Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Alla sinistra ci vorrebbe un Vannacci


(di Marcello Veneziani) – Ci vorrebbe un Vannacci a sinistra. Non lo dico per seminare panico e zizzania in quel corpo decomposto che va sotto il nome di campo largo, unito solo dall’antimelonismo. Figuriamoci. E non lo dico perché quel cartello è sottoposto a uno stress serpeggiante che attraversa pure le viscere del fronte meloniano: la tentazione di convergere al centro, di alleare le forze centriste di ambo gli schieramenti, di riproporre la solita alternativa al sistema bipolare, che in Italia non trovando ormai da lungo tempo forza elettorale, ripiega poi sull’invocazione dei Tecnici, sotto la vigilanza europea. Si, perché quel centro che genera sospiri in alcune fasce importanti del nostro paese, con alti patrocini istituzionali, ha solo un piccolo, eterno problema: da solo non ce la fa, arriva al dieci forse al quindici per cento, e se riesce a imbroccarle tutte, al venti, ma sempre meno degli altri due poli pur scassati, che rappresentano in modo grottesco la protesi della destra e la protesi della sinistra.

Per ribellarsi a quella recita, si è ingrossato nel mondo del centro destra quel fiume vannacciano, e a questo fenomeno in corso dedicheremo presto una apposita lettura. Vannacci è un po’ il sasso nello stagno del centro-destra, nello stagnante centro-destra però stabile al potere (e quello è l’importante, almeno per i diretti interessati). Ecco, ci vorrebbe un Vannacci anche a sinistra, che getti un sasso nello stagno parallelo e rianimi il paesaggio smorto e stantio. Ma come, direte voi, a sinistra chi non si riconosce nella Schlein ha pur sempre Conte con i suoi 5 Stelle, e poi c’è la sinistra rosso-verde di Gianni e Pinotto o per i più sarcastici dei fratelli de Rege o i frammenti radicali. L’offerta c’è ed è fin troppo varia. E invece vi dico che manca a quel versante proprio lei, la sinistra. Dico la sinistra che ha ancora un nemico principale, il dominio globale del capitale e la tirannia liberista del mercato; come era un tempo ma come oggi dovrebbe essere ancor più di ieri. Ossia una sinistra che non si unisca nel nome stanco e sfibrato dell’antifascismo o dell’antimelonismo, e nemmeno in quello fucsia e carnevalesco dei gay pride, o nella migliore delle ipotesi dei diritti civili che oscurano i diritti sociali, i diritti transumani che sovrastano i diritti umani. Una sinistra sociale, popolare, rivoluzionaria, se è il caso, o seriamente riformista, che non scopre il disagio economico e sociale dei più deboli solo per scaricarlo sul governo in carica ma che ritiene di dover rispondere a una crisi strutturale del sistema economico globale odierno e auspicarne il superamento. Questa sinistra sarebbe inevitabilmente critica verso l’Unione Europea, anche se non antieuropeista; e sarebbe critica verso l’attuale politica estera occidentale, di cui quella italiana è solo un riflesso, sugli scenari dell’est e del medio oriente, dall’Ucraina all’Iran e a Israele, passando per Cuba e il Venezuela. Una sinistra che non insegua l’ideologia americana in versione woke e non scopra l’antiamericanismo solo in funzione anti Trump per poi tornare acquattata all’ombra americana appena riappaiono i coniugi Obama o equivalenti, come fu Biden (ormai fuori uso). Una sinistra che riscopra l’importanza di guardare a est e alla Russia, in particolare. Ma una sinistra che riparta da quei temi e sappia trattare con meno demagogia e più realismo anche i flussi migratori, difendendo a spada tratta i lavoratori sfruttati e malpagati che vengono dai paesi poveri e respingendo fermamente i migranti che sciamano per le strade d’Italia spacciando droga, generando caos e caricandosi sulla sanità e sui servizi pubblici.

Qualcosa del genere già fa Marco Rizzo, a parte la civetteria nostalgica di un certo stalinismo e di una certa aria sovietica da Urss-Cccp. Ma Rizzo raccoglie più simpatie a destra e deve vedersela con Vannacci. Comunque molti dei punti che elabora sono quelli dell’arto mancante: una sinistra sociale verace che ancora crede all’importanza di superare il sistema capitalistico. Sul piano del pensiero quella sinistra può forse ritrovarsi nei discorsi di Diego Fusaro o a volte riaffiora in antichi personaggi storici della sinistra, come Luciano Canfora o Beppe Vacca.

[…]

Pur non essendo di sinistra penso che una sinistra del genere sarebbe preferibile alla sinistra di genere (o di gender) che oggi vediamo; preferibile nel senso di più coerente, più onesta, più verace. Preferibile, intendiamoci, proprio per chi è veramente di sinistra. Certo, minoritaria, ma se è per questo minoritaria è pure la sinistra della Schlein o della dea Salis, quella fucsia-multicolor dei pride. Vuoi mettere la forza imponente di una bandiera rossa (ah, “le belle bandiere” di Pasolini) e le facce dei lavoratori, dei proletari, degli operai (a trovarli), dei quartieri popolari, che oggi si trovano a dover combattere contro un nuovo nemico, ingaggiato dai padroni: la tecnologia, l’Intelligenza Artificiale, che ruba loro posti di lavoro. In una sinistra del genere ci starebbe bene perfino la patrimoniale e l’uso sociale delle case sfitte (il fronte degli espropri opposto al fronte degli sfratti). Poi sul piano politico sorgerà lo stesso problema che sta sorgendo dall’altra parte con Vannacci: bisognerà allearsi con loro oppure no? Sono evidenti i vantaggi e i rischi di una simile operazione.

Non vi sto descrivendo qualcosa che possa interessare a voi, gentili e meno gentili lettori, e neanche a me, a noi; ma è qualcosa che avrebbe una ragion d’essere, qualcosa che deriva dalla realtà e dai suoi bisogni autentici, non qualcosa di calato dall’alto. E nemmeno quella caricatura del sociale rappresentata oggi dal sindacato pensionati Cgil, che mantiene il grugno conflittuale, ben rappresentato dalla fisiognomica di Landini, ma è ormai fuori da una vera sinistra sociale e anticapitalista, di lotta e di alternativa.

Compagni trovatevi il vostro Vannacci: un generale dietro la collina, un po’ garibaldino, vi sta aspettando.


Grazia a Minetti, solo Giordano e pochi altri fuori dal coro: “Solidarietà”


Grazia a Minetti, solo Giordano e pochi altri fuori dal coro: “Solidarietà”

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Affidandosi ai migliori speleologi e alle tecnologie più avanzate siamo riusciti a scovare un paio di colleghi giornalisti che, sprezzanti del pericolo, hanno deciso di esprimere solidarietà a questo giornale. Non per forza difendendo nel merito le inchieste sulla grazia a Nicole Minetti, ma anche solo per la sproporzionata richiesta di danni da 250 milioni di dollari intentata dai Cipriani e per la relativa claque mediatica che brama non un risarcimento, ma la chiusura di un quotidiano. E se ne vanta. Ieri Mario Giordano, firma della Verità, ha detto la sua rispondendo a un lettore: “Marco Travaglio sa bene come difendersi. E si difenderà. Sulla grazia della Minetti i dubbi erano legittimi, e per quanto mi riguarda lo sono ancora. Ma non è questo il punto. Quello che non mi piace è l’euforia che piglia tanti potenti (e purtroppo anche tanti miei colleghi) quando si apre la possibilità di spegnere una voce libera. Cantare fuori dal coro non è mai stato così pericoloso come oggi, purtroppo”. Una presa di posizione ancor più rilevante visto che la Verità nei giorni precedenti ha tenuto tutt’altra linea.

Finora altre parole di solidarietà sono arrivate solo su un paio di giornali. Uno è Il Secolo XIX con un editoriale del direttore Michele Brambilla: “Se anche il Fatto avesse sbagliato, l’errore non può comportare, come alcuni vorrebbero e addirittura invocano, la sua morte”. L’altro è il Giornale d’Italia diretto da Luca Greco, su cui è uscito un editoriale a difesa del Fatto: “Marco Travaglio non si arrende (e fa bene): quando la verità resta fuori dalla porta e il potere brinda da solo”. Poi? Nei giorni scorsi, l’editorialista della Stampa Marcello Sorgi, ospite in tv, ha provato a dire che il Re è nudo: “Ma voi vi aspettavate che la Procura generale dicesse ‘Sì, ci siamo sbagliati’? Ma dài!”. Al momento i sovversivi stanno bene e si trovano in un luogo protetto. Sarà nostra premura scongiurare odiose rappresaglie fisiche: su quelle in tribunale, soprattutto a New York, non possiamo garantire.


Ombre e dubbi sullo Stretto


(di Vincenzo Musacchio – lanotiziagiornale.it) – L’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma, che ritiene di poter contestare delitti di corruzione e di rivelazione di segreto d’ufficio attorno al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, non è riducibile a un mero fascicolo di cronaca giudiziaria. Al contrario, l’ipotesi accusatoria descrive con forza la dinamica di un malcostume che, secondo l’impianto emerso, avrebbe radici sistemiche: la sovrapposizione tra interessi politico-amministrativi e organismi chiamati a esercitare controlli imparziali. In tale prospettiva, la vicenda assume un valore paradigmatico, perché riguarda non soltanto singoli presunti comportamenti, ma la tenuta complessiva delle regole di legalità e trasparenza che dovrebbero governare la spesa pubblica, soprattutto quando si tratta di opere di portata nazionale e di ingente impatto economico. Al centro dell’indagine condotta dal ROS dei Carabinieri vi è, secondo quanto riportato da fonti di stampa, un presunto tentativo di “blindare” l’opera. Tale “blindatura” non sarebbe stata fondata sulla solidità delle verifiche tecnico-ingegneristiche né sulla sostenibilità finanziaria complessiva, ma sulla capacità di neutralizzare preventivamente o condizionare l’esame più delicato e temuto: il controllo di legittimità e di merito attribuito alla Corte dei Conti, che già nell’autunno precedente aveva formulato rilievi negativi sul progetto definitivo. La questione, dunque, non sarebbe limitata alla correttezza formale di un procedimento, bensì investirebbe il cuore stesso della funzione di controllo, cioè la verifica che l’impiego di risorse pubbliche avvenga nel rispetto delle norme e dei vincoli di finanza pubblica. Dalle ricostruzioni rese note, nell’impianto accusatorio sarebbe coinvolto un gruppo composto da un avvocato, già inserito in precedenza nel Consiglio di Amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., da un imprenditore e da un ex presidente aggiunto della magistratura contabile. Le accuse prospettate delineerebbero un meccanismo classico di scambio di utilità, riassumibile nello schema “do ut des” successivo all’erogazione di retribuzioni o comunque legato a benefici concreti.

In particolare, da un lato sarebbero state ventilate o promesse opportunità professionali di rilievo in enti di diritto pubblico, rivolte al magistrato, prossimo alla quiescenza; dall’altro sarebbe stato ipotizzato un sistema di monitoraggio e influenza sull’attività interna degli organi decisori, con presunto accesso a indicazioni riservate e allineamento preventivo alle posizioni che sarebbero emerse nelle camere di consiglio. In tale cornice, le “memorie” difensive sarebbero state predisposte su misura, con l’obiettivo dichiarato o sottinteso di superare le bocciature o i rilievi emersi a seguito dei controlli della Corte dei Conti. Il paradosso, come viene sottolineato nel testo originario, è grottesco fino a diventare tragico: l’organo di controllo contabile che la Costituzione pone a presidio della corretta gestione del denaro pubblico rischierebbe, secondo le ricostruzioni, di essere vulnerato dall’interno, piegato alle esigenze di ottenere un “via libera” anche quando esso potrebbe risultare incompatibile con le criticità riscontrate. In un sistema democratico, la Corte dei Conti non dovrebbe essere un ostacolo eliminabile con accordi o pressioni, ma un filtro di legalità e di responsabilità finanziaria. Se tale filtro può essere aggirato o condizionato, l’effetto non ricade soltanto sul singolo procedimento, ma mina la fiducia dei cittadini nell’intero impianto di controlli. Nel frattempo, mentre l’amministratore delegato della società si affretta – legittimamente – a dichiarare l’estraneità dell’azienda ai fatti contestati, l’impatto politico appare, nelle ricostruzioni, dirompente. Il Ponte sullo Stretto di Messina, infatti, non viene presentato come una semplice infrastruttura tra le tante, bensì come il simbolo e il manifesto ideologico di un’intera stagione di governo. In altri termini, l’opera sarebbe stata trasformata in un totem elettorale, sbandierato come emblema di modernità e di rilancio, con una conseguenza rilevante: quando un progetto assume la funzione di bandiera politica, la pressione a non perdere il controllo del percorso decisionale tende a crescere in modo esponenziale. Accelerare i passaggi, forzare i pareri tecnici e, soprattutto, bypassare i dubbi contabili sui costi produce l’effetto opposto a quello auspicato: invece di aumentare credibilità e affidabilità, aumenta l’ombra di opacità e la probabilità di contenziosi, rilievi e stop procedurali. Non si tratta soltanto di un rischio infrastrutturale, ma di un rischio reputazionale e istituzionale. Si osserva, infatti, che l’opera non unirebbe la Sicilia e la Calabria soltanto con l’acciaio, ma potrebbe finire per “inabissarsi” nella palude della non trasparenza, dove i cittadini percepiscono che i controlli non servono più a garantire la legalità, bensì a essere gestiti o aggirati.

GAME OVER

Sempre secondo quanto riportato dai mass media, sarebbero stati prospettati sforamenti oltre i limiti consentiti dall’Unione europea, in particolare in relazione alla natura del contratto, che sarebbe interamente pubblico. In tale scenario, emergono ulteriori interrogativi sulla compatibilità dei costi e delle modalità di realizzazione con i vincoli europei e con i parametri di sostenibilità finanziaria. Inoltre, risultano evidenti—almeno nell’ottica dell’impianto accusatorio— i tentativi di aggirare l’indipendenza della Corte dei Conti per via extra-giudiziale, vale a dire attraverso meccanismi non riconducibili a un confronto tecnico ordinario, bensì a pressioni e manovre capaci di alterare il normale percorso decisionale e valutativo. Fatto salvo, naturalmente, il principio della presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, il punto politico e culturale che emerge è un altro: la necessità di spostare il focus non soltanto sulla colpevolezza dei singoli indagati o imputati, ma sulla vulnerabilità del sistema degli appalti e, più in generale, sulle condizioni che rendono possibile la distorsione dei controlli. Quando una grande opera diventa una priorità assoluta e intoccabile, il rischio è che si generi una pressione indebita non solo verso gli uffici tecnici e amministrativi, ma anche verso i corpi intermedi dello Stato che hanno il compito di garantire imparzialità, tracciabilità e accountability. Se, per realizzare il Ponte, fosse necessario silenziare o addomesticare i custodi della spesa pubblica, ciò significherebbe che il problema non è di natura esclusivamente logistica o temporale, ma etica e istituzionale. Un paese democratico non dovrebbe costruire il futuro a partire da segnali di indebolimento dei meccanismi di garanzia. La credibilità delle istituzioni di controllo non può essere sacrificata sull’altare dell’urgenza politica o della necessità di rispettare slogan e promesse. In definitiva, l’opzione che preserva l’interesse collettivo è una soltanto: massimo rigore procedurale, massima trasparenza e controlli realmente indipendenti, perché solo così si può evitare che il progetto più ambizioso – qualunque sia la sua utilità tecnica – si trasformi in un “game over” preventivo per la fiducia pubblica e per la credibilità delle regole che reggono la finanza pubblica.

Vincenzo Musacchio, Professore di strategie di contrasto della criminalità organizzata, associato al RIACS, Rutgers University of Newark (USA).


Meloni alla Camera: “Sbagliato isolare Israele, allontana la pace”


Da Ben Gvir frasi inaccettabili. L’Ue individui una figura autorevole per il negoziato sull’Ucraina. Le comunicazioni della presidente del Consiglio. Ribadisce pieno sostegno a Kiev e critica quando si procede “a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi”. Dice no alla sospensione dell’accordo con Ue-Israele perché “punire la società civile sarebbe sbagliato e controproducente”

(lespresso.it) – A qualche giorno dal forfait del vertice Ue-Balcani e, soprattutto, dall’incontro (senza Italia) del formato E3 a Londra (Regno Unito, Francia e Germania con Ucraina), Giorgia Meloni – alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno – esordisce parlando della crisi in Ucraina e della necessità di coordinamento con i partner per intavolare un negoziato che porti a una pace giusta e duratura. Ribadendo il sostegno a Kiev – “La nostra linea non cambia” – e la necessità di mantenere alta la “pressione su Mosca”, che “rappresenta oggi l’unico modo per aprire una stagione negoziale”.

Molti retroscena di questi giorni raccontavano di una premier nervosa, critica nei confronti di formati – come appunto quello che si è riunito a Londra – troppo ristretti e per questo poco utili per un dialogo concreto con la Russia. Ci torna anche a Montecitorio: “Una volta stabilito quale sia in maniera univoco a l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei sul piano negoziale – è il ragionamento di Meloni -. Procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce frammentazione, confusione, debolezza. Il tema vero non è chi fa o meno parte di questo o quel formato, ma piuttosto che allo stato nessun formato ha legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”.

Sul rapporto con Washington, a partire dal tavolo ucraino: “Dobbiamo contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo. Obiettivo per il quale è, chiaramente, indispensabile preservare l’unità euro-atlantica e rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti. Sfida non sempre facile, ma necessaria. Solo che coordinamento non significa delega. In qualsiasi scenario di pace serio tra Ucraina e Russia, diverse condizioni dipendono dall’Europa, riguardano l’Europa, impattano sull’Europa. Ed è l’Europa a doverle negoziare”.

Ma le comunicazioni di Meloni arrivano anche mentre riprende l’escalation in Medio Oriente tra Iran, da una parte, e Stati Uniti e Israele dall’altro. Con lo Stretto di Hormuz che torna a essere chiuso, con tutti gli effetti sui prezzi delle materie energetiche (ma non solo) che si porta con sé. La premier ribadisce innanzitutto che “l’Italia non è parte del conflitto e non intende diventarlo”. Poi, su quel passaggio marittimo così strategico, aggiunge: “Quanto accade a Hormuz non riguarda soltanto Hormuz, per questo è necessaria una risposta ferma, coordinata e responsabile della comunità internazionale nel suo insieme. Ed è la ragione per cui, in questi mesi, abbiamo lavorato in stretto coordinamento con i nostri principali partner europei e atlantici. L’Italia è disponibile a contribuire agli sforzi internazionali necessari, compresi quelli tecnici e operativi, indispensabili al pieno ripristino del traffico marittimo, ma sempre in un quadro post-conflitto, con finalità esclusivamente difensive”.

Su Israele la posizione espressa da Meloni è duplice: sì a sanzioni contro Itamar Ben Gvir e i coloni violenti, valutazione di restrizione dei prodotti provenienti dai Territori occupati ma no alla sospensione in ambito europeo degli accordi con lo Stato ebraico. Perché – questa la tesi della premier – sarebbe sbagliato isolarne la società civile. “L’Italia intende sostenere misure contro coloro che come i coloni violenti fomentano l’odio e l’estremismo. Come il ministro Ben Gvir che abbiamo chiesto di sanzionare dopo l’inaccettabile comportamento nei confronti di cittadini italiani. Approfitto – dice – per rispedire al mittente le dichiarazioni che lo stesso ministro ha fatto, inaccettabili per l’Italia e poco dignitose per Israele“.

“Io non credo che isolare Israele possa essere un obiettivo o una strategia europea. L’isolamento di Israele è un fenomeno pericoloso che allontana la pace, la rende più difficile e finisce per rafforzare le posizioni più estremiste, tanto in Israele quanto tra i nemici di Israele che a quell’isolamento hanno sempre lavorato – afferma Meloni -. Lo dico soprattutto in relazione all’ipotesi di sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele. Punire la società civile israeliana con misure restrittive sarebbe non soltanto sbagliato, sarebbe controproducente”.  

Nelle comunicazioni poi un passaggio su Gaza, da cui “non possiamo distogliere l’attenzione” perché “la situazione rimane difficilissima”. 

Il riarmo è un altro dei temi affrontati alla Camera. Sulla difesa, garantisce Meloni, “siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza. Segnalo un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”. Un tema, quello dei soldi per le armi, che si lega al doppio filo – soprattutto perché i fondi non sono infiniti – a quello dell’energia, in un periodo storico in cui i prezzi sono schizzati alle stelle. “La difesa è importante certo, ma mettere a riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto”, per Meloni, “lo è altrettanto e queste due priorità sono interconnesse, senza sicurezza l’energia finirebbe per costare sempre di più, senza energia non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi”.

Il prossimo Consiglio europeo, poi, arriva nello stesso mese in cui entrerà in vigore il nuovo Regolamento sui migranti. E proprio su questo punto, Meloni rivendica il lavoro fatto dal governo italiano a Bruxelles: “La scorsa settimana è stato raggiunto l’accordo sul nuovo Regolamento europeo sui rimpatri. Un accordo storico, frutto soprattutto del nostro lavoro, grazie a cui chi non ha diritto a restare nell’Unione europea potrà essere rimpatriato in modo più rapido ed efficace. E grazie al quale sarà possibile aprire centri di rimpatrio nei Paesi terzi, seguendo la strada avviata con il tanto contestato protocollo Italia-Albania. Una soluzione innovativa che in tanti hanno contrastato, ma che grazie a questo governo è diventata, oggi, uno strumento a disposizione dell’Europa intera”, dice.


Ora Putin si ritrova la guerra in casa


Cosa sono i Flamingo, i nuovi missili low cost (inventati in Ucraina da una start up) con cui Kiev bersaglia la Russia. E perché segnano l’inizio di una nuova era. Sono una versione meno costosa dei Patriot. Hanno una gittata di 3 mila chilometri. E già da qualche mese sono diventati lo spauracchio delle raffinerie e delle basi militari russe

(di Lorenzo Cremonesi – corriere.it) – Caratteristiche principali: ha un raggio d’azione che raggiunge i 3.000 chilometri, porta testate esplosive di 1.150 chili, è relativamente accurato, se ne possono produrre sino a 210 al mese e costa meno dei missili «cugini» occidentali. Basterebbero queste qualità per capire le ragioni per cui politici e militari a Kiev danno grande importanza al nuovo missile FP-5 Flamingo (Fenicottero), che già da qualche mese è diventato lo spauracchio delle raffinerie e delle basi militari russe.

Ma per Zelensky e i suoi generali c’è un punto in particolare che dà un valore inestimabile alla nuova arma: è stata pensata, quasi del tutto disegnata e largamente costruita in Ucraina, la conferma che il Paese sta riuscendo non solo a resistere, ma anche a tenere testa al nemico russo. Un’era diversa e un futuro che promette ottimismo. È finito il tempo dei droni Bayraktar importati dalla Turchia durante i primi mesi di guerra e con esso anche quello delle limitazioni imposte da Biden all’impiego delle armi americane, prima che Trump bloccasse radicalmente l’invio di materiale bellico Usa influenzato anche dalla sua ammirazione per Vladimir Putin.

I successi non si fanno attendere. Già da tempo i portavoce militari ucraini notano quanto le difese antiaeree russe siano relativamente primitive e facili da penetrare per i droni e missili di nuova generazione. Ieri lo stesso Zelensky sui social ha voluto ringraziare gli ideatori del nuovo missile e le unità che lo hanno lanciato. «Grazie agli FP-Flamingo, che oggi hanno colpito uno stabilimento militare a Cheboksary e la raffineria petrolifera a Kuibyshevsky, nella regione di Samara, a 900 chilometri dal fronte», ha detto. 

Nelle sue parole si coglie il senso della nuova potenza militare ucraina: sta diventando indipendente, non occorre più chiedere nessun permesso. «Perché mai Putin può colpire Kiev e noi non possiamo rispondere mirando a Mosca?», si chiedeva tra lo stupito e il risentito l’ex ministro degli Esteri Dmytro Kuleba nelle prime settimane della proditoria invasione voluta da Putin il 24 febbraio 2022. Oggi non è più così: gli ucraini minacciano la capitale russa, colpiscono il sistema energetico sino a 2.000 chilometri dal confine tra i due Paesi, danneggiano le fabbriche di armi, obbligano gli aeroporti a chiudere a singhiozzo, gettano lo scompiglio al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo tra lo stupore delle delegazioni straniere.

Il Flamingo è costruito dalla Fire Point, una startup che come tante società militari ucraine viene creata all’ombra degli allarmi e delle bombe alla fine del primo anno della nuova guerra (quella vecchia era iniziata con l’attacco russo del 2014). Si tratta di una bomba aerea trasformata in missile da crociera con un motore jet. 

I soci fondatori sono ingegneri neo-laureati, giovani architetti e informatici figli della nuova generazione legata ai sistemi di vita occidentali. Lo stesso vale per le società sorte dal nulla, spesso per iniziativa di un paio di studenti totalmente privi di esperienza militare ma decisi a farsela visitando le prime linee sul Donbass, che adesso vendono i loro droni aerei e terrestri alle monarchie del Golfo bisognose di difendersi dai droni e missili iraniani e cooperano con le migliori società europee.

La Fire Point collabora presto con il gruppo britannico Milanion. I primi modelli di Flamingo, il cui nome e il colore rosa pare siano un riconoscimento alle numerose donne che lavorano al progetto, sono entrati in funzione nell’agosto 2025. Secondo il Financial Times il nuovo modello è una sorta di versione meno costosa dei Patriot anti-missili americani. L’Economist segnala che una parte della produzione è effettuata all’estero, ma il 90 per cento delle componenti viene poi assemblata in Ucraina. 

Il supermissile Flamingo colpisce ancora dentro la Russia. Kiev sempre più autonoma


Il Foglio: “Fate uno sconto a Travaglio”


Cercate di capire, spettabilissimi giudici della Corte di New York City. Scendete a un risarcimento di 50 milioni per la famiglia Minetti-Cipriani

(di Andrea Marcenaro – ilfoglio.it) – E andiamo, su. Qui da noi non si possono pretendere 250 milioni di dollari da un giornaletto come il Fatto, nemmeno se l’ha fatta fuori dall’ennesimo vaso per l’ennesima volta. 250 milioni, ma come si fa? Un giornalino che con quella cifra pagherebbe per più di mille anni, note spese a parte, la sua bravissima Selvaggia Lucarelli. E va là. Non amiamo Travaglio, qui, ma questa volta stiamo con lui. Con lui e con le sei libertarie ong europee che lo hanno difeso da subito puntando il dito su quei 250 milioni come cappio, come forma nemmeno mascherata di attentato alla facoltà di scrivere l’osceno pur pagandone un prezzo severo, non però così assurdo. Cercate di capirlo, spettabilissimi giudici della Corte di New York City. Scendete a un risarcimento di 50 milioni, per la famiglia Minetti-Cipriani. Praticatene ben 200 di sconto: sarebbe una sentenza ineccepibile, renderebbe tutti sereni.


Il Consiglio federale del Carroccio si trasforma in uno psicodramma


Federale Lega di urla e nomine rimandate. Zaia contro Siri. Giorgetti a Salvini: “Devi tornare al Viminale, ora!”. La sala esplode, batte i piedi, tanto che perde la calma perfino un arciduca come Fedriga. Vannacci, il nero, li ha fatti imbiancare. Mercoledì prossimo un altro Federale, per presentare la nuova squadra, nuovi nomi e anche un sindaco del Carroccio in segreteria

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Si tengono Salvini, non vogliono Salvini. Niente. Un dramma. Quattro ore di Federale con Giorgetti e Romeo che gli suggeriscono: “Per contenere Vannacci devi andare al Viminale, ora!, così possiamo recuperare. Bisogna dirlo a Meloni”. Il Viminale è la loro perestrojka. Niente. E’ il mezzo golpe, il mezzo assedio: è il mezzogiorno delle (mezze) scope Lega. Urla, porte sbattute da Attilio Fontana, il primo a lasciare, ad andare via. Le nomine di Fedriga e Zaia vice sono rimandate. Viene bocciata l’idea della doppia Lega, ma Zaia la rilancia e, dopo aver ascoltato Siri, chiede: “Ma chi è? L’ideologo?”. Giorgetti parla di Piantedosi: “Io non capisco quello che dice in Cdm”. Vannacci, il nero, li ha fatti imbiancare.

Il Federale finisce con la promessa di un altro Federale, mercoledì prossimo, per presentare la nuova squadra, nuovi nomi e anche un sindaco della Lega in segreteria. Ancora una settimana, ma per fare cosa? La trattativa Salvini-Zaia-Fedriga salta prima di cominciare. Niente nomine. Sono precipitati per le decisioni del capo, si sono consegnati a Vannacci, che ora li irride, ma giungono alla conclusione che la “situazione è compromessa”. Ed è una grande presa di coscienza, una novità epocale. Si toccano vette altissime con Armando Siri che spiega, parlando di filosofia e cervello, che tornare alla Lega nord non è praticabile, e Zaia gli risponde: “Ma ti occupi di anatomia o di economia? Nella vita che hai fatto?” e Siri: “Sono l’inventore della più grande proposta economica della Lega, la flat tax”. La linea è negare. Salvini fa un’introduzione di oltre mezz’ora, roba alla Elly Schlein quando si porta dietro il pc in direzione Pd, e si difende con: “E’ stato fatto molto, ma è stato comunicato male”.

In Italia quando un leader è disarmato, si rifugia ancora nel “non abbiamo saputo comunicare”. Non succede niente, succede tutto. Salvini non vuole la doppia Lega che propongono Zaia e Romeo perché, dice Salvini, “esiste solo la Lega attuale”. Ma quale, quella che Vannacci fa sembrare vecchia di quarant’anni? I giornalisti chiedono a Silvia Sardone, la vicesegretaria, se segue Vannacci, dato che a ogni Federale ripropone: “Bisogna fare come Vannacci”, ma Sardone smentisce l’addio perché “io resto con Matteo Salvini”, salvo ripetere a Salvini “fare come Vannacci!” e che Piantedosi è un disastro. La difesa più disperata del capo è sempre di Siri che attacca i governatori ed ex, Fedriga, Fontana, Zaia, “che non hanno aiutato il segretario, che non si sono candidati alle europee, ecco perché Salvini ha dovuto candidare Vannacci”, e continua con la solita sputazzata al governo Draghi. La sala esplode, batte i piedi, tanto che perde la calma perfino un arciduca come Fedriga. Zaia replica a Siri: “Quanti voti ha portato? Dimmi!”. In sala c’è Ceccardi, la prima che aveva osato sfidare Vannacci, quando era intoccabile, che viene rimproverata da Salvini perché si è intrattenuta con le televisioni e parlato di Vannacci, ancora. Ceccardi, a muso duro, gli risponde che bisogna farlo: “Vannacci è un fenomeno gonfiato dai giornali, lo seguono solo i minus …”. Sono stracci. Romeo si scatena contro il senatore Marti, la Lega frisella, la corrente sud, perché “Meloni ha valorizzato più il sud del nord”. Anche da fuori si sente il vocione di Romeo: “Abbiamo perso credibilità, non dobbiamo inseguire Vannacci, dobbiamo dire qualcosa che ci caratterizza”. E continua, ancora, parlando dell’immagine Lega: “Ci siamo logorati, non siamo più quelli della notte delle scope”.

Durigon e Paganella, i due soldati di Salvini, protestano. Riprende la parola Ceccardi e si porta avanti. Se si dovesse scorporare la Lega, anticipa Ceccardi, la Toscana deve andare con il nord perché la Toscana “è una regione che ha fondato la Lega”. I leghisti del nord si danno di gomito e ridono. Quattro ore, quattro ora di Federale. Salvini intima che non “vuole più sentire l’espressione doppia Lega”, perché “non se n’è mai parlato. E’ una fantasia”. Zaia è costretto allora a smentirlo: “Questo non lo puoi dire, perché ne abbiamo parlato io e te”. Niente. Se non ottiene quello che vuole, Zaia non farà neppure il vice. Niente. Giorgetti, con i suoi toni, prova a far capire a Salvini che “abbiamo bisogno di leader che hanno consenso al nord” e vuole far capire che adesso è Zaia. Niente. Zaia esce e cita Carducci: “La Lega è una come la mamma”. I salviniani fanno spirito: “Ma come? Un veneto che cita Carducci di Pietrasanta?”. La vera notizia non è più il futuro di Zaia ma quello di Salvini. Preferiscono mandarlo al Viminale piuttosto che accompagnarlo fuori e rischiano di avere Salvini ministro degli Interni e ancora segretario. Al posto di Salvini-Zaia, rischiamo il ballottaggio Salvini-Vannacci al Viminale. Dalla “Notte delle scope” al notturno nazionale.


L’inchiesta sul Ponte sullo stretto e la corruzione sempre più difficile da scovare


L’inchiesta sull’infrastruttura che dovrebbe collegare la Sicilia alla Calabria si misura con una stagione che ha reso più difficile perseguire la corruzione. Tra nomine politiche, controlli indeboliti e confini sempre più sfumati tra opportunità e legalità, il vero nodo resta la gestione del potere e delle risorse pubbliche. Così i processi sulle nuove mazzette sono stati trasformati in missioni impossibili

(Giovanni Tizian – editorialedomani.it) – A ogni principio di scandalo o inchiesta giudiziaria la domanda è: riusciranno i pm a dimostrare la corruzione ipotizzata? L’inchiesta sul Ponte di Messina che destino avrà? La verità è che i processi sulle nuove mazzette sono stati trasformati in missioni impossibili. Da quando il cash nelle valigette o nelle buste gialle ha assunto la forma di consulenze, nomine, assunzioni di familiari, parenti, amanti, amici, il lavoro degli inquirenti che hanno nel codice penale la loro bussola è diventato molto complicato.

Se a questa nuova ingegneria della corruzione si aggiunge il costante impoverimento degli strumenti per combatterla, la sfida è improba. Merito di tale devastazione è in gran parte di questo governo, che della difesa dei colletti bianchi dalle grinfie della giustizia si è fatto paladino: dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio al depotenziamento del reato di traffico di influenze, fino alle limitazioni delle intercettazioni, anche per la corruzione.

Sono soltanto alcune delle picconate date dall’esecutivo Meloni all’impianto repressivo sulla pubblica amministrazione, dove quasi sempre c’è qualche politico coinvolto. Il governo lo nega, ma è un dato di fatto che molte indagini sulle mazzette iniziavano spesso da un’ipotesi meno grave, qual era l’abuso d’ufficio. La destra ha eliminato il problema alla radice.

L’inchiesta sul Ponte matura, dunque, in questo contesto politico e giuridico. Con una certezza. Al controllo legittimo di un altro potere, la maggioranza non caccia subito la mela marcia o si sforza di colmare l’errore di procedura (come nell’iter per l’approvazione del Ponte), ma colpisce duro quello stesso contropotere costituzionale per indebolirlo e intimidirlo: lo ha fatto con la magistratura ordinaria e con quella contabile, prova a farlo con quella amministrativa, lo fa costantemente con la libera stampa che osa dissentire.

Quando l’avvocato Giacomo Saccomanno dice che l’inchiesta sul Ponte in cui è coinvolto serve a colpire Matteo Salvini, cioè il suo referente politico, traduce in parole semplici il sentimento di ostilità di un intero governo nei confronti della magistratura. Ma la risposta che dovrebbe dare Saccomanno è un’altra: a che titolo era stato nominato nel consiglio di amministrazione della società Stretto di Messina? Perché qui il punto è un altro e prescinde dall’esito giudiziario. Riguarda piuttosto la sfera dell’opportunità e delle scelte politiche.

Ed ecco che seguendo queste direttrici viene il dubbio che l’irresponsabilità è tale in questo paese da aver rimosso qualunque tipo di pudore quando si tratta di poltrone e miliardi pubblici. La lottizzazione sfrenata, che poi è il terreno fertile sul quale si fioriscono le corruzioni varie. È troppo chiedere nomine e scelte fatte non sulla base dell’appartenenza, ma della competenza, soprattutto dove ballano miliardi della collettività? Domande banali, eppure in quest’epoca in cui troppo è stato sdoganato o eticamente depenalizzato (dal turpiloquio al razzismo, al favore, al conflitto di interessi, alle mazzette) vale la pena ribadirlo.

Saccomanno è un penalista, non uno stratega delle infrastrutture. Appartiene ai circoli del potere romano e calabrese, dove la politica, la magistratura (come Miele, la toga indagata) e l’imprenditoria si mescolano pericolosamente. E di certo ha ottenuto quel posto per affiliazione partitica. Che in caso di scandali diventa un boomerang per chi ci mette la faccia. Ma Salvini ormai è primatista di disastri. Al Papeete invocava pieni poteri, ora raccoglie le macerie di un partito finito troppe volte – persino per il suo elettorato – in gravi scandali giudiziari.


Dente perdente


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – C’è stato un tempo in cui gli sfruttatori della prostituzione, i cosiddetti papponi, erano circondati dal discredito universale. Ma non è più questo il tempo. Adesso, stando alla minuziosa inchiesta del New Yorker ripresa da Elena Tebano, per una bolla consistente di umanità il pappone è diventato un modello da seguire. I fratelli Andrew e Tristan Tate vengono idolatrati dalla base di Trump e da quella di Putin, che li ha invitati a un forum nel suo paese. I loro meriti? Inneggiare sul web alla superiorità del maschio. E sembra non si limitino a teorizzarlo, inseguiti come sono da inchieste che riguardano un elenco di reati per lo più raccapriccianti: stupro, sfruttamento, traffico di minori. Ai giovani uomini confusi, spaventati o respinti dalle donne liberate del ventunesimo secolo, i Tate si presentano nei panni dei giustizieri che predicano la supremazia del maschio e la ricetta per realizzarla: cercare donne deboli, povere, ricattabili, attirarle in una rete e usarle per il proprio tornaconto.

Resta da capire perché milioni di imbranati che arrossiscono al solo avvicinarsi di una ragazza si identifichino in questi personaggi estremi. Ma forse non è così difficile: perché la fanno sporca e perché la fanno franca. Poveri illusi, pensano che la cattiveria ribalterà il mondo. Non sanno che il famoso «occhio per occhio dente per dente» alla lunga si rivela sempre perdente. Diceva Mandela che provare rancore è come bere un veleno sperando che a morire sia l’altra persona.


Grazia a Minetti, su Cipriani il silenzio di Punta del Este: “Di lui non parliamo”


Il clima Paura e telefoni staccati: gli ex dipendenti del Gin tonic non parlano. Lo fanno solo i poliziotti: “È un grande investitore”

Grazia a Minetti, su Cipriani il silenzio di Punta del Este: “Di lui non parliamo”

(estr. di Antonio Massari – ilfattoquotidiano.it) – […] Ogni silenzio dice qualcosa. Ogni silenzio ha il suo suono. Come quello dell’oceano d’inverno. Qui sul molo del porto di Punta del Este siamo in tre. Io e due pescatori che sfilettano il pesce appena pescato su una bancarella. Quattro, se contiamo il leone marino che grugnendo sale sulla banchina per scroccare gli avanzi. Non c’è sole. Qualcuno corre sul lungomare tra le barche ormeggiate. Punta del Este somiglia a un guscio vuoto. Al tramonto le abitazioni dei palazzi da venti piani sono desolatamente spente. Punta del Este è una città sospesa in attesa dell’estate: circa 90mila abitanti e 480mila posti letto. È costruita per i turisti. E per ogni tipo di portafoglio e status sociale. Il frastuono della movida già passata e di quella che verrà è sostituito da un suono che ti accompagna ovunque: è quello dei cantieri, le gru che si muovono, i camion che trasportano terra, i trapani e le ruspe. E poi c’è un altro tipo di silenzio. E riguarda Giuseppe Cipriani. Ho il numero di tre ex dipendenti del Gin Tonic, la sua chakra, e mentre passeggio provo a contattarli. Scrivo dei messaggi.

[…] Il primo numero è attivo. È quello di una donna. “Sono un giornalista italiano avrei bisogno di parlarle di persona”. “Di che si tratta?” mi chiede. Non appena menziono il Gin Tonic però smette di rispondermi. Uno, due, tre messaggi. Metto sul tavolo la garanzia dell’anonimato. Niente da fare. Provo con il secondo contatto. “Sono stato lì tantissimi anni – mi scrive – e ne siamo usciti veramente male, quindi niente, l’unica cosa che hanno fatto è usarci. Quindi niente, buona fortuna, da noi non avrai molte informazioni, né se parli con mia madre, con cui abbiamo lavorato molti anni lì, né da mia moglie. Non vogliamo saperne niente. Né di Cipriani, né di quello che gli sta succedendo o gli può succedere. Non ce ne frega niente”. Il terzo contatto non risponderà mai. Tento con un’amica di Graciela, la massaggiatrice intervistata da Thomas MacKinson sul Fatto, alla quale avevo inutilmente già inviato un messaggio. Ha bloccato il mio numero. La faccio chiamare da una persona di Punta del Este: alla parola “giornalista” riattacca il telefono e blocca anche lei all’istante. Silenzio. Silenzio ovunque io chieda del Gin Tonic o di Cipriani. D’altronde già gli autisti contattati nei giorni scorsi, che mi hanno confermato di aver portato prostitute dal night White al Gin Tonic, nonostante la garanzia dell’anonimato, non hanno voluto incontrarmi personalmente, spiegando che non avevano intenzione di finire ammazzati. Non da Cipriani, ovviamente, né dal suo entourage, ci mancherebbe, ma avverto aleggiare costantemente un clima di paura e omertà quando interpello qualcuno su questa storia. Qualche giorno fa, l’8 giugno, qui è stata inaugurata l’Academia Internacional de Croupiers legata al progetto del futuro Cipriani Punta del Este Resort, Residence & Casinò cui partecipano in 135 (su 600 candidati) quasi tutti residenti a Maldonado. Corso gratuito e pagato con i fondi dell’Intendencia di Maldonado: un progetto di formazione professionale. I cantieri del nuovo hotel Rafael che Cipriani sta costruendo sono sempre in movimento, in un progetto che vale non meno di 500 milioni, con tre torri, un’altezza compresa tra i 160 e 260 metri. Il sindacato degli edili, il Sunca, il 3 giugno ha aperto una vertenza con la società costruttrice Criba (che si occupa dei lavoratori in sub appalto e non appartiene a Cipriani). A gennaio il sindacato è intervenuto per tutelare nove operai peruviani, assunti da un’altra società in subappalto (pure questa non è di Cipriani), la Wassy, perché non potevano uscire liberamente dai loro alloggi.[…]

Qui Cipriani dà lavoro a molti. E d’altronde, gli unici che mi fanno il suo nome senza problemi, sono i poliziotti. Che ripetono sempre lo stesso mantra: “Cipriani per quanto ne sappiamo è una persona per bene, un grande investitore, e non abbiamo la benché minima denuncia su di lui”. Per il resto nessuno ha voglia di parlare. Chi ha molti soldi, qui, incute timore. E come dar loro torto. Ma Punta del Este non è solo affari e turismo. Qui – per fare un esempio che non riguarda in alcun modo Cipriani, ma spiega il clima della città e del Paese – ha vissuto il narcotrafficante della ‘ndrangheta Rocco Morabito. Finché non fu individuato dagli investigatori italiani e arrestato a Montevideo dopo 23 anni di latitanza. Evase qualche mese dopo. “Morabito ci doveva essere consegnato già da marzo – protestò il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho – l’autorità giudiziaria aveva deciso l’estradizione ma i ritardi gli hanno evidentemente consentito la fuga. È un fatto gravissimo che si consenta a criminali del livello di Morabito di trovare ancora una volta la libertà”. “La fuga di Morabito – aggiunse – fa credere che qualunque forma di illegalità può essere sempre attuata avendo tanti soldi. Questo è il peggior messaggio che possa essere diffuso soprattutto in Paesi in cui si tenta di rinnovare anche il modello costituzionale, giurisdizionale e politico”. Se è vero che il silenzio dice sempre qualcosa, forse quel messaggio, qui a Punta del Este, non è stato dimenticato.


La tecnologia è un cavallo scosso


(di Michele Serra – repubblica.it) – Forse Giorgia Meloni non ha usato l’esempio più elegantemente neutro, indicando se stessa ‘gnuda, come direbbe Benigni, come vittima di eventuali contraffazioni mediante intelligenza artificiale. Ma nel merito ha mille volte ragione: ogni contenuto creato con IA dovrebbe, per legge, portare impressa la sua matrice, in modo che sia immediatamente chiaro anche ai più sprovveduti che quello che stanno vedendo, quello che stanno leggendo, è l’artificio di una macchina. Specialmente le immagini, che poggiano sull’evidenza il loro potere di comunicazione.

Ci siamo abituati a sentir dire, negli ultimi anni, che la tecnologia procede a una velocità molto superiore a quella che occorre alle società umane per regolarla e governarla. È un cavallo scosso. Ma qui la posta in palio è troppo alta perché si possa darla vinta allo stato di fatto senza tentare di intervenire. Spacciare il falso per vero è un crimine politico, perché altera la percezione della realtà. Sappiamo anche che questa alterazione colpisce più gravemente i meno istruiti, i più esposti alla frode comunicativa. La lotta al falso è dunque un problema di democrazia (esattamente come le leggi sulla stampa, ma moltiplicato per dieci e forse per cento quanto a impatto pubblico). Non è una nuova lingua, il falso: è una vecchia truffa dei disonesti ai danni dei creduloni. Non si vede perché l’elaborazione digitale del falso debba rimanere impunita rispetto alla sua tradizionale confezione analogica.

Questo è un tema sul quale l’unità della politica dovrebbe essere non solo indiscussa, ma anche non difficile da ottenere. La protezione del discorso pubblico dalle manomissioni e dalla frode riguarda tutti, anche perché tutti, prima o dopo, potrebbero esserne vittime.


La politica a frammenti


Elly Schlein con Giuseppe Conte

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Mentre il pubblico pagante svuota le tribune (affluenza al 52 per cento nei ballottaggi delle amministrative), i giocatori si moltiplicano, s’accoppiano, si sdoppiano, si scambiano la maglia. E in questo finale di partita la politica ci elargisce lo spettacolo della frammentazione.

Facciamo un po’ di conti, magari con l’aiuto d’un pallottoliere. A destra si è affacciata la creatura di Vannacci, Futuro nazionale: sfiora il 5 per cento nei sondaggi e schiera già otto parlamentari, ovviamente transfughi dagli altri partiti. Nuovo e temibile concorrente per le altre due formazioni di destra-destra: Lega e Fratelli d’Italia. Anche a sinistra le squadre in campo sono tre: Pd, 5 Stelle, Avs (che a sua volta comprende due partiti). Poi c’è l’area di centro, che non è più centrale da quando è defunta la Dc, pace all’anima sua. Ma il caro estinto ha lasciato una folla di vedove piangenti. Sono almeno nove, per essere precisi.

Forza Italia, alleata con la destra. Italia Viva di Renzi, alleata con la sinistra. Azione di Calenda, alleata (non sempre) con sé stessa. Poi c’è Più Europa di Bonino e Magi, che pencola a sinistra. Noi moderati di Lupi, che invece pende a destra. Sempre sulla corsia di destra, l’immarcescibile Democrazia cristiana di Rotondi: conta un solo parlamentare, ossia il medesimo Rotondi. Sulla corsia di sinistra viaggia invece il Centro democratico di Tabacci, e pure in questo caso il leader è anche il suo unico parlamentare. I leader di se stessi. S’avvistano, però, altri capitani. Da mesi si scalda a bordo campo Ernesto Ruffini, che ha fondato il movimento politico Più uno. Mentre a sua volta Pina Picierno, divorziando dal Pd, lancia un’associazione: Spazio pubblico. Dai capitani ai caporali.

Questo processo di scomposizione determina una quantità d’effetti perniciosi. In primo luogo, mette in crisi le leadership: se Meloni e Conte appaiono ben saldi al comando, altrove soffiano bufere. Nel Partito democratico Elly Schlein viene accusata d’una deriva troppo identitaria e radicale; nella Lega Salvini ha il fiato di Zaia sul collo; dentro Forza Italia il ministro Tajani viene amministrato dalla famiglia Berlusconi.

In secondo luogo, tutto ciò rende impervia ogni decisione, sicché l’esito è sempre la paralisi, lo stallo. Ne offre prova, sui banchi di destra, l’immobilismo del governo, che non riesce — per fare un solo esempio — ad accordarsi sulle nomine al vertice della Consob o dell’Antitrust, o sulla poltrona vuota alla Privacy, o sul presidente del cda della Rai. Ne offre prova, sui banchi di sinistra, l’eterno rinvio delle primarie per decidere la leadership della coalizione. Di più: non è ancora deciso se le primarie si faranno, e come, aperte o riservate ai militanti.

In terzo luogo, la forza centrifuga che scompagina i partiti li allontana ulteriormente dal consenso popolare. Conseguenza inevitabile, quando ai cittadini arriva l’eco delle manovre di palazzo, degli sgambetti incrociati, dei cambi di casacca. E infatti i partiti italiani, ai quali nel secondo dopoguerra s’iscriveva oltre l’8 per cento della popolazione, adesso ne raccolgono meno del 2 per cento.

C’è un rimedio a questa crisi? Nella patria del diritto, la soluzione resta affidata alle virtù giuridiche, anziché a quelle politiche. E chiama in causa, tanto per cambiare, la legge elettorale. Che tuttavia non è una panacea, altrimenti non ci appresteremmo a sostituirla per la quinta volta in 33 anni. Ciò nonostante, l’argine alla frammentazione, la nuova legge elettorale, si giustifica per una doppia qualità. Una dichiarata, l’altra occulta. Una nobile, l’altra ignobile.

La parola magica con cui lorsignori ne sospingono l’ennesima modifica è sempre una: stabilità. Servono nuove regole elettorali per rendere più stabili i governi, dicono gli alfieri del governo che s’appresta a stracciare ogni record di sopravvivenza. Ma davvero la stabilità rappresenta un valore assoluto? Se lo fosse, dovremmo considerare valoroso Mussolini (vent’anni al potere), o adesso il nordcoreano Kim Jong-un, che sta lì da quindici anni. In realtà non sempre gli esecutivi stabili sono anche i più virtuosi. Anzi: in Italia è accaduto per lo più l’opposto, come ha mostrato Carlo Gaudio qualche settimana fa su «La Ragione».

E infatti. Negli anni Cinquanta governi brevi (Scelba, Segni, Zoli) permisero l’avvio della Consulta, del Csm, e istituirono Iri ed Eni. Nei primi anni Sessanta i governi altrettanto brevi di Fanfani e Moro nazionalizzarono l’energia elettrica e vararono la scuola media unica. Negli anni Settanta un valzer d’esecutivi introdusse le Regioni, il Servizio sanitario, lo Statuto dei lavoratori. All’alba degli anni Novanta governi brevissimi come Amato I e Ciampi gestirono la tempesta finanziaria e avviarono il percorso verso l’euro. Il paradosso della prima Repubblica fu esattamente questo: esecutivi di breve durata, riforme di lungo respiro.

Se dunque la ragione nobile non è poi così stringente, rimane quella ignobile. Che dal Porcellum (2005) in poi, è sempre la medesima: sottrarre agli elettori il potere di scegliere gli eletti. Stavolta il Bignami bis, o come diavolo si chiama, ci toglie pure la facoltà di conoscerne anzitempo i nomi. Eppure c’è almeno un principio che andrebbe rispettato: non tocca agli elettori adattarsi alle leggi elettorali, sono queste ultime a doversi adattare agli elettori.


Tajani come Totò: “vediamo ’sto netanyahu dove vuol arrivare”


(Estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Antonio Tajani, che sembra preso dalla strada come gli attori di Rossellini e messo a recitare il ruolo di ministro degli Esteri in un’epoca di quasi guerra mondiale, quando dice che qualcosa è “inaccettabile” vuol dire che può continuare benissimo ad accettarla.

[…] A ottobre 2024, in occasione degli attacchi dei soldati israeliani contro le basi Unifil in Libano, tuonò: “È inaccettabile quello che sta accadendo”, per poi precisare: “Aspettiamo che facciano l’inchiesta e, visto che ci sono prove inequivocabili che sono stati i soldati israeliani a sparare contro le basi (qui si confonde, ndr), questa mattina c’è stato un altro incidente inaccettabile (e due, ndr) in una base in cui c’erano anche una settantina di soldati italiani”. Poi, esausto, rimarcò il concetto con un sinonimo: “Ritengo sia inammissibile”. Intervistato dal Tg1 a maggio 2025 nel cortile di casa per commentare i colpi sparati a Jenin in Cisgiordania dalle forze israeliane contro diplomatici europei, tra i quali un viceconsole italiano, scolpì: “È un errore inaccettabile”. Poi, forse temendo di essere stato troppo ultimativo, ammorbidì: “Le scuse vanno bene, però non si può sparare quando ci sono dei diplomatici”, altrimenti sì, ben venga. Poi ci ripensò: “Gli avvertimenti con le armi sono veramente inaccettabili”. Parlando al Senato a settembre 2025 non fece sconti a nessuno: “Voglio essere chiaro: quello che accade nella Striscia è sempre più inaccettabile”. Per questo motivo l’Italia ha delegittimato la Cpi che ha spiccato un mandato di cattura per Netanyahu e il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha votato contro le tregue umanitarie e rafforzato i rapporti militari con Tel Aviv col pretesto del dual use o di consegne nate da accordi precedenti al 7 ottobre 2023, data a partire dalla quale il tetragono Tajani sostiene di aver smesso di inviare armi all’Idf per sparare in testa ai bambini.

[…]

A gennaio di quest’anno, quando due carabinieri italiani in missione diplomatica in Cisgiordania sono stati fermati e minacciati col fucile puntato da un soldato israeliano, Tajani dovettero tenerlo fermo in tre: “Inaccettabile quanto accaduto ai carabinieri!”, infatti dopo non successe niente. E quando gli israeliani vietarono al cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, di entrare a Gaza per la Domenica delle Palme, per poco Antonio non salì su un elicottero dalla Farnesina a Gerusalemme: “È inaccettabile avergli impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro”; e, per far capire che non scherzava, espresse “sdegno”. Per Tajani sono inaccettabili anche i bombardamenti sui civili in Libano da parte di Israele, che infatti li sta continuando in tutt’agio. “Inaccettabile” e financo “esecrabile” è stato il comportamento dell’altrimenti irreprensibile ministro Ben-Gvir, che umiliò gli attivisti della Flotilla privati dei loro diritti e catturati in acque internazionali (secondo Antonio “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”: poi vale il Deuteronomio). Ora che lo stesso Ben-Gvir, ricevuta la notizia di esser indagato dalla Procura di Roma per torture e sequestro, ha detto: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte” (dev’essere la famosa, sottilissima ironia yiddish), Tajani non ci ha visto più: “Non ho parole per commentare ciò che ha detto Ben-Gvir”; anzi, una ce l’ha (indovinate quale?), perché quelle parole “non sono degne di un ministro”, mentre lo è sterminare donne e bambini, sparare sulle ambulanze, eliminare medici, reporter e giornalisti. Tajani ricorda sempre più il Totò che prende le botte da un tizio che lo crede Pasquale: forse vuole vedere dove ’sto stupido di Netanyahu vuole arrivare. Inaccettabili saranno anche i voli Tel Aviv-Cagliari che portano soldati israeliani a scaricare lo stress nel Paese delle ciabatte, ospiti dei resort in Sardegna; ma aspettiamo la dichiarazione ufficiale per accettarli definitivamente.


Voi ci siete, noi ci siamo


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Alle liti temerarie di B., Previti, Dell’Utri, Renzi e famiglie eravamo abituati. Ma non ci era mai capitato che un personaggio ricco e potente come Cipriani jr., con agganci in mezzo mondo, ci chiedesse 250 milioni di dollari perché “il Fatto deve chiudere”. E non era mai capitato ad alcun giornale italiano. Oltre ai messaggi di solidarietà dei lettori, inversamente proporzionali a quelli dei “colleghi”, il miglior […]


Salvini e i mohicani sovranisti isolati


I nordisti di Zaia rivogliono la Lega. Il leader leghista sempre più solo, in pochi lo hanno difeso: così ha deciso di rinviare le decisioni. Aumenta il rischio rottura. I seguaci del Doge, che ironizza sui salviniani, spingono per il cambio di segretario. Ma si teme il contraccolpo sul governo

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Matteo Salvini è all’angolo, ma resiste. Non si sa per quanto riuscirà a farlo. Lo descrivono come amareggiato e anche stanco. Intanto si chiude nel fortino, prendendo ancora qualche giorno di tempo. Al consiglio federale di mercoledì 10 giugno, nella sala Salvadori alla Camera, non c’è stata alcuna nomina.

La riunione è stata aggiornata alla prossima settimana. A quel punto ci saranno le nomine e la riorganizzazione annunciata. Ammesso che basti a convincere l’ala nordista, capeggiata da Luca Zaia. La spinta sarebbe quella di un cambio radicale.

Il ritorno della voce del Nord per tornare alle origini, ripulendo l’immagine sovranista. Il siluramento del segretario aprirebbe un ulteriore quesito: Salvini resterebbe vicepremier? Sarebbe complicato dopo la “sfiducia interna”. Per questo si valuta una mediazione, proposta soprattutto dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon.

Anche perché l’unico punto che ha messo tutti d’accordo nella Lega è la volontà di andare avanti con il governo Meloni. Le contorsioni interne non dovranno avere ricadute sulla tenuta dell’esecutivo. Una crisi causata dalla Lega sarebbe una sciagura e l’ennesimo regalo a Roberto Vannacci. Indipendentemente dalla leadership.

Gli ultimi mohicani

Nel confronto Salvini è stato affiancato da pochi fedelissimi, come i sovranisti Alberto Bagnai e Claudio Borghi, il senatore Roberto Marti, e la mente economica del salvinismo, l’ex sottosegretario Armando Siri, che hanno cercato di perorare la sua causa, ricordando i risultati raccolti in questi anni. I pochi mohicani vicini al segretario. Il resto della Lega guarda già al futuro. L’ala nordista non contempla la leadership futura dell’attuale segretario. Senza un cambio di passo celere, il rischio è quello di arrivare a una rottura totale già nelle prossime settimane se il vicepremier dovesse irrigidirsi ulteriormente. Una delle vicesegretarie, Silvia Sardone, ha spiegato: «Non c’è stata nessuna nomina, sono rimaste quelle. Nulla esclude possano esserci in futuro, al momento non è stato detto nulla a riguardo».

«Ha ascoltato con attenzione gli interventi. È determinato a rafforzare sempre di più la Lega, valorizzando il grande impegno degli amministratori (apprezzati in tutti i territori) all’interno del partito», è stata la nota ufficiale del partito.

Zaia, all’uscita dalla riunione, ha detto: «Non esistono due Leghe e non sono mai esistite. La Lega è una sola». Poi ha risposto con un paragone: «Quando hanno chiesto a Carducci bambino di scrivere un tema su sua mamma ha scritto mia madre è mia madre».

Dietro la diplomazia dei comunicati e i richiami poetici delle dichiarazioni stampa, c’è la realtà tesa della riunione di mercoledì a Montecitorio. Al consiglio federale sono «volati i piatti», racconta una fonte interna per descrivere il clima con una metafora colorita. Salvini si è sottoposto al processo previsto. La sfilata di critiche lascia poco spazio all’immaginazione sul futuro. Molto dura è stata l’ala nordista di Zaia.

Processo a Salvini

L’allontanamento dall’identità originaria, legata al territorio, è stato il punto sottolineato a più riprese. Zaia ha trovato due validi appoggi nei governatori del Nord, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. Anche il capogruppo del Senato, Massimiliano Romeo, è stato ruvido. Del resto, è lo stesso che aveva sfidato il leader leghista sul congresso in Lombardia: Romeo ha costretto al ritiro il candidato salviniano al ruolo di segretario regionale, il deputato Luca Toccalini.

Addirittura il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha presentato il conto dei malumori che accumula da mesi. È stato spesso lasciato solo di fronte all’emorragia di deputati attratti da Vannacci.

Sardone ha comunque escluso un suo passaggio a Futuro nazionale: «Sono cavolate», ha detto. Uno dei pochi a cercare la mediazione è stato il vicesegretario del partito Durigon, uomo forte al Centro-Sud: ha invitato a trovare un punto di caduta per tenere insieme il partito e pensare al rilancio in vista delle elezioni.

La sua prospettiva è complicata: rischia di vedere andare via il blocco della classe dirigente meridionale che ha reclutato negli anni. La sirene vannacciane sono attraenti per molti. Esemplare è il caso del deputato calabrese, Domenico Furgiuele. La soluzione proposta da Durigon è quella di un passaggio soft al modello delle “due Leghe”, seguendo l’esempio della Csu/Cdu in Germania.

Il consigliere del vicepremier Siri ha difeso a spada tratta il leader. Ha criticato lo scarso impegno alle Europee del 2024, quelle che hanno consacrato Vannacci, puntando anche il dito contro la partecipazione al governo Draghi nella scorsa legislatura. Raccontano che Zaia abbia replicato: «Fai il teologo». Schermaglie che contribuiscono a comprendere il clima del consiglio federale più complicato dell’epoca salviniana. Che è sempre di più avviata al crepuscolo.