
(Elena Basile – lafionda.org) – La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.
Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.
“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra. Uno scontro è in corso come nel Medioevo e bisogna schierarsi. Non è questa la diplomazia che ho studiato e ai cui principi mi attengo. La cooperazione e la mediazione con gli altri, per quanto diversi o nemici possano essere percepiti, sono nel nostro interesse nazionale e proteggono i beni comuni dell’umanità: stabilità e pace.
Gli americani hanno ripreso ad attaccare l’Iran senza avere chiari scopi strategici, se non quello, con una guerra prolungata e alternata a tregue, di indebolire l’Iran, alleato importante di Russia e Cina. Teheran resiste perché culturalmente la popolazione ha una familiarità con il dolore e la sopportazione della pena che non ha uguali in Occidente. Dopo 46 anni di sanzioni occidentali e la guerra con l’Iraq (1980/88), gli iraniani sono abituati al sacrificio. Sono inoltre una società avanzata: la classe dirigente, accademica, scientifica e politica non ha paragoni per competenza e preparazione con la nostra. Hanno una difesa missilistica potente e riescono a fabbricare nuovi missili durante il conflitto. Il controllo dei flussi energetici, che implica conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale, fornisce all’Iran e agli Houthi una deterrenza significativa.
Il presidente Trump gioca con l’economia riuscendo, nell’altalena di attacchi e tregue, a realizzare profitti per il suo clan. In vista delle elezioni di novembre insegue i suoi fidati alleati della lobby di Israele, che gli hanno permesso di occupare il ruolo che detiene. Nel lungo periodo si augura di sfiancare l’avversario e di accontentare il potere bancario, pronto a prestiti eccezionali alle compagnie petrolifere in grado di impossessarsi delle materie prime del Paese sciita e di realizzare progetti energetici forieri di interessi vitali al sistema finanziario occidentale. Deve tuttavia restare cauto, in quanto gli alleati arabi stanno subendo le rappresaglie iraniane. L’intero sistema, basato sulla protezione militare di Washington e sull’investimento dei proventi petroliferi in dollari, ha mostrato la sua fragilità.
Si tratta di un gioco rischioso che, se andasse male, potrebbe mettere in crisi il sistema bancario internazionale. Il mercato occidentale, come nota l’analista Alex Krainer, ha perso le sue regole e la sua integrità. La crisi petrolifera, che è evidente persino nelle code alle pompe di benzina in Nord America, ha prodotto un paradossale abbassamento dei prezzi petroliferi. Secondo Krainer, il mercato è manipolato da interferenze esterne che alimentano la bolla speculativa e rendono probabile una crisi finanziaria.
Questo MOU (Memorandum of Understanding — un protocollo d’intesa d’indirizzo politico, formalmente non vincolante ma usato per tracciare linee d’accordo diplomatiche) purtroppo ha costituito uno dei tanti bluff a cui l’incompetente quanto malefica classe dirigente statunitense ci ha abituato. Si trattava di una capitolazione, di un riconoscimento sostanziale della vittoria iraniana. L’impero non accetta le sconfitte e trucca la realtà, riversando i danni e i rischi sui propri alleati. L’Europa, di fronte al Medio Oriente in fiamme, resta inerme: nessuna iniziativa diplomatica all’orizzonte. Fa mostra di una certa riluttanza a partecipare al conflitto. L’Italia è più esposta ed è costretta, malgrado i dinieghi di facciata, a fornire basi aeree e a permettere voli essenziali dal punto di vista logistico. Il Governo Meloni si arrampica sugli specchi per non ammettere di fronte ai propri cittadini una complicità di fatto nella guerra. Può ingannare l’opinione pubblica, forse, ma non certo l’Iran.
Blitz del governo: l’assalto estivo alla Corte dei Conti. Il decreto che commissaria le procure regionali. Magistrati in rivolta Intanto Salvini prova a riportare il progetto del Ponte davanti ai giudici contabili

(di Carlo Di Foggia e Liana Milella – ilfattoquotidiano.it) – La tempistica è curiosa, ma forse si spiega con le diverse partite che coinvolgono la Corte dei Conti, a partire dal tentativo disperato di Matteo Salvini di resuscitare il Ponte sullo Stretto di Messina. Il governo ha infatti deciso di assestare un colpo alla magistratura contabile all’ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, il 4 agosto, approvando il decreto attuativo della riforma della Corte che ne stravolge l’assetto, specie delle procure contabili. La riforma è stata approvata a fine 2025 ed è stata ferocemente contestata dai magistrati, tra l’altro, per aver previsto un tetto al danno erariale contestabile nei casi di colpa grave (pari al 30% o due anni di stipendio) che sta falcidiando i procedimenti in tutta Italia ed è già finito alla Corte Costituzionale.
Stavolta l’intervento riguarda la parte di riforma delegata al governo attraverso i decreti legislativi. Ieri l’associazione magistrati contabili ha chiesto un incontro urgente e minaccia martedì di tenere pure una conferenza stampa in diretta. Il decreto, infatti, stabilirà i casi in cui il Procuratore generale a Roma potrà accedere in tempo reale agli atti delle Procure regionali e quelli in cui perfino avocare a sé le indagini che arrancano o si discostano dagli “indirizzi” definiti a livello centrale. Non è l’unica novità. Nei casi di “particolare rilevanza” – come quelli che coinvolgono cariche politiche nazionali o locali o cifre elevate (10 milioni di euro) – gli atti avranno bisogno della sua controfirma.
Sono previste anche nuove procedure disciplinari e ai magistrati verrà imposta la separazione delle carriere bocciata al referendum per i colleghi del penale, oltre a una pesante riorganizzazione della Corte, riducendo anche il numero dei presidenti. Proprio su quest’ultimo punto nelle scorse settimane è salita la tensione con Palazzo Chigi, che – attraverso il sottosegretario Alfredo Mantovano – ha contestato la scelta del Consiglio di presidenza della Corte di procedere alla nomina di dieci presidenti di sezione. Nomine “inopportune”, secondo il braccio destro di Giorgia Meloni, perché il governo si appresta appunto a ridurne il numero. In pratica i magistrati si sarebbero dovuti astenere dall’esercitare una prerogativa di legge su cui il governo non può avere pretese. E infatti nel Cdm finiranno anche le dieci nomine (e questo ha contrariato molto i protagonisti che diventano così parte di una trattativa, quasi fossero un contentino per ridurre lo scontro).
Il decreto compare nel pre-Cdm del 3 agosto. Come ha ricordato il Sole 24 Ore, però, dovrà avere il via libera all’unanimità nella Conferenza Stato-Regioni ed è difficile ipotizzare oggi l’ok delle sei Regioni guidate dall’opposizione (il decreto scade a gennaio).
Come detto, l’assalto alla Corte dei Conti arriva in un momento delicato, con Salvini che tenta di accelerare l’iter per riportare al Cipess (il comitato di Palazzo Chigi sulle grandi opere) la delibera che approva il progetto del Ponte bocciata a ottobre scorso dalla Corte dei Conti, che dovrà riesaminarla. Da giorni il ministero fa filtrare incontri con la Commissione europea per superare una delle ragioni della bocciatura: la violazione delle norme Ue sugli appalti che impongono di rifare la gara del 2005 se i costi superano del 50% quelli originali (passati da 3,5 a 14 miliardi). Secondo gli uffici di Salvini il dialogo sta andando bene. Peccato che la decisione spetti ai giudici della Corte di Giustizia Ue non ai funzionari, tanto più che l’altra violazione contestata è di aver modificato l’appalto originario: prevedeva il contributo di capitali privati mentre ora l’opera è finanziata solo dallo Stato. Da qui non se ne esce.
La pressione a procedere, però, è forte. E coinvolge anche il Consiglio superiore dei lavori pubblici, che dovrà dare un parere, chiesto proprio dalle toghe contabili. La speranza di Salvini&C. era di avere un giudizio positivo già a fine giugno, ma i tempi si allungano, tanto più che al massimo organo tecnico consultivo non è stato trasmesso il progetto intero del Ponte (fermo al 2011) ma la sola relazione del progettista che lo aggiorna. Nelle mani dei tecnici c’è quindi una responsabilità enorme e le aspettative politiche sono altissime. I documenti finiranno poi davanti alla Corte, proprio mentre è sotto schiaffo della riforma del governo (alcuni dei magistrati coinvolti nella prima bocciatura cambieranno incarico perché tra i 10 promossi presidenti di sezione).

(di Laura Salonia – iodonna.it) – Il Covid torna a far parlare di sé nel pieno dell’estate, e la notizia è diventata virale nelle ultime ore. In Cina, nelle ultime settimane, i contagi sono aumentati e il coronavirus è diventato il patogeno respiratorio rilevato più frequentemente tra le persone con sintomi simil-influenzali che si sono rivolte agli ospedali sentinella.
[…] La maggior parte dei pazienti presenta disturbi lievi e le autorità sanitarie non segnalano un aumento della gravità della malattia. I dati ricordano però che SARS-CoV-2 non è scomparso e non segue esclusivamente un andamento invernale.
[…] Nel giugno 2026 la Cina continentale ha registrato circa 79 mila nuovi casi confermati, tra cui 130 casi gravi e un decesso in una persona con patologie preesistenti, secondo il Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie.
Nella settimana compresa tra il 13 e il 19 luglio 2026, il 16,3 per cento dei campioni respiratori prelevati nei pazienti ambulatoriali con sintomi influenzali è risultato positivo al coronavirus. L’influenza si è fermata al 12,6 per cento, mentre gli enterovirus hanno raggiunto il 6,8 per cento.
[…] Anche il South China Morning Post ha riportato che, per la prima volta nel 2026, il coronavirus ha superato l’influenza come principale patogeno respiratorio individuato dal sistema di sorveglianza cinese. Il quotidiano precisa però che la maggioranza dei casi è lieve e che il livello delle infezioni rimane più basso rispetto al picco dell’anno precedente.
[…] La variante prevalente indicata dalle autorità cinesi è NB.1.8.1, appartenente alla famiglia Omicron. Non si tratta propriamente di una nuova variante: l’Organizzazione mondiale della sanità l’aveva classificata come “variante sotto monitoraggio” già il 23 maggio 2025.
[…] L’idea che il caldo sia sufficiente a bloccare il coronavirus è fuorviante. Le alte temperature e la maggiore quantità di tempo trascorso all’aperto possono ridurre alcune occasioni di contagio, ma non eliminano la circolazione del virus.
[…] Il Covid non ha ancora assunto una stagionalità semplice e prevedibile come quella dell’influenza. In diversi Paesi sono state osservate fasi di crescita sia durante l’inverno sia durante l’estate, determinate dall’arrivo di nuove varianti, dal livello di immunità della popolazione e dai comportamenti sociali.
[…] L’aumento registrato in Cina non significa automaticamente che l’Italia sia destinata a vivere un’ondata delle stesse dimensioni. La circolazione del virus può cambiare molto da un Paese all’altro e deve essere valutata sulla base dei dati nazionali, dei ricoveri e delle varianti presenti sul territorio.
Il Ministero della Salute continua a pubblicare i report della sorveglianza italiana, mentre l’ECDC raccoglie in un’unica piattaforma i dati europei su Covid, influenza e virus respiratorio sinciziale. Non occorre allarmarsi, ma è ragionevole prestare attenzione ai sintomi, soprattutto prima di incontrare una persona fragile. In presenza di febbre, tosse o mal di gola può essere utile ridurre i contatti, arieggiare gli ambienti e valutare l’uso della mascherina nei luoghi chiusi o affollati.

“Esprimo grande soddisfazione e vivo compiacimento per l’ennesimo ed eccellente traguardo raggiunto a beneficio del territorio sannita, un risultato che testimonia ancora una volta la costante e concreta attenzione del Governo centrale verso le esigenze delle nostre comunità locali, grazie all’impegno in prima persona del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti guidato dal Vicepremier Matteo Salvini”. A dichiararlo è Domenico Parisi, commissario provinciale della Lega per la provincia di Benevento, commentando gli ultimi sviluppi sui finanziamenti destinati alla viabilità locale.
Attraverso la firma del recente provvedimento ministeriale, che attua lo scorrimento della graduatoria del bando 2025 relativo al Fondo investimenti stradali nei piccoli Comuni, si rende immediatamente operativa l’assegnazione di importanti risorse economiche a beneficio di ben sette paesi della provincia sannita. Si tratta nel dettaglio di Sant’Arcangelo Trimonte, Foiano di Valfortore, Cerreto Sannita, Puglianello, Campolattaro, Calvi e Pesco Sannita.
Come evidenzia Parisi, questa scelta strategica, che attinge alle risorse aggiuntive stanziate dall’esecutivo nazionale, “permette di valorizzare la selezione già effettuata in precedenza, evitando lungaggini burocratiche e la riapertura di nuove procedure ed erogando il finanziamento a quei piccoli Municipi che erano stati valutati idonei ma che in una prima fase erano rimasti esclusi per esaurimento della capienza finanziaria”. In questo modo si velocizza notevolmente l’apertura dei cantieri dedicati alla risistemazione della rete viaria municipale, consentendo la rapida eliminazione di buche, avvallamenti e cedimenti strutturali dell’asfalto.
“Garantire un’adeguata ed efficace manutenzione alle nostre arterie di collegamento – prosegue Domenico Parisi, commissario provinciale della Lega per la provincia di Benevento – significa innanzitutto esercitare una vera e propria cura del territorio e tutelare gli utenti della strada. Una viabilità più curata e priva di insidie rappresenta una fondamentale garanzia di sicurezza e, al tempo stesso, arterie stradali in condizioni ottimali permettono di abbattere drasticamente i rischi di sinistri e di conseguente contenzioso legale, traducendosi in un sensibile alleggerimento dei costi per le casse dei Comuni interessati, che potranno così evitare di distrarre risorse pubbliche in controversie giudiziarie per risarcimento danni”.
“La Lega – conclude Domenico Parisi – dimostra ancora una volta di essere il partito dei fatti e dei territori: il lavoro del Ministro Matteo Salvini al Mit continua a dare risposte tempestive, utili e misurabili anche alle realtà locali del Sannio, smentendo quanti affermano che questo governo sia a trazione settentrionale”.
| Settantotto Press |

“Dopo la scossa di magnitudo 4.7 registrata nell’area dei Campi Flegrei e il successivo sciame sismico, il sistema regionale di Protezione Civile si è immediatamente attivato. La Prefettura ha convocato il Centro Coordinamento Soccorsi e prosegue il raccordo tra la Regione Campania, i Comuni interessati, la Protezione Civile, le Forze dell’Ordine, i Vigili del Fuoco e l’INGV”. Lo dichiara Salvatore Flocco, presidente della Commissione Protezione Civile del Consiglio regionale della Campania.
“Il presidente Roberto Fico – continua – sta seguendo costantemente l’evoluzione della situazione, in coordinamento con la Prefettura, i sindaci e tutte le strutture impegnate nella gestione del fenomeno. Proseguono le verifiche sugli edifici, sulle infrastrutture e sulla viabilità, mentre sono attive le aree di accoglienza predisposte”.
“Il mio pensiero va alle persone rimaste ferite, alle loro famiglie e a tutti i cittadini che stanno vivendo queste ore con paura e apprensione. È fondamentale evitare il panico e affidarsi esclusivamente alle informazioni diffuse attraverso i canali ufficiali. Allarmismi e notizie non verificate rischiano soltanto di aumentare la preoccupazione dei cittadini e di ostacolare il lavoro di chi è impegnato nella gestione dell’emergenza”.
“Come presidente della Commissione Protezione Civile – conclude Flocco – continuerò a seguire costantemente l’evoluzione della situazione, in costante contatto con le istituzioni e con l’intero sistema di Protezione Civile. La sicurezza dei cittadini resta la priorità assoluta”.–
Mario Mosca
Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle
al Consiglio regionale della Campania
tel. 3384807316
Nicola Arpaia
Addetto stampa
Simone: ‘Scaricati dall’Ente sulla categoria i costi legati all’incremento della tassa’

Imposta di soggiorno, ignorate dal Comune le richieste degli albergatori. E’ stato confermato infatti dai commissari straordinari l’aumento della tassa a partire dal primo settembre. E ciò nonostante le criticità e i danni economici che questa scelta comporterà per l’intera categoria. ‘Come Federalberghi Caserta – spiega il presidente Sebastiano Simone – avevamo chiesto per tempo un incontro ai Commissari sull’aumento della tassa di soggiorno. Tra rinvii e la mancata partecipazione di altre associazioni di categoria, quell’incontro non si è mai tenuto: siamo arrivati ad agosto, il mese in cui — per ovvie ragioni — sedersi attorno a un tavolo è di fatto impossibile. Il risultato è che l’aumento scatterà dal primo settembre e noi operatori dovremo subirlo senza aver mai avuto la possibilità di un confronto reale. Beninteso, non eravamo, e non siamo, contrari all’aumento in sé. Siamo contrari alla tempistica con la quale questo aumento viene introdotto. Applicarlo dal primo settembre significa infatti scaricare sugli albergatori un lavoro enorme e dei costi concreti: dobbiamo comunicare la rettifica a centinaia di ospiti che hanno già prenotato, dobbiamo aggiornare i contratti con agenzie e tour operator sottoscritti a inizio anno per i tour di serie. E allora la domanda è semplice: chi sosterrà la differenza di costo?’. Poi l’appello a controlli a tappeto sul territorio per scongiurare che l’incremento si riversi esclusivamente sulle strutture in regola: ‘A questo punto – aggiunge Simone – ci aspettiamo controlli finalmente rigorosi, perché le strutture serie, l’imposta di soggiorno la incassano e la versano regolarmente, fino all’ultimo centesimo. Ci chiediamo invece quanti B&B introitino quella tassa, spesso in nero, e non la riversino affatto nelle casse comunali. Se così fosse, i conti fatti dall’amministrazione si reggerebbero in realtà quasi esclusivamente sugli aumenti a carico delle strutture alberghiere, e in particolare dei quattro stelle della città: sempre i soliti a pagare, mentre chi elude resta nell’ombra. Aumentare l’aliquota senza prima garantire che tutti versino il dovuto, significa premiare chi non è in regola e penalizzare chi lo è’. Il presidente di Federalberghi tiene a sottolineare anche che ‘i maggiori introiti che derivano da questa tassa non restano integralmente al Comune, perché sono a loro volta soggetti a tassazione. Le previsioni di bilancio andrebbero fatte tenendo conto di questo, e soprattutto tenendo conto del lavoro e dei costi che ogni aumento comporta per chi la tassa la applica e la versa davvero. I Commissari hanno ben chiara la contezza degli introiti che la city tax può garantire al bilancio. Mi chiedo se abbiano altrettanta contezza del lavoro che c’è dietro per avvisare tutti gli ospiti già prenotati, o se proprio l’interesse per quegli introiti li porti a non considerare le richieste, legittime, di chi questo settore lo fa vivere ogni giorno. Chiedere una gestione più ragionevole dei tempi, e controlli uguali per tutti, non è ostruzionismo: è buon senso, ed è nell’interesse dell’immagine stessa della nostra città verso chi la sceglie come destinazione’. Infine un riferimento alle condizioni di degrado in cui versa la città, complici i parcheggi chiusi, le strade dissestate, l’assenza di decoro urbano: ‘Continuiamo a non registrare investimenti concreti nella città – conclude Simone – soprattutto per ciò che concerne i servizi turistici. Alla luce di tutto ciò, chiedere l’aumento dell’imposta ai nostri clienti appare ancora più parossistico’.
caserta@confcommerciocampania.it

(Mauro Morbello – lafionda.org) – Ceuta (e Melilla) sono due piccole città autonome spagnole situate lungo la costa nordafricana, circondate dal Marocco e distanti tra loro circa 220 chilometri. Insieme occupano appena 33 chilometri quadrati e contano poco più di 170.000 abitanti. Melilla, affacciata sul tratto nord-orientale della costa marocchina, fu occupata dalla Corona di Castiglia fin dal 1497. Ceuta, situata nei pressi dello Stretto di Gibilterra, divenne spagnola nella seconda metà del 1600. I due territori costituiscono oggi gli unici confini terrestri tra Unione europea e continente africano, anche se il Marocco continua a rivendicarne la sovranità.
La crisi migratoria attualmente in corso a Ceuta ha iniziato ad assumere dimensioni rilevanti da sabato 25 luglio, fino a raggiungere oggi un numero di ingressi stimato tra 50.000 e 60.000 persone, in maggioranza giovani e adolescenti di nazionalità marocchina. Una parte dei migranti è entrata scavalcando le recinzioni o attraversando i varchi terrestri, approfittando del cedimento dei dispositivi di controllo alla frontiera. La maggioranza ha invece raggiunto Ceuta via mare, affrontando a nuoto il breve tratto che la separa dalla costa marocchina, servendosi di imbarcazioni di fortuna oppure aggirando i frangiflutti di frontiera. Un percorso compiuto in condizioni estremamente pericolose, che avrebbe provocato finora almeno 24 morti per annegamento.
Diversi fattori hanno favorito questa improvvisa concentrazione. In primo luogo, attraverso le reti sociali si è diffusa la notizia che la frontiera fosse aperta o più facilmente attraversabile, un’informazione verosimilmente amplificata e manipolata per indurre migliaia di persone provenienti da varie zone del Marocco a dirigersi verso Fnideq-Castillejos, la località confinante con Ceuta. A rafforzare il flusso ha contribuito anche la convinzione che chi fosse riuscito a raggiungere Ceuta via mare non potesse essere immediatamente riconsegnato alle autorità marocchine. Questa aspettativa si è diffusa dopo una recente decisione del Tribunale Supremo spagnolo, secondo cui le persone intercettate in mare devono essere sottoposte alle procedure previste dalla normativa sull’immigrazione e asilo, non potendo essere respinte automaticamente mediante il regime speciale applicato agli attraversamenti della frontiera terrestre. Infine, un ruolo decisivo è stato svolto dal cedimento della sorveglianza marocchina. Non è ancora provato che Rabat abbia deliberatamente favorito il flusso, ma l’insufficienza dei controlli ha alimentato il sospetto che la pressione migratoria sia stata almeno tollerata. Un’ipotesi rafforzata dal fatto che, prima della crisi, gli ingressi irregolari a Ceuta si limitavano mediamente a poche persone al giorno.
Accanto alla tragedia umana e sociale che accompagna il fenomeno migratorio, la crisi attualmente in corso a Ceuta deve essere letta anche nella sua dimensione geopolitica. L’entità improvvisa del flusso, il cedimento dei controlli marocchini e il quadro di tensioni che coinvolge Rabat, Madrid e Washington alimentano infatti il sospetto che la pressione migratoria sia stata, almeno in parte, alimentata e utilizzata come strumento di condizionamento politico. La crisi di Ceuta può infatti essere letta all’interno di una convergenza di pressioni esercitate sul governo spagnolo. Da un lato, l’amministrazione Trump ha consolidato il rapporto strategico con il Marocco, riconoscendone la sovranità sul Sahara Occidentale, un territorio conteso con il Fronte Polisario e rivendicato dal popolo sahrawi. Dall’altro, ha progressivamente inasprito lo scontro con il governo di Pedro Sánchez, dopo che Madrid, unico tra i principali paesi UE, ha respinto la richiesta di portare la spesa militare al 5% del PIL, mantenuto margini più ampi di autonomia in politica estera e non si è allineata pienamente alle priorità di Washington.
Il Marocco, legato alla Spagna da rapporti di cooperazione ma anche da profonde e ricorrenti tensioni territoriali e diplomatiche, dispone a sua volta di una leva particolarmente efficace. Il controllo dei flussi diretti verso Ceuta e Melilla può infatti trasformare la collaborazione migratoria in uno strumento negoziale capace di accrescere rapidamente la pressione su Madrid. Un precedente significativo risale al maggio 2021, quando circa 8.000 persone entrarono a Ceuta nell’arco di due giorni, favorite da un evidente allentamento dei controlli marocchini. L’afflusso avvenne nel pieno della crisi diplomatica provocata dalla decisione spagnola di accogliere per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, e spinse Madrid ad accusare Rabat di avere utilizzato la pressione migratoria come strumento di ricatto politico.
Non vi sono prove che l’attuale afflusso migratorio sia stato concordato tra Marocco e Stati Uniti. Emerge tuttavia una convergenza oggettiva di interessi. Trump punta a indebolire uno dei governi europei meno disponibili ad assecondarne le richieste, mentre il Marocco cerca di accrescere il proprio potere negoziale nei confronti del governo spagnolo, non soltanto rispetto alle rivendicazioni su Ceuta e Melilla, ma anche riguardo al Sahara Occidentale, sul quale la Spagna, diversamente dagli Stati Uniti, non ha finora riconosciuto formalmente la sovranità di Rabat. In questo quadro, la pressione esercitata da Washington sul piano diplomatico, commerciale e militare converge con quella proveniente dalla frontiera di Ceuta. Il governo del Marocco, uno dei principali alleati strategici degli Stati Uniti nel Nord Africa, dispone infatti di una leva capace di incidere direttamente sulla stabilità politica spagnola. Pur in assenza, almeno sino a oggi, di prove di un coordinamento diretto, le due dinamiche finiscono così per rafforzarsi reciprocamente, riducendo la capacità del governo Sánchez di resistere alle pressioni esterne e mantenere una linea politica autonoma, con i migranti trasformati in strumenti involontari di una più ampia contesa geopolitica.
La campagna scatenata dai sovranisti sul governo socialista spagnolo è stata costruita su una serie di fake news

(repubblica.it) – In poche ore la crisi dei migranti a Ceuta è stata trasformata dalle destre europee, dalla Casa Bianca, dal Cremlino e dal governo Meloni in un formidabile strumento di propaganda e sciacallaggio politico culminato nella decisione dell’Italia di sospendere il trattato di Schengen con la Spagna. L’operazione è stata scientificamente costruita sulla base di presupposti fattualmente falsi. Repubblica ve li propone in questo fact-checking.
Ceuta è una città spagnola che si estende per meno di 20 chilometri quadrati in Nord Africa ed è divisa dalle coste spagnole dallo stretto di Gibilterra. È geograficamente più vicina alla capitale del Marocco che non a quella della Spagna ed è collegata all’Europa solo attraverso trasporti via mare o via aerea. Entrambi sono sottoposti ai controlli di imbarco delle autorità di frontiera spagnole. Poiché le due città sono di fatto al di fuori dell’area di libera circolazione delle persone disciplinata dal trattato di Schengen, sostenere che chi ha raggiunto in queste ore Ceuta possa automaticamente raggiungere l’Europa è semplicemente impossibile.
Il codice delle frontiere di Schengen già prevede un regime speciale per le due città spagnole in territorio nordafricano: Ceuta e Melilla. Per poter raggiungere l’Europa da queste due città è necessario infatti sottoporsi alle procedure di identificazione e possedere un legittimo documento d’ingresso nella Ue esattamente come accade quando si entra in Europa da un Paese extra Ue. Da ieri le autorità spagnole e quelle europee non hanno registrato alcun movimento diretto da Ceuta verso la Spagna o altri Paesi Ue.
Chiedere la chiusura delle frontiere a Ceuta equivale a sostenere che vada chiusa una frontiera che già lo è.
La Spagna ha regolarizzato con decreto la posizione di chi risiedeva da tempo nel Paese clandestinamente. E lo ha fatto con il rilascio di un permesso di soggiorno e di lavoro (non con la cittadinanza) a chi era presente sul suolo spagnolo da almeno 5 mesi in una data anteriore al 31 dicembre 2025 e non aveva precedenti penali. Si è trattato di una misura legislativa per far emergere i migranti presenti sul suolo spagnolo dalla condizione di marginalità e sfruttamento legata alla loro clandestinità e integrarli in un sistema di diritti e doveri.
Le politiche migratorie del governo socialista spagnolo hanno ridotto il flusso di migranti clandestini del 36% rispetto al 2025 e del 40% rispetto al 2024. Tra il 2021 e il 2026, secondo i dati Frontex, i migranti clandestini che hanno raggiunto l’Europa attraverso l’Italia sono stati 478.600 contro i 234.760 della Spagna. Nel solo 2025 gli ingressi irregolari registrati in Italia sono stati 66 mila contro i 36 mila della Spagna.
Dietro la guerra per procura, la saldatura tra industria militare, tecnologia e finanza

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è netta: la guerra in Ucraina non sarebbe soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense costruita nell’arco di trent’anni. Una strategia che avrebbe trasformato il territorio ucraino nel principale campo di prova della guerra tecnologica contemporanea, mentre il Paese continua a pagare il prezzo umano, economico e territoriale dello scontro.
Il punto di partenza è l’avvertimento lanciato nel 1961 da Dwight Eisenhower contro il potere del complesso militare-industriale. Oggi quell’apparato non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi finanziari, imprese energetiche, servizi di informazione e grandi gruppi della tecnologia digitale. Non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti: tende a determinarne obiettivi, strumenti e durata.
L’Ucraina come pedina decisiva dell’Eurasia
L’idea non nasce con l’attuale conflitto. Nel suo libro La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali cardini geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato maggiori difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.
Da questa prospettiva, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica non fu soltanto un processo di integrazione politica dei Paesi dell’Europa orientale. Fu anche il progressivo avanzamento dell’infrastruttura strategica occidentale verso le frontiere russe. Bill Clinton avviò l’espansione; George W. Bush aprì la porta all’ingresso futuro di Ucraina e Georgia; Barack Obama sostenne il nuovo equilibrio politico nato a Kiev nel 2014; Donald Trump fornì armi controcarro; Joe Biden respinse le richieste russe di una nuova architettura di sicurezza europea.
Presidenti differenti, linguaggi diversi, ma una notevole continuità strategica: impedire che Mosca ricostruisse una propria area di influenza autonoma nello spazio postsovietico.
Dalla guerra di posizione alla guerra dei dati
La vera trasformazione riguarda però il piano militare. L’Ucraina è divenuta un immenso laboratorio nel quale vengono sperimentati velivoli senza pilota, sistemi di riconoscimento automatico, guerra elettronica, collegamenti satellitari e programmi capaci di individuare bersagli attraverso l’elaborazione di grandi quantità di informazioni.
In questo sistema occupa un ruolo centrale Palantir, società nata anche grazie al sostegno finanziario dei servizi statunitensi e oggi coinvolta nell’analisi del campo di battaglia ucraino. I dati raccolti durante milioni di missioni alimentano programmi destinati a rendere più rapida la scelta degli obiettivi e più automatizzata la conduzione delle operazioni.
Militarmente, il vantaggio è evidente: gli Stati Uniti possono osservare il comportamento delle armi russe, sperimentare contromisure, perfezionare i propri sistemi e addestrare gli algoritmi senza impegnare direttamente grandi reparti americani. Ma esiste anche un rischio. Quanto più Washington partecipa alla scelta dei bersagli, alla pianificazione delle rotte e alla trasmissione delle informazioni, tanto più sottile diventa il confine tra sostegno militare e partecipazione diretta alla guerra.
Il grande affare della guerra permanente
Sul piano economico, il conflitto ha prodotto una nuova espansione della spesa militare occidentale. Gli arsenali europei devono essere ricostituiti, le infrastrutture digitali ammodernate, le fabbriche di munizioni ampliate. Le società produttrici di armi, satelliti, programmi informatici e velivoli senza pilota si trovano davanti a un mercato destinato a durare per anni.
L’Europa finanzia buona parte di questa trasformazione, ma rimane dipendente dalle tecnologie, dai sistemi informativi e dalle piattaforme statunitensi. Il risultato geoeconomico è paradossale: mentre promette autonomia strategica, il continente aumenta la propria dipendenza industriale e militare da Washington.
Anche l’Ucraina viene progressivamente inserita in questo sistema. Le sue risorse minerarie, le infrastrutture energetiche, le capacità informatiche e l’esperienza maturata sul campo diventano elementi di una nuova economia di guerra. Kiev riceve armi e finanziamenti, ma accumula debiti, perde popolazione e vede ridursi i margini della propria sovranità politica.
Dall’Ucraina all’Iran, la stessa logica imperiale
Il collegamento con l’Iran non è secondario. Brzezinski considerava anche Teheran un cardine fondamentale, perché il controllo della regione iraniana significa influenzare il Golfo Persico, il Mar Caspio, le rotte energetiche e i collegamenti tra Asia centrale, Russia, Cina e Medio Oriente.
Le tecnologie sperimentate contro la Russia possono essere trasferite ai Paesi del Golfo per contrastare i velivoli iraniani. L’Ucraina diviene così il luogo di sperimentazione, mentre il Medio Oriente rappresenta il mercato e il secondo fronte della competizione.
Dal punto di vista geopolitico, Washington tenta di impedire il consolidamento di un blocco continentale capace di unire Russia, Cina e Iran. Dal punto di vista geoeconomico, cerca di mantenere il controllo sulle rotte energetiche, sulle tecnologie decisive e sui sistemi finanziari internazionali.
Un Paese sacrificato alla strategia altrui
La contraddizione finale riguarda l’Ucraina stessa. Presentata come beneficiaria della protezione occidentale, si ritrova con territori perduti, infrastrutture distrutte, milioni di cittadini emigrati e una vita politica subordinata alle necessità della guerra.
La pace richiederebbe un compromesso sulla neutralità dell’Ucraina e sulla sicurezza europea. Ma un simile accordo ridurrebbe l’utilità strategica del Paese come avamposto contro la Russia e interromperebbe un ciclo economico estremamente redditizio.
È questo il nodo indicato dagli autori: la guerra continua non soltanto perché Mosca e Kiev non riescono a trovare un’intesa, ma perché intorno al conflitto si è formato un sistema di interessi che considera la pace meno vantaggiosa della prosecuzione dello scontro. Eisenhower temeva che l’apparato militare e tecnologico potesse impadronirsi della politica. In Ucraina, quella profezia sembra aver trovato il proprio campo di battaglia.
(Giorgio Rutelli – adnkronos.com) – Il generale Carmine Masiello non cita direttamente Gianni Alemanno, ma il riferimento alle sue parole appare evidente. Dal palco della caserma “Emidio Clementi” di Ascoli Piceno, il capo di Stato maggiore dell’Esercito ha risposto a chi, nei giorni scorsi, aveva accostato la Folgore alla storia e all’identità della destra italiana.
Masiello riprende proprio il termine utilizzato da Alemanno, “quintessenza”, per respingere qualsiasi tentativo di associare un reparto militare a una parte politica.
“Ho sentito qualche giorno fa qualcuno che, parlando di un’unità dell’Esercito, la definiva quintessenza di una parte politica”, ha ricordato il generale durante il giuramento dei Volontari in Ferma Iniziale del primo blocco 2026.
La risposta è netta: “Quell’unità dell’Esercito, come tutto l’Esercito, non è quintessenza di nessuno. Noi siamo la quintessenza della Patria, siamo la quintessenza dei valori della Costituzione su cui avete giurato, che sono stati scritti grazie al sangue versato da milioni di persone prima di noi”.
Un intervento che, pur senza pronunciare il nome di Alemanno né quello della Folgore, assume il significato di una replica istituzionale. Le tradizioni e la storia dei reparti militari, nel messaggio di Masiello, non possono essere utilizzate come simboli di appartenenza partitica: l’Esercito serve la Repubblica e rappresenta l’intera comunità nazionale.
Il tema attraversa tutto il discorso pronunciato davanti ai giovani volontari e alle loro famiglie. Per Masiello, la parola Patria deve essere sottratta alle contrapposizioni politiche e ideologiche.
“La Patria non è un concetto politico, non è un concetto partitico, non è un concetto ideologico”, ha sottolineato. Difenderla significa proteggere “uno stile di vita costruito sul sacrificio di milioni di italiani” e rispettare un dovere scolpito nella Costituzione.
Un dovere che non si fonda “sulle esclusioni né sulle divisioni”, ma sul senso di appartenenza a una collettività “che sa chi è, sa da dove viene e soprattutto sa dove vuole andare”. E che non può essere costruito attraverso “il tornaconto, la convenienza, la polemica o il pregiudizio”.

Associated Press / LaPresse
Only italy and spain
(Francesco Cancellato) – Mettiamo ordine un attimo.
No, non sono entrate decine di migliaia di persone africane in Europa. Erano a Ceuta, in un exclave spagnola in Africa. O, se preferite, in uno dei rimasugli delle colonialismo europeo in Africa.
No, aver varcato i confini di Ceuta non offre loro la possibilità di andare in Spagna e da lì di scorrazzare per l’Europa intera. Perché ci sono 28 km di stretto di Gibilterra, in mezzo.
No, il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone tra i Paesi dell’Unione Europea non vale per gli stranieri in arrivo da Ceuta.
E quindi no, sospendere Schengen non ha nessun senso e non è di nessun aiuto alla nostra sicurezza, reale o percepita. È solo una misura simbolica per marcare una differenza tra la Spagna e noi, per ragioni di mera campagna elettorale. Anche se, come ha detto Sanchez, gli ingressi irregolari di migranti in Italia sono più del doppio di quelli spagnoli.
No, le leggi spagnole sull’immigrazione non c’entrano nulla per quel che è successo a Ceuta. Né i permessi di soggiorno offerti agli stranieri residenti, né le sentenze che dicono che se arrivi via mare a Ceuta necessità di una protezione speciale. Molte delle persone che sono arrivate nell’exclave spagnola, intervistate, nemmeno sapevano di questo.
No, i migranti che sono entrati a Ceuta non saranno aviotrasportati in Spagna, ma saranno tutti rimpatriati. Lo ha detto Sanchez, lo hanno ribadito alti funzionari dell’Unione Europea.
(…)
Sì, le destre europee e quella americana non aspettavano altro per andare contro l’anomalia europea per eccellenza, la Spagna, il Paese che regolarizza i migranti, che sanziona Israele e che sfida Trump.
Sì, stanno creando il mostro perfetto, il giovane nordafricano, meglio marocchino, delinquente in atto o comunque in potenza, corruttore della nostra società, portatore di caos.
Sì, lo stanno facendo perché altrimenti si parla di economia, di crescita che non c’è, di prezzo del carburante, di inflazione, di potere d’acquisto in picchiata. Dei veri fallimenti del nostro governo, insomma. E devi veri motivi per cui ha senso di preoccuparsi e avere paura.

(Tommaso Merlo) – Putin ha perso la pazienza ed è passato alle maniere forti. A Kiev grandinano missili ipersonici mentre il porto di Odessa è stato bloccato togliendo all’Ucraina lo sbocco al mare. Un durissimo colpo anche economico ad un paese già sul lastrico. I Russi procedono facendo terra bruciata e con pazienza. Per evitare i droni che hanno complicato le operazioni in prima linea e per risparmiare uomini in vista di un possibile scontro diretto con gli occidentali che li vedrebbe in inferiorità numerica. Questo sempre che il conflitto non degeneri in mondiale con l’entrata di altri paesi Brics. I droni ucraini andati a segno sul territorio russo hanno giusto rianimato i trombettieri della propaganda Nato e i russi hanno risposto polverizzando fabbriche di droni e depositi e tutta la catena logistica che risale fino in Europa. Già, gli illuminati statisti del vecchio continente non si limitano solo a mandare armi e soldi ad un governo di Kiev che versa in condizioni pietose. Lacerato dalla corruzione e in balia della leadership dittatoriale e velleitaria di Zelensky che raccatta con la forza giovani ucraini non ancora scappati all’estero e li manda in trincea a morire per una causa persa. Non c’è nessun analista militare serio che ritenga l’Ucraina abbia qualche speranza, solo i politicanti e la propaganda mainstream insistono con deliri bellici e russofobi sempre più assurdi. E quando tutto finirà, bisognerà capire se si deve tutto alla faziosità dei singoli oppure se dietro le quinte c’è un sistema politico e mediatico che opera per conto della Nato e della mega lobby della guerra di matrice statunitense. Trump doveva risolvere tutto con una telefonata ed invece alla fine era solo flatulenza e si è piegato allo stato profondo americano che dopo la caduta del muro di Berlino ha di fatto continuato la guerra fredda con altri mezzi ma con lo stesso obiettivo di sconfiggere strategicamente la Russia. Una linea imposta anche a noi colonie europee attraverso la Nato e venduta alle masse di teleconsumatori come guerra a difesa della povera democrazia Ucraina che lotta eroicamente contro l’invasione russa. Sono passati anni e adesso Putin ha perso la pazienza passando alle maniere forti. Dopo che gli europei hanno fatto saltare le trattative di pace del 22 ed alzato un muro d’ottusità guerrafondaia e dopo che Trump ha tradito anche il vertice in Alaska, Putin si è convinto che questa crisi si risolverà sul campo di battaglia. Vuole anche Odessa, Karkiv mentre su Kiev ha solo accennato alla denazificazione e si vedrà. Di certo, invece di cedere come speravano gli illuminati statisti europei e la propaganda mainstream, dopo anni di sanzioni, sabotaggi e di partecipazione militare occulta della Nato, la Russia rilancia aumentando le sue ambizioni. Putin ha anche sostenuto che la Russia era l’unico collante dell’Ucraina nata con pezzi rumeni, ungheresi e polacchi oltre che russi a seguito della vittoria sovietica della seconda guerra mondiale, e il suo futuro potrebbe essere lo smembramento con al massimo uno micro stato canaglia con capitale a Kiev in cui i seguaci di Bandera possono continuare a giocare al piccolo fascista. Questo a meno che Putin alla fine non decida di tagliare la testa al toro e appenderla in ufficio. Di certo l’Ucraina non sarà mai più come prima e potrebbe anche scomparire come paese. Già, è a questo che sono serviti i miliardi e le armi europee, alla distruzione fisica e sociale dell’Ucraina che potrebbe diventare una sorta di cuscinetto di sicurezza che i Russi controlleranno in vista di uno scontro diretto con la Nato. Uno scontro che i russi stanno già preparando con una imponente mobilitazione nazionale mentre gli europei per adesso sono ancora fermi al riarmo a spese del contribuente alla canna del gas. Passeranno poi alla manipolazione delle masse spargendo odio e paura e a quel punto al reclutamento. Ora, in una democrazia sana, politicanti e propaganda mainstream responsabili di un tale epocale disastro scapperebbero dalla vergogna nei boschi nutrendosi di bacche e lombrichi fino al giorno in cui il Padreterno non ritenga il loro supplizio sufficiente. Ma oggi di sano c’è ben poco e la capacità di provare vergogna è diventata rarissima soprattutto ai piani alti e faranno di tutto per ricalarsi come se nulla fosse. Politicanti e propaganda mainstream che anzi potrebbero rilanciare sostenendo che la soluzione sia l’escalation e quindi lo scontro diretto fregandosene del rischio di scatenare una terza guerra mondiale nucleare. Forse faziosità dei singoli forse un vero e proprio sistema che opera dietro le quinte che bisognerà far venire a galla quando sarà tutto finito. Già, gli unici che possono interrompere tale delirante spirale bellica sono i cittadini ribellandosi e riprendendosi il ruolo da sovrani che gli spetta in democrazia. Identificando le resposabilità, interrompendo il riarmo, smantellando la Nato, emancipandosi dai deliri dello stato profondo americano e ristabilendo legami politici ed economici con la Russia. In democrazia il potere appartiene al popolo e decisioni folli come quelle legate alla guerra non possono fare eccezione. I cittadini hanno il sacrosanto diritto ad una politica capace che li rappresenti appieno, ad una informazione vera e che il proprio paese rispetti la Costituzione perseguendo la pace.

(ANSA) – Una festa per celebrare “il governo piu’ longevo della storia” si terra’ al porto di Bari, il prossimo 4 settembre, con la premier Giorgia Meloni. Lo ha annunciato il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato (FdI): “E’ ufficiale – ha detto in un video pubblicato sui suoi canali social – il 4 di settembre Giorgia Meloni a Bari, al porto, per festeggiare il governo piu’ longevo della storia della Repubblica. Vi aspettiamo alle ore 19”. “Accogliere il presidente Meloni a Bari – si legge in una nota rilasciata sempre da Gemmato – e’ motivo di grande orgoglio.
La scelta del capoluogo pugliese testimonia la volonta’ del governo di valorizzare il Mezzogiorno come motore di sviluppo e parte integrante del futuro della Nazione, protagonista di una stagione di crescita e investimenti nel segno di una visione fondata su identita’, merito e interesse nazionale. In questi anni abbiamo dimostrato che governare con coerenza, coraggio e una visione chiara produce risultati concreti per cittadini, famiglie e imprese”.
Anche il deputato Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, ha pubblicato un video a riguardo, direttamente dal porto di Bari, sulla sua pagina Facebook: “Sono al porto di Bari per fare un sopralluogo perche’ qui il 4 settembre, alle 19, si svolgera’ una grande iniziativa. Festeggeremo il governo più longevo della storia con Giorgia Meloni”.

(Andrea Zhok) – Un mesetto fa l’incontinenza verbale del Segretario della Nato Rutte ha messo al corrente l’opinione pubblica italiana che da Sigonella e Aviano erano partiti 500 voli a sostegno dei bombardamenti americani sull’Iran.
Ieri siamo venuti a sapere che da quattro mesi l’Italia ha dispiegato nel Golfo Persico 400 membri dell’Areonautica e 300 dell’Esercito, più caccia Eurofighter, Aerei di sorveglianza, ecc., sempre a sotegno dell’aggressione statunitense all’Iran.
In sintesi, il governo Meloni ci ha coinvolto in una guerra di aggressione illegale, non dichiarata, senza mandato parlamentare, in forma clandestina e occulta.
Ricordo, per quanto nessuno oramai sembri farci caso, che la Costituzione italiana, all’art. 11, dichiara che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Ergo il comportamento del governo è manifestamente anticostituzionale.
Non mi intendo abbastanza di diritto per sapere se ci sono gli estremi per un procedimento formale di messa sotto accusa, ma quel che è certo è che questo modo irresponsabile di agire ci mette tutti in pericolo, su questo come su altri fronti.
Il giorno in cui ci troveremo a scavare sotto qualche ammasso di detriti, non avremo neanche il piacere di sapere da dove il colpo è arrivato, e perché.