Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Meloni posta video di migranti rimpatriati in manette sui social: “Difendiamo i confini”


(di Luca Pons – fanpage.it) – Giorgia Meloni, sul modello di quanto fatto da Donald Trump con le deportazioni dell’ICE, ha pubblicato un video con musica drammatica e le immagini di alcuni cittadini egiziani rimpatriati. “Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole”, ha rivendicato nel post. Il ministro Piantedosi ha detto che i controlli per chi arriva dalla Spagna resteranno in vigore fino a quando “saranno esclusi rischi di sicurezza”.
Giorgia Meloni aumenta l’aggressività anche nella comunicazione social. Imitando quanto fatto dalla Casa Bianca di Donald Trump con le persone deportate dall’ICE, ha condiviso un video di alcuni rimpatri. Le immagini sono montate come se si trattasse di un trailer cinematografico, la musica è drammatica. Si vedono alcuni uomini in manette, portati da agenti di polizia su un volo di Stato. Nelle stesse ore, il ministro dell’Interno Piantedosi è tornato a parlare dei controlli al confine con la Spagna, che resteranno in vigore fino a quando non ci saranno più “rischi di sicurezza”.

Il video di Meloni, già in campagna elettorale
Stando a quanto comunicato dalla polizia poche ore prima (con un video più lungo e senza effetti sonori), le immagini apparse sui profili social di Meloni sono di 17 cittadini egiziani. La maggior parte di loro veniva dai CPR di Bari, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo e Milano – nessuno, invece, dal centro costruito in Albania. Avrebbero dei precedenti “soprattutto in materia di stupefacenti e contro il patrimonio”. Il volo di Stato li ha portati direttamente al Cairo.

È la prima volta che Meloni pubblica il video delle procedure di rimpatrio. “Continuano le operazioni di espulsione per gli immigrati irregolari sul suolo italiano. Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole: proseguiremo dritti su questa strada”, ha scritto. La mossa arriva a pochi giorni dalla pubblicazione del programma elettorale di Roberto Vannacci, che negli ultimi mesi (con l’avvicinarsi delle elezioni del prossimo anno) ha spinto la destra di governo a rivendicare posizioni ancora più dure soprattutto in materia di immigrazione e di ‘sicurezza’.

Potrebbe non essere l’ultima occasione, quindi, in cui la presidente del Consiglio decide di postare immagini di rimpatri. Già nelle ultime settimane è decisamente accelerato il ritmo con cui Meloni condivide video di operazioni di polizia (come sgomberi o blitz in zone pubbliche), sempre accompagnate da musica drammatica e messaggi che richiamano alla sicurezza.

Piantedosi sui controlli dalla Spagna: “Resteranno finché ci sono rischi”
Nel frattempo, il ministro dell’Interno Piantedosi ha rilanciato la posizione dell’Italia sui controlli al confine con la Spagna. Il titolare del Viminale, convocato davanti al Comitato parlamentare che controlla l’attuazione degli accordi di Schengen, ha rivendicato che finora le verifiche hanno portato, in dodici giorni, ad arrestare tre persone e respingerne ventuno (di cui sei marocchine).

La data in cui il governo Meloni valuterà se tornare alla normalità è già fissata: il 15 agosto, giorno in cui c’è il timore che un nuovo appello social spinga molte persone a tentare di entrare nell’exclave spagnola di Ceuta, che geograficamente si trova in Marocco. Piantedosi ha comunque detto che “la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen non sarà rivista prima del 15 agosto” e solo “dopo che saranno completamente esclusi rischi di sicurezza per l’Italia”.

A Ceuta si stima che fossero entrate circa 70mila persone nel giro di due giorni, il 30 e 31 luglio. Oggi il governo spagnolo ha fatto sapere di aver identificato 1.898 minorenni che si trovano ancora nella città autonoma, mentre le persone straniere sarebbero in tutto circa 5mila. In risposta alla chiusura italiana, l’esecutivo spagnolo ha risposto ristabilendo i controlli per chi viene dall’Italia fino al 7 settembre.


La fuga di Trump dall’Air Force One rilanciata dai media iraniani


(Adnkronos) – A Teheran non è passato inosservato il trasferimento segreto di Donald Trump dall’Air Force One all’aereo con cui è effettivamente ripartito dalla Turchia dopo il vertice Nato di Ankara. Trasformato in una statuina Lego dentro un furgone di shawarma, circondato da patatine di McDonald’s o rannicchiato in un carrello di EasyJet: sono solo alcuni dei meme rilanciati nelle ultime ore dai media iraniani per ironizzare sul complesso piano organizzato dagli Stati Uniti per far lasciare in segreto la Turchia al presidente americano, di fronte alla presunta minaccia di un attentato iraniano.

Lo scorso 8 luglio Trump aveva segretamente lasciato il vertice Nato a bordo di un aereo militare alternativo, sul quale era salito dopo essere stato trasportato nascosto all’interno di un mezzo per il catering, secondo quanto ricostruito dai media americani.

L’agenzia di stampa statale iraniana Mizan ha definito l’operazione una “fuga codarda”,sottolineando come la vicenda sia diventata oggetto di discussione e ironia sui social, mentre il sito Rajanews ha parlato di “un’ondata di battute” sulla partenza segreta di Trump e sul suo trasferimento a bordo di un mezzo per il trasporto di cibo.

Anche l’ambasciata iraniana in Sudafrica si è unita alla campagna, pubblicando su X un fotomontaggio ispirato a Spider-Man: da una parte Trump con il pugno alzato dopo l’attentato subito in Pennsylvania nel luglio 2024, dall’altra un’immagine manipolata che lo mostra rannicchiato in un carrello per il catering di un aereo. “Coraggioso eroe americano o codardo nascosto in un camion del catering?”, recita la didascalia.


Fdi contro Ranucci, Fazzolari: “Si scusi per averci infangato. Lui, Schlein e M5s hanno cercato di accostarci all’attentato”


Il sottosegretario all’Adnkronos: “Dovrebbe spiegare perché ha sempre difeso il mandante del suo attentato. E dovrà anche chiarire perché, il giorno della perquisizione, sia rimasto per due ore al telefono con Lavitola per concordare una versione”

Fdi contro Ranucci, Fazzolari: “Si scusi per averci infangato. Lui, Schlein e M5s hanno cercato di accostarci all’attentato”

(ilfattoquotidiano.it) – “Dovrebbe scusarsi con Fratelli d’Italia e con tutte le persone che ha provato a infangare in questi mesi”. Dopo Matteo Salvini, che ne ha sollecitato la sospensione dalla Rai, anche Giovanbattista Fazzolari, senatore di FdI e braccio destro di Giorgia Meloni, inizia chiedere la testa di Sigfrido RanucciIl giorno dopo la confessione di Valter Lavitola di essere il mandante dell’attentato di ottobre, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha dichiarato che, “con la conduzione di Ranucci, Report ha perso di credibilità rispetto all’epoca Gabanelli”, sottolineando che il giornalista “ha fatto una figuraccia“. “È venuto fuori – commenta Fazzolari all’Adnkronos – che l’inquisitore delle fragilità altrui aveva tutte le debolezze, le contraddizioni, le opacità che cercava morbosamente negli altri. E su queste contraddizioni il pubblico non è mai stato indulgente”. Poi l’attacco alla segretaria del Pd Elly Schlein che, dice il sottosegretario, “in occasione di un appuntamento internazionale, ha subito accostato il governo Meloni all’attentato“. Così come, rimarca, “il deputato M5S Dario Carotenuto che ha accusato l’esecutivo di essere il mandante morale” della bomba piazzata davanti alla villetta di Pomezia.

Secondo il fedelissimo di Meloni, Ranucci in questi mesi “ha cercato ripetutamente di accostare FdI all’ordigno esploso sotto casa sua. Ha provato a gettare ombre su di me orchestrando una ridicola messinscena in Commissione Antimafia”. Fazzolari non si dice né arrabbiato per le insinuazioni né soddisfatto per l’esito delle indagini: “Al di là di ogni altra considerazione, credo che Ranucci dovrebbe scusarsi con FdI e con tutte le persone che ha provato a infangare in questi mesi, con il tentativo continuo e scientifico di accostare il partito all’attentato“.

Alla domanda se Ranucci sapesse della bomba, Fazzolari replica: “Se applicassi il metodo Report, la risposta sarebbe scontata. Io però preferisco aspettare gli sviluppi dell’inchiesta. Una cosa è certa, il mandante dell’attentato è un caro amico di Ranucci”. E ancora: “Il giornalista dovrebbe spiegare a tutti perché, lui pronto ad attaccare chiunque al primo pretesto, ha sempre difeso il mandante del suo attentato. E sicuramente – insiste Fazzolari – dovrà chiarire perché, proprio il giorno della perquisizione, sia rimasto per due ore al telefono con Lavitola per concordare una spiegazione da dare sul sopralluogo fatto davanti a casa sua dal faccendiere e dal suo scagnozzo ritenuto vicino alla camorra”, conclude.


Gusta Sannio Food Festival 2026, tutto pronto per la quarta edizione tra alta cucina e solidarietà


Dopo il grande successo registrato nell’edizione 2025, torna uno degli appuntamenti enogastronomici più attesi e prestigiosi del panorama regionale: il Gusta Sannio Food Festival, momento che giunge quest’anno alla sua quarta edizione, riconfermandosi come punto di riferimento imprescindibile per la valorizzazione delle eccellenze del territorio e per la promozione della solidarietà sociale.
Nato con la vocazione di unire l’eccellenza della tavola e dei vigneti sanniti all’impegno per il sociale, il festival rilancia con forza la sua missione benefica.
Negli anni, Gusta Sannio ha destinato il proprio concreto sostegno a importanti realtà filantropiche e territoriali, tra cui la Sostenitori Santobono – Open Mind e la Cooperativa Sociale di Comunità iCARE, testimoniando come la grande enogastronomia possa farsi veicolo primario di solidarietà e sviluppo per la comunità.

L’appuntamento per l’edizione 2026 è fissato per il 24 e 25 Agosto, a partire dalle ore 20:00, nella suggestiva cornice di Tenuta Pascarella (in Località San Vito a Frasso Telesino).
Con il claim ufficiale “Sosteniamo con Gusto”, l’intero ricavato benefico dell’iniziativa andrà a supportare i progetti della cooperativa iCARE.
Madrina d’eccezione dell’evento sarà la giornalista e critico enogastronomico Fosca Tortorelli.
“𝘎𝘪𝘶𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘳𝘵𝘢 𝘦𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 – sottolineano – 𝘤𝘦𝘭𝘦𝘣𝘳𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘪𝘭 𝘵𝘢𝘭𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘦𝘤𝘤𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪 𝘤𝘩𝘦𝘧 𝘦 𝘭𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘷𝘪𝘵𝘪𝘨𝘯𝘪 𝘴𝘢𝘯𝘯𝘪𝘵𝘪, 𝘮𝘢 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘷𝘪𝘳𝘵𝘶𝘰𝘴𝘰 𝘥𝘪 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘭 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪𝘰. 𝘎𝘶𝘴𝘵𝘢 𝘚𝘢𝘯𝘯𝘪𝘰 è 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘨𝘶𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘳𝘢𝘴𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘭’𝘦𝘤𝘤𝘦𝘭𝘭𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘪𝘯 𝘢𝘪𝘶𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘳𝘦𝘵𝘪.”

𝖨𝖫 𝖯𝖱𝖮𝖦𝖱𝖠𝖬𝖬𝖠

Lunedì 24 Agosto — Start ore 20:00 | FOOD EXPO & TASTING
Una grande festa diffusa del gusto con banchi d’assaggio, maestri artigiani e grandi interpreti della viticoltura.
● Formula: 5 Tasting Food & Wine
● Ticket: 35 € (Solo online su prenotazione, posti limitati)
● Protagonisti: Oltre 30 Maestri del Gusto e 18 Cantine storiche e boutique del Sannio

Martedì 25 Agosto — Start ore 20:00 | CENA SOLIDALE DI GALA
Un’esclusiva esperienza gastronomica placé a più mani guidata da grandi nomi della ristorazione d’autore.
● Formula: Cena placé d’autore con abbinamento vini d’eccellenza
● Ticket: 90 € (Solo online su prenotazione, posti strettamente limitati)
● Chef: Angelo D’Amico, Antonio Grasso, Giuseppe Aversa, Pasquale Palamaro
● Cantine: 36 Casali, Fontanavecchia, Il Poggio Vini, Domus Leonis

I posti per entrambe le serate sono limitati.
La prevendita dei biglietti è attiva esclusivamente online sul sito ufficiale dell’evento accessibile tramite QR Code presente sui materiali promozionali.


Scamarcio, Del Pero, Stivaletti, Cordio… Ritorna il Mario Puzo Film Festival la XII Edizione dal 19 al 24 agosto 2026


Dal 19 al 24 agosto ritorna il festival del cinema nelle aree interne tra le province di Benevento e Avellino. Sulla linea del concept Inversione di Tendenza: Maura Del Pero, Riccardo Scamarcio, Sergio Stivaletti, Francesco Cordio, Stefano Fresi alcuni degli ospiti. Masterclass, proiezioni, aperitivi letterari, i laboratori, il cinema diffuso.
Mario Puzo Film Festival: la XII Edizione!

Associazione di Cultura Cinematografica Daena APS
con il contributo di
Regione Campania
Campania Film Commission

presentano:


FESTIVAL MARIO PUZO
CORTO E A CAPO
Festival del Cinema nelle Aree Interne
XII EDIZIONE

19-24 agosto 2026

Direzione artistica:
Umberto Rinaldi

“Ogni proiezione è un piccolo e lucido atto di resistenza contro la rassegnazione. Vogliamo dimostrare che l’inerzia si può spezzare.”

Portare il cinema dove solitamente non è di casa, trasformandolo in uno strumento di riflessione, riscatto e inversione di rotta per le aree interne è la missione da dodici anni del Mario Puzo Festival – Corto e a Capo (MAPUFF), pronto ad accendere i riflettori su piazze, aie, vicoli e spazi insoliti della Campania con un programma denso di proiezioni, incontri e dibattiti. Il festival si conferma un presidio culturale e un progetto politico volto a rimettere le aree interne al centro del dibattito comune. Oltre alle consuete sette sezioni in gara (cortometraggi, documentari e lungometraggi), due delle quali promosse in collaborazione con i partner Officine sostenibili e Slow food Avellino il programma si arricchisce dei tradizionali aperitivi cinematografici, quest’anno impreziositi dalla presentazione del secondo numero della riviste CineMOI, e del nuovo documentario di cinema partecipato, dedicato proprio al tema dello spopolamento e ai possibili scenari di rinascita dei territori.

Questa XII Edizione ha per tema Inversione di Tendenza. Strategie per opporsi ad un cronicizzato declino. Il tema di questa edizione ci racconterà come in quelle aree che le stesse istituzioni vedono come destinate ad un inesorabile declino, non si cerca solo un dignitoso invecchiamento ma esistono sguardi e percorsi di speranza, progetti di vita e sociali ambiziosi e all’avanguardia.

Punteremo le nostre telecamere su quel fiore nel deserto, su quel fiocco da neonato che splende su un portone di in un paese spopolato, su quelle idee e quei progetti che rendono unica, moderna e desiderabile anche la vita in periferia. Ci serviremo del cinema che da tempo immemore racconta di rivincite e rinascite, di finali imprevisti e imprevedibili, quel cinema che lontano dai grossi centri ha sempre trovato grande fonte di ispirazione e di vita. Da ‘900 di Bertolucci (che quest’anno compie 50 anni) a Nuovo cinema paradiso, passando per il Gattopardo, Riso Amaro e Il Postino, il grande cinema italiano ha sempre raccontato la provincia, le sue peculiarità e la sua capacità di vivere i cambiamenti della storia da protagonista e spesso anche da motore propulsivo. In questi anni di cambiamento, di rigenerazione e di perdita di identità, le aree interne custodiscono ancora la forza, le peculiarità e la voglia per opporsi ad un destino triste e segnato e per indicare ancora una volta la giusta rotta.

Si parte mercoledì 19 agosto: dopo l’inaugurazione mattutina a Tufo, la kermesse entra nel vivo con due presenze d’eccezione: Adriano Della Starza (docente, youtuber e critico cinematografico) presenta il volume John Ford e Clint Eastwood: I due sentieri del giuramentoMaura Delpero, tra i nomi di punta del cinema italiano contemporaneo, porterà la sua visione dopo il trionfo con Vermiglio (vincitore di due premi alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, quattro David di Donatello e designato come film italiano agli Oscar 2025). Il giorno successivo – giovedì 20 agosto – spazio alla magia del grande schermo con Sergio Stivaletti, maestro degli effetti speciali che ha legato il suo nome ai capolavori di Dario Argento. A Stivaletti verrà consegnato un premio speciale alla carriera; l’autore incontrerà il pubblico per svelare i segreti degli effetti speciali e presenterà il suo film Rabbia Furiosa – Er canaroDal giorno 20 inizieranno le proiezioni quotidiane della mattina e del pomeriggio, realizzate in collaborazione con importanti realtà associative locali come Migrantes (San Giorgio del Sannio) e Officine del fotogramma (Avellino) e alla libreria Casa Naima di Atripalda per la sezione libri. Venerdì 21 dopo una giornata ricca di proiezioni diffuse in serata a San Martino Sannita ci sarà l’apertura con l’Archivio Audiovisivo Irpino, la presentazione Fuori Concorso del cortometraggio Fenice di Domenico Pizzulo e la proiezione del laboratorio partecipato Inesorabile declino diretto da Giustino Pennino.

Sabato 22 agosto sarà la giornata fulcro per la riflessione politica e sociale del festival a Venticano, un dibattito istituzionale sul futuro delle aree interne culminerà con la proiezione del film Ritorno al tratturo (scritto tra gli altri da Filippo Tantillo e interpretato da Elio Germano), presentato dal regista Francesco Cordio. La serata in cavea si chiuderà con un’intensa intervista-approfondimento con l’attore Stefano Fresi, incentrata sul divario tra cinema di città e di provincia, musica e segreti del mestiere. Domenica 23 agosto a Tufo dalle 10.00 il workshop GENIUS LOCI a cura del collettivo Zauber Laboratorio di cinema, territorio e Spiritualità. A San Giorgio del Sannio invece, la presentazione del volume sul cinema inglese Giorni di gloria a cura del critico Giuseppe Borrone e in serata sarà protagonista Riccardo Scamarcio in un imperdibile incontro-intervista/masterclass a tutto campo sulla sua carriera internazionale (da Johnny Depp a Costa-Gavras, Woody Allen e Abel Ferrara, fino ai maestri italiani) e sul suo ruolo di produttore.

Lunedì 24 agosto, il gran finale a Montefusco con le proiezioni dei lavori in concorso e fuori concorso, l’assegnazione dei premi e del prestigioso riconoscimento del pubblico, alla presenza di autori e cast,imperdibile l’intervista show e premiazione Renato Carpentieri Ad impreziosire la giornata ci sarà la mostra fotografica a cura di Paolo Speranza, autore e critico cinematografico, dedicata ad Ettore Scola nel decennale della scomparsa del Maestro a cui il festival dedica di anno in anno un omaggio.

Mario Puzo Film Festival – Corto e a capo è nato nel 2015 con l’obiettivo di diffondere la cultura cinematografica attraverso proiezioni e incontri con autori, attori e protagonisti del cinema, privilegiando quelle figure che si muovono al di fuori dei circuiti ufficiali e dei canali classici di fruizione. Si svolge in paesi della provincia irpina dove spesso diviene l’unica possibilità di entrare in contatto con le opere cinematografiche senza doversi spostare. Ogni anno Corto e a capo ha un tema specifico, intorno al quale viene costruita tutta l’edizione tra cinema, musica, incontri con ospiti, libri e documentari partecipati.

Mario Puzo Festival – Corto e a Capo
https://www.cortoeacapo.it/


Ranucci, Totò e l’estinzione dell’Italia


(Tommaso Merlo) – Sono riusciti ad imbrattare anche Report, una delle ultime oasi di giornalismo investigativo. Dopo anni di persecuzione, ci mancava giusto l’attentato con risvolti che manco i film di Totò e Peppino. Vogliono lo scalpo di Ranucci colpevole di un crimine odioso in questa Italia malconcia, fare vero giornalismo. E mentre assistiamo all’inseguimento tra gendarmi e farabutti e in attesa dell’epilogo a tarallucci e vino, il malconcio sistema Italia perde un altro pezzo di credibilità e di libertà. I potenti perseguitano quelli di Report da decenni ed è un miracolo se non sono ancora riusciti a silenziarli. Li perseguitano perché osano investigare le magagne del potere e rivelarle ai cittadini. Temono che conoscendo la verità sulle classi deficienti, i cittadini la smettano di abboccare al sistema e si ribellino. Si sa. Più un paese è marcio, più la libertà di stampa e i giornalisti coraggiosi danno fastidio. Tipico dei paesi andati a male. Invece di smetterla di combinare malefatte, i potenti pretendono che a smetterla siano i giornalisti che fanno il loro mestiere ed i cittadini che pretendono di vivere in un paese civile. Vogliono perfino il privilegio di fare le loro porcate senza che qualcuno osi ficcare il naso, che sia la Magistratura o la stampa non asservita. Nessuna domanda scomoda, nessun dubbio o ombra ma solo propaganda e possibilmente amica. Come se la libertà di stampa fosse un dettaglio superfluo e non un pilastro della democrazia. Come se fossero affaracci loro anche quando intrallazzano con la cosa pubblica e danneggiano la collettività. Tipico dei paesi che rischiano l’estinzione come il nostro. Arroganza, mediocrità e disonestà che a furia di dilagare si mangiano l’intero sistema e lo piegano ai loro meschini disegni. In Italia la politica è degenerata a livelli tragicomici e il giornalismo è morto e sepolto, è stato rimpiazzato dalla propaganda della finta destra e della finta sinistra, redazioni perlopiù finanziate coi soldi pubblici invece che dai lettori e quindi anche per necessità succubi del potere. Redazioni che in tempo di pensiero unico neoliberista si differenziano giusto per i partiti e capobastone che tifano e la loro unica funzione è animare le rispettive curve. Un deprimente scenario anche culturale in cui le rare oasi di vero giornalismo finiscono o emarginate o nel mirino come successo a Report e questo perché impediscono al marciume di spacciarsi come normalità. Ma c’è un livello più profondo, quello che fa imbestialire i potenti non è solo che emerga la verità su fatti scomodi, ma anche che emerga la verità su chi sono loro davvero come persone. Molti potenti si credono infatti chissà chi e detestano coloro che dimostrano la loro pochezza, i loro compromessi al ribasso, i loro errori e perfino crimini. Detestano coloro che fanno crollare l’idea grandiosa e falsa che hanno di se stessi rovinando la loro farlocca autostima ma soprattutto scalfendo l’immagine del loro personaggio pubblico e la loro reputazione mettendo così a rischio il loro consenso e prestigio e status sociale che in questa era egoistica e narcisistica è tutto. Ma c’è un livello ancora più mesto. Più un paese è culturalmente mafioso, più la libertà di stampa e i giornalisti coraggiosi danno fastidio. E danno fastidio sia ai potenti che a tutti coloro che sono scesi a compromessi col sistema e detestano chi tenendo la schiena dritta dimostra il loro tradimento professionale e morale. Si sa. Più un paese è culturalmente mafioso, più ti devi accodare a qualche cordata e leccare i piedi a qualche boss per conquistarti il tuo posticino al sole. Viene premiato il conformismo e il servilismo e se invece osi rimanere te stesso o addirittura alzare la testa e sfidare lo status quo, rischi l’emarginazione o addirittura di finire nel mirino come successo a Report. Una mafia culturale tipica di paesi che rischiano l’estinzione come il nostro in cui arroganza, mediocrità e disonestà a furia di dilagare si sono mangiati l’intero sistema piegandolo ai loro meschini disegni al punto da fregarsene perfino dell’autodistruzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’Italia è al 56esimo posto al mondo per libertà di stampa e al 52esimo come corruzione e nessuno fa nulla. Uomini in balia di una manica di caporali, come nei film dei due grandi artisti Totò e Peppino alle prese col caso Ranucci. Con l’inseguimento tra gendarmi e farabutti, in attesa dell’epilogo a tarallucci e vino e magari pure del colpo di scena. Ma la sostanza non cambia. Non dobbiamo perdere il diritto di conoscere la verità sulle malefatte delle classi deficienti e invece di farci manipolare dobbiamo ribellarci per riconquistare una democrazia sana e per evitare l’estinzione fin che siamo in tempo.


Salvini alla porta. Ce lo mettono i suoi


Viaggio nella base Lega: “Salvini ci ha rovinato. Salviamo un sogno”. Sindaci, consiglieri, referenti provinciali. Dopo il confronto di Via Bellerio si continuano ad alzare le barricate dei militanti contro il segretario: “Siamo stati a lungo ignorati, oggi non siamo più ignorabili. Sotto il 5 per cento muore il partito”

Immagine di Viaggio nella base Lega: “Salvini ci ha rovinato. Salviamo un sogno”

(di Francesco Gottardi – ilfoglio.it) – Salvini alla porta. Ce lo mettono i suoi. “È nostro dovere dire che le cose vanno male. Malissimo”, la voce leghista che si alza all’unisono dalla Lombardia. “Sono anni che la strada è questa: non si passa dal 34 al 5 per cento da un giorno all’altro. Siamo stanchi. La situazione è sotto gli occhi di tutti: soltanto un gruppo di deputati e senatori continua a fare finta di niente”. Gli yes man del capitano. Istruiti a sostenere che splende il sole anche quando infuria la tempesta. “Dicono a Matteo che tutto va bene, purtroppo però non è così. Sui territori lo tocchiamo con mano giorno dopo giorno, mese dopo mese. Così siamo rovinati”. E qui arriva l’appello ribadito al Foglio a bocce ferme, dopo la riunione del direttivo di venerdì scorso che ha fatto volare gli stracci: “Salvini deve farsi da parte. Siamo stati fin troppo zitti e buoni, ora c’è in ballo la Lega”.

Sono soprattutto i dirigenti locali ad alzare i toni. Sindaci, consiglieri, referenti provinciali: ciò che era stata la storica spina dorsale del Carroccio, prima dell’infelice svolta sovranista. “Questa discesa continua e costante certifica l’incapacità del nostro segretario di ammaliare le folle come una volta”, spiega Renato Pasinetti, primo cittadino di Travagliato (Brescia). “Non sono più risultati accettabili. Di questo passo, presto saremo un partito ininfluente. Non possiamo nasconderci, abbiamo un obbligo morale nei confronti degli elettori. Sono anni che lo ripeto e sempre più colleghi attorno a me condividono queste preoccupazioni. In passato siamo stati ignorati, oggi non siamo più ignorabili: mi auguro che si riesca finalmente ad aprire una discussione vera”. Giovanmaria Flocchini, presidente della comunità montana della Valle Sabbia – uno che per intenderci sfoggia “Slava Ukraini” su WhatsApp, alla faccia dei filorussi di destra – invoca il reset di fabbrica. “È finito un ciclo. Bisogna avere il coraggio di mettersi in discussione sia sulla linea politica, sia sulla segreteria”. C’è chi invece è un po’ meno ottimista: l’ex parlamentare Daniele Belotti, pur ribadendo la necessità di un passo a lato da parte di Salvini, centra forse il nodo più ingarbugliato: “Noi militanti lombardi abbiamo detto le cose come stanno, chiaro e tondo. Il fronte è stato aperto: ora si faccia avanti il resto del partito, i suoi pezzi grossi. Qualcun altro deve cominciare a parlare per davvero”. Impresa ardua: tanto per fare un esempio, la deputata Simona Bordonali, che tra le mura di Via Bellerio aveva sottolineato l’opportunismo politico di alcuni colleghi, a mezzo stampa non rilascia alcuna dichiarazione. E non è l’unica.

Se la tenuta elettorale di Salvini è un colabrodo, la sua presa sulle gerarchie della Lega finora è stata piuttosto ferrea. Dalla rielezione al congresso federale stroncando ogni concorrenza sul nascere, fino alla repressione del consenso interno. “Lamentarsi fa male al partito”, dice la cricca del vicepremier. “Fa male non farlo”, ribatte la base. “La svolta nazionale aveva una sua logica. Ma abbiamo perso la rotta, senza esportare alcun buon governo: invece di estendere l’efficienza del nord, ci ritroviamo anche qui col clientelismo del sud”. E allora le forze centrifughe si moltiplicano. Paolo Grimoldi, bossiano di ferro ormai fondatore di Patto per il Nord, dice che è pronto “ad accogliere a braccia aperte” i suoi vecchi commilitoni. “Oggi il tema è come salvare la Lega oltre Salvini, e non è scontato. Mancano gli strumenti, l’organizzazione per reagire. Dunque cosa fanno gli altri? Continuano ad attendere il colpo di grazia o hanno il coraggio di lanciare un nuovo progetto politico? Perché Salvini non si farà mai da parte: da buon capitano preferisce affondare a bordo della nave”. Qualche segnale in questa direzione s’intravede: la bozza del governatore Attilio Fontana, per lo statuto di un nuovo partito autonomista; il riottoso nordest che scalpita, aspettando – auguri anche lì – una mossa di Zaia o Fedriga. Eppure, in fatto di leadership, nella terra del Carroccio si confida di non dover guardare troppo lontano: “Qualcuno che si sta muovendo noi ce l’abbiamo”, fa notare Pasinetti. “È il segretario regionale Massimiliano Romeo: sta dicendo cose importanti, con il suo stile”. Più della forma, ci vorrà la sostanza.


Silvia Salis è il cavallo di Troia per far fuori Elly Schlein? 


Ci risiamo: Salis pompata da giornaloni e apparatčik. Italia viva: “Nome forte”. Bettini fonda “Forza silvia”

Ci risiamo: Salis pompata da giornaloni e apparatčik

(di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – Un manifesto. Anzi no, un desiderio, una premonizione, se non proprio un annuncio. Con chiunque parli, Silvia Salis sostiene di non voler fare le primarie e di essere disponibile solo a candidarsi premier, senza passare per il via. Dopo pellegrinaggio e acclamazione collettiva, da posizione resa nota ormai mesi fa. Eppure a leggere le parole che lei stessa scrive nella premessa al suo libro, in uscita a ottobre, la tentazione di correre comunque, anche semplicemente per la paura che il treno passi per sempre, appare evidente: “Questo libro nasce per raccontare il giorno in cui non ti domandi più dove stai andando, ma ci vai e basta, perché il domani non aspetta, arriva, ti guarda in faccia e ti giudica. E il domani, l’ho imparato bene ormai, comincia sempre oggi”. Pure il titolo è in linea, con questo tipo di riflessioni: È già domani.

Di certo, in molti lo vorrebbero che fosse già domani. Un domani senza né Giuseppe Conte, né Elly Schlein, entrambi poco graditi all’ establishment. Che continua a cercare di trovare un’alternativa, tra consigli, altolà e diktat vari. E così in questi ultimi giorni, sui media è tornata la voglia di Salis. Solo ieri il Foglio ospitava una lunga intervista a Goffredo Bettini, che ne auspicava la discesa in campo addirittura per mettersi alla testa di un partito nuovo, una sorta di “Forza Salis”. E il Corriere interpella Matteo Renzi per fargli dire che “Salis è un nome forte”.

Corsi e ricorsi alla cui base c’è soprattutto una speranza, se non un’aspettativa: che il leader dei Cinque Stelle e la segretaria del Pd si decidano a fare un passo indietro e a mettersi d’accordo su un nome terzo, che eviti i gazebo. Cosa rispetto alla quale entrambi finora hanno fatto muro.

È soprattutto nel Pd che tale scenario viene evocato più spesso. Tanto è vero che pezzi di partito sarebbero effettivamente già pronti a convergere sulla sindaca. Franceschini continua il suo lavorio ai fianchi dei due leader per evitare che le primarie si trasformino in una resa dei conti che porta alla sconfitta elettorale del centrosinistra (o a un pessimo risultato per Schlein, che significherebbe la deflagrazione del partito). In questi giorni, è lui che parla con Conte per portarlo alla convention del Correntone a Montepulciano a ottobre. È sempre stato lui il primo a sondare la disponibilità di Salis a fare le primarie. E poi, c’è Bettini, che – notoriamente – è il più contiano dei dem. E in questa luce, il suo appello via Foglio va letto in una luce diversa. Come una sorta di canto delle sirene, attraverso il quale invita Salis a mettersi in gioco: perché la convinzione comune è che toglierà voti a Schlein e dunque porterà Conte alla vittoria. Una rete nella quale l’interessata non vuol farsi attirare. Così come diffida degli endorsement di Matteo Renzi, da sempre considerati controproducenti: tanto che i suoi raccontano che i due si sentono pochissimo.

I giochi però si mescolano e si infittiscono. In attesa che Conte e Schlein trovino un accordo. Mentre Salis, comunque, si prepara.


La vita è strana, Lavitola di più


(Carlo Tarallo – dagospia.com) – Con quel “no comment” alla domanda se Ranucci sapesse dell’attentato organizzato da Lavitola ha dato i titoli a tutti i giornali di oggi.

Salvo poi dire in alcune interviste, tra le quali quella a Giacomo Amadori di “Libero”, che Lavitola ha escluso totalmente la consapevolezza del giornalista (e al “Giornale”, invece, ha confermato che Lavitola “non escluderebbe che Ranucci avesse intuito” il suo piano).

L’uomo del giorno risponde al nome di Sergio Cola, napoletano di San Giuseppe Vesuviano, 84 anni portati meravigliosamente. 

Come ricorda “MowMag”, Cola era l’avvocato che Gomes Clesio Tavares, lo spicciafaccende di Lavitola e reclutatore degli esecutori materiali dell’attentato a Ranucci, aveva consigliato a uno dei quattro “bombardoli”, Pellegrino D’Avino: “Diglielo dopo a tuo padre (Antonio Passariello) che lo mandi da questo avvocato qua… parlate subito che se per caso dovesse succedere qualcosa, l’avvocato già sa come deve fare…per non farvi prendere nessun guaio”.

“L’avvocato in questione è Sergio Cola -, si legge ancora su “Mowmag” – principe del foro napoletano, che i carabinieri annotano come ‘storicamente legato alla difesa di esponenti di spicco della criminalità organizzata campana’, che per un avvocato, sia ben chiaro, vuol dire semplicemente essere molto bravo”.

Molto bravo e molto di destra, da sempre.

Deputato di Alleanza Nazionale per tre legislature, fino a 20 anni fa, Cola ha partecipato a innumerevoli iniziative per il Sì al Referendum costituzionale, e fin qui nulla di curioso: lo ha fatto da illustre avvocato.

Ma a Dagospia ieri diverse fonti partenopee e parte di destra hanno rivelato che negli ultimi tempi Cola ha ripreso con rinnovato vigore l’attività politica con Fratelli d’Italia…

A suo padre, Arturo, lo scorso anno è stata intitolata la sezione di Fratelli d’Italia di San Giuseppe Vesuviano, alla presenza dei vertici campani e napoletani del partito.

Lo scorso maggio ha partecipato a una iniziativa elettorale di Fdi per le Europee a Somma Vesuviana, a sostegno del candidato Antonio Ambrosio: “Quest’area è stata sempre a destra e oggi come ieri non deve cambiare direzione”, ha detto Cola, “in questo momento storico, aldilà dell’appartenenza politica, occorre sostenere un imprenditore che incarna i valori di una famiglia come quella degli Ambrosio che da decenni ha dimostrato come fare impresa sul territorio valorizzandone i prodotti sia stata una scelta lungimirante”.

Nel luglio 2023 ha fatto parte del parterre di big di Fdi che hanno inaugurato la sezione di Somma Vesuviana, insieme a esponenti di spicco del partito, tra i quali pure Giovanni Donzelli.

Basta cercare sul web per trovare diverse iniziative di partito con la partecipazione di Cola. Ciliegina sulla torta: la moglie di Sergio Cola è la sorella del prefetto Giuseppe Pecoraro, nominato dal Governo Meloni presidente di ANAS il 6 marzo 2025. Dunque la vicinanza di Cola a Fratelli d’Italia è evidente oltreché  solida e spifferi assai attendibili ipotizzano per lui una candidatura alle prossime politiche. Che strano: Lavitola voleva tornare in politica lanciando Ranucci, come leader del “Campo largo”, e in Parlamento alla fine potrebbe finirci, con Fratelli d’italia, il suo avvocato Sergio Cola, uomo del “no comment”.

Ma la domanda è: perché Lavitola ha scelto, tra i tanti avvocati possibili, proprio uno così legato a Fdi, il partito che più di tutti ha attaccato Sigfrido Ranucci e non vede l’ora di buttarlo fuori dalla Rai? Anche perché, come scrive “Mowmag”, Di Lavitola, Cola non è affatto lo storico difensore. E allora perché il faccendiere si fa difendere da un legale così di parte e così vicino a un partito? Ah, saperlo…


Dopo Striscia la notizia chiuderanno pure Report?


E se il problema non fosse più ciò che il giornalista racconta, ma il fatto stesso che possa ancora farlo? “Striscia la Notizia” e “Report” rischiano di diventare il simbolo di un giornalismo sempre più scomodo e fragile, ma soprattutto sotto pressione. Perché quando un’inchiesta colpisce gli altri è coraggio, quando colpisce noi diventa “aggressione”. Ma una democrazia senza domande scomode è una democrazia in cui il potere ha già vinto

Dopo Striscia la notizia chiuderanno pure Report?

(di David Gramiccioli – mowmag.com) – C’è un momento, nella vita di una democrazia, in cui le domande diventano più importanti delle risposte. È il momento in cui bisogna fermarsi e chiedersi: che cosa resta della libertà quando il giornalista non è più libero di fare domande al potere? Non è una domanda accademica. Non è una questione per addetti ai lavori. È una domanda politica. Ed è, prima ancora, una domanda di libertà. Perché una democrazia senza un giornalismo capace di disturbare il potere rischia di trasformarsi lentamente in qualcos’altro: un luogo nel quale tutti possono parlare, ma sempre meno persone possono davvero dire ciò che il potere non vuole ascoltare. L’Italia, per fortuna, ha conosciuto un’altra stagione. Ha avuto una grande tradizione di giornalismo d’inchiesta. Una tradizione spesso scomoda, talvolta feroce, quasi sempre controcorrente. Una tradizione fatta di giornalisti che hanno inseguito le notizie quando sarebbe stato più conveniente lasciarle perdere. Che hanno aperto porte che qualcuno avrebbe preferito rimanessero chiuse. Che hanno sollevato tappeti sotto i quali il potere aveva imparato a nascondere la polvere. Dalle grandi inchieste sulla criminalità organizzata alle denunce sul malaffare, dagli scandali politici alle battaglie contro le truffe e gli abusi, il giornalismo italiano ha avuto momenti nei quali il potere non era il padrone dell’informazione. Era il sorvegliato. Ed è questa, forse, la parola che abbiamo dimenticato. Sorvegliare. Controllare. Verificare. Domandare. Insistere.

Sigfrido Ranucci a Report

Il giornalista d’inchiesta nasce esattamente lì: nel punto in cui la versione ufficiale smette di essere sufficiente. Il problema non è soltanto la crisi economica dell’editoria. Non è soltanto la trasformazione del mercato pubblicitario. Non è soltanto la rivoluzione digitale. Il problema è più profondo. È la progressiva, preoccupante erosione dell’autonomia dell’informazione davanti ai grandi centri di potere. Perché quando un’inchiesta diventa politicamente conveniente, viene celebrata. Quando diventa scomoda, viene delegittimata. Quando colpisce l’avversario, diventa “giornalismo coraggioso“. Quando sfiora gli amici, diventa: “aggressione“. “Campagna mediatica“. “Sciacallaggio“. “Processo televisivo“. È una vecchia tecnica. Cambiano le parole. Non cambia il meccanismo. E così accade il paradosso più inquietante: il giornalista non viene più giudicato per quello che scopre, ma per chi colpisce. Se colpisce il mio avversario, è un eroe. Se colpisce me, è un nemico. Ma questa non è informazione. È tifo. E quando il giornalismo diventa tifo, il potere ha già vinto.
Perché una democrazia adulta non dovrebbe domandarsi da che parte stia il giornalista. Dovrebbe domandarsi una cosa soltanto: quello che racconta è vero? Da questa domanda dovrebbe partire tutto. In questo scenario, persino la televisione generalista rischia di perdere alcuni dei suoi ultimi spazi di controllo. E allora arriva una domanda che pesa come un macigno: Addio a Striscia la Notizia. E a Report?

Ezio Greggio Enzo Iacchetti Striscia la Notizia

Striscia la Notizia, nata nel 1988, ha costruito una parte della propria identità attraverso satira, denunce, segnalazioni di truffe, sprechi e malcostume. Ha fatto una cosa apparentemente semplice: ha portato il potere davanti a milioni di italiani. Lo ha deriso. Lo ha incalzato. Lo ha messo sotto i riflettori.
A volte con ironia. A volte con ferocia. Sempre con quella vocazione a infilare una telecamera là dove qualcuno avrebbe preferito non vederla. E oggi, davanti alle discussioni sul suo futuro, la domanda non può essere soltanto televisiva. È una domanda molto più grande. Che cosa succede a un Paese quando anche gli spazi televisivi capaci di mettere alla berlina il potere diventano fragili? La stessa domanda riguarda Report. E qui bisogna essere ancora più chiari. Non è necessario condividere ogni sua inchiesta. Non è necessario essere d’accordo con ogni ricostruzione. Un giornalismo serio può essere criticato. Deve essere criticato. Deve rispondere delle proprie responsabilità. Ma c’è una differenza enorme tra criticare un’inchiesta e rendere progressivamente più difficile fare inchieste. Una differenza che non possiamo permetterci di ignorare. Perché se Report dovesse davvero uscire definitivamente dall’offerta del servizio pubblico, il problema non sarebbe soltanto la sorte di una trasmissione televisiva. Sarebbe il simbolo di qualcosa di più grande. Di un Paese che rischia di perdere pezzo dopo pezzo la propria memoria investigativa. E la coincidenza è persino amara. Mentre si celebrano decenni di giornalismo televisivo d’inchiesta, il sistema dell’informazione sembra interrogarsi sempre più spesso su quanto spazio debba essere concesso a chi fa domande. Ma il problema, in fondo, non è quanto spazio concedere al giornalista. È quanto spazio vogliamo concedere alla verità. Perché il giornalista può sbagliare. Deve essere controllato. Deve verificare le fonti. Deve rispettare le regole. Deve distinguere i fatti dalle opinioni. Non deve trasformare il sospetto in una sentenza. Ma proprio per questo la risposta a un’inchiesta sbagliata non può essere il silenzio. Non può essere la censura.
Non può essere l’espulsione della domanda. La risposta dovrebbe essere un’altra domanda. Un’altra verifica. Un’altra inchiesta. Un’altra verità da cercare.

Sigfrido Ranucci a Report

Perché al giornalismo si risponde con il giornalismo. Non con il bavaglio. Il giornalismo non è un tribunale. E il giornalista non dovrebbe essere processato perché il suo racconto è sgradito a qualcuno. Il suo compito è molto più semplice e, proprio per questo, infinitamente più difficile: cercare ciò che qualcuno preferirebbe non venisse cercato. È questa la sua ragione d’essere. È questa la sua nobiltà. Ed è forse proprio questa la ragione per cui il potere lo teme. Perché un politico può controllare un governo. Un amministratore può controllare un’azienda. Un potente può controllare una rete di relazioni. Ma nessuno dovrebbe poter controllare una domanda. La domanda di un giornalista deve rimanere libera. Sempre. Anche quando è scomoda. Soprattutto quando è scomoda. Perché la libertà di stampa non si misura dalle domande che possiamo fare quando tutti sono d’accordo. Si misura da quelle che possiamo fare quando qualcuno, molto potente, vorrebbe impedirci di farle.


Lavitola nell’interrogatorio di garanzia dice tutto e il contrario di tutto


RANUCCI: LAVITOLA A GIP, CHIESI ATTENTATO CON ”MODALITA’ DIVERSA”, SPARI CONTRO MURO CASA GIORNALISTA

(Adnkronos) – Non una bomba ma una serie, quattro o cinque, di colpi di pistola dimostrativi da esplodere contro il muro dell’abitazione di Sigfrido Ranucci.

Questa la ”diversa modalità” che Valter Lavitola aveva immaginato per l’attentato di cui ieri ha confessato davanti al gip, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, di essere il mandante. Ma una volta appresa la notizia che l’attentato ero avvenuto tramite l’esplosione di un ordigno rudimentale che ha danneggiato le auto del conduttore di Report, a quanto si apprende, non avrebbe avuto da obiettare perché avrebbe comunque ritenuto anche quella modalità dimostrativa.

L’ex editore e impreditore, in carcere in alta sicurezza a Rebibbia da lunedì quando i carabinieri del Nucleo Investigativo gli hanno notifcato l’ordinanza del gip emessa dopo le indagini della procura di Roma e al quale viene contestato il metodo mafioso, nella sua confessione ha sostenuto di aver fatto tutto per far innalzare il livello di protezione al giornalista.

LA PROCURA DI ROMA DARÀ PARERE NEGATIVO AI DOMICILIARI PER LAVITOLA

(ANSA) –  La Procura di Roma darà parere negativo in merito alla richiesta di domiciliari avanzata ieri al gip dal difensore di Valter Lavitola al termine dell’interrogatorio di garanzia durante il quale ha confessato di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci.

In base a quanto si apprende, la richiesta dell’avvocato Sergio Cola si basa – a suo dire – sulla “ammissione di responsabilità” di Lavitola e la conseguente collaborazione con gli inquirenti. Inoltre per il legale mancherebbe a questo punto il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga.

FLORIDIA, ‘RANUCCI DEVE RIMANERE, NESSUNA SOSTITUZIONE A REPORT’

(ANSA) –  “Il centrodestra sta completando il suo disegno: ora tocca a Report, poi chiuderà il cerchio con un nuovo cda Rai scelto prima delle elezioni”. Lo afferma, in un’intervista al Fatto Quotidiano, l’ex presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (M5s).

 “La Rai ha degli obblighi specifici sanciti dal contratto di servizio, quindi giù le mani da Ranucci: è una vittima di un attentato e del fango. Il sostituto? Non se ne parla”, aggiunge Floridia.

Per l’ex presidente “Report, di cui Ranucci non è solo il conduttore, è sicuramente il programma simbolo del giornalismo d’inchiesta Rai.

Che nonostante le angherie subìte – dal taglio delle puntate alle forbici sul budget passando per i vari intralci inflitti pretestuosamente ai suoi giornalisti – registra da anni ascolti record”.

Ed è per questo, sostiene Floridia “che occorre una motivazione solida per disattendere il contratto di servizio: purtroppo per il centrodestra i pm di Roma hanno certificato che Ranucci attualmente è parte lesa ed è estraneo alle accuse che riguardano Lavitola”.

Floridia replica così al centrodestra che chiede che Ranucci lasci Report: “Davvero chi ha appena scudato Delmastro, impedendo che si facesse chiarezza sugli affari con l’uomo del clan Senese, si permette di alzare il ditino sulle frequentazioni di Ranucci?”

“Ranucci è vittima tre volte: vittima, per fortuna illesa, di un attentato, vittima della macchinazione di una persona che tra l’altro conosceva, e ora vittima della Rai sotto il controllo meloniano”, dice Floridia.

Sulle voci di un ‘commissariamento’ di Ranucci da parte della redazione di Report, l’esponente M5s replica “non voglio neanche sentir parlare di sostituti”.


La catena di comando della pace


Perché subito un Ministro Articolo 11

(Giorgio Kadmo Pagano – lafionda.org) – La temperatura della guerra sale una tacca dopo l’altra: ciò che era impensabile diventa accettabile e infine inevitabile. Per questo la pace deve diventare una funzione permanente della Repubblica.

Ogni giorno soffiano venti di guerra. Quella che si prepara non è una guerra lampo di memoria hitleriana, ma una “guerra della rana bollita”: la temperatura viene alzata gradualmente, abbastanza lentamente da abituarci a ogni nuovo grado, fino a quando l’acqua non raggiunge l’ebollizione.

Un nuovo stanziamento militare, un’arma più potente, un pacchetto di sanzioni, una minaccia esplicita, un’ulteriore ipotesi di intervento diretto o un nuovo finanziamento miliardario in armamenti (quasi sempre statunitensi). Ciò che ieri appariva intollerabile oggi viene presentato come inevitabile; domani sarà considerato insufficiente. La guerra generale non viene dichiarata: viene resa progressivamente pensabile, accettabile e infine normale.

È questa gradualità a renderla letale. L’opinione pubblica non è chiamata a scegliere in un solo momento tra la pace e la guerra: viene accompagnata, passo dopo passo, verso un punto in cui il conflitto apparirà come l’esito naturale di decisioni già prese.

Non basta invocare la pace quando l’acqua è ormai vicina all’ebollizione. Occorre un’autorità politica che abbia il compito permanente di monitorare la temperatura, riconoscere l’escalation e intervenire prima che il processo diventi irreversibile.

Serve subito un Ministro Articolo 11.

L’articolo 11 è uno dei principi fondamentali della Costituzione. Eppure, in quasi ottant’anni, non è mai stato incarnato a livello di governo e di sovranità statale.

Abbiamo apparati incaricati di preparare la difesa, gestire le alleanze, acquistare armamenti e affrontare la guerra. Non abbiamo mai avuto un responsabile politico permanente incaricato di dare forma, mezzi e continuità al ripudio della guerra e alla costruzione della pace.

È una dimenticanza tanto lunga da non apparire casuale. La disposizione costituzionale sulle limitazioni di sovranità fu chiamata quasi subito a convivere con l’adesione alla NATO nel 1949, mentre il mandato di promuovere un ordinamento internazionale capace di assicurare pace e giustizia non ha mai ricevuto un’analoga incarnazione governativa.

Nella prassi repubblicana la limitazione della sovranità è stata organizzata; la sovranità della pace no.

Per colmare questa omissione storica serve un Ministro Articolo 11: non la figura di una pace astratta o subalterna, ma il titolare sovrano di una funzione costituzionale.

Che cosa dovrebbe essere, concretamente?

Non un nuovo Ministero della Pace con strutture pesanti, direzioni generali e costi aggiuntivi. Non un apparato destinato a sovrapporsi alla Presidenza del Consiglio, alla Farnesina o alla Difesa, né tantomeno un contropotere ideologico.

Dovrebbe essere un Ministro senza portafoglio presso la Presidenza del Consiglio, con funzioni di indirizzo, impulso, coordinamento e verifica. Il suo compito sarebbe raccordare competenze già esistenti — diplomatiche, giuridiche, economiche, culturali, ambientali e umanitarie — orientandole stabilmente alla prevenzione dei conflitti.

L’articolo 11 non contiene soltanto un divieto; contiene un mandato positivo. La Repubblica deve promuovere e favorire gli ordinamenti internazionali capaci di assicurare pace e giustizia fra le Nazioni. Non basta astenersi dall’aggressione: occorre creare le condizioni politiche, giuridiche ed economiche che impediscano alla guerra di diventare lo strumento ordinario di risoluzione delle controversie.

Il ripudio della guerra deve tradursi in capacità dello Stato: prevedere le crisi, riconoscere le fratture, costruire mediazioni e mantenere aperti i canali diplomatici prima che la logica militare diventi dominante.

La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando si spezzano i rapporti, si interrompono gli scambi, si disumanizza l’avversario e si orienta l’opinione pubblica ad accettare l’inaccettabile. Anche la pace, dunque, deve cominciare molto prima.

I tre tempi della pace

Un Ministro Articolo 11 dovrebbe operare nei tre tempi del conflitto:

  1. Prima: individuando i rischi, promuovendo prevenzione e mediazione, e valutando l’impatto delle decisioni politiche ed economiche sulla sicurezza collettiva.
  2. Durante: coordinando le iniziative per la cessazione delle ostilità, la protezione dei civili e il mantenimento dei canali diplomatici.
  3. Dopo: preparando la ricostruzione, la riconciliazione, il ripristino dei diritti e le condizioni per una pace durevole.

Oggi queste funzioni sono disperse tra Presidenza del Consiglio, Esteri, Difesa e diplomazia. Manca una figura politica unica che le tenga insieme e ne risponda pubblicamente.

La guerra dispone di una catena di comando. La pace no.

Dal pacifismo al pacismo di governo

A chi obietta che la diplomazia spetta già agli Esteri, la difesa all’articolo 52 e la politica generale alla Presidenza del Consiglio, la risposta è chiara: il Ministro Articolo 11 non sostituirebbe queste istituzioni, ma le raccorderebbe attorno a una responsabilità oggi priva di un titolare specifico.

Loin dal contrastare la difesa della Patria prevista dall’articolo 52, ne costituirebbe la prima garanzia. Se l’articolo 52 è l’assicurazione sulla difesa quando la pace fallisce, l’articolo 11 è la politica permanente affinché quel fallimento non avvenga. Proteggere la Patria significa anche impedire che venga trascinata in guerre evitabili, tutelando i cittadini, le infrastrutture e l’economia.

Per questo non sarebbe il ministro di una sola parte politica. Bisogna distinguere il pacifismo come testimonianza dal pacismo come capacità di governo.

Pacista è chi organizza la pace per proteggere sia la Patria sia chi è chiamato a difenderla.

Questa figura non indebolirebbe le Forze Armate: offrirebbe loro un alleato istituzionale per far sì che il ricorso alle armi resti davvero l’ultima ratio. La pace è un’opera politica complessa che richiede intelligence, diplomazia, economia, diritto e tecnologia. La guerra viene pianificata e finanziata in tempo di pace; non si comprende perché la pace debba essere improvvisata durante la guerra.

Senza modificare la Costituzione, ma attuandola, l’Italia potrebbe diventare il primo Paese a dare all’organizzazione della pace una titolarità governativa permanente, offrendo un modello d’avanguardia a livello internazionale.

Ogni giorno perso è un’altra tacca sotto la pentola. Continuare ad alzare la temperatura senza una funzione incaricata di fermare l’escalation è un’irresponsabilità storica.

Non serve un domani un generico Ministero della Pace.

Serve oggi un Ministro Articolo 11.

Si non vis bellum, para pacem.

(Se non vuoi la guerra, prepara la pace.)


Renzi è il Vannacci del centrosinistra: può far perdere fino al 4%


Sondaggisti d’accordo, in fuga gli elettori del M5S: “La sovraesposizione del leader di Iv è un pericolo, elettorati incompatibili”

Renzi è il Vannacci del centrosinistra: può far perdere fino al 4%

(di Lorenzo Giarelli e Letizia Giostra – ilfattoquotidiano.it) – Cosa succede quando gli elettori bocciano un’alleanza? La matematica non è un’opinione, ma può dar esiti strani: 2+2, alle urne, non fa sempre 4. Anzi. A pesare è la possibile incompatibilità tra partiti alleati e il tema torna attuale adesso che, grazie al Partito democratico e al favore di certa stampa, Matteo Renzi ha ritrovato centralità. Non più ipotizzato come gregario di una gamba centrista, ma addirittura evocato come candidato alle primarie o comunque regista dell’operazione di una lista simil-Margherita. Il problema esiste soprattutto per gli elettori 5Stelle, a cui l’operazione potrebbe essere indigesta fino alla fuga dalle urne: un 2 o 3 per cento di voti in meno assicurati ai progressisti, dicono i sondaggisti, ovvero più di quelli che porta Renzi.

Ad agosto i sondaggi sono fermi, ma come punto di partenza resta valida l’analisi di un paio di mesi fa pubblicata da Youtrend. Sommando il consenso di singoli partiti, il campo progressista sarebbe davanti alla destra (senza Futuro Nazionale di Vannacci), ma quando si prospetta agli stessi intervistati la possibilità di far parte di una coalizione larga – da Italia Viva al Movimento 5 Stelle – allora molti fuggono e l’alleanza brucia 1,5 punti.

La tendenza resta la stessa anche oggi, come conferma Lorenzo Pregliasco, fondatore di Youtrend: “L’incompatibilità tra elettorati potrebbe essere determinante alle prossime elezioni. Se nel Campo largo stimiamo elettorato per elettorato cosa voterebbero, presumendo di essere in una coalizione da Iv al M5S, allora il totale cala e la destra recupera”. Il fenomeno, secondo Lorenzo Pregliasco, vale soprattutto per l’elettore 5Stelle: “In caso di esplicita alleanza con Avs, Pd e Renzi e dintorni, almeno un 2 per cento riconsidera il proprio voto”. C’è però un aspetto che potrà neutralizzare o amplificare questa tendenza: “Un po’ come avviene alle Regionali, un 5Stelle è portato a rimanere ‘fedele’ soprattutto se il candidato presidente è espressione del Movimento. Se il candidato premier fosse Schlein o comunque qualcuno più vicino al Pd o ai centristi, probabilmente l’incompatibilità aumenterebbe”.

Ad avvisare i leader dello stesso fenomeno è anche Michela Morizzo, amministratore delegato di Tecnè, che pur riconoscendo a Renzi “una personalità politica di altissimo livello” evidenzia possibili terremoti per la coalizione: “L’equilibrio tra Iv e gli altri partiti del Campo largo è delicato. Renzi è capace di suscitare consensi convinti quanto resistenze altrettanto marcate. Una sua sovraesposizione rischia quindi di ridimensionare l’apporto potenziale del 2-3 per cento, se una parte degli elettori più vicini ad Avs e M5S dovesse sentirsi meno rappresentata dentro il perimetro della coalizione”. La sovraesposizione di questi mesi, insomma, non aiuta affatto.

Ne è convinto anche Antonio Noto, direttore di Noto Sondaggi, secondo cui “Renzi ha ormai perso la fiducia degli elettori terminando il proprio ciclo di vita politico proprio come un prodotto del supermercato”. Anche Noto fa qualche conto: “Renzi potrebbe provocare una spaccatura dentro i 5Stelle, il 2,5 per cento di Iv si conferma tale in ogni sondaggio e non è detto che possa portare tutto il suo capitale dentro il Campo largo, perché anche molti elettori di Iv vogliono vedere Renzi correre in solitaria”. Ergo: “La sua presenza nel Campo largo porterebbe a una perdita di voti negli altri partiti tra il 3 e il 3,5 per cento”. Una sottrazione che chiama in causa gli elettori 5S. Del resto non più di due settimane fa, Nando Pagnoncelli ha ribadito che Renzi è il leader politico con indice di gradimento più basso, staccato anche da Riccardo Magi e Maurizio Lupi. Ieri, un’analisi di Spin Factor per AdnKronos ha poi rivelato che nell’ultimo mese il leader di Iv è ultimo anche per reazioni positive ai propri post sui social (il cosiddetto sentiment). Per qualche motivo, però, sembra non se ne possa fare a meno.


Lavitola confessa l’attentato e s’inventa un altro movente


Lavitola confessa la bomba a Ranucci: “Era per fargli potenziare la scorta”. Ma prima dell’attentato non aveva mai parlato della sicurezza del giornalista. Movente e chat. Il timore per la sicurezza dell’amico, ma soltanto nei giorni successivi all’esplosione. Il giornalista resta persona offesa

Lavitola confessa la bomba a Ranucci: “Era per fargli potenziare la scorta”. Ma prima dell’attentato non aveva mai parlato della sicurezza del giornalista

(estr. diMarco Lillo – ilfattoquotidiano.it) – […] Come sempre quando si parla di Lavitola, le sue parole vanno prese come saponette e verificate una per una. Con i pm ammette la ‘bomba d’amore’, come direbbe Paolo Mieli. Però la colora di un fine lontano dalla politica. Nessun intento di accrescerne la popolarità, come pensano i magistrati, al fine di portare l’amico giornalista a Palazzo Chigi. Alla domanda ‘perché ha fatto mettere la bomba a Ranucci?’ replica come la nonnina di Cappuccetto Rosso: ‘Per proteggerlo meglio’.

Peccato però che Lavitola parli della sua ossessione per la sicurezza di ‘Sig’ solo dopo la bomba. Non prima. Almeno a leggere le conversazioni riportate nell’ordinanza di arresto.

[…]

La prima traccia è il 21 novembre 2025, più di un mese dopo l’attentato. Valter scrive all’amico: “Scusami, non voglio essere ossessivo ma ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente”. Il 22-23 novembre 2026, scrive il gip, seguono “ulteriori messaggi con i quali Lavitola insiste con Ranucci in ordine alla necessità di ottenere un potenziamento della scorta”. Il 29 novembre 2026 dice di aver consultato “non meglio precisati programmi specializzati per individuare il livello di rischio”. Gli scrive: “Tu hai un livello di rischio potenziale con gli odiatori che è molto alto!!!! Ti assicuro che non sto esagerando, anzi… Questo rischio è imprevedibile, e non gestibile in alcun modo”. Per Valter ci vuole “una barriera fisica fatta da uomini”. Poi con arte fa il misterioso sulle fonti “Ti prego, fidati (…) avrei difficoltà a dirti di più e già informarti di questo è potenzialmente un piccolo problema per me”. Poi Lavitola intima a Sigfrido di non uscire fin quando non avrà una superscorta per non rischiare: “Ti scongiuro, muoviti subito. Non sto facendo allarmismi inutili, ti assicuro altrimenti riduci al minimo le tue esposizioni fuori da ambienti protetti”.

[…]

Il 29 dicembre 2025 Lavitola invia un articolo di giornale secondo il quale “non si trattava di esplosivo rudimentale” e parte con ordini degni del capo delle teste di cuoio alla vigilia di un blitz: “Ti prego, dammi retta, in qualsiasi momento tu sei esposto, devi avere una struttura di protezione fisica. Significa che quando tu arrivi in un luogo: a casa, alla Rai, un ristorante, a un appuntamento qualsiasi, nel momento che scendi dalla macchina devi avere una staffetta lì fatta da almeno quattro uomini più il due che nella macchina di scorta che dopo aver fatto il sopralluogo (devono arrivare almeno 10 minuti prima) ti fanno un cerchio di protezione fino all’ingresso. Ti ripeto, il nome di Dio, dammi retta!!!”. Lavitola teme ‘gli odiatori’. “Guarda, non te lo dirà nessuno, sono uno strumento molto più utilizzato di quello che tu credi e che si dice. Si cercano persone psicolabili sui social con una predisposizione, e si plagiano”. Riletti oggi questi messaggi fanno quasi sorridere ma allora a sentire Valterino sembrava una questione di vita o di morte: “Il grado di protezione che tu hai prevede la staffetta (…). Il capo scorta è una persona intelligente, di esperienza, e fedele alle istituzioni, oltre a essersi sinceramente affezionato a te. Per piacere, parla con lui. Mi dispiace dirtelo, ma se non lo fai troverò io la soluzione per farlo”. Se queste conversazioni fossero state precedenti all’attentato, Lavitola avrebbe trovato un appiglio per sostenere la bislacca tesi. Ma non c’è traccia di tali considerazioni degne di un film d’azione prima dell’esplosione nella villetta. Per il legale di Ranucci, Roberto De Vita, “se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità”.


Progetto datato, rischi sismici, materiali da rivedere. Tutti i rilievi dei Lavori pubblici al Ponte


Nelle 353 pagine del parere positivo da parte del Consiglio superiore sono contenute una serie di prescrizioni: per dare seguito a quelle indicazioni serviranno mesi

Progetto datato, rischi sismici, materiali da rivedere. Tutti i rilievi dei Lavori pubblici al Ponte

(di Antonio Fraschilla – repubblica.it) – Un parere positivo sì, ma zavorrato da oltre cento tra prescrizioni e raccomandazioni da tenere in conto subito, nella fase di progettazione esecutiva, l’unica che può davvero far aprire il primo cantiere del ponte sullo Stretto. Dai controlli sismici a quelli geologici, dai materiali ai calcoli del traffico e dei pesi di carico, sono una miriade le richieste di chiarimento e aggiornamento fatte dal Consiglio superiore dei lavori pubblici. E con un avvertimento chiaro messo a conclusione dall’assemblea dell’organismo che ha deliberato “la prosecuzione” dell’iter a patto che vengano però rispettate “prescrizioni e raccomandazioni”: il governo ha cambiato le norme con un decreto ad hoc consentendo alla società Stretto di Messina di procedere con un progetto esecutivo a stralci, ma il Consiglio nelle conclusioni scrive che occorrerà “verificare le prescrizioni al termine della prima fase di elaborazione del progetto esecutivo” per avere così un “quadro di insieme”. Tradotto: niente accelerazioni, il progetto esecutivo dovrà fin da subito tenere conto delle richieste fatte. E considerando la mole, nel numero e nel merito, di raccomandazioni e prescrizioni messe nero su bianco nelle 353 pagine nel parere, ci vorranno molti mesi prima di avere un progetto esecutivo approvato per avviare il primo cantiere. La società Stretto di Messina assicura: “Tenuto conto che la società ha collaborato con grande impegno alle attività di verifica del Consiglio, possiamo anticipare che le raccomandazioni indicate dal Consiglio erano già previste in fase di progettazione esecutiva, così come per le osservazioni del comitato scientifico e ampiamente spiegato nella relazione del progettista”. L’opposizione attacca: “Siamo pronti a denunciare alla Corte di giustizia europea la vicenda. Sul ponte sullo Stretto stanno forzando regole, procedure e valutazioni tecniche pur di andare avanti a ogni costo con un’opera da 14,5 miliardi di euro. Il parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici smentisce clamorosamente la propaganda di Salvini e della destra, che pochi giorni fa parlavano di vittoria e di via libera”, dice il co-portavoce di Avs Angelo Bonelli”.

Nuovi dati sul rischio sismico

Il Consiglio superiore ha chiesto innanzitutto nuovi dati e verifiche sul fronte sismico, confermando in parte alcuni allarmi lanciati dagli esperti dell’Ingv due anni fa. Si legge nel parere: “Le registrazioni relative all’evento del Centro Italia nel 2016 caratterizzato da magnitudo inferiore a quella esprimibile dal sistema delle faglie dello Stretto, hanno mostrato ordinate spettrali superiori a quelle di progetto in particolare per le torri e i blocchi di ancoraggio”. Nel progetto del Ponte al momento “la definizione della sorgente sismogenetica del terremoto del 1908 è affetta da incertezze” e “non è stata, né menzionata, né valutata, l’affidabilità della struttura con riferimento ai suoi stati limite ed al suo comportamento post – elastico”. E, ancora, “non sono documentate verifiche delle strutture di fondazione delle torri e delle strutture delle torri/traversi, tenendo conto della variabilità spaziale del moto in alcuna delle direzioni spaziali”. Quindi l’assemblea del Consiglio chiede di “ approfondire e, se del caso, aggiornare la domanda di progetto… anche con riferimento ai fenomeni di direttività, alla possibile generazione di impulsi a lungo periodo, ai diversi modelli di sorgente proposti in letteratura”, e “approfondire e, se del caso, aggiornare la domanda di progetto tenendo conto della variabilità spaziale del moto in termini di accelerazioni o spostamenti, in direzione orizzontale e verticale”. Da aggiornare anche gli scenari “in condizioni estreme” con “un elenco motivato degli scenari di perdita di componenti o di loro parti, non limitato allo scenario di distacco di una porzione di impalcato o alla perdita di pendini adiacenti”. In sintesi “l’importanza e la complessità dell’opera evidenzia la necessità che le verifiche sismiche siano sviluppate secondo un approccio prestazionale avanzato, nel quale la sicurezza non sia limitata al controllo della resistenza ultima degli elementi strutturali e geotecnici, ma comprenda anche la valutazione della domanda deformativa indotta dal sisma e della capacità del sistema terreno-struttura di sostenere spostamenti e rotazioni compatibili con i livelli prestazionali richiesti”. Insomma, calcoli e studi da rifare quasi del tutto e con tempi non certi brevi.

Prescrizioni sui materiali

Nel parere si chiedono approfondimenti anche sui materiali da utilizzare. In particolare si raccomanda di “valutare con particolare attenzione se le classi di esecuzione assunte richiedano l’impiego di acciai con specifiche condizioni di fornitura finalizzate al miglioramento del comportamento nella direzione dello spessore” e di “valutare l’eventuale impiego di acciai normalizzati in luogo degli acciai termomeccanici, ove ritenuto opportuno in relazione alle specifiche condizioni di fabbricazione, saldabilità e tenacità richieste dal progetto”. Quindi, prosegue il parere, “in relazione alle risultanze e al passaggio al livello di progettazione esecutiva, appare necessario un ulteriore adeguamento ed approfondimento del piano delle indagini, finalizzato a definire con la massima accuratezza il profilo stratigrafico, le caratteristiche meccaniche, idrauliche e sismiche dei terreni interessati da tutte le opere previste. In particolare, tale approfondimento dovrà riguardare le fondazioni delle torri, i blocchi di ancoraggio, le opere terminali, le fondazioni del viadotto Pantano, quelle dei viadotti, delle gallerie e delle intersezioni delle opere di collegamento, sia sul lato Sicilia sia sul lato Calabria. L’approfondimento delle indagini dovrà tenere conto anche della considerevole evoluzione tecnologica e delle conoscenze che oggi rendono usuali indagini che all’epoca della redazione del progetto definitivo venivano considerate avanzate”.

Nuovi esami geologici

Le prescrizioni e raccomandazioni non finiscono qui. Sulle grandi colonne del Ponte “appare necessario che la progettazione dei campi prova sia sviluppata in modo da rappresentare adeguatamente l’intera variabilità geologica e geotecnica delle aree interessate, affinché i risultati ottenuti possano essere considerati realmente rappresentativi delle condizioni operative dell’opera”. Anche sul fronte delle analisi geologiche si chiedono approfondimenti: “A parere dell’Assemblea questa è un’opera certamente unica nel suo genere e vera e propria sfida ingegneristica per un’area geologicamente complessa. Di conseguenza, con riferimento alle riportate criticità conoscitive emerse dall’analisi dei documenti progettuali o di controllo, si evidenzieranno le attività di indagini integrative che si ritengono irrinunciabili per consentire previsioni progettuali basate sul miglior livello di conoscenza oggi raggiungibile”.

Documenti da aggiornare perché vecchi

Per il Consiglio alcuni documenti del Ponte sono vecchi: “ È infatti da sottolineare che buona parte delle informazioni disponibili, e in qualche modo da ritenersi più significative ai fini della ricostruzione del quadro geologico, risale ad alcune decine di anni fa; esse sono quindi intrinsecamente basate su tecnologie operative oggi ampiamente superate. Peraltro, la stessa interpretazione del complesso delle indagini sismiche, stratigrafiche e di rilievo geologico e geomorfologico fa riferimento a procedure che, oltre a risultare talvolta obsolete, non sono certamente confrontabili con gli attuali standard qualitativi di elaborazione. In ultimo, si osserva che le interruzioni del processo progettuale nel corso del tempo non hanno favorito lo sviluppo e l’elaborazione unitaria e congruente delle conoscenze, sia di quelle direttamente acquisite sia di quelle derivanti dagli approfondimenti che la comunità scientifica – peraltro particolarmente attiva negli studi sull’area, sebbene soprattutto attenta a ricostruzioni geologiche e tettoniche generali con limitata attenzione alla caratterizzazione delle singole faglie – ha sviluppato negli anni”. Da aggiornare anche i dati sulle piogge e la dimensione degli impianti di trattamento delle acque di prima pioggia”

Nessuna accelerazioni sul progetto a stralci

In conclusione, si legge nel parere, “occorre procedere a verifica di ottemperanza alle prescrizioni anche al termine della “Fase A” del progetto esecutivo da parte del soggetto verificatore. In tal modo, la società “Stretto di Messina” potrà successivamente disporre di un quadro completo delle risultanze delle molteplici attività tecniche correlate alla fase medesima. Si tratterà, con tutta evidenza, di un sistema composito di risultati, estremamente articolato ed eterogeneo, da valutare in modo necessariamente organico e contestuale. Ciò al fine di individuarne i concreti effetti sulla successiva “Fase B” del progetto esecutivo. In altri termini, si dovranno stabilire e valutare preventivamente le condizioni tecniche per lo sviluppo delle attività previste nella “Fase B” con il necessario livello di conoscenza e di consapevolezza”.