La premier in Estremo Oriente dove domani vedrà la prima ministra Takaichi: non considera per il momento necessario un contributo militare italiano per frenare i piani di Trump sull’isola

(lastampa.it) – TOKYO. Per Giorgia Meloni, che ha scommesso da sempre sulla convinzione che in Groenlandia Donald Trump non andrà mai fino in fondo – fino a rompere l’architettura della Nato – è un dilemma non indifferente. I soldati francesi, tedeschi, norvegesi e svedesi inviati sull’isola dei ghiacci a segnare una linea rossa che gli Stati Uniti non potranno oltrepassare, pongono l’Italia nella difficile posizione di dover decidere. La risposta, da quanto è stato possibile ricostruire, è no: il governo Meloni non ha intenzione di integrare con militari italiani il contingente europeo presente in Groenlandia, territorio autonomo che è parte della Danimarca. Per il momento è così, e la presidente del Consiglio ne spiegherà i motivi da Tokyo dove è atterrata oggi, giorno del suo quarantanovesimo compleanno. Domani Meloni incontrerà la premier Sanae Takaichi a Kantei, residenza ufficiale del capo del governo, per un bilaterale che è stato preparato per consolidare e far salire di grado il partnerariato strategico tra Giappone e Italia. Un’alleanza che ruota attorno a un orizzonte di intese economiche (il 17 gennaio, prima della tappa in Corea del Sud, è previsto un faccia a faccia con le grandi aziende del Sol Levante) ma che risulta incardinata soprattutto all’interno del progetto Gcap, joint venture tra Italia, Giappone e Regno Unito per la produzione di caccia di sesta generazione.
La sfida dell’Indo-pacifico, lanciata dalla Cina sull’area che considera la propria naturale sfera di influenza, fa da sfondo agli interrogativi sulla contesa dell’Artico, dove gli Usa temono l’avanzata di Pechino e di Mosca. L’esercitazione “Arctic Endurance” è la prima risposta dell’Europa agli atteggiamenti da bullo di Trump: un’operazione aperta ad altri potenziali contributi degli Stati membri. Meloni, come continuamente le sta accadendo da un anno – da quando cioè Trump è tornato alla Casa Bianca – dovrà decidere come esporsi. E individuare il punto che la fa rimanere in perfetto equilibrio tra Bruxelles e Washington. Come è successo per la missione internazionale in Ucraina da cui Meloni si è sfilata, conterà anche il peso della variabile leghista: il partito di Matteo Salvini è sempre più riluttante a impegnarsi militarmente all’estero. Un duello a destra che la premier vuole evitare di far esplodere nell’anno che porterà alle elezioni.

Politico rivela che le intelligence dei due Paesi hanno effettuato esperimenti su questo strumento che, secondo gli attivisti, è stato usato in piazza a Belgrado contro le proteste l’anno scorso. Si conferma così il legame stretto con Mosca nonostante le ambizioni europee del Paese balcanico

(di Daniele Castellani Perelli – repubblica.it) – Un boato inquietante. Il 15 marzo scorso a Belgrado, durante una delle manifestazioni anti-governative che ormai da tempo si tengono regolarmente in Serbia, la folla si disperse improvvisamente nel panico davanti alla polizia. A causa di un rumore assordante. E molti si chiesero se le forze dell’ordine non avessero usato un sound cannon, un “cannone sonico”, arma non letale ma molto pericolosa. Un’accusa che il ministero degli Interni e l’intelligence Bia respinsero. Oggi però uno scoop di Politico rivela che le autorità serbe hanno testato questa arma da “sparare” contro i manifestanti. E che lo hanno fatto con l’aiuto dei famigerati servizi di sicurezza russi.
Documenti governativi visionati dalla testata europea raccontano che l’amministrazione del presidente Aleksandar Vucic, due settimane dopo quell’episodio, ha svolto esperimenti su questi altoparlanti potentissimi, Long-Range Acoustic Devices (Lrad), strumenti che sono pensati per la comunicazione a lunga distanza ma che, se utilizzati contro persone vicine, possono portare a lesioni ai timpani, oltre a causare mal di testa, vertigini e nausea. Gli stessi sintomi riportati il 15 marzo in ospedale dai manifestanti dopo esser stati “investiti” da quel rumore che sembrava l’arrivo di “una locomotiva” o di “un gruppo di motociclisti”.
Proprio nell’indagine nata dopo la protesta per verificare cosa avesse provocato quel rumore, gli specialisti dell’intelligence serba e russa hanno condotto i test su dei cani. Gli animali, scelti per la loro sensibilità agli effetti acustici, sono stati sottoposti ai suoni di due modelli di Lrad che possono emettere fino a 150 decibel, l’equivalente di un motore di un jet al decollo. E secondo l’Fsb non ne avrebbero risentito a livello di comportamento.
I test, che sarebbero stati condotti senza la necessaria autorizzazione per gli esperimenti sugli animali, sono stati criticati sia dagli animalisti sia dall’opposizione. L’attivista di sinistra Radomir Lazović ci vede un tentativo di Vucic di “coprire l’uso dei cannoni sonori contro i serbi durante le manifestazioni”. Inoltre segnalano, a livello politico, quanto l’apparato serbo sia ancora strettamente legato a quello russo. Una vicinanza inquietante, vista la crudeltà della repressione di Mosca e la tensione che si respira a Belgrado da quando sono cominciate le proteste anti-corruzione, nate dopo la tragedia del crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, dove il primo novembre 2024 persero la vita 16 persone. La vicenda ricorda quanta strada debba ancora fare la Serbia nel suo processo di adesione alla Unione europea.
Dai voli in business agli alberghi a cinque stelle e fino al B&B abusivo scoperto dal Fatto. Nel blitz della Finanza a Piazza Venezia sequestrati cellulari, computer e documenti

(di Thomas Mackinson e Vincenzo Bisbiglia – ilfattoquotidiano.it) – Blitz della Guardia di Finanza presso la sede del Garante della Privacy in piazza Venezia. Su mandato della Procura di Roma coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco le Fiamme Gialle hanno eseguito sequestri di tabulati, telefoni cellulari, computer e documentazione sui rimborsi e sulle spese. Tutti i membri del collegio sono ufficialmente indagati: il presidente Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza. L’accusa per loro è tripla: peculato, uso privato di beni pubblici, e corruzione. Sono state disposte perquisizioni sia negli alberghi romani dove soggiornano per motivi di servizio che presso le loro abitazioni private.
Hotel, parrucchiere, macelleria
Dal 2021 al 2024, le spese per organi e incarichi istituzionali crescono da 851mila a 1 milione e 247mila euro. E come sono cresciute? Nel dettaglio: hotel a cinque stelle, cene pagate con carta di credito dell’ente, compresi il parrucchiere (poi rimborsato a Cerrina Feroni), e “pasti pronti” da una macelleria per oltre 6mila euro in tre anni intestati a Stanzione, palestra, fitness e cure della persona.
I costi di rappresentanza e gestione salgono così da 20mila euro nel 2021 a 400mila nel 2024, in parallelo all’innalzamento del tetto mensile (da 3.500 a 5.000 euro) deciso dal Collegio nel 2020. L’accusa della Procura: “Avendo per ragioni del loro ufficio la disponibilità di denaro pubblico se ne appropriavano attraverso richiesta di rimborsi per spese compiute per finalità estranee all’esercizio del mandato”.
L’auto blu per FdI e i viaggi in business class
Agostino Ghiglia usa la Citroën C5X il 22 ottobre 2025 per recarsi alla sede di Fratelli d’Italia in via della Scrofa. Vigilia del voto sulla sanzione contro Report, nella sede avrebbe incontrato Arianna Meloni. Stanzione si fa accompagnare presso la casa di cura Santo Volto (27 novembre 2025). Per il G7 Tokyo (2023), costo ufficialmente comunicato 34mila euro, in realtà ne spendono oltre 80mila (40mila solo voli). “Alcuni componenti hanno viaggiato in business class pur in assenza dei presupposti previsti dalla regolamentazione (durata superiore alle 5 ore senza interruzioni)”. Analogo per Georgia e Canada.
Il presidente Stanzione accampa rimborsi per “pasti pronti” alla macelleria Angelo Feroci: 1.551 euro (2023), 3.318 euro (2024), 1.750 euro (2025). Il segretario generale Angelo Fanizza testimonia che sono stati trovati “2-3 documenti con spese di circa 70 euro cadauno”, non fatture vere.
Gli alberghi e il B&B delle figlie del Presidente
Rilevanti e anomale anche le spese per soggiornare a Roma. Cerrina Feroni risulta soggiornare spesso al Sina Bernini Bristol e all’hotel Mancino. Nel fascicolo: “Una cena per sei-sette persone” e “una spesa dal parrucchiere pagata con la carta dell’ente, salvo poi successivo rimborso”. Ghiglia alloggia presso due hotel, sempre di alta gamma, dall’Hotel Parco dei Principi al Rose Garden Palace. Nelle sue fatture compaiono voci per “bevande e fiori”. Scorza, unico residente a Roma, chiede rimborsi per alloggi e trasporti come pendolare.
Un caso a parte, l’affitto di piazza della Pigna scoperto dal Fatto. Per il Presidente Stanzione il garante nel 2020 ha affittato un appartamento da 142 metri quadri al n. 56. Ma il Fatto scopre che lui stesso al 53, il portone accanto, aveva comprato un appartamento per le figlie che è adibito a B&B senza titolo né licenze. “Sulla stessa via insiste un altro immobile, sito al numero civico vicino, nel quale risulta insistere una struttura ricettiva nella forma di B&B, riconducibile a società facente capo alle figlie del Presidente Stanzione, i cui rapporti con i rimborsi da parte dell’Autorità sono in corso di accertamento”. Gli investigatori sottolineano questa contiguità come “meritevole di ulteriore approfondimento investigativo”. L’affitto al 56 sale da 2.900 a 3.700 euro mensili “dopo rinegoziazione privata”, non comunicata formalmente all’ente.
I viaggi in business e l’accusa di corruzione
Un grosso tema riguarda indebiti viaggi in volo in categoria business e in treno in classe executive per i quali i membri del collegio non avrebbero diritto. A questo si lega il capo di imputazione riferito alla corruzione perché indirettamente collegato all’ipotesi di emissione di provvedimenti in ritardo o con sanzioni più leggere di quanto inizialmente previsto dagli uffici.
In particolare nei confronti di Ita Ita Airways, che come responsabile della protezione dei dati aveva un legale dell0 studio E-Lex fondato da Guido Scorza, membro del Garante e nel quale ancora lavora moglie. La contropartita ipotizzata: a Marzo 2023 (stesso mese in cui ITA aderisce a “Finalmente un po’ di privacy”) i quattro ricevono da Ita tessere “Volare Executive” da 6mila euro l’una senza requisiti di chilometraggio.
Ombre anche sul procedimento sugli smart glasses Ray-Ban di Meta, la sanzione ipotizzata inizialmente pari a 44 milioni di euro viene progressivamente ridotta: prima a 12,5 milioni, poi a 1 milione, fino a essere annullata per intervenuta scadenza dei termini. Guido Scorza ne parla in termini positivi sui social, mentre Agostino Ghiglia avrebbe manifestato l’intenzione di “smontare” la relazione tecnica.
La Procura annota che i vertici dell’Autorità sapevano che il protrarsi dei tempi avrebbe fatto decadere il termine legale. In procedimenti paralleli, l’ASL Abruzzo 1, assistita sempre dallo studio E-Lex, si è vista comminare un semplice ammonimento, mentre l’ASL Napoli 3, in un caso analogo, è stata sanzionata per 30 mila euro.

(ANSA) – “Se i politici corrotti del Minnesota non rispetteranno la legge e non impediranno agli agitatori professionisti e agli insorti di attaccare i patrioti dell’Ice, che stanno solo cercando di fare il loro lavoro, attiverò l’Insurrection Act, come molti presidenti hanno fatto prima di me, e porrò rapidamente fine a questa farsa che si sta consumando in quello che un tempo era un grande Stato”: è la minaccia ventilata da Donald Trump su Truth dopo una seconda sparatoria a Minneapolis che ha coinvolto un agente dell’Ice e un immigrato venezuelano.
Noem, ‘è diritto costituzionale di Trump usare l’Insurrection Act’
(ANSA) – WASHINGTON, 15 GEN – La segretaria del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale (Dhs), Kristi Noem, ha riferito di aver discusso dell’Insurrection Act con il presidente Donald Trump e che e’ “un suo diritto costituzionale utilizzarlo”.
La ministra non ha tuttavia descritto la situazione a Minneapolis come un’ “insurrezione” ma come “violenta e una violazione della legge in molti luoghi”. Noem ha poi criticato le autorita’ locali per la mancata collaborazione con le autorita’ federali e ha detto che i cittadini americani devono essere pronti a provare la loro identita’ nelle operazione di polizia.

(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – L’annuncio ufficiale è stato fatto il 14 gennaio direttamente dal ministro Piantedosi, alla Camera. Un nuovo pacchetto sicurezza è in arrivo in Parlamento, un «banco di prova per capire a chi davvero interessa collaborare per la sicurezza dei cittadini». Il nuovo pacchetto arriva a poche settimane dalla definitiva entrata in vigore del Decreto Sicurezza (dl 1660) e ad appena un anno e mezzo dal Decreto Caivano, ma ne va già a inasprire molte delle disposizioni. Dovrebbe comporsi di due provvedimenti, un disegno di legge e un decreto legge, per un totale di 65 misure che dovrebbero da un lato andare a colpire duramente movimenti e migranti, dall’altro a rafforzare ulteriormente i poteri e le garanzie alla polizia.
Secondo la bozza circolata su alcuni media, tra le novità principali vi dovrebbe essere l’introduzione permanente delle cosiddette “zone rosse”, ovvero le aree urbane vietate ai soggetti «pericolosi» o con precedenti penali, al fine di garantire la «sicurezza» urbana e degli spazi pubblici – norma già caratterizzata da criteri vaghi e ampia discrezionalità per le forze dell’ordine. «In questo momento non è possibile togliere divise dalle strade o dalle stazioni» ha dichiarato Salvini, riferendo che proprio su treni e stazioni sono in arrivo almeno altri 250 militari. Nuovi dispositivi di controllo elettronici come le telecamere potrebbero inoltre essere introdotte negli stadi e nelle sedi degli eventi pubblici, mentre dovrebbe essere autorizzata la presenza di più militari nelle strade cittadine.
Nel corso delle manifestazioni di piazza, inoltre, la polizia potrebbe essere autorizzata a perquisire le persone sul posto e trattenere negli uffici fino a 12 ore persone anche solo sospettate di rappresentare un «pericolo» per lo svolgimento pacifico degli eventi. Chi viene poi condannato, anche in via non definitiva, per reati di violenza contro persone o cose durante le manifestazioni pubbliche, potrebbe essere interdetto dal giudice a partecipare a «riunioni o assembramenti in luogo pubblico». Le sanzioni amministrative (insidiose, in quanto non richiedono l’approvazione di un giudice per la loro applicazione) per mancato preavviso di un corteo o sit in, per deviazione del percorso della manifestazione e “reati” simili, potrebbero essere enormemente aumentate (fino a 20 mila euro), andando così a colpire duramente le finanze di gruppi e movimenti. Una strategia già perseguita dal governo, con le multe che proprio in queste ore stanno fioccando contro i movimenti per la Palestina, proprio per reati quali blocchi ferroviari e manifestazioni non autorizzate.
Per quanto riguarda le forze dell’ordine, la direzione dovrebbe essere diametralmente opposta. Gli agenti potrebbero infatti non vedersi iscritti nel registro delle notizie di reato nel caso in cui le proprie azioni siano giustificate da necessità quali la legittima difesa o il legittimo uso di armi. Una versione “soft” dello scudo penale proposto da FdI e Lega, insomma, il cui obiettivo è garantire l’impunità degli agenti nell’esercizio delle proprie funzioni.
Altre misure dovrebbero poi prevedere una stretta sulla vendita delle armi bianche, nell’ottica di prevenzione della violenza giovanile, mentre vengono introdotti nuovi reati contestabili ai ragazzini tra i 12 e i 14 anni. Le navi delle ONG potrebbero inoltre essere sottoposte a un fermo di 30 giorni (misura già cara a Salvini dai tempi del suo incarico come ministro dell’Interno), prorogabile fino a sei mesi, nel caso di «grave minaccia all’ordine pubblico» o «pressione migratoria». Eventuali migranti a bordo? Verrebbero spediti verso Paesi terzi con i quali l’Italia ha accordi – potendo così finalmente riempire, per esempio, i CPR voluti dal governo in Albania. E per evitare che i magistrati si mettano di traverso rispetto alle decisioni del governo su espulsioni e trattenimento in CPR, come avvenuto in passato, i poteri di questi ultimi verrebbero limitati. E proprio in merito al trattenimento in CPR, i provvedimenti dovrebbero introdurre nuove norme che regolano la detenzione amministrativa. Le persone trattenute potrebbero infatti non poter più godere in automatico del patrocinio gratuito per opporsi ai decreti di espulsione.
L’arrivo delle nuove misure era stato annunciato dalla Lega già a metà novembre, anche se non sembrerebbe contenere alcune delle norme inizialmente annunciate – come l’inasprimento delle misure contro occupazioni abusive e sgomberi. «È fondamentale che i delinquenti abbiano paura» ha detto Salvini, ministro dei Trasporti ma principale promotore delle nuove norme, che dovrebbero essere discusse già nei prossimi Consigli dei Ministri, entro la fine del mese.

(ANSA) – MOSCA, 15 GEN – Le relazioni della Russia con i Paesi europei, compresa l’Italia, hanno “radici storiche”, ma attualmente “lasciano molto a desiderare”. Lo ha detto il presidente Vladimir Putin ricevendo oggi al Cremlino gli ambasciatori di diversi Paesi europei, tra i quali Stefano Beltrame per l’Italia, per la cerimonia di presentazione delle credenziali.
“Le nostre relazioni con ciascuno dei Paesi europei rappresentati qui, Francia, Repubblica Ceca, Portogallo, Norvegia, Svezia, Austria, Svizzera e Italia, hanno radici storiche profonde, e sono ricche di esempi di una collaborazione mutualmente benefica”, ha detto Putin, citato dall’agenzia Interfax. Ma oggi, ha aggiunto, “il dialogo e i contatti, e non per nostra colpa, sono stati ridotti al minimo” e “l’interazione su questioni chiave internazionali e regionali è stata congelata”.
La Russia, ha tuttavia concluso il capo del Cremlino, “è stata e rimane impegnata” a migliorare le relazioni con questi Paesi ed “è pronta a ripristinare il livello di relazioni di cui abbiamo bisogno”.
Poltronificio palazzo Chigi, il governo spende 23 milioni per gli staff. La presidenza del Consiglio sfonda ancora il tetto delle uscite per i consulenti a chiamata diretta di premier e ministri senza portafogli. Il governo Renzi spendeva 12 milioni di euro, il Conte II 16,5. Draghi si era fermato a 18,8

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il governo di Giorgia Meloni migliora un altro record: quello delle spese per gli uffici dei consulenti a palazzo Chigi. Nel 2026, secondo il bilancio di previsione, i costi per gli uffici di diretta collaborazione (la schiera di consulenti ed esperti, assunti su base fiduciaria da premier, vicepremier e ministri senza portafoglio) viene sfondato il tetto dei 23 milioni di euro.

Un aumento di 390mila euro rispetto ai 22,6 milioni di euro dello scorso anno destinati agli uffici dei fedelissimi legati al mandato governativo.
Il dato numerico è già significativo. Ma il raffronto con il primo anno di legislatura è ancora più emblematico: la presidenza del Consiglio, sotto la guida di Meloni, aveva messo in conto un esborso di 20,9 milioni di euro appena si era insediata, peraltro scaricando le responsabilità sui predecessori, un grande classico della propaganda meloniana.
«Le previsioni sono state effettuate considerando la spesa teorica prevista per le strutture del governo Draghi», si leggeva in quella nota. Sembrava un modo per mettere le mani avanti sull’aumento, propedeutico a un successivo taglio. Invece, niente.
Dal 2023 al 2026 palazzo Chigi, a trazione Fratelli d’Italia, si è spinto oltre le colonne d’Ercole: la cifra è cresciuta di poco più di 2 milioni di euro. La spending review non si applica sulle consulenze.

Altrettanto lampante è il rapporto con gli esecutivi della precedente legislatura. Proprio in merito a Mario Draghi: con 18,8 milioni di euro, il suo esecutivo aveva messo in programma una spesa di circa 4,2 milioni in meno rispetto a Meloni. L’incremento di costi in confronto al secondo governo di Giuseppe Conte si aggira sui 6,5 milioni di euro, mentre rispetto alla compagine gialloverde la distanza è di 6,2 milioni di euro. Insomma, l’attenzione ai collaboratori della destra è davvero da record. Nel lungo periodo si nota ancora di più.
In dieci anni i costi per gli staff sono esplosi: i 23 milioni di euro stanziati per il 2026 sono quasi il doppio rispetto al governo presieduto da Matteo Renzi, che era arrivato a spendere 12 milioni di euro. Paolo Gentiloni, invece, aveva previsto una spesa complessiva di 15,9 milioni di euro.

Nel bilancio di previsione, che vale in totale 5,7 miliardi di euro, c’è un diluvio di altri capitoli dedicato alle uscite. Come anticipato dal Fatto quotidiano, ci sono altre voci che saltano all’occhio: lo stanziamento per il noleggio di veicoli (tra cui le cosiddette auto blu) resta di 100mila euro così come per lo scorso anno, mentre lievita di 32mila euro l’esborso per tendaggi e pulizie straordinarie.
Ci sono organismi che devono rinunciare a cospicui trasferimenti di risorse. Prosegue così la sforbiciata alle politiche aerospaziali, già “colpite” dai tagli dello scorso anno: la riduzione dei finanziamenti, come riporta la nota, «all’Agenzia spaziale italiana (Asi), all’Agenzia spaziale europea, al Fondo complementare Pnrr – Sviluppo delle tecnologie satellitari nonché alla partecipazione italiana al programma spaziale Artemis» ammonta a 29,8 milioni di euro.

Anche il Dipartimento per la disabilità subisce una riduzione dei fondi di oltre 30 milioni di euro, ma la somma più sostanziosa – oltre 28 milioni di euro – riguarda la spesa per la formazione prevista per il 2025.
In due anni la riduzione è stata in totale di 400 milioni di euro, andando in controtendenza rispetto alle necessità. Anche se, su questo aspetto, la parte delle politiche spetta al ministero delle Imprese e del made in Italy di Adolfo Urso, che però gestisce delle dotazioni diverse.
Diminuiscono di 14,7 milioni di euro i finanziamenti anche per il sottosegretario all’Innovazione, il meloniano Alessio Butti. A pesare, tuttavia, è la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza che per l’anno scorso ha garantito fondi per 14,3 milioni di euro.
Di sicuro perde 2,4 milioni di euro per l’innovazione tecnologica e digitale, pareggiato in parte dal finanziamento di 2 milioni di euro elargiti per la celebrazione del bicentenario della morte di Alessandro Volta, che è stata affidata al Dipartimento di Butti.

La scure si è abbattuta in parte sulle politiche per gli affari regionali di Roberto Calderoli, che devono rinunciare a poco meno di 2 milioni di euro. Soprattutto diminuiscono di 1,6 milioni di euro gli investimenti per la compensazione degli svantaggi dell’insularità.
Nella partita di giro delle deleghe, 2,6 milioni delle politiche per la Coesione vengono trasferiti alle politiche per il Sud, affidate all’ex segretario della Cisl, Luigi Sbarra. A brindare è invece il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che vedrà aumentare di 47 milioni di euro la dotazione a disposizione, in virtù dei 50 milioni di euro destinati al Fondo per la realizzazione dell’Olimpiade invernale di Milano-Cortina. Tra le nuovi voci istituite c’è anche quella del commissario per gli stadi, a cui spetta una dotazione iniziale di 632mila euro.

Calano poi, di 4,7 milioni, i costi per le strutture di missione, dopo la soppressione di quella per la Zes e la fine dei compiti per la struttura dedicata al G7. Tagli episodici, che cozzano con l’aumento costante delle spese per i consulenti.
Il Tar Lazio deve esaminare la domanda cautelare sospensiva presentata dai promotori contro la fissazione della data del voto il 22 e 23 marzo. Secondo loro, la data non tiene conto del tempo necessario alla Cassazione per esaminare il quesito

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Le 500mila firme contro la riforma della magistratura sono state raggiunte con due settimane d’anticipo. Così il comitato dei Quindici oggi può festeggiare il traguardo e la raccolta rimarrà aperta ancora fino alla scadenza del termine, così da amplificare ancora di più il sostegno.
L’effetto non è secondario: i promotori della raccolta, infatti, sono gli stessi che hanno depositato il ricorso al Tar Lazio con sospensiva contro la fissazione del referendum il 22-23 marzo da parte del consiglio dei ministri e poi con il decreto del Quirinale.

La contestazione è che questa tempistica non rispetti il diritto dei cittadini che hanno firmato, perché non tiene in considerazione il tempo per la Cassazione di vagliare il quesito da loro sottoscritto, che è diverso rispetto a quello depositato dai parlamentari e accolto dalla Suprema corte, su cui attualmente si voterebbe.
Dal 30 gennaio – data ultima di raccolta firme – è necessario far passare al massimo altri 30 giorni che sono il termine per la Cassazione per valutare il loro quesito. Le firme, infatti, sono state raccolte per un quesito che elenca gli articoli costituzionali modificati, mentre quello già approvato non lo fa.
Quello approvato è: «Approvate il testo della legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e istituzione del tribunale disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?». Quello della raccolta, firme, invece, è: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?».
Quindi – è il ragionamento dei firmatari – il referendum avrebbe dovuto contare la forbice costituzionale del cinquantesimo-settantesimo giorno per fissare la data non dal 30 gennaio come è stato fatto, ma dal 30 febbraio per dare il tempo alla Corte di valutare il quesito, arrivando quindi a metà aprile con la data del referendum. Inoltre, è la contestazione, la data si sarebbe dovuta fissare dopo che la raccolta firme era stata completata e non prima.

Il Tar del Lazio si è già parzialmente espresso e il 14 gennaio non ha accolto la richiesta di sospensione cautelare urgente della deliberazione del cdm sulla data e del decreto presidenziale conseguente.
La domanda cautelare sospensiva, invece, sarà esaminata nell’udienza collegiale fissata per il prossimo 27 gennaio. E’ stata infatti accolta – «sussistendo le ragioni di urgenza richieste» – l’istanza con cui i ricorrenti chiedevano «l’abbreviazione alla metà dei termini processuali riferibili alla celebrazione della camera di consiglio deputata alla trattazione collegiale della domanda cautelare».
Intanto, però, il comitato del Sì promosso dalla fondazione Einaudi si è mosso e ha deciso di costituirsi davanti al Tar per opporsi alla richiesta di sospensiva.
INPS, RETRIBUZIONI MEDIE NON HANNO RECUPERATO POTERE ACQUISTO

(ANSA) – ROMA, 15 GEN – Le retribuzioni medie dei lavoratori privati (esclusi i domestici) sono cresciute nominalmente tra il 2014 e il 2024 del 14,7% mentre quelle dei lavoratori pubblici sono salite dell’11,7% con un tasso inferiore a quello dell’inflazione.
Lo si legge nell’ “Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati” messa a punto dal Coordinamento statistico attuariale dell’Inps presentata oggi secondo il quale nel 2024 la retribuzione annuale media per i dipendenti privati era di 24.486 euro mentre quella dei dipendenti pubblici era di 35.350.
Se si guarda invece solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive che tengono conto degli straordinari ecc tra il 2019 e il 2024 si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti.
Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge – la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini.
Ad esempio, nel 2024 la retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro), quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”.
Negli ultimi due anni comunque, sottolinea l’Inps, si è assistito a una crescita delle retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al richiamato gap temporale dei rinnovi contrattuali. Occorre infine tener presente che gli incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro che nel nostro paese è condizionata da fattori strutturali quali la composizione settoriale, la bassa innovazione tecnologica.
Diverse le conclusioni se si analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere al livello mediano delle retribuzioni un recupero quasi completo.
LANDINI, RETRIBUZIONI DOVREBBERO ESSERE CONTRATTATE OGNI ANNO
(ANSA) – ROMA, 15 GEN – “Una delle riflessioni da fare è che non è possibile rinnovare i contratti ogni tre-quattro anni, ma c’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell’inflazione”. Lo ha detto il segretario della Cgil Maurizio Landini, a margine di un convegno dell’Inps sulle retribuzioni che conferma che i salari non hanno recuperato il potere d’acquisto rispetto all’inflazione registrata dopo la pandemia.
“I dati confermano che esiste una questione salariale – ha spiegato – non si è recuperata pienamente l’inflazione e c’è un aumento della precarietà che ha abbassato le retribuzioni. C’è una forte differenza tra uomini e donne e tra le aree territoriali del Paese.
Queste sono tutte distorsioni, questo pone un problema rispetto al modello contrattuale, la necessità di rafforzare i contratti nazionali di lavoro. I contratti nazionali devono avere la certezza di un recupero reale dell’inflazione e di redistribuzione della ricchezza prodotta. penso che una delle riflessioni da fare è che non è più possibile farei contratti ogni tre-quattro anni ma c’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annua del salario se voglio tutelare il potere d’acquisto. Oggi i contratti nazionali dirano durano tre/quattro anni. Io penso si possa avere una verifica del potere di acquisto anche annuale”.
Indagine su Garante privacy, tra utilità corruzione anche ‘tessere volo’

(ANSA) – ROMA, 15 GEN – Ci sono anche alcune tessere “Volare Classe Executive”, del valore di 6 mila euro ciascuna, tra le utilità contestate i quattro indagati, tutti componenti del collegio del garante della Privacy, dai pm di piazzale Clodio. E’ quanto emerge dal decreto di perquisizione e sequestro eseguito oggi dalla Guardia di Finanza.
In particolare, nel capo di imputazione in cui si contesta la corruzione, si afferma che gli indagati “in concorso tra loro, quali pubblici ufficiali, omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways (nella quale – si legge – per altro il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato membro dello studio legale fondato da Guido Scorza e del quale è tutt’ora partner la moglie di questi), a fronte del riscontro di irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle comunicazioni e nella tenuta della comunicazione relativa al trattamento dei dati nonché mettendo comunque a disposizione i propri poteri e la loro funzione in favore della società di volo, ricevevano come utilità tessere ‘Volare'”.
Per quanto riguarda le accuse di peculato, i magistrati di Roma contestano agli indagati che “avendo per ragioni del loro ufficio la disponibilità di denaro pubblico se ne appropriavano attraverso la richiesta di rimborsi per spese compiute per finalità estranee all’esercizio di mandato per un importo ancora da quantificare”. Sempre per questa fattispecie agli indagati viene contestato di avere “utilizzato l’auto di servizio per finalità estranee alla funzione pubblica”.
BONELLI, DIMISSIONI COLLEGIO DEL GARANTE DELLA PRIVACY ATTO NECESSARIO
(ANSA) – ROMA, 15 GEN – “Le perquisizioni nella sede del Garante della Privacy e l’indagine che coinvolge il presidente Pasquale Stanzione, partita dalle inchieste giornalistiche di Report, pongono un problema politico e istituzionale immediato. Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti.
Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non può essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo né come una sua succursale. In questo quadro, la permanenza dell’attuale presidente è incompatibile con la funzione di garanzia che l’Autorità deve svolgere.
Per ristabilire terzietà, autorevolezza e fiducia, le dimissioni dell’intero collegio sono un atto necessario”. Così in una nota Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde.

(Davide Sabatino – lafionda.org) – Come è noto gli Stati Uniti hanno da sempre sopportato un tasso di violenza molto elevato. Le forze dell’ordine negli USA hanno spesso e volentieri avuto la mano pesante sui cittadini, soprattutto se questi erano afroamericani (vedi caso George Floyd). Eppure quello che è successo a Renee Nicole Good, donna bianca, cristiana e madre di tre figli, è qualcosa di agghiacciante. Renee è stata uccisa a sangue freddo mercoledì scorso nella città di Minneapolis da una pattuglia dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement). Questo episodio fa tremare i polsi non solo perché è incredibile che nel 2026 possa esistere legalmente una polizia che abbia il potere (concessogli da uno stato che si autoproclama democratico) di esercitare atti di squadrismo nei confronti di persone “immigrate”, o presunte tali; ma risulta sconcertante soprattutto perché, in questo caso, stiamo parlando di un omicidio intenzionale nei confronti di una signora disarmata, che si trovava seduta immobile nella propria auto. Infatti, nei giorni successivi anche molti repubblicani filo-Trump hanno commentato il tragico evento con parole di sdegno e preoccupazione. E, ad oggi, ci sono stati oltre mille eventi in tutti gli Stati Uniti che hanno visto grandi proteste al grido: “Ice, Out for Good” (Ice, fuori per sempre).
Ad aumentare la gravità dell’accaduto sono arrivati immediatamente i commenti triviali di esponenti del governo statunitense, come il vicepresidente J. D. Vance, il quale ha dichiarato che si è trattato di un “attacco alle forze dell’ordine”. In poche parole — secondo Vance — l’agente federale dell’Ice avrebbe agito così per legittima difesa, visto e considerato che, sue testuali parole, la signora Good è da considerarsi semplicemente “una vittima dell’ideologia di sinistra”. In sostanza, la tesi estremista del governo Trump-Vance-Rubio è questa: Renee se l’è cerata perché era un’attivista di sinistra. Se fosse stata di destra, invece, bé non le sarebbe successo nulla. Ci rendiamo conto dell’assurdità di queste dichiarazioni? Dei precedenti politici e culturali che queste giustificazioni “di parte” possono creare? L’escalation di violenza da guerra civile, dopo questo tragico fatto, non è più un’ipotesi politologica. È esattamente la realtà tremenda di oggi. Continuare a denunciare questa deriva barbara dello stato di diritto nelle cosiddette democrazie occidentali, è un compito civile e spirituale trasversale, che dovrebbe essere percepito come tale da chiunque creda che sia arrivato il momento di mettere da parte ogni forma di ideologia divisiva e inutilmente bellica.
Ribadisco: l’accettazione della violenza interna fa parte della storia degli Stati Uniti d’America fin dall’inizio. Ed è la loro colpa originaria. Anche con i Dem al governo abbiamo assistito ininterrottamente a episodi razzisti di una ferocia intollerabile. Quindi non si tratta di criminalizzare l’operato suprematista di Trump — che resta tale — per assolvere l’ipocrisia di Biden o della Harris. Anzi, è tutto l’opposto. Per questo mi fa sorridere leggere che i MAGA sarebbero migliori perché almeno esplicitano la loro violenza colonialista apertamente e non sono dei falsi perbenisti come quei sepolcri imbiancati Dem, difensori del diritto internazionale solo quando gli fa comodo a loro. È ridicolo sentir dire, in modo così superficiale, che se critichi la politica di Trump allora vuol dire che sei automaticamente a favore della cancel culture o di qualsiasi altra aberrazione politicamente corretta. Come se dentro questo bipolarismo decadente una terza via non ci fosse.
Questa logica polarizzante, nonostante abbia una certa presa sull’opinione pubblica, esattamente come il tifo calcistico o televisivo, ad un’analisi più seria resta comunque un’idiozia facilmente smontabile. La violenza, infatti, è violenza punto e basta. E chiunque eserciti questa prepotenza antidemocratica su qualsiasi altro — peggio ancora se lo fa in modo spudorato e disinvolto — è da condannare senza se e senza ma. Non esistono scuse di fronte all’uso della violenza; e questo, soprattutto per chi si impegna nel costruire un mondo più pacifico e disarmato, dovrebbe essere lapalissiano.
Ciò che constatiamo è quindi un’assenza spaventosa di visione politica innovativa, nuova, inedita, coraggiosa e realmente pacifica, che abbia davvero l’ardire di mettere in discussione l’intero teatrino della politica bellica contemporanea. Se per eccesso di realismo cadiamo anche noi nella retorica che dice sostanzialmente che in politica esistono solo i “rapporti di forza” e nient’altro, allora possiamo dare le chiavi del nostro futuro in mano a tutti coloro che stanno già dimostrando d’essere i più cinici e i più spietati (vedi, per esempio, i nostri leader europei). È questa la politica che ci dobbiamo augurare? Sarebbe questo il destino delle democrazie occidentali? Speriamo proprio di no. Invertiamo immediatamente questa rotta suicidaria, che ci mantiene costantemente nel “rischio di un imminente catastrofe”, come scriveva profeticamente il sociologo Ulrich Beck. La scelta che dobbiamo fare non è fra la maschera dell’orrore (Dem) e l’orrore in sé (Rep); altrimenti saremmo comunque spacciati. Esiste sempre una terza via quando la polarizzazione diventa così esasperante. Basta solo immaginare l’impossibile. Credere nell’impossibile! Dunque, ci arrendiamo a questo stato di cose, alla legge del più forte, oppure vogliamo provare a inaugurare un nuovo moto rivoluzionario non violento e, proprio per questo, fortemente radicale?
Trump: «È Zelensky che ostacola la pace tra Ucraina e Russia». Il presidente parla con Reuters: «Putin è pronto a fare un accordo. L’Ucraina è meno pronta»

(Alessandro D’Amato – open.online) – «Dobbiamo convincere il presidente Zelensky ad accettarlo». Questo ha detto Donald Trump riguardo a un accordo con la Russia per porre fine alla sua guerra in Ucraina. In un’intervista rilasciata alla Reuters, alla domanda se sostenesse l’idea di garanzie di sicurezza statunitensi per proteggere l’Ucraina tramite la condivisione di intelligence, Trump ha risposto: «Se riuscissimo a fare qualcosa, aiuteremmo. Stanno perdendo 30.000 soldati al mese tra loro e la Russia. Ora, l’Europa ci aiuterà in questo». E su Putin: «Penso che sia pronto a fare un accordo. Penso che l’Ucraina sia meno pronta a fare un accordo», ha detto Trump. Alla domanda su quale fosse il problema, Trump ha risposto: «Zelensky».
Il presidente Usa ha anche detto che incontrerebbe Volodymyr Zelensky al World Economic Forum di Davos la prossima settimana, ma ha lasciato intendere che non ci siano piani definiti. «Lo farei, se lui sarà lì», ha affermato Trump. «Io ci sarò», ha confermato. Mentre l’ex principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi «sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe nel suo stesso Paese. E non siamo ancora a quel punto… Ma è molto presto, troppo presto per dirlo. Non so come vada d’accordo con il suo Paese. Non so se il suo Paese accetterebbe la sua leadership, e certamente se lo accettassero sarebbe perfetto per me», ha aggiunto, notando di non aver mai parlato con Pahlavi.
Trump ha anche detto di non avere piani per licenziare Jerome Powell, nonostante un’indagine penale del Dipartimento di Giustizia sul presidente della Federal Reserve, ma ha precisato che è «troppo presto» per dire cosa farà alla fine. «Non ho alcun piano per farlo», ha detto Trump. Alla domanda se l’indagine gli desse motivi per farlo, il presidente ha aggiunto che «al momento siamo un po’ in uno stato di attesa con lui e determineremo cosa fare. Ma non posso entrare nei dettagli. È troppo presto. Troppo presto». Oggi intanto è previsto l’incontro con Maria Corina Machado. Alla domanda se volesse che Machado gli desse il suo Premio Nobel per la Pace, ha risposto: «No, non l’ho detto io. Ha vinto lei il Premio Nobel per la Pace».
E se Machado portasse il premio? «Beh, è quello che sento dire. Non lo so, ma non dovrei essere io a dirlo», si è schermito. Il presidente ha anche riferito di aver avuto «una conversazione molto buona» con Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela. «È stata molto brava a trattare. Penso che verrà, alla fine verrà… non proprio ora, ma alla fine verrà e andrò anche io nel loro Paese».

(di Michele Serra – repubblica.it) – Per affrontare un gruppo di tassisti romani in sciopero bisogna essere vocati al martirio: se poi lo si fa brandendo, a scopo dimostrativo, una macchinetta per i pagamenti non cash, che hanno il temibile inconveniente di lasciare una traccia fiscale, come ha fatto il leader radicale Matteo Hallissey, il coefficiente di rischio è altissimo, e Hallissey deve essere molto felice di poterlo raccontare ai suoi cari.
Provando a semplificare una materia complessa, in attesa di una nuova regolamentazione da una trentina d’anni, i casi sono due: o i tassisti si attrezzano per migliorare la loro offerta e accettare che le licenze aumentino di parecchio, o diventa molto difficile maledire Uber e consimili. Se uno non trova un taxi, cosa che capita spessissimo a Roma e ultimamente anche a Milano, si arrangia con quello che trova: un’ovvietà che è penoso dover spiegare.
Uber prospera laddove mancano i taxi, e non per presa di posizione “politica” contro le auto pubbliche: per stretta necessità. Non è difficile da capire, ma è una ovvietà che continua a sfuggire a una corporazione per la quale l’offerta non è necessariamente un dovere, ed è questa lacuna a rendere molto impopolare una protesta che sembra ignorare sistematicamente il disservizio pubblico.
Come è tipico di questo Paese, il problema si ripresenta, con pochissime varianti, da decenni. Con emotività in aumento costante, ragionevolezza in decrescita, malumori piazzaioli che non giovano alla causa dei tassisti, e anzi la danneggiano. Ma credo di avere già scritto amache identiche a questa, lungo gli anni, molte volte. La tengo da parte e la ripubblico, pari pari, una volta all’anno, nella certezza della sua perenne attualità.
Meloni voleva fare la storia. Ma per inseguire Trump, il suo governo si accontenta di stravolgere la geografia

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – A chi a destra da giorni non si dà pace perché la Flotilla non ha preso il largo alla volta dell’Iran, dove la brutale repressione delle manifestazioni di piazza ad opera del regime degli ayatollah sta facendo migliaia di morti, la risposta più chiara e inequivocabile è arrivata ieri dal voto delle opposizioni, sebbene con i distinguo dei 5 Stelle, in Commissione Esteri al Senato.
Sorvolando sull’impossibilità di una missione umanitaria modello Gaza a bordo di piccole imbarcazioni, tanto per le condizioni climatiche (siamo in pieno inverno) quanto per la distanza (proibitiva), il voto favorevole di tutte le forze di centrosinistra con la sola astensione dei pentastellati (che non è un No), smonta la propaganda con cui da settimane la maggioranza continua ad accusare i partiti di opposizione di stare prima con Maduro e ora con Khamenei.
Il via libera bipartisan alla risoluzione di condanna delle stragi di manifestanti in Iran sgonfia le balle di una destra ormai ridotta, in politica estera, a stampella delle scorribande Usa, passate (il sequestro del presidente venezuelano) e future (un possibile attacco militare su Teheran). Posizione che, motivando la sua astensione di ieri, il Movimento 5 Stelle ha perfettamente evidenziato. “Non vogliamo che il governo italiano si trovi a sostenere un’altra azione illegale di Trump, un’altra guerra per il petrolio; per questo motivo abbiamo chiesto di inserire un impegno nella risoluzione unitaria sull’Iran per scongiurare un intervento militare unilaterale, rafforzando un testo che per il resto condividiamo. Questo nostro auspicio è stato rigettato e per questo ci siamo astenuti”, ha spiega Giuseppe Conte.
Un rifiuto che conferma ciò che ormai è chiaro da tempo: non solo per Tajani, ma per l’intero governo italiano, il diritto internazionale vale fino a un certo punto. Vale per i nemici (la Russia che invade l’Ucraina), ma non per gli alleati (gli Usa che bombardano illegalmente il Venezuela e Israele che stermina 70mila palestinesi) né per se stessi (l’Italia che rimpatria il ricercato internazionale Almasri in Egitto con volo di Stato). Meloni voleva fare la storia. Ma per ora il suo governo si accontenta di stravolgere la geografia.
Come per ogni decreto Sicurezza che si rispetti, il legislatore compie un salto pericoloso: lega l’inasprimento delle norme sulla microcriminalità a quelle sulle manifestazioni in piazza. Alcuni articoli del disegno di legge in cantiere confermano l’ossessione di risolvere complesse questioni sociali con il tintinnio delle manette. Dunque, dopo aver dato mano libera ai servizi segreti, si scivola rapidi verso uno stato di polizia

(Giovanni Tizian – editorialedomani.it) – Esistono due letture possibili del nuovo disegno di legge sulla sicurezza plasmato dal governo. La prima potremmo definirla come l’ammissione di un fallimento: guidano il paese da quasi quattro anni, con i sondaggi a favore, eppure dopo fiumi di decreti emergenziali, pacchetti sicurezza vari, nuovi reati introdotti, non hanno risolto un bel niente.
Che fare? Correre ai ripari, cioè proseguire nella bulimica produzione di leggi che si esauriscono in un esercizio repressivo. Che tuttavia ha il sapore di un insuccesso dichiarato. Come dire: ritenta sarai più fortunato. Ecco quindi l’ennesimo pacchetto sicurezza. E per quanto il ministro Matteo Piantedosi abbia tentato di riequilibrare il panpenalismo imperante con misure amministrative, il disegno non si scosta dal principio che sorvegliare e punire sia meglio di educare per prevenire.
I loro elettori potrebbero legittimamente parlare di tradimento delle promesse elettorali. Chi ha votato Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, Matteo Salvini e la Lega, lo ha fatto perché bombardato dalla propaganda degli imprenditori della paura, che ora siedono al governo.
Chi ha votato i sovranisti e i postfascisti lo ha fatto perché sedotto dalla favola securitaria dove regna la legge e l’ordine nelle stazioni, nelle piazze, nei quartieri. Ha dato loro fiducia per via di quel brutale slogan dei «porti chiusi» per chi fugge da guerre, fame e violenze di ogni genere. Un regime in cui il carcere assurge a unico baluardo di legalità.

I casi di cronaca delle ultime settimane, dalle aggressioni notturne nelle stazioni delle grandi città ai furti negli appartamenti, agli omicidi, di certo potenziano la percezione dell’insicurezza, che non per forza di cose è legata alle statistiche dei delitti commessi nell’ultimo anno. Lo sanno bene gli imprenditori della paura: sulla percezione hanno guadagnato una fortuna, hanno investito e capitalizzato alle elezioni politiche per finire a palazzo Chigi.
A questa interpretazione è possibile affiancarne una seconda. I fallimenti sul tema identitario della destra sono prodotti dall’idea stessa con cui il governo intende garantire la sicurezza ai cittadini. Un’idea di Stato e società da regolare solo attraverso la repressione.
Alcuni articoli del disegno di legge in cantiere confermano l’ossessione di risolvere complesse questioni sociali con il tintinnio delle manette. E così, per dirne una, all’articolo 4 è previsto, per i minorenni imputati, l’arresto in flagranza o la misura cautelare nel caso posseggano «strumenti atti a offendere». Non la comunità dove tentare percorsi di allontanamento da contesti criminali, ma il carcere, luogo dove ogni speranza è lasciata fuori dall’uscio.
Come per ogni decreto Sicurezza che si rispetti, il legislatore compie un salto pericoloso: lega l’inasprimento delle norme sulla microcriminalità a quelle sulle manifestazioni in piazza. In pratica se il disegno del governo dovesse mai diventare legge, le forze dell’ordine potranno perquisire in un regime di deregolamentazione i manifestanti e persino trattenerli, seguendo solo l’istinto del sospetto, fino a 12 ore in caserma.
Dunque, dopo aver dato mano libera ai servizi segreti, si scivola rapidi verso uno stato di polizia. È previsto peraltro un ampliamento della tutela legale per gli agenti coinvolti in fatti sui quali occorrerà fare luce.
Tutelati dal divieto di iscriverli nel registro degli indagati in caso di «cause di giustificazione» delle loro azioni. Ma nessuno dalle parti del governo si è posto una semplice domanda: se non si indaga come si può essere certi delle «cause di giustificazione» che legittimano l’azione del poliziotto coinvolto?
«Sulla sicurezza i risultati per me non sono sufficienti». Parola della presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di inizio anno, per poi aggiungere: «Questo è l’anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più». Sono noti i riferimenti culturali e politici nella giovinezza della leader di Fratelli d’Italia. Il codice Rocco del 1930, asse portante della repressione di Mussolini, è probabilmente ai suoi occhi una buona cosa. Per non essere da meno anche lei ha voluto lasciare il segno con il codice Meloni del 2026.