Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Il potere marittimo si ottiene a terra


Anche l’attuale crisi tra Hormuz e Bab el-Mandeb dimostra che mentre le flotte confidano nei missili le vere garanzie di sicurezza sono nelle coperture diplomatiche che agiscono sul suolo

Il potere marittimo si ottiene a terra

(estr di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] “Le potenze oceaniche e continentali sono riuscite a concepire e realizzare la proiezione alle grandi distanze ma non sono mai riuscite a gestire le complessità locali se non alimentando le guerre, le discriminazioni, lo sfruttamento.

Proprio nel Mediterraneo i popoli più potenti hanno contratto quella miopia intellettuale che costringe a guardare sempre più da vicino perdendo così il senso delle proporzioni e delle interazioni con il resto. Non sarebbe un grosso problema se il Mediterraneo fosse soltanto quello nostro, se fosse solo il luogo del sole e dei mandolini, se fosse solo una dieta o un vizio. Il Mediterraneo paradigmatico oggi si applica ad altre parti del mondo facendo della miopia non un vezzo o un difetto ma una minaccia anche in termini di sicurezza globale. Perché è vero che i fenomeni locali che innescano le crisi nelle varie parti del Mediterraneo sono diversi, ma la cassa di risonanza dei loro effetti è comune e in nessun altro luogo del mondo come nel Mediterraneo, da millenni, la risonanza è trasmissione di energia umana. L’unica spiegazione per tale miopia intellettuale può venire soltanto dalla scarsa conoscenza del Mediterraneo non tanto come luogo geografico, ma come fenomeno culturale e geopolitico. Non tanto e non solo come distesa d’acqua, ma soprattutto come insieme dei paesi, delle terre e delle culture che su tale distesa si affacciano. Inoltre, la stessa sicurezza ha ormai sfaccettature e connotazioni che integrano tutti gli ambienti geografici e umani e che toccano competenze non più relegabili alla specificità di una forza o di una nazione. […]

Predrag Matvejevic, discutendo del suo insuperato Breviario Mediterraneo ne aveva individuato i limiti non nei confini degli Stati e neppure nelle vicende storiche. Il Mediterraneo, diceva, arriva fino a dove arrivano l’ulivo, il mandorlo, il fico, il melograno, una brezza marina o la bora, oppure fino a dove arrivano sapori e profumi di certe erbe e spezie. Forse si estende fino a dove arriva il cicaleccio, la foga, il canto, la passione tellurica, perché il bordo del Mediterraneo è tellurico fisicamente e metaforicamente. L’idea di allargare il Mediterraneo in risposta all’incapacità di capirne e vederne i veri problemi è stato un modo tutto militare di esportare la miopia in altri ambiti con conseguenze disastrose. L’allargamento al Mar Rosso, al Caspio, al Golfo Persico, all’Oceano Indiano ha coinvolto più interlocutori della sicurezza ma non ha risolto un solo problema. L’idea ha però avuto un risvolto molto concreto nel giustificare una flotta d’altura e mezzi aeronavali altrimenti inutili e inutilizzabili. Ha soddisfatto gli interessi finanziari e personali di chi assegnava e chi otteneva enormi contratti di cantieristica, armamenti navali e aerei. Ha soddisfatto le ambizioni di chi nel mare vede soltanto la libertà di dominio di un ambito senza confini. Ha poi consentito alle forze armate d’impegnarsi in teatri operativi tradizionalmente considerati ‘fuori area’ per l’Europa e per la Nato. Ma anche in questo connubio tra visioni apparentemente simili si ripete la carenza di comprensione generale facendo prevalere la prospettiva del diretto interessato. Il Mediterraneo allargato è concepito come un’estensione del bacino marittimo in corrispondenza delle sue periferie meridionali e orientali come il Mar Rosso, il Golfo e l’area caspica secondo una prospettiva tipicamente rivierasca che vede il Mediterraneo come una sorta di ‘continente liquido’ o res nullius da occupare.

[…] Del tutto diversa è invece l’ottica americana che come sempre considera il Mediterraneo poco più di una pozzanghera, pittoresca ma insalubre. L’idea del Grande Medio Oriente ha il suo baricentro nel Golfo Persico e nella penisola arabica includendo tutti gli emirati, l’Arabia Saudita e lo Yemen ed è il Mediterraneo a essere una sua periferia con un ruolo del tutto marginale… L’Iran: la guerra per una bomba che non c’è. Alle minacce di attacco preventivo da parte americana e israeliana e alle sanzioni internazionali Teheran risponde con la minaccia di blocco dello Stretto di Hormuz e vaghe promesse apocalittiche. Gli Stati Uniti avvicinano le portaerei e Israele scalda i motori. Eppure è difficile prevedere un confronto diretto… gli Stati Uniti non avrebbero convenienza ad attaccare la Repubblica islamica e scatenare così una serie di eventi incontrollabili nella regione”. (da F. Mini, Mediterraneo in guerra, Einaudi 2012).

Gli Stati Uniti e Israele dopo 14 anni hanno attaccato con portaerei e missili scatenando una crisi continentale. L’Iran ha chiuso l’accesso al Golfo Persico e se fino a ieri la bomba non l’aveva, da domani potrebbe averla. In questa visione acquatica è venuta a mancare la valutazione di quei tratti di terraferma che chiudono, limitano o soffocano (choke) i mari e le relative rotte dell’economia mondiale, della proiezione di potenza navale e dei traffici leciti e illeciti. Sì, perché c’è da scommettere che anche i gestori dell’illecito globale sono tra coloro che premono per la riapertura degli accessi. Anche e soprattutto con la forza. Da un paio di mesi il mondo intero ha dovuto aggiungere al proprio dizionario politico nomi esotici come Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca, Lombok e altri alla Sandokan. Nomi che erano veri e propri capisaldi del potere marittimo e che per molto tempo sono stati dimenticati. Qualcuno ha imparato cosa significa la chiusura degli stretti, quasi nessuno ha imparato che il loro controllo non può essere acquisito soltanto dal mare. Occorre controllare o cooperare con la terra, con i paesi che li posseggono geograficamente o politicamente, con i governi che non sempre si fanno intimidire dalle portaerei. La lezione più recente viene dal mancato controllo di questi punti proprio da parte degli Stati Uniti, la maggiore potenza marittima del globo. Quella che non aderisce alla cosiddetta Legge del Mare e che da essa e dal diritto consuetudinario sceglie cosa adottare o rigettare a seconda dei propri interessi e perfino a loro scapito. Risulta inspiegabile che la potenza marittima per eccellenza si sia prestata al gioco d’Israele senza considerare la funzione degli stretti. Che non si sia resa conto che senza il loro controllo, il potere marittimo veniva atterrato. In realtà tale atteggiamento consegue proprio dalla sicumera geopolitica di considerare il dominio dell’acqua ignorando la terra.

[…]

La risposta “alla marinara” all’attuale crisi degli stretti è stata il rafforzamento della militarizzazione dei mari. Sempre più spesso i diplomatici parlano di guerra e affidano alle armi compiti di presunta sicurezza che in realtà sono provocazioni o elevazione dei rischi. Gli ammiragli solcano i mari confidando nella forza di dissuasione e repressione dei loro missili. È un’illusione. La spavalderia in mare non è più l’efficace strumento di deterrenza di un tempo. Il vero scudo di sicurezza per le missioni navali a casa altrui, al seguito altrui, per interessi e avventure altrui sta nella copertura diplomatica a terra. Non basta affidarsi a vaghe e incredibili dichiarazioni di “non essere in guerra” mentre si è al fianco e agli ordini di chi ha avviato una guerra di distruzione. Se veramente non siamo in guerra, occorre metterci la faccia, oltre alla feluca, e dimostrare capacità di persuasione sui propri intenti. In maniera unitaria e sinergica fra politica estera e sicurezza militare. Cosa che nessun missile lanciato o schierato in mare è in grado di fare.


Il Dio obbligatorio


(di Michele Serra – repubblica.it) – Condannata a morte a 23 anni per «insulti al profeta»: Najmeh Amini si aggiunge alla lunga lista (lunga millenni) dei crimini del potere religioso, che nell’Iran teocratico oggi ammazza, incarcera e tortura con uno zelo che appare sempre più sadico, e per giunta sempre più stupido, mano a mano che i secoli passano. Per quanto accidentato, il cammino della storia qualche passo verso il rispetto della libertà di fede, e soprattutto di libertà dalla fede, lo ha mosso. Non in Iran.

Il Dio obbligatorio è una proiezione feroce della miseria spirituale di chi se ne serve. Vietato per legge non credere in Dio, vietato per legge non onorare il Dio al potere. Non bisogna essere Giordano Bruno o Bertrand Russell, basta un minimo di sentimento della libertà, e per chi ne è sprovvisto basta un minimo di rispetto umano, per considerare odioso un culto religioso obbligatorio per legge.

Sono notizie che, a leggerle, fanno fremere. Eppure non credo che il nome di Najmeh Amini diventerà popolare tra i suoi coetanei occidentali, così sensibili a tante cause di libertà e giustizia. Allo stesso modo, è già dimenticato il nome di Mahsa Amini, l’attivista iraniana ammazzata di botte dai poliziotti di Dio perché non indossava il velo. La ragione di questa omissione mi sfugge.

Non riesco a credere davvero che i calcoletti geopolitici che sono prassi tra gli adulti (l’Iran è nemico di Usa e Israele) possano avere un peso tra chi ha vent’anni e sogna la libertà, proprio come Najmeh sbattuta in carcere per una frase postata in rete. Se qualcuno organizza qualcosa per Najmeh me lo faccia sapere. Per l’occasione avrò vent’anni anche io. Lo spazio dell’Amaca è a disposizione.


L’Occidente in agitazione per il nobel anti-Israele


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli editorialisti del pensiero progressista europeo si sono rallegrati in coro per il Premio Nobel per la pace attribuito a Navi Pllay e hanno richiesto che la condanna dei crimini di guerra valga non solo per Israele ma anche per la Russia. L’analisi è utile ma oggi abbiamo bisogno di sintesi. Ricordo al riguardo i miei colleghi a Bruxelles vantare i piccoli passi compiuti in dossier settoriali e restare indifferenti alle mie obiezioni sulla caduta verticale dell’Ue nel suo complesso, sempre più disprezzata dalle masse popolari. Vi è un chiaro tentativo dei Dem e dei loro accoliti europei di riprendere il controllo della narrativa. Aldous Huxley, nel suo capolavoro Il mondo nuovo descrive i sentimenti che proviamo nell’assistere impotenti allo spettacolo della politica europea, alla sua sottocultura. […]

La percezione di essere spettatori di una recita ben architettata che cela la realtà di un mondo distopico ci sgomenta. Ascoltiamo le dichiarazioni relative all’attribuzione del Nobel della Pace alla funzionaria internazionale Navi Pillay che ha avuto il coraggio di denunciare il genocidio di Gaza a cui segue la reazione delle destre filo-israeliane e trumpiane. Entriamo in libreria a Roma come a Bruxelles per scoprire come mediocri autori costruiscano le loro carriere sulla propaganda e la demonizzazione di chi l’Occidente elegge di volta in volta a nemico.

[…]

Il Comitato del Nobel per la pace è composto dal 5 persone elette dal parlamento norvegese, soprattutto politici che restano in carica per diversi anni. Lo stesso comitato nel 2025 ha attribuito il premio a Corina Machado, figlia di un magnate del petrolio venezuelano, pupilla di Trump, attivista per il colpo di stato contro Maduro e per le privatizzazioni a vantaggio della finanza di Washington. Alcuni progressisti lodarono la decisione come oggi applaudono alla giusta premiazione di una donna coraggiosa e integra. Le destre becere intitolano i loro rattrappiti articoli nel linguaggio e nell’analisi: il Nobel premia Hamas. Lo sanno le destre e il centro-sinistra che non hanno nulla da temere? Il fondo sovrano petrolifero norvegese ha ancora 29 aziende israeliane nel suo portafoglio e i profitti della cooperazione tecnologica e militare con Tel Aviv sono aumentati del 15% dal 2025 ad oggi, realizzando 2,7 mld di euro. L’opinione pubblica si polarizza tra filosionisti e protettori di Gaza e del diritto internazionale; tra i sostenitori di Trump e chi lo detesta, ma non riesce a pronunciare la parola genocidio e crede che poi in fondo Maduro non fosse uno stinco di santo ed è un bene sia restato in prigione. Chi si ricorda più di quest’uomo che urla in un carcere speciale la sua innocenza? La Meloni non ha avuto molti scrupoli a condividere le scelte israelo-americane di attacco all’Iran, il centro sinistra ha lamentato qualche violazione del Diritto internazionale per tornare a demonizzare il governo teocratico di Teheran. Sogniamo la notte di non riuscire a respirare, ci stanno togliendo l’aria. Abbiamo una oligarchia internazionale divisa in alleanze politiche di opposto colore, che partecipano alle medesime scelte di politica internazionale e economica, e condividono i paletti del pensiero unico occidentale, liberista e atlantista. Inutile ricordare che il genocidio di Gaza è iniziato con la piena complicità di Biden, che l’Europa è ancora strettamente legata alla cooperazione tecnologica e militare con Israele, che Macron e i laburisti inglesi, la Nato di Rutte, sono stati essenzialmente complici insieme alla Meloni dell’attacco illegale all’Iran. L’elettorato progressista è convinto che esista un Occidente diverso, identificato con i Dem Usa e l’Ue. Essi condannano, nonostante l’essenziale complicità, il genocidio, si battono per la democrazia in Ucraina contro gli autocrati ( Trump, Putin, Xi ), e leggono in estasi gli editoriali del Guardian o di Repubblica, che celebrano i valori europei. Il nichilismo si incarna nel consumatore per professione, nel narciso individualista per vocazione, ma lo show must go on.

[…] La società civile illuminata europea si culla in un nuovo suprematismo bianco, più radicato e sottile, che fabbrica valori propagandistici contro il Sud globale, Mosca, Pechino, Teheran, Caracas. Dimentiche della continuità politica tra Obama e Trump nell’assedio di Cuba, nella protezione di Israele e nella fabbricazione di un’Ucraina nazional-socialista, le anziane borghesi e i giovani no Kings, si scagliano contro la destra becera trumpiana, e contribuiscono alla grande messa in scena del politichese, che alla Cnn o su La7, trova una magnifica risonanza. Navi Pilley è una donna verso la quale va tutto il nostro rispetto. Strano sia in compagnia di Corina Machado. Tutto si confonde nel mondo di Barbie, il fascismo di Trump e la libertà di Ursula von der Leyen, difesa con la censura. I dati esistono ma sono ignorati, nell’illusione della conoscenza, soffochiamo ogni possibile risveglio dall’incubo contemporaneo.


Trump spegne Starlink. E ora l’Ucraina rischia di capitolare


Senza scudo e spada ora Kiev rischia di capitolare allo zar. Privato dei satelliti Usa, il Paese invaso non può tracciare droni, missili e non può più spiare o colpire alle spalle delle linee nemiche

Senza scudo e spada ora Kiev rischia di capitolare allo zar

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – L’Ucraina all’improvviso teme di restare senza scudo, né spada. È come se le ali dei droni, lo strumento che gli ha garantito finora la resistenza contro un’armata di gran lunga più potente, fossero state spezzate. L’incantesimo tecnologico si è spento con l’interruzione dei servizi militari di Starlink: quel sistema chiamato Starshield che, come ha precisato Elon Musk, dipende esclusivamente dal Pentagono. Con un incredibile ribaltamento di alleanze, adesso la Casa Bianca soccorre il Cremlino e gli offre l’occasione di sfondare le difese di Kiev.

Tutti i comandanti ucraini, infatti temono la paralisi delle attività al fronte. I reparti hanno riscontrato una degradazione delle connessioni satellitari già sulle apparecchiature che viaggiano a oltre cento chilometri orari mentre il segnale scompare completamente quando si superano i 160 l’ora. «È come combattere con le gambe legate», ha commentato a Repubblica un ufficiale impegnato in prima linea.

Adesso ogni drone che decolla affronta un salto nel buio. Non c’è certezza che i piloti saranno in grado di ricevere le immagini per dirigerlo sugli obiettivi. E questo vale per i ricognitori che sorvegliano senza sosta le posizioni russe e per i bombardieri che vanno a colpirle: l’arma più potente di Kiev è stata spuntata, con effetti che potrebbero essere drammatici. I velivoli devono rallentare e accorciare il raggio d’azione oppure avventurarsi dove il collegamento con la base rischia di dissolversi. La prima conseguenza è ovvia: gli sciami più lenti saranno una preda più facile per la contraerea. Ma l’impatto è più ampio: le retrovie delle brigate di Putin hanno ottenuto un salvacondotto, ritrovandosi al riparo da spionaggio e incursioni. Poiché la trasmissione delle immagini è molto meno affidabile, le vedette alate ucraine potrebbero perdere di vista i movimenti degli invasori e non essere in grado di contrastarli.

Anche la popolazione si trova esposta: la defaillance delle comunicazioni satellitari mina l’efficacia dei droni intercettori, che vanno a oltre 200 chilometri orari per abbattere i Geran copiati dagli Shahed iraniani. Il Cremlino aveva già ottenuto un vantaggio per l’introduzione dei nuovi droni a reazione, che penetrano gli sbarramenti antiaerei e la scorsa settimana sono stati i principali artefici dell’uccisione di 150 civili, ma d’ora in poi infliggerà danni superiori grazie all’immunità concessa pure alle vecchie versioni a elica.

Paradossalmente, le missioni a lunghissimo raggio per distruggere raffinerie, fabbriche e centri logistici nel cuore della Russia subiranno ostacoli minimi dal blocco di Starlink. Gran parte delle bombe volanti lanciate contro Mosca trovano la rotta in maniera autonoma, riconoscendo il terreno attraverso l’intelligenza artificiale o agganciandosi ai ripetitori dei cellulari. Lo si è visto la scorsa notte: il blackout è iniziato mentre gli stormi di robot ucraini stavano superando la frontiera, senza impedire che raggiungessero i bersagli. Un drone si è letteralmente infilato nel data center di Sberbank passando dalla porta e ha mandato in tilt i pagamenti, intensificando i problemi dei servizi digitali russi creati dai raid contro i server di Yandex.

Gli scenari per l’Ucraina sono cupi perché non esistono alternative concrete a Starlink. Quando lo scorso febbraio la compagnia di Elon Musk ha isolato i terminali utilizzati senza licenza dalle brigate russe sul campo di battaglia, il comando di Mosca ha registrato gravi difficoltà per mesi e ha dovuto mobilitare tutte le capacità tecnologiche e spaziali del Paese per inventare dei ripieghi. Kiev non dispone delle stesse risorse: i droni servono proprio a colmare l’inferiorità rispetto agli invasori e adesso il miracolo rischia di spegnersi. L’Europa non è in grado di dare aiuto: non ha costellazioni orbitanti che suppliscano alla copertura del colosso statunitense. E non può neppure colmare l’interruzione dell’intelligence americana, perché non dispone di satelliti spia che monitorino la partenza dei missili balistici. Sono carenze note da anni ma l’autonomia strategica invocata dalla Ue finora è rimasta uno slogan: anche la nostra difesa dipende dai capricci di Donald Trump.


Giorgia e altri tartufi


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Come ogni notizia enorme, anche i miliardi versati dall’Europa alla Russia in cambio di energia dal 2022 sono invisibili sui media guerrapiattisti. E anche nel comiziaccio della Meloni in Senato, molto applaudito dalla destra Pd e da Calenda. La premier e i giornali al seguito sono tutti scandalizzati perché Trump ha ripreso ad acquistare quel po’ di gasolio che Putin può raffinare e vendergli. Intanto il governo russo comunica di aver venduto ai Paesi Ue, dopo l’invasione dell’Ucraina, risorse energetiche per 320 miliardi di dollari. E la Commissione Ue replica sdegnata che i miliardi sono “solo” 209, ma non è ben chiaro se includa gli acquisti indiretti tramite India, Turchia&C. In ogni caso i 209 miliardi versati a Mosca sono quasi la stessa cifra sborsata per finanziare e armare Kiev (circa 220 miliardi). E il problema sarebbero gli spiccioli scuciti da Trump per qualche giorno di gasolio?

[…]

Tutti sproloquiano di “aggressore e aggredito”, poi foraggiano l’uno e l’altro in egual misura e fingono stupore perché non arriva mai la “pace giusta” (l’ha evocata anche ieri la Meloni, riuscendo a restare seria). Che, se mai arrivasse, sarebbe grazie ai negoziati di Trump, non all’Ue, che dopo 56 mesi di guerra non ha neppure un negoziatore. La Confindustria, con le imprese allo stremo, chiede di comprare tanto gas russo quanto prima del 2022. Ma la Meloni sostiene che sarebbe “un favore a Putin”. Non ha ancora capito che sarebbe un favore di Putin a noi: lui sa a chi altri vendere il gas, mentre noi non sappiamo da chi altri comprarlo (se non a prezzi tripli o quadrupli). E ci sarà da ridere – a Mosca, ovviamente – nel 2027, quando scatterà il blocco totale dell’import di gas russo. Tetragoni come budini, gli eurotartufi faranno un’altra proroga, visti i prezzi proibitivi dell’energia per la guerra del Golfo e i bombardamenti ucraini in Russia. Oppure terranno duro e condanneranno a morte quel che resta dell’industria e del lavoro in Europa. […]

Ps. Fra i vari sproloqui meloniani al Senato, c’è pure questo rivolto al M5S: “Con la nuova legge elettorale, prima del voto dovete dichiarare alleanze, candidato premier e programma. D’altra parte siete guidati da un signore che, se queste regole ci fossero state prima, alla presidenza del Consiglio non ci poteva andare”. E invece ci sarebbe andato eccome. Nel 2018 col Rosatellum il centrodestra prese il 37%, il M5S il 32,7 e il centrosinistra il 22,9. Nessuno arrivò al 42%, quindi il premio di maggioranza non sarebbe scattato e il Melonellum si sarebbe trasformato in un proporzionale puro che fa saltare le coalizioni e impone accordi fra partiti in Parlamento: Di Maio e Salvini avrebbero chiamato Conte anche con le nuove regole. Ma almeno la Meloni lo conosce il Melonellum?


La fila dietro Besostri


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Le leggi elettorali le scrivono i partiti, e le scrivono per sé. E su questo non credo si possano avere dubbi di sorta. Non esiste conflitto d’interessi più limpido di un Parlamento che stabilisce con quali regole verrà rieletto. La Costituzione ha previsto un arbitro, la Corte costituzionale, ma ha dimenticato di lasciare una porta aperta a chi vota. Per vent’anni a quella porta ha bussato soprattutto un uomo, con il codice sotto il braccio e una pazienza da certosino.

Felice Besostri veniva dalla politica: sindaco socialista di Borgo San Giovanni negli anni Ottanta, senatore dei Democratici di Sinistra dal 1996 al 2001. Poi scelse di tornare al diritto per fare politica. Nel 2008 provò la scorciatoia e si presentò alla Consulta come componente del corpo elettorale, per sollevare un conflitto tra poteri dello Stato. La Corte rispose che un cittadino solo non è un potere dello Stato. Restava la via lunga.

Nel novembre 2009 l’avvocato Aldo Bozzi e altri ventisette elettori depositarono a Milano un ricorso per lesione del diritto di voto, e Besostri era tra i legali. Tribunale e Corte d’appello dissero di no. La Cassazione si decise il 17 maggio 2013, dopo otto anni di Porcellum e tre elezioni, e il 4 dicembre la Consulta cancellò il premio di maggioranza senza soglia e le liste bloccate. Il Parlamento eletto con quelle regole rimase al suo posto, perché la Corte volle salvare la continuità delle istituzioni. Il cittadino aveva ottenuto una vittoria a danno già fatto.

Con l’esperienza cambiò metodo. Contro l’Italicum presentò ventidue ricorsi in giro per il Paese prima della sua entrata in azione, convinto che non si potesse aspettare altri sei anni una Cassazione. Cinque tribunali, Messina, Torino, Trieste, Genova e Perugia, rimisero gli atti alla Consulta, che il 25 gennaio 2017 annullò il ballottaggio e la facoltà dei capilista di scegliersi il collegio, lasciando in piedi il premio al quaranta per cento. Il risultato più importante stava altrove: la Corte ammise che una legge si potesse contestare quando era già in vigore ma non ancora applicata. Quella legge, scritta dal governo Renzi, non fu mai usata.

Poi la porta si è stretta. Sul Rosatellum, nel dicembre 2017, la Consulta dichiarò inammissibili quattro conflitti di attribuzione, tre presentati da parlamentari legati al Movimento 5 Stelle e uno dal Codacons con un cittadino e un senatore. Besostri commentò che i giudici sembravano dispiaciuti di non poter entrare nel merito. I ricorsi d’urgenza nei tribunali furono respinti, e i loro promotori denunciarono che così il sistema di giustizia costituzionale restava una zona franca, affidata alla discrezione del Parlamento: prima del voto non si può agire, dopo non serve più. Lui lamentava anche un ostacolo più prosaico, cioè che i ricorsi vanno presentati nei ventisei capoluoghi di corte d’appello e non nei centoventi tribunali ordinari.

Besostri è morto a Milano il 6 gennaio 2024, a settantanove anni. Nel novembre precedente aveva presentato con Riccardo Magi un ricorso alla Cedu contro il Rosatellum. La causa dei legali messinesi Palumbo e Pruiti Ciarello è arrivata in Cassazione, che il 27 ottobre 2025 ha rinviato chiedendo una relazione al Massimario, e a luglio 2026 non si era ancora pronunciata. Intanto il Rosatellum è stato sostituito, senza che a quanto risulta la Consulta abbia mai potuto esaminarlo.

Oggi la scena si ripete in grande. Il 26 ottobre sono previsti trenta ricorsi in tutte le corti d’appello, con novantanove avvocati volontari, promossi dalla Rete per un voto libero e uguale insieme a Pd, M5S, Avs, Italia Viva e Più Europa. Contestano il premio di settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato, la soglia del quarantadue per cento da raggiungere in entrambe le Camere, le seimila firme per collegio richieste ai partiti senza rappresentanza, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le norme sulla parità di genere. Sperano nelle udienze a metà gennaio e in una sentenza della Consulta tra marzo e giugno, e Stefano Passigli propone di chiedere a Mattarella che le Camere non vengano sciolte prima.

Il metodo è quello: molti tribunali, molti giudici, una sentenza prima del voto. L’ha messo a punto un cittadino e la Consulta l’ha riconosciuto. Adesso lo adottano forze politiche che avevano il Parlamento a disposizione, e al tavolo siede anche il Pd, il partito del governo che scrisse l’Italicum. Può darsi che manchino i numeri, può darsi che servano a poter dire agli elettori di averci provato. Il banco di prova si vedrà quando queste stesse forze torneranno maggioranza e toccherà a loro scrivere le regole.

Il 26 ottobre, davanti alle cancellerie, ci sarà la fila dietro l’avvocato che ne ha tracciato il percorso, anche se in testa lui non può esserci. Se guarda dall’alto, vedrà politici che depositano carte per ottenere da un giudice ciò che avrebbero potuto decidere in Parlamento. Un cittadino ha dovuto dimostrare due volte che le regole del voto si possono mettere in discussione davanti alla Corte costituzionale. A chi le regole le scrive converrebbe scriverle in modo che di ricorsi non ci sia bisogno. Ma questo non è dato, in nessuna delle repubbliche italiane esistenti o sognate.


Benevento: riunione circoli territoriali Pd Sannio


Il Partito Democratico mette al centro la partecipazione, il protagonismo delle iscritte e degli iscritti, la forza dei territori.


La Riunione di ieri sera, 13 ottobre, promossa dalla Segreteria Provinciale è stata un momento di confronto vero, vivo, caratterizzato da una forte volontà di politica e di cambiamento.
Una sala piena, interventi appassionati, idee e proposte concrete.
Circoli aperti, radicati, capaci di ascoltare e organizzare le energie migliori delle nostre Comunità.
È emersa con forza la necessità di un partito più coraggioso, più riconoscibile nelle battaglie per i diritti, il lavoro, le aree interne e la giustizia sociale.
Rafforzare il partito sui territori significa costruire partecipazione reale e continua. Solo così possiamo essere utile strumento per chi non si rassegna alle disuguaglianze, sociali e territoriali, e chiede una politica capace di cambiare davvero le cose.
La Riunione è stata anche l’occasione per presentare due importati Documenti: il primo sull’Agricoltura Sannita, una dettagliata sintesi tecnico-economica del comparto con relative criticità/potenzialità, il secondo per il Diritto alla Salute per la Sanità Pubblica, la proposta che il partito intende mettere in campo e su cui intende impegnarsi per difendere e rilanciare una sanità pubblica universalistica.
Quindi, si è discusso dell’annunciato ricorso della Regione Campania davanti alla Corte Costituzionale contro il federalismo fiscale regionale varato dal governo Meloni.
Il cuore della questione è questo: dal 2027 lo Stato smetterà di trasferire una serie di somme legate a servizi da finanziare, a cominciare dal fondo per il trasporto pubblico locale, e la sostituisce con una quota dell’Irpef, l’imposta sul reddito, riferita al territorio. Non cambia nulla per i contribuenti, che pagano la stessa imposta di prima: cambia il canale con cui i soldi arrivano alla Regione. Il punto è che l’Irpef dipende da quanto dichiarano i residenti, mentre i trasferimenti di oggi, no. Una regione con una base imponibile più fragile, come la Campania, incasserà meno, a parità di servizi da garantire. Qualche settimana fa era stato il nostro vice presidente, Mario Casillo, a lanciare l’allarme per il comparto trasporti cui si aggiungono tagli in altri settori, dalla quota non sanitaria della compartecipazione Iva, ai libri di testo gratuiti sino al fondo per il diritto allo studio. 

In sostanza, dopo la sonora bocciatura dello scorso anno da parte della Corte, il governo più antimeridionalista della storia, sotto ricatto politico della Lega, sta cercando di fare rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta: l’autonomia differenziata!La Riunione è poi proseguita tracciando l’agenda dei prossimi appuntamenti autunnali. D’intesa con il partito nazionale e regionale, è già fissato per la terza settimana di novembre un’iniziativa sulla violenza sulle donne che vedrà presenti una serie di personalità del nostro partito, tra cui la senatrice Valeria Valente.
Successivamente, la Segretaria, Filomena Marcantonio, ha confermato l’impegno assunto dalla Segretaria nazionale, Elly Schlein, di farci visita nel Sannio. Appena fissata la data sulla presenza di Elly partiremo con la macchina organizzativa.
In chiusura, il Presidente Vito Fusco, ricordando di procedere fattivamente con la Campagna di Adesioni (Tesseramento) al partito, ha aggiornato la riunione con i responsabili dei Circoli rimarcando l’opportunità di attivare incontri tematici sui territori perché è necessario e doveroso trasformare questa energia positiva in impegno quotidiano, organizzazione e lotta politica.


Fiorenza Ceniccola: “La legge sulla sfiducia ai sindaci va cambiata: la democrazia non può essere ostaggio di pochi”


Esprimo la mia piena solidarietà, umana e politica, al sindaco di Airola, Vincenzo Falzarano, sfiduciato nei giorni scorsi. Una vicenda che ripropone con forza la necessità di riflettere sul rispetto della volontà popolare e sulla stabilità delle amministrazioni locali.

Senza entrare nel merito delle ragioni che hanno determinato la caduta dell’amministrazione, non possiamo ignorare che sette consiglieri comunali, tre di maggioranza e quattro di opposizione, hanno posto fine al mandato di un sindaco eletto direttamente da oltre mille cittadini, aprendo la strada al commissariamento del Comune.

È questo il paradosso dell’elezione diretta: i cittadini scelgono il sindaco, ma pochi consiglieri possono interromperne anticipatamente il mandato. Una situazione che rischia di svuotare di significato il voto e di tradire la fiducia degli elettori.

Il caso di Airola non è isolato. Anche a Sant’Agata de’ Goti, la sindaca Giovannina Piccoli terminò anticipatamente il proprio mandato dopo circa un anno dall’elezione, a seguito delle dimissioni di consiglieri comunali. Episodi che pongono una domanda fondamentale, quale valore attribuiamo alla volontà popolare se il mandato elettorale può essere interrotto senza tornare alle urne?

Ritengo, pertanto, non più rinviabile una riforma della normativa che disciplina l’elezione diretta del sindaco. Occorre superare gli attuali meccanismi della mozione di sfiducia e delle dimissioni congiunte, prevedendo la possibilità per il sindaco in carica di surrogare i consiglieri dimissionari attingendo alle liste elettorali, fino al loro esaurimento. Una proposta volta a impedire che contrapposizioni politiche e accordi di circostanza possano compromettere la continuità amministrativa e vanificare la scelta compiuta dai cittadini.

Il controllo sugli amministratori è doveroso, ma non può trasformarsi in un mezzo per cancellare il risultato elettorale. Occorre garantire un equilibrio tra la responsabilità degli eletti, la stabilità amministrativa e il rispetto della volontà dei cittadini.

La democrazia non si esaurisce nel voto, impone di rispettarne il risultato. La volontà della maggioranza dei cittadini non può essere ostaggio del dissenso politico di pochi.


Santanchè, l’udienza preliminare sulla truffa all’INPS slitta di quattro mesi grazie al ricorso del Senato


L’udienza preliminare nel caso della presunta truffa all’INPS, di cui è accusata l’ex ministra Daniela Santanchè, è rinviata al 3 febbraio 2027. L’appuntamento è slittato di circa quattro mesi per attendere una decisione della Corte costituzionale, chiamata in causa dal Senato questa estate.

(di Luca Pons – fanpage.it) – Si allungano ancora una volta i tempi nel caso della presunta truffa all’INPS di cui è accusata l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè. L’udienza preliminare è iniziata quasi esattamente due anni fa, il 9 ottobre 2024, ma oggi è stata rinviata nuovamente al 3 febbraio 2027.

Il motivo è che è necessario attendere una decisione della Corte costituzionale, richiesta dal Senato, che settembre dello scorso anno aveva presentato un ricorso sostenendo che la Procura di Milano non avrebbe dovuto usare nelle indagini mail e registrazioni audio che coinvolgevano direttamente Santanchè. I giudici della Consulta tratteranno la questione a partire dal 4 novembre.

Il caso della presunta truffa all’INPS
La vicenda è quella, tra i vari casi giudiziari che coinvolgono l’ex ministra, più spinosa sul piano politico. Secondo l’accusa, durante la pandemia da Covid-19 due società – Visibilia Editore e Concessionaria – avrebbero chiesto la Cassa integrazione in deroga, una misura che il governo aveva previsto per le imprese in difficoltà. Ma, anche dopo aver ottenuto i fondi, le società avrebbero continuato a far lavorare i propri 13 dipendenti.

Nel complesso, tra maggio del 2020 e febbraio del 2022, sarebbero stati incassati illegalmente 126mila euro di fondi pubblici. Daniela Santanchè, all’epoca non ancora ministra, sarebbe stata a conoscenza di questo meccanismo fraudolento, sempre secondo la Procura. Insieme a lei, i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio anche per il compagno Dimitri Kunz.

Il caso era emerso nel 2023, e le indagini degli inquirenti di Milano avevano portato alla richiesta di rinvio a giudizio nel maggio del 2024. A ottobre l’udienza preliminare aveva avuto il via, ma nei mesi successivi erano intervenuti una serie di ritardi e rinvii.

Nel frattempo sono andati avanti gli altri procedimenti legali che riguardano l’ex ministra. A luglio si sono chiuse le indagini per bancarotta, falso in bilancio e truffa allo Stato e a breve è attesa la richiesta di rinvio a giudizio. Sono coinvolte sedici persone, tra cui anche Santanché e l’ex compagno Canio Mazzaro. Domani, invece, ripartirà il processo per il presunto falso in bilancio su Visibilia.

Perché l’udienza preliminare slitta fino a febbraio 2027
Il motivo del rinvio dell’udienza preliminare per la presunta truffa all’Inps è che, a settembre del 2025, il Senato aveva deciso di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. In sostanza, il centrodestra sostiene che la Procura di Milano non avrebbe dovuto usare, nel corso delle indagini, alcune mail inviate da Santanchè e registrazioni audio di conversazioni in cui era presente. Avrebbe dovuto, invece, chiedere l’autorizzazione al Senato. La linea degli inquirenti, invece, è che non ci siano problemi perché questi atti non erano stati raccolti con intercettazioni: li aveva fatti avere alla Procura direttamente un dipendente di Visibilia.

Fin da ottobre 2025, quindi, l’udienza preliminare è stata rinviata. A giugno di quest’anno, poi, la Corte costituzionale ha ammesso il ricorso del Senato. Ovvero, ha stabilito che è una questione che va effettivamente trattata dalla Corte. L’udienza sul tema è prevista per il 4 novembre. Se la Consulta darà ragione al Senato, la Procura milanese dovrà chiedere a Palazzo Madama di poter utilizzare gli atti in questione – andando probabilmente incontro a un ‘no’ della maggioranza di centrodestra. Se invece la Corte respingerà il ricorso, si potrà proseguire con l’udienza preliminare. Per questo, la giudice Tiziana Gueli ha rinviato fino al 3 febbraio, per avere la ragionevole certezza che, a quel punto, la sentenza sia arrivata.


“Una Passeggiata di salute”: a Benevento un appuntamento con la prevenzione, il benessere e la solidarietà


Sabato 17 ottobre, alle ore 10.30, appuntamento nella Villa Comunale di Benevento per l’iniziativa promossa dalla LILT di Benevento, con il patrocinio del Comune e la collaborazione dell’associazione Culture e Letture APS.

BENEVENTO. Camminare insieme per promuovere la salute, diffondere la cultura della prevenzione e rafforzare il senso di comunità. È questo lo spirito di “Una Passeggiata di salute”, l’iniziativa organizzata dalla LILT, Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, Associazione Provinciale di Benevento, in programma sabato 17 ottobre 2026, alle ore 10.30, presso la Villa Comunale di Benevento. La manifestazione si inserisce nell’ambito delle attività promosse sul territorio per la campagna nazionale “LILT for Women-Nastro Rosa 2026”, dedicata alla sensibilizzazione sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce del tumore al seno. Un impegno che, nel mese di ottobre, si traduce in iniziative di informazione e partecipazione, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’importanza di prendersi cura della propria salute. L’evento, realizzato con il patrocinio del Comune di Benevento e in collaborazione con Culture e Letture APS-Associazione Culturale Benevento (presieduta dalla dott.ssa Elide Apice), vuole coinvolgere cittadini, famiglie e persone di tutte le età in un momento di condivisione all’aria aperta, valorizzando il movimento come alleato del benessere e la partecipazione collettiva come strumento per promuovere stili di vita sani. «La prevenzione oncologica non si esaurisce negli ambulatori e nei controlli medici, ma comincia ogni giorno attraverso le scelte che compiamo e la consapevolezza con cui ci prendiamo cura di noi stessi», dichiara il dott. Antonio Febbraro, presidente della LILT di Benevento e oncologo. «Con questa passeggiata vogliamo trasmettere un messaggio semplice ma fondamentale: la salute è un bene prezioso e condiviso, che va tutelato attraverso comportamenti corretti, attività fisica, attenzione ai segnali del nostro corpo e adesione ai programmi di prevenzione e diagnosi precoce. Iniziative come questa ci permettono di portare la cultura della prevenzione fuori dagli ambulatori e di renderla sempre più vicina alle persone». La scelta di inserire l’appuntamento nel calendario delle iniziative legate al Nastro Rosa sottolinea, in particolare, l’importanza di sensibilizzare le donne sulla prevenzione del tumore alla mammella e sull’opportunità di rivolgersi ai professionisti sanitari per i controlli appropriati alla propria situazione. «La campagna Nastro Rosa ci ricorda che informazione e prevenzione devono procedere insieme», prosegue il presidente Febbraro. «È importante superare timori e rinvii, acquisire maggiore consapevolezza del proprio corpo e affidarsi ai percorsi di controllo indicati dai professionisti. Ma è altrettanto importante costruire una comunità capace di sostenere e accompagnare le persone in questo percorso. Per questo rivolgo un invito a tutta la cittadinanza a partecipare: ogni passo compiuto insieme è anche un’occasione per ribadire il valore della salute e della solidarietà». La LILT di Benevento rinnova così il proprio impegno nella promozione della prevenzione oncologica, attraverso attività di sensibilizzazione e occasioni di incontro con il territorio, nella convinzione che la diffusione di una corretta cultura della salute rappresenti uno strumento essenziale nella lotta contro i tumori. L’appuntamento è fissato per sabato 17 ottobre alle ore 10.30, alla Villa Comunale di Benevento. Il punto d’incontro sarà presso la Cassa Armonica. La LILT di Benevento invita tutta la cittadinanza a prendere parte all’iniziativa: un’occasione per camminare insieme, condividere un messaggio di salute e sostenere concretamente la cultura della prevenzione.


Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga


(Mario Catania – lindipendente.online) – Nella notte tra martedì e mercoledì, nel Foggiano, i tir sono rimasti dov’erano da domenica 11 ottobre: ai caselli di Poggio Imperiale e di Cerignola, sulla Statale 17 all’altezza di Lucera, nelle aree di servizio lungo la 16. Accanto a loro agricoltori con i loro trattori, olivicoltori, ambulanti e armatori, uniti contro il prezzo del gasolio, che dal 6 ottobre ha perso anche l’ultimo sconto fiscale e alla pompa viaggia intorno ai 2,25 euro al litro. La Capitanata è oggi il cuore di una mobilitazione nata a fine settembre tra Calabria e Sicilia, arrivata in Puglia, Basilicata e con i primi episodi in Campania, e che ha già toccato l’A14 e l’A2.

Il momento più duro è stato lunedì, quando la Prefettura di Campobasso ha chiuso in via cautelativa l’A14 tra Termoli e Poggio Imperiale, con mezzi pesanti in sosta e materiali sulla carreggiata. Il tratto è stato riaperto all’ora di pranzo, ma il casello di Poggio Imperiale è ancora presidiato. A Brindisi un autoarticolato messo di traverso sulla tangenziale, all’altezza dello svincolo per Bozzano, ha fermato a intermittenza la circolazione anche dopo l’incontro tra una delegazione di camionisti e il prefetto Guido Aprea. «Lo Stato deve vedere che se si ferma il trasporto si ferma il mondo», ha evidenziato la portavoce Cinzia Turco, titolare di un’impresa di trasporti.

In Calabria i trattori occupano da giorni lo svincolo di Falerna, nel Lametino, e l’accesso all’A2 dalla Statale 18. A Castrovillari una cinquantina di trattori e una ventina di camion sono fermi sullo snodo di contrada Bianchino. A inizio ottobre, a Pizzo, un uomo seduto sull’asfalto dello svincolo autostradale, in lacrime davanti alle forze dell’ordine, era diventato l’immagine di tutta la protesta.

La stessa quantità di gasolio che prima costava circa millecinquecento euro oggi ne costa duemilacinquecento: mille euro in più ogni quattro giorni di lavoro, spiegano i camionisti brindisini, mentre in Sicilia gli autotrasportatori stimano perdite tra settecento e novecento euro al giorno per ogni mezzo. Le richieste vanno da un tetto al prezzo del gasolio riservato alla categoria a pedaggi più bassi, passando per i costi minimi di sicurezza per arrivare allo sblocco immediato dei crediti d’imposta. Gli agricoltori aggiungono concimi, energia e la concorrenza di prodotti importati da Paesi dove lavoro e controlli costano meno. Ridurre tutto al caro benzina, ha scritto il comitato nato tra Cassano, Castrovillari, Cerchiara e Firmo, significa «non aver capito nulla».

Le risposte del governo sono ritenute insufficienti, perché il taglio delle accise è scaduto e il decreto annunciato sulle accise mobili in Gazzetta Ufficiale non si è mai visto. Le associazioni di categoria avevano chiesto un incontro urgente già il primo ottobre e Salvatore Bella, alla guida degli autotrasportatori siciliani, racconta di aver chiesto un incontro a Salvini e al viceministro Rixi senza ricevere risposta. Nel frattempo Eni ha applicato uno sconto del venti per cento anche al gasolio agricolo e per la pesca venduto all’ingrosso, fuori dalla rete dei distributori, lasciando però fuori i camionisti.

Martedì undici sigle nazionali dell’autotrasporto hanno scritto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi denunciando che, tra Foggia e Brindisi, alcuni autisti che non aderivano alla protesta sarebbero stati costretti a entrare nelle aree di servizio e lì trattenuti da mezzi messi di traverso. Chiedono più forze dell’ordine sulle strade e una risposta entro ventiquattro ore, ma, nella stessa lettera, sono concordi nel definire esorbitante il costo del gasolio.

E nel frattempo le proteste aumentano: oggi la CIA ha portato gli agricoltori davanti a Montecitorio, mentre dal 16 al 20 ottobre si fermeranno gli autotrasportatori siciliani, con i camion nei piazzali e i semirimorchi immobili nei porti, oltre a quelli calabresi, con blocchi parziali lungo la Statale 18. Dal 21 il Movimento Popolare Nazionale annuncia un’azione congiunta con il trasporto, il 22 tocca ai pescatori, il 27 si torna in piazza a Roma.

Sullo sfondo c’è lo Stretto di Hormuz, dove il traffico petrolifero arranca da quando, a fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e mentre il governo ragiona su accise, crediti d’imposta e possibili tavoli tecnici, nei piazzali di Brindisi e Foggia il ragionamento è molto semplice: le singole misure non bastano, serve un intervento strutturale per cambiare la situazione.


Russia- Ucraina: guerra o pace?


UCRAINA: SINDACO MOSCA, 493 DRONI LANCIATI CONTRO LA CITTÀ NELLA NOTTE  

(LaPresse) – Il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin ha riferito che nella notte tra ieri e oggi, sono stati lanciati 493 droni verso l’area della capitale, e 180 sono stati abbattuti mentre si avvicinavano alla città. Lo riporta l’agenzia russa Interfax. 

2 – MOSCA, ‘MASSICCIO RAID’ SU IMPIANTI INDUSTRIALI E STRUTTURA ELETTRICA IN UCRAINA’  

(ANSA) – Il ministero della Difesa di Mosca ha confermato un “massiccio attacco” con missili e droni la scorsa notte sull’Ucraina, precisando che sono stati colpiti impianti industriali, infrastrutture di comunicazione ed energetiche a Kiev e nelle regioni della capitale e di Kharkiv. Il dicastero, citato dalla Tass, precisa che tra l’altro sono stati colpiti lo stabilimento KSM Protek vicino a Kiev, una sottostazione elettrica nell’area di Vyshhorodaid, una stazione radar ST-68 e un centro logistico. (ANSA).  

(adnkronos.com) – Stati Uniti e Paesi europei si stanno “lentamente avvicinando” a una proposta di pace per l’Ucraina che prevede garanzie di sicurezza per Kiev, un piano di ricostruzione economica, il reinserimento della Russia nei mercati energetici europei e un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte.

È quanto rivela l’editorialista del Washington Post David Ignatius, citando un funzionario americano a conoscenza dei negoziati, secondo cui l’obiettivo è offrire a entrambe le parti vantaggi economici e strategici in cambio di concessioni territoriali.

“Dobbiamo ampliare il problema e la soluzione per aiutare entrambe le parti a capire quale sarebbe la situazione nel dopoguerra, e poi fare concessioni”, ha spiegato la fonte. Il piano è stato discusso venerdì scorso in Florida, durante un incontro di sei ore organizzato dagli inviati americani Jared Kushner e Steve Witkoff, con la partecipazione di rappresentanti ucraini, britannici, francesi e tedeschi. I negoziati rischiano tuttavia di essere compromessi dalle tensioni tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, dopo la decisione americana di sospendere per sei mesi alcune sanzioni sul diesel russo e la minaccia di interrompere il sostegno dell’intelligence statunitense a Kiev.

Secondo la ricostruzione di Ignatius, il piano si articola in quattro punti. Il primo riguarda la ricostruzione dell’Ucraina, con il coinvolgimento della Banca Mondiale e di BlackRock per finanziare il ripristino delle infrastrutture, sostenere le famiglie dei soldati caduti o feriti e rilanciare l’economia. Il secondo prevede garanzie di sicurezza da parte di Stati Uniti e Paesi europei, con l’impegno a intervenire militarmente in caso di una nuova aggressione russa, secondo un meccanismo che il funzionario americano paragona all’articolo 5 della Nato.

Anche Mosca potrebbe ottenere accordi con l’Europa per rispondere alle proprie esigenze di sicurezza. Il terzo punto punta all’integrazione economica ed energetica tra Russia, Ucraina ed Europa, anche attraverso un possibile gasdotto o oleodotto per trasportare energia russa verso i mercati europei, con profitti condivisi tra Kiev e Mosca. L’intesa definirebbe inoltre tempi e modalità per la revoca delle sanzioni contro la Russia. Il quarto e più controverso punto prevede un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte, lasciando sotto il controllo russo i territori occupati, compresa parte del Donbass.

A ostacolare l’iniziativa resta soprattutto lo scontro sugli attacchi ucraini alle raffinerie russe, che Trump vorrebbe interrompere come condizione per proseguire i negoziati. Secondo il funzionario americano, Kushner e Witkoff hanno nuovamente chiesto a Kiev di sospendere i bombardamenti durante l’incontro in Florida, avvertendo che in caso contrario Washington avrebbe proceduto con l’accordo sul diesel. Zelensky si è opposto, considerando gli attacchi una leva negoziale importante.

“È evidente che la capacità degli ucraini di colpire le raffinerie sta avendo un impatto sull’economia russa. Ha aumentato il potere negoziale di Zelensky”, ha osservato un diplomatico europeo citato dal Post. “Se Zelensky accetta di fermare gli attacchi alle raffinerie, riprendiamo il nostro impegno e andiamo a Mosca”, ha spiegato invece il funzionario americano. Nonostante le tensioni, gli alleati europei intendono proseguire il percorso diplomatico, pur nutrendo dubbi sulla disponibilità del Cremlino a un compromesso. “Putin non sembra prendere sul serio la pace”, ha avvertito il diplomatico europeo.

La Russia: “A conoscenza del piano dal Washington Post”

Il Cremlino intanto sostiene di aver appreso dell’esistenza di un piano di pace per l’Ucraina soltanto dal Washington Post: “Abbiamo letto la notizia, ma non ne siamo stati informati”, ha affermato il portavoce, Dmitry Peskov.


La mafia bellica e la pace


(Tommaso Merlo) – I popoli sono per la pace, i politicanti per la guerra perché la mafia bellica impone la sua volontà su quella popolare. La mafia bellica è composta da mega produttori di armi e cioè di marchingegni per ammazzare altri esseri umani e radere al suolo città. Uno dei business più redditizi e parassitari perché i clienti sono le nazioni che con qualche scusa commissionano armamenti sempre più devastanti e costosi prendendo i soldi dalle tasche dei poveri cristi che faticano ad arrivare a fine mese. Ricchi e potenti scatenano guerre ed i poveri cristi le pagano sia in contanti che con la vita propria o quella dei loro cari. La mafia bellica si compone poi di sciacalli finanziari che ad ogni escalation investono sull’indotto della morte sapendo che le azioni voleranno alle stelle insieme ai loro profitti. E quando cesseranno i massacri, passeranno ad investire sulla ricostruzione. Mega profitti sporchi di sangue e sempre più globali e quindi potenti che esercitano una enorme influenza sugli altri membri della mafia bellica, la politica e l’informazione. La politica ha il compito di trovare qualche scusa per scatenare guerre oppure sposare quelle che gli suggeriscono e a quel punto infinocchiare le masse. Devono cioè convincerle che ricorre alla violenza e quindi alla guerra è inevitabile e indispensabile. Politicanti e istituzioni che pretendono la pace tra i cittadini e condannano e puniscono ogni forma di violenza salvo poi ricorre con fierezza alla violenza e quindi alla guerra con le altre nazioni anche senza veri motivi e nel caso dell’Occidente anche calpestando le proprie costituzioni e il diritto internazionale e senza ovviamente che mai nessuno risponda dei crimini di guerra e delle disfatte. Il compito della politica è coprire tale immonda ipocrisia e fare in modo che la guerra permanente continui tenendo a bada le masse mentre gli svuota le tasche. Per riuscirci i trucchi sono sempre gli stessi, demonizzare qualche nemico immaginario, esasperare minacce inesistenti ed alimentare odio e paura riempendosi la bocca con panzane di ogni risma e grotteschi doppi standard. Tipo buttando benzina sul fuoco con la Russia e girando la faccia dall’altra parte davanti ad un genocidio. Una manipolazione della narrazione pubblica che richiede il supporto di un altro elemento della mafia bellica, la stampa o meglio la propaganda. Il suo compito è fare da megafono a chi comanda. Molti media sono stati direttamente comprati dalla mafia bellica per far prima mentre altri si adeguano a delle linee politiche decise a tavolino diventando così mera propaganda. L’unica linea del vero giornalismo dovrebbe infatti essere la coscienza di chi lo fa e l’unica rotta da seguire la ricerca della verità. Solo chi è totalmente libero fa giornalismo, gli altri fanno comunicazione per conto di chi li paga. E se la guerra non è stata ancora ripudiata e la pace non è ancora diventata normalità, è propio perché la corruzione della politica e della stampa impediscono una essenziale maturazione personale e collettiva. La pace è infatti una scelta di fondo frutto della propria evoluzione. La guerra è il modo infantile e barbaro con cui persone e popoli affrontano le controversie. Persone e popoli maturi e consapevoli dialogano e ragionano e in caso di contrasti insanabili ricorrono alle leggi ed alle istituzioni preposte e la lotta rimane sempre a livello civile. Quanto al mantra della sicurezza con cui la mafia bellica manipola le masse da sempre, noi siamo sicuri quando viviamo in un sistema anche socialmente giusto e funzionante e quando sviluppiamo rapporti con chi ci circonda, non quando ci barrichiamo in casa e ci armiamo fino ai denti in attesa di regolare i conti da soli con qualche uomo nero. Ed era questo il solco delle Nazioni Unite emerso a seguito del secondo conflitto mondiale che è stato progressivamente tradito dal guerrafondaio ed ipocrita Occidente. Aggressioni illegali, grottesche crociate e la depravazione bellica arrivata al punto da partorire la guerra preventiva e cioè aggredire il vicino al solo sospetto ci possa nuocere. Mafia bellica nel suo momento d’oro con lo sceriffo americano e noi sguatteri europei al seguito ad insanguinare il mondo per portare pace e democrazia o meglio per ingrassare le pance e i conti correnti dei mafiosi dell’indotto della morte e della distruzione e dei loro burattini politici e mediatici. Una guerra permanente il cui tragico epilogo è l’autodistruzione. L’unica speranza è che i politicanti sono per la guerra ma i popoli per la pace e grazie alla democrazia prima o poi emergeranno leader che si opporranno alla mafia bellica e combatteranno per la pace. Pace frutto di una scelta di fondo e coronamento della nostra evoluzione personale e collettiva che ci porta a ripudiare ogni forma di violenza tra persone come tra nazioni.


Scemi di guerra


Trump e Putin saranno anche pazzi, come dice qualcuno. Ma è sempre meglio che passare per scemi di guerra come noi europei.

Scemi di guerra

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Ricapitolando: dopo un ventennio di espansione indisturbata della Nato ad est – Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nel 1999; Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004; Croazia e Albania nel 2009; Montenegro nel 2017; Macedonia nel 2020 e Finlandia nel 2023 – gli Stati Uniti (Joe Biden presidente), hanno “abbaiato”, citando Papa Francesco, un po’ troppo vicino alle porte della Russia.

Scemi di guerra

La reazione di Putin è nota: dopo otto anni di guerra civile in Donbass (dove gli aggrediti erano le popolazioni a maggioranza russofona), temendo l’incorporazione nell’Alleanza Atlantica pure dell’Ucraina (tradotto: missili nucleari Nato a due ore da Mosca), nel 2022 hanno dato inizio all’invasione dell’ex repubblica sovietica. L’Europa, trascinata in una guerra per procura dall’alleato americano (Biden), durante questi oltre quattro anni di conflitto, ha sostenuto la resistenza di Kiev sborsando oltre 330 miliardi di euro (dato aggiornato a fine 2025) e varando 22 pacchetti di sanzioni contro Mosca che hanno fatto più male all’Ue che alla Russia. Dalla quale abbiamo rinunciato ad acquistare gas a buon mercato per comprarlo (liquefatto) ad almeno il triplo del prezzo dagli Usa. Che hanno lucrato sul conflitto, prima con Biden e poi con Trump, vendendo ai Paesi Nato le armi che continuiamo ad inviare all’Ucraina. Fino ad impegnarci (su pressione dello stesso Trump) a destinare il 5% del Pil in spese militari.

Dopo aver fatto schizzare alle stelle i prezzi dei carburanti, per effetto della guerra scatenata contro l’Iran e la conseguente chiusura di Hormuz, Trump che già da tempo aveva lasciato sola l’Europa a pagare il conto del conflitto ucraino, ha chiuso un accordo con Putin, che prevede la revoca delle sanzioni alla Russia e l’import di gasolio prodotto nella Federazione. Quindi i Paesi Ue comprano (tramite Nato) dagli Usa, nostri alleati, armi da inviare in Ucraina, con i cui proventi gli Usa pagano il diesel acquistato dalla Russia, nostra nemica. Rimuovendo le sanzioni a Mosca che Bruxelles continua a sfornare come se non ci fosse un domani. Trump e Putin saranno pure dei pazzi, come sostiene più di qualcuno. Ma è sempre meglio che passare per scemi di guerra come noi europei.


Elon Musk, il bancomat di Donald Trump


MUSK HA SPESO 276 MILIONI DI DOLLARI NELLE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE PER AIUTARE I REPUBBLICANI A MANTENERE IL CONTROLLO DEL CONGRESSO.

(Dawn Kopecki – Reuters) – Elon Musk ha speso finora circa 366 milioni di dollari nel ciclo elettorale di metà mandato statunitense del 2026, di cui 276 milioni da luglio per aiutare i repubblicani a mantenere il controllo del Congresso, anche se le possibilità dei democratici di riconquistare la Camera e il Senato degli Stati Uniti sono migliorate.

Secondo i registri dei finanziamenti elettorali, la generosità di Musk, già riportata dal “New York Times”, rende probabilmente l’uomo più ricco del mondo il maggiore finanziatore politico delle elezioni di quest’anno.

Per Musk la posta in gioco è alta, dato che i democratici alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti hanno chiesto indagini sui suoi contratti governativi come CEO della società aerospaziale SpaceX, nonché sul suo operato alla guida del Dipartimento per l’Efficienza Governativa sotto la presidenza di Donald Trump.

Ecco una ripartizione delle sue spese politiche, confermata da un portavoce del suo super PAC America PAC.

• Musk ha speso finora 366 milioni di dollari in questo ciclo elettorale, iniziato il 1° gennaio 2025.

• Almeno 276 milioni di dollari sono stati finora destinati a gruppi repubblicani e al suo stesso super PAC da luglio. Dei 276 milioni di dollari di donazioni del terzo trimestre:

• 158 milioni di dollari sono stati destinati al Senate Leadership Fund, il super PAC creato per aiutare a eleggere i repubblicani al Senato e allineato con il leader della maggioranza al Senato John Thune, un repubblicano del South Dakota.

• 20 milioni di dollari sono stati destinati al Congressional Leadership Fund, il super PAC creato per i repubblicani della Camera e allineato con il presidente della Camera Mike Johnson, un repubblicano della Louisiana.

• 76 milioni di dollari sono stati destinati all’America PAC di Musk.

• 10 milioni di dollari sono stati destinati al Lone Star Liberty PAC, che sostiene la candidatura al Senato degli Stati Uniti in Texas del procuratore generale repubblicano dello stato, Ken Paxton, dove i recenti sondaggi lo vedono in una situazione di parità con il democratico James Talarico.

• 10 milioni di dollari sono stati destinati all’Associazione dei Governatori Repubblicani.

• Due milioni di dollari sono stati destinati all’Associazione dei procuratori generali repubblicani.

• America PAC sta aiutando i candidati repubblicani in sette stati chiave e in quasi una trentina di elezioni per la Camera dei Rappresentanti.

• Le nuove donazioni saranno rese pubbliche quando molti super PAC saranno tenuti a divulgare le proprie spese del terzo trimestre giovedì.

• Secondo quanto riportato dal New York Times, Musk ha anche donato ulteriori somme di denaro tramite gruppi che non rivelano l’identità dei propri donatori.

• Circa 90 milioni di dollari spesi in questo ciclo elettorale hanno finanziato attività svolte nelle elezioni precedenti o sostenuto altre iniziative, tra cui un candidato non eletto alla Corte Suprema del Wisconsin e un controverso programma che prevedeva il pagamento di 1 milione di dollari agli elettori registrati che avevano firmato una petizione a sostegno della libertà di parola e del diritto al possesso di armi, secondo un portavoce di America PAC.

• Musk ha speso circa 290 milioni di dollari durante l’ultimo elezione presidenziale, in cui Trump ha vinto le elezioni presidenziali contro l’ex vicepresidente Kamala Harris.

TRUMP LOTTA PER SALVARE IL SENATO – UN VOTO IN UNA ZONA RURALE DELL’IOWA POTREBBE DETERMINARNE IL DESTINO

(James Politi a Des Moines e Alex Rogers a Washington per Financial Times) – Fermandosi a pranzo a fine settembre al pub di Polk City, proprio nel cuore dell’Iowa, Mike Pearson, un giornalista di 42 anni che lavora per la comunità agricola, afferma che il clima politico nello stato del Midwest sta cambiando rapidamente.

“Lavoro con molti agricoltori e a febbraio avrei detto che i Repubblicani avevano la vittoria in tasca in Iowa”, afferma. “C’era un’enfasi enorme, fino a metà estate.”

Ma dopo che i prezzi del diesel sono schizzati a oltre 6 dollari al gallone nello stato a seguito della guerra con l’Iran, Pearson ha iniziato a percepire una certa diffidenza nei confronti di Donald Trump e del suo partito, proprio alla vigilia delle elezioni di medio termine di novembre. Persino, dice, tra gli agricoltori che credono “nel profondo del loro cuore” che il presidente sia “dalla loro parte”.

“Gli ultimi tre mesi hanno iniziato a far aprire gli occhi a molte persone”, aggiunge.

“L’entusiasmo che alcuni democratici e la sinistra provano per alcune potenziali vittorie in Iowa non credo sia infondato”.

Una diffusa sconfitta dei Repubblicani alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, compresa la cruciale sfida per un seggio al Senato degli Stati Uniti in Iowa, rappresenterebbe una condanna senza appello del tumultuoso secondo mandato del presidente.