Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Attivista ucciso in Francia: Macron replica a brutto muso a Giorgia Meloni


MACRON, ‘MELONI NON COMMENTI GLI AFFARI FRANCESI’

(ANSA-AFP) – PARIGI, 19 FEB – Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto alla premier italiana Giorgia Meloni di non “commentare” gli affari francesi dopo le osservazioni fatte sull’attivista ucciso.

“Che ognuno resti a casa sua e le pecore saranno ben custodite”, ha ironizzato Macron da New Delhi, a margine di una visita ufficiale in India, dopo le dichiarazioni della presidente del Consiglio italiana sulla morte del militante nazionalista Quentin Deranque in un pestaggio ad opera di avversari politici.

MELONI, UCCISIONE DI QUENTIN DERANQUE UNA FERITA PER L’INTERA EUROPA

(ANSA) – ROMA, 18 FEB – “L’uccisione del giovane Quentin Deranque in Francia è un fatto che sconvolge e addolora profondamente. La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse nazioni, è una ferita per l’intera Europa”.

Lo scrive sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. “Nessuna idea politica, nessuna contrapposizione ideologica – sottolinea – può giustificare la violenza o trasformare il confronto in aggressione fisica. Quando l’odio e la violenza prendono il posto del dialogo, a perdere è sempre la democrazia”.


Tele-Meloni ha trovato il modo per smantellare i programmi di inchiesta


Rai, la graduatoria (segreta) del concorso riservato agli interni è un caso. Pagano dazio Report e PresaDiretta. Critiche anche dall’Unirai. Ranucci furente, Iacona svuotato, Unirai delusa. Le reazioni del concorso (pubblico) Rai, con i risultati segreti

Rai, la graduatoria (segreta) del concorso riservato agli interni è un caso. Pagano dazio Report e PresaDiretta. Critiche anche dall’Unirai

(di Andrea Sparaciari – lanotiziagiornale.it) – La lista dei vincitori (e dei trombati) c’è, ma non si può vedere. O meglio, è visibile solo ai partecipanti della “Selezione riservata a giornalisti professionisti Rai 2025”. Il resto del mondo, pur trattandosi di concorso del servizio pubblico, non deve conoscerla. Tanto che, avvisa viale Mazzini nello stesso documento che riporta promossi e bocciati, “i dati relativi agli esiti dell’iniziativa Rai sono riservati e pertanto non possono essere in nessun caso diffusi scaricati o comunque utilizzati in sedi diverse da quella ufficiale. La Rai tutelerà in ogni sede le eventuali violazioni a tale esclusivo utilizzo”. In pratica si chiede ai giornalisti neo-assunti in Rai di non dare una notizia. Non una buona partenza…

Segretezza a parte, la lista dei 127 giornalisti dichiarati idonei (e dei 34 idonei non vincitori) sta terremotando la Rai, visto che molti dei partecipanti erano parte integrante – seppur precari – delle redazioni delle trasmissioni di inchiesta. Cronisti che ora, tranne i primi sette classificati (ma potrebbero alla fine essere una quindicina) che resteranno su Roma, verranno dislocati nelle varie sedi regionali.

Report e PresaDiretta perdono pezzi

Dai corridoi di Teulada raccontano, di un Sigfrido Ranucci furente, visto che se è vero che due collaboratori di Report rimarranno nella Capitale, ce ne sono  almeno 5 di punta che se accetteranno l’assunzione  saranno costretti ad altri lidi. Il caso vuole che alcuni sono proprio quelli che hanno realizzato le inchieste che più hanno imbarazzato il Governo Meloni, quelle sul Garante della Privacy, su Gasparri e la Cyberleam, sul programma Ecm installato sui PC dei magistrati.  Anche PresaDiretta non se la passa certo bene, visto che tutti i collaboratori di Riccardo Iacona che hanno partecipato alla selezione sono stati assunti, ma destinati a lasciare Roma.

Scontento anche il sindacato meloniano Unirai

Ma il malumore serpeggia anche nelle chat del sindacato meloniano Unirai, dove è esplosa l’insoddisfazione per i risultati. Un esponente del neo-nato sindacato (di destra) non ha lesinato critiche alle modalità di selezione – sottolineando come alcuni neo-assunti non abbiano mai fatto neanche una diretta – che avrebbe privilegiato la prova pratica, a scapito del curriculum. E’ il nuovo corso della Rai meloniana.


Ma quanto costa agli italiani l’occupazione militare dei destrorsi in Rai? Troppo


(Estratto dell’articolo di Ilaria Proietti – il Fatto quotidiano) – Quasi 850 mila euro: tanto costerà la striscia informativa che la Rai starebbe per affidare al direttore responsabile del Giornale Tommaso Cerno e già al centro di una polemica infuocata per i rumors mai smentiti. E però dal piano di produzione, con annessi stanziamenti per tutte le trasmissioni che saranno in onda quest’anno, l’esistenza della striscia quotidiana da cinque minuti, in fascia day-time, trova conferma.

E sicuramente sarà questa la novità (anche se non la sola), che terrà banco durante il cda Rai di oggi. Oltre naturalmente al caso Petrecca: su questo fronte ieri è stato chiesto formalmente l’avvio della procedura di raffreddamento, adempimento che precede i tre giorni di sciopero che la redazione di Rai Sport ha affidato al cdr […]

Ma oltre a Petrecca, è delicatissimo anche l’affaire Cerno, destinato a fare filotto sulle reti del servizio pubblico: reduce dall’ospitata di pochi giorni fa da Massimo Giletti su Rai3, Cerno è già opinionista e co-conduttore al fianco di Mara Venier a Domenica In su Rai1.

Ora per lui pare farsi concretissima anche la prospettiva di un programma su Rai2: una striscia in onda dal lunedì al venerdì a partire dal 2 marzo (dunque nell’ultimo e più delicato tornante della campagna referendaria) che si concluderà il 12 giugno. Costo dell’operazione 848 mila euro, circa 11 mila a puntata ovviamente non tutti per pagare Cerno: a quel che risulta al Fatto il giornalista incasserà circa 3.000 euro a puntata mentre il resto del budget servirà per il doppio studio a Roma e a Milano.

Ora il fatto è che quello di Cerno non è l’unica novità della programmazione in menu: si racconta dell’arrivo in Rai, al fianco di Caterina Balivo del “pedalatore” di Striscia la Notizia, Vittorio Brumotti. Mentre il conduttore Roberto Inciocchi lascerebbe la conduzione di Agorà ad Annalisa Bruchi ora alla guida di ReStart: Inciocchi si sposterebbe il mercoledì in un format di prima serata

Tutto questo, a partire dalla striscia di Cerno farà naturalmente lievitare i costi e non è escluso che qualcun altro ci rimetta. Tra le ipotesi non viene escluso ad esempio lo slittamento al 2027 della trasmissione, peraltro di grande successo, di Domenico Iannacone.

Ma oggi verrà probabilmente sollecitato anche qualche altro chiarimento e in particolare due: la prima è se tornerà in prima serata sul 3 la trasmissione dell’ex direttore Documentari Rai, nonché conduttore di Petrolio Duilio Gianmaria. L’altra è se troverà conferma nel palinsesto Il fattore umano, programma d’inchiesta realizzato con risorse interne a costi che non superano i 35 mila euro a puntata […] Sullo sfondo resta anche la convocazione dell’ad Giampaolo Rossi da parte della Commissione di Vigilanza Rai su input delle opposizioni e su cui il centrodestra fa muro.

RAI: M5S, 850MILA EURO PER STRISCIA CERNO? SIAMO SCHIFATI

(AGI) – “Sono settimane che abbiamo lanciato l’allarme per la presenza sugli schermi del servizio pubblico di Tommaso Cerno, uno che da un lato intasca soldi per le sue partecipazioni in Rai e dall’altro infanga l’azienda con gli attacchi sul suo giornale a Report.

L’ipotesi di affidargli una striscia circola da tempo e l’abbiamo ampiamente commentata definendola nefasta, ma svegliarsi stamattina e leggere sul Fatto Quotidiano che non solo questa ipotesi e’ confermata ma che avrebbe il costo monstre di 850.000, ci rende veramente schifati”.

A dirlo sono i parlamentari M5s in Vigilanza Rai. “Come e’ possibile – prosegue una nota – che si invochino costantemente e risparmi su tutto e che si sia addirittura nella condizione di avere un personaggio come Alberto Angela senza contratto o programmi come quello di Mario Tozzi in bilico e poi si buttino dalla finestra tutti questi soldi per gonfiare le tasche di uno dei principali trombettieri del governo di Giorgia Meloni?”. “Chi ha preso questa decisione davvero non si vergogna?

Vogliamo una risposta secca e precisa dall’amministratore delegato o da chiunque altro in Rai: le cifre di cui parla Il Fatto Quotidiano sono confermate? Perche’ l’azienda non risponde alla nostra interrogazione sulla opportunita’ di far lavorare Cerno mentre orchestra una campagna di fango contro la Rai? Pensavamo di essere a uno dei punti piu’ bassi dell’epopea triste di TeleMeloni, ma con Tommaso Cerno si sta ogni giorno scavando di piu'”, conclude la nota M5s.


Epstein, un uomo al servizio dei Servizi


(Ryan Grim and Murtaza Hussain – dropsitenews.com) – Il governo israeliano installò apparecchiature di sicurezza e controllò l’accesso a un edificio residenziale di Manhattan gestito dal condannato per reati sessuali Jeffrey Epstein, secondo una serie di email recentemente diffuse dal Dipartimento di Giustizia.

Le attrezzature furono installate a partire dall’inizio del 2016 al 301 E. 66th Street — la residenza dove l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak soggiornava frequentemente per periodi prolungati.

L’operazione di sicurezza nell’“appartamento di Ehud” rimase in funzione per almeno due anni, mostrano le email rese pubbliche dal DOJ, con funzionari della missione permanente israeliana presso le Nazioni Unite che corrispondevano regolarmente con lo staff di Epstein in merito alla sicurezza.

L’appartamento era formalmente di proprietà di una società collegata al fratello di Epstein, Mark Epstein, ma era di fatto controllato da Jeffrey Epstein. Le unità dell’edificio venivano frequentemente concesse ai contatti di Epstein e utilizzate per ospitare modelle minorenni.

Rafi Shlomo, allora direttore del servizio di protezione presso la missione israeliana alle Nazioni Unite a New York e responsabile della sicurezza di Barak, intrattenne scambi con i dipendenti di Epstein per organizzare riunioni volte a discutere la sicurezza e coordinare l’installazione di apparecchiature di sorveglianza specializzate nella residenza della 66ª Strada.

Shlomo controllava personalmente l’accesso all’appartamento per gli ospiti e svolgeva persino controlli sui precedenti delle addette alle pulizie e dei dipendenti di Epstein.

Secondo la legge israeliana, gli ex primi ministri e altri alti funzionari ricevono normalmente servizi di sicurezza dopo aver lasciato l’incarico. Dalle email emerge che Epstein approvò personalmente l’installazione delle apparecchiature e autorizzò gli incontri tra il suo staff e i funzionari della sicurezza israeliana.

Ehud Barak e la missione israeliana presso le Nazioni Unite non hanno risposto alle richieste di commento.

Al momento della morte di Epstein nel 2019, Barak minimizzò il proprio legame con il finanziere caduto in disgrazia, dichiarando che, pur avendolo incontrato diverse volte, “non mi ha sostenuto né mi ha pagato”.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha recentemente suggerito che i legami stretti di Epstein con Barak, storico esponente del Partito Laburista e rivale di Netanyahu, indeboliscano anziché rafforzare l’ipotesi di collegamenti di Epstein con Israele.

“L’insolito e stretto rapporto di Jeffrey Epstein con Ehud Barak non suggerisce che Epstein lavorasse per Israele. Dimostra il contrario”, ha affermato Netanyahu. “Bloccato nella sua sconfitta elettorale di oltre due decenni fa, Barak ha per anni tentato ossessivamente di minare la democrazia israeliana collaborando con la sinistra radicale antisionista in falliti tentativi di rovesciare il governo israeliano eletto.”

Uno scambio di email del gennaio 2016 tra la moglie di Barak, Nili Priell, e un dipendente di Epstein — il cui nome è parzialmente oscurato ma che, da altre comunicazioni, sembrerebbe essere la sua storica assistente Lesley Groff — discuteva l’installazione di allarmi e apparecchiature di sorveglianza presso la residenza, tra cui sei “sensori attaccati alle finestre”, e la possibilità di controllare da remoto l’accesso ai locali. Priell informava lo staff di Epstein che: “Possono neutralizzare il sistema a distanza, prima che sia necessario far entrare qualcuno nell’appartamento. L’unica cosa da fare è chiamare Rafi dal consolato e informarlo su chi e quando entrerà.”

La corrispondenza indicava inoltre che i lavori effettuati dal governo israeliano erano di entità tale da richiedere l’approvazione personale di Epstein. “Jeffrey dice che non gli importa dei buchi nei muri e che va tutto bene!”, scriveva Groff a Barak e Priell.

La missione rimase in contatto regolare con i rappresentanti di Epstein in occasione di numerose visite di Barak e di sua moglie nel corso del 2016 e del 2017.

In un’e-mail del gennaio 2017 a Shlomo — con oggetto “Jeffrey Epstein RE Ehud’s apartment” — un’assistente di Epstein forniva ai funzionari israeliani un elenco di dipendenti che avrebbero avuto bisogno di accedere all’appartamento, aggiungendo: “Capisco che abbia già una copia del suo documento d’identità da tempo… è la domestica e entra ed esce dall’appartamento da molto tempo ormai!”

Poche settimane dopo, scrivevano allo stesso Epstein che “Rafi, il responsabile della sicurezza di Ehud, chiede se potessi incontrarlo alle 16 di martedì 14 nel suo ufficio (800 2nd Ave e 42nd) riguardo all’appartamento di Ehud.” Epstein approvò l’incontro.

La corrispondenza proseguì per tutto l’anno: ad agosto un’assistente di Epstein contattò nuovamente Shlomo per informarlo di un ulteriore soggiorno di Barak e della moglie presso la residenza di Epstein. Entro novembre 2017, Shlomo era stato sostituito da un altro funzionario israeliano incaricato di gestire la sicurezza e la sorveglianza di Barak.

Yoni Koren, storico collaboratore di Barak, deceduto nel 2023, fu un altro ospite abituale dell’appartamento di Epstein sulla 66ª Strada. Koren vi soggiornò in diverse occasioni — inclusa una nel 2013, quando era ancora in servizio attivo come “capo di gabinetto” per il Ministero della Difesa israeliano, secondo calendari diffusi dall’indagine della Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti su Epstein ed email pubblicate da Distributed Denial of Secrets. La corrispondenza email dalla casella di Barak mostrava inoltre Koren scambiarsi informazioni con Epstein per un bonifico bancario, come precedentemente riportato da Drop Site.

Nuove email rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia mostrano che Koren continuò a soggiornare nell’appartamento di Epstein mentre riceveva cure mediche a New York fino al secondo arresto e alla morte del finanziere nel 2019.


Sul Golfo venti di guerra: “Trump sta preparando un attacco contro l’Iran”


Segnali di uno scontro imminente dopo lo stallo nei colloqui. I media: “Obiettivo degli Usa la caduta del regime”

Sul Golfo venti di guerra: “Trump sta preparando un attacco contro l’Iran”

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – NEW YORK – “L’Iran si prepara alla guerra con gli Stati Uniti”. Titola così il Wall Street Journal, confermando le rivelazioni del sito Axios secondo cui “Trump si sta avvicinando” ad un grande conflitto contro la Repubblica islamica. E lo stesso riferiscono Cnn New York Times. Questo perché i colloqui diplomatici avvenuti nei giorni scorsi a Ginevra hanno prodotto progressi, come hanno dichiarato entrambe le parti, ma non sufficienti per evitare lo scontro.

I problemi sono due: primo, la volontà di Teheran di limitare il negoziato solo al programma nucleare, escludendo quello sui missili e le armi convenzionali, e il nodo delle operazioni di destabilizzazione condotte nell’intera regione da gruppi alleati come Hezbollah; secondo, le concessioni che è disposta a fare sul dossier atomico, non abbastanza avanzate secondo Washington, perché non garantiscono la fine di ogni attività finalizzata a costruire armi. Per questa ragione, parlando con la Fox, il vice presidente Vance ha detto che «i colloqui sono andati bene sotto certi aspetti, ma sotto altri è molto chiaro che il presidente ha stabilito alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e a lavorarci sopra».

È possibile che si tratti di un ultimo tentativo di aumentare la pressione, allo scopo di spingere gli ayatollah a fare più concessioni, davanti alla minaccia di essere attaccati dalla potente “Armada” che il Pentagono sta schierando davanti alle sue coste. Nello stesso tempo, però, se Trump si convincesse che la diplomazia ha raggiunto il suo limite e non esiste più spazio di manovra per arrivare ad un accordo accettabile, sarebbe pronto a premere il grilletto nel giro di poche settimane. Stavolta però l’obiettivo non sarebbe solo quello chirurgico di distruggere alcune strutture chiave del programma nucleare, ma piuttosto un’offensiva ampia e prolungata nel tempo, che punterebbe a debilitare il regime fino a farlo cadere, anche sotto la spinta di nuove proteste come quelle represse con la forza nelle settimane scorse.

Secondo il Wall Street Journal la leadership di Teheran inizia a convincersi che la guerra è inevitabile, anche visto lo spiegamento di forze ordinato da Trump, che ha aggiunto la portaerei Ford alla Lincoln, trasferito altri 50 caccia F-35, F-22 e F-16 nella regione, e condotto oltre 150 voli cargo per posizionare armi e munizioni in Medio Oriente. La Repubblica Islamica quindi si sta preparando a combattere, come ha avvertito il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale Ali Larijani: «Abbiamo rivisto a affrontato le nostre debolezze. Se la guerra ci verrà imposta, risponderemo». La stessa guida suprema Khamenei ha avvertito che «l’unica arma più potente delle portaerei americane è quella che le manderà in fondo al mare».

Nel dettaglio, il regime ha iniziato a schierare le sue forze, fortificare i siti nucleari, disperdere e diversificare la catena di comando, continuare la repressione del dissenso. La Guardia rivoluzionaria ha rivisto la “difesa a mosaico”, per dare ai capi militari locali l’autorità di prendere decisioni, se fossero isolati dal governo centrale. La unità navali pattugliano lo stretto di Hormuz e hanno condotto esercitazioni a fuoco non troppo lontano da dove incrocia la portaerei Lincoln al largo dell’Oman. Ad aumentare la preoccupazione per uno scontro che potrebbe allargarsi, una nave russa ha attraccato nel porto di Bandar Abbas.

Secondo il Wall Street Journal l’Iran ha circa 2.000 missili a medio raggio in grado di colpire Israele; molti vettori a corto raggio che possono raggiungere le basi e le navi americane nel Golfo Persico, come quelle in Qatar e Barhein; e armi sottomarine. I siti nucleari di Isfahan e la montagna Pickaxe sono stati fortificati, la contraerea ha condotto esercitazioni, e le autorità di Teheran hanno individuato stazioni della metropolitana e altri siti da usare come rifugi dai bombardamenti. I Pasdaran hanno creato circa cento punti di osservazione per bloccare proteste o raid. Le due macchine militari sono pronte alla guerra.


Francesca Albanese: “Colpiscono me purché non si parli di Palestina”


Il metodo. Francesca Albanese spiega: “Estraggono frammenti di discorsi, eliminano i contesti, modificano i toni”. Da oltre due anni, un meccanismo sempre più evidente domina il discorso pubblico che circonda il mio mandato di relatrice speciale delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato. È vieppiù soggetto a vitrioliche polemiche create a arte. Non sono le critiche a preoccuparmi: lo scrutinio è legittimo. Il dissenso è prevedibile, senza eccezioni o quasi: nel mondo dei diritti umani solo chi fa poco o male il proprio lavoro […]

“Colpiscono me purché non si parli di Palestina”. L’intervento di Francesca Albanese

(Estratto di Francesca Albanese – ilfattoquotidiano.it) – […] Da oltre due anni, un meccanismo sempre più evidente domina il discorso pubblico che circonda il mio mandato di relatrice speciale delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato. È vieppiù soggetto a vitrioliche polemiche create a arte. Non sono le critiche a preoccuparmi: lo scrutinio è legittimo. Il dissenso è prevedibile, senza eccezioni o quasi: nel mondo dei diritti umani solo chi fa poco o male il proprio lavoro, riceve poche critiche. Ciò che è nuovo – e corrosivo – nel mio caso, per intensità e costanza, e corrosivo, è la distorsione sistematica del mio mandato, del mio operato e delle mie dichiarazioni al fine di fabbricare scandali e screditare il mio contributo di esperta indipendente Onu sui diritti umani.

[…] Sono l’ottava persona e la prima donna a ricoprire questo incarico; conferito dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, che consiste nell’indagare le violazioni del diritto internazionale nel territorio palestinese occupato da Israele dal 1967. L’attenzione su Israele non è una mia scelta o un’ossessione personale, bensì il perimetro del mio incarico. I miei omologhi su Afghanistan o Iran non vengono accusati di essere “ossessionati” o “monotematici” perché conducono inchieste sul Paese oggetto del loro mandato. Perché allora non mi occupo anche di Hamas o dell’Anp? Me ne occupo in misura proporzionale a ciò che osservo. […]

La risoluzione Onu 1993/2A del ’93 che istituisce il mio mandato fa riferimento a Israele in quanto potenza occupante e ai diritti senza protezione dei palestinesi sotto occupazione. È quindi naturale che sia Israele a essere il principale oggetto di scrutinio nel territorio su cui esercita autorità. Documento i fatti e mi esprimo in punto di diritto. I miei critici sostengono che la focalizzazione su Israele sia sintomo di pregiudizio da parte dell’Onu e di mancanza di neutralità.

Nel luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha definitivamente affermato che la presenza di Israele nel territorio palestinese occupato è illegale e deve cessare in modo perentorio e incondizionato. La data ultima per conformarsi a quest’obbligo era settembre 2025. La Corte ha anche riscontrato discriminazione sistemica, violazione del divieto di segregazione razziale e apartheid, insieme a politiche di annessione. Non si tratta di slogan per attivisti, ma di conclusioni giuridiche. Nel corso del mio mandato ho documentato il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, ancora senza indipendenza e protezione, dedicandogli il mio primo rapporto nel settembre 2022. Nei rapporti successivi ho documentato la sistematica e arbitraria privazione della libertà che colpisce i palestinesi da generazioni, la situazione dell’infanzia palestinese.

È stata però la mia analisi sulla complicità delle imprese nel genocidio a suscitare la reazione più dura, fino alle sanzioni adottate dagli Stati Uniti nei miei confronti. Nel mio rapporto più recente ho descritto il genocidio a Gaza come un crimine collettivo, sostenuto con la partecipazione diretta, l’aiuto e l’assistenza di altri Stati, parte di un sistema di complicità globale. Italia inclusa. Anzi, in prima fila. Tra quelli nominati ci sono Stati che oggi mi attaccano apertamente, distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso a Gaza da oltre 860 giorni e dal regime di apartheid coloniale che continua a espandersi, a Gaza come in West Bank e Gerusalemme est colpendo l’intero popolo palestinese.
Il mio lavoro si inserisce nel solco tracciato dai miei predecessori, come John Dugard, Richard Falk e Michael Lynk, che hanno documentato, per oltre vent’anni politiche descritte come apartheid, facendosi dare degli “antisemiti” e “sostenitori del terrorismo”.

[…] Le conclusioni del lavoro sui diritti umani, chiunque ne sia l’autore, sono scomode, perché la verità giuridica, quando incide su rapporti di potere consolidati, non può che esserlo. L’ultima campagna contro di me si inserisce in una strategia che dura da decenni: silenziare, intimidire e delegittimare chiunque difenda i diritti del popolo palestinese. Analoghe operazioni di diffamazione hanno colpito in passato altri relatori speciali sulla Palestina, attraverso l’attribuzione di dichiarazioni manipolate o false, finalizzate a ottenerne la rimozione, da parte di gruppi quali UN Watch che, pare, abbia diffuso per prima il video manipolato contro di me. Da anni tali attori promuovono narrazioni che tendono a silenziare la realtà palestinese e, al contempo, di attenuare o giustificare le violazioni attribuite a Israele. Attori che a Ginevra vengono spesso considerati marginali da diplomatici e funzionari delle Nazioni Unite sono invece ritenuti fonti credibili in alcune capitali europee, influenzando il dibattito politico e contribuendo a minare la fiducia nelle istituzioni multilaterali.

Se un’analisi giuridica indipendente, fondata su prove documentate, può essere così facilmente sostituita da rappresentazioni distorte, l’intero dibattito pubblico diviene vulnerabile alla manipolazione. Il diritto internazionale richiede prove, interpretazione e applicazione rigorosa. L’adesione ideologica è irrilevante. Quando il confronto viene sostituito da frammenti montati per suscitare indignazione, diviene impossibile affrontare la sostanza delle accuse — proprio nel momento in cui gravi violazioni dei diritti umani e persino ipotesi di genocidio sono sottoposte al vaglio delle più alte giurisdizioni internazionali.

Ma in molte capitali occidentali, la sostanza giuridica delle conclusioni formulate nell’ambito del mandato viene raramente affrontata. Si concentra l’attenzione sulla persona. Si estraggono frammenti di discorsi, si eliminano i contesti, si modificano i toni, si diffondono insinuazioni atte a suscitare indignazione.

Il casus belli del mio discorso a Doha dopo decine di casi simili, ha permesso alla manipolazione di essere smascherata e di avere grande riverbero a causa dell’assurdità delle accuse, delle personalita coinvolte (il ministro degli Affari esteri francese) e della veemenza nei miei confronti. Ma la questione che preme non è personale: è strutturale. Non è un caso: è un metodo. Tale tecnica è stata impiegata per insinuare che avrei giustificato le atrocità del 7 ottobre, negato crimini quali la violenza sessuale occorsa in quel terribile giorno, o minimizzato la sofferenza degli ostaggi e delle loro famiglie. Nulla di ciò corrisponde al vero. Colpisce, tuttavia, che gli esponenti politici che dedicano tempo ed energia ad attaccare la mia persona non abbiano riservato neppure una frazione di tale veemenza a coloro che ammettono che a Gaza siano state uccise 75.000 persone e sono accusati di crimini internazionali dinanzi alle principali corti internazionali. […]

La critica è elemento essenziale della democrazia. La menzogna la corrode. In una fase in cui le istituzioni globali sono sottoposte a pressioni crescenti, le scelte compiute oggi incideranno in modo determinante sulla loro credibilità futura.[…]


Quale futuro per l’Europa?


Un commento sul summit sulla competitività

(Stefano Sylos Labini – lafionda.org) – Al summit informale sulla competitività dell’Unione Europea, al castello di Alden-Biesen nelle Fiandre, si sono confrontate due visioni dell’Europa. Quella di Mario Draghi che spinge verso una centralizzazione decisionale sul modello federale degli Stati Uniti con debito comune e investimenti pubblici europei e quella di Merz e Meloni che puntano sulla Confederazione in cui ogni Stato conserva maggiore autonomia politica ed economica.

Entrambi gli approcci hanno dei punti deboli insuperabili.

Il modello federale di Mario Draghi oltre ad essere osteggiato dalla Germania, richiederebbe una Costituzione europea e un assetto politico – istituzionale equivalente a quello degli Stati Uniti con un Presidente eletto dal popolo, un ministro dell’Economia, degli Esteri, della Difesa. Una prospettiva impensabile nel breve periodo. Inoltre la costituzione di un bilancio federale implica anche tasse europee: chi è disposto a versare dei soldi ad un organismo senza legittimità democratica? In questa fase il percorso verso l’Europa federale si dovrebbe fondare sulle cooperazioni rafforzate tipico termine del fanatismo tecnocratico. Si tratta di un’idea impraticabile.

Il modello confederale di Merz e Meloni invece può andare molto bene per la Germania che ha ampi margini di intervento essendo il rapporto debito/Pil circa la metà di quello italiano, ma non serve all’Italia che è strangolata dalle politiche di austerità imposte dal Patto di Stabilità e dunque non ha nessun margine di intervento.

E qui entra in gioco la proposta della Moneta Fiscale che è stata concepita perché:

1. L’Europa federale è irrealizzabile e le cosiddette cooperazioni rafforzate lo dimostrano.

2. La rottura dell’euro oggi non è un’opzione politica.  

3. Le regole europee per ridurre il debito pubblico affossano l’economia.

La Moneta Fiscale dovrebbe essere una scelta naturale per chi punta ad una Confederazione di Stati e non ad una Federazione. Ma il centrodestra che si è schierato per la Confederazione non ha capito l’importanza della Moneta Fiscale che permette di avere maggiore autonomia nella politica economica. Ciò perché l’emissione di crediti fiscali a libera circolazione sul mercato è una prerogativa dei singoli Stati nazionali e permette di finanziare l’economia senza chiedere soldi in prestito sui mercati.

Diversa è la posizione del PD che continua a sostenere l’Europa federale e l’agenda Draghi.

Infine c’è il M5S che era concentrato solo sul superbonus, non ha nessuna visione macroeconomica e ora sta spingendo per gli Eurobond che richiedono la costruzione dell’Europa federale.

In questo quadro, la Moneta Fiscale rappresenta l’unica opzione che possiamo sfruttare in una situazione che non è destinata a cambiare in tempi brevi e che sta mettendo sotto pressione l’economia italiana. A livello aggregato siamo in stagnazione, a livello industriale siamo precipitati in una recessione che dura ormai da tre anni mentre la crescita dell’occupazione ha riguardato lavoratori anziani, a basso salario e a bassa produttività. Dobbiamo agire in fretta e con la Moneta Fiscale è possibile farlo.

La valuta fiscale viene distribuita secondo diversi criteri di allocazione, sotto forma di certificati di credito d’imposta trasferibili e negoziabili che comportano riduzioni fiscali a scadenze predeterminate e scaglionate.

Questi certificati diventano moneta solo se liberamente trasferibili e possono circolare nell’economia. In questo modo, possono stimolare la crescita economica attraverso un effetto moltiplicatore aumentando il gettito fiscale per compensare la diminuzione del gettito derivante dall’esercizio degli sconti fiscali.

In questa forma, l’utilizzo della valuta fiscale emessa rientra in una politica pubblica volta a incoraggiare gli investimenti e la spesa privata ​​e si esaurisce attraverso una compensazione alla scadenza fissata.

Se si specifica che il credito d’imposta, quando non utilizzato interamente come compensazione fiscale, non è rimborsabile in moneta legale da parte dello Stato, allora, in conformità con i principi contabili europei e internazionali, è “non pagabile” in euro e non costituisce un obbligo di pagamento alla data di emissione.

In questo caso, il suo impatto sul bilancio pubblico si farà sentire solo quando verrà utilizzato come credito d’imposta. Ciò significa che questo tipo di credito d’imposta non dovrebbe essere registrato come un aumento del deficit al momento della sua emissione.

L’esperienza storica più importante di questo tipo di credito d’imposta trasferibile e non pagabile è quella italiana delle ristrutturazioni edilizie del settore privato in un’ottica di transizione energetica ed ecologica.

L’operazione è stata lanciata nel 2020 dal governo M5S – PD guidato da Giuseppe Conte ed era stata presentata nel 2014 dal Gruppo della Moneta Fiscale costituito da Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e dal sottoscritto, con la partecipazione del compianto Luciano Gallino e il contributo di Enrico Grazzini e Giovanni Zibordi.

Analogamente, nel 2022, negli Stati Uniti sono stati introdotti crediti d’imposta trasferibili per finanziare la transizione ecologica attraverso il Clean Energy Inflation Reduction Act (IRA).

I crediti d’imposta italiani sono stati oggetto di una vera e propria battaglia politico-istituzionale, sia a livello nazionale che europeo, che ho descritto nel libro pubblicato nel 2022 dal Ponte editore e intitolato La battaglia della Moneta Fiscale. L’idea, i rapporti politici, gli allegati, le prime applicazioni, le prospettive.

Infatti, sebbene gli effetti dei Certificati di Credito Fiscale si siano dimostrati economicamente significativi in ​​termini di stimolo agli investimenti e riduzione del debito pubblico che è crollato di 20 punti % nel periodo 2020/23, i governi conservatori di Mario Draghi e Giorgia Meloni, che si sono succeduti al potere dal 2021 in poi, non hanno fatto altro che smantellarli anziché cercare di migliorarli correggendone i difetti di attuazione (dovuti principalmente a un controllo insufficiente sulla distribuzione dei crediti fiscali, sull’entità degli incentivi e sulla qualità delle opere).

Oggi la Moneta Fiscale andrebbe rilanciata facendo tesoro dell’esperienza passata. Il problema è che si tratta di un progetto politico trasversale che richiede un’ampia collaborazione tra le forze politiche e il coinvolgimento delle forze produttive e delle istituzioni finanziarie. Per questo è un compito arduo. L’alternativa è quella di continuare ad affondare inesorabilmente.


Per il Quirinale il confine è superato


Per il Quirinale il confine è superato

(Ugo Magri – lastampa.it) – Tutti d’accordo col presidente della Repubblica, anzi di più. A giudicare dalle reazioni entusiastiche, la politica non si aspettava altro: un intervento forte, deciso, definitivo che spegnesse sul nascere l’incendio delle polemiche referendarie. Dunque applausi da sinistra e da destra, in qualche caso ipocriti. Addirittura c’è chi nei palazzi ha giocato sull’equivoco sostenendo che Sergio Mattarella, nel suo blitz di ieri mattina al Csm, non ce l’avesse con nessuno in particolare e che il suo obiettivo fosse quasi di stampo ecumenico, un richiamo generalizzato a 360 gradi nel nome del rispetto reciproco. «State buoni, se potete», per dirla col titolo di un celebre film. In realtà le cose stanno diversamente perché il richiamo del presidente aveva e ha un palese destinatario: il ministro Guardasigilli. È a lui in primo luogo che il discorso è rivolto. Senza le scomposte accuse di Carlo Nordio all’organo di autogoverno dei magistrati, definito nientemeno che «paramafioso», si può star certi che Mattarella non avrebbe ritenuto necessario, tantomeno urgente, rimettere le cose a posto.

Di parole grosse se ne sono udite parecchie nelle ultime settimane, alcune francamente ingiuriose. Se n’è reso protagonista il capofila delle toghe, Nicola Gratteri, quando ha equiparato ai criminali chi voterà a favore di carriere separate nella magistratura. Un’esagerazione, senza ombra di dubbio. Non si è tirata indietro nemmeno la premier, Giorgia Meloni, imputando ai giudici di ostacolare la lotta contro i trafficanti di esseri umani: altro colpo sotto la cintura. Gli attacchi vengono scambiati da entrambi i fronti e Mattarella, che non è nato ieri, riconosce il diritto di sostenere ciascuno i propri argomenti, anche sopra le righe, perché siamo un Paese libero (e finché lo siamo). Mette però un limite invalicabile, ribadito ieri: le istituzioni, perlomeno quelle, non debbono farsi guerra tra loro. Le delegittimazioni reciproche non sono tollerabili. Il governo, nella persona del ministro di Grazie e giustizia, è tenuto ad astenersi dalle aggressioni verbali nei confronti del Csm, istituito dalla Costituzione a garanzia dei magistrati e a tutela della loro autonomia dal potere politico. Tanto più se a presiedere il Csm è il capo dello Stato in persona.

Quel confine Nordio l’ha travalicato in un’intervista mai ritrattata e anche volendo Mattarella non poteva far finta di niente. Il ruolo gli imponeva di mettere un freno, sebbene esporsi comportasse dei rischi. Ad esempio di essere frainteso. Oppure di venire arruolato e strumentalizzato nel fronte del No. O ancora di non risultare sufficientemente persuasivo, il che sarebbe il pericolo senza dubbio peggiore. Tuttavia tacere, a fronte di palesi strappi al galateo istituzionale, avrebbe reso ancora più inevitabile farsi sentire tra qualche giorno o tra qualche settimana, magari a ridosso del voto referendario, perché quando si imbocca una china ripida è poi difficile fermare la corsa. Ecco perché il presidente non le ha mandate a dire segnalando egli stesso l’eccezionalità del proprio intervento davanti al Csm: mai in undici anni si era fatto vivo a Palazzo dei Marescialli per presiedere una riunione ordinaria, con un paio di nomine minori all’ordine del giorno.

Una severità necessaria. Tanto più se le intemerate del ministro Guardasigilli, come in molti sospettano, fanno parte di un piano più ampio e dietro gli assalti al Csm c’è un disegno politico di cui Nordio è solo l’esecutore, la testa d’ariete. Motivo di più per mandare da subito un avviso ai naviganti: ulteriori forzature non saranno ammesse. Mattarella se ne fa garante da presidente della Repubblica. Proprio in questa sua veste è intervenuto al Csm e lo ha fatto pesare, certo non per caso. Anche questo è un segnale di determinazione. Vuol dire che Mattarella mette in gioco il prestigio di presidente e la sua vasta popolarità perché nessuno possa immaginare, per imporsi nel referendum del 22 e 23 marzo, di ridurre le istituzioni a un cumulo di macerie fumanti su cui piantare la propria bandiera.


Guardie rosse e parole nere


di Michele Serra – repubblica.it) – Della triste e sanguinosa vicenda francese (il pestaggio mortale del giovane estremista di destra Quentin Deranque) mi ha colpito un dettaglio che forse non è un dettaglio: il nome del movimento antifascista accusato del pestaggio, la Jeune Garde, la giovane guardia.

Ha origini militari, specificamente napoleoniche: un corpo speciale di cavalleria al diretto servizio dell’imperatore, che lo istituì nel 1813 per la sua personale protezione. Lo si ritrova poi, più di un secolo dopo (gli anni Trenta del Novecento) prima in una tonante marcetta rivoluzionaria, incisa su disco dallo chansonnier Monthéus e inneggiante all’imminente vittoria della vigorosa gioventù proletaria sui flaccidi borghesi; poi in una fresca derivazione del 2010, sempre tonante, sempre marcetta e sempre rivoluzionaria. Tamburi e trombe (come nella tremenda e meravigliosa Canzone dei cannoni di Brecht-Weill: «soldati e bombe, tamburi e trombe») e testi decisamente bellicosi.

Detto che anche la Marsigliese, e in genere gli inni politici di tutte le risme, non sono affatto pacifici e spesso grondano sangue (e sempre grondano retorica) mi sono domandato perché mai, nel 2018 quando è nato, un movimento antifascista debba darsi un nome militaresco, che potrebbe tranquillamente appartenere a un movimento fascista. Jeune Garde: non sarebbe perfetto per un nuovo squadrismo?

Domanda: non si potrebbe storicizzare un po’? Provare a segnare una differenza — dopo due secoli di gloriose lotte proletarie, tamburi e trombe — tra il linguaggio delle armi e dell’ardimentosa gioventù (giovinezza! giovinezza!) e quello che dovrebbe essere il linguaggio della liberazione — anche dalle armi, tra l’altro? Forse che è più “di lotta” usare un linguaggio otto-novecentesco e richiamarsi di continuo alla logica di guerra? E se fosse invece molto più “di lotta” trovare nuovi nomi e nuove parole che la fanno finita, con il gusto del sangue e il suono orribile delle teste rotte?


Giustizia, se il limite è stato superato


Il commento. L’intervento di Mattarella è come quello di un arbitro che assiste sbigottito a una rissa tra squadre avversarie e interviene per richiamare al rispetto delle regole

Il presidente Sergio Mattarella al Csm

(di Gian Luigi Gatta – repubblica.it) – Il gesto e il messaggio del presidente Mattarella, che per la prima volta si è recato nella sede del Consiglio superiore della magistratura per presiedere una riunione ordinaria del plenum, hanno un grande valore per la nostra democrazia, che merita di essere colto e sottolineato. Il presidente della Repubblica è il garante della Costituzione e, quale capo dello Stato, rappresenta l’unità nazionale. Se ha avvertito «la necessità e il desiderio» di sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm» e «il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione», pur nella libertà di criticarne «difetti, lacune ed errori», è perché i toni della campagna referendaria, quando manca ancora più di un mese al voto, hanno superato la soglia del tollerabile.

La polarizzazione e, spesso, l’imbarbarimento della comunicazione, possono creare fratture nella società e nelle istituzioni – tra le istituzioni – pericolose per la solida tenuta dell’edificio della Repubblica, che ha le sue radici nella Carta costituzionale della quale il presidente è, per l’appunto, il garante, in posizione terza rispetto alla contrapposizione politica e referendaria. L’intervento di Mattarella è come quello di un arbitro che assiste sbigottito a una rissa tra squadre avversarie e interviene, con un sonoro fischio, per richiamare al rispetto delle regole. Mattarella ha avvertito «la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica». Lo scontro tra politica e magistratura, tra sostenitori del sì e del no, ha spesso superato nei toni il limite di una pur fisiologica contrapposizione referendaria. E ciò è ancor più grave perché la consultazione popolare riguarda proprio la modifica della Costituzione, l’ordinamento della magistratura e gli equilibri tra le istituzioni e i poteri dello Stato. Se non se ne ha cura, anche nel dibattito e, specialmente, nella comunicazione da parte di chi riveste ruoli e responsabilità istituzionali, si rischia di scassare la democrazia costituzionale: la casa comune della Repubblica, il bene più prezioso che ci è stato affidato dai costituenti dopo il fascismo e le lacerazioni civili e sociali conseguenti alla sua caduta.

Non è un caso se le parole del presidente, che richiama al rispetto reciproco tra le istituzioni e al valore del Csm, giungono a breve distanza da quelle del ministro della giustizia Nordio, che riferendosi allo stesso Csm ha parlato di «meccanismo para-mafioso», di «mercato delle vacche», di «verminaio correntizio» e di «padrini», in assenza dei quali il magistrato sottoposto a procedimento disciplinare sarebbe «morto». La continenza verbale, nella critica, è stata evidentemente superata, in questo come in altri casi, da parte di altri protagonisti del dibattito pubblico, su entrambi i fronti. Si rischia così di lacerare e di infangare le istituzioni, di far venire meno la fiducia sociale nella magistratura e nella giustizia. Le istituzioni devono collaborare in democrazia, non prendersi a picconate. La democrazia costituzionale ne esce indebolita se si associa a una cosca il Csm, che nomina tra l’altro il procuratore nazionale antimafia. Così anche se si accusano i magistrati di essere politicizzati, adusi solo a logiche spartitorie, non terzi e imparziali come giudici perché sottomessi ai pm, irresponsabili, impuniti e persino destinatari, per la campagna elettorale, di finanziamenti non trasparenti. Vogliamo dire che è troppo? Ecco, lo ha detto il garante della nostra Costituzione.


Da oggi il referendum sulla giustizia è un voto su Giorgia Meloni


L’attacco scomposto di GIorgia Meloni contro i giudici che “continuano a ostacolarci” è il segnale: da ora in poi la premier entra attivamente nella campagna del referendum sulla giustizia. Sarà la mossa vincente per il Sì, o un boomerang per il governo?

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Avete presente quei martelletti accanto all’estintore? Quelli dove c’è scritto “rompere solo in caso di emergenza”?

Ecco: ieri Giorgia Meloni ha metaforicamente impugnato il martelletto e rotto il vetro, rompendo gli indugi ed entrando a piedi uniti nella campagna per il referendum sulla giustizia.

L’ha fatto in modo scomposto, un po’ come quando  ad Atreju aveva detto di votare Sì per evitare una nuova Garlasco. Stavolta ha preso il caso del migrante condannato 23 volte che non si riesce a rimpatriare, per addossare le colpe alla magistratura – “continuano a ostacolarci”, ha detto – e promettere che la riforma della giustizia risolverà in un colpo solo il problema della sicurezza e quelle delle migrazioni, gli unici due temi che mobilitano davvero l’elettorato di destra.

Al netto delle argomentazioni un po’ così – che confermano una volta di più quanto la vera posta in gioco della riforma sia la volontà del governo di controllare e orientare l’attività giudiziaria – è stato un ingresso nell’agone salutato con gioia da chi vuole che passi la riforma. Che finora si era dovuto accontentare, come testimonial, del ministro-gaffeur Carlo Nordio e dell’ex magistrato Antonio Di Pietro.  Non esattamente un parterre de roi. 

La discesa in campo di Meloni, tuttavia, ha un rovescio della medaglia non secondario: che per gli elettori, da oggi, è un referendum su di lei. Se ti esponi, se metti in gioco la tua credibilità politica su questa campagna, una vittoria è una tua vittoria, una sconfitta è una tua sconfitta.

Meloni, finora, si era tenuta alla larga dalla campagna referendaria proprio per questo. Perché i primi sondaggi erano rassicuranti, perché poteva starne fuori e vincere comunque, perché poteva capitalizzare politicamente una vittoria quasi certa senza rischiare nulla.

Ora invece che diversi sondaggi dicono che Sì e No sono praticamente pari, la carta Meloni è l’ultima arma, a un mese dal voto, per provare a invertire il trend. Se Meloni ci riesce, ha vinto lei. Se Meloni non ci riesce, ha perso lei.

La domanda è una sola: questa scelta mobiliterà l’elettorato in suo sostegno o chi vuole mandarla a casa, un po’ come accadde con Matteo Renzi e la sua riforma istituzionale il 4 dicembre di dieci anni fa? Allora, il desiderio di mandarlo a casa fu più forte di una riforma che prevedeva il taglio delle poltrone dei parlamentari. Oggi?

Per avere una risposta, toccherà aspettare il 22 e 23 marzo. Ma ormai il vetro è rotto, e il dado è tratto.


Meloni in fallo (di reazione)


Meloni dovrebbe chiedersi se il compito dei magistrati è far rispettare la legge o avallare a prescindere le decisioni del governo

Meloni in fallo (di reazione)

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Deve essere seriamente preoccupata, Giorgia Meloni, per l’esito sempre più incerto (stando ai sondaggi) del referendum sulla giustizia. Al punto che neppure l’intervento del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che dopo undici anni è tornato a presiedere il Consiglio superiore della magistratura per rimarcare il valore “di rilievo costituzionale” dell’organo che la riforma Nordio punta a demolire e per esigere il rispetto che occorre “nutrire e manifestare… nei confronti di questa istituzione”, è riuscito a fermare l’ennesimo attacco alle toghe da parte della premier.

Un’iniziativa, quella del Presidente della Repubblica, non casuale nella scelta dei modi (la solennità dell’esercizio di una prerogativa costituzionale) e dei tempi (a stretto giro dall’ultimo affondo di Meloni contro i magistrati che remano contro il governo). Ma che non è bastata evidentemente a placare il nervosismo della presidente del Consiglio che vede, con l’avanzata dei No, l’esito della consultazione sempre più a rischio. Così, nonostante il fallo fischiato da Mattarella, è tornata ad attaccare la magistratura con il pretesto del risarcimento da oltre 76mila euro, per i danni patrimoniali causati dal fermo amministrativo della nave Sea Watch 3 nel 2019.

“La mia domanda – si chiede Meloni – è: il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?”. Anche se il quesito più calzante sarebbe un altro: il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di avallare a prescindere le decisioni del governo? Un altro motivo per votare No al referendum.


Meloni attacca di nuovo e lavora per levare la polizia giudiziaria ai pm


Nonostante la richiesta di abbassare i toni, la premier critica la sentenza sulla Sea Watch. Destra al lavoro per togliere il controllo della polizia giudiziaria alla magistratura in stile Fbi

(Enrica Riera – editorialedomani.it) – Chi pensava che il discorso del presidente della Repubblica al Csm avrebbe fermato i bombardamenti contro la magistratura è rimasto deluso. Come se fosse ormai un appuntamento fisso, Giorgia Meloni sui social ha lanciato un’altra stoccata ai giudici e sempre nella materia a lei più cara: l’immigrazione.

In questo caso ha contestato la «decisione» del tribunale di Palermo sulla Sea Watch che l’ha «lasciata letteralmente senza parole». «Lo Stato italiano – ha detto Meloni – è stato condannato a risarcire con 76mila euro, sempre degli italiani, la ong proprietaria della nave capitanata da Carola Rackete, perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata giustamente trattenuta e posta sotto sequestro».

Una dichiarazione, quella della presidente del Consiglio, che, come la precedente riferita a un cittadino algerino risarcito per volere di un magistrato, arriva nel pieno della campagna sul referendum della Giustizia e ha il sapore della propaganda e della sua definitiva scelta di metterci la faccia.

Eppure, di propaganda a favore del «Sì», ad analizzare le mosse del ministero di via Arenula, non ce ne sarebbe bisogno. Non solo le bozze già pronte dei decreti attuativi della riforma. Al dicastero guidato da Carlo Nordio si è così sicuri di avere la vittoria in tasca che si sta concretamente lavorando a un’altra rivoluzione, a tratti anticipata nei giorni scorsi dal numero uno della Farnesina Antonio Tajani. Il forzista ha infatti parlato della necessità di «aprire un dibattito sull’ipotesi di togliere la polizia giudiziaria al controllo dei pubblici ministeri».

Ma più che di un’«ipotesi» o di una mera congettura, a Domani risulta che si tratti di un dato di fatto: una vera e propria riforma bis che i tecnici ministeriali stanno mettendo a punto, cercando un modo per non intaccare ulteriormente la Costituzione, dopo dibattiti andati avanti per oltre un anno.

La fuga in avanti di Tajani, dal palco su cui era stato chiamato a parlare, non ha però fatto piacere all’esecutivo. Risulta a questo giornale che la mossa ha suscitato diversi malumori. Tuttavia sul progetto di una polizia giudiziaria separata dalla magistratura sono tutti d’accordo: diverse le riunioni alla presenza della premier, del sottosegretario Alfredo Mantovano, dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. E, naturalmente, di Nordio e Tajani.

Modello Fbi

Il modello a cui il guardasigilli aspira sarebbe, dunque, assai simile a quello della polizia americana: il Federal Bureau of Investigation, più conosciuta come Fbi, è la principale agenzia governativa di polizia federale degli Stati Uniti, operante sotto la giurisdizione del dipartimento di Giustizia. Così, anche in Italia, la polizia, secondo il progetto di Nordio, passerebbe sotto il controllo del ministero che, pertanto, potrebbe anche negare le risorse, sempre più specializzate, ai magistrati alle prese con grandi inchieste e lunghe indagini. In barba, tra l’altro, e in contrasto con l’articolo 109 della Costituzione, secondo cui «l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria».

Il progetto sarebbe giustificato dalla volontà di arginare proprio gli effetti della riforma qualora vincesse il «Sì». Per Nordio in questo modo si andrebbe a tamponare il rischio di un Csm che, post referendum, potrebbe essere troppo potente. Lo stesso sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove aveva paventato il timore di «avere pm come superpoliziotti». Inoltre, secondo quanto trapela dal dicastero guidato da Nordio, non si tratterebbe di modificare la riforma costituzionale della separazione delle carriere.

L’articolo 104 della Costituzione non verrebbe toccato: per evitare l’allungamento dei tempi, il progetto verrebbe inserito nel disegno di legge che dovrà dare attuazione alla riforma stessa. Insomma, quasi un ritorno al passato e al Codice Rocco di epoca fascista: il pm diventerebbe un avvocato, quello dell’accusa, che dialogherebbe poco con chi in concreto realizzerebbe le indagini. Pm, quindi, senza potere di impulso o coordinamento.

Arriva la zarina

Nel frattempo Nordio sembra pronto alle critiche che una riforma di questo tipo potrebbe suscitare. Non sarebbero le prime. L’ultima querelle affrontata dal ministro riguarda quella sulle recenti dichiarazioni sul «sistema para-mafioso all’attuale Csm».

«Non capisco tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni sulle correnti del Csm – aveva dichiarato – . Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra», aveva concluso.

Il ministro ha rivendicato la paternità seppure presa in prestito da un pm antimafia, tuttavia nei corridoi di via Arenula circolano altre versioni: l’idea di far citare Di Matteo pare sia stata suggerita dalla ministra ombra, Giusi Bartolozzi. La capa di gabinetto avrebbe dato questo suggerimento a Nordio, poi travolto dalle critiche. Dunque l’ennesimo scivolone provocato dalla zarina, di cui Nordio si fida ciecamente. Un’altra mossa sbagliata che ha contribuito ancora una volta ai malumori conseguenza della sua gestione accentratrice.

Ora però in campo è scesa a premier. Che ha iniziato a martellare sui giudici che liberano i migranti. Alla quale non dispiace il modello Fbi sul quale stanno riflettendo in via Arenula.


Politico.eu: “Giorgia Meloni sta correndo un grande azzardo”


(di Hannah Roberts – politico.eu) – La premier italiana di destra Giorgia Meloni sta correndo un grande azzardo convocando per il prossimo mese un referendum sulla riforma della giustizia che potrebbe incrinare la sua aura di invincibilità.

Per ora, Meloni appare come una forza inarrestabile a Roma e a Bruxelles, alla guida del governo più stabile che l’Italia abbia visto da anni.

Proprio per questo il referendum del 22-23 marzo rappresenta una manovra ad altissimo rischio. Una vittoria consoliderebbe la sua presa sul potere e rafforzerebbe la sua immagine di leader politicamente invulnerabile, ma il voto potrebbe anche ritorcersi contro di lei.

In Italia i referendum possono facilmente trasformarsi in voti di fiducia sul governo, e Meloni è ben consapevole che l’ex premier Matteo Renzi fu costretto a dimettersi dopo il fallimento del referendum sulla riforma costituzionale nel 2016.

Cercando di rivedere il sistema giudiziario, Meloni si avventura in uno degli ambiti più esplosivi del Paese, esponendosi alle accuse di interferire con una magistratura fieramente indipendente, che la destra ha spesso attaccato accusandola di parzialità di sinistra.

È un dibattito amaro con una lunga eredità politica. La destra italiana non ha mai superato del tutto i grandi processi per corruzione che negli anni Novanta spazzarono via l’establishment democristiano, e l’ombra di Silvio Berlusconi — l’ex premier playboy e magnate dei media morto nel 2023 — incombe sul voto. Berlusconi sosteneva che i 35 procedimenti penali a suo carico fossero motivati da giudici e magistrati di sinistra, da lui definiti un «cancro della democrazia».

Per decenni, tuttavia, la maggior parte dei governi è stata cauta nell’affrontare una ristrutturazione profonda del sistema giudiziario. Ora Meloni è pronta a farlo.

I suoi sostenitori affermano che le riforme proposte nel referendum di marzo modernizzeranno un sistema giudiziario spesso criticato come lento, politicizzato e poco responsabile, avvicinandolo maggiormente ai modelli europei.

In pratica, le modifiche sono molto tecniche. Riguardano le modalità di governo, reclutamento e disciplina di giudici e pubblici ministeri, separandone le carriere e ristrutturando gli organi di autogoverno della magistratura.

Elevando queste questioni a causa simbolo e portandole alle urne, Meloni ha trasformato un intervento tecnico in un test diretto della sua autorità.

Modernizzazione o vendetta?

Per il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, la riforma è attesa da tempo. Separare giudici e pubblici ministeri, sostiene, rafforzerebbe l’equità e la fiducia pubblica nei tribunali.

«Un imputato che entra in aula sapendo che il suo giudice non ha legami con il pubblico ministero sarà rassicurato», ha dichiarato Sisto a POLITICO. «Non ho mai visto un arbitro provenire dalla stessa città di una delle squadre».

I critici, però, vedono qualcosa di più insidioso. Ritengono che la riforma assomigli meno a una spinta neutrale verso la modernizzazione e più a un tentativo di indebolire l’indipendenza della magistratura e aumentare il controllo politico sui pubblici ministeri.

Questa percezione è rafforzata dalla retorica sempre più conflittuale del governo nei confronti dei tribunali.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha accusato parti della magistratura di agire come «opposizione» politica al governo, mentre il vicepremier Matteo Salvini, più volte finito sotto processo per le sue politiche migratorie intransigenti, descrive abitualmente i giudici come politicamente motivati e distanti dal sentimento popolare.

La stessa Meloni ha spesso presentato le decisioni giudiziarie come ostacoli alla sua agenda. In una conferenza stampa di gennaio ha attribuito alle sentenze dei tribunali il fatto di aver minato i suoi tentativi di introdurre misure più severe in materia di ordine pubblico, chiedendo: «Come si può difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa pensata per farlo viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?».

Per i suoi oppositori, questo è proprio il tipo di linguaggio che alimenta l’impressione che la riforma serva più a imporre una supremazia in una lotta di potere pluridecennale che a migliorare l’efficienza dei tribunali.

La tensione tra magistratura e politica in Italia risale all’inchiesta Mani Pulite dei primi anni Novanta, quando i pubblici ministeri portarono alla luce una vasta rete di corruzione che cancellò un’intera generazione di politici. A destra, quella stagione si è trasformata in un risentimento duraturo: la convinzione che la magistratura sia un attore politico non eletto, investito di un’autorità morale indebita.

Questa percezione si è ulteriormente rafforzata con le interminabili vicende giudiziarie di Berlusconi.

L’ex magistrato Piercamillo Davigo, membro del pool di Mani Pulite, non ha dubbi che la riforma sia un tentativo politico di addomesticare la magistratura. «È un tentativo di controllare la magistratura, che in Italia è forte e davvero indipendente, non governata dai politici», ha dichiarato a POLITICO. «Questa riforma danneggerà l’indipendenza e indebolirà il potere dei tribunali, dando più potere al governo, che controlla l’organo disciplinare».

Davigo ha respinto l’accusa del governo secondo cui i giudici ostacolerebbero le politiche per fini politici, sostenendo invece che i tribunali si limitano a far rispettare i vincoli di legge, compreso il diritto europeo, su iniziative governative come il piano di trasferire migranti in centri di trattenimento in Albania.

I leader dell’opposizione fanno eco a questa critica. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha affermato che la riforma non affronta i ritardi cronici della giustizia e rappresenta invece parte di una più ampia concentrazione di potere istituzionale.

«Il vero obiettivo è dividere per comandare», ha dichiarato Conte a POLITICO, accusando il governo di voler costruire un sistema giudiziario «che non disturbi più chi è al comando».

Invincibile o vulnerabile?

Il rischio per Meloni non è giuridico o procedurale, ma politico. La riforma della giustizia la mette contro una categoria vocale e ben organizzata, con radici profonde nello Stato. Proposte simili avanzate durante il primo governo Berlusconi a metà degli anni Novanta provocarono proteste e contribuirono alla caduta della sua coalizione. I successori ne trassero una lezione: evitare lo scontro.

La decisione di Meloni, non imposta da Bruxelles, dai mercati o da una crisi, può essere spiegata in parte dal suo percorso personale. È entrata in politica durante le turbolenze degli anni Novanta e non porta con sé il bagaglio personale di quell’epoca. Oggi opera da una posizione di forza, alla guida di un governo stabile e con buoni consensi nei sondaggi.

I sondaggi suggeriscono che la scommessa sia in bilico. Rilevazioni recenti mostrano gli oppositori della riforma leggermente in vantaggio, anche se la conoscenza dei dettagli resta bassa. Un sondaggio YouTrend prevede una vittoria dei contrari in caso di bassa affluenza, con il 51 per cento di voti contro, mentre con un’alta partecipazione vincerebbero i sostenitori, con il 52,6 per cento contro il 47,4. Un sondaggio SWG indica il 38 per cento dell’elettorato favorevole alla riforma, il 37 per cento contrario e il 25 per cento indeciso.

Lorenzo Pregliasco, dell’istituto YouTrend, ha definito il voto una «sfida senza precedenti» per Meloni. Mobilitare l’opposizione, ha osservato, è spesso più facile che costruire consenso per una riforma complessa, e gli elettori di centrosinistra storicamente partecipano con maggiore affidabilità ai referendum.

Meloni potrebbe tentare di politicizzare il voto, trasformandolo in un plebiscito sulla sua leadership. Ma questa strategia comporta rischi propri. Ha invece cercato di prendere le distanze dall’esito, sottolineando che non si dimetterebbe in caso di sconfitta.

Ciononostante, dovrà assumersi la responsabilità del risultato. «Se sei presidente del Consiglio e porti una riforma a referendum, inevitabilmente è anche un voto sul tuo governo», ha detto Pregliasco.

Se dovesse vincere, il governo potrebbe capitalizzare lo slancio e persino tentare di forzare elezioni anticipate, secondo analisti politici ed esperti di sondaggi come Pregliasco. Meloni ha dichiarato a gennaio che le elezioni anticipate «non sono nel suo radar».

Ma allo stesso modo, una sconfitta potrebbe ridare fiato all’opposizione, riaprendo la partita in vista delle elezioni previste per il 2027. Se Meloni dovesse perdere, non sarebbe più percepita come «invincibile», ha osservato Pregliasco.

«La sua immagine di leader efficace e vincente ne uscirebbe danneggiata, e il clima politico cambierebbe».


A forza di fare il “maggiordomo” di Casa Meloni, l’“osservatore” Tajani è finito in cul de sac


(dagospia.com) – Quel merluzzo lesso di Antonio Tajani si è messo in una posizione difficilissima. Sarà lui il volto dell’Italia alla riunione del “Board of peace”, che si terrà domani a Washington.

Il paciarotto di Ferentino, che si è sempre vantato del suo europeismo senza limitismo, sarà circondato da dittatori, monarchi assoluti, autocrati d’ogni foggia, sancendo l’ingresso dell’Italia, seppure come “osservatore” (ma osservatore de che, non s’è ancora capito) nel club privato con cui Trump sogna di archiviare l’Onu.

Tajani, si diceva, è in una posizione difficilissima, per almeno due motivi. Il primo, e più evidente, è l’imbarazzo personale di fronte ai suoi elettori e “danti causa”. Chi vota Forza Italia, infatti, non guarda con simpatia a Donald Trump e ai suoi tentativi di demolire il multilateralismo che, dal dopoguerra, ha sempre governato il mondo.

Multilateralismo tanto caro anche a Silvio Berlusconi che al dialogo tra le potenze ha dedicato un po’ di tempo sottratto con difficolta’ alle cene eleganti. Il Cav fu l’artefice dell’incontro, nel 2002, a Pratica di Mare tra George W. Bush e Putin, in una prospettiva di dialogo e concerto globale dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’anno prima.

Che a Forza Italia non piaccia il trumpismo-senza-limitismo, è confermato dalle dichiarazioni tonitruanti di Marina Berlusconi che, in un’intervista al “Corriere della Sera”, una settimana fa, sferzava lo “Sceicco” di Mar-a-Lago: “Sono sempre più preoccupata.

Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.

E ancora: “Legge del più forte, prevaricazione, affarismo… Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e controllo? E che dire dell’uso della violenza contro il dissenso?”

Le parole di Marina sono state rinfacciate a Tajani anche alla Camera, ieri pomeriggio, dal Pd, che le ha utilizzate per “incastrare” il ministro degli Esteri di fronte all’evidenza delle sue contraddizioni.

Perdere la faccia di fronte a Marina Berlusconi, “proprietaria” del partito di cui è segretario, però, non è l’unica preoccupazione di Tajani. In pochi ricordano, infatti, che quel “Cuor di melone” del capo della Farnesina è ancora il vicepresidente del Partito popolare europeo. E per il Ppe, saldamente a guida tedesca, il “Board of peace” è una cagata pazzesca.

Lo ha fatto capire chiaramente la trimurti crucca al vertice del PPE: Manfred Weber, Friedrich Merz e Ursula von der Leyen.

Il primo è stato Weber, presidente del PPE e amico personale di Tajani. In un’intervista a “Repubblica”, che anticipava il discorso di Friedrich Merz alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, Weber è stato chiarissimo: “I pilastri fondamentali dell’ordine mondiale stanno cambiando in modo radicale e a una velocità vertiginosa. […]

C’è troppo affidamento su Washington. La speranza che torni la vecchia America. E lo dico chiaramente, sono un transatlantico, voglio il partenariato con l’America. Ma la vecchia America che conoscevamo non tornerà più. L’Europa deve affrontare questa realtà e acquisire finalmente consapevolezza di sé”.

Il giorno stesso, il 13 febbraio, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è salito sul palco di Monaco e ha tenuto un discorso durissimo contro gli Stati Uniti. Parole inedite con cui Berlino archivia la storica alleanza con gli Usa: “Tra di noi e l’America c’è una frattura. L’Ue deve diventare più sovrana. La nostra vacanza dalla storia mondiale è finita”.

Infine, la sempre pavida Ursula, che non ha proferito parola, ma ha voluto precisare che la scelta di inviare la Commissaria croata Dubravka Suica a Washington, alla riunione del Board of Peace, non significa che l’Ue aderirà alla congrega di puzzoni messa in piedi da Trump: “Ci saremo ma non come partecipanti e nemmeno come osservatori”.

“Insomma una vera e propria dissociazione ammantata con un velo di diplomazia. Non solo non ci sarà von der Leyen, ma nemmeno uno dei sei vicepresidenti della Commissione”, commenta Claudio Tito su “Repubblica”

E dire che Giorgia Meloni e il Governo hanno provato in tutti i modi a cavalcare la presenza di Dubravka Suica e degli altri Paesi europei alla riunione di Washington.

Giorgia Meloni voleva a tutti i costi volare fra le braccia di Trump e ha provato fino all’ultimo a convincere Merz ad aderire. Ma lo spilungone crucco ha risposto, seccamente, “Nein”, ribadendo come i valori europei siano in contraddizione con l’ideologia “Maga”, e rivendicando il suo pragmatismo diplomatico. Della serie: Io parlo con Trump, ma non vuol dire che aderisco alla sua politica. Del Board of Peace non condivido la forma e i metodi…

L’ex commissario Ue Mario Monti si è spinto oltre sostenendo che l’ideologia “Maga” dei vari Trump e Bannon sia incompatibile persino con la Costituzione italiana. 

Ci sarebbe stato anche un colloquio tra il consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio, e il suo omologo tedesco, Günter Sautter. L’italiano avrebbe provato a sondare il collega, che per chiudere la questione avrebbe invece tirato in ballo nientemeno che il Vaticano.

Sautter avrebbe infatti riferito a Sautter che le perplessità tedesche sul Board of Peace sono condivise in toto dalla Santa sede.

Una settimana fa, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che conosce bene il Medioriente essendo il Patriarca latino di Gerusalemme, ha definito l’iniziativa di Trump una ”operazione colonialista”, ribadendo quello che ha già detto più volte: “Non si può decidere per i palestinesi senza i palestinesi”.

Una presa di posizione così forte da parte di un cardinale molto in vista non può che essere stata pronunciata senza un “imprimatur” del segretario di Stato, Pietro Parolin. Lo stesso Parolin ieri ha voluto confermare che il Vaticano “non parteciperò al Board of Peace”: “Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”.

La diplomazia vaticana si muove in sincrono, come non succedeva da tempo. Parolin si sente molto a suo agio con Leone XIV: i due si muovono sulla stessa linea strategica, a differenza di quanto avveniva con Bergoglio, considerato troppo “tattico” e imprevedibile in politica estera. 

Non a caso oggi è stato lo stesso Papa Prevost a “scomunicare” indirettamente, con molta diplomazia, il nuovo ordine trumpiamo: “Noi oggi possiamo sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra:

le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.