Selezione Quotidiana di Articoli Vari

I mandanti occulti


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – I ragazzi che protestano vivono in tuguri di periferia, perché nelle grandi città del lusso, dei b&b, dei palazzoni sfitti, dei grattacieli vuoti, dei boschi verticali e delle mazzette orizzontali non c’è posto per il ceto medio, figurarsi per loro. I genitori, se hanno culo, cioè un lavoretto precario, guadagnano una miseria e non arrivano a metà mese. E ora ricevono bollette del gas e della luce da paura, per non parlare […]


Travaglio : “Governo Meloni tutto chiacchiere e distintivo, imbecille e propagandista”


Il direttore del Fatto: “Fanno le gride manzoniane per dire che hanno fatto qualcosa”

(ilfattoquotidiano.it) – “Bisogna smetterla di dire che questa è la destra ‘legge e ordine’, perché questa è una destra ‘illegalità e disordine’. Non sanno cosa sia la sicurezza, perché per far sentire la gente sicura non bisogna inventare nuovi reati per punire cose che sono già punite o dai Dieci Comandamenti o dal Codice Rocco, quindi dalla notte dei tempi. Bisogna assicurarsi che le pene previste dai reati che ci sono già vengano poi eseguite”. È l’affondo del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che a Otto e mezzo (La7) smonta punto per punto le politiche sulla sicurezza del governo Meloni, mentre cresce la preoccupazione per possibili nuovi scontri nelle città italiane in occasione delle manifestazioni previste per oggi.

Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza che dispone l’invio nel capoluogo lombardo di 500 militari aggiuntivi, fino al 31 dicembre 2026, nell’ambito dell‘operazione Strade Sicure. Si tratta di paracadutisti della Brigata Folgore, provenienti principalmente dal 186° Reggimento di Siena, impiegati nella vigilanza dei luoghi sensibili e nei pattugliamenti, anche dinamici, al fianco di polizia e carabinieri. Un dispiegamento che, secondo Travaglio, racconta soprattutto l’incapacità dell’esecutivo di affrontare le cause dell’insicurezza, sostituendo all’efficacia delle norme l’esibizione della forza.

Il direttore del Fatto osserva che “tutti si riempiono la bocca della famosa certezza della pena, ma pochi possono permettersi di dare poi l’attuazione, perché poi, se la pena è certa, è certa per tutti, anche per i colletti bianchi”. E puntualizza: “I magistrati applicano le leggi che fanno i politici e che hanno trasformato il codice penale e il codice di procedura penale in un colabrodo pieno di scappatoie, di sconti e di saldi di fine stagione che fanno sì che la legge da lontano fa paura e da vicino fa ridere, l’effetto spaventapasseri”. Un meccanismo che finisce per alimentare anche la sfiducia dei cittadini nella giustizia: “La gente quando vede che vengono arrestati e poi dopo un po’ sono fuori o non capisce oppure pensa che sia il magistrato che è buonista, in realtà sono le norme che sono fatte apposta per rendere la pena una barzelletta”.

Circa la decisione di rafforzare la presenza militare nelle strade di Milano, Travaglio sottolinea: “Mandano i soldati in piazza, offendendo tra l’altro polizia, carabinieri e forze dell’ordine che hanno quello di compito, mentre i soldati non si capisce bene cosa vadano a fare, soprattutto dopo che Mattarella ha svuotato i poteri di arresto della polizia giudiziaria che inizialmente questi scriteriati volevano dare ai militari”. Travaglio ribadisce che la moltiplicazione dei presidi non risolve il problema di una legislazione che giudica inefficace: “Il governo Meloni fa le gride manzoniane per dire ‘ho fatto qualcosa‘”. E cita un esempio concreto, quello delle disposizioni penali già esistenti per punire le violenze durante le manifestazioni: “L’articolo 419 del codice penale, che esiste dalla notte dei tempi, afferma: ‘Chiunque fuori dai casi preveduti commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata con le aggravanti che arrivano a venti anni se il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico’”.

Travaglio contrappone questa disciplina alla nuova fattispecie di partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche, contestando la scelta di introdurre ulteriori reati anziché rendere effettive le sanzioni già previste dall’ordinamento: “Sentite adesso che reato ‘nuovo’ si sono inventati questi: partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche. Che è la stessa cosa che abbiamo appena detto, solo che è punita fino a cinque anni. Il nuovo reato ha un massimo di pena di cinque anni, quello che già c’è fino a vent’anni, quindi conviene quello nuovo perché sono degli imbecilli oltre a essere dei propagandisti”. E chiosa: “A cosa serve questa roba qua? A niente. Zero. Se fai otto decreti sicurezza e la gente non si accorge per niente di cosa è cambiato, tant’è che vede che devi mandare i soldati in piazza, si sente più sicura o meno sicura? Si sente meno sicura ovviamente”.


Il coprivuoto


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Il coprifuoco nasce come un gesto di prudenza domestica. Nelle città medievali, fatte di legno e di paglia, la campana della sera ordinava di coprire il fuoco: si ammucchiava la cenere sulle braci e ci si metteva sopra un coperchio di metallo, perché una scintilla lasciata sola in una notte di vento poteva bruciare un quartiere. La tradizione lo attribuisce a Guglielmo il Conquistatore, che nel 1068 l’avrebbe imposto agli inglesi appena sconfitti, con il vantaggio di impedire ai vinti di riunirsi al buio. Qualcuno lo anticipa ad Alfredo il Grande, i francesi lo fanno risalire al Duecento. Quando salì al trono il figlio di Guglielmo, Enrico, la legge fu abolita e restò la campana, che a Winchester suona ancora ogni sera.
Il fuoco da cui proteggersi cambiò, col tempo. Nell’Italia del 1943, caduto il fascismo, si stabilirono per ragioni di ordine pubblico le ore dalle nove di sera alle cinque del mattino come momento in cui non si poteva uscire da casa. In Algeria la Francia lo applicò dall’aprile 1955 contro gli attentati del Fronte di liberazione. Il 5 ottobre 1961 il prefetto di Parigi, Maurice Papon, lo estese alla capitale ma solo ai «francesi musulmani d’Algeria». Quando decine di migliaia di loro scesero in piazza, il 17 ottobre, senza armi, la risposta fu tale che alcune ricostruzioni contano più di cento morti, e dei corpi si ritrovarono nella Senna. Tornò nel 2005, per le banlieue in fiamme dopo la morte di Zyed e Bouna, diciassette e quindici anni, in fuga da un controllo di polizia. Tornò nel 2015 per il terrorismo e nel 2020 per il virus, quando per la prima volta toccò tutti, e in Italia lo si portò fino alle undici di sera come una concessione.

A Parigi e a Lione, in questi giorni, serve a coprire altro. Dalle undici di sera alle sei del mattino è vietato stare in strada, minorenni compresi, intorno a place de la République e alle Halles. Contro le vetrine rotte e i falò va benissimo. Rispetto a ciò che i ragazzi chiedevano di giorno non dice niente, perché un divieto notturno non è un’aula in più né un supplente in cattedra. Lo si adotta per una ragione molto semplice: è l’unico provvedimento che un governo può prendere senza avere nulla da offrire. Il nome giusto sarebbe coprivuoto.

Basta mettere in fila le cifre francesi. I liceali chiedevano insegnanti, edifici decenti, classi meno affollate, e il loro sindacato ha messo sul tavolo dieci misure per dieci miliardi. Il governo ha risposto con tremila supplenti, tre giorni di lezioni sospese perché ogni scuola discutesse di «democrazia interna», una consultazione online e un piano promesso per fine ottobre. Mercoledì i sindacati sono usciti da Matignon dicendo che nessuna misura era stata annunciata. Intanto, a metà mese, i fermati erano già oltre seimilaottocento, per l’86 per cento minorenni. Il governo e Macron parlano di estrema sinistra che vuole abbattere la Quinta Repubblica, mentre la procuratrice di Parigi faceva sapere che tra i fermati nessuno aveva rivendicato un movente politico. Il presidente, dal canto suo, girava il Golfo a trattare il prezzo del gasolio.

L’Italia ha recitato lo stesso copione in due atti. Gli autotrasportatori hanno bloccato le strade del Sud, gli scaffali dei supermercati si sono svuotati e Salvini ha annunciato un miliardo per la categoria. Fatti i conti, i soldi nuovi sono 160 milioni: il resto era già stanziato, i rimborsi si aspettavano da sette mesi e il credito d’imposta arriverà nel 2027. Una mancetta con l’annuncio di un miliardo, mentre nelle stesse ore il ministro Urso faceva identificare i camionisti e il ministro Nordio parlava di probabili infiltrazioni criminali. Agli studenti è andata peggio. Valditara ha rivendicato gli investimenti sugli edifici e ha chiamato «maranza» la stragrande maggioranza di chi ha devastato Milano. Il governo ha varato il decreto: un reato nuovo di partecipazione violenta ai cortei, fino a cinque anni, minorenni imputabili dai quattordici anni, genitori chiamati a pagare, cinquecento militari a Milano fino al 31 dicembre. Il tetto agli alunni stranieri, uno dei bersagli dei cortei, resta in piedi. La differenza tra i due casi si dice in una riga: chi scioperando ferma le merci riceve qualcosa, chi ferma soltanto sé stesso riceve un decreto sicurezza.

A Tirana Rama ha parlato di mano straniera, di Russia e di Iran, senza portare prove (anche il ministro della difesa italiano ha adombrato infiltrazioni). Il premier albanese ha promesso 2.500 euro agli agenti impiegati nelle piazze e studia di abbassare l’età della responsabilità penale. Sul costo dell’università si è detto pronto a discutere, ed è tutto.

Altrove le piazze sono rimaste in ordine, e lì il governo non ha né represso né risposto. Ad Atene diecimila persone hanno sfilato in pace fino al Parlamento, e Mitsotakis ricorda ai manifestanti gli aiuti per l’energia. A Madrid il Parlamento ha bocciato i decreti sulla casa del governo e Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre. A Lisbona hanno piantato le tende. Dove la piazza non rompe niente non succede niente. Dove rompe arriva la questura, ma in nessun caso arriva una risposta concreta.

Qui nasce un sospetto, che, per carità, resta un sospetto. Le vetrine rotte ci sono, i poliziotti feriti anche, più di settecento in Francia e centonovantuno in Albania, e nessuno può far finta di niente. Ma il decreto, il coprifuoco, il bonus agli agenti fanno un altro lavoro, oltre a quello dichiarato. Finché si parla di ordine pubblico non si parla di quanti insegnanti mancano, di dove si trovano i soldi, di che cosa si può davvero concedere a ciascuna categoria. Un governo che reprime non ammette niente. Un governo che tace davanti a una richiesta precisa lascia vedere che la risposta non ce l’ha. Per chi governa il rischio è questo: che i cittadini si accorgano che dall’altra parte del tavolo c’è una sedia vuota.

A mezzanotte, in place de la République, non c’è nessuno. È il ritratto più fedele che i governi contestati in giro per l’Europa potessero fare di sé.


La protesta degli autotrasportatori ti sta mostrando il Sud Italia della crisi che il governo del Nord non conosce


La protesta degli autotrasportatori ti sta mostrando il Sud Italia della crisi che il governo del Nord non conosce

(Ciro Pellegrino – fanpage.it) – Lo sai come si dice, no? «Il sazio non crede al digiuno». Il governo di destra, padre dell’autonomia differenziata che diviso l’Italia te la sta mostrando chiara chiara qual è la priorità: il problema sono le vetrine di Milano, l’ottavo decreto sicurezza in cinque anni con l’ennesima tirata anticostituzionale corretta dal Quirinale (se non ci fosse Mattarella…), i «maranza» (li chiamano così, come in un rap di Fedez, solo per non passare per xenofobi).

Ispirandomi al bellissimo «monologo di Giorgio», in “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo, ti dico che da qualche giorno mi sento come come un esemplare della specie più povera del mondo: il meridionale che solidarizza con chi trasporta i prodotti della terra e ci consente ogni giorno di mettere il piatto a tavola.

Non sono fesso e so che non lo sei nemmeno tu: l’Italia del Sud è il paese dei padroncini, la rete dei trasporti della grande distribuzione è spesso fonte di sfruttamento dei lavoratori. Ma nessuno mi convincerà che un camionista fa la vita da nababbo e non ha niente di cui lamentarsi.

Nessuno mi convincerà che un autotrasportatore non vorrebbe stare a casa sotto ad una coperta e davanti alla tv invece di stare mmiez ‘a via, su un’autostrada, dalle 4 di mattina. E non certo per uno stipendio da direttore generale.

Questa protesta degli autotrasportatori al Sud Italia nasce perché il caro gasolio sta erodendo il margine di guadagno degli autotrasportatori. È una cosa più grande di me e di te e pure dell’Italia. Riguarda i meglio amici di Meloni e Salvini: Trump e Putin. Il blocco sta facendo uscire pazze le forze politiche. Il centrodestra non può attaccarli fino in fondo perché questa gente è il loro elettorato di base al Sud Italia. Il centrosinistra li sostiene, ma non fino in fondo.

Hai notato quanto tempo c’è voluto per far entrare questa vicenda nell’agenda della politica nazionale e quanto poco tempo c’è voluto invece per le vetrine spaccate di Milano? Hai visto mezzo ministro a Napoli, a Reggio Calabria, Palermo, Bari? Qui è solo un problema di quattro zappaterra e dei loro camionisti, a Milano è a rischio la civiltà.

È stato necessario bloccare l’intero comparto del trasporto merci per far alzare il culo a qualcuno a Roma farlo recare in ufficio a fare i conti per vedere se resta qualche soldino non per il riarmo. Tutto sommato la Regione Campania, con tutte le sue miserie, è riuscita a trovare in poche ore 13 milioni di euro per supportare i costi del gasolio agricolo destinato ai coltivatori diretti.

Oggi ho sentito l’ennesima panzana di un ministro del governo Meloni, che poi è sempre lo stesso, Nello Musumeci, oggi in gita qui. Musumeci è quello che se la prese coi napoletani dopo i terremoti ai Campi Flegrei, deve avere avuto qualche problema coi napoletani da giovane. Ha detto: «Non siamo a Bolzano. È normale che la criminalità va dove c’è denaro o dove si pensa possa arrivare e soprattutto c’è chi vuole fomentare». Ma vi rendete conto di quanto faccia schifo questa frase in bocca ad un ministro siciliano?

«Il sazio non crede al digiuno». E poi c’è pure il sazio che irride chi è a pancia vuota e dice: «Beato te, io ho mangiato così tanto che schiatto». Meno soldi agli ospedali del Sud, meno soldi ai trasporti del Sud, poi però in estate tutti a Napoli e come è bella Napoli e che bel cambiamento ha fatto Napoli, andiamo tutti al murale di Maradona e poi a mangiare una pizza gourmet a quaranta euro. È stato necessario bloccare mezza Italia per far succedere qualcosa, l’indifferenza di governo verso questa parte dell’Italia ha raggiunto vette che non credevo possibili nemmeno quando Umberto Bossi in canottiera gridava ai «terùn».

Avrei voluto parlarti dell’inaugurazione della libreria Mondadori nella metropolitana di Scampia. Una cosa bellissima, una avventura di quel  visionario di Rosario Esposito La Rossa, un presidio di cultura in un luogo ancora complicato (l’altroieri, a due passi da lì, un omicidio di camorra).  Avrei voluto parlarti dell’apertura di stagione del teatro Mercadante di Napoli, Renato Carpentieri, 83 anni, monumentale, un leone, in scena con testi di Beckett e Pinter. Ne parleremo.

Oggi la priorità è far vedere com’è difficile imporre un argomento all’agenda del governo, se quell’argomento arriva da una precisa parte del Paese.


Tutte le bufale diffuse dai media sulla mobilitazione dei ragazzi in Italia


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Pericolosi sondaggi per decidere quali negozi devastare, manuali per la guerriglia, regie estere, con ogni probabilità russe. Sono solo alcune delle bufale diffuse da gran parte della stampa mainstream sul Movimento 17/10, la piattaforma della Gen Z italiana nata all’indomani delle proteste dello scorso fine settimana, che qualcuno preferisce ricondurre a gruppi di non meglio definiti “maranza”. «Quale negozio vorresti saccheggiare?: nelle chat dei ragazzi il sondaggio choc», titola l’Avvenire. «In chat la guida per i cortei: “Gridare slogan e sfondare”», fa eco RaiNews. «Le piazze in rivolta e l’impronta della guerra ibrida», scrive La Stampa, alludendo a una potenziale interferenza di Putin, sulla scia delle dichiarazioni rilasciate dallo stesso ministro della Difesa, Crosetto. La mobilitazione prevista per oggi sembra riunire stampa dominante e rappresentanti della politica sotto la stessa ala, alimentando mistificazioni e lampanti fake news. Nonostante i tentativi di delegittimazione, il Movimento 17 Ottobre continua a invocare la protesta e ha annunciato una mobilitazione lampo, con modalità inedite e senza fornire dettagli pubblici.

Tenere traccia delle bufale circolate negli ultimi giorni sul Movimento 17/10 è difficile. La pagina è nata su Instagram il giorno dopo i disordini che hanno investito Milano domenica scorsa, lanciando una mobilitazione permanente in diverse città italiane. «I violenti siete voi che ci avete negato il futuro. Ora quel futuro ce lo prendiamo», si legge nella prima pubblicazione del gruppo. Il movimento promette di organizzare manifestazioni ogni sabato nelle principali città italiane, tra Milano, Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari e Genova, lasciando spazio anche a iniziative dal basso. Il movimento si struttura in maniera orizzontale, come chiarito nel primo comunicato ufficiale del gruppo, in cui si legge senza mezzi termini: «Non ci rappresenta nessuno, ci rappresentiamo da soli». E ancora: «Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare».

Nel giro di pochi minuti, una volta lanciate la piattaforma Instagram e la sua gemella su Telegram, sono arrivati i primi allarmismi: le agenzie di stampa hanno parlato di un manuale «anarchico» e di una «guida per i cortei: “Gridare slogan e sfondare”». A Tagadà, su La7, il documento viene descritto come «una cassetta per gli attrezzi per i manifestanti», con toni di stupore e preoccupazione. La Repubblica, invece, lo definisce «un vecchio manuale anarchico». La verità è che si tratta di una guida pubblicata circa due anni fa sulla piattaforma Substack, nel progetto Robinbook, noto da tempo negli ambienti attivisti. Il documento che i media descrivono con inquietudine è una normale fanzine digitale che fornisce indicazioni generali a chi non ha mai partecipato a una protesta. Tra queste, per esempio, l’avvertenza di non raccogliere un lacrimogeno da terra, perché incandescente. Documenti di questo genere circolano da oltre settant’anni, prima in forma cartacea e poi anche digitale, elemento che rende difficile immaginare che fossero ignoti alle maggiori agenzie di stampa e piattaforme mediatiche del Paese.

Dopo l’allarme sul presunto manuale per la rivolta, è arrivato quello sulle azioni. La piattaforma Telegram, a cui partecipano oltre 4.000 utenti, è attraversata da messaggi in cui i membri si scambiano opinioni e discutono possibili modalità di azione. Nessuna di queste proposte, tuttavia, è condivisa dalla totalità dei partecipanti, né tantomeno dagli amministratori del gruppo, che, al contrario, invitano a limitare questo genere di conversazioni. Ciò non è bastato a fugare i dubbi della maggior parte dei media, che hanno invece denunciato l’organizzazione di presunte azioni criminali. «In una conversazione compare un sondaggio sui posti da devastare: Sephora, Unieuro, Foot Locker, Rolex, Armani e Snipes», scrive La Repubblica. «Nelle conversazioni è stato lanciato un sondaggio per scegliere i negozi da prendere d’assalto», Il Giornale. Queste e diverse altre testate hanno condiviso schermate di un presunto sondaggio pubblicato sulla piattaforma, nel quale gli organizzatori avrebbero chiesto agli utenti quali negozi saccheggiare. Eppure, stando a quanto verificato da L’Indipendente, sondaggi del genere non sono mai comparsi nel gruppo. La testata monitora la chat fin dal giorno della sua fondazione e, oltre a non aver riscontrato iniziative di questo tipo, ha notato che alcuni partecipanti si sono interrogati sull’origine delle stesse schermate circolate sul web e rilanciate dalle principali testate giornalistiche. A destare sospetti, del resto, sarebbe bastato un particolare: il sondaggio attribuito al Movimento 17/10, attivo su Telegram, risulta realizzato su WhatsApp.

Tra le varie fake news diffuse dai media vi è, infine, quella che riconduce il Movimento 17/10 e i disordini di domenica a presunte regie estere. A evocare questa possibilità è stato lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto, in un post sulla piattaforma X in cui ha parlato apertamente di «guerra ibrida». A fare eco al ministro è stato il direttore editoriale de La Stampa, Maurizio Molinari, intervenuto inizialmente a Tagadà: «A pensar male, come diceva Andreotti… noi non possiamo escludere che la guerra ibrida faccia capolino» alla Russia, allude Molinari, richiamando le dichiarazioni del premier britannico Burnham, secondo cui Mosca sarebbe stata «dietro l’esito della Brexit», senza tuttavia fornire prove o dettagli a sostegno di questa affermazione. Molinari prosegue: «Non possiamo escludere che anche in questo caso…». «I disordini facciano gioco a qualcuno», conclude la conduttrice. «Esatto», replica Molinari. All’intervento televisivo è seguito un editoriale su La Stampa, mentre il Giornale ha preferito parlare direttamente di «islamisti e criminali collegati con l’estero», oltre che di giovani «farabutti». Il risultato è una narrazione che evoca possibili ingerenze straniere senza che, nei passaggi citati, vengano presentate prove concrete di un collegamento tra Mosca e il Movimento 17/10, composto da giovani che dichiarano apertamente di voler protestare contro i disagi del Paese.

Nonostante quelli che appaiono come tentativi di delegittimazione, il gruppo ha rilanciato la protesta. La piattaforma ha abbandonato il programma iniziale delle manifestazioni e ha annunciato una mobilitazione articolata in più fasi, con l’obiettivo dichiarato di evitare di essere intercettata dalle forze dell’ordine. «Alle 14.30 in punto, in ogni città comunicheremo tre concentramenti», dichiarano gli organizzatori, precisando che si tratterà di «tre punti distinti per città, resi noti solo mezz’ora prima». Successivamente, alle 15.30, «comunicheremo la piazza finale»: «I tre concentramenti si muoveranno in corteo verso il punto indicato, per ritrovarsi insieme in un’unica grande piazza. Tre fiumi che confluiscono in uno». La mobilitazione appare più tesa che mai, soprattutto a Milano, dove sono stati schierati 500 parà della Folgore, con disposizioni per operare in funzioni di ordine pubblico. La mobilitazione generale è prevista per oggi e interesserà, oltre al capoluogo lombardo, almeno le altre città già menzionate.


La tela di Elly Schlein per blindare le primarie


La segretaria Pd in corsa verso il 2027. La competizione con Conte. E l’unità del partito dietro la sua leadership, in vista delle candidature alle elezioni politiche. Anche con la nuova legge elettorale

(Susanna Turco – lespresso.it) – Lo squarcio della tela è arrivato domenica con una frase da rasoio di Occam, quando Elly Schlein ha annunciato all’assemblea del Pd riunita alla Nuvola di Roma che era «onorata e orgogliosa» di guidare il partito «come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie». Poche parole, lungamente meditate. Quasi la rottura del sortilegio in cui non solo i democratici ma il centrosinistra è rimasto incantato per l’intera estate, avvolto tra le soluzioni più inverosimili: primarie sì, primarie no, terzi uomini, federatore e federatrici; addirittura un ex ministro politicamente avveduto come Roberto Speranza, tra i vapori di un rovente agosto, è arrivato a proporre di indicare sulla scheda il nome di un partigiano o un diciottenne.

Per il partito democratico adesso tutto riparte. Con i sondaggi che finalmente si fanno tra coalizioni (ha cominciato Swg per La7, prevale di poco il centrosinistra) e la discussione tra gli alleati, a partire dai Cinque stelle di Giuseppe Conte, spostata sul programma e sul come e quando delle primarie. Con la segretaria del Pd che si porta a casa l’unità del partito, lo slittamento del congresso. E un ordine del giorno, che ha provocato qualche mugugno nelle retrovie, in cui si specifica che nel caso di primarie lei sarebbe l’unica candidata (una sola obiezione esplicita è arrivata dai riformisti di Lorenzo Guerini, 26 astenuti su 607 votanti).

Può sembrare una questione pleonastica, così l’hanno considerata alcuni, ma in realtà è un passaggio centrale perché quel sostegno non era affatto pacifico. Non  soltanto perché c’era l’europarlamentare Giorgio Gori che voleva candidarsi anche lui, a nome dei riformisti, ma soprattutto perché da mesi e mesi si parlava di una sotterranea corrente di simpatia di notabili dem verso Giuseppe Conte (chi conosce sia le stanze del Nazareno che quelle di palazzo Chigi lo chiama «il comitato elettorale di Conte dentro il Pd»). In ultimo è sfociata persino nell’ipotesi di invitare il leader M5S al raduno di Montepulciano, dove nel fine settimana si vedrà di nuovo radunarsi il correntone pro-segretaria composto da Areadem di Dario Franceschini, Dems di Andrea Orlando e Peppe Provenzano, e l’ex Articolo 1 di Speranza. Il gruppo si è riunito per la prima volta un anno fa, alla fine di novembre 2025, offrendosi come base della segreteria Schlein, ma per la verità non con grande successo. All’epoca lei, nel ringraziarli, rispedì cortesemente l’offerta al mittente («continuerò ad essere la segretaria di tutti»). La storia successiva del partito democratico è sostanzialmente andata in un’altra direzione, e nel frattempo anche sui territori il correntone è rimasto diviso nei suoi tre tronconi. Ad ogni buon conto anche stavolta Schlein sarà a Montepulciano alla chiusura del meeting, domenica mattina. Mentre non sarà all’altro appuntamento del weekend, quello organizzato a Roma attorno a Progetto civico di Alessandro Onorato: sulle agenzie di stampa sono comparsi due programmi, prima con, dopo senza la segretaria del Pd, segno che dalle parti del Nazareno si è voluta eliminare ogni ambiguità (Schlein sarà a Cagliari per la chiusura della festa dell’Unità, al Centro congressi Shangri-là dell’Eur andrà invece il presidente del Pd Stefano Bonaccini). Del resto, adesso è proprio quello del centro (o dei centri) uno tra i punti più scottanti, come L’Espresso aveva raccontato già all’inizio di settembre.

Ora però si fa sul serio, perché a questo punto si avvicinano i due appuntamenti chiave: le primarie, dove la segretaria ha ormai vincolato tutto il partito ad appoggiarla (sempre che si facciano), e le elezioni politiche. Che si terranno con la nuova legge elettorale appena votata dalla maggioranza in Parlamento, che introduce meccanismi che persino i più esperti faticano a decifrare. Nel Pd c’è chi la chiama «sudoku» e la definisce «di pazzesca complessità», con snodi che «nemmeno il centrodestra ha ancora decifrato». La difficoltà principale – sempre al netto della pronuncia della Consulta che potrebbe modificare anche questo punto, oltreché il premio di maggioranza e l’obbligo di indicare il candidato premier – riguarda l’imbuto che si viene a creare tra la lista che scatta col premio di maggioranza, che non è su base nazionale ma divisa in circoscrizioni e dovrà essere concordata dall’intera coalizione, e le liste dei singoli partiti, che dovranno essere composte in ciascuna circoscrizione tenendo conto degli incastri col listone maggioritario, ma anche dell’equilibrio tra capilista bloccati e portatori di preferenze.

In questo rompicapo da far impazzire anche il più scafato dei professionisti delle crocette, per la maggioranza dei partiti la questione non esiste perché eleggeranno solo i capilista, per il partito democratico – praticamente l’unico rimasto con un radicamento sul territorio degno di questo nome – è ancora una volta un cambio che, potenzialmente, rimette in discussione tutta la governance del partito. Tanto più perché, come hanno cominciato a calcolare nel Pd «con le preferenze entrerà circa il 40 per cento degli eletti del Pd del prossimo Parlamento». Già la settimana scorsa, al raduno dei parlamentari democratici a Rondine Cittadella della pace, Schlein ha cominciato a dare il segnale conseguente: «Ci sarà spazio per tutti, come alle Europee, dove abbiamo fatto anche innesti interessanti».

Il precedente cui guardare è proprio quello delle Europee. Lì la segretaria del Pd, sfidando i sondaggi che la davano al 18 per cento e anche una certa sottovalutazione della sua freddezza, accanto a novità come Cecilia Strada e Annalisa Corrado, reclutò personaggi come Stefano Bonaccini, Antonio Decaro, Giorgio Gori. Non per forza (ancora) della sua maggioranza, anzi tutto il contrario. Purché fosse gente che correva davvero, che portava e non si faceva portare. Il risultato fu una marea di voti (il 24 per cento, del resto da solo l’attuale governatore della Puglia portò cinquecentomila preferenze, «half million» diventò il suo soprannome a Bruxelles) e l’unità del Pd: il prezzo fu un gruppo parlamentare europeo non esattamente a sua immagine e somiglianza.

Ecco, avvicinandosi il voto, di nuovo con le (per quanto limitate) preferenze, si può immaginare qualcosa di simile a un palio di Siena. Coi cavalli al canapo che si preparano a correre e trainare le liste. Ma, modello sudoku, prima di avere in premio un posto al canapo, ci sono le primarie da vincere. E tutti i capi, capetti, consiglieri regionali e locali del partito democratico dovranno dimostrare di aver fiato da vendere per portare la segretaria a vincere.

Non a caso in questi giorni nel Pd sono in molti a ricordare la lunghissima operazione in Campania. Che è partita con Vincenzo De Luca che si faceva votare anche dai consiglieri del Pd una legge regionale per abolire il limite del terzo mandato ed è finita con l’elezione al suo posto di Roberto Fico, con percentuali bulgare e un’alleanza larghissima, Cinque stelle in testa naturalmente. Anche lì Schlein ha pagato un prezzo, ma ha dimostrato il suo pragmatismo: l’opposto di quella immagine di sciamannata fuoriuscita da un centro sociale cui la associano i critici più ripetitivi. Ma in questi giorni in cui nonostante tutto è tornato a serpeggiare il timore di qualche mossa a sorpresa di Giuseppe Conte, ecco che la Campania è stata evocata: prova della capacità di tenere insieme tutti, e di stringere un’alleanza che a questo punto anche per i Cinque stelle è difficile da buttare al macero. Come dimostrano le posizioni dell’avvocato ex premier all’indomani dell’assemblea Pd. Primarie da fare «il prima possibile» e a un turno. Il quando e il come, appunto.

E d’altra parte, per quel che riguarda il Pd, Schlein candidandosi a guidarlo si diede come compito quello di «spostare la testa dell’elefante», non di cambiare mammifero: una sfida persino più ambiziosa. Già vinta con le Europee, adesso da ricominciare.

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Gli pseudo analisti e la realtà


Quando i boomer scoprono la gen z.

(Stefano Rossi) – È stato identificato l’amministratore della piattaforma “Movimento 17 ottobre” che ha organizzato alcune manifestazioni giovanili per oggi, 24 ottobre 2026, ma probabilmente anche quelle precedenti.

Si  tratta del marocchino Youssef Siher di seconda generazione, 30 anni, laureato in Comunicazione, master in Scienze politiche presso l’Università degli Studi di Milano, Research Trainee presso l’ISPI.

A proposito di ISPI e guerra ibrida.

Da Crosetto, Parsi, Nathalie Tocci, in ottima compagnia con la destra e riformisti del PD, intravedono guerre ibride e le violenze nelle ultime manifestazioni a Milano, Torino e Bologna.

“Guerra ibrida”, termine fumoso per dire che si trattano di violenze organizzate o volute da mani straniere, senza dirlo, ma facendo capire, che ci sarebbe dietro Putin.

Proprio non si vuole capire e affrontare la realtà.

C’è una moltitudine di giovani che non vedono il futuro, che non hanno speranza di lavoro e possibilità di creare una famiglia, ma la politica, pur di sbagliare bene, intravede una mano straniera che li agiterebbe.

D’altra parte, proprio quelli che spiegano con dovizia di errori grossolani quanto è giusto buttare miliardi di euro in armamenti e aiuti all’Ucraina, sono poi quelli che vedono, sempre in Putin, la causa di tutti i mali della nostra società.

La colpa è sempre degli altri.

Sono quelli che accusavano la Russia dietro la distruzione del gasdotto Nord Stream, salvo poi a stare zitti quando la magistratura tedesca indagava contro USA e Ucraina per il sabotaggio.

Addirittura l’Ambasciata russa si è dovuta lamentare su Telegram con queste parole: “I giovani sono scontenti, i prezzi aumentano, nelle strade scoppiano disordini, i camion non circolano? Cosa c’è di più facile che dare la colpa di tutto agli hacker russi, agli agenti russi o a chiunque abbia un passaporto russo e continui per strane ragioni a visitare l’Italia?”.

Ci hanno dovuto ricordare, loro, i russi, non i nostri TG, sempre più uguali, sempre più falsi, che, mentre il ministro della Difesa Crosetto, paventava guerre ibride russe, il ministro dell’Interno Piantedosi, ribatteva che non vi sono elementi per sostenere questa tesi.

Sono quelli che avrebbero dato il Nobel a Trump. Per la pace, non per la comicità o per scatenare guerre e crisi energetiche! E sono gli stessi che si intestardiscono a comprare gas americano a prezzi altissimi, schifando quello russo a buon prezzo, e poi stanno zitti quando è Trump che si assicura il diesel russo per i suoi interessi.

Insomma, viviamo momenti di assoluta follia, di narrazioni false e fuorvianti, crisi economiche scatenate da persone instabili e dobbiamo vedere l’Inghilterra che prima esce dall’Unione europea e, ora, parla e decide come vi fosse rientrata. E consiglia di fare scorte per tre giorni perché è vicina una guerra con la Russia.

Poi vedi se non ti girano le balle e vai in piazza ad urlare contro questo manicomio.


Napoli, municipalità collinare: si spegne un presidio culturale


Il Comitato Valori collinari chiede la riapertura del teatro Immacolata

Capodanno: “Non si possono lasciare chiuse le porte di uno dei pochi spazi teatrali accessibili alle compagnie del territorio. La cultura non è un lusso, è un servizio essenziale per la comunità ”.

Il Comitato Valori collinari esprime profonda preoccupazione per l’interruzione delle attività del teatro Immacolata di via Nuvolo, all’Arenella, una delle poche strutture culturali e teatrali ancora disponibili per compagnie filodrammatiche, gruppi amatoriali, associazioni e realtà del territorio che difficilmente trovano spazio nei grandi teatri cittadini.

La chiusura del teatro Immacolata non rappresenta soltanto la perdita di un palcoscenico. Significa privare il quartiere di un luogo di incontro, formazione, partecipazione e socialità, che per quasi vent’anni ha accolto spettacoli, saggi, attività benefiche, iniziative parrocchiali e progetti rivolti a bambini, ragazzi, famiglie e anziani.

“ Non possiamo permettere che si spenga una delle poche luci culturali della collina – dichiara Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. Il teatro Immacolata non è soltanto un edificio: è una casa per compagnie teatrali, un luogo di crescita per i giovani e un punto di riferimento per l’intera comunità. La sua chiusura è un danno culturale e sociale che riguarda tutti ”.

Il teatro Immacolata ha svolto per anni una funzione che i grandi teatri, per dimensioni, costi e programmazione, non riescono a garantire alle realtà amatoriali e alle compagnie filodrammatiche, composte da attori non professionisti, giovani in formazione e cittadini appassionati, che necessitano di spazi accessibili, funzionali e radicati nel territorio.

“Le compagnie filodrammatiche non chiedono palazzi dorati o palcoscenici monumentali – puntualizza Capodanno. “Chiedono un luogo dove poter provare, crescere, incontrare il pubblico e portare in scena il proprio lavoro. Il teatro Immacolata è stato per quasi vent’anni proprio questo: una casa aperta alla cultura e alla partecipazione “.

La struttura ha rappresentato un importante presidio anche per le scuole di danza, le palestre, gli istituti scolastici e le associazioni del territorio, ospitando saggi di fine anno, iniziative solidali e momenti di aggregazione intergenerazionale. La sua chiusura lascia un vuoto che non può essere colmato semplicemente con dichiarazioni o promesse.

Il Comitato Valori collinari richiama l’attenzione sul ruolo essenziale dei piccoli teatri nella vita culturale delle città. Sono spesso i luoghi in cui nascono le prime esperienze sceniche, in cui artisti emergenti trovano spazio e in cui il pubblico può vivere un rapporto diretto e autentico con chi sale sul palcoscenico.

“ Ogni piccolo teatro che chiude lascia un vuoto difficilmente colmabile – sottolinea Capodanno -. Si perdono opportunità per i giovani, occasioni di incontro per le famiglie, spazi di espressione per gli artisti e momenti di socialità per gli anziani. Quando si chiude un teatro, non si chiude soltanto una sala: si impoverisce l’intera comunità “.

Il Comitato ricorda che la carenza di presidi culturali e di spazi di aggregazione è uno dei fattori che contribuiscono all’indebolimento del tessuto sociale dei quartieri. La cultura, il teatro e la partecipazione non sono accessori: sono strumenti di crescita, inclusione e coesione.

Il Comitato Valori collinari lancia un appello alla Curia di Napoli, alle istituzioni competenti, alle associazioni culturali e a tutti i cittadini che hanno a cuore il patrimonio culturale della città, affinché si apra un confronto costruttivo per individuare una soluzione concreta e rapida.

“ Chiediamo che si apra un tavolo serio e trasparente – conclude Capodanno – Non basta constatarne la chiusura: occorre capire le ragioni, valutare le condizioni della struttura e individuare una strada per restituirla alla sua funzione originaria. Il teatro Immacolata deve tornare a essere un luogo aperto, vivo e accessibile. La cultura non è un lusso riservato a pochi. È un bene comune, un diritto e una necessità. Restituire il teatro Immacolata alla comunità significa restituire al quartiere uno spazio di identità, memoria e futuro “.


Vomero: ennesimo fermo della scala mobile di via Cimarosa


Anziani e turisti costretti a salire le scale di piperno

Capodanno: “È inaccettabile che un presidio essenziale per l’accessibilità del quartiere resti fermo senza informazioni su cause e tempi di ripristino. La mobilità non può essere lasciata all’improvvisazione”.

Il Comitato Valori collinari denuncia l’ennesimo fermo della scala mobile di via Cimarosa, collegamento fondamentale tra la stazione della funicolare Centrale, via Cimarosa e la zona di San Martino. La struttura, indispensabile per raggiungere Castel Sant’Elmo, la Certosa e il Museo di San Martino, risulta nuovamente fuori servizio. La conseguenza è che anziani con difficoltà di deambulazione, persone con disabilità, famiglie con passeggini e numerosi turisti sono costretti ad affrontare le non agevoli scale di piperno che collegano la zona della funicolare all’area monumentale di San Martino.

“ Stiamo parlando di un collegamento essenziale, non di un servizio accessorio –  dichiara Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. La scala mobile di via Cimarosa è il naturale prolungamento della funicolare Centrale verso San Martino. Quando si ferma, il Vomero diventa improvvisamente più difficile da vivere per chi ha problemi motori e più ostile per i turisti che arrivano nel quartiere ”.

Il Comitato sottolinea che non si tratta di un episodio isolato. La scala mobile di via Cimarosa è stata più volte oggetto di fermi, guasti e interventi, con conseguenti disagi per residenti, pendolari e visitatori al punto che ironicamente viene chiamata “scala im…mobile”. Ogni interruzione, inoltre, si ripercuote sull’accessibilità dell’intera area monumentale di San Martino, uno dei luoghi più frequentati della città.

“ È un disservizio che si ripete con troppa frequenza – sottolinea Capodanno. “Ogni volta che la scala mobile si ferma, chi ha difficoltà a camminare si trova davanti a una barriera architettonica. Non è accettabile che un servizio pubblico destinato proprio a superare il dislivello diventi, di fatto, inutilizzabile ”.

Il presidente del Comitato ricorda che l’area di San Martino è raggiunta quotidianamente da turisti italiani e stranieri, spesso con bagagli, bambini o persone anziane al seguito oltre che dalle migliaia di residenti. La funicolare Centrale consente di salire al Vomero, ma senza un funzionamento affidabile della scala mobile il percorso verso Castel Sant’Elmo e il complesso di San Martino diventa faticoso e poco accessibile.

Il Comitato denuncia inoltre l’assenza di informazioni pubbliche sulla durata del fermo, sulle ragioni dell’interruzione e sui tempi previsti per il ripristino. I cittadini e i turisti non trovano comunicazioni chiare né in stazione né sui canali istituzionali.

” Ciò che rende ancora più grave la situazione è il silenzio informativo – puntualizza  Capodanno -. Nessuno sa perché la scala mobile è ferma, per quanto tempo lo resterà e quali interventi sono previsti. I cittadini hanno il diritto di conoscere lo stato dei servizi pubblici che utilizzano ogni giorno. I turisti, invece, trovano un quartiere non appare attrezzato per accoglierli “.

Il Comitato ricorda che la trasparenza sulle interruzioni non è un dettaglio burocratico, ma una componente essenziale della qualità del servizio. Informare tempestivamente significa permettere alle persone di organizzare gli spostamenti, evitare percorsi inutili e ridurre il rischio di incidenti.

“ Non si può continuare a intervenire solo quando il guasto è già avvenuto – conclude Capodanno -. Serve manutenzione preventiva, da parte della ditta alla quale è affidata, avendo già a disposizione i pezzi di ricambio necessari in modo da accelerare i tempi di ripristino. Il Vomero ha bisogno di servizi affidabili, non di promesse. La scala mobile di via Cimarosa deve tornare a funzionare e deve essere mantenuta in condizioni tali da non fermarsi più con questa frequenza e con una durata incerta “.


Guardia Sanframondi, confronto con il Sottosegretario Ferrante: infrastrutture, sicurezza e sviluppo al centro del dialogo


Si è svolto ieri, in modalità telematica, un incontro tra l’Amministrazione comunale di Guardia Sanframondi e il Sottosegretario di Stato al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, on. Tullio Ferrante, per portare all’attenzione del Governo le principali criticità del territorio e le opportunità legate agli interventi infrastrutturali strategici in programma nel Sannio.

All’incontro hanno partecipato il sindaco Raffaele Di Lonardo, il vicesindaco Fiorenza Ceniccola, promotrice dell’iniziativa, l’assessore all’Urbanistica Filippo Maria Guidi e il responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale Luca Sebastianelli.

Nel corso del confronto sono state affrontate diverse priorità per Guardia Sanframondi e il comprensorio: la messa in sicurezza del centro storico e il contrasto al dissesto idrogeologico, gli interventi sui torrenti Seneta e sul fiume Calore, il potenziamento della viabilità e la riqualificazione della ex SS87, anche attraverso la possibile riclassificazione della tratta e il coinvolgimento di ANAS. Attenzione anche alla seconda arteria nella Valle San Filippo, alle opportunità connesse alla linea Alta Capacità Napoli-Bari, al potenziamento del sistema idrico per la zona alta del paese e ai tempi di pagamento delle indennità relative all’invaso di Campolattaro.

Nel ringraziare il vicesindaco per aver promosso l’incontro, il Sottosegretario Ferrante ha sottolineato l’importanza del dialogo con l’Amministrazione comunale per approfondire le esigenze del territorio e favorire una programmazione degli interventi capace di migliorare infrastrutture e servizi, sostenendo lo sviluppo dell’intero comprensorio.

Il sindaco Raffaele Di Lonardo ha espresso apprezzamento per la disponibilità dimostrata, auspicando che l’attenzione verso le aree interne possa tradursi in risposte concrete. «Le questioni affrontate riguardano non soltanto Guardia Sanframondi, ma un intero territorio, caratterizzato da una produzione vitivinicola d’eccellenza e da importanti potenzialità che, se adeguatamente sostenute e valorizzate, possono contribuire alla crescita dell’economia regionale».

Sul versante tecnico e urbanistico, l’assessore Filippo Maria Guidi ha evidenziato il valore del confronto diretto con il Ministero: «Dialogare direttamente con il Ministero ci permette di rappresentare le specificità del nostro territorio e di porre le basi per interventi strutturali concreti, capaci di coniugare sviluppo, accessibilità e valorizzazione del patrimonio urbano».

«Le grandi infrastrutture che interessano la nostra provincia devono produrre benefici concreti per chi vive e lavora in queste aree, migliorando i collegamenti, la sicurezza e i servizi. Questo incontro non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un’interlocuzione a livello nazionale che auspichiamo stabile e costruttiva, affinché Guardia Sanframondi e il comprensorio possano superare l’isolamento e la marginalità e valorizzare pienamente le proprie eccellenze produttive, culturali e turistiche», ha concluso il vicesindaco Fiorenza Ceniccola.

L’incontro conferma l’impegno dell’Amministrazione comunale a rafforzare il dialogo con le istituzioni nazionali, affinché le esigenze del territorio trovino riscontro nella programmazione delle opere e degli investimenti, trasformando le infrastrutture in concrete opportunità di crescita.


I sette Tg sono tutti per Meloni che al Tg5 doppia gli avversari


(di Giandomenico Crapis – ilfattoquotidiano.it) – Questo non è un articolo sul consenso alla Meloni, in discesa, in ascesa o stazionario; non è un pezzo sulle ragioni di eventuali cali, crescite o tenute. Troppo complesso dipanarne la matassa senza un passaggio elettorale vero, troppe volte i sondaggi sono stati smentiti dal voto reale. Vuole essere piuttosto un articolo sullo stato dell’informazione televisiva nel nostro paese, di cui il dibattito pubblico si occupa poco, una fotografia a numeri e dati che vivono seminascosti negli anfratti del sito del Garante, cifre che pochi leggono e soprattutto pochi commentano, ma che meritano attenzione: un modo per ricordarci della gigantesca anomalia nata dalla mancata risoluzione del conflitto d’interessi di Berlusconi e dall’assenza di una riforma liberale del sistema tv dopo la fine del monopolio Rai.

Per capire, dunque, meglio come funziona l’informazione italiana ho analizzato il “parlato” concesso alla premier nell’ultimo anno dai vari Tg generalisti, confrontandolo con quello ai due leader dell’opposizione. I dati sono sul sito Agcom e il periodo va dal settembre 2025 al settembre scorso (tranne agosto che il Garante non ha monitorato). Va aggiunto che la ricognizione si ferma ai soli telegiornali anche perché sono i programmi d’informazione, a partire dal Tg1 e dal Tg5, decisamente più visti. Il Tg1, tra l’altro, rimane ancora il telegiornale con più ascolti, insieme al Tg5, benché entrambi abbiano ridotto di molto l’audience, anche solo rispetto a tre anni fa (forse la gente si è stancata dello squallido carosello messo in scena per raccontare la politica, uno spettacolo che certo non avvicina alle urne i cittadini). Il Tg più visto è quello Rai delle 20 con una media di ben oltre i 4 milioni di spettatori. Nel 2023 però gli spettatori erano 5 milioni. Il Tg5 segue a distanza, sotto di circa un milione di spettatori. La nostra ricerca, quindi, dice che nei sette principali Tg la Meloni parla per 1090 minuti, mentre la Schlein per 483, Conte per 395, Tajani per 710.

Non bastasse però questo dato, quello che emerge con clamore riguarda il Tg5 e più in generale Mediaset che restituisce una informazione politica non solo asimmetrica e sbilanciata ma spudoratamente faziosa. Al Tg diretto da Mimum – celebre, oltre che per il famigerato panino, per episodi di raro servilismo come la trasmissione integrale al Tg5, ad agosto 2013, di un video di 9 minuti in cui B. attaccava la Cassazione che lo aveva condannato a 4 anni per frode fiscale – la premier ottiene 329 minuti di “parlato” a fronte dei 91 della Schlein e dei 76 di Conte. Un’esposizione monstre, una enormità senza nessuna giustificazione giornalistica. Non succedeva neanche con Renzi, per dire. Tanto che al confronto pure il Tg1 di Chiocci, che quanto a tifo non scherza, sembra un campione di obiettività. Nel mese di settembre poi Mimum si supera, appaltando più del 30% del suo giornale alla premier.

Ma, nel complesso, è tutta Mediaset che con i suoi telegiornali riserva spazi inverosimili sia alla Meloni che a Forza Italia: alla prima concede quasi 700 minuti (nel periodo settembre 25-settembre 26), tre volte e mezzo la Schlein e quasi cinque rispetto a Conte, mentre FI è fortemente sovrarappresentata rispetto agli altri partiti. Il suo segretario Tajani, poi, vicepremier, è secondo solo a Meloni quanto a dichiarazioni in voce, realizzando il triplo di Conte e il doppio di Schlein. Ora che ne facciamo di questi numeri? L’Autorità garante che li pubblica li legge o è attenta solo ai dati generali? Perché è chiaro che un minuto concesso a un leader ‘pesa’ molto di più che concesso a un qualunque onorevole dello stesso partito e un minuto al Tg1 o al Tg5 vale molto di più che al Tg2 o al Tg4.


La Neuropa va alla guerra ibrida


(di Marcello Veneziani) – L’Europa ha bisogno di uno psichiatra. Ma di uno bravo. Da lungo tempo, ormai, soffre di mania di persecuzione e di altre malattie connesse, si sente sotto attacco, vede ombre russe dappertutto, e nei casi più gravi anche iraniane. Diciamo Europa per capirci, che forse dovremmo chiamare Neuropa, visti i suoi evidenti disturbi neurologici; in realtà parliamo della cupola che guida l’Unione Europea e alcuni dei principali stati e governi, compresi alcuni ministri della difesa. Se non volete chiamarla oligarchia o eurocrazia chiamatela governance europea. A cominciare dalla signora Ursula che la guida, è tutto un gridare All’orso! All’orso! Variante russofoba di Al lupo! Al lupo! L’ultimo attacco di psicosi e paranoia è stato quello di attribuire pure la vandalica e demente rivolta dei ragazzini nelle vie di Milano, Torino, Bologna a quella che ormai definiscono guerra ibrida; i mandanti di quegli sfasci sarebbero in Russia o nel Golfo Persico. Guerra ibrida è diventato lo slogan e il passepartout per attribuire ogni malessere, disguido, hackeraggio, rivolta che accade in Europa, al Nemico, l’ineffabile e onnipresente russo, in un remake della guerra fredda anni sessanta. L’Unione europea e i suoi tentacoli locali si sentono ormai in guerra con la Russia, vedono droni nel salotto di casa e spie russe nel proprio frigo. Certo, la mania dà buoni profitti agli impresari dell’industria bellica e ai loro terminali politici: guerra a parte, il riarmo, soprattutto per i tedeschi, è un bel business, rimette in piedi il suo settore industriale. Chi trova un nemico trova un tesoro. E se non esiste, bisogna inventarselo.

Ma il concetto di guerra ibrida e il suo uso patologico fa acqua da tutte le parti. Se si vuol dire che ci sono sommovimenti tellurici ad opera di intelligence, servizi segreti, tramite fake news, passaparola o notizie pilotate, esse appartengono al sommerso della realtà quotidiana non da oggi. E riguardano non solo i regimi autocratici ma anche quelli democratici: la manipolazione è trasversale e universale, è il retrobottega della politica, la cantina degli stati, oltre che territorio di hacker privati e di manipolazioni social. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, vale anche il contrario, e comunque c’è sempre, anche in tempo di pace, quel torrente sotterraneo e malmostoso in cui si muovono agenti manipolatori e provocatori e tanto altro. Vogliamo definirla guerra ibrida? Beh, allora è permanente e non riguarda solo il Cattivo di Turno.

Volete un esempio extra moenia di manipolazione dell’opinione pubblica? In Occidente ci siamo commossi a vedere una bella ragazza iraniana condannata a morte per aver bestemmiato contro Allah. Ma sono difficili le controprove, da quel che sappiamo, che confermino la veridicità di tutto il racconto . Parallelamente, sui social alternativi, abbiamo visto un ragazzo condannato a morte in Arabia Saudita con la stessa motivazione, per aver bestemmiato contro Allah. Anche in questo caso non ci sono controprove sul posto, almeno da quel che sappiamo. Possono essere entrambe vere e allora chiediamoci perché una notizia ci è arrivata con grande clamore e l’altra no. Così come possono essere notizie entrambi false, infondate, messe in giro da servizi di intelligence.

Entrambi possono essere verosimili o false. Anche questa è guerra ibrida?

Ma torniamo alla questione europea. Attribuire ai russi (e agli iraniani) l’esplosione di violenza vandalica nostrana o parigina, spagnola o albanese, mi pare davvero un esercizio di fantasia, malafede o paranoia.

Mai la Russia, zarista, comunista, postocominista, putiniana, ha pensato di invadere l’Europa, non rientra nella sua strategia, nei suoi interessi. E noi, anziché approfittare del disgelo di Trump con Putin e della sua revoca delle sanzioni per riattivare i rapporti commerciali e la fornitura energetica per ristabilire relazioni che a noi sono ancora più utili, necessarie, oggi più di ieri, dopo quel che è successo grazie a Trump e Netanhyau nello stretto di Hormuz, stiamo al contrario armandoci contro i russi. Siamo a un passo dalla pace, ma l’Europa accelera il passo verso la guerra. Assistiamo a una seduta terapeutica di gruppo in cui l’uno convince l’altro che siamo già in guerra con la Russia, siamo sotto attacco di Putin, vetrine incluse. Riesco a capire i timori delle repubbliche baltiche, che derivano dalla storia passata e dall’oppressione sovietica di lunghi anni; riesco a capire nei paesi confinanti con la Russia le tracce di riflessi condizionati alimentate da timori atavici. Ma quando senti la von der Leyen, alcuni leader europei occidentali, i nostri governanti, e da ultimo il prode Crosetto, attribuire tutto quel che succede di negativo in Italia, persino l’ennesima violenza di piazza (che da noi si abbatte periodicamente da sessant’anni con ciclicità scontata) alla regia russa e alla guerra spuria, allora hai solo un dubbio: che si debba chiamare lo psichiatra per certificare la grave alterazione mentale dei suddetti o se si debba chiamare la talpa per scavare quali interessi loschi si nascondono dietro e sotto una così insensata denuncia. Qualcuno ci guadagna da queste idiozie. Lucrose demenze.

In tema di Ucraina ho una domanda ingenua: ma quando l’Unione Sovietica invadeva l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, che poi erano Europa, come mai i nostri padri costituenti, i governanti di allora, gli statisti occidentali erano cauti a indignarsi, non rompevano le relazioni, non si dichiaravano in guerra con la Russia, non pensavano di mandare armi agli insorti e ai popoli schiacciati dai carri armati sovietici? Come mai nessuno allora si sognava di dire che oggi invadono Praga, Stettino o Budapest e domani saranno a Roma, Vienna o a Parigi, quindi dobbiamo armarci? Ci fidavamo più del regime totalitario sovietico che di Putin, nutrivamo più fiducia nella dittatura comunista rispetto all’autocrazia di Putin, o non c’importava niente delle popolazioni schiacciate e delle tante vittime? O quei predecessori nostrani erano realisti e sapevano che il mondo era stato spartito in aree e nessuno poteva cambiare gli assetti disegnati dalle potenze con le loro aree di influenza e di pertinenza? Come mai nessuno invocava il riarmo dell’Europa quando i carri armati russi erano quasi ai nostri confini, e oggi invece dobbiamo riarmarci e sfidare i russi pur sapendo di non essere competitivi sul piano militare? Era realismo geopolitico.

Anzi, visto che ci siamo, ci chiediamo cosa ha fatto l’Europa in questi ultimi anni davanti ai massacri di Gaza e alle aggressioni dei coloni, davanti alle follie di Trump in Iran e in Venezuela e un po’ ovunque? E di fatto quali sono stati i risultati del grande sostegno europeo in favore dell’Ucraina e dei suoi armamenti? In tutti questi casi l’Europa è stata irrilevante, non pervenuta, come davanti al tema dell’immigrazione o ai grandi temi geostrategici, energetici, tecnologici del nostro tempo. Quest’Europa ibrida, cioè bastarda, cosa rappresenta sullo scenario mondiale se non la caricatura di se stessa, la parodia di un continente che nulla conta in sede diplomatica e strategica?  E allora vai con la guerra ibrida, bombe e cotillons, armi nucleari e assalto ai negozi griffati, aggressioni alle centrali nucleari e alle gioiellerie, manovre di guerra e saccheggi di negozi e librerie, tutta una stessa pasta. Un élite di psicopatici in divisa di guerra, di eurocoglioni armati fino ai denti.


Le sommosse popolari e la pace con la Russia


(Tommaso Merlo) – Di questo passo il mega riamo servirà ai governi europei per reprimere le sommosse popolari contro le classi dirigenti più inette e disprezzate della storia. Popoli da una parte, politicanti dall’altra con un fossato che si allarga di giorno in giorno e masse che invece di andare a votare o bersi la propaganda mainstream, scendono in strada arrabbiate. E come dargli torto. Siamo in crisi da decenni e le classi deficienti che ci ritroviamo non sono mai riuscite e porvi rimedio. Roboanti campagne elettorali e poi il nulla. Oramai non ci provano nemmeno più a mettere in discussione un sistema che invece di sviluppo produce povertà ed ingiustizia. E nel bel mezzo di un tale spaventoso declino, gli onorevoli deficienti hanno pensato bene di ingaggiare una guerra con la nostra vicina di casa russa nonché fonte energetica di qualità e a buon mercato. Ed hanno pensato bene di buttare le risorse pubbliche che ci rimanevano per finanziare la corrotta banda Zelensky invece che investire in sviluppo e sostenere cittadini sempre più in difficoltà. Decisioni politiche moralmente ripugnanti e strategicamente suicide. Decisioni idiote che hanno cocciutamente continuato a ripetere per anni fottendosene perfino dei drammatici bollettini dal fronte oltre che da quelli provenienti dalle periferie delle loro città. Per anni hanno ripetuto panzane propagandistiche a mitraglia rifiutando ogni analisi e ragionamento, e per anni hanno rifiutato di fare il lavoro per cui sono profumatamente pagati e cioè dialogare per trovare soluzioni. E non serviva nessun genio, bastava concordare che l’Ucraina restasse fuori dalla Nato e membro neutrale dell’Unione Europea. Come è giusto che sia e quello che alla fine si farà coi brandelli che ne resteranno. Un accordo ragionevole e possibile che l’Occidente – e non Putin – non ha voluto perché a Washington e a Londra la guerra fredda non è mai finita e perché le colonie europee hanno perso ogni dignità mentre le palle non le hanno mai avute. E dopo anni di becera propaganda, di miliardi in fumo, sanzioni boomerang e milioni di morti, siamo ad una storica sconfitta militare e strategica. Occidente diviso, Ucraina rasa al suolo, economica ingrippata, bilanci pubblici a secco e sommosse popolari. Un vero e proprio suicidio che insieme all’aggressione illegale all’Iran, ha trascinato l’intero Occidente in una crisi gravissima. Gia’, ma

le classi deficienti occidentali stanno cercando di spacciare le sommesse come un problema di ordine pubblico e blaterano dando come al solito la colpa a Putin o agli immigrati. Hanno superato anche i limiti del ridicolo oltre che quelli della decenza. Se la democrazia fosse sana e la politica seria, i politicanti responsabili del disastro ucraino e di quello nel Golfo avrebbero avuto la decenza di levarsi dai piedi da mo’, senza che vi fosse bisogno di chiederglielo e avrebbero chiesto pure pubblicamente scusa. Ed invece fanno come se nulla fosse e stanno pure provando a riciclarsi, candidandosi alle elezioni e reprimendo il dissenso come se le sommosse fossero un problema di ordine pubblico e non dannatamente politico. E qui viene il bello, perché non avendo più soldi, non avendo idee, non avendo capacità e non avendo credibilità, non si capisce come queste classi deficienti possano far fronte ad una profonda crisi di sistema che va ben oltre i nostri confini. La repressione è segno di debolezza, hanno paura che la tempesta duri e che non gli rimangano abbastanza tifosi per tenersi la poltrona. Maniere forti, nessuna analisi, nessun passo indietro e nessuna empatia come se per fare carriera in certi ambientini partitocratici l’empatia fosse un difetto invece che una qualità essenziale per ricoprire cariche pubbliche. Se la democrazia fosse sana e la politica seria, le classi deficienti responsabili del disastro ucraino e di quello nel Golfo verrebbero cacciate dai loro cittadini alla prima tornata elettorale visto che da soli non lo faranno mai. Serve del resto un drastico cambio di rotta. Va fermato immediatamente il riarmo ed investito ogni centesimo per alleviare le sofferenze popolari e serve un nuovo patto sociale e un piano d’emergenza per trasformare il declino in sviluppo. A livello internazionale serve invece una pace immediata con la Russia firmando trattati che permettano la ripresa immediata di rapporti diplomatici, energetici e commerciali con Mosca. Altro che acerrimo nemico, la Russia è la nostra salvezza e l’unico modo per essere sicuri è stringere legami sempre più profondi. Quell’associazione a delinquere di stampo bellico che è la Nato va smantellata per sempre, va archiviato il vassallaggio americano e l’Europa va rivista dalle fondamenta perché l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un costosissimo baraccone tecnocratico e pure guerrafondaio. Un drastico cambio di rotta che si spera avvenga in maniera democratica e pacifica e che il mega riamo non servirà invece a reprimere le sommosse dei popoli europei esasperati dalle classi dirigenti più inette e disprezzate della storia.


L’ambasciata russa sulle proteste, “ormai Mosca dietro ogni problema in Italia”


(ANSA) – MOSCA, 24 OTT – La “mano di Mosca” è diventato “un passe-partout tutto italiano per qualsiasi questione scomoda”. Lo afferma l’ambasciata russa in merito alle accuse per le violenze di piazza a Milano.

“I giovani sono scontenti, i prezzi aumentano, nelle strade scoppiano disordini, i camion non circolano? – scrive l’ambasciata sul suo sito Telegram – Cosa c’è di più facile che dare la colpa di tutto agli hacker russi, agli agenti russi o a chiunque abbia un passaporto russo e continui per strane ragioni a visitare l’Italia?”

Per quanto riguarda in particolare i disordini di Milano, l’ambasciata afferma che “La ‘pista russa’ ha preso una piega inaspettata”. “Il Ministro della Difesa – si legge nella dichiarazione – parla di ‘guerra ibrida’, quello dell’Interno sottolinea l’assenza di prove di una regia esterna, mentre un vicepremier si stupisce delle ‘storie sui russi’. Prima di cercare un ‘direttore d’orchestra’ occulto all’estero, sarebbe opportuno concordare lo spartito all’interno della propria orchestra”.

“Naturalmente – sottolinea ancora l’ambasciata russa – la violenza e le devastazioni non hanno alcuna giustificazione. Ma nemmeno la cittadinanza russa costituisce una prova di responsabilità in siffatti episodi. Ai nostri connazionali raccomandiamo di evitare i luoghi dei disordini, di rispettare le disposizioni delle autorità e di prendere con umorismo le notizie sensazionali sugli onnipresenti ‘agenti russi'”.


Tira una brutta aria per Salvini


I tir ripartono senza certezze: Salvini porta i flop al congresso. Il vicepremier va all’assise di partito «di lotta e di governo» dopo la rottura con i camionisti. La vittoria annunciata è già monca. Intanto per il governo nuova mano tesa dell’Europa: verso il sì a maggiore flessibilità sull’energia

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Da un lato la realtà: gli scaffali ancora vuoti nei supermercati nel Sud, a causa dei blocchi organizzati dagli autotrasportatori contro il caro gasolio. Dall’altro la propaganda: Matteo Salvini, responsabile del dossier trasporti, ha pensato di confezionare un video – diffuso venerdì mattina insieme a Silvia Sardone – per “pubblicizzare” la pulizia dei muri di una scuola di Milano, imbrattati con scritte contro le forze dell’ordine. Un’immagine stridente.

Trasporti elettorali, Salvini a caccia di sponsor per l’evento del ministero

Anche perché negli stessi minuti, i camionisti hanno annunciato la fine della protesta anche in Campania, ultima roccaforte della mobilitazione contro il governo. E c’era altro di cui occuparsi. La decisione dei manifestanti è assunta dopo il consiglio dei ministri ad hoc voluto da Giorgia Meloni e la stretta securitaria con la minaccia di precettazione. Poco più di 100 milioni di euro per tamponare e rinviare il problema. Poche le certezze.

Salvini ha comunque ripreso fiato sul tema. «I rifornimenti sono ripartiti, vuol dire carburante e frutta e verdura che tornano ai supermercati. Sta tornando l’alimentazione del carburante, anche in Campania. Si rischiavano problemi anche per le ambulanze», ha annunciato il ministro delle Infrastrutture. Nelle prossime ore, quindi, i beni di prima necessità saranno di nuovo a disposizione.

Manovra in alto mare, è sfida sulla sanità. E sui tir Salvini fa il gioco delle tre carte

Tra Eni ed Europa

Per il futuro, invece, la speranza del governo è rivolta verso la Commissione europea per ottenere un maggior margine di spesa per l’energia, dopo l’attivazione della clausola di salvaguardia da 14 miliardi di euro in due anni. «Abbiamo avuto proficue discussioni con l’Italia, in particolare su come utilizzare al meglio tale spazio di manovra fiscale aggiuntivo per quanto concerne le misure in ambito energetico», hanno fatto sapere da Bruxelles. La trattativa prosegue con l’Ue – sempre descritta dai leghisti come un orco cattivo – sta dimostrando comprensione rispetto alle richieste italiane sull’uso di quelle risorse. I paletti non dovrebbero essere così rigidi garantendo misure a impatto immediato da inserire già nella prossima manovra. Sul fronte del carburante, invece, l’Eni ha confermato la misura del «price cap fino a fine anno», ha riferito la società guidata da Claudio Descalzi. Nessun rincaro. Ma, hanno aggiunto dal colosso energetico, «monitoreremo le dinamiche di mercato e di prezzo, nonché le forniture effettivamente disponibili in rapporto alla nostra struttura logistica, per valutarlo nel corso del periodo». Fonti di Palazzo Chigi hanno poi confermato che nel corso del bilaterale tra Meloni e l’Emiro del Kuwait «è emersa la disponibilità kuwaitiana di prorogare il price cap su benzina e gasolio».

Ai tir poche risorse e in ritardo: Meloni tampona l’emergenza

In ogni caso il congresso della Lega, in programma in questo fine settimana all’Allianz MiCo di Milano, arriva nel momento peggiore della parabola politica di Salvini. Il problema non è nemmeno il fronte dei nordisti, capeggiati dai presidenti di Regione del Nord, soprattutto il lombardo Attilio Fontana, che hanno trovato nel senatore “giorgettiano”, Massimo Garavaglia, il loro nome da schierare all’assise interna. Il vero guaio per Salvini è un altro e affonda le radici nel paese reale: il fronte dei meridionalisti, intesi come gli autotrasportatori e degli agricoltori scesi in strada – anzi in autostrada – per protestare.

Vittoria dimezzata

Il vicepremier si prepara, certo, a essere rieletto domani alla guida della Lega con lo slogan scelto «di lotta e di governo», che suona come un avviso agli alleati. A cominciare dalla presidente del Consiglio Meloni, in vista dell’ultima legge di Bilancio. Non sarà un rafforzamento come sperato al momento dell’annuncio. Il successo matura, infatti, al culmine della settimana di proteste degli autotrasportatori nel Mezzogiorno, che hanno spaccato il paese. Con un’annotazione tutt’altro che secondaria: anche una categoria storicamente affine alla destra, non certo tacciabile di “comunismo”, ha bocciato l’operato del governo Meloni.

Per il Nord scende in campo Garavaglia, è lui l’anti Salvini al congresso della Lega

L’emergenza-blocchi che ha indebolito ulteriormente l’immagine di Salvini: sui social, nelle conversazioni carpite ai presidi, è stato indicato come il principale responsabile. Non mancano ragioni per avvalorare questo ragionamento. Le difficoltà dell’autotrasporto sono state denunciate al ministero di Salvini fin da maggio, anche quando il governo sfornava decreti costosi sul taglio alle accise per tutti. Tranne che per chi con il gasolio deve percorrere lunghi tragitti: i camionisti. Gli ormai ben 480 milioni di euro di credito di imposta bloccati hanno a loro volta bloccato un paese.

L’unica risposta giunta dal vicepremier è stata quella che tirava in ballo le presunte colpe dell’Europa. Anche se i fondi sono rimasti bloccati per cause che non riguardano affatto Bruxelles. «Il governo non è in grado di costruire risposte strutturali per un comparto, quello dell’autotrasporto, così importante per tutte le attività economiche nel nostro paese, continuando nella propaganda si blocca il Mezzogiorno e con il Mezzogiorno l’intero Paese, e si mette a rischio la crescita già debole e il lavoro», ha osservato il senatore del Partito democratico, Daniele Manca. Salvini ha fiutato l’ariaccia: ha seguito i primi incontri di inizio settimana con le delegazioni dei camionisti per cercare una soluzione. Poi, dinanzi allo stallo nelle trattative e all’annuncio del prosieguo delle proteste, ha lasciato il compito nelle mani del suo vice al ministero dei Trasporti, Edoardo Rixi. Il vicepremier si è rifugiato a Milano per l’organizzazione del congresso.

Un guasto manda in tilt gli aeroporti italiani. Voli cancellati, nuovo disastro di Salvini

Ma questo altro flop ha fatto seguito a tanti altri, come il problema negli aeroporti della scorsa settimana, con i voli bloccati per mezza giornata, e la “calda estate” dei treni. Senza dimenticare le promesse sul Ponte sullo Stretto. Tanti proclami e nessun risultato. I camionisti ne sanno qualcosa.