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Assessore italiano di Ceuta: “Strategica, controlla Gibilterra. Chissà che non diventi una nuova Hormuz”


L’intervista a Nicola Cecchi: “La maggior parte dei migranti viene respinta in Marocco. Qui convivono cristiani, musulmani, ebrei e indù. Ma il vero nodo è chi gestisce l’exclave si occupa dello Stretto, una delle rotte più importanti del mondo”

Assessore italiano di Ceuta: “Strategica, controlla Gibilterra. Chissà che non diventi una nuova Hormuz”

(Benedetta Perilli – repubblica.it) – CEUTA – Nicola Cecchi, italiano di Firenze, da tre anni è assessore al Lavoro, al commercio, al turismo e allo sport della città autonoma di Ceuta, governata da un presidente considerato un conservatore illuminato. Vive da 28 anni in Spagna ed è arrivato qui con una multinazionale olandese del settore alimentare. “Ceuta è Europa ma è fuori dall’unione doganale, non tutti lo sanno. Ed è importante ricordarlo perché l’attitudine del governo italiano su Schengen sembra non averne tenuto conto: da Ceuta non accedi direttamente alla penisola e in più, non essendo nell’unione doganale, è come se ci fosse una frontiera tra noi e la Spagna a livello commerciale. Una merce che viene dalla Spagna deve presentare un documento di esportazione. È come se fosse un Paese terzo”.

Cosa pensa della reazione dell’Italia a quello che è successo?

“La trovo una posizione discutibile mossa da motivi elettorali con lo scopo di creare un discorso di protezionismo. Gli immigrati che arrivano qui restano qui perché per poter essere mandati sulla penisola devono fare un procedimento lungo con richiesta di visto d’asilo, ricorsi, accettazione. La grande maggioranza di quelli che arrivano dal Marocco rientra in patria perché Rabat è in una lista di Paesi considerati sicuri e così il 99% viene respinto”.

A Ceuta c’è un problema di immigrazione?

“A Ceuta convivono quattro culture: due predominanti, la cristiana e la musulmana, e poi una piccola comunità indù e una piccola comunità ebraica, tutte integrate in maniera perfetta. Qui la festa della fine del Ramadan è una festa per tutti, così come l’Hanukkah. Qui l’immigrazione è composta da rifugiati che arrivano e chiedono asilo e poi se ne vanno quando lo ottengono. Qui sono tutti spagnoli, il problema però è il discorso portato avanti da Vox secondo cui il 50% della popolazione di Ceuta non è spagnola perché di cultura musulmana. Ma questo è inaccettabile, si cerca di mettere contro religiosamente comunità che invece sono totalmente integrate”.

Detta così sembrerebbe che Ceuta sia un modello di integrazione da esportare?

“Assolutamente sì, a Ceuta c’è un’integrazione sociale e culturale totale. Sarebbe bellissimo vedere lo stesso in tanti posti dove c’è invece un rifiuto, chi vive un rifiuto tende a isolarsi e l’integrazione diventa impossibile”.

Qual è dunque la criticità di Ceuta?

“Ceuta ha delle condizionanti enormi: è insieme a Melilla l’unica frontiera dell’Europa con l’Africa, è una terra di 19 chilometri quadrati, più della metà della quale è occupata dall’esercito, e ha 85mila abitanti. In più siamo sullo Stretto di Gibilterra, si parla tanto di Hormuz ma anche Gibilterra è strategicamente e commercialmente cruciale”.

Crede sia possibile una chiusura dello stretto come è successo a Hormuz?

“Chi può prevederlo, nessuno pensava avvenisse a Hormuz eppure è successo. Spero non accada mai ma chi controlla gli stretti oggi controlla il mondo e Ceuta è al centro di interessi geopolitici molto profondi. Il controllo di Ceuta in fondo è il controllo dello Stretto, dall’altra parte c’è Gibilterra, ovvero l’Inghilterra, e soprattutto c’è il Marocco che rivendica Ceuta da sempre”.


Sondaggi: gli italiani hanno più paura delle bollette che dei migranti


Nel report d’agosto firmato Spin Factor con Emg Different, Fratelli d’Italia si conferma in testa al 27,1%, mentre nelle piazze digitali esplode il malessere sociale per inflazione, emergenza climatica e una sanità pubblica in perenne affanno.

(di Francesca Moriero – fanpage.it) – Alla vigilia della grande pausa estiva, l’Italia non stacca davvero la spina. Se la politica istituzionale cristallizza gli equilibri di forza in parlamento, il Paese reale vibra sotto una coltre di inquietudini quotidiane che rimbalzano dalla tavola di casa agli schermi dello smartphone. L’ultimo report Human Index, nato dalla collaborazione tra Spin Factor ed Emg Different, offre uno spaccato doppio e profondo: da una parte l’istantanea elettorale, dall’altra l’eco emotiva e le conversazioni reali dei cittadini.

La mappa elettorale a metà estate
Nell’arena dei partiti, l’equilibrio di vertice appare consolidato. Fratelli d’Italia mantiene la leadership solitaria, posizionandosi al 27,1% delle intenzioni di voto e staccando di oltre cinque punti e mezzo il Partito Democratico, che resta stabile al 21,5%. Sotto la barra dei primi due si posiziona il Movimento 5 Stelle (13,2%), solido nel ruolo di terza forza politica.

Particolarmente accesa è la battaglia nell’area di centrodestra subito a ridosso delle prime posizioni, dove tre formazioni si contengono lo spazio politico in appena un punto percentuale: Forza Italia registra un lieve calo al 7,9%, insidiata a brevissima distanza dalla Lega (stabile al 7,0%) e dall’avanzata di Futuro Nazionale (in crescita al 6,8%). Più staccate le forze centriste e di sinistra radicale: Alleanza Verdi e Sinistra si attesta al 6,1%, Azione al 2,8%, Italia Viva al 2,4% e il Partito Liberaldemocratico all’1,6%, con un restante 3,6% frazionato tra le formazioni minori.

Di cosa parlano gli italiani online
Se la politica vive di percentuali, gli italiani rispondono però con le preoccupazioni della vita materiale. L’analisi del volume delle conversazioni online tramite la piattaforma di AI-driven Human rivela che la principale fonte d’angoscia per le famiglie resta l’inflazione e la perdita del potere d’acquisto, monopolizzando il 19,7% di tutti i dibattiti monitorati. Stipendi che non bastano, pensioni adeguate con fatica e carrello della spesa sempre più pesante occupano quasi una conversazione su cinque.

Immediatamente a ridosso si colloca l’angoscia per la Sanità Pubblica (19,3%): la rabbia e l’impotenza di fronte a liste d’attesa interminabili, pronto soccorso collassati e penuria di medici e infermieri sono ormai un tema strutturale. Il clima estivo impone poi il suo peso col caldo estremo e gli incendi (17,9%), seguiti dal persistente peso del caro carburanti e delle bollette energetiche (8,6%) e dalle preoccupazioni geopolitiche legate alle tensioni e guerre internazionali (8,3%).

Reazioni e commenti sul web: quali temi accendono il dibattito
Il report di Spin Factor misura l’impatto dei temi analizzando non solo la quantità di menzioni, ma anche l’indice di coinvolgimento (engagement) generato dalle conversazioni degli utenti online. Al primo posto per numero di interazioni stimate si posizionano le ondate di calore e gli incendi, che totalizzano 12,8 milioni di interazioni. Seguono i temi legati all’economia domestica: il caro carburanti e bollette registra 9,8 milioni di interazioni, mentre l’inflazione e il potere d’acquisto ne contano 9,2 milioni.

La sanità pubblica si attesta a quota 7,4 milioni di interazioni. Infine, rientra tra gli argomenti a più alto tasso di reattività la sicurezza urbana e la criminalità: pur registrando un volume complessivo di conversazioni inferiore rispetto al carovita, il tema raggiunge 7,1 milioni di interazioni, evidenziando un’elevata percentuale di risposta e partecipazione da parte degli utenti quando vengono trattati episodi di micro-criminalità o aggressioni.


No border


(Andrea Zhok) – Di fronte ai fatti di Ceuta sono riemerse, tra le altre, prospettive “no border”.

Con “no border” si intende una rosa di idee per cui abolire le frontiere tra gli stati sarebbe giusto, bello e una compensazione per lo sfruttamento coloniale dell’Occidente.

Si tratta di tre idee fallimentari.

1) Che l’abolizione delle frontiere possa accrescere la giustizia in qualche forma è insensato. Le frontiere tra stati nascono per definire le aree di giurisdizione su cui le LEGGI di uno stato sono in vigore. Senza frontiere non sapremmo se a Viterbo sia da applicare la legge italiana, cinese o sudanese.

Il risultato di un’abolizione delle frontiere sarebbe l’inapplicabilità della legge, ergo il prevalere della legge del più forte.

2) Qualcuno pensa l’abolizione delle frontiere come semplice permesso automatico di mobilità universale, ingresso libero in ogni paese. Ma ogni sistema di servizi pubblici (infrastrutture viarie, soccorso agli indigenti, servizi ospedalieri, scuola dell’obbligo, pulizia delle strade, servizi di sicurezza, ecc.) sono forniti sulla base di un fabbisogno pregresso, per una determinata quantità di persone (cittadinanza) e sulla base dei contributi nel tempo di quei cittadini (tasse). L’erogazione di questi servizi ha margini di elasticità, ma non infiniti. Spostamenti di popolazione che modifichino in maniera significativa il fabbisogno mandano in panne i servizi pubblici.

L’esito di una mobilità transfrontaliera illimitata sarebbe semplicemente l’estinzione dei servizi pubblici (la spinta alla loro privatizzazione).

3) Quanto all’idea di “compensazione per lo sfruttamento dell’Occidente”, si dimenticano due cose: che non tutti i paesi “occidentali” sono stati egualmente partecipi dello sfruttamento coloniale e soprattutto che la stragrande maggioranza della ricchezza accumulata da un paese NON è dovuta allo sfruttamento coloniale (passato o presente), ma allo sfruttamento della popolazione interna. Immaginare che i nipoti di contadini e operai di Eboli debbano sentirsi in colpa per il proprio privilegio perché i baronetti della Compagnia delle Indie hanno rubato risorse al Bengala è una stupidaggine astratta, giustamente percepita come tale.


Tra fake complottismo e realtà virtuale


(Tommaso Merlo) – Non si capisce più dove finiscono le panzane ed inizia la verità a furia di propaganda travestita da giornalismo e disinformazione militante. Perfino dietro l’invasione di Cueta ci sarebbe la Cia e il Mossad aizzati da Trump e dai sionisti per colpire l’odiata Spagna di Sanchez. Tra i pochissimi paesi occidentali fermamente dalla parte della Palestina e che mal digerisce la Nato al punto da rifiutarsi di incrementare le spese militari. Il Marocco è del resto un alleato di ferro di Stati Uniti ed Israele, tra i pochissimi paesi arabi ad aderire agli Accordi di Abramo e perfino a quella chiavica del Board of Peace. Sarebbe quindi opera dei soliti noti, lo stato profondo americano e quello sionista in trasferta nel Maghreb. E chissà, il livello dell’era Trump è talmente basso che potrebbero aver deciso il tutto quando la Spagna ha osato vincere il mondiale americano sconfiggendo l’Argentina del mega trumpiano e sionista Milei. Ad insospettire è poi come negli ultimi tempi i leader politici spagnoli siano finiti sulle prime pagine di mezzo mondo per scandali strampalati finiti poi nel nulla. Stesso destino del procuratore capo della corte penale internazionale Karim Khan, quello che ha avuto le palle di emettere il mandato di cattura per quel mostruoso criminale di guerra di Netanyahu e dei suoi complici. Ebbene, è appena stato rimosso dal suo incarico perché di colpo sono spuntate ovunque donne che lo hanno accusato di palpeggiamenti e comportamenti impropri. Davvero uno strano tempismo col procuratore che ha sempre fermamente negato e parlato di operazione politica occulta. Colpirne uno per educarne cento con gli artefici del genocidio che attaccano le istituzioni che indagano per far emergere la verità. Davvero sconvolgente anche se la storiaccia più clamorosa è certamente quella di Anthony Fauci, il mega virologo americano eroe della lotta al Covid che in realtà sarebbe il colpevole della pandemia in quanto a capo di esperimenti pericolosissimi scappati di mano e fatti in collaborazione col famoso laboratorio di Wuhan in Cina da cui è partito il virus. E sarebbe per questo che Fauci ha tenuto chiuse le fauci davanti alle autorità investigative invocando il quinto emendamento. Li mortacci sua. Con Biden che prima di tornare nel sarcofago gli ha pure dato la grazia preventiva. Realtà che fanno vergognare il complottismo come un cane. Altra storiaccia finita un po’ in sordina è quella di Michael Jackson passato da Re del Pop a mostro e deceduto a soli 50 anni in circostanze sospette. Ebbene, pare che non fosse affatto pedofilo e paradossalmente sia stato fatto fuori proprio perché voleva difendere i bambini dal diabolico giro satanico che riteneva governasse il mondo. Il suo parco giochi Neverland non era per adescare bambini ma per offrigli una oasi sicura con la ciliegina di una canzone pro Palestina che ha scritto e mai inciso e di strani personaggi che gli hanno gironzolavano attorno verso la fine. Più che complottismo, vittima di un complotto in tempi in cui lo scandalo Epstein era denigrato come delirio da terrapiattisti mentre in realta’ la cricca pedofila e satanica dei potenti del pianeta era una notizia verissima che nessuno ha mai voluto o potuto dare. Già, i complottisti erano gli unici veri giornalisti in circolazione. Ma stando all’oggi, il caso più scottante è quello Charlie Kirk che sarebbe stato fatto fuori e pure pubblicamente a sorta di avvertimento. Kirk era il fondatore di una mega organizzazione giovanile di destra decisiva per l’elezione di Trump. A seguito del genocidio a Gaza, Kirk voltò clamorosamente le spalle al sionismo e prese posizione contro la guerra in Iran. Kirk era uno che andava spesso alla Casa Bianca e riceveva telefonate da Tel Aviv. A toglierlo di mezzo non sarebbe stato affatto un cecchino ma il microfono esplosivo che aveva sulla maglietta. Ci sono le immagini e se tre indizi fanno una prova qui ve ne sono decine e decine e il fatto che l’FBI non muove il fondoschiena aggrava il quadro. Già, non basta manipolare la stampa, devi controllare anche chi può fare qualcosa. L’unica bella notizia è che l’organizzazione di Kirk Turning Point USA sta fallendo e la stragrande maggioranza dei giovani americani anche di destra vuole tagliare ogni legame con Israele. Anche il tentato assassinio di Trump prima delle elezioni sarebbe stata una clamorosa pagliacciata per farlo vincere. Lo scopo era la foto col pugno alzato e il ketchup sulla guancia che ha fatto il giro del mondo e convinto milioni di fessacchiotti a stelle e strisce a votare per quell’uomo coraggioso e indomito. Lo possino. Una delle truffe elettorali più impressionanti della storia. Trump ha avuto pure il coraggio di raccattar voti promettendo di fare luce sullo scandalo Epstein e poi si è scoperto che Epstein era il suo migliore amico ed ha insabbiato tutto. Tra le poche certezze complottiste rimane il marito di Macron che lo prende a sganassoni quando non fa il bravo e pare abbia pure una notevole coda anche se dalla parte sbagliata. Davvero un bordello tra complottismo e realtà. Non si capisce più dove finiscono le panzane ed inizia la verità a furia di propaganda travestita da giornalismo e disinformazione militante. Ma non bisogna arrendersi perché la verità un modo per venire a galla prima o poi lo trova sempre e noi possiamo aiutarla rimanendo sempre vigili e liberi.


Gli affari di Meloni col Marocco, l’Italia è il primo Paese Ue a vendere armi a Rabat: “E il problema è Schengen?”


Venticinque milioni di euro in “armi leggere” vendute al Marocco in due anni: è il record del governo Meloni

Gli affari di Meloni col Marocco, l’Italia è il primo Paese Ue a vendere armi a Rabat: “E il problema è Schengen?”

Pistole e fucili semiautomatici, vale a dire, tecnicamente, armi leggere. È qui che corrono gli affari italiani in direzione Rabat: il governo Meloni è quello che più di tutti, in Unione europea, ha autorizzato la vendita di armi al Marocco. Non solo: è l’esecutivo che su questo fronte ha fatto i maggiori affari, negli ultimi 30 anni di storia del nostro Paese, col Paese nordafricano. A rivelarlo è l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia.

“Invece di sospendere Schengen con la Spagna, il ministro Antonio Tajani dovrebbe smettere di autorizzare l’invio di armi e sistemi militari al Marocco” dice a ilFattoQuotidiano.it l’analista di Opal, Giorgio Beretta, sottolineando i due record del governo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia. Pistole e fucile che “sono destinati alle Forze armate e di Pubblica sicurezza del Marocco”, continua Beretta, “cioè quelle autorità e forze di sicurezza che hanno permesso, se non volutamente incentivato, migliaia di persone a passare il confine per dirigersi a Ceuta“. Il riferimento va a ciò che è successo nell’exclave spagnola in Marocco tre giorni fa. Con armi leggere, più specificamente, si intendono quelle della categoria ML1 dell’Elenco comune delle attrezzature militari dell’Ue, che include “le armi ad anima liscia di calibro inferiore a 20 mm, le armi automatiche o semiautomatiche di calibro uguale o inferiore a 12,7 mm (calibro 0,50 pollici), e i relativi accessori”.

Ed ecco i dati. Nel solo biennio 2023-2024 – l’ultimo disponibile in Ue – il governo italiano ha approvato oltre 25 milioni di euro di esportazioni di “armi leggere” a Rabat cifra che, secondo l’Osservatorio, supera ampiamente le autorizzazioni rilasciate da tutti i governi italiani dal 1998 (14 milioni); nello stesso biennio l’Italia è il paese dell’Unione europea che più di ogni altro ha inviato armi leggere al Marocco: al secondo posto la Francia, che ne ha inviate meno della metà dell’Italia.

Nel dettaglio, nel 2023 l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, cioè l’organo nazionale che gestisce l’export militare presso il ministero degli Esteri, ha dato l’ok all’esportazione di armi per un valore complessivo di 11.833.568 euro: si tratta di 35mila pistole semiautomatiche calibro 9×19 e di dieci carabine a caricamento manuale calibro 308 corredate di dispositivi di soppressione del rumore di sparo e di ottiche di puntamento, tutte prodotte dalla della Fabbrica d’Armi Beretta di Gardone Valtrompia.

Nel 2024, invece, “la maggiore licenza all’esportazione è stata rilasciata all’azienda Leonardo S.p.A. – racconta Beretta di Opal – per esportare quattro torrette navali leggere a controllo remoto Forty Light, detti anche Marlin 40, prodotti dalla ex Oto Melara, in una autorizzazione che include anche corsi di addestramento in Italia e assistenza tecnica in Marocco. Il tutto per un valore di oltre 12,5 milioni di euro. Ma è stata anche autorizzata l’esportazione, sempre alla Fabbrica d’armi Beretta, di altre dieci carabine calibro 308 e, in aggiunta, di 1.700 fucili Supernova calibro 12 prodotti dalla Benelli Armi che fa parte del gruppo Beretta”. Da qui la conclusione di Beretta: “Se il governo Meloni intende davvero fare pressione sulle autorità di Rabat per un miglior controllo delle frontiere ha uno strumento formidabile: smettere di fornirgli armi”.


Corruzione in Italia, il dossier Anac: due rinvii a giudizio al mese. “Coinvolti molti più uomini che donne”


Il 31% dei lavori senza gara è concentrato appena sotto il tetto di legge (140 mila euro)

busia anac

(di Luigi Ferrarella – corriere.it) – La corruzione in Italia è poco donna e molto impresa medio-grande, viaggia al ritmo di due rinvii a giudizio al mese, si tiene buono più un piccolo tecnico comunale che il sindaco o l’assessore, e pascola felice l’erba voglio dell’oasi di affidamenti diretti appena sotto soglia di gara: è la fotografia scattata dallAnac-Autorità nazionale anticorruzione nel rapporto «Corruzione e appalti in Italia: analisi gennaio 2020 – maggio 2026», che aggiorna il precedente 2016-2019 e conclude il mandato del presidente Giuseppe Busia in scadenza a inizio settembre.

Tra prevenzione e repressione

Il vero valore dell’Anac, la prevenzione, in questa radiografia basata sui procedimenti penali comunicati non si vede, perché sta invece nei 5.773 pareri alle amministrazioni su 1.687 affidamenti di opere e servizi per oltre 2 miliardi e mezzo di euro di valore; e nelle 72 «misure straordinarie di gestione» ex post, cioè proposte dopo che un bubbone è scoppiato, e a quel punto finalizzate alla prosecuzione del contratto (già inquinato dalla corruzione) nell’interesse pubblico del completamento dell’opera, attraverso un regime di legalità «controllata». Invece il pallottoliere penale, nei rinvii a giudizio e arresti e sequestri comunicati al Nucleo della Guardia di Finanza in Anac, dal 1° gennaio 2020 al 15 maggio 2026 conteggia 141 procedimenti, quasi due al mese, istruiti da 100 Procure — capitanate da Roma (10), Napoli, Catania e Messina (8), Milano e Benevento (7), Palermo (6) — a carico di 944 imputati di 490 imprese e 212 stazioni appaltanti 530 contratti o concessioni per un valore di 2,9 miliardi.

anac

Geografie e gerarchie

Quasi il 24% dei procedimenti è in Sicilia, in Campania il 18%, in Lombardia il 10,4%, in Lazio il 9,6%, in Puglia l’8,1%. In rapporto alla popolazione la Sicilia ha 5,4 casi per milione di abitanti, Abruzzo 4,7, Campania 4,5, Puglia 2,6, Piemonte 1,9, Lazio 1,6, Emilia Romagna e Lombardia 1,1. E se il parametro penale fosse l’unico o il più significativo, festeggerebbero regioni quasi da percorso netto (zero casi o uno solo): Veneto, Sardegna, Basilicata, Marche, Molise e Valle D’Aosta. Nelle stazioni appaltanti pubbliche, specie dei Comuni, solo il 21% degli imputati risultano figure apicali appartenenti agli organi elettivi, come sindaci o assessori, mentre ben il 79% sono dipendenti, tecnici, commissari, responsabili di procedimento, insomma non apicali e tuttavia cruciali negli snodi degli appalti.

L’antidoto femminile

Su 994 imputati le donne sono già poche in assoluto, poco meno del 14%, ma sono ancor meno se le si rapporta al tasso di impiego femminile calcolato nel 2024 dall’Inps (tolto il settore scuola) al 34% nel pubblico e al 42% nel privato: i casi di corruzione in cui sono coinvolte le donne sono infatti molto inferiori, 17% nel pubblico (e ancor meno, 12 %, a livello di dirigenti), e 22% nel privato. Tanto da far osservare all’Anac che «i dati sembrano indicare un minor coinvolgimento delle donne in episodi di corruzione, che potrebbe far pensare ad un loro maggior grado di integrità», ipotesi peraltro avanzata già da uno studio di Decarolis/Fisman-Pinotti-Vannutelli- Wang su «Gender and Bureaucratic Corruption» pubblicato nel 2023 su The Journal of Law, Economics, and Organization. Qualche riflessione arriva anche dai differenti pesi corruttivi tra le micro e piccole imprese (che in Italia sono il 97,9% del tessuto produttivo ma figurano solo nel 68% della casistica penale di procedimenti comunicati all’Anac) e invece le imprese medie e grandi, che sono solo lo 0,5% ma pesano per ben il 31% dei casi di corruzione.

Gli affidamenti diretti

La condotta illecita più frequente non è la corruzione (22%), e tantomeno la concussione (appena 1%, raro un privato davvero forzato dal pubblico), ma è nel 28% dei casi il mettersi d’accordo in partenza: cioè sono i reati di turbativa d’asta (art. 353 c.p.)o turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (art. 353-bis c.p.), ossia le alterazioni del «vestito» delle gare già in «sartoria», in modo da ritagliare il bando su «misura» del vincitore predestinato. E qui si affaccia una voragine senza presidio. Nel 2021, quando le gare erano obbligatorie per appalti sopra i 75.000 euro, gli affidamenti diretti che andavano a finire appena sotto erano il 28% di tutti gli appalti tra 50.000 e 100.000 euro, mentre le procedure tra 135.000 e 140.000 euro erano solo l’8%. Ma quando la legge è cambiata ed è diventato possibile per gli amministratori pubblici non fare gara ma dare i lavori in affidamento diretto sino a un valore di 140.000 euro, ecco guarda caso che appena sotto, fra i 135.000 e i 140.000 euro, si sono addensati nel 2024 non più solo l’8% ma ben il 31% di questi lavori, per un valore di 1 miliardo e mezzo di euro, oltre sei volte i 212 milioni del pari parametro del 2021. Un mare di soldi oggi sprovvisto — salvo casi mitologici di corruzioni autoevidenti — di effettiva tutela penale: se infatti per definizione quando non c’è gara non ci può essere reato di turbativa, il reato che restava (l’abuso d’ufficio) è stato abolito due anni fa.


Usati come arma e poi scaricati. I migranti, moderni Ulisse alla mercé dei giochi dei potenti


Melilla come a Ceuta c’è un triplo muro per fermarli costruito con i milioni dell’Europa

Usati come arma e poi scaricati. I migranti, moderni Ulisse alla mercé dei giochi dei potenti

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Con i migranti sono giunto, dopo anni, alla asciuttezza ideale. Non ho più bisogno di descriverli. Mi basta scrivere il loro nome. Migranti. E basta. Li ho visti morire in mare e nei deserti, perché ho camminato e navigato con loro. Per questo, dal 2011, quando è iniziata la Grande Migrazione, vengono a morire attorno a me infinite onde di malinconia. Ora la specie nuova del millennio, per l’ennesima volta, ci viene addosso di colpo, improvvisamente, fragorosamente. In modi e luoghi che le nostre pigre certezze non immaginavano. Scrivo dunque solo il nome anche per i sessantamila di Ceuta, migranti di un giorno, anzi soprattutto per loro. Perché in una storia così gonfia di sospetti, di manipolazioni, di loschi sfruttamenti ne hanno diritto, pieno e totale: migranti.

Tra loro bisognerebbe avventurarsi, il cronista, ma anche il sociologo e l’analista, non solo con la testa, ma con il corpo. L’ho fatto. Per questo ora ho il diritto di non raccontarli. È il mio omaggio, il silenzio: l’unico modo per non macchiare il loro dramma con invocazioni, spiegazioni, maledizioni, accecamenti di destra e di sinistra. Essere onesti con le tragedie degli esseri umani è un gran brutto mestiere. E loro muoiono con la semplicità con cui muoiono gli alberi. Anche i cinquanta annegati di Ceuta («… che sono mai 50 rispetto a sessantamila, suvvia niente… » ho sentito dire). La loro morte è una specie di vita covata, perché sono esseri umani in cui sempre miseria e speranza si aggrappano strette dentro l’anima… I migranti e il mare: ecco una vera, moderna Odissea. Molti di loro non l’hanno mai visto, lo toccano, lo assaggiano, ne hanno paura e tentazione insieme. Il Mediterraneo, come il deserto, gli appartiene, perché è un dio a cui hanno immolato i loro morti.

Abbiamo passato anni a fantasticare come sarà il terzo millennio: le invenzioni i robot l’intelligenza artificiale i virus (forse) sconfitti… le nuove élite sognano Marte colonizzata come se fosse un’isola esotica, le guerre sono diventate, moltiplicandosi, un’abitudine sonnolenta, che è un modo se volete per annullarle, salvo che per coloro che ne sono vittime; spaventano di più le calure e i temporali estremi… e, invece, ecco, di nuovo, ancora, colonne di esseri umani, non sui barconi stavolta: lo guadano il mare, a bracciate e così aggirano e fanno crollare i reticolati e i muri definiti invalicabili! La migrazione: questa migrazione cambierà il mondo più di Putin e di Trump, pericolose comparse. Ma quando ce ne accorgeremo sarà già in noi.
Ceuta e Melilla. La forza dei simboli, se proprio ne avete, un’altra volta, bisogno. Due ridicoli rimasugli dell’impero degli hidalgos e dei re cristianissimi, e, insieme, una terra d’oro perché senza bisogno di traversate e di avidi passeur, per una stramberia della storia, permetterebbe di entrare direttamente in paradiso, in Europa.

I migranti li ho incontrati, a Melilla, quando erano per i marocchini “gli africani” di Gourougou. Come se loro fossero altro: africani. È una montagna che ha un nome da mille e una notte, fa sognare folletti e fiabe a lieto fine, abitata da scimmie filosofe e quasi umane. Invece era solo un feroce luogo di sofferenza per un Esodo che premeva invano davanti a questa scaglia di Europa africana. Dalla montagna li spiavano, li sognavano questi dodici chilometri quadrati di case giallastre come le città povere del nostro sud. Come a Ceuta c’è un triplo muro per fermarli, costruito con i milioni dell’Unione europea. Che vi serve di più semplice per smascherare in un colpo quanto c’è di falso e di illusorio nelle nostre convulsioni? E ogni anno lo hanno perfezionato, rafforzato, coccolato per renderlo più micidiale. Non c’è un centimetro dei chilometri di ferro crudele che non porti appesi vestiti, stracci, sacchi di plastica, pelle. Perché per scavalcarlo si facevano lanciare da catapulte umane oltre il muro atterrando, fracassati, sulla terra promessa. Solo qualcuno con un copertone tentava la via del mare, ma a Melilla la distanza era lunga. Così, di colpo, giovedì… Forse c’è dietro una “marcia verde”, specialità del “nostro amico” re del Marocco, in dispetto con Madrid per il Sahara ex spagnolo… la migrazione ibrida dopo la guerra ibrida, questa “parola valigia” che sta smarrendo il suo significato, usata per tutto per non dire niente… forse, come dice Sanchez, un business ciclopico dei mercanti di uomini… forse… la verità , l’unica che mi interessa, è che per l’ennesima volta i migranti sono stati usati, da tutti, come sempre: il re che dedica a Trump autostrade, Sanchez che vuole essere il capo della “Izquierda” chic globale, gli xenofobi in scalmane dell’altra parte del mare…

Sento i loro strilli, in Europa e alla casa bianca: ecco l’Invasione! Arrivano! Dilagheranno l’avevamo detto… Li lascio alle parole cotte due volte, ingombre di giravolte appiccicose che sembrano uscire da una bocca piena di saliva, alla sintassi che raschia la gola. Regalo loro l’illusione di aver vinto. Anche stavolta, certo, apparentemente la spunteranno: il Muro non basta, occorre di più, decreti ukaze, emergenze… forse la “Commissione” studierà se usare i coccodrilli e gli squali come guardie della frontiera navale della civiltà occidentale… E anche stavolta gli amici dei migranti, i progressisti, gli illuminati, alla fine, dopo aver agitato a mezz’aria qualche piccola idea sovversiva come quelle di Sanchez, a fini interni per carità! Per far passare la burrasca torneranno alle solite buone, sane convinzioni che sostengono da quindici anni con la tenacia dei vecchi che non vogliono imparare più nulla: aiutiamoli a casa loro, come si dice, riempiendo i forzieri di quei nostri soci d’affari che li costringono a partire. O faranno finta che i migranti non esistono e se si comportano male, beh un po’ di insicurezza tiene sveglie anche le democrazie. Non c’è nulla di più deprimente che capirsi: quando ci si è capiti non c’è più nulla da dirsi… i migranti sono uomini superflui.Nella storia avariata di questo tempo, inconcepibile ormai senza di loro (e questo è fare Storia!) hanno impresso un ritmo accelerato, un respiro superbo che non smette di sconcertarci ogni volta. Non illudetevi di liberarvene. Sono legati a noi da legami invisibili come da radici sotterranee, le loro storie, anche Ceuta, sono i pezzi sparsi del nostro paradiso rotto. Saranno liberi davvero quando rifiuteranno di essere usati, di tacere, cacceranno e puniranno senza pietà i loro domestici scafisti gallonati e i loro sponsor da questa parte del mare. Quando torneranno indietro: ma non per rassegnazione e bastonate. Per giudicare e condannare.


Poetica e ingombrante: quando la villeggiatura era più povera e felice


La metamorfosi degli italiani vista attraverso le partenze al tempo dei thèrmos, della Moka e dell’hula hoop

Poetica e ingombrante: quando la villeggiatura era più povera e felice

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Esodo d’altri tempi, il catalogo è questo. Utilitaria ricolma come un uovo, non di rado con estensioni nel vuoto. Cartina stradale di ardua, se non impossibile piegatura e relativo aggiornamento. Sedie pieghevoli in alluminio con tela a righe e/o sdraio mozza-falangi. Ombrellone lievemente ammuffito da soggiorno in cantina e minaccioso palo di ferro. Stuoie di paglia con scia di inesorabile pulviscolo. Borsa frigo moscia e preferibilmente rigida, thèrmos e Moka, bottiglie di varie fogge, delicatissime uova e limoni, a volontà. Pallone “Super Santos” e per le bimbe cerchio hula hoop.

Era abolito, per il mese di agosto, l’aggettivo “ingombrante”. Secondo alcune testimonianze, negli anni ’60 e ’70 – la più bella, dal Centro al Nord, è stata scritta sul Foglio da Pierluigi Battista, mentre un indimenticabile racconto orale di un trasbordo dall’alta Italia alle terre della Sicilia si deve a Gaetano Savatteri – c’erano famiglie che trovavano un posto in macchina anche per una poetica gabbia di uccellini. Più comune era il trasporto di cani con la lingua a penzoloni e di infidi gatti che pur di porre fine a quella sventura a ogni sosta erano pronti a svignarsela disperdendosi nei campi o sulle strade dell’umile Italia.

Dall’album dei ricordi dei viaggi anni Sessanta alle istantanee di oggi: stagioni a confronto in un Paese passato dalla pagnotta al “Camogli”

Ogni paragone con l’odierna, e superba, e frantumata, e infelicissima Italia, oltre a risuonare leziosamente inverosimile fa un po’ male al cuore; e non solo perché l’esodo costa molto di più; fosse per questo, a sintetizzare la migrazione estiva di questi giorni basterebbe la finta, ma graziosa moneta da due euri raffigurante Meloni con una pompa di benzina in mano.

L’elenco degli “immancabili”

Prosegue comunque il voluminoso repertorio con l’attrezzatura acquatica e da spiaggia di un tempo ormai perduto: secchiello und paletta, braccioli (quando arrivarono in commercio), scarpe sdrucciolevoli anti-sassi (idem), maschere con sottile strato di talco, pinne, boccagli per lo più screpolati, materassino di impossibile gonfiatura, forse era bucato, canotto arancione spesso mancante di scalmi e a volte pure di un remo. Concludono parzialmente l’armamentario pesanti bocce e racchettoni, per i più riflessivi La Settimana Enigmistica.

Era l’era pre-Camogli, il panino d’autogrill dall’insapore unico. Il pasto si acquistava lungo il viaggio in negozi di alimentari paesani, con cordicelle di plastica anti-mosche a segnare il dentro e fuori; senza troppo diffondersi sul piano della gastronomia si dirà che la “pagnottella” era la regina della strada.

Nessuno lo chiamava “esodo”

Nessuno allora avrebbe mai usato la parola “esodo”. Primo, perché la società formatasi attorno alla tv in bianco e nero diffidava dell’enfasi, della ridondanza ed era disdicevole la ricerca del momento wow; e poi perché la secolarizzazione, sebbene già partita, consigliava di non coinvolgere i richiami della Bibbia – l’Exodos dà il nome al secondo libro del Pentateuco: “Proprio in quel giorno tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto…” – nella quotidianità stagionale. E tuttavia, pur con il rispetto che tuttora merita il sacro, ci si prende il lusso di osservare che il gran movimento di mezzi e uomini, talvolta come si è visto anche di animali, lasciava intravedere lo svolgimento di un rito collettivo, là dove l’affaticata destinazione, ovvero la sede della villeggiatura, corrispondeva alla Terra promessa.

Erano tragitti lunghi, per certi versi inconsapevolmente iniziatici (wow!). Pesanti valigie rafforzavano l’intensità della prova. Alcune di esse erano assicurate al tettuccio dell’auto dapprima con serrande di finestre o corde marinare, poi con ragni elastici di incerta tenuta e pericolosissimo rimbalzo. Ne veniva fuori un’opera di sorprendente architettura semi-aerea entro cui trovavano sistemazione materassi, brandine, biciclette.

L’abitacolo era per lo più incandescente, in tutti i sensi. Il guidatore, sovente in canotta e con il gomito piegato che sporgeva dal finestrino, avvertiva l’irreprensibile e a tratti eroica responsabilità del comando. No aria condizionata, no carri attrezzi. Durante le lunghe file sulle vie consolari, come in un sogno torna in mente un omone che schiacciava noci azionando la manovella del vetro.

Sfrecciare accanto alle stazioni di servizio

Sui sedili di dietro, i bambini reclamavano a gran voce o con interminabili lagne una sosta a quelle stazioni di servizio che elargivano astuti omaggi ai figli per fidelizzare i genitori. Ma più spesso, sconvolti dalla noia, litigavano e passavano a vie di fatto. Ogni pretesto era buono, ognuno ha i suoi ricordi, l’estensore di queste superflue note, coinvolto in una zuffa per il possesso di uno di quei bersagli per freccette che allietano i pub britannici, riuscì a sventare una sberla alla cieca, col risultato che un dardo s’infilzò profondamente nel morbido tessuto – “eminenza ipotenar”, il grazioso nome anatomico – fra il dorso e il palmo della mano materna, con conseguente deviazione verso un ospedale nell’Umbria verde e profonda.

Lungo la strada, tra una pietra miliare e l’altra, comparivano poliziotti in moto, venditori di frutta, piazzisti di taralli, gente che vomitava o faceva la pipì, anche in modi piuttosto fantasiosi, e altre automobili ferme, ma con il cofano aperto, fumigante, e l’intera famiglia attorno, i maschi a testa alta e con le mani ai fianchi, le femmine trepide, ma accorte, in attesa del sospirato raffreddamento. Anche loro in ogni caso ce l’avrebbero fatta, ad arrivare. Forse qualcuno, di misteriosa e forse angelica provenienza, si sarebbe fermato a chiedere se serviva una mano. Tutto questo si ricorda con tenerezza perché a quei tempi gli italiani avevano fame di futuro – e chissà quale diavolo gli ha fatto poi venire nausea e acidità di stomaco.


Ceuta, vecchi vizi europei e colonialismo affarista


(di Pino Arlacchi – ilfattoquotidiano.it) – Il Mediterraneo custodisce tre relitti dell’epoca coloniale che nessuno vuole chiamare col loro nome: Gibilterra, Ceuta e Melilla. Tre anomalie che la retorica europea sui “valori” e sul “diritto internazionale” preferisce non vedere, ma che la crisi migratoria esplosa in questi giorni a Ceuta ha riportato brutalmente sotto i riflettori.

Gibilterra è territorio spagnolo ceduto alla Gran Bretagna col Trattato di Utrecht del 1713, bottino della Guerra di successione spagnola. Londra si rifiuta da tre secoli di restituirla, benché l’Onu l’abbia iscritta fin dal 1946 nella lista dei territori non autonomi da decolonizzare. Ceuta e Melilla sono enclave spagnole in territorio marocchino: Melilla fu occupata dalla Corona di Castiglia nel 1497, cinque anni dopo la caduta di Granada; Ceuta, conquistata dai portoghesi nel 1415, passò alla Spagna con l’unione iberica e fu riconosciuta come preda spagnola dal Trattato di Lisbona del 1668. Madrid si rifiuta di cederle entrambe a Rabat con un argomento curioso: quando quei territori furono presi, lo Stato marocchino moderno non esisteva. Argomento fragile – un sultanato marocchino esisteva eccome, e resisteva pure – ma soprattutto argomento a doppio taglio: è esattamente il principio negato dalla Spagna e rivendicato contro Londra quando Madrid reclama Gibilterra. Madrid invoca la decolonizzazione sul lato europeo dello Stretto e la respinge dall’altro lato, sul Rif marocchino, a poche miglia di distanza. Londra fa l’inverso. L’ipocrisia è perfettamente simmetrica.

Il Marocco avrebbe dunque ragione da vendere, se non fosse stato contagiato a sua volta dal virus coloniale europeo. Rabat rivendica Ceuta e Melilla in nome dell’integrità territoriale, ma ha invaso e occupato dal novembre 1975 il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola che l’Onu considera dal 1963 territorio da decolonizzare: l’ultima colonia d’Africa. Il Marocco la difende ferocemente contro la lotta indipendentista del Fronte Polisario, in spregio al diritto all’autodeterminazione sancito dalle Nazioni Unite e alle sentenze della Corte di giustizia europea, che nell’ottobre 2024 ha annullato gli accordi Ue-Marocco estesi alle risorse saharawi.

E l’Occidente, che pretende di dare lezioni di legalità internazionale al mondo intero, ha finito col premiare l’occupante: il riconoscimento americano del 2020, barattato con la normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele, ha aperto la strada a Spagna, Francia e Gran Bretagna, fino alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ottobre 2025 che ha di fatto archiviato il referendum promesso ai saharawi da trent’anni. Il diritto dei popoli, ancora una volta, sacrificato sull’altare degli affari e della geopolitica.

Se esistesse ancora una vera Onu e non l’ectoplasma attuale, ostaggio dei veti e delle potenze, questa sarebbe la materia di una conferenza internazionale capace di risolvere in modo relativamente agevole tutti i casi citati in nome ai principi dell’autodeterminazione e dell’integrità territoriale: restituzione negoziata delle enclave, garanzie per le popolazioni, referendum veri sotto controllo internazionale, dal Rif al Sahara allo Stretto di Gibilterra. L’ho visto da vicino negli anni al Palazzo di Vetro: la macchina delle Nazioni Unite sa produrre risultati quando le grandi potenze gliene lasciano lo spazio.

Nessuno è senza peccato e nessuno può scagliare la prima pietra. Ma proprio per questo qualcuno deve pur cominciare. E la Spagna governata dai socialisti, che della memoria storica ha fatto una bandiera in casa propria, avrebbe l’occasione per fare il primo passo verso la liquidazione delle scorie coloniali nel Mediterraneo, aprendo su Ceuta e Melilla il negoziato che pretende da Londra su Gibilterra. E invece l’Europa peggiore risponde nell’unico modo che conosce: strillando contro l’invasione dei barbari africani. Capofila, ancora una volta, l’Italia, che davanti alle decine di migliaia di disperati entrati a nuoto a Ceuta (e subito tornati indietro) ha sospeso il Trattato di Schengen con la Spagna, chiudendo frontiere marittime e aeree verso un Paese amico e alleato. Madrid ha convocato l’ambasciatore italiano.

Il Viminale ha ammesso che i controlli saranno “a campione”, cioè inesistenti. Politica dello spettacolo allo stato puro. Nessun effetto pratico, massimo effetto propagandistico. Si accusa la Spagna di debolezza verso il nemico alle porte, come se un ragazzo marocchino che nuota verso l’Europa fosse un esercito, e si tace sulla causa prima di tutto: un ordine post-coloniale mai davvero liquidato, che produce frontiere assurde; e frontiere assurde che producono tragedie (quattromila morti in vent’anni solo lungo quei reticolati).

Le colonie del Mediterraneo non sono un residuo pittoresco della storia. Sono la prova vivente che l’Occidente non ha mai fatto i conti con il proprio passato, e che preferisce militarizzare le conseguenze piuttosto che rimuovere le cause. Finché sarà così, Ceuta continuerà a riempirsi di corpi e l’Europa di muri.


Israele, Arabia, Usa, Cina, Russia e pure Egitto: i mille affari di Renzi tra regimi e Stati “nemici”


La presenza in jp Morgan, scoperta dal “Fatto” ultima di una lunga lista

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Israele, Russia, Stati Uniti, Arabia Saudita, Cina, Egitto: la geopolitica degli affari di Matteo Renzi va che è una meraviglia. Non c’è tensione internazionale che tenga. L’ex premier accumula incarichi o si presta per conferenze in ogni parte del mondo intersecando regimi e democrazie, alleati e nemici, committenti di Stato e magnati privati.

Ieri il Fatto ha rivelato l’ultimo pezzo della collezione, ovvero il posto (a titolo gratuito) nell’International Council di Jp Morgan, colosso americano della finanza. È l’occasione per un riepilogo, con annesso giro del mondo.

Lo scorso anno Renzi era entrato nel board di Enlivex, società israeliana che anche grazie a lui voleva raccogliere fondi per investire nel mondo delle criptovalute. Obiettivo raggiunto, e dopo pochi mesi Renzi si è dimesso. Ben noti invece gli impegni sauditi. Renzi fa parte del board of trustees del FII Institute, fondazione nata per volontà della famiglia reale di bin Salman che gli garantisce fino a 80 mila dollari lordi l’anno. Sempre in Arabia, è anche coinvolto nella Royal Comission for AlUla, che segue il grande piano di investimento per l’antica città saudita. Secondo una segnalazione della Banca d’Italia, nel 2021 l’ente di AlUla garantì a Renzi 570 mila euro.

Per restare in Medio Oriente, nel 2023 Renzi diventa professore della sede di Abu Dhabi della New York University, dopo che qualche anno prima aveva lavorato per la Stanford University. Il titolo del corso negli Emirati è ambizioso: “Dal Rinascimento all’intelligenza artificiale: città, innovazione e costruzione del futuro”.

Spicca la varietà degli interessi. Prima dell’invasione russa in Ucraina, Renzi entra nel board di Delimobil, azienda di noleggio auto che opera in Russia. Se ne va allo scoppio della guerra. A Zurigo invece è advisor di Lakestar, gigante del venture capital e degli investimenti. A Malta lo ha arruolato la Foundation for Social Services, un’ente pubblico che si occupa di assistenza sociale. Nacque un caso politico quando le opposizioni locali chiesero al governo quanto fosse costato assicurarsi una serata di Renzi. Risposta: 20 mila euro.

A un certo punto negli ultimi anni Renzi si è aperto anche alla Cina con una serie di conferenze. Nel 2023, mentre il governo si preparava a uscire dalla Via della Seta, Renzi creava ponti (per il suo portafoglio): il 28 agosto all’International Congress for Healt Development, sulla salute; l’11 settembre l’altrettanto imperdibile China Internazional Intelligent Communication Forum e infine l’International Textile Manufactures Federation Conference per parlare di moda. Un triplete esotico cui in tempi più recenti, a maggio 2026, si è aggiunta una surreale crociera nel Canale di Suez organizzata dal World Travel and Tourism Council in collaborazione col governo egiziano. Un evento sul turismo, insomma, “col supporto” di al-Sisi e dei suoi ministri, ben lieti dello spot. Oggi poi il senatore ha un altro passe-partout: per conto del Tony Blair Institute, di cui è senior advisor, partecipa a eventi e incontri un po’ ovunque, da Londra a Parigi. Professione: senatore semplice.


Quando l’Europa ha una sola voce


(di Michele Serra – repubblica.it) – L’Europa dice di no. E l’Europa è troppo forte economicamente e unita politicamente perché la sua opinione non abbia la meglio. Sembra il sogno politico del più incallito e illuso degli europeisti, invece è su per giù quello che è accaduto nel calcio.

L’Uefa, che riunisce le federazioni del vecchio continente, ha detto di no all’incredibile progetto di privatizzazione dei Campionati del Mondo del famigerato Infantino, capo della Fifa e yes man di Trump, quello che ha cancellato la squalifica di un calciatore degli Usa per far piacere al boss.

Dopo quell’episodio, mai visto prima sotto il cielo, ci si è detti: ma allora non c’è più limite, non c’è argine, non c’è vergogna, questi qui se vogliono fare una cosa la fanno. Solo che Infantino non ha trovato nella Uefa i suoi infantini, pronti a obbedir tacendo. E ha dovuto fare un passo indietro.

Si può fare, dunque. Se si ha il potere economico e il peso sportivo delle federazioni europee (che hanno vinto più della metà dei Mondiali, e sette edizioni delle ultime dieci) si possono cambiare i rapporti di forza internazionali. E che questa opposizione vittoriosa possa essere di esempio anche al di fuori del piccolo mondo, ma neanche tanto piccolo, del calcio, è una illusione che è lecito coltivare: l’unità effettiva dei paesi e dei popoli europei avrebbe un peso politico fino a qui inimmaginabile.

Esattamente per questo gli amici europei di Trump e di Putin (spesso le due aree sono coincidenti) si battono contro l’unità europea. A volte la politica è più semplice di quello che sembra.


Le bugie su Ceuta e il collasso demografico


Proviamo a mettere i piedi per terra e la questione migratoria in prospettiva. A partire da qualche dato

Ceuta, 1 agosto: un migrante mostra il passaporto mentre lo scortano verso il Marocco

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Una legge non scritta quindi cogente stabilisce che di tutto in Italia si discute fuorché di ciò che conta. Un codicillo ancora più stringente implica che la discussione non avvenga nel merito, su dati di realtà, ma a partire da verità precostituite. Ideologie che ci spingono a non occuparci del nostro paese e del mondo perché non c’è niente da capire. Niente da fare. Restiamo in attesa dell’apocalissi prossima ventura. Inerti spettatori del già scritto.

Il caso Ceuta ci pare esemplare. Non entriamo nelle sue origini geopolitiche, legate alle tensioni fra Spagna e Marocco e all’offensiva trumpiana contro il governo Sánchez, unico fra gli europei a schierarsi senza se e senza ma contro la guerra israelo-americana all’Iran.

Ceuta, 31 luglio

Ci interessa qui la reazione italiana. Meloni considera il dramma di Ceuta minaccia diretta alla nostra sicurezza. Quindi decreta la sospensione degli accordi Schengen con la Spagna, quasi quei migranti stiano per puntare lo Stivale. E trascura il dettaglio “tecnico” per cui Schengen non si applica a Ceuta e Melilla, le due exclave spagnole in terra d’Africa che Rabat rivendica proprie. Buon esempio di come nella stenografia della comunicazione “politica” (qui d’obbligo le virgolette) si butta tutto in caciara.

Nel frattempo, osserviamo che i potenziali invasori rimangono in Africa: un’esigua minoranza a Ceuta, la stragrande maggioranza, respinta, è di nuovo in Marocco. Quanto alle vittime, restano ai margini della caciara perché è normale ve ne siano.

L’evento è classificato dal governo e dalla maggioranza dell’opinione “comunicata” quale sintomo d’invasione aliena del nostro territorio. Se non ci barrichiamo finiremo provincia del futuro impero afro-islamico. Il tutto in nome di presunti valori euro-cattolici (se il Papa ne ha idea diversa vorrà dire che è eretico). Retorica destinata a diffondere la paura dell’identità minacciata. Eppure la storia insegna che la “difesa della razza” prelude al collasso della nazione.

Proviamo a mettere i piedi per terra e la questione migratoria in prospettiva. A partire da qualche dato. Gli italiani sono 58,9 milioni, in declino da oltre un decennio. Secondo la previsione Eurostat, nel 2.100 saranno 44,7 milioni (-24,7%). Se ci arroccassimo nello Stivale per impedire l’afflusso di stranieri — ma come, sparando? — a fine secolo gli italiani sarebbero 26,8 milioni (-54,5%). Incrociamo queste cifre con un altro fattore decisivo, l’età mediana. Attualmente la metà degli italiani ha più di 49 anni. Fra poco la maggioranza di noi avrà varcato la soglia del mezzo secolo. Su questa base demografica e biologica l’Italia si spegne. E anche in fretta. Al meglio, finiamo in emergenza permanente.

In un paese normale questa realtà e i suoi sviluppi sarebbero l’alfa e l’omega del dibattito pubblico. Il fatto che non lo siano certifica la morte cerebrale della nostra politica. Per resuscitarla servirà una rivoluzione culturale. Da dove ricominciare? Dalla realtà, che non è destino ma orizzonte condizionato e condizionante, sul quale possiamo agire. Dobbiamo farlo, se la democrazia ha ancora senso.

Il politico che si crede scaltro obietta: sappiamo quel che bisognerebbe fare, ma se lo facessimo non saremmo rieletti. Su questa linea c’è quasi unanimità, da destra a sinistra. Chiamiamola malattia professionale. Altrimenti non si spiegherebbe perché questa sinistra che denuncia la xenofobia della destra quando al governo non abbia proposto una nuova legge sui flussi migratori. Tale da consentire di entrare in Italia senza rischiare la vita, per vie regolari e secondo quote determinate, a chi voglia e possa. Nel rispetto della Costituzione e del nostro stile di vita (finché è rispettabile).

Possibile che un paese consapevole di sé possa basare la sua politica migratoria sulla Bossi-Fini, risalente al 2002? L’Italia ha bisogno di chiudere le porte o di aprirle in modo civile e regolato? In metafora: se in casa ci manca l’aria ne sigilliamo ogni spiffero col silicone? E lo chiamano patriottismo. Chiusa la triste manipolazione su Ceuta, forse potremmo utilmente aprire una discussione senza preconcetti su come evitare il collasso demo-biologico annunciato. Non c’è Italia senza italiani. Nati o integrati.


Pd-M5S-Avs pensino alle primarie


/estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Come certi studenti in debito scolastico che in vacanza non aprono libro, Pd, 5Stelle e Avs affrontano svogliatamente (almeno così sembra) il problema delle primarie sperando, chissà, che si risolva da solo. Con la differenza che in politica non c’è riparazione che tenga quando sbagli la mossa decisiva. Sarebbe piuttosto il caso che Schlein, Conte, Bonelli & Fratoianni approfittassero delle ferie estive per non farsi trovare impreparati nel caso, ipotesi non irrealistica, il carrozzone del centrodestra continuasse a perdere pezzi, e Giorgia Meloni volesse anticipare la sfida elettorale delle Politiche. Non senza aver prima conquistato al suo governo il record nazionale di longevità, solennemente festeggiato il prossimo 4 settembre a Bari. Dopodiché, con la premier medagliata, tutto è possibile anche se Sergio Mattarella potrebbe non essere affatto d’accordo nel concludere la legislatura con quasi un anno di anticipo, ma è inutile fare congetture in proposito. Torniamo alle primarie che, ormai, nelle casematte dell’opposizione vengono date quasi per sicure. Con il favore esplicito di Conte, convinto di essere il favorito potendo far valere tra gli elettori di centrosinistra la duplice esperienza vissuta a Palazzo Chigi. Come dire: io lo so già come si fa il presidente del Consiglio e non mi occorre alcuna scuola guida. Quanto a Elly, compenserebbe l’oggettiva inesperienza come capo dell’esecutivo partendo da un indubbio vantaggio: infatti, dai sondaggisti il peso elettorale del Pd è valutato quasi il doppio di quello del Movimento. […] Ai nastri di partenza potrebbero esserci altri competitor (dalla coppia di Avs, alla outsider Silvia Salis) anche se il problema centrale restano le regole di ingaggio, affinché il cosiddetto bagno di democrazia non si trasformi in un bagno di sangue. La speranza è che, quanto prima, i leader coinvolti fissino alcune fondamentali norme comportamentali. Per esempio, in che misura sarà possibile non trasformare il confronto tra i programmi in attacchi personali? Basterà affidarsi al garbo dei contendenti? E tutto ciò che ruota intorno a essi, come sarà possibile evitare che debordi con modalità spiacevoli? Il terreno più scivoloso diventerà l’auspicato confronto tra i programmi. […] A partire dalla necessità di continuare ad armare Kiev, sostenuta dal Pd contrariamente ai 5Stelle convinti che l’Europa, e dunque l’Italia, non possano continuare a svenarsi per una guerra che si considera già persa. Contrasto già emerso con toni accesi sulla piazza di Napoli, dove i cari leader volevano mostrarsi tutti insieme appassionatamente, ma che non sembra abbia giovato alla compattezza della costruenda coalizione. Altro, non piccolo, problema: come evitare che il confronto, inevitabilmente a viso aperto, non fornisca quotidianamente munizioni alla propaganda mediatica della destra, tesa a dimostrare agli italiani che il centrosinistra è soltanto una sommatoria di numeri, priva di coesione politica e dunque inadatta a governare? Non è credibile che chi dice di voler vincere le elezioni rimandi la soluzione del problema: primarie sì, ma come evitare i possibili effetti boomerang? Per cortesia, fateci sapere presto.


Paflagona e i salsicciai


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Nel suo strepitoso libro Ma come parli?! (Paperfirst), Daniela Ranieri usa I cavalieri di Aristofane per descrivere la corsa al peggio che s’è innescata fra Meloni, Salvini, Tajani e Vannacci. “Due servi rivelano al padrone, il signor Demo (il popolo, ndr), che un terzo servo, Paflagone, lo inganna raccontandogli frottole e incutendogli paure infondate per soggiogarlo; un oracolo peraltro ha annunciato che Paflagone verrà sostituito da uno peggiore di lui: il salsicciaio. Paflagone e il salsicciaio si scontrano nell’assemblea del popolo a colpi di urla, insulti, smargiassate, ricette culinarie, mentre il coro dei cavalieri sostiene il salsicciaio contro Paflagone, appoggiato dal popolino (è una specie di talk show). Vincerà il salsicciaio invocando, come fossero divinità, “Imposture, Imbrogli, Astuzie, Stupidità, Furfanterie e Piazza” perché gli diano “coraggio, lingua pronta e voce sfacciata”, e Paflagone piagnucolerà di essere stato battuto con le sue stesse armi: volgarità e mancanza di ritegno”.

[…]

E Aristofane non aveva visto i nostri eroi nella loro ultima truffa: la sospensione degli accordi di Schengen per chiudere le frontiere marittime e aeree con la Spagna per i 50 mila marocchini giunti a nuoto a Ceuta, enclave spagnola in Marocco. Come se non fossero stati rispediti indietro in 48 ore, prima che uno solo riuscisse ad attraversare il Mediterraneo e ad approdare nella Spagna continentale (Madrid applica un doppio filtro: uno alla frontiera col Marocco e uno – il controllo Schengen – alla partenza verso la penisola, per evitare che anche un solo irregolare entri in area Schengen). È come se potessero arrivare da Ceuta a nuoto o in aereo. La mafia scafista e forse qualche autorità di Rabat li hanno illusi che chi arriva a Ceuta ha diritto di essere regolarizzato in Spagna grazie a una nuova sentenza della Corte Suprema. Ma è una balla: la regolarizzazione può averla solo chi risiede in Spagna per almeno 5 mesi e da prima dell’1.1.2026. Quindi nessun pericolo di nuovi irregolari in Spagna, tanto meno in Italia o nel resto d’Europa. E nessun bisogno di sospendere Schengen, fra l’altro per finta: i “nuovi” controlli annunciati dai Melones alle frontiere con la Spagna riguardano solo i cittadini extra-Ue (e come si riconoscono?), cioè sono gli stessi di prima. E se bastasse un aumento di sbarchi in un Paese Ue per sigillargli le frontiere, l’Europa avrebbe dovuto farlo decine di volte con l’Italia del governo Meloni, che ha collezionato record mai visti di clandestini (+55% rispetto alla Spagna) e di mancati rimpatri (-29,6%) e agita lo spauracchio iberico per nascondere i nostri sbarchi, quelli sì incontrastati. Ma nessuno s’è mai sognato di farlo né di pensarlo, sennò sai gli strilli di Giorgia Paflagona e dei salsicciai. […]


La diplomazia del bluff


(Elena Basile – lafionda.org) – La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.

Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.

“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra. Uno scontro è in corso come nel Medioevo e bisogna schierarsi. Non è questa la diplomazia che ho studiato e ai cui principi mi attengo. La cooperazione e la mediazione con gli altri, per quanto diversi o nemici possano essere percepiti, sono nel nostro interesse nazionale e proteggono i beni comuni dell’umanità: stabilità e pace.

Gli americani hanno ripreso ad attaccare l’Iran senza avere chiari scopi strategici, se non quello, con una guerra prolungata e alternata a tregue, di indebolire l’Iran, alleato importante di Russia e Cina. Teheran resiste perché culturalmente la popolazione ha una familiarità con il dolore e la sopportazione della pena che non ha uguali in Occidente. Dopo 46 anni di sanzioni occidentali e la guerra con l’Iraq (1980/88), gli iraniani sono abituati al sacrificio. Sono inoltre una società avanzata: la classe dirigente, accademica, scientifica e politica non ha paragoni per competenza e preparazione con la nostra. Hanno una difesa missilistica potente e riescono a fabbricare nuovi missili durante il conflitto. Il controllo dei flussi energetici, che implica conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale, fornisce all’Iran e agli Houthi una deterrenza significativa.

Il presidente Trump gioca con l’economia riuscendo, nell’altalena di attacchi e tregue, a realizzare profitti per il suo clan. In vista delle elezioni di novembre insegue i suoi fidati alleati della lobby di Israele, che gli hanno permesso di occupare il ruolo che detiene. Nel lungo periodo si augura di sfiancare l’avversario e di accontentare il potere bancario, pronto a prestiti eccezionali alle compagnie petrolifere in grado di impossessarsi delle materie prime del Paese sciita e di realizzare progetti energetici forieri di interessi vitali al sistema finanziario occidentale. Deve tuttavia restare cauto, in quanto gli alleati arabi stanno subendo le rappresaglie iraniane. L’intero sistema, basato sulla protezione militare di Washington e sull’investimento dei proventi petroliferi in dollari, ha mostrato la sua fragilità.

Si tratta di un gioco rischioso che, se andasse male, potrebbe mettere in crisi il sistema bancario internazionale. Il mercato occidentale, come nota l’analista Alex Krainer, ha perso le sue regole e la sua integrità. La crisi petrolifera, che è evidente persino nelle code alle pompe di benzina in Nord America, ha prodotto un paradossale abbassamento dei prezzi petroliferi. Secondo Krainer, il mercato è manipolato da interferenze esterne che alimentano la bolla speculativa e rendono probabile una crisi finanziaria.

Questo MOU (Memorandum of Understanding — un protocollo d’intesa d’indirizzo politico, formalmente non vincolante ma usato per tracciare linee d’accordo diplomatiche) purtroppo ha costituito uno dei tanti bluff a cui l’incompetente quanto malefica classe dirigente statunitense ci ha abituato. Si trattava di una capitolazione, di un riconoscimento sostanziale della vittoria iraniana. L’impero non accetta le sconfitte e trucca la realtà, riversando i danni e i rischi sui propri alleati. L’Europa, di fronte al Medio Oriente in fiamme, resta inerme: nessuna iniziativa diplomatica all’orizzonte. Fa mostra di una certa riluttanza a partecipare al conflitto. L’Italia è più esposta ed è costretta, malgrado i dinieghi di facciata, a fornire basi aeree e a permettere voli essenziali dal punto di vista logistico. Il Governo Meloni si arrampica sugli specchi per non ammettere di fronte ai propri cittadini una complicità di fatto nella guerra. Può ingannare l’opinione pubblica, forse, ma non certo l’Iran.