tra media mainstream venduti e penosa faziosità politica. Siamo talmente superiori che le nostre democrazie sono solo apparenti, votiamo e poi comanda chi ha i soldi per manovrare dietro le quinte il circo partitocratico. Siamo talmente superiori che da decenni insanguiniamo il mondo e riduciamo interi popoli alla miseria per imporre i nostri deliri suprematisti senza mai assumercene la responsabilità. Siamo talmente superiori che votiamo per la pace e ci ritroviamo in una guerra permanente col rischio sempre più concreto di un terzo conflitto mondiale.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Si sa che i fascisti, in Italia, sono tanti. D’altra parte, si tratta di un classico del made in Italy: stupirsi di quanti italiani siano fascisti sarebbe come meravigliarsi che a Bologna ci sono i tortellini, a Torino i gianduiotti e ad Alberobello i trulli.
Ma, così a occhio, i fascisti non sembrerebbero in numero tale da poter sostenere una quantità di partiti fascisti già adesso impressionante, da Guinness dei primati. Tentando un riepilogo: ci sono i vecchi titolari di Fratelli d’Italia (non tutti fascisti, c’è anche Crosetto); la Lega di Salvini, a mio personale giudizio il più fascista mai visto dai tempi della Marcia su Roma; le antiche botteghe Forza Nuova e CasaPound, puro vintage, nella tradizione gloriosa del manesco nazionale; più la miriade di sigle e siglette di teste rasate, gioventù hitleriane, pulitori etnici, negazionisti, remigrazionisti, ultras di stadio con più tatuaggi che neuroni, neotemplari da operetta e nibelunghi da birreria.
Ce n’è abbastanza? No, non ce n’è abbastanza. Pare che il generale Vannacci (la cui somiglianza con Alberto Sordi aumenta mese dopo mese, e non cessa di entusiasmarci) abbia depositato il marchio di un ennesimo partito fascista, con tanto di caratteri solennemente littori. Si chiama Futuro Nazionale. Ce la farà È possibile sopravvivere in tre, in quattro, in cinque, in dieci, contendendosi la stessa fascia, anzi lo stesso fascio di mercato?
Ammetto di seguire con malcelata simpatia il tentativo di Vannacci. Rappresenta, in quel mondo lugubre e minaccioso, la variante impazzita. Farà danni soprattutto ai partiti confinanti, probabilmente anche a se stesso. I limiti dello sviluppo riguardano anche il fascismo: più di tanto, non può svilupparsi.
I modi dell’Ice evocano quelli dei cacciatori di schiavi, espressione del suprematismo bianco organizzato in gruppi senza limiti alla loro violenza, prezzolati, col compito di catturare e riportare nelle piantagioni gli schiavi che tentavano di fuggire

(Sara Gentile* – editorialedomani.it) – I fatti di Minneapolis sono di una gravità senza precedenti, le immagini e le circostanze dell’uccisione di cittadini americani da parte dell’Ice scuotono i nervi e le coscienze obbligandoci a una riflessione.
La presidenza Trump, iniziata con piglio aggressivo, ha sempre più accentuato i suoi tratti autoritari sia in politica estera (i dazi attuati, quelli minacciati, il disprezzo per l’Europa e tutti i paesi che non si genuflettono ai suoi voleri) sia in politica interna con l’accanimento verso gli immigrati, i musulmani, i messicani, l’ostilità verso le università ritenute covi di insubordinazione e verso le città amministrate dai democratici.
Insomma l’età dell’oro, promessa con retorica autocelebrativa da Trump, si è tinta di un’ombra scura, minacciosa che ora imperversa in vari luoghi della grande America minacciando la popolazione.
Cosa è successo in una delle più grandi democrazie antiche dell’Occidente? Cos’è questo rigurgito di barbarie? Alcune cose colpiscono nella gestione del potere di Trump, che non ricorda solo il mito imperiale della politica americana ma va oltre.

La prima è che nessun regime autoritario o dittatoriale passato o presente ha mai rivendicato con iattanza l’omicidio o la sparizione di cittadini: Putin nell’uccisione di giornalisti e dissidenti, la dittatura militare in Argentina coi desaparecidos, ma anche Hitler e Mussolini (quest’ultimo solo nel caso dell’assassinio di Matteotti, nel suo discorso alla Camera nella svolta che da quel momento consolidò il regime) non hanno mai rivendicato le repressioni di cui erano i primi responsabili.
Il terrore di Stato era ben occultato a vantaggio di una parvenza di autorevolezza sulla scia della tradizione degli “arcana imperii” declinata a proprio uso e consumo.

Trump invece esibisce senza ritegno il suo agire secondo la legge della forza bruta e pare che fomenti la ribellione, magari per potere ricorrere all’Insurrection Act, istituito da Jefferson nel 1807, che gli consentirebbe di usare l’esercito per sedare qualunque forma di ribellione – che nella legge in questione non è ben definita – e avere così un dominio assoluto.
La seconda cosa è che l’Ice con i tratti di una milizia al suo servizio ricorda molto una pratica usata in America già dal 1700 e fino alla seconda metà del 1800 , quella degli slave catchers, i cacciatori di schiavi, espressione del suprematismo bianco organizzato in gruppi senza limiti alla loro violenza, prezzolati, col compito di catturare e riportare nelle piantagioni gli schiavi che tentavano di fuggire.
Proprio in questa macchia nera nella storia degli Usa – durata fino a quando venne approvata la legge della fine della schiavitù e affermata la libertà degli schiavi (1865 con un emendamento della Costituzione) – che va cercata la radice primaria delle scorribande dell’Ice, più di quanto non lo siano le squadre fasciste o naziste nate molto dopo nelle tragiche dittature europee. La libertà dalla schiavitù che coinvolse milioni di persone è stata una cesura cruciale nella storia degli Usa e dell’Occidente che, come sempre nei fenomeni della storia, impiegò decenni prima di realizzare un reale mutamento nei costumi, nelle mentalità, nei diritti reali di coloro cui erano stati negati.

L’America democratica e progressista aveva vinto, ma il riflesso di quel vulnus è rimasto silenziosamente acquattato, pronto a riemergere quando se ne fosse data l’occasione. Trump ha dissotterrato la parte peggiore del suo paese considerando i cittadini americani come sua proprietà con diritto quindi di vita e di morte, in un delirio di onnipotenza e un disprezzo di qualunque patto sociale che sono sotto i nostri occhi, snaturando valori chiave della forma democratica. Il suo consenso al momento è quasi dimezzato (circa il 35%) rispetto all’inizio del suo secondo mandato, le proteste aumentano in molte città americane ma egli dispone ancora dell’appoggio di alcuni paesi, europei e non, che rappresentano una sorta di internazionale della destra più oltranzista ed estrema.
In questa epifania di una nuova barbarie, che non consente più la leggibilità del mondo, non è permesso tacere, barcamenarsi in equilibrismi di convenienza, prendere tempo come il nostro governo fa in questi giorni. Accompagniamola e difendiamola con impegno, la nostra democrazia.
*politologa, professoressa invitata al Cevipof (Sciences Po) di Parigi, collabora con la Fondazione Feltrinelli e con le riviste ItalianiEuropei e Critica Sociale