Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il caffè rende nervosi


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Ora che arriva la resa dei conti nelle piazze e gli euro-sgovernanti guerrafondai vedono avvicinarsi i forconi, i loro trombettieri disperati tentano il tutto per tutto. Con l’effetto tipico della disperazione: la comicità involontaria. Ogni giorno ritoccano al ribasso il calcoletto minimalista su quanto poco ci costi finanziare la guerra in Ucraina: così poco che conviene farla durare almeno altri dieci anni. Per Libero è “un caffè al mese a testa”. Per Parsi in quattro […]


Giovani in rivolta: è solo l’inizio. Ad essere vittima di un sistema feroce è un’intera generazione


La tensione è ormai colma non solo nel mondo giovanile. Al sud i camionisti hanno bloccato tutto e se non avranno rassicurazioni la protesta è destinata a durare

Giovani in rivolta: è solo l’inizio. Ad essere vittima di un sistema feroce è un’intera generazione

(Domenico Valter Rizzo – ilfattoquotidiano.it) – Le auto bruciate e le vetrine sfondate non piacciono quasi a nessuno. Dico “quasi” perché una parte della politica e della pubblicistica, le trova indispensabili per la costruzione di una narrazione funzionale ad occultare le ragioni della protesta che sta scuotendo l’Italia e l’Europa. I gruppetti che si lanciano nel saccheggio e nella devastazione nella narrazione mediatica oscurano il resto e occupano il dibattito politico, fornendo voce a chi voce non dovrebbe più averne dopo la devastazione, quella si estesa a fenomeno di massa, che è stata imposta all’intero continente europeo da decenni di politiche liberiste sostenute dalla sinistra blairista, da quelli che oggi si fanno chiamare “riformisti”.

Vi sono però altre considerazioni che vanno fatte, oltre questa che è talmente evidente da risultare quasi banale.

Giorni fa, in un altro articolo sulle rivolte giovanili, allora limitate solo alla Francia, mi chiedevo se il fenomeno si sarebbe esteso. Non vi era certezza che ciò avvenisse per una molteplicità di ragioni, ma di fatto è avvenuto, si è esteso all’Italia, ma brucia l’Albania e in Spagna si susseguono le manifestazioni, così come in Belgio e in Portogallo e anche in Germania la politica del governo è sotto attacco dai movimenti giovanili. Si tratta di centinaia di migliaia di ragazzi, che non si muovono per emulazione, ma perché sono legati da un disagio comune che non riguarda solo il presente, ma soprattutto il futuro. Che in questo enorme movimento collettivo, che sta assumendo sempre più precisi connotati di critica radicale ad un modello di società, quello del capitalismo liberista, vi fosse fisiologicamente una componente di violenza era ed è innegabile perché nessuna ribellione è un “pranzo di gala”. A determinarla è la totale e violenta sordità dei governi rispetto alle ragioni, ai contenuti che sono portati in piazza. Una violenza che si protrae da anni e che ha portato sempre di più i giovani e i ceti sociali che subiscono uno sfruttamento feroce a lasciare l’apatia rassegnata e ad assumere i connotati di una ribellione. Chi cerca la strada del dialogo trova un muro di ottusità e di bugie.

“L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni – scrive in modo chiarissimo il professor Andrea Zhok – è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione”.

È chiaro che nessuno applaude alla devastazione ed è come sempre stucchevole e strumentale la richiesta di “prese di distanza e condanna” fatte dalla Premier. Ma quello che abbiamo visto a Milano o a Bologna non arriva da Marte. Meloni, Valditara, Piantedosi, non hanno motivo di stupirsi e non possono, loro e i loro giornali, chiedere conto di quella rabbia alle opposizioni. L’esplosione che vediamo è responsabilità di chi ha accumulato l’esplosivo. Nasce dall’azione cinica di chi ha privilegiato il rigore dei conti alle ragioni della popolazioni. Ad innescare il detonatore sono le loro scelte politiche di chi – in Italia e non solo in Italia – ha destinato risorse ingentissime agli armamenti, strangolando sanità, scuola, università e welfare. Quattordici miliardi di soldi delle tasse degli italiani gettati nel calderone del riarmo, fanno esplodere il patto sociale. Nessuna persona – che non sia fatta fare il lavaggio del cervello dagli editoriali di Repubblica e dalle balle spaziali dei Tg – può credere che siamo di fronte al pericolo reale che la Russia ci invada e quella cifra oscena viene letta dai cittadini per quello che è: una provocazione.

Ma non ci sono solo i soldi per le armi. Le risorse pubbliche vengo dirottate verso interessi di gruppi privati. I soldi del Pnrr per la costruzioni di stanze per gli studenti, hanno effettivamente portato alla realizzazione di strutture, che sono state però date in gestione ai fondi privati e messi sul mercato a prezzi inarrivabili. Oltre mille euro a stanza. Lo stesso è avvenuto per le strutture delle olimpiadi. Come dovrebbero essere lette dai giovani queste scelte?

Oggi l’Università è tornata ad essere accessibile solo a determinate classi sociali. Si studia solo se si hanno i soldi. Donzelli si stupisce degli studenti in tenda davanti al Parlamento e dice loro di “aspettare” e di “crescere per capire come va il mondo”. Faccio una domanda semplice: c’è differenza tra una frase come questa e la violenza di una vetrina spaccata? Dobbiamo metterci d’accordo su cosa sia violenza. Siamo di fronte ad un modello sociale che pratica violenza, mica solo quella delle manganellate nelle piazze, ma quella praticata quotidianamente quando riduce sei milioni di italiani in una condizione di povertà. E attenzione, perché anche sul concetto di povertà bisogna fare chiarezza. Oggi la povertà non è lo stato di inedia, il non poter mangiare, come nei secoli passati (e ci sono anche quei casi). Si entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di arrivare all’inedia.

Oggi essere poveri significa non potersi permettere quella che tutti consideriamo una vita normale. Non potere usare, non dico l’auto per andare al lavoro, ma non potersi permettere neppure i costi del trasposto pubblico; non riuscire a curarsi, non potere acquistare i libri per studiare perché l’affitto si mangia tutto. Dover sopportare, senza difesa alcuna, le folli temperature create dal cambiamento climatico. Essere tagliati fuori dalla comunicazione, dall’utilizzo della Rete per eseguire le normali azioni necessarie alla vita quotidiana (senza non puoi neppure consultare i referti del fascicolo sanitario). I poveri in larga misura sono certo i giovani e le donne, ma non sono più solo i disoccupati, in gran parte sono quelli che hanno un lavoro povero e precario. E poi ci sono loro “gli invisibili”, quelli che racconta Zerocalcare. I ragazzi senza volto, senza nome, delle periferie metropolitane, in equilibrio precario con la microcriminalità, che hanno come unica forma di aggregazione il “branco”. Loro non sono andati in piazza con gli studenti. Non hanno una consapevolezza politica. Sono solo maledettamente incazzati. Hanno una rabbia sorda e vedono scorrere sugli schermi degli smartphone un modo di ostentazione, di opulenza. Hanno sentito il soffio della rivolta e ci sono entrati dentro, portandoci quello che hanno: rabbia e violenza cieca. Un corpo estraneo rispetto agli studenti? Forse sì e forse no. Perché ad essere vittima di un sistema feroce è una generazione alla quale, in un modo o nell’altro, questo modello economico ingiusto e fallimentare, sta sottraendo il futuro.

Le auto bruciate, i monumenti oltraggiati, le vetrine sfondate, il saccheggio dei negozi sono reati e certo non possono essere ignorati come tali. Ma abbiamo ignorato e ignoriamo da troppi, troppi anni il saccheggio che il mercato ha fatto della vita degli individui. Chi è stato al vertice del sistema politico ed economico è colpevole esattamente come i ragazzi fuori di testa che spaccano tutto. E non è che l’inizio…

La tensione è ormai colma non solo nel mondo giovanile. Al sud i camionisti hanno bloccato tutto e se non avranno rassicurazioni (non credo basteranno le solite mancette) la protesta è destinata a durare e paralizzerà il Paese, lo stesso per gli agricoltori rapinati con prezzi da fame dei loro prodotti dalla grande distribuzione, che li rivende a peso d’oro sui banchi e poi ci sono i lavoratori che ogni giorno sono sempre più impoveriti dall’inflazione e ballano pericolosamente sulla soglia di povertà. La saldatura tra tutto questo e la rabbia giovanile è prossima. La pentola è in pressione e sta già fischiando.


A una settimana dalle elezioni in Israele, arriva la “benedizione” di Trump a Netanyahu


SONDAGGIO, 30% DEGLI ISRAELIANI ANCORA INDECISO SU CHI VOTARE IL 27 OTTOBRE

(ANSA) – Secondo un sondaggio dell’emittente pubblica israeliana Kan, circa il 30% della popolazione è ancora indeciso su chi votare alle prossime elezioni del 27 ottobre. Gli elettori che hanno preso parte alla rilevazione hanno detto che le loro maggiori preoccupazioni riguardano l’economia (34%) e la sicurezza nazionale (32%).

Su questi due temi, le priorità sono equamente divise tra i partiti: il 45% degli elettori allineati alla coalizione indica la sicurezza come priorità principale, mentre il 41% degli elettori allineati all’opposizione cita l’economia e il costo della vita.

Al contrario, solo il 19% degli elettori della coalizione ha indicato le questioni economiche come priorità principale, e solo il 28% degli elettori dell’opposizione ha espresso la stessa opinione in merito alla sicurezza.

Quasi il 20% ha dichiarato che un cambiamento nella situazione della sicurezza nazionale potrebbe influenzare la propria scelta del candidato, e la stessa percentuale ha affermato che una variazione del costo della vita potrebbe farli cambiare idea.

Il 33% degli intervistati ha affermato che, se nessuno dei due principali blocchi riuscisse a ottenere la maggioranza alla Knesset, sarebbe d’accordo se venisse formato un governo di unità nazionale composto da membri di entrambi gli schieramenti.


Giustizia sociale e guerra civile


(Tommaso Merlo) – Le rivolte potrebbero sfociare in guerre civili se la crisi si aggravasse. In Francia ne parlano apertamente mentre in Italia i media censurano e minimizzano sperando che prevalgano quieto vivere e rassegnazione. Politicanti ma anche giullari mediatici fanno finta di non capire come il vero e unico problema è l’ingiustizia sociale perché se fossimo tutti nella stessa melma, scatterebbe la solidarietà invece che la rabbia. E fanno finta di non sapere che la crisi dura da decenni e si è aggravata a causa delle guerre contro Russia ed Iran che facendo scarseggiare il petrolio hanno fatto schizzare i prezzi alle stelle. Guerre che loro hanno sostenuto e che sono il frutto di un modello fallimentare in cui l’economia prevale sulla politica e che ha nella crescita economica l’unica stella polare a prescindere da come viene prodotta e soprattutto ridistribuita. Grafici e indici al posto della qualità della vita delle persone, mercato finanziario al posto di economia reale e società, élite mediocri al servizio di chi comanda davvero, mega lobby della guerra compresa. Il motto della Repubblica Francese è “Liberté” ma ha creato masse di schiavi di lavori degradanti e malpagati oltre che prigionieri dell’asfissiante conformismo perbenista. “Égalité” ed ha creato élite privilegiate di prostitute lobbistiche e masse di impoveriti anche dentro. E “Fraternité” ma dilaga l’odio sociale alimentato dalla politica che sfrutta gli immigrati per costruirsi identità partitiche fasulle e raccattare voti. Come in Italia e ovunque in Europa dove stanno provando a scaricare la colpa della crisi sul solito capro espiatorio e cioè su chi ha la pelle più scura. Ma a saccheggiare le boutique sono giovani di ogni colore e credo, è la nuova variegata società più o meno civile che la politica invece di servire divide o sfrutta oppure ignora. Rubano borsette e scarpe che costano come un mega stipendio prendendosi con la forza ciò che non potranno mai permettersi nonostante la pubblicità li martelli fin dalla culla per farli consumare cose sempre più di lussuose. Perché più hai, più sei. E meglio appari meglio sei. Peccato che poi si ritrovato a vivere perennemente sul lastrico come prevede il sistema per gente nata nei quartieri sbagliati. Macron ha emesso la solita scorreggina tecnocratica mentre a Parigi si scalda il dibattito per togliersi finalmente dai piedi quell’insulso bancario. Potrebbe vincere l’estrema destra della Le Pen la quale ha già annunciano pugno di ferro e deportazioni di massa e quindi benzina sul fuoco che potrebbe far divampare la guerra civile secondo molti. In Francia come da noi, con uno stato sull’orlo della bancarotta finanziaria e classi politiche profondamente detestate che si apprestano ad inaugurare l’ennesimo carnevale elettorale con nuovi costumi e battute ad effetto per l’esiguo pubblico che ancora gli dà retta. Da una parte destre razziste che dovrebbero fare dei monumenti agli immigrati con tutti i voti che hanno raccattato sfruttandoli e dall’altra parte una finta sinistra che essendo parte integrante del sistema non riesce a capirlo e tantomeno a metterlo in discussione nonostante fallisca su tutti i fronti. Socialmente alimentando ingiustizia e quindi odio, individualmente alimentando teleconsumatori e vuoto, e globalmente alimentando guerre e distruzione ambientale. In Francia come in Italia come ovunque in Europa i cittadini sono talmente disgustati dalle classi dirigenti ed esasperati dalla situazione che non votano e non s’informano se non su media alternativi e preferiscono movimenti anti sistema perché hanno capito che il problema è il sistema che va quindi riformato radicalmente. Un cambiamento che avviene solo dal basso e che sta tardando perché le classi dirigenti lo ostacolano per spirito di sopravvivenza. Politicanti ma anche giullari mediatici che fanno finta di non capire come il vero e unico problema è l’ingiustizia sociale perché se fossimo tutti nella stessa melma, scatterebbe la solidarietà invece che la rabbia. La giustizia sociale non è un lusso e tantomeno utopia, ma una precondizione essenziale per una società sana ed una democrazia solida. Giustizia sociale nazionale ed internazionale con una economia al servizio della politica e non viceversa perché quello che conta è la dignità e la qualità della vita di tutti e non i profitti di pochi. I giovanissimi che saccheggiano le vetrine delle boutique mentre i loro genitori a casa sorridono sotto i baffi, sono l’ennesimo sfogo di un malessere profondo e diffuso che il sistema reprime da decenni per riuscire a sopravvivere. Ma se il petrolio continuasse a scarseggiare e i prezzi a salire allora la crisi potrebbe aggravarsi al punto che nazioni sostanzialmente in bancarotta come Francia ed Italia sarebbero costrette ad alzare bandiera bianca e a quel punto le strade sono due. O si riparte da “libertà, uguaglianza e fraternità”, oppure lo scontro sociale potrebbe degenerare in guerre civili che porterebbero allo stesso risultato, tabula rasa e nuove repubbliche. In Francia ne parlano apertamente ma la speranza è che prevalga dal basso un cambiamento politico radicale ma democratico che ambisca alla pace alla giustizia sociale.


Casini va ma resta e guarda al Colle


“Lascio lo scranno, non la politica”: bastano quattro parole e il toto-Colle è partito

(Marco Antonellis – lespresso.it) – «Al Quirinale non ci si candida, si viene eletti». Pier Ferdinando Casini risponde così, col sorriso del vecchio democristiano, a chi gli chiede se l’addio al Parlamento sia il via alla corsa al Colle. Nei Palazzi nessuno ci crede: chi siede in Aula dal 1983 e annuncia di andarsene, si mormora, ha già prenotato un altro posto.

«Lascio lo scranno, non la politica»: bastano quattro parole e il toto-Colle è partito. Il mandato di Mattarella scade a inizio 2029, ma ogni mossa da qui in avanti sarà letta in quella chiave.

Nel 2022 Casini era rimasto l’ultimo in pista, prima della rielezione del capo dello Stato, e a fermarlo fu Salvini, che disse di non poter tenere compatti i suoi gruppi, allora i più numerosi del centrodestra. Da quel giorno, raccontano, ha il pallino fisso.

Oggi il quadro è diverso. Eletto da indipendente nelle liste del Pd, conserva amici anche nel centrodestra, dove ha militato fino al 2013. Con un pareggio nelle urne sarebbe il nome che non spaventa nessuno, votabile tanto al Nazareno quanto in via della Scrofa. E il pareggio non è fantapolitica: centrodestra tra il 42 e il 43, campo largo intorno al 44, un soffio sopra la soglia che fa scattare il premio. Basta un calo dell’affluenza e il Melonellum diventa un proporzionale con la parrucca.

Poi c’è l’incubo di Palazzo Chigi, la Consulta. I ricorsi sono pronti e la pronuncia è attesa tra febbraio e marzo 2027. Si teme la bocciatura del premio nazionale al Senato, in nome dell’articolo 57 e della base regionale. Il premierato avrebbe risolto il problema, ma si è perso per strada.

Cadute le parti incostituzionali, resterebbe un Consultellum: proporzionale in entrambe le Camere e larghe intese obbligate. E in un Parlamento dove il gioco è mettersi d’accordo, chi parte in pole? L’uomo dell’accordo. Fantapolitica, certo. Ma nemmeno troppo.


Protestare è un diritto, devastare è inaccettabile. Ma non c’entra solo l’ordine pubblico


Chi governa non usi gli scontri come alibi per sottrarsi alle responsabilità. Vogliamo riportare la piazza al silenzio o vogliamo capire perché i giovani non credono più nel futuro?

Protestare è un diritto, devastare è inaccettabile. Ma non c’entra solo l’ordine pubblico

(Alberto Iannuzzi – Già presidente Corte di appello Potenza – ilfattoquotidiano.it) – Preoccupa ed inquieta profondamente che un Paese si accorga dei giovani soltanto quando scendono in piazza per manifestare, e la protesta diventi soltanto un problema di ordine pubblico, per cui l’unica preoccupazione è quella di reprimere comportamenti violenti commessi da minori, talora di undici o dodici anni.

Da Parigi a Milano, da Tirana a Bruxelles, le proteste per la scuola e l’università portano in superficie una rabbia che non nasce in una notte. Gli scontri e gli episodi di teppismo minorile sono solo la parte visibile del problema. Sotto la cenere cova un disagio psicologico, culturale e sociale, che la politica, a tutti i livelli ed ormai da troppo tempo, sembra incapace, o poco interessata, ad affrontare. Sia chiaro: protestare è un diritto, devastare è inaccettabile. Incendiare cassonetti, distruggere le vetrine dei negozi e aggredire le forze dell’ordine non ha niente a che fare con il dissenso espresso in maniera civile, perché è pura violenza, e chi la commette deve risponderne in base alle leggi vigenti. La rabbia non è una giustificazione e la disperazione non cancella le responsabilità individuali.

Tuttavia, fermarsi alla condanna dei teppisti, senza interrogarsi sulle ragioni di tanta aggressività, significa scegliere la strada più comoda, ma anche quella più deresponsabilizzante e meno utile.

Da dove nasce questa violenza? Perché una parte dei giovani sembra aver smarrito il confine tra protesta e distruzione? Quanto pesano il disagio psicologico, la solitudine, la frustrazione e la sensazione di essere esclusi da una società che promette opportunità ma distribuisce privilegi e rivela profonde ingiustizie ? E quale ruolo hanno le carenze educative, familiari e sociali, quando mancano punti di riferimento, ascolto e capacità di gestire i conflitti? Sono queste le domande alle quali si dovrebbe rispondere, sebbene non esistano risposte semplici e ricette miracolose, né una spiegazione valida per tutti.

Ma fingere che siano soltanto problemi di ordine pubblico è un modo per non vedere ciò che accade. Famiglie e scuole in difficoltà, lavoro precario, redditi insufficienti, affitti proibitivi, ma soprattutto sfiducia e diseguaglianze crescenti alimentano la percezione di un futuro bloccato. Se studiare non garantisce autonomia e impegnarsi non sembra servire, quale fiducia può restare nelle istituzioni?

C’è poi una contraddizione che merita una riflessione severa. Viviamo in una società che misura il successo attraverso il denaro, il consumo, la visibilità ed il possesso, ma spesso investe troppo poco in cultura, educazione, pensiero critico e partecipazione. Ai giovani vengono mostrati modelli di benessere immediato, mentre si restringono gli strumenti concreti per raggiungerlo. Quando le aspettative crescono e le opportunità diminuiscono, la frustrazione può trasformarsi in rancore. Non è un destino inevitabile, ma un rischio che non possiamo ignorare.

E che cosa accade quando viene meno anche la speranza di cambiare le cose e gestire le relazioni conflittuali attraverso il dialogo ed il rispetto dell’altro, quando le controversie tra gli Stati vengono risolte con la guerra ed il ricorso alla legge del più forte, ed i responsabili di crimini efferati e di reati contro l’umanità rimangono impuniti? Se il voto, il dialogo, lo studio e l’impegno civile appaiono inutili, la protesta rischia di perdere la propria natura politica e di degenerare in una rabbia senza obiettivi, capace soltanto di distruggere. È qui che dovrebbe cominciare la riflessione collettiva, non finire con l’ennesimo bollettino degli arresti e delle condanne di rito.

Chi governa deve garantire la sicurezza, ma non può usare gli scontri come alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità. E le famiglie, la scuola, i media e l’intera società devono fare la loro parte e chiedersi quale educazione stiano offrendo alle nuove generazioni e quali esempi stiano trasmettendo. Reprimere i comportamenti illegali è necessario; investire nell’istruzione, nella salute psicologica, nelle opportunità e nella mobilità sociale lo è altrettanto. Perché una società che risponde alla rabbia soltanto con la forza può forse contenere l’emergenza, ma non eliminarne le cause.

La domanda, allora, è scomoda: vogliamo soltanto riportare la piazza al silenzio o vogliamo capire perché la maggior parte dei giovani non crede più nel futuro? Perché quando la speranza si spegne, la cenere può sembrare fredda, ma sotto il fuoco continua a covare, e prima o poi esplode.


Il diritto alla salute? Resta un lusso per chi ha i soldi


Sanita’: C. Conti, criticita’ liste d’attesa, ridurre tempi

(AGI) – Roma, 19 ott. – “Le liste di attesa continuano a rappresentare una criticita’ strutturale del sistema sanitario, legata non solo agli effetti della pandemia, ma anche a fattori organizzativi, gestionali e programmatori. Nonostante il rafforzamento del quadro normativo e finanziario persistono difficolta’ attuative, carenze di personale e differenze territoriali che limitano l’efficacia degli interventi”.

Lo sottolinea la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti che ha approvato la relazione su “L’attuazione delle misure finalizzate a ridurre le liste di attesa”, esaminando lo stato di avanzamento degli interventi volti ad abbreviare i tempi di accesso alle prestazioni sanitarie, nonche’ l’utilizzo delle risorse finanziarie destinate allo scopo.

L’analisi evidenzia che “l’incremento dei finanziamenti non ha sempre prodotto risultati proporzionati in termini di prestazioni erogate e riduzione dei tempi di attesa”. Nel periodo 2022-2028, le risorse destinate al contenimento delle liste di attesa ammontano a circa 3,71 miliardi di euro, mentre nel quadriennio 2022-2025, secondo i dati del ministero della Salute, a fronte di assegnazioni statali pari a circa 1,845 miliardi di euro, ne sono stati utilizzati circa 1,58 miliardi.

“La scarsa completezza e uniformita’ delle informazioni trasmesse dalle Regioni – osserva la magistratura contabile – rendono, tuttavia, non agevole una puntuale valutazione dell’impiego dei fondi e dei risultati conseguiti. In tale contesto, le misure introdotte dal dl 73 del 2024 delineano un nuovo modello di governance, fondato sul potenziamento dei sistemi di controllo, sulla digitalizzazione e sulla tempestiva disponibilita’ dei dati”.

Tale impianto, secondo la magistratura contabile, “potrebbe favorire un miglioramento strutturale del sistema, i cui effetti potranno essere valutati in modo compiuto solo dopo la piena attuazione degli interventi previsti”.

Dalla Piattaforma nazionale delle liste di attesa (Pnla), particolarmente rilevante ai fini dell’interoperabilita’ dei sistemi regionali e della disponibilita’ di dati comparabili, emergono “criticita’ nell’utilizzo regionale della classe di priorita’ ‘P’ (programmata), differenze tra le date degli appuntamenti proposte e quelle accettate dai cittadini, nonche’ ritardi tra la prescrizione e il primo contatto con i Cup e divari tra le prescrizioni emesse e le prenotazioni registrate”.

L’analisi conferma “difficolta’ nell’ampliamento dell’offerta sanitaria, anche in presenza di risorse finanziarie adeguate, a causa della carenza di personale, soprattutto specialistico, e richiama, pertanto, l’esigenza di completare la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr e dal dm 77 del 2022, per migliorare la presa in carico, ridurre la domanda impropria e alleggerire la pressione sulle strutture ospedaliere e sui servizi specialistici”.

La magistratura contabile raccomanda, quindi, “di accelerare l’attuazione del dl 73 del 2024, completare l’interoperabilita’ della Pnla, rafforzare il controllo sull’impiego delle risorse e sui risultati ottenuti, migliorare la programmazione dei fabbisogni assistenziali e adottare interventi strutturali per superare le carenze di personale”.

Per la Corte, occorre altresi’ “rendere piu’ efficaci i meccanismi di responsabilizzazione, individuando con tempestivita’ le inadempienze, applicando le sanzioni previste ed esercitando, al ricorrere dei relativi presupposti, i poteri sostitutivi. Una riduzione duratura dei tempi di attesa e un accesso tempestivo ed equo alle prestazioni sanitarie richiedono – conclude il documento – trasparenza, monitoraggio continuo, responsabilita’ istituzionale, impiego efficiente delle risorse e una rendicontazione puntuale dei risultati”.


L’ondata di disordini può valere un paio di punti nei sondaggi


LA PREOCCUPAZIONE DEL GOVERNO, L’IPOTESI DI UNA STRETTA SUI MINORI

(di Paolo Cappelleri – ANSA) – La decisione di Giorgia Meloni è arrivata negli stessi minuti in cui nel cuore di Milano sciami di ragazzini davano vita a una nuova ondata di violenza, dopo una serie di confronti con Matteo Salvini e Antonio Tajani in cui sono state condivise forti preoccupazioni. La premier ha convocato un vertice a Palazzo Chigi sull’ordine pubblico, per fare il punto sulla gestione delle piazze, analizzare i report di Intelligence su un fenomeno ancora tutto da comprendere, e valutare se ci sono condizioni e necessità per una nuova stretta. In particolare sui minorenni, con la consapevolezza dell’imprescindibile confronto con il Quirinale su temi simili.

La suggestione, si racconta nel centrodestra, è quella di un intervento sulla falsa riga del decreto Caivano. E FI suggerisce la convocazione di un Cdm nel capoluogo lombardo, “quale segnale di presenza dello Stato e di vicinanza e solidarietà ai cittadini di Milano e agli esercenti ingiustamente danneggiati”. Un’idea ancora da approfondire ai piani alti dell’esecutivo.

Il vertice, domani, dovrebbe precedere o seguire quello sulla manovra previsto attorno alle 12.30. In presenza o in videocollegamento, al tavolo con Meloni ci dovrebbero essere i vertici di Servizi e Forze dell’ordine, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (che nelle scorse ore ha avuto una riunione con il capo della Polizia e i massimi dirigenti del Viminale sui disordini a Milano), quello della Difesa Guido Crosetto e i due vicepremier. Salvini già indica una soluzione: traslare in un decreto alcune delle misure contenute nel disegno di legge sulla sicurezza varato dal governo a metà luglio e in esame al Senato.

Già una stretta era arrivata a febbraio, dopo il caos al corteo per Askatasuna, con il fermo preventivo. Una misura che secondo le opposizioni non ha funzionato. E che Salvini vuole estendere ai minori, come previsto dal ddl in Senato, che contiene anche la procedibilità d’ufficio per lesioni a pubblico ufficiale e la reclusione fino a 5 anni, con multa fino a 15mila euro, per danneggiamenti di gruppo. Il leader leghista cita anche il divieto di aggregazione per i responsabili di violenze di gruppo e l’introduzione del reato di danneggiamento di gruppo, con la possibilità di ricorrere all’arresto differito.

Salvini, che ha sempre nel mirino il ritorno al Viminale dopo il voto (è “precondizione per ogni futuro Governo”, chiarisce il suo fedelissimo Claudio Borghi) domani a Milano in una conferenza stampa insisterà sulla “norma anti-maranza” e sui paletti per la cittadinanza a chi commette reati gravi. Ed invoca “maggiore libertà d’azione, nel rispetto dei codici, per le forze dell’ordine, sulla potenza degli idranti e il taser”, rilanciando della cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni, nonché “il potenziamento di Strade sicure”.

FdI si rivolge alle opposizioni per chiedere la sottoscrizione di una proposta di legge, nata dopo i disordini No Tav in Val Susa, “che estende il reato di associazione a delinquere agli sfascisti che si organizzano, anche in modo occasionale o via web, per trasformare i cortei in guerriglia urbana”. Al termine di una domenica convulsa, anche FI fa il punto in una riunione convocata da Tajani.

Un confronto in cui è emersa la preoccupazione che il fenomeno di guerriglia urbana possa dilagare. Nonché una serie di richieste: il rafforzamento di Strade sicure, l’assunzione di nuovo personale delle forze di sicurezza e “affrontare con la massima fermezza il tema del coinvolgimento dei minori nei disordini”.

Per gli azzurri “occorre dotare le forze dell’ordine degli strumenti regolamentari e normativi per procedere all’arresto dei minorenni, specie nei casi di devastazione e saccheggio, e accelerare l’iter legislativo delle norme che rendono più facilmente imputabili i minori tra 14 e 17 anni”.

Fonti qualificate assicurano che al momento non è previsto l’esame di bozze di decreto. Ma le ipotesi verranno messe sul tavolo a Palazzo Chigi. Se si deciderà di procedere con un provvedimento d’urgenza non è escluso che approdi nel prossimo Cdm, previsto per venerdì. In ambienti dell’esecutivo filtra che sono in corso in queste ore valutazioni anche sulla gestione delle piazze.

E qualche malumore sarebbe emerso su Milano.    Intanto, dietro le quinte, come confida qualche fonte di maggioranza, nelle chat interne dei parlamentari non ci sono solo commenti sulle violenze e ragionamenti sulle proposte. Qualche esponente di centrodestra con cinismo osserva che l’ondata di disordini “può valere un paio di punti nei sondaggi”.


Condanna alle violenze: doppia morale di Meloni


(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] “Non condivido e non condanno”. Parole di Giorgia Meloni, pronunciate l’8 marzo 2026 di fronte alla guerra illegale di Trump e Netanyahu contro l’Iran, che ha fatto finora almeno 8.000 morti, oltre 50.000 feriti e milioni di profughi. È la stessa Giorgia Meloni che sistematicamente urla all’opposizione di “condannare” ogni vetrina sfasciata a margine delle manifestazioni avvenute contro il suo governo. È una doppia morale insopportabile, un giochino al massacro che riesce ogni volta nel suo intento, ribaltando il dibattito mediatico a favore di un governo strutturalmente complice di violenze immensamente più grandi di quelle che cavalca con ipocrita cinismo.

[…] Sia chiaro: anche una vetrina rotta è inammissibile, e fa male innanzitutto alle sacrosante cause delle manifestazioni stesse. Per non parlare delle teste degli agenti, e di qualsiasi altro atto di violenza. Ma questa violenza (che c’è, e che va rifiutata in ogni modo) si iscrive in una dinamica in cui giocano ben altro ruolo la violenza, spesso gratuita, della polizia; una calcolata incapacità di prevenzione degli apparati di sicurezza, finalizzata a far lucrare al governo i benefici degli scontri; una sempre più evidentemente antidemocratica repressione preventiva fuori dalla Costituzione, quella delle ondate di decreti sicurezza.

E poi c’è la violenza del governo: di questo, e di quelli che l’hanno preceduto. La violenza sociale di chi sistematicamente toglie ai poveri per dare ai ricchi attraverso la distruzione di ogni progressività fiscale; di chi nega il diritto alla casa, alla salute e allo studio; di chi viola la legge del mare e il diritto interno e internazionale provocando la morte atroce dei migranti; di chi finanzia i centri di tortura in Libia, di deportazione in Albania, di reclusione disumana in Italia. La violenza di chi non fa assolutamente nulla per impedire che continui un’ecatombe sul lavoro, e per punire davvero i padroni che guadagnano perfino sulla morte dei loro schiavi. Di chi tiene in piedi un sistema carcerario tra i più spaventosi d’Europa. La violenza di chi scrive leggi elettorali che rubano al popolo il diritto di eleggere i propri rappresentanti. La violenza di chi non approva la legge sul consenso delle donne, condannandole a continuare a subire violenza. La violenza di chi di fatto nega il collasso climatico e continua ad alimentare il circo dell’energia fossile condannandoci tutte e tutti a morte. La violenza di violare la Costituzione usando le armi per risolvere le controversie internazionali. E spendendo i soldi di tutte e tutti noi in quelle armi che ci macelleranno. E poi la violenza più grande ed esplicita di questo tempo mostruoso: la complicità con il genocidio di Gaza.

[…] Le mani di Giorgia Meloni e degli altri membri di governo e maggioranza che tuonano contro le violenze di piazza, sono mani lorde del sangue di decine di migliaia di bambini palestinesi. Mani che non possono alzarsi a chiedere la condanna di alcunché. Ma una parte non piccola delle violenze che ho elencato, e che naturalmente sono solo alcune delle più evidenti, sono state compiute anche dai governi tecnici dei cosiddetti padri della patria, e da quelli guidati dal centrosinistra. E la violenza della classe dirigente europea che si dice democratica è tanto clamorosa da far sollevare la meglio gioventù d’Europa, dalla Spagna all’Albania.

Non è più sopportabile ascoltare in silenzio la strumentale, grottesca indignazione dei mostri che ci governano, o ci hanno governato, compiendo, loro sì, violenze indicibili. Queste ultime sono le violenze vere, colossali, fatali: le violenze che le generazioni nuove, quelle che si vedono consegnare un mondo mostruoso, condannano manifestando ovunque. Con una sacrosanta rabbia le cui ragioni sono troppo ovvie per riuscire a nasconderle.


Ribellati, indignati e fai squadra: 10 regole per sconfiggere Meloni


Manuale per le elezioni. Battaglia: consigli anti-destra per vincere felici

Ribellati, indignati e fai squadra: 10 regole per sconfiggere Meloni

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Pubblichiamo un estratto del libro in uscita domani, martedì 20 ottobre. […] Vogliamo fare un gioco? Ecco le dieci cose da fare per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni. La prima regola, “informarsi davvero”, è esattamente quello che va fatto se non ci vogliamo far intontire dalla pochezza del potere. È chiaro che se non ti informi veramente, sul serio, credi a tutte le baggianate del potere. Credi che la Meloni sia brava? Credi che Tajani sia bravo? Credi persino che Donzelli possa essere bravo? Credi alla narrazione e allo storytelling del regime. E allora non fidatevi del Tg1, non fidatevi di Libero, ma cercate di andare alla fonte. Cercate di scoprire le cose facendovele raccontare da chi magari non vi piace fino in fondo, di cui non condividete sempre ciò che dice, ma cercate quelle persone a cui riconoscete onestà intellettuale, e magari anche un po’ di competenza e di talento. La seconda regola è quella di “ribellarsi”, e bisogna per forza ribellarsi, perché altrimenti si accetta qualsiasi cosa. Si comincia perfino a credere che avere una classe dirigente fatta da figure come Bignami sia normale. Non è normale, ma diventa normale se ci dimentichiamo di ribellarci.

La terza regola deriva proprio dall’ignavia di molti intellettuali. Noi dobbiamo fare esattamente l’opposto di quello che fanno coloro che “tengono famiglia” e che coltivano l’avidità e il paraculismo. Dobbiamo rischiare, quindi dobbiamo “restare vigili, restare critici e restare vivi”. È fondamentale, perché altrimenti ci spegniamo, altrimenti diventiamo ignavi anche noi, ed è la peggiore delle morti. “Una morte un po’ peggiore”, proprio come diceva Francesco Guccini nella Canzone delle osterie di fuori porta.

Poi c’è la quarta regola, che è quella di “mettere in discussione anzitutto se stessi”, perché anche noi siamo italiani, anche noi siamo “italiani brava gente”, anche noi siamo italiani medi, anch’io sono italiano medio. E quando noi critichiamo l’italiano medio, critichiamo noi stessi. Per non diventare italiani medi dobbiamo mettere ogni giorno in discussione noi stessi, andando quindi a sconfiggere, o quantomeno a combattere, tutte quelle tentazioni che abbiamo di accontentarci, di andare a cercare la furbizia, il sotterfugio, di fregarcene di tutto. Sempre mettere in discussione se stessi, sempre, anche se è una delle cose più difficili. Ma io mica vi ho detto che era un decalogo facile, questo qua.

[…]

La quinta regola è una di quelle a cui tengo di più: “andare in profondità”. E andare in profondità è esattamente l’opposto di quella cosa schifosa che è lo scrolling. Se noi vogliamo salvare questo Paese, o anche soltanto noi stessi, dobbiamo coltivare la profondità, la complessità e il dubbio. Diffidate sempre da coloro che vi dicono come stanno le cose, che non fanno mai distinguo e che vi danno soltanto certezze. Andate sempre a cercare coloro che vi buttano lì qualcosa – come diceva Giorgio Gaber – e poi se ne vanno. Poi ognuno elaborerà quello che è stato buttato lì, cercando da solo – con tutte le difficoltà del caso – di trovare le eventuali risposte.

La sesta regola è “indignarsi ancora”. Penso, per esempio, che sia necessario indignarsi quando sentiamo la Meloni dire di ispirarsi a Borsellino e a Guccini. Lo vedete? Ogni regola era già dentro questo libro, perché sottesa a ogni capitolo. Quando vi dicono, e ci dicono, certe cose, incazzatevi e incazziamoci ancora – democraticamente, ma risolutamente.

Poi c’è la settima regola: “coltivare la memoria”. Che è l’unica maniera per non incorrere negli stessi errori che si ripetono nella storia. Per esempio, credere di nuovo ai pifferai magici più abietti, alle caricature viventi del fascismo come Vannacci. Coltivare la memoria ti permette di scorgere tutti i rischi per qualcosa che c’è già stato: nel nostro Paese, nel nostro continente, nel mondo. E potrebbe tornare. Se noi coltiveremo la memoria, e quindi conosceremo la storia, potremo riconoscere se veramente oggi c’è un pericolo di fascismo, o anche solo di democratura o di deriva autoritaria. Poi c’è l’ottava regola, che è la regola già citata di Vittorio Arrigoni: “Restare umani”. È quella che dobbiamo tenere a mente sempre, ogni volta che leggiamo commenti atroci sui social da quelle amebe mononeuronali degli haters (epiteto dietro il quale può nascondersi chiunque) e ogni volta che vediamo quelle immagini atroci del genocidio di Gaza, e non solo di Gaza. Il genocidio è da tante parti. La morte è da tante parti, la guerra è da tante parti, lo sterminio è da tante parti, i soprusi sono da tante parti. Restiamo umani, come diceva Arrigoni e come diceva anche don Gallo, un altro che dovremmo ricordare molto di più.

La nona regola – e lo so che qualcuno la riterrà indigesta, perché so benissimo quanto molti piddini detestino i Cinque Stelle e viceversa – è: “fare squadra”. Bisogna fare squadra, anche se è faticoso, anche se significa accontentarsi, anche se significa accettare di camminare con qualcuno che fino al secondo prima ti stava sui coglioni. Siamo un Paese spaccato a metà, diviso violentemente in fazioni, e se non ci uniremo lasceremo che a vincere siano anche (e soprattutto?) gli odiatori, gli incivili, i cinici, i complottisti e le carogne che esultano quando i Di Battista si sentono male. L’Italia di oggi è questa roba qua: un coacervo di rabbia cieca, ignoranza compiaciuta e insensibilità ostentata. Bisogna fare squadra, altrimenti perdiamo. Sono troppo realista? Può essere, ma invecchiando si diventa così.

Decima e ultima regola, molto legata alla nona, e che vi fa capire che sto invecchiando, sì, ma resto un rompicoglioni e spero di restarlo fino alla fine: “accontentarsi, ma non troppo”. Ok fare squadra, ma se fai squadra con delle persone che sono la tua nemesi e kryptonite, non è che fai squadra: distruggi lo spogliatoio, che è molto diverso.

Io credo che questo decalogo sia una buona base di partenza, e ognuno di noi lo dovrebbe applicare. Magari non faremo miracoli, ma se ognuno di noi applicasse anche solo queste dieci regole, probabilmente al prossimo giro vinceremo. E vinceremo persino felici, persino convinti che quella vittoria è un po’ anche nostra, guardandoci con orgoglio e con gioia allo specchio. Ora o mai più: sarà una battaglia importante, una battaglia campale, una battaglia decisiva. E bisogna combatterla tutti. Al meglio e al massimo delle nostre forze.


Ecco l’atto notarile che svela a sorpresa i poteri degli arabi sul Piano casa di Meloni


Ecco l'atto notarile che svela a sorpresa il potere degli arabi sul Piano casa di Meloni

(di Milena Gabanelli e Mario Gerevini – corriere.it) – Cronaca e cronologia di un incrocio tra affari di Stato (il Piano casa) e affari privati di Mario Abbadessa, 42 anni, fino a pochi mesi fa a capo del gruppo immobiliare Hines in Italia. E storia di un atto notarile del 6 maggio che consegna ampi poteri a un fondo arabo.
Il Piano casa, diventato legge il 2 luglio, è un intervento pubblico che affronta in maniera strutturale il deficit residenziale soprattutto nelle grandi città: prevede la realizzazione di 100mila abitazioni nei prossimi 10 anni, dedicando fino a 10 miliardi di risorse pubbliche a cui si aggiungeranno gli investimenti privati.

Il Piano casa e l’incrocio

La logica è quella dei tre pilastri:
1 – Recupero di 60mila abitazioni popolari.
2 – Fondo Housing gestito da Invimit, destinato all’edilizia sociale per chi non ha diritto alla casa popolare ma non ce la fa ad affrontare i prezzi di mercato
3 – Edilizia convenzionata con agevolazioni e incentivi ai grandi capitali privati (almeno un miliardo), attraverso semplificazioni autorizzative a patto che almeno il 70% degli alloggi venga offerto a prezzi inferiori di un terzo rispetto a quelli di mercato.

Ed è qui che il Piano Casa si «fidanza» con Mario Abbadessa, rampante e assai quotato manager immobiliare con laurea in Bocconi, ottime relazioni, grandi capacità comunicative, più portato al fundraising che agli investimenti sociali, dicono alcuni importanti broker milanesi con una punta di cattiveria e due di invidia. Lui ha costruito la piattaforma, raccolto i capitali e presentato al governo il primo grande programma privato ammesso alla corsia accelerata. In tempi record, senza storia, senza gara.

Le tappe di un record

Il 10 gennaio Giorgia Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno dichiara che il Piano casa, annunciato diversi mesi prima, è vicino. Due giorni dopo il Sole 24 Ore scrive che Abbadessa lascia Hines, si mette in proprio e punta a raccogliere capitali anche per il Piano Casa. Nessuno smentisce. Eppure il Piano sarà decreto legge solo a maggio e Abbadessa resterà alla guida di Hines per altri due mesi e in organico fino ad aprile.
Il 28 gennaio i primi dubbi sulla stampa sono al centro anche di un’interrogazione alla Camera (a risposta scritta, mai arrivata) dell’onorevole Federico Fornaro (Pd): chiede di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e del fondo sovrano di Abu Dhabi, Mubadala, che avrebbero affidato circa 1 miliardo a due fondi gestiti da una nuova società riconducibile a Mario Abbadessa, senza gara e con potenziali commissioni elevatissime. Il 23 febbraio nasce a Milano la ADD Capital srl, la piattaforma di Abbadessa. Lui però non compare, manda avanti Andrea Imperatore, uno del suo team in Hines, che si intesta il 100% del capitale. Il 3 marzo Abbadessa e altri del suo team si dimettono da Hines Italy. Tra il 27 marzo e i primi di aprile nascono in Lussemburgo, sempre con Imperatore inizialmente al 100%, ADD Italy Living dedicato al Piano casa e ADD Value per il mercato “libero” europeo. A questo punto l’infrastruttura societaria è pronta. Il 2 aprile nella società capofila milanese ADD Capital, Abbadessa sale al 92% con il residuo in mano a due manager ex Hines. ADD Capital è la cabina di regia di tutta l’operazione.
Il 30 aprile il Consiglio dei ministri dà il via libera al decreto legge Piano casa. Giorgia Meloni spiega che il terzo pilastro coinvolgerà «robusti investimenti privati, non fondi pubblici». E poi su X: «Investimenti privati nell’edilizia abitativa, con procedure più veloci e semplificate, ma a una condizione chiara: almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere destinato a chi è in difficoltà, con prezzi di vendita o di affitto ridotti di almeno il 30% rispetto ai valori di mercato».
Il 6 maggio nello studio del notaio Dario Colucci in via Larga a Milano viene redatto un atto apparentemente «innocuo»: la One Hundred and Forty Third Investment llc di Abu Dhabi, un veicolo societario del fondo sovrano Mubadala, con appena 1.500 euro entra al 15% nella ADD Capital. Ma, come vedremo, è un 15% pesantissimo.

Il giorno dopo, 7 maggio, viene varato il decreto legge. Il 2 luglio il Piano Casa è legge e conferma il terzo pilastro: programmi privati superiori al miliardo possono beneficiare di forti semplificazioni purché rispettino il vincolo del 70-30 a prezzi calmierati.

ADD è già in pista. Di quali semplificazioni si parla? Allo sviluppatore privato viene offerto qualcosa che nel real estate ha un enorme valore economico: più edificabilità, tempi autorizzativi più brevi, concentrazione dei permessi, possibilità di superare alcune previsioni urbanistiche, minori costi. È la contropartita per la sostenibilità economica del 70/30 (cioè 70% degli alloggi destinati, con sconto di almeno il 33%, a chi è in difficoltà), altrimenti non garantirebbe rendimenti sufficienti agli investitori. Prezzi calmierati ma processi accelerati: vuol dire certezza dei tempi e dei canoni.
Il 30 luglio escono i numeri di ADD: la raccolta complessiva dei due fondi è di 2,3 miliardi di cui 1,1 miliardi destinati all’ADD Italy Living cioè il veicolo dedicato al Piano Casa. Un record: da zero a 2,3 miliardi in quattro mesi.

Il 5 agosto l’incrocio è ufficiale: il Consiglio dei ministri dichiara il programma presentato da ADD Italy Living «di preminente interesse strategico nazionale» per interventi a Roma, Milano, Napoli e Genova. Il governo nomina Elisabetta Pellegrini, commissaria straordinaria, per realizzarlo.
Settembre: Abbadessa intervistato da Monitor Immobiliare respinge l’etichetta di «uomo del governo»: «Il nostro veicolo è al 100% privato, non ha sussidi, non ha finanziamenti e non ha nessun tipo di natura pubblica o di interrelazione con finanza pubblica o denaro pubblico…Non mi piacciono definizioni come l’uomo del Piano Casa».
Fatta questa carrellata di nove mesi, vediamo il retroscena.

Il «concerto»

Già a gennaio il copione era scritto. In campo, pronti con centinaia di milioni a sostenere la startup, non ancora nata, di Abbadessa, ancora dipendente di Hines, c’erano due giganti: uno (Cdp) organico al governo che ci mette 425 milioni; l’altro amico (Mubadala) che ne impegna 600. Come fosse un’unica cordata, un «concerto» nel linguaggio borsistico.

Il caso Poste

Oltre a Cdp e Mubadala anche il Credito Sportivo entra nell’operazione con 40 milioni, «vincolati alla missione istituzionale della Banca» cioè studentati, infrastrutture sportive, immobili di interesse storico-culturale, secondo quanto ci ha fatto sapere il portavoce. Altri nomi circolati come sottoscrittori dei fondi di Abbadessa sono quelli di Previndai, Kia il fondo sovrano del Kuwait e alcuni enti previdenziali come Enpam ed Enasarco.
Storia a sé per Poste Italiane. Attraverso Poste Vita, avrebbe deciso di investire ben 600 milioni. Lo hanno scritto Milano Finanza a inizio luglio e, a seguire, altre testate. Al Corriere risulta che ci sia una delibera e che 400 milioni siano destinati al fondo ADD Italy e 200 ad ADD Value. Ma a Poste – interpellata più volte – non risulta nulla da smentire né da confermare. Un insolito limbo. È vero o no? È allo studio? La cifra è rilevante, il Piano casa è rilevante, il gruppo è quotato in Borsa, decine di volte Poste è stata citata sui media e sui social come investitore. Possibile che un gruppo che sforna comunicati del tipo «Presentato il francobollo dedicato a Pasta di Gragnano IGP» non abbia nulla da dire o da smentire su un presunto investimento da 600 milioni? Perché questo imbarazzo?

Dove sono i privati

«Il nostro veicolo è al 100% privato …nessun tipo di interrelazione con finanza pubblica o denaro pubblico», dichiarava Abbadessa. E Meloni parlava di «robusti investimenti privati, non fondi pubblici». Arriveranno.
Intanto facciamo due conti.
È privata Cassa Depositi e Prestiti controllata all’83% dal Ministero dell’Economia-Mef? È privato il fondo sovrano Mubadala strumento finanziario al servizio del governo di Abu Dhabi? È privata Poste la cui maggioranza assoluta è in mano a Mef (23,7% diretto e 28,3% tramite Cdp)? È privato il Credito Sportivo che è controllato all’80% dal Mef?
L’unico privato è colui che ha creato l’infrastruttura societaria e manageriale. Ma i soldi ce li mettono gli altri. Se l’infrastruttura fosse stata «pubblica» (per esempio Cdp Real Asset che gestisce oltre 5 miliardi di fondi immobiliari) e gli investitori realmente privati forse il risultato sarebbe stato più coerente con le aspettative della premier.

Cdp e la controllata

Cdp, che ha risposto con chiarezza alle nostre domande, afferma che la sua controllata Cdp Real Asset non può essere soggetto finanziatore ma avrà un ruolo centrale nel gestire gli investimenti deliberati a livello di capogruppo. Deliberati quando? A dicembre 2025. I 425 milioni sono vincolati a investimenti esclusivamente in Italia e così suddivisi: 200 milioni ad ADD Italy-Piano casa, 225 ad ADD Value.

I poteri nascosti di Mubadala

Con un post sul profilo LinkedIn corporate il 3 agosto, gli emiratini hanno comunicato l’investimento da 600 milioni sottolineando che «le strategie dei due fondi saranno gestite da ADD Capital». E qui siamo a un punto cruciale, forse il più controverso dell’intera impalcatura. ADD Capital, sede a Milano, è il centro decisionale, la cabina di regia dei fondi. Oggi Abbadessa ha il 78,5%, i suoi due ex colleghi in Hines il 4 e il 2,5%. Il restante 15% fa capo a Mubadala, sottoscritto in aumento di capitale il 6 maggio, come abbiamo già visto, attraverso la controllata One Hundred.

Lo Statuto al 15%

Ma nel momento in cui entra nel capitale, il fondo di Abu Dhabi chiede garanzie ad Abbadessa e detta condizioni che si riflettono nel nuovo statuto della ADD Capital. È il «contratto» vincolante, depositato con un atto notarile, che disciplina i rapporti tra i soci e il funzionamento della società.
«Nessuna deliberazione – stabilisce lo statuto – può essere adottata dall’assemblea dei soci o, a seconda, dal consiglio di amministrazione in relazione alle materie elencate nell’ “Allegato A” senza l’approvazione dell’assemblea dei soci con il voto favorevole di almeno il 90% del capitale». Quindi Mubadala con il suo 15% è dirimente.

Il diritto di veto

Cosa dice l’Allegato A. Molto in sintesi: le materie soggette al quorum del 90% riguardano la modifica dello statuto, la variazioni del capitale ma anche quelle più legate alla gestione manageriale e strategica. Cioè acquisire attività di impresa o attività commerciali di qualsiasi società; «l’acquisizione o la cessione della proprietà di immobili o la loro assunzione in locazione»; l’assunzione o la concessione di prestiti e la costituzione di garanzie. Qualsiasi indagine o verifica di natura giudiziaria, regolatoria, amministrativa o governativa; «la vendita, il trasferimento o altra alienazione, diretta o indiretta, di qualsiasi partecipazione nel capitale di qualsivoglia società …». Ogni decisione in merito, quindi, deve avere il via libera del fondo Mubadala di proprietà del governo di Abu Dhabi.

L’osservatore in Cda

Ma non è tutto. Dall’assemblea andiamo al consiglio di amministrazione dove non c’è un rappresentante di Abu Dhabi perché forse si è ritenuto di evitare un’esposizione diretta. Però «il socio di minoranza che detenga almeno il 15%» ha diritto a nominare un «osservatore in seno» al cda. Un osservatore con licenza di analizzare, ispezionare, investigare visto che dovrà ricevere tutti i documenti, compresi quelli preparatori, al centro delle riunioni, sarà informato dettagliatamente dell’ora, data, luogo e punti all’ordine del giorno, «avrà diritto di partecipare, porre domande e formulare osservazioni». Nessun diritto di voto però le delibere del cda che riguardano alcune materie (Allegato B) devono essere comunicate in anticipo ai soci di minoranza. Quali materie? Apertura di nuovi uffici, nuove giurisdizioni, contenziosi oltre 200mila euro, business plan annuale e budget, ecc. E poi, fondamentale, «accordi relativi a qualsiasi nuovo fondo, gestioni patrimoniali separate, mandato o accordo di investimento simile, da parte della società o di qualsiasi entità affiliata».

Sopra Mubadala, sotto Cdp

Questo dà l’idea di quanto sia penetrante l’influenza e il potere di blocco di Mubadala nella società che imposta la «politica» e le strategie dei fondi lussemburghesi, cioè là dove ci sono anche i “robusti” capitali di Cdp e delle altre aziende controllate dallo Stato italiano.
Il Piano Casa è un intervento pubblico di grande portata sull’emergenza abitativa che, come primo risultato, sta facendo fare ottimi affari a un manager-imprenditore «commissariato» da un fondo arabo.


Cacciari: “Giovani senza speranza. Si sentono traditi, una vergogna le politiche dei loro padri”


Il filosofo: «Le democrazie non offrono più benessere né opportunità»

Cacciari: “Giovani senza speranza. Si sentono traditi, una vergogna le politiche dei loro padri”

(Flavia Amabile – lastampa.it) – C’è il fallimento della democrazia e l’assenza di risposte da parte dei governi dietro le proteste che da due giorni sono esplose in Italia, secondo Massimo Cacciari, filosofo, oltre trent’anni di politica, da sempre attento osservatore di questioni sociali ed economiche.

Ieri per il secondo giorno a Milano la protesta è diventata guerriglia. E lo stesso è avvenuto sabato a Torino, Bologna…
«E a Parigi, in Spagna…».

Però iniziamo da quelle italiane. Pensa che ci siano differenze rispetto alle proteste scoppiate oltre confine?
«Sono la stessa cosa. Si tratta di una situazione europea che sta diventando assolutamente intollerabile».

Intollerabile perché?
«Perché una democrazia non può, per decenni, arretrare sul piano del reddito e dei servizi sociali. La democrazia non è un’idea astratta, si regge sulla base di politiche economiche e sociali, che difendano i più deboli, i redditi più bassi, che si fondano su politiche fiscali progressive».

«Quindi si tratta di una protesta legata al malcontento o c’è altro dietro la guerriglia nelle piazze?
«Nelle manifestazioni può accadere di tutto ma è evidente che la protesta nasce da un’insoddisfazione radicale, da una rottura generazionale, come c’è stata, a volte, anche nel passato. Le giovani generazioni si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze. Basta vivere nel mondo della scuola o a contatto con i giovani per capire la frustrazione profonda che provano per le vergognose politiche dei padri».

L’Italia è arrivata più tardi alle proteste rispetto alla Francia e alla Spagna. C’è stato un effetto emulazione, un malcontento meno sentito?
«Una settimana prima o una settimana dopo, che cosa cambia? Sono processi storici che vanno analizzati un po’ più dall’alto».

Si parla di una regia dietro le proteste . Che ne pensa?
«Ma no! Una regia europea, il grande vecchio, ma perché?».

Quindi nessuna regia, nessuna strumentalizzazione delle piazze e nessuna differenza tra l’Italia, la Spagna e la Francia?
«Le differenze ci sono e dipendono dalla situazione locale. Per esempio, in Spagna la protesta può essere più legata ai problemi relativi alla casa, mentre in Italia lo è di meno, perché l’80% degli italiani in un modo o nell’altro, magari in condizioni penose, ma ha la casa di proprietà, oppure ha affitti popolari bassissimi. Al di là di questi dettagli, ci troviamo di fronte a una crisi generale che sta diventando sempre più forte e le persone di buonsenso come il sottoscritto stanno ripetendo da anni che non si può andare avanti così, che la democrazia non può basarsi soltanto sull’idea che siamo democratici. La democrazia si regge sulla base di politiche concrete che difendono i giovani, che danno loro speranza, che proteggono i redditi più bassi, che combattono le disuguaglianze sociali. Senza questo tipo di interventi non possiamo stupirci che non si vada avanti. In Europa, poi, che è la terra del welfare?».

Se non è la casa, che cosa ha spinto gli italiani a scendere in piazza? L’assenza di politiche per i giovani? La difficoltà nel trovare un lavoro?
«C’è una situazione di frustrazione, un malessere generale. Basta avere gli occhi per vederlo. Basta girare per le strade, vivere con la gente. Se si resta rintanati in un palazzo forse è difficile rendersene conto».

Meloni ha chiesto all’opposizione di uscire dall’ambiguità e condannare le violenze. Non una parola sul malcontento di chi era in piazza.
«Ma cosa deve dire? Può essere lei a fare l’analisi della situazione aggiungendo che, appunto, non ha fatto un piffero di niente? Sia chiari, però, non è che la colpa sia solo sua, è di una classe dirigente europea che con modifiche non sostanziali procede da trent’anni. I governi europei si sono retti per decenni garantendo crescita di diritti, crescita dei servizi e anche crescita del benessere. Da trent’anni questa crescita è bloccata e in Italia più che altrove. Ci si può meravigliare che le persone decidano di scendere in piazza?».

La gravità della situazione economica e sociale può giustificare le violenze?
«Ma è ovvio che condanniamo le violenze. Per carità di Dio, su, questo è retorico. Però, se la situazione si esaspera durante una manifestazione ci possono essere anche i deficienti che appunto fanno dei gesti idioti e assolutamente controproducenti per la causa che dichiarano di voler sostenere. Ma questo c’è sempre stato, non è una novità di oggi».

Dopo questa ondata di proteste la classe dirigente politica troverà le risposte che la piazza attende?
«Speriamo che si sveglino. Certamente se si limitano soltanto a denunciare le violenze e non capire che appunto sono l’epifenomeno ultimo di una situazione drammatica che riguarda tutta la politica europea e che sta mettendo in crisi proprio gli assetti fondamentali, materiali delle nostre democrazie, non si va avanti. Se, invece, riescono a fare questo sforzo mentale può darsi che si sia anche un contraccolpo e comincino a livello europeo politiche adeguate per sostenere le sacrosante richieste delle nuove generazioni in particolare, ma anche di tutti i cittadini meno abbienti».

Pensa che sia possibile questa presa di coscienza?
«La crisi in atto è stata denunciata sul piano scientifico, sono stati assegnati premi Nobel o sono stati candidati al Nobel economisti chi hanno avvertito che non si può andare avanti così. Penso, per esempio, a economisti come Joseph Stiglitz o Thomas Piketty. E la classe dirigente crede di poter rispondere alle richieste con le armi?».

Da novembre partiranno una serie di elezioni in Europa che potrebbero portare a cambiamenti delle classi politiche. Sarà questa la risposta alle piazze?
«Il grande rischio è che a questo punto, vincano le destre di fronte alla pochezza totale dei cosiddetti democratici, che aprono la bocca soltanto per denunciare le violenze, non per rimuoverne le cause».

E in Italia? Da cinque anni governa la destra e potrebbe vincere ancora. Un’anomalia?
«Sì, un’anomalia: malgrado non abbia fatto nulla e siano fallite tutte le riforme che proposte in campagna elettorale, il governo Meloni è durato cinque anni, dimostrando la notevole abilità della leader e la pochezza delle opposizioni che discutono di primarie. Come fidarsi della provvidenza divina».


Ma mi faccia il piacere


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Il mitomane/1. “Se entro in Parlamento, entro coi miei voti… Torneremo in Parlamento grazie ai voti di Italia Viva” (Matteo Renzi, leader Italia Viva-Casa Riformista, X, 16.10). Quindi scampato pericolo.

Il mitomane/2. “Se volete scommettere sul futuro è utile ascoltare Travaglio e poi sapere che accadrà esattamente il contrario” (Renzi, ibidem). Strano, non ricordavo di essermi ritirato dal giornalismo nel 2016.

Il mitomane/3. “Ricordate come riuscì a resuscitare Berlusconi durante un celebre duello da Santoro?” (Renzi, ibidem). Infatti, dopo il celebre duello, B. dimezzò i voti. Poi il Pd lo riportò al governo con Letta e Renzi ci fece il Patto del Nazareno, la riforma elettorale, quella costituzionale e tante altre belle cosucce.

Telefono Azzurro. “Il nostro bambino ha il mio cognome. Non è un dettaglio amministrativo. E’ una rivoluzione culturale” (Silvia Salis, lanciatrice del martello e sindaca di Genova, sul suo libro appena uscito, 13.10). Apperò: mo’ me lo segno.

[…]

Due gocce d’acqua. “Non è Delmastro, è Montesquieu” (Riformista, 17.10). Celebre il suo bestseller “Lo spirito delle bisteccherie”.

Foglietto. “Un Conte eterodiretto dalla tetra accozzaglia di Travaglio è destinato a essere testardamente disunitario”, “C’è un giornale che detta la linea al leader del M5s, dileggia Schlein, detesta i riformisti del Pd. Un giornaletto a suo modo rivoltante e divertente” (Giuliano Ferrara, Foglio, 17.10). Dati Audipress di agosto 2026: il Fatto terzo giornale generalista d’Italia con una diffusione di 68.166 copie giornaliere (+23,9% in un anno, +3,6% in un mese); il Foglio non pervenuto.

La spia che venne dal freddo. “Frigoriferi spenti dagli hacker: la Francia sospetta di Mosca. Le indagini guardano a est” (Repubblica, 14.10). “Gli hacker russi prendono la Francia per la gola? Un cyber-attacco ha colpito frigoriferi e freezer di oltre 500 supermercati. Secondo gli esperti è possibile che a compiere il blitz sia stato ‘un attore statale’ (cioè la Russia)” (Dagospia, 13.10). Apri il frigo e ti esce Putin.

Che lingua che fa. “La Salis mi ha fatto una bellissima impressione, l’ho trovata bravissima, poi è anche bellissima, perfetta, tutta in ordine, regale, pazzesca” (Luciana Littizzetto, Che tempo che fa, Nove, 11.10). Poi dicono che la satira è morta.

La lingua di Ollio. “Alan Frideman: ‘Silvio non gradì il libro su di lui’” (Corriere della sera, 10.10). Non lo leccava abbastanza.

La lingua del Merlo. “Non sono mai stato renziano” (Francesco Merlo, Repubblica, 15.10.26). “Mogherini, Boschi, Madia, Guidi, Lanzetta e Pinotti non sono le rose del ventennio, né le lupe di Silvio e neppure le amazzoni di Bossi. Sono invece la dolcezza della gens nova… rassicuranti e pacificanti custodi dell’irruenza del capo… Ma poiché nella danza non c’è solo chi conduce, ma anche chi seduce, Renzi… ha imposto al passo lento di Napolitano il suo peso di libertà a volte baldanzosa e a volte birichina… È l’allegria del rilassamento, l’evviva del dopo-partita, la felicità della vittoria. Un presidente del Consiglio così raggiante è una novità per l’Italia… Solo grazie alla prudenza di Napolitano che lo ha dosato e sorvegliato, Renzi è rimasto l’attor giovane con il bellissimo torto di prendersi il futuro… Sorridono sia l’uomo della politica sia quello dell’antipolitica, il principe Ippolito e il garibaldino Lando… Il vecchio e il giovane, appaiando la spada che ferisce e separa con la spada che cuce e ripara hanno tenuto a battesimo la nuova classe dirigente” (Merlo, Repubblica, 22.2.14). Pensa se era pure renziano.

[…]

Campo larghissimo. “Se Giorgia lancia la sfida su Kiev”, “La posizione di Meloni è un elemento non banale di tenuta” (Alessandro De Angelis, Stampa, 15.10). “Brava Meloni per la fermezza” (Merlo, Repubblica, 16.10). “Fortunatamente l’Italia mantiene la sua posizione… appoggiando Kiev… Questa tenuta è dovuta alla leadership di Meloni sulla destra” (Ezio Mauro, Repubblica, 18.10). Meno male che Giorgia c’è.

Ingolfato. “Di Maio: ‘Meloni? Molto apprezzata nel Golfo’” (Libero, 11.10). Di Napoli.

Chiarezza. “Di Maio: ‘Serve chiarezza in politica estera’” (Foglio, 16.10). Tipo chiedere di uscire dalla Nato e un referendum per uscire dall’euro, poi diventare draghiani.

Piercasinando. “Casini: ‘Mi fermo, dopo 44 anni dirò addio al Parlamento” (Corriere della sera, 11.10). Non sarà un po’ presto?

Il Firmatutto. “Mattarella firma la legge elettorale e accelera il verdetto della Consulta” (Stampa, 10.10). “Rispetto per la Consulta e distinzione tra i poteri. Così il Quirinale ha accelerato” (Corriere della sera, 10.10). Ecco perché ha firmato la porcata in meno di 24 ore: perché così la Consulta lo boccia prima. Furbo, lui.

L’ideona. “Mattarella: ‘Difesa comune per rafforzare la Nato e ripristinare equilibrio rispetto alla postura della Russia’” (Repubblica, 16.10). Basta comprare 6.200 testate nucleari, che ci vuole?

Il titolo della settimana/1. “Il centrosinistra non ama la vittoria. Io sì” (Silvia Salis, Sette-Corriere della sera, 16.10). “Quindi lei è di centrodestra?” (Zerovirgola, X, 17.10).

Il titolo della settimana/2. “Roggero scrive una lettera dal carcere: ‘Stare dentro quattro mura è devastante’” (Stampa, 12.10). Pensa a quei due che hai ammazzato e stanno sottoterra.

Il titolo della settimana/3. “La Procura di Roma vuole rovistare tra le chat di Mulé in cerca di indizi di reato” (Foglio, 16.10). Praticamente vuole fare il suo mestiere di indagare.

Il titolo della settimana/4. “Perché la crisi di Sinner è anche la nostra” (Raffaella Silipo, Stampa, 4.10). Chi è che non ha un patrimonio di almeno 100 milioni di euro a Montecarlo?


Trump ormai lavora per Putin


NYT, LA PROPOSTA USA ALL’EUROPA, ‘COMPRATE PIÙ GAS DALLA RUSSIA’

(ANSA) – WASHINGTON, 17 OTT – Gli Usa offrono un ulteriore assist alla Russia: vendere più gas all’Europa ribaltando anni di politica energetica americana. L’amministrazione Trump ha presentato l’idea come parte dell’accordo di pace con l’Ucraina, ma l’Europa è cauta e i critici ritengono che Mosca ne uscirebbe rafforzata.

Secondo la tesi di Washington, riferita dal New York Times, l’Europa dovrebbe ricomprare più quantità di gas russo dando a Mosca vantaggi economici e rinnovata influenza nella regione. Gli inviati di pace di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno sollevato l’idea con funzionari europei e ucraini, incluso il presidente Zelensky.

Per spingere la Russia a porre fine alla guerra, Kiev dovrebbe prendere in seria considerazione la riattivazione dei gasdotti che un tempo trasportavano gas naturale russo verso l’Europa, secondo la lettura Usa. Se attuato, il piano vanificherebbe anni di sforzi dell’Ue, sostenuti dagli Usa, per affrancarsi dal gas russo.

Tuttavia, secondo le fonti, i funzionari dell’amministrazione Trump vedono nelle esportazioni di gas russo una possibile componente di un accordo di pace, puntando sui ricavi che affluirebbero all’Ucraina e su quello che considerano l’inevitabile desiderio degli elettori europei di avere energia a costi più contenuti.

Questa divergenza di vedute mette in luce la natura insolita e, secondo i critici, intrinsecamente fallace, del rinnovato sforzo diplomatico di Trump per porre fine all’invasione russa dell’Ucraina. Anziché esercitare più pressione sul presidente Vladimir Putin o cercare di rafforzare lo sforzo bellico dell’Ucraina, il tycoon ha dedicato molto tempo a esplorare incentivi economici per la Russia, discutendone con l’Europa e l’Ucraina.

Funzionari americani e russi discutono di possibili accordi commerciali fin dall’anno scorso: la prospettiva non sembra aver spinto Putin a modificare le sue richieste fondamentali. Inoltre, data la forte opposizione di leader europei e ucraini a tornare a dipendere dal gas russo, la proposta rischia di complicare gli sforzi dell’amministrazione Trump per mettere la parola fine al conflitto.

In una dichiarazione, la Casa Bianca ha affermato che la guerra sta “facendo aumentare i prezzi dell’energia in tutta Europa e creando notevoli difficoltà economiche sia in Russia che in Ucraina. Gli Stati Uniti stanno lavorando a stretto contatto con l’Ucraina e i partner europei a una proposta di pace globale che includa incentivi economici sia per la Russia sia per l’Ucraina, nell’ambito di un accordo definitivo”, si legge nella nota.

“Il nostro obiettivo non è solo far cessare i combattimenti, ma creare le condizioni per una pace duratura, una ripresa economica e una maggiore stabilità in tutta la regione”. Ieri, Trump ha esentato la Russia dalle nuove sanzioni approvate dal Congresso nell’ambito del ‘Graham Act’, una settimana dopo aver revocato le restrizioni sul diesel russo.


Meloni-Toghe, nuovo round


Crisi, Meloni: “Non firmo decreto per dare ora un miliardo di euro ai magistrati. La mia priorità sono le fasce deboli”. La presidente del Consiglio all’Adnkronos: “Stiamo cercando di aiutare gli autotrasportatori per evitare blocco consegna merci. Se non firmo il Consiglio di Stato nominerà un commissario ad acta? Ognuno si assuma le sue responsabilità in questa fase. Io pronta ad ascoltare le associazioni”

Giorgia Meloni - Ipa/Fotogramma

(adnkronos.com) – “Direttore non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario – risponde la presidente del Consiglio Giorgia Meloni raggiunta al telefono dall’Adnkronos – Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia. Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”.

“Direttore non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario – risponde la presidente del Consiglio Giorgia Meloni raggiunta al telefono dall’Adnkronos – Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia. Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”.

La premier è reduce da un lungo Consiglio europeo a Bruxelles che è stato dedicato in larga parte al caro carburanti e all’inflazione che pesano su famiglie e imprese. In questi giorni, raccontano, entra ed esce da riunioni e vertici per trovare le risorse necessarie a sostenere chi è più colpito da una crisi economica globale: l’autotrasporto, gli agricoltori, i pescatori, le famiglie. Secondo le stime solo per l’autotrasporto servono almeno 100 milioni. Il governo li sta cercando voce per voce, perché ogni euro conta. E proprio nello stesso momento la premier dovrebbe firmare il Dpcm per dare seguito alle sentenze che stabiliscono un nuovo metodo di calcolo per gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati e condannano il Governo a pagare anche gli arretrati: in concreto si stima fino a circa 100mila euro, arretrati compresi, per ogni magistrato, più l’aumento di circa 20.000 euro l’anno per gli anni successivi.

Ma come si è arrivati a questa somma monstre? Gli aumenti degli stipendi dei magistrati, a differenza di altre categorie, non si decidono tramite una contrattazione. Ogni tre anni vengono adeguati per legge, prendendo come riferimento gli aumenti degli altri dipendenti pubblici. Il Governo fa il calcolo sulla base di parametri Istat e lo fissa con un Dpcm. Con il metodo usato fino ad oggi dai governi precedenti, stando alle cifre pubblicate in queste ore, gli aumenti erano del 4,85% per il 2018-2020 e del 6,69% per il 2021-2023.

Ma l’Associazione Nazionale Magistrati e altre associazioni di magistrati hanno fatto ricorso, sostenendo che il sistema di calcolo andasse rivisto, e i magistrati del TAR e del Consiglio di Stato hanno dato loro ragione. Così ora con il nuovo metodo, gli aumenti salgono al 6,22% e al 12,32%, quasi il doppio per l’ultimo triennio. Il conto di questo ricalcolo, per lo Stato italiano, sarebbe di 979 milioni di euro. Insomma un miliardo di euro. Il Governo, attraverso l’Avvocatura di Stato, ha fatto ricorso. Ma il Tar e il Consiglio di Stato hanno dato torto al governo e ragione ai ricorrenti.

“Gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dai giornali” ha spiegato nei giorni scorsi l’Anm all’Adnkronos. “Si tratta, peraltro, di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere – ha detto ancora l’Anm – Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”. Ora se il presidente del Consiglio non firma dal Consiglio di Stato si prospetta la nomina di un commissario ad acta. “Non voglio fare polemica – dice Meloni – ma ora in coscienza non me la sento di mettere la mia firma su questo provvedimento”.