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Lotito meglio di “Scarface”!


(dagospia.com) – Nei sotterranei della villa del senatore di Forza Italia e presidente della Lazio, Claudio Lotito, è in costruzione Un tunnel lungo circa 50 metri, con pareti bianche decorate da colonne in rilievo e rose dei venti rossastre dipinte sul soffitto. Il tutto nell’area archeologica del parco dell’Appia Antica, sottoposta a vincoli di legge. Ne scrive oggi “Il Tempo”

La struttura, secondo quanto ricostruito dalla trasmissione Report, sarebbe stata realizzata nel corso di diversi anni. Per capire la vicenda è necessario tornare indietro nel tempo.

Lotito avrebbe acquistato una prima parte della proprietà, comprendente una villa e una piscina, nel 1997, per cinque miliardi di lire. Nel 2000 avrebbe poi acquistato una seconda parte, composta da due villette e una cappella. Nell’atto di vendita, secondo la ricostruzione di Report, sarebbero stati indicati rigidi vincoli sulla maggior parte dell’area.

La zona si trova in via di Porta Latina, a pochi metri dai resti delle Mura Aureliane. Le immagini satellitari mostrano che, nei primi anni Duemila, l’area intorno alla cappella e alle villette era ricoperta di vegetazione.

Dal 2019, invece, al posto degli alberi compare una grande struttura scura che segue il perimetro della villa principale. Secondo quanto riferito da alcune fonti, si tratterebbe di una guaina protettiva, successivamente ricoperta con terra e da una fontana. Proprio sotto questa zona sarebbe stato realizzato il bunker.

Le immagini aeree scattate tra il 2020 e il 2023 mostrerebbero inoltre diversi interventi. La villetta centrale sembrerebbe essere stata demolita e successivamente ricostruita, quella adiacente sarebbe stata ristrutturata e la cappella sarebbe stata ampliata.

Nel 2023 sarebbe stata aperta un’indagine per presunti abusi edilizi, a seguito di una denuncia della Polizia di Roma Capitale. L’indagine sarebbe stata poi archiviata nello stesso anno. L’archiviazione, secondo quanto ricostruito, riguarderebbe però esclusivamente i presunti abusi relativi alla villetta centrale, demolita e ricostruita.

Secondo Report, Lotito avrebbe successivamente regolarizzato una serie di interventi contestati. Nel frattempo, però, i lavori sembrerebbero essere proseguiti: alcune immagini recenti mostrerebbero infatti materiali da cantiere e operai impegnati nell’area della cappella.

Uno degli aspetti ancora da chiarire riguarda proprio il tunnel di circa 50 metri. Non è chiaro se la sua realizzazione sia stata autorizzata, considerando che l’area potrebbe contenere tombe e altri reperti archeologici. In zone sottoposte a tutela, i movimenti di terra devono infatti essere preventivamente autorizzati e, secondo le procedure previste, eseguiti con la presenza del personale della Soprintendenza.

Resta quindi da verificare se la costruzione del tunnel e degli ambienti sotterranei descritti da Report — tra cui una sala cinema, un salotto, una discoteca e una sala per le carte — sia avvenuta nel rispetto di tutte le autorizzazioni necessarie. Secondo la trasmissione, di questi ambienti non ci sarebbe traccia nella documentazione catastale.

La vicenda solleva dunque interrogativi sulla natura e sulla regolarità dei lavori realizzati sotto la villa, in una zona di grande valore archeologico. Una singolare contrapposizione: nell’antica Roma i sotterranei dell’area servivano anche a custodire le tombe dei defunti; oggi, a pochi metri da quei resti, potrebbero ospitare spazi destinati a tutt’altro scopo.


La Vannaccinomics: tra stato sociale e dirigismo


La ricetta del generale prevede di arrivare alla proprietà diffusa. Ovviamente promette un taglio all’Irpef fino alla flat tax e stoppa ogni imposta patrimoniale

Il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci nella sala stampa della Camera dei deputati 

(di Walter Galbiati – repubblica.it) – Potremmo definirlo sovranismo economico venato di corporativismo e socializzazione, in stile Repubblica di Salò. Il generale Vannacci vuole uno Stato che indirizzi l’economia. Uno Stato che indirizzi i settori chiavi dall’energia alle infrastrutture, dal credito alle tecnologie. E che i lavoratori partecipino agli utili.

La cassetta degli strumenti è composta da un Fondo sovrano per la crescita nazionale, che quando serva, finanzi, compri e sostenga le aziende rilevanti per lo Stato, e dal Golden power da usare come clava se le minacce arrivano dall’esterno. Allo stesso scopo vorrebbe piegare l’operato di Cdp, Sace e Simest, bracci operativi per supportare la filiera italiana, soprattutto delle Pmi. Quel che dall’Italia invece è andato all’estero dovrebbe tornare, come i cervelli in fuga, attraverso il reshoring, favorito dagli incentivi fiscali. Di certo il credo economico è anti-europeista, senza se e senza ma. L’Italia deve «riconquistare spazi di sovranità economica» rispetto all’incombente presenza dell’Ue.

La prima mossa è non sottostare più al nuovo Patto di Stabilità e Crescita, ponendo rimedio alla «sciagurata firma da parte del Governo Meloni». La via per sfuggire alle maglie fiscali è il veto al prossimo bilancio pluriennale per perseguire con la revisione dei trattati su cui si basa la Ue. Libera dall’Unione, l’Italia potrebbe rapportarsi direttamente con gli Usa, importare gas dalla Russia e farsi motore di una nuova cooperazione europea tra Nazioni sovrane sulla stessa lunghezza d’onda come Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia. La moneta unica è stata tutt’altro che un idillio. Vannacci non dice di abbandonare subito l’euro, ma di adottare una strategia che ci porti all’uscita con condizioni e tempi che tutelino l’interesse nazionale, le imprese, i posti di lavoro e le famiglie. Per socializzare l’economia, oggi sarebbe difficile procedere per decreto come fece il Duce nel 1944, attribuendo la gestione dei mezzi di produzione, appannaggio fino ad allora solo dei capitalisti, anche ai lavoratori pur senza toccarne la proprietà. Vannacci propone la proprietà diffusa, perché tutti possano essere proprietari, risparmiatori, imprenditori, professionisti e lavoratori partecipi dei risultati dell’attività economica. Come? Favorendo la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa e l’azionariato diffuso, mediante strumenti fiscali incentivanti. Il programma, ovviamente, è di ridurre le tasse, smussando il cuneo fiscale e appiattendo l’Irpef fino ad una aliquota unica (flat tax), pur tenendo conto del quoziente familiare: più figli hai, meno paghi. La nuova Europa dovrebbe favorire investimenti per la natalità, fattore centrale della sostenibilità economica, e non per il riarmo o il Green deal che ha azzoppato l’industria continentale. Vannacci è per tassare “le persone” e non “le cose” che non producono reddito. Per cui via ogni tipo di patrimoniale, compreso il bollo auto e moto e sulle seconde case, quelle ereditate dai nonni.


Il vizietto della politica


(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Le mani sulle banche. Gira che ti rigira, il vizietto della politica cafona e arraffona non è mai passato. E la battaglia intorno al Montepaschi lo conferma. Va avanti così da anni, nell’Italietta orfana dei poteri forti. Dove Cuccia è morto ma Lavitola è più vivo che mai. Dove spariscono i salotti buoni ma impazzano le trame di corridoio. Dove governanti senza idee trafficano con boiardi senza scrupoli e capitalisti senza capitali. Dove tronfi capi-popolo appena entrati nella stanza dei bottoni credono di farsi establishment espugnando le ultime casematte della finanza, depositarie dei soldi degli italiani. Tutti si riempiono la bocca di richiami stolidi e solenni alla “neutralità”: ma tutti provano ad accaparrarsi la “roba”.

Vent’anni fa toccò a Piero Fassino: con quel rovinoso “abbiamo una banca”, che diventò la tomba dell’affare Bnl-Unipol. Oggi tocca a Giorgia Meloni: a dispetto delle sue parole alate sul “libero mercato”, l’Underdog di Colle Oppio si sogna signora del credito e per questo lascia impronte digitali sul Risiko bancario. Al suo fianco, da mesi alleati e camerati ordiscono piani dalle segrete di Palazzo Chigi: l’unica merchant bank dove si parla romanesco.

L’ultima sortita della premier, a Ferragosto, ha turbato l’algida quiete dei “moderati”, ancora convinti che la Sorella d’Italia e i suoi Fratelli abbiano sudato sui sacri testi di Adam Smith: di fronte all’Ops-monstre di Carlo Messina su Mps e alla contromossa di Luigi Lovaglio, perché la premier rimette non solo le mani, ma pure i piedi nel piatto? Non è un’invasione di campo, augurarsi proprio adesso “che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”? Non è un modo per schierare il governo a fianco di Rocca Salimbeni, e contro Ca’ de Sass? Certo che lo è. E chi adesso si stupisce è cieco o ipocrita. Le destre al comando inseguono dal 2024 il sogno del “terzo polo bancario”, con la pretesa di intestarselo. Salvini lo voleva costruire intorno a Bpm, in nome del Grande Nord da rilanciare, e qui c’è stata la prima invasione di campo: l’Ops di Unicredit sulla banca guidata da Giuseppe Castagna l’ha bloccata un grottesco golden power, usato dal Tesoro per tutelare “l’italianità di Bpm” (come se il secondo istituto di credito italiano fosse un pericoloso raider straniero). Così, per eterogenesi dei fini, è salito al 30% l’azionista francese Credit Agricole. Ed è anche di débacle come queste, adesso, che le camicie verdi chiedono conto a capitan Matteo.

Ma Meloni il suo terzo polo lo voleva e lo vuole ancora più di Salvini. Per questo nel novembre di due anni fa aveva congegnato una “privatizzazione di scopo” di Mps, collocando il 15% in tasca a Bpm, Anima, Delfin e Caltagirone. Una plusvalenza da 1,1 miliardi per lo Stato, tre azionisti stabili per la banca senese: pareva l’uovo di colombo. Tre mesi dopo si è capito tutto: Siena ha osato l’inosabile lanciando l’Ops su Mediobanca, con l’intento di catturare la “magnifica preda” del capitalismo italico: le Generali, 900 miliardi di asset e 50 miliardi di Btp. Ed è arrivato il sigillo della Sorella d’Italia, che prima di imbarcarsi sulla Vespucci e attovagliarsi con Bin Salman ha benedetto l’affare: “Il terzo polo bancario potrà avere un ruolo importante per la messa in sicurezza dei risparmi degli italiani… Dobbiamo essere orgogliosi del fatto che Mps è oggi risanata e avvia operazioni ambiziose”.

Un Big Bang: la ex Calimera del Msi che sta per riuscire dove tutti hanno da sempre fallito, cioè prendere al guinzaglio al Leone di Trieste, la “cassaforte della Nazione”. È stata la seconda invasione di campo, studiata a tavolino. Con il via libera della maggioranza, sancito da un surreale post dell’ineffabile Claudio Borghi, che rivela su X il disegno nascosto: “Mps, da banca distrutta dal Pd a nuovo salotto buono della finanza italiana con egida statale. Come ai bei tempi… ma a Siena”. Con la regia del Tesoro e, secondo la Procura di Milano, anche con il “concerto tra gli azionisti” che hanno rilevato le quote dal Mef, cioè con il patto occulto riassunto così da Marcello Viola: “Dal 2019 al 2024 c’è stato un costante investimento a scacchiere in Mediobanca e Generali da parte di Delfin e Caltagirone…”, poi “un saldarsi di interessi di vecchia data con quelli nuovi legati a Mps” e infine un’omessa comunicazione “al mercato e alle autorità dell’esistenza di un accordo”.

Ma a chi volete che importino, le legge e la verità? Nessuno ha visto nulla, né Consob né Bce. Come i centri in Albania, il terzo polo bancario “fun-zio-ne-rà”, e Rocca Salimbeni sotto le insegne sovraniste dovrà diventare la nuova Piazzetta Cuccia. Di qui la successiva cacciata dei manager storici di Mediobanca e poi dei vertici di Rocca Salimbeni. Anche in quel caso la premier ci ha messo il timbro, su Bloomberg: “Il ruolo del governo in Mps è terminato…”. Come dire, fassinianamente: missione compiuta, anche noi abbiamo una banca. Ma da febbraio il Risiko è impazzito di nuovo e il governo è andato in tilt. Prima lo stupefacente rientro in scena di Lovaglio. Poi l’Armageddon di Messina, che il nascente “terzo polo” meloniano se lo ingoia in un boccone. Con tanti saluti a Giorgia, a quanto pare informata con una telefonata di pura cortesia istituzionale.

Torniamo così all’ultima invasione di campo, quella di Ferragosto. Perché di fronte alla fiche da 36 miliardi messa sul piatto dalla prima banca del Paese, che fa nascere il secondo gruppo creditizio europeo dopo Santander, la premier si mette di traverso e porta sacchi di sabbia alla trincea di Lovaglio, agitando lo spettro dello “spezzatino” di Montepaschi? Anche qui, ragionando in termini di business, dovremmo convenire che uno smembramento di Mps presenta criticità oggettive. Ma, di nuovo, non è questa la leva che muove i patrioti. È invece la stessa che li spinse a stoppare Unicredit su Bpm. Fanno politica, pensano in piccolo, vogliono gruppi finanziari e gregari che obbediscano agli ordini, soprattutto in campagna elettorale. Se sono troppo grandi e troppo autoreferenziali, non servono allo scopo. Intesa e Unicredit, i primi due colossi creditizi d’Italia, sono too big to fail per il mercato. Ma sono to big to control per il Palazzo. Per questo, nella zona grigia tra pubblico e privato, questa famelica élite alle vongole sa fare solo mediocri guerricciole di retroguardia. Più Stato cialtrone che Stato padrone.


Lollo ultimo wok(e): il menù “anti-Vannacci” al ministero


Lollo ultimo wok(e):  il menù “anti-Vannacci” al ministero

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Non ditelo al generalissimo Roberto Vannacci. Il sovranismo alimentare in salsa meloniana dice no al “rancio” formato caserma: al ministero delle Politiche agricole di Francesco Lollobrigida vanno di moda invece cous cous, latte d’avena, prodotti veg, dop e bio per tutti i gusti e tutti i palati: chi si aggiudicherà il bando da 2,5 milioni di euro per la gestione del bar e del ristorante interno dovrà tenere conto “delle differenti necessità alimentari degli utenti che per cultura, scelta, religione o salute seguono un regime alimentare particolare”. Lollo, ultimo woke.

Per apparecchiare a tavola i 700 dipendenti più gli ospiti che affolleranno banconi e tavoli dei punti di ristoro del ministero di via XX settembre servirà battere però la concorrenza. Anche sul design: per aggiudicarsi la gara sarà necessario essere competitivi non solo sui prezzi dei menù e sulla varietà dell’offerta gastronomica. Verrà tenuto in buon conto anche il design. Gli arredi dovranno essere pensati per un “inserimento armonico negli ambienti istituzionali” del ministero e nell’ottica della “ergonomia e comfort degli utenti”, mentre le attrezzature saranno progettate e realizzate sulla base di criteri di ecodesign. Ma il pezzo forte dovrà essere il menù e anche il personale da impiegare in cucina e alla cassa dovrà essere all’altezza: farà punteggio non solo un servizio che scongiuri le code, ma anche l’eventuale impiego di specialisti come per esempio il dietista.

E l’offerta a tavola? Intanto quel che non ci sarà, ossia i superalcolici, ma sono banditi anche i grassi cattivi e tutto quello che dovesse cozzare con il regime alimentare di chi deve o vuole seguire un regime alimentare particolare, come nel caso di celiaci, vegani o vegetariani: in questo caso vanno previsti menù “con esclusione di qualsiasi alimento di origine animale, compresi uova, latte e suoi derivati, miele”. E vanno previste “alternative vegetali al latte quali bevande a base di soia, riso, mandorla, cocco, avena, farro”. Dovranno poi essere privilegiati i menù a base di prodotti biologici “a chilometro zero e filiera corta” (in particolare Dop o IGP del territorio della regione Lazio) e quelli provenienti “da aziende che praticano agricoltura sociale”. E gli snack? Al bancone l’offerta dovrà contemplare anche quelli gluten free e zero lattosio. E comunque a prova di bilancia, specie se si tratta di dolci: la pasticceria – cornetti, brioches, torte, biscotti anche in formato mignon – “sarà di farina di prima qualità anche integrale o semi-integrale”, burro alta qualità o olio evo e ridotto contenuto di zuccheri e grassi saturi: vade retro invece quelli idrogenati, oli di palma, conservanti e coloranti artificiali.


Il duello finale tra il Sultano e King Bibi. Due rivali irriducibili e senza morale


I leader troppo simili per non scontrarsi: decapitano il consenso e mortificano gli ideali

Il duello finale tra il Sultano e King Bibi. Due rivali irriducibili e senza morale

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Come uscirne? Hai un bel dire che i miti non sono altro che costruzioni immaginarie, inventate per tenere insieme comunità alla ricerca di coesione. Ma questo non impedisce che se un mito viene imposto e diffuso a un certo momento tra molte persone, diventi una realtà e una forza politica contro cui sembra impotente perfino un lavoro di decostruzione paziente e dotto.

Prendete i due uomini che litigano per il dominio del Vicino Oriente: il turco Erdogan e l’israeliano Netanyahu. È possibile concepirli come individui disgiunti dal loro scopo, il potere? Immaginereste autocrati più distanti per storie religione ideologie? Eppure entrambi si reggono, da decenni, su due miti. Il primo contrabbanda il ritorno della Turchia dei sultani, quella che, errando, l’Occidente immaginava di aver fatto a pezzi nel 1918. Quella che veniva definita, «il grande malato d’Europa». Europa? L’altro in modo ancor più esplicito, a cannonate, immagina di cancellare i palestinesi e impugna come se fossero mitra cartine geografiche che incantano i fanatici della grande Sion, dalla Siria a Suez, con i vicini arabi ridotti a vassalli di una grande area di «coprosperità made in Israel». Dal mediterraneo forse fino alla Persia? Chissà. Non c’è limite ai miti.

Come potrebbero non detestarsi? Sono uguali. Rafforzano instancabili il potere nei loro Paesi e ne consumano il midollo. Facce astute e iraconde, rese insidiose dall’incarnimento di una pratica politica basata sulla amoralità e il colpo gobbo, la bugia oltre il limite penale, dove non ci si fida di nessuno perché la quotidiana pratica dell’inganno li avverte in fretta della sua presenza negli altri. L’essenza del loro potere è che decapita: decapita varietà, dissenso, leggi, possibilità, acceca la vista, mortifica gli ideali, oblitera il futuro. Stessa astuzia volpina, stessa spregiudicatezza perché si specchia nella constatazione che la politica del fatto compiuto, che sia occupare parti di Siria, braccare i curdi e gli oppositori, o radere al suolo Gaza e confiscare villaggi e terre in Cisgiordania, paga sempre. In fondo entrambi hanno capito che l’Occidente ha anche lui ha i suoi miti, il diritto internazionale le corti penali eccetera, ma che non farà mai nulla per trasformarli in realtà perché questo potrebbe costare fatica e guai.

Il nostro alleato Erdogan! All’ inizio lo si prendeva in giro per le sue nostalgie neo ottomane che puzzavano di naftalina. Ma non avevano già saldato i conti con questo dannato impero ottomano che ci aveva impicciato per secoli prima di annientarlo a Sèvres nel 1920? E invece. I flaccidi cuori europei si sono indignati per le sue trame anti-curde mentre la Siria precipitava nell’inferno della guerra civile e jihadista (e noi non facevamo nulla per salvarla). E che dire dello sgarbato sostegno in Libia al tripolino al Sarraj contro Haftar? E i ricatti pagati a caro prezzo sui migranti e Santa Sofia riconsacrata a moschea? La sua Turchia è revisionista come la Cina e la Russia. Eppure non possiamo fare a meno di Erdogan, l’America non può fare a meno di Erdogan, la Nato non può fare a meno di Erdogan. Uffa!

E Netanyahu, l’indispensabile Netanyahu? Da decenni riesce a convincere la maggioranza degli israeliani, e noi occidentali, che lui è l’unico baluardo contro il vuoto, il terrorismo e la morte. È la nascita di uno Stato palestinese è il nome che ha dato a questo vuoto.

La vendetta per il 7 ottobre è diventato un opportuno deragliamento della storia, una pozione gigantesca di questo veleno che somministra al suo Paese, un strumento di illusione megalomaniaca a cui ha aggiunto ipotesi di controllo di tutto il Medio Oriente. Netanyahu come Erdogan è troppo realista e amorale per credere davvero alle fanfaluche dei suoi indispensabili alleati della destra religiosa, il terzo tempio il nuovo regno di Davide… Quelli sono bulli bravacci ruffiani sicari che usa, sono una infermità morale che lo isola dalla colpa. Quello che conta è che a Washington, chiunque sia accanto al caminetto della Sala Ovale, gli obbediscono. Perché sanno che non troveranno mai un alleato così efficiente e spregiudicato in quel subbuglio e in quel disordine infecondo.

Proprio perché simili i due si scontreranno, prima o poi. Son due scorpioni nella bottiglia. Non per i palestinesi però: a Erdogan non interessano se non come pretesto. Esattamente come da 50 anni per i fratelli arabi. La Siria e il Libano saranno il campo di battaglia. La marcia su Damasco del criminale jihadista al-Golani, trasfigurato dalla ebete viltà trumpiana (ed europea sempre a rimorchio), è stato un grande successo di Erdogan, e un colpo a vuoto di Netanyahu. Il duce di Damasco rincappucciato in cravatta, è sfuggente, torvo, ma la sua sopravvivenza è legata a filo doppio al sultano e si allinea. Israele che in Bashar Assad aveva un vicino perfetto, debole ma connivente nei fatti, non può accettare una Siria ricostruita, fanaticamente sunnita e potente alla frontiera Nord. Netanyhau per ora bombarda, estende la sua fascia di sicurezza e la porta alla periferia delle moschee di Damasco. Lì scatterà la scintilla.

Prima della reciproca resa dei conti i rispettivi popoli se ne sbarazzeranno? È possibile. In fondo Erdogan e Netanyahu hanno potere ma non autorità. Il potere si acquista, si conquista, si perde. L’autorità non si apprende e non si improvvisa. Il potere crea sospetto e paura, l’autorità rispetto. Uno porta alla considerazione, l’altro al rifiuto. La prima lascia una traccia durevole, l’altro niente più che un bilancio. Forse dovremmo iniziare a pensare a uno scenario senza Erdogan e Netanyahu. Per essere pronti. Prima che sia troppo tardi.


L’ora d’aria in gabbia, i pasti in cella, pochi libri e niente sport: viaggio nel carcere minorile aperto dopo il decreto Caivano


Nel nuovo Ipm di Lecce, inaugurato a novembre, i giovani detenuti passano in cella 22 ore su 24: mancano spazi per le attività, la biblioteca e persino la mensa. Le operatrici: “Così la pena serve solo a rinchiuderli”

L’ora d’aria in gabbia, i pasti in cella, pochi libri e niente sport: viaggio nel carcere minorile aperto dopo il decreto Caivano. “Qui è peggio del 41bis”

(di Danilo Lupo – ilfattoquotidiano.it) – “Questa è la gabbia, solo questa abbiamo per l’ora d’aria”. Formano una strana coppia i due 18enni che ho davanti: uno, che chiameremo Kevin (nome di fantasia, come tutti quelli che faremo in questo articolo), ha occhi celesti e mille tatuaggi sulle braccia bianco latte: mitragliatrici, corone, nomi di donna. L’altro, chiamiamolo Yusuf, ha pelle scura, sguardo ramato e accento salentino. “Nemmeno due passaggi a pallone riusciamo a fare nella gabbia”, dicono, e fanno un tiro alla sigaretta con un sorriso amaro sulla bocca, lo sguardo puntato su quella che effettivamente assomiglia alla gabbia di un canile: un rettangolo stretto più alto che largo, pareti e soffitto di rete metallica già rovente al sole delle 10. “Non avete altro?”, chiedo. “Aspettiamo i campi”, dice Kevin con un gesto del mento, e butta la sigaretta contro la rete. Dall’altra parte, i cantieri dei campi di calcetto e altri sport lasciati a metà, desolatamente fermi e inaccessibili. L’unica attività fisica possibile, oltre alla gabbia che sembra un canile, è uno stanzone con due tapis roulant e qualche attrezzo per la ginnastica. “Qui è peggio del 41-bis”, è la chiosa dei due ragazzi.

In cella 22 ore al giorno

Di certo c’è che il decreto Caivano, varato nel 2022, ha riempito di minorenni gli istituti di pena, con la conseguenza di aprire strutture con gravi carenze come questa di Lecce, come denunciato a suo tempo dalla Cgil. I lidi alla moda di Porto Cesareo, il mare turchese di Gallipoli sono a una manciata di chilometri da qui eppure lontanissimi. Al di là delle mura grigie alte sei metri ci sarebbero una pineta, un’area giochi, perfino un maneggio: tutto interdetto per i 12 ragazzini reclusi nell’Ipm in questo agosto assolato, mentre altri 12 sono attesi dopo l’estate. I giovani detenuti, così passano in cella 22 ore su 24; nonostante la trionfale inaugurazione avvenuta nove mesi fa, il 20 novembre 2025, alla presenza del sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, nell’Ipm leccese perfino la mensa non è ancora pronta. Al momento di andar via, vedremo il carrello dei pasti arrivato dall’esterno dirigersi verso le sezioni di reclusione: il primo piano ne conta due, una per giovani adulti tra i 18 e i 25 anni e una per i minorenni dai 14 ai 17. Proprio come in un canile, ogni ragazzino mangia da solo: colazione, pranzo e cena chiuso in cella. E non c’è da stupirsi se, come cani in gabbia, gli adolescenti reclusi qui sfogano le energie gli uni contro gli altri: e infatti li incontrerò divisi in gruppi, dopo una rissa che il giorno prima li ha portati a azzannarsi.

“Siamo noi la baby gang di Bakary”

L’aria all’inizio è tesa. L’introduzione è di Cecilia Maffei e Antonietta Rosato, le due operatrici dell’associazione Fermenti Lattici che stanno costruendo un percorso di incontri con i ragazzi reclusi nell’Istituto penale per minorenni. Percorso che definiscono “una biblioteca vivente”, in mancanza di una biblioteca fisica, anch’essa inaugurata sulla carta ma ancora in via di formazione: stavolta il volume da sfogliare è un giornalista. “Un giornalista? Hai mai parlato di Bakary Sako?”. Brilla di sfida dall’altra parte del tavolo lo sguardo del 16enne che chiameremo Vito, apparecchio ai denti e inconfondibile accento tarantino. Proprio a Taranto, ai primi di maggio, Bakary Sako, un bracciante del Mali che alle 5 di mattina si stava recando al lavoro, venne accerchiato, picchiato e poi accoltellato a morte da un gruppo di ragazzini. “Cercavano uno a caso, non c’è un movente valido” fu la disarmante ricostruzione della procuratrice di Taranto Eugenia Pontassuglia per spiegare l’atto dei quattro 15-16enni, che i media avevano subito ribattezzato baby gang. “Ce li hai davanti. E i giornalisti hanno scritto un sacco di cazzate”, scandisce Vito, con l’aria di sfida. “È vero, un sacco di cazzate” ripete un altro 15enne che sembra davvero un bambino: negli occhi e nell’atteggiamento curvo di chi si aspetta sempre uno schiaffo si legge la paura di questo nuovo mondo che gli è crollato addosso tre mesi fa. Accanto a lui c’è Omar, 16enne alto e ossuto dallo sguardo duro. Apre la bocca e gli altri due tacciono. “Soprattutto non dovevate dire che lo abbiamo fatto tutti insieme. Qualcuno lo ha fatto e qualcun altro no”, sputa fuori, con lo sguardo che si fa triste. E poi chiude il discorso: “Ma di questo non si può parlare perché c’è un processo in corso”, dice, come se recitasse a memoria una formula ripetuta chissà quante volte.

“Lo Stato? È questo qua”

Possiamo parlare però del contesto da cui vengono, quella città di Taranto in cui convivono a distanza di pochi metri la borghesia del centro e il sottoproletariato della città vecchia. “Io sono di là e per me è bellissima”, dice Omar, “ma è chiaro che si vive meglio in centro dove le case sono nuove, le famiglie sono buone”. E lo Stato cosa fa per ridurre queste differenze? “Lo Stato? Lo Stato è questo qua”, risponde il 16enne indicando la stanza bianca e grigia con le sbarre alle finestre dove ci troviamo. Sorride e fa di sì con la testa Fabio, un ragazzone gigante dalla barba rossa e dall’accento barese che parla appena e sembra semiaddormentato: come ha rilevato l’associazione Antigone, in alcuni istituti minorili l’uso di sedativiantidepressivi e antipsicotici è aumentato anche del 400%. Nel 2025 gli episodi di autolesionismo sono stati 188, 17 i tentati suicidi e si è registrato anche il suicidio di un 17enne. Tra i 16 e 18 anni hanno anche i tre ragazzi napoletani che ho davanti: più accortamente rispetto ai loro compagni tarantini, non parlano dei motivi che li hanno portati nel carcere minorile. Qualcuno accenna a Zagaria, il boss camorrista di Casal di Principe. “Io sono appassionato della sua storia, la mia famiglia appartiene a lui”, dice, verità o spacconata che sia.

La burocrazia del porno

Di certo c’è che tutti e tre hanno condanne lunghissime da scontare, anche fino a vent’anni. Entrati quasi bambini in carcere, ne usciranno uomini. Cosa vi manca del mondo di fuori? “La pugghiacca (il sesso femminile, ndr)”, risponde di getto Ciro, 18enne occhialuto e disinvolto. Tutti ridono. Ma perfino la sessualità e l’autoerotismo hanno una propria burocrazia nel carcere minorile. “Negli altri istituti ci sono i libri e fumetti porno, qui mancano”, aggiunge il ragazzo, che evidentemente ne ha girati diversi. Cecilia Maffei spiega che la biblioteca è in costruzione e nella lista degli acquisti c’è anche qualche libro a carattere erotico. “Niente di che: 50 sfumature di grigio e cose del genere” specifica. “La commissione che deve approvare gli acquisti, di cui fanno parte la direttrice dell’Ipm e il prete di riferimento dell’istituto, ha però manifestato qualche perplessità, anche su romanzi e saggi sulla criminalità organizzata, ad esempio Gomorra. Poi la magistrata di sorveglianza ha chiarito che non ci possono essere censure sui contenuti: ogni libro pubblicato da una casa editrice può trovare posto in biblioteca”.

L’accademia del crimine

L’argomento per lo meno è servito a rompere il ghiaccio, e da qui parte l’elenco delle nostalgie per il mondo di fuori. “Il ragù napoletano”, dice sognante Totò, le guance lisce e due baffetti che cercano di farlo sembrare più grande. “Qui mangiamo sempre pasta con la salsa, cinque giorni a settimana”. E poi, cos’altro? “‘O crack! Che bello ‘o crack!”, sbotta Pasquale, 17 anni, e chiude gli occhi e tende le narici come se sentisse ancora l’odore dello stupefacente ricavato dalla cocaina che fuori di qui moltissimi adolescenti fumano in pipette di plastica. All’incontro assistono due agenti penitenziari e una psicologa, Lucia Ianne. “La verità è che il carcere sembra essere diventata la risposta per tutto, mentre qui ci vorrebbe ben altro” mi dice la dottoressa, alla fine dell’incontro “servirebbero attività reali, una comunità che reinserisca questi ragazzi mentre così la pena serve a pochissimo, solo a rinchiuderli. E anzi sa cosa vediamo? Che coloro che hanno commesso piccoli reati, gli spacciatori magari stranieri, in questi luoghi si avvicinano ai figli di famiglie di un certo spessore criminale, a cui si legano quando escono”. È l’accademia della delinquenza, il contrario di quella funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione che avrebbe un senso ancora più profondo quando a finire dietro le sbarre sono minorenni, nella cui vita tutto è ancora possibile.

A cosa serve il carcere? “A delinquere meglio”

Senza telefoni, senza videogame, praticamente senza sport, come passano quest’agosto bollente i ragazzini ristretti nelle celle dell’Ipm leccese? “C’è la televisione ma a mezzanotte bisogna spegnerla”, si stringono nelle spalle Yusuf e Kevin, la strana coppia che abbiamo incontrato all’inizio. “E non c’è niente da fare, sono tutti in ferie”, ride Ciro mentre elenca sulle dita della mano. “C’era un corso per idraulico, ma ora sono in ferie; i corsi di panificazione e di falegnameria, in ferie. Musica e teatro, in ferie. Le ditte che lavorano a costruire i campi, in ferie pure quelle. Tutti in ferie, tranne loro” conclude, rivolgendosi a Rosato e Maffei, le due operatrici di Fermenti Lattici che hanno organizzato questo incontro. Sul quale c’è un’ultima domanda che grava: ma il carcere minorile a che cosa serve? Che cosa hanno capito loro, che ci vivono dentro? “È un percorso per farci capire gli errori che abbiamo commesso e non ripeterli” risponde Ciro, il napoletano più sveglio di tutti, con la scioltezza di chi sa che questa è la risposta giusta, visto che l’ha data decine e decine di volte davanti a psicologi, assistenti sociali e magistrati di sorveglianza. “A capire che nei momenti di difficoltà, oltre alla tua famiglia non ti aiuta nessuno” dice, rivolto più a se stesso che a noi, il 15enne che sembra un bambino. “A imparare a fare più tranquillamente i reati quando esci” dice Omar, il tarantino alto e ossuto, con l’ennesima aria di sfida. “A farli meglio, in modo che non ti prendono”. Lo sguardo è rimasto duro eppure sembra ancora più triste. In fondo agli occhi di questo 16enne, inchiodato a un reato che lo ha fatto diventare adulto nel giro di una notte, emerge qualcosa che non trova le parole. Qualcosa che assomiglia a una disperata richiesta di aiuto.


Perché ora la premier deve salvare Salvini


Giorgia Meloni con Matteo Salvini: la Lega rivendica il risultato

(Flavia Perina – lastampa.it) – È stato per quattro anni la spina nel fianco del governo, al punto che molti tifarono in segreto per la condanna nel processo Open Arms che avrebbe reso definitiva la sua parabola discendente. È diventato il leader da trattare con i guanti, l’alleato a cui lasciare spazio nella contesa su Mps e persino quando favoleggia di una supertassa del 5 per cento sui profitti derivanti dagli utili delle banche. Matteo Salvini, ex duellante, ex concorrente detestato, ex parente serpente della destra di Fratelli d’Italia, ha rappresentato a lungo per Giorgia Meloni il problema interno numero uno. Oggi conserva quel ruolo, ma per motivi di segno opposto: l’urgenza non è tenerlo a bada ma rianimarlo, aiutarlo a restare in sella, prima che la Lega si avviti in una crisi definitiva.

Lo striscione comparso nella notte a ridosso del pratone di Pontida – “Una Lega rinnovata o una Pontida di rivolta” – è un avvertimento per l’ex Capitano e al tempo stesso una minaccia per la maggioranza, consapevole del fatto che un ulteriore depotenziamento di Salvini, o addirittura un’altra “notte delle scope”, renderebbero un inferno l’ultimo tratto di legislatura. Giorgia Meloni dovrebbe conoscere il copione. Il centrodestra lo ha già visto agire ai tempi di Silvio Berlusconi, che con analogo impegno lavorò per minimizzare i suoi vecchi alleati, Umberto Bossi, Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini, salvo scoprire di aver segato i rami che sostenevano la sua vigna. In più, oggi, c’è il problema della concorrenza esterna di Roberto Vannacci: i suoi luogotenenti già scommettono in pubblico su una crisi irreversibile che stroncherà la Lega, gli impedirà di insistere sul veto contro Futuro Nazionale e aprirà al Generale le porte dell’alleanza. Un incubo.

Il paradosso è che questo tipo di scenario, per quasi tutta la legislatura, è stato nei desideri della maggioranza. Salvini era il grande disturbatore delle relazioni europee di Giorgia Meloni, il sabotatore del sostegno all’Ucraina, lo scocciatore degli extra-profitti, del Mes, dei nuovi accordi in sede Nato, il babau da tenere fuori dal Viminale a tutti i costi per evitare che ne facesse il suo pulpito social, l’ammiratore di Putin che generava sospetti continui sulla lealtà europeista del centrodestra, la bestia nera della destra al Nord che da un pezzo doppiava i voti della Lega ma doveva continuare a concedergli ruoli e candidature di territorio oltre ogni logica matematica. Quante volte Meloni ha dovuto ripetere la minaccia del voto anticipato per zittire il controcanto leghista? E quante volte i suoi si sono augurati che Salvini facesse un definitivo, fatale passo falso?

Ecco, ora di quella spina nel fianco all’8 per cento, padrona esclusiva del campo sovranista, si ha nostalgia. Il vecchio Salvini, guida dell’ultimo partito leninista d’Italia, non avrebbe avuto problemi a imporre ai suoi il Sì alla nuova legge elettorale. L’antico Capitano avrebbe distrutto con un paio di felpe ad hoc le ambizioni vannacciane. Il Matteo di una volta poteva zittire in un amen persino uno come Luca Zaia, e buonanotte ai contestatori, che da Paolo Grimoldi a Roberto Castelli preferirono andarsene. Bei tempi andati, non torneranno. E dunque l’autunno prepara un cambio di copione. Se la leadership leghista riuscirà a superare lo scoglio di Pontida, la nuova parola d’ordine sarà: salvare il soldato Salvini. Il suo status di Capitano assoluto non può essere recuperato, ma mettere in sicurezza il capo della Lega non è più solo un problema dei suoi fedelissimi, dei suoi amici, del suo cerchio magico: è una necessità anche per chi, solo un anno fa, lo avrebbe visto volentieri cadere dal trono.


Giochi del Mediterraneo a Taranto: fischi per Meloni allo stadio, applausi per il presidente Mattarella


Alla cerimonia d’apertura dei Giochi del Mediterraneo la premier è stata contestata dal pubblico

Giochi del Mediterraneo a Taranto: fischi per Meloni allo stadio, applausi per il presidente Mattarella

(ilfattoquotidiano.it) – Il boato precedente è d’approvazione, quello che è toccato a lei, invece, è di contestazione. Giorgia Meloni è stata fischiata nel corso della cerimonia d’apertura dei Giochi del Mediterraneo, al via oggi a Taranto.

Quando il presidente del comitato organizzatore, Massimo Ferrarese, ha letto il nome della presidente del Consiglio, seduta nella tribuna delle autorità accanto a Sergio Mattarella, è partito un lungo boato condito dai fischi, tanto che Ferrarese, in diretta sulla Rai, è stato costretto ad alzare il tono della voce mentre continuava con la presentazione degli ospiti d’onore.

Un lungo applauso dei circa 20mila spettatori sugli spalti dello stadio Iacovone, invece, ha accolto il presidente della Repubblica. In tribuna anche Ignazio La Russa, Lorenzo Fontana e il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio. Prima dell’Inno di Mameli la campionessa olimpica della 20 chilometri di marcia a Tokyo (nel 2021), Antonella Palmisano, ha consegnato il tricolore al reggimento dei Corazzieri. La cerimonia si è conclusa con l’esibizione di Serena Brancale.

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Lo stillicidio del Capitano


Salvini si sta preparando a rimettersi la tuta da rematore contro corrente. Archiviato il 4 settembre, giorno del record di longevità di Giorgia Meloni, dal giorno dopo qualcosa nella maggioranza comincerà a muoversi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Chi conosce bene i corridoi di via Bellerio e racconta che Matteo Salvini si sta preparando a rimettersi la tuta da rematore contro corrente. Archiviato il 4 settembre, giorno del record di longevità di Giorgia Meloni, dal giorno dopo qualcosa nella maggioranza comincerà a muoversi. E non in direzione della pace sociale nella maggioranza. L’idea, sussurrata nei crocicchi della Lega, sarebbe intestarsi ogni giorno il tema sicurezza, facendo da spina nel fianco quotidiana al Viminale.

Bersaglio designato: Matteo Piantedosi, l’allievo diventato ministro al posto del maestro. Paradosso servito su un piatto d’argento: un vicepremier che si comporta da capo dell’opposizione. Niente strappo plateale, niente bis in spiaggia con cocktail e telecamere: stavolta il pressing sarà chirurgico, quotidiano, con l’obiettivo di sempre, tornare sulla poltrona del Viminale.

La mossa, rischiosa, sarebbe anche questione di sopravvivenza interna. Nel direttivo lombardo di inizio agosto avrebbero chiesto al Capitano, educatamente ma non troppo, di farsi da parte. Bergamo, Brescia, Varese, Sondrio: le province che pesano di più nelle urne sono quelle che meno lo sopportano. In Veneto e Piemonte il malcontento cova, tenuto a bada da chi preferisce restare fedele al capo. Ma la pazienza, si sa, ha un limite di scadenza.

Sul fronte dei possibili eredi regna un silenzio imbarazzante. Chi guida le Regioni del Nord storce il naso, ma non affonda il colpo. Così il segretario resta ben attaccato alla poltrona, pronto a liberarsi di chi non gli è fedele e a completare la trasformazione del partito in una creatura tutta sua.

Dalla premier non è arrivata alcuna reazione ufficiale. Ma difficile immaginare che i rumors la lasceranno indifferente: scaricare sul governo i guai interni di un partito in caduta libera nei sondaggi, tra il 5 e il 6 per cento, non è un gesto di lealtà da alleato di maggioranza. E l’altro vicepremier, di Forza Italia, difficilmente applaudirà. Settembre promette scintille ben oltre il rientro dalle vacanze.


Emergenza Masha e Orso


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Si pensava che Zelensky non dormisse la notte pensando alle retate che gli stanno svuotando il cerchio fradicio dei fedelissimi tangentari; alle proteste per la cacciata di Fedorov; all’avanzata russa sulle due ultime roccaforti in Donetsk; ai missili russi che colpiscono dove vogliono senza più ostacoli; alla strozzatura degli ultimi porti sul Mar Nero per l’export di cereali; alla distruzione delle fabbriche d’armi intorno a Kiev e dei cargo con gli armamenti europei; al milione e più di renitenti e disertori in fuga dalla guerra persa; al disastro finanziario; al pozzo senza fondo delle finanze pubbliche; all’arresto del suo incursore subacqueo e quasi omonimo Volodymyr Zhuravlyov, ricercato dai tedeschi per l’attentato ai gasdotti Nord Stream, fuggito dalla Polonia sull’auto dell’addetto militare ucraino, arrestato a Varsavia ma subito rilasciato come un eroe e ora acciuffato in Croazia, dove si trovava sotto falso nome come consulente (chi meglio di lui) per il film Usa che celebrerà l’atto terroristico. Cose così. Invece il presidente ucraino non ha perso il sense of humour, anzi non è mai stato così comico come da quando ha smesso di farlo: il suo Consiglio di sicurezza e difesa ha sanzionato 4 società e 5 cittadini russi fra autori, produttori e distributori del cartoon Masha e Orso per “propaganda ibrida russa”. “La Russia – spiega restando serio uno dei pochi ministri ancora a piede libero, quello della Cultura Tetyana Berezhna – utilizza contenuti culturali e di intrattenimento come strumenti di influenza, promuovendo una immagine positiva del Paese aggressore dietro l’apparente apoliticità dei contenuti per bambini”. E – tenetevi forte – “rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale”. Quindi Netflix e YouTube oscurino immantinente quei putribondi putiniani dell’orso bruno e della bimba, fra l’altro sprovvisti di cessi d’oro, sennò Zelensky non li fa più amici.

[…]

Dopo aver triturato i cotiledoni a mezzo mondo per far censurare scrittori russi, balletti russi, cantanti russi, musicisti russi, attori russi, registi russi, ragazze russe (insieme a quelle ucraine) alla Via Crucis del Papa e insalate russe, il clown di Kiev deve aver cambiato strategia. Quattro le ipotesi. 1) Vuole impietosirci mostrandoci in che mani è il povero popolo ucraino. 2) Tenta di farci capire che dobbiamo smetterla di prenderlo sul serio e rovinarci per riempirlo di soldi e armi, che fra l’altro diventano ipso facto refurtiva. 3)È il suo modo di comunicare a Putin che non ha nulla da temere dalla “democrazia” ucraina che, fra censure, mazzette, partiti d’opposizione aboliti, tv e giornali chiusi, dissidenti e pacifisti arrestati, attentati e assassinii mirati, è sempre più simile a quella russa. 4) Non sa più come dirci che vuole cambiare pusher.


Il poter che move il sole e l’altre stelle


Al via oggi alla Fiera di Rimini la quarantasettesima edizione del Meeting di Rimini , la kermesse di Comunione e Liberazione. Tra le novità assolute il ritorno di un Pontefice dopo 44 anni. Attesi anche 13 ministri e 5 cardinali: ecco i protagonisti dell’edizione 2026

(policymakermag.it) – Da oggi fino al 26 agosta torna il Meeting per l’amicizia fra i popoli: la Fiera di Rimini si prepara ad accogliere uno degli eventi più imponenti e complessi del panorama politico e culturale italiano.

In programma decine di appuntamenti di grande rilevanza che si svilupperanno intorno al tema “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, celebre verso conclusivo del Paradiso dantesco. Si parte alle 12 con l’incontro tra Roseline Hamel, sorella del sacerdote francese Jacques Hamel rimasto vittima dell’attentato terroristico a Saint-Étienne-du-Rouvray, e Nassera Kermiche, madre di uno dei terroristi responsabili dell’omicidio.

A seguire e nei giorni successivi tanti i momenti di confronto su argomenti di carattere politico e religioso. Ecco chi parteciperà

IL RITORNO DEL PAPA E I CARDINALI CHE PARTECIPANO

L’evento centrale della settimana sarà la visita di Papa Leone XIV, atteso nel pomeriggio di sabato 22 agosto alle ore 15. L’arrivo del Pontefice rompe un digiuno durato oltre quattro decenni: l’ultima presenza papale risale infatti al 1982 con l’allora Pontefice Giovanni Paolo II, mentre Joseph Ratzinger vi partecipò nel 1990 da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

La visita di Leone XIV, teologo agostiniano, si intreccia profondamente con il percorso culturale dell’edizione, che dedica ampio spazio alla figura di Sant’Agostino. Ad accompagnare e arricchire la dimensione spirituale ed ecclesiale del Meeting sarà presente una nutrissima delegazione di alti prelati.

 Prenderanno parola il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo di Bologna, il cardinale José Tolentino de Mendonca, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, e il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali.

Una forte attenzione sarà rivolta ai territori di conflitto in Medio Oriente, con gli interventi del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, di Francesco Ielpo, frate e Custode di Terra Santa, e di padre Gabriel Romanelli, parroco latino di Gaza che interverrà in collegamento diretto dalla Striscia. A esplorare i legami interreligiosi interverrà inoltre il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri.

CHI C’È DEL GOVERNO

Nonostante l’assenza confermata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il governo sarà ampiamente rappresentato. La delegazione vede la presenza di entrambi i vicepresidenti del Consiglio: Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, che si confronterà sui grandi cantieri nazionali, e Antonio Tajani, ministro degli Affari Esteri, impegnato in un focus sulla ricostruzione del Libano.

Nutrita la presenza dei ministri, con 13 titolari di dicastero oltre ai due vicepremier: Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca, Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, Alessandro Giuli, ministro della Cultura, Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Maria Elvira Calderone, ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, e Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze. Completano la rappresentanza istituzionale Alessandra Locatelli, ministra per le Disabilità, e Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno.

Numerosa anche la schiera di viceministri e sottosegretari, tra cui spiccano Lucia Albano, sottosegretario all’Economia, Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, e Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro.

GLI ALTRI POLITICI E LA DELEGAZIONE EUROPEA

Di primissimo piano risulta essere la delegazione europea che approderà in Romagna. Le istituzioni comunitarie saranno rappresentate ai massimi livelli da Roberta Metsola, politica maltese e presidente del Parlamento Europeo, e da Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea. A loro si affiancheranno Antonella Sberna Pina Picierno, entrambe vicepresidenti del Parlamento Europeo. Presenti anche gli europarlamentari Giorgio GoriCarlo Fidanza e Massimiliano Salini.

Sul fronte della politica interna, si registra l’assenza dei principali leader dell’opposizione, Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il tradizionale confronto interpartitico vedrà comunque la partecipazione trasversale di numerosi dirigenti: Stefano Bonaccini, presidente del Partito Democratico ed europarlamentare, Maria Elena Boschi, parlamentare di Italia Viva, Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia, Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, Stefano Patuanelli, capogruppo al Senato del Movimento Cinque Stelle, Matteo Richetti, capogruppo di Azione, e Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato.

L’amministrazione dei territori sarà raccontata dai presidenti di Regione Marco Bucci (Liguria), Michele de Pascale (Emilia-Romagna), Attilio Fontana (Lombardia), Stefania Proietti (Umbria), Francesco Rocca (Lazio) e Alberto Stefani (Veneto). Significativa anche la rappresentanza dei sindaci delle grandi aree metropolitane con Roberto Gualtieri, primo cittadino di Roma, Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’ANCI, e Giuseppe Sala, sindaco di Milano.

GLI ALTRI OSPITI

La manifestazione darà ampio respiro ai temi economici, finanziari e mediatici grazie a una fitta rete di esperti e accademici. Il mondo dell’informazione vedrà protagonisti Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, Enrico Mentana, direttore del telegiornale di La7, Bruno Vespa, storico giornalista e conduttore televisivo, e Marco Girardo, direttore di Avvenire.

L’architettura macroeconomica sarà analizzata da Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, Renato Brunetta, accademico e presidente del CNEL, Giorgio Vittadini, professore di statistica e presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Enrico Giovannini, economista e direttore scientifico dell’ASVIS, e Stefano Zamagni, rinomato economista e docente universitario.

Le sfide del diritto e dell’assetto geopolitico internazionale saranno al centro dei dibattiti con Giuliano Amato, giurista e già presidente del Consiglio dei Ministri, Luca Antonini e Massimo Luciani, entrambi giudici della Corte Costituzionale, Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista Limes, Joseph Weiler, giurista e professore alla New York University, e Olivier Roy, noto politologo e orientalista francese.

Il mondo accademico e dell’educazione sarà invece guidato da Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Infine, il cartellone artistico e culturale proporrà gli interventi di Davide Rondoni, poeta e scrittore, Paolo Ruffini, attore e conduttore televisivo, Filippa Lagerbäck, presentatrice e attivista televisiva, e Giovanni Caccamo, cantautore impegnato nel concerto serale con la Sicily Symphony Orchestra.


L’Ucraina è diventata una potenza militare: saremo noi a dover chiedere aiuto a Kiev


UCRAINA: PRIMO DRONE INTERCETTORE DI PRODUZIONE NAZIONALE A DISPOSIZIONE DELLE FORZE DI DIFESA

(Agenzia_Nova) – L’arsenale delle Forze di difesa dell’Ucraina si e’ arricchito del primo drone intercettore di produzione nazionale, l’Alexa Spatium. Lo ha comunicato il ministero della Difesa di Kiev. Alexa Spatium e’ un drone a reazione ad alta velocita’. Gli ingegneri ucraini lo hanno sviluppato specificamente per distruggere piccoli bersagli aerei, terrestri e di superficie in condizioni di combattimento reali.

Il sistema di intercettazione e’ progettato principalmente per neutralizzare i droni kamikaze russi dei tipi Geran-3, Geran-4, Geran-5 e Shahed-131. Allo stesso tempo, il complesso puo’ essere utilizzato anche per abbattere droni da ricognizione, elicotteri e altri bersagli singoli. Durante i test, l’intercettore ha confermato le caratteristiche tattiche e tecniche dichiarate dal produttore.

Tra le caratteristiche di Alexa Spatium figurano un potente motore turbogetto, un’elevata quota di volo, un notevole raggio d’azione in combattimento, sistemi di controllo e trasmissione video affidabili, un’elevata manovrabilita’, la preparazione e il lancio completamente a distanza, velocita’ massime elevate e minime ridotte per risparmiare carburante.

Tra gli altri vantaggi si annoverano: ampio raggio di volo, da basse a medie altitudini; la presenza di sistemi di ricerca e puntamento efficaci; tattiche di combattimento flessibili; variabilita’ delle testate. Alexa Spatium viene lanciato da una catapulta mobile in pochi minuti. Un drone che non riesce a completare la sua missione puo’ tornare al sito di lancio ed essere riutilizzato.


“Con Trump è a rischio la democrazia”. L’intervista a John Brennan


“Il presidente segue il copione di un leader autoritario. Cerca di controllare gli strumenti di governo e istituzioni”. Parla l’ex numero uno dei servizi segreti statunitensi

(Manuela Cavalieri, Donatella Mulvoni – lespresso.it) – «Ho lavorato per sei presidenti. Non sempre ne ho condiviso le decisioni, ma ognuno di loro aveva un’integrità, una bussola etica che oggi mancano. Donald Trump non rispetta i limiti tradizionali che in passato hanno impedito ai presidenti di eccedere nell’esercizio della propria autorità». John Brennan ci parla dal suo studio. Ha lo sguardo ruvido di sempre, quello di chi ha fatto del rigore la sua cifra. Oltre trent’anni nella sicurezza nazionale, con leader democratici e repubblicani, fino a diventare numero uno della Cia dal 2013 al 2017 sotto l’amministrazione Obama. Per lui, oggi gli Stati Uniti guadano acque pericolose. Un giudizio condiviso dagli oltre 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale di The Steady State, la rete di resistenza civile nata nel 2016 che denuncia gli abusi e le forzature istituzionali del 45° e 47° presidente.

Brennan, intanto, è sotto indagine per il ruolo avuto nelle valutazioni sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016. La considera ritorsione politica e ha appena chiesto a un giudice di preservare i documenti dell’inchiesta del Dipartimento di Giustizia, per poter dimostrare, in caso di incriminazione, che si tratta di un procedimento ad personam.

Brennan, cosa la preoccupa maggiormente di questa amministrazione?

«Donald Trump segue il copione di un leader autoritario. Cerca di controllare gli strumenti di governo e istituzioni come il Dipartimento di Giustizia, l’Fbi e la comunità dell’intelligence, nominando persone più leali a lui che al sistema di governo e ai nostri principi democratici».

Anche il Congresso non sta svolgendo il ruolo di controllo che gli spetta.

«Uno dei grandi tesori della nostra democrazia è il sistema di pesi e contrappesi tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Purtroppo, però, la maggioranza repubblicana in entrambe le Camere ha permesso al presidente di andare ben oltre quelli che tradizionalmente sono i poteri e le prerogative della presidenza. Nella guerra con l’Iran il Congresso non ha esercitato un vero controllo. Trump ha intimidito molti parlamentari e usa tutti i mezzi a sua disposizione, fino alle minacce politiche. Ha sostenuto candidati alle primarie contro esponenti che gli si erano opposti. Il Gop è molto diverso da quello che ho conosciuto servendo sotto tre presidenti repubblicani».

I tribunali sono l’ultimo freno al potere di Trump.

«La magistratura regge. Molti giudici, nominati da presidenti democratici e repubblicani, hanno dimostrato di saper opporsi. Il Congresso, a seconda delle midterm, può rimettersi in carreggiata. L’esecutivo, invece, finché Trump resterà alla Casa Bianca, continuerà a essere uno strumento del suo abuso di potere. La Corte Suprema, poi, è profondamente divisa politicamente e alcune sue decisioni hanno favorito Trump, consentendogli di esercitare il potere presidenziale con pressoché totale impunità».

A proposito di midterm, alcuni ex funzionari della sicurezza nazionale temono che il presidente possa ricorrere a poteri d’emergenza o alle agenzie federali.

«È una preoccupazione realistica. Lui stesso ha lasciato intendere che potrebbe ricorrere a misure estreme. Sosterrà di voler proteggere l’integrità delle elezioni, ma il vero obiettivo è tutelare i propri interessi e quelli del Partito. Sa che una vittoria democratica anche in una sola Camera complicherebbe seriamente la sua agenda e, per questo, farà tutto il possibile. Lo dimostra il sostegno al Save America Act (la proposta di legge che richiede una prova di cittadinanza per registrarsi al voto federale, un documento con foto identificativa al seggio e introduce forti limitazioni al voto per posta, ndr), insieme ad altre misure che renderebbero più difficile votare».

La democrazia di questo Paese è davvero in pericolo?

«Sì, abbiamo già visto l’erosione di alcuni principi fondamentali e l’incapacità del Congresso di adempiere ai propri obblighi. E ora, con le prossime elezioni, sono sotto pressione anche altri pilastri della democrazia, a cominciare dalla libertà di stampa. Trump ha fatto tutto il possibile per delegittimare i media».

Quando un presidente pretende fedeltà personale, quanto è difficile servire lo Stato e restare fedele alla Costituzione?

«Per alcuni opporsi è molto difficile. Io ho servito questo Paese per oltre 33 anni e, da ex direttore della Cia, sento il dovere di usare la mia voce. Sono figlio di un immigrato irlandese e mio padre mi ha insegnato a non dare mai per scontati la cittadinanza americana, i suoi diritti e le sue opportunità. Oggi sono sotto indagine da parte dell’amministrazione Trump e del Dipartimento di Giustizia e ho dovuto procurarmi degli avvocati, ma se vedo qualcosa che ritengo sbagliato ne parlo. Il presidente non è al di sopra delle critiche».

Alla luce di quello che le sta accadendo, che messaggio dà a chi oggi serve nelle istituzioni?

«Chi lavora nel governo deve seguire direttive e ordini, ma ciascuno deve decidere se può continuare a svolgere il proprio ruolo con integrità. Se gli viene chiesto di fare qualcosa di non etico, improprio o illegale, ha il dovere di parlare o di lasciare il proprio incarico».

Qual è la linea rossa oltre la quale non parleremmo più di erosione democratica, ma di un cambiamento del sistema di governo?

«Le elezioni di novembre saranno un banco di prova. Se Trump ricorresse a poteri d’emergenza o aumentasse l’intervento del governo federale, sarebbe molto grave. Di solito temiamo interferenze straniere; questa volta il rischio è interno, da parte di un presidente che il 6 gennaio 2021 incoraggiò un tentativo di insurrezione e un assalto al Campidoglio».

Gli americani si stanno abituando a comportamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati inaccettabili.

«Il Partito repubblicano ha normalizzato le parole e i comportamenti di Trump, abbassando gli standard di civiltà e decenza e la soglia di ciò che consideriamo politicamente accettabile. È una dinamica pericolosa. Continuiamo a scendere sempre più in basso. Mi preoccupa non solo il resto della presidenza, ma guardo al futuro, per capire se riusciremo a tornare alla civiltà e a quei principi democratici che, credo, hanno mantenuto forte non solo questo Paese, ma anche la pace e la sicurezza internazionale dalla Seconda guerra mondiale in poi».

Ormai sembrano normali persino gli attentati al presidente. Da uomo dell’intelligence, come lo spiega?

«Qualsiasi tentativo di fare del male al presidente è riprovevole. La forte polarizzazione del Paese ha alimentato estremismi su entrambi i fronti. Il Secret Service deve fare tutto il possibile per prevenire la violenza, ma anche i leader hanno una responsabilità. Quando usano un linguaggio indegno della carica, possono alimentare posizioni radicali e spingere alcune persone verso gesti estremi».

Quanto tempo servirà per ricucire le ferite?

«Parecchio. Se i Democratici torneranno al potere al Congresso o alla Casa Bianca, spero non imbocchino la strada delle ritorsioni. Gli Stati Uniti hanno bisogno di due partiti capaci di tornare a lavorare insieme: un tempo si scontravano duramente, ma poi cercavano un compromesso».

Se la democrazia si indebolisce negli Stati Uniti, si possono legittimare derive autoritarie altrove?

«Gli Stati Uniti sono la democrazia più antica al mondo e per generazioni sono stati la “città splendente sulla collina”. I fondatori ebbero la lungimiranza di costruire un governo rappresentativo del popolo e dei suoi valori. Se cittadini e leader stranieri vedono quei principi indebolirsi, possono pensare che l’autoritarismo abbia dei vantaggi. Per questo ciò che accade qui ha conseguenze globali. E non riguarda solo la democrazia interna. Penso alla guerra insensata con l’Iran, ai dazi e all’uso della forza economica, finanziaria, politica e militare per perseguire i propri interessi a scapito degli altri».


Turchia emette mandato di arresto per Netanyahu


Il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek ha annunciato che è stata richiesta l’emissione di un mandato di cattura per perseguire il primo ministro israeliano Benajamin Netanyahu, accusato da Ankara di “genocidio” nell’ambito dell’intercettazione della Flotilla per Gaza.

(Gabriele Ragnini – lespresso.it) – La Turchia ha chiesto all’Interpol di diffondere un mandato d’arresto internazionale contro Netanyahu: è accusato di “genocidio” e “torture” contro i membri della Flotilla. Il ministro della Giustizia turco Akin Gürlek ha annunciato la richiesta di diffusione internazionale contro il premier israeliano e il funzionario Afek Moskovitch, già raggiunti da mandati di arresto emessi il 14 luglio per genocidio, in relazione all’assalto alla Global Sumud Flotilla nelle acque internazionali.

Il caso è stato registrato davanti all’undicesima Corte penale d’Assise di Istanbul, e coinvolge trentacinque imputati: tra questi, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il funzionario Afek Moskovitch. Il ministro della Giustizia turco Akin Gürlek ha annunciato su X che il suo ministero ha chiesto a quello dell’Interno di attivarsi con l’Interpol per ottenere le notifiche rosse – un avviso di ricerca internazionale – contro entrambi per le azioni contro la Global Sumud Flotilla, in maniera tale da diffondere i due mandati di arresto nazionale emessi il 14 luglio scorso con l’accusa di genocidio

“I procedimenti giudiziari legati all’attacco contro gli attivisti della Flotilla nelle acque internazionali proseguono con determinazione”, ha scritto Gürlek, per poi precisare che la documentazione è stata trasmessa anche al ministero degli Esteri turco. Le accuse formali comprendono crimini contro l’umanitàgenocidioprivazione aggravata della libertà personalelesioni intenzionalitortura e maltrattamentidanneggiamentorapina aggravata e sequestro di mezzi di trasporto: tutti reati riferiti all’intervento armato contro i civili che trasportavano aiuti umanitari verso Gaza e alla successiva detenzione degli attivisti a bordo.

Gürlek ha poi rincarato: “Non permetteremo che i crimini commessi a Gaza vengano insabbiati o che i responsabili siano protetti da uno scudo di impunità. Prenderemo tutte le misure necessarie con determinazione affinché chi commette crimini contro l’umanità risponda davanti alla legge”. Il ministro ha aggiunto che la Turchia continuerà a usare gli strumenti giuridici nazionali e internazionali a disposizione, restando al fianco del popolo palestinese “e di chiunque altro affronti l’oppressione”, sotto la guida del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

“Accogliamo con favore qualunque iniziativa giudiziaria che riconosca l’illegalità delle azioni compiute dal governo israeliano contro la Global Sumud Flotilla e che contribuisca a rompere un’impunità che dura da troppo tempo”. Queste le parole di Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, seguite alla notizia del mandato di arresto.
“Quello che abbiamo subito – attacchi, intercettazioni illegali in acque internazionali, sequestri delle imbarcazioni, arresti e violenze – è grave e deve avere conseguenze sul piano della giustizia internazionale”, ha aggiunto Delia.

Intanto, continua a crescere la tensione tra Ankara e Tel Aviv, innescata pochi giorni fa dai raid israeliani sulla base aerea militare di Abu al-Duhur, nel Nord della Siria, a circa settanta chilometri dal confine turco. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva accusato Erdoğan di trascinare la Turchia “in pericolose avventure in Siria”, avvertendo che Israele non permetterà “a nessuna entità di minacciare la sua sicurezza”. Israele sostiene che la Siria fosse vicina a violare uno status quo di sicurezza concordato con Israele stesso, consentendo il dispiegamento di truppe turche nella base. 

Sia Ankara sia Damasco hanno respinto l’accusa e hanno precisato che sul posto operava solo una squadra tecnica turca incaricata di riparare pista e torre di controllo. Netanyahu ha confermato che Israele aveva avvertito preventivamente la Siria: “Il nostro messaggio era molto chiaro: non farlo. Immagino non abbiano capito bene il messaggio”. Nelle stesse ore, il premier israeliano ha aggiunto Erdoğan ai “nemici di Israele”, in un manifesto utilizzato per la campagna elettorale del suo partito Likud. Tutte azioni che, per la presidenza turca, sarebbero motivate solo da ragioni propagandistiche.

Ufficio Netanyahu: “Da Erdogan un tentativo patetico di intimidire il leader di Israele”

(repubblica.it) – “Erdogan è un dittatore antisemita che ha massacrato i curdi, dà rifugio ai terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona un numero record di giornalisti e politici che gli si oppongono. Ora cerca di allargare la sua aggressione contro Israele alla Siria. Israele non lo tollererà. Il tentativo patetico di Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non avrà successo”. Lo scrive in un post su X l’ufficio di Benjamin Netanyahu, dopo che la Turchia ha chiesto all’Interpol di emettere una “red notice” per il primo ministro israeliano nell’ambito del procedimento giudiziario aperto a Istanbul sull’intervento contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla.

Netanyahu, Erdogan è un “dittatore antisemita”

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, “un dittatore antisemita” dopo che il ministero della Giustizia di Ankara ha emesso un mandato di arresto nei confronti del capo del governo di Tel Aviv. “Erdogan è un dittatore antisemita che ha massacrato i curdi, dà ospitalità a terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona numeri record di giornalisti e politici che lo contrastano. Ora cerca di estendere la sua aggressione contro Israele in Siria”, si legge in una dichiarazione del gabinetto di Netanyahu. “Israele non lo tollererà. Il patetico tentativo di Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non porterà da nessuna parte”, si legge ancora