Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Crosetto bloccato a Dubai. Attacco dei 5stelle: “È la prova che non contiamo nulla”


Il ministro della Difesa era andato a prendere la famiglia ieri sera con un volo civile. Da Israele agli Emirati, oltre 58mila italiani nell’area

(di Stefano Baldolini – repubblica.it) – Ha partecipato in collegamento al vertice governativo di questa mattina convocato subito dopo l’attacco all’Iran, ma è rimasto bloccato a Dubai il ministro della Difesa Guido Crosetto. E non manca chi dalle opposizioni attacca: è la prova della marginalità dell’Italia durante la nuova crisi mediorientale, sostengono i 5 stelle.

Il ministro era partito ieri da Roma con un volo di linea civile per andare a prendere la propria famiglia e fare rientro con loro, ma non è potuto ripartire per la chiusura dello spazio aereo degli Emirati arabi. Non potrà dunque partecipare in presenza al vertice convocato in serata da Palazzo Chigi.

“Il governo Meloni che da un biennio grida ai quattro venti il ‘rapporto privilegiato’ con l’amministrazione Trump, sull’attacco all’Iran è stato ragguagliato dalla Casa Bianca a bombardamenti già avviati”. Così in una nota i parlamentari M5S delle commissioni Difesa di Senato e Camera. “A dimostrazione che la centralità dell’esecutivo a livello internazionale esiste solo nel fantastico mondo fatato di Meloni – continuano i pentastellati – . La triste verità è che mai come ora l’Italia si trova in posizione di totale marginalità internazionale, tanto che nel giorno in cui viene scatenata una guerra il paese si ritrova con il suo ministro della Difesa Guido Crosetto bloccato a Dubai e impossibilitato a tornare in Italia. È la prova provata che non contiamo nulla”.

Pronta la replica di Fratelli d’Italia, partito in cui milita il ministro, per voce del deputato Mauro Malaguti: “Invece di auspicare il suo veloce rientro in Italia in sicurezza, come si dovrebbe sperare per qualunque cittadino e compatriota, ne approfittano per attaccare il governo inventandosi una sorta di marginalità internazionale, in perfetto stile pentastellato. Chapeau, d’altronde cosa ci si poteva aspettare da chi è abituato quotidianamente a mancare di rispetto agli altri anche negli interventi parlamentari”.

Da Israele agli Emirati, oltre 58mila italiani nell’area

Sarebbero oltre 58mila gli italiani attualmente presenti nei Paesi del Golfo, un’area che va da Israele all’Iran, dall’Iraq alla penisola arabica. Tra residenti, turisti e connazionali in viaggio di lavoro o per altri motivi. Emirati Arabi Uniti e Israele appaiono come i Paesi in cui si concentra il maggior numero di connazionali con, rispettivamente, quasi 22.400 e 20.800 presenze.

Per dare indicazioni ai connazionali è intervenuta la Farnesina. “L’importante è non uscire di casa e dagli alberghi. Molti spazi aerei sono chiusi ed è quindi inutile anche andare negli aeroporti”. Questo il consiglio del ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Tajani ha avuto inoltre “un lungo colloquio telefonico” con il ministro degli Esteri degli Emirati, Abdullah bin Zayed, in cui ha chiesto “massima attenzione per tutti gli italiani presenti negli Emirati Arabi Uniti”. “Mi ha garantito che daranno loro la piena assistenza, mettendoli in condizioni di sicurezza”, ha scritto su X il capo della Farnesina.


Bilancio, Auriemma (M5S): “Sull’ambiente investimenti concreti per risanare il territorio e garantire futuro alle comunità”


“La Giunta regionale guidata da Roberto Fico ha approvato un Bilancio di previsione 2026-2028 che segna un cambio di passo importante, soprattutto sul fronte ambientale. Parliamo di scelte chiare, di risorse vere e di una visione che mette al centro la tutela del territorio e la salute dei cittadini”.

Così Carmela Auriemma, vicecapogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera e coordinatrice provinciale, commenta il documento contabile approvato ieri dalla Giunta regionale.

“Sul ciclo integrato delle acque vengono garantiti circa 290 milioni di euro, un investimento strategico che consentirà il potenziamento dei sistemi acquedottistici e dei depuratori, oltre alla manutenzione degli impianti e delle condotte. Intervenire su reti e depurazione significa contrastare sprechi, inefficienze e criticità ambientali che per troppo tempo hanno penalizzato i nostri territori”.

“Importanti anche le risorse aggiuntive per il ciclo dei rifiuti, con un’attenzione particolare agli interventi di bonifica e risanamento. Sono stati stanziati 5 milioni di euro per le bonifiche nel comune di Acerra, garantendo il completamento degli interventi previsti dall’accordo siglato nel 2009 tra Regione e Ministero dell’Ambiente. Un atto di responsabilità verso una comunità che ha pagato un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari”.

“Ulteriori 9 milioni di euro sono destinati alla bonifica, messa in sicurezza e ripristino ambientale dell’area Agrimonda di Mariglianella, sito di fitofarmaci andato a fuoco oltre trent’anni fa e altamente inquinante. Si tratta di un intervento atteso da decenni, che finalmente trova copertura finanziaria adeguata”.

“Queste scelte dimostrano che il Movimento 5 Stelle continua a essere forza di governo responsabile e coerente: investire sull’ambiente significa investire sulla qualità della vita, sulla salute e sullo sviluppo sostenibile. Il Bilancio 2026-2028 va in questa direzione, con impegni concreti e misurabili che rispondono alle esigenze reali dei cittadini”.

Ufficio stampa

On. Carmela Auriemma

Vicepresidente Vicaria del Gruppo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati
Coordinatrice M5S Provincia di Napoli


Guardia Sanframondi, “GustaGuardia” si presenta: un progetto di comunità, una scommessa sul futuro


(Raffaele Pengue) – C’è un appuntamento che si avvicina a Guardia Sanframondi e che vale la pena guardare con attenzione, anche al di là di quello che appare in superficie.

“GustaGuardia” sta per presentarsi alla comunità con un evento pubblico che non sarà soltanto la vetrina di un progetto enogastronomico e culturale, ma qualcosa di più denso, più ambizioso: una proposta politica, nel senso più pieno e più esigente del termine.

Il progetto nasce per valorizzare l’identità del territorio — i vini, l’olio, le tradizioni, il paesaggio, la spiritualità che attraversa da secoli la vita del paese — ma chi lo ha seguito da vicino sa che “GustaGuardia” non si esaurisce nell’organizzazione di eventi o nella promozione turistica. È, nelle intenzioni di chi lo anima, una proposta di comunità: un modo di immaginare ciò che Guardia Sanframondi può — e deve — diventare. Un vuoto da riempire, con metodo e con visione.

Le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio fanno da sfondo inevitabile a questa presentazione. Non perché “GustaGuardia” voglia essere una lista elettorale mascherata da evento, ma perché chi ha costruito questo progetto sente con chiarezza che il momento è propizio — e forse necessario — per tradurre una visione anche in proposta di governo. Il paese ha bisogno di futuro, non di un’alternanza cosmetica che cambia i volti senza cambiare il passo.

“GustaGuardia” è qualcosa di più. Dietro il nome c’è qualcosa di preciso. Gustare un luogo significa riconoscerne le eccellenze, abitarlo con consapevolezza, costruirne l’attrattività in modo stabile e non episodico. Significa pensare a Guardia Sanframondi come a una destinazione culturale capace di essere viva tutto l’anno, non solo nei mesi estivi. Ma significa anche non distogliere lo sguardo da ciò che non funziona: gustare, in questo senso, è anche un atto critico. Un rifiuto della rassegnazione. È una visione che tenta di cucire insieme due piani che a Guardia purtroppo troppo spesso rimangono separati: quello della promozione culturale e territoriale e quello dell’amministrazione quotidiana. “GustaGuardia” vuole essere il punto di sutura tra questi due mondi — tra chi parla di vino e paesaggio e turismo e chi si occupa di bilanci comunali e servizi ai cittadini — nella convinzione che separare queste dimensioni significhi impoverirle entrambe.

La presentazione del 28 marzo sarà, con ogni probabilità, anche un momento di ascolto. Un appello rivolto a quella parte della comunità che guarda alla cosa pubblica con preoccupazione ma anche con voglia di fare: cittadini, associazioni, imprenditori, persone con competenze, con radicamento nel territorio, disposte a trasformare quella preoccupazione in responsabilità concreta. Non professionisti della politica, ma cittadini disposti a mettersi in gioco. Protagonisti, in altre parole.

Chi parteciperà troverà probabilmente non solo una presentazione ma un invito. Un invito a smettere di osservare da lontano e iniziare a fare: a portare le proprie competenze, la propria passione e il proprio senso civico dentro un progetto collettivo che ambisce a qualcosa di più grande, capace di offrire a Guardia Sanframondi, e a chi ancora ci crede, un’alternativa vera al declino silenzioso.

Il futuro non si invoca. Si organizza. E il tempo, evidentemente, è adesso.


Fiorenza Ceniccola all’Accademia della Libertà


La consigliera comunale guardiese Fiorenza Ceniccola è a Viterbo per partecipare ai lavori dell’Accademia della Libertà che si concluderanno  domani con l’intervento del segretario nazionale del partito, on. Antonio Tajani.A tal proposito, Ceniccola ha dichiarato: “ Ringrazio dal profondo del cuore il partito  per avermi dato la possibilità di partecipare a questo importante momento di formazione ed il confronto con relatori di alto profilo provenienti dal mondo accademico, istituzionale e tecnico ha rappresentato un sicuro arricchimento dal punto di vista umano e politico; inoltre, è stata un’importante occasione per sottoporre all’attenzione dei partecipanti un progetto-pilota da portare a Bruxelles per arginare lo spopolamento dei piccoli borghi. Un progettoper far rivivere il piccoli borghi che sono la vera ricchezza dell’Europa. Per farla breve, l’idea è di portare all’attenzione della Commissione un progetto per ridare vita ai piccoli borghi come Guardia Sanframondi che vive uno stato di grave spopolamento. Gli abitanti sono costretti a spostarsi per i disagi causati dalla mancanza di servizi. In queste aree a rischio di estinzione, però, si trova anche la maggior parte dei beni culturali tra chiese, rocche, dimore storiche, archivi e biblioteche, oltre a rarità faunistiche, floreali e paesaggistiche. Per non parlare della gastronomia e dell’artigianato. In conclusione, sono proprio questi luoghi a conservare e custodire la memoria e la tradizione e, per questi motivi, occorre uno sforzo finanziario straordinario da parte dell’Europa con l’obiettivo di creare un volano socioeconomico. Insomma, non semplicemente restaurare ma creare attrazione, comunità, futuro. In conclusione, serve una legge che deve finanziare progetti di sistema che valorizzino l’ambiente, il paesaggio, le architetture. Soltanto in questo modo si potrà ripristinare il patto di fiducia verso il territorio”.

                          

RINASCITA GUARDIESE          


Ecco a cosa servono gli Epstein files


‘I MAGA SI AFFIDANO ALLE PAROLE DI CHARLIE KIRK CONTRO LA GUERRA IN IRAN’

(ANSA) – L’amministrazione Trump sta valutando un potenziale attacco in Iran mentre molti degli esponenti del mondo Maga si affidano a Charlie Kirk per esprimere il loro disappunto. Sui social i commentatori come Jack Posobiec e i podcaster del movimento postano filmati che mostrano Kirk, ucciso dei mesi scorsi e divenuto quasi un culto, opporsi al cambio di regime in Iran.

 “Rimuoviamo l’ayatollah? E poi cosa succede?”, dice Kirk in uno dei video pubblicati. In un altro filmato Kirk critica il senatore repubblicano Lindsey Graham per essere un “falco” ossessionato dall’Iran.

“FINE DEL MAGA”: L’ATTACCO DI TRUMP ALL’IRAN SCATENA LA RIVOLTA TRA I SOSTENITORI FURIOSI

(Tom Boggioni – rawstory.com) – La decisione di Donald Trump di lanciare un assalto contro l’Iran con l’aiuto di Israele ha scatenato una tempesta tra i sostenitori di lunga data che lo avevano spinto verso un secondo mandato anche sulla base della promessa di non avviare interventi militari all’estero.[…]

Sui social media la reazione tra i conservatori è stata di condanna, con un ex membro repubblicano della Camera vicino a Trump che ha dichiarato: “Fine del MAGA”. La podcaster conservatrice Meghan McCain ha scritto: “Vi ricordate quando ogni personalità maga urlava a squarciagola che chiunque portasse il cognome McCain fosse un neocon assetato di sangue pronto a bombardare l’Iran e senza posto nel Partito Repubblicano? Sì, non l’ho dimenticato neanch’io”.

La giornalista del Gateway Pundit Cassandra MacDonald ha rilanciato un vecchio post del defunto Charlie Kirk che, dopo un precedente attacco, aveva scritto: “È folle. Il cambio di regime porterà a una sanguinosa guerra civile, uccidendo centinaia di migliaia di persone e creando un’altra massiccia crisi di rifugiati musulmani. Rimuovere un leader non è MAI così semplice come si pensa. Quasi sempre comporta un maggiore coinvolgimento, una guerra civile e caos. Resistete!”.

[…]  Il giorno prima dell’assalto, l’ex deputata Marjorie Taylor Greene (R-GA) aveva previsto l’attacco e lo aveva aggiunto alla sua lista di “tradimenti” di Trump, pubblicando un vecchio video in cui l’ex presidente si scagliava contro le guerre e scrivendo: “Questo è il Trump che ho sostenuto, l’uomo che denunciava la verità sulle armi di distruzione di massa in Iraq e dichiarava NIENTE PIÙ GUERRE STRANIERE. Ora, per qualche ragione sconosciuta, Trump si è unito ai neocon e presto andrà in guerra contro l’Iran con le stesse scuse fasulle. Fine del MAGA”.

Sabato, Taylor Greene ha aggiunto: “Non ho fatto campagna elettorale per questo. Non ho donato soldi per questo. Non ho votato per questo, né alle elezioni né al Congresso. È straziante e tragico. E quanti altri innocenti moriranno? E il nostro esercito? Questo non è ciò che pensavamo dovesse essere il MAGA. Vergogna!”.

“Tenete il nostro Paese nelle vostre preghiere in questo momento. Tenete i nostri militari e le loro famiglie nelle vostre preghiere. Tenete il popolo innocente dell’Iran nelle vostre preghiere”, ha scritto con tono addolorato la deputata Anna Paulina Luna (R-FL), veterana dell’Air Force.

[…] “Ho votato per Trump nel 2016 e nel 2020. Si può cambiare idea quando emergono nuove informazioni. Io l’ho fatto ben prima delle elezioni del 2024. Quando ha mentito su DeSantis e si è vantato di Warp Speed, ho capito che avevo chiuso. Ora sta iniziando una guerra molto pericolosa. Non è troppo tardi per ritirare il proprio sostegno a un presidente che ha tradito il popolo americano”, ha accusato Nicholas J. Stelzner.


Gli USA sono il più grande destabilizzatore mondiale


(Andrea Zhok) – L’ennesima aggressione internazionale dell’accoppiata Israele-USA è iniziata. Stamattina bombardate diverse città iraniane. Tra gli obiettivi, sono state prese di mira le abitazioni private di Masoud Pezeshkian, Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran e della Guida Suprema Ali Khamenei. Ignoto l’esito.

Come ha detto, con usuale precisione, il portavoce del governo cinese, gli USA sono oggi il più grande destabilizzatore mondiale.

Se oltre a sagge parole la Cina sia stata in grado di offrire di più lo vedremo.

Una volta di più le trattative si sono dimostrate una sceneggiata, utile a prender tempo per organizzare l’attacco.

Nella migliore tradizione della propria civiltà, gli USA stanno cercando di convincere il popolo iraniano che pagare loro il pizzo è proprio necessario, se vogliono ricevere protezione.

Altrimenti gli può andare a fuoco il negozio o capitare un missile tra capo e collo, vai a sapere.

Visto che in questi giorni si sbamba un sacco di pedagogia e scuola, aggiungo una nota pedagogica.

L’educazione morale non si fa con lezioncine sussiegose a scapito delle lezioni curriculari.

L’educazione morale si fa con gli esempi, soprattutto con quelli che non hanno alcuna intenzione esplicitamente educativa.

Ecco, se gli esempi di civiltà che le nostre istituzioni difendono, se gli alleati cui ci prosterniamo, sono rappresentati da due bulli nucleari che tengono il mondo sotto ricatto e massacrano indiscriminatamente chi si oppone, quanto pensate sia plausibile far passare un po’ di decenza morale? Quanto pensate contino gli spiegoni in classe sul “rispetto della diversità”, sul “dialogo”, sul “valore della cultura”, sul “rigetto della violenza”, ecc. ecc.

La lezione che le classi dirigenti occidentali stanno dando costantemente al mondo intero, ma in primis ai propri cittadini, è riassumibile in due principi:

1) Le parole, le “ragioni ufficiali” sono sempre menzogne strumentali, propaganda, dissimulazione, ipocrisia, pubblicità.

2) L’unica variabile relazionale che conta è la forza, specificamente la disponibilità ad usare senza remore ogni livello di violenza ritenuta utile.

Come sempre nella storia, prima o poi verrete (verremo) trattati secondo lo stesso metro, e questa volta sarete (saremo) dall’altra parte della canna di un obice.


Matteo Salvini deve aver mangiato pesante


SALVINI, ‘OBIETTIVO LEGA 15% ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE’

(ANSA) -“La Lega ha più di 500 sindaci in tutta Italia e da qua bisogna partire. Abbiamo preso l’8% in Puglia alle ultime regionali, il mio obiettivo fra un anno alle politiche è raddoppiare questo dato, sia in Puglia che a livello nazionale. Se lavoriamo bene se ci consolidiamo sui territori, se passiamo meno tempo a litigare e più tempo a proporre e a costruire non ce n’è per nessuno. L’obiettivo minimo non è solo la doppia cifra, ma il 15% per la lega a livello nazionale”.

Lo ha detto il leader della Lega, il ministro Matteo Salvini, intervenendo in collegamento alla direzione regionale della Lega in Puglia, in corso nel cinema Showville di Bari.

Salvini ha poi parlato delle recenti fuoriuscite dal partito: “Io sono abituato a guardare avanti, la Lega non è un partito ma è una comunità, una comunità di valori, e siccome per me la parola data vale più dell’atto davanti al notaio, quando qualcuno viene meno alla stretta di mano, per me si guarda solo avanti, non ho più tempo di guardarmi alle spalle”.

SALVINI ‘TORNEREI A MINISTERO INTERNO, HO DIMOSTRATO DI SAPERLO FARE’

(ANSA) – “Se i pugliesi e gli italiani rivoteranno Lega alle politiche dell’anno prossimo, sicuramente tornare a occuparmi di sicurezza, di lotta alle mafie, di contrasto agli spacciatori e ai trafficanti di esseri umani, all’immigrazione clandestina è qualcosa che ho dimostrato di saper fare e che potrei anche tornare a fare”.

Lo ha detto il leader della Lega, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, intervenendo in collegamento alla direzione regionale della Lega Puglia, in corso a Bari. “Se mi chiamano alla sfida non ho paura di niente e di nessuno”, ha aggiunto, sottolineando che “non ho fatto il ministro dell’Interno perché ero sotto processo”.

“In questo momento – ha concluso Salvini – al Viminale c’è una persona di valore, un amico, un uomo di Stato che ha la mia totale stima e fiducia, che è Matteo Piantedosi”.


Il peggio deve ancora venire


IRAN: PASDARAN A NAVI, NON ATTRAVERSARE STRETTO DI HORMUZ

(AGI) – Un funzionario della missione navale dell’Ue, Aspides, afferma che le navi stanno ricevendo trasmissioni dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane che dicono che nessuna nave e’ autorizzata a passare attraverso lo Stretto di Hormuz. Lo riferiscono diversi media.

ANALISTI, ‘CHIUSURA HORMUZ SCENARIO DA INCUBO PER I MERCATI GLOBALI’

(ANSA) – Teheran potrebbe reagire all’attacco di Israele e Usa chiudendo lo Stretto di Hormuz, “una misura estrema che il Paese non ha mai adottato e uno scenario da incubo per i mercati globali”, commentano gli analisti finanziari.

Sui mercati delle materie prime invece è atteso una nuova impennata dei prezzi del petrolio.    Durante la ‘guerra dei 12 giorni’ tra Israele (Usa) e Iran di giugno il petrolio aveva registrato la maggiore impennata in oltre tre anni con il greggio Brent, il riferimento europeo, che ha superato gli 80 dollari al barile a Londra.

I guadagni sono rapidamente svaniti una volta che è diventato chiaro che le principali infrastrutture petrolifere regionali non erano state danneggiate. Le preoccupazioni per un eccesso di offerta hanno dominato i mercati globali, chiudendo il 2025 con un calo di circa il 18% a un minimo a 58 dollari per poi riprendere il rally a gennaio e febbraio sui timori di attacchi statunitensi all’Iran.   

Ieri il Brent quotava 72,98 dollari e la prova dei mercati arriverà lunedì. Secondo un’analisi degli eventi storici condotta da Ziad Daoud, capo economista dei mercati emergenti di Bloomberg Economics, i prezzi tendono ad aumentare di circa il 4% in risposta a una riduzione dell’1% dell’offerta.

L’Iran produce circa 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno, in aumento rispetto ai meno di 2 milioni di barili al giorno del 2020, nonostante le continue sanzioni internazionali. Il paese è diventato più abile nell’aggirare queste restrizioni, indirizzando circa il 90% delle sue esportazioni verso la Cina. I maggiori giacimenti di petrolio sono Ahvaz e Marun e il cluster di West Karun, tutti nella provincia del Khuzestan.

La principale raffineria iraniana, costruita ad Abadan nel 1912, può processare oltre 500.000 barili al giorno. Altri impianti chiave includono le raffinerie di Bandar Abbas e Persian Gulf Star, che trattano greggio e condensato, un tipo di petrolio ultraleggero abbondante in Iran. La capitale, Teheran, ha una propria raffineria. Per le spedizioni iraniane all’estero, il terminal dell’isola di Kharg, nel Golfo Persico settentrionale, è il principale snodo logistico dove, secondo la stampa locale, ci sarebbe stata un’esplosione.

MEDIA ISRAELE, NETANYAHU HA PARLATO AL TELEFONO CON TRUMP

(ANSA) – Donald Trump e Benyamin Netanyahu si sono sentiti nelle ultime ore. Lo riferisce l’emittente israeliana channel 12 dopo l’attacco congiunto contro l’Iran.


Vannacci rischia di far saltare il centrodestra


(di Nando Pagnoncelli – il Corriere della Sera) – Il mese di febbraio ha visto diversi avvenimenti degni di nota. […]  Per quanto concerne la politica interna vanno ricordati almeno l’uscita di Vannacci dalla Lega e la nascita del suo movimento Futuro nazionale; l’ulteriore inasprirsi dei toni della campagna referendaria anche da parte di esponenti delle istituzioni, tanto da portare il presidente della Repubblica a presiedere, irritualmente, un plenum ordinario del Csm per richiamare al rispetto per tale istituzione; l’avvio del dibattito sulla legge elettorale; e infine, per quanto notizia non politica, le Olimpiadi invernali che sono state un successo per il nostro Paese.

Il partito del generale

La nascita del nuovo movimento del generale Vannacci provoca alcuni cambiamenti negli orientamenti di voto, con ripercussioni soprattutto nel centrodestra. Futuro nazionale è oggi stimato al 3,6%. Due le formazioni più colpite da questo risultato: innanzitutto la Lega, che perde l’1,9% ed è stimata al 6,1%, e Fratelli d’Italia, con una contrazione dell’1,4% che li colloca al 28%.

Minime ripercussioni su Forza Italia, stimata all’8,4% con un calo dello 0,3% rispetto allo scorso mese. Il fatto che le perdite di questi due partiti siano determinate dalla comparsa nell’arena politica di questa nuova forza è confermato anche dai flussi di voto rispetto alle ultime Europee che evidenziano appunto come la formazione di Vannacci attinga quasi due terzi del proprio risultato dagli elettori dei due partiti prima citati.

Inoltre, da questi flussi, emerge anche una certa attrattività nell’area del non voto da cui Futuro nazionale otterrebbe poco meno di un punto percentuale. Quasi assenti flussi da altre forze.

Nell’opposizione si evidenzia una battuta d’arresto per il Pd, oggi stimato al 20,7%, con un calo di oltre un punto nell’ultimo mese, presumibilmente frutto delle divisioni interne, della gestione non perfetta di alcuni temi […] e di una non sufficiente visibilità nella campagna referendaria. Il Movimento 5 Stelle è stabile al 13,4%, mentre fanno registrare qualche miglioramento le forze minori: Avs al 6,8% (+0,6%), Azione al 2,8% (+0,5%), +Europa all’1,8% (+0,5%). Stabile, infine, Italia viva al 2,4%.

Il gradimento Stabile rimane anche la valutazione dell’esecutivo e della presidente del Consiglio. Oggi l’apprezzamento ha un indice (la percentuale di valutazioni positive su chi si esprime, esclusi i non sa) di 43 per l’operato del governo e di 44 per Giorgia Meloni, senza cambiamenti.

Quasi inesistenti le variazioni nella valutazione dei leader politici. Tajani rimane, come da tempo avviene, in prima posizione, con un indice di apprezzamento di 30. Al secondo posto Giuseppe Conte (indice di 28), anch’esso stabile, seguito da Elly Schlein al 25. Stabili anche gli altri leader testati. Questo mese entra naturalmente nella graduatoria Roberto Vannacci: il suo indice di apprezzamento è del 18, un dato che lo pone nella parte bassa, ex aequo con altri leader (Bonelli, Lupi, Calenda e Magi).

In sostanza la novità di questo mese è rappresentata da Vannacci e dalla sua formazione che provoca un piccolo sommovimento nel centrodestra. In previsione della prossima scadenza elettorale politica, questo potrebbe togliere consistenza all’attuale compagine di governo, rendendo competitiva la proposta politica dell’opposizione (ammesso che riesca a costruire un’alleanza compiuta).

C’è quindi, per Meloni e in generale per le forze di maggioranza, un problema complicato da affrontare. Che riguarda innanzitutto l’opportunità o meno di far entrare stabilmente nell’alleanza di centrodestra una forza che a livello europeo aderisce all’Esn, gruppo di estrema destra dominato dall’Afd, partito con esplicite simpatie neonaziste, e che a livello nazionale si esprime radicalmente contro gli aiuti all’Ucraina, punto storicamente fermo per FdI e Forza Italia.

Quindi il contributo elettorale di Vannacci da un lato sembrerebbe al momento utile, dall’altro potrebbe provocare malumori non solo nell’elettorato moderato, ma anche in quello di FdI (e forse della Lega, viste le polemiche recenti).

La legge elettorale

Lo scenario presentato oggi va letto anche nella prospettiva della proposta di legge elettorale avanzata dal centrodestra, il cosiddetto «Stabilicum», che propone la soglia del 40% per ottenere il premio di maggioranza; sulla base delle odierne intenzioni di voto il centrodestra con Vannacci otterrebbe il premio di maggioranza attestandosi al 46,9% contro il 45,1% del «campo progressista».

Viceversa, quest’ultimo prevarrebbe sul centrodestra senza Vannacci che oggi conseguirebbe il 43,3%. L’unica forza politica esclusa dalla ripartizione dei seggi perché stimata al di sotto della soglia di sbarramento del 3% (prevista per le forze politiche che non fanno capo a una coalizione) sarebbe Azione. 


Meloni non preavvisata sull’Iran, colpita base italiana in Kuwait “ma tutti incolumi”


La premier convoca un vertice di emergenza con i vice. Tajani: “In Iran 500 connazionali, possibili trasferimenti in Azerbaigian”. Schlein: “Escalation Trump fuori dal diritto internazionale”

Giorgia Meloni

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – L’Italia non era stata pre-avvisata dell’imminente offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran. L’ha saputo solo ad “attacco cominciato”, come ha rivelato il vicepremier Matteo Salvini a metà mattinata, parlando a Milano. Ora però il governo di Giorgia Meloni si trova ad affrontare le conseguenze dell’azione americana e israeliana e della reazione di Teheran. Politicamente, l’esecutivo non dà un pieno appoggio politico alla mossa Usa, invitando alla de-escalation. L’altro vicepremier, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha informato che è stata colpita la base italiana in Kuwait, in cui operano 300 nostri militari, tutti incolumi. E che sono pronte alcune evacuazioni di connazionali dall’Iran all’Azerbaigian, su richiesta dei civili. Finora, secondo le riunioni che lo stesso Tajani sta tenendo alla Farnesina, non sarebbero arrivate informazioni di allarme circa i 500 italiani ancora presenti in Iran, il grosso nell’area urbana di Teheran.

Meloni stamattina ha convocato in video-call lo stato maggiore del governo. I due vice, Tajani e Salvini, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, i sottosegretari di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano che ha parlato di scenario “grave e preoccupante”. Palazzo Chigi ha invitato tutti i connazionali “alla massima prudenza e a seguire con attenzione le indicazioni fornite dalla Farnesina”. La nota di Giorgia Meloni parla di un “momento particolarmente difficile”, l’Italia rinnova “la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Ma non si sbilancia oltre. Meloni annuncia che “si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. De-escalation.

Tajani ha invitato gli italiani in Iran a “non muoversi e rimanere a casa o in albergo”. La Farnesina sta installando a Doha, Abu Dhabi, dei desk in aeroporto per assistere gli italiani, per contattare la nostra unità di crisi o le ambasciate. Per Salvini “la via diplomatica è sempre la preferibile, se c’è da parte degli Stati Uniti la certezza che il regime islamista iraniano si stia avvicinando alla bomba atomica, hanno ritenuto di intervenire. Noi ci preoccupiamo di tutelare i civili, a partire dagli italiani”. Dalla Farnesina, Tajani conferma che non ci sono state vittime tra gli italiani. “Neanche un italiano coinvolto negli attacchi molteplici in Iran e nei Paesi dell’area del Golfo”. Anche i militari italiani dell’Aeronautica che sono nella base in Kuwait che è stata attaccata con i missili dall’Iran “sono tutti incolumi, erano tutti nel bunker”. Per ora si registrano “danni ingenti alla pista ma non ci sono militari italiani feriti. E’ stato fatto anche un attacco al comando della Quinta flotta ma non ci sono italiani coinvolti in tutta l’area, né civili né militari”.

Le reazioni dei partiti

Dall’opposizione arriva l’intervento della segretaria del Pd, Elly Schlein: “Chiediamo – afferma – al governo di attivarsi con urgenza per garantire la sicurezza dei nostri connazionali” in Iran “e di adoperarsi in tutte le sedi multilaterali per una descalation e impedire un allargamento del conflitto, con conseguenze potenzialmente incalcolabili”. La leader dem aggiunge: “Ci preoccupa moltissimo, ci angoscia la drammatica escalation in Medio oriente dopo l’attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran. Trump aveva detto che avrebbe portato la pace e messo fine ai conflitti invece qui si apre una escalation, al di fuori del diritto internazionale, che può avere risvolti imprevedibili anche sulla fragile tregua a Gaza”.

Chiedono all’esecutivo di prendere le distanze da Trump e Netanyahu, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs: “L’Italia ripudia la guerra e il popolo italiano non vuole essere complice di Trump e Netanyahu. E il governo deve rispettare la Costituzione e la volontà popolare. Che gli piaccia o meno, il diritto internazionale non vale fino ad un certo punto, ma noi chiediamo al contrario di Trump, Netanyahu e Putin che vada ricostruito il ruolo dell’Onu e del diritto internazionale in difesa dei diritti umani e delle democrazie”.


L’obiettivo è Khamenei


MEDIA, ATTACCHI USA VERSO L’IRAN CONDOTTI VIA ARIA E MARE

(ANSA) – ROMA, 28 FEB – Gli attacchi in corso delle Forze Armate Usa contro l’Iran sono condotti “via aria e mare”: lo indica sul suo sito la Reuters citando un alto funzionario statunitense.

TV ISRAELE, ‘DECINE DI MORTI TRA I PASDARAN IN IRAN, ANCHE FIGURE CHIAVE’

(ANSA) – Secondo i primi resoconti provenienti dall’Iran, si registrano gravi perdite tra le forze di sicurezza locali, con decine di morti e feriti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, tra cui alcune figure chiave. Vengono segnalate gravi interruzioni della rete dei cellulari.

  Lo riferisce la tv israeliana Channel 12.

NYT, ‘L’ATTACCO ALL’IRAN SARÀ PIÙ ESTESO DI QUELLO DI GIUGNO’

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – L’attacco in corso contro l’Iran sarà più esteso rispetto ai raid di giungo contro gli impianti nucleari iraniani. Lo riporta il New York Times citando funzionari dell’amministrazione.

‘DECINA DI ATTACCHI USA IN IRAN CON AEREI DA BASI IN MEDIO ORIENTE E PORTAEREI’

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – Decine di attacchi americani sono in corso con aerei partiti dalle basi in Medio Oriente o dalle portaerei. Lo riporta il New York Times citando un funzionario americano.

MEDIA, SENTITE ESPLOSIONI A ISFAHAN E IN ALTRE CITTÀ IRANIANE

(ANSA-AFP) – TEHERAN, 28 FEB – Esplosioni si sono sentite a Isfahan e in diverse altre città dell’Iran, come Qom, Karaj, e Kermanshah: lo ha riferito l’agenzia Fars. Intanto, Teheran ha dichiarato chiuso “fino a nuovo ordine” lo spazio aereo del Paese, secondo l’agenzia Tasnim.

‘NEL MIRINO DEGLI ATTACCHI USA L’APPARATO MILITARE DELL’IRAN’

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – Nel mirino degli attacchi americani c’è l’apparato militare iraniano. Al di là dei siti nucleari, si ritine che Teheran abbia 2.000 missili balistici sparsi in tutto il paese. Lo riporta il New York Times citando funzionari americani.

TRUMP, AVVIATA OPERAZIONE IN IRAN, DIFENDIAMO GLI AMERICANI DALLE MINACCE

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – “Abbiamo iniziato un grande operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano”. Lo afferma Donald Trump in un video pubblicato su Truth.

IL MOSSAD AGLI IRANIANI, ‘SIAMO CON VOI, NON SIETE SOLI’

(ANSA) – TEL AVIV, 28 FEB – “Fratelli e sorelle iraniani, non siete soli! Abbiamo lanciato un canale Telegram dedicato e altamente sicuro per voi. Insieme riporteremo l’Iran ai suoi giorni gloriosi. Condividete con noi foto e video della vostra giusta lotta contro il regime. E, soprattutto, prendetevi cura di voi stessi”. L’agenzia di intelligence israeliana Mossad condivide questo messaggio su un canale Telegram ad hoc in lingua farsi. Lo riporta il Times of Israel.

TRUMP, ABBIAMO PROVATO A FARE UN ACCORDO CON L’IRAN MA HA RIFIUTATO

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – L’Iran non potrà mai avere l’arma nucleare: “Abbiamo provato a fare un accordo, ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alla sue ambizioni nucleari”. Lo ha detto Donald Trump in un video postato sul suo social TRuth.

TRUMP, DISTRUGGEREMO I MISSILI DELL’IRAN, NON AVRÀ IL NUCLEARE

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – “Distruggeremo i loro missili e ci assicureremo che l’Iran non abbia il nucleare. Il regime imparerà a breve che non bisogna sfidare la forza delle forze armate americane”. Lo ha detto Donald Trump assicurando di aver preso tutte le misure per cercare di minimizzare i rischi per gli americani impegnati in questa “nobile missione”. Il presidente ha comunque ammesso che potrebbero esserci delle vittime.

TRUMP ALLE GUARDIE RIVOLUZIONARIE, DEPONETE ARMI O MORTE CERTA

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – “Ai membri delle Guardie Rivoluzionarie, delle forze armate e della polizia dico: deponete le armi e sarete trattati giustamente con l’imunità totale o affronterete una morte certa”. Lo ha detto Donald Trump lanciando anche un messaggio “al grande e orgoglioso popolo iraniano: l’ora delle libertà è vicina. State al riparo, non lasciate le vostre abitazioni, è molto pericoloso là fuori. Ci sono bombe che cadono ovunque”.

TRUMP AGLI IRANIANI, ‘PRENDETE IL CONTROLLO DEL VOSTRO GOVERNO’

(ANSA) – WASHINGTON, 28 FEB – Trump ha esortato il popolo iraniano a “prendere il controllo del proprio governo” una volta completata l’azione militare. “Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni. Per molti anni avete chiesto aiuto all’America, ma non l’avete ottenuto. Nessun presidente era disposto a afre quello che sono disposto a fare io stasera. Ora avete un presidente che vi dà ciò che volete, quindi vediamo come rispondete”, ha aggiunto il presidente americano.


Tutto gira intorno al potere e agli affari


(Giancarlo Selmi) – C’è qualcuno, a parte i mononeuronali fozza gioggia, che possa considerare prioritaria la cosiddetta “separazione delle carriere” e prioritaria la modifica della legge elettorale, rispetto ai veri problemi che stanno accelerando il declino di questo Paese? C’è qualcuno che possa affermare, evitando la sua sottoposizione a un TSO, che sia più urgente discutere di quella roba, piuttosto che dedicare le energie a cose ben più importanti?

Se ancora ci fosse un minimo di ragionevolezza e di pensiero critico, la decisione di spostare tutta l’attenzione della politica e della pubblica opinione su quei temi, costituirebbe per chiunque la prova provata della totale inadeguatezza di Meloni e coro cantante. Del totale fallimento di una classe politica chiamata a fare cose evidentemente più grandi del loro misero livello. È del tutto evidente che la qualità di vita dei cittadini e, peggio mi sento, il perseguimento del bene comune, a questa flotilla di nanerottoli interessi veramente poco.

Tutto gira intorno al potere e agli affari. Perché è il potere che garantisce gli affari. L’obiettivo di questa banda, di questo clan di politici non per caso, è la perpetuazione della comodità del loro culo sulla giusta poltrona. Per questo non sentirete parlare di programmi, piani, visioni. Nessuna progettualità, solo litigi per garantire a loro stessi e ai loro soci in affari, più o meno confessabili, la continuità. Il tutto con il condimento dell’olio di ricino, ancora e non sappiamo per quanto ancora, metaforico.

Stanno realizzando i piani meno confessati di Licio Gelli e di decenni di eversione e strategia della tensione. Li stanno realizzando con il 25% dei consensi. Hanno paura della magistratura e, quindi, cercano di punirla e di metterla nelle condizioni di non nuocere ma, soprattutto, di non indagarli. Hanno paura di non rivincere le elezioni e quindi… Una legge proporzionale con un premio di maggioranza assurdo. Il sì e la voluta (da loro) legge elettorale, nel caso di loro vittoria ci catapulterebbe de facto in un regime fascista.

È quello che a loro interessa, è la loro unica visione. Mentre questo Paese sta letteralmente affondando. FERMIAMOLI.


Dario e Claude


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Come molti matematici Dario era un genio contemplativo, ma quando venne trovata la cura per la malattia rara che pochi anni prima era stata fatale a suo padre, si convinse che la velocità potesse fare la differenza tra la morte e la vita. Abbandonò gli studi astratti e si avventurò nel mondo pionieristico dell’intelligenza artificiale, contribuendo alla nascita di ChatGPT

Lì si spaventò: non della rapidità della macchina, ma dell’ottusità degli umani che la governavano senza altro scrupolo che il guadagno. Fondò un’azienda con la parola «uomo» nel nome – Anthropic – e dichiarò di voler conciliare etica e fatturato. Creò una nuova macchina, Claude, che crebbe talmente in fretta da ricattare l’ingegnere che intendeva disattivarla. 

A quel punto forse avrebbe voluto fermarsi, ma non ci riuscì e stipulò un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono

Eppure, quando il ministero americano della Guerra gli chiese di dare vita a un sistema che sorvegliasse i cittadini in modo capillare e consentisse alle armi di attivarsi da sole, senza nemmeno prendersi più il disturbo di chiedere permesso agli uomini, Dario pensò che fosse troppo e che quel troppo fosse contrario alla democrazia. Così disse di no.

Magari adesso lo sostituiranno con qualcuno più malleabile, però nei libri di storia del futuro ci si ricorderà di Dario Amodei come del genio italiano che accelerò la ricerca sull’AI pensando alla morte di suo padre e tentò di rallentarla pensando alla vita dei suoi figli. E dei nostri. 


Hanno preferito il controllo sugli eletti. La nuova legge elettorale aumenterà l’astensionismo


Il ripristino delle preferenze avrebbe giustificato la necessità di cambiare le regole per le urne

Hanno preferito il controllo sugli eletti. La nuova legge elettorale aumenterà l’astensionismo

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il ripristino delle preferenze poteva essere il mantello dorato con cui rendere presentabile, plausibile, addirittura necessaria la riforma elettorale fortissimamente voluta dal centrodestra come anticipo del premierato. Avrebbero potuto dire: agiamo per amore della democrazia, per interrompere il fatale declino della partecipazione in un Paese dove la metà dei cittadini non si prende più il disturbo di andare alle urne. Rispettiamo i nostri programmi, siamo coerenti con le nostre idee (Giorgia Meloni è sempre stata sostenitrice delle preferenze) e vogliamo innanzitutto ricucire il rapporto tra elettori ed eletti perché, come abbiamo sempre detto, ciascuno deve poter scegliere chi mandare in Parlamento, e in seguito incalzarlo se non fa il suo dovere.

L’occasione al momento è stata persa, le posizioni di principio del tutto contraddette. La bozza di riforma elettorale non solo non introduce le preferenze ma con l’abolizione del maggioritario cancella anche il loro ultimo brandello, cioè la possibilità di scegliere nei duelli di collegio tra singoli candidati, biografie, percorsi politici. Era l’estremo spiraglio di decisione “sulle persone” rimasto agli elettori, ora sostituito da un prendere o lasciare senza opzioni: coalizioni predeterminate, premier pre-indicati nel programma, deputati e senatori scelti dalle segreterie e blindati nei listini. L’unica via di dissenso da questi pacchetti chiusi sarà restare a casa, ed è possibile che la nuova legge elettorale incoraggi ulteriormente l’evasione di massa dal principale appuntamento della democrazia. Già adesso ogni analisi dice che il primo motivo dell’astensionismo è l’impossibilità di votare “qualcuno che mi rappresenti davvero”, e figuriamoci quando saranno cancellate anche le sfide di territorio.

Non è facile capire perché la destra abbia rinunciato in partenza a un suo caposaldo, che tra l’altro poteva rappresentare una risposta efficace alle accuse delle opposizioni di deriva orbaniana, trumpiana, autoritaria, e consentire di replicare ai critici: noi restituiamo un potere effettivo agli elettori, valorizziamo l’idea di popolo sovrano, diamo un potere aggiuntivo alla gente. Le preferenze sono senz’altro sistema opinabile, e tutti ricordano le distorsioni inquietanti che hanno a lungo portato nella vita pubblica italiana, ma questa preoccupazione non ha mai agito nel mondo della maggioranza. Piuttosto sembra aver lavorato anche in questa circostanza l’assillo di ogni classe dirigente di avere un controllo assoluto sui gruppi parlamentari e di evitare l’ascesa imprevedibile di elementi “di disturbo”, eretici, potenziali nuovi protagonisti della scena e quindi concorrenti.

Anche il decantato potere delle preferenze come antidoto all’astensionismo, alla fin fine, forse è stato giudicato più un problema che un vantaggio. I bassi livelli di partecipazione sono una sicurezza, rendono tutto più prevedibile, meno faticoso, e una riforma elettorale cucita su uno status quo immutabile da anni, richiede di evitare sorprese. Cosa succederebbe se tornasse ai seggi anche una minima parte dei 17 milioni di italiani assenti alle ultime Politiche, o un pezzetto dei 26 milioni che hanno disertato le Europee del 2024? Chi voterebbero, come cambierebbero gli equilibri generali? Nessuno nella maggioranza sembra avere voglia di scoprirlo.

Il ripristino delle preferenze, insomma, richiedeva una somma di atti di coraggio che in questa fase il centrodestra non si è sentito di fare. Perdita di controllo sugli eletti, sorprese sul territorio, esiti imprevisti di una fiammata di partecipazione. E tuttavia, senza quel mantello, senza quell’atto di coerenza con le posizioni di sempre, difendere la legge risulterà più complicato, anche nei confronti dei propri elettori.


Referendum e legge elettorale, la capocrazia al governo


In sintonia con la separazione delle carriere giudici-pm, anche questa nuova legge-truffa è blindata: riflette la dittatura della maggioranza, ignora l’opposizione, umilia il Parlamento. E tradisce il piano di conquista del Quirinale

Roma, 26 febbraio: la premier Giorgia Meloni

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – «La vita è fatta di priorità», era il claim di uno spot di fine anni 90. Il Belpaese prodiano tirava la cinghia, per arrivare al traguardo dell’euro, e la pubblicità assegnava a un bel gelato, il Magnum, il primato dei gusti italici. Una trentina d’anni dopo — tra i droni di Putin e le allucinazioni di Trump, il Pil che arranca e lo stipendio che manca — le destre al comando indicano all’Italia le loro priorità: il referendum sulla magistratura, e adesso la nuova legge elettorale. Volendo, potremmo aggiungere anche la scaletta di Sanremo, il prozac catodico-melodico della Nazione elevato a “questione di Stato”, che impegna da giorni le alte cariche di palazzo Chigi e palazzo Madama.

Ma non divaghiamo con il soft, e restiamo all’hard power. L’intonazione paranoica dell’ordalia del 22 marzo, e ora anche l’appropriazione clanica delle regole del voto, sono figlie della stessa sindrome: la paura. A dispetto della postura aggressiva forgiata negli anni ruggenti di Colle Oppio, Giorgia Meloni ha paura. Di perdere il «tocco magico». Di scontare troppi mesi buttati a fare il «ponte» con l’America Maga. Di smarrire la connessione emotiva con la pancia del Paese. Di scalfire il mito dell’invincibilità, costruito in tre anni e mezzo di dominio incontrastato. Quindi, paura di perdere: oggi il referendum, domani le elezioni.

La crociata sulla giustizia è il primo stress-test per l’ipnocrazia meloniana. Da un lato ci sono i finti moderati, che rinnovano callidi appelli a non «politicizzare» il quesito e a insistere sul portato «tecnico» della separazione tra giudici e pm. Dall’altro lato ci sono i soliti pasdaran, che hanno fretta di consumare la vendetta postuma contro le toghe rosse e di stabilire la primazia assoluta dell’esecutivo sul giudiziario. In mezzo c’è la Sorella d’Italia, che assiste inquieta al recupero del No.

Se dà retta ai moderati e non si espone troppo, rischia la sconfitta ma può provare a ridurre il danno. Se dà retta ai pasdaran e ci mette la faccia, può vincere mobilitando il suo popolo, ma se fallisce è una disfatta epocale. Finora ha alternato i due registri (anche se alla fine, come nella favoletta, prevale sempre la sua vera natura: non la rana che aiuta, ma lo scorpione che avvelena).

L’intervista a Sky del 19 febbraio è il paradigma dello spettro nevrotico nel quale vaga lei stessa e dello spazio ipnotico nel quale attrae gli italiani. Aveva l’occasione per rimediare al vergognoso strappo di Nordio contro il Csm «para-mafioso»: un’offesa a Mattarella che lo presiede e piange un fratello assassinato da Cosa nostra.

Ma niente da fare: un blando riconoscimento al capo dello Stato, poi un rinnovato affondo contro i magistrati e un surreale tentativo di uscire dalla «lotta nel fango» (dopo averlo copiosamente prodotto): «Il referendum non è un voto sul governo», ha provato a dire la premier. Negando spudoratamente due verità: questa “riforma della giustizia” è tutta sua, perché sua è la prima firma sul testo della legge che cambia 7 articoli della Costituzione, e di conseguenza il referendum su cui voteremo è la sfida più politica che esista.

L’obiettivo è sempre lo stesso: punire e intimidire le toghe, ristabilendo la primazia del potere politico sull’ordine giudiziario. Supportati da algidi filologi e “presidenti emeriti”, i legulei della Garbatella ripetono che «nella riforma questo non c’è scritto»: dimenticano che il principio di «autonomia e indipendenza della magistratura» è scolpito anche nelle Costituzioni di Russia, Turchia e Iran.

Se la reale intenzione non fosse questa — candidamente rivelata dallo stesso Guardasigilli nei suoi frequenti momenti di sincerità involontaria — non assisteremmo al teatro dell’assurdo messo in piedi ogni giorno dai patrioti, per alterare lo stato di coscienza dell’opinione pubblica.

Non vedremmo la presidente del Consiglio che detta alle procure i capi di imputazione per gli indagati di Torino o di Milano e posta video in cui mente e manipola senza ritegno sentenze civili sul risarcimento a un migrante o a Sea Watch, con il solo scopo di infangare «i giudici che non ci lasciano governare».

Non vedremmo il ministro della Giustizia snocciolare le sue tossiche “perle” quotidiane contro il Consiglio superiore, contro i magistrati promotori del No, contro Gratteri e Melillo, contro i pm che notificano l’avviso di conclusione indagini alla sua capa di gabinetto per lo scandalo Almasri.

Non vedremmo il sottosegretario Fazzolari, preda di un tragicomico testacoda geopolitico, iscrivere persino lo zar Putin al comitato del No. E non li avremmo visti tutti assieme — i Salvini e i Piantedosi, i Tajani e i Bignami — ballare la loro danza macabra nel bosco di Rogoredo, inneggiando alla «difesa sempre legittima» di un poliziotto che ora si è scoperto reo confesso e omicida volontario di un pusher. Colossale boomerang mediatico, generato da maniacale fumus ideologico. In termini di consenso, la strategia non sta pagando. Prende corpo il pericolo di perdere una partita che pareva stravinta in partenza. Di qui, la svolta sulla legge elettorale.

Stabilicum, Donzellum, Melonellum: qualunque sia il raccapricciante nomignolo che gli appiopperanno, la riforma del sistema di voto concepita nottetempo nel prestigioso laboratorio di via della Scrofa dagli azzeccagarbugli tricolore è un altro Frankenstein, giuridico e politico. Lo spacciano come «garanzia di stabilità», nonostante si vantino dal settembre 2022 di essere «l’esecutivo più stabile d’Europa».

Come il Porcellum di Calderoli del 2005, poi corretto nel Rosatellum che nel 2017 aveva sostituito il renziano Italicum del 2015, anche l’ultimo nato è un mostriciattolo incostituzionale, impapocchiato con un solo scopo: garantire alle destre oggi al potere di rivincere, o quanto meno di pareggiare le prossime elezioni.

Tutti i correttivi previsti alla legge elettorale vigente sono funzionali a questo risultato: il ritorno al proporzionale e l’abolizione dei collegi uninominali serve a impedire la vittoria del centrosinistra al Senato, il super-premio di maggioranza al primo arrivato serve a garantire il primato di FdI, i listini bloccati servono a blindare le candidature di Lega e Forza Italia, la soglia di sbarramento ferma al 3% serve a imbarcare Vannacci.

È un film dell’orrore, purtroppo già visto ai tempi di Berlusconi e di Renzi: a pochi mesi dal voto e a corto di fiato, le coalizioni uscenti riscrivono le regole del gioco a misura delle loro esigenze e delle loro convenienze. Ancora una volta l’uso e l’abuso della democrazia e delle norme che ne disciplinano il funzionamento.

Ma qui c’è una doppia aggravante. In sintonia con la separazione delle carriere giudici-pm, anche questa nuova legge-truffa (proprio come quella del 1953) è totalmente blindata: riflette la dittatura della maggioranza, ignora l’opposizione, umilia il Parlamento (già annichilito dalle 101 fiducie imposte dall’inizio della legislatura). E in sequenza con il referendum (contro la magistratura) e con il «premierato forte» (contro il presidente della Repubblica) il colpo di coda meloniano tradisce il piano di conquista del Quirinale, la voglia di «pieni poteri» e la ricerca di una scorciatoia per ottenerli.

Eccole servite, le vere «priorità». L’Italia chiede crescita, equità salariale e fiscale, sicurezza. E Giorgia le offre il suo rancido Magnum: la capocrazia.