
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Sciacalli. “Malore a Cuba, ansia per Di Battista: volo di Stato per riportarlo in Italia” (Repubblica, 30.8). Vi piacerebbe. Priorità. “La Mani Pulite di Kiev logora Zelensky. Ora teme più la corruzione dei missili” (Anna Zafesova, Stampa, 24.8). Quindi affare fatto: al posto dei missili, solo manette. […]
Ranucci è la prova che le inchieste erano bufale”. L’avvocato del giornalista: “Incompatibile? Ci dicano perché”. Faraone (IV): “Report va salvato due volte. Da chi considera Sigfrido Ranucci un santone infallibile e insostituibile e da una destra che vorrebbe approfittare dei suoi errori per regolare i conti con la più importante trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico e con la libertà di informazione”

(ilfattoquotidiano.it) – “Non ho mai chiesto la sostituzione di Ranucci, semmai andava abolita la metodologia di Report“. Nel bel mezzo dello scontro tra Sigfrido Ranucci, Report e la Rai, con l’azienda che ha già comunicato i nomi dei sostituti alla conduzione della storica trasmissione d’inchiesta, Andrea Piervincenzi e Giulia Presutti, anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, interviene in occasione di EtnaForum. E lo fa attaccando il giornalista che ha raccolto il testimone di Milena Gabanelli, ironizzando sulla sua rimozione: “Io ho detto ‘tenetelo Ranucci’. Perché qualunque inchiesta di Report, adesso, tutti capiranno che è una bufala, che Dio ce lo conservi”.
Fin dall’inizio della vicenda la politica ha assunto un ruolo centrale. E oltre ai commenti della seconda carica dello Stato, nella giornata di domenica si registra anche quello di Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva-Casa Riformista, critico sia nei confronti del conduttore che del governo, accusato di ingerenza: “Report va salvato due volte. Da chi considera Sigfrido Ranucci un santone infallibile e insostituibile e da una destra che vorrebbe approfittare dei suoi errori per regolare i conti con la più importante trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico e con la libertà di informazione – ha dichiarato – Vedere una maggioranza che in questi anni ha occupato sistematicamente gli spazi della Rai, cavalcato inchieste piene di nefandezze scatenate da giornali e tv amici contro gli avversari politici, scoprire improvvisamente la deontologia giornalistica e festeggiare lo scalpo di Ranucci è una conversione francamente poco credibile”.
Intanto, l’avvocato del giornalista continua a dichiarare illegittima la rimozione del suo assistito dalla conduzione di Report, ritenendo infondata l’accusa di incompatibilità dopo le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto: “Se Ranucci è incompatibile con la conduzione di Report, bisogna spiegare il perché – ha detto l’avvocato Roberto De Vita, che coordina il team legale di Ranucci, in merito alla lettera di contestazione formale inviata ieri contro la decisione della Rai di un avvicendamento nella conduzione della trasmissione – Si tratta di capire perché è stato rimosso, quali sono i fatti. Se il tema è il rapporto con Lavitola era già noto dal 2023, se il tema è l’attentato lui è la vittima, se il tema dovessero essere le presunte avances andrebbero dimostrate. Le interferenze continue, le pressioni, l’opacità di cui parla il provvedimento della Rai devono essere specificate in fatti e circostanze, in relazione a chi le avrebbe fatte, a quali giornalisti le avrebbero subite e in relazione a quali inchieste. Per questo abbiamo chiesto di spiegare quali siano i fatti sottostanti e a fornire la documentazione a supporto della decisione. La Rai ha dato 30 giorni di tempo a Ranucci per decidere sulla sua potenziale ricollocazione, nessuna valutazione può essere fatta in assenza di fatti e circostanze che hanno portano alla sua rimozione da Report“.
L’abbaglio europeo è pensare di poter sostenere un conflitto con la Russia senza troppe conseguenze, magari usando gli ucraini come proxy. Ma Kiev è esausta e l’Europa è vecchia. L’Europa appare l’unico approdo per non perdersi nel caos geopolitico

(Mario Giro – editorialedomani.it) – Giochi di guerra tra Russia e Nato. Ci si spaventa a vicenda ma soprattutto ci si auto-terrorizza, finendo per credere alle stesse paure che si è create. È una via pericolosa perché si scivola sempre più giù su un piano inclinato.
La Russia è preoccupata per la via baltica: una volta Svezia e Finlandia erano neutrali e il passaggio verso Kaliningrad garantito. Oggi non è più così e per Mosca si tratta di un tema strategico: Pietroburgo è facilmente isolata e il transito verso l’Atlantico molto ridotto. Se si aggiunge il semi-blocco del Mar Nero grazie alla guerra navale ucraina, si può avere una vaga idea dei nervosismi russi.
A Mosca rimane aperta la via artica dove però si agitano gli americani: vedi Groenlandia, referendum in Islanda e così via. Mettersi paura a vicenda è un gioco pericoloso che può sfuggire di mano.
Le esercitazioni Nato senza preavviso attorno all’enclave di Kaliningrad hanno fatto scattare tutti gli allarmi russi. Allo stesso modo gli Stati Uniti si inquietano per i sottomarini di Mosca che dall’Artico scendono verso l’Atlantico Nord. Russi e americani si parlano per cercare di smussare le reciproche paure ma quello che è sempre meno chiaro è il ruolo della Nato.

Al Cremlino ci si chiede chi controlla l’alleanza. Gli americani sono in ritirata (o in fredda) mentre britannici e altri mantengono le loro classiche posizioni, come ha ribadito il neo premier Andy Burnham. Londra è rinomata per l’utilizzo – ove possibile – dello strumento militare, non importa quale sia il colore della maggioranza a Westminster. La Francia si dice pronta per una «guerra ad alta intensità», come ha più volte confermato il capo di stato maggiore, dividendo gli europei in «carnivori ed erbivori».
Secondo tale tesi in un mondo di carnivori (la Russia), occorre esserlo a propria volta (una volta più poeticamente si diceva «quelli di Marte e quelli di Venere»). I polacchi si preparano a contrastare una «indiscutibile e indubbia» invasione russa e le autorità tedesche cercano di convincere (con difficoltà) la loro opinione pubblica della medesima cosa. In Europa c’è chi è convinto – e lo dice oramai apertamente – che se l’offensiva russa è sicura, tanto vale attaccare per primi. L’appetito per la guerra vien mangiando.
Nella Nato sono questi i discorsi dei politici che giungono ai comandi militari, molto meno convinti della ragionevolezza di tali teorie. Da un anno l’Ucraina resiste all’aggressione russa con soldi e armi provenienti dall’Europa. Gli Usa hanno smesso di aiutarla ma Kiev non cede. L’attuale dibattito sui Patriot riguarda la possibilità che la Nato offra sistemi d’arma performanti contro la volontà americana. Washington è tra due fuochi: da una parte la fedeltà all’alleanza atlantica che deep state e alti gradi Usa non vogliono abbandonare.

Dall’altra la volontà di Donald Trump e dei MAGA di uscire da un sistema che non controllano pienamente e che non possono utilizzare a piacimento. Bruciano i diversi no ricevuti da parte degli alleati per l’avventura iraniana (tra cui quello italiano, particolarmente irritante per il tycoon). In altre parole: Trump pensa che se non può comandare la Nato come vuole, tanto vale abbandonarla. Ma dentro l’amministrazione Usa c’è chi è contrario a tale eventualità.
L’insistenza dei partner occidentali sui missili a lungo raggio per l’Ucraina è divenuta fonte di malumore per la Casa Bianca anche per il pessimo giudizio dei russi sul fatto che gli Usa non riescono più a controllare gli europei. D’altra parte questi ultimi si stanno facendo dei film pericolosi, convincendosi di poter agire da soli mentre la stessa storia del continente dimostra l’opposto: da soli non si conclude nulla di buono ma si finisce nel baratro della guerra. L’abbaglio europeo è pensare di poter sostenere un conflitto con la Russia senza troppe conseguenze, magari usando gli ucraini come proxy. Ma Kiev è esausta e l’Europa è vecchia: con una età mediana nella Ue di 45 anni chi andrà a combattere? Fare affidamento su innovazioni tecnologiche e robot militari è illusorio: la guerra in Ucraina è un misto tra tecnologia e trincee, droni e fango. Eppure l’Europa appare l’unico approdo per non perdersi nel caos geopolitico.
Primo messaggio dopo il malore: “Ce la metterò tutta”. Tajani lo chiama: “E’ combattivo, abbiamo parlato di Cuba”. L’ex deputato M5S, nell’isola per realizzare dei reportage per Il Fatto, ieri ha ripreso conoscenza e ha parlato con i medici dell’Avana. Le sue condizioni di salute non consentirebbero al momento il trasferimento in Italia. La replica al messaggio di Gino Sorbillo sui social: “Vi vengo a trovare presto”

(adnkronos.com) – Le condizioni di salute di Alessandro Di Battista, ricoverato ora a L’Avana, Cuba, dopo il forte malore accusato venerdì a Santa Clara, non consentirebbero al momento il trasferimento in Italia. Lo si apprende intanto da fonti informate.
L’ex deputato M5S è intanto tornato a farsi sentire. Sotto un post su Instagram di Ilaria Loquenzi, l’ex parlamentare ha scritto: “Ce la metterò tutta per tornare presto“.
Di Battista, oltre al post che ha commentato, ha lasciato anche altri like sotto i vari profili che gli augurano di rimettersi presto, tra questi quelli della vicepresidente del Movimento 5 stelle Vittoria Baldino, quello di Gino Sorbillo, Mario Furore, europarlamentare pentastellato.
Alessandro Di Battista ha avuto un breve colloquio al telefono con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dall’ospedale di L’Avana dove si trova ricoverato. Fonti della Farnesina confermano che il ministro ha chiamato l’ex parlamentare per offrirgli la sua solidarietà e lo ha trovato “combattivo nel tono, non indebolito nel morale nonostante la complicata situazione”.
Tajani, spiegano alla Farnesina, ha espresso la sua solidarietà a Di Battista, garantendogli che il governo farà “tutto quello che serve per lui come bisogna fare per ogni cittadino italiano in condizioni simili”, e augurandogli di tornare presto a Roma. Il vicepremier, rievocando il proprio passato da giornalista, ha chiesto all’ex deputato del M5s su cosa si stesse concentrando nei suoi reportage a Cuba. Di Battista gli ha parlato a lungo di Cuba, ha sottolineato la necessità di aiutare il popolo cubano, e ha parlato delle condizioni dell’Isola. La telefonata si è conclusa con l’auspicio di Tajani di rivedersi presto, “di tornare a litigare su tutto ma non sulla solidarietà tra italiani e sui percorsi di pace che dobbiamo costruire”.
Di Battista ringrazia sui social i tanti messaggi di vicinanza, in particolare quello del pizzaiolo napoletano Gino Sorbillo, che lo ha esortato a non mollare. L’ex deputato del M5S scrive: “Vi vengo a trovare presto, ne ho bisogno” mostrando un piatto di riso e pollo. Sorbillo rilancia con un invito a Napoli: una festa “free per tutti”, tra pizze e cucina napoletana, per lasciarsi alle spalle lo spavento”.
Ricoverato nella serata di venerdì in gravi condizioni a Cuba dopo un malore, il giornalista e scrittore è intanto arrivato ieri all’ospedale ‘Hermanos Ameijeiras’ de L’Avana, dove è stato trasferito da Santa Clara per essere sottoposto a ulteriori accertamenti. A quanto riferiscono fonti informate, l’ex parlamentare ha parlato con il personale sanitario. Il trasferimento a L’Avana è stato disposto dai medici per consentirgli di effettuare esami più approfonditi, tra cui una Tac con contrasto. R
Di Battista ha ripreso conoscenza prima del viaggio verso L’Avana. A quanto apprende l’Adnkronos da fonti ben informate, il segnale di miglioramento ha convinto i medici a effettuare il trasporto verso la capitale cubana.
‘Dibba’ è stato ricoverato nella serata di venerdì 28 agosto, “giunto in ospedale a Cuba in gravi condizioni”. L’ex deputato – sull’isola per realizzare una serie di reportage per la testata e TvLoft dal titolo ‘La polvere del mondo’ – avrebbe accusato “un forte mal di testa e un malore” prima di essere ricoverato, secondo quanto riportato dal sito del Fatto Quotidiano.
“Non so molto di più di quello che è stato scritto finora. So che la situazione è grave. Ha avuto un malore, fortissimi mal di testa. Ma davvero non conosco i dettagli, perché non sto tenendo io i contatti con l’ambasciatrice italiana a Cuba, che sta seguendo molto da vicino la situazione”, ha spiegato ieri Peter Gomez, direttore del sito online del ‘Fatto Quotidiano’, raggiunto dall’Adnkronos. “Stava preparando dei reportage per il Fatto, come fa da diverso tempo. L’ha fatto dalla Russia, dalla Siria, da Israele, insomma da varie parti del mondo. Ora aspettiamo di avere notizie più precise sul suo stato di salute. Aspettiamo e speriamo”, ha detto.
L’ambasciatrice italiana a Cuba Simona De Martino, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi, si è intanto recata presso l’ospedale di Santa Clara, prima del trasferimento a L’Avana, per acquisire informazioni sulle sue condizioni di salute e assicurare il necessario raccordo con le autorità e la struttura sanitaria cubana. “Il governo – aggiungono – sta seguendo con la massima attenzione la situazione e un aereo sanitario è disponibile per far rientrare in Italia Di Battista. Prima di procedere al trasferimento, è tuttavia necessario verificare che le condizioni del paziente lo consentano e che il trasporto non comporti rischi per la sua salute. L’eventuale trasferimento sarà quindi valutato dai medici sulla base delle condizioni cliniche del paziente“.

(di Alessandro Graziani – Il Sole 24 Ore) – I super ricchi del mondo continuano ad aumentare e nel 2025 hanno raggiunto il nuovo record di 556.850 individui, a cui fa capo un patrimonio totale di 63.800 miliardi di dollari.
L‘incremento del numero dei “Paperoni” è stato in un anno del 14,4%, facendo registrare la crescita maggiore dal 2017. Entro il 2030 il loro numero è destinato ad aumentare di 190.000 unità raggiungendo quota 746.570 extra-milionari a cui farà capo una ricchezza complessiva di 85.000 miliardi.
È questa la fotografia che emerge dall’ultimo rapporto della società di ricerca internazionale Altrata relativa agli individui Ultra High Net Worth (UHNW), ovvero quelli con un patrimonio personale superiore ai 30 milioni di dollari.
Essi rappresentano una minima percentuale (appena l’1,1%) dei 51 milioni di persone milionarie a livello globale, ma a loro fa capo il 32% della ricchezza.
[…] i Paperoni con un patrimonio di oltre 100 milioni di dollari nel 2025 sono saliti a quota 117.000 (erano 60.000 nel 2015).
Ma in quali aree del mondo risiedono i 556.850 extra milionari? Il Nord America, e in particolare gli Usa, resta la loro sede principale con 224.470 individui (+15% rispetto al 2024). Al secondo posto figura l’Asia con 141.890 super ricchi, seguita al terzo posto dall’Europa con 140.140.
Da segnalare che l’Italia si colloca al nono posto nella graduatoria mondiale tra singoli Paesi, con 12.905 super-ricchi (+13%) che detengono una ricchezza di 1.400 miliardi di dollari.
Guardando alle macro aree mondiali con più ricchi, il rapporto di Altrata evidenzia la crescita dell’India (11.275 ultra-milionari) che entra nella top 10 da cui vece escono sia Svizzera che Russia. Staccate le altre aree del mondo: Medio Oriente (22.880), America Latina e Caraibi (16.400), area Pacifico e Africa (7.630).
[…] è interessante vedere anche quali sono le città in cui risiedono i super ricchi. Nella graduatoria delle prime dodici (si veda la tabella in pagina per i dettagli), ben 8 sono statunitensi e New York è la piazza mondiale che accoglie il più alto numero di super milionari (23.785).
Al secondo posto figura Hong Kong (18.290), che è la città ad aver registrato uno dei maggiori incrementi nel 2025 (+26%) grazie all’afflusso di grandi patrimoni in arrivo dall’estero e in particolare dai vicini Paesi asiatici. […]
Il trend di crescita dei nuovi ricchi è destinato a continuare fino a raggiungere nel 2030, come detto all’inizio, le 746.570 unità a livello globale.
L’incremento del numero e della consistenza dei grandi patrimoni, secondo il report di Altrata, «sarà’ guidato soprattutto dalla trasformazione tecnologica, dall’espansione del private capital e dalla ristrutturazione dell’economia globale attraverso l’intelligenza artificiale, oltreché dalla transizione energetica e dalle infrastrutture digitali».
Se a livello di singoli Paesi i trend di crescita continueranno a muoversi in modo analogo a quanto avvenuto nel 2025, le prospettive al 2030 cambiano se si fa riferimento alle singole città.
Quelle che avranno il maggior numero di nuovi ricchi sono cinque è attualmente non figurano nel ranking delle prime 12 a livello globale. Si tratta dell’indiana Delhi (+11,3%), della svedese Stoccolma (+10,8%), delle cinesi Wuhan (+10,3%) e Guangzhou (+9,8%) e dell’australiana Melbourne (+10,2%).
“Se le condizioni sono queste me ne vado. È un altro editto bulgaro. Inopportuno il rapporto Ranucci-Lavitola ma non sfiduciamo Sigfrido

(di Viola Giannoli – repubblica.it) – «Certo che me ne vado da Report se restano queste le condizioni. È un secondo editto bulgaro, compiuto non a caso da un governo di destra». Sono vent’anni che Paolo Mondani fa parte della squadra di Report, che realizza inchieste sulla mafia e la pista nera dietro le stragi di Stato, le banche e la corruzione negli appalti pubblici. L’ultima cosa su cui ha messo la sua firma è la lettera alla Rai siglata da tutti gli inviati del programma (tranne Giulia Presutti): «Tornate indietro o ce ne andiamo».
Mondani, perché la proposta per il dopo Ranucci è «inaccettabile»?
«Lo è per metodo e per merito: una conduzione calata dall’alto senza alcuna interlocuzione con noi».
Cominciamo dal metodo.
«La Rai aveva iniziato a coinvolgerci nella discussione sul futuro della trasmissione, il direttore degli Approfondimenti, Paolo Corsini, ci aveva assicurato che saremmo stati informati sulle scelte. Avevamo appuntamento il 2 settembre. Ieri abbiamo scoperto quel che pensa davvero del rapporto con noi: abbiamo scoperto il suo progetto dalle agenzie».
E nel merito? Avete scritto: «Le figure scelte non rappresentano la storia e i valori di Report».
«Alla Rai volevamo offrire una conduzione e un lavoro autoriale di maggiore esperienza che avrebbe garantito e rilanciato la nostra storia, la nostra autonomia, l’indipendenza e il rigore. Volevamo valorizzare le competenze maturate anche con Milena Gabanelli, occuparci di più di banche, grandi aziende: i gangli caratteristici del potere italiano. Invece è arrivato il diktat dal governo per normalizzare e indebolire Report».
Giulia Presutti lavora lì dal 2018, non è una garanzia?
«Non mi esprimo sulla storia o i valori di una singola collega: avrà una splendida carriera. Ma tra noi c’è chi ha un’esperienza più vasta. L’anno prossimo ci sono le elezioni; il governo, attraverso i giornali della famiglia Angelucci, parlamentare di maggioranza più volte oggetto delle nostre inchieste, ci attacca quotidianamente. Come si può affidare la conduzione e la linea editoriale a chi ha spalle più fragili? Non c’entra l’età. Quel che conta, diceva Indiana Jones, non sono gli anni, sono i chilometri».
Due storici inviati, Giulio Valesini e Bernardo Iovene, erano stati indicati come co-autori e hanno detto di no, com’è andata con loro?
«Corsini li aveva sentiti per sondare una disponibilità. Erano d’accordo ma hanno chiesto: “Quale sarebbe il resto della squadra?” Gli è stato risposto: “Vi faremo sapere”. Mezz’ora dopo l’hanno saputo dalle agenzia. Come avrebbero potuto accettare? Che agibilità avrebbero avuto con la squadra azzoppata?».
Corsini dice che la Rai ha fatto una scelta di genere e che nel vostro progetto non c’erano donne.
«Se prima di fare annunci ci avesse incontrato gli avremmo spiegato che avevamo in mente un ruolo di peso per Giulia Innocenzi».
E Ranucci? La sua conferma era una condizione imprescindibile per voi?
«Mai avremmo sfiduciato Sigfrido, mai gli avremmo chiesto un passo indietro. A lui il 25 luglio avevamo proposto l’affiancamento di un gruppo di co-autori che potessero aiutarlo anche a rispondere all’attacco in corso. Con lui avevamo cominciato a discutere di una conduzione a rotazione. È così che avremmo voluto valorizzare la squadra. È andata diversamente».
Per la Rai sostituire Ranucci era necessario per allontanare l’ombra di Lavitola.
«Si può criticare, anche in maniera severa, il rapporto amicale che aveva Sigfrido, io stesso l’ho ritenuto inopportuno. Ma Lavitola non ha mai condizionato nessuna nostra inchiesta; sfido chiunque a dire il contrario. Aveva i suoi interessi ma è stato sempre respinto, da tutti, nessuno escluso. Questa vicenda è stata usata in modo strumentale per una campagna di fango senza eguali. Ha ragione chi parla di character assassination».
Che succede ora a Report?
«Il futuro è nelle nostre mani e di chi ci vuole sostenere. Siamo molto felici della grande solidarietà che stiamo ricevendo. Non è finita, la battaglia sarà lunga. Non mi faccio soverchie illusioni, ma noi non molleremo di un solo centimetro».
RANUCCI, ‘SMERDARE PERCHÈ TI VOGLIONO AMMAZZARE

(ANSA) – PALERMO, 29 AGO – “Smerdare perché ti vogliono ammazzare”. Sigfrido Ranucci ha ripetuto più volte, durante lo spettacolo al Teatro dell’Efebo di Agrigento “Diario di un trapezista”, la frase che una producer esterna della Rai gli ha sussurrato telefonicamente alcuni anni addietro per avvisarlo. Quelle parole, Ranucci le ha definite “una profezia”.
“Hanno detto che ero un uomo dei servizi segreti cinesi, russi. Sono stato accusato di bullismo sessuale e di comprare servizi per delegittimare la sanità lombarda – ha detto – . E’ cambiata la narrazione, ma è rimasto ‘smerdare’ come tentativo di eliminarmi – ha evidenziato Ranucci – . Ci trovavamo davanti ad attacchi scomposti, la redazione era smarrita. Ma io applicavo la teoria del trapezista che passa a quello più complicato… e noi siamo andati avanti con inchieste più complicate, assumendoci la nostra responsabilità”.
RANUCCI CONTESTA FORMALMENTE LA RIMOZIONE DA REPORT, ‘È ILLEGITTIMA’
(ANSA) – ROMA, 29 AGO – Sigfrido Ranucci, attraverso i suoi legali, contesta formalmente la decisione della Rai di un avvicendamento nella conduzione di Report di cui “si contesta integralmente la legittimità, con espressa riserva di ogni azione, anche cautelare e d’urgenza, diretta a ottenerne la cessazione degli effetti e il ripristino della situazione antecedente, nonché il risarcimento di tutti i danni conseguenti”.
La richiesta di chiarimenti e documentazione, scrivono gli avvocati Roberto De Vita e Stefano Rossi nella comunicazione alla Rai, “non comporta pertanto, né potrà essere interpretata quale, acquiescenza, accettazione o rinuncia ad alcun diritto, azione o eccezione”.
Nella contestazione, indirizzata a Paolo Corsini e Felice Ventura, i legali di Ranucci, chiedono di conoscere fatti, circostanze ed avere, entro sette giorni, la relativa documentazione da cui possa emergere quanto contestato al giornalista in riferimento ad una “obiettiva situazione di incompatibilità” che si sarebbe determinata, per effetto delle “continue pressioni” a cui sarebbe sottoposta la redazione di Report, e della diminuita credibilità ed autorevolezza conseguenti a “percezioni di opacità, commistione e interferenze”,
come scritto nella decisione con cui la Rai ha rimosso Ranucci senza che vi fosse indicato, sottolineano i legali, “alcun fatto specifico, concretamente accertato e al medesimo imputabile, idoneo a fondare tali valutazioni”. “Tale carenza – osservano gli avvocati – appare tanto più rilevante ove si consideri che, da un lato, la comunicazione afferma che i richiamati presupposti sarebbero già oggi “oggettivamente” venuti meno e, dall’altro, precisa che la determinazione assunta sarebbe “del tutto autonoma e indipendente rispetto agli approfondimenti tuttora in corso”.
Non è pertanto dato comprendere quali fatti già accertati abbiano consentito all’Azienda di formulare un giudizio così definitivo sulla posizione professionale del Dr. Ranucci prima ancora della conclusione degli stessi approfondimenti. Parimenti, la comunicazione afferma che la redazione di Report sarebbe “gravemente compromessa dalle continue pressioni a cui è sottoposta”,
ma non indica da chi tali pressioni provengano né chiarisce il nesso per il quale la risposta aziendale alle stesse debba consistere nell’immediato avvicendamento del Dr. Ranucci dalla conduzione e dalla responsabilità autorale del programma”. I legali denunciano, inoltre, “la gravità del fatto per cui la vittima di un grave attentato viene ritenuto dal proprio datore di lavoro come responsabile di una presunta situazione di incompatibilità”.
E lui posta sui social un commento, sotto un post di auguri su Instagram di Ilaria Loquenzi. Poche parole, ma le sue prime dopo il malore: “Ce la metterò tutta per tornare presto”.

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Strani mal di testa, che peggioravano. La visita da un medico. Poi il ricovero, gli esami e la preoccupazione: dei familiari e degli amici – compresi quelli del Fatto – ma anche di tutta la politica italiana, per una volta davvero unita da un dramma inatteso. Alessandro Di Battista, 48 anni, ex deputato dei Cinque Stelle, uno dei principali volti del Movimento nella legislatura dal 2013 al 2018 che li vide per la prima volta in Parlamento, fino a superare il 32 per cento nelle Politiche, sta male.
È ricoverato a L’Avana, a Cuba, dove è stato trasferito ieri da Santa Clara, dove venerdì sera era stato ricoverato. Di Battista era arrivato nell’isola il 22 agosto, per fare alcuni reportage per il Fatto Quotidiano e per Tv Loft, dal titolo La polvere del mondo. Fino a venerdì pomeriggio aveva scambiato messaggi con familiari e amici, compresi ex colleghi del Movimento. Ma qualcosa non andava già da un po’, raccontano. Di Battista aveva forti e persistenti mal di testa. Li aveva attribuiti alla stanchezza: valutazione in fondo normale, visti i suoi continui viaggi per l’Italia per gli spettacoli e l’attività politica, come fondatore dell’associazione Schierarsi. Secondo indiscrezioni, l’ex parlamentare avrebbe avuto disturbi anche durante il viaggio verso Cuba. La certezza è che è arrivato nell’isola e che le emicranie sono continuate. Di Battista si sentiva sempre più stanco e “rallentato”. Venerdì era andato da L’Avana a Santa Clara per vedere il mausoleo di Che Guevara, l’eroe della rivoluzione. Alle 22, ora italiana – a Cuba il fuso è di sei ore indietro – l’ex parlamentare ha pubblicato su Facebook un post su Gaza: “Lo Stato terrorista di Israele continua a bombardare contemporaneamente Palestina, Libano e Siria”. Poi attorno alle 2 del mattino ha condiviso su Instagram una storia in cui rilancia un video pubblicato da Salah Ostaz, giornalista e fotoreporter palestinese attivo nella Striscia di Gaza. Ma i sintomi nel frattempo sono continuati. Al punto che un amico italiano che lavora a Cuba e la sorella dall’Italia gli hanno consigliato di farsi visitare. Ed è stato proprio il medico a dirgli di andare in ospedale. Lì i primi esami, e il ricovero.
Ma contrariamente alle notizie circolate per ore in Italia, Di Battista non perde mai conoscenza. In ospedale entra con le proprie gambe e rimane sempre cosciente. Risponde a molti tra i tantissimi che lo chiamano dall’Italia, mentre i familiari vengono contattati da membri del governo, come il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Difesa, Guido Crosetto. Ma si attiva anche Giuseppe Conte, che garantisce alla famiglia per il Movimento di poter coprire le spese di eventuali trasferimenti di Di Battista: un ex deputato, quindi allo stato un cittadino come tutti gli altri. Per questo nel governo riflettono se esporsi o meno sull’offerta di un eventuale volo di Stato per Di Battista. Ma in giornata sia Palazzo Chigi sia Tajani lo dicono in chiaro: “Il governo sta seguendo con la massima attenzione la situazione e un aereo sanitario è disponibile per far rientrare in Italia Di Battista. Prima di procedere al trasferimento, è tuttavia necessario verificare che le condizioni del paziente lo consentano e che il trasporto non comporti rischi per la sua salute”. Tradotto: la situazione è comunque delicata, tanto che in ospedale arriva l’ambasciatrice italiana a Cuba, Simona De Martino, mentre le agenzie italiane si intasano di comunicati di solidarietà da tutti i partiti. Ma ovviamente i più colpiti sono i 5Stelle. Molti parlamentari sono rimasti in ottimi e costanti rapporti con Di Battista, nonostante il suo addio nel 2021 al Movimento per il suo sostegno al governo Draghi. Nelle chat interne non si parla d’altro, e tutti chiamano tutti. C’è chi piange al telefono. E chi assicura: “Sono entrato nel Movimento per lui”. La base è sconvolta. “L’intera comunità 5 Stelle è rimasta sgomenta” scrive Conte, che con l’ex parlamentare ha sempre mantenuto un filo diretto. I due si sentono. Ma a Di Battista arriva anche la telefonata di un altro grande ex del Movimento, Luigi Di Maio. Si erano lasciati male, per scelte politiche opposte. Ma in una giornata come questa si salutano e scherzano, mentre Di Maio si manifesta anche sui social: “Forza Alessandro, siamo tutti con te”. Nulla invece, almeno fino a ieri sera, da Beppe Grillo, il fondatore e Garante ripudiato del Movimento, a cui spesso Di Battista era stato assimilato come il “più grillino dei grillini”.
Mentre è tangibile il dolore dentro Schierarsi, l’associazione dove in tantissimi speravano e sperano che Di Battista scelga di correre alle prossime Politiche. Ma ora l’ex parlamentare ha altre priorità. Ieri è stato portato in ambulanza all’ospedale di L’Avana Hermanos Ameijeiras, dove è arrivato attorno alle 22 italiane. Lì lo sottoporranno a esami più approfonditi, per capire innanzitutto se e quando sia trasportabile in Italia, o almeno nella vicina Miami, altra ipotesi vagliata in queste ore. Impossibile, o comunque imprudente basarsi sull’esito dei primi esami a Santa Clara, nella Cuba che deve fronteggiare un durissimo embargo. Oggi arriveranno a Cuba Sahra, la madre dei suoi due figli Andrea e Filippo, assieme ad alcuni amici. Un sostegno, di fronte al bivio che Di Battista non si aspettava di dover affrontare.
L’ex ministro e capogruppo al Senato del M5s ha lasciato i propri incarichi per dedicarsi al benessere interiore: “Mentre i più giovani e le donne si confrontano con naturalezza sulla salute psicologica, gli uomini adulti non cercano un percorso interiore e questo è grave perché viviamo in un’epoca di angoscia, che è peggiore dell’ansia”

(di Francesco Palmieri – ilfoglio.it) – La retorica del “Piano B” inneggia al manager pentito che fa il barman ai Caraibi. Elogia chi molla la metropoli per vagolare in barca con famiglia (se opta per il bosco però saranno guai). Comprende invece con più difficoltà un signore che ha fatto politica ad alti livelli, da ministro e capogruppo al Senato del M5s, poi l’ha lasciata per dedicarsi al benessere interiore: perché Danilo Toninelli è convinto che “il tema della salute psicologica sia il più importante” e per promuoverlo ha fondato, con alcuni specialisti, la piattaforma BastaPensieri.it. La scelta non lo sottrae all’attualità: nei giorni scorsi dal suo profilo Instagram ha consigliato a Sigfrido Ranucci di ammettere gli sbagli (“perché chi ha sbagliato non è sbagliato”), ha segnalato un’assurdità burocratica sul contrassegno dei monopattini, ha auspicato che ai “potenti” si taglino le auto blu affinché capiscano cosa vuol dire il caro carburanti.
Non è un’idea demagogica?
Per nulla. Non puoi comprendere l’effetto emotivo di un pieno di benzina finché non lo provi nel tuo portafoglio. Vale anche per chi è ricco, perché spesso è taccagno.
Non le manca la politica?
Ho vissuto una straordinaria esperienza nel Movimento 5 Stelle, ma quel modello di comunità non c’è più. Credevamo che la politica fatta bene fosse l’atto di più grande generosità collettiva, ma bisogna avere il cuore aperto e non un ego gonfio. Ora è tutto basato sull’immagine di sé, tutto è comunicazione e propaganda. Chi sbaglia non ha il coraggio di ammetterlo ma contrattacca dicendo “tu fai peggio di me”. È uno scontro di tifoserie. Non essendo tifoso, non vado allo stadio.
Non vota?
Nessuno mi rappresenta umanamente e politicamente.
Potrebbe ripensarci?
Resterò sempre fedele al vincolo dei due mandati che ci eravamo imposti e nemmeno se mi coprissero d’oro mi ricandiderei. Se nascerà qualche progetto puro, animato dai giovani, potrò dare una mano ma gratuita, dall’esterno. D’altronde la politica si può praticare pure nella vita quotidiana lavorando alla crescita personale. È già una straordinaria rivoluzione contagiare chi ti sta intorno.
Quando ne ha scoperto l’importanza?
Avrò avuto venticinque anni. Gli altri leggevano romanzi, io divoravo libri di psicologia, di neuroscienze. Avevo una visione teorica abbastanza vasta ma è stato circa tre anni fa, con la terapia, che ho acquisito una consapevolezza emotiva e non solo cognitiva. Ne è scaturito il progetto di BastaPensieri.
Ricordandola da politico, non immaginavamo i suoi interessi.
Non ne parlavo pubblicamente anche perché bisogna aver coraggio a esprimere le proprie vulnerabilità. C’è un imprinting culturale che ti vuole sempre perfetto: mentre i più giovani e le donne si confrontano con naturalezza sulla salute psicologica, gli uomini adulti sono chiusi rispetto alla propria emotività. Quando le cose iniziano a non funzionare cadono in depressione o rincorrono compensazioni che peggiorano la condizione. Non cercano un percorso interiore e questo è grave perché viviamo in un’epoca di angoscia, che è peggiore dell’ansia. L’ansia ti fa combattere, l’angoscia insinua che non ce la puoi fare.
Qual è la causa?
Tanti fattori ci hanno disconnessi da noi stessi e troppe cose da fare in troppo poco tempo ci lasciano pensare sempre meno. C’illudiamo che le relazioni informatiche possano sostituire quelle reali e soprattutto abbiamo perso il rapporto con la natura: il nostro cervello è ancora quello di chi si evolveva camminando, invece stiamo seduti tutto il giorno alla scrivania o su un divano. Specialmente in occidente pensiamo poco e facciamo troppo.
Cosa consiglia?
La prima cosa è non scappare dalle emozioni né reagire per automatismi, ma ascoltarsi dentro. Poi chiedere aiuto a professionisti qualificati, perché difficilmente da soli si guarisce da ferite che rimontano all’infanzia o ci si libera da schemi consolidati. Infine, praticare oltre alla terapia la meditazione: la terapia fa capire le emozioni, la meditazione le fa sentire. Chiudere gli occhi e seguire il respiro.
Cos’è la mindfulness psicosomatica?
Riassumendo, è la capacità di essere presente a ciò che accade qui e ora, senza consegnarsi alla paura del futuro o alla ripetizione dei traumi. Paradossalmente, si preferisce cullarsi in un dolore a cui la mente è abituata piuttosto che cercare di guarirne e affrontare una felicità sconosciuta. È centrale l’integrazione mente-corpo: sono tutt’uno e bisogna lavorarci con un approccio clinico scientifico. Le emozioni vanno, per così dire, alfabetizzate.
Toninelli ministro delle Infrastrutture applicava la consapevolezza emotiva?
Non potevo dichiararla per iscritto, ma il Decreto Genova conteneva tutta l’emotività e la sensibilità del mondo. Per me l’unica cosa che contava era aiutare la gente di quella città e i famigliari delle vittime del Ponte Morandi, nonché punire chi aveva enormemente sbagliato.
Quale idea si fece, o s’è fatta poi, di Giuseppe Conte?
È uno che non appartiene geneticamente, mi passi l’avverbio, al Movimento. Se ritenevamo giusta una cosa, noi la facevamo senza curarci del consenso. Sono sempre più convinto che chi aiuta gli altri ne riceva uno straordinario benessere emotivo e che questa relazione faccia crescere gli uomini. Quando una coltre ricopre la coscienza collettiva ne conseguono più guerre e più brutture.
È un invito all’utopia?
A non adagiarsi nel conformismo. Una volta chiesi a Gianroberto Casaleggio se tutti gli attacchi che riceveva non lo ferissero: rispose che ci restava male, ma cercava di volare più alto per non sentire il vocio. Non l’ho dimenticato.
Dopo il forfait della squadra, la governance potrebbe sostituire i giornalisti. Ranucci scrive per conoscere le ragioni dello spostamento, arriva la causa

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – D’altra parte, un Report di destra è sempre stato il sogno segreto dei dirigenti meloniani in Rai. Negli anni hanno cercato di importarlo da fuori facendo a lungo la corte a Nicola Porro, di fronte al suo diniego si sono rivolti ad Antonino Monteleone, ex iena, che per la sua prima serata aveva esattamente quel mandato. Alla fine, potrebbero riuscirci rivoltando la redazione di Report come un guanto.
Non sembra un caso che il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo l’allontanamento di Sigfrido Ranucci dal video, abbia esultato sottolineando che il giornalista «faceva trasmissioni assolutamente pretestuose e a senso unico».

Nelle idee dei dirigenti è ora di invertire la rotta, soprattutto considerato che è già iniziata la campagna elettorale. Un assist potrebbe arrivare involontariamente dalla redazione, che venerdì ha annunciato un esodo di massa dopo la nomina imposta di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi come nuovi conduttori. Filtra un elemento in più per ricostruire le ragioni di questa scelta: c’è chi ipotizza il desiderio della Rai di non “bruciare” nessuno dei nomi di prima fila casomai Ranucci dovesse rientrare per la decisione di un giudice.
Tra i più agguerriti sulla linea oltranzista dell’addio ci sarebbero Giorgio Mottola, Giulia Innocenzi, Danilo Procaccianti e Giulio Valesini, a cui pure era stato offerto il ruolo di capoautore ma che, secondo qualcuno, ambiva al posto da conduttore. Nomi di punta del programma che non avrebbero interesse a rimanere neanche se alla fine dovesse tornare Ranucci. Ormai, è il ragionamento che filtra, la credibilità del programma sarebbe comunque compromessa.
L’azienda ostenta serenità anche per quanto riguarda la causa che Ranucci, molto probabilmente, intenterà. Secondo l’ufficio legale, anche se Paolo Corsini, il direttore degli Approfondimenti che ha fatto da regista all’operazione finora ha agito tirando in ballo solo questioni di opportunità e non disciplinari, la posizione di viale Mazzini è inattaccabile. Il conduttore, dal canto suo, ha già fatto inviare dal suo legale una lettera alla Rai per conoscere le ragioni precise del trasferimento su cui impostare la causa.

In ogni caso, dalla prospettiva dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, si tratterebbe comunque di una situazione win-win. Se Ranucci dovesse davvero essere reintegrato, non troverebbe più la squadra di prima e la sua immagine sarebbe comunque gravemente scalfita dalla vicenda. Se la sua strategia non andasse in porto, la Rai si potrebbe addirittura intestare di aver lanciato due nuovi volti.
Certo, l’azienda non pensa di aver demansionato il giornalista d’inchiesta. «Se anche dovesse andare al Cairo, non è un brutto posto: tra casa e altri benefit lo stipendio è generoso» osserva un dirigente. «E poi è comunque un ruolo di responsabilità e si va in video. Altro che demansionamento, poi è nelle libertà di un direttore spostare un sottoposto, anche di alto livello, in un settore diverso».
Gli inviati, mercoledì, incontreranno Corsini. Successivamente è in programma una conferenza stampa per dare la propria versione dei fatti sulla vicenda.
Dal punto di vista dei dirigenti Rai, la fuoriuscita di una gran parte del nucleo storico – poi, segnalano, ciascuno in redazione deciderà come meglio crede – è la ciliegina sulla torta: la prospettiva di rimpiazzare parte di una redazione così scomoda appare ghiottissima. Non è passato inosservato l’augurio di buon lavoro a Piervincenzi firmato da Welcome to Favelas, che sembra preludere addirittura alla possibilità di innesti esterni che poco hanno a che fare col programma come lo si conosceva.
Certo, in Rai le acque sono tutt’altro che tranquille. C’è chi nota che il contraccolpo della scelta è stato molto superiore alle aspettative. «Se dici che è tutto a posto e poi ti esplode la redazione, forse non è tutto a posto…» ragiona un dirigente. Chi critica la gestione del caso osserva anche che l’azienda si è cacciata in una situazione così contorta che nessuno dei profili di alto livello che erano stati sondati si è mostrato disponibile a rischiare il collo andando a sostituire il conduttore con la possibilità di dover rifare le valigie qualche mese dopo. Tradotto: la situazione non era poi così tanto sotto controllo, tanto che si è dovuto virare su un’altra soluzione.
Ma qualcun altro è più franco: «Mica un allenatore si fa dire dai giocatori chi scende in campo. I nuovi conduttori e capiautore sono stati scelti tenendo conto delle richieste della redazione: o è una battaglia per tenere Ranucci, e allora andava formulata diversamente, oppure quella è la porta».
Se le aspettative per il nuovo programma cambiano radicalmente a questo punto, l’azienda si prepara anche a fare i conti con le ricadute dovute alla scelta di due stabilizzati con la selezione interna, di cui uno destinato a una sede regionale. Nelle ore immediatamente successive all’annuncio, tanti dei colleghi che da Roma hanno accettato posti in tutta Italia con relativo trasloco si sono chiesti il perché di un trattamento diverso per uno “stabilizzato”, Piervincenzi, che stava per firmare alla Tgr napoletana.

Ora, nonostante un nulla a pretendere firmato da tutti i partecipanti al concorsino, sembrano aprirsi scenari nuovi con soluzioni à la Piervincenzi, che verosimilmente andrà verso un incarico in distacco dalla sede.
Resta il fatto che, dopo che il vaso di Pandora della sostituzione di Ranucci è stato scoperchiato, a masticare amaro più di tutti sono i giornalisti del programma. «Tutti hanno avuto quello che volevano. La destra si è liberata di Ranucci, la sinistra può gridare al golpe» spiega un inviato. «In mezzo ci siamo noi, che abbiamo visto morire Report».

(di Michele Serra – repubblica.it) – Terrorista, per chi come me è nato e cresciuto nella seconda metà del Novecento, è una parola importante. Definiva chi metteva le bombe sui treni e nelle piazze facendo strage di innocenti (terrorista nero) e chi freddava un essere umano inerme a revolverate davanti al portone di casa o mentre andava al lavoro (terrorista rosso). C’era un ingresso netto e ben definito che portava al terrorismo abbandonando la vita civile. Un varco ben distinguibile, non equivocabile.
Ora, grazie al nuovo potere paranoico che vede in Trump il suo campione (con parecchi emuli in giro per il mondo), terrorista è diventata una parola fasulla, un abuso lessicale. È quasi sinonimo di dissidente, o di antagonista, o di radicalmente differente. Per essere definito terrorista non serve progettare attentati o usare violenza allo scopo di sovvertire l’ordine sociale. Basta non omologarsi, non obbedire, non rigare diritto di fronte all’autocrazia finanziaria e politica che si crede sola regola del mondo.
Così la piccola vicenda del sito “Autistici/Inventati”, oscurato dagli americani perché «terrorista», ha un grande significato. Provate a organizzare dissenso, o a diffondere pensiero antagonista, anche senza alcuna intenzione o azione violenta: sarete terroristi, e perseguiti per esserlo.
Incredibilmente, provò a chiamare «terroristi», l’amministrazione americana, anche le innocenti e pacifiche vittime dell’Ice. Dovette ingoiare la bugia perché troppo smaccata, troppo ignobile perfino per l’ignobile bolla del trumpismo. Ma di qui in poi, quando sentiamo dire «terrorista», prima di pensare al destinatario di quella definizione sarà meglio pensare al mittente.
Spesso il tribunale ha costretto viale mazzini a fare dietrofront

(di Vincenzo Bisbiglia – ilfattoquotidiano.it) – Epurazioni, ridimensionamenti, trasferimenti. A cui sono seguite spesso sentenze che danno torto alla Rai, esponendola a reintegri clamorosi e risarcimenti anche milionari. La storia recente degli altri “casi Ranucci” non promette sonni tranquilli per l’ufficio legale di Viale Mazzini.
Uno degli episodi più celebri risale al 2010, con Augusto Minzolini direttore del Tg1. Il 26 febbraio il tg delle 20 dà la notizia dell’“assoluzione” in Cassazione dell’avvocato David Mills, imputato per corruzione e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi. Ma quel titolo è falso, perché la Corte dichiarava la “prescrizione” del procedimento, cosa ben diversa. Quando Minzolini viene sommerso dalle polemiche, la conduttrice Tiziana Ferrario e alcuni cronisti tra cui Piero Damosso e Paolo Di Giannantonio si rifiutano di sottoscrivere la lettera di solidarietà. Così a marzo 2010, Ferrario e i due colleghi vengono rimossi dai rispettivi incarichi. Minzolini si giustifica parlando di un’operazione di “rinnovamento”. Il giudice però rileva la violazione e a dicembre 2010 ordina di riportare in video Ferrario, dichiarando l’illegittimità della rimozione di Damosso e Di Giannantonio. Minzolini sarà condannato per abuso d’ufficio in Appello nel 2017, poi prescritto.
Nello stesso periodo, sempre al Tg1, montano altri due casi. Maria Luisa Busi ed Elisa Anzaldo rinunciano polemicamente alla conduzione dei rispettivi tg. Trattandosi di rinunce volontarie, non seguiranno azioni legali.
Di scuola invece quanto accaduto nel 2009 a Paolo Ruffini, direttore di Rai3, rimosso dall’allora dg Mauro Masi nell’ambito di una dichiarata “rotazione dei dirigenti”. Al numero uno di Rai3 viene proposta la direzione di Raidigit, ma lui il 1° marzo 2010 fa causa alla Rai e il 28 maggio il Tribunale, parlando di rimozione “illegittima e discriminatoria”, lo reintegra.
Ha fatto poi storia il cosiddetto “editto bulgaro” di Silvio Berlusconi nei confronti di Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Michele Santoro nel 2002. Proprio Santoro intraprende una lunga battaglia giudiziaria vinta nel 2005, che riporta l’anchorman in video nel 2006 con Annozero. La guerra della Rai a Santoro ripartirà nel 2009, per concludersi nel 2011 con una risoluzione consensuale e una cospicua buonuscita per il conduttore salernitano da circa 2,3 milioni di euro (pari a 30 mensilità).
Non è finita. Nel 2021 l’ex vicedirettore del Tg1, Filippo Gaudenzi, viene demansionato dall’ex direttrice Monica Maggioni e fa causa: la Rai perde sia in primo grado sia in Appello e il 20 maggio 2026 Il Foglio dà la notizia del risarcimento da 350 mila euro. Di qualche anno prima, 2017, la vittoria legale di Carmen Lasorella, storico volto del Tg2, rimossa da Rainet nel 2014 e lasciata senza incarico. Anna Maria Pinnizzotto, invece, aspetterà 25 anni per vedersi riconosciuta, nel 2024, l’illegittimità della sostituzione, nel 1999, alla conduzione del Tg3.
Sono infine andati agli eredi i 180 mila euro riconosciuti a Oliviero Beha per il declassamento subito tra il 2008 e il 2010 da vicedirettore di Rai Sport: la sentenza arriverà a settembre 2017, con il cronista deceduto 4 mesi prima.
L’Ue ha misurato il peso della burocrazia: l’assistenza all’utente è un caso. Per l’Ocse, meno di un italiano su due è soddisfatto sul fronte dei servizi

(ANNA MARIA ANGELONE – lastampa.it) – Un certificato è per sempre. Già, perché dalla culla alla tomba ogni italiano ha un fidato compagno di vita: la burocrazia.
Basti pensare alla nascita di un bebé. Sulla carta, sembra tutto semplice. E invece si presentano subito le prime complicazioni. Un monitoraggio svolto dal dipartimento della Funzione pubblica registra, fra le criticità pervenute, un discreto aggravio burocratico di adempimenti come l’aggiornamento della domanda di maternità e la tessera sanitaria per il neonato. Nel frattempo, i cittadini lamentano di dover acquisire il codice fiscale altrimenti non si può iscrivere il piccolo alla Asl, procedere all’assegnazione del pediatra e prenotare le visite. Altro problema affiora per l’imposizione dei nomi: le regole, in base alle segnalazioni, sono poco chiare e il comportamento degli uffici comunali per i cognomi compositi attribuiti ai figli non è uniforme.
Secondo l’Ocse, meno di un italiano su due si dichiara soddisfatto dei servizi amministrativi utilizzati a fronte di una media del 66%. Il possente investimento del Pnrr ha previsto lo snellimento di 600 procedure e digitalizzato con un certo successo.
Bruxelles ha misurato il peso della burocrazia su un centinaio di servizi pubblici digitali per eventi quotidiani “chiave” come lavoro, trasferimento, trasporti e così via. Stando ai risultati dell’eGovernment Benchmark 2026, la Pa italiana è ormai sopra la media europea per grado di digitalizzazione. Ma questo non sembra aver semplificato la vita ai cittadini.
Le performance peggiori sono l’assistenza all’utente (l’Italia è sotto di quasi 20 punti rispetto alla media Ue), la ristretta disponibilità di moduli precompilati (quasi 13 punti in meno della media) e la scarsa trasparenza della procedura (qui, il gap è di 10 punti).
Il “tallone di Achille” appare la sanità. Se a livello europeo l’indice di gradimento raggiunge 84.6 punti su 100, per l’Italia si ferma a 57,29: il più basso di tutti i settori valutati.
Un nodo resta l’attesa. Nonostante un miglioramento delle liste, in diverse regioni, i tempi per visite, esami diagnostici, operazioni sono ancora “improponibili”. I cittadini denunciano procedure farraginose e disallineamenti di calendari fra i sistemi Cup, i portali online regionali e le singole strutture sanitarie. Se manca la disponibilità, bisogna armarsi di pazienza e reiterare la ricerca, il più delle volte contattando gli uffici di persona. Disagi anche per la conferma degli appuntamenti: il servizio sanitario soffre le mancate cancellazioni del paziente in caso di imprevisti, mentre il paziente lamenta di essere depennato se non risponde alla prima chiamata della struttura. Fra le carenze, la scelta del medico di base. Il servizio online non risulta utilizzabile se non ci sono dottori selezionabili e, stando alla doglianza di un lombardo, bisogna inviare più mail alla Asl allegando i propri documenti.
Emerge, poi, una differenza fra amministrazione centrale e locale: la burocrazia percepita dai cittadini appare più problematica a livello comunale. Del resto, ognuno ha le sue norme.
Per un passo carrabile davanti casa, è necessaria un’autorizzazione o concessione dell’ente proprietario della strada (di solito, il Comune). Ma a Roma servono la domanda al Municipio, il documento d’identità, una relazione tecnico-esplicativa di un tecnico abilitato, le planimetrie quotate 1:100 dello stato dei luoghi e del progetto, la planimetria generale di inquadramento, le fotografie, il titolo di proprietà o il contratto di locazione con assenso del proprietario, la documentazione urbanistico-edilizia dell’immobile, eventuale Scia/Cila se occorrono lavori, eventuale documentazione antincendio. A Torino, invece, il passo carrabile e lo scivolo sono due autorizzazioni distinte. E bisogna prima ottenere il via libera per questo. Neppure davanti alla dipartita, c’è scampo. Se si eredita un’auto, bisogna produrre un atto di accettazione dell’eredità in bollo, il documento d’identità in corso di validità di ogni erede, il foglio complementare, la carta di circolazione del mezzo e il certificato di morte del proprietario defunto. Per intestarsi la vettura, è necessario effettuare due passaggi di proprietà: uno per iscrivere il mezzo a tutti gli eredi e l’altro per trascriverlo a favore dell’unico che risulterà intestatario. Il conto, fra costi fissi e variabili dell’imposta provinciale di trascrizione, parte da una base di 273,18 euro per un veicolo da 53 kW ma per ogni cavallo aggiuntivo scatta un extra di 3,51 euro e l’importo è maggiorato fino al 30% in base alla città. Si intende, moltiplicato per due.
“Tutte le accuse sono di vaghezza straordinaria L’azienda ha subito forti pressioni dal centrodestra”

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Roberto Natale è consigliere di amministrazione Rai, ma ha saputo della cacciata di Ranucci nello stesso momento in cui l’azienda informava le agenzie di stampa.
Natale, si aspettava un coinvolgimento diverso?
Le nomine dei conduttori non sono di pertinenza del Cda, ma nella seduta del 30 luglio era stato chiesto all’ad Rossi che i consiglieri fossero informati delle decisioni su Report, di cui invece abbiamo saputo insieme alle agenzie. Uno schiaffo voluto al Cda: anche per questo io e altri due consiglieri, Davide Di Pietro e Alessandro Di Majo, abbiamo subito scritto una nota per prendere le distanze da questa scelta dissennata che potrebbe avere strascichi in sede giudiziaria.
A cosa si riferisce?
A ogni eventuale legale o di danno economico che potrà essere valutato. L’azienda ha dato un colpo durissimo a Report, un programma campione di ascolti, in testa alle rilevazioni Qualitel sull’apprezzamento dei telespettatori e in grado di garantire pubblicità, in una stagione nella quale ci sarebbero ben altri problemi di ascolti di cui occuparsi.
La scelta è politica?
Non è stata data una motivazione per cui Ranucci è stato rimosso da Report. O si dimostra che l’amicizia con Lavitola, pur discutibile, ha influito sui contenuti di Report, o tutto il resto è di straordinaria vaghezza. Oltretutto Ranucci resta vittima inconsapevole di un attentato. Restano solo motivazioni di natura politica. Del resto c’è stata una impressionante campagna del centrodestra a cui si è data soddisfazione.
Rossi e Corsini hanno subito un diktat?
Su questa vicenda c’è stata una pressione politica fortissima, ma un vertice aziendale che ha minimamente a cuore l’azienda potrebbe almeno simulare un pizzico di autonomia, di orgoglio. Invece nessuno ha mai speso una parola a difesa di Report, insultato senza conseguenze anche da altri volti Rai.
È stata una procedura anomala?
Di anomalie in questa storia ce ne sono state tante. Abbiamo visto il Tg1 delle 20 fare un servizio su “le indiscrezioni” su un documento della redazione contro Ranucci. Noto che il Cdr dell’Approfondimento, gli inviati e i capi-autori hanno tutti contestato la decisione della Rai. Poi abbiamo visto pubblicati sul Tempo i compensi dei giornalisti: nulla contro il Tempo, ma sono dati che non vengono forniti neanche al Cda per ragioni di privacy. Qualcuno ha indagato su chi li ha fatti uscire, a proposito di etica?
A chi si riferisce quando parla di attacchi da dentro la Rai?
Possibile che sia consentito il pestaggio mediatico da parte di alcuni conduttori, come Salvo Sottile, che ha scritto decine di post contro Ranucci? È tutto sbagliato. La decisione della Rai è una drammatica dimostrazione di autolesionismo.
Dopo il referendum sulla giustizia l’opposizione avrebbe dovuto rendere credibile la coalizione con un programma. Se ci fosse, la questione premiership sarebbe meno incandescente

(di Michele Serra – repubblica.it) – Lo scorso aprile, quando era ancora fresca la secca sconfitta del governo nel referendum sulla giustizia, scrissi su questo giornale un articolo nel quale si chiedeva ai leader dei partiti di opposizione di non perdere tempo ed energie nella questione della leadership, e di rendere credibile, visibile l’ipotesi di una coalizione presentando agli elettori un programma di governo. Siglato il quale anche la questione della leadership sarebbe meno incandescente, perché chiunque ambisse a essere leader lo sarebbe a garanzia di un accordo politico, non degli interessi di uno solo degli artefici di quell’accordo.
Mi permetto l’autocitazione perché sono passati cinque mesi, ma quasi nulla (a parte qualche fotografia sorridente) sembra essere accaduto lungo la via di un’intesa politica solida, nero su bianco. E dunque potrei riscrivere oggi le stesse identiche parole: «Datevi una mossa, voi che guidate i partiti all’opposizione. Tutto ci aspettiamo da voi, nel bene e anche nel male, tranne un faticoso, inespressivo tergiversare tattico, sospettabile di nascondere interessi personali e interessi di partito. Non ne vogliamo sapere niente, delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che vi aspetta: unire le forze e mettere nero su bianco un programma di governo».
Da allora ad oggi si è parlato molto, anzi moltissimo, della questione della leadership e dei modi per stabilirla (primarie sì, primarie no). Pochissimo, o per nulla, degli obiettivi politici condivisi dagli aspiranti alleati, ovvero di ciò che chiamiamo “programma” non per formalismo, ma perché non si capisce quale altro movente, se non una visione concorde delle cose da fare, potrebbe animare una coalizione politica. Che cosa rimane in campo, in assenza di una intenzione politica condivisa, che non sia solo l’affermazione personale dei singoli leader, o aspiranti leader?
Ammesso e concesso che l’informazione politica, per come è congegnata, adora il gossip sui rapporti personali tra i protagonisti, e assai meno il resoconto dell’attività politica quotidiana (nelle istituzioni e sul territorio), rimane il fatto che, sul fronte del programma, o più vagamente del percorso comune che prima o poi, bene o male, volenti o nolenti gli aspiranti alleati saranno obbligati a fare, non si ha notizia certa. Dunque si è autorizzati a pensare che alcun programma comune sia alle viste. Le ragioni di questa omissione, volontaria o involontaria che sia, possono essere queste:
1 – Un programma comune è impossibile, perché troppo grandi sono le differenze politiche tra i partiti coinvolti. Obiezione: ma allora perché mai milioni di elettori, per non dire i milioni di non votanti, dovrebbero dare il loro voto a una coalizione nata morta?
2 – Conte e Schlein, i due azionisti di maggioranza dell’impresa “Campo Largo”, sono convinti in cuor loro che un programma comune sarà possibile, ma solo dopo che le primarie avranno insediato un leader: solamente allora sarà chiaro con quale pugno e quale calligrafia si potrà scrivere il programma. Obiezione: questo è il classico wishful thinking (in italiano, pio desiderio) perché è fortemente in dubbio che gli elettori di Conte, se sconfitti alle primarie, votino Schlein, e viceversa. Le primarie, come detto da molti (quasi tutti) coloro che sono intervenuti nel dibattito, per loro natura dividono, mettendo i candidati in conflitto tra loro. La sola condizione per renderle digeribili sarebbe – non ne vedo altre – che prima, non dopo, i gareggianti firmassero un programma comune, impegnandosi a realizzarlo.
3 – È il concetto di programma in sé a non appassionare i leader del centrosinistra. La considerano solo una lista virtuosa di bei propositi messi sulla carta. Bastano e avanzano, come collante, i famosi valori comuni, la Costituzione, il welfare, la pace che è molto meglio della guerra, i diritti che sono molto meglio della loro ininterrotta abrasione da parte del governo in carica. Obiezione: di andare a votare per i Sacri Principi, francamente, non si sente in giro molta voglia. Non per cinismo, ma per realismo. Nessun governo potrà mai trasformare questo Paese in un Giardino dei Giusti, né padri e madri costituenti risorgeranno dai sepolcri perché la sinistra, per il rotto della cuffia, vince un’elezione. Sarebbe già molto riuscire a far pagare le tasse a tutti o almeno a quasi tutti, difendere la scuola pubblica e la sanità pubblica, fare della sicurezza un tema di convivenza, di rispetto delle leggi, di protezione dei più indifesi e di solidarietà civica; non un tema da sceriffi nevrastenici, come è adesso. E dunque è obbligatorio, non facoltativo, che chi ci chiede il voto ci dica come, in concreto, punta a migliorare le cose nella direzione sopra detta.
4 – Siamo troppo impazienti, noi elettori. Un programma sarà fatto, un leader sarà scelto, è nell’ordine naturale delle cose. La destra ha fallito e dunque, per contrappasso, tocca alla sinistra governare. Accadrà perché deve accadere. Obiezione: sarebbe questa, tra le tante, la peggiore delle ragioni per non accelerare i tempi e lavorare a un programma comune. La sinistra, semmai l’abbia mai avuta, non ha alcuna pezza d’appoggio per vantare una superiorità “di partenza” di fronte alla destra. Non alcun diritto “naturale” al governo: deve conquistare i voti dei cittadini uno per uno, perché è più convincente e più laboriosa, certo non perché è più brava a prescindere. Proprio perché la coalizione oggi al governo non ha un programma comune, è divisa su molte cose e tenuta assieme quasi solamente dall’esercizio del potere, bisogna far valere sul campo una volontà di studio, di lavoro e di applicazione che possa attirare alla sinistra politica (che non brilla per questa qualità) una certa umiltà. Mettersi lì a testa bassa, lasciando da parte le ambizioni personali, e lavorare per un programma di dignità repubblicana, e di sollievo sociale, sarebbe infine una prova di umiltà molto apprezzabile.