Venti i temi: salario minimo, congedo paritario, i soldi del Ponte alla scuola, stop delle armi a Kiev. La scheda

(ansa.it) – Si va dalla reintroduzione dell’abuso di ufficio alla depenalizzazione della coltivazione domestica della cannabis per uso personale, dall’ok alle adozioni omogenitoriali alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario fino al ripudio della guerra con lo stop di invio di armi a Kiev.
Sono venti le aree tematiche della proposta programmatica che il M5s mette da oggi fino a domenica al voto degli iscritti.
Eccole in punti:
1) “La salute non è un privilegio”; si prevede tra le altre cose l’istituzione di un fondo perequativo finanziato dalla sanità privata gestito da una struttura straordinaria di coordinamento nazionale per abbattere le liste di attesa, con poteri di intervento destinato al personale e ampliamento dell’uso di diagnostica, sale operatorie e servizi;
2) “Un lavoro dignitoso”; con “il salario minimo legale”, “la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario”, il “congedo paritario” e la garanzia delle tutele in caso di malattia e maternità anche ad artigiani, commercianti e autonomi;
3) Le “pensioni giuste”;
4) “Indipendenza per le persone con disabilità e diritti per chi li cura”;
5) “Meno tasse sul lavoro”, con una strategia nazionale contro l’evasione;
6) “Prezzi equi, filiere corte e legalità in agricoltura”;
7) “Meno burocrazia e più credito alle pmi”;
8) “Controlli e legalità nella pa”, con la “reintroduzione dell’abuso di ufficio;
9) “Bollette più basse ed energia più pulita”;
10) “Un piano casa pubblico contro caro affitti e immobili vuoti”;
11) “Scuola pubblica e sicura”, con il trasferimento di “13,5 miliardi di euro” dal Ponte sullo Stretto alle “nostre scuole”;
12) “Protezione del territorio, acqua e aria”;
13) “Stop al consumo di suolo, città più verdi”;
14) “Informazione libera e protezione dalla violenza digitale”, progressiva riduzione del finanziamento pubblico diretto all’editoria, “fuori i partiti dalla Rai” e “Intelligenza artificiale di Stato, perché le nostre istituzioni pubbliche non siano condizionate dallo strapotere delle Big Tech;
15) “Lotta alle mafie, appalti puliti”, con “una vera legge sul conflitto di interessi e regolamentazione delle lobby” e la “depenalizzazione della coltivazione domestica della cannabis per uso personale”;
16) “Più sicurezza nei quartieri”;
17) “L’Italia ripudia la guerra” con il riconoscimento, tra le altre cose, dello Stato di Palestina.
Il nodo Kiev viene sciolto così: “Cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa nei confronti della guerra in Ucraina. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace. È necessaria una svolta negoziale”.
18) “Immigrazione, stop al modello Albania”, previste l’istituzione del “Ministero delle politiche migratorie e l’integrazione” e lo Ius scholae.
19) “Più democrazia e partecipazione”, con il voto ai sedicenni e ai fuorisede per ogni consultazione;
20) “Diritti e pari dignità”, matrimonio egualitario, legge contro l’omolesbobitransfobia, adozioni omogenitoriali, legge sul fine vita”.

(dagospia.com) – I conti non tornano, Bruxelles è incazzata e le Regioni sono sul piede di guerra. La trovata elettorale di Giorgia Meloni di sospendere per un anno il bollo auto, la “tassa più odiata”, si sta rivelando un gran pasticcio.
La misura è stata voluta e decisa dalla Statista della Sgarbatella in autonomia, o meglio con il suo “cerchio tragico”, senza chiedere l’approvazione da parte di Lega e Forza Italia, e soprattutto con la contrarietà di Giancarlo Giorgetti.
Una fuga in avanti in stile meloniano, per prendere in contropiede Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, cercare disperatamente di frenare l’ascesa di Roberto Vannacci e per gettare fumo negli occhi agli italiani, che intanto da mesi pagano una tassa molto più cara del bollo, quello del caro-carburanti, che non si arresta.
Davanti alla trovata del “bollo di scambio” della premier, Giorgetti, il ministro “mani di forbici” che ha passato questi quattro anni a frenare le richieste dell’Armata Branca-Meloni in nome del rispetto dei conti, ha chinato il capo e obbedito alla Ducetta.
E si è ritrovato a dover trovare in quattro e quattr’otto le coperture per 2,3 miliardi dei 7,68 miliardi di gettito totale della “tassa più odiata” solo per il 2027. Tanto, secondo le prime stime, è quanto verrà a mancare alle Regioni dal mancato incasso del bollo su auto e motocicli previsti dal decreto.
E dove prendere il tesoretto per questo spot elettorale? Il governo ha tirato fuori la “furbata” del secolo: attingerà dai “risparmi” dei prestiti che il governo ha ottenuto con il Pnrr, il piano europeo nato per finanziare progetti e investimenti per incentivare la crescita economica dopo la crisi del Covid.
Una scelta che solleva più di un dubbio sulla fattibilità dell’operazione. Tanto che dalla Commissione europea hanno acceso subito un faro sulle coperture della misura spericolata varata dal governo due giorni fa.
Oggi Giorgetti, evidentemente stizzito, per non dire sull’orlo di una crisi di nervi, ha replicato a Bruxelles che quanto “risparmiato” dai progetti finanziati con il Pnrr “sono ormai soldi nazionali, non risorse europee. Sono risorse del bilancio dello Stato: il governo e soprattutto il Parlamento ne dispongono come meglio ritengono”. Tradotto: Bruxelles non si impicci.
Una lettura che appare bizzarra, al limite del paraculo. Anche perché molti progetti sono stati ridimensionati e modificati in corso, con un conseguente “risparmio”. Non si è operato in modo virtuoso, probabilmente non sono stati messi a terra tutti i progetti inizialmente previsti dal Pnrr. E’ così che si spiega il tesoretto avanzato?
Diversamente, in che modo, nelle pieghe dei progetti del Pnrr, tra ritardi, cancellazioni e rimodulazioni, il Tesoro è riuscito a “risparmiare” 2,3 miliardi di euro?
Lo scorso febbraio, Palazzo Chigi aveva previsto con un decreto che tutti i risparmi del Recovery per i progetti portati a termine sarebbero finiti alla Tesoreria generale. E il testo quantificava questi “risparmi” in 1,7 miliardi di euro. Molto meno di quanto serve per coprire il taglio del bollo auto solamente per il prossimo anno, ovvero 2,3 miliardi.
Perché questo è un altro, enorme, nodo della misura. Presentandosi inaspettatamente in conferenza stampa due giorni fa per intestarsi in pieno l’operazione, Giorgia Meloni ha parlato di “misura strutturale”.
Eppure, come è scritto nero su bianco sul decreto pubblicato in Gazzetta ieri, il taglio del bollo al momento sarà effettivo solo nel 2027. Altro che “strutturale”: si tratta di una mossa da piazzista nell’anno del voto. E poi? Campa cavallo!
Di certo la mossa a sorpresa sul bollo auto dimostra chiaramente che Giorgia sta rincorrendo Roberto Vannacci. Infatti il programma elettorale di Futuro Nazionale, presentato dal Generale lo scorso agosto, prevedeva proprio il taglio della tassa sul possesso dei veicoli.
E infatti, le truppe dell’ex parà della Folgore, hanno avuto gioco facile ad attaccare la premier su due aspetti: 1) la tempistica di una misura, che non è mai stata discussa nel centrodestra né prevista dal programma di coalizione del 2022; 2) la validità temporanea dello stop al balzello, mentre il programma di Futuro Nazionale prevede una cancellazione strutturale e definitiva della tassa automobilistica per tutti, senza limiti di potenza.
Siamo alla frutta, se la leader del principale partito italiano si ritrova a copiare il programma di un partito, Futuro Nazionale, che propone soluzioni fiscali impossibili da realizzare, a meno che non si vogliano mandare all’aria i conti del paese.

(Dott. Paolo Caruso) – Miracolo dei miracoli… Oggi gli italisni si sono svegliati più ricchi. La Giorgia della Garbatella ha superato finanche la Vanna Marchi della televendita. Ha sospeso per l’ anno 2027 una delle tasse più odiate dagli italiani dopo il canone televisione, il bollo auto. La furbastra “Caciottara” ha voluto presentarla erroneamente come abolizione strutturale nascondendo la sua transitorietà e il vero scopo della sospensione, la cosiddetta mancetta elettorale. Mancetta che va applicata guarda caso solo per il 2027, anno delle consultazioni elettorali. Che combinazione ! Il dibattito sulla sospensione del bollo auto e moto approvata dal Consiglio dei Ministri sta sollevando forti reazioni e scetticismo nella pubblica opinione, ricalcando le critiche che spesso accompagnano questo tipo di provvedimenti temporanei. Una enorme bolla di sapone, una presa in giro per allocchi. La misura anche se tocca una platea molto ampia (circa 13 milioni di automobilisti e 7 milioni di motociclisti), presenta vincoli restrittivi specifici ed è per ora limitata a un solo anno, poi si vedrà e dovrà andare in bilancio. Chi vivrà vedrà ! La discussione si divide tra chi vede nella norma un aiuto concreto e chi, come evidenziato dai più, la giudica una mossa di facciata o puramente elettorale. Molti osservatori ed utenti sottolineano che una sospensione valida solo per il 2027 rischia di apparire come un beneficio a breve termine piuttosto che una riforma strutturale delle tasse automobilistiche. Inoltre, l’adozione del limite dei 80 kW viene criticata da chi fa notare che la potenza del motore non rispecchia necessariamente il valore economico del mezzo o il reddito del proprietario: paradossalmente, un’utilitaria datata di media potenza potrebbe restare esclusa, mentre un veicolo moderno e costoso ma sotto la soglia dei chilowatt beneficerebbe del taglio. Rimane poi il nodo delle coperture e del potenziale impatto sulle casse delle Regioni, a cui il bollo è destinato.
Le ragioni del Governo: Chi difende il decreto sostiene invece che l’esenzione sia mirata a tutelare le famiglie a reddito medio-basso che utilizzano utilitarie e city car per gli spostamenti quotidiani. Il limite di una sola esenzione per cittadino è stato inserito proprio con l’intento di evitare abusi da parte di chi possiede più veicoli o mezzi di lusso. [1]
Cosa prevede la norma in sintesi
Durata: Al momento è prevista solo per l’anno 2027.
Limiti di potenza: Veicoli con potenza fino a 80 kW (il dato ufficiale è indicato nel campo P2 della carta di circolazione) e motoMiracolo dei miracoli…….. Oggi gli italisni si sono svegliati più ricchi. La Giorgia della Garbatella ha superato finanche la Vanna Marchi della televendita. Ha sospeso per l’ anno 2027 una delle tasse più odiate dagli italiani dopo il canone televisione, il bollo auto. La furbastra “Caciottara” ha voluto presentarla erroneamente come abolizione strutturale nascondendo la sua transitorietà e il vero scopo della sospensione, la cosiddetta mancetta elettorale. Mancetta che va applicata guarda caso solo per il 2027, anno delle consultazioni elettorali. Che combinazione ! Il dibattito sulla sospensione del bollo auto e moto approvata dal Consiglio dei Ministri sta sollevando forti reazioni e scetticismo nella pubblica opinione, ricalcando le critiche che spesso accompagnano questo tipo di provvedimenti temporanei. Una enorme bolla di sapone, una presa in giro per allocchi. La misura anche se tocca una platea molto ampia (circa 13 milioni di automobilisti e 7 milioni di motociclisti), presenta vincoli restrittivi specifici ed è per ora limitata a un solo anno, poi si vedrà e dovrà andare in bilancio. Chi vivrà vedrà ! La discussione si che tra chi vede nella norma un aiuto concreto e chi, come evidenziato dai più, la giudica una mossa di facciata o puramente elettorale . Molti osservatori e utenti sottolineano che una sospensione valida solo per il 2027 rischia di apparire come un beneficio a breve termine piuttosto che una riforma strutturale delle tasse automobilistiche. Inoltre, l’adozione del limite dei 80 kW viene criticata da chi fa notare che la potenza del motore non rispecchia necessariamente il valore economico del mezzo o il reddito del proprietario: paradossalmente, un’utilitaria datata di media potenza potrebbe restare esclusa, mentre un veicolo moderno e costoso ma sotto la soglia dei chilowatt beneficerebbe del taglio. Rimane poi il nodo delle coperture e del potenziale impatto sulle casse delle Regioni, a cui il bollo è destinato. Una perdita per queste di 2,3 miliardi che dovrà essere rimpiazzata dallo Stato con il PNRR, se è possibile, o poi le Regioni dovranno provvedere con l’ aumento dell’ IRPEF o con altri balzelli, con la riduzione dei servizi, aumento dei ticket sanitari, ticket trasporti ecc. I partiti di governo sostengono invece che l’esenzione sia mirata a tutelare le famiglie a reddito medio-basso che utilizzano utilitarie e city car per gli spostamenti quotidiani. Il limite di una sola esenzione per cittadino è stato inserito proprio con l’intento di evitare abusi da parte di chi possiede più veicoli o mezzi di lusso. Insomma una pura elemosina che non si accompagna a cambiamenti legislativi degni di tal nome. La venditrice di pentole ha iniziato la prima promozione che passo dopo passo la porterà alla consultazione elettorale del 2027. La pifferaia magica oggi ci presenta il fantastico mondo delle illusioni.
Tra i venti punti del testo – che sarà votato dagli iscritti e poi portato al tavolo della coalizione progressista – molto spazio è dedicato alla necessità di superare le disuguaglianze esistenti

(ilfattoquotidiano.it) – Il primo dei venti punti del programma M5S, che sarà votato sulla piattaforma dagli iscritti fino a domenica, per poi essere portato al tavolo della coalizione progressista, è dedicato alla sanità. Il titolo del paragrafo è: “La salute non è un privilegio: conta la tessera sanitaria, non la carta di credito”. La priorità è lavorare per superare le disuguaglianze, sociali e territoriali, esistenti nel Servizio sanitario. Per far sì che, indipendentemente dal reddito o dal Cap della propria residenza, il diritto alla salute sia ugualmente esigibile da tutti.
Le proposte sono il frutto dei suggerimenti di attivisti, eletti e associazioni, riuniti per Nova, l’iniziativa del M5S che sabato e domenica vedrà il suo atto conclusivo con un evento a Milano. Giovedì il Consiglio nazionale, di fatto il Politburo del Movimento, aveva lavorato tutto il giorno per riassumere e limare le proposte, che contribuiranno a costruire il programma di tutto il centrosinistra.
Con una “modifica del titolo V della Costituzione” si propone di “rafforzare i poteri di coordinamento dello Stato nella gestione del Servizio Sanitario nazionale”. Poi “aumentare strutturalmente il finanziamento del Ssn per recuperare il divario rispetto alla media Ocse. Adeguare le retribuzioni del personale sanitario pubblico agli standard europei” ed “eliminare il tetto alle assunzioni e avviare un piano straordinario di reclutamento”.
Altro tema è lo “stop alle nomine politiche nella sanità”, attraverso una “selezione dei dirigenti per merito e non per appartenenza partitica”. Si prevede inoltre di “istituire un fondo perequativo finanziato dalla sanità privata gestito da una struttura straordinaria di coordinamento nazionale per abbattere le liste di attesa, con poteri di intervento destinati al personale e ampliamento dell’uso di diagnostica, sale operatorie e servizi. Stabilire tempi massimi nazionali per visite, esami e interventi e usarli nella valutazione dei sistemi regionali”. E ancora, affiancare ai già esistenti Lea, livelli essenziali di assistenza, i “tempi essenziali di assistenza“.
L’ultimo aspetto è dedicato alla “prevenzione come investimento”. La proposta è quella di “scorporare dai vincoli di bilancio europei gli investimenti in prevenzione sanitaria”, per smettere di inquadrarla come “un costo da contenere” e iniziare a pensarla come “un investimento sulla salute e sulla sostenibilità futura del Ssn”.
I venti punti del programma del Movimento dedicano uno spazio di rilievo anche al tema della disabilità. Il punto quattro è titolato: “Rendere effettiva l’autonomia delle persone con disabilità e riconoscere il lavoro di cura”. Tra le proposte, quella di “finanziare programmi per la vita indipendente e assegni per assistenti personali qualificati”. Oltreché “riconoscere i caregiver attraverso reddito di cura, tutela previdenziale, sostegno psicologico, protezione del lavoro o del percorso di studi e servizi di sostituzione nell’assistenza”. Infine, il testo sostiene l’importanza di potenziare il co-housing sociale per gli anziani, i centri diurni e le Rsa pubbliche, rendendo questi servizi più accessibili grazie a un maggiore sostegno pubblico delle rette.
Tutto è avvenuto prima della visita dell’area produttiva dello stabilimento e, a seguire, dell’inaugurazione della Sala Innovation Habitat. Al termine, alle 16:45, le celebrazioni continueranno al Centro Sportivo Oratorio ‘San Giovanni Bosco’, dove la presidente assisterà al sorvolo della Pattuglia Acrobatica Nazionale sui cieli di Gardone Val Trompia

(ilfattoquotidiano.it) – La fabbrica di armi Beretta festeggia 500 anni e accoglie con vertici e lavoratori la visita della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che in un periodo storico di dure discussioni sulla necessità o meno di un riarmo europeo, con le aziende operanti nel campo della Difesa che realizzato profitti record dallo scoppio del conflitto in Ucraina, decide di omaggiare il colosso di Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia, con la sua presenza. Al suo arrivo, accompagnata dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, la premier è stata accolta dal sottosegretario al Ministero della Difesa, Matteo Perego di Cremnago, da Pietro Gussalli Beretta, presidente di Beretta Holding, da Franco Gussalli Beretta, presidente e amministratore delegato di Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, da Carlo Ferlito, amministratore delegato e direttore generale, e da una delegazione di operai.
Tutto è avvenuto prima della visita all’area produttiva dello stabilimento e, a seguire, dell’inaugurazione della Sala Innovation Habitat, alla presenza del sindaco di Gardone Val Trompia, Giuliano Brunori, e del presidente della Comunità Montana di Valle Trompia, Massimo Otelli. Al termine della visita allo stabilimento, alle 16:45, le celebrazioni continueranno al Centro Sportivo Oratorio ‘San Giovanni Bosco’, dove sarà accolta dal prefetto di Brescia, Andrea Polichetti, dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, generale Antonio Conserva, e da Don Piero Minelli, parroco di Gardone Val Trompia. La presidente assisterà al sorvolo della Pattuglia Acrobatica Nazionale sui cieli della località bresciana.
Bonelli, incomprensibile mano tesa Schlein a Meloni su energia, serve alternativa
(ANSA) – “In 4 anni Meloni sul tema climatico e energetico ha sabotato in Ue e in Italia tutte le politiche ambientali e climatiche. Ha costruito una politica energetica che, basandosi tutta sul gas, è responsabile del caro energia, ha ripreso le trivellazioni.
Ha fatto diventare più ricchi i petrolieri e le società energetiche e più poveri gli italiani. Dopo la marchetta elettorale sul bollo auto da Cetto La Qualunque, questa mano tesa a lavorare insieme è incomprensibile. Dobbiamo fare solo opposizione a un governo che fa male all’Italia. E costruire l’alternativa”. Così Angelo Bonelli interpellato dall’ANSA sulla lettera di Elly Schlein.
Conte, Schlein? Non ci sono le condizioni per lavorare insieme a Meloni
(ANSA) – “Io parlo per me. Io ho proposto a questo governo varie forme di collaborazioni, sul salario minimo ad esempio. Meloni ci ha preso in giro e ci ha sbattuto la porta in faccia, aumentando lo stipendio a Brunetta, e le indennità a ministri e sottosegretari, con gli italiani in braghe di tela. Sono 4 anni che abbiamo fatto tante proposte.
Oggi non ci sono le condizioni per lavorare insieme con chi, il governo Meloni, ha detto di voler fare le trivellazioni. Ritorniamo al petrolio….Adesso Meloni è meglio che vada a casa e lasci lavorare noi”.Lo ha detto il leader del M5s Giuseppe Conte a Dritto e Rovescio interpellato sulla lettera di Schlein a Meloni.
LA LETTERA DI SCHLEIN A MELONI: “CARA PREMIER, UNIAMO LE FORZE SU CLIMA E ENERGIA”
Il testo dell’articolo di Elly Schlein per la Repubblica
Gentile Presidente,
l’estate appena trascorsa, la più calda mai registrata, ha mostrato con chiarezza la vulnerabilità dell’Italia e dell’intero bacino mediterraneo di fronte alla crisi climatica. Ondate di calore eccezionali, pressioni crescenti sul sistema sanitario, danni ingenti derivanti da eventi meteorologici estremi e fenomeni di siccità prolungata hanno confermato la gravità della situazione. In Europa si stimano 35.000 morti premature legate al caldo e una perdita economica pari a 180 miliardi di euro, circa l’1% del Pil europeo.
Parallelamente, la guerra nello Stretto di Hormuz, in corso da oltre sei mesi, ha determinato un forte aumento del prezzo del petrolio e il raddoppio delle quotazioni del gas. Ne sono derivati costi record per benzina e diesel e un incremento della spesa energetica per famiglie e imprese stimato in quasi 12 miliardi di euro.
Questa combinazione di fattori climatici e geopolitici rende evidente quanto la nostra dipendenza dai combustibili fossili esponga l’Italia a rischi immediati e rilevanti.
In questo contesto, appare essenziale adottare una strategia di lungo periodo che riduca la vulnerabilità energetica del Paese, rafforzi la sicurezza economica delle famiglie e sostenga la competitività delle imprese.
La Commissione europea ha recentemente previsto la possibilità, per gli Stati membri, di utilizzare fino allo 0,6% del Pil in tre anni in deroga ai vincoli di bilancio, al fine di accelerare la transizione energetica. Per l’Italia ciò equivale a circa 14 miliardi di euro da impiegare entro il 2028. È una opportunità importante per mettere in campo risposte strutturali che abbassino il costo dell’energia.
Come Partito Democratico siamo disponibili al dialogo su come utilizzare queste risorse al meglio, e in questo spirito costruttivo offriamo alla Vostra attenzione la nostra proposta di un piano in cinque interventi, fondato in buona parte su misure già esistenti e pienamente attuabili, che potrebbe contribuire in modo significativo alla resilienza energetica del Paese:
Lo stanziamento di 2 miliardi per raddoppiare la dotazione di risorse del Conto Termico, per favorire la sostituzione degli impianti di climatizzazione a combustibili fossili con pompe di calore elettriche (valorizzando una filiera nazionale in cui l’Italia è leader europeo), con particolare attenzione alle famiglie colpite da povertà energetica, oggi pari al 9% del totale;
L’incremento di 3 miliardi delle risorse destinate dal Piano casa del governo per la riqualificazione energetica degli alloggi Erp, a beneficio delle famiglie più esposte al caro bollette;
La destinazione di 4 miliardi per sostenere le imprese nella conversione dei processi produttivi a bassa e media temperatura, riducendo il consumo di gas naturale;
Il rifinanziamento con 3 miliardi del Fondo unico per le reti metropolitane e il trasporto rapido di massa, per realizzare nuove linee di metropolitane e tram e acquistare bus elettrici, con l’obiettivo di modernizzare la mobilità urbana e ridurre le emissioni;
Un investimento di 2 miliardi per il potenziamento e l’efficientamento delle reti elettriche, lo sviluppo di sistemi di accumulo e batteria, e l’installazione di infrastrutture di ricarica, essenziali per sfruttare appieno le energie rinnovabili e favorire l’elettrificazione del parco veicoli.
A queste misure riteniamo necessario affiancare una revisione della tassazione sull’energia elettrica, oggi più elevata rispetto a quella sul gas, in contrasto con le indicazioni della Commissione europea e con gli obiettivi di decarbonizzazione.
Si tratta di interventi concreti, sostenibili e coerenti con le esigenze del Paese.

(Guendalina Middei – lindipendente.online) – «Se la guerra con la Russia dovesse scoppiare, la facciamo scoppiare noi». Queste sono le parole pronunciate recentemente da Alessandro Barbero durante un’intervista con Marco Travaglio. Barbero ha espresso scetticismo sull’idea che la Russia sia sul punto di invadere l’Europa e ha messo in discussione la logica secondo cui il riarmo sarebbe la risposta giusta. Al di là delle opinioni di Barbero, c’è una domanda che dovremmo porci. Cosa significa davvero che l’Italia «ripudia la guerra»? Perché i nostri padri costituenti scelsero proprio quel verbo: ripudiare? E soprattutto cosa significa applicare quel principio in un’Europa che è tornata a parlare apertamente di riarmo, deterrenza e possibilità di un conflitto con la Russia? Per rispondere a queste domande bisogna fare un passo indietro.
Perché l’Europa che oggi conosciamo, quella nella quale milioni di persone possono vivere, studiare e lavorare, in relativa pace, non è sempre esistita. Per secoli il nostro continente è stato uno dei luoghi più sanguinosi della specie umana. La Guerra dei Trent’anni devastò il continente nel Seicento. Le guerre napoleoniche lo ridisegnarono all’inizio dell’Ottocento. La Prima guerra mondiale trasformò l’Europa in un immenso campo funebre. E poi arrivò la Seconda guerra mondiale, e i morti furono milioni e la nostra bella Europa fu ridotta a un cumulo di macerie. Nel mezzo di tutto ciò vi furono guerre religiose, coloniali, e guerre per il controllo delle rotte commerciali, guerre combattute in nome di imperi, nazionalismi e ideali. Raccontate come battaglie per la civiltà, per la libertà o per la difesa di un determinato ordine mondiale.
Ed è proprio questo il punto. La guerra ha sempre avuto, sempre, una ragione. Non sono mai mancati i motivi, alle volte buoni e alle volte meno buoni, per fare una guerra. C’è sempre stato un territorio da difendere, una popolazione da liberare, una minaccia da neutralizzare. Vi sono sempre stati, in ogni singola guerra combattuta dalla razza umana, aggressori e aggrediti. Ed è proprio questa la prima cosa che dovremmo ricordare quando parliamo di guerra. Fu questa la consapevolezza che entra nella Costituzione italiana.

Nel 1947 i costituenti non stavano discutendo di una questione astratta. Avevano davanti agli occhi ciò che la guerra aveva appena fatto all’Italia e all’Europa. Avevano visto il fascismo, e la sua retorica bellicista, la distruzione delle città, l’Occupazione, i campi di sterminio. E scrissero una frase che, riletta oggi, appare molto più radicale di quanto siamo abituati a considerarla: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
I padri costituenti non scrissero «evita». Non scrissero «preferisce non fare». Non dissero neanche che l’Italia «condanna moralmente» la guerra. Usarono, invece, un’altra parola: Ripudia. Non mi stancherò mai di ripeterlo, ma le parole non sono mai soltanto parole. Definiscono e creano il nostro mondo. E la scelta di questo verbo non fu casuale. Durante la stesura della Costituzione, vennero discusse formule diverse. Meuccio Ruini, il Presidente della Commissione che redasse la nostra Costituzione, motivò la sua scelta, dicendo che «condanna» avrebbe avuto soprattutto un valore etico, mentre «rinunzia» lasciava presupporre l’esistenza di un diritto alla guerra. Ripudia, invece, aveva una valenza molto più forte: implicava insieme la condanna e la rinuncia alla guerra.
È una distinzione fondamentale. Perché l’articolo 11 non dice soltanto che la guerra è una cosa brutta. Dice qualcosa di molto più impegnativo: che la Repubblica italiana rifiuta la guerra come strumento attraverso il quale affrontare le controversie internazionali. Dopo secoli durante i quali gli Stati europei avevano concepito la propria sicurezza attraverso la forza militare, il problema che si poneva ai padri costituenti non era soltanto evitare la prossima guerra. Era costruire una cultura, una visione del mondo nella quale la guerra non fosse più contemplata. La Dichiarazione Schuman del 1950 nacque proprio dall’idea di rendere una nuova guerra fra le potenze europee non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile. Ecco come e perché nacque l’Europa intesa come organismo di paesi uniti da un intento comune: la pace.

Ma tutto questo non ci è piovuto dal cielo, per così dire. La pace europea non fu una condizione naturale. È stata costruita. Fu costruita attraverso trattati, accordi, compromessi, errori, fallimenti, fu il frutto di un divenire storico durato millenni. E allora forse dovremmo chiederci se non ci sia qualcosa di profondamente contraddittorio nel momento in cui, dopo aver costruito tanto faticosamente la pace, dopo neanche ottant’anni si torni a considerare il riarmo come una delle principali risposte alle nostre paure. La crisi scatenata dalla guerra russo-ucraina è stata la miccia che ha dato il via al riarmo europeo. Certo l’Italia è membro della NATO, ma, occorre ribadirlo, l’Ucraina non è membro della NATO. Non è neppure membro dell’Unione europea. E qui torniamo all’articolo 11.
I costituenti non pensavano che il mondo sarebbe diventato improvvisamente buono. Sapevano perfettamente che le guerre sarebbero continuate. Sapevano che sarebbero esistiti aggressori e aggrediti, dittature e democrazie, conflitti territoriali, rivalità economiche e interessi contrapposti. La loro scelta fu un’altra: stabilire quale dovesse essere la posizione dell’Italia di fronte a tutto questo. E questa posizione non consisteva nel pensare che la guerra sarebbe scomparsa dal mondo. Consisteva nel rifiutare l’idea che l’Italia dovesse considerarla uno strumento della propria politica internazionale.
E c’è un altro aspetto che merita di essere esaminato. L’Europa, come abbiamo già detto, è arrivata alla costruzione di un sistema pacifico di cooperazione, dopo secoli di guerre combattute fra i suoi stessi popoli. Ma questo processo rappresenta la nostra storia, il nostro divenire storico, la nostra evoluzione. Asia, America latina, Russia ed Europa orientale, sud est asiatico e via dicendo devono, con i loro tempi e i loro modi, arrivare a un percorso analogo, se davvero lo desiderano. Ma in quali tempi e in che modo ci arriveranno è la loro storia, il loro divenire storico non il nostro.
Per secoli l’Occidente ha pensato di poter esportare il proprio modello politico, economico e culturale attraverso la forza: sostenendo governi, rovesciandoli, occupando territori o cercando di orientare dall’esterno l’evoluzione. Quel modello ha un nome preciso: colonialismo. Gli Stati Uniti continuano a farlo tutt’ora, grazie a quel piccolo capolavoro di onnipotenza e deliri di grandezza che è la dottrina Monroe. Si sono auto eletti guardiani del mondo e difensori della democrazia, sulla carta almeno, perché la loro politica estera insegue gli interessi economici e geopolitici della loro nazione e non certo qualche nobile ideale. Se la nostra storia dovrebbe averci insegnato qualcosa è che la democrazia non è un prodotto che si possa consegnare insieme a un pacchetto di aiuti militari. La libertà non può essere importata. E invece cosa facciamo oggi, in una guerra che si combatte al di fuori dei confini dell’Europa? Possiamo discutere all’infinito delle ragioni della Russia, dell’Ucraina, degli Stati Uniti, della NATO, ma la vera domanda è un’altra: l’Italia ha il compito di intervenire militarmente in ogni conflitto che si verifica nel mondo?
La Costituzione dice di no. L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La pretesa di poter intervenire ovunque e stabilire gli equilibri geopolitici delle altre nazioni non è cosa nostra ma è cosa americana. E perché l’Europa, ma soprattutto l’Italia, dovrebbe violare la propria Costituzione e accettare questa visione del mondo come propria?
I padri costituenti non ci hanno lasciato una Costituzione nella quale l’Italia si impegna a fare da gendarme del pianeta. Ci hanno lasciato esattamente il contrario. Il tradimento dell’articolo 11 della nostra Costituzione non consiste soltanto nell’eventualità di mandare soldati a combattere. Comincia molto prima: nel momento in cui accettiamo l’idea che la risposta a ogni crisi internazionale debba essere il riarmo, che ogni controversia debba essere affrontata attraverso la forza e che l’Italia debba necessariamente schierarsi dentro conflitti che appartengono a equilibri geopolitici stranieri. Qualcuno ricorda come e perché scoppiò la Rivoluzione francese? Quale fu una delle micce che diede il via al Terrore, alla Restaurazione, al Congresso di Vienna e a Napoleone? Nel 1778 Luigi XVI intervenne a fianco dei coloni americani contro la Gran Bretagna: una potenza europea, cioè, decise di sostenere una forza straniera per indebolire la Gran Bretagna, all’epoca sua rivale economica. Quella decisione aggravò la crisi finanziaria che affliggeva il paese, la fame si diffuse e sappiamo poi come andò a finire.
Comunque, data la nostra Storia, l’Europa dovrebbe aver finalmente imparato la lezione: la guerra non risolve i conflitti, li peggiora. Un ruolo da paciere e mediatore nei conflitti altrui, ecco cosa avrebbe dovuto essere l’Italia, e auspicabilmente anche l’Europa. Perché la pace non si costruisce entrando nelle sfere di influenza degli altri e pretendendo di ridisegnarle con le armi. Si costruisce imparando a starne fuori.
A seguire il generale è uno studio specializzato in diritti di immagine, che in passato ha assistito anche persone note che avevano esigenze di tutela della reputazione online, da Christian Vieri alle sorelle Cappa

(di Marco Grasso – ilfattoquotidiano.it) – Gli danno del buffone o del pagliaccio. A volte di peggio. Lui fa scrivere dagli avvocati e minaccia querele e azioni civili, a meno di non procedere a un ravvedimento operoso: una lettera di scuse scritta e cancellazione dei post. Che devono essere davvero tanti, visto che sono decine le azioni a pioggia in tutta Italia inviate da uno studio romano specializzato nella diffamazione online. L’ultima ha colpito una quarantenne genovese, che aveva criticato il generale per aver definito Silvia Salis “il” sindaco di Genova, sottolineando l’articolo al maschile.
I fatti risalgono allo scorso luglio. Vannacci sbarca a Genova per un comizio di Futuro Nazionale. È l’occasione per una polemica a distanza con Silvia Salis. La sindaca definisce “vergognosa” la parola “remigrazione”. Il generale risponde piccato che si tratta di una parola del vocabolario e le spiegherà cosa significa, correggendo il giornalista che ha usato il femminile. Quel post macina centinaia di migliaia di visualizzazioni, fra cui quello dell’utente che ha appena ricevuto la diffida dei legali di Vannacci: “LA sindaca di Genova, buffone”, scrive nel commento a un reel diffuso sui social. Basta questo per attivare i legali del leader di Futuro Nazionale. A inizio settembre arriva la lettera dello studio T-Lex di Roma, firmata dagli avvocati Gianmarco Vocalelli e Simone Brigida: “Il nostro assistito è venuto a conoscenza di questo contenuto potenzialmente lesivo della sua immagine, reputazione, onorabilità e decoro, che configura un illecito sia in ambito penale che in ambito civile – si legge nella missiva – Alla luce di quanto sopra, la invitiamo e diffidiamo a provvedere all’immediata rimozione del contenuto social ritenuto lesivo; inviare una lettera di scuse all’indirizzo dello studio legale via mail; prendere contatto entro e non oltre dieci giorni dal ricevimento della lettera, preferibilmente mediante l’intervento di un avvocato, al fine di valutare una soluzione bonaria della controversia”.
A seguire Vannacci è uno studio specializzato in diritti di immagine, che in passato ha assistito anche persone note che avevano esigenze di tutela della reputazione online, da Christian Vieri alle sorelle Cappa. E gli avvocati hanno già fatto sapere che le azioni prescindono dalla figura di Vannacci, e riguardano piuttosto la lotta agli haters. Decine e decine di lettere simili sono state inviate in tutta Italia, dal Nord al Sud. La formula è sempre la stessa e, secondo alcuni legali, la risposta potrebbe persino favorire l’avvio di richieste di risarcimenti, perché confermerebbe l’identificazione dell’autore del post con la persona a cui è stata inviata la lettera. L’effetto spesso viene raggiunto anche senza proseguire l’azione legale: tanti hanno già rimosso i post. Di certo c’è che le azioni avviate sono tante e riguardano insulti con termini ricorrenti online, come le parole “buffone” e “pagliaccio”. Mentre il generale non sembra prendersela fino ad ora nei confronti dei tanti che gli danno del fascista.

(Paolo Arigotti – lafionda.org) – In questi giorni in Parlamento sono in discussione due disegni di legge che, pur muovendosi in ambiti apparentemente molto diversi, si prestano a una serie di considerazioni sotto il profilo costituzionale, con particolare riferimento ad alcuni diritti e libertà fondamentali, previsti e tutelati dalla prima parte della Carta fondamentale. Ci stiamo riferendo al disegno di legge elettorale e al cosiddetto DDL antisemitismo.
Premesso che il dubbio è lecito e che le certezze non appartengono a nessuno (o quasi), ambedue gli schemi rispondono alla salvaguardia di finalità in via di principio condivisibili: la garanzia della governabilità da un lato, per chi sostenga questo punto di vista, o il contrasto contro l’odio e la discriminazione fomentati da bieche ragioni. Il che non toglie che su alcuni aspetti possano essere sollevati dubbi e riserve, anche sotto il profilo strettamente giuridico.
Nel rinviare alle numerose analisi disponibili, ci limiteremo in questa sede a riprendere alcuni aspetti a nostro avviso problematici.
La riforma elettorale, ove approvata, introdurrebbe un premio di maggioranza in favore della lista (o della coalizione) vincitrice che ottenesse almeno il 42 per cento dei voti. Tradotto in numero di seggi, la parte prevalente potrebbe contare su 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, fermo restando che non si potranno oltrepassare – a garanzia delle minoranze – i 220 seggi a Montecitorio e i 113 a Palazzo Madama.
Il problema in questo caso è costituito da alcuni interventi della Corte costituzionale, che già in passato si è espressa contro taluni meccanismi ritenuti lesivi del principio costituzionale dell’eguaglianza del voto. In particolare, con la sentenza n. 1 del 13 gennaio 2014 la Consulta dichiarò parzialmente incostituzionale la legge n. 270 del 21 dicembre 2005, cosiddetta legge Calderoli, impropriamente chiamata “Porcellum”, in quanto talune disposizioni, come si legge nella pronuncia: “… violerebbero l’art. 3 Cost., congiuntamente agli artt. 1, secondo comma, e 67 Cost., in quanto, non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformando una maggioranza relativa di voti, potenzialmente anche molto modesta, in una maggioranza assoluta di seggi, determinerebbero irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica. Esse, inoltre, avrebbero stabilito un meccanismo di attribuzione del premio manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, sarebbe in contrasto con l’esigenza di assicurare la governabilità, in quanto incentiverebbe il raggiungimento di accordi tra le liste al solo fine di accedere al premio, senza scongiurare il rischio che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio possa sciogliersi, o uno o più partiti che ne facevano parte escano dalla stessa. Dall’altro, provocherebbe un’alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che restano in carica per un tempo più lungo della legislatura. Tale modalità di attribuzione del premio di maggioranza stabilita dalle predette disposizioni comprometterebbe, inoltre, l’eguaglianza del voto e cioè la parità di condizione dei cittadini nel momento in cui il voto viene espresso, in violazione dell’art. 48, secondo comma, Cost. La distorsione che ne risulta non costituirebbe, infatti, un mero inconveniente di fatto, ma sarebbe il risultato di un meccanismo irrazionale normativamente programmato per determinare tale esito.” Un precedente non di poco conto.
Inoltre, nel testo all’esame delle Camere non viene reintrodotto, nei fatti, il voto di preferenza e viene previsto un numero molto elevato di sottoscrizioni per la presentazione delle candidature da parte delle forze politiche non rappresentate in Parlamento, col rischio di penalizzare la partecipazione di forze minori o emergenti.
Venendo al DDL antisemitismo, senza ripetere analisi e criticità già evidenziate – e fatte proprie anche dall’Ordine dei giornalisti –, qui non si tratta di giustificare, o di non voler osteggiare, condotte di tipo discriminatorio, a contrastare le quali esistono già norme cogenti (pensiamo alla cosiddetta legge Mancino), quanto di evidenziare il rischio che una misura di questo tipo si possa prestare, specie nella fase storica che viviamo, a una tutela ad hoc riservata a una sola confessione religiosa o a un solo gruppo etnico, ingenerando così una discutibile disparità di trattamento rispetto alle altre. Un approccio che si porrebbe in contrasto non soltanto con l’art. 8 della Costituzione, secondo il quale Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge, ma con lo stesso art. 3, che sancisce il fondamentale principio di eguaglianza e non discriminazione, che vale ovviamente sia in senso positivo che negativo.
In definitiva, quel che si vuole sostenere in questa sede è che il compito di una democrazia sana e matura dovrebbe essere quello di incentivare la partecipazione e la libera espressione, non certo quello di circoscriverla in ambiti definiti. In tal senso, suscita non poche perplessità la positivizzazione nel testo del DDL antisemitismo dei contenuti della cosiddetta dichiarazione IHRA, elaborata con finalità non giuridiche e dai contorni estremamente ampi. Il rischio da più parti sollevato è che contenuti così generici possano far scattare l’“accusa” di antisemitismo pure di fronte a critiche o dichiarazioni ritenute (da chi?) “non conformi”, pur evidenziando che le critiche contro il governo israeliano (giustamente) restano ammesse, al pari di quelle contro qualunque altra entità politica. Il che non toglie che permanga un timore di non poco conto, che potrebbe condurre a una compressione del dibattito su certi temi, per non parlare del pericolo di autocensura di fronte alla prospettiva, pure potenziale, di incorrere negli strali di un’imputazione (non intesa qui in senso penale) assai pesante (e infamante).
La democrazia non basta evocarla, ma occorre preservarla con pluralismo, conflitto, discussione, possibilità di cambiare idea e di cambiare chi governa. E se il prezzo finale di una democrazia più “ordinata” fosse quello di una democrazia meno libera, allora sarebbe lecito interrogarsi se il costo non sia troppo “salato”.
Senza attardarci in ulteriori disquisizioni di ordine giuridico, vorremmo porci alcune delle più grandi domande: chi decide quali voci meritano di essere ascoltate e quali no? Chi stabilisce quali critiche sono legittime o meno? Chi può partecipare alla competizione politica e chi deve restarne fuori?
Da molte delle risposte, che lasciamo al lettore, dipendono i destini della nostra libertà.
Associazione Culturale Teatro Trastevere
presenta
La Nuova Stagione Teatrale 2026-27
FACCIAMO STORIE
+ Restituzione Progetto GERMOGLI edizione 2026
6 ottobre ore 20:30

Anche per la stagione 2026-27, il Teatro Trastevere propone un insieme di artisti e compagnie che fanno dell’artigianato teatrale il loro punto di forza.
Spettacoli costruiti passo dopo passo, curati nei molteplici aspetti artistici e produttivi, per offrire agli spettatori un’esperienza autentica:
quella che solo il teatro indipendente sa restituire.
Ma FACCIAMO STORIE è anche un invito a essere presenti, curiosi e attenti.
È la volontà di creare un luogo “altro”, uno spazio in cui, accanto alle regole
e alle consuetudini del teatro, si possa alzare il dito e provare
a proporre qualcosa di diverso.
Diverso nei temi, nei linguaggi, nei modi e nelle modalità
di vivere la scena e di incontrare il pubblico.
Quest’anno la nostra serata di restituzioni entra a far parte del programma artistico de “La città di tutti”, progetto sostenuto dall’Assemblea Capitolina, nato con l’obiettivo di promuovere la sostenibilità
e il benessere culturale della cittadinanza.
La partecipazione al progetto rappresenta per noi un’importante occasione per ribadire il valore del teatro e delle arti performative come strumenti di incontro, partecipazione e costruzione di comunità.
Una stagione intensa, fatta di storie, visioni e percorsi artistici.
Una stagione che nasce dal lavoro, dalla passione e dalla necessità di raccontare.
FACCIAMO STORIE.
Perché il teatro, prima di tutto, è un luogo in cui le storie prendono vita.
PRIMA PARTE
Ottobre/Gennaio
16-18 Ottobre
Il Belvedere
di Aldo Nicolaj
regia di Mariella Rotondaro
Il Belvedere di Aldo Nicolaj è una commedia brillante e poetica che mette a confronto due solitudini, due mondi apparentemente lontani, ma uniti dal desiderio di essere ascoltati e riconosciuti. Attraverso un dialogo ironico, pungente e coinvolgente, i protagonisti si raccontano, si sfidano e si mettono a nudo, tra ricordi, desideri e verità mai dette. Uno spettacolo delicato e intenso, dove il sorriso lascia spazio all’emozione e il teatro diventa luogo di incontro, memoria e umanità.
Dal 21 al 25 Ottobre
Doppio Progetto Artistico a cura di Valentina Luporini
21 e 22 Ottobre
Basilico & altri rimedi
di Valentina Luporini
regia di Rose Marie Gatta
Con Basilico & altri rimedi, il suo primo testo originale, Valentina Luporini racconta con ironia e profondità una storia d’amore, dove una pianta di basilico diventa metafora della cura, dei legami e dei bagagli emotivi che ciascuno porta con sé.
23-24-25 Ottobre
Gaber sotto le stelle
-repertorio di Gaber-Luporini-
di e con Valentina Luporini
In Gaber sotto le stelle Valentina Luporini, figlia di Sandro Luporini, co-creatore con Giorgio Gaber del Teatro Canzone, intreccia parole, musica e ricordi in un racconto personale e familiare che restituisce tutta l’attualità del teatro di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Uno spettacolo intimo e coinvolgente, che fa rivivere un repertorio capace di parlare ancora al presente.
30 Ottobre-1 Novembre
Uiriamu
regia di Alice Bellantoni
Giappone, 1902. In un’epoca di febbrile apertura, il respiro dell’Occidente attraversa l’oceano sotto forma di versi elisabettiani sconosciuti. È l’alba del Novecento: una Belle Époque carica di sogni e scambi culturali, un mondo che ignora ancora l’abisso della Grande Guerra e il tragico affondo del Titanic.
5-8 Novembre
Shake it out
regia di Leonardo Buttaroni
Tutto Shakespeare. In una sera. Con soli 5 attori (e nessuna garanzia di sopravvivenza). Cinque attori pronti a tutto lanciano una sfida impossibile: mettere in scena tutte le opere del Bardo contemporaneamente. Il palco c’è, i costumi ci sono, il caos pure. Tra cambi d’abito lampo, scambi di persona e colpi di scena fulminei, il confine tra il capolavoro e il disastro totale non è mai stato così sottile. Una commedia folle, irriverente e dal ritmo vietato ai deboli di cuore. Cosa potrebbe andare storto? Praticamente tutto.
13-15 Novembre
One more kiss, dear
regia di Giovanni Caloro
One more kiss, dear, per la regia di Giovanni Caloro, sembra un monologo ma non lo è: il personaggio in scena è sempre uno, ma la storia si dipana in una serie di dialoghi che la protagonista intrattiene con alcune figure più o meno a lei care fino a far sì che lo spettacolo si ponga alcuni interrogativi. Spetta al pubblico trovare le risposte: fin dove l’attaccamento è cura dell’altro? Quanto ci si può spingere nel desiderare qualcuno? L’amore è eterno? E l’odio?
20-22 Novembre
Riflussi ovvero la tragicomica esistenza dell’infermiere Vladimiro
testo e regia di Igor Maltagliati
Vladimiro, detto Vlad, è un infermiere innamorato del sangue. La sua personalità è condivisa con il suo alter ego: una donna folle e logorroica che illustra e condiziona le sue gesta. E quando l’omino che vive nella testa dell’uomo si desta, le cose diventano realmente interessanti. E assolutamente surreali.
4-6 Dicembre
Anche quando puoi
testo e regia di Ludovica Bei
“L’amore non è salvare qualcuno. Ma è smettere di scappare dalle proprie verità”. Una storia d’amore delicata e poetica che ci fa ancora interrogare su cosa sia l’amore, la coppia, l’equilibrio.
8-13 Dicembre
Maledetto Stanislavskij
di Miranda Angeli
“Il gabbiano” è uno dei testi più famosi del teatro moderno, ma il suo autore, Anton Čechov, è arrivato a odiarlo. Perché? Per la terribile (a suo dire, eh) regia che ne fece Stanislavskij. “Maledetto Stanislavskij” parla proprio del rapporto tra questi due grandi maestri e dei contrasti e delle sfide che qualsiasi autore e qualsiasi regista si ritrovano ad affrontare, ancora oggi, quando, purtroppo, devono lavorare insieme.
8-10 Gennaio
Mamma me lo diceva sempre
regia di Mario Parruccini
Un racconto ironico di una donna millennial e della sua relazione complicata con la sua bambina interiore: Mamma me lo diceva sempre è per tutte quelle persone che hanno indossato delle definizioni, facendole diventare comode, anche quando non lo erano.
15-17 Gennaio
Materia viva
regia di Roberta Bongioni
Lo spettacolo affronta il tema dell’ossessione, ponendo la domanda: quanto sei disposto a sacrificare per ottenere ciò che desideri? Due ragazze sono in una residenza artistica di pittura. La competizione si trasforma in un’ossessione, guidata dal maestro che le trasforma per ottenere il suo capolavoro: un’opera d’arte viva, utilizzando come riferimento e metamorfosi il mito di Diana e Callisto.
22-24 Gennaio
Cinecittà sangue
regia di Luca Grispini e Valerio Di Benedetto
Due giornalisti d’inchiesta, ed ex amici per la pelle, si trovano costretti a lavorare insieme su un caso di corruzione del cinema romano. Tra scoperte sempre più nere, i due faranno i conti con i loro stessi fantasmi e le loro contraddizioni.
29-31 Gennaio
Non ti scordar di me
regia di Martina Sergi
Quando Elena, una giovane studentessa di filosofia, viene trovata morta in casa propria, la polizia dichiara il caso un suicidio. La fidanzata di Elena, Ofelia, non riesce ad andare avanti con la sua vita finché, una notte, non incontra Tabita, un’eccentrica ragazza che si presenta come la figlia della Morte. Tabita propone ad Ofelia un patto: se la ragazza riuscirà a scoprire la vera causa della morte di Elena, Tabita le permetterà di scendere negli Inferi e riportarla nel mondo dei vivi.
Vi Aspettiamo
Ass.Culturale TEATRO TRASTEVERE
Direzione Artistica Marco Zordan
via Jacopa de’ Settesoli 3, 00153 Roma
Feriali ore 21 Festivi ore 17:30
CONSIGLIATA PRENOTAZIONE
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È prevista la tessera associativa.
Intero € 13,00 – Ridotto € 10,00
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Il 10 ottobre 2017, in occasione del voto di fiducia sul Rosatellum, Giorgia Meloni bocciò la Giorgia Meloni di oggi.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – La tecnica è collaudata. Mentre mercoledì Giorgia Meloni serviva sulla tavola imbandita dell’opinione pubblica il piatto forte, l’abolizione del bollo (limitata alle auto di media e piccola cilindrata) e per ora a termine (per il solo 2027, anno delle elezioni), altre prelibatezze, ma più difficili da digerire, passavano decisamente in secondo piano, nascoste nelle pieghe del menù. A cominciare dall’amaro: la cancellazione della tassa più odiata dagli automobilisti ridimensionata, seduta stante, dalla decisione di ridurre, in parallelo, lo sconto sulle accise del diesel da 17 a 12 centesimi. Con tutto quello che ne consegue in termini di rincari al distributore per il gasolio.
Bisognava invece inforcare gli occhiali per scorgere, nelle note sugli allergeni, la pietanza meno insidiosa: la fiducia che si fa strada alla Camera in terza lettura sulla legge elettorale (con finte preferenze e premio di maggioranza bulgaro), presentata agli italiani come la panacea contro l’instabilità dei governi repubblicani. Che detto dall’esecutivo più longevo della storia suona già da solo come una contraddizione in termini. Ma a conti fatti, che sarà mai? L’arte di comunicare contraddicendosi, del resto, è un vecchio vizio che a Meloni, finora, gli italiani hanno sempre perdonato.
Quando furono i 5 Stelle a proporre il taglio parziale del bollo auto Giorgia liquidò, con piglio da statista, l’iniziativa come degna di Cetto La Qualunque. Quanto all’ipotesi di porre la fiducia sulla legge elettore bisogna andare decisamente più indietro nel tempo per scoprire cosa ne pensasse all’epoca l’attuale presidente del Consiglio: “Approvare con il voto di fiducia, impedendo al Parlamento di discutere, una legge elettorale che impedirà ai cittadini di scegliersi il proprio governo e i propri rappresentanti sarebbe semplicemente scandaloso. E la domanda di Fratelli d’Italia è: il presidente Mattarella dov’è?”. Così, il 10 ottobre 2017, in occasione del voto di fiducia sul Rosatellum, Giorgia Meloni bocciò la Giorgia Meloni di oggi.
Posta una foto e ringrazia i medici del Gemelli: ‘Nelle prossime settimane vi racconterò il percorso che dovrò affrontare’

(ansa.it) – Alessandro Di Battista è uscito dal policlinico Gemelli. Lo annuncia su Instagram lo stesso Di Battista postando una foto con l’amico e presidente dell’associazione Schierarsi, Luca Di Giuseppe.
“Sto molto meglio e finalmente sono a casa! Grazie ai medici e al personale del Policlinico Gemelli di Roma e grazie a tutti voi per l’affetto che ho sentito ogni giorno. Nelle prossime settimane vi racconterò il percorso che dovrò affrontare”, scrive su Instagram.
Il 12 settembre Di Battista era arrivato al Policlinico Gemelli di Roma dopo essere rientrato in Italia da Cuba con un’aeroambulanza. Una settimana prima, Di Battista era stato operato a L’Avana d’urgenza dopo essere stato ricoverato in seguito a forti dolori alla testa. Il noto attivista si trovava a Cuba per un reportage per il Fatto Quotidiano. Di Giuseppe era volato a Cuba per stargli vicino.
Il bonus Natale del 2024 da 100 euro, per pochi nuclei familiari, è il simbolo del flop. Impalpabile il taglio del cuneo fiscale con poche decine di euro al ceto medio. Detassate solo le partite Iva

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un mancettificio a ciclo continuo, in azione a Palazzo Chigi, che ha prodotto tante parole e nessun effetto reale sulla ricchezza. È finito nel dimenticatoio il “bonus Natale”, che il governo Meloni aveva lanciato in pompa magna a fine 2024 con la nobile motivazione di sostenere i redditi più bassi. Ma i 100 euro, destinati solo alle fasce di reddito fino a 28mila euro con figli a carico, sono stati elargiti a una platea limitata. Dando un sostegno impalpabile alle persone in difficoltà.
Eppure, era stata ideata come misura elettorale per le Europee, poi i soldi erano pochi ed è stata trasformata nel “bonus tredicesime”.
Tra le tante mance non è stata la prima, ma la più clamorosa in termini di flop.

La sospensione di un anno del bollo per auto e moto è quindi solo l’ultima mancia in ordine di tempo ed è anche quella a maggiore impatto mediatico dell’esecutivo in carica.
L’intervento, come annunciato dalla presidente del Consiglio, riguarda il 70 per cento dei veicoli e garantisce, in media, un risparmio annuo di pochi spiccioli al mese. Altroconsumo ha stimato «un vantaggio da 113 a euro a 142 euro» all’anno. Anche se fosse un po’ più alto, il risultato non cambierebbe di molto. Si parla di circa 12/13 euro al mese a persona per un impegno di spesa statale di 2,3 miliardi di euro. Fondi prelevati dalle casse delle regioni che attendono, fiduciose, il rimborso dello Stato. Altissima spesa, bassissima resa.

L’effetto, però, è quello del risparmio su una tassa una tantum, quindi di un sollievo momentaneo, ideale per spingere verso l’alto i consensi. Infatti Giorgia Meloni ha lanciato il battage comunicativo del governo che toglie le tasse, innescando la polemica social con Matteo Renzi. «Mi davi del venditore di pentole», ha scritto il leader di Italia viva in riferimento alle critiche della premier sulla sua promessa di cancellare il bollo. «Hai scoperto la differenza tra annunciare e realizzare», la replica di Meloni. Con il senatore di Iv che ha contrattaccato: «Hai annunciato molto, hai realizzato poco».
Scontro a parte, la pressione fiscale resta a livelli altissimi, a fine 2026 dovrebbe attestarsi al 42,9 per cento. Gli interventi generici non contribuiscono a mettere somme sostanziose nelle tasche dei lavoratori. Secondo un sondaggio pubblicato dalla Stampa nei mesi scorsi, 4 italiani su 10 hanno dichiarato di sentirsi più povero. E 5,7 milioni di euro, per l’Istat, è in condizione di povertà assoluta.

Gira e rigira, le mance danno titoli, ma non servono. Un caso di scuola è stato il taglio del cuneo fiscale. Il secondo scaglione dell’aliquota Irpef è passato dal 35 al 33 per cento. Un’iniziativa inserita nell’ultima manovra, con grandi squilli di fanfare, per un costo di 3 miliardi di euro. Il beneficio è stato impercettibile per le buste paga del ceto medio.
La quantificazione è in poche decine di euro per i redditi intorno ai 30mila euro, qualcosa in più per i redditi tra 45mila e 50mila euro. Il vantaggio è stato divorato in pochi mesi dall’aumento dell’inflazione, che ad agosto ha sfondato il tetto del 3 per cento, arrivando al 3,3 per cento.
La spirale rischia di diventare inarrestabile: i costi dell’energia e del carburante si scaricano sui beni di prima necessità. Tra l’altro, proprio a inizio legislatura, Meloni aveva rinnovato il bonus benzina di 200 euro, istituito dal governo Draghi. Un cerchio che si chiude.
Altra misura cucita addosso alla propaganda è quella del bonus bebè, che ha riaggiornato una vecchia azione del governo Renzi.
Nell’ultima manovra è stata prevista l’erogazione di 1.000 euro una tantum (per i nuclei familiari con Isee inferiore a 40mila euro) per i nuovi nati nel 2026. Se l’intervento sarà confermato, si vedrà in futuro. Le politiche per la natalità passano dagli spot, non da un investimento strutturale. Presa in prestito, questa volta da Berlusconi, l’idea della social card, un buono spesa per le fasce più deboli: la carta Dedicata a te che concede 500 euro per un numero limitato di beni. La spesa per le casse pubbliche, in questo caso, ammonta a poco meno di 600 milioni di euro.

Di mancia in mancia, il capitolo previdenziale resta un altro paradigma della destra al potere. Le pensioni minime a mille euro sono state la grande chimera dell’era di Silvio Berlusconi. Una promessa buona per tutte le stagioni, che non è stata mai realizzata. Il governo Meloni non ha fatto granché, a dispetto delle parole di Matteo Salvini. Lo scorso gennaio la rivalutazione dell’Inps ha portato l’assegno da 603 euro a 611 euro, un aumento di 8 euro al mese. Un caffè al bar per una settimana. A conti fatti, l’unica categoria che ha usufruito di una reale detassazione è quella delle partite Iva con la flat tax per chi fattura fino a 85mila euro.
La tassazione agevolata è in questo caso un vantaggio realistico. Mentre un intervento spot, come quello sul bollo auto, ha una gittata limita. In questo caso servirà per coprire il buco nero degli aumenti del carburante. Dopo la sospensione del bollo per il 2027, non ci saranno altri interventi per frenare i rincari alla pompa. Ma Meloni potrà raccontare di aver tagliato le tasse. Fino alla prossima mancia.

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Siamo tutti contenti quando un criminale, un ladro, un truffatore, uno spacciatore viene sbattuto in carcere. Quello che succede dopo non ci riguarda più. E invece dovrebbe interessarci parecchio perché, una volta scontata la pena, i condannati tornano liberi. E 7 su 10, poi, tornano a delinquere. Questo succede perché chi amministra la giustizia, a sua volta, viola impunemente la legge, scaricandone il costo sui cittadini ignari. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e al suo reinserimento sociale, e che il trattamento in carcere deve essere umano. Ma il processo di rieducazione è possibile solo attraverso il lavoro durante il periodo di detenzione; invece in quasi tutte le carceri italiane l’unica attività che gran parte dei condannati possono fare è quella di guardare il muro. Sull’umanità di trattamento, basta guardare i dati: i 190 istituti penitenziari italiani sono tra i peggiori d’Europa. Ogni 100 posti disponibili ci infiliamo 138 detenuti, che spesso diventano 150 con punte di 251 raggiunte di recente a Lucca. I numeri del fallimento li denuncia il Garante nazionale dei diritti dei detenuti: nel 2025 si sono verificati 76 suicidi, 1.981 tentati suicidi, 6mila scioperi della fame, 12.700 episodi di autolesionismo (qui). La polizia penitenziaria è sottorganico del 10%, il personale amministrativo del 20%, gli educatori del 6% (qui). Per ogni giorno trascorso in condizioni degradanti lo Stato italiano riconosce al condannato un indennizzo di 8 euro prelevati dalla fiscalità generale. Secondo il rapporto Antigone le istanze presentate ogni anno agli uffici di sorveglianza si aggirano sulle 7000, con una percentuale di accoglimento del 55%. Gli indennizzi però non sanano il danno: quando hai passato qualche anno in carcere in queste condizioni esci migliore di prima? La risposta è no.
Solo imparando un mestiere, il detenuto riesce a immaginare per sé un futuro lontano dalla criminalità. E infatti l’art. 15 dell’Ordinamento penitenziario dice che, «salvo casi di impossibilità», al detenuto «è assicurata un’occupazione lavorativa», in quanto rappresenta «uno degli elementi del trattamento rieducativo». Nella realtà, quando va bene, lavora un recluso su tre, e per poche ore la settimana. Appena il 7,2% di chi sta scontando la pena frequenta corsi di formazione professionale. Di fatto, trascorrono le giornate rinchiusi nelle loro celle sovraffollate a giocare a carte o a fumare, e chi vorrebbe fare qualcosa, anche solo ridipingere una parete scrostata, non può farlo.
Il lavoro per legge deve essere retribuito e le risorse non ci sono. Il risultato di tutto questo è che il 70% di chi esce di prigione, prima o poi ci ritorna. In sostanza risparmi oggi per avere un delinquente in più domani. Infatti un tasso di recidiva così elevato è un danno in termini di sicurezza e un peso economico che grava sui cittadini, visto che per gestire le carceri lo Stato spende 3,4 miliardi l’anno (qui) e ogni detenuto ci costa 150 euro al giorno. Più gli indennizzi. Il governo lo sa, e a giugno il ministro Carlo Nordio ha annunciato lo schema di decreto del Presidente della Repubblica che punta ad aumentare le opportunità occupazionali dei reclusi anche attraverso il credito d’imposta. Sarebbe una svolta, e il condizionale è d’obbligo, visto che finora l’unica risposta al problema è stata questa: nuovi reati, pene più severe e la costruzione (ancora di là da venire) di carceri più grandi.
L’ultima isola-carcere d’Europa si trova a Gorgona, a un’ora di traghetto da Livorno. Qui non si registrano suicidi, e uno studio dell’Università Sant’Anna di Pisa stima un tasso di recidiva del 30%, meno della metà della media nazionale.
In questa sorta di Alcatraz italiana – 2,2 chilometri quadrati, delimitati da 5 chilometri di scogliere e piccole spiagge – ci vivono stabilmente soltanto i detenuti e il personale penitenziario. Tra gli «ospiti», assassini, rapinatori, ladri… gli unici esclusi sono i condannati per terrorismo e mafia. Ci finisce solo chi ne fa richiesta, consapevole che la detenzione all’interno di un’isola, se il mare è grosso, può comportare settimane senza ricevere visite. In compenso puoi video-chiamare i parenti e, quando arrivano, c’è l’area pic-nic, gli scivoli per i bimbi, e presto – fondi permettendo – le «stanze dell’affetto» per garantire il diritto alla sessualità in carcere.
Le celle sono come quelle di qualunque altra prigione: bugigattoli dai muri scrostati. Con una differenza. «Prima stavo nel carcere di Perugia – ci racconta Carlos, 45 anni, peruviano – trascorrevo le giornate sdraiato nel letto a castello, contando i buchi del materasso sopra al mio: erano 1.431. Non sapevo fare nulla. Oggi faccio l’elettricista e in cella ci vado solo a dormire». A Gorgona infatti si è obbligati a restare dietro le sbarre solo dalle 9 di sera alle 7 del mattino. L’intera giornata è occupata dai corsi di formazione professionale, di teatro, musica, palestra, campo da calcio, la chiesetta, ma soprattutto si lavora.
Il 100% dei reclusi è assunto con regolare contratto. «La maggior parte è alle dipendenze dello Stato e contribuisce all’automantenimento del carcere», spiega Maria Grazia Giampiccolo, la direttrice del penitenziario. C’è chi coltiva gli orti, chi accudisce i maiali, le galline, gli asini; oppure fa il fornaio o il manovale, pulisce l’isola e fa la manutenzione alle vecchie case dei pescatori, ora abitate dagli agenti. Quasi il 10% è invece ingaggiato dalle aziende private che hanno stretto accordi con l’amministrazione penitenziaria, come la Frescobaldi che sull’isola ha 2 ettari di vigneti, e la Piacenti, che ha in appalto i lavori per la messa in sicurezza dell’antica rocca.
La paga-base di un detenuto assunto per mansioni agricole è di 844 euro lordi; i vignaioli sono i più fortunati perché arrivano a 1.200. Lo stipendio però passa dall’amministrazione penitenziaria, che trasferisce un quinto in un conto vincolato (che il detenuto potrà incassare una volta libero) e trattiene circa 110 euro al mese di contributo al mantenimento. Per legge infatti il detenuto deve concorrere alla spesa per «alimenti e corredo»: 3 euro e mezzo al giorno. Sembrano spiccioli, ma in realtà in Italia quasi nessun carcerato paga, e alla fine il debito viene spesso annullato dai magistrati di sorveglianza. A Gorgona invece tutti lavorano, e quindi tutti pagano.
Gli studi dimostrano che tra i detenuti con un’occupazione lavorativa c’è una percentuale più bassa di depressi, di obesi e di consumo di farmaci. Si riduce anche l’aggressività, e questo a Gorgona è cruciale perché basterebbe poco per trasformare un martello o una falce in un’arma. Proprio per garantire il delicato equilibrio sul quale si regge questo carcere, c’è sempre stata una rigida selezione delle richieste di trasferimento. Nel documento che fissa le linee guida dell’istituto lo si spiega: «La scelta dei detenuti da assegnare a questa sede riveste un’importanza fondamentale al fine di assicurare l’ordine e la sicurezza». Ma negli ultimi anni le maglie dell’amministrazione penitenziaria si sono allargate, lasciando entrare reclusi di «elevata pericolosità», o con pregressi problemi di dipendenza.
Il problema oggi è «chi» entra, ma anche «quanti» ne entrano. La capienza massima è di 89 detenuti, ma si è arrivati si superare la soglia dei 120. Per garantire a tutti un contratto, se prima si lavorava 6 ore al giorno per 6 giorni la settimana, ora si lavora 4 ore per 4-5 giorni a settimana. A complicare le cose, il ventaglio di opportunità occupazionali si sta riducendo per la decisione di chiudere l’allevamento di orate e nel 2021 anche la macelleria e il caseificio.
Il carcere sta diventando sempre meno autosufficiente. I pochi pannelli solari presenti non funzionano: l’elettricità si produce bruciando mille litri di gasolio al giorno. Per assurdo, nell’isola non c’è la motovedetta: in caso di emergenza si attende l’intervento da Livorno e se qualcuno si avvicina troppo alla costa si può solo prendere in mano un megafono e ordinare di allontanarsi. La pianta organica prevede 54 agenti di sorveglianza, ma in servizio ci sono appena 26 uomini in divisa.
A giugno il sindaco di Livorno Luca Salvetti ha scritto al ministero della Giustizia: così si «rischia di compromettere l’equilibrio organizzativo e l’efficacia del percorso di reinserimento sociale». Lo dice anche il garante dei detenuti Marco Solimano: «Il problema è tutto politico: invece di investire per esportare il modello-Gorgona nelle altre carceri, si sta importando alla Gorgona tutto quello che non funziona».

(di Michele Serra – repubblica.it) – Si parla tanto di IA, ma la vera incognita è l’essere umano. Nel bene e nel male, non è mai facile capire che cosa passa per la testa di questi bipedi molto evoluti, e al tempo stesso soggetti alle più rudimentali pulsioni.
Esempio. Si è fatto notare, con giustificato scandalo, che Trump ha sistemato persone di sua fiducia nelle istituzioni indipendenti. Lo ha fatto perché gli sfugge il concetto stesso di indipendenza: ovvero il concetto di Stato, cioè di una entità super partes, al di sopra delle contingenze politiche immediate. Per questo gli è sembrato del tutto normale considerare la massima autorità giudiziaria, la Corte Suprema, e la massima autorità finanziaria pubblica, la Fed, come sue controllate. Ha manomesso la Corte Suprema, alterando il tradizionale equilibrio tra giudici repubblicani e democratici, e ha cercato di mettere sotto controllo la banca centrale mettendo alla guida qualcuno di cui si fidava.
Non gli è andata benissimo. La Corte Suprema ha recentemente bocciato i tentativi della Casa Bianca di manomissione della legge elettorale (voto per posta). E la banca centrale, all’unanimità (anche con il voto del nuovo presidente Warsh, considerato trumpiano), prendendo atto dell’aumento dell’inflazione causato dalla stolta guerra all’Iran, ha alzato il tasso di interesse, dopo tre anni, contrariando assai il presidente.
Al netto di ogni altra complessa ragione di carattere economico e giuridico, questo significa che entrambe le istituzioni hanno agito secondo quelli che ritenevano gli interessi del Paese e non per fedeltà a un capo. È una buona notizia: a vantaggio dell’idea che libertà e coscienza siano fattori che determinano le scelte umane almeno quanto l’opportunismo e il servilismo. È una lotta aperta. Non persa in partenza.