
(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – A centosette anni si può ancora avere una prima volta. Erminia Di Giannantonio, nata a Trasaghis nel 1919 quando presidente del Consiglio era Francesco Saverio Nitti, ha appena presentato la richiesta per la sua prima tessera di partito almeno così raccontano alcune cronache di qualche settimana fa. Dopo essere stata protagonista, nel corso dei primi mesi dell’anno, dei classici articoli sugli ottuagenari tipici di certa stampa locale italiana, ha scoperto all’inizio dell’estate un desiderio prepotente di politica.
Non l’aveva mai fatta prima: il padre finanziere non ne aveva mai avute, la madre si era adeguata, e così per un secolo Erminia ha attraversato una monarchia, due repubbliche, diversi papi, due epidemie, il Friuli, Trieste, Gorizia, Lecce e infine la Toscana, oltre al diritto di voto esercitato senza interruzione dal 2 giugno 1946, senza mai sentire il bisogno di una tessera in tasca. Ora, a Fratelli d’Italia, l’ha chiesta.
La prima tentazione, di fronte a una notizia così, è considerare tutto quanto frutto della senilità — nel senso più affettuoso, quello del vezzo tardivo, della curiosità che torna quando tutto il resto si è defilato. Ma è la lettura sbagliata. Chi racconta Erminia — è il figlio a farlo, in un’intervista — descrive una donna lucidissima, chiacchierona, che ricorda i titini che le volevano tagliare i capelli nel ’44, il parto affrontato da sola su un filobus per Trieste, e chiama ancora Mussolini “Sua Eccellenza” senza vergogna e senza retorica costruita a tavolino: è, ahinoi, memoria vissuta, non nostalgia di seconda mano.
La vera senilità, quella di Svevo, non è un dato anagrafico: è l’incapacità di uscire da uno schema, l’autoinganno di chi scambia un rito per un sentimento e continua a ripeterlo senza più saperne il perché. Un secolo dopo la sua nascita, la politica italiana produce ancora la tessera come reliquia da consegnare a domicilio, il capo da incontrare come un santo protettore, l’adesione come gesto affettivo prima che come programma. Dopo qualche settimana dalla notizia di Erminia, il sindaco di Catania bacia in diretta social il vero teschio di Sant’Agata durante la processione del nono centenario dal martiro della santa patrona, e l’UAAR bolla il gesto come superstizione legata al culto dei morti. Accusa ingenerosa, forse, per un sindaco in processione, soprattutto considerando che non si tratta certo del primo (a Napoli a più d’uno saranno fischiate le orecchie): più esatta se rivolta alla politica in generale, che di reliquie — ossa vere o tessere di carta — si nutre da sempre, e dei riti resta serva più che padrona. Non bacia le ossa (o il sangue rappreso) perché ama i morti: le bacia perché è più facile che inventare qualcosa per i vivi.
Anche la tessera di Erminia, del resto, non si accontenta di essere celebrata in privato: viene messa in vetrina, con gli strumenti di sempre. A raccontare Erminia per primo, con dovizia di dettagli e un titolo da fiaba, è stato il quotidiano di partito — un altro reperto del secolo che lei ha attraversato, di quando ogni forza politica aveva la sua testata oltre alla sua tessera — e da lì la notizia è rimbalzata sui giornali d’area, di testata in testata, fino a diventare un caso mediatico costruito più che scoperto. Una tessera a centosette anni diventa comunicato, prova di un consenso che scalda il cuore prima ancora di contare i voti, mentre il bilancio vero, fatto di provvedimenti mantenuti, resta fuori dall’inquadratura.
Non è un vizio di una parte sola: la sinistra ha i suoi tic divenuti liturgia, la destra le sue tessere-onorificenza consegnate ai centenari. Non è la nonna d’Italia a essere fuori tempo. È il sistema, intero, identico a se stesso da tre generazioni, a non essere mai davvero uscito dal Novecento che lei ha attraversato per intero.
Erminia, dopo la tessera, vorrebbe incontrare Giorgia Meloni. Chissà se le toccherà lo stesso “Sua Eccellenza” riservato a Mussolini: per restare fedeli al secolo, in fondo, basta cambiare il nome e lasciare intatto l’inchino.

(Salvatore Bianco – lafionda.org) – Dopo la perla di Massimo Giannini di ieri (nel suo editoriale su Repubblica: “Difendere l’Ucraina sarebbe l’occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un progetto di difesa europea”), non poteva essere da meno il Corriere oggi con l’ode a Djokovic in caratteri cubitali: “Forgiato dalla guerra a dodici anni!”. Sia chiaro: l’immensità di Djokovic non si limita al solo campo da tennis, dove la sua grandezza è indiscutibile, ma risiede anche nel suo spessore di cuore e pensiero. Detto questo: siamo per caso alle prove tecniche per tentare di forgiare quel medesimo spirito guerriero che langue da tempo sulle nostre sponde? Per inciso, si segnala alla redazione del Corriere che Sinner a 12 anni non ha imbracciato alcun fucile e, in proiezione, pare avviato ai medesimi orizzonti di gloria di Djokovic. Di grazia, Lorsignori potrebbero rendere edotta la servitù dispersa sulle loro reali intenzioni?
Una premessa è d’obbligo. Una classe dirigente degna di questo nome per l’appunto dirige, e non fa scommesse o, peggio, tira i dadi. Ma forse noi non ci troviamo realmente al cospetto di una classe dirigente, di cui in effetti si è smarrito financo il nome. No, qui ci troviamo in presenza di un fenomeno particolare che andrebbe seriamente indagato. La nostra realtà è quella di un protettorato — come ben detto dall’ambasciatore Bradanini — perché quello siamo diventati. Strutturalmente, un protettorato non esprime classi dirigenti autonome, ma tecnicamente agenti e commissari del centro imperiale.
Per carità di patria, poi, centellinate l’uso del termine “Occidente”, così come quello di “Europa”: entrambi sono costrutti ampiamente eccedenti rispetto ai miserabili simulacri rappresentati da un impero al tramonto con le sue colonie UE. Viene quasi il sospetto, se non la certezza, che oltre alla bussola stiate perdendo pure la dignità. D’accordo, il mondo pluriverso spaventa, non siete abituati; ma attingendo a quella stessa tradizione di pensiero di cui vi vantate, è possibile riscoprire una ricchezza di filoni culturali e di pensiero critico che porta ad esaltare il dialogo e a ripudiare la guerra. Il che, tradotto nelle relazioni internazionali, vuol dire una cosa sola: diplomazia.
Non ne siete capaci perché non sapreste collocare correttamente neppure uno Stato su una cartina geografica, figuriamoci comprenderne il substrato religioso e storico-culturale? Non è un problema, passate laicamente la mano. Questo Paese, come tanti altri nel contesto europeo, saprà adeguatamente rimpiazzarvi. Non è molto complicato. Proprio in questi giorni stiamo scoprendo di avere un patrimonio di atleti, donne e uomini inestimabile. Siamo pressoché certi che, scavando un poco di più, troveremo le risorse umane per riprendere il nostro destino nelle nostre mani.
Un’ultima preghiera: non ci propinate l’ennesima operazione trasformistica dell’uomo tutto chiacchiere e distintivo. La società è più ricca e articolata di come ci viene venduta in modo interessato tutti i santi giorni. Serve solo un poco di organizzazione e di studio accanito per far uscire dalle sabbie mobili e dalla palude questo Paese, che non è morto e soprattutto non vuole morire.
Ritrovare unità per non “farla finita”. La minoranza riformista chiede chiarezza su Campo largo, Europa e difesa. Mentre il progetto di una lista centrista fatica a prendere forma

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – La politica estera ha costituito il motivo dell’ultimo scontro. E da quello stesso tema, che divide il centrosinistra, si ripartirà a settembre. Dopo aver preso le distanze dalla risoluzione parlamentare del Campo largo sulla difesa europea e avendo anche polemizzato con Giuseppe Conte sulla posizione nei confronti dell’Ucraina che il leader dei Cinque stelle vorrebbe affidare alle primarie e non definire prima, la minoranza del Pd spingerà per un chiarimento. «Da parte nostra – dice la deputata Lia Quartapelle – non ci sono toni ultimativi. Ma i partiti che intendono sfidare Meloni devono sapere una cosa: ogni giorno che non si riesce a trovare un’idea comune di Italia è un giorno buttato. Vale non solo per la politica estera ma anche per l’economia, il lavoro e l’ambiente». In particolare, «resta un mistero – sottolinea la vicepresidente della commissione Esteri di Montecitorio – la formula magica per la pace che una parte del centrosinistra ritiene di detenere, ma che nessuno in Europa ha mai visto». Il Campo largo, dunque, non può esistere con posizioni divergenti al proprio interno sui temi cruciali del nostro Paese.
In tema di alleanze, la minoranza guarda con attenzione a quei settori politici che dovrebbero costituire la Quarta Gamba, anche nella consapevolezza di un paradosso. Se accanto a Pd, Cinque stelle e Alleanza verdi sinistra dovesse nascere un soggetto “centrista” con una lista unitaria, ne farebbero le spese proprio coloro che all’interno del Pd, dopo la segreteria Letta, da anni conducono una battaglia per impedire che si rompano gli ormeggi con la tradizione riformista. Perché? La presenza di una lista unitaria più orientata verso l’area elettorale moderata consentirebbe al Pd di rappresentare una sinistra-sinistra, una riedizione dei Ds, secondo uno schema teorizzato da Goffredo Bettini, il guru del Campo largo. Una prospettiva che influirebbe sulle vicende della minoranza Pd, con altri esodi dal Nazareno, come quelli che hanno visto protagoniste tre donne: Pina Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini. Ma un Pd “meno plurale”, ridotto solo alla componente legata al filone Pci-Pds-Ds, sarebbe un partito più debole, con meno consensi, e non converrebbe a Elly Schlein, anche nella sfida “interna” con Conte (incoraggiato sempre da Bettini). Del resto, un’aggregazione dei centristi del Campo largo – da Matteo Renzi, ad Alessandro Onorato, a Ernesto Maria Ruffini, compresa la pattuglia di +Europa e altre associazioni come Primavera di Vincenzo Spadafora – si è allontanata di gran lunga, anche per la perdurante inconciliabilità fra l’assessore capitolino, in buoni rapporti con Giuseppe Conte su input di Bettini, e il leader di Italia Viva, che ha sempre rivendicato il merito della caduta del secondo governo guidato dall’avvocato pugliese. È lo stesso Onorato, intervistato dal Corriere della sera alla vigilia di Ferragosto, a ritenere «tramontata» l’idea di «un federatore», confermando la partecipazione di Progetto Civico Italia alle primarie, che saranno la premessa anche del dispiegamento delle liste elettorali nel Campo largo. Si è sempre sottratta al ruolo di federatrice dei centristi Silvia Salis, ma a lei continua a guardare Italia Viva, che avrà, comunque, un proprio candidato. Sarà lo stesso Renzi? Quanto alla sindaca di Genova, c’è attesa, nel centrosinistra, per il suo libro in uscita a settembre, nella speranza di capire quali siano gli obiettivi di una personalità “spendibile” per l’intera alleanza progressista e non solo per l’ala moderata. Poi c’è Ruffini. Si racconta che il fondatore del movimento Più Uno abbia coinvolto nel proprio progetto l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli. Pronto a candidarsi è anche Riccardo Magi. Alle primarie ci sarà più di un esponente riformista, con una polverizzazione dell’area “a destra” del Pd. Si preannunciano candidature in ordine sparso, che poco possono aggiungere alla sfida che ruoterà intorno a Schlein e Conte.
Questo scenario, un po’ desolante per i centristi, convince i riformisti del Pd che è meglio non spostarsi. E non oltrepassando i confini di partito, difficilmente potrebbero votare per una premiership che non sia quella che coincide con la guida del Nazareno, in ottemperanza a quanto prevedono le regole interne. Dunque, voto a favore di Schlein, nonostante sia una corrente di minoranza che sulla politica estera ha una posizione più europeista, in linea con le scelte di Bruxelles anche sulla difesa dell’Unione. «La nostra battaglia resta nel Pd e per il Pd», taglia corto Filippo Sensi, il senatore che più si espone nella polemica con i Cinque stelle sulla politica estera, rimproverando ai vertici del Nazareno una certa arrendevolezza nei confronti di Conte. L’uscita dal Pd, per candidarsi alle primarie con Italia Viva, è esclusa al momento da Giorgio Gori, l’esponente di punta dei riformisti che pure è in disagio nel partito. I rapporti interni al Nazareno appaiono piuttosto legati al risultato delle elezioni politiche. Una vittoria del centrosinistra sotto la guida di Schlein congelerebbe i rapporti di forza. Una netta sconfitta produrrebbe uno tsunami sull’intera alleanza. Solo il pareggio potrebbe aprire prospettive inedite per riformisti e centristi. È lo scenario sul quale punta Carlo Calenda, saldamente al di fuori dei due schieramenti. Il leader di Azione continua a proporre, per la guida del futuro governo, Paolo Gentiloni, la cui caratura riformista è apprezzata dagli esponenti della minoranza Pd. Per non sacrificarlo prima delle elezioni in un ipotetico totogoverno (essendo l’ex premier “spendibile” a sinistra anche per il Quirinale), preferiscono non parlarne.
(Carlo Tarallo – dagospia.com) – Il giallo dell’estate si arricchisce oggi di diversi nuovi e interessanti capitoli. La vicenda che ruota intorno a Sigfrido Ranucci, utilizzata anche (ma stavolta non soprattutto) per tenere impegnati gli italiani su una vicenda che non influisce minimamente sulle loro vite, a differenza degli aumenti dei prezzi dei carburanti e delle sempre più difficili condizioni economiche di famiglie e imprese, riserva oggi qualche spunto interessante.
Il primo, è tutto politico: dopo un lungo silenzio, Giuseppe Conte scende direttamente in campo con un post sui social: “Meloni fa interviste”, scrive Giuseppi, “per dire che ‘l’Italia è più forte di prima’ e cercano di coprire l’emergenza economica arruolando tutti i giornali e le tv che controllano per buttare fango 24 ore su 24 sulla redazione di un programma d’inchiesta quale Report, che ha costituito una vera spina nel fianco di un Governo che vuole TeleMeloni a reti unificate soprattutto adesso che la campagna elettorale è alle porte. Teniamo alta la guardia: Report e le sue inchieste”, conclude l’avvocato del popolo, “non sono un problema per gli italiani ma solo per i politici che non tollerano il giornalismo d’inchiesta. Il problema degli italiani è un governo che dopo 4 anni è rimasto immobile senza offrire soluzioni”.
Conte non cita mai Ranucci, ma la sua presa di posizione è una svolta: mentre il Pd si è inabissato, e anzi alcuni suoi esponenti rilasciano interviste tutt’altro che affettuose nei confronti di Sigfridone, evidentemente il leader del M5s ha capito che la strategia del centrodestra di assaltare sia il conduttore latin-lover che l’intera trasmissione inizia a mostrare qualche crepa.
Del resto, l’idea del Tempo di pubblicare i costi dei giornalisti (costi e non stipendi), non è sembrata azzeccata. Innanzitutto, è stato facile per il M5s chiedere conto a questo punto degli stipendi di conduttori Rai come Antonino Monteleone, Salvo Sottile, Tommaso Cerno e Bruno Vespa, di area centrodestra e con ingaggi da calciatori professionisti, senza lo share di Report; in secondo luogo, ha compattato una redazione che sembrava scricchiolare.
Da cosa capiamo che l’assalto a Report si ferma davanti all’area di rigore ma non produce ancora il gol decisivo? Innanzitutto dal fatto che oggi Il Giornale, che sta producendo una lunga serie di articoli sul caso-Ranucci, oggi mette nel mirino, per la prima volta e esplicitamente, il gip del caso-Lavitola, Iole Moricca, attraverso un articolo di Luca Fazzo intitolato: “La toga che ‘scagiona’ Ranucci nominata al Dap dal ministro 5s. Coincidenze.
Il gip Iole Moricca, nelle 198 pagine dell’ordinanza sulle malefatte di Lavitola, non affonda mai il colpo sul giornalista. Nel 2020 venne scelta dal grillino Bonafede per un prestigioso incarico a Roma”.
“Centonovantotto pagine”, scrive il Giornale, “per raccontare le malefatte di Valter Lavitola, senza mai affondare il colpo sul beneficiario (a sua insaputa) delle sue imprese dinamitarde: l’ordinanza di custodia emessa dal giudice preliminare romano Iole Moricca contro il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci dribbla con accuratezza il vero tema che incombe sulla vicenda. Ovvero la consapevolezza che il giornalista avrebbe avuto, almeno dopo l’esplosione, del coinvolgimento dell’amico Lavitola nell’organizzazione dell’agguato”.
Dribbla con accuratezza: in sostanza, lo fa apposta, la giudice Moricca, a non affondare il colpo su Ranucci. E perché? “Che percorso ha”, si chiede Il Giornale, “il giudice Moricca? È a capo di qualche corrente, è una militante della Anm? Risposta: no. Viene considerata una ‘centrista’, ma non ha mai ricoperto cariche di rilievo, non risulta attiva nel dibattito e nelle chat. Ha però un passaggio che in qualche modo la caratterizza politicamente. In passato ha lavorato al ministero della Giustizia, e in particolare al Dap, il dipartimento delle carceri. Un incarico prestigioso e ben retribuito.
A nominarla nel 2020 è stato il ministro dell’epoca, Alfonso Bonafede, dirigente del Movimento 5 Stelle. Cioè di un partito che ha, al pari della Anm, in Sigfrido Ranucci un eroe senza macchia e senza paura della libertà di stampa, ed è l’unico partito che anche in questi giorni complicati sta cercando di salvare ad ogni costo la poltrona di Ranucci”.
L’attacco è diretto, ruvido, allusivo. Segno che, come dicevamo, probabilmente qualcosa non sta andando per il verso desiderato. Ma andiamo avanti: altro segnale che il meccanismo per far fuori Ranucci da Report e al tempo stesso delegittimare la redazione sta nel fatto che il Comitato etico della Rai, al quale spetta il compito di mettere la firma sulla ormai certa defenestrazione di Ranucci, evidentemente non ha trovato la “pistola fumante”, e quindi deve approfondire la sua inchiesta.
“E ora ai piani alti della Rai”, scrive Ilaria Proietti sul Fatto Quotidiano, “si teme il precedente Santoro: l’ad Giampaolo Rossi ha ordinato un supplemento di indagine al Comitato etico, che già gli aveva consegnato gli esiti dell’istruttoria sulla correttezza di Sigfrido Ranucci , in modo da avere la garanzia totale che ogni decisione sul futuro del conduttore di Report sia a prova di giudici.
Il rischio infatti è che una decisione aziendale possa essere impallinata da un eventuale ricorso in via d’urgenza e possa portare a un reintegro, come già accaduto in passato in altri casi.
Nel caso di Ranucci, una decisione che risultasse avventata dal punto di vista legale significa mettere in conto di ritrovarselo in video alla guida della trasmissione d’inchiesta magari già a febbraio, in piena campagna elettorale.
E così l’azienda punta a blindarsi e si è data ancora qualche giorno per la decisione che deve incrociare le valutazioni di natura disciplinare, gli eventuali elementi che emergeranno dall’inchiesta della Procura di Roma che ha arrestato Valter Lavitola come mandante dell’attentato all’amico Sigfrido”. E qui torniamo al punto politico: Fratelli d’Italia sta bombardando il fortino di Sigfrido, ma per ora le mura reggono.
E lui, a Longarone, ha stra-riempito la sala. Delle due l’una: o viene fuori la pistola fumante, o una volta cacciato da Report con una decisione non blindata ma contestabile e criticabile, diciamo pure strumentalizzabile, potrebbe essere un candidato perfetto per il M5s alla Camera o al Senato.
Valter Lavitola sognava Ranucci a Palazzo Chigi: pura follia, ma ciò non significa che il giornalista non potrebbe (una volta cacciato da Report) accettare una candidatura in parlamento.
Un seguito, piaccia o no, ce l’ha: trovate qualcun altro in grado di riempire con centinaia di persone una sala in pieno agosto per presentare un libro. La politica non è bianco o nero, ma tante sfumature di grigio.
Il report di ActionAid: programmati 4,85 miliardi di euro, ma il 66,3% degli interventi non ha ancora superato la fase progettuale. Ritardi soprattutto su scuole, municipi e strutture sanitarie

(lespresso.it) – A dieci anni dal terremoto che devastò il Centro Italia, la ricostruzione dell’edilizia pubblica resta incompiuta. È quanto emerge dal report Dieci anni dopo: i dati raccontano, curato da ActionAid sulla base di dati ottenuti tramite accesso agli atti e aggiornati al 30 aprile 2026: al momento risultano programmati 3.667 interventi per un valore complessivo di oltre 4,85 miliardi di euro – 125 opere e circa 252 milioni in più rispetto al 2025 – ma il 66,3% si trova ancora in una fase precedente all’avvio materiale dei lavori. Solo il 33,6% degli interventi è entrato nella fase esecutiva o è stato completato. Il ritardo attraversa tutte le aree del cratere sismico, con intensità diverse. Nelle Marche, la regione con il maggior numero di interventi programmati, 1.243 opere – il 66,4% del totale regionale – non hanno ancora visto l’apertura del cantiere. In Abruzzo la quota è del 61,5% (446 interventi), mentre Lazio e Umbria mostrano le percentuali più alte: rispettivamente il 69,7% (365 interventi) e il 69,2% (378 interventi).
Se si punta la lente di ingrandimento sui 44 Comuni più duramente colpiti dal sisma il quadro non migliora. Qui, sono concentrati 1.544 interventi – circa il 42% del totale nazionale – per un valore di circa 2,1 miliardi di euro. Anche qui, circa sette opere su dieci (1.031) non hanno ancora raggiunto la fase di cantiere, mentre solo il 18,4% è arrivato a fine lavori o al collaudo. I casi più critici, secondo il report, sono Amatrice, dove il cantiere non è ancora partito per 136 interventi su 172, e Accumoli, con 64 opere su 86 ancora ferme. Arquata del Tronto mostra invece un avanzamento più consistente, legato soprattutto a un maxi-intervento da 71 milioni di euro per la stabilizzazione del centro storico – un passaggio comunque propedeutico alla vera ricostruzione del centro urbano, più che una sua conclusione. E il dato più delicato riguarda le infrastrutture che pesano più direttamente sulla vita quotidiana delle comunità: scuole, palestre, università, municipi e strutture sanitarie e sociosanitarie. Su 767 interventi di questo tipo, appena 235 – il 30,6% – hanno raggiunto almeno la fase di avvio dei lavori, e solo 77, pari al 10%, sono arrivati al collaudo.
Per Patrizia Caruso, responsabile dell’Unità Resilienza di ActionAid Italia, si tratta di ritardi che pesano concretamente sulle scelte di vita delle persone: una scuola non ricostruita, spiega, può incidere sulla decisione di una famiglia di restare o andarsene, così come un municipio ancora chiuso allontana i servizi di prossimità e una struttura sanitaria non disponibile rende più fragile la permanenza di anziani e persone vulnerabili. Caruso segnala inoltre l’assenza di uno strumento pubblico unico e accessibile per monitorare l’avanzamento della ricostruzione: i dati, denuncia, restano “disperse, frammentate, non sempre aggiornate né complete”, tanto che verificarli richiede oggi il lavoro di richieste di accesso agli atti da parte della società civile.
ActionAid è presente nei territori del cratere sismico dal 2016, con percorsi di supporto psicosociale, orientamento al lavoro e rafforzamento dell’associazionismo locale; dal 2023 l’impegno prosegue attraverso il programma R.E.T.I. – Riattivazione, Empowerment, Territorio e Innovazione, dedicato al contrasto delle povertà socioeconomiche nelle aree colpite dal sisma.
A rivelarlo è Tom Barrack che, parlando al Jerusalem Post, ha detto che la decisione di Tel Aviv di non avvertire Ankara sui propri piani di attacco ha rischiato di provocare l’intervento dei caccia turchi

(ilfattoquotidiano.it) – Il recente attacco israeliano sulle basi militari in Siria ha rischiato di scatenare uno scontro che, potenzialmente, poteva coinvolgere anche gli Alleati della Nato. A rivelarlo è l’ambasciatore americano in Turchia e inviato speciale di Washington per la Siria, Tom Barrack, che parlando al Jerusalem Post ha spiegato come la decisione di Tel Aviv di non avvertire Ankara sui propri piani di attacco ha rischiato di far decollare gli aerei da guerra di Erdoğan per paura di una minaccia imminente.
“Le forze turche non erano a conoscenza del fatto che gli aerei israeliani fossero diretti verso quella specifica base siriana, né del loro scopo, e pertanto avrebbero potuto essere indotte a far decollare i propri jet credendo di essere a loro volta sotto attacco“, ha spiegato il diplomatico. Che ha poi aggiunto: “Gli eventi di ieri sono stati gravi e preoccupanti. Tuttavia, siamo sollevati dal fatto che nessuna vita umana sia stata messa a rischio e che la situazione non sia degenerata”.
È di martedì la notizia, diramata dal governo siriano dell’ex qaedista Ahmad al-Sharaa, di otto raid aerei israeliani sulla pista e sui depositi di Abu al-Duhur, a circa 70 chilometri a est del confine turco, nella provincia di Idlib. Il governo israeliano ha motivato la sua azione sostenendo che ospitando gli aerei turchi Damasco ha violato lo “status quo concordato con Israele in materia di sicurezza. Israele ha ripetutamente avvertito la Siria che un simile dispiegamento avrebbe rappresentato una minaccia per la sicurezza di Israele. La Siria ha scelto di ignorare questi avvertimenti”, fanno sapere dall’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu.
Quest’ultimo attacco non fa che alzare ulteriormente la tensione tra Israele e Siria, presto risalita nonostante il cambio alla guida del Paese dopo il colpo di Stato che ha portato al potere al-Sharaa, sostenuto anche dagli Stati Uniti. Tel Aviv, invece di cercare di instaurare buoni rapporti di vicinato, ha colto l’occasione per dare inizio all’occupazione di una fetta di terreno ancora maggiore sulle Alture del Golan siriane, sfruttando anche gli scombussolamenti interni al Paese dopo il rovesciamento del regime di Bashar al-Assad. “Attualmente siamo impegnati in colloqui riservati con tutte le parti interessate per rilanciare una cellula di de-escalation tra Israele e Siria. La Turchia potrebbe essere invitata a partecipare direttamente o indirettamente – ha spiegato Barrack – Sarebbe chiaramente vantaggioso istituire un sistema di questo tipo in modo permanente e a tempo pieno, con una cellula di coordinamento attiva 24 ore su 24 e composta da personale che parla fluentemente ebraico, arabo, inglese e turco, sia attraverso una struttura formale che tramite un canale più flessibile e informale. Una comunicazione affidabile rimane essenziale”.
A preoccupare Israele, però, non è tanto la guida a Damasco, bensì i rapporti sempre più stretti che la nuova leadership ha avviato con Ankara, da anni ormai in aperto conflitto regionale con Tel Aviv. Il disimpegno dei Paesi del Golfo e lo sforzo iraniano nel preservare la propria integrità dagli attacchi di Usa e Israele hanno infatti convinto Recep Tayyip Erdoğan a presentarsi come il difensore della causa palestinese nel mondo musulmano e non solo. Una mossa che ha ulteriormente peggiorato i rapporti con lo Stato ebraico. Ma uno scontro militare avrebbe conseguenze devastanti su tutto il pianeta: si tratterebbe di una guerra tra il principale alleato degli Stati Uniti nell’area e la seconda potenza militare della Nato che ha recentemente siglato un accordo di Difesa anche con Arabia Saudita e Pakistan.
Il legale del giornalista: «Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento nei confronti di Sigfrido Ranucci, e quindi della trasmissione Report, sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità».

(ilsole24ore.com) – Il giornalista Sigfrido Ranucci ha dato mandato ai propri legali per procedere nei confronti della magistrata Clementina Forleo dopo il post pubblicato domenica 16 agosto su Facebook. Lo apprende l’Ansa da fonti vicine al giornalista.
Forleo, consigliera della Corte d’appello di Roma, si è chiesta «Chi sta ricattando Ranucci? Perché vuole a tutti costi mantenere il timone di Report (trasmissione del servizio pubblico) con la minaccia di spifferare le chat con ”tutti“? E chi sono i ”tutti” di cui parla?». Dichiarazioni che hanno convinto il conduttore a muoversi per vie legali.
Il legale di Ranucci, Roberto De Vita, ha detto: «Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento nei confronti di Sigfrido Ranucci, e quindi della trasmissione Report, sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità che, nonostante la posizione netta e chiara della Autorità Giudiziaria sulla vittima e la sua inconsapevolezza, sono state alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno dell’Azienda». Oggi, 19 agosto, il quotidiano Libero sostiene che la Rai avrebbe deciso di sollevare Ranucci dalla conduzione di Report e di valutare un’altra adeguata collocazione all’interno dell’azienda.
Per il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami, «è surreale che Sigfrido Ranucci invece di chiarire le molte zone d’ombra del suo comportamento quereli il magistrato Clementina Forleo che, in virtù della sua esperienza, segnala una serie di anomalie che riguardano il caso Ranucci-Lavitola. Cosa farà ora l’Anm, difenderà un magistrato dall’attacco arrogante di Ranucci o tripudierà all’amico del cuore del pregiudicato Lavitola un’altra standing ovation?». Opposte le parole dell’ex premier, Giuseppe Conte (M5S): «Meloni fa interviste per dire che “l’Italia è più forte di prima” e cercano di coprire l’emergenza economica arruolando tutti i giornali e le tv che controllano per buttare fango 24 ore su 24 sulla redazione di un programma d’inchiesta quale Report, che ha costituito una vera spina nel fianco di un Governo. Teniamo alta la guardia: Report e le sue inchieste non sono un problema per gli italiani ma solo per i politici che non tollerano il giornalismo d’inchiesta».
L’avvocato di Ranucci: “Ogni iniziativa Rai sarebbe inquinata da falsità”. Il legale del giornalista: “Rischio di punire la vittima”. Milena Gabanelli rivela di aver ricevuto l’offerta di tornare alla guida del programma: “Ma il rito della riesumazione non va bene”

(ilfattoquotidiano.it) – “Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento nei confronti di Sigfrido Ranucci, e quindi della trasmissione Report, sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità che, nonostante la posizione netta e chiara della autorità giudiziaria sulla vittima e la sua inconsapevolezza, sono state alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno dell’azienda”. Mentre si attende la decisione di viale Mazzini sul futuro del conduttore, il suo avvocato Roberto De Vita interviene sull’ipotesi di una sospensione per i rapporti con il faccendiere Valter Lavitola, mandante reo confesso dell’attentato ai suoi danni. “Motivazioni laterali alla vicenda, quali frequentazioni, fonti e inchieste controverse, sarebbero espedienti e artifici formali e sostanziali“, avverte il legale. “Motivazioni inerenti una “incompatibilità ambientale” attesa la ridondanza della vicenda e i suoi riflessi negativi per l’azienda sarebbero pretesto cortese e si tradurrebbero di fatto nella punizione della vittima, che ben poco ospizio ha nel nostro ordinamento. Ogni ulteriore ed altra giustificazione sconterebbe inoltre le già manifestate indicazioni condizionanti di esponenti di vertice governativo e istituzionale, collocando nell’orbita della decisione politica le iniziative della Rai nei confronti del conduttore e della trasmissione”.
La sospensione di Ranucci è data già per certa da Libero, piuttosto informato sulla questione come gli altri quotidiani di destra, secondo cui la Rai sta valutando di offrirgli un posto da caporedattore a RaiNews, ruolo in linea con la sua qualifica professionale, in modo da evitare controversie legali. Ma chi lo sostituirebbe alla guida di Report? In un colloquio con il Giornale, la storica conduttrice Milena Gabanelli fa sapere che la richiesta del gran ritorno le “è stata fatta pervenire. Ma per me”, spiega, “il pervenuto vale quasi zero. Quindi non intendo tornare anche perché non va bene il rito della riesumazione”, afferma. “E poi sia chiara una cosa: i programmi sono fatti dalla squadra. Uno da solo non fa niente. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto”.
Sull’accanimento della stampa governativa contro Report interviene anche il leader M5s Giuseppe Conte in un post sui social dedicato al caro carburanti. “Meloni fa interviste per dire che “l’Italia è più forte di prima” e cercano di coprire l’emergenza economica arruolando tutti i giornali e le tv che controllano per buttare fango 24 ore su 24 sulla redazione di un programma d’inchiesta quale Report, che ha costituito una vera spina nel fianco di un governo che vuole TeleMeloni a reti unificate soprattutto adesso che la campagna elettorale è alle porte. Teniamo alta la guardia: Report e le sue inchieste non sono un problema per gli italiani ma solo per i politici che non tollerano il giornalismo d’inchiesta. Il problema degli italiani è un governo che dopo quattri anni è rimasto immobile senza offrire soluzioni”, attacca l’ex premier.
Nel frattempo Ranucci fa sapere di aver querelato Clementina Forleo, giudice della Corte d’Appello di Roma – famosa per il suo scontro col Parlamento ai tempi dell’inchiesta sulla scalata alla Bnl – per un post da lei pubblicato nei giorni scorsi su Facebook: “Chi sta ricattando Ranucci? Perché vuole a tutti costi mantenere il timone di Report (trasmissione del servizio pubblico) con la minaccia di spifferare le chat con “tutti”? E chi sono i “tutti” di cui parla?”. Il riferimento riguarda una frase attribuita al conduttore da alcune testate: “Se mi tolgono la conduzione, allora ci divertiamo, nel mio telefono ho le chat di tutti”. “Dispiace che una magistrata, ben consapevole dell’importanza delle dichiarazioni pubbliche di chi riveste ruoli istituzionali, abbia fatto affermazioni prive di fondamento e gravemente calunniose, per le quali il dottor Ranucci è costretto a rivolgersi all’autorità giudiziaria. Parole che vanno ben oltre la perdita di sobrietà, con gravi conseguenze legali”, dichiara all’agenzia LaPresse il suo avvocato.

(Tommaso Merlo) – Trump dice di controllare lo Stretto di Hormuz ma ormai non controlla più nemmeno il suo sfintere e le navi americane di stanza nel Golfo è già tanto se stanno a galla. La corruzione dell’impero americano è peggiore del previsto, la mafia bellica americana si è fottuta trilioni di dollari distraendo le masse con la spazzatura hollywoodiana e mandando al fronte lo scarto della società capitalistica da trattare poi di conseguenza. E mentre i gerarchi dell’impero ingrassavano satolli in quel di Washington, i loro nemici passavano umilmente allo schema del videogioco bellico successivo, quello dove si impugna un joystick invece del fucile e vola di tutto. Dopo decenni di devozione al dio danaro e col profitto come unica filosofia di vita, perfino la superiorità militare americana su cui si basano gli equilibri mondiali si è rivelata un epocale bluff. Non resta che avere pazienza e anche questo impero di latta ce lo leveremo dai piedi. Tempi davvero duri per le colonie come quella italica, prima o poi bisognerà decidere se trovarsi un nuovo padrone oppure magari decidersi a diventare adulti e scegliere una strada più intelligente. Ma incombe la cronaca dal fronte. A Teheran svolazzano falchi che pretendono sostanzialmente la resa americana incondizionata. Hanno anche minacciato un cambio di strategia, non si limiteranno cioè a rispondere alle aggressioni ma attaccheranno per primi. Vogliono che gli americani raccolgano i loro stracci e lascino il Golfo per sempre. Dopo aver raso al suolo basi militari miliardarie, l’Iran è in grado di affondare tutte le bagnarole americane che bloccano lo Stretto e colpire i marines rifugiati in Israele come una manica di palestinesi qualunque. Dopo mezzo secolo di assedio, egemonia. L’Iran vuole anche i soldi rubati, i danni e la fine delle sanzioni, ma il suo futuro economico è comunque ad est, con la Cina come punto di riferimento e la loro priorità è consolidare la vittoria strategico militare al momento. Il grande interrogativo è se i falchi di Teheran coglieranno o meno l’occasione storica per andare fino in fondo anche liberando una volta per tutte la Palestina oltre che il Libano e lo Yemen come spera il mondo intero. Oramai dalla parte degli aggressori americani e sionisti ci sono solo le classi mediatiche e politicanti colluse col corrotto sistema occidentale, i popoli compreso gran parte di quello americano, vogliono la fine dell’impero e del clan sionista che lo ha infestato. L’Iran ha quindi anche un vantaggio politico ma deve agire con cautela per evitare una escalation che alteri i rapporti di forza vigenti o addirittura porti ad un conflitto mondiale che la Cina per adesso vuole evitare perché non ancora pronta come del resto la Russia che è già impegnata a sconfiggere la Nato altrove. Certo, l’elezione di un presidente incontinente anche di cervello, ha accelerato il crollo imperiale ma il sistema era marcio da tempo. Decenni di devozione al dio danaro e col profitto come unica filosofia di vita. Con la guerra business come un altro e la politica bagascia delle lobby. Pare che in queste settimane nei corridoi della Casa Bianca si stia parlottando di usare armi nucleari tattiche da lanciare contro la solita mitica montagna identificata dagli stessi servizi segreti che erano certi che assassinando l’Ayatollah e la sua famiglia e pagando qualche scalmanato, la Repubblica Islamica sarebbe crollata su se stessa in poche ore. Sono al buio, sia di idee che di opzioni militari e cercano più che altro un colpo di scena per permettere a Trump di congedarsi fingendosi vincitore. Quello che impedisce a Trump di arrendersi sono infatti sia i suoi padroni sionisti che quello che rimane del suo ego tossico. Trump ha trascinato l’impero in una sconfitta storica e se la fa sotto in tutti i sensi. E’ letteralmente terrorizzato dalla verità sulla sua performance come presidente ma anche come uomo nella vita. L’elemento che potrebbe sbloccare la situazione è il crollo finanziario che secondo gli esperti è imminente se Trump non si sbriga a calare le braghe. Finora la situazione ha retto perché il casinò borsistico in Occidente ha rimpiazzato l’economia reale, ma oramai le manipolazioni non riescono più a nascondere la carenza di carburante che è essenziale per far funzionare il lunapark capitalistico. Oltre al bluff della superiorità militare americana su cui si basano gli equilibri mondiali, anche il bluff economico con una superpotenza fallita e un sistema il cui unico vero prodotto caratteristico è una immonda ingiustizia sociale. Non resta che avere pazienza e anche questo impero di latta ce lo leveremo dai piedi. Tempi davvero duri per le colonie come quella italica, prima o poi bisognerà decidere se trovarsi un nuovo padrone oppure magari diventare adulti e scegliere una strada più intelligente. Quella della vera democrazia libera dalla mafia bellica e lobbistica, quella della cooperazione internazionale e della pace.

(Enrica Perucchietti – indipendente.online) – Un deputato in carica, un ex parlamentare e alti funzionari dell’Ufficio presidenziale sarebbero al centro dell’ennesima inchiesta anticorruzione che scuote il potere ucraino. Il Nabu ha annunciato un’«operazione speciale» per smascherare una presunta organizzazione criminale, aprendo un nuovo fronte per Volodymyr Zelensky. Nel dicembre scorso, cinque deputati di Servitore del popolo erano già stati accusati di avere ricevuto denaro in cambio di voti parlamentari. E mentre la corruzione torna a lambire il suo staff, il presidente deve affrontare la sfida più diretta dall’inizio dell’invasione russa: l’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha chiesto di ripristinare il processo democratico e organizzare le elezioni nonostante la guerra. L’Ucraina deve «ripristinare un processo democratico completo anche nel mezzo di una guerra prolungata» ha dichiarato con un discorso di nove minuti trasmesso su YouTube. Licenziato a luglio dopo lo scontro con i vertici militari, Fedorov accusa il potere di avere sacrificato competenza e trasparenza alla «lealtà personale al sistema».
Il suo attacco si inserisce nella crisi più profonda attraversata finora dal presidente ucraino: il fronte militare scricchiola, l’offensiva dei “40 giorni” non ha piegato Mosca né raggiunto gli obiettivi prefissati, mentre il sistema di potere costruito durante la guerra si sfalda, travolto dagli scandali per corruzione. «La democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia. Combattiamo proprio perché vogliamo rimanere uno Stato europeo libero», ha dichiarato Fedorov, sottolineando che «la democrazia non è un lusso da concedersi in tempo di pace […] Dobbiamo rispondere a una domanda fondamentale: come dovrebbe funzionare uno Stato se la guerra dura per anni? Cosa succederebbe se la guerra durasse un altro anno? Due? Tre? La Russia potrebbe davvero ottenere il diritto di decidere quando gli ucraini potranno eleggere nuovamente il proprio governo? Sono convinto di no». L’ex ministro ha poi affondato il colpo sul punto più vulnerabile della presidenza Zelensky: la corruzione, che «in tempo di guerra non è soltanto una questione finanziaria, ma riguarda la capacità stessa del Paese di sopravvivere e vincere».
Fedorov è una delle figure più popolari tra gli elettori e nelle Forze armate, dove gli viene riconosciuto il merito di avere modernizzato l’esercito, puntando sull’innovazione tecnologica per ridurre le perdite e proteggere la vita dei soldati. La sua rimozione ha provocato proteste davanti all’Ufficio presidenziale e una manifestazione a Kiev, domenica scorsa, ha raccolto circa duemila persone. Fedorov è diventato il catalizzatore di un malcontento che attraversa anche Servitore del popolo. Secondo un sondaggio del centro Socis, Zelensky sarebbe ancora in testa al primo turno con il 22,3%, tallonato dall’ex comandante delle Forze armate Valerii Zaluzhnyi al 21,4%, mentre Fedorov raggiungerebbe il 13,1%. Al ballottaggio, però, il presidente verrebbe sconfitto da entrambi: Zaluzhnyi batterebbe Zelensky 66,2% a 33,8%, mentre Fedorov batterebbe Zelensky 63,8% a 36,2%. Le elezioni restano sospese per la legge marziale e organizzarle con milioni di profughi e sfollati, un quinto del territorio occupato e oltre un milione di cittadini sotto le armi sarebbe estremamente complesso, eppure, la richiesta di Fedorov spezza un tabù: il mandato quinquennale di Zelensky è scaduto nel maggio 2024 e la guerra non può trasformarsi, secondo i suoi avversari, in una proroga indefinita del potere. Il presidente si ritrova così contestato proprio sul terreno della legittimità democratica, un nodo destinato a pesare anche sull’eventuale negoziato: Mosca sostiene, infatti, di voler sottoscrivere qualsiasi accordo di pace con un presidente ucraino dotato di un mandato elettorale pienamente valido, e non con un leader la cui legittimità considera scaduta.
A indebolire Zelensky è anche il fronte militare. La campagna dei “40 giorni”, concepita per costringere Mosca a concessioni attraverso attacchi a lungo raggio, non ha prodotto la svolta sperata. Nonostante i successi rivendicati da Kiev nel settore sudorientale, la Russia mantiene l’iniziativa in diverse aree e preme sulle roccaforti del Donbass, mentre l’Ucraina soffre la carenza di uomini, munizioni e difese antiaeree. Sul quadro militare si innesta un nuovo terremoto giudiziario con l’«operazione speciale» avviata dal Nabu contro un’organizzazione criminale. Secondo il Kyiv Independent, le perquisizioni avrebbero raggiunto anche Iryna Mudra, vicecapo dello staff di Zelensky, e il deputato Vadym Stolar. È l’ultimo capitolo di una crisi ormai strutturale: nel dicembre 2025 cinque deputati di Servitore del popolo furono accusati di avere ricevuto denaro in cambio di voti, mentre l’operazione Midas travolse il settore energetico e uomini vicinissimi al presidente, tra cui l’ex socio Timur Mindich. Le indagini spinsero alle dimissioni anche Andriy Yermak, potente capo dell’Ufficio presidenziale, mentre l’ex ministro Herman Halushchenko fu arrestato nel febbraio 2026. Zelensky è così stretto tra l’avanzata russa e le macerie del proprio sistema di potere: il fronte più pericoloso, ormai, potrebbe essere quello apertosi alle sue spalle.
«Perché il gasolio arriverà a 3 euro al litro». Lo sconto bruciato sulle accise e la mazzata sul rientro dalle vacanze: cosa succede dopo il 25 agosto. Il prezzo del diesel è tornato di fatto ai liveli del 4 agosto, giorno in cui il governo aveva confermato lo sconto. E i tempi per il rinnovo dei tagli sul prezzo dei carburanti non sono rapidi quanto quelli degli aumenti. La stangata sul controesodo estivo e le previsioni per i prossimi mesi

(Giulia Norvegno – open.online) – Il rischio concreto secondo gli operatori del settore è che il prezzo del gasolio arrivi a toccare quota 3 euro al litro entro l’autunno. Lo ha detto senza troppi giri di parole Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, che ha dichiarato all’Adnkronos: «raggiungere i 3 euro al litro sul gasolio nei prossimi mesi non è difficile». Marsiglia ha poi precisato: «Non è che arriviamo oggi a 3 euro. Per fortuna stiamo sotto i 3 euro al litro, però in qualche mese così, in assenza di de-escalation, è possibile raggiungere questa soglia». Già oggi i segnali sono pessimi visto che, secondo i dati del Mimit aggiornati al 18 agosto, alcuni distributori in provincia di Cuneo, fuori autostrada, avevano già venduto gasolio a 2,863 euro al litro. Le medie nazionali intanto restano su un gasolio self-service a 2,099 euro (2,173 in autostrada) contro l’1,994 della benzina (2,073 in autostrada).
Il taglio da 17 centesimi al litro sulle accise, introdotto per calmierare i prezzi, si sta letteralmente sciogliendo sotto la spinta del mercato. Come ricorda Massimo Ferrato su Repubblica, il prezzo del diesel è tornato esattamente ai livelli del 4 agosto, giorno in cui il governo aveva confermato lo sconto, annullando di fatto il beneficio fiscale.
Lo sconto scadrà il 25 agosto e, come ricostruisce Il Messaggero, dovrebbe essere confermato con un decreto interministeriale finanziato attingendo all’extragettito Iva sui carburanti, così da evitare il passaggio in Consiglio dei ministri. Se però l’incasso extra non bastasse, come già accaduto il 4 agosto, servirebbe un nuovo decreto con coperture aggiuntive. L’ultimo provvedimento, costato 245 milioni, è stato coperto tagliando fondi alle spese dei ministeri. Dal 18 marzo a oggi, tra nove provvedimenti, lo Stato ha speso complessivamente 2,37 miliardi per provare a raffreddare i prezzi ai distributori, di cui 370 milioni solo per i due interventi estivi.
Attribuire il rincaro soltanto al costo del greggio, spiega sulla Verità Sergio Giraldo, rischia di essere fuorviante. Il Brent, il petrolio del Mare del Nord, ha oscillato per gran parte di agosto tra 80 e 90 dollari al barile, lontanissimo dai 150 dollari temuti a inizio conflitto, e non ha mai toccato un massimo storico da quando è iniziata la guerra in Iran. Il problema vero è nei margini di raffinazione, il cosiddetto crack spread, che misura la differenza tra il prezzo del prodotto raffinato e quello del greggio necessario a produrlo.
Lunedì 17 agosto, il crack statunitense del gasolio ha segnato il massimo storico di 102 dollari al barile, quinto record in sei sedute, mentre quello europeo ha superato i 75 dollari: raffinare oggi rende quattro o cinque volte la norma storica. Dietro questa impennata ci sono due guerre che pesano: l’invasione russa in Ucraina e quella contro l’Iran. La Russia, che nel 2025 copriva l’11% dell’offerta mondiale di gasolio, dall’8 luglio ha vietato del tutto l’export del prodotto dopo aver già bloccato benzina e jet fuel. La Cina non riapre le esportazioni per timore di carenze interne. Lo Stretto di Hormuz resta semiparalizzato, con appena una decina di transiti al giorno contro i 30-40 precedenti l’escalation.
In allarme le Pmi, con l’avvertimento del presidente della Fapi Gino Sciotto che parla del rischio concreto che il costo del diesel continui a pesare «in maniera insostenibile sulle piccole imprese, sull’autotrasporto, sull’artigianato». Dai consumatori, la richiesta è di insistere con i tagli messi in campo dal governo. Unc chiede un nuovo taglio su diesel e benzina «almeno fino a settembre», mentre il Codacons avverte che «senza un intervento, il grande controesodo estivo rischia di rimanere scoperto proprio quando milioni di italiani si sposteranno in auto, con il pericolo di una nuova stangata sui rifornimenti».
Per Alessandro Zavalloni, segretario di Fegica, l’associazione che riunisce i gestori dei distributori, «la situazione è sotto gli occhi di tutti. Nonostante il taglio delle accise, almeno sul gasolio, i prezzi sui listini internazionali rimangono particolarmente alti. Che ci sia una speculazione, non solo in Italia ma a livello internazionale, è evidente». Uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, citato sempre dal Messaggero, conferma del resto che gli aumenti del greggio si trasferiscono ai distributori molto più rapidamente delle riduzioni, in un rapporto di quasi due a uno in termini di tempo.
WP IL DEBITO PUBBLICO USA SFIORA I 40MILA MILIARDI, INTERESSI AL 3,3% DEL PIL

(ANSA) – Il debito pubblico americano sta per superare già in settimana i 40.000 miliardi di dollari, con mesi di anticipo sulle previsioni, mentre i rendimenti dei T-Bond testano i massimi dal 2002.
Un indebitamento più rapido, in parte per le mancate entrate dell’annullamento di alcuni dazi, ha fatto ipotizzare che con ogni probabilità anche la prossima battaglia sul tetto del debito federale arriverà prima delle attese. Già quest’anno la spesa per interessi sul debito supererà i 1.000 miliardi di dollari, una cifra paragonabile all’intero budget del Pentagono, salendo al 3,3%, a livelli storici mai raggiunti.
La perdita di entrate, scrive il Washington Post, ha costretto il Dipartimento del Tesoro ad aumentare il ritmo dell’indebitamento per far fronte alle spese del Paese: sei mesi fa, il Congressional Budget Office (Cbo), ente apartitico, stimava che l’indebitamento totale avrebbe raggiunto un massimo di 39.400 miliardi di dollari nell’anno fiscale in corso.
Tuttavia, lunedì il Tesoro ha comunicato che il debito si attestava a 39.900 miliardi di dollari, cifra in costante crescita. Questo rapido accumulo di debito avviene in un momento piuttosto critico.
Una serie di preoccupazioni, tra cui l’inflazione, la guerra in Iran e l’aumento dei livelli di indebitamento a livello globale, sta spingendo gli investitori a disfarsi dei titoli di Stato.
La Russia ha restituito all’Ucraina 261 corpi e ne ha ricevuti 24. A luglio 501 vittime ucraine contro 31 russe

(estr. di Cosimo Caridi – ilfattoquotidiano.it) – […] Quasi quattro mesi senza rotazione, dopo che il reparto precedente ne aveva già passati otto nella stessa posizione, sul fronte di Zaporizhia. Senza rifornimenti, né cibo, né acqua per giorni. Costretti a bere la propria urina. È la denuncia di un plotone della 121ª Brigata di Difesa Territoriale ucraina. Kiev è a corto di uomini, non sa dove trovare un reparto fresco da inviare in prima linea e ha sempre più difficoltà a rifornire le trincee con i beni di prima necessità.
[…]
Il 9 agosto un gruppo di militari della 121esima Brigata ha diffuso un video-appello al comandante in capo delle Forze Armate ucraine, il generale Mykhailo Drapatiyi. Il comandante del plotone, il tenente Anatolii Syshchuk, racconta di essere arrivato quasi quattro mesi prima e di non essere più stato sostituito. Nel video si spiega che l’unità è rimasta fino a 12 giorni senza acqua potabile, con consegne di cibo ogni 3-7 giorni e, in alcuni casi, viveri avariati. I medicinali sarebbero arrivati in ritardo anche nelle emergenze. Prima del loro arrivo, altri militari avevano occupato quelle stesse posizioni per otto mesi consecutivi. Due giorni dopo la pubblicazione il comando della 121ª Brigata ha confermato l’autenticità del video, parlando di condizioni di combattimento difficili e di sforzi continui per garantire i rifornimenti. Il gruppo di forze “Sud” ha definito il filmato un “frammento isolato di una situazione più complessa”.
Secondo il comando, negli ultimi 30 giorni sono stati consegnati circa 240 chili di viveri e la rotazione sarà effettuata appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno. Non è il primo caso di soldati ucraini che lamentano la difficile situazione al fronte. Ad aprile militari della 14esima Brigata avevano denunciato difficoltà analoghe nel settore di Kharkiv. Il caso aveva portato l’allora comandante in capo, Oleksandr Syrskyi, a ordinare un limite di due mesi per la permanenza nelle posizioni avanzate, seguito da riposo e rotazione. La disposizione, tuttavia, presuppone la disponibilità di un reparto pronto a subentrare. Se il cambio non arriva, i militari già schierati continuano a combattere oltre il termine previsto. A complicare turnazione e vettovagliamento, oltre ai droni, c’è la potenza di fuoco dell’aeronautica di Mosca. A luglio la Russia ha sganciato 8.300 bombe aeree guidate, secondo i dati ucraini, il numero più alto registrato in un mese.
Le bombe russe sono diventate uno strumento centrale per colpire le posizioni ucraine senza avvicinare i propri aerei alla difesa antiaerea. La pressione sui reparti dipende così anche dalla frequenza degli attacchi e dalla difficoltà di rifornire e sostituire le unità esposte. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha definito la situazione al fronte “dura”, indicando tra i settori di maggiore attenzione Zaporizhia, Sloviansk e Kostiantynivka. Gli analisti militari descrivono un quadro più critico: avanzate russe alla periferia di diverse città e combattimenti difficili a Sloviansk, Druzhkivka, Dobropillia, Kostiantynivka, Zaporizhia e Sumy. Il presidente russo, Vladimir Putin, sostiene che le sue forze avanzino ogni giorno lungo la linea del fronte. Al contrario, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha detto a luglio che le avanzate russe erano diventate meno frequenti. Le valutazioni divergono, ma l’intensità degli attacchi e le difficoltà nella gestione dei reparti mostrano la pressione sulle unità ucraine al fronte.
[…]
La guerra aerea, con il lancio quotidiano di centinaia di droni e decine di missili balistici, ha quasi completamente offuscato il racconto di cosa avviene sugli oltre mille chilometri di fronte. Il 13 agosto, nell’ultimo scambio tra le parti, la Russia ha restituito all’Ucraina 261 corpi e ne ha ricevuti 24. Il 16 luglio il rapporto era stato di 501 corpi restituiti a Kiev contro 31 consegnati a Mosca. La sproporzione nasce anche da chi controlla il terreno, dalla possibilità di recuperare i caduti.
Se non ci sono uomini per sostituire chi combatte al fronte, ce ne sono ancora meno per recuperare chi è morto.

(repubblica.it) – Una richiesta di tornare alla guida di Report “mi è stata fatta pervenire. Ma per me il pervenuto vale quasi zero. Quindi non intendo tornare”. Parola di Milena Gabanelli in un colloquio con il Giornale a proposito del caso Lavitola e dell’attentato all’attuale conduttore della trasmissione d’inchiesta su Rai 3, Sigfrido Ranucci.
Nel motivare il suo no, Gabanelli spiega che “il rito della riesumazione non va bene”. E ancora: “Io sono fuori. E poi sia chiara una cosa: i programmi sono fatti dalla squadra. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto”.
Ma dell’affare Lavitola “non parliamo” precisa la giornalista. E aggiunge: “C’è già tanta gente che parla e dice di tutto di più. Io mi tengo fuori. Un mio virgolettato sulla vicenda Report non lo avrà nessuno”.
Intanto ai vertici Rai continua a tenere banco proprio la questione della conduzione di Report per la prossima stagione. Sulla scrivania dell’ad Giampaolo Rossi c’è la relazione del comitato etico sul comportamento di Ranucci degli ultimi mesi, ad esempio alcune comunicazioni interne all’azienda girate a Lavitola, e ne esce fuori un quadro non facile per la sua posizione. Intanto però Ranucci ieri ha ripreso il tour estivo del suo “Diario di un trapezista”: le date in programma da qui a dicembre sono 23. Ogni sua uscita pubblica verrà monitorata, ogni frase critica verso l’azienda pubblica a questo punto potrebbe sortire un effetto boomerang.
Le intenzioni della dirigenza Rai sono quelle di un coinvolgimento della squadra di Report nella scelta di una nuova guida: tra fine agosto e inizio settembre il direttore degli approfondimenti Paolo Corsini vedrà i giornalisti. A Ranucci, classe 1961, mancano due anni alla pensione ed ha la carica di vicedirettore. I vertici sanno che hanno la facoltà di toglierlo dalla conduzione, ma che non sarà un passaggio semplice da gestire. “Il rischio è quello di trasformarlo in una specie di martire”, è una delle riflessioni che si fanno.

(di Nanni Delbecchi – ilfattoquotidiano.it) – Negli anni Settanta la politica doveva guardarsi dal dileggio del nostro miglior cinema; oggi, dopo aver vulcanizzato la satira, la politica surroga anche la commedia. Risi, Monicelli, Comencini, Petri, dove siete? Si sente la vostra mancanza di fronte all’italianissima commedia alle vongole sgusciate sceneggiata da Valter Lavitola, dove si voleva creare un Papa, ma forse si distrugge un conduttore.
Come è possibile che il frontman di una trasmissione di giornalismo d’inchiesta – la più amata e la più detestata – specializzata nel dissotterrare verità scomode, trame nascoste, burattini e burattinai, sia finito in mezzo a una ragnatela identica a quelle che è solito indagare?
L’ultima cosa che ci aspetteremmo da Sherlock Holmes è che si sia fatto buggerare da Watson. Cui prodest? Ancor più inquietante è scoprire che la genialata di Watson Lavitola, non si sa quanto avallata da Ranucci, fosse candidarlo a papa straniero del Centrosinistra. Ma così si dà ragione a tutti coloro che imputano a Report di indagare in una sola direzione, di avere una volontà politica ben precisa.
E un giornalismo d’inchiesta apertamente schierato (quello in cui Watson Lavitola ha già dato svariate prove di sé) non si taglia le palle da solo?
Terza questione: come si spiega Ranucci candidato premier individuato, sondato e sgusciato tra una vongola e l’altra? A occhio nudo, la ragione è una sola: la sua sovraesposizione mediatica degli ultimi anni. Ma non come autore di scoop: come conduttore di Report e promotore di sé. Togligli il video, e resterà un bravo giornalista, punto.
È la televisione ad avergli dato la popolarità, e forse un po’ alla testa. Ipotizzare che la sinistra possa affidarsi a un carisma che soffia nell’etere (quello di Ranucci, come di chiunque altro) retrocede questo Paese nel cinepanettone, significa che il nesso esiziale tra politica e tv fondato da B., il suo immaginario da Telegatto, continuano a prevalere anche in chi crede di combatterli.
Sempre più profetico il dubbio metodico enunciato da Giorgio Gaber: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. Per non parlare del Berlusconi in tutti gli altri.