Selezione Quotidiana di Articoli Vari

I nostri soldi ai corrotti di Kiev


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Dopo aver appreso dell’ennesima retata di fedelissimi di Zelensky, colti con le mani nelle tangenti dall’Anticorruzione ucraina (“contanti in sacchi e scatole”), ho chiesto a un amico informato sui fatti, di cui scrive da anni, se per caso dovessi sentirmi turlupinato come contribuente che versa all’erario fino all’ultimo centesimo. Per caso, ho detto, in quella montagna di mazzette che gli amici degli amici di Kiev si spartiscono allegramente da quando è iniziata la guerra con Mosca, non è che ci sono anche i miei soldi? Non è che contribuisco alla dolce vita di quei signori che, mentre la meglio gioventù ucraina viene spazzata via dalla guerra (come del resto quella russa), non fanno altro che rubare a man bassa? Acquistando panfili e villoni, anche qui da noi, in Versilia, all’Argentario o sulla Costa Smeralda? Esiste una qualche relazione tra i fondi dilapidati e l’inerme armamentario ucraino che, malgrado i costanti rifornimenti da parte dei cosiddetti Volenterosi, non riesce a impedire il costante massacro della popolazione civile sotto il tallone della potenza di fuoco russa? Dimmi che non è così, preferisco che i miei soldi finiscano per finanziare un qualche inutile ponte sullo Stretto ma non nelle fauci di criminali che fanno baldoria con il sangue dei loro fratelli. Certo non potrai dirmi che si tratta di calunnie alimentate dalla propaganda tossica di Putin, ma cerca almeno di rassicurarmi sull’entità di questi furti, diciamo così, a mano armata. […] Il mio amico informato sui fatti, soprattutto quando si tratta di smontare i miei pochi punti fermi, ha snocciolato quanto segue. Che l’Ucraina è, da anni, il 2° Stato più povero d’Europa dopo la Moldavia. E uno dei più corrotti. Nel 2021 Trasparency lo metteva in fondo alla classifica dei meno corrotti: 122° su 180 (fra Leshoto e Gabon: la Russia è 136°). Che prima della guerra il fabbisogno ucraino ammontava a circa 50 miliardi di euro l’anno. Che, scoppiata la guerra, per tenere in piedi il Paese e la struttura militare occorrono dai 15 ai 20 miliardi di euro al mese. Anche perché le conseguenze del conflitto hanno quasi azzerato il contributo all’economia nazionale delle due voci principali: l’esportazione di cereali e l’industria metallurgica. Ragion per cui, in quattro anni e mezzo di sostegno a Zelensky, l’Italia ha immesso nelle vene di Kiev qualcosina come 19 miliardi di euro, sotto forma di fondi diretti o attivati dalla Ue. Dunque, mi ha consigliato, mettiti l’animo in pace: indubbiamente anche tu come milioni di italiani hai contribuito a finanziare quella parte della nomenklatura che si riempie le tasche di quattrini, nella speranza che la pacchia continui. “Finché c’è guerra c’è speranza”, potrebbero ben dire questi forchettoni matricolati citando il titolo di un famoso film di Alberto Sordi mercante d’armi. Alla mia obiezione: però, almeno, da quelle parti c’è un’Anticorruzione che funziona mentre chi prospera sulla guerra all’ombra del Cremlino dorme sonni tranquilli. Vero, ha risposto, ma il problema è che non riescono a processare i ladri. Senza contare che Zelensky aveva tentato di mettere sotto il controllo del governo proprio le due autorità indipendenti anticorruzione che indagano sulle ruberie, stoppato fortunatamente da una rivolta di piazza. […] Se a ciò si aggiunge l’allegro girotondo dei rimpasti con i quali il presidente fa ruotare la sua famelica corte, in modo che nessuno resti escluso dalla tavola imbandita, ecco che il sistema è imbullonato quanto basta per perpetuarne il potere. E che i ladri di Stato non siano le solite poche mele marce è documentato dalla interminabile lista di ladroni ucraini con il cesso d’oro che il “Fatto” è costretto ad aggiornare continuamente. Quando poi l’amico informato sui fatti ha cominciato a spiegarmi dove finiscono molte delle armi che noi paghiamo lautamente per la difesa del popolo ucraino (rivendute al mercato nero, per poi magari vedercele puntare contro in qualche conflitto locale), mi sono arreso. E mi chiedo come sia possibile che nell’eterna, stucchevole discussione tra pacifisti e non, mai nessuno invochi un minimo di trasparenza sui nostri soldi versati con tanta opaca generosità. Quando perfino l’ex ministro degli Esteri ucraino Kuleba afferma che la corruzione “non è solo un problema morale, ma un problema politico e di sopravvivenza nazionale” (“Corriere della Sera”).


Cazzari da spiaggia


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Alla fine dell’estate manca un mese, ma possiamo già anticipare che, dopo anni di primati incontrastati, Salvini ha perso la gara del Cazzaro da Spiaggia. Distratto dall’estinzione della Lega, dalla fronda nordista e dalle arance da portare a Roggero mentre treni, aerei e qualunque cosa si muove (si fa per dire) non partono o non arrivano, appare svogliato e rinunciatario. A parte l’annuncio con due giorni […]


Non si vive di solo woke


(Dante Valitutti – lafionda.org) – Hanno creato scompiglio le dichiarazioni del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, sull’ineluttabilità per la sinistra di accantonare il movimento Woke, con i suoi stilemi e le sue battaglie. Per Conte, infatti, questo fenomeno — nato in America anni fa sull’onda delle proteste contro le discriminazioni razziali della polizia — se da un lato ha avuto il merito di porre l’attenzione sulle questioni di genere e sulle relative diseguaglianze, dall’altro ha finito per far dimenticare ciò che da sempre caratterizza il cuore ideologico della sinistra: la lotta per i diritti sociali e per il lavoro.

Quest’ultimo è stato via via accantonato, se non svilito, sia nel dibattito pubblico sia nelle politiche istituzionali, tanto a destra (cosa, se vogliamo, naturale) quanto a sinistra. Ed è un paradosso: guardando in casa nostra, il lavoro costituisce il cuore assiologico della Costituzione, il perno valoriale su cui si regge l’intera Carta. Non solo: è stato proprio il tema del lavoro a permettere, nell’Italia del dopoguerra, ai partiti comunisti e socialisti di convergere su una piattaforma comune insieme alle forze della tradizione liberale, conservatrice e cattolica.

Questa è storia: è successo in Italia, ma anche in diversi altri Paesi. Come è possibile, allora, che tutto questo sia stato di colpo dimenticato? In verità, più che di una dimenticanza, nel corso degli anni si è verificato un vero e proprio mutamento antropologico, prima ancora che ideologico, di una parte della sinistra italiana e internazionale. Si è assistito a uno slittamento che ha condotto le forze progressiste (in particolare quelle più orientate al neoliberalismo) a disinteressarsi progressivamente della loro stessa ragione d’esistenza: la battaglia al fianco degli ultimi per la giustizia sociale e per l’eguaglianza sostanziale, così come cristallizzata nel testo costituzionale.

Se questo processo rappresenti o meno un tradimento non spetta a noi ribadirlo — la letteratura in merito è talmente sterminata da essere già stata ampiamente discussa. Tuttavia, emergono segnali che inducono all’ottimismo. Conte in Italia, ma anche parte dello stesso Partito Democratico (così come negli Stati Uniti), sembrano aver compreso che una sinistra competitiva non può che ripartire dai temi centrali: il lavoro che manca, i salari stagnanti, la precarietà cronica e la crisi demografica che colpisce i giovani.

Non c’è sinistra senza la lotta per i diritti sociali; non c’è Costituzione senza politiche tese all’affermazione di una precisa costituzione economica. Per la sinistra si tratta, in fondo, di ritrovare il proprio senso nel mondo e la propria identità politico-esistenziale. Un’equazione che, per funzionare, non può fare a meno del suo fattore determinante: sinistra = lavoro.


Fischi per fiaschi


Fischi a Meloni ai Giochi del Mediterraneo, la sindaca Poli Bortone: “A Taranto chiedano scusa”. La reazione della sindaca di Lecce dopo i fischi a Giorgia Meloni durante l’inaugurazione allo stadio Iacovone. La stessa premier aveva subito commentato subito l’accaduto: “Sull’ex Ilva garantisco che il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere”

Fischi a Meloni ai Giochi del Mediterraneo, la sindaca Poli Bortone: “A Taranto chiedano scusa”

(di Chiara Spagnolo – bari.repubblica.it) – Taranto chieda scusa alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: è dura la presa di posizione della sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, dopo i fischi che per tre volte sono stati indirizzati alla premier durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo, tenuta la sera del 21 agosto allo stadio Iacovone. Alle ripetute ovazioni per il presidente della repubblica, Sergio Mattarella, hanno fatto da contraltare i fischi e i buu per Meloni, quando è stata inquadrata dalle telecamere Rai all’inizio della cerimonia e quando le sono stati rivolti i saluti dal presidente del Comitato internazionale dei Giochi, Mehrez Boussayene e dal presidente del Comitato organizzatore Massimo Ferrarese.

Per la prima cittadina di Lecce (presente alla serata) si è trattato di “un episodio davvero sgradevole, che non rende giustizia alla città di Taranto e alla sua accoglienza”. Ieri sera era stata la stessa premier Giorgia Meloni a commentare immediatamente l’accaduto: “L’ex Ilva è una questione complessa che si trascina da decenni, e tutti noi siamo consapevoli di quanto sia difficile individuare una soluzione. Comprendo perfettamente le ragioni di chi, qui a Taranto, esprime il proprio dissenso, e garantisco che il governo sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere”.

“Si è trattato di una manifestazione di ingratitudine nei confronti di una presidente del Consiglio che si è attivata con grande determinazione per portare a compimento questa importante iniziativa – continua Poli Bortone – Non va dimenticato che sono stati investiti centinaia di milioni di euro per consentire a Taranto di ospitare i Giochi del Mediterraneo. Una scelta precisa, che ha puntato su Taranto e sul suo territorio, invece che su altre città”.

L’aiuto fornito dal Governo all’organizzazione dei Giochi era stato evidenziato da Ferrarese durante il discorso di apertura, nel quale è stato ricordato l’investimento di oltre 200 milioni, per ristrutturare alcuni impianti sportivi e realizzarne nuovi. In totale sono state realizzate 41 opere in 21 comuni delle province di Taranto, Brindisi, Lecce.

A far scattare la reazione contro la premier da parte delle migliaia di persone presenti allo Iacovone, potrebbe essere stato anche il rifiuto a convocare un tavolo sull’Ilva – in concomitanza con l’inaugurazione dei Giochi – che era stato proposto al Governo, come atto simbolico nel giorno della sua presenza a Taranto.

Senza trascurare il fatto che, in passato, l’associazione Genitori tarantini ha più volte scritto alla presidente del Consiglio per denunciare la violazione della Costituzione e delle normative europee nell’ambito della gestione dell’Ilva. Poli Bortone, dal canto suo, ha fatto riferimento al “rispetto istituzionale” e alla “gratitudine per un investimento così importante dovrebbero venire prima delle appartenenze”. “Taranto – conclude – merita di essere ricordata per la sua capacità di accogliere e non per una contestazione che ha finito per offuscare una giornata importante. Auspico, dunque, un gesto di scuse nei confronti della presidente Meloni”.

Si dissocia dall’accaduto l’Aigi, l’associazione di categoria a Taranto che rappresenta decine di aziende e migliaia di lavoratori dell’indotto ex Ilva. L’associazione esprime “pubblicamente la propria ferma dissociazione da quanto accaduto e ne condanna la sostanza e il metodo”. Per Aigi si è trattato di “un gesto indecoroso”, perché rivolto a un’autorità nazionale durante una manifestazione internazionale e perché “ingeneroso e irriconoscente verso lo sforzo che il Governo Meloni ha profuso per consentire che i Giochi del Mediterraneo si svolgessero a Taranto con la dignità e l’efficienza che l’evento richiedeva”.

“Ilva is killer” è, invece, la scritta composta da alcuni attivisti che ieri sera hanno occupato gli spalti dello Iacovone indossando una maglietta bianca con impressa una lettera fino a formare la frase contro la grande fabbrica simbolo di Taranto e richiamare così l’attenzione sul nodo salute-lavoro. “Taranto senza verità non sarà libera” scrive oggi il comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti sulla sua pagina Facebook.

Seguono reazioni dal mondo della politica. “I fischi a Meloni arrivano dopo quattro anni di immobilismo – è il commento di Mariolina Castellone, senatrice del M5S e vicepresidente del Senato – serve subito un Consiglio dei ministri straordinario per le urgenze del Paese”. Mentre per il senatore di Fratelli d’Italia, Dario Iaia le proteste sono state messe in atto da “una sparuta minoranza che ha rovinato l’immagine di Taranto con i fischi. Contestare è legittimo – prosegue – Farlo per pregiudizio politico e per partito preso è invece un’altra cosa”.

“Chi deve chiedere scusa a chi?”. È la domanda posta da Giustizia per Taranto. “Ieri sera – sottolinea il movimento – lo stadio Iacovone ha parlato. E lo ha fatto in maniera spontanea e fragorosa”. Giustizia per Taranto critica le dichiarazioni della sindaca di Lecce: “Da quando manifestare dissenso verso un Governo democraticamente eletto è diventato qualcosa per cui scusarsi?” replica l’associazione.


Il caso Ranucci-Lavitola ci sta sfuggendo di mano


(di Giuliano Federico – gay.it) – Sigrido Ranucci poche ora fa ha ironizzato sulla macchina del fango che lo vede oggetto di narrazioni multiple e contraddittorie e ha rilanciato con amaro sarcasmo il rumor non confermato di una sua presunta relazione gay (non confermata) con Valter Lavitola pubblicato da Il Giornale d’Italia, media il cui editore è COMCAST Italia srl, con sede a Milano, la cui raccolta pubblicitaria tabellare è affidata, secondo quanto indicato nella pagina contatti del sito, a 24 ORE System del Gruppo Il Sole 24 Ore”.

La notizia dell’omosessualità di Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci è priva di qualsiasi prova e costituisce un tentativo di “outing”, per altro non confermato da alcuna fonte certa, ma attribuito a “rumor”, termine inglese traducibile con “voci”, “pettegolezzi”. Chi scrive, insieme a tutta la redazione di Gay.it, esprime solidarietà a Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola per l’outing ricevuto.

[…]

Il Giornale d’Italia ha pubblicato un articolo in cui, citando fonti anonime non confermate né dagli inquirenti né da fonti istituzionali, fonti definite dallo stesso media “rumors del deepstate”, ipotizza una relazione sentimentale gay tra il giornalista-conduttore di Report Sigfrido Ranucci e il faccendiere Valter Lavitola, coinvolto nell’inchiesta sull’attentato dinamitardo che lo scorso ottobre ha colpito l’abitazione dello stesso Ranucci.

Secondo l’articolo, il presunto legame spiegherebbe perché Ranucci sarebbe stato “manipolabile” da Lavitola fino a conoscere in anticipo il piano dell’attentato: una ricostruzione che il gip, come si legge nello stesso articolo, non avrebbe però trovato riscontrata da prove concrete.

Sigfrido Ranucci non è infatti indagato ed è stato definito finora dalle indagini non a conoscenza del piano di Lavitola. Con il quale tuttavia, secondo la ricostruzione senza fonti de Il Giornale d’Italia, Ranucci avrebbe intrattenuto una relazione sentimentale. Qualcosa scricchiola in questo outing.

Il testo accosta alle indiscrezioni sull’orientamento sessuale di Lavitola e Ranucci anche dettagli tratti dal libro autobiografico del giornalista di Report su relazioni etero avute in passato, presentandoli come premessa alla successiva ipotesi di omosessualità. Il Giornale d’Italia parla anche di altre presunte e non confermate relazioni omosessuali di Ranucci “con altri uomini. Tra loro figura (omissis Gay.it) noto attore toscano a sua volta ex partner di lunga data di un altro celebre attore, figlio d’arte di un regista di origine (omissis Gay.it).”

In questi giorni Ranucci è stato criticato e attaccato da multiple fronti proprio sulle sue condotte sentimentali con le donne. Ma oggi spunta anche l’outing: Ranucci sarebbe gay e avrebbe una relazione affettiva con Valter Lavitola. Su questa premessa, Il Giornale d’Italia aggiunge così ulteriore fumo intorno alla già nebbiosa vicenda che ha assunto i contorni di un mistero che, secondo l’angolo di narrazione, può essere tutto, e immediatamente dopo il suo contrario.

L’outing è la rivelazione pubblica, senza consenso, dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere di una persona. Si distingue dal “coming out”, scelta volontaria dell’interessato. È stato usato a fini politici in diversi casi storici: negli USA il “outing” di politici omofobi ma segretamente gay divenne strumento di attivisti.

In Italia casi celebri riguardano politici e uomini di potere “svelati” per delegittimarli o ricattarli, spesso in chiave scandalistica, più che di denuncia dell’ipocrisia. L’orientamento sessuale viene usato come arma di discredito o pressione, non come informazione di interesse pubblico.

Per questo l’outing è generalmente considerato una violazione della privacy, salvo rari casi di manifesta ipocrisia politica (es. un politico che vota leggi omofobe pur essendo gay).

Ranucci ha reagito pubblicando sui social uno screenshot dell’articolo, commentando con ironia la contraddizione delle narrazioni costruite nei suoi confronti: dipinto la mattina come uomo etero “predatore” nei rapporti con colleghe, la sera accusato di una relazione omosessuale clandestina. Il giornalista ha scritto: “La mattina omofobo e predatore, il pomeriggio gay….“

Nel febbraio 2026 lo stesso Ranucci era stato al centro di rivelazioni di alcune presunte chat nelle quali lo stesso giornalista, parlando con Maria Rosaria Boccia, avrebbe parlato di un “giro gay, pericolosissimo”.

Il 9 febbraio Massimo Giletti, a “Lo stato delle cose”, aveva letto in diretta quelle presunte chat tra Ranucci e Boccia (pubblicate da Il Giornale) in cui Ranucci avrebbe parlato di un “giro gay” citando anche il nome di Giletti.

Ranucci aveva poi definito quei messaggi manipolati. Giletti aveva chiarito di non ritenere offensivo il riferimento all’omosessualità, ma di considerare grave l’accostamento a una “lobby” di potere, esprimendo delusione personale verso il collega di Report. Successivamente Maurizio Gasparri (senatore Forza Italia) aveva accusato Ranucci di omofobia, accuse respinte da PD e M5S come strumentali.

È il copione di sempre. L’omosessualità, quando serve, diventa prova a carico. Quando non serve più, torna a essere ciò che dovrebbe essere sempre stata: un fatto privato, irrilevante, che non riguarda nessun lettore. Basta che cambi il bersaglio e cambia anche il valore della notizia. Oggi l’arma è Ranucci, ieri era un altro nome, domani sarà chiunque risulti scomodo: e dopodomani?

Quell’eco stanca di uso strumentale arriva su di noi, che quella parola gay la portiamo addosso ogni giorno senza sconti, Nessuno ci ha chiesto se ci va bene diventare accessorio di un’inchiesta giudiziaria, gancio narrativo di un pezzo su un attentato, sospetto da sventolare per spiegare un “controllo psicologico”. L’orientamento sessuale non è mai stato una prova. È solo, ancora una volta, un randello comodo da impugnare quando tutto il resto scarseggia.


Su Ranucci e Lavitola, in 45 giorni, sono stati scritti qualcosa come 1500 pezzi giornalistici


La commedia alle vongole di Ranucci e Lavitola è la nostra industria. Dal giorno in cui il nome del faccendiere è entrato nell’inchiesta sull’attentato al conduttore di Report sono stati scritti qualcosa come millecinquecento pezzi giornalistici (compreso questo) e appena una breve sul diesel che sta per toccare quota 3 euro al litro. Un popolo sceglie sempre la notizia che gli somiglia

Immagine di La commedia alle vongole di Ranucci e Lavitola è la nostra industria

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Con questi ingredienti – un piatto di spaghetti alle vongole, un sondaggio e un giornalista d’inchiesta – bisognerebbe rivolgere un pensiero di comprensione per il corrispondente straniero malcapitato nel Bel Paese, il nostro. Ebbene sì, proprio quell’uomo paziente e ormai fatalista che ha consumato gli anni migliori sui nostri congiuntivi, sulle nostre correnti, sui nostri codicilli, e che adesso – ad Amburgo, a Boston o a Osaka – deve raccontare una faccenda in cui, nell’ordine, si discute (a) di vongole sgusciate, (b) del sondaggio elettorale pagato a rate, quindi di (c) un faccendiere di Monteverde già introdotto nelle stanze di Berlusconi, di (d) un famoso giornalista destinato a Palazzo Chigi che pensa di essere Napoleone o, nei momenti di rara sincerità, Renato Rascel nell’imitazione di Bonaparte e, infine, di (e) una bomba fatta esplodere davanti casa sua per proteggerlo. Ad Amburgo, a Boston o a Osaka penseranno a un guasto della linea. E’ invece il Bel Paese che funziona così, per fortuna. Si dovrebbe riconoscere, prima o poi, che il pittoresco non è una debolezza nazionale ma una specializzazione produttiva, l’unica nella quale conserviamo un vantaggio competitivo incolmabile. Dal giorno in cui il nome di Valter Lavitola è entrato nell’inchiesta, cioè in quarantacinque giorni, sono stati scritti qualcosa come millecinquecento pezzi giornalistici, con punte di cento articoli al giorno – anzi, millecinquecentouno, contando questo – con appena una breve sul Diesel che sta per toccare quota 3 euro al litro. La televisione se l’è cavata con cinquanta o sessanta ore, contando i telegiornali che aprono con la notizia e le all news che la rimacinano dall’alba a notte. Per avere un’idea, l’intero Anello del Nibelungo dura quindici ore e pretende un teatro, un’orchestra, quattro serate consecutive e una discreta resistenza fisica del pubblico. Noi, per una bomba d’amore fatta esplodere davanti a un cancello di Pomezia, ne abbiamo prodotte cinque volte tanto, con due opinionisti e un collegamento da un marciapiede. Nello stesso periodo la guerra in Ucraina ha occupato all’incirca trenta ore di televisione che è press’a poco quanto abbiamo dedicato al solo interrogatorio di Lavitola. Del resto è ovvio perché sia andata così. Trump che minaccia e disdice ogni settimana il bombardamento decisivo sull’Iran non fa ridere. L’Ucraina che si dissangua contro la Russia non fa ridere per niente. L’automobile cinese che sorpassa quella europea è un’umiliazione senza battuta, roba da batterie allo stato solido.

La vicenda di Ranucci e Lavitola, Totò e Peppino, invece ha tutto quello che serve, l’amico fraterno, il ristorante di pesce, il servizio segreto israeliano evocato come si evoca il malocchio, e soprattutto un movente che nessuno sceneggiatore avrebbe osato, cioè l’affetto. Un popolo sceglie sempre la notizia che gli somiglia, e noi ci siamo riconosciuti immediatamente. I nostri più grandi attori sono stati tutti dei comici, Totò, De Sica, Sordi, Tognazzi, Manfredi, Troisi, e anche i pochi che avevano vocazione tragica hanno dovuto passare per la commedia per essere davvero amati. La forma più alta del nostro genio nazionale non è la tragedia, è la commedia. Lo diceva già Petronio Arbitro, nostro illustre antenato. Deve essere un difetto di famiglia.

La commedia è il nostro sistema immunitario. Ha respinto invasori, ideologie, riforme costituzionali e piani quinquennali con la stessa indolente efficacia con cui il corpo respinge un trapianto. Il sistema immunitario che ti salva dal totalitarismo ti salva anche dalla manutenzione delle strade e da qualunque pensiero che duri più di una stagione televisiva. E’ il prezzo, ed è un prezzo che paghiamo volentieri, in comode rate. Non abbiamo una politica industriale, ma abbiamo un’opinione sull’aglio. Non sappiamo dove prenderemo il gas fra due inverni, ma sappiamo con esattezza notarile chi ha parlato con chi al ristorante Cefalù. E’ così che sopravviveremo a tutto, anche alla deindustrializzazione e all’invasione dell’automobile elettrica cinese, che tra poco percorrerà in regime di monopolio le nostre strade dissestate producendo, invece del borbottio della Fiat 500, quel silenzio omologato nel quale si sentirà finalmente distinto, nitido, imperituro, il rumore di due italiani che litigano sulle vongole. Per ritrovarsi a pagare – zitti, zitti – il Diesel a 3 euro al litro.


Il Papa: “Prima dei confini ci sono sempre le persone”


(ANSA) – RIMINI, 22 AGO – “La pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi”. Lo ha detto Leone XIV parlando al Meeting di Cl. “Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità”, ha aggiunto il Pontefice.   

“Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo”, ha sottolineato il Papa sottolineando che Cl non ha fatto del Meeting “una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.

Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia”.

PAPA:A FALSO REALISMO CHE RIARMA MENTI OPPONIAMO MISERICORDIA

(AGI) – Rimini, 22 ago. – “Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verita’”.

Cosi’ Papa leone nel suo discorso ai partecipanti del Meeting a Rimini. “Il peccato esiste, certo, ma piu’ forte e’ l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto cio’ che la cultura della potenza ha inquinato”, ha sottolineato.

IL PAPA A CL, SMASCHERIAMO I RAPPORTI DI POTERE INGIUSTI

(ANSA) – RIMINI, 22 AGO – Il Papa lancia un appello al Meeting affinché affinché si costruisca un nuovo modello di società: “Liberiamo la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”. èè”Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti”.

IL PAPA AL POPOLO DI CL, ‘È L’ORA DELLE RESPONSABILITÀ’

(ANSA) – RIMINI, 22 AGO – Il Papa sprona il popolo di Comunione e Liberazione a nove sfide: “Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura.

Le diverse edizioni del Meeting, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia  e con ogni espressione dell’animo umano”, ha detto il Pontefice.

IL PAPA, NON CI SIA SOLO CHI SOFFIA SUL FUOCO DELLA STANCHEZZA

 (ANSA) – RIMINI, 22 AGO – Il Papa, nel discorso al Meeting, invita alla speranza. “Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia”.   

Poi, citando la sua enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV ha aggiunto: “In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo”.   

Il Pontefice ha quindi rivolto un appello particolare ai giovani: “Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, ‘l’amor che move il sole e l’altre stelle’ – ha detto Leone citando il titolo di questa edizione del Meeting – sospinge ancora alla speranza”.   

“Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!”, l’appello di Leone ai ciellini.


Operazione Sigfrido, un altolà alla Rai: giù le mani da Report


“I programmi sono fatti dalla squadra. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto” Milena Gabanelli, giornalista e prima conduttrice di Report

(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – È un esplicito altolà quello lanciato alla Rai dall’avvocato Roberto De Vita, difensore del giornalista e conduttore televisivo Sigfrido Ranucci, per ribadire che – secondo la magistratura – il suo assistito è una “vittima inconsapevole” dell’attentato ordito dal faccendiere Lavitola, in carcere come mandante. Ed è anche, da parte del penalista, un’intimazione o una diffida a non prendere alcuna decisione contro Ranucci e contro la trasmissione Report, perché “sarebbe inquinata dalle falsità alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno dell’azienda”. È facile immaginare che una tale iniziativa, oltre a “santificare” il conduttore come un martire della libertà di stampa, porterebbe con ogni probabilità a una vertenza giudiziaria disastrosa per la medesima Rai, con relativo risarcimento danni e magari reintegro nel posto di lavoro, come avvenne già per Santoro ai tempi del cosiddetto “editto bulgaro” di berlusconiana memoria.

Ha fatto bene perciò l’amministratore delegato, Giampaolo Rossi, a chiedere un supplemento d’indagine al comitato etico, il “tribunale” interno chiamato a giudicare l’operato di Ranucci al di là delle sue discutibili frequentazioni personali. Se questo “plotone di esecuzione”, composto interamente da funzionari Rai, dovesse individuare presunti danni d’immagine per l’azienda, i suoi stessi componenti rischierebbero di risponderne anche sul piano civile. Ma, soprattutto, si potrebbe aprire di conseguenza un maxiprocesso a carico di tutti coloro – conduttori, artisti e dirigenti – che hanno reiteratamente compromesso la neutralità e la credibilità del servizio pubblico, in termini di pluralismo dell’informazione. Ha fatto bene anche Milena Gabanelli, prima conduttrice di Report, a declinare subito l’invito a tornare alla guida della trasmissione. Altrettanto bene farebbero i colleghi che hanno ricevuto o riceveranno proposte analoghe, per evitare di essere coinvolti nell’Operazione Sigfrido. Non perché Ranucci e la sua redazione siano “intoccabili”. Bensì per il fatto che un eventuale smantellamento o “normalizzazione” di Report equivarrebbe a delegittimare il giornalismo d’inchiesta all’interno del servizio pubblico.

Tra le numerose “falsità” a cui allude De Vita spiccano quelle sui “compensi faraonici” che sarebbero riconosciuti ai redattori di Report, pubblicati dal quotidiano Il Tempo, che fa capo al parlamentare leghista Antonio Angelucci, per screditare una trasmissione sgradita. In primo luogo, non si tratta esattamente di retribuzioni, perché non tutti i componenti della squadra sono assunti in pianta stabile dalla Rai, ma figurano per la maggior parte come collaboratori a partita Iva. E poi, i rispettivi importi corrispondono ai costi complessivi dei servizi, compresi quelli di trasferta, montaggio e produzione. Non ha fatto bene, invece, il presidente del Senato a intervenire sul caso come fosse parte in causa e non la seconda autorità dello Stato. Al pari di qualsiasi cittadino, La Russa ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione e onorabilità in merito all’inchiesta televisiva sulla sua famiglia. Ma, in virtù della carica che ricopre, avrebbe fatto meglio ad astenersi dall’esprimere giudizi su una trasmissione del servizio pubblico, augurandosi che Report “va cambiato” e che “non arrivi uno peggio di Ranucci”: è un’interferenza indebita che travalica il suo ruolo istituzionale. Né tanto meno è giustificabile la sortita del ministro e vicepremier Salvini che s’è spinto fino a chiedere la rimozione del conduttore. Ma è nota la sua pericolosa inclinazione alla giustizia sommaria.


Nel blu dipinto di blu


La Russa, Fontana&C. voli blu dalle vacanze: ressa nei cieli di Puglia

La Russa, Fontana&C. voli blu dalle vacanze: ressa nei cieli di Puglia

(di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – Alla fine il presidente del Senato, Ignazio La Russa, è rimasto per aria, e ad accogliere al castello Aragonese di Taranto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, c’erano solo il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e quello della Camera, Lorenzo Fontana.

Hanno affollato i cieli della città dei due mari, ieri, gli aerei blu al servizio delle massime autorità convenute per l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. Incluso il premier algerino Sefi Gharib, arrivato in tarda mattinata, e l’omologo libanese Joseph Aoun, che nell’occasione ha incontrato Meloni per discutere dell’andamento dei negoziati con Israele e degli scenari connessi al graduale ritiro di Unifil, previsto nel corso del 2027.

Le grandi manovre volanti sono iniziate ieri mattina verso le 8 quando dall’aeroporto di Ciampino è decollato un primo Gulfstream VC-650A dell’Aeronautica militare diretto a Bolzano. Lì dove Mattarella era stato accompagnato l’8 agosto per un periodo di vacanza con la figlia a Siusi, in Alto Adige, e dovrebbe trattenersi per un’altra settimana. Di ritorno dalle incombenze tarantine.

Prelevato il viaggiatore presidenziale il jet è rientrato a Ciampino alle 11.34, da dove Mattarella è ripartito per Taranto, 5 ore più tardi, con un secondo aereo blu, un Airbus A319.

Nel frattempo, però, erano già partiti, sempre da Ciampino, altri due Gulfstream con i numeri di volo riservati alla seconda e terza carica della Stato.

Il primo aveva a bordo il presidente della Camera, il frugale veronese Fontana, già rientrato dalle vacanze nella Capitale, e atterrato a Taranto 31 minuti dopo, alle 16.40, con 40 minuti di anticipo su Mattarella. Il secondo, invece, soltanto i membri dell’equipaggio, che hanno subito impostato la rotta per Catania, dove ad attenderli c’era il presidente del Senato, La Russa, solito trascorrere un periodo di riposo agostano nella terra dei suoi avi, sull’Etna. Quindi ripartenza e dritti a Taranto.

A complicare i piani di volo ci si è messo il sopraggiungere, quasi in contemporanea, dell’Airbus quirinalizio. Per questo l’ “air force La Russa”, risalito in meno di mezz’ora lungo la costa ionica calabrese e lucana, ha tirato dritto ed è rimasto a volteggiare sui trulli, tra Ceglie Messapica e Martina Franca, per un’altra mezz’oretta. In attesa di avere la pista libera dopo l’atterraggio di Mattarella. Con la spiacevole conseguenza che ad accogliere il Presidente in città lui non c’era. Uno strappo al cerimoniale che non è passato inosservato agli addetti ai lavori.

A evitare l’en plein dei voli di Stato presidenziali è stata la sola Meloni, in Puglia già da qualche giorno per il suo tradizionale soggiorno in masseria con la famiglia. Gli altri ministri presenti poi, come quello dello Sport, Andrea Abodi quello degli Affari europei Tommaso Foti, e quello del turismo Gianmarco Mazzi, hanno scelto di utilizzare voli di linea e auto di servizio. Altrimenti con la spesa per il jet fuel per raggiungere la cerimonia d’inaugurazione dei giochi tarantini ci si sarebbe potuto ristrutturare un altro palazzetto dello sport.

“Soltanto nella città di Taranto abbiamo investito circa 200 milioni di euro per realizzare e riqualificare impianti importanti come stadi, piscine, centro tennis”. Ha ricordato il presidente del Comitato Organizzatore dei XX Giochi del Mediterraneo di Taranto, Massimo Ferrarese, a margine della cerimonia d’apertura. “Ora le amministrazioni dovranno lavorare per mantenere al meglio questa eredità per le future generazioni”.

Intanto nei cieli, dopo la battaglia tra jet di Stato e gabbiani, decine di droni raffiguravano le discipline dei giochi e poi andavano a comporre la scritta “Taranto 2026” con i tre cerchi, simbolo dei Giochi del Mediterraneo. Dopodiché è iniziata la parata di tutte le delegazioni partecipanti. Mentre agli aerei blu si preparavano alla ripartenza per un altro scampolo di meritate vacanze presidenziali.


Lo strazio palestinese e la Terra Santa


(Tommaso Merlo) – Continua la carneficina palestinese nell’indifferenza delle classi delinquenti occidentali, siamo del resto sotto elezioni anche a Tel Aviv e da quelle parti più ammazzi palestinesi e rubi terre, più ti votano. Pare che quell’abominio di Netanyahu non se la passi bene nei sondaggi nonostante stia portando avanti ben due genocidi ed ha bombardato anche in Siria di recente. Quei geni degli israeliani gli contestato anni di sangue senza nessun vero risultato e come soluzione vogliono più sangue. E’ infatti in testa un certo Eisenkot nientepopodimeno che l’ex comandante in capo dell’Idf, più che un esercito un’organizzazione terroristica che si è macchiata di crimini atroci contro l’umanità e la prova di come i deliri ideologici possano generare immonde brutalità oggi come allora. Poi c’è un certo Bennett che promette un pugno ancora più di ferro contro i palestinesi e la guerra con la Turchia che considera peggio dell’Iran. E manco a dirlo, tutti e tre i candidati sono categoricamente contro la nascita dello stato palestinese. A conferma di come l’unica soluzione in Medioriente sia la sconfitta storica e lo sradicamento dell’ideologia sionista e di come lo stato ebraico sia un progetto nato male e gestito ancora peggio che deragliato nell’inciviltà non ha più senso di esistere. La Terra Santa è di tutti e va affidata ad uno stato realmente democratico e soprattutto laico che la renda il gioiello e non la vergogna dell’umanità. Il sionismo ha avuto la sua opportunità, l’ha fallita clamorosamente e si deve togliere dai piedi. A Gaza intanto il genocidio prosegue in sordina mentre nella West Bank stanno calcando la mano, il governo nazi sionista di Tel Aviv vuole portare ai loro elettori risultati last minute e cioè case e campi rubati e civili innocenti massacrati. Persecuzione fisica ma anche psicologica. L’obiettivo è concentrare i palestinesi in fazzoletti di terra sempre più esigui in modo da rendergli la vita impossibile e convincerli a fuggire altrove. O all’inferno o all’estero, basta che non tornino più. Musulmani o cristiani non importa, anche quella delle tradizioni giudaico-cristiane comuni erano solo moine manipolatorie. I cristiani in Palestina vengono perseguitati tanto quanto gli altri palestinesi al punto che la cristianità sta scomparendo da dove è nata nell’indifferenza delle classi delinquenti occidentali. Nel sud del Libano intanto stanno radendo al suolo villaggi, siti archeologici e foreste mentre quel ministro terrorista di Ben-Gvir vorrebbe almeno una quarantina di palestinesi sterminati al giorno in quanto non esseri umani e quindi indegni di vivere. Porcherie immonde che gli hanno inculcato da bambino in famiglia e poi a scuola e poi in società e poi nell’onnipresente esercito e poi in un regime politico che lo ha convinto di appartenere ad un popolo superiore che ha diritto di rubare una terra non sua e di ammazzare qualunque infedele che osi mettersi di mezzo perché così vogliono i testi sacri e quindi il divino. Nessuna pace, nessun compromesso, nessuna soluzione alternativa alla violenza bruta per imporre la propria supremazia etnica e religiosa e la propria volontà politica di dominio anche calpestando ogni legge e istituzione. Idee criminali dimostrate da ottant’anni di fatti criminali. E menomale che i terroristi violenti ed incivili erano i palestinesi e egli arabi in generale con cui non è possibile convivere e scendere a patti. È proprio vero che più scendi negli inferi dell’umanità, più ogni accusa è in realtà una ammissione di colpa. Il sionismo mira alla pulizia etnica del popolo palestinese da quando è sbarcato in Terra Santa e noi coglioni occidentali sponsorizziamo il tutto e gli garantiamo pure un posto privilegiato nel mondo civile. Davvero penoso ma anche inutile. Il sionismo sul campo di battaglia si è rivelato un disastro totale, nonostante una supremazia economica e militare enorme, non ha concluso strategicamente nulla. È ancora lì che bastona anziane tra gli ulivi e prova ad occupare brandelli di Libano per la centesima volta mentre la Grande Israele ogni giorno che passa diventa più che altro una barzelletta anche per le nuove alleanze regionali. L’unico vero successo del sionismo è stato propagandistico, è stata la manipolazione di massa e l’infiltrazione mafiosa del sistema politico e mediatico occidentale grazie al quale ha ottenuto immense risorse e soprattutto protezione e quindi impunità. Ma illudendosi di essere oramai invincibile, a Gaza il sionismo ha commesso l’errore fatale di esagerare al punto che il suo sistema propagandistico non è riuscito a censurare il genocidio e a contenere il dilagare di un’indignazione profonda e mondiale che di fatto ne ha segnato politicamente la fine. Sono ancora lì perché lo sono anche i loro complici occidentali ma è solo questione di tempo. Perfino la loro roccaforte statunitense sta cedendo e senza Washington il progetto coloniale sionista è spacciato. Sono disperati e per questo stanno facendo di tutto per rilanciare il conflitto con l’Iran e in Siria bombardano i turchi. Dei geni, come soluzione vogliono più sangue ma il mondo ha finalmente capito la verità. L’unica soluzione in Medioriente è la sconfitta storica e lo sradicamento dell’ideologia sionista. La Terra Santa è di tutti e va affidata ad uno stato realmente democratico e laico che la renda il gioiello e non la vergogna dell’umanità.


Lotito meglio di “Scarface”!


(dagospia.com) – Nei sotterranei della villa del senatore di Forza Italia e presidente della Lazio, Claudio Lotito, è in costruzione Un tunnel lungo circa 50 metri, con pareti bianche decorate da colonne in rilievo e rose dei venti rossastre dipinte sul soffitto. Il tutto nell’area archeologica del parco dell’Appia Antica, sottoposta a vincoli di legge. Ne scrive oggi “Il Tempo”

La struttura, secondo quanto ricostruito dalla trasmissione Report, sarebbe stata realizzata nel corso di diversi anni. Per capire la vicenda è necessario tornare indietro nel tempo.

Lotito avrebbe acquistato una prima parte della proprietà, comprendente una villa e una piscina, nel 1997, per cinque miliardi di lire. Nel 2000 avrebbe poi acquistato una seconda parte, composta da due villette e una cappella. Nell’atto di vendita, secondo la ricostruzione di Report, sarebbero stati indicati rigidi vincoli sulla maggior parte dell’area.

La zona si trova in via di Porta Latina, a pochi metri dai resti delle Mura Aureliane. Le immagini satellitari mostrano che, nei primi anni Duemila, l’area intorno alla cappella e alle villette era ricoperta di vegetazione.

Dal 2019, invece, al posto degli alberi compare una grande struttura scura che segue il perimetro della villa principale. Secondo quanto riferito da alcune fonti, si tratterebbe di una guaina protettiva, successivamente ricoperta con terra e da una fontana. Proprio sotto questa zona sarebbe stato realizzato il bunker.

Le immagini aeree scattate tra il 2020 e il 2023 mostrerebbero inoltre diversi interventi. La villetta centrale sembrerebbe essere stata demolita e successivamente ricostruita, quella adiacente sarebbe stata ristrutturata e la cappella sarebbe stata ampliata.

Nel 2023 sarebbe stata aperta un’indagine per presunti abusi edilizi, a seguito di una denuncia della Polizia di Roma Capitale. L’indagine sarebbe stata poi archiviata nello stesso anno. L’archiviazione, secondo quanto ricostruito, riguarderebbe però esclusivamente i presunti abusi relativi alla villetta centrale, demolita e ricostruita.

Secondo Report, Lotito avrebbe successivamente regolarizzato una serie di interventi contestati. Nel frattempo, però, i lavori sembrerebbero essere proseguiti: alcune immagini recenti mostrerebbero infatti materiali da cantiere e operai impegnati nell’area della cappella.

Uno degli aspetti ancora da chiarire riguarda proprio il tunnel di circa 50 metri. Non è chiaro se la sua realizzazione sia stata autorizzata, considerando che l’area potrebbe contenere tombe e altri reperti archeologici. In zone sottoposte a tutela, i movimenti di terra devono infatti essere preventivamente autorizzati e, secondo le procedure previste, eseguiti con la presenza del personale della Soprintendenza.

Resta quindi da verificare se la costruzione del tunnel e degli ambienti sotterranei descritti da Report — tra cui una sala cinema, un salotto, una discoteca e una sala per le carte — sia avvenuta nel rispetto di tutte le autorizzazioni necessarie. Secondo la trasmissione, di questi ambienti non ci sarebbe traccia nella documentazione catastale.

La vicenda solleva dunque interrogativi sulla natura e sulla regolarità dei lavori realizzati sotto la villa, in una zona di grande valore archeologico. Una singolare contrapposizione: nell’antica Roma i sotterranei dell’area servivano anche a custodire le tombe dei defunti; oggi, a pochi metri da quei resti, potrebbero ospitare spazi destinati a tutt’altro scopo.


La Vannaccinomics: tra stato sociale e dirigismo


La ricetta del generale prevede di arrivare alla proprietà diffusa. Ovviamente promette un taglio all’Irpef fino alla flat tax e stoppa ogni imposta patrimoniale

Il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci nella sala stampa della Camera dei deputati 

(di Walter Galbiati – repubblica.it) – Potremmo definirlo sovranismo economico venato di corporativismo e socializzazione, in stile Repubblica di Salò. Il generale Vannacci vuole uno Stato che indirizzi l’economia. Uno Stato che indirizzi i settori chiavi dall’energia alle infrastrutture, dal credito alle tecnologie. E che i lavoratori partecipino agli utili.

La cassetta degli strumenti è composta da un Fondo sovrano per la crescita nazionale, che quando serva, finanzi, compri e sostenga le aziende rilevanti per lo Stato, e dal Golden power da usare come clava se le minacce arrivano dall’esterno. Allo stesso scopo vorrebbe piegare l’operato di Cdp, Sace e Simest, bracci operativi per supportare la filiera italiana, soprattutto delle Pmi. Quel che dall’Italia invece è andato all’estero dovrebbe tornare, come i cervelli in fuga, attraverso il reshoring, favorito dagli incentivi fiscali. Di certo il credo economico è anti-europeista, senza se e senza ma. L’Italia deve «riconquistare spazi di sovranità economica» rispetto all’incombente presenza dell’Ue.

La prima mossa è non sottostare più al nuovo Patto di Stabilità e Crescita, ponendo rimedio alla «sciagurata firma da parte del Governo Meloni». La via per sfuggire alle maglie fiscali è il veto al prossimo bilancio pluriennale per perseguire con la revisione dei trattati su cui si basa la Ue. Libera dall’Unione, l’Italia potrebbe rapportarsi direttamente con gli Usa, importare gas dalla Russia e farsi motore di una nuova cooperazione europea tra Nazioni sovrane sulla stessa lunghezza d’onda come Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia. La moneta unica è stata tutt’altro che un idillio. Vannacci non dice di abbandonare subito l’euro, ma di adottare una strategia che ci porti all’uscita con condizioni e tempi che tutelino l’interesse nazionale, le imprese, i posti di lavoro e le famiglie. Per socializzare l’economia, oggi sarebbe difficile procedere per decreto come fece il Duce nel 1944, attribuendo la gestione dei mezzi di produzione, appannaggio fino ad allora solo dei capitalisti, anche ai lavoratori pur senza toccarne la proprietà. Vannacci propone la proprietà diffusa, perché tutti possano essere proprietari, risparmiatori, imprenditori, professionisti e lavoratori partecipi dei risultati dell’attività economica. Come? Favorendo la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa e l’azionariato diffuso, mediante strumenti fiscali incentivanti. Il programma, ovviamente, è di ridurre le tasse, smussando il cuneo fiscale e appiattendo l’Irpef fino ad una aliquota unica (flat tax), pur tenendo conto del quoziente familiare: più figli hai, meno paghi. La nuova Europa dovrebbe favorire investimenti per la natalità, fattore centrale della sostenibilità economica, e non per il riarmo o il Green deal che ha azzoppato l’industria continentale. Vannacci è per tassare “le persone” e non “le cose” che non producono reddito. Per cui via ogni tipo di patrimoniale, compreso il bollo auto e moto e sulle seconde case, quelle ereditate dai nonni.


Il vizietto della politica


(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Le mani sulle banche. Gira che ti rigira, il vizietto della politica cafona e arraffona non è mai passato. E la battaglia intorno al Montepaschi lo conferma. Va avanti così da anni, nell’Italietta orfana dei poteri forti. Dove Cuccia è morto ma Lavitola è più vivo che mai. Dove spariscono i salotti buoni ma impazzano le trame di corridoio. Dove governanti senza idee trafficano con boiardi senza scrupoli e capitalisti senza capitali. Dove tronfi capi-popolo appena entrati nella stanza dei bottoni credono di farsi establishment espugnando le ultime casematte della finanza, depositarie dei soldi degli italiani. Tutti si riempiono la bocca di richiami stolidi e solenni alla “neutralità”: ma tutti provano ad accaparrarsi la “roba”.

Vent’anni fa toccò a Piero Fassino: con quel rovinoso “abbiamo una banca”, che diventò la tomba dell’affare Bnl-Unipol. Oggi tocca a Giorgia Meloni: a dispetto delle sue parole alate sul “libero mercato”, l’Underdog di Colle Oppio si sogna signora del credito e per questo lascia impronte digitali sul Risiko bancario. Al suo fianco, da mesi alleati e camerati ordiscono piani dalle segrete di Palazzo Chigi: l’unica merchant bank dove si parla romanesco.

L’ultima sortita della premier, a Ferragosto, ha turbato l’algida quiete dei “moderati”, ancora convinti che la Sorella d’Italia e i suoi Fratelli abbiano sudato sui sacri testi di Adam Smith: di fronte all’Ops-monstre di Carlo Messina su Mps e alla contromossa di Luigi Lovaglio, perché la premier rimette non solo le mani, ma pure i piedi nel piatto? Non è un’invasione di campo, augurarsi proprio adesso “che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”? Non è un modo per schierare il governo a fianco di Rocca Salimbeni, e contro Ca’ de Sass? Certo che lo è. E chi adesso si stupisce è cieco o ipocrita. Le destre al comando inseguono dal 2024 il sogno del “terzo polo bancario”, con la pretesa di intestarselo. Salvini lo voleva costruire intorno a Bpm, in nome del Grande Nord da rilanciare, e qui c’è stata la prima invasione di campo: l’Ops di Unicredit sulla banca guidata da Giuseppe Castagna l’ha bloccata un grottesco golden power, usato dal Tesoro per tutelare “l’italianità di Bpm” (come se il secondo istituto di credito italiano fosse un pericoloso raider straniero). Così, per eterogenesi dei fini, è salito al 30% l’azionista francese Credit Agricole. Ed è anche di débacle come queste, adesso, che le camicie verdi chiedono conto a capitan Matteo.

Ma Meloni il suo terzo polo lo voleva e lo vuole ancora più di Salvini. Per questo nel novembre di due anni fa aveva congegnato una “privatizzazione di scopo” di Mps, collocando il 15% in tasca a Bpm, Anima, Delfin e Caltagirone. Una plusvalenza da 1,1 miliardi per lo Stato, tre azionisti stabili per la banca senese: pareva l’uovo di colombo. Tre mesi dopo si è capito tutto: Siena ha osato l’inosabile lanciando l’Ops su Mediobanca, con l’intento di catturare la “magnifica preda” del capitalismo italico: le Generali, 900 miliardi di asset e 50 miliardi di Btp. Ed è arrivato il sigillo della Sorella d’Italia, che prima di imbarcarsi sulla Vespucci e attovagliarsi con Bin Salman ha benedetto l’affare: “Il terzo polo bancario potrà avere un ruolo importante per la messa in sicurezza dei risparmi degli italiani… Dobbiamo essere orgogliosi del fatto che Mps è oggi risanata e avvia operazioni ambiziose”.

Un Big Bang: la ex Calimera del Msi che sta per riuscire dove tutti hanno da sempre fallito, cioè prendere al guinzaglio al Leone di Trieste, la “cassaforte della Nazione”. È stata la seconda invasione di campo, studiata a tavolino. Con il via libera della maggioranza, sancito da un surreale post dell’ineffabile Claudio Borghi, che rivela su X il disegno nascosto: “Mps, da banca distrutta dal Pd a nuovo salotto buono della finanza italiana con egida statale. Come ai bei tempi… ma a Siena”. Con la regia del Tesoro e, secondo la Procura di Milano, anche con il “concerto tra gli azionisti” che hanno rilevato le quote dal Mef, cioè con il patto occulto riassunto così da Marcello Viola: “Dal 2019 al 2024 c’è stato un costante investimento a scacchiere in Mediobanca e Generali da parte di Delfin e Caltagirone…”, poi “un saldarsi di interessi di vecchia data con quelli nuovi legati a Mps” e infine un’omessa comunicazione “al mercato e alle autorità dell’esistenza di un accordo”.

Ma a chi volete che importino, le legge e la verità? Nessuno ha visto nulla, né Consob né Bce. Come i centri in Albania, il terzo polo bancario “fun-zio-ne-rà”, e Rocca Salimbeni sotto le insegne sovraniste dovrà diventare la nuova Piazzetta Cuccia. Di qui la successiva cacciata dei manager storici di Mediobanca e poi dei vertici di Rocca Salimbeni. Anche in quel caso la premier ci ha messo il timbro, su Bloomberg: “Il ruolo del governo in Mps è terminato…”. Come dire, fassinianamente: missione compiuta, anche noi abbiamo una banca. Ma da febbraio il Risiko è impazzito di nuovo e il governo è andato in tilt. Prima lo stupefacente rientro in scena di Lovaglio. Poi l’Armageddon di Messina, che il nascente “terzo polo” meloniano se lo ingoia in un boccone. Con tanti saluti a Giorgia, a quanto pare informata con una telefonata di pura cortesia istituzionale.

Torniamo così all’ultima invasione di campo, quella di Ferragosto. Perché di fronte alla fiche da 36 miliardi messa sul piatto dalla prima banca del Paese, che fa nascere il secondo gruppo creditizio europeo dopo Santander, la premier si mette di traverso e porta sacchi di sabbia alla trincea di Lovaglio, agitando lo spettro dello “spezzatino” di Montepaschi? Anche qui, ragionando in termini di business, dovremmo convenire che uno smembramento di Mps presenta criticità oggettive. Ma, di nuovo, non è questa la leva che muove i patrioti. È invece la stessa che li spinse a stoppare Unicredit su Bpm. Fanno politica, pensano in piccolo, vogliono gruppi finanziari e gregari che obbediscano agli ordini, soprattutto in campagna elettorale. Se sono troppo grandi e troppo autoreferenziali, non servono allo scopo. Intesa e Unicredit, i primi due colossi creditizi d’Italia, sono too big to fail per il mercato. Ma sono to big to control per il Palazzo. Per questo, nella zona grigia tra pubblico e privato, questa famelica élite alle vongole sa fare solo mediocri guerricciole di retroguardia. Più Stato cialtrone che Stato padrone.


Lollo ultimo wok(e): il menù “anti-Vannacci” al ministero


Lollo ultimo wok(e):  il menù “anti-Vannacci” al ministero

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Non ditelo al generalissimo Roberto Vannacci. Il sovranismo alimentare in salsa meloniana dice no al “rancio” formato caserma: al ministero delle Politiche agricole di Francesco Lollobrigida vanno di moda invece cous cous, latte d’avena, prodotti veg, dop e bio per tutti i gusti e tutti i palati: chi si aggiudicherà il bando da 2,5 milioni di euro per la gestione del bar e del ristorante interno dovrà tenere conto “delle differenti necessità alimentari degli utenti che per cultura, scelta, religione o salute seguono un regime alimentare particolare”. Lollo, ultimo woke.

Per apparecchiare a tavola i 700 dipendenti più gli ospiti che affolleranno banconi e tavoli dei punti di ristoro del ministero di via XX settembre servirà battere però la concorrenza. Anche sul design: per aggiudicarsi la gara sarà necessario essere competitivi non solo sui prezzi dei menù e sulla varietà dell’offerta gastronomica. Verrà tenuto in buon conto anche il design. Gli arredi dovranno essere pensati per un “inserimento armonico negli ambienti istituzionali” del ministero e nell’ottica della “ergonomia e comfort degli utenti”, mentre le attrezzature saranno progettate e realizzate sulla base di criteri di ecodesign. Ma il pezzo forte dovrà essere il menù e anche il personale da impiegare in cucina e alla cassa dovrà essere all’altezza: farà punteggio non solo un servizio che scongiuri le code, ma anche l’eventuale impiego di specialisti come per esempio il dietista.

E l’offerta a tavola? Intanto quel che non ci sarà, ossia i superalcolici, ma sono banditi anche i grassi cattivi e tutto quello che dovesse cozzare con il regime alimentare di chi deve o vuole seguire un regime alimentare particolare, come nel caso di celiaci, vegani o vegetariani: in questo caso vanno previsti menù “con esclusione di qualsiasi alimento di origine animale, compresi uova, latte e suoi derivati, miele”. E vanno previste “alternative vegetali al latte quali bevande a base di soia, riso, mandorla, cocco, avena, farro”. Dovranno poi essere privilegiati i menù a base di prodotti biologici “a chilometro zero e filiera corta” (in particolare Dop o IGP del territorio della regione Lazio) e quelli provenienti “da aziende che praticano agricoltura sociale”. E gli snack? Al bancone l’offerta dovrà contemplare anche quelli gluten free e zero lattosio. E comunque a prova di bilancia, specie se si tratta di dolci: la pasticceria – cornetti, brioches, torte, biscotti anche in formato mignon – “sarà di farina di prima qualità anche integrale o semi-integrale”, burro alta qualità o olio evo e ridotto contenuto di zuccheri e grassi saturi: vade retro invece quelli idrogenati, oli di palma, conservanti e coloranti artificiali.


Il duello finale tra il Sultano e King Bibi. Due rivali irriducibili e senza morale


I leader troppo simili per non scontrarsi: decapitano il consenso e mortificano gli ideali

Il duello finale tra il Sultano e King Bibi. Due rivali irriducibili e senza morale

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Come uscirne? Hai un bel dire che i miti non sono altro che costruzioni immaginarie, inventate per tenere insieme comunità alla ricerca di coesione. Ma questo non impedisce che se un mito viene imposto e diffuso a un certo momento tra molte persone, diventi una realtà e una forza politica contro cui sembra impotente perfino un lavoro di decostruzione paziente e dotto.

Prendete i due uomini che litigano per il dominio del Vicino Oriente: il turco Erdogan e l’israeliano Netanyahu. È possibile concepirli come individui disgiunti dal loro scopo, il potere? Immaginereste autocrati più distanti per storie religione ideologie? Eppure entrambi si reggono, da decenni, su due miti. Il primo contrabbanda il ritorno della Turchia dei sultani, quella che, errando, l’Occidente immaginava di aver fatto a pezzi nel 1918. Quella che veniva definita, «il grande malato d’Europa». Europa? L’altro in modo ancor più esplicito, a cannonate, immagina di cancellare i palestinesi e impugna come se fossero mitra cartine geografiche che incantano i fanatici della grande Sion, dalla Siria a Suez, con i vicini arabi ridotti a vassalli di una grande area di «coprosperità made in Israel». Dal mediterraneo forse fino alla Persia? Chissà. Non c’è limite ai miti.

Come potrebbero non detestarsi? Sono uguali. Rafforzano instancabili il potere nei loro Paesi e ne consumano il midollo. Facce astute e iraconde, rese insidiose dall’incarnimento di una pratica politica basata sulla amoralità e il colpo gobbo, la bugia oltre il limite penale, dove non ci si fida di nessuno perché la quotidiana pratica dell’inganno li avverte in fretta della sua presenza negli altri. L’essenza del loro potere è che decapita: decapita varietà, dissenso, leggi, possibilità, acceca la vista, mortifica gli ideali, oblitera il futuro. Stessa astuzia volpina, stessa spregiudicatezza perché si specchia nella constatazione che la politica del fatto compiuto, che sia occupare parti di Siria, braccare i curdi e gli oppositori, o radere al suolo Gaza e confiscare villaggi e terre in Cisgiordania, paga sempre. In fondo entrambi hanno capito che l’Occidente ha anche lui ha i suoi miti, il diritto internazionale le corti penali eccetera, ma che non farà mai nulla per trasformarli in realtà perché questo potrebbe costare fatica e guai.

Il nostro alleato Erdogan! All’ inizio lo si prendeva in giro per le sue nostalgie neo ottomane che puzzavano di naftalina. Ma non avevano già saldato i conti con questo dannato impero ottomano che ci aveva impicciato per secoli prima di annientarlo a Sèvres nel 1920? E invece. I flaccidi cuori europei si sono indignati per le sue trame anti-curde mentre la Siria precipitava nell’inferno della guerra civile e jihadista (e noi non facevamo nulla per salvarla). E che dire dello sgarbato sostegno in Libia al tripolino al Sarraj contro Haftar? E i ricatti pagati a caro prezzo sui migranti e Santa Sofia riconsacrata a moschea? La sua Turchia è revisionista come la Cina e la Russia. Eppure non possiamo fare a meno di Erdogan, l’America non può fare a meno di Erdogan, la Nato non può fare a meno di Erdogan. Uffa!

E Netanyahu, l’indispensabile Netanyahu? Da decenni riesce a convincere la maggioranza degli israeliani, e noi occidentali, che lui è l’unico baluardo contro il vuoto, il terrorismo e la morte. È la nascita di uno Stato palestinese è il nome che ha dato a questo vuoto.

La vendetta per il 7 ottobre è diventato un opportuno deragliamento della storia, una pozione gigantesca di questo veleno che somministra al suo Paese, un strumento di illusione megalomaniaca a cui ha aggiunto ipotesi di controllo di tutto il Medio Oriente. Netanyahu come Erdogan è troppo realista e amorale per credere davvero alle fanfaluche dei suoi indispensabili alleati della destra religiosa, il terzo tempio il nuovo regno di Davide… Quelli sono bulli bravacci ruffiani sicari che usa, sono una infermità morale che lo isola dalla colpa. Quello che conta è che a Washington, chiunque sia accanto al caminetto della Sala Ovale, gli obbediscono. Perché sanno che non troveranno mai un alleato così efficiente e spregiudicato in quel subbuglio e in quel disordine infecondo.

Proprio perché simili i due si scontreranno, prima o poi. Son due scorpioni nella bottiglia. Non per i palestinesi però: a Erdogan non interessano se non come pretesto. Esattamente come da 50 anni per i fratelli arabi. La Siria e il Libano saranno il campo di battaglia. La marcia su Damasco del criminale jihadista al-Golani, trasfigurato dalla ebete viltà trumpiana (ed europea sempre a rimorchio), è stato un grande successo di Erdogan, e un colpo a vuoto di Netanyahu. Il duce di Damasco rincappucciato in cravatta, è sfuggente, torvo, ma la sua sopravvivenza è legata a filo doppio al sultano e si allinea. Israele che in Bashar Assad aveva un vicino perfetto, debole ma connivente nei fatti, non può accettare una Siria ricostruita, fanaticamente sunnita e potente alla frontiera Nord. Netanyhau per ora bombarda, estende la sua fascia di sicurezza e la porta alla periferia delle moschee di Damasco. Lì scatterà la scintilla.

Prima della reciproca resa dei conti i rispettivi popoli se ne sbarazzeranno? È possibile. In fondo Erdogan e Netanyahu hanno potere ma non autorità. Il potere si acquista, si conquista, si perde. L’autorità non si apprende e non si improvvisa. Il potere crea sospetto e paura, l’autorità rispetto. Uno porta alla considerazione, l’altro al rifiuto. La prima lascia una traccia durevole, l’altro niente più che un bilancio. Forse dovremmo iniziare a pensare a uno scenario senza Erdogan e Netanyahu. Per essere pronti. Prima che sia troppo tardi.