
(dagospia.com) – La storia della candidatura di Maurizio Martina al vertice della Fao e molto diversa da come e stata raccontata da Fratelli d’Italia e dai trombettieri di Palazzo Chigi. Trattasi infatti di uno “scherzetto” ben congegnato da parte del ministro dell’agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Da tempo, la Spagna ha puntato la poltrona all’organizzazione dell’Onu, che ha sede a Roma: Pedro Sanchez ha proposto un suo fedelissimo, Luis Planas, sostenuto dai socialisti Ue, di cui fa parte anche il Pd.
La “fiamma magica” ha intravisto un’opportunita: sapendo che il futuro direttore generale della Fao difficilmente sara italiano, ha proposto il nome di Maurizio Martina, ex segretario del Pd, per mettere in imbarazzo Elly Schlein. Un attimo dopo, e partita la batteria di dichiarazioni: “Se la Spagna fa l’asso pigliatutto, spetta a Schlein dimostrarsi non subalterna ai socialisti spagnoli”, ha subito colpito Carlo Fidanza.
E Nicola Procaccini, uomo di Giorgia Meloni a Bruxelles, e andato oltre: “Il Pd e disposto a danneggiare e affossare l’immagine dell’Italia anche nelle sedi internazionali, pur di ingraziarsi il paladino delle sinistre continentali. Un atteggiamento politico indegno. La sinistra agisce contro il governo italiano, senza preoccuparsi di colpire l’Italia intera”.
Un’intuizione politica che ha funzionato: il messaggio e passato come voleva lo “spin” meloniano, tanto che all’interno del Pd l’ala riformista, che non vede l’ora di trovare nuove ragioni per punzecchiare Elly, ne hanno approfittato per rinfocolare la polemica interna contro l’ex segretaria.
Scriveva ieri il “Corriere della Sera”: “Se Maurizio Martina si ritrova un ostacolo interno, europeo, alla sua corsa per diventare direttore generale della Fao, la colpa e ‘almeno anche’ di Elly Schlein. Nel Pd l’ala riformista piu ostile alla leader, ha un’altra ragione per essere scontenta della segretaria.
‘Martina doveva avere la strada spianata in Europa — la tesi condivisa nelle conversazioni private — visto che per lui, giudicato autorevole, erano schierati anche i Popolari. Ma se il socialista Sanchez, del quale Schlein parla come del suo principale alleato, gli candida un suo ministro contro…’ […] Significa — continuano le stesse fonti — che l’amico di Schlein, Sanchez, che ha gia sfilato all’Italia il ruolo di capodelegazione in Parlamento, non e poi cosi amico. Oppure che Schlein non ha peso'”.
Trump contro i media per l’Iran, ‘hanno perso la bussola, sono pazzi’

(ANSA) – NEW YORK, 18 MAG – Donald Trump attacca i media e la loro copertura della guerra in Iran: “hanno perso la bussola, sono diventati assolutamente pazzi”. Nel mirino del presidente sono finiti il “fallimentare New York Times, il China Street Journal (Wsj) e la corrotta e ormai irrilevante Cnn”.
“Se l’Iran si arrendesse e se l’intero esercito uscisse da Teheran, gettando le armi e alzando le mani al cielo, gridando all’unisono ‘mi arrendo, mi arrendo'” i media “titolerebbero che l’Iran ha riportato una vittoria magistrale e brillante sugli Stati Uniti d’America, e che non c’è stata nemmeno partita”, ha scritto Trump sul suo social Truth.
Sotto la spinta dell’invasione russa in Ucraina, Berlino punta sulla spesa militare e lavora alla creazione di un esercito imponente anche con la leva obbligatoria. In teoria a beneficio di tutta l’Ue

(Federica Bianchi – lespresso.it) – Boris Pistorius è da tre anni il politico più popolare della Germania. Friedrich Merz il meno popolare. Il primo è ministro della Difesa e il secondo il cancelliere della Repubblica. Basterebbe questo dato per capire come e quanto sta cambiando la Germania, e con essa, il cuore d’Europa.
Pistorius è l’uomo scelto dall’ex premier socialista Olaf Scholz e poi mantenuto in carica da Merz per riavvicinare il popolo tedesco alle sue forze armate all’indomani del “cambiamento epocale” (Zeitenwende) di pensiero, metodo e investimenti annunciato il 27 febbraio 2022, tre giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Lo scorso aprile ha presentato, tra il plauso generale, la prima strategia militare dell’esercito tedesco dalla Seconda guerra mondiale, forte dei 100 miliardi di euro in dieci anni messi a sua disposizione da un’economia che per decenni è stata effervescente, e da una riforma costituzionale che, nel settore della difesa, permette ora a Berlino di fare debito. È stato lui a dire, a proposito della guerra in Iran, «non è la nostra guerra», con una chiarezza e semplicità che Merz, per indole, non riesce a maneggiare se non compiendo una gaffe dietro l’altra e attirandosi le ire statunitensi e la minaccia di spostamento dalla Germania alla Polonia dei 5mila militari Usa dispiegati nel 2022 dal presidente Joe Biden in seguito all’invasione russa dell’Ucraina.
Dopo anni di insistenza da parte del resto d’Europa, Berlino, l’incubo russo ai confini e l’industria automobilistica fossile a pezzi, si è posta un obiettivo chiaro: diventare il primo esercito convenzionale del Vecchio continente e mettere fine al pacifismo impostole con la debacle del 1945 dal resto d’Europa e dalla creazione della Nato a guida Usa. I suoi soldati dovranno quasi raddoppiare e raggiungere quota 260mila (più altri 200mila riservisti) in 10 anni: nel 2026 è stata riattivata la leva facoltativa che, non dovesse bastare, diventerà obbligatoria. Il budget annuale della Difesa che era di 50 miliardi nel 2022 supererà i 150 tra soli tre anni. Contestualmente sono in costruzione le infrastrutture: dalle rimesse ai ponti. Molte fabbriche automobilistiche sono riconvertite alla produzione di mezzi militari, in un processo che è esattamente l’inverso di quanto accaduto negli anni 50, quando sulle ceneri delle fabbriche di armi costruì la sua la potenza automobilistica. Se si pensa che il commissario alla Difesa europea Andrius Kubilius da mesi sta cercando senza successo di convincere i 27 a organizzare una forza comune militare di 100mila unità, risultano chiare le dimensioni dell’attuale sforzo tedesco.
«Se la Germania si riarma a me viene il mal di pancia», dice Lucia Annunziata, oggi eurodeputata, membro della Commissione per la sicurezza e la difesa e autrice di una risoluzione sulle capacità di difesa europee: «Non abbiamo ragione per sentirci minacciati ma ci sono troppi ricordi».
Non è la sola. La Francia, secondo esportatore mondiale di armi, ma oggi limitata negli investimenti dal deficit di bilancio, teme che la Germania possa prenderne il posto di maggiore potenza militare europea, per di più senza acquistare i suoi sistemi militari. In Polonia, il partito di estrema destra del Pys, che da anni accusa il premier di centrodestra Donald Tusk di «essere l’uomo di Berlino», non perde occasione per rinfacciargli di perseguire gli interessi tedeschi e non quelli polacchi. Solo qualche giorno fa ha denunciato la risposta che Tusk ha dato a Trump: accettiamo le truppe americane ma non a spese di un altro membro della Ue. Intanto però lo stesso Tusk ha rafforzato i rapporti con la Francia, condividendo le esercitazioni militari e accettando il suo scudo di deterrenza nucleare. Le altre capitali europee, intanto, se da una parte sono felici del riarmo tedesco di cui potrebbero beneficiare, dall’altra sono preoccupate che questo coincida con l’avanzata nei sondaggi del partito neonazista dell’Afd: per il momento questo predica una ripresa delle relazioni con Mosca, e per questo si è allontanato dai francesi di Marine Le Pen, ma, con la velocità dei chiari di luna politici che stiamo vivendo, è impossibile sapere quale sarà la sua posizione tra qualche anno, quando la Germania avrà recuperato la sua antica potenza militare, e si sarà almeno parzialmente liberata dal giogo degli acquisti made in Usa.
La soluzione che calmerebbe animi via via più agitati sarebbe quella di un’integrazione dell’esercito tedesco in un più ampio esercito europeo, il sogno dei padri fondatori della Ue all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, o almeno una messa in comune dell’approvvigionamento degli strumenti di difesa, con i Paesi più avanti nello sviluppo di un sistema militare sostenuti dagli altri e viceversa.
«Credo che l’Europa debba produrre da sola ogni cosa di cui ha bisogno per difendersi contro qualsiasi minaccia», ha detto il 4 maggio ai leader presenti al summit della Comunità politica europea in Armenia, Volodymyr Zelensky, a capo di un Paese che ha reinventato il combattimento moderno con l’ausilio di droni fatti in casa e oggi industrialmente prodotti in almeno quattro Paesi europei.
Dal 2022 ad oggi sono nate 230 startup della difesa europee e il settore è diventato un’attraente fonte di impiego. Ma la Ue è lontana dall’essere autosufficiente militarmente e l’integrazione delle forze armate resta un miraggio. Certo, ha messo a punto un piano per facilitare la mobilitazione di 800 miliardi di euro di spesa nazionale (Readiness 2030) e prestiti europei fino a 150 miliardi (Safe) oltre alla possibilità di sforare il patto di stabilità per aumentare la spesa militare. Però la vera integrazione procede a fatica, tra atavici sospetti, diversità abissali di visione strategica e interessi economici nazionali.
«Potremmo pensare a un’unità militare europea con reclute da tutta Europa che affianchi gli eserciti nazionali», dice Jacob Kirkegaard, l’esperto di politica industriale della difesa del think tank Bruegel, «ma non che li sostituisca». Perché parlare di forze armate vuol dire parlare innanzitutto di identità nazionali: «In una democrazia occorre capire per chi si combatte. L’identità europea è ancora debole».
Con l’avanzare dei conflitti e del disimpegno americano però cresce l’urgenza di un coordinamento tra Stati europei, di quella che sempre più frequentemente è chiamata la “Nato europea”. Cipro, che ha rischiato di essere colpita da un missile iraniano e che detiene la presidenza della Ue, si sta adoperando affinché all’articolo 42.7 dei trattati, che impone la difesa reciproca, sia data sostanza operativa. «Dovremo difenderci e questo lo possiamo fare senza un esercito comune ma con una difesa europea interoperativa guidata da istruttori ucraini», dice Kirkegaard: «Tra un paio d’anni la guerra in Ucraina finirà e noi europei saremo incredibilmente fortunati: avremo un esercito mercenario che ci proteggerà. Tutto quello che dovremo fare è pagare il prezzo dell’integrazione dell’Ucraina nella Ue». Non subito ma in prospettiva.
Secondo Kirkegaard, il riarmo della Germania è, sotto questo punto di vista, positivo. «Abbiamo fortuna che i Paesi ad avere spazio fiscale siano proprio quelli che confinano con la Russia e ne siano direttamente minacciati», a differenza di Italia, Spagna e Francia, lontane dalla linea del fronte e senza fondi: «Non ci stiamo riarmando per combattere la Cina o per diventare i prossimi Stati Uniti ma soltanto per difenderci contro la Russia, un Paese con un Pil delle dimensioni di quello di Spagna e Portogallo, e dunque un’operazione fattibile, grazie anche all’aiuto degli ucraini».
Intanto la differenza tra riarmo e difesa sta assumendo connotati sempre più chiari con l’avanzare dei conflitti. «Sono contraria al riarmo ma sono a favore della difesa», incalza Annunziata: «Il riarmo prepara alla partecipazione ad una guerra, la difesa mette in sicurezza i cittadini. Sulla difesa anche i pacifisti devono capire quello che succede, che parlare di questi argomenti è necessario, esattamente come parlare della crisi economica: non è che se parli di economia sei un capitalista scorretto!»

(Alessio Mannino – lafionda.org) – La premessa è d’obbligo, altrimenti ti danno del complice o quasi: il massacro di Modena ha fatto vittime che gridano vendetta al cielo e il colpevole è un 31enne, figlio di immigrati marocchini e nato in Italia, che al netto di qualsiasi motivazione dovrà essere perseguito secondo la legge. A parte la vendetta, che è un modo di dire per esprimere rabbia e indignazione, fin qui siamo all’ovvia presa d’atto. Veniamo alle considerazioni su ciò che è stato scritto, a sangue ancora caldo, in questi giorni.
1) “È il prodotto dell’immigrazione indiscriminata”. Posto che discriminare l’immigrazione di tipo economico, nel senso di dosarla e governarla secondo gli interessi nazionali è un diritto-dovere di uno Stato (spartendo invece, magari, la gestione dei richiedenti asilo, che non sono migranti economici, con gli altri Paesi Ue: citofonare centro-nord Europa), si tratta in sostanza dell’equazione “immigrato uguale problemi”. Ora, siccome perfino chi sostiene la remigrazione, almeno stando alla proposta di legge, non intende espellere TUTTI gli immigrati in Italia, per poter scegliere chi far entrare e chi no bisogna affidarsi a parametri che possono essere sostanzialmente di due tipi: o economici, appunto (quanta forza lavoro serve in quel dato settore scoperto), o etnici (preferenza per quella o quest’altra etnia). Entrambi, ripeto, al netto di chi chiede asilo, perché in fuga da guerre o, a loro volta, da discriminazioni in Italia vietate. Il primo criterio, cinico ma realistico, è quello che ispira i vigenti decreti flussi; il secondo invece incontrerebbe l’ostacolo della Costituzione. Il primo non può quindi prevenire a priori gli inevitabili disagi da convivenza fra culture diverse, essendo basato sulle esigenze del mercato, mentre il secondo implicherebbe cambiare la carta costituzionale in senso, usiamo pure la parola adatta, razzista (o, al limite, razziale). Ergo, prendersela con l’immigrazione in quanto tale è una semplificazione che con la realtà non ha niente a che fare. A meno di non pensare, modello legge dei grandi numeri, che tagliando di brutto il numero di ingressi e portando via di peso un certo numero di immigrati già presenti si possa eliminare il pericolo di un solitario stragista, o anche di un gruppo terrorista. Illusione: si manifesterebbero comunque.
2) ” È un attentato islamista”. La dinamica ricorda effettivamente quella degli attentati a Nizza, Berlino e Barcellona: un autoveicolo che investe come birilli i passanti in strada. Ma affermarlo prima che qualsiasi evidenza sia emersa, significa soltanto riempire il vuoto di ciò che non si può ancora sapere con una certezza pregressa non verificata, detta anche pregiudizio. Si può ipotizzarlo, ma non si può affermarlo, tanto meno con sicumera. Potrebbe essere, anche se dai primi controlli fatti sabato 16 maggio a casa dell’assassino, non è stato trovato nulla che possa farlo pensare. Per il resto, bisogna attendere l’analisi del telefono cellulare nonché dell’eventuale rete di frequentazioni, solo così potremmo venire a conoscenza di qualche dato utile a comprendere le ragioni della modalità emulativa del gesto. Pare invece che dalla verifica dei post sui social per cui Meta gli aveva già chiuso i profili non sia emerso nulla di ricollegabile al fondamentalismo islamista.
3) ” È un cittadino italiano di seconda generazione, ma resta pur sempre una ‘risorsa’, ovvero uno straniero”. Qui si incontra la questione dell’identità. Secondo chi giudica l’uomo per la sua origine, il fatto di essere nato, di aver vissuto, e di aver acquisito la cittadinanza in Italia non conta, perché a contare è la sua appartenenza di sangue. In genere, il discorso va a parare sul precedente punto 1, già esaminato. Ma in realtà si tratta di razzismo bello e buono, fine. Ora, farà dispiacere a qualcuno, ma personalmente sono contrario da sempre alla legge Mancino e a tutti i reati d’opinione: in una democrazia coerente con sé stessa, anche le opinioni più estreme, com’è il razzismo, dovrebbero poter esprimersi. Il confine invalicabile è l’imposizione violenta, è l’uso della forza: puoi odiare e ritenere inferiore chi ti pare, ma se lo tocchi con un dito devi finire in galera. L’alternativa è la guerra civile (eventualità occorsa nella Storia, ma perfino quella americana impiegava l’argomento della razza come paravento di interessi sociali ed economici, come sanno anche i sassi). Detto questo, porre una gerarchia fra esseri umani sulla base della sola discendenza, e non semmai della cultura antropologica (usi e costumi), è una radicale mistificazione, perché vanno giudicati i comportamenti, non i caratteri somatici. Il razzismo è un’idiozia etica. Essere italiani, nel senso di essere figli e nipoti di italiani, non garantisce qualità morali positive (e naturalmente non le esclude: il signore che ha inseguito il colpevole, e che per questo si è beccato le coltellate, è stato coraggioso, come coraggiosi sono stati individui etnicamente non italiani che in passato hanno compiuto azioni simili, come i due egiziani a Modena, del resto). È solo una scorciatoia cognitiva (e politica) per autorappresentarsi come migliori, come il Bene, mentre i diversi sarebbero, almeno potenzialmente, il Male. Infantilismo logico puro.
4) “Come mai cinesi o sikh, per fare due esempi, non creano guai e mostruosità di questo genere?”. Qui entra in campo il fattore culturale. Ci sono etnie che mantengono, anche all’interno del Paese che li accoglie, una strutturata organizzazione comunitaria, perché debitrici di una religiosità, come nel caso dei Sikh, o di una mentalità, come per i cinesi, molto responsabilizzante verso il collettivo. Il proprio collettivo, e anche solo per convenienza e tranquillità, quello generale. Ciò che gli anti-multiculturalisti non capiscono è che è proprio la custodia di abitudini condivise e di micro-società coese a fare da deterrente contro la devianza di singoli o di gruppi sparsi. Far da deterrente non significa abolire il rischio di crimini, fanatismi ecc (come prova l’esempio dell’Inghilterra), ma è senz’altro una difesa in più rispetto all’astratto assimilazionismo di tipo francese, che livella tutti sulla carta, per poi veder esplodere la violenza delle seconde generazioni (rivolta delle banlieues). Si può per questo accettare una sorta di auto-apartheid di fatto? No di certo, perché la legge del Paese in cui si vive è superiore a qualsiasi altra fonte di legittimità. Ma riconoscere le specificità compatibili con essa aiuta l’integrazione. Integrare vuol dire rendere integro, in questo caso il corpo sociale: non vuol dire rinunciare ai propri valori (posto che ve ne siano ancora, e non siano stati sostituiti, come invece è, dal vero valore assoluto traducibile in capacità di generare denaro, reddito, fatturato), ma rendere compatto l’organismo collettivo cercando di sminare i conflitti non necessari, per quanto possibile.
5) “Sottolineare che è affetto da disturbi psichiatrici minimizza l’orrore”. Non minimizza niente, dal punto di vista sociale. Semmai, aggrava il giudizio. Perché il palese stato confusionale in cui si trovava la mente dell’omicida mette in livida luce quanto la malattia psichica, che è una malattia vera e propria e perciò non dovrebbe suscitare nessuno stigma, costituisca una ferita dimenticata e rimossa. Basta parlare con l’ultimo degli psicologi e vi dirà in che stato di abbandono è questo fronte, la cui vastità è in aumento a causa del diffondersi a macchia d’olio dell’isolamento, dovuto allo sbrecciarsi e disgregarsi dei legami affettivi in una società digitalizzata, artificializzata, virtualizzata. Dice: ma non sarà mica colpa della società se uno va fuori di melone e fa una strage. Non è tutta colpa della società, perché la responsabilità individuale è primaria. Ma è anche colpa della società, ovvero della politica e della cultura di massa, perché se uno schizofrenico, borderline o quel che è non viene seguito, è più facile che ceda a colpi di testa. Per la cronaca, pare che Salim El Koudri, diagnosticato come affetto da disturbo schizoide di personalità, fosse stato dimesso, o avesse lui interrotto le cure, da un centro di salute mentale. Sotto questo aspetto, l’insondabilità della psiche umana è dietro l’angolo. Certo, si può capire chi adesso invoca pene esemplari (meno chi agita la pena di morte, la quale, come è noto, non impaurisce i pazzi né men che meno i serial killer, Stati Uniti docent). Tuttavia, quando si maneggia il tema insidioso delle patologie psichiatriche, tranciare giudizi con l’accetta serve solo a rassicurare la propria, più o meno solida, sanità di mente, e a sfogare l’istinto vendicativo.
6) Conclusione. Fatti di inconcepibile atrocità come quello di ieri a Modena scatenano la canea di commenti affrettati, febbrili, irti di preconcetti, zeppi di idee fisse. Comprensibile reazione. Ma ingiustificabile sciacallaggio. Che sia stato un italiano di origine marocchina o un marocchino tout court, o qualunque altro genere di persona, prima si attende di avere gli elementi sufficienti a tirare delle conclusioni, e poi si emette sentenza, se prude così fortemente il bisogno di fiondarsi a sputare la propria. Per rispetto della realtà, oltre che delle vittime.
Borgo Egnazia, la «Davos delle griffe»: da Dior a Burberry, da Lacoste a Zegna (e Victoria Beckham), così il lusso prova a resistere alle guerre. La 22esima edizione del summit organizzato dal «Financial Times» per la prima volta a Borgo Egnazia. Da Delphine Arnault (Christian Dior) a Éric Vallat (Lacoste), ecco chi c’è

(di Michelangelo Borrillo – corriere.it) – La parola d’ordine è «proteggere i margini». E non certo dal maestrale che nella serata di domenica 17 maggio ha accolto a Borgo Egnazia i partecipanti al «Financial Times Business of Luxury Summit 2026». Ma dall’emorragia di consumatori che ha colpito il settore del lusso lo scorso anno: 20 milioni di clienti persi o che hanno ridotto i consumi o li hanno dirottati altrove. Tra crescenti tensioni geopolitiche – a partire dal conflitto in Medio Oriente – e conseguenti incertezze economiche e cambiamenti nelle dinamiche commerciali, i grandi brand devono riorganizzarsi e rivedere i prezzi e le catene di approvvigionamento. E questa ristrutturazione – o come preferiscono chiamarla gli addetti ai lavori del settore, rimodellamento del lusso ai nuovi comportamenti dei consumatori – è al centro della 22esima edizione del summit organizzato dal britannico Financial Times per la prima volta a Borgo Egnazia, la masseria esclusiva alle porte di Fasano, nel cuore della Puglia, che meno di due anni fa (giugno 2024) ospitò i grandi del G7.
Da domenica 17 a martedì 19 maggio le porte del resort si sono aperte ad altri grandi, quelli della moda: all’aperitivo inaugurale di ieri sera a bordo piscina e alla successiva cena c’erano quasi tutti gli ospiti attesi, nonostante i lavori del summit – con 45 speaker – siano calendarizzati solo a partire da lunedì 18. L’intervista di apertura sarà a Ermenegildo Zegna, presidente dell’omonimo gruppo. Ma l’attesa è concentrata soprattutto sull’intervento conclusivo di martedì, dopo che in 48 ore si saranno confrontati nella masseria di Aldo Melpignano – che terrà un intervento sul ruolo dell’ospitalità nel lusso, ça va sans dire – tutti i big del fashion & beauty mondiale, da Delphine Arnault, presidente e ad di Christian Dior Couture a Stéphane de La Faverie, presidente e ceo di Estée Lauder, da Halide Alagöz, direttrice prodotto di Ralph Lauren a Cédric Charbit, ceo di Saint Laurent, da Jonathan Kiman, direttore marketing di Burberry a Éric Vallat, ceo di Lacoste.
La conclusione dell’evento, infatti, nella sala «G7», è affidata a Victoria Beckham, l’icona del fashion che ha costruito un impero economico nella moda partendo da un mondo completamente diverso come quello della musica, conquistando un posto nel palinsesto ufficiale della Paris Fashion Week. Per lei è un ritorno tra gli ulivi secolari pugliesi, dopo gli scatti postati sui social nel 2019 con il marito David Beckham tra un muretto a secco e i tradizionali trulli.
Che faranno da sfondo anche al summit del Financial Times: tra un panel su «Geopolitica e lusso» – con l’intervento di Megan Green della Banca d’Inghilterra – e un altro sull’«Economia della longevità e la salute come ricchezza» – con Nerio Alessandri, ceo di Technogym – non mancherà, per gli ospiti, la possibilità di visitare le vicine Alberobello, con i suoi trulli patrimonio dell’umanità Unesco, Ostuni, la Città Bianca per antonomasia, e le spiagge di Monopoli. Per la Crazy pizza di Flavio Briatore, invece, occorrerà aspettare un’altra occasione: il locale aprirà a poca distanza da Borgo Egnazia, ma solo da mercoledì. Anche questo, in un certo senso, sarà fashion style.
Lavoro: quasi un colloquio su tre va a vuoto perché non si presenta nessuno. Per avvicinare domanda e offerta di lavoro è necessario costruire un rapporto più diretto tra scuola, formazione e mondo produttivo

(ulisseonline.it) – Sono i paradossi del nostro mercato del lavoro. Da un lato, le crisi industriali di grandi aziende come Electrolux, Natuzzi, Nestlè, Beko, etc., rischiano di provocare migliaia e migliaia di esuberi. Dall’altro, molte imprese, soprattutto di piccole dimensioni, continuano a fare i conti con una crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. Un fenomeno sempre più evidente: nel 2025, ad esempio, quasi un colloquio di lavoro su tre è saltato perché nessun candidato si è presentato alla selezione.
A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.
La difficoltà di reperire personale per mancanza di candidati è un fenomeno esploso negli ultimi anni. Analizzando la serie storica dei risultati emersi dalle periodiche interviste realizzate agli imprenditori italiani da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’ambito del Sistema Informativo Excelsior, emerge che nel 2017 le assunzioni andate a vuoto per assenza di candidati erano state poco meno di 400.000, pari al 9,7 per cento del totale previsto; nel 2025, invece, questo fenomeno si è verificato in oltre 1.750.000 casi, raggiungendo il 30,2 per cento (vedi Graf. 1). Un vero e proprio boom con picchi di mancato reperimento che l’anno scorso hanno toccato il 39 per cento nel settore delle costruzioni, il 35,2 in quello del legno-mobile e poco meno del 35 per cento tra le aziende multiutility (acqua, energia, gas, etc.).
Se, infine, allarghiamo il campo di osservazione, notiamo che nel 2025 a fronte di 5,8 milioni di assunzioni previste in Italia, 2,7 milioni (pari al 47 per cento del totale), sono stati di difficile reperimento; di cui 1,7 milioni (30,2 per cento) per mancanza di candidati, 765.500 per preparazione inadeguata (13 per cento) e quasi 216.400 (3,7 per cento) per altri motivi.
Le ragioni sono molteplici e, messe insieme, spiegano un cambiamento profondo del mercato del lavoro. Innanzitutto, molti giovani hanno modificato la scala delle priorità: non cercano più soltanto uno stipendio, ma anche equilibrio tra vita privata e lavoro, flessibilità, possibilità di crescita. Quando un’offerta propone salari bassi, orari pesanti o poche prospettive, spesso preferiscono rinunciare ancora prima del colloquio. C’è poi un problema demografico: i giovani sono numericamente meno rispetto al passato. Di conseguenza, in molti settori sono diventati una risorsa difficile da reperire. Incide anche il disallineamento tra domanda e offerta. Tante imprese cercano figure tecniche o specializzate che il sistema scolastico non riesce più a formare in quantità sufficiente.
Un altro elemento riguarda il modo in cui si seleziona il personale. Procedure lunghe, colloqui multipli, tempi di risposta infiniti o annunci poco chiari scoraggiano molti candidati. Alcuni inviano curriculum a decine di aziende contemporaneamente e poi spariscono appena trovano un’opportunità considerata migliore.
Per avvicinare domanda e offerta di lavoro è necessario costruire un rapporto più diretto tra scuola, formazione e mondo produttivo. Molti ragazzi conoscono poco le opportunità offerte dalle aziende e spesso hanno una percezione negativa del lavoro privato, considerato precario, poco stabile o scarsamente valorizzante. Per invertire questa tendenza servono stage di qualità, apprendistati ben retribuiti e percorsi di orientamento che facciano conoscere concretamente professioni, mestieri e possibilità di carriera. Le imprese, inoltre, devono investire di più sui giovani, attraverso la formazione continua, la flessibilità organizzativa e con ambienti di lavoro moderni e meritocratici. Anche il linguaggio della comunicazione aziendale deve cambiare, diventando più vicino alle nuove generazioni. Infine, è importante valorizzare il ruolo sociale dell’impresa privata, che rappresenta uno dei principali motori di occupazione, innovazione e crescita economica del Paese.
Tra le prime cinque regioni d’Italia che presentano la più elevata percentuale di difficoltà nel reperire il personale per la mancanza di candidati durante le prove di selezione, ben quattro sono riconducibili alla ripartizione geografica del Nordest. L’area più in difficoltà è la Valle d’Aosta che nel 2025 ha visto fallire la selezione per il motivo appena richiamato nel 39,5 per cento dei casi. Seguono il Trentino Alto Adige (39 per cento), il Friuli Venezia Giulia (37,4 per cento), il Veneto (33,5 per cento) e l’Emilia Romagna (33 per cento). La regione meno “colpita” da questa specificità è la Puglia che “solo”, si fa per dire, in quasi 25 casi su 100 ha visto fallire la selezione poiché non si è presentato nessuno. (fonte CGIA)
clicca qui per leggere la news integrale della CGIA
Abbordate almeno due barche del nostro Paese. A bordo dell’imbarcazione turca anche il parlamentare 5S Dario Carotenuto. Secondo Ynet un centinaio di attivisti sono stati portati verso Ashdod. Protesta Ankara: “Risposta compatta della comunità internazionale”. Netanyahu: “Lavoro eccezionale”

(di Alessia Candito – repubblica.it) – Nuovo attacco contro la Global Sumud Flotilla. Attorno alle 10 del mattino, le 54 barche della missione navale umanitaria sono state circondate da due navi militari e decine gommoni veloci israeliani con a bordo uomini armati mentre navigavano in acque internazionali di competenza cipriota. Almeno un centinaio di attivisti sarebbero stati portati su una nave militare che fa rotta verso Ashdod. “Israele rispetti il diritto internazionale”, dice il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, mentre Ankara protesta: “Ennesimo atto di pirateria”. Ma il premier israeliano Benjamin Netanyahu loda l’Idf e via radio dice: “lavoro eccezionale”. Per Netanyahu: “Abbiamo sventato un piano malvagio per violare il blocco di Gaza. La missione è stata eseguita con grande professionalità”
Per la prima volta, l’allarme è scattato di mattina con un video inviato da una delle vele, partite dopo una lunga sosta due giorni fa da Marmaris, in Turchia, con l’obiettivo di raggiungere Gaza e portare aiuti e farmaci, rompendo il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia. Nel filmato si vedeva chiaramente un gommone d’assalto grigio, con a bordo una decina di uomini armati, che si avvicinava progressivamente allo scafo. Nel frattempo dalle radio, diventate inservibili, arrivavano musica a tutto volume e minacce, hanno raccontato gli equipaggi di altre barche. Subito dopo è iniziato l’abbordaggio. Una dopo l’altra dieci vele della Flotilla sono state abbordate.

Uomini armati sono saliti a bordo delle barche a vela, puntando i fucili d’assalto contro gli equipaggi. Fra le prime ad essere colpite le italiane Holy Blue e Cactus, ma sono già almeno altre otto – Zio Faster, Furleto, Kyriakos, Amanda, Blue toys, Barbaris, Isobella, Tenaz – le vele intercettate e 23 le barche della Flotilla con cui è stato perso ogni contatto. “Almeno 7 o 8 dei 35 attivisti del nostro Paese catturati”, fa sapere la portavoce Maria Elena Delia. Secondo quanto riportato dal sito israeliano Ynet, sarebbero almeno un centinaio gli attivisti intercettati, catturati e portati a bordo di una delle due navi militari arrivate insieme ai gommoni, che a breve dovrebbe fare rotta verso Ashdod.
“Pochi minuti fa le navi delle Forze di occupazione israeliane hanno cominciato a intercettare le barche della Global Sumud Flotilla”, ha confermato la portavoce dell’iniziativa in Italia, Maria Elena Delia, mentre dalle 54 barche in navigazione veniva rilanciato l’allarme. “Ricordiamo che questa è una missione internazionale pacifica, che trasportiamo solo aiuti umanitari e che qualsiasi violenza sarà unilaterale e da parte di Israele”, spiega da bordo Dario Salvetti, portavoce del collettivo di fabbrica Ex Gkn.
Dalla nave turca Kasri Sadabat, che insieme al resto della flotta sta cercando di mettersi al riparo raggiungendo le acque territoriali turche, il parlamentare 5S Dario Carotenuto lancia un appello alle autorità italiane e internazionali: “intervenite per liberare subito tutti questi equipaggi composti da attivisti pacifisti che non farebbero male a una mosca e che vogliono solo la fine del genocidio in Palestina”. In un video postato da bordo afferma: “Non possiamo più consentire a Israele tutte queste violazioni del Diritto internazionale. Fermiamo Israele per liberare gli equipaggi della Flotilla e liberare la Palestina dalle inaccettabili violenze che sta subendo”.

Nelle scorse ore, il ministero degli Esteri dello Stato ebraico ha emesso un comunicato con cui “invita tutti i partecipanti a questa provocazione a cambiare rotta e a tornare immediatamente indietro”, subito dopo sono il raid e gli abbordaggi della Marina hanno avuto inizio. Per Israele la Global Sumud Flotilla è solo “una provocazione fine a se stessa”, “un’altra cosiddetta ‘flottiglia di aiuti umanitari’ senza alcun aiuto umanitario”, “una trovata pubblicitaria”, il cui scopo – a detta dello Stato ebraico – sarebbe “favorire Hamas, distogliere l’attenzione dal rifiuto di Hamas di disarmarsi e ostacolare i progressi del piano di pace del presidente Trump” perché la Striscia sarebbe “inondata di aiuti”. Nella flotta, ha sostenuto il ministero, ci sarebbero anche “due violenti gruppi turchi – Mavi Marmara e IHH, quest’ultimo designato come organizzazione terroristica – fanno parte della provocazione”.
Nulla di vero secondo la Flotilla, che ribadisce il carattere assolutamente pacifico e pacifista della missione, “con l’intercettazione in un perimetro di 250 miglia nautiche e nella zona SAR di Cipro, il regime israeliano continua a dimostrare un sistematico disprezzo per il diritto marittimo internazionale, la libertà di navigazione in alto mare e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”. E da terra e da bordo lanciano un appello: “”Chiediamo un passaggio sicuro per la nostra missione legale e non violenta”. E ai governi chiedono di “agire ora per fermare questi atti illegali o pirateria volti a mantenere l’assedio genocida di Israele su Gaza”.

“Abbiamo formalmente informato la comunità internazionale che i partecipanti sono completamente disarmati e che qualsiasi violenza perpetrata su queste imbarcazioni rimane di esclusiva responsabilità legale del regime israeliano e dei leader dei Paesi che ne hanno permesso l’accaduto. Sono in corso indagini penali in venti Paesi e la responsabilità individuale sarà perseguita anche nei tribunali internazionali per tutte le forze che impongono questo assedio genocida”, fanno sapere con una nota.
Non si tratta del primo raid contro la missione navale umanitaria. Nella tarda serata del 29 aprile, la Flotilla, partita pochi giorni prima dalla Sicilia è stata assaltata da gommoni veloci non lontano da Creta, in acque internazionali di competenza greca. Ventidue imbarcazioni sono state abbordate e tranne in un caso, con sette persone lasciate alla deriva su una barca con il motore danneggiato e le cime tagliate, tutte portate a bordo di una nave militare israeliana dove sono state trattenute per oltre 40 ore. In 171 sono stati rilasciati a Creta, dove sono sbarcati dopo essere stati trasbordati al largo dell’isola su una motovedetta della Guardia costiera greca, che li ha accompagnati a terra. Due attivisti, Saif Abukeshek e Thiago Avila sono stati invece portati in Israele e per dieci giorni imprigionati nel carcere di Ashkelon. Contro di loro non sono mai state formalizzate accuse, sono sempre rimasti in stato di detenzione amministrativa perché sospettati di “rapporti con agenti nemici” e “supporto e trasferimento beni ad organizzazioni terroristiche”. Il 9 maggio entrambi sono stati rilasciati e subito espulsi.
La Farnesina fa sapere che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha effettuato anche oggi passi diplomatici con il Governo israeliano per chiedere rassicurazioni sulle condizioni di trattamento degli attivisti italiani che potrebbero essere fermati dalle Idf. Tajani, si fa sapere, ha chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco. L’ambasciatore d’Italia a Tel Aviv ha avuto un ulteriore contatto con le autorità israeliane questa mattina per garantire la sicurezza degli italiani. “Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele – afferma il ministro Tajani – devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale. Anche qualora dovessero essere fermati cittadini italiani, devono essere sempre trattati nel massimo rispetto della dignità della persona”.
Dura la protesta del governo turco. “Noi invitiamo la comunità internazionale a prendere senza ritardi una posizione comune e determinata contro le azioni illegali di Israele”, recita una nota del ministero degli Esteri turco che non esita a definire il raid israeliano “un nuovo atto di pirateria” e chiede a Israele di “fermare immediatamente il suo intervento e rilasciare in modo incondizionato i partecipanti alla Flotilla fermati”. Per Ankara, “gli attacchi di Israele e le politiche di intimidazione non impediranno alla comunità internazionale di cercare giustizia e solidarietà nei confronti del popolo palestinese”.
Nelle piazze d’Italia, da Roma a Milano, è scoppiata la protesta. Presidi sono stati convocati anche a Genova e Bologna, mentre in Parlamento insorgono le opposizioni. “I governi europei intervengano ed evitino questo scempio che lede il libero diritto di navigazione”, scrive sui social il dem Arturo Scotto. “Ancora, per l’ennesima volta, israele mostra il suo disprezzo per il diritto internazionale. Chiediamo che il governo italiano si attivi immediatamente per garantire l’incolumità degli equipaggi e che di fronte a questa ennesima dimostrazione di arroganza e di illegalità vengano prese iniziative concrete per sanzionare e isolare il governo fascista di Nethanyau”, dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs. E Marco Grimaldi aggiunge: “”La “nuova” normalità non può essere questa: intercettazioni, botte e sequestri mentre una flotilla umanitaria prova a raggiungere Gaza”. Si rivolge al governo Stefania Ascari dei 5S: “Chiediamo al governo italiano di attivarsi per garantire la massima tutela e massima sicurezza per gli attivisti italiani della Global Sumud Flotilla, compreso il nostro collega parlamentare Dario Carotenuto”. Per il segretario di +Europa, Riccardo Magi: “L’ennesimo atto di pirateria in spregio alle regole. L’Unione europea intervenga e i capi di stato e di governo dei paesi membri intervengano per mettere fine questi abusi, che proseguono anche su terra ferma una volta tratti in arresto gli attivisti. Anche questo sarà messo sul conto di Netanyahu quando sarà chiamato a rispondere delle sue azioni davanti alla giustizia internazionale”.
Sua nipote Mary ha parlato di “disturbi psichiatrici gravi e non diagnosticati” ma il problema è più profondo

(Alberto Iannuzzi, già presidente Corte di appello Potenza – ilfattoquotidiano.it) – Le ultime notizie sulla salute mentale di Donald Trump le apprendiamo dall’intervista resa al quotidiano La Stampa da Mary Trump, psicologa e nipote dell’uomo più potente del mondo. La stessa afferma senza mezzi termini: “Mio zio Donald soffre di disturbi psichiatrici gravi e non diagnosticati. È inadatto a ricoprire posizioni di potere. Oggi è anche peggiorato. Dimentica molto spesso ciò che sta dicendo, non controlla gli impulsi… La verità è che Donald è, in sostanza, un bambino terrorizzato, che non è mai stato amato”. Sarà pur vero quello che afferma la nipote del presidente degli Stati Uniti, ma l’America non sembra malata solo di Trump. Molti politici ed autorevoli commentatori liberal continuano a rimuovere i problemi di fondo, attribuendo lo sconvolgimento geopolitico che sta interessando diverse aree calde del pianeta alla instabilità psichica di Trump, per assolversi dal compito più difficile: comprendere la crisi profonda delle democrazie contemporanee.
Ma il punto decisivo non è stabilire se Trump soffra o meno di un disturbo cognitivo o caratteriale. Sarebbe persino rassicurante. Perché trasformare Trump in un caso clinico consente di evitare la domanda essenziale: come può un uomo con quelle caratteristiche ottenere il consenso di decine di milioni di cittadini in una delle più antiche democrazie costituzionali del mondo? La tentazione patologizzante serve ad eludere il problema politico. È il riflesso di un atteggiamento culturale che preferisce ridurre il conflitto storico a deviazione individuale: se il leader è “pazzo”, allora il sistema resta sano. Se il problema è la mente del capo, non occorre interrogarsi sulla società che lo produce. E invece Trump non è un incidente. È un prodotto.
Lo storico Luciano Canfora ripete da anni che la democrazia moderna porta in sé un’ambiguità originaria: l’identificazione della volontà popolare con la verità politica. Quando il consenso diventa l’unico criterio di legittimazione, la qualità della decisione pubblica passa in secondo piano. La democrazia può allora trasformarsi in plebiscito permanente, dominato da propaganda, emozione, semplificazione.
Trump incarna precisamente questa mutazione: non convince attraverso programmi coerenti, ma mediante un rapporto diretto e pulsionale con il pubblico. Non governa la complessità, ma la dissolve. Ogni problema viene tradotto nello slogan nemico/amico, fino a produrre una realtà semplificata, in cui il conflitto sociale o politico sparisce.
La forza di Trump non nasce malgrado le sue contraddizioni, ma grazie ad esse. La menzogna continua, il cambio improvviso di versione, persino la confusione comunicativa producono un effetto preciso: rendere impossibile qualsiasi verifica razionale stabile. Il discorso politico smette di essere confronto sui fatti e diventa adesione identitaria. In questo senso il trumpismo rappresenta la forma perfetta della politica nell’epoca dell’iperinformazione. Non convince perché dice il vero, ma perché occupa tutto lo spazio mentale disponibile. Ogni scandalo viene assorbito dal successivo.
Per questo motivo appare insufficiente la spiegazione economica, pur importante. Certo: contano i grandi interessi industriali, il peso delle lobby, il controllo oligarchico dei media digitali, la finanziarizzazione dell’economia americana. Ma ridurre tutto al capitale significherebbe ignorare la trasformazione culturale profonda dell’Occidente. Le società contemporanee sembrano aver perso familiarità con la complessità storica. La politica viene consumata come tifoseria, identificazione emotiva. Il leader non deve più dimostrare competenza, ma incarnare rabbia, risentimento, desiderio di rivalsa.
Trump riesce esattamente in questo: offrire una risposta rassicurante a milioni di cittadini che percepiscono declino sociale, precarietà materiale e perdita di status culturale. La sua aggressività verbale viene interpretata come autenticità. La brutalità come sincerità. L’ignoranza ostentata come prova di estraneità alle élite. All’interno di questo contesto la crisi americana diventa crisi universale delle democrazie liberali.
Per decenni l’Occidente ha raccontato se stesso come approdo definitivo della storia: mercato, consumi, diritti individuali, tecnocrazia. Ma mentre aumentavano ricchezza e innovazione, si disgregavano i legami collettivi, i partiti di massa, i sindacati, le culture politiche popolari. In assenza di appartenenze solide, la politica si riduce allora a spettacolo identitario. Vince chi occupa emotivamente lo spazio pubblico. Chi genera paura, rabbia, eccitazione permanente. Chi trasforma il conflitto democratico in guerra psicologica continua.
Trump è questo passaggio storico. Non una parentesi patologica, ma il sintomo più evidente di un mutamento più profondo. Perciò l’antitrumpismo morale rischia spesso di essere sterile, perché indignarsi non basta. Anzi, talvolta rafforza il meccanismo populista, confermando l’immagine di un’élite scandalizzata e impotente.
A questo punto la domanda è: quali strumenti possiedono oggi le democrazie per creare cittadini consapevoli invece di masse manipolabili? Quale spazio resta alla formazione culturale, alla mediazione politica, al pensiero critico, in un ecosistema dominato dagli algoritmi, dalla comunicazione istantanea e dalla polarizzazione permanente? Finché queste domande resteranno senza risposta, Trump continuerà ad essere interpretato come un’eccezione, ma il rischio è che possa trasformarsi sempre più in un modello da emulare, perlomeno fino a quando avrà successo.

(Margherita Furlan – lafionda.org) – Mentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.
Il 13 maggio 2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano, quasi tutte, nel paniere.
Lo scalo di Pechino
La scena ha qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.
Il documento depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026; un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il Pacifico al fianco del presidente.
Clausewitz scriveva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La formula è stata ripetuta tante volte da logorarsi. Eppure conserva una capacità di rovesciamento: se la guerra prosegue la politica, e se questa oggi si misura in capitalizzazione di mercato, allora l’affare diventa la continuazione della diplomazia con altri mezzi. Lo scalo di Pechino non è un episodio di costume. È il punto in cui la rappresentanza dello Stato e la posizione di portafoglio si sovrappongono nello stesso individuo, nello stesso momento, nello stesso volo.
Tremilasettecento operazioni: cosa dicono le carte
Il rendiconto registra oltre tremilasettecento operazioni nel solo primo trimestre del 2026, per un valore complessivo di decine di milioni di dollari, riguardanti grandi società che intrattengono rapporti con l’amministrazione che quel conto, formalmente, non dovrebbe toccare. Più di quaranta movimenti per giorno lavorativo. Un operatore interpellato da Bloomberg ha parlato di una mole che assomiglia più a quella di un fondo speculativo con negoziazione algoritmica massiva che a un conto personale. Un altro, con quarant’anni di mercato alle spalle, ha usato una parola sola: sconcertante. Non sono giudizi militanti. Sono reazioni di tecnici davanti a un dato anomalo.
Il documento non fornisce cifre puntuali. Indica fasce di valore: da uno a cinque milioni, da cinquecentomila a un milione, e così a scendere. Chi scrive che il presidente ha guadagnato una somma precisa inventa un dato che il modulo non contiene. La fascia è il limite della certezza e la si rispetta.
C’è un secondo elemento che il modulo registra e che va riferito con precisione, perché è esattamente il punto su cui la difesa della Casa Bianca poggia. Molte voci portano la dicitura unsolicited, non sollecitate; altre la formula solicited order, discretion exercised, your broker acted as agent, ordine sollecitato, discrezionalità esercitata, intermediario agente. Il documento, in altre parole, distingue da sé fra operazioni decise altrove e operazioni in cui una scelta è stata compiuta. Questa distinzione non smonta l’inchiesta: ne sposta il bersaglio. Il problema non è stabilire la mano che ha premuto il tasto. È la struttura che consente a quella mano di esistere.
I guadagni, in cifre verificabili
La domanda concreta è legittima: c’è stato un guadagno, e di quanto? Qui occorre tenere insieme due fonti distinte e non confonderle. Il rendiconto dell’ufficio etico dice cosa è stato comprato e quando, ma solo a fasce. I dati di mercato dicono come si sono mossi quei titoli. Incrociandoli si ottiene una stima di direzione e di ordine di grandezza, non una cifra esatta: e va detto così, senza gonfiare.
Sul piano delle singole società, il movimento legato alla delegazione è documentato. Alla chiusura del 13 maggio, sull’annuncio della comitiva, Nvidia segnava un progresso del 2,3 per cento, Tesla del 2,7, Boeing dell’1,6; Micron guadagnava il 4,8 per cento, Qualcomm l’1,4. Nella seduta successiva Nvidia toccava un massimo a 232,35 dollari, con un picco intragiornaliero oltre il 3 per cento, mentre Boeing nel mese precedente era salita di circa l’8,8 per cento sulla sola attesa della commessa cinese. Non sono cifre clamorose se prese una per una. Diventano un’altra cosa se si considera che quelle posizioni erano state aperte settimane prima, nei giorni in cui il modulo registra gli acquisti.
È su questo che alcune piattaforme di analisi dei dati pubblici hanno costruito le proprie stime: misurando la rivalutazione di ciascuna posizione dichiarata dal giorno di acquisto indicato nel modulo. Su singoli titoli i numeri sono vistosi: una posizione aperta su un produttore di hardware il 10 febbraio risultava rivalutata di circa il 96 per cento; un’altra, su un semiconduttore, di una percentuale a tre cifre dal 2 marzo. Vanno presi con la pinza che il dato impone: la fascia dichiarata non dice la quantità esatta e la percentuale dipende dal giorno di rilevazione. Ma l’ordine di grandezza, decine di milioni di dollari di portafoglio esposti a società le cui sorti dipendono da decisioni dell’esecutivo, non è in discussione. È scritto nel documento ufficiale.
Qui interviene il fatto che rovescia la prospettiva, il più istruttivo di tutti. Il vertice di Pechino, sul piano dei risultati, è stato deludente. L’unico accordo rilevante annunciato è stato l’ordine Boeing; nessun progresso sulla vendita dei semiconduttori Nvidia alla Cina, nonostante l’aggiunta teatrale di Huang all’ultimo minuto. Nessun chip H200 è stato spedito ai compratori cinesi già approvati, le esportazioni cinesi di terre rare restavano circa la metà dei livelli precedenti, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale. Persino la commessa Boeing, ridotta a duecento velivoli, era meno della metà dei cinquecento inizialmente ipotizzati. I mercati, dunque, non hanno premiato un esito diplomatico, bensì premiato l’evento. La coreografia della delegazione, l’annuncio, l’attesa. Il rialzo è arrivato prima del vertice e sull’aspettativa, non dopo e sul risultato. È la prova, in negativo, che la logica in azione non era quella di uno Stato che negozia un interesse nazionale, ma quella di una società quotata che gestisce la propria narrazione di mercato.
La risposta alla domanda, allora, è doppia. Le compagnie hanno tratto un beneficio di mercato misurabile dalla sola partecipazione alla scena, indipendentemente da ciò che questa abbia prodotto. E un conto intestato al presidente era posizionato, settimane prima, esattamente su quelle compagnie. Che questo si traduca in un guadagno personale netto quantificabile, il documento non permette di affermarlo con una cifra: consente di affermare, con certezza documentale, che l’esposizione c’era, ingente, e che riguardava i soggetti regolati da chi quel conto, formalmente, non dovrebbe muovere.
Il paniere è una mappa del potere
Se si dispongono i nomi delle società acquistate accanto alle decisioni prese dall’amministrazione negli stessi mesi, il rendiconto smette di essere una lista contabile e diventa una cartografia. Non casuale: orientata.
Nvidia è il caso più nitido. Il governo federale controlla l’esportazione dei semiconduttori avanzati verso i Paesi designati come avversari strategici, Cina compresa. Il rendiconto colloca un acquisto di titoli Nvidia il 6 gennaio, a ridosso dell’autorizzazione del Dipartimento del Commercio alla vendita di alcuni chip al mercato cinese. Un secondo acquisto, più consistente, è datato 10 febbraio, in prossimità dell’annuncio di un grande accordo della stessa Nvidia con un colosso dei social. La sequenza temporale è un fatto documentale. La sua interpretazione è analisi e va detto con nettezza: nessun atto pubblico prova che la decisione regolatoria sia stata presa in funzione del conto. Ma la prossimità fra la mossa amministrativa e la posizione finanziaria è di quelle che, in qualunque ordinamento attento al conflitto di interessi, basterebbero ad aprire un procedimento.
Accanto a Nvidia, il modulo elenca Palantir, la società di analisi algoritmica di Peter Thiel, acquistata a più riprese mentre l’apparato federale espandeva la spesa per la sorveglianza e per il controllo delle frontiere. Elenca BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo; Blackstone; Goldman Sachs. Elenca Boeing, le cui azioni si sarebbero mosse, mentre il presidente era a Pechino, sull’annuncio di una commessa cinese. Sono i nodi dell’ecosistema dei cosiddetti azionisti dell’apocalisse: gestione globale del capitale, sorveglianza algoritmica, infrastruttura della sicurezza, industria aerospaziale e della difesa. Non attori che eseguono una politica, ma che costituiscono l’ambiente entro cui la politica si decide.
La prima notizia del deposito è stata data da organizzazioni di giornalismo d’inchiesta indipendenti, Sludge e NOTUS, prima ancora che le grandi agenzie ne traessero le proprie ricostruzioni. È una nota a margine che merita di restare nel testo: la catena documentale, qui, parte dal basso e risale, non viceversa.
«Tutto è in un trust»: anatomia di una difesa
La replica dell’amministrazione è stata costruita su tre linee, e va esaminata per quello che è: un dispositivo di linguaggio prima ancora che un argomento giuridico.
La prima linea, affidata al portavoce della Casa Bianca, è lapidaria: gli attivi del presidente sono in un trust gestito dai suoi figli, non esistono conflitti di interesse. La seconda, affidata al figlio Eric e al presidente stesso in risposta a un’esponente del Senato, sposta l’accento sui fondi indicizzati: si tratterebbe di panieri ampi, non di scelte di singoli titoli. La terza è implicita e la più solida sul piano formale: nessuna norma vieta a un presidente di detenere o negoziare titoli; gli si chiede soltanto di dichiararli, ed è ciò che è stato fatto.
Le tre linee reggono separatamente e si indeboliscono insieme. Il trust esiste, ma è gestito dai figli, non da un fiduciario indipendente: è esattamente la differenza fra un trust cieco e uno di famiglia, l’intero punto. I predecessori avevano scelto la strada opposta. George H. W. Bush e Bill Clinton affidarono i propri attivi a un trust cieco con un supervisore terzo; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono azioni durante il mandato. Non si tratta di una raffinatezza procedurale. È il presidio che separa chi decide sulle imprese da chi possiede le imprese. Quel presidio, qui, non c’è.
Chomsky e Herman hanno descritto come il consenso si fabbrichi non con la menzogna aperta ma con la selezione di ciò che può essere detto e di come. La formula «nessun conflitto di interessi», ripetuta come un’antifona, non descrive una realtà: la istituisce performativamente, contando sul fatto che l’iterazione sostituisca la verifica. Bourdieu lo chiamerebbe potere del linguaggio legittimo: la capacità di neutralizzare ciò che si nomina nel momento stesso in cui lo si pronuncia. Il fatto resta sotto la formula, intatto: il conto del sovrano si è mosso sui titoli delle imprese che lui stesso regola.
Quando lo Stato è un fondo speculativo
La questione non è morale, o non solo. È strutturale.
Susan Strange aveva chiamato potere strutturale la capacità di un attore di plasmare le strutture stesse entro cui gli altri sono costretti a muoversi: chi disegna il tavolo conta più di chi gioca la mano. Quando il conto del capo dell’esecutivo opera dentro lo stesso mercato che le decisioni dell’esecutivo muovono, il potere strutturale e quello politico cessano di essere distinti. Non è un funzionario corrotto da un interesse esterno. È lo Stato che ha interiorizzato la forma del fondo: detiene posizioni, le ribilancia, le dichiara a fasce, e nel frattempo governa le variabili che ne determinano il valore.
Giovanni Arrighi leggeva la finanziarizzazione spinta come il segnale dell’autunno di un ciclo egemonico: la potenza che non riesce più a guidare il mondo attraverso la produzione lo fa attraverso il denaro, e in quel passaggio mostra non la forza ma il proprio declino. Un conto presidenziale che assomiglia a un fondo speculativo non è un’eccentricità individuale: è un sintomo collocabile in una traiettoria storica. Naomi Klein aggiungerebbe che il disordine, lungi dall’essere il problema, è diventato la condizione di profitto: ogni urto regolatorio, gli annunci, le tensioni sono un’occasione per chi sta dalla parte giusta del paniere. Il rendiconto, del resto, lo mostra in filigrana: accanto ai singoli titoli ricorrono con regolarità i panieri settoriali sull’industria della difesa e sull’energia, gli stessi comparti che prosperano quando il mondo si fa instabile.
La guerra è il prodotto, il caos è la materia prima non è una frase a effetto, ma descrizione esatta di un meccanismo che le carte dell’ufficio etico, lette con attenzione, lasciano vedere.
Amministrazione di uno Stato o consiglio di amministrazione di una compagnia?
Resta la domanda più inquietante. È ancora lecito chiamare «amministrazione» quella che siede a Washington, o si descrive meglio la realtà chiamandola consiglio di amministrazione di una grande compagnia che ha smesso di essere la guida di una democrazia?
Max Weber aveva fissato, un secolo fa, il criterio che distingue lo Stato moderno da ogni forma di potere precedente: la separazione tra l’ufficio e chi lo ricopre. Nel potere patrimoniale premoderno il sovrano non distingueva tra l’erario e la propria cassa; nello Stato burocratico moderno quella distinzione è il fondamento stesso della legittimità, perché garantisce che la carica serva la funzione e non il titolare. Misurato su quel criterio, un conto intestato al capo dell’esecutivo che negozia, a fasce di milioni, i titoli delle società regolate dall’esecutivo non è una deviazione interna allo Stato moderno. È un ritorno, sotto vesti finanziarie, alla confusione patrimoniale che lo Stato moderno era nato per superare.
Il consiglio di amministrazione di una società quotata ha una logica precisa, e va riconosciuta per quello che è: massimizzare il valore per gli azionisti, gestire l’aspettativa di mercato, sincronizzare gli annunci con le posizioni. Misurata su questa logica, la sequenza di Pechino è perfettamente coerente. La delegazione di amministratori delegati è una presentazione agli investitori. L’annuncio dei jet è una comunicazione di mercato. Il rialzo che precede il vertice e ignora il suo esito magro è il comportamento di un titolo che reagisce alla narrazione, non ai fondamentali. Una democrazia rappresentativa non funziona così perché non deve massimizzare un valore per azionisti: deve mediare interessi confliggenti di cittadini che non possiedono quote e non ricevono dividendi. Quando il primo schema sostituisce il secondo, la parola «amministrazione» resta, ma designa un’altra cosa.
Le forme della democrazia americana restano in piedi: si vota, esiste un’opposizione parlamentare, un ufficio etico raccoglie e pubblica le dichiarazioni, una stampa indipendente le scava. Non siamo davanti alla fine dichiarata di una repubblica. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e, a suo modo, più grave: una repubblica le cui forme sopravvivono mentre la sostanza migra verso un altro modello, quello dell’impresa, senza che nessuno debba mai annunciare il passaggio. Marx, descrivendo un altro potere personale che si era eretto sopra la società facendone il proprio dominio privato, osservava che la storia, la seconda volta, si ripresenta come farsa. Oggi tutto avviene alla luce del sole, in un modulo pubblico, sotto la formula tranquillizzante che non esiste alcun conflitto.
Il riflesso italiano
Si dirà: è una vicenda americana, riguarda un altro ordinamento. Non è così, e la ragione interessa direttamente il lettore italiano.
I nodi che compaiono nel paniere presidenziale non sono astrazioni lontane. BlackRock è presente in modo capillare negli asset finanziari e industriali italiani; l’ecosistema della sorveglianza algoritmica al quale appartiene Palantir lambisce i sistemi di analisi dati delle pubbliche amministrazioni occidentali. La penetrazione di attori privati transnazionali nelle infrastrutture strategiche non avviene, di norma, attraverso un atto politico clamoroso: avviene per via tecnica e contrattuale, nodo dopo nodo, finché la sovranità non si scopre svuotata senza che un solo voto l’abbia formalmente ceduta. L’Italia, in questo, è da tempo un laboratorio.
La misura di quanto sia profondo il mutamento la dà la distanza da una tradizione che pure è stata italiana. Enrico Mattei aveva costruito uno strumento pubblico dell’energia per trattare con il mondo arabo fuori dallo schema delle grandi compagnie anglo-americane, affermando che la collocazione del Paese era una scelta politica e non un destino. Aldo Moro aveva pensato il Mediterraneo come spazio di autonomia e il dialogo con il mondo arabo-palestinese come dimensione propria dell’interesse nazionale. Quella tradizione muoveva da un’idea elementare: che esista una linea fra l’interesse del Paese e quello di chi, in quel momento, ne amministra le leve. È lo stesso confine che, a Washington, il rendiconto dell’ufficio etico mostra ormai cancellato. La sovranità che l’Italia ha smarrito per cessione tecnica è la medesima che, nella prima potenza del mondo, si è dissolta nel portafoglio di chi la incarna.
Il sovrano e il suo conto
La domanda da cui si era partiti – il presidente ha guadagnato? – è, alla fine, la porta d’ingresso, non la stanza. È la domanda che la formula «nessun conflitto di interessi» vuole che ci si fermi a porre, perché è quella a cui si può rispondere con una fascia di valore e un’alzata di spalle.
La domanda esatta è un’altra. Che cosa significa che la prima potenza del pianeta sia retta da un’autorità il cui conto titoli si muove, ogni giorno, lungo le stesse linee che le sue decisioni tracciano, e che premia la coreografia di un vertice più del suo esito? Gramsci, nel carcere, definiva la crisi come il momento in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in quell’interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Un conto sovrano che opera come un fondo è uno di quei fenomeni. Non l’anomalia di un uomo, ma il sintomo di un ordine che ha smesso di distinguere fra chi comanda e chi specula.
Le carte dell’ufficio etico americano non provano un reato. Provano qualcosa di più perturbante: che la separazione fra il potere e l’interesse, la linea su cui si reggono le repubbliche, è stata derubricata a formalità dichiarativa. Finché la si dichiara, tutto è in regola. È precisamente questo il punto in cui un’amministrazione smette di amministrare uno Stato e comincia a gestire una compagnia, senza che nessuno debba mai metterlo a verbale.
Note
[1] U.S. Office of Government Ethics, «Periodic Transaction Report (OGE Form 278-T), Donald J. Trump, President of the United States of America», deposito 8 maggio 2026, ricevuto OGE 13 maggio 2026, certificazione Heather Jones, https://extapps2.oge.gov/201/Presiden.nsf (documento pubblico, oltre 100 pagine).
[2] Saijel Kishan, Gregory Korte, «Nvidia Chips, Boeing Jets: Stock Traders Eye Trump in China», Bloomberg, 13 maggio 2026.
[3] OGE Form 278-T cit., voce 4 (Nvidia Corp., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari) e voce 40 (Nvidia Corp., «unsolicited», acquisto 6 gennaio 2026, fascia 500.001 – 1.000.000 dollari).
[4] OGE Form 278-T cit., voce 29 (Boeing Company Com., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari).
[5] Carl von Clausewitz, «Della guerra» (Vom Kriege, 1832), trad. it. Mondadori, Milano 1970, libro I, cap. 1, par. 24: «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi».
[6] Stephanie Lai, Gregory Korte, «Trump’s financial filings show 3,700 stock trades in three months», Bloomberg, 16 maggio 2026 (ripresa Business Standard, 16 maggio 2026).
[7] Dichiarazione di Matthew Tuttle, amministratore delegato di Tuttle Capital Management, riportata in Bloomberg, 16 maggio 2026.
[8] Dichiarazione di Eric Diton, presidente e amministratore delegato di The Wealth Alliance, riportata in Bloomberg, 16 maggio 2026.
[9] OGE Form 278-T cit., voci 79, 80, 81 (Goldman Sachs Group, Alphabet, Amazon, ordini 9 gennaio 2026, «Solicited Order, Discretion Exercised»); numerose altre posizioni marcate «UNSOLICITED» (voci 1, 9, 22, 32, 33, 40 e seguenti).
[10] Bloomberg, 13 maggio 2026: alla chiusura del 13 maggio Nvidia +2,3%, Tesla +2,7%, Boeing +1,6%, Micron +4,8%, Qualcomm +1,4% rispetto alla seduta precedente, sull’annuncio della delegazione.
[11] TradingKey, 14 maggio 2026: nella seduta del 14 maggio le azioni Nvidia toccano un massimo a 232,35 dollari, con un progresso che supera brevemente il 3 per cento; Boeing in rialzo di circa l’8,84 per cento nel mese sull’attesa della commessa cinese (24/7 Wall St., 13 maggio 2026).
[12] Quiver Quantitative, 14 maggio 2026: stime di rivalutazione delle posizioni dichiarate, calcolate dalla data di acquisto indicata nel modulo OGE. Le percentuali sono indicative e dipendono dal giorno di rilevazione; il dato OGE fornisce solo fasce di valore, non quantità esatte.
[13] «Underwhelming summit outcome in China brings Trump back to reality», Euronews, 15 maggio 2026; «Trump-Xi summit: The 3 big takeaways», CNBC, 15 maggio 2026.
[14] «Trump and Xi Close Beijing Summit: Warm Rhetoric, Nvidia H200 Deliveries Remain Stalled», TechTimes, 15 maggio 2026: nessun chip H200 spedito ai dieci compratori cinesi approvati, terre rare ancora circa il 50 per cento sotto i livelli pre-restrizione, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale.
[15] CNBC, 15 maggio 2026: Trump dichiara a Fox News che la Cina ordinerà 200 jet Boeing, «più dei 150 attesi dalla società», ma meno della metà dei 500 inizialmente ipotizzati.
[16] OGE Form 278-T cit., voce 40 (Nvidia, 6 gennaio 2026). Sul nesso temporale con l’autorizzazione del Dipartimento del Commercio: NOTUS, 15 maggio 2026.
[17] Sam Sutton, «Trump went big on tech stocks in first quarter of 2026, new filings show», CNBC, 15 maggio 2026; NOTUS, 15 maggio 2026.
[18] OGE Form 278-T cit., voci 248, 380, 404 (Palantir Technologies, acquisti 18 marzo e 2 marzo 2026, fasce da 50.001 a 250.000 dollari).
[19] OGE Form 278-T cit., voci 331 (BlackRock Inc., 18 marzo 2026), 267 e 594 (Blackstone Inc., 18 marzo e 2 marzo 2026), 79 (Goldman Sachs, 9 gennaio 2026).
[20] Soo Rin Kim, «Trump Bought Corporations’ Stock as His Administration Boosted Their Business», NOTUS, 15 maggio 2026; l’organizzazione Sludge ha dato per prima notizia del deposito.
[21] Dichiarazione del portavoce della Casa Bianca Davis Ingle, citata in CNBC, 15 maggio 2026, e in NOTUS, 15 maggio 2026: «President Trump’s assets are in a trust managed by his children. There are no conflicts of interest».
[22] Risposta di Eric Trump e di Donald J. Trump a un intervento della senatrice Elizabeth Warren su X, riportata in Fortune, 15 maggio 2026: gli attivi sarebbero investiti «in a blind trust by the largest financial institutions in broad market indexes».
[23] Sui trust ciechi dei predecessori: George H. W. Bush e Bill Clinton adottarono blind trust con supervisore indipendente; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono titoli azionari durante il mandato. Ricostruzione in Bloomberg, 16 maggio 2026.
[24] Noam Chomsky, Edward S. Herman, «La fabbrica del consenso. La politica dei mass media» (Manufacturing Consent, 1988), trad. it. Marco Tropea Editore, Milano 1998, cap. 1.
[25] Pierre Bourdieu, «La distinzione. Critica sociale del gusto» (La distinction, 1979), trad. it. il Mulino, Bologna 1983, sul potere del linguaggio legittimo.
[26] Susan Strange, «Stati e mercati» (States and Markets, 1988), trad. it. Il Saggiatore, Milano 1998, cap. 2, sul potere strutturale.
[27] Giovanni Arrighi, «Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo» (The Long Twentieth Century, 1994), trad. it. il Saggiatore, Milano 1996, sulla finanziarizzazione come segnale di autunno di un ciclo egemonico.
[28] Naomi Klein, «Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri» (The Shock Doctrine, 2007), trad. it. Rizzoli, Milano 2007, introduzione.
[29] OGE Form 278-T cit.: ricorrono a più riprese posizioni in ETF settoriali State Street SPDR (Industrial Select, Energy Select) e in fondi indicizzati S&P 500, in numerosi casi marcati «UNSOLICITED» (cfr. voci 20, 42, 178, 197, 476 e seguenti).
[30] Max Weber, «Economia e società» (Wirtschaft und Gesellschaft, 1922), trad. it. Edizioni di Comunità, Milano 1961, sulla distinzione fra appropriazione patrimoniale della carica e amministrazione burocratica moderna fondata sulla separazione fra l’ufficio e chi lo ricopre.
[31] Karl Marx, «Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte» (1852), trad. it. Editori Riuniti, Roma 1964, sulla figura del potere personale che si erge sopra la società e ne fa il proprio dominio privato.
[32] OGE Form 278-T cit., voci 248 e seguenti (Palantir Technologies, classe A).
[33] Antonio Gramsci, «Quaderni del carcere», Quaderno 3, par. 34, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».

(dagospia.com) – Il disgregamento interno di Fratelli d’Italia, dopo tre anni di melonismo senza limitismo, con la batosta del referendum si avvicina sempre più alla soglia dell’implosione.
Con il familismo issato al potere – Giorgia a Palazzo Chigi, Arianna a via della Scrofa – le crepe son diventati crepacci, gli intrighi si son trasformati in complotti, il sentimento della responsabilità istituzionale è stato via via sostituito dalla prevalenza del più forte – come abbiamo impietosamente raccontato nel Dagoreport dei giorni scorsi.
Al rosario di faide sgranato dalla Fiamma, ora si aggiunge un’altra rogna di nome Fabio Rampelli, di professione architetto, ex nuotatore, fondatore nelle grotte di Colle Oppio, 70 metri quadri ricavata tra i ruderi delle Terme di Traiano, della sezione “I Gabbiani” (amavano, oltre a Tolkien, Richard Bach).
Il fondatore della storica corrente romana del Fronte della Gioventù, che agli inizi degli anni ‘90 ha svezzato e formato, tra canti del corno e anelli magici, l’allora quindicenne Giorgia con la sorellina maggiore Arianna, Fazzolari, Mollicone, Giuli, Lollobrigida, Gian Paolo Rossi, Emilio Scalfarotto e molti altri capoccioni oggi al potere, è oggi un mito rinnegato dei Fratelli di Meloni.
Nel 2018, Rampelli tocca il culmine con l’elezione a vicepresidente della Camera perché il suo predecessore Lorenzo Fontana (leghista) si è dimesso per diventare ministro.
Dopo di che, la neo Ducetta si porta via tutti i “gabbiani” e chiude i conti con la mistica (e la cotica) di Colle Oppio, preferendo circondarsi di ‘’yes-men”.
A Rampelli non resta altro che ingoiare la polvere del “parricidio”: già rottamato per le comunali capitoline (quando Arianna gli preferì il Carneade Enrico Michetti) e quando c’è stato da formare il governo, la botta più umiliante per il Gabbianone arriva con la scelta di candidare alla Regione Lazio il presidente della Croce Rossa Francesco Rocca, uno con zero esperienza politica.
Ma la ruota gira, l’ombra della sconfitta si avvicina, la Ducetta ha perso lo smalto, dopo la caporetto del referendum e l’invincibilità dei primi tre anni dei Camerati d’Italia lascia il posto a una guerra per bande dei vari gerarchetti rimpannucciati, all’insegna: meglio occupare tutto l’occupabile.
E cosi abbiamo assistito alla nomina a consigliere di amministrazione dell’Enel di Alessandro Monteduro, investitura che per ovvie ragioni di opportunità lascia per lo meno perplessi, ricoprendo il ruolo di capogabinetto del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano (con delega all’intelligence).
Mentre l’altra eminenza nera della Fiamma Tragica di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari si ritrova il suo capo della segreteria tecnica, già assessore alla Gioventù del Comune di Fiumicino, Emilio Scalfarotto, nel CdA di Fincantieri e PostePay.
Nell’elenco sterminato di posti e prebende per i fedelissimi brilla immancabile l’assenza del “padre fondatore” Rampelli, il quale ne avrebbe piene le scatole di tale “rimozione” e ieri il Reietto di Colle Oppio si è autocandidato a scendere in campo nella primavera del ’27 contro il bis capitolino di Robertino Gualtieri.
All’Ansa il Gabbianone azzoppato ha dichiarato quanto segue: ‘’Sto bene dove sto, ma la politica, almeno per come io l’ho interpretata da quando ero ragazzo, è innanzitutto disponibilità verso gli altri e quindi se qualcuno mi dovesse chiedere di scendere in campo non sarei in condizione sicuramente di dire no”.
Anche se trattasi di una candidatura a perdere, contando Gualtieri l’appoggio non solo del Pd ma anche del primo e filo-governativo quotidiano di Roma, ‘’Il Messaggero” (avendo il sindaco Gualtieri “concesso” a Caltagirone la guida della municipalizzata Acea), ‘’Pa-Fazzo’’ Chigi e via della Scrofa vedono l’autodesignazione di Rampelli come il fumo negli occhi.
E ora, se Rampelli non rincula prima, che faranno Meloni e i vari Fazzo: continueranno a sbattere la porta in faccia al loro ex ideologo di Colle Oppio che nel 2012 partecipò alla scissione del PdL guidata da Meloni-La Russa-Crosetto?
Essì: il Gabbianone oggi tra sé e sé dovrà ammettere che Alleanza Nazionale di Fini, con tutte le sue svolte alla Terme di Fiuggi, era molto più libera dei Fratellini di Meloni. Amorale della fava: alla fine si stava meglio quando si stava peggio….

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Davanti al numero record di italiani con un’assicurazione sanitaria, raddoppiato in dieci anni, s’impone una domanda: i 21,6 milioni di cittadini che oggi possiedono una polizza – contro gli 11 milioni del 2015 qui – possono davvero considerarsi al riparo dal malfunzionamento del Servizio sanitario nazionale (Ssn)? I numeri ovviamente comprendono non solo il titolare della polizza, ma anche il nucleo familiare a cui è estesa la copertura. Subito dopo se ne impone un’altra: se l’obiettivo principale di chi stipula un’assicurazione è saltare le liste d’attesa, perché invece di diminuire si sono così ingolfate da rappresentare uno dei principali problemi del Paese? Certamente, la carenza di medici e infermieri è un problema reale, ma non può essere un alibi eterno. Come ricorda l’Ufficio parlamentare di bilancio nel report del 31 marzo: «Si è osservata una ripresa significativa dei reclutamenti nel Ssn, con un incremento complessivo di 64.800 unità tra il 2018 e il 2024» (qui). Vediamo, allora, che cosa si nasconde dietro il sistema delle assicurazioni sanitarie che si sta sviluppando in parallelo a quello pubblico, sfruttandone le difficoltà e lasciandogli in carico i malati più gravi e le cure più costose. Si tratta di un modello che cresce silenziosamente, senza regole chiare a tutela dei pazienti e, perfino, con sostegni pubblici.
Nel 66% dei casi le polizze coprono visite ed esami già previsti dal Servizio sanitario nazionale, ma con tempi più rapidi; solo il 33% riguarda prestazioni escluse, prevalentemente odontoiatriche (Upb qui pag. 3). Le coperture assicurative si dividono in tre grandi gruppi: il primo coinvolge 13,1 milioni di persone coperte da fondi sanitari legati ai contratti collettivi e agli ordini professionali: metalmeccanici, commercio, edilizia, industria, banche, artigiani, dirigenti, autisti, giornalisti, avvocati, notai e commercialisti. Il costo medio è di 159 euro l’anno, con un aumento di 25 euro rispetto al 2021 (qui).
Il secondo gruppo riguarda 3,9 milioni di lavoratori con polizze aziendali, il cui costo medio è di 120 euro l’anno, 32 in più rispetto al 2021 (qui). Per i lavoratori dipendenti di entrambi i gruppi, le polizze sono spesso utilizzate per facilitare le trattative sindacali e vengono proposte dai datori di lavoro come compensazione ad aumenti salariali insufficienti rispetto alla crescita dei prezzi. Infine il terzo gruppo: 4,6 milioni di persone che hanno polizze individuali, con un costo medio di 361 euro, ma che può arrivare fino a 3.600 euro assicurando rimborsi più alti sulle prestazioni effettuate. Un mercato che complessivamente vale 4,4 miliardi di euro.
Concentriamoci sui primi due gruppi, che rappresentano il 78% degli assicurati. Con i premi per assistito così bassi, pagati in tutto o in parte dal datore di lavoro, quale reale copertura viene offerta al paziente? Le limitazioni sono significative: a) per non anticipare i soldi, bisogna rivolgersi solo alle strutture indicate dall’assicurazione, che decide sempre se autorizzare o meno la prestazione richiesta; b) le franchigie a carico dell’assicurato e/o bisogna fare i conti con una percentuale da pagare sul costo della prestazione (in gergo è lo scoperto; c) le polizze hanno dei tetti di spesa oltre i quali l’assicurazione non rimborsa più nulla; d) il premio aumenta con l’età dell’assicurato. Vediamo qualche esempio in via generale, poiché le coperture dipendono dal piano stipulato: meno paghi e meno ne hai.
Con UniSalute, che per la compagnia Unipol gestisce le coperture di 11 milioni di assistiti, i ricoveri sono coperti al 90% nelle strutture convenzionate con l’assicurazione, e al 70% in quelle esterne, con una franchigia minima di 100 euro e un massimale di 160 mila euro per nucleo familiare, cioè i coniugi e i figli. A prima vista il tetto di 160 mila euro può sembrare alto, ma in realtà pochi utilizzano la polizza per i ricoveri, proprio perché l’intero costo in strutture non convenzionate lo anticipa il paziente che solo in seguito riceverà il rimborso. Un intervento di protesi d’anca costa mediamente 20 mila euro: il paziente li dovrà tirare fuori, l’assicurazione poi gliene rimborserà 14 mila e a suo carico ne resteranno 6 mila. Motivo per cui ci si rimette in fila nella struttura pubblica.
Il Fondo Est, previsto dal contratto collettivo nazionale di Terziario, Turismo e Servizi, rimborsa le visite specialistiche sempre solo nelle strutture scelte dall’assicurazione, con franchigia di 20 euro e limite di spesa annuo di 700 euro. Per gli esami diagnostici, la franchigia è 35 euro. Per quel che riguarda gli interventi bisogna fare attenzione a ogni singolo piano perché non proprio tutti sono autorizzati. Le cure oncologiche hanno coperture molto limitate: il Fondo Est rimborsa 6 mila euro l’anno terapie come chemioterapia, radioterapia e dialisi. Prendendo come riferimento le tariffe medie di un ospedale pubblico specializzato nella cura dei tumori, una singola seduta di chemioterapia per il tumore al polmone costa 12 mila euro e ne va fatta una al mese per almeno due anni. Poi con il pensionamento la polizza fornita dal datore di lavoro si interrompe. Solo 500 mila persone, pari al 3,8% degli assicurati, riescono a mantenerla, ma siamo nella fascia alta dei premi.
Il sistema però cresce anche grazie alle leggi che prevedono delle agevolazioni fiscali (Disposizioni urgenti in materia previdenziale qui art. 9 bis; Tuir qui art. 15, comma 1, lettera C; qui art. 51, comma 2 lettera A e art. 3; e qui art. 95, comma 1). Per i fondi sanitari, il datore di lavoro anziché versare i contributi previdenziali ordinari del 23,8%, paga solo il 10%, e gli importi sono integralmente deducibili ai fini Ires e Irap, come costi del personale. Per il lavoratore, i costi della polizza a proprio carico non concorrono a formare reddito fino a 3.615,20 euro l’anno. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’insieme di questi vantaggi fiscali e contributivi vale 1,7 miliardi di euro l’anno: 1,1 miliardi di minori tasse, e 600 milioni di minori contributi previdenziali (Upb qui pag. 19). In più le spese non rimborsate sono detratte al 19% e per le polizze individuali la stessa detrazione vale anche sulle spese rimborsate. Significa che parte della spesa sanitaria privata viene di fatto sostenuta dallo Stato.
Intanto le compagnie assicurative stanno entrando direttamente nella gestione sanitaria attraverso l’acquisto di strutture.
Nel dicembre 2022, UnipolSai acquista il Centro Medico Santagostino, una rete di 46 poliambulatori presenti in Lombardia, Emilia‑Romagna, Liguria e Lazio (qui).
Nel giugno 2024, Generali crea con il Gruppo San Donato una società per aprire 100 ambulatori entro il 2030, dichiarando una «partnership strategica al servizio del Paese» (qui).
Nel febbraio 2026, Reale Mutua acquisisce l’80% di Lifenet Healthcare, attiva in cinque regioni (Lombardia, Piemonte, Lazio, Toscana, Emilia‑Romagna) con 16 ambulatori, 4 cliniche oculistiche e 5 ospedali accreditati con il Ssn, tra cui il Policlinico Casilino di Roma (qui).
La finalità è chiara: allargare il sistema in modo che il maggior numero di prestazioni siano erogate dalle strutture di proprietà di chi stipula le polizze e rimborsa le prestazioni. Questo consente di governare meglio l’offerta, indirizzare la domanda e, di conseguenza, ottenere condizioni economiche favorevoli. E siccome l’obiettivo dell’operatore privato è il profitto, è inevitabile che le migliori condizioni economiche si ottengano risparmiando sul numero e sulla qualità delle prestazioni erogate. A questo proposito c’è il dato dell’Osservatorio sui consumi sanitari finanziati privatamente (Ocps del Cergas-Bocconi): mentre negli ultimi anni sono aumentati gli assicurati, i premi incassati e i prezzi delle polizze, la quota che torna in prestazioni è sempre ferma al 70%.
(…) siccome l’obiettivo dell’operatore privato è il profitto, è inevitabile che le migliori condizioni economiche si ottengano risparmiando sul numero e sulla qualità delle prestazioni erogate.
E allora che garanzie dà un sistema dove chi vende le polizze è anche il fornitore diretto delle prestazioni sanitarie? Chi tutela il cittadino dai rischi di prestazioni inappropriate, della mancata erogazione delle cure necessarie o di scarsa qualità? E quando poi le grandi compagnie avranno conquistato una posizione dominante, anche le tariffe delle polizze raggiungeranno ben altre vette.
La tendenza del disimpegno pubblico la stiamo vedendo proprio in questi giorni anche sui medici di famiglia: mentre le Regioni compatte vorrebbero avere la possibilità (almeno in via residuale) di assumere i medici di medicina generale per garantire migliore assistenza ai pazienti, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (farmacista) scavalca il ministro Schillaci con questa dichiarazione: «Fratelli d’Italia resta contraria all’ipotesi di far diventare medici di famiglia dipendenti pubblici, la via prioritaria non può che essere la convenzione».
Quando le cose vanno bene sono «tutti meloniani», ma le correnti continuano a esistere nell’ombra. I referenti nazionali sono pochi. E a scavare sul territorio si trovano nuclei minori pronti a sterzare

(Lisa Di Giuseppe e Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Dentro Fratelli d’Italia è partito il conto alla rovescia: quanto manca alle politiche? Certo, conterà anche la legge elettorale e con le preferenze qualcosa potrebbe cambiare, ma nel partito si sa che comunque la struttura è piramidale, e bisogna avere i propri santi in via della Scrofa per sperare in una ricandidatura.
Santi che sono sempre gli stessi, seduti al tavolo che conta accanto alla leader Giorgia Meloni, ma divisi sempre più in gruppi di potere e sottocorrenti. Che poi, almeno a parole, sono «tutti meloniani», ma che – anche per origini differenti e diversi percorsi politici – finché le cose vanno bene si amalgamano, ma non dimenticano mai che in passato si guardavano in cagnesco.
A rimanere sempre sulla cresta dell’onda, sia per capacità di sussurrare all’orecchio della presidente del Consiglio che di manovrare le situazioni, è il presidente del Senato Ignazio La Russa. Nessuna delle sue gaffe – le ultime come al solito sul 25 aprile – ne hanno appannato la credibilità interna e la sua voce rimane tra le più ascoltate. Supervisiona con pugno di ferro il partito in Lombardia, sua regione d’adozione, ma ha sempre anche un occhio di attenzione sulle dinamiche in Sicilia, sua terra d’origine.
Dopo la promozione dell’amico d’infanzia Gianmarco Mazzi a ministro del Turismo e la nomina come sottosegretario alla Cultura del vicesindaco di Palermo Giampiero Cannella, la vera operazione a cui il presidente sta lavorando da mesi è quella per il candidato sindaco della sua Milano e il nome da lui avanzato è quello del leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Secondo La Russa, che in Lombardia sposta voti, sarebbe il candidato ideale per insediare il fortino del centrosinistra grazie al sostegno cattolico, così da propiziare anche la possibilità di rivendicare per FdI il candidato in regione al posto del leghista Attilio Fontana.
Il preferito di La Russa sarebbe ancora l’attuale sottosegretario Alessio Butti, ma con la consapevolezza che intanto è necessario preparare il terreno. La Sicilia, invece, sta dando più pensieri: il partito è commissariato e in mano a Luca Sbardella, che in più voci descrivono estenuato dalla gestione impossibile di un partito locale piagato da faide interne, esplose dopo l’inchiesta che ha colpito alcuni esponenti in giunta con Renato Schifani. Anche qui La Russa ha sempre protetto i suoi (e la nomina di Cannella a Roma va letta in quest’ottica) e continuerà a farlo, e anche per questo il lavoro di Sbardella – chiamato a mettere ordine – è decisamente complesso.

Progressivamente più complesso è diventato invece il ruolo della sorella della premier, Arianna Meloni. Sempre in giro sui territori come responsabile della segreteria politica del partito, tutti la considerano già candidata naturale in qualche collegio e dunque in pienissima campagna elettorale per costruirsi un profilo nazionale. «Viaggia con l’estintore», ironizza qualcuno per descrivere quanto sia surriscaldata la situazione in molte regioni per colpa proprio della cecità dei vertici di via della Scrofa, con lei e Giovanni Donzelli sul banco degli imputati.
Dalla sua, Arianna Meloni ha il bollino dell’intoccabilità: troppo vicina alla premier perché qualcuno si azzardi a dire qualcosa. Tuttavia, fanno notare i detrattori, è un fatto che ormai le regioni non commissariate si contino sulle dita di una mano: «E a breve toccherà anche alla Puglia e alla Campania», confida un dirigente.
Proprio in Puglia, Meloni ha tentato di calmare la rivolta in atto contro Marcello Gemmato, contemporaneamente sia sottosegretario che coordinatore regionale, nonché stretto amico di famiglia delle sorelle, con cui da più estati passa le vacanze. Proprio il suo è uno di quei nomi da cui passa la credibilità interna di Arianna Meloni: Gemmato è tanto amato a Roma quando odiato in Puglia, dove gli viene imputata la sconfitta a tutte le elezioni amministrative, oltre ad una mancanza di consensi personali.
«É lui il punto debole di Meloni», arrivano a dire i suoi detrattori, che ipotizzano alle politiche il tracollo proprio in questa regione e si sarebbero aspettati un interventismo diverso da parte di Arianna, proprio per zittire le critiche di amichettismo. Non c’è solo la Puglia, dove è stata in settimana senza riuscire a risolvere le tensioni. Anche in Sicilia, dove era due settimane fa, non ha potuto che constatare lo stato di tensione nel partito. Questo le imputa chi non sta apprezzando la sua gestione: aver ignorato la guerra tra bande a livello locale, crescendo così un partito gigante ma coi piedi d’argilla.

«Lollo è il miglior amico di Fazzolari» è la risposta dei dirigenti di partito quando si prova a indagare su possibili dinamiche interne. Le amicizie, però, vanno curate, e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida negli anni da capogruppo ha saputo creare legami sempre nuovi e duraturi sul territorio, sicuro che il suo amico a palazzo Chigi fosse sempre al suo fianco, occupandosi però d’altro.
Ufficialmente l’ex cognato di Meloni ha mollato la testa del gruppo: al suo posto adesso in parlamento c’è Galeazzo Bignami mentre a coordinare i territori pensa Giovanni Donzelli. Sulla carta, perlomeno, perché alcune delle amministrative in calendario tra una settimana per lui sono delle partite del cuore, soprattutto quelle di Santa Marinella e Albano.
La provincia di Roma è il suo feudo e le campagne sono gestite in coabitazione con il suo maestro e vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, finito però ormai ai margini del partito: da tenere d’occhio ci sono dunque Damiano Gasparri a Santa Marinella e soprattutto Massimo Ferrarini ad Albano Laziale, di fatto luogotenente in provincia del ministro. Ma il suo «gruppo di lavoro» come lo chiama qualcuno, è folto: ci sono da sempre i parlamentari di zona Angelo Rossi, Giorgio Salvitti, Alessandro Palombi e Luciano Ciocchetti, oltre al senatore Marco Silvestroni. Qualcuno attribuisce alla corrente anche Gianluca Caramanna, mentre sono sicuramente confluiti – anche se nel cuore sempre Gabbiani, appartenenti alla corrente di Rampelli – nomi come quello dei senatori Lavinia Mennuni, Marco Scurria e Andrea De Priamo, oltre al presidente della commissione Cultura Federico Mollicone.
Ma anche fuori da Roma Lollobrigida resta il punto di riferimento di chi porta il verbo di Meloni sul territorio molto più di Donzelli, oltre a fare da interlocutore per chi si occupa di agricoltura, uno su tutti il presidente della commissione competente al Senato Luca De Carlo.
Sui territori a lui risponde per esempio il deputato Carlo Maccari in Lombardia, mentre anche figure più autonome come il capogruppo a Bruxelles Carlo Fidanza e il presidente di commissione alla Camera Marco Osnato, in origine più zona destra sociale, lo guardano da pari a pari. Ma le spartizioni territoriali che riconducono tutte a “Lollo” non finiscono qui.
Dalla destra sociale provengono infatti anche il ministro delle Imprese Adolfo Urso, il deputato Silvio Giovine e l’europarlamentare Elena Donazzan in Veneto, contrapposti a livello locale a De Carlo, mentre il senatore Raffaele Speranzon sta cercando di ricavarsi una certa autonomia. In Friuli, prima Lollobrigida e ora Donzelli (a sua volta vicino al capogruppo Bignami e al suo clan di gasparriani) assistono al derby tra il ministro Luca Ciriani e il presidente di commissione Lavoro alla Camera Walter Rizzetto.
In Piemonte si sfidano l’ex gasparriana Augusta Montaruli e il collega deputato Fabrizio Comba, cresciuto sotto l’ala di Guido Crosetto. Al sud, la Campania è in mano al viceministro salernitano Edmondo Cirielli e si sta cercando il rilancio su Napoli attraverso la commissaria deputata Marta Schifone. In Basilicata comanda l’ex M5s Salvatore Caiata e in Calabria c’è la sottosegretaria Wanda Ferro. Sarebbe semplicistico attribuire tutti a un correntone lollobrigidiano, ma senz’altro c’è un canale aperto con tutti.

Mentre Lollobrigida cura il partito, Fazzolari segue il governo. Non c’è decisione di peso in questi anni che non sia passata per le sue mani, dalle nomine alle partecipate alla scelta dei ministri. Dei fatti di partito, raccontano, il mentore di Meloni non si interessa più troppo, salvo dare indicazioni pratiche su come gestire di fronte ai media la comunicazione, il famoso “Mattinale” che finisce sui cellulari di tutti i parlamentari.
«Fazzolari si rapporta a giro con tutti, in base a quel che gli serve in quella fase per il governo» dice un dirigente. Certo, quelli a cui – al contrario – lui non butta mai giù il telefono sono i collaboratori dell’Ufficio studi: i più citati sono sempre i deputati Francesco Filini e Sara Kelany, ma dello stesso giro faceva parte anche Emanuele Merlino, il caposegreteria tecnica assegnato – suo malgrado – ad Alessandro Giuli, considerato a sua volta un corpo estraneo dal partito. Il ministro della Cultura poi l’ha licenziato provocando le ire del sottosegretario (che Meloni ha accettato di gestire, pur di tenere Giuli al suo posto). Nelle vicinanze di Fazzolari e del giro Ufficio studi viene collocato spesso anche Maurizio Leo, viceministro all’Economia e tecnico esperto. Alla fine, sempre meglio avere dei numeri affidabili a portata di mano.
Lo scrittore: «La politica ha deluso, non parla della vita reale»

(Federico Monga – lastampa.it) – Intanto una buona notizia, il Napoli sta già vincendo 2-0, è quasi in Champions League. I giovani sono il tema del Salone di quest’anno. Le nuove generazioni leggono Saviano?
«Dipende. C’è un pezzo di mondo giovanile che è meraviglioso agganciare perché non c’è, almeno da parte mia a 50 anni suonati, il tentativo di motteggiare, di imitarne il linguaggio. Però, per esempio, quando aggancio i più giovani sui social, soprattutto YouTube, sento che cercano un tempo più lungo di approfondimento, quasi che stanchi dell’immediatezza di social come Instagram e TikTok volessero una dilatazione della riflessione. Si vede anche qui al Salone.
Hanno voglia di fare Politica?
«C’è una fetta di ragazzi impegnati soprattutto sull’ecologia, come ero anche io, e un altro più riflessivo che dalla politica è molto deluso».
Al referendum c’è stata una forte partecipazione.
«Non si votava per un partito e questo ha fatto la differenza. Quindi attenzione all’entusiasmo, bisogna lavorare ancora molto per avere il consenso delle fasce più giovani, deluse da una politica che secondo me è senza idee. C’è stato un momento in cui l’idealità poteva bastare, ora no, serve progettualità. Prendiamo un dato per tutti: l’Italia non è solo, come ripetono le destre, la meta dell’immigrazione dal Nord Africa, dall’Italia si emigra».
Perché i ragazzi se ne vanno?
«È semplice, non ci sono soldi. La qualità della vita in Italia continua a essere ottima, ma ti pagano a tre mesi, a quattro, precariato assoluto, segnalazioni necessarie da parte della politica. Bertrand Russell diceva che quando c’è un raccomandato che non vale niente il sistema è sano ma quando chi è capace deve cercare una protezione, come in Italia, allora non va bene più. Ecco perché le persone vanno negli Stati Uniti, dove la qualità della vita è insopportabile però se sei abile e ti impegni lo stipendio arriva. Oggi forse è diverso ma fino a poco tempo fa non era impossibile entrare all’università americana mentre è proibitivo in quella italiana. E i partiti non ne parlano».

Cosa pensi dei trapper che cantano “tengo la pistola nel cassetto” tu che vieni dalla città di Pino Daniele, che denunciava la camorra in modo diverso?
«Non tutta la musica rap, che seguo molto, mi piace. Questo tipo di racconto violento è fatto per raggiungere autenticità. Tuo papà dice magari studia, impegnati, la mamma dice di comportanti bene e poi esci da quel contesto e vedi che in strada vince il più figlio di puttana, il modello opposto, il più bastardo. E allora la musica arriva in qualche modo in soccorso, tengo la pistola nel cassetto, mi compro le donne, ’fanculo tutti, i denti d’oro».
Sono versi disgustosi.
«Proprio perché disgustosa questa roba attrae, ti dà una via artistica iperbolica, autentica perché lì fuori il mondo è crudele, vince il peggiore. Capisco che sembri un’istigazione ma non credo che la musica debba prendersi il compito di contrastare, la musica racconta. Quei versi suggeriscono più verità rispetto alla rappresentazione che si vede in giro. A volte trovo nella musica rapper molta più verità che in certi libri o in certi articoli, che tendono a essere equidistanti, pedagogici».

La politica parla poco di mafie.
«Anche i media parlano pochissimo di criminalità organizzata che invece sa utilizzare i social per fare proselitismo, occupare un territorio da conquistare».
Ripeti spesso che Gomorra ti ha rovinato la vita. In questi vent’anni hai pensato a un romanzo che avresti voluto scrivere e non l’hai fatto?
«Tantissimi. Ma è quasi una vita parallela, nel senso che prima o poi sbarcherò sul romanzo storico, il genere che in questi anni ho tenuto sempre in un piano parallelo, secondario rispetto all’urgenza della ferita. Quando parlo di Gomorra come della mia rovina è perché a un certo punto un libro come quello ti fissa in un ruolo in cui chi ti segue, in cui ti riconosce quando sei in battaglia. È o un grande peso, perché non sei solo quello, o a volte non ne puoi più. Qui ci siete voi ma poi in tribunale sei solo, perché gli attacchi che si ripetono da parte dei populisti non si rivolgono ai tuoi nemici ma ai tuoi sostenitori, agli amici per instillare loro il dubbio che sbaglino».
Tu hai sempre raccontato The Dark Side della società, il suo lato oscuro, ma non ti è mai venuta voglia invece di parlare d’amore?
«Ci ho provato nell’ultimo libro, “L’amore mio non muore”. Prima o poi, lo so, scriverò un romance, ma è difficilissimo».
Saresti capace, tu giornalista e scrittore, di fare il i ministro della cultura?
«Mi è stato proposto una volta, ho detto di no. Il mio lavoro è un altro, ovviamente affascina sempre poter avere le leve in un paese come il nostro per poter cambiare qualcosa in ambito culturale, ma continuerò a scrivere».
La destra provato a scardinare l’egemonia culturale. Un bilancio?
«È un fallimento assoluto ma è un male, non è un bene. Sono un grande lettore di destra, anche di estrema destra, Spengler, Jung, Kashmir, ho stima per Giordano Bruno Guerri, ho letto il libro di Veneziani su Vico, l’ho trovato molto bello. Il problema non è la destra. È che hanno dato tutto, l’arte, il cinema, tutto in mano ai peggiori, non hanno dato tutto in mano alla destra, hanno dato tutto in mano a non professionisti, a persone non capaci».

(estr. di Massimo Villone – ilfattoquotidiano.it) – […] La dura sconfitta referendaria ha terremotato la destra e archiviato la riforma costituzionale del premierato. Meloni ha tentato di rilanciare l’azione di governo nel question time del 13 maggio. Ma le fibrillazioni nella maggioranza aumentano, mentre il contesto geopolitico, le condizioni della finanza pubblica e le debolezze dell’economia vanificano risultati e promesse.
Guardiamo alla rinnovata attenzione rivolta al Sud. La cabina di regia tra l’esecutivo e i presidenti delle regioni del Mezzogiorno acquista una particolare centralità dopo i segnali negativi nel Sud venuti alla destra dal referendum. Ma come si affianca all’autonomia differenziata, che tuttora procede? In Conferenza unificata Puglia e Campania hanno detto no alle pre-intese di Calderoli. Hanno presentato documenti, e la Puglia ha anche istituito una commissione di esperti a supporto all’esecutivo regionale contro l’AD. Chiamarli a far parte della cabina di regia sembra più rispondere all’obiettivo di ingabbiare i presidenti in un contesto che li condiziona. Soprattutto sapendo che le risorse disponibili sono assai scarse, e il vantaggio atteso da chi pretende l’AD assomma a centinaia di milioni.
[…] Si aggiunge il 13 maggio l’approvazione definitiva in Senato di una legge costituzionale – di cui si è parlato poco o nulla – di modifica dello Statuto del Trentino-Alto Adige, che ne amplia considerevolmente l’autonomia speciale. Un assist, ovviamente, per le altre autonomie speciali (Calderoli ricorda che la richiesta a Meloni era venuta da tutte). Ma interessa anche alle regioni ordinarie coinvolte nell’AD, che trova argomenti proprio nell’avvicinamento alle speciali. Va inoltre ricordato il voto in prima lettura alla Camera il 29 aprile della legge su Roma capitale (A.C. 2564-A). Anche qui maggiori poteri e risorse, e non meravigliano le pretese già avanzate da Milano e Venezia. È probabile che altre città metropolitane seguano.
I patrioti frantumano la patria. Poi pensano di incollarne i pezzi con una legge elettorale fondata sulla retorica governabilità-stabilità e sull’investitura del capo. È il mantra che sostiene l’AC 2822 (detto anche Stabilicum o Melonellum). La chiave per decifrare l’obiettivo della proposta è il premio di maggioranza. Guardando alla Camera, perché 70 deputati e non 60, 50, 40, o addirittura un premio variabile? Perché un tetto a 230 per il totale dei seggi conseguibili?
In realtà, l’estensore ha scritto la proposta con un reverse engineering. Ha preso i risultati del voto 2022, e ha costruito l’AC 2822 in modo da ripeterne sostanzialmente l’esito. Lo dimostra una simulazione da me fatta con l’intelligenza artificiale applicando lo Stabilicum al voto Camera 2022 (si può leggere sulla mia pagina Facebook). Al centrodestra 224 seggi, solo una decina in meno di quelli effettivamente ottenuti. E aggiungendo qualche eletto dal voto estero e da Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige (esclusi dal modello – proporzionale più premio – dello Stabilicum, e qui si capisce l’importanza della modifica dello statuto trentino) avrebbe valicato anche il tetto dei 230 deputati. Così puntando al 60% dei seggi, e raggiungendo o superando le maggioranze richieste per gli organi di garanzia. Analogo ragionamento vale per il Senato, con ulteriori problemi dati dalla base regionale richiesta dall’art. 57.1.
[…] Ma l’AC 2822 danneggia la Lega (molto) e FI (meno) a favore di FdI. La simulazione mostra un danno crescente con la diminuzione del premio. Il problema imporrà una trattativa sulla assegnazione di posti sicuri nei listini, che dovranno quindi rimanere necessariamente bloccati. Aggiungendo questo all’eccessiva disproporzione tra voti e seggi, e ai dubbi sul Senato, si conclude che l’AC 2822 non rispetta la Carta, come dicono oltre 120 costituzionalisti. La situazione non cambia con le modifiche che la maggioranza sta considerando (alzare la soglia dal 40 al 42%, e diminuire – di poco – il premio). In tutte le modulazioni rimangono cadaveri eccellenti: il parlamento, la libertà di scelta di chi vota. Si intravede un piano inclinato – chiunque vinca – verso l’autocrazia. Mentre è dubbio che i custodi della Costituzione – Capo dello Stato, Consulta – siano in grado di alzare argini insuperabili. Rimane la battaglia politica.
I templi di stabilità e governabilità di un tempo mostrano come sia oggi un’illusione ingannevole l’investitura popolare del capo. Basta guardare a Starmer o a Macron, per non parlare degli Stati Uniti e di Trump. Per l’Italia, la vera riforma sarebbe invertire la rotta. Ritengo da tempo preferibile un proporzionale di collegio (come il Senato pre-1993). Ma sulla riforma elettorale bisogna stare in campo senza dimenticare il Melonellum. Il progetto per il prossimo voto? Una Repubblica davvero una e indivisibile in cui tornare a fare politica.
Rotta la soglia del tollerabile quanto a disuguaglianze

((estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] Professore, esiste e si sta propagando la suggestione, a metà tra profezia e speranza, che, il truce capitalismo trumpiano farà risorgere il comunismo. Condivide la profezia oppure tocca ferro?
Fino a ieri si è detto che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Come se il capitalismo fosse un destino ineluttabile, un prodotto della natura anziché una forma storica. Non ci sono elementi per concludere che sia arrivato al capolinea. Si è di sicuro trasformato: da capitalismo a trazione finanziaria a tecno-capitalismo, alleandosi con le destre più illiberali. Ma la questione è che il capitalismo genera disuguaglianza. Non a caso si parla di ri-feudalizzazione. Tuttavia c’è un limite, un punto di rottura, oltre il quale le disuguaglianze che colpiscono miliardi di persone non sono più sostenibili. Quel limite è stato superato. Un segnale è il consenso tributato a quelle destre, favorite dalla resa della sinistra riformista ai dogmi neoliberisti. Ora che questo consenso pare esaurirsi bisogna domandarsi quali forme assumerà la risposta alla crisi.
Bandiera rossa la trionferà?
Viene in mente l’ultimo Lenin, per il quale il capitalismo educa alla lotta la stragrande maggioranza della popolazione globale. Ma non credo che la lotta si risolverà nella riscossa dell’idea comunista. Qualche elemento potrà sopravvivere e rivelarsi utile, ma indietro non si torna.
Lei dice che è un’idea impossibile da praticare o da replicare?
Il problema è come si è realizzato, a quale prezzo, con quali sacrifici per la libertà dell’individuo. L’incubo, l’esito totalitario, il terrore era implicito nelle premesse stesse del sogno di emancipazione? Ma basta questo per accantonare ogni politica di redistribuzione? Per considerare una bestemmia l’idea di una patrimoniale?
[…] Però il capitalismo torce il sistema democratico, annienta ogni idea di uguaglianza e rende tossico persino il liberalismo.
Per Aristotele, solo tra uguali può esserci uguaglianza. E gli uguali sono sempre meno. Un solo esempio: gli esclusi dalle cure. Alla lunga, l’alleanza capitalismo-democrazia si è dimostrata illusoria: producendo disuguaglianza, il capitalismo promuove l’oligarchia. E alimenta quei conflitti dai quali la mistica della globalizzazione prometteva di averci liberato per sempre.
Ma l’Unione Sovietica è stata soffocata da un modello sociale incompatibile con il senso di libertà. Il comunismo che abbiamo conosciuto è stato solo quello. Non sono possibili altre opzioni?
Alternative a un comunismo ‘assoluto’ sono state sperimentate subito. E soffocate nella culla. Poi sono state tentate ibridazioni, dalla socialdemocrazia all’eurocomunismo, tutte per trovare una difficile conciliazione tra uguaglianza e libertà.
La Cina non conosce la democrazia. Secondo lei conosce il comunismo?
La Cina è l’eccezione. Un impero che ha rivelato una capacità di adattamento mostruosa, colmando il divario tecnologico e dando vita a un ircocervo: l’economia socialista di mercato. Una forma di quello che Alessandro Aresu chiama “capitalismo politico”, in cui coesistono burocrazia celeste, partito unico, imprese, spinta innovativa faustiana (si pensi all’egemonia nella ricerca sulla intelligenza artificiale). Per capire questa “cosa da un altro mondo”, parole come democrazia o comunismo non ci servono più.
[…] Cuba resta il desolato ultimo avamposto del comunismo del Novecento. Sarà la prossima preda di Trump.
Trump è un occasionalista, mancando di una visione. La sua trasferta in Cina è l’espressione plastica del divario culturale tra le classi dirigenti delle due potenze. Divario tutto a vantaggio della Cina. Quanto a Cuba, bisogna sempre fare la tara alle sparate di Trump. E non credo che la base Maga sia ancora disposta a tollerare questa ossessione bellicista.
In Italia la destra ritrova sempre il fascismo sulla sua strada. La sinistra, secondo lei, si accompagna ancora all’antica compagnia comunista?
È un girare a vuoto che denota povertà di idee e di vocabolario. E intanto la talpa – la storia – scava le sue gallerie, va in direzioni che non ci sforziamo neppure di immaginare.