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Il calendario dem indica congresso


Al Nazareno si contano i giorni con la calcolatrice alla mano, altro che agenda politica: il countdown è già partito, e a scandire il tempo non è un sondaggio ma lo statuto del Pd

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Al Nazareno si contano i giorni con la calcolatrice alla mano, altro che agenda politica: il countdown è già partito, e a scandire il tempo non è un sondaggio ma lo statuto del Pd. Il 12 marzo 2027 scade il mandato di Elly Schlein, e da quella data, a ritroso, si arriva dritti a un altro appuntamento scomodo: la convocazione dell’assemblea nazionale, che per regolamento va fissata sei mesi prima. Tradotto: la vera scadenza è metà settembre, altro che 2027.

Tra i dissidenti interni circola un pensiero neanche troppo sottotraccia: la vera partita non è il campo largo, ma chi guiderà il Pd al prossimo giro. C’è chi calcola i tempi con la pazienza di un notaio e chi, invece, preme perché la segretaria faccia un passo indietro prima ancora di arrivare al redde rationem congressuale. La pressione, raccontano dal partito, non è ancora pubblica, ma si sente eccome.

L’ipotesi di prendere tempo con una norma interna, quella secondo cui nell’anno delle elezioni politiche il congresso si celebra dopo il voto, era circolata come soluzione elegante. Peccato che il conto non torni: significherebbe lasciare Schlein in regime di prorogatio per oltre un anno, uno strappo statutario che nessuno, nemmeno i più fedelissimi, sarebbe disposto a firmare. E allora la domanda che rimbalza tra i piani del partito è una sola: che si fa?

Il tutto arriva proprio nei giorni in cui torna caldo il tema della leadership del campo largo: se il congresso dem si intreccia con la corsa a Palazzo Chigi, ogni settimana di ritardo pesa come un macigno sulle strategie di alleanza. Ecco perché, sussurrano i bene informati, la partita del calendario non è affatto tecnica, è già scontro politico a tutti gli effetti, con il tesseramento pronto a certificare i nuovi rapporti di forza dentro il partito.

Da qui a metà settembre, quindi, ogni riunione di segreteria diventa un piccolo psicodramma: chi vuole blindare Schlein fino al voto, chi lavora sottotraccia per anticipare i tempi e chi, più prudente, aspetta di capire da che parte tirerà il vento prima di scoprire le carte.

Nel frattempo, a chi chiede conferme, dal Nazareno rispondono con un sorriso tirato: tutto tranquillo, tutto sotto controllo.


Il conservatorismo trumpiano sbarca a Roma


(dagospia.com) – Americà, facce Tarzan! Il conservatorismo yankee in Italia diventa subito roba da Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma”.

Nemmeno il tempo di apparecchiare i tavoli della cena della “Conservative political action conference” (CPAC), a cui partecipano attivisti de’ destra e politici dagli Stati Uniti e da tutto il mondo, che subito ecco deflagrare polemiche e litigi interni.

La cena che si è tenuta domenica 6 settembre doveva rappresentare l’inizio del percorso che dovrebbe portare nel 2027 alla celebrazione dell’evento CPAC vero e proprio.

E così gli italici emuli dell’americano a Roma si assiepano attorno folklorici tavoli dai nomi “Napoli”, “Venezia”, “New York”, “Miami”, manca solo la “Kansas City” tanto cara a Sordi (“Polizia der Kansas City, orait orait, awanagana”).

In compenso ci sono la sorella d’Italia Arianna Meloni, la parlamentare Fdi Sara Kelany, Francesco Giubilei, la leghista Susanna Ceccardi.

Il clima però è teso, anche se la cena è scivolata via in un’atmosfera da cinepattone alla De Sica. Alcuni degli invitati, soprattutto con ruoli di governo o molto esposti, hanno disertato: il ministro Luca Ciriani e Italo Bocchino, molto attesi, pare non abbiano presenziato.

Il motivo è semplice: Trump viene considerato politicamente tossico e la vicinanza anche solo di tavolo al suo mondo vista dalle parti di Palazzo Chigi e di via della Scrofa altamente problematica, specie in questo momento così delicato per Giorgia Meloni.

Il CPAC “italiano” del 2027 viene così considerato come un potenziale intralcio, una fonte di polemiche e di imbarazzi nell’anno delle elezioni. Nonostante sia nato per ricucire i rapporti transatlantici, complice la situazione politica italiana interna, l’effetto sembra esattamente opposto e FdI, in particolare, si trova costretta a difficili equilibrismi.

L’organizzazione stessa dell’evento non è stata indolore, contraddistinta da litigi tra varie anime del “conservatorismo yankee all’amatriciana” che sembrano riflettere la confusione interna a FdI e nella fiamma magica di Palazzo Chigi. Senza contare l’ombra sempre più ingombrante del generale Vannacci, a cui una parte di America guarda con simpatia.


Gustatevi lo scontro, nel 2011, tra Marco Travaglio e Valter Lavitola


(dagospia.com) – Trascrizione della puntata di “Bersaglio mobile” del 28 settembre 2011

Marco Travaglio: “Anche se tutto ciò giornalisticamente è molto interessante e questa è la ragione per cui siamo qua, credo che sia io sia i colleghi siamo un tantino imbarazzati dall’intervistare una persona che è latitante, che dovrebbe rispondere innanzitutto alle domande dei magistrati e quindi la prima domanda è per quale motivo, se è tutta una bufala, non corre dai magistrati a chiarire la sua posizione.

[…] Io credo che innanzitutto, prima poi di andare alle questioni degli appalti e alle sue missioni diplomatiche o paradiplomatiche in giro per il mondo, accanto a nostri ministri, sia interessante intanto lumeggiare il suo rapporto con il Presidente del Consiglio.

Nelle sue biografie risulta che lei sia iscritto anni fa alla massoneria, non so poi come sia finita, ma io so che dalla massoneria non si esce, si va al massimo in sonno. So anche che il Presidente del Consiglio anni fa si iscrisse alla massoneria e poi andò in sonno, era la loggia P2, sarebbe interessante sapere qual era o è il suo grado massonico rispetto a quello del Presidente del Consiglio per capire chi dei due sta più in alto.

La seconda cosa che vorrei […] giornalisticamente sapere è quando lei ha saputo che i magistrati di Napoli si stavano interessando di lei, perché il 24 agosto, quando esce lo scoop, chiamiamolo così, di Panorama, quella che i magistrati considerano una fuga di notizie e che Panorama aveva e quindi ha fatto bene a dare, ma che ha anticipato il contenuto della richiesta di arresto nei confronti suoi di Tarantini e della moglie, lo stesso giorno il Presidente del Consiglio e lei parlate al telefono.

Come abbiamo visto prima, e il Presidente del Consiglio evidentemente già informato di quello che stava per succedere, le suggeriva di restarsene all’estero e quindi non solo quando lei ha saputo che i magistrati di Napoli la volevano acchiappare, ma anche quando poi da Sofia, dove mi pare si trovasse o comunque in Bulgaria, durante quella telefonata, lei ha preso l’aereo per andare a Panama, perché nel momento in cui poi scatta il mandato di cattura, lei da turista in vacanza, come dice Berlusconi, diventa latitante.

E poi che cosa voleva dire, se posso ancora chiederglielo in questa prima fase, in quella telefonata con Tarantini, dove vi mettevate d’accordo per spillare il maggior quantitativo di denaro possibile al Presidente del Consiglio e Tarantini aveva una strategia aggressiva, diceva adesso vado là, mi metto lì, gli porto via i milioni e lei invece gli suggeriva una strategia un po’ più melliflua. D

Diceva di prenderlo un po’ più morbido, ma comunque precisava, lo dobbiamo mettere con le spalle al muro, alle corde e in ginocchio. Io credo che se lei non avesse detto quelle cose a Tarantini, alla Procura di Napoli non sarebbe mica venuto in mente che stavate cercando di ricattare Berlusconi per spillargli dei soldi.

Certo che se si sente dire da Tarantini che ci sono a Bari delle telefonate devastanti che è meglio che non escano e dall’altro lato che voi dovete mettere in ginocchio, alle corde, spalle al muro, il Presidente del Consiglio per tirar su un bel po’ di soldi, i magistrati che sono un po’ così, un po’ come noi, che quando leggono una cosa la capiscono e allora si fanno l’idea che ci fosse un ricatto. Quindi che voleva dire in alternativa a quello che tutto il mondo ha capito leggendo e ascoltando quella telefonata?

Valter Lavitola: Iniziamo dalla fine, come diceva un mio amico, non so se Travaglio ha letto l’ordinanza del Tribunale del Riesame, vado a memoria, avevo un appunto qui sopra, ma non lo trovo, c’è un sacco di carte, l’ordinanza del Tribunale del Riesame comunque dice che queste frasi, tenere sulla corda, mettere in ginocchio, tenerlo con le spalle al muro, eccetera, eccetera…

Leggo il testo dell’ordinanza, copio Travaglio, anche se ovviamente con nessuna ambizione di riuscirci ad imitarlo. Bene metterlo con le spalle all’ordinanza si può riferire in buona sostanza all’ordinanza cautelare, su una serie di espressioni quali metterlo con le spalle al muro, in ginocchio, andargli addosso, tenerlo sulla corda, tenerlo sotto pressione, ritenute indicative della volontà degli odierni indagati di sfruttare al massimo la posizione di forza nella quale il Tarantini in quel momento si trovava e di utilizzare le imminenti scelte processuali cui questi era chiamato, quale arma di ricatto.

A ben vedere tuttavia le suddette espressioni che, estrapolate dal tenore complessivo dei dialoghi intercettati, potrebbero risultare idonee a configurare, soprattutto tenendo conto delle rispettive posizioni delle parti, la realizzazione di una condotta estorsiva, virgola, ma se calate nel contesto delle conversazioni, ripeto, ma se calate nel contesto delle conversazioni captate,e valutate alla luce della complessa natura dei rapporti tra i soggetti coinvolti e delle rispettive personalità, Ivi compresa quella del Lavitola, offrono invece un panorama del tutto diverso. Questa è l’ordinanza del Tribunale di Riesame a pagina 20 e 21 che voi potrete sicuramente o che avrete sicuramente visto. Questo è il motivo per il quale è fatta un’ordinanza

Travaglio: Ma io voleva sapere che voleva dire lei

Lavitola: Che cosa volevo dire con queste frasi? Allora guarda, gliele dico una per una, quando parlo di tenerlo con le spalle al muro, va inquadrata la questione, va tenuto presente che i Tarantini, che non sono i mostri che sono stati disegnati, a mio avviso, sono dei ragazzi viziati, sperperoni e che non avevano il senso della realtà, come emerge da molte intercettazioni e da molti discorsi che facevo con loro, essendo io erroneamente convinto, tra l’altro, che queste telefonate su utenze estere non potessero essere intercettate, quindi quantomai spontanee, come dice la stessa Procura, e quindi siccome però questi due erano nei miei confronti pressanti in un modo esasperante, basterebbe leggere, se lo volete lo facciamo, alcune delle intercettazioni, ma credo voi le abbiate fatte…

Le loro principali ossessioni erano tre, così introduciamo uno degli argomenti che farà curiosità. La prima in assoluto: vedere il Presidente del Consiglio in più occasioni possibili, poi se mi chiederete il perché ve lo dico, così che andiamo.

La seconda, riuscire a far sì che un loro amico, un imprenditore, a mio avviso pulito, che ho visto una volta, anzi due volte, potesse concretizzare l’ottenimento di un lavoro con una delle società in qualche modo collegate a Leni, non so bene neanche di quale si trattasse, la terza cosa ovviamente era la necessità di avere soldi per le esigenze più disparate.

Nell’ambito di questa cosa, in questo caso in cui parlavo di metterlo con le spalle al muro, io se non ricordo male dicevo a Nicla Tarantini: guarda vedrai che questa storia finirà che se non si fa io lo dovrò mettere con le spalle al muro in senso metaforico e dirgli che se non si fa questa cosa e loro si mettono, loro dicevo i Tarantini, si mettono a fare storie, mi si creano problemi anche a me, perché io li sto aiutando senza avere nessun vantaggio, ci manca solo che me li faccio nemici.

Volete che vi spiego le 4 fasi incriminate, perché Travaglio ha detto una cosa intelligentissima come da suo pari, anche se non è il mio idolo, però rispetto a questo, lui ha detto se non ci fossero state queste frasi non saresti stato indagato, non ci sarebbe stata l’indagine per estorsione, quindi se volete vi spiego le altre.

In ginocchio, io mi riferivo, ed è palese nella intercettazione stessa, la frase era rivolta agli avvocati, te lo devono chiedere in ginocchio, peraltro questa è l’unica delle 5 frasi incriminate, 1200 pagine di atti che si riferisce al patteggiamento.

L’unica soluzione che avevo per smontarlo Tarantini, che si era fissato a magnificare questa storia del patteggiamento come elemento per dimostrare che lui era una persona seria e che non voleva strumentalizzare niente, perché di questo stiamo parlando, se voi inquadrate trovate il personaggio Tarantini come un grande furbastro….

Travaglio: Non voleva far uscire la intercettazione di Bari, che definiva devastanti per il Premier?

Lavitola: Esattamente, ma per questo vi sto dicendo, basterebbe inquadrare il personaggio Tarantini per quello che è, tutto sommato uno scapestrato, ma non è un criminale che è stato fatto, è anche un po’ fesso, come lui stesso dice che io lo ritenevo, per capire che chiunque sapeva che in quel procedimento c’erano altri 7 indagati.

Mentana: Massoneria…

Lavitola: Massoneria, bene sì, quando avevo 18 anni o 19 se non sbaglio, quindi purtroppo per me sono passati moltissimi anni, mi sono iscritto alla massoneria in una loggia di Roma che se non ricordo male si chiamasse Arete, non mi aspettavo questa domanda sinceramente, in quanto leggendo in quel periodo, leggevo moltissimo, mi affascinò una roba, un libro sui Rosa Croce che ancora ho a casa e ritenni che una delle pochissime occasioni di approfondimento culturale e di apprendimento a star zitti fosse quella della massoneria e mi iscrissi alla massoneria.

Credo sono stato, forse perché anche in quel caso non ero granché capace, sono stato apprendista per quasi due anni, perché ve lo spiego, ci sono tre gradi in massoneria, poi gli altri purtroppo non li conosco, c’è l’apprendista, c’è il compagno e c’è il fratello, quando sei apprendista non puoi parlare quando sei in loggia e io invece che sono sempre stato un gran chiacchierone volevo parlare.

Mentana: Di che anno è?

Lavitola: Di che anno sono? 1966

Mentana: quindi nell’84?

Lavitola: Io volevo parlare sempre e ogni tanto, sì 85, 86, 84, guarda non ricordo bene sinceramente, comunque in quegli anni lì, a distanza di 25 anni sfido chiunque a ricordarsi l’anno preciso e in quella occasione, dopo che per una serie di vicende che non mi va di… anzi lo dico, la mia famiglia aveva avuto dei gravissimi problemi finanziari, gli altri componenti della loggia sostennero per circa un anno la mia quota di versamento, dopodiché non essendo io in grado purtroppo di pagarla, mi assonnai. Rispetto al grado che ho avuto è questo purtroppo, il grado più basso, rispetto al grado che ha Berlusconi, da quanto mi risulta zero, se lui fosse massone credo che si saprebbe, se poi esistono cose misteriose, logge segrete o affari del genere, magari quelli più bravi di me sono i giornalisti del “Fatto” che lo scoprono e ce lo dicono e così lo sappiamo.


“Netanyahu fu avvisato degli attacchi del 7 ottobre ma non fece nulla”: l’inchiesta di Haaretz


Il presidente degli Emirati arabi uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed, avrebbe avvisato personalmente il premier israeliano Benjamin Netanyahu che Hamas stava preparando un attacco, dieci giorni prima del 7 ottobre 2023. Netanyahu, però, avrebbe ignorato l’allarme e non l’avrebbe riferito a esercito e intelligence israeliani. Lo riporta un’inchiesta del giornale israeliano Haaretz, che lo stesso Netanyahu ha smentito.


(di Luca Pons -fanpage.it) – Emergono nuove ombre su Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che il 27 ottobre affronterà nuove elezioni nel suo Paese. Un’inchiesta pubblicata da Haaretz, quotidiano israeliano, ha rivelato che il primo ministro sarebbe stato avvisato degli attacchi del 7 ottobre con circa dieci giorni di anticipo. Sarebbe stato il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed, ad avvisarlo in una telefonata personale che Hamas stava preparando un attacco di proporzioni inedite. Netanyahu, però, l’avrebbe rassicurato che la situazione era sotto controllo e non avrebbe riportato la telefonata ai vertici dell’esercito né dei servizi segreti.

L’accusa è pesante, a un mese e mezzo dall’appuntamento alle urne. La gestione del 7 ottobre e i successivi massacri nella Striscia di Gaza sono diventati l’elemento centrale dell’operato di Netanyahu negli ultimi tre anni. Il primo ministro è stato contestato in passato per il modo in cui il suo governo si è mosso in occasione dell’attacco di Hamas, ma questa è la prima volta in cui si parla di un avvertimento diretto ricevuto da Netanyahu e tenuto nascosto ai vertici della Difesa. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, l’ufficio del premier israeliano ha detto che si tratta di una “assoluta menzogna”.

La telefonata dello sceicco e il silenzio di Netanyahu
La telefonata sarebbe arrivata dallo sceicco Mohamed bin Zayed, presidente degli Emirati arabi uniti, dieci giorni prima dell’attacco. In quei giorni, la situazione era critica e bin Zayed aveva avuto da fonti di Hamas la conferma che Yahya Sinwar, il leader del movimento, stava preparando un attacco diretto e su ampia scala. Bin Zayed e Netanyahu avrebbero parlato per 45 minuti.

L’emiratino avrebbe avvisato l’israeliano che l’operazione di Hamas avrebbe potuto destabilizzare tutta la regione. Un consulente di bin Zayed ha rivelato al quotidiano: “L’emiro spiegò che Israele doveva prepararsi e consigliò di trovare una soluzione economica per la Striscia e calmare la Cisgiordania per evitare un’escalation”. Netanyahu, però, avrebbe risposto con una certa calma, dicendo che su Gaza non c’era da preoccuparsi e che Israele si sarebbe concentrato sulla Cisgiordania.

Non solo: il primo ministro non avrebbe poi informato nessuno della telefonata. Non i vertici dello Shin Bet e del Mossad (i servizi di intelligence), né quelli dell’IDF (l’esercito). Nonostante in quei giorni fossero arrivati altri segnali preoccupanti da Hamas e anche a inizio ottobre ci fossero state delle riunioni tese, Netanyahu avrebbe tenuto per sé la chiamata dello sceicco emiratino.

I negoziati segreti con Hamas da inizio 2023
Il contesto in cui quella telefonata arrivò è importante. Haaretz lo ha ricostruito. Già da inizio 2023, quando il sesto governo di Netanyahu si era insediato da pochi mesi, erano iniziati dei contatti segreti tra Hamas e Israele. Inizialmente c’era ottimismo: nel giro di alcuni mesi sembrava che sulle questioni economiche l’accordo fosse vicino. Mancava solo quello sul rilascio di ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi.

A fine agosto, anche su questo si era trovato un compromesso. Serviva il via libera formale della commissione ministeriale per gli ostaggi; questo avrebbe significato anche rendere noto al pubblico l’accordo. A quel punto, Netanyahu iniziò a prendere tempo e a rimandare, di settimana in settimana, la convocazione della commissione.

Nel frattempo, l’instabilità in Israele era aumentata. Oltre alle proteste di Gaza e agli attacchi in Cisgiordania, c’erano le mobilitazioni di massa contro la riforma della giustizia varata dal governo. Che sia stato per le esitazioni di Netanyahu o per la possibilità di colpire Israele, di fatto a inizio settembre Yahya Sinwar fermò tutte le comunicazioni per i negoziati. Aveva deciso che l’accordo non era più una strada percorribile e che era il momento di mettere in atto l’operazione militare preparata da anni. Prima, però, lanciò un ultimo avvertimento.

L’avvertimento di Sinwar: “Preparo un terremoto”
Stando a quanto ricostruito, Sinwar incontrò a settembre 2023 uno degli ufficiali di Fatah (organizzazione politica e paramilitare palestinese) che aveva partecipato ai negoziati perché in buoni rapporti con lo Shin Bet. Gli disse di far sapere agli israeliani che, se l’accordo non fosse andato avanti, ci sarebbe stata una “grande sorpresa”, uno “zilzal”, ovvero un “terremoto”. L’ufficiale condivise questa informazione con un suo amico intimo, un palestinese che aveva emigrato da Gaza ad Abu Dhabi e che ora era consulente dello sceicco bin Zayed.

Per qualche giorno, non avendo ulteriori conferme, lo sceicco rimase in attesa. Poi l’ufficiale di Fatah incontrò nuovamente Sinwar, a metà settembre. “Dì agli israeliani che sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario”. E nuovamente usò la parola “zilzal”, considerata sostanzialmente come un modo per indicare “guerra”.

Ancora una volta la conversazione arrivò a bin Zayed, e anche a Israele. Il 15 settembre, l’ufficiale di Fatah avvisò lo Shin Bet. Da questo allarme venne una riunione urgente dei vertici militari e di intelligence israeliani, con Netanyahu presente. In quell’incontro non si prese alcuna decisione operativa, anche perché non era chiaro quale fosse la minaccia. Netanyahu rinviò tutte le proposte, chiedendo di “formulare dei piani” e che poi lui li avrebbe valutati.

Vedendo che Israele non reagiva, lo sceicco bin Zayed si mosse in prima persona. Rompendo con la prassi diplomatica, che prevedeva un passaggio tramite l’ambasciata emiratina, telefonò direttamente a Netanyahu. Alla fine di settembre, i due parlarono per 45 minuti, secondo quanto raccontato da Haaretz.

Come detto, però, il premier israeliano non considerò quell’avvertimento urgente. Non ne diede notizia ai suoi ufficiali e continuò a rinviare le proposte per prevenire un eventuale attacco di Hamas. Alcuni esponenti dell’intelligence israeliana, mantenendo l’anonimato, hanno confermato che se avessero saputo della telefonata dello sceicco, in quei giorni, forse avrebbero avuto più elementi per comprendere l’emergenza e individuare il tipo di minaccia.

Ma così non fu. Circa dieci giorni dopo, il 7 ottobre, l’attacco di Hamas scattò alle 6.29 di mattina. Il governo non si sarebbe riunito fino all 14.45. Nei giorni successivi, Netanyahu avrebbe ignorato tutte le proposte di liberazione degli ostaggi civili (under 18 e over 50) arrivate da Hamas. Inizialmente, l’organizzazione aveva proposto di liberarli tutti (mantenendo i militari e i civili in età da servizio militare) in cambio della nomina di un mediatore in tempi rapidi, per iniziare a trattare sulle altre questioni. Ma il governo di Netanyahu decise di tirare dritto, iniziando i massacri indiscriminati nella Striscia. Ci sarebbero voluti oltre due anni per completare la liberazione degli ostaggi, con la morte – secondo la maggior parte delle stime – di circa 70mila civili a Gaza.


La russofobia e il suicidio dell’Europa


(Michele Prospero – lafionda.org) – La categoria della Russia come minaccia esistenziale rientra in una militarizzazione del pensiero che indica l’entrata nell’alveo di una condizione di guerra. Il suo impiego vagamente schmittiano comporta la perdita di ruolo della politica, che scivola in prossimità del duro terreno dell’inimicizia militare. Interroga molto questa conversione bellica dell’agire, che reclama la confisca dei beni, chiude centri culturali e impone il silenzio ai musicisti. L’accelerazione armata non viene sollecitata dai fanatici delle milizie fondamentaliste o dai cascami residuali di antiche ideologie. La banalità della trincea è diventata l’habitus dei liberali, dei tecnocrati, degli uomini d’affari, degli opinionisti. Sono i pragmatici, i razionali, i moderati immuni al populismo, i tecnici lungimiranti e i letterati più rispettabili a sognare la dolce morte, non le teste calde che si arrovellano tra i pensieri più nascosti e inconfessabili. Sono i cacciatori dei nemici della società aperta ad aver consegnato i loro pensieri al fragore delle bombe. I liberali europei censurano la Biennale, i politici festeggiano quando a un pianista russo è proibito esibirsi, le penne vendono l’espressione insulsa di “forgiare” l’europeo nuovo, con l’elmetto pronto per gettarsi dinanzi alla tempesta e all’assalto. In troppi hanno introiettato per intero l’ideologia della guerra elaborata dall’ampio meta-partito armato (media, industrie militari e ceti politici fiancheggiatori). A tutta pagina Repubblica del 2 settembre titolava “La guerra di Putin all’Europa”. Il giorno dopo, la stessa immagine di uno stato di emergenza bellica è proposta dal quotidiano Domani. Il politologo norvegese Glenn Diesen nel 2022 ha pubblicato una monografia dal titolo Russophobia, dedicata alla tecnica della propaganda che, per accelerare il conflitto, prepara identità binarie e stereotipi per aggredire la malattia mortale insediata al Cremlino.

La narrazione dei media, “con le varie sfumature di grigio per dicotomizzare l’Altro”, inventa un mondo rovesciato. Non è l’Europa a essere co-belligerante, con i governi liberali che diventano gli architetti di una lunga guerra per procura, ma è Mosca a offendere la sovranità del vecchio continente. Con sabotaggi, provocazioni, droni vaganti, interferenze nei giochi elettorali che giustificano le elezioni per incapacità popolare, i maghi del Cremlino sondano la reattività delle risposte della Nato e i tempi delle strategie di Bruxelles. Destinando armi e risorse a sostegno della resistenza di Kiev, la Commissione europea è in realtà parte attiva del dramma che ormai stuzzica troppi appetiti. I macabri interessi diffusi fanno oscillare pericolosamente sino a camminare verso l’abisso. Il suicidio dell’Europa è aggrappato all’idea di interrompere ogni progetto di futuro, di arretrare nelle innovazioni, di arrancare nell’intelligenza artificiale, di retrocedere nell’apparato industriale per conferire priorità all’incombenza di combattere una guerra di ieri. Il tardivo colpo di coda del 2022, ordinato per risolvere le diatribe territoriali dell’impero decaduto, viene interpretato dall’élite dei volenterosi come l’inaugurazione di una cesura di sistema da affrontare con una guerra santa tra metafisica della libertà e malattia dell’autocrazia. Eppure la guerra speciale di Putin utilizza lo specchietto retrovisore dinanzi all’inopinato scenario della ricollocazione militare di Paesi che componevano la stessa Unione Sovietica (la Georgia, che viene indicata come parte integrante dell’Europa, è la patria di Stalin; l’Ucraina ha espresso ben tre segretari generali del Pcus). Passando all’altro campo delle alleanze, ex componenti dell’“impero del male” creano uno squilibrio nelle relazioni di potenza tale da determinare oggettivi problemi di sicurezza. Il principio astratto per cui la libera determinazione di ciascun Paese può condurre alla lecita adesione a un blocco militare non ha mai dominato per intero l’ordine internazionale. L’altro elemento, cioè la considerazione dei rapporti di forza per far valere le esigenze di non sconvolgere equilibri delicati tra le potenze, ha sempre scandito la politica mondiale. Peraltro, i sondaggi condotti in Ucraina fino alla vigilia del conflitto davano per minoritaria la propensione alla mutazione delle alleanze. Su questo tema caldo si è giocato uno scontro persino di rilevanza costituzionale, che rispecchiava le opposte pressioni cui la novella repubblica era sottoposta.

La sicurezza, assunta come bene indivisibile nelle relazioni internazionali, viene lacerata da un allargamento unidirezionale della Nato. La Russia ha sfidato il sistema, che però era già stato infranto da una penetrazione occidentale poco rispettosa degli impegni a non umiliare una potenza in difficoltà e delle esigenze di rassicurazione circa lo status spettante a Mosca come potenza nucleare. Sulla base dello scambio consumo-divisa, l’asse euro-atlantico ha conquistato pericolosamente gli spazi un tempo nemici. Una delle ultime trovate della Baronessa è la ricerca di una linea caucasica verso Oriente come ennesima occasione per sobillare territori caldi e aizzarli contro la pax russa. L’allargamento Nato, ottenuto non con la mano militare diretta ma attraverso la mediazione del miraggio del consumo garantito dall’euro, non può lasciare a lungo indifferente la potenza in letargo dopo l’implosione. Il circolo umiliazione-risentimento è destinato a riattivarsi con la somministrazione di reazioni prevedibilmente cruente. Se le classi dirigenti d’Occidente pensavano davvero che le loro basi missilistiche potessero abbaiare verso Mosca da ogni postazione geografica, senza che questa esposizione massiccia di bombe stimolasse un recupero di dignità da parte della leadership di una superpotenza atomica al momento inginocchiata, andrebbero perseguite per manifesta malformazione intellettuale. La follia, però, non costituisce diritto, ammoniva Rousseau. E nemmeno può tracciare rapporti politici durevoli. L’ebbrezza della vittoria ha scavato attorno alla Russia un vuoto che, dal 2014, con colpi di Stato dinanzi a presidenti sgraditi e cenni di guerra civile divampati sotto la regia occidentale, rivela una chiara metamorfosi delle relazioni Oriente-Occidente. La nuova cortina di ferro, edificata per richiudere l’orso siberiano e relegarlo in una situazione di impotenza permanente, non poteva reggere dinanzi al mutamento dell’ordine internazionale. Dopo la grande crisi della globalizzazione scoppiata nel 2007, l’economia mondiale, con l’emersione di nuove capitali delle ricchezze delle nazioni, ha mandato in frantumi il progetto dell’imperialismo liberale. In un saggio del 2024 (The Ukraine War and the Eurasian World Order) Diesen riflette sulla “transizione verso un ordine mondiale westfaliano multipolare con caratteristiche eurasiatiche”.

Il sonnolento Biden ha interpretato i nuovi equilibri mondiali come un’opportunità per far pesare la residuale supremazia americana, che resta visibile nelle tecnologie militari. La generalizzazione delle scaramucce era propedeutica al fine di resistere all’eclisse inarrestabile sul terreno economico-commerciale. Non attivandosi per interrompere la cronaca di una guerra annunciata, l’amministrazione democratica ha caricato di un plusvalore etico-politico lo scontro con “il macellaio Putin”, il criminale di guerra, l’Hitler redivivo. Le moribonde culture liberali europee hanno preso sul serio la propaganda della Casa Bianca e hanno accelerato il loro declino. L’Europa è stata risucchiata in una disputa totalizzante che appartiene solo al passato. L’effetto della criminalizzazione del nemico è la cacciata della Russia dall’Europa e la costruzione di un asse russo-cinese che poco conveniente pare agli occhi degli interessi strategici americani. Per questo sapore molto antico della trincea orientale, Trump si sfila, lascia declinare in solitudine l’inadeguata classe politica liberale, cui imputa la responsabilità di aver consegnato Mosca a Pechino. La metamorfosi del progetto europeo è del resto racchiusa in un dato simbolico inequivocabile: i tre dicasteri chiave della coalizione Ursula sono affidati ai tre minuscoli Stati baltici. Tocca proprio a entità minuscole e risentite dettare la linea economica, di difesa e di politica estera. Non è la vecchia Europa che diffonde la civiltà liberale nella steppa o nel Baltico. È piuttosto la propaggine del nazionalismo, aggrappato a complicità con i regimi degli anni Trenta e Quaranta, a occupare il cervello politico-strategico dell’Ue. Il ceto politico liberale converte la funzione originaria dell’Unione nella tardiva polizia che serve per sbrigare le pratiche arcaiche della de-sovietizzazione. Il novello Re Sole, prima di abbandonare l’Eliseo, insegue l’ebbrezza della trincea, non vede alcuna luce per il negoziato. Come caporale di giornata dei volenterosi, ha invocato il più abbondante prelievo di sangue. Lo ritiene un tonificante della vecchia Europa. Alla sfilata del 14 luglio ha concesso un posto d’onore alla mimetica petulante di Kiev, che offre ovunque altre vite per ricevere in cambio nuove armi. I giovani delle sue città insorgono, vogliono fuggire dal reclutamento coatto. La République esorta però le leve ucraine a rimanere al fronte. La carne da macello serve e occorre accumulare altre vittime. Presto, se la coalizione della Baronessa non verrà travolta dai popoli, toccherà anche all’Occidente contare i cadaveri. Intanto il Corriere titola con un lugubre entusiasmo: “Così l’Ucraina sta insegnando al mondo la nuova arte della guerra”. È la pratica più antica, quella di uccidere l’altro, ma il fuoco manda in estasi la pattuglia di via Solferino. L’unico schiaffo alla caserma bellicista è venuto dal fresco premier bulgaro. Fiutata l’aria di zolfo, ha tirato la corda. Ha accusato i volenterosi di una folle esaltazione per gli anfibi. Per questo ha chiesto di avviare trattative politiche serie con Mosca.

I liberali, i socialdemocratici e i democristiani europei preparano invece una generale chiamata alle armi. Pare loro ineluttabile il cimento bellico, a meno che una ribellione non li disarcioni prima. Destinano miliardi a missili, esplosivi e droni di cui, prima o poi, bisognerà testare sul terreno l’efficacia distruttiva. Se davvero dal contenitore vuoto (il generico campo largo) si intende passare a un contenuto forte (una specifica alleanza per la Costituzione), allora occorre prendere atto che la guerra è l’emergenza che mina, più di ogni altro allarme congiunturale, la gracile democrazia in Europa. L’antifascismo non può avere la propria giustificazione efficace nel semplice timore che un cuore nero possa trasferirsi da Palazzo Madama al Quirinale. È piuttosto il rigetto dell’economia di guerra il vero fondamento di una battaglia intransigente contro il fascismo di oggi. Che l’America da amare sia quella buona di Bush e Biden, e non quella cattiva di Trump, indica l’ideologia della guerra come grammatica dell’asse dem-neocon. È da anni che l’amministrazione americana in quanto tale, cioè senza alcuna differenza di colore politico, ha individuato nel terreno militare l’ultima frontiera per reggere il timone dinanzi alla competizione di mercato che avvantaggia l’economia cinese e indiana. L’operazione speciale del 2022 non è stata impedita, anzi è stata accolta come l’occasione per avviare una controffensiva militare che combatte Mosca ma ha di mira Pechino. Putin gioca una partita che ha un cuore antico; il sonnolento Joe non ha mosso un dito per bloccare un’emorragia di sangue che riguarda gli strascichi del passato equilibrio post-sovietico. Nel contempo tiene impegnata l’Europa in una missione che la mette fuori causa.

L’energia a contenuti costi proveniente da Mosca e la forte esportazione dei prodotti europei in Cina hanno tratteggiato la pratica del vantaggio reciproco nelle relazioni economiche e commerciali. Il suicidio tedesco ha rapporti con l’accentuazione della cobelligeranza e con l’assunzione della Cina non come interlocutore della manifattura e delle esportazioni, ma come nemico strategico. Le sanzioni e la freddezza delle transazioni con la Cina, la grande frattura con Russia e Cina, segnano la fine dell’Europa e della sua autonomia, strattonata dalla dottrina Biden con le trappole dell’ideologia e dalla pirateria di Trump, che usa la follia come leva di comando politico e di acquisizione di risorse scarse indispensabili a una potenza strozzata dal debito fuori controllo. Le armi e i dazi prevalgono sulla parabola del mercato come terreno negoziale per incamerare il vantaggio economico e competere nel regime degli scambi. Materie prime, monopolio spaziale, terrore e sequestro mostrano che la geopolitica militarizzata prevale sulle regole commerciali del mercato globale. Con Putin la guerra è per certi versi di retroguardia, con Xi invece la contesa riguarda gli assetti del futuro e per questo la Via della Seta diventa un crimine politico che l’élite euro-atlantica schiaffeggia senza remore. È dal 2014 che cresce la conversione bellica dell’economia. Dai tempi di Obama il bilancio per la difesa è cresciuto per gli yankee sino a toccare gli 800 miliardi di euro: si tratta di oltre il doppio della spesa complessiva cinese (288 miliardi). Con 381 miliardi, i governi europei stracciano l’ammontare del bilancio del nemico russo e di quello cinese. I fondi europei per gli armamenti erano meno della metà nel fatidico 2014. Le caserme già sono coperte d’oro; per dirottare i fondi pubblici nella difesa, la narrazione deve piangere per la paura della minaccia esistenziale russa. Non è comunque per un incidente fatale che le nuove guerre abbiano tutte una posizione geografica controllata: germogliano come funghi lungo la fatale Via della Seta. Bombe che sembrano irrazionali assumono così una parvenza di logica. Quando Trump urla contro il comunismo non teme certo il sindaco di New York o i sei deputati al Congresso che faranno professione di fede per il socialismo. Il suo appello è per una crociata contro Pechino. Egli pretende l’abbattimento del modello sociale europeo, che va piegato all’imperativo dell’industria della difesa. Il ReArm Europe Plan impone una specializzazione produttiva in armi, con sovvenzioni europee necessarie a riconvertire le aziende manifatturiere in bombaroli. Una nuova puntata della distanza élite-massa si sta profilando. La propaganda, la russofobia scaldano porzioni di élite, resta tiepida la massa. Non c’è forza liberale o socialista che tenga: la destra radicale espugna la Sassonia con evocazioni di pace e Merz è stimato al 13 per cento di popolarità. L’onda nera incombente non troverà resistenze anche in Italia se un generale fa il pacifista e lo scrittore satirico di Repubblica usa la penna per “forgiare” il combattente europeo. Le divisioni nell’opposizione garantiscono all’affiatata coppia Meloni-Crosetto una stabilità a prova di bombe.


Documentario di quattro ore dedicato a Elon Musk, non solo lascia il segno, ma mette paura


(Marco Giusti – dagospia.com) – Non sarà “Report” di Sigfrido Ranucci, ma questo kolossal di 4 ore (3h 55’ con 10 minuti di intermission) dedicato a Elon Musk, dal semplice titolo “Musk”, diretto da una star del documentarismo d’inchiesta come Alex Gibney (foto sotto) per HBO, devo dire che non solo lascia il segno, ma mette paura.

Anche perché non ci siamo affatto liberati né di Trump né del suo doppio, Donald J. Trump, ma si rischia che alle elezioni di midterm il peso del controllo che ha Musk sull’informazione possa portare a brogli e irregolarità. Su questo Alex Gibney è piuttosto chiaro. Come è chiaro nel dipingere Musk come una specie di cialtrone che unisce manie di grandezze (“Occupy Mras”) a incapacità evidenti.

Ma che, intanto, ha costruito col Doge un disastro che non si sa neppure di quanti morti possa essere responsabili, visto che ha tagliato i fondi, le medicine, gli aiuti alimentari che arrivavano con l’Usaid ai paesi più poveri.

 L’idea di costruire la storia di Musk e dei suoi desideri di compiere imprese eccezionali a un vecchio film inglese del 1937, “The Man Who Could Work Miracles” diretto da Alexander Korda e Lothar Mendes, con Roland Young e Ralph Richardson ci riporta direttamente alla fantascienza costruita sulla realtà di H. G. Wells.

E proprio da “Guerra dei mondi”, da invasione marziana sembra tutta la parabola di Musk, descritto da parenti, addirittura il padre, le mogli, vecchi amici, gente che ha lavorato con lui come uno stronzo di dimensioni cosmiche. Uno stronzo che nel tempo peggiora e si trasforma in una sorta di mostro che diventa un pericolo per la società americana e non solo per quella.

Ma già rivedere su grande schermo tutta la commedia improvvisata di Musk con il figlioletto X, strappato alla madre, nello Studio Ovale con Trump vittorioso ci fa tornare all’orrore delle passate elezioni e a quello che hanno prodotto. Ma sono ottime anche le parti che spiegano il disastro delle macchino autopilotate Tesla che hanno provocato non pochi morti e feriti. O il folle progetto di sbarcare su Marte e di vendere lo spazio come un futuro imperiale americano.

O l’appoggio di Musk alla causa no vax, minimizzando il pericolo del Covid al punto da non chiudere le fabbriche. Nuove tutto una sorta di follia da miliardaria fuori di testa, ma anche il desiderio di far soldi su soldi e di gestire il potere.

Si accenna, ma non troppo, agli eccessi di ketamina e di droghe, e una delle mogli lascia capire che non sono stati pochi, e si ricostruisce perfettamente l’acquisto di twitter, che verrà trasformato in “X”, che ha fatto probabilmente vincere le elezioni a Trump, l’uso illegale di Grok, la parabola del Doge, la squadraccia di ventenni messa in piedi da Musk per tagliare posti e sperperi che si rivela uno dei punti più disastrosi e criminali della presidenza Trump fin dall’inizio.

Purtroppo, malgrado la precisione di ricostruzioni e pesanti accuse e un ritratto impietoso della cialtroneria e della pericolosità del personaggio, non sembra che le cose nel frattempo in America siano migliorate. Le quattro ore sono volate via rapidamente. Anche meglio di Report.


Francesca Albanese: “Serve una politica che non sia bellicista. Ddl antisemitismo? Squallido e bipartisan”


La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ospite della festa di Avs “Terra!”, a Roma: “Ho paura del fascismo ma Costituzione ci difende. Se mi candido? Difendo il diritto internazionale, non c’è altro all’orizzonte per me”

(ilfattoquotidiano.it) – “La lezione che ho imparato dal popolo palestinese è quella di non farsi contaminare dall’odio che che l’oppressore semina, questa loro capacità unica di non odiare, di praticare la cura nei confronti del prossimo e dell’ambiente. L’ho fatta mia, ci deve rimanere la capacità di sognare. Per questo quando mi chiedono se ho paura del fascismo: certamente ho paura, ma abbiamo la Costituzione che ci difende”. Così la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ospite della festa di Avs “Terra!”, a Roma.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, Albanese ha anche commentato l’inizio della discussione alla Camera, in programma per mercoledì 9 settembre, del ddl antisemitismo: “L’antisemitismo esiste, come esiste l’islamofobia, come esiste il razzismo e la discriminazione in troppe forme che dovrebbero appartenere al passato. Non c’è dubbio. Al tempo stesso questo non ha a che vedere con la critica allo stato di Israele, che ha l’obbligo di attenersi, in quanto membro della comunità internazionale, al diritto internazionale. Non può commettere crimini, non può praticare la discriminazione, non può occupare illegalmente la terra altrui”. “Se passa il decreto legge sull’antisemitismo – prosegue – questo tipo di discorso non sarà più possibile se non correndo il rischio di vedersi puniti dallo Stato“, evidenzia la delegata Onu, che poi denuncia: “è un decreto incostituzionale, puzza di incostituzionalità perché viola chiaramente il diritto alla libertà di espressione“.

“Crea dei problemi di sicurezza per le comunità ebraiche innanzitutto”, mette in guardia Albanese, “perché le fa diventare oggetto dell’ostilità di chi le sente come associate allo stato di Israele, che si proclama stato ebraico”. “Io ringrazio tutta la società civile che da anni si impegna, soprattutto gli esponenti delle varie comunità ebraiche che si sono esposte contro questo decreto legge”, conclude Albanese, ricordando come sia “una mossa politica squallida e bipartisan, perché bipartisan può essere lo squallore e il supporto che in questo Paese c’è all’apartheid”.

Albanese ha poi chiarito la sua posizione rispetto a una possibile candidatura. “Se mi candiderò? Sono due anni che mi si chiede la stessa cosa, quindi sicuramente ci ho pensato. Quello che vi rispondo è che come vedete il mio impegno rimane costante nel denunciare il genocidio che abbiamo tutti e tutte l’obbligo di fermare”. Ha quindi ricordato di aver partecipato ad eventi di tutte le forze partitiche che l’avevano invitata oltre ad Avs, alla cui festa ha partecipato anche negli anni scorsi: Pd5 StelleRifondazione Comunista. “Andrei anche dagli altri, se mi invitassero”, ha sottolineato. “Vado dove vengo invitata per portare la parola del diritto internazionale, perché ci riguarda tutte e tutti”, ha chiarito, ribandendo che “non immagino possibile che chiunque si presenti alle elezioni non tenga in considerazione queste priorità: una politica che non sia bellicista”.

“Voglio ricordare a chiunque si presenti alle prossime elezioni che devono riportare in Italia un attore degno e dignitoso di partecipare nella ridefinizione delle politiche del Mediterraneo“, ha detto ancora Albanese, che individua in questo l’obiettivo della sua partecipazione al dibattito pubblico. “Per il momento non c’è altro all’orizzonte per me“, ha precisato.


Magdeburgo è l’anticipo, non chiamatela eccezione


Magdeburgo è l’anticipo, non chiamatela eccezione

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Niente, proprio non ci riescono, è più forte di loro. Anche la speranza che il giorno dopo potesse sedimentare e affinare le analisi sulla vittoria dei nazisti di Afd in Sassonia-Anhalt non ha ha dato frutti.

La classe politica italiana, che dalle nostre parti combacia e si sovrappone con buona parte di quella giornalistica, ha passato le ultime ventiquattro ore a schiaffeggiare gli elettori tedeschi, a sputare paura senza soluzioni e a intimare agli italiani di votare “giusto”. Nessuna messa in discussione delle politiche tedesche, europee e nostrane. Niente di tutto questo.

Abbiamo tutti gli elementi per scrivere che la Germania è semplicemente l’avanguardia elettorale di ciò che si respira dalle nostre parti eppure per i nostri sepolcri imbiancati è solo l’ennesima eccezione.

Nessuno che collega i 530 volontari tedeschi racimolati su 300mila lettere per andare alla guerra. Nessuno che spende qualche minuto per mettere in discussione un sistema economico che gonfia le tasche dei ricchi e rende sempre più ricattabili i poveri. Nessuno che imbocca la strada dell’analisi di un’israelizzazione del mondo (oddio, tra poco arriva il ddl antisemitismo, arrestatemi!) che calpesta quotidianamente il diritto internazionale. Nessuno che mette il dito nelle pieghe di un’Unione europea che assomiglia sempre di più alle politiche meloniane.

Nella giornata di ieri abbiamo letto, visto e ascoltato di tutto. Ci siamo sorbiti le solite manfrine sulle persone migranti e la sicurezza, là dove il centrosinistra per anni ha applicato le stesse misure della destra semplicemente con postura più morale. Abbiamo ascoltato Tajani mentre si diceva spaventato dall’Afd che ha le stesse idee di Salvini, suo collega vicepresidente del Consiglio. Abbiamo sentito Salvini esultare per un fenomeno politico che qui gli ha già scippato l’ex generale baby pensionato Roberto Vannacci.

Dall’altra parte qualcuno ha pensato bene di dare colpa agli elettori troppo rozzi che si impauriscono per niente, mentre gli oligarchi stanno scippando allo Stato il potere di sorveglianza e l’uso della forza in tutte le sue declinazioni. Nessuno con il coraggio di dire che di questo sistema iniquo ci sia ben poco da salvare.

E così, come è già accaduto nella storia, saranno gli inetti ad aprire le porte ai fascisti. Senza accorgersene, ancora tutti presi a farci la morale o a pensare alle primarie.


Fiorenza Ceniccola : “Il Congresso sia un nuovo punto di partenza. Martusciello è la scelta naturale”


Il vicesindaco di Guardia Sanframondi, unica sannita under 30 nel coordinamento regionale di Forza Italia

Una giovane amministratrice sannita entra nel coordinamento regionale di Forza Italia. Fiorenza Ceniccola, vicesindaco di Guardia Sanframondi e dirigente del movimento giovanile azzurro, è l’unica sannita under 30 chiamata a far parte del nuovo organismo regionale.

Un riconoscimento che arriva al termine di un percorso costruito negli anni nella giovanile di Forza Italia, attraverso militanza, impegno sul territorio e responsabilità crescenti.

«Sono felice ed orgogliosa di questa nomina, ma la considero soprattutto una responsabilità. È il riconoscimento di un lavoro collettivo, quello di tanti giovani che hanno scelto di impegnarsi con serietà e spirito di servizio», afferma Ceniccola.

La nomina arriva alla vigilia del congresso regionale, al termine di una fase di confronto nella quale è stata valutata anche la possibilità di un’alternativa alla guida del partito.

«Aver ascoltato e valutato un’alternativa è stato un passaggio positivo. Un partito che vuole crescere deve avere la capacità di confrontarsi, di ascoltare sensibilità diverse e di interrogarsi su come migliorarsi. Quel confronto, però, non ha portato alla concretizzazione di una candidatura alternativa e oggi la scelta naturale, riconosciuta e rappresentativa per guidare Forza Italia in Campania è quella di Fulvio Martusciello».

Una scelta che assume per Ceniccola anche un significato personale: «Con Fulvio ho iniziato il mio percorso politico, aderendo già nel 2018 al progetto del Presidente Berlusconi, l’altra Italia e a seguire da coordinatrice provinciale dei giovani. Ho visto da vicino la sua capacità di guidare Forza Italia attraverso le diverse fasi vissute in Campania. Oggi dobbiamo affrontare il congresso con rispetto e spirito costruttivo, trasformando il confronto in una nuova sintesi».

Il passaggio successivo sarà quello di rafforzare il partito e valorizzarne tutte le energie.

“La nostra forza è nella capacità di tenere insieme esperienza e rinnovamento. La giovanile, in questi anni, ha rappresentato una vera scuola politica nel solco dei valori di Silvio Berlusconi. Ora quei valori devono tradursi in responsabilità, proposta e presenza sul territorio».

Per Ceniccola, il congresso deve quindi aprire una stagione nuova, nella quale l’unità diventi uno strumento per affrontare le prossime sfide.

«Abbiamo avuto la possibilità di guardarci dentro. Ora è la fase di guardare fuori rafforzare sempre più il nostro rapporto con le persone e con i territori ed i loro problemi».

Dal Sannio, dunque, arriva una nuova presenza nella classe dirigente regionale. Una responsabilità che Ceniccola interpreta con l’ambizione di portare nel coordinamento regionale l’esperienza amministrativa, l’energia dei giovani e il patrimonio di valori che da sempre identifica Forza Italia.

Conclude così la Ceniccola «Ai giovani e alle donne che scelgono di mettersi in gioco dico di non aver paura di conquistare ed occupare il proprio spazio. Non sempre il merito arriva prima del giudizio, non sempre viene riconosciuto per quello che vale, ma ci vuole il coraggio di continuare, la leggerezza di farsi una risata quando serve e la determinazione di rimboccarsi le maniche un’altra volta. Non abbiamo ereditato un compito semplice, né siamo responsabili di tutto ciò che troviamo, ma abbiamo la responsabilità di provare a consegnare a chi verrà dopo di noi qualcosa di migliore. E allora, più che chiedere spazio, dobbiamo avere la forza di meritarlo ogni giorno. E soprattutto di tenere duro e non arrenderci.»,


Salvini, di professione Congratulatore


Il segretario della Lega e quella passione per le vittorie altrui che da sempre lo accompagna: dalla Formula 1 all’AfD, da Putin a Draghi. E intanto i colonnelli commentano rassegnati su whatsapp

Immagine di Salvini, di professione Congratulatore

(di Salvatore Merlo – ilfoglio.it) – Vince tutte le gare, e tutte le elezioni, tranne quelle a cui partecipa. Domenica mattina le agenzie diffondevano il suo primo dispaccio: “Il segretario della Lega Matteo Salvini ha inviato un messaggio ad Alice Weidel, leader di Afd, in occasione delle elezioni regionali di oggi in Sassonia-Anhalt”. E già, su whatsapp, uno dei più importanti dirigenti della Lega scriveva così a un suo collega in Senato: “Siamo all’imitazione di Vannacci. Matteo è la fotocopia della sua stessa copia”. Passa qualche ora, Afd vince sul serio, Salvini è appena sceso dal podio (non se ne perde uno) dove ha consegnato la coppa del gran premio di Monza al pilota Kimi Antonelli, ed ecco un altro dispaccio con il quale il leader della Lega si congratula per il trionfo dell’estrema destra tedesca. “Complimenti all’amica Alice Weidel e a tutta Afd”. E bisogna riconoscergli una certa continuità di temperamento. Nel maggio del 2024, quando la medesima Afd venne cacciata dal gruppo europeo che ospitava anche la Lega, per via di certe simpatie per le SS naziste, Salvini si era congratulato pure allora, ma con Marine Le Pen, che l’espulsione l’aveva voluta. Altro messaggio laconico del solito dirigente leghista: “E’ disperato”. Ma davvero non si capisce perché questi colonnelli, o ex colonnelli di Salvini, non apprezzino il loro segretario e vicepremier, quest’uomo di illimitata cordialità, che al lampeggiare di un successo qualunque, in qualunque latitudine, sente accendersi dentro di sé la lampadina delle felicitazioni, come un tempo con Putin e poi con Trump, e non ha modo di spegnerla.

Anni fa, durante la campagna elettorale in Emilia-Romagna, l’avevamo visto farsi foto con i partigiani avvolti nel fazzoletto rosso, celebrare la statua di Peppone a Brescello, indossare il cappellino della Ferrari a Maranello e quello di Pantani a Cesenatico. Poi se ne andò pure a festeggiare le bellezze della Corea del Nord (“qui si respira un’aria bellissima”), si rallegrò anche per il ballottaggio di André Ventura in Portogallo, ma questo solo dopo il periodo in cui diceva che “sono d’accordo con Mario Draghi su tutta la linea”. Oggi manca tuttavia un nome all’appello di questa sterminata cordialità, e i colonnelli che si scrivono su whatsapp lo sanno benissimo: cercherà pure di salire sul podio con Vannacci? “Noi non escludiamo nessuno”, ride Massimiliano Simoni, il numero due del Generale. Lui scherza, ma sottovaluta Salvini.


Primarie, Conte va a caccia dei voti dem: “Se non le facciamo, i miei mi sputano”


Il leader 5 stelle tra dibattiti e cene alle feste Pd: «Ma se vincerà Schlein la sosterremo, non faremo i vigliacchi»

Giuseppe Conte leader del Movimento 5 Stelle ieri alla festa dell’Unità di Pesaro dove ha dialogato con l’ex sindaco Matteo Ricci, oggi europarlamentare

(Niccolò Carratelli – lastampa.it) – Giuseppe Conte assaggia tutto. Gradisce la pasticciata, uno stracotto di manzo, tipico piatto della cucina pesarese, poi chiede un bis di cannelloni. «Questo è il vero motivo per cui partecipo volentieri alle feste dell’Unità, mica per fare campagna per le primarie», scherza il presidente del Movimento 5 stelle. Dopo oltre un’ora di dibattito con l’ex sindaco di Pesaro e ora parlamentare europeo del Pd, Matteo Ricci, dopo aver fatto il giro delle cucine della festa dei giovani democratici, Conte si toglie la giacca e si accomoda a un tavolo nel cortile del circolo Arci di Villa Fastiggi. Un tempo sezione del Partito comunista, nel quartiere più rosso della città, lotte operaie e solide radici antifasciste. Tanto che lo chiamano ancora “piccola Russia”. Ma l’ex premier respinge al mittente le facili battute: «Ho sempre condannato l’aggressione all’Ucraina, qui non ci sono filoputiniani, è chiaro?».

Lui è venuto a fare la parte dell’alleato modello, come già alle feste di Genova e Bologna, come farà anche sabato sera alla festa nazionale di Reggio Emilia. Centinaia di persone accorse ad ascoltarlo, strette di mano, richieste di foto, la fila per farsi firmare una copia del suo libro. «Sono al servizio del progetto progressista, a prescindere da chi vincerà le primarie – assicura Conte -. Se sarà Schlein, la sosterremo. Non farlo sarebbe di una vigliaccheria inconcepibile».

In tutti i suoi ragionamenti, la consultazione degli elettori ai gazebo per scegliere il candidato premier viene data per scontata. «Per me non ci sono alternative – spiega a La Stampa – se accettassi di individuare il leader in un altro modo, i miei mi sputerebbero». Si guarda intorno, a tavola ci sono anche il deputato Giorgio Fede, coordinatore M5s nelle Marche, poi la consigliera regionale Marta Ruggeri e altri esponenti locali del Movimento. «Per noi è la prima volta in una coalizione alle Politiche, dobbiamo far sentire coinvolta la nostra base – avverte Conte -. Dite che, se perdessi le primarie, molti dei nostri poi non andrebbero a votare alle elezioni, ma vi garantisco che se mi facessi da parte per far correre Schlein o un eventuale altro candidato, sarebbe peggio». Quindi, nessun rischio che le primarie spacchino la coalizione? «Vanno preparate bene, non è che si vota un giorno e stop, serve un percorso per creare le giuste condizioni».

Gli mettono davanti la pizza Rossini, una margherita con uova sode e maionese. Conte la guarda scettico, ma siccome i ragazzi del Pd lo stanno filmando, taglia e assaggia uno spicchio: «Però non fate circolare il video, se no la prossima volta che vado a Napoli mi insultano». Si avvicina un anziano dai modi spicci: «Renzi non ce lo voglio nella coalizione, quello ti frega alla prima occasione». Conte ride: «A me lo dice?». Poi abbozza una risposta diplomatica: «Da parte mia nessun veto personale, ma c’è un tema di affidabilità degli alleati e di coerenza sul programma». Non va bene il «contratto alla tedesca», proposto dal leader di Italia Viva? «Per me Renzi ci fa perdere voti, prenderlo in coalizione è un errore – sottolinea – ma tanto Elly ha deciso fin dall’inizio di tenerlo dentro e dovremo farci i conti». Va detto che un bel pezzo di popolo dem la pensa come lui: durante il dibattito, Ricci ha suscitato più di un mugugno dalla platea sostenendo la necessità di allargare il più possibile la coalizione, perché «non possiamo permetterci di lasciare fuori nessuno».

Per Conte, molto meglio Alessandro Onorato: «Il suo movimento degli amministratori ha più capacità espansiva, al contrario di Renzi – ragiona – può farci recuperare una parte degli astenuti». E, in caso di primarie a doppio turno, l’assessore romano potrebbe riversare i suoi voti su di lui al ballottaggio, mentre Renzi ha già dichiarato che appoggerebbe Schlein. In realtà, il presidente M5s preferirebbe una sfida secca, ai gazebo e con il voto online, «ma non decido da solo, dovremo metterci d’accordo». Valutando l’incognita Silvia Salis, con cui il leader 5 Stelle ha cenato pochi giorni fa a Genova. «Secondo me, ancora non ha deciso se partecipare o no alle primarie, ci sta pensando e aspetterà fino all’ultimo – dice Conte -. Poi, se non ci sarà lei, potrebbe esserci Renzi». Smorfia maliziosa, quasi a pregustare la sfida tra ex premier. Un’eventuale gara a quattro tra Schlein, Conte, Onorato e Renzi (o Salis) certo non mancherebbe di appeal politico e mediatico.

«Dovete fare questo benedetto programma» gli urla, però, una signora, afferrandolo mentre Conte si alza e inizia a salutare. «Prenda nota, dobbiamo parlare di programma, entro fine ottobre possiamo scriverlo. Questo ci chiedono i nostri elettori» dice il presidente rivolto al cronista. «I nostri elettori». Prendiamo nota. «Anche tra quelli del Pd ho un certo seguito» gongola, mentre sfila tra i tavoli verso l’uscita e si prende l’ultimo applauso della “piccola Russia”.


Le ragioni di una crisi


Con sinistra e centro cristiano in crisi, in Occidente resta la cultura liberale, che opponendosi alle derive progressiste, viene collocata a destra

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Il segnale dalla Sassonia è solo una conferma: la crisi dell’Occidente europeo si manifesta nel modo più evidente innanzi tutto come crisi dei suoi sistemi politici. L’assetto tradizionale dei quali conosce da anni un processo di disgregazione che appare segnato da due fattori concomitanti e perciò più distruttivi: da un lato la perdita di consensi dell’antica sinistra riformista socialdemocratica, dall’altro lato le crescenti, forti difficoltà delle forze di centro. Il caso esploso nelle elezioni di domenica in Germania, patria storica di quella sinistra e di un centro cristiano da sempre o quasi al governo è il più clamoroso e significativo. In generale, a beneficiare della crisi della sinistra e del centro sono in qualche misura i Verdi e l’estrema sinistra, ma in misura assai maggiore è la destra radicale. 

La comparsa di nuove formazioni d’ispirazione nazional-sovranista e/o populista è la grande novità del nuovo secolo che sta ridando alla destra europea il ruolo che essa aveva nei lontani anni Trenta del Novecento, poi travolto dall’esito del conflitto mondiale. E, questa attuale, una destra che va per le spicce, insofferente e anzi spesso indifferente verso le regole dello Stato di diritto democratico-costituzionale modello dei regimi politici dell’Europa occidentale post-1945, per giunta filorussa.

Una destra preda dell’ossessione etnico-nazionale, incline al richiamo plebiscitario e alla polemica contro le élite. Su un altro versante è una destra che non sembra mostrare alcuna attenzione o preoccupazione per l’attuale dilagare della tecno-scienza e dell’intelligenza artificiale in ogni ambito della produzione e della vita, tanto meno per la conseguente drammatica rivoluzione culturale in corso e per i suoi effetti. Né ad essa dicono alcunché l’oblio del passato, della religione, e della tradizione umanistica o gli effetti distruttivi causati dall’invasione del digitale sulla costruzione della soggettività, sulle relazioni interpersonali, sui sistemi d’istruzione e d’informazione; nulla neppure l’agonia geopolitica delle nostre democrazie insidiate dai nemici di dentro e di fuori.
Proprio oggi che è chiamata ad affrontare il mondo da sola l’Europea si trova dunque in condizioni di particolare debolezza. A preoccuparsi di difendere la sua identità democratica, a preoccuparsi che non sia cancellato un passato che per molti versi è ancora un presente, non c’è né la cultura politica dell’antica sinistra socialdemocratica, oggi incline a prosternarsi davanti ad ogni sciocchezza di sapore progressista, né il cristianesimo troppo spesso ansioso di non dispiacere alle mode del secolo per riscattarsi dai suoi antichi abbagli. A conti fatti, dunque, sembra esserci solo la cultura liberale, nell’attuale panorama europeo, a non vergognarsi di difendere il passato occidentale, il modello democratico del continente, il suo percorso storico, il suo retroterra culturale e morale (sì, anche morale). In questo senso, delle tre grandi culture fondative dell’Europa democratica oggi solo la cultura liberale sembra avere il coraggio di assumere una posizione conservatrice. Non degli interessi bensì dei valori fondativi — di libertà politica e difesa della dignità umana — di una tale Europa. Ad esempio osando schierarsi apertamente contro i nuovi comandamenti del politicamente corretto e contro l’idolatria scientifico-tecnologica. Anche a costo perciò — per il solo fatto di contrapporsi alla sinistra e al centro divenuti nel frattempo adepti della deriva progressista — di trovarsi collocata di fatto a destra. 

Una tale collocazione è specialmente evidente in Italia a causa di una particolarità del nostro sistema politico. 
Da noi, infatti, a differenza di molti Paesi europei che dopo il ’45 hanno registrato l’assenza di una vera destra (ad esempio i Paesi ex comunisti) da noi c’è sempre stata, viceversa, una destra significativa di origine parafascista. La quale oggi costituisce però un oggettivo contrasto alla diffusione anche in Italia di formazioni sovraniste-razziste di schietta natura plebiscitario populista, tipo «Futuro nazionale», che nell’Europa di cui sopra conoscono invece, quasi per contrappasso, uno sviluppo spesso rapidissimo. Ma non solo. Dopo oltre ottant’anni (ottant’anni!) d’inserimento nelle istituzioni rappresentative e addirittura nel governo della Repubblica, la destra italiana di cui sto dicendo ha finito per gettarsi alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria e per attestarsi su posizioni nazional-conservatrici che ricordano alla lontana quelle presenti peraltro in un certo numero anche nel fascismo regime (si pensi a personalità come Luigi Federzoni o Gioacchino Volpe). Proprio tale trasformazione è ciò che consente su molti temi il rapporto, chiamiamolo di sintonia, che in Italia si è stabilito tra questa destra e una parte importante della cultura politica liberale. Quella parte che, fedele alla propria storia, oggi non può che assumere una postura difensiva e conservatrice di fronte all’irrompere distruttivo di una contemporaneità intenzionata a fare piazza pulita di tratti irrinunciabili della nostra modernità otto-novecentesca.


Lollo al latte


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Lollobrigida dev’essere ossessionato dai liquidi. Dopo averci spiegato che l’acqua fa male e avere moltiplicato il vino invece dei pesci, il ministro dell’Agricoltura ha rivolto le sue attenzioni al latte in un breve video generato, purtroppo, dall’Intelligenza Naturale. Vi si vede il nostro, parzialmente scremato in camicia e bretelle, e con un set di pentole sullo sfondo, mentre indottrina un incolpevole bimbetto inquadrato di spalle e ammutolito dall’imbarazzo. Per spiegargli la differenza tra una mucca, una capra e una pecora, il signor ministro gli agita davanti tre apposite statuette e poi gli versa un bicchiere di latte, «eccellenza italiana», esortandolo con un «Vai Giulio!» e spalancando subito dopo la sua eccellentissima bocca, come se Giulio non sapesse che per bere bisogna aprirla, e avesse bisogno di un tutorial. Qualunque altro bambino di sinistra, di centro o di destra moderata, e a questo punto anche dell’AfD, avrebbe versato il latte per terra rifiutandosi di piangerci sopra.

Ma forse la scena è stata tagliata in montaggio.

Come abbiamo potuto ridurci così? mi ha scritto un lettore senza acrimonia, solo con un pizzico di tristezza. Un po’ alla volta e poi di colpo, credo. La politica ormai si fa con gli sketch. Il timore è che questo video inauguri una serie. «Lollo e la minestrina, eccellenza italiana». «Le torte della nonna di Lollo». «Digerire bene, digerire italiano: i consigli di Lollo».

«E dopo Lollo, tutti a nanna». Svenuti.


Anche i progressisti hanno da imparare dalla vittoria dell’AfD


epa13189145 An Alternative for Germany (AfD) party flag is seen during a campaign event of Ulrich Siegmund, lead candidate of the AfD party, prior to state elections in Saxony-Anhalt, in Naumburg, Germany, 24 August 2026. The state of Saxony-Anhalt will hold its state parliamentary election on 06 September 2026. EPA/HANNIBAL HANSCHKE

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] La vittoria roboante dell’estrema destra tedesca dovrebbe insegnare alcune cose al campo progressista italiano. Queste.

Parla come mangi. Per vincere le elezioni bisogna parlare al cuore, ma anche alla pancia. Non dico che si debba ruttare per forza, come fa spesso l’estrema destra, ma di sicuro essere più assertivi e “semplici” aiuta a conquistare gli elettori. Se insegui per forza l’elucubrazione intellettuale, ottieni forse un’ospitata da Augias, ma le elezioni in Italia non le vinci mai.

[…]

L’importanza della leadership. La politica è diventata leaderistica, personalistica e dominata dal carisma (vero o comunque percepito) dei leader. L’AfD ha vinto anche perché ha leader che sembrano più convincenti. Con uno come Bonelli (e mica solo lui) non vinci mai: sarebbe un ottimo ministro dell’ambiente, ma come leader è improponibile. Il campo progressista italiano ha bisogno come il pane di figure assimilabili al Di Battista del 2018, al Salvini (aiuto!) del 2019, alla Meloni del 2022. E a parte un Ricciardi qua e là, di figure in grado di portare voti grazie a passione, dialettica e carisma, nel Campo largo se ne vedono poche. E tra queste di sicuro non la pompatissima Silvia Salis.

Demonizzare non serve a niente. Parlare di fascismo è storicamente nobile, ma elettoralmente masochistico. Esistono milioni di elettori che non solo se ne fregano del rischio fascista, ma votano estrema destra anche per dispetto. Più gli dici di non farlo e più lo fanno. Disquisire di fascismo riempie i talk show, ma rimpolpa pure i consensi a destra. Per sconfiggere questa gente bisogna casomai insistere sulla smisurata pochezza dei loro programmi, sull’analfabetismo delle loro proposte, sulla miseria della classe dirigente. È lì che li inchiodi, anche perché sono tutte figure che abbaiano all’opposizione e poi diventano zerbini incapaci una volta al potere. Proprio come il governo Meloni.

Il successo della destra è il fallimento dei progressisti. La destra vince pressoché ovunque perché il centrosinistra ha fallito pressoché ovunque. Quelli che ora votano estrema destra prima votavano (anche) centrosinistra, M5S, eccetera. Non è che siano diventati improvvisamente tutti fascisti. Se la cosiddetta sinistra insegue il riarmo, se ne frega di welfare e sanità pubblica e non fa nulla per combattere le diseguaglianze sociali, gli elettori percepiscono il centrosinistra come élite e la destra come cambiamento. È un falso storico, ma è quello che sta accadendo. E l’opposizione italiana deve capirlo in fretta.

Dire che gli elettori sono idioti è da idioti. Continuare a sostenere che chi vota a destra è stupido, equivale a una strategia politicamente scellerata. È ovvio che chi vota gente come Ravetto, Vannacci, Furgiuele, Donzelli, Sardone, Pozzolo & soci non brilla per cultura politica e conoscenza della storia. Ma questo possono dirlo gli intellettuali, gli artisti, i liberi pensatori. Non certo i politici di centrosinistra, che fanno politica per vincere e non per giocare alle per anime candide. Se gli dici che sono scemi, gli elettori non ti voteranno mai. Ancor più in Italia, dove la maggioranza è da sempre di centrodestra.

[…]

Serve radicalità, mica centrismo. Per sconfiggere l’estrema destra serve una risposta politica uguale e contraria. Non vuol dire estrema sinistra: vuol dire radicalità. Se il mondo si sposta (parecchio) a destra, non puoi cercare di controbilanciare andando al centro e inseguendo il mitologico “voto moderato”. Se qualcuno pensa di sconfiggere l’estrema destra seguendo Calenda, Picierno e Renzi, o è totalmente deficiente a livello politico, o è smisuratamente disonesto a livello intellettuale, oppure è semplicemente tonto. E onestamente non saprei individuare la migliore tra le tre opzioni.


Democrazia non pervenuta


(di Michele Serra – repubblica.it) – La grande permeabilità di molte società dell’Est Europa ai partiti di estrema destra, alle strette autoritarie, al nazionalismo e perfino al razzismo, proietta una luce tragica (ulteriore) sull’eredità del comunismo sovietico e la sua influenza sui Paesi satelliti (la Sassonia-Anhalt è ex Ddr).

Parrebbe un paradosso che laddove il socialismo era Legge e Regola, e l’internazionalismo una vantata ideologia di Stato, oggi prosperano la destra, il suprematismo etnico e religioso, il culto del leader forte come soluzione di qualunque problema. Prima rossi, poi neri: ma come è possibile?

Forse, invece, non è un paradosso. Esiste un nesso ben leggibile tra il duro passato di quei popoli e il loro presente. E questo nesso, non so come dirlo altrimenti, è l’estraneità alla democrazia. Laddove la democrazia non è mai stata un valore condiviso, e soprattutto non è mai stata una pratica, un potere autoritario, magari con qualche merito assistenziale che il capitalismo non è più in grado di garantire (Welfare addio?), risulta preferibile alle incertezze, al caos sociale, alla paura del domani.

Si usa dire che in assenza di tutele sociali per i poveri e per gli impoveriti, e in mancanza di un governo efficace dei flussi migratori, non c’è fede nei princìpi che tenga. Con i princìpi non si mangia. Verissimo. Ma la pancia piena, se non si crede in qualcosa di giusto e perfino di allegro, come l’uguaglianza e la libertà, non basta per dare respiro e luce a una società.

La famosa “identità” che il sovranismo nero indica nella Nazione, nella chiusura e nella nostalgia del passato, è un’identità truce. Non può essere il fondamento di una comunità che pensa al suo futuro. Nella battaglia sui princìpi, sulle idee-bandiera, la democrazia non parte battuta.