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Lettera da sinistra


(Andrea Imperia – lafionda.org) – Sono di sinistra, di quella che non esiste più. Non posso e non intendo riconoscermi in quella di oggi e sento il bisogno di scriverlo pubblicamente, soprattutto a beneficio di quanti condividano le mie idee.

Sono per il diritto dei palestinesi a uno Stato, non per la distruzione di Israele. Nonostante i gravi crimini che il governo israeliano sta commettendo, che perpetuano l’odio e allontanano una soluzione negoziata, credo che un giorno in Terra Santa ebrei e musulmani vivranno pacificamente nel reciproco rispetto. Non può essere altrimenti. L’alternativa è il genocidio senza fine del popolo palestinese, la deportazione dei sopravvissuti e uno stato di guerra permanente di Israele con gli arabi. Quale popolo può riconoscersi in uno Stato che commette crimini? Come può sopravvivere e prosperare con un simile peso? Se una soluzione in tanti anni non è stata trovata, la responsabilità è della violenza criminale degli estremismi, delle loro utopie di distruzione reciproca e di sterminio, non dell’utopia della pace. Per trovare una via d’uscita servirebbero statisti di altissimo livello, persone di straordinario spessore politico, in grado di rifiutare l’istinto della violenza, di far superare ai propri popoli ogni boicottaggio della pace, per quanto doloroso e inaccettabile possa apparire. Servirebbe un cambio radicale, oggi impensabile, nella politica israeliana, araba, americana, europea.

Penso che l’errore di Putin sia stato cadere nella provocazione americana che durava da decenni con l’estensione della NATO a est, in spregio alle promesse fatte a Mikhail Gorbaciov nel 1990 nel contesto della riunificazione tedesca, alla collaborazione militare con la NATO ed economica con l’Europa, cui la Russia ha fornito gas a basso costo per vent’anni, favorendone la crescita. Sono convinto che la guerra sia stata fortemente voluta e sostenuta dagli Stati Uniti allo scopo di separare economicamente e politicamente l’Europa dalla Russia, di indebolire, se non addirittura frammentare, la Russia e mettere le mani sulle sue immense risorse. La Russia ha un PIL di poco superiore a quello della Spagna. Nessuno lo dice. Altrimenti chi crederebbe che possa muovere guerra alla NATO e che un gigantesco riarmo europeo — in deroga alle regole di Maastricht che continueranno a valere per la spesa sociale — sia necessario e urgente? Può usare l’atomica se invasa, questo sì: è parte della sua dottrina strategica. Ma non ha alcuna convenienza a provocare un conflitto diretto con la NATO.

Per cercare una soluzione ai gravissimi conflitti che viviamo servirebbe un radicale cambiamento della politica degli Stati Uniti. Occorrerebbe una visione realistica, lungimirante e, in un certo senso, generosa, in grado di pensare al mondo com’è, invece di tentare di resuscitarne uno finito e illudersi di poter avere ancora un ruolo egemone, ormai al tramonto. Una politica che prenda atto del ruolo dei nuovi protagonisti della politica e dell’economia mondiale e li coinvolga nel governo dei problemi globali; che definisca regole e confini, nuovi equilibri, nuovi compromessi; che promuova e governi forme di collaborazione mutuamente vantaggiose con Cina, Russia, Brasile, India. E che soprattutto non provochi nuove pericolose polarizzazioni. Solo così gli USA possono ancora avere un ruolo di guida, tornare davvero a essere grandi. Usare la forza ha costi altissimi in termini di vittime civili e in termini economici, destabilizza intere aree del pianeta, perpetua l’odio e sposta in avanti di generazioni la ricerca di soluzioni. Tanto meno probabile è l’assunzione di tale responsabilità da parte dell’attuale amministrazione USA, tanto più l’Europa deve intraprendere una strada autonoma, sull’esempio della Spagna, invece di cercare, senza alcuna strategia generale, di ritagliarsi un ruolo militare ed economico alla ricerca di qualche vantaggio nazionale.

Non sopporto la cultura woke, né i suoi annessi e connessi. Credo nella classe sociale e non nel genere. Non ero favorevole al referendum sull’immigrazione perché l’Italia non è un autobus su cui salire per entrare in Europa. Per avere la cittadinanza italiana devi voler diventare italiano, non europeo. Non devi volere un permesso di soggiorno permanente e un lasciapassare per muoverti a piacimento nell’area Schengen. Sono cose diverse. Prima di poter diventare cittadino devi integrarti, vedere se è ciò che vuoi, capire e farti capire, tenendo conto che sei tu a bussare alla porta altrui, non viceversa. E per questo occorrono anni. Meno che mai sono d’accordo con chi pensa che la propria opinione possa prevalere sulla legge votata dal Parlamento italiano in tema di immigrazione. Le istituzioni possono essere criticate, le leggi modificate, ma finché esistono e restano nel quadro democratico vanno rispettate. Possono essere combattute e violate, naturalmente, pagandone però le conseguenze. Il diritto a un rispetto selettivo, impunibile per motivi etico-politici, non è ammissibile.

Sono fermamente convinto che le persone vadano sempre salvate dal mare e che tale compito sia un obbligo morale e giuridico del Paese più vicino. Ma questo non significa permettere l’ingresso, riconoscere il diritto di risiedere permanentemente sul territorio dello Stato italiano o concedere asilo a tutti. Se sei stato salvato, magari in acque libiche, da una nave di un’ONG che batte la bandiera di un Paese europeo, è a quel Paese che dovresti chiedere asilo, non all’Italia. L’Italia ti soccorre, ti cura, ti assiste, poi la responsabilità passa ad altri. Chiunque ti abbia salvato, la redistribuzione deve essere concordata tra i Paesi europei, non affidata alle convinzioni personali di qualche militante e men che mai all’ipocrisia del primo porto sicuro, che nel Mediterraneo significa sempre e solo Italia.

Del tetto di cristallo e di concetti simili non mi interessa assolutamente nulla. Mi irritano addirittura. Quelli della mia classe sociale non arrivano nemmeno a vederlo. Dunque, perché mai dovrei farne un obiettivo politico? Se qualche donna in carriera non riesce a sfondarlo sono solo fatti suoi. Trovi una soluzione personale, esattamente come lo è il problema. Si faccia sostenere dalle precarie disposte a crederle, per le quali non muoverà mai un dito. Scopriranno presto che il potere è potere, che quel che conta è la classe sociale, non il genere. Conta quello che hai in testa, non tra le gambe. L’idea che essere maschi, bianchi ed etero, indipendentemente dalla classe sociale, significhi essere privilegiati e dunque legittimi bersagli di qualche forma di discriminazione positiva è un orrore politico che rischia di colpire per la seconda volta chi vive nel disagio e che lascia indenni i veri privilegiati, uomini o donne che siano. Il potere di una donna non è meno violento di quello di un uomo. Il privilegio economico e sociale di una donna non è meno discriminatorio e umiliante di quello di un uomo.

Sono di sinistra; se non riuscite a comprenderlo, molto probabilmente è perché siete finiti in quella parte del mucchio — ne siate consapevoli o no, anche per ragioni anagrafiche — pensato in fretta e furia da chi se l’è data a gambe levate per non finire sotto le macerie del muro di Berlino, magari mentre approvava i bombardamenti alla Serbia o attaccava chi si opponeva alla diffusione del precariato. Preparato da chi ha cercato di rimanere protagonista facendosi dimenticare, da chi si è nascosto in un mischione di idee confuse — chi non ricorda la ricerca affannosa del Pantheon? — che ha disegnato il profilo pallido ed evanescente della cosiddetta sinistra democratica. Questa gente si è tirata fuori dall’incubo politico (e personale) in cui era finita con la caduta del muro discutendo del nome del partito, per poi rinnegare convintamente sé stessa, rifiutare il concetto di classe e allearsi con le élite di Amato, Dini, Prodi, Ciampi, Monti, Padoa-Schioppa, Draghi. Che c’entrano con i lavoratori? Ha trovato un approdo politico nel progetto dell’euro, il principe dei temi interclassisti, politicamente addirittura geniale. L’euro e l’Europa, quasi fossero la stessa cosa, sono stati presentati come privi di alternative, beni superiori in grado di giustificare — in quanto necessari e imposti dall’esterno — qualsiasi nefandezza di classe, ogni regressione sociale e politica, dai parametri di Maastricht al riarmo. Un tema, quello dell’Europa, che meno interclassista non potrebbe essere, poiché impone sacrifici agli ultimi e porta benefici ai primi. Viene spacciato per tale, questo sì. Ma, con Gramsci, il motivo è facile da individuare: le classi dominanti, per essere e rimanere tali, devono convincere quelle subordinate che i propri interessi sono gli interessi di tutti. Ecco quindi l’Europa presentata mediaticamente come bene comune, superiore all’interesse di classe. Ma la moneta unica e l’unificazione della sola politica monetaria impongono la rinuncia alla politica fiscale come strumento per ridurre le diseguaglianze economiche e favorire il pieno impiego. La rinuncia alla politica del cambio, in assenza di una decisa politica di innovazione, apre alle imprese la comoda strada della compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori, trasformati da conquiste in privilegi. L’obiettivo è ridurre i costi di produzione, proteggere la produzione nazionale e favorire le esportazioni. Si chiama “svalutazione interna”, perché equivale a un aggiustamento del cambio, con l’evidente differenza che la ripartizione dei costi non viene negoziata tra le classi, ma posta direttamente sulle spalle dei lavoratori. L’adesione al progetto dell’euro ha dunque permesso di giustificare e promuovere la moderazione salariale, il precariato, lo smantellamento dello stato sociale, la cancellazione delle conquiste dei lavoratori, i tagli alle pensioni. Il tutto senza davvero assumere la responsabilità politica di quelle che erano a tutti gli effetti scelte consapevoli. Chi non ricorda “ce lo chiede l’Europa”? Questa gente ha abbandonato i lavoratori e, per rimanere a galla, ha riempito il vuoto con un insieme di temi interclassisti, in cui una base più ampia potesse riconoscersi: l’ambiente, i diritti “arcobaleno”, la competitività internazionale cui i lavoratori devono sacrificare i loro interessi, la discriminazione di genere e, più recentemente, la lotta al patriarcato, cui si dovrebbero nientemeno che i conflitti armati. Come se la Thatcher e Condoleezza Rice non fossero mai esistite.

Quello che era il popolo di sinistra è andato in frantumi. Una parte ha seguito in piena confusione politica i pifferai magici. Oggi magari bestemmia le condizioni economiche in cui è costretto a vivere, ma si piace allo specchio e si sente importante perché di quando in quando canta una versione intersezionale di Bella ciao. E se deve combattere un pochino per farlo è anche meglio, perché può gridare al fascismo e sentirsi in montagna con le scarpe (di marca, o paradossalmente davvero) rotte. Si indigna e urla all’attentato alla democrazia se vengono fuori Salvini e Vannacci e se la Meloni fa (democraticamente) il pieno, facendo finta o non capendo effettivamente che senza di loro non avrebbero mai avuto tanto consenso. Senza gli enormi spazi politici che sono stati regalati loro dalla sinistra in fuga da sé stessa, tanti lavoratori non voterebbero oggi a destra, perché avrebbero un partito a difenderli e a rappresentarne gli interessi.

La parte più coerente e lucida di quello che fu il popolo di sinistra è accusata dall’altra, vittima o complice di chi se l’è squagliata, di fascismo e razzismo. Quest’ultima merita per intero le incoerenze e i guasti economici che provoca chi sostiene. Merita l’identificazione del dissenso con il tradimento, il pesante clima intimidatorio che ne deriva — gravissimo per la discussione democratica — e il trenta per cento della Meloni, ormai l’ultimo dei problemi. Ogni scusa è buona per non guardare in faccia il tradimento di classe, per raccontarsi che la seconda guerra mondiale non è mai finita, che fascisti e nazisti — cui si sarebbero ora aggiunti i russi e quelli come me — sono ancora tutti lì, che il vento fischia ancora, anche se a gonfiarsi sono le bandiere blu dell’Europa e quelle arcobaleno. Intanto le periferie e tutti quelli che sono ai margini, immigrati compresi, vanno a destra. Uomini e donne, ragazzi e anziani. Non solo in Italia: ovunque. Naturalmente non è perché se ne sentono rappresentati, ma perché sono fascisti e razzisti, oppure perché non riescono a capire quanto sia moderna la pseudo-sinistra.

Buonanotte, popolo arcobaleno e blu, magari ci si incontrerà ogni tanto. Certamente non quando chiamerete la piazza a festeggiare l’elezione del primo presidente della Repubblica donna, solo perché donna. Qualcuna della sinistra che ha rinnegato i lavoratori, o che non sa nemmeno che una volta esistevano come classe. Ma che importa? Donna… magari di colore. Tanto basterebbe per fare festa tutt* (sic!) insieme, cantare e ballare un’improbabile versione di Bella ciao alla salute, e in memoria, della classe lavoratrice.


Il tallone di Donald


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Trump si è molto arrabbiato perché su un giornale gli hanno dato del fesso. Si tratta di una notizia sorprendente (la sua arrabbiatura, non l’eventuale fessaggine), dal momento che su di lui hanno/abbiamo detto davvero di tutto. Che è un balordo, un maschilista, un bandito, un ladro, un pazzo scriteriato. E lui ha sempre incassato gli insulti con un digrignar di denti che celava un sogghigno compiaciuto, come se si trattasse di benemerenze acquisite sul campo. Poi arriva questo giornalista del Wall Street Journal, rivela che gli iraniani – abituati a negoziare col nemico dai tempi delle Guerre Persiane – lo prendono per i fondelli e Trump finalmente si sente toccato sul vivo. «Babbeo a me? Ma se li ho ridotti in macerie!» Ed è significativo che la distruzione sistematica di cose e persone gli appaia come la prova migliore della sua astuzia.

Non mi impanco a psicanalista, ma basta avere sfogliato un paio di biografie su questo soggetto per capire che stiamo un po’ tutti pagando i danni commessi dal padre palazzinaro di Trump. Insensibile alle più moderne teorie sull’educazione dei figli, Trumpone ha passato la vita a dare dell’imbecille a Trumpino, qualunque cosa combinasse. Era il suo modo per tenerlo in soggezione. 

Il figlio è cresciuto con quest’ansia di riconoscimento. Non vuole essere considerato buono, ma scaltro e spietato. È il suo tallone di Achille, che però nei dieci anni passati sotto le mura di Troia cambiò idea sulla guerra una volta sola, mica ogni mezz’ora.


Un’attenzione immeritata


(di Michele Serra – repubblica.it) – Un propagandista di regime è quasi sempre un cretino, proprio in senso tecnico. Una persona predisposta a ignorare la realtà delle cose (che per essere còlta richiede un minimo di intelligenza), esaltare la sua parte politica e insultare il nemico. Tale dev’essere questo Solovyev, un ufficialetto bellicoso delle truppe mediatiche di Putin: e davvero dispiace lo scompiglio che i suoi insulti a Meloni hanno provocato. È uno scompiglio sproporzionato all’accaduto.

So che è un’utopia, ma ci vorrebbe una specie di apparecchio riduttore (un algoritmo virtuoso) che, in automatico, declassi le parole dei fanatici. Le classifichi e le segnali come poco importanti, una specie di rumore di fondo, di schiamazzo irrilevante.

Il pensiero totalitario (tale è il putinismo, in stereofonia transoceanica con il trumpismo), a parte i danni sociali e politici a scapito dei rispettivi popoli, ha come suo obiettivo anche l’avvelenamento del dibattito mondiale. Desidera abbassare il livello, ridurre le parole a proiettili o a randelli, insomma adattare le parole alla guerra. Un linguaggio violento e sommario è il sottofondo ideale per l’instaurazione di una cultura di guerra permanente.

In un mondo migliore di quello in cui viviamo, un Solovyev verrebbe liquidato come un patetico provocatore e ricollocato nella sua nicchia molesta, che è quella dei militanti esaltati. Scomodare i rapporti diplomatici tra Italia e Russia è, per quelli come Solovyev, una medaglia immeritata. Ora è autorizzato a credere che le sue parole siano gravi e pesanti. Che contino qualcosa. E un cretino di regime si sentirà un protagonista dei tempi.


Roberto Saviano: “Adesso odio Gomorra ma è colpa mia”


Le minacce. La vita cambiata per sempre. La solitudine e l’insonnia. Lo scrittore si racconta a vent’anni dall’uscita del suo bestseller

Roberto Saviano: “Adesso odio Gomorra ma è colpa mia”

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – L’ultima volta in cui Roberto Saviano è stato felice era a bordo di una Ducati Scrambler. Dieci giorni in un posto lontano. Da solo. Nella foto che conserva sul telefonino, sotto il casco con la visiera appena sollevata, c’è il volto di un uomo di 47 anni con l’espressione di un bambino che ha rubato la marmellata. Quello che ha rubato, lo scrittore italiano che da vent’anni è sotto scorta per le sue parole, è qualche giorno di libertà a una vita prigioniera. Se gli si chiede quale sia stato il prezzo più alto pagato, in tutto questo tempo, risponde: «Vivere una vita nascosta, come la loro».

Gomorra esce martedì 28 aprile, per Einaudi, in una riedizione che celebra un compleanno importante. È stato tradotto in 52 lingue, ha venduto 10 milioni di copie nel mondo, il film che ne ha tratto Matteo Garrone ha vinto – tra gli altri – il Gran premio della giuria a Cannes. La serie di Sky è stata distribuita in 190 Paesi. Un terremoto sociale, culturale, civile, per il quale da anni Saviano subisce soprattutto attacchi. Anche da parte di chi, in teoria, dovrebbe stare dalla sua parte. «Odio Gomorra, mi ha rovinato la vita», dice oggi Roberto Saviano. «Ma è colpa mia. A un certo punto avrei potuto smettere, tirarmi indietro. Non ci sono riuscito».

Nell’esergo di “Gomorra” c’è Hannah Arendt: «Comprendere cosa significa l’atroce, non negarne l’esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà». Perché mettersi dentro a un’impresa simile, a poco più di vent’anni?

«Quando avevo 16 anni ammazzano don Peppe Diana. La mia ragazza di allora, Serena, andava ai campi scout con lui. Gli sparano in faccia, cercano di screditarlo, dimostrano che il potere criminale era quello che lui definiva: la dittatura in seno alla democrazia».

E lei?

«Ero infastidito dal controllo dalla camorra sui corpi. Dal fatto che non si potesse guardarli negli occhi. Che tien’ a guardà? Come ti permetti? Che mi stai entrando in casa? Questa cosa la ricordo vivissima. Andavi in un ristorante la domenica – mi è successo con mio padre – arrivava Bidognetti e veniva servito per primo. Tutti arrabbiati, quelli in attesa, poi andavi a pagare e i 10 tavoli cui era passato davanti li aveva saldati lui».

Una forma di dominio mascherata da generosità?

«Gestivano tutto, avvelenavano tutto, avevano distrutto il mare, la pineta. Loro le raccomandazioni per lavorare, loro le pompe di benzina, i locali. Era tutto loro e tu non potevi nemmeno nominarli. Una volta facevo un corso di inglese a piazza Vanvitelli, a Caserta, e avevo chiesto: “Oh ma i mazzacani e i quaquaroni – che sarebbero i Belforte e i Piccolo – stanno ancora facendo casini?”. “Sciò, sciò”, mi hanno zittito. Una domanda banale era una mancanza di rispetto».

Francesco Bidognetti è l’uomo dei Casalesi che ha minacciato in tribunale lei e Rosaria Capacchione.

«Ci sono voluti 18 anni per condannare un uomo che in una sparatoria ha messo davanti al suo corpo quello di una maestra elementare, facendola uccidere».

Ece Temelkuran ha definito “psicologia degli sconfitti” la ragione per cui, quando prendi parola contro ingiustizie evidenti, anche chi dovrebbe essere dalla tua parte ti si rivolta contro.

«Nel tempo non ho perdonato, non ho quell’inclinazione cristiana, ma ho compreso. È una reazione che nasce dal senso di colpa. Arriva qualcuno che racconta una storia che ti riguarda, devi prendere parte, ma non lo fai. Ti senti in colpa e cerchi di distruggere quel racconto».

Quanto le è pesato essere accusato di aver danneggiato l’immagine di Napoli?

«Ci ho sofferto moltissimo. E poi non è vero. Oggi, se chiedi a un canadese che viene in Italia quali città vuole vedere, Napoli è tra le prime tre».

Cos’è Napoli per lei oggi?

«È casa, che non ho più. Sognavo di vivere ai Quartieri spagnoli. Quando ci torno, sto male».

Non pensa siano più i napoletani che le sono grati?

«Napoli ha la sindrome del papavero alto, vuole essere lasciata in pace. Non sopporta la visibilità».

Come non l’ha sopportata la camorra, tanto da volerla morto.

«A cambiare tutto è stato il successo, centomila copie nei primi sei mesi grazie al passaparola e a chi ci ha creduto dall’inizio in Mondadori. Anche se – per proteggermi – mi avevano chiesto di non usare i nomi veri. A nessuno importa sapere che Sandokan è Schiavone».

E lei?

«Non ce l’ho fatta. Ma la camorra non era abituata all’interesse delle persone sul sistema, sugli affari, su quegli omicidi efferati, sulla filosofia che c’era dietro. A differenza di Cosa nostra».

Le mafie oggi sono più forti o più deboli?

«Dipende. Cosa nostra è in ginocchio perché dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino l’ondata di sdegno che l’ha sommersa le è stata fatale. È importante questo, fa capire quanto conti il sentimento delle persone. Per la camorra, per le “bande” di Roma, per la ’ndrangheta, non è accaduto lo stesso e oggi non hanno bisogno nemmeno del consenso del territorio. I soldi si spostano con un token, sono penetrati ovunque nel mondo. Lo sdegno si è spostato sulla criminalità di strada, sullo spaccio, ma alle persone vorrei chiedere: di chi è la droga? Sempre la loro».

Ha voluto fare delle storie che da ragazzino incrociava sulla sua Vespa, dei morti ammazzati che andava a vedere da vicino, dell’ombra che avvolgeva la sua città, un’epica. Ci è riuscito e l’hanno accusata di aver glorificato la camorra.

«L’epica racconta anche il male e facendolo lo espone, lo mostra per quello che è. La sua bruttezza, la sua ferocia. C’è un giudizio morale dentro Gomorra anche se non è un saggio e non ha un intento didascalico. Ho avuto l’ambizione di trasformare quei trafiletti di cronaca che non andavano al di là di Napoli, in letteratura».

Era quello a muoverla?

«L’ambizione della parola che cambia il mondo. Che oggi maledico».

Perché?

«Perché a un certo punto avrei potuto fermarmi. Vivere due anni in Svezia o in Islanda. Poi tornare, non attaccare più i politici, ritrarmi. La camorra non mi sarebbe venuta a cercare a Reykjavik, ma non l’ho fatto. Confesso che nei primi anni vivevo in una sorta di delirio. Ero sicuro che sarei morto, che mi avrebbero ammazzato, e allora gonfiavo il petto ancora di più, li sfidavo».

Cos’è successo dopo?

«Mi sono spezzato».

Quando?

«Il tempo ti spezza. Il tempo e l’isolamento. Dovermi nascondere come i latitanti. Ed essere contemporaneamente sempre esposto allo sguardo degli altri come colui che non deve sbagliare, non deve cadere. Ma se uno scrittore non cade, cosa racconta?».

Quando ha avuto più paura?

«Quando è cominciato il processo Bidognetti e quando Salvini ha minacciato di togliermi la scorta. Non come fa un ministro dell’Interno, non prendendomi da parte e dicendomi che non c’era più pericolo, ma con parole che mi hanno disegnato un bersaglio addosso».

Perché la destra l’ha così presa di mira? Nelle chat di Fratelli d’Italia pubblicate in un libro di Giacomo Salvini perfino Giorgia Meloni dice di voler scaricare su di lei palate di merda.

«Perché quando parlo di camorra parlo anche ai loro. La destra ha bisogno di simboli da abbattere e la sinistra ne aveva pochi. Ero perfetto. Dicevano che sarei entrato in politica, ed è vero che me lo hanno chiesto tutti, senza capire che non era la mia strada».

Si è pentito dei toni usati in alcuni momenti contro Meloni e Salvini, anche se è appena stato assolto per aver usato l’espressione di Salvemini “ministro della Mala Vita”?

«Assolutamente sì. Mi sono procurato molti guai e sono andato incontro al loro desiderio di delegittimare, attraverso di me, la battaglia antimafia che rappresentavo».

Ha ancora gli attacchi di panico?

«Sto meglio. Mi sono curato con i farmaci e con la psicoterapia».

Ma mangia poco.

«E dormo male».

Come mai la morte di sua zia Silvana l’ha così colpita, tanto da dire di essersi pentito di aver scritto “Gomorra”? Nella nuova introduzione scrive che non lo rifarebbe nemmeno sotto tortura.

«Quando mia zia stava già male, ma mi riconosceva, si agitava e diceva: devo prendere il telecomando. Ha vissuto per anni aprendo il cancello prima, quando andavo a trovarla, perché per ragioni di sicurezza la macchina non si poteva fermare. Ha vissuto quasi vent’anni pensando di dovermi proteggere».

Cosa la fa sentire protetto oggi?

«Mi hanno sempre fatto sentire protetto le persone che venivano ai miei incontri, ai reading, alle presentazioni. Le guardavo e pensavo: non possono farmi niente».

Ha mai parlato con sua madre di quello che avete perso in questi venti anni?

«Mia madre è una scienziata, era di Trento ma ha insegnato tutta la vita all’università di Napoli. Hanno chiamato un minerale col suo nome. Pensava che quel bambino che studiava tanto e amava i gorilla sarebbe diventato un etologo. L’ho delusa, ma no: non siamo mai riusciti a parlarne e forse è meglio così».

Vorrebbe davvero essere un gorilla?

«Tantissimo. E invece sono un sapiens».


Flop Meloni sui conti pubblici, ma la premier se la prende con Conte


Dopo lo schiaffo sui conti la premier fa la solita propaganda: «Tutta colpa del Superbonus». Salta l’idea di una manovra elettorale. E Giorgetti ammette: «Ci adeguiamo al momento» 

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – È stato un giorno nero per il governo Meloni, forse anche più duro della sconfitta al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. L’impatto mediatico è minore, certo. Ma le conseguenze pratiche sono forse più pesanti. Il punto di svolta della legislatura è la bocciatura della strategia economica, arrivata dai numeri dell’Istat confermati da Eurostat: il rapporto deficit/Pil è al 3,1 per cento, l’Italia non esce dalla procedura di infrazione.

La notizia spazza via le ambizioni di progettare una manovra generosa in vista delle elezioni politiche del 2027. Il progetto di Giorgia Meloni va in frantumi. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva puntato tutto sul miglioramento dei conti pubblici, portando il deficit sotto il 3 per cento. Era stato il segno distintivo del suo mandato: praticare il rigore oggi per poter allargare i cordoni della borsa domani.

La presidente del Consiglio aveva abbracciato la causa, fidandosi dei calcoli fatti al via XX Settembre. Ma la Melonomics è stata un flop. Così, per provare a uscire dalla difficoltà, la premier ripete il solito schema dello scaricabarile, nonostante sia a Palazzo Chigi da quasi quattro anni. «Senza Superbonus saremmo sotto il 3 per cento», ha scritto sui social. Con tanto di autopromozione: «Abbiamo fatto meglio del 3,3 per cento previsto dal governo stesso».

Per la premier è colpa della «sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, che impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi». In mancanza di soldi, le uniche risorse sono quelle della propaganda.

In realtà sul mancato raggiungimento dell’abbattimento del deficit, il governo non può prendersela con nessuno: aveva sbagliato i calcoli. L’asticella è stata spostata in avanti di un anno, nel 2026 il deficit dovrebbe attestarsi, secondo il Documento di finanza pubblica (Dfp) approva in Consiglio dei ministri, al 2,9 per cento con una revisione al rialzo rispetto al precedente 2,8 per cento.

Orizzonte recessione

All’orizzonte si scorgono solo nuvoloni. La crescita, già debole, subisce un’ulteriore frenata riportata nel Dfp, al +0,6 per cento, sempre più lontana dalla soglia psicologica dell’uno per cento. Con la possibilità che il dato debba essere rivisto ulteriormente al ribasso. Anche se Meloni fa professione di ottimismo: «I primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo».

La recessione, tuttavia, non è solo un incubo. La tempesta perfetta potrebbe arrivare con l’impennata dell’inflazione, causata dalla guerra in Iran, e la contestuale fine del Pnrr, che finora ha tenuto in piedi l’economia. A fine mese, peraltro, scade lo sconto di 25 centesimi sul prezzo dei carburanti. Difficile reperire risorse per un’ulteriore proroga dopo quella decisa il 7 aprile. Il caro-benzina si preannuncia un brutto colpo per il consenso del governo. Sono lontani i tempi in cui Meloni e Matteo Salvini promettevano di eliminare le accise. Oggi resta la nenia di dire che è colpa degli altri.

Dal punto di vista pratico, il deficit sotto il 3 per cento era l’ancòra di salvezza per Giorgetti: avrebbe garantito maggiori risorse, attivando prima di tutto la clausola di salvaguardia. Il meccanismo avrebbe permesso di spendere fondi per la difesa senza conteggiarli nella spesa primaria. «Serve una deroga», è ora la linea del Mef. Insomma, avere gli stessi benefici dell’uscita dalla procedura, senza averla realizzata, almeno sulle armi. L’obiettivo mancato mette un grande punto interrogativo sull’ultima legge di Bilancio della legislatura.

Bisognerà valutare come muoversi, tenendo conto appunto degli impegni assunti sugli investimenti militari. «La manovra dovrà essere adeguata alle situazioni del momento», ha detto Giorgetti, ammettendo una navigazione vista. «Viviamo in circostanze straordinarie», ha ripetuto Giorgetti, in riferimento alla guerra in Iran e alle sue conseguenze.

La difesa del ministro appare debole. Il Movimento 5 stelle ha attaccato: «Giorgetti pensi alle dimissioni, il ministro non è più in grado di governare le crescenti emergenze economiche». Il punto è soprattutto strategico. «Il vero fallimento è l’assenza totale di una strategia per la crescita», ha sottolineato il senatore del Pd, Antonio Misiani. Del resto gli anni di crollo della produzione industriale non sono un dettaglio: indicano l’avvitamento del sistema-Paese.

Promesse ridimensionate

E dietro i decimali del deficit c’è un risvolto politico. I partiti di governo devono cercare di capire come fare interventi da rivendere in campagna elettorale. Con questo quadro, per fare un esempio, salta qualsiasi ambizione di mettere mano al sistema pensionistico per favorire requisiti meno stringenti.

Notizia che non renderà felice Salvini. Ma la questione vale per tutti. La rotta è stata tracciata: accusare gli avversari e spingere sull’acceleratore dell’ennesimo decreto Primo maggio. Un copione già logoro.

Giorgetti, da parte sua, ha usato toni quasi salviniani, annunciando uno sforzo sul Patto di stabilità. «Non escluderei» di fare da soli sullo scostamento di bilancio in caso di deterioramento della situazione geopolitica. Gli scenari, del resto, sono peggiorati. Il Dfp ammette una frenata della crescita, già tra le peggiori in Europa: le stime sul Pil scendono al +0,6 per cento dal precedente +0,7.

Stesso dato previsto per il 2027, confermando le difficoltà dell’economia che dovrà affrontare anche l’uscita dal Pnrr, finora scialuppa di salvataggio per la tenuta dei conti.

Ma, per ammissione dello stesso Giorgetti, si naviga a vista: «Noi ministri dell’Economia siamo come i medici da campo, abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti». E sulla prospettiva per i prossimi mesi, il numero uno del Mef scarica tutto sugli Stati Uniti: «Chiedetelo a Trump». La pace, per il governo Meloni, è più un valore economico che morale.


L’angolo del buonumore


Nordio tra conferma dell’abolizione dell’abuso d’ufficio e modica quantità di mazzette. L’angolo del buonumore, ma c’è poco da ridere

L’angolo del buonumore

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Sono giorni difficili per il governo Meloni. Dopo le tensioni con il Quirinale sulla norma premia-rimpatri, infilata nel decreto sicurezza e contestata da tutti (dai magistrati agli avvocati) per i profili di dubbia costituzionalità, ieri è arrivata pure la doccia fredda dell’Eurostat: con il rapporto deficit/Pil certificato al 3,1% l’Italia resta sotto procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo.

L’ennesimo fallimento di un esecutivo che si è sempre vantato di tenere i conti a posto e che ora si vedrà costretto a fare ciò che si era sempre rifiutato da fare in nome del rigore, chiedere cioè al Parlamento uno scostamento di bilancio. Per i prezzi dei carburanti e delle bollette alle stelle? Per tagliare le interminabili liste d’attesa in Sanità? O per fronteggiare l’emergenza sociale che ha trascinato in povertà sei milioni di italiani? Ma quando mai! Dovrà farlo per onorare i folli impegni di spesa militare presi in sede Nato. Il famoso 5% del Pil ingoiato da Meloni senza fare un plissé su diktat di Trump. E che costringerà il Paese all’ennesima Finanziaria lacrima e sangue.

Meno male che in una giornata tanto nera ad animare l’angolo del buonumore ci ha pensato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, eclissatosi dopo la débâcle referendaria e riapparso ieri durante il question time alla Camera. Dove, dopo aver ribadito di non avere alcuna intenzione di ripristinare l’abuso d’ufficio da lui eliminato, nonostante la recente direttiva anticorruzione europea ci imporrebbe di reintrodurre nel codice penale almeno un paio delle fattispecie più gravi, ha annunciato nuove mirabolanti imprese sul sequestro degli smartphone. Non prima di aver rispolverato il concetto di modica quantità.

“E’ nel codice penale: se si parla di tenuità o di modesta quantità persino della droga non sarà una bestemmia parlare di modestia anche di cosiddette mazzette o del pretium sceleris della corruzione”, è riuscito a dire, restando serio, il Guardasigilli. Resta da capire, premesso che è la somma che fa il totale, a quanto ammonti la modica quantità di mazzetta tollerabile secondo Nordio. A cui andrebbe ricordato, a proposito di totale, che è il ministro di un Paese in cui la corruzione si mangia centinaia di miliardi di euro ogni anno. Ma su questo c’è poco da ridere.


“Politico.ue” affonda il colpo sulla mancata uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione


(di Gregorio Sorgi – politico.eu) – È improbabile che Giorgia Meloni possa contare sulla leva della spesa pubblica per rafforzare la sua candidatura alla rielezione nel 2027.

Le speranze della presidente del Consiglio di ottenere maggiori margini di spesa hanno subito un duro colpo dopo che, mercoledì, l’ufficio statistico dell’UE Eurostat ha confermato che il deficit di bilancio dell’Italia per il 2025 — la differenza tra quanto un governo spende e quanto incassa in tasse — ha superato i limiti fiscali di Bruxelles.

I dati deludenti arrivano sulla scia di una pesante sconfitta per Meloni nel referendum sulla giustizia dello scorso mese, che ha messo in difficoltà la sua leadership politica.

I dati di Eurostat mostrano che il deficit dell’Italia è stato del 3,1 per cento lo scorso anno, 0,1 punti percentuali sopra la soglia dell’UE, lasciando il governo nella cosiddetta procedura per disavanzo eccessivo (EDP) — un segnale d’allarme che Bruxelles applica ai Paesi che sforano finché non riportano sotto controllo la spesa. Entro la fine di quest’anno l’Italia è destinata a superare la Grecia come Paese più indebitato dell’Unione europea.

Il ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto i dati di Eurostat durante una conferenza stampa mercoledì.

«Dunque l’arbitro ha assegnato il rigore», ha dichiarato ai giornalisti a Roma. «Si può essere d’accordo o meno, ma queste sono le regole del gioco».

Roma sperava di uscire dalla procedura EDP — una priorità chiave per il governo Meloni — a giugno, quando la Commissione europea dovrà  valutare se i governi rispettano le regole del blocco. Ma è invece probabile che sia costretta a limitare la spesa proprio mentre l’Europa è alle prese con l’impennata dei prezzi del carburante e con le ricadute economiche del conflitto in Iran.

Mercoledì Bruxelles ha offerto ai governi una certa flessibilità per sostenere cittadini e imprese più colpiti dalla crisi. Ma la Commissione ha ripetutamente respinto le richieste di Roma di sospendere le regole fiscali dell’UE per consentire ai governi di spendere per uscire dalla crisi.

Giorgetti non ha escluso ulteriori spese nel caso in cui Bruxelles rifiuti di concedere maggiore margine.

Nessuna via d’uscita facile

Le conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente rischiano di rendere più difficile per Roma uscire dal club dei Paesi con spesa eccessiva.

L’impennata dei prezzi del petrolio ha costretto l’Italia a rivedere al ribasso le stime di crescita, e il Paese ha aumentato la spesa nel tentativo di proteggere le famiglie dall’aumento delle bollette energetiche. Secondo due funzionari a conoscenza del dossier, queste misure rischiano di far crescere il deficit negli anni a venire e di scoraggiare la Commissione dal porre fine alla procedura EDP dell’Italia.

Meloni è intenzionata a liberare Roma dalla procedura in vista di un anno elettorale delicato, con la sua coalizione di centrodestra nei sondaggi testa a testa con gli avversari di centrosinistra.

L’uscita dall’EDP sarebbe stata interpretata dai mercati finanziari come un segnale di forza — soprattutto per un Paese come l’Italia, il cui rapporto debito/PIL è stimato al 138 per cento quest’anno. Ancora più importante, avrebbe consentito maggiori margini di spesa al governo per sostenere le famiglie contro il caro energia e aumentare la spesa per la difesa.

Finora l’Italia ha evitato di attivare una clausola di emergenza dell’UE che consentirebbe un aumento della spesa militare, temendo che ciò possa rendere più difficile uscire dalla procedura EDP.


“Sic transit gloria mundi!”


(Dott. Paolo Caruso) – “Sic transit gloria mundi!” ( così passa la gloria del mondo). Un richiamo alla modestia per la nostra Premier. Alla Meloni non manca la solidarietà di tutti i politici italiani. Doppiamente sbeffeggiata da Trump e da Putin trova conforto a casa sua, nel suo Paese. Dal neo Zar le arrivano offese per mezzo dell’inqualificabile suo portavoce di regime. Si era fidata ingenuamente dei due Tycoon, l’americano e il russo, compari di merenda”, come Pinocchio si era fidato del gatto e della volpe”. È così che la Meloni ” first lady ” d’Europa, pontiera dei due continenti, si è ritrovata buggerata. Non è che avesse dato direttamente fiducia a Putin, ma, visto che i due mandrilli sono amici, caduta la fiducia dell’uno, era fatale la reazione dell’altro. Ma i partiti di tutto l’arco costituzionale, in Parlamento e fuori, hanno fatto quadrato a sua difesa. È giunto fatalmente anche per lei l’ora della verità, il “redde rationem” alle sue fughe solitarie oltre Oceano. L’ Europa a lei, come a tutti sovranisti (Orban in testa), era indigesta e, come sono soliti fare i figli adolescenti, anche lei aveva cercato, fuori casa, il calore della famiglia, che però altrove non poteva trovare. Trump è l’automa di se stesso. Inaffidabile egocentrico, incapace di un rapporto lineare e leale. Dà infatti solo risposte alle pulsioni del suo umore cangiante, come quando definiva pubblicamente la Meloni “bella”, con qualche imbarazzo istituzionale, o quando la chiamò “traditrice fascista”, dando la stura a Putin di sbeffeggiarla, mettendola così alla gogna mediatica. Lo sboccato conduttore televisivo russo, già noto per le sue intemperanze sessiste, dando sfogo alla sua consueta volgarità ha potuto esternare la rabbia del suo “padrone” nei confronti della Caciottara che nonostante il rapporto deteriorato con il suo amico Trump non riesce a trovare una giusta collocazione politica. L’ Europa guardinga ora la sta ad osservare. Il suo ridimensionamento e il rientro tra il gruppo dei cosiddetti Paesi volenterosi riesce a incattivire ancora di più Putin che forse sperava dalla amica di Orban maggiore vicinanza di interessi. Dico sommessamente alla Meloni che alle batoste della vita si può essere impreparati, ma non vanno eluse senza una fondamentale riflessione: bisogna restare sempre con la schiena dritta. Italia vuol dire Europa e viceversa. Nostro ambito culturale e vitale è il vecchio e caro Continente, dove si trova quel che altrove non c’è: la libertà e la democrazia nel rispetto inalienabile della Persona e dei suoi valori.


La surreale storia del governo che rischia di rimanere senza soldi per la prossima legge di bilancio


A quanto pare, nella prossima legge di bilancio rischiamo di non poter accedere al fondo Safe e avere miliardi da spendere per fronteggiare la crisi perché forse abbiamo sbagliato i conti.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Ok, lo ammetto: questa non l’abbiamo proprio capita.
Quindi rifacciamo i conti con voi, in diretta.

La prossima legge di bilancio è la più importante di tutte, per il governo. Perché è quella che arriva prima delle elezioni e dopo anni in cui non ha speso nulla, il governo la voleva utilizzare per essere generoso al momento giusto. Tanto più ora, con una crisi economica alle porte e un crollo di consensi che non accenna a frenare dopo la sconfitta al referendum.

Insomma, se c’è un anno in cui bisogna spendere, in cui è necessario spendere è proprio il prossimo.

Precondizione per farlo è l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, a cui il governo sta lavorando da inizio legislatura, e che non ha mai mancato di annoverare tra i suoi successi prossimi venturi. Con il deficit che torna sotto il 3% del PIL, infatti, si può accedere al fondo Safe per finanziare l’aumento della spesa militare a tassi ridicoli. In questo modo il vantaggio è triplice: si accontenta Trump senza spendere un soldo, si investe un po’ a beneficio della crescita e rimangono soldi – più o meno 6 miliardi in più, contati male – da mettere nelle tasche degli italiani poco prima del voto.

Bene. Il problema è che a quanto pare non si esce dalla procedura d’infrazione, perché qualcuno, segnatamente il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, ha fatto male i conti. Il nostro deficit infatti è pari al 3,05% del PIL, che arrotondato, fa 3,1%. Quindi, niente fondo Safe per armi e ciao ciao ai soldi in più da mettere in legge di bilancio.

Se vi sembra surreale già così, sappiate che parliamo di una cifra ridicola, che rischia di impedire al governo di spendere 6 miliardi in più per abbassare le tasse o per distribuire qualche incentivo o qualche sussidio in più. Oltre al fatto che uscire dalla procedura d’infrazione avrebbe effetti positivi pure sullo spread e quindi sugli interessi che pagheremo sul debito prossimo venturo.

Lo ammettiamo, pure qua: per settimane abbiamo pensato che alla fine i conti sarebbero tornati. Che si sarebbe trovato il modo di limare quei 23 milioni. E invece, a quanto pare, no: nonostante Giorgetti affermi di “credere ai miracoli”, nel Documento di Finanza Pubblica che presenterà oggi in Consiglio dei ministri, stando alle ultime, c’è scritto 3,1%.

Va detto, a onor del vero, che la Commissione Europea ha chiarito che la forbice fosse molto più ampia, che per uscire dalla procedura d’infrazione non fosse necessario arrivare al 3%, ma andare sotto, e che quindi mancasse circa un milardo e non poche decine di milioni. Però, in ogni caso,  è come se, al momento di pagare, rinunciaste a una vacanza da mille euro perché ve ne uno, o una decina. Ed è inutile prendersela con l’agenzia di viaggi  – la Commissione Europea, in questo caso – che non fa lo sconto e non deroga al patto di stabilità. I conti li abbiamo sbagliati noi.

Com’è possibile stia succedendo davvero? Chi ha sbagliato, in tutta questa storia? Davvero finirà così, col governo che rimane a secco all’ultimo giro di giostra e deve rimangiarsi tutte le promesse, ancora una volta, per aver sbagliato i conti di 23 milioni di euro?

Continuiamo a pensare che tutto questo non sia possibile, che siamo su Scherzi a Parte. Altrimenti, questa storia si candida a diventare la Gioconda di tutti gli atti di autolesionismo politico di questo governo. Che da qualche mese a questa parte sembra davvero mettercela tutta, per provare andare a casa.


Sport, bonus e coltelli: non solo sicurezza, 4 anni di leggi della destra respinte o subito ritirate


Omnibus in un unico decreto truppe nato e sanità

Sport, bonus e coltelli: non solo Sicurezza, 4 anni di leggi della destra respinte o subito ritirate

(di Lorenzo Giarelli e Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Il decreto Sicurezza ha meritato il cartellino giallo del Quirinale. Ma è solo l’ultima norma che il governo è costretto a rivedere, tra retromarce imbarazzanti, stroncature degli organismi di controllo e liti interne.

Retromarce banche, sisma&c.

Agosto 2023. La premier si intesta la tassa sugli extra-profitti delle banche, ma basta l’altolà di Marina Berlusconi per la retromarcia: il governo presenta un emendamento che consente alle banche di non pagare, scegliendo in alternativa di accantonare una somma pari due volte e mezza quanto dovuto.

Marzo 2024. Meloni chiude i rubinetti del Superbonus, ma non si accorge di averli chiusi anche ai cantieri post sisma. Risultato: un correttivo per mantenere in Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio il 110%.

Dicembre 2024. Il nuovo Codice della strada punisce la positività ai test per rilevare le sostanze stupefacenti senza porsi il problema di chi usa la cannabis a scopo terapeutico. Per rimediare serve una circolare alle prefetture.

Aprile 2025. Il governo deve fare marcia indietro per sterilizzare il pasticcio derivante dalla riorganizzazione degli scaglioni Irpef a causa del quale 28 milioni di cittadini sarebbero tenuti a pagare un acconto non dovuto, rimborsabile solo nel 2026.

Ottobre 2025. Retromarcia sull’emendamento al dl Concorrenza che prevedeva rincari automatici delle tariffe telefoniche.

Dicembre 2025. Il governo pensa a un’assurda regola che allunga fino a 33 mesi l’addio al lavoro per chi ha riscattato la laurea. Meloni è costretta ad ammettere l’errore. Sempre in manovra, il governo introduce la tassa sui pacchi provenienti da fuori l’Ue, ma poi ci ripensa.

Aprile 2026. Retromarcia sul dl Fiscale con il governo costretto a ripristinare gli incentivi tolti alle imprese e le regole di Transizione 5.0.

Cinque giorni fa. Dietrofront sui coltelli del dl Sicurezza: ridotto il divieto assoluto di porto, che avrebbe punito anche i boyscout.

Obbrobri benzina&c.

Dicembre 2022. Basta il titolo: “Decreto potenziamento Nato, servizio sanitario Calabria e commissione Aifa”. Un “mappazzone”.

Febbraio 2024. L’obbligo di esporre i prezzi medi dei carburanti viene bocciato da Antitrust e Consiglio di Stato per inutilità manifesta.

Ottobre 2024. Inizia il flop dei centri in Albania. Chi fa richiesta di asilo ha il diritto di attendere nel Paese in cui è arrivato, cioè l’Italia. In più, il governo pasticcia coi “Paesi sicuri”. Decine di migranti tornano in Italia.

Aprile 2025. La Consulta boccia il dl Priolo che aveva attribuito al Tribunale di Roma la competenza per l’appello sui sequestri riguardanti aziende di interesse strategico nazionale.

Luglio 2025. La Consulta boccia il decreto Caivano nella parte in cui esclude il reato di spaccio di lieve entità dalla messa alla prova, facendo esplodere il numero di minori reclusi.

Ottobre 2025. Una storia emblematica: a Venezia i borseggiatori devono essere avvisati dell’interrogatorio, grazie alle norme Cartabia-Nordio. Loro spariscono e tanti saluti agli inquirenti.

Quirinale balneari&c.

Febbraio 2023. Via libera al Milleproroghe, ma il Colle segnala “evidenti incompatibilità” col diritto Ue sulle concessioni balneari e critica “l’eccessiva disomogeneità” del testo.

Gennaio 2024. Mattarella promulga il dl Concorrenza, ma scrive a Camere e Meloni: troppo facili e troppo lunghi i rinnovi di alcune concessioni.

Aprile 2025. Uno dei tanti pacchetti Sicurezza arriva in Cdm dopo discussione col Colle. Spariscono varie norme, tra cui una sul carcere per le madri con bambini piccoli e una stretta sulla vendita di Sim ai migranti.

Aprile 2025. Mattarella dà l’ok ai ristori alle famiglie di vittime di crolli stradali, ma invia una lettera alle Camere: non si può discriminare i figli delle vittime in base allo stato civile dei genitori.

Ottobre 2025. Neanche l’istituzione di San Francesco (4 ottobre) come festa nazionale fila liscia. Il testo è scritto male, non è chiaro, perché lo stesso giorno c’è una festività civile per Santa Caterina da Siena.

Gennaio 2026. Dopo moral suasion del Colle, il governo stralcia dal decreto Pnrr lo scudo agli imprenditori che sottopagano i lavoratori.


La Russia ancora contro l’Italia, Zakharova: “Confusa dalla sua stessa propaganda”


Le parole della portavoce del Cremlino dopo gli insulti del conduttore tv alla presidente del Consiglio e la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore. Solovyov: “Condividendo le idee di Mussolini, voi aderite a tutti i crimini dell’Italia fascista e dovreste condividerne la responsabilità

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – Dopo gli attacchi del conduttore russo Vladimir Solovyov a Giorgia Meloni e la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore Alexey Paramonov, ora è il turno della portavoce del Cremlino, Maria Zakharova. Secondo cui l’Italia è stata “confusa dalla sua stessa propaganda per anni” e dovrebbe chiedersi “da che parte della storia si trova”.

“Per anni sono stati confusi dalla loro stessa propaganda. Hanno permesso ai media occidentali, concentrati su Washington e Londra, di prenderli in giro” ha affermato Zakharova, citata dall’agenzia di stampa Ria Novosti, aggiungendo che la situazione legata alla convocazione del diplomatico russo “non è più solo una questione di doppi standard, ma di mancanza di standard e, la cosa peggiore, di mancanza di coscienza”.

“Quando insultano il nostro Paese a livello governativo, dal loro punto di vista non solo è normale, ma noi non abbiamo alcun diritto di lamentarci”, ha proseguito Zakharova. “Ma quando sono giornalisti, non funzionari o diplomatici, a esprimere il loro disappunto per il fatto che l’Italia fornisca denaro, armi e sostenga il regime di Kiev in ogni modo possibile, portando all’uccisione e al ferimento di bambini e alla morte di tanti civili, questo diventa motivo per convocare l’ambasciatore russo”, ha aggiunto la portavoce, ribadendo che Mosca auspica comunque “un dialogo basato sul reciproco rispetto”.

Alla presidente del Consiglio – che ha incassato la solidarietà di Sergio Mattarella e di tutto l’arco parlamentare, opposizioni comprese – ha replicato oggi lo stesso Solovyov, con parole altrettanto dure rispetto a quelle pronunciate ieri durante il suo programma televisivo: “Signora Meloni, le parlo come uomo e ebreo che è stato nuovamente perseguitato dalle autorità italiane. Questo è accaduto più di una volta nella storia italiana. Non sono un propagandista, ma un ebreo e un antifascista, che si rivolge a voi, seguaci del fascista Mussolini, che ha combattuto nella guerra contro il popolo sovietico e che, come Hitler, porta la responsabilità personale della morte di 27 milioni di cittadini sovietici, del genocidio del popolo sovietico e dell’Olocausto contro gli ebrei” – scrive il propagandista su Telegram -. Condividendo le idee di Mussolini, voi aderite a tutti i crimini dell’Italia fascista e, logicamente, dovreste condividerne la responsabilità“, aggiunge Solovyov.

“In ogni caso, dimostrate simpatia per questi crimini sostenendo lo Stato nazista ucraino, che compie attacchi terroristici sul territorio russo e non ha fatto mistero dei suoi ripetuti complotti per assassinare qualcuno, incluso il mio stesso obiettivo dichiarato. E quando mi rispondete personalmente, tenete sempre presente questo”, conclude.


L’azienda leader mondiale di profilattici annuncia un aumento del 30% a causa della guerra


L’annuncio della società malese che fornisce marchi come Durex e Trojan. Il conflitto sta facendo lievitare i costi delle materie prime usate del 25/30%: “Non abbiamo altra scelta che trasferire queste spese ai clienti in questo momento”

Preservativi sempre più cari: azienda leader Karex annuncia l’aumento del 30% per la guerra in Iran

(Gianluca Modolo – repubblica.it) – PECHINO – La guerra in Iran renderà più costosi anche i preservativi. L’azienda malese Karex, la più grande al mondo per produzione di profilattici – produce un condom su cinque a livello mondiale – si appresta ad aumentare i prezzi fino al 30%, visto che il protrarsi del conflitto sta destabilizzando le catene di approvvigionamento e facendo lievitare i costi delle materie prime.

L’aumento del prezzo dei preservativi avverrà nei prossimi mesi, ha affermato l’amministratore delegato, Goh Miah Kiat, in un’intervista a Bloomberg. “L’azienda fa ricorso a una serie di prodotti di origine petrolchimica — come l’ammoniaca utilizzata per conservare il lattice, l’etanolo per l’imballaggio e la stampa, e l’olio di silicone per lubrificare ogni preservativo”, ha spiegato Goh. Dall’inizio della guerra, il costo dell’olio di silicone è aumentato di circa il 30% e i prezzi del lattice nitrilico sono raddoppiati. Secondo Goh, i costi di produzione per l’azienda sono aumentati di circa il 25-30% nel complesso dall’inizio della guerra. “Non abbiamo altra scelta che trasferire i costi ai clienti in questo momento”, ha raccontato in un’altra intervista, all’agenzia di stampa Reuters.

Per ora Goh non prevede che l’aumento dei prezzi inciderà sulla domanda, “poiché il mercato dei preservativi è praticamente immune all’inflazione. Nei periodi difficili, l’uso dei preservativi è ancora maggiore perché si è incerti sul proprio futuro”, ha affermato nell’intervista. Karex sta inoltre registrando un’impennata della domanda di preservativi, poiché, ha spiegato l’amministratore delegato dell’azienda, l’aumento dei costi di trasporto e i ritardi nelle spedizioni hanno lasciato molti dei suoi clienti con scorte inferiori al normale. “La domanda di preservativi è aumentata di circa il 30% nel 2026, e le difficoltà nelle spedizioni hanno ulteriormente aggravato la carenza”.

Fondata nel 1988, l’azienda malese produce circa cinque miliardi di preservativi all’anno per marchi come ad esempio Durex; ha propri brand come ONE Condoms e Carex; è proprietaria della società Pasante Healthcare, che fornisce preservativi al Servizio sanitario nazionale britannico; collabora con programmi di aiuto internazionali gestiti dalle Nazioni Unite.


Che batosta per Giorgetti e Meloni!


EUROSTAT STIMA DEFICIT/PIL ITALIA AL 3,1% NEL 2025, RESTA PROCEDURA

(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Eurostat stima il rapporto deficit/Pil dell’Italia al 3,1% per il 2025, dal 3,4% del 2024. Con questo valore sembra escludersi una uscita del Paese dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, all’esame dalla Commissione Ue a inizio giugno nell’ambito del Semestre europeo.

EUROSTAT, DEBITO DELL’ITALIA PIÙ ALTO DOPO LA GRECIA

(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Eurostat vede il debito dell’Italia in salita al 137,1% del  Pil nel 2025, rispetto al 134,7% del 2024. Resta il secondo debito rispetto al Pil nella Ue alle spalle della Grecia, che si attesta in calo al 146,1% del Pil (dal 154,2%). Sotto i valori dell’Italia il debito della Francia, in aumento al 115,6 del Pil (dal 112,6%). 


Conte: “Hanno fallito. Ora bisogna rialzarsi”


(Giuseppe Conte) – Da italiano la notizia di poco fa mi preoccupa molto e mi spinge a trovare soluzioni.

Il governo tutto tagli e austerità di Giorgia Meloni ha fallito e non ha centrato nemmeno l’obiettivo del 3% deficit/Pil su cui avevano puntato tutto, con 4 manovre lacrime e sangue. Ora siamo totalmente chiusi nella gabbia dei vincoli del Patto di stabilità che questo stesso Governo ha sottoscritto a Bruxelles, condannando l’Italia a tagliare su sanità, scuola, imprese, energia.

Meloni ha dimostrato di non essere il timoniere giusto in mezzo a questa fase storica: ha fallito le scelte di politica estera ed economica. È stato l’unico governo a trovare sul tavolo, senza merito, 209 miliardi da investire, conquistati da noi in Europa: invece di puntare tutto sulla crescita accompagnando quegli investimenti per ridurre il rapporto deficit/Pil hanno depresso le forze economiche del Paese, aumentato le tasse, raggiunto una pressione fiscale record e assistito inerti a 3 anni di crollo della produzione industriale.

Mentre famiglie e imprese sono sempre più in difficoltà ilGoverno ha aumentato di 12 miliardi l’anno le spese militari e lasciato che banche e industrie energetiche accumulassero ingenti profitti. Gli italiani piangono, ma le industrie delle armi (soprattutto straniere) e le banche festeggiano.

Cosa farei ora?

Ricostruirei. Perché l’Italia è forte. Ora, vista l’emergenza, bisogna subito andare a sospendere gli accordi sul riarmo in sede Nato e a Bruxelles. Bisogna rivedere gli accordi firmati sul Patto di stabilità che ci strangola. Prendiamo le risorse dagli extraprofitti di banche, colossi energetici e industria delle armi. Usiamo questi fondi per rimettere l’Italia in piedi.

Non è il momento di galleggiare dopo 4 anni di errori e fallimenti.


Tra ritardi e 12 miliardi spesi. Il grande buco nero degli F35


Una relazione della Corte dei conti mette insieme i numeri sul programma per i caccia. L’impatto sull’occupazione è al minimo sindacale, i costi una tantum sono quadruplicati 

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un ritardo di almeno 10 anni sulla tabella di marcia, una spesa certificata di quasi 12 miliardi. E un ulteriore incremento dei costi una tantum, difficile da stimare, che per alcune voci sono già quadruplicati.

Il tutto con un impatto sull’occupazione inferiore rispetto alle ottimistiche stime iniziali. Il programma per i caccia F35, realizzati da un consorzio guidato da Lockheed Martin, presenta una serie di criticità, con un futuro che resta ancora carico di incognite.

A fare il punto è stata la Corte dei conti in una relazione, letta da Domani. Se nel 2017 i magistrati contabili proponevano di valutare «la prosecuzione o un ridimensionamento», nove anni dopo la rotta è ormai tracciata. Anche perché, nel nuovo documento programmatico per la Difesa, il numero di velivoli da acquistare per l’Italia è salito, di nuovo, da 90 a 115.

In tempi di discussione sulle spese per la Difesa il documento, redatto dai magistrati contabili della sezione di controllo per gli affari europei e internazionali, pone una serie di quesiti sulla qualità della spesa. Certo, il programma F35 fa discutere da decenni. Il primo memorandum è stato firmato nel 1998, sotto il governo D’Alema, e con l’esecutivo di Silvio Berlusconi, nel 2002, è stato ulteriormente ampliato e confermato dai vari esecutivi per la dotazione di 130 caccia F35, all’epoca illustrati come prodigi della tecnologia militare.

Solo nel 2012, con il governo Monti, c’è stato un ridimensionamento, a 90 mezzi, salvo poi il ritocco al rialzo (115) voluto dall’esecutivo Meloni nel documento programmatico, firmato dal ministero della Difesa di Guido Crosetto.

Pesanti ritardi

Il programma, al netto delle contestazioni, è indietro di oltre 10 anni. «Ha subito significativi ritardi specie nella sua fase sperimentale, dal momento che si sarebbe dovuto concludere nel 2012 e, invece, è terminato nel 2023», riporta la delibera.

A cascata ci sono stati effetti sulle fasi successive: «Il passaggio alla produzione a pieno ritmo dei velivoli si è verificato solo nel 2024, invece che nel 2015».

Inevitabilmente i rallentamenti hanno comportato un aggravio dei costi: al momento della sottoscrizione dell’accordo l’Italia si era impegnata per 10 miliardi di dollari. Dopo 27 anni le cifre sono diverse, nonostante il progetto stia nei fatti muovendo solo ora i primi passi concreti. «Al giugno 2025, per il programma F35 sono stati spesi (per le fasi di sviluppo e produzione, per lo stabilimento trivalente di Cameri e per l’attivazione dei siti) 11,84 miliardi di euro», mette nero su bianco la Corte dei conti. Il problema per l’Italia è soprattutto relativo ai costi shared, quelli condivisi con gli altri partner del progetto.

Le spese una tantum sono le più preoccupanti. Riguardano attrezzature, reingegnerizzazione di parti, sviluppo, continuo aggiornamento e industrializzazione del supporto logistico. E sono allocate nel bilancio ordinario della Difesa alla voce «investimento per l’ammodernamento delle Forze armate».

I numeri confermano la traiettoria imprevedibile. «La contribuzione italiana per i costi shared è, allo stato, di 3 miliardi e 276 milioni di dollari nel periodo 2007-2051», sottolinea la delibera, registrando già un aumento di 440 milioni di euro rispetto al tetto massimo previsto – dopo una prima revisione – di 2,8 miliardi di dollari. Ma la dotazione iniziale ammontava a 904 milioni di euro. I motivi del balzo sono vari, come «la necessità di dover introdurre nuove tecnologie», oltre «all’andamento inflattivo» che si è verificato negli anni.

Aumenti imprevedibili

Resta la considerazione di «una crescita esponenziale» che deve tuttavia fare i conti con «il successivo aggiornamento (non ancora concordato) che rivede la stima in aumento». C’è un ulteriore fattore fissato: la guida incontestabile degli Stati Uniti, che costringe gli altri partner, Italia inclusa, a un ruolo ancillare.

Gli svantaggi sono anche industriali. «La qualità di mero partner dell’Italia nel programma F35, la cui leadership è in capo solamente agli Usa, ha prodotto assenza di condivisione delle tecnologie sviluppate, crescita non bilanciata del know-how acquisito fra il Paese leader e i partner, carente trasparenza sui processi di costo inerenti alle attività progettuali e assenza di un’effettiva condivisione delle intellectual properties», scrive la Corte dei conti.

Perciò, «essendo la governance del programma sotto il controllo degli Usa, ne deriva l’impossibilità dei partner, a prescindere dal livello di trasparenza delle procedure di costo, di poter incidere sulle dinamiche decisionali, specie sulle componenti di costo condivise».

Nonostante lo sforzo già compiuto e quello da prevedere per il futuro, l’impatto sull’occupazione non è stato da urlo. L’effettiva occupazione, al 2024, è di 3.861 unità e sono così ripartiti: «2.304 nel contesto di Leonardo», circa un migliaio «nelle aziende fornitrici di Lm e/o P&W e 557 nell’approntamento dei siti operativi». Il dato complessivo, comunque, si colloca sulla parte più bassa della forchetta della stima, che partiva da 3.500 fino a un massimo di 6.400. Una valutazione che era stata già rivista al ribasso in confronto ai 10mila inizialmente formulate. Un progetto che non sembra un affare.