
(ANSA) – Alcuni consiglieri di Donald Trump lo hanno esortato privatamente a cercare un piano di uscita dalla guerra in Medio Oriente in un contesto di aumento dei prezzi del petrolio e di preoccupazione per il fatto che un conflitto prolungato potrebbe scatenare una reazione politica. Lo scrive il Wsj.
Secondo fonti vicine alla questione, alcuni consiglieri del presidente lo avrebbero incoraggiato negli ultimi giorni a elaborare un piano per ritirare gli Stati Uniti dalla guerra e dimostrare che Washington ha ampiamente raggiunto i suoi obiettivi.
Secondo alcune fonti, Trump è stato informato su alcuni sondaggi riguardanti la guerra. I sondaggi d’opinione pubblicati negli ultimi giorni mostrano che la maggioranza degli americani è contraria a un’azione militare in Iran.
Alcuni funzionari dell’amministrazione Trump hanno però dichiarato al Wsj che finché l’Iran continuerà ad attaccare i paesi della regione e Israele sarà ancora disposto a colpire obiettivi iraniani, è improbabile che gli Stati Uniti riusciranno a uscire facilmente dalla guerra.
Scritto e diretto da Massimiliano Finazzer Flory, il film è stato girato in Italia e negli Stati Uniti e per la prima volta riunisce Bertrand Piccard e Kelly Walsh, figli di Jacques Piccard e Don Walsh che pilotarono il Batiscafo Trieste a 11mila metri di profondità, fino al punto più basso del pianeta. Una produzione Movie&Theatre Film con RAI Cinema e Armundia. Una straordinaria storia italiana e internazionale, che anticipa i temi della “geopolitica del mare” e parla di pace: perché l’impresa del Batiscafo Trieste ha voluto fare della scienza uno strumento di pace e collaborazione internazionale. Il documentario spiega anche come l’oceano sia stato salvato dalle scorie radioattive: la scoperta di forme viventi con la discesa del Batiscafo, che ha raggiunto la profondità di 11mila metri (era il 1960), ha impedito che le fosse oceaniche venissero utilizzate per smaltire i residui radioattivi.
NAPOLI – Dopo la proiezione di oggi a Roma, nell’Aula dei Gruppi parlamentari alla Camera dei Deputati, si proietta domani – mercoledì 11 marzo – a Napoli, alle 17.30 nella sala della Fondazione Banco di Napoli, il film Operazione Batiscafo Trieste, lungometraggio scritto e diretto da Massimiliano Finazzer Flory, commissionato dal Comune di Trieste e prodotto da Movie&Theatre con RAI Cinema e Armundia. Un documentario internamente dedicato alla tecnologia immersiva ad alta innovazione concepita 70 anni fa per il Batiscafo che, nel lontano 1960, toccava il punto più estremo della crosta terrestre, l’abisso Challenger nella Fossa delle Marianne alla profondità di 10.916 metri. Solo nel 2019 questo record straordinario è stato ritoccato, di appena 12 metri, dal sommergibile di Victor Vescovo che ha raggiunto i 10.928 metri nelle stesse acque. Progettato in Svizzera per iniziativa degli esploratori e scienziati Auguste Piccard e Jacques Piccard, costruito a Trieste, Monfalcone, Terni e Castellammare di Stabia, il Batiscafo Trieste diventa adesso una storia per il grande schermo. Il film (50’, colori + b/n) ripercorre la sua genesi, il varo e l’emozionante impresa delle Marianne il 23 gennaio 1960, ma anche l’avventura recentissima della sua ricostruzione in copia 1:1 per riportarlo, nell’autunno 2025, nel cuore della città in cui ha preso vita, l’idea di trasformarlo in una permanente icona di scienza per la pace e la collaborazione internazionale. Un’ulteriore proiezione è prevista a Milano, martedì 17 marzo alle 19 al Cinema Arlecchino. E a fine mese il documentario si spingerà oltreoceano: il 30 marzo sarà proiettato a New York, presso l’Istituto Italiano di Cultura e il 31 marzo a Washington nella sede dell’Ambasciata italiana.
Nel film parlano, fra gli altri Bertrand Piccard e Kelly Walsh, figli di Jacques Piccard e Don Walsh che pilotarono il Trieste nell’immersione della Fossa delle Marianne. Fra le testimonianze quella del giornalista e scrittore Antonio Ferrara, che domani interverrà alla presentazione a Napoli, E ancora Julie Kowalsky, Direttrice del National Museum of the United States Navy, il promotore del progetto Giorgio Rossi, Assessore alle Politiche della Cultura e Turismo del Comune di Trieste, l’AD di M23 Bruno Peracchi che ha coordinato la ricostruzione del Batiscafo, l’archivista delle acciaierie Terni Valeria Sabbatucci, lo storico Enrico Halupca e il testimone dell’epoca Cosimo Cosenza. Il trailer del documentario è disponibile sul canale youtube del Comune di Trieste. Oggi l’originale del Batiscafo Trieste si trova a Washington, al Museo Navale della Marina Americana. Il regista Massimiliano Finazzer Flory ha seguito le fasi della rinascita dell’unità sommergibile: dalla minuziosa lavorazione dei pezzi nei capannoni bergamaschi della M23, alle mani sapienti che ne hanno ricostruito le linee, fino all’atteso viaggio verso il mare e la città che gli diede i natali.

L’impresa Batiscafo Trieste del ha anticipato i temi della geopolitica del mare e parla al nostro tempo:negli anni Sessantaaveva persino scongiurato la decisione di utilizzare per lo smaltimento dei residui radioattivi la Fossa delle Marianne, perché nella discesa verso i fondali oceanici i ricercatori a bordo avevano scoperto la presenza di forme di vita e pesci abissali.Il viaggio cinematografico nella storia del Batiscafo Trieste non è un semplice diario tecnico, ma un racconto poetico che intreccia immagini dall’Istituto Luce e memoria, capace di restituire la tensione epica dell’impresa e l’emozione di veder risorgere un gigante degli abissi. Le telecamere hanno registrato non solo bulloni e lamiere, ma anche lo spirito di chi, settant’anni dopo, ha voluto restituire al presente il sogno dei Piccard e di Diego de Henriquez. La proiezione offre una vera e propria esperienza estetica e civile: la possibilità di guardare negli occhi l’avventura del Batiscafo Trieste attraverso la lente del cinema, e di sentirne vibrare ancora oggi, in un tempo in cui tornano inquietanti eco di guerra, il messaggio di coraggio, conoscenza e pace.
PRESS Vuesse&c ufficiostampa@volpesain.com
LONDON DREAM
Roma – Londra solo andata
Dal 20 al 22 marzo 2026
con
DAVID MASTINU
LEONARDO ZARRA
REGIA : PAOLO VANACORE
DRAMMATURGIA: DAVID MASTINU
AIUTO REGIA: BEATRICE MARIA BARBETTI
MUSICHE: ALESSANDRO PANATTERI
COSTUMI: ALESSIO PINNELLA
COLLABORAZIONE: CASA DEGLI ARTISTI
SCENE: ASSOKAPPA
PRODUZIONE: DAMARTE
PRODUZIONE ESECUTIVA: NUTRIMENTI TERRESTRI

Roma, 1980, Tor Pignattara. Quartiere a poche centinaia di metri dal centro, ma troppo lontano per dinamiche e sviluppo dalla capitale aristocratica. A Tor Pignattara sono più ombre. Mauro lo sa bene, quel quartiere non può dargli un futuro, difatti è da un po’ che si reca a Londra in cerca di fortuna, con lavoretti sporadici. Peppe, suo amico, invece, è intrappolato nella ragnatela quotidiana del suo quartiere, Tor Pignattara lo ha catturato e non se ne rende conto, o forse, per paura o mancanza di stimoli, preferisce lasciare passare il tempo tra le urla delle vie.
Ma non è solo Tor Pignattara a gridare, è una nazione intera. Siamo negli anni di piombo, delle Brigate, dei Nar, in giro ci sono tutti, anche i fanatici di partito, pronti a sparare per una giacca o una scarpa che ne identifica l’ideale politico. In questo contesto, di miseria e piombo, nasce London Dream, una storia dalla linea comica di amicizia e speranza.
La storia di due ragazzi uomini, che prendono in mano la loro vita, per gridare alla vita la libertà e la dignità. Questa è la storia di Mauro e Peppe, due amici di borgata, con un sogno da vivere, e un obiettivo da raggiungere. Londra.
PRESS OFFICE Vania Lai vanialai1975@gmail.com
TEATRO TRASTEVERE
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Biglietti: Intero: 13.00 Ridotto: 10.00
-prevista tessera associativa-
giorni feriali ore 21, festivi ore 17:30
Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

(Dott. Paolo Caruso) – Ancora una volta Trump insieme al suo alleato guerrafondaio Netanyahu si fa beffa del Diritto Internazionale e della stessa ONU che dimostra la sua attuale debolezza.L’ Europa balbettante, come al solito non pervenuta. Nonostante i proclami di una vittoria già conquistata, Trump non riesce a convincere il Mondo delle reali motivazioni di questa guerra all’Iran, terzo produttore di gas e petrolio. È proprio su questi è indirizzata la sua attenzione. Accusato falsamente è il nucleare, deterrente per Israele e i Paesi arabi vicini, visti dagli ayatollah conniventi con gli USA. Va però notata la grave approssimazione del primo giorno di guerra. La tempesta di fuoco, contro gli obiettivi previsti (Ali Khamenei e il suo concistoro), non ha risparmiato le centocinquanta bambine della scuola vicina. La tanta decantata precisione chirurgica non si è dimostrata tale. Su Teheran bombardata cadono dall’atmosfera, come sulla Pompei del 79 d. C., lapilli di petrolio in un’atmosfera asfissiante. La NATO non sa come muoversi perché non riesce a comprendere il Tycoon che si è guardato bene dal rivelare i suoi piani agli alleati. Questi si dichiarano poco informati di una guerra che ha come registi il duo Bibi e Ronald e che li trova impreparati a sostenere le spese di un’altra guerra, dopo l’Ucraina. Sanchez, premier spagnolo, ha platealmente negato di concedere basi logistiche per la guerra non voluta. In guerra è stata trascinata l’Europa, che fa i conti con l’emorragia economica di un’altra guerra altrettanto inutile di cui da quattro anni porta ferite ideologiche e sociali. Cipro intanto, avamposto d’Europa va difesa. L’Italia della Meloni, beatamente come Pilato “non condivide e non condanna”. Non si sa nulla delle eventuali concessioni delle basi americane dislocate nel nostro Paese ne tantomeno del ruolo che la Premier ha intenzione di svolgere in questa nuova crisi medio-orientale. Di certo avremmo dovuto sentire fin dai primi giorni in Parlamento la Meloni che invece, da Caciottara quale è, ha preferito i social e il monologo da RTL 102.5. Gli altri Stati europei mugugnano, alle prese con le opposizioni interne che meditano come uscire da una organizzazione che non garantisce più, per le bizzarrie del principale suo componente. Putin ha tutto il potere di ridere e di irridere l’Europa in difficoltà di approvvigionamento energetico, per la chiusura dello stretto Hormuz. C’è tanto da far crescere l’ansia nel Paese reale, per una economia che mortifica i già tanti mortificati per il carrello della spesa, fattosi più vuoto e costoso. Cosa ci aspetta? Politologi temono la recrudescenza del terrorismo nei vari Stati, alleati del Tycoon, il quale si mostra spavaldamente ansioso di coronare l’alloro della vittoria, e candidarsi unico al Nobel per la Pace. Forse per la pace eterna. E noi, come “le stelle” di Cronin “stiamo a guardare” la Meloni con le sue menzogne sfegatata a propagandare di votare Si, contro i giudici, quali suoi personali e attuali nemici.
A due settimane dal voto, la premier entra a piedi uniti nella campagna con un’arringa di 13 minuti sui social in cui invita a votare Sì spiegando – a suo modo – i contenuti della riforma. Con moltissime affermazioni false o distorte

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – “Il 22 e 23 marzo scegliete voi, e io spero che scegliate il cambiamento, che scegliate di aiutarci a liberare la magistratura dalla politica, a renderla più autorevole e più meritocratica. Io spero che scegliate il Sì“. A due settimane dal referendum sulla riforma Nordio, Giorgia Meloni entra a piedi uniti nella campagna con un video da 13 minuti pubblicato sui social, in cui invita gli elettori a “non lasciarsi ingannare” e “scegliere nel merito e con coscienza”. La premier spiega a suo modo i tre pilastri della legge – separazione delle carriere, sorteggio dei Csm, Alta Corte disciplinare – accusando il fronte del No di usare “semplificazioni, slogan e in molti casi informazioni parziali o peggio completamente distorte”. A guardare il suo intervento integrale, però, l’accusa può essere tranquillamente ribaltata: moltissime delle affermazioni della Presidente del Consiglio sulla riforma sono palesemente false e smentibili con dati di fatto, altre omettono elementi fondamentali risultando di fatto scorrette. Le abbiamo analizzate una ad una.
“Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla”.
Per smentire questa tesi bastano i numeri della Sezione disciplinare del Csm, l’organismo che sanziona i magistrati per i loro illeciti deontologici. Nell’attuale consiliatura (da febbraio 2023 a dicembre 2025) sono state emesse 199 sentenze: 82 di queste, cioè il 41%, sono di condanna. Per quanto riguarda le specifiche sanzioni, solo in due casi è stato deciso per la meno grave, l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%, hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre categorie professionali (a partire dagli avvocati).
Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio d’Europa mostra che il nostro sistema è più severo di quello dei Paesi paragonabili: nel 2022 in Italia sono stati puniti disciplinarmente 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14 sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).
Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro della Giustizia: il Guardasigilli infatti ha il potere, come la Procura generale della Cassazione, di mettere sotto accusa i magistrati e impugnare le sentenze del Csm di fronte alla Suprema Corte (a questo scopo ha a disposizione una struttura apposita, l’Ispettorato generale). Può inoltre opporsi alle richieste di archiviazione della Procura generale, imponendo di svolgere indagini e/o di tenere il processo di fronte al Csm. Ebbene, negli ultimi tre anni Nordio ha esercitato l’azione disciplinare contro i magistrati in media 28 volte l’anno, mentre la Procura generale (cioè la magistratura stessa) 52. Soprattutto, non ha impugnato quasi mai le decisioni dell’organo di autogoverno: nell’intera consiliatura l’ha fatto appena sei volte. Tanto che persino il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, eletto in quota Lega, ha rinfacciato al ministro questo dato, definendo “destituite di fondamento” le sue accuse alla Sezione disciplinare.
“La riforma rende la giustizia più libera dai condizionamenti della politica. Attualmente il Csm viene eletto dai magistrati sulla base di liste organizzate dalle correnti ideologizzate, e dal Parlamento con logiche di spartizione politica. La riforma sostituisce questo modello, in mano alle correnti e ai partiti, con un sorteggio”.
La premier omette un elemento fondamentale: il sorteggio non sarà uguale per magistrati e politici. Anzi, per i secondi sarà finto: i membri “laici” dei due futuri Csm, cioè professori universitari e avvocati, saranno estratti nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Quindi, mentre giudici e pm perderanno il diritto di scegliere i propri rappresentanti, i parlamentari (e quindi il governo) continueranno di fatto a farlo: i membri laici, pertanto, avranno un peso specifico molto superiore di quello che hanno adesso, e l’influenza della politica sui Csm inevitabilmente crescerà. La riforma, peraltro, non specifica quanto devono essere lunghe le liste dei “sorteggiabili”: più saranno brevi più il sorteggio sarà finto. E non è specificata neppure la maggioranza necessaria per compilarle: se le leggi attuative non imporranno un quorum qualificato – come quello dei tre quinti previsto adesso per garantire le opposizioni – basterà la maggioranza semplice. In quel caso, il governo di turno potrà sostanzialmente accaparrarsi tutti i posti.
“Istituiamo l’Alta Corte disciplinare, cioè una corte per giudicare i magistrati che sbagliano, composta anch’essa di magistrati e membri laici estratti a sorte tra persone altamente qualificate, senza logiche di corrente o di partito”.
Idem come sopra: anche per l’Alta Corte il sorteggio dei laici sarà “pilotato”, cioè avverrà nell’ambito di una lista votata dal Parlamento. Il loro peso, inoltre, crescerà anche numericamente: mentre nell’attuale Sezione disciplinare del Csm i membri di nomina politica sono due su sei, nel nuovo organo saranno sei su 15 (di cui tre scelti dal presidente della Repubblica). Questi 15, però, non giudicheranno mai tutti insieme: contro le sentenze dell’Alta Corte, infatti, non è più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei membri che hanno deciso in primo grado. Una parte dei giudici, quindi, costituirà il collegio (o i collegi) di primo grado, un’altra parte il collegio (o i collegi) d’appello. Ma quanti saranno, in ciascuno di questi tribunali, i membri laici e i membri togati? In teoria nulla impedisce che, in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con sanzioni fino all’espulsione.
“Si dice che la riforma non risolva i veri problemi della giustizia. Invece io penso che lo faccia partendo dalla radice, perché con il nuovo sistema il magistrato che non si dedicherà al lavoro dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo e con un Csm che valuterà il merito. Forse non vedremo più quei casi di giudici che sono stati palesemente negligenti senza alcuna conseguenza”.
La maggioranza relativa delle condanne disciplinari, 17 su 82, in questa consiliatura è stata emessa proprio per “reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti”; per questa tipologia di illecito le condanne superano le assoluzioni, che sono state 13. In particolare, sono state inflitte 11 censure, tre perdite di anzianità, due sospensioni e una rimozione dal servizio. Meloni, peraltro, finge che i ritardi e le inefficienze della giustizia italiana siano colpa dei magistrati, mentre per capirne le ragioni basta guardare di nuovo i dati del Consiglio d’Europa: secondo il rapporto 2024 (dati 2022), in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5, e 3,7 pubblici ministeri ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. Il nostro Paese, quindi, ha un quarto dei pm rispetto agli altri e poco più di metà dei giudici. E quanto lavorano? Molto di più: ogni giudice civile gestisce in media 176 fascicoli l’anno, nel resto d’Europa 88; ogni giudice penale 154, nel resto d’Europa 76; ogni pubblico ministero 1.230, nel resto d’Europa 204.
“La riforma è sostenuta con convinzione da moltissimi magistrati, anche molti più di quanti lo dichiarino pubblicamente. Forse ci si dovrebbe interrogare sul perché alcuni preferiscano non dichiararlo”.
I magistrati in servizio che si sono schierati apertamente a favore della riforma, sottoscrivendo l’apposito appello, sono 34 su 9.657 (intervistati quasi quotidianamente dai giornali di destra). All’ultima assemblea generale dell’Associazione nazionale magistrati, lo scorso ottobre, il documento finale che lanciava la campagna per il No è stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296. È certamente possibile, come dice la premier, che altri giudici e pm sostengano la riforma e preferiscano non dirlo (non è chiaro per quale motivo). Ma è un’affermazione ovviamente indimostrabile.
“È una riforma che serve a far recuperare alla magistratura un prestigio compromesso e ad aumentare la fiducia dei cittadini verso la giustizia”.
Certamente la magistratura non gode del suo momento di maggiore popolarità. Ma un sondaggio Ixé pubblicato nelle scorse settimane mostra che la fiducia nei magistrati è comunque il quadruplo di quella nei partiti: il 51% degli intervistati dice di averne “molta” o “abbastanza” (dato in crescita di sei punti rispetto al 2025) mentre solo il 12% afferma lo stesso dei politici (l’anno scorso era il 14%).
“Se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro, con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che chi ti giudica abbia, diciamo così, un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa? Noi pensiamo di sì”.
Opinione legittima, ma i numeri dicono altro: nell’anno giudiziario 2020/21 (ultimi dati resi noti dal ministero) il 54,8% dei giudizi ordinari di merito – cioè quelli che si svolgono nel contraddittorio delle parti in seguito a un’udienza preliminare – termina con una sentenza di assoluzione, il 36,8% con una sentenza di condanna, l’8,4% con sentenze “miste” (assoluzioni per alcuni capi d’accusa e condanne per altri). Considerando anche i giudizi “speciali”, cioè quelli accelerati – a cui si ricorre per reati meno gravi o quando la prova è particolarmente solida – i due esiti sono quasi alla pari: 46,2% di condanne e 46,3% di assoluzioni. Spostando lo sguardo alla fase delle indagini, invece, si scopre che nel 40% dei casi è lo stesso pm a chiedere l’archiviazione.
“Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito”.
Anche qui, i dati comparati dicono il contrario: nei Paesi dove giudici e pm appartengono a due ordini separati, o dove i magistrati dell’accusa rispondono all’esecutivo, gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni sono molti di più che in Italia. I numeri: in Italia tra il 2018 e il 2024 sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni ogni anno su 49.037 arresti in fase d’indagine, l’1,15%. Troppe? Può darsi, ma a guardare la Francia sembrano poche: Oltralpe le ingiuste detenzioni viaggiano tra le 500 e le 520 l’anno, ma su un totale di 12-15 mila arresti, con un’incidenza quindi di circa il 4%, più che tripla rispetto all’Italia. Passando agli errori giudiziari veri e propri, in Italia le condanne annullate in sede di revisione sono in media sette l’anno, pari a 0,12 casi per milione di abitanti; nel Regno Unito sono 0,31, più del doppio; negli Usa 0,44, oltre il quadruplo.
“Il sorteggio dei magistrati avverrà su una platea qualificata, formata da persone che normalmente decidono della libertà dei cittadini, sulla sorte delle famiglie, dell’economia italiana. Mi volete dire che le stesse persone non sarebbero capaci di decidere chi va a fare il procuratore della Repubblica o il presidente di un Tribunale?”.
Come tutto il fronte del Sì, Meloni distorce il ruolo del Csm descrivendolo come un ufficio di collocamento che si occupa solo di nomine e promozioni. In realtà l’organo di autogoverno ha un ruolo molto più ampio e importante, che è sostanzialmente politico: garantisce l’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalle ingerenze degli altri poteri, in primis del governo. Lo fa proteggendo i magistrati nel mirino della politica con le cosiddette “pratiche a tutela“, ma anche vigilando sulle scelte degli stessi magistrati in posizioni di potere: ad esempio, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo toglie a un pm un fascicolo delicato in violazione delle regole interne. Il Consiglio esprime pareri su disegni di legge in materia di giustizia e decide, attraverso circolari interne, i criteri di organizzazione degli uffici e quelli per la nomina dei dirigenti: può optare per modelli più “orizzontali” o più verticistici, può scegliere di valorizzare alcune esperienze rispetto ad altre. Tutto questo fa già capire come il ruolo del consigliere del Csm sia molto diverso da quello del giudice o del pm: richiede competenze specifiche, esperienza, sensibilità politica e una legittimazione che può essere fornita solo da un voto dei colleghi.
Ma il Consiglio può diventare anche un terreno di resa dei conti della politica nei confronti del potere giudiziario: in questi anni abbiamo assistito più volte a tentativi, da parte del ministro o dei membri laici in quota centrodestra, di punire magistrati sgraditi attraverso iniziative disciplinari infondate o richieste strumentali di trasferimento. Queste offensive sono sempre finite nel vuoto grazie alla compattezza dei consiglieri togati eletti – compresi quelli di orientamento conservatore – che si sono opposti. Dei consiglieri sorteggiati, trovandosi per caso in un ruolo di così grande potere, esposti alle lusinghe dei membri scelti dalla politica, avrebbero la stessa forza?
Codacons, su alcune autostrade gasolio servito oltre i 2,6 euro al litro

(ANSA) – Il gasolio in modalità servito ha sfondato la soglia psicologica dei 2,6 euro al litro in diversi impianti autostradali, mentre in quasi tutta Italia sulla rete stradale il diesel al self supera i 2 euro al litro. Lo denuncia il Codacons, sulla base dei dati comunicati tra ieri e oggi dai gestori al Mimit.
Sulla A4 Milano-Brescia il diesel ha raggiunto 2,654 euro al litro (2,429 euro la benzina), sulla A21 Torino-Piacenza 2,639 euro/litro (2,419 euro la benzina), sulla diramazione A8/A26 2,614 euro/litro, sulla A13 Bologna-Padova 2,609 euro/litro – rileva il Codacons, associazione che da giorni sta monitorando l’andamento dei carburanti alla pompa – Numerosi i distributori ubicati lungo la rete autostradale che vendono il gasolio al servito a prezzi abbondantemente superiori ai 2,5 euro al litro.
Per quanto riguarda il diesel in modalità self, in tutte le regioni italiane il prezzo medio ha superato oggi la soglia dei 2 euro al litro, ad eccezione di Umbria e Marche: i listini più elevati a Bolzano (2,040 euro/litro), in Calabria (2,031 euro/litro), Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Sicilia (2,030 euro/litro) – aggiunge il Codacons.
Di fronte a questi dati il governo non ha più scusanti e deve intervenire oggi stesso con lo strumento delle accise mobili riducendole di almeno 15 centesimi di euro al litro, allo scopo di evitare una catastrofe economica paragonabile a quella causata dalla pandemia Covid – conclude l’associazione.
L’effetto domino delle guerre. Le ragioni del più forte che prevalgono sulle libertà. Il giurista ragiona sul disordine mondiale

(di Simonetta Fiori – repubblica.it) – TORINO – “Siamo entrati nell’era della prepotenza che non conosce limiti, ma attenzione a non cedere al realismo di chi si arrende o ci naviga dentro. Questo realismo si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”, dice Gustavo Zagrebelsky. I venti di guerra arrivano in questo bel palazzo torinese di inizio Ottocento, proiettato su una facciata antonelliana che invita a ragionamenti limpidi, geometricamente composti. “Al tema dei conflitti nella storia stavo lavorando per un mio libretto, quando è arrivato il bombardamento in Iran di Stati Uniti e Israele. Se siamo sull’orlo della terza guerra mondiale? L’esperienza ci insegna che ogni guerra, anche la più minuscola, ha un “effetto domino” dagli esiti imprevedibili”. Sul tavolo una colonnina di libri che parlano della fine della democrazia, della fine del diritto internazionale, della fine del vecchio ordine mondiale. Il professore li guarda, con un moto di insofferenza. “Basta con questo crogiolarsi nel finis mundi. Non se ne può più!”.

Ma non siamo davanti a una rottura della storia, a un cambiamento d’epoca?
“No, non lo credo. Perché la nozione di rottura contiene in sé l’idea dell’irrimediabilità, come se non ci fosse più niente da fare. Direi meglio: siamo in una fase di discesa nell’abisso da cui però non è escluso che si possa risalire. Il pendolo della storia ci insegna che ad azione corrisponde reazione. E il nostro dovere di intellettuali oggi è ricordare che esiste un’alternativa alla rassegnazione: altrimenti cediamo a quello che Julien Benda ha chiamato il tradimento dei chierici. Il futuro non è già scritto una volta per tutte. Il futuro dipende da noi. Ex malo bonum. Dal male bisogna ricavare il bene”.
Però dobbiamo riconoscere che tutto quello che abbiamo alle spalle è venuto meno: la fiducia nella democrazia, il diritto internazionale, gli organismi a tutela della pace.
“Ma con quale spirito lo diciamo? Bisogna distinguere tra gi idealisti, che lamentano il disordine mondiale nella prospettiva di porvi riparo. E i realisti che invece alzano le braccia in un atteggiamento di resa: così va il mondo, bisogna adeguarsi; c’è la guerra, bisogna armarsi. Una siderale distanza morale separa i due atteggiamenti mentali. Oggi nella testa dei nostri governanti prevale questo secondo atteggiamento”.

Un atteggiamento espresso dall’infelice frase del ministro degli esteri Tajani: il diritto internazionale vale fino a un certo punto.
“Il diritto vale o non vale. E, poi, chi stabilisce il punto oltre il quale non vale più’? Qualche giorno fa, durante il dibattito parlamentare, il ministro della Difesa Crosetto è caduto nello stesso errore, dicendo quasi con nonchalance: ‘certo che l’attacco in Iran è stato fuori del diritto internazionale’. Perché usare l’eufemismo ‘fuori’? Rispetto al diritto che dice che cosa è lecito e che cosa non lo è, o sei dentro o sei contro. E poi perché parlarne con tanta leggerezza? Non stai cianciando. Un importante esponente del governo che dice al Parlamento che è in atto un’azione bellica contro il diritto internazionale ne dovrebbe trarre le conseguenze, con la condanna esplicita dei paesi aggressori. E non dovrebbe arrendersi al fatto compiuto, vivacchiando dentro il perimetro bellico disegnato dai prepotenti. Il realismo, dicevamo all’inizio, alla fine si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”.
La presidente del Consiglio ripete che non siamo in guerra e non dobbiamo entrarci.
“Non condivide ma non condanna. Prende atto che c’è chi del diritto si fa beffe, ma si guarda bene dal condannare. Anzi aggiunge che come lei, tranne Sánchez, fanno tutti gli altri paesi europei. Così fan tutti. E nel frattempo il governo attrezza le forze armate perché il conflitto può riguardarci, mentre Trump dichiara, come riferisce il Corriere, che dalla sua amica italiana si aspetta fedeltà”.
“Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra: l’hanno detto in tanti, anche la presidente italiana.
“Forse ignorano che la pace a cui si riferisce il detto latino è la pax romana, ossia la pace fondata sul dominio imperiale, cioè sull’arbitrio dei più forti. Non è la pace basata sulla verità e sulla giustizia tra i popoli. A quella frase oggi molto citata dovremmo opporne un’altra, usando una parola che nel latino classico non esiste: ‘si vis pacem, para …. democratiam’, se vuoi la pace prepara la democrazia. Pace e democrazia sono due lati della stessa medaglia”.
Non è un caso che le guerre esplodano con il diffondersi delle autocrazie. Putin è stato il primo a portare il conflitto in Europa.
“Le guerre esprimono il massimo della diseguaglianza perché chi le decide non le fa, manda gli altri a farle. La democrazia è la forma istituzionale che più garantisce l’eguaglianza e di conseguenza la pace. Ma non aiuta la pace chi allestisce una ‘santa barbara’ per impressionare il nemico: le armi, perché facciano paura, devi essere disposto a usarle. Mi riferisco alla corsa europea agli armamenti, in nome della pace universale. È come riempire di benzina un barile con l’intenzione dichiarata di spegnere il fuoco. Senza poi considerare lo scandalo etico delle armi in Borsa”.
Cosa intende?
“Durante le guerre, gli investimenti che garantiscono sicuri profitti sono quelli nelle azioni delle aziende produttrici di armi. Ma è una vergogna: sono soldi che nascono da morti e devastazioni. Ce ne rendiamo conto? Se potessi, proporrei una legge per evitare questo obbrobrio: le aziende d’armi dovrebbero, se mai, lavorare per il governo, senza fini di lucro. La nostra, si dice, è un’epoca apocalittica, nel senso originario del disvelamento che mette di fronte la realtà, senza via di scampo: ora possiamo vedere con limpidezza la civiltà che abbiamo edificato, una costruzione nel segno del dominio e della rapacità. L’arricchimento non per mezzo di produzione di beni, ma per mezzo della distruzione di vite. Vogliamo dirlo: questo è il capitalismo che abbiamo”.
Prima faceva riferimento all’effetto domino delle guerre.
“La storia ci insegna che la scintilla più piccola può accendere un conflitto mondiale. Ne è un esempio la Grande Guerra: chi poteva immaginare che dall’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando sarebbe scaturita una conflagrazione di quelle proporzioni? Nessuno la voleva. Lo stesso sta accadendo adesso: il misfatto del 7 ottobre ha originato una guerra che si generalizza. Le conseguenze di qualunque scontro bellico sono sempre fuori controllo, perché poi sulla guerra c’è chi specula, cercando il proprio utile. E questa espansione a macchia d’olio è difficile da circoscrivere, soprattutto nel mondo globalizzato, caratterizzato da innumerevoli connessioni politiche, ideologiche ed economiche”.
A proposito della Grande Guerra, la convince l’analogia tra le nostre classi dirigenti e “i sonnambuli” evocati dallo storico Christopher Clark in riferimento ad ambasciatori e governanti di primo Novecento? Presentivano il disastro, ma non furono in grado di evitarlo.
“Siamo sull’orlo dell’abisso, ha detto Crosetto. Ma siamo capaci di svegliarci in tempo per non caderci dentro? Una forma di sonnambulismo l’ho riscontrata quando il ministro della Difesa ha detto – a proposito del possibile impiego bellico delle basi militari americane in Italia – che in caso di richiesta ci sarebbe stato il voto parlamentare, ma non ha aggiunto quale sarebbe la posizione del governo. In apparenza è una scelta saggia. In realtà inquietante, perché implica uno scarico di responsabilità, un navigare senza meta. Lei parla di sonnambuli; io aggiungerei la ‘nave dei folli’, un’immagine diffusa nel Medioevo. Si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli che invade i paesaggi familiari: minacce e derisioni, vertiginosa e ridicola irragionevolezza”.
A che cosa allude?
“Spetta al governo far rispettare le clausole degli accordi internazionali che non prevedono l’uso delle basi per muovere guerra a un paese sovrano. Semmai si pone il problema di cambiare queste regole, ma non può essere un qualsiasi voto parlamentare a farlo: la modifica degli accordi internazionali richiede una procedura complessa, sotto lo sguardo vigile del capo dello Stato alla luce del ‘ripudio della guerra’ scritto nell’articolo 11 della Costituzione”.
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.
“Una formula molto chiara, nata da un impulso morale, condiviso dalla totalità dei costituenti all’indomani della devastazione della guerra. Tutti avevano bruciante memoria di morti, dolori, fame e privazioni, atrocità che sempre accompagnano tutte le guerre. Oggi questa memoria non ci appartiene più, sostituita da un ricordo di seconda o terza mano, filtrato dai libri, dal cinema, dalla Tv. Non è un qualcosa di impresso a fuoco – è il caso di dirlo – nei nostri corpi e nella nostra mente. Anche in questo caso interviene una sorta di sonnambulismo, che porta i governanti a parlare di pace e guerra con tanta leggerezza”.

Però nel tempo sono stati accostati alla guerra diversi aggettivi: guerra difensiva, guerra preventiva, guerra giusta. In occasione della prima guerra del Golfo, dopo l’invasione in Kuwait di Saddam Hussein, il suo maestro Bobbio parlò di guerra giusta a proposito dell’attacco americano a Baghdad.
“Nel tempo l’articolo 11 è diventato il bersaglio di un tiro a segno incessante da parte dei giuristi, con l’effetto di svuotare del suo valore etico un articolo che possiede una formidabile limpidezza morale. Quanto a Bobbio, egli stesso, successivamente, giudicò quella sua sortita ‘un passo più lungo della gamba’. Tengo a ricordare che uno dei suoi libri più celebri mette in discussione la distinzione tra guerra giusta e ingiusta, essendo la guerra un male in sé dopo l’atomica. Ma forse abbiamo perso memoria di quei corpi che d’improvviso s’incendiano come torce umane. L’alternativa non è più tra guerra giusta e ingiusta, ma tra vita e orrore”.
I sondaggi dicono che gli italiani in larghissima maggioranza disapprovano l’attacco americano.
“Forse, non abbastanza. Altrimenti scenderebbe nelle piazze a urlare che le guerre non si fanno. E che coloro che le muovono e permettono sono potenziali assassini. La guerra in Vietnam è finita per molte ragioni, ma non è stata irrilevante la ribellione dei più giovani”.
Sento già arrivare l’obiezione dei cosiddetti “realisti”: voi idealisti siete solo delle anime belle. “La mentalità bellica è entrata così pervasivamente nelle nostre teste da farci dimenticare che le guerre non sono ineluttabili, non sono frutto di un destino crudele. Appartengono alla storia dell’umanità, ma non sono prodotto di natura o biologia. Non c’entra un irresistibile istinto di morte di cui parlava Freud, perché dentro di noi agisce fortissimo anche l’istinto di vita. Gli esseri umani possono decidere se fare guerra o fare pace. Dipende da noi”.

Anche qui la storia ci insegna che gli esseri umani non sono fatti per le guerre: un’altissima percentuale di chi ha combattuto in prima linea, nella seconda guerra mondiale, è finita negli ospedali psichiatrici.
“E infatti – come ho detto prima – chi decide le guerre manda gli altri a farle. Quasi sempre nel nome di un dio, il proprio. Ha visto la scena di Trump nello studio ovale con le mani dei pastori evangelici poggiate sulle sue spalle? Anche gli attacchi in Iran rispondono dunque alla volontà divina? A questo proposito vorrei aggiungere che le guerre non sono mai fatte invocando il valore della guerra, ma sempre in nome della pace. Nel 1936, quando Addis Abeba cadde e la guerra d’Etiopia finì, Mussolini disse che finalmente la pace giusta era raggiunta. Perfino Hitler e il suo megafono Goebbels dicevano che la Germania, con la guerra, aspirava a una pace onorevole. Questo che cosa vuol dire? Dal punto di vista ideale, la pace vale sempre più della guerra”.
L’Europa cosa dovrebbe fare?
“Se vuole avere un ruolo, non lo ottiene solo armandosi fino ai denti, ma mantenendo vivo ciò che di buono ha espresso nella storia. Il premier spagnolo Sánchez è stato capace di dire un chiarissimo no a questa guerra, dando voce agli idealisti che alla fine sono la maggioranza. Gli altri, i realisti che navigano intorno alla guerra per averne il minor danno, se non il maggior guadagno, tradiscono l’Europa. Tradiscono quell’Europa che tra tante aberrazioni è pur sempre una sede ideale di ciò che c’è di buono nella cultura politica dell’Occidente: diritti umani, giustizia sociale, rispetto per i popoli, laicità. E, appunto, la pace”.
Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in un conflitto totale, benvoluto solo in Israele: escluso Sánchez, l’Unione europea si è arresa al decadimento del diritto internazionale. Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo […]

(estr. di Barbara Spinelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo già pronto con Teheran, che avrebbe “impedito una volta per tutte l’acquisizione iraniana dell’atomica” e scongiurato il disastro economico che si prepara.
[…] Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in una guerra totale, benvoluta solo in Israele. È la guerra che Tel Aviv chiede da decenni: Netanyahu assieme alla vasta lobby israeliana negli Stati Uniti l’ha infine imposta. È quanto ha rivelato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei negoziati Usa-Teheran, un giorno prima dell’attacco. Albusaidi si è precipitato a Washington per informare Vance, vice di Trump, e se il 27 febbraio è uscito allo scoperto in un’intervista alla Cbs è perché temeva che i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero nascosto a Trump il vero risultato dei negoziati: la “piena disponibilità di Teheran allo stoccaggio zero dell’uranio arricchito”; il conseguente abbandono di ogni aspirazione all’atomica; l’accettazione non solo di ispettori dell’Aiea, Agenzia internazionale per l’energia atomica, ma anche di supervisori Usa (Israele non ha mai accettato ispezioni dei propri siti atomici). “L’accordo era molto più avanzato di quello negoziato da Obama. Era pronto e in tre mesi avremmo perfezionato i punti tecnici”, ha precisato Albusaidi. Perfino sui missili iraniani era prevista un’intesa, da negoziare regionalmente fra Teheran e Stati del Golfo (Cbs, Face The Nation). […]
Tanto più impressionante è la riluttanza degli Stati europei – eccettuata Spagna e in parte Norvegia – a condannare l’assalto all’Iran. Nessuno di loro fa accenno a quanto rivelato da Albusaidi e al fatto non controvertibile che questa guerra, difficilmente vincibile non essendo l’Iran somigliante al Venezuela, era evitabile. I governanti europei si aggirano sul palcoscenico come nella “seconda infanzia” descritta da Shakespeare: “Puro oblio, senza denti, senza vista, senza gusto, senza niente”. Non fanno neanche finta di rappresentare un’Unione e l’ostacolo non è affatto l’impossibilità di decidere a maggioranza piuttosto che all’unanimità. È proprio che l’Europa non ci sta con la testa. Giorgia Meloni l’incarna alla perfezione: “Non condanno né condivido, non ho gli elementi… per prendere posizioni categoriche”. Su un punto i capi europei sono d’accordo: l’Iran che appellandosi al diritto internazionale si difende colpendo interessi Usa e raffinerie negli Stati del Golfo è colpevole, va fermato. Quel che divide i governanti europei è proprio questo: il giudizio su Onu e diritto internazionale, che Israele e Usa ancora una volta calpestano. Il ministro della guerra Peter Hegseth l’ha detto: “Niente stupide regole di ingaggio, niente impantanamenti nelle ricostruzioni nazionali (nation building), niente esercizi di costruzione della democrazia, niente guerre politicamente corrette. Combattiamo per vincere, non sprechiamo né tempo né vite umane”.
[…]
Le stupide regole di ingaggio sono quelle iscritte nella Carta Onu, che vieta guerre preventive contro Stati che non attaccano.La strategia Trump-Netanyahu prevede la decapitazione a ogni costo: prima della guida suprema Khamenei, poi del figlio successore. Più in genere, punta ad abbattere gli Stati deboli e piccoli che sono sgraditi – Venezuela ieri, Cuba domani – che del diritto internazionale hanno disperato bisogno. In Occidente invece il decadimento del diritto internazionale è dato per scontato da politici e commentatori. Il cancelliere Merz lo ripete fin dall’attacco all’Iran del giugno scorso. L’idea non cambia: per fortuna ci sono Israele e Usa a “fare il lavoro sporco per la sicurezza di noi tutti”. Sul fronte opposto nell’Ue c’è Sánchez, che alza la bandiera del diritto internazionale, rifiuta ogni complicità con gli aggressori e vieta l’uso delle basi Usa in Spagna. È l’unico nell’Unione a parlare di genocidio a Gaza, a respingere il riarmo Nato, a non dare per scontato il degrado della Carta Onu. A parole altri Stati europei constatano che la guerra è “fuori dal diritto internazionale”, ma non ne deducono nulla. Per il ministro Tajani il diritto internazionale “conta fino a un certo punto”. Merz ha attaccato Sánchez, quando Trump ha minacciato sanzioni contro Madrid. Starmer invia una portaerei e un cacciatorpediniere a Cipro in difesa di basi che Londra mette a disposizione e che ancora intrattiene, non si sa con che diritto, dopo l’indipendenza cipriota del 1960. Macron manda otto fregate e la portaerei Charles de Gaulle per proteggere le vie marittime, il Libano e Cipro colpito da Hezbollah per i rapporti stretti che l’isola intrattiene con Israele.
Così l’Unione perde senso. Era un progetto di pace e legalità internazionale, e ambiva a fiancheggiare l’Onu nel difendere tali principi. Ora è un’alleanza di guerra, rissosa al suo interno e più che mai vassalla degli Usa avendo rinunciato all’energia russa. Candidata a entrare nell’Ue, l’Ucraina è esemplare. Zelensky entra con la pistola in tasca, come un fuorilegge in un saloon. Il 5 marzo ha minacciato l’Ungheria, Stato Ue, per le obiezioni di Orbán al ventesimo pacchetto di sanzioni antirusse e al prestito di 90 miliardi a Kiev. Il messaggio è mafioso: “Ci auguriamo che una persona nell’Ue non blocchi i 90 miliardi, altrimenti forniremo l’indirizzo di questa persona ai nostri ragazzi (esercito e servizi, ndr) perché possano chiamarla e parlarle nella loro lingua”. Kiev ha anche offerto agli aggressori le sue armi (droni intercettori) in una guerra cui l’Ue per ora non partecipa. In cambio, Kiev esige da Trump i missili Patriot che gli servono, magari per rivenderli.
[…] La guerra sta insegnando altro: le basi Usa nel Golfo (comprese quelle inglesi a Cipro) non proteggono ma sono un bersaglio. Meglio non averle, né nel Golfo né in Europa. Macron ha promesso il 2 marzo di scongiurare tale sovraesposizione, europeizzando le proprie atomiche. Prospetta di dispiegarne in otto Paesi – tra cui Germania e Polonia – ma non europeizza alcunché: “Non ci sarà condivisione della decisione finale, né della sua pianificazione, né della sua attuazione”. Tutto questo avviene senza che Washington e Israele indichino gli obiettivi perseguiti, se l’Iran non si sfascia e gli iraniani non insorgono. Eppure dovremmo saperlo: è impossibile indurre Teheran ad abbandonare l’indipendenza e l’autonomia nella scelta dei propri capi senza un cambio di regime, raggiungibile solo con un’invasione terrestre (già catastrofica in Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, ecc). Quel che si conosce, di contro, è lo scopo specifico d’Israele: dominare come unica potenza atomica la regione, occupando altri territori e smembrando l’Iran. Tel Aviv si batte per questo dagli anni 90, sia ai tempi del sionismo socialista di Peres e Rabin sia con la destra sionista. Il regime iraniano è responsabile di sanguinose repressioni ma anche Netanyahu lo è, che ha annientato Gaza e annette la Cisgiordania sotto lo sguardo benevolo del Board of Peace. Lo scopo della guerra presente non è la democrazia in Iran, ma il suo assoggettamento e lo sfruttamento coloniale delle sue risorse. Con una pietra d’inciampo tuttavia: la strage delle 165 bambine e maestre della scuola elementare in Iran, simile al massacro di My Lai in Vietnam nel 1968. Se la colpa Usa sarà confermata, anche questa macchia resterà per sempre.
Il racconto degli expats: «Il cielo a Teheran è ancora nero, sembra piovere acido. L’elezione della nuova Guida Suprema? Una pessima notizia: a massacri seguiranno massacri»

(Bianca Senatore – editorialedomani.it) – «Solo un minuto. Ho sentito la voce di mio padre che diceva che lui e mia madre stanno bene e poi basta. Da sabato in Iran c’è totale blackout delle telefonate e quelle poche, veloci conversazioni che si riescono a fare sono spiate». A raccontarlo è una giovane iraniana che vive in Italia.
La sua identità deve rimanere anonima per ora, perché domenica il regime ha inviato un Sms, firmato Repubblica islamica, a molti iraniani all’estero e ai loro familiari per avvertirli di stare attenti a quel che dicono e fanno. Anche se sono lontani e alcuni di loro non vi faranno mai più ritorno a casa, la minaccia è molto chiara: pensate a voi stessi, ma soprattutto alle vostre famiglie. «Gli iraniani che sostengono, accompagnano o collaborano con il nemico sionista americano all’estero saranno soggetti a sanzioni legali, inclusa la confisca dei beni», si legge nel messaggio. «Dopo che il capo del parlamento giudiziario ha detto che chiunque parli male dell’Iran o faccia affermazioni pro-guerra sarà considerato un nemico, la gente è molto cauta – racconta ancora la giovane iraniana – e tutti coloro che, in queste ore, stanno divulgando foto e video dei bombardamenti sui siti militari di Teheran rischiano la condanna a morte. Ma ora più che mai vogliamo che l’assalto militare continui, altrimenti il regime riprenderà forza e controllo. E farà un nuovo massacro».

La notizia della nomina di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema dell’Iran ha gettato nell’angoscia gran parte della popolazione. «Nelle ultime ore non ho parlato con nessuno a causa del blocco delle comunicazioni – ha raccontato ancora l’iraniana – ma posso dire che stiamo vivendo male questa elezione. Eppure, siamo fiduciosi che l’intervento armato possa eliminare anche questa nuova gerarchia, anche se i bombardamenti saranno massicci». E lei sa bene cosa vuol dire. I genitori della nostra fonte, infatti, si trovavano a casa di parenti a Esfahan quando sono piovute dal cielo le prime bombe israeliane sui siti nucleari e lei per ore e ore non ha saputo più nulla di loro. Solo dopo molto tempo ha avuto conferma che erano vivi ed erano riusciti a scappare.
Grazie a un vecchio telefono satellitare, ieri mattina Selina è riuscita a parlare con sua madre per quasi due minuti, prima che la linea cadesse. «Hanno detto che il cielo è ancora nero, sembra piovere cenere e acido che ha bruciato le piantine e corroso le tende», racconta Selina con l’agitazione nella voce. «Sono chiusi in casa e non aprono a nessuno, perché hanno paura». Anche Mokhtar ha sentito la sua famiglia solo per qualche minuto, giusto il tempo di dire che Teheran trema, l’acqua nei rubinetti e poca e l’aria è talmente irrespirabile che in molti stanno avendo crisi d’asma. «Sono preoccupato, perché i bombardamenti sono sempre più vicini e della mia famiglia nessuno si aspettava che sarebbe stata così dura», racconta Mokhtar. Anche lui ha ricevuto minacce, ma crede che l’invito a non esporsi sia solo propaganda, almeno per adesso. «L’elezioni del figlio di Khamenei è una pessima notizia, perché significa che il regime non si sta indebolendo e anche se gli arsenali militari sono ridotti, la loro piramide del potere è intatta. Se non si dà la spallata ora, saremo tutti morti».

Intanto, però, Donald Trump ha detto di non essere contento della nomina di Khamenei jr. Stando al Wall Street Journal, il presidente avrebbe detto ai suoi consiglieri che sarebbe favorevole all’uccisione della nuova Guida Suprema se non cederà alle richieste Usa, a partire dalla chiusura del programma nucleare. Dunque, nulla di escluso, al momento.
La situazione sul campo, però, è difficile e non tutti stanno vivendo bene questi momenti a Teheran e nelle altre città colpite. «Ci sono stati dei morti civili – dice un’altra giovane iraniana trasferitasi da qualche mese in Italia. I suoi familiari sono in un palazzo che, in linea d’aria, non è lontano dai centri bombardati e le polveri sottili nell’aria si sono infiltrati anche dalle finestre chiuse. Tosse, bruciore agli occhi, gola secca. «Avevano detto che sarebbero stati interventi mirati alle strutture militari – dice la studentessa – e chissà quanto durerà la guerra, ammesso si riesca a eliminare il regime. Iniziamo ad avere paura che poi sarà anche peggio».

(Andrea Zhok) – Io non me la prendo con le von der Leyen, con i Merz, con i Macron, con le Kallas, con i Tajani. Dopo tutto la loro ipocrisia, i loro doppi standard, le loro menzogne sono facilmente spiegabili: devono render conto a chi li ha messi là (che non è l’elettorato).
Io me la prendo con quelli – cittadini, elettori, frequentatori dei social – che l’ipocrisia, i doppi standard, le menzogne le alimentano fervidamente a titolo gratuito.
Quando vedo le immagini di Teheran o di Beirut in questi giorni, quando vedo il quartiere Dahieh nel sud di Beirut, raso al suolo dai caccia israeliani, con 80 bambini morti (dati Unicef), quando vedo la scuola a Minab distrutta da un Tomahwak statunitense con 168 bambine dentro, quando vedo il cielo di Teheran occupato da un’apocalittica nube prodotta dal bombardamento dei depositi petroliferi, che si sta trasformando in pioggia acida (inaridendo tutto ciò che incontrerà e migrando verso l’Uzbekistan), quando vedo gli impianti di desalinizzazione colpiti e 700.000 cittadini iraniani trasformati in profughi senzatetto, quando vedo tutta questa catastrofe umanitaria ed ecologica, prodotta da un’aggressione unilaterale dei “nostri alleati”, una cosa non posso fare a meno di chiedermi:
Ma dove è finita la pletora delle associazioni dirittumaniste che chiedevano vendetta al cielo per l’eccessivo ricorso alla pena di morte in Iran?
Dove sono finiti i temibili attivisti climatici che imbrattavano musei per protestare contro le emissioni della Panda euro 5 e il gasolio per autotrazione?
Dove sono andati i gruppi di militanti dei diritti delle donne che inorridivano per lo strazio delle iraniane cui era raccomandato (non obbligato) lo hijab?
Dove sono finiti tutti questi utili idioti che hanno servito per anni a sostenere TUTTE le cause dell’establishment, pensando di essere alfieri del progresso? Questa gente che riempiva le rubriche di casi umani e storielle confezionate per promuovere la demonizzazione di intere nazioni?
Ora che a produrre stragi indiscriminate e catastrofi ecologiche mille volte peggiori sono quelli grossi, quelli con le atomiche, quelli con il portafoglio spesso e gli agganci giusti, ora, perché non li vedo incatenarsi ai cancelli dell’ambasciata di Israele o USA, come prima facevano con le ambasciate di chi gli USA dichiaravano essere “stati canaglia”? Perché non occupano le televisioni con condanne senza appello e grida di sdegno? Perché non tuonano dalle colonne dei giornali per richiamarci alla civiltà, al futuro del pianeta, alla necessità di soccorrere i popoli oppressi? Cos’è, questa settimana avevano judo?

(Tommaso Merlo) – Le difese aeree di Tel Aviv sono state polverizzate. Gli israeliani sono rintanati nei bunker mentre fuori tuona ovunque e le case di quei belzebù di Netanyahu e Ben-Gvir sono ridotte in cenere. Siamo al festival del karma mediorientale col mondo intero che scrolla gioioso. Eventi inauditi che il circo mainstream censura chirurgicamente. Cruda realtà da una parte, verità dall’altra col giornalismo che subisce un quotidiano vilipendio di cadavere. Eventi inauditi e che nessuno prevedeva. L’arroganza con cui sionisti ed americani hanno aggredito l’Iran faceva pensare che finisse tutto come al solito, con la libizzazzione dell’ennesimo paese colpevole di stare dalla parte sbagliata della storia o meglio da quella palestinese e di essere pure farcito di oro nero. Una guerra alla sionista, calpestando il diritto, decapitando oppositori e bombardando a tappeto. Ormai certa cocciutaggine sorprende più della brutalità con cui hanno ammazzano un leader anche religioso e bombardato una scuola sterminando 170 bambine. E Trump ha avuto pure il fegato di dare la colpa all’Iran quando un video immortala il tomahawk che lo inchioda tra i peggiori criminali di guerra in circolazione. Se il cervello gli è andato in pappa, il cuore non l’ha mai avuto. È passata una settimana e doveva esserci già stata la sua passerella trionfale e invece dalla Casa Bianca echeggiano solo logorroiche farneticazioni. Il pallino ce l’ha l’Iran e la seconda fase del piano prevede la distruzione delle infrastrutture civili, economiche e militari israeliani in modo da riportare il paese ai livelli del 1948 anche a livello di interazione col popolo palestinese. Inutile del resto mettere pezze, meglio ripartire da zero. Lo vuole Teheran e il mondo intero ma non certo i sionisti che terrorizzati di dover fare le valigie stanno chiedendo di trattare un cessate dietro le quinte. Benvenuti nell’era missilista, mentre sionisti e americani pensavano ai dollari e a frequentare isole degli orrori, i persiani pensavano a come salvare la pellaccia da chi li impoverisce e tiene nel mirino da decenni. Benvenuti nella cruda realtà israeliana coi belzebù al potere che hanno lanciato all’arrembaggio le truppe sioniste già stremate da oltre due anni di follia bellica, con un genocidio sulla coscienza e un caos interiore che si fa sociale mentre dal cielo grandina di tutto e a nord le stanno prendendo pure dai redivivi libanesi. Ci sfido che vogliono una tregua, il problemino è che per i sionisti il cessate il fuoco vale solo per gli altri e se l’Iran accettasse chiamerebbero al volo i loro amichetti miliardari per rimuovere le macerie e riarmarsi in vista della prossima aggressione. Il loro obiettivo è la Grande Israele e finché non verranno sradicati certi deliri ideologici suprematisti, non vi sarà mai pace. E l’Iran lo sa, a giungo ha accettato di fermarsi ed oggi sono sotto un immenso nuvolone nero a contare migliaia di morti. Il loro piano adesso prevede di passare ai missili più potenti a meno di una resa incondizionata. Siamo al festival del karma mediorientale col mondo intero che scrolla gioioso ad altissima velocità. Sogna la liberazione di Gaza coi sionisti costretti a pagare danni e ricostruzione, sogna i criminali di guerra portati davanti alle corti internazionali, sogna la nascita della nazione palestinese e la libertà per quel popolo martoriato, sogna il ritorno all’umanità e al buonsenso e che quella terra torni ad essere santa per tutti. Ma un conto sono i sogni, un altro la cruda realtà e molto dipende dagli americani. Se Trump rilancia si rischia una terza guerra mondiale per cui gli Stati Uniti non sono pronti. Se Trump volta invece le spalle ad una lobby sionista mai così potente, rischia che i suoi immondi altarini finiscano in mondovisione o peggio ancora l’osso del collo visto che l’ultimo che ha osato è stato JFK. Ma un conto è il presunto complottismo, un altro la cruda realtà. Trump sta cercando di cavarsela col solito pasticcio e dalla Casa Bianca echeggiano logorroiche farneticazioni. Ma la questione è seria. L’esercito americano è stato cacciato a calci nel sedere dal Golfo manco fosse una manica di ladri. Secondo alcuni analisti la peggiore legnata da Pearl Harbor, secondo la stampa mainstream bazzecole. E mentre gli americani sono rimasti ciechi e sordi in quella regione strategica, Cinesi e Russi riescono ad identificare anche le mosche che tra dune e grattacieli rimasti deserti si chiedono dove diamine siano finiti tutti i puttanieri e le ignare vittime del capitalismo esistenziale. Un impressionante ribaltamento degli equilibri di potere e degli scenari futuri e se davvero gli americani rinunciassero a quelle risorse e rotte commerciali, significherebbe la fine dell’impero e di conseguenza quella del sionismo che ha aggredito l’Iran per l’egemonia e si ritorvare a pregare per la sopravvivenza. Il tutto mentre il mondo intero scrolla gioioso e nella speranza che finisca la sofferenza immane del popolo palestinese e quella terra torni ad essere santa per tutti.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Mette quasi rabbia, e tenerezza, la foto in cui tanta povera gente sfila dietro la gigantografia della nuova Guida Suprema di Teheran, Mojtaba Khamenei, che poi sarebbe il figlio di quella vecchia. Chissà se gli iraniani devoti sanno che i veri valori di questo capo religioso non sono spirituali, ma supremamente immobiliari. Tramite prestanome, Khamenei junior possiede infatti undici ville in una delle capitali del demonio, Londra, nonché due appartamenti di extralusso a pochi passi dall’ambasciata israeliana. Per una ricorrente ironia della Storia, le sanzioni imposte dall’Occidente all’Iran hanno affamato il popolo e arricchito i suoi governanti grazie al mercato nero. Ma non è che sull’altra sponda dell’ideologia stiamo messi molto meglio. Il capo del «mondo libero» è un affarista che usa le guerre per fare soldi e non ha neanche il pudore di nasconderlo dietro nobili richiami a democrazia e libertà, due rompiscatole che non servono a nulla, se non a rallentare i lavori dei suoi resort.
Volendo poi allargare lo sguardo ad altri insigni immobiliaristi del calibro di Netanyahu, Putin e Xi Jinping, saremmo tentati di concludere che la stragrande maggioranza dell’umanità non si sta ammazzando e impoverendo per stabilire chi debba prevalere tra Occidente e Oriente, Diritto e Fede, Futuro e Passato. Si sta ammazzando e impoverendo per decidere quanti millesimi del condominio Terra debbano andare a ciascuno di loro.
La premier “non condivide né condanna” l’attacco all’Iran: così la sicurezza da sempre esibita si infrange sulla realpolitik

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il «non condivido né condanno» di Giorgia Meloni è la frase che segnala il punto di caduta del melonismo prima versione, quello che aveva le idee chiarissime (e nessuna intenzione di nasconderle) sui fatti del mondo, dell’Europa, dell’Italia e giù giù fino ai fatterelli della cronaca nera, delle liti da cortile, persino degli show musicali.
In quella vecchia modalità, il fronte su cui collocare la destra era sempre chiaro, il pensiero sempre netto, qualunque fosse il tema e soprattutto su ogni iniziativa collegata al trumpismo: le invettive di JD Vance contro l’Europa («Siamo d’accordo, l’Europa si è un po’ persa»), il blitz americano in Venezuela («Legittimo intervento di natura difensiva»), l’annuncio di una possibile annessione della Groenlandia (uno sbaglio legato a un «errore di comprensione e di comunicazione»). Ora la presa di posizione assertiva è un lusso che il centrodestra non può più permettersi, in nessuna delle sue componenti, e infatti la ritirata dal giudizio è collettiva, un non possumus politico che riguarda un po’ tutti.
La Lega archivia la prima reazione istintiva di Matteo Salvini – «Chi è intervenuto in Iran ha fatto bene» – e ai suoi raccomanda di evitare ogni commento sulla guerra, che se la spiccino quelli che fanno la politica estera, cioè Meloni e Tajani. Forza Italia fa finta di non aver letto le parole di Marina Berlusconi sulla «guerra sciagurata», che pure sono state scritte e si inseriscono in una linea critica molto precisa della Cavaliera al trumpismo fondato su «legge del più forte, prevaricazione, affarismo». Fratelli d’Italia si chiude a riccio sugli affari correnti, le bollette, i rincari, le scorte di gas, le accise mobili e il prossimo decreto in materia, e anche qui non si capisce se sia disponibile a una gestione emergenziale della crisi, cercando l’accordo con le opposizioni, oppure se preferisca ancora una volta far da sé in nome dell’autosufficienza della maggioranza.
Il «non condivido e non condanno» è il riassunto di questi impicci e lo schermo dietro al quale si nasconde la crisi di tre grandi ambizioni di Palazzo Chigi. La prima è il ruolo ponte italiano nelle relazioni fra la Casa Bianca e l’Europa, con l’idea di gestire la vicinanza a Trump come risorsa vantaggiosa, da spendere con furbizia ai tavoli dell’Unione: ma che “amicizia speciale” è se Roma viene tenuta all’oscuro di un attacco come ogni altra capitale, Parigi, Londra, Madrid?
Il secondo crash riguarda l’aspirazione della destra a farsi interprete privilegiata del mondo cattolico, presidio di valori in assoluta sintonia con la tradizione religiosa italiana. Un desiderio sfiorito pian piano con Gaza, con il Venezuela, con il no della Santa Sede al Board of Peace, e infine fulminato dall’aperta condanna del Segretario di Stato Pietro Parolin sull’uso della forza militare come arma preventiva in Iran.
Il terzo e forse più rilevante strappo riguarda il racconto che questa maggioranza, questo esecutivo, questa premier, hanno fatto di se stessi e del superiore valore di un governo politico rispetto a ogni altra formula del passato: come difenderlo d’ora in poi? Rinunciare al giudizio politico su una guerra è un atto normale per un esecutivo tecnico, non certo per una maggioranza che ha sempre esibito le sue sicurezze sul dove, come e perché schierarsi.
Per la prima volta, davanti all’immenso putiferio suscitato dall’attacco all’Iran, le esigenze di realpolitik sono entrate in conflitto con i tratti identitari coltivati dalla destra italiana (nella sua più recente versione: in passato le cose erano un po’ diverse). L’identità guarda a Trump, alle sue guerre, alla rivendicazione di supervisionare le scelte di ogni Paese che gli interessa (in Venezuela e in Iran ma pure in Europa dove tifa apertamente per Afd e Fidesz), al suo attacco alle mollezze europee, alla sua propaganda che mischia videogame e bombe vere, con istintiva vicinanza: è il presidente che sfida il cosiddetto buonismo e impone un nuovo mainstream fondato sulla forza del leader e sulla sua capacità di decidere per il bene di tutti, contro il sistema che lo vorrebbe ingabbiare in regole desuete. La realpolitik dice: Trump spaventa gli italiani, gli porta la guerra in casa, li impoverisce, e per di più finora ha fatto perdere ogni forza politica che si è collegata a lui, dall’Australia al Canada.
Il «non condivido e non condanno» arriva qui, a questo punto. Molti lo hanno paragonato all’antico ne-neismo, «né con lo Stato né con le Br» di un pezzo della sinistra intellettuale, molti parlano di ignavia, apatia, e i più generosi fanno riferimento agli equilibrismi mediterranei della vecchia Dc che ci misero al riparo dagli attentati di matrice palestinese e poi islamica. Ciascuno sceglierà la sua versione, ma forse la traccia è più semplice: l’Italia è da sempre il Paese del barcamenarsi nelle crisi, il governo Meloni non fa eccezione.
Il solo Paese dell’Unione europea che ha tenuto la schiena dritta, e continua a farlo, in questa “guerra preventiva” scatenata dai giudeo americani è la Spagna del socialista Pedro Sánchez che ha innanzitutto negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi yankee di Moron e Rota. Ma è interessante riportare anche una parte del discorso che il leader socialista […]

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Il solo Paese dell’Unione europea che ha tenuto la schiena dritta, e continua a farlo, in questa “guerra preventiva” scatenata dai giudeo americani è la Spagna del socialista Pedro Sánchez che ha innanzitutto negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi yankee di Moron e Rota. Ma è interessante riportare anche una parte del discorso che il leader socialista ha tenuto a Palazzo Moncloa il 4.3.2026. Eccolo: “La posizione del governo di Spagna è chiara e coerente: no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto le popolazioni civili. No all’idea che i problemi del mondo si risolvano con conflitti e bombe. No alla ripetizione degli errori del passato. In definitiva, la posizione del governo di Spagna si riassume in quattro parole: no alla guerra. Il mondo, l’Europa e la Spagna si sono trovati qui prima. Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente che ha prodotto l’effetto contrario di quanto promesso: maggiore insicurezza, terrorismo, crisi migratoria e aumento dei prezzi dell’energia. È vero che è ancora presto per sapere se la guerra con l’Iran avrà effetti simili a quelli in Iraq o porterà alla caduta del regime degli ayatollah, ma da questa guerra non nascerà un ordine internazionale più giusto né benefici per le persone comuni. Per questo la Spagna si oppone a questo disastro, perché i governi devono migliorare la vita delle persone, non peggiorarla. Ed è inaccettabile che leader incapaci utilizzino il fumo della guerra per occultare il proprio fallimento e arricchire pochi. Gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili…”.
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A proposito della guerra all’Iraq del 2003, è bene ricordare che fu il leader socialista Zapatero a ritirare i soldati spagnoli che il suo predecessore, il cattolicissimo Aznar, aveva inviato sul terreno, nonostante Papa Wojtyla avesse tuonato contro quella guerra. Trump sta facendo pressioni sui curdi iracheni perché attacchino il contiguo Iran. Insomma siccome gli americani non hanno il coraggio di scendere direttamente sul terreno vorrebbero utilizzare i curdi, che questo coraggio ce l’hanno, come fecero già quando si trattò di smantellare lo Stato islamico di al-Baghdadi. Come premio furono dati in pasto a Saddam Hussein che concluse un patto leonino con la Turchia per cui l’esercito iracheno e quello turco, violando ogni limite di confine, potevano inseguire e massacrare i curdi per ogni dove. Famoso è rimasto il Massacro di Halabja, del 16 marzo 1988, dove circa 5000 curdi furono ‘gasati’ in un sol giorno, ma Saddam, che era allora un nostro cripto alleato, non fu mai perseguito per questo genocidio, ma per reati di gran lunga minori che aveva compiuto nel suo Paese. Perché denunciare Saddam per Halabja significava smascherare le responsabilità occidentali, dato che la Turchia è membro della Nato. All’epoca avevo dei contatti coi curdi della zona che mi informarono nei dettagli su quella criminale operazione. Ne scrissi sull’Europeo (“Chi si ricorda dei poveri curdi?”) ma nessun giornale europeo e in genere occidentale riprese la notizia di quell’orrore. Insomma si vuole riavverare l’affermazione che il giornalista statunitense del New York Times, William Safire, fece nel 1991: “Svendere i curdi è una specialità del Dipartimento di Stato americano”. Insomma i curdi prima vengono utilizzati e poi mazzolati. È vero che il popolo curdo, come tutti i popoli tradizionali, è ingenuo ma visti i precedenti non credo proprio che oggi voglia farsi massacrare e stendersi ai piedi degli Usa per le brame egemoniche di Trump. Brame che non hanno mai fine, se è vero che The Donald ha rimesso nel mirino Cuba per farla finita una volta per tutte con l’unico Stato comunista rimasto al mondo e di cui l’aggressione al Venezuela era un prodromo.
[…] E l’Italia? Concederà le numerose basi yankee che si trovano nel nostro Paese agli Usa per concorrere alla guerra contro l’Iran? Meloni, specialista in surfing politico, è stata come al solito ambigua rinviando tutto alle decisioni del Parlamento. Invece, come hanno giustamente obiettato le opposizioni, per una volta unite, avrebbe dovuto prendere una decisione chiara, alla Sánchez, non oggi ma ieri o l’altroieri. Il più esplicito è stato il ministro della Difesa Crosetto che ha parlato di “una guerra di cui nessuno era a conoscenza e che ha trovato noi di fronte allo stesso scenario degli altri, non una decisione condivisa, che è al di fuori delle regole del diritto internazionale”. Ora le cose sono due: o Crosetto non crede a ciò che dice oppure ci crede e allora, di fronte a una decisione del nostro governo di permettere l’uso agli americani delle loro basi in Italia, dovrebbe dimettersi. Questa guerra sarà lunghissima, interminabile. La mia impressione è che gli americani abbiano messo il piede su una merda planetaria dalla quale alla fine usciranno largamente imbrattati, più di quanto lo siano già ora.
FdI vorrebbe usare il tormentone per i comizi finali. La leader il 12 a Milano: previsti vip e giuristi come Cassese

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – Quando si dice la coincidenza: la destra cercava uno slogan e ha trovato un ritornello. Venerdì scorso, dopo il giro di call internazionali con Macron, Starmer e Merz sulla guerra in Iran, Giorgia Meloni ha trovato un attimo per chiamare Sal Da Vinci, all’anagrafe Salvatore Michael Sorrentino, fresco trionfatore di Sanremo con la sua “Per sempre sì”. La telefonata, confermano a Repubblica due fonti, è avvenuta poco prima che il cantautore di “ C’era una volta… Scugnizzi” si esibisse allo stadio Maradona per Napoli-Torino. Dalla premier, complimenti per la performance festivaliera. E una battuta. Che poi, come spesso accade in politica, rischia di diventare una linea: «La tua “Per sempre sì” è pure un regalo per il referendum».
E infatti dentro FdI l’idea circola già con una certa serietà: usare il tormentone dell’Ariston come colonna sonora dei comizi. Forse già giovedì, quando la premier è attesa a Milano, al Teatro Parenti, per il primo raduno della sua campagna referendaria. Il ministro Francesco Lollobrigida ha già piazzato la strofa sotto a un post di Instagram. Improbabile che Meloni faccia sul palco il gesto della mano con l’anello. Ma non è escluso che le casse del Parenti sparino il motivetto. La Campania è una delle regioni del Sud dove il No è in testa. E tutto può servire, anche l’aiuto canoro. I Fratelli partenopei poi confidano: Sal lo conosciamo bene. Non ci sarebbero insomma intoppi da copyright. Sarà contenta la leghista Simonetta Matone, che ieri a Un giorno da pecora preconizzava: « È un brano che va bene per quei matrimoni pacchiani del Napoletano, ma aiuta anche per il referendum».

Ritornello pacchiano o no, quello di Meloni a Milano sarà un comizio-show. Quattro ore di maratona, previsti vip e giuristi, come Sabino Cassese. Arianna Meloni chiuderà invece la campagna romana, il 19 al palazzo dei congressi, con Alfredo Mantovano e Antonio Di Pietro. Con la premier indaffarata a gestire la guerra in Medio Oriente e la benzina che sale, è Arianna a tenere il filo della campagna. Con altri big di via della Scrofa, in queste ore sta chiamando sindaci e presidenti di regione, per far passare un messaggio: tocca mobilitarsi per il referendum, come fosse un’elezione politica o regionale. Come dire: nessuno batta la fiacca. Anche perché i sondaggi, che davano il Sì sopra di venti punti fino a qualche mese fa, sono ormai sempre meno benevoli.
In casa Lega, Matteo Salvini punta tutte le fiches sul caso della famiglia del bosco, a cui busserà nelle prossime ore. Forza Italia opta invece per i treni: venerdì e sabato partirà la “freccia per il sì”. Vagoni brandizzati e convogli che il primo giorno, il 13, partiranno da Torino, Venezia e Bologna verso Milano centrale, e il secondo giorno, sabato, da Firenze e Napoli per Roma Tiburtina, dove dovrebbe parlare Antonio Tajani. Anche tra gli azzurri si cercano vip: tra i papabili per l’iniziativa ferroviaria c’è Beppe Signori, che già si sta spendendo. Sperando che i ritardi – come nelle riunioni interne ha fatto notare Fulvio Martusciello – non trasformino l’assist in un autogol. I colonnelli post berlusconiani, come Giorgio Mulè, battono intanto palmo a palmo i piccoli centri. «Chi vota no punta a lasciare tutto com’è, col retaggio dell’ordinamento fascista», la provocazione, ieri, del vicepresidente forzista di Montecitorio. È la volata finale del sì: boschi, treni e pallone. Aspettando il karaoke.