Cosa diceva fino a ieri

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – In origine fu l’elezione di Ignazio La Russa a presidente del Senato. Voto segreto, certo, ma Carlo Calenda, che sedeva con Matteo Renzi nel Terzo polo (pace all’anima sua), ripete da tempo che molte preferenze inattese arrivarono da lì. Del resto, per anni, Italia Viva ha offerto sponde alla maggioranza e fino a dopo le Europee, alla famosa partita del cuore con l’abbraccio tra Renzi ed Elly Schlein, l’ex premier si definiva “incompatibile” con la leader dem e dava del “coniglio” a Giuseppe Conte. Poi l’aria è cambiata: capito che il centro era naufragato e che la destra non avrebbe abboccato, Iv si è convertita al centrosinistra e l’establishment se ne compiace. Questo era Renzi pre-folgorazione.
Quel genio di Nordio (19.01.23). Iv vota la relazione sull’amministrazione della giustizia di Carlo Nordio. Renzi ne è un grande fan: “La magistratura deve cambiare, Nordio è l’unico che può cambiare davvero lo stato delle cose. È una persona libera, ha una visione bella del Paese”.
Salvini è lei? (25.03.23). Ok al decreto che resuscita il Ponte sullo Stretto. Renzi raddoppia: “Sono per il premierato e il Ponte sullo Stretto”.
Salva-Santa (26.07.23). Italia Viva non vota la mozione di sfiducia contro Santanchè. Renzi: “Siamo garantisti da sempre”.
Bonus sciagura (21.09.23). Renzi si intesta la battaglia contro il Superbonus: “Conte ha distrutto un settore. Non ho niente contro gli incentivi, ma col governo Conte viene fatta una misura che è concettualmente esagerata, scritta male e permette le truffe”.
La clava Covid (8.11.23). Via libera alla Commissione Covid, per la gioia di Renzi: “La Commissione è un dovere morale”. “Se il Parlamento non ha il coraggio di approfondire quello che è successo, fa una scelta di vigliaccheria istituzionale”. “Vogliamo la verità sui soldati russi in Italia, sui ventilatori cinesi mal funzionanti, sulle maxi provvigioni delle mascherine. Perché Conte ha paura?”.
Il salario è populista (30.06.23). Le opposizioni trovano un accordo per un ddl sul salario minimo. Iv si sfila. Renzi esonda: “Siamo molto diversi da questa sinistra populista di Conte e Schlein. Un’opposizione poco credibile come dimostrato dalle recenti polemiche sul posizionamento europeo, sull’aumento della tassazione, sul giustizialismo, sul salario minimo”.
Oltre Nordio (3.10.23). Renzi sorpassa a destra il governo: “Se Nordio porta in aula la separazione delle carriere voto a favore, se porta le norme per cui se un magistrato sbaglia paga, voto a favore”. Renzi non dichiarerà il suo voto al referendum. Raffaella Paita, sua fedelissima, ha fatto però campagna per il Sì.
Bavaglino (20.12.23). Ok alla Camera al bavaglio Costa: divieto di pubblicare le ordinanze di custodia cautelare. Italia Viva vota a favore, Renzi sui social ricondivide le ragioni di Enrico Costa, autore dell’emendamento.
Amici mai (24.02.24). Renzi è categorico: “Con Schlein siamo amichevolmente incompatibili”.
Insulti leporidi (5.04.24) Renzi agonistico: “Sono anni che vorrei fare un confronto con Conte, ma lui scappa come un coniglio”.
Sono qui! Sono qui! (9.05.23). Renzi s’offre con tutto il cuore: “Io dico a Meloni: vai avanti, noi sul premierato ci stiamo anche se non ci stanno gli altri e saremo corretti con voi”.
Pnrr e algoritmo (22.05.24). Gli oltre 200 miliardi del Pnrr sono arrivati in Italia per merito di un software, evidentemente programmato da informatici italiani: “Il Pnrr è stato stabilito da un algoritmo. Ora lo ha detto Gentiloni e dopo tre anni ve ne siete accorti. Questo cancella tutta la retorica di Conte che dice di aver portato 209 miliardi. Ha semplicemente ricevuto i soldi grazie all’algoritmo”.
Carri armati per il sociale (30.05.24). In linea col governo, Renzi applaude il riarmo: “L’aumento di spese militari è un investimento in ricerca e sviluppo. Il militare ti crea le condizioni per investire in nuove tecnologie, basti pensare a Internet”.
Santa Mes (2.06.24). Nuova ossessione: “Se non prendiamo i soldi del Mes che Meloni e Conte non hanno voluto prendere, rischiamo di mandare gambe all’aria la sanità pubblica”.
Pacifinto (1.06. 24). Dileggio da concorso: “Conte dice ‘pace’, lo ha messo anche nel simbolo. In due dicono ‘vogliamo la pace nel mondo’: lui e Miss Italia. Tutti la vogliono, anche io, ma come?”. Ci vorrebbe proprio un bell’algoritmo.

(Dott. Paolo Caruso) – A Trump da un intervistatore fu richiesto come giudicasse l’anno della sua presidenza americana. In politica, rispose nicchiando, mentre per gli affari si dichiarò imprenditore dai grandi profitti. Li quantificò. In un anno e mezzo di sua presidenza, aveva guadagnato due miliardi e duecento milioni di dollari. Se la rideva tutta. Era d’altronde lo scopo per cui, anche contro ogni diritto di legalità (sul groppone aveva 36 condanne e il colpo di stato di Capitol Hill), ha preteso il secondo mandato. E gli Americani “Maga”, ma più scandalosamente i “peones” latino-americani illusi di diventare anche loro “zii Paperoni”, lo avevano fatto vincere. Oggi si ritengono da lui derubati nei
diritti e soprattutto nei dollari. Truffaldino auto legalizzato! Oggi 4 luglio, festeggerà i 250 di indipendenza degli USA. Una celebrazione Trumperizzata che vede il Tycoon al centro di qualsiasi iniziativa. Una festa a sua misura, arrogante e rancorosa. Piena di slogans sovranisti con vilipendio palese della NATO e della Ue. Papa Leone, invitato ufficialmente a presenziare in qualità di cittadino americano, gli ha dato picche, preferendo, a contraltare, recarsi a Lampedusa, il luogo del dolore e dell’egoismo umano. A ricordare quei migranti che il mare ha fermato nella loro speranza di raggiungere la libertà. Ma per Trump, e non solo per lui, e con lui molti italiani, la loro fine in mare viene salutata come una logica conseguenza. Vanesio, come Nerone, Trump vuol fare il suo ingresso nella Storia di coloro che contano, per avere fatto soffrire e morire tanti innocenti. Ci è riuscito oltre ogni ragionevole aspettativa. Nel Pantheon, dove la Storia conserva gli uomini più spregevoli che l’hanno umiliato, ci sarà posto anche per lui. In numerosa compagnia. Incosciente vuole che il suo faccione venga scolpito sulla montagna, accanto a quello dei quattro che, ormai in uno sbiadito passato, resero grande l’America. “C’era una volta l’America”, parodiando il regista Sergio Leone. E mentre il Tycoon si gigiona con imprese di malaffare che surrettiziamente hanno contrassegnato i suoi opachi ottant’anni, cerca ancora come allargare il suo potere, comprando per un resort, contro la volontà degli stessi albanesi, un pezzo della loro Terra per farne sua proprietà. Mira, con offese soprattutto incivili ( e la Meloni forse ora se ne resa conto) a fiaccare l’Europa. Non può reggere la sua forza belluina con la civiltà europea e i valori democratici, ormai latitanti in USA da quando è insediato di nuovo alla presidenza lo sciacallo. Foraggia, da incosciente, la tracotanza di Netanyahu, il quale sferra, come rantoli feroci, attacchi alla popolazione palestinese inerme uccidendo oltre settantamila civili di cui trentamila bambini. Volto senza anima, anche il suo. Trump, ossessionato dal dollaro è narcotizzato al punto da non riuscire a vedere altro, da presidente di una Nazione che immaginavamo garante di stabilità nel mondo, per la libertà e la democrazia. Una Nazione relativamente giovane che risalendo il corso della storia ha mostrato fin dalle origini il suo carattere belligerante con il vero e proprio genocidio delle popolazioni indigene ( gli indiani d’ america ), e negli anni più recenti con la partecipazione alla seconda guerra mondiale e il criminale lancio della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki, sempre nel secolo scorso con la guerra rovinosa in Vietnam, Iraq, Siria, e recentemente in Iran. Indirettamente presente nei governi militari del sud america e dei colonnelli in Grecia, fautori insieme all’ Unione Sovietica della cosiddetta guerra fredda e della famigerata cortina di ferro è stata da sempre la culla del neo liberalismo più sfrenato, un centro finanziario smodato che ha influito e influisce sui destini economici del mondo intero. Una Nazione a modo suo esportatrice di libertà che è riuscita solo a consolidare governi repressivi. Ai TRUMP, ai sovranisti e ai Vannacci di turno che affollano il pianeta bisogna ricordare che la Terra è di tutti e che questi vituperati migranti provenienti soprattutto dall’ Africa sono figli delle guerre provocate dal mondo occidentale e vittime dei nuovi proprietari terrieri, cinesi, russi, americani. Per Trump il business prima di tutto…
Francia, martedì 7 luglio la sentenza che può estrometterla dalla corsa all’Eliseo. Appuntamento a Liévin, feudo politico del nord per il Rassemblement National, per il bagno di folla prima del verdetto. Ma il delfino Bardella è pronto a sostituirla e vola nei sondaggi

(di Luana De Micco – ilfattoquotidiano.it) – La “festa” di questa sera, a Liévin, nel feudo politico del Nord, il Pas-de-Calais, è per Marine Le Pen l’ultimo incontro con i militanti prima della sentenza di martedì prossimo, 7 luglio, appuntamento giuridico determinante per il futuro politico della leader dell’estrema destra: la Corte d’appello di Parigi si pronuncerà sul caso della frode ai danni del Parlamento europeo da parte del suo partito, Front national prima, poi Rassemblement national. Se i giudici confermassero la sentenza di primo grado – quattro anni di detenzione, due con la condizionale e due ai domiciliari col braccialetto elettronico, più cinque anni di ineleggibilità – Marine Le Pen dovrà lasciare il suo giovane bracciodestro, Jordan Bardella, correre alle presidenziali del 2027 al posto suo. Se l’ipotesi dell’assoluzione a questo punto sembra poco probabile, non si può escludere invece un giudizio più clemente. Ma meno che la pena non venga ridotta al massimo a due anni Le Pen non può sperare di concorrere alle presidenziali.
In attesa di conoscere la sentenza, la cui lettura comincerà martedì alle 13.30, Le Pen ha dichiarato su LCI che, in ogni caso, “non farà campagna con il braccialetto elettronico”: “Sarò candidata solo se potrò fare campagna. Per essere candidati alla presidenziali bisogna essere totalmente liberi di muoversi. Rifiuterei di dipendere dalle autorizzazione dei giudici”.
Marine Le Pen si gioca la quarta candidatura all’Eliseo: “Non ho paura – ha aggiunto -. Qualunque cosa accada non sarò morta e continuerò a combattere per le mie idee”. La fête champêtre di oggi è quindi per lei l’ultimo bagno di folla, di selfie e strette di mano prima del verdetto, nelle vesti della candidata naturale del RN. Accanto a lei c’è il “delfino” Jordan Bardella, per ora ufficialmente destinato al ruolo di futuro primo ministro, ma già preparato da tempo all’eventualità più impegnativa di una candidatura all’Eliseo. “Non gli farò mai da tutrice”, ripete Le Pen, rivendicando l’autonomia politica del presidente di partito, che al momento delle elezioni avrà 31 anni. Da mesi la leader RN sta organizzando il possibile passaggio di consegne.
La sera stessa del 7 luglio, dopo la decisione della Corte d’appello, Marine Le Pen sarà ospite del tg delle 20 di TF1 e, in funzione della sentenza, chiarirà se è candidata o se il testimone passerà definitivamente a Bardella. Nelle ultime settimane i due hanno moltiplicato le uscite pubbliche insieme, offrendo, almeno di facciata, un’immagine di unità. Restano invece divergenze, ed in particolare sulla riforma delle pensioni, con Bardella che ha assunto posizioni considerate più rassicuranti dai grandi patron rispetto a quelle tradizionalmente difese da Marine Le Pen. Differenze che hanno alimentato interrogativi sulla reale solidità del tandem politico. Come ha confidato un dirigente del movimento a BFM Tv: “Dopo questo fine settimana nulla sarà più come prima: entreremo nell’ignoto”.
Intanto, la popolarità di Bardella ha toccato un altro picco nell’ultimo sondaggio Odoxa, realizzato ad una settimana dalla sentenza, registrando per lui il 40% di opinioni favorevoli. L’Ifop lo piazza a sua volta intesta al primo turno del 18 aprile 2027 col 36%. Neanche nuove vicende giudiziarie sembrano intaccare il capitale politico di Bardella. Infatti alcune perquisizioni sono state effettuate in Francia e in altri Paesi Ue, tra cui l’Italia, nell’ambito di un’inchiesta sulla sospetta appropriazione indebita di fondi Ue da parte dell’ex gruppo Identità e democrazia al Parlamento Ue (circa 4,3 milioni di euro tra il 2019 e il 2024), di cui faceva parte anche il RN. Nelle stesse ore, sulla base di rivelazioni di Libération e del Canard Enchaîné, l’associazione Anticor ha chiesto l’apertura di un’inchiesta, accusando Bardella di avere occupato nel 2015 un impiego fittizio come assistente parlamentare europeo edi avere prodotto documenti falsi destinati a giustificare l’attività. Si aggiunge poi un’altra indagine, rivelata anche in questo caso dal Canard Enchaïnée, relativa al possibile utilizzo di fondi europei da parte del RN per finanziare lezioni di media training, compreso un coach personale per Bardella in vista della campagna presidenziale del 2022
Il discorso commovente del sindaco di Benevento ai suoi concittadini: “Pregate per me, spero di farcela”

(di Andrea Marcenaro – ilfoglio.it) – Il discorso commovente di Clemente Mastella ai cittadini di Benevento: “Pregate per me, spero di farcela: dopo l’annuncio della malattia è stata un’esplosione d’affetto, vivo già quel che avverrà quando non ci sarò più”. Così, l’indecente trafficone democristiano. In identiche circostanze, speriamo tutti le più lontane possibili, l’emancipato e civile Marco Travaglio avrebbe invece tenuto con onore il punto laico. Certo come già è che il suo maestro Montanelli, quantomeno come urì, un paio di negrette minorenni non potrebbe non passargliele.
Vannacci fa traballare lo Stabilicum. La presidente del Consiglio si presenterà al vertice di Ankara con il 2,8 per cento di spesa militare, ma non ha intenzione di aderire ai prestiti europei per la Difesa. Non lo farà perché è iniziata la campagna elettorale e il leader di Futuro nazionale fa sudare

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Deponete le armi. Meloni rispetterà gli impegni Nato, si presenterà al vertice di Ankara con il 2,8 per cento di spesa militare, ma non ha intenzione di aderire al Safe, i prestiti europei per la Difesa. Non ha intenzione di attivare la Nec, la clausola di salvaguardia, perché “gli italiani non capirebbero e così si perdono le elezioni”. Non ha intenzione perché vuole che a caricarsi la scelta sia il Parlamento. Non ha intenzione perché è iniziata la campagna elettorale e Vannacci fa sudare. C’è ormai chi pensa, in maggioranza, che perfino la legge elettorale sarà votata alla Camera, “ma che al Senato, vedrete, rischia di saltare…”. La Nato ha già deciso di sostenere l’Ucraina per altri due anni, con 70 miliardi, ma l’Italia ha fatto sapere di non condividere il margine temporale perché, e sono fonti diplomatiche di Chigi, “equivale a non scommettere sulla pace”. Il riarmo, sì, ma a loro!
C’è un ministro della Difesa, nobile, Guido Crosetto, che da anni si batte per spiegare che spendere in sicurezza è come spendere per i ponti e strade, ma c’è un paese che ha già la febbre elettorale, da cabina. Meloni ha bisogno di ventilare la sua propaganda. Il 7 e l’8 luglio vola ad Ankara per il vertice Nato (ha telefonato a Erdogan) e rivedrà Trump. Non sono previsti bilaterali con il presidente bifolco, e c’è da sperare che il 13 luglio Meloni corra a Parigi ad abbracciare ancora i Volenterosi. Resta da capire quanto rende in Italia la buona volontà. C’è un’antica promessa, fatta a L’Aja, che l’Italia intende mantenere, vale a dire raggiungere la traiettoria del 5 cento di spese militari Nato, ma c’è Vannacci, il pericolo percepito. Quanto parte italiana c’è in quei di 70 miliardi Nato a Kyiv?
Attenzione, sono contributi volontari degli stati, ma sono cifre che non si vogliono diramare e la ragione è semplice. Scoraggiano. Le elezioni politiche potrebbero tenersi ad aprile 2027, e Meloni e Giorgetti non vogliono che passi l’idea che il governo spenda in armi al posto della sanità. La spesa italiana in ambito Nato è già arrivata al 2,8 per cento ed è così scorporata: il 2,09 per cento sono spese militari, l’altra parte, lo 0,71 per cento, comprende spese in cybersicurezza, protezione dei confini. L’impegno italiano è che nel 2035 si arrivi al cinque per cento e la crescita è stata costante, ma chi garantisce che ci sarà Meloni ancora? Il governo ha sempre sostenuto l’Ucraina ma ieri, ha preteso con gli alleati Nato che il “sostegno” non fosse di due anni, ma di uno, per favorire “l’idea della pace”. Non si sa ancora nulla sul secondo pacchetto di aiuti italiano a Kyiv. Sono tutte spie di un malessere che riguarda il tema armi. Nato e Safe sono questioni diverse. Oltre ad aumentare le spese Nato, il governo ha possibilità in Europa di attivare la Nec, la clausola che permette di deviare gli obiettivi di Bilancio per gli acquisti in Difesa. Sta al governo scegliere come finanziare gli acquisti: può farlo indebitandosi o ricorrendo ai prestiti Safe, europei. E’ ormai una vecchia questione che si trascina da mesi, a colpi di lettere Giorgetti-Crosetto, ma è una questione che si è fatta squisitamente politica, come in passato il Mes. Meloni e Giorgetti sono dell’opinione che sia qualcosa di “troppo tecnico” da spiegare agli italiani e che a pochi mesi dal voto rischia di compromettere la campagna elettorale. La Nec si attiva con un voto in Aula (serve la maggioranza assoluta) e Meloni esclude l’aiuto coraggioso del Pd. Filippo Sensi, uno che potrebbe votare (ma quanti sono i riformisti illuminati del Pd?) scrive: “Stiamo diventando la barzelletta d’Europa sui fondi Safe. Questo continuo pattinare non inganna più nessuno, è tempo di chiarezza sulla difesa e la sicurezza degli italiani. Basta furbate, basta fischiettare, basta rinvii. Ora”. Crosetto si è rimesso alla volontà politica e la volontà politica di Meloni e Giorgetti è sempre più chiara: il Safe è un prestito vantaggioso (e sul quanto c’è da ragionare) ma un prestito che va restituito. Sono indizi che fanno una sola prova: le spese militari non verranno davvero aumentate. Preparatevi, è già suonato con la Rai, il gong. E’ suonato con le dimissioni della Commisione di Vigilanza Rai, le dimissioni della quinta giornata (direbbe il Manzoni) a pratica chiusa. L’altro giorno, un uomo che ama la Rai, come Roberto Natale, membro del cda, quota Avs, raccontava: “Posso capire le dimissioni dei membri della Commissione di Vigilanza, ma che c’entra il cda Rai? Il cda Rai sta lavorando. Non è paralizzato”. Si sta girando in una sola pentolaccia il peggio della propaganda: la Costituzione, la Rai, le armi, la resistenza di Kyiv, la legge elettorale… Sono già gli affari correnti della ragione. Il governo non ha più la forza di spendere in Difesa e il solo che ha la forza di dirlo è Crosetto: il ministro che, per forza di cose, non può più dimettersi.
L’obiettivo sarebbe quello di trasformare la Rai nel simbolo di una più ampia battaglia sulla qualità della democrazia italiana

(Marco Antonellis – lespresso.it) – C’è una convinzione che inizia a circolare con una certa insistenza nei corridoi della maggioranza: la partita sulla Rai potrebbe trasformarsi in un clamoroso boomerang politico. Non perché il governo abbia perso il controllo del dossier, ma perché il racconto costruito dalle opposizioni rischia di rivelarsi molto più efficace della battaglia combattuta nelle stanze del potere.
Le dimissioni in blocco dalla Commissione parlamentare di Vigilanza hanno cambiato completamente lo scenario. Fino a pochi giorni fa il confronto riguardava soprattutto nomine, regolamenti e rapporti di forza interni. Adesso, invece, il terreno dello scontro si è spostato sul piano simbolico. E proprio i simboli, in una lunga campagna elettorale, spesso pesano più dei numeri.
Nella maggioranza c’è chi ammette, lontano dai riflettori, che la gestione della vicenda abbia finito per offrire al campo largo un argomento perfetto. Il messaggio che Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra puntano a diffondere è semplice: una Rai sempre più identificata con il governo, una Commissione di Vigilanza ormai paralizzata e una riforma del servizio pubblico che continua a restare nel cassetto nonostante le richieste arrivate da Bruxelles.
Secondo diversi esponenti del centrodestra, Giuseppe Conte avrebbe intuito prima degli altri le potenzialità della vicenda. L’obiettivo sarebbe quello di trasformare la Rai nel simbolo di una più ampia battaglia sulla qualità della democrazia italiana. Per questo motivo, secondo fonti interne ai 5 stelle, il tema del servizio pubblico verrà affiancato alle altre grandi contestazioni contro l’esecutivo: il premierato, la legge elettorale, gli equilibri istituzionali e la tutela della Costituzione. Tasselli diversi destinati però a confluire in un’unica narrazione politica.
In ambienti parlamentari qualcuno richiama perfino quanto accadde all’inizio degli anni Duemila, quando lo scontro tra Silvio Berlusconi e alcuni volti storici dell’informazione Rai contribuì a ricompattare il centrosinistra. Nessuno immagina una replica identica, ma il meccanismo comunicativo viene considerato molto simile: individuare un simbolo capace di mobilitare l’elettorato. Oltretutto ora si è messo in mezzo pure il partito del generale Vannacci.
I sostenitori di Roberto Vannacci accusano infatti il servizio pubblico di riservare pochissimo spazio all’eurodeputato e promettono nuove iniziative dopo l’estate. Una situazione che rende ancora più complicata la narrazione del centrodestra: da una parte viene respinta l’etichetta di “Telemeloni“, dall’altra arrivano proteste da chi sostiene di essere praticamente invisibile nei programmi Rai.
Nel frattempo, all’interno dell’azienda, le tensioni tra i vertici non si sono affatto attenuate. I rapporti personali restano complicati e il clima continua a essere segnato da diffidenze e rivalità che inevitabilmente finiscono per riflettersi anche all’esterno. Il punto, però, va ben oltre le dinamiche di Viale Mazzini. La sensazione condivisa da molti osservatori è che la campagna per le Politiche del 2027 sia già partita e che la Rai rappresenti soltanto il primo grande terreno di scontro.
Le opposizioni puntano a fare della televisione pubblica il paradigma del rapporto tra il governo e le istituzioni, mentre la maggioranza continua a sostenere di aver garantito maggiore pluralismo rispetto al passato. Due letture destinate a scontrarsi per mesi.
Ed è proprio questo il timore che serpeggia nel centrodestra: aver trasformato una questione di governance in una potente arma di propaganda per gli avversari. Perché, in politica, spesso non vince chi ha ragione ma chi sa raccontarla meglio. E sulla Rai la battaglia, più che nei palazzi, sembra destinata a giocarsi davanti ai telespettatori.
Alla vigilia del vertice dell’Alleanza Atlantica ad Ankara, il segretario generale conferma a L’Espresso le rivelazioni sui voli partiti dalle basi americane in Italia per supportare la guerra contro l’Iran e tende la mano alla presidente del Consiglio. Numeri, denaro e indiscrezioni sulle spese militari

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Inutile girarci intorno, anche perché qui gira già tutto, e pare per il verso sbagliato: il successo del vertice Nato di Ankara in Turchia – martedì 7 e mercoledì 8 luglio – si misurerà dal grado di soddisfazione (o di irritazione) del presidente americano Donald Trump, indolente azionista di maggioranza dell’Alleanza atlantica. Trump dovrà valutare i progressi degli europei che di giorno insulta e di notte sprona a comprare armamenti di fabbricazione Usa, soprattutto per la resistenza ucraina e per compensare il parziale ritiro dei militari a stelle strisce dal Vecchio Continente.
L’ex primo ministro olandese Mark Rutte, segretario generale Nato da quasi due anni e in gran parte trascorsi sotto il ciuffo arancio di Trump, ha l’ingrato compito di rendicontare a «paparino» (citazione) il buon lavoro svolto nell’ultimo biennio. Rabbonire Trump in particolare e l’inquilino della Casa Bianca in generale è da sempre – per ricavarne testimonianza diretta è sufficiente leggersi il bel libro di memorie di Jens Stoltenberg – il principale obiettivo del segretario generale Nato per tutelare sé stesso e l’Alleanza atlantica. Questa era la traccia del servizio finché – per le ragioni esistenziali di cui sopra – Rutte non è intervenuto su fatti che possono (e presto lo hanno fatto) scompigliare la politica italiana. In una intervista alla televisione americana Fox News e con la palese intenzione di rimarcare l’incessante collaborazione europea a Washington (seppur indiretta), l’ex primo ministro olandese ha rivelato che dalle basi americane in Italia sono decollati 500 aerei statunitensi per «supportare l’operazione Epic Fury» contro l’Iran. La presidente Giorgia Meloni, il ministro Guido Crosetto e il ministero della Difesa hanno subito corretto, smentito, quasi dileggiato Rutte: solo voli tecnici. E come fare altrimenti, il governo Meloni si è vantato di aver respinto gli americani con “Sigonella due” emulando un evento di raro coraggio italiano ai tempi di Bettino Craxi. Alla vigilia di Ankara e dopo le tensioni con l’Italia, il segretario generale Rutte ha accettato di rispondere su questi temi a L’Espresso.
Nonostante le puntuali precisazioni di vari ministri e di altri portavoce Nato, la verità fatica a muoversi fra documenti classificati e trattati bilaterali secretati. Rutte non ha detto che aerei americani carichi di bombe (attività cinetiche) sono partiti dai confini italiani per attaccare il regime di Teheran (peraltro non avrebbe senso), ma ha detto che aerei americani (attività logistiche) sono decollati per «supportare l’operazione Epic Fury» e non ha mai modificato la sua versione. Neppure con L’Espresso a distanza di una settimana (mercoledì 24 giugno) dall’incidente diplomatico.
Il governo italiano e diversi ministri l’hanno accusata di aver commesso un errore; si può affermare che degli aerei siano decollati dalle basi americane in Italia per contribuire a un’azione militare contro l’Iran: sì o no? «Innanzitutto, voglio sottolineare che ho il massimo rispetto per l’Italia, uno dei membri fondatori della nostra Alleanza. Quello a cui mi riferivo in quell’intervista è il fatto che l’Italia, al pari di altri alleati, ha attuato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvolo». Ciascuno conferma la propria posizione, Rutte la sua informazione, il governo la sua smentita.
Il segretario generale cerca di curare le sue relazioni con l’Italia. Con le dichiarazioni a Fox News, a ogni modo, non voleva mettere in difficoltà il governo Meloni, ma voleva – questo sì – mandare un ennesimo segnale a Trump. E allora gli chiediamo: come sono i suoi rapporti con il governo italiano? I media vicini al governo hanno chiesto le sue dimissioni: si sente offeso? Per quanto riguarda gli impegni assunti l’anno scorso di portare la spesa militare al cinque per cento del Prodotto interno lordo (Pil) entro il 2035, l’Italia sta spendendo quanto promesso?
«Non commento mai le questioni politiche interne di alcun alleato, ma lasciatemi spiegare l’importanza del ruolo dell’Italia nella Nato. L’Italia guida le “Forward Land Forces” in Bulgaria e fornisce truppe per sostenere la presenza Nato in Ungheria, Lettonia e Finlandia. La Marina italiana è importante per garantire che i mari rimangano sicuri e i caccia italiani partecipano alle nostre attività di sorveglianza nella regione del Baltico e nei Balcani occidentali. L’Italia continua poi a svolgere un ruolo nel mantenimento della pace in Kosovo attraverso la nostra missione Kfor. Inoltre, l’Italia dispone di una notevole struttura industriale nel settore difesa».
Sui punti di Pil, Rutte evita di inoltrarsi nei dettagli. La relazione annuale Nato ha registrato nel ’25 il traguardo raggiunto per un soffio: 2,01 per cento di Pil in armi con un balzo da 1,52. In valore assoluto, cioè in dollari, l’Italia è passata da 33,4 miliardi (2024) a 45,3 miliardi (2025). Vuol dire che il governo Meloni ha investito circa 12 miliardi in un anno? No, per niente: il 2,01 per cento è il risultato di una revisione contabile con l’aggiunta di molte spese già a bilancio. Come è facilmente desumibile dal numero di militari, circa 173 mila nel 2024 e poi 194 mila nel 2025. Vuol dire che il governo italiano ha assunto oltre 20 mila militari? No, per niente. Lo scorso anno la Nato è stata comprensiva con l’Italia e l’ha premiata accontentando Trump. Lo scorso anno però il governo Meloni era un avamposto di The Donald e adesso è il governo che non «implora» né comprensione né fotografie. E però è pure il governo che non acquista armi americane da destinare a Kiev con il meccanismo Purl e per il 2026 annuncia di aver raggiunto un vago 2,8 per cento di Pil perlopiù con l’ausilio di spese di sicurezza e non militari (altro artifizio ragionieristico). Al contrario, Polonia e Baltici sono già al 4 per cento. E l’industria bellica tedesca si è messa in moto con un solido 2,4 per cento nel ’25. Rutte non si sofferma sulle prestazioni italiane, peraltro non rilevanti perché la tendenza europea è chiara: «Il mio ruolo è assicurarmi che tutti gli alleati lavorino insieme per fare in modo che la Nato sia adeguata alla sua missione. La direzione da seguire per Ankara è chiara: trasformeremo gli impegni assunti al summit dell’Aja lo scorso anno in risultati concreti. Questo significa aumentare gli investimenti in difesa, potenziare la produzione industriale, continuare a sostenere l’Ucraina. Abbiamo bisogno di una Europa più forte in una Nato più forte».
Trump potrà ammirare ad Ankara come il travaso stia funzionando: Usa spende di meno, Europa e Canada spendono di più. In totale la Nato lo scorso anno ha investito 1.412 miliardi dollari di cui 838 dagli Usa (-12) e 574 da Europa più Canada (+94). L’Europa è già un cliente straordinario, come ha raccontato con solerzia Rutte: “paga” 195.000 posti di lavoro nelle fabbriche belliche degli Stati Uniti con un portafoglio di ordini di 300 miliardi di dollari (+ 250 miliardi in due anni).
Per il governo di Kiev è fondamentale la sponda con l’intelligence americana, vi ricordate i disastri sui cieli ucraini quando è stato brevemente sospesa? Questo non sembra più in discussione, ma l’assegno “aggiuntivo” Nato è scaricato su Europa e Canada. Rutte colloca l’Ucraina in cima alle priorità della Nato e stavolta, come confermano altre fonti da Bruxelles, Trump dovrà riconoscere che Volodymyr Zelensky ha ancora «carte in mano» per respingere la Russia di Vladimir Putin: «La nostra sicurezza è legata in modo inestricabile a quella dell’Ucraina. Assicurare il nostro costante supporto è una delle nostre priorità per il vertice Nato. Gli alleati già forniscono il 99 per cento degli aiuti spediti all’Ucraina. Forniscono sostegno attraverso molti meccanismi, incluso il programma Nato’s security assistance and training for Ukraine (Nsatu) basato in Germania; poi c’è il Prioritised Ukraine requirements list (Purl) e il Nato’s comprehensive assistance package. Stiamo anche imparando noi dagli ucraini con il centro Nato-Ukraine joint analysis, training and education centre in Polonia. Per rafforzare il dialogo c’è il Consiglio Nato-Ucraina, la nostra rappresentanza Nato in Ucraina e molte forme di cooperazione bilaterale tra gli alleati e l’Ucraina. Accolgo con soddisfazione gli annunci di ulteriore sostegno fatti dai vari Paesi Nato al vertice dell’Ukraine defence contact group a Bruxelles, a inizio giugno, e spero di vederne altri ad Ankara. Stiamo anche assistendo a un aumento del supporto degli alleati all’Ucraina attraverso le collaborazioni industriali: non solo assicurano all’Ucraina di avere ciò di cui ha bisogno, ma consentono agli alleati di migliorare le loro capacità». Infine Rutte spedisce un messaggio distensivo al governo Meloni e serve anche a ricordare quanto l’Italia sia inestricabilmente coinvolta nelle strategie della Nato a trazione Trump: «Ringrazio il primo ministro Giorgia Meloni per la sua leadership decisa e per il costante sostegno dell’Italia all’Ucraina, soprattutto con il personale in servizio presso il commando Nsatu. Il sostegno all’Ucraina deve rimanere forte e sostenibile, e dunque è importante che venga ripartito equamente tra gli alleati». Per le rievocazioni storiche di Sigonella, magari un’altra volta.
La vera sfida consiste nel dar vita a uno schieramento davvero alternativo in quanto basato sul rigetto di neoliberismo, atlantismo e sionismo

(Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it) – Il nostro Paese sta attraversando uno dei suoi momenti storici peggiori da oltre ottant’anni a questa parte. Non solo perché in preda a un “governo” a mio parere fascista e anticostituzionale, ma anche per l’esistenza di un ceto politico che nel suo complesso, pur con qualche lodevole eccezione, appare del tutto subalterno ai dogmi del pensiero unico neoliberista, atlantista e sionista, e quindi corrotto e guerrafondaio.
Costoro stanno svendendo il Belpaese al capitale finanziario internazionale e sono talmente imbevuti del verbo neoliberista da non poter neanche lontanamente concepire un orientamento politico volto a realizzare gli interessi della cittadinanza anziché quelli degli speculatori, il cui obolo attendono col cappello in mano, inginocchiati tra le rovine di città e territori sempre meno belli e vivibili, che oggi boccheggiano ancora più del solito per effetto del cambiamento climatico che costituisce un altro effetto del sistema capitalistico dominante, oltre che dal negazionismo irresponsabile e analfabeta delle sue classi “dirigenti”, da Trump a Salvini e ancora più in basso.
Nelle viscere di questo sistema infetto, nato dalla contaminazione mostruosa tra capitalismo e sistema politico italiano, stanno nascendo fenomeni, come il vannaccismo, che offre ai maschi italiani, sempre più in crisi materiale e ideologica, un surrogato di soluzione basato sul falso recupero di un’identità escludente, che vorrebbe abolire gay, lesbiche, donne non sottomesse e migranti che rifiutino la condizione di schiavi funzionali al sottosviluppo di cui beneficiano solo i ristrettì ceti parassitari dominanti.
Ma Vannacci, che peraltro già si apparecchia a rientrare nei ranghi meloniani, è solo l’effetto. La causa risiede nel sistema, che è largamente bipartisan, dianzi accennato. Un sistema che dalla negazione di ogni dignità e ogni autonomia nei campi strategici e decisivi della politica estera, di quella militare e della macroeconomia (la cui determinazione esclusiva spetta a Washington, se non a Kiev e a Tel Aviv, o, rispettivamente, a Bruxelles), ha facilmente desunto la convenienza di scelte politiche del tutto autoreferenziali nei campi che il sistema occidentale dominante acconsente benevolmente a delegare ai vassalli locali.
Ne deriva l’intreccio tra corruzione, propensione a favorire le mafie di ogni genere, non solo quelle armate, e violazione sistematica dei diritti civili, politici, economici, sociali, culturali e ambientali dei cittadini italiani, per capire la cui portata si suggerisce la lettura quotidiana del Fatto, un giornale davvero benemerito che non a caso lorsignori vorrebbero mettere a tacere con ogni mezzo necessario.
La soluzione a questa tristissima decadenza non può certo essere trovata all’interno di questo sistema, del quale, occorre ripeterlo, il Pd è parte integrante e non a caso il suo ottuso gruppo dirigente, guidato da fallaci considerazioni di natura “aritmetica”, si accinge a riproporre addirittura Matteo Renzi all’interno di una coalizione “alternativa” che, data l’esistenza di simili zavorre o meglio mine vaganti al suo interno, non riuscirà forse neppure a sloggiare dal suo scranno la pessima e deleteria Meloni coi suoi altrettanto pessimi e deleteri accoliti.
È del tutto evidente come il Pd e i suoi soci vecchi e nuovi siano parte del problema e non della soluzione. La vera sfida consiste quindi nel dar vita a uno schieramento che sia effettivamente alternativo in quanto basato sul rigetto senza se e senza ma di neoliberismo, atlantismo e sionismo e sull’affermazione altrettanto chiara ed esplicita di democrazia e diritti umani in tutte le loro dimensioni. Una forza che sappia riuscire nella difficile impresa di scuotere dal loro mortale torpore gli astensionisti e coloro che si accontentano di un voto “utile” che in realtà non è affatto tale.
Democrazia e diritti umani sono elementi che, per essere davvero pienamente concretizzati, richiedono di recidere ogni legame con il mondo capitalistico occidentale in rapido declino e l’inserimento a pieno titolo di un’Italia effettivamente indipendente nei nuovi equilibri multipolari che, tra mille intralci e mille pericoli, compreso quello di una guerra mondiale catastrofica, stanno emergendo dall’agonia inevitabile del vecchio mondo imperialista e neocoloniale.
L’affollata e partecipata riunione di Agorà che si è svolta sabato scorso a Roma costituisce un passo avanti nella giusta direzione, quella cioè della costruzione di una forza politica che sappia farsi carico di questo compito storico in modo né minoritario né identitario.
È ora però necessario che su tale meritorio progetto convergano rapidamente numerose altre forze politiche, sociali e culturali, realizzando un approccio comune generosamente unitario recuperando e valorizzando i momenti più gloriosi e significativi della nostra storia, quindi mettendo al centro l’antifascismo, che oggi va necessariamente declinato in antirazzismo, antisionismo e antimperialismo.
Non si ragionerebbe su un voto con un anno di anticipo bensì, raccontano fonti parlamentari, di spostare la naturale scadenza autunnale alla primavera del 2027

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Nessuno vuole aprire una crisi politica, ma tutti ragionano già sul calendario delle prossime elezioni. La parola “anticipate” è quella che rischia di trarre in inganno. Perché, raccontano fonti parlamentari, non si ragionerebbe su un voto con un anno di anticipo, bensì di spostare la naturale scadenza autunnale alla primavera del 2027.
Il punto di partenza sarebbe la posizione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Al Colle, spiegano ambienti istituzionali, la priorità resta una sola: evitare scossoni fino alla conclusione della legislatura. Un principio confermato anche dalle ultime mosse del Capo dello Stato, dall’incontro con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi fino ai contatti istituzionali con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, interpretati da molti osservatori come segnali di continuità e stabilità.
Ma stabilità non significa necessariamente arrivare alle urne in autunno. Secondo quanto filtra da diversi ambienti parlamentari, al Quirinale non verrebbe considerata irragionevole l’ipotesi di un voto tra aprile e giugno 2027, qualora maturassero le condizioni politiche e istituzionali. Non sarebbe letto come uno scioglimento anticipato in senso politico, bensì come una soluzione tecnica.
Il ricordo del 2022 pesa ancora. Allora si votò a settembre, dopo la caduta del governo di Mario Draghi, in una finestra del tutto eccezionale nella storia repubblicana. Stavolta, però, lo scenario appare diverso. I sondaggi descrivono una competizione molto più aperta e, proprio per questo, nei Palazzi nessuno esclude trattative lunghe per la formazione del nuovo esecutivo.
Se dalle urne uscisse un Parlamento senza una maggioranza immediatamente definita, il rischio sarebbe arrivare a ridosso della legge di Bilancio con un governo ancora da costruire. Uno scenario che tutti vorrebbero evitare.
Dal Colle continuano a smentire che il tema sia stato affrontato direttamente con Palazzo Chigi. Ma la sensazione è che la partita sulla data del voto sia già iniziata. Perché, come sussurra un parlamentare della maggioranza, «la campagna elettorale comincia sempre molto prima del decreto che convoca gli elettori».
I timori di Palazzo Chigi in vista del primo faccia a faccia dopo gli screzi del G7. La premier sente Erdogan e porta in dote l’aumento della spesa militare

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – C’è una linea sottile ma ben visibile che collega la serata del 2 luglio a villa Taverna a Roma e l’appuntamento con il vertice Nato in Turchia del 7 e 8 luglio. Dalla serata a base di hamburger, fuochi d’artificio e bandierine a stelle e strisce, infatti, è passato uno dei tanti canali di distensione nella relazione tra Washington e Roma: una strategia precisa, messa a punto da palazzo Chigi – che per l’occasione ha inviato i ministri e la sorella Arianna – e benedetta dall’ambasciatore americano in Italia, Tilmann Fertitta, che si è impegnato in prima persona con dichiarazioni distensive e attestati di stima.
All’insegna di un unico obiettivo: far dimenticare lo scontro frontale tra Giorgia Meloni e Donald Trump dopo il G7 in Francia, con le sue spiacevoli implicazioni personali. Mantra: scontro? Quale scontro? i rapporti sono ottimi come sempre, l’amicizia è indistruttibile.
Eppure, le scorie restano e da palazzo Chigi si guarda con attenzione e anche un pizzico d’ansia al primo faccia a faccia tra la premier e il presidente americano post-G7. Anche la stessa comunicazione dovrà stare all’erta: a far saltare la vena a Trump, apparentemente, aveva contribuito l’eccesso di zelo nel pubblicare immagini di loro due e in particolare negli Usa aveva fatto effetto un video di Meloni che sembrava ammonire Trump, con dito alzato.
Da Ankara non si potrà sbagliare: la linea comunicativa è quella di confermare che non sono rimaste ruggini e che il rapporto formale tra alleati è solido, ma senza entrare nella linea di tiro del presidente, che con la Nato – e quello che lui considera uno scarso impegno europeo in materia di sicurezza – ha un rapporto difficile.

Il vertice in Turchia, del resto, sarà un momento importante per tutti i paesi europei. Ognuno con i suoi interessi da tutelare e obiettivi da raggiungere. Anche Giorgia Meloni, che in vista della prossima settimana ha avuto una conversazione telefonica con l’ospite, il presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdogan. Nel dialogo la presidente del consiglio ha sottolineato il tema che le sta più a cuore e che sa essere attenzionato anche da Ankara: hanno «richiamato entrambi l’importanza del fianco Sud» dell’alleanza, si legge nel comunicato di palazzo Chigi. Ovvero il confine che guarda alle coste africane da cui passano le rotte migratorie. «La conversazione ha permesso poi uno scambio sulla situazione in Libia, inclusa la cooperazione nel contrasto ai movimenti migratori irregolari e al traffico degli esseri umani», è infatti la chiosa. Poi certo, «i due leader hanno riaffermato il comune impegno per lo sviluppo del rapporto transatlantico e per la difesa comune all’interno della Nato» e dunque la necessità strategica di mantenere buoni uffici alla Casa Bianca, anche attraverso un «impegno» verso la difesa comune, che ha già significato il sì – pur diluito fino al 2035 – a portare al 5 per cento del Pil la spesa in difesa. Speculare è stata la nota di Erdogan, che tuttavia ha sottolineato un aspetto ulteriore: il rafforzamento della cooperazione «in particolare nell’industria della difesa», visto e considerato che la Turchia è già tra i principali acquirenti di armi made in Italy.

Certo è che al summit di Ankara la strategia di Meloni sarà soprattutto conservativa: freddezza e diplomazia, massima attenzione ad evitare qualsiasi inciampo. L’agenda l’ha illustrata il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani in question time alla Camera a inizio settimana: Nato come «fondamento della sicurezza comune», in cui l’Europa deve «poter contare di più» e dunque lavorare per una «difesa europea integrata». Soprattutto, ha ribadito l’unica cosa che interessa davvero a Trump: l’Italia confermerà il suo impegno sulla spesa militare. Con quali denari è ancora incerto, come ha dimostrato il tentennamento sul fatto che l’Italia metta a disposizione della Nato due brigate pesanti dell’esercito da realizzare entro il 2031, ma i contratti di acquisto di nuovi mezzi non sono ancora stati firmati.
Tuttavia, una cosa è chiara al governo: è più facile che l’ira di Trump si concentri sui paesi che non si sono ancora allineati agli obiettivi di spesa. Lo ha detto l’ambasciatore americano presso la Nato Matthew Whitaker: il presidente vuole che «tutti gli alleati» puntino a raggiungere l’obiettivo del 5 per cento. E Meloni arriverà ad Ankara coi numeri riferiti in parlamento l’11 giugno: una percentuale del 2,8 per cento del Pil è investita in difesa e sicurezza, con un aumento dello 0,7 per cento. Dunque Roma sta rispettando i patti, con una postilla, però: l’aumento «è garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio». Tradotto: deriva dall’inclusione di spese che prima non venivano classificate nel settore difesa, come materiale sanitario, rigassificatori, investimenti per la cybersicurezza delle infrastrutture.

(ilfattoquotidiano.it) – Il campo progressista si riunirà a Napoli l’8 luglio per il suo primo evento programmatico, anche un lancio della campagna elettorale. La manifestazione ha un nome, “Al lavoro per cambiare l’Italia”, e sarà in piazza del Gesù alle ore 19:30. Una sede all’aperto, nonostante i dubbi, ma a un orario che dovrebbe mitigare gli effetti del caldo. L’evento dovrebbe consistere in una serie di interventi mirati soprattutto sui temi sociali. Come già per il successivo incontro fissato il 15 luglio a Padova, ci saranno ovviamente i leader di Pd, 5S e Avs, non quelli di centro. E allora, di certo per dispetto, Italia Viva lancia per lo stesso giorno un’altra mobilitazione. Ieri il partito di Matteo Renzi ha diffuso una card con scritto: “Vi aspettiamo davanti ai supermercati e nelle piazze di tutta Italia”, annunciando una campagna con tanto di volantini. Nella card si vede una grafica con scritto “Quando c’era lei” (riferito a Giorgia Meloni) con alcuni dati negativi sulle tasse e sul carovita; nell’altro volantino si legge invece uno slogan a favore delle preferenze nella legge elettorale. Un modo per mettere in evidenza le ambiguità dei progressisti sul tema. “Stesso giorno, due iniziative diverse – sbuffa il dem Filippo Sensi – Non un bel segnale”. Se è per questo, ieri il correntone dem di maggioranza (da Roberto Speranza a Peppe Provenzano) si è ritrovato a Bari con Antonio Decaro, come ad anticipare l’evento di Napoli.
I clan italiani impediscono che il fentanyl eroda il business dell’eroina. Ecco perché lo fanno e perché non è una buona notizia

(di Roberto Saviano – repubblica.it) – Ottanta fiale. Sparite dalla cassaforte della farmacia dell’Ospedale Israelitico di Roma, quartiere Magliana. Ma come, spacciatori che rubano in un ospedale? Va chiarito subito. Le mafie italiane, a oggi, non permettono la diffusione del fentanyl. Sono le mafie stesse che stanno portando avanti una strategia di protezione del mercato. Non vogliono che il fentanyl mini il business di cocaina ed eroina, canali consolidati e redditizi. E non vogliono che un’emergenza sociale da oppioidi sintetici costringa la politica a una repressione vera, quella che lo Stato sarebbe obbligato a fare per consenso, per non ritrovarsi i morti sui marciapiedi come a Filadelfia o San Francisco. È il paradosso più amaro. Il confine italiano al fentanyl, per ora, non lo presidia lo Stato. Lo presidiano i clan.
E allora perché, dopo un furto, i vertici di governo si riuniscono d’urgenza? Perché se il fentanyl si diffonde in Italia sarà una peste vera. Il fentanyl è la sostanza più potente mai creata dall’umanità in questo campo. Anzi, definirla droga non è nemmeno corretto, perché il fentanyl non nasce illegale. È un farmaco oppioide sintetico, utilizzato da decenni in anestesia e nel trattamento del dolore severo, soprattutto nei pazienti oncologici. Chi sta attraversando la fase terminale di un cancro, chi vive di dolori insopportabili, sa cosa significa. Il fentanyl arriva come la mano di Dio a cancellare letteralmente ogni sofferenza. Il problema è che quella stessa mano, quando esce dagli ospedali e finisce sulla strada, diffonde un’epidemia.
I numeri li fornisce il CDC, i Centers for Disease Control and Prevention, la massima autorità sanitaria federale americana, l’agenzia che registra ogni morte sul territorio degli Stati Uniti e ne certifica la causa. Nel 2023 il fentanyl ha ucciso 72.776 persone. In Vietnam, in vent’anni di guerra, i militari americani caduti sono stati circa 58.200. In Iraq, dal 2003 al 2011, circa 4.500. In Afghanistan, dal 2001 al 2021, circa 2.400. Sommate le tre guerre, 65.000 morti in mezzo secolo di conflitti. Il fentanyl li ha superati in dodici mesi.
Come ci si arriva, a questo? Il fentanyl, come scrivevo, non nasce come droga di strada. Nasce dentro la storia americana del dolore trasformato in mercato. Prima c’è l’OxyContin, l’oppioide lanciato da Purdue Pharma nel 1996 come farmaco sicuro, a rilascio prolungato, capace di dare sollievo per dodici ore. La promessa era semplice, meno dolore e meno rischio di dipendenza. Era una promessa falsa. Le pillole potevano essere frantumate e sniffate, oppure iniettate. Il farmaco uscì dagli ospedali ed entrò nelle case e nei campus, nelle vite di milioni di persone. L’OxyContin veniva usato per fermare un mal di denti come una depressione, usato per smontare ansia o guarire da una sciatica e assunto senza controllo medico porta a una dipendenza immediata.
L’OxyContin è ossicodone, un oppioide semisintetico derivato dall’oppio, potenza paragonabile alla morfina. Il fentanyl è completamente sintetico, si produce in laboratorio senza bisogno di papavero (fondamentale per i trafficanti che non devono importare o coltivare). Chimicamente non hanno quasi nulla in comune, ma agiscono sugli stessi recettori del cervello. Per il cervello di un dipendente sono la stessa fame. Chi prende ossicodone sviluppa tolleranza, servono dosi sempre più alte. Quando le prescrizioni vengono tagliate, resta la dipendenza senza la fonte legale. Si passa al mercato nero, prima l’eroina, poi il fentanyl, che per i trafficanti è perfetto, costa poco e ne basta una quantità minuscola. I cartelli lo pressano in pillole finte che imitano proprio l’OxyContin. Molti muoiono senza sapere di averlo preso. L’Oxy non diventa fentanyl. L’Oxy crea milioni di cervelli dipendenti, il fentanyl è la risposta del mercato illegale a quella domanda, più economica e più letale. Il fentanyl è 50 volte più potente dell’eroina e 100 più della morfina. Alla domanda perché prendi fentanyl, la risposta di tutti è la stessa, una pace assoluta in cui ansia e paura scompaiono, e con loro i pensieri. Proprio questa intensità è però il suo pericolo maggiore.
Quando lo scandalo della Purdue, che diffondeva di fatto droga legalmente nelle farmacie, esplose e le prescrizioni furono ridotte, non sparì la dipendenza. Sparì soltanto la fonte legale. (Leggete su questo il libro bellissimo di Beth Macy Dopesick: Dealers, Doctors, and the Drug Company that Addicted America, Little Brown & Company). Chi era ormai agganciato agli oppioidi cercò altro. Prima l’eroina, poi il fentanyl. Più potente, più economico da produrre e da trasportare. La crisi cambiò pelle, passò dalle ricette mediche alla strada, dalle farmacie ai laboratori clandestini dei cartelli messicani. Oggi il fentanyl entra negli Stati Uniti soprattutto dal Messico, in polvere o pressato in pillole blu che imitano l’OxyContin, le famose M30. Viene lavorato in laboratori nascosti in garage e si mescola con altre sostanze, dall’eroina alla metanfetamina. Lo spaccio viaggia online, con consegne organizzate come un commercio qualunque.
Ne ha scritto Biagio Simonetta in L’invasione. Dal fentanyl ai nuovi oppiacei, viaggio nel cuore di un’epidemia globale (Salani). I cartelli messicani che hanno il monopolio del fentanyl sono essenzialmente due: il Cartello di Sinaloa e il CJNG (Cartel Jalisco Nueva Generación); i dati della Dea americana fanno davvero paura. Con 1,5 milioni di pillole vendute ogni giorno, i cartelli incassano circa 750mila dollari al giorno all’ingrosso, quasi 274 milioni di dollari annui. Una volta arrivate sulle strade americane, quelle stesse pillole valgono oltre 4,5 milioni di dollari al giorno, cioè 1,64 miliardi di dollari l’anno e sono stime prudenti. Torniamo alle ottanta fiale romane e facciamo un’ipotesi. Chi le ha prese sa di avere in mano una sostanza vietata due volte, dalla legge dello Stato e dalla legge delle mafie. E questa doppia proibizione non ne abbassa il valore, anzi lo aumenta. Ottanta fiale fuori da ogni circuito, fuori perfino dal controllo dei clan. È la merce più pericolosa che esista, per chi la detiene e per chi la incontrerà.
Ecco la verità che questo furto ci costringe a guardare. In Italia le mafie decidono tutto. Decidono cosa si vende e cosa no, quali strade sono sicure e quali no. Decidono perfino, per puro interesse, per protezione del proprio fatturato, di salvarci dal fentanyl. Non è una buona notizia. È la peggiore. Perché significa che la diga che ci separa dall’epidemia americana non è fatta di Stato e di sanità pubblica. È fatta di convenienza criminale. E le convenienze cambiano. Il giorno in cui i clan decideranno che il fentanyl rende più di quanto costa, quella diga non ci sarà più. E noi scopriremo di aver affidato la nostra salvezza a chi ci tiene in ostaggio. L’Italia non è ancora l’America. Ma rischiamo di svegliarci tardi, solo quando ormai il sisma farà tremare la terra.
L’atto con cui il governo dà 100 milioni al teste “anti-Conte” fu vistato dalla dirigente Campitiello, moglie del viceministro FdI

(estr. di Marco Lillo – ilfattoquotidiano.it) – […] La transazione con la quale il governo ha accettato di pagare 100 milioni di euro alla JC Electronics di Dario Bianchi (e alle società che hanno acquisito una parte dei suoi crediti) è stata firmata dalla dirigente del ministero della Salute Maria Rosaria Campitiello, capo del Dipartimento competente, quello della Prevenzione e delle Emergenze Sanitarie, e anche moglie del viceministro agli esteri del Governo Meloni, Edmondo Cirielli. Contattata dal Fatto, Campitiello non ha rilasciato commenti. Fonti ministeriali ci hanno tenuto a far sapere che “il marito Edmondo Cirielli non era al corrente della transazione all’epoca dei fatti”. Il viceministro di FdI avrebbe appreso solo giovedì quando il ministro Orazio Schillaci ha risposto all’interrogazione sulla transazione del Pd.
[…] La moglie aveva firmato un atto che impegna 100 milioni dei contribuenti per pagare quel Dario Bianchi caro a FdI, ospitato a dicembre 2024 ad Atreju e convocato ad aprile 2026 come testimone dalla Commissione Covid (dove era già stato audito a gennaio e febbraio 2025) sempre per parlare in termini critici della gestione dell’emergenza da parte del Governo Conte. Bianchi il 12 giugno sorso è stato ospite al convegno su “Mangiatoia Covid, l’ombra delle tangenti …” organizzato da FdI a Cagliari con la presenza del presidente e del vicepresidente FdI della Commissione Covid più il capogruppo FdI. Nessuno dei parlamentari di FdI presenti ha detto una parola sulla transazione, firmata il 31 ottobre dalla moglie del viceministro di FdI, tutti all’oscuro dal marito in giù.
Preso atto della tenuta stagna della divisione dei ruoli tra politica e amministrazione a casa Cirielli-Campitiello, il Fatto ha cercato di capire meglio come siamo arrivati a dare 100 milioni a Bianchi e compagni. JC Electronics aveva ottenuto a novembre del 2024 una sentenza di primo grado favorevole che le riconosceva 203 milioni di euro. Però l’Avvocatura dello Stato per conto del governo aveva proposto appello e chiesto la sospensione. […]
Perché il governo ha aderito alla proposta di transazione, riducendo solo l’importo richiesto inizialmente? Perché non aspettare l’esito almeno della richiesta di sospensione?
La risposta è nel parere dell’Avvocatura di Stato che Il Fatto ha letto. “In sede di appello, sono state valorizzate le valutazioni tecniche rese dal CTU nominato dal Tribunale, mettendo in luce la contraddittorietà della motivazione dell’impugnata sentenza che da tali valutazioni sembra prescindere. Tuttavia, la questione della conformità delle mascherine alle specifiche tecniche è estremamente complessa e non può escludersi che un’eventuale rinnovazione della consulenza possa condurre a conclusioni opposte a quelle effuse nell’appello; pur essendosi enfatizzata, in sede d’appello, la mancanza della necessaria validazione del CTS sull’efficacia protettiva dei Dpi oggetto di fornitura, sta di fatto che risultano acquisiti, agli atti di causa, una serie di documenti che si pongono in contrasto con la linea difensiva delle Amministrazioni appellanti”.
[…] Risultato? Dopo una serie di riunioni in remoto e in presenza si arrivava a un accordo. L’Avvocatura generale dello Stato ha steso una bozza di transazione inviata al Dipartimento Protezione civile; all’Ufficio Contenzioso del Dipartimento Affari Giuridici della Presidenza del Consiglio; al Gabinetto del Ministro Schillaci e al Dipartimento guidato dalla dottoressa Campitiello, che ha firmato. Poi un decreto del ministro dell’Economia registrato alla Corte dei conti il 5 dicembre 2025 ha istituito, sul capitolo di bilancio 4381, un apposito piano di “Spese per il pagamento delle obbligazioni pecuniarie conseguenti a sentenze di condanna giudiziali e a transazioni” con lo stanziamento di 110 milioni. A quel punto il capo dipartimento ha approvato con decreto l’11 dicembre 2025 l’atto di transazione sottoscritto il 31 ottobre 2025. Il decreto ha superato il controllo contabile ed è stato registrato il 15 dicembre 2025. La Corte dei Conti ha dato il visto 17 marzo 2026 e finalmente (per Bianchi e le società interessate) è arrivato il pagamento della somma di 100 milioni e 221 mila 429 euro.
Parti della transazione sono JC Electronics e le società veicolo che hanno acquisito una parte dei crediti vantati. Vittoria SPE e Aurora SPE hanno comprato circa 7,3 milioni a testa e Lion SPV 4,6 milioni. Le tre società hanno la stessa sede a Milano con legale rappresentante Fenice Trust Company Srl. La transazione è firmata dal Ministero della Salute, come detto in persona della dottoressa Campitiello, con l’intervento del Dipartimento Protezione civile della Presidenza del Consiglio, in persona del Capo Dipartimento Fabio Ciciliano, tutti assistiti dall’Avvocatura Generale. Però la Presidenza del Consiglio compare nell’atto “al solo fine di prendere atto del riconoscimento della sua estraneità ai contenziosi in questione”.

(di Cosimo Caridi, Luana De Micco, Sabrina Provenzani – ilfattoquotidiano.it) – Berlino, Parigi, Londra. Il patto è già firmato. La dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara è stata approvata dal Consiglio Atlantico ieri, concordata tra i Paesi membri. E garantisce all’Ucraina di Volodymyr Zelensky un sostegno militare da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027. Un totale di 140 miliardi di euro. La cifra di 70 miliardi conteggia il prestito Ue all’Ucraina, da 30 miliardi all’anno, 60 totali. Il resto va trovato tra gli Alleati, esclusi gli Usa che garantiscono intelligence e vendono armi attraverso il programma Purl. Il grosso dei fondi viene erogato da un gruppetto di 7-8 alleati, con un meccanismo che non sarà obbligatorio. Ma che resta da definire.
La Germania è in prima fila. Ieri Friedrich Merz ha ricevuto alla cancelleria i capi di governo di Lettonia, Estonia e Lituania e ha esposto la sua linea, uguale da settimane: il ridimensionamento dell’impegno Usa sul fianco Est non sorprende nessuno, tocca agli europei assumersi maggiori responsabilità. Merz vuole arrivare ad Ankara come leader del Paese che tiene insieme il fianco est dell’Alleanza. Da mesi parla della possibilità che si apra una “finestra diplomatica” con Mosca. I tre baltici non condividono, come anche una parte della diplomazia di Berlino. Da Est chiedono più truppe e deterrenza, non nuovi negoziati. La risposta che Berlino porta ad Ankara è la brigata corazzata in Lituania: presenza militare prima delle trattative. Intanto Merz ha replicato a Trump, che ha accusato su Truth gli alleati di spendere troppo poco per la Nato, rivendicando “il più grande sforzo mai compiuto” dalla Germania per la difesa. Il calendario delle prossime settimane racconta però preoccupazione. Il 14 luglio, a Parigi, il vertice dei Volenterosi, tre giorni dopo il Consiglio dei ministri franco-tedesco: un’agenda intensa, per un mese che di solito è l’inizio della pausa estiva. Il Regno Unito porta al vertice della Nato un vuoto di potere. Keir Starmer è stato un grande “alleato”, ma è un leader in scadenza. Ma Andy Burnham non sarà nominato prima del 20 luglio, e la posizione del premier in pectore sulla Nato non è stata esplicitata. Il nuovo pm britannico eredita un piano di investimento nella Difesa al centro di molte polemiche: 15 miliardi senza coperture certe, che non raggiunge l’obiettivo del 3% del Pil entro il 2030. E circola ancora l’indiscrezione che dice che Sir Kier aspirerebbe a rimpiazzare Mark Rutte nel ruolo di Segretario generale dal 2028.
A Parigi, l’Eliseo è stato tra i primi a confermare lo sforzo del finanziamento a Kiev. Secondo una fonte del governo francese “non spetta né agli Stati Uniti né alla Nato occuparsi della sicurezza degli europei. Sta agli stessi europei ”. E le spese per la difesa devono crescere. La maggior parte degli alleati tende a un obiettivo del 3,5% entro il 2035, la Francia vuole “raddoppiare il budget della difesa in cinque anni”. Mercoledì il Parlamento di Parigi ha votato l’ultima riforma della legge di Programmazione militare per il 2024-2030, che ha portato il budget per la Difesa a 436 miliardi di euro, incrementandolo di 36 miliardi supplementari, cifra pari al 2,5% del Pil. Gli europei forniscono a Kiev “l’essenziale degli aiuti e delle garanzie di sicurezza”, mentre Washington – ha aggiunto ancora la fonte della presidenza francese – “si occupa della maggior parte delle operazioni, anche contro la flotta ombra russa”. Nel momento in cui gli Stati Uniti hanno annunciato riduzioni di effettivi in Europa”, per gli europei, hanno aggiunto da Parigi, è “fondamentale prendere in mano la propria Difesa”.
La segretaria del Pd: “Meloni sarà l’ultima premier a lottizzare la tv pubblica. Noi vogliamo una Rai libera dalla politica”

(di Francesco Bei – repubblica.it) – ROMA – Elly Schleinè entrata in modalità combattimento. La battaglia più importante, al momento, è sulle regole, contro una destra che pensa ai pieni poteri, dall’informazione Rai a una legge elettorale che serve a mettere le mani sul Quirinale con un premio di maggioranza abnorme. Ma anche sull’economia reale, la segretaria del Pd intende dimostrare di avere le carte in regola e di essere pronta a governare.
Le opposizioni, tutte insieme stavolta, hanno preso la decisione di abbandonare la commissione di Vigilanza sulla Rai. Forse ci si poteva pensare prima…
«La nostra linea non è mai cambiata, tanto che non abbiamo partecipato alle nomine del consiglio d’amministrazione. Meloni sarà l’ultima presidente del Consiglio a lottizzare la Rai, continueremo a batterci per dare attuazione al Media Freedom Act e per una riforma della governance che renda finalmente la Rai libera e indipendente dalla politica e dai partiti».
Ma perché ci si arriva solo ora?
«È stata una scelta che si è resa necessaria per la paralisi voluta dalla destra, che ha svuotato di senso un organismo di garanzia, tenuto in ostaggio anche a causa dei loro litigi sui posti».
L’Aventino è la risposta giusta?
«Le dimissioni dei membri della Vigilanza si sono rese inevitabili ed è la prima volta nella storia della Repubblica che si arriva a una scelta così drastica. Ma non bisogna dimenticare che è la maggioranza che ha fatto l’Aventino costantemente disertando la Vigilanza per impedirne il funzionamento».
I cittadini cosa capiranno di questo scontro?
«Che la destra ha proceduto a un’occupazione quasi totale della Rai, oltretutto senza alcuna logica aziendale, lo dimostra il calo degli ascolti. Questo ha mortificato anche l’impegno di tanti professionisti della Rai, perché il servizio pubblico è stato trasformato in un megafono della maggioranza. Noi invece diciamo che TeleMeloni deve tornare a essere la Rai di tutti gli italiani».
Dopo l’accelerazione sulla legge elettorale adesso, per i dissidi interni alla maggioranza sulle preferenze, sembra che ci sia un rallentamento del Melonellum. C’è spazio per intervenire?
«Insieme alle altre opposizioni noi faremo muro contro questa pessima legge elettorale, che è irricevibile e inemendabile. Ha un premio talmente alto di maggioranza che, chi vince, si avvicina da solo al quorum necessario per eleggere Presidente della Repubblica. Credo che Meloni l’altro giorno abbia chiarito molto bene qual è il reale obiettivo».
Meloni sostiene che anche la destra deve rompere il tabù di vedere un suo esponente al Quirinale. Non è un’aspirazione legittima?
«Il Presidente della Repubblica, secondo la Costituzione, deve essere una personalità in grado di rappresentare l’unità della nazione e di fare da garante super partes della Costituzione. Quindi, se sta pensando a lei stessa o a La Russa, non mi sembra che ci siano questi requisiti. Ma non è solo questo, il problema è la loro ossessione per il potere: dopo aver perso il referendum sulla giustizia con 15 milioni di No, stanno cercando di realizzare il premierato attraverso una legge ordinaria, la legge elettorale».
Un punto di frizione nel centrodestra sono le preferenze. Se venisse presentato un emendamento in tal senso, il Pd cosa farebbe?
«È chiaro che siamo contrari alle liste bloccate, ci sono anche nostri emendamenti per superarle, ma non cadiamo nella trappola di pensare che una pessima legge come questa diventi una buona legge se cambiano questo aspetto, rimangono tutti gli altri problemi. Voteremo comunque contro questa legge che è del tutto irricevibile. Faremo muro in Parlamento e lo faremo anche nel Paese. Si stanno mobilitando anche comitati civici».
Secondo lei Vannacci alla fine sarà imbarcato o no nella coalizione?
«Lavoriamo per costruire l’alleanza che batterà queste destre, a prescindere da come sarà la loro coalizione, senza tatticismo, parlando dei problemi concreti delle persone, quelli di cui non parla mai Meloni: mancano sessantacinquemila infermieri, abbiamo contato i ritardi dei treni e sono sette anni e mezzo solo da gennaio di quest’anno. La priorità di Giorgia Meloni è cambiare la legge elettorale per cercare di conservare il proprio potere, la nostra è fare quello che il governo non ha fatto».
Però ha portato il Pnrr alla stazione finale…
«E, nonostante i soldi del Pnrr, siamo un Paese che ha la crescita zero, un calo di produzione industriale da tre anni consecutivi, gli stipendi tra i più bassi ma il costo delle bollette più care d’Europa, per non parlare di una pressione fiscale che è arrivata al massimo da 12 anni. È la fotografia di un Paese che soffre e loro, per quattro anni, pur avendo i numeri per fare tutto, sono riusciti a non fare nulla che migliorasse in concreto la vita delle persone. È su questo che si decideranno le prossime elezioni».
In questi mesi avete battuto molto sulla sanità, la scuola, i salari, il costo dell’energia. Alle imprese cosa offrite?
«Una vera strategia per la crescita, rilanciando gli investimenti con delle politiche industriali che il governo e il ministro Urso non hanno mai fatto».
In concreto?
«La priorità è ridurre le bollette. Serve un’unità di missione per dimezzare i tempi per fare nuove rinnovabili e poi una proposta forte: burocrazia zero per gli investimenti nella doppia transizione. Oggi c’è l’autorizzazione unica semplificata nelle Zes., le zone economiche speciali al Sud. Quel sistema per gli investimenti nella trasformazione ecologica e digitale va esteso a tutto il territorio nazionale. Uno sportello unico, una risposta entro 90 giorni. Dobbiamo tornare attrattivi per gli investimenti, perché con questi costi dell’energia e con questo livello di burocrazia è chiaro che siamo poco attrattivi».
Lo Stato cosa può fare oltre a semplificare?
«Noi dobbiamo dare delle missioni strategiche alle partecipate pubbliche, cioè non possono essere le aziende a fare la politica energetica del governo. Dovrebbe essere il contrario, no?».
E poi?
«Ci sono 1700 miliardi di euro fermi sui conti correnti dei risparmiatori italiani, ma le piccole e medie imprese fanno fatica a trovare capitali, Penso a incentivi mirati per canalizzare il risparmio verso l’innovazione e le piccole e medie imprese, che sono il cuore pulsante della nostra economia».