Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Un Paese ridotto a osservatore


La parabola di Giorgia Meloni: da ago della bilancia e premier del Paese osservatore. Come certi anziani davanti ai cantieri

Un Paese ridotto a osservatore

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Giorgia Meloni ieri a Parigi, seduta accanto a Emmanuel Macron, quello stesso Macron che per anni ha incarnato tutto ciò che lei giurava di combattere: l’eurocrazia arrogante, il globalismo, il nemico ideologico. Sorridente. Collaborativa. Quasi commossa di esserci.

Ricordate il piano? L’Italia come “ago della bilancia” tra Trump e l’Europa. Il ponte transatlantico. Meloni aveva il filo diretto con Mar-a-Lago, il numero di Musk, la foto con Trump incorniciata nel cuore. Mentre gli altri leader europei venivano trattati dal presidente americano come dipendenti in mora, lei era l’eccezione. L’amica speciale.

Quel privilegio è durato fino al giorno in cui Trump ha cominciato ad attaccarla. Sui dazi, sul Papa, sull’Europa. Ha capito che per Washington era solo un’altra europea da usare quando serve e ignorare quando non serve.

Il guardone di Parigi

Prima l’Italia al Board of Peace come “Paese osservatore”, una formula che Tajani ha difeso con la faccia di chi sa che sta dicendo qualcosa di imbarazzante ma proprio non riesce a fermarsi. Osservatori. Paganti. L’opposizione chiedeva se l’Italia facesse “il guardone dal buco della serratura”: la risposta era sì.

Adesso la logica si ribalta. Trump definisce il vertice di Parigi su Hormuz “molto triste”. Meloni è lì con Macron, Starmer e Merz ad annunciare che l’Italia metterà a disposizione proprie navi, proprio quelle che Washington considera un ostacolo alla propria strategia.

L’ago della bilancia si è rotto. Quello che resta è materiale di risulta.

C’è una continuità quasi poetica tra il “Paese osservatore” di Tajani e la Meloni di Parigi. In entrambi i casi l’Italia arriva quando gli altri hanno già deciso e ringrazia di essere stata invitata. La costante non è la posizione geopolitica – quella cambia con il vento – ma il ruolo: chi non costruisce le stanze dove si decide, ma ottiene, con fortuna, un posto in fondo alla sala.

Meloni è arrivata al governo promettendo di cambiare l’Europa dall’interno. Oggi è a Parigi a sperare di rientrarci dalla finestra.

Sorridente. Accanto a Macron. L’ago della bilancia, diventata la presidente del Paese osservatore, come certi anziani davanti ai cantieri.


Se sei rasoterra non puoi cadere


(di Michele Serra – repubblica.it) – È molto divertente che il Salvini, commentando gli ultimi sbraiti di Trump contro il Papa, parli di “caduta di stile”. Se ne desume che Trump abbia (addirittura) uno stile, circostanza che non risulta agli atti. Lo stile, santo cielo, è come il coraggio di don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Un cafone pieno di quattrini può comperare molto e molti: non lo stile, che è una qualità interiore, una “grafia” che si conquista vivendo, e non è in vendita. E non ha classificazione sociale: ci sono operai e contadini cento volte più signorili del miliardario della Casa Bianca.

Trump parla lo stesso identico linguaggio rudimentale e aggressivo che rende immediatamente riconoscibile, in tutto il mondo, la destra populista, sebbene in versione peggiorata; nonché enormemente più repulsiva e scandalosa, perché a parlare così, come un bullo da bassifondi dei social, è il presidente degli Stati Uniti. Le linee guida sono: elogio sperticato e puerile di te stesso e dei tuoi amici. Vantarsi sempre. Dubitare mai. Ragionare criticamente è roba da feccia “liberal”. Spregio, irrisione e minacce per chiunque non si inchini, o ti “baci il culo” nella incredibile versione di Trump.

Se vi ricordate la Bestia (la comunicazione social del Salvini, poi dismessa per incidenti di percorso), era una versione casareccia, però a suo modo anticipatrice, della comunicazione di Trump. Anche lì, parlare di stile sarebbe stato paradossale: nessuno ci avrebbe mai pensato. Si procedeva rasoterra, al livello minimo del rispetto e della conoscenza. Una caduta, in mancanza di altezza, è impossibile.


Campania stories 2026: dalla Reggia di Caserta parte la scoperta delle nuove annate dei vini della regione


23-27 Aprile 2026 – Caserta

DALLA REGGIA DI CASERTA PARTE L’EDIZIONE 2026

DI “CAMPANIA STORIES”

LA STAMPA NAZIONALE E INTERNAZIONALE

ALLA SCOPERTA DELLE NUOVE ANNATE DEI VINI CAMPANI

TRA PATRIMONIO UNESCO, IDENTITÀ

E GRANDI TERRITORI DEL VINO

CASERTA – Sarà la Reggia di Caserta, patrimonio UNESCO e simbolo universale della grandezza storica e culturale della Campania, il luogo di apertura dell’edizione 2026 di Campania Stories, la presentazione delle nuove annate dei vini prodotti nelle principali denominazioni regionali alla stampa specializzata nazionale e internazionale, in programma dal 23 al 27 aprile 2026.

Organizzato da Miriade & Partners con le cantine partecipanti, con il sostegno della Regione Campania, in partnership con AIS Campania e in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini Caserta VITICA, l’evento si aprirà giovedì 23 aprile con la giornata inaugurale presso la Reggia di Caserta, in un contesto di straordinario valore storico e artistico, capace di rappresentare al meglio il dialogo tra cultura, territorio e vino.

Le degustazioni tecniche si svolgeranno nei giorni successivi e saranno articolate per tipologia, offrendo alla stampa nazionale e internazionale un’analisi approfondita delle nuove annate dei vini campani, con sessioni dedicate ai vini bianchi, rosati, rossi e spumanti, oltre a momenti di approfondimento e visite nei territori e nelle cantine di tutta la regione.

Come da tradizione, la manifestazione si concluderà con l’attesissimo Campania Stories Day, in programma lunedì 27 aprile presso il Vega Palace di Carinaro (Caserta), giornata aperta a operatori e appassionati del settore, con accesso su prenotazione e suddivisione in fasce orarie (info eventi@miriadeweb.it).

L’edizione 2026 di Campania Stories si svolge con il sostegno della Regione Campania, in partnership con AIS Campania e Consorzio Tutela Vini Caserta VITICA e in collaborazione con Reggia di CasertaAssoenologi CampaniaMarìcanVega PalaceDaman RistorazioneAPN – Associazione Pizzaioli NapoletaniAuthentic Journey 54Azzurra ComunicazioneChe PasticcioDistretto delle Castagne e dei Marroni della Campania, con la media partnership di Luciano Pignataro Wine Blog.

Campania Stories si conferma un appuntamento centrale per la promozione delle eccellenze vinicole della regione, attraverso tasting dedicati alla stampa internazionale, contenuti tecnici, attività digitali e momenti di approfondimento, contribuendo a valorizzare e raccontare, durante tutto l’anno, la Campania del vino sui mercati internazionali.

Le cantine partecipanti all’edizione 2026 di Campania Stories sono: per la provincia di Avellino Antica Hirpinia, Benito Ferrara, Borgodangelo, Cantine di Marzo, Ciro Picariello, Colli di Lapio, Contrade di Taurasi – Cantine Lonardo, De’ Gaeta, Di Meo, Di Prisco, Donnachiara, Giovanni Carlo Vesce, I Capitani, Laura De Vito, Luigi Tecce, Macchie Santa Maria, Nardone Nardone Domenico, Perillo, Pietracupa, Rocca del Principe, Tenuta Cavalier Pepe, Tenuta De Gregorio, Tenuta del Meriggio, Tenuta Scuotto, Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio, Torricino, Traerte, Vesevo e Villa Raiano; per la provincia di Benevento Aia dei Colombi, Cantina del Taburno, Fattoria La Rivolta, Fontanavecchia, I Colli del Sannio 1976, La Fortezza, La Guardiense, Nifo Sarrapochiello, Ocone 1910 Taburno Wine County e Terre Stregate; per la provincia di Caserta Alois, Cantina di Lisandro, Cantina Trabucco, Caputo 1890, Tenuta Selvanova, Fattoria Pagano, Gennaro Papa, Il Verro, La Masseria di Sessa, Masseria Felicia, Masseria Piccirillo, Porto di Mola, Scaramuzzo, Sclavia, Tenuta Fontana, Vigne Chigi, Villa Matilde Avallone e Viticoltori del Casavecchia; per la provincia di Napoli Agnanum, Bosco de’ Medici, Cantina Tizzano, Cantine Antonio Mazzella, Cantine Astroni, Cantine del Mare, Cantine Olivella, Carputo Vini, Casa Setaro, Cenatiempo Vini d’Ischia, Contrada Salandra, La Sibilla, Salvatore Martusciello, Sorrentino Vini, Tenuta Augustea e Tenuta Loffredo; per la provincia di SalernoCantina dei Quinti, Cantina Polito, Ettore Sammarco, Guerritore, Marisa Cuomo, Montevetrano, San Salvatore 19.88, Viticoltori Lenza e Vuolo.

Per altre informazioni www.campaniastories.com


L’Iran annuncia la riapertura totale dello Stretto di Hormuz


TEHERAN, DOPO IL CESSATE IL FUOCO IN LIBANO HORMUZ È COMPLETAMENTE APERTO

(ANSA) – ROMA, 17 APR – “In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto per il periodo residuo del cessate il fuoco sulla rotta coordinata come già annunciata dall’organizzazione Porti e organizzazione marittima della repubblica Islamica dell’Iran”. Lo annuncia su X il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.

Iran: Trump ringrazia per riapertura di Hormuz

(AGI) – Roma, 17 apr. – “L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto d’Iran e’ completamente aperto e pronto per il transito. Grazie!”, scrive Donald Trump su Truth commentando la decisione di Teheran di dare il via libera per tutta la durata del cessate il fuoco.

TRUMP, HORMUZ APERTO MA IL NOSTRO BLOCCO RESTA IN VIGORE 

(ANSA) – “Lo Stretto di Hormuz è completamente aperto, operativo e pronto per il pieno transito. Tuttavia, il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.

IL PETROLIO ACCENTUA LE PERDITE CON HORMUZ, -10%

(ANSA) – NEW YORK, 17 APR – Il petrolio accentua le perdite con la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il greggio Wti perde il 10%.

BORSA: L’EUROPA SU DI GIRI CON STRETTA USA-IRAN, MILANO +1,9%

(ANSA) – MILANO, 17 APR – Le Borse europee sono in allungo con la stretta tra Usa e Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Milano sale dell’1,9% con il Ftse Mib vicino ai 49mila punti, ai massimi dal top del 2000. Francoforte strappa a +2%, Parigi sale dell’1,7%.    L’indice d’area del Vecchio Continente, lo stoxx 600 guadagna l’1,2% con gli acquisti su tecnologici, industriali e i titoli legati ai beni di consumo.


L’osceno cappio d’oro del ministro israeliano Itamar Ben Gvir


(Filippo Ceccarelli – il Venerdì di Repubblica) – Sottovalutato il fatto che Israele abbia introdotto la pena di morte, per di più su base etnica. […]

Siamo o non siamo del resto nell’età selvaggia del ferro e del fuoco? Ma siccome siamo anche nell’epoca dei simboli, delle visioni e delle allucinazioni per cui tutto deve essere mostrato con meno parole possibili, e meglio ancora senza, ecco che qui si vorrebbe esprimere l’orrore, l’incredulità, il disgusto e lo sconforto dinanzi al muto e civettuolo distintivo dorato a forma di nodo scorsoio che il ministro della Sicurezza nazionale di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir, si è messo all’occhiello a riprova del suo impegno a favore della legge ammazza-palestinesi, culminato nel brindisi dopo l’approvazione in Parlamento.

E per prima cosa viene da pensare: felici noi italiani per cui la spilletta da bavero è un oggettino démodé che indica onorificenze, associazioni sportive e Rotary.

In politica, a parte un picconcino commissionato dai missini ai tempi di Cossiga, soprattutto Berlusconi ne faceva sbrilluccicante sfoggio; una volta, cavallerescamente, fece produrre una mini falce e martello di cui fece dono, con ricco astuccio, a Bertinotti e Cossutta; così come pare acclarato che Renzi faccia collezione di stemmini, ma solo se sfilati con rapace destrezza ai titolari, ovvero convinti a farseli donare.

Però in Israele è molto peggio e per penetrare l’immaginario del cappio d’oro il tenutario di questa insulsa rubrichetta ha consultato la Storia della bruttezza a cura di Umberto Eco (Bompiani, 2018).

E qui il materiale reperito era fin troppo vario fra Medioevo, gusto del macabro, trionfi della morte, terrorismi, satanismi, sadismi, linciaggi a sfondo razziale e ulteriori sviluppi horror –perturbanti – per quanto l’intero repertorio possa comprendersi nella vasta categoria che Karl Rosenkranz ha sintetizzato come «l’inferno del bello».

Dalla Ballata degli impiccati di Francois Villon (1489), pure solidale con i condannati, a La Gazza sulla forca di Pieter Bruegel il Vecchio (1568), in cui la stoltezza umana è raffigurata da alcuni tipi che giocano e ballano come Itamar Ben Gvir alla Knesset, il culto del capestro da occhiello si spiega come un cortocircuito dell’anima. Là dove la vita ha ormai perso valore, mettersi la morte al petto è ormai un automatismo – con quali effetti nella Storia fa paura anche solo a pensarci.


Scusate, ma è troppo facile difendere il Papa e poi fare quel che dice Trump


Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora, per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in atto.

Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda, in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a morire nelle prigioni libiche.

Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:

Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).

Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una svolta.

Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro nome.

Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.


Un altro grande record del governo Meloni: l’Italia è ultima in Europa per il tasso di occupazione!


Lavoro: Eurostat, nel 2025 occupazione in Ue al 76,1%, Italia ultima

(LaPresse) – Nel 2025, il 76,1% (197,7 milioni di persone) della popolazione Ue di età compresa tra i 20 e i 64 anni era occupato, la percentuale più alta registrata dall’inizio della serie storica nel 2009.

Il tasso di occupazione è aumentato di 0,3 punti percentuali rispetto al 2024 e di 0,8 punti rispetto al 2023.Tra i paesi dell’Ue, i tassi di occupazione più elevati sono stati registrati a Malta (83,6%), nei Paesi Bassi (83,4%) e nella Repubblica Ceca (82,9%). I tassi più bassi sono stati registrati in Italia (67,6%), Romania (69,0%) e Grecia (71,0%). Lo rileva l’Eurostat in una statistica sul mercato del lavoro.

Secondo quanto si evince dai dati, a pesare è in particolare il gap di genere. Nel 2025, in tutti i Paesi dell’Ue, ad eccezione della Lituania, il tasso di occupazione maschile era superiore a quello femminile. Il tasso di occupazione maschile nell’Ue si attestava all’80,9%.

Tra i paesi dell’UE, i tassi più elevati sono stati registrati a Malta (89,1%), nella Repubblica Ceca (88,2%) e nei Paesi Bassi (87,2%), mentre i tassi più bassi sono stati osservati in Belgio (76,4%), Croazia (76,8%) e Finlandia (77,0%).Nell’UE, il tasso di occupazione femminile si attesta al 71,3%, con i valori più elevati registrati in Estonia (81,4%), Lituania (80,3%) e Svezia (79,8%). Le percentuali più basse si registrano in Italia (58,0%), Romania (59,5%) e Grecia (62,3%).

ISTAT, POSSIBILE UN TASSO DI INFLAZIONE DELL’1,8%/2,2% NEL 2026

(ANSA) – L’inflazione acquisita a marzo per il 2026 è pari a +1,5% ed è il tasso ipotetico che si realizzerebbe in caso di variazioni mensili nulle per il resto dell’anno.

Nell’ipotesi di una “dinamica moderata”, con aumenti dei prezzi dello 0,1% su su base mensile da aprile a fine anno, l’inflazione media del 2026 sarebbe dell’1,8%. Con una crescita congiunturale leggermente più ampia”, dello 0,2% per i prossimi mesi, il tasso di inflazione sarebbe del 2,2% nell’intero anno.

Sono le proiezioni illustrate dall’Istat in conferenza stampa che sottolinea che sono in linea con le aspettative delle imprese.


Trump vuole arruolare le banche nella sua lotta all’immigrazione


(di Marco Capponi – MilanoFinanza) – Raccogliere dati sulla cittadinanze dei clienti, per escludere dal sistema bancario gli immigrati clandestini. La stretta dell’amministrazione di Donald Trump contro l’immigrazione negli Stati Uniti passa anche dal sistema bancario. Ma gli istituti di credito non sono affatto felici.

Nel corso di un’intervista a Cnbc il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, è stato perentorio: «Le banche farebbero meglio a prepararsi al compito di raccogliere i dati sulla cittadinanza dei clienti», ha detto. «Gli immigrati clandestini non hanno il diritto di accedere al sistema bancario» […] 

Di questo ordine esecutivo di si discute da mesi, ma all’inizio di questa settimana Bessent ha spinto sull’acceleratore, dichiarando in un’intervista a Semafor che è «in fase di elaborazione». La mossa rappresenta un ulteriore tassello nella più ampia strategia del presidente Donald Trump volta a collegare la sua politica sull’immigrazione alla raccolta di informazioni, anche ai fini del voto e del censimento.

Attualmente negli Usa per aprire un conto corrente non sono necessari documenti di cittadinanza. Le banche sono soltanto tenute a verificare l’identità del richiedente. Ma Bessent non è d’accordo. «Perché cittadini stranieri sconosciuti possono venire e aprire un conto in banca?», ha detto alla Cnbc. […] 

Oltre alle questioni legali, alcuni esperti di politica economica e le banche stesse hanno avvertito che l’eventuale esclusione degli immigrati irregolari dal sistema bancario e dai conti deposito potrebbe causare danni ingenti all’economia, nonché sui potenziali e ingenti aumenti dei costi amministrativi per gli istituti di credito.

Peraltro, secondo le stime del think tank di centro-destra American Action Forum, per le banche l’obbligo di verifica della cittadinanza potrebbe comportare un aumento delle ore di lavoro burocratico compreso tra 30 e 70 milioni e un costo aggiuntivo stimato in una forchetta che va dai 2,6 ai 5,6 miliardi di dollari.


Avviso a Giorgia Meloni: l’FMI giudica “imprudente” il taglio delle accise sui carburanti


FMI, ‘IMPRUDENTE BLOCCO AUMENTO PREZZI O TAGLIO ACCISE SUI CARBURANTI’

(ANSA) – Il Fmi mette i guardia i Paesi europei da manovre di sostegno contro lo shock energetico dovuto al conflitto in Medio Oriente. Il capo del Dipartimento europeo del Fmi, Alfred Kammer, osserva, in un’analisi sull’Imf Blog, che “alcuni Paesi, come la Danimarca o la Svezia, con livelli di debito comparativamente basso, dispongono dello spazio necessario per attuare politiche di bilancio anticicliche, a differenza di Francia e Italia”.

La tentazione è “di limitarsi a bloccare l’aumento dei prezzi, ricorrendo a tetti massimi, sussidi generalizzati o tagli alle accise sui carburanti”: sono, tuttavia, “misure imprudenti”.

Il sostegno “non mirato avvantaggia in modo sproporzionato le famiglie a reddito più elevato”, che consumano più energia, si legge ancora nell’analisi.   

Durante la crisi del 2022, i governi europei hanno stanziato in media il 2,5% del Prodotto interno lordo per pacchetti di sostegno energetico, di cui oltre due terzi non mirati.

Un’analisi del Fmi evidenzia che compensare integralmente il 40% delle famiglie a reddito più basso per l’intero aumento dei costi energetici avrebbe richiesto appena lo 0,9% del Pil. Il costo fiscale rappresenta solo una parte del problema”, aggiunge Kammer.

FMI, ‘UE POTREBBE SFIORARE LA RECESSIONE CON L’INFLAZIONE AL 5%’

(ANSA) – L’Ue potrebbe “sfiorare la recessione, con l’inflazione in avvicinamento alla soglia del 5%. Nessun Paese europeo ne è immune”.

Lo scrive il capo del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale Alfred Kammer, in un’analisi sull’Imf Blog.   

La regione “deve rispondere agli shock energetici con politiche disciplinate che tutelino le fasce vulnerabili e rafforzino la resilienza”, nota Kammer.

Lo shock energetico, di entità inferiore rispetto a quello del 2022 e radicato ora nel conflitto in Medio Oriente, “sta pesando sulla crescita e spingendo l’inflazione al rialzo”. L’Fmi stima l’inflazione 2026 al 2,8% dal 2,5% del 2025

Prima dello scoppio della guerra in Medio Oriente, osserva Kammer, “le nostre previsioni sarebbero state riviste al rialzo: ora, invece, osserviamo un rallentamento della crescita”. I dati preliminari indicano già un indebolimento degli investimenti privati e dei consumi.

Le prospettive di crescita per l’area dell’euro sono stimate ad appena l’1,1% nel 2026 e e all’1,3% per l’Unione europea: sono previsioni “accompagnate da un elevato grado di incertezza”. In uno scenario più severo, come descritto nel World economic outlook, caratterizzato da uno shock dell’offerta persistente e aggravato da un inasprimento delle condizioni finanziarie, l’inflazione al 5% avvicinerebbe la recessione.   

I responsabili delle politiche economiche si trovano ad affrontare pressioni intense: “agire con rapidità, in modo visibile e a beneficio di tutti. Spesso ciò si traduce nell’adozione di politiche che comportano svantaggi a lungo termine superiori ai benefici immediati. Un sostegno mirato risulta, al contrario, molto più efficace”, aggiunge Kammer.   

La risposta dell’Europa “dovrebbe essere guidata da due imperativi: “l’adozione di una solida politica macroeconomica, adeguata a un contesto globale caratterizzato da shock frequenti e imprevedibili”, e “la costruzione di una resilienza che non comporti sprechi di risorse di bilancio né interferenze con il libero funzionamento dei mercati”.   

Le Banche centrali, quanto alla politica monetaria, devono mantenere una “concentrazione assoluta sull’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche”. Nell’area dell’euro – dove l’inflazione si attesta in prossimità del livello obiettivo e le aspettative a medio termine appaiono sostanzialmente ancorate – la Bce dispone di un certo margine per adottare un atteggiamento attendista, osservando l’evoluzione dello shock prima di intervenire.

“Attualmente, prevediamo un incremento cumulativo di 50 punti base del tasso di riferimento entro la fine dell’anno in corso, mantenendo al contempo un orientamento monetario sostanzialmente neutrale alla luce delle più elevate aspettative inflazionistiche a breve termine”.


Lo Stretto, il blocco e la persecuzione occidentale


(Tommaso Merlo) – I volenterosi muovono il sedere per sbloccare lo Stretto di Hormuz quando per Gaza non hanno mosso un dito. Toccagli tutto ma non i soldi che gli servono per tenere a bada le masse e le poltrone. Gli Iraniani sono così intimoriti dalla combriccola europea che tempo fa hanno invitato il loquace Macron a farsi una crociera dalle parti di Hormuz magari in compagnia del marito, ma poi non se n’è fatto più nulla. Del resto se non ci riesce il presunto esercito più potente del mondo a riaprire lo Stretto, figuriamoci quei geni strategici dei volenterosi europei detestati dai loro popoli e dissanguati a furia di sostenere le imprese di Zelensky e compagnia bella. L’unico che conta è Trump che per riaprire lo Stretto ha aggiunto il suo blocco navale a quello iraniano a conferma di come l’unica cosa bloccata sono i neuroni nel suo cranio oltre che il sistema gastrointestinale di chi deve sorbirselo. Un doppio blocco ma a debita distanza e senza dare fastidio alle navi cinesi e russe per evitare una terza guerra mondiale anticipata. Del resto volano droni ma anche panzane propagandistiche ovunque ed è un attimo, l’unica certezza è che i prezzi della benzina e quindi di tutto il resto schizzano alle stelle mentre le scorte di oro nero e di fertilizzanti si prosciugano al punto che di questo passo anche il mondo ricco sarà costretto a tirare la cinghia. Roba che alle elezioni di novembre Trump rischia di venire sotterrato vivo da cittadini americani mai così imbestialiti dai tempi della Guerra di Secessione mentre in Europa masse esasperate dalle classi deficienti sognano nell’ombra qualche salvifica rivoluzione. Ma se i volenterosi non contano una fava Trump pare stia trattando dietro le quinte con Teheran. A bloccare le navi nello Stretto sono le assicurazioni, non le mine. Troppo rischioso passare anche perché le supposte esplosive possono arrivare sia dai fondali che dal cielo o meglio da qualche montagna a centinaia di chilometri di distanza. Già, o a suon di bombe a Teheran torna qualche pupazzo occidentale che cala le braghe oppure bisogna scendere a patti coi Pasdaran che sono stati chiari, quelle sono le loro acque territoriali e come si paga a Suez e da altri parti, si pagherà anche ad Hormuz. Due milioni di dollari in yuan condivisi con l’Oman che serviranno a ricostruire tutto quello bombardato a tappeto e soprattutto a casaccio dai loro aggressori. Due piccioni con una fava, riprendersi da soli le riparazioni di guerra ma anche acquisire un potere internazionale inaudito fino ad un mesetto fa. Quel potere che volevano i sionisti ed invece finisce nelle mani dei loro acerrimi nemici che vogliono anche la fine delle sanzioni, dell’invadenza americana nel Golfo e di quella sionista. Che tradotto significa vittoria epocale ed infatti i sionisti non ne vogliono sapere, è da quarant’anni che corrompono la democrazia di quegli idioti degli americani per sfruttare i loro soldi e il loro esercito per colpire l’Iran e adesso che ci sono finalmente riusciti non vogliono mollare l’osso. Distruggendo tutto il possibile in modo da ridurli in ginocchio, alimentando divisioni intestine in modo da manipolarli e pretendendo la fine del programma nucleare che per gli iraniani è però una questione di sovranità e cioè vogliono esser padroni a casa loro nel rispetto delle leggi. La bega sul nucleare iraniano è un caso scuola del suprematismo bianco, siccome gli iraniani sono nostri nemici o meglio nemici dei sionisti e quindi automaticamente anche nostri, allora non possono averlo neanche ad uso civile mentre Israele può detenere decine di testate atomiche illegalmente e nessuno fiata. Pura ipocrisia, vero pilastro dell’inciviltà occidentale. Con l’Iran secondo solo ai palestinesi in quanto a campagna diffamatoria decennale al servizio dei deliri ideologici sionisti. E in attesa che la verità storica trovi la luce anche in Persia, Trump e le colonie europee vogliono riaprire lo Stretto per salvare capra e poltrone. Il problema è che i Pasdaran sanno benissimo che alla Casa Bianca comanda Israele ma con lo Stretto possono colpire l’economia americana al punto da costringere Trump a servire il suo pase invece che i suoi padroni sionisti. Un’arma più potente di qualunque ordigno. Più salgono i prezzi, più Trump sarà costretto a scegliere tra venire seppellito vivo dagli elettori e un docufilm hollywoodiano in tutte le sale del pianeta sulle sue maialate con Epstein. Un guado karmico devastante aggravato dal blocco neuronale. Trump cerca disperatamente una via di uscita e nel frattempo minaccia e manda truppe e bombe nel Golfo per fare pressione su Teheran. Alcuni temono possa accontentare i sionisti con un ultimo duro attacco nella speranza di un crollo last minute della Repubblica islamica fregandosene del rischio che gli sceicchi tornino ad allevare cammelli tra le dune. Altri credono invece che convincerà i sionisti ad accontentarsi per adesso promettendogli nuove aggressioni più avanti dato che uno schiavo come lui alla Casa Bianca non gli capita più e che per una invasione risolutiva di terra serve tempo. A quel punto a Trump basterebbe un appiglio tipo il nucleare per fingere di aver vinto e bye bye. Questo sempre che vada bene ai Pasdaran che potrebbero accontentarsi della vittoria strategica e delle nuove prospettive economiche oppure optare per sfruttare il momento favorevole e mettere una pietra sopra alla persecuzione occidentale.


Il Foglio: “Il Fatto e gli avvoltoi. La politica fa festa quando un giornale va male”


Quando un’azienda è in difficoltà, scatta automaticamente la retorica della difesa, un meccanismo che invece non funziona per i quotidiani perché il giornalismo non sta simpatico a nessuno. E infine: c’è una differenza tra chiedere trasparenza e godersi le difficoltà altrui

Immagine di Il Fatto e gli avvoltoi. La politica fa festa quando un giornale va male

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Carlo Calenda ieri ha pubblicato su X i numeri del bilancio del Fatto Quotidiano con il tono di chi ha appena trovato una pistola fumante. Debiti con fornitori, fisco e banche, redditività in calo, anomalie contabili: Marco Travaglio, secondo lui, dovrebbe delle spiegazioni. Forse. Ma prima di arrivare a Travaglio vale la pena fermarsi su Calenda, e più in generale su un certo clima. In Italia, quando un’azienda è in difficoltà, scatta automaticamente la retorica della difesa. I lavoratori, il tessuto produttivo, la continuità occupazionale: chiunque si precipita a invocare interventi, ammortizzatori, tavoli di crisi. E’ uno dei grandi riflessi condizionati della Repubblica. Funziona per le acciaierie, per le compagnie aeree, per i call center, per i mobilifici. Non funziona per i giornali. Quando un’azienda editoriale entra in difficoltà, ronzano gli avvoltoi. E sono avvoltoi festanti. Il motivo è semplice: il giornalismo sta sulle scatole a tutti. Ai politici che vengono criticati, agli imprenditori, ai lettori che vengono contraddetti nelle loro certezza partigiane. E’ una professione strutturalmente antipatica, e le redazioni in crisi non trovano difensori perché non ne hanno mai trovati nemmeno quando stavano bene. Così, appena i bilanci peggiorano, gli avvoltoi hanno campo libero. E si godono lo spettacolo.

Il Foglio e il Fatto non condividono quasi nulla: né la linea, né il metodo. Negli anni ci siamo detti tutto il male possibile, e probabilmente ce ne diremo ancora. Ma bisogna dirlo lo stesso: se il Fatto è in difficoltà, non è una buona notizia. Per nessuno. I quotidiani sono istituzioni fragili, infrastrutture civili difficili da rimpiazzare. Persino la tv e internet si nutrono ogni giorno delle notizie che i giornali trovano, delle inchieste che i giornali aprono, delle polemiche che i giornali innescano. Senza di loro, l’informazione non si democratizza: si rattrappisce.

Quanto alla questione dei fornitori e delle banche citate da Calenda: se hanno scelto di fare credito al Fatto, hanno fatto le loro valutazioni. Non spetta a un leader politico spiegare loro come gestire i propri rischi, né spettava a lui pubblicare quei numeri con quella soddisfazione. C’è una differenza tra chiedere trasparenza e godersi le difficoltà altrui. Calenda, stavolta, non ha fatto la prima cosa. 

P.s. A parti invertite, temiamo che Travaglio non si sarebbe fatto scrupoli a gioire per le difficoltà del Foglio. Ma anche questo, in fondo, è il sapore del giornalismo


Due americani a Roma


(Paolo Arigotti – lafionda.org) – Lo “scontro” tra i due statunitensi più famosi e potenti al mondo – Donald Trump e Leone XIV (al secolo Robert Francis Prevost) – non giunge inatteso. Piero Schiavazzi, docente universitario e collaboratore di Limes, lo aveva previsto circa un anno fa, e i fatti gli hanno dato ragione.

Per quanto stia facendo discutere l’ultimo episodio in ordine di tempo, non è la prima volta che le visioni assai diverse, per non dire antitetiche, circa i destini degli Stati Uniti e la situazione internazionale emergono chiaramente, solo che stavolta il Pontefice ha voluto parlarne direttamente coi giornalisti, palesando le sue posizioni contrarie alla guerra. Il che detto da un Papa non dovrebbe stupire nessuno, tranne il presidente statunitense, che rivendicando una maggiore adesione del Pontefice alle sue decisioni, semplicemente perché americano (e peruviano), si è spinto sino a dire che Prevost dovrebbe a lui l’elezione al soglio. Dio solo sa come o perché!

Se la politica bellicista è al centro della “contesa”, non può dirsi l’unico elemento di discussione, visto e considerato che pure sul tema immigrazione le posizioni non potrebbero essere più distanti. Se Trump sostiene la necessità di contenere i flussi, Prevost non solo si dichiara a favore dell’accoglienza, ma ha deciso che il 4 luglio prossimo – quando si celebrerà il duecentocinquantesimo anniversario della dichiarazione d’indipendenza delle allora colonie americane – non sarà negli States, dove era stato invitato per l’occasione, ma a Lampedusa, riproponendo quello che fu il primo viaggio di Papa Francesco.

E non finisce qui, perché occorre tenere a mente che in occasione di una conferenza stampa prepasquale al Pentagono il segretario alla Guerra – come oggi si fa chiamare – Pete Hegseth, evangelico e fedelissimo di Trump, aveva invitato i presenti a recitare un salmo, chiedendo di colpire con una “violenza d’azione schiacciante” i nemici, parlando di “guerra santa” o preventiva, promossa nel nome di Gesù Cristo. Ebbene, nell’omelia per le celebrazioni della domenica delle Palme Leone XIV aveva esecrato l’invocazione di Dio per giustificare ogni forma di conflitto, aggiungendo che il Signore non ascolta le preghiere di chi commette (o incita alla) violenza, citando un passo del Vangelo, dove si legge: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno».

Pochi giorni dopo, durante la Via Crucis al Colosseo, e lo stesso in occasione del messaggio Urbi et Orbi per la Pasqua, Prevost ha detto che coloro che avviano o scatenano guerre saranno chiamati a risponderne dinanzi a Dio.

In questo senso, le parole dette direttamente, e sua sponte, ai giornalisti fuori dei cancelli di Castel Gandolfo sono solo le ultime di una serie di prese di posizione, che individuano chiaramente Donald Trump (e la sua cerchia ristretta) come destinatari degli strali del Papa, non evocando tanto uno scontro tra due autorità, quanto tra due opposte visioni dell’America, e del mondo.

Trump ha gettato la maschera, o forse e per meglio dire dice apertamente quello che molti dei suoi predecessori hanno cercato di spacciare come difesa (o esportazione) della libertà e della democrazia, rinnegando molte delle promesse fatte in campagna elettorale: non a caso l’indice di gradimento anche all’interno dei MAGA è in caduta libera. E lo scontro col Papa potrebbe avere ulteriori e forti ripercussioni in vista dell’appuntamento elettorale di medio termine, dato che negli Stati Uniti i cattolici sono circa cinquanta milioni, e il loro peso elettorale è di tutta evidenza.

Per spostarci alle nostre latitudini, l’Italia nazione a sovranità limitata dalla fine della Seconda guerra mondiale (dal lato USA) e da molto prima per quanto concerne la “moral suasion” proveniente dall’altra sponda del Tevere (diciamo dal 1870 in poi, con la fine del potere temporale dei Papi), vive una condizione per nulla agevole. Non si tratta di scegliere tra Stati Uniti e Vaticano, quanto tra due visioni di America, quella incarnata da Trump, in evidente remissione, e quella promossa da Leone XIV.

Per quanto la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sia stata una sostenitrice di Trump, probabilmente si sta facendo sempre più forte l’esigenza di distanziarsi, almeno a parole, da una linea politica che l’opinione pubblica italiana non condivide, e che lo scontro con la massima autorità religiosa del cattolicesimo può solo rafforzare.

Del resto, se non manca molto alle elezioni di mid-term, lo stesso dicasi per il voto politico in Italia, in calendario al più tardi alla fine dell’estate del prossimo anno, il che impone una svolta, pure sulla scia dell’esito del referendum sulla giustizia. Si può ragionevolmente ipotizzare che diverse scelte del Governo, come pure la sospensione dell’automatico rinnovo del memorandum d’intesa con Israele, vadano in questa direzione. Tutte decisioni, si badi bene, che non incidono sul pregresso, e non ne mettono in discussione i fondamenti.

Solo il tempo ci dirà se questa strategia sortirà gli effetti (forse) desiderati: di sicuro la sponda del Vaticano potrebbe rivelarsi propizia, ma se ad essa non si accompagnasse una prova della stessa statura (e autorità) morale servirebbe a poco; detto in altri termini, se alle parole non seguissero i fatti, ben difficilmente si andrà lontano.


Nel delirio globale la Cina si sta accreditando come unica potenza responsabile


(Armando Negro – lindipendente.online) – Davanti all’incertezza e al caos scatenati ormai quotidianamente dal presidente statunitense Donald Trump, la Repubblica Popolare Cinese si sta proponendo come elemento di stabilità all’interno dello scacchiere internazionale. Non si tratta di una semplice presa di posizione da parte di Pechino, ma del risultato di incontri e mediazioni che nel corso degli anni (e degli ultimi conflitti) hanno consolidato il ruolo di alternativa affidabile alle bizze imprevedibili dell’amministrazione a stelle e strisce.

La prova di questo riallineamento istituzionale risiede nelle recenti visite che hanno coinvolto il presidente della Repubblica popolare Xi Jinping con alcuni leader internazionali: in attesa della visita di Trump a Pechino, prevista per la fine di marzo e successivamente posticipata a maggio, la Grande Sala del Popolo ha accolto negli ultimi giorni la leader dell’opposizione taiwanese Cheng Li-wun, il premier spagnolo Pedro Sánchez, il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled Mohamed bin Zayed, il presidente del Vietnam To Lam e il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Il denominatore comune alla base di questi incontri è stato la ricerca di un equilibrio basato sulla sicurezza, sulla pace e sulla stabilità, in virtù dell’inalienabilità del diritto internazionale. Il raggiungimento di obiettivi congiunti grazie al dialogo e alle relazioni è parte di un processo finalizzato a difendere interessi economici e sviluppare piani di cooperazione ad ampio raggio.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, in occasione dell’incontro con il principe dhabense, la Cina ha proposto un piano di pace in quattro punti per garantire la stabilità in Asia occidentale: coesistenza pacifica degli stati del Golfo; rispetto della sovranità nazionale; rispetto del diritto internazionale fondato sulle Nazioni Unite «per evitare che il mondo ricada nella legge della giungla»; coordinazione di sviluppo e sicurezza. La proposta, caratterizzata da una semplicità quasi disarmante di fronte alle dichiarazioni avanzate dalla controparte statunitense, ha raccolto il plauso degli Emirati Arabi Uniti, che hanno approvato lo sforzo della Cina nella mediazione e nella promozione di un cessate il fuoco tra le parti coinvolte.

A collocarsi in una posizione parallela è stata la presidente del Kuomintang taiwanese (KMT), partito attualmente all’opposizione del governo dell’isola, che ha raccolto l’invito di Xi Jinping e si è recata a Pechino per compiere quello che la stessa leader ha definito come «viaggio di pace». In risposta alle operazioni di compravendita di armi statunitensi promosse dal governo del Partito Progressista Democratico taiwanese (DPP), Cheng ha puntato sulla restaurazione del dialogo con la Repubblica Popolare con l’obiettivo di mantenere lo status quo sullo stretto e provare a sgonfiare la tensione che negli ultimi anni ha interessato i protagonisti delle due sponde. In quella che la Cina vede come una questione interna, Pechino cerca di consolidare la propria immagine di alleato responsabile anche davanti alla mercurialità degli Stati Uniti in occasione di un’eventuale difesa dell’isola.

Se questi incontri sono stati caratterizzati dalla ricerca di un equilibrio in ambito internazionale e la necessità di garantire una stabilità basata sul dialogo, i summit con il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e con il presidente del Vietnam To Lam si configurano in un’ottica di collaborazione strategica anche in ambito economico e commerciale. Lavrov, che ha incontrato anche il ministro degli esteri cinese Wang Yi, ha ribadito insieme al presidente Xi, la necessità di lavorare per rafforzare la cooperazione, la fiducia comune e il partenariato all’interno del contesto dei BRICS e dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Con il presidente vietnamita, invece, Xi ha sottolineato l’importanza di rinnovare il nuovo piano di cooperazione tra i due partiti comunisti, basato su diplomazia, difesa e sicurezza pubblica. A questo si è aggiunta la promessa di collaborare sulla connettività infrastrutturale tra i due Paesi e la partecipazione condivisa sull’innovazione tecnologica. Il Vietnam, che tra i Paesi dell’Asia Sud-orientale vanta tassi di crescita economica senza precedenti, da anni persegue una strategia vicina ora alla Cina, ora agli Stati Uniti, rendendosi così un fulcro geopolitico tra le due potenze.

La visita del presidente spagnolo Pedro Sánchez, la quarta in quattro anni, assume un ruolo essenziale nelle relazioni tra Repubblica popolare e Unione Europea. Quest’insolita assiduità dimostra un progressivo avvicinamento da parte di Madrid alla Cina e riconferma la rottura avvenuta tra Sánchez e il presidente statunitense. In seguito all’incontro con Xi il presidente socialista non ha solo sottolineato l’importanza di Pechino nella diplomazia internazionale, ma ha preteso un maggiore coinvolgimento del governo cinese nella mediazione dei conflitti in corso. In occasione della conferenza stampa concessa il 14 aprile, il premier ha ribadito di «essere dal lato giusto della storia», pensiero che ha trovato la convergenza del presidente cinese. Davanti all’ipotetica reazione di Trump, Sánchez ha affermato, ripetendo le parole di Xi, di non poter permettere l’avanzamento della ۫«legge della giungla» e con una certa schiettezza ha affermato che la Cina può essere l’unico interlocutore con il potere di risolvere la situazione di stallo nello stretto di Hormuz.

La stabilità diventa la principale pedina di scambio utilizzata dal governo cinese per attrarre un numero sempre maggiore di Paesi (e quindi ipotetici alleati e partner commerciali) a sé. Manca un mese all’annunciato incontro tra Trump e Xi, e come in una partita a scacchi, Pechino sta preparando il terreno di quella che potrebbe rivelarsi un’astuta trappola negoziale.


Il martello di Silvia e l’incudine del PD


La sindaca “federatrice” che prometteva Genova fino al 2030, ma ha già l’amo in bocca per Roma. Tra sondaggi-cannibale, selfie con le DJ e l’ira di Don Farinella: ecco come si sgonfia l’Anti-Meloni dei salotti.

(Michele Agagliate – lafionda.org) – Che rottura questa Silvia Salis. Ma, concretamente, cos’ha fatto di così speciale o eclatante per essere vista come la “reginetta del centrosinistra”, la futura federatrice del cosiddetto campo largo (o larghissimo, per meglio dire)?

A guardare il pedigree, sembra la versione politica di un set Lego: incastri perfetti per non scontentare nessuno. Figlia del custode di Villa Gentile (e via con la narrazione operaia e popolare), radici nel PCI del padre Eugenio (omaggio alla nostalgia), ma laureata alla Link University, l’ateneo prediletto dai “servizi” e dalla politica d’élite. Un mix che farebbe invidia a un alchimista del consenso. Eppure, tra un lancio del martello e una poltrona da vicepresidente vicaria del CONI gentilmente offerta dal Gran Maestro delle relazioni Giovanni Malagò, si fatica a trovare la scintilla della statista per acclamazione.

E così, nell’aprile 2026, ci ritroviamo a commentare il “miracolo Genova”. Eletta sindaca da meno di un anno, nel maggio 2025, la Salis è diventata istantaneamente il feticcio di un’area politica che non sa più a che santo votarsi. La vogliono a guidare il baraccone — e non è nemmeno del tutto colpa sua — perché risponde all’ossessione speculare della sinistra: contrapporre una donna a Giorgia Meloni. Se la Premier è la “madre cristiana e conservatrice”, Silvia Salis deve essere la risposta liberal-progressista; la campionessa dei diritti civili, della (imbarazzante) sinistra moderna. È l’estetica della parità usata come scudo spaziale, un casting fatto a tavolino per dimostrare che “anche noi abbiamo la nostra leader forte”, purché sia carina e salottiera.

Ma scavando sotto lo smalto istituzionale, emerge la vera natura politica della Sindaca: un centrismo spinto che guarda decisamente a Rignano sull’Arno. La Salis è, sostanzialmente, una renziana di ferro prestata al campo largo. Si muove in quel solco tipico dei centristi occidentali: ferocemente progressisti sui diritti individuali (che non costano nulla al bilancio dello Stato) e rigorosamente liberali su tutto il resto.

Lei stessa, del resto, non ha mai fatto mistero delle sue simpatie, dichiarando di aver votato Renzi “in quanto uomo di sinistra”. Certo, se Matteo Renzi è il punto di riferimento della sinistra, allora uno come Pierluigi Bersani rischia di passare per un pericoloso guevarista pronto a prendere la Sierra Maestra. Eppure è proprio Bersani che, con la sua proverbiale pazienza, da un anno va ripetendo in TV che servirebbero “i liberali veri”. Eccoli serviti, Pierluigi: ti hanno preso in parola.

A sgonfiare il pallone ci pensa Don Paolo Farinella che, sul blog del Fatto Quotidiano, accusa la Sindaca di tradimento. La Salis aveva giurato: “Sarò sindaca di Genova fino al 2030”. Una promessa solenne. Ma è bastato il primo fischio delle sirene romane per farle dire: “Di fronte a una richiesta unificante, ci penso”. Come scrive Farinella, chi tradisce una volta è già allenato a farlo ancora. Genova, per la Salis, rischia di non essere una missione, ma un trampolino per non “mangiare pane a tradimento” a spese dei genovesi mentre sogna Palazzo Chigi.

L’ultimo “colpo di genio” — noi umili mortali diremmo “paraculata” — documentato dall’HuffPost è il sorpasso sui social ai danni di Elly Schlein. Silvia ha capito tutto: eccola lì, nelle foto virali, posizionata “un passo indietro” alla consolle della DJ producer belga Charlotte de Witte. Uno sguardo soddisfatto che i social hanno già trasformato nel meme della Disaster Girl: la bambina che sorride mentre la casa brucia.

I numeri di Antonio Noto a Porta a Porta confermano il disastro politico: l’effetto Salis non ruba un solo voto a Fratelli d’Italia — che resta granitico al 29% — ma svuota il PD. Se la Salis scendesse in campo con una sua lista, il PD crollerebbe dal 22,5% al 19%. La “federatrice” non aggiunge nulla, cannibalizza solo i voti di chi le sta accanto, per la gioia di un Renzi che aspetta solo di fagocitarla.

Ricapitolando: quanto c’è di nuovo in una dirigente sportiva cresciuta all’ombra di Malagò e sposata con il regista della Roma bene, Fausto Brizzi? Siamo di fronte a un’operazione di marketing politico da manuale. La Salis è parte integrante di una “sinistra 2.0” che ai lavoratori preferisce i content creator.

Cara Silvia, il martello serve a costruire, non solo a farsi largo tra le macerie. Se l’obiettivo è Roma, abbia almeno il buon gusto etico suggerito da Farinella: si dimetta subito. Perché Genova non merita di essere il “piano B” di una carriera folgorante, e l’Italia non ha bisogno di un’altra influencer prestata alle istituzioni che, tra un set e l’altro, scopre che la Patria la chiama altrove.


Papa Leone: “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni, miliardi di dollari per uccidere e non ci sono risorse per curare ed educare”


Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa

Pope Leo XIV arrives in procession to celebrate a Mass at Bamenda Airport, Cameroon, Thursday, April 16, 2026, on the fourth day of his 11-day pastoral visit to Africa. (AP Photo/Andrew Medichini)

(di Gian Guido Vecchi – corriere.it) – DAL NOSTRO INVIATO BAMENDA (Camerun) «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».

Il comprensorio della cattedrale di Bamenda, delimitato da cancellate, comprende la chiesa e una serie scuole dal nido al college. Gli ingressi sono controllati, davanti e dentro la chiesa entrano gruppi selezionati, altri migliaia restano all’esterno e nelle strade della città.

E mentre il Papa interviene in inglese, la voce rimandata dagli altoparlanti, dentro e fuori la chiesa c’è un silenzio che contrasta con il calore dell’accoglienza, migliaia di persone che aspettavano il Papa e ora non si perdono una parola: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni («a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».

Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa. Come Francesco nove anni fa, nella Repubblica centrafricana, giovedì ha passato la giornata in una regione divisa dalla guerra civile, nel Nord-Ovest del Camerun.

Per l’occasione, i ribelli indipendentisti avevano annunciato una tregua di tre giorni ma non si sa mai, l’intero percorso del Papa era sorvegliato da militari in tuta mimetica, volto coperto e armi automatiche.

Leone XIV è arrivato all’incontro per la pace su una papabile blindata e protetta da vetri antiproiettile, la stessa che nel pomeriggio lo avrebbe portato tra i ventimila fedeli arrivati per la messa celebrata nell’aeroporto.

Mentre saliva la scalinata che conduce all’ingresso della cattedrale, era protetto alle spalle dai militari. La guerra civile non fa distinzioni di credo e anzi «ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un movimento per la pace», ha ricordato Prevost: «In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così! Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Nel mondo diviso da oltre una cinquantina di conflitti tutto si tiene, Leone parla di una delle diverse guerre dimenticate per parlare di tutte le guerre, «serviamo insieme la pace!», il tema che soprattutto dopo gli attacchi di Trump ha finito riassumere il senso del viaggio africano e dello stesso pontificato del primo Papa americano.

Bamenda sta su un altopiano a milleseicento metri d’altezza, un paesaggio di palme, campi coltivati soprattutto a mais e colline a chiudere l’orizzonte.

Dopo l’indipendenza del 1960, qui le tensioni tra la minoranza di lingua inglese e la maggioranza francofona sono cresciute fino alla dichiarazione di indipendenza degli irredentisti anglofoni, la proclamazione nel 2017 della «Repubblica di Ambazonia», da Ambas Bay, la baia del fiume Mungo che in epoca coloniale segnava il confine tra il Camerun francese e quello Sud-occidentale sotto il mandato britannico.

Ne è nata una guerra che ha causato migliaia di morti e più di settecentomila sfollati. Le postazioni militari governative sparse nella zona vengono periodicamente attaccate dai ribelli.

Nei giorni in cui si spara, scatta il coprifuoco o la fuga nei boschi o nelle case parrocchiali e le missioni del comunità religiose. La chiusura forzata e ricorrente delle scuole ha complicato la formazione di una generazione di bambini. Alcune facciate in cemento o mattoni d’argilla mostrano fori di proiettile.

«Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine», dice Papa Leone.

Del resto le guerre si somigliano, le sue considerazioni si ampliano all’intero pianeta: «È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a “U” – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana».

Nel pianeta devastato da pochi dominatori, c’è tuttavia una miriade di persone che lavora alla pace, «sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare».

Nella cattedrale c’è il rappresentante dei capi tradizionali che ringrazia perché «la maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università».

L’imam di Buea ricorda che la guerra non fa distinzioni di credo, da ultimo «il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamenda, uccidendo tre persone e ferendone altre nove».

Il portavoce delle chiese protestanti e anglicana ricorda gli sforzi di tutti i leader religiosi per tentare una mediazione tra governativi e ribelli. «Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa», conclude il Papa: «Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme», alla fine libera fuori dalla cattedrale sette colombe bianche.

La messa del pomeriggio viene celebrata accanto alla pista dell’aeroporto per ragioni di sicurezza, l’area è chiusa e più facile da sorvegliare.

Qui Leone si concentra sul Camerun, «le numerose forme di povertà», «la corruzione», i «gravi problemi nel sistema educativo e sanitario» e «la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani», ma non basta: «Alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo».

Di rado il tono di Prevost è stato così vibrante: «Questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani! Adesso e non in futuro! È giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».

L’ultimo richiamo è al «coraggio degli Apostoli» che nel racconto degli Atti «si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose».

Il Papa cita la risposta di Pietro alle minacce ricevute per la loro testimonianza: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini».