
(lafionda.org) – «L’Italia revochi i controlli sui viaggiatori dalla Spagna o scatteranno contromisure»: così Madrid incalza il governo Meloni, che dal primo agosto ha sospeso Schengen dopo i fatti di Ceuta. Secca la risposta di Palazzo Chigi: «L’Italia non accetta ultimatum sulla propria sicurezza nazionale».
No, cara Giorgia: va bene la sicurezza nazionale, ma non a scapito della solidarietà e cooperazione internazionale. Isolare la Spagna oggi significa indebolire l’Italia domani: alla prima crisi sui nostri confini, pagheremo il conto di questo precedente.
Anche perché la sospensione di Schengen in questo contesto è pura propaganda, un sovereign-washing utile solo a sventolare la bandiera del pugno duro. La solita fermezza di facciata: si fa la voce grossa a uso e consumo dello storytelling interno per coprire il fatto che, sui dossier internazionali di vero peso (dal sostegno acritico a Zelensky alle compiacenze verso Israele), ci si adegua a decisioni altrui senza battere ciglio. Un sovranismo di cartone, buono per i social ma dannoso per la nostra proiezione diplomatica e per i nostri interessi nazionali-popolari.
Serve un’Italia “potenza di pace” e modello di giustizia sociale, capace di un’iniziativa geopolitica e geoeconomica autonoma, contro il sovranismo piccolo-piccolo e il globalismo delle ZTL.
Nei due partiti, Lega e Forza Italia, il fastidio non si nasconde più: i meriti del governo finiscono sempre intestati alla premier, mentre le difficoltà dei ministeri, dai Trasporti al Tesoro, restano ai singoli alleati

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Dopo Matteo Salvini e Antonio Tajani toccherà a Roberto Vannacci? Nel centrodestra cresce l’insofferenza verso Giorgia Meloni: dopo aver ridimensionato i due vice, la premier prova ad anticipare anche il generale su sicurezza e migranti.
Tra gli alleati di governo circola sempre la stessa impressione: apparente collaborazione all’inizio, poi un progressivo svuotamento politico del partner. Un meccanismo che sembra ripetersi identico con ogni alleato di coalizione, quasi con puntualità chirurgica, uno dopo l’altro.
Nei due partiti, Lega e Forza Italia, il fastidio non si nasconde più: i meriti del governo finiscono sempre intestati alla premier, mentre le difficoltà dei ministeri, dai Trasporti al Tesoro, restano ai singoli alleati. Il malessere è emerso anche nei voti segreti alla Camera, con franchi tiratori leghisti e forzisti pronti a bocciare proposte care a Fratelli d’Italia, letti da molti come un avvertimento in vista delle mosse sul Quirinale post Sergio Mattarella.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani fatica a tenere i suoi gruppi parlamentari e colleziona scivoloni diplomatici, tra fondi europei ridimensionati e uscite infelici su Schengen e migranti. Il segretario leghista Matteo Salvini, dopo la rottura con Vannacci e il naufragio dell’intesa con Luca Zaia per una leadership condivisa, punta a tornare alla strategia pre-Europee e a un futuro incarico al Viminale, promessa che dipenderà però tutta dai numeri elettorali che la Lega riuscirà a portare a casa.
E Vannacci? Sull’ex generale la premier è intenzionata ad attuare la stessa tattica già collaudata con gli altri alleati: anticiparlo sui temi di sicurezza e immigrazione per svuotarlo prima che possa capitalizzarli politicamente, come già visto sulla legittima difesa e sul caso Ceuta. Resta da vedere se il generale, a differenza di Salvini e Tajani riuscirà a sottrarsi in tempo all’abbraccio mortale.
Madrid accusa il governo italiano di aver adottato una misura “ingiusta, contraria agli interessi dell’Ue e discriminatoria”. Palazzo Chigi: “Non accettiamo ultimatum, lo stop resta fino al 15 agosto”.

(lespresso.it) – La Spagna ha alzato il tiro. Con una nota ufficiale diffusa dalla Moncloa venerdì mattina, il governo di Pedro Sánchez ha dato all’Italia un ultimatum formale: ripristinare entro domenica 9 agosto la piena libera circolazione nello spazio Schengen o la Spagna adotterà “misure proporzionate per proteggere gli interessi e la dignità dei suoi cittadini”.
Il tono è quello di una vertenza diplomatica ufficiale: “Il governo italiano ha reintrodotto i controlli di frontiera con la Spagna il primo agosto, influenzando la mobilità di migliaia di passeggeri e generando incertezza legale nel pieno del periodo estivo. Questa misura, senza precedenti nella storia recente, è stata adottata senza preavviso, unilateralmente e con argomentazioni fallaci che non rispettano né il Codice delle frontiere Schengen né la verità”.
La nota smonta punto per punto la giustificazione italiana: nessuno dei migranti entrati a Ceuta ha potuto fare ingresso libero nello spazio Schengen, quasi tutti sono già rientrati in Marocco, e – citando i dati Frontex – l’Italia è lo Stato che ha registrato il maggior numero di ingressi irregolari in Europa negli ultimi anni, il doppio rispetto alla Spagna. La nota ricorda anche che dal 2022 l’Italia non si è adeguata al Regolamento di Dublino, generando “un ulteriore onere di pressione migratoria sugli altri Stati membri”, nonostante il quale “la Spagna ha sempre mostrato solidarietà con l’Italia accogliendo parte dei migranti arrivati a Lampedusa nel 2023”.
La chiusura del comunicato alza ulteriormente i toni: “La misura adottata dal governo italiano è ingiusta, contraria agli interessi dell’Ue e discriminatoria nei confronti della popolazione spagnola. Confidiamo che l’europeismo, il buon senso e la buona fede prevalgano. I governi sono lì per promuovere la comprensione tra i Paesi e l’interesse generale delle loro popolazioni, non per creare fratture e conflitti sterili guidati da motivazioni elettorali interne”.
Dopo qualche ora arriva la replica, ufficiale, del governo italiano: “L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale ed il controllo delle frontiere. Non intendiamo in nessun caso rivedere la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen per i cittadini di Paesi terzi provenienti dalla Spagna, almeno fino al 15 agosto e comunque sino a quando non saranno completamente esclusi rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia – si legge in una nota di Palazzo Chigi -. In quella data, come annunciato dalle stesse autorità spagnole, è infatti attesa a Ceuta una nuova ondata migratoria”, si legge nel testo del governo italiano”.
“Solo quando si avrà la certezza che non vi saranno rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia, che non vi sia una nuova ondata, che non ci siano migranti irregolari diretti verso il territorio europeo, si potrà rivedere quanto già deciso.Questo senza pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna, analogamente a decisioni simili adottate in passato dal Governo italiano, ad esempio nei confronti della Slovenia, e da Governi europei nei confronti dell’Italia e della stessa Spagna – si legge ancora -. Nel momento in cui tutte queste condizioni dovessero venire meno, l’Italia -prosegue il comunicato – è pronta a continuare un confronto costruttivo con il Governo di Madrid. Nel frattempo le autorità di frontiera italiane faranno di tutto per garantire la massima agibilità ai cittadni spagnoli ed europei che, é importante sottolinearlo, non sono interessati dal ripristino dei controlli ai confini aerei e marittimi”.
Dopo prima di Palazzo Chigi aveva commentato Matteo Piantedosi, secondo cui la sospensione del trattato di Schengen con la Spagna “è una misura temporanea che è consentita dai trattati Ue, vedremo dopo il 15 agosto. E’ fatta con modalità selettive, non c’è nessun aggravio. C’è stata una reazione scomposta da parte della nostra opposizione perché forse non si può toccare un Paese a guida socialista”, ha detto il ministro dell’Interno intervenendo agli incontri “Bar Italia” a Sorrento organizzati da FdI. Il ministro ha aggiunto che è “difficile immaginare che le condizioni” per mantenere la sospensione “non esistono” poiché la stessa “intelligence spagnola ha dichiarato che è fondato un nuovo allarme per il 15 agosto” su Ceuta.
Parlando di quanto avvenuto a Ceuta, il ministro dell’Interno ha aggiunto che “più che dire che l’Europa rischia assalti simili, l’Unione europea sta prendendo atto che il fenomeno migratorio non è più qualcosa che può essere affrontato prescindendo dalla considerazione della sua dimensione epocale”. Si tratta di un fenomeno “troppo a lungo è stato sottovalutato” e “ridotto a un problema che poteva riguardare i singoli Stati membri, come l’Italia, che fanno da prima frontiera. In realtà non è così: le scene che si sono viste – ha aggiunto – sono il frutto di tanti nodi che vengono al pettine, ovvero un forte squilibrio di carattere demografico, squilibri di carattere socio-economico che contraddistinguono i paesi a forte vocazione migratoria e i paesi europei”. “Senza lanciare allarmi perché non siamo all’assedio” ha concluso il titolare del Viminale, va riconosciuto “che c’è una pressione migratoria capace di produrre quelle scene e bisogna farne tesoro”.

(dagospia.com) – Attenzione: attraversamento peones! I tre partiti di maggioranza hanno una cosa in comune: più si va avanti, meno i leader controllano i parlamentari. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia faticano a tenere a bada i pigiabottoni di Montecitorio e Palazzo Madama.
Prima della pausa estiva, e in vista del rientro con il botto con il voto sulla legge elettorale, e l’emendamento-bluff sulle preferenze, ognuno cerca come può di serrare le file.
In questi giorni c’è stato l’incontro di Antonio Tajani con la ridotta dei “laziali” (i fedelissimi del segretario), che l’hanno rincojonito con la solita richiesta: “Vogliamo essere confermati in lista”. Ma con i voti che latitano (nel 2022 FI ottenne l’8% abbondante, ridotto di almeno un punto secondo i sondaggi e quasi impossiible da confermare nel 2027) e la presa sempre più stretta della “proprietaria”, Marina Berlusconi, l’ex monarchico di Ferentino non può garantire granché.
Nella Lega va ancora peggio: il drammatico tracollo del Carroccio, drenato dalla fuoriuscita di Roberto Vannacci, rischia di ridurre la compagine parlamentare a una manciata di deputati e senatori, se va bene. E i pochi che restano, litigano: il partito è dilaniato dalla spaccatura interna tra nordisti e “salviniani” che il segretario sta tentando in queste ore di ricucire con un tardivo e inutile direttivo.
A sorpresa, però, i mal di capoccia più intensi rischia di averli Giorgia Meloni. Il problema principale ce l’ha infatti FDI. Essì, il partito di via della Scrofa, che una volta era un monolite inscalfibile, complice la gestione matronale di Arianna Meloni, è diventato come tutti gli altri: un coacervo di serpi pronte a mordersi a vicenda.
Gli esperti di palazzo ricordano ancora la rabbia con cui Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni e già ras acchiappavoti di Fdi, si rivolse ai “vigliacchetti” che avevano affossato il testo sulle preferenze. Un’intemerata, quella dello “stallone di Subiaco”, più ai suoi colleghi di partito che ai parlamentari azzurri o leghisti. Della sporca trentina di franchi tiratori (a cui Lollo disse di preferire i “franchi bevitori”), molti sarebbero stati di Fratelli d’Italia. E a settembre, il copione potrebbe ripetersi invariato.
Nell’inaspettata infornata di parlamentari ex missini del 2022, infatti, entrò un po’ di tutto: nessuno si aspettava il boom di consensi che portò Fdi a raggiungere il 26% ed eleggere 118 deputati e 63 senatori. Le liste erano insomma piene di personaggi un po’ improvvisati, raccattati sul territorio e che difficilmente verranno ricandidati nel 2027. Covano vendetta e non vedono l’ora di consumarla. Per questo, sono pericolosissimi, imprevedibili e pronti a sabotare la legge elettorale, anche fosse solo per il gusto di rovinare la festa alla Ducetta e alla sorella (prima di attraversare il guado e, chissà, magari correre a braccia aperte verso il generale Vannacci, che può garantire una candidatura sicura…)
Ponte sullo Stretto, via libera del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Ma ci sono prescrizioni. La società: “Lavoreremo con i tecnici, documenti pronti entro fine agosto. Nell’ultimo trimestre al via la fase realizzativa”. Esulta il centrodestra, critiche le associazioni: “Fumo negli occhi. Vero obiettivo, il consenso”

(di Alessia Candito – repubblica.it) – Il Consiglio superiore dei lavori pubblici ha dato il via libera alla fase della progettazione esecutiva del Ponte sullo Stretto. Ma a dispetto degli ennesimi roboanti annunci su cantieri aperti in pochi mesi e prime pietre, l’avvio dei lavori dell’opera, divenuta cavallo di battaglia del ministro Matteo Salvini, potrebbe non essere così semplice, né rapido. E forse neanche scontato.
Il Consiglio, da giorni al centro delle polemiche per gli innesti fin troppo vicini alla società Stretto di Messina o al fronte degli entusiasti per l’opera, ha dato sì il proprio parere positivo “all’unanimità”, come sottolineato nella stringata nota del ministero dei Trasporti, ma quel via libera è condizionato a una serie di prescrizioni. Insomma, un “sì ma”.
Lo ammette lo stesso ad della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, che pur dicendosi soddisfatto dell’esito del parere, afferma che “adesso esamineremo con i nostri tecnici e progettisti le osservazioni che accompagnano il parere, per dare pronta risposta tecnica”.
La società non ha fatto sapere quali siano le prescrizioni a cui dovrà ottemperare, ma secondo quanto filtra, progetta di fare tutto in fretta. Obiettivo, arrivare a fine agosto con un faldone di controdeduzioni da trasmettere al ministero dei Trasporti, che poi potrà riavviare l’iter per il nuovo passaggio al Cipess.
Dopo, toccherà nuovamente alla Corte dei Conti, dove già un anno fa il progetto si era incagliato, dare l’ultimo via libera. Tutti passaggi che secondo la società potrebbero portare alla “fase realizzativa” già nell’ultimo trimestre dell’anno. Ma molto dipenderà anche dalle prescrizioni messe nero su bianco dal Consiglio dei lavori pubblici.
Secondo indiscrezioni, sul Ponte ci sarebbe una relazione di più 300 pagine, che ripropone molti dei nodi già in passato portati alla luce non solo da ambientalisti e amministrazioni interessate, ma anche dal ministero dell’Ambiente: dall’altezza (il cosiddetto franco navigabile), alla necessità di approfondire la pericolosità delle faglie attive presenti in zona, allo smorzamento strutturale, cioè la capacità di dissipare le vibrazioni causate da vento, traffico o movimenti sismici.
E poi, c’è sempre possibilità – e il Comune di Villa San Giovanni lo valuterà – di una contestazione in sede legale per il mancato coinvolgimento delle amministrazioni “che in questi casi, hanno diritto di partecipazione ai lavori e di voto”, fanno sapere dalla sponda calabrese. Sempre che qualche ulteriore terremoto non arrivi dai due fascicoli, uno a Caltanissetta e uno a Roma, che lambiscono la società chiamata a realizzare l’opera.
Nel frattempo il centrodestra festeggia. Di “passo avanti decisivo” parla il governatore siciliano Renato Schifani, che rivendica di aver destinato “1.3 miliardi dei Fondi per lo sviluppo e la coesione” all’opera, considerata “strategica”. Per il presidente di Regione Calabria, Roberto Occhiuto, il Ponte sarebbe anche “un grandissimo attrattore di sviluppo per Calabria e Sicilia” e occasione da non sprecare, mentre per l’assessore leghista all’Istruzione della Sicilia, Mimmo Turano, l’opera innesca “un processo irreversibile per tutto il Paese”. La sottosegretaria azzurra Matilde Siracusano se la prende invece con “i gufi e quanti, per pregiudizio ideologico o convenienza politica, tifano contro il progresso”.
Per il deputato di Avs Angelo Bonelli il centrodestra farebbe bene ad attendere prima di festeggiare e chiede l’immediata pubblicazione della documentazione. “Il parere sarebbe stato rilasciato con numerose e sostanziali osservazioni.Fino a oggi la Società Stretto di Messina non è stata in grado di confutare nessuna delle contestazioni e delle prescrizioni sollevate. Eppure si continua a forzare un’opera dai costi vergognosi, attraverso norme costruite su misura e senza aver sciolto i dubbi ambientali, sismici, strutturali ed economici”
Sul piede di guerra gli ambientalisti, pronti a tornare in piazza l’8 agosto a Messina, che puntano il dito contro “i blitz agostani” del governo, denunciano pasticci nelle procedure e affermano che l’obiettivo: “non è l’attraversamento dello Stretto, ma porre nel dibattito politico elettorale un elemento immaginifico quanto illusorio per attrarre consenso, distribuendo al contempo soldi in consulenze, incarichi e stipendi”.
(LaPresse) – “Siamo al 7 agosto, la gente è alle prese con il caro carburante e il carovita, ma TeleMeloni continua a colpire. I cittadini vorrebbero sapere come il governo pensa di fronteggiare queste emergenze e invece chi dovrebbe informarli nel servizio pubblico,
pagato con i soldi del canone versato dagli italiani, si presta alle distrazioni di massa trovate da Meloni & C.. Stavolta lo fa sui social uno dei suoi alfieri principali, quel Salvo Sottile che ha contribuito a distruggere Rai 3 e che è stato ricompensato con la trasmissione lasciata da Milo Infante.
Con la differenza che quest’ultimo ha sempre fatto ascolti d’oro, con Sottile siamo nelle mani di Dio. Proprio Sottile, in questo caldo 7 agosto non trova di meglio da fare che un post inutile e dal sapore diffamatorio nei confronti di Giuseppe Conte e di Sigfrido Ranucci”. Così gli esponenti M5S in commissione di Vigilanza Rai Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato.
“Sottile fa il simpatico, o meglio ci prova, dicendo che sarebbe nato ‘Contucci’, accostando Conte e Ranucci dicendo che entrambi si autoassolverebbero – spiegano – A parte il fatto che ormai questi (Sottile , Monteleone, ecc) non hanno più alcun pudore a pubblicare qualsiasi nefandezza gli passi per la testa, ma non si rende conto Sottile di quanto sia ridicolo a pubblicare simili scemenze? Semmai quello che è nato ormai da anni è ‘Sottiloni’, metà Sottile e metà Meloni.
Entrambi accomunati in politica e nell’informazione a fare delle insinuazioni e della propaganda il proprio marchio di fabbrica e arma di distrazione di massa. Ci chiediamo quand’è che Sottile farà una bella inchiesta, quantomeno mezzo servizio, sulle chat di Delmastro. Mai, perché quando fai del servilismo il tratto distintivo della tua carriera poi sei incatenato a un guinzaglio che non si scioglierà più”.
La nota del M5s si riferisce a un post su Facebook con cui Sottile introduce un articolo sul suo blog. “È nato Contucci – scrive il conduttore – Non cercatelo all’anagrafe. È un personaggio immaginario, ma somiglia terribilmente a due protagonisti della vita pubblica italiana.
Metà Giuseppe Conte, metà Sigfrido Ranucci.Il primo, davanti alla Commissione Covid, trasforma ogni domanda in un comizio. Il secondo, quando le domande riguardano lui, vede sempre un attacco politico. Due mondi lontani. O forse no”.
Il ricordo del giornalista del Fatto Quotidiano: «Da quando è stato ricoverato è andato tutto male. Sono state sei settimane d’inferno, per lui, per Raffaella e per chi gli ha voluto bene. Credo sia stata l’unica volta in cui ha smesso di combattere»

Gabriele Cappi – ilcentro.i) – PESCARA «Non credo in nulla, non credo in Dio. Non ci sarà niente dopo, ma io sto bene così: la mia vita è andata come doveva andare».
Lo disse a tavola, in una trattoria vicino a Pavana, con accanto la moglie Raffaella. La malattia si era fermata, per un po’, e Francesco Guccini aveva già fatto i conti con tutto.
A quel pranzo c’era anche Andrea Scanzi, che lo aveva intervistato per la prima volta nel 2000 e che negli ultimi dieci anni saliva a trovarlo, ogni due mesi, con la compagna Sara. L’ultima volta a giugno, alla festa per i suoi 86 anni: il giorno dopo Guccini sarebbe stato ricoverato. L’inizio di sei settimane d’inferno. La voce di Scanzi, di solito frizzante e tagliente, oggi è dimessa: «Faccio fatica, perché gli ho voluto molto bene, e quindi è un po’ che piango».
Partiamo dalla fine: una malattia lunga, e una lunga battaglia.
«Sì. Aveva ricevuto varie sentenze cliniche e se ne sarebbe dovuto andare almeno due anni fa. Poi, a un certo punto, la malattia si fermò, e fu parzialmente sconfitta. Ricordo che a un pranzo con me, Raffaella, sua moglie, e Sara, noi quattro e basta, in uno di quei posti vicino a Pavana, ci disse con una serenità assoluta: “Ragazzi, io sapevo che sarei morto sei mesi fa, un anno fa. Ho già accettato tutto, non ho paura della morte. Ho vissuto una bella vita, sono felice”».
C’era qualcosa lo turbava?
«“Sto molto male per gli amici che ho perso”, mi diceva. Era la cosa che lo feriva di più. Piero, il suo amico storico, Sergio Staino. La morte degli amici lo devastava, era rimasto proprio solo con gli amici storici. Però mi ha detto: “Sono soddisfatto di quello che ho fatto, sono felice. Mi dispiace chiaramente perdere Raffaella, tutti i miei affetti, mia figlia, però sono sereno”. Era già pronto a morire».
E su quello che viene dopo, nessuna concessione?
«Nessuna. Mi disse: “Non credo in nulla, non credo in Dio. Però mi hanno regalato questi mesi, vediamo cosa succede”. Aveva questa serenità assoluta».
Una lotta senza pause.
«Con Luciano Ligabue, che era un altro suo grande amico, ripetevamo due cose. La prima è che ha sconfitto la morte almeno dieci volte, perché doveva essersene andato dieci anni fa, poi sei anni fa durante il Covid, poi quattro anni fa. Era proprio attaccato alla vita e la morte la sconfiggeva sempre. Facemmo addirittura un 25 aprile dentro una chiesa in provincia di Arezzo, la pieve di Gropina. Credo fosse il 2024: non so dove trovasse la forza».
E la seconda?
«Che i cantautori, i miti, ti fanno paura, ti mettono un po’ di soggezione, ti deludono. Francesco no. Francesco sembrava di conoscerlo da sempre, ti faceva sentire a tuo agio».
Cosa è successo nelle ultime settimane?
«Da quando è stato ricoverato è andato tutto male. Sono state sei settimane d’inferno, per lui, per Raffaella e per chi gli ha voluto bene. Credo sia stata l’unica volta in cui ha smesso di combattere, perché sapeva che non c’era più niente da fare. I polmoni erano stanchi, era stanco tutto».
L’ultima volta che l’ha visto?
«Nel giugno scorso, per il suo compleanno, l’ottantaseiesimo. Un compleanno molto intimo, con qualche familiare, ovviamente sua moglie e pochi altri. È stato molto triste, non lo nascondo, perché lui aveva saputo che in un quadro clinico già pesante si era inserito qualcosa di brutto, e il giorno dopo sarebbe stato ricoverato».
Come andò quella festa?
«Molto triste, molto malinconica, molto cupa (una delle poche). Tra l’altro doveva esserci anche il cardinal Zuppi, che aveva capito male: pensava fosse il pomeriggio, invece era la sera, e questa cosa aveva ulteriormente dispiaciuto Francesco. Aveva anche provato a cantare qualche brano con un chitarrista che era lì presente, ma era molto malinconico. Secondo me sapeva quello che sarebbe successo».
Come vi siete salutati?
«A me e a Sara, la mia compagna, ha detto: “Speriamo di rivederci”. Ed è stata la prima volta in cui lo ha detto con la consapevolezza che non ci saremmo rivisti».
Eravate amici?
«Faccio sempre molta fatica in questi casi a dire se siamo amici o non siamo amici. Penso di poterlo dire, perché ci conoscevamo da tanti anni: l’avevo intervistato per la prima volta nel 2000 e negli ultimi dieci anni ci siamo visti tantissimo, soprattutto dopo il Covid, ma anche prima. Ci vedevamo una volta ogni due mesi a casa sua».
Com’era da vicino, fuori dal palco?
«Non era facile con tutti, perché era comunque un finto burbero, un po’ malmostoso, un po’ orso. Ma in realtà era una persona di una bontà assoluta, assoluta. Gentilissimo, amava ascoltare, era un grande raccontatore di barzellette, aneddoti come se piovesse. Premevi un pulsante e ti raccontava la vita di ogni persona che aveva incontrato. Anche tenero».
Un esempio?
«Era tenero quando c’era la mia compagna: lo salutava sempre dicendogli: “Ti posso dare un bacino?”. Lui era tutto imbarazzato: “Sì, sì, dammelo, dammelo”, e abbassava lo sguardo».
Anche con gli animali?
«Era un grande gattaro, ma molto imbranato con i cani. Io ho un cane, una labrador grossa ma buonissima, e quando la portavo con me lui mi faceva sempre molto ridere: la vedeva avvicinarsi e le diceva con quel vocione: “Canone, non so cosa fare, canone…”, e l’accarezzava. Era totalmente imbranato».
E con i fan?
«Aveva un grande rispetto per il pubblico. L’ho visto anche negli ultimi mesi della sua vita accogliere persone in casa. Quando andavamo al ristorante a pranzo c’era sempre qualcuno che gli rompeva le palle con il disco, gli attaccava le pezze, e lui era gentilissimo, gentilissimo».
Rimpianti?
«Era molto felice della vita che aveva vissuto. Non era contento di invecchiare, come nessuno: gliel’ho sentito dire un sacco di volte, quanto è brutto invecchiare».
A ottantasei anni non si era stancato di seguire come andava il mondo?
«No. L’ultima volta che l’ho visto, al suo compleanno, la prima cosa: non mi ha salutato, mi ha subito detto: “Ma perché De Gregori ha detto queste cose”, sul fatto che gli artisti non devono impegnarsi. Evito di dare la risposta che ho dato io e che poi ha dato lui, perché De Gregori non ne sarebbe molto felice».
E la televisione?
«Seguiva abbastanza bene lo sport, era tifoso della Juventus. Guardava come forma di masochismo Rete4 e si arrabbiava profondamente, soprattutto di fronte ad alcune persone: in particolare Cerno. Ultimamente detestava Tommaso Cerno. Evito di dirti quello che diceva…».
Gli altri compleanni a Pavana, invece?
«A parte quest’anno, dove eravamo in pochi ed era tutto dimesso e triste, gli anni passati sono stati meravigliosi. C’era tutta la sua band, i musici: Flaco Biondini, Ellade Bandini, Vince Tempera. Ho dei video in cui cantiamo insieme “Bella ciao”. L’anno scorso, quando c’era anche Michele Serra, cantavamo tutti insieme “Il vecchio e il bambino, e lui ci rimbrottava: “Questa parte l’avete fatta male, e quest’altra l’avete fatta male”».
Le sue fissazioni?
«Lo prendevo sempre in giro perché era un pessimo bevitore: non so perché era fissato col Gewürztraminer, neanche di grande qualità. Aveva le sue idiosincrasie. Era un grande mangiatore, però di cibi molto classici, non sopportava la cucina troppo elaborata. Mi prendeva in giro perché ero vegetariano, e anche perché qualche volta avevo delle scarpe secondo lui un po’ troppo stravaganti».
E l’artista?
«Per me è stato molto più un uomo e un amico che non un artista. L’artista, che vuoi che ti dica: è uno che meriterebbe, e meritava, almeno quanto Bob Dylan. Come autore di testi è stato uno dei due o tre più grandi: come autore puro di testi, secondo me, nessuno come lui e De André».
Di quali canzoni era orgoglioso?
«Non è che lo sapesse, però era molto orgoglioso di alcune canzoni: di “Amerigo”, di “Van Loon”, di canzoni non necessariamente famosissime. Mentre per esempio “L’avvelenata” la riteneva enormemente sopravvalutata».
C’è stato un collega con cui non si è mai trovato?
«Non ha mai legato fino in fondo con Lucio Dalla, era una cosa che mi diceva spesso. Lo rispettava, ma c’era qualcosa che non… non lo so, non si erano mai incastrati fino in fondo, anche se ne parlava con profondo rispetto. Mentre aveva un grandissimo affetto per De André, per Gaber, per Lolli».
Gli amici veri, nella musica?
«I più grandi che aveva erano e sono Ligabue e Zucchero, che prendeva in giro perché sono entrambi della provincia di Reggio: teste quadre, ma cervello fino. A loro voleva molto bene».
C’è anche il Guccini scrittore.
«Era molto orgoglioso di avere ricevuto dei premi come scrittore, perché anche con una certa dose di snobismo avrebbe forse preferito essere più conosciuto come scrittore che non come cantautore. Mi ricordo che era molto orgoglioso che un suo racconto fosse stato inserito nei Meridiani di Mondadori».
Cosa lo faceva ancora infiammare?
«Era innamoratissimo di Pavana. Sarebbe stato a parlare per ore e ore di Pavana, degli alberi genealogici, delle tradizioni, delle parole: erano le cose che lo facevano esaltare di più».
Il ricordo che le rimbalza più spesso in testa?
«Forse è quando mi fece leggere in anteprima un racconto di un suo libro che sarebbe uscito pochi mesi dopo per Giunti: credo che il titolo fosse “Così eravamo”. Il primo racconto di quel libro me lo fece leggere stampato su fogli A4, il libro non era ancora uscito. Io ero tesissimo, tipo esame, perché sai: leggere un racconto di Guccini, davanti a Guccini, pieno di parole in dialetto che io non sapevo pronunciare. Lui era divertito da questa mia tensione. Mi ha corretto solo una volta, le altre pronunce le ho fatte bene».
Come lo saluta?
«Era una bella persona, era veramente una bella persona, e ha combattuto fino alla fine, fino alla fine».
Tre canzoni da portarsi sempre, quando si parla di Guccini?
«Farewell, perché è la canzone perfetta dell’amore che finisce. Canzone delle osterie di fuori porta, perché racconta la fine di un’epoca, un’epoca in cui si sognava, si andava a cena per parlare, per raccontare, per fare la rivoluzione, e si combatteva: poi quelle persone sono morte o, come diceva lui, “hanno smesso di sognare”, che è una morte un po’ peggiore. Francesco invece ha sempre sognato. E anche per “Autogrill”, che è una delle più grandi poesie in musica mai scritte nella storia del mondo, non solo in Italia, avrebbe meritato il Nobel».
L’ex premier pentastellato è un disastro. Però può vantare dei successi non da poco, dall’avere chiuso l’Italia nel momento giusto all’introduzione indolore del Reddito di cittadinanza

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Giuseppe Conte è un disastro. Però ha chiuso l’Italia nel momento giusto, avanguardia in Europa e nel mondo. Però ha portato i miliardi necessari a non mollare e a non decadere definitivamente strappandoli a un insieme di partner riluttanti a Bruxelles. Però ha ridotto il ridondante numero di seggi in Parlamento. Però ha fatto il Reddito di cittadinanza senza colpo ferire e senza uccidere il bilancio. Però ha organizzato la più grande riforma dai tempi di Segni per l’agricoltura, e del Piano casa di Fanfani, e della sanità in epoca ultraconsociativa: il meraviglioso, non per me che non l’ho toccato, ma per il paese intero che ne è vissuto e sopravvissuto malgrado le fesserie in contrario, il famoso 110 per cento. Non parla, almeno per me, gracchia. Quando gracchia di genocidio lo strozzerei con le mie manone. Quando gracchia di pace stabile e di democrazia popolare al soldo di Putin e della sua armata gli taglierei la gola con un coltello da cucina. Quando appare, spengo. Quando mi domandano: allearsi con lui? Rido. Un signor Nessuno in tempi di Odissee andanti, non la nostra di Omero e Augusto Privitera, non quella di Nolan, quella del partito alberghiero che ha strappato al Grillozzo in capo, a paragone di Giuseppi un deficiente comune.
Conte è un opportunista. Un inaffidabile. Un trasversalista e trasformista bestiale. Ma non si può essere ciechi. Meloni a parte, che si prepara a vincere le prossime elezioni senza nemmeno combattere (questa frescaccia segnatevela aureo cum lapillo), Conte è stato quel che si dice un uomo di stato. Un uomo di sistema, che ha capito quanto fragile e corrotto sia il sistema più efficiente del mondo, in questo momento e forse da molti decenni. Senza bisogno dei consigli di Goffredo Bettini, che lo sostiene e monta da anni con uno zelo indefesso e dissimulato male. La sua è una classe dirigente, di molto superiore a quella banda di squarciagole riunita nel povero Pd. Il suo curriculum non ha rivali.
La sua pericolosità in politica estera e di sicurezza, regina della politica, è tremenda. Non lo voterei nemmeno sotto tortura, si dice sempre così, io amo il voto inutile, dunque voto Calenda, perché stimo Meloni Lollobrigida e Donzelli, adoro Taja & Zaia, ma fin lì non ci arrivo. Ragioni di famiglia. Però sono alla ricerca di qualcuno che mi spieghi il mistero di Conte. Ora che in tanti, dopo averlo giustamente irriso e irriso giustamente anche me che ne scrivo in questi termini da anni, hanno scoperto che è addirittura una testa fina in politica, troverò bene l’oracolo capace di svelare che cosa c’è sotto dietro davanti a lato di Nessuno. Quale Ninfa, quale Atena lo proteggano. Non vorrei che, dopo aver fatto regolarmente perdere di nuovo le elezioni alla mia studentessa preferita, Elly Schlein, e alla sua corte di furbissimi indementiti, Giuseppi emergesse come un Ciclope dell’opposizione scippando altrove altri voti e altre forze, come gli riuscì con il poverello di Bibbiano.

(Andrea Zhok) – Ieri, tre ragazzini (13-14 anni) di Pradamano (UD) hanno cercato di vendere limonata ad offerta libera per comprarsi un Ciao; un passante li ha denunciati per vendita senza licenza, e la forza pubblica è intervenuta per punire l’illecito.
C’è chi ha deprecato il denunciante, chi l’intervento della polizia.
Ma questo episodio, nella sua banalità, mette il dito sulla piaga di una questione enorme, che ci coinvolge tutti: la questione delle norme sociali.
In ogni società esistono due tipi di norme, quelle INFORMALI, basate sul costume e sulle aspettative condivise, e quelle FORMALI, basate sui codici e sull’intervento della forza pubblica.
Nelle società arcaiche esistevano solo norme informali fondate su costumi, tradizioni, comunanza culturale.
Con il complessificarsi delle società, vennero introdotte leggi scritte e sanzioni erogate da giudici terzi, come elemento complementare, integrativo delle norme informali.
Il dramma della società europea contemporanea è di aver spinto all’estremo la sostituzione delle norme informali con quelle formali.
Nel mondo che abbiamo costruito per ogni conflitto, disaccordo, violazione, attrito, offesa, molestia bisognerebbe ricorrere all’intervento di un giudice terzo (carabiniere, magistrato, Stato).
Questa sostituzione è tecnicamente impossibile. Per ragioni sia logiche che pratiche le normatività informali non possono essere tutte rimpiazzate da articoli di legge. Dovremmo avere tutti un carabiniere e tribunale portatile a seguito.
Qui però viene fuori un enorme problema.
Infatti, per non poggiare sulle leggi formali devi poter contare sulle norme informali.
E queste funzionano soltanto in società con un elevato grado di comunanza culturale (costumi, tradizioni).
Ma noi ci siamo vantati di aver costruito società “aperte” e “cosmopolite” dove quella comunanza culturale è in gran parte abolita.
Però, quanto meno puoi contare su un retroterra comune con chi ti circonda, tanto più devi confidare sulla forza pubblica.
Ergo, l’esito delle società aperte e cosmopolite è una parabola legalista, securitaria, di sorveglianza e controllo, il cui eroe è il cittadino che denuncia i ragazzini che vendono limonata senza licenza.

(Tommaso Merlo) – Se odi meridionali o immigrati fai carriera politica e diventi pure ministro, se detesti i sionisti sei antisemita e vieni crocifisso in piazza del mercato. Perché l’odio va benissimo, basta che non dia fastidio ai potenti e ai loro giochetti. Oggi il sistema vuole che le masse odino gli iraniani, i russi, gli immigrati e i musulmani che sono tutti potenzialmente terroristi mentre in lista d’attesa ci sono i cinesi. Per capire chi comanda davvero basta notare chi non può essere criticato e a chi conviene vengano odiate certe categorie piuttosto che altre. Americani, sionisti, Nato, lobby della guerra, sciacalli d’investimento con circo partitocratico e mediatico col compito di fare il lavoro sporco. Un sistema corrotto anche moralmente in cui comanda il più forte e cioè chi ha i soldi per controllare decisioni e narrazione pubblica. Una manipolazione sistemica che va ben oltre la nostra immaginazione. Basti pensare all’interpretazione delle guerre degli ultimi decenni su cui circolano versioni diametralmente opposte sia sul casus belli che su come sono andate. Oppure basti pensare agli Stati Uniti spacciati alle masse di teleconsumatori come democrazia modello e leader del modo libero e civile da seguire e servire senza esitazioni quando e’ responsabile di milioni di morti solo dal dopoguerra. Oppure a quel covo di guerrafondai in panciolle della Nato che dopo una collezione imbarazzante di disfatte ancora vengono spacciati alle masse come i nostri eroici ed insindacabili difensori. Oppure basti pensare al popolo palestinese tra tutti, infangato per decenni come gentaglia terrorista e incivile che si merita sangue e dolore quando in realtà non si tratta altro che di poveri cristi vittime di una delle operazioni coloniali e di pulizia etnica più vomitevoli della storia e che ha la sola colpa di non arrendersi ai deliri ideologici sionisti. Manipolazione di massa frutto di un sistema corrotto alla radice e cioè dentro ai suoi alfieri. Una corruzione morale e sostanziale che nasce dalla pandemia egoistica e narcisistica che ha infettato tutto. Pur di arrivare in cima, pur di comandare, pur di arricchirsi sono disposti a tutto, anche a vendere l’anima al diavolo. E per manipolare le masse non c’è nulla di meglio dell’odio. Odio che nasce della frustrazione per una vita insoddisfacente. Odio che nasce da pregiudizi e luoghi comuni inculcati fin dalla tenera età. Odio che nasce dalla paura. Paura del cambiamento e quindi di strade nuove lungo le quali i propri schemi mentali non funzionano. Paura del diverso che fa traballare le proprie fragili certezze esistenziali. Paura di guardarsi allo specchio e dover ammettere di aver avuto torto. Paura di perdere le proprie briciole materialistiche da cui si pensa dipenda il proprio fugace passaggio sul pianeta. Paura dell’ignoto e cioè della vita stessa dato che nessuno sa cosa diamine sia. Odio verso qualcosa e qualcuno là fuori senza rendersi conto che la vera sfida è dentro. Odio sfruttato dai potenti per controllare le masse attraverso i loro inservienti mediatici che fanno il lavoro sporco di limare gli eventi storici a seconda del tornaconto. E degli inservienti politici che sfruttano l’odio per dotarsi di fasulle identità politiche da smerciare al mercato elettorale. Odio sfruttato per far abboccare le masse a partiti e leader politicamente deceduti da tempo, tristi maschere dello stesso insulso sistema che promette ricette magiche e protezione, che promette di fermare il vento con le mani e manna a gogò per cani e porci salvo poi tirare a campare in un lercio stagno di ipocrisie e mediocrità. Anche la contrapposizione tra destra e sinistra è una pagliacciata in tempi di pensiero unico neoliberista e mafia lobbistica imperante. In un’era di immobilismo politico e devastante ingiustizia sociale, la vera contrapposizione è tra esclusi ed élite privilegiate, tra coloro che vogliono cambiare il sistema e coloro a cui invece conviene preservarlo. I partiti sono ridotti ad agenzie di marketing e i politicanti influencer che si buttano su ogni bolla mediatica per strappare like e alimentare odio contro i concorrenti con cui si devono spartire gli elettori superstiti mentre la propaganda di sistema travestita da giornalismo fa da palo ad un epocale furto di democrazia e mentre il mondo va in malora. Siamo addirittura al punto di un sistema che deruba cittadini in gravi difficoltà per finanziare guerre che non vogliono. Serve una via di uscita. Dobbiamo smetterla di farci manipolare e aizzare gli uni contro gli altri da un sistema anche moralmente corrotto. Dobbiamo risvegliarci dal torpore consumistico e riscoprirci tutti cittadini, tutti esseri umani a prescindere da ogni muro mentale. Persone con pari diritti e doveri e dignità e aspirazioni ad una vita degna di essere vissuta. E non c’è nulla da inventarsi, la via di uscita consiste semplicemente nel dar vita ad un paese che rispecchi le nostre consapevolezze. Dar vita ad una politica degna e una democrazia vera in cui il potere appartenga al popolo.
Non basta congelare il fronte: una pace credibile richiede un armistizio verificabile, garanzie giuridiche per Kiev e la ricostruzione dell’intero sistema di sicurezza continentale

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – L’Europa non ha bisogno di ripetere gli Accordi di Helsinki del 1975. Ha bisogno di recuperarne il metodo, liberandolo però dall’illusione che una dichiarazione politica possa, da sola, contenere eserciti, missili e ambizioni territoriali.
Il conflitto ucraino non è ormai soltanto una guerra tra Russia e Ucraina. È il punto di rottura di un ordine europeo costruito per stratificazioni successive: la Carta delle Nazioni Unite del 1945, l’Atto finale di Helsinki, la Carta di Parigi del 1990, il Memorandum di Budapest del 1994, l’Atto istitutivo tra Russia e Alleanza Atlantica del 1997, la Carta per la sicurezza europea di Istanbul del 1999 e gli accordi sul controllo degli armamenti convenzionali.
Quasi tutti questi strumenti sopravvivono formalmente. Politicamente, però, l’edificio che avrebbero dovuto sostenere è crollato.
Per questo una nuova Helsinki non dovrebbe essere immaginata come la conferenza solenne nella quale i capi di Stato celebrano una riconciliazione ormai raggiunta. Dovrebbe essere il lungo processo attraverso cui nemici ancora tali accettano di limitare la propria libertà d’azione perché hanno compreso che l’alternativa è una guerra permanente.
Il primo equivoco: Helsinki non fu un trattato di pace
L’Atto finale sottoscritto il 1º agosto 1975 da trentacinque Stati non concluse una guerra e non abolì la divisione dell’Europa. Non era neppure un trattato internazionale in senso tecnico, ma un insieme di impegni politicamente vincolanti. Gli Stati non lo sottoposero alle normali procedure di ratifica previste per gli accordi giuridici. La sua forza derivava dall’autorità politica dei firmatari, dalla pubblicità degli impegni e dal processo permanente di verifica reciproca che ne seguì.
La Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa non cancellò il Patto di Varsavia, non impose il ritiro sovietico dall’Europa orientale e non eliminò la presenza militare americana sul continente. Rese però il confronto più prevedibile. Collegò la sicurezza militare alla cooperazione economica, alla circolazione delle persone e al rispetto delle libertà fondamentali. Non cercò di eliminare il conflitto ideologico, ma di impedirgli di trasformarsi in guerra.
Questa è la vera lezione per l’Ucraina. Una nuova Helsinki non potrebbe fondarsi sull’idea che Mosca, Kiev, Washington e le capitali europee abbiano improvvisamente ritrovato interessi comuni. Dovrebbe partire dalla constatazione opposta: gli interessi restano incompatibili, ma il costo della loro collisione rischia di diventare insostenibile per tutti.
Il modello storico non è dunque la riconciliazione. È la coesistenza regolata.
Il diritto che Mosca ha sottoscritto
Il problema giuridico è più netto di quello politico. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia e l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati; l’articolo 51 riconosce invece il diritto naturale alla difesa individuale e collettiva in caso di attacco armato. L’ordinamento internazionale distingue quindi tra l’aggressione e la risposta all’aggressione, anche quando l’applicazione concreta di tale distinzione genera controversie.
L’Atto di Helsinki riprese e sviluppò questi principi attraverso il proprio decalogo: uguaglianza sovrana, rinuncia alla forza, inviolabilità delle frontiere, integrità territoriale, soluzione pacifica delle controversie, non ingerenza, autodeterminazione e adempimento in buona fede degli obblighi internazionali. L’inviolabilità delle frontiere non significava che esse fossero immutabili per l’eternità. Potevano essere modificate, ma soltanto attraverso mezzi pacifici e accordi liberamente raggiunti.
Qui si trova il nodo che impedisce di trasformare una nuova Helsinki in una semplice ratifica delle conquiste russe. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha respinto tanto l’annessione della Crimea nel 2014 quanto il tentativo di annettere le regioni di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporižžja, riaffermando l’integrità territoriale dell’Ucraina entro i confini internazionalmente riconosciuti.
Una conferenza che riconoscesse automaticamente come russe le terre controllate militarmente trasformerebbe il principio dell’inviolabilità delle frontiere nel diritto del vincitore. Ma una trattativa che pretendesse il ritiro russo completo prima ancora dell’apertura del negoziato avrebbe pochissime possibilità di cominciare.
La diplomazia deve quindi separare tre questioni che vengono troppo spesso sovrapposte: il controllo militare di fatto, la sovranità giuridica e lo status politico definitivo dei territori.
Fermare le armi senza legalizzare le annessioni
La soluzione meno irrealistica consisterebbe in un armistizio fondato sulla linea effettiva di contatto, senza trasformarla in frontiera internazionale. Le forze si arresterebbero dove si trovano o lungo una linea concordata, ma l’Ucraina non sarebbe obbligata a riconoscere la sovranità russa sui territori occupati.
Non sarebbe una pace definitiva. Sarebbe una sospensione giuridicamente organizzata della guerra.
La distinzione ha precedenti storici. L’armistizio coreano del 1953 pose fine ai combattimenti più intensi senza produrre un trattato di pace e senza risolvere la questione politica della penisola. La linea di separazione militare non divenne per questo una frontiera pienamente riconosciuta. Il conflitto rimase aperto sul piano giuridico, ma venne contenuto sul piano militare.
Anche nel caso ucraino si potrebbe congelare l’esercizio della forza senza cancellare le pretese delle parti. Kiev manterrebbe la propria rivendicazione sui territori occupati; Mosca conserverebbe il controllo materiale delle aree tenute dalle sue truppe; la questione dello status sarebbe rinviata a una trattativa successiva o a un processo politico di lunga durata.
È una soluzione sgradevole per entrambe le parti. Proprio per questo potrebbe essere negoziabile.
L’alternativa apparentemente più giusta — risolvere subito confini, sovranità, responsabilità e riparazioni — rischierebbe di impedire qualunque cessazione delle ostilità. Nella storia, le guerre vengono spesso fermate prima che le loro cause siano risolte. Pretendere che l’armistizio contenga già la pace definitiva equivale talvolta a rendere impossibile anche l’armistizio.
Budapest e la crisi delle promesse
Per Kiev il problema non è soltanto dove tracciare la linea. È capire che cosa accadrebbe il giorno successivo.
Nel 1994 l’Ucraina aderì al Trattato di non proliferazione nucleare rinunciando all’arsenale ereditato dall’Unione Sovietica. Russia, Stati Uniti e Regno Unito sottoscrissero il Memorandum di Budapest, impegnandosi a rispettarne indipendenza, sovranità e frontiere e a non usare la forza o la coercizione economica contro il Paese. Il documento entrò in vigore con la firma, ma non conteneva un meccanismo militare automatico paragonabile all’obbligo di difesa collettiva previsto dall’Alleanza Atlantica.
La lezione ucraina è brutale: un’assicurazione politica non equivale a una garanzia eseguibile.
Una nuova Helsinki non potrebbe dunque limitarsi a ripetere l’impegno a rispettare la sovranità ucraina. Dovrebbe stabilire in anticipo che cosa accadrebbe in caso di violazione dell’armistizio, chi accerterebbe la responsabilità e quali misure scatterebbero automaticamente.
Kiev e i suoi sostenitori chiedono garanzie robuste e giuridicamente vincolanti, insieme alla possibilità di mantenere forze armate sufficientemente forti da scoraggiare una nuova invasione. L’Unione Europea ha ribadito che le frontiere non possono essere modificate con la forza e che la sicurezza ucraina deve costituire parte integrante di qualsiasi accordo. Mosca sostiene invece che nessuna garanzia possa essere definita senza la partecipazione russa e considera la presenza stabile di truppe occidentali in Ucraina una minaccia diretta.
Sono posizioni difficilmente conciliabili. Una garanzia troppo debole sarebbe inutile per Kiev; una garanzia percepita da Mosca come adesione mascherata dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica potrebbe rendere inaccettabile l’intero accordo.
Una neutralità armata, non una terra di nessuno
La formula intermedia potrebbe essere quella di un’Ucraina esterna, almeno per un periodo concordato, all’organizzazione militare atlantica, ma non neutralizzata nel senso di disarmata o lasciata senza protezione.
La neutralità classica, come quella austriaca del 1955, nasceva da un equilibrio internazionale particolare e da un accordo accettato dalle potenze occupanti. Applicarla meccanicamente all’Ucraina sarebbe impossibile. Kiev non potrebbe rinunciare alla propria difesa dopo essere stata invasa, mentre Mosca non accetterebbe facilmente una neutralità accompagnata da un esercito ucraino integrato tecnologicamente e operativamente con quello occidentale.
Si potrebbe però costruire una neutralità armata e garantita. L’Ucraina manterrebbe consistenti forze convenzionali, difesa aerea, capacità di mobilitazione e industria militare. Un gruppo di Stati si impegnerebbe a fornire automaticamente armi, informazioni, sostegno finanziario e assistenza logistica in caso di nuova aggressione.
Non si tratterebbe necessariamente di promettere l’ingresso immediato in guerra dei garanti. Potrebbero essere previste risposte graduate: ripristino automatico delle sanzioni, consegne militari prestabilite, accesso accelerato a riserve di munizioni, protezione dello spazio aereo nelle aree non direttamente coinvolte e assistenza informativa.
Il valore della garanzia dipenderebbe dalla sua automaticità. Se ogni violazione imponesse una nuova discussione politica tra decine di governi, Mosca potrebbe scommettere sulle divisioni occidentali. Se invece le conseguenze fossero stabilite in anticipo, l’incertezza diminuirebbe.
Helsinki non basta: serve il diritto dei trattati
Il limite originario del modello del 1975 è oggi evidente. Gli impegni politici possono creare consuetudini, aspettative e costi reputazionali, ma non dispongono della stessa forza di un trattato dotato di procedure di verifica, organi di applicazione e meccanismi per la soluzione delle controversie.
Una nuova architettura dovrebbe quindi essere composta da più strumenti.
Il primo sarebbe un accordo di armistizio tra Russia e Ucraina, con cartografia precisa, distanze minime tra le forze, divieto di determinate armi nelle fasce di separazione e procedure per la gestione degli incidenti.
Il secondo sarebbe un trattato multilaterale sulle garanzie di sicurezza, sottoscritto dall’Ucraina e dagli Stati garanti, nel quale siano indicate le conseguenze di una nuova aggressione.
Il terzo riguarderebbe il controllo degli armamenti in Europa: missili a raggio intermedio, concentrazioni di truppe, grandi esercitazioni, basi, velivoli senza pilota, difese antimissile e armi nucleari non strategiche.
Il quarto dovrebbe disciplinare la sicurezza del Mar Nero, la navigazione commerciale, i porti, le infrastrutture energetiche e i cavi sottomarini.
Il quinto dovrebbe regolare sanzioni, ricostruzione, riparazioni e progressiva riapertura delle relazioni economiche.
La nuova Helsinki sarebbe dunque il quadro politico generale; sotto di essa dovrebbero esistere accordi giuridici separati e più rigorosi.
Ricostruire ciò che è stato distrutto dopo il 1990
Il fallimento europeo non comincia nel 2022. Dopo la fine della Guerra fredda, la Carta di Parigi del 1990 proclamò l’avvio di una nuova epoca di democrazia, pace e unità continentale. Nel 1997 l’Atto istitutivo tra Russia e Alleanza Atlantica affermò che le due parti non si consideravano avversarie e intendevano costruire una pace inclusiva fondata su reciprocità e trasparenza. Nel 1999 la Carta di Istanbul tentò di rafforzare il principio della sicurezza cooperativa.
Quell’architettura non fallì per mancanza di documenti. Fallì perché gli attori principali attribuirono ai documenti significati diversi.
La Russia interpretò la sicurezza indivisibile come il diritto a non vedere rafforzate alleanze militari vicino ai propri confini. I Paesi dell’Europa centrale e orientale interpretarono la propria sovranità come diritto di scegliere liberamente le alleanze. L’Occidente considerò l’allargamento dell’Alleanza Atlantica compatibile con l’ordine cooperativo; Mosca lo percepì come la progressiva istituzionalizzazione della propria sconfitta strategica.
Questa divergenza non giustifica l’invasione dell’Ucraina. Spiega però perché la semplice ripetizione delle formule degli anni Novanta non sia sufficiente. Ogni nuovo accordo dovrà definire con maggiore precisione il rapporto tra libertà di alleanza di uno Stato e percezione di sicurezza degli altri.
Non esiste una soluzione perfetta. Attribuire a Mosca un diritto di veto sulle scelte ucraine significherebbe limitare la sovranità di Kiev. Ignorare completamente le conseguenze militari di tali scelte significherebbe fingere che le alleanze siano atti puramente giuridici privi di effetti strategici.
La diplomazia serve precisamente a governare questo spazio ambiguo.
Tornare alle ispezioni prima che ai grandi proclami
Una nuova Helsinki dovrebbe ripartire dalle misure concrete che avevano reso più prevedibile il confronto tra i blocchi: notifiche preventive delle grandi esercitazioni, scambio di informazioni sugli organici, osservatori stranieri, ispezioni, linee dirette tra comandi e comunicazione immediata degli incidenti.
Il Documento di Vienna dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa prevede scambi annuali di informazioni militari, notifiche e osservazione delle attività più importanti, ispezioni e contatti tra le forze armate. Questi strumenti non eliminano la rivalità, ma riducono il pericolo che una mobilitazione venga interpretata come preparazione di un attacco.
Nel futuro accordo dovrebbero essere comprese anche le nuove forme di guerra: velivoli senza pilota, attacchi informatici, guerra elettronica, azioni contro satelliti, manipolazione delle informazioni e operazioni contro reti energetiche.
Il controllo degli armamenti del Novecento contava carri armati, aerei e pezzi d’artiglieria. Quello del XXI secolo dovrà controllare anche programmi informatici, sensori, piattaforme autonome e infrastrutture a duplice impiego civile e militare.
Senza verifiche tecniche, la pace sarebbe soltanto una dichiarazione. Con verifiche credibili, anche una pace fredda potrebbe durare.
Le sanzioni come scala, non come interruttore
Le sanzioni non dovrebbero essere eliminate in blocco alla firma dell’armistizio. Una revoca immediata priverebbe l’accordo del principale strumento di pressione rimasto all’Occidente. Il loro mantenimento indefinito, indipendentemente dal comportamento russo, eliminerebbe invece ogni incentivo per Mosca a rispettare gli impegni.
La soluzione dovrebbe essere progressiva. A ogni passo verificato — cessazione degli attacchi, arretramento di determinate armi, accesso degli osservatori, scambio dei prigionieri, restituzione dei deportati e protezione delle infrastrutture civili — dovrebbe corrispondere una riduzione predeterminata delle restrizioni.
In caso di violazione, le sanzioni dovrebbero tornare automaticamente in vigore, senza richiedere una nuova decisione unanime.
Il capitolo economico dovrebbe comprendere anche la ricostruzione dell’Ucraina e la questione delle riparazioni. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha sostenuto la creazione di strumenti per documentare i danni provocati dall’aggressione e ha riaffermato il principio della responsabilità per le conseguenze della guerra.
Ma anche qui servirà una distinzione. La ricostruzione urgente non può attendere la soluzione definitiva di ogni controversia patrimoniale. Dovrà cominciare subito, attraverso risorse europee, internazionali e, nei limiti consentiti dal diritto, beni russi immobilizzati o rendite da essi prodotte.
Il tavolo non può essere una nuova Yalta
Una conferenza tra Stati Uniti e Russia che decidesse il futuro dell’Ucraina senza Kiev riprodurrebbe la logica delle sfere di influenza. Sarebbe più vicina a Yalta che a Helsinki.
L’Ucraina dovrebbe partecipare come parte sovrana. Gli Stati Uniti sarebbero indispensabili per le garanzie militari. L’Unione Europea dovrebbe essere presente perché sosterrà la ricostruzione e applicherà una parte decisiva delle sanzioni. Regno Unito, Francia, Germania, Polonia e Turchia avrebbero ruoli differenti ma inevitabili.
La Cina non potrebbe essere ignorata. Non appartiene al sistema europeo di sicurezza, ma è il principale interlocutore economico esterno della Russia e possiede strumenti di pressione che nessuna capitale europea può esercitare. La sua partecipazione potrebbe avvenire attraverso un gruppo separato di garanti o mediante protocolli economici collegati alla conferenza.
L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa potrebbe fornire la struttura tecnica per verifiche, ispezioni e osservazione. Tuttavia, la regola del consenso, che in passato permise a Stati grandi e piccoli di partecipare su un piano formalmente paritario, oggi può trasformarsi in uno strumento di paralisi. Il nuovo sistema dovrebbe quindi prevedere organi tecnici capaci di funzionare anche quando il confronto politico generale resta bloccato.
La diplomazia nasce quando la vittoria diventa impossibile
Il vero ostacolo non è la mancanza di formule giuridiche. È la convinzione, ancora presente nelle parti, che continuare a combattere possa produrre condizioni migliori.
Mosca ha dichiarato di essere disponibile a negoziare, ma continua a sostenere che proseguirà le operazioni militari finché non saranno raggiunti i propri obiettivi. Nel luglio 2026 il Cremlino ha affermato che non esistevano prospettive immediate per la ripresa dei colloqui diretti e che attendeva nuove proposte americane, mentre la guerra continuava.
Kiev considera indispensabile un cessate il fuoco accompagnato da garanzie affidabili e continua a chiedere sistemi di difesa aerea e sostegno militare. L’Europa ritiene che un negoziato credibile richieda un’Ucraina abbastanza forte da non essere costretta ad accettare qualunque condizione.
La diplomazia non comincia quando tutti desiderano la pace. Comincia quando nessuno crede più di poter ottenere una vittoria decisiva a un costo accettabile.
Nel 1975 Stati Uniti e Unione Sovietica non si fidavano l’uno dell’altra. Erano però consapevoli che lo scontro incontrollato tra potenze nucleari avrebbe potuto distruggerle entrambe. In Ucraina questa consapevolezza non si è ancora trasformata in volontà politica sufficiente.
Una pace fredda è meglio di una guerra senza fine
Una nuova Helsinki non restituirebbe immediatamente all’Ucraina tutti i territori perduti. Non trasformerebbe la Russia in un partner affidabile. Non cancellerebbe l’allargamento dell’Alleanza Atlantica, la militarizzazione dell’Europa orientale o il risentimento accumulato dopo anni di guerra.
Potrebbe però sostituire il combattimento aperto con un conflitto regolato, delimitare l’impiego della forza, proteggere i civili e ricostruire una minima prevedibilità strategica.
Sarebbe una pace armata, sorvegliata e imperfetta. Ma tutte le grandi sistemazioni europee sono nate da compromessi imperfetti. Il Congresso di Vienna non cancellò le rivalità tra potenze; costruì un meccanismo per amministrarle. Il sistema di Locarno non eliminò il revisionismo europeo e si rivelò insufficiente, ma cercò di trasformare le frontiere in oggetto di garanzie collettive. Helsinki non concluse la Guerra fredda; contribuì a renderla meno incontrollabile.
Il punto non è restaurare una mitica casa comune europea. Quella casa non è mai esistita nella forma pacificata immaginata dopo il 1990.
Il compito è più modesto e più urgente: edificare muri tagliafuoco tra eserciti che resteranno ostili, stabilire porte attraverso cui continuare a parlarsi e impedire che ogni incidente diventi il primo giorno di una guerra più grande.
La nuova Helsinki, se mai nascerà, non sarà la celebrazione della pace. Sarà il riconoscimento che nessuno può più permettersi il prezzo della vittoria assoluta.

(di Valentina Brini – ANSA) – ROMA, 06 AGO – Questa è davvero “la volta buona”. Giuseppe Conte prende “finalmente” posto davanti a quello che bolla subito come un “plotone d’esecuzione”: la commissione Covid. E ribalta il tavolo, sfoderando una carta inattesa. L’ex premier annuncia di aver consegnato alla procura di Roma un fascicolo ricevuto in forma anonima che, sostiene, solleva nuovi interrogativi su una fornitura di mascherine della Jc Electronics.
Sfogliando il dossier, riferisce di aver ricevuto pochi giorni fa un verbale del 2022 e di aver deciso di portarlo subito ai magistrati, “per coscienza civica”. Da quelle pagine, precisa sempre usando il condizionale, emergerebbero elementi tali da giustificare un approfondimento anche sulla successiva transazione con cui, nell’ottobre scorso, la presidenza del Consiglio e il ministero della Salute hanno chiuso il lungo contenzioso con la società, riconoscendole circa 100 milioni di euro.
Più che un preambolo, è il suo contrattacco a Giorgia Meloni. Un affondo che completa a fine serata, fuori da Palazzo San Macuto: “Lei è la regista di questi attacchi”, scandisce, sfidando la premier ad affrontarlo “politicamente”, lasciandosi da parte “trucchetti” e “mezzucci” che “non portano a niente”.
Sull’accordo tra il governo e Jc Electronics Conte concentra la sua offensiva, auspicandone anche lo stop. “Come si fa a dare 100 milioni a Jc Electronics prima del giudizio cautelare? Non avete trovato sei milioni per le mammografie”, rincara la dose nella replica alla deputata di FdI, Alice Buonguerrieri. La risposta della società di Dario Bianchi, grande accusatore di Conte in commissione Covid, arriva a stretto giro: il documento evocato dall’ex premier, sostiene l’azienda con sede a Colleferro, “non è una novità”, perché “è già stato portato in giudizio dallo Stato, insieme al dossier della struttura commissariale, ed è uscito indenne dal vaglio della magistratura”.
Jc richiama le sentenze favorevoli ottenute, ribadisce che la conformità delle mascherine è stata attestata anche da Inail e Agenzia delle Dogane e invita l’ex premier, “se ha certezze”, a rinunciare all’immunità e a sostenerle “nelle sedi opportune”.
Tra i banchi della commissione d’inchiesta va invece in scena una lunga autodifesa di tre ore. Una relazione costruita nel nome di “trasparenza e rendicontazione”, passando in rassegna le scelte compiute a Palazzo Chigi tra il 2020 e il 2021. Il tono cambia di continuo: a tratti è l’avvocato e professore di diritto che ricostruisce norme e procedure, un attimo dopo torna il leader politico.
“Potete scavare quanto volete. Non troverete mai nulla di illecito”, scandisce rivolto alla maggioranza, rivendicando di aver agito “con disciplina e onore” e sostenendo che “i veri patrioti” erano quelli “in trincea” durante la pandemia, non chi oggi “specula”. “Non accetto lezioni sulla paura e sull’onore da chi non può darle”, rilancia, con un riferimento neppure troppo velato al voto sul caso Delmastro.
Poi passa ai dossier più contestati. Lo stato d’emergenza, insiste, era “necessario”, non una “dittatura sanitaria”, e quando fu prorogato dal governo Draghi “non vi ho sentito protestare”. Difende anche i Dpcm, ritenuti lo strumento “più idoneo” per inseguire un virus che correva più veloce della politica e comunque “impugnabili davanti al Tar”. Infine i vaccini: il suo governo avviò la campagna con “libertà di scelta”, rivendica, attribuendo a Mario Draghi l’introduzione dell’obbligo.
Lo sguardo si allarga anche all’Europa e alla battaglia contro i falchi del Nord che portò allo stop del Patto di stabilità e alla nascita del Recovery. Un passato da cui torna oggi a denunciare la decisione del governo Meloni di sottoscrivere la riforma del Patto e a criticare il piano di riarmo Ue. Poi si torna al fuoco di fila delle domande del centrodestra – dal mancato aggiornamento del piano pandemico alle scelte sui vaccini – con gli interventi di FdI targati Galeazzo Bignami e Francesco Filini.
Conte, incassando la vicinanza anche del suo ex ministro Roberto Speranza e del Pd, ricorda che “dal 2006 si sono succeduti otto governi”. Ma è sull’accusa di aver strizzato l’occhio al mondo no vax che affonda la stoccata più affilata: “Io non sono qui a prendere un voto no vax, li lascio tutti a voi. Se avessi accarezzato pulsioni antiscientifiche, saremmo il Paese con più morti in assoluto”. Dopo oltre cinque ore, cala il sipario sulla prima puntata. Il secondo tempo è già fissato per lunedì 14 settembre.
MELONI A CONTE, ‘VERITÀ SUL COVID UN DOVERE NON PROCESSO POLITICO’
‘Sapere è un diritto degli italiani, ma l’ex premier la butta in politica’
(ANSA) -Il lavoro della commissione Covid ‘non è un processo a una persona, tutt’altro. E francamente non capisco perché l’ex premier Giuseppe Conte non si sia unito fin dall’inizio al coro di chi chiedeva risposte alle troppe domande rimaste senza risposta e abbia invece scelto di mettersi sulla difensiva o, come nelle sue ultime dichiarazioni, di “buttarla in politica”. Non è un processo verso una persona, ma un dovere verso una nazione che ha pagato un prezzo altissimo. La verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani”. Lo scrive sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in risposta alle dichiarazioni del leader del M5s dopo l’audizione in commissione Covid.
‘Giuseppe Conte – scrive Meloni – sostiene che la commissione Covid sarebbe un ‘plotone di esecuzione’ orchestrato contro di lui. Solo che, a differenza sua, non mi interessa gettare fango su nessuno, né trasformare una tragedia che ha segnato milioni di italiani in un terreno di scontro personale.
Questo, semmai, è stato troppo spesso il metodo del Movimento Cinque Stelle: sostituire la ricerca della verità con il sospetto e l’insinuazione’. ‘Colpisce che, pur di sostenere questa tesi- prosegue la premier – si arrivi perfino a delegittimare il lavoro della commissione e di quei giornalisti che, in questi anni, hanno cercato di ricostruire fatti, decisioni e responsabilità, liquidandoli come parte di un presunto disegno contro di lui’.
‘Quello che dovrebbe interessare tutti, e che interessa soprattutto agli italiani – conclude – è una cosa molto più semplice: conoscere tutta la verità su ciò che è accaduto durante la pandemia, fare piena luce sulle decisioni assunte, sulla gestione dell’emergenza, sull’utilizzo delle ingenti risorse pubbliche impiegate e accertare eventuali responsabilità, ovunque esse siano’.
CONTE REPLICA A MELONI, ‘IO CI SONO, TU HAI 5 MINUTI PER RISPONDERE ALL’ITALIA?’
‘Dove sono le chat di Delmastro? A noi piace la verità, a voi fa male’
(ANSA) – ROMA, 06 AGO – “Cara Giorgia Meloni, io ci sono sempre stato e sempre ci sarò in ogni sede e occasione in cui si possano dare delle risposte al Paese”. Lo scrive sui social Giuseppe Conte, replicando alla premier e rilanciando il botta e risposta iniziato al termine della sua audizione davanti alla commissione Covid.
“C’ero anche oggi in commissione Covid. Dicci invece in quale cassaforte sono finite le chat del tuo amico Delmastro con un prestanome di un clan mafioso. Dicci dove sono finite le Regioni di centrodestra che avete scudato dalle domande sulla gestione Covid. Dicci quando Santanchè andrà in Tribunale senza protezioni e scudi sull’inchiesta per truffa Covid. Potrei continuare. Io oggi sono stato per ore a rendere conto e a rispondere. Tu li hai 5 minuti per rispondere all’Italia? A noi piace la verità, a voi evidentemente fa male”, aggiunge il leader del M5s.

“Il presidente Giuseppe Conte ha dimostrato ieri, ancora una volta, tutta la sua serietà istituzionale. Si è presentato a testa alta, ricostruendo con chiarezza e rigore la verità su quelli che sono stati gli anni più drammatici per l’Italia dal dopoguerra. Ha ricordato il peso delle decisioni assunte per difendere il Paese e ha fatto piena luce sui fatti, smascherando le strumentalizzazioni politiche di chi, mentre gli italiani combattevano contro il COVID, pensava esclusivamente a raccogliere qualche consenso in più. Meloni e Salvini, invece di assumersi le proprie responsabilità e collaborare per affrontare l’emergenza, hanno scelto la strada dello sciacallaggio politico, attaccando il Governo nel pieno della più grave crisi sanitaria della storia repubblicana. Conte ha smontato, punto per punto, anni di propaganda del centrodestra, costruita sulla sofferenza degli italiani con l’unico obiettivo di colpire un avversario politico che Giorgia Meloni ha sempre considerato il più temibile. La differenza è che la propaganda può durare per un po’, ma i fatti restano. E, puntualmente, continuano a smentire le bugie del centrodestra.” Così la deputata Carmela Auriemma, vicepresidente vicaria del gruppo M5S alla Camera dei Deputati e Coordinatrice M5S Provincia di Napoli.
—Ufficio stampa
On. Carmela Auriemma
Vicepresidente Vicaria del Gruppo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati
Coordinatrice M5S Provincia di Napoli
Dal caso Ruby a quello sulla nave Diciotti. Ecco quando la destra ha deciso di salvare sé stessa dalle richieste avanzate dall’autorità giudiziaria

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – Mercoledì è toccato ad Andrea Delmastro. Ma l’ex sottosegretario alla Giustizia, in affari col prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, non è stato l’unico «amichetto di partito», per parafrasare le parole del leader dell’M5s Giuseppe Conte, a essere salvato dalla destra dall’oblio politico e dalle richieste dell’autorità giudiziaria che in questo caso domandavano di acquisire le chat tra il meloniano e il suo socio, indagato per riciclaggio e intestazione fittizia di beni.
I corsi e ricorsi della storia sono tanti. Solo l’anno scorso l’aula ha protetto i fedelissimi della premier Giorgia Meloni. Parliamo del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su cui il collegio speciale di giudici, titolare del fascicolo sul torturatore libico Almasri, voleva continuare a indagare. Il trio l’ha fatta franca grazie ai voti della maggioranza.
Ma ci sono anche altri casi molto celebri, che la destra prova a far dimenticare: la richiesta di arresto per l’allora sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, accusato di complicità con la camorra. Era il 2009, Meloni era una giovanissima ministra della Gioventù nel governo Berlusconi. Quella destra lì bocciò l’istanza della procura di Napoli. Nel 2012 invece fu bocciata pure la richiesta per usare le sue intercettazioni. Poi dopo molti anni Cosentino venne condannato. Altro forzista salvato dalla sua stessa coalizione fu Luigi Cesaro, stesse ombre di camorra.

E così è accaduto in passato pure per Silvio Berlusconi: i pm di Milano, nel corso delle indagini sul Ruby ter, avevano chiesto di poter utilizzare undici intercettazioni telefoniche tra il Cav e alcune olgettine. La Giunta per le immunità aveva persino dato parere favorevole, ma alla fine la richiesta dei magistrati era stata respinta. E l’allora leader della destra assolto nel processo riguardante i fatti collaterali ai festini di Arcore. Ancora. Il ras della sanità privata Antonio Angelucci. Era il 2009 quando la procura di Velletri aveva chiesto gli arresti domiciliari del leghista nell’ambito di un’inchiesta su presunte truffe ai danni del Servizio sanitario regionale del Lazio, falso e associazione per delinquere. La Giunta per le autorizzazioni della Camera, con una relazione di maggioranza, aveva proposto di negare l’autorizzazione all’arresto. Il 22 aprile 2009 l’aula della Camera approvò. Tradotto: arresti non autorizzati. Misura cautelare a parte, però, il processo contro Angelucci è stato celebrato e il politico assolto perché «il fatto non sussiste» nel 2019.

Nello stesso anno il Senato ha respinto l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno dell’epoca, Matteo Salvini, per il caso della nave Diciotti. Tuttavia, nel 2025 la Cassazione ha stabilito che il trattenimento dei migranti sulla nave era stato illegittimo, condannando lo Stato al risarcimento dei migranti. E andiamo all’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè nei cui confronti, nelle scorse settimane, è stata chiusa l’inchiesta della procura guidata da Marcello Viola per bancarotta e truffa. L’ultimo guaio giudiziario per la senatrice di Fratelli d’Italia che però a gennaio è stata salvata dalla destra (e non solo).
Il Senato ha votato per l’insindacabilità delle opinioni di Santanchè, bloccando il processo a Roma per diffamazione nei confronti dell’azionista di minoranza della società Visibilia Giuseppe Zeno. Intanto un altro scontro è già all’orizzonte. Riguarda la vicenda Mps-Mediobanca. La procura chiede le conversazioni dei parlamentari nel telefono dell’ex direttore generale del ministero dell’Economia Marcello Sala. Si tratta di 11 parlamentari, tra cui Edoardo Rixi, Giancarlo Giorgetti, Giulio Centemero, Maurizio Leo, Matteo Salvini, Giovanbattista Fazzolari, Massimiliano Romeo, Antonio Misiani (unico non della maggioranza di governo). Cosa accadrà? Forse è già tutto previsto.