
(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Come primo atto della campagna elettorale per il 2027 Giorgia Meloni ha intrapreso una dura polemica sul termine “ciociara” con un consigliere comunale del Pd di Pontedera. Costui, di nome Floriano Della Bella, aveva definito la premier “veramente una ciociara nella maniera più dispregiativa”. Subito in un post, Meloni ha dichiarato: “Insultano in un colpo solo mezzo milione di italiani, per me essere definita ciociara è un orgoglio”. Replica (penosissima) dei dem di Pontedera: “Un lapsus, voleva dire caciarona”. Pronta la controreplica di Giorgia che ha elencato una serie di insulti di cui è stata bersaglio in questi anni: “Borgatara, pesciarola, ortolana, regina di Coattonia, vacca, rana dalla bocca larga, stronza”.
[…] All’eventuale lettore che si dicesse stupito per la cura con la quale abbiamo dato conto di una vicenda, tutto sommato, volgare e insignificante risponderemo che, con una certa probabilità, la propaganda elettorale dei prossimi mesi sarà di natura prettamente volgare e insignificante. Non è difficile intuirlo sulla base di ciò che avvenne la volta scorsa, prima delle elezioni del 2022. La allora leader di Fratelli d’Italia impostò una strategia del consenso battendo a tappeto i mercati rionali. Mescolata alle massaie che soppesavano mazzi di cicoria e patate novelle, e assai festeggiata dalle pesciarole e ortolane, la futura presidente del Consiglio riusciva a creare una reale empatia con quel popolo di donne provviste di carrelli della spesa e timori per il futuro. Tanto che dopo una visita alle bancarelle della Garbatella (il suo quartiere), il commento più diffuso tra quel pubblico femminile coinvolto era: “È tanto caruccia”. Parola, “caruccia”, che a Roma equivale a un convinto endorsement. […]
Dubitiamo che dopo quasi cinque anni a Palazzo Chigi, con quasi tutti gli indicatori economici in rosso, a cominciare da un’inflazione che da sola si mangia merluzzi e fettine, lei possa attendersi gli applausi dei consumatori, sempre più scoraggiati. Pure se eviterà di confrontarsi direttamente con le cittadine e i cittadini, ormai abituata a muoversi nella comfort zone dei consessi internazionali e degli studi televisivi amichevoli, difficilmente rinuncerà al pezzo forte sperimentato con il povero pidino di Pontedera, formato da due parole: orgoglio e vittimismo. Ci aspettiamo che riesumi il profilo dell’underdog che si è fatta da sola, protagonista della scena mondiale ma rimasta pur sempre la ragazza “verace” della Garbatella che si lascia scappare qualche estroverso e simpatico “e annamo, e daje”. Ma, soprattutto, salterà (anzi, zomperà) sulle ingiurie degli avversari, non importa se scagliate da qualche consesso paesano. L’importante per lei sarà misurare la distanza con la sinistra della Ztl. Quella che si compiace della propria superiorità morale e intellettuale. Quella che la disprezza e la insulta, scavandosi la fossa.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – La giudice del lavoro che, secondo i giornali di destra era pronta a dare ragione a Ranucci perché archiviò Conte e Speranza sul Covid e voleva processare Nordio, Piantedosi e Mantovano su Almasri, ha dato torto a Ranucci. Almeno sul ricorso d’urgenza: un altro giudice si occuperà, in tempi più lunghi, del merito. Ranucci ha detto giustamente che rispetta la sentenza. Il che però non esclude la critica. E […]

(repubblica.it) – Il presidente americano Donald Trump ha auspicato un cambio ai vertici dell’Ucraina, guidata da Volodymyr Zelensky. “E’ arrivato il momento che abbia un nuovo presidente”, ha detto ai cronisti prima di partire per un’iniziativa in Tennessee. “Suggerisco che abbiano un nuovo leader che stringa un’intesa”, ha aggiunto, “per non so quale ragione Zelensky non fa mai accordi”. Secondo Trump “avrebbe avuto molte occasioni, ma vuole creare problemi” anche agli agricoltori americani “colpendo le raffinerie”.
L’attacco di Donald Trump a Volodymyr Zelensky, con la richiesta di un nuovo presidente per l’Ucrain, ha raccolto il plauso immediato di Mosca. “Il presidente Trump si unisce ai molti che credono che l’Ucraina abbia bisogno di una leadership realmente focalizzata sulla pace, non sull’avventurismo bellico di Zelensky”, ha scritto su X Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo Vladimir Putin per la cooperazione economica. “Iconico e storico”, ha aggiunto Dmitriev che nelle scorse settimane era stato a Washington per incontrare esponenti dell’amministrazione Trump. E forse in quell’occasione è maturato l’accordo annunciato ieri di una sospensione delle sanzioni Usa sul diesel in cambio di massicce forniture di gasolio al mercato americano. “La diplomazia del diesel ha tolto la maschera a Zelensky”, ha non a caso commentato ancora l’inviato del Cremlino
SCHLEIN, HANNO PROVATO A COMMISSARIARMI O FARMI FUORI MA SIAMO QUI

(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Da quando sono qua io come segretaria del Pd hanno sempre provato a commissariarmi, a federarmi o farmi fuori eppure siamo ancora qui”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein alla Festa del Foglio a Firenze.
“Non credo che sia il momento di farci spiegare, come è stato per tanti anni nel centrosinistra, come fare a vincere, perché ci diranno sempre la stessa cosa. Che si vince al centro e quindi sarebbe meglio un candidato più disponibile alle larghe intese, più moderato o più rassicurante. In questi vent’anni ci hanno fatto perdere sempre così, quindi è ora di cambiare”.
PD: SCHLEIN, NON MI SONO MAI PREOCCUPATA DEI SONDAGGI
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “I sondaggi delle ultime primarie che ho fatto mi davano sotto di 20 punti e le abbiamo vinte, quindi non mi preoccupo dei sondaggi: non mi sono mai preoccupata neanche di quelli delle Europee che davano il Pd al 18% e poi abbiamo fatto il 24%.
Noi crediamo di dover costruire un’alternativa perché in questi quattro anni di governo Meloni, con i numeri che avevano in Parlamento, potevano davvero trasformare e migliorare la vita degli italiani e non abbiamo visto questo. Non lo dice il Pd: lo dicono gli italiani stessi”. Lo ha dichiarato la segretaria del Pd Elly Schlein, a margine della festa del Foglio in corso a Palazzo Vecchio a Firenze, rispondendo ai giornalisti sulle primarie del centrosinistra.
Schlein ha poi detto: “noi siamo sempre stati molto chiari. O” si fa “l’accordo sul partito che prende un voto in più oppure le primarie, a cui io mi sono sempre detta disponibile. La cosa in comune di questi due criteri è semplice: è la democrazia. Un partito che porta democratico nel nome non può che essere fedele a se stesso: per tenere insieme questa alleanza usiamo il criterio democratico”.
SCHLEIN, SCELTA LEADER NON IN UNA STANZA CHIUSA, PRIMARIE O CHI HA UN VOTO IN PIÙ
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Ho sempre detto che o si fa l’accordo a chi prende un voto in più come si fa negli altri paesi europei: o si fanno delle primarie a cui mi sono detta da subito disponibile proprio per il bene della coalizione”, e “che cosa hanno in comune questi due criteri? La democrazia, che si passa per il coinvolgimento della nostra gente, non crediamo che questo vada risolto con una manovra di palazzo o una stanza chiusa che decide, o tanto meno andando incontro a interessi che ci sono sempre stati”.
Così la segretaria del Pd Elly Schlein alla Festa dell’ottimismo del Foglio in corso a Firenze rispondendo a Claudio Cerasa che le chiede se sia vero che Giuseppe Conte le ha proposto di trovare un nome terzo per guidare il campo progressista alle prossime elezioni.
SCHLEIN, LAVORIAMO PER PROGRAMMA UNITARIO ENTRO FINE DELL’ANNO
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Noi lavoriamo perché il programma comune che parte dalle proposte unitarie ci sia entro la fine dell’anno, visto che è prioritario”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervenendo alla Festa del Foglio a Firenze.
SCHLEIN, PD E M5S STORIE DIVERSE MA DIFFICILE PIÙ DIVISI CHE A DESTRA
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Pd e M5s hanno storie completamente diverse, per questo è impegnativo costruire basi per l’alternativa progressista insieme, ma è difficile essere più divisi di quanti siano a destra”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervenendo alla Festa del Foglio a Firenze.
SCHLEIN, PRIMARIE? SAREMO PRONTI E UNITI IN QUALUNQUE MOMENTO
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – Primarie due-tre mesi prima del voto? “Di questo discuteremo con gli alleati, sicuramente ci faremo trovare pronti in qualsiasi momento, capiamo intanto se si vota in primavera o ottobre dell’anno prossimo. Ci organizzeremo con i nostri tempi, è chiaro che saremo uniti, lo abbiamo promesso agli elettori”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein alla Festa dell’ottimismo del Foglio a Firenze.
Al direttore Claudio Cesara che le chiede se le primarie ci saranno a prescindere da una eventuale bocciatura della nuova legge elettorale da parte della Corte costituzionale, Schlein risponde che “noi dobbiamo fare il nostro percorso e questo a prescindere da quello che accadrà”.
SCHLEIN, INCREDIBILE CHE MELONI NON DICA QUANDO SI VA A VOTARE
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Penso che prima si va a votare e meglio è per il paese visto il risultato di questi quattro anni del governo Meloni. E’ incredibile che Meloni non dica quando si vada a votare perché anche questo è oggetto di litigio e divisioni nella sua maggioranza, con Salvini e Tajani che vorrebbero proseguire fino ad ottobre e lei che probabilmente preferirebbe la primavera. Per il paese prima si va a votare e meglio è”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervenendo alla Festa del Foglio a Firenze.
FI, ‘NO A PRIMARIE A MILANO, SE LEGA VUOLE VADA DA SOLA’

(ANSA) – MILANO, 10 OTT – “Se dovessimo fare le primarie a Milano, è chiaro che a quel punto si fanno dappertutto. Non può essere un metodo a macchia di leopardo. Detto questo, se non si dovesse trovare la quadra e la Lega volesse correre da sola, si andrebbe un po’ a rifare il vecchio Polo della libertà che nel primo governo Albertini a Milano vinse anche senza la Lega. Non sarebbe una tragedia”. Così il segretario lombardo di Forza Italia, il deputato Alessandro Sorte, replicando a margine di un evento di partito a Milano alla proposta di Matteo Salvini di fare le primarie per Milano.
“Non tifo per questa soluzione, ma in via del tutto eccezionale, solo su Milano, non la troverei così drammatica” osserva Sorte. “Probabilmente – spiega il deputato azzurro – Forza Italia, in una condizione del genere, riuscirebbe ulteriormente a essere attrattiva per tutto un elettorato in fuoriuscita, scontento della giunta Sala”.
“Per noi – commenta Sorte – Matteo Perego è il candidato più forte, gli altri sono assolutamente rispettabili. Aggiungo che oggi noi abbiamo bisogno di prendere un elettorato che normalmente vota Terzo polo o Pd per vincere Milano. Con scelte troppo identitarie mi sembra molto complicato”. Nel caso di una giunta senza la Lega, Fratelli d’Italia appoggerebbe Perego? “È tutto nella mia risposta” conclude Sorte.
LEGA, ‘SPIACE PER PAROLE FI SU MILANO, NOI PER CENTRODESTRA UNITO’
(ANSA) – MILANO, 10 OTT – “Dispiace sinceramente leggere le dichiarazioni dell’amico Alessandro Sorte su possibili corse in solitaria a Milano o rievocazioni del passato che rischiano solo di fare il gioco della sinistra. Per la Lega il valore dell’unità del centrodestra non è negoziabile: la nostra coalizione vince, convince e governa bene quando si presenta compatta, determinata e con un progetto chiaro e condiviso per la città”. Lo dichiara in una nota Samuele Piscina, segretario provinciale della Lega a Milano e consigliere comunale, replicando al coordinatore lombardo di Forza Italia, Alessandro Sorte.
“Mentre i milanesi sono esasperati da 15 anni targati sinistra e Beppe Sala, segnati da fallimenti, degrado e insicurezza, il centrodestra non può permettersi divisioni, calcoli di parte o tentazioni solitarie. L’obiettivo primario deve essere liberare Milano dal centrosinistra, allargando e rafforzando la nostra coalizione, non frammentandola”, aggiunge Piscina.
“Proprio per questo motivo – prosegue – se al tavolo della coalizione c’è un momento di stallo e non si trova la quadra sul candidato ideale, non dobbiamo avere timore della democrazia: lasciamo scegliere direttamente ai milanesi attraverso le primarie. Coinvolgere i cittadini, aprirsi alla base e ridare voce a chi vive ogni giorno i quartieri e le periferie non deve spaventare nessuno, anzi, è il modo più forte e trasparente per incoronare un candidato vincente e creare entusiasmo attorno a una squadra unita. Chi ha paura del giudizio dei cittadini? Lavoriamo insieme per un centrodestra compatto e vincente, mettendo al centro Milano e il suo futuro”.
LA RUSSA, GUAI AL MURO CONTRO MURO, SINTESI PER MILANO CON O SENZA PRIMARIE
(ANSA) – FIRENZE, 10 OTT – “Sarebbe sbagliato chiudere subito, come al solito il centrodestra troverà la sintesi con o senza primarie, non escludo niente, guai a fare muro contro muro, noi non abbiamo chiesto le primarie ma se un partito importante della coalizione, specie a Milano come la Lega le chiede non dico che bisogna farle, dico che non si può dire allora se ne va da solo, quello è sbagliato”. Così il presidente del Senato Ignazio La Russa interpellato a margine della Festa del Foglio a Firenze sulla presa di posizione di Forza Italia.
“Speriamo di vincere questa volta, io – ha sottolineato La Russa – sono molto fiducioso anche a Milano, è una strada in salita ma l’Italia ha una tradizione di scalatori da Coppi in poi che riescono a vincere anche in salita”. Gli avversari del centrosinistra “hanno da 15 anni la guida della città, l’hanno saputa abbastanza controllare, non governare. Quindi è una strada in salita ma in salita si vince bene”.

Il Lions Club Benevento Host esprime le più vive congratulazioni a Fausto Lamparelli per la nomina a Questore di Napoli, rivolgendo al dirigente della Polizia di Stato, originario di Benevento, i migliori auguri di buon lavoro per il nuovo e prestigioso incarico.
A formulare gli auguri sono la presidente Angela De Nisco, a nome di tutti i soci del Club, e Gianfranco Ucci, Primo Vice Governatore del Distretto Lions 108 Ya, che si uniscono nell’esprimere soddisfazione per un nuovo importante traguardo professionale raggiunto da un rappresentante del territorio sannita.
La nomina assume un significato particolare per il Lions Club Benevento Host, al quale Lamparelli è legato da un rapporto di stima e vicinanza che risale al 14 dicembre 2018, quando, durante la presidenza di Nicola Lauro, gli venne conferito il prestigioso Premio Arco d’Argento, riconoscimento assegnato dal Club alle personalità originarie del Sannio che, attraverso il proprio impegno e la propria attività professionale, contribuiscono a dare lustro e prestigio al territorio.
In quell’occasione, il riconoscimento fu attribuito a Lamparelli per gli importanti meriti acquisiti nella sua carriera investigativa e per l’impegno profuso nel contrasto alla criminalità organizzata, testimoniando l’attenzione del Lions Club Benevento Host verso le personalità sannite distintesi al servizio delle istituzioni e della collettività.
Nel corso della sua carriera, Lamparelli ha ricoperto incarichi di particolare responsabilità nella Polizia di Stato, dalla direzione di diverse Squadre Mobili, tra cui quella di Napoli, alla guida del Servizio Polizia Scientifica e del Servizio Centrale Operativo, fino agli incarichi di Questore di Perugia e Firenze.
Il ritorno a Napoli, questa volta alla guida della Questura, rappresenta un ulteriore e significativo passaggio di un percorso professionale caratterizzato dall’impegno nella tutela della legalità e della sicurezza dei cittadini.
La presidente Angela De Nisco, il Primo Vice Governatore Gianfranco Ucci e tutti i soci del Lions Club Benevento Host rinnovano a Fausto Lamparelli le più sincere congratulazioni, accompagnate dall’augurio di un proficuo lavoro al servizio della città di Napoli e delle istituzioni.
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Salvatore Esposito

Dalla rappresentanza delle nuove generazioni alla sfida di una politica sociale fondata su lavoro, libertà e opportunità: doppio riconoscimento per Fiorenza Ceniccola, selezionata da PoliticaMag tra i 60 Under 30 che stanno cambiando il Paese e premiata da Sondaggi BiDiMedia nell’ambito del Liberi Network Award, dedicato ai comunicatori politici emergenti.
Un riconoscimento che arriva per il secondo anno consecutivo e che valorizza un percorso politico e istituzionale caratterizzato dall’impegno sui territori e dall’attenzione ai temi che riguardano il futuro delle nuove generazioni.
Il Liberi Network Award, assegnato a una selezione di protagonisti dell’iniziativa 60 Under 30 di PoliticaMag, ha individuato in Ceniccola una figura capace di accendere i riflettori su questioni spesso trascurate dal dibattito pubblico, come lo spopolamento del Mezzogiorno, la fuga dei giovani e la coesione territoriale.
Un riconoscimento che si inserisce in un percorso che l’ha vista diventare la prima donna a ricoprire il ruolo di vicesindaco di Guardia Sanframondi, dopo essere stata l’unica donna eletta in Consiglio comunale, e assumere un incarico nella Segreteria Regionale di Forza Italia in Campania a 28 anni.
«Essere tra i 60 Under 30 che stanno cambiando il Paese per il secondo anno consecutivo è un riconoscimento che accolgo con gratitudine, ma soprattutto uno stimolo a proseguire il lavoro iniziato. Dopo sei anni all’estero, ho scelto di tornare in Italia e investire nel territorio in cui sono cresciuta, perché credo che la politica debba offrire alle persone non soltanto speranza, ma possibilità concrete di costruire qui il proprio futuro», dichiara Ceniccola.
Guardando ai prossimi anni, la sfida che indica è quella di consolidare una politica sociale di centrodestra che metta al centro la libertà delle persone, la dignità del lavoro e la capacità di creare opportunità durature.
«Non possiamo continuare a rispondere a problemi strutturali con politiche ad effetto. Se un giovane non trova lavoro, non può permettersi una casa e non riesce a costruire un progetto di vita, non basta introdurre un nuovo sussidio. Servono politiche capaci di creare occupazione, favorire le assunzioni, sostenere chi vuole fare impresa e lasciare a chi lavora un reddito adeguato a vivere con dignità».
Una visione che, secondo Ceniccola, deve tradursi in interventi concreti anche per il mondo agricolo e per i piccoli Comuni. Per gli agricoltori, sottolinea la necessità di rafforzare il potere contrattuale di chi produce, rendere più trasparente la formazione dei prezzi e garantire rapporti di filiera più equi. Per le aree interne, invece, occorre superare la logica degli interventi sporadici attraverso una strategia nazionale capace di integrare casa, lavoro, imprese, servizi, accesso al credito e infrastrutture.
«Il sostegno pubblico può essere fondamentale nelle situazioni di emergenza, ma non può diventare una risposta permanente a problemi che richiedono soluzioni strutturali. La vera politica sociale è quella che mette le persone nelle condizioni di essere autonome, lavorare, fare impresa e scegliere liberamente il proprio futuro».
Infine, il tema della rappresentanza delle nuove generazioni e delle donne nelle istituzioni: «Vedere più giovani e più donne nei luoghi decisionali non deve più rappresentare un’eccezione, ma diventare la normalità. Il cambiamento non va soltanto invocato, il senso più vero di questo premio è riconoscere che è già in corso e creare le condizioni perché possa continuare». Dal riconoscimento del percorso compiuto alla costruzione di nuove opportunità, il messaggio di Fiorenza Ceniccola è chiaro: il futuro del Paese si costruisce oggi, investendo sulle persone, sul lavoro e sui territori.

(Dott. Paolo Caruso) – Il “melonellum” premierato di fatto, parola di Giovanbattista Fazzolari, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, di indubbia fede meloniana. Infatti la Meloni che porta nel suo DNA l’ eredità politica di quello che fu il ventennio, fin dalla prima ora del suo mandato è ossessionata dai pieni poteri “da Capocrazia”. La Costituzione non glielo consente, perché è il Presidente della repubblica che ha il potere di nominare il Premier e a sua volta lo stesso Presidente deve essere eletto dal Parlamento, da almeno due terzi, ma essa forte dei sondaggi e gonfia delle sue ambizioni, vuole quel posto, che le è negato dalla Corte Costituzionale. Ha tuttavia trovato escamotage nella sua riforma, dove l’elettore deve dichiarare chi vuole al comando. Nostalgia del “Ventennio”? Tutto coopera al sospetto. La nostra “sana e robusta” Costituzione, approvata nel 1948 da tutti i Partiti dell’arco costituzionale, non fu avallata dalla fiamma di Almirante, il partito che ereditava, con i “distinguo” obbligati, l’idea del fascismo. Oggi la Meloni, epigone di quella ideologia, dà con trasformazioni apparenti, cittadinanza alla vecchia ideologia. Nell’ultimo Referendum “pro o contro” l’indipendenza della magistratura, gli Italiani hanno detto a chiare lettere a questo Governo, che “la Costituzione non si tocca”, perché è garanzia della nostra democrazia e della libertà. Il Primo Ministro, è chiamato non a comandare, ma a servire e garantire il bene degli Italiani, e soprattutto la libertà. Allora difendiamo la nostra Costituzione. Meditate gente meditate!
Subito una task force presso ciascuna municipalità per monitorare gli edifici

” Nell’ambito della municipalità collinare che comprende i quartieri del Vomero e dell’Arenella, dopo le prime piogge autunnali, tiene banco non solo il problema della caduta delle alberature stradali ma anche il fenomeno altrettanto preoccupante, per le possibile conseguenze sull’incolumità dei passanti, della caduta di calcinacci dalle facciate degli edifici ” . A intervenire, ancora una volta su una vicenda salita in più occasioni alla ribalta delle cronache è Gennaro Capodanno, ingegnere, presidente del Comitato Valori collinari.
” Stamani – afferma Capodanno – un tratto di marciapiede di via Enrico Alvino, nei pressi dell’incrocio con via Solimena, abitualmente particolarmente trafficato, anche per la presenza nei pressi di un edificio scolastico, è stato completamente transennato mentre a terra risultano ancora presenti alcuni calcinacci derivati dal distacco di pezzi d’intonaco dal fabbricato adiacente. Anche in questo caso si è sfiorata la tragedia. L’area è stata transennata in attesa delle necessarie attività di verifica e di messa in sicurezza “.
“ Oramai a Napoli, con eccessiva frequenza, si è costretti a registrare il crollo sulla strada di calcinacci derivanti dal cedimento d’intonaci dalle facciate degli edifici, per lo più dai cornicioni e dai sottobalconi – puntualizza Capodanno -. Per fortuna la maggior parte di questi crolli avvengono senza danni a persone o cose, ma, come testimoniano anche recenti fatti di cronaca, in qualche caso si è stati costretti a registrare anche la perdita di vite umane “.
“ La collina partenopea risulta particolarmente colpita da questi eventi, pure per la presenza di numerosi edifici, afflitti da evidenti carenze manutentive, a partire proprio dalle facciate prospicienti sulla pubblica – sottolinea Capodanno – Purtroppo, nel capoluogo partenopeo, negli ultimi tempi sembra manifestarsi una diffusa indisponibilità alla cura costante e continua delle parti comuni dei fabbricati, con il risultato che, quando s’interviene, anche perché costretti dai provvedimenti emessi delle autorità competenti, ai fini della sicurezza, lo si fa sovente con le sole opere provvisionali, tese ad eliminare nell’immediato il pericolo, rimandando poi, sine die, gli interventi definitivi “.
“ Per risolvere il problema in maniera organica e definitiva – propone ancora una volta Capodanno – occorrerebbe organizzare, presso ciascuna delle dieci municipalità cittadine, una vera e propria task force di tecnici con il compito di monitorare tutto il patrimonio edilizio pubblico e privato che si affaccia lungo le strade, descrivendo attraverso apposite schede lo stato nel quale si trovano i singoli edifici esaminati, e segnalando immediatamente quelle situazioni dove si manifestano problematiche che potrebbero incidere sulla sicurezza per gli immediati interventi del caso “.
Capodanno al riguardo rivolge un nuovo appello al sindaco di Napoli, Manfredi, affinché vengano messi in campo, in immediato, interventi mirati, riguardanti il patrimonio edilizio cittadino, atti a garantire la sicurezza delle persone, scongiurando così possibili danni a persone e a cose.

(Riccardo Chiaberge – dagospia.com) – Il 26 marzo 1933, dal suo esilio parigino, Joseph Roth scrive al collega Stefan Zweig, scrittore ebreo e austriaco come lui: «Il mondo è ancora più tetragono che nel 1914. Se si ferisce a morte ciò che è umano, l’uomo non reagisce più. Nel 1914 tutte le parti cercavano di spiegare la bestialità invocando ragioni e pretesti di carattere umano. Oggi invece alla bestialità si forniscono semplicemente giustificazioni bestiali, che sono ancora più raccapriccianti degli stessi atti di bestialità…Lei converrà con me che il 1933 si distingue dal 1914 nella stessa misura in cui una bestia malata del genere di Goering si differenzia da Guglielmo II, il quale era comunque rimasto ancora umano».
La lettera è pubblicata per esteso nel bel libro di Adelphi “Ombre folli”, che raccoglie la corrispondenza tra i due. Notare la data: Hitler è cancelliere da due mesi. La bestialità che si autogiustifica, con tutto il rispetto per le bestie, ha preso il potere a Berlino e si prepara a dilagare in Europa.
Roth vede nero, Zweig è più possibilista. Purtroppo ha ragione Roth. Sono cose di un secolo fa: Hitler non tornerà, come non tornerà Mussolini e nemmeno Stalin. Ma la bestialità è tra noi, più forte che mai. I dittatori del Novecento erano dei dilettanti, in confronto.
Oggi le armi di manipolazione sono cento, mille volte più potenti. Tiktok, Instagram, fake news, bot russi, guerra ibrida. Siamo nell’era della Bestialità Artificiale. Della tecnobestialità, o cyber-bestialità, chiamatela come volete. Bestialità ricorsiva e generativa, che si alimenta da sé. E fa tabula rasa dei “pretesti di carattere umano”.
Secondo voi, chi sono oggi i campioni del bestialismo globale, “the best” della bestialità? È una bella gara, e la shortlist la conosciamo tutti. Ma mi sembra che abbia ottime chance, per esempio, Pete Hegseth, segretario alla guerra di Trump. È sua l’idea di trasmettere in diretta tv la fucilazione del terrorista Nidal Hasan: roba che nemmeno gli Ayatollah di Teheran.
Un altro buon candidato è Flavio Bolsonaro, il figlio dell’ex-presidente golpista favorito nelle elezioni brasiliane, che progetta prigioni-lager modello El Salvador e ci vuole rinchiudere pure i ragazzini. Poi, come nei talent show, ci sono gli aspiranti bestialisti, tipo Giuseppe Cruciani, conduttore della Zanzara su Radio 24, che insieme a Mario Giordano di Retequattro ha concepito una “cruciale” (e davvero bestiale) proposta di legge anti-ladri, molto apprezzata dal vicepremier Matteo Salvini: “Se tu entri nella mia proprietà perdi ogni diritto. E io ho il diritto di reagire come cazzo mi pare”. Come fanno, appunto, le bestie.

(ANSA) – ROMA, 09 OTT – “Che io rispetti la sentenza del giudice è ovvio: mi sono sempre battuto per l’indipendenza della magistratura e battersi per un valore del genere non significa togliersi la maglietta quando non ti fa comodo per poi rimetterla all’occorrenza. Quindi ne prendiamo atto: è una decisione che ha abbracciato l’idea secondo cui il clamore mediatico può arrivare a far sostituire un conduttore con una redazione che ha subito delle pressioni e che, di conseguenza, non vi sia la prova che i dirigenti Rai abbiano subito un’influenza diretta da parte della politica. Accetto serenamente questa sentenza”. Lo dice all’ANSA Sigfrido Ranucci.
A margine dell’evento “Censura di Stato – A sostegno di Report e del giornalismo d’inchiesta”, organizzato da AntimafiaDuemila nel Teatro Italia di Roma, Ranucci risponde alla richiesta di un commento sulla decisione del Giudice del Lavoro di Roma, che ha rigettato il ricorso urgente presentato dal giornalista contro la decisione dell’azienda di rimuoverlo dalla guida del programma.
“Tutte le battaglie che ho fatto nella mia vita e che mi hanno portato a 247 querele, a una bomba, a essere sospeso e a subire la decurtazione dello stipendio, trovano compenso solo nell’affetto della gente. L’avete visto tutti: per me significa che ho fatto bene e questo mi basta”, aggiunge Ranucci.
RANUCCI, “IN ATTO FANGO ORCHESTRATO PER CANCELLARE REPORT”
(ANSA) – ROMA, 09 OTT – “Se qualcuno pensa che sia stato sostituito perché porto i jeans attillati, non ha capito. L’obiettivo era chiaro: cancellare la storia di Report. Gran parte dello ‘strepitus’ mediatico che ha messo in ginocchio la mia redazione ed è servito a motivare la sentenza di rigetto è una narrazione artefatta, guidata da precise regie politiche e mediatiche”.
Con queste parole Sigfrido Ranucci è intervenuto a Roma di fronte al bagno di folla, oltre mille persone dentro la sala, radunatosi al Teatro Italia per l’evento “Censura di Stato – A sostegno di Report e del giornalismo d’inchiesta”, organizzato da ANTIMAFIADuemila. Nel corso di un accorato intervento, il conduttore ha ripercorso la complessa vicenda giudiziaria e la valanga di attacchi subiti negli ultimi mesi, criticando duramente le motivazioni poste alla base della decisione della Rai e della pronuncia dei giudici sul rigetto del reintegro: “Rispetto la giustizia e il ruolo della magistratura, che per me in questo Paese è sacro, ma resta il fatto che la Rai ha motivato il mio mancato reintegro parlando di ‘clamore mediatico’ e di ‘ombre’ che avrebbero condizionato la redazione.
Ma quale clamore? Un fango fatto di oltre 3.500 articoli, dossieraggi, notizie false e persino immagini manipolate con l’intelligenza artificiale, costruiti ad arte da un gruppo di giornali e da piattaforme digitali vicine a settori politici”.
Ranucci ha poi rivelato dettagli sul ruolo delle fonti e delle pressioni politiche che avrebbero puntato a condizionare l’informazione di servizio pubblico: “Siamo stati accusati per mesi di essere condizionati da Lavitola, per poi scoprire che era Italo Bocchino, responsabile editoriale del quotidiano di Fratelli d’Italia, a inviare mail a Lavitola per tentare di condizionare Report. Nessun politico ha ripreso questa notizia. Ho messaggi di parlamentari e di colleghi giornalisti che ammettono chiaramente che non avrebbero mollato finché non mi avessero fatto fuori, per pagare il prezzo delle inchieste scomode che abbiamo realizzato”.
Ranucci ha infine richiamato l’attenzione sui pericoli che corrono la libertà di stampa e l’indipendenza dell’informazione nell’era dei social e della disinformazione globale: “Oggi l’informazione non serve più per informare, ma per ordinare e fare piazza pulita dei mediatori. Quando grandi multinazionali o poteri politici agiscono, gli unici in grado di fermarli sono i magistrati indipendenti e i giornalisti d’inchiesta. Per questo vanno combattuti entrambi. Ma io vi dico: difendete il prossimo Sigfrido Ranucci che nascerà, tutelatelo e non consentite a nessuno di rendervi infelici. La libertà di stampa è il pilastro della nostra democrazia”.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Il diversamente sensibile Pete Hegseth, ministro della Guerra di Trump, ha annunciato che il militare statunitense di origine palestinese condannato a morte per una strage di commilitoni sarà fucilato in streaming. Messo al muro in diretta sugli smartphone. Dalle nostre parti, propaggini decadenti dell’Impero neo-barbarico, succede ormai solo negli spot di Massimo Lopez. Gli unici Paesi al mondo dove la gente viene ancora fucilata sono la Corea di Kim e l’Afghanistan, tutti posticini altamente raccomandabili. Però, a onore del vero, soltanto Kabul diffonde le immagini dell’impresa. Mi sembrava di ricordare che l’esercito americano fosse andato a casa dei talebani per esportarvi i famosi valori dell’Occidente. Invece si direbbe che abbia finito per importare i loro.
Ancora non sappiamo se il macabro spettacolo di un uomo bendato davanti al plotone di esecuzione verrà gentilmente offerto da qualche sponsor, e se il signor ministro chiederà di proiettarlo nelle scuole per mostrare alla gioventù americana le meraviglie della legge del taglione. Di sicuro sarebbe troppo comodo attribuire al solo Hegseth la colpa di questo divorzio tra il senso di giustizia e le ultime particelle di umanità. Trump e la sua band sono la punta di un movimento d’opinione che sta raccogliendo proseliti anche in Italia e che, per paura di andare avanti, non fa altro che riportarci indietro. Sempre più indietro, fino all’età precristiana. Quando l’uomo, se nemico o traditore, valeva meno di niente.
FdI vuole rilanciare la vecchia battaglia per fare il pieno al sud. Pronti per il voto anche ad aprile. Salvini pressa le banche Il Colle e “l’uscita ordinata”

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – In attesa di portarli al voto, li porta a spasso. Solo una sinistra disarmante può credere che Meloni verrà fermata dalla Consulta e che Salvini e Tajani le impediranno di andare al voto presto, addirittura ad aprile. Primo, Mattarella (che ha promulgato il Melonellum) non ha intenzione di ostacolare il percorso, ma chiede soltanto “l’uscita ordinata”. Lo dicono gli amici del presidente e dicono anche che “se Meloni decide di andare alle urne, non si farà certo un governo tecnico. Non scherziamo”. Secondo. Si stanno preparando Meloni d’artificio. Riprendetevi una battaglia del 2025 accantonata. FdI intende ripresentare in legge di Bilancio la norma sul condono edilizio in Campania. Un’altra misura sarà la “Zes Italia” e c’è sempre Salvini che chiede, come Elsa Fornero, “i sacrifici” ma alle banche, l’esproprio volontario.
A Palazzo Chigi pensano che una seria discussione sulla data del voto si farà a gennaio. Pensano anche, ma lo pensa Salvini (dice ora che “non è mai stato amico di Putin”) che si vota “a scadenza naturale, in autunno 2027” e che le dieci grandi banche nazionali, assicurazioni, devono dare “cinque miliardi, di contributo straordinario, gioioso e volontario”. A parte Salvini, che sogna un’economia alla Bucharin, a parte questi trucchi di scena sulla data, anche la Lega è pronta a votare. Lunedì si terrà il federale, che dovrà stabilire il regolamento per il Congresso della Lega, quello straordinario, ma si sa già che Salvini ne uscirà, al solito, da segretario, e forse meglio di prima. Non si prevedono novità e neppure sfidanti, anzi. Salvini è certo che alle prossime politiche Luca Zaia tirerà la lista e che ci sarà anche Attilio Fontana. I 160 milioni delle accise mobili che Meloni tiene nel cassetto per i tempi più bui, serviranno nei prossimi mesi e tutti comprendono che serviranno per la campagna elettorale. Mercoledì, Meloni si presenterà al Senato e alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo e come sempre pranzerà con Mattarella. Sarà l’occasione per parlare di “uscita ordinata”, quell’uscita che, come ha raccontato Fazzolari a Salvatore Merlo sul Foglio, permetterebbe al prossimo governo di allestire, in serenità, una legge di Bilancio.
Si fa sempre più seria l’idea che si possa votare prima delle amministrative anche perché Vannacci si è sgonfiato. Ne sono convinti i Fratelli d’Italia che monitorano le sue bacheche e registrano gli insulti al generale. La sinistra è impreparata, avviluppata nelle sue primarie e quello che manca a Forza Italia e Lega può recuperarlo Meloni. Tajani dovrebbe incontrare, mentre si scrive, Marina Berlusconi, o ad Arcore o a casa della Cavaliera. Lo Zaia di Forza Italia può farlo invece Occhiuto anche come co-leader, mentre al sud c’è una formidabile possibilità di fare il pieno di preferenze. Si chiama condono, ed è quella norma pensata per sanare le cinquantacinquemila ordinanze di demolizione pendenti. Il provvedimento permetterebbe di riaprire i termini del 2003. L’anno scorso ci ha provato FdI con quattro emendamenti segnalati al Senato (ma anche nel Milleproroghe e Piano casa). L’operazione allora saltò. FdI ci riproverà quest’anno anche solo per mettere in contraddizione la sinistra in Campania. Il presidente di regione, Roberto Fico, potrebbe opporsi, non recepire la norma, ma avrebbe in ogni caso un effetto sul voto, nella regione cuore del M5s. La battaglia sul condono è una battaglia che porta avanti Edmondo Cirielli, il viceministro degli Esteri, che vanta oltre centomila preferenze, la figura che dovrà trascinare il partito. Il condono è la misura pensata per il sud, mentre al nord, Meloni vuole lanciare la “Zes Italia”, in passato immaginata per semplificare la burocrazia in aree disagiate e ora estesa, come chiedevano le associazioni industriali (che Meloni incontrerà lunedì a Milano insieme ad Attilio Fontana). Le richieste della Lega, oltre alla nuova politica economica di Salvini-Bucharin, sono quelle note. Si torna alle identitarie, che ha curato in questi anni Claudio Durigon: la flat tax, fino a centomila euro, e la libertà pensionistica, ma ragionata, di uscita a 64 anni. Ci sono poi le richieste di Forza Italia, un partito sempre più a quattro teste: Tajani, Occhiuto, Mulè, Zangrillo. Dice il ministro della Pubblica amministrazione, a Milano, a un evento di partito dal sapore gramsciano: “Bene la legge elettorale ma ora dobbiamo spiegare i veri motivi per cui mettere una croce sul simbolo di Forza Italia”. Occhiuto chiede un partito “ambizioso e sexy”.
Le rivendicazioni di FI, le elenca Maurizio Casasco, il responsabile Economia, che spiega al Foglio, e a Salvini: “Chiedere alle banche un contributo non fa altro che innervosire i mercati; chiedere alle banche un contributo (banche che hanno in pancia 450 miliardi di titoli di stato) serve solo a esasperare e pone un problema di credibilità. Alle banche va proposto un patto sociale, per consentire di destinare i loro ricavi in economia sociale”. Anche Forza Italia vuole da Giorgetti una flat tax incrementale, la detassazione della tredicesima e un cashback per le spese sanitarie. La praticabilità, per fortuna, è un problema di Giorgetti. Non sarebbe invece un problema (ma questa è legge elettorale) l’eventuale pronuncia della Corte. Almeno se parlate con i ministri di Meloni. La parte che il governo prevede possa essere modificata riguarda il premio al Senato, che non viene distribuito su base regionale. Al governo stanno cercando denari (che non hanno), tirando fuori le vecchie giacche nuove (bollo, condono). Immaginare di battere Meloni con la Corte, i ricorsi, e confidando nel soccorso di Mattarella fa tornare in mente Pinocchio che si fa portare a spasso dall’omino di burro.
Il premio Nobel è un giudizio scomodo per le cancellerie che tacciono su Gaza

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Inutile girarci intorno: il mondo d’oggi più che mai è una antologia di festosi baccanali di violenze torture persecuzioni bugie massacri, le canaglie abbondano “tous azimuts” (a 360 gradi, ndr), la guerra celebra i suoi fasti fino a sfiorare l’inconcepibile della Bomba. Tutto il patrimonio carismatico del Bene e del Diritto, che sarebbe in teoria affar nostro, di europei, appare nella sua più desolante e depressiva esiguità. In questo groviglio di vipere la soteriologia annuale e ritualistica del premio Nobel intitolato alla pace appare ben piccolo conforto. Spesso un omaggio alla bontà e alla rettitudine ma che, tristemente, opera per galvanismo.
Qui bisogna che ci fermiamo un momento. A contribuire alla sua troppo frequente irrilevanza pratica hanno dato mano anche gli stessi giudici con recenti e bizzarri svarioni. Perché questo Nobel è un atto politico; al contrario di quelli “neutri” assegnati per le materie scientifiche e per la letteratura (ma anche lì talora il rischio i giudici più audaci lo sanno correre, basta pensare a Solženicyn).

È soprattutto un atto politico quello assegnato ieri, 9 ottobre, alla giurista sudafricana Navi Pillay e come tale ha il diritto di esser giudicato. Perché il contrario della pace è la guerra che nei nostri tempi così scandalosamente si fa cronaca. La morale del premio istituito da Nobel è un atteggiamento di fronte al mondo, di fronte agli uomini, di fronte alla vita. È tutto contenuto in un semplice aforisma che è anche una rigida consegna: chi fa della vita umana un tesoro avaramente amministrato la uccide. Mi metto nei panni dei signori del comitato: dovrebbero immaginare le vittime, entrare per così dire nelle loro case distrutte, nelle celle della tortura, carpirne i bisogni e le speranza e il dolore, ascoltare le urla e il silenzio. Tutto questo è molto difficile. Premiare chi li difende val molto più di dodici milioni di corone svedesi e di un po’ di breve notorietà. Dovrebbe creare legittime e virtuose influenze, non chiacchiere; mobilitare, spezzare comodi silenzi e bugie, sollevare le coscienze alla rivolta contro i reprobi impennacchiati e la solita litania, Caino continua a uccidere Abele e così via. Perché premiare gli eroi della pace se quando c’è l’occasione non si ascoltano? Questo era il sacrosanto rimorso che mosse il signor Nobel. Lo so, lo so: siamo ai limiti della visione. In una epoca in cui prevalgono integralisti e fanatici per i quali la pace è un crimine, un sacrilegio, una apostasia.
Allora non è far torto alla vincitrice limitarsi all’essenziale della sua splendente biografia: figlia di un povero autista di bus, in gioventù avvocata-pasionaria in lotta con le burocratiche vergogne dell’apartheid, alla Corte penale internazionale giudice e poi presidente, che ha punito almeno alcuni, non tutti, i satanassi del genocidio ruandese; e ancora presidente della commissione indipendente delle Nazioni Unite che ha fulminato con lo stesso vocabolo, genocidio, la rappresaglia israeliana a Gaza dopo i massacri di Hamas il 7 di ottobre. Tutto questo parla da sé. La stessa Pillay immagino inviterebbe a fissar l’attenzione semmai su quello che la sua biografia più recente porta alla ribalta. Che non è il Ruanda del declinare del secolo scorso, ormai Storia e in parte memoria, o la Birmania dei generali di cui si occupa ora alla Corte internazionale. È Israele. Questo è un premio che certifica un esplicito atto di accusa contro il premier Netanyahu, il suo governo e quanto è stato fatto dall’esercito israeliano a Gaza dopo il 7 di ottobre. I giudici di Oslo hanno scavalcato le cautele abituali in cui pur celebrando il bene non si rischia di infastidire qualcuno spesso molto potente. Hanno messo la loro firma sotto la definizione di genocidio accanto a quello della commissione presieduta da Pillay. Questo è il punto: non la riverenza alla “necessità assoluta del diritto internazionale”, che sarebbe necessario se non fosse purtroppo un pio desiderio. Come dimostrano gli impotenti mandati di cattura emessi dalla Corte per alcune Eccellenze come appunto Netanyahu. Che continuano a sguazzare “ad libitum” nelle pagane idiolatrie della forza e del fatto compiuto.
È genocidio un triste vocabolo che a pronunciarlo brucia le labbra, soprattutto se applicato ai discendenti delle vittime dell’Olocausto. Pillay ha fatto cadere il tabù che è molto più che terminologico o giuridico. Per questo a Oslo la premiano; ma in Israele e negli Stati Uniti, da ieri con ancor maggior furia, molti la vorrebbero sottoporre a ostracismo e sanzioni per “antisemitismo”. I giurati del Nobel si sono sottoposti a un ben più serio repentaglio di quanto accade se encomiano organizzazioni umanitarie che si sforzano di lenire i dolori delle vittime. In cui irrompono il plauso dei fanatici di Hamas e i riferimenti a Goebbels di Israele. Altro che premio a Trump “il pacificatore” per cui peraltro si erano spesi alcuni volenterosi apostoli del servilismo. Tra i 287 candidati sono andati a spigolare in un labirinto di odio e di guerre e di ragioni incrociate che dura da ottanta anni. Ma portando in primo piano un principio che è davvero giuridico: che i governi, anche quelli che amministrano una memoria diversa e intangibile, non possono pretendere una indulgenza incondizionata, non devono esser giudicati per quello che sono ma per quello che fanno e che la loro condanna non implica la minaccia alla loro esistenza.
Un giudizio scomodo quello del Nobel anche per le cancellerie che su Gaza tacciono o si sono sveltamente sgravate la coscienza con ben modeste sanzioni. Imbarazzo di cui è esemplare l’ipocrita commento della sempre più mediocre presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ha ricordato l’apartheid e il Ruanda tra i meriti della premiata. Ma ha omesso scrupolosamente qualsiasi riferimento al giudizio su Israele.

(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Il processo per diffamazione è una trappola da cui per un giornalista è difficile uscire indenne, anche se ha svolto un lavoro egregio e ha raccontato la verità” (da “E io ti querelo” di Caterina Malavenda – Marsilio, 2025)
Se c’è un tema su cui tutti i giornali – grandi e piccoli; di destra, di centro e di sinistra – dovrebbero fare fronte comune, è quello delle cosiddette “liti temerarie”: cioè le querele per diffamazione, o le citazioni in giudizio civile, “consapevolmente infondate e pretestuose”. Vale a dire quelle azioni intimidatorie, intraprese per lo più da politici o potentati economici, contro la libertà di stampa. Una sorta di “bavaglio giudiziario” che mira a silenziare l’informazione, colpendo un giornalista nel tentativo di “educarne cento”. E con lui, coinvolgere anche il suo editore, chiamandolo a rispondere in solido.
L’Italia, secondo i dati raccolti a livello europeo, detiene la “maglia nera” per il maggior numero di querele temerarie e azioni legali abusive rivolte ai giornalisti, reporter e attivisti: 2,9 milioni di euro su scala nazionale (fonte: ministero della Giustizia). Non è disponibile un dato ufficiale sull’importo complessivo di queste richieste per il risarcimento dei danni, ma ammontano approssimativamente a qualche miliardo di euro. Una pesante e minacciosa “spada di Damocle”, dunque, sui bilanci delle imprese editoriali e sulle tasche degli stessi giornalisti, in particolare su quelli precari o “in nero” che non hanno una tutela contrattuale.
Bene ha fatto perciò l’Ordine dei giornalisti del Lazio, su iniziativa del presidente Guido D’Ubaldo, a organizzare recentemente a Roma un convegno su un tema così delicato. Tanto più che il 7 maggio scorso è scaduto il termine per recepire la Direttiva dell’Unione europea (2024/1069) denominata “anti Slapp”: sembra quasi una voce onomatopeica, per dire “schiaffo”, ma in realtà è un acronimo che in inglese sta per Strategic lawsuits against public participation. E proprio nel corso di questo incontro, sono emersi tutti i ritardi e le ambiguità per cui l’Italia non s’è ancora adeguata al provvedimento.
Il meccanismo europeo anti-Slapp prevede una serie di misure come archiviazione o rigetto anticipato della querela, quando questa risulta manifestamente infondata o pretestuosa; inversione dell’onere della prova, a carico di chi ha intentato la causa; garanzia finanziaria di una cauzione; copertura totale delle spese legali; sanzioni dissuasive pesanti in caso di soccombenza. Senza entrare qui nel merito degli aspetti più strettamente tecnici e giuridici, basterà dire che a giugno la Polonia ha approvato per prima una legge anti-Slapp e altrettanto ha fatto il Belgio. Seguiti poi da altri Paesi tra cui Romania, Malta, Spagna e Grecia. Sono 14, invece, quelli che non hanno ancora recepito la Direttiva, in primis il nostro, sebbene il 5 agosto lo schema di decreto legislativo approvato dal governo abbia ricevuto il parere favorevole delle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato.
Ecco, allora, un provvedimento che meriterebbe di essere menzionato nel programma di qualche partito, di maggioranza o di opposizione, in vista delle prossime elezioni politiche. O meglio ancora, fosse approvato magari all’unanimità ancor prima di andare alle urne. Qui non si tratta, infatti, di difendere gli interessi di questo o quel giornale, bensì di salvaguardare la libertà d’informazione in funzione dell’interesse generale. Questa non è una rivendicazione corporativa. Non punta solo a tutelare una categoria professionale particolarmente esposta, com’è quella dei giornalisti. Ma piuttosto a preservare il diritto dei cittadini di essere informati in modo trasparente e completo, anche sugli abusi o sulle violazioni di chi esercita poteri pubblici.