
(Tommaso Merlo) – Tu chiedi all’Intelligenza artificiale le tre opzioni migliori su qualunque questione, i cittadini votano la preferita e si passa ai fatti. Molto meglio della mediocrità di classi deficienti che ci stanno trascinando verso l’autodistruzione. Con l’IA al posto dei politicanti si eviterebbero i costi dei mega stipendi oltre che dei sontuosi palazzi del potere e non esisterebbe la corruzione. Né le mazzette in contanti né la corruzione morale degli arrivisti senza scrupoli specializzati nel glorificare le natiche di qualche boss per emergere e che cambiano idee come i vestiti dato che la loro unica vera bussola esistenziale è la carriera e cioè soldi, potere, visibilità e status. L’IA non ha nemmeno traumi infantili irrisolti da compensare o depravazioni narcisistiche da sedare. L’IA sarebbe molto più professionale e stabile anche emotivamente, non proporrebbe cioè soluzioni in base al tornaconto personale o partitocratico o per odio verso qualche nemico immaginario. Anche se ci vuole poco, sarebbe poi molto più intelligente sia nell’analisi della realtà che nel proporre soluzioni valide per il futuro. Avrebbe poi il vantaggio che quando sbaglia lo ammette subito e si correggerebbe perché non ha un fragile ego da proteggere e tantomeno una immagine da difendere. L’IA non ha il problema del consenso e cioè di apparire quello che non è per infinocchiare le masse di teleconsumatori e tenersi la poltrona. L’IA non ha motivi per mentire e manipolare e resterebbe ancorata alle conoscenze disponibili ed utili ad elaborare le migliori soluzioni possibili. Non come i politicanti che senza sapere una mazza decidono in base al proprio interesse o agli umori del momento. L’IA non ha poi il problema della lotta per il potere e delle strategie partitocratiche per vincere le elezioni e riuscire a governare. L’unico suo cruccio è quello di accumulare più dati possibili in modo da proporre le soluzioni più valide ai cittadini il cui compito è informarsi sulle varie opzioni e scegliere democraticamente e consapevolmente quella che ritiene la migliore. A quel punto i funzionari e tecnici statali in carne ed ossa inizieranno ad eseguire scrupolosamente quanto deciso. Scrupolosamente perché l’IA ha anche il compito di valutare i risultati delle politiche adottate e anche delle persone che le hanno implementate in modo da allontanare lazzaroni ed incapaci. Finalmente una oggettiva analisi ex post in modo da evolvere come sistema paese invece di sguazzare per decenni nello stesso pantano senza che nessuno se ne assuma la responsabilità. Con l’IA al governo, sparirebbe quindi la propaganda e la politica sarebbe focalizzata sui fatti concreti invece che buttar via decenni a litigare sul nulla per poi prendere decisioni annacquate da compromessi ed egoismi. L’IA non ha bisogno di essere rieletta e quindi se le soluzioni adottate non funzionano, ne proporrà altre senza bugie o drammi. Ed imparerebbe dagli errori a differenza dei politicanti di oggi. La becera faziosità sarebbe rimpiazzata da una analisi oggettiva lasciando quindi a bocca asciutta la propaganda travestita da giornalismo che infesta il dibattito pubblico. Con l’IA salterebbero tutte quelle intermediazioni tecnocratiche e mediatiche in cui si infiltrano le mafie lobbistiche e la politica da chiacchiere a vanvera tornerebbe ad essere azione. Soluzioni concrete a problemi concreti in modo da migliorare la vita dei cittadini. Se poi un modello di IA fa cilecca, si cambia. L’importante è che non sia anch’esso manipolato alla fonte da qualche mafia lobbistica come accade oggi al potere politico. Servono algoritmi pubblici e trasparenti e sempre aggiornati. Anche a livello internazionale vi sarebbero vantaggi enormi. L’IA ci metterebbe un nanosecondo a ribadire che la guerra è una follia autodistruttiva e la diplomazia la via più intelligente ed efficace per risolvere le controversie. Se poi vi sono rischi di guerra atomica come con la Russia, l’IA suggerirebbe di prendere a pedate tutti i politici che scherzano col fuoco. E se vi sono rischi di crisi energetica ed economica globale come con l’Iran, l’IA suggerirebbe di prendere a pedate tutti i politici che scherzano con la vita altrui. Aggiungerebbe poi che secoli di storia certificano come la cooperazione pacifica benefici tutti e che in questa pallina spersa nell’Universo alla fine ci sono solo due finali, o l’autodistruzione o la collaborazione intelligente e la condivisione giusta delle risorse tra persone e paesi civili. Traguardi che si raggiungono attraverso livelli sempre più alti di consapevolezza personale e collettiva. Certo, l’Intelligenza Artificiale non ha un cuore che è l’essenza e la salvezza dell’umanità ed ha quindi grossissimi limiti, ma nemmeno le classi deficienti occidentali ce l’hanno e a differenza loro almeno l’IA ha un cervello.
Israele, gli Usa e i governi vassalli hanno creato le condizioni perché ogni individuo pensi di avere il diritto di ricorrere al terrore e alla violenza come risposta alle loro tante prevaricazioni

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Mentre proseguono gli accertamenti sul tentato dirottamento dell’aereo di FlyDubai, i leader israeliani hanno già le idee chiare. L’attentatore, il secondo pilota originario dell’Oman, è definito un terrorista iper radicalizzato che “pregava troppo” e “non dava la mano alle donne”, due caratteristiche degli osservanti ortodossi dell’islamismo e dell’ebraismo (neghiah).
Ovviamente il riferimento implicito usato dai media è rivolto soltanto agli sciiti iraniani. Anche se Trump lo ha invitato a non fare dichiarazioni affrettate contro l’Iran, probabilmente per non alterare il clima dei presunti colloqui su Hormuz. Dopo lo sventato attentato, Israele e altri Paesi hanno apprezzato e onorato l’eroico pilota indiano che, anche se accoltellato dal suo copilota, ha sbloccato la porta della cabina di pilotaggio. Il velivolo era in rapida discesa e si sarebbe schiantato al suolo in una ventina di secondi se non si fosse realizzata una straordinaria sequenza di eventi inaspettati. 1) L’attentatore riesce a far perdere quota al velivolo, ma non a mantenerne l’assetto e farlo precipitare; 2) il pilota ferito riesce a sbloccare la porta; 3) entrano alcuni passeggeri e uno di essi, appassionato di sceneggiati televisivi, neutralizza l’attentatore, si mette ai comandi e riporta il velivolo in linea; 4) entrano in cabina due piloti che si trovavano casualmente tra i passeggeri e prendono il controllo dell’aereo portandolo all’atterraggio di emergenza in un regolare aeroporto saudita. Sono un pilota russo e uno ucraino. Probabilmente ex-militari passati al “libero mercato” dei piloti civili. Sono pienamente padroni di quel tipo di aereo e si capiscono bene parlando la stessa lingua. La sequenza degli eventi, dall’apertura della porta alla ripresa del controllo, non supera i 5 minuti. Nulla si sa di come siano andate le cose nei 79 minuti precedenti. Tra gli eroici passeggeri che hanno evitato lo schianto, non si fa menzione del personale di sicurezza israeliano che normalmente accompagna tutti i voli che trasportano gruppi consistenti di cittadini israeliani. Non si capisce come mai in un’ora e mezza di crisi non sia scattata nessuna delle misure anti-dirottamento in vigore in tutto il mondo. L’aereo era diretto a Tel Aviv e un vero e razionale attentatore “radicalizzato” e suicida avrebbe potuto contare proprio su questo per ottenere il suo scopo. Di certo l’aereo sarebbe stato abbattuto dalla Idf prima di entrare nei cieli d’Israele. Quale occasione migliore per far uccidere cittadini israeliani dagli stessi israeliani?
[…] Molti si fingono meravigliati e preoccupati per l’attacco terroristico e cercano collegamenti con centri di potere, gli stati canaglia e i gruppi conosciuti. Altri sperano che si tratti “soltanto” di un lupo solitario. In realtà dovrebbe preoccupare che invece di un radicalizzato e manovrato si sia trattato di un cittadino qualsiasi, impazzito da ciò che deve subire ogni giorno, immerso in guerre che non merita. Come si fa a controllare la pazzia del singolo che rischia di diventare collettiva? Come si fa ad ammettere che il terrorismo sia la manifestazione di una malattia sociale? Che Israele, gli Usa e l’intera Europa siano ormai i laboratori dove il virus viene nutrito con la paura? Un fatto è certo: mai e nessuno, meglio di loro, è riuscito a scatenare le emozioni e creare le condizioni perché ogni individuo pensi di avere il diritto di ricorrere al terrorismo e alla violenza come adesione o risposta alle loro prevaricazioni. Ma nessuno lo ammetterà e allora è più “confortante” l’idea che il terrorismo sia sempre frutto di un complotto organizzato e quindi guidato, con degli scopi politici, economici e sociali ben chiari.
L’attentatore appena immobilizzato ha supplicato di essere ucciso. Tipico dell’aspirante martire. Il bellicoso ministro israeliano della sicurezza Ben-Gvir ha reclamato la sua consegna. Anche Netanyahu, a scampato pericolo, ha soffiato sul fuoco paventando il pericolo islamista che soltanto grazie a Israele può essere sconfitto. Lui stesso e tutti i media hanno comunque approfittato dell’episodio per fare il parallelo con l’11/9 di 25 anni fa sperando forse che possa riprendere la guerra al terrorismo islamista (questa volta iraniano). Dimenticano che l’attacco alle torri gemelle fu portato contro gli Usa e non contro l’Occidente. Non è un caso che le più note organizzazioni terroristiche siano nate da progetti governativi delle potenze coloniali prima e dalle post-coloniali dopo. I Mau Mau keniani erano al servizio della Gran Bretagna, Al Qaeda servì alla Cia in Afghanistan, l’Isis agli americani in Iraq e Siria, Hamas a Israele a Gaza, i Talebani ai servizi pakistani. Quando gli stati arabi hanno alimentato i gruppi terroristici anche contro Israele, l’Iran ha sostenuto Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e gli Houthi nello Yemen. Gruppi tutt’altro che clandestini e partecipanti a governi legittimi.
[…]
La lettura dell’episodio del Fly Dubai in chiave pro-israeliana è conseguenziale al discorso di Netanyahu all’Onu. L’ingresso di Netanyahu è stato accolto da fischi e grida di biasimo. L’aula si è quasi svuotata. Netanyahu ha sfoderato il suo sarcasmo dicendo: “Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato quest’aula, lo facciano ora”. Paradossalmente si stava rivolgendo a un’aula vuota a eccezione dei suoi delegati e di quelli americani e loro alleati inchiodati alle loro sedie dai ricatti. Il discorso è stato infarcito di retorica sionista, strumentalizzazione dell’antisemitismo e del terrorismo. Sembrava sapere cosa sarebbe accaduto. Ha pronunciato la parola “Israele” 46 volte, “Hamas” 24, “terrorismo” e derivati 40 volte. Ha negato la possibilità di uno Stato palestinese. Ha minacciato chi lo vorrebbe al confine con Israele. Secondo lui, Hamas sarebbe l’unico responsabile dei guai palestinesi, degli eccidi, della fame, dell’odio contro Israele. Il ragionamento avrebbe senso se le sanzioni, le ritorsioni e le violenze riguardassero soltanto Hamas. Ma esse sono rivolte a tutta la popolazione palestinese a Gaza e in ogni parte del mondo. Hamas viene fatto coincidere con i terroristi del 7 ottobre. Secondo Netanyahu non c’è stato alcun genocidio. Prima di essere massacrata, la popolazione palestinese è stata avvertita. “Circa 700 mila abitanti di Gaza, circa tre quarti di 1 milione, ha ascoltato il nostro appello e si è spostata da quella zona. Un Paese che commette genocidio esorterebbe mai una popolazione civile che vorrebbe colpire a uscire, ad andarsene?”. Una domanda così semplice merita una risposta altrettanto semplice: a quei 700 mila non è stato dato nessun posto sicuro dove andare. Anche a proposito dell’eliminazione per fame Netanyahu ha voluto dire la sua: “Israele ha fatto entrare a Gaza, oltre 2 milioni di aiuti e di cibo. Una tonnellata di aiuti per ogni uomo, donna e bambino presente a Gaza. Circa tremila calorie a persona al giorno”. Qui ci deve essere del cinismo. Ammesso e non concesso che la cifra di un kg di aiuti al giorno ai due milioni di palestinesi per tre anni sia vera, non tutto è arrivato sano e utilizzabile, non tutto era cibo, il peso maggiore era l’acqua e non tutto il resto si è tradotto in calorie a meno di non contare le calorie contenute nelle bombe usate per ammazzarli. Anche lui però ha voluto riconoscere l’importanza del popolo iraniano e la possibilità che i due “antichi” popoli, ebraico e iraniano, possano collaborare. In futuro, una volta che gli iraniani si saranno liberati dalla maledizione del loro regime. Del suo regime, Netanyahu non parla. Vuole “finire il lavoro” e il problema dei palestinesi, libanesi e siriani scomparirà. Per il momento è guerra contro tutti. È strage, massacri, aggressione, tracotanza, umiliazione, vergogna.

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Il tono è pacato, il contenuto molto meno. “Elly Schlein sostiene che uno non vale uno? Per me significa che contano i cittadini, la cui stragrande maggioranza, il 60-70%, dice basta a questa escalation militare a suon di armi” sostiene Giuseppe Conte da Frosinone, dove presenta il suo libro Una nuova primavera. Rivendica una primazia, nella linea pacifista e nella capacità di coinvolgere mondi diversi, almeno rispetto al Pd. Anche quando rammenta che “noi abbiamo portato centinaia di migliaia di persone in piazza contro il riarmo”. Per poi rinfacciarle: “È Elly a volere Matteo Renzi in coalizione”. E siamo di nuovo alla competizione per quelle primarie che per l’ex premier sono inevitabili: “Dopo le parole di Schlein in direzione non ci sono più alternative. Lei ha confermato che vede due strade: o la candidata premier è lei, oppure ci saranno le primarie. E io credo che a questo punto la via sarà quella delle primarie, perché dobbiamo sempre preferire la partecipazione democratica”. Conta questo per i Cinque Stelle, che derubricano come “parole per tenere buono il suo partito” le sillabe puntute della segretaria (“Noi abbiamo il doppio dei voti delle altre forze”). Schermaglie, nel giorno in cui la partita molto presunta sul terzo nome esce probabilmente di scena.
Raccontano che il leader dei 5Stelle ne avesse ricominciato a parlare come alternativa ai gazebo da un mese, nelle riunioni interne. Poi negli ultimi giorni lo ha detto anche in pubblico: per mettere fretta a Elly Schlein, che vede “troppo lenta”. Da settimane l’avvocato insiste sulla necessità di convocare i gazebo “prima possibile”. Ossia per dicembre, nella sua prima versione. Tempistica ormai impossibile. Così ora dal M5S auspicano che si vada ai gazebo “tra fine gennaio e i primi di febbraio”. Nell’attesa, l’ex premier ha mandato in avanscoperta la vicepresidente Vittoria Baldino, che a Un giorno da pecora ha evocato come terza opzione Pier Luigi Bersani. Poi è stato lui stesso a sostenerlo: “Avevo proposto al Pd di ragionare su un terzo nome, anche di recente, ma hanno rifiutato”. Ma davvero avrebbe rilanciato su un accordo? Dal Pd negano. E anche altri fronti del campo largo si mostrano scettici: “Giuseppe il terzo nome non l’ha mai voluto, altrimenti avremmo convinto Elly a farsi da parte…”. Ma il tema dei tempi divide ancora i due partiti. Due giorni fa alla Camera il responsabile organizzazione dem, Igor Taruffi, è sbottato di fronte ai cronisti: “Chi vi dice che siamo in ritardo con le primarie? L’importante è farle nel momento giusto”. E ieri la stessa Schlein è stata urticante nei confronti dei 5S: “Noi siamo pronti da febbraio sul programma, mentre altri solo da fine settembre”. E gli altri ovviamente sono i 5Stelle, che hanno appena terminato Nova. Schermaglie, prima delle primarie che Conte promette di giocare “con spirito unitario”: “Non permetterò che diventino un duello rusticano”. Ma dal palco di Frosinone poi scandisce: “Schlein si sta assumendo una grande responsabilità nel voler coinvolgere Matteo Renzi, il Pd vuole fargli da garante”. Tradotto, del fu rottamatore dovrà rispondere lei. E altro che tregua.
E’ molto più che un film che fotografa due tragedie

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Possiamo solo immaginare il dolore che prova il popolo di Israele e quello della Diaspora, alla vigilia del terzo anniversario del terribile pogrom del 7 ottobre 2023. Niente può cancellare il ricordo di quei 1300 innocenti, massacrati dai tagliagole di Hamas solo “perché ebrei”, mentre ballavano in un rave party, preparavano la colazione in un kibbutz, giocavano in giardino, andavano a scuola. Uomini sgozzati, donne stuprate, neonati bruciati nei forni di cucina, muri imbrattati da una preghiera svilita a inno della morte: Allah Akbar. E poi il trauma nel trauma, i 250 rapiti, carne da macello nelle mani insanguinate di Yahya Sinwar. Ma ora nei cinema spopola Naza. Molto più che un film: l’autodafé di una nazione, che mentre si prepara a commemorare la sua immane tragedia non può più ignorarne un’altra, uguale e contraria. Tre anni di sterminio dei palestinesi di Gaza, programmato dall’apparato militare-digitale israeliano. Più di 70 mila morti, annientati anche grazie all’Intelligenza artificiale che nella caccia al terrorista nascosto tra i civili applica un suo macabro dispositivo: colpirne uno, sterminarne trecento. La macchina che decide, vita o morte. La disumanizzazione finale, non solo delle vittime ma pure dei carnefici.
I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, al chiodo che spacca il cuore del popolo ebraico, hanno aggiunto il tarlo che ne rode la coscienza. Non può farlo smettere Netanyahu con i suoi truci anatemi al Palazzo di Vetro, “salutati” dalle delegazioni che escono e da Yedioth Ahronoth che titola “Bibi difende Israele all’Onu, ma parla a un mondo che non lo ascolta più”. E nemmeno l’Idf con il suo contro-documento, che per smentire il film parla di “quadro distorto, fuorviante e disonesto” e in fondo sa dire solo alle opinioni pubbliche scioccate “fidatevi di noi”. Magari si potesse. La storia è nota. Naza, acronimo di Nezek Agavi, vuol dire “danno collaterale”, margine di vittime civili considerato tollerabile in ogni singolo attacco. Ventiquattro soldati e ufficiali dell’intelligence che al buio, sui tetti di Tel Aviv, raccontano che nella Striscia usando l’algoritmo hanno tollerato fino a 300 “danni collaterali” per ogni terrorista ucciso. Spiegano che per procedere bastava un clic, che per i cecchini sparare su donne e bambini in fila per il cibo era come un videogame. Di fronte a tutto questo, dobbiamo chiederci dove siamo stati noi — Occidente, Europa, Italia — in tutti questi anni. Mentre l’orrore si consumava sotto i nostri occhi, se solo li avessimo tenuti aperti.
Dove eravamo a dicembre 2023, due mesi dopo il pogrom, quando Yuval Abraham pubblicava la sua prima inchiesta-shock su +972 Magazine e Local Call. “L’esercito israeliano ha autorizzato il bombardamento di bersagli non militari con un sistema di IA per generare un numero senza precedenti di potenziali bersagli… Nulla accade incidentalmente, quando una bambina di tre anni è uccisa in una casa a Gaza è perché qualcuno dell’esercito ha deciso che valeva la pena pagare quel prezzo per colpire un altro obiettivo… C’è un sistema chiamato Habsora basato sull’IA… è una fabbrica di omicidi di massa”. Dove eravamo a settembre 2024, quando Meron Rapaport su Sikha Mekomit riferiva le parole dell’ufficiale-capo di una missione per liberare 4 ostaggi israeliani, durante la quale sono stati uccisi 270 civili palestinesi: “Chi non è fuggito, anche se disarmato, per noi era un terrorista: tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”. Dove eravamo ad aprile 2024, quando il Guardian svelava le letali meraviglie del sistema Lavender, che nell’individuazione dei miliziani di “basso rango” ha moltiplicato oltre quota 20 la soglia dei Naza, mentre negli attacchi contro funzionari di “alto rango” di Hamas “ha ritenuto accettabile che fossero uccisi anche più di cento civili”. Un militare rivelava: “Impiegavo venti secondi per ogni obiettivo, e ne facevo decine ogni giorno, non avevo valore aggiunto in quanto essere umano, servivo solo da timbro di approvazione… Facevamo un calcolo di quanti se ne potevano uccidere per un comandante di brigata, quanti per un comandante di battaglione, e così via… c’erano regole, ma erano molto elastiche… Abbiamo ucciso centinaia di persone, anche migliaia, cose mai accadute prima”. E dove eravamo tra il 2019 e il 2023, quando le truppe di Tsahal seppellivano col cemento le sorgenti d’acqua dei contadini palestinesi e “liquidavano” senza pietà lo storico villaggio di Masafer Yatta in Cisgiordania, abbattendo case, scuole, ambulatori, per fare spazio ai coloni.
Dobbiamo chiederci perché dopo tre anni di ipnosi collettiva è servito il cinema a risvegliarci e a riavvolgere la pellicola della realtà. Prima No other land, adesso Naza: due prove di coraggio, che hanno rotto il velo pavido della realpolitik. Non abbiamo ascoltato Gideon Levy, che dal 2024 ci avvisava sui pericoli del “patriottismo barbarico che rialza la testa in Israele”. Non abbiamo dato retta a Masha Gessen, che da novembre 2025 ci sbatte in faccia l’ipocrisia del nostro doppio standard: giustamente intransigenti con i crimini di guerra di Putin in Ucraina, tra sanzioni, embarghi e moratorie, inopinatamente tolleranti con i crimini di guerra di Netanyahu, “compiuti con il sostegno delle principali potenze occidentali”. È anche così che abbiamo ucciso il diritto internazionale, disonorando la promessa di Norimberga, la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale. Ferrivecchi arrugginiti e rottamati dall’America di Trump, che all’amico Bibi non ha mai lesinato aiuti, e dall’Europa dei 27, che finora ha solo balbettato. Siamo andati col cappelluccio Maga in mano alla parata farlocca del Board of Peace, che doveva disarmare Hamas e invece è più armata di prima. E abbiamo taciuto quando quel losco comitato d’affari, per motivi di “sicurezza nazionale”, ha vietato ai ragazzini palestinesi di far volare gli aquiloni nel cielo sopra a Gaza.
Chi siamo noi occidentali, adesso, per dare lezioni di giustizia e di democrazia al resto del mondo? Noi che abbiamo il nostro decalogo di “guerre giuste”, noi che pratichiamo la pena di morte, come i talebani a Kabul e i Guardiani della Rivoluzione a Teheran? Noi italiani, poi, guidati da una destra che per saldare i conti del fascismo si oppone a Roma al riconoscimento dello stato di Palestina e a Strasburgo alla sospensione degli accordi di partenariato con Israele, mentre la sinistra si spacca su un disegno di legge perché non sa capire la differenza tra l’odio contro il popolo ebraico e la critica legittima al governo che lo comanda. Così, senza che nulla cambi, anche Naza passerà, insieme all’anniversario del 7 e alle elezioni del 27 ottobre, ultima speranza per mandare a casa, insieme a Bibi, gli Smotrich e i Ben Gvir, ultrà messianici convinti di fare della Terra Santa la “Nuova Sparta”. E come dice Anna Foa, continueremo a far calare lo stigma dell’antisemitismo su chiunque osi contestare non dico il genocidio, ma anche solo la pulizia etnica praticata da Netanyahu. Continueremo a concedere tutto a Israele, perché è “lo Stato degli ebrei”. Senza capire, come diceva George Steiner, che dopo la Shoah essere ebreo vuol dire essere “un po’ più uomo”.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 1° ottobre lamenta che l’Impero occidentale, chiamiamolo così, non è riuscito a esportare la democrazia. Meno male. La prima democrazia di cui abbiamo conoscenza, quella ateniese, limitata e imperfetta perché non potevano parteciparvi le donne, gli schiavi, gli immigrati, fu bellicista molto più dei tiranni dell’epoca. Ma, paradossalmente, la prima ideologia totalizzante fu il cristianesimo nato e cresciuto fra Europa e Medio Oriente, soprattutto in Palestina, perché Cristo, secondo la leggenda, nacque a Betlemme e fu crocifisso poco fuori Gerusalemme, sul Monte Calvario che oggi porta il suo nome in ricordo di quella crocifissione.
Il cristianesimo nasce da un’idea generosa: se io possiedo la “buona novella” perché non trasmetterla anche agli altri? Ma è uno di quei favori non richiesti che ti ricadono addosso come una tegola. Emissari nel mondo di questa “buona novella” sono stati i missionari che possono essere considerati legittimamente dei colonizzatori. Mi ricordo che quando in un programma politico e culturale di Rai 1 il conduttore diede notizia che un missionario era stato barbaramente ucciso, mi pare in Congo, io dissi: “Beh, se l’hanno ucciso qualche ragione ci sarà stata”. Ne nacque un putiferio e, in quella trasmissione cui partecipavano da remoto giornalisti e intellettuali, non fui più invitato.
Ma torniamo al presente, anzi al passato, anzi al futuro. Atene aveva appena finito di conquistare tutte le poleis elleniche, tranne Sparta, imponendogli le sue leggi e i suoi costumi (i latini, cioè i Romani antichi, più pragmatici, si accontentavano che le province conquistate pagassero le tasse, cioè frumento) che collassò. E nonostante la sua grande profonda cultura non è più tornata all’onor del mondo, perché la cultura è un ostacolo alla vita. Il pareggio ottenuto l’altro giorno in Nations League con l’Olanda, che però non è più la “Grande Olanda” dei Neeskens e dei Cruijff, appartiene, è il caso di dirlo, a un altro campionato, quello calcistico che però è influenzato dalla società da cui proviene (Storia reazionaria del calcio, 2019). Non è certamente un caso che la Spagna abbia vinto i recenti Campionati del mondo. E non è nemmeno un caso che il Tiranno di oggi, Donald Trump, abbia messo in atto tutte le possibili strategie per sottomettere la Spagna, perché la Spagna è stato l’unico paese europeo a tenere la schiena dritta di fronte alle brame dell’Imperatore di oggi: non ha permesso il volo agli aerei dalle basi americane su territorio iberico e, più addietro, il socialista Zapatero si è rifiutato di mandare i soldati iberici nella guerra contro l’Iraq voluta dagli yankee, mentre il suo successore, il cattolicissimo Aznar, nonostante l’opposizione di Papa Wojtyla vi aderì con entusiasmo. Fra le soperchierie dell’odierno Imperatore ci sono i super dazi minacciati contro la Spagna e le improvvise accuse di corruzione al governo spagnolo di Pedro Sanchez dietro le quali c’è, come abbiamo già scritto, la “manina americana”. E anche il caso di Ceuta e Melilla fa parte, secondo me, di questa strategia.
Abbiamo detto dianzi che Atene collassò dopo aver conquistato tutta l’Ellade. È un avvertimento per Trump che, dopo aver aggredito il Venezuela, minacciando ogni giorno di fare lo stesso con Cuba, vuole conquistare il mondo intero e adesso ha messo le mani anche sulla Groenlandia lontanissima dai suoi confini. La motivazione è sempre la stessa: tutelare gli interessi nazionali americani nel mondo. Ma come cadde Atene, la cui egemonia è durata ben più a lungo di quella americana, cadrà anche quella yankee, la cui durata si può datare in ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Passi (o meglio: sia obliata) l’appropriazione di Gramsci da parte di CasaPound, i “fascisti del Terzo millennio” con spiccate velleità intellettuali; passi pure, si fa per dire, lo scippo del co-fondatore del Partito Comunista d’Italia da parte dei Fratelli della stessa Italia, che – dopo aver saccheggiato Tolkien, ascritto Dante alla destra, lottato per Pino Insegno su Raidue, profanato il cadavere di Pasolini (come già i renziani con le imbarazzanti scuole di partito intitolate al povero intellettuale, ai tempi in cui erano convinti di avere qualcosa da insegnare a qualcuno) – si è accorta che per fondare l’egemonia culturale di destra occorreva depredare quella di sinistra; ma che Forza Italia, il partito di Fininvest, sfrutti la memoria di Antonio Gramsci, morto nel 1937 dopo 11 anni di sofferenze patite in carcere per la stupidità e la ferocia del regime fascista, è davvero grottesco. E non perché il partito di Berlusconi e Dell’Utri sia più fascista delle altre due formazioni, anzi; ma perché non risulta sia composto da filosofi e letterati (forse nemmeno da lettori), né a dire il vero di aspiranti tali. Comunque, il prossimo fine settimana si terrà a Milano “L’ottimismo della volontà”, una tre giorni di convegni promossi dal partito per – così leggiamo – “costruire proposte, ascoltare il mondo produttivo e affrontare le grandi sfide che attendono l’Italia che ha bisogno di fiducia, coraggio e idee capaci di diventare scelte concrete”.
Gramsci su Ordine nuovo (e poi nei Quaderni dal carcere), citando il drammaturgo francese Romain Rolland, contrapponeva all’ottimismo della volontà il pessimismo della ragione: intendeva dire che ciascun individuo ha il dovere morale di agire per modificare lo stato delle cose, che pure non può essere ignorato. Si trattava, e si tratta anche oggi, di vedere lucidamente le storture della società capitalista, la parte della struttura che il filosofo tedesco Adorno chiamava “il negativo”, e poi di rivolgere la disperazione individuale all’azione collettiva necessaria alla ribellione della classe operaia. Praticamente il programma di Forza Italia. Ma come gli è venuto in mente, di spacciare un meeting motivazionale aziendale per una chiamata al popolo? Pensavamo che gli elettori di FI fossero già ottimisti, con quegli Isee. Ironia della sorte, sempre Adorno disse: “Essere ottimisti è da criminali”: ecco, forse come riferimento culturale questo è più adatto al caso.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Magari li faccio saltare in aria, devo decidere”. Violente nel merito, ridicole nella forma, le ultime parole di Trump sull’Iran si sommano a una catena di minacce e improperi lunga mesi, quasi tutte uguali, “li distruggo”, “li cancello”, “li anniento”, sempre con quella prima persona singolare che non concede dubbi all’idea che il tiranno ha del potere. Io qui, io là, io su, io giù.
Sembra un cartoon, il capo dello Stato più potente del mondo parla come Bluto, il cattivo di Popeye, o come il gatto sicuro di mangiarsi il canarino. E più il canarino lo fa fesso, più il gatto nasconde la sua frustrazione dietro il sussiego (comico) del bullo che alza la cresta. Il fatto che l’Iran non sia un canarino, ma un posto dove si spara sugli studenti e si lapidano le adultere, e che sia in gioco la vita di moltitudini di esseri umani, non leva una virgola alla interpretazione grottesca che Trump fa di se stesso.
I suoi predecessori alla Casa Bianca, senza eccezioni, ebbero lo scrupolo formale, e forse addirittura la convinzione, di battersi per qualcosa che assomigliava a un’idea, a un ordine, a una visione del mondo. Questo tizio qui invece no, il suo parametro manifesto è dichiarare quello che serve a lui, che vuole lui, che piace a lui. Vuole i soldi e il potere, il resto è niente. Il mondo si adegui, o lo faccio a pezzi.
Trump è la prepotenza in purezza, senza chiaroscuri, senza ambiguità, appunto come i personaggi dei cartoon. Non per caso fu un cartoon (anzi, il più geniale dei cartoon contemporanei, i Simpson) a immaginarlo come futuro presidente quando nemmeno un politologo impazzito, o una cartomante depressa, poteva azzardare una previsione così mortificante.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Spiace per i festeggiamenti dei 90 anni di B. Ma quando un palazzinaro milanese costruisce le sue prime fortune con società rette da prestanomi e barcate di contanti di provenienza ignota, stringe un patto coi capi di Cosa Nostra per avere protezione in cambio di soldi che versa per 18 anni, fonda una concessionaria pubblicitaria e un partito con l’uomo di mafia che gli ha presentato i boss e gli ha messo in casa per due anni un mafioso del clan di Porta Nuova travestito da stalliere che ogni tanto viene arrestato e ogni tanto gli fa un attentato, guida tre governi e domina la politica per 29 anni, ogni volta che i pm gli domandano dove ha preso i soldi si avvale della facoltà di non rispondere e alla fine muore da indagato per concorso nelle stragi, è probabile che non basti la sua dipartita perché si smetta di parlare di certe faccenduole. Infatti ieri al processo Baiardo e prossimamente nell’inchiesta su via d’Amelio ne ha parlato Giuseppe Graviano, ex boss di Porta Nuova (la famiglia dello “stalliere”) condannato per le stragi. E ha raccontato che tra i finanziatori che investirono nelle prime società di B. c’era suo nonno: 5 miliardi di lire dei 20 raccolti dagli amici degli amici erano i suoi.
[…]
Ma non aveva finito di parlare e già Marina B. strillava alla “giustizia capovolta” dove “un feroce boss si traveste da pm per rilanciare infami accuse senza il minimo contraddittorio a chi non può difendersi”. Il contraddittorio c’era eccome, infatti Graviano rispondeva alle domande di pm e avvocati. E B. ha avuto una vita intera per chiarire la provenienza di quei capitali, ma se n’è ben guardato. Forse la signora dovrebbe leggersi la sentenza della Cassazione che ha condannato l’amico Dell’Utri a 7 anni per mafia per aver mediato “l’accordo di protezione stipulato nel 1974 tra gli esponenti mafiosi (Bontade e Teresi) e Silvio Berlusconi” e, “assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto…, protrattosi senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa… ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante… alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione” almeno “fino al 1992”, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Poi dovrebbe fare mente locale e rammentare quel simpatico figuro, Vittorio Mangano, che alloggiava nella villa di Arcore e accompagnava a scuola lei e Pier Silvio. Parafrasando Alberto Sordi, “ormai hai 60 anni: è tempo che tu sappia di chi sei figlia”.
Il presidente dei 5 stelle ribatte alla segretaria dem che aveva detto: “Il leader della coalizione sarà la guida del partito più votato oppure verrà scelto con i gazebo”

(repubblica.it) – “Per la leader del Pd ci sono solo due strade, primarie o la candidata premier è lei? Allora credo non ci siano altre strade se non le primarie”. Giuseppe Conte risponde così alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein che in mattinata ha aperto la direzione del partito mettendo i paletti sul percorso verso la scelta del candidato premier del centrosinistra.
“Schlein ha ufficialmente confermato che per lei ci sono due strade – ha detto il presidente dei 5 stelle parlando a un evento a Frosinone – o la candidata premier è lei oppure ci saranno le primarie. Io credo a questo punto che la strada sia ben chiara, non ci sono alternative, sarà la strada delle primarie, perché dobbiamo sempre preferire la direzione di una partecipazione Democratica”.
Conte risponde anche a un’altra fase di Schlein, che ha detto: “Pd primo partito, uno non vale uno”. “Per me uno vale uno significa che contano i cittadini – ribatte Conte – che per la stragrande maggioranza il 60 e 70% dice basta a queste escalation militare a suon di armi. Dicono basta riarmo vogliono che i soldi siano messi nella sanità, nella scuola, asili nido, nell’istruzione”.
“Per me contano loro – ha aggiunto – e dare a loro una prospettiva di cambiamento della politica di questo governo Meloni. Dovremo lavorare io per primo ma tutti con spirito autenticamente unitario per mandare a casa Meloni e cambiare completamente politica sul piano interno e sul piano della politica estera”.
La spinta della presidente del Consiglio: “Andate e cercate le preferenze”. E avvisa: non tollero chi sta a Roma a sbevazzare, mentre io lavoro e non ho vita privata

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Considerate la loro semenza, fatti non furono per vivere con la preferenza. Iniziate a dividere il Parlamento in due categorie: capolista e no. Da una parte il capitano che naviga verso l’elezione certa (capolista), e dall’altra il naufrago che deve cercare i voti, affrontare i Lotofagi (gli assessori regionali), dimostrare agli elettori che Roma non è l’isola di Calipso. Sono loro, i secondi, gli Ulisse della crocetta, quelli che Edoardo Ziello, il vice di Vannacci, definisce i “fantasmi di Montecitorio”, i deputati che votano contro le pregiudiziali dell’opposizione e “che appaiono quando la paura è alta”. E la paura è altissima. Meloni sta facendo sapere che si candiderà capolista in cinque seggi per scatenare la competizione elettorale: la caccia alle preferenze. Chi può rispondere, come Lorenzo Guerini, con l’aforisma del comunista Mirello Crisafulli: “Io vinco con l’uninominale, con il proporzionale e con il sorteggio”? Lo spavento fa almeno undicimila.
Vale sempre il consiglio di Guareschi, ma emendato: nel segreto dell’urna, Meloni ti vede, Schlein no. Chiediamo a Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera, il Quintino Sella di FdI: come vota? “Con il dito”. Ma che dito, ops! E Osnato: “Un dito italiano”. E i leghisti? Ancora Osnato: “Immagino con un dito padano”. Non scherzate. Si fa sul serio. Scatta la febbre del dito. Non ci sono vedette, non ci sono guardiani di Meloni (al contrario dell’ultima volta, quando il governo è andato sotto sulle preferenze e FdI aveva spedito i secondini a sorvegliare in tribuna). Per misurare la fedeltà sulla legge elettorale (e lo cattura l’occhio di Roberta Benvenuto, l’inviata di Piazza Pulita, che Meloni, e non solo, “Adoro”), ogni fratello d’Italia fotografa il dito sulla pulsantiera, ma quante dita ci vogliono per essere alla fine eletti? E qui il mare si fa mosso e aeronautico è il cielo. Una ricognizione veloce degli studi che circolano, e che angosciano gli Ulissidi, registrano che almeno il trenta per cento dei parlamentari di FdI è stato miracolato, l’ultima volta, dall’effetto Giorgia. Solo che Meloni, che si trova a Genova al Salone Nautico senza la sindaca Silvia Salis sul palco, e non malignate (l’organizzazione l’ha esclusa dal taglio del nastro, tanto che Meloni l’ha chiamata), questa volta si è stancata.
L’avviso di Meloni è: non tollero chi sta a Roma a sbevazzare, mentre io lavoro e non ho vita privata. La soluzione? Favorire al massimo le preferenze riducendo al minimo i capilista. Secondo voi, i deputati che dopo cinque anni nessuno conosce, cosa desiderano? Giorgia, “fammi capolista” e Lollo (l’uomo dalla bretella tesa), “portami con te”. Non vi diciamo in Lega a che punto sia lo spavento, tranne se vi chiamate Claudio Durigon (ha ventimila preferenze sull’unghia) o Luca Zaia (ne ha prese più di duecentomila), che Salvini vuole candidare capolista in cinque seggi. Le preferenze le hanno chi ha sudato le sette urne, e camicie. Edoardo Rixi, il viceministro del Mit, ricorda: “In regione ho preso undicimila preferenze e mi sono candidato anche al comune di Genova, per trascinare la lista. Circa duemila preferenze. Si viene eletti se si hanno i voti, è molto semplice”. Un’altra. Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, di FdI. Cara Colosimo, lei preferisce: capolista o preferenze? “Io sono un soldato, deciderà Meloni. Alle regionali ho preso circa seimila preferenze”. In FdI, sulla carta, dopo Meloni, il mister preferenze è Lollobrigida, e poi c’è Fitto (gestisce un pacchetto di quasi centomila). Gli altri sono Rampelli, Gemmato, Edmondo Cirielli, e nomi che magari non vi dicono nulla, ma che in provincia sono sovrani. Cerchiamo nuovamente Osnato. In Sicilia? “Un campione di preferenze è Cannata”. Ci scusi, Osnato, ma lei? “Non mi vanto, ma ne ho un discreto numero”. Ci viene a salutare Carlo Maccari, coordinatore di FdI in Lombardia, pronto a oltrepassare Scilla e Cariddi (già sindaco di Guidizzolo, consigliere provinciale, regionale e deputato) che porta le cicatrici: “Grazie alle mie preferenze sono stato l’unico, sopra il Po, a battere Forza Italia, quando Forza Italia era il partito dominante”. Nel Pd si sa che le preferenze piacciono ai riformisti come Guerini, uno che ama il voto di carne (e ossa) anche alle primarie del Pd (“bisogna votare mettendoci la faccia”). I vannacciani hanno la fortuna dei sansepolcristi. Aspirano a correre da capilista: Pierro in Campania, Ziello in Toscana, Bof in Veneto e Furgiuele in Calabria, la regione dove, capolista o preferenza, poco importa perché, commenta Furgiuele: “Meloni ci vuole? Bene. Meloni non ci vuole? Niente. Mi dispiace fino all’osso, ma piangere non posso”. Verrà eletto perché la preferenza è il patrimonio di famiglia, l’orologio del padre che si tramanda. Per il momento finisce con 229 voti, sette in più di quanti Giovanni Donzelli aveva previsto. Di chi sono? Ziello, che è anche l’uomo tigre di Vannacci (indossa dei pantaloni attillati da Tigerman), suggerisce: “E se fossero di Azione?”. E se fossero dei vannacciani? Da 35 anni mancano le preferenze, questa “X” che fa selezione naturale di tutti i problemi. Sopravvive chi come Ulisse supera le prove, uomini alla Igor Taruffi, Taruffenko, costretto a combattere contro Giuseppe Conte-Poseidone (anche Taruffi si ferma da Calipso, da Nausicaa … con la scusa di fare analisi della situazione). Pochi lo sanno, ma Taruffi ha raccolto seimila preferenze alle regionali, in Emilia-Romagna, e avrebbe tutto il diritto di fare il terzo uomo, fra i litiganti Conte e Schlein. Eroe Taruffenko, tra Conte e Schlein, il Foglio propone te come terzo nome: pronto? E Taruffi: “Io sono pronto”. La nostra preferenza è stata espressa. E’ ora di chiudere l’urna perché Guerini deve prendere il treno. Sentite questo suo vecchio detto, preso dagli archivi del Pcus: “A una certa ora anche la Duma chiude, e si vota con i piedi”. Guerini, ma lei capolista o preferenze? “Ovvio, capolista”.
((Trascrizione da “Fin che la barca” – Rai3) – C: Salvini cosa dovrà fare per rimanere il leader maximo della Lega? Dia un consiglio al nostro Salvini.
T: Ma il problema non è Salvini, il problema è se ci sarà ancora una Lega. Perché i voti, Vannacci li sta portando via a tutti e tre i partiti della coalizione. È chiaro che una Lega ridotta al 4 o al 5%…
C: Beh c’è il ponte però…
T: Il ponte, secondo me, potrebbe dare alla Lega il colpo di grazia, visto che nella pianura padana del ponte non gliene può fregare di meno
C: Ma non è detto, io conosco due persone che invece non vedono l’ora di andare con la macchina sopra al ponte e stanno a Busto Arsizio. E invece un altro discreto megalomane è Renzi, che dice che senza di lui nè Conte nè la Schlein ce la potranno fare. Da dove nasce questa convinzione?
T: Io lo metterei alla prova. Dato che con lui l’Italia ha conosciuto soltanto catastrofi, e soprattutto il centro sinistra con lui ha conosciuto soltanto catastrofi, io la farei una volta la prova: cosa succede senza Renzi. Secondo me ci sarebbero delle sorprese inaudite.
Intanto scopriremmo che lui fa perdere più voti di quelli che porta, e che quindi quando Conte, la Schlein è quegli altri dovessero dire: ‘Questa volta facciamo senza Renzi’ secondo me ci sarebbero le file ai gente si seggi che dice: ‘Erano anni che aspettavamo di sentire questa frase. Proviamo senza Renzi.’
C: Adesso che l’ha rivisto pimpante da Fedez cosa pensa di questo rinnovato Grillo?
T: Pimpante non esageriamo, l’ho visto un po malinconico, però comunque ho visto che ha detto delle cose anche condivisibili e soprattutto lo ho visto più pacificato del Grillo rancoroso che avevo visto negli ultimi anni.
Insomma se avesse fatto il padre nobile, un po come sta facendo Bersani con il PD, generoso, positivo, felice che la sua creatura sia finita in buone mani e goda ancora ottima salute nonostante quello che lui le ha fatto.

I piddini per giustificare l’oltraggio della riforma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e del Jobs Act, dissero che Renzi era un fascista nonostante fosse il segretario di quel partito.
Ai gazebo, la Schlein, fu votata per mandare a casa tutti i “fascisti” (cioè, i renziani e Calenda), e per collocare finalmente il partito più a sinistra.
Oggi, la Schlein, che non ha mai avuto il timone per governare il partito, è favorevole ad includere Renzi nell’alleanza di questo ipotetico campo largo.
Poi c’è gente come Marianna Aprile e Roberto Vicaretti (che conduce la rassegna stampa su Rai News), sempre pronta a criticare la destra e il Movimento 5 Stelle, in difesa del Pd, chiedere a gran voce che la leader di questo campo largo deve essere la Schlein, perché così ha sempre fatto la destra: comanda chi ha più voti nella coalizione.
Cioè, una vita a criticarli e, poi, li vogliono imitare oltretutto su una questione lontana anni luce dal centro sinistra. Nel centro destra il problema non si è mai posto perché Berlusconi fagocitava tutti e tutto. Aveva più voti, ma anche le televisioni, i giornali, la Mondadori, Publitalia, quindi, nessuno osava contrastarlo.
Vedi cosa successe a Fini e Follini e tutti quelli che si misero contro di lui.
A sinistra è tutta un’altra storia.
Eppure, in modo curioso, per non dire patologico, c’è gente che vorrebbe imitare quelli che hanno sempre criticato e osteggiato.
A nulla vale il fatto che, AVS e la CGIL, sono sempre in linea con Conte (si veda lo sperpero dei soldi pubblici a favore dei nazisti e fascisti ucraini, per citare l’ultimo caso) e che, forse, capiscono che la Schlein non sarebbe la leader adatta.
Rimane questa pletora di gente che si dichiara di sinistra che, però, vuole imitare i “nemici” della politica tanto osteggiati.
Ma se la Schlein non è in grado di tenere a bada gente come il berlusconiano Gori, i “fascisti” come i renziani, i filo israeliani che votano a favore dell’indecente DDL contro l’antisemitismo, ditemi voi come potrebbe governare una coalizione che non ha nulla di simile con il Pd, e che, l’acronimo, sembra voglia dire Partito di Destra.
Stefano Rossi
Cumuli di rifiuti, imballaggi e ingombranti a tutte le ore

Il Comitato Valori Collinari denuncia con fermezza lo stato di degrado e abbandono che sta caratterizzando, in modo sempre più evidente, la collina vomerese. A distanza di precedenti comunicati e solleciti rimasti sostanzialmente inascoltati, la situazione non solo non è migliorata, ma appare oggi più grave e sotto gli occhi di tutti: cumuli di spazzatura si formano e permangono per ore e giorni, trasformando strade e marciapiedi in vere e proprie discariche a cielo aperto.
In particolare, il Comitato segnala la condizione insostenibile che si registra presso le campane per la raccolta differenziata, spesso circondate da sacchi e rifiuti abbandonati a terra ma anche intorno ai bidoncini carrellati, lasciati in strada per intere giornate, ingombranti, maleodoranti e di ostacolo alla circolazione pedonale e veicolare. Inoltre lungo le strade e i marciapiedi si moltiplica la presenza degli imballaggi di cartone abbandonati in spregio alle norme vigenti: non ripiegati, lasciati a tutte le ore del giorno, spesso sparsi dal vento e trasformati in ulteriore detrito urbano.
A tutto ciò si aggiunge un problema specifico e particolarmente evidente: quello degli ingombranti, segnatamente dei materassi, lasciati per giorni sulle strade senza che i cittadini si avvalgano del servizio di ritiro dedicato messo a disposizione da ASIA. Questo comportamento, oltre a essere palesemente illegale, contribuisce in modo determinante all’immagine di abbandono e incuria che oggi offende un intero quartiere.

Il Comitato Valori Collinari ribadisce quanto più volte denunciato in passato. ” Non è più tollerabile che una zona residenziale, storica e simbolica come il Vomero sia trattata come un’area di serie B, dove le regole sulla raccolta dei rifiuti vengono sistematicamente ignorate e dove la presenza di cumuli di spazzatura diventa la norma e non l’eccezione. La ripetizione di questi scenari non è solo un problema di “decoro urbano”, ma una questione di salute pubblica, dignità dei cittadini e rispetto delle norme ” dichiara il presidente del Comitato Valori Collinari, Gennaro Capodanno.
” Il Vomero – puntualizza Capodanno – sta vivendo una condizione di degrado che non ha più nulla di occasionale: è strutturale, quotidiana e sotto gli occhi di tutti. Campane per la differenziata sommerse dai rifiuti, bidoncini lasciati in strada per ore, cartoni abbandonati senza essere ripiegati, materassi e ingombranti che restano per giorni sui marciapiedi: tutto questo non è “normale amministrazione”, è abbandono “.
” I cittadini pagano le tasse, rispettano le regole, anche se non tutti ma qui entra in ballo l’assoluta mancanza dei controlli, come quella che dovrebbe essere effettuata dai “vigili ecologici”, e si trovano a vivere in un contesto che ricorda per molti aspetti una periferia dimenticata – sottolinea Capodanno -. Non accetteremo passivamente che il Vomero diventi la discarica a cielo aperto di una città che sembra aver smarrito ogni senso di responsabilità “.
Il Comitato Valori Collinari sollecita, con la massima urgenza, un intervento immediato di ASIA e del Comune per il potenziamento dei servizi di raccolta, la rimozione tempestiva dei cumuli e un controllo più rigoroso sul rispetto delle regole con azioni di vigilanza e sanzioni nei confronti di chi abbandona rifiuti, imballaggi e ingombranti in modo illegale attraverso un piano straordinario, che non si limiti a tamponare l’emergenza, ma affronti in modo strutturale le criticità già più volte segnalate. Inoltre auspica una campagna chiara e continua d’informazione per ricordare ai cittadini le corrette modalità di conferimento, l’obbligo di ripiegare i cartoni e l’esistenza del servizio di ritiro gratuito degli ingombranti;
” Continueremo a monitorare la situazione, a documentare lo stato dei luoghi e a sollecitare le istituzioni competenti – conclude Capodanno -. Qualora non dovessero seguire interventi concreti e tempestivi, valuteremo anche ogni ulteriore iniziativa da assumere presso gli uffici competenti e anche di mobilitazione cittadina, per tutelare la salute, la dignità e il decoro del quartiere “.
Casa, lavoro, Mamdani, Berlinguer. E no alla guerra. Ecco chi è la segretaria dei giovani dem che ha dato una scossa parlando di «disertori» dal palco della festa Pd: «Ho detto una banalità, l’idea di andare al fronte non va giù a nessuno»

(Susanna Turco – lespresso.it) – Una settimana dopo i «disertori» Virginia Libero, 28 anni, padovana di Selvazzano, laurea in Giurisprudenza, segretaria dei Giovani democratici, entra nel corteo a sostegno del palazzo occupato Spin time a Roma con la serena determinazione di chi ha fatto quello che doveva: raccontare la sua generazione a un mondo che non le dà spazio. Va avanti dritta, del resto fa politica da quando aveva 16 anni, è abituata a farsi «scivolare addosso» il fango, resistenza di nervi sempre sottovalutata anche nella segretaria major del Pd, Elly Schlein («È sempre stata molto vicina, sa davvero cos’è la sorellanza e quanta difficoltà può esserci dietro a ruoli anche di un certo peso»). Indossa una maglietta bianca con la parola Costituzione scritta grande e una citazione di Nilde Iotti, in spalla una tote bag con il motto “Duri i banchi, abbasso i fasci”. Abbraccia Marta Bonafoni, coordinatrice nazionale del Pd che ha creduto in lei da subito, quando un anno fa i Giovani dem sono usciti da anni di impasse convergendo a sorpresa sul suo nome. Adesso nel corteo la fermano per ringraziarla e sostenerla, tutti ragazzi e ragazze. Parlano di Costituzione, di solitudine, molto di scuola.
Dopo che per anni i giovani democratici sono rimasti fuori dal dibattito pubblico, Libero ha fatto scandalo per aver sollevato dal palco della festa Pd di Reggio Emilia la bandiera del pacifismo. È stata bacchettata, rimproverata, crocifissa non dal partito («quando sono scesa dal palco erano contenti, ma non sapevano da prima cosa avrei detto»), ma dai media, per aver pronunciato la parola disertori, ispirata a una canzone di Ivano Fossati («la conosco a memoria fin da quando avevo dieci anni»), versione italiana di quella scritta da Boris Vian nel 1954, un classico del repertorio pacifista. Una volta la diserzione non faceva paura ma adesso, nell’Italia dimentica di sé, è sembrata l’annuncio addirittura di una rivoluzione, per lo meno a tanti ex venerati maestri che hanno trattato i giovani dem come una specie di cellula sediziosa, di Quarta internazionale (è stato accostato anche il colorito intervento in stile vetero comunista di Marco Rocco De Luca).
«Rivoluzione? Per noi era importante dare quel messaggio dal palco, lo sentiamo da ogni ragazzo con cui parliamo: la sensazione che sia normale pensare che si possa andare in guerra domani, non va giù a nessuno. Mi sembra molto banale: non so quale generazione, nel passato, avesse voglia di andare al fronte». Diserzione, non obiezione di coscienza. «Crediamo nel servizio civile, io l’ho fatto con l’Anpi di Padova, ma qui si tratta di qualcosa di più. Ci sono degli oligarchi in giro per il mondo che da una parte ci privano dei diritti materiali e dall’altra parte fanno scelte scellerate sulla pelle di tutti. Ci chiedono non solo di assecondare questa logica bellicista, ma di esserne parte integrante. La diserzione per me è il rifiuto della guerra in ogni sua forma: è la guerra alla guerra».
C’è da segnalare che, nella lunga tradizione che si snoda tra gli sfoghi come quello della giovanissima Debora Serracchiani fino agli anni dell’Occupy Pd, per la prima volta un giovane del partito democratico conquista l’attenzione parlando del mondo e non del partito democratico. Il discorso più pacifista dell’estate, fatto da una schleiniana, è stato preso comunque come pretesto per misurare la distanza tra Schlein e Libero, tra i dem e Giuseppe Conte, addirittura come metro per stabilire la fattibilità delle primarie. «Come se fosse l’interesse alla nostra generazione, no?», dice amara Virginia Libero. Al contrario, la segretaria dei Giovani dem crede nella politica di servizio, quella che si occupa della vita quotidiana, ha come riferimenti Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, parla di «organizzare la rabbia per costruire la speranza». L’unico politico italiano che l’ispira è Enrico Berlinguer, che peraltro è morto, nella sua città, tredici anni prima che lei nascesse. La passione per la politica è profonda: tessera dai 16 anni, «ero la più giovane volontaria alle feste dell’Unità di Padova quando per sbaglio feci cadere la birra addosso a Pier Luigi Bersani quando era segretario». Il colpo di fulmine è stato quando al liceo è crollato il controsoffitto: «È lì che ho capito che mobilitandosi era davvero possibile cambiare la realtà». Il resto l’ha fatto l’aria di una famiglia larga e accogliente, madre insegnante e padre artigiano di impianti di riscaldamento, provenienza sardo-abruzzese-piemontese, dove si guardava la Rai e non Mediaset («tranne i Simpson»), soprattutto la frequentazione degli scout (lupetti e reparto) dove ha imparato il «valore della politica come servizio». È stato naturale poi buttarsi nella rappresentanza studentesca al liceo, la Consulta degli studenti, il Senato accademico all’università per cinque anni. Infine la candidatura alle Regionali, con quasi cinquemila preferenze. Il tutto nella realtà di Padova che da anni, anche con una scelta «testardamente unitaria ante litteram», è un laboratorio delle politiche giovanili, dal movimento delle tende a personaggi come quello di Emma Ruzzon, che da presidente del consiglio degli studenti dell’ateneo conquistò l’attenzione attaccando la logica del merito.
Da giugno Libero va in giro per l’Italia a raccogliere le voci degli under trenta, delle realtà marginali, in difficoltà, quelle che restano fuori dalle prime pagine. Un viaggio in una panda gialla Gpl senza aria condizionata, regione per regione, berlinguerianamente sudando. Una campagna d’ascolto dal titolo “Benvenuti nel Paese reale” fatta per portare fuori ciò di cui si parla davvero («altro che tetto agli stranieri nelle classi: parliamo dei tagli all’edilizia scolastica, del caro libri o del caro trasporti»), e anche per smontare «la narrazione che viene fatta nei confronti della nostra generazione, stucchevole, falsa. Noi non abbiamo i soldi per campare, tra stage gratuiti e affitti spaventosi. Abbiamo seri problemi di salute mentale, perché fatichiamo a immaginare un futuro. L’alternativa è scappare all’estero, ma noi vorremmo il diritto a restare. Costruire un futuro normale, come quello che hanno avuto i nostri genitori: un affitto, una famiglia, un mutuo». Mentre lo dice, Virginia Libero aggiunge che lo sa, sono «banalità incredibili»: «Ma la nostra generazione vive queste cose basilari come impossibili, questo non arriva nel dibattito pubblico».
Banalità è una parola che ricorre, spiega quanto sia difficile il compito di difendere le ragioni dei giovani in un Paese di vecchi. Tanto più se si è donna, vedi Tajani e Vannacci. «Quando mi sono candidata alle Regionali, era tutto un signorina, ma lei cosa vuol saperne? Perché il cinquantenne, uomo bianco, tanto più se di destra, tende a sottovalutare, a screditare l’opinione di una giovane donna, tanto più se di sinistra. Diventa una persona che non è legittimata al dibattito politico e pubblico. Fa rabbia, ma aumenta la determinazione: non lo si fa solo per sé, ma per tutte le ragazze in difficoltà in questo mondo fatto da uomini». Dunque avanti: «Politica dal basso, è così che voglio continuare. L’avrei fatto anche se non fossi diventata segretaria. Sono stata presidente di un Circolo Auser a Padova: mi immaginavo lì ancora per molti anni, a fare tutto. Dall’organizzare eventi al pulire i bagni»

(Fabrizio Venafro – lafionda.org) – Sul terreno della politica estera — dalla guerra in Ucraina all’adesione al vincolo esterno europeo e atlantista — le differenze tra la linea tuttora maggioritaria del PD e il governo Meloni sono minime. È in questo scenario che si inserisce l’avallo della destra del partito al ddl sull’antisemitismo, un passo che approfondisce la spaccatura interna e rende ancora più attuale l’auspicio di Massimo Cacciari: dividere anime distanti, costrette a una convivenza forzata. L’uscita della componente moderata dal PD e il suo naturale riposizionamento al centro rappresenterebbero, da questo punto di vista, l’unico modo per fare vera chiarezza sulla linea politica del partito.
Ma veniamo alla questione del ddl antisemitismo. All’articolo 1 viene ripresa la definizione di antisemitismo elaborata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), la quale recita: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Le manifestazioni verbali e fisiche di antisemitismo sono dirette verso persone ebraiche o non ebraiche e/o verso le loro proprietà, le istituzioni della comunità ebraica e i luoghi di culto».
Questa definizione viene integrata da alcuni indicatori esplicitamente richiamati dal ddl per configurare le singole fattispecie. Il nodo critico non risiede nella dichiarazione generale, bensì in tali indicazioni operative. Ad esempio, viene considerata una manifestazione di antisemitismo il paragone tra la politica israeliana e quella nazista. Chi scrive è convinto che lo Stato di Israele e i coloni in Cisgiordania stiano replicando modalità persecutorie analoghe a quelle adottate dai nazisti. Gaza è un’enorme prigione a cielo aperto, come evidenziato dallo storico israeliano Ilan Pappé, e dopo il 7 ottobre è diventata un gigantesco campo di sterminio. La politica di apartheid praticata in Israele ricorda le leggi razziali nazifasciste, mentre i pogrom messi in atto dai coloni israeliani richiamano quelli compiuti ai danni degli ebrei nell’Europa orientale nei primi decenni del Novecento.
Alla luce della nuova legge, la considerazione che la memoria dell’Olocausto sia stata lacerata dal genocidio a Gaza potrebbe essere ritenuta un’espressione di antisemitismo? La memoria della Shoah perde il suo senso profondo se viene celebrata unicamente come momento di sterminio del popolo ebraico e non anche come monito universale contro ogni forma di sterminio e genocidio. Il fatto che i discendenti di chi ha subito uno dei più gravi crimini contro l’umanità si rendano responsabili di un illecito analogo svuota di valore simbolico la stessa Giornata della Memoria. Esprimere queste valutazioni sarà dunque considerato un atto di antisemitismo?
In questa fase storica, un simile intervento legislativo rischia di rappresentare il tentativo di ridimensionare le responsabilità del carnefice, trasformandolo in vittima. Per tale ragione, una legge specifica sull’antisemitismo non solo risulta inefficace nel tutelare gli ebrei da manifestazioni razziste, ma introdurrebbe nell’ordinamento italiano elementi discriminatori con gravi ripercussioni sulla libertà di opinione. Il comma 2 dell’articolo 2 del ddl si propone infatti di contrastare non soltanto le manifestazioni antisemite, ma anche quelle antisioniste, andando oltre le intenzioni stesse dell’IHRA. L’assimilazione tra antisemitismo e antisionismo diventa così legge.
Nella medesima direzione va l’aggiunta di alcuni commi all’articolo 604-bis del codice penale, in cui si sanziona la negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Si apre qui una questione estremamente complessa. Pur non ritenendo che Israele non abbia il diritto di esistere (sarebbe assurdo riflettere nei confronti di Israele con la stessa logica negazionista che gli israeliani applicano allo Stato di Palestina), si reputa doveroso interrogarsi sulla legittimità del suo atto fondativo, basato sul principio propagandistico secondo cui la Palestina fosse una terra disabitata e quindi liberamente colonizzabile — uno Stato fondato su un disegno di pulizia etnica perseguito dalla sua nascita fino a oggi. Formulare distinguo di carattere storico potrà generare un’accusa di antisemitismo ai sensi del ddl? Queste riflessioni verrebbero censurate una volta entrata in vigore la legge? Il loro autore sarebbe perseguibile penalmente?
Che un provvedimento di questo tipo sia promosso dalla destra appare lineare, vista la sua sostanziale inerzia di fronte al genocidio in corso e l’assenza di iniziative concrete per fermare Israele, e si iscrive perfettamente nel solco dei decreti sicurezza che limitano la possibilità di manifestare il proprio dissenso. Tuttavia, il fatto che sia condiviso da una componente del partito che aspira a costruire un’alternativa di governo rappresenta un problema politico di fondamentale importanza.