
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Chissà quanto si divertono gli sciiti yemeniti Houti a diffondere i video in cui sfilano a bordo di blindati Mrac made in Usa e mezzi leggeri targati Emirati dopo aver occupato roccaforti e porti sauditi, strozzando l’oleodotto che doveva bypassare lo Stretto di Hormuz. L’Occidente li chiama “ribelli” e “pirati in ciabatte” anche se combattono con l’Ia dell’americana Anthropic. E, come scrive Francesco […]
Ridimensionare Vannacci. Tener buono Calenda. Ostacolare la sinistra. La destra continua a cercare la certezza della vittoria. Ma intanto il testo avanza a fatica

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – Le resistenze al varo della nuova legge elettorale, poi superate, erano arrivate dalla Lega, già all’inizio dell’anno. «Non è una priorità», aveva sentenziato Matteo Salvini, anche sulla scia del malcontento della Lega del Nord, in particolare di Luca Zaia, sul previsto superamento dei collegi uninominali, proprio quelli che avevano portato una certa fortuna al partito nelle elezioni del 2022, con le regole del Rosatellum, la legge elettorale, attualmente in vigore, che il centrodestra intende gettarsi alle spalle, sostituendola con il Melonellum (o Stabilicum).
Ed è sempre la Lega la forza politica che ha impedito l’introduzione del doppio turno, in occasione del passaggio nella commissione Affari Costituzionali del Senato, prima dell’approdo in aula, temendo un vantaggio per Roberto Vannacci, sebbene l’idea di chiamare nuovamente gli elettori alle urne, qualora nessuna coalizione conquisti il premio di maggioranza, sia nata proprio dal tentativo di arginare Futuro Nazionale, inglobando il suo elettorato all’insegna del voto utile, davanti alla scelta definitiva fra centrodestra e centrosinistra. La formula – la cui elaborazione appartiene allo storico ed ex ministro Gaetano Quagliariello e al costituzionalista Stefano Ceccanti – è stata recepita, appena Palazzo Madama ha riaperto i battenti dopo la pausa d’agosto, dall’ex presidente del Senato Marcello Pera in un emendamento specifico: la soglia per ottenere il premio di maggioranza sale dal 42 al 48 %, e se non viene raggiunta si va al ballottaggio fra le prime due coalizioni a condizione che abbiano superato il 38% e senza apparentamenti con altre liste. La proposta, inoltre, prevede che il premio di maggioranza sia assegnato al primo turno alla coalizione che abbia superato la soglia del 42% in tutte e due i rami del Parlamento. Ma, al momento della riunione della Commissione, questa è rimasta una proposta personale di Pera, avendo la maggioranza deciso, in quella fase, di soprassedere, per le resistenze opposte della Lega, che teme l’effetto opposto: la parte più “sovranista” dell’elettorato, davanti all’eventualità di una scelta definitiva sulle coalizioni affidata al secondo turno di votazione, può sentirsi libera di votare Futuro Nazionale al primo turno, ma con la conseguenza di danneggiare soprattutto il partito di Salvini. La proposta del doppio turno, portata avanti da Fratelli d’Italia, non ha trovato una sponda nelle opposizioni, nonostante appartenga storicamente al centrosinistra, a partire dalla Bicamerale di Massimo D’Alema, ma – ha obiettato il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia a chi lo ha ricordato polemicamente – solo in presenza di una revisione costituzionale del bicameralismo. Del resto, il ballottaggio, se può offrire al centrodestra una seconda chance dopo che nessuno abbia conquistato il premio di maggioranza, raccogliendo alla fine anche i voti degli elettori “vannacciani”, sarebbe invece di scarsa utilità per il centrosinistra che – nella versione più estesa del campo largo – non avrebbe, fuori dai propri confini elettorali, altre forze politiche consistenti dalle quali attrarre nuovi consensi. Nessuna certezza che un aiuto possa venire da Azione, che pure non esclude un “fronte di unità nazionale” contro il pericolo Vannacci, se il centrodestra si alleasse con il Generale. Ma, per quello che conta ora – in un percorso parlamentare della nuova legge elettorale che prevede di sciogliere tutti i nodi politici in Senato prima del ritorno alla Camera – in assenza del ballottaggio, per una coalizione di governo che ha disegnato il nuovo sistema di voto con l’obiettivo di vincere le elezioni, l’unico strumento elettorale è il premio di maggioranza. Vince chi riesce ad aggiudicarselo. Altrimenti, se non scatta per nessuno, si piomba nella palude proporzionalista, con il futuro governo destinato a nascere in Parlamento attraverso alleanze post-elettorali.
Quando Giorgia Meloni dice – ed è la frase che ha accompagnato a Bari la celebrazione del primato di longevità del suo governo – che «chiunque vince avrà i numeri per governare», senza il rischio di ribaltoni, fa riferimento proprio alle conseguenze politiche del premio. Non a caso, da Fratelli d’Italia è arrivata l’idea di abbassare la soglia dal 42 al 41 per cento, per ottenere più facilmente i seggi aggiuntivi (70 alla Camera, 35 al Senato). Il testo all’esame del Parlamento non è certo la riproposizione del vecchio Porcellum del 2005, poi demolito dalla Corte Costituzionale, con la sentenza del 2014 che cancellò il premio di maggioranza assegnato senza che fosse prevista una soglia da superare (era semplicemente appannaggio della lista o coalizione che otteneva il maggior numero di voti). Dalla Consulta, furono anche rase al suolo le liste “lunghe”, aprendo conseguentemente la porta alle preferenze, non previste dalla legge ed introdotte solo ora. Il Porcellum, però, non consentì al centrodestra di Silvio Berlusconi di vincere le elezioni politiche del 2006, per le quali era stato varato. Fu la prima applicazione del premio di maggioranza, dopo l’esperienza già fallimentare del 1953 (“legge truffa”). Il Cavaliere, invece, prevalse nelle elezioni successive (2008), quando la “vocazione maggioritaria” del Pd di Walter Veltroni passò attraverso la disintegrazione dell’Unione di Prodi, restringendo la coalizione di centrosinistra, rispetto agli avversari, uniti – tranne Pier Ferdinando Casini – nelle lista del Pdl. Davanti al premio previsto dal Melonellum ci sarà uno schieramento progressista molto largo, che i sondaggi fotografano in vantaggio di un paio di punti. Per la maggioranza che perde consensi a destra, le possibilità, in via teorica, sono due: allearsi subito con Vannacci (previsto al 7-8 % di voti) oppure puntare sul dopo elezioni, se neppure il centrosinistra riuscisse a superare la soglia per accedere al premio. Vorrebbe dire, in questo secondo scenario, negoziare, nella nuova legislatura, un’alleanza di governo con il Generale, altrimenti aprire a Calenda: Insomma, la politica dei “due forni” di andreottiana memoria.

(Dott. Paolo Caruso) – Emma Bonino si è spenta all’età di 78 anni ieri 11 settembre 2026. Militante e attivista della prima ora del partito radicale, fin dagli anni ’70 rappresentò insieme al fondatore del Movimento, Marco Pannella un binomio inscindibile per le lotte di piazza antisistema e per i diritti civili. A loro si devono il referendum sul divorzio del 1974 e relativa vittoria e anni dopo il 22 maggio 1978 la legge 194 sull’ interruzione di gravidanza (IVG) e la tutela sociale della maternità. La lotta contro le discriminazioni anche razziali il riconoscimento dei diritti delle donne, degli ultimi e la lotta contro la fame nel mondo rappresentarono l’ icona di una maturità politica e di un impegno sociale che caratterizzarono in quegli anni la crescita dei radicali. L’ ingresso dei Radicali nelle istituzioni rappresentò la classica ciliegina sulla torta e un certo tipo di fare politica scosse il Palazzo. Su questa sua straordinaria traiettoria politica, di partito di lotta e istituzionale si ripropone inevitabilmente il tema dello strappo politico e personale con Marco Pannella. La frattura tra i due storici leader del radicalismo italiano divenne palese e irreversibile negli ultimi anni di vita di Pannella (scomparso nel 2016), consumandosi su divergenze profonde riguardo al ruolo politico e ai metodi della militanza radicale.Lo scontro, emerso pubblicamente tra il 2013 e il 2015, risiedeva nella diversa visione del posizionamento politico. Il leader radicale accusò apertamente la Bonino di essersi progressivamente allontanata dalla militanza di strada e dal partito. Agli occhi di Pannella, Emma Bonino si era troppo integrata nei “circuiti istituzionali”, governativi e internazionali (forte della sua esperienza come Commissaria Europea, Vicepresidente del Senato e Ministra degli Esteri). Pannella riteneva che questo profilo l’avesse resa distante dalle storiche dinamiche “rivoluzionarie”, extraparlamentari e di rottura tipiche del Partito Radicale. Nonostante la fine del dialogo e l’amarezza di non essersi mai chiariti prima della morte del leader, la Bonino ha sempre rivendicato il legame indissolubile con lui, dichiarando che “Marco aveva segnato la sua vita come nessun altro”. Due stili a confronto, infatti i due leader incarnarono due anime complementari che per decenni avevano fatto la fortuna del movimento e dato una scossa alla grigia politica italiana ingabbiata nel rigido comportamento di apparato. Una vera gabbia dei diritti che la società di allora reclamava e che questi splendidi personaggi seppero portare avanti con grande ostinazione e con successo.
Pannella, il fondatore del Movimento, era il catalizzatore puro, capace di trasformare percentuali elettorali minime in enormi casi politici e battaglie di popolo attraverso provocazioni e digiuni. Emma Bonino invece rappresentava la capacità di tradurre quelle intuizioni e provocazioni in riforme concrete, tesi legislative e credibilità internazionale, muovendosi con efficacia nei palazzi del potere senza mai rinnegare le sue battaglie civili d’origine (dal divorzio all’ aborto). Negli ultimi anni, quella che era stata una proficua divisione dei ruoli si trasformò in una distanza incolmabile, lasciando una ferita mai rimarginata nella storia della sinistra libertaria italiana. Le tante contraddizioni emerse col tempo e la fondazione di un nuovo soggetto politico +Europa portarono la Bonino in una fascia d’ ombra della militanza radicale e le sue discutibili scelte di campo politico, prima Berlusconiano poi Prodiano e successivamente Lettiano, con relativi incarichi ministeriali, confermarono la fine di quell’ impegno di puro radicalismo che aveva caratterizzato la sua ascesa politica. La fine di quella Stagione di lotte era già segnata. La rivoluzione radicale era arrivata al capolinea. La stessa rivoluzionaria della prima ora aveva accarezzato il potere dei Palazzi e aveva smarrito lo smalto dei tempi migliori. A Bruxelles il riconoscimento dei diritti dei più deboli, dei migranti, la lotta alla povertà, la condanna della guerra in qualsiasi latitudine, la campagna contro l’ uso delle mine non bastarono a riconoscerle la figura di combattente. Il suo tempo era andato, anche se il valore e l’ impegno sulle tematiche umanitarie le fu riconosciuto con la sua vicinanza da Papa Francesco. La chiesa dopo 50 anni di lotte su barricate opposte legate al divorzio e all’aborto ha riconosciuto con Papa Francesco lo spessore umano di questa leader politica.Onore al merito! La sua scomparsa chiude un’ era della politica italiana legata indissolubilmente alle storiche battaglie sui diritti civili, vissute per decenni in un sodalizio straordinario con Marco Pannella, fondatore del partito radicale. Chissà se questi attuali “frequentatori” del Palazzo saranno capaci, vista la mediocrità disarmante che li contraddistingue, di continuare le battaglie che fecero grande il partito Radicale rendendo onore a questa combattente della prima ora, forte figura di donna che proprio ieri ci ha lasciati.
“Mi domandate sempre di Renzi, non se ne può più: è lì dal 2019, ha una sua capacità sull’elettorato che mi sembra ben circoscritta”

(Vittorio Amato – adnkronos.com) – No a ‘caminetti’ o ‘segrete stanze’ per scegliere il leader del centrosinistra. E’ il messaggio che Giuseppe Conte invia dalla festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia. “Le primarie? Vorrei ricordare -spiega il leader del M5S- che nel Movimento 5 Stelle non c’è la tradizione delle primarie. Noi abbiamo omaggiato una tradizione del Pd perché non c’era altra soluzione, si può trovare una soluzione. Adesso che facciamo? -si chiede Conte- Ci riuniamo in qualche segreta stanza? Facciamo qualche caminetto dopo aver detto a tutto il popolo progressista che decideranno loro chi è il migliore o la migliore interprete per quanto riguarda la realizzazione del programma?”.
“Quando mi chiedete delle primarie io risponde sempre ‘prima i programmi’. Ecco, noi siamo concentrati sul programma, chiaro? Nessuno ha mai detto che facciamo prima le primarie e poi il programma. Bisogna prima convergere sul progetto di cambiamento di questa società. Poi ci porremo il problema di chi c’è. A noi interessa poi l’affidabilità. Ma non certo per una questione personale. Vogliamo delle garanzie di affidabilità”, aggiunge.
“Se sarò leale se perdo le primarie? Sapete che trovo questa domanda offensiva. Io rappresento una comunità che in tutta Italia lavora in amministrazioni non sempre con posizioni di vertice con una lealtà estrema. Io credo non ci sia mai stata una crisi di un’amministrazione locale perché qualcuno del M5S voleva una poltrona in più. Se qualcuno può pensare che qui si sta facendo una questione di ambizione personale ha sbagliato indirizzo, ha sbagliato di grosso, io sono al servizio di un progetto progressista. Se mai ci dovessimo ritrovare nel contesto di un governo che non fa cose progressiste, quello sarebbe un problema, ma non credo”, dice ancora.
Matteo Renzi è pronto a prendere un caffè con Conte. E il leader M5S? “Un caffè con Renzi? A quest’ora poi non dormo… Parliamo di politica?”, ”Sì”, risponde chi modera il dibattito. “E allora, forza, non parliamo di persone e parliamo di politica…”. “Mi domandate sempre di Renzi, non se ne può più. Così lo farete diventare antipatico. Ma dobbiamo allargarlo questo spazio politico o vogliamo restringerlo? Onorato ha unito centinaia di amministratori civici, ha creato un movimento dal basso. Renzi, con tutto il rispetto, è lì dal 2019, ha una sua capacità sull’elettorato che mi sembra ben circoscritta. Vogliamo andare oltre o ci vogliamo fermare a Renzi? Se vogliamo vincere dobbiamo andare oltre e noi vogliamo vincere”, afferma ancora.

(di Marcello Veneziani) – Vent’anni fa si spegneva Oriana Fallaci e lasciava davvero un vuoto incolmato nel giornalismo civile e battagliero. Una figura femminile che si ribellava al doppio cliché della donna sottomessa e della femminista esacerbata ma allineata al woke; l’uno che veniva dal passato e si riflette soprattutto nel presente islamico, l’altro che veniva dalle lotte sessantottine ma prelude alla rivendicazione del gender e dintornir.
Oriana Fallaci era tutt’altro che sottomessa ma non sopportava nemmeno le idiozie del politically correct e il rancore femminista verso il maschio. Si sapeva far valere per conto suo, con la sua personalità, il suo coraggio, la sua intelligenza libera e audace, senza protezioni di sorta, maschiliste o femministe.
Dal punto di vista giornalistico, Oriana Fallaci proveniva dal miglior giornalismo letterario fiorentino, quello delle riviste del primo novecento, lo stile di Giovanni Papini o di Domenico Giuliotti, il modello di Curzio Malaparte, e per certi versi quello anarco-fascista, fino a lambire Berto Ricci e Indro Montanelli. Il suo giornalismo nasce progressista, comunque anticonservatore, trasgressivo e orgogliosamente femminile; poi con gli anni, rivolge la sua veemenza al campo avverso, e finisce col diventare giornalismo bellicoso, schierato per il risveglio dell’Occidente contro l’Islam, in difesa della nostra civiltà contro il suo disarmo morale e militare. E non mancano nei suoi ultimi anni anche sorprendenti recuperi, come la difesa di Giovanni Gentile dai suoi sicari di allora e dagli affossatori di dopo. In una lettera inedita, uscita postuma su Gentile, Croce e la viltà degli antifascisti, la Fallaci diceva quattro cose: l’assassinio di Gentile fu una carognata ingiusta e vigliacca; Gentile non era fascista; gli antifascisti furono dei “cacasotto” perché uccisero un inerme filosofo mentre non ebbero il coraggio di sminare i ponti di Firenze; infine, avrebbero dovuto ammazzare piuttosto Croce, che, sempre parole sue, all’inizio “leccò il culo” a Mussolini, come molti intellettuali “che poi sarebbero diventati numi del Pci”. In quattro mosse, anche brutali, la Fallaci rovesciava il novecento intellettuale italiano.
La sua prosa era incalzante, cruda a tratti spumeggiante, diretta; soddisfaceva il lettore perché non coltivava zone grigie, ombre e chiaroscuri, ma andava secca e diritta alla meta, e non disdegnava l’invettiva. Le sue interviste ai potenti erano tutt’altro che timorose, indulgenti, in soggezione; erano spavalde, provocatrici, sfrontate. Un modello di stile non solo letterario ma di dignità e orgoglio.
Dall’11 settembre in poi, la Fallaci ritenne che il pericolo maggiore per l’Occidente fosse l’Islam e la sua invasione tramite l’immigrazione e l’islamizzazione della nostra società. E cominciò a suonare la carica per una controffensiva che non escludeva l’uso della forza e della volontà di ricacciare “il Nemico” e la sua religione.
L’espansione dell’Islam era un pericolo reale, che troppi non vedevano, presi da un buonismo pacifista che si faceva masochismo e da un’inclusività che si vergognava delle proprie radici e della propria storia. Ma non era e non è l’Islam il problema principale dell’Occidente: il suo vero cancro è interno, è il nichilismo, il non credere in nulla dimenticando la propria storia, con quel che ne consegue: il cinismo egoista e il consumismo forsennato. Nel mondo la minaccia islamica si chiama terrorismo o si annida nei flussi migratori, ma non c’è una potenza islamica o un’alleanza musulmana che insidia l’Occidente. E poi, in un mondo realmente multipolare, ci sono altre spine nel fianco dell’Occidente: la Cina, la Russia, l’India, il sud-est asiatico.
Ma soprattutto non è l’Islam che sta rubando l’anima e l’identità all’Occidente e lo spinge sulla via della decadenza ma è l’Occidente stesso che svende la sua anima e la sua identità, non fa figli e non crede più in se stesso. E perciò diventa facile preda di conquista, da parte della tecnologia o della finanza senza scrupoli, come da parte dei suoi avversari radicali, esterni ed interni.
La Fallaci esortava poi gli italiani a riscoprire l’amor patrio. Noi italiani- spiegava Oriana- non siamo come gli americani, “la nostra identità culturale non può sopportare un’ ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’ altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita”. E proseguiva: “da noi non c’ è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’Italia. E io l’ Italia non gliela regalo”. Infine: “Io sono italiana. Sbagliano gli sciocchi che mi credono ormai americana. Io la cittadinanza americana non l’ho mai chiesta”. Un ambasciatore americano gliela offrì, e lei si professò legata agli States, poi aggiunse: “Ma io la patria ce l’ho già. La mia Patria è l’Italia, e l’Italia è la mia mamma. Amo l’Italia. E mi sembrerebbe di rinnegare la mia mamma a prendere la cittadinanza americana. Gli risposi anche che la mia lingua è l’italiano, che in italiano scrivo, che in inglese mi traduco e basta”. Viveva a New York ma il cuore batteva a Firenze.
Lo sgombero come promessa politica. CasaPound e lo sfratto dichiarato da anni e alla fine sempre rimandato

(diAldo Grasso – corriere.it) – Il paradosso si riassume in una formula d’ordinanza: «prima o poi». Lo sgombero di CasaPound è diventato una promessa politica seriale: cambiano i governi, i ministri, le maggioranze, ma l’occupazione di via Napoleone III resta lì, con la tenacia di chi sa come aspettare.
Sono passati ventitré anni. Nel frattempo abbiamo avuto annunci, vertici, ricorsi, procedure, dichiarazioni solenni. E adesso il ministro Matteo Piantedosi promette lo sgombero. Di nuovo.
A questo punto la domanda non è più se CasaPound verrà sgomberata, ma se esista ancora qualcuno disposto ad aspettare la prossima puntata. Perché ormai lo sgombero è diventato un’operazione politica prima ancora che amministrativa: si trasforma l’esecuzione in un genere narrativo e la si deposita nel limbo delle cose da fare. È lo «sfratto» allo stato intenzionale: politicamente compiuto, praticamente rimandato.
Dopo quasi un quarto di secolo, CasaPound non è più soltanto una questione legale. È diventata una curiosa unità di misura della fermezza istituzionale nell’arte di procrastinare.
Piantedosi promette. Vedremo. Perché ormai anche lo sgombero ha bisogno del suo «sgombero politico»: qualcuno dovrebbe finalmente liberarlo dalle promesse, dalla retorica delle conferenze stampa e accompagnarlo, con tutte le carte in regola, fino alla porta di via Napoleone III.

(Andrea Zhok) – L’emendamento governativo approvato l’altroieri al Senato – se non verrà smentito in seguito – mette la parola fine a qualunque possibilità di forze esterne al Parlamento di entrarvi.
Esso definisce il numero di firme necessarie per accedere alla scheda elettorale portandole dalle 1.500-2.000 per collegio plurinominale di oggi a 6.000-7.000 firme.
Come ricorda Pino Cabras, per accedere alle elezioni, in rapporto alla popolazione, l’Italia chiede circa 85 firme ogni diecimila abitanti, la Russia 14, la Spagna 8, la Germania 3, il Regno Unito 1.
Per raccogliere un tale numero esorbitante di firme richieste bisogna, in sostanza:
a) possedere già una struttura nazionale organica con sedi territoriali ovunque;
b) poter pagare dei certificatori su tutti i territori (c’è un ovvio limite a quanto si può chiedere come “volontariato” a un avvocato o un notaio amico – e se non sei già un insider difficilmente puoi ricorrere a consiglieri comunali, regionali o parlamentari per certificare.)
In sostanza, solo un partito modello Forza Italia, che nacque aprendo 300 sedi territoriali in un paio di mesi grazie alla profondità del portafoglio del fondatore, avrebbe oggi qualche possibilità di entrare in Parlamento dall’esterno.
Altrimenti da qui all’eternità chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.
In sostanza, per chi non l’avesse capito, hanno deciso che dobbiamo andare in guerra e hanno deciso che nessuno deve disturbare il manovratore in questo percorso.
E tu chiamala se vuoi, democrazia.
L’anno elettorale è complicato per gli aumenti dei carburanti e la crescita dell’inflazione. La premier rilancia le trivelle per l’estrazione degli idrocarburi. Pd: «Risorse scarse e costose»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Una volata verso le elezioni con i prezzi dell’energia fuori controllo e l’aumento a cascata sui beni di prima necessità. Il binario è doppio: i cittadini impoveriti dal carovita e le aziende costrette a licenziare o addirittura a chiudere. Giorgia Meloni, all’ultimo anno di legislatura, osserva i dati macroeconomici con grande apprensione.
Se il Pil può chiudere «verso l’1 per cento», come ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e l’occupazione raggiunge la quota del 63,1 per cento (con oltre 24 milioni di occupati), i timori sulla crescita – comunque fiacca – sono alti. Il carrello della spesa fuori controllo può diventare il miglior volano per dare forza al campo largo. «Sempre più imprenditori sono costretti a fare prestiti per pagare le bollette», ha denunciato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. L’energia è diventata la sua priorità: il numero uno di viale dell’Astronomia ha chiesto un grande piano nella prossima manovra.

Meloni ha colto il primo messaggio con grande celerità. Così ha varato, in fretta e furia, il decreto che vuole spingere le trivellazioni per l’estrazione di idrocarburi. Lo scopo è quello di aumentare la produzione di energia “fatta in casa”, prevedendo commissari ad hoc contro i presidenti di regione renitenti alle trivelle. È anche il manifesto di una destra che preferisce il fossile alle rinnovabili. Con il rischio di aver avviato la solita iniziativa a favore di telecamera.
«Le riserve italiane sono scarse, costose, e capaci di coprire il fabbisogno solo per pochissimo tempo», ha ricordato l’eurodeputata del Pd, Annalisa Corrado. Sulla stessa falsariga è stato ripreso l’armamentario ideologico del nucleare, che tuttavia nei prossimi anni non farà sentire alcun miglioramento in materia di approvvigionamento. «Abbiamo avuto il coraggio di riaprire la strada del nucleare», ha detto la leader di Fratelli d’Italia.
La realtà, però, non è quella di un governo longevo e in piena salute. Palazzo Chigi sta guardando al presente per limitare l’impatto del caro-benzina. Serve qualcosa da rivendere subito sul mercato del consenso. Lo ha ammesso la presidente del Consiglio: «Stiamo lavorando su un provvedimento che vorremmo più targetizzato verso i consumatori che hanno maggiormente bisogno. Vorremmo anche un provvedimento facile, immediato per i cittadini».

È al vaglio, dunque, la più volte annunciata misura per contenere i costi del carburante per i ceti più deboli. A parole è facile, complicata rendere esecutiva l’idea. Il nodo resta la platea dei beneficiari. La Lega vorrebbe tutelare le partite Iva che per loro natura hanno bisogno di spostarsi con mezzi privati. Forza Italia punta a inserire nell’elenco i pensionati, che rischiano di essere maggiormente colpiti dagli aumenti alla pompa di benzina. Resta, insomma, da individuare la declinazione dell’idea meloniana di uno sconto selettivo. Dal governo emerge una sola certezza: la prossima settimana non ci sarà il rinnovo della misura così come è stata approvata, ossia con il taglio generalizzato ai prezzi del gasolio.
Gli interventi per contenere i rincari, d’altra parte, servono a poco. Più che i decreti servirebbe la pace, è il concetto che Giorgetti ha ripetuto ai colleghi in varie circostanze. Meloni paga il “peccato originale”, quell’antica amicizia con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, causa di molti mali in materia di carovita. Nonostante il persistente conflitto in Ucraina, il governo aveva trovato un punto di equilibrio, spezzato con l’attacco degli Usa all’Iran.

I dati sull’occupazione vengono ostentati come il fiore all’occhiello del governo Meloni. Ma in filigrana si legge una tendenza tutt’altro che positiva sulla stabilità: cresce il lavoro intermittente, quella a chiamata. Nel secondo trimestre del 2026, questo dato è cresciuto dell’1,3 per cento rispetto ai primi mesi dell’anno e addirittura del 6,7 per cento in confronto allo stesso periodo del 2025. Da qui il passo verso le crisi industriali.
La vicenda ex Ilva si trascina ancora, ma le vertenze hanno un peso mediatico importante. L’ultimo caso è quello di Electrolux, che ha confermato i 1.450 esuberi. «Quando si sceglie di non avere una politica industriale, questi sono i risultati. Urso appare immobile, senza idee come un frigo vuoto», ha commentato il deputato di Alleanza verdi sinistra, Marco Grimaldi.

Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha rivendicato negli anni la diminuzione del numero di tavoli di crisi. Ma restano vertenze molto scottanti. Così Meloni ha preparato la sua contro-strategia. Nelle ore in cui è esplosa la vicenda Electrolux, la premier ha vistato le aziende modello di manifattura: la Sambonet Paderno Industrie e Herno, in provincia di Novara. Una tacca propagandistica da aggiungere al presidio del tessuto produttivo.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Seconda puntata sulla vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt. Il cavallo di battaglia del programma del partito filonazista è la “remigrazione”, un’insidiosa parola neutra e tecnico-burocratica con cui le ultra-destre occidentali indicano la deportazione forzata di immigrati che si trovino già sul suolo patrio e dei loro discendenti, inclusi coloro che hanno ottenuto la cittadinanza.
Al diavolo il diritto internazionale, i cui capisaldi sono il diritto d’asilo stabilito dall’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, il principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra del ’51 e, in Italia, il diritto d’asilo garantito allo straniero a cui nel proprio Paese sia impedito l’esercizio delle libertà democratiche (art. 10 della Costituzione). Del resto, il “diritto internazionale vale fino a un certo punto”, come affermò l’impeccabile Tajani commentando gli attacchi di Israele contro la Flotilla che voleva portare aiuti a Gaza. Forse questo intendeva il cancelliere tedesco Merz, quando disse che “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”: alterare la tara dell’accettabile, violando la dignità dell’essere umano in nome della “democrazia” e del “diritto di Israele a esistere”, specie se quell’essere umano è povero, di pelle scura e non europeo. La remigrazione, su cui si è avventato Vannacci come soluzione rapida e pulita al problema della mancata integrazione degli stranieri, è cresciuta dentro un brodo culturale i cui primi responsabili non sono stati i neonazisti, ma i rispettabili governanti sedicenti democratici. Lo hanno fatto applicando scientemente i principi del neoliberismo occidentale, la cui naturale evoluzione porta alla povertà di intere masse di cittadini e alla ricerca di un capro espiatorio facile e inerme.
[…]
Il programma economico di Afd è basato su un neoliberismo radicale: meno tasse, meno Stato, aiuti alle imprese, deregolamentazione e taglio della spesa pubblica. Non sono questi, forse, i principi con cui ci hanno governato finora? È il dogma che appare salvifico all’establishment europeo che idolatra i suoi sacerdoti come Mario Draghi. È stato nei nostri Paesi cosiddetti democratici che i meccanismi di regolazione, compresa l’immaginaria autoregolazione dei mercati, sono stati smantellati in nome dell’assoluta libertà di mercato (deregulation). Solo così si è potuto far credere a fasce di popolazione sempre più povere che l’ostacolo principale a una più equa distribuzione della ricchezza non fosse la riduzione della spesa sociale a vantaggio delle imprese e, negli ultimi anni, del complesso militare-industriale, ma la concorrenza di miserabili che pretendevano un tozzo di pane. È su questa base ideologica che il governo Meloni, col giubilo dei centristi e di tutto l’apparato mediatico benpensante e liberale, ha potuto togliere il Reddito di cittadinanza, introdotto dal M5S, a milioni di famiglie ridotte alla fame. Gli ultimi saranno gli ultimi: è il credo della civiltà occidentale di marchio Usa. Afd esplicita che i diritti assistenziali sono rivolti solo alla popolazione autoctona (“noi, il popolo”) con l’esclusione degli stranieri, e questo evidentemente rassicura parte dell’elettorato più debole.
[…] Le ricette di Meloni-Salvini-Tajani – millantare di poter chiudere i porti (in un Paese fatto per 3/4 di coste); “esternalizzare” i migranti, trasferendoli a caro costo in container prefabbricati in Albania (salvo poi doverli riportare indietro ex lege); creare nuove fattispecie di reati per criminalizzare la povertà e aumentare la percezione d’insicurezza dei cittadini – si son rivelate velleitarie.
I giornali della borghesia ex progressista fingono di non ricordare il rimedio agli sbarchi ideato dal governo Gentiloni nella persona dell’allora ministro dell’Interno Minniti, da cui la dottrina omonima: il Memorandum Italia-Libia (2017), stilato col governo di Tripoli per finanziare, addestrare ed equipaggiare la Guardia costiera libica affinché bloccasse i barconi dei trafficanti prima che lasciassero le acque territoriali, incarcerando i migranti in centri che l’Onu ha definito “lager”. La Guardia libica fa il lavoro sporco per noi; dacché il gioco s’è rivelato anche inefficace, alla gente immiserita non resta che l’ultima carta: votare per chi promette di radicalizzarlo.
La globalizzazione e la flessibilità del mercato del lavoro hanno spezzato la solidarietà di classe, sfruttando la forza-lavoro straniera per abbassare i salari ed erodere diritti. I governi del capitalismo neoliberista, di destra e di centrosinistra (chi ha fatto il Jobs Act? Chi ha eliminato l’art.18?), hanno fomentato la competizione, esaltando il “merito” e indicando gli stranieri poverissimi ai salariati poveri come causa della loro miseria. Quella di AfD è solo la ferocia dei liberal-capitalisti resa esplicita. AfD, Vannacci e le altre destre razziste sono figli loro.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) […] – Come dice l’antico proverbio, il nemico del mio nemico può essere mio amico, ma siamo proprio sicuri che la sinistra faccia bene a puntare, sotto sotto, sul successo del generale Vannacci per indebolire il governo Meloni? E, soprattutto, di fronte a certi silenzi imbarazzati nel cosiddetto Campo Largo, in merito al fascismo filoputiniano accarezzato in quella destra estremista, è lecito domandarsi dove sia finito l’antifascismo senza se e senza ma che accolse l’underdog della Garbatella ascesa a Palazzo Chigi? Non è forse vero che, nei giorni della Rivelazione, il vannaccismo e derivati trovarono la loro ragion d’essere nella ripulsa che suscitarono nel pianeta democratico e antifascista? Dove mai si sarebbe immaginato di dover fare i conti con questi fascisti non pervenuti da Marte, mimetizzati com’erano prima che l’ex comandante della Folgore provvedesse ad arruolarli? Era tutto prevedibile, fin dal successo straordinario di un libretto, “Il mondo al contrario”, che sarebbe rimasto probabilmente triste e solitario negli scaffali di qualche libreria se il vento dell’indignazione non avesse soffiato su quelle pagine facendole volare oltre le trecentomila copie. Un’indignazione costretta a cercarsi sempre un nemico. Come alibi delle proprie sconfitte. E di una costante, consapevole inadeguatezza. Consuetudine radicata in una idea costantemente al di sotto delle aspettative (ma quali esse siano non è mai chiaro), l’indignazione si immedesima in una visione altra delle cose, almeno ritenuta tale.
Perciò l’indignato è raramente individuabile in una destra per sua natura incapace di sottrarsi a un soddisfatto (e becero) principio di sottomissione rispetto a valori ritenuti dominanti (patria, disciplina, discriminazione delle diversità). L’antifascismo eterno sembra invece crogiolarsi nell’abitudine all’insuccesso che, scriveva Vitaliano Brancati già nel dopoguerra, aveva generato “un’amarezza che col tempo era diventata piacevole e indispensabile come il sapore di un vizio”. Al punto che, come riscontrabile nell’odierna indignazione di sinistra, “rinuncerebbe al piacere di vincere piuttosto che a quello di amareggiarsi”. Adesso che, finalmente, l’indignato eterno avrebbe trovato pane per i suoi denti, alle prese con manipoli di camicie nere che sfilano da un capo all’altro dello Stivale con lo scopo, anche, di far impazzire la sinistra, cosa fa? Non tocca palla. Osserva sgomento l’onda nera, anzi nerissima, che avanza e non sapendo come contrastarla, in assenza di un qualunque progetto alternativo, si limita a gridare: dove andremo a finire? Facendo finta di non sapere che una volta saldati i conti a destra il duce con le stellette si dedicherà alla sinistra. Per finire il lavoro.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Non mi ricordo più se sono favorevole al maggioritario o al proporzionale, e a pensarci bene, a furia di parlarne, ormai avrei difficoltà anche a definire con qualche precisione i due sistemi. Una specie di sfinimento rassegnato ha avuto la meglio, lungo gli anni, sul mio già moderato interesse per la questione “sistema elettorale”.
Credo, del resto, che nemmeno il politologo più secchione sarebbe in grado di fare un riepilogo delle varie leggi elettorali italiane, quelle andate in porto e quelle bocciate, quelle emendate e quelle ritoccate, in un guazzabuglio infinito che ha un solo merito evidente: quello di chiarire, una volta per sempre, che la mancanza di senso dello Stato non è solo un problema dei cittadini. È anche un vizio di molti politici, che dei cittadini sono, per altro, i degni rappresentanti. Dico questo perché se c’è una legge che, per natura, avrebbe l’insolito potere di mettere d’accordo tutti, perché non riguarda interessi di classe, o aspetti ideologici, o singoli partiti, questa è proprio la legge elettorale. Serve a tutti e vale per tutti allo stesso modo. È una legge funzionale. Tecnica. Non di indirizzo politico. Super partes.
Perché dunque su quella legge ci si accapiglia da decenni? Perché in troppi (quasi tutti) cercano di modellarla a seconda del momento immediato e a seconda della propria convenienza. Per fregare l’avversario. L’interesse pubblico, l’interesse collettivo, valgono zero. Non fosse così, di legge elettorale non si parlerebbe più da un bel pezzo. Andrebbe bene quella che c’è, perché disegnata nell’interesse della democrazia, non dei singoli partiti. Questa qui di Meloni non solo non fa eccezione: ma aggrava la penosa sensazione appena descritta.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Quando gli storici studieranno questo nostro primo quarto di secolo si stupiranno di osservare come l’Occidente vi sia entrato dominante e stia finendovi sconfitto. Da sé stesso, non da un inesistente nemico superiore in astuzia e potenza. Per chi come noi dell’Occidente o di quel che ne resta è fiera parte, interrogarsi sul perché parrebbe d’obbligo.
Per capirci qualcosa conviene connettere l’11 settembre 2001 al 7 ottobre 2023, le Torri Gemelle a Gaza. E scoprire che la frana dell’Occidente è figlia dell’analoga reazione degli Stati Uniti alla sfida di bin Laden e di Israele al pogrom di Sinwar: vendetta, tremenda vendetta. Ossia tentato suicidio via cosiddetta “guerra al terrorismo”. Caccia infinibile all’indefinibile terrorista — parafrasando Göring sugli ebrei, “chi è terrorista lo decido io” — con massacri di civili innocenti trattati da bestie o subumani e garanzia di fresche leve per le organizzazioni terroristiche. Niente strategia, solo isteria. Americani e soprattutto israeliani vi insistono con tenacia. Trascinando tutti noi occidentali nel gorgo di conflitti autodistruttivi. O, più probabilmente, scoprendoci orientali antemarcia, a disposizione del percepito vincente dagli occhi a mandorla. (Vale soprattutto per noi furbissimi italiani.)
Tre ricordi personali in suffragio di questa interpretazione. Primo: incontro con diplomatico americano, subito dopo l’11 settembre: “Non abbiamo scelta: stivali per terra, dovunque e comunque, gli deve passar la voglia di rifarlo, magari con l’atomica”. Secondo: recente risposta di generale israeliano alla domanda sulle ragioni che hanno spinto lo Stato ebraico a imbarcarsi nel genocidio che Hamas voleva facesse: “Vendetta. Volevamo vendicarci”. E precisa: “Sappiamo che è sbagliato, ma non possiamo non farlo”. Terzo: sentenza di storico americano, a chiudere nel 2007 una discussione su chi possa batterci: “Solo l’Occidente può battere l’Occidente”. Concordiamo.
E concordano finora i fatti. Marc’Aurelio non è più lettura obbligatoria nei curricula classici ma se Bush junior, Netanyahu o chi per lui lo (ri?)prendessero in mano ce ne gioveremmo assai: “Il miglior modo di vendicarsi di un’ingiuria è il non rassomigliare a chi l’ha fatta”. Nel caso di Israele, scimmiottare Hamas con sovrappiù di stragi significa sfigurarsi e compromettere gli ebrei nel mondo. Tanto che del 7 ottobre quasi non si parla più. Tutto comincia e non finisce con l’8 ottobre e il genocidio/suicidio che ne sta conseguendo.
Nella percezione prevalente, americani e israeliani somigliano, in versione peggiorata dall’iperpotenza, ai provocatori mille volte più deboli ma molto più astuti che li hanno spinti alla vendetta. Non entriamo negli aspetti criminali. Restiamo alla non strategia. Prima che crimine, la guerra a sé stessi, battezzata “al terrore”, è errore. Peggio ancora se la intendiamo alla rovescia: non contro i terroristi ma contro il terrore che ne abbiamo. In questo caso sommiamo all’impossibilità di battere i nemici e alla certezza di migliorarne l’immagine la creazione dello stato di emergenza permanente. Con effetti devastanti sulla coesione sociale, sul clima culturale e sulle stesse istituzioni democratiche. Valga da allarme la persistenza in America di norme e strutture anti-terrorismo varate dopo l’11 settembre che facilitano lo slittamento verso l’autocrazia stile trumpiano, con il Congresso sotto tutela e l’esecutivo strapotente, agenzia immobiliar-finanziaria della famiglia Trump e associati. Per tacere di Israele in deriva teocratica.
Questa follia si riflette sull’efficienza dello strumento militare. Le Forze armate israeliane sono in mutazione antropologica: al posto dei valorosi sionisti della prima e della seconda ora, troviamo persone spesso disturbate di dubbia provenienza, legate ai coloni più violenti e impregnate di ubbie ultrareligiose alla “Dio è con noi” — come minimo non porta fortuna. Quanto ai militari americani, gli ammutinamenti sulle portaerei spedite senza sosta in giro per il mondo sono solo la punta dell’iceberg. Con un comandante in capo che esorta i suoi generali e ammiragli a combattere “il nemico di dentro”, cioè gli americani che non la pensano come lui, che lealtà puoi pretendere?
In fine due cifre. Nelle disastrose “guerre al terrore” di Bush figlio, Obama e Biden, tra 2001 e 2021, sono morti 37.729 soldati americani. 7.052 sul campo, 30.177 suicidi. And counting.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] L’insistenza con cui Zelensky continua a chiedere un incontro con Putin conferma ciò che sappiamo, cioè chi sta vincendo la guerra e chi la sta perdendo. La situazione per l’Ucraina, sul fronte bellico, finanziario e sociale, è sempre più drammatica, anche perché si avvicina il quinto inverno di guerra. E per la prima volta lo è anche per Zelensky. Ciò che bisogna capire è cosa pensa di ricavare costui da un faccia a faccia col nemico, a parte imbucarsi al G20: una rilegittimazione elettorale prima che Trump, Xi e Putin s’incontrino in quella che qualcuno ha già descritto come la nuova Yalta per le zone d’influenza delle tre potenze mondiali (che rilegittimerebbe Putin e delegittimerebbe lui), o una soluzione del conflitto prima del tracollo delle ultime roccaforti in Donetsk? Nel primo caso, Putin avrebbe tutto l’interesse a prolungare l’attesa di Zelensky per rosolarlo un altro po’. Nel secondo potrebbe andare a vedere, ma non subito: solo dopo incontri preparatori fra sherpa, magari con la mediazione Usa senza gli euro-velleitari.
[…]
I vertici fra presidenti non servono a nulla, se prima non c’è un’intesa sulle questioni di fondo. Che, per la Russia, sono sempre le stesse da quattro anni: cioè da quando Kiev mollò il tavolo di Istanbul che aveva sciolto quasi tutti i nodi e spinse Mosca all’opzione militare come l’unica possibile per ottenere le regioni russofone, la neutralità e la demilitarizzazione di Kiev. Le regioni russofone sono quasi del tutto occupate. La neutralità è acquisita: nessuno, a parte qualche parolaio come Rutte, ipotizza più che Kiev entri nella Nato (e pochi credono che entrerà nell’Ue). Resta la demilitarizzazione, che i russi perseguono bombardando industrie militari, porti sul Mar Nero e navi con gli armamenti europei e lasciando affluire nell’imbuto letale del Donbass più soldati ucraini possibile (perciò i ponti sul Dnepr restano in piedi). Un anno fa l’intesa Trump-Putin in Alaska prevedeva una drastica riduzione della forza militare ucraina. L’Ue si mise di traverso, illudendo Kiev di poter finanziare e armare da sola la guerra infinita. Ma erano promesse da marinaio: soldi e armi sono quasi finiti e l’Ucraina un altro inverno di guerra rischia di non poterselo permettere. Se Zelensky e Ue l’hanno capito, faranno a Putin un’offerta che non possa rifiutare: non su qualche metro in più o in meno di terra, ma su un’Ucraina futura che non sia più vista come una minaccia da Mosca. Poi un vertice Zelensky-Putin, magari con Trump, potrà sancire l’accordo. Se non l’hanno capito, condanneranno l’Ucraina a morte. Che poi è la sola cosa che sanno fare.

(lastampa.it) – Putin alza il livello dello scontro. Da New Delhi, dove partecipa al vertice dei Brics, il presidente russo avverte i Paesi europei: l’invio di truppe in Ucraina equivarrebbe a «una guerra contro la Russia». Le parole arrivano mentre in Europa resta aperto il confronto sulle possibili garanzie di sicurezza per Kiev e sui futuri assetti dopo un eventuale accordo. Mosca, intanto, continua a sostenere di non rappresentare una minaccia per il continente, mentre i negoziati sulla guerra restano senza una svolta. L’avvertimento di Putin è stato pronunciato alla vigilia dei lavori del vertice dei Brics. LIVE Russia-Ucraina
(di Alessandro Onorato) – “Vogliono escluderci dalle prossime elezioni politiche: pensavamo di aver fatto un grande lavoro, ma non avevamo capito di essere diventati così scomodi”. Lo dichiara Alessandro Onorato, fondatore di Progetto Civico Italia, in un video sui propri account social.
“La nuova legge elettorale è costruita contro Progetto Civico Italia, perché – continua – prevede che una nuova forza politica come la nostra debba raccogliere almeno 378.000 firme, cioè 6 mila firme a collegio. Mentre nella legge elettorale precedente ne bastavano 94.500. E per di più queste firme devono essere raccolte a mano su carta, senza spid e in appena 10-15 giorni con cancellieri e notai. Vuol dire che in regioni piccole come la Valle D’Aosta, dove l’ultima volta alle politiche hanno votato 51.000 persone, le 6.000 firme necessarie per presentarsi corrispondono all’11% dei voti espressi.
Una barriera creata ad arte per impedire a Progetto Civico di partecipare alle prossime elezioni. Tutti gli altri partiti sono esentati dalla raccolta firme, anche chi ha solo un gruppo in una delle due camere, come Noi Moderati di Maurizio Lupi, che alle ultime elezioni prese solo 275.000 voti. Cioè 100.000 in meno delle 378.000 firme che oggi devono essere raccolte per por potersi presentare davanti agli elettori.
Mi sembra evidente che stiamo facendo paura e che la crescita di Progetto Civico sta dando fastidio. Voglio ricordare però che la Costituzione parla chiaro e le sentenze della Corte Costituzionale ribadiscono che seppur il Parlamento abbia ampia discrezionalità, cioè può fare come vuole, le scelte legislative non possono tradursi in disparità arbitrarie rispetto a chi è già in Parlamento o in ostacoli creati ad arte come la raccolta delle firme. Non può decidere la Meloni al posto di 52 milioni di elettori. Con grande rispetto mi sono permesso di appellarmi al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al quale ho scritto affinché vigili, come sicuramente farà, su quello che sta avvenendo in Parlamento perché una democrazia rappresentativa rimane tale se consente l’emersione di orientamenti e istanze politiche nuove lasciando poi agli elettori e solo a loro di valutare la credibilità, il programma e il consenso.
Se il Governo Meloni non tornerà sui propri passi, saremo costretti a scendere in piazza. Lo devo a oltre 1000 amministratori – sindaci, consiglieri regionali e comunali, assessori – che in oltre 1000 comuni da Bolzano a Caltanissetta hanno aderito a Progetto Civico Italia”.