
(Elena Basile – lafionda.org) – Alcuni intellettuali lamentano che l’analisi del conflitto israelo-palestinese sia deviata dalla compassione per le vittime palestinesi e sfugga a una razionale equidistanza, base della mediazione. In particolare, temono che lo stigma rivolto a Israele quale “Stato genocida” possa portare a un nuovo odio verso Israele e il popolo ebraico.
Seguendo questa impostazione, si dovrebbe dedurre che il riconoscimento dell’Olocausto avrebbe dovuto essere vietato, al fine di non stigmatizzare l’intero popolo tedesco. Il percorso della tormentata storia occidentale ci insegna l’opposto. I valori umanistici hanno rappresentato un punto di riferimento nella lotta della civiltà contro la barbarie, a cominciare dall’apprezzamento della vita umana e dall’uguaglianza degli uomini davanti a Dio del cristianesimo, per giungere, attraverso i valori illuministici di «liberté, égalité, fraternité» e l’utopia marxista di una società senza ingiustizie sociali («a ciascuno secondo i suoi bisogni»), alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, al multilateralismo e alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio. I valori umanistici sono parte di un’identità occidentale che dovrebbe coinvolgere il popolo ebraico, vittima dell’Olocausto, e lo Stato di Israele, che fu concepito dalla parte migliore dei sionisti come un rifugio per le popolazioni perseguitate e non come un progetto di dominio coloniale, nel quale è stato invece subito trasformato, a partire dalla Nakba.
Non si può pervenire a una mediazione nel conflitto israelo-palestinese se si sotterra la compassione per le vittime e non si ammette il tentato genocidio da parte di Israele e la pulizia etnica iniziata ben prima del 7 ottobre 2023.
Il popolo ebraico recupera le tradizioni migliori dell’ebraismo se riconosce i crimini di Israele e non li nasconde sotto la polvere del tempo, tentando di giustificarli con l’esistenza di Hamas, un’organizzazione per la lotta armata e la liberazione di un popolo, che compie attentati terroristici e che è nata a causa dell’occupazione illegale dei territori palestinesi. Essa è stata finanziata e tenuta in vita dal governo israeliano al fine di non accettare un dialogo diplomatico per la nascita dello Stato palestinese.
La rinascita della Germania democratica è stata possibile in virtù del riconoscimento dell’Olocausto e dell’ammissione delle proprie colpe storiche da parte del popolo tedesco.
Hannah Arendt potrebbe essere citata in quanto, insieme a tanti altri intellettuali ebrei, prese le distanze da Israele ai tempi dell’ex primo ministro (e terrorista) Begin.
Non mi sembra che la politica occidentale sia stata severa con la storia di Israele. Ha sempre condonato le violazioni del diritto internazionale, iniziate almeno nel lontano 1967, reiterate con le punizioni collettive dei palestinesi e con la creazione di un regime di apartheid in Cisgiordania. Che alcuni esponenti illustri della Chiesa cattolica, come Pizzaballa, portino avanti il dialogo interreligioso e levino la loro voce per ricordare il dolore delle vittime non è demagogia, ma recupero dell’umanesimo cristiano che la politica internazionale tende a cancellare.
Di fronte al genocidio di un popolo ancora in corso, non può essere citato quale giustificazione il dolore della diaspora ebraica oppure la vulnerabilità di Israele, accerchiato da Paesi arabi nemici. Questi argomenti erano forse credibili nei primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi sono mistificazioni che non tengono conto dei rapporti di forza cambiati, dell’arroganza di uno Stato, avamposto della NATO in Medio Oriente, che perpetua i suoi crimini in virtù del sostegno militare e finanziario statunitense e della complicità politica ed economica europea. Certamente Hamas ha commesso innumerevoli errori politico-strategici e ha governato anche con il terrore la Palestina. Sicuramente Hamas ha compiuto attentati terroristici. Considerare, tuttavia, l’organizzazione e l’intero asse della resistenza — Hezbollah, Houthi e Iran, l’unico Stato che si è opposto non a parole al genocidio — quali cause del comportamento israelo-americano non risponde alla realtà storica dei fatti.
Il volto odierno, il più atroce del sionismo, è il risultato della potenza israeliana, non certo della sua vulnerabilità.
Stento a comprendere i tanti intellettuali che credono che la libertà di espressione significhi difendere l’arbitrio del potere. La nostra Costituzione vieta l’apologia del fascismo, ma tutela il pluralismo democratico. Non ammetteremmo le esternazioni pubbliche dei negazionisti dell’Olocausto. La condanna del genocidio è un imperativo a difesa dei valori fondamentali delle costituzioni democratiche. Siamo al paradosso di voci dell’intellighenzia che vengono in soccorso di Israele, Stato sostenuto da una potentissima lobby internazionale. Ci raccomandano di non esagerare nella protezione dei palestinesi, i paria dimenticati dalla storia!

(Dott. Paolo Caruso) – Presidente Meloni, da tempo mi chiedo che cosa lo attragga di Trump, di questo abominevole individuo, che lo guarda, come la ritrae la foto, in estatica ammirazione. Probabilmente perché per certi aspetti avete molti punti in comune; lo stesso piglio, la stessa arroganza, la stessa visione di governo autocratico. Sovrapponibili nel rapporto tossico “giustizia e magistratura”, intolleranti agli organismi di controllo e al dissenso. Speculari anche nel creare sempre lo straccio di un colpevole e di un nemico immaginario, i migranti. Certo tutto con le dovute proporzioni come può essere tra “il gigante” e “la bambina”. Si sarà resa conto, almeno lo spero, che egli non fa altro che strumentalizzare tutto a suo egoistico favore, vuole tutti ai suoi piedi. E chi si ribella paga. Ne sa qualcosa anche lei. Anche l’arbitro di calcio, o chi per lui, deve concedergli la revisione del verdetto del campo, a favore della squadra degli USA. Mi ricorda Nerone, quando tenne le Olimpiadi ad Atene, dove egli fu protagonista indiscusso, e, manco a dirlo, fu il vincitore di tutti i giochi olimpici. Bastò infatti che un giudice (si fa per dire!) sollevasse l’ombra di un sospetto sulla sua prestazione, che fu fatto uccidere. Questo è Trump. Bisonte senza freni. Delirante onnipotenza. Non va preso sul serio. Lo fa con convinzione Sanchez, con buoni risultati. Lo fanno i Russi e i Cinesi che lo tengono in pugno. Solo dall’Europa non teme contraccolpi, e può dire di noi, impunito, peste e corna. La cura? Non va “degnato d’un guardo”. Inevitabile sarà oggi, ad Ankara, doverlo incontrare. Lo affronti con la schiena dritta per la dignità sua e del popolo italiano. Non si atteggi a serva sciocca come sempre avvenuto. Otterrebbe l’ effetto contrario. Lo sa bene ormai quanto sia sclerotico fino alla schizofrenia. In prevedibile contraddizione con se stesso, e con una fissazione: il potere dei soldi. Si vende perciò al miglior offerente. Non potremo sperare mai nulla di buono da lui. Ci svende ogni volta che fa piacere al suo amico. Tutto è business per lui: armi, petrolio, gas… Ce li fa pagare più cari che altrove. Ma ci impone a comprarli da lui, altrimenti ci penalizza con nuovi dazi. Ma davvero questo cordone ombelicale con quest’ America non si può spezzare? Quanti altri mercati nel mondo potrebbero in modo più redditizio per noi soddisfare le nostre esigenze? Oggi, alla NATO, voleranno stracci… Allora come dicevano i latini, ” Sursum corda “. Auguri Presidente! Non ci deluda ancora una volta.
(ANSA) – Resta una eccezione la professione di pizzaiola in Italia: il tasso di donne dietro a un forno è al 2%.
Il dato dell’ Osservatorio Socio-Economico della Pizza Napoletana, istituito dall’Università degli Studi di Napoli ‘Parthenope’ con il Dipartimento scienze umane e sociali, patrimonio culturale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Dsu), Associazione Verace Pizza Napoletana (AVPN) e Fipe Confcommercio Regione Campania, è rilanciato oggi a Roma con l’apertura di “Pizza Convention”, evento giunto alla seconda edizione e in programma fino a domani 7 luglio presso Officine Farneto con show cooking, talk, approfondimenti e contest professionali con una particolare attenzione al ruolo delle donne nel mondo dell’arte bianca e alla valorizzazione professionale del mestiere del pizzaiolo.
L’appuntamento è anche occasione per la presentazione del manifesto programmatico “Pizzaiolo: un mestiere da tutelare” che offrirà un momento di confronto sul percorso che ha come obiettivo quello del riconoscimento professionale della figura del pizzaiolo e su un comparto della pizza che vale in Italia, secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio, 15 miliardi di euro l’anno, con più di 50.000 pizzerie, oltre 300.000 addetti e oltre 8 milioni di pizze sfornate ogni giorno.
Chiunque ami la serietà detesta i modi del presidente americano. Ma non è invocando goffamente il rispetto che ci si fa rispettare. O lo si ignora, riparandosi dietro l’impersonalità dei rapporti politici fra stati e gente di stato, oppure gli si rende al momento opportuno pan per focaccia

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Inutile e perfino grottesco, anche se formalmente corretto, inveire contro il bullismo di Trump, esprimere solidarietà a Giorgia Meloni, fare finta che i rapporti personali debbano corrispondere a quelli tra diplomazie e stati all’insegna del rispetto reciproco. Trump disse di Macron che “sua moglie era stata molto dura con lui”, che “non si è ancora ripreso dal suo gancio destro sulla mascella”. Macron non è solo il capo dell’esecutivo ma rappresenta simbolicamente e incarna come presidente eletto la nazione francese tutta ovvero il paese europeo che rese possibile la vittoria contro gli inglesi nella guerra di Indipendenza appena celebrata. Nel linguaggio giuridico e mondano in questi casi, anche e soprattutto nei rapporti tra stati, si oppone una fin de non-recevoir. Inaccoglibile. Irricevibile. Punto.
Però è punto fino a un certo punto. C’è qualcosa da decrittare. Non c’entra lo sforzo di Meloni per mettere avanti l’unità dell’occidente, per cambiare l’ordine del discorso di fronte alle provocazioni antieuropee del tycoon fattosi presidente con un linguaggio infantile e modi volgarissimi, solo raramente spiritosi. Trump è uno che può impunemente dire, durante le esequie dell’uomo che ha ammazzato in guerra: “Potremmo far fuori tutti ai funerali di Khamenei, ma poi non avremmo con chi trattare”. Esordì maltrattando malmostoso un portatore di handicap e parlando con tono allusivo del ciclo mestruale di una giornalista non amata. Semplicemente, è un bruto, molto più che un bullo. Ma non tutti i bruti sono stupidi, sebbene tutti non capiscano che a furia di esagerare nella brutalità ci si può far molto male, che sembrerebbe oggi il suo caso (incrociamo le dita per le elezioni del prossimo novembre). Al di là di questo, Trump sente con la sua speciale “finezza” istintiva che il suo popolo elettorale adora la sostituzione scorrettissima del linguaggio personale, nella sua truce verità psicologica, alla lingua di legno dei rapporti diplomatici, con le sue regole. Il popolo di Trump detesta le regole, e in fondo all’animo di molti che a quel popolo non appartengono il mancato rispetto delle norme di cortesia e buona educazione evoca la dimensione della forza, e più si è scorretti più ci si avvicina, specie se si è alla testa di una nazione che primeggia in armi e tecnologia e ambizione, a una specie di onnipotenza. A proposito di onnipotenza, non bisogna scordare che Trump non ha solo criticato Papa Leone, che sarebbe normale o quasi, ha irriso lo Spirito Santo, che per i cardinali della Sistina, veni creator spiritus, è l’ispiratore finale, dopo molti colloqui troppo umani, magari, dell’elezione di un Pontefice romano. Senza di me, ha tronfieggiato, Leone non sarebbe mai diventato Papa.
Chiunque ami la serietà detesta i modi di Trump. Chiunque detesti la seriosità è incantato dalla sua velenosa e perfida capacità di dare alle relazioni personali uno spazio anche irascibile, maligno, ributtante, che la cancel culture della diplomazia ha sempre correttamente cercato di escludere. Ma non è invocando e magari goffamente il rispetto che ci si fa rispettare. O lo si ignora, riparandosi come si deve dietro l’impersonalità dei rapporti politici fra stati e gente di stato, oppure gli si rende al momento opportuno pan per focaccia, come si dice. Oggi le cose stanno così, bisogna abituarcisi. Tra una geremiade da violato tappeto rosso e un meme vince invariabilmente il meme.

(estr. di Roberto Scarpinato – ilfattoquotidiano.it) – […] In un articolo sul Corriere della sera, il prof. Sabino Cassese ha criticato la proposta di Conte di costituire una “alleanza per la Costituzione” per le prossime elezioni nazionali, assumendo che si tratterebbe di una sorta di appropriazione indebita in quanto la Costituzione è di tutti. Si tratta di una affermazione smentita dalla realtà storica del paese che attesta che sin dai suoi albori la Costituzione non è mai stata di tutti, ed è stata ostracizzata da settori rilevanti del mondo del potere che l’hanno sempre vissuta come un corpo estraneo, subendola come imposta dai vincitori della seconda guerra mondiale, accettabile obtorto collo sino a quando fosse rimasta solo un catalogo di buone intenzioni e da contrastare invece con tutti i mezzi ove fossero maturati equilibri politici idonei a tradurla in realtà, colpendo così oligopoli, privilegi economici e rendite parassitarie che la Repubblica con l’art. 3 si impegnava a rimuovere perché costituivano “gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” .
[…] Proprio perché divisiva nella misura in cui si proponeva di attuare un programma di riforme finalizzate a rimuovere progressivamente le disuguaglianze sociali, la Costituzione è rimasta l’epicentro del conflitto politico durante tutta la storia repubblicana. Un conflitto svoltosi contemporaneamente su due livelli, tra loro sinergicamente intrecciati: sulla scena pubblica in modo incruento mediante la dialettica parlamentare, sindacale, le manifestazioni di piazza; dietro le quinte nel fuori scena, in modo cruento mettendo in campo la risorsa dello stragismo, delle minacce di colpi di stato, di omicidi politici chirurgici, per orientare l’evoluzione del processo politico nelle contingenze storiche nelle quali maggiore appariva il pericolo di attuazione di parti rilevanti della Costituzione.
[…] La strage politico mafiosa di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 che tiene a battesimo la nascita della Repubblica, inaugura la strategia della tensione dopo che il cartello delle sinistre aveva vinto le elezioni in Sicilia e mentre era infuocato il conflitto sulla questione agraria che contrapponeva latifondisti del Sud, agrari del Nord, già colonne portanti del regime fascista, alle masse contadine, e mentre era in elaborazione l’articolo 44 della Costituzione che si proponeva di riequilibrare i rapporti di forza tra quei mondi. Il progetto di colpo di Stato “Solo” del generale De Lorenzo pronto a essere attuato nel 1964 col sostegno della presidenza della Repubblica, rientra soltanto quando il governo di centro sinistra che aveva nazionalizzato la produzione dell’energia elettrica attuando l’art. 43 della Costituzione e colpendo gli interessi dei potenti oligopoli privati del tempo, rinuncia a dare seguito ad altre riforme.
L’approvazione dello Statuto dei lavoratori che attua l’art. 36 della Costituzione riequilibrando i rapporti di forza tra capitale e mondo del lavoro, innesca la stagione dello stragismo e dei progetti di colpi di stato degli anni settanta. L’operazione Moro, l’omicidio di Piersanti Mattarella definito da Falcone come il “Moro bis”, le stragi sanguinose programmate nel 1979 e fallite solo per fatti accidentali, la strage di Bologna chiudono in un lavacro di sangue la stagione de riformismo, e bandiscono dal panorama politico il progetto del compromesso storico che ambiva a sancire una alleanza tra masse cattoliche e socialcomuniste come straordinario volàno per rilanciare l’attuazione della Costituzione. Le sentenze definitive sulla strage di Milano del 1969, di Peteano del 1972 , di Milano del 1973, di Brescia del 1974, di Bologna del 1980 – solo per citare le più note – hanno accertato il coinvolgimento in questa guerra sporca svoltasi dietro le quinte, dei nemici della Costituzione: una triade composta da neofascisti, potentati economici confluiti in cabine di regia come la P2 ed altre organizzazioni similari, l’alta mafia, ciascuna area con le proprie proiezioni in postazioni strategiche delle istituzioni e della politica. Una triade gattopardescamente riciclatasi sino ai nostri giorni, attraversando anche la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta.
[…]
Da quando si è insediato il governo Meloni è iniziata una stagione di regolamenti di conti con il passato, che non a caso ha come epicentro la Costituzione. Forze politiche eredi di quelle che da sempre l’hanno avversata sulla scena e nel “fuori scena”, hanno deciso di approfittare degli attuali rapporti di forza per rompere l’attuale quadro costituzionale, dando vita a una seconda Repubblica con una transizione dalla divisione e dal bilanciamento dei poteri alla loro concentrazione in un unico vertice oligarchico, cinghia di trasmissione di interessi di potenti oligarchie economiche nazionali ed internazionali, comitati di affari, lobby. Un progetto da attuare con riforme costituzionali come il premierato, la riforma della magistratura, l’autonomia differenziata e con leggi ordinarie ma di sostanza costituzionale come, per citare solo i casi più noti, i pacchetti sicurezza e la legge elettorale.
Se questa è la vera radicale posta in gioco della prossima tornata elettorale, se la sfida sarà tra nemici e falsi amici della Costituzione da una parte, e patrioti della Costituzione dall’altra, allora occorre assumere coscienza che questa sfida potrà essere affrontata e vinta solo con una mobilitazione di massa che chiami a raccolta sotto la bandiera della Costituzione lo stesso popolo che avendo compreso quale era la vera posta in gioco nel referendum del marzo 2026, ha seppellito con una valanga di No il tentativo del governo Meloni di manomettere la Costituzione, un No che ha bloccato anche la riforma del premierato. La sfida è stata solo rimandata e sarà totale. L’alleanza per la Costituzione per metterla in salvo e per assumerla come programma di governo, cancellando nei primi cento giorni di legislatura le principali leggi vergogna di questo governo, è una responsabilità collettiva imposta dalla cogenza storica.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Per poter fare il Trump non basta essere Trump. Ci vuole qualcuno che ti consenta di farlo.
Qualcuno come Gianni (Giandomenico?) Fracchia Infantino.
Eravamo abituati al servilismo verso i potenti, non ancora a quello dei potenti. Infantino è il presidente del governo mondiale del calcio. Non ha un arsenale di atomiche, ma tutto il resto sì: soldi, relazioni, segreti. Può permettersi il lusso di tenere la schiena dritta, o comunque di abbassarla solo quando conviene a lui. E allora perché ha avallato un sopruso che gli procurerà un mucchio di guai? Un omaccione di Stato ti sfianca al telefono per chiederti di sospendere la squalifica del suo centravanti, ricorrendo al solito schema di seminare dubbi sull’onestà del giudice, che in questo caso è l’arbitro che lo ha espulso. E tu, come un Rutte qualsiasi, anziché spiegargli che non si può, che non si deve e che non si fa, chini la testa creando un precedente che ti toglie autorevolezza agli occhi dei tifosi di tutto il mondo, cioè dei tuoi stessi clienti? Si pensava che tra un satrapo e la realizzazione dei suoi capricci si interponesse, se non la legge, almeno la schiena dritta degli altri satrapi. Invece ormai ne hanno una di gomma persino loro.
Chissà se Infantino, tra una telefonata di Trump e l’altra, ha mai trovato il tempo di leggere il racconto di Melville sull’impiegato di Wall Street che a ogni richiesta del suo superiore rispondeva gentile, ma risoluto: «I would prefer not to».
Dall’attacco a Meloni ai Mondiali di calcio Trump e il potere dell’Io: quando la presidenza diventa spettacolo

(di Barbara Stefanelli – corriere.it) – Come trascorre la domenica — le domeniche, i giorni — il presidente degli Stati Uniti d’America? Scrivendo decine e decine di messaggi sulla sua piattaforma social, Truth, che vorrebbe dire «verità». Uno via l’altro, senza distinguere tra un bomber squalificato da riammettere subito al Mondiale, Folarin Balogun, perché lui ha deciso che quel fallo da cartellino rosso «no, non c’era», e un meme sessista. Quel meme, tra i tanti suoi, ritrae la leader di un Paese alleato, un’estatica Giorgia Meloni, per la quale sempre lui pretende, questa volta sì, il cartellino rosso — «un ordine restrittivo», come si fa con gli stalker, i molestatori — in vista del vertice Nato.
Fermiamoci: qui c’è già un’anomalia da registrare. Nella comunicazione trumpiana, non esiste una scala di gravità. L’invasione di campo calcistica e la didascalia a un fotomontaggio sono intercambiabili, quanto la frase «cancro comunista» pronunciata sabato 4 luglio, durante la celebrazione dei 250 anni di democrazia statunitense.
I suoi proclami sui social, i suoi atti pubblici e semi privati, le sue «facce» rispondono alla stessa bramosia: occupare la scena, sempre, comunque, a qualunque costo — per gli altri. L’impulso resta quello di saturare il feed, come si dice, monopolizzare l’attenzione globale e dominarla. Al cospetto della sua «grandezza», il mondo deve apparirgli popolato di bambine e di bambini, spesso indisciplinati, quindi da punire.
Di fronte all’ultimo assalto, persino più scomposto e inaccettabile dei precedenti, Palazzo Chigi ha reagito con un silenzio che ripropone giustamente la strategia messa a punto nella sequenza di giugno. Prima la scelta, rispetto ad altri capi di governo maltrattati e assai più cauti, di rispondere apertamente («Io e l’Italia non imploriamo mai», dove «io» veniva prima dell’Italia). Poi la scelta di dire «basta», interrompendo unilateralmente lo scambio. Non per remissività. Perché continuare a replicare avrebbe significato restare intrappolata nella cornice che Trump imbastisce ogni volta: quella di un duello dove il protagonista assoluto non può essere che lui, in quanto capo di Stato della nazione più potente e in quanto — naturalmente — «The Donald». L’uomo che in un video autoprodotto con l’Intelligenza artificiale si presenta in camice bianco e stetoscopio: il dottor Trump, che guarisce ogni male.
«Essere tua amica mi ha danneggiata», aveva scritto Meloni annunciando l’intenzione di tacere da quel momento in poi. Non uno sfogo, bensì la fine di un investimento personale. È la linea sulla quale stare. E restare oggi, durante gli incontri ad Ankara, e poi domani e anche dopodomani. L’amicizia tra due leader, così come l’inimicizia che ora la sostituisce, non dovrebbe mai pesare più di una piuma sulla bilancia degli interessi nazionali e delle alleanze internazionali che quegli interessi meglio custodiscono.
Adesso che questo conto appare chiuso e finalmente spostato su un’idea di Occidente — o più Occidenti — da rielaborare insieme a chi condivide un perimetro essenziale di valori e (sempre) interessi comuni, rimane da capire che cosa attendersi dalla Casa Bianca. Dai fronti di guerra agli accordi multilaterali sulla Difesa, se ce ne saranno, fino agli esiti delle competizioni sportive… Non è vero, come abbiamo pensato, che Trump faccia confusione: che non distingua, cioè, tra la carica rappresentata e la sua persona, tra l’istituzione e il suo immaginario. Distingue benissimo, semplicemente subordina la carica alla persona. Ogni funzione — ogni sua apparizione — diventa l’episodio di un’unica storia. La sua autobiografia permanente. È una forma di solipsismo di Stato, ha spiegato tempo fa sul Corriere lo psichiatra Claudio Mencacci, che supera il narcisismo. Il narcisista, infatti, si preoccupa del pubblico, al quale desidera piacere. Non assistiamo dunque alla solitudine del potere, bensì al potere interpretato come prosecuzione ininterrotta dell’Io in mezzo a folle percepite sconfinate.
Ci interroghiamo, non solo in Italia, su quanto questo «sistema» di relazioni possa tenere, su quali fratture siano contenibili e quali non più. Nel frattempo, non commettiamo l’errore di confondere il 45esimo e ahinoi 47esimo (poiché rieletto) presidente Usa con l’America intera. Fu un americano, David Foster Wallace, a scrivere — tre decenni fa — di Johnny Gentile, capo del Governo, con la fobia dei germi, «che tira sul podio un pugno guantato di gomma così forte da far quasi staccare il Sigillo e dichiara che, cazzo, ci deve essere qualcuno, a parte noi, a cui dare la colpa. Per unirci nell’opposizione a qualcuno. E promette di mangiare leggero e dormire molto poco fino a che non li troverà — tra gli ucraini, o i teutoni, o quei pazzi dei latini». (Infinite Jest, 1996)
Dal “piuttosto che” dell’italo-vivo alle “missioni di pace” per le guerre di aggressione: cosa si è disposti a dire per convincere e ingannare la gente (a botte di propaganda)

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidino.it) – […] Per loro sfortuna, i politici odierni devono (ancora) fare i conti col suffragio universale:
Siccome per farsi votare non ci possono ipnotizzare, né costringerci con la forza, né possono abolire le elezioni – anche se l’astensionismo crescente li aiuta nell’obiettivo di dover rendere conto a un sempre minor numero di cittadini – a questi individui, in attesa che l’Intelligenza Artificiale prima o poi li sostituisca del tutto, rimane un solo mezzo per ottenere consenso e conquistare o mantenere il potere: la parola. Sulla parola si fonda da sempre la propaganda; la parola ha soggiogato le masse e ha rovesciato i troni e gli altari; ma il modo in cui lo ha fatto, ebbene: quello è diverso a seconda di chi l’ha scritta o pronunciata e delle motivazioni che l’hanno mosso. (…).
[…] Intendiamoci: questi di adesso non hanno inventato niente. Da dove viene la frase “I centri in Albania funzioneranno; fun-zio-ne-ran-no!” di Giorgia Meloni? Da Cicerone e Quintiliano: è fondata sull’epanalessi, che è la ripetizione di una parola allo scopo di creare tensione comunicativa e amplificazione emozionale. (…). Meloni fa spesso ricorso all’iperbole (dal greco hyperbolé, composto da hypér, “oltre”, “sopra”, e bàllo, “lancio”, “getto”, col significato di esagerare o ridurre la rappresentazione della realtà): “Cercheremo gli scafisti per tutto il globo terracqueo”. (…). Il tono di voce, l’enfasi oratoria, il linguaggio non verbale (l’espressione seria, i tratti del viso induriti, la tensione muscolare, persino): tutto in lei mira a creare un clima emergenziale e una sensazione di accerchiamento. Così si ottiene un duplice risultato: distogliere l’attenzione dalla “struttura”, cioè dai rapporti di forza in ambito economico e geopolitico, e giustificare la mancata realizzazione delle promesse, se non proprio del programma di governo, come effetto dei bastoni messi tra le ruote da una generica “sinistra” che “tifa contro l’Italia”. Italia che, si badi bene, per Meloni è sempre “nazione”, termine che evoca comunità di sangue, stirpe, storia, cultura e lingua, e non “Paese”, sostantivo che deve apparirle troppo da Ulivo, da Festa dell’Unità di Modena. (…).
Salvini e Renzi hanno condiviso l’esortazione “aiutiamoli a casa loro”, verso persone che spesso non hanno nemmeno una casa. Contrariamente a quanto molti pensano, è stato Salvini a copiare a Renzi l’uso del termine “ruspa” (Salvini voleva usarla per “spianare tutti i campi Rom e i centri sociali”): fu Renzi nel suo libro Stil novo (2012) a elogiarne per primo l’uso, da sindaco di Firenze che una volta all’anno, come una sorta di sacrificio laico”, sale sulla ruspa per abbattere “qualcosa”, esaltando il “benefico, forse salvifico, potere della ruspa”. Stessa cosa per “professoroni”, un accrescitivo usato in senso denigratorio, condiviso in duplex dai due Matteo per indicare intellettuali rompiscatole, menagramo che bloccano le loro riforme con pretesti da azzeccagarbugli. (…). Una curiosità: da chi viene l’espressione “professoroni”? Da Marine Le Pen, da un discorso che ella pronunciò durante la Festa dei lavoratori, il ° maggio 2011, quando tenne a precisare peraltro che stava festeggiando Giovanna D’Arco, in un passaggio contro le élite europeiste. (…).
[…] Un disturbo sintomatico della neolingua Milano-centrica che ormai ha colonizzato la Roma dei Palazzi, nonché l’espressione che fa letteralmente ululare i miei sensori di pataccheria come i rilevatori di fumo nella fucina di Efesto, è il “piuttosto che” in funzione non avversativa né comparativa, le uniche due che la lingua italiana ammette, bensì in senso disgiuntivo, al posto di “oppure” e di “o anche”. Dalla peste del “piuttosto che” è affetto Renzi, che l’ha usato per fare gli infiniti elenchi della sua stagione da presidente del Consiglio: “Dobbiamo parlare con le imprese, piuttosto che con i sindacati, piuttosto che con le associazioni”, intendendo che voleva parlare con tutti e tre i soggetti; lo usa la romanissima Giorgia Meloni: “Posso immaginare, a esempio, un social housing piuttosto che un asilo nido”, intendendo che le due scelte si equivalgono; lo usa Vannacci, il difensore dell’italianità: “Un reato non può essere più reato se rivolto a un omosessuale piuttosto che a un nero, a uno zingaro o a un sinti” (…).
La guerra è genitrice di un vocabolario specifico, perlopiù costituito da antifrasi (“missione di pace” per guerra di aggressione), da ossimori (“attacco preventivo”, per giustificare un’aggressione), più spesso da eufemismi, usati allo scopo di attenuarne l’essenza violenta (“danni collaterali” per l’uccisione di civili, “intervento umanitario” per partecipazione ai combattimenti tra Paesi in guerra, o sedare rivolte popolari, o partecipare a golpe, destituzioni di leader, cambi di regime, “interrogatorio potenziato” per le pratiche di tortura a Guantanamo), burocratizzazione o medicalizzazione della guerra (“bombardamento chirurgico”, come se fosse un atto medico, “bombe intelligenti”, al fine di eliminare il sangue dalla scena bellica rappresentando i bombardamenti come un atto preciso, pulito e asettico), etc. La morte di migliaia di civili, dovuta a errori o a calcoli esatti come nel caso di Gaza rasa al suolo dall’esercito israeliano, fa parte dei “danni collaterali”. Anzi: per Gaza la manipolazione del linguaggio è stata radicale, fin dalla descrizione della situazione: chiamare “guerra” la punizione collettiva e il massacro deliberatamente programmato da Israele contro i palestinesi è pura fallacia, perché “la parola guerra” presuppone il dispiegamento di due eserciti sul campo, mentre a Gaza c’è uno Stato col suo esercito ipertecnologico che “guerreggia” contro una popolazione inerme. (…).
È interessante l’aggiornamento costante della propaganda bellica messo in atto dai governanti e diffuso dagli editorialisti dell’informazione mainstream, sempre seguendo la regola orwelliana per cui un termine, se occorre al regime che controlla la lingua di una comunità, può finire per significare il suo esatto contrario. Così il piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro, inizialmente denominato “ReArm Europe”, è diventato il più delizioso e smart “Readiness2030”, “Prontezza2030” (che a sua volta è un ossimoro, dato che nessuno direbbe di essere pronto, però tra 5 anni), che deve essere sembrato più efficace agli esperti di comunicazione dell’Unione europea. (…). È di qualche rilevanza che la proprietà dei mezzi di produzione culturale sia in molti casi in capo alle stesse persone che guadagnano dall’industria che produce armi.
Gli enti garantiscono posti di potere e risorse economiche. Per questo cresce la tensione. Dalla Puglia alle Marche fino alla Toscana, FdI e Forza Italia fanno il pieno di nomine d’area

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Ettaro dopo ettaro, la destra continua a mettere le mani sugli enti parco nazionali. Sfidando anche le accuse lottizzazione e di conflitti di interessi. Non mancano i litigi interni per accaparrarsi le poltrone, che garantiscono gestione di risorse economiche e sacche di potere.
Un livello di scontro talmente alto che non fa escludere cambiamenti in corsa dei candidati. Per ora in commissione Ambiente alla Camera sta per essere completato l’iter di nomina di altri presidenti, indicati dal ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, il forzista Gilberto Pichetto Fratin, che sta firmando l’operazione di spartizione.

Proprio i forzisti fanno di tutto per fare incetta di nomine, dopo quelle – raccontate da Domani – completate lo scorso anno. L’esempio principale è quello dai Monti Sibillini: il prossimo presidente del parco sarà Corrado Perugini, dirigente di spicco di Forza Italia nelle Marche. È stato prima vicecoordinatore provinciale a Macerata degli azzurri poi nella scalata ha raggiunto la posizione di responsabile organizzazione regionale.
Per questo è diventato l’uomo macchina delle ultime elezioni nelle Marche, fedelissimo di Francesco Battistoni, a sua volta deus ex machina di FI nel centro Italia, legato a doppio filo al segretario Antonio Tajani. Perugini avrebbe anche il profilo per una candidatura alle prossime politiche. I cambiamenti nel partito, con l’attivismo della famiglia Berlusconi, potrebbero frenare le possibilità di ottenere un posto in lista per Montecitorio.

Intanto si “accontenta” di mettersi a timone (benedetto dalla maggioranza) di un parco grande 714 chilometri quadrati di superficie che si estende tra l’Umbria e le Marche, attraversando varie province da Macerata a Perugia. La nomina ha sollevato critiche: «Si sceglie un ingegnere edile, dirigente di partito con un curriculum legato prevalentemente all’edilizia e all’urbanizzazione», ha detto il consigliere regionale del Pd nelle Marche, Leonardo Catena. La dinamica ricorda un’altra presidenza, quella del parco dell’Arcipelago toscano, di Matteo Arcenni.
La firma sul decreto risale a fine maggio. In questo caso si tratta di un dirigente locale di Fratelli d’Italia, già sindaco di Terricciola, comune con meno di 5mila abitanti in provincia di Pisa. Insomma, diverso partito ma critiche simili: la “distanza” con il territorio che controllerà per i prossimi anni. È stata sufficiente l’appartenenza politica in un’area dove è forte l’influenza di Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito di Giorgia Meloni.

La bulimia di potere avvelena, però, il clima in Puglia con scontri interni alla destra e tra i dirigenti degli stessi partiti. La tensione è alta intorno alle nomine dei presidenti di due enti. Emblematico è il caso di Giuseppe Colucci, indicato alla guida del parco dell’Alta Murgia (68mila ettari), che tocca comuni molto ampi in Puglia come Andria, Altamura, Bitonto e Corato.
La matrice resta quella di centrodestra, ma con un incidente di percorso. La scelta iniziale era ricaduta su Nicola Loizzo, coordinatore di FdI ad Altamura, scelto dal sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, uno dei punti di riferimento regionali del partito di Giorgia Meloni.
Loizzo era commissario del parco ed era il designato alla presidenza, solo che l’ex presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, ha messo lo zampino, scegliendo – prima di passare la mano – un altro nome inserito nella terna dal centrodestra locale. Perché per chiudere la pratica era necessario il benestare del governatore. Un blitz che ha portato a ripiegare su Colucci, che resta comunque un nome d’area meloniana: ha avuto il placet dell’eurodeputato di FdI, Francesco Ventola.

Tuttavia, non è diretta espressione della fiamma a differenza di Loizzo. A testimonianza dello scontro interno, l’iter per la nomina si è inceppato: l’audizione per il parere in commissione ambiente al Senato è avvenuta al 12 maggio, quasi due mesi fa. Solo questa settimana ci sarà il passaggio alla Camera per ratificare l’insediamento. Almeno salvo colpi di scena che sarebbero indicatori di un aumento dello guerriglia. All’insegna dell’assalto anche la conquista del parco del Gargano.
Il nome per la presidenza è quello di Vincenzo D’Errico, dirigente di Forza Italia dopo gli esordi in politica con Forza Italia. Ha seguito le orme del suo mentore politico, il deputato Giorgio Lovecchio, che nel 2022 era stato eletto per la seconda volta con il M5s. Poi ha deciso di traslocare con gli azzurri in maggioranza. Su D’Errico ci sono ombre di conflitti di interessi: è imprenditore, nel settore del turismo, socio di un hotel a Rodi garganico.
Una situazione che alimenta dubbi pure nel centrodestra pugliese. Addirittura dentro Forza Italia c’è chi vorrebbe un cambio di nome, last minute. I danni collaterali della fame di poltrone senza confini.
L’atteggiamento del presidente Usa dovrebbe, se non altro, servire a convincere il governo che è nell’interesse dell’Italia essere più fortemente europea, non meno, e che è nell’interesse dell’Italia avere una voce comune europea nella politica di difesa e, soprattutto, nell’industria hi-tech, su cui si gioca l’economia civile e militare

(Nadia Urbinati – editorialedomani.it) – Alla vigilia dell’incontro dei paesi Nato ad Ankara sono successe due cose che sembrano essere in stretta relazione tra loro: Putin sferra attacchi martellanti sull’Ucraina, e su Kiev in particolare, e poi minaccia direttamente la Polonia e l’Europa intera ricordando loro che il sostegno all’Ucraina potrebbe costargli caro; Trump sferra un attacco verbale a Giorgia Meloni addirittura con una frase minacciosa: «Serve un ordine restrittivo» (tenetemela lontana) nei confronti della leader italiana. Entrambe le mosse sembrano condividere un obiettivo comune: dimostrare agli europei che il riarmo dei rispettivi paesi è necessario.
La Russia aspira a ridisegnare i rapporti nel Vecchio Continente, contando sull’indebolimento della sua economia proprio a causa dell’investimento in armamenti. Gli Stati Uniti hanno ragioni non meno pressanti: Trump si trova a dover far fronte a una crisi persistente della produzione industriale americana e, anche in vista delle elezioni di midterm, vuole realizzare un affare a cui lavora da tempo: rilanciare l’economia portando a casa commesse per l’industria bellica.
Gli attacchi di Putin e di Trump fanno perno su due paesi, a loro modo deboli: la Polonia per la sua posizione geografica e l’Italia per la sua condizione economica. In entrambi i casi, i due leader autoritari hanno tutto l’interesse a dimostrare quanto sia urgente la militarizzazione. Ora, Meloni ha sempre propagandato la sua relazione preferenziale con Trump, tanto da voler essere un ponte tra Usa ed Europa; e Trump, che non è uno sprovveduto, ha sondato negli ultimi mesi la reale disponibilità del paese italiano a svolgere questo ruolo, che evidentemente non ha.

L’Italia è l’anello economico più debole tra i paesi fondatori dell’Unione, tanto da aver richiesto e ottenuto dalla Commissione europea l’ok a un intervento di flessibilità sulle spese energetiche. La notizia sbandierata dal governo come una vittoria è, a tutti gli effetti, un riconoscimento al mondo delle difficoltà economiche dovute anche al deficit delle spese per la difesa. Nell’anno elettorale, Meloni si trova tra l’incudine e il martello: mettere soldi nella difesa (compare l’armamentario americano) e tagliare il servizio sanitario e la scuola.
La debolezza del nostro paese è nota e usata da Trump come arma di ricatto: interruzione del rapporto preferenziale con la Casa Bianca, umiliazione nei confronti dei partner europei e, soprattutto, nei confronti della Germania. La quale si trova, per certi aspetti, in una condizione economica simile a quella degli Stati Uniti, con una caduta verticale dell’industria automobilistica e manifatturiera, ed è altrettanto interessata a usare l’industria bellica come volano economico (e intanto taglia lo stato sociale, notoriamente più generoso del nostro). Di fatto, Trump mette un paese europeo contro l’altro e cerca di approfittare della debolezza dei suoi partner.
Trump non è né folle né irrazionale. Da esperto dealer, sa bene come sfruttare la rappresentazione pubblica di un concorrente o di un potenziale cliente per creare la situazione più favorevole a sé. A Roma questa situazione non è stata compresa tempestivamente. Anzi, probabilmente c’è ancora chi pensa che sia necessario (o sufficiente?) ricorrere a tattiche dimostrative di “amicizia” per riaccomodare le relazioni tra lui e Meloni – questa deve essere stata la ragione per cui la presidente del consiglio ha inviato la sorella, insieme al ministro degli Esteri e al presidente del Senato, a rappresentare il nostro paese alle celebrazioni del 250° anniversario dell’Indipendenza americana. Una mossa che sembrava voler rimarcare il tenore personale (di amicizia, appunto) dei rapporti tra Meloni e Trump, visto che Arianna Meloni non ricopriva alcun ruolo istituzionale che giustificasse quella presenza. Una mossa che è stata beffata da Trump.

La cui arroganza mette in luce l’errore del governo Meloni. Un errore che lo ha segnato fin dall’insediamento del tycoon a Washington: pensare che l’accondiscendenza facilitasse le relazioni internazionali. L’Italia meloniana ha sempre ostacolato o frenato la sicurezza europea e, anzi, ha accettato la politica americana dei dazi e non ha battuto ciglio di fronte all’attacco alla politica fiscale europea nei confronti delle multinazionali di Silicon Valley. Il programma elettorale di Fratelli d’Italia era, del resto, molto critico nei confronti di Bruxelles. Ebbene, l’atteggiamento di Trump dovrebbe, se non altro, servire a convincere il governo che è nell’interesse dell’Italia essere più fortemente europea, non meno, e che è nell’interesse dell’Italia avere una voce comune europea nella politica di difesa e, soprattutto, nell’industria hi-tech, su cui si gioca l’economia civile e militare.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Le baruffe chiozzotte tra Donald Trump e Giorgia Meloni, ovviamente in perfetto stile Asilo Mariuccia, dicono molto sullo stato tremebondo della “politica” e qualificano al contempo i protagonisti. Comincia (di nuovo) Trump, che vuole per la premier italiana “un ordine restrittivo” (dandole di fatto della stalker alla canna del gas). Replica (ma neanche tanto) la leader di Fratelli di Italia, che attinge addirittura dal calcio e fa gol a porta vuota citando il caso (vomitevole) del bomber statunitense graziato ai Mondiali dal “vassallissimo” Infantino. Livelli rasoterra da Guinness dei Primati, impreziositi dal silenzio terrorizzato di Tajani “Cuor di Leone” e dalle consuete frasi di circostanza di Crosetto.
[…] In questo scenario eticamente post-apocalittico, fanno tenerezza i giannizzeri della destra nostrana, che dopo aver beatificato per anni il servilismo pro-Trump della Meloni, si improvvisano adesso celebratori del coraggio indomito (?) della premieressa, passata in un amen dal chiedere il Nobel per l’amato Donald (con tanto di occhi a cuoricino) al cantargliene quattro come nessun’altra in Europa. Ma de che? Meloni ha fatto per anni la pontiera ipotetica per non ottenere una mazza, reinventandosi poi anti-trumpiana (ciao core) unicamente per interessi politici e contingenti. Nello specifico: aver perso il referendum a marzo (anche per colpa di Trump, che ormai sta sulle palle anche ai muri); gli attacchi di Donald al Papa (sacrilegio!); e la volontà di essere pronta per quanto Trump verrà fatto fuori (politicamente) e i Maga si affideranno ai Vance e ai Rubio, con cui infatti Meloni continua ad avere rapporti ottimi (condividendone ahinoi spigoli, visioni e perversioni politiche). Meloni non sta “rompendo” con Trump: sta rimediando maldestramente al colpevole vassallaggio che l’ha caratterizzata fino all’altro giorno, provvedendo ora a un pietoso riposizionamento che può giusto esaltare gli ultrà meloniani di strettissima osservanza. […]
Poiché però si vive di piccole cose e ormai ci si accontenta anzitutto di niente, la rissa tra Trump e Meloni non è poi così male come passatempo: se non facesse pena, farebbe quasi ridere. E ridere fa sempre bene. Per questo servirebbero altri scontri, altri scazzi. Ecco quindi qualche idea per rendere più lieta questa nostra estate tanto bollente quanto sin qui evanescente. 1) Un incontro di boxe, valevole per i pesi massimi del campo largo, tra Conte e Renzi. Se vince il primo si va alle elezioni, se vince il secondo si dà direttamente il secondo mandato a Giorgia Meloni per altri cinque anni di schifezzine governative, tanto chi si mette in casa Renzi perde sempre (anche quando gioca a canasta da solo). 2) Una sfida a bocce tra Donzelli e Vannacci, usando come bocce (anzi bollini) potete immaginare cosa. 3) Una gara a chi ha più coraggio tra Parenzo, Fiorello e Pausini, dove a vincere sarà verosimilmente l’arbitro. 4) Un torneo indoor di retorica & carisma che prevederà la presenza (e dunque la disfida) all’ultimo sonno tra Magi, Bonelli, Fiano e il Poro Asciugamano.
[…]
5) Il Balilla Prize, ovvero una sfida a chi si getterà con più ardimento in mezzo al cerchio di fuoco tra La Russa, Furgiuele, Pozzolo, Isabella Rauti, Galeazzo Bignami e Arianna Meloni. 6) Il Delmastro Contest, un campionato outdoor all’interno del quale i partecipanti dovranno fondare almeno una società con personaggi rigorosamente improponibili (però a loro insaputa). 7) La Coppa del Mondo di Slurp. Una competizione senza esclusioni di colpi (agiografici) tra Bocchino, Sallusti, Sechi, l’uomo dal cognome doppiamente fallico, l’intervistatore senza pungiglione e il conduttore-ortaggio. Il vincitore avrà in dono un lecca lecca di dimensioni giganti a forma di Lollobrigida. Sarà bellissimo. Che l’estate entri nel vivo!
Stasera, alla cena che apre il vertice Nato di Ankara, i due leader si troveranno ancora insieme. Palazzo Chigi teme l’incidente

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Il primo contatto è previsto per stasera, conferma l’agenda ufficiale di Palazzo Chigi aggiornata nel pomeriggio di ieri. E dunque Giorgia Meloni si presenterà a fine giornata nel palazzo presidenziale di Erdogan e si ritroverà di fronte Donald Trump. Il timore, nessuno lo nasconde, è una nuova scenata del presidente americano. Un agguato politico. Uno sgarbo. Anche per questo, forse, non discute di quanto accaduto con gli altri leader europei: prova a evitare altri incidenti. Nel frattempo, gli uffici diplomatici e del cerimoniale si sono assicurati con la controparte turca che venga garantita la distanza di sicurezza nei posti a sedere: M di Meloni e T di Trump, oppure I di Italy e U di United States, l’importante è evitare spiacevoli contiguità.
Fin qui, è soprattutto cronaca dello sconcerto, della rabbia, della delusione di queste ore. Dietro il silenzio che la premier si è auto-imposta, però, una domanda tiene in allerta il melonismo dagli attimi successivi alla pubblicazione del meme della discordia: quando ha inizio il male? Meglio ancora: qual è il momento esatto in cui tutto è andato in frantumi, spingendo Washington a rendere definitiva la scomunica di Giorgia Meloni? Più ancora di Sigonella, a pesare potrebbero essere stati i dollari.
La tesi prevalente che circola adesso ai vertici dell’esecutivo collega lo strappo a un evento relativamente centrale della parabola di governo: il no italiano all’acquisto di armi americane. Bisogna tornare indietro di un anno e mezzo. Al primo punto di svolta, nel gennaio del 2025. Donald Trump ha appena vinto le elezioni, ma non ha ancora giurato da presidente. In gran segreto, Meloni vola a Mar-a-Lago. È una missione decisiva per portare alla liberazione di Cecilia Sala. Ma in quel contatto c’è anche l’embrione di un patto politico che porterà la leader a partecipare all’Inauguration day e a difendere per lunghi mesi ogni scelta dell’amministrazione. Promesse, impegni di reciproco sostegno che la Casa Bianca considera non più negoziabili, una volta dichiarati. E che non reggono alla prova della cronaca.
All’avvio del 2026 qualcosa si inceppa. Ne scriveva ieri il Wall Street Journal, chiamando in causa anche Meloni. A differenza degli europei, che fissano nel rapimento di Maduro il punto di non ritorno (mentre in quelle ore la premier ancora lo difende), è l’attacco all’Iran a sancire la fine di una storia. A quel punto la presidente del Consiglio, mossa anche da evidenti ragioni di politica interna, si espone.
Una delle conseguenze, non la più evidente agli occhi dell’opinione pubblica, è il rifiuto definitivo all’acquisto di armi americane. Il segnale, per Washington, che della leader non ci si può più fidare. È un dettaglio, ma è come se Palazzo Chigi dicesse alla Casa Bianca: non giochiamo più la stessa partita. Reazione inaccettabile, per gli Usa. Quasi un tradimento.
In realtà, l’orientamento su Purl era già maturato alla fine del 2025. Ma è tra fine maggio e inizio giugno che Roma comunica all’alleato la scelta irrevocabile. L’esecutivo si oppone così a un pressing intenso esercitato dall’amministrazione americana in blocco: sulla premier, su Guido Crosetto, sull’ufficio diplomatico, sulla Farnesina durante la visita di Marco Rubio. Intenso e però infruttuoso. Anche perché accompagnato da altri segnali che gli Usa giudicano allarmanti. In cui l’Italia, di nuovo, non sarebbe stata ai patti.
È una “secessione” che si gioca anche su diversi terreni: più libertà di azione su intelligenza artificiale e spazio, ad esempio. Non a caso, proprio di questi dossier si discuteva pochi giorni fa ad Antibes, durante il vertice intergovernativo con la Francia di fine giugno. Ma è il capitolo militare quello prevalente, almeno in questa fase. Tanto da spingere Crosetto a spiegare con chiarezza sconcertante la defezione da Purl: «Io non do i missili di difesa americani, ma darò all’Ucraina gli Aster che sono prodotti da Mbda, che è una azienda italiana e francese. Almeno quei soldi rimarranno all’industria italiana ed europea, agli operai italiani ed europei».
Sono concetti sgraditi a Trump. Gli effetti si sono visti al termine del G7 di Evian. E poi hanno prodotto questo meme insultante e probabilmente senza ritorno.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Putin bombarderà la Polonia? È l’allarme lanciato in Italia nelle ultime ore. Cerchiamo di capire i vantaggi e gli svantaggi di una scelta di questo tipo.
[…] Lo svantaggio per la Russia sarebbe grande, ma può essere compreso soltanto facendo riferimento alla guerra con l’Iran. Domanda: perché la guerra dei 12 giorni è durata soltanto 12 giorni? La ragione principale è che Netanyahu iniziava a scarseggiare di intercettori poiché l’Iran lanciava i missili soltanto contro Israele. Se la guerra fosse proseguita, l’Iran avrebbe finito per acquisire il controllo dei cieli d’Israele, giacché i suoi missili e droni sono smisuratamente più numerosi ed economici dei missili intercettori israeliani. Perché la guerra dei 40 giorni è durata 40 giorni e non 12? La ragione principale è che l’Iran ha dovuto lanciare i suoi missili contro un numero molto alto di Stati: Israele, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait e Oman. Israele ha potuto risparmiare intercettori, ma poi i nodi sono venuti al pettine e Trump ha dovuto inginocchiarsi a Teheran, accettando quasi tutte le sue condizioni più dure, incluso un finanziamento di 300 miliardi di dollari come riparazione di guerra. Anche se il termine usato nel memorandum è diverso, si tratta proprio di riparazioni di guerra, che lo sconfitto Trump si è impegnato a pagare al vincitore. Ebbene, se la Russia lanciasse i suoi missili contro la Polonia, dovrebbe ridurre quelli che lancia contro l’Ucraina. Il che favorirebbe Zelensky, rallentando il collasso delle sue infrastrutture energetiche e militari. La Polonia potrebbe reagire bombardando la Russia in profondità. La Russia risponderebbe contro la Polonia ritrovandosi in una condizione sempre più simile a quella dell’Iran nella guerra dei 40 giorni.
Il vantaggio per la Russia è che spaventerebbe molti governi dell’Unione europea. Chi scrive ha la certezza quasi assoluta che se Putin bombardasse l’Italia o minacciasse seriamente di bombardarla, Crosetto e Meloni smetterebbero di armare e finanziare Zelensky senza dirlo apertamente per salvare la faccia. Se non smettessero, e l’Italia fosse bombardata, il loro governo cadrebbe o perderebbe quasi tutti i consensi. Il 66,3% degli italiani pensa che la colpa della guerra in Ucraina sia dell’Occidente, come riporta il Censis in una ricerca pubblicata il 6 dicembre 2024. Nessun italiano accetterebbe di essere bombardato pensando di essere dalla parte del torto. La questione della colpa è fondamentale quando si tratta di costruire consensi intorno alle guerre. I russi sono compatti intorno a Putin perché sono convinti di avere ragione. Gli italiani non sono compatti intorno alla guerra di Meloni-Zelensky perché sono convinti che la Nato abbia sbagliato ad arrivare fino alle porte della Russia dopo che la Russia (per decenni) aveva assicurato una guerra in Europa se la Nato fosse arrivata ai suoi confini.
[…] A Putin non conviene bombardare la Polonia in questa fase. Se lo facesse, se ne pentirebbe. Immaginando che Crosetto e Meloni si sgancino da Zelensky, i vantaggi per la Russia sarebbero limitati, perché il contributo militare dell’Italia è in via di esaurimento per l’esaurimento delle scorte. Di contro, possiamo immaginare che l’Inghilterra e la Francia reagirebbero con durezza. La guerra in Ucraina può soltanto peggiorare. Infatti, peggiora ininterrottamente da quando è iniziata. Fino a quando la Nato continuerà a investire nella sconfitta della Russia sul campo di battaglia, la possibilità di un attacco nucleare contro l’Ucraina resterà sempre aperta.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Per il niente a cui serve, aggiungo qualche inutile riga alle parole già spese da qualche ong, qualche associazione che si occupa di diritti, dai suoi familiari che non si arrendono, in favore del medico palestinese Hussam Abu Safieh, arrestato dagli israeliani a Gaza nel dicembre del 2024 perché si rifiutava di abbandonare il suo ospedale e i bambini che aveva in cura. Detenuto in Israele senza accuse, picchiato, torturato, secondo il suo avvocato è in imminente pericolo di vita.
Va bene che in quella carneficina che ha sepolto, insieme a decine di migliaia di vite umane, anche ogni ombra di diritto, è quasi impossibile stabilire una classifica di gravità e di disumanità. Ma insomma: ci sarà pure il modo di far presente al governo di Israele, pure se a ospedali già distrutti, a medici già uccisi, a sopruso già abbondantemente eretto a regola, che il carcere e le torture inflitte al dottor Sefieh sono una porcheria orribile, inaccettabile, non importa se una tra le tante? Possibile che non ci sia un governo europeo che convoca l’ambasciatore di Israele, o ritira il suo in segno di protesta, non “per Gaza” in senso lato (ormai lo sconcio è compiuto, la violenza ha stravinto) ma perché un medico che fa il medico non può essere imputabile di nulla, e va immediatamente scarcerato? E se si facesse di Safieh un simbolo, per provare a dire che, malgrado l’assuefazione alla violenza dei forti sui deboli, ci sono limiti invalicabili? Provando addirittura a crederci, che ci sono limiti invalicabili?
Trump è troppo occupato a truccare i mondiali di calcio. Ma l’Europa, i governi europei e la loro teorica somma, che è l’Unione Europea, non può almeno provarci, a salvare la vita di un medico trattato da terrorista?
Quando non solo la pigrizia ma anche il confronto con il passato creano il corto circuito perfetto. Confessione musicali di un aspirante Boomer.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Con atteggiamento fra lo snob e l’infastidito – in questo mi ritrovo perfettamente nel personaggio dei primi film di Nanni Moretti, Michele Apicella – ho ceduto al clic sul sito di Repubblica.it, che mostrava un video di 15 secondi in cui la visione dall’elicottero del concerto di Ultimo rivelava le sterminate legioni venute ad assistere al suo evento. Sabato 4 luglio, anno domini 2026. Credo che fosse dai tempi di Alexander di Oliver Stone, con le orde dei persiani di Dario, che non si vedevano così tante persone insieme nella stessa inquadratura. Sì, lo so: quella lì era una ricostruzione digitale al computer. Sabato scorso invece, a Tor Vergata, c’era gente vera, in carne e ossa. Una differenza non da poco. C’era così tanta gente proveniente da ogni angolo d’Italia che chiunque potrebbe dire di conoscere personalmente almeno uno che sia stato lì, per seguire questo evento che – dicono – ha avuto dell’incredibile.
Quasi come Woodstock, per gli aspiranti boomer come me; o, per trovare un esempio attuale, nelle mie corde, Glastonbury, nelle sue migliori edizioni, o Lollapalooza. E invece era qui, in una delle infinite campagne alle porte di Roma. Un posto così incredibilmente fuori dal mondo che – mi racconta la mia collega, anche lei in forza a questa novella Anabasi, la spedizione dei 250 mila – ha sfidato caldo, zecche e distanze fisiche, e finalmente, dopo esattamente due ore di marcia e circa nove chilometri dall’ultimo checkpoint, è approdata in una delle vasche di contenimento in cui venivano suddivise queste orde infinite di fan. Prima dell’attacco contro le truppe nemiche…
No. Me ne rendo ben conto. Non c’è da scherzare e tutto sommato nemmeno da fare gli spiritosi, oppure cedere in maniera sconsiderata a un bieco esercizio di sprezzante snobismo da quattro soldi. Francamente, se Ultimo – l’ultimo arrivato, almeno per me – riesce a radunare una folla così sterminata, allora non è più una cosa che si può passare sotto silenzio. Non sarebbe corretto verso i suoi fan, e nemmeno verso noi stessi: verso chi – in soldoni – ancora cerca di capire, in maniera un po’ indolente, un paio di cose: chi sia davvero questo Ultimo di cui sono piene le cronache. E che cosa abbia fatto per meritarsi tutto ciò.
Sì, perché quando si parla di nuovi miti in musica ho l’impressione che l’età giochi una variabile importante. Specialmente con il potere moltiplicatore dei social. Un fenomeno così, con personaggi che nascono e arrivano all’apice nel giro di uno o due vasche di Sanremo, non solo non può essere alimentato da un pubblico maturo, educato a gusti sopraffini, ma deve – necessariamente – pescare fra le menti più giovani e per questo più facilmente infiammabili. Dubito che fenomeni del genere possano davvero intercettare un pubblico che non sia adolescente o giù di lì. Ma anche lì mi devo mordere la lingua. E devo sospendere ogni tipo di giudizio, perché non conosco a fondo la fanbase di Ultimo, come si dice. Perché criticare l’offerta musicale, avere da ridire sulla qualità dei testi, sul messaggio veicolato, eccetera, significherebbe solo arrampicarmi su congetture, su racconti altrui e su cose che francamente non conosco.
Una cosa è certa: bisognerebbe avere rispetto per chi porta al proprio concerto 250 mila persone. Non uno stadio: ma, a occhio, cinque grandi stadi al completo. È davvero tanta, tanta roba. Così tanta che uno non può fare a meno di sbatterci contro, nonostante la mia indolente pigrizia verso le dinamiche musicali degli ultimi decenni. E questo, sia detto, indipendentemente dal punto di vista squisitamente artistico. Eppure mi rendo conto che per conoscere a fondo con chi stanno crescendo le nuove generazioni – quelle dei nostri figli o dei nostri nipoti – bisognerebbe almeno tentare di capire che cosa cantano, con chi si identificano, e che cosa cercano da questi nuovi miti.
La cosa che mi viene in mente è un paragone con il mio tempo, i miei beniamini, le mie passioni di un tempo. E questo mi fa capire che le logiche e i meccanismi, di decennio in decennio, non cambiano molto. Con tutte le differenze del mondo, certo: ma il bagaglio di sogni e paure degli adolescenti è dettato quasi sempre dalla stessa identica voglia di identificazione con un sogno – o con una parte del sogno che abbiamo dentro, magari senza sapere bene quale sia. Chi si strappava i capelli per i Fab Four non è forse molto lontano da chi è cresciuto con la rabbia dei Nirvana e da chi adesso venera Ultimo. Cambiano i tempi, ma l’attaccamento pare sempre dettato dalla stessa natura: cercare, nell’identificazione con un mito, la strada maestra per riconoscere le proprie fragilità – quelle risolte e quelle ancora da risolvere.
Può succedere a tutti, certo, indipendentemente dall’età o dall’arte a cui ci si ispira: il proprio mito può essere un cantante, un attore, ma anche – perché no – un calciatore o un tennista. In ogni caso, una persona che ce l’ha fatta e sulla quale riversiamo sogni, paure, gioie e delusioni. Non voglio fare lo psicologo, che non sono, né il sociologo, che non vorrei essere; ma, a spanne, le 250 mila persone che sono andate al concerto di Ultimo devono per forza intravedere in lui almeno un vate. O giù di lì. Un artista che non solo ce l’ha fatta, ma che propone qualcosa di unico, di veramente geniale. Altrimenti non si spiega davvero tutto questo coinvolgimento. Insomma è una bella responsabilità. Tanto che lo stesso Vasco Rossi – uno che, insomma, di questi argomenti c’ha campato una vita intera – si è sentito in dovere ieri di fare i complimenti, chissà quanto a buon viso e cattivo gioco, per essere stato scavalcato da Ultimo nel record che fino all’altro ieri era cosa sua, almeno in Italia.
Bene, ma detto questo: per poter parlare di Ultimo bisognerebbe sapere di più di Ultimo. Sì, perché – il vostro affezionatissimo qui – oggi è in vena di confidenze e ammette, vergognandosi come un ladro, non solo di non saper riconoscere una (che sia una) canzone di Ultimo, ma di non sapere nemmeno che faccia abbia. E certo non ne faccio motivo di vanto o di orgoglio. Giuro. Basti e sia rispettata la mia sincera ammissione: denoto una crassa ignoranza per le ultime generazioni di cantanti italiani. Alcuni amici mi dicono che alcuni di queste nuove realtà musicali sono da considerarsi cantautori, per quanto per me la parola “cantautore” abbia un senso ben preciso… che non mi azzarderei a utilizzare ad muzzum. Ed è proprio lì il punto: non so veramente se ne voglio sapere di più.
Ed è per questo che, con la stessa franchezza, non farò l’errore di tentare – non adesso per lo meno – un’analisi approfondita del fenomeno Ultimo. Che, scusatemi per la battuta, non è il primo ma non è nemmeno l’ultimo della serie. Perché per fare un’analisi bisognerebbe conoscere e almeno individuare le linee basilari, quelle che a me mancano. Quindi la mia vorrebbe essere una pre-analisi, senza rilasciare certezze né sentenze su ciò che non conosco. E ripeto: non voglio conoscere. Mi basta così.
L’unica cosa su cui sarei disposto a discutere è mettere le nuove generazioni a confronto con gli artisti dei miei tempi. Con Franco Battiato, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Francesco Guccini, lo stesso Zucchero Fornaciari… quelli cioè con cui sono cresciuto io e un po’ di generazioni mie coeve, e che hanno segnato la nostra giovinezza accompagnandoci fino alla maturità. Sarebbero pertanto valutazioni impietose da un lato, ma parziali dall’altro, perché basate solo sulla mia esperienza e sul mio periodo – e quindi senza alcun valore di oggettività, tanto meno di universalità.
Per questo continuerò a fare orecchie da mercante, e – asino fra gli asini – raglierò insieme a quanti, toccati dalla sventura di essere cresciuti con un bagaglio musicale di un altro tempo – disposti, quello sì, a farsi nove chilometri sui ciottoli per i Radiohead, i Tool, gli Afterhours o i Verdena – non riuscirebbero mai, nemmeno per un attimo, a concepire lo stesso trasporto per chiunque non superi quella sacra soglia di galleggiamento. E con questo certifico – in via definitiva – la mia profonda e consapevole ignoranza del presente.
Alla fine lo so: quest’estate mi consolerò con un paio di concerti per noi aspiranti boomer… fra CSI, Litfiba e Subsonica, mi riterrò ancora una volta soddisfatto e non mi mancherà niente. Eh sì, lo so: me lo merito, Alberto Sordi!