Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Wanna Marchi e Stefania Nobile premiate in Campidoglio per i loro libri


Wanna Marchi e Stefania Nobile hanno ricevuto il Premio Internazionale della Cultura in Campidoglio per i loro libri. Il riconoscimento anni dopo la bufera giudiziaria

Wanna Marchi nel documentario Netflix

(di Sofia Biagini – cinemaserietv.it) – Wanna Marchi e Stefania Nobile sono state premiate in Campidoglio per i loro libri: madre e figlia hanno infatti ricevuto il P.I.C. – Premio Internazionale della Cultura durante la seconda edizione della manifestazione, che si è svolta il 23 settembre nella Sala della Protomoteca a Roma. Marchi è stata premiata per il libro La verità è che io cucino così, mentre Nobile ha ottenuto il riconoscimento per Vendere cara la pelle.

La cerimonia ha riunito oltre duecento ospiti e ha coinvolto personalità provenienti da diversi ambiti, dalla letteratura all’arte, passando per spettacolo, impegno sociale e istituzioni. La manifestazione è stata ideata dall’editore Alessandro Gian Maria Ferri insieme al presidente Silvestro Mucillo, mentre a condurre la seconda edizione sono stati Paola Delli Colli e lo stesso Ferri. Ad aprire l’appuntamento è stato il consigliere comunale Dario Nanni. Nel corso della serata sono stati assegnati riconoscimenti appartenenti a tre diverse categorie: P.I.C. – Premio Internazionale della Cultura, Voce Attiva della Cultura e Testimone della Cultura. Wanna Marchi e Stefania Nobile figurano entrambe nell’elenco dei premiati con il P.I.C., insieme ad autori e personalità come Gianfranco Sciscione, Maurizio Sorge, Lele Sarallo e Leonzio Borea.

Per Wanna Marchi il riconoscimento è arrivato grazie a La verità è che io cucino così. Qui non si pesa niente: l’unica misura è l’amore, il libro pubblicato nel 2026 nel quale l’ex regina delle televendite – coinvolta in controversie giudiziarie – racconta un lato decisamente diverso della propria vita. Si tratta di un volume dedicato alla cucina di casa e alle ricette preparate nel corso degli anni, costruito attorno a un approccio istintivo ai fornelli, senza bilance e quantità rigidamente stabilite.

Frame di Wanna che raffigura Wanna Marchi e Stefania Nobile

Diverso il libro per il quale è stata premiata Stefania Nobile. Vendere cara la pelle ripercorre la sua storia personale e il rapporto con la madre, tornando anche sugli anni che hanno trasformato Wanna Marchi e sua figlia in due dei personaggi più discussi della televisione italiana. Una vicenda segnata prima dal successo delle televendite e poi dalle inchieste giudiziarie che portarono entrambe in carcere.

Il riconoscimento arriva quindi a distanza di oltre vent’anni dal caso giudiziario che segnò definitivamente la loro immagine pubblica. Nel 2009 la Cassazione confermò le condanne definitive nei confronti di Marchi e Nobile nell’ambito della vicenda legata alle televendite di numeri del lotto e prodotti esoterici. Una storia tornata al centro dell’attenzione anche nel 2022 grazie a Wanna, la docuserie Netflix in quattro episodi dedicata alla loro ascesa e caduta.

Il P.I.C. nasce invece con l’obiettivo dichiarato di riconoscere persone e progetti capaci di contribuire alla cultura nelle sue diverse espressioni. Durante l’edizione 2026 sono stati nominati anche tre nuovi Ambasciatori della Cultura, Gabriele Mazzi, Daniela Vassallo e Massimo Marzi, mentre altri riconoscimenti sono stati assegnati nelle categorie Voce Attiva della Cultura e Testimone della Cultura.


Beppe Grillo è a Roma. Ricevimento all’ambasciata cinese


Il fondatore del Movimento 5 stelle, come anticipato dal Foglio, sarà nella capitale per alcuni giorni all’hotel Forum con l’obiettivo di incontrare diversi ex e continuare l’offensiva anti Conte

Immagine di Beppe Grillo è a Roma. Ricevimento all'ambasciata cinese

(di Gianluca De Rosa – ilfoglio.it) – Come anticipato dal Foglio nelle scorse settimane l’offensiva anti Conte di Beppe Grillo passa anche da un nuovo soggiorno a Roma. Dopo l’ospitata al podcast di Fedez, che molti hanno considerato nonostante i toni combattivi la rinuncia a tornare in campo, il comico ha pubblicato una foto sorridente per sottolineare: “Io non ho finito con la politica, sono sfinito dalla politica”. Adesso il fondatore del M5s torna a Roma per almeno un paio di giorni durante i quali, all’hotel Forum, incontrerà i pochi ex parlamentari e dirigenti del M5s che gli sono rimasti vicini. Intanto, come primo appuntamento, Grillo si è recato al ricevimento dell’ambasciata cinese. La passione per Pechino, d’altronde, è una sua vecchia fissa.


Alessandro Di Battista torna in tv: domani sarà ospite di Di Martedì


Alessandro Di Battista tornerà in tv domani durante la trasmissione Di Martedì: è la prima volta da ospite dopo il malore a Cuba.

Alessandro Di Battista torna in tv: domani sarà ospite di Di Martedì

(di Dario Conti – lanotiziagiornale.it) – Alessandro Di Battista ritorna in tv. Dopo il videomessaggio inviato la scorsa settimana, domani – martedì 29 settembre – l’ex deputato dei 5 Stelle sarà di nuovo ospite di Giovanni Floris a Di Martedì, su La7. Un ritorno attesissimo dopo il malore che l’ha colpito a Cuba e il successivo rientro in Italia, con ricovero al Policlinico Gemelli.

Di Battista sarà quindi tra gli ospiti della trasmissione di La7 e potrebbe anche raccontare, come lui stesso aveva preannunciato nel video della scorsa settimana, qualcosa in più di quello che gli è successo a Cuba e di quali sono le sue condizioni ora. Ma, sicuramente, Di Battista tornerà in televisione anche e soprattutto per tornare a commentare e analizzare i temi di attualità e di politica, come ha sempre fatto nei precedenti mesi.

Il ritorno di Di Battista in tv dopo il malore a Cuba

Un ritorno, per quanto possibile, alla normalità, che sicuramente verrà accolto molto positivamente dai tanti che si sono preoccupati per le sue condizioni di salute. Di Battista si è mostrato per la prima volta in tv, dopo il malore, in un contributo video andato in onda proprio durante Di Martedì. Il primo messaggio pubblico, a parte quelli sui suoi social, dopo il malore del 28 agosto, l’operazione d’urgenza a Cuba e il successivo rientro in Italia il 12 settembre. Di Battista oggi ha commentato un post di Andrea Scanzi, ironizzando sull’errore del Corriere della Sera che aveva pubblicato una card in cui si parlava della morte dell’ex deputato pentastellato: “Speriamo bene”, ha scritto sotto il post del giornalista lo stesso Di Battista.

La puntata di domani di Di Martedì si concentrerà sulle analisi della situazione di maggioranza e opposizione in vista delle prossime elezioni. Ma non mancheranno discussioni sul caro carburanti, sul consenso del governo, sulle elezioni suppletive della Camera e Reggio Calabria e sui conflitti internazionali.


Le ombre sulla Socar


(Roberto Saviano) – Da oggi la benzina alle pompe IP costa meno. Lo ha deciso Socar, compagnia petrolifera di Stato azera, che a maggio ha comprato Italiana Petroli. Meloni ha ringraziato.

Prima di dire grazie, ascoltate chi su Socar aveva acceso la luce anni fa. Si chiamava Daphne Caruana Galizia. L’hanno uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017. Si chiedeva perché, nel 2013, la nuova centrale a gas di Malta finisse in mano a Socar. Un’isola europea legata al petrolio del regime azero, che Foreign Policy, in un articolo da lei ripubblicato, chiamava «Corruptistan». Si chiedeva chi ci fosse davvero dietro Socar, sapendo che fino al 2012 metà della sua holding di trading, registrata a Malta, era di due offshore. Guardava i ministri maltesi volare a Baku e i funzionari Socar atterrare a Malta, accolti in pista dalle limousine.

Secondo JAMnews, piattaforma di informazione sul Caucaso, Socar comprava gas da Shell per circa 113 milioni di dollari e lo rivendeva a Electrogas per circa 153. Times of Malta, scrive che quel gas veniva rivenduto a prezzi più alti, con un sovrapprezzo sulle bollette. Socar ha risposto che la gara era stata «equa e aperta».

Nel 2025, scrive il Times of Malta, un’inchiesta della magistratura maltese ha raccomandato di incriminare Socar Trading: secondo gli inquirenti avrebbe corrotto un ex ministro dell’energia e un ex capo di gabinetto del governo per far passare l’affare Electrogas, di cui era socia e fornitrice. I due sono imputati e si dichiarano non colpevoli. Socar non è tra gli imputati e non ha condanne. Sempre la medesima inchiesta del Times of Malta scrive che la 17 Black, società di Dubai di Yorgen Fenech, doveva far arrivare le tangenti dell’affare a esponenti del governo. Di questo si occupava Daphne prima di morire.

Fenech è imputato per corruzione e si dichiara non colpevole. Il 2 settembre è stato assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Daphne, anche se lo accusava l’intermediario tra il mandante e il killer. Evidentemente la giuria maltese non lo ha ritenuto attendibile.

Ma le domande di Daphne sono ancora tutte lì, inevase. E oggi arrivano fino ai nostri distributori.


Caro gasolio, in Sicilia si fermano tir, trattori e pescherecci: distribuzione delle merci a rischio


Oggi il corteo degli agricoltori, gli autotrasportatori e gli armatori preparano la serrata

Caro gasolio, in Sicilia si fermano tir, trattori e pescherecci: distribuzione delle merci a rischio

(di Gioacchino Amato – repubblica.it) – I trattori degli agricoltori in strada, gli autotrasportatori pronti a fermare il traffico delle merci dal 16 al 20 ottobre, i pescatori che annunciano lo sciopero e si preparano a bloccare lo Stretto di Messina il 22 ottobre con 100 pescherecci. In Sicilia il caro carburante scatena le proteste delle principali categorie produttive: hanno iniziato a manifestare gli agricoltori che hanno rallentato il traffico sulle statali Palermo – Agrigento e Catania – Gela con i loro trattori.

«Chiediamo un tetto per il prezzo del gasolio agricolo – spiega Franco Calderone di Agrisat al presidio di Bolognetta nei pressi di Palermo – ogni trattore ha bisogno di un pieno da 300 euro per un giorno di lavoro. Il prezzo del grano è sceso a 20 centesimi al chilo mentre agli agricoltori ne costa 30. Per questo nel pieno del periodo della semina tutte le aziende sono ferme. Il granaio d’Italia, quest’anno, rischia di non produrre neanche un chicco».

Accanto agli agricoltori in strada i sindaci dei comuni del Palermitano e dell’Agrigentino: Bolognetta, Campofelice di Fitalia e Racalmuto e il primo cittadino di Gela, Terenziano Di Stefano che propone: «Nei nostri territori si estraggono e si lavorano idrocarburi, per questo sono previste le royalties. Una parte di queste dovrebbero andare subito a produttori e autotrasportatori».

Proprio quello del trasporto su gomma è l’altro fronte caldo della protesta in una regione dove le merci viaggiano soprattutto su strada e sui tir imbarcati nei traghetti. Le grandi aziende siciliane della logistica che trasportano il 90% delle merci fra Sicilia e resto d’Italia, dopo settimane di trattative, annunciano la serrata da venerdì 16 ottobre a martedì 20.

Si sono riunite nel Comitato trasportatori siciliani guidato da Salvatore Bella: «Non avendo avuto nessun riscontro da parte del governo nazionale alla nostra richiesta di intervento sul caro carburante e nessuna notizia relativa ai pagamenti del Sea Modal Shift – spiegano – il Comitato autotrasportatori siciliani ha proclamato il fermo dei trasporti e non movimenterà i propri semirimorchi nei porti della Sicilia a partire delle 00.01 del 16 ottobre per 5 giorni fino alla mezzanotte del 20 ottobre».

Un fermo che potrebbe anche proseguire a oltranza: «Rimarremo fermi con i nostri camion nei nostri piazzali fino a quando il governo non ci darà delle risposte. Oggi lavorare in perdita con il gasolio a 2,40 euro al litro non è più possibile. Le perdite per le aziende vanno dai 700 ai 900 euro al giorno per ogni camion. Stiamo accumulando perdite che stanno mettendo a rischio le nostre aziende».

Non sono bastati i 15 milioni di euro messi sul piatto dal governo regionale guidato da Renato Schifani: «Si tratta di una mancetta – dice Sergio Stracquadanio, della Cna Fita che raggruppa i “padroncini” – In Sicilia ci sono 8.822 imprese del settore trasporti e di queste 6.195 sono piccole e medie. Ci vogliono misure strutturali, non contributi una tantum perché il 70% delle microimprese del settore trasporto si sta già fermando, rischiano di chiudere entro la fine dell’anno».

Sul piede di guerra anche i pescatori con le marinerie di Sciacca e Porto Empedocle che durante un’assemblea pubblica al porto di Sciacca hanno deciso di non riprendere il mare alla fine del fermo biologico. La Federazione armatori siciliani, invece, ha organizzato una mobilitazione nazionale il 22 ottobre alla quale hanno aderito 43 marinerie italiane, dalla Liguria alla Campania: «Ci prepariamo a bloccare lo Stretto di Messina – annuncia Fabio Micalizzi – definiremo con le autorità competenti il numero delle imbarcazioni e gli aspetti. Prevediamo la partecipazione di almeno 100 pescherecci della Sicilia e della Calabria».

Davanti a questa emergenza la Cgil Sicilia ha aperto una vertenza con i governi nazionale e regionale: «Chiediamo al governo nazionale l’introduzione di una accisa mobile sui carburanti, e alla Regione un Fondo regionale contro il caro carburanti, destinato prioritariamente ai lavoratori pendolari e alle famiglie a basso reddito, utilizzando anche, nel rispetto della normativa vigente, una parte delle risorse derivanti dalle attività energetiche presenti nell’Isola. Proponiamo che nelle variazioni di bilancio si preveda un fondo di 200 milioni, che venga poi implementato a 400 milioni nella Finanziaria 2027. Bisogna accelerare gli investimenti in fotovoltaico e comunità energetiche e infine al governo nazionale e alla Regione il sindacato chiede un meccanismo strutturale di compensazione dell’insularità e il ripristino del fondo perequativo di 4 miliardi a sostegno dell’intero Mezzogiorno».


I riformisti Pd, pro-guerra ma senza voti, puntano sulla linea del ricatto


Non vogliono farsi imporre la linea in politica estera da Giuseppe Conte ma loro sì che vogliono imporla. I toni usati a Prato non sono stati quelli di un confronto politico

I riformisti Pd, pro-guerra ma senza voti, puntano sulla linea del ricatto

(Domenico Valter Rizzo – ilfattoquotidiano.it) – Lo hanno detto chiaro e tondo. Il Pd non può farsi dettare la linea da un partito che ha la metà dei suoi voti. Affermazione forte, che arriva da una pattuglia di parlamentari, eletti solo grazie ai voti del Partito Democratico in collegi blindatissimi, che invece la linea al PD vuole imporla, “anche facendo i disegnini se necessario”.

Dalla piccola Casa del Popolo sul Bisenzio parte dunque un fermissimo No alla dittatura politica di Conte. La linea in politica estera alla coalizione e soprattutto al PD non possono imporla Conte, Fratoianni e Bonelli. Deve invece essere imposta da loro che da soli non raccoglierebbero neppure i voti per diventare capocondominio. Un ragionamento, piuttosto difficile da comprendere. Ma tant’è.
Somigliano un po’ a quelli che Dante chiamava “botoli ringhiosi”; hanno l’arroganza, di rappresentare un centro che non esiste più nella società.

I toni usati a Prato non sono stati quelli di un confronto politico. Sono stati piuttosto quelli di una piccola fazione – molto rumorosa grazie al sostegno dei principali media – che pretende di imporre una linea, soprattutto in politica estera che ha scarsissimo seguito nell’elettorato e nel PD, per non parlare del resto della coalizione. Una pattuglia che fino ad oggi è andata in direzione ostinata e contraria rispetto alle principali scelte politiche: si è schierata per il Si al referendum sulla magistratura, si è schierata sempre a sostegno di Netanyahu e di Israele, fino alla clamorosa provocazione a Milano per il 25 aprile e a sostegno del vergognoso decreto sull’antisemitismo. Soprattutto sono schierati, senza se e senza ma, per una politica bellicista, favorevole al riamo e al sostegno militare a Zelensky.

Piazzapulita, nell’ultima puntata ha pubblicato un sondaggio che mostra come il 65% degli italiani sia categoricamente contrario all’invio di altre armi all’Ucraina. Gori, Guerini, Delrio e il resto della compagnia, però di ciò che pensa la maggioranza degli italiani, semplicemente se ne fregano. La linea invalicabile per loro è la guerra, vista come unica strada per arrivare alla pace, qualunque trattiva è equiparata ad una resa. L’unico epilogo è sconfiggere militarmente la Russia, allungando ancora per anni la guerra e magari estendendo il conflitto alla Nato, con buona pace della trattativa diplomatica (unica via da percorrere secondo la Costituzione per risoluzione dei conflitti) e deve continuare anche lo svuotamento delle casse pubbliche per inviare soldi e armi a Zelensky, foraggiando così l’industria bellica non solo italiana. Perché, è bene ricordarlo, stiamo parlando sempre di soldi e di interessi economici. Soldi delle nostre tasse, sottratti al Paese, al welfare, alla sanità, alla scuola, alla sicurezza e a tutte le cose che servono davvero agli italiani.

L’arma usata è quella di sempre: il ricatto della scissione. Il “noi ce ne andiamo”. Un’arma che però Pina Picierno (in foto, quando era ancora nel Pd – ndr) ha spuntato qualche mese fa, quando ha sbattuto la porta, senza provocare particolari effetti e finendo “randagia” alla ricerca di una collocazione e di una futura rielezione, difficile senza i voti del partito. Ciò nonostante si è detto pronto all’abbandono Emanuele Fiano, se il PD alla Camera confermasse il voto contrario al decreto sull’antisemitismo, che fa diventare reato, la critica alle politiche di Israele e di Netanyahu. Fiano, già solo con l’annuncio, ha suscitato un’esplosione di irrefrenabile esultanza tra iscritti ed elettori.

I Riformisti possono contare ad oggi su cinque deputati, sei senatori e un eurodeputato. Nessuno di costoro, fuori dalle liste del PD, può lontanamente ipotizzare di essere rieletto, salvo approdare alla corte di Marina Berlusconi o di un Calenda che però offre poco appeal elettorale. La pattuglia riformista punta però lo stesso a ricattare. Lo faranno anche alla Direzione del Pd. Vorranno imporre anche le loro regole sulle primarie, con Gori, fresco di scomposto attacco a Virginia Libero, pronto a correre, pettinato ed elegante, come antidoto alla sinistra.

Una linea pericolosa, però perché, oltre che sul sostegno scontato dei principali media, spera sul sostegno, sottobanco, di Renzi. Sostegno che non può mai essere scontato, conoscendo la spregiudicatezza del senatore di Scandicci e il suo fiuto per cogliere la direzione del vento.

Asserragliati sulla linea del Bisenzio, sognando uno sfondamento, può portare ad una Caporetto ai gazebo. A quel punto l’uscita dal Pd, non sarebbe più un’orgogliosa e sprezzante scissione, ma una rovinosa fuga.


La caccia è una vigliaccheria: così si incentivano comportamenti dominanti e di controllo


Ricerche che valutano le differenze psicologiche tra cacciatori e non cacciatori evidenziano una autovalutazione significativamente più alta dell’aggressività nei cacciatori rispetto ai non

La caccia è una vigliaccheria: così si incentivano comportamenti dominanti e di controllo

(Patrizia Mattioli, Psicologa e psicoterapeuta – ilfattoquotidiano.it) – La caccia è una barbarie, un comportamento primitivo, che non ha motivo di esistere oggi. Un’attività in passato forse necessaria per la sopravvivenza, oggi inutile e insostenibile per l’ambiente. La ricerca antropologica ci dice che la caccia soprattutto a grandi prede forniva troppo cibo, difficile da conservare senza gli strumenti moderni.

Oggi si discute su quanti animali si possano abbattere, su quali riserve si possano ampliare, di allungare i periodi di caccia, ma non della questione fondamentale, ovvero perché un paese civile consente e organizza la violenza “sportiva” contro gli animali? Cosa c’è poi di sportivo, quali abilità, nel rincorrere e uccidere animali con gli strumenti più affinati, magari traendoli in inganno con un conspecifico vivo che gli manda un richiamo di aiuto? Sparare a chi scappa per sopravvivere è una vigliaccheria, altro che sport.

Le principali motivazioni che si nascondono dietro questo “passatempo” superfluo, dispendioso e insostenibile per l’ambiente, devono essere altre. Deve esserci una realizzazione interiore, una dimostrazione effimera che dura il tempo di uno sparo, di quanto si è potenti, di quanto si domina e si controlla la natura. Il bisogno di potere, di avere influenza sugli altri esseri viventi è un motivazione forte per l’essere umano, ritenuta psicologicamente efficace a spingere un cacciatore ad esserlo, che ne sia consapevole o meno.

La caccia offre lo spazio per realizzare questo bisogno perché definisce l’uccisione non come violenza verso la natura, ma paradossalmente come connessione con essa. Ma il contatto con la natura non giustifica in alcun modo l’uccisione e può e deve avvenire senza la sofferenza di un altro essere vivente. Ricerche che valutano le differenze psicologiche tra cacciatori e non cacciatori evidenziano una autovalutazione significativamente più alta dell’aggressività nei cacciatori rispetto ai non, con la tendenza a prediligere strategie dominanti di fronte ai conflitti e ad avere scarsa empatia verso gli animali. La scarsa empatia è poi direttamente proporzionale all’esperienza di caccia: più il cacciatore va a caccia, più si desensibilizza.

Ricapitolando, al di là delle differenze individuali, quello che accomuna i cacciatori è il bisogno di dominio e ammirazione a scapito di altri esseri viventi, il bisogno di controllo e di strumentalizzare la natura che è considerata al mero servizio dei propri obiettivi personali, come avviene nella manipolazione della narrazione sulla “gestione della fauna selvatica” e la “protezione delle greggi” per eliminare lupi, orsi o linci. Qui non è tanto la paura degli attacchi al bestiame, ma della funzione regolatrice che svolgono queste specie e che di fatto azzera uno dei principi legittimanti della caccia: un lupo, un orso o una lince vengono allora percepiti come concorrenti e vanno eliminati.

La disposizione a uccidere animali volontariamente e senza necessità è correlata a schemi di personalità che in altri ambiti sarebbero considerati fattori di rischio.

Gli animali e la natura hanno bisogno di protezione. Sono già fortemente penalizzati dai cambiamenti climatici, dagli incendi, dallo sfruttamento del suolo, dall’inquinamento, da dover ostacolare qualsiasi legge che li danneggi ulteriormente. Il benessere degli animali e della natura riguarda tutti noi.
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Un sondaggio recentissimo della Ipsos Doxa conferma quello che precedenti indagini avevano già rivelato: solo il 3% degli italiani chiedono di incentivare la caccia, ripeto solo il 3%, contro il 91% che la pensa diversamente: manterrebbe la legge sulla caccia com’è oggi (17%), pensa che la caccia vada fortemente ridotta (13%) o limitata a pochi casi di emergenza (34%), vorrebbe abolirla (27%). Solo il 6% non ha un’opinione precisa al riguardo.

La tutela della natura e dell’ambiente è un tema importante per gli italiani, trasversale rispetto alle diverse appartenenze politiche, c’è una sensibilità generale verso la protezione della natura e degli animali che la abitano: possibile che non si riesca a perseguirla?


La benzina, la Cina e il cambio di paradigma


(Tommaso Merlo) – Dal benzinaio paghiamo l’aggressione illegale americana all’Iran, un paese colpevole di essere farcito di petrolio e dare fastidio alle lobby che infestano Washington. A differenza delle altre guerre a vanvera, questa non la paghiamo solo coi miliardi di soldi pubblici che finiscono in bombe invece che in scuole ed ospedali, ma anche quando dobbiamo mettere mano al portafoglio per tirare avanti. E mentre noi ci impoveriamo, la bulimica lobby della guerra ingrassa. Stiamo assistendo ad un epocale trasferimento di ricchezza dai cittadini ad una cerchia sempre più ristretta di privilegiati. Benvenuti nell’era della Repubblica capitalista, oligarchica e guerrafondaia. Un sistema che garantisce sempre più profitti ai ricchi e scarica tutti i costi suoi comuni mortali. Ma non dobbiamo perdere la speranza, l’impero americano sta crollando e la Cina ha molto più sale in zucca. Xi in confronto a Trump sembra Confucio ma del resto per fare politica ad alti livelli in Cina servono titoli accademici e decenni di gavetta sul campo, un lungo percorso meritocratico perché dare in mano un paese a degli ignoranti ed inetti e magari pure corrotti e rimbambiti dall’età, è da pazzi. Negli Stati Uniti per fare politica ad alti livelli servono invece soldi, cinismo e spudoratezza. Chi è ricco è considerato migliore e capace di tutto, anche di fare politica come se un paese fosse un’azienda e la società un mercato e gli altri paesi concorrenza o nemici da annientare. Una deriva palese grazie a Trump. Gli Stati Uniti sono diventati una Repubblica capitalista fondata sul consumo la cui sovranità appartiene alle lobby oligarchiche che la esercitano nei limiti dei loro interessi egoistici. Al tavolo d’onore con Xi e Trump c’era anche Elon Musk e non certo per caso. Le migliori auto elettriche al mondo sono prodotte dal colosso cinese BYD le cui auto però sono addirittura bandite negli Stati Uniti nonostante in confronto le Tesla sono dei costosissimi rottami, o meglio proprio per questo. Il famoso mercato libero almeno fino a quando conviene agli oligarchi che in caso contrario lo imprigionano e non si fanno certo scrupoli a mungere la mammella statale. Repubblica capitalista ed oligarchica fondata sull’ipocrisia e la fregnaccia epocale della “mano invisibile” del mercato che trasforma magicamente l’egoismo dei singoli individui nel maggior benessere possibile per l’intera società. Già, come no, oligarchi come Musk hanno accumulato più soldi d’interi paesi in cui milioni di persone lottano per sopravvivere. Davvero una pazzia. E non bastandogli più sfruttare il lavoro, gli oligarchi sono passati a sfruttare anche lo stato comprandosi la politica oramai ridotta a marketing col compito di infinocchiare le masse convincendole che contano ancora qualcosa e ricevendo in cambio onorevoli poltrone. Ma tira aria di cambio di paradigma e dalla “mano invisibile” stiamo passando ad un mega dito medio e sempre più visibile anche grazie alle imprese di Trump e soci. Già, non dobbiamo perdere la speranza, l’impero americano sta crollando e la Cina ha molto più sale in zucca. In Cina hanno capito che la libertà di mercato funziona per aziende e prodotti in quanto stimola innovazione e riduzione dei prezzi, ma non funziona affatto per persone e società. La competizione genera sviluppo economico ma non umano e sociale, anzi, l’opposto. Per questo in Cina il timone lo mantiene la politica e quindi non prevale la mera logica del profitto ma un pensiero più lungimirante, profondo e sensibile. Mentre gli Stati Uniti sono in balia di una cricca di oligarchi che reagisce scompostamente al caos che crea, la Cina è governata da classi politiche competenti e che portano avanti un progetto collettivo di lungo periodo che include la pianificazione e la regolazione del mercato affinché serva davvero l’interesse pubblico e non solo quello privato. Fatti. Negli Stati Uniti mangiano porcherie chimiche per i profitti dell’industria alimentare e si svenano in medicine o crepano sul divano per i profitti dell’industria farmaceutica e quella sanitaria. E che dire dei profitti dell’indotto delle armi e quindi della guerra che hanno trasformato le strade americane e il mondo intero in un Far West. In Cina hanno capito che ad essere centrale deve essere lo stato e non il mercato. La politica deve prevalere sull’economia in modo da usare il capitalismo invece di venirne usati. Il mercato deve essere sufficientemente libero per generare sviluppo economico ma lo sviluppo sociale spetta alla politica. Solo così prevale il bene pubblico sugli egoismi privati e si maturano decisioni sagge invece di garantire sempre più profitti ai ricchi e scaricare tutti i costi suoi comuni mortali. Ma i cinesi seguono la loro strada e noi dobbiamo seguire la nostra sfruttando l’epocale cambio di paradigma per riconquistare una pace anche sociale attraverso una equa distribuzione delle risorse e una democrazia autentica.


La grande crisi dei carburanti è arrivata, scorte sotto i minimi di sicurezza


(Giorgia Audiello – lindipendente.online) – In seguito al blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e all’esaurimento delle riserve, la crisi internazionale dei carburanti non è più solo uno spettro che minaccia l’economia globale, ma è una realtà che sta gettando i mercati internazionali sull’orlo di una importante crisi logistica. Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo la quale i vertici delle compagnie petrolifere statunitensi stanno avvertendo della criticità della situazione, esasperata dal fatto che – almeno per ora – non si intravede una via d’uscita. Mike Wirth, l’amministratore delegato di Chevron, ha spiegato che i fondamentali cuscinetti di sicurezza, che in passato permettevano al sistema di assorbire improvvisi cali di produzione, sono oggi in larga parte esauriti. Anche la Cina, che aveva accumulato scorte record di petrolio nel 2025, potendo così inizialmente attutire la crisi globale dei carburanti, si trova ora a dover affrontare una diminuzione eccezionale delle riserve strategiche di petrolio, suscitando timori per un possibile ritorno delle restrizioni alle esportazioni di benzina e diesel.

Il blocco prolungato del canale che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran – aperto prima degli attacchi di USA e Israele – e la chiusura di altre infrastrutture strategiche della regione – come l’oleodotto Est-Ovest saudita – hanno determinato un grave rallentamento dei flussi di petrolio, mentre gli attacchi alle raffinerie e agli impianti petroliferi hanno causato un blocco nella produzione. Il danneggiamento dell’oleodotto saudita, provocato da un attacco con droni lanciato dall’Iraq l’11 settembre scorso, si stima abbia sottratto al mercato petrolifero circa 2,5 milioni di barili al giorno. L’infrastruttura, che collega il Golfo Persico al Mar Rosso per un’estensione totale di 1200 chilometri, è stata riaperta lo scorso 22 settembre, inizialmente a portata ridotta. Questo scenario, insieme agli attacchi alle raffinerie russe da parte dell’esercito ucraino e alle richieste di alcuni esponenti repubblicani di limitare le esportazioni statunitensi di diesel (ipotesi che la Casa Bianca ha fino ad ora escluso) sta esacerbando la situazione energetica globale, con pesanti ripercussioni sull’economia. Il prezzo del petrolio negli Stati Uniti ha raggiunto picchi notevoli rispetto agli ultimi anni: attualmente, il costo di riferimento per il mercato statunitense, il WTI (West Texas Intermediate), si attesta tra i 92,50 e i 96,00 dollari al barile, in lieve flessione nelle ultime sedute (dopo aver scambiato intorno ai 94 dollari). Tuttavia, il prezzo del petrolio in USA resta in forte rialzo rispetto allo scorso anno, registrando una crescita superiore al 40%. La carenza di carburante o gli alti prezzi per il suo acquisto non rischia solo di esacerbare l’inflazione, ma anche di compromettere la sicurezza alimentare globale.

In questo contesto, si aggiunge poi il problema della Cina: se, infatti, all’inizio della guerra il Paese aveva attinto alle sue scorte record di carburante (stimate dall’EIA nella cifra di 1,4 miliardi di barili), congelando gli acquisti sul mercato spot e raffreddando quindi la domanda globale, ora anche Pechino si trova a dover affrontare un calo importante delle riserve strategiche. Secondo Reuters, a settembre 2026 le scorte commerciali di prodotti raffinati si sono fortemente assottigliate: quelle di benzina si troverebbero al minimo dal 2011 e quelle di diesel dal 2015. Allo stesso tempo, proprio per via delle interruzioni nei flussi e nella produzione, i prezzi del petrolio in Cina hanno raggiunto livelli record. Questo contesto sta facendo sì che Pechino cerchi canali di approvvigionamento alternativi a quelli mediorientali e russi, in una corsa all’accaparramento di barili che sta alimentando ulteriormente la domanda (e, dunque, l’aumento dei prezzi) sia in Cina che nel resto del mondo. Per queste ragioni, il ripristino dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz è diventato una priorità economica e diplomatica urgente per Pechino. Tuttavia, durante i colloqui tra il presidente USA Donald Trump e quello cinese Xi Jinping, svoltisi giovedì alla Casa Bianca, non si sono registrati passi avanti significativi sulla questione: il presidente cinese ha ribadito il suo sostegno al ritorno a un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran, volto a spianare la strada a un accordo di pace più ampio, senza tuttavia aderire pubblicamente alla strategia americana di isolamento dell’Iran e chiedendo piuttosto il ritorno al memorandum di giugno.

Allo stesso modo, anche in Europa la crisi ha eroso parte dei margini di sicurezza, sebbene la Commissione UE abbia dichiarato a settembre che le scorte commerciali e d’emergenza restano sufficienti. Negli Stati Uniti, le scorte di petrolio sono scese sotto i 285 milioni di barili a settembre 2026, toccando i livelli prossimi ai minimi pluridecennali secondo i dati del Dipartimento dell’Energia. In mancanza di un rapido accordo tra USA e Iran, dunque, l’economia globale si ritrova ad affrontare un blocco dei carburanti che non può più essere arginato con palliativi come l’immissione di scorte d’emergenza o interventi politici.


La benzina e il mantra europeo della concorrenza


(Dario Raffone – lafionda.org) – L’ENI ha deciso che per 30 giorni, forse prorogabili, applicherà il cosiddetto price cap alla pompa. In sintesi, venderà il carburante a prezzi inferiori a quelli attualmente praticati sul mercato finale.

Non è chiaro se questa iniziativa indurrà le altre compagnie petrolifere e i rivenditori privati ad adeguarsi. Forse potrebbero farlo, considerato il carico speculativo che contribuisce a determinare gli inauditi prezzi di oggi. Ma non sembra essere questo l’orientamento, dal momento che si tratta di un’iniziativa che rompe gli equilibri del mercato con un atto che Assopetroli (la Confindustria dei petrolieri) ha già bollato come pratica distorsiva.

Si potrebbero fare anche alcune considerazioni sul piano del diritto. Gli azionisti dell’ENI, che costituiscono una minoranza assai frammentata (oltre 230.000, mentre circa il 32% delle azioni è detenuto dallo Stato), potrebbero promuovere un’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori ai sensi dell’art. 2392 e seguenti del codice civile per i mancati introiti dovuti alla riduzione del prezzo, sia pure al netto di un probabile incremento delle vendite. Si tratta, infatti, di una riduzione del prezzo di vendita dettata da finalità del tutto estranee a quella che gli esperti, e anche la Cassazione, definiscono business judgment rule, vale a dire il principio secondo cui non sono sindacabili le scelte degli amministratori per il solo fatto di avere prodotto conseguenze dannose che non erano inizialmente prevedibili come tali. Qui, ovviamente, il discorso è diverso, in quanto le conseguenze sono previste e volute.

Al di là di questi improbabili scenari, va però detto chiaramente che non è questa la strada per affrontare il problema dei costi ormai insostenibili dei carburanti. Questa vicenda dimostra ancora una volta, ammesso che ce ne fosse bisogno, l’inadeguatezza, se non la meschineria, del nostro Governo, che preferisce accordi sottobanco come questo a una presa di posizione chiara erga omnes. E autorizza anche a chiedersi quale sarà il prezzo da pagare in favore degli amministratori dell’ENI o della stessa società.

Per una sorta di comica – o tragica – coincidenza, questa vicenda, del tutto anticoncorrenziale, si materializza proprio mentre l’UE sta per regalarci un’altra delle sue importanti novità: il cosiddetto 28° regime, EU Inc., la cosiddetta «società europea».

Un nome scelto non a caso, quasi a voler indicare la costituzione di un soggetto ulteriore rispetto a quelli già presenti nei 27 Stati dell’Unione.

L’evidenza ideologica di tale scelta si commenta da sé.

Si tratta di un regolamento per la costituzione di una società commerciale, composta anche da una sola persona e a responsabilità limitata perché dotata di personalità giuridica, la cui costituzione sarebbe automaticamente valida in tutta l’UE, a costi minimi e attraverso procedure interamente digitalizzate.

A Bruxelles si pensa, con questo nuovo strumento, di rilanciare la competitività e la concorrenzialità delle imprese europee, puntando in particolare sulle cosiddette start-up innovative e costruendo una regolamentazione – come al solito oscura e tecnicamente non inappuntabile, con ben 107 articoli – che consenta agli investitori di muoversi senza «lacci e lacciuoli», cercando di imitare la regolamentazione del mitico Stato americano del Delaware.

La concorrenza, come è arcinoto, è il mantra fondamentale dell’UE.

La signora von der Leyen, nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, ha detto che saranno stanziati, per il fine sopra indicato, cinque miliardi di euro, di cui uno solo pubblico. Gli altri quattro dovranno provenire da banche, assicurazioni e investitori privati. Quanto alle prime, ha testualmente affermato che in esse si deve risvegliare «l’appetito per il rischio e non per la stabilità».

La tragedia del 2008 dimenticata con una sola frase.

Ma la cosa più strabiliante è la modestia della cifra che si intende mettere a disposizione per il rilancio della competitività europea, soprattutto se confrontata con le somme impegnate da altri Paesi, come la Cina e gli Stati Uniti. La prima dispone di un fondo per i semiconduttori, istituito nel 2014 e che quest’anno ha ricevuto una terza tranche di 44 miliardi di euro. I secondi impegnano 52 miliardi di dollari in sussidi attraverso il CHIPS Act e centinaia di miliardi in crediti fiscali, senza contare i dazi contro coloro – Unione Europea compresa – che cercano di regolamentare il commercio digitale, intelligenza artificiale compresa.

La situazione, per noi italiani, è drammatica: siamo bloccati in un guado apparentemente insuperabile. Da un lato, un’organizzazione, l’UE, che, dimentica di essere fondata su trattati tra Stati, pretende di regolare minuziosamente attività e aspetti della vita quotidiana, dalle dimensioni delle uova in su, quasi fosse uno Stato unitario, ma dalla quale, complice anche il nostro enorme debito pubblico, è praticamente impossibile uscire senza conseguenze sociali devastanti.

Dall’altro lato, ci troviamo in una situazione di crisi economica derivante, oltre che da limiti nostri, anche da una condizione di dumping economico-fiscale voluta da Bruxelles, il cui Parlamento, unico al mondo privo di iniziativa legislativa, ha il grande lusso di poter traslocare frequentemente tra Strasburgo e Bruxelles, così da non disturbare le ridicole pretese di grandeur della Francia.

Rimane, quindi, una sola strada: quella che recentemente è stata indicata con chiarezza come la «necessità della politica»[1]. Politica con la P maiuscola. Un lavoro enorme, considerati i vuoti balbettii del cosiddetto «campo largo», che dà l’impressione di avere come unico obiettivo quello di perdere le prossime elezioni.

Un lavoro che punti soprattutto sui giovani e sul forte desiderio di pace e di giustizia sociale.

Un lavoro da seminatori, improbo e oscuro.

Ma questo è il tempo che ci è dato da vivere.


[1] Carlo Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina Editore, 2026.


Pestaggi e odio di ricino, le ronde al tempo di Meloni


«Unitevi a noi», uno slogan che si trova sempre più spesso sui profili social degli estremisti picchiatori. Le “passeggiate per la sicurezza” crescono. I capi si sentono legittimati dal lessico della destra al potere

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – «Se anche voi siete incazzati neri unitevi a noi, noi siamo un gruppo di padri di famiglia i quali si battono per riportare i nostri quartieri alla normalità… faremo di tutto, faremo dei presidi, faremo delle camminate per contrastare queste attività illecite».

AAA rondisti cercasi. Requisiti? Ne basta solo uno: la voglia cieca di farsi giustizia da sé. Per il resto serve incarnare lo spirito del tempo e sentirsi investiti di un ruolo quasi per discendenza sovranista. Una legittimazione, quest’ultima, che deriva dal lessico utilizzato anche da chi è al governo da quattro anni: deportazioni (remigrazione), guerra allo straniero, pericolo islamizzazione.

Tuttavia in questa sinergia ideale si ritrova anche il più grande paradosso della destra al potere che fa della sicurezza la sua bandiera elettorale. Da un lato si grida all’invasione di criminalità straniera e allo stesso tempo si fa propaganda sulla percezione dell’insicurezza. Il risultato? Bande di estremisti che cercano visibilità, vendendo nei quartieri la loro offerta di sicurezza fai da te.

L’ultimo caso in ordine di tempo? È a Roma. Quartiere Tor Sapienza, periferia est della capitale. Giovedì scorso i residenti sono scesi in piazza a manifestare proprio contro il degrado, l’insicurezza e i rider, accusati di spacciare. «Il fentanyl è tra le nostre strade», il grido d’allarme poi smentito dalla Questura. Che rassicura: «In città la sostanza non è mai stata sequestrata».

Eppure la protesta, sostenuta anche da politici di Fratelli d’Italia e da influencer come Simone Carabella e Massimiliano Zossolo di Welcome to Favelas, ha avuto un grande seguito: presenti anziani fino alle famiglie con bambini. In testa al corteo il tassista Gianluca Garofalo, creatore del gruppo “Tor Sapienza sicura”, che al Messaggero ha raccontato che nel quartiere «siamo assediati e siamo apolitici, apartitici, vogliamo solo sicurezza». Curioso che solo ad agosto scorso Garofalo, sui social, parlasse della necessità di «un governo militare guidato dal Generale (Vannacci, ndr)». «Avete voluto l’inclusione? Beccatevi questo. La razza italica sta scomparendo», scriveva il simpatizzante di Futuro nazionale.

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Siamo patrioti

Ma torniamo all’annuncio con cui si cercavano “rondisti”: è del lontano 2024 e l’ha scritto Francesco Masciandaro, detto Frank Mascia, accusato dalla procura di Torino insieme ad altre sette persone di istigazione a delinquere, apologia di delitti, usurpazione di funzioni pubbliche e violenza privata.

Sempre tre anni fa l’ex pugile, fruttivendolo di professione ma con velleità politiche, «accerchiava» con gli altri all’interno di un parco un cittadino di origine straniera «che si trovava seduto su di una panchina a fumare uno spinello, colpendolo con un bastone in legno e degli sfollagente in metallo alla testa, al volto, al torace, sui genitali, spruzzandogli dello spray al peperoncino che gli causava un forte bruciore agli occhi e annebbiamento della vista».

Per questi e altri fatti nelle scorse settimane il pm Davide Pretti ha chiuso le indagini nei confronti del gruppo che organizza perlustrazioni per i quartieri delle città italiane, chiamando a raccolta i «patrioti», con l’obiettivo dichiarato di «rendere il paese più sicuro poiché le Forze dell’Ordine – si legge negli atti – hanno le “mani legate” e non riescono a contrastare adeguatamente le violenze e la criminalità in genere». Ma nonostante il 415bis, l’atto che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, il gruppo non s’è fermato. I primi di settembre, solo per fare un esempio, Mascia ha pubblicato su TikTok un video in cui si aggira all’interno e all’esterno della stazione centrale di Milano. Dice di aver concluso la sua ronda, e poi alla vista di uno straniero grida: «Tu qui non puoi stare».

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Squadrismo

È, dunque, un’auto investitura quella dei rondisti. Tutti accomunati dal desiderio di «estirpare e sradicare questo cancro della società». Un movimento neo squadrista, che, come detto, si professa non legato alle «retoriche estreme», a CasaPound o a Forza nuova. Eppure negli atti della Digos del capoluogo piemontese è annotato un messaggio che sempre nel 2024 Mascia invia a «un noto militante della locale sezione di CasaPound», non indagato, dicendogli che il giorno prima dopo una ronda «i pusher sono stati allontanati» e che secondo lui «l’operazione deve essere estesa in tutta Italia per fare belle cose».

Fare fuori il nemico è così l’imperativo categorico di questi “cani sciolti”, che si professano «patrioti». A questo proposito lo stesso Mascia, arruolato nel movimento politico del sindaco di Terni Dimensione Bandecchi, ha creato il sito Patrioti italiani – il motto è “Popolum liberam Patriam faciet” – su cui è possibile acquistare gadget a tema: la felpa dei patrioti, per esempio, al modico prezzo di 105 euro. Perché sì se da un lato «è importante organizzare presidi pubblici per la sicurezza», non è da meno monetizzare.

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Le ronde padane

Segno che, oggi, le ronde si sono evolute. Ricordano sì, quelle “padane”, con le passeggiate notturne organizzate nei primi anni Duemila dalla Lega col compito di segnalare atti posti in essere dalla microcriminalità, dai racket di spaccio e droga e poi i giri di prostituzione e l’immigrazione, ma si sono anche trasformate.

Sono molto più capaci di attrarre adepti e di farlo grazie ai social. Nelle carte giudiziarie si menziona il «gruppo WhatsApp chat “Security Torino” con circa 70 partecipanti, nel quale raccoglievano le segnalazioni da parte di cittadini, quindi organizzando il ritrovo di un numero consistente di partecipanti, recandosi di volta in volta in zone note per la presenza di spacciatori, tossicodipendenti o soggetti stranieri».

Ma le ronde non solo hanno mutato forma, sono pure diventate più capillari. Oltre che a Torino e a Roma, dilagano anche a Bologna, con le “passeggiate per la sicurezza” compiute da gruppi di estrema destra, come la Rete dei Patrioti, al centro di polemiche politiche e indagini. E a Milano.

Un fatto che racconta di un paese in cui la sicurezza sembra essersi trasformata da compito dello Stato in una questione di appartenenza e testimonia un certo fallimento dell’esecutivo che col decreto Sicurezza del 2026 aveva già introdotto nuove misure contro la criminalità, norme più severe sulle manifestazioni e interventi sulla gestione dell’immigrazione. Ma nonostante i nuovi strumenti, ad attraversare le notti delle città italiane ci sono sempre più sceriffi, gli stessi che hanno tradotto in pratica di strada i discorsi pubblici relativi al degrado e all’immigrazione. Forse sono loro il simbolo più evidente della disfatta delle politiche meloniane, di alcuni annunci propagandistici che amplificano la paura, la fomentano e l’aizzano.

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Caso Rozzano

La procura meneghina, guidata da Marcello Viola ha aperto un’inchiesta sugli episodi di tensione della scorsa settimana a Rozzano, periferia di Milano. Due gli indagati, con le accuse di percosse con l’aggravante dell’odio razziale, ritenuti responsabili dell’aggressione a un cittadino di origine marocchina che poco prima avrebbe strattonato una donna. L’uomo, individuato dai passanti in strada organizzatosi in un raduno spontaneo, è stato picchiato.

Tutti pronti a farsi giustizia da soli. E i rondisti si organizzano: «Create dei gruppi, cacciateli via sti signori che vendono la morte ai nostri giovani, facciamolo tutti per il bene dei nostri giovani, per il bene delle nostre città(…) Stiamo reclutando persone che abbiano voglia di contrastare baby gang, spaccio, furti, rapine ci siamo stufati di vivere con la paura per i nostri figli, contattateci». Ancora: «L’unica cosa è prendere tre furgoni grandi, li mettiamo dentro e con il gas della marmitta li facciamo respirare, poi li buttiamo dentro una mega fossa». Benvenuti nell’Italia del ’26.


Nazareno caos: troppi nodi irrisolti


Pd, Schlein rilancia: settimana decisiva per definire la linea. Mercoledì si riunirà la segreteria, venerdì la direzione: la leader dovrà rispondere alle domande sulle primarie e sul percorso

Elly Schlein

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – Giovedì scorso, dopo la risposta sarcastica data da Giuseppe Conte ai cronisti in Transatlantico sul tavolo del programma non ancora convocato — «Noi siamo pronti, aspettiamo gli alleati… non possiamo certo riunirci da soli» — Nicola Fratoianni ha alzato il telefono e chiamato la segretaria del Pd.

«Elly sta’ attenta», l’ha avvertita il co-leader di Avs, «perché se fanno la stessa domanda a me o a Bonelli, diremo che noi siamo pronti già da sei mesi, non da oggi. E per te può diventare un problema». Aneddoto che racconta meglio di tanti equilibrismi verbali sfoggiati in questi ultimi giorni non solo lo stallo messicano in cui è precipitata la famosa costruzione dell’alternativa, ma soprattutto la forte preoccupazione per una diatriba, quella sulla leadership della coalizione, che sta di fatto tenendo in ostaggio il cantiere progressista.

Un episodio, neppure l’unico, che ha fatto scattare l’allarme rosso al Nazareno. Il movimentismo del capo M5S che non perde occasione per menar fendenti contro la rivale, l’ultimo sondaggio di Pagnoncelli che dà il Pd sotto il 20%, unito a una crescente insofferenza delle correnti, ha infine suggerito a Schlein di rompere gli indugi. Per smuovere le acque. Uscire dall’angolo. Provare a sciogliere, in quella che si preannuncia una settimana di fuoco, buona parte dei nodi lasciati in sospeso.

Perciò mercoledì verrà riunita la segreteria, come non accadeva da giugno, per preparare la direzione in calendario venerdì, dove la minoranza darà battaglia. Due appuntamenti decisivi per iniziare a dare quelle risposte invocate non più solo dai riformisti, ma pure da un pezzo della sua maggioranza, sempre più insofferente per una gestione del partito in mano a un gruppo ristretto di fedelissimi propensi a decidere tutto al chiuso di una stanza, senza la minima condivisione.

Stavolta sarà difficile per Schlein eludere le domande. Le verrà chiesto qual è il perimetro della coalizione, la road map del programma e i punti qualificanti che il Pd presenterà agli alleati. Come pensa di trattare con Conte, che va avanti a colpi di diktat, e di risolvere il rebus degli aiuti militari all’Ucraina, su cui Guerini & Co non intendono transigere. Insieme a Stefano Bonaccini — in difficoltà anche nella sua area, che gli contesta di essersi troppo appiattito sulla segretaria — dovrà dire quando convocherà l’assemblea nazionale per chiedere la proroga del mandato necessaria a correre alle primarie. E se ai gazebo potrà gareggiare un altro candidato del Pd, oltre lei, visto che Giorgio Gori è (quasi) già in pista. Non esattamente una passeggiata di salute.


Note sotto le stelle: la magia della “Traviata” strega il Teatro Romano di Benevento


Ci sono sere in cui il tempo sembra fermarsi, e le antiche pietre diventano anima. È quello che si è vissuto nella meravigliosa cornice del Teatro Romano di Benevento, dove le note immortali de “La Traviata” di Giuseppe Verdi hanno letteralmente rapito il cuore del pubblico. Un trionfo assoluto per la sesta edizione di “Lirica al Teatro Romano”, un appuntamento ancora più struggente nel ricordo del 125° anniversario della scomparsa del Cigno di Busseto.

Sotto la guida del direttore artistico Ferdinando Creta, che ha sottolineato anche il grande lavoro svolto in questi anni dal maestro Leonardo Quadrini, il Teatro Romano di Benevento è diventato lo scrigno segreto di un amore tragico e sublime, avvolgendo gli spettatori in un’atmosfera di pura poesia visiva e sonora.

Il maestro – concertatore Veaceslav Quadrini Ceaicovschi ha diretto l’Orchestra Internazionale della Campania con un’intensità vibrante, capace di far risuonare ogni sussulto, ogni lacrima e gioia della partitura. L’unione straordinaria dei cori G. Verdi di Roma e Opera Festival Bitonto ha riempito la notte beneventana di una potenza vocale travolgente.

A rendere il quadro visivo un’opera d’arte in movimento è stata la regia di Alessio Rizzitiello, che ha sposato perfettamente la maestosità della pietra romana con le coreografie eteree e fluttuanti di Saveria Cotroneo, interpretate con grazia dal Balletto Cotroneo Danza.

Il dramma di Violetta ha preso vita e corpo grazie a un cast eccezionale, capace di emozionare fino a strappare qualche lacrima. Yao Bohui è stata una Violetta monumentale; la sua interpretazione ha tessuto un filo invisibile con il pubblico, passando dalla spensieratezza del primo atto al dolore dignitoso del finale, strappando applausi a scena aperta.

Accanto a lei, Vincenzo Maria Sarinelli ha dato voce a un Alfredo Germont appassionato e tormentato, la cui chimica sul palco ha reso vivo e palpabile ogni istante del loro amore impossibile. Alberto Zanetti, nei panni di Giorgio Germont, ha portato in scena tutta la severità e la successiva colpa del padre, con una presenza scenica fiera e al tempo stesso commovente.

Ogni tassello del mosaico è stato perfetto grazie al talento degli altri interpreti: la vibrante Flora di Orsola Russo, la dolce Annina di Federica D’Antonino, e le prove impeccabili di Guido Bernoni (Gastone), Paolo Gatti (Barone Douphol), Silvio Riccardi (Marchese d’Obigny), Nicola Cosimo Napoli (Dottore Grenvil), Andrea Di Gregorio (Giuseppe), Luca Renzetti (Domestico) e Cristian Alderete (Commissario).

Quando l’ultima nota è svanita nel silenzio della notte, il Teatro Romano è esploso in una standing ovation. Chi era presente non ha assistito semplicemente a un’opera lirica, ma ha condiviso un qualcosa di rara bellezza, dove l’arte di Verdi ha sconfitto il tempo, ancora una volta.

L’evento, promosso e finanziato dalla Regione Campania tramite Scabec, è stato realizzato in stretta sinergia con il Ministero della Cultura e la Direzione Regionale Musei Campania.


Ospedale Sant’Alfonso, Campagnuolo (Avanti Insieme): «Bene l’audizione, ma ora servono risposte definitive sul futuro del presidio»


«Accogliamo positivamente la richiesta di un’audizione in Commissione Sanità dedicata al futuro dell’Ospedale Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Ogni iniziativa istituzionale che contribuisca a riportare al centro dell’agenda regionale il nostro presidio sanitario è importante.

Ma dopo anni di discussioni, incontri e impegni, il territorio ha soprattutto bisogno di certezze.

L’audizione deve diventare l’occasione per conoscere con chiarezza quale ruolo la Regione intenda assegnare al Sant’Alfonso, quali servizi saranno garantiti, quali saranno potenziati e soprattutto con quali tempi.

La sanità nelle aree interne non può essere considerata un servizio di serie B. Un ospedale come quello di Sant’Agata de’ Goti rappresenta un presidio essenziale non soltanto per la nostra città, ma per un territorio molto più vasto.

Come Movimento Civico Avanti Insieme chiediamo quindi che dal confronto istituzionale escano impegni concreti, un cronoprogramma e responsabilità precise. Il tempo delle rassicurazioni deve lasciare spazio a quello dei risultati.»


Torrecuso, “Novello e Castagne” pronta a fare la storia: Forum Giovani e Nuova Pro Loco Torricolus insieme per una grande festa di comunità


Dieci edizioni non sono soltanto un traguardo. Sono una storia fatta di persone, idee, sacrifici, entusiasmo e, soprattutto, di comunità. A Torrecuso è già iniziato il conto alla rovescia per la X edizione di “Novello e Castagne”, in programma il 6, 7 e 8 novembre 2026, che quest’anno si presenta con una novità importante: la collaborazione tra il Forum dei Giovani di Torrecuso e la Nuova Pro Loco Torricolus APS. Due realtà diverse, con esperienze, sensibilità ed energie differenti, hanno scelto di unire le proprie forze e lavorare insieme con un obiettivo comune: costruire una grande festa per Torrecuso e per l’intera comunità. Dieci anni di “Novello e Castagne” raccontano una manifestazione nata dalla passione di alcuni giovani torrecusani che, in un paese piccolo e con poche occasioni di svago, decisero di non stare a guardare. Da un’idea semplice, accompagnata dalla voglia di fare e di coinvolgere, è nata una festa che, anno dopo anno, è cresciuta fino a diventare un appuntamento atteso e riconosciuto dalla comunità. Raggiungere la decima edizione significa, quindi, aver costruito qualcosa di importante. Ma quando una storia arriva a un traguardo così significativo, è anche il momento di guardare avanti e immaginare nuovi percorsi. È proprio da questa consapevolezza che nasce la scelta del Forum dei Giovani e della Nuova Pro Loco Torricolus APS: non per cancellare ciò che è stato o dimenticare chi ha contribuito a far nascere e crescere la manifestazione, ma per mettere in campo nuove energie, idee, esperienza e nuove possibilità. “La decima edizione non può essere una festa come le altre – spiegano gli organizzatori –. Deve essere un’edizione che, alla fine, ci faccia dire: ne è valsa la pena. E per farlo abbiamo bisogno di tutti”. C’è bisogno di chi ha idee, di chi vuole dare una mano, di chi desidera mettersi in gioco e di chi vuole semplicemente esserci. Perché una festa di comunità non appartiene soltanto a chi la organizza, ma a tutti coloro che decidono di partecipare, contribuire e sentirsi parte di una storia comune. Essere orgogliosi di ciò che è stato fatto in questi dieci anni non significa fermarsi. Significa avere la consapevolezza che, insieme, si può continuare a crescere e fare ancora di più. La decima edizione è dunque un traguardo, ma soprattutto vuole essere un nuovo punto di partenza. “Da oggi si parte. Insieme”.  L’appuntamento è fissato per il 6, 7 e 8 novembre 2026. Torrecuso tornerà a celebrare il Novello e le castagne, ma soprattutto tornerà a incontrarsi, stare insieme e condividere una festa che, arrivata alla sua decima edizione, vuole guardare al futuro senza dimenticare le proprie radici. Novello e Castagne: una storia lunga dieci edizioni. E quella del 2026 vogliamo scriverla insieme. Per Novello e Castagne. Per i giovani. Per Torrecuso. Adesso facciamo un passo in più. Insieme.