“Prima del M5S votavo De Mita e i radicali. Da piccolo papà mi portò da Padre Pio, a Roma facevo lavoretti”. L’intervista al leader del Movimento 5 Stelle: «A Roma ero uno studente squattrinato, facevo lavoretti. Una madre mi scrisse che grazie al reddito di cittadinanza potè comprare una bistecca ai suoi figli. Mi commosse»

(di Aldo Cazzullo – corriere.it) – Giuseppe Conte, qual è il suo primo ricordo?
«L’ospedale: a quattro anni mi ruppi il femore. Ma ho anche un ricordo bello: un compleanno, tre candeline, mia sorella Maria Pia, mia mamma e mio papà che si abbracciano felici».
Cosa faceva suo padre?
«Segretario comunale a Volturara Appula, il paese di mia mamma. Lì si conobbero. Lui era di Cerignola, il paese di Giuseppe Di Vittorio. I miei genitori erano gli unici nelle loro famiglie ad aver studiato, papà l’unico di nove figli. Vivevano in poche stanze. Un’immagine che mi è tornata in mente al tempo del Covid».
Come mai?
«Pensando a mio padre mi sono immedesimato nelle tante famiglie che dovevano condividere piccoli spazi, con i ragazzi che seguivano le lezioni dai computer poggiati sulla lavatrice del bagno… Il pensiero dei privilegi di chi disponeva di ville e terrazze, e della sofferenza di chi impazziva senza avere nessuno sfogo, mi ha commosso, talora fino al pianto».
Suo padre si trasferì a San Giovanni Rotondo.
«E non si mosse più, per devozione a padre Pio. Era un suo figlio spirituale, andava a chiedergli consiglio per le scelte importanti della vita».
Anche lei ha conosciuto padre Pio?
«Sì, papà mi portò da lui. Ero bambino, ma me lo ricordo benissimo. E ricordo la tristezza che piombò sulla nostra casa quando poco dopo sapemmo della sua morte».
Prega padre Pio?
«Più da piccolo. Ora cerco una raccomandazione diretta».
Crede in Dio?
«Credo nel mistero, nel nostro Dio cristiano. Tutto questo che viviamo viene sempre più indagato dalla scienza, ma non può risolversi per via immanente».
Sua mamma cosa faceva?
«La maestra elementare. Era orfana di padre, andò da uno zio a Lecce per studiare. A 19 anni ebbe il primo incarico in una scuola di campagna, si alzava all’alba per prendere il pullman, poi faceva due chilometri a piedi in un bosco. Nonna Clotilde era preoccupatissima: “Lillina, stai attenta!”. Ma lei era così orgogliosa di essere autonoma… Ho sempre sentito il fascino dell’insegnamento. Il mio mito era Wittgenstein, che lascia Cambridge per andare a insegnare ai bambini di un paesino sperduto tra le montagne austriache».
Nel suo libro, «Una nuova primavera», lei si racconta come studente con pochi soldi a Roma.
«Squattrinato, sì. Ma oggi una famiglia come la mia, con stipendi da statali, non potrebbe più mantenere due figli all’università. I miei mi mandavano un vaglia con i soldi calcolati al centesimo. Chiesi qualcosa in più, mi risposero: sei a Roma per studiare, non per divertirti. Per ripicca dissi che avrei fatto da solo. Mi sono ricordato di quell’impuntatura giovanile nella trattativa con Angela Merkel».
Cosa c’entra la Merkel?
«All’inizio della pandemia escluse di fare debito comune dicendo: usate il Mes. Le risposi che piuttosto di usare il Mes avremmo fatto da soli. Finimmo con il portare a casa 209 miliardi».
Come si mantenne da solo all’università?
«Con vari lavoretti. Soprattutto all’inizio davo lezioni di diritto ad altri studenti. Poi feci il correttore di bozze. Ancora adesso, se in un testo c’è un refuso, lo becco subito».
Nel suo libro lei dice di non aver votato Movimento 5 Stelle fino al 2018. Prima cosa votava?
«Non avevo un partito di riferimento. Guardai con interesse all’esperienza demitiana, alla sinistra Dc, quando candidò indipendenti di sinistra: Scoppola, Lipari, Ossicini. Ho votato anche radicale».
Come sono ora i suoi rapporti con Grillo?
«Dopo gli insulti che mi ha rivolto, non ci sono più rapporti. Anche se per me resta il fondatore. Una figura storica, con grandi meriti».
Lei scrive che Casaleggio aveva inserito nel M5S valori di destra.
«Oggi il Movimento si è dato, anche attraverso Nova, una Carta dei principi e dei valori che definisce più nitidamente la nostra identità. Che è un’identità progressista. Combattiamo per attuare il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione: mettere tutti in condizione di essere protagonisti della vita economica e sociale del Paese. Vogliamo contrastare disuguaglianze e iniquità, mai così profonde nella storia umana, anziché consolidare lo strapotere dei gruppi imprenditoriali dominanti, dei poteri finanziari, dei fondi di investimento, del nuovo capitalismo della sorveglianza digitale».
Siete pronti a un’alleanza organica con il Pd?
«Nova ci vincola a una concezione dell’alleanza dinamica, non statica. L’alleanza non è un prerequisito; è un mezzo per combattere le nostre battaglie accanto a chi condivide con noi un programma nero su bianco».
Quindi non è scontato che Pd e M5S si presentino insieme alle prossime elezioni?
«Con loro in questa legislatura abbiamo condiviso le basi di un programma comune. Siamo già a buon punto».
E lei ha aperto alle primarie di coalizione.
«Mi sono reso disponibile perché ho visto nel referendum una gran voglia di partecipare. Le primarie non sono nella nostra tradizione. Mi sono convinto che possano essere il modo più efficace per trovare l’interprete migliore, ma solo dopo aver condiviso il programma. Il vincitore delle primarie sarà colui che dovrà attuare il programma. Un percorso che va costruito con intelligenza, per compattare lo schieramento progressista anziché dividerlo».
Nel programma di governo ci saranno nuove tasse? La patrimoniale?
«No. Non dobbiamo aumentare la tassazione. Al contrario, dobbiamo alleggerire il peso fiscale e burocratico su chi apre una saracinesca, su chi tiene in piedi una fabbrica. La vera ricchezza da tassare è quella di chi sta seduto dietro una scrivania a spostare masse enormi di denaro. Dobbiamo aiutare l’economia reale, e colpire l’economia finanziaria che si arricchisce parassitariamente».
C’è posto per Renzi nell’alleanza?
«C’è posto per chi genuinamente condividerà il programma e offrirà garanzie di affidabilità per attuarlo. Non ne voglio fare questioni personali. La politica non deve vivere sui personalismi ma su processi politici chiari, limpidi, condivisi».
Chi ha fatto cadere il suo governo? Renzi?
«Renzi è molto abile a intestarsi svolte e soluzioni. Ma è evidente che la mia caduta è dovuta ad ambienti finanziari interni e stranieri, che non mi hanno considerato una garanzia ai loro occhi per gestire l’incredibile massa di risorse finanziarie che abbiamo ottenuto in Europa. Draghi non ha certo aspettato Renzi. Mi risulta da varie fonti che Draghi si fosse mosso in proprio per chiedere un cambio di governo ben prima che avvenisse».
Quali fonti?
«Ad esempio D’Alema. Credo che Renzi sia stato tra gli ultimi ad arrendersi al governo tecnico; perché sa che con un governo tecnico i politici contano ancora meno».
Trump aveva simpatia per lei.
«Una simpatia che ho sfruttato per ottenere per il mio Paese, non per dare il sangue, come ingenuamente sin qui ha fatto Giorgia Meloni. Uno dei suoi grandi fallimenti».
Cos’è andato a fare a pranzo con Zampolli?
«Ho ricevuto una lettera su carta intestata: l’inviato speciale di Trump, in visita ufficiale a Roma, desiderava incontrarmi. Ho ritenuto opportuno l’incontro per pregare Zampolli di riferire a Trump che stava accumulando errori su errori, a dispetto dei “signorsì” della Meloni, che l’hanno incoraggiato anziché frenarlo».
Com’è il rapporto con Elly Schlein?
«Rispetto reciproco, nella consapevolezza che rappresentiamo due forze politiche differenti, ma possiamo costruire un solido programma che ci consenta di rimediare ai fallimenti di Meloni e di governare per cinque anni».
E Silvia Salis?
«L’abbiamo appoggiata come sindaco di Genova perché è risultata la candidata migliore in una situazione complicata; ma non posso dire di averne una conoscenza approfondita».
Le cito quattro provvedimenti contestati dei suoi governi. I decreti Sicurezza. Una cosa di destra. Altro che progressista.
«Era un governo di compromesso. Nato dal rifiuto del Pd a collaborare, e dalla necessità di dare un governo al Paese. Tutte le più importanti riforme sono state quelle volute dal Movimento. Alla Lega abbiamo concesso i decreti Sicurezza, che nella versione originaria avevano vari profili di incostituzionalità, cui abbiamo ovviato con un lavoro attento e con il contributo del Quirinale».
Il 110. Un salasso enorme.
«Un provvedimento pensato per dare una forte spinta alla ripresa dopo la pandemia: un euro investito in edilizia ha un ritorno minimo di un euro e 50. Il provvedimento fu poi attuato dal governo Draghi e all’inizio proseguito dal governo Meloni. Ministri che ne hanno usufruito personalmente per le loro abitazioni parlano di un costo. È stato un investimento».
Troppo oneroso.
«Quando avremo la possibilità di tirare le somme in modo onesto, vedremo che un euro investito ha avuto un ritorno molto superiore a un euro e 50, a beneficio della collettività e delle casse dello Stato. Un euro speso in armi ha un ritorno ben inferiore a 0,50 centesimi».
Il reddito di cittadinanza. Nel libro lei racconta di non aver seguito l’invito di Casalino a raggiungere Di Maio sul balcone.
«Non l’ho fatto perché un premier non esce sul balcone. Ma le potrei far leggere lettere che ho ricevuto e mi hanno commosso fino alle lacrime. Un padre mi raccontava di aver potuto finalmente comprare un paio di occhiali. Una madre aveva potuto dare per la prima volta una bistecca ai figli. L’Italia però è così: se in un budget che sfiora i mille miliardi ne trovi otto per la sopravvivenza dei poveri, ti saltano addosso e appena possono ti mandano a casa. Se consenti a banche e assicurazioni di continuare ad arricchirsi, fai tutti felici e contenti».
Cambierebbe qualcosa nella gestione della pandemia? Farebbe la zona rossa nelle valli bergamasche?
«Sono questioni che anche la magistratura ha vagliato con attenzione e archiviato. Posso dire di aver operato con grande scrupolo e senso di responsabilità, sostenuto dai consigli degli esperti. Con il senno di poi si continua a dire tutto e anche di più. Di una cosa sono sicuro: vedendo come sono maldestri — non riescono neppure ad adottare il piano pandemico —, se fosse toccato all’attuale governo mi sarei spaventato per la mia salute e per quella della mia famiglia e dei miei compatrioti».
Lei firmò la Via della Seta con la Cina.
«Io firmai la Via della Seta dopo aver costretto i cinesi ad accettare principi che mai avevano sottoscritto prima — parità di condizioni, sostenibilità ambientale e finanziaria —, senza mettere in discussione l’alleanza con gli Usa, anzi rassicurandoli che era un passaggio necessario per aprire ai nostri imprenditori un mercato più ampio. Oggi con gli errori di Trump gli Usa sono poco affidabili, e rischiano di fare apparire la Cina addirittura più ragionevole. Un bel paradosso».
Lei è considerato filorusso, non solidale con l’Ucraina.
«Da subito ho condannato l’aggressione di Putin, sono stato favorevole alle sanzioni e lo sono tuttora. Ma la propaganda distorcente che mi ha calunniato trascura i quattro anni di fallimenti di coloro che hanno scommesso sulla sconfitta militare della Russia, sul cambio di regime, sul crollo dell’economia russa; anziché investire sulla diplomazia, e raggiungere un accordo oggi tanto più necessario, perché dobbiamo tornare in prospettiva a comprare gas russo».
La prima riserva mondiale di petrolio è in America Latina, con il Venezuela che ha quasi il diciotto per cento del totale. Subito dopo c’è l’Arabia Saudita con il sedici per cento. La risposta è nelle rocce

(di Maurizio Stefanini – ilfoglio.it) – Come le vicende legate al blocco dello Stretto di Hormuz stanno drammaticamente ricordando oggi a tutti, metà delle riserve mondiali di petrolio convenzionale e il 40 per cento del gas si trovano sotto appena il tre per cento della superficie terrestre. Facendo un attimo i conti, la prima riserva mondiale di petrolio è in America Latina: il Venezuela, con il 17,9 per cento del totale, concentrato principalmente nella cintura dell’Orinoco.
Metà delle riserve mondiali di petrolio convenzionale e il 40 per cento del gas si trovano sotto appena il tre per cento della superficie terrestre
Ma si tratta prevalentemente di greggio pesante ed extrapesante, con alta viscosità e consistenza simile alla melassa. Difficile da estrarre, trasportare e raffinare, e richiedente tecnologie complesse e diluenti. Per questo, con la mancanza di investimenti e manutenzione da parte della società di stato Pdvsa durante gli anni del chavismo, la produzione era crollata del 90 per cento, e si è ripresa solo con l’arrivo di società straniere. Ma seconda, col 16,1, è l’Arabia Saudita. Quarto, dopo il terzo posto del Canada al 10,6, l’Iran, col 9,1. Quinto l’Iraq, pure con una percentuale del 9,1, ma con un quantitativo di barili minore (143,1 miliardi contro 151,2). Sesto il Kuwait, con il 6,1. Settimi gli Emirati Arabi Uniti, con il 5,9. Poi, dopo il 5,3 della Russia, il 2,9 della Libia, il 2,3 della Nigeria, l’1,9 degli Stati Uniti e l’1,8 del Kazakistan, tredicesimo è il Qatar, con l’1,5. Quanto al gas naturale, dopo la Russia col 24,39 per cento abbiamo l’Iran con il 17,09 e il Qatar con il 12,40. Quarti gli Stati Uniti con il 4,65, si torna nel Golfo con il 4,38 dell’Arabia Saudita. E dopo il 3,83 del Turkmenistan c’è il 3,11 degli Emirati Arabi Uniti. Il servizio geologico degli Stati Uniti ha stimato nel 2012 che vi sono nella regione più di 86 miliardi di barili di petrolio greggio, e 9,5 mila miliardi di metri cubi di gas.
Sembra che il primo sfruttamento industriale del petrolio sia stato fatto in Birmania nel XVIII secolo, una raffineria fu fatta dai russi in Azerbaigian nel 1837 in un sito dove esisteva un pozzo scavato a mano già nel 1593, e l’industria petrolifera moderna inizia quando il 27 agosto 1859 nei pressi di Titusville, in Pennsylvania, Edwin Drake apre il primo pozzo petrolifero redditizio del mondo. Oggi gli idrocarburi sono considerati dagli ecologisti una iattura e sono tacciati di aver provocato il cambiamento climatico, ma in realtà l’introduzione nell’industria di lubrificanti a base di petrolio al posto di quelli di grasso e olio di cetacei ha all’inizio proprio un effetto positivo per l’ambiente, dal momento che pone un brusco freno a quella caccia alle balene che con la Rivoluzione Industriale era diventata forsennata. Anche la lampada a petrolio nel 1846 è inventata per sostituire quella a olio di balena. Ma la vera èra del petrolio inizia quando Winston Churchill, dal 24 ottobre 1911 Primo Lord dell’Ammiragliato, decide di rispondere alla sfida lanciata dal sempre maggior rafforzamento della marina imperiale tedesca disponendo che la Royal Navy sostituisca il carbone con il petrolio come combustibile. E dal marzo 1912 inizia ad annunciare alla Camera dei Comuni la messa in linea di nuove navi che vanno a nafta.
Churchill, dal 1911 Primo Lord dell’Ammiragliato, dispone che la Royal Navy sostituisca il carbone con il petrolio. La Grande guerra gli darà ragione
Non solo ammiragli tradizionalisti e la potente lobby del carbone fecero resistenza. Anche i marinai protestarono che sulle navi a carbone faceva più caldo. Ma la Grande Guerra presto confermò come la nafta generava più energia per unità di peso, il che significava navi più veloci, e anche che era meno costoso. Occupava meno spazio, liberando spazio per armi o rifornimenti. Era più pulito: all’epoca certe preoccupazioni ecologiste non c’erano, ma è noto che il 10 giugno 1918 fu proprio il fumo nero a tradire nella notte le navi a carbone della flotta austro-ungarica che provava a forzare lo sbarramento del Canale di Otranto: segnalandole ai due Mas di Luigi Rizzo che poterono così silurare e affondare la corazzata Santo Stefano. E, soprattutto, poteva essere rifornito più rapidamente, poiché non richiedeva il lavoro manuale di eserciti di fuochisti neri di fuliggine a caricare tonnellate di carbone nelle stive.
Invece della catena di stazioni per il rifornimento del carbone che le potenze marittime avevano cercato di creare nel pianeta durante il XIX secolo e da cui erano nate molte colonie, compresa la nostra Eritrea, adesso basta qualche petroliera. “La ballata del mare salato”, prima storia di Corto Maltese, racconta anche dell’immane sforzo dei tedeschi per creare basi di rifornimento di carbone nel Pacifico all’inizio della Prima Guerra Mondiale. E dalle navi l’effetto petrolifero si proiettò su tutti gli altri mezzi di trasporto, anche se, dopo che tutti i possibili utilizzi furono considerati, il sorpasso definitivo del petrolio sul carbone come combustibile più usato avviene solo negli anni Cinquanta del XX secolo.
Il Regno Unito, però, di miniere di carbone ne aveva in casa in abbondanza. Il petrolio bisognava invece procurarselo, e il 17 giugno del 1914 Churchill chiede infatti alla Camera dei Comuni di approvare l’acquisto da parte del governo di una quota del 51 per cento delle azioni della Anglo-Persian Oil Company, e in aggiunta la prima utilizzazione di tutto il petrolio prodotto nei pozzi della compagnia. Con questa acquisizione, e a un costo di poco superiore a due milioni di sterline, la Royal Navy si sarebbe assicurata tutto il petrolio necessario per “alimentare le navi da guerra senza dipendere da qualche compagnia privata o governo straniero”. Fondata nell’aprile 1909 in seguito alla scoperta di un vasto giacimento petrolifero a Masjed-e Soleyman, nell’allora Persia, questa prima compagnia petrolifera in medio oriente mutò il nome in Anglo-Iranian Oil Company quando nel 1935 anche la Persia divenne Iran. Nazionalizzata nel 1951 da Mohammad Mossadeq col nuovo nome di National Iranian Oil Company (Nioc), restò di stato anche dopo che la Cia ebbe rovesciato il primo ministro nazionalista e restaurato lo Scià. Ma la parte fuori dall’Iran si ristrutturò come British Petroleum (Bp), e con altre compagnie creò la holding che continuò a cooperare con la Nioc fino a quando la rivoluzione del 1979 non pose fine a ogni tipo di collaborazione di questo genere.
Ovvio che da Churchill in poi il petrolio è entrato nella geopolitica e nelle guerre. Ma nel Golfo Persico, in medio oriente e anche nei dintorni il petrolio era conosciuto da prima. Sembra che Babilonia fosse circondata da strade già fatte di asfalto, e vari popoli dell’antichità utilizzavano i giacimenti di petrolio superficiali per produrre medicinali con funzioni lenitive e lassative, fabbricare bitume o alimentare le lampade. Lo stesso culto del fuoco come manifestazione divina purificatrice nacque da zone dove il petrolio e il gas naturale emergevano spontaneamente, creando fiamme perenni che venivano venerate dagli zoroastriani. Il Tempio Ateshgah a Baku, in Azerbaigian, è una testimonianza storica di questo culto. Anche Marco Polo nel Milione racconta di una montagna al confine tra Armenia e Georgia dove è “una fontana, ove surge tanto olio e in tanta abbondanza che 100 navi se ne caricherebboro a la volta. Ma non è buono a mangiare, ma sì da ardere, e buono da rogna e d’altre cose; e per tutta quella contrada non s’arde altr’olio”.
Ma già nell’Iliade Omero narra di un “fuoco perenne” lanciato dai troiani contro le navi greche, forse anticipatore di quel “fuoco greco” che i bizantini preparavano con petrolio, olio, zolfo, resina e salnitro, che non potendo essere spento dall’acqua si rivelò un’arma decisiva per fermare la prima avanzata islamica. In compenso, i musulmani introdussero il petrolio in occidente, soprattutto come medicinale. Alcune fonti a cielo aperto, come il santuario della “Madonna dell’olio” di Blufi a Palermo o la pure siciliana Petralia in Sicilia, divennero noti centri termali. La stessa parola petrolio, da latino petroleum “olio di roccia”, è spesso attribuita al mineralogista tedesco Georg Bauer, che la adottò nel suo trattato del 1546 “De Natura Fossilium”. Ma ci sono evidenze che era stato coniato cinque secoli prima dal filosofo e scienziato persiano Avicenna.
Quanto al gas naturale o metano, nell’antica Grecia le fiamme di gas del monte Chimera fecero nascere la leggenda del mostro omonimo, ma il primo utilizzo risale al V secolo a.C., in Cina: portato con condotte di bambù per far bollire l’acqua salata ed estrarre il sale. In epoca moderna il primo pozzo commerciale di gas naturale è scavato da William Hart nello stato di New York nel 1821, e nel 1858 è creata la prima società per il suo sfruttamento, ma l’utilizzo continua ad essere soprattutto locale fino all’inizio del XX secolo, quando iniziano a essere costruiti gasdotti a lunga distanza. Nel 1925 i tedeschi Franz Fischer e Hans Tropsch mettono a punto la tecnica per trasformare il gas naturale in carburante liquido, poi utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale da una Germania dove il petrolio scarseggiava. Ma in linea generale il gas naturale ha iniziato a essere importante da quando hanno iniziato ad aumentare i prezzi del petrolio.
Ma così torniamo appunto alla grande domanda. Come mai il Golfo Persico ha più petrolio e gas di qualsiasi altro posto sulla Terra? “In qualità di geologo petrolifero che ha studiato la zona, rimango ancora stupito dall’enorme estensione dei suoi giacimenti di idrocarburi”, spiega ad esempio Scott L. Montgomery, Docente di Studi Internazionali, Università di Washington, in un recente saggio sul tema scritto per “The Conversation”. “Ad esempio, intorno al Golfo Persico si trovano oltre 30 giacimenti supergiganti, ciascuno contenente cinque miliardi di barili o più di petrolio greggio. E i pozzi della regione producono da due a cinque volte più petrolio al giorno rispetto ai migliori pozzi del Mare del Nord e della Russia”. Ma come spiega, la geoscienza moderna ha identificato diversi fattori chiave nelle rocce che rendono una regione particolarmente ricca di petrolio, inclusa la sua capacità di generare e trattenere idrocarburi. E nella regione del Golfo Persico, tutti questi fattori sono a livelli ottimali, o quasi. Già negli anni 50 e 60, in un periodo di rapida espansione dell’esplorazione di petrolio e gas, divenne chiaro che nessun’altra regione del pianeta avrebbe avuto una tale abbondanza. Sono state scoperte altre aree con enormi volumi di petrolio e gas, come la Siberia occidentale in Russia e, più recentemente, il bacino del Permiano negli Stati Uniti, ma nessuna è paragonabile alla grandezza delle riserve nel Golfo Persico, né all’alto rendimento con cui petrolio e gas possono essere prodotti in questa regione.
La grandezza delle riserve nel Golfo Persico, e l’alto rendimento con cui petrolio e gas possono essere prodotti nella regione non hanno eguali
Questo perché la regione del Golfo Persico si trova nel punto in cui da 35 milioni di anni si scontrano la placca tettonica araba a sud-est e quella eurasiatica a est e nord. Gli strati rocciosi sono stati così piegati e fratturati e, a livelli più profondi, trasformati da calore e pressione considerevoli. Vero che alcune caratteristiche geologiche sono molto diverse tra i due lati del Golfo. Sul versante iraniano c’è infatti la catena montuosa Zagros, che si estende per 1.800 chilometri dal Golfo di Oman fino al confine con la Turchia. Parte del grande sistema alpino-himalayano, è costituita da rocce altamente piegate e fratturate, create negli ultimi 60 milioni di anni dalle collisioni di Africa, Arabia e India con l’Eurasia. La forma degli Zagros riflette direttamente le pieghe dovute alle enormi forze tettoniche in gioco, che hanno orientamento “a salsiccia” in direzione nord-ovest/sud-est. Al contrario, sulla costa del Golfo Persico non si è invece verificato alcun tipo di flessione e frattura. Ma le forze di compressione della collisione hanno deformato una piattaforma rigida di roccia profonda e dura, nota come “basamento cristallino”, creando vaste strutture a cupola di enormi dimensioni, estese per decine e persino centinaia di chilometri quadrati.
In mezzo, sotto il Golfo Persico si trova invece un bacino ricco di sedimenti erosi dal sollevamento dei Monti Zagros, che nelle sue zone più profonde è stato sottoposto alle alte temperature e pressioni necessarie per la generazione di petrolio e gas. Entrambi hanno in effetti origine organica: materiali come lo zooplancton marino e il fitoplancton, dopo la loro morte si sono depositati sul fondale marino unendosi ad altri sedimenti come scisti, calcare ricco di fango e altre rocce che successivamente sono state esposte a temperature e pressioni elevate. Quando le rocce sono composte per almeno il due per cento da materiale organico, sono considerate di alta qualità per la produzione di petrolio e gas. E la regione del Golfo ha appunto un numero particolarmente elevato di strati di queste rocce madri, alcune delle quali sono particolarmente spesse, abbondanti e ricche di sostanza organica. Queste forze in gioco hanno creato campi di greggio come Ghawar: il più grande al mondo, con un potenziale da oltre 70 milioni di barili. Vicino c’è il South Pars-North Dome, condiviso tra Iran e Qatar, che invece potrà produrre 46 miliardi di metri cubi di gas. Ma ciò senza considerare le nuove tecniche delle trivellazioni orizzontali e del fracking, che sperimentate negli Usa dagli inizi di questo millennio potrebbero aumentare la resa ulteriormente, e di parecchio.
La roccia serbatoio principale nella zona sono i calcari, la cui porosità è dovuta a cause sia meccaniche che chimiche: fratturazione, carsismo e in parte erosione. Anch’essa gioca un ruolo chiave per poter ospitare gli idrocarburi, creando cavità e canali in cui petrolio e gas si possono infilare. Grazie a queste proprietà, nei calcari del Golfo, derivanti da antichi fondali marini sconfinati, si creano giacimenti immensi, vasti anche più di migliaia di chilometri quadrati, tutti interconnessi. Per lo stesso principio in Italia, i calcari sono i principali acquiferi. In realtà, anche da noi un po’ di petrolio c’è: in Basilicata la Val d’Agri. E c’è gas in Pianura Padana e nell’Adriatico. Ma, appunto, a est dell’Appennino. Nel Tirreno è invece avvenuto l’opposto che gli Zagros: non compressione ma estensione dovuta a decompressione partita 30 milioni di anni fa. Ciò ha favorito l’attività vulcanica nell’ovest del paese. Semplificando, ci spiega il geologo, “si può dire che il vulcanesimo ha cotto l’eventuale petrolio che poteva essere contenuto nella zona tirrenica e le fratture di decompressione hanno permesso al gas ed altri residui di disperdersi in superficie”.
In Italia il “vulcanesimo” ha cotto l’eventuale petrolio della zona tirrenica. Ma a Lardarello nel 1913 nacque la prima centrale geotermica al mondo
Ci aggiunge però che in teoria ciò non sarebbe uno svantaggio per la produzione di energia. Lo testimonia quella che a Lardarello fu nel 1913 la prima centrale geotermica al mondo, e le ricerche che si stanno facendo per realizzarne altre nell’Alto Lazio e in Campania. Il geotermico, essendo disponibile 24 ore per 365 giorni l’anno, già ora copre il due per cento del fabbisogno energetico nazionale, ma con opportuni investimenti potrebbe arrivare oltre il 10, aiutandoci a sostituire il petrolio bloccato a Hormuz. Se non ci si mettono di mezzo i Nimby…
Il sì al gas russo spacca il Paese. Oltre il 50% vede il rapporto con gli Stati Uniti come un rischio

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – C’è un dato che, più di tutti, racconta il tempo che stiamo vivendo: quasi un italiano su due (47,8%), secondo i sondaggi di Only Numbers, ha già iniziato a risparmiare sui consumi energetici. Non è una scelta ideologica, né il segnale di una improvvisa svolta ecologista collettiva, ma una necessità concreta. Ancora una volta è il portafoglio, prima ancora della politica, a dettare le priorità. La guerra in Medio Oriente, lontana geograficamente ma ormai vicinissima nelle sue conseguenze, sta producendo effetti immediati e tangibili: bollette più care, incertezza diffusa, nuove paure… E come spesso accade nei momenti di pressione economica, sono le famiglie – e in particolare le donne (48,6%) come emerge dal sondaggio – a farsi carico per prime dell’adattamento quotidiano.
Ridurre, ottimizzare, rinunciare: una gestione silenziosa che racconta più di molte dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, questo sforzo non pesa allo stesso modo su tutti. Per alcuni significa riorganizzare i consumi, per altri rinunciare a ciò che era già essenziale. È qui che la crisi energetica smette di essere solo un tema economico e diventa una questione sociale, che amplifica disuguaglianze già esistenti. Sotto la superficie dei comportamenti individuali si muove una frattura politica e culturale sempre più evidente. Il 41,5% degli italiani si dice favorevole a rimuovere le sanzioni alla Russia pur di tornare a un’energia più accessibile. È un dato che non può essere liquidato come semplice nostalgia del passato o cinismo economico, è, invece, il segnale di un disagio reale, che mette in discussione l’equilibrio tra principi geopolitici e sostenibilità sociale.
L’Italia, su questo, si divide nettamente. Da una parte un centrosinistra che difende la linea delle sanzioni come scelta di campo etica e strategica (54,1%); dall’altra un centrodestra (54,3%), con aperture significative anche dal Movimento 5 Stelle (44,7%), più disposti a rimettere in discussione quei vincoli in nome di una maggiore tutela interna.
Non è solo uno scontro tra schieramenti, ma il riflesso di due diverse idee di priorità nazionale. A complicare ulteriormente il quadro c’è il rapporto con gli Stati Uniti e, in particolare, con il suo presidente Donald Trump. Più della metà degli italiani percepisce questo legame come un rischio, segno di una fiducia tutt’altro che consolidata nei confronti dell’alleato storico. E quando l’80,1% dell’opinione pubblica ritiene che sia stato superato ogni limite, la politica estera smette di essere materia per specialisti e diventa sentimento diffuso. Eppure, in uno scenario attraversato da tensioni, paure e divisioni, emerge un elemento apparentemente controcorrente: il desiderio di stabilità. La fiducia nella presidente del Consiglio e nel suo partito non registra scosse significative, come se, in una fase di incertezza globale, una parte compatta del Paese preferisse ancorarsi a un punto fermo piuttosto che avventurarsi nell’ignoto.
Anche le opposizioni, del resto, non mostrano variazioni rilevanti. È forse questa la chiave di lettura più interessante: gli italiani stanno cambiando comportamenti, opinioni e priorità, ma non cercano necessariamente una rottura. Piuttosto, sembrano chiedere protezione, gradualità, rassicurazione. Domandano risposte concrete più che battaglie simboliche, stabilità più che scosse. Il rischio, altrimenti, è quello di trovarsi di fronte a un Paese bloccato: non solo nella percezione dei cittadini, ma nella realtà quotidiana. Ce ne accorgiamo alla pompa di benzina o mentre facciamo la spesa nel nostro negozio di fiducia, ci scopriamo più poveri, e sempre meno capaci di pianificare il futuro. Ed è proprio qui che si gioca la sfida per la politica: intercettare fino in fondo questa domanda diffusa, prima che si trasformi in disillusione. Continuare a leggere il Paese attraverso categorie che da oltre trent’anni strutturano il dibattito in centrodestra e centrosinistra, atlantismo e sovranismo, rischia di non essere più adeguato.
Perché mentre il confronto pubblico resta spesso astratto, nelle case degli italiani accade altro: si spegne una luce in più, si abbassa il termostato, si rinvia una spesa. Piccoli gesti, apparentemente marginali, che raccontano però una realtà molto concreta. È lì, in quella quotidianità silenziosa, che si misura davvero lo stato di salute della nazione. C’è però un rischio ancora più profondo, meno visibile, ma forse più insidioso: che questa capacità di adattamento si trasformi in assuefazione. Che il ridurre, il rinunciare, il rimandare diventino la normalità accettata, e non più una fase da superare. Perché un Paese che si abitua a restringere i propri orizzonti è un Paese che, lentamente, smette di immaginare il futuro.
Nel labirinto libanese delle guerre degli altri tutti indicano il Partito di Dio

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Chi ha ucciso il sergente Florian Montorio, Casco blu francese impegnato, fidando un po’ troppo in un fragile cessate il fuoco, a sminare una strada che porta a un posto di controllo del contingente Onu nel Sud del Libano, la piccola armata più indifesa del mondo? L’indagine su un delitto è sempre complicata soprattutto quando il fatto accade in una zona di guerra. Ancor più quando è in Libano. Perché il capitolo libanese del confronto tra Israele (e il suo alleato americano) e l’Iran è un sacco colmo di tragedie e di domande: è una guerra di annessione territoriale per il Grande Israele? Una guerra per la crisi mediorientale? Una guerra geopolitica con l’asse della resistenza sciita sbrindellato ma non vinto? O una guerra civile, religiosa, sociale, di poveri contro ricchi? O tutto questo insieme? In Libano corre la decorrelazione radicale, a ciascuno la sua Storia, due mondi in cui uno continua in quanto l’altro si estenua. Hezbollah ne è la sintesi: gruppo terrorista confessionale ma non solo, gli altri gruppi di kamikaze dell’epoca sono scomparsi e loro sono ancora lì, poi partito poi esercito poi potere e contropotere, missili e la tv Al-Manar, guerra asimmetrica e valle della Bekaa, i riti del martirio e i giochi di corridoio levantini in parlamento, welfare dei poveri e braccio armato – armatissimo – dell’Iran sul Mediterraneo ma anche l’unica forza libanese in un Paese di indifesi in grado di umiliare l’onnipotente aggressore israeliano. Hezbollah ha inventato il “made in” della rivoluzione islamica. Intorno, nel calderone, bolle un movimento frenetico che rimescolando i vecchi pezzi, sbattendo con forza le une contro le altre le molecole politiche e confessionali tradizionali scindendole, separandole, facendole deflagrare come per una catalisi, crea molecole imprevedibili. E travolge i libanesi. Sì i libanesi: uomini destituiti, uomini decaduti, uomini di troppo. Fantasmi tra rovine senza scampo che tornano a ogni nuovo capitolo della tragedia a ricordarci i nostri debiti non saldati.
Questo perché il Libano è un teatro delle ombre, in cui da decenni, dal secolo scorso, da quando è diventato il fragile palcoscenico di tutte le crisi del vicino Oriente, lì si combattono guerre che non gli appartengono. Ecco: è un labirinto in cui coloro che si addentrano baldanzosi finiscono per restarne prigionieri, la Siria, Israele l’Iran, gli Stati Uniti, l’Onu, la Francia, i palestinesi… Il labirinto è uno spazio di enigma dove tutte le trame si ingarbugliano, di cui è facile superare le porte ma difficile uscirne a meno che qualcuno non fornisca il filo da riavvolgere passo dopo passo. Complice, alleato, traditore? Chissà. E anche in questo caso: tra il mostro da uccidere e l’eroe liberatore, chi è sicuro che i due non si scambino le parti, che siano a loro volta colpevole e innocente? Un labirinto come le guerre libanesi non comincia e non finisce, tutt’al più fa finta di cominciare e di finire.
Torniamo all’agguato di ieri. Chi ha ucciso il sergente Montorio e ferito alcuni suoi commilitoni? Il presidente francese Macron non ha dubbi: «Tutto lascia pensare» che a organizzare l’attacco ai soldati della pace siano stati i miliziani di Hezbollah, il Partito di Dio, l’alleato dell’Iran. Anche le Nazioni Unite, sempre cautissime, tremebonde, volpine, per una volta azzardano, anche se usano le tradizionali formule pilatesche: «L’attacco è da attribuire a un soggetto non statale» e tra parentesi spunta il nome Hezbollah. Ahi! La situazione nella guerra di Hormuz è incandescente, tutto si lega e collega, si rischia la catastrofe a mala pena interrotta. Niente paura. Il povero Casco blu ucciso resterà una notizia di cinque righe. Come le altre centinaia di morti nell’inutile, impotente missione libanese.
Lo dimostra il formulario paradossale, al limite del grottesco usato dopo l’attacco di ieri. Il presidente francese ingiunge al presidente libanese Aoun «l’arresto immediato dei colpevoli». Aoun affannato e partecipativo aggettiva il sì come segue: «Ho dato istruzioni agli organi competenti per una indagine immediata sull’incidente». Anche la missione Onu invoca «un’indagine».
L’indagine… gli organi competenti… gli arresti: uno Stato che non esiste, il cui esercito dovrebbe nientemeno che disarmare il vero esercito libanese, quello di Hezbollah; che dovrebbe impedire a Israele di considerare il suo territorio come un poligono dove far piazza pulita di civili e villaggi, e annuncia sghignazzando annessioni. E un contingente di pace che non può sparare ma solo, appunto, condurre indagini…
Si ricorra dunque all’antico metodo degli investigatori: a chi giova il delitto? E qui il teatro delle ombre dilaga, capovolge, depista. Hezbollah, il grande accusato, è l’assassino che più sarebbe danneggiato dalla fine del cessate il fuoco. Perché proprio la tregua è il grande successo, suo e del suo alleato padrone l’Iran: aver costretto, resistendo, gli Stati Uniti a obbligare Israele a non fare qualcosa, a continuare almeno la micidiale guerra libanese. È per certi aspetti una svolta che mette a nudo la precarietà della «vittoria» di Netanyahu. Hezbollah ha forse una strategia divergente da quella degli Ayatollah, punta alla guerra infinita? Impossibile. Il gruppo libanese è strutturato sulla base di ferree gerarchie, militari e teologiche, non c’è spazio per dissidenze che indeboliscono. Si obbedisce, si combatte e se necessario si muore. È questa obbedienza che gli ha permesso di tener testa a Israele. Senza l’Iran dei Pasdaran e degli Ayatollah non può continuare a esistere, i loro destini sono collegati; e in questa fase Teheran vuole andare a vedere le carte di Trump a Karachi.
Resta così un altro indiziato: Israele, che ha più volte colpito intenzionalmente i Caschi blu che ostacolano le sue strategie annientatrici non fosse altro come testimoni. La tregua per Netanyahu è un disastro, ha bisogno che la resa dei conti con l’Iran e Hezbollah non finisca perché «c’è ancora molto lavoro da fare». C’è il rischio che la morte del sergente paracadutista francese resti l’ennesimo delitto perfetto. La guerra è davvero tutto ciò che non si capisce.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Programma! Programma! Programma! Un solo grido, un solo allarme agita la tribuna stampa del Campo largo. Che risuona un po’ come il “Guerra! Guerra! Guerra!” nella “Guerra lampo dei fratelli Marx”, con Groucho che ne farebbe volentieri a meno e invoca l’armiamoci e partite. Lungi da noi qualsiasi accostamento tra i Marx e le firme di “Repubblica” (molto meno divertenti), colpisce però la tenace costanza con cui esse firme chiedono, anzi pretendono, che Schlein, Conte, Fratoianni&Bonelli, e perfino lo schivo Magi, si impegnino, senza frapporre indugio alcuno, nella stesura di un progetto. Anzi, del Progetto. Dopo Concita De Gregorio con il suo apprezzato “basta parlare di primarie vi voglio all’opra intenti”, e l’incisivo “Datevi una mossa!” di Michele Serra, scende in campo Massimo Giannini […] con un fiammeggiante appello ai liberi e forti. Ingiustamente sovrastato da un titolo eccitante come una secchiata di bromuro: “Per la sinistra è il tempo delle idee”. Malgrado il palese sabotaggio, Giannini è implacabile nel deplorare l’indolenza, l’inerzia e se vogliamo la poltroneria dei cari leader, riluttanti a uscire dal solito tran tran. Che, infatti, “stanno lì a marcarsi l’un l’altro tra la presentazione di un libro e la convocazione di una segreteria, a inseguire i retroscena dei giornali o i fruscii dei palazzi romani, a presidiare i rispettivi terreni ognuno con una sua “campagna di ascolto”.
[…]
Un quadro agghiacciante a cui ci permettiamo di osservare come l’altra attività precipua dell’opposizione consista nella richiesta martellante al governo di “venire a riferire in Parlamento”, naturalmente “subito”. Oltre, un giorno sì e l’altro pure, invocare le dimissioni di questo o quel ministro, fino a esaurimento delle scorte. I guai arrivano nel fatale elenco sul cosa fare dove Giannini si limita all’essenziale : “Le cinque o dieci riforme fondamentali che vareranno su un fisco sfasciato, una sanità a corto di risorse, una scuola immiserita dai tagli draconiani, un reddito delle famiglie falcidiato dall’inflazione e dal fiscal drag, un’emergenza energetica destinata a durare e a infiammare bollette e carburanti, una crisi industriale da 100 tavoli aperti e 120.000 lavoratori a rischio, una giustizia civile inefficace, una politica estera eccetera eccetera”. “Eh, la Madonna”, per dirla con Renato Pozzetto (o con Totò: poi dice che uno si butta all’opposizione). Il fatto è che il famoso “programma”, soprattutto nel centrosinistra (a destra scrivono qualunque cosa, tanto poi non se ne ricorda nessuno), è foriero di gestazioni infinite che alla fine producono un testo agile come un volume della Treccani. Avvenne con il secondo governo Prodi che affondò, insieme al librone e a un plotone di partiti e partitini, causa maltempo e le problematiche di casa Mastella.
[…] Quanto a noi, molto meno autorevoli dei fratelli Marx, ci permettiamo di suggerire due o tre soluzioni. La più indolore: perdere le elezioni e restare tranquillamente all’opposizione. E se proprio si ama il pericolo, attendere che il governo Meloni si auto-estingua logorato dai mille problemi di cui sopra. Nel caso, si raccomanda di adottare la tecnica dell’opossum (che per evitare guai si finge morto) poiché a destra pensano a tutto loro (come con il Sì al referendum). Abbiamo, infine, la variante Groucho: “Scavare trincee? Non abbiamo tempo per scavare trincee! Compriamole già fatte”. Come i programmi.

(di Michele Serra – repubblica.it) – È possibile che qualcosa ci sia sfuggito, in questo affastellarsi di dichiarazioni, dispacci, bombe, mine, riunioni di dignitari colate a picco, petroliere immobili ma ancora a galla, ultimatum via social che smentiscono quanto appena detto.
Ma Hormuz è aperto o chiuso? La guerra è ancora in corso? La tregua prelude alla pace o è solo una breve interruzione delle ostilità? Il regime di Teheran (obiettivo dichiarato dell’attacco) è più forte o più debole? L’Iran avrà o non avrà il suo nucleare? Chi ha vinto davvero, visto che tutti dicono di avere vinto? Chi ha perso, visto che nessuno ammette di avere perso?
Bisognerebbe inventare un neologismo che indichi la condizione di caos permanente nella quale un «manipolo di tiranni», dice il Papa, ci ha condotti (L’Osservatore romano traduce elegantemente: manipolo di dominatori). Vale il nuovo disordine mondiale al posto del vecchio ordine mondiale, e questo lo avevamo capito. Ma la condizione di guerra diffusa, mai dichiarata e mai conclusa, senza un inizio e senza una fine, come chiamarla?
Fu Putin, quando coniò l’eufemismo «operazione militare speciale» pur di non dire “guerra contro l’Ucraina”, a dare per primo il segnale che la vecchia antitesi guerra/pace appartiene al passato. Il rapimento di Maduro prevedeva l’uso delle armi, e la violazione della sovranità di un altro Paese, ma gli Usa non sono in guerra con il Venezuela. Né assomiglierebbe alla pace l’allentamento della morsa di Israele sul Libano.
Forse l’obiettivo è fare della violenza militare, dei bombardamenti, del massacro di civili nelle loro case, non una grave emergenza (la guerra!) ma una presenza endemica. Le bombe e i carrarmati come i parlamenti e le diplomazie: normali attori politici.
A muovere questo percorso è il bisogno di sicurezza inteso come costante allargamento del proprio territorio

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Israele ha intrapreso un percorso di autodistruzione. A muoverlo è il bisogno di sicurezza inteso come costante allargamento del proprio territorio. Imperativo esaltato dagli estremisti religiosi quale adempimento del mandato divino, che vorrebbe il popolo eletto titolare dello spazio tra Nilo ed Eufrate (Genesi, 15; 18-21).
Dio non essendo cartografo lascia agli ultrasionisti religiosi qualche libertà di interpretazione circa la forma della Terra di Israele. Certo non un sogno da realizzare nel tempo visibile, almeno per i sionisti che curano il senso del limite. Diversi però, non solo ebrei — per esempio l’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee — ne fanno l’ideale di riferimento.
Non entriamo nella disputa georeligiosa. Restiamo all’equazione spazio=sicurezza. Dalla quale discende spazio=identità. Qui sicurezza e identità sono due facce della stessa medaglia. Ovvero del controllo sui territori strappati agli arabi palestinesi dalla guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) a oggi. Spazi da estendere a tempo indeterminato, con traiettorie variabili. Nel menù odierno figurano mezza Gaza — in attesa di riprendere l’altra metà, sotto Hamas — tutta la Cisgiordania (Giudea e Samaria), il Libano meridionale sino al fiume Litani, il Golan con il Monte Hebron e altri territori siriani.
La differenza qualitativa tra le conquiste precedenti e quelle in corso dopo il trauma del 7 ottobre sta nell’enfasi sull’identità più che sulla sicurezza. Il Grande Israele è anzitutto dovere verso se stessi. Autoidentificazione di un popolo eletto.
Di qui il rifiuto del governo Netanyahu di considerare umani coloro che resistono a tanto disegno, come i gazawi e i palestinesi di Cisgiordania. Privi di diritti in quanto non umani. La riduzione del nemico a bestia — ricambiata nella propaganda di Hamas e di altre organizzazioni palestinesi — legittima ogni violenza.
Nella dottrina militare di Gerusalemme l’espansione del territorio serve alla sicurezza “assoluta”. Le Forze di autodifesa di Israele sono impegnate in un’offensiva totale, permanente, destinata a estirpare la minaccia dei “terroristi” (sinonimo di tutti i nemici) una volta per tutte. Basta “tagliare l’erba”, rappresaglie periodiche con cui lo Stato ebraico domava le rivolte palestinesi, tra una tregua e l’altra.

Questo assolutismo minaccia di suicidare Israele. Trascura il vincolo demografico: sette milioni di ebrei, tra cui ancora molti laici e una crescente minoranza ultraortodossa che non si riconosce nello Stato, non possono reggere in eterno fucile al piede spazi sempre più estesi, estendibili per volontà divina, abitati da arabi in gran parte musulmani. A meno di non sterminare gli autoctoni o vessarli per spingerli non si sa dove. Moshe Dayan, eroe dei Sei Giorni, da Gerusalemme liberata/occupata commentava: «Se dovessi scegliere di essere occupato da una nazione, non sceglierei Israele».
I pogrom scatenati dai coloni in Cisgiordania hanno raggiunto intensità tale da spingere il loro massimo protettore nel governo, Bezalel Smotrich, a deplorare «marginali fenomeni di violenza che danneggiano l’intera impresa degli insediamenti». Definizione che include uccisioni a freddo, stupri e atti di mero sadismo.
Come meravigliarsi se la reputazione di Israele nel mondo, persino nell’America garante della sua sicurezza, sia crollata? Mentre dal 7 ottobre ogni anno decine di migliaia di israeliani lasciano la patria per ritrovarsi in una diaspora insicura e divisa, esposta all’odio di chi l’identifica con Netanyahu. Lo Stato ebraico è ormai ostaggio dei coloni, sicuri dell’impunità perché reprimerli scatenerebbe la guerra civile. Proprio per questo possibile.
Completiamo il nesso spazio=sicurezza=identità con la conseguenza diretta: guerra permanente. Ergo, vittoria impossibile. Massacro che rischia di produrre l’esatto opposto di quanto teorizzato dai bellicisti asserragliati nel governo attuale: la sconfitta di Israele, se non la sua fine. Tragico caso di guerra per la guerra, cifra dell’Occidente in decomposizione.
Nel suo studio sopra la «vittoria maledetta» dei Sei Giorni, Ahron Bregman ricorda la saggezza dell’allora premier Levi Eshkol, laburista di origine ucraina, che festeggiava con indice e medio uniti nella churchilliana “V”, segno di Vittoria. Alla moglie Miriam che gli chiedeva se fosse impazzito, rispose: «Questa è una V in yiddish! Significa Vi Krishen arois? Come ne usciamo?».

(ilfattoquotidiano.it) – Eravamo rimasti al diluvio di interviste incassate a marzo nemmeno fosse il frontman del No al referendum. Epperò non è ancora il caso di chiudere l’ombrello: Matteo Renzi a reti unificate resta l’unica certezza di questo aprile incerto e capriccioso per la politica oltre che per il meteo. Ma se la grandine improvvisa rende ancora impervio il cambio di stagione, per Renzi splende sempre il sole, specie in tv dove ha collezionato in pochi giorni almeno dieci comparsate. Eccolo qui, appena principiato il mese, ospite di Lilli Gruber (Otto e Mezzo) e poi di Bianca Berlinguer (Rete4). A seguire SkyTg24 e poi la capatina da David Parenzo a La7, giusto il tempo di rompere il ritmo catodico per un’intervista a La Stampa. E tutto questo dovendo pure presenziare in Senato e, naturalmente, sui social. Ma il piccolo schermo è da richiamo della foresta: Matteo non ha deluso neanche gli spettatori di Giovanni Floris (DiMartedì) o quelli di Tiziana Panella (Tagadà) né il pubblico d’Oltremanica. Come ha rivelato nell’edizione numero 1100 della sua Enews, che annuncia anche la partecipazione a Pulp Podcast, ospite col generale Vannacci di Fedez. “A quelli che dicono: ‘eh, ma vai a parlare da Fedez’ rispondo che certo che ci vado. Come vado nei talk show italiani, sui social, sui giornali. Ovunque. Ultimamente sono stato coinvolto spesso anche da Tv internazionali come Sky, Cnn, Bbc: qui un passaggio del mio intervento proprio alla Bbc”. Denghiu!

(di Francesco Bei – repubblica.it) – Al “Global Progressive Mobilisation” di Barcellona Giuseppe Conte non c’è andato, è rimasto a Roma per la prova generale di Nova, la fabbrica del programma dei cinque stelle. Di fronte a un caffè, al palazzo dei congressi dell’Eur, l’ex premier non si scompone del mancato invito: «Non facciamo parte della famiglia socialista, ecco perché non siamo andati. Noi siamo progressisti, ma vedo che anche loro ormai si definiscono così…è un passo avanti». Conte sorride rilassato, l’esperimento sul programma sta andando bene, nelle varie sale del fascistissimo palazzo dell’Eur ci sono cinquecento attivisti venuti da tutta Italia per formarsi e vedere come si fa. Saranno questi primi “apostoli”, una volta tornati a casa, a dirigere i cento punti Ost (Open Space Technology, un metodo partecipativo ideato da Harrison Owen) che il 16 e 17 maggio inizieranno concretamente quel percorso «dal basso» di redazione delle proposte da portare al tavolo del centrosinistra.

Le prossime politiche saranno un test: per la prima volta, a livello nazionale, il M5S si presenterà in un’alleanza organica con Pd, Avs e persino con l’ex odiato Renzi. Quindi bisogna andarci con i piedi di piombo. Conte finisce il caffè e, prima di arringare gli attivisti per caricarli, ammette che qualcosa potrebbe andare storto: «Il nostro elettorato è molto esigente e non bisogna dimenticarsi che noi siamo nati contro i partiti, ma soprattutto contro il Pd di allora. Quindi, se vogliamo convincere i nostri che l’alleanza va fatta, bisogna portarceli su progetti concreti, scritti nero su bianco, altrimenti non ti seguono». E non rinunciare alle differenze, come l’approccio alla Russia. «Facciamo subito un negoziato — ribadisce — gestiamolo noi coinvolgendo anche la Cina, arriviamo subito a una soluzione perché dobbiamo comprare il gas russo: è più conveniente per le nostre imprese e per i nostri cittadini».
Al centro di un’agorà di sedie disposte in cerchio, Conte dà la carica agli attivisti con queste parole: «Ci accingiamo a costruire un progetto di governo scritto insieme ai cittadini dai cittadini. Non esiste in un altro Paese un percorso simile. È un progetto rivoluzionario».
I cinquecento si dividono in una ventina di tavoli tematici, dalla salute al fisco, dalle rinnovabili alla giustizia. Si discute, un team leader scrive su un grande foglio le proposte che riscuotono il consenso del gruppo.

La politica alla fine fa capolino. Dopo aver addentato un panino, un gruppo di giovani si ritrova a discutere del Pd. Riccardo: «Il Pd è un animale strano, ci trovi Pina Picierno e i pro Pal, ma ormai ci siamo abituati. La nostra vera fatica sarà accettare Renzi». Concorda Mario: «In Puglia con Decaro lavoriamo benissimo. L’amalgama con il Pd è possibile». Francesco già sogna palazzo Chigi: «Conte non è un 5S tipico, può essere lui il federatore dopo che avrà vinto le primarie». E a Schlein che farete fare? Gabriele risponde senza ironia: «Parla bene le lingue, potrebbe essere la ministra degli esteri».
Palazzo Chigi teme la tempesta perfetta. Crescita debole, asta Btp deserta e rendimenti in salita, un mix pericoloso, aggravato da fattori strutturali: popolazione che invecchia, produttività stagnante e margini fiscali ridotti

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Crescita debole, asta Btp deserta e rendimenti in salita accendono i riflettori sul governo Meloni. Altro che semplice contabilità. Il debito italiano torna a essere un’arma politica. È in questa zona grigia che, secondo fonti finanziarie e istituzionali, riemergono i soliti attori: Fondo Monetario Internazionale, Ocse e quel sottobosco di “manine” che si muove tra Roma e le capitali europee. Il copione è noto: quando i conti si complicano, le pressioni aumentano. E oggi i numeri iniziano a mandare segnali tutt’altro che rassicuranti.
I numeri che pesano: crescita al palo e debito verso il 140% Secondo le stime riportate, la crescita italiana resta debole: +0,4% nel 2026 e +0,6% nel 2027, tra le peggiori performance tra le economie avanzate. Un ritmo che non basta a sostenere un debito destinato a salire fino al 140% del Pil tra il 2025 e il 2029. Un mix pericoloso, aggravato da fattori strutturali: popolazione che invecchia, produttività stagnante, margini fiscali ridotti. Il risultato è un sistema più esposto agli shock. Ma il vero campanello d’allarme arriva dai mercati. E non è solo una questione di numeri: è una questione di fiducia.
Lo spread Btp-Bund resta intorno ai 79 punti, ma il dato più significativo è il rendimento del decennale, arrivato a sfiorare il 3,9%. Non è ancora emergenza, ma è una crepa che si allarga. E quando i mercati iniziano a frenare, la pressione politica sale. A rendere il quadro ancora più fragile c’è lo shock energetico. L’Italia importa circa il 38% delle forniture, restando esposta alle tensioni internazionali. Questo aumenta il rischio Paese e alimenta la narrativa della vulnerabilità. Una narrativa che, nei circuiti finanziari, può trasformarsi rapidamente in pressione concreta. In questo contesto, il bersaglio diventa inevitabilmente Giorgia Meloni. Non con attacchi diretti, ma attraverso report, previsioni e raccomandazioni. Il parallelo con il passato è inevitabile: lo schema visto ai tempi di Silvio Berlusconi, quando lo spread diventò strumento politico. Oggi il meccanismo sembra ripartire, in forma più sofisticata ma con lo stesso obiettivo: aumentare la pressione.
E poi ci sono loro: le “manine”. Tecnici, funzionari, advisor che si muovono tra istituzioni italiane e internazionali. Non complotti, ma dinamiche consolidate. Un ecosistema che orienta decisioni e percezioni. “Non serve forzare”, spiegano fonti economiche. “Basta accompagnare i segnali”. E i segnali, oggi, iniziano a essere chiari. Il confine tra economia e politica si assottiglia sempre di più. Il debito diventa leva, i mercati amplificatore, le istituzioni moltiplicatore. Con una crescita debole, rendimenti in salita e aste Btp che non andrebbero come si vorrebbe, il rischio è che si riapra una stagione già vista. La domanda torna a rimbalzare nei palazzi romani: è solo una fase economica difficile o l’inizio dell’offensiva finale sul governo? La tempesta perfetta? Perché quando la fiducia si ritira, anche di poco, qualcuno – dentro e fuori – è sempre pronto ad approfittarne.
Ricatta, attacca, provoca, posta, negozia, fa marcia indietro, poi fa passi in avanti con un effetto contaminazione mostruoso e creando uno show demenziale e ipnotico di cui tutti noi ci siamo inguaribilmente infettati

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – “Una parte di me pensa che sia pazzo; una parte di me pensa che voglia dare l’impressione alla gente che è pazzo; parte di me pensa che voglia fare impazzire tutti gli altri”. (Bret Stephens sul Nyt). Le cose stanno esattamente così, e il mondo si è ammalato dell’abominevole Trump. Ci si sveglia con lui, che fa notizia, a ogni fuso orario. Si lavora con lui sullo sfondo, si pranza con lui, con lui si fa merenda, con lui attivo e squillante, assurdo e buffo, carogna e nunzio di pace, orrendo e spiritoso, ci si addormenta. Potrà finire sul Monte Rushmore, con Washington e gli altri, o all’inferno. Intanto si è fatto la copertina della Domenica del Corriere con tanto di tavole di Beltrame, una collana di figurine Panini in cui si rappresenta come Papa, come Gesù, come l’apostolo più amato dal Signore. Certo è che questi dieci anni appena di politica trumpiana, l’ultimo al massimo livello di incandescenza, sono la fantasmagoria patologica ovvero lo show demenziale di cui tutti noi ci siamo inguaribilmente infettati. Al momento sembra in recupero e in manovra, sorvegliato, se lo si sta a sentire nelle dozzine di conferenze stampa improvvisate l’impressione è che stia per arrivare di nuovo il suo momento Venezuela, ma questa volta con il bestione iraniano e con l’economia mondiale in ballo, e forse c’è anche un tocco di momento Groenlandia, con la Nato e l’Unione europea pregate di non rompere le balle ché lo Stretto lui l’ha chiuso e lui lo riapre, non servono aiuti pusilli dopo la vittoria. Vittoria? Ma dove. Eppure assicura che a Teheran c’è gente affidabile che ha capito la lezione e si libera della polvere nucleare, garantisce a comando l’armistizio aereo e missilistico e lo replica in Libano. La vittoria è elusiva, ma i libanesi sparano fuochi d’artificio, le borse volano, il petrolio scende di prezzo. Ha anche spiegato senza piegare il sopracciglio che tutte quelle bombe erano inutili, perché il big beautiful blocco navale è molto più efficace. Nessuno gli domanda se non poteva pensarci prima, tutti sono tetanizzati, avvinti al suo abbraccio funambolico, e ascoltano le sue spiegazioni.
La sindrome Trump rende tutti gli altri capi di governo e di stato funzionari grigi di un potere che non si vede più, che dipende dalla catena burocratica, che non ha autonomia e inventiva strategica, che non riesce non si dica a splendere o luccicare ma nemmeno a farsi vivo come un soggetto attivo. Lui è in torto, sempre e sistematicamente, e vantarsene è la sua ragion di stato. Con le vanterie da ballroom e da arco di trionfo conferma e smentisce di ora in ora decisioni sempre diverse e contraddittorie ma sempre inseguendo la verità effettuale di una cosa che solo a lui è squadernata davanti nei suoi significati più arcani. L’effetto di contaminazione è mostruoso, la democrazia liberale non è più forte o più debole, è solo un ricordo, un’ipotesi di scuola, e a tutti compreso il Papa tocca la sua razione di ingenua fremente rutilante avida presenza scenica e retorica dell’uomo più potente del mondo che esercita a piacimento, e con piacere narcisistico evidente, la sua potenza. Da quando si cominciava a formare il sistema europeo degli stati, dall’epoca dei re francesi in lotta con l’impero, dai tempi dei Borboni e degli Asburgo, con i Machiavelli e i Bodin e i successori che guardavano e giudicavano la grande politica, mai un tipaccio così destro e furbo aveva calcato la scena.
Nel documentario “The Bibi Files”, non accessibile in Italia, le testimonianze delle indagini per corruzione contro il primo ministro israeliano. Tra regali a centinaia di migliaia di dollari e favori, emerge il ruolo dominante della moglie Sara.

(di Antonio Musella – fanpage.it) – Il documentario “The Bibi files”, la cui visione è bloccata in diversi paesi tra cui l’Italia, da Benjamin Netanyahu, contiene i filmati degli interrogatori legati al processo per corruzione che vede imputato il primo ministro israeliano, accusato di un giro di favori e tangenti con ricchissimi imprenditori. Fanpage.it ha potuto vedere il documentario diretto da Alexis Bloom e quello che emerge è un quadro sconcertante. Un uomo al comando che si considera un Re, che richiede regali preziosi a uomini ricchissimi che si rivolgono a lui per favori da milioni di dollari, come le leggi sull’esenzione fiscale, oppure prestiti bancari.
Ma tutta quell’opulenza gli si è riversata contro, con uno stuolo di ex collaboratori pronti a testimoniare contro di lui, e i ricchi magnati che gli avevano chiesto favori, che sono crollati durante gli interrogatori della polizia. L’inchiesta giudiziaria aveva suscitato grandi proteste in Israele contro il primo ministro, che nel 2023, aveva proposto addirittura una riforma della giustizia per permettere alla politica di controllare i giudici. Ma poi, con il 7 ottobre e l’avvio della guerra a Gaza, tutto si è cristallizzato. La guerra permanente, che vede ancora oggi Israele attaccare il Libano e l’Iran, sembra costruita come una condizione necessaria per non affrontare i processi. Per determinare questo scenario, “Bibi” ha portato al governo la destra più estrema che Israele abbia mai conosciuto, con Ben Gvir e Smotrich diventati gli azionisti di maggioranza dell’esecutivo.
Sigari, regali e i ricchi ai suoi piedi: la vita da Re di Bibi Netanyahu
I video degli interrogatori raccolgono le accuse contro Bibi dalla stessa bocca dei protagonisti. Ci sono gli imprenditori in cerca di favori, che hanno pagato con regali costosissimi, e ci sono i suoi ex collaboratori pronti a testimoniare. I fatti contestati seguono un arco temporale di poco meno di 10 anni, in una inchiesta iniziata nel 2016 e che ha visto centinaia di interrogatori dal 2021 al 2024. I regali più frequenti che Netanyahu e sua moglie Sara avrebbero ricevuto in cambio di favori, sarebbero sigari, champagne e gioielli. Queste ultime due tipologie sarebbero state indirizzate direttamente a Sara Netanyahu la cui figura, grazie a questa inchiesta, emerge come vera stratega del marito.
Una delle testimoni chiave del processo è Hadas Klein, ex assistente di alcuni miliardari, tra cui Aron Milchan, anche lui coinvolto nello scandalo per favori richiesti in cambio di regali al primo ministro israeliano. Klein, in “Bibi Files”, ammette che sapeva benissimo che prima o poi la polizia sarebbe venuta a bussare alla sua porta. Una volta interrogata ha raccontato tutto nei dettagli, facendo emergere anche delle dinamiche di potere interne alla famiglia Netanyahu che non erano mai state rese evidenti. “Nessuno poteva presentarsi a Netanyahu a mani vuote, e quello che portavi non era certamente qualcosa che porteresti a un amico” dice Klein. “Tutto quello che ho comprato, l’ho comprato per una sola persona, per Bibi – spiega la Klein – ho comprato una quantità di sigari enorme, davvero spropositata”.
Si parla di casse da 11 mila dollari l’una di sigari Cohiba di cui Netayahu andava matto e che avrebbe richiesto a più riprese in cambio della sua disponibilità ad ascoltare le richieste dei vari magnati che bussavano alla sua porta. “Netanyahu chiedeva che i sigari venissero messi in dei sacchetti e consegnati a lui personalmente, in modo che nessuno avrebbe potuto vedere” racconta Klein. Nei dialoghi con gli intermediari Benjamin e Sara Netanyahu avrebbero usato dei nomi in codice per indicare le loro volontà. “Sembra strano – dice Klein – ma amavano il linguaggio in codice. Per i sigari dicevano “foglie verdi”, mentre per lo champagne, dicevano “pinks”. Negli interrogatori Netanyahu risulta impassibile. Nel 95% delle risposte alle domande che gli vengono poste risponde: “Non ricordo”.
Una percentuale imbarazzante, come gli stessi agenti di polizia gli fanno notare. Il resto delle sue risposte tendono a minimizzare i regali, di cui però non ricorda mai, affidandosi a una serie infinita di “forse si o forse no”, “è possibile”, “non me ne occupavo io”. Il primo ministro israeliano sapeva di essere ripreso durante gli interrogatori, e la sua postura sembra proprio quella di uno che sa di essere davanti a una telecamera e si comporta di conseguenza. Spavaldo e sicuro, offende spesso i poliziotti israeliani che lo interrogano con frasi come: “Ci sono centinaia di terroristi in giro e voi perdete tempo con queste cose?”. La moglie Sara invece fa molto peggio.

Il ruolo di Sara: la regina dello champagne e dei gioielli
Dalle interviste e dagli interrogatori quello che emerge è il ruolo assolutamente centrale di Sara Netanyahu nella coppia. È lei che consiglia il marito, dà indicazioni, cura in prima persona l’immagine pubblica del marito, si occupa di richiedere per sé i regali che le persone che chiedono favori a Bibi devono fare per ottenere quello che vogliono. Tutte le testimonianze su Sara coincidono, è una bevitrice accanita di champagne, tanto che il suo stato umorale è continuamente alterato, passando da urla isteriche di rabbia ad atteggiamenti gentili. “Tutte le persone normali sorseggiano caffè, Sara invece beve champagne, sempre, ovunque, Sara è sempre con un bicchiere di champagne in mano” rivela Hadas Klein. “Quando l’autista va a prenderla per spostarsi, dopo che lei sale in macchina, lui carica le casse di champagne nel bagagliaio”.
Una testimonianza simile è quella di Meni Naftali, ex maggiordomo di casa Netanyahu: “Vivono nel lusso. Io sono stato tre giorni con loro alla Casa Bianca, ma lo Stato non avrebbe coperto il mio onorario, quindi hanno falsificato le fatture. Lei beve molto e il suo stato d’animo passa dalle urla alla gentilezza, continuamente come un ciclo infinito. Io non capisco benissimo il rapporto tra lei e suo marito, ma credo proprio che lui abbia paura di lei”, dice l’ex maggiordomo. “Lei controlla tutto, sa sempre dove si trova il marito, e se non lo trova, chiama quattro o cinque generali dell’esercito che glie lo trovano subito”.
Sara negli interrogatori con la polizia, come mostrato dai video, ha un atteggiamento estremamente aggressivo, nega qualsiasi addebito. I regali in champagne, i regali in gioielli, nega tutto, anche quando le cose sono evidenti. “Sara mi ha chiesto un regalo e io le ho portato una collana e un anello. Poi mi ha chiesto di ricevere un regalo per il suo anniversario di matrimonio, e io le ho comprato un braccialetto da 42 mila dollari” ammette Hadas Klein, che al tempo lavorava per il produttore di Hollywood Aron Michal.
“Bibi le disse che era un braccialetto troppo vistoso, con tutti quei diamanti le persone si sarebbero chieste da dove fosse spuntato fuori. Così Sara mi chiese di cambiarlo, ma le spiegai che era impossibile, era completamente tempestato di diamanti, non si sarebbe potuto cambiare. Loro erano così, erano dei Re e noi dovevamo obbedire, e credo che Bibi abbia paura di Sara”.
Anche la miliardaria americana Miriam Adelson ricevette una richiesta simile da Sara Netanyahu. “Sara mi ha mostrato una collana e mi ha detto che Aron Milchan l’aveva presa per lei da Tiffany. E mi ha fatto intendere che sarebbe stata felice se ne avessi presa una anche io. Le ho detto che io ho la licenza per i casinò in Israele, e non posso fare nulla perché è illegale, non sembrava una cosa buona”. Adelson è stata tra le principali finanziatrici della campagna elettorale di Donald Trump con oltre 100 milioni di dollari, ha investito nelle colonie illegali in Cisgiordania, fondando una università, ed è amica personale di Sara Netanyahu come lei stessa ha ammesso da molto tempo.
Miriam Adelson era presente alla Knesset quando Donald Trump presentò al parlamento israeliano il cosiddetto piano di pace per Gaza, venendo citata direttamente dal presidente americano come una persona a lui cara. Secondo molti commentatori statunitensi, Miriam Adelson è uno degli anelli di congiunzione tra l’amministrazione Trump e quella di Netanyahu. Sara negli interrogatori ha risposto rabbiosamente respingendo ogni accusa, ma non entrando mai nel merito. Le sue risposte erano tutte in chiave politica come ad esempio: “Ci sono attacchi terroristici e voi dove siete? Cosa fate? Questo è uno stato di polizia e dei media? Non ha alcun senso quello che state facendo. Fate questi interrogatori per abbattere il primo ministro, siete tutti complici”. Oppure: “Mio marito è la persona più onesta del mondo, lui difende questo paese, se ne prende cura. È un leader ammirato in tutto il mondo, siamo stati 3 giorni alla Casa Bianca è stato accolto come un Re, i leader e i generali di tutto il mondo lo ammirano, quando cammina nelle strade di New York o in Australia, la gente si ferma ad applaudirlo”. E infine: “Non accetterò nessuna domanda e non darò nessuna risposta, le vostre evidenze sono solo merda. Arrivederci”. Nessuna risposta invece sui gioielli e sulle casse di champagne.

La campagna d’odio contro la testimone chiave
Il ruolo centrale di Sara Netanyahu, negli affari di famiglia e in quelli di Stato, viene confermato anche da Nir Hafez, ex capo della comunicazione della famiglia Netanyahu e di Bibi. “La signora Sara è molto importante nelle relazioni politiche e con i media. Sta anche assumendo lei il personale dell’ufficio. Io ero la persona più vicina a Sara Netanyahu, tra i più vicini a Bibi, ed ero il portavoce di tutta la famiglia. Dopo le elezioni del 2015, lui ha iniziato a credere di essere un mago. Ha iniziato a credere quello che la moglie gli ha sempre detto, ovvero che lui è nato in Israele, ma se fosse nato in Michigan sarebbe il presidente degli Stati Uniti di sicuro” sottolinea Hafez.
La first lady durante il processo non è stata con le mani in mano, oltre a rispondere con aggressività agli interrogatori della polizia, avrebbe orchestrato una campagna d’odio nei confronti di Hadas Klein, una delle testimoni chiave al processo. A dicembre del 2024, la Procura di Stato ha avviato una indagine contro Sara Netanyahu, con l’accusa di aver organizzato con Hanni Bleiweiss, la defunta assistente del marito, proteste e campagne d’odio online contro Hadas Klein, allo scopo di condizionarne le dichiarazioni davanti ai magistrati. La vicenda venne portata alla Knesset dalla deputata di sinistra Naama Lazimi, che ricordò anche le condanne definitive già ripotate da Sara. La first lady è stata condannata nel 2019, a seguito di un patteggiamento, per aver utilizzato impropriamente fondi statali per un importo di circa 50.000 dollari per pasti forniti da un servizio di catering, mentre presso la residenza del Primo Ministro era presente uno chef a tempo pieno. Il ruolo chiave di Sara viene confermato anche dalla presenza costante ai vertici internazionali e agli incontri di Stato. È al tavolo con Donald Trump e il marito, nell’incontro bilaterale alla Casa Bianca. È all’assemblea dell’ONU a New York, quando il primo ministro israeliano interviene. E chiaramente appare in tutte le manifestazioni pubbliche.
I processi a carico di Benjamin Netanyahu sono tre, denominati “caso 1000”, “caso 2000” e “caso 4000” e si stanno svolgendo presso il Tribunale distrettuale di Gerusalemme. C’era anche un “caso 3000”, un’inchiesta condotta dal giudice Benny Sagi, morto in un misterioso incidente stradale a gennaio del 2026, che riguardava dei casi di corruzione nell’acquisto di sottomarini e navi militari dall’azienda tedesca ThyssenKrupp. Nel caso “3000” il primo ministro israeliano non è stato rinviato a processo. I processi però vivono di continui rinvii dovuti agli impegni istituzionali del primo ministro e al rischio per la sua sicurezza. Il continuo stato di guerra che vive Israele metterebbe a rischio la partecipazione di Netanyahu alle udienze del processo poiché, secondo i servizi segreti, diventerebbe un obiettivo per i nemici di turno. Per molti mesi sono stati quelli di Hamas, che potenzialmente avrebbero potuto colpire il primo ministro, le ultime “giustificazioni” invece parlano di un rischio attentato da parte degli iraniani. Lo scorso 14 aprile, il Tribunale di Gerusalemme ha richiesto allo Shin Bet, il servizio segreto militare israeliano, di poter visionare i documenti secondo i quali la partecipazione di Netanyahu alle udienze del processo lo metterebbe in pericolo. Bibi è accusato di corruzione, frode e abuso d’ufficio nei processi a suo carico, e ha presentato una richiesta di grazia al presidente israeliano Isaac Herzog. Richiesta fortemente caldeggiata da Donald Trump, che proprio in occasione del suo discorso alla Knesset, chiese a Herzog di concedere la grazia a Netanyahu. Anche se ci fosse la volontà politica, la grazia resterebbe assai improbabile. Innanzitutto perché potrebbe arrivare solo dopo la condanna, e in secondo luogo perché secondo la legge israeliana, come ricordato da uno dei leader dell’opposizione e testimone al processo contro Netanyahu, Yair Lapid, la grazia può essere concessa solo dopo l’ammissione di colpevolezza e il rimborso di quanto sottratto.

(Dott. Paolo Caruso) – Da cowboy Trump si è promosso a sceriffo del mondo. Lo yankee minaccia, allarma, pretende, detta legge, esclude, include… E chi più ne ha più ne metta. Non ammette che qualcuno, anche timidamente, possa contestarlo. Si presenta come “Giove” dio dell’Olimpo che tuona, fulmina, fa il bello e il cattivo tempo. Impera. Imperatore dunque del mondo.Tanto di tracotanza da esaltare e affossare anche coloro che, appena qualche giorno prima, definiva amici particolari. La stessa Meloni “amica speciale del cuore” ora è la nemica per eccellenza, infatti gli ha negato l’aeroporto di Sigonella, ma soprattutto è intervenuta anche se in ritardo a difesa del Papa dalle sue ingiurie volgari e arroganti. La pulzella della Garbatella non aveva capito con chi aveva a che fare. Si sottometteva spudoratamente da serva sciocca agli ordini del ” Padrone statunitense “, gongolando per i benefici che avrebbe potuto ottenere da questo rapporto privilegiato. Una fedeltà al Tycoon pagata a caro prezzo, basti ricordare i miliardi che ci siamo impegnati a versare nelle casse americane per acquistare a prezzo maggiorato il gas, il petrolio e le armi per Zelensky, senza ottenere di contro oneri mitigati dei dazi all’ export del nostro agroalimentare. Ora che uno dopo l’altro i “cartonati amici” di cui si era fidata, Trump e Orban, sono scomparsi dai radar, ed essa stessa appare ridimensionata dalla sconfitta referendaria, preferisce allora evitare i voli transatlantici e riorganizzarsi con i vicini di casa. Così ieri la Caciottara è volata a Parigi, per un poker a quattro. Tutti di fede rigorosamente europeista. “Che fare?” per trovare una alternativa alle impennate di Trump che continua a minacciare la NATO, e ora, per ciò che ci riguarda strettamente l’ Italia. Intanto siamo costretti a subire il nuovo blocco dello stretto di Hormuz con relativa impennata dei prezzi energetici che tendono sempre più a soffocare la nostra economia. Che sperare? “Adda a passà a nuttata!”. Ma quanto durerà? Mi sovviene dalla Catilinaria di Cicerone la frase iniziale della sua arringa: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”. Fino a quando, il mondo sopporterà tale arrogante e folle megalomane che detta i destini dei popoli?
Capodanno: ” Subito un corteo per sensibilizzare le istituzioni “

“ Siamo fortemente preoccupati dalla recrudescenza sulla collina vomerese degli episodi delinquenziali. L’ultimo evento, che, in queste ore, sta facendo il giro del mondo è la rapina avvenuta nella banca Crédit Agricole, in pieno giorno, nella centralissima piazza Medaglie d’Oro nel quartiere Arenella, peraltro con 25 ostaggi che sono rimasti per circa un’ora nelle mani dei rapinatori prima della liberazione. L’ultimo anello, almeno al momento, di una lunga catena di fatti criminali che si sono verificati di recente sulla collina “. A intervenire sulla vicenda, dopo il grido d’allarme di residenti e commercianti: “Abbiamo paura!”, è ancora una volta Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, da sempre attento alle questioni che riguardano l’ordine e la sicurezza pubblica nell’ambito del territorio della municipalità 5, che comprende i territori del quartieri del Vomero e dell’Arenella, dove risiedono circa 120mila napoletani e dove è presente una fitta rete di attività commerciali.
“ Fino ad oggi, purtroppo, gli organi in Città responsabili della sicurezza e dell’ordine pubblico hanno dato risposte che, allo stato, non appaiono sufficienti a fronteggiare la gravità della situazione, così come si sta manifestando, con un’escalation oramai quotidiana, testimoniata dalle pagine della cronaca nera – prosegue Capodanno – . Certo per risolvere questi problemi occorrerebbe monitorare l’intera area, impresa oltremodo ardua oltre che dispendiosa. Le telecamere, peraltro, come dimostrano le numerose esperienze al riguardo, anche in altre metropoli nazionali ed europee, non sono sufficienti, da sole, a eliminare il grave fenomeno “.
“ E’ necessario – conclude Capodanno – un miglior coordinamento delle forze dell’ordine, anche con il ripristino di gruppi interforze. Bisogna poi dare corpo e sostanza ai comitati municipali per la sicurezza e l’ordine pubblico, nell’ambito di ciascuna delle dieci municipalità che costituiscono il tessuto cittadino. Inoltre è indispensabile che i cittadini collaborino, denunciando tutti gli episodi riconducibili ad azioni criminali ai quali sono loro stessi soventesoggetti o dei quali vengono in qualche modo a conoscenza. Sulla collina vomerese, in particolare, bisognerebbe ripristinare figure quali il poliziotto di quartiere e il carabiniere di prossimità che, in passato, hanno conseguito ottimi risultati ”.
“ Per sensibilizzare il governo nazionale e quello locale rispetto ai gravi problemi della sicurezza al Vomero e all’Arenella – conclude Capodanno -, propongo alla municipalità collinare, alle associazioni di categoria e ai comitati di zona di organizzare una serie di manifestazioni contro la delinquenza, a partire da un corteo da svolgersi per le strade del territorio interessato, con appuntamento proprio in piazza Medaglie d’Oro, invitando la cittadinanza tutta a partecipare, chiedendo alle autorità preposte, anche alla luce dell’ultimo grave episodio delinquenziale, interventi costanti e continui per estirpare definitivamente la malapianta della criminalità, ripristinando la tranquillità e la serenità per residenti e commercianti oltre che per i tanti turisti che stanno arrivando anche sulla collina vomerese “.
L’Italia è tra i Paesi a rischio. Il Ministero della Difesa britannico ha contratti con Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro. Anche l’esercito tedesco ha un contratto con Google e la Polonia ha firmato con Microsoft. Unico esempio alternativo è costituito dall’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice

(di Virginia Della Sala – ilfattoquotidiano.it) – Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.
La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.
Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.
In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute
L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.
L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.