
(Andrea Zhok) – Nella notte c’è stato un pesantissimo attacco statunitense all’Iran nonostante fosse stato detto che sarebbero stati rispettati i giorni di lutto dichiarati per i funerali di stato di Khamenei. All’attacco su città costiere e postazioni navali, è seguita una risposta iraniana sulle basi americane in Bahrain e Kuwait.
Questo attacco è stato presentato dall’amministrazione americana come reazione ad alcuni colpi di avvertimento della marina iraniana su navi che cercavano di uscire dallo stretto di Hormuz attraverso un passaggio non concordato. Il carattere pretestuoso della reazione è palese: i colpi avevano prodotto danni minori ad una delle 3 navi commerciali che avevano cercato di forzare la mano.
Per l’Iran l’insistenza sul seguire la rotta prestabilita per passare dallo stretto di Hormuz ha un valore innanzitutto simbolico: si tratta di stabilire che d’ora in poi saranno loro a supervisionare il transito dallo stretto.
La reazione statunitense sembra difficilmente comprensibile in termini di strategia politica.
Sembra quasi un “fallo di reazione”, uno scatto di nervi di fronte alle impressionanti manifestazioni di massa dei funerali tributati a Khamenei (e non escluderei giochi un ruolo anche il nervosismo per il discredito mondiale ricaduto sugli USA dopo i magheggi di Trump per favorire la nazionale di calcio americana).
Considerando chi è oggi il comandante in capo dell’esercito americano, l’idea di una crisi di nervi che si esprime – American Style – non dall’analista, ma mettendosi a sparare, è assai plausibile.
Comprendere altrimenti quale possa essere il senso di questo attacco è arduo.
Esso probabilmente condurrà ad una nuova chiusura dello stretto di Hormuz, ad una nuova crisi di approvvigionamento di combustibile (senza aver ancora superato la precedente) e ad un’impasse, forse definitiva, nelle trattative di pace.
Se l’idea è di distruggere il morale degli iraniani, persino dei culturalmente deprivati come gli statunitensi dovrebbero aver capito che quella non è una strada percorribile.
La cosa più angosciante nei nostri tempi non è la crudeltà al potere, che pure non manca, ma l’odierna schietta irrazionalità del potere. La selezione delle classi dirigenti occidentali ha preso da tempo una china per cui di fatto vengono incoronati i peggiori. I casi di Trump e Nethanyahu sono solo quelli in cui il tratto psicopatologico è più manifesto e gli armamenti più imponenti, ma una carrellata sui leader dei maggiori governi europei (o della commissione europea) identifica in modo consistente come a gestire il potere siano persone che pochissimi cittadini vorrebbero avere come ospiti a cena.
Il sistema di selezione delle classi dirigenti nel modello liberaldemocratico – direttamente plutocratico o dipendente da plutocrazie operanti dietro le quinte – si è dimostrato un fallimento epico.
Trump contro tutti al vertice Nato: Rutte lo elogia mentre il presidente Usa attacca Italia e Spagna. “Dall’Ue sono partiti 5mila voli a sostegno di Epic Fury, è tantissimo, e anche la Spagna ora è al 2%, se non ci fossi stato tu non sarebbe successo, è una tua grande vittoria, prendila”, gli dice il segretario generale mentre il tycoon se la prende ancora con gli Alleati

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – ANKARA – L’Italia si è comportata “molto male” con le sue basi durante la guerra in Iran; il cessate il fuoco con Teheran è finito; l’intera Nato lo ha deluso; la Groenlandia deve passare agli Usa; con la Spagna ha interrotto tutte le relazioni commerciali; ma i rapporti con la Cina sono ottimi.
Donald Trump è stato incontenibile, parlando all’apertura del vertice Nato di Ankara, insieme al segretario generale Mark Rutte. In pratica non ha risparmiato nessuno, o quasi, a parte l’ospite turco Erdogan e gli autocrati con cui si trova a proprio agio. Così è tornato ad alimentare tutti i timori non solo sul futuro dell’Alleanza o la difesa dell’Ucraina, ma anche sulla tenuta dell’intero paradigma occidentale, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi ha garantito quanto meno una relativa stabilità, prosperità e libertà alle due sponde dell’Atlantico.
Dopo aver detto ieri che la premier Meloni è una brava persona, oggi il capo della Casa Bianca è tornato ad attaccare Roma per il mancato sostegno durante l’offensiva in Iran, ripresa con i forti bombardamenti delle ultime ore. L’Italia “ha fatto molto male” nelle decisioni sulla mancata concessione delle sue basi alle forze armate Usa.
L’Iran, “è un Paese bugiardo e malato. Per quanto mi riguarda la tregua à finita”. Quindi ha spiegato che negoziare con Teheran “è una perdita di tempo. Queste sono persone malvagie e malate, e dobbiamo sbarazzarcene: sono un cancro. Un cancro. E sapete cosa bisogna fare? Bisogna estirpare il cancro sul nascere”. Il motivo lo ha spiegato così: “C’è qualcosa che non va in loro. Abbiamo detto ‘andate a occuparvi delle vostre faccende funebri’, e invece ieri hanno iniziato a sparare razzi e attaccare le navi. Quindi ieri sera li abbiamo colpiti duramente. I nostri attacchi sono stati 20 volte più duri delle rappresaglie iraniane. Ho detto loro che ogni volta che colpiscono, colpiamo anche noi. Ovviamente sono giocatori scorretti, quindi se la prendono con tutti. Non ci piacciono, non piacciono a me, sono persone malvagie”. Trump ha detto che la trattativa di 60 giorni avviata con il memorandum of understanding è chiusa: “Non voglio più avere a che fare con loro. Per quanto mi riguarda, è finita. Parlerò con i nostri negoziatori. Loro vogliono negoziare e possono farlo. Per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo occuparsi degli iraniani”.
Il presidente ha ribadito di essere “molto contrariato con i membri europei della Nato. Parlerò delle cose che ci stanno a cuore. La Groenlandia per noi è un grande problema, è in gioco la sicurezza nazionale. Noi abbiamo speso più di mille miliardi in 10 anni per difendere i paesi Nato dalla Russia e in cambio siamo trattati ingiustamente. Sono molto arrabbiato con la Nato, abbiamo pagato troppo, miliardi e miliardi di dollari”, mentre “gli altri paesi non pagano niente” e non lo hanno aiutato nella guerra contro l’Iran. Perciò è “molto in collera” con loro. Dall’Europa sono partiti 5mila voli a sostegno di Epic Fury, è tantissimo, e anche la Spagna ora è al 2%, se non ci fossi stato tu non sarebbe successo, è una tua grande vittoria, prendila”, ha detto invece il segretario generale della Nato Mark Rutte.
Quanto alla Danimarca, che si ostina a non vendergli la Groenlandia, “i nazisti entrarono nel paese in meno di una giornata. Segno della sua incapacità a proteggere il proprio territorio”, e quindi anche la grande regione artica presa di mira da Cina e Russia. La Groenlandia “è importante per la protezione del mondo, non solo per gli Stati Uniti”, perciò lui insiste nel volerla.
“State a vedere – ha previsto Trump – vedrete che torneranno strisciando. Oh, torneranno eccome. Trattano malissimo quest’uomo (il segretario generale della Nato Mark Rutte, ndr), e lui è una brava persona. Un grande uomo. Sono fortunati ad averlo. Ma la Spagna non accetta nulla. E noi non dovremmo farci carico di loro”. La Spagna poi “è un pessimo alleato. Non voglio avere rapporti con loro. I rapporti commerciali sono finiti, sono un caso senza speranza. Ci sono anche un altro paio di paesi difficili, ma La Spagna è particolarmente ostile”. Invece “la Cina ci ha trattato bene. Sono la persona numero uno su TikTok con circa 4 miliardi di visualizzazioni”.
Trump non è nuovo a questi sfoghi, che fanno parte della sua strategia di incertezza e pressione, per tenere alleati e avversari sempre sul filo. Il rischio però è che questo filo finisca prima o poi per spezzarsi davvero.
“Quale vantaggio avrei ottenuto dalla bomba? Visibilità? Ma se ho fatto più di 500 eventi“

(di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – “Non so più cosa pensare. Sto di merda, non dormo”. Sigfrido Ranucci non usa perifrasi per raccontare lo stato in cui l’ha lasciato la notizia che il mandante dell’attentato dinamitardo sotto casa sua, il 16 ottobre scorso, avrebbe un nome: Valter Lavitola. Non un nemico, ma un amico vero, dice lui. Uno con cui ha mangiato coi figli, che è stato ospite a casa sua. “Mi sento anche tradito”, aggiunge parlando al Fatto, “al di là di tutto”. Fa uno strano effetto rileggere gli scambi fra i due. Il 30 giugno, quando arriva la notizia dell’arresto dei quattro esecutori materiali, è Ranucci stesso a girare il lancio d’agenzia a Lavitola, quasi esultante – “li hanno beccati”, con tanto di emoji. Lavitola risponde con una sola parola: “Chi”. Nessun sospetto, in quel momento, che l’inchiesta potesse risalire fino a lui.
Una settimana dopo lo scenario cambia. Perquisito, Lavitola scrive a Ranucci che gli investigatori lo indicano come mandante, ma che l’obiettivo non era fargli del male, casomai aiutarlo, ma senza chiarire in cosa. Aggiunge che se Ranucci fosse stato consapevole verrebbe indagato pure lui – ipotesi che liquida come assurda – e chiude con parole d’affetto quasi da addio.
Ranucci si pone da ore la stessa domanda con malcelato fastidio: quale vantaggio avrebbe ottenuto dalla bomba? “Io avrei bisogno di visibilità? Ho fatto 500 eventi, basta andare sui social”, dice ricordando che dieci giorni prima aveva invitato lo stesso Lavitola a un evento pubblico con 1300 persone. I contratti editoriali erano già firmati, le puntate di Report già tagliate. L’amicizia, quella vera, Ranucci non la mette in discussione. Racconta che il rapporto nasce professionale – “sui Canadair, sulla famiglia Berlusconi” – poi diventa personale nel 2019, quando Lavitola riceve consigli anche dalla figlia di Ranucci, che segue casi di persone fragili. Da lì un rapporto “quotidiano, settimanale”: “È venuto a casa mia, ha mangiato coi miei figli due volte”. Per questo è convinto che Lavitola non avrebbe mai voluto fargli male.
La sua ipotesi è che Lavitola sia stato lo strumento, non la testa: un’operazione per “far detonare la reputazione” di un nemico, trovando in un personaggio malleabile – amico vero, ma da sempre disposto a imprese corsare – l’esecutore ideale. Ma per conto di chi? La Procura ha ricostruito una filiera precisa: Lavitola avrebbe incaricato Gomes Celesio Tavares, dipendente del suo ristorante Cefalù di Monteverde, di reperire esplosivo ed esecutori, i quattro già arrestati per strage aggravata dal metodo mafioso.
Ma Ranucci, al telefono, passa e ripassa collegamenti, ipotesi, indizi come le pieghe di un ventaglio, senza scartarne nessuno. Se tre anni fa, quando il Riformista aveva pubblicato una sua foto a cena con Lavitola e un monsignore se l’era presa con l’ex premier Matteo Renzi inviandogli un sms di fuoco, oggi si fa domande su Marco Mancini ex numero 2 del Sismi, che con Renzi si incontrava all’Autogrill e con il quale i rapporti sono ai minimi storici dopo la puntata di Report col famoso video che ha costretto Mancini al pensionamento. Una soffiata sull’ira di Mancini nei suoi confronti, sostiene Ranucci, se l’era annotata pure il suo capo scorta. I dettagli temporali alimentano suggestioni senza prove: la bomba è del 16 ottobre 2025, sei giorni dopo si tiene l’udienza che chiuderà con l’archiviazione l’indagine nata dall’esposto di Mancini contro Report per rivelazione di segreto di Stato sull’incontro con Renzi.
Il giallo torna in un nome forse in codice. Nell’ordinanza contro i quattro esecutori compare una frase dell’intermediario di Lavitola: “Non bisogna far arrivare a Corrado”. Corrado, sostiene Ranucci, era uno dei nomi con cui il Sismi identificava Mancini. Ranucci non punta il dito, ma rimarca la pista del traffico d’armi verso la Libia e di un cantiere navale legato ai clan Moccia e Contini, quella che a Report interessa da tempo.
Il ventaglio è così largo che un minuto dopo Ranucci cerca risposta a un’altra domanda: come faceva chi ha organizzato l’attentato a sapere che proprio quella sera sarebbe rientrato a casa? O lo pedinavano da giorni, o qualcuno gliel’ha “soffiato”. La sensazione, più che la prova, è quella di un pozzo avvelenato apposta. Le carte non dicono ancora nulla. Oggi Lavitola, accusato di concorso in strage aggravata dal metodo mafioso, potrebbe dire di più.
Non saranno i meme né il risentimento di Meloni verso Trump a cancellare l’onta di aver scelto la parte sbagliata della storia.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – C’è qualcosa di masochistico in questa Europa e nelle istituzioni internazionali alle quali partecipa, a partire dalla Nato, l’alleanza militare sopravvissuta al crollo del muro di Berlino per difenderci da un nemico che, a seconda delle contingenze, gli Stati Uniti hanno pescato di volta e volta da un capo all’altro del mondo. Un’alleanza che ha visto progressivamente il suo primus inter pares, gli Usa, prendere il sopravvento sui cosiddetti alleati.
Fino a disvelare già prima di Donald Trump – che a differenza dei suoi predecessori ha solo smesso di fingere che non sia vero – la sua natura di padre padrone in un consesso di servi sciocchi (con le sole eccezioni di Spagna e Canada). A forza di chinare il capo ad ogni richiesta del dominus, i vassalli europei hanno legittimato le pretese sempre crescenti di una superpotenza che, oltretutto, ha iniziato pure a dileggiarci – Giorgia Meloni ne sa qualcosa – mentre otteneva il via libera di ectoplasmi come Ursula von der Leyen ai dazi senza contropartita impostici da Maga Magò, agli acquisti di gnl al quadruplo del prezzo del gas russo e di armi americane con l’accordo capestro del 5% del Pil sottoscritto senza battere ciglio dai cosiddetti leader europei (ad eccezione dello spagnolo Sanchez) in sede Nato guidata da un altro noto statista.
Quel Mark Rutte che si rivolgeva a Trump chiamandolo daddy. Il padre padrone – appunto – che oggi accusa mezza Europa, Italia (e Meloni) in testa, di non averlo sostenuto nella folle guerra all’Iran, scatenata con il suo degno sodale Netanyahu. Un’altra guerra contro l’Europa, che continua a pagare il prezzo più alto della crisi petrolifera esplosa con il conflitto. Al pari di quella in Ucraina, fomentata dagli statisti della Nato per conto e nell’interesse degli stessi Stati Uniti, che continuano a lucrare miliardi gentilmente offerti dai contribuenti Ue a sostegno della resistenza – coraggiosa, ma senza speranze – delle truppe di Kiev.
Non saranno i meme né il risentimento postumo di Meloni di fronte agli insulti di Trump a cancellare l’onta peggiore per il Paese che rappresenta, al pari dei suoi colleghi europei. Quella di aver scelto per l’Italia la parte sbagliata della storia.
Vertice Nato, Meloni arriva per ultima poi la cena ad alta tensione: “Trump? Rapporti cordiali”. Al tavolo che apre i lavori le sedie del padrone di casa e del segretario Rutte separano la presidente del Consiglio dal tycoon

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ANKARA – Di nero vestita, Giorgia Meloni solca la hall dello Sheraton al termine di una cena complessa, consumata allo stesso tavolo di Donald Trump. Ha di fronte i cronisti, tira dritto con un sorriso accennato: «Ecco il plotone d’esecuzione…». Giornata faticosa, incroci pericolosi. Non può neanche fumare, ha smesso di recente. E quindi poche parole, discretamente gelide, volutamente distaccate. «Come è andata con il Presidente Usa? Rapporti cordiali». Il minimo sindacale della diplomazia, forse anche un po’ meno. Il passo accelera, non c’è alcuna intenzione di parlare del meme insultante del tycoon. «Ma c’è stato un chiarimento?». «Vi ho già risposto».
La cena, dunque. Il tavolo è lo stesso, la distanza di sicurezza garantita alla presidenza turca: un paio di sedie dividono la premier dal presidente americano. Meloni siede tra Mark Rutte e Keir Starmer. Fino all’ultimo, il cerimoniale si confronta con l’organizzazione del summit, ma si sa: quando gioca in casa, decide tutto Erdogan. E d’altra parte, sarebbe stato peggio finire esclusa dai nove big selezionati per mangiare al desco del Sultano. Di fatto, un G5 senza il canadese e il giapponese.

La conversazione, almeno così giurano fonti qualificate, corre lungo binari politici, o comunque: per quanto questo sia possibile senza scontri personali con Trump. Si discute di lavoro, soprattutto di Nato. Il presidente americano ce l’ha con gli europei, li ha insultati cinque ore prima di cenarci e adesso se li ritrova di fronte, il dossier è delicato. Ma forse, per Meloni è anche meglio così: politica, sicurezza, Ucraina e Hormuz sono meglio che scendere su un piano conviviale, visti gli argomenti insultanti utilizzati nei giorni scorsi da leader Maga. La presidente del Consiglio evita di mostrarsi offesa e silenziosa: impossibile ipotizzare chiarimenti più o meno pubblici con l’inquilino della Casa Bianca.
Quando rientra in hotel, però, si intuisce che il faccia a faccia tra i big continentali e l’americano è stato impegnativo, quantomeno. E comunque, non è ancora il momento di tornare sul meme, perché significherebbe esporsi durante la giornata di lavori di oggi alla “ritorsione” trumpiana. Semmai, ne parlerà a vertice concluso in un punto stampa con i cronisti italiani.
È un giorno intero che va così, d’altra parte: manovre di avvicinamento millimetriche, senza troppo rischiare. L’arrivo, ad esempio: l’italiana decolla alle 17.40 (ora di Ankara) e atterra dopo le 20. Tutti i leader sono già nella capitale turca da un paio d’ore. A ridosso dell’avvio della serata vengono accolti Friedrich Merz ed Emmanuel Macron. Poi, per ultimo (anzi, penultimo) tocca Trump. In cima alla scalinata lo salutano Erdogan e consorte. Foto di rito, i tre si girano e, seguiti dall’intero cerimoniale d’accoglienza, entrano nel palazzo. Si chiudono le porte. La banda militare in abiti tradizionali si rilassa, qualcuno rompe le righe. Le telecamere indugiano sugli scudi, gli elmi, i baffi, le mezzelune. Il circuito chiuso della Nato tentenna, infine stacca la diretta. E Meloni, dov’è Meloni?
Non c’è, non ancora. Si presenterà poco dopo. Accolta da un ministro, sembra. Ritardo tattico, scelta utile a evitare incroci pericolosi? Oppure, come circola, un errore di percorso del corteo che le fa perdere una decina di minuti? All’inizio si propende per la tesi dell’intenzionalità che mira a schivare spiacevoli sorprese con Trump, anche perché la foto di famiglia dei trentadue leader mostra la presidente del Consiglio tra Pedro Sanchez ed Emmanuel Macron, distante almeno quattro capi di governo dall’americano. Tutto questo finché non trapela la composizione del tavolo: la premier siede a pochi metri dal tycoon, quindi sarebbe comunque inutile esagerare con le tattiche diversive.

E d’altra parte, qualche indizio di un percorso di timido, scettico riavvicinamento si registra per tutto il giorno. Ad esempio, Antonio Tajani riesce a costruire un bilaterale con Marco Rubio, in agenda a tarda sera. Un ruolo pare averlo avuto anche l’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta, che pare abbia chiamato direttamente Trump cercando di smussare qualcosa, sperando di evitare lo scontro finale. Non ha evitato il meme della discordia, comunque, né il gelo di Ankara. «Rapporti cordiali».

(ANSA) – WASHINGTON, 07 LUG – Donald Trump ha approvato il piano di attacco contro l’Iran e ne ha ordinato l’esecuzione mentre si trovava in Turchia per il vertice della Nato. Lo riporta Axios citando un funzionario americano. Il presidente, spiega la fonte, ha tenuto una riunione ad Ankara con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, quello di Stato Marco Rubio, quello al Tesoro Scott Bessent e il capo degli stati maggiori congiunti il generale Dan Caine.
Secondo il funzionario “non è ancora chiaro per quanto tempo proseguiranno gli attacchi. Riceveremo una valutazione sui risultati dei raid e prenderemo decisioni in seguito”.
IRAN: COMANDO USA, COLPITI 80 OBIETTIVI TRA CUI SISTEMI DIFESA E 60 IMBARCAZIONI
(LaPresse) – “Le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) hanno completato una nuova serie di attacchi offensivi contro l’Iran il 7 luglio, colpendo oltre 80 obiettivi con munizioni di precisione come risposta immediata agli ultimi attacchi iraniani contro navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz”.
È quanto si legge in una nota del Centcom. “Le forze statunitensi hanno colpito i sistemi di difesa aerea iraniani, le reti di comando e controllo, le postazioni radar costiere, le capacità missilistiche anti-nave e oltre 60 piccole imbarcazioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche all’interno e in prossimità dello stretto, al fine di ridurre la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare il commercio internazionale che transita attraverso questo corridoio commerciale”, fa sapere il Comando Usa, “l’Iran ha recentemente attaccato tre navi mercantili in transito nello stretto, tra cui la M/T Al Rekayyat battente bandiera delle Isole Marshall, la M/T Wedyan battente bandiera dell’Arabia Saudita e la M/T Cyprus Prosperity battente bandiera liberiana.
L’aggressione ingiustificata da parte delle forze iraniane costituisce una chiara e pericolosa violazione del cessate il fuoco e compromette la libertà di navigazione”. “Le forze del Centcom rimangono pronte e preparate a chiamare l’Iran a rispondere delle proprie azioni qualora l’accordo non venga rispettato o osservato”, conclude la nota.
AXIOS, ‘ULTIMI ATTACCHI USA 4-5 VOLTE SUPERIORI A QUELLI DI FINE GIUGNO’
(ANSA) – Gli attacchi Usa di poco fa contro l’Iran sono stati, per portata e potenza, quattro o cinque volte superiori a quelli avvenuti dieci giorni prima. Lo riporta Axios citando un funzionario americano.
IRAN, ‘ATTACCHI USA VIOLANO INTESA, CI SARANNO RITORSIONI’
(ANSA-AFP) – TEHERAN, 08 LUG – Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno ripetutamente violato il memorandum d’intesa concordato e ha avvertito che ci saranno ritorsioni in seguito agli attacchi di Washington contro obiettivi nello Stretto di Hormuz.
“L’Iran lancia un serio avvertimento sulle conseguenze della violazione del trattato da parte degli Stati Uniti e adotterà misure decisive per proteggere i propri interessi e la sicurezza nazionale”, ha affermato il ministero in una dichiarazione pubblicata su Telegram da Irib News.
IRAN, ‘COLPITE BASI MILITARI USA IN KUWAIT E BAHREIN’
(ANSA-AFP) – ROMA, 08 LUG – L’Iran afferma di aver colpito basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, secondo quanto riportato dalla televisione di Stato iraniana. Le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito decine di installazioni militari statunitensi in Bahrein e Kuwait in risposta agli attacchi americani, secondo un comunicato diffuso dall’emittente statale IRIB.
“In una prima risposta a questa aggressione, la Marina e le Forze Aerospaziali delle Guardie Rivoluzionarie hanno condotto un’operazione con missili e droni, colpendo 85 installazioni militari statunitensi chiave” nei due Paesi, e abbattendo un drone MQ-9, si legge nel comunicato.
GHALIBAF, ‘DA USA VIOLAZIONE MEMORANDUM, FINITA ERA DEL BULLISMO NON CI PIEGHIAMO’
(ANSA) – ROMA, 08 LUG – “Grave violazioni dell’memorandum di intesa tra Usa e Iran da parte degli Stati Uniti: Violazione della regolamentazione nello Stretto (di Hormuz, ndr). Minacce persistenti di ulteriori attacchi. Reintroduzione delle sanzioni sul petrolio. Attacchi al sud dell’Iran.
Aggressione sionista continua sul Libano. L’era del bullismo e dell’estorsione è finita. Non porta da nessuna parte. Non ci pieghiamo”. Lo ha scritto in un post sul suo profilo X, Mohammad Bagher Ghalibaf presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore per l’Iran nella trattativa con gli Stati Uniti, in seguito agli attacchi delle forze armate americane sul Paese.
IL KUWAIT STA RISPONDENDO AD ATTACCHI CON DRONI E MISSILI
(ANSA-AFP) – ROMA, 08 LUG – I sistemi di difesa aerea del Kuwait sono impegnati in scontri con droni e missili ostili. Lo ha dichiarato lo Stato Maggiore dell’Esercito kuwaitiano. Le esplosioni, udite in alcune zone del Paese, sono state causate da intercettazioni in volo, secondo un comunicato dello Stato Maggiore. Si raccomanda alla popolazione di attenersi alle istruzioni di sicurezza emanate dagli organi competenti.
IL PETROLIO IN RIALZO DOPO GLI ATTACCHI USA ALL’IRAN
(ANSA-AFP) – ROMA, 08 LUG – Il prezzo del petrolio di riferimento statunitense è aumentato di oltre il 2,5% all’apertura dei mercati, in seguito dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente e dei nuovi attacchi statunitensi contro l’Iran. Il greggio West Texas Intermediate, uno dei due principali benchmark globali, ha guadagnato il 2,63%, attestandosi a 72,29 dollari al barile.
L’incremento è avvenuto dopo che le forze statunitensi hanno lanciato raid contro l’Iran in seguito all’attacco a tre navi mercantili nello Stretto di Hormuz, secondo quanto riportato dall’esercito americano.
I media statali iraniani hanno segnalato numerose esplosioni intorno allo stretto, tra cui sei sull’isola di Qeshm, sette nella città di Sirik e altre nella città portuale di Bandar Abbas. I prezzi del petrolio rimangono comunque ben al di sotto dei picchi raggiunti all’inizio della guerra.
Perfettamente in linea con i tempi che corrono, il generale lancia il suo programma di allenamento ossessivo. E noi, con fierezza e orgoglio nazionale, ce ne stiamo sul divano

(di Saverio Raimondo – ilfoglio.it) – Una celebre battuta di Woody Allen dice: “Chi non sa fare niente insegna, e chi non sa fare nemmeno quello insegna ginnastica”. Figuratevi quindi quanto deve essere scarso quel politico che promuove l’educazione fisica come rimedio universale. Sto parlando ovviamente del leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, che per questo fine settimana ha organizzato a Sanremo una tre giorni di sport “per pesare di meno sul Servizio Sanitario Nazionale” – con buona pace di quelli che facendo sport si fanno male e finiscono al pronto soccorso per una storta, uno strappo, la rottura di un crociato o di un menisco.
Secondo Vannacci lo sport va promosso non solo per risolvere i problemi della sanità italiana (da un ex militare mi sarei aspettato piuttosto la proposta di allestire ospedali da campo e ridurre così le liste d’attesa con le amputazioni), ma anche per altre due ragioni. La prima è lo sport come alternativa al Gay Pride – come se quel birbante del generale non sapesse che gli spogliatoi maschili delle palestre sono un’app di dating omosex permanente, e che se davvero vuole disincentivare l’omosessualità deve puntare su corpi flaccidi e sovrappeso, non certo tonici e dai muscoli scolpiti. Secondo, perché lo sport fa bene alla leadership, tanto che Vannacci lancia la proposta: “Prove fisiche per tutti i politici”. Praticamente sembra che Vannacci più che alle elezioni voglia sfidare la classe politica italiana a una Coppa Cobram di fantozziana memoria, con Meloni Schlein Conte Salvini Renzi Tajani Calenda e tutto il Parlamento che si cimentano assieme a Robertone in una gara ciclistica sul Curvone di Montecitorio.
Ma in cosa consiste questa “tre giorni dei futuristi” (cit.) di sport vannacciani? Si legge sul manifesto che le sfide sono tre: la prima, “Nuoto: la mente domina l’acqua” – e qui più che sullo sportivo si va sull’alchemico, se non sul biblico, con i camerati di Futuro Nazionale che aprono il Mar Ligure come fosse il Mar Rosso con la sola forza del pensiero. Seconda sfida, “Corsa campestre: la determinazione oltre l’ostacolo della distanza, come il cuore futurista” – qui invece siamo nel cardiologico: che patologia è infatti il cuore futurista? M’immagino un’aritmia che fa “tri tri tri, fru fru fru, ihu ihu ihu, uhi uhi uhi” come nella celebre poesia di Palazzeschi. Infine, “Ciclismo: pedalando controvento riuniamo una Nazione” – e qui siamo nel delirio allucinatorio, con Vannacci che si vede un po’ Coppi un po’ Bartali, ma soprattutto che minaccia di fare una pista ciclabile lunga tutta l’Italia. Questo triathlon vannacciano sembra un colpo di calore (sia effetto che possibile causa), ma in realtà è spirito dei tempi: in giro è pieno di gente che si allena in attività sportive sempre più intense, estreme e ossessive, monitorando frequenza cardiaca e consumo di calorie con app e dispositivi indossabili. Non c’è dubbio che l’attività fisica sia benefica e salutare; ma altrettanto indubbio è che in questi anni la pratica sportiva abbia assunto i contorni della patologia mentale. Dunque, per ragioni sia politiche che psicologiche, propongo questo fine settimana di rispondere a Vannacci con la sedentarietà: statevene molli in poltrona o su un’amaca a sonnecchiare, alzatevi pigramente solo per spiluccare un frutto, e poi rimettetevi giù a oziare. La nostra identità non è fiatone e sudore. E a noi dello sport ci interessa solo il doping.
Li vedete i corsivi indignati di fronte agli insulti di Trump alla premier? Li leggete i corsivi feroci di quelli che mettono foto fatte con l’Ia in prima pagina per virare odio verso i marocchini? Zero di zero. E allora riprendiamoci la bandiera italiana, restituiamola a tutti. Magari in piazza. In nome della Costituzione

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.
Tradotto: siamo un paese – pardon, nazione – di simpatici zuzzurelloni perché dividerci è la cosa che sappiamo fare meglio. E ce l’abbiamo scritto nella seconda strofa dell’inno nazionale, quella che avete appena letto. Perché Mameli ci conosceva assai, anche se non aveva contezza di Meloni e del suo orgoglio patrio ad assetto variabile.
Ora che Trump ne ha chiesto il Tso (lui!) immaginate come avrebbe reagito la claque sovranista a un diverso latore dell’insulto. Immaginate se uno qualunque non dico comunista, non dico di sinistra, diciamo uno che normalmente separa la carta dall’umido, avesse osato profferire cotanto pernacchio planetario verso il nostro presidente del consiglio. Che poi è una lei. Ma pare che questo, il corretto uso dei pronomi sia, allo stato dell’arte, ben più offensivo che farsi trattare da strofinaccio globale.
Lo sentite il rollio berciante del galeazzobignami di turno, in prima serata, col microfono retto da mano amica e l’inquadratura ben stretta a nascondere i bermuda e la spiaggia attrezzata? Li leggete i corsivi feroci di quelli che mettono in prima pagina foto fatte con l’Ia per virare odio verso i marocchini, colpevoli di averci surclassato a livello calcistico? Lo intercettate, derubricandolo subito dopo a “chissenefrega”, il post molliccio di Tajani, scritto da chissachì senza troppa foga o fantasia, sennò si vede che non è Tajani, per esprimere solidarietà e invitare ad abbassare i toni?
Invece niente. Troncare, sopire. Se percepite un fischiettio in sottofondo, è Crosetto. Di più: è l’Italia. A leggere in giro, pare sia il segnale che LA presidente è diventata adulta, che non agisce di pancia. Dunque assume le sembianze di Homer Simpson quando indietreggia fino a sparire nella siepe. Doh.
Per carità: sul fronte interno, continuano a volare sciabolate, vigilanza Rai in primis, con la tipica insofferenza di chi questo Stato vuole abbatterlo, mica cambiarlo. Questione di Dna: Decisamente Non Assembleari. Ma fuori, accidenti, manca solo il mandolino in sottofondo che suona Ankara tu. Così, al nuovo incontro, andiamo per rassicurare, per ricucire. In fondo siamo “brave persone”. Le commesse? Non cambiano. Anzi, se necessario, andiamo in magazzino e ti troviamo pure la taglia migliore.
Per questo, da cittadino del mondo in genere, europeo nello specifico, con la confusa consapevolezza che dove c’è confine c’è sofferenza, mi permetto di fare un’eccezione al mio ottuso internazionalismo: se non la fa lei, la patriota, se nessuno tra i nostalgici degli anni ruggenti difende l’Italia dall’altrui protervia (per davvero, non saltellando contro il comunismo) facciamolo noi.
Ormai quando il tricolore garrisce in un qualche giardino, su una qualche maglietta, sotto una qualche pelata, a nessuno vengono in mente il Risorgimento, Parri, manco Dino Zoff con la coppa che fende il cielo di Madrid. Davanti, ci passa inevitabile tutto l’album della destra italiana, da Vannacci a Salvini, quelli che Mussolini ha fatto solo cose buone, ma non urliamolo in pubblico per almeno altri 10’, quelli che la bandiera la usano di norma per coprire i cazzi propri, per piccini che siano, come d’uso nel caso dei prepotenti che urlano assai.
Nei primi 2000, il presidente Carlo Azeglio Ciampi aveva ricondiviso il tricolore. L’aveva restituito alla Resistenza, di cui fu simbolo, e di cui era stato protagonista. Ne aveva fatto un simbolo di unità che sembrava guidarci verso un piccolo miracolo italiano: essere un po’ meno derisi, un po’ meno calpesti.

Poi Berlusconi ricicciò il comunismo già morto – quello sovietico, con cui peraltro faceva affari prima del crollo – ed eccoci qua, col verde, il bianco e il rosso che sono tornati a essere diavolina per la fiamma tricolore. Quella dei cortei di La Russa che finivano col poliziotto assassinato, quella di Giorgio Almirante che favoriva i latitanti della strage di Peteano. Quella erede dichiarata del mascellone, e da sempre bisognosa di una legittimazione esterna: cosicché anche stavolta andiamo al vertice Nato col cappello in mano, senza capire che, in confronto a Trump, Pino Rauti o Junio Valerio Borghese erano sinceri democratici.
Ci fosse vita, a Sinistra, raccoglierebbe la bandiera che Meloni ha permesso di far molestare davanti a tutti, per ignavia e sudditanza. Che è stabilita dalla Costituzione, quella che – bella trovata, classica zampata post-Casaleggio – pare sarà il collante del cosiddetto campo largo. Ma forse non è tardi. Riprendetela. Restituitela a tutti. Magari in piazza. Magari presto.
Com’è che era? Ah sì: viva l’Italia.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Per un giorno niente Trump, si parla di cose serie: Temptation Island. In un articolo su Il libraio, lo scrittore e professore Enrico Galiano ha proposto di farlo vedere a scuola, adottandolo come libro di testo per il corso di educazione sentimentale. L’idea è meno paradossale di quanto sembri. Temptation non mostra l’amore come dovrebbe essere, ma come spesso è: gelosia, possesso, manipolazione, vittimismo, mancanza di rispetto (oddio, non staremo di nuovo parlando di Trump?).
Il falò di confronto — quel momento in cui i due partner in crisi conversano occhi negli occhi e budella nelle budella — è quanto di più simile a un’udienza di separazione mi sia mai capitato di vedere in tv. Quest’anno furoreggia una certa Soraya che, davanti a masse oceaniche di guardoni, ha rinfacciato a tale Cristian di non toccarla da mesi e di restare con lei solo perché gli fa comodo lavorare nell’azienda del padre.
Vista da casa senza filtri, una scena del genere è pornografia dei sentimenti allo stato puro e provoca, al massimo, qualche sorrisino di superiorità. Se invece venisse vivisezionata in classe assieme a un insegnante, forse i ragazzi prenderebbero consapevolezza della sua pericolosità e saprebbero riconoscerla nelle loro vite. L’unico rischio è che — come ogni altro svago trasformato in materia di studio — una volta portato in classe anche il programma televisivo più seguito dai giovani venga loro a noia.
(A proposito, basta con gli argomenti seri: da domani si torna su Trumptation Island).
Il ministro della Difesa non vede ritorsioni in arrivo sul ritiro delle truppe Usa nelle nostre basi e anzi nota il cambio di approccio di Trump a sostegno dell’Ucraina, ma lanca un “alert guerra ibrida”

(diGiacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – “Non siamo pronti, non abbiamo gli anticorpi, io lo dico da anni…”. Su un divanetto nella hall dell’hotel Sheraton di Ankara, prima di partecipare alla serata inaugurale del vertice della Nato, il ministro della Difesa Guido Crosetto allarga le braccia parlando dell’inchiesta di ieri che ha coinvolto anche due funzionari della Difesa che cedevano informazioni ai russi. “Non sono sorpreso dagli arresti – aggiunge Crosetto – nel mio ministero li becchiamo, ma sono ovunque e quando lo fanno spesso non possiamo arrivare fino a loro. Comunque sono anni che dico che c’è il rischio di una penetrazione russa e non solo nel nostro Paese: basta vedere i social e i tanti opinionisti che preferiscono influenzare l’opinione pubblica con tesi lontane dalla realtà”. Ma servirebbe un patto da far firmare a tutte le forze politiche in vista delle elezioni contro le interferenze di Mosca? “Lo dico da anni, lo propongo da sempre e non riguarda solo le elezioni ma ogni periodo”.
Ma magari c’è un leader politico, Roberto Vannacci, che non lo firmerebbe, lo provochiamo considerando alcune posizioni più vicine a Mosca del generale. “Secondo me lo firmerebbe – continua il ministro della Difesa – non mi risultano ci siano state segnalazioni di interferenze nei suoi confronti. Certo, non mi torna la parola leader politico, ma magari in prospettiva…”, scherza velenoso Crosetto. E quando se lo ritroverà in Consiglio dei ministri, cosa farà? Crosetto risponde con un’altra battuta senza cadere nella provocazione: “Allora uno di voi giornalisti sarà presidente del Consiglio…”.
Sui temi del vertice Nato, invece, la questione di maggiore interesse sono ancora gli attacchi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Giorgia Meloni ribaditi ancora ieri appena atterrato al vertice di Ankara: “Mi piace, ma ha sbagliato”, ha detto Trump arrivando ad Ankara. “Ha detto mi piace, bene che lo abbia detto, fermatevi qui…”, scherza Crosetto. Ma poi ci tiene a specificare: “I rapporti tra gli Stati continuano sempre anche se due leader discutono”. E come si spiega il governo questi attacchi? “Lui lo fa, criticando la Nato, perché parla al suo elettorato. Lo fa perché non abbiamo partecipato alla guerra in Iran, basti pensare alla questione degli oltre 500 voli. Tant’è che gli attacchi riguardano anche altri Paesi Nato che non hanno partecipato come noi. In Italia questi attacchi del presidente americano non ci convengono né ci danneggiano”. Qualcuno parla anche di sessismo rispetto all’ultimo attacco di Trump a Meloni in cui auspicava un “ordine restrittivo”, ma Crosetto non vede questa spiegazione: “No, non c’entra”, dice.
A ogni modo, il ministro della Difesa non vede ritorsioni in arrivo sul ritiro delle truppe nelle nostre basi (“Non cambierà il numero di militari americani in Italia”) e anzi nota il cambio di approccio di Trump a sostegno dell’Ucraina: “Lui è uno pragmatico, ha cambiato idea perché si è accorto che la situazione sul campo è cambiata”, continua facendo capire che il presidente americano alla fine confermerà il sostegno a Kiev nella dichiarazione finale.
La posizione dell’Italia al vertice che sarà portata questa mattina al summit però è chiara e Crosetto la delinea con precisione. Oltre al 2,8% quest’anno, il ministro della Difesa individua la cifra dei prossimi tre anni: “In legge di Bilancio, che ha una programmazione triennale, metteremo 19 miliardi anche per il 2027 e il 2028 – spiega – quindi il prossimo governo, da chiunque sarà guidato, si troverà il lavoro già fatto”. Significa che quest’anno l’Italia resterà al 2,8%, nel 2027 aumenterà la spesa di 6,5 miliardi e di altri 13 nel 2028.
La rivincita giudiziaria segna la resurrezione della prima e più rilevante leader nazionalista dell’Unione

(Flavia Perina – lastampa.it) – Marine Le Pen ritorna in gioco per le presidenziali francesi del 2027 e con lei cerca una seconda vita l’intero sovranismo europeo. Il tribunale che ha ridotto a due anni la condanna per distrazione dei fondi europei ha agito, in tutta evidenza, per non concedere a Le Pen il ruolo della martire che avrebbe avvantaggiato il suo partito e il suo delfino Jordan Bardella. Ma, ben oltre la vicenda giudiziaria, la decisione mette in luce due elementi importanti. Il primo è la straordinaria resilienza del mondo sovranista che ha attraversato insuccessi, crisi interne e scandali enormi senza esserne toccato sotto il profilo del consenso. L’altro dato è la capacità di auto-rigenerazione che ha trasformato soggetti di destra radicale, spesso portatori di proposte al limite del racconto democratico, in forze popolari stabilmente quotate tra il 20 e il 30 percento. Non meteore, ma presenze durature da dieci, quindici, vent’anni. Presenze con cui si devono fare i conti.
La rivincita giudiziaria di Le Pen segna la resurrezione della prima e più rilevante leader nazionalista dell’Unione, una signora in campo con furbizia e determinazione fin dal 1986, erede di un partito totalmente emarginato che ha saputo trasformare in soggetto determinante della scena francese. Per singolare coincidenza, nella stessa giornata, è risorto dalle ceneri anche l’altro senior partner del sovranismo continentale, Nigel Farage, travolto pure lui da uno scandalo economico per cinque milioni di sterline incassati e non dichiarati. Rischiava l’espulsione ma ha giocato d’anticipo: si è dimesso dal Parlamento e allo stesso tempo ha annunciato che correrà per riprendersi il seggio alle suppletive di Clacton. Sarà il voto popolare, ha detto, a riabilitare il suo nome e a ristabilire il suo diritto a restare da protagonista nella politica britannica, dove Reform Uk è stabilmente in testa ai sondaggi. Anche lui è in campo dal 1992, un trentennio. Ha vinto, ha perso, ha lasciato la politica, è tornato. Anche lui ha radicalmente modificato il contesto politico del suo Paese.
La seconda vita dei sovranisti europei ricomincia da queste due vicende parallele, in modo alquanto sorprendente visti i rovesci che hanno segnato il 2026 dei nuovi nazionalisti. Sono stati creduti morti quando l’effetto boomerang della presidenza di Donald Trump si è abbattuto sul mondo libero a ogni latitudine, obbligando i vecchi amici del mondo Maga (Le Pen e Farage prima di tutti) a prendere le distanze. Sono stati creduti morti quando il più compromesso di loro, Viktor Orban, il solo ad aver mantenuto la postura filo-putiniana e filo-trumpiana, ha perso le elezioni in modo clamoroso. Sono stati creduti morti quando il loro grande nemico, l’Europa, ha ricominciato a dare segni di vitalità e a cercare una strategia comune per difendersi, commerciare, crescere. E invece sono ancora lì, travolti da scandali imponenti e da fondati sospetti di relazioni opache con forze extra-nazionali ma comunque vivi, vegeti e assai combattivi.
La loro inossidabile tenuta conferma l’ipoteca che grava sul futuro europeo e sui tentativi di dare una risposta unitaria al disimpegno americano e all’aggressione russa ai confini dell’Unione. Se Le Pen nel prossimo aprile, al quarto tentativo, riuscirà nell’impresa di conquistare la presidenza francese, addio Volenterosi, addio treni per Kiev, addio cooperazione sulle armi, sull’intelligenza artificiale, sulla risposta alle crisi, addio al famoso motore franco-tedesco e quindi al solo motore che riesce da anni a spingere l’Unione in qualche direzione. Se Farage continuerà la sua cavalcata, addio alla marcia di riavvicinamento tra la Gran Bretagna e l’Europa in nome dei comuni interessi di commercio e difesa. Con un ovvio dubbio che comincia a farsi strada tra chiunque tifi per un’Europa più forte e autosufficiente: ma davvero questi sono geni della politica? O sono i loro competitori a non essere all’altezza del ruolo che la storia gli ha assegnato?

(di Michele Serra – repubblica.it) – Potrebbe essere nata una nuova antonomasia: Infantino. Così come per definire una persona pavida si dice “è un don Abbondio”, e di una persona che infierisce “è un Maramaldo”, di qui in poi, per dire di una persona che si china ai potenti, si dirà “è un Infantino”. Frasi suggerite: “Quello? Che vuoi che conti, è solo un Infantino”. “Smettila di adulare il tuo capo, non fare l’Infantino”. “Perché subisci i capricci di quel tánghero? Non sarai mica un Infantino?”.
Se esistono i Trump, ovvero i despoti e i prevaricatori, è perché esistono gli Infantino, che oliano il percorso dei prepotenti. Se il presidente della Fifa avesse risposto a Trump “mi dispiace amico mio, ma non posso cambiare un regolamento riconosciuto e rispettato da tutti i paesi del mondo solo per far piacere a te”, non sarebbe accaduto niente di grave. O meglio: l’intero carico dell’onta sarebbe rimasto al solo Trump, l’imbroglione che ci prova ma viene respinto. Così, invece, la pessima figura è in larga parte sulle spalle di Infantino, con l’aggravante che era proprio lui, il capo della Fifa, colui che doveva fare rispettare le regole.
Si immagina il sollievo di moltitudini, in giro per il mondo, per non dire la grande felicità, vedendo il Belgio travolgere gli Usa. A seconda del fuso orario si è gioito al risveglio, o all’ora di cena, o nel cuore della notte, e si è gioito in tutte le lingue, perché il calcio è un linguaggio planetario e dunque chiunque (tranne gli Infantino) è in grado di misurare quanto grave sia stato il sopruso, e quanto godibile vederlo fallire sul campo di gioco. La Nazionale Usa non c’entrava nulla? Beh sarebbe stato un gran gesto, di fronte al mondo, non far giocare il centravanti ripescato con la truffa. Il mondo avrebbe applaudito. Così invece: solo meritatissimi fischi planetari.
Contrarie a vincolarsi al 5% del pil

(ilfattoquotidiano.it) – “Stracceremo gli accordi che Giorgia Meloni sta facendo al summit Nato di Ankara”. Parola dei 5 Stelle. Il Pd ufficialmente è sulla stessa linea, tanto che Peppe Provenzano, il responsabile Esteri, parla della necessità di “ridiscutere” quegli accordi e prende ad esempio la Spagna. In realtà, mezzo Pd è sulle posizioni di Meloni. E per qualsiasi governo italiano è sempre stato praticamente impossibile sottrarsi a questo tipo di richieste. Ma intanto, la sfida è lanciata. “Il gossip sullo stato dei rapporti personali tra Meloni e Trump non ci deve far perdere di vista il fatto essenziale e gravissimo, ovvero che la presidente del Consiglio al summit Nato in Turchia confermerà il folle impegno italiano di portare le spese in Difesa al 5% del Pil, lasciando nuovamente sola la Spagna a contestare questa assurda pretesa del presidente americano”, dichiarano i capigruppo M5S nelle Commissioni Difesa di Camera e Senato, Arnaldo Lomuti e Alessandra Maiorino. Che denunciano come “ancora una volta Meloni accetta passivamente il diktat di Trump, interessato solo a vedere più armi Usa agli alleati, lasciando in eredità al Paese una cambiale da centinaia di miliardi insostenibile per le nostre finanze, al meno di non operare drastici tagli alla spesa sociale: sanità, istruzione, pensioni”.
Si tratta, insomma, di “una cambiale che per questo sarà nostro impegno stracciare non appena saremo al governo, lavorando invece per una vera difesa comune europea che ci faccia risparmiare, non per un riarmo volto principalmente a favorire il complesso militare industriale americano”.
In realtà il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, aveva sostenuto la stessa tesi appena qualche giorno fa: “Più armi, meno sanità pubblica, meno scuola pubblica, più tasse: una vera e propria stangata. Questo sarà il risultato dell’accordo imposto da Trump alla Nato e avallato senza fiatare anche dal governo Meloni”. Nel 2025, dunque, prendendo per buona la riclassificazione delle spese militari annunciata da Giorgetti, “l’Italia spenderà per la difesa e la sicurezza il 2% del Pil, cioè 45 miliardi di euro. In base all’accordo raggiunto nel vertice Nato dovremo aumentare la spesa entro il 2035 dal 2% al 5% del Pil. In valore assoluto, secondo le stime dell’Osservatorio sulle spese militari italiane, da 45 miliardi nel 2025 a 145 miliardi nel 2035, con un aumento a regime di 100 miliardi di euro”. Ma la linea del Nazareno cozza con l’entusiasmo di parte del suo partito per il riarmo. Senza contare che il sì al Safe – sbandierato ieri da Piero Fassino sul Foglio – in realtà è maggioritaria tra i dem. Spaccature in arrivo, a proposito di governi pronti a stracciare gli accordi presi.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – In vista del premio Flaiano, mi sono riletto i suoi aforismi, incluso quello da lui attribuito a Maccari: “I fascisti in Italia si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”. L’ho sempre trovato troppo tranchant. Poi però ho ricevuto il modulo di iscrizione alla fiera “Più libri più liberi”, con la tragicomica dichiarazione di adesione all’Ue, alla Costituzione, all’antifascismo, alle norme antincendio e a non so che altro: in preda alle convulsioni […]
(dagospia.com) – La Ducetta è nei guai. Vannacci sta risvegliando l’anima fascista di un pezzo d’Italia, a partire dagli elettori di Fratelli d’Italia che si sentono traditi dal centrismo della Meloni premier.
Secondo i sondaggisti, i consensi per Futuro Nazionale arrivano infatti da 1/3 da FdI, 1/3 di astenuti, 1/3 dalla Lega, e da una frangia dell’0,8% da M5s.
Con la Lega al 5% e Forza Italia al 7%, cambia tutto: il traguardo del 42% per incassare il premio di maggioranza sta diventando un miraggio per il centro-destra. Una chimera che potrebbe trasformarsi in un boomerang, se l’opposizione, come sembra, riesce a coalizzarsi e diventare alternativa presentando un programma di governo.
Che la nuova legge elettorale finirà nel cestino delle sconfitte meloniane, nei Palazzi Romani sono tanti che lo danno per certo o quasi probabile.
Quando in autunno sarà sottoposta all’esame del Senato, alla rogna non risolta delle preferenze, occorrerà aggiungere i ricorsi alla Corte Costituzionale e, nel caso che venisse approvata, potrebbe anche partire la raccolta firme per un referendum abrogativo.
Malgrado tutto ‘sto casino, Meloni non ha però altra scelta che intestardirsi per far passare lo “Stabilicum”: con il sistema elettorale vigente per le elezioni politiche, il Rosatellum, che assegna circa 3/8 dei seggi con il maggioritario uninominale e 5/8 con il proporzionale, la batosta per Meloni sarebbe non probabile ma certa.
Che fare: porte aperte alla “vera destra” di Vannacci, per non perdere la cuccagna di Palazzo Chigi?
Intanto, un eventuale ingresso nella maggioranza di Futuro Nazionale, ma anche un sostegno esterno in parlamento, non conviene assolutamente a Vannacci.
Il suo modello è FdI di Meloni epoca governo Draghi e Afd dei nazistelli tedeschi, due partiti che stando in servizio permanente effettivo all’opposizione sono riusciti a incassare il dissenso popolare e diventare partiti di massa.
Idem con patate accadde alla Lega di Salvini e al Movimento 5 Stelle di Grillo che, grazie alla volatilità dell’elettore italico, giunsero ad oltrepassare il 30%, sbarcando infine a Palazzo Chigi.
Ma il più grande ostacolo che si trova a dover superare la Statista alle vongole, all’arrivo di Vannacci nel governo e dintorni, sono le conseguenze deflagranti non solo nella Lega smontata come un Lego dalle suicide mosse di Salvini e in Forza Italia by Marina Berlusconi, ma anche all’interno di FdI: ex democristiani come Crosetto e Fitto accetterebbero un alleato con il generale ex Folgore?
(Già all’uscita del libro “Il mondo al contrario”, il ministro della Difesa era intenzionato a cacciare dall’esercito il farneticante generale Vannacci, ma fu costretto a rinculare dai post-missini di via della Scrofa).
L’angoscia di perdere il potere e ritornare nelle grotte di Colle Oppio a ideare Campi Hobbit, che attanaglia i gerarchi di Palazzo Chigi, trasuda sui giornali filo-governativi che, anziché domandarsi del fallimento del governo sul PNRR (con 200 miliardi non sono riusciti a fare una riforma strutturale ma solo clientelismo), da giorni si stanno dedicando a riempire pagine su pagine per azzoppare Giuseppe Conte, più temuto da Meloni rispetto a Elly Schlein come candidato premier.
E non sapendo come sbattere al muro il leader dei 5Stelle, che in caso di primarie viene dato favorito dai sondaggi, “La Verità” di Belpietro e gli altri quotidiani non hanno trovato di meglio che andare a ripescare il governo Conte del 2022 accusandolo di presunto traffico illecito di mascherine dell’epoca Covid.
Come si dice a Roma, “ariconsolatevi co’ l’aglietto”.