La guerra in Iran, il rischio rincari, le gaffe dei ministri, il caso Bartolozzi. La quadra impossibile con un elettorato che chiede di non inseguire gli Usa

(Daniela Preziosi – editorialedomani.it) – De-trumpizzarsi. Per Giorgia Meloni è una mission impossible, ma in qualche maniera stamattina alle 9 e 30 al Senato, e nel pomeriggio alla Camera, dovrà provare a mettere una distanza di sicurezza fra sé e Donald Trump, il presidente della guerra (la proposta del Nobel per la pace ormai appare come un amarissimo autogol), che a mezzo Corriere della Sera le ha recapitato complimenti che in altri momenti avrebbe venduto come una medaglia («una grande leader», «una mia amica»), e ora sono un’altra fonte di imbarazzo.

La guerra israeloamericana sembra far girare la ruota, il vento. L’elettorato di Fratelli d’Italia, l’elettorato di Meloni, è «né né», come lei: non deluso dal governo, neanche entusiasta. La premier ha perso la spinta propulsiva? Ma il vero buco nero è la politica estera e le alleanze internazionali: secondo il sondaggio di Izi per il nostro giornale, pubblicato martedì e analizzato da Marco Damilano, per il 58,1 per cento il governo deve essere più autonomo dal presidente Usa, per non dire da Benjamin Netanyahu.
Sull’Ucraina quasi il 60 per cento crede che sarebbe meglio sospendere gli aiuti militari. Del resto il suo senso politico non aveva bisogno dei sondaggi: negli ultimi tempi Meloni, senza smettere di appoggiare Volodymyr Zelensky, lo ha sbianchettato dai discorsi. E sulla guerra di Trump e Netanyahu contro Teheran si è attestata su un «né, né» che in altri tempi avrebbe bollato come codardia tartufesca.

Oggi per lei può essere il D day, l’inizio dell’operazione-rimonta. Oppure il giorno della verità. Comunque vada, questa giornata sarà un bivio, forse il primo vero della legislatura: può riprendere le redini della comunicazione del suo governo e della sua maggioranza, che in quest’ultima settimana è andata a briglie sciolte cioè a rotoli: da una legge elettorale apparsa per quello che è, un tentativo disperato – disperatamente oggi i suoi cercano di dialogare con il Pd – alle gaffe dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani, alla Waterloo di Giusi Bartolozzi, la donna forte di Nordio (il ministro Luca Ciriani minimizzava, ma le opposizioni continuano a cannoneggiare).

Oppure farsi saltare i nervi e lasciar esplodere l’irritazione accumulata, magari nelle repliche a braccio (le opposizioni proveranno a provocarla) ma così compromettendo le previsioni di voto del referendum: che è solo fra undici giorni. Con incalcolabili conseguenze, che possono spingersi fino all’incubo di iniziare con una clamorosa storta la cavalcata verso le prossime politiche.

È per questo che ha voluto anticipare dal 18 marzo a oggi le comunicazioni sul Consiglio europeo: parlare della guerra in Iran alla vigilia del voto era rischioso. Ma le opposizioni non mollano: di qui alla riunione del 19 e 20 marzo troppe cose possono cambiare. Anche su questo la premier ha dovuto capitolare e mettere in conto di tornare in parlamento. A sera la destra ipotizzava di presentare due risoluzioni diverse, una sull’Iran e una sul Consiglio. Resta un pasticcio.
Meloni tenterà di dimostrare di non essere (più) una MAGA. Lo confermano i forzisti più ciarlieri, come il senatore Maurizio Gasparri: «In queste situazioni ci sono due scelte: o fare i camerieri bombardieri, come fece D’Alema nel 1999 agli ordini di Clinton senza informare il parlamento, oppure osservare le questioni che accadono senza fare i camerieri-bombardieri. La sinistra, prima con D’Alema e poi con “Giuseppi”, ha fatto da cameriere agli americani. Noi osserviamo con la dignità e l’autonomia delle nostre posizioni». Al netto della polemica con gli ex premier, la posizione concordata con gli alleati è quella di «osservatori autonomi». Per questo adesso Meloni si aggrappa ai leader europei, vedasi la videocall di martedì per cercare una strategia comune sulla crisi dei prezzi causata dal conflitto. Ma il governo si è arenato sui provvedimenti contro il caro energia. Addio al sogno del tesoretto su cui Meloni contava per dare slancio all’ultima finanziaria della legislatura. I conti italiani restano intrappolati nella procedura di infrazione.

Così la destra cambia strada. Nella risoluzione della maggioranza riscopre il diritto internazionale. E il diritto europeo, e le «sedi europee» da «sostenere e valorizzare», in vista di eventuali missioni comuni nel Golfo. Meloni deve aggrapparsi anche al presidente Sergio Mattarella. Che, ricevendo a Firenze la laurea honoris causa in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri, ha invitato i giovani a «non lasciare che si realizzi» la «regressione» profetizzata da Tocqueville, quella di «un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». E ha parlato di chi ha la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi»; «soggetti tecnologici e finanziari» che hanno la nuova «la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la seconda guerra mondiale», appunto il diritto internazionale. In filigrana si legge la coppia Trump-Musk, i grandi amici e ispiratori dell’iniziale scommessa del governo.

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Il messaggio l’hanno ricevuto decine di migliaia di italiani: «Si prega di contattare con urgenza i nostri uffici Cup, Centro unico primario, al numero 893… per importanti comunicazioni che la riguardano». Oppure di contattare il Caf, o l’Asi. Sembra che l’sms arrivi dal servizio prenotazioni dell’Asl, o dal centro di assistenza fiscale. Vuoi non richiamare subito? Spesso risponde una segreteria telefonica che ti prega di rimanere in attesa per non perdere la priorità acquisita, fino a quando la linea si interrompe. Quando invece risponde un operatore, ti chiede con tono professionale le generalità, ti fa attendere per verificare al terminale qualcosa, la tira per le lunghe senza dirti qual è l’importante comunicazione che ti riguarda. «Attenda un attimo»… musichetta… cade la linea. Richiami, e la trafila riparte. È una truffa che costa 2 euro al minuto e di cui ti accorgi solo quando arriva la bolletta.
La legge impone ai call center di dire subito, in modo «chiaro ed esplicito», costo della telefonata, nome e ragione sociale di chi eroga il servizio. Cosa che i truffatori non fanno. Si chiama callback phishing: in pratica sei tu a contattare i criminali e a metterti nelle loro mani. Ecco come funziona e dove origina.
Premessa: se iniziano con 89 sono numeri telefonici a sovrapprezzo. Li usano i call center per farti parlare con astrologi, cartomanti, «esperti» del lotto, ma anche le aziende per offrire assistenza ai clienti (ad esempio il servizio informazioni di Italo è un 892) o per votare a Sanremo (con un 894).
I numeri appartengono allo Stato e il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) li dà in uso per un anno agli operatori telefonici, che li acquistano a «blocchi»: più il numero è corto, più costa. I truffatori delle false «comunicazioni urgenti», quasi sempre usano degli 893 seguiti da 5 cifre, che il ministero vende a lotti di 100. Prezzo: 5 euro a numero telefonico. Neppure il ministero sa con precisione quanti degli 89 che ha distribuito siano attivi, come non sa quali società li stiano effettivamente utilizzando, né quanto traffico generino. A quest’ultima domanda ci risponde una grande compagnia telefonica: secondo le sue stime, lo scorso anno gli italiani hanno trascorso quasi 20 milioni di minuti parlando con il centralino di un 89.
Siamo partiti da un sms che, a febbraio, invitava a contattare il Cup all’893.42262. Questo numero al Mimit risulta «non assegnato», probabilmente perché i registri non sono aggiornati. Scopriamo che fa parte di un lotto acquistato da Intermatica, società di Roma che fa capo a Nexora, con sede in Irlanda e di proprietà dell’imprenditore Orlando Taddeo. Oltre a vendere servizi di comunicazione a privati ed enti statali (rifornisce di telefoni satellitari i carabinieri e il ministero della Difesa), Intermatica offre numeri a sovrapprezzo ai call center che ne fanno richiesta.
Il 27 novembre 2025, Intermatica cede questo e altri 893 alla Enterprise Working Italia, che ha sede legale nello studio di un commercialista di Roma. La proprietà è collegata a un canale tv locale attivo tra Lombardia e Piemonte, che trasmette teleshopping; e infatti Enterprise si occupa di pubblicità per trasmissioni tv, ma anche di rivendere, a sua volta, i numeri a sovrapprezzo. A inizio gennaio 2026 cede il «nostro» e almeno altri quattro 893 che nelle ultime settimane sono stati usati per le truffe (sia con i falsi Cup che con i falsi Caf) alla Jetcom Srl, sede legale a Roma, sede operativa a Napoli. Titolare, un’insospettabile negoziante, Cristina Ippolito, 49 anni, originaria di Portici. Le sue operatrici lavorano da casa, e fanno consulenze sui numeri del lotto, ma soprattutto telefonate erotiche. Infatti, sempre alla Ippolito fa capo la Cristel Communication, che gestisce il sito a luci rosse 69incontri.it, che propone «ragazze e donne mature pronte a esaudire i tuoi desideri» per 2 euro al minuto. Nei mesi scorsi, anche quei numeri apparivano negli sms delle false «comunicazioni urgenti».
I servizi della Jetcom vengono pubblicizzati sia sul loro sito che, nelle ore notturne, sul canale tv collegato a Enterprise, dalla quale la signora Ippolito acquista quindi gli spazi promozionali e i numeri di telefono. Contattata, Ippolito ammette: «Faccio call center da trent’anni, ho cominciato quando c’era l’144 e si facevano palate di soldi. Ma ora il mercato delle chiamate erotiche è cambiato, c’è stato un calo del fatturato…». E così, per risollevare gli affari, ha cominciato con le truffe. «L’idea l’ho copiata da altri, che lo fanno su scala molto più grande della mia: sono loro i veri criminali…». Intanto, per parlare con l’893.42262 – che, lo ricordiamo, è solo uno dei numeri-frode che fanno capo al suo call center – gli ignari italiani hanno speso 24mila euro in una settimana (dall’1 al 7 febbraio).
Quanto intascano i truffatori sui 2 euro al minuto che vengono addebitati sulla bolletta? Tutto dipende dagli accordi commerciali tra le singole parti della «filiera»: la compagnia telefonica trattiene tra il 30 e il 50%, il resto lo versa alla società che ha preso in concessione il numero dal Mimit, la quale si tiene una quota (nel caso di Intermatica, il 10-15%) e paga quel che rimane al cliente, che a sua volta – se non lo usa direttamente ma fa da intermediario – trattiene una parte, (alla Enterprise va il 3%) e versa il resto al call center. Su tutto, ci guadagna pure lo Stato: il 22% di Iva, oltre ai 664mila euro che il Mimit incassa ogni anno dalle concessioni degli 89.
In mezzo ci stanno le società che si occupano dell’invio degli «sms di massa». Per farci un’idea, l’italiana Skebby ha in archivio 21 milioni di cellulari di italiani già profilati per età, e con 2.750 euro garantisce l’invio di 36mila messaggi con il testo scelto dall’acquirente. Immaginate 36mila anziani ai quali arriva l’avviso del falso Cup o del falso Caf.
Ogni anno 3,9 milioni di italiani sono presi di mira dalle frodi telefoniche, che portano nelle tasche dei criminali all’incirca 600 milioni di euro. E una truffa su tre avviene via sms. Gli 893 usati per le finte «comunicazioni urgenti» sono centinaia e cambiano di continuo; mentre le società che li gestiscono, probabilmente, sono una manciata.
Ma cosa si sta facendo per fermarli? Le compagnie telefoniche, in seguito alle lamentele dei clienti sono tenuti a segnalare, e possono bloccare «per presunta frode» i pagamenti agli operatori che hanno in concessione il numero. Intermatica sostiene di effettuare verifiche a campione sulla corretta gestione delle chiamate da parte dei propri clienti, e di aver disattivato 450 numerazioni «sospette» solo nel 2025. Il problema è che i truffatori sono più veloci, e qualcuno che noleggia un nuovo 893 lo trovano sempre. La legge sulla privacy si estende anche ai contatti telefonici, ma per le autorità non è difficile risalire alla titolarità di chi ha quel numero in uso (noi lo abbiamo fatto), ma per stoppare i truffatori e chiedere il risarcimento del danno serve una denuncia alla polizia postale o alla procura della Repubblica. E chi si prende questa briga per un addebito di 10 o 15 euro in bolletta? Quasi nessuno. È così che le truffe proliferano.
dataroom@corriere.it

(di Michele Serra – repubblica.it) – Come suggello ideale di un discorsetto a base di «distruggere» e «schiacciare», il ministro della Guerra americano, signor Hegseth, ha recitato davanti ai giornalisti, si spera attoniti, il salmo 144 della Bibbia, una delle tante invocazioni che le tribù antiche rivolgevano al loro dio locale perché le proteggesse in guerra, al tempo stesso maledicendo e annientando le tribù nemiche.
L’invocazione a dio per cause di guerra, distruzione del nemico, strage dei primogeniti e consimili vale, in termini culturali e in rapporto a quel poco di evoluzione del cerebro che homo sapiens ha saputo concedersi, quanto il cannibalismo e i sacrifici umani.
Siamo dunque lì, ancora lì, in quei paraggi arcaici nei quali, con giusto sgomento, vediamo inchiodato l’Iran per mano del suo clero feroce (e i coloni israeliani rubare terra e vita ai palestinesi di Cisgiordania senza nemmeno sospettare di essere ladri e violenti: perché sta scritto nella Bibbia che quei terreni sono loro. Deve trattarsi di un dio del Catasto).
Ma perché Hegseth sperpera l’unico alibi decente a sua disposizione (agire contro l’intolleranza dispotica della teocrazia), trasformando la terza guerra del Golfo in un derby tra devoti di opposte religioni? Per ottusità? Per fanatismo? Per sbadataggine?
Solo lui può saperlo. Noi invece sappiamo — senza possibilità di equivoco — che a capo del più potente esercito del mondo c’è un fanatico religioso. In che secolo siamo? Sempre nello stesso, cari miei: da tre o quattromila anni.
PS — Ma il papa americano non ha nulla da dichiarare su questa tragedia americana?

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Certo, il livello è quello che è. E non fa eccezione neppure la premier Meloni, quella che passa per statista al cospetto di certi ministri del suo governo che continuano a collezionare gaffe e scivoloni come se non ci fosse un domani. Se del resto l’Armageddon escogitata dalla presidente del Consiglio per raddrizzare le sorti di un referendum dall’esito sempre più incerto è arruolare – come rivelato da Repubblica – il cantante Sal Da Vinci, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo con Per sempre Sì, allora siamo messi davvero male.
Sempre meglio, d’altra parte, delle sparate di Nordio (tipo quella sul sistema “paramafioso” del Csm) e Tajani (che vorrebbe sottrarre la polizia giudiziaria al pm). Per non parlare della performance della capo di gabinetto del guardasigilli, Bartolozzi (“Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che è un plotone d’esecuzione”). Insomma, se gli argomenti sono questi, meno si parla del merito della riforma che demolisce il Csm e meglio è per il centrodestra. Deve esserselo detto pure il direttore de Il Giornale, Cerno, che ieri nella seconda puntata della sua striscia quotidiana su Rai2, ha deciso di seguire proprio lo spartito della canzone di Sal Da Vinci.
Prima per parlare di referendum e poi, ospite di BellaMa’, per esibirsi chitarra in mano nella cover del vincitore di Sanremo. Un propiziatorio Per sempre Sì in vista della consultazione del 22 e 23 marzo. Sempre che, dopo quello degli ascolti tutt’altro che entusiasmanti della prima puntata, gli elettori non rifilino un 2 di picche pure a Meloni.
FONTI, NIENTE SCUSE PUBBLICHE, IL CASO BARTOLOZZI SARÀ GESTITO INTERNAMENTE

(ANSA) – Da parte di Giusi Bartolozzi, al momento, non sono in arrivo scuse pubbliche, e “verrà gestito internamente” il caso nato dopo le parole con cui il capo di gabinetto del ministro della Giustizia ha definito la magistratura “plotoni di esecuzione”. È quanto si apprende da più fonti di governo.
Un’uscita che non è piaciuta per niente alla premier Giorgia Meloni, fortemente contrariata. Bartolozzi “deve tenere a freno la lingua”, una delle considerazioni che si fanno all’interno dell’esecutivo in queste ore, mentre la polemica continua a essere al centro del dibattito in vista del referendum sulla giustizia.
Non sono però in vista decisioni drastiche, e lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio ha chiarito in queste ore che il suo capo di gabinetto “non deve dimettersi”. Ieri Nordio, spiegando che Bartolozzi “si riferiva a una piccola parte di giudici politicizzati”, si diceva certo che “non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole che, sono certo, non rispecchiano il suo pensiero e la stima che ha della magistratura, di cui, tra l’altro lei stessa fa parte”.
REFERENDUM: FONTI, ‘IRRITAZIONE MELONI SU BARTOLOZZI, SI ATTENDONO SCUSE’
(LaPresse) – La capo di Gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, al centro della bufera per le parole pronunciate in una trasmissione televisiva contro le magistratura, per il momento tace.
Ma resta la richiesta di scuse rinnovata pure oggi dal Guardasigilli Carlo Nordio che – stando a quanto confermano fonti qualificate di governo – sarebbe avallata anche da Palazzo Chigi. Così come resta l’irritazione della premier Giorgia Meloni per “un’uscita infelice” – riferiscono fonti di Palazzo Chigi – che si ritiene possa rendere vani gli sforzi messi in campo finora per il referendum.
La presidente della Commissione cerca di dettare la sua linea in politica estera e provoca la reazione della famiglia socialista: “Questo mondo multipolare richiede soluzioni multilaterali. Non sfere di influenza, dove la politica di potenza sostituisce il diritto internazionale”, ha replicato il politico portoghese

(di Gianni Rosini – ilfattoquotidiano.it) – Gli interessi strategici dell’Europa vengano prima del rispetto delle regole internazionali. Ursula von der Leyen parla come Donald Trump e apre un’altra spaccatura nella già instabile maggioranza centrista al Parlamento europeo. Una maggioranza che da diversi mesi mostra uno spostamento sempre più a destra, come voluto da un’ampia fetta del Partito Popolare Europeo, tanto da essere stata ribattezzata ‘maggioranza Giorgia‘. E anche questa volta le dichiarazioni della presidente della Commissione provocano la reazione non solo della famiglia socialista, ma anche dei vertici di altre istituzioni Ue e membri della stessa Commissione, come il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la commissaria per la Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera.
Le ultime uscite dell’ex ministra tedesca sul conflitto in Iran le avevano già attirato critiche, come successo sia per l’Ucraina che per Gaza. Non spetta a lei, hanno ribadito i critici, dettare la linea dell’Ue in politica estera che rimane invece di competenza dell’Alto rappresentante Kaja Kallas e del Consiglio Ue. Non a caso, è proprio Costa a prendere una posizione diversa dalla capa del Berlaymont: “Dobbiamo difendere l’ordine internazionale basato sulle regole. Dobbiamo sostenere i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, come delineato nei nostri Trattati. Le violazioni del diritto internazionale non devono essere accettate, che si tratti di Ucraina, Groenlandia, America Latina, Africa, Gaza o Medio Oriente. Le violazioni dei diritti umani non devono essere tollerate, che si tratti di Iran, Sudan o Afghanistan“, ha dichiarato l’ex primo ministro portoghese. Una risposta chiara alle parole di von der Leyen che, parlando agli ambasciatori dell’Ue lunedì, aveva detto che l’Europa “non può più essere la custode del vecchio ordine mondiale” e ha bisogno di “una politica estera più realistica e orientata agli interessi“: “Dobbiamo riflettere urgentemente se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale, tutti concepiti in un mondo postbellico di stabilità e multilateralismo, abbiano tenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito, con tutti i suoi tentativi, benintenzionati, di consenso e compromesso, sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico”.
La presidente della Commissione, però, deve fare i conti col fatto che non tutti all’interno del suo team considerano credibile un cambio di postura a livello internazionale che vada addirittura contro ai principi impressi nei Trattati dell’Unione europea. Lei stessa aveva salutato i raid israeliani e americani contro la Repubblica islamica come “una rinnovata speranza per il popolo oppresso dell’Iran e sosteniamo fermamente il suo diritto a determinare il proprio futuro”. Ma per Costa non è questo l’approccio che deve avere l’Ue: “L’Ue è al fianco del popolo iraniano. Sosteniamo il suo diritto a vivere in pace e a determinare il proprio futuro – ha continuato – Ma la libertà e i diritti umani non possono essere conquistati con le bombe. Solo il diritto internazionale li tutela. Proteggere i civili, garantire la sicurezza nucleare e rispettare il diritto internazionale è fondamentale. Dobbiamo evitare un’ulteriore escalation. Un percorso del genere minaccia il Medio Oriente, l’Europa e oltre. Le conseguenze sono gravi, anche in ambito economico”. Ed è proprio quel sistema unilaterale, nato dopo la fine dell’Unione Sovietica e che gli Stati Uniti stanno cercando di difendere a ogni costo, che deve essere combattuto: “Questo mondo multipolare richiede soluzioni multilaterali. Non sfere di influenza, dove la politica di potenza sostituisce il diritto internazionale. La guerra è motivo di estrema preoccupazione. L’Iran è responsabile delle cause profonde di questa situazione. Ma l’unilateralismo non potrà mai essere la strada giusta”. E conclude: in Medio Oriente “finora c’è un solo vincitore, la Russia. Continua a minare la posizione dell’Ucraina offuscando il diritto internazionale. Ottiene nuove risorse per finanziare la sua guerra contro l’Ucraina con l’aumento dei prezzi dell’energia. Trae profitto dalla deviazione di capacità militari che altrimenti avrebbero potuto essere inviate a sostegno dell’Ucraina. E beneficia della ridotta attenzione al fronte ucraino, mentre il conflitto in Medio Oriente diventa centrale”.
Critiche sono arrivate anche dalla vicepresidente della Commissione per la Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera. Le dichiarazioni sull’ordine mondiale, ha detto, sono state “una riflessione ad alta voce con cui si può essere d’accordo o meno”, chiarendo di avere una posizione diversa. “È importante ricordare che il rispetto del diritto internazionale è una premessa fondamentale, non solo dal punto di vista morale o di costruzione della pace, ma anche dall’ottica della sicurezza dello spazio europeo – ha dichiarato Ribera ai media – Credo sia molto pericoloso entrare in un dibattito in cui sembra essere messo in discussione il diritto internazionale o la necessità di lavorare al margine del diritto internazionale. Non credo fosse questa la sua intenzione, ma non mi sembra appropriato il modo in cui si è espressa”. Ribera prova quindi a fornire una soluzione alternativa al confronto con le altre potenze mondiali senza venire meno ai principi stabiliti dai Trattati Ue: “Noi come europei abbiamo un dovere speciale, una speciale responsabilità nella difesa dell’ordine internazionale. E naturalmente ci sono bulli, ma non si fa fronte ai bulli infrangendo le regole e accettando l’abuso. Al contrario, li si affronta cercando una coalizione. È fondamentale che oggi l’Europa difenda con fermezza il valore del diritto internazionale, che chiuda le fila con il segretario generale delle Nazioni Unite, che cerchi la formula per portare il dibattito dove corrisponde, che è se questa guerra è legale o è illegale, se l’uso della forza sia legittimato o meno e in che modo si possa arrivare a una de-escalation e tornare a una situazione in cui i conflitti si risolvono in maniera pacifica”.
A Washington cresce il timore di una sconfitta al referendum e il tycoon manda un segnale politico forte: l’endorsement che parte dalla Casa Bianca e arriva fino al Colle

(Marco Antonellis – lespresso.it ) – A Washington osservano con attenzione quello che sta accadendo a Roma. E soprattutto guardano con una certa inquietudine al referendum sulla Giustizia che potrebbe trasformarsi in una trappola politica per il governo guidato da Giorgia Meloni. Secondo gli ultimi sondaggi circolati nei palazzi romani e resi pubblici nei giorni scorsi, infatti, il rischio di una sconfitta del governo non è affatto remoto. Uno scenario che potrebbe aprire nuove tensioni nella maggioranza e rimettere in movimento la macchina delle manovre politiche in vista del 2027.
Ed è proprio per questo che Donald Trump ha deciso di muoversi con largo anticipo. L’endorsement del presidente americano alla premier italiana non è arrivato con il classico post incendiario su Truth o con un comizio. Questa volta il segnale è stato molto più raffinato e diplomatico. Trump ha scelto infatti il Corriere della Sera, il quotidiano più influente del sistema mediatico italiano, per far arrivare il suo messaggio politico.
Le parole del tycoon: “Meloni è una leader fantastica”
Nel virgolettato pubblicato dal quotidiano milanese, il tycoon ha speso parole molto chiare per la premier italiana. Trump ha definito Meloni “una leader fantastica” e “una persona molto forte”, aggiungendo che “sta facendo un lavoro eccellente per l’Italia”. Un elogio pubblico che a prima vista potrebbe sembrare solo una dichiarazione di stima personale. Ma nei palazzi della politica romana viene letto in modo molto diverso. Perché quando un presidente degli Stati Uniti decide di mandare un messaggio attraverso il principale quotidiano italiano, difficilmente è solo diplomazia.
Il precedente che tutti ricordano: “Giuseppi” Conte
Il film, per molti osservatori, ricorda da vicino quanto accadde nell’estate del 2019. In piena crisi politica, mentre la maggioranza giallo-verde stava implodendo, Trump decise di sostenere pubblicamente l’allora premier Giuseppe Conte con un tweet rimasto famoso. Nel messaggio il presidente americano lo chiamò “Giuseppi”, definendolo un leader molto apprezzato negli Stati Uniti. Pochi giorni dopo quel tweet arrivò il ribaltone parlamentare che portò alla nascita del Conte bis, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Partito Democratico.
Il messaggio implicito al Quirinale
Oggi il contesto è molto diverso. Meloni è alla guida di un governo eletto e sostenuto da una solida maggioranza parlamentare. Ma una eventuale sconfitta al referendum potrebbe comunque aprire una fase di turbolenza politica. Ed è proprio per questo che l’endorsement di Trump contiene anche un messaggio implicito al Quirinale guidato da Sergio Mattarella. La linea americana sarebbe semplice: la stabilità dell’Italia è considerata strategica dagli Stati Uniti in un momento in cui la scena internazionale è dominata dalla guerra in Medio Oriente e dalle tensioni globali. Per la Casa Bianca, dunque, la permanenza di Meloni a Palazzo Chigi viene vista come un elemento di continuità fondamentale nei rapporti tra Roma e Washington.
Perché Meloni è diventata centrale per Washington
Negli ultimi mesi la leader di Fratelli d’Italia si è ritagliata un ruolo sempre più rilevante nel quadro europeo. Roma, Parigi e Berlino stanno cercando di coordinarsi sulla crisi mediorientale, mentre la Nato continua a essere il principale perno strategico per gli Stati Uniti. In questo scenario, agli occhi della Casa Bianca, Meloni rappresenta oggi uno degli interlocutori europei più affidabili. Ed è anche per questo che l’endorsement arrivato attraverso il Corriere viene letto nei palazzi romani come un segnale politico molto preciso. Un messaggio che, tradotto dal linguaggio diplomatico, suona più o meno così: anche se il referendum dovesse andare male, Giorgia deve restare a Palazzo Chigi. Nessuno pensi a soluzioni alternative.

(ANSA) – Alcuni consiglieri di Donald Trump lo hanno esortato privatamente a cercare un piano di uscita dalla guerra in Medio Oriente in un contesto di aumento dei prezzi del petrolio e di preoccupazione per il fatto che un conflitto prolungato potrebbe scatenare una reazione politica. Lo scrive il Wsj.
Secondo fonti vicine alla questione, alcuni consiglieri del presidente lo avrebbero incoraggiato negli ultimi giorni a elaborare un piano per ritirare gli Stati Uniti dalla guerra e dimostrare che Washington ha ampiamente raggiunto i suoi obiettivi.
Secondo alcune fonti, Trump è stato informato su alcuni sondaggi riguardanti la guerra. I sondaggi d’opinione pubblicati negli ultimi giorni mostrano che la maggioranza degli americani è contraria a un’azione militare in Iran.
Alcuni funzionari dell’amministrazione Trump hanno però dichiarato al Wsj che finché l’Iran continuerà ad attaccare i paesi della regione e Israele sarà ancora disposto a colpire obiettivi iraniani, è improbabile che gli Stati Uniti riusciranno a uscire facilmente dalla guerra.
Scritto e diretto da Massimiliano Finazzer Flory, il film è stato girato in Italia e negli Stati Uniti e per la prima volta riunisce Bertrand Piccard e Kelly Walsh, figli di Jacques Piccard e Don Walsh che pilotarono il Batiscafo Trieste a 11mila metri di profondità, fino al punto più basso del pianeta. Una produzione Movie&Theatre Film con RAI Cinema e Armundia. Una straordinaria storia italiana e internazionale, che anticipa i temi della “geopolitica del mare” e parla di pace: perché l’impresa del Batiscafo Trieste ha voluto fare della scienza uno strumento di pace e collaborazione internazionale. Il documentario spiega anche come l’oceano sia stato salvato dalle scorie radioattive: la scoperta di forme viventi con la discesa del Batiscafo, che ha raggiunto la profondità di 11mila metri (era il 1960), ha impedito che le fosse oceaniche venissero utilizzate per smaltire i residui radioattivi.
NAPOLI – Dopo la proiezione di oggi a Roma, nell’Aula dei Gruppi parlamentari alla Camera dei Deputati, si proietta domani – mercoledì 11 marzo – a Napoli, alle 17.30 nella sala della Fondazione Banco di Napoli, il film Operazione Batiscafo Trieste, lungometraggio scritto e diretto da Massimiliano Finazzer Flory, commissionato dal Comune di Trieste e prodotto da Movie&Theatre con RAI Cinema e Armundia. Un documentario internamente dedicato alla tecnologia immersiva ad alta innovazione concepita 70 anni fa per il Batiscafo che, nel lontano 1960, toccava il punto più estremo della crosta terrestre, l’abisso Challenger nella Fossa delle Marianne alla profondità di 10.916 metri. Solo nel 2019 questo record straordinario è stato ritoccato, di appena 12 metri, dal sommergibile di Victor Vescovo che ha raggiunto i 10.928 metri nelle stesse acque. Progettato in Svizzera per iniziativa degli esploratori e scienziati Auguste Piccard e Jacques Piccard, costruito a Trieste, Monfalcone, Terni e Castellammare di Stabia, il Batiscafo Trieste diventa adesso una storia per il grande schermo. Il film (50’, colori + b/n) ripercorre la sua genesi, il varo e l’emozionante impresa delle Marianne il 23 gennaio 1960, ma anche l’avventura recentissima della sua ricostruzione in copia 1:1 per riportarlo, nell’autunno 2025, nel cuore della città in cui ha preso vita, l’idea di trasformarlo in una permanente icona di scienza per la pace e la collaborazione internazionale. Un’ulteriore proiezione è prevista a Milano, martedì 17 marzo alle 19 al Cinema Arlecchino. E a fine mese il documentario si spingerà oltreoceano: il 30 marzo sarà proiettato a New York, presso l’Istituto Italiano di Cultura e il 31 marzo a Washington nella sede dell’Ambasciata italiana.
Nel film parlano, fra gli altri Bertrand Piccard e Kelly Walsh, figli di Jacques Piccard e Don Walsh che pilotarono il Trieste nell’immersione della Fossa delle Marianne. Fra le testimonianze quella del giornalista e scrittore Antonio Ferrara, che domani interverrà alla presentazione a Napoli, E ancora Julie Kowalsky, Direttrice del National Museum of the United States Navy, il promotore del progetto Giorgio Rossi, Assessore alle Politiche della Cultura e Turismo del Comune di Trieste, l’AD di M23 Bruno Peracchi che ha coordinato la ricostruzione del Batiscafo, l’archivista delle acciaierie Terni Valeria Sabbatucci, lo storico Enrico Halupca e il testimone dell’epoca Cosimo Cosenza. Il trailer del documentario è disponibile sul canale youtube del Comune di Trieste. Oggi l’originale del Batiscafo Trieste si trova a Washington, al Museo Navale della Marina Americana. Il regista Massimiliano Finazzer Flory ha seguito le fasi della rinascita dell’unità sommergibile: dalla minuziosa lavorazione dei pezzi nei capannoni bergamaschi della M23, alle mani sapienti che ne hanno ricostruito le linee, fino all’atteso viaggio verso il mare e la città che gli diede i natali.

L’impresa Batiscafo Trieste del ha anticipato i temi della geopolitica del mare e parla al nostro tempo:negli anni Sessantaaveva persino scongiurato la decisione di utilizzare per lo smaltimento dei residui radioattivi la Fossa delle Marianne, perché nella discesa verso i fondali oceanici i ricercatori a bordo avevano scoperto la presenza di forme di vita e pesci abissali.Il viaggio cinematografico nella storia del Batiscafo Trieste non è un semplice diario tecnico, ma un racconto poetico che intreccia immagini dall’Istituto Luce e memoria, capace di restituire la tensione epica dell’impresa e l’emozione di veder risorgere un gigante degli abissi. Le telecamere hanno registrato non solo bulloni e lamiere, ma anche lo spirito di chi, settant’anni dopo, ha voluto restituire al presente il sogno dei Piccard e di Diego de Henriquez. La proiezione offre una vera e propria esperienza estetica e civile: la possibilità di guardare negli occhi l’avventura del Batiscafo Trieste attraverso la lente del cinema, e di sentirne vibrare ancora oggi, in un tempo in cui tornano inquietanti eco di guerra, il messaggio di coraggio, conoscenza e pace.
PRESS Vuesse&c ufficiostampa@volpesain.com
LONDON DREAM
Roma – Londra solo andata
Dal 20 al 22 marzo 2026
con
DAVID MASTINU
LEONARDO ZARRA
REGIA : PAOLO VANACORE
DRAMMATURGIA: DAVID MASTINU
AIUTO REGIA: BEATRICE MARIA BARBETTI
MUSICHE: ALESSANDRO PANATTERI
COSTUMI: ALESSIO PINNELLA
COLLABORAZIONE: CASA DEGLI ARTISTI
SCENE: ASSOKAPPA
PRODUZIONE: DAMARTE
PRODUZIONE ESECUTIVA: NUTRIMENTI TERRESTRI

Roma, 1980, Tor Pignattara. Quartiere a poche centinaia di metri dal centro, ma troppo lontano per dinamiche e sviluppo dalla capitale aristocratica. A Tor Pignattara sono più ombre. Mauro lo sa bene, quel quartiere non può dargli un futuro, difatti è da un po’ che si reca a Londra in cerca di fortuna, con lavoretti sporadici. Peppe, suo amico, invece, è intrappolato nella ragnatela quotidiana del suo quartiere, Tor Pignattara lo ha catturato e non se ne rende conto, o forse, per paura o mancanza di stimoli, preferisce lasciare passare il tempo tra le urla delle vie.
Ma non è solo Tor Pignattara a gridare, è una nazione intera. Siamo negli anni di piombo, delle Brigate, dei Nar, in giro ci sono tutti, anche i fanatici di partito, pronti a sparare per una giacca o una scarpa che ne identifica l’ideale politico. In questo contesto, di miseria e piombo, nasce London Dream, una storia dalla linea comica di amicizia e speranza.
La storia di due ragazzi uomini, che prendono in mano la loro vita, per gridare alla vita la libertà e la dignità. Questa è la storia di Mauro e Peppe, due amici di borgata, con un sogno da vivere, e un obiettivo da raggiungere. Londra.
PRESS OFFICE Vania Lai vanialai1975@gmail.com
TEATRO TRASTEVERE
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Biglietti: Intero: 13.00 Ridotto: 10.00
-prevista tessera associativa-
giorni feriali ore 21, festivi ore 17:30
Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

(Dott. Paolo Caruso) – Ancora una volta Trump insieme al suo alleato guerrafondaio Netanyahu si fa beffa del Diritto Internazionale e della stessa ONU che dimostra la sua attuale debolezza.L’ Europa balbettante, come al solito non pervenuta. Nonostante i proclami di una vittoria già conquistata, Trump non riesce a convincere il Mondo delle reali motivazioni di questa guerra all’Iran, terzo produttore di gas e petrolio. È proprio su questi è indirizzata la sua attenzione. Accusato falsamente è il nucleare, deterrente per Israele e i Paesi arabi vicini, visti dagli ayatollah conniventi con gli USA. Va però notata la grave approssimazione del primo giorno di guerra. La tempesta di fuoco, contro gli obiettivi previsti (Ali Khamenei e il suo concistoro), non ha risparmiato le centocinquanta bambine della scuola vicina. La tanta decantata precisione chirurgica non si è dimostrata tale. Su Teheran bombardata cadono dall’atmosfera, come sulla Pompei del 79 d. C., lapilli di petrolio in un’atmosfera asfissiante. La NATO non sa come muoversi perché non riesce a comprendere il Tycoon che si è guardato bene dal rivelare i suoi piani agli alleati. Questi si dichiarano poco informati di una guerra che ha come registi il duo Bibi e Ronald e che li trova impreparati a sostenere le spese di un’altra guerra, dopo l’Ucraina. Sanchez, premier spagnolo, ha platealmente negato di concedere basi logistiche per la guerra non voluta. In guerra è stata trascinata l’Europa, che fa i conti con l’emorragia economica di un’altra guerra altrettanto inutile di cui da quattro anni porta ferite ideologiche e sociali. Cipro intanto, avamposto d’Europa va difesa. L’Italia della Meloni, beatamente come Pilato “non condivide e non condanna”. Non si sa nulla delle eventuali concessioni delle basi americane dislocate nel nostro Paese ne tantomeno del ruolo che la Premier ha intenzione di svolgere in questa nuova crisi medio-orientale. Di certo avremmo dovuto sentire fin dai primi giorni in Parlamento la Meloni che invece, da Caciottara quale è, ha preferito i social e il monologo da RTL 102.5. Gli altri Stati europei mugugnano, alle prese con le opposizioni interne che meditano come uscire da una organizzazione che non garantisce più, per le bizzarrie del principale suo componente. Putin ha tutto il potere di ridere e di irridere l’Europa in difficoltà di approvvigionamento energetico, per la chiusura dello stretto Hormuz. C’è tanto da far crescere l’ansia nel Paese reale, per una economia che mortifica i già tanti mortificati per il carrello della spesa, fattosi più vuoto e costoso. Cosa ci aspetta? Politologi temono la recrudescenza del terrorismo nei vari Stati, alleati del Tycoon, il quale si mostra spavaldamente ansioso di coronare l’alloro della vittoria, e candidarsi unico al Nobel per la Pace. Forse per la pace eterna. E noi, come “le stelle” di Cronin “stiamo a guardare” la Meloni con le sue menzogne sfegatata a propagandare di votare Si, contro i giudici, quali suoi personali e attuali nemici.
A due settimane dal voto, la premier entra a piedi uniti nella campagna con un’arringa di 13 minuti sui social in cui invita a votare Sì spiegando – a suo modo – i contenuti della riforma. Con moltissime affermazioni false o distorte

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – “Il 22 e 23 marzo scegliete voi, e io spero che scegliate il cambiamento, che scegliate di aiutarci a liberare la magistratura dalla politica, a renderla più autorevole e più meritocratica. Io spero che scegliate il Sì“. A due settimane dal referendum sulla riforma Nordio, Giorgia Meloni entra a piedi uniti nella campagna con un video da 13 minuti pubblicato sui social, in cui invita gli elettori a “non lasciarsi ingannare” e “scegliere nel merito e con coscienza”. La premier spiega a suo modo i tre pilastri della legge – separazione delle carriere, sorteggio dei Csm, Alta Corte disciplinare – accusando il fronte del No di usare “semplificazioni, slogan e in molti casi informazioni parziali o peggio completamente distorte”. A guardare il suo intervento integrale, però, l’accusa può essere tranquillamente ribaltata: moltissime delle affermazioni della Presidente del Consiglio sulla riforma sono palesemente false e smentibili con dati di fatto, altre omettono elementi fondamentali risultando di fatto scorrette. Le abbiamo analizzate una ad una.
“Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla”.
Per smentire questa tesi bastano i numeri della Sezione disciplinare del Csm, l’organismo che sanziona i magistrati per i loro illeciti deontologici. Nell’attuale consiliatura (da febbraio 2023 a dicembre 2025) sono state emesse 199 sentenze: 82 di queste, cioè il 41%, sono di condanna. Per quanto riguarda le specifiche sanzioni, solo in due casi è stato deciso per la meno grave, l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%, hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre categorie professionali (a partire dagli avvocati).
Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio d’Europa mostra che il nostro sistema è più severo di quello dei Paesi paragonabili: nel 2022 in Italia sono stati puniti disciplinarmente 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14 sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).
Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro della Giustizia: il Guardasigilli infatti ha il potere, come la Procura generale della Cassazione, di mettere sotto accusa i magistrati e impugnare le sentenze del Csm di fronte alla Suprema Corte (a questo scopo ha a disposizione una struttura apposita, l’Ispettorato generale). Può inoltre opporsi alle richieste di archiviazione della Procura generale, imponendo di svolgere indagini e/o di tenere il processo di fronte al Csm. Ebbene, negli ultimi tre anni Nordio ha esercitato l’azione disciplinare contro i magistrati in media 28 volte l’anno, mentre la Procura generale (cioè la magistratura stessa) 52. Soprattutto, non ha impugnato quasi mai le decisioni dell’organo di autogoverno: nell’intera consiliatura l’ha fatto appena sei volte. Tanto che persino il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, eletto in quota Lega, ha rinfacciato al ministro questo dato, definendo “destituite di fondamento” le sue accuse alla Sezione disciplinare.
“La riforma rende la giustizia più libera dai condizionamenti della politica. Attualmente il Csm viene eletto dai magistrati sulla base di liste organizzate dalle correnti ideologizzate, e dal Parlamento con logiche di spartizione politica. La riforma sostituisce questo modello, in mano alle correnti e ai partiti, con un sorteggio”.
La premier omette un elemento fondamentale: il sorteggio non sarà uguale per magistrati e politici. Anzi, per i secondi sarà finto: i membri “laici” dei due futuri Csm, cioè professori universitari e avvocati, saranno estratti nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Quindi, mentre giudici e pm perderanno il diritto di scegliere i propri rappresentanti, i parlamentari (e quindi il governo) continueranno di fatto a farlo: i membri laici, pertanto, avranno un peso specifico molto superiore di quello che hanno adesso, e l’influenza della politica sui Csm inevitabilmente crescerà. La riforma, peraltro, non specifica quanto devono essere lunghe le liste dei “sorteggiabili”: più saranno brevi più il sorteggio sarà finto. E non è specificata neppure la maggioranza necessaria per compilarle: se le leggi attuative non imporranno un quorum qualificato – come quello dei tre quinti previsto adesso per garantire le opposizioni – basterà la maggioranza semplice. In quel caso, il governo di turno potrà sostanzialmente accaparrarsi tutti i posti.
“Istituiamo l’Alta Corte disciplinare, cioè una corte per giudicare i magistrati che sbagliano, composta anch’essa di magistrati e membri laici estratti a sorte tra persone altamente qualificate, senza logiche di corrente o di partito”.
Idem come sopra: anche per l’Alta Corte il sorteggio dei laici sarà “pilotato”, cioè avverrà nell’ambito di una lista votata dal Parlamento. Il loro peso, inoltre, crescerà anche numericamente: mentre nell’attuale Sezione disciplinare del Csm i membri di nomina politica sono due su sei, nel nuovo organo saranno sei su 15 (di cui tre scelti dal presidente della Repubblica). Questi 15, però, non giudicheranno mai tutti insieme: contro le sentenze dell’Alta Corte, infatti, non è più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei membri che hanno deciso in primo grado. Una parte dei giudici, quindi, costituirà il collegio (o i collegi) di primo grado, un’altra parte il collegio (o i collegi) d’appello. Ma quanti saranno, in ciascuno di questi tribunali, i membri laici e i membri togati? In teoria nulla impedisce che, in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con sanzioni fino all’espulsione.
“Si dice che la riforma non risolva i veri problemi della giustizia. Invece io penso che lo faccia partendo dalla radice, perché con il nuovo sistema il magistrato che non si dedicherà al lavoro dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo e con un Csm che valuterà il merito. Forse non vedremo più quei casi di giudici che sono stati palesemente negligenti senza alcuna conseguenza”.
La maggioranza relativa delle condanne disciplinari, 17 su 82, in questa consiliatura è stata emessa proprio per “reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti”; per questa tipologia di illecito le condanne superano le assoluzioni, che sono state 13. In particolare, sono state inflitte 11 censure, tre perdite di anzianità, due sospensioni e una rimozione dal servizio. Meloni, peraltro, finge che i ritardi e le inefficienze della giustizia italiana siano colpa dei magistrati, mentre per capirne le ragioni basta guardare di nuovo i dati del Consiglio d’Europa: secondo il rapporto 2024 (dati 2022), in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5, e 3,7 pubblici ministeri ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. Il nostro Paese, quindi, ha un quarto dei pm rispetto agli altri e poco più di metà dei giudici. E quanto lavorano? Molto di più: ogni giudice civile gestisce in media 176 fascicoli l’anno, nel resto d’Europa 88; ogni giudice penale 154, nel resto d’Europa 76; ogni pubblico ministero 1.230, nel resto d’Europa 204.
“La riforma è sostenuta con convinzione da moltissimi magistrati, anche molti più di quanti lo dichiarino pubblicamente. Forse ci si dovrebbe interrogare sul perché alcuni preferiscano non dichiararlo”.
I magistrati in servizio che si sono schierati apertamente a favore della riforma, sottoscrivendo l’apposito appello, sono 34 su 9.657 (intervistati quasi quotidianamente dai giornali di destra). All’ultima assemblea generale dell’Associazione nazionale magistrati, lo scorso ottobre, il documento finale che lanciava la campagna per il No è stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296. È certamente possibile, come dice la premier, che altri giudici e pm sostengano la riforma e preferiscano non dirlo (non è chiaro per quale motivo). Ma è un’affermazione ovviamente indimostrabile.
“È una riforma che serve a far recuperare alla magistratura un prestigio compromesso e ad aumentare la fiducia dei cittadini verso la giustizia”.
Certamente la magistratura non gode del suo momento di maggiore popolarità. Ma un sondaggio Ixé pubblicato nelle scorse settimane mostra che la fiducia nei magistrati è comunque il quadruplo di quella nei partiti: il 51% degli intervistati dice di averne “molta” o “abbastanza” (dato in crescita di sei punti rispetto al 2025) mentre solo il 12% afferma lo stesso dei politici (l’anno scorso era il 14%).
“Se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro, con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che chi ti giudica abbia, diciamo così, un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa? Noi pensiamo di sì”.
Opinione legittima, ma i numeri dicono altro: nell’anno giudiziario 2020/21 (ultimi dati resi noti dal ministero) il 54,8% dei giudizi ordinari di merito – cioè quelli che si svolgono nel contraddittorio delle parti in seguito a un’udienza preliminare – termina con una sentenza di assoluzione, il 36,8% con una sentenza di condanna, l’8,4% con sentenze “miste” (assoluzioni per alcuni capi d’accusa e condanne per altri). Considerando anche i giudizi “speciali”, cioè quelli accelerati – a cui si ricorre per reati meno gravi o quando la prova è particolarmente solida – i due esiti sono quasi alla pari: 46,2% di condanne e 46,3% di assoluzioni. Spostando lo sguardo alla fase delle indagini, invece, si scopre che nel 40% dei casi è lo stesso pm a chiedere l’archiviazione.
“Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito”.
Anche qui, i dati comparati dicono il contrario: nei Paesi dove giudici e pm appartengono a due ordini separati, o dove i magistrati dell’accusa rispondono all’esecutivo, gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni sono molti di più che in Italia. I numeri: in Italia tra il 2018 e il 2024 sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni ogni anno su 49.037 arresti in fase d’indagine, l’1,15%. Troppe? Può darsi, ma a guardare la Francia sembrano poche: Oltralpe le ingiuste detenzioni viaggiano tra le 500 e le 520 l’anno, ma su un totale di 12-15 mila arresti, con un’incidenza quindi di circa il 4%, più che tripla rispetto all’Italia. Passando agli errori giudiziari veri e propri, in Italia le condanne annullate in sede di revisione sono in media sette l’anno, pari a 0,12 casi per milione di abitanti; nel Regno Unito sono 0,31, più del doppio; negli Usa 0,44, oltre il quadruplo.
“Il sorteggio dei magistrati avverrà su una platea qualificata, formata da persone che normalmente decidono della libertà dei cittadini, sulla sorte delle famiglie, dell’economia italiana. Mi volete dire che le stesse persone non sarebbero capaci di decidere chi va a fare il procuratore della Repubblica o il presidente di un Tribunale?”.
Come tutto il fronte del Sì, Meloni distorce il ruolo del Csm descrivendolo come un ufficio di collocamento che si occupa solo di nomine e promozioni. In realtà l’organo di autogoverno ha un ruolo molto più ampio e importante, che è sostanzialmente politico: garantisce l’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalle ingerenze degli altri poteri, in primis del governo. Lo fa proteggendo i magistrati nel mirino della politica con le cosiddette “pratiche a tutela“, ma anche vigilando sulle scelte degli stessi magistrati in posizioni di potere: ad esempio, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo toglie a un pm un fascicolo delicato in violazione delle regole interne. Il Consiglio esprime pareri su disegni di legge in materia di giustizia e decide, attraverso circolari interne, i criteri di organizzazione degli uffici e quelli per la nomina dei dirigenti: può optare per modelli più “orizzontali” o più verticistici, può scegliere di valorizzare alcune esperienze rispetto ad altre. Tutto questo fa già capire come il ruolo del consigliere del Csm sia molto diverso da quello del giudice o del pm: richiede competenze specifiche, esperienza, sensibilità politica e una legittimazione che può essere fornita solo da un voto dei colleghi.
Ma il Consiglio può diventare anche un terreno di resa dei conti della politica nei confronti del potere giudiziario: in questi anni abbiamo assistito più volte a tentativi, da parte del ministro o dei membri laici in quota centrodestra, di punire magistrati sgraditi attraverso iniziative disciplinari infondate o richieste strumentali di trasferimento. Queste offensive sono sempre finite nel vuoto grazie alla compattezza dei consiglieri togati eletti – compresi quelli di orientamento conservatore – che si sono opposti. Dei consiglieri sorteggiati, trovandosi per caso in un ruolo di così grande potere, esposti alle lusinghe dei membri scelti dalla politica, avrebbero la stessa forza?
Codacons, su alcune autostrade gasolio servito oltre i 2,6 euro al litro

(ANSA) – Il gasolio in modalità servito ha sfondato la soglia psicologica dei 2,6 euro al litro in diversi impianti autostradali, mentre in quasi tutta Italia sulla rete stradale il diesel al self supera i 2 euro al litro. Lo denuncia il Codacons, sulla base dei dati comunicati tra ieri e oggi dai gestori al Mimit.
Sulla A4 Milano-Brescia il diesel ha raggiunto 2,654 euro al litro (2,429 euro la benzina), sulla A21 Torino-Piacenza 2,639 euro/litro (2,419 euro la benzina), sulla diramazione A8/A26 2,614 euro/litro, sulla A13 Bologna-Padova 2,609 euro/litro – rileva il Codacons, associazione che da giorni sta monitorando l’andamento dei carburanti alla pompa – Numerosi i distributori ubicati lungo la rete autostradale che vendono il gasolio al servito a prezzi abbondantemente superiori ai 2,5 euro al litro.
Per quanto riguarda il diesel in modalità self, in tutte le regioni italiane il prezzo medio ha superato oggi la soglia dei 2 euro al litro, ad eccezione di Umbria e Marche: i listini più elevati a Bolzano (2,040 euro/litro), in Calabria (2,031 euro/litro), Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Sicilia (2,030 euro/litro) – aggiunge il Codacons.
Di fronte a questi dati il governo non ha più scusanti e deve intervenire oggi stesso con lo strumento delle accise mobili riducendole di almeno 15 centesimi di euro al litro, allo scopo di evitare una catastrofe economica paragonabile a quella causata dalla pandemia Covid – conclude l’associazione.
L’effetto domino delle guerre. Le ragioni del più forte che prevalgono sulle libertà. Il giurista ragiona sul disordine mondiale

(di Simonetta Fiori – repubblica.it) – TORINO – “Siamo entrati nell’era della prepotenza che non conosce limiti, ma attenzione a non cedere al realismo di chi si arrende o ci naviga dentro. Questo realismo si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”, dice Gustavo Zagrebelsky. I venti di guerra arrivano in questo bel palazzo torinese di inizio Ottocento, proiettato su una facciata antonelliana che invita a ragionamenti limpidi, geometricamente composti. “Al tema dei conflitti nella storia stavo lavorando per un mio libretto, quando è arrivato il bombardamento in Iran di Stati Uniti e Israele. Se siamo sull’orlo della terza guerra mondiale? L’esperienza ci insegna che ogni guerra, anche la più minuscola, ha un “effetto domino” dagli esiti imprevedibili”. Sul tavolo una colonnina di libri che parlano della fine della democrazia, della fine del diritto internazionale, della fine del vecchio ordine mondiale. Il professore li guarda, con un moto di insofferenza. “Basta con questo crogiolarsi nel finis mundi. Non se ne può più!”.

Ma non siamo davanti a una rottura della storia, a un cambiamento d’epoca?
“No, non lo credo. Perché la nozione di rottura contiene in sé l’idea dell’irrimediabilità, come se non ci fosse più niente da fare. Direi meglio: siamo in una fase di discesa nell’abisso da cui però non è escluso che si possa risalire. Il pendolo della storia ci insegna che ad azione corrisponde reazione. E il nostro dovere di intellettuali oggi è ricordare che esiste un’alternativa alla rassegnazione: altrimenti cediamo a quello che Julien Benda ha chiamato il tradimento dei chierici. Il futuro non è già scritto una volta per tutte. Il futuro dipende da noi. Ex malo bonum. Dal male bisogna ricavare il bene”.
Però dobbiamo riconoscere che tutto quello che abbiamo alle spalle è venuto meno: la fiducia nella democrazia, il diritto internazionale, gli organismi a tutela della pace.
“Ma con quale spirito lo diciamo? Bisogna distinguere tra gi idealisti, che lamentano il disordine mondiale nella prospettiva di porvi riparo. E i realisti che invece alzano le braccia in un atteggiamento di resa: così va il mondo, bisogna adeguarsi; c’è la guerra, bisogna armarsi. Una siderale distanza morale separa i due atteggiamenti mentali. Oggi nella testa dei nostri governanti prevale questo secondo atteggiamento”.

Un atteggiamento espresso dall’infelice frase del ministro degli esteri Tajani: il diritto internazionale vale fino a un certo punto.
“Il diritto vale o non vale. E, poi, chi stabilisce il punto oltre il quale non vale più’? Qualche giorno fa, durante il dibattito parlamentare, il ministro della Difesa Crosetto è caduto nello stesso errore, dicendo quasi con nonchalance: ‘certo che l’attacco in Iran è stato fuori del diritto internazionale’. Perché usare l’eufemismo ‘fuori’? Rispetto al diritto che dice che cosa è lecito e che cosa non lo è, o sei dentro o sei contro. E poi perché parlarne con tanta leggerezza? Non stai cianciando. Un importante esponente del governo che dice al Parlamento che è in atto un’azione bellica contro il diritto internazionale ne dovrebbe trarre le conseguenze, con la condanna esplicita dei paesi aggressori. E non dovrebbe arrendersi al fatto compiuto, vivacchiando dentro il perimetro bellico disegnato dai prepotenti. Il realismo, dicevamo all’inizio, alla fine si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”.
La presidente del Consiglio ripete che non siamo in guerra e non dobbiamo entrarci.
“Non condivide ma non condanna. Prende atto che c’è chi del diritto si fa beffe, ma si guarda bene dal condannare. Anzi aggiunge che come lei, tranne Sánchez, fanno tutti gli altri paesi europei. Così fan tutti. E nel frattempo il governo attrezza le forze armate perché il conflitto può riguardarci, mentre Trump dichiara, come riferisce il Corriere, che dalla sua amica italiana si aspetta fedeltà”.
“Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra: l’hanno detto in tanti, anche la presidente italiana.
“Forse ignorano che la pace a cui si riferisce il detto latino è la pax romana, ossia la pace fondata sul dominio imperiale, cioè sull’arbitrio dei più forti. Non è la pace basata sulla verità e sulla giustizia tra i popoli. A quella frase oggi molto citata dovremmo opporne un’altra, usando una parola che nel latino classico non esiste: ‘si vis pacem, para …. democratiam’, se vuoi la pace prepara la democrazia. Pace e democrazia sono due lati della stessa medaglia”.
Non è un caso che le guerre esplodano con il diffondersi delle autocrazie. Putin è stato il primo a portare il conflitto in Europa.
“Le guerre esprimono il massimo della diseguaglianza perché chi le decide non le fa, manda gli altri a farle. La democrazia è la forma istituzionale che più garantisce l’eguaglianza e di conseguenza la pace. Ma non aiuta la pace chi allestisce una ‘santa barbara’ per impressionare il nemico: le armi, perché facciano paura, devi essere disposto a usarle. Mi riferisco alla corsa europea agli armamenti, in nome della pace universale. È come riempire di benzina un barile con l’intenzione dichiarata di spegnere il fuoco. Senza poi considerare lo scandalo etico delle armi in Borsa”.
Cosa intende?
“Durante le guerre, gli investimenti che garantiscono sicuri profitti sono quelli nelle azioni delle aziende produttrici di armi. Ma è una vergogna: sono soldi che nascono da morti e devastazioni. Ce ne rendiamo conto? Se potessi, proporrei una legge per evitare questo obbrobrio: le aziende d’armi dovrebbero, se mai, lavorare per il governo, senza fini di lucro. La nostra, si dice, è un’epoca apocalittica, nel senso originario del disvelamento che mette di fronte la realtà, senza via di scampo: ora possiamo vedere con limpidezza la civiltà che abbiamo edificato, una costruzione nel segno del dominio e della rapacità. L’arricchimento non per mezzo di produzione di beni, ma per mezzo della distruzione di vite. Vogliamo dirlo: questo è il capitalismo che abbiamo”.
Prima faceva riferimento all’effetto domino delle guerre.
“La storia ci insegna che la scintilla più piccola può accendere un conflitto mondiale. Ne è un esempio la Grande Guerra: chi poteva immaginare che dall’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando sarebbe scaturita una conflagrazione di quelle proporzioni? Nessuno la voleva. Lo stesso sta accadendo adesso: il misfatto del 7 ottobre ha originato una guerra che si generalizza. Le conseguenze di qualunque scontro bellico sono sempre fuori controllo, perché poi sulla guerra c’è chi specula, cercando il proprio utile. E questa espansione a macchia d’olio è difficile da circoscrivere, soprattutto nel mondo globalizzato, caratterizzato da innumerevoli connessioni politiche, ideologiche ed economiche”.
A proposito della Grande Guerra, la convince l’analogia tra le nostre classi dirigenti e “i sonnambuli” evocati dallo storico Christopher Clark in riferimento ad ambasciatori e governanti di primo Novecento? Presentivano il disastro, ma non furono in grado di evitarlo.
“Siamo sull’orlo dell’abisso, ha detto Crosetto. Ma siamo capaci di svegliarci in tempo per non caderci dentro? Una forma di sonnambulismo l’ho riscontrata quando il ministro della Difesa ha detto – a proposito del possibile impiego bellico delle basi militari americane in Italia – che in caso di richiesta ci sarebbe stato il voto parlamentare, ma non ha aggiunto quale sarebbe la posizione del governo. In apparenza è una scelta saggia. In realtà inquietante, perché implica uno scarico di responsabilità, un navigare senza meta. Lei parla di sonnambuli; io aggiungerei la ‘nave dei folli’, un’immagine diffusa nel Medioevo. Si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli che invade i paesaggi familiari: minacce e derisioni, vertiginosa e ridicola irragionevolezza”.
A che cosa allude?
“Spetta al governo far rispettare le clausole degli accordi internazionali che non prevedono l’uso delle basi per muovere guerra a un paese sovrano. Semmai si pone il problema di cambiare queste regole, ma non può essere un qualsiasi voto parlamentare a farlo: la modifica degli accordi internazionali richiede una procedura complessa, sotto lo sguardo vigile del capo dello Stato alla luce del ‘ripudio della guerra’ scritto nell’articolo 11 della Costituzione”.
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.
“Una formula molto chiara, nata da un impulso morale, condiviso dalla totalità dei costituenti all’indomani della devastazione della guerra. Tutti avevano bruciante memoria di morti, dolori, fame e privazioni, atrocità che sempre accompagnano tutte le guerre. Oggi questa memoria non ci appartiene più, sostituita da un ricordo di seconda o terza mano, filtrato dai libri, dal cinema, dalla Tv. Non è un qualcosa di impresso a fuoco – è il caso di dirlo – nei nostri corpi e nella nostra mente. Anche in questo caso interviene una sorta di sonnambulismo, che porta i governanti a parlare di pace e guerra con tanta leggerezza”.

Però nel tempo sono stati accostati alla guerra diversi aggettivi: guerra difensiva, guerra preventiva, guerra giusta. In occasione della prima guerra del Golfo, dopo l’invasione in Kuwait di Saddam Hussein, il suo maestro Bobbio parlò di guerra giusta a proposito dell’attacco americano a Baghdad.
“Nel tempo l’articolo 11 è diventato il bersaglio di un tiro a segno incessante da parte dei giuristi, con l’effetto di svuotare del suo valore etico un articolo che possiede una formidabile limpidezza morale. Quanto a Bobbio, egli stesso, successivamente, giudicò quella sua sortita ‘un passo più lungo della gamba’. Tengo a ricordare che uno dei suoi libri più celebri mette in discussione la distinzione tra guerra giusta e ingiusta, essendo la guerra un male in sé dopo l’atomica. Ma forse abbiamo perso memoria di quei corpi che d’improvviso s’incendiano come torce umane. L’alternativa non è più tra guerra giusta e ingiusta, ma tra vita e orrore”.
I sondaggi dicono che gli italiani in larghissima maggioranza disapprovano l’attacco americano.
“Forse, non abbastanza. Altrimenti scenderebbe nelle piazze a urlare che le guerre non si fanno. E che coloro che le muovono e permettono sono potenziali assassini. La guerra in Vietnam è finita per molte ragioni, ma non è stata irrilevante la ribellione dei più giovani”.
Sento già arrivare l’obiezione dei cosiddetti “realisti”: voi idealisti siete solo delle anime belle. “La mentalità bellica è entrata così pervasivamente nelle nostre teste da farci dimenticare che le guerre non sono ineluttabili, non sono frutto di un destino crudele. Appartengono alla storia dell’umanità, ma non sono prodotto di natura o biologia. Non c’entra un irresistibile istinto di morte di cui parlava Freud, perché dentro di noi agisce fortissimo anche l’istinto di vita. Gli esseri umani possono decidere se fare guerra o fare pace. Dipende da noi”.

Anche qui la storia ci insegna che gli esseri umani non sono fatti per le guerre: un’altissima percentuale di chi ha combattuto in prima linea, nella seconda guerra mondiale, è finita negli ospedali psichiatrici.
“E infatti – come ho detto prima – chi decide le guerre manda gli altri a farle. Quasi sempre nel nome di un dio, il proprio. Ha visto la scena di Trump nello studio ovale con le mani dei pastori evangelici poggiate sulle sue spalle? Anche gli attacchi in Iran rispondono dunque alla volontà divina? A questo proposito vorrei aggiungere che le guerre non sono mai fatte invocando il valore della guerra, ma sempre in nome della pace. Nel 1936, quando Addis Abeba cadde e la guerra d’Etiopia finì, Mussolini disse che finalmente la pace giusta era raggiunta. Perfino Hitler e il suo megafono Goebbels dicevano che la Germania, con la guerra, aspirava a una pace onorevole. Questo che cosa vuol dire? Dal punto di vista ideale, la pace vale sempre più della guerra”.
L’Europa cosa dovrebbe fare?
“Se vuole avere un ruolo, non lo ottiene solo armandosi fino ai denti, ma mantenendo vivo ciò che di buono ha espresso nella storia. Il premier spagnolo Sánchez è stato capace di dire un chiarissimo no a questa guerra, dando voce agli idealisti che alla fine sono la maggioranza. Gli altri, i realisti che navigano intorno alla guerra per averne il minor danno, se non il maggior guadagno, tradiscono l’Europa. Tradiscono quell’Europa che tra tante aberrazioni è pur sempre una sede ideale di ciò che c’è di buono nella cultura politica dell’Occidente: diritti umani, giustizia sociale, rispetto per i popoli, laicità. E, appunto, la pace”.
Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in un conflitto totale, benvoluto solo in Israele: escluso Sánchez, l’Unione europea si è arresa al decadimento del diritto internazionale. Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo […]

(estr. di Barbara Spinelli – ilfattoquotidiano.it) – […] Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo già pronto con Teheran, che avrebbe “impedito una volta per tutte l’acquisizione iraniana dell’atomica” e scongiurato il disastro economico che si prepara.
[…] Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in una guerra totale, benvoluta solo in Israele. È la guerra che Tel Aviv chiede da decenni: Netanyahu assieme alla vasta lobby israeliana negli Stati Uniti l’ha infine imposta. È quanto ha rivelato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei negoziati Usa-Teheran, un giorno prima dell’attacco. Albusaidi si è precipitato a Washington per informare Vance, vice di Trump, e se il 27 febbraio è uscito allo scoperto in un’intervista alla Cbs è perché temeva che i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero nascosto a Trump il vero risultato dei negoziati: la “piena disponibilità di Teheran allo stoccaggio zero dell’uranio arricchito”; il conseguente abbandono di ogni aspirazione all’atomica; l’accettazione non solo di ispettori dell’Aiea, Agenzia internazionale per l’energia atomica, ma anche di supervisori Usa (Israele non ha mai accettato ispezioni dei propri siti atomici). “L’accordo era molto più avanzato di quello negoziato da Obama. Era pronto e in tre mesi avremmo perfezionato i punti tecnici”, ha precisato Albusaidi. Perfino sui missili iraniani era prevista un’intesa, da negoziare regionalmente fra Teheran e Stati del Golfo (Cbs, Face The Nation). […]
Tanto più impressionante è la riluttanza degli Stati europei – eccettuata Spagna e in parte Norvegia – a condannare l’assalto all’Iran. Nessuno di loro fa accenno a quanto rivelato da Albusaidi e al fatto non controvertibile che questa guerra, difficilmente vincibile non essendo l’Iran somigliante al Venezuela, era evitabile. I governanti europei si aggirano sul palcoscenico come nella “seconda infanzia” descritta da Shakespeare: “Puro oblio, senza denti, senza vista, senza gusto, senza niente”. Non fanno neanche finta di rappresentare un’Unione e l’ostacolo non è affatto l’impossibilità di decidere a maggioranza piuttosto che all’unanimità. È proprio che l’Europa non ci sta con la testa. Giorgia Meloni l’incarna alla perfezione: “Non condanno né condivido, non ho gli elementi… per prendere posizioni categoriche”. Su un punto i capi europei sono d’accordo: l’Iran che appellandosi al diritto internazionale si difende colpendo interessi Usa e raffinerie negli Stati del Golfo è colpevole, va fermato. Quel che divide i governanti europei è proprio questo: il giudizio su Onu e diritto internazionale, che Israele e Usa ancora una volta calpestano. Il ministro della guerra Peter Hegseth l’ha detto: “Niente stupide regole di ingaggio, niente impantanamenti nelle ricostruzioni nazionali (nation building), niente esercizi di costruzione della democrazia, niente guerre politicamente corrette. Combattiamo per vincere, non sprechiamo né tempo né vite umane”.
[…]
Le stupide regole di ingaggio sono quelle iscritte nella Carta Onu, che vieta guerre preventive contro Stati che non attaccano.La strategia Trump-Netanyahu prevede la decapitazione a ogni costo: prima della guida suprema Khamenei, poi del figlio successore. Più in genere, punta ad abbattere gli Stati deboli e piccoli che sono sgraditi – Venezuela ieri, Cuba domani – che del diritto internazionale hanno disperato bisogno. In Occidente invece il decadimento del diritto internazionale è dato per scontato da politici e commentatori. Il cancelliere Merz lo ripete fin dall’attacco all’Iran del giugno scorso. L’idea non cambia: per fortuna ci sono Israele e Usa a “fare il lavoro sporco per la sicurezza di noi tutti”. Sul fronte opposto nell’Ue c’è Sánchez, che alza la bandiera del diritto internazionale, rifiuta ogni complicità con gli aggressori e vieta l’uso delle basi Usa in Spagna. È l’unico nell’Unione a parlare di genocidio a Gaza, a respingere il riarmo Nato, a non dare per scontato il degrado della Carta Onu. A parole altri Stati europei constatano che la guerra è “fuori dal diritto internazionale”, ma non ne deducono nulla. Per il ministro Tajani il diritto internazionale “conta fino a un certo punto”. Merz ha attaccato Sánchez, quando Trump ha minacciato sanzioni contro Madrid. Starmer invia una portaerei e un cacciatorpediniere a Cipro in difesa di basi che Londra mette a disposizione e che ancora intrattiene, non si sa con che diritto, dopo l’indipendenza cipriota del 1960. Macron manda otto fregate e la portaerei Charles de Gaulle per proteggere le vie marittime, il Libano e Cipro colpito da Hezbollah per i rapporti stretti che l’isola intrattiene con Israele.
Così l’Unione perde senso. Era un progetto di pace e legalità internazionale, e ambiva a fiancheggiare l’Onu nel difendere tali principi. Ora è un’alleanza di guerra, rissosa al suo interno e più che mai vassalla degli Usa avendo rinunciato all’energia russa. Candidata a entrare nell’Ue, l’Ucraina è esemplare. Zelensky entra con la pistola in tasca, come un fuorilegge in un saloon. Il 5 marzo ha minacciato l’Ungheria, Stato Ue, per le obiezioni di Orbán al ventesimo pacchetto di sanzioni antirusse e al prestito di 90 miliardi a Kiev. Il messaggio è mafioso: “Ci auguriamo che una persona nell’Ue non blocchi i 90 miliardi, altrimenti forniremo l’indirizzo di questa persona ai nostri ragazzi (esercito e servizi, ndr) perché possano chiamarla e parlarle nella loro lingua”. Kiev ha anche offerto agli aggressori le sue armi (droni intercettori) in una guerra cui l’Ue per ora non partecipa. In cambio, Kiev esige da Trump i missili Patriot che gli servono, magari per rivenderli.
[…] La guerra sta insegnando altro: le basi Usa nel Golfo (comprese quelle inglesi a Cipro) non proteggono ma sono un bersaglio. Meglio non averle, né nel Golfo né in Europa. Macron ha promesso il 2 marzo di scongiurare tale sovraesposizione, europeizzando le proprie atomiche. Prospetta di dispiegarne in otto Paesi – tra cui Germania e Polonia – ma non europeizza alcunché: “Non ci sarà condivisione della decisione finale, né della sua pianificazione, né della sua attuazione”. Tutto questo avviene senza che Washington e Israele indichino gli obiettivi perseguiti, se l’Iran non si sfascia e gli iraniani non insorgono. Eppure dovremmo saperlo: è impossibile indurre Teheran ad abbandonare l’indipendenza e l’autonomia nella scelta dei propri capi senza un cambio di regime, raggiungibile solo con un’invasione terrestre (già catastrofica in Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, ecc). Quel che si conosce, di contro, è lo scopo specifico d’Israele: dominare come unica potenza atomica la regione, occupando altri territori e smembrando l’Iran. Tel Aviv si batte per questo dagli anni 90, sia ai tempi del sionismo socialista di Peres e Rabin sia con la destra sionista. Il regime iraniano è responsabile di sanguinose repressioni ma anche Netanyahu lo è, che ha annientato Gaza e annette la Cisgiordania sotto lo sguardo benevolo del Board of Peace. Lo scopo della guerra presente non è la democrazia in Iran, ma il suo assoggettamento e lo sfruttamento coloniale delle sue risorse. Con una pietra d’inciampo tuttavia: la strage delle 165 bambine e maestre della scuola elementare in Iran, simile al massacro di My Lai in Vietnam nel 1968. Se la colpa Usa sarà confermata, anche questa macchia resterà per sempre.