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L’Italia sorpasserà la Grecia, nel 2026 avrà il debito più alto dell’Unione europea


Le stime dei governi e dell’Fmi convergono nel prevedere un passaggio quasi storico tra due degli ex Pigs

L’Italia sorpasserà la Grecia, nel 2026 avrà il debito più alto dell’Unione europea

(repubblica.it) – MILANO – L’Italia si appresta a conquistare un nuovo primato. Di certo, non dei migliori. Nel 2026 potrebbe sorpassare la Grecia diventando il Paese europeo con il più alto rapporto debito/Pil. Le stime dei governi e quelle rese note recentemente dal Fondo monetario convergono nel prevedere un passaggio quasi storico tra due degli ex Pigs, i quattro Stati (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) a lungo considerati l’anello debole del mercato unico per la pericolosa associazione di debito pubblico elevato e crescita stagnante.

Il deficit italiano sale, quello greco scende

Veniamo ai numeri. Per quest’anno l’Italia nel Documento di finanza pubblica (Dfp) calcola una salita del debito pubblico al 138,6% del Pil dal 137,1% del 2025. La Public Debt Management Agency (Pdma) greca prevede invece una netta discesa del deficit dal 146,1% del 2025 al 136,8%.

Numeri non molto dissimili quelli dell’ultimo outlook del Fmi: la stima per l’Italia è di un debito al 138,4% del Pil quest’anno, quella per la Grecia al 136,9%.

Grecia, un caso da studiare

“Nel 2020 – ricorda Giampaolo Galli in un articolo pubblicato sull’Osservatorio Conti pubblici italiani – il debito della Grecia era al 210% del Pil. Da quel momento inizia un rapidissimo aggiustamento: fra il 2020 e il 2025 il bilancio primario migliora di 12 punti, da un deficit di oltre 7 punti di Pil ad un avanzo del 5%. Nel periodo post Covid, fra il 2021 e il 2025, il tasso di crescita medio della Grecia è stato del 7,7%”. E l’Italia? Il rimbalzo post pandemia si è limitato al triennio 2021-23.

Nonostante molte economie del Mediterraneo abbiano intrapreso un percorso di riduzione del debito dopo le molteplici crisi (finanziaria, dei debiti sovrani e della pandemia) i risultati in parte divergono. Per Grecia, Cipro e Portogallo la riduzione è particolarmente forte, mentre per Italia e Spagna è meno marcata. L’Italia, in particolare, è l’unico di questi Paesi in cui il rapporto debito/Pil è tornato a crescere dopo il 2023.


Trump al Corriere rifila un altro schiaffone alla Meloni


Trump al Corriere: «Sulla lettera di risposta dell’Iran non voglio commentare. Il ritiro delle truppe dall’Italia? Ci sto ancora pensando». Il presidente Usa al telefono: «Ho postato il vecchio articolo di Salvini perché lo ritenevo appropriato»

trump

(di Viviana Mazza – corriere.it) – In una telefonata esclusiva con il Corriere della Sera sabato mattina il presidente Donald Trump non ha voluto commentare sullo spostamento di truppe dalla Germania, potenzialmente verso il fronte orientale della Nato, mentre ha confermato che «sta ancora prendendo in considerazione» di spostare truppe dalle basi italiane.

Alla domanda sul perché abbia postato nei giorni scorsi su Truth un vecchio articolo di Salvini, il presidente ha replicato: «Perché lo ritenevo appropriato».

Sulla premier Giorgia Meloni, il giorno dopo il viaggio a Roma del suo segretario di Stato, Marco Rubio, Trump ha ripetuto: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese»».

Quando abbiamo osservato che l’Italia potrebbe fornire dragamine dopo il cessate il fuoco in Iran, Trump ci ha interrotto dicendo ancora una volta: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno».

Invece sulla lettera di risposta dell’Iran che era attesa ieri notte Trump ha replicato di non voler commentare per il momento.


Decine di padiglioni chiusi e cortei contro Israele: inizia la Biennale di Venezia


(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Padiglioni chiusi e migliaia di persone in corteo hanno segnato la giornata di mobilitazione contro la presenza di Israele alla Biennale di Venezia, durante il terzo giorno di pre-apertura. Mentre lo sciopero dei lavoratori della cultura lasciava con la serranda abbassata 27 stand nazionali — Italia esclusa — da via Garibaldi si muovevano tremila persone, in direzione Arsenale. L’obiettivo dei manifestanti era il padiglione israeliano, per denunciare i crimini internazionali commessi da Tel Aviv, dal genocidio in Palestina ai recenti assalti alla Flotilla diretta a Gaza. A impedire la contestazione democratica è stato il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, che con scudi e manganelli ha bloccato il corteo nei pressi di Campo della Tana.

Collettivi dei lavoratori della cultura, come Art not genocide alliance (ANGA), e sigle sindacali, tra cui l’Unione Sindacale di Base (USB) avevano indetto per ieri una giornata di mobilitazione contro precarietà, guerra e genocidio in Palestina. I promotori hanno denunciato i continui tagli al settore, che rendono incerta la vita di migliaia di operatori, mentre la spesa pubblica in armi continua a crescere e lo farà anche negli anni a venire. Il governo Meloni, su ordine di Donald Trump, ha infatti deciso di destinare il 5% del PIL alla spesa militare. Mentre Israele e Stati Uniti disseminano il caos — tra Palestina, Libano, Iran, Venezuela — le multinazionali del settore, tra cui l’italiana Leonardo, si arricchiscono, realizzando profitti da record.

«A pochi giorni dall’apertura della Biennale, ci appelliamo a chiunque creda che l’arte non possa diventare strumento di normalizzazione del genocidio». Con queste parole l’Art not genocide alliance aveva rilanciato la contestazione verso Israele, che proprio ieri ha inaugurato il suo padiglione alla Biennale di Venezia. Chi invece oggi, dopo tre giorni di pre-apertura, non parteciperà all’inaugurazione ufficiale è la Russia, cacciata dalla presidenza della Biennale su pressione dell’Unione europea che dopo gli inviti era passata alle minacce.

Si tratta della stessa organizzazione sovranazionale che non ha invece mosso un dito contro la presenza israeliana, scrivendo l’ennesima pagina di doppiopesismo europeo. Sul piano economico, in due anni e mezzo l’UE non ha varato alcun pacchetto di sanzioni, come fatto invece 20 volte per la Russia, alla luce dell’invasione dell’Ucraina. Pochi giorni fa, a Bruxelles, è stata respinta la sospensione dell’accordo di associazione tra UE e Israele. Spagna, Slovenia e Irlanda avevano chiesto di sanzionare Tel Aviv per i suoi crimini: dalla colonizzazione della Palestina al genocidio del suo popolo, passando per la recente invasione del Libano e gli attacchi alla Flotilla diretta a Gaza.

Nel silenzio delle istituzioni i popoli continuano ad agire. L’appello lanciato dai lavoratori della cultura è stato accolto a Venezia: 27 padiglioni della Biennale sono rimasti chiusi durante l’evento di pre-apertura, con gli artisti che hanno spiegato le proprie ragioni ai visitatori incuriositi. Anche se l’Italia ha deciso di non aderire all’iniziativa, garantendo il massimo supporto all’alleato israeliano, ci hanno pensato migliaia di cittadini a dare continuità allo spirito solidale mostrato negli anni verso il popolo palestinese, prendendosi le strade veneziane.


Buttafuoco, ovvero quella destra anti-occidentale purtroppo minoritaria


(Alessio Mannino – lafionda.org) – Pietrangelo Buttafuoco paladino della libera arte? Sbagliato. Semmai, meritevole di aver fatto emergere una volta di più la lacerazione interna al centrodestra sulla linea russofoba del governo Meloni. Il suo è stato un dissenso tutto politico, sia pur venato da un’idea anti-occidentalista di cultura che gli viene da una sensibilità di destra tradizionalista (nel senso di René Guenon, convertito all’Islam come lo scrittore siciliano, non per caso citato nell’intervista a Repubblica che due mesi fa diede fuoco alle polveri della polemica deflagrata in questi giorni).

D’altronde, lo stesso Buttafuoco nel suo discorso lo ha detto abbastanza chiaramente, esprimendo un concetto che potrebbe essere sintetizzato così: la mostra di Venezia vuol essere una zona neutrale in cui possono convivere Russia e Stati europei, Israele e Iran. Una sorta di porto franco in nome del realismo. Diciamo pure: della realpolitik. Non in nome della libertà artistica, molto relativa dal momento che i padiglioni sono gestiti dagli uffici governativi e non da associazioni degli stessi artisti. Il vantaggio di Buttafuoco è che può rifarsi a una visione filosofica coerente, che si evince in questo passaggio: “è nel diverso da noi che troviamo noi stessi. È un crisma che ci arriva dalla lex romana, che è lo stesso di Cristo e delle civiltà universali. Vorrei dire: la mia Sicilia degli emiri. L’universalità”.

El Botafuego (nome della rubrica che aveva sul Foglio, oggi uno degli organi di stampa più settari nella crociata anti-Russia) non ha fatto altro che confermare un’impostazione culturale che ripete da vent’anni. “C’è sempre un Occidente in fondo ad ogni sbadiglio”, scriveva in Cabaret Voltaire (2008). Aggiungendo, in un passaggio oltremodo attuale, che è “la destra angloamericana” quella, “imbecille e ottusa”, che “più d’ogni altra” ha ingaggiato “una guerra scatenata e cieca contro la Russia ortodossa della Terza Roma”, più in là arrivando a dire che la “destra non è altro che la sinistra al culmine della sua fase senile”, nel momento in cui combatte una “guerra al sacro” imbevuta della “superstizione della supremazia degli Stati Uniti”, e figlia del “modello unico” targato “Pentagono”. Che poi è il culto del “consumo”, ovvero della “consunzione di sé”.

Sono le idee di quella corrente di pensiero che cinquant’anni fa aveva preso il nome di Nuova Destra (si pensi a titoli come “Contro l’americanismo” di Marco Tarchi o “L’impero del bene” di Alain De Benoist, entrambi da un pezzo non etichettabili), e che a ben guardare si rifanno a un filone, radicato nell’area del fascismo e postfascismo, con un’interessante produzione intellettuale, e tuttavia tenuta sempre, o quasi, ai margini dai vertici dei partiti di riferimento. Com’era nell’Msi, atlantista per lo meno da Almirante in poi. Nessuna sorpresa, quindi, che Buttafuoco faccia il Buttafuoco.

Molto meno scontato è che lo faccia dopo essere stato insediato alla presidenza della più importante vetrina italiana di cultura internazionale  da una compagine per la prima volta guidata da un’esponente proveniente proprio dalla Fiamma. È in questo, che si è manifestata la nobilitate del musulmano siculo, in tempi di vere e proprie persecuzioni ad personam da parte dell’Unione Europea contro chi si permette di dissentire sull’obbligo di russofobia (caso Baud). Ma la cosa si spiega abbastanza facilmente con il sostanziale disinteresse del melonismo per tutto quel che non è propaganda e cultura pop. Leggi: Rai, enti e posti da lottizzare.

Nonché con la storica disorganicità dell’intellettuale-tipo di destra, a differenza di quello di sinistra meno irreggimentato in compatte schiere ben organizzate e foraggiate, data la ghettizzazione conosciuta fino alla svolta dei primi anni ’90, con la trasformazione del Movimento Sociale in Alleanza Nazionale e l’ingresso nelle stanze dei bottoni. Di qui l’odierna posizione defilata di un altro disallineato come Marcello Veneziani, che ha difatti tenuto a rimarcare di non essere neppure un liberale (“La libertà è cosa troppo seria per lasciarla ai liberali”, La Verità, 8/5).

Per carità: parliamo di eretici ma non troppo. Non da rischiare il rogo, vale a dire la rottura con le forze di governo dopo aver portato alle estreme conseguenze una dissidenza che si manifesta entro certo limiti, senza mai arrivare alla contestazione aperta e frontale. Veneziani è un maestro, in questo genere di equilibrismi. Buttafuoco questa volta ha osato di più, perché si è attirato l’ostilità dell’intero caravanserraglio dei guardiani del russofobicamente corretto, giungendo a mettere in imbarazzo l’esecutivo. Ma lo ha fatto, a voler esser pignoli, perché il suo “universalismo” gli consente di mettere tutti sullo stesso piano: Mosca e Tel Aviv, democrazie e non democrazie, iraniani ed emiratini.

Non nascondiamoci dietro un dito, tuttavia: l’estro creativo e la divina follia dell’arte, in questo scazzo fra intellò governativi, con Giuli che cerca di buttare acqua sul Buttafuoco (definito “più che un amico”, anche se “ha fatto vincere Mosca”, Corriere della Sera 8/5), non hanno alcun peso. Il dissidio è totalmente strumentale. Giafar al-Siqilli, cioè il Pietrangelo neo-terzomondista, ne esce beatificato come il baluardo vivente della libera espressione, il che è vero nella misura in cui ha sfruttato il vuoto di intraprendenza della destra di governo in campo culturale, riuscendo con poca fatica a ritagliarsi una sua personale oasi nel deserto. Un deserto arcitaliano, se si pensa che in questa 61ma esposizione, scorrendo i nomi degli artisti, di italiani non se ne trova neppure uno. E questo governo di stuoini euroatlantici, anziché dolersi di tale palese sconfitta culturale, mette il sigillo alle proteste di Pussy Riot, Radicali e imperialisti liberali vari, facendosi pure dare lezioni di politica estera dal presidente maomettano della Biennale (alla faccia, fra parentesi, di un’altra bella risma di fobici che te li raccomando: gli islamofobi della destraccia da Minculpop alla Tommaso Cerno, Mario Sechi e Daniele Capezzone, gli Angelucci boys che fanno rimpiangere Emilio Fede d’antan il quale, involontariamente comico com’era, quanto meno faceva ridere, mentre questi, sempre compunti e invasati, fanno venire solo l’orticaria).


Putin: “In Ucraina combattiamo una guerra contro tutta la Nato”


RUSSIA: PUTIN, VITTORIA È SEMPRE STATA E SARÀ NOSTRA

(LaPresse) – “La chiave del successo risiede nella nostra forza morale, nel coraggio e nel valore, nella nostra unità e nella capacità di resistere a qualsiasi avversità. Supereremo ogni sfida!”. Lo ha detto il presidente della Russia Vladimir Putin nel suo discorso alla parata nella Piazza Rossa a Mosca in occasione dell’81° anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica.

Lo riporta l’agenzia Tass. “Abbiamo un obiettivo comune. Ognuno dà il proprio contributo personale alla Vittoria. Essa si forgia sia sul campo di battaglia che nelle retrovie”, ha aggiunto, “credo fermamente che la nostra causa sia giusta. Siamo uniti. La vittoria è sempre stata e sempre sarà nostra”.

UCRAINA: PUTIN, NOSTRI SOLDATI AFFRONTANO AGGRESSIONE SOSTENUTA DA NATO

(LaPresse) – “La grande impresa della generazione vittoriosa ispira i soldati impegnati oggi in operazioni militari speciali. Essi si trovano ad affrontare una forza aggressiva armata e supportata dall’intero blocco Nato.

Eppure, i nostri eroi continuano ad andare avanti”. Lo ha detto il presidente della Russia Vladimir Putin nel suo discorso alla parata nella Piazza Rossa a Mosca in occasione dell’81° anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Lo riporta l’agenzia Tass. 09:54 09-05-2026

CREMLINO, ‘NESSUN TENTATIVO UCRAINO DI INTERROMPERE LA PARATA A MOSCA’

(ANSA) – MOSCA, 09 MAG – Il portavoce presidenziale russo, Dmitry Peskov, ha dichiarato che non ci sono stati tentativi di interrompere le celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca. “Non ci sono stati tentativi; va tutto bene”, ha affermato il portavoce del Cremlino, citato da Interfax.   

A seguito dell’annuncio da parte del presidente americano Donald Trump di una tregua tra Russia e Ucraina dal 9 all’11 maggio, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva detto ieri sera di avere ordinato di non attaccare Mosca durante le celebrazioni. Da parte sua, il ministero della Difesa russo aveva dichiarato che le forze russe avrebbero lanciato un “massiccio attacco missilistico” di rappresaglia sul centro di Kiev se l’Ucraina avesse tentato di interrompere le celebrazioni del Giorno della Vittoria. ?   

Trump ha espresso la speranza che il cessate il fuoco tra Russia e Ucraina possa essere esteso. Ma durante il suo discorso di oggi sulla Piazza Rossa, il presidente russo Vladimir Putin non ha fatto alcun cenno alle dichiarazioni del suo omologo americano.


L’implosione dell’impero americano e l’Iran


(Tommaso Merlo) – Da leader del mondo ricco e libero, gli Stati Uniti si sono ridotti ad uno stato canaglia in balia di mafie lobbistiche che lo spingono ad infestare il mondo di guerre a vanvera e spazzatura morale. Uno stato profondamente corrotto perché comandato da coloro che hanno soldi per comprarsi le marionette parlamentari e il maggiordomo di turno alla Casa Bianca. Altro che democrazia modello, potere che appartiene al dollaro che lo esercita a piacimento. Con un presidente eletto bombardando le masse di pubblicità ingannevole e quando capita un vecchio psicopatico come Trump, il mondo va in malora senza che nessuno faccia niente. Tantomeno classi dirigenti dalla faccia di tolla e la lingua biforcuta che si prostituiscono per una poltroncina al sole. In confronto l’Iran produce classi dirigenti di livello molto superiore e anche come bilanciamento tra poteri, la Repubblica islamica appare un sistema più equilibrato ed intelligente di quello americano. Poi certo, hanno la religione di mezzo ma la devozione al dio danaro e al proprio ego tossico, sono altrettanto devastanti. Altro che democrazia modello e manipolazioni massa. Non politicanti ma spacciatori di illusioni, non una società ma un mercato, non una nazione ma una azienda, non giornalismo ma propaganda, non altre persone e paesi ma clienti o concorrenti da sfidare in nome dell’unico valore rimasto, il profitto. Una giungla capitalistica di matrice egoistica con la vita personale e collettiva ridotta ad un misero business. In cima una manciata di squali oligarchici che si arricchisce a dismisura mentre le masse o fuggono davanti a qualche schermo illuse di farcela anche loro oppure fuggono per sempre inquinandosi il sangue nelle vene. Una oligarchia senza cuore in cui le ruspe fanno fatica a rimuovere le baraccopoli di scarti umani nelle periferie delle città mentre la defunta classe media lotta con le bollette, la mafia lobbistica con la sua coscienza e gran parte del pianeta con la fame. Un modello che nasce dagli istinti peggiori ed ha infestato il mondo sfuggendo di mano. Un modello assurdo perché la vita non è così superficiale e banale. Quello che davvero ci serve per star bene come pace e senso non sono in vendita da nessuna parte e quindi soddisfatti i bisogni reali e tolto qualche sfizio, accumulare e scalare non serve a nulla se non ad intrattenere un ego meschino e a cui peraltro non basta mai. Un modello autodistruttivo per le persone come per il pianeta ma di cui nessuno parla perché al sistema e ai suoi giullari non conviene che le masse si risveglino ma piuttosto che stiano al gioco convinte che non vi siano alternative. Un modello pericoloso che l’impero americano ha esportato nel mondo bombardando nemici immaginari e piazzando basi militari ovunque per proteggere e minacciare a seconda della convenienza ed usando il dollaro come arma impropria per ricattare e punire chiunque osi non inginocchiarsi. Campagne elettorali come fine del mondo e poi alla fine prevale sempre la solita solfa dello stato profondo doppiogiochista e guerrafondaio col banco del casinò di Wall Street che vince sempre e comunque mentre il mondo va in malora nell’indifferenza di masse distratte di continuo per fargli inseguire miraggi consumistici inculcati fin dall’infanzia. E qui iniziano le novità. Mentre al Pentagono si lodavano ed imbrodavano da soli sperperando miliardi senza vincere una guerra neanche per sbaglio, non si sono accorti del nuovo paradigma missilistico e dronistico che rende le loro basi militari dei comodi bersagli al tirassegno e le loro mega portaerei delle ingombranti e costose bagnarole. Il tutto grazie alle nuove tecnologie e alla vecchia materia grigia di paesi come l’Iran impoveriti da quasi mezzo secolo di persecuzione americana per conto dei sionisti ma con nessuna intenzione di sottomettersi ed archiviare la propria antica civiltà. Lo hanno dovuto ammettere anche i camerieri del mainstream dopo settimane di servile propaganda sistemica. La contraerea americana costa uno sproposito e va a farfalle davanti ai siluri iraniani, la chiamano guerra asimmetrica ma in realtà è un nuovo paradigma militare e quindi geopolitico in cui bombe e minacce dell’impero a stelle e strisce non fanno più paura a nessuno. Uno sceriffo tutto chiacchiere e distintivo arrivato alla fine di una fallimentare carriera. Un bel casino perché la Coalizione Epstein rischia una sconfitta destinata a mutare gli equilibri mondiali e che quindi non può essere indolore. Se riesce a resistere e tenersi lo Stretto di Hormuz, l’Iran da regime terrorista al collasso e da annientare si ritrova potenza egemone nella regione e anche il destino di palestinesi e libanesi svolterebbe. Scenari da incubo per i sionisti che infestano Washington e che tengono Trump per le palle ed infatti c’è da aspettarsi ancora di tutto. A rivelarsi decisiva potrebbe essere l’implosione economica e quindi sociale dell’impero del dollaro per la felicità dei popoli liberi del mondo schierati tutti con l’Iran e con una nuova pagina storica. Non ne possono più dei deliri dello stato canaglia americano e dei loro padroni sionisti e guardano con favore alla nuova leadership cinese e all’era multipolare e ragionevole che propone.


Quando diventammo tutti antifascisti


A catturare davvero Mussolini fu il partigiano ‘Pedro’, alias il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle: mentre l’intero Paese corse a crearsi un’identità integerrima, lui non si vantò mai del suo eroismo

Quando diventammo tutti antifascisti

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Anche quest’anno non ho celebrato il 25 aprile, giorno che segna simbolicamente la liberazione dall’occupante nazista.

Per la verità, anche se sembra un dettaglio ma non lo è, in termini giuridici, gli occupanti non erano i tedeschi con cui avevamo stipulato un’alleanza (che poi quell’alleanza non si dovesse fare e fu uno dei più tragici errori di Mussolini è un altro discorso), bensì proprio gli Alleati. Il mito della Resistenza ha innescato un equivoco non innocente e cioè che fossimo stati noi italiani a riscattarci in libertà. A liberarci sono stati gli Alleati, gli americani, gli inglesi, ma anche i razzisti sudafricani e i neozelandesi perché avevano la sfortuna di far parte del Commonwealth. Se si va al Cemetery War, vicino a San Siro, fra le tante tombe bianche, tutte uguali com’è nello stile degli anglosassoni, se ne trovano 417 appunto di ragazzi di poco più di vent’anni appartenenti al Commonwealth, venuti a morire inutilmente per la libertà d’Europa. Che cosa poteva importare a un ragazzo sudafricano di quello che accadeva a diecimila chilometri di distanza dal suo Paese?

[…] Ho il massimo rispetto dei partigiani, quelli veri. Lo fu, in un modo un po’ singolare, anche mio padre, Benso Fini, membro del Cln del Corriere della Sera che teneva i contatti coi partigiani di montagna col pretesto che lì era sfollata sua moglie, Zenaide Tobiasz, ebrea. Certo non ebbe mai scontri diretti, fisici, il suo ruolo era diverso. Emilio Radius racconta in un suo libro come quest’uomo, dall’aria di impiegatuccio, con spesse lenti, riuscisse a uccellare i fascisti della zona. Indubbiamente, come ho già detto, non ebbe mai scontri fisici, non voglio gabellare mio padre come un eroe della Resistenza, ce ne sono già troppi, ma certamente con una moglie ebrea e i nazisti in casa la sua situazione non era proprio delle più tranquille. Mi piacerebbe restituire questo racconto con le parole dello stesso Radius, ma non riesco più a trovare il libro. Ho una biblioteca di circa 12 mila libri, ma quando debbo consultarne uno per un qualche riscontro non lo trovo mai. Il fatto è che ho troppi libri, mannaggia la miseria.

Il mito della Resistenza ha ingenerato un equivoco, non innocuo come tutti gli equivoci, e cioè che si sia stati noi italiani a riscattarci in libertà, mentre furono gli americani, gli inglesi e gli sfortunati ragazzi che appartenevano al Commonwealth (cosa che ricorda un po’ la storia dei nordcoreani chiamati in soccorso da Putin e che, del tutto sprovveduti su un territorio che non conoscevano affatto, sono stati tutti sterminati).

[…]

Il 25 aprile assistemmo a una scena molto nota a noi italiani, specialisti, come scrisse Ennio Flaiano, nel “correre in soccorso dei vincitori”. Gli italiani da tutti i fascisti che erano stati, o quasi (solo 13 docenti universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e persero la cattedra) erano diventati tutti antifascisti. Mi raccontò Arturo Tofanelli, il giornalista che ha inventato il primo magazine a colori, per lo meno in Italia, che quel fatidico giorno stava viaggiando da Torino a Milano: “Vedevo, ai lati dei binari, il luccicare di quelle che sembravano medaglie, erano i distintivi del Partito fascista di cui si stavano rapidamente liberando”.

La mia infanzia, nel dopoguerra, è stata segnata da ragazzi poco più grandi di me che sostenevano di aver partecipato alla Resistenza e mi rimproveravano perché io non l’avevo fatta. Come minimo erano stati tutti “staffette partigiane” (Fallaci compresa, poteva mancare?). E io, nella mia ingenuità, mi dicevo: “Ma quanti messaggi si scambiano questi partigiani?”.

[…] Ma torniamo alla Resistenza, quella vera e quella montata ad arte. A catturare Mussolini, che dopo tanta retorica sulla “bella morte” per la quale molti ragazzi italiani andarono a morire per Salò (anche questo è un segno della nostra classe dirigente che al momento del dunque trova sempre una qualche ragione per svignarsela, vedi il re e Badoglio che fuggono da Roma lasciandola in balìa dei tedeschi, vedi anche le atroci lettere di Aldo Moro inviate dalla prigione brigatista) fu il partigiano Pedro, alias conte Pier Luigi Bellini delle Stelle, con un’azione audacissima: erano solo 7 i partigiani sotto il suo comando, fermò la colonna di trecento tedeschi, che erano sì in fuga, ma armati di tutto punto al comando del colonnello Fallmerayer. Da Milano, per ordine del Cln lombardo, arrivarono a Salò numerosi “partigiani” con divise nuove di zecca, nessuno li aveva mai visti, tanto che Pedro e i suoi sul momento pensarono che fossero fascisti travestiti. Al comando di questo manipolo c’era il “colonnello Valerio”, al secolo ragionier Walter Audisio, che aveva l’ordine di fucilare Mussolini e tutti gli altri gerarchi fascisti che seguivano il Duce in fuga. Valerio si fece consegnare la lista dei gerarchi fascisti, quelli responsabili e quelli meno responsabili e a fianco di ogni nome metteva una croce che significava la condanna a morte per i catturati. Quando arrivò al nome della Petacci mise pure una “X”: “Ma come – disse Pedro – vuoi fucilare anche la donna?”. “Sì”. “Allora – rispose Pedro – io ritiro i miei uomini dalla piazza”. In un successivo articolo pubblicato sull’Unità, Valerio si sofferma a lungo su particolari scabrosi, come le mutandine della Petacci. Era talmente volgare quel pezzo che il giorno dopo l’Unità fu costretta a rettificare il tiro. La Petacci, com’è noto, fu fra le persone appese a testa in giù a Piazzale Loreto, ma con la gonna legata perché non le si vedessero le pudenda. C’è qui tutto il cattolicesimo italiano, per cui fucilare la donna era lecito, ma esporre appunto le sue pudenda al pubblico era tabù. Del resto a queste scabrosità i partigiani, o alcuni di essi, non erano alieni. Proprio il giorno della Liberazione fecero sfilare, nude e rasate a zero, le ragazze che erano state coi fascisti, o presunti tali o con i nazisti. È proprio questo particolare della rasatura che più fa rabbrividire. Si sa quanta importanza hanno per le donne i capelli e il modo in cui li portano. Non a caso nell’Islam, seguendo la sharia, le donne devono portare il velo e anche da noi, se entrano in chiesa, devono coprire il capo. Così è ancora usanza nel nostro Sud. Non voglio con questo giustificare i massacri che si fanno in Iran contro le donne che non si vestono “adeguatamente”. È solo un dato di fatto. Davanti allo scempio di Piazzale Loreto con i corpi impiccati a testa in giù, Sandro Pertini, non ancora indementito, esclamò: “L’Insurrezione è disonorata!”. Gli stessi americani, evidentemente molto diversi da quelli di oggi, da quelli di Trump, ne furono scandalizzati e chiesero che i corpi fossero immediatamente portati alla morgue, cioè all’obitorio.

Bellini delle Stelle, ingegnere, fece una normale carriera all’Eni e non lo sentì mai citare l’episodio di cui era stato protagonista, Walter Audisio, per un’azione che somigliava più a quella del boia, divenne parlamentare del Partito Comunista. […]

Ho raccontato l’apologo del partigiano Pedro a mio figlio e alla fine gli ho chiesto: “Allora, preferiresti essere Pedro o Valerio?”. Ha risposto: “Pedro” e mi ha fatto piacere. Gli ho detto: “Ma tu non puoi sapere, Matteo, che Pedro per comportarsi come si comportò nella vita civile dovette avere molto più coraggio di quando rischiò la pelle combattendo. Perché il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. È quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. È quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza d’un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l’aperto disprezzo dei bari della vita”. Ci vuole una grande forza interiore per essere e restare Pedro.


“XXI Secolo” di Giorgino sembra il cane da compagnia di Meloni


(di Giandomenico Crapis – iulfattoquotidiano.it) – Si potrebbe dire che XXI secolo, in onda lunedì in seconda serata, è un programma a cura del governo, di tipo istituzionale. Dove la propaganda si spaccia per informazione, ma lo fa in maniera soft. Un modulo ad esempio che né Vespa, Del Debbio o Porro saprebbero inventare. E deve essere questo il motivo per cui Francesco Giorgino gode di una curiosa, e immeritata, immunità dalle critiche anche aspre che politici o commentatori progressisti indirizzano a quelli. Forte di un alto concetto di sé, definisce il suo giornalismo basato solo “su evidenze empiriche”, si dice guidato dal massimo “rispetto dei valori supremi della libertà e del pluralismo”, sottolinea che “la politica deve lasciare in pace l’informazione”. Poi ti accorgi che invece è lui che non lascia in pace la politica, quella al potere, per omaggiarla. In fondo, della trasmissione il giornalista ha fatto un ottimo prodotto da ufficio stampa: fa il punto sull’operato della premier e dei suoi ministri. Settimana dopo settimana c’è sempre una parola buona per il governo: dal cambiamento climatico alla cultura, dallo sport alle crisi internazionali, dalla giustizia all’universo dei social, dalle stragi in Svizzera alla scuola, dal dissesto geologico ai trasporti. Non un dubbio, una perplessità, una critica, una increspatura sul mare piatto di XXI secolo.

Parlandone più di un anno fa scrissi che al confronto Porta a Porta di Vespa è la culla del pluralismo. Ma perché, mi chiedo oggi, scomodare sempre il povero Vespa? Giorgino è tutt’altra cosa, e se un confronto s’ha da fare egli è piuttosto un Mario Appelius del nuovo secolo, l’uomo che dalla radio magnificava l’operato del Duce (anche se pure lui alla fine pagò per non avere voluto occultare le sconfitte dell’Asse). A parte due puntate sul referendum, Giorgino proprio non sa cosa sia, non la par condicio, ma il semplice pluralismo: finora (va in onda da febbraio) ha ospitato otto tra ministri e vice, più il presidente della Camera, più 4 esponenti della maggioranza (tutti di Fratelli d’Italia) e un inviato del governo. L’anno scorso i ministri erano stati una ventina, più due sottosegretari e sette esponenti di maggioranza e la stessa premier (sei presenze per la minoranza). L’opposizione? Un elemento si direbbe di esclusivo arredamento, di contorno (si son visti solo Ascani, Guerini e Gubitosa), da offrire agli spettatori in piccolissime dosi, non si sa mai! Ma i numeri, anzi le “evidenze empiriche” del suo modo di informare, per usare la lingua del nostro, sono il meno. Il meglio del conduttore del nuovo secolo lo si vede quando si rivolge agli ospiti: le domande sono come i passaggi di Platini, agli interlocutori basta spingere la palla in rete. Se c’è la Calderone e si parla di salario lui chiede “quand’è che un salario si dice giusto?”, se c’è Urso sussurra: “Le misure del governo sono in grado di alleviare le difficoltà delle famiglie?”: a volte fa l’impertinente, ma con giudizio, come quando si rivolge a Valditara dicendogli, ohibò, “le faccio una domanda diretta, perché tanta violenza nelle scuole?”, o al malcapitato Abodi: “Che significato hanno le Olimpiadi invernali per l’Italia?”. Se c’è Mantovano gli chiede “quali sono i provvedimenti del governo contro le dipendenze dai social”, mentre se c’è il viceministro Leo che rischia di perdersi sul rapporto deficit/Pil, suggerisce complice: “Se invece che 3,1% fosse stato 3,04 saremmo a posto”. Se poi irrompe il referendum, è vero, gli elettori hanno detto no ma il governo non voleva di certo mettere i giudici sotto scopa, come dice l’opposizione. Insomma il giornalista vero, si sostiene, deve vestire i panni del wacthdog, del cane da guardia; il nostro appare invece come un grazioso lapdog, fa compagnia. Il lunedì, in seconda serata.


Conte: “La mia malattia? Ho temuto il peggio, intervento delicato, ma ora sto bene”


Il leader M5S e la malattia: «Ho apprezzato la solidarietà»

08 mag 2026

(di Monica Guerzoni – corriere.it) – «Ho temuto il peggio, ma grazie a Dio ora sto bene».

Che cosa ha avuto, presidente Giuseppe Conte?
«Ho subìto l’asportazione d’urgenza di una neoplasia. L’intervento è stato delicato, ma è andato molto bene ed è stato risolutivo».

In Parlamento giravano voci preoccupanti, lo sa?
«Sì, sono arrivate anche a me. Ma proprio poche ore fa l’esame istologico ha confermato che si trattava di una formazione benigna, il che mi consente di tornare alla vita di prima senza nessuna conseguenza. Sono stati giorni duri, con la vita che in un secondo non è più la stessa. Voglio ringraziare Olivia, mio figlio e i miei familiari, che mi sono stati sempre accanto, ringrazio l’équipe medica che mi ha seguito e la mia comunità politica. Tutti si sono stretti attorno a me, mi hanno riempito d’affetto».

Ha avuto solidarietà dal mondo politico?
«Sì, da tantissimi colleghi dei partiti di opposizione, ma anche del governo e dal mondo dell’informazione. Ho apprezzato molto, mi creda. Ho sempre pensato che la lotta politica non deve mai oscurare la sensibilità umana, che viene prima. È quel che ho cercato di fare in questi anni di impegno e in questa prova mi è stato restituito».

Le è pesato essersi dovuto fermare in un momento importante, con il suo libro «Una nuova primavera» in cima alle classifiche e con l’urgenza di costruire l’alternativa alla destra dopo la vittoria del No al referendum?
«Questo mi è pesato, sì. Da quando ho iniziato a fare politica non mi ero quasi mai fermato, se non per pochissimi giorni di riposo. Questa volta ho dovuto annullare appuntamenti in tutta Italia e saltare anche il Primo Maggio, che avevo programmato di passare con i lavoratori che rischiano il posto e per i quali continueremo a batterci».

In dieci giorni molte cose sono cambiate. Trump si è scagliato contro il Papa e contro Giorgia Meloni, il ponte tra Roma e Washington è crollato e Rubio e venuto a Roma per «ricucire»…
«Trump si sta indebolendo, sul fronte esterno e interno. Gli attacchi insensati e inaccettabili contro il Papa lo allontanano dal mondo cattolico e non solo. Il nostro governo si sveglia tardi da questo incantesimo verso Washington e credo che questo tentativo di riposizionamento sia anche il frutto dei 15 milioni di No al referendum. Una batosta».

Dopo la «batosta» il governo sta cambiando passo?
«Siamo agli sgoccioli della legislatura. Tutte le scelte più importanti del governo sono state prese e gli accordi più rilevanti sono stati firmati, come l’aumento del 5% delle spese Nato. Accordi incompatibili, insostenibili per gli interessi nazionali. E tanti nodi restano lì, insieme ai danni fatti».

Quali danni e quali nodi?
«Gli attacchi illegittimi di Netanyahu e Trump in Iran e in Libano, che hanno messo in ginocchio la nostra economia, Meloni di fatto non li ha ancora condannati. L’Italia non ha chiesto di strappare gli accordi tra Ue e Israele, nonostante il genocidio a Gaza. E giorni fa, addirittura, alcuni nostri connazionali sono stati sequestrati in acque internazionali su una barca battente la nostra bandiera».

Per La Russa la missione della Flotilla è «propaganda che non salva vite», ma il governo aveva condannato il sequestro e chiesto a Tel Aviv di liberare gli italiani.
«Aveva… Il nostro governo non trova la dignità di tutelare neppure i nostri connazionali contro questi atti di pirateria internazionale. Resta una politica anti italiana, contro i nostri interessi e i nostri valori».

Da una parte Meloni sembra volersi dedicare a cose concrete come i salari, il nucleare e la crisi energetica, dall’altra pare già in campagna elettorale. Assistiamo alla fase due della premier, o non è mai iniziata?
«Mi sembra che la fase sia sempre la stessa, la fase zero. Zero virgola del Pil, zero riforme in quattro anni, zero aiuti sulla benzina che è tornata a salire, zero misure per gli stipendi, zero tagli delle tasse e pressione fiscale record, zero sostegni alle imprese nonostante il tracollo della produzione industriale».

Non va bene nemmeno il Piano Casa?
«È un annuncio di piano, da realizzare in dieci anni. I prossimi due governi dovranno trovare i soldi e riempirlo di contenuti».

Sulla riforma della legge elettorale il governo accelera. Lei prevede una riforma con le opposizioni, o contro?
«Trovo molto grave che, mentre c’è una guerra in Iran e una crisi energetica che mette in ginocchio famiglie e imprese, Meloni faccia vertici a Palazzo Chigi per acconciarsi una legge elettorale che le permetta di vincere. Più che una accelerazione vedo un pantano, con Meloni che vorrebbe andar dritto e Lega e Forza Italia in disaccordo su punti cruciali, non dettagli».

Per il Movimento quali sono i punti cruciali?
«Per noi sono fondamentali le preferenze, mentre questo premio abnorme non va, distorce la rappresentatività».

Schlein ritiene la legge «irricevibile», molti però sostengono che al Pd e al M5S la riforma stia bene. È così?
«Nessuna ambiguità, è una riforma da bocciare. E se insisteranno la nostra contrapposizione sarà durissima».

In sua assenza è spuntato un appello di giuristi e intellettuali contro le primarie. Finiranno in archivio?
«Noi ora siamo concentrati sul programma. Tra pochi giorni avremo 100 spazi aperti per la democrazia, perché per prima cosa dobbiamo coinvolgere i cittadini per un programma condiviso. Solo così, in una fase successiva, le primarie potranno essere un momento di vera partecipazione democratica».

Non avete una coalizione, non avete un programma, non avete un leader. Non è ora di accelerare? E se si fanno le primarie lei si candida?
«Le primarie possono essere un’ottima soluzione proprio per scongiurare derive leaderistiche. Quanto a me, ci sono e decideremo insieme alla mia comunità».

Che pensa della scelta di Mattarella di concedere la grazia a Nicole Minetti? E le dispiace che, dopo l’inchiesta del «Fatto» di Travaglio, la Procura non abbia ravvisato elementi per una revoca?
«Io sarò sempre il primo tifoso delle inchieste e dell’informazione che fa il suo dovere, approfondendo vicende di grande rilevanza pubblica. Gli accertamenti che il Quirinale ha richiesto sono più che mai necessari, aspettiamo di vedere cosa ne uscirà».

Ci vede un nesso con le manovre al centro e il rischio di «ammucchiata», in caso di pareggio? E il M5S resterebbe fuori dal futuribile asse tra la Forza Italia di Marina Berlusconi e il Pd?

«Noi siamo nel campo progressista sulla base di scelte valoriali come tutela della legalità e della giustizia sociale e ambientale. Una forza che voglia perseguire progetti progressisti non credo potrà mai stringere un’alleanza con Forza Italia, che ha promosso la scellerata riforma della giustizia per rivendicare i privilegi della classe politica, bocciata per fortuna dai cittadini».

Tra i progressisti c’è chi, come Renzi, lavora per fermare un eventuale approdo di Meloni al Quirinale. Come la vede?
«Se davvero fossero queste le ambizioni di Meloni sarebbe preoccupante, vista l’allergia che ha mostrato verso ogni forma di controllo del potere di governo e di rispetto degli equilibri costituzionali».


Meloni, con gli Usa ma non a ogni costo. Così la destra liquida i Maga


Accontentare Trump porterebbe a un tracollo dei consensi personali

Meloni, con gli Usa ma non a ogni costo. Così la destra liquida i Maga

(Flavia Perina – lastampa.it) – Non si sono disturbati nemmeno Pro-Pal e centri sociali a contestarli (erano tutti a Venezia per la Biennale). L’incontro romano di Marco Rubio con Giorgia Meloni è scivolato via come occasione di routine, un doppio esercizio di equilibrismo segnato dalla consapevolezza dei protagonisti che tra un’ora, un giorno, una settimana, potrebbe arrivare un tweet di Donald Trump a cambiare ogni carta messa in tavola. Lo sa Rubio, lo sa Meloni, lo sanno tutti, e dunque meglio restare sul generico ed esaltare «la duratura partnership strategica», le «priorità comuni», la «collaborazione transatlantica costante» (Rubio), il «dialogo franco tra alleati che difendono i propri interessi» (Meloni) o anche la «meravigliosa notizia» delle origini italiane del Segretario di Stato Usa (Tajani).

Dal lato Meloni il colloquio ha confermato un guardingo distacco dalle posizioni e dalle richieste dell’amministrazione Usa, e non poteva essere altrimenti. Dopo aver a lungo rinviato la presa di distanza dalle mattane del Presidentissimo, la premier non può dare neanche lontanamente l’impressione di preparare ulteriori giravolte, e infatti dice che l’unità dell’Occidente è preziosa ma, riferendosi alla difesa degli interessi italiani, fa capire: non ad ogni costo. Dal lato Rubio, le ambizioni legate al viaggio – se esistevano – erano state già stroncate dai malevoli tweet della Casa Bianca alla vigilia della partenza. Il Segretario di Stato si è arrangiato di conseguenza, badando soprattutto ai segnali da veicolare sulla stampa statunitense: per mal che vada, i contatti romani torneranno utili nel duello con J.D. Vance per la futura corsa alla Presidenza, dove il voto dei cattolici Usa e degli italoamericani avrà il suo peso.

La visita conferma che sarebbe complicato per la destra italiana – ammesso e non concesso che lo voglia – un rewind ai tempi belli dell’afflato Maga e delle pacche sulle spalle alla Casa Bianca. Gli appuntiti paletti posti da Trump sulle questioni di maggior rilievo per il nostro Paese sono stati ribaditi uno per uno, rendendo oggettivamente impossibile un riavvicinamento a breve termine. Il ritiro delle truppe Usa, dice Rubio, resta sul tavolo: la decisione è prerogativa esclusiva di Trump, inutile parlarne. La mancata concessione di Sigonella per le operazioni belliche in Iran è un macigno perché gli americani stanno nella Nato soprattutto per quello, per la possibilità di schierare forze nei Paesi europei «che possiamo impiegare in altre situazioni». Su Hormuz ci si aspetta dagli alleati «qualcosa di più delle parole forti».

Meloni non poteva che prendere atto e passare all’appuntamento successivo (con gli agricoltori, a Milano). E tuttavia l’incontro ha avuto una sua utilità: conferma, anche agli ultimi pasdaran del trumpismo di destra, che il problema con la Casa Bianca è assai più concreto delle sgradevoli battute sul Papa o della sguaiata denigrazione dell’impegno militare italiano nelle vecchie guerre americane, ma ha a che fare con questioni insormontabili per qualunque governo. Gli atti di fedeltà richiesti da Donald Trump, se soddisfatti, provocherebbero probabilmente la caduta dell’esecutivo in Parlamento e un tracollo del consenso personale di Meloni.

Dare le basi ai caccia diretti a Hormuz, collaborare alla guerra nel Golfo, facilitare il ritiro Usa moltiplicando le spese militari, lasciare l’Ucraina al suo destino assumendo il ruolo che una volta era di Viktor Orban, significherebbe rinunciare a ogni prospettiva di un bis a Palazzo Chigi. Il famoso bivio – con l’Europa o con Trump? – che ha a lungo agitato il centrodestra, da un mese non esiste più perché da una parte c’è la possibilità di giocarsi la conferma e dall’altra il suicidio.

E così, al convegno di Confagricoltura, Meloni liquida con un paio di battute il summit americano dal quale è appena è uscita. Entrambi comprendiamo – dice la premier riferendosi al colloquio con Rubio – quanto sia importante il rapporto transatlantico, «ma entrambi sappiamo che è necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali». Quella congiunzione avversativa è rivelatrice, ricorda una citazione celebre tra i nerd del Trono di Spade: tutto ciò che viene prima del “ma”, non conta niente.


Biennale, più macelleria che egemonia


Nulla come questa sventurata esposizione certifica il fallimento del disegno meloniano, che anche sulla cultura va a sbattere sullo stesso muro contro il quale si infrange la sua politica estera

Venezia, 6 maggio: la protesta di Pussy Riot e Femen davanti al padiglione russo

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – È sicuramente uno scherzo del destino, e non l’ultimo “uovo del drago” depositato dal diabolico Buttafuoco. Ma fa comunque un certo effetto che la sessantunesima edizione della Biennale di Venezia accusata di putinismo apra i battenti nello stesso giorno in cui la Russia celebra l’ottantunesimo anniversario della vittoria sul nazifascismo.

All’Arsenale il taglio del nastro che apre la rassegna, stavolta intossicata dai miasmi sul padiglione russo, tra reprimende europee, sarabande salviniane e scorribande delle Pussy Riot. Sulla Piazza Rossa la solita parata militare, stavolta senza blindati e missili ma con i reduci della Seconda guerra mondiale e i soldati del fronte ucraino, in colonna davanti allo zar di Mosca e ai pochi capi di Stato che ancora gli baciano la pantofola.

In mezzo, il più velenoso regolamento di conti tra la nomenklatura di governo e di sottogoverno e l’intellighenzia al seguito delle destre al comando. Da quasi quattro anni vagheggiano e vaneggiano di un nuovo “racconto” da offrire al Paese, che parte dalla storia, abbraccia la religione, incrocia l’arte, attraversa la letteratura e il cinema. Poi, invariabilmente, tutto precipita nella spartizione della Rai e nell’occupazione manu militari di tutte le casematte del potere materiale e immateriale. Più che “egemonia”, fanno “macelleria culturale”.

Nulla come questa sventurata Biennale certifica il fallimento del disegno meloniano, che anche sulla cultura va a sbattere sullo stesso muro contro il quale si infrange la sua politica estera. Non solo l’abbraccio mortale con Trump (al quale la premier si è voluttuosamente abbandonata), ma anche quello con Putin (al quale alcuni suoi Fratelli e quasi tutti i leghisti non si sono mai sottratti). Con il fantasma dell’uomo del Cremlino che aleggia tra le calli, la kermesse alla Serenissima è la rappresentazione plastica del caos.

Venezia, 8 maggio: Matteo Salvini visita il padiglione di Mosca

A partire da Salvini: tra un comiziaccio da fascio-sovranista a piazza Duomo e una visita da re magio con i giocattoli alla famiglia del bosco, capitan Matteo ha scoperto che «l’arte non ha colore né confini né censure», e quindi va con gioia al padiglione russo perché «gli assenti hanno sempre torto». Alessandro Giuli gli risponde per le rime: «Pensavo facesse autocritica, per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero… ».

Una rissa da bar, che se il paragone non suonasse irriguardoso per pezzi da novanta come Andreatta Formica ricorderebbe quella famosa tra i “commercialisti di Bari” e le “comari di Windsor” della Prima Repubblica. Ma questo è puro “teatrino della politica”: il 24 maggio a Venezia si vota, Vannacci ha messo la freccia e nessuno vuole farsi scavalcare dal partito filo-russo del generale.

Restiamo alla macelleria culturale intorno alla Biennale. L’hanno affidata a Pietrangelo Buttafuoco, forse l’unico vero intellettuale (insieme a Giordano Bruno Guerri e a Franco Cardini) di una destra radicale ma colta, libera, per certi versi “irregolare”. Buona scelta, di quelle che avrebbero potuto e dovuto fare anche in altri ambiti, se solo ne avessero avuto il coraggio. Non l’hanno fatto, e ora capiamo il perché.

Roma, 5 maggio: il ministro della Cultura Alessandro Giuli

Buttafuoco ha deciso di accogliere Russia e Israele, convinto che l’arte debba unire e non dividere i popoli. Alla sua maniera, un po’ guascona e un po’ dannunziana, ha citato l’appello di Mattarella «ai liberi e agli audaci». Giusto o sbagliato che sia il merito, ha esercitato il suo ruolo in autonomia. Ma è proprio questo che il governo non accetta, cioè il metodo: io ti ho messo lì, tu obbedisci agli ordini.

In un primo momento, senza esplicitare la “teoria”, Giuli aveva provato a risolvere con la burocrazia: mandando a Venezia gli ispettori, sperava di far emergere qualche irregolarità nelle procedure. Missione fallita. E ora il ministro, pur confermando la sua posizione pro-Ucraina, prova a voltare pagina: «Pietrangelo ha portato la Russia in mostra alle spalle del governo… così ha fatto un favore a uno Stato belligerante… ma l’autonomia è un confine che non possiamo valicare».

Metodo corretto, se solo il governo l’avesse fatto suo fin dall’inizio. Ma non è così. Da Leonardo alla Fenice, tutti gli incarichi conferiti finora sono ispirati solo dalla fedeltà. L’appartenenza clanica e minoritaria al vecchio Msi di Colle Oppio. Proprio perché rinchiusa per anni in quella setta, la Sorella d’Italia vinte le elezioni avrebbe potuto stupirci aprendo porte e finestre del partito, offrendo incarichi di responsabilità a persone capaci, affini ma non organiche. Uno sparuto drappello di “indipendenti di destra”, come negli anni ’70 e ’80 esistevano gli “indipendenti di sinistra”. Certo, di là non esistono i Rodotà e gli Sciascia. Ma si poteva trovare di meglio dei Gianmarco Mazzi e dei soliti Pavolini in minore selezionati di volta in volta dall’anima nera di palazzo Chigi Giovanbattista Fazzolari.

«Non tollereremo rendite e parassitismi, i soldi dei contribuenti sono sacri!», aveva tuonato Giuli, appena seduto sulla sedia elettrica che fu di Sangiuliano. In quest’ultimo anno la politica culturale della destra è rimasta sempre la stessa. Insulti alla sinistra che «non ha più intellettuali ma solo comici». Sberleffi agli attori e ai registi che chiedono la riforma del tax credit.

Pesci in faccia agli Elio Germano rappresentanti di «una minoranza rumorosa che ciancia in solitudine». Repulisti agli Uffizi di Firenze, alla Pinacoteca di Brera, al museo Ginori di Sesto Fiorentino. Blitz sullo statuto dell’Accademia del cinema italiano e sulla governance del Centro sperimentale cinematografico. Bordate contro Massini e SavianoAugias e ScuratiGruber e Fazio. «Sgomento» di fronte al delinquente Kaufmann che prima di massacrare a Villa Pamphili la compagna e la figlioletta di 6 mesi ha incassato 836mila euro per un film mai girato. «Non permetteremo più che questo accada», giurava nel sangue il Divo Giuli, allora.

Un anno dopo, è tutto uguale. Anzi, è persino peggio. C’è la vergogna del finanziamento negato al documentario su Giulio Regeni dalla Commissione ministeriale, che invece l’ha generosamente concesso a un porno-soft con Manuela Arcuri e a una biografia di Gigi D’Alessio. Il ministro ha avuto almeno il buon gusto di scusarsi, alla cerimonia dei David al Quirinale, di fronte al Capo dello Stato. «Mai più», ha promesso. Ma chi si fida, dopo un’intera legislatura di impegni traditi?

Tutto resta Cosa Loro: poltrone ministeriali e commissioni scientifiche, fondazioni culturali e musei, teatri ed enti lirici, premi letterari e bande musicali. Altro che appelli alla destra a non «vedere la cultura come il terreno di una guerra di trincea, in cui eserciti contrapposti si contendono posizioni di potere», come scriveva lo stesso Giuli nel suo Gramsci è vivo di due anni fa.

L’encefalogramma delle nuove iniziative è piatto, dimenticate le stantie fiction Rai su Fiume e Marconi e archiviate la mostra penosa su Tolkien e quella pelosa sul Futurismo. In compenso, è caduta sul campo pure Beatrice Venezi, la “bacchetta nera” imposta a ogni costo alla Fenice. Dalla «nuova egemonia culturale» è tutto: la linea a voi, solito “culturame” della sinistra woke e radical chic.


Stasi-Sempio: spalti gremiti


(di Michele Serra – repubblica.it) – Non sono pro-Sempio e nemmeno pro-Stasi, spero che questa dichiarazione non mi penalizzi come giornalista e come componente della società. Credo che a questa serena neutralità contribuiscano non solo la mia poca consuetudine con il noir (anche se so bene che grandi scrittori e grandi giornalisti, grazie al noir, hanno potuto scrivere pagine memorabili), ma anche una più generale stanchezza nei confronti della foga giudicante che egemonizza i social e contagia pesantemente anche i giornali.

Tutti giudicano tutto e tutti, la sospensione del giudizio e l’esitazione intellettuale stanno diventando merce rarissima. Abbondano i giornali inquirenti e i giornali avvocato (più i primi dei secondi, per la verità) e se si mette un piede nella stragrande maggioranza dei dibattiti social lo si ritrae subito per paura che venga mozzato da una raffica. Non parliamo di quei talk-show allestiti con il proposito palese di scatenare la rissa, come se condurre un dibattito equivalesse a gestire un match tra galli da combattimento, con le penne che volano fuori dal video.

La tentazione è opporre una indifferenza oblomoviana a questo trambusto non solamente molto rumoroso: anche molto violento. E tragicamente intrusivo, perché non credo che le persone deputate professionalmente, a vario titolo, a gestire la vicenda di Garlasco, possano restare immuni dal boato della folla a ogni gol segnato o subìto. Non sono solamente giudici o avvocati, sono le star di un derby di enorme successo. Tanto vale, a questo punto, se si rifarà un processo, rifarlo a San Siro. Spalti gremiti, dirà il telecronista.


Quella atlantica è un’alleanza solo a parole


Un estratto “Lo scisma d’Occidente”, il nuovo numero di Limes, da oggi nelle edicole

Quella atlantica è un’alleanza solo a parole

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Nella sintesi del più acuto esponente della destra reazionaria americana, il politologo di nascita italiana naturalizzato statunitense Angelo Maria Codevilla (1943-2021), teorico dell’America First: «Il governo degli Stati Uniti è insieme sovra-armato e impotente, sovra-alleato e in contrasto con la maggior parte dell’umanità – persino con il suo stesso popolo». I corsivi sono nostri a marcare la catena logica e fattuale che attribuisce la catastrofe strategica degli Usa all’eccesso di armi e alleanze. Tradotto: la Nato è la malattia dell’America.

Le invettive trumpiane contro gli europei scrocconi che al momento del bisogno – soccorrere gli americani nell’insana avventura di Hormuz – si tirano indietro sono la punta di un iceberg colossale, per decenni celato dal geopoliticamente corretto: la diffidenza degli americani verso gli europei e l’idea stessa di Europa – bene o male, il continente da cui i loro avi sono fuggiti. Lo scisma geopolitico in corso ha radici troppo robuste per immaginarlo reversibile.

L’Europa è lo scudo dell’America. Nella contrapposizione fra Usa e Urss (poi Russia) i rispettivi imperi europei servivano a Washington e a Mosca come ring del loro eventuale scontro. Carta assorbente. I soci europei restano avvertiti che in caso di olocausto nucleare saranno le vittime sacrificali del primo scambio di colpi, affinché sia l’ultimo. Come già esposto da Eisenhower nel 1951, gli americani non sono qui per morire al posto nostro: «Non possiamo essere una moderna Roma che protegge le frontiere lontane con le nostre legioni, perché queste non sono le nostre frontiere».

Un punto decisivo resta sospeso da sempre, giacché se chiarito smantellerebbe l’alleanza: l’articolo 5 del Trattato nord-atlantico. Scritto con l’inchiostro simpatico del miglior gergo diplomatico, si è convenuto di volgarizzarlo garanzia che l’aggressione contro uno Stato membro provocherà la reazione di tutti. Se così fosse, l’America sarebbe lo scudo degli europei, rovesciando la sua idea di Nato. È il segretario di Stato Acheson, con l’inchiostro del codicillo non ancora asciugato, a offrire l’interpretazione autentica che gli Stati Uniti hanno sempre dato e continuano a dare di quel famigerato articolo. Di fronte alla commissione Esteri del Senato, assicura: «L’articolo 5 non significa che gli Stati Uniti sarebbero automaticamente in guerra se una delle altre nazioni firmatarie fosse vittima di attacco armato. Per la nostra costituzione solo il Congresso può dichiarare guerra». Lezione appresa nel 1919, quando il Senato rifiuta l’adesione alla Società delle Nazioni per evitare il rischio di scivolare in guerre altrui. Confermata nel 1945 a San Francisco, quando gli Stati Uniti – non l’Unione Sovietica – sulla base di tale imperativo impongono il diritto di veto per i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. L’entità sovraordinata protetta da Dio non può scadere al rango di potenza mortale.

Questione chiarita con stile da Trump il 10 febbraio 2024 in un raduno elettorale a Conway, Carolina del Sud. L’ex/futuro presidente racconta della baruffa con un «importante alleato Nato» (Ian), che si rifiuta di pagare la tassa atlantica da lui fissata nel 5% del rapporto fra spese per la difesa e pil.

Ian: «Bene, signore, se noi non paghiamo e siamo attaccati dalla Russia, voi ci proteggerete?».

Trump: «Non pagate? Siete morosi?».

Ian: «Sì. Diciamo che faremo così».

Trump: «No. Non vi proteggeremo. Anzi incoraggerò i russi a fare tutto quel diavolo che vorranno. Tu devi pagare. Devi pagare i tuoi conti… E i soldi sono volati in cassa».

Se questa è un’alleanza.


Roberto Saviano: “Perché Garlasco in tv diventa una fiction oscena”


In un Paese di giurati popolari permanenti il delitto di Chiara riempie ore di palinsesto mentre il processo Cutro passa sotto silenzio

L’avvocato di Andrea Sempio, Liborio Cataliotti

(di Roberto Saviano – repubblica.it) – C’è qualcosa di profondamente osceno nel modo in cui un Paese intero, di nuovo, si è seduto a tavola davanti a Garlasco con tovagliolo e forchetta. Una ragazza è morta quasi vent’anni fa e oggi abbiamo deciso che quella morte debba essere una serie da rilanciare per la seconda stagione. Audio rubati di un indagato mandati in onda a colazione, appunti privati letti come nelle serie sugli adolescenti trasmesse da Netflix, plastici, ricostruzioni in 3D, criminologi improvvisati, influencer da milioni di view che spiegano “i tre indizi che nessuno ha notato”.

Non è inchiesta, è consumo, vita ridotta a content. C’è una famiglia costretta a seppellire la figlia un’altra volta in diretta, c’è un condannato trasformato in personaggio di soap e poi un nuovo indagato, polverizzato dal linciaggio prima della sentenza. E noi a sgranocchiare, con un voyeurismo travestito da senso civico. La verità non sta nei talk no-stop, né nei podcast a puntate, sta in un’aula, davanti a un giudice. E, anche in quel caso – per fortuna – si tratterebbe solo della verità giudiziaria.

Tutti diventano esperti senza sapere che è questa la malattia del nostro tempo. Si guarda mezz’ora di talk show e si esce con la sentenza in tasca, il colpevole già scelto. Il true crime italiano ha prodotto un Paese di giurati popolari permanenti, ognuno con la sua tesi, e questo è il contrario del sapere, è la sua parodia. Non è il fallimento del giornalismo, è la messa in pratica di una sua funzione che dovrebbe, al più, restare marginale, e invece ha mangiato tutto. Ma il true crime non ha sostituito lo studio del crimine organizzato per caso, lo ha sostituito perché era utile sostituirlo. Un Paese che discute di Sempio è un Paese che non discute di Delmastro. Un Paese che si appassiona al delitto di Avetrana è un Paese che non si accorge che l’inchiesta Hydra esiste e mina le fondamenta della città più corrotta d’Italia, Milano.

Garlasco e Avetrana sono i due brand del male italiano, sono nomi che bastano a evocare la villetta, la cantina, il fidanzato sospetto, il vicino che sapeva. Toponimi narrativi, quasi gotici. Garlasco non è più un comune della Lomellina, ma un genere letterario. Avetrana non è più un paese del Salento, ma un sottogenere. Erba, Novi Ligure, Brembate di Sopra, Cogne, sono l’atlante del male italiano da prima serata, fatto di villette, mansarde, cantine. Una toponomastica del nero che il pubblico conosce a memoria e qui sta lo scherzo crudele. Mentre questo accade, Milano e Roma sono divorate da inchieste che ne mostrano la corruzione di ogni comparto: urbanistica, sanità, appalti, partiti, concessioni, fondazioni, università, persino pezzi di magistratura e di informazione. Eppure niente di tutto questo genera la passione e la gemmazione di divulgatori del true crime. Un Paese che gioca al detective in poltrona è un Paese che ha rinunciato a chiedere conto ai detective veri, ai magistrati veri, ai giornalisti veri, a chi lavora e rischia.

Mentre Garlasco riempie ore di palinsesto, a Crotone è in corso il processo per la strage di Cutro. Sei imputati – quattro finanzieri e due ufficiali della Capitaneria – accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Siamo al cospetto di 94 morti, tra cui 35 minori e in questo caso sono state vietate le riprese in aula. Da un lato abbiamo un’invasione perenne, dall’altro la totale assenza, il silenzio più assordante. All’udienza del 12 maggio2025 per la strage di Cutro in 113 si sono costituiti parte civile: familiari, sopravvissuti, Emergency, Sea Watch. Rumore mediatico nazionale zero. Nessun “criminologo da TikTok” sull’audio in cui qualcuno, da terra, decise che quel barcone non era in pericolo.

Garlasco è il format perfetto perché ha protagonisti privati, materiale masticato per vent’anni, zero rischio di querela, villetta borghese, ragazza italiana, fidanzato fotogenico, provincia rassicurante. Cutro è l’opposto su ogni voce. Gli imputati sono pezzi dello Stato. La narrazione tocca il governo in carica e quel consiglio dei ministri convocato sul posto mentre il mare restituiva cadaveri. Le vittime sono persone nere, povere, straniere, in maggioranza minori. Il materiale qui non si orecchia, non si intuisce, bisogna studiare cos’è una Sar zone, cos’è Frontex, come funziona una catena di soccorso in mare. E dopo bisogna avere il fegato di parlare contro pezzi delle istituzioni, con il rischio di una querela, di una telefonata da viale Mazzini, di un’ospitata che salta, o anche più d’una. Oggi, una ragazza italiana uccisa nel 2007 vale, mediaticamente, infinite volte più di 94 stranieri morti (o meglio, a cui non è stato prestato soccorso) nel 2023.

E non chiamatelo porno. Il porno è un patto onesto fra chi guarda e chi si mostra. Il porno non mente, non si traveste da educazione sentimentale, non si presenta come dibattito pubblico, non chiede a chi guarda di considerarsi cittadino illuminato mentre si masturba. Rispetta il consenso e mostra la sua arte. Il true crime è l’esatto contrario. Non c’è consenso perché la vittima non ha firmato nulla, la famiglia nemmeno e l’indagato è dato in pasto a milioni di occhi prima ancora di una sentenza. Non c’è onestà, si vende come giornalismo, come “memoria”, come servizio pubblico, mentre è puro intrattenimento da prima serata.

La tassa etica dovrebbero pagarla coloro che fanno true crime, non il porno perché il delitto è trasformato in palinsesto, la cronaca giudiziaria è ridotta a serial della domenica con le sue squadre, i suoi ultras, i suoi cori da stadio. Sei team Sempio o team Stasi? Garantista o colpevolista? Come a San Siro. E il processo paga il prezzo più alto. Quando milioni di persone si convincono di sapere chi è stato perché lo hanno sentito ripetere in venti talk show, il giudice lavora in un frastuono permanente. I testimoni vengono contattati prima dai cronisti che dai magistrati, le perizie diventano anteprime, il consenso popolare anticipa la sentenza e qualunque verdetto difforme dall’opinione corrente e dal senso comune apparirà come scandaloso. La presunzione di innocenza, quella vera, quella costituzionale, viene triturata dentro la macchina dell’audience. Smarriti pudore, garantismo e perfino la possibilità tecnica di un giudizio sereno. Questa non è giustizia raccontata, è giustizia divorata.

Due parole innocue, un anglicismo che si presenta come tecnico, quasi asettico, ma sappiate che, se il true crime ha sostituito lo studio del crimine organizzato, non è per caso, ma per scelta politica e algoritmica (e l’algoritmo non è mai neutro).

Seguire i flussi di denaro, i referenti politici, le banche che lavano, gli appalti pilotati e ancora, analizzare il crimine come fenomeno sociale, economico, politico, come sistema di potere parallelo e intrecciato al legale: studiare tutto questo è un lavoro complesso, di anni. Studiare tutto questo significa studiare lo Stato, le sue zone grigie, le sue complicità. Tifare per Sempio o per Stasi, discutere se Pacciani fosse pazzo o meno non richiede competenza, la simula. Non studia il crimine, lo recita.

È il format perfetto per chi non ha mestiere: il materiale è già tutto lì, masticato e rimasticato, non devi indagare, perché i nomi li ha fatti la magistratura. Costo zero, rischio zero, competenza zero. Apri il buco della serratura – in verità qualcuno lo ha già aperto, devi solo allargarlo – e inviti il pubblico a guardare dentro. Basta un microfono, una libreria finta, un faretto ad anello e nasce l’esperto che produce un pubblico identico a sé, che si sente competente perché ha visto sei puntate, che condanna o assolve perché “ha una sua idea”. È il sapere come tifo, la giustizia come opinione, la cronaca come palestra dell’ignoranza assertiva.

Viviamo dentro un’economia dell’attenzione, e l’attenzione è la risorsa scarsa del capitalismo digitale. Chi controlla dove guardi, controlla cosa pensi, e chi controlla cosa pensi, controlla cosa puoi pretendere dalla democrazia. Non chiamatelo giornalismo. Non chiamatelo nemmeno cattivo gusto. Chiamatelo per quello che è, ovvero distrazione di massa, una macchina per consumare il bisogno civile di verità riducendolo a tifo. Pura monnezza. Monnezza che sembra cibo, e proprio per questo non sazia ma fa l’esatto contrario: affama.


Nicole Minetti, una storia italiana


Poteva succedere solo nel Belpaese. Dalle comparsate in tv alla direzione del traffico per le cene di Arcore. Lo scranno e poi una seconda vita. Forse non troppo diversa dalla prima

(Beatrice Dondi – lespresso.it) – Sembra un romanzo, invece è solo l’Italia. Nicole Minetti si è avvinta come l’edera al tessuto profondo del Belpaese e ogni capitolo della sua pur rutilante esistenza sembra essere parte di un libro scritto allo specchio, dove la vita pubblica si riconosce con una facilità ai limiti del paradosso. 

Nicole ha una cascata di capelli ricci, labbra sottili e un sorriso che chiama televisione. È in un bar a Corso Como a Milano che comincia la sua carriera, quando viene notata e finisce a “Scorie”, su Rai Due a dondolarsi su un’altalena fiorita. 

Ed è in un caffè, quello di “Colorado” che arriva poco dopo, volata a Mediaset per marcare il primo dei ruoli in forma di vezzeggiativo che avrebbero caratterizzato i nostri anni a venire. “Coloradina” appunto e poi “meteorina”, “bungarella”, “olgettina”, “consiglierina”, nomignoli dietro ai quali giovani aspiranti protagoniste abbassavano i tratti distintivi come le scollature, per confondersi in macroinsiemi comandati a bacchetta da reclutatori, selezionatori, sino alle braccia compiaciute dell’utilizzatore finale.

“Pretty Minetti”, come titolava L’Espresso nel 2011, viene presentata a Silvio Berlusconi dall’ex meccanico di Piersilvio, un donnaiolo di origini campane che fece capire al padre che di ragazze ne conosceva tante e forse per questo guadagnò un bel posto a Publitalia, giusto in tempo per spingere Nicole. 

La tv è affamata e si nutre di quegli spazi infiniti di pelle nuda e sorrisi verginali, l’apparenza in cui vale tutto, mentre si balla con entusiasmo discinto, e le stanze dei bottoni si occultano nella villa, luogo misterioso, trionfale, tinto di rosso passione dove troneggia il Drago, che tutte le guarda, le tocca, le paga. Potere e virilità ridotti a fiotti di banconote, premi e prestazioni continue in un esaltante divertimento, cafone come una cena elegante. 

Ma anche il circo triste di un uomo che tiene in mano il Paese giocando a “Sister Act” con Minetti vestita da suora che batte il suo petto con una croce di legno, ha bisogno di un governo, o quantomeno di una contabile. E qui è proprio Nicole, che sa usare il cervello almeno quanto le sue forme, che tiene i conti in maniera minuziosa, retribuzioni travestite da regali, frutto di generosità supposta, da distribuire con attenzione, un affitto a te, un diamante a me, ragioniera improvvisata perché lui è il «Love of my life» e non può fare i bonifici. 

Ma è il Paese dei campanelli, delle raccomandazioni, delle carriere improvvisate, dei seggi blindati e se qualcuno storce il naso pazienza. Tanto la faccia è di Nicole Minetti che da ex igienista dentale, ex hostess, ex soubrettina viene catapultata proprio da un ex, in questo caso Cavaliere, ai vertici del Pirellone, col Celeste a farle ombra. In camicia azzurra d’ordinanza, la chioma piastrata e le correzioni necessarie ai tanti ruoli interpretati, Minetti rende onore al suo stipendio di diecimila euro mensili co-firmando un progetto di legge per la “valorizzazione del patrimonio storico risorgimentale in Lombardia”. Le spese pazze e la relativa condanna verranno dopo, ma anche qui il sentimento è del già visto, ieri come oggi, il malcostume diffuso dello sperpero della cosa pubblica, tanto alla fine i fatti dimostrano che è sempre cosa privata. 

Ed è così che proprio a lei, solida presenza nella vita del Presidente che qualcuno voleva al Quirinale, qualcun altro santo e in molti addirittura presenza immanente sul simbolo del suo partito, che viene affidata la nipote di Mubarak. Una buona fetta del Paese rischia perfino di cascarci, la bufala per eccellenza, trasformata poi negli anni in un ricordo lontano, in fondo che sarà mai, i parenti vanno e vengono, le minorenni crescono, gli statisti restano. Ma lei, solida e a suo dire innamorata, si prende l’incarico bollente e l’aria è tale per cui la satira con cui Michele Serra scriveva che «il Milan perde a Bari nonostante una telefonata di Berlusconi alla Questura per chiedere l’affido del pallone a Nicole Minetti» fa ridere ma fino a un certo punto, tanto che sembrano quasi righe di pura cronaca.

La vita della ragazza del bar, riminese figlia di una ballerina, a questo punto si tende come un elastico, va e viene, sfila in passerella con bikini tinti di giallo come spruzzi di sole sfacciato, affronta processi e condanne, vende un  programma contro la cellulite, “Body Sculpt by Nicole”, a soli 89 euro, come una Wanna Marchi da cui sembra aver digerito il suo detto più celebre nei confronti degli acquirenti coglioni. 

E fugge da social e copertine per rifugiarsi in un altro bar, questa volta di lingua spagnola, in cui una bottiglia di acqua liscia costa otto euro ma tanto lei sorseggia champagne dalla consolle da deejay. Gin Tonic invece è il nome del ranch di Cipriani jr, figlio del patron dell’Harris Bar, (ennesimo filo invisibile di evoluzioni e capriole da banconi) e citazione scomoda degli scomodissimi file di Epstein. Ma l’imprenditore di successo redime Minetti, mette su famiglia e viene presentato al Quirinale come persona «normoinserita e lontana da contesti di devianza».

Mentre il mondo virtuale si riempie di milioni di parole sconvenienti estratte dalle intercettazioni succulente come orge, per Nicole il mondo reale diventano i campi da golf in cui si destreggia Cipriani e con lui si ricostruisce, in Uruguay, i locali di New York, Dubai, Ibiza, ma probabilmente sempre a suo modo.

Oggi gli schermi del Paese si illuminano ancora una volta per «la ragazza bellissima» come amano definirla alcuni Tg, e il suo ambiguo ritorno, madre accudente in cerca di grazia, o ricamatrice accurata di un ennesimo scandalo che coinvolge ancora una volta piani alti anzi altissimi e che comunque andrà sarà un insuccesso. Perché alla fine è solo una storia italiana, come il titolo delle 120 paginette di culto che Berlusconi diffuse alle famiglie in cui si mostrava su un prato fiorito, marito fedele, padre impeccabile. Come un apostrofo azzurro, tra le parole Bunga e Bunga.

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La copertina de L’Espresso del 10 febbraio 2011