
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Spiace per i festeggiamenti dei 90 anni di B. Ma quando un palazzinaro milanese costruisce le sue prime fortune con società rette da prestanomi e barcate di contanti di provenienza ignota, stringe un patto coi capi di Cosa Nostra per avere protezione in cambio di soldi che versa per 18 anni, fonda una concessionaria pubblicitaria e un partito con l’uomo di mafia che gli ha presentato i boss e gli ha messo in casa […]
Il presidente dei 5 stelle ribatte alla segretaria dem che aveva detto: “Il leader della coalizione sarà la guida del partito più votato oppure verrà scelto con i gazebo”

(repubblica.it) – “Per la leader del Pd ci sono solo due strade, primarie o la candidata premier è lei? Allora credo non ci siano altre strade se non le primarie”. Giuseppe Conte risponde così alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein che in mattinata ha aperto la direzione del partito mettendo i paletti sul percorso verso la scelta del candidato premier del centrosinistra.
“Schlein ha ufficialmente confermato che per lei ci sono due strade – ha detto il presidente dei 5 stelle parlando a un evento a Frosinone – o la candidata premier è lei oppure ci saranno le primarie. Io credo a questo punto che la strada sia ben chiara, non ci sono alternative, sarà la strada delle primarie, perché dobbiamo sempre preferire la direzione di una partecipazione Democratica”.
Conte risponde anche a un’altra fase di Schlein, che ha detto: “Pd primo partito, uno non vale uno”. “Per me uno vale uno significa che contano i cittadini – ribatte Conte – che per la stragrande maggioranza il 60 e 70% dice basta a queste escalation militare a suon di armi. Dicono basta riarmo vogliono che i soldi siano messi nella sanità, nella scuola, asili nido, nell’istruzione”.
“Per me contano loro – ha aggiunto – e dare a loro una prospettiva di cambiamento della politica di questo governo Meloni. Dovremo lavorare io per primo ma tutti con spirito autenticamente unitario per mandare a casa Meloni e cambiare completamente politica sul piano interno e sul piano della politica estera”.
La spinta della presidente del Consiglio: “Andate e cercate le preferenze”. E avvisa: non tollero chi sta a Roma a sbevazzare, mentre io lavoro e non ho vita privata

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Considerate la loro semenza, fatti non furono per vivere con la preferenza. Iniziate a dividere il Parlamento in due categorie: capolista e no. Da una parte il capitano che naviga verso l’elezione certa (capolista), e dall’altra il naufrago che deve cercare i voti, affrontare i Lotofagi (gli assessori regionali), dimostrare agli elettori che Roma non è l’isola di Calipso. Sono loro, i secondi, gli Ulisse della crocetta, quelli che Edoardo Ziello, il vice di Vannacci, definisce i “fantasmi di Montecitorio”, i deputati che votano contro le pregiudiziali dell’opposizione e “che appaiono quando la paura è alta”. E la paura è altissima. Meloni sta facendo sapere che si candiderà capolista in cinque seggi per scatenare la competizione elettorale: la caccia alle preferenze. Chi può rispondere, come Lorenzo Guerini, con l’aforisma del comunista Mirello Crisafulli: “Io vinco con l’uninominale, con il proporzionale e con il sorteggio”? Lo spavento fa almeno undicimila.
Vale sempre il consiglio di Guareschi, ma emendato: nel segreto dell’urna, Meloni ti vede, Schlein no. Chiediamo a Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera, il Quintino Sella di FdI: come vota? “Con il dito”. Ma che dito, ops! E Osnato: “Un dito italiano”. E i leghisti? Ancora Osnato: “Immagino con un dito padano”. Non scherzate. Si fa sul serio. Scatta la febbre del dito. Non ci sono vedette, non ci sono guardiani di Meloni (al contrario dell’ultima volta, quando il governo è andato sotto sulle preferenze e FdI aveva spedito i secondini a sorvegliare in tribuna). Per misurare la fedeltà sulla legge elettorale (e lo cattura l’occhio di Roberta Benvenuto, l’inviata di Piazza Pulita, che Meloni, e non solo, “Adoro”), ogni fratello d’Italia fotografa il dito sulla pulsantiera, ma quante dita ci vogliono per essere alla fine eletti? E qui il mare si fa mosso e aeronautico è il cielo. Una ricognizione veloce degli studi che circolano, e che angosciano gli Ulissidi, registrano che almeno il trenta per cento dei parlamentari di FdI è stato miracolato, l’ultima volta, dall’effetto Giorgia. Solo che Meloni, che si trova a Genova al Salone Nautico senza la sindaca Silvia Salis sul palco, e non malignate (l’organizzazione l’ha esclusa dal taglio del nastro, tanto che Meloni l’ha chiamata), questa volta si è stancata.
L’avviso di Meloni è: non tollero chi sta a Roma a sbevazzare, mentre io lavoro e non ho vita privata. La soluzione? Favorire al massimo le preferenze riducendo al minimo i capilista. Secondo voi, i deputati che dopo cinque anni nessuno conosce, cosa desiderano? Giorgia, “fammi capolista” e Lollo (l’uomo dalla bretella tesa), “portami con te”. Non vi diciamo in Lega a che punto sia lo spavento, tranne se vi chiamate Claudio Durigon (ha ventimila preferenze sull’unghia) o Luca Zaia (ne ha prese più di duecentomila), che Salvini vuole candidare capolista in cinque seggi. Le preferenze le hanno chi ha sudato le sette urne, e camicie. Edoardo Rixi, il viceministro del Mit, ricorda: “In regione ho preso undicimila preferenze e mi sono candidato anche al comune di Genova, per trascinare la lista. Circa duemila preferenze. Si viene eletti se si hanno i voti, è molto semplice”. Un’altra. Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, di FdI. Cara Colosimo, lei preferisce: capolista o preferenze? “Io sono un soldato, deciderà Meloni. Alle regionali ho preso circa seimila preferenze”. In FdI, sulla carta, dopo Meloni, il mister preferenze è Lollobrigida, e poi c’è Fitto (gestisce un pacchetto di quasi centomila). Gli altri sono Rampelli, Gemmato, Edmondo Cirielli, e nomi che magari non vi dicono nulla, ma che in provincia sono sovrani. Cerchiamo nuovamente Osnato. In Sicilia? “Un campione di preferenze è Cannata”. Ci scusi, Osnato, ma lei? “Non mi vanto, ma ne ho un discreto numero”. Ci viene a salutare Carlo Maccari, coordinatore di FdI in Lombardia, pronto a oltrepassare Scilla e Cariddi (già sindaco di Guidizzolo, consigliere provinciale, regionale e deputato) che porta le cicatrici: “Grazie alle mie preferenze sono stato l’unico, sopra il Po, a battere Forza Italia, quando Forza Italia era il partito dominante”. Nel Pd si sa che le preferenze piacciono ai riformisti come Guerini, uno che ama il voto di carne (e ossa) anche alle primarie del Pd (“bisogna votare mettendoci la faccia”). I vannacciani hanno la fortuna dei sansepolcristi. Aspirano a correre da capilista: Pierro in Campania, Ziello in Toscana, Bof in Veneto e Furgiuele in Calabria, la regione dove, capolista o preferenza, poco importa perché, commenta Furgiuele: “Meloni ci vuole? Bene. Meloni non ci vuole? Niente. Mi dispiace fino all’osso, ma piangere non posso”. Verrà eletto perché la preferenza è il patrimonio di famiglia, l’orologio del padre che si tramanda. Per il momento finisce con 229 voti, sette in più di quanti Giovanni Donzelli aveva previsto. Di chi sono? Ziello, che è anche l’uomo tigre di Vannacci (indossa dei pantaloni attillati da Tigerman), suggerisce: “E se fossero di Azione?”. E se fossero dei vannacciani? Da 35 anni mancano le preferenze, questa “X” che fa selezione naturale di tutti i problemi. Sopravvive chi come Ulisse supera le prove, uomini alla Igor Taruffi, Taruffenko, costretto a combattere contro Giuseppe Conte-Poseidone (anche Taruffi si ferma da Calipso, da Nausicaa … con la scusa di fare analisi della situazione). Pochi lo sanno, ma Taruffi ha raccolto seimila preferenze alle regionali, in Emilia-Romagna, e avrebbe tutto il diritto di fare il terzo uomo, fra i litiganti Conte e Schlein. Eroe Taruffenko, tra Conte e Schlein, il Foglio propone te come terzo nome: pronto? E Taruffi: “Io sono pronto”. La nostra preferenza è stata espressa. E’ ora di chiudere l’urna perché Guerini deve prendere il treno. Sentite questo suo vecchio detto, preso dagli archivi del Pcus: “A una certa ora anche la Duma chiude, e si vota con i piedi”. Guerini, ma lei capolista o preferenze? “Ovvio, capolista”.
((Trascrizione da “Fin che la barca” – Rai3) – C: Salvini cosa dovrà fare per rimanere il leader maximo della Lega? Dia un consiglio al nostro Salvini.
T: Ma il problema non è Salvini, il problema è se ci sarà ancora una Lega. Perché i voti, Vannacci li sta portando via a tutti e tre i partiti della coalizione. È chiaro che una Lega ridotta al 4 o al 5%…
C: Beh c’è il ponte però…
T: Il ponte, secondo me, potrebbe dare alla Lega il colpo di grazia, visto che nella pianura padana del ponte non gliene può fregare di meno
C: Ma non è detto, io conosco due persone che invece non vedono l’ora di andare con la macchina sopra al ponte e stanno a Busto Arsizio. E invece un altro discreto megalomane è Renzi, che dice che senza di lui nè Conte nè la Schlein ce la potranno fare. Da dove nasce questa convinzione?
T: Io lo metterei alla prova. Dato che con lui l’Italia ha conosciuto soltanto catastrofi, e soprattutto il centro sinistra con lui ha conosciuto soltanto catastrofi, io la farei una volta la prova: cosa succede senza Renzi. Secondo me ci sarebbero delle sorprese inaudite.
Intanto scopriremmo che lui fa perdere più voti di quelli che porta, e che quindi quando Conte, la Schlein è quegli altri dovessero dire: ‘Questa volta facciamo senza Renzi’ secondo me ci sarebbero le file ai gente si seggi che dice: ‘Erano anni che aspettavamo di sentire questa frase. Proviamo senza Renzi.’
C: Adesso che l’ha rivisto pimpante da Fedez cosa pensa di questo rinnovato Grillo?
T: Pimpante non esageriamo, l’ho visto un po malinconico, però comunque ho visto che ha detto delle cose anche condivisibili e soprattutto lo ho visto più pacificato del Grillo rancoroso che avevo visto negli ultimi anni.
Insomma se avesse fatto il padre nobile, un po come sta facendo Bersani con il PD, generoso, positivo, felice che la sua creatura sia finita in buone mani e goda ancora ottima salute nonostante quello che lui le ha fatto.

I piddini per giustificare l’oltraggio della riforma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e del Jobs Act, dissero che Renzi era un fascista nonostante fosse il segretario di quel partito.
Ai gazebo, la Schlein, fu votata per mandare a casa tutti i “fascisti” (cioè, i renziani e Calenda), e per collocare finalmente il partito più a sinistra.
Oggi, la Schlein, che non ha mai avuto il timone per governare il partito, è favorevole ad includere Renzi nell’alleanza di questo ipotetico campo largo.
Poi c’è gente come Marianna Aprile e Roberto Vicaretti (che conduce la rassegna stampa su Rai News), sempre pronta a criticare la destra e il Movimento 5 Stelle, in difesa del Pd, chiedere a gran voce che la leader di questo campo largo deve essere la Schlein, perché così ha sempre fatto la destra: comanda chi ha più voti nella coalizione.
Cioè, una vita a criticarli e, poi, li vogliono imitare oltretutto su una questione lontana anni luce dal centro sinistra. Nel centro destra il problema non si è mai posto perché Berlusconi fagocitava tutti e tutto. Aveva più voti, ma anche le televisioni, i giornali, la Mondadori, Publitalia, quindi, nessuno osava contrastarlo.
Vedi cosa successe a Fini e Follini e tutti quelli che si misero contro di lui.
A sinistra è tutta un’altra storia.
Eppure, in modo curioso, per non dire patologico, c’è gente che vorrebbe imitare quelli che hanno sempre criticato e osteggiato.
A nulla vale il fatto che, AVS e la CGIL, sono sempre in linea con Conte (si veda lo sperpero dei soldi pubblici a favore dei nazisti e fascisti ucraini, per citare l’ultimo caso) e che, forse, capiscono che la Schlein non sarebbe la leader adatta.
Rimane questa pletora di gente che si dichiara di sinistra che, però, vuole imitare i “nemici” della politica tanto osteggiati.
Ma se la Schlein non è in grado di tenere a bada gente come il berlusconiano Gori, i “fascisti” come i renziani, i filo israeliani che votano a favore dell’indecente DDL contro l’antisemitismo, ditemi voi come potrebbe governare una coalizione che non ha nulla di simile con il Pd, e che, l’acronimo, sembra voglia dire Partito di Destra.
Stefano Rossi
Cumuli di rifiuti, imballaggi e ingombranti a tutte le ore

Il Comitato Valori Collinari denuncia con fermezza lo stato di degrado e abbandono che sta caratterizzando, in modo sempre più evidente, la collina vomerese. A distanza di precedenti comunicati e solleciti rimasti sostanzialmente inascoltati, la situazione non solo non è migliorata, ma appare oggi più grave e sotto gli occhi di tutti: cumuli di spazzatura si formano e permangono per ore e giorni, trasformando strade e marciapiedi in vere e proprie discariche a cielo aperto.
In particolare, il Comitato segnala la condizione insostenibile che si registra presso le campane per la raccolta differenziata, spesso circondate da sacchi e rifiuti abbandonati a terra ma anche intorno ai bidoncini carrellati, lasciati in strada per intere giornate, ingombranti, maleodoranti e di ostacolo alla circolazione pedonale e veicolare. Inoltre lungo le strade e i marciapiedi si moltiplica la presenza degli imballaggi di cartone abbandonati in spregio alle norme vigenti: non ripiegati, lasciati a tutte le ore del giorno, spesso sparsi dal vento e trasformati in ulteriore detrito urbano.
A tutto ciò si aggiunge un problema specifico e particolarmente evidente: quello degli ingombranti, segnatamente dei materassi, lasciati per giorni sulle strade senza che i cittadini si avvalgano del servizio di ritiro dedicato messo a disposizione da ASIA. Questo comportamento, oltre a essere palesemente illegale, contribuisce in modo determinante all’immagine di abbandono e incuria che oggi offende un intero quartiere.

Il Comitato Valori Collinari ribadisce quanto più volte denunciato in passato. ” Non è più tollerabile che una zona residenziale, storica e simbolica come il Vomero sia trattata come un’area di serie B, dove le regole sulla raccolta dei rifiuti vengono sistematicamente ignorate e dove la presenza di cumuli di spazzatura diventa la norma e non l’eccezione. La ripetizione di questi scenari non è solo un problema di “decoro urbano”, ma una questione di salute pubblica, dignità dei cittadini e rispetto delle norme ” dichiara il presidente del Comitato Valori Collinari, Gennaro Capodanno.
” Il Vomero – puntualizza Capodanno – sta vivendo una condizione di degrado che non ha più nulla di occasionale: è strutturale, quotidiana e sotto gli occhi di tutti. Campane per la differenziata sommerse dai rifiuti, bidoncini lasciati in strada per ore, cartoni abbandonati senza essere ripiegati, materassi e ingombranti che restano per giorni sui marciapiedi: tutto questo non è “normale amministrazione”, è abbandono “.
” I cittadini pagano le tasse, rispettano le regole, anche se non tutti ma qui entra in ballo l’assoluta mancanza dei controlli, come quella che dovrebbe essere effettuata dai “vigili ecologici”, e si trovano a vivere in un contesto che ricorda per molti aspetti una periferia dimenticata – sottolinea Capodanno -. Non accetteremo passivamente che il Vomero diventi la discarica a cielo aperto di una città che sembra aver smarrito ogni senso di responsabilità “.
Il Comitato Valori Collinari sollecita, con la massima urgenza, un intervento immediato di ASIA e del Comune per il potenziamento dei servizi di raccolta, la rimozione tempestiva dei cumuli e un controllo più rigoroso sul rispetto delle regole con azioni di vigilanza e sanzioni nei confronti di chi abbandona rifiuti, imballaggi e ingombranti in modo illegale attraverso un piano straordinario, che non si limiti a tamponare l’emergenza, ma affronti in modo strutturale le criticità già più volte segnalate. Inoltre auspica una campagna chiara e continua d’informazione per ricordare ai cittadini le corrette modalità di conferimento, l’obbligo di ripiegare i cartoni e l’esistenza del servizio di ritiro gratuito degli ingombranti;
” Continueremo a monitorare la situazione, a documentare lo stato dei luoghi e a sollecitare le istituzioni competenti – conclude Capodanno -. Qualora non dovessero seguire interventi concreti e tempestivi, valuteremo anche ogni ulteriore iniziativa da assumere presso gli uffici competenti e anche di mobilitazione cittadina, per tutelare la salute, la dignità e il decoro del quartiere “.
Casa, lavoro, Mamdani, Berlinguer. E no alla guerra. Ecco chi è la segretaria dei giovani dem che ha dato una scossa parlando di «disertori» dal palco della festa Pd: «Ho detto una banalità, l’idea di andare al fronte non va giù a nessuno»

(Susanna Turco – lespresso.it) – Una settimana dopo i «disertori» Virginia Libero, 28 anni, padovana di Selvazzano, laurea in Giurisprudenza, segretaria dei Giovani democratici, entra nel corteo a sostegno del palazzo occupato Spin time a Roma con la serena determinazione di chi ha fatto quello che doveva: raccontare la sua generazione a un mondo che non le dà spazio. Va avanti dritta, del resto fa politica da quando aveva 16 anni, è abituata a farsi «scivolare addosso» il fango, resistenza di nervi sempre sottovalutata anche nella segretaria major del Pd, Elly Schlein («È sempre stata molto vicina, sa davvero cos’è la sorellanza e quanta difficoltà può esserci dietro a ruoli anche di un certo peso»). Indossa una maglietta bianca con la parola Costituzione scritta grande e una citazione di Nilde Iotti, in spalla una tote bag con il motto “Duri i banchi, abbasso i fasci”. Abbraccia Marta Bonafoni, coordinatrice nazionale del Pd che ha creduto in lei da subito, quando un anno fa i Giovani dem sono usciti da anni di impasse convergendo a sorpresa sul suo nome. Adesso nel corteo la fermano per ringraziarla e sostenerla, tutti ragazzi e ragazze. Parlano di Costituzione, di solitudine, molto di scuola.
Dopo che per anni i giovani democratici sono rimasti fuori dal dibattito pubblico, Libero ha fatto scandalo per aver sollevato dal palco della festa Pd di Reggio Emilia la bandiera del pacifismo. È stata bacchettata, rimproverata, crocifissa non dal partito («quando sono scesa dal palco erano contenti, ma non sapevano da prima cosa avrei detto»), ma dai media, per aver pronunciato la parola disertori, ispirata a una canzone di Ivano Fossati («la conosco a memoria fin da quando avevo dieci anni»), versione italiana di quella scritta da Boris Vian nel 1954, un classico del repertorio pacifista. Una volta la diserzione non faceva paura ma adesso, nell’Italia dimentica di sé, è sembrata l’annuncio addirittura di una rivoluzione, per lo meno a tanti ex venerati maestri che hanno trattato i giovani dem come una specie di cellula sediziosa, di Quarta internazionale (è stato accostato anche il colorito intervento in stile vetero comunista di Marco Rocco De Luca).
«Rivoluzione? Per noi era importante dare quel messaggio dal palco, lo sentiamo da ogni ragazzo con cui parliamo: la sensazione che sia normale pensare che si possa andare in guerra domani, non va giù a nessuno. Mi sembra molto banale: non so quale generazione, nel passato, avesse voglia di andare al fronte». Diserzione, non obiezione di coscienza. «Crediamo nel servizio civile, io l’ho fatto con l’Anpi di Padova, ma qui si tratta di qualcosa di più. Ci sono degli oligarchi in giro per il mondo che da una parte ci privano dei diritti materiali e dall’altra parte fanno scelte scellerate sulla pelle di tutti. Ci chiedono non solo di assecondare questa logica bellicista, ma di esserne parte integrante. La diserzione per me è il rifiuto della guerra in ogni sua forma: è la guerra alla guerra».
C’è da segnalare che, nella lunga tradizione che si snoda tra gli sfoghi come quello della giovanissima Debora Serracchiani fino agli anni dell’Occupy Pd, per la prima volta un giovane del partito democratico conquista l’attenzione parlando del mondo e non del partito democratico. Il discorso più pacifista dell’estate, fatto da una schleiniana, è stato preso comunque come pretesto per misurare la distanza tra Schlein e Libero, tra i dem e Giuseppe Conte, addirittura come metro per stabilire la fattibilità delle primarie. «Come se fosse l’interesse alla nostra generazione, no?», dice amara Virginia Libero. Al contrario, la segretaria dei Giovani dem crede nella politica di servizio, quella che si occupa della vita quotidiana, ha come riferimenti Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, parla di «organizzare la rabbia per costruire la speranza». L’unico politico italiano che l’ispira è Enrico Berlinguer, che peraltro è morto, nella sua città, tredici anni prima che lei nascesse. La passione per la politica è profonda: tessera dai 16 anni, «ero la più giovane volontaria alle feste dell’Unità di Padova quando per sbaglio feci cadere la birra addosso a Pier Luigi Bersani quando era segretario». Il colpo di fulmine è stato quando al liceo è crollato il controsoffitto: «È lì che ho capito che mobilitandosi era davvero possibile cambiare la realtà». Il resto l’ha fatto l’aria di una famiglia larga e accogliente, madre insegnante e padre artigiano di impianti di riscaldamento, provenienza sardo-abruzzese-piemontese, dove si guardava la Rai e non Mediaset («tranne i Simpson»), soprattutto la frequentazione degli scout (lupetti e reparto) dove ha imparato il «valore della politica come servizio». È stato naturale poi buttarsi nella rappresentanza studentesca al liceo, la Consulta degli studenti, il Senato accademico all’università per cinque anni. Infine la candidatura alle Regionali, con quasi cinquemila preferenze. Il tutto nella realtà di Padova che da anni, anche con una scelta «testardamente unitaria ante litteram», è un laboratorio delle politiche giovanili, dal movimento delle tende a personaggi come quello di Emma Ruzzon, che da presidente del consiglio degli studenti dell’ateneo conquistò l’attenzione attaccando la logica del merito.
Da giugno Libero va in giro per l’Italia a raccogliere le voci degli under trenta, delle realtà marginali, in difficoltà, quelle che restano fuori dalle prime pagine. Un viaggio in una panda gialla Gpl senza aria condizionata, regione per regione, berlinguerianamente sudando. Una campagna d’ascolto dal titolo “Benvenuti nel Paese reale” fatta per portare fuori ciò di cui si parla davvero («altro che tetto agli stranieri nelle classi: parliamo dei tagli all’edilizia scolastica, del caro libri o del caro trasporti»), e anche per smontare «la narrazione che viene fatta nei confronti della nostra generazione, stucchevole, falsa. Noi non abbiamo i soldi per campare, tra stage gratuiti e affitti spaventosi. Abbiamo seri problemi di salute mentale, perché fatichiamo a immaginare un futuro. L’alternativa è scappare all’estero, ma noi vorremmo il diritto a restare. Costruire un futuro normale, come quello che hanno avuto i nostri genitori: un affitto, una famiglia, un mutuo». Mentre lo dice, Virginia Libero aggiunge che lo sa, sono «banalità incredibili»: «Ma la nostra generazione vive queste cose basilari come impossibili, questo non arriva nel dibattito pubblico».
Banalità è una parola che ricorre, spiega quanto sia difficile il compito di difendere le ragioni dei giovani in un Paese di vecchi. Tanto più se si è donna, vedi Tajani e Vannacci. «Quando mi sono candidata alle Regionali, era tutto un signorina, ma lei cosa vuol saperne? Perché il cinquantenne, uomo bianco, tanto più se di destra, tende a sottovalutare, a screditare l’opinione di una giovane donna, tanto più se di sinistra. Diventa una persona che non è legittimata al dibattito politico e pubblico. Fa rabbia, ma aumenta la determinazione: non lo si fa solo per sé, ma per tutte le ragazze in difficoltà in questo mondo fatto da uomini». Dunque avanti: «Politica dal basso, è così che voglio continuare. L’avrei fatto anche se non fossi diventata segretaria. Sono stata presidente di un Circolo Auser a Padova: mi immaginavo lì ancora per molti anni, a fare tutto. Dall’organizzare eventi al pulire i bagni»

(Fabrizio Venafro – lafionda.org) – Sul terreno della politica estera — dalla guerra in Ucraina all’adesione al vincolo esterno europeo e atlantista — le differenze tra la linea tuttora maggioritaria del PD e il governo Meloni sono minime. È in questo scenario che si inserisce l’avallo della destra del partito al ddl sull’antisemitismo, un passo che approfondisce la spaccatura interna e rende ancora più attuale l’auspicio di Massimo Cacciari: dividere anime distanti, costrette a una convivenza forzata. L’uscita della componente moderata dal PD e il suo naturale riposizionamento al centro rappresenterebbero, da questo punto di vista, l’unico modo per fare vera chiarezza sulla linea politica del partito.
Ma veniamo alla questione del ddl antisemitismo. All’articolo 1 viene ripresa la definizione di antisemitismo elaborata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), la quale recita: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Le manifestazioni verbali e fisiche di antisemitismo sono dirette verso persone ebraiche o non ebraiche e/o verso le loro proprietà, le istituzioni della comunità ebraica e i luoghi di culto».
Questa definizione viene integrata da alcuni indicatori esplicitamente richiamati dal ddl per configurare le singole fattispecie. Il nodo critico non risiede nella dichiarazione generale, bensì in tali indicazioni operative. Ad esempio, viene considerata una manifestazione di antisemitismo il paragone tra la politica israeliana e quella nazista. Chi scrive è convinto che lo Stato di Israele e i coloni in Cisgiordania stiano replicando modalità persecutorie analoghe a quelle adottate dai nazisti. Gaza è un’enorme prigione a cielo aperto, come evidenziato dallo storico israeliano Ilan Pappé, e dopo il 7 ottobre è diventata un gigantesco campo di sterminio. La politica di apartheid praticata in Israele ricorda le leggi razziali nazifasciste, mentre i pogrom messi in atto dai coloni israeliani richiamano quelli compiuti ai danni degli ebrei nell’Europa orientale nei primi decenni del Novecento.
Alla luce della nuova legge, la considerazione che la memoria dell’Olocausto sia stata lacerata dal genocidio a Gaza potrebbe essere ritenuta un’espressione di antisemitismo? La memoria della Shoah perde il suo senso profondo se viene celebrata unicamente come momento di sterminio del popolo ebraico e non anche come monito universale contro ogni forma di sterminio e genocidio. Il fatto che i discendenti di chi ha subito uno dei più gravi crimini contro l’umanità si rendano responsabili di un illecito analogo svuota di valore simbolico la stessa Giornata della Memoria. Esprimere queste valutazioni sarà dunque considerato un atto di antisemitismo?
In questa fase storica, un simile intervento legislativo rischia di rappresentare il tentativo di ridimensionare le responsabilità del carnefice, trasformandolo in vittima. Per tale ragione, una legge specifica sull’antisemitismo non solo risulta inefficace nel tutelare gli ebrei da manifestazioni razziste, ma introdurrebbe nell’ordinamento italiano elementi discriminatori con gravi ripercussioni sulla libertà di opinione. Il comma 2 dell’articolo 2 del ddl si propone infatti di contrastare non soltanto le manifestazioni antisemite, ma anche quelle antisioniste, andando oltre le intenzioni stesse dell’IHRA. L’assimilazione tra antisemitismo e antisionismo diventa così legge.
Nella medesima direzione va l’aggiunta di alcuni commi all’articolo 604-bis del codice penale, in cui si sanziona la negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Si apre qui una questione estremamente complessa. Pur non ritenendo che Israele non abbia il diritto di esistere (sarebbe assurdo riflettere nei confronti di Israele con la stessa logica negazionista che gli israeliani applicano allo Stato di Palestina), si reputa doveroso interrogarsi sulla legittimità del suo atto fondativo, basato sul principio propagandistico secondo cui la Palestina fosse una terra disabitata e quindi liberamente colonizzabile — uno Stato fondato su un disegno di pulizia etnica perseguito dalla sua nascita fino a oggi. Formulare distinguo di carattere storico potrà generare un’accusa di antisemitismo ai sensi del ddl? Queste riflessioni verrebbero censurate una volta entrata in vigore la legge? Il loro autore sarebbe perseguibile penalmente?
Che un provvedimento di questo tipo sia promosso dalla destra appare lineare, vista la sua sostanziale inerzia di fronte al genocidio in corso e l’assenza di iniziative concrete per fermare Israele, e si iscrive perfettamente nel solco dei decreti sicurezza che limitano la possibilità di manifestare il proprio dissenso. Tuttavia, il fatto che sia condiviso da una componente del partito che aspira a costruire un’alternativa di governo rappresenta un problema politico di fondamentale importanza.
(ANSA) – “Mio nonno Filippo Quartararo fece una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70, per investire soldi suoi e di altre persone. Lui mise 4-5 miliardi di lire ma la somma complessiva dell’investimento era di 20 miliardi di lire” dell’epoca.
Lo ha detto il boss Giuseppe Graviano rispondendo ai pm come teste al processo Baiardo di Firenze.
Graviano ha detto di aver saputo di questi investimenti dopo la morte di suo padre, nel 1982, dal nonno Quartararo che tra il 1982 e 1983 gli avrebbe fatto conoscere Berlusconi. “Ci fu un incontro a Milano in un albergo con Berlusconi, io, mio nonno e mio cugino Salvo”, “ricordo una carta privata”.
La testimonianza in video collegamento di Giuseppe Graviano è stata interrotta per un problema all’audio, in modo da poter perfezionare il segnale di trasmissione. Prima dell’interruzione, sempre rispondendo al pm, il boss aveva sostenuto che “c’era una carta privata” riguardo agli investimenti, che ne attestava l’esistenza.
“C’erano i nomi degli investitori?”, la domanda dei pm. “C’erano, ma non posso confermare bene”, ha risposto facendo comunque capire che gli risulta anche quello di Berlusconi.
“Il 20% delle ricchezze prodotte da questi investimenti sarebbero state ritornate agli investitori”, ha anche ricordato precisando che per la sua famiglia si occupava delle restituzioni dei profitti tratti dagli investimenti a “mio cugino Salvo”. “Io non ho mai ricevuto nulla da questi investimenti”.
“Quando mio padre morì nel 1982 – ha aggiunto – mio nonno Filippo Quartararo mi racconta di questo investimento e mi chiede se potevo seguire questa cosa con mio cugino Salvatore. Mio padre non era interessato a questo investimento”.
Sempre secondo il racconto di Graviano, nel tempo ci sarebbero stati alcuni incontri con Berlusconi. Il pm Gestri ne chiede se li ricorda. “Uno ci fu prima di essere arrestato in un appartamento a Milano”, ha detto Giuseppe Graviano confermando che dagli inquirenti gli fu mostrato un filmato con un appartamento individuato come luogo di questo incontro col Cav.
“C’era un residence con una piscina, era vicino a Milano. Il residence lo riconobbi ma l’appartamento no”, ha detto. Un altro incontro “può essere stato nel 1986, ero latitante. Berlusconi lo sapeva, ne parlavano tutti i giornali”. Oggetto degli incontri? chiedono i pm. “Si parlava – la risposta – dei nomi delle persone da inserire nelle società in cui erano investiti i soldi”.
Nell’incontro che Graviano fa risalire al dicembre 1993 “nell’appartamento c’ero io con mio cugino e con Berlusconi, accompagnato da una persona ma non mi ricordo chi era”. “Era un incontro per sistemare tutto” e per fissare una data “del febbraio 1994 per formalizzare i nomi delle persone che dovevano entrare nelle società”
(ANSA) – Oltre l’80% dei comuni italiani dichiarati in dissesto finanziario negli ultimi cinque anni si trova in tre regioni del sud: Campania, Calabria e Sicilia. É quanto emerge dalla relazione al Parlamento della Corte dei Conti sui comuni in situazione di crisi.
“L’aspetto di criticità – dicono i giudici contabili – è la forte concentrazione territoriale: Sicilia, Calabria e Campania raccolgono il 63,6% delle procedure di crisi nel complesso attivate e l’80,4% dei dissesti dichiarati”.
Nello specifico, sottolinea ancora la relazione, in Calabria il 54% dei Comuni ha sperimentato almeno una procedura, in Sicilia il 41% e in Campania il 39%”.
“Nei territori più colpiti – si legge nel documento – le crisi non possono essere ricondotte solo alla gestione del singolo ente, ma riflettono fattori economici, sociali, organizzativi e istituzionali che interessano l’intero sistema multilivello, con una forte eterogeneità degli interventi regionali, tra sostegno finanziario, assistenza tecnica, fondi di prevenzione e sistemi autonomi di monitoraggio”.
LA CITTÀ DI TUTTI – 4ª EDIZIONE
Roma, una città dove il ben-essere diventa cultura, partecipazione e comunità
4 OTTOBRE – 15 NOVEMBRE 2026 | ROMA
A ROMA LA QUARTA EDIZIONE DEDICATA AL BEN-ESSERE
Teatro, arte, scuola, visite teatralizzate e iniziative negli spazi pubblici per promuovere una nuova cultura dello stare bene insieme

Roma, ottobre–novembre – Torna per la quarta edizione “La Città di Tutti”, il progetto promosso dall’Associazione Culturale Teatro Trastevere e dall’Associazione Walden nell’ambito del Bando Sementi dell’Assemblea Capitolina.
Dopo aver affrontato negli anni scorsi i temi dell’inclusione, dei diritti umani e della pace, l’edizione 2026 mette al centro il Ben-Essere, inteso come cultura dello stare bene insieme: rispetto, inclusione, partecipazione, accessibilità, cura degli spazi pubblici e qualità delle relazioni.
Dal 4 ottobre al 15 novembre, studenti, famiglie, artisti e cittadini saranno coinvolti in un programma diffuso tra scuole, teatri, luoghi della cultura e spazi pubblici.
Grande attenzione sarà dedicata alle scuole primarie e secondarie di primo grado, con una Chiamata alle arti: oltre 60 ore di laboratori gratuiti di teatro creativo, teatro dell’oppresso e podcasting. Il percorso si concluderà il 25 ottobre, dalle 11 alle 13.30, con una festa aperta alla cittadinanza nella strada scolastica di via Monte Ruggero, davanti all’Istituto Comprensivo Maria Montessori, tra laboratori, giochi, letture, spettacoli e balli swing.
Al Teatro Trastevere, dal 6 ottobre al 15 novembre, la rassegna teatrale “La Città di Tutti” propone “Dopamina – Monologhi in cerca di felicità” (6-11 ottobre), quattro serate tra stand up comedy, teatro e musica dedicate a felicità, desiderio, ansia, solitudine e cura di sé. Dal 13 al 15 novembre sarà in scena “One More Kiss”, spettacolo dedicato alle relazioni contemporanee e al fenomeno del ghosting, tra amore, cura, possesso e controllo.
In collaborazione con APS Ars in Urbe, quattro visite teatralizzate accompagneranno il pubblico alla scoperta dei luoghi romani legati al benessere: Terme di Caracalla (4 ottobre), Parco degli Acquedotti (11 ottobre), Trastevere (18 ottobre) e Via Giulia (24 ottobre).
Tra le novità, l’8 novembre al Defrag, dalle 18.30, arriva “Swing UP. Si balla, si ride, si beve”: ritmi swing con i ballerini di Savoy Swing e comicità con Marco Zordan e Antonia Fama, tra musica, dj set e una lezione di ballo aperta anche ai principianti.
“La Città di Tutti” porta così arte e cultura fuori dai luoghi tradizionali, trasformando il Ben-Essere in un’esperienza concreta di partecipazione, relazione e condivisione.
La Città di Tutti – Quarta edizione
4 ottobre – 15 novembre
Il programma in breve
Scuole
Dal 25 settembre al 15 novembre: lab di teatro creativo, tdo, podcasting.
Visite guidate
Teatro
Dal 6 all’11 ottobre Dopamina, Teatro Trastevere
Dal 13 al 15 novembre: “One More Kiss”.
Eventi
TEATRO TRASTEVERE Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
PER INFO E PRENOTAZIONI: 06 5814004 – 328 3546847
feriali ore 21, festivi ore 17:30
ufficio stampa: vanialai1975@gmail.com
Un festival urbano per riportare il verde in città e renderle più vivibili, a iniziare dalle ondate di calore.

Il 3 e 4 ottobre torna Urban Nature, l’iniziativa nazionale del WWF che coinvolge i cittadini nella tutela della natura in città, per difendere la biodiversità urbana e promuovere ambienti più sani e sicuri. Giunto alla sua decima edizione, il “festival della natura in città” è ormai un appuntamento consolidato, aperto a famiglie, giovani e a chi riconosce il valore del verde urbano per il benessere di persone e animali.
Urban Nature 2026 sarà un evento diffuso in oltre 100 piazze italiane, con stand e iniziative per valorizzare la natura urbana, in linea con l’impegno del WWF per rigenerare gli spazi verdi cittadini. Il titolo che accompagnerà l’edizione 2026 è “La natura si fa cura”, perché anche e soprattutto in città la natura rappresenta una risorsa essenziale per la salute, il benessere e la qualità della vita delle persone.
Con oltre il 57% della popolazione mondiale che vive in aree urbane – una quota che in Italia supera il 70% – le città sono oggi uno dei principali luoghi in cui si intrecciano le sfide ambientali, climatiche e sociali del nostro tempo. Sono infatti hotspot di rischio per la salute e il benessere delle persone: qui si concentrano gli effetti dell’inquinamento, del consumo di suolo, della perdita di biodiversità e degli impatti della crisi climatica, a cui è particolarmente esposto chi vive in città.
Il fenomeno dell’isola di calore urbana, ad esempio, può determinare temperature anche di 3–5°C superiori rispetto alle aree circostanti, con conseguenze rilevanti su salute pubblica, consumo energetico e vulnerabilità sociale. L’elevata artificializzazione del territorio aumenta la vulnerabilità delle città agli effetti degli eventi climatici estremi.
In questo quadro, il WWF sottolinea che la natura urbana non è un elemento accessorio ma una infrastruttura essenziale per la sostenibilità e il benessere delle persone. Aumentare, connettere e rendere accessibili gli spazi verdi significa ridurre la pressione sul territorio, contrastare il consumo di suolo, migliorare la salute e la qualità della vita, favorire la presenza di biodiversità urbana, inclusi gli impollinatori e rafforzare la capacità delle città di adattarsi alle crisi climatiche e ambientali in corso.
Quest’anno la manifestazione è dedicata proprio all’importanza degli impollinatori, anche come indicatori della salute delle nostre città, che si può quindi misurare dal “ronzio “ dei nostri amici insetti . Se ci sono loro, sicuramente la città è sana e vivibile anche per noi. Come ogni anno il WWF ha organizzato una raccolta fondi per istituire nuovi spazi verdi nelle città, ed in particolare Oasi in Ospedale. A fronte di una piccola donazione si riceverà un vasetto di miele biologico proveniente dal Parco Nazionale della Maiella.
Urban Nature inizia venerdì 2 ottobre, quando i volontari dell’Associazione saranno nell’Aula Natura dell’ IC De Filippo Viviani di San Nicola la Strada con i ragazzi della Prima Media per parlare di biodiversità , dell’importanza della natura in città e del ruolo degli impollinatori. Nel tardo pomeriggio della stessa giornata, presso la Sede Operativa dell’Associazione, i giovani del Liceo Diaz e della Protezione Civile di San Nicola la Strada incontreranno i ragazzi del WWF Young e si confronteranno con le istituzioni in un dibattito sull’ importanza della natura in città e della mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici. Domenica 4 ottobre dalla 09.00 alla 13.00 il WWF Caserta sarà infine presente con il suo stand all’interno del Parco della Reggia di Caserta, ingresso di Via Giannone. I volontari dell’Associazione illustreranno ai visitatori le attività del WWF Caserta per il monitoraggio delle biodiversità, per la tutela e l’incremento del verde urbano, illustrando l’importanza della Natura in Città ed il ruolo degli impollinatori.
Per il Panda Team del WWF Caserta
Dr. Renato Perillo
Presidente WWF Caserta OA ETS

Benevento, 2 ottobre 2026 – «La Festa dei Nonni è un’occasione per fermarci e ricordare quanto siano preziose le generazioni che ci hanno preceduto. I nostri nonni hanno lavorato, fatto sacrifici e contribuito alla crescita delle nostre famiglie e del nostro Paese. A loro dobbiamo rispetto, attenzione e concrete forme di sostegno».
A dirlo è Fiorenza Ceniccola, Vicesindaco di Guardia Sanframondi e dirigente regionale di Forza Italia, che richiama la necessità di un nuovo equilibrio nelle politiche sociali ed economiche.
«È giusto investire sui giovani, creare opportunità di lavoro, favorire l’accesso alla casa e permettere alle nuove generazioni di costruire qui il proprio futuro. Ma sostenere i giovani non può significare dimenticare gli anziani. Le due esigenze devono procedere insieme, perché una comunità cresce quando riesce a tutelare chi ha già dato e, nello stesso tempo, ad accompagnare chi deve ancora costruire il proprio domani».
«La Festa dei Nonni – prosegue Ceniccola – ci spinge a rinnovare al Governo la richiesta di alzare progressivamente la no tax area per i pensionati fino ad almeno 16mila euro annui, avvicinandola ai livelli dei principali Paesi europei, e ridurre contestualmente la pressione fiscale sulle pensioni più basse. Portare progressivamente a 1.000 euro mensili gli assegni dei pensionati con i redditi più bassi, dando concreta attuazione a un obiettivo più volte indicato da Silvio Berlusconi. Sono misure che garantiscono più reddito disponibile per gli anziani, maggiore sostegno alle famiglie e più risorse che restano nell’economia reale. E se servono risorse, oltre all’extra gettito, si può guardare anche ai baby pensionati, chi è andato in pensione anche prima dei 40 anni, oggi può dare una mano a chi rischia di arrivarci con troppo poco. Chi ha lavorato e pagato contributi per una vita intera merita di poter vivere la propria pensione con maggiore serenità e dignità».
«Il nostro obiettivo – conclude Fiorenza Ceniccola – deve essere quello di creare un autentico equilibrio tra generazioni. Ai giovani dobbiamo offrire opportunità; a chi ha lavorato una vita dobbiamo garantire dignità e sicurezza. È questo il modo più concreto per costruire una società capace di guardare al futuro senza perdere la memoria del proprio passato».
Fiorenza Ceniccola
Vicesindaco di Guardia Sanframondi
Dirigente Regionale Forza Italia Campania

(Tommaso Merlo) – Anche il presunto attentato sul volo FlyDubai puzza assai mentre quello alla base americana in Inghilterra è proprio rancido. Dalle false bandiere russofobe siamo passati a quelle iranofobe, del resto si avvicinano le elezioni sia in Israele che nella sua colonia americana. Prima ancora che si conoscano i fatti, il circo mainstream blatera di “piste” che portano tutte causalmente ai due efferati nemici del momento mentre i politicanti si precipitano a belare sui social. L’indizio più palese che anche quella sul volo FlyDubai sia tutta una messa in scena, è che quel mostruoso sciacallo di Netanyahu si è fiondato sull’accaduto costringendo il suo burattino Trump a fargli il controcanto. Perfino pezzi del regime suprematista israeliano hanno storto il naso. Stesso tipo di pagliacciate che fa quel rutto che dirige la Nato e la Commissione Guerrafondaia di Bruxelles che danno la colpa a Putin anche quando i ragazzini del quartiere fanno scoppiare petardi ai giardinetti. E tutto questo mentre sulla strage quotidiana di palestinesi non aprono bocca neanche a pagarli oro e dalle retrovie continuano a sostenere lo stato genocida israeliano. Ma non è possibile che politica e stampa siano degenerati a livelli morali così vergognosi, molto più plausibile un vero e proprio sistema. False bandiere di una falsa democrazia col potere reale passato dai popoli a potentati che operano dietro le quinte. Comanda una variegata mafia lobbistica ed oligarchica senza volto e cuore, comanda lo stato profondo coi suoi tentacoli militari e finanziari che si sono infiltrati in organismi anche internazionali che s’impongono su quelli nazionali e quindi sui popoli. E’ cronaca marrone. Una manica di miliardari comanda alla Casa Bianca mentre l’indotto della morte e della distruzione si è impossessato delle tecnocrazie brussellesi. Un sistema che per perseguire i propri scopi di profitto e di dominio, ha però bisogno di immense quantità di soldi pubblici e del beneplacito dei vari governucoli nazionali. E il compito della politica è proprio questo, servire le esigenze di quei potentati aprendo le casse statali e recitando i copioni che gli vengono assegnati. Tipo quello di un irragionevole e dittatoriale Putin che vuole invadere l’Europa, tipo quello della bomba atomica in mano al pericolassimo e sanguinario regime iraniano e tipo quello degli incivili palestinesi che non vogliono la pace ed aggrediscono la democrazia modello israeliana che si sta solo difendendo visto che ha il diritto di esistere mentre lo stato palestinese no. Ma più che di becera propaganda, si tratta di realtà parallele inculcate alle masse dalla politica con l’aiuto della stampa anch’essa serva del sistema. Ucciso il vero giornalismo, il compito dell’informazione organica è quello di manipolare la realtà dei fatti giorno per giorno in modo che le masse maturino convinzioni allineate al sistema. False notizie al servizio di una falsa democrazia. Ormai i politicanti non tradiscono solo la volontà dei loro cittadini ma perfino quella delle istituzioni fondate per preservare pace e diritti umani. Politicanti che giurano sulla Costituzione e poi ci sputano sopra tra genocidi e rischi di terza guerra mondiale. La speranza è che l’aggressione a Russia ed Iran si riveli un punto di non ritorno. Per la devastante crisi energetica che sta colpendo anche le masse indifferenti e addomesticate e per la duplice sconfitta strategica che favorirà nuovi equilibri geopolitici. Il tutto mentre la politica parla d’altro e continua a sottrarre miliardi a cittadini ridotti alla fame per il riarmo. Davvero difficile credere che politica e stampa siano degenerati a livelli professionali così vergognosi, più plausibile un vero e proprio sistema con precise esigenze gestionali. Se devi comandare da dietro le quinte è molto meglio piazzare dei politicanti scarsi. Politici che hanno valori, personalità, onestà intellettuale e spessore, non ubbidiscono facilmente ed anzi possono ribellarsi per qualche questione di principio. Più invece i politicanti sono di basso livello intellettuale e morale e motivati solo dalla carriera, più sono comprabili e manovrabili e magari pure ricattabili. Trump è il prototipo ideale. Una vecchia e perfida baldracca politica che in campagna elettorale ha promesso al popolo americano quello che voleva sentirsi dire e una volta al potere ha fatto esattamente il contrario e cioè quello che in segreto aveva promesso alla mafia lobbistica che lo ha finanziato e messo lì. Guerre con la Russia e con l’Iran comprese. Una situazione sfuggita di mano e visto che realtà parallele e propaganda non bastano a nascondere il disastro e placare il dissenso, ci provano con le false bandiere di una falsa informazione di una falsa politica di una falsa democrazia. La disaffezione dilagante e adesso anche le crescenti proteste popolari nascono da qui. La politica o è espressione esclusiva del popolo, oppure è un’altra cosa. La democrazia o è al servizio esclusivo del popolo, oppure è un’altra cosa. E solo la verità ci salverà.