Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Fondazione La Fenice, “annullate tutte le collaborazioni con Venezi”


‘La decisione dopo le dichiarazioni del maestro sull’orchestra’

(ansa.it) – La Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi, comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi”.

Si legge in una nota della Fondazione.
    “La decisione – si spiega – è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenice e della sua Orchestra. Tali affermazioni, non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’Orchestra”. 

Giuli: ‘Piena fiducia al sovrintendente della Fenice’

Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “prende atto della decisione di Nicola Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza, e conferma al sovrintendente de La Fenice la sua più completa fiducia”. Si legge in una nota, dopo l’annuncio del sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia di annullare tutte le collaborazioni con Beatrice Venezi. “Con l’auspicio che tale scelta possa sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni d’ogni ordine e grado; nell’interesse del Teatro e della città di Venezia”, aggiunge Giuli. 


Il ceffone di Trump ai paese europei


(dagospia.com) – L’agenda di politica estera di Donald Trump è piuttosto disordinata, negli ultimi giorni. Il pantano in cui è finito con la guerra in Iran, ha mandato in tilt il ciuffo del “Rusty Trumpone” che è sempre più insofferente, nervoso, irascibile.

Con un post sul suo social “Truth”, il presidente ha bloccato le trattative in corso a Islamabad, in Pakistan, con la delegazione di Teheran trattenendo in patria il suo inviato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner:

“Ho appena cancellato il viaggio dei miei rappresentanti a Islamabad, in Pakistan, per incontrare gli iraniani. Troppo tempo sprecato in viaggio, troppo lavoro! Oltretutto c’è un’enorme lotta intestina e confusione all’interno della loro leadership. Nessuno sa chi sia al comando, nemmeno loro. E poi noi abbiamo tutte le carte in mano, loro nessuna! Se vogliono parlare, non devono far altro che chiamare!!!”.

Trump è risentito per il mancato sostegno dei paesi europei alla sua guerra, e di Netanyahu, al regime degli Ayatollah: l’ex immobiliarista con il grilletto facile è come un bimbo viziato, scalcia, strepita e s’infuria se non ottiene quello che vuole. E proprio come un bimbo quando viene frustrato, vuole vendicarsi.

Prima, tramite il Pentagono, ha evocato la cacciata della Spagna dalla Nato (una mossa irrealizzabile, stando ai trattati, ma utile a far comprendere il livello di isteria raggiunto alla Casa bianca) e ora il tycoon sta vagliando le sue mosse per far capire ai partner occidentali “chi ha le carte”.

Il presidente degli Stati uniti potrebbe disertare il prossimo vertice del G7, che sarà organizzato dalla Francia, dal 15 al 17 giugno 2026 a Évian, al confine con la Svizzera. Un primo, chiaro, segnale di smarcamento: se voi non ci siete per me, io non ci sarò per voi.

Un approccio muscolare che potrebbe essere ribadito anche in vista dell’importantissimo vertice Nato previsto ad Ankara, in Turchia, il 7 e l’8 luglio 2026. Anche lì Trump potrebbe dare forfait. Un timore concreto che ha già spinto il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, a ipotizzare un meeting esclusivamente “tecnico”, per discutere di riarmo e collaborazione industriale, evitando ogni conclusione politica.

A questa ostilità conclamata verso la Nato, s’aggiunge l’intransigenza ad minchiam dello svalvolato segretario della difesa degli Stati uniti, Pete Hegseth, che spinge per rendere i vertici dell’Alleanza atlantica a cadenza biennale e non annuale: un ulteriore sganciamento dai partner.

Non solo. Il ceffone finale, e fragoroso, ai riottosi paesi europei Trump conta di darlo al G20 previsto a Miami il 14 e 15 dicembre 2026: al vertice vuole invitare Vladimir Putin. Una presenza che sarebbe clamorosa e deflagrante per l’asse euro-atlantico: ritrovarsi al tavolo dei grandi il “nemico” Putin, su cui pende un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra in Ucraina, a un consesso negli Stati uniti (non in Sudafrica o in Brasile), e in presenza di tutti gli altri leader europei, sarebbe lo sputo nell’occhio definitivo.

In questo bailamme di strategie, appuntamenti reali o virtuali, dispetti e sgambetti, torna in bilico la presenza di Trump all’incontro, già annunciato, con Xi Jinping il 14 e 15 maggio a Pechino.

Ps: mentre quel rincojonito di Trump sogna di portare a Miami per il G20 il suo adorato Putin, il presidente russo è in assiduo contatto con i vertici del regime iraniano, che è in guerra con gli Stati uniti.

L’amico del mio nemico non dovrebbe essere mio amico, consiglierebbe il buon senso.

Solo nel cervello lacero-confuso di Trump, invece, puo’ avvenire l’assurdo rimescolamento di ruoli: si spupazza Putin che foraggia e assiste i suoi nemici iraniani. Bel cojone.

La liaison tra Mosca e Teheran non si è mai interrotta e infatti il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, nelle interlocuzioni con il suo omologo russo Lavrov, sta tentando di organizzare un faccia a faccia proprio con Putin…


L’America di Trump è una pentola a pressione


(ANSA) – Dagli attentati a Donald Trump, prima a Butler poi a West Palm Beach, passando per l’uccisione di Charlie Kirk fino ad arrivare agli spari alla cena dei Corrispondenti della Casa Bianca. La scia di sangue dell’America violenta non si ferma.

 L’incidente all’Hotel Hilton di Washington che poteva trasformarsi un una strage e dove e’ rimasto ferito un agente del Secret Sevice è solo l’ultimo di una lunga scia di sangue. Nel luglio del 2024 Trump venne colpito mentre era sul palco di un comizio a Butler, in Pennsylvania. Il presidnete scampo’ miracolosamente all’attentato.

 Qualche mese dopo, in settembre, un nuovo tentato assassinio sempre nei confronti di Donald Trump, questa volta al suo club di golf a West Palm Beach: il presidente era fra la quinta e la sesta buca quando un agente del Secret Service che lo precedeva individuo’ la canna di un fucile che sbucava dalla recinzione ed intervenne aprendo il fuoco e mettendo in fuga l’uomo armato che venne poi catturato.

Nel febbraio del 2026, poi, un uomo riusci’ ad introdursi a Mar-a-Lago in piena notte con un fucile e una tanica di benzina. Il Secret Service con l’aiuto della polizia di Palm Beach lo affronto’ e, di fronte alla sua resistenza e al suo rifiuto di deporre le armi, gli sparo’ uccidendolo. Il presidente comunque non era in quel momento in quella che viene chiamata la sua Casa Bianca d’inverno.

Nel settembre 2025 è stato invece ucciso Charlie Kirk, l’attivista di destra alleato di Donald Trump e star del movimento Maga. Con un colpo di arma da fuoco sparato da decine di metri di distanza, Kirk è stato freddato mentre parlava agli studenti del campus della Utah Valley University. Una morte che ha scioccato l’America e che alla cena dei Corrispondenti della Casa Bianca la moglie Erika Kirk ha rivissuto. La vedova era infatti presente alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca e, dopo gli spari e l’evacuazione del presidente, è stata vista in lacrime mentre diceva di voler andare via.


Tutti i motivi dietro allo stallo delle negoziazioni tra Iran e Usa


La linea inflessibile dei Pasdaran e il no di Trump: colloqui rinviati. I missili e il nucleare, le sanzioni e il blocco navale, il regime spaccato su tutto. Ma anche Israele

La linea inflessibile dei Pasdaran e il no di Trump: colloqui rinviati

(Alessia Melcangi – lastampa.it) – Dopo il mancato incontro della scorsa settimana e l’estensione della tregua trumpiana sine die(ma senza esagerare), a passi lenti e incerti sembra avvicinarsi la tanto attesa trattativa di pace tra la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti.

Nel frattempo, il rischio di un riaccendersi del conflitto torna puntuale a occupare lo spazio lasciato vuoto dalla diplomazia.

Il crinale su cui tutti gli attori sembrano ballare è sempre lo stesso: sottilissimo. Ma più che una linea di equilibrio, assomiglia sempre di più a un esercizio di funambolismo senza rete. Linee rosse, leve strategiche, fratture interne: ogni elemento che dovrebbe rendere possibile il negoziato finisce per restringerlo. Sul tavolo restano le stesse carte di sempre: nuclearesanzionisicurezza regionale. Ma è il tavolo stesso, intanto, a spostarsi continuamente: da Teheran a Islamabad, da Hormuz a Beirut. La guerra ha cambiato i pesi, ha ridefinito le priorità, ha trasformato strumenti tecnici in armi negoziali. Oggi non si tratta più di capire cosa si può ottenere. Si tratta di capire cosa si può perdere. Il nodo nucleare resta il cuore del negoziato. Washington chiede zero arricchimento e lo smantellamento completo del programmaTeheran richiama l’Articolo IV del Trattato di Non Proliferazione (Tnp, a cui aderisce dal 1970) e rivendica il diritto all’uso civile dell’energia nucleare. Il divario è netto: gli Stati Uniti propongono uno stop di vent’anni, l’Iran lo riduce drasticamente.

Ma il punto non è solo il calendario. È il contesto. Israele è generalmente ritenuto in possesso di un arsenale nucleare, pur mantenendo una politica di opacità e restando fuori dal Tnp. L’analista Jeffrey Lewis, esperto di non proliferazione al Middlebury Institute, l’ha definita implausible deniability: un’ambiguità formalmente sostenuta ma difficilmente credibile. Per Teheran, il problema non è tecnico. È politico. Accettare limitazioni profonde in un contesto percepito come asimmetrico sarebbe difficilmente sostenibile sul piano interno. È qui che il negoziato si blocca.

Se il nucleare è il nodo storico, lo Stretto di Hormuz è la vera novità strategica. La sua chiusura dopo l’escalation militare ha trasformato una vulnerabilità geografica in una leva negoziale. Attraverso quello stretto passa una quota decisiva del petrolio e del gas globale. Bloccarlo – o controllarne selettivamente l’accesso – significa incidere direttamente sull’economia mondiale. Teheran ha già cominciato a usarlo in modo politico: aperture mirate, corridoi privilegiati, autorizzazioni differenziate. Non è un embargo totale. È un controllo calibrato. E soprattutto è un “regalo” – in larga parte effetto della guerra – il cui peso cresce nel tempo. Più lo stretto resta instabile, più aumenta il valore negoziale dell’Iran. La questione, quindi, non è più soltanto la necessaria riapertura ma accettare che Teheran, ormai, non rinuncerà più a questo asset strategico.

Se il nucleare è oggetto di trattativa, il programma missilistico non lo è. Per Teheran rappresenta l’ultima garanzia di sicurezza dopo gli attacchi subiti alle proprie infrastrutture strategiche. Rinunciarvi significherebbe esporsi completamente. Non a caso, il tema è progressivamente scomparso dall’agenda negoziale. Un silenzio che segnala un limite riconosciuto: ci sono linee che non possono essere attraversate.

A conti fatti, dunque, cosa può offrire davvero la Repubblica islamica per raggiungere un accordo? La piattaforma negoziale iraniana dovrebbe non cambiare nella sostanza: revoca delle sanzionisblocco dei beni congelatigaranzie giuridiche sulla tenuta di un eventuale accordo, fine delle ostilità. Sul piano operativo: un arricchimento limitato e monitorato, una gestione controllata dell’uranio ad alto livello, una riapertura negoziata di Hormuz. I due nodi non negoziabili restano il controllo dello stretto e il diritto all’arricchimento. Tutto il resto diventa moneta di scambio.

In questo quadro, tuttavia, il negoziato non si gioca solo tra Washington e Teheran. Israele rappresenta una variabile autonoma, capace di alterare costantemente il contesto. Operazioni militari, dichiarazioni politiche e pressione sul fronte libanese restringono lo spazio di manovra iraniano. Più aumenta la tensione regionale, più si rafforzano i settori più radicali del sistema. E più il compromesso diventa difficile.

E qui rientra l’altra variabile, tutta interna all’Iran. Il sistema decisionale appare frammentato, le catene di comando indebolite. Chi oggi tratta e tenta aperture si trova esposto al fuoco incrociato delle nuove linee dei Pasdaran: duri, puri, inamovibili nella loro avversione agli Stati Uniti. Le dinamiche interne possono ancora cambiare tutto. O far saltare tutto.

E allora gli incontri si annunciano, si rinviano, si negano. Il negoziato aleggia nell’aria. Ma non si realizza. Nel frattempo, il tempo lavora. Stringe gli spazi, sposta gli equilibri, consuma la fune. I funamboli restano in piedi. Ma sempre più vicini alla caduta.


Chi spegne la luce dell’Illuminismo


Tra tecnocrati, transumanisti e accelerazionisti: perché il racconto del declino serve a costruire un nuovo Medioevo tecnologico.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Nel mio scorso pezzo, che potete leggere qui, I romantici della Silicon Valley avevo delineato – in maniera volutamente semplificata – quei movimenti di pensiero che, mutatis mutandis, ritornano sempre nella Storia. Da una parte i cultori del razionalismo, dall’altra i fan del romanticismo. O, se si preferisce, da un lato i misuratori, gli ingegneri della realtà, dall’altro i sognatori, i ricercatori dell’infinito.

Uno scontro che si ripete in ogni epoca, cambiando soltanto strumenti e scenografie: illuministi contro romantici, calcolatori contro visionari.

E mentre celebravo la gloria di chi, grazie alla Ragione, ha costruito un percorso di progresso e di evoluzione umana, ho anche messo in guardia da una deriva più recente: quella degli architetti oscuri della tecnocrazia, che spingono verso un uso della macchina come fossero dei novelli dottor Frankenstein, convinti ormai che l’uomo sia obsoleto, non più affidabile.

È qui che entrano in scena i teorici del transumanesimo: coloro che non solo immaginano un’evoluzione della specie mediata dall’intelligenza artificiale, ma che danno ormai per scontato che l’uomo verrà sostituito, quasi integralmente, da essa.

A questo si collega l’accelerazionismo, un approccio filosofico che scommette sul “tanto peggio, tanto meglio”. Nella sua variante di destra – quella che fa capo a figure come Nick Land o Curtis Yarvin – l’idea alla base di questi teorici reazionari è di intensificare le contraddizioni del capitalismo, spingere al massimo la tecnologia fino a provocare il crollo dell’ordine sociale e politico esistente. È esattamente quello che riporta il saggio The Dark Enlightenment, (2013)testo molto seguito dalla generazione di tecnocrati formatisi nella Silicon Valley. Land teorizza la fine della democrazia liberale, vista come un ostacolo all’efficienza e al progresso tecnologico, e propone una visione tecno-feudale: forme di governo moderne, autoritarie, addirittura monarchiche, dove i valori liberali e democratici dell’Illuminismo vengono drasticamente ridimensionati, se non cancellati del tutto.

Tutto ciò è, in sintesi, un movimento contro i principi che hanno ispirato l’Illuminismo. Non a caso l’autore parla di “dark enlightenment”: un illuminismo rovesciato, oscuro, privato volutamente della sua luce.

Indagando questi temi, mi sono imbattuto in questi giorni in un saggio di qualche anno fa, pre COVID, di Steven PinkerIlluminismo adesso (2018). Pinker – scienziato cognitivo, psicologo evoluzionista, linguista – è noto per la sua visione ottimistica fondata sulla razionalità. Sostiene che il progresso scientifico e i valori illuministi abbiano migliorato la qualità della vita umana, riducendo la violenza e ampliando le possibilità di ciascuno.

Al di là della tesi centrale – dimostrare che, nonostante la percezione diffusa spesso pessimista, salute, prosperità, sicurezza e felicità sono aumentate proprio grazie ai valori illuministi – Pinker si pone una domanda che sembra quasi retorica: chi potrebbe essere, oggi, contro la ragione, la scienza, l’umanesimo, il progresso? Tutti valori alla base dell’Illuminismo che nessuno, in apparenza, si sognerebbe di mettere in discussione.

A chi fa gioco, allora, rispedire l’uomo nel buio del Medioevo e al suo posto assumere l’intelligenza artificiale, la macchina fredda, il calcolatore infallibile, fino alla sostituzione o all’ibridazione completa? E chi ha interesse a raccontare il buio?

Nonostante gli indicatori fondamentali dell’esistenza umana, siano migliorati grazie ai valori illuministi, Pinker sottolinea che viviamo immersi in una narrazione opposta: un mondo percepito come in declino, sempre sull’orlo del collasso.

Secondo Pinker, le forze che si oppongono all’Illuminismo non sono certo nuove: cambiano solo linguaggio e strumenti. Le categorie narrative che individua – veicolate subdolamente tramite i social – sono ricorrenti e spesso intrecciate fra loro in maniera indissolubile. Parla di un “romanticismo politico”, che tende nelle persone ad esaltare l’istinto, l’emotività, in un certo senso a prestare il fianco alla debolezza, contro l’utilizzo della ragione che, al contrario, dovrebbe invece aiutare a dissipare o a isolare le forme di paura umane. Di “reazionarismo”, un sistema di pensiero che porta a rimpiangere gerarchie, catene di comando e ordini perduti. Di “tribalismo”, concetto utile a spiegare quando all’individuo si sostituisce il branco, più forte e pertanto inattaccabile. Strumento spesso manifesto per raggiungere lo scopo è “l’autoritarismo”, quando il potere preferisce l’obbedienza al pensiero, gli automi agli esseri senzienti. Da lì il passo è breve verso il “pessimismo culturale”, quello stigma che finisce per trasformare ogni barlume di progresso in una minaccia. Il tutto viene poi sedimentato “nell’anti-scientismo”: la diffidenza del metodo e di ogni evidenza scientifica (i no-vax, qui, dovrebbero dirci qualcosa).

Sono queste le correnti narrative scagliate contro un’umanità sfiduciata, convinta ogni giorno di più che il mondo stia peggiorando, anche quando non è né conveniente né scientificamente fondato affermarlo. Un’umanità rassegnata, che – sotto i colpi di continui quotidiani bombardamenti mediatici – percepisce il futuro come una minaccia perpetua – la guerra, la bomba atomica, il collasso economico – è più facile da guidare, più facile da spaventare e, alla lunga, più facile da sostituire.

Ed è qui che il discorso torna al Dark Enlightenment citato all’inizio. Perché ciò che Pinker descrive come tendenze culturali, Nick Land e gli accelerazionisti di destra lo hanno già trasformato in un progetto politico: non correggere la modernità, ma riscriverla dopo averla rovesciata.

Per loro, la democrazia è inefficiente, l’uguaglianza è un errore, la ragione è troppo lenta, l’umanesimo è un lusso che questo mondo nuovo non si può più permettere.

La loro soluzione? Un ordine tecno-feudale, gerarchico, post-democratico, dove la macchina decide e l’uomo esegue.

In questo senso, la “cupa rassegnazione” a un mondo che risprofonda nel Medioevo – la direzione verso cui questi pensatori eversivi spingono – non è nostalgia del passato. È il terreno perfetto per costruire un futuro senza cittadini, senza democrazia, senza diritti. Tutto ciò che l’Illuminismo ha conquistato verrebbe non solo messo in discussione, ma spento alla radice. E c’è da scommettere che a molti non dispiacerà affatto.


Stefano Patuanelli: “Le primarie sono inevitabili: a unirci sarà il programma”


“Sulla legge elettorale la destra si è arenata. Il gas russo? La Spagna di Sánchez lo compra”

Stefano Patuanelli: “Le primarie sono  inevitabili: a unirci sarà il programma”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Sul 25 aprile la linea è chiara: “Come ha detto Giuseppe Conte, noi non diamo patenti di fascismo o antifascismo. Ma Giorgia Meloni dovrebbe passare dalle parole ai fatti”. Come sulle primarie: “Le ritengo inevitabili”. Così la pensa il vicepresidente dei Cinque Stelle, Stefano Patuanelli.

Nella nota sulla Liberazione Meloni scrive: “Il popolo italiano ricorda la sconfitta dell’oppressione fascista”. Un bel passo avanti, non crede?

Sono parole da interpretare in modo positivo, certo. Dopodiché dentro Fratelli d’Italia ci sono ancora persone che si sentono eredi del partito fascista. Per questo, attendo che Meloni le allontani. Deve essere conseguente a ciò che ha scritto.

[…] Il 25 aprile è divisivo, dicono ancora da destra.

Lo è solo per i fascisti e per le squadracce di CasaPound. Per tutti gli altri italiani non potrà mai esserlo.

La Brigata ebraica è stata oggetto di durissime contestazioni nella manifestazione di Milano, venendo poi esclusa dal corteo. Che ne pensa?

Il 25 aprile deve essere una festa da celebrare assieme, fatta per unire. Questo non ci fa dimenticare le colpe del governo israeliano e del criminale Netanyahu.

Veniamo al centrosinistra. Sulla Stampa Massimo D’Alema ha detto di non essere convinto della necessità delle primarie. “Non riesco a immaginarle con uno scontro aspro tra partiti, che poi devono presentarsi credibilmente assieme alle elezioni” ha spiegato.

Mi fa un po’ specie che i dubbi sulle primarie arrivino dalla parte politica che le ha sempre proposte. Certo, è perfettamente lecito che non tutti siano concordi sul farle, ma siamo in una politica dove vige anche la contrapposizione tra leader, e i progressisti devono scegliere quello che incarnerà il programma. Non vedo alternative alle primarie per farlo.

Si potrebbe fare un tavolo tra i partiti. Produrrebbe meno danni, magari.

La strada per evitare contrapposizioni forti è quella di costruire prima delle consultazioni un terreno comune, ossia un programma condiviso. Ed è per questo che il Movimento ha avviato Nova 2.0, la nostra costituente per raccogliere idee sui progetti, da portare poi al tavolo con le altre forze progressiste.

[…]

Non sarà così semplice sulla politica estera. In questi giorni Conte e Elly Schlein hanno detto cose opposte sul ricorso al gas russo.

Io allargherei un po’ lo sguardo. La settimana scorsa Schlein è stata alla convention dei Socialisti a Barcellona, e la Spagna è il Paese europeo che acquista più gas dalla Russia. Ma ciò non le impedisce di avere una visione comune con il primo ministro socialista Pedro Sánchez.

Sarà lunga, fino alle Politiche.

Noi dobbiamo parlare delle risposte da dare ai cittadini, di soluzioni. Il dibattito sulle primarie è giornalisticamente divertente, ma mi interessa poco.

E la discussione su un’eventuale discesa in campo della sindaca di Genova, Silvia Salis?

Mi interessa ancora meno.

[…] È vero che a voi del centrosinistra farebbe comodo se le destre approvassero una nuova legge elettorale, con cui scongiurare il pareggio nelle Politiche? Non vi sedete al tavolo, ma se provvedono loro….

A me sembra che il percorso verso questa legge si sia arenato nel centrodestra, dove ormai non sono d’accordo su nulla. Finora non hanno fatto neanche una riforma. E comunque, vista l’aria che tira, Meloni potrebbe preferire un pareggio rispetto a una sconfitta.

Il governo è furibondo con l’Istat per lo sforamento del 3%.

Questa vicenda conta molto poco per il Paese. Faranno di certo uno scostamento di bilancio per comprare armi, ma il punto è che questo governo non ha fallito sul tema della spesa, ma su quello della crescita. Il Paese è fermo, e si naviga a vista. Meloni e i suoi hanno sbagliato tutto.


Il rifiuto della morte dai beauty alla salute


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] La rivista 7, tornata in ottimo stato di forma, pubblica un interessante reportage da Seul, firmato da Daniela Monti. Ci informa dello straordinario aumento degli ingressi in Corea del Sud non per ragioni turistiche (in questo caso sarebbe più interessante la Corea del Nord, se ci si potesse entrare), ma per motivi legati all’estetica e soprattutto all’“invecchiamento lento”. Questo andazzo ha origini non troppo lontane, nasce con la Modernità, intesa come l’avvento del pensiero illuminista, e ha una data precisa: la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 4 luglio 1776. In realtà questa Dichiarazione postula un ragionevole diritto alla “ricerca” della felicità, ma l’edonismo straccione contemporaneo lo ha trasformato in un vero e proprio “diritto” alla felicità. Sono nati quindi diritti impossibili: oltre a quello alla felicità, quello alla salute e altri consimili. Non esiste un diritto alla felicità: nella vita di un uomo esiste un rapido lampo, sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non un suo diritto. Non esiste un diritto alla salute che nemmeno Domineddio può garantire: esiste semmai un diritto alla sanità, cioè alle cure mediche (anche se i nostri governi, nelle loro disposizioni, lo chiamano storditamente “diritto alla salute”). In realtà tutti questi diritti, o piuttosto pseudo-diritti, affondando in una radice più profonda: la paura della morte, anzi il rifiuto della morte che in tale misura non aveva conosciuto nessuna civiltà occidentale e, per la verità, nemmeno orientale, perché il buddhismo prevede la reincarnazione.

[…]

Su questa traccia ci si era già incamminati alcuni decenni fa, in particolare negli Stati Uniti, portatori di ogni nefandezza. Ha scritto Philippe Ariès, autore di Storia della morte in Occidente: “Le nuove usanze esigono che si muoia nell’ignoranza della morte. Ed è la prima volta che una società onora in modo generale i suoi morti rifiutando loro lo stato di morti”. Fino al costume americano dei funeral homes dove, imbalsamato, infiocchettato, il viso ritoccato da un sapiente maquillage, le mani perfettamente curate, i capelli vaporosi, il morto quasi-vivo riceve i parenti e gli amici a suon di musica ballabile. L’uomo preindustriale accettava invece la morte come un fatto naturale e inevitabile. Il morente si sarebbe sentito orribilmente defraudato (della propria morte) se si fosse tentato di nascondergli il suo stato; e, quando la fine stava per arrivare, vi si predisponeva secondo un antico rituale in cui predominava la rassegnazione. In quanto ai cimiteri, soprattutto nel Medioevo, erano luoghi pubblici, d’incontro, di riunione, di giuochi, di danze, di fiere e di commerci. Oggi, a parte qualche eccezione (il Monumentale a Milano, Staglieno a Genova), vengono situati in luoghi il più possibile lontani dalla vista. Insomma la morte è stata scomunicata, interdetta, proibita. È questo il vero “vizio che non osa dire il suo nome”, altro che la pederastia di vittoriana memoria.

[…] Detto che tutti i diritti che abbiamo citato sono impossibili, esisterà per lo meno se non un diritto, una possibilità, di raggiungere la bellezza? Direi di sì, soprattutto oggi, grazie ai marchingegni escogitati dalle beauty farm coreane. La bellezza, non la grazia. Chi questa grazia non ce l’ha non se la può dare e nemmeno comprare: non si trova nei supermarket dei beauty coreani. È un che di impalpabile, di ineffabile, di difficilmente definibile. La sola cosa certa è che sta all’opposto della volgarità. È un’armonia fra interno ed esterno, fra essere e avere, fra come siamo e come ci presentiamo, laddove la volgarità è, a tutti i livelli, un uscire dai propri panni. Per questo un primitivo può essere rozzo, ma mai volgare. […] La volgarità è data da un contrasto, da qualcosa che stride. L’uomo moderno è quasi sempre volgare perché vuol essere diverso da quello che è e, cercando in tutti i modi di far dimenticare la propria animalità, finisce col sottolinearla. Lo si vede bene osservando una persona in strada che parla al telefonino: sembra una scimmia vestita e ammaestrata. Il gap fra l’altissimo contenuto tecnologico dell’oggetto, che può essere considerato un elemento dell’abbigliamento, e la cultura e l’antropologia di chi lo sta usando ne evidenzia il carattere animalesco. Nella grazia c’è qualcosa di primigenio, di infantile, di candido, di casto, di spontaneo, di non lezioso, di non manierato, di non artefatto e, insieme, di malizioso. La grazia, a differenza della bellezza, non è un fatto statico, ma dinamico: si esprime in uno sguardo, in un sorriso, in un gesto, in un movimento e talora anche in un’imperfezione birichina. Non per nulla Venere è strabica.


L’attentato a Trump, il karma e l’Iran


(Tommaso Merlo) – Pare fosse una pagliacciata l’attentato a Trump prima delle elezioni. Quello con tanto di scena madre col ketchup che gli scendeva dall’orecchio e il pugno alzato verso il cielo. Perfino la stampa nemica lodò il coraggio di Trump che dopo qualche settimana ritornò alla Casa Bianca a far danni. Sembrano secoli ma sono passati mesi. Gli unici attentatori che non fanno mai cilecca sono quelli nelle scuole e quelli contro i nemici dei sionisti. Tipo JFK o più di recente Charlie Kirk tra gli artefici principali della vittoria di Trump che si era messo in testa di voltare le spalle alla lobby sionista dopo Gaza, contrastare la guerra contro l’Iran e continuare a respirare. Scene da fine impero coi cosiddetti complottisti che in realtà sono gli unici veri giornalisti in circolazione e pezzi deviati e soprattutto marci del sistema che insabbiano all’impazzata tutto ciò che stona con la pandemia conformista. Han fatto fuori anche l’onestà intellettuale ma del resto in America girano armati anche i piccioni perché la lobby delle armi si è comprata anche gli usceri del Congresso. Presto anche le mitragliatrici si potranno comprare su Amazon in modo da ridurre le liti di vicinato e le gite scolastiche si faranno al poligono di tiro fin dall’asilo nido. Poi dicono che lavare il cervello alle masse non serve, basta convincerle che avere una pistola significa esseri liberi e il far west sopravvive per secoli. E dicono pure che siamo in democrazia e conta la sovranità popolare quando le leggi le scrivono direttamente le lobby. Quanto agli spari alla cena di gala, secondo le malelingue complottiste si tratta di una messa in scena per risollevare sondaggi precipitati a livelli tragici. Trump sta sulle palle anche ai bisonti dello Yellowstone e alle nutrie, non ne possono più neanche loro di quel pagliaccio rincoglionito e alle elezioni intermedie faranno campagna per i democratici. Tappandosi il naso in attesa che tramonti la truffa del bipartitismo e nasca una vera opposizione dal basso. Oh yes, il letame equino ha indici di gradimento molto superiori a quelli di Donald Trump e gli analisti prevedono uno tsunami a novembre, con Trump che rischia di trascorrere gli ultimi due anni di mandato rinchiuso negli scantinati della Casa Bianca per paura di venire arrestato. Mangiando cibo spazzatura consegnato a domicilio e postando deliranti fregnacce sui social fino a notte fonda mentre fuori grandinano impeachment ed incriminazioni e malaparole di un paese imbestialito perché ridotto in macerie culturali prima che politiche. Con la scena finale del film spazzatura già scritta, Trump portato in manette e pigiamino arancione in isolamento tra una folla festante. Rinchiuso a vita in una mini cella dotata di mega specchio in cui trascorrere gli ultimi anni perseguitato da scheletri e fantasmi e sensi di colpa e rimorsi. Obbligato a fare i conti con se stesso dopo una vita intera che fugge illudendosi di essere chissà chi quando non è altro che uno meschino palazzinaro vittima di un narcisismo patologico degenerato in demenza senile galoppante, un burattino delle lobby di turno vittima di un ego talmente tossico da avergli fatto perdere ogni contatto con la sua essenza di essere umano oltre che con la realtà. La classica persona distrutta dal personaggio che recita sui palchi della vita inseguendo futili miraggi materiali e lasciandosi alle spalle una scia infinità di menzogne, superficialità, malefatte, dolore. Un caotico nulla. Con Melania che gli porterà le arance in galera per dimostrare di essere una brava mogliettina e di non provenire affatto dalla scuderia di Epstein. Accanto a lei i figli in doppiopetto con avanzi di polverina bianca sul naso e psicofarmaci in tasca che piagnucoleranno perché il marchio Trump è affondato irrimediabilmente nella cloaca massima e gli conviene rimuovere quel cognome da ogni palazzo oltre che dalla loro carta d’identità. Film spazzatura per i miscredenti, sforzo esemplare dell’Universo per tutti gli altri. Lezione epocale sulla legge del Karma e su quanto sia essenziale amare davvero i propri figli per evitare di infestare il mondo di mostri egoarchici. Ma il sistema e’ marcio oltre che deviato e da qui alle elezioni di medio temine vi sono mesi e non secoli e Trump potrebbe usare la guerra in Iran per tentare un colpo di coda. Se in America anche i piccioni sono armati fino ai denti, è perché anche loro vengono allevati a pane e guerra. Certo, quella con l’Iran è la più impopolare dai tempi di Buffalo Bill perché combattuta per conto della piovra sionista, ma i conflitti in genere uniscono attorno alla bandiera. Quello che spera Trump a cui serve disperatamente una vittoria anche fasulla da spacciare al mercato elettorale. Per il momento sta negoziando con la sua infermità mentale ed inviando aerei e navi verso l’Asia occidentale e le dimissioni di generali e spioni altolocati fanno temere per una nuova ondata di bombe. Se Teheran dovesse cadere Trump potrebbe restare a piede libero ancora per un po’, se invece l’Iran dovesse resistere o addirittura prevalere, allora sarà la fine per il presidente peggiore della storia e per l’impero americano.


Due parole che pesano


(Michele Serra – repubblica.it) – Meloni ha parlato di “oppressione fascista”, e per l’occasione bisogna essere contenti a prescindere. Sorvolare sui tempi, sulle ambiguità, sul contesto degli ultimi anni, sulle politiche securitarie repressive, sullo scadentissimo rapporto con i media e con il Parlamento, su tutto. Non solo per fair play, ma perché è un risultato politico a vantaggio della Repubblica e della Costituzione: Meloni è il capo del governo italiano e in pochi avremmo scommesso un centesimo sulla possibilità che lo dicesse. Ma lo ha detto, e qualcosa deve esserle costato.

Intanto deve esserle costato personalmente, perché la sua formazione politica missina non conduce di certo alla presa d’atto che il fascismo fu un’oppressione della quale è stato decisivo e gioioso liberarsi. Poi ha sicuramente contrariato una parte non piccola del suo elettorato, quella più fedele alla fiamma, che ancora oggi vede nella sconfitta del fascismo la propria sconfitta. Un pezzetto di elettorato già glielo ha sfilato il fascistissimo Vannacci, un altro pezzetto potrebbe defilarsi considerando “tradimento” la inequivocabile definizione di Meloni — oppressione fascista.

Politologi e affini stabiliranno quanto di tattico e quanto di strategico ci sia nella sortita di Giorgia Meloni, ex camerata di Colle Oppio, il 25 aprile del 2026. Da cittadino italiano antifascista posso solo dire che mi ha fatto piacere sentire quelle due parole. Qualcuno dirà: ti accontenti di poco. Ma no, “oppressione fascista”, detto da Giorgia Meloni, non è così poco. A Milano si dice: piglia, incarta e porta a casa.


Nessuno può più fidarsi di questa Casa Bianca


Donald Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Donald Trump sembra essersi sbagliato di secolo. Nella sua furia contro gli “scrocconi” europei che nel momento del bisogno si sottraggono al loro dovere di alleati, il capo della Casa Bianca riscopre antiche partite imperiali per usarle come arma di ricatto. L’ultimo e più clamoroso caso riguarda la Spagna, quella del “no alla guerra” sillabato dal presidente del governo Pedro Sánchez. Seguito dal rifiuto di far atterrare nelle proprie basi i bombardieri strategici americani B-51 e B-52 in rotta verso l’Iran. Trump ha dato ordine al Pentagono di valutare la sospensione del Regno di Spagna dall’Alleanza Atlantica. Minaccia puramente politica, visto che il Trattato Nato del 1949 non prevede alcuna clausola sospensiva, tantomeno espulsiva. Ma si sa: le regole e la sua stessa Costituzione non interessano il presidente, vincolato solo “alla mia moralità e al mio spirito”.

Non basta. Alcuni analisti trumpiani hanno pubblicamente sostenuto che le enclavi nordafricane della Spagna, Ceuta e Melilla, incastonate in Marocco, debbono essere restituite alla sovranità di Maometto VI. Si tratterebbe di “territorio marocchino occupato”. Tesi da leggere sullo sfondo della sempre più stretta intesa fra Washington e Rabat, specie in relazione alla disputa sull’ex Sahara spagnolo che oppone l’Algeria, sponsor dei saharawi, al Marocco, che lo tratta da parte integrante della nazione. Le rappresaglie minacciate contro gli alleati “infedeli” non conoscono limiti. Al Pentagono si ventila anche la restituzione delle britanniche Isole Falkland/ Malvinas all’Argentina. Alla faccia della “relazione speciale” anglo-americana, forse la vittima più illustre della crisi transatlantica. Stati Uniti e Regno Unito formano infatti il cuore dell’Anglosfera, che include anche Canada, Australia e Nuova Zelanda. Molto più di una rimpatriata fra Londra e le sue ex colonie d’Oltremare. O, come si usa dire in famiglia, fra paesi divisi dalla stessa lingua. L’Anglosfera è una formidabile quanto oscura rete intergovernativa che connette le funzioni vitali dei cinque soci. Perno ne sono i Five eyes, nome in gergo dell’organizzazione che coordina le intelligence anglosferiche. Immaginiamo che il grado di collaborazione fra Cia e MI6 non sia esattamente quello di un tempo. L’ostentata disistima di Trump per il premier laburista britannico Keir Starmer — forse all’ultimo giro di giostra — aggiunge veleno al tocco di sfregio personale con cui The Donald usa animare la sua erratica narrazione. Intanto Londra avverte che le Falkland non torneranno Malvinas. Rimarranno Territorio britannico d’Oltremare finché i locali non lo rifiuteranno via referendum. Quello del 2013 decretò una maggioranza del 99,8% in favore della Corona britannica. Tre i voti contrari.

Fra gli alleati europei si stanno studiando garanzie di assistenza reciproca al di fuori del Patto Atlantico. Nessuno si fida più degli Stati Uniti. Sentimento specialmente amaro per quei paesi del Nord-Est continentale già satelliti di Mosca che alla fine della guerra fredda fecero carte false per entrare nella Nato, considerando l’ammissione nell’Unione Europea di secondaria importanza — prima i soldati poi i soldi. Il premier polacco Donald Tusk si chiede se gli Usa siano “leali” nel difendere l’Europa. E intanto promuove con i colleghi Ue l’ipotesi di attivare in caso di aggressione russa l’articolo 42 paragrafo 7 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede meccanismi di mutuo soccorso più stringenti dell’articolo 5 della Nato. Come sempre, la lettera di qualsiasi trattato conta poco, vale la sua interpretazione nel contesto vigente.

Oggi nessun alleato considera scontato il soccorso americano in caso di attacco nemico. Valuta invece possibile l’attacco americano al proprio territorio. Le minacce di Trump alla Danimarca hanno già portato alla mobilitazione di truppe europee, mentre Copenhagen sta perfezionando un piano di resistenza in forma di guerriglia contro l’invasore a stelle e strisce, in linea con le tattiche studiate dai canadesi. Dopo il rifiuto di concedere agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella, seguito dai distinguo di Giorgia Meloni che tanto hanno amareggiato l’”amico Trump”, non stupiremmo se al Pentagono qualcuno ravvivasse l’idea di separare la Sicilia dall’Italia — progetto inglese stroncato nel 1943-44 proprio dagli americani. Per poi magari annetterla, coronando il sogno di Salvatore Giuliano.


Conte, la pochette e la pandemia


(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Non sorprende per nulla che anche quest’anno la data del 9 marzo sia passata sotto silenzio, considerato il fatto che poco più di sei anni fa, il 9 marzo del 2020, l’Italia intera fu messa in quarantena mentre la curva epidemiologica della pandemia si impennava senza sosta. Una tale dimenticanza non può meravigliare visto che il presidente del Consiglio che si caricò sulle spalle una responsabilità che non ha precedenti nella storia italiana si chiamava Giuseppe Conte. E che sul conto di Giuseppe Conte le numerose penne antipatizzanti della stampa italiana preferiscono, piuttosto, mettere in rilievo la presenza (o l’assenza) della pochette nel taschino della giacca come segno di una certa futilità che toglierebbe, chissà perché, credibilità alla figura politica dell’ex premier.

[…] Ciò che mi appresto a scrivere è tutt’altro che un soffietto, lo dico preventivamente ai cosiddetti colleghi che sul servo encomio al potente di turno hanno costruito intere carriere. Infatti, di Giuseppe Conte, leader dei 5Stelle e del suo ruolo di esponente dell’opposizione condivido alcune cose e altre no. Come sarebbe naturale in un giornalismo che giudicasse i fatti per quello che sono e non sulla base del partito preso, o peggio ancora, della faziosità eterodiretta. Non condivido, per dirne una, certi interventi un po’ troppo “gridati” contro il governo Meloni. L’inadeguatezza e i disastri della destra sono sotto gli occhi di tutti, ma lo stile istituzionale di chi è stato per lungo tempo a Palazzo Chigi (e ha la legittima intenzione di tornarci) a mio avviso sarebbe più efficace. Proprio perché, e qui torniamo al punto di partenza, fu Conte che da quel 9 marzo 2020 si caricò personalmente il peso di governare un Paese chiuso a doppia mandata su consiglio del comitato scientifico. Nel suo libro fresco di stampa, “Una nuova primavera”, si può leggere un resoconto di quella terribile esperienza, scritto da colui che ne è stato il testimone diretto. Comprendiamo che per le suddette penne affrontare la lettura di un testo che potrebbe sconvolgere le loro (ma sovente di altri) radicate certezze, può essere dura. Giudicheremmo un professionista attendibile, per fare un esempio banale, quel cronista che nel resoconto di una partita di calcio si lanciasse in critiche furiose o in elogi sperticati su questo o quel giocatore, omettendo di riferire il risultato finale dei 90 minuti? Inchiodare come “filoputiniano” Conte per aver accettato, nel marzo 2020 durante la prima ondata Covid, dopo una telefonata con Putin, l’invio di una consistente missione russa (28 medici, 4 infermieri e 72 militari) può apparire una forzatura anche se la notizia c’è.

[…]

Però, nello stesso tempo, chi intende fare questo mestiere con un minimo di correttezza dovrebbe interrogarsi sui risultati di quel primo lockdown. Se con esso sia stata evitata al nostro Paese una catastrofe in termini di decessi, ancora peggiore? E se si sarebbe potuto fare meglio, come di grazia? E dei 209 miliardi, tra sussidi e prestiti da rimborsare, ottenuti da quello stesso Conte presso l’Europa con il Recovery Fund (36 miliardi in più del previsto) perché nessuno parla mai nei talk, preferibilmente dedicati al tema della pochette? Di domande, anche cattive, a Conte se ne potrebbero fare tante: prima, però, sarebbe consigliabile leggere ciò che egli ha scritto. Ma capisco che tutto ciò per il nostro giornalismo un tanto al chilo, è pura fantascienza.


Barbero contro chi ha il busto di Mussolini in casa: “Un co..ne che dichiarò guerra agli Usa”


(ilfattoquotidiano.it) – In occasione delle iniziative per la Festa della Liberazione, il professor Alessandro Barbero ha tenuto una lezione all’Università di Padova dedicata al fascismo di ieri e di oggi e ai mezzi per combatterlo. Durante il suo intervento, lo storico ha parlato della costante necessità in Italia di ribadire di ribadire l’adesione ai valori dell’antifascismo e condannare esplicitamente il regime di Mussolini contro ogni forma di revisionismo. “Nel nostro Paese c’è anche gente che ha in casa il busto di co…ne che ha dichiarato guerra agli Stati Uniti” riferendosi alle parole pronunciate da Mussolini che nel dicembre del 1941.

L’incontro è stato organizzato da Progetto MeTi insieme al CAU Padova e allo spazio Catai

video Youtube/Seize The time


Il governo Meloni, le sanzioni a Israele e l’ipocrisia della parola «dialogo»


Roma vorrebbe limitare le sanzioni a misure ad personam contro taluni coloni, i più violenti. Una soluzione che non aiuterebbe la Ue a irrobustire una politica estera finora fiacca e inconcludente

(Guido Rampoldi – editorialedomani.it) – Nel vocabolario della destra «dialogo» è diventato l’equivalente di quel che era a sinistra la mitica «soluzione politica»: una parola-passepartout che aiuta a schivare responsabilità e a trarsi d’impaccio, uno vuoto però circonfuso di virtù (chi può opporsi a dialogare e a cercare soluzioni politiche?). Ogni volta che si è affacciata l’opportunità di comminare sanzioni ad Israele, Meloni e Tajani hanno obiettato, col tono grave che si addice agli impegni solenni, «Siamo contrari, crediamo nel dialogo».

Così anche la settimana scorsa, quando Roma e Berlino hanno bocciato la proposta di sospendere l’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele (per motivi in parte ragionevoli: sarebbe stata colpita la collaborazione tra università anche in ambiti non militari). Ora però accade che la caduta di Orban apra la possibilità di infliggere ad Israele le punizioni che prima Budapest bloccava.

Il nuovo governo ungherese sta rientrando nella Corte penale internazionale, il baubau della destra israeliana, e per quanto non ostile a Netanyahu ora potrebbe convenire su sanzioni europee, le prime nella storia delle relazioni Ue-Israele. Sarebbero d’accordo anche i governi italiano e tedesco. Che però temono di pregiudicare il “dialogo”. Così escludono il boicottaggio delle merci prodotte nei Territori occupati (lo propone Parigi). Roma vorrebbe limitare le sanzioni a misure ad personam contro taluni coloni, i più violenti. Una soluzione che non aiuterebbe la Ue a irrobustire una politica estera finora fiacca e inconcludente.

Per quanto sinistri siano gli assassini che ogni settimana ammazzano palestinesi nel West Bank sotto gli occhi dell’esercito, nessuno di loro potrà essere pericoloso quanto i ministri che li proteggono. Per esempio quel Bezalel Smotrich che intervistato spiega: dobbiamo annettere il West Bank, è la nostra terra ancestrale: e dobbiamo tenerci i territori che occupiamo in Libano, in Siria, a Gaza, ne va della nostra sicurezza. A Gaza in particolare Smotrich vede solo assassini di ogni età, infanti e adulti: «Due milioni di gente che ci vuole fare del male, bruciare, distruggere, e ammazzare donne, piccini, bambini».

Nel grande scandalo di Gaza il genere di narrazione che ascoltiamo da Smotrich non è una turpitudine minore: se ogni palestinese è un maligno terrorista può essere ammazzato impunemente. Certamente i miliziani di Hamas, come quelli di Hezbollah, praticano il terrorismo (come peraltro l’esercito israeliano). Ma dopo la sentenza della Corte di Giustizia Internazionale che intima a Israele di lasciare Gaza e il West Bank, un palestinese che resiste all’esercito occupante è nel pieno diritto (purchè non commetta crimini di guerra). La legalità internazionale lo considera un patriota, non un terrorista. Terroristi sono i tiratori scelti israeliani che ogni giorno vanno a pesca di nemici nella tonnara di Gaza.

Tuttavia ora si chiede a quel patriota di rinunciare alla resistenza armata e di credere nelle promesse del Board of Peace presieduto d Trump che dovrebbe ricostruire Gaza. Il governo italiano, nel Board in qualità di osservatore, potrebbe farci sapere cosa ha osservato finora. Diremmo questo: immobilità assoluta. La forza di interposizione di 30mila uomini che dovrebbe sovrintendere al disarmo di Hamas e al progressivo ritiro israeliano non si è palesata. Il suo nucleo, ottomila soldati indonesiani, pare scomparso, Giacarta teme di partecipare ad una farsa.

Si eclissano anche i finanziatori. Dei 71 miliardi di dollari necessari alla ricostruzione sono stati versati solo pochi spicci, coinvolte nella guerra dell’Iran le monarchie del Golfo non sono in grado di tener fede alle generose promesse di cinque mesi fa. Israele trattiene senza diritto 6 miliardi di dollari dell’Autorità palestinese; non ha alcuna intenzione di lasciare ai gazawi la possibilità di sfruttare il grande giacimento di gas a pochi chilometri dalla costa; limita l’ingresso di aiuti nella Striscia; boicotta ong e Agenzie Onu che prestano soccorso alla popolazione; maltratta e inquisisce per ore i pochi gazawi che tornano dall’estero; centellina i permessi di curarsi all’estero per le migliaia di feriti; e ovviamente non permette l’ingresso nella Striscia di giornalisti stranieri, affinché non si sappia che ‘cessate-il-fuoco’ e ‘negoziato’ sono solo il pretesto dietro il quale il governo Netanyahu consolida la sua presa sul 60 per cento della Striscia.

Se aggiungiamo la pulizia etnica in corso nel West Bank, la fiducia riposta nel ‘dialogo’ dal governo Meloni suona sempre più come la formula dell’ipocrisia e, inevitabilmente, della complicità.


Caso Zampolli, la ex lo attacca: «Pinocchio»


Ungaro torna ad accusare l’imprenditore di dichiarare il falso su Melania. L’anticipazione di «Report»

melania trump

(di Antonella Baccaro – corriere.it) – Una foto di Pinocchio, metafora della falsità, accostata al nome di Paolo Zampolli, pubblicata su X. È tornata a parlare sui social, Amanda Ungaro, modella brasiliana ed ex compagna dell’inviato per gli affari di Donald Trump, da lei accusato di aver coperto l’amicizia della first lady Melania con il finanziere Jeffrey Epstein, condannato per un giro di prostituzione, anche con minorenni.

Lo fa all’indomani delle anticipazioni dell’inchiesta di Report (che la modella posta su Instagram), in onda stasera su RaiTre, che confermano la sua tesi. Lo scoop di Sacha Biazzo è una telefonata del 2017 in cui lo stesso Zampolli, parlando con un suo contatto legato alle Nazioni Unite, ammette che, a due settimane dalle elezioni, Melania gli aveva chiesto di «coprirle spalle».

Insomma di spacciarsi come il primo tramite tra lei e Donald Trump.
Tutto risale al 2016, quando il tabloid britannico Daily Mail aveva pubblicato un’inchiesta sul passato di Melania Trump, accusandola senza prove di aver lavorato come escort. Melania ottenne la rimozione dell’articolo e un risarcimento milionario, anche grazie a quelle dichiarazioni pubbliche di Zampolli.

Ma nella puntata di Report si allungano ombre anche sul ruolo di Zampolli come ambasciatore della Dominìca. Per l’ex compagna Amanda, l’imprenditore avrebbe pagato per quell’incarico e anche per quello che fu dato a lei, di console. Lui smentisce: «Non sono state pagate delle tangenti. Io alla Dominìca gli ho portato un deal da 190 milioni di dollari». Report si occupa anche dell’organizzazione a difesa degli oceani, «We are the oceans», presentata da Zampolli all’Onu e rivelatasi una truffa da 60 milioni di dollari. Sul punto Zampolli fa spallucce, non essendo indagato. Come anche per le accuse di stupro di un’altra donna, Victoria Drake, che secondo l’imprenditore starebbe cercando di estorcergli denaro.

Intanto dell’inchiesta si comincia a parlare negli Usa (lo fa il sito «Occupy democrats»). E in Brasile, dove la first lady brasiliana Janja Lula da Silva si è indignata per gli insulti rivolti da Zampolli alle brasiliane, secondo lui, «programmate per fare casino».

Quanto a Amanda, in un post pubblicato ieri su X riprende il proposito espresso da Zampolli di testimoniare davanti al Congresso americano sul fatto di essere stato lui a presentare Melania a Trump. «Giusto per chiarirti le idee — scrive Amanda —: mentire sotto giuramento, specialmente al Senato, è un crimine». E sarcasticamente aggiunge: «Avrai un aspetto assolutamente splendido in quella tuta arancione (si suppone la tuta dei carcerati a Guantanamo, ndr) per cui hai lavorato così duramente, chiedendo così tanti favori a Pam Bondi (procuratrice generale, ndr) e Stayce Cleveland (non meglio identificata, ndr) solo per farmi finire in questo posto». Il riferimento è all’accusa rivolta dalla modella a Zampolli di averla fatta espellere dagli Usa tramite la polizia antimmigrazione clandestina. Per Amanda, l’ex mente come «un ragazzino delle superiori». Ma Zampolli ha già pronte le querele.


Trump alza il tiro sul Vaticano e fa scendere in campo i servizi segreti


Una regola non cambia mai. Non si osserva soltanto chi è apertamente ostile. Si osserva, con ancora più attenzione, chi potrebbe diventarlo

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Altro che schermaglie diplomatiche. Qui siamo davanti a un cambio di paradigma vero. Quando Donald Trump ha bollato Papa Leone XIV come “debole” e “terribile in politica estera”, a Washington nessuno, nei circuiti della sicurezza nazionale, ha pensato a uno sfogo social. Quelle parole sono state lette per quello che sono: un segnale politico preciso. Tradotto nel linguaggio della comunità d’intelligence significa una cosa sola, alzare il livello di attenzione sul Vaticano.

Lo scontro è ormai pubblico, certificato, e con toni che non si vedevano da anni tra Casa Bianca e Santa Sede. Forse forse non si sono mai visti. Ma il vero movimento non è quello visibile. È quello sotterraneo. Perché mentre la polemica occupa le prime pagine, nei corridoi delle agenzie federali si muove una macchina molto più silenziosa, rodata da decenni e oggi semplicemente ri-orientata.

Chi conosce i dossier sa che il Vaticano è da sempre un obiettivo particolare: non un nemico, ma nemmeno un soggetto da lasciare fuori dai radar. È un attore globale con una rete diplomatica capillare, capace di incidere su crisi internazionali, equilibri politici e opinione pubblica. Per questo da anni esiste un sistema articolato che coinvolge CIA, NSA, FBI e il Dipartimento di Stato, ognuno con un ruolo diverso ma convergente. Una presenza che si muove tra relazioni diplomatiche, raccolta informativa, intercettazioni e cooperazione su sicurezza e minacce internazionali.

La vera novità non è quindi l’esistenza di questa rete. La novità è il cambio di bersaglio. Fino a ieri il Vaticano veniva osservato come attore geopolitico. Oggi, con l’accelerazione impressa da Trump, il focus si restringe sulla figura stessa del Papa. È qui che scatta il salto di qualità: Papa Leone XIV non è più soltanto un interlocutore scomodo, ma viene progressivamente trattato come una variabile critica per gli interessi americani. Un’etichetta senza precedenti.

Negli ambienti dell’intelligence questo non produce ordini scritti o svolte improvvise. Produce qualcosa di più sottile: un aggiustamento continuo, come una manopola che viene girata. Più attenzione sulle sue posizioni, più analisi sulle sue dichiarazioni, più interesse per il suo entourage e per le dinamiche interne alla Curia. Le sue parole su Iran, America Latina e conflitti internazionali diventano materiale sensibile, da leggere e rileggere, da incrociare con informazioni riservate.

I segnali sono quelli che, presi singolarmente, sembrano irrilevanti ma che insieme raccontano un’altra storia. Richieste di analisti con competenze linguistiche e culturali legate al mondo italiano e religioso, rafforzamento del monitoraggio delle fonti aperte, attenzione crescente alle reti diplomatiche vaticane. Nulla che faccia rumore, tutto che indica una priorità in salita.

C’è poi un elemento che rende questo scenario ancora più delicato. Papa Leone XIV è il primo Pontefice statunitense della storia. Ed è proprio questa vicinanza a renderlo più sensibile agli occhi di Washington. Più comprensibile, ma anche più esposto. Più vicino, e quindi potenzialmente più problematico se si discosta dalla linea della Casa Bianca. Ne nasce una tensione inedita: due figure globali, entrambe americane, che giocano su piani diversi ma con la stessa posta in gioco: influire sulle sorti del mondo.

Chi si ferma alla polemica politica non vede il quadro completo. Qui non si tratta di uno scontro personale, ma di un riallineamento degli interessi. Trump vuole sapere cosa pensa davvero il Papa sui dossier più caldi, quanto pesa nelle crisi internazionali, dove può rallentare o ostacolare la strategia americana. E soprattutto vuole capire se dentro il Vaticano esistono crepe, divisioni, margini di pressione.

Perché nel mondo dell’intelligence una regola non cambia mai. Non si osserva soltanto chi è apertamente ostile. Si osserva, con ancora più attenzione, chi potrebbe diventarlo. Sebbene non faccia parte delle priorità ufficiali, Trump ha chiarito di voler sapere tutto (qualsiasi informazione, meglio se potenzialmente compromettente) su Leo e i suoi collaboratori. Perché per Trump Papa Leone è diventato una minaccia agli interessi degli Stati Uniti d’America.