Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Liste d’attesa, Auriemma (M5S): “Fallimento del governo Meloni”


“Il nuovo allarme lanciato dalla Fondazione GIMBE certifica ciò che il Movimento 5 Stelle denuncia da tempo: il decreto del Governo Meloni sulle liste d’attesa è un fallimento totale.

A 18 mesi dall’approvazione del provvedimento, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: zero benefici concreti per i cittadini. Mancano ancora due decreti attuativi fondamentali e la cosiddetta piattaforma nazionale sulle liste d’attesa è una scatola vuota, con dati incomprensibili, frammentati e senza alcuna reale trasparenza su Regioni e strutture sanitarie.

Il Governo aveva promesso una svolta storica, ma ha prodotto solo propaganda e annunci. Le liste d’attesa restano interminabili, milioni di persone sono costrette a mettere mano ai propri risparmi per curarsi nel privato oppure, cosa ancora più grave, rinunciano alle cure. Il diritto alla salute viene così calpestato ogni giorno, nel silenzio colpevole dell’esecutivo.

Questo non è semplice immobilismo o inefficienza ma una precisa scelta politica: lasciare che il Servizio Sanitario Nazionale venga progressivamente smantellato, favorendo la sanità privata e scaricando i costi sulle famiglie. È una deriva inaccettabile che colpisce soprattutto i più fragili Il Governo Meloni smetta di nascondersi dietro slogan e assuma finalmente le proprie responsabilità. La salute non può essere un lusso, né un privilegio per chi può permetterselo. Il Movimento 5 Stelle continuerà a battersi in Parlamento e nel Paese per difendere la sanità pubblica e universale, come sancito dalla nostra Costituzione”. Così in una nota Carmela Auriemma, Vicecapogruppo M5S alla Camera e Coordinatrice provinciale napoletana.

Ufficio stampa

On. Carmela Auriemma

Vicepresidente Vicaria del Gruppo Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati
Coordinatrice M5S Provincia di Napoli

auriemma_c@camera.it


Il piffero di montagna Salvini e Vannacci l’incursore: chi frega chi con la scissione?


La commedia è finita secondo le previsioni: il generale ingrato ora deve provare a chiudere il salto carpiato, l’altro è andato per suonare ed è stato suonato

Il piffero di montagna Salvini e Vannacci l’incursore: chi frega chi con la scissione? | L’analisi

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Lui: “Ingrato!”. L’altro: “Il traditore sei tu!”.

Chi frega chi? Decidere chi tra Matteo Salvini, il capitano della Lega, e Roberto Vannacci, l’incursore del Col Moschin, abbia avuto la peggio è questione decisamente aperta. La faccenda si fa seria e trova la sua radice quadrata, la ragion pura del dissidio, nel grande slam dell’irriconoscenza.

C’è stata scaltrezza nell’acchiappare al volo il generale scrittore, l’autore de “Il mondo al contrario”, il libro campione d’incassi, nuova voce della società nascosta che ha voglia di più destra, più di quanto perfino Giorgia Meloni possa offrirgliene?

“Attento che ti frega”, dissero a Matteo i colonnelli capricciosi, in prima fila i governatori del Nord sempre più allergici alla linea di comando. Ma lui replicò esibendo i risultati elettorali e obbligando tutti al silenzio: il partito, grazie a Vannacci ingaggiato in zona Cesarini, aveva ottenuto quasi il 9 per cento, l’8,97 per la precisione. Silenzio in sala, infatti. Per soprammercato, intuito che il filone vannacciano era in quelle settimane come la pizza margherita, pietanza popolare a buon prezzo, il paracadutista della Folgore venne lanciato a Pontida e nominato sul campo per meriti straordinari vicesegretario.

“Io non tradisco, io conosco la lealtà” disse lui chiamato a sedare l’ansia leghista proprio nel pratone verde: un giuramento contro i fastidiosi refoli di vento sul voltafaccia in arrivo.

La commedia è finita nei tempi attesi e secondo le previsioni della vigilia. Vannacci, ovvero l’ingrato, ora deve provare a finire in piedi il salto carpiato e augurarsi di non finire, come ci ricorda la filastrocca, giù per terra.

Poi, vero, c’è Matteo: per adesso ha fatto la figura di quei pifferi di montagna che andarono per suonare e vennero suonati.


Da Adinolfi a Cicalone, da Corona a Soumahoro: l’improbabile corsa al nuovo partito di Vannacci


Da Adinolfi a Cicalone, il nuovo partito di Vannacci stuzzica gli influencer. Nella Lega, sono tre i deputati vicini a Vannacci. Nessuno però ha formalizzato l’addio, tanto che dai vertici è arrivato l’aut aut: decidete

Da Adinolfi a Cicalone, il nuovo partito di Vannacci stuzzica gli influencer

(di Lorenzo De Cicco – repubblica.it) – ROMA – Mollato in blocco dai giornali di destra (non solo quelli del gruppo Angelucci, che lo dipingono come un disertore), con le pressioni montanti nel centrodestra perché spengano i riflettori anche le trasmissioni sovraniste targate Mediaset, e neanche a dirlo la Rai, che mezzo resta a Roberto Vannacci per fare proseliti e ingrossare le fila del suo partito neonato? Per ora si offrono gli influencer. «Sogno un tridente Adinolfi-Vannacci-Corona», va dicendo da qualche giorno Mario Adinolfi, tirando in ballo Fabrizio Corona, che pure ha ventilato una sua discesa in campo tramite il suo Falsissimo (ma visto il carattere del personaggio, difficilmente farebbe da secondo al generale). Lo stesso Adinolfi pubblica su Instagram un manifesto di questo tridente immaginario, con Corona e Vannacci, tutti in preghiera sotto un crocifisso, una colomba-Spirito santo e le bandiere americane. Titolo: «Difensori della cristianità e dei valori morali». Pare interessato pure Simone Ruzzi, in arte Cicalone, lo youtuber delle ronde anti-borseggio nel metrò di Roma, coccolato a destra, ma corteggiato sottotraccia pure dai 5 Stelle. «Vannacci? Disponibile a collaborare – diceva ieri al Foglio – Candidarmi? Mi servono garanzie».

Intanto l’ex incursore cerca truppe parlamentari. Per ora l’unico ad associarsi al suo Futuro nazionale è stato Emanuele Pozzolo, il deputato pistolero espulso da FdI, certo che «Vannacci sarà il de Gaulle italiano». Nel tam tam impazzito di Montecitorio, c’è chi fa questa ipotesi: «Sapete chi sarà il prossimo? Aboubakar Soumahoro». L’ex rossoverde al telefono non risponde.

Nella Lega, sono tre i deputati vicini a Vannacci. Nessuno però ha formalizzato l’addio, tanto che dai vertici è arrivato l’aut aut: decidete. Edoardo Ziello ieri pomeriggio rispondeva così: «Perché dovrei lasciare il gruppo della Lega?». Però aggiunge sibillino: «Del doman non v’è certezza». Rossano Sasso si sbilancia di più: «Potrei lasciare la Lega e andare nel gruppo misto. Deciderò a breve, venerdì torno in Puglia e sentirò i miei amici e la mia famiglia». Sasso conferma le chiamate da Salvini: «Ci siamo sentiti». Domenico Furgiuele pare invece frenare: «Non sono vannacciano, sono leghista». Indica pure la spilletta di Alberto da Giussano, prima di mostrarsi infastidito per la calca di cronisti interessati alle sue sorti. «Non fate questo codazzo, sennò sembra davvero che sono una persona seria». E come dargli torto.


Bannon: “A novembre faremo circondare i seggi dall’Ice”


(ANSA) – WASHINGTON, 04 FEB – L’ideologo dell’estrema destra Usa Steve Bannon ha espresso il suo sostegno alla spinta di Donald Trump per “nazionalizzare” le elezioni, invitando il presidente a schierare agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) e truppe militari nei seggi elettorali per impedire ai non cittadini di votare, richiamandosi a una teoria cospirativa — infondata — su presunti brogli elettorali diffusi nelle elezioni del 2020.

“A novembre faremo circondare i seggi dall’Ice. Non resteremo qui a permettervi di rubare di nuovo il Paese”, ha detto Bannon nel suo podcast. “Potete lamentarvi, piangere e fare tutti i capricci che volete, ma non permetteremo mai più che un’elezione venga rubata”, ha aggiunto l’ex stratega della Casa Bianca.


Da oggi non è più in vigore il Trattato sul disarmo nucleare tra USA e Russia


(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – È stato firmato nel 2010, prorogato in extremis nel 2021 e scadrà oggi, 5 febbraio 2026: si tratta del Trattato per il contenimento degli armamenti strategici New START, ultima carta siglata tra Washington e Mosca sulla proliferazione di armi nucleari. Il trattato impone limiti vincolanti al numero di testate nucleari dispiegate dalle due superpotenze. Sul tavolo resta ancora la proposta russa di estendere il trattato di un ulteriore anno, ma gli USA continuano a proporre la stesura di un accordo nuovo. Il portavoce del Cremlino aveva già ricordato che scrivere una carta da zero è «un processo lungo e complesso», sostenendo che «dopo la scadenza del New START, emergerà una lacuna nel quadro giuridico per la stabilità strategica».

Il trattato, siglato dai presidenti Barack Obama e Dmitry Medvedev, prevedeva per entrambe le parti un massimo di 700 missili balistici per parte, 1550 testate nucleari e 800 lanciatori, schierati e non, per questi vettori. Il trattato prevedeva inoltre ispezioni in loco e scambio di notifiche sui movimenti delle forze atomiche. Esso rappresenta l’ultimo di una serie di accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty), il primo dei quali fu siglato il 31 luglio 1991 a Mosca dai presidenti George H. W. Bush e Mikhail Gorbachev, a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nel febbraio 2023, a un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina, la Russia decise di sospendere la propria partecipazione al New START e, successivamente, Washington si rifiutò di negoziare un trattato nuovo – in particolare che non comprendesse la Cina. Nel settembre 2025, Putin si è detto favorevole a continuare a sottostare ai limiti quantitativi del trattato per un anno dopo la scadenza, ma solo a condizione che gli USA facciano lo stesso. Tuttavia, fino ad ora, Washington non ha intrapreso alcuna azione concreta per rispondere alle proposte russe.

Di fatto, secondo quanto riporta Reuters, una nuova proroga del trattato non è possibile, in quanto ne è stata già fatta una nel 2021 dall’allora presidente Biden, che accettò di allungarlo per cinque anni. In merito all’attuale scadenza, all’inizio di gennaio il presidente statunitense non si è mostrato molto preoccupato: «se scade, scade» ha dichiarato al New York Times, «ne faremo semplicemente uno migliore». Come sottolineano gli scienziati sulla rivista Bulletin of Atomic Scientists, inoltre, il trattato presentava alcune criticità: ad esempio, non limitava la quantità di armi nucleari non strategiche nè i nuovi sistemi d’arma strategici. A partire da maggio 2023, inoltre, gli USA non hanno più reso pubblico alcun dato aggregato. Barack Obama ha commentato come lasciar cadere il trattato «cancellerebbe inutilmente decenni di diplomazia e potrebbe innescare un’altra corsa agli armamenti che renderebbe il mondo meno sicuro».

Intanto, la società civile prova a intraprendere iniziative affinchè il vuoto normativo venga colmato. La rete pacifista Peace Link invita i cittadini a mobilitarsi, inviando al ministro degli Esteri del proprio Paese una lettera al fine di esercitare pressione sui governi per richiedere il rinnovo del documento. «Il New START rappresenta attualmente l’ultimo accordo esistente che limita le dimensioni degli arsenali nucleari degli Stati Uniti e della Russia. Lasciarlo scadere costituirebbe una grave battuta d’arresto nel controllo internazionale degli armamenti e renderebbe ancora più instabile una situazione globale già estremamente fragile», riporta il testo.


Decreto sicurezza, Riccardo Noury (Amnesty International): “L’Italia di Meloni va verso l’autoritarismo”


Il portavoce dell’ong racconta le pericolosità del nuovo pacchetto sicurezza pronto a essere varato dal Governo tra fermo di 12 ore e scudo penale: «Una garanzia di impunità. Niente per la tutela delle piazze dove il dissenso viene criminalizzato mentre la richiesta di numeri identificativi per gli agenti resta inascoltata. Tra lacrimogeni e taser, la protesta pacifica è a rischio»

Riccardo Noury (Amnesty International)

(Simone Alliva – editorialedomani.it) – Una lentissima erosione. La stretta sul dissenso, sulla possibilità di agire nello spazio pubblico è qualcosa che è iniziato a poco a poco ma non ce ne siamo accorti. Distratti da altro: polemiche del giorno, scontri e battibecchi sui social. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia dal 2000 a Resistenze indica la ferita originaria, quella mai più rimarginata, lasciata lì a infettare la possibilità di dissenso e di difesa delle libertà civili: «È dal G8 di Genova», dice. Lì qualcosa si è rotto. Bisognerà fare un bilancio in questo quarto di secolo trascorso ma il risultato è già qui, basta aprire gli occhi per vederlo: le iniziative del governo Meloni, dai pacchetti sicurezza all’uso crescente di lacrimogeni nelle manifestazioni («A Udine uno ogni due persone. A altezza uomo»). I morti a causa dell’uso improprio dei taser («Il manganello di domani»). La criminalizzazione: «Siamo in un momento di picco», dice. Come su un crinale, possiamo precipitare o resistere.

Riccardo Noury, qual è l’analisi di Amnesty International sulle iniziative per la sicurezza del governo Meloni?

Neanche otto mesi dopo un primo pacchetto di norme securitarie già si pensa al secondo. E questo non credo voglia significare che il primo ha fallito, ma conferma questa spinta verso l’autoritarismo di questo governo, che aumenta le garanzie per le forze di polizia e le toglie alle persone che manifestano in maniera pacifica. L’agire nello spazio tipico del dissenso, cioè le piazze, è a rischio. Una cosa che non solo Amnesty International ha rilevato, ma anche altri organismi europei, che vedono una reale minaccia alla libertà di manifestare.

Il pacchetto sicurezza prevederà uno scudo penale per gli agenti e il fermo di 12 ore. Il governo difende queste iniziative dicendo che sono una tutela anche per la gente che manifesta. Che ne pensa?

Dipende. La gente o l’agente. È un apostrofo che fa la differenza. Se è per la gente che manifesta direi di no. Si è iniziato a parlare di questo secondo pacchetto sicurezza prima dei fatti di Torino, risale a quell’aumento molto forte della solidarietà dei cittadini con la popolazione di Gaza nella seconda metà dell’anno. È ben possibile che i fatti del 31 gennaio a Torino abbiano costituito un’ulteriore accelerazione. È una costante di questo governo restringere gli spazi di espressione del dissenso, penalizzare la protesta pacifica, estendere sicurezza alle forze di polizia ed estendere insicurezza alle persone che manifestano. Ma vorrei aggiungere un elemento in più.

Prego.
In questa situazione, in cui c’è una ricorrenza di scontri tra una esigua minoranza dei partecipanti alle manifestazioni e le forze di polizia, si produce un doppio effetto deterrente per le persone. Il primo è che, grazie anche alle narrazioni dei mezzi di informazione, sembra che sia tutta violenza, tutto scontro. Il secondo è che, soprattutto se si tratta di persone giovani, la deterrenza è costituita da manganelli, lacrimogeni e cannoni d’acqua. C’è una serie di conseguenze combinate che preoccupano. Sappiamo bene che quando la piazza si muove, la piazza costringe a trattare un tema, che sia la crisi climatica o la Palestina.

Ha parlato dell’uso dei lacrimogeni che però è una costante negli scontri di piazza tra forze dell’ordine e manifestanti.

Però è in aumento. Prendo come parametro le dichiarazioni ufficiali della Questura di Udine dopo il 14 ottobre: hanno utilizzato una quantità di lacrimogeni, rispetto al numero di manifestanti, che equivale a un lacrimogeno ogni due persone. È presto per dire se questa proporzione sia rimasta tale o peggiori a Torino, stiamo ancora visionando filmati e documenti. Il punto è che si usano i lacrimogeni in maniera illegale: spesso non c’è un preavviso, spesso vengono usati ad altezza persona e in modo indiscriminato e massiccio. Il risultato è che di fatto si sciolgono le manifestazioni, danneggiando il diritto di protesta pacifica. Le forze di polizia devono contenere le minacce usando una forza necessaria e proporzionale; quando usano una forza non necessaria, anziché tutelare chi protesta pacificamente e isolare chi sta usando violenza, arrecano un danno alle persone che esercitano un diritto fondamentale. Questo è molto ricorrente».

Per il partito della Presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, il problema è un altro. «La polizia ha le mani troppo legate», dice per esempio il deputato Giovanni Donzelli.

Queste frasi sulle mani legate le ho sentite in un precedente molto pericoloso nella seconda metà degli anni Dieci, quando si parlava dell’introduzione del reato di tortura. Come a dire: se non torturano non possono lavorare. È una frase che danneggiava prima di tutto gli operatori delle forze di polizia, che nella maggior parte dei casi fanno un lavoro difficile e lo fanno bene. È una frase con un effetto intimidatorio molto forte: verrebbe da chiedersi che altro dovrebbero fare.

Del resto Giorgia Meloni si è mostra in passato favorevole a modificare o togliere il reato di tortura.

Sì, fu avversaria all’opposizione e in campagna elettorale promise che sarebbe stato rivisto una volta al governo. Non vorrei svegliare il can che dorme, ma temo che sia già sveglio e che non ce ne stiamo accorgendo.

La piazza è da sempre nel mirino: dal decreto anti-Rave in poi. Amnesty ha monitorato la sua applicazione. Queste iniziative che fine fanno?

Si potrebbe dire che sono espressioni di una volontà di dare risposte apparentemente securitarie, ma bisogna guardare alle conseguenze. Rispetto al primo decreto sui rave, ricordiamo cosa è successo a Campo Galliano, in provincia di Modena, tra ottobre e novembre 2025: uno sgombero di 5mila persone e uno spiegamento enorme di forze di polizia, cariche violente, lanci di lacrimogeni e il tentativo di procedere all’identificazione di tutte le persone partecipanti. Non sono soltanto misure bandiera. Il primo pacchetto sicurezza non è privo di conseguenze, nella misura in cui introduce pene per una serie di reati e 14 nuove fattispecie di illeciti, buona parte delle quali legate a forme di manifestazione del dissenso. Questo ha una sua attuazione. Questo secondo pacchetto, tra fermo di 12 ore e scudo penale rafforzato, può voler dire, soprattutto rispetto allo scudo, una garanzia di impunità.

Abusi e violazioni da parte di chi dovrebbe per mandato garantire la sicurezza di tutti sono una storia ben nota.

Noi abbiamo ancora una legge mancante sui codici identificativi. La sua necessità è emersa 25 anni fa durante i processi per torture e altre violazioni dei diritti umani commesse durante il G8 di Genova. Da allora la richiesta è stata avanzata da Amnesty International a più governi di segno diverso. La campagna vera e propria l’abbiamo lanciata nel 2011. In 15 anni si sono succeduti governi di segno contrapposto e non ce n’è stato uno sotto il quale questa proposta abbia ottenuto una minima apertura. Nel frattempo quasi tutti gli altri Stati dell’Unione europea l’hanno adottata: siamo rimasti noi e altri quattro. Le forze di polizia fanno un lavoro encomiabile sotto molti punti di vista. Rafforzare le garanzie per i cittadini, garantendo che non ci sia impunità per le singole persone appartenenti ai corpi di polizia sospettate di aver violato i diritti umani, e dunque consentire processi che possano terminare con condanne quando le prove sono accertate: è una garanzia per tutti. Ripristina anche un rapporto che da Genova 2001 si è incrinato.

Cinque morti con le pistole a impulso elettrico nel 2025. Che cosa ci dicono?

O la definizione di arma non letale è una presa in giro, oppure queste armi dovevano essere affidate a persone iperformate e invece la diffusione è stata di massa. Cinque morti di taser nel 2025, su un totale di sette nel 2022, indicano un’escalation che rischia di renderle un’arma ordinaria. Non voglio nemmeno immaginare la distopia dell’uso del taser durante le manifestazioni, ma neanche voglio pensarci. Diventerebbe il manganello di domani.

Lei pensa che in Italia siamo scesi a un livello più basso rispetto al passato riguardo alla libertà di dissenso? È molto pericoloso anche per chi dissente in maniera “allegra”, pensiamo ai Pride, alle manifestazioni per i diritti delle donne.

È difficile negarlo. C’è una narrazione criminalizzante nei confronti di interi gruppi di persone e movimenti, e la narrazione criminalizzante precede la criminalizzazione. Siamo nel momento di picco di questo combinato disposto e la parola che riassume tutto è autoritarismo. L’Italia si è avviata verso una forma di limitazione dello spazio civico. Uso indiscriminato della forza.

Siete preoccupati?

Non da oggi. Questo è un anno importante: ricorre un quarto di secolo da Genova. Bisognerà fare un bilancio su una serie di questioni: sulle piazze, sul comportamento delle forze di polizia, su questa narrazione imposta che divide tra vittime buone e vittime cattive, come se le vittime “cattive” avessero qualche ragione per essere ferite o uccise. Bisogna riflettere sulla formazione delle forze di polizia rispetto agli standard internazionali, capire fino a che punto in questi 25 anni lo stato abbia collaborato all’accertamento della verità e della giustizia, se abbia chiesto scusa, se abbia preso provvedimenti. Bisognerà fare questo bilancio e, quando lo faremo, temo che la preoccupazione risulterà confermata.


De Gaulle o Papeete, il bivio del generale


Vannacci sollecita emozioni ancestrali e il suo bacino elettorale è cruciale per vincere. Se la scissione dalla Lega è sicura, quella dalla maggioranza è tutt’altro che scontata

De Gaulle o Papeete, il bivio del generale

(Flavia Perina – lastampa.it) – Si fa presto a dire: generale fellone. Ma se il generale sventola le bandiere che sono anche tue, che piacciono anche ai tuoi – remigrazione, lotta all’Europa dei burocrati, morte al politicamente corretto – dov’è la fellonia, dove il tradimento, dove il voltafaccia? Roberto Vannacci, a guardar bene, si propone al pubblico della destra come un Badoglio al contrario: uno che straccia il presunto armistizio firmato dalla maggioranza con i “poteri forti” per governare e durare, proponendosi come alfiere della battaglia originaria del sovranismo contro gli immigrati, il woke, il buonismo, i falsi idoli dell’integrazione, la modernità, la tolleranza verso i diversi. Le possibili percentuali elettorali di Futuro Nazionale sono in fondo una questione relativa, che il centrodestra può rimandare a quando avrà un quadro esatto della legge elettorale. Più pressante è il problema di tenere testa nel quotidiano a un controcanto che sollecita emozioni ancestrali dell’elettorato, e oltretutto si avvale del fascino che le divise – e specialmente le divise da parà – hanno sempre avuto a destra.

Si fa presto a dire: ha disertato. Ma se il disertore si piazza in prima linea, sul bordo della trincea, e offre il petto alle accuse di razzismo, fascismo, maschilismo delle orride sinistre, la tesi della defezione sleale crolla. E tutto fa pensare che Roberto Vannacci abbia intenzione di fare esattamente questo: diventare il primo bersaglio polemico dell’opposizione, sostituire Giorgia Meloni e Matteo Salvini in ogni discussione di giornata, in ogni scontro da talk show, in ogni meme satirico. Il suo terzo libro, annunciato a breve, avrà come soggetto la remigrazione, uscirà sull’onda di una legge di iniziativa popolare che è già arrivata a centomila firme, i suoi si leccano i baffi immaginando le mobilitazioni di Avs e Verdi sotto le sale dove sarà presentato, il rifiuto di qualcuno di ospitare le presentazioni, e tutto il cucuzzaro delle conseguenti zuffe. Ci censurano! Non si tollerano gli intolleranti, leggete Popper! Leggete la Costituzione, in Italia l’opinione è libera. Eccetera, eccetera, eccetera.

La prima uscita pubblica di Vannacci dopo la scissione ieri ha confermato il copione. «Sono gli altri che tradiscono, non io». Segue elenco: hanno tradito le promesse fatte agli elettori sull’abolizione della Fornero, sullo stop delle armi all’Ucraina, sulla famiglia. Con lui non sarebbe successo. Con lui «destra più forte». Altro che traditore, altro che Badoglio. Vannacci è il nostro De Gaulle, chiosa Emanuele Pozzolo, primo ad aderire a Futuro Nazionale, forse con qualche confusione perché lo status a cui Vannacci aspira somiglia più a quello del colonnello Mathieu immortalato in mimetica e Ray-ban da Gillo Pontecorvo nella battaglia di Algeri (pure lui guidava una Decima, guarda la coincidenza). E dunque il racconto è già fatto: l’uomo forte contro i proni, i rinunciatari, i rassegnati al quieto vivere della maggioranza, e magari la scissione di Futuro Nazionale alla fine risulterà un altro Papeete, il catastrofico atto di ubris di un politico ubriacato dal successo, ma vai a vedere.

Di sicuro Fratelli d’Italia e Forza Italia, nel dubbio, preferiscono lasciare solo Salvini nell’anatema contro il generale. Perché si fa presto a dire traditore, disertore, sleale, ma persino se il generale facesse flop all’uno o due per cento quel miserrimo risultato tornerebbe assai utile alla coalizione, forse indispensabile alla vittoria: se la scissione vannacciana dalla Lega è sicura, quella dal centrodestra è tutt’altro che scontata. Lui registra la continenza delle dichiarazioni di maggioranza e ricambia volentieri: «Un partito come quello che mi approccio a fondare è interlocutore naturale della destra». Vogliamo funzionare «da sveglia, da adunata del mattino». Ne vedremo delle belle.


Wwf: emergenza verde e traffico a Caserta


“Due PEC senza risposta. La vivibilità della città non può aspettare la fine del commissariamento.”

CASERTA – Il WWF Caserta, associazione presente sul territorio dal 1983, ha deciso di rendere pubblica la propria istanza indirizzata alla Gestione Commissariale del Comune. Nonostante due richieste di incontro inviate via PEC (il 2 settembre 2025 e il 12 gennaio 2026) per discutere della gestione del verde urbano e della mobilità cittadina, l’associazione non ha ancora ricevuto alcun riscontro.

“È nostro dovere informare i cittadini sulla nostra posizione,” dichiara il Panda Team di Caserta“I tempi della Natura non si accordano con quelli della politica o della burocrazia. Il verde e l’aria che respiriamo sono investimenti sulla salute pubblica, non semplici capitoli di spesa.”

Il dialogo interrotto: Regolamento del Verde e Consulta

Prima del commissariamento, il WWF aveva avviato un’interlocuzione per la definizione di un Piano e Regolamento del Verde cittadino, uno strumento gestionale pluriennale necessario per superare l’estemporaneità delle decisioni politiche. L’obiettivo ambizioso restava la creazione di una Consulta per il Verde, un organo partecipato per unire pubblica amministrazione e cittadinanza attiva.

Le proposte del WWF per Caserta

Nel documento diffuso oggi, il WWF sintetizza le priorità per la città, articolate in due pilastri fondamentali:

1. Gestione del Verde Urbano

  • Adozione immediata dei Criteri Minimi Ambientali (CAM) per la cura del verde urbano
  • Pianificazione pluriennale degli interventi (potature, cure fitosanitarie e sostituzioni).
  • Affidamento dei lavori esclusivamente a ditte qualificate e stanziamento di fondi adeguati, considerandoli investimenti in sicurezza e salute.

2. Contrasto al Caos Traffico

La qualità dell’aria a Caserta è strettamente legata alla congestione veicolare. Il WWF propone:

  • Riapertura dei parcheggi periferici strategici: Piazza Carlo III (fondamentale per i bus turistici diretti alla Reggia), Monumento ai Caduti e Via Vittorio Veneto, per decongestionare il centro.
  • Potenziamento della ZTL: Trasformare il centro in un “centro commerciale all’aperto”, sul modello delle città europee più vivibili.
  • Mobilità Dolce e Pubblica: Campagne informative sui mezzi pubblici e contrasto rigoroso al parcheggio selvaggio.

“Più verde in salute e meno traffico caotico significano una vita migliore per tutti i casertani,” conclude il comunicato. Il WWF Caserta auspica che questa lettera aperta possa finalmente aprire un terreno di confronto costruttivo con i Commissari, nell’interesse esclusivo della collettività.

Il Panda Team

WWF Caserta – Organizzazione Aggregata WWF Italia ETS

Dr. Renato Perillo 

Presidente WWF Caserta OA ETS


Traditore a chi


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Non ho sufficiente sensibilità politica per cogliere le inconciliabili frizioni ideali che hanno indotto Vannacci ad abbandonare un partito sovranista, amico di Putin e favorevole alla remigrazione per fondarne uno sovranista, amico di Putin e favorevole alla remigrazione. Occupandomi però con una certa assiduità di posta del cuore, nella coppia scoppiata della Lega intravedo i segnali inconfondibili della crisi coniugale. 

Quando i due Io non riescono più a essere Noi e si incolpano a vicenda per la fine dell’amore, arrivando persino a mettere in dubbio che sia mai iniziato. Il linguaggio, se ci pensate, è identico. Salvini che dà a Vannacci dell’ingrato e l’altro che gli risponde facendo l’offeso e chiamandolo traditore.

Se avessero scritto alla posta del cuore, avrei risposto che hanno torto e ragione entrambi. Agli occhi del marito in felpa, Vannacci sarà pure un ingrato perché ha usato la Lega come un taxi per portare in giro il suo narcisismo, ma bastava guardarlo in faccia per capire che non era fatto per vestire a lungo i panni del numero 2: mai visto un generale che accetti di degradarsi a colonnello. E, agli occhi della moglie in mimetica, Salvini sarà pure un traditore perché non ha realizzato neanche uno degli sterminati elenchi di promesse con cui deliziava le orecchie dei suoi seguaci nei comizi elettorali. Però in democrazia nessun politico, arrivando al governo, può davvero fare tutto quel che diceva. 
Non ci riuscirebbe nemmeno Vannacci, per fortuna.


Cosa c’entra De Gaulle?


(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – Vannacci può essere il Charles de Gaulle italiano”, dice il deputato Pozzolo — tra i possibili parlamentari di Futuro Nazionale — arricchendo il “caso Vannacci” di ulteriori dettagli grotteschi. L’ennesimo capo dell’ennesimo partitello fascista può essere il nuovo De Gaulle quanto io posso essere la nuova Callas, ma come spiegarlo a Pozzolo, fin qui noto per una sparatoria di Capodanno e non per i suoi studi storici sulla destra europea?

De Gaulle fu il capo della Resistenza francese. Uomo sicuramente di destra e sicuramente antifascista, termini per nulla in contrasto fino a che la nuova destra (quella in cui sono cresciuti i Pozzoli) li ha resi inconciliabili. “Di destra e antifascista” è diventato un ossimoro proprio grazie ai Vannacci, ai Pozzoli e purtroppo al partito di maggioranza relativa, che è certamente di destra e altrettanto certamente non antifascista.

Chissà se Pozzolo è a conoscenza del fatto che un leader (uno solo) della destra neofascista italiana, Gianfranco Fini, ebbe effettivamente l’intelligenza, e l’estro, e l’ostinazione, di dichiarare il fascismo “male supremo”, e di richiamarsi, appunto, alla destra gollista: europea e antifascista. Venne massacrato dai giornali di destra (non antifascisti, no di certo) nel nome di Berlusconi. Debolezze private costarono a Fini quella morte politica che debolezze private ben maggiori non costarono a Berlusconi, primo artefice della distruzione della destra liberale italiana e della sua triste conversione al populismo. A futura memoria: Fini espulse da Alleanza Nazionale il Pozzolo, definendolo “un violento estremista”. Perché Fini voleva essere gollista. Pozzolo e Vannacci sono fascisti. Se lo facciano bastare, e lascino in pace De Gaulle.


Fuoco amico dal Pd contro Schlein


Fino a quando Schlein è disposta a tollerare le continue raffiche di fuoco (teoricamente) amico dei riformisti Pd senza reagire?

Fuoco amico dal Pd contro Schlein

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non vorremmo essere nei panni degli elettori del Pd alla vigilia di una sfida cruciale come quella del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Un appuntamento al quale il Partito democratico si sta avvicinando – come spesso gli capita – diviso e pieno di contraddizioni.

Se Elly Schlein si sta spendendo in prima persona per tentare la spallata al governo, approfittando della consultazione del 22-23 marzo, con la legittima ambizione di battere Meloni alle prossime politiche, non si può certo dire che tra i dem tutti stiano remando nella stessa direzione. Ieri, per dire, poche ore prima che la segretaria del Pd arrivasse a Pescara per spiegare le ragioni del No alla riforma Nordio che demolisce il Csm, spaccandolo in due ed espropriandolo dei giudizi disciplinari sui magistrati, la vice presidente del Parlamento Ue, Pina Picierno, sparava a zero contro “la linea comunicativa del Partito democratico che assimila al fascismo chi voterà Sì” al referendum, definendola “insultante e svilente”.

Il riferimento è al post – “Casapound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e 23 marzo vota no” – lanciato sui canali social del Pd (con tanto di video di una adunata del movimento di estrema destra) per promuovere il No al referendum. Picierno non ha gradito: “Io voterò Sì e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto”. Insomma, un partito talmente democratico – nomen omen – in cui una volta stabilita la linea ognuno fa un po’ come gli pare.

Ma è solo l’ultimo dei continui distinguo di cui l’area riformista, alla quale appartiene anche Picerno, si rende protagonista con un reiterato bombardamento mediatico contro la segreteria. Anche oltre i limiti, come in questo caso, di un normale (e democratico) dibattito interno. Resta da capire fino a quando Schlein sia disposta a tollerare le continue raffiche di fuoco (teoricamente) amico senza reagire. E, soprattutto, quanto siano disposti a farlo gli elettori del Pd.


Lo zoccolo duro


(Giancarlo Selmi) – Pochi, a quanto pare, hanno dato importanza e hanno riflettuto sulle parole del regista Gabriele Muccino: “Meloni ha il vantaggio di poter parlare solo alla persone che la votano”. Io, contrariamente agli altri, ho dato a quelle parole un’importanza rivelatrice. Perché è esattamente così. Perché il nuovo paradigma degli equilibri politici italiani e, quindi, elettorali, vede un elettorato italiano caratterizzato da uno zoccolo duro, anzi marmoreo, di elettori di destra destra, che sono divenuti ancora più di destra negli ultimi tre anni e che garantiscono il loro voto a prescindere.

Il numero degli elettori di destra è sempre lo stesso. Le variazioni avanti e indietro dello zero virgola nei sondaggi di Mentana, a opinione del sottoscritto i meno credibili, non spostano la sostanza delle cose. Gli elettori di destra sono solidamente ancorati ai loro partiti e quando smettono di votare uno, votano un altro della stessa area politica. E non si astengono, sono elettori militanti. Il loro voto non si basa sui risultati del governo, sul mantenimento delle promesse o altri aspetti pragmatici, è un voto esclusivamente ideologico e tifoso. Questo è lo stato dell’arte e di questo occorre tenere conto.

Il voto del centrosinistra è molto più frammentato e gli elettori sono molto più esigenti. Un solo dettaglio, anche insignificante, può portare all’astensione. Mentre l’elettore medio di destra, a prescindere dalla bassa media di scolarizzazione e di cultura che lo caratterizza, è di bocca buona, quello di sinistra pretende altre cose. Nel mondo dell’astensione è ampiamente preponderante la presenza di potenziali elettori di sinistra. A queste persone occorre parlare. E non con le parole o le politiche del moderatismo di centro, come dicono i similgiornalisti di sistema. Perché quelle parole e quelle politiche hanno causato un aumento dell’astensione e hanno consegnato il Paese alla destra.

Non sono stati né saranno i moderati a decidere le sorti delle elezioni, ma il numero di quelli che non andranno a votare. La pseudo sinistra dei Fassino e delle Picierno, condannerà la sinistra a perdere se non ci saranno le giuste contromisure. Spiegare alle persone che la Meloni ha aumentato le accise ha un effetto che non modifica nulla, perché continueranno a votarla ugualmente. Occorre spiegare che l’unica maniera possibile per riportare in Italia la persona al centro delle politiche future, sarà ritornare al voto e votare contro la Meloni. Che la partita non si giocherà fra Meloni e il futuro avversario politico.

Ma fra i mondi che quei Leaders rappresentano. Il mondo dell’accumulazione dei capitali e del capitale stesso, in qualunque forma rappresentato, contro il mondo della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza, della giustizia giusta e uguale per tutti, del welfare, dell’attenzione a tutte le imprese, non solo i grandi gruppi, del bene comune, del miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Ma attenzione, a prescindere da quali saranno le alleanze, le suddette cose non potranno essere spiegate con le parole di Renzi o di Gentiloni, perché neoliberisti e privi di credibilità.

Ma con quelle di Giuseppe Conte, il cui secondo governo è stato l’unico, nella storia d’Italia, ad aver tentato e in molti casi attuato, la redistribuzione della ricchezza. Tutti coloro che si dichiarano contrari a questa destra, ma continuano ad attaccare Conte, in realtà appartengono a quel mondo che rappresenta la Meloni. Sono le stesse persone che hanno contribuito alla defenestrazione di Conte e lo hanno fatto perché quel mondo continuasse a governare. E che in continuità con Renzi e Gentiloni, con Draghi e Meloni, nelle scelte di politica economica tutti praticamente uguali, sta governando.


Piantedosi law and order, qual è il vero obiettivo?


Si insinua il sospetto che al governo non interessi nulla un controllo efficiente e razionale dell’ordine pubblico, e sia piuttosto attratto dalla mano forte trumpiana. Così come il governo americano ha alzato la tensione al massimo livello nella speranza di avere reazioni violente e invocare la sicurezza nazionale per mettere in quarantena i diritti civili, la gestione (solo fallimentare?) del ministro dell’Interno sembra mirare allo stesso scopo, seppure in sedicesimo

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si rivela una volta di più inadeguato, per usare un eufemismo un tempo in uso. Siede al Viminale per interposta persona, in quanto Giorgia Meloni proprio non sopportava una concorrenza su questo tema da un peso massimo della coalizione come Matteo Salvini. E così il leader della Lega ha messo il suo cappello su quella poltrona.

Piantedosi, che pure aveva curriculum apprezzato come prefetto, da subito ha adottato un profilo da estremista del law and order. Ha iniziato con il ridicolo decreto sui rave party, un drammatico problema messo dai cittadini in cima alle emergenze, per poi discendere sempre più lungo la strada lastricata di pessime intenzioni in merito alla libertà civili.

Tra i suoi primi obiettivi il boicottaggio delle ong che salvano i migranti dall’annegamento – oggi una tragedia rimossa, mentre chissà quanti sono quelli travolti dall’uragano Harry mentre attraversavano il Mediterraneo. Un’offensiva che ha avuto il suo apice con il naufragio sulle coste calabresi di Cutro, a inizio 2023, quando il ministro si è scagliato contro i genitori dei migranti minori annegati che fanno partire i loro figli, invece di fare ammenda del mancato salvataggio.

I decreti Sicurezza

Poi sono venuti i decreti Sicurezza. Il primo introduce, tra l’altro, dodici nuovi reati per chi protesta, anche pacificamente. Ad esempio i sit-in diventano punibili con pene detentive, così come gli scioperi della fame dei carcerati.

Il secondo, che sta per essere varato adesso, aumenta la dose fino a prevedere il fermo preventivo per dodici ore senza comunicazione al magistrato. La libertà individuale cardine della nostra costituzione diviene à la carte. È a discrezione di qualche rappresentante della pubblica sicurezza che vede un pericolo in qualche ragazzo con il cappuccio della felpa calato in testa.

Tutto questo con il plauso dei forzisti e di quella area politico-culturale che vantava il proprio garantismo. A dimostrazione ulteriore di quanto sia fragile il pensiero liberale in questo paese, declinato sempre sui toni del moderatismo spaventato dal popolo: plebi da tenere sotto controllo e, alla bisogna, sotto chiave.

Deriva trumpiana

Ma c’è ancora di peggio. Si insinua il sospetto che al governo non interessi nulla un controllo efficiente e razionale dell’ordine pubblico, e sia piuttosto attratto dalla mano forte trumpiana, visti gli imbarazzi di fronte agli omicidi a sangue freddo dell’Ice a Minneapolis.

Così come il governo americano ha alzato la tensione al massimo livello nella speranza di avere reazioni violente e invocare la sicurezza nazionale per mettere in quarantena i diritti civili, la gestione (solo fallimentare?) del ministro dell’Interno sembra mirare allo stesso scopo, seppure in sedicesimo.

Ricordiamo l’episodio, troppo presto archiviato, di quanto successo a Bologna, due mesi fa, a latere di una partita di pallacanestro tra la squadra locale e una israeliana. Mentre il comitato dell’ordine pubblico, unanime, aveva proposto di spostare l’incontro dallo storico palazzetto dello sport in pieno centro a uno in periferia per contenere meglio i manifestanti proPal, Piantedosi si è imposto affinché si svolgesse proprio in centro. Con la conseguenza della solita guerriglia per alcune ore a beneficio di telecamere.

A Torino la gestione del corteo a sostegno del centro sociale Askatasuna è stata (volutamente?) disastrosa. Mentre almeno ventimila persone sfilavano pacificamente, le forze dell’ordine si sono lasciate “sorprendere” dal piccolo gruppo di violenti. A tal punto sorprese e impreparate, da aver manganellato selvaggiamente un pacifico manifestante sessantaduenne, Claudio Francavilla, la cui maschera di sangue è stata pubblicata dalla Stampa.

Ovviamente a lui non sono arrivate scuse o solidarietà dai rappresentanti del governo. Questo non stupisce, ma comunque inquieta. È un piccolo, insignificante episodio a margine di una giornata caotica, o il segno della libertà d’azione senza freni della polizia?


Palazzo Chigi: “Se perdiamo il referendum, meglio andare al voto anticipato per non farci logorare…”


COLLE, SU SCUDO E FERMO PREVENTIVO ANCORA COSE DA CAMBIARE

(ANSA) –  Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe fatto presente al sottosegretario Alfredo Mantovano, incontrato oggi al Quirinale, che il via libera ai provvedimenti sul fermo di polizia e sullo scudo penale ci potrebbe essere ma solo con alcune modifiche ancora da apportare.

Bocche cucite al Quirinale ma da ambienti parlamentari si è appreso che ora Mantovano starebbe riferendo alla premier Giorgia Meloni dei rilievi del Colle che di fatto sono gli stessi dei giorni scorsi. In particolare sullo scudo resta ferma l’esigenza che non si crei una giurisprudenza separata per categorie. Sul fermo preventivo di polizia, si fa notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo.

PIANTEDOSI, SU SICUREZZA LAVORO EQUILIBRATO, SE RILIEVI PRENDEREMO ATTO

(ANSA) – “Credo che abbiamo fatto un lavoro molto ragionevole e molto equilibrato, altrimenti prenderemo atto dei rilievi fatti”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lasciando il Senato e replicando ai cronisti che gli chiedevano di eventuali modifiche o limature e dei nodi del pacchetto sicurezza anche dopo l’incontro tra il capo dello Stato e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano al Colle.

IL COLLE HA MOLTI DUBBI SUL DECRETO SICUREZZA E SUI FATTACCI DI TORINO

(dagospia.com) – Sergio Mattarella probabilmente avrà accolto al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano con la costituzione in mano. Brandita come una clava. 

Il presidente della Repubblica non intende far passare neanche un ago oltre ciò che è previsto dalla Carta. Figuriamoci se può tollerare le forzature presenti nel decreto sicurezza vergato da Meloni e camerati dopo i fattacci di Torino.

Il testo era già stato messo da parte una volta, per le sue criticità, ed è magicamente riapparso dopo gli scontri tra polizia e centri sociali lo scorso fine settimana, durante la manifestazione in solidarietà ad Askatasuna.

A rendere il decreto indigesto, per Mattarella, sono due punti, considerati inaccettabili. Lo “scudo” penale per i poliziotti, che così avrebbero una sorta di “immunità” e non sarebbero più iscritti automaticamente nel registro degli indagati in caso di eccessi o violenze. Tipo l’Ice, la polizia anti-immigrazione, negli Stati Uniti, insomma: avrebbero una ampia libertà di azione, con confini difficili da definire.

Il secondo punto, controverso per il Quirinale, è il “fermo preventivo”: le forze dell’ordine potrebbero trattenere temporaneamente (fino a 12 ore) persone ritenute potenzialmente pericolose prima o durante manifestazioni pubbliche. Peccato che per limitare la libertà personale degli individui occorra l’autorizzazione di un giudice.

E infatti, poco dopo il faccia a faccia, un take dell’ANSA riporta: “Bocche cucite al Quirinale ma da ambienti parlamentari si è appreso che ora Mantovano starebbe riferendo alla premier Giorgia Meloni dei rilievi del Colle che di fatto sono gli stessi dei giorni scorsi. In particolare sullo scudo resta ferma l’esigenza che non si crei una giurisprudenza separata per categorie. Sul fermo preventivo di polizia, si fa notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo”.

Al di là dei tecnicismi giuridici, sotto l’attenzione del Colle c’è anche l’operato della polizia e degli apparati di sicurezza nei giorni scorsi.  

La manifestazione di sostegno al centro sociale Askatasuna era prevista da tempo e tutti immaginavano quello che poi è effettivamente accaduto, ovvero mazzate e violenza.

La “chiamata alle armi” dei black bloc era stata lanciata da settimane, e che ci sarebbero stati disordini e scontri era scontato, come ha più volte ribadito in tv Bruno Vespa a “Cinque Minuti”, rimproverando al verde Angelo Bonelli la “connivenza” della sinistra verso i manifestanti. Tutti sapevano, dunque. E se lo sapeva Bru-neo, figuriamoci 007 e vertici del ministero dell’Interno…

E allora perché non c’è stata adeguata preparazione degli agenti e la necessaria prevenzione verso i facinorosi?

Perché il governo di destra, in carica da più di tre anni, e che aveva promesso di riportare “legge e ordine”, non è riuscito a intercettare i picchiatori, arrivati anche dall’estero, prima che mettessero a ferro e fuoco la città?

Possibile che i servizi segreti e la Digos, capaci oggi di intercettare chiunque (compresi preti e giornalisti) non avessero un “orecchio” tra i black bloc e gli antagonisti, arci-noti alle forze dell’ordine e già attenzionati da anni, per anticipare le loro mosse?

Come ha fatto un migliaio di criminali a girovagare impunito per Torino armato fino ai denti di martelli, spranghe, bombe e altri ammennicoli da guerriglia urbana? Perché quegli stessi criminali non sono stati intercettati e fermati anzitempo?

Come ha detto ieri Franco Gabrielli, ex capo della polizia e già autorità delegata per la sicurezza, intervistato da “Repubblica”, “la gestione dell’ordine pubblico non è una formula da talk show. […]

 È sapere professionale che si costruisce con pazienza e addestramento attingendo a equilibrio e responsabilità democratica. Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico? E che ordine pubblico merita un Paese democratico? Come si evita di esporre i reparti in servizio di ordine pubblico in modo prolungato e logorante al rischio?”.

E ancora, parlando dello “scudo” per gli agenti: “Creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità […] mina e tradisce la fiducia del Paese”.

Come noi, anche al Colle si pongono tutte queste domande, e non riescono a darsi risposte convincenti, perché poco convincente è anche la genesi del decreto e la sua singolare tempistica.

Lunedì 2 febbraio, al Ministero dei Trasporti, c’è stato l’incontro tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci che ha sancito la scissione nella Lega, creando un bel problema alla maggioranza di governo. Dopo il faccia a faccia finito a schifìo, Salvini ha avvisato Giorgia Meloni, la quale, a quel punto, ha dato il via libera al ministro Piantedosi, per il durissimo intervento alla Camera, avvenuto martedì 3.

È singolare che il mite prefetto irpino mostri i muscoli e tiri fuori gli artigli proprio il giorno dopo la scissione del sovranista ultra-destro Vannacci.

Come a dire: imprimiamo una svolta securitaria al paese per impedire al generale di toglierci voti a destra. Una gara a mostrare chi ce l’ha più duro, il manganello.

Peccato che alle parole tonitruanti dello stesso Piantedosi (che in aula ha evocato gli anni di piombo: “il livello dello scontro richiama dinamiche terroristiche”; “Chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”; “il corteo era una resa dei conti con lo stato democratico”) corrisponda un vuoto d’azione negli ultimi anni.

Il governo di cui Piantedosi fa parte è in carica dal 2022, e da allora non ha né aumentato il numero dei poliziotti né migliorato loro il misero stipendio.

Stretti i cordoni della borsa dal ministro Giorgetti, sulla sicurezza restano solo le chiacchiere: le cronache di siti e giornali sono piene ogni giorno di scene di violenza, degrado, situazioni dove lo Stato è completamente assente, dai campi rom alle periferie di Torino, Milano, Napoli, Roma e Palermo.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, aveva denunciato la situazione drammatica della sua città, stretta tra bande violente di “maranza” e l’arrivo di centinaia di migliaia di persone per le Olimpiadi invernali. Chiedeva maggiore impegno dello Stato, con più agenti, è stato respinto con perdite.

In questo chiacchericcio sterile da parte del Governo, che ciancia di ordine ma non lo agevola con misure concrete, restano le sceneggiate a beneficio di propaganda, come il repentino viaggio a Torino di Giorgia Meloni: a favor di fotografi, è andata a omaggiare i poliziotti aggrediti dai black bloc. E la premier non si muove a caso: se lo fa, è perché in piena difficoltà politica. 

La scissione a destra di Vannacci, il rischio di una sconfitta al referendum del 22-23 marzo e l’effetto destabilizzante della svolta autocratica del suo amico Trump negli Stati Uniti, la costringono a inventarsi sempre nuove trovate per non perdere consenso. E ora s’aggrappa al decreto sicurezza come a un salvagente.

Si illude, la pora Giorgia, che con un elmetto in testa possa convincere gli italiani che il governo risponde alle esigenze del paese. Meloni e gli altri “hobbit” di Palazzo Chigi, però, questa volta sono stati maldestri, e si sono mossi come elefanti in una cristalleria.

Hanno infatti apertamente mescolato un po’ di cara vecchia “strategia della tensione” (nel suo editoriale sul “Corriere della Sera”, Antonio Polito ieri ricordava i consigli di Cossiga all’allora ministro dell’Interno, Maroni, nel 2008: “Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, lasciare che i manifestanti mettano a ferro e fuoco le città… Dopo di che, forti del consenso popolare, le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà”), e un po’ di “strategia della distrazione”.

L’obiettivo è far dimenticare tutte le magagne degli ultimi mesi: il mancato rafforzamento delle forze dell’ordine, il flop dei centri in Albania, l’economia reale che arranca, gli stipendi al palo e la insidiosa vicinanza della Ducetta allo svalvolato Trump, che con la sua “Ice”, a suon di manganellate e uccisioni, ha mostrato il vero volto della sua America, ormai a un passo dal caos.

Se consideriamo che persino il sondaggista non-ostile al governo, Nando Pagnoncelli, dà per acclarato un testa a testa per il referendum sulla giustizia (il sì al 50,9% e il no al 49,1%), si capisce perché Giorgia Meloni ha un diavolo per capello. 

Deve ora mostrare un volto muscolare per recuperare consensi e allontanare il rischio di dover correre a elezioni anticipate.

Eh già, perché, nonostante la Ducetta abbia già dichiarato che non si dimetterà in caso di sconfitta al referendum, la sua “fiamma tragica” la sta incalzando. Provano a farle capire che se il “no” dovesse vincere, quella che oggi è un’opposizione sgarrupata e divisa si potrebbe improvvisamente ringalluzzire. A quel punto, per evitare un anno di guerriglia e logoramento, forse per il centrodestra sarebbe meglio correre ai ripari con un voto anticipato, evitando di farsi dilaniare a lungo.

Il ritorno alle urne non sarebbe più, come nei mesi scorsi, un modo per capitalizzare un consenso in crescita, ma una mossa disperata per evitare di perderne altro.

Trascinare il paese al voto, con la scusa della sconfitta politica nel referendum e la scissione nella Lega potrebbe permettere alla Meloni, nella testa dei “capoccioni” di Palazzo Chigi, di fregare sul tempo il centrosinistra ancora diviso e senza leadership…


Lo Porto querela Salvatore Borsellino e Report


(adnkronos.com) – L’ex deputato nazionale ed ex Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Guido Lo Porto ha conferito mandato all’avvocato Stefano Giordano del Foro di Milano “affinché vengano poste in essere tutte le opportune azioni legali, in sede penale e civile, a tutela della reputazione del medesimo Onorevole Lo Porto”. Lo rende noto il legale. “Guido Lo Porto, infatti, risulta destinatario di dichiarazioni dallo stesso ritenute calunniose e diffamatorie ad opera di Salvatore Borsellino e del suo legale, avvocato Fabio Repici in più occasioni, nonché dei giornalisti Sigfrido Ranucci e Paolo Mondani nella puntata della trasmissione televisiva Report andata in onda il 4 gennaio 2026; dichiarazioni nelle quali Lo Porto viene collegato alla cosiddetta “pista nera” relativa alle stragi del 1992 e accusato perciò di essere l’amico che “tradì” Paolo Borsellino, in quanto contiguo agli ambienti mafiosi che organizzarono la strage di Capaci”.

La denuncia-querela è già stata presentata avanti la Procura della Repubblica di Caltanissetta, da ritenersi territorialmente competente per specifiche ragioni procedurali. Nelle prossime settimane, si darà impulso anche alle azioni in sede civile. “Confidiamo che la Procura nissena – che ha già sconfessato pubblicamente la valenza giudiziaria della ‘pista nera’ – e il Tribunale intervengano nei rispettivi àmbiti per tutelare la reputazione dell’Onorevole Lo Porto e sgomberare definitivamente il campi da ogni illazione sul coinvolgimento di esponenti della destra nelle stragi del 1992”, dichiara l’avvocato Stefano Giordano. “Mentre lasciamo al Giudice civile il compito di riconoscere a Lo Porto l’adeguato ristoro per le gravi lesioni perpetrate alla sua onorabilità”.

”Paolo disse un amico mi ha tradito”, l’ex deputato Lo Porto querela Borsellino e Report 

Querelato anche l’avvocato Fabio Repici, il nome dell’ex deputato era emerso grazie al ritrovamento di un verbale da parte del legale

(antimafiaduemila.com) – Querela Salvatore Borsellino e l’avvocato Fabio Repici l’ex deputato ed ex presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Guido Lo Porto. Politico palermitano di lunga carriera, da giovane tra le fila FUAN e poi del MSI, Lo Porto ha dato incarico al suo legale, Stefano Giordano (che difende anche l’ex 007 Bruno Contrada)  perché “adotti azioni legali, in sede penale e civile, a tutela della sua reputazione”. Lo Porto ritiene diffamatorie le dichiarazioni rese da Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio, dal suo legale l’avvocato Fabio Repici e anche dai giornalisti di Report Sigfrido Ranucci e Paolo Mondani. Il politico è stato collegato alla cosiddetta pista nera delle stragi del 1992 e accusato di essere l’amico che “tradì” Paolo Borsellino, perché vicino agli ambienti mafiosi che organizzarono l’attentato di Capaci. La denuncia-querela è già stata presentata alla Procura di Caltanissetta e nelle prossime settimane verrà portata avanti anche l’azione civile.  

La vicenda dell’amico che tradì Paolo Borsellino è da tempo nota alle cronache, ma per oltre trent’anni nessuno è riuscito a dargli un volto. Il giudice ne parlò, in lacrime, ai colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa poche settimane prima di venire assassinato in via d’Amelio il 19 luglio 1992. I due magistrati, però, non approfondirono e non chiesero di chi stesse parlando, scossi dallo stato emotivo del giudice.  
Il nome di Lo Porto è spuntato dal verbale risalente alla riunione tenutasi a Palermo il 15 giugno 1992 – in mezzo, dunque, ai due attentati di Capaci e via d’Amelio – alla quale presero parte, insieme a Borsellino, il procuratore capo Pietro Giammanco, l’aggiunto Vittorio Aliquò e i sostituti Vittorio Teresi e Pietro Maria Vaccara (sostituto procuratore a Caltanissetta). Si tratta di un verbale “sconosciuto a tutte le precedenti sentenze sulla strage di via d’Amelio”, ha sottolineato Repici che ha presentato una nuova memoria difensiva indirizzata alla gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, per l’inchiesta sulle stragi. Nel verbale emerge che i magistrati presenti alla riunione si scambiarono informazioni riguardanti la strage di Capaci e altre informazioni sulle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, nel corso delle quali si accennava proprio all’attentato di Capaci.  Quindi una prova documentale che attesta, sottolinea Repici, che il magistrato Paolo Borsellino “fosse intervenuto in modo perentorio sull’avvio della collaborazione con la giustizia di Alberto Lo Cicero, imponendo addirittura che il dichiarante avrebbe dovuto riferire nella prima fase esclusivamente alla Procura della Repubblica di Palermo”. 

Nella memoria difensiva redatta dall’avvocato trova spazio anche un particolare legato all’onorevole Guido Lo Porto, arrestato nel 1968 insieme al killer nero Pierluigi Concutelli. Teresi, in una relazione di servizio del primo giugno 1992 (“sicuramente nota al dottor Borsellino”), scrisse che Lo Cicero riferì di aver conosciuto “presso la villa del Troia (boss di Cosa nostra di cui Lo Cicero era autista, ndr) l’on. Lo Porto, che più di una volta si sarebbe intrattenuto a cena dallo stesso, e che un nipote o cugino del Lo Porto sarebbe proprietario di una villa nello stesso complesso”. 
“La riunione del 15 giugno – scrive il legale – nella quale le Procure di Caltanissetta e di Palermo parlarono di Lo Cicero e delle sue rivelazioni (e sicuramente, quindi, anche dell’on. Lo Porto), fu di pochissimo precedente all’incontro del dr. Borsellino con la dr.ssa Camassa e il dr. Russo, nel corso del quale il magistrato, di lì a breve ucciso, si lasciò andare a uno sfogo su ‘un amico’ dal quale si era sentito tradito”. 
“Proprio a tale riguardo – ha scritto sempre Repici – non si può più temporeggiare per l’audizione dell’ing. Salvatore Borsellino, in relazione all’individuazione dell’“amico traditore”, giacché le risultanze da ultimo emerse (con ritardo di trentatré anni) consentono, forse, finalmente di addivenire a quella individuazione. Ciò sarebbe probabilmente l’abbrivio per comprendere a cosa facesse riferimento il 25 giugno 1992 il dr. Borsellino nel suo intervento pubblico a Casa Professa, allorché sostenne che alcune cose non le avrebbe riferite a nessuno, nemmeno ai suoi amici e colleghi palermitani, prima di riferirle a verbale alla Procura di Caltanissetta”. Di Guido Lo Porto ne ha parlato anche Salvatore Borsellino in occasione dell’ultimo anniversario della strage di via D’Amelio e la trasmissione Report nella puntata, andata in onda il 4 gennaio 2026.