Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La solita stampa padronale spinge Renzi sfolla-voti nel campo largo


Matteo Renzi leader di Italia Viva a margine del 55mo Congresso dei Giovani Imprenditori che si tiene al Porto Carlo Riva il 5 e 6 giugno.Rapallo, 5 giugno 2026. ANSA/LUCA ZENNARO

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Ogni giorno ci scrivono decine di lettori semplicemente orripilati al solo pensiero di votare per una coalizione, il cosiddetto Campo largo, con dentro Renzi. La maggior parte si rifugerà nell’astensionismo, che quindi supererà il 50%; qualcuno esagera: “Allora voto Vannacci”; alcuni restituiranno la tessera elettorale. Altri, tra cui noi, piuttosto che rischiare di mandare Renzi al governo berrebbero acqua di Chernobyl.

[…]

Su nessun tema, neanche sul riarmo e sulla spesa sociale, che vedono Pd e M5S in disaccordo, si gioca la votabilità della coalizione, come su quello della presenza o meno in essa di Renzi e di relativo renzume. E su nessun altro punto si registra un tale distacco tra elettori e stampa padronale, per la quale è inconcepibile che il 97,6% degli italiani si ostini a disprezzare l’offerta di questa giovane promessa della politica. Il catechismo lib-dem, che ordina di “bloccare Meloni” a ogni costo (come se Renzi non ne avesse votato le misure più controverse), non attecchisce. Folli su Rep denuncia: nelle “fotografie” del Campo largo compaiono solo Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, per di più “sorridenti”, come se non stessero perpetrando l’orribile renzicidio; sì, si parla di Onorato, Salis, Manfredi, e persino Ruffini, anche se si esclude Magi, che si sta separando da Della Vedova, l’altro membro (nonché elettore) di +Europa (1,5%). Per Folli, intollerabile è l’assenza di “Renzi e Calenda, forse i soli capaci di dare… una coloritura moderata al campo progressista”. In effetti anche noi notiamo un certo oscuramento mediatico dei due fuoriclasse, che in un giorno medio riescono a racimolare un paio di interviste e un’ospitata in prime time, senza poter mettere piede al meteo o alle televendite di materassi. Lasciare fuori Renzi vuol dire sprecare il suo “instancabile dinamismo”, il suo “talento non comune” e diciamo anche il suo fascino. È che “Conte, Avs e parte dello stesso Pd non lo sopportano”, roba da matti. Non è calcolabile la quota di voti e di faccia che perderebbe Conte, accettando di correre per il governo insieme a colui che fece cadere il suo con pretesti e tranelli. Perché un elettore del M5S dovrebbe votarlo? Folli: Renzi ha una “visione fiscale” per il ceto medio, “volta ad alleggerire il peso delle tasse” (ai miliardari ha già regalato la flat tax da 100mila, portata a 200mila da Meloni). Si tratta di soldi, come alle Europee degli 80. Chissà per chi diavolo dovrebbero votare i poveri; ma chi se ne frega.


I rindronati


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – L’“attentato a Zelensky” col “drone russo che ha quasi colpito il suo aereo” ha riempito giornali, tg, siti e social per poi sgonfiarsi subito come un soufflé abortito. Intanto il “quasi colpito” somiglia tanto al “quasi gol” di Nicolò Carosio. E soprattutto a smentire tutto ha provveduto il governo di Kiev (“allarme esagerato”), una volta tanto in sintonia col Cremlino (“allarme inesistente”). L’unica certezza è che uno […]


In Usa come in Italia


(Giancarlo Selmi) – Trump ha promesso che, se i Repubblicani vinceranno sia alla Camera sia al Senato nelle prossime elezioni di midterm, ogni cittadino americano adulto riceverà un “dividendo Trump” di 5.000 dollari. Facciamo un calcolo semplice: gli adulti negli Stati Uniti sono circa 273 milioni. Moltiplicati per 5.000 dollari fanno 1.365 miliardi di dollari. Milletrecentosessantacinque miliardi.

Non una proposta dettagliata. Non una legge accompagnata dalle coperture. Non un piano che spieghi da dove arrivino i soldi, chi ne abbia diritto, in quali tempi e con quali conseguenze sui conti pubblici. Solo una promessa gigantesca, lanciata dal palco con la leggerezza di chi offre da bere agli amici sapendo che il conto lo pagherà qualcun altro. Ma il punto non è neppure stabilire se Trump riuscirà davvero a distribuire quei soldi. Il punto è che può prometterli senza alcuna vergogna, sapendo che la promessa farà il giro del mondo molto più velocemente di qualsiasi verifica sulla sua realizzabilità. È la tecnica ormai consolidata delle destre: promettere la qualunque.

Promettere tutto a tutti, subito. Senza limiti, senza coperture, senza responsabilità. Tanto, quando arriverà il momento di mantenere, ci sarà sempre una spiegazione pronta: l’opposizione, i giudici, l’Europa, i burocrati, gli immigrati, i comunisti, la stampa ostile, i mercati, la guerra, la congiuntura internazionale. Qualcuno a cui attribuire la colpa si trova sempre. In Italia conosciamo benissimo il copione. Abbiamo avuto i 1.000 euro con un click, la cancellazione delle accise sui carburanti e tutte le altre promesse consegnate agli elettori con la stessa facilità con cui si pubblica una storia sui social. Poi Giorgia Meloni è arrivata al governo e il click non ha prodotto i 1.000 euro, le accise non sono scomparse e molte promesse si sono trasformate in spiegazioni sul perché non fosse possibile mantenerle.

Prima del voto era tutto semplice, dopo il voto è diventato tutto tremendamente complicato. Il vero capolavoro politico sta qui: trasformare ogni cosa in parole e liberare le parole da qualsiasi obbligo verso i fatti. Non importa ciò che realizzi, importa ciò che riesci a far credere. Non importa se la promessa è sostenibile, importa che sia efficace. Non importa se hai mantenuto ciò che avevi garantito ieri, basta trovare uno slogan abbastanza forte da far dimenticare quello di ieri e sostituirlo con una nuova promessa per domani. La politica non viene più giudicata sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. Vince chi inventa lo slogan più semplice, più rumoroso, più seducente. Anche quando è economicamente assurdo, istituzionalmente impraticabile o apertamente contraddetto da ciò che quello stesso partito ha fatto una volta arrivato al potere.

Perché una promessa impossibile può vincere le elezioni, sì. Ma la realtà arriva dopo. Così Trump può mettere sul tavolo 1.365 miliardi di dollari come fossero buoni sconto del supermercato. E se quei 5.000 dollari non arriveranno, la responsabilità non sarà sua: sarà di qualcuno che gli avrà impedito di mantenere la promessa. Il meccanismo è perfetto, perché chi promette incassa subito il consenso, mentre chi chiede conto dei risultati viene accusato di remare contro. Promettere è gratis. Governare costa. E il conto lo pagano sempre gli altri. A questo punto manca soltanto lo slogan definitivo: “cchiù pilu e 5.000 dollari per tutti”. Cetto La Qualunque, dopo aver vinto qualche elezione in Italia, ha evidentemente allargato gli orizzonti. Ed è diventato presidente degli Stati Uniti.

La tragedia? I tanti, troppi boccaloni che ci credono, negli USA come in Italia.


I leader del campo largo avrebbero finalmente trovato una quadra contro l’armata Branca-Meloni


(dagospia.com) – Daje e ridaje, finalmente qualcosa si è mosso a sinistra. I galletti del campo largo, più impegnati a farsi la guerra e a sognare la spartizione del potere futuro (circolano da mesi liste di possibili ministri) che a fare vera opposizione al fancazzismo dell’Armata Branca-Meloni, avrebbero trovato una quadra per fare squadra.

Una quadra chiamata compromesso, arte nobile della politica che non vuol dire sconfitta, anzi, che ha fatto il suo ingresso anche nelle testoline di Elly e Conte: “Giorgia Meloni ha vinto (nel 2022 ndr) perché il campo progressista era diviso. Noi dobbiamo promettere solennemente che non faremo mai più alla destra il favore di dividerci” (Schlein dixit).

Il nodo politico più difficile da sciogliere era la presenza di Matteo Renzi nella coalizione, detestatissimo dai pentastellati dal 2020 quando Italia Viva ritirò i suoi due ministri, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, oltre al sottosegretario Ivan Scalfarotto, uno strappo politico che portò alla crisi e poi alla caduta del secondo governo Conte e all’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi.

Il dilemma ”Renzi sì, Renzi no” si è dissolto nelle ultime ore in un incontro a quattr’occhi Schlein-Conte: la Ducetta del Nazareno, che ha un patto con Matteonzo che si chiama Casa Riformista, ha tirato fuori gli attributi e a Conte non è rimasto altro che sibiliare tra sé e sé: Elly lo vuole e io non posso farci niente…

Se, come ha promesso, l’ex sindaco di Firenze farà un passo indietro, magari mettendo nella prima linea di Casa Riformista il tandem Ruffini-Gabrielli, Conte farà finta di niente e non avrà niente da dire.

L’ok a Renzi arriva nelle stesse ore in cui il Campo largo ha finalmente trovato un escamotage per risolvere l’eterno scazzo sulla politica estera, e sull’Ucraina in particolare.

Come fare a tenere insieme il filo-putiniano Giuseppe Conte e i riformisti dem come Sensi e Quartapelle, fautori di un sostegno senza limiti a Kiev? La lingua italiana non serve solo a leccare i gelati, ma anche per aggirare i problemi.

Così è bastata una supercazzola linguistica, che si può riassumere con lo slogan: “No al riarmo nazionale, sì alla difesa europea”. Appaltando, giustamente, la politica estera ai 27 paesi dell’Unione Europea, Schlein e compagnia si tolgono dalle mani la patatona bollente che mette a rischio l’alleanza. 

Resta infine solo una questione: chi sarà il leader della coalizione? Lla pippa delle primarie si farà, ma come l’indicazione del candidato premier sul programma elettorale, non servono a un cazzo: con qualsiasi legge elettorale, finché la Costituzione c’è e lotta insieme a noi,  l’unico che avrà voce in capitolo sulla scelta del premier, sarà sempre Sergio Mattarella (anche con il Melonellum, che non essendo una riforma costituzionale non intacca le prerogative del presidente della Repubblica, previste dall’art. 92 della Carta).

Anche se un candidato del centrosinistra uscisse papa dalle urne, non è detto che non rimanga cardinale dopo le consultazioni al Colle (chiedere a Di Maio cosa successe nel 2018…).

Per completare il campolargo, rimane ancora in aria la fatidica terza gamba centrista. Oggi ci sarebbe stato un incontro tra Renzi, Ernesto Maria Ruffini e Benedetto della Vedova (che sta facendo la guerra a Riccardo Magi in +Europa) per iniziare a costruire il futuro di Casa Riformista.

Mentre l’altra alternativa per l’elettore che non ha nessuna voglia di votare PD-M5S-AVS, il Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, benedetto da Goffredo Bettini, non vede un futuro entrando a far parte di Casa Riformista.

“Renzi è una personalità importante, ma si porta dietro anche una storia di contrasti, di divisioni”, ha dichiarato l’assessore del Comune di Roma, Onorato. Aggiungendo: “Guai a porre veti, ma credo che una corsa autonoma di una nuova classe dirigente — noi, i socialisti di Maraio e le altre forze liberali — riuscirà a prendere molti consensi. L’unità in un unico contenitore politico non è stato possibile”.

E si domanda: “Ma ci dobbiamo domandare, una eventuale unione con Iv porterebbe più o meno voti al centrosinistra? Penso che due soggetti in campo farebbero il pieno ognuno con il proprio consenso, rafforzando la coalizione”.


Di Battista in partenza da Cuba domani verso l’Italia, attesi gli ultimi riscontri medici


L’ex parlamentare 5S dovrebbe lasciare L’Avana durante la mattinata (ovvero nel nostro pomeriggio). L’associazione Schierarsi in un post ringrazia lo staff medico dell’ospedale che è preso cura di lui

Di Battista in partenza da Cuba domani verso l’Italia, attesi gli ultimi riscontri medici

(repubblica.it) – Alessandro Di Battista dovrebbe partire domani da Cuba in direzione Roma. La partenza sarebbe prevista nella mattinata cubana (ovvero nel pomeriggio italiano), ma si attendono gli ultimissimi riscontri medici.

In mattinata la sua associazione Schierarsi aveva comunicato: “In queste ore Alessandro si trova nel reparto di terapia intensiva del quinto piano dell’Hospital Clínico Quirúrgico Hermanos Ameijeiras. Ci teniamo a ringraziare i medici, gli infermieri e i fisioterapisti che in queste ore si stanno prendendo cura di lui prima del rientro in Italia”.

I medici cubani si stanno occupando della salute dell’ex parlamentare 5S dal 28 agosto scorso quando un malore con un forte mal di testa ha costretto Dibba al ricovero in un ospedale a Santa Clara, dove stava realizzando un reportage, a circa 300 chilometri da L’Avana. Dopo le prime cure, il trasferimento in una struttura sanitarie della capitale. Qui sono arrivat anche due medici del policlinico Gemelli, Giuseppe Della Pepa e Isabella Melchionda, per affiancare il team di medici dell’ospedale cubano. Con loro anche Sahra Lahouasnia, compagna di Di Battista e madre dei suoi due figli, la sorella dell’ex parlamentare e Luca Di Giuseppe, presidente dell’associazione che ha fondato, Schierarsi.

Il rientro in Italia era programmato per sabato scorso, il 5 settembre. Poi un nuovo malore. Le sue condizioni sono peggiorate durante il trasporto in ambulanza verso l’aeroporto de L’Avana: da qui la decisione di tornare inditro e di sottoporlo a un intervento chirurgico.


Al-Qaeda non è morta: ora governa


Dalla Somalia al Sahel il panorama delle minacce jihadiste è sempre più multipolare. E più che a colpire il nemico lontano i nuovi gruppi puntano al controllo politico sui territori

(Roberto Battiston – lespresso.it) – «Se Bin Laden fosse vivo oggi, ne sarebbe probabilmente soddisfatto. L’impresa che ha avviato nell’agosto del 1988 è sopravvissuta a decenni di pressioni antiterroristiche internazionali incessanti. E continua a ispirare violenza e resistenza, attirando nuove reclute e sostenitori che l’11 settembre 2001 non erano nemmeno nati». Così, in un articolo recente su City Journal, Bruce Hoffman, decano degli studi sul terrorismo, una vita tra cattedre universitarie, think tank, incarichi istituzionali. Incluso quello nella Commissione indipendente a cui il Congresso degli Stati Uniti chiese di esaminare la risposta dell’FBI agli attentati dell’11 settembre 2001. In questi 25 anni, soprattutto dopo l’uccisione nel maggio 2011 del fondatore Osama bin Laden, in seguito alle primavere arabe che hanno rovesciato i governi autocratici in Tunisia, Egitto, Yemen, e dopo la clamorosa instaurazione del Califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2014, al-Qaeda è stata data più volte per morta. È viva e vegeta, invece.

Lo scrive Hoffman e lo conferma Ali Soufan – un ex agente speciale dell’FBI incaricato di investigare sui primi attentati di al-Qaeda contro obiettivi statunitensi – nella prefazione al volume pubblicato dal centro di ricerca da lui fondato, oggi tra i più accreditati sul jihadismo salafita. “25 Years After 9/11: The Future of the Global Jihadi Movement” parte da numeri chiari: «L’11 settembre, al-Qaeda vantava una forza complessiva di circa 400 uomini sotto le armi, di cui circa tre quarti con base in Afghanistan. Oggi, l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (ODNI) stima un organico complessivo compreso tra 15.000 e 28.000 in tutto il mondo». Anche adottando altri criteri quantitativi, la tenuta è evidente: vale per le competenze tecnologiche acquisite, per l’uso degli strumenti militari, per le entrate generate, per l’estensione geografica della presenza dei gruppi affiliati. Con una differenza significativa rispetto al passato. Al-Qaeda punta sempre di più al governo dei territori. E, come pure lo Stato islamico, ha spostato il proprio baricentro. In Africa.

Jihadisti africani, troppo esotici e lontani

Nel trentasettesimo rapporto del Gruppo di monitoraggio sulle sanzioni delle Nazioni Unite pubblicato all’inizio del 2026, il panorama delle minacce jihadiste viene descritto come «multipolare e complesso». Eppure fatichiamo a vederlo. Dipende anche dalla nostra miopia eurocentrica: finché era a trazione mediorientale, scorgevamo i riflessi della minaccia, perché più vicina. Ora che è a trazione africana, ci appare esotico e lontano. «Il centro di gravità è attualmente ancorato nell’Africa subsahariana, che a livello regionale è diventata l’epicentro delle vittime attribuite al terrorismo», scrivono Colin P. Clarke e Clara Broekaert, curatori del volume del gruppo Soufan. Con la Somalia divenuta un vero e proprio hub strategico sia per lo Stato islamico sia per al-Qaeda, tanto che nel 2025 l’amministrazione Trump ha lanciato almeno 132 attacchi aerei nel Paese. Guardare alla Somalia significa comprendere l’evoluzione strategica di al-Qaeda. Al-Shabaab, storica affiliata di al-Qaeda, nel mirino del controterrorismo da decenni, è nuovamente fiorente. Nel 2025 è quasi riuscita ad assassinare il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, ha circondato Mogadiscio e nell’ottobre dello stesso anno ha preso d’assalto il quartier generale dei servizi segreti della capitale. Quel che più conta, da quindici anni governa gran parte del sud del Paese, gestendo la burocrazia amministrativa, incassando milioni di dollari di entrate ogni anno fornendo servizi di base: da rete clandestina minoritaria si è trasformata in un proto-Stato. In un vero e proprio Stato parallelo. La direzione è segnata. Secondo il Global Terrorism Threat Assessment 2026 del Center for Strategic and International Studies di Washington, «al Shabaab è concentrata sul proprio obiettivo locale di istituire un governo in Somalia e in alcune zone del Kenya e dell’Etiopia». Al fondo, una scelta strategica: questi jihadisti guardano al governo di casa loro, non a colpire il “nemico lontano”. Kalashnikov in spalla, si fanno garanti della sicurezza, amministratori, burocrati, oscillando tra insurrezione e governance. Vale in Africa orientale, come nel Sahel.

Il Sahel brucia

L’affiliata di al-Qaeda nel Sahel, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani, conosciuta con la sigla Jnim, ha guadagnato terreno in tutta la regione ed è in grado di sferrare attacchi in Mali, Burkina Faso, Niger, Benin, Togo e Nigeria, oltre ad avere una presenza in Costa d’Avorio, Ghana, Senegal e Guinea. Nel settembre 2025 ha assediato economicamente la capitale del Mali, con il blocco di rifornimenti di carburante, per poi lanciare a ottobre un’ambiziosa offensiva con il Fronte di Liberazione dell’Azawad, sigla indipendentista tuareg, uccidendo il ministro della Difesa Sadio Camara, colpendo l’aeroporto di Bamako e costringendo le forze maliane e russe a ritirarsi da Kidal, nel nord. In Burkina Faso, ha assunto temporaneamente il controllo di due capitali provinciali. Anche qui, obiettivi locali e regionali: la propaganda mira a posizionare il gruppo come attore politico legittimo, come alternativa ai regimi militari della regione. Con un interesse crescente, si nota nel rapporto di monitoraggio dell’Onu, verso quanto accade in Siria.

La terza via, tra Siria e Afghanistan

Mentre nel continente africano i gruppi affiliati ad al-Qaeda sono alle porte di tre capitali nazionali – Bamako in Mali, Mogadiscio in Somalia e Ouagadougou in Burkina Faso – un ex membro di al-Qaeda governa la Siria. Si tratta del presidente Ahmed Hussein al-Sharaa, arrivato al potere nell’inverno del 2024 dopo aver fatto transitare Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo jihadista di cui era a capo con il nom de guerre Abu Mohammad al-Julani, per diversi restyling e per un lungo, graduale processo di affrancamento dal jihadismo globalista, tutto orientato al governo del territorio. Soltanto nel 2013, al-Julani era al centro della controversia che vedeva contrapporsi la vecchia guardia qaedista, allora guidata dal medico egiziano Ayman al-Zawahiri, e i giovani irrequieti come Abu Bakr al-Baghadi, il futuro Califfo, che la accusava di attendismo. L’attuale presidente siriano era su posizioni opposte: nel 2016 prende le distanze da al-Qaeda, poi rompe formalmente con la casa madre dando vita a Jahbat Fatah al-Sham. Allora molti lessero la mossa come cosmetica. Anticipava invece la torsione localista praticata a Idlib, nel nord-ovest della Siria, con la nascita di Hayat Tahrir al-Sham, l’istituzione di un apparato politico-amministrativo, i dipartimenti per i servizi sanitari, educativi, etc. Scelte ponderate, che nell’inverno del 2024 lo avrebbero condotto a Damasco, mettendo fine alla dittatura di Bashar al-Asad. E il 10 novembre 2025 alla Casa Bianca, ospite di Donald Trump. Subito dopo, viene l’adesione alla Coalizione globale contro Daesh. E nell’agosto di quest’anno la rimozione della Siria, per la prima volta dal 1979, dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Un percorso esemplare, ma non del tutto nuovo: anche se molti dei leader del movimento sono ancora considerati terroristi, il presidente siriano ha modellato la sua ascesa sull’esempio dei Talebani in Afghanistan, a cui ha sempre guardato con ammirazione per la pazienza strategica e le capacità diplomatiche con cui sono riusciti a riconquistare Kabul nell’agosto del 2021. Venti anni dopo gli attentati dell’11 settembre condotti da al-Qaeda e il rovesciamento del loro primo Emirato islamico. Ora restaurato.


Campanella solitaria per la piccola Aysha, l’alunna che non può copiare: a scuola c’è solo lei


Oggi il primo giorno per l’unica studentessa della scuola a Stromboli

L'ingresso a scuola

(adnkronos.com) – Primo giorno di scuola particolare per la piccola Aysha, la bambina di sei anni di Ginostra, piccola frazione dell’isola di Stromboli, alle Eolie. E’ l’unica alunna della scuola, che riapre dopo quasi 30 anni. Ad accompagnarla non solo i genitori, Monica Abbate e Rafik Bazine, ma anche i nonni materni, i vicini di casa tedeschi Karola e Ulli, e anche il maresciallo dei Carabinieri di Stromboli e uno dei cinque carabinieri in servizio sull’isola. Una piccola cerimonia per la bambina al suo primo giorno di scuola. “Oggi è un giorno particolare per Ginostra perché riapre la scuola”, racconta all’Adnkronos il sindaco di Lipari, che comprende anche Stromboli, Riccardo Gullo.

Oggi e domani Gullo è in trasferta a Pantelleria per partecipare alla due giorni organizzata dal Comune e dal Politecnico di Torino per parlare dei risultati raggiunti dal programma Pnrr ‘Isole Verdi’. “La famiglia ha deciso di restare a vivere a Ginostra – dice – e vogliono che la bimba frequenti la prima classe della scuola elementare a Ginostra”. “E’ un segnale importante ma particolare – dice Gullo – Si è voluto accogliere una esigenza della famiglia, ma non è un modello generale. E’ una esigenza che nasce in quella frazione che le amministrazioni comunali hanno voluto accogliere. Ma ovviamente viene a mancare l’esigenza di socializzazione che è importante nella formazione di una bimba”.


Mario Draghi, la sfinge dell’Europa


LE MONDE DEDICA UNA PAGINA A MARIO DRAGHI, LA ‘SFINGE DELL’EUROPA’

(ANSA) – PARIGI, 10 SET – “A 79 anni, l’ex presidente della Banca centrale europea, è sempre nel cuore del motore politico dell’UE” scrive oggi Le Monde, in un’intera pagina dedicata – secondo il titolo – a “Mario Draghi, la ‘sfinge’ dell’Europa”.   

“A 79 anni – scrive il quotidiano francese del pomeriggio – l’italiano non ha più alcun mandato ufficiale. E’, tuttavia, più che mai nel cuore della costruzione europea.

Il suo rapporto sulla competitività dell’Ue, pubblicato due anni fa, ha tracciato una diagnosi severa: l’Europa rischia una ‘lenta agonia’ economica se non fa le riforme. Una diagnosi che raccoglie quasi l’unanimità fra i dirigenti europei; Ursula von der Leyen ne ha fatto la sua road map”.


Nel momento della verità, la maggioranza si incolla alla poltrona!


(ANSA) – L’Aula del Senato ha bocciato, con 68 sì e 99 voti contrari, il sub-emendamento a prima firma del Dem Dario Parrini per sopprimere i capolista bloccati e prevedere il voto di preferenza. Sulla proposta di modifica all’emendamento di maggioranza alla legge elettorale il governo si era rimesso all’Aula. Dopo la votazione dai banchi delle opposizioni sono partiti dei ‘Vergogna!’.


M5S contro la Legge elettorale: “E’ incostituzionale. Sulle preferenze prendete in giro i cittadini”


I senatori 5 Stelle in Senato sullo ‘Stabilicum’ o ‘Melonellum’: “State facendo l’ennesima forzatura che potenzialmente viola ben 14 articoli della Costituzione”. “Meno del 10% sarà eletto con le preferenze”

(di Manolo Lanaro – ilfattoquotidiano.it) – “Eccoci nell’Aula di Palazzo Madama con il paradosso di una legge elettorale trattata come un decreto legge, con una data prestabilita dalla maggioranza per il suo esame, come se fosse un decreto urgente, quando invece si tratta di una legge di sistema che determina gli equilibri della democrazia. Il Senato è costretto a una corsa contro il tempo su questo provvedimento, anziché occuparsi di caro benzina, inflazione e stipendi bassi”. Inizia così l’intervento della Senatrice 5 Stelle Alessandra Maiorino durante la discussione sulla nuova legge elettorale voluta dal centrodestra.

“Questa corsa ci viene imposta perché la maggioranza ha pochi giorni per non violare formalmente i dettami della Commissione di Venezia, che suggerisce di non modificare le regole del gioco nell’ultimo anno di legislatura. Ma sappiamo benissimo che la legislatura potrebbe chiudersi in primavera, e in tal caso saremmo già oggi apertamente fuori da quei parametri di igiene istituzionale” ha spiegato Maiorino.

“Come se non bastasse – continua – per sapere di che legge elettorale stiamo parlando, dobbiamo andare in via della Scrofa, dove fra alcuni minuti si riunirà per l’ennesima volta la maggioranza nel panico da Vannacci e che litiga da mesi perché ognuno pensa a come acconciarsi la legge elettorale per le proprie esigenze. Quel che è certo è che si tratta di un premierato mascherato, incostituzionale dall’inizio alla fine. L’indicazione del premier è palesemente una violazione delle prerogative del presidente della Repubblica. Il premio di maggioranza prevede un blocco di nominati che passano sopra gli altri candidati e entrano in Parlamento senza legittimazione diretta dei cittadini. La super potatura dei cosiddetti ‘cespugli’ (i partiti che non superano il 3%, ndr) è un’altra distorsione che palesemente avete pensato per provare a tenervi attaccati al potere, non facendo vincere chi arriva primo con una coalizione che può comprendere forze più piccole”.

Per Stefano Patuanelli “il meccanismo che esclude dal conteggio parte dei voti delle liste sotto soglia può penalizzare una coalizione che, complessivamente, ha raccolto più consensi dell’altra. È una distorsione della volontà popolare”. E sulle preferenze “la propaganda è ancora più evidente: nel testo arrivato dalla Camera non ci sono. E con il sistema annunciato, tra capilista bloccati e listini del premio, la scelta effettiva dei cittadini resterebbe residuale. Un candidato potrebbe raccogliere moltissime preferenze e rimanere fuori perché l’unico seggio conquistato dal suo partito andrebbe al capolista bloccato. Promettere agli italiani che potranno scegliere i propri rappresentanti, quando la precedenza resta ai nominati, significa prenderli in giro. Questa riforma è politicamente sbagliata, presenta a nostro giudizio gravi profili di incostituzionalità e deve essere fermata”.


Nessuno, nemmeno il suo “ideologo e futuro suocero Denis Verdini, riesce a far ragionare Salvini


(dagospia.com) – Che cosa si prova a diventare una gallina lessa, una lingua in salmì, uno zampetto con mostarda?

Dopo fiori e onori, salamelecchi e aggettivi lecca-lecca, dopo fiumi di inchiostro versati, dopo infuocati entusiasmi, si riesce davvero a scendere nell’inferno del potere perduto, sbattuti in un “carrello di bolliti misti”, provare a poggiare le chiappe sulla poltrona e ritrovarsi col culo per terra?

Nemmeno il suo “ideologo” e futuro suocero Denis Verdini, colui che suggerì la malsana idea di una Lega nazionale, riesce più a far ragionare Matteo Salvini.

Si racconta che alla presenza di un parlamentare di punta della Lega, il leader del partito fondato da Umberto Bossi, nonché vice-premier e ministro delle Infrastrutture, si sia talmente imbufalito all’ipotesi di disinnescare la questione Vannacci infilando nella nuova legge elettorale il ballottaggio (idea partorita dai capoccioni di Fratelli d’Italia), da digitare il numero di Giorgia Meloni e sbraitare: “Tolgo la fiducia al governo!”.

E questa è solo una delle tante “uscite” fuori di sinapsi del “gran bollito lombardo” che si sussurrano nei palazzi romani del potere.

Del resto, davanti allo spappolamento del Carroccio, diventato un cartoccio che raccatta a mala pena il 6 per cento, sconquassato da una linea politica sovranista e populista in salsa trumputiniana, a cui si è sommato l’infausto arruolamento di Vannacci, tale condizione di alterazione psicologica va pure capita.

E diventa sempre più difficile per Salvini superare l’assedio dei governatori e dei dirigenti del Nord, capeggiati da Attilio Fontana e da Massimiliano Romeo, che hanno in mano il bacino elettorale lombardo-veneto.

Tra dieci giorni, occhi puntati sul pratone di Pontida, dove domenica 20 settembre potrebbe succedere di tutto, dato che di solito la kermesse vede in maggioranza la presenza dei leghisti del nord-est, i più incazzati con Salvini.

Tutto è appeso a un fattore: il fidanzato di Francesca Verdini riuscirà a trovare un accordo con Fontana e Romeo?

(Come per il Pd con la Schlein, sbattere fuori il segretario di un partito a pochi mesi dal voto politico sarebbe un suicidio).

Una situazione da allarme rosso che sta mandando in fibrillazione gli otoliti della fu “Giorgia del Due Mondi”. Sarebbero avvenute interlocuzioni fra la premier e quello che resta del gotha salviniano, Durigon e Calderoli: “Parlate voi con i governatori, trovate un accordo o davvero rischia di cadere il governo…”.

Le angosce della Fiamma Magica di Palazzo Chigi hanno più di una ragione: subito dopo Pontida sbarcherà alla Camera la legge elettorale (l’inizio della discussione è calendarizzato per il 28 settembre) e la votazione si svolgerà a scrutinio segreto.

E come è già successo, con i tanti parlamentari che ormai sono certi che non verranno ricandidati, il rischio di andare sotto a causa dei franchi tiratori non è per niente da escludere.

Anche perché, allo stato di casino totale della Lega, si accompagna lo stato di guerriglia dell’altro alleato della maggioranza, Forza Italia.

Fatti fuori i suoi bracci esecutivi Barelli e Gasparri, il primo “maggiordomo di Giorgia”, Antonio Tajani, è finito nel tritacarne degli Occhiuto, Zangrillo, Mulè che, coltello fra i denti, stanno vivendo ore di tensione in attesa del voto dell’elezione supplettiva in Calabria, prevista per il weekend successivo a quello di Pontida, il 27-28 settembre. Se il candidato azzurro viene fatto nero, anche qui, potrebbe succedere la qualsiasi.

I prossimi giorni saranno duri per l’Armata Branca-Meloni ma se, come al solito in Italia, tutto si arrangia e si risolve nel nome del santo potere (“‘A Fra’ che te serve?”), poi arriverà la discesa e quindi la pacchia.

Grazie a un forte gettito fiscale, l’Italia ha ottime probabilità di uscire dallo stato di infrazione del 3%. A quel punto, apportando nella finanziaria un opportuno spostamento di bilancio, Giorgia Meloni si travestirà da Befana e ci inonderà di balocchi e profumi…


Conte: “Ecco perché mi candido alle primarie”


Il presidente dei 5 Stelle alla presentazione di ‘Rinascita’ di Goffredo Bettini contro il riarmo europeo: “Dobbiamo essere coraggiosi. Non possiamo pensare che ci mettiamo intorno a un tavolo e vediamo un po’, un compromesso, scriviamo un capitolo di un programma e scriveremo due slogan. A me non me ne frega niente di quello che si scrive. A me importa che tutta la coalizione progressista abbia la consapevolezza che quando andrà in Europa dovrà battersi per cambiare completamente la prospettiva”

(di Manolo Lanaro – ilfattoquotidiano.it) – “Chi ci ha rappresentato al tavolo del riarmo? Quando hanno fatto il piano in due ore l’hanno firmato senza fiatare”. Lo ha detto il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, sul palco dell’evento ‘Visionaria Fest’ a Roma. “A me importa che tutta la coalizione progressista vada in Europa per cambiare totalmente paradigma. Bisognerà dire l’Italia non ci sta più”, aggiunge Conte. All’ex presidente del Consiglio viene poi chiesto delle primarie del centrosinistra. ”Le primarie dobbiamo pensare che vanno affrontate come lavoro di squadra, io non avrò nemici, neppure avversari: cercherò di rappresentare una posizione politica. Sarebbe sbagliato anche fare primarie di partito: lasceremmo solo macerie”.

“Dobbiamo offrire un progetto di governo forte e coeso e fortemente alternativo alla politica vista i questi ultimi quattro anni. Io sono a disposizione di questo progetto perché ritengo di poter interpretare questo momento storico, avendo maturato dell’esperienza ed avendo idee più chiare rispetto a quando ho cominciato – spiega – sono a disposizione di questo progetto perché mi viene richiesto dalla mia comunità e anche da altri non iscritti ad alcun movimento. Ritengo di poter interpretare questo momento storico avendo anche idee più chiare di quando ho iniziato. Un voto per me lo intendo come il modo per avere forza e legittimazione ad andare contro la Meloni e anche in Europa a dire, sono stato votato perché le cose devono cambiare”


Ucraina, la Cina entra nella trattativa. E l’Europa resta isolata


(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Grandi novità sul fronte ucraino. Sul terreno diplomatico. Ecco la più importante. Si profila un vertice a tre Russia-Ucraina-USA. E questo già lo sapevamo. Ma ora il vertice si allarga alla Cina, con la possibilità di farlo in autunno in Cina. Peskov conferma. E, a questo punto, arbitro negoziale neutro diviene Xi Jinping, la Cina, non già l’Europa, riottosa e fin qui nemica della pace e riarmista. Che ha sabotato ogni chance di compromesso, riscrivendo e insabbiando la base di accordi Trump-Putin ad Anchorage. Zelensky non smentisce il tutto, ma teme la Cina come troppo filorussa. Non può altresì tirarsi fuori a questo punto, avendo dato disco verde alla triangolazione con Witkoff e Kushner, con il loro passaggio a Mosca e Kiev. E avendo ormai già parlato di inevitabili compromessi.

A questo punto interviene il massimo esponente della Scuola di alta politica, Vasily Kashin, think tank del Cremlino, con accenti inequivoci e persino critici sul rapporto costi-benefici della guerra. Per inciso, chi scrive ha sempre criticato l’invasione massiva di tutta l’Ucraina, schierandosi invece a favore di un intervento — questo sì speciale — a difesa delle terre russe minacciate di derussificazione dai nazional-populisti. Il che avrebbe conferito una certa legittimità all’intervento.

Ora, però, il Cremlino manda a dire con Kashin che è giunto il momento di chiudere la guerra. Perché troppo onerosa, gravida di conseguenze ormai per il futuro della Russia. Insostenibile per tutti, Europa e resto del mondo. E che, inoltre, tale guerra deve concludersi con una nuova Jalta — sempre Kashin — con epicentro in tregua e spartizione in Ucraina, di tipo coreano, con garanzie esterne dissuasive pro Kiev, no NATO né Euro-NATO in funzione di peacekeeping, sia pur con l’Ucraina nella UE.

È un messaggio inequivoco, questo di Kashin, anche perché, dopo l’invasione, all’assedio contro la Russia si sono aggiunte Svezia e Finlandia, oltre al riarmo massiccio europeo, che è già il triplo, in assoluto, di quanto spende in difesa la Russia. Mentre il target UE è divenuto ormai 6.800 miliardi al 2035. Ovvero ben 7 volte il volume russo di oggi, con conseguente contraccolpo di escalation russa per stare a un livello accettabile di equilibrio.

Insomma, tutti ormai sono convinti che è ora di chiudere il conflitto per i gravi rischi globali che esso implica: sicurezza, inflazione, logistica, migrazioni. Tutti tranne l’Europa, fin qui, che guarda addirittura con sospetto e ostilità al format a quattro con la Cina, quasi stravolta e paralizzata dal grave colpo subito in Sassonia, segnale chiaro di rivolta populista in tutto il continente.

Resta quella della contrarietà europea alla pace, sotto qualsiasi formula realistica, un grave problema e una seria variabile negativa. Che minaccia di far saltare tutto, vellicando e incoraggiando il massimalismo di Zelensky, che pur non pare potersi sottrarre agli eventi, sul crinale catastrofico ormai del suo Paese. Quanto alla trattativa e al possibile punto di caduta, proprio Kashin ne indica la direzione. Tregua e spartizione. Ombrello esterno e interno in stile articolo 5 NATO, anche con Patriot e dotazioni militari per l’esercito ucraino. E tuttavia senza truppe Euro-NATO e, in ogni caso, al di fuori della NATO. Anche la linea di confine Kharkiv-Zaporizhzhia, Sloviansk e Bakhmut — le fortezze logistiche con droni — può essere oggetto di negoziato. Purché, dichiara Vasily Kashin, vengano risolte preliminarmente le questioni di cui sopra. Ovvero la fuoriuscita strategica dell’Ucraina — che resta libera all’80 per cento — dal dispositivo militare Euro-NATO. Tema spinoso, questo, poiché già oggi Kiev è dentro il complesso militare-industriale e di appalti europei voluto da von der Leyen e Kubilius. E anche qui bisognerà trovare paletti e bilanciamenti che garantiscano la sicurezza reciproca, in un quadro europeo e globale più largo, che non faccia di Kiev la punta di lancia militare occidentale nel cuore della Russia e sul Mar Nero.

In conclusione, tutto il mondo è pronto alla pace in Ucraina. Perché dietro un vertice in Cina con USA, Russia e Ucraina ci sarà anche il resto del mondo a premere per una soluzione negoziale. Manca, come abbiamo detto, l’Europa, che fin qui ha remato contro. E minaccia di farlo ancora con Rearm, mobilitazioni e finti allarmi. E manca totalmente la cosiddetta sinistra europea, specie quella socialista, mai come oggi pleonastica e subalterna a questa Europa che sta facendo bancarotta morale e sta aprendo le porte alla rivolta della destra populista. Che si intesta il tema della pace.


Campania Wine 2026, straordinario successo di pubblico nel cuore di Napoli


Grande partecipazione in Galleria Umberto I
e interesse per i vini della regione.
La sinergia tra Consorzi, Regione Campania e Comune di Napoli
guarda già alla prossima edizione
NAPOLI – Una Galleria Umberto I gremita, un pubblico numeroso e partecipe, tantissimi appassionati ai banchi di degustazione e un interesse che ha accompagnato senza sosta le due giornate della manifestazione. Si chiude con uno straordinario successo di pubblico e di presenze la terza edizione di Campania.Wine, confermando la capacità del vino campano di coinvolgere non soltanto operatori e addetti ai lavori, ma un pubblico sempre più ampio, curioso e desideroso di conoscere vini, vitigni, produttori e territori della regione.

Nel cuore di Napoli, le 101 aziende vitivinicole partecipanti, espressione dei principali territori produttivi della Campania, hanno dato vita a un grande racconto collettivo del patrimonio enologico regionale. Dai vini dell’Irpinia e del Sannio a quelli del Vesuvio e dei Campi Flegrei, dalla provincia di Caserta alla Penisola Sorrentina, fino al Cilento e alla Costiera Amalfitana, Campania Wine ha mostrato la ricchezza e la straordinaria varietà di una regione del vino che trova proprio nelle differenze territoriali e nel patrimonio di vitigni autoctoni uno dei suoi maggiori punti di forza.Il risultato della manifestazione conferma soprattutto il successo di una formula costruita sulla sinergia tra i Consorzi di tutela, la Regione Campania e il Comune di Napoli. Sannio Consorzio Tutela Vini, Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, Vitica – Consorzio Tutela Vini Caserta e Vita Salernum Vites – Consorzio Tutela Vini Salernitani hanno lavorato insieme alle istituzioni per presentare il vino campano attraverso una visione unitaria, capace di mettere a sistema territori, denominazioni, aziende e identità differenti.

«Quello che abbiamo visto in queste due giornate ci restituisce un messaggio molto chiaro: c’è una grande voglia di conoscere il vino campano e di scoprire ciò che c’è dietro ogni bottiglia – sottolineano i Consorzi di tutela della Campania –. Vedere così tante persone avvicinarsi ai produttori, fare domande, degustare e confrontarsi è probabilmente il risultato più importante di questa edizione. Campania.Wine dimostra quanto sia importante lavorare insieme, superando i confini dei singoli territori per presentare la Campania come una grande regione del vino. La collaborazione con la Regione Campania e con il Comune di Napoli ci ha consentito di costruire un evento capace di parlare contemporaneamente agli operatori, alla stampa e al grande pubblico. Il successo di questa edizione ci spinge già a pensare alla prossima, con l’obiettivo di far crescere ulteriormente un progetto che appartiene a tutto il sistema vitivinicolo campano».

Accanto al grande walk around tasting in Galleria Umberto I, forte interesse ha accompagnato anche il programma di approfondimento ospitato al MUSAP – Museo Artistico Politecnico di Napoli, con masterclass, degustazioni, show cooking e momenti di confronto dedicati al patrimonio vitivinicolo regionale.“Le sinergie istituzionali e di filiera produttiva che hanno accompagnato questa edizione di Campania Wine hanno dimostrato quanto sia importante fare fronte comune per presentare il nostro comparto vino, che è una forza trasversale e investe produzione, cultura, turismo e arte – dichiara Maria Carmela Serluca, assessora all’Agricoltura della Regione Campania -. Attraverso le numerose attività realizzate, la manifestazione ha saputo costruire un racconto unitario e identitario ormai parte integrante del tessuto cittadino. Abbiamo sostenuto con convinzione questa iniziativa, inclusa nel programma di valorizzazione agroalimentare della Regione Campania, capace di rafforzare il ruolo della nostra regione nel panorama vitivinicolo nazionale e internazionale.” “Campania Wine è stata un’esplorazione a 360° del mondo del vino, una vetrina importante per le nostre etichette che sono eccellenze tutelate e promosse dai consorzi, organizzatori della manifestazione, ed è stata anche occasione per ribadire che il lavoro in sinergia tra Comune di Napoli e Regione Campania punta a incentivare enoturismo e turismo enogastronomico – peraltro molto attivo a Napoli e, come rilevato dall’Osservatorio Turistico Urbano, secondo motivo, dopo la cultura, per cui i turisti di tutto il mondo ci scelgono -, creando insieme itinerari guidati che portino i turisti in arrivo a Napoli per l’Armerica’s Cup alla scoperta dei borghi e delle aree interne della Campania, partendo proprio dal capoluogo, seconda città in Europa, subito dopo Vienna, per estensione di vigne urbane e metropolitane, con 100 ettari di vigneti sparsi nel tessuto urbano” afferma l’Assessora al Turismo del Comune di Napoli, Teresa Armato.

Particolarmente partecipato e ricco di spunti il Campania Wine Forum “Enoturismo 4.0 in Campania: Territorio, Ospitalità e Innovazione”, che ha portato al centro del confronto uno dei temi strategici per il futuro del settore: trasformare la straordinaria ricchezza vitivinicola campana in un’esperienza capace di attrarre visitatori, generare permanenza sui territori e costruire nuove opportunità economiche e occupazionali.

Il confronto tra istituzioni, mondo del vino, Città del Vino, Movimento Turismo del Vino e giornalisti ha evidenziato quanto oggi il vino possa rappresentare una vera e propria porta d’ingresso alla scoperta della Campania. Non soltanto degustazione, dunque, ma paesaggio, cultura, archeologia, gastronomia, accoglienza e racconto delle comunità locali: elementi da mettere sempre più in rete per costruire un’offerta enoturistica riconoscibile, organizzata e competitiva.Proprio il grande interesse suscitato dal Forum conferma la necessità di continuare a lavorare sul tema dell’enoturismo attraverso una collaborazione sempre più stretta tra pubblico e privato, valorizzando le esperienze già presenti sui territori e creando strumenti in grado di accompagnare le imprese e le destinazioni nella costruzione di un’offerta di qualità.

Campania Wine chiude così un’edizione che segna un ulteriore salto di qualità della manifestazione. Il successo di pubblico, la partecipazione degli operatori, l’attenzione della stampa e il confronto sui temi strategici per il futuro del comparto restituiscono l’immagine di un settore vitivinicolo regionale che sceglie di presentarsi unito.

E soprattutto lasciano una certezza: dopo il successo di questa edizione, il lavoro per la prossima Campania.Wine può cominciare da subito.  

UFFICIO STAMPA

Campania.Wine

Miriade & Partners


Quale Sinistra?


(Orazio Luongo – lafionda.org) – Se la sinistra italiana, la sua cultura politica, le sue parole d’ordine fondate su egualitarismo e progressismo sono in affanno ormai da tempo, qualcosa si sarà pur sbagliato da qualche parte.

Se la sua proverbiale egemonia culturale in questo paese appare oggi ormai logora e sbiadita come una bandiera arcobaleno lasciata appesa al balcone dalla pandemia, oppure per la pace, o magari per un Pride (le opzioni sono diverse), qualcosa deve essere andato storto.

Qualcosa che ha segnato il divorzio tra la sinistra e il suo popolo, allontanando, se non addirittura respingendo milioni d’italiani dalla sua orbita – un tempo appunto dominante ed irresistibile – deve pur essere accaduta.

A sentire certi discorsi – tornati alla ribalta col dibattito sulla cultura woke che ha guidato per anni la sinistra “sveglia” americana – di quell’intellighenzia che dovrebbe rappresentare l’avanguardia progressista del nostro paese, il problema è presto detto: è il popolo bue che è in fallo. Che sbaglia a farsi irretire dalla propaganda regressiva della destra, e dalle sirene dell’intolleranza e dell’individualismo. Che non ha i mezzi culturali per capire la complessità. Che è troppo arretrato per comprendere la portata rivoluzionaria della battaglia linguistica dello schwa (la ‘e’ capovolta che dovrebbe far sentire tuttə inclusi, e tuttə svegli).

Le ragioni di tale disconnessione sentimentale secondo questi chierici della sinistra – per dirla con Pasolini – che guardano il volgo dal loro alto scranno morale, non sarebbe altro allora che una tara culturale dei ceti popolari. Che non colgono l’importanza della battaglia per il politicamente corretto. O per l’inclusività, di cui sentono parlare ogni giorno dalle loro periferie senza servizi né futuro, mentre tutt’intorno a loro non c’è altro che esclusione.

Perché, quando mai la sinistra li avrebbe lasciati soli? Quando si sarebbe allontanata dagli ultimi, rinunciando a difenderne gli interessi materiali? Quando avrebbe scelto la ritirata nei palazzi, nelle Ztl, per disquisire quasi esclusivamente di affermazione di identità e libertà individuali?

Mai successo, secondo i nostri chierici. Per i quali forse nemmeno un Fantastichini d’antan con la sua cinematografica invettiva contro l’establishment di sinistra – accusata di aver perso completamente contatto con la realtà (ma da mo’!) – basterebbe a dare la sveglia.

Come se non fosse vero che almeno da un paio di decenni, la sinistra post-comunista – prima socialdemocratica poi democratica, infine solo Dem – ha lasciato sguarnito il campo dei diritti sociali, spalancando praterie di consenso alle destre. Si è progressivamente assentata dagli spazi del lavoro, del disagio, della precarietà. Con le battaglie per l’eguaglianza e la giustizia sociale (per il salario, la sanità, la casa) lasciate via via indietro rispetto ad altre molto meno impattanti sul piano della gerarchia dei rapporti nella società.

Battaglie di libertà, talvolta attraversate da accenti identitari, finalizzate non alla trasformazione del sistema – giudicato oramai in sé giusto – ma all’inclusione dentro di esso di tutte e tutti (anzi, tuttə). Secondo una logica, in voga da decenni a sinistra, di compromesso con un sistema governato dalle leggi del neoliberismo, al massimo mitigabile nei suoi eccessi. Un neoliberismo di cui gran parte di quella sinistra nel frattempo, tra tagli al welfare e privatizzazioni, ha continuato ad applicare le principali ricette economiche – spesso in sintonia con le destre – proprio mentre sul piano del riconoscimento delle libertà e delle identità ci si spingeva sempre più oltre. E per tale via, sempre più lontano dai ceti popolari, colpiti da una crisi di rigetto verso questa nuova sinistra: tanto da essere oggi più preoccupati e “sedotti” dalla sostituzione etnica che dalle ingiustizie di genere o di classe.

Ma lontano anche da quella Carta costituzionale – sempre richiamata e sbandierata a sinistra – che al suo Articolo 3 sancisce l’unità dei diritti, legando l’uguaglianza formale a quella sostanziale: la libertà di (di fare, scegliere, essere quello che si vuole) coniugata indissolubilmente alla libertà dal bisogno, in primis dai bisogni materiali.

Una libertà, questa, da cui oggi come ieri scaturisce l’enorme domanda di milioni di persone ad un’esistenza dignitosa. A un paese più giusto: di eguali, prima ancora che inclusi.

Una domanda che forse i nostri chierici potranno far finta di non vedere, ma che una sinistra per davvero sveglia, che non intenda abdicare alla sua funzione storica e rassegnarsi ad un futuro di sconfitte, non può permettersi d’ignorare.