Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La guerra in Iran si allarga: gli houthi si uniscono al conflitto!


GLI HOUTHI DELLO YEMEN RIVENDICANO IL PRIMO ATTACCO CONTRO ISRAELE  

(ANSA-AFP) – SANA’A, 28 MAR – Gli Houthi dello Yemen rivendicano il loro primo attacco contro Israele dall’inizio della guerra in Medio Oriente. I ribelli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato il loro primo attacco contro Israele dall’inizio della guerra in Medio Oriente, un mese fa. In una dichiarazione pubblicata su X, il gruppo, che controlla gran parte dello Yemen settentrionale e ha preso di mira Israele con droni e missili per gran parte della guerra di Gaza, ha affermato di aver lanciato missili contro siti militari israeliani. Poche ore prima, l’esercito israeliano aveva dichiarato di aver identificato un attacco proveniente dallo Yemen e di essere al lavoro per intercettarlo. 

ESERCITO ISRAELIANO, RILEVATO IL LANCIO DI UN MISSILE DALLO YEMEN

E’ il primo incidente di questo tipo in un mese di guerra in Medio Oriente

(ANSA-AFP) – GERUSALEMME, 28 MAR – L’esercito israeliano ha dichiarato di aver rilevato il lancio di un missile dallo Yemen. E’ il primo incidente di questo tipo in un mese di guerra in Medio Oriente, dopo che i ribelli Houthi, sostenuti da Teheran, hanno minacciato di entrare nel conflitto. Le forze israeliane “hanno identificato un lancio di missile dallo Yemen verso il territorio israeliano; i sistemi di difesa aerea sono in azione per intercettare questa minaccia”, ha affermato l’esercito su Telegram.

ESERCITO ISRAELIANO, COLPITI “OBIETTIVI DEL REGIME” IN IRAN

Giornalista a Teheran: ‘Udite forti esplosioni’

(ANSA) – GERUSALEMME, 28 MAR – L’esercito israeliano ha dichiarato di aver lanciato attacchi contro “obiettivi del regime” iraniano. Un breve comunicato militare afferma che “le forze israeliane stanno attualmente colpendo obiettivi del regime terroristico iraniano in tutta Teheran”, senza fornire ulteriori dettagli.    Un giornalista dell’AFP nella capitale Teheran ha riferito di aver udito circa 10 intense esplosioni e di aver visto una colonna di fumo nero.


Il folle processo alla famiglia angloaustraliana nel bosco spiegato con i casi rimossi di familismo morale e immorale in giro per l’Italia


In certi accampamenti ci sono bambini educati a rubare per conto della comunità famigliare. Nelle scuole si fa molto, si fa quel che si può, che non è sempre molto. Dovevano proprio prendersela con una piccola comunità forse piena di illusioni, ma condotta da princìpi solidamente regressivi nella civiltà del progresso?

Immagine di Il folle processo alla famiglia angloaustraliana nel bosco spiegato con i casi rimossi di familismo morale e immorale in giro per l’Italia

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Da mesi processiamo una famiglia angloaustraliana che voleva tenere tre figli in un boschetto, al riparo dalla civiltà relazionale di Trescore Balneario, risparmiando sapone, magari, cercando pulizia nel contatto con animali e natura e acqua del pozzo, sfiduciata nello sviluppo scolastico, fiduciosa sopra tutto nell’apprendimento casalingo e nei suoi ritmi dissonanti con l’obbligo, estranea al mondo digitale e alle sue relazioni pericolose, a rischio al massimo di una intossicazione da funghi porcini, innamorata dell’Italia e dei suoi valori, addirittura. E non ci rendiamo conto, nel paese che da cinquant’anni fa di Pier Paolo Pasolini un Santo laico del finto pensiero cattolico, dell’enormità di quello che è successo nel mondo dell’igiene assoluta e dell’obbligo praticato, nel mondo stregato e fatato della civiltà educativa spinta, non solo le coltellate, lo smartphone al collo, la scacciacani nello zaino, il manifesto dal titolo neocontemporaneista, “La soluzione finale”, tradotto con l’AI, l’isolamento, il disprezzo per l’umanità, la fobia omicida verso i genitori e gli insegnanti, la competizione per il buon voto in forma di bullismo estremo contro la profia, la sensazione di impunità del tredicenne non processabile.

Ora il Cretino Collettivo che ha dannato e perseguitato i coniugi Trevallion, con il cestino da picnic e tutto il resto, si sente edificato e assolto da una bella lettera di perdono, di comprensione, di empatia verso il piccolo carnefice potenziale, di solidale riconoscimento della comunità in cui vive, di amore eterno per la scuola, scritta dall’ospedale dalla professoressa mezza ammazzata e dettata al suo avvocato. Cosa fatta capo ha. Invece questa storia di Trescore Balneario, di un bambino che non conosce il bosco, il vento, la penuria, la fatica e l’allegria della famiglia, ma vive nella foresta dei simboli e delle immagini TikTok, nella pazzia di Telegram, nel divorzio suburbano di una famiglia disfunzionale, avrebbe molto da insegnare a una società distratta dai peggiori pregiudizi di stato, sicura del fatto suo solo se certificato dai servizi sociali e dai magistrati minorili del partito del No, pronta a separare di forza ciò che l’amore e i cani e gli asinelli e le galline avevano unito in un trabiccolo di casa così lontano dalla villetta dei suburbia. Un caso isolato, raro, non replicabile, libero. Intanto bisognerebbe apprendere un semplice: non giudicate se non volete essere giudicati; e magari schiaffeggiati da un genitore preoccupato della discriminazione del voto e da una autorità diversa dalla sua nella competizione scolastica oppure pugnalati nella finzione triste della Soluzione finale, l’igiene del sangue, la psicologia dell’agguato, la pulsione a essere nel non essere degli altri. Eppure in casa di Repubblikas ce l’avevano uno psicoterapeuta intelligente, il primo che ho incontrato sui giornali, il professor Giuseppe Lavenia che insegna anche a Chieti, a due passi dal bosco e dai suoi bambini, e che spiega con tecnica e vera empatia quel telefonino appeso al collo che risolve l’azione nel suo contenuto, l’esperienza nella sua rappresentazione, tutta bonanza per un ragazzino che si sente invisibile, frustrato, unico, e che trova nella violenza lo sbocco di una peculiare forma di civiltà. 

Da qualche parte in Sicilia ci sono bambini tenuti nella merda dalla comunità di un guru. In certi accampamenti ci sono bambini educati a rubare per conto della comunità famigliare. Nelle scuole si fa molto, si fa quel che si può, che non è sempre molto, si fa più di molto, ci si ama e si comunica l’eros eterno dell’insegnamento, e che Dio preservi lo spirito repubblicano e laico della scuola, che si estenda la comprensione laica anche all’educazione cattolica, per carità. Esempi di familismo amorale e immorale, anche nella scuola anarchica che abbiamo costruito in mezzo secolo di cazzate, anche nella famiglia destrutturata che abbiamo amato e promosso in nome della libertà, sono molti e parlanti. Dovevano proprio prendersela, quelli del servizio sociale di procura, con una piccola comunità forse sbalestrata, piena di illusioni e magari di pessime idee, ma condotta da princìpi solidamente regressivi nella civiltà del progresso?


Meloni e i giovani: perché la comunicazione non basta per conquistarli


I giovani comprendono, valutano, giudicano e quando possono scelgono. Anche contro le aspettative di chi li ha troppo a lungo sottovalutati

(di Alessandra De Guilmi – ilfattoquotidiano.it) – L’idea che i giovani siano privi di coscienza sociale ed etica, disinteressati a ciò che accade intorno a loro e incapaci di leggere il presente – politico e lavorativo – è, oggi più che mai, un errore grossolano. E diventa ancora più grave quando a commetterlo è chi, per mandato elettivo, dovrebbe occuparsi proprio del loro presente e del loro futuro.

È probabile che la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, abbia ritenuto sufficiente aggiornare il linguaggio e adattare i canali comunicativi per intercettare consenso tra le nuove generazioni. Da qui, forse, la scelta di partecipare a format come Pulp Podcast, alla vigilia di un passaggio delicato come quello referendario. Una mossa che tradisce una convinzione di fondo: che basti parlare “come i giovani” per convincerli.

Ma i giovani non sono un pubblico da intrattenere: sono una generazione che vive quotidianamente una realtà fatta di precarietà, limiti e opportunità negate. Una generazione che si confronta con un contesto in cui il dissenso viene spesso stigmatizzato, quando non apertamente ostacolato. Dalla scuola ai luoghi di aggregazione, fino al mondo del lavoro e alle grandi questioni internazionali, come il dramma ancora in corso a Gaza, i giovani dimostrano tutt’altro che disinteresse o inconsapevolezza.

Colpisce, piuttosto, la distanza tra la retorica e i risultati. A fronte di promesse ambiziose – incentivi all’occupazione giovanile, sostegno alle startup, un più efficace collegamento tra formazione e lavoro, accesso al credito, misure per l’autonomia abitativa e familiare – il bilancio appare deludente. Molti di quegli impegni sono rimasti tali, senza tradursi in interventi strutturali capaci di incidere realmente sulle condizioni di vita delle nuove generazioni.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un numero crescente di giovani sceglie di lasciare l’Italia, non per spirito di avventura, ma per necessità. Cercano altrove ciò che qui non trovano: stabilità, prospettive, possibilità concrete di costruire un futuro. Emblematica, in questo senso, è la vicenda del voto fuorisede. Annunciato come un passo avanti verso una maggiore inclusione democratica, si è trasformato nell’ennesima promessa disattesa. Un segnale che alimenta la percezione di una distanza profonda tra parole e fatti.

Forse è proprio questo il nodo centrale: i giovani non sono ingenui né manipolabili. Comprendono, valutano, giudicano. E, quando possono, scelgono. Anche contro le aspettative di chi li ha troppo a lungo sottovalutati. E forse è proprio questo che si è temuto in questo referendum: che, dando loro piena voce, l’ago della bilancia avrebbe finito per orientarsi verso un esito scomodo.


Pesce, carne o fusion? Oltre Delmastro, i politici si sono dati in massa alla ristorazione


Dalla bisteccheria dell’ex sottosegretario alle praline di Onorato, passando per la pasta di Verdini e l’agriturismo di Cirinnà: i politici italiani hanno smesso di andare al ristorante e hanno aperto il proprio — perché nell’era dell’AI e dei mandati brevi, meglio avere sempre una cucina di riserva

(Michele Masneri – ilfoglio.it) – Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo. All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.

La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.

Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.

In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.


Meloni prende l’interim di Santanchè. Cadono ancora teste. Fazzolari e Giorgetti per la linea: al voto!


Le dimissioni del capogruppo di Forza Italia in Senato Maurizio Gasparri e quelle all’orizzonte del capogruppo alla Camera Paolo Barelli, la premier che raccoglie le deleghe al ministero del Turismo e Antonio Mura che prende il posto di Giusi Bartolozzi. Forse ora non ci sarà giustizia, ma serenità

(Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Roma. Stanno rimanendo più colli che teste. Rotola la quarta, ma è ghigliottina assistita. Si dimette il capogruppo di FI al Senato, Gasparri, e sono già tutte sul vassoio di Meloni quelle dei presidenti delle partecipate di stato che devono essere rinnovate. Si toccano il colletto della camicia gli ad. Meloni, dopo un colloquio con Mattarella, assume l’interim al posto di Santanchè. In due spiegano adesso, a Meloni, la virtù dello spariglio, il voto. Fazzolari è per la linea “senza paura”, al voto, e anche Giorgetti pensa che dopo sarà tardi, “il momento è ora”. Il potere si è fatto piccolo, doloroso, come un foruncolo.

Si passano la mano sulla nuca al Mimit di Adolfo Urso, mentre al ministero della Difesa si guarda attoniti entrare, a passo svelto, gli agenti della Guardia di Finanza che perquisiscono uffici. Si ipotizzano reati di corruzione, riciclaggio, si setacciano appalti di Terna, Rfi. Sui telefoni, su WhatsApp, appare una sigla “inoltrato molte volte” che significa “sta girando, sta girando”. I decreti di perquisizione e di sequestro viaggiano insieme al venticello di un vertice di governo Tajani-Salvini-Meloni, che di mattina non si tiene. La scena è per Gasparri. Lascia a Stefania Craxi il ruolo di capogruppo ma in realtà si scambia la maglia da presidente della commissione Esteri. Antonio Tajani, prima di partire per Parigi, saluta Meloni, ma è un saluto breve, e dopo telefona a Marina Berlusconi e alla Cavaliera dice che se si va oltre il rischio è “di passare per delegittimato”. Quando hanno chiesto alla Cavaliera: cosa ne pensi se cambiamo Gasparri, Marina si è limitata a rispondere che lei non avrebbe aiutato ma neppure fermato. Sono giorni in cui basta una smorfia di Marina e Meloni e si andrebbe a pugnalare come nella casa di Marat. Un Cdm mai convocato non si può sconvocare ma è la spia di chissà quale manovra. Si dovrebbe tenere oggi. Al Quirinale, Mattarella è impegnato fino alle 18 perché riceve i nuovi ambasciatori, e dunque tocca cercare il nuovo ministro del Turismo fino a Dallas. Gianluca Caramanna, che di FdI è stato sempre la pancia e la testa, il possibile successore di Santanchè (così come il deputato Riccardo Zucconi) fa sapere che “lui non vuole cariche e Malagò sarebbe un nome, un grande nome, ma qualsiasi nome che farà Giorgia sarà perfetto”. Solo che il nome di Malagò, che ha imparato tutto da Gianni Agnelli, perfino il guardaroba, evapora.

Arriva per primo il nome nobile di Antonio Mura, quello che ha sempre voluto Mantovano (a dire il vero, voleva anche Luigi Birritteri, l’ex capo del Dag) come capo di gabinetto del ministro Nordio, al posto di Giusi Bartolozzi. Forse ora non ci sarà giustizia, ma serenità. A Chigi si prova a ripartire con due note, una sui fondi di coesione, gestiti da Fitto, la riprogrammazione di sette miliardi (ma l’effetto è che si infuria Attilio Fontana, il nord) e l’altra nota è sui “rimpatri”. C’è qualcosa di preoccupante nel silenzio di Salvini. Il governo dà parere negativo a un emendamento della Lega (del capogruppo Molinari) sul dl Bollette e Salvini ordina di non reagire, di fare silenzio. Si spiega solo con la ragione: si preparano a votare. Alla Camera, Luciano Violante, che chiama Meloni “la ragazza”, spiega che la “ragazza è intelligente, non andrà al voto, vedrete, anche perché queste cose si sa come iniziano ma non si sa come finiscono. E se poi se fanno il governo tecnico? Gli italiani non capirebbero questa scelta. Direbbero: hai perso, hai perso male, e ti metti tutti contro”. Anche Violante difende Santanchè che “povera, non c’entrava nulla. Meloni dovrebbe prendersela con i suoi vice. Uno, Salvini, era a Budapest e l’altro, Tajani, era in Italia, ma comunicava male. C’è solo da stare fermi, assorbire.

Le sconfitte sono come l’acqua per la terra. Si assorbono”. Violante, esempio, ha assorbito, e bene, l’uscita dalla fondazione Leonardo, la stiva della società dell’ad Roberto Cingolani che sarebbe poco amato oltreoceano, per il suo progetto Michelangelo Dome. Peserà sulla nomina delle partecipate? Siamo a quattro teste tagliate, teste mozze (c’è pure un libro, “Teste mozze. Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri”) e cosa ci sarebbe, ancora, di più eclatante che offrirne altre, nientemeno che di presidenti, ad? In Forza Italia i due deputati, Giuseppe Castiglione e Andrea Caroppo si misurano la pancia e scherzando, ma neppure tanto, si domandano “andiamo bene per il casting? O tagliano pure noi?”. Castiglione, che ha conosciuto Berlusconi, il padre, ricorda che “ci teneva all’aspetto, ai giovani, ma misurava anche la testa. Tajani gli è stato leale, ha salvato il partito, piano con la parola ‘novità, novità’”. Il boia di questi tempi fa gli straordinari. Si anticipa che la prossima settimana rotolerà la quinta testa, quella di Paolo Barelli, capogruppo di FI alla Camera, e che al suo posto debba andare Debora Bergamini. Si recuperano torti passati in prescrizione, ci si vendica contro il vicino. In testa di Meloni c’è solo la legge elettorale, da fare, presto, “la prima cosa”. O voto, rimpasto o niente perché si dice sempre, quando si soffre “non è niente, non è niente”. Non è vero che non cambiava nulla. Quando si perde resta sempre una piccola macchia. Un foruncolo.


Guardia Sanframondi, Rinascita Guardiese: presentazione del progetto “GustaGuardia”


C’è un momento in cui le idee smettono di essere parole e iniziano a diventare fatti. E’ esattamente ciò che sta accadendo a Guardia Sanframondi con il progetto “GustaGuardia” che sarà presentato ufficialmente sabato 28 marzo alle ore 18 nella “Casa di Bacco” in piazza Castello. E’un primo passo concreto dentro un percorso più ampio, strutturato, ambizioso e nasce con un’idea semplice e potente: valorizzare l’identità guardiese attraverso il gusto, la cultura, la memoria.

Di fronte ad una realtà urbana e sociale caratterizzata da un progressivo declino, esistono due strade: rassegnarsi oppure cercare di costruire un futuro nuovo. “GustaGardia” nasce dalla volontà di costruire  un futuro  guardando al passato con l’obiettivo di far rivivere la “Wardia Bella” che ci hanno lasciato in eredità i nostri nonni.

Un paese che si prende cura di sé diventa naturalmente attrattivo. Recuperare gli immobili inutilizzati, rivitalizzare il centro storico, sostenere artigiani e produttori: è esattamente ciò che questo modello permette di fare, rispondendo alla domanda di un turismo lento, autentico e sostenibile. Guardia possiede un patrimonio unico: il centro storico, una produzione enogastronomica di qualità e i Riti Penitenziali dell’Assunta.

“GustaGuardia” vuol trasformare questo patrimonio materiale e immateriale in cultura viva, continua, generativa.

In poche parole, vogliamo far diventare il cuore antico di Guardia la vetrina delle eccellenze del territorio.

Guardia può scegliere di non rassegnarsi a rimanere nell’elenco dei Comuni Marginali senza alcuna prospettiva di sviluppo nel breve e lungo periodo. Può scegliere di non diventare un paese che vive solo di ricordi.

Può scegliere di partire dalle sue radici per costruire futuro.

Costruiamo insieme una Guardia da gustare, orgogliosa e capace di futuro.

 RINASCITA GUARDIESE


La caduta degli Dei…


(Dott. Paolo Caruso) – La notizia della settimana è che dopo il Sottosegretario Del Mastro, la Capo di Gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, si è dimessa su esplicita richiesta della Premier anche la “Pitonessa” ovvero la Ministra del Turismo Daniela Santanchè, sotto processo a Milano per falso in bilancio, truffa aggravata ai danni dell’ INPS, bancarotta fraudolenta in relazione a diverse società. Un curriculum giudiziario di forte impatto sociale e politico rimasto nei cassetti della Meloni per un paio d’ anni e venuto fuori dopo la sconfitta referendaria. Comunque Daniela Santanchè non avrebbe mai dovuto essere nominata Ministra del Turismo a causa del suo enorme conflitto di interessi, occupandosi direttamente delle concessioni balneari, infatti era socia dello stabilimento balneare ” Twiga” insieme a Flavio Briatore. Dopo la nomina le azioni poi erano state cedute al suo compagno Dimitri Kunz e allo stesso Briatore. In Italia purtroppo non esiste una legge sul conflitto di interessi efficace e dettagliata in quanto bloccata da quasi due anni alla Camera. Lo Stesso Capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, esce di scena per volontà della Capo aziendale e padrona del Partito, Marina Berlusconi e probabilmente a Lui ne seguiranno altri. Un After Day che pare abbia risparmiato il Ministro della Giustizia Nordio.
Nordio infatti non si dimette. Si riconosce il maggiore responsabile del fallimento del “referendum”, ma non si dimette, preferisce sacrificare il sottosegretario Del Mastro e la sua Capo di Gabinetto Bartolozzi, quella che aveva paragonato certa magistratura a ” plotone di esecuzione “. Lui non ci pensa affatto, vuole continuare anche da “anatra zoppa” tanto la credibilità l’ ha perso da tempo. Erano troppo tranquilli, con i social tutti a favore del “Sì”, ma i giovanissimi alle urne hanno fatto la differenza. Giovani che vogliono appropriarsi del loro futuro, non più riferiti né al” Ventennio fascista” né a quello “berlusconiano”, con buona pace di Tajani, intenzionato a risuscitare i morti. Sono giovani che sfuggono ai ” dictat ” dei loro padri, per un mondo meno ipocrita e aperto al futuro da costruire. Nordio “non l’aveva considerato” e, sorpreso, vuole che le cose continuino come se nulla fosse stato. Il caso del colonnello libico, stupratore e riverito fino alle porte di casa sua, pesa sulla sua coscienza e di tutto il governo. La Meloni che dai banchi dell’ Opposizione protestava che avrebbe tenuta la schiena dritta da ” vergin di servo encomio ” (Manzoni), non lo ha dimostrato affatto né con Trump, né con Orban, né con Netanyahu. “I parenti d’ Italia” si ritengono i salvatori della patria, mentre l’Italia sta affondando sotto un PIL pari quasi allo zero, e i debiti contratti per le armi e l’energia con il Tycoon americano, di cui la premier ci ha reso schiavi, affossano la nostra economia. La Meloni ha abdicato da tempo a quei valori di legalità cui Borsellino, suo Nume tutelare, si ispirava. Il pensiero da Lui più volte espresso,
” I partiti non solo devono soltanto essere onesti ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati “, di certo non trova seguito nei comportamenti dei Rappresentanti del Governo e del partito della Meloni, la quale in effetti è la vera responsabile del disastro.


Consigliere regionale M5S, Raffaele Aveta: “Villaggio dei Ragazzi, approvato nostro ordine del giorno: ora lavoriamo per aumentare le risorse”


“Con l’approvazione unanime, in Consiglio regionale, dell’ordine del giorno sul Villaggio dei Ragazzi tracciamo una direzione chiara: salvaguardare la missione dell’ente che offre servizi sociali, assistenziali e formativi e tutelare i lavoratori. È stato un impegno portato avanti con serietà, senza sterili polemiche o contrapposizioni, guardando esclusivamente al valore assoluto di un’istituzione che sostiene il bisogno educativo di oltre 400 ragazzi”. Ha dichiarato il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Raffaele Aveta, firmatario di uno dei due ordini del giorno presentati in Consiglio, successivamente unificati.

“L’atto che ho presentato era l’unico a prevedere un ordine di spesa. Una scelta concreta, che supera la logica degli impegni di principio e introduce una responsabilità netta sul piano delle risorse. Il mio obiettivo, già da subito, sarà quello di lavorare in sede di prossimo assestamento di bilancio affinché vengano destinati i fondi necessari a garantire la stabilità e il rilancio della Fondazione. Una misura necessaria e non più rinviabile, se si guarda alla realtà dei numeri: 1 milione e 900 mila euro sono destinati esclusivamente agli stipendi, a cui si aggiungono gli impegni assunti con il Tribunale e gli interventi continui di manutenzione ordinaria e straordinaria di cui la Fondazione ha bisogno”.

“Da qui si riparte. Con basi più solide, maggiore consapevolezza e una fiducia rinnovata, sapendo che il futuro si costruisce attraverso scelte coraggiose. Un ringraziamento sincero va al Presidente Fico, che ha saputo cogliere immediatamente il valore e il ruolo strategico del Villaggio nel panorama regionale, contribuendo in maniera determinante a creare le condizioni per il suo rilancio”.


Delmastro e i Fratelli di Biella, indagine su fatture e contanti per la società con Carocci


La Guardia di finanza acquisisce decine di documenti sui passaggi societari della bisteccheria

Delmastro e i Fratelli di Biella, indagine su fatture e contanti per la società con Carocci

(di Giuliano Foschini e Andrea Ossino – repubblica.it) – L’inchiesta sulla Bisteccheria d’Italia è diventata l’indagine sui soci della Bisteccheria d’Italia. E dunque sull’ex sottosegretario Andrea Delmastro e su un pezzo rilevante di Fratelli d’Italia in Piemonte. La Guardia di finanza ha acquisito, e lo farà ancora nei prossimi giorni, decine di documenti: le visure camerali che documentano i passaggi societari, certo. Ma anche i bonifici, estratti conto, fatture, contratti della Bisteccheria d’Italia. Un lavoro lungo, analitico, che punta a ricostruire la vita reale della società dietro la vetrina del ristorante. L’obiettivo è verificare la versione fornita da Delmastro: non sapere che il padre della sua socia fosse il prestanome del clan Senese.

Una versione che, agli atti, presenta più di una crepa. Se infatti venisse fuori la prova che Delmastro sapesse, anche lui e gli altri soci di Biella finirebbero nell’indagine aperta per riciclaggio e intestazione fittizia. Il punto, però, non è soltanto nelle date delle condanne a Caroccia o nella sequenza degli eventi. Il nodo è la continuità. Tra le vecchie attività riconducibili a Mauro Caroccia e la nuova avventura della Bisteccheria d’Italia. «Il nome? Una lunga storia…», diceva lui stesso in un video promozionale. Una frase che oggi assume un peso diverso. Gli elementi che spingono gli investigatori a guardare in questa direzione sono diversi.

Il primo riguarda le frequentazioni: Delmastro, come documentano fotografie pubblicate sui social, era cliente abituale dei locali del “Baffo”, poi sequestrati e confiscati per mafia. Il secondo è di natura contabile: emergono movimenti societari che suggeriscono una continuità tra le esperienze precedenti e quella attuale. Il terzo è il più delicato: la consapevolezza. Perché la fotografia iniziale della società racconta molto più delle versioni successive.

Al momento della costituzione, la diciottenne Miriam Caroccia ottiene il 50 per cento delle quote e diventa amministratrice unica. L’altro 50 per cento è distribuito tra esponenti di Fratelli d’Italia e figure a loro vicine: Delmastro con il 25 per cento, l’ex vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino con il 5, l’assessore di Biella Cristiano Franceschini con il 5, il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà con un altro 5 e l’imprenditrice Donatella Pelle: 10 per cento. Una composizione che gli investigatori leggono non solo come un’operazione imprenditoriale, ma come una costruzione consapevole. C’è un dato che viene considerato difficilmente aggirabile: Mauro Caroccia non poteva comparire formalmente. E infatti non compare. La scena è quella dello studio notarile di Biella: dentro i soci, fuori – emerge – il padre. Non è negli atti, ma è dentro la storia. Non firma, ma c’è.

È su questo punto che l’indagine cambia passo. Perché se la titolarità formale è della giovane Miriam, resta da chiarire chi abbia realmente gestito l’operazione. Chi ha deciso, chi ha trattato, chi ha messo i soldi. E soprattutto: con quali risorse. Anche la versione fornita dalla ragazza – che sostiene di non aver pagato nulla in contanti per l’acquisto delle quote – sarà oggetto di verifiche. Perché nei primi riscontri contabili emergono indicazioni diverse, che parlano di versamenti e passaggi difficili da ricostruire. Il giro delle quote, già al centro di versioni contraddittorie, diventa così uno snodo chiave. Se i passaggi non sono chiari, se i pagamenti non sono tracciabili, il problema si sposta sulla provenienza del denaro e sulla reale struttura della società.

E poi ci sono i flussi: incassi, sponsorizzazioni, spese. Chi pagava davvero? Chi sosteneva l’attività nella fase iniziale? Chi copriva i costi di un ristorante frequentato da politici e funzionari? Sul fondo resta la stessa domanda che attraversa tutta la vicenda: chi controllava davvero la Bisteccheria d’Italia? Perché mentre all’esterno si moltiplicano le versioni – nessuno sapeva, nessuno conosceva, nessuno controllava – dentro le carte gli investigatori cercano una risposta più semplice. Se quella società sia stata, fin dall’inizio, la prosecuzione di un modello già visto: quello dei ristoranti riconducibili a Caroccia, finiti sotto sequestro perché utilizzati per ripulire il denaro del clan Senese. E se, dietro una catena di passaggi societari che tutti dicono di non aver governato, ci fosse invece una regia precisa.


L’esito del referendum è una crepa nel sistema: ora le opposizioni devono chiarirsi almeno cinque obiettivi


Se questo rifiuto non diventa una proposta coerente, accadrà quello che accade da anni: una fiammata, e poi il ritorno all’astensione

L’esito del referendum è una crepa nel sistema: ora le opposizioni devono chiarirsi almeno cinque obiettivi

(Ferdinando Boero – ilfattoquotidiano.it) – Il referendum ha respinto la riforma della giustizia, con circa il 54% di No e un’affluenza intorno al 59%. Il dato più interessante è che i giovani, in massa, si sono espressi contro la proposta del governo e, con loro, molti che di solito non votano: non per sostenere qualcuno, ma per fermare qualcosa. Si sono trovati d’accordo con le opposizioni, ma solo per dire No, non per dire sì a un programma, visto che la proposta era semplicemente di lasciare le cose come sono.

L’esito del referendum non è stato una vittoria dell’opposizione, ma una crepa nel sistema. Se le opposizioni la vogliono trasformare in qualcosa di più, devono fare una cosa semplice da dire e difficile da fare: chiarirsi idee e obiettivi. Non basta unirsi in cartelli e formule elettorali unitarie. È il contenuto.

Oggi i vari rappresentanti dell’opposizione hanno posizioni incompatibili su quasi tutti i temi decisivi: per questo gli elettori intermittenti non si fidano e, quindi, non votano. Il referendum ha mostrato che esiste uno spazio politico reale, fatto di persone che rifiutano l’offerta attuale e che, quando percepiscono un rischio, si attivano. Dire No non basta: bisogna offrire opportunità. Quel blocco sociale ha alcune caratteristiche precise, e i temi su cui si muove sono molto concreti.

1. Il primo è la guerra. Esiste una domanda diffusa di discontinuità rispetto alla logica del riarmo, basata sulla consapevolezza che le risorse pubbliche stiano cambiando direzione, dal welfare al warfare. Su questo punto l’opposizione è divisa e, quindi, non è credibile.

2. Il secondo è il reddito. Il lavoro povero è oramai la regola. Il salario minimo e il reddito di cittadinanza sono tentativi, imperfetti quanto si vuole, di rispondere a una realtà materiale. Ma anche qui l’opposizione è incoerente. Oscilla, corregge, arretra. E ogni oscillazione erode fiducia.

3. Il terzo è la precarietà, soprattutto giovanile. Il voto ha mostrato una cosa evidente: chi ha meno di quarant’anni vive in un altro Paese rispetto a chi decide. L’emigrazione è una necessità, più che una scelta. E questo produce una domanda politica fortissima: non solo lavoro e salario, ma riconoscimento e futuro.

4. Il quarto è il ruolo dello Stato. Le privatizzazioni sono state raccontate come una modernizzazione. In molti casi sono state una rinuncia. Sanità, infrastrutture, servizi essenziali: la percezione diffusa è di un peggioramento. La proposta non può essere “più Stato”, ma “uno Stato che funziona”. E questo richiede competenza, non slogan.

5. Il quinto è la transizione ecologica. Anche qui il problema non è l’obiettivo, ma la priorità. Se la percezione è che le risorse vadano alla guerra invece che alla riconversione ecologica, il consenso si sposta. Perché il tema non è l’ambiente in sé, ma il futuro che rende possibile.

Questi cinque punti sono una domanda sociale che, oggi, stenta a trovare una risposta coerente. Qui sta il problema, perché chiarirsi idee e obiettivi significa scegliere, e scegliere significa escludere. Vuoi stare su una linea atlantista e sostenere il riarmo? Allora perdi chi chiede discontinuità. Vuoi difendere il reddito e intervenire sul lavoro povero? Allora devi rompere con una parte della tua storia recente. Vuoi criticare le privatizzazioni? Allora devi spiegare perché le hai fatte, visto che sono stati politici di “sinistra” ad attuarle.

Non si può tenere assieme tutto e il contrario di tutto. Le elezioni non funzionano come il referendum. Il voto referendario rischia di essere effimero, perché chi si è mobilitato lo ha fatto per dire No. Non per dire sì a qualcuno. Si è trovato all’opposizione, senza essere dentro l’opposizione. Se questo rifiuto non diventa una proposta coerente, accadrà quello che accade da anni: una fiammata, e poi il ritorno all’astensione. Perché oggi il partito più forte in Italia non è a destra o a sinistra: è quello di chi non vota. E quando quel partito decide di votare, gli equilibri si spostano. O le opposizioni diventano una cosa sola, oppure non vincono, perché una piattaforma comune non può essere sostenuta da identità incompatibili. Il problema non è come si mettono insieme perché, così come sono, non stanno insieme.

I partiti ora all’opposizione potrebbero copiare la destra, abbracciando ognuno uno o più punti specifici e sostenendoli assieme, ciascuno con la propria identità. Forza Italia aveva in programma la riforma della giustizia, Fratelli d’Italia il premierato, la Lega l’autonomia differenziata. I tre obiettivi sono stati sostenuti da tutta la coalizione, come ha dimostrato la discesa in campo del presidente del Consiglio a favore di una riforma che non era la bandiera del suo partito. In questo le destre si sono dimostrate coerenti, con i risultati che conosciamo.

Le sinistre dovrebbero elaborare una strategia coerente, non continuare a muoversi per tattiche disconnesse. Gli obiettivi della destra non hanno convinto la maggioranza dei votanti, ma quella maggioranza non si trasformerà automaticamente in consenso per l’opposizione. Per portarla al voto non basta opporsi. Bisogna rappresentarla. Altrimenti, quel voto tornerà dove sta di solito: nell’astensione.

Nota: il referendum dice che i politici non sono al di sopra della legge e che, se la infrangono, la Magistratura ha il dovere costituzionale di intervenire.


Il tonfo di Giorgia Meloni


(Gioacchino Musumeci) – Giorgia Meloni imbarazzante. E’ definita capace e ma credo sia solo protocollo. Politicamente non lo è perché ha fallito su tutti i fronti.

Riforma a parte, senza dimenticare l’autonomia differenziata rimasta sul groppone dei leghisti, i temi storici della destra sono le sconfitte peggiori. Tre anni e mezzo di nulla.

Immigrazione, sicurezza, tasse, accise, stagnazione economica, inflazione e recessione. Ciascuno di questi argomenti per la Meloni si risolve in un disastro epocale.

Spesso le affermazioni della premier sono veri e propri boomerang. Esempi di antilogica clamorosi . Martedì, all’indomani della cocente sconfitta referendaria ha sostenuto “Da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga”.

La frase è illuminante: mentre indicava magistrati perennemente impuniti, la premier copriva i suoi affinché non pagassero le loro malefatte. Una vergogna totale..

Siccome Meloni s’ è stufata, da questo momento pagano tutti – chiacchiere naturalmente – Tranne lei. La prima che effettivamente dovrebbe dimettersi dopo essersi intestata un referendum fallimentare che manco Renzi ai suoi tempi ha sbattuto il grugno in quel modo.

Ma tutto questo solleva un tema spinoso per i suoi avversari. Il centro sinistra infatti è chiamato a risolvere i problemi che la destra ha saputo solo amplificare e non a sopravvivere all’ombra del masochismo meloniano.

La domanda quindi è: la coalizione di centro sinistra ha un programma condiviso? Perché quello delle singole forze politiche non conta dato che si governa insieme. La coalizione di centro sinistra saprà intercettare i giovani? Solo a loro si deve la sconfitta di Giorgia Meloni che a dir la verità si è scavata la fossa da sola. Ha letteralmente ignorato ogni problema di coloro che rappresentano il futuro del Paese.

Se i giovani non saranno coinvolti, Conte, Schlein e tutti gli altri non hanno speranze. Quindi economia e mercato del lavoro saranno topici. La coalizione di Centro Sinistra saprà rinunciare all’opulenza e gli sprechi pubblici per abbassare finalmente tasse e accise. Saprà emanciparsi da Usa e Israele o vedremo l’Italia satellite di sempre. La coalizione saprà riaprire i rapporti con l’oriente cancellati da Draghi e Meloni? Saprà smantellare l’orientamento belligerante dalla Ue e riportarla a multilateralismo e pacifismo fondativi?

Lo vedremo.

Nel frattempo che sostiene che il voto referendario non avesse valenza politica può anche darsi pace e dire meno balle. Dopo il disastro perfino Gasparri s’è dovuto dimettere. Il referendum ha provocato un terremoto di natura squisitamente politica perché gli impuniti del governo, per lo meno quelli mediaticamente esposti, sono caduti ma troppo tardi.

Decapitare oggi Del Mastro, Santanché, Bartolozzi, equivale ad ammettere che “ieri” l’opposizione aveva ragione. Ma non è stata ascoltata perché il profilo etico e giudiziario di ministri e sottosegretari per Giorgia Meloni è irrilevante.

La premier sosterrà che le dimissioni mostrano che il governo ascolta il popolo. Invece no, il governo si comporta come un bambino beccato con le mani sulla marmellata. Prima la mangia e poi chiede perdono. Ma può continuare a governare chi ha necessità di essere educato dal popolo che pretende di rappresentare? Anche no.

La propaganda politica ha un prezzo. Il governo Meloni ha appena cominciato a pagarlo.


Viene giù tutto


Il capogruppo sfiduciato da 14 senatori: al suo posto Craxi. Letta e Arcore guidano la rivolta contro il leader. Che chiama la primogenita e congela la sostituzione alla Camera

Forza Italia, Marina B. fa  dimettere Gasparri. Tajani: “Se salta Barelli me ne vado”

(estr. Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] A metà pomeriggio, al Teatro dei Servi, a pochi passi da Fontana di Trevi, il partito Fininvest siede in prima fila per ascoltare Gianni Letta che elogia la “rivoluzione gentile”: ci sono Cristina Rossello (avvocata dei Berlusconi) e i deputati berlusconiani Ugo Cappellacci e Rita Dalla Chiesa. Negli stessi istanti, pochi metri più in là, a Palazzo Madama, si consuma il colpo di mano “gentile” ordinato da Arcore. Dopo i tre dimissionari di Fratelli d’Italia, anche in Forza Italia arriva la prima vittima politica del referendum sulla Giustizia: il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. “Mi sono dimesso, passiamo al punto due: il mio successore…”, dice con freddezza, intorno alle 16, Gasparri riunendo i senatori azzurri. Non c’è bisogno nemmeno di un voto: al suo posto va Stefania Craxi.

[…]

La raccolta firme per sfiduciarlo era iniziata tre settimane fa: materialmente da Claudio Lotito (“Io? Non c’entro una mazza, io non conto un cazzo…” si schernisce entrando in ascensore a Palazzo Madama), su ispirazione di Marina Berlusconi (che ufficialmente smentisce) e con l’appoggio di Gianni Letta e del tesoriere Fabio Roscioli. La primogenita del fondatore di Forza Italia da mesi chiedeva “rinnovamento” nelle facce del partito e ha coordinato il colpo di mano per far fuori Gasparri. Due settimane fa, nella sua casa milanese, Marina aveva incontrato Craxi e le aveva detto di andare avanti. “Sono stufa”, andava ripetendo Marina Berlusconi.

Furore che è aumentato dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia che, per Marina Berlusconi, significa il tradimento della storica battaglia del padre. Così, martedì, come anticipato da Repubblica, era stata completata la raccolta firme di 16 senatori – tra cui i due ministri Paolo Zangrillo e Maria Elisabetta Casellati – presentata ieri mattina per sfiduciare il capogruppo. Gasparri e Tajani hanno provato per qualche ora a fare resistenza cercando di rinviare la decisione a mercoledì, ma non c’è stato niente da fare.

Il leader di Forza Italia, però, non ci sta. Sa che, oltre a Gasparri, rischia di saltare anche il suo fedelissimo Paolo Barelli, capogruppo alla Camera. Si parla di raccolte firme e dell’ipotesi che a succedergli sia uno tra Deborah Bergamini e Giorgio Mulè, spinto dalla famiglia Berlusconi dopo le performance televisive in campagna referendaria. Ma questo, per Tajani, è troppo. Così, di buon mattino, il leader alza il telefono e chiama Marina Berlusconi con toni minacciosi: va bene Gasparri ma se salta anche Barelli me ne vado, è il senso delle parole del vicepremier che lo racconta anche ai suoi fedelissimi nel partito. Risultato: tutto congelato a Montecitorio, se ne riparla più avanti. Anche perchè, alla Camera, la partita è più difficile: servirebbero 28 firme.

A pesare sul colpo di mano nei confronti di Gasparri non c’è solo la volontà di Marina Berlusconi di rinnovare il partito ma anche alcune faide interne al gruppo: il presidente dei senatori contestava a Craxi le spese eccessive per la scuola politica di formazione a Viterbo, mentre Zangrillo e Casellati si sono opposti all’idea di andare avanti coi congressi regionali. A questo si aggiunge il carattere “spinoso” e da “accentratore” di Gasparri che non piaceva a molti.

[…]

Nel pomeriggio, il putsch si consuma rapidamente. Gasparri si dimette e Tajani lo ringrazia con un post pubblico. La riunione dei senatori è breve e indolore. Silenzio iniziale. La nuova capogruppo Craxi scherza: “Ragazzi su, non è un funerale. Siamo adulti, questo è un avvicendamento naturale”. Gasparri (che andrà a presiedere la commissione Esteri) dice poche parole: “Mi sono dimesso, ora passiamo a decidere la mia successione. Chi si propone?”. La ministra Anna Maria Bernini fa il nome di Craxi, nemmeno si vota. Nel suo breve discorso la nuova capogruppo chiede “unità”. Dopo pochi minuti, da Arcore arriva una nota che suona come rivendicazione: quella di sfiduciare Gasparri è una “iniziativa parlamentare” ma la famiglia Berlusconi fa sapere di sostenere “una sempre maggior apertura” della classe dirigente con la “grande stima per Craxi”. Resta, invece, “immutata stima” nei confronti di Tajani. Si vedrà per quanto.


Vomero, biblioteca Croce: fate presto!


Dopo sette anni di chiusura finalmente arrivano i fondi per riaprirla

            Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della circoscrizione Vomero che, dal 2019 e nel corso dei lunghi sette anni di chiusura dell’unica biblioteca comunale presente al Vomero, la biblioteca “Benedetto Croce, in via De Mura, ha più volte lanciato appelli all’amministrazione comunale per la riapertura dell’importante presidio culturale, anche con una petizione online, esprime soddisfazione per un primo traguardo raggiunto: lo stanziamento da parte della Giunta comunale di 322mila euro, per la riqualificazione e l’ammodernamento dell’importante struttura.

            “ Nell’antichità – sottolinea Capodanno – , le biblioteche, luoghi di cultura e di sapere oltre che di aggregazione sociale, venivano collocate nei palazzi reali o in enormi luminose strutture. Nel ventunesimo secolo una struttura del genere, come nel caso della biblioteca “Benedetto Croce”, è stata invece posta nei locali interrati del plesso scolastico Luigi Vanvitelli, locali nei quali fu trasferita dalla sede originaria, al piano terra del polifunzionale comunale di via Morghen “.

            “ Quando ero presidente della circoscrizione, negli anni ’80  – ricorda Capodanno -, intrapresi una vera e propria battaglia per trasferire la biblioteca Croce nella nuova sede della circoscrizione, in una palazzina strappata all’utilizzo originario, fissato dall’allora sindaco-commissario Valenzi, a silos multipiano per parcheggi. Successivamente i locali della biblioteca vennero inopinatamente destinati a sede di una delle tante fondazioni che sono state create nel capoluogo partenopeo. Da qui scaturì il trasferimento nella sede di via De Mura. Eppure il Vomero, con i suoi oltre 40mila residenti, avrebbe sicuramente bisogno di più di un luogo pubblico per fare cultura anche come punti d’incontro e di aggregazione, dopo la chiusura di diverse librerie, come Guida e Loffredo, e di numerose sale cinematografiche “.

            ” Peraltro – puntualizza Capodanno – lo stanziamento dei fondi necessari costituisce solo un primo anche se significativo passo. Adesso bisognerà mettere in moto la lenta quanto farraginosa macchina amministrativa per individuare la ditta che dovrà eseguire i lavori, presumibilmente a seguito di una gara d’appalto, e successivamente per i tempi necessari per effettuare i lavori, anche verificando lo stato nel quale si trovano i circa 14mila volumi custoditi all’interno dei locali, dopo tanti anni di chiusura “.

            ” L’auspicio è che si faccia presto e bene – conclude Capodanno -. I vomeresi, in particolare i giovani, attendono da troppo tempo che la biblioteca Croce venga restituita alla piena fruibilità, con la riattivazione anche dei diversi servizi offerti prima della chiusura tra i quali la lettura di quotidiani e riviste, e i servizi di consulenza a disposizione degli utenti oltre alle ripresa delle attività con seminari e laboratori “.


Le donne sannite si mobilitano per la Pace. Domani al Mulino Pacifico di Benevento dalle 16


10, 100, 1000 Piazze per la Pace

Tessitura di Pace dall’esperienza delle donne.

Insieme mani, fili per tessere pace e futuro.

Come in molte piazze d’Italia anche a Benevento sabato 28 marzo si terrà nei Giardini del Teatro Mulino Pacifico in via Appio Claudio n. 17, dalle ore 16 alle 20, la manifestazione “10, 100, 1000 Piazze per la Pace” – mani unite per tessere la Pace.

L’evento è organizzato in collaborazione con Solot Compagnia Stabile, Culture e Letture Aps, Libreria Barbarossa, Tanto per Gioco, Consulta delle donne Comune di Benevento, Artemide Aps, Comitato Pari Opportunità – Ordine Avvocati di Benevento, Centro Studi Carmen Castiello.

Migliaia di donne d’Italia lavoreranno alacremente per tessere manufatti da poter esporre alla manifestazione conclusiva che si terrà a Roma il 20 giugno. L’esposizione, realizzata attraverso i lavori a uncinetto, con stoffe cucite tra loro, in lana o in cotone, saranno il manifesto di un movimento nato per ottenere la pace.

Si cuciranno insieme tutti i manufatti per costruire un vero tappeto di pace. Ogni pezzo racconterà il desiderio di un futuro senza sofferenze e uccisioni.

Come racconta il manifesto della giornata: tessere, cucire o rammendare sono gesti che richiedono pazienza, competenza e cura. Fanno parte dell’esperienza storica delle donne, sempre attente ai legami vitali per l’essere umano. Esporre i lavori al pubblico ha un significato importantissimo: significa opporre alla logica della guerra la pratica della relazione, della riparazione e responsabilità verso il mondo.

Tutti possono partecipare per opporsi alla guerra e alla sua normalizzazione. Perché trasformare il lavoro realizzato attraverso le mani di migliaia di donne, è sicuramente costruzione collettiva del futuro, volta a mantenere aperto uno spazio di pensiero produttivo.

Partecipare è facile! Si potrà portare con sé un semplice pezzo di stoffa, sciarpa o nastro, ma anche fili, aghi o pennarelli per tessuti.

La mobilitazione converge con l’iniziativa Stop ReArm Europe che si oppone al piano dell’Unione Europea di spendere 800 miliardi di euro in armi. I fondi saranno tolti alle spese sociali, alla salute, all’educazione, al lavoro, alla costruzione della pace, alla cooperazione internazionale, alla transizione giusta e alla giustizia climatica.

A cura del comitato organizzatore:

Solot Compagnia Stabile, Culture e Letture Aps, Libreria Barbarossa,

 Tanto per Gioco, Consulta delle donne Comune di Benevento, Artemide Aps,

Comitato Pari Opportunità – Ordine Avvocati di Benevento, Centro Studi Carmen Castiello


Conto solo io


(Marcello Veneziani) – In quattro frasi, probabilmente copiate, il tredicenne che ha aggredito la sua insegnante a Bergamo, sintetizza perfettamente la malattia del nostro tempo e dei ragazzi più esposti. “Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico e non sono un imitatore di un precedente attacco scolastico. Voglio essere riconosciuto per andare contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre alla mia. La vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, ma che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che vendicarsi”. Ecco il manifesto ideologico dell’odio o dell’io. Aggiungete a tutto questo la percezione d’impunità: sono minore, non possono farmi niente. In particolare sottolineo: il disprezzo di vivere nella realtà, il considerarsi Unico, come scriveva il pensatore dell’anarchia Max Stirner, il progetto di emergere andando contro la norma e le regole, vendicandosi del mondo. E poi la regola regina per l’Ego: Conto solo io e la mia vita, non gli altri e la loro vita, che vivono come topi. Ritenete che sia il manifesto di un isolato invasato o non vi viene il dubbio che sia la sintesi esplicita di un modo di vivere e di s-ragionare tipico della nostra epoca, frutto di solipsismo, egocentrismo ed egoismo, narcisismo patologico? Scoprite quanta dose di questa follia si nasconde in voi, intorno a voi.

Io cioè Tutto, il Mondo cioè Nulla.