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E’ sempre popolo contro Ztl


(di Manuela Perrone – Il Sole 24 Ore) – Un’Italia elettorale spaccata in due, solcata da una sorta di frattura socioeconomica che vede da un lato Fdi, Lega e M5S fare incetta di preferenze tra i ceti più poveri e meno istruiti e dall’altro Pd e i centristi di Azione e Italia Viva trionfare tra i più ricchi e con livelli di istruzione più elevati. Con un dato di fondo: se oggi votassero solo gli italiani meno abbienti, Giorgia Meloni avrebbe una super maggioranza con qualsiasi legge elettorale.

L’istantanea arriva dal sondaggio, che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, realizzato da Youtrend su un campione di 1.201 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, suddivisi in quattro fasce di status socioeconomico.

Fdi si colloca al 30% nella Supermedia Youtrend/Agi (una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto), ma arriva al 31,1% nella fascia più bassa e al 31,9% in quella medio-bassa, passando al 28% in quella medio-alta e riducendosi ancora al 27,4% nella più alta.

Inverso l’andamento del Pd di Elly Schlein (secondo partito, al 22,2%), che parte dal 12,1%, sale al 24,4% per poi raggiungere il 26,4% nella classe medio-alta e toccare la vetta del 29,5% in quella alta. I dem detengono il record tra i partiti come penetrazione tra i cittadini con lo status più elevato, che però guardano anche a Italia Viva di Matteo Renzi (2,3% nella Supermedia, ma 5,4% nella fascia più alta secondo lo status socioeconomico) e ad Azione di Carlo Calenda (al 3,2%, ma al 5,6% tra i più ricchi).

Fanno molto meglio, come appeal verso gli italiani più vulnerabili, il M5S di Giuseppe Conte (Supermedia 12,3%, ma al 18,6% tra i più poveri) e la Lega di Matteo Salvini (all’8,2%, ma al 14,5% nella fascia più bassa). I Cinque Stelle hanno un altro 12% di potenziali elettori tra coloro con uno status medio-basso contro il 6,7% del Carroccio.

Entrambi vedono assottigliarsi i consensi all’aumentare del benessere: i potenziali elettori del M5S calano al 7,5% nella fascia più alta, quelli della Lega crollano al 3,1 per cento. Significativo, di contro, che l’Alleanza Verdi Sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (6,4% nella Supermedia) tocchi il suo massimo nella fascia medio-alta (9,3%) e raggiunga un 7% in quella alta, scendendo invece al 3,9% tra i meno abbienti e al 5,9% nel gruppo medio-basso.

Colpisce, guardando i risultati, il caso di Forza Italia, che nella Supermedia si attesta all’8,6%: quella guidata da Antonio Tajani è pressoché l’unica tra le maggiori formazioni che non registra grosse differenze nelle intenzioni di voto disaggregate per status socioeconomico. In questo senso, quello degli azzurri sembra il vero “partito della nazione”, il più trasversale.

«Questi dati – sottolinea Lorenzo Pregliasco, direttore Youtrend – sembrano confermare le tendenze osservate negli ultimi anni analizzando mappe e geografie del voto nelle grandi città italiane. Le aree di forza del centrosinistra, Pd su tutti, e dei partiti centristi sono spesso nella “Ztl” le aree centrali o residenziali con elevati valori immobiliari e di reddito, mentre il centrodestra, soprattutto la Lega ma anche Fdi, e in parte il Movimento 5 Stelle sono più radicati in aree esterne, periferiche e a marginalità socio-economica».

I totali parlano chiaro: oggi il campo largo (Pd, M5S, Avs, Iv e +Europa) sarebbe al 44,9% , ma al 38% tra i più poveri e al 51,3% tra i più ricchi. Il centrodestra avrebbe il 47,9%, ma ben il 53,9% tra i meno abbienti e solo il 39,2% tra i più benestanti. […]


Robert Kagan: “Trump vuole militarizzare l’America. Temo che le elezioni non saranno più libere”


Il politologo Usa: «Niente accade che lui non voglia, vuole essere l’imperatore del mondo»

Robert Kagan: “Trump vuole militarizzare l’America. Temo che le elezioni non saranno più libere”

(Alberto Simoni – lastampa.it) – WASHINGTON. È quando il lungo colloquio con Robert Kagan, politologo e storico fra i più letti d’America e senior fellow alla Brookings Institution, finisce sul Venezuela che l’intellettuale – cui un tempo si affibbiava l’etichetta di neoconservatore, peraltro da lui mai rinnegata o smentita – estrae dal cilindro una constatazione che non ti aspetti, ma che poi diventa, alla luce della nuova tragedia di Minneapolis, limpida e chiara. Dice Kagan: «Ti sei mai chiesto perché Stephen Miller è stato così attento e sostenitore dell’operazione in Venezuela?».

Stephen Miller è uno degli ideologi del trumpismo 2.0. Cultore del nazionalismo bianco e di un’America allergica agli immigrati – illegali, ma non solo – ricopre il posto di vicecapo dello staff della Casa Bianca per le questioni interne. «La ragione per cui Miller è così coinvolto nelle vicende venezuelane è perché vuole poter dire che gli Stati Uniti sono in uno stato di guerra, anche se non c’è nessuna dichiarazione».

Cosa significa?
«È sufficiente leggere gli ultimi documenti del Dipartimento di Giustizia nei quali si evoca la questione venezuelana come base legale per le deportazioni».

Qual è il legame?
«La più grande spiegazione risiede in quanto è accaduto a Minneapolis e in quello che ancora ieri è successo con i continui raid dell’Ice e l’uccisione di un uomo. Quanto succede là, e questo è il messaggio che Miller e l’Amministrazione vogliono far passare, è che si tratta di un grande addestramento per una messinscena che possono fare ovunque, in qualsiasi Stato dell’Unione. L’Amministrazione ha il personale, ha gli agenti necessari per fare questo, per dare la caccia agli illegali, per muoversi come se fossimo in un clima emergenziale, di guerra. Credo, certo non possiamo prevedere quando, che Donald Trump prima o poi invocherà l’Insurrection Act in uno di questi Stati dove agisce l’Ice e dove ci sono proteste. Trump sta deliberatamente militarizzando la politica estera, ecco qui il legame con il Venezuela e quanto accaduto, per sostenere le azioni militari in casa. Trump ha glorificato le forze militari e le vorrebbe usare anche sul suolo domestico».

In un saggio su The Atlantic ha scritto che l’ordine mondiale costruito attorno all’America e alla liberal democrazia è finito. E ha detto che gli Stati Uniti sono incamminati verso l’autocrazia. Come dovrebbero reagire gli alleati europei ?
«La politica estera di Trump riflette quella interna. Mark Carney a Davos ha detto che siamo di fronte a una rottura. Qualche europeo, Von Der Leyen e il cancelliere tedesco Merz, sono sulla stessa linea. Altri, come il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ritengono che si debba lavorare e collaborare per impedire a Trump di fare cose peggiori».

Lei che idea si è fatto dell’approccio degli europei?
«Il mio messaggio agli europei è: it’s over, è finita. Non si ripara un matrimonio, non c’è un consulente matrimoniale in questo caso».

Perché la rottura è irreversibile?
«Non sono convinto che nel 2026, Midterm, e nel 2028, presidenziali, avremo elezioni libere e trasparenti. In secondo luogo Trump ha appena iniziato ad affilare il coltello e vuole portare il suo confronto con il Vecchio Continente all’estremo, al limite del conflitto».

Nemmeno se alla Casa Bianca tornasse un democratico?
«No, l’idea che l’America sia stata penalizzata nel sostenere l’ordine mondiale non è un’invenzione di Donald Trump. C’è un afflato bipartisan in questo. Lo stesso Biden quando parlava di una “politica estera per la classe media” diceva che l’ordine mondiale non era funzionale agli interessi statunitensi, della middle class. Il partito democratico è storicamente meno pro trade e prima di Trump è stato Biden a inseguire politiche protezionistiche. La differenza sta che per Trump le tariffe sono un’arma da brandire per obbligare i Paesi a fare quello che lui vuole; l’approccio di Biden era in questo diverso. Ma non tanto il fine».

Fra accelerazioni e dietrofront, grandi dichiarazioni e proclami che restano poi carta morta superati da altri eventi, scorge l’esistenza di un pensiero, di una “Dottrina Trump” a livello di politica estera e quindi con riverberi anche sul fronte interno?
«Niente accade in America che Trump non voglia. Molte persone spendono tempo per capire come rendere felice Trump, soddisfarne capricci e ossessioni. Il suo desiderio sono la gloria e i soldi. E benché abbia diffuso una National Security Strategy all’insegna dell’America First, quel che vuole Trump è essere imperatore del mondo. Vuole poter dire: risolveremo questo, chiuderemo la guerra a Gaza, faremo questo in Iran; metterò le tariffe per la Groenlandia; siccome non gli piace il leader svizzero mette i dazi. Quindi niente a che fare con una dottrina, un pensiero strategico coerente. Detto questo, c’è un’ideologia ed è quella, e così torniamo all’inizio, di Stephen Miller e del popolo di America First. Si regge sull’ostilità al liberalismo. Perché liberalismo significa diritti individuali, eguaglianza, liberal democrazia e sfortunatamente, l’Europa incarna queste cose e per questo è il nemico numero uno fuori dai confini. E i liberal lo sono dentro casa”.


E c’è chi in Italia vede gli Usa come modello


(Alessandro Di Battista) – E anche oggi, nella cosiddetta “più grande democrazia del mondo” gli agenti dell’ICE hanno sparato e ucciso un cittadino che non rappresentava alcuna minaccia per loro. Si chiamava Alex Jeffrey Pretti e aveva 37 anni. “Queste cose accadono in tutto il mondo ma voi anti-americani parlate solo di quello che avviene negli Stati Uniti” sostiene qualche stolto. Io non sono affatto anti-americano. Come dico spesso abbiamo cose da imparare dagli Stati Uniti. In USA se frodi il fisco ti sbattono per 20 anni in carcere, in Italia ti dedicano l’aeroporto di Malpensa. Ad ogni modo proviamo a fare chiarezza.

Queste oscenità accadono in mezzo mondo, è verissimo e ci sono innegabilmente paesi dove il dissenso viene represso più che negli Stati Uniti. A mio modo di vedere non ci sono paesi più iniqui dal punto di vista sociale al mondo degli Stati Uniti (ricchissimi che condividono lo stesso quartiere con eserciti di derelitti) così come non esiste un paese più guerrafondaio degli USA dove, oltretutto, molti cittadini considerano le armi da fuoco una vera e propria estensione dei loro arti. Ma questo è un altro discorso.

Il punto è che per molti (sicuramente per la stragrande maggioranza dei politici servi, da destra a sinistra) gli Stati Uniti rappresentano un modello, un sogno, l’aspirazione politica. Un paese fondato sul più grande genocidio della storia dell’umanità considerato un esempio di democrazia. Ma perchè? Un paese, ripeto, dove è più facile comprare un fucile che ottenere cure gratuite visto come modello.

Oggi con Trump al potere in tanti stanno aprendo gli occhi finalmente. Io non voglio che il mio paese prenda gli USA come modello, non voglio che i nostri politici siano sudditi di un paese così. Non voglio il loro modello politico, sociale, economico e di sistema dei diritti.

Trump fa in modo più “sincero” e trasparente quel che tutti i suoi predecessori hanno fatto. Esecuzioni di cittadini inermi ci sono state sotto Clinton (l’idolo della sinistra al caviale nostrana) e sotto Obama, quello che ha dato l’ordine di bombardare al tappeto la Libia, il nostro principale alleato nel Mediterraneo, 526 giorni dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace, Nobel che la “donna madre e cristiana” sogna che un giorno venga assegnato proprio a Trump. Pensate come è ridotta la cosiddetta “destra sovranista” che in realtà è un’accozzaglia di cani da riporto degli USA la cui lunghezza (la lunghezza, non l’esistenza) del guinzaglio varia a seconda dell’inquilino della Casa Bianca.

La mentalità USA (sia chiaro, ci sono statunitensi, milioni di statunitensi, schifati del sistema in cui vivono) non si potrà cambiare velocemente, quel che possiamo e dobbiamo fare noi qui in Italia è smetterla di ritenere quella USA una civiltà superiore, perchè non lo è né dal punto di vista politico, né più dal punto di vista economico e soprattutto non lo è moralmente.

Ultima cosa. Una cosa unisce USA e Israele oltre al suprematismo, il razzismo, l’occupazione di territori altrui e l’essere nati grazie alla pulizia etnica degli autoctoni: le guerre nei momenti di difficoltà interne. E’ dunque probabile che qualcuno dell’amministrazione Trump che i giorni scorsi ha messo da parte l’attacco in Iran oggi sia tornato a pensarci.


La Gestapo, la destra rozza e i migranti


(Tommaso Merlo) – Trump ammazza cittadini americani per strada e deporta bambini mentre tutti attendono il prossimo bombardamento, siamo agli Stati Uniti di Israele. Invece dei palestinesi, sono gli immigrati l’ossessione del regime di Trump, sono loro i colpevoli di ogni male e vuole imporre con la forza bruta la sua volontà. Rigurgiti ideologici da secolo scorso. Fastidio per contrappesi democratici e opposizioni, fastidio per libertà, diritti civili ed ovviamente minoranze e diversità. Regimi di cartapesta che speculano sulla paura e sull’odio. Peccato che gli Stati Uniti sorgono da un genocidio che gli europei hanno compiuto con successo sterminando i nativi americani, rinchiudendoli in campi profughi ribattezzati riserve e schiavizzando i superstiti. Esattamente il grande sogno del sionismo in Palestina. Il popolo americano non esiste, o meglio sono tutti immigrati e discenti di immigrati. Sono coloni che ce l’hanno fatta a rubare le terre altrui e spadroneggiare mentre i loro discendenti hanno fatto la fortuna nordamericana. Dai primi europei fino ai genitori e alle mogli di Trump con ondate che si susseguono da oltre due secoli. Ieri quelle bianche tra cui quella italiana, oggi quelle latinoamericane e di altri paesi vittime dei disastri occidentali e del nostro folle modello di sviluppo. Già, se il mondo fosse equo e sicuro, se tutti avessero di che vivere decentemente, nessuno avrebbe bisogno di emigrare. E se il mondo è conciato così, la colpa principale è di noi occidentali che da secoli sfruttiamo gli altri popoli e gli rubiamo risorse per arricchirci sempre più. Negli ultimi decenni ci siamo messi perfino a bombardare chi non la pensa come noi creando milioni di profughi, gli Stati Uniti di Israele in testa e noi schiavetti europei al seguito. Invece di crescere con gli altri, siamo cresciuti sfruttando gli altri ed oggi che gran parte del pianeta vive in miseria, non ce ne vogliamo assumere la responsabilità storica. Vorremmo lavarcene le mani e blindarci dietro a qualche muro mentale. Poi certo, se tutti i bisognosi emigrassero, scomparirebbe la nostra civiltà e questo non è né giusto né intelligente. Non abbiamo prodotto solo robaccia e come tutti i popoli abbiamo diritto di vivere in una società che rispecchia le nostre conquiste politiche, sociali e culturali qualunque esse siano. Ed è l’immigrato che si deve adattare come del resto avviene da sempre. Da sempre è faticoso integrare le prime generazioni, ma le seconde assorbono la cultura in crescono volenti o meno. Già, l’immigrazione è in gran parte un falso problema perché l’unica cosa che cambia alla fine, sono le sembianze dei cittadini. La forma, non la sostanza. Ma l’immigrazione di massa è il fenomeno storico più rilevante degli ultimi decenni e per evitare un devastante karma coloniale, noi occidentali dobbiamo riuscire a gestirlo in maniera intelligente. Il vero problema è che il cambiamento fa paura e la paura rende un sacco di voti. Ed una politica sempre più arrivista ed incapace, sfrutta la paura e gli istinti razzisti peggiori per raccattare poltrone. Altro che campi di prigionia e Gestapo, altro che destra rozza, serve uno sforzo internazionale che coinvolga i paesi da dove partono e quelli da dove arrivano per costruire insieme un percorso comune di crescita sia economica che democratica, di supporto umanitario e di gestione dei flussi. Ponti, non muri. Dialogo e fatti, non propaganda. Gli immigrati non sono pericolosi invasori, sono esseri umani che cercano di garantire un futuro migliore ai loro figli. Esseri umani provenienti da paesi impoveriti e distrutti sovente da noi occidentali e dal nostro folle modello di sviluppo che ci sprona a produrre roba utile giusto a soddisfare egoistici bisogni superflui mentre il pianeta che sta diventando una discarica anche morale. Esseri umani di cui paradossalmente abbiamo bisogno visto che ci siamo imborghesiti e non facciamo più figli. È tempo che l’Occidente si assuma le sue responsabilità storiche e cambi marcia invece di lavarsene le mani o addirittura scagliarsi contro i più fragili. È tempo di abbandonare rigurgiti ideologici da secolo scorso e regimi di cartapesta che speculano sulla paura e sull’odio. In un mondo devastano dall’ingiustizia sociale e da una guerra ormai permanente, i popoli si sono rimessi in marcia in cerca di un futuro migliore ed è con loro e non contro di loro che dobbiamo costruire un mondo più giusto, intelligente e vivibile per tutti.


Travaglio: “Referendum, se vince il sì i pm avranno la testa dei poliziotti, non dei giudici”


Il direttore de il Fatto Quotidiano spiega le ragioni del no al referendum sulla separazione delle carriere durante la trasmissione Accordi&Disaccordi

(ilfattoquotidiano.it) – “Vogliono indebolirlo o vogliono rafforzarlo il Pubblico Ministero? Perché dicono che vogliono rafforzare il giudice e indebolire il Pm. Il risultato sarà rafforzare i Pm e indebolire i giudici, ovviamente”, Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, confrontandosi con il giornalista Alessandro Sallusti, sul referendum sulla separazione delle carriere per spiegare le ragioni del no.

Secondo Travaglio, il nodo centrale è il nuovo assetto del Consiglio Superiore della magistratura: “Se al Pm gli dai un Csm tutto per lui, dove ha venti rappresentanti più uno, il membro di diritto, il Pg della Cassazione, su 32, è ovvio che lo rafforzi”. Oggi, ricorda il giornalista, “nel Csm i Pm hanno cinque rappresentanti più 1 su 33. Quando avranno – se vincesse il sì – il loro Csm, diventerebbero molto più autoreferenziali, perché sarebbero loro che decidono sulle loro carriere, mentre oggi hanno 6 membri su 33 che decidono sulle carriere di tutti”.

Travaglio critica anche il percorso di formazione dei magistrati delineato dalla riforma: “Il Pm dovrà essere educato da Pm fin dopo la laurea. Se educhi il Pm a fare l’accusatore o, come dice Nordio, l’avvocato dell’accusa, noi avremo dei Pm che avranno la testa dei poliziotti. Non la testa dei giudici. Ed è inquietante”.

Il giornalista ha concluso: “Saranno molto più forti, per questo li metteranno sotto il controllo del potere politico. Non c’è un paese con le carriere separate dove c’è un Pm indipendente. La politica dirà: guardate che cosa abbiamo creato. Dei mostri. E quindi li metterà sotto controllo, perché non c’è bisogno di cambiare di nuovo la Costituzione, bastano 4 leggi ordinarie”.


Cesare Previti a Report: “Da ministro della Giustizia farei le stesse cose che sta facendo Nordio”


L’anticipazione dell’intervista all’ex ministro della Difesa e avvocato di Berlusconi

(ilfattoquotidiano.it) – Torna in prima serata su Rai3, domenica 25 gennaio alle ore 20.30, il programma condotto da Sigfrido RanucciReport. Nella clip in anteprima, uno stralcio dell’intervista di Luca Bertazzoni all’ex avvocato di Silvio BerlusconiCesare Previti (e ministro della Difesa nel governo Berlusconi I). “Come avrei risolto il problema della giustizia? Se fossi stato ministro, avrei fatto le stesse cose che sta facendo ora Carlo Nordio” ha detto Previti riferendosi alla riforma della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e approvata dal Parlamento alla fine dello scorso anno.

Di seguito, l’elenco dei servizi che andranno in onda stasera.

DIETRO LA CATTEDRA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c’è “dietro” le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.

IL TROJAN DI STATO

di Carlo Tecce – Lorenzo Vendemiale

Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?

AMAZON FILES

di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci

Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.

LAB REPORT: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.


Traduzioni in tempo reale: l’intelligenza artificiale ha impararato le lingue


Dalle cuffiette che sussurrano frasi tradotte in un orecchio ai grandi modelli linguistici che riscrivono intere conversazioni in un’altra lingua, la traduzione automatica è uscita dai dizionari ed è entrata nella vita quotidiana.

(di Gianni Rusconi – ilsole24ore.com) – I contesti dove questo nuovo “ecosistema” trova applicazione sono tanti: una telefonata di lavoro o una video call in lingua straniera, ma anche un viaggio all’estero o qualsiasi occasione dove si deve parlare con un interlocutore che si esprime con un idioma diverso dal nostro. Oggi le traduzioni in tempo reale elaborate dall’intelligenza artificiale sono accessibili attraverso un’ampia batteria di strumenti, da dispositivi di uso comune come auricolari e smartphone alle chatbot che abbiamo tutti iniziato a conoscere molto bene. Un vero e proprio ecosistema, per l’appunto, che sta abbattendo le barriere linguistiche, anche se per parlare di perfezione c’è ancora strada da fare. Non siamo certo nello scenario immaginato da Douglas Adams con il suo “Babel fish” che permette di capire qualsiasi lingua della galassia, insomma, ma è anche vero – e non è un particolare da poco – che in questo campo ci giocano tutte le grandi firme tech, da Google a Microsoft, da Meta ad Apple passando per i principali produttori asiatici. Prendiamo la società della Mela: con l’ultima versione di iOs, la funzione Live Translation è arrivata sugli AirPods e consente di tradurre in real time una conversazione faccia a faccia, ascoltando la voce tradotta direttamente negli auricolari. Basta un gesto o un comando a Siri e la tecnologia invisibile che tanto piace ad Apple entra ancora una volta in scena sfruttando le capacità dell’AI. Meta, da parte propria, ha portato la traduzione vocale direttamente dentro gli occhiali Ray-Ban di seconda generazione, confermando la visione di una realtà aumentata che ci libererà dai canonici schermi: l’assistente intelligente integrato interpreta ciò che l’utente ascolta o dice, restituendo l’elaborato tramite i mini-speaker dell’apparecchio o trascrivendo il testo nell’app Meta AI. Altro “fronte caldo” delle traduzioni pilotate dall’AI è quello delle piattaforme di messaggistica, e qui l’esempio più popolare è quello di WhatsApp, dove la trasformazione di intere conversazioni o singoli messaggi avviene sul device dell’utente, rispettando la crittografia end-to-end.

Tutti i dispositivi per le traduzioni online

La traduzione AI è diventata quindi una funzione strutturale degli smartphone. Samsung ha aperto la strada dotando i suoi Galaxy (dalla Serie S24 in avanti) di interprete simultaneo per gestire conversazioni faccia a faccia e telefonate, Google ha risposto con il suo Voice Translate integrato nei Pixel 10 che traduce le chiamate preservando il timbro vocale originale grazie all’elaborazione on-device e sulla stessa strada si sono incamminate le aziende cinesi, come Xiaomi, Oppo e soprattutto Honor, che con i Magic V5 ha integrato a bordo dispositivo un large speech model completo per attivare la traduzione automatica direttamente dal telefono, sganciandosi dal cloud.

La partita fra le BigTech è aperta anche sulle piattaforme di collaborazione in uso ad aziende e professionisti, con Google Meet e Microsoft Teams a sfruttare agenti AI proprietari o software di terze parti per assicurare la traduzione simultanea con voce sintetica e rendere questi strumenti sempre più utili e funzionali in riunioni e contesti di business. Interessante, in quest’ottica, l’ultima “trovata” della tedesca DeepL, vale a dire DeepL Voice, una tecnologia (già integrata in Teams e Zoom Meetings) che consente di parlare nella propria lingua durante una call mostrando sottotitoli tradotti in tempo reale agli altri partecipanti e tradurre dialoghi dal vivo via smartphone. Gli ultimi annunci della stessa Google e di OpenAI, infine, hanno riportato l’attenzione sulle chatbot e i modelli di intelligenza artificiale generativa. Con ChatGPT Translate, OpenAI inserisce il tassello della traduzione automatica nella sua galassia di servizi e lo fa con un elemento distintivo: il testo tradotto letteralmente è un punto di partenza per rielaborare l’output in funzione del contesto, trasformandolo in un contenuto “su misura”. TranslateGemma è invece l’ultima offensiva di Google: non un servizio consumer “tout court” ma una famiglia di modelli “open-weight” (di cui vengono rilasciati i pesi pre-addestrati per essere scaricati ed eseguiti localmente in modo personalizzato) pensati per sviluppatori e ricercatori e costruiti su Gemma 3, disponibili in tre taglie (4, 12 e 27 miliardi di parametri) e capaci di tradurre fino a 55 lingue. L’addestramento in due fasi di questo modelli punta a traduzioni più naturali e contestuali, ma ciò che rende l’annuncio importante, probabilmente, è la volontà di BigG di portare la sfida sui tool di traduzione a livello di infrastruttura.


Tira aria di guerra a Teheran


M.O.: LUNGO INCONTRO TRA COMANDANTE CENTCOM E CAPO IDF

(AGI) – L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), ha incontrato il capo di stato maggiore delle IDF, Eyal Zamir. Lo ha riferito il portavoce delle Forze di Difesa israeliane, sottolineando che l’incontro di ieri e’ stato “personale e lungo” ed e’ stato seguito da colloqui con alti funzionari.

“L’incontro e’ un’ulteriore espressione del legame personale tra i comandanti, dello stretto rapporto strategico tra le IDF e le forze armate statunitensi e del continuo rafforzamento della cooperazione in materia di difesa tra i due Paesi”, afferma la dichiarazione rilanciata oggi dai media israeliani.

IRAN: DIPARTIMENTO STATO USA, VIOLENZA PARTE INTEGRANTE REGIME

(AGI) — Il dipartimento di Stato Usa ha pubblicato su X un messaggio dai toni duri sul suo account in lingua persiana in cui afferma che la violenza e’ parte integrante della politica attuale della Repubblica Islamica.

Il testo, postato insieme a un video del pestaggio di una delle aggressori da parte delle forze di sicurezza, recita: “La risposta della Repubblica Islamica alle richieste degli iraniani di una vita migliore dal 1979 a oggi non e’ stata la riforma e il dialogo, ma la repressione e la violenza”.

Il messaggio viene diffuso in un contesto di rinnovata tensione tra gli Usa, Israele e l’Iran, che potrebbe sfociare in un nuovo conflitto. “La repressione delle donne, in particolare nell’ambito delle liberta’ individuali e sociali, e’ iniziata con scontri violenti e a viso aperto da parte delle forze governative ed e’ proseguita in varie forme nel corso dei decenni, dall’imposizione dell’hijab obbligatorio e dagli scontri di strada agli arresti, ai pestaggi e all’uccisione di Mahsa Amini. Questa violenza non e’ un’eccezione, ma parte integrante della politica attuale della Repubblica Islamica, che diventa ogni giorno piu’ brutale e violenta”, denuncia il post Dipartimento di Stato Usa.

Iran: Time, forse oltre 30mila vittime in soli 2 gg proteste

(AGI) – Oltre 30mila persone potrebbero essere state uccise in Iran in soli due giorni di proteste all’inizio di gennaio. Lo riferisce la rivista Time sulla base di un bilancio riportato da due alti funzionari del ministero della Salute di Teheran, anonimi per ragioni di sicurezza.

Questo numero rappresenta il bilancio delle vittime piu’ alto finora stimato oltre a essere di gran lunga superiore rispetto al dato di 3.117 vittime reso noto dal governo iraniano nei giorni scorsi.

Time ha sottolineato di non essere in grado di verificare in modo indipendente le cifre, anche se la stima di 30mila persone uccise e’ considerato in linea con i resoconti di medici e altri soccorritori sul campo.

 La rivista riporta, citando i due funzionari sanitari, che 30mila persone sono state uccise solo tra l’8 e il 9 gennaio, nel pieno delle proteste anti-regime scoppiate il mese scorso e diffuse in tutto il Paese. Secondo quanto riferito dal Time, i funzionari avrebbero affermato che nei giorni di massima repressione venivano utilizzati camion a 18 ruote al posto delle ambulanze e che non c’erano piu’ sacchi per cadaveri.


Rotta verso una nuova società feudale


(di Aldo Grasso – corriere.it) – Medioevo Prossimo Venturo. «Trump ci vuole vassalli» avverte con preoccupazione il presidente francese Macron. Forse è la stessa aspirazione di Putin e di Xi Jinping.

La parola vassallo è così potente da evocare da sola l’immagine di un Medioevo fatto di torrioni, guerrieri in armatura e segrete oscure. Chi erano i vassalli? Erano nobili a cui il sovrano affidava il controllo su ampie porzioni di territorio, detti feudi, in cambio della loro assoluta fedeltà. Così a scendere, valvassori e valvassini.

Il mondo sta virando verso una nuova società feudale? Mentre nel Medioevo le catene di dipendenza erano personali oggi sono sistemiche: si sono trasformate in dazi, in tecnologia, in protezione militare. Il vassallaggio moderno non ha servitù palesi ma ha costi di uscita proibitivi. Non prevede ordini diretti ma produce dipendenza strutturale. A tratti, però, il sovrano è diventato così arrogante da volere persino annettersi territori non suoi e da permettersi l’umiliazione pubblica nei confronti di chi dissente.

C’è chi, come il premier canadese Mark Carney, in un discorso a Davos di grande caratura politica, sostiene con determinazione che la sottomissione alle grandi potenze non garantisce sicurezza e c’è chi, al contrario, cerca nel dialogo e nella mediazione una discolpa per la soggezione e l’immobilismo politico.

Quei fantozziani lecchini a Davos

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Appollaiato di traverso, incurvato quasi ad angolo retto, trasudante soggezione e ossequio mentre l’altro non lo degna neppure di uno sguardo, con l’occhio fisso e onnisciente di una divinità. Nell’osservare in tv la postura a tappetino di Mark Rutte al cospetto dell’egolatria boriosa di Donald Trump sorge un’elementare domanda: perché mai il presidente degli Stati Uniti non dovrebbe trattarlo come una pezza da piedi? Quando da quel buffo signore che ricopre pur sempre l’incarico di segretario della Nato, non di una confraternita dedita all’autoflagellazione, il ciuffo arancione viene accuratamente umettato e celebrato (“Ciò che hai realizzato oggi in Siria è incredibile, userò i miei impegni mediatici a Davos per mettere in luce il tuo lavoro lì, a Gaza e in Ucraina”, slurp), quale considerazione il tycoon potrà mai avere dei partner europei che si fanno rappresentare da una sì ridicola marionetta? Il format dei sottomessi prevede alcune varianti. Quella del “qui lo dico e qui lo nego”, in puro stile Emmanuel Macron che, opportunamente occhialato, in pubblico dà del bullo a Trump mentre in privato si illumina di incenso: “Amico mio, siamo totalmente allineati sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran”, doppio slurp). In coda alla sviolinata la domandina sottovoce (“Non capisco cosa tu stia facendo sulla Groenlandia”), che si vorrebbe ammorbidita dalla vasellina di cui sopra. Abbiamo poi il salamelecco a futura memoria modello Meloni: “my darling”, purtroppo non posso entrare nel tuo strepitoso “board” causa fastidioso intralcio costituzionale ma speriamo che ti diano il Nobel.

Chi considera Trump il peggio del peggio che poteva capitare agli americani, che tuttavia lo hanno fortemente voluto per la seconda volta alla Casa Bianca, dovrà interrogarsi sulla sindrome da servitù che dilaga nei consessi internazionali. Con poche reazioni degne di questo nome, a cominciare e per finire dalla battutona del primo ministro canadese Carney (“Se non siedi al tavolo dei potenti sei nel menu”), celebrata come memorabile dal virilissimo consesso. Nel frattempo i Fantozzi di Davos gonfiavano il petto al cospetto dell’ardimentoso “buuu” di Al Gore e della fuga di pochi altri eroi stanchi di prendere ceffoni dal Segretario americano al commercio, Howard Lutnick. Visto l’andazzo ci permettiamo di suggerire ai sottomessi poche altre regolette di sopravvivenza, tratte da un classico del genere: “Le 48 leggi del potere” di Robert Green. L’adulazione manifesta può essere efficace ma ha i suoi limiti, se troppo diretta e ovvia sarà malvista dagli altri che si produrranno in adulazioni ancora più sperticate. Se si è più intelligenti del proprio capo, bisogna cercare di apparire all’opposto, facendolo sentire più intelligente (questa è facile). Se le vostre idee sono più creative di quelle del vostro capo non dovete esitare ad attribuirgliele il più pubblicamente possibile, facendogli sentire il vostro parere solo una ripetizione del suo giudizio. Frenate l’umorismo e trovate il modo di rendere il capo il vero autore del buonumore e delle migliori battute del momento (roba vecchia stile Berlusconi). Ma, soprattutto, il capo deve apparire come un sole verso il quale i presenti si rivolgono, che irradia potere e splendore (forse per questo Macron indossava occhiali specchiati da 659 euro). Perché è lui, the Donald, il centro dell’attenzione (ma su questo punto i sottoposti europei sembrano ferratissimi).


Alla conquista della Jacuzia


(di Michele Serra – repubblica.it) – Da giovane ho giocato molto a Risiko, eppure non mi è mai venuto in mente di arruolarmi in qualche esercito per conquistare la Jacuzia. Avevo ben chiara la differenza tra giocarsi il mondo a dadi e bombardarlo per davvero. Umberto Eco scrisse che da bambino giocava molto alla guerra, con spade di legno e fionde, ma crescendo non ha fatto il mercenario e ha sempre detestato la violenza fisica.

La simulazione dell’aggressività (nel gioco, nello sport) e la sua codificazione in forme incruente dovrebbero servire a far sfogare senza danni, soprattutto senza danni per gli altri, l’istinto di prevaricazione, o anche soltanto di autoaffermazione: entrambi molto presenti nei maschi giovani per un mix di ragioni ormonali e culturali.

Pare invece che i videogame di strategia militare abbiano avuto una enorme influenza nella formazione culturale e politica della nuova destra americana. Per esempio l’attuale capo del Pentagono, Hegseth, è pieno di tatuaggi ispirati a Crusader Kings 2.

Da guerriero da divano è dunque poi diventato, nel più istituzionale dei modi, il capo dei guerrieri americani, con una preoccupante continuità tra gioco e realtà. In particolare i videogiochi che esaltano le crociate e la sottomissione degli altri popoli da parte degli europei avrebbero avuto un ruolo decisivo nell’educazione politica, chiamiamola così, del nuovo suprematismo bianco americano.

È un ottimo tema per gli psichiatri. Possiamo limitarci, da non addetti ai lavori, o meglio alle terapie, ad avanzare un’ipotesi: se affiancato da qualche buon libro e buon film, anche Crusader Kings avrebbe avuto effetti meno rilevanti sulla psiche dei suoi fan. In aggiunta, aiuta molto anche avere in famiglia qualcuno che ti dice: «Non importa se non sottometti gli Ottomani. Io ti voglio bene lo stesso».


Quel confine tra fantasia e realtà


All’inizio Donald Trump poteva sembrare divertente. Adesso nessuno ride più. Meno di tutti ridono i canadesi

Quebec City, 22 gennaio: il premier canadese Mark Carney con la mascotte di carnevale

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – C’era una volta la fantapolitica, ben distinta dalla realtà. Non più. Donald Trump ha abbattuto la barriera tra fantasia e realtà. E si diverte un mondo a lasciare agli altri di indovinare dove finisca la fantasia e cominci la realtà. Il dubbio è che non lo sappia nemmeno lui. Il pokerismo senza limiti, in cui Trump bluffa inconsciamente contro sé stesso, gli dà visibile piacere. Ma nuoce alla salute sua e della sua nazione. Perché la credibilità è il fondamento del potere.

All’inizio Trump poteva sembrare divertente. Adesso nessuno ride più. Nemmeno quei leader europei abituati a snocciolare in pubblico il rosario degli omaggi al Numero Uno salvo tirargli calci sotto il tavolo per poi risorridergli a favore di telecamera.

Meno di tutti ridono i canadesi. Titolari del secondo Paese più grande al mondo, confinante con il terzo, gli Stati Uniti, il cui presidente promette di annettere il Canada, suo «amato cinquantunesimo Stato».

Parrebbe fantageopolitica, indisciplina che non rispetta i canoni della fisica: uno Stato sovrano è inghiottito da un altro la somma dei cui Stati federati è minore dell’incorporando. Il primo ministro canadese vi scadrebbe a governatore — così Trump si riferisce a Mark Carney. Non è chiaro quale sarebbe il destino del capo di Stato, re Carlo III, che incarna la Corona del Canada. Salvo la Casa Bianca non voglia annettersi Buckingham Palace, quale ariosa dépendance.

A prendere sul serio i sogni di Trump sono le Forze armate canadesi. Use per professione al principio di cautela, quindi a considerare lo scenario peggiore, trattano il rischio d’invasione da parte del cugino meridionale come non fantapolitico. Pericolo accresciuto dal fatto che alcuni reparti canadesi sono inquadrati in divisioni americane, quindi agli ordini di Trump.

Il governo di Ottawa ha lasciato filtrare informazioni sui giochi di guerra con cui i vertici militari studiano i possibili esiti di una guerra con gli Usa. Naturalmente non ci sarebbe partita. Entro un paio di giorni Washington potrebbe dichiarare vittoria. I rinforzi che stando ai wargames Carney dovrebbe chiedere a Macron e Starmer in quanto responsabili delle ex potenze imperiali di riferimento non farebbero in tempo a varcare l’Atlantico — escluso ovviamente (?) il ricorso ai rispettivi arsenali atomici.

Ma non finirebbe qui. La resistenza canadese scatenerebbe guerriglia per rendere la vita impossibile agli invasori. Nella pianificazione locale si prendono a modello le tattiche dei mujahidin afghani contro i sovietici. Insieme all’uso di droni in stile ucraino e di altre armi impiegabili in un conflitto super-asimmetrico. Non si hanno dettagli sull’impiego delle Giubbe Rosse.

L’aspetto più interessante di tale pianificazione anti-americana è che sancisce la crisi dei Five Eyes, la famiglia delle intelligence anglosferiche formata dal Regno Unito con Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Questo genere di pianificazione non è nuovo in ambito Nato. Gli “alleati” custodiscono negli armadi dei veleni studi sempre aggiornati sulle possibili guerre contro nemici storici, finora convertiti alle buone maniere dalle sconfitte che si sono reciprocamente inflitti. E dall’America. Nell’eventualità — ieri fantastica oggi tangibile — che un altro Stato atlantico minacci il proprio, in violazione dell’articolo 1 del Trattato di Washington (1949). Come nel caso degli Stati Uniti contro la Danimarca per mettere le mani sulla Groenlandia, apparentemente sedato dalla vaga intesa Trump-Rutte, stipulata alle spalle di Copenaghen e Nuuk.

I giochi di guerra canadesi non sono futile esercizio per militari annoiati dalla routine ma adeguamento al tempo di guerra segnato dalla rottura del cosiddetto “ordine basato sulle regole”, s’intende americane. Corollario pratico della dottrina Carney esposta a Davos. Momento di candore nel torpore della politica atlantica sopraffatta dalla velocità della rivoluzione mondiale in corso. Con tanto di enfasi sul raddoppio entro il 2030 delle spese per la difesa, basata sull’industria canadese.

Quando l’ordine mondiale si rompe e il fard della retorica si scioglie più rapidamente dei ghiacci artici, solo chi varca il muro tra pseudorealtà ideologica e realtà effettuale può sperare di salvarsi. Difficile che lo capisca il mago della Casa Bianca. Almeno un merito gli va però riconosciuto: Trump ci costringe a non mentire a noi stessi. O dovrebbe costringerci.


Greg Bovino, il regista della paura che guida la guerra dell’Ice agli immigrati


Ecco chi è il comandante italoamericano in prima linea a Minneapolis: retate postate come videoclip, violazioni dei diritti civili, irruzioni senza mandato, pestaggi, lancio di lacrimogeni su bambini mascherati. Ma lui replica: “È legale, è etico. Abbiamo arrestato diecimila criminali”

Greg Bovino, il regista della paura che guida la guerra dell’Ice agli immigrati

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – C’è un’immagine che resta più di tutte: Gregory Bovino, comandante della Border Patrol, in prima linea a Minneapolis, impettito dentro un trench verde militare dalle spalline rigide, i bottoni dorati lucidi sotto il sole gelido del Minnesota. Il cappotto, “SS garb”, l’ha definito il governatore della California Gavin Newsom, evocando immagini da Reich. «Divisa standard della Border Patrol», ha risposto Greg, il comandante più visibile, e più temuto, della guerra all’immigrazione del secondo mandato Trump. Un uomo, una mise, una missione. E forse è vero che l’abito non fa il monaco. Ma fa il comandante, quando il comandante è Greg Bovino. L’uomo che ama definirsi “apolitico” mentre lancia granate di lacrimogeni su bambini mascherati per Halloween, trascinati via da parcheggi scolastici tra urla e pianti. L’uomo che, da buon protagonista del secondo tempo trumpiano, recita la parte del duro con la cinepresa sempre addosso. Hollywood style.

Un eroe per sé stesso

Nato a metà degli anni Sessanta, cresciuto tra le nebbie bluastre delle Blue Ridge Mountains in North Carolina, Bovino porta con sé un accento del Sud, un culto per “Ma and Pa America” e una fascinazione infantile per The Border, film hollywoodiano che da bambino lo colpì al cuore. Non perché mostrasse le ingiustizie di un sistema, ma perché (orrore!), i poliziotti del confine erano i cattivi. Giurò allora di diventare il poliziotto “buono”. Così è iniziato il viaggio di Greg, nipote di immigrati calabresi sbarcati negli Stati Uniti nel maggio 1924, lo stesso mese in cui veniva fondata la Border Patrol, con lo scopo dichiarato di ridurre l’ingresso di italiani e immigrati dell’Europa meridionale. Il pronipote, ironia della Storia, è oggi l’uomo incaricato di espellerli, o di impedirne l’ingresso. Bovino è diventato il volto patinato delle retate più dure degli Stati Uniti. Il simbolo armato del motto trumpiano: Law and Order con le mani sul manganello e i droni in volo sopra i quartieri.

Il regista della paura

La sua carriera decolla con “Operation Return to Sender”, in California, dove i suoi agenti sbucano tra i filari di Bakersfield fermando camioncini, tagliando le gomme e arrestando contadini come nei film d’assalto. Poi, ecco il palcoscenico perfetto: Los Angeles. Greg si muove con i suoi uomini come in un videoclip metal, le irruzioni montate con colonne sonore di heavy rock e grafica alla Star Wars, dove lui stesso è Darth Vader che annienta “fake news” e “sanctuary cities”. Non ci si stupisce allora se in uno dei suoi blitz, trasmesso in diretta da NewsNation, l’irruzione a Chicago in un palazzo semi-abbandonato avviene con elicotteri, granate stordenti e centinaia di agenti mascherati che portano via 37 venezuelani, bambini compresi, in pigiama, strappati dai letti senza mandato. Alicia Brooks, cittadina americana, viene ammanettata nonostante le sue proteste: «Mostravo i documenti, e mi hanno messa a terra».

Dalle vette di Blowing Rock alle strade di guerra

Dietro quella maschera marziale, e il trench contestato, Bovino porta con sé la storia bifronte degli Stati Uniti: madre americana di antica borghesia appalachiana, il padre era figlio di minatori calabresi emigrati in cerca di fortuna. Una “catena migratoria”, direbbe lui, da cui oggi difende l’America come se fosse un bunker assediato.

La sua visione del confine è apocalittica: «Quello che succede al confine non resta mai al confine», ama ripetere, come uno slogan da trailer. Ogni città è un fronte. Ogni latino, un sospetto.

La Gestapo dell’era Trump?

Ice e Border Patrol sotto Trump hanno smesso di essere solo agenzie federali. Sono diventati strumenti ideologici, polizie politiche che operano ben oltre i confini. Gregory Bovino ne è il volto, il regista, il testimonial. Le retate diventano videoclip, i droni inquadrano le facce terrorizzate, le lacrime si mischiano a fumi tossici.

Nel Minnesota, sotto il comando di Bovino, un bambino di 5 anni è stato usato come esca per arrestare suo padre. In un’altra scena, una parata scolastica si trasforma in campo di battaglia: agenti in assetto antisommossa lanciano lacrimogeni in mezzo ai bambini travestiti da zucche. Un agente grida a un manifestante: «Bang bang. Sei morto, liberal».

Le accuse non mancano. Violazioni dei diritti civili, irruzioni senza mandato, pestaggi. Ma Greg risponde con il suo solito sorrisetto da action hero: «È legale, è etico. Abbiamo arrestato diecimila criminali». E se tra i fermati ci sono anche bambini, insegnanti, cittadini americani? Collateral damage.

Eppure, nel silenzio di Washington, Greg Bovino continua. Si mostra in video tra rovine urbane e bandiere americane sventolanti, come un reduce senza guerra, alla guida di un esercito che si sente sopra la legge perché la legge, in fondo, gli dà ragione.

La maschera trumpiana

Bovino non è un semplice burocrate della frontiera. È la maschera, non solo in senso figurato, di una nuova stagione americana, dove la legge si fa spettacolo, la paura si trasforma in propaganda e la divisa diventa costume. Nel suo trench da guerra, Greg non difende l’America. La interpreta. Come se fosse il protagonista di un film che ha sognato da bambino, ma che oggi, per molti, è un incubo a colori. Quest’uomo dalle origini italiane è un sintomo. È l’America quando decide di non chiedere più permesso ma di bussa con lo stivale. Un uomo che interpreta il proprio ruolo con zelo e vanità, che gira per le città con l’atteggiamento di chi cerca la telecamera prima della giustizia. Che sembra voler sostituire le leggi con l’estetica della forza. È l’uomo perfetto per l’America della paura, del nemico interno, del confine ovunque. Un uomo perfetto, insomma, per un’epoca imperfetta.

Il confine come conquista

Greg Bovino non difende confini. Li crea. Li impone. Li muove dove prima c’era solo normalità. La sua missione non è pattugliare, ma mostrare. Mettere in scena. Far sapere che lo Stato può colpire quando vuole, dove vuole, e con qualsiasi mezzo. È l’uomo giusto per un’America che non vuole più chiedere permesso, ma farsi temere. E il trench verde, la mascella serrata, il gas negli occhi dei manifestanti sono lì per ricordarlo.


Anna Foa: “Negli Usa di Trump odio di Stato come con Hitler. I bimbi arrestati? Sono sequestri”


La storica: “Negli Stati Uniti è in atto un golpe e la cosa più inquietante è la mancanza di una reazione. Non è sicurezza ma terrorismo. Le scuole si svuotano per paura che i piccoli vengano portati via”

A sinistra la bambina di due anni arrestata dall’Ice insieme con il padre. A destra Liam, 5 anni, usato come "esca" per arrestare il padre. Al centro la protesta a Minneapolis

(quotidiano.net) – Roma, 25 gennaio 2026 – Hanno la stessa età, li separa meno di un secolo. Sono solo due bambini, le due fotografie che li ritraggono fanno la storia. Maggio 1943, Varsavia: un piccolino in calzoncini corti mai identificato con certezza (Levi Zelinwerger o Artur Dab Siemiatek) alza le mani in segno di resa nel ghetto di Varsavia. Gennaio 2026, MinneapolisLiam Conejo Ramos, 5 anni, berretto blu da coniglio e zainetto di Spiderman, viene perquisito e scortato dagli agenti dell’Ice.

La prima immagine è diventata il simbolo di tutto l’Olocausto, la seconda lampeggia nel presente a testimonianza dei rastrellamenti e delle violenze da parte della milizia privata di Donald Trump, paragonata alla gestapo del nostro tempo. È insensato cercare analogie, legittimo provare lo smarrimento della storica ebrea Anna Foa: “Siamo alla confusione sentimentale e politica totale, come allora. Il bambino nel ghetto di Varsavia è la distruzione dell’infanzia, gli arresti dei bambini nella nostra America del mito e del sogno riconfermano la stessa follia”.

Gregory Bovino, comandante della Police Patrol, e i due bambini fermati per immigrazione irregolare

Che nome dà a questa follia?

“Odio di Stato nascosto dietro un velo di legittimità. La retorica della sicurezza assume in maniera sempre più chiara i contorni della punizione collettiva: arresto il figlio per mettere in scacco il padre. Si è persa la distinzione fra bene e male, giustizia e libero arbitrio. Soprattutto fra adulto e bambino, una cosa inconcepibile. Come fu inconcepibile allora la mattanza dei piccoli morti per fame, malattia o nelle camere a gas”.

È successo così in fretta: non li hanno visti arrivare?

“Negli Stati Uniti è in atto un colpo di Stato, ecco il vero nome di questa follia. E la cosa più inquietante è la mancanza di una reazione energica da parte dei cittadini americani. Eppure avrebbero dovuto sentire odore di golpe già il 6 gennaio del 2021, dopo il discorso di Trump ai suoi sostenitori al Campidoglio. Non siamo di fronte a una serie di arresti paradossali ma a veri sequestri di persona di parte di un gruppo di terroristi, non saprei come definirli altrimenti. Le scuole si stanno svuotando per paura che i bambini vengano portati via, certi libri vengono proibiti. È un punto di non ritorno e non è insensato cercare analogie con l’altro buco nero della storia”.

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Anna Frank, una bambina, diceva: “Credo ancora che la gente abbia un cuore”.

“Ho visto la grande umanità dei senatori democratici che sono andati a trovare in carcere i minori arrestati. Certo l’America è quel cuore grande, ma non basta. Al comando c’è un uomo che sogna i resort sui cadaveri dei bambini di Gaza. Temo andrà a finire molto male, per loro e per il resto del mondo. La polizia entra nelle case della gente, un paradosso nel Paese che ha fatto della libertà individuale la sua ossessione”.

Anche un libro negato è una violenza fatta ai più piccoli.

“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale veder le cose divorate, vederle annerite, diverse”. È l’incipit di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. La furia di Trump e dei suoi nel cancellare i materiali didattici che affrontano temi legati all’ideologia dell’equità pare quella. Basta titoli su empowerment delle donne, persone di colore, migranti, transgender, parità, sessualità. Censurato Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini e Freckleface Strawberry, il libro dell’attrice Julianne Moore su una bambina che si sente diversa perché ha le lentiggini ma impara ad accettarsi. Come nella peggiore delle distopie”.


Siamo al Jurassic Park ma ribellarsi ai grandi predatori è possibile


L’appello alla riscossa del premier canadese suona come una sorta di Manifesto per un nuovo liberalismo, un internazionalismo più largo dell’Occidente ma occidentale nelle radici. Che porti le medie potenze a fare squadra. Ma per la politica italiana, Carney è un alieno

(Guido Rampoldi – editorialedomani.it) – A giudicare dalle entusiastiche citazioni che appaiono da giorni sui media occidentali, l’intervento a Davos del premier canadese Mark Carney sarà ricordato come uno di quei discorsi storici che squarciano il buio del loro tempo, indicano la luce che appare in fondo alla notte e chiamano alla riscossa gli smarriti.

D’un tratto appaiono insensati tutti i ninna-nanna in cui ci cullavamo da lustri – la nostra civiltà, l’Occidente, l’eterno alleato americano – e ci risvegliamo in un mondo brutale di grandi predatori, un Jurassic park in cui gli europei, e in generale le potenze ‘minori’ come il Canada, sembrano destinati a diventare il pasto. A meno che – e qui il discorso di Carney diventa un incitamento al contrattacco – quelle medie potenze non facciano squadra e inventino un nuovo ordine che protegga i loro interessi e i loro valori.

Pochi giorni dopo, ecco la visione di Carney trovare conferma nei negoziati che coinvolgono tre angoli del Jurassic park contemporaneo: l’Ucraina, Gaza e la Groenlandia. Dove i tirannosauri sembrano onnipotenti eppure ancora non riescono a spuntarla, in qualche modo arginati da alcune medie potenze con una resistenza certo flebile e scoordinata, ma sufficiente per dimostrare quel che fino a ieri pareva impossibile: ribellarsi è possibile.

I fronti aperti

Gaza, per cominciare: invitati da Washington ad entrare nel Board of Peace presieduto a vita da Trump, molti europei declinano; e con la loro assenza (alcuni potrebbero entrare nel Board, nessuno però pagando il miliardo di dollari richiesto da Washington) denudano le velleità imperiali del progetto, la contraddittorietà dell’architettura, le ambiguità che lo porteranno a fallire.

Poi la Groenlandia: qualunque cosa abbiano pattuito Trump e l’ossequioso segretario generale della Nato Mark Rutte, ora è chiaro che saranno la Danimarca e i nativi a decidere, sostenuti da quei rari europei che cominciano ad accettare i rischi del gioco duro con Washington.

Infine l’Ucraina. Gli europei non partecipano al negoziato russo-americano-ucraino, e Zelensky li ha scudisciati con ragione per i ritardi e per l’inconsistenza politica. Ma Kiev riesce ancora a resistere al forcing di Mosca e di Washington: se non avesse alle spalle quei Volenterosi che contrastano l’entente cordiale anti-Ucraina, probabilmente sarebbe stata da tempo costretta a riconoscere la sovranità russa sui territori occupati dalle armate di Putin.

La novità dei segnali emessi dall’Europa è dimostrata dalla stizza e dal nervosismo di Washington, cui non è estranea la consapevolezza che uno scontro aperto con gli ex alleati potrebbe avere un costo elevato anche per gli Usa (elevatissimo se si riflettesse sul costo dell’immenso debito americano, 38 trilioni).

Il protagonismo canadese

A Davos due ministri statunitensi hanno dato in escandescenza davanti ad una platea ostile. Trump ha insultato nel solito modo greve (tra gli altri) il Canada, che a suo dire sarebbe in vita solo grazie agli Stati Uniti, e preso di petto Carney, cui ha revocato l’invito nel Board of peace. Ma queste sfuriate non hanno avuto alcun effetto, se non corrobare la risolutezza canadese.

A Ottawa lo stato maggiore adesso prepara i piani per organizzare la guerra di liberazione nel caso il Canada fosse invaso (dagli Stati Uniti, ma questo è implicito). D’un tratto all’interno della Nato gli Usa di Trump sono immaginati nel ruolo di Nemico, pensiero che sarebbe apparso stupefacente ancora un anno fa. E d’un tratto viene abbozzata la possibilità di opporre all’imperialismo trumpiano «un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati», per citare il discorso del liberale Carney.

Quell’appello alla riscossa suona come una sorta di Manifesto per un nuovo liberalismo, un internazionalismo più largo dell’Occidente (termine che Carney non usa) ma occidentale nelle radici. Dopotutto oggi Minneapolis è Europa. Ma è Europa, pienamente Europa, questa Italia? Carney non può che risultare un alieno alla gran parte della politica nostrana, non solo alla maggioranza.

Il premier canadese siede nel club dei Volenterosi, è detestato dal governo israeliano non solo perché ha riconosciuto lo stato palestinese, considera suicida l’accondiscendenza verso Trump, e non si attribuirebbe mai la missione di ricomporre «l’unità dell’Occidente» con la moderazione e l’ossequio, la mission che rivendica il governo Meloni mentre contribuisce a scomporre l’Europa frenandone l’unificazione.


No, il problema non è Trump. Sono l’America e gli americani


(di Jonathan V. Last – thebulwark.com/) – Il distruttore di mondi. Un anno fa, Donald Trump prestava giuramento come presidente e l’ordine globale guidato dagli americani, che aveva strutturato gli affari mondiali dal 1945, finiva.

All’epoca, il mondo non si rendeva conto di questa realtà. Gli europei pensavano di poter negoziare con Trump per mantenere lo status quo. La Russia pensava di poter manipolare Trump per ottenere l’Ucraina. La Cina pensava di poter sfruttare la debolezza di Trump per impadronirsi finalmente di Taiwan.

Nessuno di questi centri di potere si è reso conto che Trump, il partito repubblicano e il popolo americano stavano per demolire l’intero equilibrio geostrategico in un atto di automutilazione nazionale senza precedenti.

Non c’è bisogno di ricapitolare gli eventi dell’anno scorso. Li abbiamo visti tutti. Piuttosto, parliamo del nuovo mondo che si sta formando, oggi, mentre parliamo.

1) Abdicazione

Assistiamo a qualcosa di raro nella storia dell’umanità: l’abdicazione del leader dell’ordine mondiale. Abbiamo visto imperi cadere e civiltà sgretolarsi. Ma non abbiamo quasi mai visto un popolo rinunciare alla propria leadership mondiale, tutto in una volta. Questo è ciò che è accaduto nei 365 giorni trascorsi dal 20 gennaio 2025.

Ecco cosa succederà dopo.

L’accecamento dei Five Eyes. L’accordo di condivisione dell’intelligence UKUSA, noto informalmente come Five Eyes, è in pericolo da quando Tulsi Gabbard è stata nominata direttrice dell’intelligence nazionale.

Ma siamo andati oltre la possibilità di avere un simpatizzante russo al vertice della comunità di intelligence statunitense: gli alleati dell’America ora capiscono che siamo, nella migliore delle ipotesi, un concorrente strategico di Canada e Regno Unito e, nella peggiore, una minaccia per gli altri paesi anglofoni. I giorni della condivisione dell’intelligence tra l’America e i nostri ex alleati stanno volgendo al termine.

La morte della NATO.

La NATO fu concepita come un modo per domare l’Europa. Stabilendo gli Stati Uniti come contrappeso strategico al continente, la NATO

(a) tenne sotto controllo i sovietici, ma anche

(b) eliminò la necessità per la Germania di riarmarsi su una scala sufficiente a far pendere l’equilibrio militare locale e minacciare i suoi vicini.

La NATO è ormai un’organizzazione zombie. L’America è passata dall’essere un alleato inaffidabile a una minaccia palese alla sovranità europea. L’Europa si riarmerà. Su questo punto non ci sono più dubbi.

Inizia una nuova era nucleare. Le tre maggiori potenze nucleari del mondo sono ora stati predatori espansionisti. Questo non lascia altra scelta alle potenze nucleari minori se non quella di creare i propri “ombrelli” e, nel frattempo, guadagnare tempo affinché alleati più piccoli si uniscano al club nucleare. Germania, Polonia e Canada acquisiranno armi nucleari. Lo stesso farà il Giappone. Anche Svezia, Australia e Corea del Sud potrebbero sviluppare capacità nucleari.

Europa + Cina.

Il regime comunista cinese è autoritario. Non aderisce in modo significativo allo stato di diritto. Ma, pur essendo ambizioso, è stabile e comprende che la stabilità è il suo più grande vantaggio.

La Cina non minaccia l’Europa in modo così acuto come la Russia e gli Stati Uniti, e l’Europa ha bisogno di una certa stabilità a sostegno del prossimo ordine mondiale. L’Europa si avvicinerà alla Cina e soppianterà gli Stati Uniti come principale partner commerciale della Cina.

L’Ucraina entrerà a far parte dell’Europa. Con il riarmo, l’Europa avrà bisogno della base industriale di difesa ucraina; pertanto, coinvolgerà l’Ucraina nel suo accordo di sicurezza collettiva (quello dell’UE, non della NATO) una volta conclusa la guerra russo-ucraina.

La Groenlandia diventerà un territorio conteso, come la Crimea, il Kashmir o le piccole isole del Mar Cinese Meridionale, un territorio conteso. Il Partito Repubblicano ha avanzato una rivendicazione territoriale inequivocabile e irrevocabile sulla Groenlandia. Ci sono solo due modi possibili per risolvere la questione.

La prima sarebbe che gli Stati Uniti approvassero una qualche forma di legislazione vincolante che rinunciasse alla rivendicazione e proibisse l’annessione della Groenlandia. Ma anche questa potrebbe non essere una garanzia sufficiente, dato che lo stato di diritto negli Stati Uniti è in crisi.

La seconda soluzione sarebbe che l’America rinunciasse alla base spaziale di Pituffik e ritirasse la sua presenza militare dall’isola.

In assenza di tali azioni, l’Europa deve considerare ogni pausa nel tentativo americano di annettere la Groenlandia come temporanea e soggetta a rinnovo ogni volta che 40.000 abitanti del Wisconsin saranno irritati per il prezzo delle uova.

2. Questo è ciò che siamo

Un’altra previsione: stiamo per vedere il mondo libero smettere di riferirsi al grande sgretolamento come a un problema di Trump. Presto capiranno che è un problema dell’America. Molte persone si consolano dicendo frasi del tipo “Donald Trump è un’aberrazione” o “Non siamo fatti così”.

Entrambi questi sentimenti sono sbagliati.

Se Trump fosse un’aberrazione e le sue azioni non godessero di sufficiente sostegno pubblico, verrebbe rimosso dall’incarico. Esistono due meccanismi per farlo: l’impeachment e il 25° emendamento.

Trump non verrà rimosso dall’incarico; il che consente due conclusioni.

O le politiche di Trump sono supportate da una percentuale sufficiente di americani per essere praticabili; oppure l’ordine costituzionale americano è così irrigidito che non riesce più a salvaguardare la volontà del popolo.

Nessuna di queste due argomentazioni è un alibi; entrambe supportano la conclusione che il problema non è Trump. Sono l’America e gli americani. Questo è ciò che siamo. Che ci piaccia o no.

Tutto ciò lascia tre domande che determineranno la nostra realtà vissuta nei prossimi anni.

(1) Quando fallirà la prima asta di titoli del Tesoro USA?

 L’America finanzia il proprio debito emettendo obbligazioni. Queste obbligazioni vengono vendute all’asta. Quando la domanda di titoli del Tesoro è bassa, il governo deve offrire tassi di rendimento più elevati per indurre le persone ad acquistarli. Più alto è il tasso di rendimento, più costoso è per il governo prendere in prestito denaro.

Uno degli scenari da incubo per l’economia americana è che il Tesoro tenga un’asta e non ci siano acquirenti.

Il primo segnale sarebbe l’apertura di uno spread tra il prezzo dei titoli all’emissione e quello al momento dell’asta. Il secondo segnale sarebbe un rapporto bid-to-cover in calo durante l’asta. Il terzo segnale sarebbe visibile nella composizione degli acquirenti di titoli del Tesoro: se il rapporto tra acquirenti primari aumenta durante l’asta, ciò segnala che la domanda di titoli del Tesoro al di fuori degli acquirenti di ultima istanza è bassa.

Perché un’asta del Tesoro dovrebbe fallire? Molte ragioni. Ma la più ovvia è che i governi stranieri potrebbero decidere che non è nel loro interesse sovvenzionare il debito di un rivale strategico.

È possibile che un’azione coordinata da parte di UE, Giappone e/o Cina possa far fallire un’asta e destabilizzare il mercato obbligazionario americano. Il che ci porta alla domanda successiva.

(2) Per quanto tempo il dollaro rimarrà la valuta di riserva mondiale?

I vantaggi che l’America trae dal resto del mondo utilizzando il dollaro come valuta di riserva globale sono stati discussi frequentemente.

La tendenza alla de-dollarizzazione era già in atto prima che l’America rinunciasse ai propri impegni. Se il debito americano non fosse più attraente e la banca centrale americana non fosse più indipendente, i mercati cercherebbero altrove una valuta di riserva globale e opterebbero per l’euro o, se la Cina apportasse qualche modifica, per lo yuan.

(3) Il putinismo prenderà il sopravvento anche sulla politica interna americana?

Donald Trump e i repubblicani parlano della Groenlandia nello stesso modo in cui Vladimir Putin parla da tempo dell’Ucraina. Entrambi insistono sul fatto che:

L’obiettivo non è una nazione reale.

Che abbia autonomia solo come accidente storico.

Che il suo possesso è necessario per motivi di sicurezza nazionale dell’egemone.

Che la NATO lo sta trattando ingiustamente interferendo con le legittime rivendicazioni dell’egemone.

L’America ha adottato il putinismo come modus operandi per gli affari esteri.

Allora ditemi: perché l’America non dovrebbe adottare il putinismo anche nei suoi affari interni? Perché il regime americano dovrebbe tollerare elezioni libere e giuste o il trasferimento del potere a un partito di opposizione?

Esistono esempi di regimi espansionisti e canaglia che hanno ignorato il diritto internazionale e hanno tentato di soggiogare i popoli liberi all’estero, ma hanno rispettato i risultati della democrazia liberale che hanno posto fine al loro possesso del potere in patria?

3. Chi siamo

Gli americani stanno entrando nel mondo più pericoloso che abbiano mai conosciuto dalla Seconda Guerra Mondiale, un mondo che farà sembrare la Guerra Fredda un gioco da ragazzi e il mondo post-Guerra Fredda un paradiso. In realtà, questo nuovo mondo assomiglierà molto al mondo precedente al 1945, con molteplici grandi potenze e una competizione e un conflitto in continua metastasi.

Gli Stati Uniti non avranno amici o alleati affidabili e dovranno dipendere interamente dalle proprie forze per sopravvivere e prosperare. Ciò richiederà maggiori spese militari, non minori, perché il libero accesso alle risorse, ai mercati e alle basi strategiche d’oltremare di cui gli americani hanno goduto non sarà più un vantaggio delle alleanze del Paese. Invece, queste dovranno essere contese e difese contro altre grandi potenze.

Gli americani non sono né materialmente né psicologicamente pronti per questo futuro. Per otto decenni, hanno vissuto in un ordine internazionale liberale plasmato dalla forza predominante dell’America. Si sono abituati a un mondo che funziona in un certo modo: alleati europei e asiatici, in gran parte concilianti e militarmente passivi, cooperano con gli Stati Uniti su questioni economiche e di sicurezza.

Gli sfidanti di questo ordine, come Russia e Cina, sono vincolati dalla ricchezza e dalla potenza combinate degli Stati Uniti e dei loro alleati. Il commercio globale è generalmente libero e non ostacolato da rivalità geopolitiche, gli oceani sono sicuri per i viaggi e le armi nucleari sono limitate da accordi sulla loro produzione e utilizzo.

Gli americani sono così abituati a questo mondo fondamentalmente pacifico, prospero e aperto che tendono a pensare che sia la normale situazione degli affari internazionali, destinata a continuare indefinitamente. Non riescono a immaginare che possa disgregarsi, tanto meno cosa significherebbe per loro.

Alcuni esperti che accolgono con favore un mondo post-americano e il ritorno del multipolarismo suggeriscono che la maggior parte dei benefici dell’ordine americano per gli Stati Uniti possano essere mantenuti. L’America deve solo imparare a controllarsi, rinunciare agli sforzi utopici di plasmare il mondo e adattarsi “alla realtà” che altri paesi ” cercano di stabilire i propri ordini internazionali governati dalle proprie regole “, come ha affermato Graham Allison di Harvard.

In effetti, Allison e altri sostengono che l’insistenza degli americani sul predominio abbia causato la maggior parte dei conflitti con Russia e Cina. Gli americani dovrebbero accogliere il multipolarismo come più pacifico e meno gravoso. Di recente, i sostenitori di Trump tra l’élite della politica estera hanno persino iniziato a indicare il Concerto d’Europa di inizio Ottocento come modello per il futuro, suggerendo che un’abile diplomazia tra le grandi potenze può preservare la pace in modo più efficace di quanto abbia fatto il sistema guidato dagli Stati Uniti nel mondo unipolare.

Da un punto di vista puramente storico, questa è una illusione. Persino gli ordini multipolari meglio gestiti erano significativamente più brutali e inclini alla guerra rispetto al mondo che gli americani hanno conosciuto negli ultimi 80 anni. Per fare un esempio, durante quella che alcuni chiamano la “lunga pace” in Europa, dal 1815 al 1914, le grandi potenze (tra cui la Russia e l’Impero Ottomano) combatterono decine di guerre tra loro e con stati più piccoli per difendere o acquisire vantaggi strategici, risorse e sfere di interesse.

Non si trattava di scaramucce, ma di conflitti su vasta scala, che di solito costarono decine, a volte centinaia, di migliaia di vite. Circa mezzo milione di persone morirono nella guerra di Crimea (1853-56); la guerra franco-prussiana (1870-71) causò circa 180.000 morti tra i militari e fino a 250.000 tra i civili in meno di un anno di combattimenti. Quasi ogni decennio dal 1815 al 1914 ha visto almeno una guerra che ha coinvolto due o più grandi potenze.

Proprio per sfuggire a questo ciclo di conflitti, le generazioni di americani che hanno vissuto due guerre mondiali hanno gettato le basi dell’ordine mondiale liberale guidato dagli americani. Erano i veri realisti, perché non si facevano illusioni sul multipolarismo. Avevano vissuto tutta la vita con le sue orribili conseguenze.