Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Totò Riina e il mistero della latitanza a Malta. “Si nascondeva nella villa dell’attuale ministro”


Al programma di Giletti la testimonianza di un pentito ex braccio destro del boss. I vicini: «Lo vedevamo spesso»

A sinistra Totò Riina, a destra una delle due ville dove avrebbe soggiornato a Malta

(Giuseppe Legato – lastampa.it) – Due ville misteriose una delle quali oggi di proprietà di un ministro in carica, un’inchiesta giornalistica vecchia maniera condotta sulle tracce dell’ex capo dei capi dei sanguinari Corleonesi e quindi del defunto Salvatore Riina. Lo scenario è l’isolotto di Gozo, Malta, terra da almeno un decennio al centro di inchieste sul crimine organizzato dove una cronista, Dafne Caruana, ha pagato con la vita – poco più di otto anni fa – i suoi reportage-denuncia su corruzioni e crimini finanziari. E poi un collaboratore di giustizia, uno dei vertici della Cupola palermitana degli anni Ottanta, che si svela col suo vero volto per la prima volta in tv e riconosce quelle due ville fotografate da un reporter: «Ci ho dormito dentro, ci accompagnavo Riina. Lì ha trascorso un pezzo della sua latitanza». Mai un atto giudiziario o investigativo, nella quarantennale caccia al boss stragista che ordinò gli attentati di Capaci e via D’Amelio, aveva introdotto Malta come meta del super latitante, ma un’inchiesta di Silvio Schembri, in onda dopodomani a Lo Stato delle Cose condotto da Massimo Giletti, mette in fila indizi e riscontri che sembrano non lasciare adito a dubbi.

Una delle due ville è attualmente di proprietà del ministro dell’Agricoltura maltese in carica Anton Refalo (estraneo ai fatti). Braccato dal cronista mentre scarica un grande quadro da un furgoncino, spiega di aver acquistato quella villa «prima del mio matrimonio circa 25 anni fa». Ma alla domanda su chi fosse il proprietario precedente dell’immobile, ubicato nella cittadina di Qala, la replica si fa dura: «Fatti i fatti tuoi». Sale in auto e va via. Come l’inchiesta sia arrivata a quelle ville è presto detto. «Una lettera anonima è stata inviata al giornalista Pino Maniaci. Dava descrizione di un’abitazione su due piani con un terrazzo e una vista mozzafiato sull’isola di Malta. Diceva che era stato il nascondiglio di Riina in più occasioni durante la latitanza – svela Giletti – e abbiamo deciso di andare sul campo, con un’inchiesta vecchia maniera, una prova di giornalismo investigativo».

L’inchiesta giornalistica

Il reporter si imbarca per Malta più volte a caccia di riscontri. Conosce e parla con diverse persone del luogo: «In molti ci hanno raccontato di averlo visto diversi anni fa. Aggiungendo però che Riina era un turista sui generis. Educato, mai protagonista di discussione. Nessun accenno di protagonismo». La prima villa si trovava a ovest dell’isola: «E le conferme sulle dettagliate informazioni della lettera anonima ci vengono dai vicini di casa. Alcuni non sapevano negli anni Ottanta che Riina fosse il capo dei capi. Ma lo hanno riconosciuto dopo, quando la sua foto è diventata il simbolo del male».

Ed è da più testimonianze che la trasmissione della Rai finisce sulle tracce della seconda villa. «Un contatto del luogo, la cui identità è da tutelare in modo assoluto, ci ha parlato della casa attualmente di un ministro. Gli ho chiesto – racconta il cronista – di indicarmi un punto su Google Maps. Ho fatto una promessa: punta un dito sull’indirizzo giusto e poi non ci vediamo più». Così si arriva alla casa di Anton Refalo. Il timbro finale e più rilevante arriva dal collaboratore di giustizia Gaetano Grado. Vede le foto delle ville, le riconosce, indica luoghi vicini non inquadrati nello scatto. E racconta di aver addirittura dormito dentro una delle strutture. «Ci accompagnavo Riina», assicura. Lì, il capo dei capi avrebbe “svernato” quando l’aria di Palermo si faceva pesante. Grado non è un nome di retrovia: killer di fiducia della mafia siciliana (ha confessato più di cinquanta omicidi), cugino di Stefano Bontade, il principe di Cosa Nostra ucciso da Riina, è stato a lungo con quest’ultimo e con Gaetano Badalamenti uno dei tre vertici della famiglia di Santa Maria del Gesù che reggeva la Cupola di Cosa Nostra prima dell’ascesa dei Corleonesi. La vecchia mafia.

«Grado, che vive sotto protezione e con una nuova identità da tempo – racconta Giletti – ha scelto di mostrarsi col suo volto attuale in tv. Un atto nato dalla fiducia verso il nostro lavoro. Dal riconoscimento – così ha detto lui – dell’onestà intellettuale del nostro giornalismo». Grado ha detto anche altro: ha descritto il portone da dove entravano insieme a Riina all’interno della villa. Ha lasciato intendere di possibili investimenti di Riina sull’isola, di tesori da riciclare, di ricchezze da nascondere. Una storia destinata a far discutere ma anche a suscitare l’interesse dell’autorità giudiziaria che – a partire dai fatti svelati in tv dopodomani – potrebbe riscrivere un pezzo di storia della Sicilia e di Cosa Nostra ai tempi in cui il suo re era il più sanguinario di tutti.


Il conflitto non sia una foglia di fico


Il vice governatore della Mecca, il principe Saud bin Mishal bin Abdulaziz, accoglie il primo ministro italiano Giorgia Meloni all'aeroporto internazionale Re Khalid di Gedda

(Flavia Perina – lastampa.it) – La guerra, sporco affare ma anche opportunità per il governo di uscire dalla curva al ribasso generata dalla debacle referendaria. Il viaggio a sorpresa di Giorgia Meloni nel Golfo e le parole di Giancarlo Giorgetti sulla «inevitabile» deroga europea alla regola del tre per cento raccontano la stessa storia. È sullo scenario della crisi bellica che il governo si giocherà la rivincita nell’anno che conduce l’Italia alle elezioni del 2027. E acquista maggior senso anche la marcia di allontanamento da Donald Trump , ribadita ieri con la con la presa di distanza sulle critiche alla Nato. Il ruolo che il centrodestra vuole assumere nel conflitto iraniano è l’esatto contrario di quello che ostenta il presidente americano. Loro dalla parte del popolo che teme la benzina a tre euro, lui da quella dei bombardamenti che hanno generato la crisi, in nome di un futuro vantaggio che nessuno vede.

È una strategia che aiuterà a sfumare nella nebbia i modesti risultati ottenuti in questi quattro anni sui due fronti di massimo impegno per le destre, tasse e immigrazione, ma anche a portare lontano dalle responsabilità governative il dibattito su scarsa crescita, escalation dei prezzi, salari poveri, sanità in affanno. Sono insufficienze che hanno poco a che fare con la guerra, ma fra due, tre, cinque mesi, chi se ne ricorderà? La guerra, questo evento gigantesco, incontrollabile, pauroso, è la livella che azzera il “prima”: nella percezione dell’opinione pubblica, che già comincia a temere per il pieno e le vacanze estive, esisterà solo un durante e (si spera) un dopo.

La guerra è anche la scusante perfetta per dire: avremmo voluto, “ma”… In altri tempi, altri governi di centrodestra, appesero quel “ma” agli alleati infedeli, ai complotti del Quirinale, all’offensiva delle toghe rosse. Ognuna di queste strade è interdetta a Giorgia Meloni, che ha beneficiato di una coalizione solidissima, di un capo dello Stato saggio ed equidistante, e sui giudici deve per forza tacere vista la Caporetto che si è procurata prendendoli di mira. Il grande “ma” che ha impedito azioni più incisive, stavolta, sarà indicato nel conflitto e nelle sue conseguenze su energia, prezzi, casse pubbliche. Un nuovo racconto è già pronto. E c’è da scommettere che il crash iraniano diventerà protagonista di tg e talk show governativi, prendendo il posto d’onore che fino a ieri toccava alle famiglie nel bosco e agli immigrati stupratori.

Sulla scena del Golfo la premier cerca (e troverà senz’altro) anche una nuova “chance” per la sua immagine personale. È la prima signora d’Occidente ad atterrare là dove fischiano le bombe, e scusate se è poco. La prima a cercare nel contatto diretto una soluzione per la sicurezza energetica messa a repentaglio dal blocco di Hormuz. Non più la presidente del Consiglio con le mani nei capelli che in patria è costretta a licenziare fedelissimi, fronteggiare gossip pruriginosi e ogni giorno è chiamata in causa dalle opposizioni – «Meloni riferisca!» – per le sconnesse performance dei suoi e persino per il Mondiale mancato, ma la giovane coraggiosa che siede con emiri e principi a discutere su come portare in Italia più petrolio a minor prezzo. In aggiunta, si prepara ad essere la leader che in sede europea alzerà la voce per congelare la burocrazia del tre per cento, omaggio d’altri tempi a equilibri di bilancio ormai insostenibili.

È un buon Piano B, dopo il fallimento della marcia riformista su premierato, federalismo, giustizia, ma è anche l’unico a disposizione. Saranno gli elettori a decidere se interpretarlo come la scelta di una premier e di una coalizione che affrontano a testa alta tempi duri o come il ripiego di una maggioranza sconfitta, che ancora una volta cerca nell’attivismo della sua condottiera una speranza per uscire dall’angolo, per superare il discredito che una catena di scandali gli ha precipitato addosso.


I veri europeisti impauriti da una Nato totalitaria


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Osservo con piacere che di fronte alle dichiarazioni irrazionali, contraddittorie, a volte patologicamente menzognere del presidente Trump, la maggioranza dell’opinione pubblica guidata dai giornali cosiddetti progressisti e da personaggi popolari come Paolo Mieli e Michele Serra, riconosce la mediocrità e l’autoritarismo della politica occidentale. Eppure Trump sta solo portando alle estreme conseguenze, non si sa se consapevolmente o meno, la tendenza insita nelle politiche della Nato a partire dagli anni 90. L’irrazionalità e la sottocultura non sono monopolio di Trump né delle destre trumpiane europee. […]

Il manicheismo e la presunzione suprematista hanno dominato il pensiero occidentale, con i paragoni ricorrenti del nemico a Hitler (Milosevic, i Talebani, l’islam, Saddam, Gheddafi, Assad, Putin, Maduro, Khamenei) e la favola dell’Occidente depositario della verità sul diritto internazionale, in grado di stabilire, caso per caso e secondo le proprie convenienze, i fuorilegge a cui applicare sanzioni economiche in un’escalation che arriva ai bombardamenti e all’uccisione, e al sequestro dei membri delle leadership nemiche. Insieme a molti altri siamo rimasti sgomenti quando abbiamo visto la ragione messa in un angolo, proprio da coloro, storici, accademici, editorialisti, che delle facoltà intellettuali dovrebbero fare uso di routine. Trump ha tratto le conclusioni. Nel mondo della post-verità la menzogna ripetuta crea la realtà, la mancanza di logica è pane quotidiano, la soap opera della politica trionfa, le classi dirigenti elaborano strategie in base alla loro propaganda.

[…]

Cosa c’è di razionale nella posizione dei socialisti europei che affermano di difendere un Paese aggredito, l’Ucraina, dall’aggressore, la Russia, sanzionato come unico colpevole? Nulla. I cosiddetti filo-ucraini, con crudele cecità, hanno messo in ginocchio un Paese e trucidato una generazione di giovani senza spiegare perché la neutralità dell’Ucraina (vero motivo del conflitto) sarebbe stata negativa per Kiev e l’Europa. I socialisti europei si pongono come paladini del diritto e della democrazia nello stesso momento in cui sono complici del genocidio di Gaza, di uno Stato che viola il diritto internazionale da decenni, Israele, nonché delle ricorrenti aggressioni statunitensi di Paesi sovrani. Dove è la logica in posizioni siffatte? Per non parlare dell’etica, ma neanche di una razionalità basata sugli interessi dei popoli. Vediamo sfilare le manifestazioni No Kings a New York con Robert De Niro in prima fila e proviamo uno strano disagio.

La scena è surreale. No Kings? Il problema sarebbe rappresentato dalla nuova monarchia fascista statunitense, mentre gli omicidi dei fratelli Kennedy, le guerre di Bush, la morte di 500mila bambini iracheni a causa delle sanzioni Usa, il genocidio di Gaza cominciato con Biden, le esecuzioni extragiudiziali con droni di Obama, l’utilizzo del jihad islamico per fomentare la guerra in Siria, l’invasione della Libia, la plutocrazia statunitense, la politica condizionata interamente da oligarchi e lobby, insomma la deriva culturale, etica ed economica dell’Occidente va bene? Cosa significa contro il nostro interesse nazionale applicare le sanzioni contro la Russia, non emesse da un comitato indipendente e arbitro del diritto internazionale, ma da una parte in guerra contro l’altra? Non ci sono risposte razionali: il sonno della ragione genera il mostro dell’autoritarismo, della violenza, del fascismo del XXI secolo.

[…] In questo clima culturale tutto è possibile. Parteciperò a breve al festival del cinema russo e temo di dovermi difendere da nuovi linciaggi mediatici. Non posso affermare che amo la cultura russa e che credo che in una democrazia i media stranieri dovrebbero essere ammessi senza censure? Mi devo sentire colpevole per la scelta di comportarmi in base ai principi costituzionali e non alle invettive di una politica barbara e contingente? Sono stata invitata alla Camera dei deputati il 31 marzo da Stefania Ascari, deputata M5S che si è sempre distinta nel lavoro straordinario per i diritti negati dei palestinesi, a presentare con la giornalista Fiammetta Cucurnia l’ultimo libro di Angelo d’Orsi, docente universitario specialista di Gramsci, un intellettuale che incanta con la sua retorica colta e ironica. Ebbene, il senatore Calenda, rampollo di una famiglia che ha contribuito alla storia del cinema, ha organizzato una conferenza stampa per stigmatizzare l’invito a un intellettuale considerato ‘filoputiniano’. Si potrebbe sorridere: negli anni 20 del secolo scorso si stigmatizzavano i “disfattisti”. Si normalizza il clima repressivo. L’Europa oggi discrimina gli intellettuali, si riarma contro una potenza nucleare, è complice di un genocidio, vieta il cinema e i media russi. Noi, veri europeisti, siamo terrorizzati.


Sui conti pubblici il governo è nudo


La disfatta referendaria ha stravolto il racconto del Belpaese gaudioso che Meloni ci ha propinato. Al suo posto c’è il mesto storytelling di un esecutivo debole e impresentabile. E di un’Italietta fragile e vulnerabile zavorrata da un’economia in crisi e da un bilancio in bolletta

Gedda (Arabia Saudita), 3 aprile: l'arrivo di Giorgia Meloni

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – È arrivata la Pasqua e il presepe meloniano viene giù come un castello di carta. E suonano quasi un po’ afflitte le rassicurazioni affidate dalla presidente del Consiglio al solito tg amico, appena atterrata a Gedda per un blitz necessario a «garantire all’Italia le forniture di petrolio».

In meno di due settimane la disfatta referendaria ha stravolto il racconto del Belpaese gaudioso che la premier e la sua corte ci hanno propinato per tre anni e mezzo. Al suo posto c’è il mesto storytelling di un governo debole e impresentabile (“mascariato” da ministre che si fanno esplodere come mine vaganti e ministri che vacillano come trottolini amorosi) e di un’Italietta fragile e vulnerabile (zavorrata da un’economia in crisi e da un bilancio in bolletta). Non c’è più traccia della retorica patriottarda e bugiarda sulla «nazione forte e credibile» tornata agli onori della storia.

Meloni si era illusa che tra le braccia di Trump saremmo stati al sicuro. E invece quell’abbraccio è mortale: in colpevole ritardo l’ha capito anche lei, che per la prima volta osa dire «non siamo d’accordo». Ma serve a poco.

Tutto il mondo paga il prezzo del caos innescato dallo sceriffo di Washington, tra dazi commerciali e conflitti neocoloniali. A parte la Russia di Putin (che per un destino cinico e baro fa soldi a palate non solo con gas e petrolio ma anche con l’export di fertilizzanti lievitato del 20%) nessuno si salva dalle fiamme del Medio Oriente. I consumatori americani pagano un’elettricità più cara del 6,9% e, con una benzina a 4 dollari e un diesel aumentato di 1,7 dollari al gallone, subiranno un salasso da 100 miliardi di dollari l’anno. I cittadini europei, come anticipa la lettera del commissario Ue Dan Jorgensen, devono prepararsi a un razionamento dell’energia elettrica e dei carburanti.

In questa apocalisse incombente noi soffriamo di più. Lo dicono i numeri dell’Istat, non le toghe rosse dell’Anm o gli anarchici di Askatasuna: nel quarto trimestre 2025 il reddito disponibile delle famiglie è calato dello 0,4% e il potere d’acquisto dello 0,8 mentre la pressione fiscale è schizzata al 51,4%. Scontiamo non solo i mali antichi del passato ma anche il nulla cosmico di questi ultimi tre anni sprecati. Meloni e i suoi menestrelli hanno provato a nasconderlo, vendendo al popolo bue la fontana di Trevi.

Ma dopo Ocse, Fmi e S&P, a spazzare via le menzogne di palazzo Chigi provvede ora la Banca d’Italia, che apre due finestre sull’abisso del prossimo triennio. La prima finestra è drammatica: se il conflitto con l’Iran dura poco e i prezzi delle materie prime si stabilizzano, allora sarà stagflazione, con una crescita dello 0,5% e un indice dei prezzi intorno al 2%. La seconda finestra è devastante: se il conflitto dura a lungo e i rincari energetici persistono, allora sarà recessione, con il Pil sottozero di mezzo punto quest’anno e un punto l’anno prossimo e un’inflazione sopra al 3%.

Ecco cosa resta del «miracolo italiano» di Giorgia e dei suoi aspiranti Arthur Laffer de’ noantri, cresciuti non alla Scuola di Chicago ma ai corsi serali di Colle Oppio. Un pugno di mosche. Zero riforme, zero crescita. Lo scrive Wolfgang Münchau sul Financial Times: da quando è salita al potere Meloni è riuscita a rimanere fuori dal mirino degli speculatori sul mercato dei bond «ma non ha risolto nessuno dei problemi strutturali dell’economia italiana, come l’inerzia burocratica, la debolezza dei capitali» e «una crescita della produttività praticamente nulla». Lo conferma Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera: è vero che lo spread è caduto da 260 a 60 punti, generando un risparmio di 35 miliardi di minori interessi, ma i “fondamentali” non sono cambiati, il prodotto lordo si è fermato e il debito pubblico è rimasto invariato.

La Melonomics non ha funzionato. Ha scommesso sulla fiammata inflattiva cumulata al 14% del biennio passato, per lucrare sulla svalutazione implicita del debito e sui tassi reali negativi, su 12/25 miliardi di entrate da fiscal drag e sul calo da 24 miliardi del costo del lavoro nella pubblica amministrazione. Ha usato parte di questo tesoretto per ammortizzare gli oneri da superbonus e bonus facciate. Ma niente più di questo.

Nonostante il picco dei prezzi, non ha toccato gli scaglioni Irpef, lasciando che quasi 4 milioni di lavoratori dipendenti pagassero più tasse per effetto dell’aumento solo nominale dei loro stipendi. Ha premiato i lavoratori autonomi estendendogli la flat tax e per il resto ha combinato pastrocchi inverecondi sui contributi alle imprese che investono e sparso la solita semina di prebende, inutili e costose. Comprese le ultime, per far finta di fronteggiare il caro-bollette e il caro-carburanti: decreti-tampone nati per vincere il referendum e morti subito dopo, bruciati in meno di due settimane dal rally dei prezzi alla pompa. Coperti, oltre tutto, facendo cassa sui più deboli: cioè con altri tagli lineari ai ministeri, compresa la già martoriata sanità.

Credendosi furbi, i patrioti hanno usato il braccino corto sull’ultima legge di stabilità, la più mediocre degli ultimi 15 anni, sperando di prendere tre piccioni con la stessa fava: tenere il rapporto deficit/Pil sotto il 3%, uscire dalla procedura d’infrazione Ue e poi impapocchiare una ricca maxi-manovra in disavanzo per l’anno prossimo, distribuendo laute gratifiche elettorali prima del voto di fine legislatura. Ma anche questa mandrakata è finita male: Giorgetti ha sforato il tetto del deficit e Bruxelles non ci consentirà deroghe. L’ha già fatto sapere agli scapestrati ragazzi di via della Scrofa, che per tutta risposta erigono barricate di cartapesta gridando «basta con il patto di stabilità!». Un film già visto, e mai a lieto fine.

Nell’anno che manca alle elezioni cosa può offrire agli italiani la capa di un governo azzoppato, senza idee in testa e senza un euro in cassa? Quali “riforme strutturali” può azzardare adesso, dopo che per quasi quattro anni ha sabotato le iniziative europee, ha evitato qualunque iniziativa per allentare la nostra dipendenza energetica dalle risorse fossili, ha rinviato le gare sulle concessioni balneari e non ha neanche provato quelle idroelettriche?

Prima di partire per l’Arabia Saudita, la Sorella d’Italia improvvisa il suo farlocco rilancio: prepariamo misure per il lavoro povero e per le liste d’attesa. E perché mai, di grazia? Non eravamo il Bengodi europeo che più di tutti gli altri ha tutelato il potere d’acquisto delle famiglie e creato nuova occupazione per i giovani? Non eravamo il paradiso della salute, dove un decreto di luglio di due anni fa aveva risolto i problemi dei 6 milioni di italiani che rinunciano alle cure?

Con le minestrine rancide e riscaldate per le destre in disarmo è difficile recuperare il consenso della generazione Z e del sud, vere zone-disagio dalle quali è partita l’onda del no alla disastrosa riforma della giustizia. E le goffe commediole inscenate a Sigonella, fatte filtrare quattro giorni dopo sui giornali, non bastano a trasformare l’obbediente Underdog di Trump nel recalcitrante Ghino di Tacco di Reagan. È troppo tardi per i travestimenti, mentre scorrono i titoli di coda.


Sequestro ebraico in Terrasanta


Aver impedito la messa al cardinal Pizzaballa al Santo Sepolcro è l’ennesimo atto di protervia del governo di Israele. Sempre più labile e pretestuoso il farsi scudo col “popolo eletto” e la Shoah

Sequestro ebraico in Terrasanta

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] La prima volta che sono andato in Israele è stato nel 1972, mi ci aveva convinto Nino Seniga che, pur non essendo ebreo, presiedeva l’associazione “amici di Israele”.

[…] Atterrai la sera a Tel Aviv e, poiché come tutti i ragazzi avevo una gran fame – in fondo ero un ragazzo anch’io, avevo poco più di vent’anni – mi precipitai a far cena su un bel ristorantino sul lungomare di Tel Aviv, quando alzai la testa e mi guardai attorno vidi una bellissima gioventù perché i ragazzi, grazie al clima, vivono prevalentemente all’aperto e tutti, comprese le ragazze, fanno il servizio militare e poi i soldati. Nessuno stereotipo antisemita, quindi, dell’ebreo col naso adunco. Mi colpirono però i loro discorsi, dei giovani e degli adulti. Non dicevano, né i ragazzi né gli adulti, “guarda come siamo stati bravi a costruire uno Stato moderno praticamente dal deserto”, ma piuttosto che la Palestina era loro e solo loro. Del resto, per gli ebrei più osservanti, tutti coloro che non lo sono (i “gentili”) vengono chiamati goyim, che nel linguaggio gergale assume significati spregiativi simili a “spazzatura”. Un po’ come per Trump lo sono i somali, mentre i messicani sono necessariamente “stupratori”. Insomma, quanto a razzismo una parte del “popolo eletto” non scherza, direi anzi che lo fonda, anche se in seguito, con l’avvento di Hitler, ne diverrà drammaticamente vittima.

Ogni discorso sugli ebrei è scivoloso perché basta un niente per essere accusati di antisemitismo. Infatti di recente, il 4 marzo, il Senato ha approvato un disegno di legge, particolarmente stringente, contro l’antisemitismo. C’è anche da dire che sulla tragedia dell’Olocausto molti ebrei ci hanno marciato e ci marciano tuttora, facendone un’industria, come ha scritto con grande coraggio un ebreo americano, Norman Finkelstein (L’industria dell’Olocausto). Hanno il monopolio del dolore, l’unico genocidio che riconoscono è il proprio, tanto che vietano di parlare di genocidio quando è a danno di altri popoli, come oggi, e da decenni, a danno dei palestinesi. […]

All’epoca in cui andai in Israele e nelle successive cinque volte che ci sono stato ero convinto della narrazione dominante che vedeva in Israele un avamposto della democrazia in Medio Oriente. Ho cambiato idea, non da oggi: vedendo il genocidio, perché così va chiamato, dei gazawi, ho cambiato idea rivedendo un po’ tutta la storia dell’ebraismo.

I Romani conquistavano territori, province, pretendevano il pagamento delle tasse, cioè in pratica frumento e poi ciascun popolo facesse quel che voleva secondo la propria storia e tradizione. Un atteggiamento, oserei dire, liberale. Gli unici problemi li ebbero, guada caso, in Giudea. Istruttiva in proposito è la storia di San Paolo. Sulla via di Damasco fu fulminato dalla Fede. Arrivato a Gerusalemme, volle a tutti i costi andare al Tempio nonostante i cristiani del luogo gli dicessero che non era cosa, ma Paolo non volle sentir ragioni, era o non era un futuro Santo? E così andò al Tempio. Fu subito circondato dagli ebrei che stavano per linciarlo. Intervenne il comandante della piazza che salvò Paolo dagli energumeni. Lo trattenne in regime di custodia militaris, una sorta dei moderni “arresti domiciliari”, solo perché se fosse stato libero di uscire quelli lo avrebbero ammazzato.

[…]

Poi Paolo fu portato dal governatore della Giudea, Antonio Felice, e furono convocati anche i maggiorenti degli ebrei, qui cominciò un interminabile litigio fra Paolo e costoro che Felice ascoltò con santa pazienza, è il caso di dirlo, e che io avrei troncato dopo cinque minuti. Disse Felice agli ebrei: “Se voi accusaste quest’uomo di fatti concreti, oggettivi, io vi darei ascolto, come di ragione, oh ebrei, ma qui si tratta di nomi, di interpretazioni, io non mi sento di condannare un uomo su queste basi”. Paolo era un cittadino romano e come tale aveva il diritto di appellarsi all’Imperatore che in quel momento era Nerone. Paolo era un uomo colto, con vasta esperienza internazionale e quindi non poteva non conoscere le nefandezze di cui era accusato Nerone. I Romani armarono una nave e affidarono Paolo alla custodia di un vecchio soldato che fu ammaliato dall’affascinante prigioniero che, arrivato nella Capitale, fu giudicato dal tribunale di Roma, presieduto questa volta non da Nerone, che invece era solito affaticarsi sui processi giudiziari, ma dal prefetto del pretorio Afranio Burro e assolto, libero di predicare la sua fede, col solo limite di restare all’interno delle mura capitoline. Questa era la civiltà latina, romana, pagana, altro che le tre insopportabili religioni monoteiste che colgono ogni pretesto per fare e farsi la guerra.

Recentemente la polizia israeliana ha impedito al Patriarca cardinale Pierbattista Pizzaballa di celebrare la Messa della domenica delle Palme alla Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Un fatto inaudito del quale si sono scandalizzati persino gli americani, non per motivi religiosi, ma perché temono che l’odiosità che si sta attirando Israele si trasmetta anche a loro che ne sono i principali protettori. Poi è arrivata la legge che introduce la pena di morte per i terroristi, ma solo per quelli che colpiscono lo Stato di Israele, cioè in sostanza per quelli palestinesi.

In teoria tutte e tre le grandi religioni monoteiste hanno il diritto di officiare i loro riti, ma è una fictio iuris. Ho visto i cristiani di Gerusalemme tentare di fare la Via Crucis per le strade di Gerusalemme: la facevano di corsa, temendo di poter essere aggrediti in ogni momento. Insomma, anche lasciando perdere quello nei confronti del Cristo (che fu messo in croce non da Ponzio Pilato, allora governatore della Giudea, che tentò in tutti i modi di salvare – mi si perdoni il gioco di parole – il “Salvatore”), il “vizietto” del linciaggio e della vendetta i suprematisti e i fanatici ebrei ce l’hanno da sempre.


A proposito di crisi del calcio


(di Michele Serra – repubblica.it) – Leggendo della condanna per traffico di droga di un capo ultras, ennesima traccia della convivenza strutturale di criminalità (anche politica) e tifo organizzato nelle curve di molti stadi, viene da chiedersi se anche questa assuefazione al peggio non faccia parte del dibattito in corso sul declino sportivo del calcio nel nostro Paese.

Detto — va sempre detto — che non tutte le curve e non tutti gli ultras eccetera, è impossibile non prendere atto dell’impotenza, in molti casi della viltà e in qualche caso della complicità che l’ambiente calcio ha dimostrato nei confronti di certe ghenghe e certi ceffi che sugli spalti la fanno da padrone: fino al controllo di pacchetti di biglietti e dei parcheggi circostanti.

Ricatti subiti per quieto vivere, violenze e intimidazioni date per scontate, incredibili scene di auto-afflizione e sottomissione dei giocatori (segno di un disastro culturale) di fronte ai capibastone del tifo, intromissione degli stessi nelle campagne acquisti come se fossero, gli ultras, ormai una componente organica del calcio nazionale. E il massiccio impiego delle forze dell’ordine (soldi pubblici in grande quantità) per gestire e attutire gli scontri tra ultras non solo attorno agli stadi, anche negli autogrill e nelle stazioni.

Chiunque sia il nuovo presidente della Federazione, si spera che tra le urgenze indichi a quel pavido mondo che uno sport — qualunque sport — non può derogare a regole di comportamento e di gestione che non prevedono, si spera, che un bene pubblico (il calcio, gli stadi) sia nella disponibilità di bande organizzate. Anche la Nazionale è stata seguita nelle sue recenti trasferte da gruppi di tifosi, diciamolo con un eufemismo, non all’altezza dell’immagine di un Paese civile. E cominciare a preoccuparsene?


Trump demolisce il diritto, Meloni plaude


Trump è un autocrate che opera dentro le forme della democrazia. Chi gli stringe la mano è un sostenitore. E la storia non dimentica

Trump demolisce il diritto, Meloni plaude

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Il primo aprile Donald Trump si è seduto in prima fila alla Corte Suprema, presidente in carica che assiste a un’udienza su uno dei suoi stessi decreti. Prima volta nella storia. Un capo di Stato va a guardare in faccia i giudici mentre decidono se lui ha ragione. Può sembrare una curiosità protocollare. È invece la fotografia più precisa dell’epoca.

Da quando Trump ha insediato il secondo mandato opera su un principio semplice: il diritto è uno strumento, non un limite. Il Dipartimento di Giustizia è diventato il braccio armato della vendetta personale. Pam Bondi, Attorney General con il mandato esplicito di perseguire i nemici politici del presidente, è stata licenziata il ieri perché non ci è riuscita abbastanza. Al suo posto arriva Todd Blanche, già avvocato personale di Trump durante i procedimenti penali che lo riguardavano. Per il successore permanente circola Lee Zeldin, capo dell’Agenzia per la Protezione Ambientale, senza esperienza da procuratore. Il curriculum non conta. Conta la fedeltà.

Il diritto come campo di battaglia

Il 17 marzo la Commissione di Vigilanza della Camera ha emesso un’ingiunzione a Bondi per testimoniare sui file Epstein: la convocazione, fissata per il 14 aprile, resta valida anche dopo il licenziamento. Intanto i tribunali continuano a resistere. Un giudice federale ha stabilito che Trump non può punire emittenti pubbliche come la PBS perché non si allineano politicamente. Sul caso della cittadinanza per nascita, portato alla Corte Suprema dopo che un giudice di primo grado aveva definito il decreto di Trump “platealmente incostituzionale”, i giudici si sono mostrati scettici, conservatori inclusi. Il Chief Justice John Roberts ha liquidato l’argomentazione governativa come “stravagante”. La risposta di Trump su Truth Social è arrivata pochi minuti dopo: “Siamo l’unico Paese al mondo abbastanza stupido da ammettere la cittadinanza per nascita”.

Questo è il metodo. Qualcosa viene bloccato. Lui attacca i giudici. Nomina qualcuno di più compiacente. Ricomincia. Il meccanismo di erosione non si ferma.

L’ordine mondiale che non c’è più

Sul piano internazionale il meccanismo è identico. Trump ha minacciato di colpire l’Iran “molto duramente”, evocando l’idea di “riportarlo all’età della pietra”, per poi aprire a negoziati il giorno dopo. I mercati hanno risposto: petrolio su, borse giù. Gli alleati anche: sempre più diffidenti. Sulla Nato torna ciclicamente a minacciare l’uscita. Ogni volta che lo fa, l’Alleanza perde un pezzo di credibilità. In Europa si discute ormai apertamente di un futuro senza gli Stati Uniti. Quella prospettiva sarebbe il regalo più grande a Vladimir Putin.

Decisioni che cambiano ogni giorno. Minacce e ritrattazioni. Alleanze trattate come contratti a breve. Il diritto internazionale come opzione revocabile, non come vincolo. Le istituzioni sono costrette a inseguire un presidente che usa l’imprevedibilità come arma di governo.

Chi sceglie di stargli vicino

Giorgia Meloni ha scelto di essere la prima leader europea ricevuta alla Casa Bianca dopo l’avvio della guerra dei dazi, il 17 aprile 2025. Trump l’ha elogiata: «L’Italia può essere il miglior alleato degli Stati Uniti se Meloni resta premier». Lei ha offerto 10 miliardi di investimenti italiani negli Stati Uniti, ha promesso il 2% del Pil alla Nato. È tornata a Roma senza accordi formali ma con foto e parole calorose. Un contratto senza clausole scritte.

Trump è il più grande demolitore del diritto, americano e internazionale, che la scena politica occidentale abbia prodotto in questi anni. Un autocrate che opera dentro le forme della democrazia, il che lo rende più pericoloso di quelli che le hanno abolite. Chi gli stringe la mano sapendo tutto questo non è un mediatore. È un sostenitore. E la storia non dimentica.


In perenne conflitto d’interessi


Attività commerciali, studi legali, partecipazioni. I mille sotterfugi a cui ricorrono i governanti. Senza sanzioni, la trasparenza rimane una chimera

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Dopo aver perso il ministero del Turismo Daniela Garnero Santanché non avrà certo il problema di ammazzare il tempo. C’è da far decollare a Marina di Pietrasanta un nuovo lussuoso stabilimento balneare a un chilometro dal mitico Twiga, di cui l’ex ministra condivideva la proprietà insieme a Flavio Briatore. E dal quale era uscita all’atto di entrare al governo, cedendo le proprie quote allo stesso Briatore e al compagno Dimitri Kunz.

Quell’angolo di Versilia le è rimasto nel cuore: senza incombenze di governo potrà ripartire da dove aveva lasciato. «Ci aspettano tanti progetti da realizzare insieme», dice Kunz al Corriere della sera. A cominciare proprio dal “Tala beach”, che nascerà lì dove c’erano due bagni storici. Uno dei quali di Massimo Mallegni, già sindaco di Pietrasanta e senatore di Forza Italia passato a Fratelli d’Italia, partito di Daniela Santanché. L’affare è in capo a Kunz e al socio kazako Andrey Toporov. Ed è stato formalizzato una decina di giorni prima del referendum e del terremoto successivo, quando Santanché era ancora saldamente in sella nonostante i guai giudiziari che dopo la catastrofe referendaria del 22 e 23 marzo hanno indotto la premier a chiederle di farsi da parte. Tutto, peraltro, assolutamente legittimo. Non c’è, né potrebbe esistere, qualcosa che metta in discussione una iniziativa imprenditoriale del congiunto di un esponente di governo. Ma anche questo è sintomo di una mutazione genetica della politica che da tempo rende il confine fra sfera pubblica e interessi privati via via più labile.

Dice molto in proposito un altro fatto verificatosi nel medesimo ambito locale non più tardi di un paio d’anni fa. Nel gennaio 2024 Kunz acquista insieme a Laura De Cicco al prezzo di 2,45 milioni la villa del sociologo Francesco Alberoni per rivenderla subito dopo a un milione di più. La signora De Cicco è la moglie del presidente del Senato Ignazio La Russa, avvocato e grande amico di Daniela Santanché, che non si è tirato indietro quando si è trattato di darle un aiuto professionale in un difficile momento.

La procura di Milano, innescata da una segnalazione della Banca d’Italia, ha escluso irregolarità. Ma tale giudizio va distinto da considerazioni che nulla c’entrano con i codici. E riguardano la credibilità della classe dirigente, messa a dura prova da azioni che al di là dei formalismi hanno spazzato via un principio base della buona politica: l’opportunità dei comportamenti. Pubblici e privati. Mai come adesso assistiamo al proliferare di società partecipate da politici o loro parenti, magari con responsabilità di governo. Lo spettro è ampissimo. C’è perfino l’auto: il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha il 17 per cento della E-co srl. E poi la finanza: la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti ha il 20 per cento della società Esa. Assai gettonata la ristorazione, ora costata il posto al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Una società l’aveva anche il suo collega dell’Ambiente Claudio Barbaro (Cacio e Pepe) e perfino Ignazio La Russa partecipa a un’enoteca con un operatore del settore e un ex parlamentare del suo partito: Massimo Corsaro. Per non parlare delle attività professionali e di consulenza. Quando diventa ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha il 51 per cento dello Studio Pichetto & associati, oltre al 20 per cento della società di revisione Revia e al 25 per cento della Solnos che poi andrà a sua moglie. Mentre l’avvocato Andrea Delmastro non si è fatto alcun problema a gennaio del 2023, quando da già tre mesi è al ministero, nel mettere su insieme alla sorella Francesca e a una legale di Biella la «Delmastro Vasta srl – società tra avvocati». Un sottosegretario alla Giustizia che fonda una società tra avvocati. Niente lo vieta. Però… Ora quella società figura in liquidazione.

L’andazzo ha radici profonde, e per paradosso è stato alimentato da leggi presentate come barriera al dilagare dell’affarismo. Prima fra tutte, la legge sul conflitto d’interessi del 2004, epoca di Silvio Berlusconi. Lì è stabilito che chi governa può fare solo quello. La legge prescrive per il governante imprenditore la nomina di un «istitore», cioè una persona che assuma pieni poteri sulla gestione della sua attività imprenditoriale e dunque delle sue partecipazioni azionarie. C’è però un buco. Niente si dice sui possibili conflitti a monte dell’incarico di governo riguardanti chi ha attività private in un settore e viene nominato ministro o sottosegretario con competenze sul medesimo settore. Casi simili, in questo governo, sono molteplici. Il più evidente è quello del ministro della Difesa Guido Crosetto, con La Russa e Giorgia Meloni fondatore del partito di maggioranza relativa oggi al governo. Fino ad assumere l’incarico ministeriale, Crosetto è stato presidente dell’associazione che riunisce le industrie militari, iniziando dal gruppo pubblico Leonardo. 

Nonché di Orizzonte sistemi navali, joint venture fra Leonardo e Fincantieri. Su un piano meno mediaticamente rilevante, ma non meno importante per i cittadini, c’è poi il caso del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Farmacista, ha una farmacia con i suoi fratelli e al ministero detiene la delega sulla spesa farmaceutica, capitolo del bilancio dello Stato che non è stato mortificato come tanti altri. Le farmacie hanno anzi assunto un ruolo ben più importante, alla stregua di veri presidi sanitari. Una coincidenza? Niente, però, rispetto a un buco ben più grosso in quel provvedimento di 22 anni fa targato Berlusconi: la legge sul conflitto d’interessi non prevede sanzioni. Quindi è totalmente inefficace. Nessuno viene punito se non la rispetta, e i famosi «istitori» chi li ha visti? Ma non esistono sanzioni neppure per chi evade l’obbligo di denunciare l’evoluzione dell’attività imprenditoriale. Tipo la costituzione della società di ristorazione con alcuni colleghi di partito e la giovane figlia appena maggiorenne di un prestanome di una cosca camorrista. Come ha fatto Delmastro senza notificarlo alla Camera.

Di più. Nove anni dopo ecco un decreto che impone ai consorti e ai parenti dei governanti entro il secondo grado di rendere pubblica la propria situazione patrimoniale. Ma l’obbligo è subordinato al consenso del consorte o del parente, e nessuno lo dà. Una presa in giro clamorosa. Esempi? Non risulta abbia dato il consenso il figlio del ministro delle Imprese Adolfo Urso, ora azionista della società di consulenza Italy world services fondata dal padre. Società che ha lavorato molto sui mercati esteri e in passato aveva anche una significativa presenza in Iran. Ma il consenso non l’ha dato neppure Rosario De Luca, il marito della ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone che quando la moglie è entrata al governo ne ha rilevato il suo 50 per cento della società che avevano in comune CDL – Calderone & De Luca srl attiva nel campo della consulenza del lavoro. Una società il cui fatturato è passato da 183 mila euro nel 2022 a 616 mila euro nel 2023 e 484 mila nel 2024, con utili più che decuplicati nel giro di un paio d’anni. Ciò si può scoprire solo grazie ai dati della Camera di commercio. E a pagamento. Non sul sito del ministero del Lavoro, gratis e accessibile a tutti.

Un consiglio a Giorgia Meloni? Per risollevare l’immagine di questa politica servirebbe ben altro che il sacrificio di qualche capro espiatorio.


Israele manda avanti gli americani per fare quello che non sarebbe mai in grado di fare da solo


(Andrea Zhok) – Oggi, il segretario alla Difesa (anzi, alla Guerra) Pete Hegseth ha chiesto le dimissioni, rispettivamente:

del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Randy George,

del Generale David Hodne, a capo del Comando per la Trasformazione e l’Addestramento dell’Esercito,

e del Maggiore Generale William Green, capo del Corpo dei Cappellani dell’Esercito.

Le ipotesi per questa decisione sono sostanzialmente due, una rivolta al passato e una al futuro: o l’amministrazione Trump cerca dei capri espiatori per giustificare il fallimento dell’operazione iraniana finora (ma in tal caso alla rimozione dovrebbe seguire una campagna di accuse), oppure si stanno rimuovendo i generali che dissentono rispetto alla linea che l’amministrazione intende prendere nei prossimi giorni.

Considerando che l’arrivo delle ultime forze americane da sbarco, destinate al Golfo Persico, è previsto tra una settimana, le possibilità che questo licenziamento sia l’anticamera di un’operazione di terra sono elevate.

Rimane l’enigma di cosa spinga il governo americano a tentare un’avventura così rischiosa, e potenzialmente catastrofica. Ma credo che la risposta, come sempre più spesso accade, non risieda in ragioni pubbliche o pubblicamente intelligibili.

Per capire cosa sta succedendo bisogna, io credo, combinare l’odierno triplice allontanamento dei vertici militari con un secondo fatto, apparentemente irrazionale. È stato spesso osservato come i ripetuti assassini mirati – portati avanti sempre dall’IDF – abbiano lasciato in circolazione pochissime figure di mediazione. Sui giornali si è ironizzato, come se fosse un errore, dicendo che questa strategia aveva tolto di mezzo tutti i soggetti disponibili a trattare, bloccando in partenza ogni possibilità di mediazione.

Che questo sia avvenuto, è certo; che questo sia stato una svista, non lo credo affatto.

Il punto è che, mentre sin dall’inizio gli USA avevano ben modeste ragioni per andare a stuzzicare l’Iran, questa guerra è stata voluta e continua ad essere voluta da Israele come scontro terminale, come resa dei conti definitiva con l’unico avversario regionale degno di nota.

Tutti gli stati arabi dell’area sono in una condizione di umiliante vassallaggio. La frase di Trump sul sovrano saudita Bin Salman costretto a “baciargli il culo” non credo che lasci molti margini di interpretazione, vista anche la remissività con cui è stata portata a casa.

Trump partecipa a questo processo non perché sia completamente ignaro delle sue gravi implicazioni, anche per il proprio futuro politico, ma semplicemente perché in qualche modo Israele lo tiene in pugno.

Quali siano le leve ricattatorie, possiamo solo immaginarlo, ma questo spiega bene quanto sta succedendo.

Israele sta mandando avanti i marines e paracadutisti americani per fare quello che non sarebbe mai in grado di fare da solo.

Anche qui funziona quel meccanismo oggi molto in voga per cui una guerra si continua serenamente, anche se apparentemente irrazionale, purché a morire siano “gli alleati”.

Lo spirito che abbiamo visto nella decisione occidentale di “combattere fino all’ultimo ucraino” trova una rinnovata versione nella propensione israeliana di “combattere fino all’ultimo americano”.


Non c’è uno senza… tre. Beppe Grillo raddoppia, anzi, triplica i fronti legali contro Conte e il M5S


La «guerra totale» di Beppe Grillo: tre cause contro il M5S. Conte: una lite temeraria. Il fondatore del M5S ha intentato due cause sui contratti di consulenza non rinnovati

La «guerra totale» di Beppe Grillo: tre cause contro il M5S. Conte: una lite temeraria

(di Emanuele Buzzi – corriere.it) – Non c’è uno senza… tre. Beppe Grillo raddoppia, anzi, triplica i fronti legali contro il Movimento guidato da Giuseppe Conte (che replica duramente): le cause intentate dal fondatore sono infatti tre.

Non c’è solo la querelle legata alla titolarità di nome e simbolo del Movimento, ma anche una doppia causa sui due contratti di consulenza (per un importo totale di 300mila euro annui), contratti firmati all’epoca della svolta contiana del Movimento e non rinnovati dopo la rottura politica tra il fondatore degli stellati e il presidente. Una rottura certificata anche dalla cancellazione (con tanto di doppio voto degli iscritti) del ruolo del garante dall’organigramma M5S all’Assemblea costituente del novembre 2024 e, successivamente, due settimane dopo, in seguito al ricorso di Grillo.

Le cause, però, non sono state avviate tutte in contemporanea. Anzi. Seguono strade ben distinte. A quanto apprende il CorriereGrillo si sarebbe mosso prima sul fronte delle consulenze, avviando un iter legale separato per i due contratti: una mossa avvenuta con diverso anticipo rispetto alla contestazione su nome e logo dei Cinque Stelle. L’ultima causa in ordine temporale, quella sul simbolo. oltretutto, si differenzia anche perché è stata intentata dall’associazione Movimento 5 Stelle con sede a Genova e non da Grillo medesimo.

L’ex garante, insomma, prepara una «guerra totale» ai Cinque Stelle, sul fronte pecuniario così come su quello politico. «Beppe rivendica solo i suoi diritti», si limita a commentare chi lo conosce. E assicura: «Andrà fino in fondo». «Ormai il dado è tratto e certamente non ci saranno passi indietro», sostiene Lorenzo Borrè, storico avvocato degli espulsi M5S. La strategia di arrivare a una sentenza prima delle prossime Politiche è una strada che «dipende da alcune variabili. In ogni caso, in corso di causa è possibile presentare istanza cautelare. Il fatto che non sia stata presentata ad oggi non esclude che si possa fare in futuro».

La posizione del Movimento sulla causa è granitica. Interviene lo stesso Conte: il simbolo e il nome del appartengono «alla comunità degli iscritti, quindi al Movimento, non c’è nessun proprietario, e quindi chi vuol fare delle liti temerarie avrà la risposta temeraria e nel caso verrà anche condannato al risarcimento danni». C’è chi tra i parlamentari taglia corto: «Grillo è il passato, ora abbiamo intrapreso un percorso chiaro, con una rotta condivisa: la sua causa non sposterà nulla di tutto questo. Che senso ha parlarne?».

Intanto ieri il fondatore del Movimento ha lanciato una nuova provocazione sul suo blog. «Chi ha dei costi in più per il carburante mandi la fattura all’ Ambasciata Americana per il rimborso, essendo gli Usa responsabili dell’aumento. Ps: in Nuova Zelanda hanno cominciato a farlo», scrive allegando tanto di fattura proforma.


Napoli: un fine settimana di “passione” per il trasporto pubblico


Festività pasquali: un potenziamento rimasto sulla carta

            ” Se da un lato i mass media partenopei, in uno a sindaco e assessori, enfatizzano la notevole presenza di turisti a Napoli, chi scrive 400mila presenze, chi addirittura 600mila, dall’altro si continua a glissare sul disastro di alcuni servizi pubblici essenziali, come quello del trasporto su ferro. Così l’annunciato potenziamento durante le festività pasquali si sta dimostrando un vero e proprio fallimento “. A intervenire ancora una volta sulle vicende e purtroppo sulle continue problematiche che stanno caratterizzando il malfunzionamento delle quattro funicolari cittadine, è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero, fondatore sul social network Facebook del gruppo sugli “orfani” degli impianti a fune, che conta oltre 2.100 iscritti.

            ” Scendendo nei particolari – puntualizza Capodanno – stamattina nel venerdì santo, giorno di “Passione”anche da questo punto di vista, per gli oramai consueti e non meglio specificati “problemi tecnici”, si è fermata di nuovo la funicolare Chiaia, riprendendo le corse alle 8:20.  Situazione peggiore per gli utenti della funicolare Mergellina dal momento che, mentre nei giorni scorsi comunque l’impianto era stato aperto per l’intera mattinata, effettuando l’ultima corsa alle 14:10, oggi, con una comunicazione resa pubblica all’ultimo momento, è rimasto chiuso per l’intera giornata. Ma non finisce qui, perché domani, sabato santo, giorno nel quale si celebra il mistero  della discesa agli inferi di Gesù, nell’inferno finiranno anche gli utenti di ben tre dei quattro impianti presenti in Città. Infatti le funicolari Montesanto e Mergellina effettueranno l’ultima corsa al pubblico alle ore 14:10 mentre la funicolare di Chiaia effettuerà l’ultima corsa alle ore 22:00. Dopo rimarrà aperta solo la funicolare Centrale. A Pasqua infine il servizio di tutte le funicolari resterà sospeso per tre ore dalle 13:30 alle 16:30 “.

            ” Va ricordato al riguardo – sottolinea Capodanno – che nei giorni feriali le quattro funicolari  cittadine trasportano mediamente circa 65mila passeggeri, anche con tantissimi turisti, che si spostano da un quartiere all’altro della città utilizzando questi fondamentali quanto rapidi sistemi di collegamento. Purtroppo già più volte in passato, a ragione dei vuoti determinatisi nel personale a disposizione dell’azienda napoletana per la mobilità, non essendoci la possibilità di coprire i turni presso tutte le stazioni degli impianti a fune, si sono determinate anticipazioni o  chiusure per l’intera giornata, senza che a tutt’oggi si sia provveduto a mettere in campo i provvedimenti necessari per eliminare questi disservizi in un settore strategico per garantire la mobilità “.

            ” Decisioni, quelle che riguardano il servizio del trasporto su ferro – puntualizza Capodanno -, che perlopiù vengono rese pubbliche con notevole ritardo e peraltro sovente solo sui canali ufficiali, non consentendo ai viaggiatori abituali di potersi organizzare, la qual cosa irrita ancora di più i passeggeri che si trovano di fronte a cambiamenti improvvisi che non consentono di raggiungere la meta prefissata o di rientrare a casa, con gravi ripercussioni anche sul traffico cittadino per la necessità di dover utilizzare i propri automezzi “.

            ” Insomma un vero e proprio rompicapo che affligge gli utenti degli impianti a fune, turisti compresi  – conclude Capodanno -. Una situazione paradossale mentre da palazzo San Giacomo, sulla vicenda che penalizza la Città anche in queste festività pasquali, non giunge alcun segnale, con il sindaco Manfredi e l’assessore ai trasporti Cosenza che, a fronte dell’esasperazione prodotta in tante persone per i continui malfunzionamenti che si registrano in un comparto così importante continuano a ignorare il grave problema “.


Altri motivi per aver votato NO


(Stefano Rossi) – In Puglia si consuma l’ennesimo disfacimento di una politica sempre più lontana dalle esigenze dei cittadini e sempre più vicina all’affarismo, arruffone e scandaloso.

Dunque, dopo che si è avvicendato Antonio Decaro, a Michele Emiliano, alla guida regione, si è posto un bel problema per il Pd.

Non ci sono posti sufficienti negli ospedali?

Poco personale ai pronto soccorso?

Pochi soldi per il sociale?

Macché!

Si è posto il problema di dove mettere Emiliano che, a giudicare dalla taglia, è diventato un grosso problema.

Lui non ne vuole sapere di tornare a fare il magistrato.

Ed ecco la soluzione.

Nominarlo consulente giuridico del presidente della regione Decaro, nonostante l’esercito di dirigenti, interni ed esterni della regione, e l’esercito di avvocati pugliesi che sarebbero disposti a lavorare per un decimo dei soldi che percepirebbe Emiliano.

Sembrava tutto in regola se non si fosse messo di mezzo il Consiglio Superiore della Magistratura.

E pensare che la destra lo vorrebbe rivoluzionare.

L’Ufficio Studi del CSM, avrebbe rilevato due criticità: la genericità dell’incarico e il fatto che solo dal 15 gennaio scorso, la regione, ha inquadrato quattro dirigenti esterni; quindi, sembrerebbe un ruolo appositamente inventato per favorire Emiliano che risulta ancora un magistrato in aspettativa.

Questa situazione nasce da una precisa volontà dell’ex governatore Emiliano di non voler rientrare nei ranghi della magistratura. Manca da oltre vent’anni, visto che, prima di andare a governare la regione, era sindaco di Bari.

Questa incredibile situazione si complica ulteriormente se si considera il numero dei magistrati che, anziché fare il magistrato in tribunale, svolgono ruoli del tutto politici o amministrativi.

Il numero dei fuori ruolo non può superare 180 unità, e di questi 180, al massimo 40, possono essere destinati in uffici che non siano ministeri o sedi istituzionali come Quirinale, Senato, Camera, ecc..

Sì, ma ci sono comunque delle eccezioni per questi limiti.

Nasce spontanea una domanda: se Emiliano tornasse a fare il magistrato, dopo 20 anni di assenza, come si configurerebbe? Giudice-politico? Politico-giudice? E se per caso dovesse decidere su un politico o cittadino chiaramente di centro-destra?

Insomma, questi sono i problemi che preoccupano tanto la sinistra pugliese, mica la criminalità che affossa i commercianti!

Eppure, il problema è serio.

Ultima considerazione doverosa.  

Se mai si volesse fare una riforma autorevole sulla giustizia, cosa che non avverrà mai con questa politica, sarebbe quella di bloccare tutti gli incarichi esterni, per fare gli arbitri nei Collegi Consultivi Tecnici, dei magistrati amministrativi e tutti quelli imboscati, tipo i magistrati che si occupano di gare sportive.

Ci sono procure che dovrebbero indagare sulle mafie, ma ci sono pochissimi magistrati che, al momento, si occupano di sport.

È un esercito che viene distolto dal compito di amministrare la giustizia.

Una vergogna alla luce del sole che non ha limiti alla decenza.

Ma questa è la partitocrazia: la colpa non è tanto della magistratura, che non si lamenta di questo sistema, ma è decisa e voluta da una politica affarista e lontana dai reali bisogni della collettività.

Ma come può essere che, un magistrato, dopo vent’anni di politica, torni a fare il magistrato?

Stesso problema si porrebbe per tutti i magistrati che provengono dal centro-destra.

Una questione che è alla base di chi ha votato NO al Referendum, perché saremmo contenti di vedere riformata la giustizia, ma non umiliata e rivoluzionata per rimanere nello stato attuale.

Chi ha votato sì, per riformare la giustizia, non si è reso conto che non avrebbe riformato nulla, ma solo creato lobby al servizio della politica.

I problemi ci sono, e sono gravissimi, ma altrove.

———

Da una recente ricerca (2025), ecco cosa è emerso:

270 sono stati fuori ruolo per un periodo superiore a 5 anni e inferiore a 10 anni;

94 sono stati fuori ruolo per un periodo superiore a 10 anni e inferiore a 15 anni;

14 sono stati fuori ruolo per un periodo superiore a 15 anni e inferiore a 20 anni;

5 sono stati fuori ruolo per un periodo superiore a 20 anni, con un massimo di 22

anni, 1 mese e 18 giorni.

Il record era detenuto da un magistrato che, nominato con decreto del 19-03-1983, è stato fuori ruolo la bellezza di 27 anni, 4 mesi e 6 giorni.

Ma tutto questo scempio non è emerso nel dibattito sterile che avrebbe dovuto informare tutti noi cittadini.


Pasqua con sorpresa al Palazzo Reale di Napoli: riapre il Giardino Romantico


A venti mesi dalla chiusura per restauro lo storico giardino riapre domenica. A Pasquetta sarà chiuso, come di consueto, e da martedì aperto 7 giorni su 7

Giardino Romantico.png

Napoli, 3 aprile 2026 – In occasione della Pasqua riapre definitivamente il Giardino Romantico del Palazzo Reale di Napoli, dopo il complesso restauro. Una sorpresa per i visitatori che trascorreranno al museo la prima domenica del mese in cui l’accesso è gratuito, come in tutti i siti della cultura italiani.

Il giorno di Pasquetta, come era consuetudine prima del restauro, il Giardino sarà interdetto al pubblico, ma da martedì 7 aprile sarà definitivamente aperto tutti i giorni della settimana fino ad un’ora prima del tramonto.

«La riapertura del Giardino Romantico – commenta il Direttore generale Musei Massimo Osanna – restituisce ai pubblici una parte importante del Palazzo Reale, ampliando e arricchendo l’esperienza di visita. L’intervento ha consentito di recuperare la leggibilità del disegno storico e dei valori della composizione ottocentesca, restituendo al giardino la sua identità di spazio in cui architettura, paesaggio e sapere botanico si intrecciano. 

Si tratta di un intervento significativo, sostenuto dal Ministero della Cultura nell’ambito del Piano Strategico Grandi Progetti Beni Culturali, che ha permesso di recuperare un contesto di grande qualità, rendendolo nuovamente accessibile e fruibile nel rispetto della sua complessità storica e paesaggistica»

I lavori, iniziati nel settembre del 2024, hanno interessato la risistemazione delle componenti, impiantistica, architettonica e vegetale per restituire la sua complessa e stratificata immagine storica.

Durante questi venti mesi di interdizione al pubblico, si conclusi i lavori strutturali e si sono aggiunti i tempi della natura. Infatti, per la realizzazione dei tappeti erbosi e per la messa a dimora delle piante iniziati alla fine del settembre scorso, è stato necessario sospendere le attività nei mesi più caldi della stagione estiva ed attendere  in primavera l’attecchimento delle piante.

La direttrice delegata Tiziana D’Angelo ha voluto riaprire lo spazio verde offrendo una piacevole sorpresa in occasione delle festività pasquali e della prevista affluenza di turisti e visitatori.

“Domenica è prevista anche l’apertura gratuita dei musei su iniziativa del Ministero della Cultura – ricorda la direttrice delegata – Un’ occasione eccellente per restituire ai visitatori del Palazzo Reale  e all’intera comunità il Giardino Romantico restaurato, offrendo loro l’opportunità di riscoprirne  il fascino secolare. Il giardino sarà aperto tutti i giorni della settimana, un polmone al centro della città, sempre accessibile gratuitamente”.

Lo studio e la progettazione, durati quasi due anni, sono stati affidati all’architetto paesaggista Marco Ferrari, che, successivamente alla risistemazione delle componenti architettoniche e impiantistiche, si è concentrato sul patrimonio vegetale con la finalità di arricchirlo e recuperare la valenza del collezionismo botanico.

La ricomposizione della collezione botanica è avvenuta tramite la messa a dimora di nuovi alberi, arbusti e piante erbacee, attraverso una selezione dagli elenchi redatti da Friedrich Dehnhardt, «giardiniere botanico» di Ferdinando II di Borbone, che progettò il giardino negli anni Quaranta dell’Ottocento, pur nell’adattamento ai mutati scenari ambientali.

Il Giardino Romantico ha un’estensione di 14.400 mq di cui 2.750 mq di superfici sono state pavimentate con cocciopesto di tufo e 3.150 mq sono piantate a prato. Sono state messe a dimora oltre 4.000 piante di cui 20 esemplari arborei e palmizi, 1.300 arbusti e 3.000 erbacee.

Mentre i lavori del giardino sono ormai terminati  sono in fase di conclusione  anche quelli del restauro della cancellata monumentale, che circonda il giardino lungo via San Carlo.  Sui teli di cantiere è riportata  la scritta “AverCura”, nessun logo, nessuna immagine, ma solo un’esortazione al rispetto e alla cura dei nostri beni culturali.

La  Storia

Il Giardino Romantico ha una data di nascita, il 1842, quando l’architetto Gaetano Genovese e il botanico tedesco Frederic Dehnhardt lo ridisegnò ripartendo dal giardino del palazzo dei viceré, a seguito dell’abbattimento di alcuni edifici adibiti a maneggio.

Ha appena compiuto 100 anni, invece, l’accesso da via san Carlo, ora chiuso, con lo scalone di accesso e un viale neobarocco che conduce direttamente alla Biblioteca Nazionale, realizzati nel 1924 dall’ingegnere Camillo Guerra.

La veste odierna del giardino trae origine dagli interventi di ammodernamento del palazzo diretti dall’architetto Gaetano Genovese per Ferdinando II di Borbone, a seguito dell’incendio che nel febbraio del 1837 aveva profondamente segnato il complesso.

Ad Antonio Niccolini, architetto di Casa Reale, si deve l’ambiziosa concezione generale del contesto urbano e del nuovo assetto del palazzo e dei giardini, secondo l’ormai consolidato gusto paesaggistico introdotto nel Regno di Napoli da John Andrew Graefer a Caserta.

Per la scelta della componente floristico-vegetazionale, volta a modellare l’elevato del giardino e a orientare viste sul paesaggio litoraneo, il Vesuvio e Castel Nuovo, è chiamato il botanico tedesco Friedrich Dehnhardt, già Capo giardiniere presso l’Orto Botanico di Napoli e Direttore dei giardini di Capodimonte, della Floridiana e dell’Hortus Camaldulensis.

La sua decennale esperienza si traduce, per il nuovo giardino di Palazzo Reale, in uno straordinario assortimento botanico: su una superficie complessiva di poco meno di due ettari, tra il 1842 e il 1843 si collocano a dimora circa settemila piante, afferenti a quasi quattrocento specie arboree, arbustive ed erbacee, autoctone ed esotiche, introdotte in Europa da Asia, Australia, Africa e Americhe.

Negli anni Ottanta dell’Ottocento si assiste alla demolizione dei bastioni di Castel Nuovo, in occasione del Risanamento urbanistico di Napoli, operazione che comporta l’ampliamento dello spazio prospicente il giardino e l’apertura prospettica verso la piazza del Municipio.

Lo spostamento nell’Appartamento delle Feste della Real Biblioteca dal Palazzo dei Regi Studi nel 1924 e la conseguente necessità di un accesso dedicato implicano l’inserimento di un nuovo elemento nel giardino: un rigido viale rettilineo, perpendicolare al palazzo, taglia in trincea la composizione naturaliforme di Genovese e Dehnhardt.

Il giardino è disegnato con aiuole sinuose nelle quali trovano dimora piante locali ed esotiche. Attualmente, al centro spicca un magnifico esemplare di Ficus magnolioide con splendidi rami di radici colonnari, mentre nelle aiuole sono visibili esemplari di pino delle Canarie, magnolia, jacaranda originaria del Sudamerica, piante di Strelitzia e Cycas importate nel corso del Settecento dall’Africa e dall’Asia.–

DIANA KÜHNE

ufficio stampa 


Dopo l’astensionismo e il referendum c’è solo la democrazia partecipata


(di Massimo Marino) – Un sospiro di sollievo sì, ma mi guardo bene dal pensare che siano decisivi per il paese  i risultati del referendum che non migliorava nulla della Giustizia. Ho votato NO  senza entusiasmi riconoscendo una priorità:  la Costituzione e l’autonomia della magistratura non si toccano.

L’eccitazione dilaga e testardamente è bene concentrarsi sugli obiettivi che  vale la pena sostenere. Perché di un progetto o un programma comune per l’alternativa, al momento non c’è traccia.

Trovo malsana l’idea che un ristretto gruppo di leader chiusi in una stanza per qualche settimana si mettano a discutere di come fare le primarie. Cacciari e la Bindi  primi fra tanti, hanno indicato l’ovvio: che oggi senza progetto comune lasciarli soli a parlare di primarie e di leader  si farebbero solo male.

Non ci sono proposte per l’astensionismo, neppure una proposta per la legge elettorale, non si capisce su quali obiettivi si dovrebbe costruire una coalizione. E’ un film già visto e non finisce bene. Si dovrebbe parlare invece di alcune priorità:

– politica salariale e precarietà – cioè reddito di sopravvivenza, salario minimo, salario medio, legge sulla rappresentanza sindacale.

– migranti – uscendo dal binomio fallimentare fra razzismo e ong andrebbero  gestiti dallo Stato corridoi di entrata, percorsi di integrazione e garanzie di sicurezza dei cittadini.

–  sviluppo delle rinnovabili e transizione energetica – rimuoviamo il sabotaggio alle rinnovabili  in discesa nel 2025 mentre salgono in tutta Europa, invece di  straparlare di cento piccoli reattori nucleari che non faremo mai mentre continuiamo a garantire superprofitti per gas, petrolio e carbone. Non sono temi da accantonare visto che si sta anche per rinnovare gli Amministratori di vertice delle Società energetiche (Eni, Enel, Terna ). Figure che per le scelte energetiche e l’economia contano quanto un Ministro.

– mobilità – dopo il secolo passato dell’automotive  come mezzo di trasporto privato ed individuale dovremmo cominciare a considerare l’auto residuale. Ci servono con urgenza reti di metropolitane in tutte le grandi e medie città. E’ ora di  immaginare una mobilità su quattro vettori autonomi e indipendenti fra loro : a piedi, in bici, sulle metro connesse con le ferrovie, e solo quando è indispensabile utilizzare su strade e autostrade  le auto prevalentemente elettriche con  batterie caricate da rinnovabili. E’ una conversione fattibile in uno o due decenni e i vantaggi economici e ambientali sarebbero enormi.

Sono quattro questioni decisive, quelle su cui si costruiscono le fondamenta di un progetto. Ho chiaro cosa ne pensano quelli che  stanno  governando ma non conosco le opinioni delle opposizioni.

L’esperienza tormentata degli ultimi cinque  governi ( Renzi, Gentiloni, Conte I° e II°, Draghi ) ci ha portato a regalare per la prima volta  l’Italia ad un penoso aggregato di destra-centro unico in Europa.

Servirebbe  che un folto gruppo di persone a titolo diverso, di diverse parti della società (associazioni, comitati studenteschi, sindacati, ordini e consulte, esponenti di cultura, scienza, salute, scuola e università, magistratura, esponenti di forze armate e ordine pubblico ) insieme ai rappresentanti dei tre principali partiti antagonisti al cdx provassero a trovare il compromesso giusto. E’ un impegno lungo e tortuoso il cui esito positivo non va dato per scontato. Intendo giusto per la gran parte della società, non per questo o quel partito o gruppo di interesse potenziale vincitore del momento. Mi sembra diffusa l’opinione che dopo la valanga astensionista e un referendum salvavita,  incombendo una minoranza pericolosa che ci governa solo grazie ad una legge elettorale truffaldina, solo una grande svolta di democrazia partecipata sia in grado di garantire il cambiamento.

La tentazione di trovare scorciatoie affrettate ragionando di primarie la ritengo un errore fatale anche se la coalizione al governo arrivasse ad una improbabile imminente autodistruzione. Costruita la sintesi di un programma comune che chiederebbe alcuni mesi di lavoro tutti coloro che formalmente la sottoscrivono avrebbero titolo, se necessario, a scegliere nelle primarie, o in altre forme meno divisive, un ristretto gruppo di garanti del programma  comune e fra questi, se necessario, un leader responsabile dell’alleanza.

Andrebbe valutata la possibilità sul piano delle regole elettorali che il programma e la coalizione possano liberamente formarsi anche dopo e non solo prima del voto. Si tratta di proporre a decine di milioni di persone una svolta storica, indicativa forse anche per altri paesi dell’occidente messi male come noi.   

Fra i tanti, con qualche presunzione indico alcuni  temi e alcuni punti di vista che mi sembrano le fondamenta decisive per avviare il percorso.

1)             Astensionismo: chiarire le cause e i rimedi  – Dell’ astensionismo se ne parla giusto per qualche giorno dopo il voto ma neanche si fanno i conti giusti. Ho preso l’abitudine di misurarlo facendo i conti al contrario: quanti sono i votanti reali di quelli che sono stati eletti ? Sottraggo quindi dal totale gli astenuti rimasti a casa, i superastenuti che sono andati al seggio mettendo scheda bianca o nulla ( singolare che vengano considerati votanti). Infine quelli che hanno votato liste che, in gran parte prevedibilmente dato il sistema vigente, non hanno eletto nessuno. Questi ultimi, voti a perdere, sono sorprendentemente tanti: sono stati 3,3 milioni alle politiche del 2022, 2,6 mil.  alle europee del 2024,  nelle ultime sette Regioni rinnovate 515mila.

Ricordo che  tutti i risultati sono sempre influenzati dai sistemi elettorali con cui si ha a che fare. Le politiche del 2022 non le ha vinte il destra-centro che rappresenta  meno del 24% degli elettori ma il rosatellum, l’ennesima truffa maggioritaria in particolare per la parte di collegi uninominali (in assenza di proposte parte della opposizione è in tale stato di pericolosa confusione che li vorrebbe mantenere). Se si fosse votato con le regole del proporzionale solo corrette con la soglia di sbarramento del 5% probabilmente governerebbe oggi l’attuale opposizione. Sono almeno una decina le varianti maggioritarie in uso nel nostro paese anche se incomprensibili ai più. Tutte orientate a correttivi antiproporzionali e a stimolare un forzato bipolarismo in un paese che per fortuna non lo è per niente. Di fatto si annullano e si capovolgono di segno  alcuni milioni di voti (in genere 2-3 ). Fa eccezione il voto per le Europee le cui regole di base (proporzionale con soglia al 4% in 5 grandi collegi), guarda caso, non sono nostre.

Come esempio per farmi capire  indico i risultati che ho calcolato sull’insieme delle sette Regioni che sono andate al voto nell’arco di 4 mesi a fine 2025, incredibilmente in tre diversi appuntamenti. Sono poco  conosciuti e  sorprendenti. L’elettorato coinvolto era pari a 19,2 milioni di votanti, più di un terzo dei 51 mil totali del paese: di questi  10,3 mil. si sono astenuti, 229 mila hanno votato bianca o nulla, 515 mila hanno votato un candidato presidente le cui liste (una o più ) non hanno eletto nessuno. I voti dati a candidati Presidenti che hanno ottenuto qualche seggio sono stati 8,1 mil. cioè il 42,2%. Quindi quasi 58 elettori su 100 non hanno votato nessun candidato Presidente significativo ( praticamente l’unica figura messa davvero in risalto durante la campagna elettorale).  Delle 101 liste presentate nelle 7 Regioni 37 non hanno eletto nessuno. Le 64 liste che hanno avuto eletti sono  state votate da 5,1 mil di elettori pari al 26,8 %. Quindi  più di 73 elettori su 100 non hanno votato nessuna delle  liste che hanno avuto eletti ( ho rifatto i conti due volte perché non ci credevo). I circa 320 consiglieri regionali eletti quindi tutti insieme hanno avuto il voto di meno di 27 elettori su 100.

Sono dati che peggiorano  quelli delle elezioni politiche del 2022 con  24,6 mil di voti efficaci su 51 (48%)  e ben 3.3 mil che hanno votato liste a perdere oltre a 1,4 mil di bianche e nulle e 22,6 mil di astenuti ufficiali. Peggio alle europee del 2024 con 20,7 mil di voti ottenuti dalle  sei liste che hanno avuto eletti ( 40,3 %) e la dispersione di 2,6 mil di voti ( Azione, +Europa, Rifondazione e altri, Sud chiama Nord e altri minori.. ) .  

Il referendum, con 28,3 mil di votanti, circa 3,5 in più delle politiche del 2022 e circa 5,5 in più delle europee del 2024 ha visto ancora una consistente astensione di 23,1 mil. di elettori ( 45 elettori  su 100). E’ evidente che i votanti del referendum comunque non coincidono affatto con quelli che fino ad oggi sostengono il CDX e il CSX, specie per la consistente  presenza di giovani ( intendendo quelli sotto i 30 anni ) e di una parte degli astenuti abituali. Ricordo che in contemporanea al referendum si sono svolte in Veneto due elezioni supplettive per sostituire due Parlamentari. Il CDX ha stravinto come al solito in Veneto, con un astensionismo più alto rispetto al contemporaneo voto referendario.

Per contenere davvero l’astensionismo gli unici strumenti “procedurali” di un qualche peso sono due:

1) promuovere almeno l’apertura di un Seggio polivalentein ogni provincia dove chiunque possa votare a distanza dalla propria residenza. Meglio con l’anticipo di un giorno e la confluenza online ad un seggio ministeriale specie per le elezioni politiche ed europee, ma soprattutto:

2) definire un vero Election Day, una unica data fissa all’anno ( ad esempio fra il 25 aprile e l’1 maggio)  per qualunque tipo di scadenza elettorale locale, nazionale o referendaria. Inizialmente con cadenza annuale e successivamente con cadenza biennale compatibile con le elezioni europee.  Anche se del tutto comprensibili hanno scarso peso le proteste di qualche fuorisede che chiede di poter votare nella città in cui risiede come ha fatto la studentessa  Veronica a Roma davanti al Ministero. Alle ultime europee con un decreto, in parte svuotato dal governo, hanno votato fuori sede meno di 70mila studenti. In realtà oltre ai circa 5,5 mil di residenti stabili all’estero ( di cui vota oggi 1 su 4) i fuori sede provvisori (studenti e lavoratori) sono quasi 5 milioni.

L’ astensionismo totale è ormai stabilmente sopra ai 25 dei 50 milioni di elettori. Guarda caso tende a diminuire solo in presenza di appuntamenti aggregati come avvenuto nel settembre 2020 con il referendum sulla riduzione dei parlamentari promosso insieme a varie scadenze amministrative. L’istituzione di un vero Election Day ( si vota quindi solo ogni due anni raggruppando insieme qualunque tipo di voto e sempre nello stesso giorno dell’anno ) è quindi una battaglia di rilievo primario per la democrazia e la partecipazione che cambierebbe totalmente l’Italia. Resta il rilevante astensionismo “militante” di elettori che al momento per protesta hanno abbandonato delusi  i partiti di riferimento che non avrebbero mantenuto gli impegni presi. Valuto che siano almeno 5 milioni (specie nell’area di sinistra ma soprattutto nell’area più radicale e delusa del vecchio  M5Stelle).

2)             Riconquistare la democrazia partecipata del  proporzionale e smontare la truffa maggioritaria – E’ singolare che a destra ( ma anche a sinistra ) sia circolata l’idea di copiare il disastroso  sistema di voto delle Regionali anche per le Politiche. Alcuni hanno aggiunto il  francesismo, chissà perché, del doppio turno. Idee farlocche a cui si è ispirata però  la proposta golpista del CDX, immagino con il contributo del solito guastatore Calderoli : indicazione prevoto del Presidente del Consiglio di coalizione  seppure fuori scheda (un modo surrettizio per abituare gli elettori quasi inconsapevoli al presidenzialismo, visto che il progetto del Premierato sembra ormai sfumato entro il 2027 ), premio del 55% dei seggi alla lista  più alta sopra il 40% o altrimenti un secondo  turno a due come per le Comunali. La proposta viene definita “ proporzionale con premio” che ovviamente non esiste, un invenzione per gli allocchi perché se c’è un premio non c’è proporzionale ma la solita truffa maggioritaria con cui si annullano parte dei voti.

In nome di una finta stabilità si ripescano nefaste regole presenti in mezza Europa dal cui fallimento emerge invece l’instabilità ( vedi Francia e Gran Bretagna come esempi) e la mancanza di credibilità di molti  leader e partiti.   Fallimento che per il momento contribuisce al lievitare di movimenti di destra estrema. Insomma: si fa un inconfessabile lavoro di cesello per contenere la partecipazione al voto e torcerne la proporzionalità. Il gioco è che in pratica con il 20-25% di votanti effettivi si può prendere tutto, compresa l’elezione del Presidente della Repubblica. Di fatto è in corso da tempo in vari paesi dell’Occidente la fuoriuscita dai regimi democratici e costituzionali degli ultimi 80 anni.

La  costrizione a logiche bipolari, sempre accarezzata anche a sinistra, degenera nell’abbandono dei sistemi proporzionali, restringe la partecipazione, porta all’autoritarismo con il prevalere di sistemi personalistici e dittatoriali.

Mi sono convinto da tempo che l’unica utile e accettabile correzione ai sistemi elettorali che devono essere totalmente ed esclusivamente  proporzionali sia il limite necessario di una soglia di sbarramento consistente (non meno del 5% ). E’ un limite, praticato da tempo in Germania, che impedisce una inaccettabile frammentazione, spinge, questo sì, alla formazione di aggregazioni stabili e rappresentative e quindi alla stabilità del sistema ed al rispetto della rappresentatività dei seggi ottenuti. Anche qui si fa grande confusione parlando impropriamente di “proporzionale puro” ( che è invece quello senza quorum o con quorum minimo ). Solo una soglia ad almeno il 5%  cambia lo scenario e garantisce stabilità. Rende ininfluenti le dilaganti liste finte, inventate  o improvvisate, usate come gregari acchiappa voti da partiti consunti e  spinge ad aggregazioni stabili. Che le  regole del sistema proporzionale tedesco o delle elezioni europee favoriscano vera stabilità ne  è l’ennesima conferma l’ordinata evoluzione del voto recente  in vari Lander tedeschi e negli stessi giorni  il contrasto con il pasticcio e la confusione che uno strampalato sistema maggioritario a due turni  sta  producendo nelle amministrative a Parigi e in Francia.

In Italia il quorum prevalente nelle Regioni e Comuni, è del 3%. Anche alla Camera se  una coalizione raggiunge il 10% le liste sotto il 3% non hanno eletti ma dall’1% il voto viene conteggiato nella coalizione. L’ambiguità della  soglia bassa  è difficilmente percepita dai comuni elettori. Piace ai grandi partiti che reclutano gregari ma anche ai piccolissimi che vivacchiano aspirando al “ proporzionale puro “ o ad una poltroncina in seconda fila dai vincenti. Il quorum basso scoraggia il formarsi di nuove forze stabili. Accompagnato dalla possibilità delle preferenze apre il varco nelle coalizioni  a gruppi clientelari organizzati e facilita le infiltrazioni mafiose nelle liste a tutti i livelli, dalle amministrative alle politiche. Per questo ritengo che gli aspetti negativi della introduzione delle preferenze siano prevalenti su quelli positivi e che un buon compromesso possa essere di bloccare i primi due candidati come diritto-dovere del partito a indicare i propri leader locali e lasciare due preferenze libere per gli altri eventuali eletti della lista.

3)             Le alleanze si fanno su un programma comune, ascoltando i movimenti sociali e poi rispettando gli impegni.

La costruzione  di una alleanza politica  non può essere prodotta dalle contorsioni a cui costringe una regola elettorale malsana ne dalla presunta convenienza personale di gruppi ristretti di eletti o di aspiranti all’elezione. Le coalizioni prima del voto, tanto più quando sono spinte dall’aspirazione a vincere il premio dei posti più che dall’ impegno ad attuare un programma comune senza conoscere il mandato che gli elettori daranno ad ognuno dei protagonisti, sono un degenerazione che viene da lontano ( la metà degli anni ’90 ). Sembra ormai “ una scelta naturale”, ma non lo è affatto.

Il paese più grande e rilevante dell’Europa, la Germania, insieme al proporzionale limitato da  una soglia di sbarramento ragionevole, vede la costruzione della coalizione e del programma di governo dopo il voto ( a tutti i livelli, dalle Legislative ai Lander, ai Comuni ) attraverso accordi ben definiti, a volte dopo varie settimane di confronto fra i protagonisti e poi approvati dai sostenitori. Ed è il paese del mondo con la minore frammentazione e la maggiore stabilità.

Insomma quello che da 30 anni ci raccontano sulla stabilità ( a destra e spesso a sinistra ) sono solo balle.

Va chiarito che neppure un movimento politico che ambisce a costruire una alternativa ha il ruolo di rappresentare le ragioni di un gruppo sociale ristretto, ad esempio quello dei più precari o diseredati,  o quello a difesa  dei migranti che a tutti i costi cercano un approdo migliore, oppure  una causa nobile come quella della tutela ambientale minacciata dalla  crisi climatica. Tanto meno di rappresentare solo una élite economica o qualche ristretto centro di potere dietro le quinte della scena.   Dal mio punto di vista la costruzione di una alleanza politica ha l’obiettivo di conquistare una larga convergenza e un largo consenso nell’intera società nella quale però si tutelino le ragioni dei più precari, la convivenza e l’integrazione dei migranti avvenga tutelando sicurezza e reciproca tolleranza, la necessaria conversione ambientale ed energetica abbia un peso adeguato nelle scelte generali dei protagonisti costruttori della alleanza perché riguarda i destini delle generazioni future. Il compito dell’alleanza è quello di riunire e rappresentare diversi gruppi sociali, generazioni e culture diverse, in una comune convivenza garantendo libertà, tolleranza etnica e religiosa, tutela ambientale e giustizia sociale. Se questo impegno nei suoi aspetti concreti di programma comune  si conferma e produce  un largo consenso l’alleanza vale la pena di essere tentata, anche prima del voto, altrimenti no.

Un comitato od una associazione di scopo può promuovere l’obiettivo della decarbonizzazione, tutelare la sopravvivenza dei palestinesi, garantire la vocazione alla pace come bene supremo. Non necessariamente i protagonisti devono o possono farsi carico del percorso, degli strumenti, dei tempi, delle risorse e dei costi per attuare questi obiettivi e farlo garantendosi il consenso e il sostegno di larga parte della società.

Sono i partiti e i movimenti politici, specie quelli che aspirano al cambiamento, che dovrebbero servire a questo. I cittadini devono aver chiaro quali sono gli obiettivi, comprendere come funzionano i sistemi elettorali, possibilmente uguali ad ogni livello  perché oggi il 99% degli italiani almeno non è in grado di capire la conseguenza di ogni variante. E pretendere che gli impegni presi vengano, per quanto possibile, mantenuti.    


Come Giorgia Meloni è caduta sulla Terra


(di Anna Momigliano – New York Times) – Per più di tre anni, la leadership di Giorgia Meloni alla guida dell’Italia è sembrata incrollabile. […] Ma mentre la popolarità di Trump in Europa crolla a nuovi minimi e il continente comincia a mostrarsi più fermo nei suoi confronti, Meloni sta scoprendo che essere una delle favorite del presidente americano può rappresentare anche un handicap.

Meloni è stata eletta nel 2022, sei mesi dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, su una piattaforma di destra radicale e in una coalizione che includeva parlamentari con posizioni chiaramente filorusse.

Tuttavia, ha rapidamente dissipato ogni timore tra i politici europei più mainstream di trovarsi di fronte a un’altra Viktor Orbán, il primo ministro ungherese vicino a Mosca.

L’Italia ha inviato aiuti militari all’Ucraina ed è membro della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, un gruppo di circa 30 Paesi che hanno segnalato il proprio impegno a fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina dopo un cessate il fuoco.

Con Trump, è riuscita a evitare il ciclo umiliante di deferenza e rifiuto in cui sono caduti alcuni leader europei […]. Meloni sembrava invece essere riuscita a ottenere il vero favore di Trump — in parte grazie al suo stile, accomodante ma mai servile; in parte per affinità ideologica. In ogni caso, è stata l’unica leader europea in carica a partecipare alla sua cerimonia di insediamento, e in una recente intervista al Corriere della Sera Trump l’ha definita “una grande leader e una mia amica”.

Ma Trump è diventato sempre più tossico in Europa. […] L’indice di approvazione di Trump in Italia è quasi la metà rispetto a circa un anno fa, attestandosi al 19 per cento. L’opinione pubblica italiana è fortemente contraria alla guerra in Iran; consumatori e imprese sono colpiti dall’aumento dei prezzi di petrolio e gas; e l’agricoltura è sotto pressione per la carenza di fertilizzanti. Se non è possibile trarre alcun vantaggio visibile dall’essere la principale alleata europea di Trump, qual è allora il senso?

Questo era il clima il mese scorso, quando gli italiani hanno votato in quello che, ufficialmente, era un referendum sulla riforma della giustizia, ma che si è trasformato in un voto di fiducia sul governo Meloni, sostenitore della riforma. L’affluenza è stata più alta del previsto e il “No” ha vinto con un margine solido, quasi il 54 per cento. Improvvisamente, Meloni è apparsa vulnerabile e l’opposizione ha colto l’occasione.

Negli ultimi due anni, il governo Meloni ha attraversato apparentemente indenne uno scandalo sessuale che ha coinvolto il ministro della Cultura, un’indagine per frode sul ministro del Turismo, un’inchiesta sul rimpatrio di un signore della guerra libico oggetto di un mandato di arresto internazionale e la condanna di un sottosegretario per rivelazione di informazioni riservate. Nel 2024 il tasso di approvazione di Meloni era del 41 per cento; a novembre 2025 era salito al 45.

La luna di miele, sorprendentemente lunga, è finita. Dopo i risultati del referendum, ha imposto le dimissioni del ministro del Turismo sotto indagine e del sottosegretario condannato, sebbene nessuno dei due scandali fosse legato alla riforma della giustizia. La scorsa settimana, secondo quanto riportato, l’Italia ha negato aerei militari statunitensi il permesso di atterrare in una base in Sicilia prima di dirigersi verso il Medio Oriente, perché gli Stati Uniti non avevano richiesto l’autorizzazione, anche se il governo ha negato che il rifiuto fosse dovuto a tensioni con Washington.

C’è un vecchio proverbio italiano che si può tradurre più o meno così: “Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio”. Il costo di essere amici di Trump, oggi in Europa, supera sempre più i benefici.