Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Vannacci commenta la notizia del drone che ha colpito la città romena di Galati


(ANSA) – “Drone russo colpisce la Romania e tutti a parlare della minaccia del Cremlino nei confronti dell’Unione europea. Ma secondo voi, che interesse avrebbe oggi la Russia a colpire un paese della Nato?

E sempre secondo voi, che interesse avrebbe invece oggi l’Ucraina a colpire un paese della Nato facendo credere che sarebbero stati i russi, proprio nel momento in cui si parla dell’ingresso del’Ucraina nella Ue? Pensateci”.

Lo chiede il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, in un video che posta sui social commentando la notizia del drone che ha colpito la città romena di Galati.


Kiev in Europa, Europa in guerra?


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Tutti lo dicono, tutti lo vogliono. A conti fatti, però, è complicato. Lo sanno anche i fan più accesi, come Baltici e Polonia. Intanto ci sono in lista Serbia, Macedonia e Albania, piazzate prima. Austria, Grecia, Ungheria e pure Italia non paiono convinte. Anzi. Magyar parla apertamente dei diritti ungheresi violati in Ucraina. Come Orbán.

Per non dire del gas russo che Budapest vuole. Poi Kiev è ultraindebitata e assistita, ed è tra i Paesi più corrotti. Infine, l’ingresso a pieno titolo comporterebbe un riflesso non da poco: Ue in guerra con la Russia, di nome e di fatto. Altro che peace keeping, a quel punto!

Non solo. Diventeremmo tutti potenziali obiettivi di guerra. E dunque, a norma dell’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato di Lisbona del 2009, stante l’invasione – al di là di cause e antecedenti – saremmo tenuti alla guerra accanto a Kiev.

Poi certo, dentro quell’articolo 42 ci sono varie esimenti per ciascun Paese, per entrarci davvero in guerra e a seconda della sua Costituzione. In pratica, per una missione comune ci vuole un voto unanime.

E tuttavia ogni Paese, in caso di aggressione subita da uno dei membri, deve comunque dare un contributo attivo. Lo sa questo Bersani, ad esempio, che caldeggia l’ingresso di Kiev con le regole attuali? Qui il punto non è affatto solo questo!

Il tema, infatti, è la guerra in corso, che in un modo o nell’altro trascinerebbe l’Europa in guerra, in tutto o in parte; e se solo in parte, la dividerebbe e la sfascerebbe.

Del resto, a parte gli aiuti creditizi a Kiev, pari a 90 miliardi, di cui 60 in difesa attiva, lo stesso meccanismo SAFE da 150 miliardi, interno al Rearm Readiness di von der Leyen, prevede accesso comune ai bandi in armamenti per Paesi Ue e Ucraina. Cooperazione e joint venture. Formazione militare. Fabbriche miste con partner diversi.

Già Kiev, come membro dalle potenzialità rafforzate della NATO, è dentro la gamba europea dell’Alleanza fin dal 2019: comandi e codici integrati, presenza nel Consiglio NATO senza diritto di voto, manovre militari congiunte, diritto di chiedere intervento militare.

E già ora sappiamo che Kiev è parte del complesso militare-industriale europeo, ormai operativo. Con l’Ucraina come officina bellica sul campo: missili e droni. Nonché luogo di investimenti economici sul demanio, ormai privatizzato per 30 milioni di ettari e in mano a otto grandi aziende multinazionali, mentre altri 10 milioni di ettari ancora vincolati stanno per essere sciolti da legami pubblici e saranno rivendibili.

Insomma, l’Europa sta integrando economicamente e militarmente il Paese. Lo sta inglobando. Per questo, da un lato, lo considera suo territorio, nel mentre però vorrebbe fare da garante terzo, non essendolo.

Talché l’ingresso nell’Ue di Kiev, per un verso, è ormai fisiologico. Lo è divenuto e spiega anche la guerra, almeno in parte. Per altro verso, tale ingresso non è indolore, debito a parte, corruzione interna e dumping salariale per chi vi investe.

Non è indolore perché, se la guerra continua e non si tratta con la Russia sulla base di garanzie reciproche, ma si potenzia il riarmo euro-ucraino, l’Europa intera resterà allora in guerra permanente.

Il che potenzia già oggi l’economia keynesiana riarmista dell’eurocapitalismo. Rafforza le lobby euro-americane dell’energia, in virtù delle sanzioni. E fa un enorme favore agli Usa di Trump e del post-Trump, sgravandoli della spesa militare in Europa, con quest’ultima lasciata a fare da sentinella armata a est.

Tempesta imperiale e sinergie capitalistiche perfette. Con un preciso conglomerato di interessi.

Ma tutto questo Elly non lo sa.


Militari perfetti con il cerotto che cancella la paura: così il Pentagono vuole creare soldati che non crollano mai


Dopo aver automatizzato missili, droni e sorveglianza, Washington sta tentando qualcosa di ancora più radicale: automatizzare la resilienza mentale

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Per decenni gli strateghi militari americani hanno cercato di costruire il soldato perfetto: più resistente, più lucido, più freddo. Hanno potenziato muscoli, sensori, droni, esoscheletri, intelligenza artificiale. Ma c’era un nemico impossibile da sconfiggere: il sonno. Perché anche il miglior soldato del mondo, dopo ore di combattimento, resta prigioniero della biologia. Il cervello umano ha bisogno di fermarsi, recuperare, metabolizzare lo stress. E in guerra il tempo per dormire semplicemente non esiste.

È qui che entra in scena DARPA, la leggendaria agenzia del Pentagono che ha già partorito Internet, tecnologie stealth e sistemi d’intelligence avanzata. Stavolta però l’obiettivo è ancora più ambizioso: hackerare direttamente la mente umana. Il progetto si chiama NEUSLeeP. Dietro il nome tecnico si nasconde qualcosa che sembra uscito da un romanzo cyberpunk: un cerotto trasparente applicato sulla tempia capace di intervenire durante il sonno attraverso ultrasuoni focalizzati. Apparentemente innocuo. In realtà, un dispositivo progettato per riscrivere il modo in cui il cervello elabora paura, trauma e stress.

All’interno del patch ci sono minuscoli sensori EEG che monitorano continuamente l’attività cerebrale. Il sistema capisce esattamente quando il cervello entra nella fase REM, quella più importante per la stabilità psicologica. È durante il REM che la mente “archivia” i ricordi, scarica tensione, rielabora eventi traumatici. Ma un soldato sottoposto a stress estremo spesso perde proprio quella fase di recupero profondo. Il risultato è devastante: panico, errori operativi, crolli emotivi, disturbo post traumatico. Ed è qui che DARPA vuole intervenire.

Quando il dispositivo rileva il momento giusto, attiva ultrasuoni mirati a 100 Hz diretti verso il nucleo subtalamico, una minuscola area del cervello che agisce come una sorta di freno neurologico. Gli ultrasuoni abbassano delicatamente questa barriera naturale e permettono al cervello di prolungare autonomamente il REM. Secondo i test preliminari, il tempo trascorso in sonno REM aumenta del 4-5%. Per la medicina del sonno è un’enormità. Per il Pentagono, invece, significa qualcosa di molto più concreto: creare operatori capaci di recuperare in poche ore ciò che normalmente richiederebbe giorni.

Ma il punto centrale del progetto non è il riposo. È il controllo emotivo. Le risonanze magnetiche effettuate durante gli esperimenti avrebbero mostrato un impatto diretto sull’amigdala, la regione cerebrale che governa paura, ansia e reazioni istintive alla minaccia.

Tradotto dal linguaggio scientifico: il cerotto aiuterebbe il cervello a “smaltire” il trauma in modalità accelerata. Il soldato combatte all’inferno di giorno. Di notte il dispositivo ripulisce parte del carico emotivo. Al mattino torna operativo: meno paura, meno panico, meno esitazione. Il sogno del Pentagono non è più fantascienza. È costruire uomini capaci di funzionare quasi come macchine biologiche: dormire poche ore, recuperare rapidamente e restare lucidi sotto stress estremo. Una guerra senza cedimenti psicologici.

Naturalmente DARPA nei comunicati ufficiali parla di “supporto cognitivo” “ottimizzazione del recupero neurologico”. Ma dietro la retorica scientifica emergono interrogativi inquietanti. Cosa accade dopo centinaia di notti di stimolazione cerebrale artificiale? Quali effetti permanenti potrebbe avere la manipolazione continua del sonno REM? E soprattutto: fino a che punto è possibile alterare le emozioni umane senza modificare la personalità stessa dell’individuo?

C’è poi un problema tecnico enorme. Il sistema è stato testato in laboratorio, in condizioni perfette. Ma sul campo di battaglia ogni cervello è diverso. Lo spessore dell’osso temporale varia da persona a persona. E un ultrasuono fuori bersaglio potrebbe produrre effetti imprevedibili.

Ma nella nuova corsa militare globale il fattore umano è ormai considerato l’ultimo limite da abbattere. Dopo aver automatizzato missili, droni e sorveglianza, Washington sta tentando qualcosa di ancora più radicale: automatizzare la resilienza mentale. Perché il vero soldato del futuro, secondo il Pentagono, non sarà quello che non ha paura. Sarà quello che dimentica la paura abbastanza in fretta da tornare immediatamente operativo.


Cosa sappiamo del presunto drone russo caduto in Romania


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Nella sera di oggi, 29 maggio, un drone è entrato nello spazio aereo romeno, schiantandosi sul tetto di un edificio residenziale nella città di confine Galati e ferendo lievemente due persone. Come ampiamente prevedibile, sono bastate un paio di ore e una indagine appena avviata perché l’intero panorama mediatico e politico del Vecchio Continente identificasse il colpevole di questa «grave violazione»: la Russia. Nella mattinata, la ministra degli Esteri romena ha convocato l’ambasciatore russo a Bucarest, mentre il presidente Nicusor Dan ha sottoposto la questione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e notificato gli alleati della NATO. L’interpretazione univoca è che la Russia abbia attaccato un Paese dell’Alleanza Atlantica innescando una pericolosa escalation del conflitto con l’Ucraina. Le indagini tuttavia non sono ancora terminate, e Mosca non ha rilasciato commenti sulla vicenda.

Del caso del drone caduto su Galati nella notte tra ieri e oggi sappiamo ancora poco. Il presidente Dan ha affermato che le difese aeree del Paese avrebbero rilevato il drone e la ministra degli Esteri Toiu Oana ha aggiunto che aerei ed elicotteri della Marina romena sarebbero decollati «immediatamente dopo il suo avvistamento sui radar»; nonostante ciò le difese del Paese avrebbero deciso di non ingaggiarlo a causa della eccessiva pericolosità per l’incolumità dei cittadini. Il drone è dunque impattato. Dopo lo schianto è scoppiato un incendio sul tetto dell’edificio colpito, rapidamente domato dai vigili del fuoco. Inoltre, secondo l’agenzia di stampa Reuters, un altro drone privo di carica esplosiva sarebbe stato scoperto nella Romania nord-occidentale qualche ora prima.

Il presidente Dan ha annunciato di avere convocato una riunione del Consiglio Supremo di Difesa Nazionale per discutere le implicazioni dell’incidente e ha attribuito «la piena responsabilità» dell’accaduto alla Russia. «Quanto accaduto oggi a Galați è la diretta conseguenza della guerra di aggressione scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, del modo irresponsabile e indiscriminato con cui Mosca utilizza questi sistemi d’arma nelle immediate vicinanze dei confini della NATO, nonché del sistematico disprezzo del diritto internazionale. Non vi è alcuna ambiguità riguardo all’autore o alla causa di questa aggressione». Dan ha detto di avere anche informato gli alleati della NATO e i partner dell’Unione Europea dell’incidente, chiesto loro formalmente di schierare ulteriori capacità anti-drone sul territorio romeno, e di avere intenzione di informare formalmente il Consiglio di Sicurezza «di questa brutale e ripetuta violazione del diritto internazionale da parte della Federazione Russa». Oana ha invece convocato l’ambasciatore russo.

Dopo l’incidente, la comunità internazionale si è stretta attorno alla Romania, inviando messaggi di solidarietà e condannando la Russia dell’attacco. Tra le varie, spiccano le dichiarazioni dell’Italia: «Condanno con forza la violazione dello spazio aereo della Romania da parte di un drone russo, che ha colpito un edificio residenziale nella città di Galați. Una volta di più, il governo italiano chiede alla Federazione Russa, un impegno serio per una pace giusta e duratura. La mia solidarietà al Governo romeno e alla Ministra degli Esteri», ha scritto Tajani; «Atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, continuando a colpire brutalmente civili innocenti, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea. Vicinanza e solidarietà alle persone colpite, al Governo e a tutto il popolo romeno», Meloni; «Pericolosa e irresponsabile escalation che non può essere tollerata», Crosetto. Analoghi messaggi sono arrivati dalla Germania, dalla Polonia, dalla portavoce della NATO, dalla presidente dell’Eurocamera e dalla maggior parte dei Paesi di UE e Alleanza Atlantica.

Insomma, tra le dichiarazioni romene e quelle dei leader occidentali la chiave di lettura della vicenda pare una sola: la Russia ha attaccato la Romania. Al di là della dinamica e delle conseguenze dell’impatto, tuttavia, non si sa tanto. Lo stesso presidente Dan ha affermato di avere ordinato indagini per stabilire il tipo di dispositivo impiegato e la sua traiettoria, ammettendo dunque implicitamente che le specifiche dell’incidente non siano realmente note. Va a tal proposito ricordato che già l’anno scorso si erano verificati episodi di presunti sconfinamenti russi nei cieli di diversi Paesi NATO (tra cui la stessa Romania), mai realmente dimostrati dalle autorità, se non addirittura smentiti; uno dei casi più eclatanti fu forse quello di Varese, dove a fine marzo 2025 il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina l’esclusiva di un drone russo” – mai realmente esistito – «manovrato da una zona non lontana», che avrebbe sorvolato svariate volte la sede dell’Ispra. Recentemente, invece, ha fatto parecchio parlare il caso della Lettonia, dove il governo è stato costretto a dimettersi per la troppa pressione politica dovuta a casi di sconfinamenti di droni inizialmente attribuiti alla Russia, ma – in verità – di origine ucraina.

Visti i precedenti si può affermare con certezza che non sarebbe la prima volta che episodi di sconfinamento vengono falsamente attribuiti alla Russia. Va inoltre presa in considerazione l’ipotesi che il velivolo sia stato intercettato dai difensori ucraini, che potrebbero averne disturbato il segnale causandone la perdita di controllo. Le ipotesi, insomma, sono molteplici e prima di scendere a conclusioni bisognerebbe quanto meno attendere la versione di Mosca, che non si è ancora espressa sull’argomento.


L’ossessione della governabilità


(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Si discute di un’altra legge elettorale. L’ennesima. Il motivo dichiarato è sempre lo stesso da anni: la governabilità. Questa volta si traduce nel proposito di evitare il “pareggio” che si profilerebbe nelle elezioni del 2027. A prescindere dall’attendibilità dei sondaggi, che sappiamo essere scarsa, quest’ultima giustificazione è esilarante per vari motivi.

Intanto perché la proposta viene avanzata dal governo più longevo della storia della Repubblica. In secondo luogo, è un’ammissione di difficoltà politica. E, da ultimo, è l’esplicitazione dell’intento di manipolare la volontà popolare.

Il fatto è che FdI vuole massimizzare a proprio vantaggio l’attuale predominanza nella coalizione di centrodestra, a prescindere dall’esito elettorale. I nemici, dunque, sono gli amici della Lega e di Forza Italia e i collegi uninominali che, in una coalizione, vanno inevitabilmente concordati in anticipo. Il tema, ovviamente, si ripropone sotto traccia sul versante opposto.

Va inoltre osservato che l’ipotesi del pareggio è evidentemente dovuta a un aumento dei collegi contendibili. Nelle elezioni del 2022, dei 147 collegi uninominali alla Camera il centrodestra ne ha vinti 121 (82%) e dei 76 al Senato ne ha portati a casa 59 (80%). Motivo per cui ha una presenza parlamentare ben superiore ai voti totalizzati.

La proposta, tuttavia, pone varie questioni. Il premio di maggioranza, più o meno ampio, è infatti incostituzionale in quanto contraddice l’articolo 48, che sancisce che il voto è uguale. In altre parole, uno vale uno. Mentre il premio determina un sovradimensionamento della rappresentanza non espresso dai cittadini.

La seconda obiezione è di natura politica. In presenza di un sistema pluripartitico, i meccanismi maggioritari che forzano le alleanze producono inevitabilmente maggioranze spurie. I problemi di governabilità, infatti, sono causati da problemi interni alle singole coalizioni. Spesso, ad esempio, il frequente ricorso al voto di fiducia mira proprio a impedire la differenziazione all’interno della coalizione di governo.

Quello dell’eterogeneità delle coalizioni è un tema assai importante in questa fase. Non molto tempo fa Panebianco, sul Corriere della Sera, lo ha sollevato a proposito delle posizioni dei partiti rispetto alla questione internazionale: atlantismo e unionismo. Ciò riguarda ovviamente M5S e Lega, i quali hanno posizionamenti critici su questi aspetti anche se appartengono a coalizioni opposte. Si veda la guerra in Ucraina. In effetti, il governo più coerente degli ultimi tempi è stato quello giallo-verde.

Infine, le coalizioni e il bipolarismo forzati annichiliscono eventuali proposte politiche critiche e radicali. L’obiettivo delle leggi maggioritarie è infatti quello di «tagliare le ali». Riducendo così il pluralismo e ingabbiando in modo anomalo posizioni diverse in coalizioni spurie, non si fa altro che aumentare l’astensionismo. Il non voto, infatti, si presenta come una scelta politica a tutti gli effetti. Ed è un voto ragionevole, che prende atto della mancanza di vere alternative e della confusione delle coalizioni.

Tutto ciò, peraltro, annichilisce di fatto il ruolo del Parlamento, che invece dovrebbe essere centrale.

La legge elettorale riguarda dunque temi dirimenti: la governabilità da una parte e la rappresentanza coerente dall’altra. A tal proposito va ricordato che il referendum sulle modifiche costituzionali volute da Renzi riguardava proprio la governabilità e la rappresentanza. E i cittadini hanno scelto il secondo aspetto. La democrazia, sul piano elettorale, è infatti misurazione della rappresentanza. Solo dopo si pone il problema di quale sia la maggioranza e il governo migliore e più coerente per rappresentarla e tradurla in governo.

Se il sistema economico, sociale e democratico è oggi in panne, ciò dipende anche da sistemi politici ed elettorali che continuano a produrre mostri.


La radice fascista: Meloni e il passato che non passa mai


È sconfortante constatare come il passato non passi ancora per questa parte politica. Non c’è stata alcuna elaborazione culturale

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Anche ripetere stanca. Eppure va fatto. Fratelli d’Italia è tuttora impregnato di nostalgia per il fascismo e il neofascismo. Perché gran parte di coloro che militano in FdI ha trovato le motivazioni ideali per aderire nella cultura politica del regime fascista, prendendo aspetti e spunti anche parziali o contraddittori ma tutti appartenenti in quel mondo.

Per loro quanto è stato fatto e detto in quel periodo continua a fornire linfa vitale per le proprie coordinate politico-ideologiche. Altrimenti a quale mondo culturale farebbero riferimento? Esiste forse una componente conservatrice-moderata che si ritrova in quelle fila? Semmai circola sottotraccia un senso comune di stampo proto-democristiano che ha permeato per tanto tempo la visione di quella Italia afascista che non rivendicava il passato ma aborriva i nuovi venuti, il vento del Nord antifascista.

Permane a destra quel misto di antipolitica qualunquista e di idiosincrasia per tutto ciò che sa di cambiamento, e quindi di sinistra. Ma sotto quella coltre si muovono ancora gli spiriti sulfurei del ventennio che forniscono la spinta propulsiva ai fratellini. Non c’è altra fonte ispiratrice così calda e coinvolgente che possa forgiare una identità diversa. I riti per ricordare Acca Larentia o gli altri caduti durante la guerra civile a bassa intensità tra i giovani estremisti di destra e sinistra sono in piena sintonia con riti nibelungici neonazisti e una coreografia del culto della morte da Decima Mas. Riti ai quali nel passato si sono associati tanti dirigenti attuali di FdI, salvo astenersene ora per convenienza o pudore.

Allora, i banchi vuoti della destra in Parlamento alla commemorazione di Giacomo Matteotti non sono una distrazione. Esprimono una estraneità al mondo dell’antifascismo e di implicita negazione della carta costituzionale che è scaturita dalla lotta di liberazione. È sconfortante constatare come il passato non passi ancora per questa parte politica. Non c’è stata alcuna elaborazione culturale. Le Tesi di Trieste elaborate nel loro primo e unico congresso non state emendate.

Solo grazie all’astio roccioso nei confronti della sinistra da parte di media e establishment compiacenti su questi riferimenti antidemocratici, e altri (ri)emersi nel corso di questi anni, viene steso un velo. Un esempio. Non passa giorno che non ci sia un ammonimento sulla inaffidabilità della sinistra in politica estera, quando invece al governo abbiamo un partito filoputiniano come la Lega, che mette costantemente i bastoni tra le ruote alla politica estera del governo. Ma su Salvini si sorvola benignamente.Meloni

Giorgia Meloni, si pone in piena continuità ideale con la sua storia di neofascista, che non rinnega, come le aveva insegnato il suo mentore Almirante. Però, dal momento in cui è entrata al governo, si è dovuta adeguare alla contingenza di non disporre dei pieni poteri e all’esistenza di contraltari potenti, dalla presidenza della Repubblica ai legami internazionali.

Ma al camicia di forza europea torna di nuovo troppo stretta. Le bordate antieuropee di questi giorni riportano Meloni al tempo della “pacchia finita”, slogan sovranista contro la Ue inneggiato durante la campagna elettorale del 2022. Questo richiamo della foresta, unito alle limitazioni delle libertà civili introdotte con il decreto Sicurezza (senza dimenticare il decreto anti rave party che ha salvato questo paese dalla rovina…), conferma l’ipotesi iniziale del passato che non passa. Al quale danno ultimo sostegno le chat antisemite dei dirigenti trentini del partito.

Fratelli d’Italia non riesce, finora almeno, a modificare le proprie coordinate ideologiche. Rimane chiuso, imbozzolato nei suoi riferimenti ereditati in linea diretta dal Movimento sociale almirantiano, con in più un pizzico di rautismo anni Ottanta. Quattro anni di governo non sono serviti a “romanizzare i barbari” come si diceva un tempo dei 5 stelle. Ma forse è compito anche della sinistra fare un passo avanti per favorire il disgelo del loro iceberg politico-culturale. Incalzare e confrontare gli avversari su questo terreno – diverso da quello della lotta politica – è un servizio per la democrazia italiana. Inoltre, quando si disgela un iceberg, poi va tutto in mille rivoli, non rimane più nulla.


Erri De Luca, De Gregori e l’arte calpestata


I social contro Francesco De Gregori e Erri De Luca per le frasi sulla guerra. Si possono criticare, ma è sconcertante chi propone di boicottarli

Erri De Luca, De Gregori e l’arte calpestata

(MAURIZIO DE GIOVANNI – lastampa.it) – Dedico ai social tra i dieci e i venti minuti al giorno. Essendo abbastanza giurassico, mi limito al nativo Facebook con rare incursioni su Instagram, e devo dire che in questi termini quantitativi lo trovo abbastanza divertente, un paio di minuti qui e un paio di minuti là, incluse comunicazione lavorativa, condivisione di eventi e informazioni su partecipazioni radiotelevisive da far girare.

È una pratica che ritengo utile; serve ad annusare l’aria, a capire quali siano gli argomenti di maggior interesse collettivo e anche ad apprezzare il punto di vista di persone che magari non ho mai incontrato ma che ho imparato ad apprezzare in quel mare magno. Ma anche a prendere le distanze da qualcosa, se capita come capita di riconoscere un sentimento morboso di voyeurismo patologico o una precisa volontà di uso di armi di distrazione di massa, incluse famiglie nel bosco o delitti di vent’anni fa riproposti come attuali. Di fronte a questi argomenti per fortuna mi ritraggo, allontanandomi precipitosamente.

Confesso però che negli ultimi giorni sto privandomi anche di questo quarto d’ora di telematico cazzeggio, poiché l’algoritmo ha unilateralmente deciso che il dibattito sulla legittimità dell’impegno politico degli intellettuali debba necessariamente coinvolgermi, e siccome buona parte dell’esplosione aerea delle deiezioni che formano le generali opinioni espresse mi fa abbastanza orrore il mio umore ne uscirebbe troppo lesionato per i miei gusti.

E tuttavia, come sappiamo bene, non basta chiudere un’applicazione sul display per cancellare pensieri e riflessioni derivanti dalla visione di certe argomentazioni. Per cui, com’è naturale, ho la tentazione di dire la mia; non voglio però unirmi alla canea, e preferisco accettare l’ospitalità di queste importanti pagine, aspirando a essere letto fino in fondo e non, come per la maggior parte delle volte avviene sui social, soltanto per il tempo totale di venti secondi e lo spazio di tre righe.

Conoscerete la questione: Erri De Luca, uno dei più amati e giustamente celebrati scrittori di questo paese, ha rilasciato un’intervista a un giornale israeliano ripresa da Il Foglio, nella quale tra le altre cose ha detto che si ritiene sionista e che secondo lui a Gaza non è in corso un genocidio. Successivamente, un po’ sorpreso dalla marea di insulti violentissimi che gli sono pervenuti, ha chiarito che essere sionista significa semplicemente riconoscere l’esistenza e la legittimità dello Stato di Israele, premessa necessaria peraltro per propugnare la teoria dei due popoli e due Stati, e che per genocidio si intende uno sterminio di natura etnica e non territoriale, quindi a Gaza è in corso una strage anche di innocenti, terribile e inaccettabile, ma non tecnicamente un genocidio.

A distanza di poche ore, Francesco De Gregori si è detto imbarazzato dal costante attacco politico di Springsteen a Trump, aggiungendo che secondo lui un artista non dovrebbe fare politica in maniera così esplicita.

Fin qui, a mio modo di vedere, posizioni espresse con precisione e senza insultare nessuno. Io personalmente non ne condivido neanche una virgola, ma credo fortemente che ognuno possa e debba dire quello che pensa, assumendosene ovviamente le conseguenze. Ma il punto è un altro.

Sono cominciati a fiorire, per dir così, sui social ricadute violentissime e immediate non sui due artisti, ma sulla loro produzione. Gente che fotografava cassonetti con dentro volumi e dischi, addirittura falò degli stessi, giuramenti di non leggere e non ascoltare mai più le rispettive produzioni, insulti velenosi e attacchi proditori. Un vero orrore, da lasciare senza fiato.

È una cosa incredibile, che mi lascia sconcertato. Ognuno di voi che leggete queste parole fa, o ha fatto per lungo tempo, un lavoro. Ha prodotto beni o servizi, ha gestito clienti ed è stato cliente a sua volta, utilizzando le prestazioni altrui. Non ricordo un medico la cui abilità chirurgica sia stata valutata sulla base della sua posizione politica, o un ingegnere al quale sia stato smantellato un cantiere perché antigovernativo o filoqualsiasicosa. E non credo che un avvocato o un architetto, come un cuoco o un idraulico, sia stato recensito, consigliato o sconsigliato per quello che diceva nei bar o per strada agli amici sul mondo che gli girava attorno.

Certo, si potrà eccepire che la letteratura, la musica e ogni espressione artistica siano formative del pensiero, educative e quindi potenzialmente antieducative: ma questa posizione porta inevitabilmente alla censura, al pensiero unico e superficiale, alla fine dell’elaborazione personale delle informazioni.

Credo che l’arte, qualsiasi arte, abbia un unico fine: provocare emozioni. Quello che pensa l’artista, le sue opinioni e le sue posizioni politiche, possono indurre alla simpatia o all’antipatia, al fastidio o alla condivisione, ma mi chiedo dove e come possano questi sentimenti personali incidere sul giudizio del cuore quando ci si trova di fronte a un quadro, a una sinfonia o a una poesia.

Provo pena, in generale, quando leggo del boicottaggio di artisti o di sportivi a manifestazioni internazionali di qualsiasi genere solo perché nati in un determinato luogo; gente che si è allenata per una vita con coscienza, che ha studiato e che studia ancora esclusa dal mostrare quello che mirabilmente sa fare solo per una questione di nazionalità.

I governi passano, i regimi passano, le idee cambiano: l’arte e la bellezza rimangono, come i risultati sportivi. Non possono essere cancellati. Non è giusto.

Amo profondamente i romanzi di Erri De Luca, come le canzoni di Springsteen. Con uno non sono d’accordo, con l’altro sì: ma come può questo fare cambiare il mio giudizio estetico? Caravaggio era un assassino, Pirandello aderì convintamente al fascismo, Céline e Pound espressero opinioni a mio (e non solo mio) parere esecrabili, ma hanno scritto mirabilie. Dobbiamo negarne la bellezza per le idee di chi le ha scritte?

Meglio prendersi una vacanza dai social, insomma. Neanche per quel quarto d’ora. Per salvaguardare il cervello, ma anche il fegato.


Incredibile: lo Stato ora paga i farmaci più di quanto costano!


Farmaci equivalenti: come spendere di meno

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Ci sono soldi che il Servizio sanitario nazionale spende senza che qualcuno se ne accorga. Escono dalle casse pubbliche attraverso norme scritte nel tipico linguaggio tecnico incomprensibile ai più. Sono testi di legge che quasi nessuno si prende la briga di decifrare, ma che autorizzano spese da milioni di euro a vantaggio di pochi e con costi aggiuntivi per tutti gli altri. È in questo contesto che va letta la modifica al sistema di remunerazione dei farmaci voluta dal governo Meloni e dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista con delega alla farmaceutica. Una riforma costruita su passaggi tecnici che, una volta riportati alla pratica quotidiana, producono un effetto paradossale: invece di far risparmiare il Servizio sanitario nazionale, lo portano a pagare di più. Un cambiamento che sottrae risorse alla Sanità, eternamente sotto pressione. Per capire come funziona il meccanismo bisogna mettere in fila le regole, vedere come sono state ritoccate e seguire le conseguenze concrete che hanno avuto sulla gestione delle risorse pubbliche. Ed è proprio guardando a queste ricadute che diventa chiaro quanto le decisioni prese in ambito tecnico finiscano per incidere anche sulle scelte più ordinarie dei cittadini, a partire da cosa acquistiamo in farmacia e da quanto siamo chiamati a pagare di tasca nostra.

Un miliardo di euro

Ogni anno noi cittadini spendiamo, in modo spesso poco consapevole, un miliardo di euro che potremmo evitare di sborsare. Accade quando scegliamo un farmaco di marca invece del suo equivalente generico, che è uguale in tutto e per tutto ma ha un prezzo inferiore (qui pag. 18). È una decisione che si ripete infinite volte al giorno nelle farmacie e che riguarda una porzione molto ampia dei medicinali in commercio.

Il Servizio sanitario nazionale mette infatti a nostra disposizione 10.809 farmaci gratuitamente o al solo costo del ticket: sono i medicinali di fascia A (qui pag. 757). Nel 2024 la spesa complessiva per questa categoria ha raggiunto 8 miliardi e 353 milioni di euro (qui pag. 6). Una cifra enorme, il cui peso è determinato soprattutto da un dato: l’87,5% dei consumi riguarda farmaci con brevetto scaduto (qui pag. 161). Quasi tutti questi medicinali hanno un equivalente generico, con la stessa capacità terapeutica del brand: stesso principio attivo, stessa efficacia, stessa sicurezza, stesso modo di assunzione.

Famaci di marca e farmaci generici

I farmaci generici compaiono sul mercato dopo circa dieci anni dalla commercializzazione del farmaco originale, periodo nel quale l’azienda titolare del brevetto recupera i costi sostenuti per ricerca e sviluppo. Una volta scaduta la protezione brevettuale, i prezzi si abbassano per tutti (qui pag. 4), aprendo la strada al principio su cui si fonda il sistema: contenere la spesa pubblica senza ridurre la qualità delle cure.

Ci sono casi in cui il medico specifica che un paziente debba assumere proprio un farmaco di marca, ma sono eccezioni. Di norma la scelta ricade su di noi. La legge stabilisce che il farmacista debba consegnare il generico, a meno che sia il cittadino a chiedere espressamente il contrario (decreto legge 18 settembre 2001, n. 347 qui art. 7 comma 2 e 3). In questo modo, se preferiamo il brand, la differenza di prezzo non viene scaricata sul Servizio sanitario nazionale: la paghiamo noi.

Il funzionamento del sistema è sintetizzato in una regola: «I medicinali con uguale composizione in principi attivi, forma farmaceutica, via di somministrazione, modalità di rilascio, numero di unità posologiche e dosi unitarie sono rimborsati al farmacista dal Servizio sanitario nazionale fino al prezzo più basso disponibile» (qui art. 7 comma 1). La logica è chiara: se due farmaci sono uguali, il rimborso del Ssn non può superare il prezzo più basso.

Da marzo 2024, però, questo meccanismo smette di funzionare come prima. La norma resta valida, ma gli effetti non sono più quelli originali. Il sistema, nato per produrre risparmi, inizia a generare costi aggiuntivi: in diversi casi il Servizio sanitario nazionale arriva a pagare i farmaci più del prezzo fissato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), cioè più del prezzo al pubblico. Per capire l’impatto concreto della riforma abbiamo analizzato un caso esemplare.

Un caso concreto: l’Atorvastatina

L’Atorvastatina è il principio attivo che genera la maggiore spesa per le casse pubbliche: è un farmaco molto diffuso, usato per tenere sotto controllo il colesterolo (qui pag. 355). La sua storia, ricostruita attraverso documenti ufficiali delle Asl, consente di vedere con chiarezza cosa sia cambiato. Fino al 2011, la confezione da 30 compresse da 10 mg del farmaco di marca costa 24,44 euro (qui art. 1). Dopo la scadenza del brevetto, il 6 dicembre 2012, il prezzo scende a 6,36 euro (qui). Nello stesso anno arriva il generico, venduto a 4,35 euro (qui). 
È la dinamica classica: l’ingresso del generico abbassa anche il costo del brand. La differenza tra i due prezzi è 2,01 euro. Se il cittadino sceglie il generico non paga nulla. Chi preferisce la marca, versa quella differenza. Il sistema garantisce libertà, ma attribuisce il costo aggiuntivo a chi compie la scelta (qui comma 4). 

Cosa succede ora

Con l’introduzione della nuova remunerazione, emergono due effetti che ribaltano la finalità del generico.
Primo: il farmaco che dovrebbe far risparmiare il Servizio sanitario finisce per costargli più del prezzo al pubblico. Chi compra l’Atorvastatina generica privatamente continua a pagarla 4,35 euro, il prezzo stabilito da Aifa. Ma quando lo stesso medicinale viene erogato tramite il Servizio sanitario, lo Stato rimborsa alla farmacia 5,24 euro: 89 centesimi in più rispetto al prezzo esposto sugli scaffali. L’aumento è dovuto alla nuova modalità di remunerazione che fa crescere per lo Stato il costo del rimborso del 24%.

È come se il proprietario di un supermercato acquistasse un prodotto a un prezzo più alto di quello che il rivenditore espone sugli scaffali per i clienti che lo comprano.

Due. L’anomalia riguarda anche il farmaco di marca. Il suo prezzo al pubblico rimane 6,36 euroMa oggi il Servizio sanitario lo rimborsa alla farmacia a 4,75 euro: il 20% in più rispetto al passato e comunque più del prezzo di riferimento Aifa. A questi 4,75 euro si aggiungono, come sempre, i 2,01 euro che il cittadino continua a pagare. Il totale per il sistema – tra spesa pubblica e privata – arriva così a 6,76 euro, 40 centesimi oltre il prezzo esposto.

Quanto è diffuso il fenomeno

Questi due effetti non sono limitati all’Atorvastatina. Si ripetono in quasi la metà dei farmaci a carico del Ssn, in particolare tra quelli con un costo inferiore agli 8 euro. Il risultato è un trasferimento di risorse consistente verso le farmacie, a scapito di altre aree della spesa sanitaria.

Le novità

Siamo davanti al ribaltamento del principio originario: il Sistema sanitario paga di più proprio dove la legge aveva stabilito che dovesse pagare meno. Prima della riforma, le farmacie ricevevano il 30,35% del prezzo al pubblico, con sconti differenziati in base al costo del medicinale, secondo quanto previsto dalla legge 662 del 1996 e successive modifiche (art. 1, comma 40 qui e art. 11 comma 6 qui). Il produttore incassava il 66,65%, il grossista il 3%.
Con la riforma, lo schema cambia: la farmacia riceve il 6% del prezzo del farmaco più una quota fissa che va da 55 centesimi a 2,50 euro per confezione, variabile a seconda del prezzo del medicinale e della tipologia della farmacia (comma 225 qui). Un meccanismo che serve a riempire le casse delle farmacie: con la nuova remunerazione più il prezzo del farmaco è basso, maggiore è il margine di guadagno (almeno fino agli 8 euro a confezione). Lo scorso febbraio avevamo denunciato un altro caso emblematico. Una confezione di acido acetilsalicilico, un comune antinfiammatorio con la formulazione per problemi cardiaci, costa come generico 1,41 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava il 30,35% più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: in totale 50 centesimi. Con le nuove regole, la remunerazione diventa il 6% più 55 centesimi più l’8% come generico, meno lo sconto: 93 centesimi. Un aumento dell’86% nei ricavi della farmacia, con un costo maggiore per lo Stato pari al 31%.

Le nostre scelte

C’è almeno una decisione immediata che possiamo prendere come cittadini: evitare di comprare il farmaco di marca, pagando di tasca nostra la differenza con il suo equivalente generico. Si tratta di una spesa inutile perché l’effetto curativo è identico. Su base individuale sono spiccioli, ma su base nazionale valgono un miliardo di euro l’anno che escono dalle nostre tasche.


La nuova Ferrari non fa per me


(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Vedi la vita: capita persino di dare ragione a Luca Cordero di Montezemolo che a momenti piange dopo avere visto la prima Ferrari elettrica, battezzata Luce, color azzurro Puffo: “Qui si rischia la distruzione di un mito. Spero solo che le tolgano il cavallino dal cofano…”, ha sobbollito LCDM, per poi allontanarsi dal microfono, sob, sob, e sparire alle viste mentre si aggiustava il ciuffo calante.

[…] In primo piano è rimasta lei, Luce, che alla prima occhiata sembra un telefonino con le ruote, non per nulla l’ha disegnata Jony Ive, che ha lavorato a Cupertino per una ventina d’anni e ha disegnato metà dei giocattoli Apple – l’iPhone, l’iPad, il MacBook – entusiasmando molti milioni di consumatori, oltre al suo capo, Steve Jobs, che lo considerava un guru del design. E lo era, prima di questa foratura.

Di mister Ive, sappiamo che si considera “molto amico di John Elkann” e già questo spiega qualcosa del disastro. E che di John ammira “la sua visione e il suo giudizio”. Il che finisce per spiegare tutto, visto che li ha assecondati entrambi.

Il missile su ruote ha mandato in tilt – oltre alla Borsa e a folle di leoni da tastiera – il povero Sergio Mattarella, che gli ha passeggiato accanto per qualche minuto, incerto se sfiorarlo con un dito o prudentemente allontanarsene per non prendere la scossa. E ha stordito papa Leone XIV che aveva appena finito di pronunciare la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, e si è ritrovato al cospetto di un manufatto che (quasi per intero) la smentiva. […]

Dettagli non secondari dicono che la Luce costerà 550mila euro, più o meno quanto un ospedale in Namibia. Che avrà quattro motori elettrici, uno per ruota, per un totale di 1050 cavalli. Una accelerazione da 0 a 100 in 2 secondi. E una autonomia di 530 chilometri. Il che mi ha dissuaso dall’idea di comprarla, visto che andando qualche volta da Roma a Milano, arriverei solo a Binasco, prima della seccatura di chiamare il carro attrezzi.


Le ultime notizie sui dem americani


(di Michele Serra – repubblica.it) – Jill Biden, in una intervista alla Cbs, racconta lo sgomento provato durante la disastrosa sfida televisiva tra suo marito Joe Biden e Donald Trump. Quello che la signora Biden non dice, e che da allora ci domandiamo in tanti, è come sia stato possibile arrivare a quella candidatura suicida.

La condizione poco brillante di Biden era sotto gli occhi di tutti: possibile che solo lo stato maggiore del partito democratico non si fosse accorto del problema? Per quali meccanismi di folle autoconservazione, o di irresponsabile cecità, il partito democratico permise, o accettò, o volle che un ottuagenario con segni evidenti di logoramento, e di fragilità intellettuale, potesse ricandidarsi al governo del Paese più ricco, più potente e più armato del mondo?

Quel duello (anche per l’età avanzata e il basso calibro culturale ed etico dell’altro protagonista, Trump) aveva qualcosa di funebre: come se annunciasse l’agonia di una democrazia, di un sistema di rappresentanza così malconcio da non avere nulla di meno scadente da offrire. Non un errore “ordinario”, ma una specie di fine corsa. Un vecchio maschio logoro contro un vecchio maschio criminale. E Kamala Harris, dopo il ritiro di Biden, troppo debole per risalire la corrente.

Da allora leggiamo frequenti rassicurazioni sulla natura solida e non compromessa della democrazia americana. E seguiamo con speranza e un poco di ansia le ultime notizie sullo stato di salute dei dem americani. Quanto ai repubblicani, per loro nessuna ansia. Pare che in grande maggioranza siano contenti di Trump: dunque di loro stessi.


La Russa: “Io al Colle? Non me lo farebbero fare”. E annuncia causa contro La7


Il presidente del Senato è intervenuto a Diritto e Rovescio su Rete4

Ignazio La Russa

(repubblica.it) – La corsa al Quirinale, gli attacchi per il passato e per i familiari. E l’annuncio di una causa civile contro La7. Interviene a tutto campo il presidente del Senato Ignazio La Russa parlando a Diritto e Rovescio su Rete4.

“Sono tanti anni che faccio politica, da quando avevo 9 anni e tutta la mia famiglia ha sempre lavorato, come professionisti, avvocati e sempre ha fatto politica” ha detto La Russa, aggiungendo che “chi ci conosce ha sempre avuto ammirazione per la coerenza e la linearità dei comportamenti”.

“Da quando sono presidente del Senato – ha denunciato – le critiche nei miei confronti sono aumentate. Ho scoperto che temono faccia il presidente della Repubblica, cose che smentisco: non me lo farebbero fare e non mi piacerebbe farlo”.

Insomma “sono volate accuse, non tanto sui giornali ma soprattutto in trasmissioni televisive, anche dalla Rai”. Come Report: “Fin quando criticano me, ma si sono messi a criticare mio padre morto da 20 anni, i miei figli. Questo mi dà fastidio: il fatto che il mio ruolo politico debba essere un peso o per la mia famiglia o per la memoria dei miei familiari o che la presenza nel mondo del lavoro dei miei figli debba essere criticato in modo così barbaramente contrario alla realtà”.

“Non ho mai denunciato un solo giornalista penalmente – ha osservato – ma vorrei iniziare ad adire alle vie giudiziarie in sede civile, magari non tanto verso i giornalisti ma per esempio su La 7 a di Martedì, un signore ha detto ‘i fratelli La Russa li conosco bene: negli anni ’70 facevano i comizi e poi scendevano a distribuire le bombe ai ragazzi’. Sto cominciando a pensare che forse toccare la tasca è meglio di denunce penali, che quasi sempre finiscono nel nulla”.


Viva l’Ucraina nella Ue: anche quella filo-nazi


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Vedrete che, da qui a quando saranno pronte le carte per l’entrata ufficiale dell’Ucraina nell’Unione europea, subiremo un lavaggio del cervello d’impeto futurista al cui confronto quello per farci apprezzare la guerra era una bazzecola: “Accelerazione dell’Ue, via al dossier sull’adesione di Kiev” (Repubblica); “Dall’Europa una spinta sull’adesione dell’Ucraina” (Corriere), mentre Il Foglio dipinge una Meloni irremovibile che “ferma Salvini che dice No all’Ucraina nella Ue” (il quale Salvini fa “le bizze” secondo Rep).

[…] Perché questa accelerazione, proprio adesso che Putin rilancia l’idea di colloqui di pace? La narrazione ufficiale adduce tre motivi (impariamoli a memoria: la formula “c’è un aggressore e c’è un aggredito” è diventata un po’ fané): la sconfitta di Orbán in Ungheria; la proposta del cancelliere tedesco Merz (quello per il quale Israele sta facendo il lavoro sporco per noi sterminando i palestinesi) di “associare” l’Ucraina, proposta rifiutata da Zelensky; la necessità di avere dalla parte dell’Europa “l’esercito più grande del Vecchio continente” (così Rep). Cioè, noi abbiamo mandato talmente tante armi all’Ucraina, e ne abbiamo talmente carenza, che ci farebbe comodo riprendercele, sempre in vista dell’imminente attacco russo all’Europa che nessuno ci ha minacciato e non è nei piani di Putin, ma che diventerebbe paradossalmente più probabile proprio nel momento dell’entrata dell’Ucraina in Europa. Forse dovremmo temere un attacco più dagli Usa che si sfilano dalla Nato e vogliono prendersi la Groenlandia (danese), ma abbiamo avuto prova di non avere governanti razionali. […]

Così quel che finora da parte nostra era facoltativo – difendere un Paese non Ue e non Nato in nome della “democrazia” – diventerebbe obbligatorio. Si direbbe che ai piani alti dell’Ue ci si sia accorti che un Paese armato fino ai denti e pieno di milizie incontrollabili è meglio averlo amico che costantemente alla porta con la mano tesa, soprattutto nell’ottica della Difesa comune che ci consentirebbe di recuperare un po’ della ferraglia che abbiamo comprato dagli Usa o che hanno prodotto le nostre aziende grazie allo sbarazzino provvedimento detto Asap (Act in Support of Ammunition Production) con cui l’Europa della Von der Leyen ha sottratto soldi al Pnrr per darli all’industria bellica (colpo di genio: farli rientrare sotto la seconda “r” del Pnrr, la famosa “resilienza”; scemi noi, che pensavamo servisse a rafforzare le terapie intensive).

[…] Ma quali sono i criteri per diventare membri dell’Ue? Copia-incolliamo dal sito del Parlamento europeo: “Il primo criterio è quello di rispettare i valori democratici su cui si basa l’Unione europea. Il Paese deve avere istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Per avviare un negoziato questa condizione è imprescindibile”. Ah, ma allora tutto a posto, potevano dircelo prima. Zelensky ha messo fuori legge gli 11 partiti d’opposizione, oscurato 3 reti televisive, istituito la legge marziale; il governo controlla la magistratura, l’esercito nazionale ingloba milizie naziste, le minoranze delle regioni russofone, vedi il Donbass, non godono degli stessi diritti degli ucraini; l’Ucraina ha l’indice di corruzione più elevato d’Europa (Transparency International) ed è al 79° posto su 108 per libertà di stampa (Index Rsf). Un concentrato di “nostri valori”. Che aspettiamo ad accoglierlo? Tanto più alla luce del fatto che il 25 maggio Zelensky ha ricevuto con tutti gli onori la salma di Andriy Melnyk, davanti alla cui tomba in terra ucraina si è inginocchiato. Chi è Melnyk? È il co-fondatore dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Oun), nata nel 1929 per l’indipendenza dall’Urss. Melnyk ammirava Mussolini, ma non il nazismo, venerato invece da un altro componente dell’Oun: Stepan Bandera. Nel 1938 vennero reclutati entrambi come spie dall’intelligence nazista (fatti emersi durante il processo di Norimberga). Bandera, ritenuto uno dei responsabili dell’Olocausto in Ucraina di 1,6 milioni di ebrei e dei massacri dei polacchi in Volinia e Galizia orientale, fu dichiarato eroe nazionale nel 2010 dall’allora presidente ucraino Yushchenko. Melnyk, più moderato di Bandera, verrà arrestato dalla Gestapo ed esiliato in Lussemburgo, dov’era sepolto fino a pochi giorni fa. In una Ue che strilla all’antisemitismo per ogni critica a Israele, ben venga la memoria di questi eroi (per tacere del Battaglione Azov, i ragazzoni della Guardia nazionale che tanto hanno fatto sognare la nostra stampa liberal-chic-bellicista con le loro svastiche tatuate sul petto e la lettura serale di Kant). Come non fare carte false per prenderci questo bendidio? Una curiosità per feticisti: il simbolo dell’Oun è il Tryzub, il tridente che il senatore Carlo Calenda si è fatto tatuare sul polso.


Calendimaggio


(di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Abbandoniamo per un giorno la politica e, armati di microscopio elettronico, ci occupiamo di nanoparticelle: Carlo Calenda da Lilliput, emblema della coerenza e della serietà, è impegnatissimo a fare autocritica per aver sostenuto il forzista Ciccio Cannizzaro, eletto sindaco di Reggio Calabria col 65,68%. Questo clone di Cetto La Qualunque (Cannizzaro, non Calenda), deputato […]


Ucraina, Conte: non può entrare adesso in Europa, no condizioni


(askanews) – “L’Ucraina non può entrare adesso in Europa, non ci sono le condizioni. C’è un problema serio, l’Europa a 27 oggi è sparita, che non ha voce e che nelle crisi internazionali non è pervenuta. C’è un deficit politico che riguarda anche le regole di funzionamento. Prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è una soluzione non raccomandabile”. Così il presidente M5s, Giuseppe Conte, incontrando i cronisti davanti a Montecitorio.”Per essere ricompresi in Europa bisogna fare un lungo percorso impegnativo di adeguamento della legislazione. Come richiesto per esempio ai paesi dei Balcani. Fare entrare adesso l’Ucraina non è all’ordine del giorno”, ha aggiunto.”Il mutuo soccorso previsto dal Trattato ci porterebbe in guerra contro la Russia domani mattina. A questo proposito domando: possibile che l’Europa non abbia ancora trovato un negoziatore? Ancora adesso sono riuniti a Cipro e non c’è nessuna soluzione. Lavoriamo ai problemi più urgenti e cerchiamo di programmare il futuro dell’Europa senza andare avanti in modo random con provvedimenti estemporanei”.”Per l’Ucraina e altri Paesi si può pensare a uno statuto di partner privilegiato, godendo di benefici reciprocamente”, ha detto ancora.


Sei italiani su dieci faticano ad arrivare a fine mese: l’allarme dell’Eurispes


L’Eurispes lancia l’allarme su un Paese sempre più fragile, in cui sei italiani su dieci dicono di far fatica ad arrivare a fine mese.

Sei italiani su dieci faticano ad arrivare a fine mese: l’allarme dell’Eurispes

(di Stefano Rizzuti – lanotiziagiornale.it) – Più di sei italiani su dieci (il 62,1%) affermano di fare fatica ad arrivare a fine mese. Tanto che per farlo, circa un terzo della popolazione deve ricorrere ai risparmi accumulati in passato. In questo dato c’è molto della situazione economica nel nostro Paese, evidenziata dal nuovo Rapporto Italia dell’Eurispes. Una condizione segnata da “fragilità diffusa”, come testimonia anche il fatto che più del 45% delle famiglie afferma di avere difficoltà ad affrontare il pagamento dell’affitto, il 28,7% ha difficoltà per pagare le utenze, il 27,2% il mutuo e il 25,5% persino le spese mediche.

Proprio la rinuncia alle cure è uno dei problemi più gravi: il 34,6% infatti rinuncia ai controlli medici per risparmiare, il 32,1% fa a meno delle cure odontoiatriche e il 23% rinuncia alle visite specialistiche. Inoltre sei italiani su dieci dichiarano di rinviare acquisti necessari mentre più di uno su due riduce le uscite e i viaggi e le vacanze.

Un Paese sempre più fragile, ma in cui i miliardari sono sempre più ricchi: l’allarme Eurispes

C’è poi il tema delle disuguaglianze: il 10% delle famiglie più ricche detiene il 59,9% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera detiene solo il 7,4%. Nel 2024, poi, il patrimonio dei 71 miliardari italiani è cresciuto di circa 61,1 miliardi (per un totale di 272,5 miliardi). Riguardo al futuro, le prospettive sono tutt’altro che rosee: il 47,8% degli italiani si attende un peggioramento della situazione economica nei prossimi 12 mesi, un dato in crescita di dieci punti in un solo anno.

Un altro degli aspetti sottolineati dall’Eurispes è quello relativo al potere d’acquisto del ceto medio, che dal 2021 è sceso di circa il 7,5%: nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6% mentre i beni essenziali – come cibo, medicinali e utenze – sono cresciuti oltre il tasso d’inflazione. E il ceto medio così rischia di scomparire: secondo l’Ocse alla classe media appartiene chi guadagna tra i 1.877 e i 5.006 euro netti al mese. Il reddito familiare più ricorrente in Italia è intorno ai 2.500 euro mensili, così la maggior parte delle famiglie si colloca nella parte basse di questa fascia.

In conclusione, l’’Italia del 2026 – per il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara – “è un paese che si trova dinanzi a una costellazione di crisi che non sono emergenze da gestire con il metodo del rattoppo, ma nodi che, se non sciolti, rischiano di stringerci in una morsa irreversibile”.