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Le mosse di Meloni tra molto realismo e puro vassallaggio


La premier non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con il presidente Usa. Pensa che solo lui ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine

(Gianfranco Pasquino – editorialedomani.it) – Velocissima, Giorgia Meloni ha reso nota la sua valutazione pochissimo tempo dopo il successo della “operazione militare speciale” (sic) di Donald Trump contro il corrotto presidente del Venezuela Nicolás Maduro.

In Venezuela, ha scritto, il presidente Usa ha effettuato «una azione difensiva legittima» contro «un regime mai riconosciuto». Dunque, non ci sarebbe stata nessuna violazione del diritto internazionale, nessuna lacerazione della sovranità nazionale del Venezuela, nessuna inaccettabile interferenza nella politica interna dello stato latino-americano.

L’interpretazione di Meloni

Un regime autoritario non riconosciuto deve sapere, se si concorda con l’interpretazione Meloni, che è inevitabilmente esposto a interventi dall’esterno. Deve prenderne atto e con lui di conseguenza anche gli altri protagonisti politici dovranno essere pienamente consapevoli che il non riconoscimento spalanca finestre di opportunità a qualsiasi eventuale incursione da fuori. Taiwan, de te fabula narratur.

La presidente del Consiglio italiana non ha mai nascosto che vuole avere e mantenere un rapporto molto stretto e privilegiato con Trump. Questi la ha regolarmente omaggiata e ricompensata con dichiarazioni gratificanti, al limite dell’imbarazzo, e con numerose photo opportunities. A sua volta, ripetutamente, Meloni ha sottolineato che il suo obiettivo politico di fondo consiste nel proporsi e fungere come pontiera fra l’Unione europea e la Casa Bianca. I risultati concreti, per l’Unione e per l’Italia, del pontieraggio meloniano sono difficili da soppesare, ma le buone intenzioni del governo italiano non sono certamente sfuggite negli ambienti che contano vicino a Trump.

Poi, naturalmente, contano anche altri fattori nella scelta di Meloni di non prendere mai le distanze dal presidente Usa. Tecnicamente, i Maga sono sovranisti per eccellenza. Di qui, incidentalmente, non poche perplessità nella base trumpista, ma non soltanto, sulla opportunità (non sulla legittimità, quel che decide Trump è automaticamente legittimo) dell’incursione in Venezuela. Invece, non si è manifestata nessuna perplessità di Meloni e dei suoi perfettamente allineati portavoce. Quando si presenta l’occasione, e l’autoritarismo di Maduro la offriva su un piatto di petrolio pregiato, bisogna prenderla al volo: sfruttabile e giustificabile.

La premier realista?

Messa in conto una posizione diversa, molto diversa, ma non limpida e non fortissima, dell’Unione europea, Giorgia Meloni riesce ad apparire concreta e realista. No, il problema Venezuela non è sparito, ma, l’Ue non ha mai saputo affrontarlo, mentre Trump ha quantomeno risolto il problema Maduro.

Non c’è nessuna indicazione che Trump voglia incoraggiare una transizione democratica, ma, sostengono granitici i meloniani, buona parte delle sinistre italiane ha mostrato un’alta soglia di tolleranza per i populismi “progressisti” (troppo vero). D’altronde, se si ponesse l’obiettivo della democraticità del regime, con quale credibilità Meloni, Tajani e molti ministri italiani potrebbero affermare la bontà, la rilevanza e l’efficacia del Piano Mattei con i governanti africani non-democratici?

L’intervento venezuelano di Trump, le sue minacciose parole rivolte alla Groenlandia, a Cuba, che cadrà da sola (ma l’elettorato del segretario di Stato Marco Rubio scalpita per fornire più che un aiutino), e, diversamente, alla Colombia e al Messico, senza dimenticare il Canada, significano che il tycoon immobiliarista non è interessato alla (ri)costruzione di un nuovo ordine (meno che mai liberale) internazionale.

A questo immane compito, la presidente del Consiglio non sembra disponibile a dedicare la sua attenzione. L’Unione europea ha posizioni sfumate, tutte da affinare e da rendere più incisive e perseguibili. Dal canto suo, Meloni pensa che solo Trump ha abbastanza potere, se non per fare ordine, per tenere sotto controllo il disordine. Per non subire contraccolpi meglio non criticarne le mosse. Ma il dopo-Trump, è il mio empio desiderio, potrebbe non essere molto lontano.


Un mondo senza più freni


Quando tutto diventa prelevabile, la violenza si normalizza e la legge del più forte si fa legittima. È qui che comincia la post-geopolitica.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com)  – C’è un momento, nella storia delle civiltà, in cui gli eventi smettono di essere semplici fatti e diventano segni inequivocabili, attraverso cui intuiamo le nuove sovrastrutture del mondo. L’arresto di Nicolás Maduro con l’operazione militare statunitense e la successiva minaccia, di un possibile takeover americano sulla Groenlandia, territorio del Regno di Danimarca, appartengono a questa categoria: non sono più episodi isolati, ma fenditure attraverso cui si intravedono le nuove linee guida del potere globale.

Non viviamo più nel tempo della geopolitica così come l’avevamo conosciuta: una competizione – seppur asimmetrica – tra Stati sovrani. Siamo entrati nel tempo della post-geopolitica, che non è più gestione del conflitto, ma amministrazione di un collasso già avvenuto, ancor prima di manifestarsi. In questo scenario la forza non si misura più sul consenso o sul diritto internazionale, ma sulla rapidità con cui un attore interviene per ottenere ciò che ha già deciso di prendersi.

L’abbiamo visto nell’operazione lampo che ha portato alla cattura di Maduro, accompagnata dall’annuncio che gli Stati Uniti “gestiranno” la transizione venezuelana e “rimetteranno in moto il petrolio”. E lo vediamo nelle dichiarazioni che evocano un possibile controllo americano di territori strategici, dai Caraibi fino ai ghiacci artici.

A questo punto, con questa nuova modalità d’intervento, nulla impedisce di stilare una lista aggiornata dei Paesi a rischio di finire nel mirino della Superpotenza globale. Messico e Colombia, innanzitutto: più del Venezuela, sono direttamente immersi nel traffico di droga. Cuba, per ragioni politiche che non hanno bisogno di spiegazioni. E poi l’Iran, nemico per procura attraverso Israele. Da lì, la rassegna può proseguire scendendo lungo la mappa: Stati e staterelli retti da governi non allineati agli interessi americani, ognuno con il proprio grado di vulnerabilità, ognuno potenzialmente esposto alla stessa logica.

In questo scenario, infatti, il limite – quel principio che per secoli ha reso possibile la convivenza tra potenze – sembra dissolversi. Quando una superpotenza agisce come se il mondo fosse un’estensione operativa del proprio territorio, catturando un presidente straniero come fosse un obiettivo militare o evocando la possibilità di prendere il controllo di un territorio di un alleato scambiandolo per un asset – petrolio, litio, carbone – allora quel limite, già fragile, non è più un confine da rispettare, ma un fastidioso ostacolo da rimuovere.

È la logica del Gestell heideggeriano: tutto si trasforma in risorsa, tutto diventa inquadrabile, disponibile, quindi prelevabile. Come nel capitalismo spinto alle sue estreme conseguenze: ogni cosa ha un prezzo e, proprio per questo, può essere astrattamente acquistata. E, nella sua variante più distorta, chi detiene più potere  – e dunque più forza – tenta di esercitarlo senza pagarne alcun costo.

Sì, triste dirlo, ma siamo ritornati qui. Non al Leviatano di Hobbes, che almeno presupponeva un contratto tra il Sovrano e i sudditi. Qui il contratto sembra non esserci affatto. E forse è proprio questo il punto più inquietante: un potere che non sente nemmeno il bisogno di giustificarsi. Cosa c’è di peggio ?

Il mondo, così, non ha più un ordine – ammesso che ci fossimo davvero illusi che ne avesse uno – ma una gerarchia di disponibilità. Siamo tornati al mondo del Far West, ancor prima dell’OK Corral: un territorio dove tutto appare lecito e possibile, perché rientra nella propria disponibilità. E ciò che resiste, ciò che non si lascia assorbire, diventa subito un intralcio da sistemare, da “normalizzare”. Della serie, tranquilli: ci pensa Trump.

Questo accade quando scompare la – ahimè mai abbastanza celebrata – retorica dei diritti, e la democrazia non riesce più a porre un argine. Laddove il potere non incontra resistenza attiva, arriva quel gesto che si auto‑legittima: una forza che non sente più il bisogno di giustificarsi per agire.

La vera minaccia, però, non risiede negli atti in sé, ma nella loro normalizzazione.  E quando quello che dovrebbe essere  l’eccezione diventa prassi, il mondo entra in una zona grigia permanente: uno spazio in cui non si capisce più bene se siamo in pace o in guerra, se prevale il diritto o l’arbitrio, se regna l’ordine oppure il caos.

Si entra così in un regime dell’indeterminato, dove questo precedente fa scuola e rischia di fissare un punto fermo, forse definitivo, sull’autorità che gli Stati Uniti pretendono di esercitare sul pianeta nel prossimo futuro: non solo sui loro nemici dichiarati ma anche sugli ex alleati oggi ancora amici.

Non a caso, l’Europa somiglia a un attore che continua a parlare latino in un mondo che ha già cambiato lingua. Le sue reazioni, pur moralmente fondate, sembrano mosse più dal timore che da una reale convinzione politica. E anche quando richiama il principio di autodeterminazione – «la Groenlandia appartiene al suo popolo e solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere il futuro dell’isola», hanno dichiarato oggi in un comunicato congiunto – l’impressione è quella di una voce debole, inefficace, già sconfitta prima ancora di essere ascoltata.

La verità è che nessun presidente americano rivedrà la propria strategia perché Scholz, Macron o Starmer si dicono indignati o invocano il diritto internazionale.

Tuttavia, non tutto è perduto. Almeno, non ancora. A novembre – sempre ammesso che ci si arrivi senza ulteriori e più gravi scosse – negli Stati Uniti si terranno le elezioni di mid‑term, e già oggi affiorano tensioni interne che potrebbero influire sulle scelte future. Diverse analisi segnalano un malessere crescente: settori del Partito Democratico inquieti e preoccupati per l’escalation militare; correnti repubblicane che interpretano “America First” in modo più restrittivo rispetto a un attivismo esterno così spinto; e una parte della base conservatrice che vede certe operazioni come un tradimento del mandato originario, centrato sul riportare risorse e attenzione sul fronte interno.

Non sono dettagli di poco conto. Il punto è capire quanto la democrazia verrà ancora erosa da qui a novembre. Le elezioni di mid‑term restano l’unico freno interno su cui si possa realisticamente sperare per contenere una amministrazione che procede senza regole.La speranza, se così si può chiamare, è che anche questo nuovo impero – verrebbe da dire: del male – mostri le sue faglie. Ed è forse qui che si può investire, augurandoci un barlume di ottimismo della ragione.

Non nell’illusione che tutto andrà bene, ma nella consapevolezza che non tutto è già scritto. Nessun sistema può reggersi soltanto sulla forza: anche la potenza più determinata deve prima o poi fare i conti con la propria opinione pubblica, con i propri equilibri interni, con la propria stanchezza.

Se nel frattempo un minimo di deterrenza – politica, diplomatica, culturale – riuscirà a sopravvivere, forse potremo ancora rallentare questa corsa verso l’autodistruzione. Si spera, prima di impattare con le simmetriche aspettative della Cina e, in scala minore ma con maggiore assertività e imprevedibilità, della Russia. Insomma, sarà un 2026 lungo ed estenuante.


Lo squalo…


(Dott. Paolo Caruso) – Donald lo squalo, cannibalizza tutto. Minaccia il mondo e i Paesi che vuole occupare. Del machiavellico “Il fine giustifica i mezzi”, ne ha fatto la sua ideologia. Attenta la Groenlandia, l’Honduras, il Messico e la Colombia, e forse sotto altre forme subliminali anche l’Europa! Arriva il castigamatti, meno che te lo aspetti! Vuole annientare i dittatori. Perché non comincia dall’amico Putin, cui ha steso, in Alaska, il tappeto rosso, e la cui portavoce Marija Zakharova ci fa sapere che ” Trump fa sul serio “, perciò attenti tutti! Vuole purgare il mondo dai dittatori, però quelli a lui ostili. Fa balenare il nuovo Hitler. Può arrivare dove vuole, fin nella “alcova” di chi ritiene nemico. Prova a seminare terrore. Ma i suoi veri scopi sono gli affari. Avido, e senza ideali di valori umani, gli interessa solo il business degli affari. Dopo il blitz in Venezuela, ha esclusivamente parlato di guadagno dal petrolio, che il Venezuela, reso suo Protettorato gli deve. Affari e interessi suoi e della sua famiglia, senza che nessuno lo debba ostacolare. Fa rabbia e vergogna la prostrazione ai suoi piedi della Premier Meloni, sempre più servile al Tycoon, e pronta a giustificare i suoi discutibili comportamenti. Il fatto non ci stupisce più di tanto. Gli Italiani, a ruota? Del resto come diceva Mussolini “come si fa a non diventare padroni di un Paese di servitori? ” Ormai nei talk-show è uno sport parlare male e sputare sull’Europa, senza rendersi conto che si fa un piacere al “duo Trump-Putin” che la vogliono disgregare. Trump si è eretto a gendarme del mondo. E dall’alto della sua arroganza ritiene di potere minacciare di uccidere la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Dio salvi l’umanità, da questo “squalo” che ci potrebbe portare sull’orlo di una guerra mondiale!


Il supertestimone USA


Oggi tutti parlano di Hugo Carvajal, detto “El Pollo”, ex capo dell’intelligence militare venezuelana.

(Alessandro Di Battista) – Oggi tutti parlano di Hugo Carvajal, detto “El Pollo”, ex capo dell’intelligence militare venezuelana. È l’uomo che Washington vorrebbe portare in tribunale come “supertestimone” contro il presidente Nicolás Maduro. In Italia lo conosciamo bene. Ma andiamo con ordine.

Il 2 dicembre 2025, dal carcere statunitense in cui è detenuto per narcotraffico, Carvajal scrive una lettera pubblicata dal The Dallas Express. Le parole sono queste: “Il regime che ho servito non è semplicemente ostile: è in guerra con voi, usando droghe, gang, spionaggio e persino i vostri stessi processi democratici come armi”. E ancora: “Le politiche del presidente Trump contro il regime criminale di Maduro non sono solo giustificate, ma necessarie e proporzionate alla minaccia”.

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Bene. Ora fermiamoci un attimo e torniamo indietro nel tempo. Ricordate la notizia — falsa — della valigetta contenente milioni di euro provenienti dal governo venezuelano e destinati a Gianroberto Casaleggio? Quando lessi quella porcheria pensai che spesso il destino delle persone perbene, dei grandi uomini, sia quello di essere diffamati in vita e persino dopo la morte. Quella fake news finì ovunque: prime pagine, aperture dei telegiornali, dibattiti televisivi.

Il 26 luglio 2023, però, il Tribunale di Milano ha messo nero su bianco la verità: Gianroberto Casaleggio fu diffamato. Il giudice ha condannato il giornale e il giornalista che per primi pubblicarono il falso documento che avrebbe dovuto “provare” quella menzogna. La fonte? Un presunto documento dei servizi di Caracas riconducibile proprio a El Pollo. Documento risultato falso.

Vale la pena ricordare cosa scrissero i giornali italiani. Porcherie che Davide Casaleggio pubblicò sulla sua pagina Facebook il 16 settembre 2022, per mostrare il livello osceno di quella campagna contro suo papà.

“«Giallo sui 5 stelle. Maduro inviò 3,5 milioni». Il Corriere della Sera. Primo titolo, prima pagina. La Verità: «Bomba da Caracas. I grillini ora vedono le stelle. Valigetta dal console a Casaleggio». Prima pagina. Il Sole 24 ore: «Il Venezuela di Chavez ha finanziato i Cinque Stelle con 3,5 milioni». Il Foglio: «La valigetta di Caracas. La trasformazione del MoVimento 5 Stelle in un partito vero passa anche da questo oggetto che rimanda a Tangentopoli. La valigetta di Casaleggio». La Libertà. «È bufera sul MoVimento 5 Stelle. Finanziamenti dal Venezuela: tre milioni e mezzo a Gianroberto Casaleggio». Tutto questo – vi ricordo – mentre mio padre era già morto da diversi anni. Il Giornale: «Cinque stelle adios. Dalla Spagna 3,5 milioni a Casaleggio». Prima pagina, primo titolo. Il Messaggero: «MoVimento 5 Stelle, ombre sui soldi di Maduro. Valigetta a Casaleggio». Il Giorno. Prima pagina. «Veleni sul Venezuela. Tormento MoVimento 5 Stelle. Valigetta a Casaleggio».”

Davide, il figlio di Gianroberto, ha combattuto in ogni sede per difendere e onorare la memoria del padre. Io sapevo perfettamente che quella storia fosse una menzogna, una vile menzogna. Un tentativo disgustoso di screditare un uomo che non c’era più e che non poteva difendersi. In quei giorni molti tacquero. Molti scelsero di non difendere Gianroberto e la sua memoria. E questo non lo dimentico.

Oggi gli Stati Uniti vorrebbero usare di nuovo lo stesso testimone, El Pollo, per convincere l’opinione pubblica internazionale che l’ennesimo colpo di Stato made in USA sia giusto, necessario, persino “democratico”. Pensate a quanto sia basso il livello della cosiddetta più grande democrazia del mondo e soprattutto della stampa che da cane da guardia del potere si è trasformate nel più servile cane da riporto.


Le barzellette di Silvio, le tosco-freddure alla Renzi, i siparietti di Salvini e Meloni


Perché non è mai una buona notizia quando i politici fanno gli spiritosi

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Che non suoni troppo gravoso o troppo saccente, ma ogni volta che i politici fanno gli spiritosi – e succede spesso – viene da pensare a ciò che scrisse Giacomo Leopardi a proposito del nostro popolo, che qualche riga più sotto definisce “popolaccio”. E dunque: “Gli italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza, che non fa niun’altra nazione”. Ma siccome la si è presa un po’ alla larga, ecco che passando dal laboratorio identitario leopardiano alle grevi, ma assai ben recitate barzellette di Berlusconi, alla stranianti metafore di Bersani, alle tosco-freddure di Renzi, ai siparietti gastro-social di Salvini, alle bimbe di Conte, ai saltelli da Orso Yoghi di Tajani e all’indubbio istrionismo che periodicamente porta la premier Meloni a strabuzzare gli occhi: «Regà!», interrompendo le conferenze stampa perché le scappa la pipì o coprendosi la testa dentro il soprabito nell’aula di Montecitorio… E insomma, dinanzi a questa raffica di allegria che proviene dai vertici politici e istituzionali, occorre integrare Leopardi con l’osservazione di un altro grande e caustico poeta dell’800, Giuseppe Gioachino Belli, al quale dobbiamo un rimarchevole point of view sul buonumore dei potenti: “Er Papa ride? Male, amico, è segno/ che a momenti er su popolo ha da piagne”. Il sonetto ha come titolo Le risate der Papa, che ai tempi del Belli restava pur sempre un sovrano assoluto. Dal che l’illuminante conclusione di quei versi: “Sovrani in alegria so’ brutti esempi./ Chi ride cosa fa? Mostra li denti”.

Matteo Salvini. Foto CESURA

Sarà bene far presente, in questo caso con il soccorso dell’antropologia, che come tutte le cose vitali l’umorismo è una potenza sacra e ambivalente, cioè creativa e distruttiva a un tempo; e se i politici che fanno ridere in genere lo fanno per farsi amare, è pur vero che occorre sempre ridere alle spalle del nemico e nessuna folla resiste a sfogarsi su qualche capro espiatorio. A ripensarci con il senno di poi, le condizioni per il crollo della Prima Repubblica cominciarono ad allinearsi allorché i personaggi della vita pubblica, in simultanea e in parallelo, presero a darsi in pasto a un calcolato dileggio. Così da una parte leader e ministri della maggioranza di governo si distinsero in canti, danze e sciagurate prove atletiche sul proscenio di trasmissioni tv come Cipria o Biberon, fino all’abisso delle “torte in faccia” distribuite da Pippo Franco al Bagaglino. Così come nel mondo comunista ormai in crisi esistenziale, si aprì una sintomatica stagione di auto-satira culminata nella copertina di Cuore, nato come inserto (verdolino) dell’Unità, da cui si affacciò l’allora segretario Natta costretto a ballare nudo mentre Craxi suonava la fisarmonica.

Di lì a poco venne giù tutto, ma non appena la lunga transizione parve interrompersi con l’avvio del ciclo di potere berlusconiano, le risate si moltiplicarono fino a trasformare la vita pubblica in una specie di carnevale senza Quaresima. Del tutto incurante di essere canzonato come uno “statista da avanspettacolo”, a capo di una “Repubblica fescennina” o di finire col naso rosso e in vesti di clown sulle copertine dei magazine internazionali, fin dagli esordi Silvione intensificò uno stile di governo fatto di sorrisi, battute, frizzi, motti, facezie, scherzi, giochi, scenette, finte gaffe, doppi sensi, imitazioni, spiritosaggini. E anche, i confini fra i generi essendo comunque labili, vere buffonerie e obiettive pagliacciate. Mai come nel caso del Cavaliere, che bene o male proveniva dal mondo dello spettacolo e in ogni caso era simpatico e sapeva mobilitare quelle corde, l’umorismo si rivelò un dispositivo strategico, vero e proprio instrumentum regni utilizzato per sciogliere il ghiaccio, scaldare le platee, armonizzare i conflitti, ma soprattutto far venire allo scoperto critiche che sulla bocca degli avversari gli avrebbero fatto più male. In tal modo egli preveniva e al tempo stesso la buttava in caciara facendo suo il potenziale disprezzo per anticiparlo, addomesticarlo e neutralizzarlo secondo un precetto che Shakespeare, mica pizza&fichi, aveva già sintetizzato come meglio non si sarebbe potuto: “Vivi sicuro nella vergogna. Ferito di beffa, fiorisci di beffa”.

Durò dunque quello che doveva durare, alla fine tra scandali sessuali e disastri economici, anche troppo – per quanto quelle risate suscitino oggi una qualche nostalgia. Ma nel ricordo comprensibilmente edulcorato dell’età berlusconiana si tende di solito a sottovalutare quanto il contagio ridanciano sfruttato a piene mani dal Cavaliere abbia contribuito a rassodare e concimare il terreno per la seguente irruzione di un buffone, Beppe Grillo, che dell’arte di far ridere le moltitudini scagliandosi selvaggiamente contro questo o quello aveva le caratteristiche professionali: voce, tempi, ritmi, smorfie, istinto predatorio. Con il che per qualche anno il partito di maggioranza relativa è risultato in Italia quello fondato e guidato da un attore comico, il quale a sua volta è stato drammaticamente esautorato – a conferma del nesso che dalle nostre parti sempre esiste tra buffoneria e catastrofe, pubblica e privata. E qui si potrebbe perfino chiudere il cerchio ritornando a Leopardi e al suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (1824), i quali, ieri come oggi “passano il loro tempo a deridersi e a pungersi sino al sangue”. Ma forse è più utile, per quanto niente affatto consolatorio, notare come nel frattempo l’osmosi tra il Re e il Buffone si sia compiuta – e quando c’è da ridere non sai bene se davvero ne valga la pena.


Elena Basile: “La fine dell’ipocrisia imperiale”


(Elena Basile – lafionda.org) – «Il rischio che la rinuncia a un ruolo globale mini le basi stesse della superpotenza americana, dollaro incluso, è evidente». Così si esprime Paolo Gentiloni nell’articolo apparso su la Repubblica del 29 dicembre. La percezione è finalmente chiara. Secondo la narrativa dei Democratici statunitensi e dei partiti che in Europa ne seguono l’ideologia, di cui Gentiloni è uno dei rappresentanti, la politica estera statunitense deve essere una politica imperiale, in grado di utilizzare lo strumento militare per affermare il cosiddetto “ordine basato sulle regole” e difendere la supremazia del dollaro.

L’ordine basato sulle regole, o quella che possiamo chiamare Pax Americana, implica, come afferma Jeffrey Sachs, che la stessa azione sia giudicata diversamente se compiuta dall’Occidente o dal resto del mondo. La NATO può espandersi ai confini della Russia, ma se questa o la Cina avessero l’ardire di installare basi militari in Messico si griderebbe alla minaccia delle autocrazie. Se Israele attacca il Libano o l’Iran, si tratta di guerre preventive contro Stati canaglia e terrorismo islamico. Se Mosca risponde ai bombardamenti sulle popolazioni russofone da parte di Kiev invadendo l’Ucraina, Putin diventa un criminale di guerra.

Abbiamo uno strabismo ideologico legittimato non solo dai politici. Purtroppo l’accademia e il giornalismo di regime non hanno remore ad abbandonare l’analisi oggettiva e indipendente. Al netto della propaganda sulla difesa della democrazia contro le autocrazie, come Gentiloni chiarisce, l’impero statunitense deve militarizzare il dollaro per mantenere la supremazia unipolare occidentale, malgrado il fatto che, in termini economici, demografici, di materie prime e ormai anche tecnologici, il resto del mondo, organizzato nei BRICS e protetto dal rivale strategico di Washington, la Cina, sia divenuto maggioritario.

Infine una boccata di ossigeno: un pensiero chiaro, senza mistificazioni. Il pericolo è rappresentato dall’anomalia Trump, dall’ideologia isolazionista, dall’“America First”. Qui il gioco propagandistico si fa facile. Trump viene descritto come il distruttore del diritto e del multilateralismo, colui che incarna le tendenze della destra populista e radicale, anche europea.

Se dal manicheismo torniamo nell’ambito razionale, possiamo renderci conto che il multilateralismo basato su ONU e OCSE è stato distrutto, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, dalle guerre di esportazione della democrazia e dalla NATO, braccio armato delle politiche neoconservatrici statunitensi che, da Bush junior a Biden, hanno imperversato in Medio Oriente e Nord Africa. L’Ucraina ne è l’ultima manifestazione, con caratteristiche aggravate dal teatro di guerra – l’Europa – e dall’individuazione del nemico in una potenza nucleare, la Russia.

Con Trump è vero: le parvenze e la propaganda ideologica vengono abbandonate. L’imperialismo mostra il suo volto più sincero. Groenlandia, Cuba, Venezuela, Iran, Gaza diventano terre di conquista. Il terrorismo contro le leadership nemiche – si tratti di Hamas, Hezbollah, degli scienziati iraniani o del generale Soleimani – è permesso. Le esecuzioni extragiudiziarie contro i pescatori venezuelani fanno concorrenza a quelle di Obama. A Gaza si pone fine a un genocidio di cui Biden è responsabile quanto Trump, attraverso una pace coloniale che di fatto lascia mano libera a Israele in Cisgiordania.

Gentiloni, tuttavia, non rimarca la continuità dell’impero. Boicottare Trump diventa essenziale non perché con lui trionfi, senza più ipocrisie, la forza sul diritto in politica estera e interna, ma perché egli non è affidabile. Trump non è ben visto dai grandi fondi, dalle burocrazie del Pentagono e dell’intelligence, dal complesso militare-industriale che nei Democratici e nelle guerre di esportazione della democrazia – quindi nel dominio imperiale di Washington e nella difesa del dollaro – trovano la loro migliore espressione.

La continuazione della guerra in Ucraina e l’instabilità perseguibile tramite attacchi terroristici ucraini alla Russia diventano essenziali alla defenestrazione di un parvenu del potere. Si conta sulle elezioni di midterm come primo importante appuntamento che potrebbe, ad avviso di Gentiloni, dare inizio al declino di Trump.

Mi sembra che i desideri dell’establishment democratico non facciano i conti con la realtà. Il multipolarismo e il declino dell’impero sono una realtà. La supremazia militare statunitense può essere un rimedio cosmetico, ma non può cambiare le carte in tavola. Solo il compromesso politico nella riforma della governance politica ed economica mondiale può salvare il salvabile. La mediazione con il nostro principale creditore, la Cina, è essenziale per evitare il rischio di una terza guerra mondiale. La maggioranza Ursula attua la politica dello struzzo e si ostina a credere alla propria propaganda.


Per Trump. l’Ucraina non è affar suo: se ne occupino gli europei


Media, ‘garanzie di sicurezza per Kiev saranno vincolanti’

(ANSA) – BRUXELLES, 06 GEN – Le garanzie di sicurezza per l’Ucraina includeranno “impegni vincolanti” a sostenere il Paese “in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace”. Lo afferma la bozza di dichiarazione del vertice della Coalizione dei volenterosi in programma a Parigi, riportata dalla Reuters sul sito. “Tali impegni potrebbero includere l’uso di capacità militari, intelligence e supporto logistico, iniziative diplomatiche, adozione di ulteriori sanzioni”, sostiene il documento, che deve ancora essere approvato dai leader. (ANSA).

Media, ‘a Parigi si punta ad accordo con truppe Usa in Ucraina nel dopoguerra’

(ANSA) – ROMA, 06 GEN – I leader europei e i funzionari Usa mirano a finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza che includa la possibilità di truppe americane sul territorio dell’Ucraina nel dopoguerra, nel tentativo di garantire la durata di qualsiasi accordo di pace. Lo scrive Bloomberg.

Non è chiaro, scrive Bloomberg, quale ruolo avrebbero le truppe statunitensi o dove sarebbero di stanza in caso di un accordo di pace con la Russia. I paesi europei hanno discusso il dispiegamento di una ‘forza di rassicurazione’ multinazionale, con l’esercito ucraino a guidare la difesa in prima linea.

Volenterosi, ‘garanzie sicurezza per l’Ucraina legalmente vincolanti’

(ANSA) – PARIGI, 06 GEN – Gli alleati dell’Ucraina sono pronti a garanzie di sicurezza “legalmente vincolanti”: lo si legge nelle bozza di dichiarazione finale alla riunione dei Volenterosi a Parigi.

Bozza, sostegno Usa a forza multinazionale in Ucraina in caso attacco russo

(ANSA) – PARIGI, 06 GEN – Gli Stati Uniti garantiranno un “sostegno” alla forza multinazionale “in caso di attacco” russo, secondo quanto si legge nella bozza della dichiarazione finale della riunione dei Volenterosi a Parigi. 

Bozza, Usa monitoreranno cessate fuoco in Ucraina con gli europei

(ANSA) – PARIGI, 06 GEN – Gli Stati Uniti “monitoreranno” il cessate il fuoco in Ucraina con la partecipazione degli europei. Lo si legge nella bozza di dichiarazione finale alla riunione dei Volenterosi oggi a Parigi.

Zelensky, diplomazia e assistenza nella difesa vadano di pari passo

(ANSA) – ROMA, 06 GEN – “Diplomazia e assistenza concreta devono andare di pari passo. La Russia non smette di attaccare il nostro Paese e ora dobbiamo rafforzare la difesa aerea per proteggere la nostra gente, le nostre comunità e le infrastrutture critiche.

Ogni consegna di missili di difesa aerea salva vite umane e aumenta le possibilità di successo diplomatico. Ecco perché ogni incontro deve produrre risultati concreti: nuove decisioni in materia di difesa aerea, nuovi pacchetti di assistenza e nuove capacità per proteggere i cieli. Durante il nostro incontro con il presidente Macron, abbiamo discusso esattamente di questo: delle reali capacità dell’Ucraina di contrastare il terrorismo russo, della nostra difesa e del sostegno che può rafforzare le nostre posizioni diplomatiche”. Lo scrive su Telegram il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dopo l’incontro con il presidente francese prima della riunione dei Volenterosi.


Venezuela, Machado offre Nobel a Trump: “Compiuto passo enorme per umanità”


La leader dell’opposizione ha annunciato di voler rientrare “il prima possibile”. Trump: “Non mi aspetto elezioni in 30 giorni, prima sistemiamo il Paese”

María Corina Machado e Donald Trump

(adnkronos.com) – La leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato di voler rientrare in Venezuela “il prima possibile” e ha espresso gratitudine al presidente statunitense Donald Trump per la cattura di Nicolás Maduro, definendo l’operazione “un giorno in cui si è fatta giustizia” e “un passo enorme per l’umanità, la libertà e la dignità umana”. In un’intervista a Fox, Machado ha affermato che le piacerebbe “offrire personalmente il Nobel” al presidente americano. Pur evitando di commentare la ‘roadmap’ indicata da Washington per il futuro del Paese, la leader dell’opposizione ha sottolineato che “la transizione deve avanzare”.

Machado ha criticato duramente la neo-presidente ad interim Delcy Rodríguez, definendola “una delle principali artefici della tortura, della persecuzione, della corruzione e del narcotraffico” e “alleata chiave di Russia, Cina e Iran”, sostenendo che “non è qualcuno di cui i leader internazionali possano fidarsi e viene realmente rifiutata dal popolo venezuelano”. Ha inoltre assicurato che, in elezioni “libere e giuste”, l’opposizione vincerebbe “con oltre il 90% dei voti”.

Rivolgendosi al popolo statunitense, Machado ha dichiarato che “un Venezuela libero significa, prima di tutto, un alleato in materia di sicurezza” per Washington e ha promesso di trasformare il Paese “nella potenza energetica dell’America”, con “Stato di diritto e mercati aperti” e riportando a casa “milioni di venezuelani che furono costretti a fuggire”. La leader dell’opposizione ha infine sottolineato che l’obiettivo è “lasciare alle spalle il regime socialista imposto al nostro popolo e rendere il Venezuela il principale alleato degli Stati Uniti in America”.

Machado ha dichiarato di non aver avuto contatti diretti con Trump dallo scorso ottobre. “In realtà ho parlato con il presidente Trump il 10 ottobre, lo stesso giorno in cui è stato annunciato il Premio Nobel, ma da allora non più”, ha affermato. Secondo il Washington Post, la riluttanza di Trump a sostenerla deriverebbe dal suo malcontento per l’assegnazione del Nobel, che il presidente Usa avrebbe ambito a ricevere.

Trump: “Non mi aspetto elezioni in 30 giorni, prima sistemiamo il Paese”

Dal canto suo, Trump ha dichiarato di non aspettarsi nuove elezioni in Venezuela entro i prossimi 30 giorni, affermando che il Paese deve essere prima “rimesso in piedi”. “Dobbiamo sistemare il Paese prima. Non si possono fare elezioni”, ha detto in un’intervista a Nbc News, aggiungendo che il processo richiederà tempo.

La posizione di Washington contrasta con quanto previsto dalla Costituzione venezuelana, che impone la convocazione di nuove elezioni entro 30 giorni in caso di assenza permanente del presidente. Il governo di Caracas continua però a considerare Nicolás Maduro, arrestato sabato dalle forze statunitensi, come legittimo capo dello Stato. Delcy Rodríguez, vicepresidente dal 2018, ha prestato ieri giuramento come presidente ad interim su mandato della Corte Suprema.

Secondo il presidente Usa, l’industria petrolifera americana potrebbe avviare operazioni di ampia portata in Venezuela in meno di 18 mesi, a fronte di “un’enorme quantità di denaro” che le compagnie statunitensi investirebbero e che potrebbe essere recuperata attraverso i ricavi o con rimborsi da parte dell’amministrazione Usa. Si tratterebbe, ha sottolineato, di un “grande investimento”, senza tuttavia fornire stime precise sui costi.

Secondo Trump, un Venezuela nuovamente produttore di petrolio sarebbe vantaggioso per gli Stati Uniti perché contribuirebbe a mantenere bassi i prezzi dell’energia. Trump ha inoltre affermato che le compagnie petrolifere, pur non essendo state avvisate in anticipo dell’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, “sapevano che qualcosa era in preparazione” e sarebbero pronte a intervenire. Il presidente ha ribadito che la sua priorità resta “sistemare” il Paese e rilanciare il settore petrolifero, più che favorire nell’immediato una transizione democratica.

Autorità avviano caccia a presunti collaboratori in operazione Usa

Le autorità venezuelane hanno avviato una caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto del leader Nicolás Maduro, secondo quanto previsto da un decreto che dichiara lo stato di emergenza nel Paese. Il provvedimento, entrato in vigore sabato ma pubblicato integralmente solo ieri, ordina a tutte le forze di polizia federali, statali e municipali di individuare persone che avrebbero sostenuto l’azione delle forze speciali Usa.

Secondo diversi media statunitensi, l’esercito americano avrebbe ricevuto appoggi sul terreno, anche all’interno della cerchia ristretta di Maduro, con una fonte che avrebbe fornito informazioni sui suoi spostamenti. Nel frattempo, il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa (Sntp) ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, precisando successivamente che tutti sono stati rilasciati.

Spari dopo avvistamento droni a Caracas, evacuati edifici governativi

Caracas è stata scossa nella notte da intense raffiche di fuoco nei pressi del Palazzo Presidenziale di Miraflores, dopo l’avvistamento di droni sopra lo spazio aereo ristretto dell’area governativa. Le autorità venezuelane hanno precisato che i colpi, sparati dalle forze di sicurezza – Guardia Presidenziale, Polizia Nazionale Bolivariana e unità delle Fanb – erano di avvertimento e dissuasione, e che la situazione è stata rapidamente riportata sotto controllo senza vittime ufficiali. L’episodio, iniziato intorno alle 20 locali (l’1 di notte in Italia) e durato meno di un’ora, sarebbe stato un “fuoco amico” dovuto a confusione interna tra le diverse unità di sicurezza, e non coinvolgerebbe droni esterni né operazioni straniere. Lo riportano i media venezuelani.

L’allarme ha provocato l’evacuazione precauzionale di edifici governativi e ministeri centrali, mentre sono state chiuse temporaneamente alcune attività commerciali e strade nei quartieri limitrofi a Miraflores, come Avenida Urdaneta, La Pastora e El Paraíso. Residenti e testimoni hanno descritto scene di panico durante le raffiche, con persone rifugiatesi in negozi o edifici, ma le misure si sono limitate alle zone interessate e la normalità è stata ristabilita entro poche ore. La Casa Bianca ha ribadito di monitorare la situazione senza alcun coinvolgimento degli Stati Uniti.

Preoccupazone Onu

Le Nazioni Unite hanno espresso “profonda preoccupazione” per l’operazione statunitense, avvertendo che l’intervento ha chiaramente “minato un principio fondamentale del diritto internazionale”. Ravina Shamdasani, portavoce dell’ufficio Onu per i diritti umani, ha dichiarato a Ginevra che “gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcuno Stato”. “Gli Stati Uniti hanno giustificato il loro intervento sulla base della lunga e terribile storia di violazioni dei diritti umani da parte del governo venezuelano, ma la responsabilità per tali violazioni non può essere ottenuta con un intervento militare unilaterale che viola il diritto internazionale – si legge nella dichiarazione rilasciata dall’ Alto commissario dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk – Il popolo venezuelano merita che venga fatta giustizia attraverso un processo equo e incentrato sulle vittime”.
“Come è emerso chiaramente dai rapporti costanti dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani sul continuo deterioramento della situazione in Venezuela da circa un decennio, i diritti del popolo venezuelano sono stati violati per troppo tempo. Temiamo che l’attuale instabilità e l’ulteriore militarizzazione del Paese derivanti dall’intervento degli Stati Uniti non faranno che peggiorare la situazione”, ha concluso.

L’accusa della Cina

La Cina ha accusato gli Stati Uniti di “imporre le proprie regole al di sopra del diritto internazionale” e ha chiesto la “liberazione immediata” del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, detenuti negli Stati Uniti dopo l’operazione militare a Caracas. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha condannato quella che ha definito una “grave violazione della sovranità del Venezuela e della stabilità internazionale”.

Mao ha ribadito il sostegno della Cina al popolo venezuelano “nella difesa della sovranità, della sicurezza e dei diritti, auspicando una America Latina e un Caraibi come zone di pace”. La portavoce ha inoltre sottolineato che “tutti i Paesi devono rispettare i percorsi indipendenti scelti dai propri popoli e aderire ai principi del Diritto Internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”, con “le principali potenze chiamate a guidare questo impegno”.

A proposito del riconoscimento di Delcy Rodríguez come presidente incaricata del Venezuela, Mao ha precisato che Pechino “rispetta la sovranità e l’indipendenza” del Paese, e di conseguenza qualsiasi decisione adottata dal governo venezuelano in conformità con Costituzione e leggi nazionali.


Le due madornali gaffe di Giorgia Meloni (che nessun media ha sottolineato)


(dagospia.com) – Forse la notizia del golpe dei marines della Delta Force in Venezuela, con la cattura di Maduro e decine di morti, ha spedito Giorgia Meloni in uno stadio di tale piacere da non poter neppure attendere  di conoscere i dettagli di quanto era accaduto a Caracas.

Ed eccola che, agitando le maracas, la “Chica caliente” (copy Santiago Abascal) ha perso il controllo dei neuroni, inciampando in un due madornali gaffe, che nessun media ha sottolineato.

Per dare copertura all’insostenibile “operazione” dell’Idiota della Casa Bianca che calpesta la sovranità dei popoli e il diritto internazionale, la stagionata ragazza pon-pon del trumpismo senza limitismo ha dichiarato a nome della maggioranza tutta, quanto segue:

“Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che favoriscono il narcotraffico’’.

Essì: preso il moschetto, calzato l’elmetto, la Statista della Sgarbatella si è prodotta in una leccatona ‘’internascional” degna di essere premiata con l’Oscar per la categoria “Il Ridicolo è il mio mestiere”. Quando la premier proclama la tesi di ‘’un intervento legittimo di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che favoriscono il narcotraffico’’; bene, siete curiosi di sapere chi l’ha smentita?

Lo stesso Trump! “D’ora in avanti”, ha detto sprezzante il Boss di Washington davanti alle telecamere, “saremo fortemente coinvolti nella gestione del petrolio del Venezuela. Abbiamo le compagnie petrolifere più grandi e migliori del mondo”. (Da un’Ansa di ieri è arrivata la conferma: ‘’Le big del petrolio americane corrono a Wall Street con Maduro e il greggio venezuelano. Chevron sale del 6,3%, mentre Halliburton e Valero di oltre il 7%”).

Ma non è finita la geo-figuraccia di palta. Sempre nella stessa dichiarazione, la “Giorgia dei Due Mondi” (Colle Oppio e Garbatella) ha sproloquiato pure di una “azione militare esterna”.

A smentirla questa volta  è il segretario di Stato americano, Marco Rubio, l’uomo-chiave dell’operazione Maduro in quanto a capo della National Security Council, cioè la cabina di regìa strategico-militare della Casa Bianca.

Nella conferenza stampa di sabato 3 gennaio al fianco di Trump (latitante il vicepresidente JD Vance, troppo Maga per il “Don”), Rubio non ha mai fatto cenno a qualsiasi “azione militare esterna”.

Anzi, ha tenuto a precisare che ‘’Non siamo in guerra contro il Venezuela”. E ha aggiunto: ‘’Non abbiamo forze statunitensi sul terreno in Venezuela. Sono state sul terreno per circa due ore quando sono andate a catturare Maduro…”.

Messi in condizione di non nuocere Salvini e Tajani, rallegrata da un’opposizione più divisa che mai, accompagnata dalla grancassa di Rai e Mediaset, pompata dalla gran parte dei quotidiani, l’unico ostacolo che ha davanti Meloni è Giorgia se stessa…


Quando “El Pollo”, teste chiave contro Maduro, accusava Casaleggio in Italia


La giustizia italiana conosce Hugo Carvajal, fonte chiave nel processo Usa contro Maduro, e non ne ha un buon ricordo

Quando “El Pollo”, teste chiave contro Maduro, accusava Casaleggio in Italia

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – La giustizia italiana Hugo Armando Carvajal, detto «el Pollo», il teste chiave di Donald Trump contro Nicolás Maduro, lo conosce già. E non ne ha un gran ricordo. Un documento falso, una condanna per diffamazione maturata anche sulle sue dichiarazioni, il marchio di testimone poco affidabile lasciato dopo un interrogatorio svolto all’estero da magistrati italiani.

La storia si sviluppa tra il 2020 e il 2021, in un fascicolo aperto a Milano. Tutto nasce da un articolo pubblicato il 15 giugno 2020 dal quotidiano spagnolo Abc, firmato dal giornalista Marcos García Rey. Il pezzo sostiene che nel 2010 il governo venezuelano guidato da Hugo Chávez avrebbe finanziato il Movimento 5 Stelle con 3,5 milioni di euro, consegnati in contanti a Gianroberto Casaleggio tramite il console venezuelano a Milano.

La fonte sarebbe un documento dei servizi di Caracas riconducibile proprio a Carvajal, all’epoca direttore della Dirección General de Contrainteligencia Militar. Davide Casaleggio denuncia per diffamazione e ottiene una sentenza definitiva: il documento è falso, la ricostruzione non regge. Ma la vicenda non si esaurisce in sede civile. Perché quell’articolo, e il presunto ruolo di Carvajal, finiscono anche all’attenzione della Procura di Milano, che apre un fascicolo per verificare se dietro quelle accuse possa esserci un finanziamento illecito a un partito politico italiano.

A coordinare l’inchiesta sono l’allora procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e la pm Cristiana Roveda. Nel frattempo Carvajal, dopo anni di latitanza, riappare in Spagna, viene arrestato su richiesta degli Stati Uniti per traffico di droga e inizia a rilasciare dichiarazioni a raffica contro Nicolás Maduro, parlando di narcostato e di finanziamenti occulti a movimenti politici stranieri. È in questo contesto che, il 21 dicembre 2021, i magistrati italiani decidono di sentirlo a Madrid.

L’interrogatorio avviene mentre pende su di lui la richiesta di estradizione americana e Carvajal pretende garanzie prima di parlare. Quando lo fa, però, il risultato è una deposizione che non scioglie i nodi. Alla domanda sul documento citato da Abc, l’ex capo dell’intelligence venezuelana risponde in modo ambiguo: afferma che quello pubblicato non era il documento autentico, ma aggiunge che un documento del genere esisteva davvero e che l’informazione in esso contenuta era “vera”.

Allo stesso tempo, però, dichiara di non sapere chi abbia materialmente ricevuto quei fondi né di poterlo dimostrare. Una risposta a doppio fondo che non consente riscontri oggettivi. Per la Procura di Milano non ci sono elementi sufficienti per sostenere l’accusa di finanziamento illecito, né per proseguire l’indagine: il fascicolo viene archiviato. Nel processo civile, quelle stesse dichiarazioni consentono al giornalista di invocare la scriminante putativa, evitando la condanna penale ma non quella civile. Resta il fatto che, sul piano giudiziario, il passaggio italiano di Carvajal non produce conseguenze investigative.

Non è l’unico episodio europeo. In Spagna, nel 2021, Carvajal tenta una strada analoga sostenendo che il Venezuela avrebbe finanziato Podemos. Il giudice Manuel García Castellón prova a riaprire un fascicolo già archiviato, ma le affermazioni dell’ex generale vengono considerate dichiarazioni indirette, non supportate da prove e potenzialmente funzionali a ritardare l’estradizione. Anche lì, nulla di fatto. Ora tocca agli Stati Uniti, in un processo certo diverso, visto che contro Maduro non c’è soltanto «el Pollo». Il testimone passato anche per l’Italia. E giudicato, negli atti, poco affidabile.

Venezuela, “El Pollo” colpisce ancora: è farlocco il supertestimone che accusa Maduro

Già smentito anni fa in Italia sui 5 Stelle e in Spagna su Podemos

(di Antonio Massari – ilfattoquotidiano.it) – “Caro presidente Trump e popolo degli Stati Uniti…”. Inizia così la lettera che Hugo “El Pollo” Carvajal, ex capo dell’intelligence militare venezuelana, scrive il 2 dicembre 2025 dal carcere statunitense in cui è detenuto per narcotraffico. Con questa lettera nasce la narrazione della sua presunta collaborazione come “supertestimone” nell’accusa contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Ci aveva già provato in Italia, con il M5s, e in Spagna con Podemos, a rivelare notizie esplosive che si concluderanno in flop giudiziari.

Intanto, ora è il turno degli Usa, quindi partiamo dalla sua lettera e dal canale scelto per diffonderla. Il testo viene pubblicato in esclusiva dal The Dallas Express, sito di notizie digitale fondato nel 2021 dall’imprenditore Monty J. Bennett. Dai registri della Federal Election Commission, che il Fatto ha consultato, risulta che Bennett, sin dal 2016, è un finanziatore del Partito repubblicano e delle campagne di Donald Trump. L’annuncio della collaborazione di Carvajal viene quindi affidato a una testata politicamente vicina al presidente Usa. Nella lettera, El Pollo si rivolge direttamente a Trump e scrive: “Il regime che ho servito non è semplicemente ostile: è in guerra con voi, usando droghe, gang, spionaggio e persino i vostri stessi processi democratici come armi”. E ancora: “Le politiche del presidente Trump contro il regime criminale di Maduro non sono solo giustificate, ma necessarie e proporzionate alla minaccia”. Carvajal aggiunge di sostenere “pienamente” la linea di Trump sul Venezuela, definendola una forma di autodifesa. Un passaggio centrale è intitolato “Narco-Terrorism”: Carvajal afferma di aver assistito alla trasformazione del governo chavista in “un’organizzazione criminale” guidata da Maduro e altri alti funzionari, con l’obiettivo di “usare la droga come arma contro gli Stati Uniti”. Il testo si chiude con la disponibilità a “fornire ulteriori dettagli” al governo.

L’offerta di collaborazione si conclude con un commento del Dallas Express, che giudica la lettera come un momento straordinario: c’è un ex insider del regime che si appella apertamente a un presidente americano impegnato a contrastare uno Stato criminale. Il quotidiano conclude annunciando che leader del Congresso, governi sudamericani e agenzie di intelligence statunitensi seguiranno con attenzione gli sviluppi di una “storia in evoluzione”. È però il caso di seguire anche l’evoluzione della storia, quella iniziata in Spagna e Italia, quando su El Pollo pendeva la richiesta di estradizione Usa. Anche questa volta tutto nasce dall’articolo di un quotidiano: il 15 giugno 2020, il sito spagnolo Abc, pubblicando un documento top secret, sostiene che nel 2010 il M5s, attraverso Maduro, avrebbe ricevuto dal governo venezuelano, guidato da Chávez, finanziamenti per 3,5 milioni. Somma destinata (in una valigetta) a Gianroberto Casaleggio attraverso il console venezuelano a Milano. Davide Casaleggio, per difendere l’onorabilità di suo padre, ormai morto, denuncia per diffamazione e vince (la sentenza è definitiva). Tutto falso. Il giornale per difendersi gioca proprio la carta El Pollo: in primo grado il tribunale “non ha dato rilievo a quanto allegato dai convenuti circa le dichiarazioni rilasciate da Hugo Carvajal”. E ancora: “Carvajal aveva confermato anche pubblicamente i fatti narrati nell’articolo”. Niente da fare: causa persa. Si muove pure la Procura di Milano, che per verificare se il M5s abbia avuto un finanziamento illecito, interroga El Pollo a Madrid: l’uomo chiede garanzie – è sotto estradizione – e coi pm non parla. Fascicolo archiviato. Nel 2021, dopo l’arresto in Spagna e con l’estradizione verso gli Stati Uniti ormai imminente, El Pollo offre rivelazioni su presunti finanziamenti venezuelani a Podemos. Il giudice Manuel García Castellón tenta di riaprire un fascicolo già archiviato, utilizzando le sue affermazioni come nuovo elemento istruttorio, ma non ci riesce: vengono considerate notizie riferite da terzi e parte di una possibile strategia per eludere o rimandare l’estradizione. Il fascicolo resta archiviato. Ora tocca agli Usa: sarà lui, El Pollo, finora sempre smentito, l’insider che in cambio di uno sconto di pena incastrerà Maduro e darà ragione a Trump.


Groenlandia: “Se gli Usa ci attaccano finisce tutto, anche la Nato”


L’allarme della premier danese: “Trump fa sul serio”. I leader Ue in soccorso: “È Europa”. Starmer: “Al fianco di Copenaghen”. Nuuk: “Discutiamo, ma secondo le norme”

Il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen

(Antonello Guerrera – repubblica.it) – LONDRA – Non c’è del marcio in Danimarca, bensì nelle «pressioni inaccettabili di Donald Trump sulla Groenlandia», come le bolla la premier di Copenaghen, Mette Frederiksen. La leader danese è una furia: le continue mire e minacce del presidente americano verso l’isola sono «un attacco irragionevole alla comunità internazionale: se gli Stati Uniti scelgono di attaccare un altro Paese Nato, allora tutto finisce. Compresa l’Alleanza Atlantica e la sicurezza garantita dalla fine della Seconda guerra mondiale».

È un grido di allarme ma anche di aiuto, quello di Frederiksen, verso gli Alleati europei. Per evitare un catastrofico, nuovo disordine globale. Perché, come già dimostrato in Venezuela, Trump «fa sul serio», avverte Frederiksen, e insiste con le sue intimidazioni: «La Groenlandia non difende adeguatamente il suo territorio, mentre noi ne abbiamo bisogno poiché cruciale per la nostra difesa. Navi russe e cinesi intorno fanno quello che vogliono. Ai danesi diciamo da tempo di cambiare atteggiamento, ma l’unica cosa che hanno fatto sinora è comprare una slitta da neve…».

Dunque i leader europei giungono in soccorso. Giorgia Meloni no, almeno fino alla tarda serata di ieri, sebbene il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani sottolinei come «l’Ue debba garantire l’indipendenza di un territorio che fa parte della Corona danese». Altri capi di governo europei, inclusi quelli nordici, fanno invece sentire la propria voce. Persino Keir Starmer: il premier britannico è sempre straordinariamente cauto nel non irritare Trump, tanto più in queste settimane delicatissime di un possibile accordo sull’Ucraina e difatti gli inglesi preferirebbero tenere fuori il capitolo Groenlandia dal vertice dei Volenterosi oggi a Parigi, alla presenza di Witkoff Kushner. Ma stavolta persino Starmer è un macigno: «La Groenlandia e la Danimarca devono decidere, nessun altro. Sono al fianco di Mette Frederiksen: ha ragione sul futuro della Groenlandia». Inoltre, la Danimarca fa parte della Joint Expeditionary Force, alleanza militare nordica a guida britannica. Londra non poteva rimanere in silenzio e abbandonare un alleato così importante.

Sulla stessa linea Francia, Germania e Spagna. «La Groenlandia non è né da prendere né da vendere. È un territorio europeo», nota il ministro degli Esteri transalpino, Jean-Noel Barrot. Il premier spagnolo Sánchez: «Il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale è un principio non negoziabile. Saremo sempre al fianco di Copenaghen». Il capo della diplomazia tedesca Johann Wadephul: «La Groenlandia fa parte della Nato come la Danimarca. Siamo disposti a discutere con gli Stati Uniti su come rafforzare la sicurezza dell’isola nell’ambito dell’Alleanza Atlantica». Mentre un portavoce dell’Unione Europea: «Continueremo a difendere il principio della sovranità nazionale, a maggior ragione per un membro Ue».

«Adesso basta», sbotta il leader groenlandese Jens-Frederik Nielsen contro Trump: «Finiamola con queste fantasie, con queste insinuazioni. Siamo disposti a discutere ma tutto deve avvenire nel rispetto delle norme internazionali. Questa retorica minacciosa non dovrebbe avvenire tra Paesi amici. La Groenlandia è la nostra casa e tale rimarrà». L’isola più grande del mondo è territorio semi-autonomo da circa 60mila abitanti ma ancora parte della Corona di Danimarca.

Durante il Secondo conflitto mondiale, la Groenlandia fu salvata dal dominio nazista paradossalmente proprio dagli americani, che poi la riconsegnarono a Copenaghen alla fine delle ostilità.

Oggi, con i ghiacci che si sciolgono sempre più a causa del cambiamento climatico, la Groenlandia è un territorio vitale dal punto di vista geopolitico e strategico, per il controllo delle rotte artiche, per le postazioni americane di sistemi di missili balistici, ma anche per lo sfruttamento di terre rare che alleggerirebbe la dipendenza di Washington dalla Cina. Ieri sera il Dipartimento di Stato americano ha postato un altro messaggio inquietante: «Questo emisfero è nostro», con l’ultima parola (“our”) in rosso. Il colonialismo pare tornato e adesso proprio gli europei potrebbero esserne vittime. Aaja Chemnitz, deputata groenlandese al parlamento danese, non ha dubbi: «Prepariamoci al peggio».

Tu con chi stai, Gambadilegno o Lupo cattivo?

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – E tu con chi stai, con Gambadilegno o con il Lupo cattivo? Non è facile nell’era della forza bruta come strumento di governo affidarsi alle ragioni del teppista meno peggio. Il pirata dei Caraibi Trump o il dittatore dello Stato narcopetro Maduro? Un criterio potrebbe essere quello tradizionale quando in classe tra due bulli ugualmente arroganti si cercava la protezione del più forte. Che Meloni aveva anzitempo individuato nel tiranno di Mar-a-Lago, scelta che al momento sembra non conciliarle il sonno. E se l’amico americano (dagli amici mi guardi iddio, eccetera) decidesse di annettersi, come minacciato, anche la Groenlandia, isola appartenente al Regno danese? Spinosissima eventualità nella quale non basterebbe alla premier barcamenarsi nel solito show con la Von der Leyen. Poiché Copenaghen, membro effettivo della Nato, potrebbe ricorrere al famoso articolo 5 che, in un casino mai visto, coinvolgerebbe contro il boss di Washington tutto il resto dell’Alleanza. Chi non ha dubbi è Salvini che ha scaricato Trump appena Putin ha alzato il sopracciglio: al cuor (e ad altro ancora) non si comanda. Per i giornali della destra la sottomissione a Donald il gradasso non è affatto un problema, anzi, e si portano avanti con il lavoro con l’espressivo titolo di Libero: “Diritto di golpe, perché è legittimo far cadere dittatori”. Se non fosse che il concetto di legittimità internazionale è diventato una imbarazzante astrazione, con le sentenze dei vari tribunali dell’Aja ridotte a carta straccia. Sostituiti i cosiddetti trattati, a opera dei giureconsulti Putin e Netanyahu (con la fattiva collaborazione dei nazisti ucraini e dei tagliagole di Hamas) dal diritto di aggressione e di pulizia etnica. Grazie al tycoon viene adesso riabilitato anche il diritto al bottino di guerra, dopo che i giacimenti di greggio venezuelani sono stati definiti “nostri”. Con il che si supera anche l’ultimo confine della legalità sancita dai trattati (ah, ah) con la consacrazione della dottrina del liberi tutti. Libera dunque la Cina di invadere Taiwan, così come si sentiranno liberi i grandi e piccoli despoti di papparsi ciò che più gli aggrada, con la scusa che il vicino scomodo è un narcocriminale o ha risposto male al telefono. Con il che i 153 Stati membri potrebbero molto presto risparmiare anche i 62 miliardi e rotti versati per tenere in piedi l’Onu, con l’ultimo piano del Palazzo di Vetro che potrebbe utilmente ospitare un museo del caos, lastricato di buone intenzioni.


Il mondo ha preso una brutta piega


(di Marcello Veneziani) – Sul golpe americano in Venezuela, con la cattura di Maduro, vorrei provare a ragionare con realismo e amor del vero. Non dunque una dichiarazione di tifo ma un ragionamento animato dal senso della realtà. Ma prima riavvolgiamo il nastro e partiamo dai precedenti. Donald Trump è un personaggio insopportabile per i suoi modi, le sue pretese, la sua prepotenza. Ma prima di tornare alla Casa Bianca aveva promesso tre cose che ci parevano positive: la prima, che si sarebbe impegnato per chiudere velocemente i capitoli Ucraina e Palestina, e lui l’impegno fattivo ce lo ha messo. La seconda, che gli Usa si sarebbero dedicati ai loro problemi interni, non avrebbero più fatto gli sceriffi del pianeta, non avrebbero più praticato l’interventismo umanitario, le guerre e le ingerenze, anzi avrebbero scaricato il peso della Nato sui loro alleati. La terza, che avrebbe combattuto le follie dell’ideologia woke, del politically correct, della cancel culture che stanno minando l’Occidente. Per noi europei, e per noi che teniamo alla sovranità dei popoli, delle nazioni e degli stati, ci parevano prospettive assai promettenti. Così, benché indigesto, ci facemmo piacere Trump, soprattutto nel paragone con i dem americani, fino a Biden.

In questo anno di dominazione trumpiana, le cose hanno preso una piega assai diversa. Sì, si è davvero impegnato sui tre fronti promessi, con parziali risultati, ma prima con la lotteria dei dazi ha sconvolto il commercio mondiale e creato un saliscendi globale insostenibile; poi con le dichiarazioni di volersi prendere nazioni e spazi vitali utili agli Usa, infine con le azioni di guerra in Iran e poi in Venezuela, paesi magari odiati ma che non stavano attaccando nessuno, tantomeno gli Usa, ha fatto esattamente il contrario. Interventismo, minacce, prove di forza. La prima cosa, evidente, è che ha violato il diritto internazionale e ha avviato di testa sua un’azione di guerra e un’aggressione, con decine di morti. Certo, il regime di Maduro era pessimo, il Venezuela se la passa male, se già Chavez era un dittatore filo-castrista che aveva inguaiato il Venezuela, figuratevi il suo autista diventato lìder. Qualcuno dice, lascia stare il diritto internazionale, che è stato violato infinite volte. D’accordo, il problema non è solo di natura giuridica ma sostanziale, entriamo nel merito. Innanzitutto il movente dell’azione Usa non è “esportare la democrazia”, “difendere i diritti umani”, “combattere il narcotraffico” ma come lo stesso Trump ha dichiarato è l’interesse americano a riprendere il controllo del petrolio venezuelano. In secondo luogo, fa acqua da tutte le parti la tesi che bisogna intervenire dove viene violata la democrazia, e i diritti umani, perché in realtà si interviene dove hai la forza di farlo e dove i tuoi interessi premono, mica intervieni nei due terzi e più del pianeta in cui ci sono regimi liberticidi, dittature, massacri, fame e oppressione: dall’Africa alla Cina, dalla stessa Russia alla Corea, da Israele (dove la corte internazionale ha condannato Netanyau per le migliaia di bambini, donne e anziani palestinesi uccisi) a tanti posti in cui si perseguitano i cristiani. In terzo luogo, se uno Stato decide di poter intervenire quando e dove lo stabilisce il suo capo o il suo apparato militare-industriale, si crea un precedente e un alibi per tutti, a partire dalle potenze: per la Cina con Taiwan, per la Russia con le ex repubbliche dell’Urss. Se non dobbiamo appellarci a un diritto super partes condiviso ognuno si costruirà le sue ragioni per attaccare. In questo modo rendi il mondo peggiore e molto più pericoloso, in balia del più forte e delle armi. Poi verrà la Groenlandia…dove non c’è nessun dittatore, ma viene agitato solo il rischio che finisca sotto altre aree di influenza, in realtà ce la prendiamo noi statunitensi perché fa comodo ai nostri interessi.

Non è un caso che una parte cospicua dei Maga, tra cui non pochi seguaci di Charlie Kirk e del fronte nazional-conservatore che ha sostenuto Trump, non condivida questa sua politica colonialista, interventista e “imperialista”; e non la condivide per ragioni politiche e ideali “di destra”. Difatti criticavano l’interventismo dem di Obama, di Clinton, di Biden.

Dietro l’attacco al Venezuela e la strategia aggressiva di Trump non c’è la pazzia del magnate o la sua indomabile prepotenza ma c’è pure la pressione di un apparato bellico e di alcune lobbies influenti che sono riusciti a riportare gli Usa nella stessa politica militarista fatta con i dem e con i repubblicani, come i Bush. Ricordiamoci il Panama di Noriega e la sciagurata guerra in Iraq che acuì le tensioni in Medio Oriente, allargò l’odio islamico verso l’Occidente, poi l’attacco alle Torri… Così i capi d’accusa infondati a Saddam sugli arsenali militari, la sua uccisione; un errore che pure l’Europa, la Francia in testa, ripeté con Gheddafi con le conseguenze che sappiamo.

Il Sudamerica è un subcontinente martoriato, tra golpe servili filo-Usa e fallimentari regimi nazionalpopulisti, ora d’estrazione socialista ora peronista. I paesi che si ribellano ai diktat statunitensi sono boicottati ma sono nelle mani di tribuni disastrosi. L’unico paese che bene o male resiste è il Brasile, troppo grosso per essere trattato come una colonia. L’Argentina invece si è trumpizzata. Male andava il Venezuela, e male se la passa Cuba non da oggi, e così la Colombia, per dire dei paesi non allineati agli Usa.

Russia e Cina che s’indignano per il blitz trumpiano, tecnicamente invidiabile, colgono l’occasione per rafforzare le loro mire d’annessione. L’Europa come sempre balbetta, l’unica voce seria che si è elevata da queste parti è venuta da Roma, ma da Papa Leone XIV, benché statunitense, che ha difeso i diritti sovrani dei popoli e degli stati nazionali, senza sproloqui, leccate o scomposti attacchi ma con serena fermezza.

E l’Italia? Ma che volete che faccia, la piccola, inerme e poco rilevante Italia, se non adeguarsi, come quasi sempre ha fatto nella sua storia? Certo, andò un po’ meglio ai tempi di Craxi, e forse di Moro e di Andreotti, ma per loro poi furono guai; non potete davvero pensare che il sovranismo sia qualcosa di più di un urlo comiziale. L’Italia prende atto della forza, sa che Trump è un prezioso alleato, è realista e non vuol perdere l’appoggio della sponda atlantica. Tutto comprensibile. E d’altra parte se davanti al Venezuela, come davanti all’Ucraina e alla Palestina, avesse assunto un’altra posizione, probabilmente non starebbe ancora là, il governo Meloni. Dunque, è perfettamente comprensibile la situazione di chi sta al governo. Mi accontenterei che la stessa comprensione avesse il governo nei confronti degli analisti: se l’imperativo categorico dei governi è durare, sopravvivere al potere, l’imperativo categorico di chi scrive e analizza i fatti è capire, far capire, dire la verità, o quel che ci pare tale, qualunque essa sia. E non compiacere chi sta al potere. Poi, naturalmente, si può non condividere, nessuno ha la verità in tasca. Se proprio volete trovare una passione dietro le ragioni qui esposte, non è quella di “compiacere la sinistra”, come dicono i governativi per denigrare chi li critica; è un movente che ci è estraneo da una vita, e lo dimostriamo ogni giorno; ma semplicemente l’amore sobrio e tenace per l’Italia o quel che resta di lei, senza urla, retorica e trombettieri di vuvuzelas. Ma ad onor del vero.

Meloni allineata a Trump dimostra che l’Italia è uno Stato-satellite

(di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – Giorgia Meloni ha approvato il rapimento di Maduro affermando che il bombardamento del Venezuela, che ha causato decine di morti innocenti, è una “legittima azione difensiva”. La crisi in Venezuela offre un’occasione straordinaria per osservare i comportamenti di uno Stato satellite, come l’Italia o la Bielorussia, nelle crisi internazionali severe. Uno Stato satellite è uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera. La prima caratteristica di uno Stato satellite è la presenza militare permanente dello Stato straniero sul territorio nazionale. La seconda caratteristica, che scaturisce dalla prima, è che la potenza straniera controlla l’accesso alle cariche più elevate dello Stato. Detto più semplicemente, Crosetto e Tajani non sarebbero diventati ministri della Difesa e degli Esteri senza il consenso preventivo degli Stati Uniti. E se entrassero in contrasto con la Casa Bianca per difendere gli interessi nazionali dell’Italia? Cadrebbero in disgrazia e non potrebbero ambire a diventare presidenti della Repubblica, giacché, come ho spiegato in Casa Bianca-Italia, il filo-americanismo è l’ascensore sociale della Repubblica italiana. Oppure il governo Meloni cadrebbe per una manovra di Palazzo, giacché la Casa Bianca controlla il Parlamento dall’interno attraverso il controllo del vertice dei principali partiti.

L’Italia può cessare di essere uno Stato satellite? No, perché il suo moto rotatorio è un fenomeno eminentemente politico. Controllando il vertice della Repubblica, la Casa Bianca impedisce quei mutamenti geopolitici che consentirebbero all’Italia di cogliere le opportunità che si presentano nella società internazionale in trasformazione. Come la Terra con la Luna, la Casa Bianca vede sempre la stessa faccia dell’Italia: la faccia della sottomissione. Il giornalismo filo-americano, che controlla la quasi totalità dei grandi media, svolge la funzione sociologica di favorire il moto rotatorio dell’Italia intorno alla Casa Bianca. Lo vediamo in queste ore: Luciano Fontana ha esultato per il rapimento di Maduro, precisando di essere preoccupato per le pose muscolari di Trump. È la condotta tipica del giornalista filo-americano: da una parte approva implicitamente la violazione del diritto internazionale da parte della Casa Bianca, esultando per i suoi esiti (il rapimento di Maduro); dall’altra parte, esprime preoccupazione per il temperamento di Trump, così da offuscare il suo “doppiopesismo”.

Per i giornalisti filo-americani, le aggressioni della Russia vanno condannate senza se e senza ma, mentre le aggressioni degli Stati Uniti devono essere giudicate con i se e i ma. Ma la “morale internazionale” ha la sua logica: se il bombardamento di Trump in Venezuela è sbagliato, anche per i morti innocenti che ha causato, non è possibile esultare per i suoi esiti: è come esultare per un omicidio esprimendo preoccupazione per il temperamento dell’assassino. È come esultare per il crollo delle Torri Gemelle, esprimendo preoccupazione per il carattere di Bin Laden. Se Trump ha fatto qualcosa di buono (rapire Maduro), non può essere cattivo, giacché i cattivi non fanno intenzionalmente del bene. Sin dal primo giorno dell’invasione russa, questa rubrica, suscitando indignazione nel Corriere della Sera, aveva scritto che le grandi potenze agiscono in modi analoghi, laddove possibile. Il Corriere della Sera affermava che gli Stati Uniti sono diversi dalla Russia. Poi sono arrivati i morti innocenti a Gaza. Adesso arrivano quelli di Caracas. Ogni Stato satellite ha bisogno di creare un giornalismo che nobiliti la propria sudditanza, politica e morale, alla potenza dominante.


Se non vengono lasciati fare, scorrerà il sangue


(Andrea Zhok) – Dopo la puntata a Caracas, i cui sviluppi sono ancora enigmatici, Trump si sta muovendo con decisione e rapidità.

Possiamo ironizzare sulle sue sparate in mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma sarebbe un’ironia malposta.

Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor gusto per le insalate verbali sul diritto e le ragioni umanitarie (roba in cui sono specializzati i Dem).

Questo stile di governo implica due sole opzioni per i paesi cui si rivolge: la sottomissione volontaria, con concessione di trattati asimmetrici e condizioni di sfruttamento a proprio favore, oppure l’esercizio della forza, nel caso in cui la sottomissione tiri per le lunghe.

A sua volta l’esercizio della forza consta di una combinazione di strangolamento economico del paese bersaglio, corruzione della sua dissidenza interna e intervento militare diretto (con una varietà di opzioni, dai missili proverbialmente intelligenti, ai “boots on the ground”).

Come, avevamo osservato più volte negli scorsi anni, siamo alla fase della resa dei conti per la superpotenza americana. Una volta perso il monopolio mondiale del potere (unipolarismo), gli USA devono riconfigurare il proprio potere in crisi sia interna che esterna, sia economica che di egemonia internazionale. E per farlo devono giocare le migliori carte che hanno, cioè principalmente la rimanente supremazia militare e una valuta ancora internazionalmente desiderata.

Essendo l’impero americano, come il suo predecessore britannico, un impero talassocratico, tende a non privilegiare l’invasione stanziale dei territori altrui, preferendo la loro sottomissione volontaria o in alternativa l’insediamento di un proprio plenipotenziario locale (come i “vicerè” e “governatori” del passato).

Se puoi ottenere che il paese vassallo ti dia ciò che vuoi con il sorriso, non c’è ragione di alzare la voce, così come i padroni dei giornali non hanno bisogno di alzare la cornetta per dettare gli articoli quando i loro giornali sono infarciti di servi volontari, di autocensori e di “tengo famiglia”.

Per il cretinismo mediatico internazionale questo atteggiamento americano, in cui si preferisce ottenere il pizzo senza dar fuoco a troppi negozi, è stato venerato per decenni come “pax americana”.

Trump rappresenta una boccata di aria fresca dal punto di vista comunicativo perché ha ridotto al minimo i balletti formali, la ricerca di scuse plausibili. Ogni tanto ne tira fuori qualcuna, ma non ce la fa a dissimulare a lungo. Tre frasi dopo averti detto che ti sta facendo dimagrire per il tuo bene, gli sfugge che però, se cerchi di trattenere la pagnotta, ti potrebbe arrivare un Tomahawk tra capo e collo.

Aver liberato il terreno dalle cortine fumogene della “plausible deniability” e degli “interventi umanitari” permette di vedere in faccia la fase storica.

Gli USA stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per estendere le proprie aree di estrazione di risorse al massimo consentito, il che significa le Americhe in toto (Groenlandia inclusa), l’Europa, il Commonwealth, il Medio Oriente.

Non potendo affrontare direttamente gli altri pesi massimi (Russia e Cina) gli USA cercano di condizionare l’accesso alle risorse di cui quelli hanno bisogno (la Cina soprattutto) e di fomentare turbolenze ai loro confini (Ucraina, Georgia, Taiwan) in modo da ostacolare una politica di più ampio respiro in altre parti del globo (ad esempio in Africa).

Questa manovra ha due principali esiti possibili.

Se la manovra di sottomissione, volontaria o involontaria, funziona, se il Venezuela rientra obbediente nella sfera di sfruttamento americano, se l’Iran viene destabilizzato, se Taiwan proclama l’indipendenza, se l’Ucraina continua a tenere occupata la Russia, se Israele diviene l’incontrastato dominus del Medio Oriente, se la Groenlandia diviene una base militare a completa disposizione, se l’Europa continua ad essere troppo concentrata nel suo ventennale suicidio economico e culturale per svegliarsi, la partita per gli USA è vinta.

Cina e Russia rimarranno potenze regionali, mentre gli USA saranno nelle condizioni di instaurare il loro Reich millenario.

L’alternativa è che Russia e Cina, ma soprattutto quest’ultima, non essendo al momento impegnata in un conflitto, agiscano subito con decisione attraverso patti militari e sostegno economico e militare diretto in aree strategiche. Ovviamente gli USA reagiranno ed altrettanto ovviamente si potrebbe arrivare a scontri armati diretti.

Se contingenti militari cinesi si trovassero, per dire, in America Latina a sostegno del Venezuela o di Cuba, è certo che uno scontro sarebbe dietro l’angolo.

E tuttavia è anche chiaro che l’unica cosa, assolutamente l’unica, che farà recedere gli USA dalla loro politica di dominio senza freni sarebbe un opposto e deciso uso della forza. Gli USA (come Israele) sono stati trasimachei, nazioni che riconoscono fondamentalmente soltanto le ragioni della forza e disprezzano tutto il resto.

Finora gli USA si sono mossi con serenità nonostante gli enormi problemi interni, perché le loro aggressioni non gli sono costate nulla. Non un fante americano, non un aereo, non una portaerei. Anzi, da scenari come l’Ucraina hanno trovato il modo di ricavare un profitto netto, lasciando gli oneri agli autolesionisti europei.

Tra questi due scenari estremi, nel medio periodo non vedo molte possibilità intermedie.

Gli USA (insieme ai loro gemelli diversi in Israele) hanno dichiarato sostanzialmente una guerra di saccheggio e sottomissione a livello globale.

Se vengono lasciati fare andranno fino in fondo in questo processo di asservimento.

Se non vengono lasciati fare, scorrerà il sangue.


L’ipocrisia occidentale e la giungla bellica


(Tommaso Merlo) – Trump ha trascorso il capodanno con quel mostruoso criminale di Netanyahu, hanno visto insieme i fuochi d’artificio a Mar-a-Lago. Già, gli Stati Uniti avrebbero potuto arrestare Netanyahu mentre sterminava bambini senza nemmeno scomodare i Marines, in una delle sue tante visite. Ed invece gli hanno sempre steso tappeti rossi, finanziandolo ed armandolo in piena pulizia etnica. Ed oggi lo proteggono arrivando a sanzionare i Tribunali Internazionali che vorrebbero arrestarlo per crimini contro l’umanità. L’ipocrisia occidentale ha raggiunto livelli tragicomici, ma grazie a quel pagliaccio demenziale di Trump sta crollando la propaganda con cui ci hanno lavato il cervello per decenni. Dopo il genocidio e i bombardamenti a destra e sinistra, siamo al bieco rapimento dei capi di stato sgraditi. Altro che mondo ricco ed evoluto, altro che democrazie modello e dritti umani, noi occidentali siamo una manica di criminali che da decenni insanguinano il mondo in balia di leader e governi senza cervello e senza cuore mentre le masse cercano senso esistenziale al centro commerciale o dentro a qualche schermo. Siamo noi la vera minaccia dell’umanità, siamo noi dalla parte sbagliata della storia. E gran parte dei movimenti estremisti sorti negli ultimi decenni, sono una reazione alla nostra ignoranza ed arroganza ed invadenza. Maduro lo hanno rapito a casa sua perché non ha una lobby alle spalle che ha corrotto politica e stampa occidentali, e perché non è allineato coi deliri capitalisti americani e al contrario è d’intralcio ai loro giochi strategici anti cinesi. Il mondo è pieno di leader molto peggio di quello venezuelano, la vera colpa di Maduro è che governava una terra a due passi dal Pentagono piena zeppa di risorse naturali che fanno gola alle oligarchie che si sono comprate la democrazia americana e ogni rimasuglio di buonsenso. In Occidente non comandano più i cittadini, comandano i soldi e le controversie si risolvono con le bombe a grappolo. Siamo ad un nuovo disordine mondiale, ad una giungla bellica. Al cenone di capodanno a Mar-a-Lago con le rispettive mogliettine, pare che Netanyahu abbia ottenuto l’ok per un altro attacco all’Iran. Altro colosso petrolifero non allineato né coi deliri suprematisti bianchi né con quelli sionisti e per questo nel mirino da tempo. Gli Stati Uniti ed Israele hanno già compiuto diversi attacchi terroristici contro l’Iran uccidendo leader e civili e fomentando rivolte, ma il regime degli Ayatollah ancora osa reggere. Oltre all’oro nero, la sua vera colpa è supportare i palestinesi, il popolo più martoriato della storia che con la complicità occidentale rischia l’estinzione. Altro che democrazia, pace e diritti umani. Bombe, morte e distruzione per piegare con la forza chi ostacola i nostri deliri suprematisti ed egemonici. Siamo noi occidentali il pericolo dell’umanità, quelli finiti dalla parte sbagliata della storia che insanguinano il mondo per imporre la nostra volontà ed i nostri interessi calpestando quel sistema che noi stessi abbiamo creato nel dopoguerra. In testa quei geni degli americani diventati una assurda lobbycrazia che affama i suoi cittadini e rischia il crack pur di mantenere un esercito abnorme che da decenni fa solo danni in giro per il mondo. E noi cagnolini europei a scodinzolare dietro i loro deliri imperialisti pagando le conseguenze dei lori disastri. Un andazzo che ci ha trascinato in un nuovo disordine mondiale, in una giungla bellica. Ma va dato atto che grazie a quel pagliaccio demenziale di Trump, sta crollando in maniera drammatica la propaganda con cui ci hanno lavato il cervello per decenni. Davvero tragicomica la reazione dei governanti europei al rapimento di Maduro. Da anni blaterano contro Putin in nome del diritto internazionale e del rispetto della sovranità ucraina e adesso cercano di giustificare l’aggressione americana per salvare una faccia che hanno perso da tempo. Davvero spudorati. E mentre loro si nascondono dietro a penosi giri di parole, l’Occidente sta distruggendo il sistema che lui stesso ha creato nel dopoguerra calpestando i valori per cui ha combattuto e le leggi e le istituzioni di cui si è dotato per evitare il ripetersi di certi tragici errori. Da paladini dei diritti umani siamo diventati complici dei criminali di guerra, e da paladini della pace a cocciuti guerrafondai. Con la beffa che mentre fingevamo di esportare la democrazia, abbiamo perso le nostre coi cittadini rimpiazzati dai soldi. E la domanda è quanti strappi la Cina e la Russia potranno ancora sopportare. Perchè il giorno in cui si convinceranno che l’unica soluzione per vivere in pace è la sconfitta militare e strategica dell’Occidente, allora gli basterà cogliere uno dei tanti pretesti e scatenare una devastante terza guerra mondiale.


Trump senza limiti


Trump, ‘nessuna elezione in Venezuela in 30 giorni, ci vorrà tempo’

(ANSA) – NEW YORK, 05 GEN – Non ci saranno elezioni in Venezuela nei prossimi 30 giorni: “dobbiamo prima risanare il Paese. Non si possono tenere elezioni, non c’è modo che la gente possa votare”.

Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Nbc. A chi gli chiedeva se ci fosse la possibilità di votare in 30 giorni, il presidente ha risposto: “No, ci vorrà del tempo. Dobbiamo prima riportare il Paese alla normalità”. 

Trump, ‘io al comando del coinvolgimento Usa in Venezuela’

(ANSA) – NEW YORK, 05 GEN – “Io”. Donald Trump risponde così a chi gli chiedeva chi in definitiva fosse al comando del coinvolgimento americano Venezuela. Trump ha identificato un gruppo di funzionari americani che aiuteranno a supervisionare il coinvolgimento degli Stati Uniti in Venezuela, dal segretario di Stato Marco Rubio al capo del Pentagono Pete Hegseth. “E’ un gruppo eterogeneo. Hanno tutti competenze diverse, ognuno nel proprio campo”, ha spiegato. 

‘Trump ha chiesto a Rubio di guidare il processo’ di riforma del Venezuela

(ANSA) – NEW YORK, 05 GEN – Il presidente Donald Trump ha chiesto al segretario di Stato americano Marco Rubio “di guidare il processo di attuazione delle riforme economiche e politiche in Venezuela”.   

Lo ha detto Stephen Miller, consigliere di Trump, sottolineando che gli Stati Uniti ritengono di avere la piena, completa e totale cooperazione dal governo di Caracas. Il tycoon ha chiesto a Rubio, “sotto la stretta guida e direzione del presidente, di guidare questo processo”. 

Trump, ‘gli Usa non sono in guerra con il Venezuela’ 

(ANSA) – NEW YORK, 05 GEN – Gli Stati Uniti “non sono in guerra” con il Venezuela. Lo ha detto Donald Trump a Nbc, sottolineando che gli Usa sono “in guerra con chi vende droga. Siamo in guerra con chi svuota le proprie prigioni nel nostro Paese, con chi manda i tossicodipendenti e i malati di mente”. 

Trump, ‘Machado non doveva vincere il Nobel’

(ANSA) – NEW YORK, 05 GEN – Donald Trump smentisce le indiscrezioni del Washington Post, secondo le quali ha scartato l’ipotesi di Maria Corina Machado per guidare il Venezuela perché aveva vinto il premio Nobel, riconoscimento al quale il presidente auspicava. “Non avrebbe dovuto vincerlo. Ma questo non ha nulla a che vedere con la mia decisione”, ha osservato Trump. 

Trump, ‘il movimento Maga adora tutto quello che faccio’

(ANSA) – NEW YORK, 05 GEN – Il presidente americano Donald Trump si dice sicuro che il popolo Maga non gli volterà le spalle per l’operazione in Venezuela.    “I Maga adorano quello che sto facendo. Adorano tutto quello che faccio. Il movimento Maga sono io e ama tutto ciò che faccio, e anche io amo tutto ciò che faccio”, afferma Trump.

Il consigliere di Trump, ‘gli Usa controllano il Venezuela, rispetterà le richieste’

(ANSA) – NEW YORK, 05 GEN – Gli Stati Uniti stanno usando il loro controllo sull’economia del Venezuela come leva per garantire che la nuova leadership del Paese sudamericano faccia quello che l’amministrazione Trump chiede.

Lo ha detto il consigliere alla Sicurezza nazionale statunitense Stephen Miller a Cnn, sottolineando che Caracas ha bisogno del permesso degli Usa per il commercio e la gestione dell’economia.    Caracas ha offerto privatamente garanzie sul fatto che rispetterà i “termini, le richieste e le condizioni degli Stati Uniti”, ha aggiunto Miller. 

‘Dal petrolio alla droga, le richieste degli Usa a Rodriguez’

(ANSA) – NEW YORK, 05 GEN – Gli Stati Uniti hanno chiesto a Delcy Rodriguez di attendersi da lei almeno tre azioni: l’intensificazione della lotta alla droga; l’espulsione di agenti iraniani, cubani e ostili a Washington; e l’interruzione della vendita di petrolio ai rivali degli Usa.

Lo riporta Politico citando alcune fonti dell’amministrazione, secondo le quali Washington si aspetta inoltre che Rodriguez faciliti lo svolgimento di elezioni libere e si faccia da parte. Le scadenze per esaudire le richieste americane sono flessibili.