Meloni stretta tra Trump e Parlamento: il retroscena sulla guerra all’Iran che spaventa Palazzo Chigi. Giorgia Meloni in difficoltà dopo la guerra contro l’Iran voluta dai suoi amici Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il rischio per la premier è un testa coda in Parlamento. E dover rinunciare alla finanziaria elettorale

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Per Giorgia Meloni l’11 marzo potrebbe trasformarsi in una giornata politicamente esplosiva. Quando la premier si presenterà davanti alle Camere per riferire sulla crisi internazionale, il rischio – raccontano fonti parlamentari – è quello di un clamoroso testa coda politico. Il motivo è semplice: la guerra contro l’Iran voluta dall’asse tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu mette la presidente del Consiglio davanti a una delle scelte più complicate dall’inizio della legislatura. Ufficialmente l’Italia resta nel campo occidentale e atlantico. Ma dietro le quinte di Palazzo Chigi il clima sarebbe molto più sfumato. Chi conosce bene la premier giura infatti che, lontano dai microfoni, Meloni non avrebbe affatto apprezzato la scelta di aprire un fronte militare contro Teheran.
Il retroscena: a Palazzo Chigi non piace la guerra totale
Secondo quanto raccontano fonti politiche, la leader di Fratelli d’Italia avrebbe espresso in privato forti dubbi sulla strategia adottata dai suoi amici Trump e Netanyahu. L’idea, spiegano i bene informati, sarebbe che un’operazione militare limitata e chirurgica avrebbe avuto molto più senso di una campagna militare estesa. Un’azione mirata contro obiettivi specifici, piuttosto che un’escalation destinata a destabilizzare l’intero Medio Oriente. Un ragionamento pragmatico più che ideologico. Perché a Palazzo Chigi sanno bene che ogni escalation internazionale ha effetti immediati anche sui conti italiani. E proprio qui si nasconde il vero incubo del governo.
Guerra all’Iran e conti pubblici: addio alla finanziaria elettorale di fine anno
Una crisi prolungata con Teheran rischia infatti di produrre un effetto domino sull’economia europea: prezzi dell’energia più alti, mercati finanziari più instabili e crescita rallentata. Tradotto in politica interna significa una cosa sola: conti pubblici più fragili. Per l’Italia il rischio è doppio. Da un lato la guerra potrebbe aggravare la già delicata situazione del debito pubblico. Dall’altro lato potrebbe compromettere i margini di manovra con Bruxelles proprio mentre Roma spera di uscire dalla procedura di infrazione. In questo scenario diventerebbe molto più difficile varare quella manovra economica “elettorale” su cui la maggioranza conta per consolidare il consenso a fine anno e presentarsi davanti agli elettori a fine legislatura. In altre parole: se i conti saltano, salta anche la strategia politica del governo.
Il nodo del referendum e il rischio regalo alle opposizioni
Come se non bastasse, la crisi internazionale arriva nel momento peggiore possibile per l’esecutivo. La guerra è infatti esplosa a pochi giorni da un appuntamento politico delicato come il referendum sulla giustizia che interessa direttamente la maggioranza. E a Palazzo Chigi temono che il conflitto internazionale possa spostare completamente l’attenzione dell’opinione pubblica. Il risultato? Un clima politico più incerto e soprattutto meno favorevole al governo. Secondo alcuni sondaggi riservati che circolano tra i partiti, la guerra e il coinvolgimento degli Stati Uniti potrebbero addirittura rafforzare la narrativa delle opposizioni. Il motivo è semplice: una parte consistente dell’elettorato italiano guarda con crescente diffidenza alle scelte di Trump. E una guerra percepita come lontana dagli interessi italiani rischia di trasformarsi in un boomerang politico.
Il dilemma finale: stare con Trump o con gli italiani
Ed è qui che emerge il vero dilemma per Giorgia Meloni. Da una parte c’è la fedeltà all’asse atlantico e ai rapporti politici costruiti negli anni con Donald Trump. Dall’altra c’è un’opinione pubblica italiana sempre più scettica verso il conflitto. Un equilibrio complicatissimo da gestire soprattutto davanti al Parlamento, dove ogni parola pesa e ogni sfumatura diventa materiale per lo scontro politico. Non a caso negli ultimi giorni la premier ha preferito parlare attraverso interviste radiofoniche e interventi più controllati, dove il format permette di evitare domande scomode.
Perché in Parlamento la musica cambia
E quando arriverà l’11 marzo, la domanda politica diventerà inevitabile: Meloni sceglierà di allinearsi totalmente a Trump o proverà a parlare agli italiani? Nel dubbio, raccontano nei palazzi romani, meglio guadagnare tempo. Perché in politica estera, come nella politica interna, a volte la mossa più prudente è proprio quella di rimandare lo scontro.

(Dott. Paolo Caruso) – Chi l’ ha visto? Assente, Assente, Assente. La Meloni, unico Premier europeo ecclissatosi dal luogo più sacro della democrazia quale è il Parlamento.In un momento di crisi internazionale per il conflitto in Iran la Meloni diserta i luoghi istituzionali e viene meno all’obbligo di informare il cosiddetto popolo sovrano e il Parlamento. Nessuna comunicazione ufficiale sulla guerra del Golfo. Critiche dure sono arrivate dalle Opposizioni, che hanno definito il comportamento della Premier come una fuga dal confronto parlamentare. Intollerante al dibattito e al confronto ha preferito i social e concedere un commento a RTL 102.5, una emittente radiofonica nazionale privata, rinviando ai prossimi giorni la sua presenza in Parlamento. Del resto ” la Caciottara della Garbatella” con i suoi modi poco istituzionali ha preferito non esporsi alle critiche che l’ avrebbero inchiodata alle sue responsabilità di essere completamente asservita a Trump e di essere stLata trattata come ” la serva sciocca “. Infatti è rimasta all’ oscuro senza alcun preavviso dell’ inizio del conflitto Iraniano. Lo stesso Ministro della difesa Crosetto si è trovato coinvolto a sua insaputa in tale conflitto essendo presente a Dubai, del cui motivo a quanto pare non è dato sapere. Le comunicazioni in Parlamento del duo “Gianni e Pinotto” al secolo il Ministro Tajani e il Ministro Crosetto, vittime sacrificali della Meloni, non hanno convinto l’ Opposizione e hanno dimostrato l’ estrema marginalità del nostro Paese a livello internazionale. Solo un accenno al mancato rispetto del diritto internazionale senza nominare i veri responsabili. La Premier Meloni, mentre il Mondo è su una polveriera, ha intrapreso in questi giorni la campagna referendaria a favore del “SI” portando avanti la riforma Gelli, Berlusconi, Nordio, sulla divisione delle carriere dei Magistrati, la creazione di due CSM, Giudicante e Requirente, e dell’ Alta Corte Disciplinare con relativi sorteggi sbilanciati a favore della politica. Una riforma costituzionale voluta per indebolire il terzo Potere dello Stato, la Magistratura. Non passa giorno che la Premier, irrispettosa del ruolo che ricopre, con fervore giacobino lancia strali contro i Magistrati criticandone addirittura le sentenze, non ultima quella della ” famiglia nel bosco “, così da delegittimarli agli occhi dei cittadini. Ma di quale giustizia parla la Meloni, quella della abolizione del reato di Abuso d’ Ufficio, del depotenziamento del traffico di influenze illecite, della limitazione dell’ uso delle intercettazioni telefoniche, della riforma in senso limitativo dei poteri della Corte dei Conti, di sicuro di una giustizia targata “Giorgia” tesa a salvaguardare i cosiddetti colletti bianchi, i politici, i faccendieri e certi imprenditori dediti al malaffare. Così mentre il popolo italiano ha già cominciato a subire gli aumenti dei carburanti a cui seguiranno a breve gli aumenti delle bollette energetiche e del carrello della spesa, il governo con la consueta ipocrisia lo rassicura che gli speculatori saranno colpiti ( che paura! ). Il rischio di una escalation e le possibili ripercussioni anche terroristiche nel nostro Paese per una eventuale partecipazione attiva delle basi americane preoccupano notevolmente gli italiani. Non si capisce infatti a
oggi quale sia la politica del governo Meloni in merito a questa grave crisi internazionale. Non c’è chiarezza e l’ assenza di un discorso al Paese nelle sedi istituzionali da parte della Premier ne accentua i timori. Infatti è stato riportato dai media che anche l’ Italia come la Francia, la Grecia e l’Inghilterra hanno inviato forze navali a difesa di Cipro, per il resto poi si vedrà…

(adnkronos.com) – In autostrada, secondo i dati di oggi, sabato 7 marzo, del Mimit il gasolio in modalità self service sfonda i 2 euro al litro, salendo dai 1,983 euro al litro di ieri ai 2,009 di oggi, +1 euro e 30 cent per un pieno di 50 litri.
Se ieri la benzina era arrivata alla soglia di 1,8 euro solo in autostrada, Calabria e a Bolzano, oggi si aggiungono Basilicata, Sicilia, Trento e Valle d’Aosta. E quanto emerge dallo studio dell’Unione nazionale consumatori basato sulle medie regionali e autostradali calcolate oggi dal Mimit.
“Va bloccata immediatamente questa escalation con un’iniziale riduzione delle accise di 10 centesimi – afferma il presidente Unc, Massimiliano Dona -, un intervento ragionevole e facilmente finanziabile che riporterebbe i prezzi ai valori più o meno di 12 mesi fa e frenerebbe l’impennata.
Insomma, non chiediamo la luna. Ma data la velocità con la quale si adeguano i carburanti alle speculazioni in corso, va fatto subito, in settimana, prima che questi rincari inneschino una reazione a catena sull’inflazione, altrimenti poi si rischia di dover intervenire come fece Draghi, con un abbattimento delle accise di 25 cent, 30,5 cent conteggiando anche l’Iva, ma che implicherebbe una perdita per l’erario di 1 miliardo al mese”.
Rispetto alle classifiche regionali dei carburanti più cari, per il gasolio vince Bolzano, seguito da Trento e dalla Sicilia, per la benzina la medaglia d’oro va a Bolzano, poi Calabria e Basilicata.
IRAN, ‘HORMUZ APERTO, COLPIREMO SOLO NAVI USA E ISRAELE’

(ANSA) – TEHERAN, 07 MAR – “Controlliamo lo Stretto di Hormuz, ma non lo chiuderemo e tutte le navi potranno attraversarlo. Tuttavia, le navi degli Stati Uniti e di Israele saranno prese di mira dalle forze armate iraniane”: lo ha detto il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi, aggiungendo “che l’Iran non può fornire alcuna garanzia sulla sicurezza delle navi di tutti i Paesi e, se dovessero attraversare lo Stretto, la responsabilità di qualsiasi incidente sarà loro, a causa della situazione di guerra”.
MEDIA, ‘GLI USA VERSO LO SCHIERAMENTO DI UNA TERZA PORTAEREI IN MEDIO ORIENTE’
(ANSA) – ROMA, 07 MAR – Gli Stati Uniti dovrebbero schierare una terza portaerei in Medio Oriente: è quanto scrive il Times of Israel, riportando Fox News. La USS George H.W. Bush ha completato l’addestramento pre-schieramento giovedì, secondo la Marina degli Stati Uniti. L’Istituto Navale degli Stati Uniti riferisce che la portaerei, le sue navi da guerra di scorta e il suo stormo aereo “hanno concluso l’esercitazione di addestramento per unità composite che tutti i gruppi d’attacco di portaerei devono svolgere prima di ottenere la certificazione per incarichi nazionali”.
Fox News afferma che il gruppo d’attacco di portaerei “dovrebbe schierarsi presto” e dirigersi verso il Mediterraneo orientale, dove la Uss Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, era di recente stazionata. La Uss Gerald R. Ford è stata vista attraversare il Canale di Suez giovedì e ora si trova nel Mar Rosso, secondo le foto diffuse dall’esercito americano. Nel frattempo, la USS Abraham Lincoln rimane di stanza nel Mar Arabico per attacchi contro l’Iran durante la guerra.
Il borgo irpino, tra le dieci finaliste, ha costruito il dossier intorno ai tre pilastri della sostenibilità: ambiente, sociale, governance

Venerdì 27 marzo prossimo il Ministero della Cultura proclamerà la Capitale italiana della Cultura 2028.
Mirabella Eclano è tra le dieci finaliste con L’Appia dei Popoli – Incubatrice di Art Thinking, il dossier diretto da Francesco Cascino su mandato del Sindaco Giancarlo Ruggiero e dell’Assessore alla Cultura Raffaella Rita D’Ambrosio.
La proposta del borgo irpino porta nel confronto finale un elemento distintivo: l’adozione organica dei criteri ESG come metodologia di sviluppo culturale permanente.
L’acronimo Esg indica i tre pilastri della sostenibilità: Environmental (tutela ambientale e della biodiversità), Social (inclusione e benessere collettivo) e Governance (etica nelle scelte organizzative e gestionali). La direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese (CSRD) lo ha trasformato in obbligo per migliaia di organizzazioni e oggi misura la responsabilità concreta di imprese e istituzioni.
Nel dossier irpino, l’ “Art Thinking” – l’arte come metodo per ripensare i problemi, spostare i confini dell’innovazione e creare soluzioni radicalmente nuove – è lo strumento per conciliare questi tre àmbiti con le esigenze economiche del territorio.
Secondo Alberto Improda, avvocato e responsabile ESG del dossier, «Oggi la sostenibilità ci pone dinanzi a questioni più che mai urgenti, gravi e ineludibili, che riguardano complessivamente l’ambiente, l’economia e il sociale, con un posizionamento centrale di arte, arti, art thinking, cultura e culture. E nel progetto L’Appia dei Popoli c’è un nuovo modo di fare impresa e di coniugarla con il sociale, in un contesto estremamente sfidante che però ha già i suoi modelli vincenti di alto valore».
«Le aziende oggi hanno un ruolo fondamentale, con una inedita responsabilità pubblica, nell’affrontare le sfide del nostro tempo – prosegue Improda – e i criterî ESG definiscono un modello di azienda altamente innovativo, inconcepibile fino a pochi lustri addietro: l’impresa è chiamata a tenere insieme fattori estremamente diversi solo all’apparenza, come il profitto e la crescita territoriale».
«In questo contesto l’art thinking assume nell’impresa una cruciale importanza e una inedita centralità, in quanto insostituibile strumento per amalgamare e conciliare i diversi fattori sopra indicati, un tempo considerati distanti, da noi invece sperimentati come appartenenti all’unica radice dell’immaginazione, che si nutre solo di stimoli culturali di ogni genere, purché qualitativi e potenti – conclude Improda – e Mirabella Eclano e l’Irpinia presentano caratteristiche ideali per sperimentare in purezza un modo nuovo di fare mondi nuovi e rispondenti allo spirito del tempo».
Paolo Animato
giornalista professionista
L’Appia dei Popoli – Incubatrice di Art Thinking
Comitato Tecnico-scientifico

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Dietro l’escalation non c’è soltanto il confronto militare, ma una lunga costruzione politica e propagandistica che oggi rischia di trasformarsi in un conflitto senza uscita
La questione iraniana viene presentata da anni in termini semplici e brutali: da una parte uno Stato descritto come irrimediabilmente aggressivo, vicino all’arma nucleare, sponsor del terrorismo e minaccia diretta per l’Occidente; dall’altra un blocco occidentale che si limiterebbe a reagire per autodifesa. Il problema è che questa narrazione, ripetuta con disciplina quasi liturgica, regge sempre meno alla prova dei fatti. E proprio per questo diventa più pericolosa: quando una costruzione politica perde consistenza, tende a irrigidirsi e a trasformarsi in scelta militare.
Il punto centrale è distinguere tra ciò che l’Iran è realmente e ciò che è stato progressivamente trasformato in immagine strategica. Teheran è certamente una potenza regionale revisionista, ostile alla presenza americana in Medio Oriente, impegnata a costruire reti di influenza attraverso milizie, apparati di sicurezza, relazioni politiche e strumenti di pressione indiretta. Ma una cosa è essere una potenza regionale ostile, altra cosa è costituire una minaccia immediata e diretta agli Stati Uniti sul piano esistenziale. Ed è proprio in questo slittamento, da avversario regionale a nemico assoluto, che si colloca l’origine dell’attuale escalation.
Il nucleare come giustificazione permanente
Il dossier nucleare è stato per anni il principale strumento di legittimazione della pressione contro l’Iran. La formula è nota: Teheran sarebbe sempre a pochi mesi, a poche settimane, a un passo dalla bomba. Una soglia che non arriva mai ma che viene evocata con regolarità quasi meccanica, così da mantenere costante lo stato d’allarme. In termini politici è un meccanismo efficacissimo, perché consente di rendere permanente l’emergenza. In termini analitici, però, il quadro è molto più ambiguo.
L’accumulo di uranio arricchito viene presentato come prova quasi automatica di una volontà militare, ma il passaggio dall’arricchimento alla costruzione di un ordigno operativo è infinitamente più complesso. Occorrono decisioni politiche, capacità industriali specifiche, miniaturizzazione, vettori adeguati, test, strutture di comando. In altre parole, la disponibilità di materiale non coincide con la disponibilità dell’arma. E soprattutto non coincide con la decisione di usarla come leva strategica.
In più, l’impasse attuale non nasce nel vuoto. L’uscita americana dall’accordo sul nucleare ha spezzato un equilibrio imperfetto ma reale. Da quel momento l’Iran ha progressivamente aumentato le proprie capacità di arricchimento non solo come pressione negoziale, ma anche come risposta alla constatazione che l’Occidente non era in grado o non voleva garantire i benefici economici promessi. Così si è prodotto un paradosso: si è demolita l’intesa che conteneva il problema, poi si sono usate le conseguenze di quella demolizione come prova della pericolosità iraniana.
La bomba come mito utile
Il tema dell’arma atomica ha avuto, negli anni, una funzione soprattutto politica. Serve a costruire consenso, a compattare gli alleati, a giustificare sanzioni, a preparare l’opinione pubblica alla logica dell’eccezione. In questo senso la questione nucleare è stata meno un dato tecnico che un dispositivo strategico. L’idea dell’Iran come potenza irrazionale sul punto di dotarsi della bomba ha consentito di spostare il dibattito dall’analisi alla paura.
Ma proprio qui emerge una contraddizione decisiva. Se davvero Teheran fosse a un passo dall’arma da così tanti anni, bisognerebbe spiegare perché quella soglia continui a essere evocata senza mai tradursi in evento compiuto. O la minaccia è stata sistematicamente ingigantita, oppure la lettura occidentale ha deliberatamente confuso capacità potenziale e decisione politica. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: la paura del nucleare è stata usata come fondamento di una strategia che va molto oltre il nucleare.
Il vero centro del conflitto è l’assetto regionale
La partita reale riguarda infatti l’ordine del Medio Oriente. L’Iran non è soltanto uno Stato problematico per l’Occidente; è soprattutto l’unica potenza regionale che, nonostante sanzioni, isolamento e pressione militare, continua a contestare apertamente la superiorità strategica israeliana e la presenza americana nella regione. Da questo punto di vista, il conflitto non si spiega soltanto con il dossier atomico, ma con la volontà di impedire l’emersione di un polo regionale autonomo.
L’idea di fondo che ha guidato molte scelte israeliane negli ultimi decenni è che la sicurezza non vada cercata attraverso l’integrazione regionale, ma attraverso il mantenimento di una netta superiorità militare e della frammentazione del contesto circostante. In quest’ottica, i grandi Stati del Medio Oriente diventano tollerabili solo se indeboliti, divisi, consumati da tensioni interne o privi della capacità di proiettare forza. È una logica che si è vista all’opera in forme diverse in Siria, in Iraq, in Libano. L’Iran rappresenta l’ostacolo più resistente a questo disegno, perché possiede demografia, profondità territoriale, cultura strategica, struttura statale e una rete regionale costruita pazientemente in decenni di guerra indiretta.
La deterrenza missilistica come assicurazione di sopravvivenza
Il cuore della potenza iraniana non è l’aviazione, non è la marina, non è la capacità di invadere altri paesi. È la deterrenza asimmetrica. Missili balistici, missili da crociera, droni, forze per procura, capacità di saturazione, pressione sugli stretti e sulle infrastrutture energetiche. Tutto questo non serve a conquistare il Medio Oriente, ma a rendere costosissimo qualsiasi tentativo di piegare l’Iran con la forza.
Da questo punto di vista, il programma missilistico iraniano è il vero bersaglio strategico di Washington e Tel Aviv. Non perché dimostri automaticamente un’intenzione offensiva globale, ma perché costituisce il principale strumento con cui Teheran scoraggia un’aggressione. L’Iran sa benissimo di non poter competere frontalmente con la superiorità tecnologica e aeronavale americana o israeliana. Ha quindi costruito una forma di deterrenza convenzionale fondata sulla certezza della rappresaglia. Se vieni colpito, puoi restituire il colpo; se non puoi impedire l’attacco, puoi almeno renderlo insostenibile nel tempo.
Per questo la richiesta occidentale di limitare o smantellare l’arsenale missilistico non viene percepita a Teheran come un atto di disarmo equilibrato, ma come la pretesa di privare il paese dell’unica vera polizza di assicurazione strategica. E in effetti è così. Senza missili, l’Iran diventerebbe più vulnerabile a bombardamenti, sabotaggi, assassinii mirati e operazioni di coercizione militare.
La narrativa sul terrorismo e le sue ambiguità
Un altro pilastro della pressione contro Teheran è l’accusa di sostenere il terrorismo. Anche qui, però, la categoria è spesso usata in modo elastico e selettivo. L’Iran sostiene organizzazioni armate, questo è fuori discussione. Ma l’etichetta di terrorismo viene applicata in modo differente a seconda della convenienza politica. Gruppi considerati illegittimi quando agiscono contro interessi occidentali diventano interlocutori tollerabili o perfino utili in altri teatri. È la doppia morale tipica delle guerre per procura.
In realtà, la strategia iraniana si è sempre basata meno su un terrorismo indiscriminato globale e più sulla costruzione di una cintura di influenza regionale fatta di milizie, partiti, apparati ideologici e strumenti di pressione militare limitata. È una strategia aggressiva, ma è soprattutto una strategia regionale. Serve a tenere lontano il conflitto dal territorio iraniano, a logorare gli avversari indirettamente, a creare profondità strategica. Presentarla come minaccia diretta e totale agli Stati Uniti equivale a compiere un salto logico che serve alla mobilitazione politica, non alla comprensione del problema.
L’ossessione occidentale e la psicologia del nemico
Nel rapporto tra Stati Uniti e Iran c’è poi una componente più profonda, quasi psicologica. Dal 1979 in avanti, la Repubblica islamica ha rappresentato per Washington non solo un avversario geopolitico, ma l’immagine di una sfida simbolica: un alleato centrale del sistema americano in Medio Oriente che si ribella, rovescia l’ordine imposto, umilia la superpotenza e costruisce una propria legittimità anche sull’antagonismo con essa. Da allora, il caso iraniano è rimasto come una ferita mai rimarginata. Non si tratta solo di interessi, ma di memoria strategica, di orgoglio imperiale, di incapacità di accettare una sconfitta politica antica.
Per questo l’Iran viene spesso giudicato più attraverso la lente dell’emozione geopolitica che attraverso il calcolo freddo. Esattamente come accade in altri fronti dove il nemico è ormai parte di un immaginario consolidato, ogni sua mossa viene letta come conferma di una colpevolezza preesistente. Il risultato è una spirale in cui la percezione della minaccia precede i fatti e li organizza.
La guerra senza fanteria
Il vero problema, però, comincia quando la propaganda si traduce in operazione militare. Bombardare l’Iran è possibile. Infliggere danni alle infrastrutture, colpire siti sensibili, degradare capacità militari, eliminare quadri operativi: tutto questo rientra nelle capacità congiunte di Stati Uniti e Israele. Ma una guerra non si misura nella potenza della prima ondata di attacchi. Si misura nel rapporto tra obiettivi politici, mezzi disponibili e capacità di uscita.
Se l’obiettivo reale è il cambio di regime, allora il problema diventa enorme. Un sistema politico come quello iraniano non cade automaticamente sotto le bombe. Anzi, una pressione esterna può rafforzare la coesione interna, stringere il fronte nazionalista, marginalizzare le opposizioni e offrire al potere una legittimazione di guerra. La storia recente lo conferma: i bombardamenti possono degradare, non necessariamente rovesciare. Per abbattere davvero un regime servono controllo del territorio, occupazione, protezione delle linee logistiche, gestione del dopo. Servono uomini, mezzi, tempo, consenso interno. In una parola: servirebbe una guerra terrestre su vasta scala.
E qui emerge il limite strutturale occidentale. Gli Stati Uniti hanno una superiorità devastante nella fase iniziale dei conflitti, ma molto meno nella gestione politica del dopo. Sanno entrare, non sanno uscire. Lo si è visto in Afghanistan, in Iraq, in Libia in forma indiretta. L’intervento appare spesso chirurgico solo nelle prime ore; poi si trasforma in una lunga crisi politica, economica e morale.
Le fragilità americane e quelle israeliane
Israele, dal canto suo, non ha la massa strategica per sostenere da solo una guerra lunga contro l’Iran. Può colpire, sabotare, infiltrare, uccidere, esercitare una pressione costante. Ma un confronto prolungato contro una potenza di quelle dimensioni richiede copertura americana, logistica americana, capacità di rifornimento americana, protezione americana. In sostanza, richiede che Washington si faccia carico della parte più pesante del conflitto.
Il problema è che nemmeno Washington sembra avere un progetto davvero coerente. Una campagna di attacchi può essere concepita. Ma quale sarebbe il punto finale? Distruggere il programma nucleare? Colpire i missili? Indebolire il regime? Favorire una sollevazione interna? Appoggiare minoranze etniche o gruppi armati alle frontiere? Ognuna di queste opzioni apre scenari diversi, e nessuna garantisce il risultato politico decisivo.
La leva etnica, per esempio, può creare disordine, ma difficilmente basta a spezzare uno Stato come l’Iran. Il malcontento esiste, le fratture pure, ma trasformarle in alternativa di potere richiede condizioni che non si improvvisano. E soprattutto non si costruiscono soltanto con bombardamenti e operazioni coperte.
Il rischio di una sconfitta mascherata
Per questo l’esito più probabile di una guerra del genere non è una vittoria limpida, ma una sospensione armata, una pausa forzata, una de-escalation venduta come successo tattico ma percepita da molti come fallimento strategico. Se non riesci a rovesciare il regime, se non disarmi completamente il paese, se non elimini la sua capacità di rappresaglia e se nel frattempo hai incendiato la regione, il bilancio finale non può essere definito una vittoria.
Anzi, potrebbe accadere il contrario: un Iran colpito ma sopravvissuto, più radicale, più deciso a militarizzare la propria deterrenza, più convinto che il possesso di una vera soglia nucleare sia ormai l’unico linguaggio compreso dai suoi nemici. Questo sarebbe il paradosso supremo: una guerra lanciata per impedire una minaccia finirebbe per accelerarla.
La dimensione economica del conflitto
C’è poi un livello che in Occidente viene spesso sottovalutato: quello geoeconomico. Ogni escalation con l’Iran colpisce il cuore energetico del pianeta. Anche senza bloccare formalmente lo Stretto di Hormuz, basta alzare il livello di rischio per spingere verso l’alto prezzi del petrolio, costi assicurativi, noli marittimi, volatilità finanziaria. L’Iran non ha bisogno di chiudere tutto per destabilizzare i mercati: gli basta rendere credibile la possibilità di farlo.
Questo significa che una guerra lunga avrebbe effetti ben oltre il teatro regionale. Colpirebbe le economie europee già fragili, aumenterebbe i costi energetici asiatici, rafforzerebbe la centralità dei produttori alternativi, altererebbe le catene logistiche, aggraverebbe il peso dell’inflazione. In altri termini, la guerra non sarebbe solo militare: sarebbe anche una gigantesca tassa geopolitica imposta al sistema internazionale.
La vera domanda
Alla fine, la domanda decisiva non è se l’Iran sia un attore problematico. Lo è. Non è nemmeno se Teheran usi strumenti di pressione aggressivi. Li usa. La vera domanda è un’altra: l’Iran costituisce davvero una minaccia tale da giustificare una guerra preventiva su larga scala, con tutti i costi militari, politici ed economici che essa comporta? Oppure siamo davanti all’ennesimo caso in cui una minaccia reale ma circoscritta viene trasformata in pericolo assoluto per rendere possibile una scelta già maturata altrove?
La risposta più plausibile è che la guerra contro l’Iran non nasce dalla necessità, ma da una costruzione strategica che fonde interessi israeliani, riflessi ideologici americani, debolezza europea e propaganda securitaria. E proprio per questo il rischio è altissimo. Perché quando una guerra nasce da una diagnosi distorta, quasi mai produce un esito ordinato. Produce invece ciò che già conosciamo bene: distruzione, radicalizzazione, instabilità e una lunga, costosissima incapacità di uscire dal conflitto.

(di Marcello Veneziani) – Per la prima volta nella storia la guida suprema di uno stato, Ali Khamanei, è stato ucciso da remoto. Era già accaduto in realtà al leader di al-Quaeda, Ayman alZawairi e ad altri esponenti iraniani, un generale delle forze armate e uno scienziato nucleare. Ma quello di Khamanei è il primo “tirannicidio” compiuto a distanza, tramite la tecnologia avanzata, l‘hackeraggio delle infrastrutture e delle telecamere di sorveglianza stradale, i droni, l’intelligenza artificiale e le armi teleguidate. I droni sono ormai i nuovi combattenti di prima linea, quasi a confermare il transito verso una radicale disumanizzazione della guerra, frutto in realtà di una più vasta disumanizzazione della vita e delle relazioni. Qualcuno osserverà il passaggio a un conflitto più preciso, con obbiettivi mirati e minor dispendio di vite umane almeno da parte di chi compie questi atti, non di chi li subisce. Ma a giudicare poi dal numero di vittime civili e di obbiettivi non militari che vengono colpiti e coinvolti, come ospedali, case, strade e scuole, si ha in realtà una smentita dell’intelligenza delle armi e della precisione chirurgica negli obbiettivi da colpire. Ma il tema vero che resta, al di là dell’attuale conflitto degli Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è la guerra da remoto, la guerra in automatico, compiuta tramite mezzi e dispositivi. Segna una svolta radicale e difficilmente reversibile, non si può tornare indietro, è molto difficile che accada. Non c’è più bisogno di squadre speciali, missioni di corpi scelti e nemmeno di intrepidi o folli attentatori per eliminare un uomo di potere, un sovrano, una figura di spicco. E naturalmente non c’è bisogno di una giustificazione etica per togliere di mezzo il presunto despota; è possibile eliminare da remoto qualunque leader considerato nemico, indipendentemente se sia un tiranno o no. Il tirannicidio era giustificato in Occidente come una ribellione estrema contro un sovrano che violava le leggi elementari della vita e calpestava la dignità dei sudditi con l’uccisione, la tortura, la violenza e la repressione della libertà. Il sottinteso era che si trattava degli stessi sudditi che si ribellavano al tiranno e non di potenze straniere.
Cosa succederà se l’uso della tecnologia militare per la guerra a distanza si allargherà ad altri soggetti, altri Stati, altre formazioni? Tutti diventano obbiettivi possibili, non solo veri e presunti tiranni ma capi di stato e capi religiosi, militari, leader politici, figure rappresentative, scienziati e ricercatori, opinion leader, imprenditori e concorrenti. Chiunque sia odiato o sia d’ostacolo agli interessi vitali di chi decide di eliminarlo.
Tema in fondo ricorrente ma che non trova soluzione: chi ha diritto di usare queste armi da remoto e fino a che punto, chi decreta e stabilisce la liceità delle azioni compiute o l’inammissibilità, chi detiene la forza e la legittimità per far osservare i limiti e i divieti? Alla fine resta solo la forza, nel senso più ampio dell’espressione. La forza delle cose che s’impongono nei fatti, la forza dei soggetti che predomina su altri soccombenti, la forza dei numeri e della potenza che sovrasta sugli altri. Insomma dietro la tecnica si annida la barbarie disumana, la perdita di ogni relazione con l’umanità. Intendiamoci, non è una novità, da che mondo è mondo succede, è la legge ultima che governa il mondo. Ma la tecnologia avanzata rende più facili e più rapide le decisioni, espande alla massima potenza la capacità distruttiva, salta i controlli e le mediazioni, minimizza i rischi di chi compie queste azioni, che può stare al riparo e al sicuro, da lontano, almeno fino a quando deterrà il monopolio o l’egemonia della forza tecnologica. Altri limiti di natura religiosa, morale, ideale, non sono più d’uso. E la massima esposizione avverrà quando le “macchine”, i dispositivi e l’Ai saranno in grado di agire autonomamente, fino a prendere l’iniziativa o comunque a non passare da alcun filtro o alcun vaglio umano. Ogni mezzo di distruzione diventa così mezzo di autodistruzione, fino alla massima potenza.
Non abbiamo soluzioni né rimedi se non la speranza che un equilibrio di forze, una ragionevole deterrenza fondata sulla reciproca paura, possa limitare l’uso e i danni. Ma se alla crudeltà disumana degli uomini, alla follia della prepotenza e del delirio di onnipotenza si unisce la glaciale indifferenza all’umano e alla vita dei dispositivi tecnici, c’è solo da sperare che un destino, una provvidenza, un Dio possano fermare l’escalation della potenza. Heidegger lo disse cinquant’anni fa, poco prima di morire: ormai solo un Dio ci può salvare. Un Dio che a volte si nasconde negli imprevisti della storia. E intanto qui da noi? Mentre uccidevano Khamanei noi eravamo presi da Sal Da Vinci al festival di Sanremo. Beata Italia, paese di eterni, giocosi bambini. Con la solita, saggia raccomandazione delle mamme: però non fatevi male.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Tra le imputazioni che il ministro della Guerra Hegseth muove al movimento degli scout americani, a parte la solita tiritera paranoica contro “le insidiose ideologie radicali woke”, ce n’è una che fa per metà sbellicare, per metà inorridire, così come capita sempre di fronte all’ottusità dei fanatici. L’accusa è di promuovere “religioni pagane incentrate sulla Terra”.
È abbastanza immaginabile la genesi di questo anatema: qualche genitore teocon (cristiano intollerante si capisce meglio), ascoltando i racconti della figlia o del figlio reduce dal campo scout, si sarà molto seccato scoprendo che il culto della natura, da sempre molto radicato nello scoutismo, non è adeguatamente inquadrato nella dovuta cornice biblica. E chissà mai che qualche accompagnatore, ispirato dalle “insidiose ideologie radicali”, abbia raccontato ai ragazzi che per i nativi americani natura e religione erano la stessa cosa (senza scomodare il “deus sive natura” di quel comunista di Spinoza); o che la spiritualità, nel mondo, ha molte forme, e si scrutano le stelle, a latitudini diverse, con la stessa devota meraviglia, e senza alcun bisogno che un prete o un ayatollah ci spieghi perché il cielo notturno è commovente.
Tanto basta per scatenare sospetti e proteste che, in quel bell’ambientino che è il Maga, prosperano come le mosche sul letame (ops, ho fatto un esempio che tradisce la mia devozione a Madre Terra). Così che, per bocca del ministro della Guerra – ruolo che sta al creato quanto un bazooka sta alle farfalle – gli scout vengono ammoniti a non bamboleggiare con queste stupidaggini new-age. Non dite a Hegseth che, a indagare meglio, magari si scopre perfino qualche scout ateo. Potrebbe decidere di farli arrestare tutti per attività antiamericane. Guardate che siamo a un passo.
A una settimana dall’attacco all’Iran, Meloni continua a essere in fuga dalle sue responsabilità

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Con i missili sull’uscio di casa, sarebbe fin troppo facile maramaldeggiare sul governo degli Inetti. Insistere ancora sulle disavventure vanziniane di Crosetto che recita le sue “Vacanze a Dubai” o sulle maschere tragicomiche di Tajani che consiglia di non affacciarsi alla finestra quando volano i droni. Calcare la mano su Lollobrigida, che dopo le prime bombe su Teheran posta i complimenti a Sal Da Vinci, eroe della canzone neo-melodica scagliata dal palco di Sanremo contro il nemico radical chic. Ironizzare sulle perle quotidiane di Nordio, che da vero Guardasigilli-in-Capo atterra con elicottero di Stato sui campi di calcetto per esportare in tutta la Penisola la capocrazia referendaria. Denunciare la bolletta che esplode, con lo Stretto di Hormuz chiuso, i prezzi di gas e petrolio alle stelle, gli stoccaggi in via di esaurimento e il rischio di dover tornare da Putin col cappello in mano, a elemosinare il suo metano ancora saturo del sangue dei poveri ucraini. Potrebbero allungarsi all’infinito, gli esempi di quella che Arbasino chiamava la “Grande Discarica Italiana”. Ma fermiamoci qui, per carità di Patria (appunto). A qualunque altro governo tremerebbero i polsi di fronte a questa terribile terza Guerra del Golfo, che si aggiunge alla guerra in Ucraina e che si somma alla guerra in Palestina.
Ma proprio perché l’ora è così grave, non si può più tollerare il silenzio ambiguo della presidente del Consiglio. A una settimana dall’attacco all’Iran dell’asse israelo-americano, Meloni continua a essere una donna in fuga dalle sue responsabilità. Di fronte alla “Furia epica” di Trump e al “Ruggito del leone” di Netanyahu, va bene dire “noi non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”: ma non può bastare. Così come non può bastare, rispetto alla domanda sulle basi militari, cavarsela con un tartufesco “finora non ce le hanno chieste”. In un pianeta di belve feroci, non è tempo di struzzi che mettono la testa sotto la sabbia o di opossum che si fingono morti. Per quanto gregaria, l’Italia deve scegliere chi vuole essere e qual è il suo posto nel mondo. Sarebbe inutile aspettarsi un discorso forte e chiaro come quello di Pedro Sánchez, che ha gridato il suo no a questa guerra illegittima perché “così iniziano i disastri dell’umanità”. Lei non lo farà. Come le capita spesso, la premier fallisce sul metodo: va a fare passerella ai funerali del piccolo Domenico, va a Rtl 102.5 senza contraddittorio, ma non nell’unico luogo istituzionale che in un momento così drammatico esigerebbe la sua presenza, cioè il Parlamento della Repubblica. Come le succede sempre, la premier elude il merito: cioè il giudizio politico sul suo idolo, The Donald. Trump è stata la sua scommessa iniziale: ha scelto di diventare la cheerleader, a costo di allontanarsi dall’Europa dei fondatori e di confluire in quella dei guastatori. E la sta perdendo.
Convinta di lucrarne un dividendo politico, ha deciso di coprirne quasi tutte le nefandezze. Ha giudicato “un’opportunità” i dazi che hanno sfasciato il commercio mondiale. Ha apprezzato le spietate politiche migratorie del tycoon, modello per il nostro dissennato outsourcing albanese. Ha ingoiato gli insulti alla Ue dei “parassiti e degli scrocconi” e lodato le offese di Vance sulla nostra “civiltà al tramonto”. Non ha battuto ciglio davanti alle milizie para-militari dell’Ice che sparavano alla gente per strada. Non ha obiettato nulla di fronte alle mattane coloniali sulla Groenlandia, sul Canada, su Panama. Ha ritenuto “del tutto legittima” l’invasione del Venezuela e la destituzione di Maduro. Ha “osservato” e apprezzato quell’ignobile Comitato d’Affari chiamato Board of Peace, pronto a banchettare sulle rovine di Gaza. Ha aderito alla richiesta del Nobel per la pace al Commander in Chief, finora solo portatore di manie belliciste. In definitiva, ha creduto alla favoletta che risuona in quel che resta degli alti consessi internazionali, secondo la quale “se non sei al tavolo, sei nel menù”. Senza rendersi conto che in era trumpiana nel menù ci stiamo tutti, perché al tavolo c’è solo lui. Ma soprattutto senza capire dove ci avrebbe portato la volontà di potenza dello Sceriffo di Washington, ibridata con lo spirito di sopravvivenza del Guerriero di Tel Aviv: l’ennesima guerra in Medio Oriente, che stavolta però non è solo questione tra Israele e Hamas-Hezbollah. Ci chiama in causa tutti, perché è conflitto regionale che dilaga e può colpire ovunque.
È di questo anno di entropia globale accelerata dalla Casa Bianca, che Meloni non parla mai. Ed è proprio quest’ultima guerra che si rifiuta di giudicare, nonostante abbia violato palesemente l’articolo 2 della Carta Onu e l’articolo 5 dello statuto della Corte Penale Internazionale. Nella sua surreale intervista radiofonica non nomina mai Trump e Netanyahu. Denuncia “il caos” attuale, ma con un volo pindarico e geopolitico lo attribuisce solo all’invasione russa in Ucraina e alla “reazione scomposta” dell’Iran. Dice proprio così: “reazione scomposta”, senza un minimo cenno all’azione che l’ha determinata. Come se gli odiosi Guardiani della Rivoluzione sciita si fossero bombardati da soli, e per ripicca avessero sparato missili sulle basi Usa e sulle petromonarchie sunnite. Siamo tutti felici, se scompare un tiranno, e Ali Khamenei lo era. Ma c’è un limite al disordine mondiale, al diritto del più forte, alle menzogne di chi lo pratica o lo copre. L’Underdog, in cuor suo, ora teme sul serio che con questa guerra quel limite sia stato superato (come si è lasciato sfuggire alla Camera il ministro della Difesa). E ne ha paura, perché stavolta ne hanno paura gli italiani che vivono e votano qui, nel Belpaese. Persino gli elettori delle tre destre inorridiscono di fronte agli F-35 a stelle e strisce che decollano sulle note della Macarena e fanno strage di bambine nelle scuole di Teheran. Si spaventano all’idea che il falso amico amerikano ci chieda basi, caccia o soldati per un conflitto che avrà il solo effetto di produrne altri. Si preoccupano per il greggio a 100 dollari al barile, la benzina a 2,2 euro al litro, la luce a 150 euro a megawattora. E persino loro, di fronte a una minaccia del genere, potrebbero essere tentati di disconnettersi da questo trumpismo-melonismo da combattimento, inconciliabile col nostro tran-tran da italiani brava gente. Sarebbe una vera autodafé per il governo. Tanto più in vista del referendum sulla magistratura: se l’angoscia per la guerra nutrisse l’astensionismo, il no potrebbe vincere. E la Sorella d’Italia — attraversato inutilmente il deserto yankee — si ritroverebbe in terra incognita. Indecisa, ancora una volta. Se forzare sulla legge elettorale, con tutte le difficoltà del caso. Se provare l’azzardo del voto anticipato, con tutti gli ostacoli del Colle. Col timore, in ogni caso, di accompagnare Trump nella discesa agli inferi del Mid-Term, e di finirci dentro insieme a lui, in un profetico simul stabunt, simul cadent. Tra i vecchi saggi ex-democristiani circola una teoria: come la Dc non morì sotto i colpi di Mani Pulite ma per il crollo del muro di Berlino, così Meloni non sarà travolta dal malgoverno, ma finirà sotto le macerie di Trump. Se lo dicono loro, farebbe bene a credergli.

(Tommaso Merlo) – Un gruppo di cristiani sionisti sono tornati alla Casa Bianca per pregare attorno al loro messia Donald J. Trump, un vecchio pederasta che li sta accontentando con l’ennesima crociata. Per loro quella in Iran non è una aggressione criminale ma un Armageddon, la battaglia finale tra il bene e il male citata nel libro dell’Apocalisse. Sono parole loro, non una barzelletta. E nello studio ovale hanno pregato affinché Dio illumini Trump nell’ardua jihad sionista che si appresta a combattere per salvare gli Stati Uniti e l’umanità intera. Parole davvero solenni mentre Trump con la testa abbassata e gli occhi socchiusi pensava al pannolone da cambiare. Già, se Trump soffre di demenza senile avanzata, certi invasati religiosi di demenza strutturale frutto di lavaggi di cervello infantili solidificati da decenni di ferreo bigottismo. Cristiani sionisti che sono peggio degli originali e che con una mano impugnano la Bibbia e con l’altra la mitragliatrice con cui in nome di Dio vogliono sterminare tutti i fantasmi che gli scorazzano nel cervelletto. Come se la Bibbia fosse un manifesto politico di matrice fascista che certifica la loro supremazia razziale ed ideologica, che giustifica accanimenti contro minoranze e diversità e che avvalora una guerra permanente che avendola dentro manifestano anche fuori. Presunti cristiani schierati fermamente con l’Erode dei nostri tempi che sterminati in massa i bambini di Gaza insiste ad imbrattare di sangue e dolore l’intera Terra Santa. Menomale che Gesù è risorto altrimenti si rivolterebbe nel santo sepolcro dalla mattina alla sera. Ed è proprio vero, più le persone pretendono di parlare in nome di Dio, più finiscono per agire contro gli uomini. Si autoconvincono di lottare contro il male senza rendersi conto di incarnarlo. Presunti cristiani che vorrebbero armare anche gli alunni delle elementari, che schifano i perdenti sui marciapiedi, che osannano la Gestapo per le strade e che credono fermamente nella guerra e quindi nella violenza a fini politici. Ma per loro Trump non è Gesù, è una sorta di San Giovanni Battista che annuncia l’arrivo dell’agnello. Sono parole loro, non una barzelletta. Ormai siamo ad un delirio tale che si sono ribellati anche i soldati dell’esercito americano perché da Washington è arrivato l’ordine di aizzare le truppe dicendo che la guerra in Iran è parte di un piano divino e che l’Armageddon porterà all’imminente ritorno di Gesù. E c’è da sperare per loro che non torni almeno per adesso, altrimenti distrugge la Casa Bianca in tre giorni e caccia tutti i lobbisti dal tempio e pure in malo modo. Sepolcri imbiancati che appaiono belli da fuori ma dentro sono pieni d’ogni immondizia. Se c’era una cosa che faceva imbestialire Gesù era proprio l’ipocrisia delle classi dirigenti del suo tempo e anche quella dei bigotti. E ne aveva ben donde visto che dopo due millenni sono ancora lì a manipolare le sue parole. Citano Gesù ogni due per tre ignorando in mala fede come il suo insegnamento si possa riassumere con una sola parola. Amore. Verso tutti e tutto e perfino i propri nemici. Altro che odio, altro che guerre, altro che palazzinaro col pannolone che sta trasformando il mondo nel cottolengo in cui dovrebbe essere ricoverato d’urgenza. Davvero, più che un problema politico l’Occidente ha un problema psichiatrico e non poteva produrre un presidente americano più rappresentativo di questa folle epoca. A furia di lavorare e consumare anche noi stessi abbiamo prodotto degli scribi e dei farisei che ci stanno portando all’autodistruzione planetaria a furia di ipocrisie, ignoranza, egoismi e faziosità viscerali. Il genocidio a Gaza è ancora in corso e già parte una nuova jihad sionista contro l’Iran che rischia di trascinarci tutti in un conflitto mondiale nucleare. E non ci sono dubbi, la gara in corso a chi è più terrorista la vince facile Israele coi suoi complici americani medaglia d’argento e noi servi europei sul terzo gradino del podio. Ma per scribi e farisei sono terroristi solo gli altri, solo i nemici che osano resistere alle nostre prepotenze e che hanno la colpa di essere diversi da noi. Ormai aggressori ed aggrediti variano a seconda di cosa conviene ai governanti di turno, con le istituzionali internazionali ridotte ad inutili soprammobili ed i giornali a carta igienica che però almeno ha una nobile funzione. Davvero un cottolengo 2.0 col messia Trump che soffre di incontinenza anche verbale che lo porta a rilasciare perle di continuo smentendo quelle del giorno prima. E secondo alcuni analisti militari se la potrebbe fare sotto anche davanti alla determinazione iraniana e con qualche pastiglia potrebbe accontentarsi di postare sui social di avere stravinto e di essere il migliore di sempre. Il tutto mentre i bigotti pregano per la jihad sionista ed i soldati americani per non finire al fronte per conto dell’immondo Erode dei nostri giorni. Già, meglio che Gesù non torni in questo periodaccio anche perché sentirebbe un sacco di bestemmie a furia di rincari della benzina e del carrello della spesa a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. In compenso non sarebbe male se qualcuno si decidesse a seguire il suo insegnamento come aveva chiesto. E invece di terrorizzarci a vicenda, amarsi. E se fosse troppo, perlomeno ragionare e dialogare invece di spararsi addosso.
La campagna del Sì racconta tre diverse ingiustizie. Nessuno dei meccanismi che le hanno prodotte è toccato dalla riforma.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – «Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere.» A dirlo non è un avversario della riforma, ma la senatrice Giulia Bongiorno, tra i suoi più convinti sostenitori. Prima ancora, a marzo 2025, era stato lo stesso Carlo Nordio a togliere ogni ambiguità: «Questa riforma non c’entra niente con l’efficienza della giustizia». Il 4 marzo 2026, a diciotto giorni dal voto, Nordio ha corretto il tiro davanti alle telecamere dell’Ansa: «Con la riforma i processi saranno velocizzati». Tre settimane, due versioni opposte. Il tempo di accorgersi che il referendum si poteva perdere.
Eppure quella stessa campagna ha costruito la sua architettura emotiva sulle storie degli innocenti condannati. Sui profili social del comitato «Sì riforma» compare Beniamino Zuncheddu, quasi 33 anni in carcere da innocente, con un appello semplice: «Mi hanno rubato la vita. Perciò votate tutti sì». Vale la pena verificare cosa dicono davvero i casi che il fronte del Sì ha scelto come bandiera.
Enzo Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983 su richiesta dei procuratori Cedrangolo e Marmo, sulla base delle dichiarazioni di pentiti della Nuova Camorra Organizzata poi rivelatisi inattendibili. Il giudice istruttore Giorgio Fontana – che avallò i mandati d’arresto e il rinvio a giudizio – era un giudice, non un ex pubblico ministero: la separazione funzionale tra accusa e giudicante c’era già. L’errore fu il credito acritico accordato ai collaboratori di giustizia, un meccanismo che nessuna disposizione della riforma tocca.
Giuseppe Gulotta trascorse 22 anni in carcere per una confessione estorta con la tortura nel 1976 ad Alcamo Marina. Separare le carriere non avrebbe fermato i carabinieri che picchiavano un diciottenne per fargli firmare una dichiarazione falsa. Beniamino Zuncheddu rimase quasi 33 anni dietro le sbarre perché il poliziotto che indagava mostrò la sua fotografia al testimone prima del riconoscimento formale. La riforma non introduce alcuna nuova procedura sui riconoscimenti né modifica le regole sull’attendibilità della prova testimoniale.
Tre cause diverse per tre ingiustizie diverse. Nessuno dei meccanismi che le hanno prodotte è toccato dalla riforma: le norme sui collaboratori di giustizia, le tutele nella fase investigativa, le procedure sul riconoscimento del testimone. Il parere del Csm ha definito la riforma inutile «sul piano del miglioramento della qualità della giurisdizione». Nordio lo sapeva bene. Fino a diciotto giorni fa.
La separazione delle carriere, due Csm, il sorteggio e l’Alta Corte disciplinare. Ecco cosa prevede, articolo per articolo, la nuova legge costituzionale sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo

(di Andrea Lanzetta – tpi.it) – La riforma della magistratura, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre scorso e sottoposta al referendum confermativo del 22 e 23 marzo prossimi, modifica principalmente il Titolo IV della Costituzione con l’obiettivo di separare le carriere dei giudici requirenti e giudicanti, introducendo due distinti organi di autogoverno al posto dell’attuale Csm, i cui membri verranno d’ora in poi scelti con il metodo del sorteggio, e creando un’Alta Corte disciplinare. Ma vediamo punto per punto cosa prevede la riforma.

Un ordine, due percorsi
Attualmente la carriera dei magistrati è unica. A risultare separate sono solo le funzioni requirente e giudicante. Per effetto della riforma Cartabia del 2022 però, i giudici possono passare dall’una all’altra soltanto una volta, entro 10 anni dalla prima assegnazione e mai all’interno dello stesso distretto penale, né di altri distretti della stessa Regione né al rispettivo capoluogo del distretto di Corte d’appello.
Intervenendo invece in maniera sostanziale sugli articoli 102, 104 e 106 della Costituzione, la riforma prevede che, come già recitava il dettato originale, «la funzione giurisdizionale» sia «esercitata dai magistrati ordinari, istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario», che ora però «disciplinano, altresì, le distinte carriere dei magistrati giudicanti e dei magistrati requirenti». I primi, i giudici, chiamati a decidere in modo imparziale le controversie; e i secondi, i pubblici ministeri, a esercitare l’azione penale in tutti i casi previsti dall’ordinamento.
Come nel precedente dettato, anche la nuova legge sottoposta a referendum riconosce, all’art. 104, che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Ma precisa che è «composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente».
Sdoppiamento al vertice
Non più quindi due sole funzioni ma carriere separate, seppur ancora all’interno di un unico ordine. Ciascuna però risponderà a un diverso Consiglio superiore della magistratura: uno giudicante e uno requirente. Entrambi avranno quasi le stesse funzioni dell’attuale Csm. Secondo gli attuali articoli 105 e 110 della Costituzione, infatti, al Consiglio superiore della magistratura «spettano le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati», mentre resta in capo «al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia».
Con la riforma, «le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti» dei magistrati sono semplicemente ripartiti per «ciascun» Csm in base alla rispettiva carriera, giudicante o requirente. A differenza dell’attuale però, secondo il nuovo dettato dell’articolo 105, i due Consigli non si occuperanno più delle «promozioni» né «dei provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati» ma piuttosto delle «valutazioni di professionalità» e dei «conferimenti di funzioni».
Ognuno dei due inoltre, secondo la nuova versione dell’articolo 107, può decidere se dispensare, sospendere dal servizio o destinare ad altre sedi o funzioni i rispettivi magistrati, prerogativa oggi in capo al Csm. Tuttavia, secondo il nuovo dettato del terzo comma dell’articolo 106, il solo Consiglio superiore della magistratura giudicante potrà designare, «per meriti insigni», chi sarà chiamato «all’ufficio di consiglieri di Cassazione». Se prima questo onore poteva essere attribuito solo a «professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che abbiano quindici anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori», ora nella platea dei prescelti potranno rientrare anche «magistrati appartenenti alla magistratura requirente con almeno quindici anni di esercizio delle funzioni». La terza grande novità della riforma però, oltre alla separazione delle carriere e all’istituzione di due Csm, riguarda il metodo di nomina dei membri di questi due organismi.
Un metodo diverso
A presiedere entrambi gli organismi, così come l’attuale Csm, resterà il capo dello Stato. Già al decimo comma dell’articolo 87, che ne disciplina i poteri, la riforma prevede che il presidente della Repubblica presieda sia «il Consiglio superiore della magistratura giudicante» che «il Consiglio superiore della magistratura requirente», come poi ribadito anche dal secondo comma della nuova versione dell’articolo 104. Oltre all’inquilino del Quirinale però il nuovo dettato costituzionale stabilisce, al comma successivo, anche chi altro ne farà parte di diritto: il primo presidente della Corte di Cassazione del Csm giudicante e il procuratore generale della Cassazione del Csm requirente. Tutti gli altri componenti dei due Consigli superiori della magistratura saranno invece scelti mediante sorteggio.
I due terzi dei membri “togati” di ciascun Csm, come stabilisce il nuovo articolo 104, saranno estratti a sorte, rispettivamente, tra gli oltre 7.000 giudici civili e penali e più di 2.000 pubblici ministeri. Come previsto dal nuovo comma sesto dell’articolo 104, questi resteranno «in carica quattro anni» e non potranno «partecipare alla procedura di sorteggio successiva».
Diverso invece il metodo scelto per l’altro terzo di membri “laici” dei due Consigli. «Entro sei mesi dall’insediamento» infatti il «Parlamento, riunito in seduta comune», dovrà compilare, «mediante elezione», un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio. Successivamente poi da questa lista saranno estratti a sorte un terzo dei membri del Consiglio della magistratura giudicante e un terzo del Consiglio della magistratura requirente. Tra questi, secondo il comma quinto del nuovo dettato dell’articolo 104, ogni Csm eleggerà il proprio vicepresidente. Inoltre, per garantirne la terzietà, finché sarà in carica nessuno dei componenti dei due Consigli potrà essere iscritto ad «albi professionali né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale».
Un nuovo organismo
Ultima grande novità della legge costituzionale da sottoporre a referendum è la costituzione di un organo disciplinare a parte per i magistrati, le cui funzioni e prerogative spettano attualmente al Csm. Riscrivendo integralmente l’articolo 105 della Costituzione, la riforma attribuisce «la giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari» a un’apposita «Alta Corte disciplinare».
Questa è «composta da quindici giudici», selezionati con metodi diversi. Tre di questi saranno «nominati dal Presidente della Repubblica», che potrà sceglierli «tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio». Altri tre componenti invece saranno «estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti», compilato dal Parlamento riunito in seduta comune con le stesse modalità previste per i membri “laici” dei due Csm. Gli altri membri dell’Alta Corte, infine, saranno composti da «sei magistrati giudicanti e tre requirenti». Tutti e nove saranno «estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità».
Come previsto dal nuovo comma quinto dell’articolo 105, ogni membro dell’Alta Corte resterà «in carica quattro anni». Questo incarico, che non potrà essere rinnovato, è però «incompatibile» con quello di membro del Governo, deputato, senatore, parlamentare europeo e consigliere regionale, nonché «con l’esercizio della professione di avvocato e con ogni altra carica e ufficio indicati dalla legge». Il presidente del nuovo organismo invece sarà eletto dai componenti stessi dell’Alta Corte ma dovrà essere scelto «tra i giudici nominati» dal capo dello Stato o tra «quelli estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune». Infine il nuovo testo costituzionale prevede la possibilità di impugnare le sentenze dell’Alta Corte, «anche per motivi di merito», «soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte», che giudicherà «senza la partecipazione dei membri che hanno concorso alla decisione impugnata».

(ANSA) – ROMA, 06 MAR – La Russia sta fornendo all’Iran informazioni di intelligence per aiutarlo a colpire le forze statunitensi in Medio Oriente, tra cui la posizione di navi da guerra e aerei americani: lo scrive il Washington Post, citando tre funzionari a conoscenza della questione. Le informazioni sugli obiettivi, scrive il Wp, rappresentano la prima indicazione che un altro importante avversario degli Stati Uniti sta partecipando, anche indirettamente, alla guerra.
Idf, bombardato il bunker sotterraneo di Khamenei 50 jet hanno sganciato 100 bombe. Era usato da alti funzionari iraniani
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) affermano che 50 jet hanno bombardato il bunker sotterraneo di Khamenei, “ancora utilizzato da funzionari iraniani”. Lo riporta il Guardian. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver distrutto il bunker sotterraneo del leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso a Teheran, che, a loro dire, è ancora utilizzato da alti funzionari iraniani.
L’Idf ha detto che circa 50 jet da combattimento dell’aeronautica militare israeliana hanno sganciato circa 100 bombe sul sito, che, a loro dire, si trovava sotto il “complesso dirigenziale” iraniano a Teheran, estendendosi su diverse strade e includendo “molti punti di ingresso e sale per raduni di alti membri del regime terroristico iraniano”. “Dopo l’assassinio di Khamenei, il complesso ha continuato a essere utilizzato da alti funzionari del regime iraniano”, ha spiegato l’Idf in un comunicato.
Media, Iran ha avviato lanci col nuovo missile Khorramshahr-4
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – La Guardia rivoluzionaria iraniana afferma di aver utilizzato il missile Khorramshahr-4 con una testata di due tonnellate nell’ambito dell’intensificazione degli attacchi in corso contro obiettivi nemici. Lo scrive la tv panaraba del Qatar Al Jazeera, citando l’agenzia di notizie iraniana Tasnim. I media citano il comunicato dei Pasdaran, secondo cui l’uso del missile rientra “nell’espansione e nell’intensificazione” delle operazioni militari.
Secondo il comunicato, il Khorramshahr-4 è stato impiegato con una testata del peso di circa due tonnellate. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sugli obiettivi colpiti né sul numero di missili utilizzati. Il Khorramshahr-4 è uno dei missili balistici di maggiore potenza annunciati dall’Iran negli ultimi anni ed è presentato da Teheran come parte del proprio arsenale strategico.
Magnate emiratino accusa Trump, ci hai trascinato in una guerra che non abbiamo scelto
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Il noto magnate emiratino dell’imprenditoria Khalaf Habtoor ha criticato pubblicamente il presidente statunitense Donald Trump per la guerra contro l’Iran, definendo “pericolosa” la decisione di colpire Teheran e accusando Washington di aver trascinato la regione in un conflitto che i Paesi arabi “non hanno scelto”.
Le dichiarazioni segnano la prima critica pubblica di alto profilo da parte di un imprenditore del Golfo contro Trump dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran scoppiata nei giorni scorsi. Habtoor, secondo la rivista Forbes tra i più ricchi imprenditori del mondo con un patrimonio stimato di circa 2,3 miliardi di dollari, era stato in passato partner commerciale di Trump a Dubai e inizialmente sostenitore della sua candidatura presidenziale nel 2016, prima di prendere le distanze dopo alcune dichiarazioni contro i musulmani. In un messaggio pubblicato su X, il fondatore e presidente del conglomerato Al Habtoor Group ha affermato che l’operazione militare americana ha messo i Paesi del Golfo e il mondo arabo “al centro di un pericolo che non hanno scelto”.
“Avete posto i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo e gli Stati arabi al centro di un pericolo che non hanno scelto”, ha scritto Habtoor. “Chi vi ha dato il permesso di trasformare la nostra regione in un campo di battaglia?”, ha aggiunto. L’imprenditore ha accusato Stati Uniti e Israele di aver avviato la guerra “prima ancora che si asciugasse l’inchiostro” sull’iniziativa del Board of Peace lanciata da Trump a gennaio per la ricostruzione di Gaza e la sicurezza regionale.
Secondo Habtoor, molti Paesi mediorientali, compresi gli Stati del Golfo, hanno contribuito con “miliardi di dollari” all’organismo guidato da Trump con l’obiettivo di sostenere stabilità e sviluppo. “Questi Paesi hanno il diritto di chiedere oggi dove siano finiti quei soldi e se stiamo finanziando iniziative di pace o una guerra che ci espone al pericolo”, ha affermato.
Oms, già quasi mille morti in Iran e grande movimento di popolazione
(ANSA) – ROMA, 06 MAR – Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), il conflitto scatenato dagli attacchi degli Usa e di Israele contro l’Iran coinvolge ora almeno 16 paesi. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che in Iran sono già stati segnalati quasi 1.000 morti, oltre a decine di vittime in Libano, Israele e diversi stati del Golfo. L’agenzia Onu ha inoltre verificato 13 attacchi contro strutture sanitarie in Iran e uno in Libano.
La guerra, ha detto, si sta diffondendo alle rotte marittime, ai corridoi umanitari, agli ospedali e ai movimenti di popolazione, una crisi che minaccia di trascinare l’intera regione e oltre. “Le conseguenze umanitarie derivanti dall’escalation della violenza in Medio Oriente sono sempre più gravi”, ha avvertito il capo umanitario dell’Onu Tom Fletcher.
La guerra, infatti, è accompagnata da uno spostamento massiccio di popolazioni. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), circa 100.000 residenti hanno lasciato Teheran solo nei due giorni successivi ai primi . Allo stesso tempo, più di 60.000 persone sono state sfollate in Libano, secondo l’Oms. Gli ordini di evacuazione potrebbero ancora spingere fino a un milione di persone sulle strade, ha avvertito l’organizzazione.
Con il post dal titolo “Buon senso epico”, Beppe Grillo torna sulla scena politica con un tempismo perfetto portando gli italiani ad interrogarsi sulle parole di Pedro Sànchez e sulla posizione del nostro governo in questa sciagurata guerra. Grillo è d’altronde un personaggio che ha di fatto rivoluzionato la politica italiana, nel bene e nel male, e le sue prossime mosse andranno seguite con attenzione

(di Michele Anzaldi – mowmag.com) – “Buon senso epico”, è il titolo del post di Beppe Grillo sul suo blog sulla guerra in Iran. In apertura una grande foto in cui per metà si vede il volto di Grillo e per l’altra metà quello del premier spagnolo, Pedro Sanchez. Il testo ripropone il discorso del presidente Sanchez rivolto ai cittadini spagnoli, a cui Grillo apporta delle piccole correzioni. Ogni volta che nel testo si incontra la parola “spagnolo” e tutte le sue declinazioni diviene “italiano”. Così con un discorso al popolo spagnolo, di rara chiarezza e comprensibilità, viene provocatoriamente proposta ai lettori Italiani un’idea della politica italiana. Per meglio capire questa trovata comunicativa, che va letta nella sua interezza, a titolo e esemplificativo, diamo alcuni passaggi così trasformati: “La posizione del governo italiano di fronte a questa situazione è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi, la popolazione civile. In secondo luogo, non possiamo accettare che il mondo possa risolvere i propri problemi soltanto attraverso conflitti e bombe. Infine, no a ripetere gli errori del passato”. E continua con la trasformazione del discorso di Sanchez.

Penso che questo post di Grillo debba essere valutato attentamente dagli esperti di comunicazione e dal mondo politico. Partiamo ricordando che Grillo è l’inventore dell’utilizzo dei social per la comunicazione politica. Oggi torna, dopo una lunga assenza politica e comunicativa che ha visto i suoi interventi ridotti al minimo (l’ultimo fu il discorso di Capodanno). Ieri ha deciso di esternare diffondendo un discorso che a detta di tutti gli osservatori internazionali merita una grande attenzione e non solo per la sua chiarezza, ma per il valore politico che rappresenta. Lo fa in una delle giornate più complicate di questo sciagurato intervento militare, portato avanti da Stati Uniti e Israele, nella giornata dove oltre ai bombardamenti realizzati da navi e jet, si apprende che una nave iraniana nelle acque dello Sri Lanka (una zona distante dall’Iran circa 5000 km!) è stata affondata da un sottomarino USA, e al momento vi sono 148 dispersi. Dal punto di vista comunicativo l’espediente utilizzato da Grillo, per illustrare il suo giudizio sulla politica Italiana ed Europea o meglio l’assenza di politica o peggio confusione che regna sul tema intervento militare, è veramente notevole e innovativo. Non solo riesce in maniera originale ad appropriarsi delle tesi del governo spagnolo, ma riesce a renderle interessanti e argomento di riflessione per un gran numero di italiani.

Se oggi molti italiani sono venuti a conoscenza del discorso di Sanchez, oltre i semplici e sintetici titoli dei giornali, sicuramente lo si deve all’espediente utilizzato da Grillo. Ma è dal punto di vista politico che il suo post è forse più Interessante. La scelta del tema, la tempistica, il momento politico internazionale e italiano lascerebbero pensare che potrebbe essere il ritorno alla politica di un leader che dal 2013 ha condizionato nel bene e nel male la politica italiana. Il testo, che rappresenta un grande esempio di discorso politico difficile da non condividere per il lettore di sinistra, di destra o di centro, arriva in un momento complicatissimo per il governo e in una stagione politica in cui il centrosinistra ha serissimi problemi: leadership, legge elettorale, scelte politiche e ruolo del centro, dei cattolici e dei liberali nella coalizione. Ma non è un momento felice neanche per il governo perché, oltre ai giganteschi problemi derivanti dalla guerra, è di oggi la diffusione del sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato sul Corriere della Sera che dice che sul referendum per la prima volta c’è il sorpasso delle posizioni del No alla riforma della giustizia (e non escluderei che Grillo ne fosse già a conoscenza ieri sera). Tutta una serie di indicatori che fanno pensare che se il Beppe Grillo del 2013, che allora si era confrontato con politici di grande spessore come Berlusconi, D’Alema, Renzi, Bersani, Prodi, Marini e tanti altri, raggiunse il 25%, oggi con la nuova classe politica ancora non adeguatamente formata e soprattutto in ordine sparso, potrebbe avere un ruolo importante, se non come nel passato, addirittura superiore. Se poi in questo scenario si aggiungesse l’avvedutezza e la maturità di non rifare gli stessi errori del passato, il progetto potrebbe essere interessante per un numero ancora più elevato di italiani che hanno a cuore solo il futuro del paese e non secondi fini.

(dagospia.com) – Grattacieli a specchio, palme artificiali nel mare, influencer e sex worker (ora si chiamano così) che postano aperitivi da 300 euro sulle terrazze degli hotel a sette stelle.
È il “brand” Dubai, la città dove chi ha i soldi, veri o presunti, e si vuole dare uno status, voleva e doveva essere a tutti i costi: megalopoli del futuro, oasi di lusso, soprattutto paradiso fiscale per chi vuole vivere bene pagando pochissimo.
Ma dietro questa vetrina scintillante si nasconde – come documentava già nel 2020, in modo dettagliato, il rapporto del Carnegie Endowment for International Peace, “Dubai’s Role in Facilitating Corruption and Global Illicit Financial Flows” – uno dei più sofisticati hub mondiali per riciclaggio di denaro, aggiramento delle sanzioni internazionali, sfruttamento umano e criminalità organizzata. Un sistema che ha prosperato per decenni, fino a quando, tra sabato e domenica, i missili iraniani hanno spazzato via l’illusione che Dubai fosse intoccabile.
Il segreto del successo di Dubai è il suo modello finanziario. Secondo il “Carnegie Endowment”, la città combina zero imposte sul reddito personale, scarsa trasparenza sulla proprietà societaria e circa 30 zone franche, dove i controlli doganali e antiriciclaggio sono estremamente blandi.
Nelle free zone come DMCC e JAFZA proliferano migliaia di shell company da beneficiari opachi, usate per riciclare denaro: fatture gonfiate, spedizioni fittizie, triangolazioni commerciali che cancellano l’origine dei capitali.
L’oro è un caso emblematico. Come ricostruisce il rapporto di Carnegie, lingotti di provenienza russa o africana – anche provenienti da imprese sanzionate – arrivano a Dubai, vengono fusi e “rinominati”, per poi rientrare sui mercati mondiali con un nuovo certificato di nascita pulito.
Le regole di provenienza sono volontarie e solo tre degli undici raffinatori di oro negli Emirati le seguono formalmente. Alcune inchieste giornalistiche del progetto OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project ), “Dubai Uncovered” (2022) e “Dubai Unlocked” (2024) hanno allaragato il quadro, mostrando come il mattone emiratino – acquistabile con contanti o criptovalute – sia diventato il deposito preferito di politici corrotti, trafficanti e magnati di regimi autoritari.
Russi e iraniani
Il Carnegie documenta come i legami tra Dubai e la Russia siano profondi da decenni: già nel 2016, oltre 100.000 russi risiedevano nell’emirato. Storicamente, i connazionali di putin sono i più munifici compratori seriali al Dubai Shopping Festival, una fiera che si tiene ogni anno tra dicembre e gennaio
Con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, quel flusso è diventato incontrollabile: oligarchi colpiti dalle sanzioni occidentali hanno spostato capitali, aperto società di comodo, acquistato ville sull’isola di Palm Jumeirah con prestanome e sfruttato desk e piattaforme di criptovalute locali per convertire Bitcoin e Tether in valuta apparentemente pulita.
Società di consulenza specializzate, alcune citate nelle indagini del Dipartimento di Giustizia USA, hanno aiutato l’élite del Cremlino a ottenere nuove residenze emiratine e conti bancari fuori dai limiti delle sanzioni.
Per l’Iran, il rapporto Carnegie è particolarmente dettagliato: i legami risalgono alla Guerra Iran-Iraq degli anni ‘80, quando Dubai fungeva già da principale transito per materiali bellici destinati a Teheran.
Nel 2010, quasi 10.000 aziende iraniane erano registrate negli Emirati e gli iraniani superavano numericamente i cittadini emiratini tre a uno. Dubai offre ciò che l’Iran non può avere altrove: transazioni in valute non-dollaro, banche disposte a non alzare troppo lo sguardo, e la possibilità di re-etichettare petrolio, oro e prodotti petrolchimici per farli sparire nel mercato globale.
Sex worker e Kafala
Il Carnegie dedica un intero capitolo al sistema kafala, il programma di “sponsorizzazione” che lega il permesso di soggiorno dei lavoratori stranieri al datore di lavoro, che molti sostengono somigli a una tratta di esseri umani.
Muratori, rider, camerieri e colf dipendono totalmente dal loro sponsor per restare nel Paese: rifiutare gli straordinari significa rischiare il rimpatrio. Turni massacranti sotto i 45 gradi, paghe da miseria, morti nei cantieri raramente investigate. È la manodopera invisibile che regge il parco giochi del lusso.
Anche sul fronte del sesso, nonostante la costituzione emiratina si fondi sulla sharia, Dubai è un hub significativo alimentato da reti criminali transnazionali: donne dall’Europa dell’Est, dall’Asia meridionale e dall’Africa vengono reclutate con promesse di lavoro e finiscono in appartamenti e locali notturni. La struttura legale emiratina rende le vittime ricattabili: prostituzione e rapporti extraconiugali sono reati. Chi denuncia uno stupro rischia di essere incriminata per “comportamento immorale”.
Alle vittime della tratta, si aggiungono centinaia di “influencer”, che planano sul Golfo attratte dai petroldollari e finiscono per riciclarsi come “dame di compagnia” dei conturbanti sceicchi locali.
Gli italiani
Dubai è da anni rifugio per un pezzo d’Italia che non vuole farsi trovare. Il caso più documentato è Raffaele Imperiale, boss della camorra napoletana collegato ai clan degli Scissionisti: dal 2013 viveva liberamente ad Emirates Hills, aveva investito decine di milioni in immobili e sull’isola artificiale “The World”, prima di essere arrestato nel 2021 per uso di falso passaporto ed espulso nel 2022.
Ma la lista dei latitanti italiani a Dubai è lunga. Tra i casi più clamorosi c’è quello di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, formalmente ancora compagna dell’ex leader di AN Gianfranco Fini.
Tulliani fuggì a Dubai nel dicembre 2016 non appena fu resa pubblica l’inchiesta a suo carico (riciclaggio in concorso con il “re delle slot” Francesco Corallo): lo stesso giorno ordinò il bonifico di 520.000 euro su un conto emiratino, poi bloccato dalla Guardia di Finanza, e prese il primo volo disponibile.
A Dubai visse una “latitanza dorata”: residence a cinque stelle nel quartiere di Al Barsha, attività nel settore immobiliare, la fidanzata che lo raggiungeva da Roma in business class.
Fu arrestato dalla polizia emiratina nel novembre 2017 mentre accompagnava la compagna all’aeroporto, ma la vicenda giudiziaria si è trascinata per anni. Nel 2024 è stato condannato in primo grado a 6 anni per riciclaggio; attualmente è di nuovo latitante a Dubai.
Nel novembre 2025, la Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro da 2,2 milioni di euro — una villa a Roma, conti correnti italiani ed esteri, due autovetture di lusso — nei suoi confronti. Nonostante la condanna, gli Emirati continuano a ospitarlo.
Accanto a questi casi, la Direzione Investigativa Antimafia documenta come camorra, ndrangheta e Cosa nostra continuino a usare Dubai per riciclare i proventi del narcotraffico.
Nel giugno 2025 sono scattati dieci arresti tra Italia e Dubai nell’ambito di un’operazione contro il riciclaggio internazionale legato alla camorra. Sul fronte fiscale, la “Lista Dubai” ha rivelato migliaia di contribuenti italiani con asset non dichiarati, mentre influencer e imprenditori digitali si fingono residenti emiratini pur continuando di fatto a vivere e lavorare in Italia.
Autoritarismo e repressione
Nonostante il brand cosmopolita, gli Emirati restano un regime senza spazio per il dissenso. Il Carnegie sottolinea come le autorità emiratine abbiano impiegato misure robuste per spegnere il dissenso interno: le critiche al governo vengono criminalizzate, gli attivisti per i diritti umani condannati a pene pesanti, ogni forma di opposizione politica azzerata.
La completa assenza di stampa libera, elezioni aperte e società civile autonoma rende Dubai immune alle pressioni riformiste domestiche. A questa opacità politica si aggiungono segnalazioni documentate di torture durante gli interrogatori, che delegittimano le testimonianze nei tribunali occidentali e rendono la cooperazione giudiziaria internazionale particolarmente difficile.
28 Febbraio 2026
Il mito di Dubai come “oasi sicura nel caos mediorientale” si è infranto nella notte del 28 febbraio 2026, quando l’Iran ha scatenato una massiccia rappresaglia missilistica contro gli alleati USA nel Golfo – inclusi gli Emirati – in risposta ai raid coordinati di Washington e Israele.
Il bilancio è stato pesante: 165 missili balistici (152 intercettati), oltre 500 droni, ma detriti e ordigni sfuggiti alle difese aeree hanno raggiunto obiettivi civili. Un missile ha colpito il Fairmont The Palm sulla Palm Jumeirah, causando un incendio e ferendo quattro persone.
L’aeroporto internazionale di Dubai – il più trafficato al mondo – è stato danneggiato da droni: un dipendente è morto, sette sono rimasti feriti. Residenti dei grattacieli hanno visto le proprie finestre esplodere. In totale, negli Emirati tre persone sono morte e 58 ferite.
Già nel 2020 il rapporto del Carnegie concludeva con una “visione” profetica : il rapporto avvertiva che la stabilità di Dubai era “almeno in parte dovuta al robusto apparato di sicurezza e sorveglianza costruito dallo Stato emiratino”, e che l’emirato restava “esposto a shock esterni” proprio perché la sua prosperità mescolava flussi leciti e illeciti senza distinguere.
Ospitare basi militari americane e fare da transito ai capitali di mezzo mondo significa essere al centro di ogni possibile conflitto regionale.