
(Tommaso Merlo) – Al mondo non comanda chi è negli Epstein file, ma chi ha in mano quei video e quelle foto e ricatta i depravati protagonisti. I file ce li hanno i sionisti e tra i depravati c’è Trump e quindi a comandare gli Stati Uniti è quel demonio di Netanyahu. E dato che l’Europa è serva degli Stati Uniti, Netanyahu comanda l’intero Occidente per tutto ciò che rguarda i deliri ideologici sionisti. A dimostrarlo platealmente è l’immondo genocidio a Gaza perpetrato addirittura con la complicità militare e politica occidentale, calpestando valori e principi costituzionali e contro la volontà popolare. Davvero raccapricciante, il trionfo della mafia lobbistica coi soldi che hanno comprato ruoli democratici ed economici chiave oltre che la dignità dei reggenti. Un sistema spaventoso perché invisibile e ramificato e spacciato come normalità. La religione non c’entra nulla e le razze non esistono, quella sionista è una ideologia politica suprematista e fascista da secolo scorso che vuole imporre con la violenza bruta, la corruzione anche morale e la propaganda permanente, il suo piano politico: la pulizia etnica del popolo palestinese e la costituzione di una Grande Israele rubando terre a palestinesi, libanesi, siriani ma anche giordani ed egiziani in futuro. Nessun complottismo, lo ripetono ormai apertamente esponenti del governo di Tel Aviv e guai ad ogni dialogo o ragionamento e a chiunque osi intralciare ed opporsi. Nessun complottismo, è la drammatica storia mediorientale degli ultimi ottant’anni culminata con un genocidio quando frange sioniste più estremiste sono riuscite a conquistare i pieni poteri . Una occasione storica con lo sterminio a Gaza che era solo la prima tappa, il piano prevedeva anche l’ennesima occupazione del Libano fino al fiume Litani, la demolizione della Siria col furto di ulteriori terre ed infine la battaglia decisiva contro l’Iran in modo da conquistare l’agognata egemonia regionale ed imporre passo dopo passo i propri biblici deliri. Un piano che si sta rivelando suicida. A Gaza i sionisti han giusto perso la faccia davanti al mondo oltre che l’anima, in Libano le stanno prendendo per l’ennesima volta, la Siria è una polveriera sempre più turca mentre contro l’Iran sono finiti sotto le bombe come palestinesi qualunque e rischiano la disfatta storica. Se infatti dovessero perdere la guerra, per il sionismo sarebbe la fine perché verrebbero estirpati dagli Stati Uniti che sono la loro banca, il loro arsenale e il loro protettore politico con anche il potere di veto all’ONU. Nessun complottismo, cronaca nera. Dopo aver inviato fiumi di soldi ed armi a Tel Aviv a genocidio in corso, Trump si è spinto a sanzionare i giudici della corte penale internazionale che vogliono arrestare Netanyahu per crimini contro l’umanità. Davvero raccapricciante, col futuro di Gaza e le trattative con l’Iran assegnate al genero e all’amico immobiliarista, ebrei e sionisti di ferro che lavorano anch’essi per Netanyahu. Ma con l’Iran, Trump potrebbe aver superato il punto di non ritorno. Perché ha addirittura ignorato i suoi generali e i capi dei suoi servizi segreti per ubbidire a Netanyahu oltre che a fregarsene altamente dei cittadini americani a cui era stata promessa la pace e che qualcuno si occupasse di loro. Troppo, un capo di stato al servizio di un altro stato. Ricattato al punto da trascinare gli Stati Uniti in una guerra che rischia di stroncarli anche economicamente e mettere fine all’egemonia mondiale americana aprendo scenari inediti. Davvero troppo, non solo un tradimento politico ma anche un gravissimo problema di sicurezza nazionale con la demenza senile che aggrava il tutto. E se è Netanyahu è il vero presidente americano, è facile prevedere quello che ci attende. Sangue, distruzione, anarchia anche morale e caos col rischio di fare tutti la fine dei palestinesi e ritrovarci travolti da un conflitto mondiale permanente e una crisi economica devastante. Il tutto per colpa di una esigua minoranza che si è messa in testa una ideologia suprematista e fascista che ha cavalcato la mafia lobbistica occidentale infiltrando le democrazie e conquistando un potere abnorme fino al punto da arrivare a controllare l’intero Congresso americano, la Casa Bianca coi suoi servi europei e l’intero cortile mainstream. La religione non c’entra nulla e le razze non esistono, si tratta solo di una ideologia politica da secolo scorso che merita lo stesso destino. Noi cittadini occidentali ormai non contiamo nulla e nei palazzi politici e mediatici mettono prima la carriera perfino della dignità, ma in attesa di una rivoluzione democratica dobbiamo sperare che l’Iran resista o addirittura prevalga portando allo sradicamento del sionismo dagli Stati Uniti e quindi alla sua disfatta storica.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Nessuna legge o convenzione stabilisce quali media la presidente del Consiglio debba frequentare. E quali no. Niente di scandaloso, dunque, nella sua decisione di affidare a una chiacchierata con Fedez il momento più alto della sua campagna referendaria. Una interlocuzione amichevole è più rilassante di un contraddittorio. Rimane la libertà, a ciò che resta dell’opinione pubblica, di avere un piccolo sussulto quando Meloni, a proposito dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, indica come “unico scenario ragionevole tentare di chiudere un accordo per cui l’Iran accetta di utilizzare l’uranio solo a scopi civili e non militari”. Beh, quella “soluzione ragionevole” già era in campo, grazie al lavoro dell’amministrazione Obama. Poi Trump l’ha cancellata. E la prima cosa che anche il meno distratto dei giornalisti avrebbe fatto notare a Meloni è esattamente questa: mi scusi, presidente, ma poiché l’accordo che lei auspica c’era già, secondo lei come mai Trump lo ha stracciato? Aveva già in mente di attaccare l’Iran?
Fedez non è un giornalista, è un ragazzo vivace, con qualche talento in campo artistico. Non si può pretendere che lui, o il suo compagno di microfono, siano in grado di far notare a Meloni ciò che anche il più scalcinato dei giornalisti, purché non affiliato alla causa, avrebbe fatto notare: e cioè che Obama aveva trattato con l’Iran precisamente con le intenzioni oggi espresse da Meloni, e con ottimi risultati; e Trump, quelle intenzioni, le ha poi calpestate.
Resta da dire che si capisce perché Meloni abbia deciso di parlare da Fedez, e non in sedi nelle quali qualche nozione di storia e di politica è ancora disponibile. Il rispetto della realtà è una fatica supplementare per chi fa già un lavoro faticoso come la presidente del Consiglio.
Un paio di agganci tra il passato prossimo e la storiaccia di questi giorni

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Riguardo alle infauste incursioni del sottosegretario Delmastro e di diversi fratelli e sorelle d’Italia nel promettente, ma rischioso comparto delle steak-house, forse non tutti sanno che nell’Italia affamata dei primi anni ‘50 ebbe vita e tentò anche di presentarsi alle elezioni un vero e proprio Partito della Bistecca.

In tal modo lo battezzò, con tanto di simbolo (una vitella), inno (composto da un sacerdote di Castellammare) e programma (4 etti e 50 di bistecca garantiti a ogni italiano) un eccentrico personaggio, Corrado Tedeschi, che aveva conosciuto il successo con l’editoria dei cruciverba. Siamo sempre stati un paese, pardòn una Nazione un po’ stramba, per cui più o meno in contemporanea al PdB, nella ripristinata democrazia si affermarono altri bizzarri esperimenti e raggruppamenti politici fra i quali, sempre con il pensiero rivolto all’alacre e ardente sottosegretario di via Arenula, varrà la pena di ricordare quello intitolato “Grassi e Giustizia”.

Un secondo aggancio fra il passato prossimo (ormai forse remoto) e la storiaccia di questi giorni sta nel nome che Delmastro, gli esponenti FdI della federazione di Biella e la teen-ager inopinatamente divenuta loro socia con allegra naturalezza hanno assegnato alla società bistecchiera: “Cinque forchette”. Proprio quando Tedeschi venne arrestato per aver falsificato le firme utili per partecipare alle elezioni del 1953, la macchina propagandistica del Pci, guidata da Giancarlo Pajetta, rinvenne nel linguaggio popolare il più fulminante fra gli slogan per qualificare i democristiani e la loro fame di potere: “Forchettoni”.

C’era in ballo anche allora, come oggi, un premio di maggioranza e l’epiteto, declamato nei comizi e illustrato sui muri con alcuni nanetti che trasportavano in spalla coltelli e forchette, rispondeva a una verità addirittura proverbiale che non solo si adatta alla vicenda della bisteccheria sovranista, ma un po’ spiega anche la scarsa difesa che Delmastro ha ottenuto dai suoi stessi compagni di partito; e cioè che chi mangia da solo si strozza.
Vero è che altri anche autorevoli Fratelli e sorelle d’Italia, una volta assaggiato il succoso e nutriente frutto del governo, hanno intrapreso con entusiasmo e congrui ricavi una serie di business tanto legittimi quanto, forse, inopportuni nel campo, per dire, della sicurezza e dei bed and breackfast.
Ma per completare, ormai senza freni, il triduo dell’irrilevanza si consiglia vivamente di osservare il simbolo, l’emblema, lo stemma, il marchio, il brand o quello che è e che comunque campeggia sull’insegna della steak-house già appartenuta ai cinque patriottici forchettoni in via Tuscolana.
Si vedono dunque due bistecche crude e stilizzate circonfuse da una corona di alloro tipo associazione combattentistica, e delle posate in basso. Ma il punto che qui si vorrebbe mettere in evidenza, anche con un certo sgomento, è che quelle bistecche si stagliano su campo tricolore. Al che, considerato la permanente esposizione di bandiere, nastrini, braccialetti e luminarie bianche rosse e verdi, e la sonante retorica che l’accompagna in ogni sede comunicativa del governo in nome dell’orgoglio italiano, beh, per tale corredo merceologico, compresi i sospetti di affari con soggetti poco raccomandabili, s’invocherebbe la categoria dell’osceno, nel senso di un deragliamento ipervisivo, di un’eccedenza che ha abolito in via definitiva la distanza tra soggetto e oggetto – a parte gli aspetti etici.
Ma queste sono oscure elucubrazioni. Molto meno lo è lo stato d’animo che, secondo le cronache, a tre giorni dal referendum si registra nei confronti di Delmastro e delle sue iniziative imprenditoriali nel “Melonometro” umorale che detta legge a Palazzo Chigi. Qui la lancetta indica “furia e tempesta”, ma in mancanza di atti conseguenti, tipo dimissioni dell’improvvido sottosegretario, varrà la pena di riconoscere a Giorgia, la Figlia del Popolo, davvero una immensa pazienza – tanto più immensa, si può aggiungere con un pizzico di malizia, quanto il far parte come Delmastro alla “generazione Atreju” fin troppo spesso si traduce in una specie di salvacondotto.

Passaggio di carte riservate sulle carceri al coinquilino, con serie conseguenze giudiziarie, boutade e scenette di dubbio gusto su argomenti assai delicati, sparo di Capodanno (anche se il sottosegretario in quel momento era andato a “buttare via l’immondizia”). Enough is enough, abbastanza è abbastanza, era il motto della Thatcher, faro di ogni buon conservatore. Qui in Italia, culla dell’occidente, si direbbe che il troppo stroppia, ma siccome c’è il referendum si vedrà dopo.
Il leader M5S: “Gli italiani respingeranno al mittente il tentativo della politica di sottomettere la magistratura”

(di Francesco Bei – repubblica.it) – ROMA – Presidente Conte, a poche ore dall’apertura delle urne, che atmosfera ha trovato girando per l’Italia?
«Vedo che, soprattutto tra gli studenti, c’è voglia di partecipare, una cosa che smentisce tutte quelle considerazioni sul disinteresse dei giovani, sul loro riflusso nel privato. I fuorisede, poi, sono arrabbiati perché il governo non ha consentito loro di votare e sono tantissimi quelli che ci chiedono di fare i rappresentati di lista per votare nel luogo in cui studiano».
A guardare Rai e Mediaset, con poche eccezioni, si sente solo la propaganda del sì sulla malagiustizia. La partita è truccata?
«Mesi fa avevo lanciato l’allarme: questo governo, in via diretta o indiretta, controlla l’80 per cento del sistema informativo. Sono stati costruiti confronti tv con grande furbizia per ottenere un effetto megafono, al punto che il si esponeva le sue ragioni di giorno, mentre il no replicava nel cuore della notte. Tutto questo rende ancora più urgente una riforma del servizio pubblico».
Il decreto benzina appena approvato avrà effetti sul referendum?
«È veramente assurdo: con un solo colpo a dicembre, in legge di bilancio, hanno aumentato le accise sul gasolio. Adesso hanno fatto passare tre settimane prima di intervenire con un taglio delle accise, che però è previsto solo per venti giorni, mentre il prezzo del petrolio ormai è alle stelle. Questo decreto è un palliativo e una presa in giro, fatta a ridosso del referendum per rassicurare chi va a votare».
Quanto influirà sul voto la paura della guerra in Iran?
«Su questa guerra il governo si è dimostrato non all’altezza degli scenari critici che stiamo vivendo a livello internazionale, tutto quello che Meloni è riuscita a dire è stato: “non condanno e non condivido”. È una fase della nostra storia che richiederebbe coraggio e visione, virtù che non mi sembrano di casa a palazzo Chigi».
L’Italia ha fatto bene a firmare il piano per la sicurezza dello Stretto di Hormuz?
«L’Italia deve puntare a restituire forza alla politica e a rimettere in azione la diplomazia, non è pensabile intervenire in scia ai fallimenti di Trump avventurandoci in una missione altamente rischiosa in un contesto di massima incertezza».
La guerra peserà a favore del no?
«Quello che sicuramente può influire è il fatto che in quattro anni il governo non ha fatto nulla a favore di famiglie e imprese. L’unico risultato è il tentativo di sottomettere la magistratura al controllo della politica, per mettere la casta al riparo dalle inchieste, ma sono convinto che gli italiani lo respingeranno con fermezza».
Su questo voto pesa l’inchiesta su Andrea Delmastro. Si deve dimettere?
«Avrebbe già dovuto dimettersi quando è stato condannato per violazione del segreto d’ufficio. Il fatto nuovo rende assolutamente insostenibile che resti un solo giorno in più al suo posto».
Delmastro rivendica il suo impegno antimafia…
«Forse pensa che gli italiani siano stupidi. È assolutamente inverosimile che lui non sapesse chi aveva di fronte. Delmastro oltretutto è il sottosegretario alla giustizia che, in passato, ha persino acquisito informazioni riservate da detenuti al 41bis, vicenda da cui poi è scaturita la sua condanna. Bastava Google per verificare che aveva di fronte la figlia del prestanome del clan Senese. Ma poi fatemi capire: chi mai costituirebbe una società dando il 50% a una ragazza appena diciottenne per giunta facendola amministratrice?».
Troppo incauto o troppo generoso?
«Troppo irresponsabile. Deve assolutamente andare a casa».

Meloni dicono che sia molto arrabbiata, ma ancora non ha detto nulla. Cosa dovrebbe fare?
«Oggi continuerà a parlare di referendum come se non fosse successo niente, ma deve rispondere a questa domanda: continua a preferire la solidarietà di partito, coprendo Delmastro e Santanchè, perché è ricattata? Ce lo dica chiaramente, perché per gli italiani è importante sapere se abbiamo un premier che non può assumersi le sue responsabilità istituzionali perché sotto ricatto».
Tutto questo cosa c’entra con il referendum?
«C’entra moltissimo, perché lo scopo di questa riforma, come ha detto Nordio, è proprio quello di proteggere chi è al governo dalle inchieste della magistratura, disarticolandola e indebolendola con i due Csm, il sorteggio puro e la corte disciplinare».
Uno degli argomenti usati da Meloni è che questa sia l’ultima occasione per riformare la giustizia, è così?
«Anche questo è un bluff, se andremo al governo riformeremo noi la giustizia, senza stravolgere la Costituzione ma intervenendo su ciò che serve davvero per renderla più efficiente e garantire un giusto processo ai cittadini. Cosa che questa riforma non fa, considerando che non c’è un euro per migliorare il comparto giustizia».
Proiettiamoci a martedì mattina, a maggior ragione se dovesse vincere il no, da cosa si parte per costruire un’alternativa, considerando che dovete ancora condividere il programma e scegliere il candidato premier?
«Di passi in avanti ne sono stati fatti, le nostre battaglie comuni su salario minimo e congedo paritario lo dimostrano. Come M5S a primavera partiremo con una Nova ancora più innovativa, in 100 diversi punti del Paese ci apriremo al confronto con attivisti, simpatizzanti ma anche semplici cittadini, per scrivere il programma che poi porteremo al tavolo con le altre forze progressiste. Troveremo una sintesi su temi e obiettivi, così come sul candidato premier».
Con il Sì avremo “un’Italia più sicura”; invece se vince il No “avremo immigrati illegali, spacciatori, stupratori e pedofili rimessi in libertà e che mettono a repentaglio la vostra sicurezza”. Lo giura la presidente del Consiglio, e se la riforma porta la sua firma insieme a quella dell’ineffabile Nordio si deve supporre che […]

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Con il Sì avremo “un’Italia più sicura”; invece se vince il No “avremo immigrati illegali, spacciatori, stupratori e pedofili rimessi in libertà e che mettono a repentaglio la vostra sicurezza”. Lo giura la presidente del Consiglio, e se la riforma porta la sua firma insieme a quella dell’ineffabile Nordio si deve supporre che ne sia la massima esperta. Immaginate: il giorno dopo la temibile vittoria del No, torme di pedofili e stupratori andranno (presumibilmente nudi) in giro per le nostre città a festeggiare la vittoria; ci saranno saccheggi, uccisioni, violenze e stupri come a Cassino nel maggio 1944, durante le terribili 50 ore delle “marocchinate” ai danni delle donne ciociare, solo che questa volta avverranno in tutta la nazione. Sarebbe niente: vedremo “figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita”, magari per darli in pasto ai pedofili di cui sopra; sentiremo pianto e stridor di denti. A meno che, si intende, questi genitori non vivano a Caivano, la cittadina campana in cui avvenivano abusi ai danni di minori non scolarizzati, da cui il decreto omonimo del 2023, ideato e sbandierato dalla Meloni nella trance agonistica della tolleranza zero, con cui si stabilisce che non mandare i figli a scuola può costare il carcere (ricordate? Lollobrigida fece fermare a Ciampino un Frecciarossa diretto a Caivano perché portava ritardo, per poi proseguire con l’autoblu a sirene spiegate: il ministro dell’Agricoltura doveva andare a sgominare il crimine inaugurando un giardinetto). Oppure, meglio mi sento, purché non si tratti di famiglie che vivono nei campi rom, quelle che il suo alleato di governo Salvini voleva spianare con la ruspa e lei semplicemente esiliare (ricordiamo il forbito brocardo che Giorgia produsse all’uopo, quando non doveva ancora stare simpatica alla Von der Leyen e alle élite multiculturaliste dell’Ue: “Se sei nomade devi nomadare”). Beninteso: questo effetto del votare No – liberare criminali efferati per le strade, strappare i bambini alle donne, madri, cristiane – è quel che vuole la Casta dei giudici e degli intellettuali di sinistra, mentre il popolo, stanco delle lungaggini e dell’astruseria della legge, vuole la mano forte del governo.
[…]
Lo scenario evocato è obiettivamente suggestivo, anche se la cosiddetta riforma non c’entra niente con la legge che regola la detenzione per reati comuni. Meloni lo sa bene, specie da quando si sono espressi per il Sì il figlio del capo della P2 Licio Gelli (che rivendica il copyright), Marina Berlusconi, Previti (corruttore di giudici per conto del babbo di Marina) e tutti gli inquisiti, i condannati e gli imputati che (perciò) fanno parte della sua maggioranza. Nessuna dissonanza cognitiva nemmeno per il fatto che negli ultimi 30 anni sono stati loro, i miracolati di ogni risma, a chiedere indulti e amnistie e a depenalizzare i reati per salvare i malfattori purché appartenenti alla casta.
[…] È la carta della disperazione: Renzi e Boschi, per dire, andavano in Tv a giurare che col Sì al loro referendum i malati di cancro e diabete sarebbero stati finalmente curati in tutte le Regioni (come no: abolire il Cnel e riempire il Senato di sindaci e consiglieri non eletti dotati di immunità rendeva ipso facto le liste d’attesa più corte); Meloni fa un mischione tra la decisione dei giudici di riportare in Italia, a rigor di legge, i migranti esternalizzati in Albania e la riforma Nordio che finalmente “toglierebbe di mezzo la magistratura” (cit. Bartolozzi), mentre qualche suo gregario arruola alla causa persino i Padri costituenti (ma certo: i partigiani sono saliti sulle montagne con lo Sten per fare la separazione delle carriere). Tenete conto che invece è l’esatto contrario: questa riforma è fatta da quelli della casta per la casta e contro il popolo, e serve precisamente a parare il culo agli amici loro.
Alla maratona “La Costituzione è nostra” per il No al referendum sulla giustizia, Travaglio spiega perché la riforma Nordio è un disastro irreversibile

(ilfattoquotidiano.it) – Al Teatro Italia di Roma, nell’ambito della maratona “La Costituzione è nostra”, organizzata per mobilitare il No al referendum sulla giustizia, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio interviene con un discorso argomentato contro la riforma costituzionale Nordio-Meloni.
L’evento, che riunisce artisti, intellettuali e giornalisti, rappresenta uno degli ultimi appuntamenti pubblici prima del voto del 22 e 23 marzo sul referendum confermativo della legge che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio Csm e l’Alta Corte disciplinare.
Travaglio, dal palco, elenca in modo sistematico i 15 motivi per bocciare la riforma, definendola un’operazione che indebolisce l’indipendenza della magistratura a vantaggio della politica.
Ecco la trascrizione integrale:
“Per sempre No.
Votiamo No alla riforma Nordio-Meloni, perché, dividendo le carriere dei magistrati, i pubblici ministeri diventeranno, come dice Nordio, avvocati dell’accusa, verranno educati separatamente dai giudici ad accusare e incastrare più gente possibile, trascurando gli elementi a favore dell’indagato che oggi sono obbligati a cercare, perdendo l’imparzialità e l’attenzione alla verità processuale che li accomuna ai giudici.
Così saranno più giustizialisti, più autoreferenziali, avranno addirittura un Csm tutto per sé e si promuoveranno in autonomia assoluta, commetteranno più errori, indurranno anche i giudici a sbagliare di più.
Infatti i migliori magistrati negli ultimi 50 anni sono stati sia pm sia giudici: Falcone, Borsellino, Livatino, Caselli, Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Turone, Maddalena, Galli, Occorsio, Sansa, Almerighi, Gratteri e tanti altri.
Due: votiamo No perché la riforma, come ammette lo stesso Nordio, non c’entra niente con l’efficienza e la rapidità della giustizia. In compenso, affida il lavoro che oggi svolge un Csm a ben tre organi costituzionali: Csm dei giudici, Csm dei pm e Alta corte disciplinare, moltiplicando i posti da 33 a 78 e i costi della casta da circa 50 milioni a circa 150 milioni di euro l’anno, senza risolvere nessuno dei gravi problemi che affliggono la giustizia.
Tre: No perché la riforma, lo confessa Nordio, riequilibra i poteri fra politica e magistratura a favore della politica e a discapito della magistratura, per restituire alla politica il suo primato costituzionale che però nella Costituzione non esiste. Nella Costituzione all’articolo 3 c’è il primato della legge che è uguale per tutti, politici in primis.
Quattro: No perché nei paesi con le carriere separate, escluso il Portogallo, i pm dipendono dal governo.
Cinque: No, perché Nordio, Tajani, Bartolozzi hanno già dichiarato che, dopo aver incassato da noi cittadini ignari l’assegno in bianco del Sì, completeranno l’opera con leggi ordinarie e impediranno che un ministro sia indagato. Nordio cita il caso di Mastella nel governo Prodi 2, spiegando alla Schlein che la svolta converrà anche al centrosinistra quando tornerà al governo. Toglieranno ai pm (lo promette Tajani) la direzione della polizia giudiziaria, che così rientrerà sotto il governo, Viminale, Difesa, Ministero dell’Economia e addio indagini sul potere. E poi faranno decidere alla maggioranza parlamentare, cioè al governo, i criteri di priorità sui reati da perseguire e da tralasciare (vedi legge Cartabia, proposta di Bartolozzi), così sottoporranno le procure al governo senza neppure il fastidio di cambiare un’altra volta la Costituzione.
Sei: No, perché nei due Csm e nell’Alta Corte disciplinare i membri togati verranno scelti a caso col sorteggio secco fra i magistrati in servizio, mentre quelli laici continueranno a essere nominati dai partiti tra i loro fedelissimi, estratti da una lista (non sappiamo quanto lunga, ce lo diranno dopo), approvata dalla maggioranza, cioè dal governo.
Sette: No, perché l’Alta Corte, 15 membri, 9 togati e 6 laici, avrà una percentuale di membri scelti dai politici superiore rispetto a quella prevista attualmente dalla Costituzione. Nel Csm attuale sono un politico su tre, con la riforma saranno due politici su cinque: i politici passano dal 33 al 40%.
Otto: No, perché l’Alta Corte disciplinare è scritta coi piedi. Del resto, basta vedere chi l’ha scritta. Resta l’articolo 107 della Costituzione, che lascia al Csm il potere esclusivo di radiare, trasferire o sospendere i magistrati per gravi infrazioni disciplinari, ma l’articolo 4 affida il potere disciplinare all’Alta Corte, che così, paradossalmente, non solo non sarà più severa, ma non potrà più infliggere ai magistrati che sbagliano nessuna delle tre sanzioni più pesanti: solo buffetti, come dice Nordio.
Nove: No, perché oggi i magistrati condannati dal Csm possono ricorrere, come ogni cittadino, in Cassazione, ma la riforma lo vieta. Contro le sanzioni dell’Alta Corte i magistrati potranno ricorrere solo davanti alla stessa Alta Corte che li ha appena puniti. Gli chiederanno se per caso vuole cambiare idea: bella terzietà di giudizio.
Dieci: No, perché l’Alta Corte non serve a nulla se non a intimidire i magistrati. Oggi il Csm in Italia è il più severo fra quelli dei paesi europei, paragonabili al nostro. Sanziona in media lo 0,5% dei magistrati ogni anno contro lo 0,2% della Spagna, lo 0,1% della Francia e lo 0,002% della Germania. Se Nordio lo volesse ancora più severo, gli basterebbe impugnare più assoluzioni di quelli che impugna e promuovere più azioni disciplinari di quelle che promuove. Invece attiva la metà delle azioni disciplinari di quelle che attiva il procuratore generale della Cassazione: Nordio il 33% e il pg della Cassazione il 67%. Fa un decimo delle impugnazioni che fa il pm,: su 184 sentenze del Csm, Nordio in questi tre anni ne ha appellate sei e il pg 54. Invece di blaterare di giustizia domestica, facesse il suo mestiere.
Undici: No, perché non sono i magistrati che non pagano. I magistrati in Italia non hanno alcuna immunità, vengono indagati, arrestati, intercettati, perquisiti e condannati come ogni altro cittadino. Sono i politici che non pagano mai. In tre anni e mezzo con questo governo le destre, spesso unite ad Azione e Italia Viva, hanno negato 54 autorizzazioni a procedere su 59 per parlamentari indagati anche per gravissimi reati.
Dodici: No, perché i casi di cronaca citati da quelli del Sì, cioè Garlasco, migranti in Albania, Sea Watch, i bambini nel bosco, sarebbero stati identici anche se fosse stata in vigore la riforma Nordio, che non tocca né le norme penali, né quelle civili, né quelle minorili, né quelle processuali, che hanno originato quelle decisioni.
Tredici: No, perché gli errori giudiziari non sono le fisiologiche valutazioni differenti dei magistrati nei vari gradi di giudizio, che fra l’altro smentiscono la leggenda dell’appiattimento dei giudici sui pm per via della loro colleganza attuale. Oltre il 50% delle decisioni dei giudici contraddicono le richieste dei pubblici ministeri. Sono rari i casi di errore giudiziario, perché gli errori giudiziari sono gli scambi di persona, solo quando si prende per vera una prova falsa, quando si capisce male un’intercettazione, quando si prende per vero un testimone falso. E non si risolvono questi errori cambiando la Costituzione, ma con gli innumerevoli gradi di giudizio che abbiamo e dopo la condanna definitiva si risolvono con il processo di revisione, che è rarissimo anch’esso.
Sette condanne annullate all’anno, lo 0,12% ogni milione di abitanti. In Inghilterra sono lo 0,3%, quindi il triplo, negli Stati Uniti lo 0,44%, cioè il quadruplo, e sono paesi con le carriere separate.
Idem per le ingiuste detenzioni, cioè per le custodie cautelari subite da indagati che poi anni dopo vengono assolti. Ogni anno ne vengono accertate l’1,15% dei casi di arresto contro il 4% della Francia, che ha le carriere separate. Quindi la riforma non c’entra niente neppure con questo: il problema si risolve ovviamente con lo Stato che risarcisce e poi si rivale sul magistrato se ha sbagliato per dolo o colpa grave.
Quattordici: No, perché il voto è unico domenica e lunedì, in blocco: basta avere un dubbio su uno solo dei punti che fin qui abbiamo toccato per bocciare la riscrittura praticamente irreversibile di ben sette articoli della Costituzione, per giunta per mano di questi padri ricostituenti semi-analfabeti.
Quindici,: No alle bugie sparate dal governo e dai suoi complici per convincerci a votare Sì, trattandoci da idioti. La vera domanda a cui dobbiamo rispondere domenica e lunedì nel segreto dell’urna è molto semplice: vi piace farvi prendere per il culo? La risposta mi pare ovvia..
A margine di un convegno sul referendum, la numero due di FdI, Arianna Meloni risponde alle richieste di dimissioni delle opposizioni per Delmastro, a seguito dell’inchiesta sui presunti rapporti con la famiglia di Mauro Caroccia, prestanome del clan mafioso Senese. Oggi dai giornali emerge una foto, risalente al 2023, che mostra il sottosegretario alla Giustizia assieme all’imprenditore condannato all’interno del suo ristorante.

(di Giulia Casula e Marco Billeci – fanpage.it) – A margine di una manifestazione elettorale per il Referendum sulla Giustizia, la responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia Arianna Meloni risponde alle richieste di dimissioni arrivate dalle opposizioni per il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Il sottosegretario è finito al centro di un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, che ha svelato come negli scorsi mesi abbia partecipato a una società di ristorazione che aveva come socio di maggioranza la figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan mafioso Senese.
Intercettata dai microfoni di Fanpage, la numero 2 di FdI e sorella della premier commenta: “Non mi sembra ci siano indagini su Delmastro. Basta con queste gogne mediatiche”. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano invece, preferisce trincerarsi dietro a un muro di silenzio. Incalzato dai cronisti, aggiunge: “Sì la domanda è chiara ma la risposta non gliela do perché adesso parlo di altro”.
Intanto si moltiplicando le domande sui rapporti tra Delmastro e la famiglia condannata per mafia. Nel 2024 il sottosegretario alla Giustizia era entrato in società con la figlia del ristoratore Mauro Caroccia. Quest’ultimo risultava già condannata in primo grado per mafia nel 2020 con l’accusa di essere un prestanome del noto clan Senese.
A quanto si apprende la figlia, Miriam, al momento della firma per la costituzione della società era appena 18enne. Le opposizioni si chiedono come fosse possibile che Delmastro non fosse a conoscenza dei guai giudiziari della famiglia romana e perché abbia omesso al Parlamento questa sua partecipazione societaria, violando l’obbligo imposto dalla legge a tutti i parlamentari.
Dopo la condanna in via definitiva, il sottosegretario alla Giustizia ha rapidamente rimosso le sue quote, trasferendole in un’altra società a lui riconducibile. Ieri Delmastro si è difeso, parlando di un’attività che coinvolgeva “una ragazza non imputata e non indagata. Nel momento in cui ho scoperto chi era, ho lasciato la società per rigore etico e morale”.
Tuttavia, dai giornali oggi emergono altri dettagli sul legame tra lui e il padre della ragazza, Mauro Caroccia. In particolare, una foto che risale al 2023 lo mostra assieme all’imprenditore condannato, all’interno del suo ristorante. La didascalia recita: “Sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Anche lui ha scelto il vero baffo”.
Non solo, a quanto si apprende, Palazzo Chigi sarebbe a conoscenza della situazione da almeno un mese. Pd, M5s e Avs chiedono alla presidente del Consiglio di prendere una posizione netta prima del referendum e di revocare l’incarico a Delmastro immediatamente.

(Stefano Bernabei – Reuters) – L’Italia ha goduto di una stabilità di governo insolita da quando la premier Giorgia Meloni è entrata in carica più di tre anni fa […]. Ma le conseguenze degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, lanciati il 28 febbraio, stanno mettendo in luce una serie di vulnerabilità dell’economia italiana che […] rischiano di minare il consenso di Meloni tra imprese ed elettorato.
Il differenziale di rendimento tra i BTP italiani di riferimento e i Bund tedeschi equivalenti — un indicatore chiave della fiducia degli investitori nell’Italia — era sceso all’inizio dell’anno sotto i 60 punti base, il livello più basso dal 2008.
Questo cosiddetto “spread” si è però ampliato di oltre 20 punti base nelle ultime due settimane. Nello stesso periodo, i prezzi internazionali di petrolio e gas sono aumentati, incidendo sui bilanci di imprese e famiglie in un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.
Ecco cinque fattori di crescente preoccupazione per Meloni:
PETROLIO PIÙ CARO, RENDIMENTI BTP PIÙ ALTI
Questo grafico mette insieme tre variabili: prezzi del petrolio, rendimento dei BTP decennali e spread BTP-Bund. L’Italia, con il suo enorme debito pubblico, tende a soffrire più di altri Paesi dell’eurozona quando i mercati passano a una modalità “risk-off” in fasi di instabilità globale o temono tassi d’interesse più elevati.
L’aumento del costo del debito arriva mentre il governo non è riuscito a ridurre il deficit di bilancio al 3% del PIL come previsto lo scorso anno, lasciando Roma sotto procedura d’infrazione dell’UE, che limita la libertà di spesa di Meloni in vista delle elezioni del 2027.
L’AUMENTO DEL GAS FA SALIRE LE BOLLETTE
Il sistema elettrico italiano, a differenza di quelli di Paesi come Francia e Spagna, dipende fortemente dalla produzione a gas. Questo significa che qualsiasi aumento del prezzo del gas si trasferisce rapidamente sulle bollette di imprese e famiglie.
È un problema significativo per un governo che aveva costruito parte della propria credibilità sulla gestione della crisi energetica interna scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
IL MANIFATTURIERO RISCHIA DI PEGGIORARE
Il settore manifatturiero italiano è in difficoltà da tre anni, frenando la crescita della terza economia dell’eurozona. Finora, tuttavia, i gruppi industriali — una base elettorale centrale per Meloni, soprattutto nel Nord — hanno sostenuto il governo. Se i costi energetici e i rischi geopolitici resteranno elevati e la domanda estera si indebolirà, continueranno a farlo?
L’AGRICOLTURA SOTTO PRESSIONE PER I FERTILIZZANTI
Il crollo del traffico nello Stretto di Hormuz e le interruzioni delle catene di approvvigionamento nei Paesi del Golfo stanno colpendo anche l’agricoltura italiana — fortemente dipendente dai fertilizzanti importati — e minacciano il settore agroalimentare del Paese.
[…] Anche le esportazioni agroalimentari italiane stanno soffrendo: Coldiretti stima perdite già superiori a 100 milioni di euro per il settore florovivaistico nella sola Sicilia, con oltre 2.000 container di piante e fiori destinati ai mercati del Golfo bloccati in transito.
TURISMO IN DIFFICOLTÀ
Con il conflitto in Medio Oriente che sconvolge i collegamenti aerei da e verso la regione, gli operatori turistici italiani lanciano l’allarme.
Oltre mezzo milione di viaggiatori — per lo più ad alta capacità di spesa — sono arrivati in Italia lo scorso anno dai Paesi del Golfo […], in aumento del 18,3% rispetto al 2024, secondo i dati dell’ENIT.
Un rapporto della società di pagamenti Nexi ha mostrato che i turisti della Penisola Arabica hanno raddoppiato la loro presenza nel 2024 rispetto al 2022 e hanno speso quasi 1.000 euro per carta di credito, più del doppio della media dei visitatori stranieri.
Un calo dei turisti benestanti del Golfo potrebbe essere in parte compensato da arrivi da altre regioni, ma l’associazione delle agenzie di viaggio Fiavet ha stimato l’11 marzo perdite già pari a 38.800 euro per agenzia. Le perdite complessive [… superano i 222 milioni di euro, con solo il 17% dei viaggiatori che ha accettato destinazioni alternative.

Trascrizione del video del giornalista Michael Wolff, autore di Fuoco e furia (2018), Assedio (2019) e altri libri su Trump. Wolff possiede 100 ore di conversazione con Jeffrey Epstein
A volte penso che la cosa che più rappresenta la presidenza Trump sia Jared Kushner, il genero che ha divorato il suocero.
Ora, in mezzo a questa nuova guerra di Trump, in cui Kushner è il principale consigliere e negoziatore del suocero, Kushner sta raccogliendo 5 miliardi da investitori nel Golfo Persico.
Quindi la guerra è il veicolo di investimento di Kushner. Durante la scrittura di tre libri sulla prima amministrazione Trump, mi sono reso conto che l’unica persona che ha prosperato e sopravvissuto, oltre a Trump stesso, è stato Kushner. E infatti, anche quando il suocero è stato sconfitto, Kushner è riuscito a raccogliere 2 miliardi.
Quando ho scritto il mio quarto libro sulla campagna del 2024, mi sono reso conto anche che Kushner, che ha personalmente nominato Susie Wiles come responsabile della campagna, era essenzialmente la mano nascosta dietro l’intera campagna.
Kushner ora opera con la libertà di non far parte ufficialmente della Casa Bianca, e tuttavia con il potere di dirigere gran parte di ciò che fa la Casa Bianca. È ovviamente molto difficile, per non dire altro, individuare le ragioni e gli obiettivi della guerra.
Ma diventa molto più chiaro se inizi a vedere la partnership israelo-statunitense come un modo per, in particolare, Jared Kushner, di dominare la regione e iniziare a immaginare le possibilità di business della ricostruzione di ciò che verrà dopo tutta questa distruzione.
Durante la prima amministrazione, ho scritto, e questo era un punto di vista comico, sulla possibilità che Kushner stesso diventasse presidente, che sembrava in qualche modo ancora più improbabile di Trump come presidente. Ma ora, sempre di più, vedo effettivamente Kushner come il vero presidente, con il suocero che è solo la distrazione stupida.
La modifica proposta non migliora l’efficienza del sistema e pregiudica i diritti della collettività. I nostri padri costituenti ci hanno consegnato una Carta che tiene in equilibrio i poteri dello Stato. E per questo non va toccata, dice il procuratore capo di Napoli, schierato per il No alla riforma Nordio: “Vogliono allineare la giustizia ai desiderata dell’esecutivo di turno”

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Ha offerto alla causa la propria popolarità. Ha innescato polemiche e ne ha fronteggiate di violente. Polarizzando, inevitabilmente, l’attenzione. Da un lato lui, Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, il volto più noto, riconoscibile ed effervescente del No referendario e dall’altro il governo, con il ministro Carlo Nordio e il suo entourage a sparare bordate quotidiane. Nelle intenzioni, a sostegno del Sì, ma spesso capaci di innescare clamorosi autogol. A citare l’ultima uscita, bisogna, per prudenza cronachistica, affiancare sempre l’aggettivo «provvisoria». E la palma va a Giusi Bartolozzi, la zarina ministeriale, capa di gabinetto del ministro, e a quella sua trovata sui magistrati come «plotoni di esecuzione». Colpevoli di averla messa sotto accusa per l’assai opaca, confusa e pasticciata gestione dell’onorevole rimpatrio del torturatore libico Almasri. Strano cortocircuito per una che dalla toga è passata al Parlamento con Forza Italia, per acquartierarsi poi a dettar legge in via Arenula. Perché tra intenti punitivi, voglia di liberarsi dal fastidio della giurisdizione, addomesticare i controlli di legalità, quella del referendum è una campagna giocata tutta sulle intenzioni. Sviluppatasi su molti non detti, Nordio a parte. Separazione delle carriere, Csm a sorteggio, sbilanciato sulla politica, Alta Corte disciplinare si sono così rivelati i viatici per una resa dei conti tra politica e magistratura. Tutto è tornato utile. Soprattutto quello che non c’entrava, da Garlasco alla famiglia del bosco, fino a Sal Da Vinci. Tutto per un redde rationem rinviato da trent’anni: colpi di mano e coltelli sempre più affilati.
Procuratore Nicola Gratteri, giocoforza, lei è diventato il volto della campagna referendaria per il No. Le è pesato questo ruolo da testimonial?
«Sicuramente ho dovuto impiegare molta parte del mio tempo libero per questa “causa”. Come ho sempre detto, sono autonomo e non mi ritengo un testimonial, anche se condivido in toto la battaglia del comitato del No. In ogni caso, è un dovere morale da parte mia schierarmi, spiegando in ogni contesto possibile quale sia la posta in gioco».
Nell’infuriare della campagna, lei ha ingaggiato l’ennesimo confronto dialettico acceso con il ministro Carlo Nordio. Dopo l’intervento del Capo dello Stato, sembrava tornata la quiete, ma poi ancora una volta si è tornati a toni infuocati. Pensa che abbia giovato?
«I cittadini devono essere informati compiutamente da entrambi gli schieramenti sul merito, gli slogan e i toni accesi tendono a far perdere di vista l’oggetto e le conseguenze della riforma; quindi, condivido pienamente quanto detto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma ciononostante leggo ogni giorno attacchi di ogni tipo, anche rivolti alla mia persona, da parte di chi fa campagna per il Sì. Non mi sembra di constatare altrettanto, in senso opposto, nelle pagine del comitato del No. Ma io sono prima di tutto uomo delle istituzioni e quindi se anche sono ogni giorno bersaglio di attacchi, personali, continuo a dire che bisogna parlare solo del contenuto del referendum, e dei danni che una modifica della Costituzione, di questa portata, potrebbe avere su tutta la collettività. E pare che i cittadini stiano capendo».
Data come una causa perdente, la battaglia per il No, è ora concordemente accreditata come vincente, sia pure con margini risicati, da tutti i sondaggi. Cosa ha cambiato le carte in tavola?
«La partita è ancora lunga e nulla è scontato, bisogna continuare fino all’ultimo istante spiegando che la riforma costituzionale non migliorerà di una virgola i disservizi della giustizia, e anzi pregiudicherà il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, oltre a cagionare una triplicazione dei costi».
Una sua frase riferita al contesto criminale calabrese, sulla preferenza per il Sì da parte di chi ha conti aperti con la giustizia, ha contribuito a scaldare il clima? Conferma quella lettura?
«Chi ha sentito il discorso nella sua interezza ha colto il senso. Non ho detto e non penso affatto che gli elettori propensi a votare Sì siano automaticamente indagati, massoni o disonesti; ho spiegato che questa riforma, che indebolisce la giustizia, conviene a indagati e massoni deviati. Ma oltre a loro voteranno persone per bene che non la pensano come me e gli esponenti dell’altro schieramento. Credo di averlo detto decine e decine di volte, ma la frase continua a essere strumentalizzata».
La campagna referendaria è stata contrassegnata mediaticamente dalla definizione “separazione delle carriere”, ma dal fronte del No si è molto insistito sul fatto che fosse una mistificazione dialettica. Qual è il vero scopo della riforma allora?
«La separazione delle funzioni di fatto già esiste. Dal momento che non ha senso cambiare ben sette articoli della costituzione, per un problema che non esiste, mi pare evidente, e lo hanno fatto capire tra gli altri Nordio e Tajani, che lo scopo della riforma è di allineare la giustizia ai desiderata dell’esecutivo di turno».
Da parte del Sì, l’obiezione prevalente è che l’asservimento della funzione del pubblico ministero all’esecutivo, paventata dal fronte del No, sia in realtà inesistente, perché nel testo della riforma Nordio non se ne fa cenno. È un reale pericolo? E in che modo, a partire dalla riforma, potrebbe compiersi?
«Principalmente, con il sistema di sorteggio dei membri, completamente squilibrato in favore dei laici. Prevedere un sorteggio tra tutti i magistrati e un sorteggio tra una rosa scelta dalla politica significa che una minoranza compatta condizionerà una maggioranza eterogenea destinata viceversa ad andare in ordine sparso».
L’altro nodo è l’architrave disciplinare, ovvero i due nuovi Csm e l’Alta Corte. Un antidoto allo strapotere delle correnti, dicono i fautori del Sì. Lei, di sicuro, non è ascrivibile alla schiera dei fan delle correnti e della politicizzazione della magistratura, dal momento che le hanno affibbiato qualunque casacca. Tuttavia, neanche su questo salva la riforma?
«Questa riforma sostituirà il correntismo togato con il correntismo politico. Dalla padella alla brace. Mi tengo il vecchio sistema».
Quali sono i tre mali del sistema giustizia e perché il referendum non li curerà?
C’è un rapporto sproporzionato tra carichi di lavoro e magistrati rispetto ad altri Stati. Le riforme ultime, Cartabia in primis, hanno appesantito ulteriormente le procedure; e quelle che si profilano andranno in questa direzione: ricordo che il Parlamento sta per approvare la riforma sul sequestro dei telefonini che, rispetto a oggi, richiederà ben tre sequestri sulla stessa cosa, quindi triplicando il lavoro dei magistrati. I sistemi informatici sono antidiluviani. La vera riforma della giustizia è quella che mette nelle condizioni i magistrati di decidere presto e bene. L’imputato deve sapere e sentirsi garantito se si rende conto che il suo giudice può esaminare con calma e approfonditamente le prove che le parti hanno portato al processo».
La magistratura ha conosciuto il massimo del favore popolare nei primi anni Novanta, con l’onda di Tangentopoli, la sollevazione popolare del dopo stragi, i processi al cuore del potere, poi l’inesorabile declino del consenso. A cosa lo attribuisce? Riconosce passi falsi della sua categoria?
«Sicuramente il correntismo non ha inciso positivamente sul gradimento dei cittadini. Ma ha influito anche una disinformazione di alcuni organi di stampa e di alcuni esponenti politici a cui non è gradito l’operato della giustizia. I magistrati, per contro, non hanno voce per potere spiegare come stanno le cose. Ma la cosa importante da far comprendere è che questa riforma non elimina le correnti, anzi se possibile la situazione potrebbe solo peggiorare».
Qual è lo stato della lotta alla mafia. Lei stesso ha denunciato l’affievolimento degli strumenti necessari a garantirne l’efficacia. Stiamo davvero facendo passi indietro?
«Stiamo facendo passi indietro sul fronte della legislazione. Ho citato l’esempio del sequestro dei telefonini, che oltre a triplicare il lavoro impedirà di acquisire prove che oggi sarebbe possibile acquisire; ma anche l’indebolimento del contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione incide poiché si annidano in quel contesto reati spia. Ma poi sul fronte tecnologico, le mafie sono sempre più evolute, mentre, secondo il ministro, le intercettazioni sono inutili. Non andiamo da nessuna parte».
Lei, indubbiamente, si è molto esposto. Ha qualche preoccupazione, teme contraccolpi?
«Sono 35 anni che vivo in trincea. Ho passato periodo peggiori e sono allenato a tutto».
La campagna è praticamente conclusa, qualche rimpianto?
«Bisogna fino alla fine far comprendere ai cittadini che la nostra Costituzione è una delle migliori al mondo, che ce la dobbiamo tenere stretta, che è l’architrave della nostra democrazia, che i padri costituenti ci hanno messo due anni per arrivare al giusto equilibrio tra i poteri dello Stato, e non possiamo distruggere tutto questo».
“Sconto” di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio, 12 centesimi al chilo sul Gpl. Per 20 giorni di accise ridotte il governo prevede tagli di diversi milioni in tutti i ministeri, ma quello che salta più all’occhio è quello della Salute

(lespresso.it) – Il dl Carburanti, pubblicato oggi – 19 marzo – in Gazzetta Ufficiale, introduce una riduzione temporanea delle accise di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio e 12 centesimi al chilo sul prezzo del Gpl. Ma a quale prezzo? Quello di un piano di coperture finanziarie che penalizza duramente il ministero della Sanità. Per sostenere un taglio delle accise valido per circa 20 giorni, il decreto prevede infatti riduzioni lineari di spesa, e quindi una percentuale di riduzione fissa, sul budget dei diversi ministeri. Tra queste, la voce più consistente riguarda proprio il ministero della Salute, con un taglio di oltre 86 milioni di euro.
Pesanti riduzioni anche per il ministero dell’Economia (che perde 127,5 milioni) e per quello delle Infrastrutture e dei Trasporti 96,5 milioni, seguiti a catena dal ministero delll’Interno (30,17 milioni), dell’Istruzione (25,691 milioni), degli Esteri (25,148 milioni), dell’Università e Ricerca (25,382 milioni), dell’Agricoltura (25,355 milioni), della Cultura (25,012 milioni), e così via per gli altri dicasteri. Il decreto è già entrato in vigore con la pubblicazione, ma dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni.
Le misure oltre i tagli
Accanto al taglio dei prezzi alla pompa, il decreto rafforza i meccanismi di controllo lungo la filiera. Le società petrolifere dovranno infatti comunicare quotidianamente agli esercenti i prezzi consigliati e pubblicarli sui propri siti, trasmettendoli anche al Garante per la sorveglianza dei prezzi e all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. In caso di violazione è prevista una sanzione pari allo 0,1% del fatturato giornaliero. Per i distributori viene anche introdotto il divieto di aumentare i prezzi nell’arco della stessa giornata dopo la comunicazione.
Il testo istituisce inoltre un regime speciale di monitoraggio: il Garante per i prezzi potrà individuare anomalie tra l’andamento dei prezzi alla pompa e le quotazioni internazionali, segnalando i casi alla Guardia di finanza per verifiche sui costi lungo tutta la filiera, fino all’acquisto del greggio. Gli esiti degli accertamenti saranno trasmessi anche all’Antitrust e, in presenza di ipotesi di reato, all’autorità giudiziaria entro due giorni, con riferimento anche al reato di “manovre speculative su merci”. Le disposizioni su trasparenza e prezzi si applicheranno per tre mesi dall’entrata in vigore.
Le reazioni
La reazione di Pd, Avs e M5s è compatta. I 5 stelle parlano di un “ridicolo tentativo di pannicello referendario”, i dem di una misura “ampiamente insufficiente”. Angelo Bonelli di Alleanza verdi e sinistra definisce le misure del governo “una colossale presa in giro per gli italiani”. “Le notizie di oggi ci confermano quanto abbiamo sostenuto già ieri sera – incalza Bonelli – Le misure contenute nel Dl carburanti varato ieri dal Cdm sono insufficienti. L’aumento del prezzo del petrolio ha, di fatto, già mangiato l’effetto delle misure del decreto”.
Insoddisfazione anche da Assotir. “Il decreto carburanti è un provvedimento positivo, ma incompleto”. Così l’Associazione Italiana delle Imprese di Trasporto, che sottolinea che adesso il ministero dei Trasporti e il ministero dell’Economia debba “varare al più presto” il decreto interministeriale che “riconosce il credito di imposta ai Tir euro V e euro VI. “È un tassello fondamentale dell’intervento”, afferma il segretario generale di Assotir Claudio Donati.
Intervistata da Fedez e Marra, la premier replica allo storico che ha criticato la riforma Nordio: “Quello che dice non ha senso. Selezionare i membri laici dei Csm non sarà come scegliere il capo di una bisca clandestina”

(di Giovanni Macchi – tpi.it) – Nel corso della discussa puntata di Pulp Podcast, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervistata da Fedez e Davide Marra, risponde a distanza allo storico Alessandro Barbero, tra gli intellettuali più critici verso la riforma della magistratura che fra tre giorni sarà oggetto di referendum. “Le sue tesi non hanno molto senso”, replica la premier.
Meloni si esprime dopo che Fedez le ha mostrato il video di un intervento pubblico di Barbero nel quale il professore si scaglia contro il meccanismo del sorteggio introdotto dalla riforma per scegliere i membri dei nuovi consigli superiori della magistratura e della nuova Alta Corte Disciplinare. Barbero critica, in particolare, la previsione per cui i membri “togati” saranno totalmente estratti a sorte, mentre i membri “laici” saranno sorteggiati da un elenco selezionato dal Parlamento. Lo storico parla di “malafede”: “Nell’Italia di oggi – osserva – da moltissimo tempo il Parlamento fa esattamente quello che dice di fare il Governo”.
Dopo aver visto il video, Meloni risponde. “La risposta lapidaria che voglio dare a Barbero – dice – è che io ho sempre pensato che, ascoltando quello gli altri si aspettano da te, scopri di quello che tu dovresti aspettarti dagli altri”. “La mia malafede non arriva dove arriva l’immaginazione di Barbero”, aggiunge
“Barbero – afferma la premier entrando nel merito – dice che il Parlamento fa quello che dice il Governo. Temo che per uno storico, atteso che noi siamo in una repubblica parlamentare, sia una tesi un po’ forzata. Il Parlamento fa quello che dice la maggioranza del Parlamento. Se c’è una maggioranza in Parlamento, il Governo fa quello che dice la maggioranza del Parlamento”.
“Barbero – prosegue – fa questo errore apparentemente grossolano per dire che io al governo mi posso stilare da sola questa lista. Ma Barbero, che è una persona autorevole, sa benissimo che questo sarebbe incostituzionale. La lista va fatta per forza da maggioranza e opposizione insieme”. “Quando faremo la legge di attuazione della riforma – assicura Meloni – io voglio mantenere i tre quinti che sono necessari per eleggere la lista: significa che tu non puoi fare una lista senza il concorso delle opposizioni”.
Nel video mostrato da Fedez, Barbero sottolinea inoltre come la riforma non precisi quanti nomi dovrà contenere la “lista stabilita dalla politica”, “per cui – sostiene – se devono sorteggiare dieci membri laici, potrebbero benissimo fare una lista di undici nomi”.
“Qui esco pazza – replica Meloni – perché noi stiamo parlando della Costituzione e della legge del Parlamento della Repubblica italiana, non stiamo parlando della nomina del responsabile di una bisca clandestina. Se io provassi a fare una legge del genere, il presidente della Repubblica non me la controfirmerebbe e non consentirebbe che quella legge venisse presentata in Parlamento”. “La lista dovrà essere molto lunga e verrà fatta con l’opposizione”, ribadisce.
“Tutte queste tesi surreali – conclude la premier – sono anche una mancanza di rispetto verso il presidente della Repubblica, che la riforma l’ha controfirmata. Tutte le tesi che sta sostenendo Barbero non hanno francamente molto senso dal mio punto di vista”.

(Stefano Baudino – lindipendente.online) – È stata depositata presso il TAR del Lazio una class action popolare contro la Rai e il Ministero dell’Economia e delle Finanze per porre fine alla «occupazione partitica» del servizio pubblico radiotelevisivo. Il ricorso è stato promosso dall’associazione Generazioni Future, rappresentata dal professor Ugo Mattei, docente di Diritto civile all’Università di Torino, insieme a Media Pluralisti Europei, con il patrocinio dell’avvocato Luigi Paccione. Secondo i ricorrenti, l’attuale governance di viale Mazzini si trova infatti una «situazione di assoluta illegalità» rispetto alla normativa europea, che richiede procedure di nomina trasparenti e del tutto svincolate dalla politica. La Rai, dicono i promotori, è stata ed è ancora segnata da «un’occupazione pluridecennale che annienta il diritto degli utenti alla trasparenza e alla imparzialità dell’informazione».
L’azione legale collettiva, che ha già raccolto oltre diecimila adesioni, denuncia la violazione del Regolamento europeo 2024/1083, il cosiddetto Media Freedom Act, entrato in vigore lo scorso 8 agosto, che impone l’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico dai condizionamenti politici. Nella realtà, fanno notare i ricorrenti, il metodo dell’«occupazione partitocratica» e della spartizione del servizio pubblico continua a segnare, senza soluzione di continuità, le dinamiche interne alla Rai. «Dall’agosto scorso la Rai versa in situazione di assoluta illegalità e la sua governance è radicalmente contraria ai principi e alle regole di un Regolamento Europeo fonte primaria del nostro diritto», spiegano i promotori, sottolineando come «le polemiche di queste settimane relative alle nomine mostrano come il metodo dell’occupazione partitocratica e della spartizione del servizio pubblico, con relativa collocazione di figure fedeli nei posti chiave, continui imperterrito senza che dell’illegalità europea e delle relative responsabilità e costi ben pochi si preoccupino». Il CDA Rai è oggi formato da 7 membri: 4 sono eletti dal Parlamento (2 dalla Camera, 2 dal Senato), 2 sono designati dal governo – nello specifico dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – e 1 è eletto dai dipendenti dell’azienda.
La class action mira a ottenere dal Tar una sentenza di accertamento che verifichi la mancata applicazione della normativa europea, con l’obiettivo di ripristinare il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione pubblica. I sostenitori dell’iniziativa chiedono inoltre un intervento sulla gestione finanziaria dell’azienda, con particolare riferimento alla «restituzione del canone non dovuto» e alla «limitazione delle spese stravaganti di retribuzione di noti personaggi televisivi, complici del generale progetto di disinformazione pubblica, di cui la Rai partitocratica è protagonista», aprendo così la strada a un possibile coinvolgimento della Corte dei Conti. Sostenuta da un patto di oltre venti organizzazioni, la class action rappresenta un tentativo di mobilitazione popolare per difendere un «bene comune» pagato dai cittadini attraverso il canone. La piattaforma per aderire è accessibile sul sito generazionifuture.org, dove i cittadini possono prenotarsi come partecipanti all’azione collettiva.
«L’occupazione della Rai, dopo entrata in vigore del Media Freedom Act, ha raggiunto un nuovo livello – dichiara a L’Indipendente il Prof. Ugo Mattei -. Essa non è più soltanto politicamente vergognosa ma oggi è anche smaccatamente illegale. Questa volta davvero “ce lo chiede l’Europa!”». Sulla Rai, prosegue Mattei, «emerge in modo chiarissimo il comune interesse all’occupazione tanto della destra quanto della cosiddetta sinistra: emerge così in modo plastico come il Italia la vera contrapposizione sia fra chi vuole la Rai bene comune e chi vuole mantenerla come puro strumento di propaganda. Il popolo contro la casta. Lo strumento giuridico della class action può dare al primo uno strumento per coalizzarsi per difendere i beni comuni».
L’annuncio di Downing Street sulla disponibilità di Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, minaccia gli alleati degli Stati Uniti

(ilfattoquotidiano.it) – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone sono pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale dello strategico Stretto di Hormuz, chiuso dall’inizio della guerra in Iran. L’annuncio è arrivato con un comunicato diffuso da Downing Street nel quale i sei Paesi condannano con forza i missili e i droni lanciati da Teheran. La risposta iraniana non si fa attendere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, secondo quanto riporta la Cnn, fa sapere che gli alleati degli Usa che aiutano Washington a riaprire lo Stretto si renderebbero “complici” dell’aggressione. Durante una telefonata con il suo omologo giapponese Toshimitsu Motegi, Araghchi ha affermato che l’attuale situazione a Hormuz è stata causata da Stati Uniti e Israele, e ha avvertito che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano costituirebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.
Nella dichiarazione congiunta i leader dei sei Stati esprimono la “disponibilità” a “contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto” accogliendo “con favore l’impegno delle nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria“. Nella nota inoltre i firmatari condannano “con la massima fermezza i recenti attacchi dell’Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane” ed esprimono “profonda preoccupazione” per l’escalation del conflitto. “Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le sue minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge nella nota.
“Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili”, insistono ancora i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone. “In linea con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sottolineiamo che tale interferenza con la navigazione internazionale e l’interruzione delle catene globali di approvvigionamento energetico costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali“. “A questo proposito – concludono – chiediamo una moratoria immediata e completa sugli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas”.
Sull’argomento è intervenuto, a margine del Consiglio Europeo a Bruxelles, anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres facendo presente che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu “ha condannato gli attacchi” dell’Iran contro gli Stati vicini “e ne ha ordinato la cessazione, come ha ordinato l’apertura dello Stretto di Hormuz”. Per Guterres, “la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz causa immense sofferenze a moltissime popolazioni in tutto il mondo, che non hanno nulla a che fare con questo conflitto. È tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza. È tempo che la diplomazia prevalga sulla guerra”, conclude.

(ANSA) – PISA, 19 MAR – Regolare i salari, introducendo un limite minimo e massimo, può ridurre le disuguaglianze senza compromettere occupazione e crescita. Lo dice uno studio dell’Università di Pisa pubblicato sulla rivista internazionale Economic Modelling. La ricerca ha analizzato il caso italiano utilizzando il modello macroeconomico Eurogreen.
Le simulazioni, spiega l’ateneo, “mostrano che un salario minimo fissato a 10 euro l’ora è particolarmente efficace nel ridurre il lavoro povero e le disuguaglianze diffuse, aumentando i redditi più bassi: il salario massimo, fissato nelle simulazioni a 40 euro l’ora, agisce invece sulla parte alta della distribuzione e contribuisce in modo significativo a ridurre il divario retributivo fra uomini e donne”.
Per la ricerca “sul piano macroeconomico occupazione e produttività restano sostanzialmente stabili nel medio periodo: l’aumento dei salari più bassi tende a rafforzare la domanda interna, compensando gli effetti legati all’aumento dei costi del lavoro, mentre il contenimento dei redditi più elevati non produce impatti negativi rilevanti sull’attività economica complessiva”.
“Il dibattito pubblico – osserva Simone D’Alessandro, professore del dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa – spesso contrappone equità ed efficienza ma il nostro lavoro mostra che, se valutate in modo sistemico, politiche salariali ben calibrate possono ridurre le disuguaglianze salariali e di genere senza generare effetti macroeconomici destabilizzanti”.
Lo studio, conclude il docente, “si inserisce in un contesto particolarmente critico per il mercato del lavoro italiano, visto che negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse in cui i salari reali medi sono diminuiti, a fronte di una crescita diffusa negli altri Paesi avanzati”.