
(Piero Bevilacqua – lafionda.org) – Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.
Quel che si è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali, collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900. È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico. Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente. L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.
Ebbene, tra le tante ragioni che spiegano l’incapacità europea di comprendere quanto avviene, oltre all’ormai leggendaria pochezza del ceto politico, alla vocazione apologetica e propagandistica dei media, ce n’è una profonda e poco considerata, che va collocata nell’ambito dell’egemonia USA: è l’ampiezza e profondità con cui la cultura americana si è insediata in tutti gli angoli della vita del Vecchio Continente.
Qui avanzo solo brevi note per una discussione più ampia. L’americanizzazione dell’Europa ha il suo avvio all’indomani della seconda guerra mondiale e s’irradia con un ampio spettro di innovazioni culturali che entreranno a far parte connaturante delle società investite. Il primo, rilevante ambito, è quello della cultura materiale. La Rivoluzione Verde nell’ambito del Piano Marshall cambia per sempre diversi millenni di agricoltura contadina, attraverso l’introduzione nelle campagne di quella che è stata definita una “technological box”, consistente in una combinazione di fattori: sementi ibride di cereali altamente produttive, concimi chimici, pompe idrauliche per l’irrigazione. È l’agricoltura industriale di oggi. Anche il modello degli allevamenti intensivi comincia dagli USA. Ma c’è una cultura materiale destinata a imperituro successo, quella degli elettrodomestici. L’arrivo in Europa dei frigoriferi, delle lavastoviglie, delle lavatrici elettriche – che liberano milioni di donne da una delle più penose fatiche della loro storia – costituisce delle vere leve di umana emancipazione, fonda una dimensione nuova del vivere quotidiano: il benessere.
Un altro ambito di irradiazione, non meno dotato di forza insediativa, di profonda plasmazione delle psicologie, è l’industria dell’intrattenimento: la musica, soprattutto il jazz, la televisione, il cinema. Non è necessario soffermarsi più di tanto. Il potere di Hollywood di produrre immaginario capace di far sognare anche i popoli più remoti, di imporre un’immagine del mondo che è la glorificazione dell’America, è ben noto. Una potenza creativa capace perfino di sovvertimento della realtà storica, se si ricorda che il cinema americano ha trasformato il genocidio dei popoli nativi, i cosiddetti Pellirosa, nella gloriosa epopea del genere western. Forse potremmo affermare che, in sostanza, una delle componenti fondative dell’egemonia americana è stata la raffinata capacità di mascherare, soprattutto tramite l’anticomunismo, la propria storia, di affermare di sé un’immagine edificante interamente costruita a fini di dominio.
La diffusione dell’americanismo nella sua dimensione di cultura materiale e di cultura popolare era per la verità cominciata agli inizi del ’900. Il taylorismo e l’organizzazione scientifica del lavoro, la fondazione dell’obsolescenza programmata delle merci, per far fronte alla produzione industriale di massa, cominciano ad arrivare in Europa negli anni ’30. Gramsci, solitaria testa pensante, dedicò, com’è noto, un capitolo dei suoi Quaderni a questa inedita frontiera del capitalismo. E anche ambiti della cultura alta cominciarono ad affascinare gli intellettuali europei, quello della narrativa, ad esempio: i romanzi di Hemingway, di Steinbeck, ecc.
La cultura alta, tuttavia, cominciò a penetrare in Europa con capacità egemonica soprattutto nella seconda metà del ’900, tramite la disciplina che doveva diventare, come la fisica, la Big Science del nostro tempo: l’economia. Gli USA sono il paese che detiene il maggior numero di premi Nobel per questa disciplina. Una scienza che, da un certo momento in poi, diventa una corrente ideologica destinata a dominare non solo la cultura economica, ma a trasformarsi in politica degli Stati, a guidare un nuovo corso egemonico del capitalismo attuale: il neoliberismo. Domenico De Masi ha magistralmente ricostruito la strategia con cui il gruppo degli economisti che ha fondato tale corrente di studi e di pensiero, da Ludwig von Mises a Milton Friedman, ha conquistato, con penetrazione capillare, gabinetti ministeriali, centri studi di grandi banche, riviste, università, centri di ricerca, ecc. (D. De Masi, La felicità negata, Einaudi 2022). Almeno dagli anni ’80 andare a specializzarsi negli USA per alcuni mesi ha fatto parte del cursus honorum dei giovani laureati europei in economia. Le nostre Facoltà di economia sono state messe sotto assedio, interamente plasmate dalle dottrine neoliberiste, e nei decenni recenti anche il modello americano di organizzazione didattica, fondato su Dipartimenti specialistici, ha sostituito le antiche Facoltà largamente interdisciplinari.
Tale grandiosa opera di colonizzazione intellettuale della vecchia Europa, che è continuata per decenni, ha avuto una forza ancora più dirompente, perché avvolta dentro una narrazione storica di singolare fascino, soprattutto in Italia. Dopo la guerra gli USA si presentavano come i liberatori, coloro che avevano sconfitto il nazifascismo (cancellando così il decisivo contributo dell’Unione Sovietica e anche della Cina sul fronte orientale) e che col Piano Marshall – vale a dire l’apertura all’industria USA, uscita intatta dalla guerra, del vasto mercato europeo – avevano portato libertà e aiuto economico alle provate economie del Continente. Per un paese come il nostro, che aveva spedito in quel paese milioni di contadini, responsabile della fondazione del fascismo, che usciva sconfitto dalla guerra, gravemente danneggiato dai bombardamenti, non era una prova di generosità facilmente dimenticabile. Anche se le nostre classi dirigenti hanno fatto di tutto per far dimenticare quale grande contropartita gli USA hanno ottenuto per le loro mire imperiali. Collocando le proprie basi militari sul nostro territorio hanno guadagnato il controllo strategico sulla nostra Penisola, una sterminata portaerei in mezzo al Mediterraneo, proiettata verso l’Africa e il Medio Oriente.
Occorre tuttavia ricordare che, a livello di innovazione della vita materiale, il dispositivo destinato a mutare nel profondo non solo la cultura, ma la spiritualità, le strutture antropologiche dell’individuo europeo, è stata la TV. Attraverso questo strumento le classi dirigenti americane e quelle vassalle europee hanno conseguito scopi di portata epocale. Sono riusciti a fornire a un pubblico immenso informazioni quotidiane sulle condizioni, gli eventi, i problemi dei vari paesi del globo, dando agli europei (e agli americani) l’illusione di conoscere effettivamente lo stato delle cose e non di subire una gigantesca e capillare manipolazione della realtà. Una plasmazione ideologica delle psicologie collettive senza precedenti per ampiezza e profondità nella storia delle civiltà umane. Un’opera di colonizzazione che, attraverso il medium della lingua inglese, utilizzando il mimetismo servile di giornalisti, pubblicitari, leader politici, ha penetrato l’anima più profonda della cultura e dell’identità dei paesi europei.
Ma la TV ha anche inaugurato una dimensione nuova della vita familiare. I circenses che l’Impero romano elargiva alla plebe per guadagnarne il consenso sono diventati fruizione quotidiana. Lo spettacolo, per secoli intrattenimento periodico pubblico nei circhi e nei teatri, soprattutto dei ceti abbienti, è diventato evento domestico quotidiano di massa. Negli ultimi anni, come aveva profetizzato Guy Debord, anche la vita politica si è fatta spettacolo: tutta la realtà è stata risucchiata dalla sua rappresentazione virtuale. Ma a causa delle TV le famiglie hanno ristretto al loro interno lo spazio del dialogo domestico, sono diventate monadi incomunicanti, la società ha perduto i vecchi collanti della frequentazione pubblica, si è progressivamente dissolta.
Si può dire che è stata l’America a creare l’Uomo Nuovo a cui aspiravano i dirigenti sovietici. Con il crollo dell’Unione Sovietica e del fronte comunista internazionale, la penetrazione dell’ideologia capitalistica, l’accettazione come naturale delle sue culture, dei suoi stili di vita, dominati da individualismo, competizione, merito, successo, denaro, primato dell’impresa e del profitto, ecc., ha determinato, nella mente di moltitudini di contemporanei, l’impensabilità di una società diversa, l’inimmaginabilità di un futuro che non fosse la replica del presente. Tale conformismo ideologico, che dura da decenni, è stato così totalitario da indurre un serio studioso come Francis Fukuyama a teorizzare, com’è noto, “la fine della storia”. Vale a dire l’impossibilità, da parte delle società umane, di creare sul pianeta nuove forme di organizzazione sociale che non fossero la ripetizione dell’esistente ordine neoliberale. Il “there is no alternative” di Margaret Thatcher veniva solennemente confermato. In realtà si trattava di un azzardo profetico che doveva segnalare alle menti capaci di pensiero la morte culturale del modo di produzione capitalistico: la sua incapacità di progettare nuovi assetti sociali come aveva fatto, con innovazioni continue, nei tre secoli precedenti. E invece, in coro, tutti i chierici del capitale hanno cantato alleluia. Ma quanta barbarie covava in seno a questa società talmente perfetta da aver sbarrato le porte dell’avvenire lo hanno mostrato i massacri che hanno insanguinato il pianeta nei decenni del nuovo millennio.
Oggi, anno Domini 2026, le fonti dell’egemonia americana appaiono disseccate. La scienza economica neoliberista si mostra in tutta la vastità dei suoi fallimenti sociali, ambientali e umani. Un trentennio di sfrenamento capitalistico neoliberista ha dato vita a giganti monopolistici transnazionali, a concentrazioni abnormi di ricchezza finanziaria, disuguaglianze e sacche di povertà senza precedenti. La concentrazione del capitale ha raggiunto vertici mai toccati prima e inferto al pianeta danni senza precedenti e forse irreversibili. Ma soprattutto ha inferto uno scacco storico a tutti i poteri statuali dell’Occidente e alle loro élites: la sovranità della politica e dello Stato è stata soppiantata. Il potere laico e autonomo di governo degli Stati-nazione, che per secoli era stato distinto e superiore a quello religioso, economico e militare, è stato privatizzato dalle potenze elette del denaro. All’autorità dello Stato si è sostituita quella di oligarchie onnipotenti. Non si comprende la dissoluzione del diritto internazionale se non si mette in conto l’assoggettamento subito dagli esecutivi nazionali ad opera dei grandi aggregati di ricchezza, che aggirano parlamenti, divisione dei poteri, costituzioni. Sono tali potenze transnazionali che dettano le regole al ceto politico eletto nelle democrazie rappresentative. I dirigenti dei grandi partiti di massa sono infatti diventati ceto politico, svolgono un mestiere, occupano un limitato segmento nella divisione del lavoro del sistema capitalistico. Avendo scelto, per debolezza e convenienza, di spezzare il loro antico legame con la classe operaia e i ceti popolari, perdendo la capacità contrattuale che dava loro il consenso organizzato di massa, sono privi di forza e di visione, vivono alla giornata, in balia degli interessi privati contraddittori a cui si appoggiano.
D’altra parte, la cultura materiale americana ha esaurito il suo fascino con le ultime mirabilia dei prodotti digitali, ormai insidiate da quelle della Cina, della Corea, ecc. Ma la rottura più grave è avvenuta su un altro piano. Il carisma degli USA, Stato modello di democrazia e libertà, superba costruzione culturale delle élites, è svanito da un pezzo, nonostante la totalitaria manipolazione mediatica: crollato sotto i colpi della ricerca storica e della evidente trasformazione oligarchica del potere americano.
Da anni, per merito soprattutto di grandi giornalisti e storici americani, come William Blum, Vincent Bevins e di tanti altri, è emerso alla conoscenza pubblica il ruolo segreto che gli USA hanno avuto nel muovere guerra e rovesciare governi sovrani, spesso attraverso massacri di popolazione civile, dall’Iran (1953) al Guatemala (1955), dalla Repubblica Democratica del Congo (1960) a Cuba (1961), dal Brasile (1965) all’Indonesia (1958, 1965), dal Vietnam (1965-75) al Laos e alla Cambogia (1965-73), dal Cile (1973) a Grenada (1983) a Panama (1989). Tutte operazioni degli anni della guerra fredda.
E per brevità trascuriamo ogni cenno alle innumerevoli ingerenze nella vita politica degli Stati, ai colpi di Stato falliti, alle pratiche di strozzinaggio, ricatto, vessazioni con cui, tramite il potere del dollaro, imprese private e Stato USA hanno segretamente tiranneggiato un po’ tutti i governi e le economie di gran parte del mondo.
Oggi queste scoperte si sono estese in forme senza precedenti per effetto di una molteplicità di eventi a partire dal nuovo millennio. Fondamentali le guerre dispiegate e sanguinose contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, l’appoggio incondizionato a Israele in tutte le azioni militari in violazione dell’ONU. Ma è stato il conflitto in Ucraina, che la rombante propaganda atlantica voleva far nascere il 24 febbraio 2022 con l’invasione da parte della Russia, a segnare un punto di svolta. Esso ha spinto centinaia di analisti a rintracciarne le cause storiche e ad aprire una corrente di studi sulle guerre segrete degli USA e della NATO, scoprendo una continuità storica che fa sistema: dalla distruzione della Repubblica Socialista di Jugoslavia, alla fine del secolo scorso, alla Siria nel 2011 fino alla dissoluzione di questo antichissimo paese come entità statale nel 2024. E ora, inizio 2026, con un atto di gangsterismo internazionale, l’attacco al Venezuela.
La desecretazione per scadenza dei termini di molte carte d’archivio a Washington, relativi ad attività del Pentagono e della CIA, le documentazioni recenti, ad es. di Lindsey A. O’Rourke (Covert Regime Change. America’s Secret Cold War, Cornell University Press 2018) o quelle di Julian Assange, stanno offrendo nuovo materiale di scoperta della politica estera segreta di questo paese. E per brevità non mi diffondo qui in ostentazioni bibliografiche, limitandomi a menzionare i nomi di analisti come Jacques Baud, quello di Jeffrey Sachs, di Daniele Ganser. Per non citare che pochi dei nostri autorevoli analisti, da Alberto Bradanini a Elena Basile, da Alessandro Orsini a Fabio Mini, a Giacomo Gabellini.
Ma certo, l’evento epocale che cancella per tutti i tempi a venire il mito della democrazia americana è la partecipazione delle sue amministrazioni al più atroce, pubblicamente, quotidianamente visibile genocidio del millennio: il massacro dei palestinesi a Gaza. Com’è noto, sia il democratico Biden che il repubblicano Trump hanno fornito migliaia di tonnellate di bombe perché l’esercito di Israele potesse bombardare, per due anni, da terra, dal cielo e dal mare, gli edifici, le scuole, le università, gli ospedali, le case, le tende di decine di migliaia di palestinesi indifesi. Una mattanza quotidiana che resterà per sempre nella memoria collettiva di tutti i popoli della Terra, quale monumento imperituro a testimonianza dell’opera del maggiore Stato criminale dell’ultima età contemporanea e del suo aguzzino mediorientale.
Ebbene, quali conseguenze trarre da questo tracollo dell’egemonia americana, che Donald Trump sta completando comportandosi come un bandito internazionale, rapendo capi di Stato liberamente eletti, come ha fatto con Maduro, minacciando la Groenlandia e l’Iran che non gli hanno recato né danno né offesa, praticando il racket e le estorsioni dei dazi anche ai paesi amici non obbedienti? Senza qui considerare quel che la sua amministrazione sta compiendo all’interno della società americana con le attività di squadrismo federale contro la popolazione immigrata.
È evidente che i vecchi vassalli europei, giornalisti e politici, che ancora tentano di difendere e cercheranno in futuro di riabilitare l’immagine di questo Impero, potranno ricevere solo incredulità e disprezzo universali, soprattutto da parte delle nuove generazioni. Solo una vasta opera di pulizia all’interno del deep state americano, la cacciata definitiva dei neocon dai gangli del potere, l’emergere di un nuovo ceto dirigente, l’abbandono delle pratiche criminali dell’Impero, la fine della NATO, possono restituire a questo grande paese un nuovo ruolo di equilibrio e di pace e al suo popolo una più diffusa prosperità sociale. Prospettiva di cui a oggi non si intravede alcun indizio.
Io credo che si potranno spingere gli USA in questa direzione (consapevoli di muoverci sul ciglio abissale dell’ultima guerra che sconvolgerà il pianeta) solo mostrando alle sue classi dirigenti che non hanno altra scelta se non di rinunciare alla propria dimensione di Impero, di dover limitarsi a essere un grande Stato alla pari con tutti gli altri Stati. È ormai intollerabile che un paese ricco, con solide tradizioni e istituzioni liberali, protetto dai confini di due oceani, debba mantenere basi militari in tutto il pianeta, porsi come il gendarme del mondo, spadroneggiare con guerre e massacri di popolazioni lontane e innocenti. Lo è ancora di più ora che il suo massimo rappresentante si comporta come un bandito internazionale, che scrive le regole della politica mondiale, imitazione grottesca del Dittatore di Chaplin, con un tratto della sua penna. Ed oggi è ancora più intollerabile che i governanti europei, per viltà e pochezza, acconsentano e legittimino le gesta di aggressione armata con cui questo presidente criminale colpisce e minaccia tanti paesi vicini e lontani. Deve essere ormai evidente: i governanti e i nostri giornalisti padronali devono farsene una ragione; il loro atlantismo si configura ormai come una corrente di propaganda criminale.
Come non vedere, a questo punto, che gli USA sono oggi, se non il nemico, certo l’avversario più agguerrito e temibile del Vecchio Continente? L’insieme di convenienze, ipocrisie, patti segreti con cui le classi dirigenti d’America e d’Europa hanno operato insieme con rinnovati intenti coloniali è andato in frantumi. (Si veda ora il numero de «La fionda», 2025, n. 1 dedicato a Noi e l’America. Atlantisti e Eurofanatici.) Che cosa dunque ci impone di mantenere rapporti privilegiati con un Impero morente, che continuerà a tiranneggiarci per necessità di sopravvivenza, grazie alla debolezza e divisione dei singoli Stati europei? Gli anni che ci attendono, con i progetti economicamente inflazionistici del riarmo (le armi hanno un solo valore d’uso: morte e distruzione), infliggeranno danni di vasta portata alle popolazioni. E allora, perché non pensare a un mutamento radicale delle relazioni internazionali, che solo la passiva fedeltà a una fase storica ormai tramontata, l’atlantismo, e un pregiudizio infondato e insensato, la russofobia, ci impediscono di pensare?
La ripresa delle relazioni con la Russia, oltre che con la Cina e con tutti i paesi dei BRICS, ridarebbe nuovo slancio alle economie europee, che il meschino interesse di potere personale e la stoltezza dei nostri gruppi dirigenti stanno condannando, senza alcuna necessità, allo stesso declino dell’Impero. È evidente che queste élites, infilatesi in un vicolo cieco, responsabili di errori seriali, spogliate di ogni dignità persino personale di fronte al padrone americano e agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, non sono in grado di intraprendere la strada che sarebbe necessaria.
Solo un nuovo ceto politico può incamminarsi con coraggio sulla via che può salvare l’Europa e che è quella a lei storicamente più propria: l’alleanza organica con la Russia, con uno Stato che sta nel nostro continente, non oltreoceano. Un paese da cui non abbiamo ricevuto offese e che gli europei hanno più volte attaccato e invaso, massacrandone le popolazioni. La Federazione russa possiede il territorio più vasto del pianeta, è spopolato, è un immenso deposito di materie prime e di fonti di energia. Se c’è qualcosa di cui non ha alcuna necessità è occupare territori altrui. L’idea che il suo esercito voglia invadere l’Europa è una stolida, consapevole menzogna delle nostre classi dirigenti per coprire i loro drammatici errori. La Russia ha un grande interesse ad avere rapporti pacifici con noi, ed è notissimo anche alle pietre delle strade che è sulla base di queste convenienze reali che si muove la storia degli Stati. Le guerre costano e si intraprendono per interessi e necessità. Sarebbe dunque sufficiente abbandonare un pregiudizio alimentato ad arte per decenni dalle potenze atlantiche, il prodotto più tossico dell’americanismo, per afferrare l’enorme vantaggio che gli europei acquisirebbero da un rovesciamento delle alleanze attuali.
Occorrerebbe che le popolazioni d’Europa, come nella fiaba di Andersen, finalmente gridassero: “Il re è nudo”, i nostri governanti stanno mentendo. Un saldo rapporto con la Federazione russa consentirebbe all’Europa di godere di una grande deterrenza militare, che farebbe venir meno, attraverso la diplomazia, la necessità di svenarci in spese belliche, schiudendoci prospettive economiche a dir poco grandiose con tutta l’Eurasia.
Ma la fine del rapporto privilegiato (e dei segreti ricatti) con le amministrazioni americane può significare l’emancipazione culturale definitiva dalla colonizzazione subita negli ultimi 80 anni. E questo può consentire a una nuova generazione di intellettuali europei l’apertura di un nuovo orizzonte di progettualità teorica e culturale. Senza dire che l’Italia si potrebbe finalmente liberare del padre padrone che ha condizionato, spesso con oscure trame, la storia della Repubblica.
Lo scenario che si schiude è l’affascinante ignoto aperto dalla fine di cinque secoli di dominio coloniale dell’Europa e poi degli USA sul resto del mondo. La sconfitta militare della NATO in Ucraina, l’emergere della potenza della Cina, l’avanzamento del fronte multiforme dei BRICS, un mosaico di antiche civiltà che il nostro eurocentrismo suprematista ha allontanato dal nostro sguardo e spesso criminalizzato, può dare vita a un cosmopolitismo davvero mondiale. Esso è destinato a decretare la fine dell’unipolarismo USA e potrà imporre nuove regole di diritto internazionale, in grado di inglobare non solo gli interessi dei popoli, ma anche quelli della natura, del mondo animale, capace di incorporare i nuovi saperi del nostro tempo, fondando una nuova civiltà del diritto. Certo non ci sfugge che questa è, al momento, una potente linea di tendenza della storia e che gli USA non cederanno, come stanno del resto già facendo, rinunciando a contromosse sanguinarie. Avanzeremo negli anni prossimi muovendoci sul crinale di due sole possibili alternative: un assetto multilaterale del mondo o la guerra termonucleare e la fine.
Ma essere consapevoli di chi è realmente il Nemico è la premessa imprescindibile. Questo ci illumina nell’apparente confusione del presente su come dobbiamo muoverci come studiosi, come forze intellettuali, come produttori d’informazione.
Oggi, dunque, è grazie alla grande frattura creata dagli USA che noi europei possiamo ripensare con radicalità l’organizzazione politica e istituzionale del Continente. E solo pensatori radicali possono fondare un nuovo progetto europeo sulla base di una verità inoppugnabile: l’Unione Europea è fallita, è stata un errore. È fallita nel suo piano economico neoliberista, come confessa di fatto il Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024. Per l’Italia, uno dei paesi fondatori dell’Unione, spogliata dei suoi patrimoni pubblici, tale fallimento è stato clamoroso, visto che nel 1991 era considerata la quarta potenza economica del pianeta ed ora è sparita dalle classifiche. È fallita sul piano politico perché ha gravemente deprivato gli Stati nazionali della loro sovranità monetaria e istituzionale, surrogando le loro democrazie con burocrazie non elette, senza conseguire una superiore unità sovranazionale, come dimostra la drammatica inesistenza di una politica estera. (Si veda ora l’analisi senza scampo di Gabriele Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi 2025.) D’altra parte non c’è certificazione più desolante di tale disfatta dell’inazione e addirittura della partecipazione attiva di alcuni importanti Stati europei al genocidio del popolo di Gaza, come hanno fatto la Germania, l’Italia e il Regno Unito. Un’infamia inoccultabile che si completa oggi con le posizioni di politica di riarmo in ubbidienza alla NATO. Le élites dei paesi che nel ’900 hanno insanguinato il pianeta con ben due guerre mondiali, dopo 35 anni di Unione promettono ai propri cittadini un luminoso avvenire di guerra.
Non vogliamo qui inoltrarci in proposte programmatiche per il futuro su cui ci siamo impegnati in altre sedi. Ma almeno qualche suggestione ci sentiamo di esprimerla. Vastissimo è infatti il campo di innovazione/conservazione che ci si schiude sul piano culturale. Smontare i paradigmi dell’americanismo può offrire un’occasione a nuovi ceti intellettuali per riproporre, rovesciandoli, quelli del nostro umanesimo, delle nostre tradizioni cristiane, mutualistiche, socialistiche all’interno di una visione olistica della vita umana. I nuovi saperi delle scienze ambientali, quelli per intenderci di pensatori come Edgar Morin, Gregory Bateson e altri, che attraverso il dialogo con le discipline umanistiche possono aprire frontiere inesplorate di umana conoscenza e nuovi approdi etici. E a questo fine bisognerà mettere mano alle strutture della formazione della scuola e dell’Università. Uno dei capitoli delle politiche fallimentari dell’Unione è infatti il nuovo corso impresso agli studi scolastici e universitari a partire dal cosiddetto “Processo di Bologna” del 1999. È da quel momento che l’UE ha cominciato a indirizzare gli assi della formazione delle nuove generazioni europee verso apprendimenti strumentali, competenze utili a fini produttivi, destinati a sostenere la competizione globale dell’Europa. I nuovi programmi, che hanno inserito nelle didattiche una miserabile logica aziendale, hanno emarginato i saperi umanistici, creando figure di laureati espertissimi su ambiti specialistici sempre più ristretti e ignoranti di tutto il resto. Con lungimirante senso strategico i pianificatori hanno mirato a istituzioni formative destinate a rimpicciolire gli uomini, a trasformare gli individui in utensili della grande Macchina della produzione e del consumo, a privarli dello sguardo olistico che le frontiere culturali e ambientali del nostro tempo rendono necessario.
Ma la cultura umanistica è impensabile senza la lingua. E le lingue europee, le lingue degli Stati nazionali, sono l’espressione secolare della loro storia e del loro processo di civilizzazione. È proprio tale gigantesco patrimonio che negli ultimi decenni è stato messo all’angolo a favore di una anglofilia d’accatto, della lingua del neoliberismo angloamericano, dal provincialismo e dalla ignoranza senza confini di politici, giornalisti, intellettuali, pubblicitari europei (italiani in prima fila), convinti di toglierci di dosso la muffa del passato, di portarci nella modernità di cartapesta della finzione pubblicitaria.
In tale ambito la cultura radicale può inaugurare – ma lo sta già facendo da tempo, in forme sparse – un capitolo entusiasmante di innovazione/restaurazione del linguaggio, di critica politica e culturale soprattutto nei confronti dei funzionari della cultura, sedicenti democratici, difensori dei “valori dell’Occidente”. Mentre USA ed Unione Europea sono allo sbando, mentre il maniero di cui sono a guardia sta crollando alle loro spalle, la posizione dell’intellettualità radicale ha oggi un vantaggio storico che non può lasciarsi sfuggire. Giornalisti e scrittori televisivi oggi appaiono, a chi ha occhi per vedere, riproduzioni in piccola scala di Don Chisciotte, armati di lancia e scudo a difesa di una nobile, ma tramontata cavalleria. Difendono “la più antica democrazia del mondo” e gli imperituri “valori occidentali” senza voler vedere di che sangue grondano da gran pezzo e a che punto di barbarie sono pervenuti. Bisogna mostrarli nella loro grottesca nudità alle popolazioni ingannate da decenni di menzogne. E occorre sapere che non c’è dileggio più umiliante che si possa muovere a codesti intellettuali a guardia dello status quo, che farli sentire obsoleti, non più al passo con le novità che avanzano. Per costoro infatti, colonizzati fin nei cromosomi dal falso progressismo neoliberistico, solo il domani è meglio di oggi, poiché la loro concezione del tempo, perfino di quello cosmico, deve esaltare la velocità del circuito del denaro, della sua valorizzazione incessante, del processo di accumulazione della ricchezza, che oggi è, prevalentemente, fatta di carta moneta.
Si riapre dunque il tempo della satira, oggi depresso dallo spettacolo di morte che opprime il nostro campo visivo. Sebbene i governanti europei facciano a gara per sopravanzarsi nel campo senza confini del ridicolo. Ma chi possiede cultura, radicalità e coraggio riesce a muovere il riso, anche se non è attore, come fa da tempo in Italia Marco Travaglio, con i suoi editoriali sul «Fatto Quotidiano» e i suoi spettacoli. Si tratta ad ogni modo di un passaggio importante, per colpire dalle fondamenta l’americanismo e le basi dell’egemonia capitalistica. E naturalmente, senza dimenticare i grandi media, soprattutto la televisione che, come abbiamo visto, grazie alla servitù e alla malafede di schiere innumerevoli di giornalisti (oltre che dei servizi segreti americani), rappresenta il nemico che abbiamo in casa.

(Andrea Zhok) – Nella foto la mezzana di Epstein, Ghislaine Maxwell, mentre conciona l’assemblea dell’ONU sui diritti umani e ambientali.
Intanto l’allegra combriccola di assassini nucleari israelo-americani sta continuando ad accumulare forze navali ed aeree per abbattere l’Iran. Con la copertura morale dei giornali di tutto il mondo, perché – si sa – l’Occidente è da sempre eroicamente affaticato ad esportare moralità e diritti ovunque nel mondo.
Un’altra volta farò un’analisi più ponderata, ma oggi mi si permetta uno sfogo metaforico.
La metafora più diretta che mi viene in mente per la disposizione odierna dell’Occidente è che l’Occidente oggi è Mordor.
E’ il potere per il potere che vuole estendersi infinitamente e cancellare ogni altra forma di vita diversa da sé, dentro e fuori di sé.
Al proprio interno demolisce sistematicamente tutti gli ordinamenti famigliari, comunitari, solidaristici, coltiva costantemente la scissione, la separazione, la disgregazione, l’atomizzazione della società, premia ed eleva i peggiori, purché fedeli, abbatte senza pietà i migliori.
Al proprio esterno ha già cancellato ampiamente le forme di vita allotrie nei popoli più fragili, sterminandoli, frantumandoli o rendendoli vassalli (l’elenco è interminabile, dagli Indiani d’America, al Cile di Allende e a gran parte dell’America Latina, al Giappone, alle Filippine, al Vietnam, alla Corea – del Sud, perché il Nord gli è sfuggito grazie alla protezione cinese, alla Jugoslavia, all’Irak, alla Libia, al Medio Oriente egemonizzato, dove l’ultimo villaggio resistente – la Palestina – è in via di annichilimento, e molti altri).
Ora sta dando l’assalto alle ultime fortezze, partendo dalla più abbordabile, l’Iran, che è un tassello indispensabile per lo strangolamento energetico e geopolitico della Cina.
In questo quadro due cose appaiono terrificanti.
Da un lato la spietatezza e potenza capillare di quel Moloch che è l’Occidente Inc., l’Occidente come Corporation, capace di sterminare popoli per un fremito in borsa.
Dall’altro lato, e non meno terrificanti, sono i belati di approvazione con cui gran parte dell’opinione pubblica interna all’Occidente saluta la macellazione propria ed altrui, pensando sia progresso.

(Tommaso Merlo) – Se c’era la Russia o qualche repubblica islamica al centro del più grave scandalo di pedopolitica della storia, i media non parlerebbero d’altro dalla mattina alla sera. Ma essendoci Israele, mettono lo sci in prima pagina e minimizzano. Chissà se un giorno sapremo come opera davvero l’informazione mainstream e chi e come la dirige da dietro le quinte. Nel frattempo bisogna arrangiarsi in rete per scovare la verità su uno scandalo immondo che colpisce al cuore l’intero Occidente. Epstein non era solo un pedofilo lasciato misteriosamente a piede libero, era uno degli uomini più potenti al mondo. Aveva contatti diretti con capi di stato, oligarchi, regnanti e personalità di vario rango con cui disquisiva alla pari sulle vicende del creato anche se il suo vero ruolo era un altro. Era quello di abbordarli e renderli ricattabili dai servizi segreti israeliani e anche americani per cui operava. È questo il punto. Non si tratta solo di uno scandalo di pedofilia, ma anche politico. Non bisogna farsi ingannare. Lo sfruttamento sessuale di ragazzine minorenni e addirittura di bambini con l’aggravante satanica di torturarli, ammazzarli e mangiarli, era solo un mezzo e non un fine. Era un mezzo di estorsione economica, ma soprattutto politica. Epstein ha accumulato miliardi ma non era il padrone, era solo il manager di quella operazione di intelligence internazionale. Il suo ruolo era abbordare i potenti, farseli amici, scovare le loro perversioni sessuali e poi offrirgli l’opportunità di sfogarle su ragazzine e bambini documentando tutto con foto e video in modo da renderli ricattabili e quindi manovrabili a piacere. A finire nella sua aberrante rete molti miliardari dato che sono i soldi il vero potere quando è in vendita perfino l’anima. E tra i miliardari spiccano quelli delle nuove tecnologie essenziali per i nuovi marchingegni militari ma anche per sorvegliare le masse. Nebbie tutte da diradare. C’erano poi accademici, diplomatici, artisti e santoni per i palati più fini e ovviamente politicanti addirittura del calabro di due presidenti americani. E se hai in pugno l’inquilino della Casa Bianca, figuriamoci i pesci piccoli come i parlamentari o le pedine piazzate nel sistema anche internazionale. Una piovra potentissima e per capire quale fosse la sua agenda politica o meglio quella dello stato profondo americano e sionista, basta guardare la storia degli ultimi decenni. I fatti. Dalla disastrosa guerra in Iraq per balle di distrazione di massa e per la felicità di Netanyahu, ai vent’anni di occupazione in Afghanistan per la felicità dell’indotto bellico statunitense fino alla guerra per distruggere un’altra potenza petrolifera e pro palestinese come la Libia di Gheddafi passando per l’annientamento della Siria ed arrivando addirittura al genocidio del secolo con la complicità occidentale. E visti gli sceicchi coinvolti, anche le ipocrisie dei paesi arabi si spiegano così come ovviamente i decenni di morsa sull’Iran che sperano di coronare presto con l’ennesima tragedia. È l’agenda americana della guerra permanente con budget sempre più impressionanti e quella di un piccolo paesino come Israele che esercita un potere abnorme sugli Stati Uniti e quindi su tutto l’Occidente. Al punto da dirigere la politica estera americana in Medioriente succhiando montagne di dollari ed armi e godendo di totale impunità per i crimini perpetrati contro il popolo palestinese o meglio contro l’umanità intera. Un potere tale da spingere l’Occidente a calpestare quelle istituzioni internazionali e quei valori e quell’ordine che esso stesso si è dato nel dopoguerra. Davvero impressionante. Si pensava che un tale potere dipendesse solo dalla lobby sionista che spadroneggia a Washington a furia di sponsorizzare le carriere dei politicanti ed infiltrare la servitù europea ed i media mainstream. Ed invece c’era di più. C’era anche un agghiacciante giro di pedopolica satanica. E adesso non resta che vedere se crollerà tale putrido sistema oppure se riusciranno a farla franca anche questa volta. Certo, potrebbero tentare di rimanere in sella trascinandoci in un conflitto potenzialmente mondiale per distrarre le masse, ma ormai si è riaccesa la luce. Quella che prima o poi sconfigge sempre le tenebre. E non c’è tempo da perdere. I cittadini occidentali si devono ribellare, devono ripudiare l’abominevole agenda dello stato profondo americano e sionista e i loro complici, e devono riprendersi le redini delle loro democrazie in modo da costruire un futuro di trasparenza, di moralità e di pace.
Sessant’anni, garzone nella tabaccheria di famiglia, partito dai Valtur per arrivare al cabaret tv di Zelig e Big Show

(di Francesco Bei – repubblica.it) Il martire no, per carità. Nemmeno il perseguitato politico. Perché Andrea Pucci, quello che nel suo camerino a Colorado, accanto a “Forza Inter”, disegnava una croce celtica, non è una vittima delle orde liberal. Non è un Tim Dillon, che in America spiega il woke con «sono solo ragazzini ricchi che pretendono di essere brave persone». E non è nemmeno un corrosivo Dieudonné, l’antisemita francese che fa le battute sulle camere a gas e le lobby ebraiche. Purtroppo per la destra italiana, per Sanremo e per Carlo Conti, Andrea Pucci è quello che è: un Alvaro Vitali arrivato con trent’anni di ritardo. Il livello è quello.

Nei suoi spettacoli teatrali, che sono sempre sold out, c’è un sapore antico, da Bagaglino anni Ottanta. I mariti e le mogli, che «sono stitiche ma cagano sempre il c…», che «se dovessi sempre seguire quello che dice mia moglie sarebbe un disastro», che «quando si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle p…». E la famiglia, le cene di Natale, «con il nonno che scoreggia», «lo zio di merda che infila il pandoro nel sacchetto e lo scuote per tutta la casa». Naturalmente non manca mai la lunghissima enciclopedia su genitali e affini, che dai tempi degli antichi romani condisce la comicità postribolare. Ecco le visite dal proctologo, dall’urologo «con i suoi lunghi arti infilati in creme oleose», e «il c… mi era diventato un gamberetto sulla salsa cocktail», «qua c’è solo la pelle, ha portato anche l’osso?». I meridionali, da milanese caricaturale, non possono mai mancare nella sua galleria. I sardi che sono piccolini, hanno le sopracciglia in cashmere sono incazzati neri 365 giorni all’anno, tanto che se gli fai gli auguri ti rispondono «vaff…»; i napoletani che urlano sempre e non si capisce niente, che passano con il rosso, che sulla Smart salgono in quattro perché tanto «non mi rompere il c…»; i baresi con i loro pelazzi che escono dalle camicie sbottonate su collane d’oro da un chilo e mezzo.

Possono mancare i gay? A farne le spese anche il conduttore Tommaso Zorzi, che aveva vinto un’edizione del Grande Fratello, a cui nelle strutture per il Covid, invece di farti il tampone nelle narici, «se ti chiamavi Zorzi te lo infilavano nel c…». Risatone. «Se si è sentito offeso, mi scuso». Pucci, che oggi fa la vittima, è uno che si vanta di essere «l’unico comico di destra», dopo che il comune di Milano con un sindaco di centrosinistra gli ha assegnato l’Ambrogino d’oro. Sessanta anni, garzone nella tabaccheria di famiglia, poi gioielliere, partito dai villaggi Valtur per arrivare al cabaret e alla televisione, dove Pippo Franco gli cambia il cognome da Baccan a Pucci, il comico “di destra” è talmente un outsider da diventare ospite fisso nei programmi: inizia con La sai l’ultima, diventa colonna a Zelig, Quelli che il calcio, Maurizio Costanzo, Colorado, poi giudice a Tale e quale show, conduttore di Big Show su Italia1. Un vero dissidente.

È sui social però che lascia andare la frizione, quando può esercitarsi contro le “zecche” o le donne della sinistra. Elly Schlein è la sua preferita, ne pubblica foto imbruttite e aggiunge le sue simpatiche didascalie: «Alvaro Vitali e Pippo Franco insieme», «già che ci sei dentista e orecchie no??? Ridicolaaa». «Non mi è simpatica – ammette – e l’ipocrisia di certa sinistra non la reggo». Su Rosy Bindi ricorre a un classico berlusconiano, «più bella che intelligente». Anche qui, risatone.

Giorgia Meloni, insieme a Salvini e tanti altri, oggi però lo difende e denuncia la «spaventosa deriva illiberale» della sinistra che vuole tappare la bocca a un libero pensatore. È la stessa Meloni definita nel 2021 dal comico Daniele Fabbri “peracottara” e “caccolosa”. Insulti infantili anche questi, se vogliamo dirla tutta, ma l’allora leader di Fratelli d’Italia non la prese benissimo e in tribunale gli chiese 20 mila euro per danni psicologici.
Di Andrea Pucci esiste anche una versione export, quella filoamericana. Sempre sui social, sprizza grande simpatia per Trump, ci sono i meme insieme al presidente Usa o i video da turista davanti alla Casa Bianca mentre intona l’inno americano: «Ho un appuntamento con Donald, poi vi dico». Con l’inquilino della Casa Bianca, che ha appena pubblicato un video in cui Obama e Michelle hanno corpi da scimmie, Pucci è sicuramente in sintonia e non solo politica. La comicità da terza media è proprio la stessa.

(Flavia Perina – lastampa.it) – ) – Lo chiameremo auto-editto, che è l’editto bulgaro – cacciatelo! – di chi si caccia da solo, incassa martirio e solidarietà, poi forse torna – già piovono gli appelli – con l’aureola di vittima del pensiero unico riabilitata dalla storia. L’auto-editto di Andrea Pucci col gran rifiuto di Sanremo («troppi insulti e minacce, lascio») mostra quanto il mondo meloniano superi in astuzia il vecchio mondo berlusconiano e persino il trumpismo che i comici li fa licenziare, o li querela per miliardi, o (manca poco) gli manda l’Ice a casa. Quel tipo di interventismo pronuncia anatemi e chiude trasmissioni trasformando gli avversari in eroi della libera informazione, della libera satira, del libero discorso democratico. La destra italiana è assai più astuta, occupa tutte le parti in commedia: è l’ente illuminato che assume Pucci (la Rai), è il licenziato (Pucci), è il licenziatore di se stesso (sempre Pucci), è l’indignato per il licenziamento (gli opinionisti amici di Pucci), è il paladino della libertà che chiede il reintegro (i politici amici di Pucci), e infine sarà, potrà essere, il generoso sovrano che recupera Pucci e gli restituisce Sanremo (la Rai, e il cerchio si chiude).
A quelli di sinistra resta il ruolo dei cattivi liberticidi ammazza-satira, anche se hanno fatto assai poco per meritarlo, qualche lamentela sui social, qualche valutazione di opportunità sulla foto a sedere nudo con cui Pucci ha annunciato il suo ingaggio a Sanremo, e si vorrebbe dire: in fondo è il minimo sindacale per un comico che li chiama abitualmente zecche e che si è fatto un seguito digitale (anche) bullizzando l’aspetto fisico di Elly Schlein e Rosy Bindi. Chissà cosa avevano in mente. Forse di preparare il trampolino per l’ondata critica al Festival della Canzone, che in mancanza di meglio è da un pezzo la fatale parata dell’identità italiana, l’evento che mette in mostra chi ha l’egemonia e chi la subisce. E tuttavia se Pucci ri-assumerà se stesso come spalla comica di Carlo Conti, a questo punto, potrà fare quel che vuole: chiamare al sì referendario, inneggiare alla remigrazione, tirarsi giù i pantaloni come ha già fatto su Facebook. Ogni critica sarà «spaventosa deriva illiberale della sinistra», e amen.
Si vorrebbe suggerire all’opposizione: rinunciateci, sono troppo spregiudicati per voi. In cinque minuti il caso Pucci ha silenziato il processo al direttore di RaiSport Paolo Petrecca per la squinternata telecronaca dello show d’apertura delle Olimpiadi, e a render conto ora non ci sono i vertici Rai ma i loro critici e oppositori: violenti, censori, intolleranti! Che poi, a pensarci bene, il prevedibile monologo sanremese del comico su mogli rompiscatole e cani sodomizzati al parco sarebbe valso altre cretinate della stessa risma, il Pensati Libera di Chiara Ferragni o il bacio gay di suo marito, fuffa acchiappa-clic che dura una settimana. Forse sarebbe meglio recuperare il sano radicalscicchismo di una volta, quello che per tanti anni ha accomunato pezzi di destra e di sinistra nella frase «Sanremo? Non ne so niente, non lo guardo».

(di Milena Gabanelli e Rita Querzè – corriere.it) – La potenza di uno slogan può fare la fortuna di un prodotto. Funziona così in pubblicità e spesso anche in altri settori, se il prodotto non è scadente. Nel 2022 il governo Meloni ha coniato il suo slogan ribattezzando il ministero dello Sviluppo economico, in ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il messaggio agli italiani è chiaro: intendiamo valorizzare il nostro marchio e blindare le nostre imprese. Un’ambizione che deve fare i conti con una crisi iniziata alla fine del 2007 e che ha portato il nostro Paese, nel giro di 18 anni, a perdere quasi un quarto della produzione industriale. Quindi prima di vedere come è andata dall’insediamento di Meloni in poi, occorre considerare la situazione ereditata dal governo a settembre 2022.
La globalizzazione dei mercati ha messo in difficoltà tutta l’industria europea. Ma il caso italiano ha tratti distintivi. Le nostre imprese familiari nate nel dopoguerra hanno capi-azienda di 70-80 anni che devono passare l’attività ai figli. Un passaggio che avviene in una fase di grandi innovazioni tecnologiche ed ha bisogno di capitali per stare sul mercato. Se guardiamo il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso da 929 a 641 miliardi di euro (-31%), mentre in Francia è aumentato da 880 a 1.491 miliardi (+70%) e in Germania da 910 a 1.391 miliardi (+53%). I capitali si possono trovare anche quotandosi in Borsa. Però anche qui qualcosa si è inceppato: nel solo 2025 si sono quotate una ventina di imprese, tutte piccole e medie, mentre gli addii a Piazza Affari sono stati 29, di cui 11 nel mercato principale. In questa cornice le nostre aziende vedono una opportunità nei capitali stranieri.
Secondo l’indagine annuale dell’area studi di Mediobanca, negli ultimi 3 anni le aziende medio-grandi a controllo estero hanno un peso sempre maggiore: a fine 2022 rappresentavano il 29,7% del fatturato, salito al 34,5% nel 2024. Kpmg inoltre rileva che nel solo 2024 le operazioni di fusione e acquisizione di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429 per un valore record di 36,2 miliardi. Una parte importante, è realizzata da fondi di investimento, di solito interessati a restare 5-6 anni per poi vendere, spesso a proprietà industriali estere.
Tra le aziende più rappresentative del Made in Italy che in questi 3 anni sono passate o stanno passando in mani straniere troviamo Iveco group (veicoli commerciali): la divisione Difesa andrà all’italiana Leonardo, mentre tutto il resto è in corso la finalizzazione con gli indiani di Tata motors.
Comau (sistemi di automazione industriale e robotica avanzata): il 51% è stato venduto da Stellantis al fondo di investimento Usa One equity partners.
Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano è stato acquisito dalla società turca Baykar, specializzata in droni e sistemi aerospaziali.
Ip italiana petroli sta passando alla Socar (Azerbaigian). Perdere un operatore nazionale in un settore strategico come quello energetico, vuol dire perdere un po’ di sovranità, poiché la Socar risponderà agli interessi di Baku, non certo a quelli di Roma. Bialetti è stata acquisita dalla cinese Nuo capital.
Cvs Ferrari, produttrice di attrezzature industriali, è passata all’americano Taylor Group.
Il gruppo francese Axa ha acquisito la quota di controllo del 51% di Prima, compagnia italiana delle assicurazioni.
Sifi spa è stata venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma.
Golden Goose, la società delle sneaker di lusso se la sono presa i fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per un valore stimato di 2,5 miliardi: closing nel 2026.
Il gruppo della moda Etro è diventato al 100% straniero l’anno scorso con l’uscita della famiglia italiana che lo aveva fondato.
La quota di maggioranza della rete fissa Tim è passata al fondo americano Kkr.
E poi Ita Airways con il passaggio del 41% a Lufthansa (che salirà al 90% a giugno), mentre sull’ex Ilva ci sono trattative in corso per vendere al fondo americano Flacks.
Il fatto che la proprietà di un marchio italiano passi in mani straniere non è sempre negativo. Per le medie imprese a gestione familiare italiana l’ingresso di un investitore straniero può aprire prospettive che la famiglia non è in grado di realizzare. A condizione che vengano conservate le competenze produttive di cui l’acquirente straniero si appropria, e che i proventi vengano indirizzati all’interno del tessuto produttivo nazionale.
Ci sono numerosi casi di investitori stranieri che stanno valorizzando marchi del Made in Italy mantenendo la produzione in Italia, come Lamborghini (controllata da Audi), o la Hitachi rail con Ansaldo Breda. Ma ci sono anche casi negativi. Nella farmaceutica l’importante centro di ricerca oncologica Nerviano Medical Sciences (NMS), è stato acquisito per il 90% da un fondo cinese nel 2018, poi passata al 100% nel 2024 e nel 2025 ha aperto una filiale a Shanghai per rafforzare il mercato asiatico, e annunciato di mandare a casa i ricercatori italiani. Ora i licenziamenti sono stati congelati e si parla di un nuovo acquirente straniero. In sostanza il futuro è incerto.
A fine gennaio Stellantis ha invitato i componentisti italiani a produrre in Algeria. E questo avviene mentre i primi 315 operatori italiani della componentistica hanno perso negli ultimi due anni il 15% del fatturato (studio Pwc Strategy&). Se l’obiettivo è quello di rilanciare la nostra industria, la domanda è: cosa si sta facendo per rendere vantaggioso investire e produrre a casa nostra?
L’energia è il primo costo di produzione per gran parte delle attività industriali. Secondo Confindustria in Italia si paga il 30% in più rispetto alla media europea. Le soluzioni possibili ballano sui tavoli da un paio d’anni: dal disaccoppiamento (convogliare sull’industria l’energia meno costosa prodotta con le rinnovabili, sulle quali peraltro le società energetiche stanno facendo margini enormi), all’eliminazione del sovraccosto del gas che in Italia costa 2-3 euro in più al Mwh rispetto alla borsa di Amsterdam. Ma il decreto Energia, di cui tanto si parla, viene continuamente rinviato.
Sappiamo che l’industria riparte se si rianima il settore strategico dell’auto. Il Mimit si è impegnato molto per allentare le regole europee sul motore endotermico dal 2035. Ma nello stesso tempo il governo ha drasticamente tagliato il fondo da 8,7 miliardi che Draghi aveva istituito a sostegno del comparto per il periodo 2022-2030. A fine 2024 in cassa sono rimasti 1,6 miliardi, che però ad oggi nessuno ha ancora potuto utilizzare perché manca il Dpcm che deve definire i requisiti dei progetti da finanziare. Sarebbe il caso di chiarirsi velocemente le idee. Come sarebbe utile adottare anche una logica più coerente sugli incentivi per chi acquista auto nuove: nel 2024 sono stati dati soprattutto alle ibride, poi sono stati tolti del tutto e il governo aveva dichiarato che non sarebbero più stati reintrodotti. Infine, a sorpresa, l’anno scorso sono stati messi 600 milioni del Pnrr sulle auto elettriche.
Nel marzo 2024 viene creato il piano Transizione 5.0 da 6,3 miliardi con fondi del Pnrr: alle imprese si garantiscono compensazioni fino al 45% degli investimenti tramite credito d’imposta. A novembre 2025 i fondi vengono ridotti a 2,75 miliardi e si sono chiusi i rubinetti. Al 7 gennaio, fra investimenti già completati, progetti con versamento dell’acconto minimo del 20% , e progetti prenotati, risulta un totale di 4,76 miliardi. Però le imprese che hanno iniziato a fare gli investimenti sapranno se avranno i soldi soltanto dopo il 28 febbraio (termine per la comunicazione di completamento lavori). In compenso sono stati messi 1,3 miliardi sulla vecchia Industria 4.0, ed è stata introdotta per il 2026 una nuova Transizione 5.0 dove il credito d’imposta è stato sostituito con l’iperammortamento. Ma anche qui manca il decreto attuativo e pertanto la misura non è utilizzabile.
Per i prossimi tre anni c’è la Zes Unica, una misura che deve favorire gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno. Il limite di spesa per le imprese che operano dalle Marche in giù è di 2,3 miliardi per il 2026, di 1 miliardo per il 2027, e di 750 milioni per il 2028. Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, ed ex direttore generale del ministero dello Sviluppo fa notare che la Zes velocizza le autorizzazioni, ma:
1) i fondi disponibili vengono divisi fra tutti quelli che fanno domanda. Vuol dire che se le domande sono 100 incassi una cifra, se sono 1000 un’altra ben più bassa, e pertanto l’impresa non sa su quale cifra contare;
2) si finanzia un po’ di tutto, anche i capannoni, investimenti che di innovativo hanno ben poco e va a finire che si finanziano investimenti che si sarebbero fatti comunque. In sostanza: «Gli incentivi distribuiti in questo modo sembrano più un risarcimento per le difficoltà che incontra chi opera al Sud che un vero strumento di politica industriale».
Tirando le somme: in questi tre anni la produzione industriale – cioè «il fatto in Italia» da imprese sia italiane che straniere – si è ridotto del 3,8%.
Non si intravede una progettualità industriale, non si scelgono settori strategici su cui puntare, i finanziamenti non sono accompagnati da studi di impatto, nemmeno su industria 4.0 che esiste da 10 anni. E nel Libro Bianco appena presentato dal Mimit non si indica un cambio di passo. Troppi stop and go: prima il credito d’imposta e poi l’iperammortamento. Prima finanzio il fondo automotive e poi lo taglio. Ma le imprese hanno bisogno di certezze, e il nostro sistema produttivo meriterebbe politiche mirate a creare le condizioni per sostenere le aziende che si stanno giocando il tutto per tutto per stare sul mercato, crescere e creare lavoro meglio retribuito.
dataroom@corriere.it
Trasversale la paura di non potersi esprimere e manifestare senza vincoli. E resta al 50% anche tra gli elettori di centrodestra

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – Viviamo tempi “inquieti”, nel nostro Paese. Segnati da manifestazioni e proteste “inquietanti”, nelle ultime settimane. A Torino, per iniziativa del centro sociale Askatasuna. E a Milano, in questi giorni, contro i giochi di Milano-Cortina. In particolare, contro la presenza dell’Ice in città. Episodi che contribuiscono a accentuare il clima di insicurezza, che appare già presente e diffuso, come mostra il sondaggio condotto da LaPolis-Università di Urbino (con Avviso Pubblico), prima di questi eventi. E, quindi, non influenzato dalle proteste accese (talora violente) di questi giorni. Il primo dato che emerge dal sondaggio è chiaro. E evidente. Rileva, infatti, come i due terzi degli italiani (intervistati) si sentano preoccupati (minacciati) per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Quindi, per “la libertà”. “Di pensiero e di parola”.

Questi orientamenti riflettono, in particolare, la posizione politica degli intervistati. Il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque, si mantengono intorno al 50%. E anche oltre. Si ri-sollevano, infine, in misura rilevante, fra coloro che “si chiamano fuori”. E non accettano la distinzione storica e tradizionale fra destra e sinistra. Nell’area degli “esterni” allo spazio politico tradizionale, infatti, la preoccupazione per “la libertà di pensiero e di parola” risale sopra al 70% e raggiunge il 73%. Mentre il timore in merito alla “libertà di manifestare e di protestare” si pone comunque sopra al 60%: 62%.

La preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale. E attraversa in misura rilevante anche coloro che si dicono vicini al governo. Perché non si tratta di “un’ideologia”. Semmai, di una “patologia” sempre più diffusa. Condizionata dalla realtà. Dagli eventi “inquietanti” che la caratterizzano e incombono. Infatti, il sentimento di “inquietudine” riflette, in particolare, l’esperienza e la pratica “reale” della protesta politica e sociale. Accentuato, per questo motivo, soprattutto dalla partecipazione a manifestazioni pubbliche in diversi contesti. A iniziative di partito, sit-in. Anzitutto, a sostegno della Palestina. Una componente nella quale, come segnala il sondaggio di LaPolis-Università di Urbino, “la preoccupazione per la democrazia e per la libertà di contestazione” raggiunge l’80%.

È evidente che il clima d’opinione sia incerto e instabile perché condizionato dal mutamento profondo della comunicazione. Che ha globalizzato e im-mediatizzato la percezione degli eventi. In quanto, come ha osservato il sociologo inglese Antony Giddens, “tutto ciò che avviene dovunque nel mondo e in ogni momento, nello stesso momento ha influenza e effetto dovunque”. Quindi, su di noi. A maggior ragione nel nostro tempo. Nel quale il digitale ha accentuato questa tendenza. Annullato le distanze. Così, “il presente”, spesso “è già passato”. E la realtà evolve e si trasforma senza darci il tempo e la possibilità di adeguarci. Di affrontare i mutamenti che avvengono intorno a noi. Anche perché “il mondo intorno a noi”, ai nostri occhi e nella nostra percezione appare sempre più ampio. E si trasforma senza soluzione di continuità. Così dobbiamo rassegnarci. O meglio, adeguarci. Senza rinunciare ai nostri valori, alle nostre scelte.

(Giancarlo Selmi) – L’ansia della destra di infilare i suoi in qualunque posto possibile e immaginabile, togliendoli dal malinconico posticino in fondo a destra che avevano occupato tutta la vita per indubbio merito, una evoluzione in aumento dell’amichettismo che la meloni odiava, ha portato uno come Petrecca alla direzione di Rai News 24. Dove è stato capace di farsi sfiduciare un paio di volte, di mandare in diretta integralmente i discorsi della Meloni, di farsi respingere i piani editoriali e chi più ne ha ne metta.
Alla fine hanno dovuto prendere atto che il tipo non fosse proprio indicato per quel ruolo e invece di metterlo nel sottoscala, o farlo ritornare in fondo a destra, visto che Meloni comanda e il tipo è amico suo, lo hanno messo a dirigere Rai Sport. E pure lì le cose non è che siano andate tanto bene. Il Comitato di redazione gli ha respinto il piano editoriale e i colleghi gli parlano dandogli pacche sulle spalle. Più che un direttore un caso umano. Ma lui, in un sussulto di dignità ha deciso di commentare la cerimonia d’inaugurazione delle olimpiadi.
E lì abbiamo assistito al peggior patatrac della storia del giornalismo sportivo. Non ne ha indovinata una che fosse una. Dal nome dello stadio, il minimo sindacale, fino alla confusione totale sulle persone, passando per il non aver riconosciuto campioni assoluti dello sport italiano. Sulla qualità del commento va steso un velo pietoso. Sulla poesia di Rodari recitata da Ghali è riuscito a essere perfino inquietante. Il cantante mai inquadrato da vicino e mai citato nel commento.
Roba da Corea del Nord. Anzi neppure. I coreani uno così non lo mettono a dirigere neppure una bocciofila. È la meritocrazia meloniana, quella che vede i suoi gerarchi, a prescindere dalle capacità, messi in posti che non dovrebbero occupare per manifesta incapacità. Il risultato è assordante. Lo stanno perculando in tutto il globo terracqueo. Una figuraccia interplanetaria. L’Usigrai ha emesso una nota terribile, i colleghi di Rai Sport si vergognano e perfino gli atleti non riconosciuti oggi sono usciti con reels perculatori da fine del mondo.
Non basta. La biondina rifatta voleva uno pseudo comico un tantinello razzista, misogino e di destra al Festival di Sanremo. Uno che fa ridere la pancia. Oggi lui ha rinunciato e lei, tutto il governo, tutti i destri ne hanno fatto un caso Nazionale, perché qualcuno ha osato definirlo ciò che effettivamente è. Io penso che ‘sto Sanremo con il finto abbronzato andrebbe boicottato. Non avverrà pazienza. Ma, tornando al lavoro della biondina rifatta, quando comincerà a parlare dei problemi, per colpa sua in aumento, degli italiani?
Invece di indignarsi per Pucci e scatenare una guerra su Pucci, quando comincerà a indignarsi per la merda contenuta nei files di Epstein, per il fatto che in quei files ci siano i finanziamenti alla destra italiana, per le 38 volte in cui viene citato il suo vice Salvini? Quando s’indignerà per i 500 gazawi massacrati dopo la finta pace, per la campagna d’odio agevolata dalla sua parte politica contro la Albanese, per il sempre maggiore numero di cassintegrati, per il costo del carrello della spesa fuori controllo, o per i malati di tumore che muoiono prima del turno fissato dal CUP per fare una risonanza magnetica?
L’anno liturgico della nostra mania di evasiva grandezza non finisce mai. Alla base l’equivoco della pace sostenibile, inutilmente invocata ogni volta come pegno dell’evento. Lo sport invece è i risultati, la competizione, la simulazione della guerra

(Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Per la verità, anche quei ballerini scatenati in coreografie a vanvera nelle péniche sulla Senna, quell’ultima cena di pura blasfemia pop, Lady Gaga truccata da fatina sulle scale di pietra che immettono alle voies sur berge, quel piovigginoso e pomposissimo arrembaggio delle autorità tra il Trocadero e la Tour Eiffel, e più in generale le sfilate dei potenti, re, reucci, principessine, capi di stato, Epstein files e compagnia, non è che mi avessero poi così convinto. Belle le semplici barche fluviali, i bateaux mouches, con legioni di atlete e atleti coloratissimi e imbandieratissimi, fantastico il cavaliere d’acciaio che solcava la Senna nella notte. La telecronaca era di migliore fattura, questo sì, e le Olimpiadi sono quelle estive e monolocale, le nevose e disseminate hanno quell’aria farlocca e markettara del Grande Evento, nel senso del Marketing, ma pazienza, a ciascuno le sue preferenze, c’è il burino burino e il burino Armani & Majorettes, eppoi il duetto in tram di Mattarella e Valentino Rossi non era affatto male.
Ci facciamo piacere ogni tipo di evento, meglio se Grande Evento, e lo celebriamo ballando, sbandierando, petardeggiando e luccicando e cantando a favore di sgraziata telecronaca con doppio braciere, addirittura. Come non ci fossero da pagare, tutti gli anni, le tasse del Concertone il Primo Maggio, del raduno della notte di San Silvestro dal Lungomare di Bari, e dell’Italia che è tutta l’Italia tutta l’Italia tutta l’Italia tra i bouquet di San Remo. L’anno liturgico della nostra mania di evasiva grandezza non finisce mai. Alla base l’equivoco della pace sostenibile, inutilmente invocata ogni volta come pegno dell’evento. Lo sport è i risultati, è la competizione, è la simulazione della guerra e dell’eroismo in Alcibiade. Invece siamo sopraffatti dallo spirito o spiritualismo olimpico, l’idea di partecipare e basta dell’immondo De Coubertin (definizione di Umberto Eco quando non era scrittore olimpico), la proiezione della pace come falsa coscienza dei cinque cerchi e delle tre regole latinorum della casa: citius altius fortius.
San Siro, lo Stadio Olimpico secondo il Petrecca, era un congelatore in cui se ne stavano rinserrati e infreddoliti, muniti di braccialetto elettronico come i consegnati ai domiciliari, tanti fruitori inebetiti delle maschere di Bianchini Rossini e Verdini, come da facezia del telecronista, buona gente e fiduciosa che assisteva surgelata alla solita replica del circo equestre senza lo charme intimo e caldo del circo, con in più la solita Turandot di Bocelli. Perché alla fine i grandi eventi da stadio sono un po’ tutti uguali, la simulazione delle lucciole in tribuna e in curva, danze e scintillio colorato in campo, fantasia zero, ideuzze corrive tante ma una buona idea forte nemmeno a parlarne. La logica dell’intrattenimento a tutti i costi, almeno nei grandissimi eventi, è una sola e semplicissima: devi piacere a tutti, ti devi gustare fino in fondo il filmatino sullo chalet di montagna che fa da sfondo all’alzabandiera, e per piacere a tutti devi farti piacere tutto.
SANREMO: RAI, “RAMMARICO PER DECISIONE PUCCI, PREOCCUPA CLIMA INTOLLERANZA E CENSURA“

(Adnkronos) – “Grande rammarico per la decisione di Andrea Pucci di rinunciare a partecipare alla prossima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo, a seguito delle gravi minacce ricevute e del clima di intimidazione nei suoi confronti”. E’ quanto esprime in una nota la Rai.
“Comprendiamo la sua decisione maturata nell’ambito di una valutazione responsabile, volta alla tutela della propria integrità personale e di quella della sua famiglia, nonché della propria immagine professionale – continua – Non resta che esprimere preoccupazione per il clima d’intolleranza e di violenza verbale generato nei confronti di un artista che ha fatto della satira e della comicità non conformiste il suo modo di esprimere libertà di pensiero”.
“Questa forma di censura nei confronti di un artista attraverso la diffusione di odio e pregiudizio dovrebbe preoccupare chiunque lavori nel mondo dello spettacolo – conclude la Rai – Facciamo ad Andrea Pucci gli auguri più sinceri e speriamo di poter presto condividere il suo percorso artistico”
LA RUSSA, HO TELEFONATO AD ANDREA PUCCI, CI RIPENSI LA SATIRA NON SIA CENSURATA
(ANSA) – ROMA, 08 FEB – “Ho telefonato all’amico Andrea Pucci per esprimergli la mia vicinanza e per invitarlo a ripensarci. Capisco la sua decisione, presa da persona perbene qual è, ma il mio auspicio è che possa tornare sui suoi passi. Ho sempre sostenuto che la satira non possa e non debba essere censurata:
lo pensavo quando a calcare il palco di Sanremo erano comici dichiaratamente di sinistra, e lo dico oggi con Pucci. A lui e alla sua famiglia va la mia vicinanza per le minacce ricevute”. Lo dichiara Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica.

(Alessandro Di Battista) – Il governo italiano è responsabile del fallimento europeo in Ucraina. Il governo italiano (e la maggioranza) è responsabile della conferma di Ursula von der Leyen (un pericolo pubblico) a Presidente della Commissione europea. Il governo italiano è complice dello sterminio dei palestinesi a pochi km dalle nostre coste (non ha approvato un solo pacchetto di sanzioni nei confronti dello Stato genocida di Israele). La sicurezza in Italia è ai minimi storici. I reati nel 2024 sono aumentati rispetto al 2023. Le accise sui carburanti non solo non le ha tagliate ma con la rimodulazione (aumento di quelle sul gasolio e diminuzione di quelle sulla benzina) lo Stato incassa 600 milioni di euro in più all’anno dalle tasse sui carburanti. Che significa? Che hanno applicato più tasse. Questo si trasforma, tra l’altro, in aumento dei prezzi dei generi alimentari tra le altre cose. Il gas costa l’ira di Dio, ma i nostri governanti hanno preferito sostituire il gas russo (più economico e di maggiore qualità) con il gas naturale liquefatto made in USA (più caro e più inquinante) dimostrando un servilismo assoluto.
Ad oggi le politiche sull’immigrazione sono un fallimento. I centri in Albania vuoti mentre sono sbarcate centinaia di migliaia di persone da quando è al governo la sedicente sovranista. La crisi democratica è totale. Sempre più cittadini disertano le urne. Alle ultime elezioni europee (prima volta nella storia) ha votato meno del 50% degli aventi diritto. La crisi sociale è totale. E’ più facile rimediare una dose di coca che farsi una tac. La crisi demografica è totale. Mediamente in Italia negli ultimi anni sono nati 365.000 bambini e sono morte quasi 700.000 persone. Ogni anno! Fatevi due conti. Il popolo italiano sta scomparendo e non a causa di un’invasione russa. Nel 2025 (i dati ancora non ci sono) è probabile che siano nati meno di 350.000 bambini. Mai un numero così drammatico negli ultimi anni. Rammento che la Meloni era quella del “popolo delle culle”.
Di fronte a questo disastro la Meloni (complice un’opposizione inconsistente) ha scelto una strada: quella dell’influencer o dell’opinionista. Ricordo che non è pagata per commentare tutto lo scibile umano. E’ pagata per risolvere i problemi. Invece lei chiacchiera e commenta qualsiasi cosa non potendo commentare leggi che abbiano davvero avuto un impatto sulle nostre vite. Oggi ha messo il becco sulla conduzione di Sanremo tentando, ancora una volta, di fare propaganda su una questione (la rinuncia di un comico che io personalmente neppure conoscevo) della quale al 99% degli italiani non frega una benemerita mazza.
Distrazione di massa, si chiama distrazione di massa. E’ una roba vecchia come il mondo in politica. Non lasciatevi distrarre!

RENZI, MELONI DÀ SOLIDARIETÀ A UN COMICO E NON PARLA DI TASSE E SICUREZZA
(ANSA) – ROMA, 08 FEB – “Giorgia Meloni non viene mai in Parlamento per parlare di pressione fiscale e di sicurezza. E però oggi interviene sul festival di Sanremo dando la colpa all’opposizione per il forfait del comico Pucci. Non so quanto faccia ridere Pucci, so però quanto fa ridere un Governo in cui premier e vicepremier danno la solidarietà a un comico e non parlano di tasse e coltelli.
Abbiamo un mondo impazzito e l’Italia in mano a due influencer che prendono like pensando a Sanremo. Nel frattempo secondo l’Istat aumenta la povertà delle famiglie e crolla la produzione industriale ma la nostra Premier ci parla di Sanremo”. Lo scrive sui suoi social il leader di Italia Viva Matteo Renzi.
RAI: PD A MELONI, ‘PAESE AFFRONTA EMERGENZE, GOVERNO PENSA A SCALETTA SANREMO’
(Adnkronos) – “Mentre in Sicilia si contano migliaia di sfollati e gli italiani stanno affrontando gravi emergenze sociali, Meloni e lo stato maggiore del governo sono preoccupati della scaletta del Festival di Sanremo”. Così Stefano Graziano, capogruppo Pd Commissione parlamentare di Vigilanza Rai.
“Prendiamo atto della rinuncia di Andrea Pucci alla co-conduzione di una delle serate del Festival: una scelta di buonsenso che evidentemente non appartiene a tutti. Di certo non appartiene al direttore di RaiSport, Paolo Petrecca, che, dopo una vergognosa e imbarazzante telecronaca in occasione dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina, continua imperterrito a rimanere al suo posto solo perché si sente difeso da chi attacca sulla presunta illiberalità”.
“Rassicuriamo la Presidente Meloni e il vicepresidente Salvini: in Italia non c’è alcuna deriva illiberale della sinistra, c’è piuttosto una evidente inadeguatezza culturale della destra al governo. L’unico vero attacco alle istituzioni è quello portato avanti dalla maggioranza di governo, che tenta di controllare l’informazione pubblica, delegittimare il dissenso e, con la riforma della giustizia, minare la separazione dei poteri, fondamento della nostra democrazia costituzionale. Presentarsi come vittime mentre si esercita il potere senza contrappesi non significa difendere lo Stato, ma indebolirlo”.
SANREMO: M5S, DERIVA ILLIBERALE? MELONI PIÙ COMICA DI PUCCI
(ANSA) – ROMA, 08 FEB – “Panico a Palazzo Chigi: Pucci rinuncia alla co-conduzione di Sanremo e parte immediatamente l’allarme democratico. Giorgia Meloni lancia allarme rosso parlando di intimidazione, odio e addirittura di spaventosa deriva illiberale.
Mancava solo l’appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per difendere il diritto universale alla battuta sul suocero e alla barzelletta sugli stereotipi anni Novanta. Per Meloni il problema non sono le guerre e le bollette alle stelle, ma Pucci a Sanremo. Pucci poteva restare, andarsene o presentare pure l’Eurovision: il problema non è che sia di destra. Il problema è che fa una comicità triste, stanca, incastrata in cliché che sembrano usciti da una videocassetta dimenticata nel 1997.
Comunque in pieno spirito di collaborazione suggeriamo a Giorgia Meloni una soluzione. Per sostituire Pucci si potrebbe chiamare direttamente il direttore di Rai Sport Petrecca. Considerando la collezione di gaffe, lapsus e momenti surreali, rischierebbe seriamente di risultare il segmento più comico dell’intero Festival, senza nemmeno provarci.
O potrebbero mandarci Beatrice Venezi, che alla Fenice non vuole nessuno e che magari potrebbe dilettarsi all’Ariston. Ma forse a Sanremo a fare la comica dovrebbe andare proprio Giorgia Meloni: gridare alla “deriva illiberale” fa veramente sghignazzare. Peccato che siano risate amare”. Così gli esponenti M5S in Commissione di Vigilanza Rai Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico, Gaetano Amato.

(Vincenzo Iurillo – ilfattoquotidiano.it) – […] Ci sono società schermate da fiduciarie e divulgatori del trumpismo dietro alcuni dei comitati per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia.
Lo racconta la puntata di Report di stasera con un’inchiesta di Luca Bertazzoni che accende un faro su Esperia, la piattaforma social nata pochi mesi fa proprio per supportare la campagna pro-riforma.
Tra i suoi volti Federica Ciampa, componente del centro studi Fdi, che è anche responsabile dei social della Fondazione Luigi Einaudi di Roma, fondata nel 1962, di cui faceva parte anche l’attuale ministro Carlo Nordio, generosamente finanziata dall’ultima legge di bilancio, che si sta spendendo molto per la riforma.
Esperia però è diretta da Gino Zavalani, uno che – come ricorda Report – posta su Instagram video di questo tenore: “Dio benedica l’Occidente. Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti, l’uomo giusto nel periodo storico giusto: l’unico probabilmente capace oggi di intervenire con la forza e la lucidità necessarie per riportare la pace in Medio Oriente”.
Il video è del 13.10.25 e illumina quali siano i valori di riferimento della piattaforma che sostiene il Sì.
L’editore di Esperia è la Dors Media, il cui amministratore unico è l’ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio, Pietro Dettori, ex esponente di punta del Movimento 5 Stelle prima di passare dalla parte di Giorgia Meloni come responsabile social nella campagna per il sì al referendum.
[…] Ma la proprietà è scudata da una fiduciaria di Milano, Fiditalia, del cui Cda è presidente l’avvocato Matteo Cassa, ex Maestro Venerabile della loggia massonica Avalon, costola del Grande Oriente d’Italia. Report ha provato a fare alcune domande sul punto a Dettori e Zavalani. Hanno fatto scena muta.
Hanno invece risposto alle domande del consorzio giornalistico Irpi e di Wireled: la proprietà di Dors Media schermata dalla fiduciaria sono detenute al 100% dalla società Eto detenuta al 40% dall’ex 5 stelle Pietro Dettori, per 30% da Zavalani e per il rimanente 30% da Lara Fanti, compagna di Tommaso Longobardi, capo della comunicazione social di Giorgia Meloni. Detto questo, perché schermare Esperia?
BETTINO CRAXI MERITA DI ESSERE RICORDATO

Fino a ieri per vedere uno spazio pubblico dedica a Bettino Craxi si doveva andare in Tunisia oppure a Santiago del Cile, nella suggestiva cornice del Cementiero General de Recoleta, il luogo dove riposa il grande presidente Salvador Allende, vittima innocente della dittatura di Pinochet.
Da oggi possiamo andare anche a Benevento grazie al sindaco Mastella che ha deciso di intitolare il piazzale situato lungo il viale dell’Università a Bettino Craxi.
Da 26 anni le spoglie del Presidente Craxi riposano nel cimitero cristiano di Hammamet e, a distanza di tanti anni dalla morte, solamente qualche diecina di amministratori hanno avuto la “forza” morale di onorare la memoria di un grande uomo di Stato che ha speso la sua vita per il bene dell’Italia. Eppure Craxi è stato sicuramente un grande italiano, un grande statista che per dirla con il giornale l’Unità del 1999
“…è stato tra i 5 o 6 personaggi che hanno fatto la storia d’Italia dal dopoguerra agli anni ‘90”.
Per dirla con il senatore Giulio Andreotti: “Craxi era un uomo straordinario, negli incontri internazionali intuiva facilmente il cuore dei problemi; toccava i punti giusti e dava un’immagine seria dell’Italia”.
Un grande uomo di governo che nel 1984 con il cosiddetto “Decreto di San Valentino” aveva quasi azzerato l’inflazione, portandola dal 16% al 4%; che aveva portato l’Italia al quinto posto nell’economia del mondo con un tasso di sviluppo di circa il 3% annuo ed ottenuto per la prima (ed unica) volta il massimo di affidabilità da parte delle maggiori agenzie di “rating” internazionale che attribuirono all’Italia la valutazione massima, la cosiddetta tripla AAA, portando in questo modo il nostro Paese nell’ aristocrazia dei paesi industrializzati ( oggi siamo scivolati in serie BBB: una valutazione che riflette il livello estremamente alto del debito pubblico che nei giorni scorsi ha superato la cifra di 3000 miliardi di euro, il basso andamento della crescita del Pil e i rischi associati alle proiezioni sul debito).
Un grande uomo di Governo che, pur convinto filo-americano, non s’era fatto umiliare da Reagan a Sigonella (in occasione del sequestro dell’Achille Lauro). Un grande Presidente che arrivò alla guida del Paese in un momento di grave crisi strutturale (quando nell’agosto del 1983 il primo Governo Craxi iniziò ad operare la produzione industriale era crollata del 7% e le quotazioni azionarie precipitavano, al punto che, solo pochi mesi prima, si era stati costretti ad un intervento assolutamente eccezionale: la sospensione per tre giorni dell’attività di Borsa per evitare un vero e proprio tracollo) e che al programma dell’austerità proposto dall’on. Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano) seppe contrapporre la politica degli incentivi alla ripresa industriale per far uscire il Paese dalla recessione e dalla stagnazione.
Un grande modernizzatore che non esitò a far votare “SI” ai socialisti quando si doveva decidere l’ingresso dell’Italia nello Sme (primo passo verso la moneta unica, ferocemente osteggiata dal Partito Comunista Italiano).
In conclusione, per aiutare qualche Sindaco a spezzare le catene dell’oblio ed avviare le procedure necessarie per intitolare un luogo pubblico in suo onore vale la pena ricordare che:
Solo chi è accecato dalla faziosità non riesce a capire che questo tipo di legislazione ha lesionato il principio di eguaglianza del cittadino davanti alla legge, anche del cittadino Benedetto Craxi (detto Bettino).
Ciò che desiderava per lui lo avrebbe voluto davvero per tutti. Anche per coloro che ancora oggi, a distanza di 26 anni dalla sua morte, non riescono a liberarsi dalla faziosità ideologica e politica. E tutti dovrebbero rileggere e studiare il suo ultimo straordinario discorso pronunciato il 3 luglio del ’92 alla Camera di Deputati davanti agli attoniti colleghi parlamentari. Un discorso in cui era stata soppesata parola per parola, affinché tutti potessero tenere a mente per sempre e che nascondevano al contempo il dramma di un uomo che aveva capito di essere stato scelto come capro espiatorio da sacrificare sull’altare di quella falsa rivoluzione fatta passare sotto il nome di Mani Pulite.
E il carisma politico di Craxi apparve in tutta la sua grandezza. La Camera dei Deputati era gremita in ogni ordine di posti; persino lo spazio riservato agli ospiti era lì per scoppiare e nell’aria non si sentiva volare neppure una mosca.
Il suo era un atto di accusa tremendo verso la classe politica tutta. Ma anche e soprattutto un’autocritica forte e sincera. Sei mesi dopo, arrivava la cosiddetta rivoluzione di Mani Pulite, che doveva cancellare una classe dirigente per fare posto agli sconfitti dalla Storia.
Da lì a qualche mese, Craxi si rifugiava, esule, ad Hammamet per salvare la pelle e per sfuggire ad una giustizia ingiusta. E lì moriva 26 anni fa, quasi nell’ignominia, dopo una lunga e dolorosa malattia.
Craxi era stato bandito dalla comunità democratica e dagli organi di informazione come fosse un appestato. Però resta la sua grande lezione politica. Le sue idee restano di una attualità sconcertante. Craxi fece autocritica e chiese scusa agli italiani per non essere riuscito a bloccare in tempo la deriva. Che altro doveva fare? E che cosa hanno fatto tutti gli altri che il 3 luglio del ’92 rimasero seduti ed ammutoliti, senza fiatare e senza reagire?
Benevento 8 febbraio 2026
Amedeo Ceniccola
Presidente circolo “B. Craxi” – Benevento

(Estratto dell’articolo di Alessandro Mantovani – ilfattoquotidiano.it) – Uno dei due israeliani che l’8 febbraio 2023 incontrarono gli uomini di Equalize, nella sede della centrale spionistica di via Pattari a Milano, sarebbe stato Arik Ben Haim, imprenditore della cybersicurezza ritenuto un ex dirigente del Mossad.
Di quell’incontro il Fatto Quotidiano scrive dal novembre 2024, subito dopo gli arresti che decapitarono la società che faceva dossier su politici, artisti e sportivi, da Renzi a La Russa, da Alex Britti a Marcell Jacobs per dirne alcuni. Dossier realizzati, come documentato dalla Procura di Milano, con l’accesso illegale a banche dati riservate. I due israeliani, secondo quanto acquisito dai pm, erano lì per vendere un database sulle società, anche italiane, che commerciavano petrolio iraniano sotto embargo.
Informazioni potenzialmente utili all’Eni, cliente di Equalize, che negli anni ha pagato circa 370 mila euro di parcelle alla società di investigazioni milanese.
Ora Report, nella puntata che va in onda stasera, ci racconta che uno dei partecipanti alla riunione era Ben Haim, già membro degli uffici del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministero della Difesa di Tel Aviv, impegnato almeno alla fine del 2023 nelle retrovie dell’offensiva contro Gaza e all’epoca anche managing partner di Cyberleam Srl, una società di cybersicurezza allora presieduta da Maurizio Gasparri, ex ministro e senatore di Forza Italia.
L’ha fatto sapere a Report Samuele Calamucci, informatico e uomo chiave di Equalize, che sta collaborando con i pm di Milano e con quelli di Roma impegnati l’inchiesta collegata sulla Squadra Fiore, altra misteriosa centrale spionistica.
A verbale, però, Calamucci non l’ha detto. Per quanto ne sappiamo la Procura milanese e i carabinieri del Ros non hanno ancora identificato i due israeliani ricevuti nel 2023 da Calamucci e da un altro personaggio di Equalize, l’ex carabiniere del Ros ed ex agente del Sismi Vincenzo De Marzio, detto Tela.
Dice ancora Calamucci, stavolta anche a verbale, che il database sul petrolio iraniano sarebbe stato acquistato da Equalize per 100 mila euro e rivenduto per 500 mila. Ma l’operazione non andò in porto. Il ruolo di Gasparri in Cyberleam fu rivelato da Report nel novembre 2023.
Emerse allora anche che Ben Haim aveva avuto un misterioso appuntamento all’Agenzia italiana delle dogane, ottenuto grazie ai buoni uffici del senatore di Forza Italia.
Lo stesso Gasparri, impegnato da anni a fare la guerra a Sigfrido Ranucci e alla sua trasmissione, fu costretto a dimettersi da Cyberleam. Non aveva mai dichiarato al Senato la carica ricoperta. Conviene ricordare che i rapporti del senatore ex Msi con Tel Aviv vengono da lontano e che oggi porta il suo nome il tentativo più spregiudicato di punire come “antisemite” le critiche a Israele. […]
Report ricostruisce anche la vicenda di Leonardo Maria Del Vecchio, l’unico figlio di Leonardo tuttora all’interno dell’impero Exilorluxottica fondato dal padre, protagonista di recenti e imbarazzanti apparizioni televisive. Il rampollo, sentendosi spiato, si era rivolto a Equalize, chiedendo informazioni sul fratello primogenito, Claudio, che come gli altri è suo avversario nella battaglia in corso sull’eredità paterna, stimata in 55 miliardi di euro. Ne parla, registrato a sua insaputa da Report, proprio De Marzio, l’agente Tela. E avanza il sospetto di un collegamento con la scalata a Mediobanca e di un coinvolgimento dell’ad di Exilorluxottica, Francesco Milleri.