Guerre, prezzi, lavoro e sanità: l’Italia virtuale della premier. Mistificazioni e bugie: “Abbiamo recuperato potere d’acquisto”, “le misure sulla benzina stanno funzionando”, “noi, autonomi da Usa e Israele”

(estr. di Patrizia De Rubertis, Alessia Grossi, Alessandro Mantovani, Tommaso Rodano e Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – […] I passaggi di Giorgia Meloni in Parlamento non saranno ricordati solo per la postura difensiva e autoassolutoria, ma per un lungo elenco di mistificazioni e bugie. Di seguito – per mancanza di spazio – riportiamo solo le principali.
[…]
POLITICA E GIUSTIZIA
1. “Rispettiamo sempre il giudizio degli italiani”
Meloni lo dice e poi si smentisce subito, definendo l’esito del referendum “un’occasione mancata” e insistendo che il “cantiere della riforma non venga abbandonato”.
2. “Abbiamo perso un’occasione storica per modernizzare l’Italia, allineandola agli standard europei”
I modelli giudiziari in Europa sono molteplici e non esiste uno standard unico sulla separazione delle carriere o sull’assetto dei Csm.
3. “La riforma non era certo contro la magistratura”
Eppure la sua intera campagna è stata costruita proprio sulla delegittimazione politica di una parte delle toghe.
4. “Abbiamo ridotto gli sbarchi”
Per l’Italia gli arrivi via mare nel 2025 sono stati 66.316, praticamente identici ai 66.617 del 2024; il vero crollo è rispetto al picco del 2023 (157.651). Meloni vende come svolta strutturale un confronto con un’annata anomala.
5. “Abbiamo chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo… per anteporre l’interesse della Nazione”
Meloni non ammette errori nella selezione della classe dirigente, anzi presenta il repulisti post-referendum come scelta morale. Resta un mistero, peraltro, perché il gesto di Santanchè sia stato imposto solo dopo la sconfitta politica della premier.
[…]
ESTERI
6. “La posizione italiana nella crisi iraniana è stata esattamente la stessa dei principali Paesi europei”
Al limite di quelli in cui governa la destra. In Spagna, Pedro Sánchez ha definito l’aggressione all’Iran “illegale” e la guerra “contraria al diritto internazionale”.
7. “Solo se l’Occidente è unito può dire la propria”
Peccato che pochi giorni prima la stessa Meloni sia volata nel Golfo da sola, senza coordinarsi con altri leader dell’Ue, presenti nella regione in ordine sparso, contribuendo al quadro di frammentazione diplomatica che denuncia.
8. “Bisogna dire con chiarezza anche quando non si è d’accordo… come abbiamo fatto con la guerra in Iran”
Eppure Meloni non riesce mai a condannare in modo esplicito l’intervento.
9. “L’Italia si è attenuta scrupolosamente a trattati e accordi che regolano i nostri rapporti con gli Stati Uniti”
Il rispetto dei trattati non costituisce una scelta politica straordinaria né una prova di autonomia. Nemmeno un chiarimento, inoltre, sui voli partiti dalle basi italiane durante la crisi.
10. “Abbiamo chiesto a Israele di fermare l’escalation militare, garantire la sicurezza del personale della missione Unifil”
Lo scorso agosto l’Italia ha dato il proprio assenso all’Onu a una proroga di Unifil fino al 2026 che il governo considera una vittoria, ma ha lasciato la missione in condizione di sostanziale scadenza e delegittimazione, proprio nel momento di massima tensione. […]
ECONOMIA
11. “I salari hanno ripreso a crescere, consentendo alle famiglie di recuperare (…) potere d’acquisto”
Quando Meloni si è insediata i salari erano in crescita da oltre un anno. Le famiglie non hanno affatto recuperato il potere d’acquisto perso: le retribuzioni lorde sono ancora sotto dell’8% rispetto al 2021.
12. “Rispetto all’inizio della legislatura, abbiamo quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre 550 mila precari in meno”
Fuorviante: l’aumento è legato all’incremento di lavoratori over 50, per via della stretta sulle pensioni adottata dal governo. Negli ultimi mesi, i dati Istat mostrano un netto rallentamento.
13. “Entro il primo maggio approveremo il piano casa: (…) oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni”
Il piano non prevede nuove case popolari, ma 1,2 miliardi (Pnrr) per ristrutturare 60mila appartamenti Erp vuoti. Il resto sarà “edilizia sociale” affidata a privati con incentivi pubblici e defiscalizzazioni.
14. “È fondamentale sospendere il Patto di stabilità per far fronte all’aumento dei costi energetici”
L’Ue ha già detto no, più volte. L’ultima ieri, con il commissario Dombrovskis: “Per attivare la clausola di salvaguardia serve una grave recessione economica e non siamo in questo scenario”.
15. “Abbiamo tagliato di 25 centesimi il prezzo di diesel e benzina e introdotto un meccanismo anti-speculazione che sta funzionando”
Costata 1 miliardo, la misura non sta dando risultati efficaci. È l’osservatorio del ministero delle Imprese a sancirlo: si continua a speculare sui prezzi che sono in media un centesimo più alti rispetto a tre settimane fa. A nulla è servita, del resto, la passerella di Meloni nel Golfo Persico.
[…]
SANITÀ
16. “Il governo ha portato il Fondo sanitario nazionale al livello più alto di sempre”
Dietro l’aumento nominale (divorato dall’inflazione), si cela un imponente e costante definanziamento; la percentuale del Fsn sul Pil è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% del 2023, per attestarsi al 6,1% nel 2024-2025.
17. “Il governo ha avuto il coraggio, per primo, di contribuire a cercare soluzioni sul tema delle liste d’attesa”
Serve coraggio per sostenerlo: il 7 giugno compie due anni il decreto 73/2024 sulle liste d’attesa, ma non ci sono ancora i dati pubblici sulla Piattaforma digitale istituita appositamente, né è stato costituito l’Organismo di vigilanza che dovrebbe controllare le Regioni.
La rivelazione di un incontro molto ruvido tra il nunzio e i funzionari della difesa americano infiamma un clima già rovente. Il messaggio degli Usa alla Santa Sede: la potenza militare americana può tutto, la chiesa stia al suo posto. Il ruolo di Vance

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Un’altra giornata di Leone XIV è stata scandita dalle turbolenze con l’amministrazione americana. Nella prima mattinata i collaboratori hanno dato conto al papa della ricostruzione, realizzata da chi scrive, sulla rivista americana The Free Press e rimbalzata un po’ ovunque fra Roma e Washington, di un incontro assai irrituale avvenuto al Pentagono nel gennaio scorso.
Il sottosegretario per la policy al dipartimento della Difesa, Elbridge Colby, ha invitato l’allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christophe Pierre, ad un incontro che potrebbe non avere precedenti dal punto di vista del protocollo – perché convocare un diplomatico, per giunta di uno Stato senza esercito, al Pentagono? – e che si è svolto in toni tesi e minacciosi, per fare capire alla Santa Sede nel modo più chiaro possibile che l’enorme potenza militare americana può tutto, e che la chiesa farebbe bene a stare dalla sua parte.

L’incontro era una reazione dell’amministrazione al discorso del papa al corpo diplomatico, primo grande documento di orientamento della politica estera dopo la chiusura dell’anno giubilare, che l’amministrazione Trump aveva letto con enorme attenzione, finendo per interpretarlo come un attacco alla sua politica. Uno dei passaggi incriminati era questo: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando».
Ma in quel momento c’erano sul tavolo anche altre questioni contese. I raid dell’Ice che a Minneapolis avevano finito per fare morti innocenti e l’operazione militare per rimuovere Nicolas Maduro in Venezuela avevano trovato la ferma opposizione della Santa Sede, e qualcuno nell’amministrazione ha valutato che portare il diplomatico nel centro di comando della potenza militare più imponente della storia dell’umanità avrebbe fatto più effetto che il solito confronto al dipartimento di Stato.
Un funzionario del dipartimento della Difesa ha confermato che l’incontro è effettivamente avvenuto, ma ha contestato la ricostruzione: «La descrizione che The Free Press ha fatto dell’incontro è fortemente esagerata e distorta. Nell’incontro fra i funzionari del Pentagono e del Vaticano c’è stata una rispettosa e ragionevole discussione.
Non abbiamo altro che un altissimo riguardo per la Santa Sede e siamo aperti a continuare il dialogo». Il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha evitato di commentare il fatto che ha scatenato le reazioni della stampa americana e costretto il vicepresidente, il cattolico JD Vance, a un imbarazzante siparietto in cui ai cronisti ha detto di non conoscere il cardinale Pierre, salvo poi ricordarsi di averlo effettivamente incontrato. Dopo la ricapitolazione, il papa ha incontrato il successore di Pierre, Monsignor Gabriele Caccia, che dalla missione della Santa Sede presso l’Onu è stato trasferito a Washington dopo il pensionamento del cardinale francese.
L’incontro era già previsto, ma certamente la vicenda ha aggiunto un ulteriore argomento di conversazione in una lista certamente lunga, vista l’escalation retorica che Leone ha messo in atto contro l’amministrazione Trump nel corso della Quaresima. Il culmine è arrivato quando ha definito «davvero inaccettabile» la minaccia di cancellare un’intera civiltà e ha addirittura invitato i cittadini americani a contattare i loro rappresentanti al Congresso per chiedere pace.

Dal momento che il nunzio è incaricato anche dei rapporti con i vescovi, Caccia dovrà anche occuparsi della vicenda di Robert Barron, vescovo di Winona–Rochester e animatore dell’imponente network di evangelizzazione online Word on Fire, che è oggetti di polemiche per avere detto nel podcast di Ben Shapiro che le parole del papa contro la guerra non si riferivano all’Iran e anche per aver partecipato alla cerimonia di preghiera della Casa Bianca nella settimana santa, dove ha applaudito la advisor religiosa Paula White che, al solito, ha paragonato Trump a Cristo risorto dai morti.
Nella vicenda dell’incontro al Pentagono c’è anche un ulteriore livello di lettura. Colby è un funzionario cattolico molto vicino a Vance, che ha addirittura preso parte alle sue audizioni del Senato per certificarne le qualità, e come il vicepresidente rappresenta la corrente più favorevole al disimpegno americano nel mondo. Una corrente che non se la passa benissimo di questi tempi, evidentemente.
La fazione di Vance-Colby include anche il segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll, ed è chiaramente in opposizione al segretario della Difesa, Pete Hegseth, belligerante crociato calvinista con tatuaggi apocalittici che sta conducendo da mesi purghe fra gli alti funzionari del Pentagono. Guarda caso mettendo il mirino su quella della filiera che fa capo a Vance.
Che l’incontro con il nunzio sia stato condotto da Colby è perciò significativo per le dinamiche interne di un’amministrazione che si sta frantumando proprio sul tema della guerra e della postura internazionale, che è fatalmente intrecciata alla disputa confessionale.
L’incidente del Pentagono cade nella colonna che afferisce al vicepresidente, che è sempre più isolato nelle dinamiche decisionali e incalzato dai falchi interventisti, e allo stesso tempo è impegnato a presentarsi come leader spirituale e religioso, nonché detentore dell’esclusiva sui rapporti con il Vaticano. Come dimostra anche la scelta di scrivere il suo secondo libro, dopo il fortunatissimo Hillbilly Elegy, sull’esperienza della conversione al cattolicesimo. Il volume s’intitola Communion, e da giugno sarà la nuova cornice del racconto di sé in vista del 2028.

(dagospia.com) – Pensavamo che il referendum avesse cambiato tutto, e invece ci sbagliavamo. L’informativa di Giorgia Meloni alla Camera è stata una scena lunare: la premier si è presentata per la prima volta dalla batosta del 22-23 marzo, quando il “No” alla separazione delle carriere ha stravinto, eppure sembrava non fosse successo niente.
La Ducetta ha indossato l’elmetto e, a parte un breve passaggio in apertura sul voto (“un’occasione persa”) ha rifilato ai parlamentari “il primo comizio della campagna elettorale per le elezioni del 2027”, come ha evidenziato sulla “Stampa” Alessandro De Angelis. (“Avrebbe potuto tenere un discorso di verità rivolto al Paese, in cui prendere atto del ‘perché’ della sconfitta […]. E invece ha scelto l’arma dell’orgoglio ferito. Un discorso divisivo e tutto rivolto al suo mondo. Da capo fazione, più che da premier di una nazione, che preferisce l’autoesaltazione all’autocritica, lo sventolio di bandiere all’analisi pacata, il culto di sé da alimentare alla cultura di governo da praticare, l’idolatria dell’io alla fatica del noi”.
Di fronte a cotante chiacchere, un’opposizione seria e con le palle avrebbe montato una polemica, incastrando la Ducetta alle sue molte contraddizioni. E invece Elly Schlein ha pigolato: “Non riuscite a dire a Trump e Netanyahu che devono fermarsi”.
Giuseppe Conte, si è limitato a parlare di “ignobile subalternità a Trump” (proprio lui, che il tycoon chiamava “Giuseppi” allisciandogli la cofana tinta, e che nel 2018 aprì le porte al ministro della giustizia Usa, Bill Barr, permettendogli di incontrare il capo dei servizi, Gennaro Vecchione, per discutere del filone italiano del Russiagate), e a fare pubblicità al suo libro. Durante il suo intervento alla Camera, Peppiniello ha parlato di “sfida progressista”, slogan che campeggia come sottotitolo sul suo volumetto, in uscita per Marsilio. L’ex avvocato del popolo sembra più preoccupato della lotta interna al campo largo (in vista primarie), che delle sorti del paese.
Eppure, sarebbe stato facile, facilissimo incastrare la Ducetta. Sarebbe bastato ricordarle il video di qualche mese fa, ancora online, in cui metteva la faccia, insieme a una lunga lista di sovranisti mal-destri di ogni latitudine e grado (Netanyahu, Le Pen, Salvini, Milei) per supportare il putiniano Orban alle elezioni di domenica prossima, in Ungheria.
Sarebbe bastato porre qualche domandina sul rapporto ambiguo tra la Sora Giorgia e Trump: smarcarsi a parole dalle scellerati azioni e dichiarazioni del tycoon non basta, se poi il vicepresidente USA, JD Vance, pubblicamente elogia la Meloni, insieme al solito Orban, per il suo ruolo.
L’ex dipendente di Peter Thiel, parlando a Budapest, ha detto: “Sono deluso da gran parte della classe politica europea perché non sembra particolarmente interessata a risolvere questo specifico conflitto, ma abbiamo ricevuto molto aiuto da alcuni dei nostri amici. Penso che Giorgia Meloni in Italia sia stata molto utile”. A nessuno dei geni dell’opposizione è venuto in mente di chiedere: come?
Scrive Francesco Cundari su “Linkiesta: “Un conto è cambiare idea, o far mostra di avere cambiato idea, per ragioni tattiche e per opportunismo, tutt’altro conto sarebbe – se le parole di Vance fossero confermate e significassero proprio quello che sembrano significare – fare il doppio gioco. Giorgia Meloni non è una privata cittadina, guida il governo del paese e a questo punto direi che l’opposizione ha il diritto e anche il dovere di chiederle da che parte stia, e soprattutto da che parte intenda schierare l’Italia.
Ps: Quando Giorgia Meloni parla di “patti con gli Usa”, qualcuno dovrebbe ricordarle che un conto sono gli Stati Uniti, un altro è Trump, che se ne fotte del diritto internazionale e si imbarca in guerre illegali, pretendendo che gli alleati si inginocchino senza fiatare….
“C’è una crisi del sistema anche sull’atomica: tutto in mano al comandante in capo”

(di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – Lucio Caracciolo, direttore di Limes, crede poco che la tregua annunciata da Trump possa reggere anche perché i segnali di guerra che giungono dall’area sono evidenti.
Perché non crede alla tregua?
Perché in questo momento Israele comanda in modo assoluto e totalitario. Il bombardamento incredibilmente potente su Beirut, rappresenta il rifiuto di qualsiasi accordo con l’Iran. Ed evidenzia anche una risposta all’apparente, e sottolineo il termine, scelta di Trump di cercare un accordo attraverso un cessate il fuoco.
Perché apparente?
Perché il cessate il fuoco è basato sul nulla, i punti di partenza delle parti sono troppo distanti per dare vita a un accordo vero. Appena Trump, contrariamente al primo ministro pakistano (dietro il quale c’è la Cina) è intervenuto dicendo che in effetti nel cessate il fuoco non è compreso il Libano, Netanyahu ha scatenato l’inferno. Ma la situazione e il futuro del Libano non possono essere disgiunti da quelli iraniani, ecco perché penso che siamo di fronte a una finta sul ring.
Ha fatto riferimento alla Cina: che ruolo ha giocato?
Mi sembra chiaro che sia intervenuto per cercare di sedare una crisi che fino all’altra notte sembrava definitiva e dagli esiti catastrofici. Perché quando Trump dice che in una notte “cancellerà una civiltà” , vuol dire che pensa all’arma atomica. Dei Paesi in conflitto, del resto, due su tre, Usa e Israele, sono potenze atomiche.
Siamo in una fase in cui l’atomica è un’opzione?
Dal punto di vista strategico la situazione per gli Usa è disperata: hanno un presidente non padrone di sé che gioca con la tattica del deal per poi trovare accordi minimi e soprattutto ha speso tutte le risorse possibili dal punto di vista militare. L’atomica, che prima era una deterrenza, sempre più viene sbandierata come la misura che può chiudere le ostilità, con la decisione nelle mani del “comandante in capo”.
Ma Trump ha problemi o no all’interno dell’esercito Usa?
Si sono visti scontri nel bel mezzo della guerra. La crisi della potenza militare Usa – in un mese e mezzo non sono riusciti a realizzare nulla – sembra conclamata e nelle forze militari Usa, sia a livello di base sia ai piani alti, si nota un’evidente insofferenza per il comandante in capo. Nelle ultime settimane c’è stato un ammutinamento sulla principale portaerei, spacciato per blocco delle fognature, e segnali di insofferenza si sono visti con il licenziamento del capo di stato maggiore dell’Esercito. C’è una crisi del sistema che riguarda anche l’impiego della bomba atomica: nella catena decisionale, a quanto si apprende, ci sono figure che hanno detto di no al suo utilizzo.
Che previsioni possiamo fare nel prossimo periodo?
Da un punto di vista strategico, a oggi, non c’è dubbio che Usa e Israele siano in una impasse. Solo che mentre Israele vuole continuare la guerra, l’America vuole uscirne spacciando il risultato per vittoria. Ma non ci sono le condizioni: dopo la ripresa dei bombardamenti da parte di Israele e la nuova chiusura di Hormuz, siamo tornati a dove eravamo la sera prima dell’ultimatum e paradossalmente l’Iran è meglio armato e resiste più di quanto si pensasse, e soprattutto non c’è nessuno nel Paese che possa rovesciare il regime.
Che idea si è fatta del comportamento di Trump?
Che c’è un problema strutturale: Trump non è libero di decidere visto il potere di ricatto di Israele, come dimostrano i resoconti delle riunioni riservate pubblicati dal New York Times. Ci può essere una componente patologica, ma questo è tema degli specialisti. Certo, osserviamo una forma non coerente dell’agire, un’attitudine da pokerista che per esaurirsi necessita di un’ammissione della sconfitta, cosa però impossibile. Resta il problema che nella maggiore superpotenza una decisione così importante come la guerra viene affidata a una persona sola. In queste forme non era mai avvenuto.

(Gloria Germani – lindipendente.online) – Ci troviamo in una situazione rovinosa: nella morte del diritto internazionale che ha reso possibile il genocidio a Gaza, le forze Usa-Israele hanno attaccato ingiustificatamente l’Iran, uccidendo la guida suprema e altri leader, bombardando siti petrolifici, scuole, ospedali. Mentre Israele invade il Libano, le forze iraniane hanno chiuso lo stretto di Hormuz, bloccando l’afflusso del petrolio verso il resto del globo (o meglio verso le nazioni non amiche) con conseguenze pesantissime per l’industria e la crescita economica, il vero dio dell’Occidente. La Terza guerra mondiale è tra noi. Nel contempo, il collasso climatico avanza a ritmi sostenuti.
È indubbio che negli ultimi 25 anni, le forze politiche e il sistema mediatico hanno seguito la strada tracciata da Oriana Fallaci all’indomani dell’11 settembre 2001. La guerra all’islam non ha fatto che allargarsi e dalle dichiarazioni di questi giorni sul “Grande Israele” sembra che non ci sia altra strada che schiacciare definitivamente questi popoli “arretrati” e “inferiori” sulla via dell’evoluzione darwiniana (definiti “scimmie o esseri subumani”). Dopo l’epocale attacco alle Torri, la voce della famosa giornalista Oriana Fallaci si era infatti alzata dalla pagine del Corriere della Sera per attaccare l’Islam. Si riferiva ad una inferiorità culturale e usava espressioni forti come “sputare in faccia” e “nessuna pietà”, chiudendo la strada dei sostenitori di un possibile dialogo, colpevoli di affievolire l’identità cristiana dell’Occidente. Il libretto La Rabbia e l’Orgoglio ebbe una enorme successo.
Non tutti sanno che l’invettiva della Fallaci, in realtà, scaturì proprio come risposta – su richiesta dello stesso direttore del Corriere – al lungo e articolato articolo di Tiziano Terzani, pubblicato il 16 settembre sullo stesso quotidiano. La sua pozione era radicalmente diversa. Lo scrittore aveva visto nell’incredibile crollo del “Centro Mondiale del Commercio” nientemeno che “una buona occasione”. Scriveva: «Tutto il mondo avrebbe capito. L’uomo avrebbe preso coscienza, si sarebbe svegliato per ripensare tutto: i rapporti tra Stati, tra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi tra uomo e uomo. Era una buona occasione per fare un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e magari fare finalmente un salto di qualità nella nostra concezione e della vita».

Per tutta la sua vita di giornalista, Terzani aveva cercato di capire le ragioni degli Altri. In Vietnam, in Cambogia, in Cina, in Giappone, aveva scandagliato le ragioni di quei popoli che, avendo subito la colonizzazione, cercavano di reagire all’impatto con la modernità occidentale. L’attacco al World Trade Center per lui era il segno definitivo che l’America non poteva più illudersi di stare esportando nel mondo benessere e giustizia. Al contrario, larga parte del mondo vedeva nella globalizzazione a guida statunitense, ovvero alla economicizzazione del mondo, un gravissimo pericolo da combattere, anche al costo della propria vita.
Terzani stava invitando gli occidentali a cogliere l’occasione per ripensare i rapporti tra Nord e Sud del mondo, a risolvere l’enorme problema ecologico, a chiedersi dove sta la felicità degli uomini e quale etica deve intessere i loro rapporti. Venticinque anni fa ribadiva una verità semplice, che però nessuno, nessuno, ha seguito: «Se vogliamo capire il mondo in cui siamo, non possiamo vederlo solo dal nostro punto di vista’».
Il vero nocciolo della questione risiede infatti in un argomento “scomodo” che Terzani precisa sia nella prima, che nell’ultima lettera: «Il problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada». «L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con quella della coesistenza, che l’idea di una civiltà superiore ad un altra è solo frutto di ignoranza».
A differenza di moltissimi occidentali, Tiziano Terzani non credeva più nel grande mito del Progresso, dell’Evoluzione, non credeva in quella freccia inesorabile del tempo che da Darwin e da Hegel ci fa illudere che l’Occidente moderno sia una civiltà superiore rispetto a tutte le altre. Possiamo chiederci: cosa lo sosteneva in questa convinzione? Certamente non è un’opinione umorale, ma il frutto maturo e doloroso di una esperienza di vita eccezionalmente amplia. Come corrispondente estero, aveva scrutato l’impatto della modernità occidentale sulle antiche civiltà dell’Asia nella seconda metà del Novecento: la guerra del Vietnam, la rivoluzione cambogiana, la Cina del dopo Mao, il Giappone nel boom del capitalismo. Nel 1991 capisce profondamente che i due grandi progetti della modernità – il comunismo e il capitalismo – sono ambedue basati su una visione “scientifica” che divide mente e materia, e quindi sul dominio della materia, sulla manipolazione di un mondo “esterno”, per raggiungere il benessere e la felicità. Ma questa premessa è sbagliata. Mente e materia non si possono separare come ci sta insegnando la fisica quantistica e come sapevano da sempre le antiche sapienze orientali. È questa la ragione profonda per cui Terzani non crederà più all’impero della ragione, della scienza, dei numeri, dell’economia e della tecnologia (in sintesi nell’illuminismo e nella superiore civiltà). Pochi mesi prima di morire, chiariva: «Il male del nostro tempo è che abbiamo messo la materia al centro di tutto e non vediamo altro al di là della materia. Questo giustifica il capitalismo, giustifica la ricerca esclusiva del profitto e la nostra aspirazione ad avere piuttosto che a essere». E negli stessi giorni: «L’uomo è ormai succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite».

Questa comprensione è importantissima e assolutamente attuale. Perché a partire dalla fine del comunismo negli anni 90, il sistema economico-scientifico-tecnolgico a guida occidentale, è sentito autorizzato a espandersi in tutto il mondo e a non lasciare un lembo di terra fuori dalla sua superiore sfera, oggi più che mai. È la stessa legge dell’economia che lo impone: quella della crescita infinita. Ma questo non fa che portare alla guerra, alla guerra infinita. «La guerra – scriveva Terzani nel novembre 2001 – si sposterà verosimilmente in Iraq, in Somalia, in Sudan, forse in Siria, in Libano e chi sa dove ancora. Sono più di sessanta gli stati in cui secondo Washington si annidano i terroristi e chi non collaborerà con gli Stati Uniti a snidiarli sarà considerato un nemico».
Oggi l’asse Usa-Isreale, chiamata anche non senza ragione “coalizione Epstein”, dopo aver sterminato i palestinesi – che a loro dire sono tutti terroristi, compresi i bambini – prova a sterminare il Libano, l’Iran e probabilmente chiunque in futuro non collaborerà con loro. In nome della loro superiore verità? Una verità sconfessata dalla fisica quantistica, ma anche dall’enorme collasso climatico provocato dalla civiltà tecnologica-industriale?
Terzani aveva però visto altre cose, proprio a partire dalla fine del comunismo nel 1991. Durante il lungo viaggio che lo portò a Mosca, raccontato in Buonanotte Sig.Lenin, aveva sentito “il galoppare” del fondamentalismo islamico. «Avevo provato sulla mia pelle la conferma che con la caduta del muro di Berlino e la fine del Comunismo, la sola ideologia ancor determinata a opporsi al Nuovo Ordine che, con l’America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato, era questa versione fondamentalista e militante dell’Islam».
Terzani tornerà con grande forza su questo punto. Nel suo libro testamento, La Fine è il mio inizio, ribadisce: «Ho visto la prima statua di Lenin abbattuta nell’Asia centrale all’urlo di “Allah Akbar, Allah, Akbar!” Allah è grande. Solo gli sciocchi e i miopi non vedono il legame che c’è tra la fine del comunismo come ideologia di rivolta e l’Islam fondamentalista di oggi. Prima chi voleva combattere per un mondo diverso, per un mondo migliore, contro il capitalismo occidentale, ricorreva al marxismo-leninismo. Era l’arma ideologica che dava disciplina, che dava una struttura di riferimento […]L’Islam fondamentalista ha preso oggi il posto del marxismo-leninismo… Quando quest’arma è scaduta, ne è nata una nuova. Se non capisci questo, non capisci nulla».
Ma Terzani aveva ancora una marcia in più. Aveva capito alla radice che il sistema consumistico-industriale-tecnologico è tutto basato sulla vendita di desideri artificiali. E questo vendita di desideri è un automatico meccanismo di infelicità. Lo aveva già insegnato il Buddha, 2600 anni fa.

Si è passati dalla colonizzazione storica alla colonizzazione dell’immaginario.
Il pensatore fuori dal coro, scriveva infatti nel gennaio 2002: «Un secolo fa per gli afgani, come per gli altri popoli del mondo, la diversità stava nel rendersi indipendenti all’oppressione coloniale. Oggi è nel restare fuori da un sistema più sofisticato, ma ugualmente opprimente, che cerca di fare di tutto il mondo un mercato, di tutti gli uomini dei consumatori a cui vendere prima gli stessi desideri e poi gli stessi prodotti».
Il problema riguarda il non arrendersi al consumismo, ma soprattutto non arrendersi alla globalizzazione della mente. Le parole del grande viaggiatore sono molto attuali anche ora: «Oggi c’è nel mondo un crescente numero di persone che non aspira ad essere come noi, che non insegue i nostri sogni, che non ha le nostre aspettative e i nostri desideri. Un commerciante di tessuti di 60 anni, incontrato ad un raduno di missionari tablighi, me lo ha detto con grande semplicità: Non vogliamo vivere come voi, non vogliamo vedere la vostra televisione, i vostri film. Non vogliamo la vostra libertà. Vogliamo che la nostra società sia retta dalla legge coranica, che la nostra economia non sia determinata dalla legge del profitto. Quando io alla fine di una giornata ho già venduto abbastanza per il mio fabbisogno, il prossimo cliente lo mando a comprare dal mio vicino che ho visto non ha venduto nulla».
Vista la situazione di questi giorni, con chiusura iraniana dello stretto di Hormuz e tutte le conseguenze sulle economie occidentali, vi lascio con ancora altre parole profetiche di Terzani: «Al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi ‘amici’, qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?».
Tra i Paesi finiti nel mirino ci sarebbero Spagna, Germania, Italia e Francia, mentre potrebbero essere favoriti partner come Polonia, Romania, Lituania e Grecia

(lespresso.it) – Donald Trump starebbe valutando di ritirare parte delle truppe americane dai Paesi Nato giudicati poco collaborativi durante la guerra con l’Iran, per ridislocarle invece negli Stati che hanno sostenuto con più decisione la campagna americana e israeliana. L’indiscrezione è del Wall Street Journal e descrive un piano ancora al vaglio dell’amministrazione, pensato come forma di pressione politica sugli alleati europei più tiepidi nel conflitto mediorientale. Tra i Paesi finiti nel mirino ci sarebbero Spagna, Germania, Italia e Francia, mentre potrebbero essere favoriti partner come Polonia, Romania, Lituania e Grecia.
Per la Casa Bianca diversi governi europei avrebbero limitato o negato supporto operativo agli Stati Uniti durante la guerra con Teheran, dall’uso dello spazio aereo alle facilitazioni logistiche. Nelle ultime ore Trump ha trasformato quest’irritazione in un attacco politico più ampio, arrivando a dire che la Nato “non c’era quando ne avevamo bisogno”.
Dopo l’incontro alla Casa Bianca con il segretario generale Mark Rutte, Trump aveva rilanciato le sue accuse contro gli alleati e lasciato intendere di voler riaprire il dossier sul disimpegno militare americano in Europa. Rutte ha provato a raffreddare i toni, riconoscendo la delusione del presidente americano ma ricordando che una parte consistente dei Paesi europei ha comunque garantito sostegno, almeno sul piano logistico.
Il cessate il fuoco di due settimane ha congelato l’escalation, ma ha lasciato aperti i nodi più pesanti, dal nucleare iraniano alla sicurezza dello Stretto di Hormuz. Così la Nato diventa per Trump un bersaglio politico utile: serve a spostare la pressione sugli alleati e a trasformare un risultato ancora incerto in una nuova battaglia interna all’Occidente.

(ANSA) – Italiani preoccupati dell’impatto economico della guerra in Iran. Temono soprattutto lo shock energetico e chiedono al governo contromisure in forma di sostegno al reddito, il 63% degli intervistati, e la revoca delle sanzioni contro la Russia, il 31%.
È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Izi, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione l’Aria che Tira su La 7. Dalla rilevazione, emerge inoltre che un terzo degli italiani ritiene probabile l’uso dell’arma nucleare.
L’aumento insostenibile delle bollette energetiche e del carburante preoccupa un italiano su due, mentre solo il 3% sostiene la politica internazionale di Trump. Alla domanda sull’impatto della guerra sull’economia italiana la quasi totalità degli intervistati, il 93%, dà un giudizio negativo essendo convinta che le conseguenze saranno significative.
In particolare lo shock energetico preoccupa quasi l’80% degli italiani, il forte aumento dell’inflazione il 70%, e la contrazione del Pil il 30%.
Nota metodologica. Interviste effettuate l’08/04/2026; popolazione di riferimento: popolazione maggiorenne residente in Italia; campionamento: casuale stratificato per genere, classe d’età e macroarea di residenza; ponderazione: vincolata per genere, classe d’età, macroarea di residenza, titolo di studio e voto alle precedenti elezioni politiche (2022); metodologia: tecnica mista CAMI/CAWI; totale interviste: 1.001 (margine di errore del 3,01% per un intervallo di confidenza del 95%).

Il saggio “Per conoscere l’autonomia differenziata”, avendo vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica “Kerit- LC Edizione 2024” IV Edizione, è stato pubblicato nello scorso mese di febbraio.
L’opera, dopo l’introduzione, si divide in cinque capitoli più le note finali e un addendum. Il primo e il secondo trattano due temi generali, cioè il come sia stato inteso il regionalismo, dall’Unità ad oggi e l’aspetto economico del notevole divario tra Nord e Mezzogiorno, che poi è l’elemento fondamentale dell’opera. Gli altri capitoli trattano più in dettaglio il tema del regionalismo alla luce del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, per cui nel terzo si illustra, appunto, la fonte di tutto, cioè la modifica del Titolo V della Costituzione; nel quarto, poi si ricostruisce la storia delle iniziative intraprese dalle Regioni per l’applicazione di tale comma e dei diversi disegni di legge che hanno tentato di normare il processo fino al 19 giugno 2024, quando la Camera ha approvato definitivamente la legge recante: “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”. Nel quinto si confuta la tesi che prevede come condizione pregiudiziale la definizione dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione). Infine, nelle note finali si argomenta intorno al tema della sua realizzabilità, concludendo che non sarà possibile o, quanto meno, estremamente improbabile che il regionalismo differenziato si possa concretizzare.
In seguito alla pronuncia della Corte costituzionale del 14 novembre 2024 si è reso necessario un “Addendum” di commento in cui si rafforza la tesi della non realizzabilità del regionalismo differenziato, in quanto si ritiene che la Consulta abbia abrogato, in modo surrettizio, il comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione.
L’opera è stata così commentata: si distingue per il modo in cui riesce a rendere accessibile una questione complessa, come l’assetto dello Stato e i poteri delle Regioni, attraverso un linguaggio chiaro e lineare, pur mantenendo un alto livello di approfondimento.
Il saggio si caratterizza per una solida struttura, articolata in capitoli ben organizzati, che accompagnano il lettore nella comprensione dell’argomento con un’impostazione chiara e documentata. La grande quantità di fonti e dati utilizzati conferisce autorevolezza e credibilità all’analisi, permettendo di cogliere ogni sfaccettatura del tema trattato.
Uno degli elementi più apprezzabili del saggio è la capacità di unire rigore e accessibilità, rendendo il testo fruibile sia per un pubblico esperto che per lettori meno addentrati nella materia. L’analisi del divario tra Nord e Mezzogiorno, il riferimento alle modifiche costituzionali e la riflessione critica sulla reale applicabilità del regionalismo differenziato offrono un quadro completo e stimolante, che invita il lettore a una riflessione approfondita.
Per chi fosse interessato, è disponibile al seguente link:
https://www.kerit-lc.it/prodotto/per-conoscere-lautonomia-differenziata/
Le ultime pubblicazioni del medesimo autore sono le seguenti: Luoghi comuni, miti e stereotipi dell’emigrazione italiana. È vero che espatriano i meridionali?, Rubbettino, 2021
Mezzogiorno e Germania Est. Un confronto, Rubbettino, 2023
Ostalgia, neoborbonismo e questione meridionale, Il Convivio Editore, 2023
Per conoscere l’autonomia differenziata, Kerit-LC Edizioni, 2026
Addio, italiani! Denatalità, desertificazione e fuga dei cervelli, Gruppo Editoriale Writers Editor, 2026 (in corso di stampa)

Al Teatro Eduardo De Filippo di Arzano, diretto da Roberta Stravino, si conclude Tracce dinamiche, la rassegna di teatro d’innovazione e sperimentale con la direzione artistica di Ettore Nigro e la collaborazione di Piccola Città Teatro. L’iniziativa è riconosciuta dal Ministero della Cultura.
L’ultimo appuntamento è previsto giovedì 16 aprile, alle ore 21, con “Mare di ruggine. La favola dell’Ilva 2.0”, un progetto di Compagnia Teatro Insania, scritto e diretto da Antimo Casertano che è anche in scena con Daniela Ioia, Luigi Credendino e Francesca De Nicolais. Le musiche originali sono firmate da Paky Di Maio, il disegno luci sono di Paco Summonte, i costumi di Pina Sorrentino, le scenografie di Flaviano Barbarisi e il laboratorio scene di Giovanni Sanniola. Lo spettacolo è vincitore del Premio ANCT 2025 (Premio Nazionale della Critica), del Premio Nuove Sensibilità 2.0 2022, del Premio Fersen, del Premio Antonio Conti di Pesaro, del Premio Speciale Felicetta Confessore – Ritratti di territorio.
“Mare di ruggine” è la storia di un padre raccontata al figlio. Una storia familiare, lunga cinque generazioni, che viaggia in parallelo con la storia dello stabilimento ex Ilva, poi Italsider di Bagnoli.
È il racconto dell’unica possibilità, l’unica alternativa che la fabbrica – ‘o cantiere – ha rappresentato per la mia famiglia in particolare e per tante, tantissime altre famiglie; a Napoli come a Taranto, a Genova come a Piombino.
È il racconto del diritto al lavoro e di come esso rappresenti l’unica certezza di esistenza nella stessa società. Un racconto che non può non tenere conto del quadro politico, sociale, ed economico del nostro paese. Il suo sviluppo, nel bene e nel male, le sue modifiche nel tempo della storia attraverso la pelle dei protagonisti, il piano di deindustrializzazione locale e nazionale. Ma è anche la volontà di raccontare della identità operaia, della voglia di sentirsi orgogliosamente parte di quella classe, delle lotte e delle conquiste e soprattutto della sua fine.
Come dichiara Casertano «“Mare di ruggine” è una favola, anche se una favola non è, contro l’abbandono perpetuo.
La voglia di riappropriarsi del bene comune, la lotta contro la privatizzazione e lo sciacallaggio. Immagine, purtroppo, di un incubo ancora presente. Ma è anche un’indagine sulla vita e la morte, amore e odio, promesse e compromessi, soprusi e tentativo di riscatto sociale. Forse sono vecchio, eppure continuo a credere che le storie, quelle semplici, conservano una potenza e una magia che non invecchia mai.
Una storia semplice come seme per il cambiamento, memoria di un periodo in cui l’unico argomento di interesse pare essere sempre altrove, inafferrabile, da qualche altra parte. La speranza che i nostri figli possano raccontare una storia diversa, una realtà nuova e libera da mostri. In definitiva, è l’impegno morale di fare luce sulla vicenda dell’Italsider che da tanti, troppi anni, giace dimenticata al suo stato di abbandono».
Teatro Eduardo De Filippo – Via G. Verdi 25-37 Arzano, Napoli
Info e prenotazioni 3391570669 – botteghino@teatroeduardodefilippo.it
fb e ig @teatroeduardoinnovazione – @teatroeduardodefilippo
La premier evita i problemi reali: da Trump a Netanyahu, dalla sicurezza al fisco, un intervento che dovrebbe portarla al 2027 ma è privo di sostanza

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Un discorso piccolo così. Giorgia Meloni ha deciso di tenersi lontana da ogni problema, sicchè il suo discorso, anzi i due che ha illustrato davanti ai deputati prima e ai senatori dopo, sono parsi vuoti d’aria, costruzioni logiche sospese nella rinuncia a sparigliare le carte, a rimettersi in gioco, a provare il contropiede.
“Non scappo, resterò a palazzo Chigi fino alla fine”, ha detto orgogliosa. Vero. E però sul fuoco che imprigiona il mondo e sul piromane che lo ha scatenato, il suo amico Donald Trump, non una riflessione ragionata, figurarsi un’ammissione di resposnsabilità. Appunto il vuoto d’aria. Colei che solo qualche settimana fa lo indicava come meritevole del Nobel per la pace oggi cambia registro e ricorda il prezzo della benzina che s’impenna senza dire per colpa di chi e il fatto che, stando così le cose, dovremo chiedere a Bruxelles di sforare il patto di stabilità.
Il governo italiano non sospende l’amicizia col presidente Usa protagonista della più rovinosa incrinatura degli equilibri nel mondo, non chiama con le parole che deve Nethanyahu, il capo del governo istraeliano, ricercato per i crimini commessi e autore del più violento e crudele attacco alle popolazioni civili in Libano. Vuoto d’aria, appunto.
Allora la politica interna? Sì, la sicurezza. Quotidianamente la destra dice che le città sono insicure, sono in mano alle organizzazioni banditesche delle seconde generazioni di immigrati. E la premier che fa? Ci ricorda il decreto Caivano, quello nel quale si propone il carcere per il genitore che non manda a scuola il proprio figlio minore. E, anche qui, vuoto d’aria, dimentica di aver proposto l’opposto per i bambini della cosiddetta famiglia nel bosco. Anche loro non andavano a scuola, come obbliga la legge. Anche loro senza le vaccinazioni obbligatorie, secondo la legge. Eppure che strazio per Meloni la decisione del giudice minorile di togliere la patria potestà, esattamente come dice il decreto Caivano. “Sono senza parole”, ha scritto in quei giorni in un addolorato commento la premier.
Ora per le città più sicure ci affideremo – se abbiamo capito bene – all’ausiliario di strada, una formula mini dell’indimenticabile poliziotto di quartiere di berlusconiana memoria, e poi cos’altro? Il piano casa, anche qui un refrain da anni Novanta del Popolo della libertà. Sul fisco, cinque rottamazioni, cioè cinque condoni, cioè cinque volte il meglio per chi bara con le tasse, “non abbiamo arretrato di un millimetro”.
Può dire che è aumentata almeno nominalmente l’occupazione, perchè è vero, ma deve rinunciare a riferire che la gente campa peggio, che gli stipendi sono bassi, che la fetta di società che sta male si allarga.
Il discorso sullo stato del governo, dopo la batosta del referendum, fonda dunque sul principio del tirare a campare. Meloni sceglie politicamente di non portare tutti già a giugno alle urne, e forse le sarebbe convenuto, e si impegna a non mollare per un altro anno.
Chiuderà la legislatura dicendo di essere stata la prima e unica presidente del Consiglio ad aver rinunziato ai rimpasti, e ad aver guidato un solo governo dal principio alla fine, di essere leader di un partito in salute e di circondarsi di alleati fedeli. Di essere brava e anche capace.
Il problema per lei è se gli italiani le crederanno.

(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – C’è un rituale che si ripete con la puntualità di un orologio svizzero ogni volta che il mondo prende fuoco e, purtroppo, negli ultimi anni sempre con maggior frequenza. Scoppia una guerra, partono i missili, muoiono le persone, e nel giro di poche ore — spesso prima ancora che si sappia quante vittime ci siano nei primi momenti del conflitto — i telegiornali e i media in generale irrompono con un dato che viene presentato come equivalente in gravità: quanto hanno perso le borse. Cinquecento miliardi bruciati. Ottocento miliardi evaporati. Tremila miliardi in fumo nel giro di una seduta. I numeri sono astronomici, i toni sono quelli di una catastrofe collettiva, l’implicazione è che qualcosa di enormemente prezioso e comune sia andato perduto — un patrimonio di tutti, una ricchezza condivisa, il sudore di intere nazioni volatilizzato dall’irrazionalità della storia.
È una narrazione potente. Ed è, nella misura in cui riguarda il cittadino comune, quasi interamente falsa.
La domanda che nessun conduttore si pone, mentre agita il grafico con la freccia rossa verso il basso, è elementare: di chi sono, quei soldi? Chi ha perso, quella mattina? La risposta, se si ha la pazienza di cercarla, è disponibile nelle relazioni delle autorità di vigilanza, nei rapporti della Banca Centrale Europea, negli studi delle università americane, nei dati della Consob. Non è un segreto: è semplicemente una verità che la rappresentazione mediatica dell’economia ha deciso di non raccontare. Negli Stati Uniti — il mercato di riferimento, il termometro del mondo — il 10% delle famiglie più ricche possiede il 93% di tutte le azioni e le quote di fondi comuni. L’1% più ricco detiene il 54% della ricchezza azionaria totale, una quota salita di quattordici punti percentuali in vent’anni. Dall’altra parte, l’80% delle famiglie americane possiede l’8% del mercato. Per tornare all’esempio di prima, quando la borsa crolla di tremila miliardi in un giorno, quell’80% perde, aggregato, qualcosa come 240 miliardi. Gli altri 2.760 li hanno persi i ricchi.
In Europa la geometria è analoga, temperata da una partecipazione ai mercati storicamente più contenuta. Il 10% più agiato delle famiglie dell’area euro detiene il 57% della ricchezza netta complessiva, e i fondi di investimento e le azioni sono strumenti che pesano nei portafogli dei benestanti molto più che in quelli del resto della popolazione, la quale affida i propri risparmi prevalentemente a conti correnti e prodotti assicurativi. In Germania, in Italia, in Polonia meno del 10% delle famiglie possiede direttamente titoli azionari. Nel Regno Unito quella quota si è dimezzata in vent’anni. In Italia, secondo i dati della Banca d’Italia, la ricchezza delle famiglie investita in azioni quotate ammonta all’1,4% del totale. Solo il 4,1% degli italiani ha mai comprato o venduto un’azione in vita propria. Su Piazza Affari, gli investitori esteri — fondi sovrani, grandi gestori internazionali, istituzioni finanziarie — detengono ormai oltre il 50% del capitale delle società quotate.
Dunque: quando i mercati perdono miliardi per una guerra, il soggetto che subisce quella perdita è un universo di istituzioni finanziarie, gestori patrimoniali, fondi pensione anglosassoni, algoritmi ad alta frequenza e grandi famiglie imprenditoriali che movimentano capitali tra un listino e l’altro. È un mondo reale, con conseguenze reali — sui tassi di interesse, sull’accesso al credito, sulle decisioni di investimento delle imprese. Non è uno spettacolo di ombre. Ma non è nemmeno il patrimonio del cittadino che legge il telegiornale delle otto. Eppure il telegiornale delle otto continua a raccontarlo come se lo fosse, con quella complicità silenziosa tra chi produce notizie e chi le consuma, entrambi convinti che la borsa sia ancora il luogo dove batte il cuore economico della collettività.
Non lo è più da decenni. E forse non lo è mai stato davvero, almeno non nel modo in cui la vulgata vorrebbe. C’è però stato un momento storico in cui quella rappresentazione aveva una sua corrispondenza con la realtà — un momento in cui il piccolo investitore esisteva davvero, e non soltanto come comparsa statistica. Negli anni Ottanta, prima della grande trasformazione, la partecipazione diretta dei cittadini ai mercati azionari era un fenomeno di massa in espansione. In Italia era l’epoca del passaggio dai BOT-people (terribile definizione che riecheggiava un’altra tragedia figlia della guerra in Cambogia per definire chi si affidava al risparmio “sicuro” dei titoli di stato) alla prima timida alfabetizzazione finanziaria di massa, dell’entusiasmo per la borsa come forma moderna di partecipazione alla crescita. Oltreoceano era il momento della grande corsa all’azionariato popolare, alimentata dal mito reaganiano della democrazia dei proprietari. Esistevano investitori individuali con nomi e facce — quello che in altri paesi chiamerebbero man in the street, e che nella commedia italiana del tempo aveva il volto di un Jerry Calà qualsiasi che seguiva i listini sul giornale della sera con la stessa passione con cui leggeva i risultati del campionato.
Quel mondo è finito. La sua fine non è stata annunciata, non è stata discussa, non è stata elaborata. È avvenuta silenziosamente, nel corso di quarant’anni di finanziarizzazione crescente: la quota di mercato in mano agli investitori istituzionali americani è salita dal 29% nel 1980 all’80% dell’S&P 500 di oggi. I piccoli azionisti sono stati progressivamente espulsi da un sistema che li tollerava come elemento folkloristico ma non li considerava attori rilevanti. Tant’è che i costi di accesso al mercato per i singoli investitori sono in media il 40% più alti di quelli sostenuti dagli istituzionali. La Commissione Europea ha persino dovuto varare alla fine del 2025 una “Retail Investment Strategy” con l’ambizione di riportare i cittadini ai mercati — un po’ come svuotare una piazza e poi organizzare una campagna per ripopolarla.
L’argomento di riserva, quello che viene brandito quando si obietta l’irrilevanza della borsa per la vita quotidiana degli europei, è il seguente: ma i fondi pensione! Ma le assicurazioni! Ma i tuoi risparmi passano comunque per quei mercati, anche se non lo sai. È vero, e non è poca cosa. La distinzione tra borsa e economia reale non è assoluta: quando crolla il valore degli asset finanziari, le conseguenze si propagano attraverso il credito, l’investimento delle imprese, i bilanci bancari. Ma c’è una differenza cruciale tra dire che i mercati finanziari influenzano l’economia e dire che il bollettino giornaliero della borsa è un indicatore del benessere collettivo. La prima affermazione è seria. La seconda è ideologia travestita da informazione.
E l’ideologia funziona così: ripete la stessa cosa ogni giorno, con tono neutro, finché diventa paesaggio. Il presentatore che annuncia “le borse europee perdono terreno” con la stessa solennità con cui descriverebbe un’alluvione sta compiendo un atto politico, anche se non ne è consapevole. Sta dicendo che le fortune di un sistema finanziario dominato da soggetti istituzionali, fondi sovrani e grandi patrimoni privati sono una questione di interesse generale. Sta costruendo un’identità collettiva attorno a un’esperienza che la grande maggioranza dei suoi spettatori non ha. Sta facendo, ogni sera, il servizio delle pubbliche relazioni di un mondo che non ha bisogno di pubblicità gratuita. Un servizio di informazione che serve soprattutto a pressare governanti e decisori su strategie che servono più ai mercati che ai cittadini.
La prossima volta che sentirete di centinaia di miliardi “bruciati” dalle tensioni geopolitiche, vale la pena fare un piccolo esercizio. Chiedersi: bruciati da chi? Persi da chi? Chi si sveglia la mattina con il conto in meno? La risposta, nella quasi totalità dei casi, è: non voi. Non il lettore comune, non il pensionato, non il lavoratore dipendente, non il piccolo imprenditore che ha i soldi sul conto corrente o nel mattone. Quei miliardi appartengono a un sistema che ha i suoi mercati, i suoi algoritmi, i suoi meccanismi di compensazione e di recupero — e che ha anche, da decenni, il suo cronista di fiducia nei notiziari serali, pronto a raccontare le sue perdite come se fossero le nostre.
Secondo una ricostruzione del quotidiano israeliano Haaretz, che a sua volta riprende un’inchiesta del New York Times, il premier israeliano avrebbe convinto il presidente americano Donald Trump della possibilità concreta di rovesciare il regime iraniano

(glistatigenerali.com) – Sarebbe stato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a persuadere Washington che l’Iran fosse “maturo” per un cambio di regime. È quanto emerge da una dettagliata ricostruzione pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, che cita un’inchiesta del New York Times e anticipazioni di un libro di prossima uscita.
Secondo quanto riportato, durante una visita alla Casa Bianca l’11 febbraio, Netanyahu avrebbe presentato a Trump un piano ambizioso: colpire militarmente la Repubblica islamica per favorire il crollo del sistema degli ayatollah. Nel corso dell’incontro, lo staff israeliano avrebbe persino mostrato una lista di possibili leader per un Iran post-regime, tra cui Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià.
La strategia illustrata da Netanyahu si basava su valutazioni estremamente ottimistiche. Secondo gli analisti israeliani, un’offensiva congiunta avrebbe potuto distruggere nel giro di poche settimane il programma missilistico balistico iraniano, riducendo drasticamente la capacità di Teheran di reagire. Inoltre, Israele riteneva improbabile che l’Iran potesse bloccare lo Stretto di Hormuz o attaccare obiettivi statunitensi nella regione. Le informazioni dell’intelligence del Mossad indicavano anche la possibilità di una ripresa delle proteste interne, che – sostenute da bombardamenti intensivi – avrebbero potuto portare alla caduta del regime. Tra le ipotesi avanzate figurava anche l’apertura di un fronte terrestre nel nord-ovest del Paese, con l’ingresso di combattenti curdi iraniani dall’Iraq.
Il giorno successivo, tuttavia, l’apparato di sicurezza statunitense avrebbe espresso forti dubbi. In un briefing riservato, il piano israeliano venne scomposto in quattro obiettivi: eliminazione della guida suprema Ali Khamenei, indebolimento militare dell’Iran, sollevazione popolare e cambio di regime. Se i primi due punti venivano considerati realistici, gli ultimi due furono giudicati da diversi funzionari “slegati dalla realtà”. Il direttore della CIA John Ratcliffe definì gli scenari di cambio di regime “farseschi”, mentre il segretario di Stato Marco Rubio fu ancora più diretto, liquidandoli come “una sciocchezza”. Anche il vicepresidente J.D. Vance espresse scetticismo. Il capo degli Stati maggiori riuniti, Dan Caine, mise in guardia sui rischi di una guerra prolungata: esaurimento delle scorte militari, difficoltà nel garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz e possibile escalation regionale.
Nonostante le perplessità, nella riunione decisiva del 26 febbraio nessun alto funzionario si oppose apertamente all’azione militare. Alcuni espressero riserve, ma senza arrivare a un vero dissenso. “Penso sia una cattiva idea, ma se vuoi farlo ti sosterrò”, avrebbe detto Vance al presidente. Anche gli altri vertici, pur senza entusiasmo, si dichiararono pronti a eseguire gli ordini. Alla fine fu Trump a prendere la decisione. Determinato a impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e a fermare le sue capacità missilistiche, il presidente diede il via libera all’operazione. Secondo la ricostruzione riportata da Haaretz, l’ordine definitivo arrivò appena 22 minuti prima della scadenza fissata: “Operazione ‘Epic Fury’ approvata. Nessun annullamento. Buona fortuna.”
Una scelta che, conclude il quotidiano israeliano, segnò il punto di non ritorno verso il conflitto.
Non c’è alcuna regia di biechi giornalisti. Un maleficio ha concentrato una quantità di sfiga mai vista prima sulla Presidente del Consiglio e i suoi fedeli del cerchio magico

(Domenico Valter Rizzo – ilfattoquotidiano.it) – Andrea Delmastro Delle Vedove finisce in società, con Mauro Caroccia, indagato insieme alla figlia Miriam di intestazione fittizia di beni e riciclaggio per favorire il potente clan di camorra dei Senese. L’ormai ex sottosegretario alla giustizia avrebbe finanziato il ristorante di Caroccia e sarebbe entrato nella società “5 forchette”. Tutto fa pensare ad una brutta storia: collusioni oscure con personaggi legati al crimine organizzato che imperversa a Roma. Niente di tutto questo a spiegare la verità sono proprio i Caroccia. Delmastro – dicono – ha messo mano al portafoglio solo per aiutare delle persone in difficoltà economiche. A spiegarlo ai giornali è Barbara Tritoni, la moglie di Caroccia che parla di Delmastro definendolo “una manna dal cielo per la nostra famiglia”, “ci ha fatto uscire – aggiunge – dal baratro in cui eravamo finiti per la grave situazione economica in cui ci trovavamo”. Delmastro avrebbe conosciuto Caroccia quando era incensurato e avrebbe deciso di aiutarlo ad uscire dalla morsa dei debiti. Insomma ce n’è abbastanza per avviare un processo di beatificazione in Vaticano. Ma poi, ecco che si accanisce la sfortuna. Caroccia viene processato come prestanome dei Senese e il benefattore si trova ad essere socio di un condannato. Quando si dice la sfiga.
Ma la sfiga si accanisce. Il 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriott di Milano c’è un fastoso evento elettorale di FdI per le Europee, con l’intero stato maggiore del partito schierato: Ignazio La Russa, Daniela Santanchè, Guido Crosetto, Raffaele Fitto e naturalmente Giorgia Meloni. Discorsi, appalusi, grande entusiasmo e militanti in brodo di giuggiole impazienti di farsi un selfie con la leader maxima. Insomma niente di strano, ma la sfiga era lì, in agguato, nascosta tra folla pronta a colpire. Ed ecco che accanto a Giorgia Meloni si accosta un giovanotto dall’aria simpatica e i due si fanno un bel selfie. Il giovanotto si chiama Gioacchino Amico, ex referente del clan Senese in Lombardia, oggi collaboratore di giustizia nel caso Hydra che vantava una serie di rapporti, relazioni e contatti nel partito della Fiamma. Rapporti dei quali si vantava nella sua cerchia, riferendo di incontri con dirigenti del partito, tutti smentiti dagli interessati. In quel momento Gioacchino Amico non era ancora indagato per mafia, ma aveva già una condanna definitiva per ricettazione, era finito in manette per truffa e associazione a delinquere.
Ovviamente la Premier non poteva sapere chi fosse, ma la sfiga ecco che glielo piazza a favore di cellulare.
Ma la sfiga mica si accontenta. Ecco che quel selfie finisce dentro ad un servizio di Report su Rai 3.
Dopo queste vicende la Premier è apparsa decisamente contrariata. Se la prende con i giornalisti, parla di Redazione unificata di Repubblica, Il Fatto e Report. Insomma è convinta che vi sia una regia unica per scatenare un violenta macchina del fango su di lei e i suoi fedelissimi. Insomma, fa il ragionamento più semplice. Ma sbaglia. Purtroppo, non c’è alcuna regia di biechi giornalisti. La verità è che qualcuno le ha fatto una fattura, un potente maleficio. Mediante l’uso di arti oscure e probabili evocazioni diaboliche, ha concentrato una quantità sfiga mai vista prima sul capo della Presidente del Consiglio e dei suoi fedeli del cerchio magico.
Il maleficio mostra di essere potentissimo. Come spiegare diversamente una serie di fatti che hanno colpito la Premier: l’inspiegabile sconfitta in un referendum che Italo Bocchino, che non ne sbaglia mai una, aveva dato per vinto con almeno quindici punti di scarto; Donald, il suo migliore alleato e amico, che appare in balia di deliri sicuramente orchestrare da forze oscure, al punto da trascinarlo in una guerra insensata, lui che aveva come unica aspirazione il Premio Nobel per la Pace; gli iraniani che, leggermente incavolati per un po’ di missili che gli sono stati lanciati da americani e israeliani, hanno pensato bene di bloccare lo Stretto di Hormuz, non lasciandoci neppure il gas per far funzionare la moka e la benzina per caricare uno Zippo; i prezzi che impazziscono. Insomma una “Tempesta perfetta”.
A questo punto, siccome siamo convinti che le forze del male siano state evocate da potenti fattucchiere senza pietà, ci permettiamo di consigliare l’intervento di un esperto esorcista e crediamo possa essere utile convocare la prossima seduta del Consiglio dei ministri a Lourdes.
Nell’anno in cui la giornalista è entrata nella kermesse di Ferrara il ministero l’ha finanziata. All’evento i leghisti, oltre che i collaboratori della giornalista. Il rapporto con Mollicone

(di Enrica Riera Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Giornalista, opinionista televisiva, scrittrice, attivista per i diritti delle donne e dei bambini. Claudia Conte è tante cose. E la sua rete di incarichi e rapporti lavorativi non si ferma alle sole prefetture, all’Esercito o alla polizia di Stato. Dal 2025 tra gli incarichi ricoperti dalla professionista, che nei giorni scorsi ha spifferato la sua relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, c’è anche quello di condirettrice artistica al Ferrara Film Festival, la kermesse organizzata dall’omonima associazione culturale finanziata da enti pubblici.
La manifestazione, come già raccontato da Domani, è sponsor di Domus Europa, altro ente in cui Conte lavora come portavoce.
Il Ferrara Film Festival, proprio nel 2025, con l’ingresso della professionista nel team, ha ottenuto 25mila euro dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli, al contrario di quanto avvenuto nell’anno precedente quando il progetto è finito nell’elenco delle iniziative non finanziabili per «carenza punteggio minimo».

È molto fitta la ragnatela di legami di lady Viminale. «Il nostro festival ha 11 anni di storie e ha sempre ricevuto i contributi pubblici oltre quelli privati, Conte è un’amica del festival, dallo scorso anno ha assunto questo ruolo perché ne ho stima. L’ho conosciuta perché aveva presentato un cortometraggio, in qualche edizione fa. Riceve un compenso per il suo ruolo di qualche migliaia di euro, tutto rendicontato», dice a questo giornale Maximilian Law, all’anagrafe Massimiliano Stroscio, ideatore e direttore artistico del festival.
In un video su Instagram pubblicato sui social ufficiali di Ferrara Film Festival, in occasione dei suoi dieci anni, viene riproposto anche il messaggio del meloniano Federico Mollicone. Proprio la sua commissione cultura ha promosso insieme al Festival un’iniziativa, a metà ottobre dello scorso anno, «sul valore del contributo femminile nella società contemporanea e nel panorama cinematografico». Evento nell’ambito della festa del cinema di Roma nel quale ha partecipato lo stesso Mollicone, ma anche Conte, Law e Gabriella Buontempo, presidente del Centro sperimentale di cinematografia. L’occasione per i registi del festival ferrarese per presentare il consuntivo della decima edizione della kermesse cinematografica e le novità dell’edizione di quest’anno.
Il presidente della commissione cultura è grande amico del festival della città estense che non solo dà spazio a Conte ma anche al suo entourage.

A lavorare nella macchina organizzativa del festival c’è pure Cristina Dragut, la socia della giornalista nell’azienda Shallow. La sua piccola srl ha ricevuto affidamenti diretti dalla regione Campania nel 2023 e nel 2024, quando alla guida c’era Vincenzo De Luca. Nello specifico la Shallow ha ricevuto un appalto da 35mila euro per la promozione degli Stati generali dell’ambiente. Già nel 2023, la società aveva ottenuto un affidamento da 36mila euro per valorizzare la presenza della regione Campania a Ecomondo, grande evento della green economy che si svolge a Rimini.

Appalti importanti per un’azienda che ha fatturato poco più di 100mila euro nel 2023 e 2024. Dragut, per Ferrara Film Festival, si occupa del coordinamento della logistica. L’abbiamo vista nel servizio di È sempre Cartabianca guidare l’auto con Conte sul sedile passeggero. Dello staff, tra gli altri, fa parte anche Marco Simoni, con l’incarico di coordinare il settore del food e del beverage. Simoni è un forte sostenitore della Lega e di Matteo Salvini. «Non c’entra niente la politica e i partiti, la sua presenza è legata al suo ruolo di ambasciatore del gusto ferrarese», dice Law.
Oltre ai fondi ministeriali, il festival della città estense nel 2024 ha ottenuto pure 25mila euro dal comune di Ferrara, oltre 55mila da quello di Manduria, 10mila euro dalla Regione Emilia-Romagna e più di 150mila da soggetti privati. Sulla manifestazione l’avvocato e consigliere comunale di Ferrara, Fabio Anselmo, ha avanzato una richiesta di accesso agli atti al sindaco per capire quali e quanti finanziamenti abbia preso la manifestazione dove Conte ha un ruolo di primaria importanza. «Questo festival viene finanziato da prima che io diventassi sindaco, questo come altre decine di iniziative. Ho scoperto della presenza di Claudia Conte unicamente dal programma», dice a Domani Alan Fabbri, sindaco di Ferrara.

Ma c’è un altro incrocio tra Conte e Mollicone. Era il 2024 e il meloniano si esprimeva così sulla matrice fascista della strage di Bologna del 2 agosto 1980: «Le sentenze sono un teorema per colpire la destra». Tra chi commentava le insostenibili affermazioni di Mollicone c’era anche Claudia Conte. In tv, nel programma In Onda su La7 ospite in studio per presentare il suo volume, interveniva sul tema: «Credo sia un’opinione personale del deputato Mollicone che chiede più verità (…) Non credo che tutto il governo Meloni condivida le opinioni di Mollicone, il 2 agosto scorso il ministro Piantedosi ha espresso parole molte nette. Non mi sono piaciute tutte queste polemiche come quelle sollevate da Bolognini. Il governo è antifascista, basta caccia alle streghe», diceva. Corretta dal conduttore, il suo riferimento era a Paolo Bolognesi che ha dato vita all’associazione dei familiari delle vittime della strage.

Cosa aspettarsi dalla nuova edizione di Ferrara Film Festival? Chissà. L’anno scorso tra i partecipanti c’erano per l’appunto Mollicone e un’altra serie di personalità politiche. Tra attori come Kabir Bedi e Denny Mendez e lo scrittore Federico Moccia, c’erano pure il sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco e la sottosegretaria al ministero dell’Istruzione e del Merito Paola Frassinetti. Al centro, sul palco, a presentare ospiti e premiati lei: la madrina Claudia Conte.
Bambini, anziani, donne, ospedali, giornalisti tutte e tutti sotto il tiro della estrema destra israeliana. I sovranisti di casa nostra tacciono o si danno di gomito

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – Mentre mezzo mondo festeggia una finta tregua tra Trump e Iran, il socio d’affari e di massacri, Benjamin Netanyahu, continua ad ammazzare in Libano, Gaza, Cisgiordania. Bambini, anziani, donne, ospedali, giornalisti tutte e tutti sotto il tiro della estrema destra israeliana. I sovranisti di casa nostra tacciono o si danno di gomito.
Il governo italiano, se vuole essere credibile, prenda le distanze dagli autori di un genocidio, lasci il Board degli assassini, rompa il patto con Orban. Altrimenti ci risparmi fuffa e truffa mediatica. Nel frattempo gli israeliani non solo vietano ai cronisti di raccontare, ma ammazzano chi ci prova. Non sarà il caso di indire una manifestazione europea promossa da tutte le associazioni dei giornalisti? Infine una domanda perché tanta indignazione per il padiglione russo alla Biennale di Venezia e, invece, tanto silenzio per i padiglioni di Usa e Israele?
Ipocriti e complici.