
(ANSA) – “Io il senso della paura l’ho superato 35 anni fa, non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere”. Il procuratore Nicola Gratteri risponde così, a Piazzapulita su La7, agli attacchi dopo le sue dichiarazioni al Corriere della Calabria sul referendum.
“Non ho mai detto che i cittadini che voteranno Sì sono tutti appartenenti a centri di potere o a malavita e massoneria. Chi lo ripete è in malafede e vuole alzare lo scontro. Ma io non farò falli di reazione, e continuerò fino all’ultimo giorno la mia battaglia per il No”.
“I miei interventi – ripete Gratteri – non possono essere parcellizzati: ho detto che a mio parere voteranno Sì coloro che non vogliono essere controllati dalla magistratura, tra cui centri di potere, ‘ndrangheta e massoneria deviata.
Ma non ho mai detto che tutti quelli per il Sì appartengono a centri di potere”. “Continuerò a battermi per il No. Davanti a gente che scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete pensando di scatenare chissà cosa, di intimidirmi o delegittimarmi dico che si sbagliano, stiano tranquilli”.
GRATTERI, “NORDIO PENSA AI TEST? SI È DATO UNA RISPOSTA DA SOLO”
(ANSA) – Al ministro Nordio, che parlando di lui ha fatto riferimento a “test psicoattitudinali per la fine della carriera” di un magistrato, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri replica: “E che gli devo dire, si è fatto una domanda e dato una risposta”.
Intervistato a Piazzapulita su La7, Gratteri continua: “Nordio è il ministro che dice di non voler dare la mano al procuratore generale di Napoli, che i mafiosi non parlano al telefono, che Schlein sbaglia a non appoggiare la riforma perché in futuro potrebbe servire anche alla sinistra… possiamo raccontare per ore le frasi di Nordio. Le conclusioni spettano ai cittadini, non le devo fare io”.
Gratteri, rispondendo a Corrado Formigli, replica anche a Tajani, che lo ha accusato di attacco alla democrazia: “Tajani l’altro giorno ha detto che sta pensando di togliere la polizia giudiziaria al controllo della magistratura, penso che quello sarebbe un attacco alla democrazia”. Il procuratore di Napoli invita infine a esaminare le posizioni espresse sui social in merito al referendum e alle sue dichiarazioni: “Vediamo le persone che scrivono sotto chi sono, persone perbene, pregiudicati, parenti di pregiudicati. C’è di tutto, ma magari vediamo i numeri. E vediamo più avanti se serve altro”.

(Tommaso Merlo) – Lo hanno ammesso loro stessi, questa riforma della giustizia è il sogno di Berlusconi. Un premier che umiliò il parlamento per anni trasformandolo nel suo studio legale allo scopo di sfuggire dai processi e dalla galera. Una delle pagine più buie della nostra Repubblica, con la politica che depenalizzò i crimini di Berlusconi e manomise le procedure processuali per far finire tutto in prescrizione invece di occuparsi del paese. Col risultato che mentre il grande capo fuggiva e si arricchiva, il paese arrivò sull’orlo del baratro e fu costretto a dimettersi al terzo giro di giostra. Berlusconi non ha mai ammesso nulla e ha sempre dato la colpa dei suoi guai giudiziari a giudici politicizzati che lo perseguitavano. E il suo sogno era quindi questa riforma e cioè sottomettere la giustizia al potere politico in modo che dei giudici amici, lo lasciassero in pace. Un sogno infranto per lui, ma realizzato per Trump che piazzando anche lui i suoi avvocati e i suoi tirapiedi nei ruoli strategici, ha ridotto il Ministero della Giustizia e l’FBI in bracci armati con cui perseguita nemici politici ed insabbia scandali scomodi a partire da quello Epstein. E quei pochi passi indietro che è stato costretto a fare, si devono alle corti che non è ancora riuscito a corrompere con qualche giudice amico. Un uso politico della giustizia senza precedenti che sta facendo tremare quella già malconcia democrazia. Con oligarchi pedofili nemmeno indagati e poveri cristi prelevati violentemente da casa loro e spediti in campi di concentramento anche se innocenti. Davvero spaventoso. Anche perchè Trump è l’idolo di una internazionale nera di cui il nostro governo fa parte. Un filone ideologico che ha in comune il fastidio verso qualunque potere indipendente dal ducetto di turno. C’è quindi davvero poco da fidarsi anche perché han detto che questa riforma è solo il primo passo, già, e in una direzione sbagliatissima. La nostra Costituzione è figlia di certi tragici errori ed è ad essa che ci dobbiamo affidare. L’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario è un pilastro portante della nostra democrazia. Se viene intaccato i cittadini non sono più uguali davanti alla legge e si rischia di venire perseguitati dai potenti di turno. La Giustizia va piuttosto resa ancora più altra superando correntismi e rapporti incestuosi, altro che sottometterla. Per ammissione degli stessi promotori, la Giustizia italiana ha un sacco di problemi e questa riforma non ne risolve nessuno. Dall’infestazione burocratica e la disorganizzazione che la paralizza, agli scarsi mezzi che la azzoppano. Una giustizia che sovente fa cilecca e si rileva troppo debole coi delinquenti altolocati mentre le carceri scoppiano di poveracci. Non certo un caso. In un paese tradizionalmente farcito di criminali in giacca e cravatta e tailleur come l’Italia, la politica ha sempre preteso il privilegio non solo di non rispondere dei risultati raggiunti, ma anche dei crimini commessi. Ma in un paese civile, la Giustizia è un patrimonio di tutti e non va riformata a colpi di maggioranza. E se il parlamento non è in grado di farlo cooperando, che perlomeno la lasci stare e non faccia danni. Un mega No dunque, per una riforma sbagliata e nel momento sbagliato. Prima di ficcare il naso nella Giustizia, questo governo avrebbe un sacco di cose da fare. L’Italia sta letteralmente sparendo mentre i superstiti precipitano in una vita sempre più indecente e questo governo non muove un dito. Invece di occuparsi dei problemi dei cittadini, si occupa di se stesso, del proprio potere, di beghe di palazzo che peggiorano la democrazia invece di migliorarla. Davvero un mega No per l’indecente riforma e per chi la propone. La speranza è che gli italiani politicizzino il referendum e diano una sonora lezione ad uno dei governi più infimi della storia repubblicana. Un governo inetto e muto che quando si degna di aprire la bocca non dice nulla, un governo inconsistente che quando si schiera lo fa puntualmente dalla parte sbagliata della storia. Il governo più a destra dal ventennio che certifica il regime del pensiero unico neoliberista in cui ci troviamo. L’unica differenza tra gli schieramenti sono i rigurgiti ideologici da cui pescano per far finta di essere diversi e raccattare gli elettori superstiti, poi una volta nei palazzi si omologano. Un governo insulso che capita in un momento storico drammatico come a ricordarci che la politica è una cosa seria e sarebbe ora di tornare a farla seriamente rimboccandosi le maniche per un cambiamento radicale.

(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Ammetto di seguire con un interesse sproporzionato all’importanza (politicamente minima) dell’evento la nascita del nuovo partito dell’ex generale Vannacci. C’è intanto una vera e propria curiosità scientifica per l’esperimento: per quanti partiti fascisti c’è posto, in Italia? Tre? Dieci? Venti? Si alleeranno tra loro? Si combatteranno, in gironi all’italiana o a eliminazione diretta? E come può accadere che esista un leader politico più a destra del Salvini? Non è come ammettere che esiste un luogo più settentrionale del Polo Nord?
Ma soprattutto contano gli aspetti, come dire, di costume. Il possibile accordo con il Popolo della Famiglia di Adinolfi già arricchisce e movimenta le cronache politiche dei giornali, all’audacia bellica della Decima Mas si sommerebbe la tetragona immutabilità della famiglia tradizionale, Vannacci fa l’impresa, rapido ed invisibile, Adinolfi lo aspetta a casa, solido e inamovibile.
Non parliamo poi delle voci (esaltanti) su possibili abboccamenti con Fabrizio Corona, forse sulla base del suo attaccamento proverbiale sia alla famiglia tradizionale, sia al valor militare. O sull’eventuale collaborazione con il comunista Rizzo, un tocco di Corea del Nord in una formazione politica altrimenti troppo casalinga. Ammettiamolo: c’è una vocazione freak, nel nuovo partito di Vannacci, che accende la fantasia e porta a immaginare qualunque possibile configurazione, pescando anche nel mai visto, nel mai accaduto. “A me interessa l’idea di mettere insieme gli spuri”, dice Adinolfi. Ha solo l’imbarazzo della scelta. Noi aspettiamo con fiducia. Con i popcorn in mano, come si usa dire quando ci si arrende alla grandiosa ineluttabilità degli eventi.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Il mondo volta pagina. Tempo di voltarla anche noi. Conviene smetterla di mentirci addosso. E confessarci per quel che siamo e potremmo diventare. La menzogna è l’illusione della sovranità. Persa nel 1943 e mai davvero recuperata. Maturata nella guerra fredda, mai davvero terminata. Per noi era meglio convivere nell’appartamento riservatoci dall’America nel suo impero europeo che azzardare neutralismi velleitari a rischio di scarrellare verso o sotto Mosca.
La base della nostra costituzione materiale era e resta geopolitica. Fissata dal Trattato di pace del 1947, conseguenza della resa incondizionata spacciata per armistizio dell’8 settembre. Disastro accolto con segreta gioia. Finalmente potevamo appaltare a una potenza superiore, supposta benevola — a differenza del suo alleato inglese — la sovraintendenza di noi stessi, fieramente ingovernabili. Saremo ricordati nei secoli come il paese del vincolo esterno. Non subìto. Cercato. Dichiarazione di manifesta incapacità a reggere il nostro popolo, dopo aver preteso di reggere gli altrui. Se viltà, senso del ridicolo o entrambi decida il lettore. Ubi nihil vales, nihil velis, se non vali non volere dettavano gli occasionalisti.
Molto di molto importante è da allora accaduto. Ma né il crollo del Muro di Berlino né il suicidio dell’Urss hanno rovesciato lo schema. È la confessione dell’America di non potere né volere più pagare il prezzo dell’egemonia globale a scatenare la rivoluzione in corso. Ne siamo obbligati a rivedere la nostra postura nella serra euroatlantica in subbuglio, lacerata da risse intestine che ne alzano la temperatura al limite della soffocazione. A meno di confessarci definitivamente incapaci di autogoverno, sopportando o addirittura agognando la morte della patria. L’alternativa è affermarci responsabili di noi stessi. Condizione della riconquista della democrazia, sovrana per autodefinizione, annunciata dall’articolo 1 della costituzione formale. Nostra bugia fondativa.
Nel primo caso, non ci resta che pregare per la rapida guarigione dell’egemone. Nel secondo, ci tocca riscoprire la nazione. Non inventarla, perché contro la menzogna autoimposta l’Italia esiste. Con la sua storia, i suoi miti, le sue vergogne. Se non vogliamo finire stritolati dalla rivoluzione mondiale dobbiamo leggerla dal nostro punto di vista. Su tre scale: globale, regionale e nazionale. Scopriamo il nome segreto dell’Italia: Medioceania. Penisola adagiata lungo la linea che collega più direttamente l’America alla Cina, l’Emisfero Occidentale all’Oriente Estremo. Battezziamo Medioceano il tratto Gibilterra-Bab al-Mandab, minacciato dalle campagne della Guerra Grande, tra Mar Nero e Rosso, che ci apre al mondo. Il nostro vincolo oggi non è tanto l’America né la Germania vestita da Europa. È il mondo. E lo è perché siamo dove siamo. Al crocevia che lega America e Asia, Europa e Africa. Potenziali cogaranti di un decisivo passaggio oceanico, altro che guardiani di spiaggia. Medioceania si configura incrocio di tre T: maggiore fra Atlantico e Indo-Pacifico, a legare Nordamerica ed Estremo Oriente, Stati Uniti e Cina, centrata da noi sullo Stretto di Sicilia; intermedia, ossia eurafricana, fra Alpi e Libie; interna (t) fra Tirreno e Adriatico. Confortati dal parere dei grafologi, per cui barra alta sulla T indica forza di volontà e taglio alto della t esprime ambizione, disegniamo la cornice di un acquerello tutto da dipingere.
La strategia italiana consiste quindi nell’elevare la geografia a geopolitica. Vasto ma non impossibile programma. Prevede di stabilire chi siamo, quindi chi vogliamo e possiamo diventare. Premessa e conclusione del percorso, dare corpo alla nostra anima. Stato alla nostra identità.
Ne cominciamo a discutere da venerdì pomeriggio a domenica al Palazzo Ducale di Genova, nel XIII Festival di Limes, insieme ad analisti e decisori americani, cinesi e di altri paesi. Curiosi di sapere quale sarà l’Italia/Medioceania del futuro prossimo.
Servizi non firmati nei tg da oggi contro le mancate dimissioni del direttore di RaiSport. E salta fuori il caso delle sue spese pazze

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – Si chiama sciopero bianco, e non per via della neve che tante gioie sta regalando agli atleti azzurri. È la forma di protesta decisa dall’UsigRai per spingere l’azienda a prendere provvedimenti contro Paolo Petrecca, il direttore meloniano di RaiSport artefice dell’imbarazzante telecronaca della cerimonia inaugurale dei Giochi invernali, sbertucciata dai giornali di mezzo mondo. Per i vertici Rai un motivo non sufficiente per prendere in considerazione la richiesta di dimissioni invocata da più parti.
Per tutta la giornata di oggi i giornalisti della Rai produrranno servizi e dirette senza firma. Un modo per garantire la copertura informativa su tg e web, come già da lunedì scorso fanno gli inviati della redazione sportiva, ma senza metterci la faccia. Inoltre, al termine di ogni edizione, verrà data lettura non di uno bensì di due comunicati per spiegare le ragioni del dissenso. Ché nella tv di Stato accade anche questo: la guerra delle note sindacali. La prima redatta dall’organizzazione più rappresentativa che ha proclamato lo sciopero; l’altra da UniRai, il piccolo sindacato di destra che lo ha subito.
Asciutto, di merito, per denunciare l’inerzia dei vertici dopo la figuraccia di Petrecca, il comunicato UsigRai: «Nonostante l’immagine di RaiSport e della Rai siano state danneggiate, nulla è avvenuto. Continueremo a difendere l’autorevolezza dell’informazione Rai per garantire a voi cittadini un servizio pubblico di qualità». Fluviale e pomposo per proteggere chi comanda, il secondo. Basta scorrere l’incipit: «UniRai crede nel servizio pubblico. Crede in una Rai capace di unire il Paese, di rappresentare l’Italia nel mondo». Nessun riferimento alle gaffe del direttore. Solo la rivendicazione degli ottimi ascolti delle Olimpiadi. Non a caso i piani alti di Viale Mazzini hanno rinunciato alla replica: basta quella degli “amici” del sindacato giallo. Epilogo della battaglia che ha infuriato nelle redazioni e spaccato il Tg1, dove il Cdr a trazione FdI ha resistito a lungo prima di essere costretto — dalle forti pressioni interne — a esprimere solidarietà ai colleghi dello sport. Tant’è che oggi in tanti temono il sabotaggio della guida suprema, Gian Marco Chiocci, pronto ad affidare i servizi ai fedelissimi disposti a firmare.
Intanto però i guai di Petrecca non sembrano finiti. Il 3 febbraio, durante una riunione con il capo del personale, sono state segnalate le spese pazze del direttore di RaiSport. Non solo la valanga di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. Ma pure il budget lievitato a dismisura: dacché si è insediato Petrecca avrebbe in fatti autorizzato consulenze esterne per 640mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — dalla Domenica sportiva a Dribbling, passando per Il 90° del sabato e Il processo in onda lunedì sera — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025 (da marzo imputabile all’attuale gestione) è schizzato a 2,34 milioni. Tutti a spese dei contribuenti.
Imprese da record. Non c’è solo la telecronaca che l’ha reso il giornalista più famoso al mondo. A Rai News (dov’è più volte sfiduciato) nella notte elettorale francese manda in onda il festival di Pomezia con la gentil consorte Alma Manera

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Per dire come siamo messi: in questo preciso istante quel signore laggiù, gonfio di zazzera, prepotenza e autostima – in arte Paolo Petrecca – è il giornalista italiano più famoso al mondo. “Er mejo”, direbbe lui. In una manciata di giorni l’hanno citato i giornali e le tv del pianeta Terra, dalle Piramidi al New York Times, dal Manzanarre all’Asahi Shimbun, per la sua stratosferica telecronaca d’apertura delle Olimpiadi 2026, tre ore di scempiaggini e sfondoni, sbagliando lo stadio, gli atleti, la cantante, le squadre, l’attrice, per non dire della prosa, del tono, della pertinenza. E conquistando la prima meritatissima medaglia d’oro di conio italiano, quella intitolata alla farsa nazionale che – in sede storica – va da Roberto Farinacci ad Alvaro Vitali, passando per il Nando Mericoni di Alberto Sordi e i saluti romani di Colle Oppio.
Non lo sapevate prima, ma il nostro Petrecca, rinominato a furor di popolo Patacca, da un annetto è direttore della benemerita Rai Sport, direttamente in quota Giorgia Meloni. E prima ancora è stato direttore di Rai News 24, direttamente in quota Giorgia Meloni. Sempre vantandosi di mangiare, respirare e spalare in quota Giorgia Meloni. Marciando in suo onore ogni volta che è sveglio, presentandole il libro Io sono Giorgia nella bella aula comunale di Civitavecchia, mandando in onda i suoi comizi in versione integrale: “Mbè? Nun ce vedo nulla de strano! È ’na notizia, no?”. Ignorando con una alzata di spalle i malumori e le sfiducie che a intervalli regolari le sue redazioni “a eggemonia zecche rosse” votano a maggioranza in coda ai suoi disastri. Come quando a Rai News 24, proibì di mettere in rete la notizia che Fabio Fazio stava lasciando la Rai dopo 39 anni di massimi ascolti e altrettanti tormenti. Era il 14 maggio 2023 e mentre tutti i siti battevano la notizia, Petrecca avvertì via mail i suoi “pennivendoli”: “Per me Fazio che va via dalla Rai non è nemmeno una notizia. Non vi azzardate a mettere pezzi sull’argomento senza informarmi. Perché prendo provvedimenti”. E quando hanno provato a spiegargli che tutte le agenzie strillavano la notizia, ha fatto scattare il serramanico del suo me-ne-frego.
Altro disastro quando lanciò il titolone: “Assolto il sottosegretario Del Mastro” processato per avere spifferato documenti coperti dal segreto sul caso dell’anarchico Alfredo Cospito, credendo che la richiesta dei pm fosse un anticipo della sentenza. E a chi gli consigliava prudenza, rispondeva: “Fidatevi ce vedo lungo io!”. Così lungo che la sentenza arrivò capovolta dopo poche ore, in forma di condanna per il sottosegretario e di figuraccia per il direttore. Che non contento, la sera delle elezioni in Francia, 8 luglio 2024, invece dello spoglio elettorale, che je frega de’ Macronne, manda in prima serata il Festival di Pomezia dove si esibisce Alma Manera, la “poliedrica artista” che è soprano, attrice, conduttrice, performer, giornalista. Ma soprattutto è la fidanzata (oggi sposa) der Petrecca che la applaude seduto e inquadrato in prima fila. Daje! Dopo l’ennesima sfiducia votata dall’85% della redazione di Rai News, il suo sponsor aziendale, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi – anche lui in quota Meloni, ci mancherebbe, nella nuova Rai conta solo il merito – lo manda a sbattere in cima a Rai Sport. Dove la redazione, nonostante d’abitudine navighi a destra, alza il sopracciglio e si mette in vigilante attesa, vista la fama del nostro Erostrato. L’approccio è una premessa: spostamenti, improvvise promozioni, amichettismo in purezza e nuovi collaboratori esterni scelti senza troppe spiegazioni. Anzi una sola: “Voi siete antichi, io so’ visionario!”. Talmente visionario che quando mette ai voti il suo primo piano editoriale, la redazione gli passa sopra con le ruote: 57 contrari 33 favorevoli. Riuscendo a fare pure peggio al secondo giro, un mese più tardi, quando i giornalisti respingono il nuovo piano editoriale, stavolta con i cingoli: contrari 70 voti, favorevoli 24.
Sembra spacciato. Invece no, lo protegge la rete dei camerati che hanno più di tutti a cuore il Servizio pubblico, da Maurizio Gasparri fino a Ignazio La Russa, e naturalmente a Giampaolo Rossi che fa il pesce in barile perché all’orizzonte ci sono le Olimpiadi che non vanno intralciate, meno che mai gli investimenti in cemento, gli incassi politici e quelli in pubblicità.
Passano le sue nomine, i suoi capricci, il suo contestatissimo ingaggio di Beatrice Pedrocchi, la nuova conduttrice di Il sabato al Novantesimo. Vengono autorizzati i contratti dei collaboratori anche quando si scopre che rispetto al 2024 le spese sono aumentate di 640 mila euro, non proprio noccioline, dopo i 2,5 milioni di tagli aziendali. Embè? “Io so’ l’direttore, voi no!”.
Paolo Petrecca, romano de Roma, 25 febbraio 1964, bazzica a destra da quando respira. È laziale militante. Da ragazzo si butta nelle tv locali, cominciando da Gbr. Prova a fare il radiocronista a Rtl 102.5. Nel 2001 entra in Rai, redattore al Tg2 in quota Alleanza nazionale. Scala qualche promozione per una ventina d’anni. Galleggia. Fino a quando – per equilibrare a destra le nomine – diventa direttore di Rai News, anno 2021, pescato da Carlo Fuortes, amministratore delegato Rai a sua volta uscito dalla famosa Agenda Draghi e oggi felicemente finito a dirigere il Maggio musicale a Firenze.
Petrecca battezza la propria nomina, 7 gennaio 2022, con un editoriale sul tricolore. Un capolavoro in prosa che ancora garrisce al vento digitale: “Siamo parte di un tutto, siamo parte di una sola Patria, riunita sotto un’unica Bandiera, il Tricolore. Viva la Bandiera, viva l’Italia!”.
A marzo 2025 lo issano allo Sport. E a chi gli chiede come mai tanta fortuna, risponde: “Ho le spalle coperte”. Tanto coperte che quando salta il telecronista ufficiale delle Olimpiadi, Petrecca agguanta l’occasione della vita. Dice: “Ce penzo io!”. Provano a dissuaderlo, ma niente. Lo muove la vanteria di chi non sapendo nulla, crede sia tutto facile: che ci vuole? Non conosce le facce, le bandiere, i nomi delle delegazioni. Scambia Kirsty Coventry, la presidentessa del Comitato olimpico per la figlia di Mattarella; la squadra brasiliana per quella bulgara. E siccome non gli piace il rapper Ghali, proprio come non gli piaceva Fazio, neanche lo nomina. La figuraccia è mondiale. La redazione toglie le firme dai servizi e annuncia lo sciopero appena finiranno le Olimpiadi. L’azienda fa il mea culpa in sordina, mentre l’ad Rossi se ne sta prudentemente sotto le coperte. Dicono che la Rai abbia fatto fatica a convincere Er Patacca a rinunciare alla prossima telecronaca di chiusura. Ora che è famoso, devono avergli promesso la Cnn.

(dagospia.com) – Uno dei misteri più indecifrabili delle cronache politiche degli ultimi giorni ha un nome, un cognome e un riportino, anzi, un “rafforzino” chiari: Francesco Lollobrigida.
L’ex cognato d’Italia è tornato in pista, dopo mesi di silenzio e lavoro dietro le quinte, come ras di Fratelli d’Italia per le nomine. Lo raccontava ieri il bene informato Stefano Iannaccone, su “Domani”, in un articolo sul valzer di poltrone nelle società partecipate dallo Stato:
“I plenipotenziari della partita (l’ultima prima delle elezioni politiche, quindi fondamentale, anche in caso di sconfitta elettorale della destra, visto che i nuovi ad scadranno nel 2029) sono sei uomini d’oro: il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e il ministro Francesco Lollobrigida, per conto di FdI e di Giorgia Meloni, Matteo Salvini in prima persona ed Andrea Paganella per la Lega, Tajani e Paolo Barelli per Forza Italia, dove l’“eminenza grigia” Gianni Letta conta assai meno di un tempo”.
Chi ha bazzicato di politica negli ultimi anni conosce bene le alterne fortune di Lollobrigida e la sua parabola decadente: da potente cognato d’Italia, in quanto compagno di Arianna Meloni, ai gossip sui tradimenti fino all’addio, consegnato dalla sorella di Giorgia alla penna amica di Simone Canettieri, all’epoca al “Foglio”, il 24 agosto 2024: “Sì è vero, non stiamo più insieme da un po’. Per Lollo mi butterei nel Tevere, come si dice a Roma. Ci vogliamo bene, so quanto vale, conosco di che pasta politica sia fatto: uno in grado di lavorare 500 ore al giorno.
E’ una persona solida, onesta e con una grande preparazione. Il nostro progetto politico va avanti, i nostri rapporti personali sono ancora solidi, poi l’amore è un’altra cosa. L’affetto e la stima rimangono intatti”.
Nel frattempo, Lollobrigida si è trasformato in uno sforna-gaffe: dalla fermata “ad hoc” del Frecciarossa a Ciampino (quando ancora, ufficialmente, era signor Meloni, era il novembre 2023), alle boiate sulla “sostituzione etnica”, fino alla siccità che “per fortuna ha colpito il Sud e la Sicilia in particolare”. E via con altre perle come “L’abuso di acqua può portare alla morte”, “Gesù moltiplicava il vino” e via dicendo.
Per Lollo, insomma, i giochi della grande politica sembravano ormai preclusi. In pochi avevano fatto i conti con “lo stallone di Subiaco” e il suo vero potere.
Certo, il giudizio lecca-lecca di Salvatore Merlo sul “Foglio” di oggi (“uno degli uomini dotati di maggiore capacità nel ragionamento politico dentro Fratelli d’Italia”) è un po’ troppo lusinghiero, ma è vero che Lollobrigida, da solo, vale mezzo partito nel Lazio.
È lui a smuovere la gran parte dei voti, alla faccia del Gabbiano-in-chief Fabio Rampelli. È lui l’uomo di raccordo con la Coldiretti e i suoi 1,6 milioni di iscritti (e altrettanti voti).
Per anni si è fatto le ossa a via della Scrofa e in Parlamento, dove da capogruppo organizzava, brigava, mediava e lavorava a fianco di Giorgia Meloni per la sua scalata al potere.
Ora è tornato con la sua nuova chioma a gestire la partita delle nomine: le sorelle Meloni volevano relegarlo a macchietta di se stesso, l’hanno dovuto richiamare per gestire il potere. Che poi è la cosa in cui è più bravo: quando parla pubblicamente, fa solo casino.
Un esempio è proprio l’intervista rilasciata a Salvatore Merlo sul “Foglio”: parlando di referendum, argomenta sostenendo che non si tratti di un voto politico (“Se fossimo partiti politicizzandolo, una specie di plebiscito come Renzi nel 2016, cosa sarebbe successo?”), salvo poi ammettere che lo è eccome: “Vedrete il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, più presente, con più uscite pubbliche”.
SPARITI I GENITALI DELL’UOMO VITRUVIANO, LA “CENSURA” DELLA RAI PER LE OLIMPIADI: IL CASO SUL DISEGNO DI LEONARDO

(Ugo Milano – open.online) – Che fine hanno fatto i genitali dell’Uomo Vitruviano? Il celebre disegno di Leonardo da Vinci scorre da giorni, ripetutamente, sui canali Rai che trasmettono le gare delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Nella clip del servizio pubblico, l’uomo vitruviano si trasforma graficamente nel corpo degli atleti che disputano le varie discipline dei Giochi Invernali: pattinatrici, sciatori, giocatori di hockey e via dicendo.
La grafica Rai per le Olimpiadi
Del disegno di Leonardo da Vinci la grafica della Rai riporta quasi tutti i dettagli: muscoli, capelli, naso, orecchie e bocca. Tutti tranne uno: i genitali, appunto. Ad accorgersi di questa “mancanza” è il Corriere della Sera, che azzarda una possibile spiegazione. Dietro la scelta della Rai potrebbe esserci la volontà di essere inclusivi oppure di aderire in modo scrupoloso – forse anche troppo – al regolamento del Comitato internazionale olimpico, che stabilisce: «I contenuti sessuali espliciti sono severamente vietati».
M5S, ‘UOMO VITRUVIANO SENZA PENE? TELEMELONI COME GLI AYATOLLAH’
(ANSA) – “La Rai come gli Ayatollah: nell’era delle Olimpiadi di Milano-Cortina l’Uomo Vitruviano di Leonardo viene presentato… senza genitali.
La genialità rinascimentale piegata alla più retriva censura da salotto, perché evidentemente i vertici della Rai temono che un pene possa turbare.
E chi guida questa fiera dell’assurdo? Il direttore di Rai Sport, Petrecca, che colleziona figuracce olimpiche una dietro l’altra. Domanda semplice per la Rai: cosa c’è dietro questa censura così ridicola? Pucci con il culo di fuori poteva andare a Sanremo mentre Leonardo deve subire la scure di TeleMeloni?”. Così in una nota gli esponenti M5s in commissione di Vigilanza Rai

Apprendiamo dalla stampa che nei giorni scorsi sindaco di Benevento, Clemente Mastella, ha inaugurato una piazza intitolata a Bettino Craxi per ricordare: “ … una personalità di qualità della storia politica italiana. Io da ministro sono andato sulla sua tomba ed oggi come sindaco gli riconosco che è stato un fuoriclasse della politica. A Sigonella, nell’ottobre del 1985, resterà nella storia il coraggio con cui fece prevalere l’orgoglio nazionale anche di fronte al gigante USA. Forse pagò un prezzo politico anche per questo, ma la sua lezione resta imperitura e attuale anche nel labirinto geopolitico odierno”.
A tal proposito, nell’esprimere il più sincero apprezzamento al sindaco Mastella, l’occasione è buona per chiedere pubblicamente che cosa ne pensano di questa iniziativa i consiglieri comunali guardiesi che, 24 anni orsono, mandarono a casa il sindaco Amedeo Ceniccola ( che aveva avviato, per davvero, la rinascita del paese) accusandolo di tante colpe inesistenti e, in particolare, di aver: “messo nel ridicolo su tutta la stampa nazionale Guardia Sanframondi conferendo addirittura la cittadinanza onoraria a Craxi, Andreotti e Forlani”.
In attesa di una cortese risposta, per dovere di cronaca, non possiamo non ricordare che:
Ciò che desiderava per lui lo avrebbe voluto davvero per tutti. Anche per coloro che ancora oggi, a distanza di 26 anni dalla sua morte, non riescono a liberarsi dalla faziosità ideologica e politica.
RINASCITA GUARDIESE
Da Tajani a Bignami, sdegno nella maggioranza. Il magistrato al ‘Corriere della Calabria’: “Con la riforma, gli ultimi non avranno stesse garanzie dei potenti”. Dal comitato per il Sì a FdI, i commenti

(adnkronos.com) – Il referendum sulla Giustizia? “È certo che per il ‘No’ voteranno le persone perbene, le persone che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il ‘Sì’, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Così i l procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri, in una intervista video rilasciata al ‘Corriere della Calabria’, risponde a Lucia Serino che gli chiede se ritenga che “territori storicamente un po’ trascurati dall’amministrazione dello Stato, come la Calabria, siano istintivamente sabotatori di tutto ciò che è l’amministrazione dello Stato, quindi anche del sistema della legalità”.
Da Gratteri arriva anche un appello al voto: “Penso che, in genere, a qualsiasi tipo di voto, i cittadini devono, hanno l’obbligo di partecipare. Altrimenti non ci si può lamentare che non cambi nulla o che tutto venga demandato agli altri. Dobbiamo sempre partecipare”. Quindi il procuratore sottolinea: “Penso che il pubblico ministero debba rimanere sotto la cultura della giurisdizione perché il pm nella sua testa deve essere anche giudice. Anche perché ha l’obbligo di trovare prove anche a favore dell’indagato”. E aggiunge: “Io non voglio un pubblico ministero più forte, lo voglio più sereno, che non abbia pressioni”.
Poi attacca: “Questa riforma è per i potenti e per i ricchi: se creiamo un pubblico ministero super poliziotto accade che il pm, che cerca prove ad ogni costo, non cercherà, non dovrà cercare più prove a favore dell’indagato, scandagliare ad esempio ciò che l’avvocato porta in istanza. Chi potrà fare indagini difensive? I ricchi, che vanno da un avvocato potente e costoso. Immaginiamo se un uomo qualunque venisse indagato: chi gli dà i soldi per cercare le prove? Questo è un passaggio importantissimo, una delle chiavi di tutta la riforma: gli ultimi, i deboli, non avranno le stesse garanzie dei potenti in tribunale”.
Sdegno nella maggioranza, e non solo, dopo le dichiarazioni del magistrato. Spiega il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani in un post su X: “Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere – scrive – E voterò convintamente SÌ al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Nicola Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offendono milioni di italiani”.
Secondo il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami, sono “gravissime le parole del procuratore Gratteri che per sostenere il No in un’intervista ha dichiarato testualmente che voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente. Dichiarazioni indegne da parte di chi dovrebbe rappresentare la magistratura. Mi auguro che le Istituzioni, la magistratura, il Comitato per il No e le altre forze politiche condannino e prendano le distanze da questa assurda criminalizzazione di chi la pensa diversamente”.
“Sul referendum ho sempre auspicato un dibattito sereno, un confronto civile tra le diverse posizioni. Rimango pertanto basito dalla grave dichiarazione rilasciata dal Procuratore Nicola Gratteri che in una intervista ha sostenuto che ‘a votare Si saranno indagati, imputati, la massoneria deviata e i centri di potere’. Gratteri ricopre un incarico molto importante e la sua affermazione oltre ad essere priva di verità, offende milioni di cittadini che non voteranno come lui. Mi auguro possa tornare sui suoi passi anche perché la sua dichiarazione fa alzare e di parecchio i toni dello scontro politico”, dichiara Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica.
“Così parlò Nicola Gratteri, procuratore di Napoli: ‘Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente’. Caro Gratteri, la invitiamo a chiedere scusa immediatamente ai milioni di italiani che voteranno Sì, compresi tutti i membri di questo comitato, tra i quali vi sono tanti magistrati suoi colleghi”. È quanto si legge in un post pubblicato sui canali social del Comitato nazionale “Sì Riforma”. “Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell’etica pubblica. Questa presunzione di superiorità morale è francamente insopportabile – continua – Confidiamo che, come al solito, messaggi di questo tipo spingano ancor di più gli italiani a votare per dimostrare che per esprimere il loro voto non hanno bisogno di una patente da parte vostra. Siamo tutti abbastanza grandi e informati. Grazie. Noi votiamo orgogliosamente Sì! Questa volta il giudice sei tu. Non Gratteri”.
“Le parole di Gratteri sono di una gravità incredibile. Voterò Si al referendum, ma non mi verrebbe mai in mente di catalogare chi farà una scelta diversa in questo modo indegno”, scrive Carlo Calenda sui social.
“E insomma: arrestateci tutti, signor Procuratore Gratteri. Prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati dove saranno elencati i milioni di cittadini perbene che con il loro SI approveranno la riforma costituzionale che servirà anche ad evitare che pubblici ministeri asini di democrazia e rispetto delle persone siano collocati in ruoli di straordinaria delicatezza istituzionale. E saranno milioni di cittadini liberi, totalmente liberi rispetto alla schiavitù dell’ideologia che tiene prigioniero il procuratore Gratteri”, dichiara Giorgio Mulè, Vicepresidente della Camera, deputato di Forza Italia.
“Sono dichiarazioni gravissime, del tutto sprovviste di fondamento, che non hanno nessuna pertinenza con la riforma, è una riforma che riguarda le persone per bene, si vuole una giustizia che tuteli taluni magistrati correntizi, quelli che fanno del potere una categoria che sovrasta il dovere”, quanto detto dal viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, in videocollegamento con un evento per il Sì al referendum di Forza Italia in corso a Napoli.
“La paura della probabile sconfitta al referendum sulla giustizia rende i promotori del No particolarmente disorientati, aggressivi e talora fuori da ogni ragionevolezza. Il procuratore Nicola Gratteri arriva a sostenere che ‘le persone perbene’ voteranno No, mentre ‘gli imputati, gli indagati, la massoneria deviata’ voteranno Sì. È indecente, è una mancanza di rispetto nei confronti di milioni di cittadini italiani che alza il livello dello scontro della campagna referendaria. Sono parole che insultano tanti irreprensibili magistrati, illustri giuristi anche di sinistra, come Augusto Barbera, Cesare Salvi e molti altri. Ritengo oltremodo grave che al clima avvelenato contribuisca un Procuratore della Repubblica. Tali spropositi confermano la necessità di questa riforma che rende il giudice pienamente terzo e indipendente, come vuole la Costituzione.” Così in una nota Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
A commentare le dichiarazioni del magistrato, condividendo il video su X, è anche il segretario Nazionale del Partito Liberaldemocratico Luigi Marattin: “Non ho mai – scrive – partecipato a crociate contro il procuratore Gratteri, che ebbi l’onore di conoscere molti anni fa. Perché so che, in contesti di legalità estremamente precari quali quelli in cui spesso ha operato, anche atteggiamenti come i suoi (che pur ho raramente condiviso) possono trovarsi essere, tragicamente, il male minore. Ma – aggiunge – non riesco a trovare le parole per quanto queste parole mi indignino. Ancor più al pensiero che stiamo parlando del capo di una delle procure più importanti d’Italia. Se è così che i sostenitori del NO intendono mettere in atto “la rimonta”, penso che abbiano qualcosa su cui riflettere”, la conclusione.
“Nicola Gratteri è un magistrato stimato e con una importante storia di impegno per la legalità e proprio per questo le sue affermazioni sembrano ‘parole dal sen fuggite’: distinguere chi è per bene dai delinquenti in base al voto referendario è offensivo nei confronti di milioni di persone, oltre che essere una sciocchezza sesquipedale. Gratteri dovrebbe scusarsi per quanto detto. Sarebbe grave se lui ed i comitati del no davvero pensassero una cosa del genere”, afferma il presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi.
“L’affermazione del dottor Nicola Gratteri, secondo cui voterebbero per il ‘No’ le ‘persone perbene’ e per il ‘Sì’ indagati, imputati e poteri deviati, non è un’opinione: è un insulto. Riduce milioni di cittadini a una categoria di sospetti e li dipinge come moralmente indegni solo per la loro scelta di voto. Qui si è oltrepassato il limite”. Così in una nota la giunta dell’Unione Camere Penali italiane. “Un magistrato, per il ruolo che ricopre non può permettersi parole che dividono, diffamano e deformano la realtà. Non è libertà di espressione: è delegittimazione del pluralismo. E quando simili esternazioni provengono da chi amministra la giustizia – prosegue la nota – il danno non è personale ma istituzionale, perché incrina la credibilità dell’intera magistratura. Per l’Ucpi, “le consuete iperboli retoriche del dottor Gratteri sono note. Ma dopo le false affermazioni attribuite al dottor Giovanni Falcone, questa ennesima forzatura appare come una recidiva che inquina il confronto elettorale con disinformazione e allarmismo. È il volgare attacco di chi non ha argomenti, un moralismo antipluralista che svuota il confronto democratico e sostituisce il merito delle idee con la delegittimazione personale. Non è dibattito: è greve propaganda. Per questo ci auguriamo un richiamo da parte del Presidente della Repubblica, quale garante dell’equilibrio istituzionale e Presidente del Cosiglio Superiore della Magistratura, a tornare nell’alveo di un conforto rispettoso sul merito della riforma”.
I pm di Milano hanno iscritto sul registro degli indagati il commercialista a seguito della vicenda del documento di 36 pagine, senza firma né data, finito in formato digitale agli atti dell’inchiesta nata dalla denuncia dello stesso Bellavia per furto di dati

(ilfattoquotidiano.it) – Gian Gaetano Bellavia, commercialista, consulente di pm e giudici e della trasmissione Report, è stato iscritto dalla Procura di Milano per un’ipotesi di violazione della legge sulla privacy per il caso dell’archivio con più di un milione di file e del “papello” con un elenco di nomi di imprenditori, attori, politici e finanzieri, che ha sollevato nelle scorse settimane polemiche politiche e interrogazioni parlamentari. Bellavia è stato vittima di un maxi furto di file dal suo studio: l’ex collaboratrice Valentina Varisco, finita a processo con citazione diretta a giudizio della pm Paola Biondolillo, avrebbe copiato e sottratto quasi 1 milione di file ad “altissima sensibilità” su 104 nomi di personalità pubbliche.
I pm Biondolillo ed Eugenio Fusco con il Procuratore di Milano, Marcello Viola, hanno iscritto sul registro degli indagati il 71enne consulente a seguito della vicenda del documento di 36 pagine, senza firma né data, finito in formato digitale agli atti dell’inchiesta nata dalla denuncia dello stesso Bellavia. Nessuno, finora, è stato in grado di spiegare come quel documento sia entrato nel fascicolo digitale dopo la chiusura delle indagini preliminari, a giugno 2025. Bellavia aveva parlato di spezzoni di “mail” riservate inviate al suo primo difensore, Gian Luigi Tizzoni, in cui ipotizzava che il movente della ex collaboratrice, nel frattempo finita a lavorare per alcune agenzie investigative, fosse legato all’elenco di nomi della politica, l’economia, la finanza o personaggi noti di tv e spettacolo che sarebbero estrapolati dalla copiatura dei file.
Il commercialista e consulente di Report potrebbe essere sentito nelle prossime settimane dai magistrati che indagano sulla vicenda e che nelle scorse settimane hanno già visionato i contenuti dell’archivio. Il suo legale, Luca Ricci, ha già fatto sapere alcune settimane fa che quell’elenco di soggetti comparivano nelle “relazioni di consulenza tecnica” affidate negli anni a Bellavia da numerosi pm e che il super-consulente aveva il potere/dovere di conservarle “per 10 anni”. Circostanza che serve ad esempio in caso di testimonianza in un processo, ad anni di distanza dalle indagini, nato dalla propria attività di consulente. Per il legale è un “archivio storico” delle attività. La ex collaboratrice avrebbe sottratto anche carte sottoposte dalla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci all’esperto, e non viceversa file acquisiti da Bellavia nella propria attività per i magistrati poi forniti al programma di Rai3.

(dagospia.com) – “Ci siamo presi finalmente Sanremo!”, ghignano soddisfatti i capoccioni meloniani nei corridoi Rai di via Asiago.
D’altronde, dopo tre anni e mezzo di occupazione famelica dei posti di potere, mancava solo espugnare del tutto quel baraccone canterino che, anno dopo anno, ha sempre più assunto l’aspetto di un disturbo mentale di massa.
Ma per capire come si è arrivati al “Festival di Atreju” bisogna fare un passo indietro. Giorgia Meloni dopo l’edizione 2025 guidata da Carlo Conti si era accomodata nel salotto di “XXI Secolo”: “Non sono riuscita a vederlo tutto, ho visto la finale e una parte della serata della cover, ma mi è piaciuto quello che ho visto. Finalmente un Festival di Sanremo dove la musica è protagonista”.
Di fronte a lei il reggi-microfono Francesco Giorgino, la Premier non aveva nascosto il suo entusiasmo: “Finalmente un Festival di Sanremo dove non ti ritrovi questi soloni che devono fare il monologo mentre tu vuoi solo sentire della musica. Una scelta bella e anche condivisa, visto i dati sugli ascolti che sono andati molto bene”.
Per poi concludere: “Faccio i miei complimenti per questa edizione, o almeno per quello che ho visto di questa edizione. Faccio i miei complimenti a Carlo Conti, ho trovato della bella musica e un buono spettacolo”.
Una promozione piena, i complimenti per aver “anestetizzato” il viavai sul palco dell’Ariston, evirandolo di ogni personaggio portatore insano di polemiche politiche.
Tradotto: “l’Uomo nero” (come abbronzatura, sia chiaro) ha liberato Sanremo dallla spaventosa deriva dell’egemonia della sinistra.
Ed ecco a voi l’ex Robertaccio Benigni in versione “foglia di fico”, Cristicchi martire per permettere alla destra di frignare e vestire i panni delle vittime, mezzo salvato da un cast musicale forte portato all’Ariston sull’onda lunga dei Festival precedenti by Amadeus.
Troncare e sopire però non basta più a TeleMeloni. Così Carlo Conti, solitamente un mezzo Daniele Piombi democristiano e aziendalista, fa una scelta politica (o viene costretto a farla, decidete voi): lo scorso dicembre sale sul palco di Atreju, manifestazione politica di Fratelli d’Italia.
In prima fila applaude Arianna Meloni, subito dietro l’onnipresente l’ex autista di Celentano, oggi sottosegretario al dicastero della Cultura, Gianmarco Mazzi.
In Rai si limitano a far filtrare: “Ha parlato di tv e non di politica, in passato è stato alla Festa dell’Unità”.
Che non è la stessa cosa, non serve spiegarlo o forse sì. Atreju è il palco del primo partito di governo, quello che detta legge a Viale Mazzini.
Finito l’”effetto Amadeus”, Conti si ritrova a scodellare sul palco dell’Ariston un cast debole, pieno zeppo di relitti e di sconosciuti, e prova a bilanciare con lo spettacolo. Al suo fianco per cinque sere arriva la Diva (nel senso che ci si sente) Laura Pausini, tutta bizze e urla al microfono.
I “gerarchi delle sette note” tirano un sospiro di sollievo: non canta ‘’Bella Ciao’’ perché la considera una canzone divisiva (mica come quei “comunisti” di Mengoni e Amadeus, che l’avevano accennata in sala stampa). Si era pure schierata su Bibbiano. Il nome giusto.
Così Conti accoglie nel cast Fedez, quella “cima di rap” che si diverte in barca con La Russa e Santanché, apre le porte a Morgan (amico di Giorgia Meloni), alle prese con i suoi problemi con la giustizia.
Porta sul palco il filo putiniano Pupo nella serata cover e scivola sul caso Pucci. Sulla scelta del comico destrorso, che fa tanto sghignazzare Ignazio La Russa, la Rai alla deriva di Giampaolo Rossi scarica la responsabilità su Carlo Conti, che da Fiorello ammette di averlo scelto. Ma c’è chi assicura che l’ammissione sia arrivata dopo qualche telefonata…
E il caso Pucci, con la sua rinuncia ad affiancare Conti come co-conduttore di una serata sanremina, diventa un caso politico non certo per chissà quale bombardamento di sberleffi e di insulti dei soliti imbecilli da tastiera, né tantomeno il comico è stato trafitto da una violenta campagna dei giornali di sinistra.
Ma ci vuole tanto per capire che alla propaganda dell’Armata Branca-Meloni, occorreva semplicemente un ‘’Pucci martire’’ della “spaventosa sinistra illiberale” (copy Ducetta) per tentar di coprire le deliranti disavventure in casa Rai del fratellino d’Italia, Patacca Petrecca?
E vai con i social meloniani scatenati per il novello “Giordano Bruno della Fiamma” mentre la Statista della Sgarbatella parte a tutto gas facendosi intervistare dal pronto soccorso del ‘’Corriere della Sera’’.
Sbuca pure ‘Gnazio La Russa che dallo scranno di seconda carica dello Stato si affanna a solidarizzare con il reietto Pucci che, grazie alla sua geniale comicità (“Le mogli sono stitiche ma cagano sempre il cazzo”, “Quando le mogli si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle palle”), nel 2023 fu insignito dell’Ambrogino d’Oro, massima onorificenza civile del Comune di Milano.
Tra dodici giorni, martedì 24 febbraio, passato in soffitta il comico del Dolce Stil Novo caro a via della Scrofa, conterà solo lo share Auditel. E nella settimana di Sanremo, le sfide per Carlo Conti saranno diverse.
Ci sono innanzitutto le partite dei playoff di Champions, decisive: martedì 24 febbraio toccherà all’Inter affrontare il Bodo, e mercoledì la Juve incontrerà il Galatasaray.
La prima partita sarà trasmessa su Sky, la seconda su Prime video: piattaforme a pagamento, certo, ma a cui migliaia di tifosi delle due squadre (le prime due per numero di sostenitori in Italia) sono già abbonati.
Non sarà questa controprogrammazione da sola ad affossare il Festival. Le insidie più preoccupanti, per Conti e il baraccone Rai, come al solito, potrebbero arrivare da Mediaset.
Per esempio, da “La ruota della fortuna” di Gerry Scotti, che ogni giorno si sovrapporrà per quasi un’ora con il Festival: la trasmissione di Canale 5, infatti, parte alle 20.35 e arriva fino alle 21.48/21.50, a Sanremo inoltrato.
Il Biscione non ha intenzione di modificare la programmazione di Rete 4 e Italia 1: restano quindi i talk show di Berlinguer (martedì), Labate (mercoledì) Del Debbio (giovedì), e il crime “Quarto Grado” di Nuzzi (venerdì). L’unica serata che cambia, per Mediaset, è il sabato, quando non andrà in onda “C’è posta per te”, di Maria De Filippi.
Non certo una controprogrammazione da fine del mondo, ma comunque in grado di disturbare il Sanremo “sovranista” di Conti. Con un cast depotenziato, zero ospiti di gran richiamo e il solito fritto misto da carrozzone Rai, potrebbe essere difficile eguagliare il record dello scorso anno (66% di media di share).
Ma il “vincerò”, raccontano alcune fonti interne, lo urlerà dal palco dell’Ariston nell’ultima serata Andrea Bocelli. Sarà contento Riccardo Muti che ha più volte fatto notare come il “Nessun dorma” ormai sia ovunque, come prezzemolo: “Se non siamo presi sul serio all’estero è anche colpa di noi italiani, che incoraggiamo questo modo circense di cantare. Tipo il “Vincerò” di cui non se ne piò più…”.
E possiamo svelarvi la reazione di Giorgia Meloni: apprezzerà perché è una grande fan, e amica, del tenore toscano. D’altronde ha trascorso più volte le vacanze al bagno Alpemare di Forte dei Marmi di proprietà di Veronica Berti, moglie di Bocelli.
Si sono presi pure Sanremo ma la colpa è sempre della sinistra. A trovarla ‘sta sinistra…
Una delle più belle e antiche strade di Napoli ridotta in pessime condizioni

” Una delle più belle e antiche strade di Napoli, via Aniello Falcone, collegamento viario fondamentale tra la parte bassa della città e la collina del Vomero, da dove si può ammirare un panorama mozzafiato del capoluogo partenopeo, meta dunque anche di tanti turisti, versa da tempo in condizioni di degrado e di abbandono inaccettabili, con un manto stradale costellato di buche e di avvallamenti, costituito in parte da cubetti di porfido e in parte da colate di asfalto, segnatamente al centro della carreggiata, a seguito dell’esecuzione di scavi per i sottoservizi. Tanti i problemi e le difficoltà sia per gli automobilisti per i sobbalzi che subiscono nel percorrerla sia principalmente per i motocicli che devono fare lo slalom tra i numerosi dissesti per evitare presumibili rovinose cadute “. A tornare sulla gravità dello stato nel quale versa da tempo una delle principali strade del capoluogo partenopeo è Gennaro Capodanno, ingegnere, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero
” Finalmente – dichiara Capodanno – arriva la notizia che è stata sottoscritta l’ordinanza dirigenziale, del servizio viabilità e traffico del Comune di Napoli, n. 75 dell’11 febbraio scorso, che istituisce dal 16/02/2026 al 28/02/2026, in via Aniello Falcone, da Piazzetta A. Falcone a Largo Madre Teresa di Calcutta, un senso unico alternato, regolato con movieri e/o con semafori mobili, nei tratti di volta in volta interessati dai lavori di ripristino del manto stradale, da effettuarsi a cura della società e-distribuzione. Una notizia attesa da tempo e che si auspicava potesse arrivare durante il periodo estivo quando sarebbe stato molto più agevole e sicuro effettuare tali lavori piuttosto che in pieno inverno, anche in considerare delle avverse condizioni climatiche e del traffico caotico che affligge la città e segnatamente la collina del Vomero “.
” In verità – ricorda Capodanno -, dopo numerose proteste di comitati e residenti, i lavori in via Aniello Falcone, effettuati a cura di e-distribuzione, erano iniziati due anni fa, alla fine di settembre del 2024. Dovevano durare cinque mesi, coprendo tutto il periodo autunnale e buona parte di quello invernale, con un termine inizialmente previsto per il 4 febbraio dell’anno scorso. Lavori che, in verità, già allora fu fatto rilevare che sarebbe stato opportuno effettuare durante il periodo estivo e non certo in autunno quando non solo il traffico è maggiore ma anche quando si prevedevano piogge che sicuramente ne avrebbero rallentato l’andamento “.
” All’atto dell’inizio dei lavori – prosegue Capodanno -, secondo le cronache dell’epoca, si attendeva ancora che la Sovrintendenza ai Beni Culturali autorizzasse la sostituzione dei sampietrini, cosa che si auspicava che avvenisse in tempi rapidi anche perché la posa in opera di un manto d’asfalto, così come già avvenuto per la limitrofa via Tasso, oltre ad avere indubbi vantaggi pure per la manutenzione, richiedeva certamente meno tempo. Invece tale autorizzazione non pervenne. Di conseguenza i lavori furono sospesi e successivamente il cantiere fu anche eliminato, lasciando la strada nelle attuali condizioni “.
” Poi – continua Capodanno -, a luglio dell’anno scorso, dalle cronache giornalistiche, si apprese che la soprintendenza belle arti e paesaggio di Napoli aveva autorizzato un intervento di ripristino provvisorio con apposizione di conglomerato bituminoso a copertura della pavimentazione in cubetti di porfido. In altre parole e-distribuzione avrebbe dovuto riprendere i lavori coprendo con asfalto l’attuale pavimentazione in cubetti di porfido “.
” Tale intervento – si leggeva nel documento dell’ufficio tecnico comunale –, da ritenersi provvisorio nelle more del reperimento delle risorse necessarie alla complessiva riqualificazione dell’asse stradale, era stato autorizzato dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli con nota del 28 maggio 2024. Di queste ore, dopo quasi nove mesi, l’annuncio della tanto attesa partenza dei lavori in questione “.
Capodanno sulla questione richiama l’attenzione dell’assessore alle strade Cosenza e dell’assessore alla polizia urbana, De Iesu, affinché, gl’inevitabili disagi, sia dei residenti che degli esercizi commerciali, vengano ridotti al minimo, con il rispetto delle tempistiche indicate nel cronoprogramma e dunque terminando i lavori alla fine di questo mese “.
“Innamorarsi a corte” è il titolo dell’iniziativa che prevede l’apertura straordinaria serale dalle 20.00 alle 24.00 a 5 euro
Sabato 14 febbraio, in occasione dalla festa di San Valentino, il Palazzo Reale di Napoli sarà straordinariamente aperto in orario serale, dalle ore 20,00 alle 24,00 (ultimo ingresso alle ore 23.00).
Per l’occasione è stato fissato un prezzo ridotto e il biglietto costerà 5 euro.
“Innamorarsi a corte” è il titolo dell’iniziativa grazie alla quale sarà possibile ammirare le sale del Palazzo in occasione della giornata in cui si celebra il concetto universale dell’amore.
I visitatori avranno la possibilità di accedere all’Appartamento di Etichetta e al Museo della Fabbrica (per il quale l’ultimo ingresso è fissato alle ore 22.30), mentre non saranno visitabili il Giardino Pensile e il Museo Caruso, che restano accessibili nei consueti giorni e orari di apertura.
La prenotazione non è prevista per i visitatori individuali, mentre è obbligatoria per i gruppi superiori alle 10 persone sul sito di palazzo reale www.palazzorealedinapoli.org (ingresso gruppiogni 20 minuti dalle ore 20.00 alle ore 23.00) oppure in biglietteria–
DIANA KÜHNE
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(Gioacchino Musumeci) – No, la Rai non è stata sempre così e no, non si può dire che siccome la censura esisteva anche prima, oggi col Governo Meloni le cose non sono peggiorate perché in fondo la premier fa come gli altri.
In fondo, sostiene più di qualcuno, le norme rovina Rai sono state scritte da Berlusconi e peggiorate da Renzi. Vero, ma se non erro norme immondizia si possono sostituire con leggi decenti nell’interesse dei cittadini, o in alternativa fingere interesse per i cittadini, scrivere millemila decreti sicurezza utili per reprimere il dissenso e nel frattempo, se è possibile peggiorare l’informazione pubblica pagata col canone.
Faccio altresì notare che la politica non dovrebbe interferire con la programmazione Rai, ma dato che il monopolio politico è universalmente accettato quale efficace strumento di controllo, sarebbe sempre possibile lottizzare senza ridurre le reti pubbliche a cortile di incompetenti propagandisti quali per esempio Petrecca o Boccia per nominare il meno peggio del pollaio. Sicuramente non sto là a creare casi politici su personaggi di nullo spessore ma non ho mai visto la Rai così disastrata.
Se ieri il piccolo schermo era in qualche modo sopportabile, è innegabile che la Tv megafono del governo esprima una drammatica deriva verso la postura illiberale ben rappresentata nel governo Meloni. Ma perché parlare della Rai? Perché è un indicatore dell’ideologia di chi occupa poltrone strapagate dai cittadini.
Nel bel paese di oggi siamo al paradosso democratico eppure si fa fatica ad accorgersene: l’unica opinione legittima è quella del governo, tra l’altro disposto e papagallare Washington che pappagalla Israele. Tutti gli altri sbagliano perché il principio della verità assoluta è nelle mani del governo capziosamente identificato nello Stato.
Il cittadino ligio dunque pensa come dispone il governo, annuisce davanti ai suoi vertici, e mette la sua intelligenza al servizio del potere, che significa mercificare la propria libertà . Chi non si allinea a questo modus vivendi avvilente non è solo nemico del governo o critico del potere, è nemico dello Stato e dei suoi cittadini. Ne discendono delegittimazione condanna di chiunque critichi l’operato del governo strumentalmente identificato nello Stato.
Confondere governo con Stato, consente ad un leader eletto dal popolo di sentirsi “legibus solutus”, cioè svincolato dalla legge. Non é così che funziona uno Stato di diritto. In caso contrario, un magistrato non avrebbe il diritto di processare un politico o un giornalista non potrebbe criticare il governo perché privi di consenso popolare. Esattamente ciò che accade oggi in Italia: “ Il governo eletto dagli italiani “ è la frase magica per legittimare ogni nefandezza possibile.
L’elemento trasversale nelle destre mondiali è proprio l’identificazione strumentale del governo nello Stato oltre la propaganda della grandezza dello Stato contrapposta alla crisi conclamata e la crociata forsennata contro il libero pensiero: in Israele chi critica il governo Netanyahu e ne sottolinea la linea genocida è nemico dello Stato di Israele e degli Ebrei. E questa regola del “Con me o contro di me”, è stata adottata da chi in Italia propone norme punitive contro chi osa ventilare che l’esistenza dello Stato di Israele non sia qualcosa su cui farsi domande al di là del diritto inalienabile all’autodeterminazione di ogni popolo purché non sia Palestinese. Altrettanto Chi critica Trump è nemico dell’America e degli americani; chi critica il governo Meloni è contro l’Italia, gli italiani, i suoi valori fondativi e un sacco di altre puttanate. Da qui la guerra forsennata contro l’informazione non allineata, e naturalmente il potere giudiziario, ultimi baluardi democratici rimasti in piedi prima che il potere esecutivo non sia in grado di imporre i propri diktat anche a questi.

(di Marcello Veneziani) – Ormai è evidente: la principale fonte di consenso per Giorgia Meloni e il suo governo è la sinistra, ciò che dice, ciò che fa, ciò che odia, ciò che disprezza. Se cercate la primaria ragione del consenso duraturo tributato alla Meloni dopo tre anni e mezzo di governo, non lo troverete nelle opere del governo, nelle cose fatte o nella fiducia che ha conquistato tra gli italiani e nemmeno nella sua indubbia vis empatica; ma lo trovate lì, nel contrasto stridente della sinistra, negli ostacoli che essa frappone e che il governo poi sfrutta a suo favore. È come la gag di Willy il Coyote con Beep Beep: il coyote ordisce agguati e lo struzzo la fa franca. La sinistra attacca e censura, la Meloni gioca di rimessa, trae forza dai loro attacchi. È un meccanismo perverso, un circolo vizioso che si è innescato da quando è andata al governo. È abbastanza anomalo che la fiducia e la legittimazione di un governo in carica risieda negli assalti che subisce dalla sinistra di lotta e di potere; fino a sfiorare l’assurdo o il gioco pirandelliano delle parti quando la premier accusa la minoranza d’opposizione di portarci in una “spaventosa deriva illiberale”. Ma al governo c’è lei…
Situazione anomala ma non del tutto inedita per noi: ricordiamoci che per anni, la persistente fiducia alla Dc e ai suoi governi reggeva più sul timore degli “opposti estremismi”, “la minaccia comunista” o l’avventurismo eversivo che dalle realizzazioni dei modesti governi in carica. Vigeva il criterio del male minore, la legge del turiamoci il naso; meglio la mediocrità rassicurante che scivolare a sinistra o cedere agli estremismi, alla piazza, al terrorismo rosso e nero, alle fughe dall’Occidente e dall’ombrello americano. Anche allora la parola d’ordine era la stabilità e il timore di perdere la libertà. Qualcosa del genere accadde pure al tempo di Berlusconi.
È mortificante assistere in questi giorni all’infognarsi del dibattito politico e istituzionale sui comici a Sanremo e sui telecronisti alle Olimpiadi. Attacchi protervi da una parte, a raffica, e difese a volte fuori luogo dall’altra; o sotto altri punti di vista, da una parte la ditta dell’intolleranza, del disprezzo e del linciaggio verso chi non è allineato, ma la parte opposta offre scarsa qualità e scadenti alternative. Ben altre idee, opere e profili culturali, soprattutto di grandi autori del passato, vengono oscurati o deformati dall’ideologia woke e progressista; scendere in campo a difendere casi minori in ambiti pop, francamente è un po’ deprimente.
Confesso un disagio bilaterale nel vedere questo spettacolo, tra l’accanimento degli uni e la modestia degli altri.
È vero, e lo abbiamo scritto più volte, che la posizione prevalente della sinistra verso tutto ciò che non è riconducibile ad essa o vi si oppone, si sostanzia nei verbi escludere, censurare, impedire, disprezzare, dileggiare. Salvo poi indignarsi se qualcuno a volte cerca di ritorcere la stessa logica del dileggio e del disprezzo contro i totem e tabù della sinistra. Ed è pure vero, dall’altra parte, che il vittimismo è diventato un’arma politica che la Meloni e i suoi usano con disinvolta frequenza; e a volte la usano pure come diversione, distrazione dai fatti reali e dai problemi incombenti. Ma l’uso spregiudicato e furbo del vittimismo non è inventato dal nulla o costruito artatamente, risale a fatti e opinioni realmente espressi dalla parte avversa.
TeleMeloni esiste davvero ma non è gestita dai soldatini meloniani all’opera nelle reti, nei tg e nei retrobottega governativi; bensì da Lilli Gruber e dall’episcopato di conduttori, presentatori, ospiti fissi e censori di sinistra che si esibiscono ogni giorno in tv e su altri media contro la reginella Meloni e i suoi moschettieri. Ai delusi di destra dal governo, delusi da quel che fa e soprattutto da quel che non fa, consiglio una robusta terapia di antibiotici; assumete per cinque serate consecutive – è il ciclo minimo perché abbiano effetto gli antibiotici – il programma della Gruber, con le sue domande che contengono sempre la parola GiorgiaMeloni per suscitare sdegno e condanna della premier; o in alternativa, quando sono rivolte a chi si sottrae al suo ossessivo giochino, vengono incalzati con molteplici interruzioni se argomentano in senso a lei sgradito. Credo che anche un meloniano scettico o deluso, dopo questa cura da cavallo, a base di Gruber o simili, torni a preferire la Meloni e il suo governo ai suoi nemici. Ecco perché sostengo che la vera TeleMeloni la facciano proprio i suoi nemici, la compagnia di giro degli antimeloniani di sinistra e di professione.
Si dice pure che la Meloni e il suo governo utilizzino le immagini delle violenze, per esempio a Torino o Milano, e in particolare i video sui poliziotti accerchiati e malmenati, per suscitare sdegno nel paese contro la sinistra e sostegno alle leggi sulla sicurezza e alla riforma della giustizia. Beh, lo penso anch’io, c’è un uso strumentale di quelle immagini e di quelle notizie. Ma si omette di dire che quelle immagini, quelle manifestazioni, quell’odio militante con le relative coperture, indulgenze, silenzi della sinistra non le hanno fabbricate i manutengoli del governo Meloni, corrispondono alla realtà dei fatti. E a fabbricarle è quell’universo antagonista che va dalla sinistra anarco-insurrezionalista, alla sinistra radicale, arrivando a costeggiare alcuni segmenti della sinistra d’opinione e di partito. Dai centri sociali fino ai centri storici, previo accesso ztl.
Il risultato complessivo di questo tira-e-molla e dell’annesso spettacolino è avvilente per ogni italiano di buon senso e di buon gusto, dotato di un minimo d’intelligenza critica e non accecato da pulsioni partigiane. Magari gioverà ai sondaggi della Meloni e alla sua permanenza al governo; magari darà una valvola di sfogo e un collante furioso alla sinistra e alle sue periferie rancorose; ma nuoce all’Italia, ne sfibra i legami e non piace a tanti italiani. Che spero vivamente siano i più, la maggioranza del paese, ma non ho elementi per dirlo. Comunque da quell’altalena, da quella caricatura di guerra civile, agguati e vittimismi, più tanta fuffa e muffa, io vorrei scendere, come da una giostra cinica, umiliante e feroce. La politica vera è un’altra cosa e si occupa di cose reali, davvero importanti per il paese e per i suoi cittadini.