
(di Marcello Veneziani) – Donald Trump sembra aver riacceso nel mondo l’antiamericanismo. Di solito, un presidente conservatore accende l’antiamericanismo, un presidente progressista lo assopisce. Succede così almeno dai tempi di Kennedy. E dire che la prima vera ondata di antiamericanismo, che fu poi alle origini del ’68, nacque con la guerra in Vietnam intrapresa dal democratico Kennedy e continuata dal democratico Johnson; ma l’antiamericanismo più virulento si accese solo con Nixon, il repubblicano e conservatore che mise fine alla guerra in Vietnam, non proclamò altre guerre e avviò per la prima volta una feconda relazione con la Cina popolare e comunista di Mao. È curioso comunque pensare che alle origini dell’antiamericanismo degli anni a noi più vicini, ci sia stata proprio la gioventù americana dei campus universitari Usa, quella che si rivoltò a Berkeley e che poi contagiò, alcuni anni dopo, le università e le piazze d’Europa. L’antiamericanismo ha una matrice americana, statunitense. In origine, si sviluppò in America Latina sull’onda del mito di Cuba, di Castro e di Che Guevara, che avversavano l’imperialismo e il colonialismo yankee. E anche con Cuba fu l’America di Kennedy ad arrivare alle soglie di una guerra che avrebbe coinvolto anche l’Urss.
E in Italia? Il nostro rapporto con l’America è schizofrenico. Da una parte, infatti, le culture dominanti nel secolo scorso sono state quasi tutte critiche verso il modello americano: la cultura nazionalista e fascista, la cultura cattolica popolare, la cultura socialista, anarchica e comunista hanno sempre criticato l’american way of life e la potenza militare e imperiale, economica e pop degli Usa. Dall’altra parte siamo il paese che più di altri ha sposato e accettato lo status di provincia americana e di colonia sul piano dei costumi, dei linguaggi, della subalternità politica, economica e internazionale. Siamo diventati imitatori degli americani, rasentando il grottesco, come Renato Carosone e Alberto Sordi hanno simpaticamente figurato nel cinema e nella canzone. Un paese sdoppiato, tra antiamericani da corteo e servo-americani da palazzo. Storia di ieri e di oggi.
L’antiamericanismo si riaccese con la guerra nel Golfo nel 1991, e con lo strascico che poi si protrasse fino alla condanna a morte di Saddam Hussein. Campeggiarono in quella guerra due presidenti repubblicani, Bush padre e Bush figlio. Ma non furono da meno i presidenti dem: si pensi solo a Clinton e all’Ulivo planetario che portò all’intervento, anche italiano, in Serbia, a due passi dai nostri confini. Viceversa il filoamericanismo sorse con le reazioni terroristiche dell’islamismo radicale, il cui apice fu lo spettacolare, tragico attacco alle Twin Towers del 2001, quando nacque da noi un passaparola: siamo tutti americani. Ora vediamo riaffiorare questo referendum popolare tra filoamericani e antiamericani, e ci sembra di assistere a un film già visto. Ma questa volta il peso delle antiche pulsioni ideologiche e sentimentali dei tre filoni a cui ci riferivamo prima, conta ancor meno. E’ difficile infatti interpretare l’attuale polemica antiamericana alla luce di quelle culture e quelle ideologie del passato. E non è facile nemmeno giustificare la devozione per l’America con la gratitudine per l’accoglienza ai nostri emigrati o per averci liberato nella seconda guerra mondiale. Sono passati più di ottant’anni ormai per giustificare ancora il presente con gli occhi del passato remoto. E francamente quest’anno e più di presidenza Trump non ha bisogno di una pregiudiziale antiamericana per essere condannato: bastano e avanzano i suoi dazi, le sue minacce al mondo e alla distruzione delle civiltà in una notte sola, i suoi proclami di prepotenza, i suoi attacchi e le sue guerre, dopo aver preteso il Nobel per la Pace sulla base delle sue buone intenzioni, come era già accaduto a Obama, Premio Nobel per la pace assegnato in modo preventivo, prima ancora che si vedessero i suoi interventi bellici.
L’antiamericanismo ideologico non c’entra, altrimenti dovremmo considerare antiamericano anche il Papa americano Leone XIV, e prima di lui gli altri papi, compreso san Giovanni Paolo II, coi loro accorati, e vani, appelli contro la guerra e la supremazia Usa. Così come è difficile liquidare come antisemitismo la sacrosanta condanna dell’opinione pubblica dei crimini che commette impunemente l’Israele di Netanyahu.
Non possiamo far finta di non accorgerci che gli interventi militari americani, sia quelli di Trump che del suo predecessore Biden, sono in contrasto con i diritti sovrani dei popoli, il diritto internazionale e gli interessi geopolitici ed economici europei. Sono evidenti dietro le ragioni ideali e morali dell’interventismo americano gli interessi geostrategici e militari, economici e petroliferi americani. È comprensibile il diffuso dissenso per una guerra che non volevamo, che non era necessaria e che può produrre più danni di quanti dica di eliminare. Poi, in alcune minoranze vi può essere un residuo storico e ideologico di antiamericanismo, come in altre sparute minoranze vi è ancora una residuale ideologia filo-yankee da guerra fredda o addirittura da guerra mondiale. C’è un superstite antiamericanismo ideologico che fa il paio con un superstite filo-americanismo pregiudiziale. Spesso si accusa chi difende gli interessi domestici e sovrani di provincialismo: ma non è “provincialismo”, nel senso peggiore, ritenersi provincia dell’impero americano d’occidente e agire di conseguenza?
Contestabile è anche la convinzione che questa posizione critica verso gli Usa sia in Italia identificabile con l’area di sinistra antigovernativa. Non è vero: sono in tanti, anche a destra, a non condividere questa guerra e la linea interventista americana che la ispira. E lo fa non per derivazioni cattoliche, fasciste o comuniste ma per un intreccio di ragioni e di sensibilità nazionali, mediterranee ed europee, realistiche e morali, che nulla hanno a che vedere col pacifismo di sinistra e con la retorica degli arcobaleni. Del resto un leader nazional-europeo come De Gaulle, che sognava un’Europa dall’Atlantico agli Urali, dimostra che non c’è bisogno di essere radicali, anarchici o fascisti per ribellarsi al dominio americano nel mondo e alle sue pesanti ricadute in Europa.
Lasciamo stare dunque l’imbecille insinuazione ricorrente che affiora: ma tu ce l’hai con l’America. Personalmente da una vita mi sforzo di distinguere tra l’odio ideologico e preconcetto nei confronti degli Stati Uniti, da cui mi dissocio, e il rifiuto dell’americanizzazione del mondo: non ho nulla contro l’America e non nutro alcun odio verso un paese formidabile e contraddittorio, vitale e corrosivo, ma non amo l’americanizzazione del pianeta, l’uniformarsi passivo e automatico al modello americano, alla sua potenza e prepotenza. E indigna e avvilisce vedere una civiltà antica che rinuncia a se stessa per americanizzarsi. A chi ci rinfaccia oggi l’antiamericanismo ricordo che salutammo con favore il ritorno di Trump alla Casa Bianca perché le sue intenzioni di partenza ci parvero meritevoli di sostegno nonostante la sua più che sgradevole figura. Ce ne siamo pentiti alla luce dei fatti e comportamenti, non di pregiudiziali ideologiche. Poniamoci piuttosto la domanda ulteriore su questa guerra e sulla visione del mondo rispetto al futuro che vogliamo. Il problema americano non evoca il passato e le ideologie che lo accompagnarono ma implica il futuro, il ruolo che intendiamo riconoscere all’Italia, all’Europa e alle più antiche civiltà mondiali rispetto all’Impero Americano e al suo suprematismo. Chiedersi se preferiamo un mondo plurale e multipolare o un mondo unificato e governato da una superpotenza che risponde ai suoi interessi o che obbedisce alla volontà prepotente di un uomo solo, non vuol dire essere antiamericani. Vuol dire interrogarsi sulla vita del nostro presente in vista del nostro domani. Non si può accettare che nel nome di un’astratta libertà imposta con la forza nel mondo, si debba rinunciare alla libertà di essere noi stessi, sovrani in casa nostra e capaci di tutelare i nostri interessi e le nostre peculiarità che divergono da quelli americani. Ma qui il tema della critica agli Usa e a Trump diventa inevitabilmente il tema della critica all’Europa inetta e inerme e la necessità di rifondarla.

(Andrea Zhok) – Continuare ad attendersi che Orban facesse il “lavoro sporco” (così si chiama oggi il buon senso) impedendo a Ursula e Kaja di portarci allo scontro frontale con la Russia era comprensibile, ma stolido.
Se verranno meno i veti ungheresi alle politiche suicide della Commissione Europea, forse sarà il momento in cui qualcuno comincerà a muovere il culo senza usare il paravento del “cattivo Orban”.
O forse no.
Sappiamo tutti che carriere come quelle di Ursula e Kaja si fanno non per meriti morali o intellettuali, ma in quanto burattini che danno garanzie a gruppi di potere operanti dietro le quinte.
E il meccanismo delle odierne società “liberaldemocratiche” è stato pensato per isolare il potere dalle volontà popolari.
Chi è più in basso nella catena alimentare subisce di più le conseguenze delle scelte idiote dei vertici, è più incazzato, ha meno da perdere, ma ha anche meno potere per farsi sentire al vertice.
Chi ha di più, come medie o grandi imprese, è comunque ricattabile, perché in un sistema altamente competitivo basta perdere una commessa o subire un controllo fiscale o essere oggetto di uno scandalo montato ad arte, per perdere quote di mercato.
Il sistema dunque è tale che chi non ha niente da perdere e rabbia a sufficienza, ha però potere zero e zero capacità di autoorganizzazione; al crescere del potere cresce sia la tolleranza per il sopruso che, in parte, la ricattabilità.
Il meccanismo è stato studiato bene e dunque, molto semplicemente, andremo a sbattere.
La condotta criminale di chi ha lavorato costantemente per svendere le nazioni europee a gruppi multinazionali e la politica europea ai desiderata israeloamericani non sta trovando ostacoli rilevanti.
Dunque, tolto di mezzo l’ostacolo Orban, il moto di collisione con l’iceberg accelererà, con energia razionata e a costi esorbitanti, con interi settori industriali fuori mercato, disoccupazione esplosiva, ulteriore compressione salariale, inflazione, e quel poco di margine economico impiegato in commesse militari (infatti, per fare favori a terzi ci siamo creati nemici che prima non avevamo, e ora, giustamente, dovremo difenderci.)
Vorrei dire che c’è una via d’uscita, ma gli unici eventi “salvifici” al momento possibili sono una imprevedibilmente rapida risoluzione delle crisi ucraina e medioorientale. Altrimenti, per quanto riguarda la nostra traiettoria di continente europeo legato all’istituzione UE, siamo destinati ad andare a sbattere.
C’era una vecchia battuta di Petrolini a teatro, che di fronte a un’offesa proveniente dal loggione volgeva lo sguardo in alto verso lo spettatore ostile, dicendogli con un sorriso:
“Tranquillo, io mica ce l’ho con te…
Ce l’ho con quello vicino a te, perché non ti butta di sotto.”
Ecco, io non ce l’ho con le von der Leyen, le Kallas, la Commissione Europea.
Ce l’ho con quelli – poteri pubblici e privati – che verranno anch’essi travolti – che, pur potendo farlo, non le buttano di sotto.

(di Antonello Buzzi – tomshw.it) – La Francia sta compiendo un passo storico nel panorama tecnologico europeo: abbandonare Windows in favore di distribuzioni Linux per le postazioni di lavoro governative.
L’annuncio ufficiale arriva dalla DINUM (Direzione Interministeriale per il Digitale), uno degli organi centrali dell’amministrazione francese, e si inserisce in una strategia più ampia di sovranità digitale che potrebbe ridisegnare le scelte tecnologiche di molti paesi dell’Unione Europea. […]
[…] Il passaggio a Linux è classificato come uno dei tre “primi passi concreti” verso la riduzione della dipendenza digitale extra-europea, con la formalizzazione del piano attesa per l’autunno.
Entro quella scadenza, i responsabili del progetto dovranno definire nel dettaglio quali soluzioni adottare per postazioni di lavoro, strumenti collaborativi, software antivirus, intelligenza artificiale, database, virtualizzazione e apparecchiature di rete.
Le motivazioni politiche sono esplicitate senza ambiguità dai ministri francesi. “Dobbiamo diventare meno dipendenti dagli strumenti americani e riprendere il controllo del nostro destino digitale”, ha scritto David Amiel, Ministro per l’Azione Pubblica e i Conti, nel comunicato ufficiale.
Il ministro ha aggiunto che la Francia “non può più accettare che i propri dati, la propria infrastruttura e le proprie decisioni strategiche dipendano da soluzioni di cui non controlliamo le regole, i prezzi, l’evoluzione e i rischi.”
Anne Le Hénanff, Ministro Delegato per l’Intelligenza Artificiale e il Digitale, ha rafforzato questa posizione dichiarando che la sovranità digitale è una necessità strategica, non una scelta facoltativa.
Queste dichiarazioni arrivano in un momento di crescente distanza culturale e geopolitica tra gli Stati Uniti e i loro tradizionali alleati europei, un contesto che sembra aver accelerato la spinta verso l’indipendenza tecnologica.
Sul fronte sanitario, il governo francese ha già annunciato il mese scorso la migrazione della piattaforma per i dati sanitari verso una soluzione certificata entro la fine del 2026, un ulteriore segnale della portata sistemica di questa transizione.
L’adozione di una distribuzione Linux di matrice francese o europea appare la strada più coerente con l’obiettivo dichiarato di migrare verso soluzioni sovrane, eliminando di fatto gli interessi commerciali statunitensi dalle postazioni di lavoro della pubblica amministrazione.
Le implicazioni per le aziende software e di servizi con sede negli Stati Uniti sono tutt’altro che trascurabili. La Francia, in quanto membro di primo piano dell’Unione Europea, esercita un’influenza significativa sulle scelte degli altri paesi del blocco, e un’adozione riuscita di Linux a livello governativo potrebbe innescare un effetto a cascata verso altri dipartimenti, enti pubblici, organizzatori privati che collaborano strettamente con lo Stato, fino ad arrivare potenzialmente agli utenti finali. Non è la prima volta che un governo europeo tenta questa strada — si ricordano i casi parziali di Monaco di Baviera e di alcuni enti pubblici italiani negli anni Duemila — ma la scala e la determinazione politica di questo progetto sembrano di portata diversa.
Solo 6 mesi alla scadenza: tutti i numeri del flop Pnrr. Il Piano è dimagrito. I progetti attivati valgono 167,5 miliardi in tutto, quasi 30 in meno dei 194 della dotazione iniziale

(estr. di Monica Montella* e Franco Mostacci** – ilfattoquotidiano.it) – […] Sul sito Italia Domani è stato pubblicato a fine marzo il database Regis sullo stato di avanzamento del Pnrr al 26 febbraio 2026. Come noto, gli stanziamenti concessi all’Italia per il Piano ammontano a 194,4 miliardi (71,8 di sussidi e 122,6 di prestiti) e i lavori dovranno essere conclusi entro il 31 agosto 2026, in modo da poter effettuare tutte le verifiche entro la fine del 2026.
Tra cancellazioni, definanziamenti, rifinanziamenti e nuovi investimenti, le ultime modifiche nell’allocazione delle risorse, richieste alla Commissione europea e approvate a novembre 2025, hanno riguardato più di un quarto dell’ammontare complessivo del Pnrr. Sono stati introdotti anche strumenti finanziari che consentiranno di prorogare la realizzazione di alcuni interventi dopo il 2026, per non perdere i fondi.
[…]
I vari aggiustamenti al piano originario, resisi necessari dalla constatazione che non era possibile rispettare le scadenze e dalla irrealizzabilità di alcune misure, denotano una scarsa capacità di visione e di progettazione della governance italiana. Come si vede dal “prospetto riassuntivo” in pagina, a fronte di 191 miliardi di interventi (di cui 174 impegnati) i progetti attivi ammontano a 167,5 miliardi. La spesa effettuata a fine febbraio è di 93 miliardi, il 55,6% del totale. Il ritmo di pagamento negli ultimi mesi ha raggiunto i 3,5 miliardi mensili. Pur essendo fortemente cresciuto negli ultimi due anni, non appare sufficiente per completare i pagamenti nei prossimi sei mesi.
La diminuzione del numero di progetti è solo apparente ed è dovuto alla misura “Rafforzamento dell’Ecobonus per l’efficienza energetica” per 13,9 miliardi, raggruppati in un unico record, mentre in precedenza era possibile consultare il dettaglio (anche territoriale) degli oltre 60 mila beneficiari. L’ammontare complessivo dei progetti avviati e in corso di realizzazione è di 167,5 miliardi, quasi 30 in meno della dotazione finanziaria complessiva. Tra le misure ancora al palo o in ritardo la misura rafforzata 4.0 vale 4,7 miliardi di euro; alla competitività e resilienza delle catene di approvvigionamento strategiche mancano 3,2 miliardi di progetti; nello sviluppo del bio-metano secondo criteri per la promozione dell’economia circolare il vuoto da colmare è di 2,2 miliardi; il Fondo Rotativo Contratti di Filiera (Fcf) per il sostegno nei settori agroalimentare e affini attende 1,7 miliardi; lo strumento finanziario per l’efficientamento energetico dell’edilizia residenziale pubblica (Erp) 1,4 miliardi; lo sviluppo dell’agrivoltaico 1,1 miliardi; 1,1 miliardi il credito d’imposta di Transizione 5.0; il rafforzamento dell’efficienza dell’infrastruttura ferroviaria in Italia oltre un miliardo; il regime di sovvenzioni per gli investimenti in infrastrutture idriche (Fnissi) 1 miliardo.
Tra le 7 missioni in cui si articola il Pnrr, quella con il maggior […] stanziamento è “M2 – Rivoluzione verde e transizione ecologica” con 56,8 miliardi, di cui 11 non si traducono ancora in progetti. Anche “M1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”, con 43,3 miliardi stanziati e 35,7 attivati, presenta un deficit di progetti per quasi 8 miliardi, ma è l’unica con oltre il 70% di pagamenti effettuati.
[…] Tra i soggetti titolari il ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha una maggiore dotazioni di fondi su progetti attivati (38,2 miliardi), di cui la metà pagati. Va meglio al ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica con due terzi dei 25,5 miliardi progetti in essere e al ministero delle Imprese e del Made in Italy dove è già stato pagato l’80% dei 20,8 miliardi complessivi.
Il 4,5% dei progetti (7,5 miliardi di euro) è ancora in una fase preliminare che precede l’esecuzione, il 32,3% è stato completato (54 miliardi), il 56,4% è in corso di esecuzione (94 miliardi), mentre il 6,9% (11,5 miliardi) doveva già essere terminato ma è in ritardo. Nella precedente ricognizione del 14 ottobre 2025 il ritardo nell’esecuzione dei progetti era al 6,2%.

Relativamente al mancato avvio dell’esecuzione risulta sostanzialmente al palo il Fondo Rotativo (Fcf) per il sostegno dei contratti di filiera dei settori agroalimentare, pesca e affini per 2,3 miliardi di euro, in cui è stato di recente prorogato il termine per la presentazione di domande di contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati; il progetto Tyrrenian link (500 milioni di euro); il rafforzamento delle smart grid (391 milioni più altri 385 della misura rafforzata su 4 miliardi complessivi); il collegamento ferroviario Palermo-Catania ad alta velocità per passeggeri e merci (507 milioni su 1,2 miliardi); il piano asili nido e scuole dell’infanzia (197 milioni su 4,3 miliardi) e numerosi altri.
Le missioni con i maggiori ritardi nel completamento dell’esecuzione sono “M5 – Inclusione e coesione” (16,8%); “M6 – Salute” (16%); “M3 – Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (8,5%) e “M4 – Istruzione e Ricerca” (6,7%).
Tra le misure, ritardi nel completamento dell’esecuzione si riscontrano nel “Potenziamento dei nodi ferroviari metropolitani e delle linee ferroviarie interregionali e regionali” (1,9 miliardi di euro su 6,5 totali); la “Casa come primo luogo di cura” (1,4 miliardi su 2,8); le politiche attive sul lavoro e formazione professionale (1,4 miliardi su 3,6); il “Piano asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia” (809 milioni su 4,4 miliardi); il “Piano di messa in sicurezza e riqualificazione dell’edilizia scolastica” (809 milioni su 5 miliardi); la digitalizzazione degli ospedali (356 milioni su 2,8 miliardi) e molti altri. Il ministero delle Infrastrutture e Trasporti è il soggetto titolare che registrerebbe in assoluto il maggior ritardo nella fase di esecuzione con 2,7 miliardi di euro su 38,2 complessivi e, a seguire, il ministero della Salute (2,4 miliardi su quasi 15) e quello dell’Istruzione e del merito (2 miliardi su 17,4).
[…]
Tra i soggetti attuatori Rete ferroviaria italiana (Rfi) ha accumulato ritardi per quasi 2 miliardi di euro su 22 complessivi, mentre le Regioni – Lombardia e Campania su tutte – sono in grave difficoltà nel completamento dei progetti relativi alla Sanità.
Osservando i progetti del Pnrr per ambito territoriale regionale, ritardi a doppia cifra si registrano in Trentino Alto Adige (15,7%), Lombardia (12,7%), Campania (12,1%), Abruzzo (11,6%) e Calabria (10,7%), a fronte di una media regionale del 8,9%, con il Nord in maggiore ritardo. Tra i Comuni, il territorio di Roma Capitale usufruisce dei maggiori finanziamenti (oltre 7 miliardi) con progetti in ritardo di esecuzione per 414 milioni.
Risulta collaudato il 25,6% dei progetti (era il 22,2% al 14 ottobre 2025) per quasi 43 miliardi di euro, mentre il 2,6% (4,3 miliardi) doveva già essere terminato ma è in ritardo. Se si considera il sottoinsieme di progetti la cui esecuzione è conclusa (54 miliardi), per il 10% di essi il collaudo deve ancora iniziare, per il 79% è terminato, per il 10% è in corso di effettuazione e nel restante 1,4% è in ritardo.
L’ammontare dei pagamenti risente dello stato di esecuzione e completamento dei progetti. Come detto la percentuale dei pagamenti al 26 febbraio 2026 ha raggiunto il 56% dell’ammontare dei progetti avviati, ma sfiora il 90% quando il collaudo è completato, mentre è solo il 37% se ancora deve iniziare.
*Ricercatrice senior in campo economico e di contabilità nazionale presso l’Istat
(il lavoro riflette solo l’opinione dell’autrice)
**Ricercatore senior in campo statistico-economico e giornalista pubblicista

(di Francesco Battistini e Milena Gabanelli – corriere.it) – Fra le montagne dell’Asia Centrale c’è un’ex repubblica sovietica, il Kirghizistan, che ha solo 7 milioni d’abitanti e può contare su un esercito di appena 20 mila soldati. Eppure, dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, è entrato nella classifica dei maggiori importatori d’armi e di munizioni dall’Europa. Secondo l’Organizzazione no-profit Brookings Institution, in quattro anni le vendite al Kirghizistan dalla Germania sono passate dai 10 agli 80 milioni di dollari, dalla Spagna da 10 a 50, dall’Austria da 10 a 80, dalla Romania da 8 a 68. Crescita esponenziale dal Belgio, dall’Olanda, dalla Slovenia e pure dall’Italia, dove l’export d’armi leggere nel Kirghizistan, fra il 2021 e il 2025, è cresciuto da un milione a oltre 50 milioni di dollari.
Come molti pezzi dell’ex Urss, il Kirghizistan appartiene all’alleanza militare russa Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) creata nel 1992, ospita una base militare di Mosca ed è legato al Cremlino dall’Unione Economica Eurasiatica. Stanno alla larga dagli affari col Kirghizistan Paesi come la Francia, la Polonia, la Finlandia, la Svezia e i Baltici. Invece secondo l’Istituto tedesco di ricerca economica (Ifo), negli ultimi tre anni le armi esportate in Kirghizistan da Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono passate da zero a decine di milioni di euro. Di fatto l’etichetta, appiccicata sulle casse che dall’Europa arrivano nella capitale kirghiza Biškek, è solo un indirizzo di copertura: la destinazione finale di tutte quelle armi è la Russia. L’inviato europeo per le Sanzioni, David O’ Sullivan, ha detto il 26 febbraio che «l’Ue sospetta che il Kirghizistan stia riesportando merci europee in Russia». E le armi sono fra queste merci.
In Italia il mercato delle armi è regolato da una legge severissima, almeno sulla carta: (…) nessuno può produrre quel che gli pare: devi sempre dire che cosa tratti e chi è il cliente.
L’Europa ha una posizione chiara: sì alle forniture militari per l’Ucraina, no a qualsiasi aiuto a Mosca. Dai tempi dell’annessione della Crimea (2014) nessun’arma può entrare in Russia e dal 2023 è proibito «vendere, trasferire, fornire o esportare in Russia armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni, anche se si tratta di armi a uso civile».
In Italia il mercato delle armi è regolato da una legge severissima, almeno sulla carta: la legge 185, votata dal nostro Parlamento nel 1990, che impedisce di rifornire i Paesi in guerra o che violino i diritti umani. Questo vale per il materiale militare e per il cosiddetto «dual use», cioè la vendita di tecnologie civili che possano essere trasformate in armamenti. Prima di spedire armi al di fuori dell’Ue, un’azienda deve avere un’autorizzazione del ministero degli Esteri a negoziare, un’autorizzazione all’esportazione e una licenza delle dogane che ispezionano la merce, sia che si tratti di componenti per armi che di prodotti finiti. La legge dice che nessuno può produrre quel che gli pare: devi sempre dire che cosa tratti e chi è il cliente. E quando ricevi il permesso di negoziare, prima della stipula del contratto, devi ottenere un certificato d’uso finale – lo user certificate, appunto –, rilasciato dallo Stato che compra, per dichiarare lo scopo cui è destinato il materiale. Solo dopo questi passaggi si può procedere alla produzione dell’arma e ottenere la licenza d’esportazione.
I produttori d’armamenti, dunque, sono obbligati a rispettare le rigide procedure dell’Ue e quelle nazionali. Ma com’è possibile, allora, che le armi arrivino ugualmente a Putin? Un anello debole è sicuramente il sistema delle dogane. Tanto in Italia quanto nel resto d’Europa, i controlli dei container avvengono a campione: se il componente d’un proiettile che passa per un porto è solo un tubo di ferro, non è facile intercettarlo. Poi bisogna metterci il munizionamento intelligente che lo trasformi in un’arma e lì si entra nel mercato delle tecnologie da vendere a un Paese straniero. Per esempio, l’Ucraina è in trattativa per fabbricare munizioni del gruppo Leonardo, ma la concessione della licenza è complessa: chi controlla che i proiettili fabbricati restino a Kiev e non finiscano su altri scenari di guerra? Anni fa l’Iran chiese all’Italia d’acquistare elicotteri civili per elisoccorso, ma la fornitura fu bloccata quando si capì che potevano essere modificati in velivoli militari. Inoltre, la politica estera di molti Paesi è spesso diversa dalla politica commerciale. E le regole non valgono per tutti. Le grandi aziende italiane, dei Paesi del G-7 e della maggior parte dei Paesi Ue sono obbligate a una certa trasparenza sui dati commerciali: chi aggira le regole lo fa appoggiandosi a consociate di Paesi molto più «elastici», perché ci sono società extra Ue e anche europee, soprattutto di Paesi come la Slovacchia, che non hanno leggi severe come la nostra 185 e non rendono pubblici i dati. Non dicono esattamente dove esportano: indicano solo se si tratta di Paesi Ue o extra Ue, della Nato o extra Nato. Di sicuro le sanzioni rendono il mercato più complicato e costoso, ma le triangolazioni aiutano ad aggirarle. E in questo aiutano anche le posizioni politiche dei governi. L’Ungheria del filorusso Victor Orbán ha costruito la sua campagna elettorale contro ogni aiuto all’Ucraina, ostile anche il premier slovacco Robert Fico che lo scorso 27 ottobre ha dichiarato: «Mi rifiuto di partecipare a qualsiasi programma mirato ad aiutare l’Ucraina nella gestione della guerra e delle spese militari». Posizione simile a quella di Andrej Babiš, premier della Repubblica Ceca.
(…) nonostante siano in vigore 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, sono diversi i Paesi che partecipano al traffico con Mosca.
Sta di fatto che oggi, nonostante siano in vigore 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, sono diversi i Paesi che partecipano al traffico con Mosca. Infatti le cifre dimostrano che molti produttori aggirano limiti e divieti, vendendo a governi Ue che a loro volta esportano dove non ci sono sanzioni alla Russia: oltre al Kirghizistan ci sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, la Turchia, l’Armenia. E solo in Armenia, fra il 2021 e il 2023, l’Italia ha aumentato le esportazioni del 1.133%. Questi Paesi non hanno l’obbligo di rendere conto a chi rivendono: una volta forniti allo Stato, da cui hanno comprato i documenti essenziali e il certificato d’uso finale richiesto dalle direttive europee, nessuno può sindacare su chi siano poi i clienti del Kirghizistan o dell’Armenia.
Di per sé triangolare non è vietato, ma con Mosca sì e la legge russa non obbliga a dichiarare da chi si compra. La triangolazione è quel che gli studiosi dell’Ispi chiamano «l’effetto palloncino»: se stringi da una parte, l’aria si sposta dall’altra; se si chiude un Paese, si passa per un altro.
Secondo l’Ifo, il 36% dei componenti militari europei arriva sul mercato russo attraverso la Turchia, la Cina (23%), Hong Kong (16%) e gli Emirati arabi (10%): in gran parte, vengono utilizzati nella produzione dei droni russi Geran-2. L’intero Caucaso e tutta l’Asia Centrale sono coinvolti in questo business. Il Kazakistan, per esempio: legato a Mosca da accordi militari ed economici è oggi uno dei primi 40 importatori d’armi al mondo. E in Europa compra strumenti per la lavorazione dei metalli necessari per la produzione di armamenti, componenti elettronici, radio, apparecchi per comunicazioni nei droni e in altri sistemi d’arma, pistole e fucili di precisione Beretta, Sako e Tikka. E poi droni turchi Bayraktar Tb2, Bayraktar Akıncı, droni Tai Aksungur e Tai Anka, sistemi missilistici S-300 e Pechora-2Bm, blindati emiratini, fucili da cecchino, pistole, lanciagranate, razzi.
Dal 2023 a oggi sono cresciute tutte le aziende europee che fabbricano armi e munizioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, solo dall’Italia sono arrivate in Russia 6.254 armi e un milione 107mila munizioni. Pistole semiautomatiche, fucili da caccia e di precisione in dotazione alle forze speciali. Nell’ottobre 2023, un anno e mezzo dopo l’inizio della guerra, all’esposizione internazionale OrelExpo di Mosca era possibile ancora acquistare pistole austriache Glock, fucili tedeschi Blaser, carabine americane Barrett, semiautomatiche Beretta. Proprio l’azienda italiana ha posseduto a lungo la maggioranza delle azioni d’un grande importatore russo considerato vicino a Putin, Mikhail Khubutia, organizzatore dell’esposizione OrelExpo. Nella Repubblica Ceca è emerso il gruppo Csg (Czechoslovak Group) che controlla più di cento società in oltre 70 Paesi: nel primo anno di guerra ha dichiarato ricavi per 1,73 miliardi di euro e oggi è valutato 33 miliardi di dollari. Csg fa da anello di collegamento di tutte le società che usano le triangolazioni in Asia Centrale e ha appena acquistato anche l’italiana Fiocchi Munizioni, la storica azienda di Lecco fondata nel 1876. Qual è lo scopo di quest’acquisizione? Utilizzare una piattaforma italiana per esportare munizioni? Nel 2022, appena prima della guerra, la Fiocchi vendeva in Russia 280mila cartucce «per uso venatorio-sportivo». Ora sappiamo che la Csg, attraverso partecipazioni e sub-forniture, arriva un po’ ovunque: nella Repubblica Ceca controlla gli americani del gruppo Colt e l’Stv che fornisce armi all’Ucraina; in Slovacchia esporta grazie a Zvs e Vop; in Ungheria è in affari coi tedeschi di Rheinmetall, Beretta, Mfs e Hindenberger. Il suo proprietario, il miliardario ceco Michal Strnad, 5 miliardi di patrimonio personale, dice che Csg diventerà il primo gruppo europeo d’armamenti.
C’è infine una interessante ex repubblica sovietica, il Turkmenistan, che non vende e non compra, eppure ospita gli uffici di tutti i maggiori player mondiali del mercato delle armi: stanno tutti lì perché è lì che si negozia.
Sta di fatto che il mercato è fiorente e Vladimir Putin, dopo avere convertito molte delle industrie alla produzione bellica, può permettersi anche di vendere: il 3 febbraio ha annunciato orgoglioso che nel 2025 Mosca ha «esportato armamenti per 15 miliardi di dollari in 30 Paesi». Se il dato è vero, si tratta dello stesso budget che la Russia aveva prima della guerra e questo, secondo il centro di ricerche Defense News, significa due cose: gli affari non si sono mai fermati e le sanzioni non hanno mai funzionato.
L’Anticristo evocato dall’imprenditore e politico tedesco è un grande attore che finge di assumere i tratti di Cristo. È bene che questi grandi simboli ritornino sulla bocca dei potenti perché viviamo tempi apocalittici

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – Circola per il mondo l’ideologue per eccellenza del mondo trumpiano tenendo conferenze riservate alle élite più esclusive sulla figura dell’Anticristo. Non si comprende bene se per annunciarne la venuta o per denunciarne l’operosa presenza. Ancora meno che cosa precisamente Mr. Thiel intenda con essa. Una serie di tremende battaglie precede il Giorno del Giudizio, in cui la Città santa, la nuova Gerusalemme scenderà dal cielo, dove se ne stava presso il Signore, acconciata come una sposa. Battaglie dall’alterna fortuna; ora le potenze dell’Anticristo sono sconfitte, sembrano annientati i loro eserciti, ed ecco invece che si raccolgono e ritornano di nuovo. Alla fine sono esse che circondano il “campo dei santi” e soltanto il Fuoco che cade dal cielo le getta nell’abisso per tutta l’eternità. I “santi” debbono attendere questo Giorno armati di tutta la loro pazienza. La vittoria non sarà opera loro.
Che senso immagina abbia Mr. Thiel la propria venuta? I poteri che rappresenta incarnano la misteriosa figura, evocata da San Paolo, di colui che trattiene o frena la piena affermazione dell’Anticristo? Oppure considera tale figura un ostacolo che ritarda la definitiva vittoria del Signore, e vorrebbe perciò toglierla di mezzo al più presto? Oppure, ancora, ritiene che gli eserciti a sua disposizione siano in grado di realizzare con le proprie forze il nuovo cielo e la nuova terra? Che il Signore abbia conferito a loro direttamente questa salvifica funzione? Parrebbe quest’ultima l’interpretazione più adeguata. Se pensiamo di poter annientare una civiltà millenaria, poiché ritenuta immagine della Babilonia ricettacolo di dèmoni, dimora di tutti gli spiriti impuri e ributtanti, è chiaro che consideriamo noi stessi depositari e artefici in terra della volontà divina. Ora, proprio la sua capacità di assumere i tratti, il volto, le stesse parole del Cristo caratterizza l’Anticristo. Perciò nei secoli è tremendamente arduo distinguerli. Questo rende così forte la seduzione che l’Anticristo esercita sui popoli. Anche egli compie opere straordinarie, avvalendosi di idoli e falsi profeti. E sempre distrugge e fa guerra promettendo pace e sicurezza. Ne ha spiegato la vera natura il più grande filosofo russo contemporaneo, ispiratore di Dostoevskij, Soloviev: l’Anticristo mira alla istaurazione dello Stato mondiale, annullando ogni differenza nazionale, culturale, religiosa. Rivendica a sé il potere di fare che ciò che è stato non sia, cessi per sempre di essere. Il suo potere non ha memoria. Soltanto il presente del suo regno conta per lui. L’altro non è riconoscibile se non come un momento da superare. Egli predicherà col volto di Cristo: forse che esistono differenze o contrasti sotto la tenda del Signore? Forse che il Suo popolo sarà ancora diviso? Ecco, «faccio nuova ogni cosa» dice Colui che siede sul trono. L’Anticristo è un grande attore, sa fingere di esserlo.
È bene che questi grandi simboli ritornino sulla bocca degli attuali potenti della terra. Essi aiutano a comprendere che i tempi che viviamo sono davvero apocalittici. Tali cioè da richiedere decisioni ultime. Può essere che la spinta verso forme sempre più complesse di aggregazione in ogni campo dell’attività umana debba sfociare in un Ordine politico globale; può essere che questa sia una tendenza inesorabile. Ma essa può concepirsi secondo forme anche opposte. Attraverso una “modesta” rete di accordi economico-commerciali, in base ad una ratio essenzialmente economica, dalla utilità per tutti i contraenti riconoscibile e calcolabile. Una estrapolazione, in fondo, di quella ratio per cui “un tempo” abbiamo cessato di massacrarci come lupi. Potremmo però compiere un passo più virtuoso verso la “pace”: dal contratto al trattato politico, dalla semplice rete di reciproci interessi a veri patti o foedera tra i grandi spazi imperiali che hanno in mano i destini del pianeta. Nell’ambito di questi foedera troverebbe posto la fondazione di organi sovra-statuali, dotati di potere giudicante sulle liti tra le tribù della terra, tribunali appunto.
Compiti “modesti” come si vede, rispetto all’instaurazione di un autentico Stato mondiale. Compiti cui sembravano pure dedicarsi, con più o meno buona volontà, e tra mille contraddizioni, i due Titani usciti vittoriosi dalla seconda Grande Guerra. Ora il segno dell’apocalisse sembra irresistibilmente tendere alla terza possibile soluzione: lo Stato mondiale non può che essere lo Stato di uno solo. Più la terra si fa piccola, più lo Spazio globale esonda da ogni limite territoriale per farsi aereo-cosmico, più sembra non esservi luogo per una pluralità di potenze. Dal mercato all’oligopolio e, infine, al monopolio. Realizzato da noi, dal più forte tra noi, da chi è in grado di trattare il suo nemico come un semplice criminale, imponendogli la pena. Ma ciò, inutile illudersi, non sarà realizzabile se non attraverso la Grande Guerra.
Guerra che mostrerà marchiati a sangue sul proprio volto i segni dell’Anticristo. I segni del potere umano quando si pretende assoluto; il marchio di chi ritiene di poter annullare anche il più infimo tra i viventi; di chi si maschera come il Bene destinato a trionfare contro le tenebre, la selva oscura altrui. D’altronde già conosciamo tutto l’armamentario dell’Anticristo almeno dalla prima Grande Guerra. «La Croce è ormai in rotta?», si chiedeva allora Karl Kraus. Non più in punta di piedi viene il Maligno a chiedere prole alla morte. «L’odio deve levarsi; non è fatto l’amore per essere infinito». Reale e invincibile solo il primo? Idillica illusione l’esistenza del secondo? Vale solo il potere? Mr. Thiel viene a insegnarci come contrastare e combattere le iene dell’Anticristo o come salire sul loro carro, quello del destino?
“La pace non è a misura d’uomo. È solo un intermezzo”

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] Massimo Donà, lei ha amato più la tromba o la filosofia?
Da ragazzo valutavo l’idea di trovarmi un lavoro per poter poi permettermi il piacere.
Filosofare era una noiosa fatica e invece fare jazz una imperdibile gioia terrena.
Ho presto scoperto invece di essere fortunato: mi piace da morire sia insegnare che suonare. E infatti mischio parole e musica, accetto di parlare di filosofia e poi di fare jazz. Stessa sala, ritmi e riflessioni apparentemente distanti. So come avvicinarle.
[…]
Quanti concerti all’anno?
Almeno una quarantina, ora dalla tromba sono passato alla chitarra. Prezzi modici Il giusto per un quartetto come il nostro.
Lei è stato un discepolo modello di Emanuele Severino, il grande pensatore.
Si, il maestro.
Ed è stato l’umile fan di Dizzy Gillespie, l’icona del jazz
Ho trascorso con lui una giornata intera. Sbalordito, entusiasta, perennemente memore di tanta fortuna.
Lei è veneziano quanto Massimo Cacciari che l’ha trascinata nella ricerca filosofica.
L’estetica soprattutto
Ecco, l’estetica del mondo attuale, ciò che lo definisce e lo illustra, è la morte. Le guerre sembrano elementi consuetudinari della narrazione serale, quasi come un interminabile format tv. Bombe, distruzioni, morte.
Shakspeare diceva: l’uomo è capace di fare cose che nessun animale farebbe.
L’uomo è senza limite?
Non conosce il senso del limite, e, nel caso ne sia in qualche modo consapevole, ambisce sempre a superarlo. Non ha vincoli, non sente ragioni. L’essere umano non è affatto meglio degli animali che invece si fermano, trovano un punto da non oltrepassare.
Professore, sto pensando a Donald Trump
Si è chiesto se quest’uomo abbia un limite, se mai fermerà la sua aggressività? Beh, mi metterei l’animo in pace: temo che non ha limiti. Intanto ripensiamo a un fatto: la pace non è a misura d’uomo. La pace, nella storia, è un intermezzo più o meno breve di guerre assai spesso lungamente combattute.
[…]
È la guerra ad essere la cifra identitaria della nostra civiltà
Purtroppo sì. Tutti i vincoli che ci siamo dati, le forme di dissuasione, il multilateralismo, l’Onu, sono limiti provvisori, posticci.
Parlava della naturale pulsione dell’uomo.
Esiste una pulsione (Freud le chiamava “pulsioni inconfessabili”) a superare sempre il limite, ad avvicinarci ancor di più all’impossibile. Se infatti andiamo alla radice del nostro pensiero, scopriremo che esso valuta possibile tutto ciò che si sia ritenuto impossibile.
Restando con i piedi piantati nella realtà, sembra davvero che siano sparite le buone notizie, sembra scomparsa la gioia, sviata altrove la felicità. Solo guai o morte.
L’uomo è più attratto da ciò che si configura come indecifrabile. E la morte (che non dominiamo) possiede il primato dell’indecifrabile.
Della morte non sappiamo nulla
Heidegger ci ricordava che l’essere umano vive per la morte. Diciamocelo: la morte è l’unico vero grande mistero per l’uomo, Perciò attrae così tanto.
Poi ci sono le nostre un po’ sordide piccolezze. Una vicenda di cronaca nera, l’assassinio di Chiara Poggi avvenuto anni fa, diviene uno spettacolo continuo in cui la protagonista sparisce. Chiara esiste solo come elemento accessorio, comparativo.
Il caso Garlasco introduce l’enigma, il gusto di vedere se le cose non stiano invece altrimenti rispetto a come vengono proposte. Naturalmente c’è indifferenza per la morte della ragazza.
[…] Garlasco diviene un gioco mentale.
Si realizza e si compone nella teoria dell’altrimenti. Più che il sospetto è il piacere di immaginare che i fatti possano essersi svolti diversamente.
La filosofia del sospetto. D’altronde l’uomo è cattivo
Molto più degli animali.
Pubblichiamo un paragrafo del nuovo libro del presidente del Movimento 5 stelle in vendita da domani

(di Giuseppe Conte – repubblica.it) – A margine del vertice Nato di Londra del dicembre 2019, si svolse un bilaterale con il presidente Trump, organizzato prima che lui ripartisse. Mi feci accompagnare dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini per fare il punto su varie questioni, ma soprattutto portare all’attenzione del presidente Usa un dossier molto delicato per il nostro paese: la situazione in Libia, dove infuriava la guerra civile e il generale Haftar aveva intrapreso un’operazione militare che mirava a conquistare Tripoli e a rovesciare il governo di accordo nazionale. Davanti al disimpegno degli Stati Uniti in quell’area per noi strategica, intendevo ribadire a Donald Trump che era cruciale che il suo paese non trascurasse la reale portata di quanto accadeva in Libia.
(….) La mia insistenza non cadde nel vuoto. I risvolti economici lo interessarono molto: «Mi dicono che il petrolio libico sia di ottima qualità. Che aspettate a sbarcare lì con il vostro esercito? Forza, andate e prendetevelo voi!».
Questo invito spiazzante mi lasciò di sasso. Emergeva la distanza siderale che ci separava sulla concezione del diritto internazionale e sul rapporto tra Stati sovrani. Mi tornò alla mente l’intervento militare in Libia fortemente voluto da Sarkozy nel 2011, che, partendo da un mandato Onu limitato alla protezione della popolazione civile, aveva portato alla caduta del regime di Gheddafi, innescando un’instabilità di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Risposi molto seriamente: «Noi ci sentiamo vincolati al diritto internazionale, la nostra forza è far dialogare le fazioni in lotta per orientare tutti a una soluzione. Stiamo lavorando per raffreddare lo scontro armato e per avviare un processo di stabilizzazione politica e di pacificazione nazionale. È il modo migliore per respingere l’influenza di potenze straniere e tutelare i nostri interessi strategici in linea con lo sviluppo del fianco sud della Nato. Ma se gli usa non ci aiutano, sarà molto complicato riuscirci». Gli chiesi esplicitamente di riconoscere all’Italia questo ruolo strategico per cercare di pacificare la regione. Lui si rivolse al suo staff, dal ministro della Difesa al consigliere per la Sicurezza nazionale, dicendo loro di provvedere di conseguenza. Usciti dal bilaterale, il ministro Guerini non riusciva a nascondere la sorpresa per la confidenza con cui conversavo con Trump e il tono «diretto» con cui lui trattava le questioni anche più complesse e delicate.
(…) L’esito dell’incontro fu decisamente utile, tanto è vero che, qualche giorno dopo, la stampa riportò alcune dichiarazioni da cui emergeva che l’Italia, con il pieno appoggio degli Stati Uniti, avrebbe svolto un ruolo strategico nel contesto del Mediterraneo e libico in particolare.
(…) Si è molto favoleggiato su questo mio rapporto con Trump. Qualcuno ha voluto malignare immaginando chissà quali concessioni sia costata a me e all’Italia.
(…) La realtà è che durante i miei governi abbiamo avuto eccellenti rapporti con gli Stati Uniti, rispettando la tradizionale alleanza ma senza nessuna subordinazione. La nostra condotta non acquiescente ha prodotto anche qualche tensione. Ad esempio quando, nel marzo 2019, sottoscrivemmo con la Cina il Memorandum of Understanding riguardante la Belt and Road Initiative. Era importante tentare di riequilibrare la nostra bilancia commerciale con una economia in continua crescita e offrire ai nostri imprenditori nuove opportunità di espansione verso l’enorme mercato cinese.
Gli americani non furono contenti. Ci arrivarono alcuni avvertimenti e pressioni diplomatiche. Ma fui molto chiaro: io ero il premier di un paese alleato, non subalterno agli Stati Uniti. Non intendevamo affatto mettere in discussione i nostri storici rapporti con Washington, ma questo non poteva implicare una rinuncia a esplorare nuove opportunità di affari per le nostre imprese né tantomeno a proseguire un partenariato strategico con la Cina impostato sin dal 2014.
Giorgia Meloni ha invece lasciato scadere l’accordo sulla Belt and Road Initiative, senza rinnovarlo. Ha comunicato l’uscita ufficiale a dicembre del 2023, dando un chiaro segnale di compiacenza agli americani. Ma, dopo aver consolidato le proprie credenziali atlantiste, ha compiuto tentativi quasi affannosi per «ricucire» i rapporti diplomatici ed economici con Pechino. Agli inizi di luglio 2024, il ministro delle Imprese Adolfo Urso era in Cina per cercare partnership industriali nell’ambito della mobilità elettrica al fine di realizzare in Italia una piattaforma produttiva utile a contrastare il declino dell’automotive. Un tentativo disperato.
A fine luglio 2024 anche Giorgia Meloni si è precipitata in Cina per provare a rilanciare un piano d’azione per un «Partenariato strategico globale Cina-Italia». Ma neppure i più ardenti apologeti del governo Meloni hanno provato a descrivere questi goffi tentativi come una strategia di successo.
L’ex premier racconta nel suo libro i tentativi dell’ex Bce per farlo fuori e le chiamate mattutine del garante per i suoi no su armi e giustizia: “Fai cadere il governo?”. Poi De Masi svelò tutto e il banchiere lo cercò, ma lui si negò

Pubblichiamo un estratto del libro del presidente del M5s Giuseppe Conte, edito da Marsilio Editori, “Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia”.
(di Giuseppe Conte – ilfattoquotidiano.it) – Con il governo Draghi mi ritrovai nel paradosso di dover essere io – che venivo dal mondo moderato e se vogliamo “ingessato” nelle liturgie del contesto accademico – a mostrare le unghie per proteggere il cambiamento faticosamente avviato dal M5S. Alcuni dei compagni di strada che avevano avuto il merito di dare impulso a quella svolta, la strada – ai miei occhi – la stavano perdendo. In particolare cominciava a manifestarsi quello che si sarebbe rivelato l’errore politico di Grillo nei confronti della comunità del Movimento 5 Stelle: l’idea di costruire un rapporto personale con Mario Draghi avrebbe finito per confliggere con la rappresentanza dell’intera comunità, rischiando di indebolire la nostra azione politica.
È da questa sintonia che nasce l’idea del video su “Draghi grillino” e l’apertura a Roberto Cingolani come ministro del neodicastero della Transizione ecologica (“Io l’elevato, lui il supremo” ebbe a dire Grillo nel marzo 2021 presentando Cingolani ai gruppi parlamentari del Movimento riuniti in assemblea congiunta). I rapporti tra i due sarebbero rimasti cordiali fino al termine di quell’esperienza di governo, al punto da spingere Grillo ad ammettere, durante alcuni suoi recenti spettacoli, di essere stato “lusingato” da Draghi e di esserci cascato (…). Anche in altre occasioni Beppe racconterà di un rapporto molto cordiale con Draghi, che lo chiamava spesso al telefono e lo trattava con molto rispetto (…). Una lusinga che lasciava intravedere la disponibilità di Draghi a incontrarlo a Roma ogni qual volta ce ne fosse bisogno (…).
Di fatto, l’apertura a questa prospettiva di collaborazione veniva utilizzata per tenere sotto scacco politico il Movimento. E qualche riflesso di quelle comunicazioni finiva, inevitabilmente, per raggiungere anche me. Ogni tanto, soprattutto quando erano in discussione in Parlamento provvedimenti legislativi particolarmente delicati ed eravamo impegnati a difendere le posizioni del Movimento, di prima mattina arrivava a svegliarmi una telefonata di Grillo. Accadde ad esempio per la riforma Cartabia, ma anche per il riarmo quando mi incalzava, senza neppure lasciarmi il tempo di ribattere, chiedendomi se avevo l’intenzione di far cadere il governo e se pensavo ancora a Palazzo Chigi.
Ancora assonnato, cercavo di tranquillizzarlo: “Ma no Beppe. Con chi hai parlato? Cosa ti hanno riferito?”. E mi trovavo a dovermi difendere giustificando, punto per punto, i motivi di contrasto al provvedimento di turno. Il canale di comunicazione privilegiato con Beppe Grillo è stato il vero capolavoro di Draghi: per questa via ha prodotto una duplice “disintermediazione”, un’operazione di grande impatto dal punto di vista politico, che gli ha consentito di fatto di sottrarsi al confronto parlamentare e al dialogo coi leader di partito. (…). Nel caso del M5S, l’azione destabilizzante è stata particolarmente incisiva, perché si è esercitata contemporaneamente su due assi portanti: uno dei leader storici, Luigi Di Maio, e Beppe Grillo, il fondatore. A interrompere i rapporti tra il premier e Grillo sarebbe stato un increscioso “incidente” che avrebbe reso di pubblico dominio il tentativo di Draghi di convincere il fondatore del M5S a isolare il sottoscritto e ad appoggiare Di Maio. A rivelare quell’episodio fu il sociologo Domenico De Masi, quando ormai Grillo lo aveva riferito anche ad alcuni parlamentari del Movimento. Da tempo ormai Grillo non si faceva vedere a Roma. Concordammo con lui un incontro assieme ai parlamentari di Camera e Senato. Si fermò un paio di giorni e ne approfittò per vedere De Masi, con cui aveva un ottimo rapporto, nel suo quartier generale: la terrazza dell’hotel Forum (…). I dettagli dell’incontro mi sono stati riferiti concordemente da tutti e tre i presenti: Grillo, De Masi e una terza persona, un testimone affidabile. Quando Beppe ebbe finito di raccontare il tentativo di Draghi di persuaderlo ad appoggiare Di Maio contro di me, De Masi non nascose la sua sorpresa che in un attimo mutò in indignazione verso quella che considerava una pericolosa ingerenza nelle dinamiche democratiche della vita di un partito. Ancora oggi, in quel moto di indignazione leggo tutta l’onestà, la lucidità e la consapevolezza di un intellettuale tutto d’un pezzo. Quella reazione istintiva di De Masi non lasciò indifferente Grillo. (…) Adesso, forse per la prima volta, iniziava a realizzare la gravità del gesto e le conseguenze politiche che rischiava di provocare.
La rivelazione pubblica del sociologo, prima in radio a Un giorno da pecora e poi al Fatto, ebbe un effetto dirompente.
Draghi (…) iniziò a tempestarmi di telefonate. Risentii Grillo, che mi confermò questa versione, e in tutta coscienza ritenni che non avesse alcuna ragione per mentirmi. Mi negai alle telefonate di Draghi. Ero sinceramente deluso e anche infuriato: non potevo credere che fosse arrivato a sostenere così spudoratamente la scissione di Di Maio. Il M5S stava subendo uno scacco che non meritava: era la forza di maggioranza relativa, si sacrificava per sostenere il governo, soffrendo un forte disagio politico con un’emorragia di voti, ma ciò nonostante continuava a collaborare in piena lealtà. E in cambio il presidente del Consiglio provava a spaccare il partito e appoggiava una scissione?
Solo a tarda sera mi resi reperibile. Dall’altro capo della linea, Draghi esordì subito provando a ridimensionare l’accaduto, minimizzando la portata di quel tentativo di estromettermi. “Mi dispiace, Mario, ma io credo a Beppe. Ci sono vari riscontri” fu la mia risposta. Trascorsero ore interminabili prima che Draghi prendesse una posizione pubblica sulla questione. Immagino che, tra una riunione e l’altra, sia stato costretto a ricontrollare tutti i messaggi scambiati con Grillo. Molto più tardi, il giorno dopo, arrivò la smentita del presidente del Consiglio: non aveva mai inteso chiedere la rimozione del presidente del M5S Conte. (…) Questo episodio rivelava un retroscena davvero grave sul piano politico. (…). A colpirmi in modo particolare in quei giorni fu la totale mancanza di attestati di solidarietà da parte di quelli che dovevano essere nostri alleati. (…) La priorità era tutelare il Movimento che tutti avrebbero voluto vedere dissolto. Dovevamo evitare una reazione che l’establishment politico e mediatico avrebbe addebitato a questioni di carattere personale. Lo dissi senza mezzi termini in alcune riunioni interne (…). Eravamo stufi di commentatori e opinionisti che, pur di indebolire ogni iniziativa politica del Movimento, la sminuivano, attribuendo a me la “sindrome di Palazzo Chigi” (…). Rinunciammo dunque a cavalcare quel passo falso. Volevo fosse chiaro che da parte nostra la partita si giocava esclusivamente sul piano politico, per sottoporre a un attento vaglio tutte le misure nell’interesse del paese.
Perché un grande paese come l’Italia si comporta come se fosse piccolo

(estr. da The Economist) – Calimero, un pulcino coperto di fuliggine che non viene più riconosciuto dalla madre, nacque in uno spot animato della televisione italiana nel 1963. Da allora non ha mai smesso di lamentarsi del proprio destino: «Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero».
Nonostante le polemiche per le possibili connotazioni razziali, il personaggio si è diffuso ben oltre l’Italia […], un senso di vittimismo impotente è arrivato a essere definito “complesso di Calimero”. […] E nel suo recente libro “Il complesso di Calimero”, Marco Del Panta, ex diplomatico italiano, sostiene che anche l’Italia si percepisce come quel pulcino sfortunato.
Il senso di impotenza degli italiani è emerso chiaramente dopo che la nazionale di calcio è stata eliminata dai Mondiali dalla minuscola Bosnia-Erzegovina il 31 marzo. Ma è un paradosso.
L’Italia è il terzo Stato membro dell’Unione europea per dimensioni. Ha un’economia più grande di quella russa e più soldati in servizio attivo della Gran Bretagna. Eppure la sua mancanza di fiducia, afferma Del Panta, ha portato il Paese a sviluppare «una tradizione di non assumere posizioni nette in politica estera, ma di cercare di piacere a tutti ed essere amico di tutti».
Nathalie Tocci, docente di scienze politiche alla Johns Hopkins University, ricorda che quando consigliava il ministero degli Esteri italiano, i funzionari aspettavano di vedere le posizioni degli altri membri dell’Ue prima di offrire al ministro una gamma di opzioni. L’obiettivo era individuarne una il più possibile intermedia. «Odiamo schierarci», dice. Di conseguenza, «credo che abbiamo sempre reso meno di quanto potremmo».
Il risultato è che l’Italia raramente figura tra i Paesi che decidono le sorti dell’Europa. Sir Ivor Roberts, ambasciatore britannico a Roma tra il 2003 e il 2006, ricorda con un brivido l’entusiasmo di Tony Blair per l’idea che le decisioni chiave dell’Ue venissero prese da Gran Bretagna, Germania e Francia. «Ha creato più tensioni di qualsiasi altra questione», racconta. Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, «si sentiva come un amante respinto».
Le radici dell’approccio italiano alla politica estera affondano profondamente nella storia. Risalgono a un’epoca in cui il Sud era governato da potenze straniere e il Nord era un mosaico di fragili staterelli, vulnerabili agli attacchi del Sacro Romano Impero (loro protettore nominale) o delle emergenti nazioni di Spagna e Francia.

O Franza, o Spagna, purché se magna, recita un detto popolare […]. Duchi e principi mantenevano l’indipendenza giocando su più tavoli, negoziando segretamente con i nemici e tradendo con disinvoltura gli alleati. Il duca Ludovico Sforza di Milano invitò i francesi come contrappeso al re di Napoli, ma quando questi divennero troppo assertivi si unì a un’alleanza con Venezia e l’Impero. In seguito abbandonò Venezia per Firenze, cadde vittima di una seconda invasione francese e finì i suoi giorni in una prigione su un castello della Loira.
In tempi più recenti, l’Italia è riuscita a trovarsi nel campo dei vincitori in entrambe le guerre mondiali cambiando schieramento. Ma le distruzioni e l’umiliazione subite nella seconda hanno lasciato un duraturo disgusto per il protagonismo internazionale. Come il Giappone e la Germania, l’Italia del dopoguerra si è accontentata di diventare una potenza economica ma un peso piuma diplomatico. Tuttavia, anche le altre ex potenze dell’Asse stanno diventando più assertive. Potrebbe accadere lo stesso all’Italia?
Forse. A fine marzo, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha compiuto qualcosa di insolitamente audace. Informato dagli Stati Uniti che alcuni loro bombardieri diretti in Medio Oriente intendevano fare scalo in un aeroporto siciliano, il suo governo ha negato il permesso.
La mossa non era avventata: secondo l’accordo che regola l’accesso alla base, le forze americane devono chiedere il consenso per utilizzarla per scopi diversi da quelli ordinari, e il Parlamento dovrebbe essere consultato. L’Italia non ha negato agli Stati Uniti l’uso del proprio spazio aereo, come invece ha fatto la Spagna. Si potrebbe persino vedere come un tipico compromesso italiano.
Mark Rutte, segretario generale della NATO, lusinga Donald Trump in modo servile; Pedro Sánchez, primo ministro spagnolo, è fortemente critico. Il “non in questo caso” italiano si colloca esattamente a metà.
Eppure è un segnale significativo. Fino al mese scorso sembrava che il punto mediano ricercato da Meloni non fosse in Europa ma da qualche parte a ovest delle Azzorre. La premier proviene dalla destra populista allineata al movimento MAGA, ma ha governato come una buona europeista. Ha fatto da “sussurratrice” di Trump per conto dell’Ue e ha persino fatto aderire l’Italia al suo Board of Peace come osservatore, il tutto mentre sosteneva l’Ucraina, rispettava i vincoli fiscali del blocco e abbandonava la retorica euroscettica che un tempo sosteneva. […]
A Bruxelles molti temevano che, se costretta a scegliere, Meloni si sarebbe schierata con Washington. Ma di recente ha imparato a sue spese che coltivare rapporti troppo stretti con Trump comporta rischi elevati per i leader europei.
In un referendum il mese scorso, la maggioranza degli elettori italiani ha respinto la riforma della giustizia da lei proposta. È impossibile sapere cosa abbia determinato l’esito, ma quella riforma era diventata un test della sua popolarità.
Tra i dazi imposti da Trump che penalizzano industria e agricoltura italiane, le minacce di annettere la Groenlandia e il suo ridimensionamento del contributo militare della NATO in Afghanistan (incluso quello italiano), la vicinanza della premier al presidente americano non deve aver aiutato. Non sorprende che ora stia prendendo le distanze.
Potrebbe star imparando che, a volte, schierarsi è inevitabile. Sorprendentemente, era anche l’opinione del più grande pensatore politico del suo Paese. Lungi dall’avallare l’agilità tattica senza fine con cui il suo nome viene spesso associato, Niccolò Machiavelli scriveva che un principe è rispettato «quando è o vero amico o vero nemico; cioè quando, senza alcuna riserva, si dichiara a favore di una parte contro l’altra». Un’Italia più sicura di sé seguirebbe il suo consiglio.

(di Marcello Veneziani) – Senza rendersene conto il tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante a Bergamo, ha scritto il manifesto della nostra epoca, ha riassunto in poche battute il lato oscuro della nostra società. E che va al di là della solita questione dei social e della tecnodipendenza. Quello che è accaduto non è un semplice fatto di cronaca, ma è un sintomo di un modo diffuso di intendere la vita. In quattro frasi, probabilmente copiate, il ragazzino sintetizza bene la sindrome che affligge il nostro tempo. Eccole, in sintesi: “Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico, non imito casi precedenti. Voglio essere riconosciuto perché vado contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre la mia. E la vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono cose da seguire ma da infrangere, perché devo vendicarmi”. Ecco il manifesto ideologico dell’odio o dell’io che si crede dio (che sembra poi l’estensione di quel che traduciamo in sintesi con odio). Aggiungete a tutto questo la percezione d’impunità del tredicenne: sono minore, non possono farmi niente, sono immune, esonerato dalla pena.
Proviamo a decifrare il messaggio di quelle frasi. C’è il disagio e il disprezzo della realtà e c’è la considerazione di sé come Unico, che sembra un’espressione mutuata dal pensatore dell’anarchia Max Stirner, vero teorico dell’Individuo Assoluto, senza limiti e freni. Poi traspare in quelle parole la voglia di emergere e distinguersi andando contro la norma e le regole, vendicandosi del mondo. Infine la regola regina dell’egoismo, anzi dell’egolatria presente: conto solo io e la mia vita, non gli altri e la loro vita; non voglio vivere come loro una vita da topi.
Questo non è il manifesto di un isolato, disturbato e invasato ragazzino, con una vita difficile alle spalle e la solita separazione dei genitori eletta a motivo e pretesto dei suoi comportamenti (quei genitori che sognava di uccidere, come la sua prof). Questa è la sintesi esplicita di un modo di vivere e di s-ragionare assai diffuso, frutto di una miscela ormai tristemente risaputa di solipsismo, egocentrismo ed egoismo, narcisismo patologico. “Conto solo io” è la versione più esplicita di una massima che viene citata come segno di equilibrio e di saggezza: la cosa più importante è stare bene con se stessi. Ma si può stare bene con se stessi a prescindere dal mondo, dagli altri, dalle persone a noi più vicine? Cosa siamo disposti a fare pur di stare bene con noi stessi, visto che quella è la cosa più importante? Rompere un legame affettivo, rinnegare un’amicizia o gli impegni assunti, nuocere agli altri o trascurarli… Se il mondo intorno può crollare ma l’importante è che stiamo bene con noi stessi; se le persone anche più care mettono a repentaglio il nostro star bene con noi stessi, è bene mollarle o far prevalere il nostro star bene. Una frase corrente, citata con naturale disinvoltura e come un segno di equilibrio interiore e di saggezza di vita, cela in sé un feroce egoismo. La traduzione più becera è: conto solo io, conta solo la mia vita, il resto non conta. È la fine delle relazioni e dei legami sociali, a partire da quelli più intimi, è la priorità assoluta di mettersi in salvo anche a costo di mandare alla malora chi ci è accanto. Se lo stesso principio viene adottato anche dal prossimo, dove va a finire la nostra società, i nostri rapporti umani, la nostra vita? È comodo pensare che quel manifesto disumano lo abbia scritto un ragazzino disturbato, sia cioè il frutto di una patologia, di un caso estremo e unico. Diventa invece più inquietante pensare che in quell’idea, magari non esplicitata, si riconoscono in tanti. E non solo tra le più giovani generazioni; l’egoismo-egocentrismo dei vecchi fa a gara con l’egoismo-egocentrismo dei ragazzi. È tutto un modello di società fondato sull’individualismo e sull’atomizzazione, magari “nobilitato” con aggettivi come liberale, libertario, liberista. La differenza è tra chi vive senza gli altri, e chi vive contro gli altri, con un ego aggressivo.
Il mondo moderno è fondato sul contratto sociale, la cui premessa è di quel tipo: conto solo io e contano solo gli interessi, per utilità reciproca ci accordiamo perché io possa perseguire il mio interesse personale senza subire ritorsioni o danni dagli altri, animati dallo stesso desiderio di affermare il proprio egoismo. Questa è la versione “positiva” di uno stesso modo di pensare: ma è facile che si ribalti poi in versione negativa anche perché è difficile poi trovare limiti insuperabili una volta accettata la prospettiva individualista. Quel principio portato alle estreme ma coerenti conseguenze si riassume in una doppia equazione: Io cioè Tutto, Voi cioè Nulla. E si può sostituire voi col mondo intero, gli altri, la società, il prossimo, mentre resta inalterato e supremo l’Io-Tutto. Insomma davanti a episodi efferati come quello di Bergamo anziché scaricare tutto su un bambino malvagio, provate a scoprire quanta dose di quell’atteggiamento si nasconde in voi e intorno a voi. Allora si capirà che l’aspetto peggiore di quell’episodio non è il fatto di essere abnorme ma di rappresentare seppur in modo estremo una nuova, tremenda normalità. “Conto solo io” non lo pensa solo lui.

(Tommaso Merlo) – JD Vance è andato in un sacco ed è tornato in un baule. Il lecchino di Trump dalla lingua biforcuta ha tentato la furbata ma torna in quel di Washington a mani vuote. Scene da impero del male in caduta libera. Gli americani prima han detto di concordare coi dieci punti iraniani, poi in Pakistan si sono rimangiati tutto pretendendo che a cedere fosse l’Iran. Tutta colpa di un cocktail micidiale composto da malafede, arroganza e propaganda che infinocchia anche chi la sparge. Ma che qualcosa non tornasse si era visto subito, l’accordo prevedeva anche il Libano ma non appena la notizia è giunta alle orecchie di quel terrorista di Netanyahu, prima si è messo a bombardare a tappeto quartieri residenziali a Beirut, poi ha sguinzagliato i suoi scagnozzi in quel di Washington. Trump vive guardando i canali televisivi che ancora gli leccano i piedi seppur controvoglia, i mercati finanziari in cui specula col suo clan e per il resto o dorme a qualche riunione e posta scempiaggini intrise di odio sui social per tenere alla larga gli scheletri che lo perseguitano. Lo fa fino a tardi ed è proprio nel cuore della notte che una squadraccia della lobby sionista ha fatto irruzione nella sua cameretta e lo ha afferrato per la gola mettendo le cose in chiaro con quel bamboccione rincoglionito. I patti si rispettano e quelli mafiosi ancora di più. Sono decenni che la lobby punta miliardi su quel maledetto ronzino salvandolo dalle bancarotte fraudolente e procurandogli milioni di voti e adesso deve ubbidire senza fiatare. Se non fosse per la lobby sarebbe a marcire in una cella con un pigiamino arancione addosso oltro che mettersi a fare il pacifista del menga. Se non torna subito in riga ordinano ai loro soci del mainstream di mandare in onda speciali a reti unificate sulle sue performance da predatore sessuale di ragazzine insieme al suo amicone Epstein o peggio ancora il prossimo falso attentato lo fanno andare a buon fine e piazzano JD Vance come burattino alla Casa Bianca. Trump è incaprettato. Da una parte la mafia sionista assetata di sangue che vuole finire il lavoro in Iran in modo da tagliare la testa al serpente della resistenza islamica e riuscire così a trattare tutti gli arabi e i persiani come palestinesi qualsiasi. Calpestando cioè ogni legge e soggiogandoli nel terrore mentre realizzano i loro deliri biblici di onnipotenza. Dall’altra una realtà politica americana sempre più drammatica, con milioni di cittadini esasperati che manifestano per strada contro un presidente indegno e una crisi che gli morde gli stinchi. Roba che con l’impennata della benzina e il crollo delle borse, Trump rischia di finire a testa in giù appeso ad un distributore o meglio ancora davanti a Wall Street accanto a Melania circondati da comuni mortali che festeggiano la liberazione. Trump è incaprettato tra interessi sionisti e americani che cozzano come non mai e un nuovo paradigma che bussa sempre più insistentemente alle porte della storia. La delegazione iraniana era composta da leader con dottorato e decenni di militanza, quella americana dal genero faccendiere di Trump e un suo amico palazzinaro entrambi agenti sionisti ed un poltronaro dalla lingua biforcuta come JD Vance, un trio tragicomico con in agenda una misera furbata. Pretendere la resa iraniana quando in un solo mese i Pasdaran hanno raso al suolo la presenza americana nella regione, tenuto alla larga il presunto esercito più forte del mondo, colpito Israele come mai nessuno prima e impugnato la potentissima clava di Hormuz. Certo, sono stati colpiti da tonnellate di bombe ma se lo aspettavano e se demolire edifici dal cielo e ammazzare civili bastasse a vincere le guerre, i sionisti dominerebbero l’intera regione da decenni e gli americani il mondo invece di ritrovarsi entrambi sull’orlo del baratro. A far saltare le trattative in Pakistan la solita scusa del nucleare quando l’Iran non vuole la bomba atomica ma solo il sacrosanto diritto a produrre energia ad uso civile mentre Israele detiene illegalmente un intero arsenale di bombe nucleari senza che nessuno faccia o dica nulla. Scene da impero del male in caduta libera. Con Israele e Stati Uniti a collezionare crimini di guerra e spargere propaganda mentre le colonie europee assistono inermi a furia di eleggere idioti e mentre l’Iran resiste tra gli applausi dei popoli del mondo intero che sognano un nuovo paradigma. Con l’arrogante sceriffo americano che ridotto sul lastrico e con la pistola scarica se ne torna a sistemare casa sua che sta crollando a pezzi. Col fallimento storico dello stato ebraico e il sorgere di una Repubblica laica in Palestina in grado di garantire diritti civili ed umani a tutti aprendo una nuova era di pace. Col tramonto storico della disastrosa egemonia mondiale americana e l’inizio di una nuova era multipolare incentrata sul rispetto del diritto internazionale tra gli applausi dei popoli del mondo intero.
Minaccia e terrorizza, si tira indietro, grida vittoria e dà spettacolo. Il linguaggio forte, aggressivo ed esagerato del presidente americano

(di Siegmund Ginzberg – ilfoglio.it) – L’iperbole è una figura retorica che consiste nell’ingigantire a dismisura quel che si dice, per dargli più peso. Serve a creare enfasi, ad attirare l’attenzione. Serve a meglio convincere, meglio intimidire, meglio suscitare orrore. Adolf Hitler era un maestro nell’uso delle iperboli. Specie quando parlava degli odiati ebrei. Donald Trump l’ha superato in iperboli minacciando la distruzione, l’annientamento totale, il ritorno all’età della pietra dell’Iran. In una sola notte.
“Stanotte morirà un’intera civiltà, che non potrà più tornare”, l’iperbolica minaccia con cui aveva fatto inorridire il mondo intero. Salvo far marcia indietro all’ultimo istante, pochi minuti prima dello scadere dell’ultimatum. Anzi, del penultimatum, uno dei tanti a cui il presidente americano ci ha abituato. Appena qualche ora prima la Casa Bianca si era data la pena di precisare che non intendeva comunque lanciare delle atomiche. Phew! Sospiro universale di sollievo. Ma resta il dubbio: diceva sul serio o era un modo di dire, un’iperbole? Il conflitto politico è spesso fatto di iperboli, esagerazioni. Le iperboli si nutrono di metafore. Le metafore diventano stereotipi micidiali.
Hitler amava le iperboli. Ne faceva ampio uso. Un esempio di iperbole è l’idea del “Reich millenario”. Un altro è l’idea della “pugnalata nella schiena”, da parte dei socialdemocratici e degli ebrei, che avrebbe fatto perdere alla Germania la Prima guerra mondiale. Un altro ancora, la volontà dei nemici di “rovinare”, “distruggere”, “sterminare” il popolo tedesco. Genocidi gli ebrei, i bolscevichi e la grande finanza internazionale (che nei suoi discorsi erano immancabilmente la stessa cosa). Costante il riferimento agli ebrei come peste, parassiti, microbi, vermi schifosi. “C’è mai stata una forma di sozzeria, di dissolutezza, in cui non sia stato coinvolto almeno un ebreo? Appena appena si incide l’ascesso spunterà un giudeo, sorpreso dalla luce come una larva di mosca nella carne in putrefazione”. Un’esagerazione, un’iperbole. Una bagatella per il massacro per dirla con Céline. Hitler però diceva sul serio quando, nel celebre discorso al Reichstag del 30 gennaio 1939 minacciò “l’annientamento della razza ebraica in Europa”.
Hitler amava le iperboli, dal “Reich millenario” alla “pugnalata nella schiena”. Ma sull’“annientamento della razza ebraica in Europa” era serio
Anche Trump è un entusiasta delle iperboli, del linguaggio forte, aggressivo ed esagerato. Ci sono verbi d’azione che usa in modo ossessivo, reiterato: obliterate, knock out, hit, crush, kill, destroy, take, annichilire, schiacciare, distruggere, uccidere, distruggere, obliterare, prendere, come in “Prendiamo Cuba”, “Ci prendiamo il petrolio”, e così via. Ne ha fatto un’analisi semantica puntuale e divertente una giornalista premio Pulitzer, Sarah Kaufman, autrice anche di un libro fresco di stampa dal titolo difficilmente traducibile: Verb Your Enthusiasm. Sostiene che i verbi sono “il superpotere segreto del linguaggio”, sono “i nostri sogni”, hanno un valore evocativo superiore rispetto ai sostantivi. “Il presidente usa i verbi per evadere le sue responsabilità, e anche per esprimere una nuova forma di leadership”, scrive la Kaufman. Usa verbi chiari, diretti, semplici per offuscare quel che non è in grado di spiegare.
Trump usa in modo ossessivo verbi come obliterate, crush, kill, destroy. Ne fa un’analisi semantica Sarah Kaufman, autrice di “Verb Your Enthusiasm”
“Open the Fuckin’ Strait, you Crazy Bastards, or you’ll be living in Hell- JUST WATCH!”, aprite quel cazzo di stretto, bastardi pazzi, o avrete l’inferno! – State un po’ a vedere [sottinteso, se non mi prendere sul serio?]. Sia lodato Allah”. Queste le parole delicate e diplomatiche che aveva usato il giorno di Pasqua. Trump non fa discorsi complicati e arzigogolati. La sua priorità è farsi capire dal suo elettorato, non rendersi simpatico agli intellettuali, ai giornali, ai media o al resto del mondo. E’ uno che parla come mangia. Non forbito, raffinato. Come si mangia nell’America profonda che lo ha votato, nei diner. Ricordo di quando, ormai parecchi decenni fa, avevo portato i figli ancora piccoli al mare in Florida. Nel capanno accanto c’era una famiglia di operai venuti da Detroit. Avevano un bambino della stessa età dei miei, con cui fecero amicizia. Si cibava solo di doughnuts (la dolcissima ciambella glassata), di uova fritte con bacon e di hamburger. Uno steak non l’aveva mai assaggiato.
Trump ha fatto ricorso a un altro verbo, il verbo vincere, per spiegare perché ha dato il contrordine. Non il “Vincere!” imperativo, come lo slogan mussoliniano. Ma vincere declinato al passato: “Ho vinto”. E’ una vecchia solfa. “We’ve won”, abbiamo vinto, aveva proclamato già lo scorso marzo, quando la guerra, e le tempeste sul petrolio, erano ancora agli inizi. Vittoria!, è stato l’argomento con cui ha spiegato il rinvio della “soluzione finale”. Con gli iraniani a fargli eco e cantar vittoria in modo speculare. Ai posteri l’ardua sentenza su chi abbia vinto davvero. Da quel poco che si capisce il partito degli ayatollah resta al suo posto. C’è stato cambio di personale al vertice, più che il vantato cambio di regime. Hormuz è sempre sotto tiro. “Ci guadagneremo tanti soldi”, la promessa agli americani di Trump, che svela quale fosse sempre stata la posta in gioco.
A dirla tutta, lo spiraglio di un deal, un compromesso d’affari non era venuto meno neanche nel momento più buio. Nemmeno nel post in cui Trump annunciava l’imminente fine del mondo per l’Iran. Stava in un avverbio buttato lì, un however, “tuttavia”. “Tuttavia, ora che [in Iran] abbiamo un cambio di regime completo e totale (Complete and Total, in maiuscolo), in cui prevalgono menti meno estremiste, forse potrebbe succedere qualcosa di meravigliosamente rivoluzionario. CHISSÀ – Lo vedremo stanotte, uno dei momenti più importanti nella lunga e complessa storia del mondo [le iperboli trumpiane si sprecano]”.
A chi si rivolgeva quando ha minacciato, e poi quando ha spiegato perché rinunciava a scatenare l’apocalisse? Non certo agli iraniani. Non a chi è al potere a Teheran e che, ormai è chiaro, ci resterà. E’ difficile convincere con argomenti del genere chi, come il popolo sciita, ha il martirio come mito fondatore. Trump non si rivolgeva alla gente comune, al popolo, alle donne e ai giovani cui aveva promesso una mano a liberarsi dalla tirannia degli ayatollah, e dalla prepotenza fanatica dei basij e dei pasdaran. Li aveva abbandonati in mezzo al fuoco incrociato della repressione da una parte e dei bombardamenti dall’altra. Gli oppositori del regime in Iran e quelli in esilio, la campionessa dei diritti umani e Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, persino il figlio dell’ex Scià, lo avevano implorato di non scatenare contro il loro popolo l’inferno minacciato. E lui, Trump, duro, inflessibile. L’anatema del Papa americano? Non poteva importargliene meno. La reazione inorridita degli alleati europei? Men che meno. Li aveva appena chiamati codardi. “Sono decenni che li difendiamo. E non gli chiediamo niente. Gli avevo chiesto una piccolezza, di darci una mano a tenere aperto Hormuz, e loro hanno rifiutato”. Gli aveva promesso la paga: “Me ne ricorderò”. Gli alleati asiatici, Corea e Giappone? Attraverso Hormuz importano molto più petrolio di quanto ne importi l’Europa. Ma ve lo immaginate Trump che si fa commuovere dai loro lamenti? A Putin non pareva vero che continuasse farsi sempre più prezioso il suo petrolio e il suo gas. Solo la Cina avrebbe potuto farsi ascoltare. Ma come? Se l’ha fatto, l’ha fatto in sordina, per interposto Pakistan. Senza dichiarazioni altisonanti, come può fare solo chi è forte davvero.
A chi si rivolgeva quando ha minacciato, e poi quando ha spiegato perché rinunciava a scatenare l’apocalisse? Non certo agli iraniani
Restano poche possibili spiegazioni logiche. Che Trump abbia minacciato l’apocalisse, e poi l’abbia rinviata in modo così teatrale, creando magistrale suspense (ci sono cascati quasi tutti), tenendo il mondo col fiato sospeso, è la sua cifra, il suo modo di fare, insomma è lui. Great tv. Non c’è che dire, sa fare spettacolo. E’ noto che se ne compiace. Lo spettacolo innanzitutto: the show must go on. Dire tutto e il contrario di tutto un istante dopo è un asset diplomatico. Consente elasticità, impagabili giravolte, la superiorità data dall’imprevedibilità, come le mosse dell’ubriaco nelle arti marziali. Ma è anche un handicap. Ne va della credibilità. Dannato se minaccio cose tremende e attuo le minacce. Più dannato ancora se non le metto in atto. Nessuno più prenderà sul serio i miei bluff.
Trump ha anche un problema di sostanza: sta perdendo consensi a rotta di collo. La sua base elettorale, quel mix che l’aveva portato d’impeto alla Casa Bianca, è divisa come non mai. Perde consensi tra i lavoratori, i “dimenticati” dei cui voti aveva fatto man bassa, specie neri e ispanici che erano stati decisivi. Perde consensi tra i giovani, tutte le classi di giovani. Deve vedersela non più solo con questo o quel giudice “nemico”. La Corte suprema, dominata da giudici da lui nominati, si appresta a dargli una mazzata micidiale, bocciando il suo tentativo di “reinterpretare” il 14esimo emendamento alla Costituzione che sancisce lo ius soli, il diritto di cittadinanza a tutti i born in the U.S.A. Altro che referendum sulla separazione delle carriere!
Una parte del suo movimento Maga guarda in cagnesco un’altra parte dello stesso movimento. Si sentono traditi dallo sfumare della promessa di non farsi più coinvolgere in guerre all’estero. Così come si sentivano traditi dopo che gli era stato promesso di fare piena luce sull’affaire Epstein. Si sentono traditi dalla promessa di meno tasse per tutti, bottino immenso da spartire coi dazi, età dell’oro alle porte. Tutto continua a rincarare, l’inflazione morde. Il raddoppio del prezzo della benzina rischia di essere il cerino che fa esplodere tutto. Trump sarà pazzo, ma non è stupido. Il mugugno arriva sino al suo ufficio ovale. Rischia grosso alle elezioni di midterm di novembre. Non può permettersi di perdere la maggioranza nel Congresso. Potrebbe essergli fatale: gli impeachment americani, si sa, non sono procedimenti giudiziari, il verdetto dipende sempre e solo da chi ha la maggioranza. Ragion per cui si comincia addirittura a sussurrare che le elezioni potrebbero essere cancellate. Sarebbe inaudito. Non è mai successo dal 1789 in poi. O forse gli basterebbe imporre la legge marziale in un certo numero di collegi elettorali in bilico.
Bisogna intendersi. Non tutti mugugnano e sono scontenti. C’è chi ha guadagnato e molto. Somme astronomiche passano di mano a ogni balzo sulle montagne russe dei prezzi del petrolio. C’è puzza di insider trading alla Casa Bianca. A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina, diceva Andreotti. Hanno guadagnato i super-ricchi, e i vecchi e i nuovi amici del presidente. Ma anche la gente, i poveracci, la cameriere a cui Trump ha condonato le tasse su mance e straordinari. Aprile è il mese più crudele, si suol dire. E’ quello in cui gli americani passano notti insonni a compilare quel vero e proprio rompicapo che sono le loro dichiarazioni fiscali, si preparano i tax returns. Ho letto sul New York Times un’inchiesta da cui si evince che i contribuenti attendono quest’anno corposi rimborsi. I dazi non si sono rivelati essere la follia pura e la catastrofe che gli economisti e molti addetti ai lavori avevano predetto. L’occupazione è aumentata. Il debito cresce esponenzialmente, ma sono troppo grandi per fallire. La crescita americana non si è arenata. La produzione industriale, in costante discesa da un decennio, ha avuto una pur modesta ripresa. L’inflazione stessa sembrava sotto controllo, almeno fino allo shock causato dalla guerra all’Iran. Insistere che tutto va male sarebbe come insistere sulla sciocchezza – qualcuno all’epoca dall’opposizione lo diceva – che nel terzo Reich i consensi a Hitler dal 1933 in poi sarebbero stati in calo perché i nazisti non mantenevano le promesse economiche.
Semmai si può dire che l’America si trova su un crinale da cui possono precipitare verso il baratro, o verso la valle di latte e miele promessagli. Basta una spinta. E non importa che succeda davvero. Quel che conta è l’aria che tira, l’umore, l’impressione che si vada in una direzione o nell’altra. Trump ha ancora carte da giocare. Una guerra può frenare (o accelerare) la frana. E’ andata così da che mondo è mondo. Per tenere insieme spezzoni di una coalizione che rischia di dividersi, per incollare interessi in conflitto, niente funziona meglio della chiamata a unirsi contro un nemico perfido e cattivo. Ma vale anche per il nemico. E mille volte di più se il nemico ha forte identità nazionale. Come ce l’ha l’Iran o ce l’ha la Cina. Un altro problema è che le guerre si sa come iniziano ma non come finiscono. Anche questa è una costante, da che mondo è mondo.
Una magnifica ricostruzione giornalistica sul New York Times delle discussioni nella situation room della casa bianca, nei mesi che hanno preceduto l’operazione Epic Fury, rivela che l’indecisione di Trump era reale. Non era solo una trovata per spiazzare tutti. Generali e responsabili dell’intelligence avevano vivisezionato quattro temi. Il primo affrontava la fattibilità della decapitazione, dell’uccisione di Khamenei; il secondo la messa fuori uso delle capacità missilistiche, quindi della capacità iraniana di bloccare Hormuz e far male ai vicini arabi dall’altra parte del Golfo; il terzo, la possibilità di un’insurrezione popolare; il quarto la fattibilità del cambio di regime a Teheran, come promesso da Netanyahu. Sul terzo e quarto punto fin dal primo momento gli avevano detto tutti che non si poteva fare. “Farsesco” aveva detto il capo della Cia Ratcliffe. “In altre parole, bullshit, una cazzata”, aveva ribadito il segretario di Stato Rubio. Sulla decapitazione, gli avevano detto che si poteva fare. E in effetti l’avevano fatto già al primo giorno di guerra. Anzi avevano deciso di fare la guerra proprio perché si presentava un’occasione, gli risultava che quel giorno l’ayatollah si sarebbe riunito con i suoi massimi collaboratori, alla superficie del suo bunker, praticamente allo scoperto.
La ricostruzione del New York Times rivela che l’indecisione di Trump era reale. Continuava a chiedere: “E dopo questo, che succede?”
Trump seguiva i briefing con diligenza. Continuava a chiedere “E dopo questo, che succede?”. Ma sembrava interessato ad ascoltare solo quello che gli faceva piacere ascoltare. A tratti nei suoi post su Truth dà l’impressione di dare per fatte vittorie che gli avevano ventilato solo per possibili. Anche perché i generali non gliel’hanno detta proprio tutta. Si sono trincerati dietro il parere “puramente professionale”, insistendo che le valutazioni sulle conseguenze militari e strategiche spettavano al solo presidente. Trump aveva infine deciso “in base al suo istinto”. Se manterrà la decisione d’istinto di non scatenare il finimondo sull’Iran è ovviamente un altro paio di maniche. Quando si accumula un’armada di quelle proporzioni è giocoforza usarla. Tenerla inattiva costa più che perderla. E’ il ragionamento che probabilmente portò Putin a invadere quattro anni fa l’Ucraina. Sono ancora lì.
Uno che si affidava al proprio istinto era sempre Adolf Hitler. Ho trovato affascinante la lettura in rete di uno studio del consulente del Pentagono Daryl G. Press sul modo in cui Hitler aveva discusso con i suoi generali le crisi che precedettero l’Anschluss con l’Austria, la conquista della Cecoslovacchia e l’invasione della Polonia. Si intitola: The Credibility of Power: Assessing Threats during the “Appeasement” Crises of the 1930s. Ne viene fuori, in base a un’impressionante documentazione, che il Führer valutava i pro e i contro, e stava a sentire i suoi generali con più attenzione di quanto faccia Trump. E che questi gli dicevano le cose in faccia più coraggiosamente di quanto facciano i generali di Trump (quelli che lui e l’impomatato Hegseth non hanno ancora cacciato). Tanto che il ministro della Guerra, Blomberg, il comandante supremo della Wehrmacht, Fritsch, e il capo di Stato maggiore Beck, lo fecero infuriare sconsigliando la guerra e si dovettero dimettere (Beck era la personalità che avrebbe dovuto sostituire Hitler se il colonnello von Stauffenberg fosse riuscito ad assassinarlo). Hitler, come Trump, alla fine decideva lui. Ma, a differenza di Trump, non era più costretto a sottoporsi al giudizio degli elettori.
Più di John D. Rockefeller, più di Marco Licinio Crasso. A prescindere da tempi e luoghi, in testa c’è sempre lui. Che, da solo, potrebbe pagare 558 mila lavoratori

(di Francesco Manacorda – repubblica.it) – Ottocento miliardi di dollari e spiccioli. L’ennesimo record di Elon Musk non è solo quello di uomo più ricco del mondo, ma forse di più ricco di tutti i tempi. Il professor Guido Alfani, insegna alla Bocconi e studia – per l’appunto – i ricchi nella storia. Ne ha scritto nel suo libro Come dei tra gli uomini (Laterza).

«Difficile rispondere a quest’ultima domanda, perché la ricchezza, in senso storico, va vista nei termini di ciò che effettivamente consente di fare ed è evidente che questo aspetto cambia nel tempo. Se però volessimo fare un esercizio di comparazione, la cosa più sensata sarebbe seguire Adam Smith, che nella Ricchezza delle nazioni sostiene che la ricchezza consente di acquistare lavoro. Possiamo quindi provare a trasformare il patrimonio di Musk in forza lavoro: con questo parametro si può affermare che probabilmente è l’uomo più ricco che sia mai esistito».

In che modo, esattamente? «Ho fatto qualche calcolo e, stimando il suo reddito annuale, Musk potrebbe pagare circa 558 mila lavoratori americani, presupponendo che ciascuno di essi “valga” i 90 mila dollari circa che sono il Pil pro-capite negli Usa. Per fare un paragone, un magnate come John D. Rockefeller poteva controllare “solo” il lavoro di 116 mila americani. Secoli prima, Marco Licinio Crasso (che Forbes ha definito la persona più ricca della storia romana ndr) controllava il lavoro di circa 32 mila uomini».
Nel corso dei secoli è cambiato anche il modo in cui si definisce la ricchezza? «Di certo è cambiata la sua composizione: nell’età classica e nel Medioevo, il principale elemento di un grande patrimonio, in grado di generare reddito, era la terra. Oggi la componente finanziaria è molto più importante».
Musk è finanza, ma anche industria: l’auto elettrica, i razzi, le telecomunicazioni… «Penso che, anche nel contesto dei super ricchi americani di oggi, la sua figura sia sostanzialmente eclettica. E differente sia dai grandi ricchi di fine Ottocento, che accumulavano fortune in un solo settore portandolo a scala nazionale, sia da molti attuali imprenditori del Big Tech».
Tra Ottocento e oggi c’è però un filo comune: la difficoltà di limitare grandi monopoli, che poi portano a grandi ricchezze. «Nell’America di due secoli fa il tema era molto sentito, tanto che è là che nasce la legislazione antitrust moderna con lo Sherman Act del 1890. Ma oggi le grandi società tecnologiche possono creare monopoli su scala globale, che a differenza di quelli nazionali non disturbano la politica del loro Paese d’origine».
Ma la concentrazione della ricchezza non cambia anche la politica? «Già Aristotele diceva che una disuguaglianza troppo elevata è incompatibile con la democrazia, perché qualcuno diventa “come un dio tra gli uomini”. Questa preoccupazione attraversa tutta la storia: dal Medioevo fino agli Stati Uniti del primo Novecento, quando si temeva che il money trust potesse controllare anche la politica. Da lì nasce una reazione forte: antitrust, tassazione progressiva, intervento pubblico».
E oggi? «Oggi vediamo qualcosa di nuovo nella forma, non nella sostanza. Non si era mai vista un’amministrazione americana con così tanti miliardari in ruoli di governo, incluso l’uomo più ricco del mondo. Questo farebbe inorridire i padri fondatori».
E il mito degli Usa come “terra delle opportunità” per tutti? «Qui sta il punto. Storicamente gli Stati Uniti erano davvero più egualitari, ma oggi sono tra i Paesi occidentali con maggiore concentrazione della ricchezza. E la mobilità sociale è bassa, comparabile a quella italiana. Però l’auto-percezione non è cambiata: si continua a credere che tutti abbiano una possibilità. E proprio questa distanza tra percezione e realtà aiuta a rendere socialmente accettabile una forte disuguaglianza».
Anche la percezione dei ricchi è cambiata nei secoli? «Certo. Nel Medioevo il super ricco non di nobili origini era guardato con forte sospetto, perché accumulare ricchezza senza usarla per aiutare i poveri era considerato un peccato di avarizia. Ma già dall’inizio del Quattrocento i mercanti costruiscono un’auto-percezione diversa: il bravo mercante dev’essere una persona pia, sobria, generosa. Lo stesso San Francesco, in fondo, è un mercante pentito. E Cosimo de’ Medici, banchiere preoccupato per la sua salvezza spirituale, risolve il problema acquistando una bolla di assoluzione dal papa. La grande ricchezza cerca da secoli una giustificazione morale e politica».
Oggi però quella giustificazione sembra quasi non servire più. «In parte è così. Ormai i super ricchi sono molto più tollerati, e in certi casi ammirati. Sono diventati modelli di successo, quasi di virtù economica».
Come si spiega questo rovesciamento? «Probabilmente è il risultato di una narrativa costruita nel tempo. Alcuni ricchi, soprattutto quelli che controllano i mezzi di comunicazione, hanno contribuito a promuovere un’immagine positiva della ricchezza. Una narrativa amplificata da chi è entrato in politica presentandosi come imprenditore di successo capace di creare lavoro e benessere per tutti».
Ogni riferimento a Silvio Berlusconi non appare casuale. E quindi, oggi, sebbene le disparità aumentino, la fascinazione prevale sul conflitto? «Fascinazione, sì, anche se resta un’ambivalenza. Nella cultura occidentale sopravvive un sospetto antico verso la ricchezza finanziaria, che riemerge soprattutto durante le crisi, quando ad esempio si torna a parlare di tassare maggiormente chi ha molto di più. Ma nel complesso oggi i super ricchi godono di una legittimazione molto più ampia di quanto accadesse in passato».
E guardando avanti? «I due scenari alternativi sono chiari: o la disuguaglianza continua ad aumentare fino a trasformare la democrazia in una plutocrazia, oppure le crisi rafforzano la domanda di una società meno diseguale e di un minor peso diretto dei grandi patrimoni. Finché si vota, le democrazie possono autoregolarsi. Ma la tensione è tutta tra questi due poli».

(estr. di Roberto Scarpinato – ilfattoquotidiano.it) – […] La presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, ha fatto filtrare sulla stampa la notizia che prenderà in considerazione l’eventualità di aprire un nuovo filone di inchiesta sulle infiltrazioni della mafia nella politica, dichiarandosi disponibile a raccogliere proposte di tutte le componenti della Commissione. Una serie di circostanze inducono a ritenere che lo scopo sia di tentare di salvare la faccia alla sua dante causa, Giorgia Meloni, dopo che i buoi sono fuggiti dalla stalla, facendo ammuina con un’inconcludente operosità di pura facciata, e che in realtà il miglior contributo sarebbe un autoscioglimento della Commissione, prendendo atto dell’assoluta inidoneità della sua maggioranza a trattare tale nevralgico tema.
[…]
Quale credibilità può attribuirsi a una Commissione antimafia composta da una presidente e da una maggioranza di componenti che si sono impegnati in prima persona nella recente campagna referendaria per l’approvazione di una riforma costituzionale il cui scopo era di ristabilire il controllo della politica sulla magistratura, come dichiarato da tanti autorevoli esponenti della compagine governativa e dai vertici dei partiti di governo, incapaci di tenere a freno la lingua? Di una politica – si badi bene – impersonata da un’interminabile sfilza di personaggi simbolo delle collusioni tra politica e mafia e della corruzione, condannati con sentenze definitive e, tuttavia, rappresentati come vittime di un uso politico della giustizia da parte della magistratura e portati in palmo di mano da tanti esponenti della maggioranza, loro sodali, amici e compagni di merende. Quale credibilità può avere una Commissione antimafia la cui maggioranza sin dal suo insediamento si è pervicacemente opposta a qualsiasi indagine conoscitiva su tutti i gravi depistaggi protratti nel tempo sino a epoca recente, che hanno compromesso l’esito delle indagini sui mandanti e complici a volto coperto delle stragi del 1992 e del 1993? Che si oppone a qualsiasi indagine sulla comprovata partecipazione di soggetti esterni alle fasi esecutive delle stragi? Che eroizza come vittime di un uso politico della giustizia personaggi a tutt’oggi indagati per quelle stragi dalla Procura della Repubblica di Firenze? E tutto ciò allo scopo di approfittare degli attuali rapporti di forza per esorcizzare la verità storica che la campagna stragista dei primi anni Novanta fu levatrice dell’attuale ordine politico, di cui i partiti della maggioranza sono gli utilizzatori finali? Per blindare come verità di Stato che si trattò solo di stragi di mafiosi con la coppola storta, i soliti noti “brutti sporchi e cattivi”, per vecchie storie di appalti della Prima Repubblica, una stagione ormai archiviata dalla storia? Che credibilità può avere una Commissione antimafia espressione della stessa maggioranza che dall’inizio della magistratura si è incessantemente impegnata per disattivare i principali anticorpi dell’ordinamento contro la proliferazione incontrollata di comitati di affari, di occulti matrimoni di interessi tra colletti bianchi e aristocrazie mafiose imborghesite? Che ha aperto vaste praterie alla mafio-corruzione, alle massomafie, a una malapolitica che si autoriproduce grazie a un consenso drogato dal voto di scambio, di cui le mafie sono specialiste?
[…]
Ecco di seguito un telegrafico inventario: 1) innalzamento della soglia economica per appalti con affidamenti diretti senza gara e per quelli con un numero limitato di operatori economici scelti, con il risultato che nel 2024, il 93% dei contratti pubblici è stato assegnato senza gara aperta, una lievitazione anomala segnalata dall’Anac come una fuga dalla concorrenza e un rischio per il sistema Paese; 2) liberalizzazione dei subappalti a cascata, notorio varco per le infiltrazioni mafiose; 3) abrogazione del reato di abuso di ufficio, strumento principe della gestione clientelare e paramafiosa del potere pubblico, e conseguente normalizzazione del conflitto di interessi; 4) devitalizzazione del reato di traffico di influenze illecite, vera e propria cassetta degli attrezzi di lobbisti e colletti bianchi delle mafie; 5) limitazione dei poteri di intercettazione della magistratura; 6) castrazione dei poteri di controllo e sanzionatori della corte dei Conti sulla mala gestio del denaro pubblico da parte di politici e pubblici amministratori; 7) compromissione dell’autonomia e indipendenza dei pubblici ministeri della magistratura contabile mediante la loro subordinazione gerarchica a un super procuratore gradito ai vertici politici (lo stesso progetto coltivato, mutatis mutandis, per la magistratura ordinaria in caso di vittoria referendaria del si), e molto altro ancora. Un frenetico attivismo che, non a caso, si coniuga con l’inerzia catatonica di questa maggioranza a fronte delle ripetute sollecitazioni ad approvare leggi che sarebbero indispensabili come quelle sulla regolazione delle attività delle lobby e sul conflitto di interessi, e che, invece, continuano a giacere in profondi cassetti.
[…] Signora presidente, il miglior contributo che lei e la sua maggioranza potete dare è di stare fermi da qui sino alla fine della legislatura, evitando così di continuare ad aggravare i gravi danni già provocati alla credibilità della politica e dello Stato, gabellando per lotta alla mafia passerelle tutte “chiacchiere e distintivo”, l’esibizione della faccia feroce solo nei confronti dei mafiosi con la coppola storta, mentre si va a braccetto con quelli dei piani superiori.
Dopo un insolito silenzio il presidente Usa ha commentato l’andamento dei colloqui a Islamabad e ha lanciato una stoccata contro Pechino

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – New York – «Vinciamo noi, comunque vada a finire». I negoziati a Islamabad erano ancora in corso, e in una fase assai complicata, quando ieri pomeriggio il presidente Trump ha interrotto un raro silenzio di poche ore, per tornare a rivendicare il successo nella guerra contro l’Iran che non tutti esperti del settore intravedono.
Il presidente è uscito dalla sua residenza poco prima delle cinque, e interrogato sulla prospettiva di sbloccare i beni congelati dell’Iran allo scopo di far avanzare la trattativa ha detto: «Vinciamo noi, a prescindere. Li abbiamo sconfitti militarmente. Hanno sganciato un paio di mine in acqua, ma abbiamo sconfitto anche tutte le loro imbarcazioni». Riferendosi al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo chiave nella trattativa, ha spiegato: «Probabilmente hanno piazzato un paio di mine in acqua, ma abbiamo delle dragamine in zona e stanno bonificando lo Stretto». Si riferiva alla notizia che ieri, per la prima volta dell’inizio della guerra, alcune navi americane hanno iniziato a navigare attraverso Hormuz, sfidando così le difese iraniane.
Trump ha giustificato così il suo trionfalismo: «Abbiamo sconfitto la loro Marina, abbiamo sconfitto la loro Aviazione, abbiamo sconfitto le loro difese antiaeree, abbiamo sconfitto i loro radar. Abbiamo sconfitto i loro leader, sono tutti morti». Quindi ha promesso: «Apriremo lo Stretto, anche se noi non lo utilizziamo, perché ci sono molti altri Paesi al mondo che invece ne fanno uso, e che sono o impauriti o deboli». Quindi ha lanciato un avvertimento alla Repubblica popolare, che secondo la Cnn si prepara a fornire armi per la difesa aerea a Teheran, proprio alla vigilia della visita a Pechino del capo della Casa Bianca prevista e metà maggio: «Se la Cina farà questo, avrà grossi problemi».
Sullo stato dei colloqui guidati dal vice Vance, si è mostrato quasi indifferente: «Forse ci sarà un accordo, forse no. In ogni caso, non fa nessuna differenza per me. Vedremo cosa succederà, siamo in trattative molto avanzate con l’Iran». Ma «a prescindere da ciò che accadrà, vinceremo».
Gli analisti del settore hanno meno certezze. Secondo il Wall Street Journal, l’intelligence americana stima che Teheran abbia conservato ancora alcune migliaia di missili. Quindi se le trattative fallissero, la Repubblica islamica avrebbe ancora la capacità di continuare la sua guerra asimmetrica, colpendo i paesi vicini del Golfo Persico e Israele, e proseguendo il blocco di Hormuz. A quel punto Trump dovrebbe decidere se dare seguito alla minaccia di “uccidere la civiltà” iraniana, prendendo di mira le infrastrutture elettriche e civili, anche se farlo significherebbe commettere un crimine di guerra.