La disfatta di Meloni tentata dalla crisi: “Ha vinto la palude”. La premier alla vigilia ai vice: se non passa, si va alle urne. Poi la riflessione e i sospetti su “chi vuole il pareggio”

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – «Non mi faccio impallinare così». Cala la sera su Palazzo Chigi ed è l’ora della collera di Giorgia Meloni. Inviperita con leghisti e azzurri (e pure con qualcuno dei suoi, anzi qualcuna, le deputate erano le più scontente per il nuovo meccanismo, che le penalizzava). Da giorni la premier temeva il trappolone degli alleati. Non a caso, l’altro ieri, alla vigilia del voto, in una video call d’emergenza con Matteo Salvini e Antonio Tajani, li aveva messi in guardia, con la minaccia più ruvida e detonante possibile: «Ve lo dico chiaramente: se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto».
E ora, dunque, tutti alle urne? Calma. Sul fare della notte, la stessa premier invita i suoi alla prudenza, esclude di salire subito al Quirinale, per l’intoppo su un emendamento. Anche se la frustrazione monta. Nelle prossime settimane, si vedrà. È innegabile però che lo scenario non sia più un’ipotesi dell’irrealtà. Un ragionamento, sottotraccia, si sta facendo. Nel post serale, vergato a ferita sanguinante, Meloni lascia aperto ogni spiraglio. Frasi così, annotate su Facebook: «Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude». Soprattutto, «anche nella maggioranza – scrive Meloni – sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione». Considerazioni decisamente più cariche d’incognite e possibili sviluppi politici di quelle, scontate, contro l’opposizione che chiedendo il voto segreto «non ci ha messo la faccia», come la premier aveva chiesto in via preventiva sempre su Fb, e che all’esito della votazione «ha esultato come se avesse vinto il Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i parlamentari».
La “riflessione” è già iniziata. Meloni a sera sente i due vice. Mentre nei corridoi del Transatlantico, un paio di ministri, a taccuini rigorosamente chiusi, non si sbilanciano: si vota? «Vediamo». Sibillino il capodelegazione di FdI, Francesco Lollobrigida, che pure, come Bignami e Tajani, sulle prime minimizza sostenendo che si sia trattato di una «cosa puntiforme» non di un dissenso «organizzato», ma aggiunge che se ci saranno conseguenze «lo vedremo quando sarà il momento». Nella cerchia della premier sono ore frenetiche. Si ragiona su pro e contro del clamoroso strappo. Tra i vantaggi, racconta un meloniano di peso, «c’è il fatto che Vannacci ancora non si è organizzato e che le opposizioni, dopo il referendum, hanno perso quella spinta. Ma è presto».
Intanto è l’ora dei veleni. Dei sospetti. Della caccia al franco tiratore. La premier vorrebbe conoscere i nomi, uno per uno. C’è irritazione, ai piani alti di FdI, per l’assenza di Lorenzo Fontana, che non ha presieduto al momento del voto, sguarnendo i meloniani di Fabio Rampelli, subentrato alla guida della Camera. Ma c’è risentimento pure verso i leghisti del Nord, che non volevano le preferenze, così come per gli azzurri “tendenza Marina”, che Tajani non controlla. Tossine sul presunto “partito del pareggio”, che vorrebbe tenersi il Rosatellum puntando a una legislatura senza maggioranze politiche. A proposito di franchi tiratori: nella video-call dell’altro ieri, entrambi i vicepremier hanno risposto così alla premier: «Giorgia, noi ci impegniamo ma con il voto segreto è impossibile escluderli». Salvini, per avere le mani pulite, ha fatto spedire nella chat di gruppo dei deputati un messaggio perentorio: ordine tassativo di essere tutti presenti e di votare sì. Ma il senatore Gianmarco Centinaio, alla festa dell’ambasciata francese, gongolava leggero: «Una serata bellissima, tanto non cambia nulla». Si vedrà.
Certo, Meloni a un certo punto deve avere sperato che la partita si potesse raddrizzare e dribblare l’incidente, se ha deciso di giocarsi il tutto per tutto: il governo, che era intenzionato a “rimettersi all’Aula” sull’emendamento, come annunciava al gruppo forzista Elisabetta Casellati in mattinata, alla fine ha invece espresso “parere favorevole”. Trasformando poi la bocciatura in un caso politico eclatante.
Che fine farà la legge elettorale? Occhio alle parole di Ignazio La Russa. Che alle 21.20 ricorda che si potrà giocare un secondo tempo al Senato, dove sul punto non è previsto il voto segreto e ci sarà la «possibilità concreta di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera». Salvo poi fare parziale retromarcia mezz’ora dopo, precisando con alcuni cronisti a Palazzo Madama: «Se si è trattato di un infortunio, è facile recuperare al Senato, se invece le ragioni fossero diverse, ha ragione Meloni e si apre un momento di riflessione seria che tocca al governo».

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Sembra che un ex ambasciatore a capo di un reputato istituto di ricerca nostrano abbia dichiarato: “Un giorno gli storici potranno analizzare le cause del conflitto russo-ucraino, noi dobbiamo sospendere il giudizio e schierarci”. È una logica molto diffusa tra gli analisti che attingono, coscientemente o meno, all’eredità culturale di Carl Schmitt, politologo tedesco secondo il quale la dimensione costitutiva del potere è data dalla dialettica amico-nemico. La politica sarebbe quindi una decisione arbitraria in grado di scegliere i nemici interni ed esterni allo Stato. Si comprende quale involuzione autoritaria prefiguri una concezione simile e per sua natura opposta alle teorie di Hans Kelsen, inclini a una regolamentazione giuridica del potere.
[…] Ho letto l’intervista rilasciata a La Stampa dall’ex premier Paolo Gentiloni, un politico che ha fatto la sua carriera all’ombra di Renzi e si è contraddistinto, rispetto al suo padrino, per la pacatezza delle posizioni, un moderato esemplare, il miglior interprete della componente maggioritaria democristiana del Pd. Le sue tesi belliciste proprio per questo fanno un certo effetto. Gentiloni critica la Meloni, rea di non partecipare alle coalizioni di “volenterosi” che su input macroniano si formano in Europa. Dovrebbero presidiare l’Ucraina o quello che ne resterà quando l’avanzata della Russia, oltre alla Crimea e ai quattro oblast, riuscirà a conquistare anche Odessa. Il sostegno finanziario e militare a Kiev, secondo Gentiloni, deve restare granitico dopo oltre quattro anni di guerra. Un milione di vittime ucraine non sembrano farlo esitare. Le cause del conflitto non esistono e comunque non sono rilevanti. Non importa se l’Ucraina, che aveva nella sua Costituzione la neutralità, fu trasformata in uno Stato vassallo di Washington, addestrata militarmente per trucidare le popolazioni russofone e trascinare Mosca in una guerra preventiva. Sappiamo che senza la malefica influenza occidentale il conflitto avrebbe potuto concludersi nel marzo del 2022. Ma questi sono dettagli per Gentiloni, che richiama all’ordine governo e opposizione: schierarsi con lo Stato profondo americano, con i neoconservatori contro Trump è essenziale per avere la benedizione dei Dem statunitensi: una fede che ha ormai rimpiazzato i valori costituzionali.
Le forze politiche sono scrutinate sulla base di un unico parametro: adesione al bellicismo della maggioranza Ursula. Che questa guerra sia contraria agli interessi economici, energetici e geopolitici dei popoli europei è un dubbio che non deve sfiorarci. Il popolo ucraino deve continuare a essere massacrato in quanto la mediazione che, data la situazione sul campo militare, implicherebbe la resa dell’Ucraina, non è accettabile: solo la continuazione di una guerra di attrito potrà indurre la Russia alla resa. Mi domando se Gentiloni abbia letto qualche saggio storico sulla Russia, paese che ha sempre mostrato resilienza e orgoglio straordinari e, pagando prezzi enormi, non ha mai voluto cedere, se attaccata da Napoleone o dai nazisti, anche quando non era una potenza atomica. Oggi possiede 6mila testate nucleari. Il finlandese Stubb e Gentiloni sperano ancora di far soffrire la Russia affinché la popolazione butti giù Putin. Così la pazienza strategica del più moderato e prevedibile leader russo, se la guerra continua, cederà il passo ai falchi e a una rappresaglia ben più brutale sull’Ucraina. Se questo accadrà in autunno, come Repubblica annuncia ogni giorno, Gentiloni e l’intera maggioranza Ursula avranno la spudoratezza di affermare: “Ve l’avevamo detto!”. Abbiamo fabbricato un nemico ad hoc, respinto tutte le proposte di mediazione, provocato e intimorito Mosca armandoci fino ai denti e affermando con candore che saremo pronti alla guerra nel 2030. La Russia non rimane inerte ad attendere l’attacco occidentale. Com’è possibile che un politico moderato, caratterialmente mite, giochi d’azzardo con una potenza nucleare senza valutare i rischi? Gentiloni si ostina a chiamare “difesa europea” le coalizioni di volenterosi a guida Regno Unito con una forte componente baltico-scandinava. La cooperazione militare con un Paese esterno all’Europa non può che essere il braccio europeo armato della Nato.
[…] Bisogna dare atto a Giuseppe Conte di essere l’unico politico a parlare di genocidio del popolo palestinese e di mediazione diplomatica, e a dire No al riarmo europeo. Se il Movimento 5 Stelle e Avs saranno in grado di mantenere salde le loro linee rosse contro le scelte opportunistiche dettate dall’esigenza di entrare in alleanze più vaste, potranno accrescere il consenso nella società civile. Il mondo del dissenso (tenuto unito da Disarma e tanti movimenti che nascono come funghi) dovrebbe guardare alle forze politiche in Parlamento che proteggono i valori costituzionali, la pace e lo Stato sociale.
Il precedente sullo stesso tema del referendum del 1991 che fu il primo shock per Craxi e Forlani. E ora la batosta per la leader FdI

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – «C’è una sorta di rigetto — scrisse allora Eugenio Scalfari — una voglia di dissacrazione e di delegittimazione che sale dal fondo e arriva fino ai vertici dello Stato. La Repubblica è in discussione, i partiti sono sotto accusa. Questo rigetto globale è in larga misura meritato…».
Quando gli eventi si ripropongono, sia pure in forma diversa, ma comunque in modo traumatico, conviene sempre tirare il fiato, chiarirsi la testa, deglutire i rimasugli della recente cronaca e riandare con la memoria a ciò che di solito è finito da un pezzo nell’oblio; perché invece è proprio da lì, dal botto imprevisto, dalla rivolta inaspettata, che come un dono prezioso si trae la lezione della storia — con l’iniziale volutamente minuscola, ma pur sempre la storia.
Per cui, dopo averla fatta così lunga e solenne dinanzi a quello che dopo tutto si configura come un agguato di franchi tiratori, è giusto e forse anche utile ricordare che la parola “preferenze” ha già determinato l’inizio della fine di un ciclo di potere. Perché sì, certo, sarà dipeso dal crollo del muro di Berlino, dal trattato di Maastricht, dalla fine dell’unità politica dei cattolici, dall’affermarsi della Lega, dalla rivoluzione giudiziaria e da tante altre utili e disutili evenienze, ma nel giugno del 1991 la Prima Repubblica cominciò ad affondare, a furor di affluenza e voto popolare, con i risultati del cosiddetto referendum sulla preferenza unica. Consultazione ritenuta erroneamente minore, ma tale da schiavardare il sistema, anche perché vissuto dai leader sconfitti (Craxi, Forlani e Andreotti) come uno shock politico e dai vincitori come un festoso plebiscito.
E con tale premessa, senza dilungarsi sul ruolo e sul destino del fronte referendario, così come sui numeri e sulle conseguenze che quel lontano scossone procurò sugli equilibri a venire, ecco che in un accesso di ingenua ribalderia varrà forse la pena di riflettere sulle risorse che Nemesi, figlia della Notte, nonché secondo Esiodo “flagello degli uomini mortali” ed emblema della giustizia riparativa, seguita a offrire alla vita politica di questo fantastico paese dove le furbate giocano insieme a nascondino, a mosca cieca e ad acchiapparella; con il che grazie alle preferenze, vere, fasulle o usate come nel presente caso quali specchietti per allodole, il governo più stabile dell’universo può tranquillamente finire a gambe levate.
Buttarla in mitologia rende tutto più semplice. Anche perché in tempi ormai vuoti di ideali e progetti la minacciosa Nemesi, dea ex machina significativamente raffigurata (vedi Durer) con spada, lavora in genere di comune accordo con i proverbi tipo «chi troppo vuole nulla stringe», «chi la fa l’aspetti» e così via. Ciò che senza dubbio le assegna un potere supplementare e terribile, tanto più in un ambito dove l’astuzia calcolante dei politicanti all’italiana da un ventennio almeno ha prodotto a getto continuo per taluni amene, per talaltri beffarde entità legislative volta per volta rinominate “Porcellum”, o “Italicum”, o “Tatarellum”, o “Rosatellum”, appellativi che nel santuario di Ramnunte, presso Maratona, dedicato alla divinità, suscitano un’ira senza scampo.
Dagli e dagli, si era di recente arrivati al “Melonellum”, già “Meloncellum”, già più grazioso, o “Stabilicum”, come da enfatico conio dell’onorevole Benigni, proveniente dai ranghi di “Cambiamo” del compianto Toti; figurarsi Nemesi dinanzi a tali modeste esercitazioni lessicali.
Per quarant’anni, dal suo rifugio, ha lasciato con pazienza che l’Italia elettorale si riconoscesse in uno slogan che suonava buffo solo perché diffuso, con un megafono, affacciato a una finestra, anche da Totò: «Vota Antonio! Vota Antonio!». A suon di preferenze si è costruito il potere andreottiano, nacque l’impero di Emilio Colombo, si stabilizzò il reame gavianeo, sfolgorò in Veneto e poi a Roma la stella di Toni Bisaglia, ai danni del più anziano Rumor. La storia referendaria, come si diceva, ha poi messo fine a quel sistema cui la classe dirigente di allora, prossima alla decapitazione, reagì — è sempre Scalfari — «con statuaria indifferenza».
Ma adesso Nemesi ha stabilito che qualcosa doveva pur fare contro chi si vanta di durare più di tutti, ma al tempo stesso nell’ultimo anno di legislatura impone di cambiare le regole del gioco. In situazioni del genere il potere delle divinità vendicatrici si nasconde dietro eclatanti dettagli, a loro volta schermati da sorpresine numerologiche. Ebbene, ieri è mancato un voto, un solo voto, il voto della premier che aveva imposto la prova di forza. Sulle preferenze. Naturalmente sono tutte fantasie, ma pure di queste per disgrazia o per fortuna vive la politica, e in fondo la vita stessa.
Governo vs Report: ipotesi audit interno e Ranucci sospeso. Le mani sulla Rai, la destra fa pressing sull’azienda e annuncia esposti in Procura. Urso e destra in pressing sui vertici: annunciati esposti alla Procura

(di Gianluca Roselli – ilfattoquotidiano.it) – Potrebbe partire un audit interno in Rai su Report. E sarebbe la conseguenza della lettera che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha scritto all’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Una missiva di peso perché il Mimit definisci obblighi e obiettivi editoriali della Rai attraverso il contratto di servizio. Di sicuro la lettera di due giorni fa ha provocato sconcerto nel mondo politico e nell’informazione: per la prima volta si è parlato esplicitamente di “conoscere azioni preventive e concomitanti che la Rai intende porre in essere per rendere impermeabili i programmi di inchiesta rispetto a interferenze di terzi”. Anche attraverso “check, sia pur saltuari, sulla veridicità delle fonti, sull’affidabilità dei consulenti e sulla natura dei rapporti tra cronisti e consulenti”. Una richiesta di chiarimento cucita su misura su Report e sulle vicende di questi giorni, in primis i rapporti tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, ma che mette assai a rischio l’indipendenza del giornalismo. Senza tutela delle fonti finisce la libertà di stampa, come tutti sanno fin dai tempi del Watergate. Dal ministero, però, si aspettano un serio approfondimento da parte dell’azienda, che potrebbe portare anche a un audit interno, fino addirittura alla sospensione cautelativa del conduttore fino a quando non ci sarà maggiore chiarezza sui contorni della vicenda. Dalla tv pubblica, però, per ora si esclude qualsiasi iniziativa di indagine nei confronti del programma o azioni contro Ranucci. “C’è un’indagine della magistratura in corso, aspettiamo con la massima fiducia negli inquirenti, nel conduttore e nei suoi giornalisti, non ci mettiamo a fare indagini parallele”, si fa sapere da via Alessandro Severo.
Dunque, Rossi si sta muovendo con cautela e prudenza e ieri, intervistato da un’agenzia di stampa, si è limitato a ribadire che la “cancellazione delle repliche è stata una forma di tutela di un brand dell’azienda”.
Una risposta però l’ad Rossi forse la darà in Cda ai consiglieri di maggioranza (Federica Frangi, Simona Agnes e Antonio Marano) che nei giorni scorsi gli hanno rivolto una richiesta informale per sapere se Lavitola può aver influenzato o condizionato inchieste di Report. Una richiesta di chiarezza cui poi si sono aggiunti anche i consiglieri di opposizione. Ma a quella che appare come un’operazione di accerchiamento nei confronti del programma va aggiunto l’esposto di Fratelli d’Italia annunciato sabato scorso e l’integrazione di denuncia presentata ieri, sempre da Urso, nei confronti di Valter Lavitola per la puntata in cui il ministro è stato accusato di appartenere alla massoneria, integrazione dovuta al fatto che all’epoca della prima denuncia si ignorava il rapporto tra Ranucci e Lavitola.
Ma è la richiesta di chiarimento sul “metodo Report” a scatenare le reazioni maggiori. “Dietro la richiesta di un check alle fonti c’è il desiderio antico di violare il diritto/dovere di garantire la riservatezza delle fonti, pilastro della libertà di stampa”, afferma il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani. “In quale Paese occidentale un ministro può chiedere impunemente ai vertici della tv pubblica di controllare le fonti dei giornalisti?”, si chiede il capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. Mentre per Angelo Bonelli (Avs) “l’obiettivo è indebolire il giornalismo d’inchiesta, intimidire chi racconta fatti scomodi e rendere il servizio pubblico sempre più docile nei confronti del potere”.
Domani è previsto un incontro del conduttore con la redazione, che già qualche giorno fa gli ha espresso piena fiducia. E a breve inizierà il lavoro su servizi e inchieste della prossima stagione, che partirà a novembre. Anche se ai piani alti dell’azienda “è iniziata una riflessione su un possibile piano b, ovvero una conduzione di Report diversa da Ranucci, che potrà sfociare anche nel nulla”, racconta una fonte autorevole. Ieri, infine, da Bruxelles arriva una porta in faccia a Giancarlo Giorgetti. Come fa sapere l’europarlamentare dem Sandro Ruotolo, dopo una riunione ristretta sull’Emfa, la vicepresidente della commissione Ue Henna Virkkunen ha spiegato che la riforma tv in Italia ha fatto passi avanti, ma non è ancora soddisfacente. Per cui a breve partiranno nuove lettere dall’Ue ai Paesi che ancora non si sono adeguati all’Emfa, tra cui l’Italia. “Dunque Giorgetti, che ha detto che andava tutto bene, ha mentito al Parlamento”, chiosa Ruotolo.
È bastato un unico voto di scarto, per mandare a monte un’intesa scellerata. Ma la minaccia di una legge elettorale che altera gli equilibri c’è ancora.

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Stavolta non è il popolo che sfida il re e dà inizio alla rivoluzione, come in Francia il 14 luglio del 1789 con la presa della Bastiglia. Stavolta è il Parlamento a ricordare a Giorgia Meloni che non è ancora una regina, e che le forzature istituzionali sono destinate a infrangersi regolarmente contro un muro chiamato democrazia. È successo per la legge sull’Autonomia differenziata, grazie alla Corte Costituzionale. È successo sulla riforma della giustizia, con il referendum. Adesso, è accaduto con quella legge elettorale che puntava a portare in Italia il premierato attraverso una legge ordinaria: un sistema proporzionale con un premio di maggioranza talmente grande — 70 parlamentari alla Camera e 35 al Senato — da far sì che la coalizione vincente sia in grado di votare in solitaria tanto il capo dello Stato che i giudici costituzionali.
Diranno che è stato perché i parlamentari hanno paura di doversi cercare i voti da soli, abituati come sono a liste bloccate in cui vengono messi per affiliazione, lunghe fedeltà, perfino parentele. Diranno che alla Camera i deputati ribelli — una quarantina — hanno difeso sé stessi prima ancora che le istituzioni da un emendamento che però era un trucco, puro maquillage: i capilista restavano bloccati, solo i partiti capaci di raccogliere ben oltre il venti per cento avrebbero eletto parte dei loro rappresentanti con le preferenze. Gli altri, pochi o nessuno. L’emendamento serviva alla presidente del Consiglio per poter dire che voleva cambiare la legge elettorale con l’obiettivo di ridare la parola agli elettori e non alle segreterie di partito. Ma non era vero, e non ha funzionato.
“Ci abbiamo provato, ha vinto la palude”, è il prevedibile commento di Meloni che dice “serve una riflessione”, ma vorrebbe andare avanti come nulla fosse. “Nessuna conseguenza sul governo”, si affretta a rassicurare il vicepremier Tajani, fingendo di non cogliere il segnale politico che arriva dal voto. I leader del centrodestra non tengono più i gruppi parlamentari. Li hanno piegati con continue fiducie, con decreti-legge che non avevano alcuna necessità e urgenza, con una legge elettorale che arriva a colpi di emendamenti inemendabili e scritti a Palazzo Chigi per cucire addosso alla premier — soprattutto a lei — una nuova vittoria. O scongiurare una sonora sconfitta.
Il velo squarciato mostra cosa c’è sotto l’operazione di immagine: non il tentativo di ridare la parola agli elettori, ma quello di scrivere una legge elettorale che cancelli la parte sui collegi uninominali — il modo migliore probabilmente di garantire rappresentanza — solo perché questo significherebbe, per la destra, perdere il Sud. E aggiungere trucchi nuovi come quello sui residenti all’estero, cambiando la ripartizione fino ad arrivare per il Senato al collegio mondo. Forzatura dopo forzatura, Meloni stava tentando di costruire un salvacondotto che aiutasse lei, Salvini e Tajani a resistere nonostante l’incapacità di andare d’accordo su temi fondamentali — il rapporto con l’Europa, la guerra in Ucraina — e nonostante l’assalto esterno di Roberto Vannacci, i cui prodi ieri gridavano in aula cose come: “Basta con la finta destra, serve il generale”.
Meloni ha provato fino alla fine a vincere le resistenze che pure prevedeva. Tanto da far saltare, come ultima offerta agli alleati riottosi, l’alternanza uomo-donna tra i capilista bloccati. Al grido metaforico di “sorella io ti frego”, la presidente del Consiglio aveva consegnato a parlamentari prevalentemente maschi una cosa che sognano da tempo: la fine dell’obbligo di portare più donne in Parlamento. Se l’emendamento fosse passato, sarebbe saltato quel sistema che ha consentito al Paese di raggiungere il 32 per cento di donne alla Camera e il 35 per cento al Senato, a fronte del mero 13 per cento che c’era fino agli anni ‘90. E sarebbe successo per mano della prima donna presidente del Consiglio che aspira a diventare la prima donna presidente della Repubblica. Ce l’ha fatta lei, che importa delle altre?
Ancora l’8 marzo, Meloni parlava delle quote rosa come di un trucchetto. Ferma all’idea antica secondo cui se una su mille ce la fa, allora il problema non esiste. Ma il problema — giova ripeterlo — è che entrambi i generi dovrebbero avere accesso alle cariche elettive in modo equo. Non bisognerebbe essere dieci volte più brave, determinate, forti, combattive (com’è sicuramente stata Meloni per assumere la guida del centrodestra) perché vengano concesse le stesse opportunità degli uomini. E invece è questo che accade, nei partiti, nelle aziende, nelle università, nelle istituzioni, ed è per questo che le leggi sulla rappresentanza di genere sono nate e vanno difese.
È la seconda volta che Meloni tradisce le donne italiane. La prima è stata quando ha cambiato idea sull’inserimento del consenso libero e attuale nella legge contro lo stupro. Era un patto fatto con la segretaria del Pd Elly Schlein, ma la Lega non ci stava e lei ha preferito accantonarlo. Anche stavolta, Meloni aveva siglato con due uomini un accordo di potere sulla pelle di tutte le altre. Ma qualcosa è andato storto: l’influenza di Marina Berlusconi su Forza Italia? La rivolta leghista nei confronti di un capitan Salvini che le ha sbagliate tutte? O magari, una donna della maggioranza che si è rifiutata di farsi portare indietro nella storia. È bastato un unico voto di scarto, per mandare a monte un’intesa scellerata. Ma la minaccia di una legge elettorale che altera gli equilibri c’è ancora. E quei partiti di opposizione che in aula gridano “elezioni”, sanno che se anche arrivassero, non li troverebbero pronti.
Bluff preferenze: Meloni perde la faccia. Per un voto. Decisivi i franchi tiratori di Lega e FI. La premier: “La palude vince, la maggioranza ora rifletta”. Tajani: “Governo? No conseguenze”

(estr. di Luca De Carolis e Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – […] “Dimissioni”, “elezioni”. Come dopo un calcio di rigore decisivo sbagliato durante una partita dei Mondiali, parte il coro da stadio. Ma siamo nell’emiciclo della Camera, che festeggia con un boato la votazione – 188 voti contrari, 187 a favore – che affossa a scrutinio segreto l’emendamento di Galeazzo Bignami, voluto da Fratelli d’Italia e presentato con Noi Moderati e Udc, con le finte preferenze (capilista bloccati, voti di preferenza nei listini, nessuna alternanza di genere). L’opposizione in blocco era composta da 153 deputati: quindi i franchi tiratori sono almeno 35. Ma chi ha tenuto il pallottoliere per tutto il giorno nel centrosinistra, dice che sono di più, almeno 45. Mentre le cifre che cominciano ad arrivare dal centrodestra sono più basse. Francesco Lollobrigida, che è stato tutto il giorno in Transatlantico a trattare e controllare, ne quantifica 27. Mentre Galeazzo Bignami grida “vergogna” alle opposizioni che non ci avrebbero messo la faccia, i leader del centrosinistra si precipitano fuori, al sit-in di fronte a Montecitorio. Ma gli occhi sono già puntati verso Palazzo Chigi.
[…] Si aspetta la reazione della premier, che arriva alle 20:40, su Facebook: “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto”. Poi punta il dito contro il centrosinistra. Una strategia che era chiara già dal pomeriggio: “Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro”. L’affondo più pesante è quello verso i suoi: “Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci”. Il post lascia aperte più strade. Anche quella di salire al Colle, già oggi, e ragionare sulle dimissioni. La tentazione di andare al voto è fortissima. La minaccia è già sul tavolo. In questo clima, il Tajani che si affanna a dire che il governo va avanti appare un dettaglio. O un’ammissione di colpa.
Riavvolgendo il nastro. La giornata inizia in sordina. In molti sono pronti a giurare che non succederà niente, che in fondo le preferenze riguardano solo i due partiti grandi, FdI e Pd. Ma poi ci sono due indizi. Le opposizioni compatte chiedono che la riforma sia votata integralmente a scrutinio segreto. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, ne ammette 114, di voti così. Lega e FI assicurano il loro sì al testo di Bignami. “Sembra una farsa”, si commenta nei corridoi. Tanto più che gli azzurri sono marcati stretti per tutto il giorno da Tajani. Ma che le cose non vadano benissimo si capisce dal post di Meloni nel primo pomeriggio. “Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto”. Le mani avanti. Non aiuta la tranquillità il fatto che la ministra Casellati invece di essersi rimessa all’aula, abbia dato parere favorevole all’emendamento. In aula c’è mezzo governo. Un attimo prima di aprire la votazione, il deputato vannacciano Domenico Furgiuele avverte: “Votiamo a favore, ma le preferenze non sono queste”. Avvertimenti. Poi lo show down e i cori in aula. Si cercano i traditori. Occhi puntati su Forza Italia (addirittura l’80% del gruppo, secondo qualcuno) e poi sulla Lega e persino FdI. C’è chi racconta di aver sentito Maria Elena Boschi dichiarare il voto a favore di Iv. Veleni: va detto che lei in aula si scaglia contro la legge. Ma soprattutto parlano gli atteggiamenti della maggioranza.
[…]
Bignami fa un comizio in Transatlantico, Lollobrigida esce da un corridoio laterale e prova a teorizzare che non si tratta di una manovra organizzata, ma di scelte singole. Un capannello tra Tajani e lo sherpa sulla legge elettorale di FI, Benigni, racconta che si cercano i colpevoli. Una deputata leghista protesta: dice il suo voto non è stato registrato. La capigruppo in serata decide di andare avanti sulla legge. “Significa che Meloni non farà nulla”, scommette qualcuno. Un po’ troppo. Di certo, giurano in molti, “la legge elettorale è morta”.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Ha fatto bene il generale Vannacci a prendere le distanze dal suo caporalmaggiore marchigiano, l’imprenditore del lusso Giuseppe Barboni, che a dispetto del cognome traffica in riccanza e si è meritato il soprannome di Briatore 3.0 (aspettiamo con qualche ansia il 4). Barboni è salito al disonore delle cronache per avere gettato a terra un immigrato che bloccava il traffico. L’anima sensibile di Vannacci è rimasta segnata dalla crudezza delle immagini, suppongo da una in particolare: prima di menare l’immigrato, Barboni ha aspettato di finire il gelato. Ci ha discusso a lungo, tra una leccata e l’altra, ma è passato all’azione solo quando ha potuto liberare le mani dal cono. Non ha picchiato sotto l’effetto dell’ira, ma della vaniglia, nel pieno delle sue facoltà mentali e palatali. Al punto che, lungi dal provarne imbarazzo, ha subito postato la sua prodezza sui social.
Vannacci lo ha sconfessato, dopo averci riflettuto a lungo. Evidentemente era incerto tra il cono e la coppetta. Così in queste ore un po’ tutti si stanno chiedendo: da chi Barboni avrà preso la passione per le vie spicce e la cultura dell’intolleranza verso coloro che con affetto ha definito «melme ingrate»? Chi mai gli avrà trasmesso il culto per i giustizieri, i semplificatori, i privati cittadini che risolvono problemi senza far perdere tempo alle forze dell’ordine? Forse, nel nuovo mondo al contrario, Barboni si nasce, mentre Vannacci si diventa.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Non è una notizia: nella banda di latinos di Milano che ha ucciso a coltellate un ragazzo c’è anche un trapper, o almeno uno che ci provava su TikTok. La notizia sarebbe stata che nella banda c’è un bluesman, o un madrigalista, o uno che ama lo yodel.
Si capisce che il condizionamento ambientale ha il suo peso, la trap è per davvero la musica delle periferie urbane, esprime davvero quel tipo di esistenza. Si capisce anche che nel branco il conformismo (essere conforme agli altri) è un codice quasi obbligato, e probabilmente il cantante di yodel, in una banda di latinos, verrebbe invitato a levarsi di torno. Sarebbe accolto come accadde ai Blues Brothers in un locale di country tradizionale: rischiarono il linciaggio.
Però non bisogna mai smettere di sperare. Il primo che si accorgerà che quel cappelluccio con la visiera al contrario, quei tatuaggi, quei catenoni, quel gergo, fanno di lui un conformista, identico agli altri, replica di una replica, avrà fatto la rivoluzione. Sarà finalmente libero.
Potrebbe essere ostracizzato, costretto a cambiare quartiere. Oppure, chissà, colpire l’immaginazione delle ragazze, diventare un leader tanto inatteso quanto ammirato, così da potere leggere, un giorno, nelle cronache: “cantante di yodel guida una banda di latinos”. Non sarebbe emozionante? Oppure, ancora meglio: “Giovane madrigalista fonda una scuola di canto al Corvetto: decine di giovani abbandonano la strada per seguire i suoi corsi. Dice Ramon ‘el Chalchalero’, ex leader dei Kings Killer: mi ha salvato Monteverdi”. Le rivoluzioni nascono dove meno te lo aspetti.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – I mitomani velleitari che si fanno chiamare Volenterosi si sono riuniti a Parigi per solennizzare l’anniversario della presa della Bastiglia con una solenne presa per il culo. Il capocomico Macron, con la consueta tintura color comò che esclude curiosamente i basettoni brizzolati, ha provato a drammatizzare la pochade stringendo la mascella nel grido […]
Se il Melonellum è davvero sepolto, si voterà con il vecchio Rosatellum. Per la sinistra è un’occasione enorme. Ma stasera si brindi allo scampato pericolo: con la nuova legge elettorale Meloni intendeva mettere il dito nella piaga del campo largo, costringendolo a scegliere un leader unico prima delle elezioni. Ora l’opposizione non faccia altri errori

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – La sconfitta politica è personale, e sanguinosa. Giorgia Meloni ha perso malamente, e non su un dettaglio: sul cuore della legge truffa con cui sperava di scegliersi il prossimo Parlamento. L’emendamento sulle preferenze è stato bocciato a scrutinio segreto per un solo voto: 187 sì contro 188 no. Meloni aveva invitato tutti a «metterci la faccia». Alla fine ce l’ha messa lei, ma è stata sfiduciata proprio dai suoi.
Non è una disputa tecnica. La premier aveva trasformato il voto in una sfida personale per provare a salvare una riforma orrenda. Il Melonellum cancella i collegi uninominali, assegna un premio abnorme alla coalizione che arriva al 42 per cento e, come sfregio alla Costituzione e ai poteri del presidente della Repubblica, prevede l’indicazione del candidato premier direttamente nella scheda.

Una legge scritta con un solo intento, nemmeno mascherato: consegnare alla destra una super maggioranza con cui provare non solo a governare nella prossima legislatura, ma a eleggere in solitaria le figure di garanzia istituzionali, quella del Colle in primis. L’invocazione alla stabilità, dopo quasi 5 anni di dominio ininterrotto, è risibile. Il mantra nasconde solo il vecchio vizio dei governi uscenti (anche di sinistra) di cambiare le regole prima dell’inizio della partita, perché il risultato possibile con le vecchie norme non piace più.
La maggioranza in teoria può raccogliere i cocci e provare a riscrivere l’emendamento. Politicamente, però, la riforma è morta. Il governo non può pensare di approvare una legge elettorale avendo tutte le opposizioni contro se non la votano nemmeno quelli che l’hanno proposta. E non si superano 114 scrutini segreti, compreso quello finale, se il governo va sotto al primo minuto di gioco.
La disfatta per la destra è fenomenale, per entità è seconda solo a quella avuta sul referendum sulla giustizia, ed è normale che le opposizioni chiedano ora a gran voce elezioni anticipate. Non credo, però, che il governo seppur in evidente fase crepuscolare cadrà prestissimo. Il potere resta un collante potente, e le divisioni nella coalizione di FdI, Lega e Forza Italia, minacciate dalla crescita esponenziale nei sondaggi dei fascisti di Vannacci, non indurranno Meloni a un proprio Papeete in tempi brevi.
Anzi. Una strascicata sopravvivenza del governo è l’ipotesi più probabile. Ma è anche quella che potrebbe fare più danni al Paese. L’Italia non può permettersi un’armata Brancaleone in un momento così complesso e delicato, sia sul piano interno sia su quello internazionale. La guerra in Medio Oriente spinge in alto i costi dell’energia e dei carburanti, l’aggressione russa all’Ucraina continua a colpi di missili e minacce nucleari, il rapporto degli Stati Uniti con Roma e gli (ex) alleati europei è stato devastato dal bullo che siede alla Casa Bianca. La Banca d’Italia prevede una crescita striminzita dello 0,5 per cento nel 2026 e dello 0,4 nel 2027. Se Meloni avesse a cuore gli interessi nazionali, dovrebbe fare uno scatto d’orgoglio e portarci al voto il prima possibile.

Se il Melonellum è davvero sepolto, come qui ci si augura, si voterà con ogni probabilità con il vecchio Rosatellum. Per la sinistra è un’occasione enorme. Innanzitutto, si brindi allo scampato pericolo: con la nuova legge elettorale Meloni intendeva mettere il dito nella piaga del campo largo, costringendolo a scegliere un leader unico prima delle elezioni. Inoltre, la struttura dei collegi potrebbe aiutare il centrosinistra: sondaggi alla mano, nel Mezzogiorno potrebbe ottenere quasi un filotto. Con il Rosatellum Pd, M5s, Avs e forze centriste possono costruire un’alleanza basata sulla forza dei candidati e su un programma essenziale, rinviando la scelta della guida del governo. Non significa rimuovere il problema della leadership, ma impedire che la sfida tra Elly Schlein e Giuseppe Conte distrugga il campo prima ancora del giudizio degli elettori.
Attenzione. La sconfitta di Meloni è figlia solo e soltanto della hybris e dall’arroganza della premier, non certo delle capacità di un’opposizione apparsa ancora divisa e incerta su programmi e posture sui grandi temi del tempo. I progressisti in poche settimane sono riusciti, per beghe e insipienza strategica, a perdere subito il treno del trionfo referendario. Ora non ci sono più alibi.

Bisognerà scegliere insieme candidati credibili, sia nei collegi sia nelle liste bloccate, spiegare nel programma come aumentare salari e crescita, difendere sanità e scuola, collocando l’Italia in Europa senza distinguo e ambiguità. Max Weber scriveva che l’etica della responsabilità impone di «rispondere delle conseguenze prevedibili delle proprie azioni». È il conto che oggi arriva a Meloni. Chi sogna di sostituirla ha fatto già troppi errori. Non ne faccia altri: sarebbe imperdonabile.
Lo scrutinio al buio colpisce il centrodestra. L’intesa con Forza Italia e Lega non regge. Il Parlamento boccia l’emendamento di FdI, Nm e Udc. Bagarre in Aula e cori “dimissioni” ed “elezioni”. Il capo del M5s: “La premier ora si prenda la responsabilità delle sue decisioni”

(ilfoglio.it) – Clamoroso colpo di scena a Montecitorio. Con un solo voto di scarto l’Aula di Montecitorio ha bocciato l’emendamento di FdI, Nm e Udc per introdurre un sistema misto di preferenze alla legge elettorale. L’intesa raggiunta in extremis in mattinata con Lega e Forza Italia che non avevano inizialmente sottoscritto l’emendamento non ha retto allo scrutinio segreto richiesto anche per gli emendamenti dalle opposizioni. A votare contro l’emendamento 188 deputati, contro i 187 che hanno votato a favore. Il voto è stato accolto dal boato dell’Aula. Le opposizioni hanno cominciato a intonare due cori eloquenti: “Elezioni, elezioni, elezioni” e “Dimissioni, dimissioni, dimissioni”.
Il primo a intervenire dopo il voto per attaccare il governo è stato il deputato vannacciano Edoardo Ziello: “Quest’Aula ha dato un’immagine indegna con questo voto che di fatto mostra una spaccatura all’interno della maggioranza perché è evidente, lo dico agli amici di FdI, che i deputati di Lega e Forza Italia hanno tradito il vostro accordo nel voto segreto. E celandosi nell’oscurità di questa pulsantiera hanno affossato le preferenze che il generale Vannacci aveva invocato. Se questa è la dimostrazione di gestire il paese ci fate capire che siete totalmente inadatti”. Subito dopo anche il deputato e capo del M5s Giuseppe Conte è andato all’attacco, chiedendo: “Ci sono dei momenti in cui quando si ha un alto incarico di governo bisogna anche assumersi la responsabilità delle proprie decisioni”.
La maggioranza si era compattata sull’emendamento. Il Pd chiede il voto segreto, Schlein: “Il Melonellum è l’unica vera priorità della destra”. L’ultimo appello di Meloni: “Mettere la faccia sullo scrutinio”. Cori dai banchi delle opposizioni: “Dimissioni”

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – L’aula della Camera, a voto segreto, ha bocciato l’emendamento sulle preferenze. Dietro lo scrutinio nascosto lo scarto è di appena un voto: 188 No alle preferenze contro 187 Sì, nonostante governo e commissione avessero espresso parere favorevole alla proposta di modifica. Dopo la bocciatura delle preferenze dai banchi delle opposizioni si sono levati i cori “elezioni” e “dimissioni”. “Questo è un voto contro l’arroganza” attacca in Aula la segretaria del Pd, Elly Schlein. Per il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, con questo voto la maggioranza “ha sfiduciato la premier”. Riccardo Magi (Più Europa) e Angelo Bonelli (Avs): “Meloni salga al Colle”.
In mattinata si era registrato il dietrofront di Forza Italia e Lega su uno dei punti più dibattuti della nuova legge elettorale oggi in aula a Montecitorio. All’assemblea del gruppo convocata in mattinata il presidente dei deputati azzurri Enrico Costa ha annunciato il cambio di orientamento sull’emendamento, proposto da FdI e Noi moderati – poi appoggiato anche da Forza Italia e Lega – per reintrodurre le preferenze, sebbene con un sistema semi-bloccato: capolista indicato dalle segreterie di partito e scelta degli altri candidati attraverso un gioco di crocette che finirebbe per penalizzare l’alternanza di genere. “A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se i partiti di opposizione che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani – commenta la premier Giorgia Meloni – C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto”.
Alla fine comunque la presidenza della Camera ha dato il via libera al voto segreto su un centinaio di emendamenti su 200 presentati, e agli articoli 1, 2 e 3. La richiesta delle opposizioni di scrutinio segreto, ha spiegato il presidente di turno Fabio Rampelli, “può essere accolta per tutte le proposte emendative e gli articoli del provvedimento per cui sussistono i requisiti”. Rampelli ha quindi ha annunciato la distribuzione di una tabella “con l’elenco di tutte le votazioni a scrutinio segreto accolte, a cui si aggiungerà anche la votazione finale”.
Una clamorosa retromarcia dei berlusconiani – dopo mesi di tensioni e liti interne alla maggioranza – seguita anche dai leghisti. “In vista dei voti previsti da oggi in aula sulla legge elettorale, la Lega si è riunita per valutare l’emendamento proposto da FdI, Noi Moderati e Udc. Avendo riscontrato che si prevede un sistema misto che garantisce la governabilità e la possibilità di dare voce ai territori per la scelta dei propri rappresentanti, il partito darà indicazione al proprio gruppo alla Camera di esprimere un voto favorevole all’emendamento in oggetto”, si legge in una nota del partito di Matteo Salvini. “Nessuna marcia indietro. Noi ci eravamo espressi a favore del testo originale. C’è stata fatta questa proposta da parte di Fratelli d’Italia, che è una proposta di compromesso che può essere accettabile perché rimane il principio fondamentale della legge – taglia corto il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani, dopo la riunione dei gruppi parlamentari – Tutto il centrodestra si è dichiarato a favore. Lungi da noi – ha aggiunto – l’idea di voler dividere il centrodestra. La nostra è una scelta di tipo culturale. Io sono sempre stato eletto con le preferenze”. Tajani ammette però il problema “che riguarda le donne, ma io ho garantito comunque avranno ampia rappresentanza nelle liste che presenteremo”, fa sapere.
E Roberto Vannacci? L’ex generale non è d’accordo ma voterà l’emendamento di FdI come ha spiegato sui social: “Anche sulle preferenze prevale la politica dell’inciucio: il loro emendamento mantiene i capolista bloccati e lascia il potere nelle segreterie di partito, poi dà un contentino nelle posizioni successive. Noi non siamo d’accordo, vorremmo che tutti i parlamentari fossero eletti con le preferenze. Oggi però voteremo anche questo emendamento, perché è meno peggio, e manterremo il nostro che è per le preferenze pure, per ridare la sovranità al popolo. Vedremo chi crede nella democrazia e lo voterà”.
Le opposizioni hanno formalmente chiesto al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che la proposta di legge sulla riforma elettorale sia votata integralmente a scrutinio segreto. La richiesta, avanzata dai presidenti dei gruppi del Pd, M5S e Avs, Chiara Braga, Riccardo Ricciardi e Luana Zanella, riguarda tutti gli emendamenti, gli articoli e il voto finale. Il Pd, infatti, ha riunito i suoi deputati alle 9 per chiedere il voto segreto su tutti gli emendamenti per i quali è consentito dal regolamento, incluso quello sulle preferenze. Ciò significa che al riparo dell’urna può succedere di tutto. E se a destra entreranno in azione i franchi tiratori non è scontato che la modifica voluta fortissimamente da Giorgia Meloni infine passerà. “Tra la produzione industriale in calo continuo, i prezzi dell’energia più cari d’Europa e gli stipendi più bassi, la priorità di questo governo è la legge elettorale”, sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein.
Il Movimento 5 Stelle, fa sapere il capogruppo in commissione Affari costituzionali alla Camera Alfonso Colucci, non vota l’emendamento di Fratelli d’Italia. “Non abbiamo nemmeno avuto bisogno di discuterne – aggiunge al termine della riunione del gruppo a Montecitorio – sono preferenze finte e votiamo no”.

La Camera respinge l’emendamento di Fdi sulle preferenze
(ilfattoquotidiano.it) – Per un solo voto la maggioranza va sotto. L’emendamento di Fdi sulle preferenze è stato bocciato. Sui 375 votanti, 188 hanno votato contro, 187 a favore. Prima del voto Forza Italia e Lega avevano dato indicazione di voto favorevole.
Conte: “Meloni sfiduciata dalla maggioranza, vada a casa”
“Bisogna assumersi la responsabilità delle proprie decisioni”. “Dopo quattro anni, il governo” vuole “cambiare le regole del gioco”, con il “il tentativo proditorio di FdI e di Meloni di prendere in giro gli italiani con un finto emendamento sulle preferenze”. “Meloni ha lanciato una sfida a metterci la faccia, ce l’avete messa e avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio“. Lo ha detto il leader del M5s Giuseppe Conte. Conte ha chiesto di “aprire la crisi di governo e andare a casa“.
Cori delle opposizioni: “Elezioni” e “dimissioni”
“Elezioni” e “dimissioni“. Dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze si sono levati questi cori dall’opposizione.
Magi: “Presidente Meloni vada al Colle”
“Il governo non ha avuto la cautela di rimettersi all’Aula su questo emendamento, la ministra Casellati ha aderito al parere favorevole dei relatori e quindi significa che è un voto di sfiducia pieno nei confronti del governo Meloni che dovrebbe trarne le conseguenze immediatamente. Non avete più i numeri, dovete prenderne atto. Presidente Meloni vada al Colle“. Lo dice Riccardo Magi, segretario di +Europa, intervenendo nell’aula della Camera dopo che è stato bocciato l’emendamento sulle preferenze.
Schlein: “Voto contro l’arroganza. Avete fallito, tornate a casa”
“È stato un voto contro l’arroganza” di “una leader donna che per difendere il suo potere era pronta a schiacciare quello delle altre donne”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein nell’Aula della Camera dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze. “È il momento di tornare a casa e di dare al paese un governo in grado di risolvere i problemi degli italiani. Prendete atto del fallimento e andate a casa”, ha aggiunto.
Nel nuovo numero del mensile diretto da Peter Gomez la storia di Michele ‘o pazzo e di un gruppo camorristico capace di esportarsi a Roma e Milano. E il ritratto di famiglia dei Caroccia, noti per il caso Delmastro. Uno zio assessore con l’ex senatore Pd Montino

(di Millennium – ilfattoquotidiano.it) – Un confine sottile, quello tra mafia e politica a Roma e dintorni. Non c’è solo il caso di Andrea Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia del governo Meloni costretto a dimettersi dopo che era diventato pubblico il suo ingresso nella società Le 5 Forchette con la figlia 18enne di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva come riciclatore del clan camorristico dei Senese. Vale a dire il vertice criminale della Capitale, ma anche protagonista del “consorzio” tra camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra individuato a Milano dall’indagine Hydra.
Il 7 aprile 2018 muore Nicola Caroccia, padre di Mauro e di Daniele, quest’ultimo pure accusato di essere un riciclatore dei Senese, ma poi assolto al processo. Nicola Caroccia è il fondatore dei primi ristoranti di famiglia, da cui originerà anche la “Bisteccheria d’Italia”, resa famosa dal caso Delmastro. Fra i messaggi di cordoglio c’è un comunicato stampa di Esterino Montino, sindaco Pd di Fiumicino, senatore per due legislature, ex assessore a Roma ed ex vicepresidente della Regione Lazio. È una delle storie che si leggono sul nuovo numero di MillenniuM, da venerdì 17 luglio in librerie selezionate (cerca qui la più comoda per te) e negli store online (il numero è già ora preordinabile su Amazon). Ripercorrendo la storia del clan fondato da Michele Senese ‘o pazzo il mensile diretto da Peter Gomez racconta una nuova mafia sganciata dal territorio di origine, in costante equilibrio fra affari leciti e illeciti, e capace di tessere una fitta rete di relazioni politiche, come sta emergendo a Milano dall’inchiesta Hydra.
Come mai il sindaco di Fiumicino si espone pubblicamente? Perché Angelo Caroccia, fratello del defunto Nicola ed estraneo alle indagini, a Fiumicino è assessore ai Lavori pubblici. Non finisce qui. Nel 2020 vengono messi sotto inchiesta per usura Claudio e Riccardo Cirinnà, rispettivamente fratello e nipote di Monica Cirinnà. Anche lei all’epoca senatrice Pd, nota per le battaglie sui diritti, e moglie di Montino. L’indagine si chiama “Affari di famiglia” e riguarda proprio il clan Senese. La senatrice prende pubblicamente le distanze dai suoi familiari e si dice addolorata dalla vicenda.
Nessun risvolto penale per la coppia di politici, di cui un anno più tardi si torna a parlare per una strana vicenda, così riassunta dagli interessati: alcuni operai impegnati in lavori nella tenuta di famiglia a Capalbio trovano 24 mila euro in una vecchia cuccia per cani e li consegnano alla coppia. Monica Cirinnà ne attribuirà la provenienza a reati commessi da ignoti e ne annuncerà la devoluzione al Fondo unico per la Giustizia.

(Andrea Zhok) – Da ieri ferve l’usuale discussione polarizzata su un episodio di per sé abbastanza insignificante, ma che ha avuto la ventura di venire filmato.
Si tratta, nelle sue linee di fondo, di un episodio banale: qualcuno, ubriaco, drogato o mentalmente instabile, agisce in modo insistentemente molesto, qualcun altro perde la pazienza e lo “mette a posto”, magari esagerando. Rientra nella categoria “risse di strada”. Chi ha più ragione o più torto è una questione di dettagli.
Il caso non avrebbe raggiunto gli onori della cronaca se non fosse capitato che il signore molesto era, a quanto pare, un profugo iracheno, mentre il “giustiziere” era, sempre a quanto pare, un militante di Futuro Nazionale.
A questo punto si è scatenato l’inferno sui social, con due “partiti” entrambi convinti di possedere l’unica corretta chiave interpretativa, e pronti ad azzannarsi.
Da un lato la lettura: “Migrante in difficoltà malmenato da fascista”, dall’altro lato la lettura: “Minaccia straniera neutralizzata da prode autoctono.”
Potremmo riderci sopra, se non fosse che l’ampiezza e virulenza delle reazioni ci mettono in guardia sul fatto che siamo nei pressi di una questione esplosiva. E interpretare correttamente tale situazione è importante, per evitare degenerazioni con tratti da “guerra civile”, che vediamo sempre più spesso – per ora in altri paesi europei. La questione reale va molto al di là dei dettagli del singolo episodio.
Una parte ha giustamente paura che venga promossa una visione della società dove ci si fa giustizia da soli e dove, dunque, alla fine vale la legge del più forte. Il modello statunitense dove, nei quartieri difficili, hai solo la scelta se farti proteggere dalla “gang di latinos” o dalla “fratellanza ariana”, non è qualcosa che uno sano di mente potrebbe auspicare. Tuttavia l’accusa ai “tifosi del giustiziere” di “razzismo” e “fascismo” credo manchi complessivamente il bersaglio.
Infatti le ragioni di chi plaude al “giustiziere” si basano in generale su qualcosa di assai meno astrattamente ideologico di “razzismo” e “fascismo”, qualcosa su cui vale la pena di spendere qualche parola.
La società italiana odierna conta un 10% di popolazione in povertà assoluta, mentre circa un terzo della popolazione non è in grado di affrontare una spesa imprevista (dentista, piccolo incidente d’auto, ecc.) di 1000 euro. Oltre a questa popolazione già in apnea, c’è un’altra ampia fetta di popolazione che percepisce anno dopo anno un’erosione delle proprie condizioni di vita e che, pur lavorando in maniera continuativa, spesso come lavoratori autonomi, arranca.
Ricordo che sociologicamente la piccola borghesia in fase di scivolamento verso il proletariato è sempre stata il bacino di coltura delle reazioni autoritarie del ‘900. L’invito qui, però, è non di pensare che se tiriamo fuori dal cappello le paroline magiche “nazismo” o “fascismo” abbiamo automaticamente capito qualcosa. Non è che la piccola-borghesia in crisi sia ontologicamente malvagia. Ci sono state ragioni per l’emergere di quelle crisi, e ci sono ragioni simili anche oggi. Usare come clave etichette del passato non serve a nulla se non si capisce cosa sta succedendo.
E ciò che oggi sta succedendo non è difficile da vedere. Oggi viviamo una micidiale combinazione di due istanze: un logoramento delle condizioni di vita della maggioranza e una latitanza della capacità di controllo dello stato verso i soggetti marginali (oltre che di aiuto per uscire dalla marginalità).
Il logoramento delle condizioni di vita non concerne solo la riduzione dei margini economici, ma concerne anche la costante crescita delle mille forme di rendicontazione, bollinatura, certificazione, tassazione, responsabilizzazione che lo stato odierno impone ai cittadini attivi. In sostanza, per tenere la testa sopra l’onda, la gran parte dei cittadini non solo deve abbrutirsi di lavoro, ma deve anche sentirsi costantemente sotto sorveglianza e sanzione. Le forze dell’ordine sono occhiute e inesorabili quando si tratta di sanzionare il cittadino medio che ha dimenticato una scadenza, ritardato una “certificazione verde”, messo un post offensivo verso il capo dello stato, o lasciato a casa la mascherina d’ordinanza per passeggiare sulla spiaggia.
Dopo di che esiste una parte della popolazione che è caduta al di fuori della “cittadinanza attiva” o non ci è mai entrata (così è spesso per i clandestini), che ha poco o nulla da perdere, e che proprio per queste ragioni di solito sfugge ad ogni effettiva sanzione.
La presenza di una parte della popolazione di “marginali” non è una novità, e finché i numeri sono percentualmente molto contenuti, il fenomeno rimane sotto controllo. Ma oggi, per la combinazione di una perdita di reddito degli autoctoni e di rilevanti flussi migratori, il numero delle persone “marginali” è in evidente aumento.
L’effetto di questa combinazione è semplice da capire.
Quando una persona della “fascia a rischio”, che fatica a rimanere nella “cittadinanza legale”, che tiene a malapena la testa sopra l’onda di piena, si scontra con una persona della fascia “marginale”, ciò che avviene è che la prima sente, simultaneamente, di poter perdere tutto e di essere sotto giudizio, mentre la seconda non ha nulla da perdere e si sottrae ad ogni giudizio (è impermeabile alla sanzione morale).
In altri termini, se qualche scalmanato (che può essere straniero come autoctono) mi danneggia l’auto in parcheggio, mi vandalizza i tavolini del bar, molesta i clienti, mi costringe ad accompagnare i bambini a scuola perché ha reso la strada inaffidabile, ecc., io, finché cerco di essere un buon cittadino, sono in una condizione di stress e fragilità. Un qualunque danno materiale serio mi può mandare gambe all’aria e qualunque mia reazione deve stare attentissima a rimanere entro il più rigoroso perimetro della legge, pena la possibilità di finire con la testa sotto l’onda. Di contro, chi agisce nella fascia “marginale” può muoversi con sostanziale tranquillità finché non si macchia dei crimini più gravi.
Questa situazione di attrito perenne e crescente tra una fascia della popolazione in caduta e una già marginale è una potenziale bomba ad orologeria sociale. La gravità di questo attrito non è percepita dalla fascia più benestante della popolazione, che tende a vedervi qualche lotta tra “visioni del mondo”, non capendo che ciò che per lei è un fastidio, per qualcun altro può essere la soglia del tracollo.
La soluzione per questo problema è semplice.
Da un lato, idealmente, bisognerebbe ridurre i fattori di attrito, il che significa la presenza di aiuti non solo per quelli già “caduti nella marginalità”, ma anche per quella ampia fascia a rischio di caduta. Ma dall’altro lato, bisogna creare le condizioni giuridiche e materiali affinché le forze dell’ordine possano intervenire in modo efficace. Semplicemente non è pensabile alimentare una situazione in cui le forze dell’ordine sono inflessibili con i padri di famiglia col mutuo, mentre latitano nei confronti della microcriminalità (“perché tanto domani sono di nuovo fuori”).
Non è bello né elegante parlare delle funzioni repressive dello stato, ma talvolta è necessario. E non in un’ottica ottusamente securitaria, ma in un’ottica sociale. Ci sono ambiti, come quello della microcriminalità, che colpiscono come una tassazione altamente regressiva: pesano enormemente sulle fasce sociali in difficoltà e lasciano esenti le fasce più ricche.
Fingere che questa sia una “questione di destra” è un tradimento di ogni istanza socialmente orientata.
“Un’Europa sana dovrebbe ricucire con Russia e Iran”. L’ex ambasciatrice: “Gentiloni? Quel suo bellicismo me lo aspettavo da un dannunziano, non da lui”

(ilfattoquotidiano.it) – “L’oligarchia italiana ha occupato i parametri del pensiero. Entro questo pensiero ci si può muovere con una certa cautela, ma non c’è una forza politica, tranne M5s, Avs e forse una sinistra del Pd (se esiste), che stabilisca un nesso tra quello che sta succedendo in Medio Oriente e la guerra occidentale contro la Russia e che quindi prenda una posizione forte contro le guerre, contro il riarmo europeo, contro la distruzione dello Stato sociale“. Così ai microfoni di Battitori liberi, su Radio Cusano, Elena Basile, ex ambasciatrice d’Italia in Svezia e in Belgio, denuncia con forza la polarizzazione del dibattito pubblico italiano, dominato da un pensiero unico che tende a impedire ogni ragionamento critico sulle guerre in corso.
L’ex diplomatica parte dal suo recente articolo sul Fatto Quotidiano, “Un’Europa sana dovrebbe ricucire con Russia e Iran”, e descrive una spaccatura netta all’interno di quella che definisce “oligarchia”. Da una parte, il centrosinistra (socialisti europei e democratici americani) permette un discorso critico sul genocidio perpetrato da Israele a Gaza: condanna Netanyahu, le politiche di apartheid, i coloni in Cisgiordania. Dall’altra, però, si mostra inflessibile sulla guerra in Ucraina.
E osserva: “Non è possibile assolutamente chiedersi quale sia il fine strategico di una guerra alla Russia, che è una potenza nucleare, che ha 6mila testate, dove sia l’interesse dell’Europa, che ci sarebbe di male per l’Ucraina se l’Ucraina fosse neutrale. Niente di male per l’Ucraina, niente di male neanche per l’Europa, ma queste domande non si possono fare“.
Dall’altro lato dello schieramento, le destre europee e trumpiane aprono al dialogo sulla Russia e sulla necessità di una mediazione diplomatica, come fa, ad esempio, Roberto Vannacci. Ma su Israele e Palestina diventano intransigenti: chiunque denunci la sofferenza palestinese viene etichettato come “filo Hamas” o pericoloso apologeta dell’Islam.
Basile critica duramente anche figure moderate come Paolo Gentiloni, ex presidente del Consiglio e commissario europeo, definito “il miglior interprete della componente democristiana del Pd”. “Eppure – sottolinea l’ex ambasciatrice – quel bellicismo e quella retorica militarista che lui esprime io me li aspetto da un dannunziano, non certo da un moderato dal carattere mite, che si è distinto per aver fatto carriera all’ombra di Renzi e si è distinto dal suo padrino perché aveva posizioni pacate”.
Sul fronte ucraino, poi, Basile ricostruisce la genesi del conflitto. Secondo la sua analisi, la Russia ha risposto a un’escalation pilotata dagli occidentali. Già dopo un mese dall’inizio dell’”operazione speciale” nel marzo 2022, con poche truppe schierate, sarebbe stato possibile una mediazione. Ancora oggi Mosca avanza con cautela, senza impiegare tutto il suo potenziale bellico, e rifiuta le “finte proposte” occidentali perché non si parla di pace mentre si preme per l’ingresso della Nato in Ucraina.
“Questa guerra è scoppiata per la neutralità dell’Ucraina – ribadisce – Se l’Occidente veramente volesse la mediazione, la prima cosa che dovrebbe fare è parlare della neutralità dell’Ucraina. Ma non vuole. La Russia naturalmente non risponde alle finte proposte di negoziato, perché non si propone la mediazione quando i volenterosi affermano di voler avere le truppe Nato nel territorio ucraino“.
Riguardo a Teheran, Basile parla di “coalizione Epstein”, cioè quella israelo-americana, che ha eliminato la leadership iraniana. L’Iran, che “fino a prova contraria non ha ucciso nessuno”, ha risposto con dichiarazioni forti, ma l’Occidente ignora le proprie violazioni del diritto internazionale e vede solo le reazioni altrui. Un’Europa sana, secondo Basile, dovrebbe invece “pensare agli interessi dei popoli europei”.
Durante la trasmissione un ascoltatore contesta con forza la spiegazione dell’ex diplomatica: “Putin voleva un’Ucraina neutrale? No, Putin voleva un’Ucraina russa, punto!”.
Basile replica citando i fatti storici: dal discorso di Putin a Monaco nel 2007, passando per le posizioni di Kissinger nel 2014, fino alle istruzioni ricevute dal governo italiano quando era in servizio: “Io, in quanto ambasciatrice, avevo istruzioni dal governo italiano di difendere accanitamente una posizione moderata, nel senso di dire: noi non siamo per invitare l’Ucraina nella Nato. Sono stati i nordico baltici, i polacchi e il Regno Unito a insistere sulla linea opposta”.
E puntualizza: “Io mi ritengo filo Ucraina perché ho una grande compassione per il popolo ucraino, che sta soffrendo al fronte e che è utilizzato come carne da cannone per sporchi interessi occidentali, geopolitici americani e neoconservatori – conclude – Mi dispiace che l’ascoltatore, come la maggioranza della società civile, sia tratta in inganno da una propaganda che ormai occupa tutti i media”.
Cambio di orientamento sull’emendamento proposto da FdI e Noi moderati. Anche i leghisti potrebbero seguire gli azzurri. Il Pd chiede il voto segreto

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Dietrofront di Forza Italia e Lega su uno dei punti più dibattuti della nuova legge elettorale attesa in aula a Montecitorio. All’assemblea del gruppo convocata in mattinata il presidente dei deputati azzurri Enrico Costa dovrebbe annunciare il cambio di orientamento sull’emendamento, proposto da FdI e Noi moderati, per reintrodurre le preferenze, sebbene con un sistema semi-bloccato: capolista indicato dalle segreterie di partito e scelta degli altri candidati attraverso un gioco di crocette che finirebbe per penalizzare l’alternanza di genere.
Una clamorosa retromarcia dei berlusconiani – dopo mesi di tensioni e liti interne alla maggioranza – seguita anche dai leghisti. “In vista dei voti previsti da oggi in aula sulla legge elettorale, la Lega si è riunita per valutare l’emendamento proposto da FdI, Noi Moderati e Udc. Avendo riscontrato che si prevede un sistema misto che garantisce la governabilità e la possibilità di dare voce ai territori per la scelta dei propri rappresentanti, il partito darà indicazione al proprio gruppo alla Camera di esprimere un voto favorevole all’emendamento in oggetto””, si legge in una nota del partito di Matteo Salvini. Ma non è detto che basterà.
Il Pd, che ha riunito i suoi deputati stamattina alle 9, si prepara infatti a chiedere il voto segreto su tutti gli emendamenti per i quali è consentito dal regolamento, incluso quello sulle preferenze. Ciò significa che al riparo dell’urna può succedere di tutto. E se a destra entreranno in azione i franchi tiratori non è scontato che la modifica voluta fortissimamente da Giorgia Meloni infine passerà.