Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Flop Meloni sui conti pubblici, ma la premier se la prende con Conte


Dopo lo schiaffo sui conti la premier fa la solita propaganda: «Tutta colpa del Superbonus». Salta l’idea di una manovra elettorale. E Giorgetti ammette: «Ci adeguiamo al momento» 

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – È stato un giorno nero per il governo Meloni, forse anche più duro della sconfitta al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. L’impatto mediatico è minore, certo. Ma le conseguenze pratiche sono forse più pesanti. Il punto di svolta della legislatura è la bocciatura della strategia economica, arrivata dai numeri dell’Istat confermati da Eurostat: il rapporto deficit/Pil è al 3,1 per cento, l’Italia non esce dalla procedura di infrazione.

La notizia spazza via le ambizioni di progettare una manovra generosa in vista delle elezioni politiche del 2027. Il progetto di Giorgia Meloni va in frantumi. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva puntato tutto sul miglioramento dei conti pubblici, portando il deficit sotto il 3 per cento. Era stato il segno distintivo del suo mandato: praticare il rigore oggi per poter allargare i cordoni della borsa domani.

La presidente del Consiglio aveva abbracciato la causa, fidandosi dei calcoli fatti al via XX Settembre. Ma la Melonomics è stata un flop. Così, per provare a uscire dalla difficoltà, la premier ripete il solito schema dello scaricabarile, nonostante sia a Palazzo Chigi da quasi quattro anni. «Senza Superbonus saremmo sotto il 3 per cento», ha scritto sui social. Con tanto di autopromozione: «Abbiamo fatto meglio del 3,3 per cento previsto dal governo stesso».

Per la premier è colpa della «sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, che impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi». In mancanza di soldi, le uniche risorse sono quelle della propaganda.

In realtà sul mancato raggiungimento dell’abbattimento del deficit, il governo non può prendersela con nessuno: aveva sbagliato i calcoli. L’asticella è stata spostata in avanti di un anno, nel 2026 il deficit dovrebbe attestarsi, secondo il Documento di finanza pubblica (Dfp) approva in Consiglio dei ministri, al 2,9 per cento con una revisione al rialzo rispetto al precedente 2,8 per cento.

Orizzonte recessione

All’orizzonte si scorgono solo nuvoloni. La crescita, già debole, subisce un’ulteriore frenata riportata nel Dfp, al +0,6 per cento, sempre più lontana dalla soglia psicologica dell’uno per cento. Con la possibilità che il dato debba essere rivisto ulteriormente al ribasso. Anche se Meloni fa professione di ottimismo: «I primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo».

La recessione, tuttavia, non è solo un incubo. La tempesta perfetta potrebbe arrivare con l’impennata dell’inflazione, causata dalla guerra in Iran, e la contestuale fine del Pnrr, che finora ha tenuto in piedi l’economia. A fine mese, peraltro, scade lo sconto di 25 centesimi sul prezzo dei carburanti. Difficile reperire risorse per un’ulteriore proroga dopo quella decisa il 7 aprile. Il caro-benzina si preannuncia un brutto colpo per il consenso del governo. Sono lontani i tempi in cui Meloni e Matteo Salvini promettevano di eliminare le accise. Oggi resta la nenia di dire che è colpa degli altri.

Dal punto di vista pratico, il deficit sotto il 3 per cento era l’ancòra di salvezza per Giorgetti: avrebbe garantito maggiori risorse, attivando prima di tutto la clausola di salvaguardia. Il meccanismo avrebbe permesso di spendere fondi per la difesa senza conteggiarli nella spesa primaria. «Serve una deroga», è ora la linea del Mef. Insomma, avere gli stessi benefici dell’uscita dalla procedura, senza averla realizzata, almeno sulle armi. L’obiettivo mancato mette un grande punto interrogativo sull’ultima legge di Bilancio della legislatura.

Bisognerà valutare come muoversi, tenendo conto appunto degli impegni assunti sugli investimenti militari. «La manovra dovrà essere adeguata alle situazioni del momento», ha detto Giorgetti, ammettendo una navigazione vista. «Viviamo in circostanze straordinarie», ha ripetuto Giorgetti, in riferimento alla guerra in Iran e alle sue conseguenze.

La difesa del ministro appare debole. Il Movimento 5 stelle ha attaccato: «Giorgetti pensi alle dimissioni, il ministro non è più in grado di governare le crescenti emergenze economiche». Il punto è soprattutto strategico. «Il vero fallimento è l’assenza totale di una strategia per la crescita», ha sottolineato il senatore del Pd, Antonio Misiani. Del resto gli anni di crollo della produzione industriale non sono un dettaglio: indicano l’avvitamento del sistema-Paese.

Promesse ridimensionate

E dietro i decimali del deficit c’è un risvolto politico. I partiti di governo devono cercare di capire come fare interventi da rivendere in campagna elettorale. Con questo quadro, per fare un esempio, salta qualsiasi ambizione di mettere mano al sistema pensionistico per favorire requisiti meno stringenti.

Notizia che non renderà felice Salvini. Ma la questione vale per tutti. La rotta è stata tracciata: accusare gli avversari e spingere sull’acceleratore dell’ennesimo decreto Primo maggio. Un copione già logoro.

Giorgetti, da parte sua, ha usato toni quasi salviniani, annunciando uno sforzo sul Patto di stabilità. «Non escluderei» di fare da soli sullo scostamento di bilancio in caso di deterioramento della situazione geopolitica. Gli scenari, del resto, sono peggiorati. Il Dfp ammette una frenata della crescita, già tra le peggiori in Europa: le stime sul Pil scendono al +0,6 per cento dal precedente +0,7.

Stesso dato previsto per il 2027, confermando le difficoltà dell’economia che dovrà affrontare anche l’uscita dal Pnrr, finora scialuppa di salvataggio per la tenuta dei conti.

Ma, per ammissione dello stesso Giorgetti, si naviga a vista: «Noi ministri dell’Economia siamo come i medici da campo, abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti». E sulla prospettiva per i prossimi mesi, il numero uno del Mef scarica tutto sugli Stati Uniti: «Chiedetelo a Trump». La pace, per il governo Meloni, è più un valore economico che morale.


L’angolo del buonumore


Nordio tra conferma dell’abolizione dell’abuso d’ufficio e modica quantità di mazzette. L’angolo del buonumore, ma c’è poco da ridere

L’angolo del buonumore

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Sono giorni difficili per il governo Meloni. Dopo le tensioni con il Quirinale sulla norma premia-rimpatri, infilata nel decreto sicurezza e contestata da tutti (dai magistrati agli avvocati) per i profili di dubbia costituzionalità, ieri è arrivata pure la doccia fredda dell’Eurostat: con il rapporto deficit/Pil certificato al 3,1% l’Italia resta sotto procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo.

L’ennesimo fallimento di un esecutivo che si è sempre vantato di tenere i conti a posto e che ora si vedrà costretto a fare ciò che si era sempre rifiutato da fare in nome del rigore, chiedere cioè al Parlamento uno scostamento di bilancio. Per i prezzi dei carburanti e delle bollette alle stelle? Per tagliare le interminabili liste d’attesa in Sanità? O per fronteggiare l’emergenza sociale che ha trascinato in povertà sei milioni di italiani? Ma quando mai! Dovrà farlo per onorare i folli impegni di spesa militare presi in sede Nato. Il famoso 5% del Pil ingoiato da Meloni senza fare un plissé su diktat di Trump. E che costringerà il Paese all’ennesima Finanziaria lacrima e sangue.

Meno male che in una giornata tanto nera ad animare l’angolo del buonumore ci ha pensato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, eclissatosi dopo la débâcle referendaria e riapparso ieri durante il question time alla Camera. Dove, dopo aver ribadito di non avere alcuna intenzione di ripristinare l’abuso d’ufficio da lui eliminato, nonostante la recente direttiva anticorruzione europea ci imporrebbe di reintrodurre nel codice penale almeno un paio delle fattispecie più gravi, ha annunciato nuove mirabolanti imprese sul sequestro degli smartphone. Non prima di aver rispolverato il concetto di modica quantità.

“E’ nel codice penale: se si parla di tenuità o di modesta quantità persino della droga non sarà una bestemmia parlare di modestia anche di cosiddette mazzette o del pretium sceleris della corruzione”, è riuscito a dire, restando serio, il Guardasigilli. Resta da capire, premesso che è la somma che fa il totale, a quanto ammonti la modica quantità di mazzetta tollerabile secondo Nordio. A cui andrebbe ricordato, a proposito di totale, che è il ministro di un Paese in cui la corruzione si mangia centinaia di miliardi di euro ogni anno. Ma su questo c’è poco da ridere.


“Politico.ue” affonda il colpo sulla mancata uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione


(di Gregorio Sorgi – politico.eu) – È improbabile che Giorgia Meloni possa contare sulla leva della spesa pubblica per rafforzare la sua candidatura alla rielezione nel 2027.

Le speranze della presidente del Consiglio di ottenere maggiori margini di spesa hanno subito un duro colpo dopo che, mercoledì, l’ufficio statistico dell’UE Eurostat ha confermato che il deficit di bilancio dell’Italia per il 2025 — la differenza tra quanto un governo spende e quanto incassa in tasse — ha superato i limiti fiscali di Bruxelles.

I dati deludenti arrivano sulla scia di una pesante sconfitta per Meloni nel referendum sulla giustizia dello scorso mese, che ha messo in difficoltà la sua leadership politica.

I dati di Eurostat mostrano che il deficit dell’Italia è stato del 3,1 per cento lo scorso anno, 0,1 punti percentuali sopra la soglia dell’UE, lasciando il governo nella cosiddetta procedura per disavanzo eccessivo (EDP) — un segnale d’allarme che Bruxelles applica ai Paesi che sforano finché non riportano sotto controllo la spesa. Entro la fine di quest’anno l’Italia è destinata a superare la Grecia come Paese più indebitato dell’Unione europea.

Il ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto i dati di Eurostat durante una conferenza stampa mercoledì.

«Dunque l’arbitro ha assegnato il rigore», ha dichiarato ai giornalisti a Roma. «Si può essere d’accordo o meno, ma queste sono le regole del gioco».

Roma sperava di uscire dalla procedura EDP — una priorità chiave per il governo Meloni — a giugno, quando la Commissione europea dovrà  valutare se i governi rispettano le regole del blocco. Ma è invece probabile che sia costretta a limitare la spesa proprio mentre l’Europa è alle prese con l’impennata dei prezzi del carburante e con le ricadute economiche del conflitto in Iran.

Mercoledì Bruxelles ha offerto ai governi una certa flessibilità per sostenere cittadini e imprese più colpiti dalla crisi. Ma la Commissione ha ripetutamente respinto le richieste di Roma di sospendere le regole fiscali dell’UE per consentire ai governi di spendere per uscire dalla crisi.

Giorgetti non ha escluso ulteriori spese nel caso in cui Bruxelles rifiuti di concedere maggiore margine.

Nessuna via d’uscita facile

Le conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente rischiano di rendere più difficile per Roma uscire dal club dei Paesi con spesa eccessiva.

L’impennata dei prezzi del petrolio ha costretto l’Italia a rivedere al ribasso le stime di crescita, e il Paese ha aumentato la spesa nel tentativo di proteggere le famiglie dall’aumento delle bollette energetiche. Secondo due funzionari a conoscenza del dossier, queste misure rischiano di far crescere il deficit negli anni a venire e di scoraggiare la Commissione dal porre fine alla procedura EDP dell’Italia.

Meloni è intenzionata a liberare Roma dalla procedura in vista di un anno elettorale delicato, con la sua coalizione di centrodestra nei sondaggi testa a testa con gli avversari di centrosinistra.

L’uscita dall’EDP sarebbe stata interpretata dai mercati finanziari come un segnale di forza — soprattutto per un Paese come l’Italia, il cui rapporto debito/PIL è stimato al 138 per cento quest’anno. Ancora più importante, avrebbe consentito maggiori margini di spesa al governo per sostenere le famiglie contro il caro energia e aumentare la spesa per la difesa.

Finora l’Italia ha evitato di attivare una clausola di emergenza dell’UE che consentirebbe un aumento della spesa militare, temendo che ciò possa rendere più difficile uscire dalla procedura EDP.


“Sic transit gloria mundi!”


(Dott. Paolo Caruso) – “Sic transit gloria mundi!” ( così passa la gloria del mondo). Un richiamo alla modestia per la nostra Premier. Alla Meloni non manca la solidarietà di tutti i politici italiani. Doppiamente sbeffeggiata da Trump e da Putin trova conforto a casa sua, nel suo Paese. Dal neo Zar le arrivano offese per mezzo dell’inqualificabile suo portavoce di regime. Si era fidata ingenuamente dei due Tycoon, l’americano e il russo, compari di merenda”, come Pinocchio si era fidato del gatto e della volpe”. È così che la Meloni ” first lady ” d’Europa, pontiera dei due continenti, si è ritrovata buggerata. Non è che avesse dato direttamente fiducia a Putin, ma, visto che i due mandrilli sono amici, caduta la fiducia dell’uno, era fatale la reazione dell’altro. Ma i partiti di tutto l’arco costituzionale, in Parlamento e fuori, hanno fatto quadrato a sua difesa. È giunto fatalmente anche per lei l’ora della verità, il “redde rationem” alle sue fughe solitarie oltre Oceano. L’ Europa a lei, come a tutti sovranisti (Orban in testa), era indigesta e, come sono soliti fare i figli adolescenti, anche lei aveva cercato, fuori casa, il calore della famiglia, che però altrove non poteva trovare. Trump è l’automa di se stesso. Inaffidabile egocentrico, incapace di un rapporto lineare e leale. Dà infatti solo risposte alle pulsioni del suo umore cangiante, come quando definiva pubblicamente la Meloni “bella”, con qualche imbarazzo istituzionale, o quando la chiamò “traditrice fascista”, dando la stura a Putin di sbeffeggiarla, mettendola così alla gogna mediatica. Lo sboccato conduttore televisivo russo, già noto per le sue intemperanze sessiste, dando sfogo alla sua consueta volgarità ha potuto esternare la rabbia del suo “padrone” nei confronti della Caciottara che nonostante il rapporto deteriorato con il suo amico Trump non riesce a trovare una giusta collocazione politica. L’ Europa guardinga ora la sta ad osservare. Il suo ridimensionamento e il rientro tra il gruppo dei cosiddetti Paesi volenterosi riesce a incattivire ancora di più Putin che forse sperava dalla amica di Orban maggiore vicinanza di interessi. Dico sommessamente alla Meloni che alle batoste della vita si può essere impreparati, ma non vanno eluse senza una fondamentale riflessione: bisogna restare sempre con la schiena dritta. Italia vuol dire Europa e viceversa. Nostro ambito culturale e vitale è il vecchio e caro Continente, dove si trova quel che altrove non c’è: la libertà e la democrazia nel rispetto inalienabile della Persona e dei suoi valori.


La surreale storia del governo che rischia di rimanere senza soldi per la prossima legge di bilancio


A quanto pare, nella prossima legge di bilancio rischiamo di non poter accedere al fondo Safe e avere miliardi da spendere per fronteggiare la crisi perché forse abbiamo sbagliato i conti.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Ok, lo ammetto: questa non l’abbiamo proprio capita.
Quindi rifacciamo i conti con voi, in diretta.

La prossima legge di bilancio è la più importante di tutte, per il governo. Perché è quella che arriva prima delle elezioni e dopo anni in cui non ha speso nulla, il governo la voleva utilizzare per essere generoso al momento giusto. Tanto più ora, con una crisi economica alle porte e un crollo di consensi che non accenna a frenare dopo la sconfitta al referendum.

Insomma, se c’è un anno in cui bisogna spendere, in cui è necessario spendere è proprio il prossimo.

Precondizione per farlo è l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, a cui il governo sta lavorando da inizio legislatura, e che non ha mai mancato di annoverare tra i suoi successi prossimi venturi. Con il deficit che torna sotto il 3% del PIL, infatti, si può accedere al fondo Safe per finanziare l’aumento della spesa militare a tassi ridicoli. In questo modo il vantaggio è triplice: si accontenta Trump senza spendere un soldo, si investe un po’ a beneficio della crescita e rimangono soldi – più o meno 6 miliardi in più, contati male – da mettere nelle tasche degli italiani poco prima del voto.

Bene. Il problema è che a quanto pare non si esce dalla procedura d’infrazione, perché qualcuno, segnatamente il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, ha fatto male i conti. Il nostro deficit infatti è pari al 3,05% del PIL, che arrotondato, fa 3,1%. Quindi, niente fondo Safe per armi e ciao ciao ai soldi in più da mettere in legge di bilancio.

Se vi sembra surreale già così, sappiate che parliamo di una cifra ridicola, che rischia di impedire al governo di spendere 6 miliardi in più per abbassare le tasse o per distribuire qualche incentivo o qualche sussidio in più. Oltre al fatto che uscire dalla procedura d’infrazione avrebbe effetti positivi pure sullo spread e quindi sugli interessi che pagheremo sul debito prossimo venturo.

Lo ammettiamo, pure qua: per settimane abbiamo pensato che alla fine i conti sarebbero tornati. Che si sarebbe trovato il modo di limare quei 23 milioni. E invece, a quanto pare, no: nonostante Giorgetti affermi di “credere ai miracoli”, nel Documento di Finanza Pubblica che presenterà oggi in Consiglio dei ministri, stando alle ultime, c’è scritto 3,1%.

Va detto, a onor del vero, che la Commissione Europea ha chiarito che la forbice fosse molto più ampia, che per uscire dalla procedura d’infrazione non fosse necessario arrivare al 3%, ma andare sotto, e che quindi mancasse circa un milardo e non poche decine di milioni. Però, in ogni caso,  è come se, al momento di pagare, rinunciaste a una vacanza da mille euro perché ve ne uno, o una decina. Ed è inutile prendersela con l’agenzia di viaggi  – la Commissione Europea, in questo caso – che non fa lo sconto e non deroga al patto di stabilità. I conti li abbiamo sbagliati noi.

Com’è possibile stia succedendo davvero? Chi ha sbagliato, in tutta questa storia? Davvero finirà così, col governo che rimane a secco all’ultimo giro di giostra e deve rimangiarsi tutte le promesse, ancora una volta, per aver sbagliato i conti di 23 milioni di euro?

Continuiamo a pensare che tutto questo non sia possibile, che siamo su Scherzi a Parte. Altrimenti, questa storia si candida a diventare la Gioconda di tutti gli atti di autolesionismo politico di questo governo. Che da qualche mese a questa parte sembra davvero mettercela tutta, per provare andare a casa.


Sport, bonus e coltelli: non solo sicurezza, 4 anni di leggi della destra respinte o subito ritirate


Omnibus in un unico decreto truppe nato e sanità

Sport, bonus e coltelli: non solo Sicurezza, 4 anni di leggi della destra respinte o subito ritirate

(di Lorenzo Giarelli e Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – Il decreto Sicurezza ha meritato il cartellino giallo del Quirinale. Ma è solo l’ultima norma che il governo è costretto a rivedere, tra retromarce imbarazzanti, stroncature degli organismi di controllo e liti interne.

Retromarce banche, sisma&c.

Agosto 2023. La premier si intesta la tassa sugli extra-profitti delle banche, ma basta l’altolà di Marina Berlusconi per la retromarcia: il governo presenta un emendamento che consente alle banche di non pagare, scegliendo in alternativa di accantonare una somma pari due volte e mezza quanto dovuto.

Marzo 2024. Meloni chiude i rubinetti del Superbonus, ma non si accorge di averli chiusi anche ai cantieri post sisma. Risultato: un correttivo per mantenere in Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio il 110%.

Dicembre 2024. Il nuovo Codice della strada punisce la positività ai test per rilevare le sostanze stupefacenti senza porsi il problema di chi usa la cannabis a scopo terapeutico. Per rimediare serve una circolare alle prefetture.

Aprile 2025. Il governo deve fare marcia indietro per sterilizzare il pasticcio derivante dalla riorganizzazione degli scaglioni Irpef a causa del quale 28 milioni di cittadini sarebbero tenuti a pagare un acconto non dovuto, rimborsabile solo nel 2026.

Ottobre 2025. Retromarcia sull’emendamento al dl Concorrenza che prevedeva rincari automatici delle tariffe telefoniche.

Dicembre 2025. Il governo pensa a un’assurda regola che allunga fino a 33 mesi l’addio al lavoro per chi ha riscattato la laurea. Meloni è costretta ad ammettere l’errore. Sempre in manovra, il governo introduce la tassa sui pacchi provenienti da fuori l’Ue, ma poi ci ripensa.

Aprile 2026. Retromarcia sul dl Fiscale con il governo costretto a ripristinare gli incentivi tolti alle imprese e le regole di Transizione 5.0.

Cinque giorni fa. Dietrofront sui coltelli del dl Sicurezza: ridotto il divieto assoluto di porto, che avrebbe punito anche i boyscout.

Obbrobri benzina&c.

Dicembre 2022. Basta il titolo: “Decreto potenziamento Nato, servizio sanitario Calabria e commissione Aifa”. Un “mappazzone”.

Febbraio 2024. L’obbligo di esporre i prezzi medi dei carburanti viene bocciato da Antitrust e Consiglio di Stato per inutilità manifesta.

Ottobre 2024. Inizia il flop dei centri in Albania. Chi fa richiesta di asilo ha il diritto di attendere nel Paese in cui è arrivato, cioè l’Italia. In più, il governo pasticcia coi “Paesi sicuri”. Decine di migranti tornano in Italia.

Aprile 2025. La Consulta boccia il dl Priolo che aveva attribuito al Tribunale di Roma la competenza per l’appello sui sequestri riguardanti aziende di interesse strategico nazionale.

Luglio 2025. La Consulta boccia il decreto Caivano nella parte in cui esclude il reato di spaccio di lieve entità dalla messa alla prova, facendo esplodere il numero di minori reclusi.

Ottobre 2025. Una storia emblematica: a Venezia i borseggiatori devono essere avvisati dell’interrogatorio, grazie alle norme Cartabia-Nordio. Loro spariscono e tanti saluti agli inquirenti.

Quirinale balneari&c.

Febbraio 2023. Via libera al Milleproroghe, ma il Colle segnala “evidenti incompatibilità” col diritto Ue sulle concessioni balneari e critica “l’eccessiva disomogeneità” del testo.

Gennaio 2024. Mattarella promulga il dl Concorrenza, ma scrive a Camere e Meloni: troppo facili e troppo lunghi i rinnovi di alcune concessioni.

Aprile 2025. Uno dei tanti pacchetti Sicurezza arriva in Cdm dopo discussione col Colle. Spariscono varie norme, tra cui una sul carcere per le madri con bambini piccoli e una stretta sulla vendita di Sim ai migranti.

Aprile 2025. Mattarella dà l’ok ai ristori alle famiglie di vittime di crolli stradali, ma invia una lettera alle Camere: non si può discriminare i figli delle vittime in base allo stato civile dei genitori.

Ottobre 2025. Neanche l’istituzione di San Francesco (4 ottobre) come festa nazionale fila liscia. Il testo è scritto male, non è chiaro, perché lo stesso giorno c’è una festività civile per Santa Caterina da Siena.

Gennaio 2026. Dopo moral suasion del Colle, il governo stralcia dal decreto Pnrr lo scudo agli imprenditori che sottopagano i lavoratori.


La Russia ancora contro l’Italia, Zakharova: “Confusa dalla sua stessa propaganda”


Le parole della portavoce del Cremlino dopo gli insulti del conduttore tv alla presidente del Consiglio e la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore. Solovyov: “Condividendo le idee di Mussolini, voi aderite a tutti i crimini dell’Italia fascista e dovreste condividerne la responsabilità

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – Dopo gli attacchi del conduttore russo Vladimir Solovyov a Giorgia Meloni e la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore Alexey Paramonov, ora è il turno della portavoce del Cremlino, Maria Zakharova. Secondo cui l’Italia è stata “confusa dalla sua stessa propaganda per anni” e dovrebbe chiedersi “da che parte della storia si trova”.

“Per anni sono stati confusi dalla loro stessa propaganda. Hanno permesso ai media occidentali, concentrati su Washington e Londra, di prenderli in giro” ha affermato Zakharova, citata dall’agenzia di stampa Ria Novosti, aggiungendo che la situazione legata alla convocazione del diplomatico russo “non è più solo una questione di doppi standard, ma di mancanza di standard e, la cosa peggiore, di mancanza di coscienza”.

“Quando insultano il nostro Paese a livello governativo, dal loro punto di vista non solo è normale, ma noi non abbiamo alcun diritto di lamentarci”, ha proseguito Zakharova. “Ma quando sono giornalisti, non funzionari o diplomatici, a esprimere il loro disappunto per il fatto che l’Italia fornisca denaro, armi e sostenga il regime di Kiev in ogni modo possibile, portando all’uccisione e al ferimento di bambini e alla morte di tanti civili, questo diventa motivo per convocare l’ambasciatore russo”, ha aggiunto la portavoce, ribadendo che Mosca auspica comunque “un dialogo basato sul reciproco rispetto”.

Alla presidente del Consiglio – che ha incassato la solidarietà di Sergio Mattarella e di tutto l’arco parlamentare, opposizioni comprese – ha replicato oggi lo stesso Solovyov, con parole altrettanto dure rispetto a quelle pronunciate ieri durante il suo programma televisivo: “Signora Meloni, le parlo come uomo e ebreo che è stato nuovamente perseguitato dalle autorità italiane. Questo è accaduto più di una volta nella storia italiana. Non sono un propagandista, ma un ebreo e un antifascista, che si rivolge a voi, seguaci del fascista Mussolini, che ha combattuto nella guerra contro il popolo sovietico e che, come Hitler, porta la responsabilità personale della morte di 27 milioni di cittadini sovietici, del genocidio del popolo sovietico e dell’Olocausto contro gli ebrei” – scrive il propagandista su Telegram -. Condividendo le idee di Mussolini, voi aderite a tutti i crimini dell’Italia fascista e, logicamente, dovreste condividerne la responsabilità“, aggiunge Solovyov.

“In ogni caso, dimostrate simpatia per questi crimini sostenendo lo Stato nazista ucraino, che compie attacchi terroristici sul territorio russo e non ha fatto mistero dei suoi ripetuti complotti per assassinare qualcuno, incluso il mio stesso obiettivo dichiarato. E quando mi rispondete personalmente, tenete sempre presente questo”, conclude.


L’azienda leader mondiale di profilattici annuncia un aumento del 30% a causa della guerra


L’annuncio della società malese che fornisce marchi come Durex e Trojan. Il conflitto sta facendo lievitare i costi delle materie prime usate del 25/30%: “Non abbiamo altra scelta che trasferire queste spese ai clienti in questo momento”

Preservativi sempre più cari: azienda leader Karex annuncia l’aumento del 30% per la guerra in Iran

(Gianluca Modolo – repubblica.it) – PECHINO – La guerra in Iran renderà più costosi anche i preservativi. L’azienda malese Karex, la più grande al mondo per produzione di profilattici – produce un condom su cinque a livello mondiale – si appresta ad aumentare i prezzi fino al 30%, visto che il protrarsi del conflitto sta destabilizzando le catene di approvvigionamento e facendo lievitare i costi delle materie prime.

L’aumento del prezzo dei preservativi avverrà nei prossimi mesi, ha affermato l’amministratore delegato, Goh Miah Kiat, in un’intervista a Bloomberg. “L’azienda fa ricorso a una serie di prodotti di origine petrolchimica — come l’ammoniaca utilizzata per conservare il lattice, l’etanolo per l’imballaggio e la stampa, e l’olio di silicone per lubrificare ogni preservativo”, ha spiegato Goh. Dall’inizio della guerra, il costo dell’olio di silicone è aumentato di circa il 30% e i prezzi del lattice nitrilico sono raddoppiati. Secondo Goh, i costi di produzione per l’azienda sono aumentati di circa il 25-30% nel complesso dall’inizio della guerra. “Non abbiamo altra scelta che trasferire i costi ai clienti in questo momento”, ha raccontato in un’altra intervista, all’agenzia di stampa Reuters.

Per ora Goh non prevede che l’aumento dei prezzi inciderà sulla domanda, “poiché il mercato dei preservativi è praticamente immune all’inflazione. Nei periodi difficili, l’uso dei preservativi è ancora maggiore perché si è incerti sul proprio futuro”, ha affermato nell’intervista. Karex sta inoltre registrando un’impennata della domanda di preservativi, poiché, ha spiegato l’amministratore delegato dell’azienda, l’aumento dei costi di trasporto e i ritardi nelle spedizioni hanno lasciato molti dei suoi clienti con scorte inferiori al normale. “La domanda di preservativi è aumentata di circa il 30% nel 2026, e le difficoltà nelle spedizioni hanno ulteriormente aggravato la carenza”.

Fondata nel 1988, l’azienda malese produce circa cinque miliardi di preservativi all’anno per marchi come ad esempio Durex; ha propri brand come ONE Condoms e Carex; è proprietaria della società Pasante Healthcare, che fornisce preservativi al Servizio sanitario nazionale britannico; collabora con programmi di aiuto internazionali gestiti dalle Nazioni Unite.


Che batosta per Giorgetti e Meloni!


EUROSTAT STIMA DEFICIT/PIL ITALIA AL 3,1% NEL 2025, RESTA PROCEDURA

(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Eurostat stima il rapporto deficit/Pil dell’Italia al 3,1% per il 2025, dal 3,4% del 2024. Con questo valore sembra escludersi una uscita del Paese dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, all’esame dalla Commissione Ue a inizio giugno nell’ambito del Semestre europeo.

EUROSTAT, DEBITO DELL’ITALIA PIÙ ALTO DOPO LA GRECIA

(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Eurostat vede il debito dell’Italia in salita al 137,1% del  Pil nel 2025, rispetto al 134,7% del 2024. Resta il secondo debito rispetto al Pil nella Ue alle spalle della Grecia, che si attesta in calo al 146,1% del Pil (dal 154,2%). Sotto i valori dell’Italia il debito della Francia, in aumento al 115,6 del Pil (dal 112,6%). 


Conte: “Hanno fallito. Ora bisogna rialzarsi”


(Giuseppe Conte) – Da italiano la notizia di poco fa mi preoccupa molto e mi spinge a trovare soluzioni.

Il governo tutto tagli e austerità di Giorgia Meloni ha fallito e non ha centrato nemmeno l’obiettivo del 3% deficit/Pil su cui avevano puntato tutto, con 4 manovre lacrime e sangue. Ora siamo totalmente chiusi nella gabbia dei vincoli del Patto di stabilità che questo stesso Governo ha sottoscritto a Bruxelles, condannando l’Italia a tagliare su sanità, scuola, imprese, energia.

Meloni ha dimostrato di non essere il timoniere giusto in mezzo a questa fase storica: ha fallito le scelte di politica estera ed economica. È stato l’unico governo a trovare sul tavolo, senza merito, 209 miliardi da investire, conquistati da noi in Europa: invece di puntare tutto sulla crescita accompagnando quegli investimenti per ridurre il rapporto deficit/Pil hanno depresso le forze economiche del Paese, aumentato le tasse, raggiunto una pressione fiscale record e assistito inerti a 3 anni di crollo della produzione industriale.

Mentre famiglie e imprese sono sempre più in difficoltà ilGoverno ha aumentato di 12 miliardi l’anno le spese militari e lasciato che banche e industrie energetiche accumulassero ingenti profitti. Gli italiani piangono, ma le industrie delle armi (soprattutto straniere) e le banche festeggiano.

Cosa farei ora?

Ricostruirei. Perché l’Italia è forte. Ora, vista l’emergenza, bisogna subito andare a sospendere gli accordi sul riarmo in sede Nato e a Bruxelles. Bisogna rivedere gli accordi firmati sul Patto di stabilità che ci strangola. Prendiamo le risorse dagli extraprofitti di banche, colossi energetici e industria delle armi. Usiamo questi fondi per rimettere l’Italia in piedi.

Non è il momento di galleggiare dopo 4 anni di errori e fallimenti.


Tra ritardi e 12 miliardi spesi. Il grande buco nero degli F35


Una relazione della Corte dei conti mette insieme i numeri sul programma per i caccia. L’impatto sull’occupazione è al minimo sindacale, i costi una tantum sono quadruplicati 

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un ritardo di almeno 10 anni sulla tabella di marcia, una spesa certificata di quasi 12 miliardi. E un ulteriore incremento dei costi una tantum, difficile da stimare, che per alcune voci sono già quadruplicati.

Il tutto con un impatto sull’occupazione inferiore rispetto alle ottimistiche stime iniziali. Il programma per i caccia F35, realizzati da un consorzio guidato da Lockheed Martin, presenta una serie di criticità, con un futuro che resta ancora carico di incognite.

A fare il punto è stata la Corte dei conti in una relazione, letta da Domani. Se nel 2017 i magistrati contabili proponevano di valutare «la prosecuzione o un ridimensionamento», nove anni dopo la rotta è ormai tracciata. Anche perché, nel nuovo documento programmatico per la Difesa, il numero di velivoli da acquistare per l’Italia è salito, di nuovo, da 90 a 115.

In tempi di discussione sulle spese per la Difesa il documento, redatto dai magistrati contabili della sezione di controllo per gli affari europei e internazionali, pone una serie di quesiti sulla qualità della spesa. Certo, il programma F35 fa discutere da decenni. Il primo memorandum è stato firmato nel 1998, sotto il governo D’Alema, e con l’esecutivo di Silvio Berlusconi, nel 2002, è stato ulteriormente ampliato e confermato dai vari esecutivi per la dotazione di 130 caccia F35, all’epoca illustrati come prodigi della tecnologia militare.

Solo nel 2012, con il governo Monti, c’è stato un ridimensionamento, a 90 mezzi, salvo poi il ritocco al rialzo (115) voluto dall’esecutivo Meloni nel documento programmatico, firmato dal ministero della Difesa di Guido Crosetto.

Pesanti ritardi

Il programma, al netto delle contestazioni, è indietro di oltre 10 anni. «Ha subito significativi ritardi specie nella sua fase sperimentale, dal momento che si sarebbe dovuto concludere nel 2012 e, invece, è terminato nel 2023», riporta la delibera.

A cascata ci sono stati effetti sulle fasi successive: «Il passaggio alla produzione a pieno ritmo dei velivoli si è verificato solo nel 2024, invece che nel 2015».

Inevitabilmente i rallentamenti hanno comportato un aggravio dei costi: al momento della sottoscrizione dell’accordo l’Italia si era impegnata per 10 miliardi di dollari. Dopo 27 anni le cifre sono diverse, nonostante il progetto stia nei fatti muovendo solo ora i primi passi concreti. «Al giugno 2025, per il programma F35 sono stati spesi (per le fasi di sviluppo e produzione, per lo stabilimento trivalente di Cameri e per l’attivazione dei siti) 11,84 miliardi di euro», mette nero su bianco la Corte dei conti. Il problema per l’Italia è soprattutto relativo ai costi shared, quelli condivisi con gli altri partner del progetto.

Le spese una tantum sono le più preoccupanti. Riguardano attrezzature, reingegnerizzazione di parti, sviluppo, continuo aggiornamento e industrializzazione del supporto logistico. E sono allocate nel bilancio ordinario della Difesa alla voce «investimento per l’ammodernamento delle Forze armate».

I numeri confermano la traiettoria imprevedibile. «La contribuzione italiana per i costi shared è, allo stato, di 3 miliardi e 276 milioni di dollari nel periodo 2007-2051», sottolinea la delibera, registrando già un aumento di 440 milioni di euro rispetto al tetto massimo previsto – dopo una prima revisione – di 2,8 miliardi di dollari. Ma la dotazione iniziale ammontava a 904 milioni di euro. I motivi del balzo sono vari, come «la necessità di dover introdurre nuove tecnologie», oltre «all’andamento inflattivo» che si è verificato negli anni.

Aumenti imprevedibili

Resta la considerazione di «una crescita esponenziale» che deve tuttavia fare i conti con «il successivo aggiornamento (non ancora concordato) che rivede la stima in aumento». C’è un ulteriore fattore fissato: la guida incontestabile degli Stati Uniti, che costringe gli altri partner, Italia inclusa, a un ruolo ancillare.

Gli svantaggi sono anche industriali. «La qualità di mero partner dell’Italia nel programma F35, la cui leadership è in capo solamente agli Usa, ha prodotto assenza di condivisione delle tecnologie sviluppate, crescita non bilanciata del know-how acquisito fra il Paese leader e i partner, carente trasparenza sui processi di costo inerenti alle attività progettuali e assenza di un’effettiva condivisione delle intellectual properties», scrive la Corte dei conti.

Perciò, «essendo la governance del programma sotto il controllo degli Usa, ne deriva l’impossibilità dei partner, a prescindere dal livello di trasparenza delle procedure di costo, di poter incidere sulle dinamiche decisionali, specie sulle componenti di costo condivise».

Nonostante lo sforzo già compiuto e quello da prevedere per il futuro, l’impatto sull’occupazione non è stato da urlo. L’effettiva occupazione, al 2024, è di 3.861 unità e sono così ripartiti: «2.304 nel contesto di Leonardo», circa un migliaio «nelle aziende fornitrici di Lm e/o P&W e 557 nell’approntamento dei siti operativi». Il dato complessivo, comunque, si colloca sulla parte più bassa della forchetta della stima, che partiva da 3.500 fino a un massimo di 6.400. Una valutazione che era stata già rivista al ribasso in confronto ai 10mila inizialmente formulate. Un progetto che non sembra un affare.


Il diritto secondo Giorgia: paghi l’avvocato se ti fa condannare


(di Alessandro Robecchi – ilfattoquotidiano.it) – Nel momento in cui scrivo, non si sa bene che fine farà il nuovo decreto Sicurezza, cioè quell’insieme di norme che il governo Meloni ha presentato (caratteristiche di urgenza, ecc. ecc. la solita solfa) per rafforzare la repressione del dissenso nel Paese. Come si sa, il nodo venuto al pettine del Quirinale è l’articolo 30 bis del decreto, che in soldoni (e il caso di dire) riconosce un pagamento all’avvocato del migrante (625 euro) se il migrante accetta di andarsene dall’Italia. Traduco: la Repubblica garantisce a tutti il diritto alla difesa, ma se il difeso è un migrante o un richiedente asilo l’avvocato viene pagato per farlo perdere e per caricarlo su un volo che lo riporta nel posto da cui è scappato. Ci vuole del genio: pagare un avvocato a seconda dell’esito della causa è un calcio in faccia alla Costituzione italiana (diritto alla difesa, articolo 24), e forse proprio per questo gradito a chi considera la Costituzione una discreta rottura di palle (quelli del Sì al referendum, per dire). Il decreto va tramutato in legge entro il 25 aprile (il calendario è beffarolo), sennò nisba, e questo agita gli agit-prop securitari del governo, povere stelle. […]

A proposito di schifezze, lo stesso decreto introduce una specie di scudo penale per le forze dell’ordine, libere di menare senza pensieri, e addirittura il fermo preventivo, cioè possono rinchiuderti prima che tu abbia fatto qualcosa perché c’è il sospetto che tu possa farlo (non si applica ai femminicidi per scongiurare retate di mariti).

[…]

I barbatrucchi del governo Meloni per evitare di fare l’ormai tradizionale figura da peracottaro sono a questo punto degni di Fantozzi: non modificare il decreto e fare subito al volo un altro decreto che smentisce l’articolo 30 bis del decreto (una legge con allegata legge che smentisce la legge, c’è del genio), far finta di niente e aspettare che la Corte costituzionale faccia a pezzi tutto quanto, oppure far passare il decreto e poi dimenticarsi dei decreti attuativi, in modo che la legge resti scritta, ma risulti inapplicabile. Tutti trucchetti da magliari.

[…] Sui decreti Sicurezza e porcate consimili, comunque, si dovrebbe studiare l’abbonamento mensile, rinnovabile automaticamente, come sui siti web, perché il governo Meloni li fa spesso, aggiornati e fantasiosi. Aveva cominciato dichiarando guerra ai rave party (decreto 162/2022), che erano chiaramente un’emergenza nazionale. Poi fece il decreto Cutro (20/2023), quello per cui Giorgia disse che avrebbe rincorso gli scafisti per tutto il globo terracqueo, facendo ridere tutto il globo terracqueo. Poi fu la volta del decreto Caivano, per contrastare la povertà educativa e le baby gang, che prevedeva addirittura l’arresto per chi non manda i figli a scuola (a meno che non vivano in un bosco con le caprette e possano essere usati per la propaganda). Poi arrivò il decreto Sicurezza del 2025, e ora questo pasticcio immangiabile del decreto Sicurezza 2026, che pretende (tra le altre cose) di pagare gli avvocati solo se fanno condannare l’imputato. Manca ancora un anno alla fine di questa parentesi sgangheratamente neo-fascista del governo italiano e sarebbe divertente prevedere quali altre mattane securitarie si potranno inventare i patrioti che siedono a Palazzo Chigi. Intanto, c’è una chiara indicazione per un prossimo ipotetico governo progressista: una legge di una riga, chiara e semplice. Articolo uno: “Sono aboliti tutti i decreti in materia di sicurezza del governo precedente, per manifesta stupidità”.


Marina ordina come nel Padrino


(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Tutte le volte che ultimamente leggo le cronache di Forza Italia, mi viene in mente Il Padrino, con il Cupo Capo (in questo caso una signora) che parla da un fondale oscuro, a dirne il mistero e insieme la minaccia, e i bravi ragazzi che si passano nervosamente gli ordini, che hanno calibri differenti per ogni circostanza: vanno dall’avvertimento al funerale. […]

Immagino, in quella tetra oscurità, la figlia Marina, bianca come cera, nera vestita, accomodata nel bunker paterno che convoca gli affiliati per gettar loro in pasto il suo capriccio. È appena accaduto al povero Tajani che ha lasciato i pennacchi alla Farnesina, è arrivato di corsa al bunker, si è fatto annunciare dalle guardie armate, è entrato tremando al cospetto della signora infernale. Ha atteso. Mentre lei, impassibilmente, gli ha ordinato cosa fare e disfare dei poveri pupi di Forza Italia. Al suo cenno due capigruppo di Camera e Senato, sono saltati per aria. Spariti. A un altro cenno ha ordinato di frenare sulla legge con cui si raccolgono i voti nel Paese, mantenendo il più possibile il criterio proporzionale per non perdere le piazze migliori dello spaccio politico. A seguire ha ordinato di moderare l’alleanza con la banda Meloni, troppo succube della famiglia newyorkese dei Trump. E con quella dei barbari d’Oltrepò che ancora indossano le corna, detestano gli omosessuali, trattano la manodopera nera e bianca come fosse selvaggia e non una risorsa in grado di aprire un conto agli sportelli Mediolanum e contribuire al bene della Banda. Compreso quello di ripianare l’odioso debito di 90 milioni che gli affiliati hanno contratto con gli allibratori del padre fondatore.

[…]

Dopo il diktat, Marina si è dileguata nel suo rinnovato mistero. Ha fatto dire ai suoi avvocati che non ha intenzione di scendere in politica, né di parlare in pubblico. Lo spiegheranno i suoi autori di Ciao Darwin, che di quando in quando compongono lunghissime interviste a suo nome per un grande giornale milanese. Che addirittura le pubblica.


Carlo Rovelli: “L’atomica nacque da un malinteso tra scienziati americani e tedeschi. Oggi rischiamo un’altra catastrofe. E l’Italia è parte del problema”


Fisico teorico, saggista e divulgatore, rilegge la Storia attraverso l’approdo (tragico) della fisica del Novecento alla bomba. E ora? «Stiamo marciando come sonnambuli verso il dirupo nucleare»

Carlo Rovelli: «L’atomica nacque da un malinteso tra scienziati americani e tedeschi. Oggi rischiamo un’altra catastrofe. E l'Italia è parte del problema»

(di Greta Privitera – corriere.it) – Nel finale del suo La cattiva coscienza dei fisici (Solferino), Carlo Rovelli fa una mossa coraggiosa: si volta verso la storia e chiede conto a sé stesso e ai suoi colleghi della responsabilità morale del sapere. La fisica del Novecento ha consegnato all’umanità un «regalo avvelenato», la bomba atomica, e molti scienziati hanno scelto di rinchiudersi nella quiete asettica dei laboratori, come se quell’invenzione apocalittica non riguardasse il mondo reale, non avesse a che fare con la paura e con i morti polverizzati.

La costruzione del progetto Manhattan, racconta il fisico, nasce da un colossale malinteso: il timore che la Germania nazista sia vicina a produrre la bomba spinge gli scienziati americani a convincere Washington della necessità di dotarsi di un’arma simile. Ma è con l’atomica sovietica del 1949 che si entra nell’era della Mad, la Mutua Distruzione Assicurata, un equilibrio precario fondato sulla deterrenza e sulla minaccia della ritorsione immediata. 

Rovelli ricorda però che il mondo è ancora in piedi grazie a un’umanità che ha preferito, più volte, disobbedire alla macchina, come quando l’ammiraglio russo Vasily Arkhipov, durante la crisi dei missili a Cuba, non schiaccia nessun bottone e scongiura un falso allarme. Dice Rovelli: la vera minaccia non è l’altro, ma la paura dell’altro. Lo dice mentre c’è una «nuova» guerra in Medio Oriente in nome di quella bomba da neutralizzare, in nome di quel terrore del nemico da annientare, in una sfida che non è solo militare, ma soprattutto morale.

Perché questo libro oggi?
«La probabilità oggettiva di una completa catastrofe nucleare non è mai stata alta come in questo momento. La politica non ne sta tenendo conto. La fisica ha portato molti doni all’umanità, ma fra questi uno era avvelenato: le bombe atomiche».

È più colpa dei fisici o dei politici, quindi?
«Non serve parlare di colpe nel passato: serve parlare di responsabilità e delle decisioni da prendere in questo momento. Credo che le leadership dei nostri Paesi, che noi abbiamo eletto, tutte prese dai problemi a breve termine, stiano marciando come sonnambuli verso una catastrofe. Ma questa volta la catastrofe è nucleare. È una responsabilità grave. Tutti i cittadini devono contribuire a fermare questo marciare da sonnambuli verso il baratro».

Lei scrive che le decisioni prese sull’atomica sono state spesso frutto di errori di calcolo. Quanto è possibile, anche nell’era dell’Intelligenza artificiale, che un errore di calcolo possa far lanciare una nuova atomica?
«Estremamente possibile. Se c’è una cosa che il passato insegna è che le decisioni dei politici si sono poi rivelate sbagliate. Per questo è essenziale un dibattito pubblico, serio ed esteso, su questioni gravi come gli armamenti, la guerra e le armi atomiche. In Italia non lo stiamo facendo».

Ha visto il film di Kathryn Bigelow, A house of dynamite, su un missile atomico verso gli Stati Uniti?
«Ho preferito non guardarlo. Ma conosco i dati oggettivi. Un’escalation che porta a un conflitto atomico significa che in 15 minuti decine di milioni di persone, tra cui certamente gli abitanti del Nord Italia, dove ci sono basi atomiche, quindi i primi obiettivi, muoiono bruciati vivi. Sono quelli fortunati».

Nel libro afferma che c’è una contraddizione nel fatto che l’Italia non abbia centrali atomiche (per scelta popolare) ma ospiti testate atomiche americane (non dichiarate).
«Che l’Italia abbia le bombe atomiche degli Usa è uno scandalo. Non lo vuole il popolo, siamo nell’illegalità, perché l’Italia aderisce al trattato di non proliferazione come Paese non nucleare, ma questo ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani».

Cosa succederebbe se l’America uscisse dalla Nato? L’apparato militare e nucleare resterebbe in mano agli Stati Uniti e dislocato nei nostri Paesi, Italia inclusa?
«Certo, mica ce li regalerebbero. Sarebbe ora che ci svincolassimo da questa sudditanza. Ce l’abbiamo perché abbiamo perso la guerra, ma sono passati ottant’anni. È ovvio a tutti in Europa che gli Stati Uniti non fanno i nostri interessi. Non sarebbe il momento di uscire da questo vassallaggio degradante?».

Con chi ci dovremmo alleare?
«Alleiamoci con i Paesi che spingono per la legalità internazionale, per rafforzare le Nazioni Unite e le istituzioni internazionali. I Paesi che spingono per occuparsi di crisi ecologica, ineguaglianze economiche, fame nel mondo, diminuzione della conflittualità, legalità internazionale. Questi Paesi sono tanti e rappresentano la grande maggioranza dei cittadini del mondo. Perché l’Italia non è con loro?».

E se l’arma atomica fosse nata in tempo di pace?
«Sarebbe stato tutto diverso. Gli uomini sanno anche essere ragionevoli. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nei decenni scorsi hanno negoziato una drastica riduzione bilanciata delle testate nucleari e si sono messi sotto controllo reciproco, in modo da evitare catastrofi. La ricerca connessa alle armi biologiche e a quelle chimiche è sotto stretto controllo internazionale. Se la tecnologia atomica si fosse sviluppata in tempo di pace, forse avremmo potuto egualmente metterla sotto un controllo ragionevole».

Un controllo ragionevole come può diminuire «la paura esagerata e immotivata che sviluppiamo gli uni degli altri»? Smettere di avere paura, scrive, non è impossibile. Ma come?
«L’Europa ha paura della Russia, la Russia ha paura dell’Europa, l’America ha paura della Cina, la Cina ha paura dell’America, Israele ha paura dell’Iran, l’Iran ha paura di Israele, e così via. Ciascuno vede le malefatte del suo nemico, ciascuno si riempie di armi, tutti parlano di guerra. In passato simili periodi hanno sempre portato a grandi guerre catastrofiche. Come tornare indietro? Basta seguire quello che implorano molte persone ragionevoli, dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, al Papa, a molti leader di grandi Paesi. Non purtroppo quelli che abbiamo eletto nelle nostre democrazie. Basta ricominciare a seguire la legalità internazionale. Ricordiamo che siamo stati anche noi italiani i primi a violarla, partecipando per piaggeria a una serie di guerre di aggressione illegali».

Truman era convinto che l’uso manifesto della bomba avrebbe messo il suo Paese nella posizione di diventare la sola potenza nucleare, e in questo modo la sola superpotenza mondiale. Quanto assomiglia questo modo di pensare al modo di pensare di Trump?
«Credo che una parte importante degli Stati Uniti, non solo Trump, sopravvaluti fortemente la propria capacità di dominare il mondo».

Trump, nelle vesti del dottor Stranamore, mette a rischio il mondo. Abbiamo mai raggiunto un livello di pericolosità così alto?
«In realtà Trump sta seguendo la stessa politica internazionale dei suoi predecessori: guerre di aggressione continue contro chiunque non si inchini al dominio americano. La differenza oggi è per noi: prima pensavamo che il potere americano ci proteggesse, ora l’Europa ha capito che l’America domina da sola e ci tratta da sottoposti».

Ma alla fine, incredibilmente, la bomba è stata usata “solo” due volte. Perché?
«Perché i massimi politici sovietici e statunitensi sono stati all’altezza della situazione, nonostante i loro consiglieri abbiano spesso spinto in altre direzioni. I Kennedy e Krusciov hanno avuto il coraggio di fermarsi un passo prima del baratro, durante la crisi di Cuba. Reagan e Gorbaciov, anche grazie alla pressione degli scienziati che mostravano i rischi reali, hanno negoziato trattati di controllo delle armi nucleari che hanno permesso, anche se talvolta per un pelo, di evitare la catastrofe».

Che cosa pensa del conflitto in Iran, nato per un accordo sul nucleare saltato?
«Credo in realtà che sia l’ennesima guerra di dominio scatenata dagli Stati Uniti per attaccare chiunque non si sottometta. Dal dopoguerra, gli Stati Uniti, mai attaccati, hanno preso di mira e bombardato una trentina di Paesi».

Ha senso attaccare l’Iran per impedirgli di avere l’atomica?
«Se l’Iran avesse armi atomiche non le userebbe di certo, perché usarle sarebbe un ovvio suicidio. Se le usasse, sarebbe spazzato via dalle atomiche di altri Paesi. Ma averle rappresenterebbe una garanzia contro attacchi come quello attuale, quindi potrebbe permettersi un po’ di più di non piegare la testa all’impero, e questo gli Stati Uniti non lo digeriscono».

Israele non ha mai confermato di avere la bomba, ma in molti pensano che sia altamente probabile che ce l’abbia. Quanto è pericoloso che il pulsante sia nelle mani di Netanyahu?
«Pochissimo, credo. Non penso proprio che sia così pazzo da usarla. Oltre al fatto che non è ovvio che Israele ce l’abbia, potrebbe anche essere un bluff. Perché mai non dichiararla? Il problema delle armi atomiche non riguarda le piccole potenze, è che le possono usare le grandi potenze. Per le piccole potenze, come Israele o la Corea del Nord, sono solo un’assicurazione sulla vita».

Torniamo al libro: perché la bomba non è stata realizzata in Germania, la nazione scientificamente più avanzata dell’epoca?
«La Germania ha fatto una scelta razionale: non era possibile costruire la bomba prima della fine della guerra in Europa, e quindi era meglio non sprecare risorse».

Perché gli Stati Uniti hanno usato l’atomica in Giappone a guerra praticamente vinta?
«Per evitare una resa negoziata del Giappone, volevano scongiurare che i russi arrivassero a Tokyo prima di loro, e che si imponessero come potenza dominante mondiale nell’immediato dopoguerra».

Alcuni scienziati, tra cui Oppenheimer, ebbero molti dubbi sull’opportunità di costruire la bomba. Avrebbero dovuto fermarsi?
«Penso che se avessero continuato a parlare con i colleghi tedeschi, con cui erano amici, e se molti non fossero caduti nel panico della bomba di Hitler (che era lontanissimo dall’avere), il mondo sarebbe potuto essere migliore. Non lo dico per criticare nessuno di loro, assolutamente. Erano momenti difficili. Lo dico per cercare di evitare di commettere gli stessi errori oggi».

Quanto sono utili ancora i trattati di non proliferazione?
«Tantissimo. Purtroppo gli Stati Uniti e la Russia li stanno tutti abbandonando e questo aumenta il pericolo».

Quanto è diventata instabile oggi la logica della deterrenza, cioè il fragile equilibrio del terrore?
«È completamente instabile per molti motivi. Tra questi il più rilevante è il progresso tecnologico, che sta facendo saltare la deterrenza e apre la porta alla guerra atomica».

Ha senso non dotarsi dell’atomica, quando ce l’hanno americani, francesi, inglesi?
«Non ha senso pensare in termini di paura e di difesa. Ha senso pensare di contribuire a costruire una coalizione globale fra tutti i Paesi della Terra. L’Italia è uno dei dieci Paesi più ricchi del pianeta, perché invece di stare a rimorchio di chi fa le guerre non usa la sua influenza per spingere alla collaborazione globale? Altri lo stanno facendo».

Che tipo di collaborazione immagina? E chi la sta facendo?
«La maggior parte dei Paesi del mondo spinge per rafforzare le Nazioni Unite e la legalità internazionale. Lo dichiarano ovviamente i Paesi deboli, ma anche, insistentemente, Paesi potenti come la Cina».

La Cina, però, non è un Paese democratico.
«L’Italia preferisce accodarsi, per miope convenienza, a un Paese come gli Stati Uniti che non solo pratica ma anche dichiara nei suoi documenti ufficiali di non tollerare la legalità internazionale e le istituzioni sovranazionali».

Nonostante i cupi presagi, nel suo libro c’è speranza e fiducia nell’umanità. Che cosa spera per il futuro?
«Che gli esseri umani riconoscano che abbiamo tutti un destino, interessi e problemi comuni. E che invece di sostenere chi è più potente, pensino a come collaborare. L’Italia sarebbe in condizione di dare il buon esempio e trascinare altri, invece non è parte della soluzione, ma del problema».

CHI E’ 

La carriera
Carlo Rovelli, nato a Verona il 3 maggio 1956 e creatore di una delle principali linee di ricerca in gravità quantistica, è fra i fisici teorici più attenti alle implicazioni filosofiche dell’indagine scientifica. Membro dell’Istituto universitario di Francia e dell’Accademia internazionale di filosofia delle scienze, dirige il gruppo di ricerca in gravità quantistica dell’Università di Aix-Marsiglia

I libri
Il nuovo libro, La cattiva coscienza dei fisici, Solferino, nasce dalla serie di video del Corriere della Sera — da un’idea e con la supervisione del vicedirettore Giampaolo Tucci — che Rovelli ha realizzato sulla storia delle armi atomiche e sull’attualità della minaccia nucleare. Fra i libri precedenti: Sette brevi lezioni di fisica (2014), L’ordine del tempo (2017), Helgoland (2020), Buchi bianchi (2023), Sull’uguaglianza di tutte le cose (2025), tutti Adelphi. Con Solferino ha pubblicato Ci sono luoghi al mondo dove più delle regole è importante la gentilezza (ultima edizione 2020) e Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao (2023)


Auto aziendali inquinanti, ogni anno 14 miliardi di sostegni pubblici. Perché?


Auto aziendali inquinanti, ogni anno 14 miliardi di sostegni pubblici. Perché?

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Torino, maggio 2025: la procura generale chiude definitivamente il primo processo penale in Italia che vedeva sul banco degli imputati l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e gli ex sindaci Piero Fassino e Chiara Appendino, accusati di inquinamento ambientale colposo per non aver fatto tutto il possibile per evitare il «deterioramento dell’aria della città di Torino». Per i giudici «il fatto non sussiste»: l’unica arma certa che possiedono gli amministratori locali per abbattere il deterioramento dell’aria sarebbe quella di fermare tutte le auto a combustione ma questo contrasterebbe «con altri interessi», come «la libertà di circolazione delle persone».
Il problema però resta. In Italia i trasporti sono responsabili di oltre un quarto del gas serra e molte città superano i limiti di polveri e sostanze nocive. Se si guarda al 2030, quando entreranno in vigore i nuovi e più stringenti limiti sulla qualità dell’aria, il nostro Paese resta ancora lontano dai parametri richiesti: applicandoli oggi, sarebbe fuorilegge il 53% delle città per il Pm10, il 73% per il Pm2.5 e il 38% per il biossido di azoto (Legambiente su dati Arpa). Il problema è di tutti: Istituto Superiore di Sanità e l’Agenzia per l’Ambiente stimano che ogni anno lo smog uccida 63mila italiani – 43mila morti premature per polveri sottili; 11mila per l’ozono e 9mila per biossido di azoto. È il dato peggiore d’Europa.

Gli obiettivi europei

Con le tecnologie attualmente sul mercato (e in attesa di capire quale sarà il futuro del motore a idrogeno), annullare le emissioni significa una cosa sola: viaggiare su auto elettriche. I produttori guardano al 2035, quando si potranno immatricolare quasi soltanto veicoli nuovi a ricarica. Oggi in Italia l’elettrico rappresenta appena il 6,2% dell’immatricolato nel 2025 a fronte del 19% della Germania e del 20% della Francia. Anche perché, nel frattempo, lo Stato continua a garantire miliardi in sostegni per le vetture che bruciano diesel o benzina. Vediamo come.

La situazione

Nonostante il miglioramento delle tecnologie, secondo l’Ispra il trasporto è l’unico settore che inquina più oggi rispetto al 1990: +10,2% di emissioni. Con una mobilità pubblica molto sotto la media europea, solo il 7,4% degli spostamenti avviene su bus, treni o metrò. Il risultato è che, quando usciamo di casa, due volte su tre scegliamo di farlo in automobile: non solo siamo il Paese con più veicoli dopo la Germania (47 milioni, che significa 701 vetture ogni mille abitanti a fronte delle 578 della media Ue), ma questi veicoli sono pure tra i più vecchi e per l’80% le montano motori endotermici a benzina o diesel. L’elettrico rappresenta solo lo 0,9% delle auto che si vedono sulle strade (dati Unrae).

La svolta delle aziende

Per gli operatori del settore, ma anche secondo la Commissione Ue, la spinta decisiva per un trasporto «sostenibile» deve passare dal rinnovo del parco auto delle imprese. Per due motivi: 1) quelle aziendali sono quasi la metà delle auto vendute che, percorrendo molta più strada, producono il 61% delle emissioni di anidride carbonica; 2) le aziende cambiano auto ogni 3-5 anni, e quindi – attraverso il mercato dell’usato – indirizzano le scelte dei cittadini. Ma le imprese italiane cosa scelgono? Poco l’elettrico (6,3% dell’immatricolato 2025), ancora parecchio i «vecchi» diesel e benzina (36,5%), e moltissimo l’ibrido (54%), con gli acquisti di veicoli plug-in che in un anno sono passati dal 5 al 10,4%.

Ibride e plug-in

Le ibride inquinano meno delle vetture a motore endotermico. Le più diffuse hanno batterie piccole e un’autonomia elettrica limitata: si ricaricano frenando e quindi la maggiore riduzione delle emissioni avviene solo se ci si sposta in città. Le plug-in invece sono ricaricabili direttamente e, a seconda delle situazioni, si muovono in elettrico oppure a combustione. Sulla carta sembra un buon compromesso, ma purtroppo non coincide con i fatti: gli studi (qui) resi pubblici dalla Commissione europea mostrano che le plug-in inquinano da 3 a 5 volte il dichiarato. Stando ai test di laboratorio dovrebbero viaggiare in elettrico per il 70-85% del percorso, nella realtà le auto private lo fanno al 45-49%, quelle aziendali all’11-15% anche perché, spiega la Corte dei conti europea, le aziende spesso rimborsano al dipendente le spese del carburante ma non quelle di ricarica, e se lo fanno – ha chiarito l’Agenzia delle entrate – i rimborsi vanno tassati

I biocarburanti

Quella ibrida non è l’unica tecnologia che si vorrebbe definire green. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Picheto Fratin spinge perché l’Europa allarghi il ventaglio delle alternative: «Non c’è solo l’elettrico – dice – è fondamentale introdurre anche una categoria di veicoli alimentati con biocarburanti e carburanti sostenibili»Nicola Armaroli del Cnr: «Cambiare combustibili non sposta nulla a livello di enorme spreco energetico e ambientale: i biocarburanti rilasciano molte sostanze inquinanti. Inoltre, c’è un grande impatto connesso alla produzione, lavorazione e trasporto della materia prima vegetale da cui si ricavano. Tutto considerato, l’inquinamento prodotto da un’auto a biocarburante non si discosta molto da quello di un’auto a motore endotermico».
In un report del 2025, confrontando le emissioni dei motori più diffusi, è il ministero dei Trasporti a dire che «l’uso delle migliori tecnologie disponibili e l’eventuale riduzione della cilindrata media di tutti i veicoli porterebbero a ulteriori riduzioni delle emissioni ma non riuscirebbero comunque a garantire un significativo abbattimento delle emissioni di anidride carbonica». E questo rende «evidente la logica della strategia europea di lungo termine verso l’elettrificazione».

Pochi incentivi ai cittadini

In Italia per spingere l’elettrico è prevista l’esenzione dal bollo per almeno cinque anni e uno sconto sulle imposte provinciali per l’immatricolazione, oltre agli incentivi-spot degli enti locali, come i 2000 euro di contributo della Provincia di Bolzano. Il Governo ha lanciato il piano automotive 2026-2030 da 1,6 miliardi di euro, ma vanno quasi tutti alle industrie, e – dopo quelli del 2025 – non si prevedono nuovi ecobonus per tutti i cittadini. C’è invece il contributo ai privati per le colonnine, considerato che pure sul fronte della diffusione dei punti di ricarica pubblici siamo quelli messi peggio in Europa

I miliardi alle aziende

Se andiamo a vedere i sussidi indiretti e i vantaggi fiscali, si scopre che lo Stato sta sostenendo le aziende affinché continuino ad acquistare e utilizzare veicoli ibridi o con motore endotermico. I conti (qui lo studio) li ha fatti Transport & Environment (T&E), la principale organizzazione per la decarbonizzazione dei trasporti: sull’acquisto di nuovi mezzi ibridi o a motore endotermico, ci sono 609 milioni di euro ogni anno per l’ammortamento della spesa e 360 milioni di detrazioni Iva. Per le agevolazioni fiscali sui carburanti 4,38 miliardi. Soprattutto: 8,95 miliardi di euro per le auto ibride, benzina e diesel date ai dipendenti in fringe benefit, per le quali è prevista una tassazione favorevole. In tutto 14,3 miliardi l’anno, a fronte dei 7,1 della Francia, 6,1 miliardi della Polonia, appena 800 milioni della Spagna. Perfino più che in Germania (13,7 miliardi di sussidi indiretti), dove l’industria dell’auto è potentissima anche perché crea molti più posti di lavoro che da noi. 

La crisi petrolifera

Spingere sulle vetture a emissioni-zero, non significa solo salvaguardare la salute di milioni di italiani. «Ogni euro speso per l’aria pulita genera benefici almeno quattro volte più elevati» spiega la commissaria europea per l’Ambiente, Jessika Roswall.
Di certo c’è che lo scorso anno l’Europa ha speso 67 miliardi per importare circa un miliardo di barili di petrolio per auto: nello stesso periodo gli 8 milioni di veicoli elettrici che già circolano sulle strade europee hanno permesso di risparmiare 46 milioni di barili, per un valore di 2,9 miliardi di euro. Dopo lo scoppio del conflitto in Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz, con il prezzo dell’«oro nero» schizzato fin sopra i 100 dollari al barile (e accade ciclicamente, a ogni shock petrolifero), secondo le stime T&E, aggiornate a marzo 2026, percorrere 100 chilometri con un’auto a benzina costa mediamente 14,2 euro, mentre con un veicolo elettrico – anche conteggiando l’aumento dei prezzi dell’elettricità a causa del gas più caro – il costo medio scende a 6,5 euro. Sulle tasche degli automobilisti, il rincaro è stato 5 volte più alto per chi viaggia con motori endotermici. C’è un ostacolo a monte da considerare: il prezzo d’acquisto dell’auto elettrica è ancora troppo caro per molte tasche. A eccezione dei marchi cinesi, che stanno conquistando posizioni sul mercato europeo. Comunque per cambiare direzione da qualche parte bisognerà pur cominciare. 

La leva fiscale

L’esperienza del Belgio mostra che per accelerare la transizione la leva fiscale può essere quella giusta: nel 2021 ha deciso che le aziende, a partire dal 2026 potranno ammortizzare solo il costo delle auto a zero emissioni, nessuna deducibilità fiscale per le altre, ibride comprese. Risultato: le elettriche sono passate dal 9 al 54%. Pochi giorni fa, a un convegno dell’associazione dei concessionari, il ministro per le Imprese Adolfo Urso ha promesso nuovi eco-incentivi, a cominciare dai veicoli commerciali. Resta da capire cosa intenda per «eco».