
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Totò contro Maciste. “L’Europa contro Israele” (Repubblica, 23.5). Uahahahahah. Non lo avranno. “Calenda e Meloni, incontri e stima. ‘Ma lei sa che non andrò con loro’” (Corriere della sera, 20.5). E se Penelope Cruz insiste a molestarlo, si vedrà costretto ad avvisare Javier Bardem.[…]
Il 73 per cento degli italiani non si sente rappresentato dall’attuale classe politica. La quota di italiani che mostra ancora fiducia nella classe politica contemporanea è una pattuglia che si assottiglia di anno in anno

Enzo Risso – editorialedomani.it) – La faglia relazionale di fiducia e affidamento tra il sistema politico e partitico nazionale e l’opinione pubblica si sta allargando sempre di più. È in crescita del 4 per cento (dal 61 al 65 per cento) la percentuale degli italiani che è insoddisfatto del funzionamento della democrazia nel nostro paese. Una quota che sale al 75 per cento nel ceto popolare e al 70 nel centro Italia, nel Sud e nelle Isole.
Al fondo troviamo il giudizio deludente verso i partiti, con il 73 per cento degli italiani che non si sente rappresentato dall’attuale classe politica. Un dato alto e in crescita del 2 per cento solo nell’ultimo anno. Anche in questo caso la maggiore distanza si rintraccia nei ceti popolari (85 per cento), in Sicilia e Sardegna (81 per cento) e tra le persone a basso livello scolare (81 per cento).
Una massa di scontenti
La quota di italiani che mostra ancora fiducia nella classe politica contemporanea è una pattuglia che si assottiglia di anno in anno. Era il 27 per cento nel 2025 ed è scesa al 24 per cento nel 2026. Tassi di fiducia lievemente maggiori si riscontrano solo nel Nordest (31 per cento) e nel ceto medio (31 per cento). In aumento è, inoltre, la quota di persone che giudica tutti i politici sostanzialmente uguali.
Un giudizio che spacca il paese in due, con il 49 per cento che non vede più differenze particolari (di contenuto e di capacità) tra i rappresentanti dei diversi schieramenti e il 46 per cento che non concorda con questo giudizio tranciante.

Le fila degli ipercritici sono alimentate dalle persone appartenenti ai ceti popolari (il 61 per cento giudica tutti i politici uguali); dagli italiani che vivono nei centri piccoli e medi (54 per cento); dai soggetti a bassa scolarità (77 per cento) e dalla generazione a cavallo dei 31-50 anni (55 per cento).
Ad accentuare le dimensioni di insoddisfazione è la pervadente sensazione dell’impossibilità o della bassa capacità delle persone, con il proprio voto, di influenzare le decisioni politiche. Una valutazione condivisa dal 63 per cento degli italiani, in particolare dalle persone più adulte, gli over cinquanta (67 per cento), da quanti risiedono nei comuni di medie e piccole dimensioni (69 per cento), dalle persone appartenenti ai ceti popolari (67 per cento). È quanto affiora dalla recente indagine dell’osservatorio Fragilitalia, del centro studi Legacoop e Ipsos.
Delegittimazione sistemica
I dati emersi dalla ricerca non si limitano a fotografare un malessere contingente, ma disvelano le faglie profonde di un processo di delegittimazione sistemica che investe le fondamenta stesse dell’architettura democratica italiana. Siamo al cospetto di una crisi che non è meramente politica, bensì ontologicamente sociale: una lacerazione del tessuto connettivo che storicamente ha saldato governanti e governati in un patto di reciproco riconoscimento.
Ciò che l’indagine rivela con cristallina evidenza è la topografia non casuale del disincanto. La sfiducia segue con precisione quasi cartografica le linee di faglia della disuguaglianza strutturale. I ceti popolari (85 per cento), i territori del Mezzogiorno insulare (81), i soggetti a bassa scolarizzazione (81): sono precisamente coloro che il sistema socioeconomico ha già relegato ai margini a percepire con maggiore acutezza la propria estraneità radicale rispetto alla sfera della decisione politica. Si configura così quella che potremmo definire una doppia esclusione cumulativa: all’invisibilità economica si sovrappone l’afonia politica, in un circolo vizioso che trasforma la marginalità materiale in marginalità simbolica e rappresentativa.
Quanto emerge dall’indagine tratteggia i contorni di una democrazia in stato di sospensione: formalmente integra nelle sue procedure, sostanzialmente erosa nella sua capacità di generare senso e appartenenza. Il legame fiduciario tra rappresentanti e rappresentati si assottiglia fino a farsi, per larghe porzioni del corpo sociale, pura astrazione residuale. Una desertificazione progressiva del consenso che non si manifesta nel clamore della rivolta, ma nel mormorìo sordo della rassegnazione.
NOTA METODOLOGICA – Indagine Cawi, realizzata da Ipsos per conto del centro studi Legacoop, su un campione di 800 italiani maggiorenni, realizzata nell’ultima settimana di febbraio 2026

(beppegrillo.it) – Avevamo già dato la notizia dei licenziamenti di Meta, ottomila posti di lavoro tagliati (ufficiale il 20 maggio 2026) mentre l’azienda spostava miliardi verso l’intelligenza artificiale. La notizia però che mancava, e che la trasforma in qualcosa di ancora più drammatico, è che Meta stava simultaneamente battendo ogni record storico di fatturato, con 56,31 miliardi di dollari in un solo trimestre, e che anche Google, Microsoft e Amazon hanno pubblicato risultati molto forti, trainati in larga parte dalla corsa all’AI e al cloud.
Per l’intero anno 2025, Meta aveva già incassato 200,97 miliardi di dollari di ricavi, con una crescita del 22% anno su anno, e la divisione Family of Apps, quella che comprende Facebook, Instagram e WhatsApp, aveva generato circa 102 miliardi di dollari di reddito operativo su quasi 199 miliardi di ricavi, con un margine operativo di circa il 51,5%, una redditività che la maggior parte delle aziende al mondo si sogna.
Zuckerberg ha alzato la previsione degli investimenti in infrastrutture per l’intelligenza artificiale a una forchetta compresa tra 125 e 145 miliardi di dollari nel solo 2026, una cifra vicina al doppio di quanto speso nel 2025 e superiore al doppio se si considera il limite alto della stima. Per sostenere questa nuova fase, Meta sta spostando risorse verso macchine, modelli e infrastrutture, mentre migliaia di lavoratori vengono lasciati a casa. Settemila dipendenti sopravvissuti ai tagli sono stati reindirizzati verso team legati all’intelligenza artificiale, mentre Zuckerberg ha avviato una campagna aggressiva per reclutare ricercatori di altissimo livello attraverso la nuova divisione Meta Superintelligence Labs, guidata da Alexandr Wang, ex CEO di Scale AI.
La disparità tra queste due realtà parallele, tagli agli stipendi ordinari e compensi straordinari per una ristretta élite tecnica, disegna il quadro del nuovo squilibrio interno alla Silicon Valley: da una parte migliaia di lavoratori espulsi o ricollocati, dall’altra pacchetti di compensazione che avrebbero superato i 100 milioni di dollari per alcuni profili di punta dell’intelligenza artificiale.
La quota azionaria degli aumenti annuali era già stata ridotta del 5% a febbraio 2026, dopo un taglio del 10% l’anno precedente, e i dati di Blind, il network professionale anonimo che richiede la verifica con email aziendale, mostrano che il rating complessivo dei dipendenti Meta è sceso del 25% rispetto al picco registrato nel secondo trimestre del 2024. Dentro Meta, secondo diverse ricostruzioni, i dipendenti sapevano da mesi cosa stava per succedere, e qualcuno aveva costruito siti web con il conto alla rovescia verso la data dei licenziamenti, uno dei quali portava come intestazione “Big Beautiful Layoff”, ironia nera che condensava il senso di impotenza collettiva. Un dipendente della divisione policy ha raccontato a Wired un clima di distacco dalla missione aziendale e la sensazione che i lavoratori vengano usati per addestrare i modelli destinati a sostituirli: “Prima si raccoglie il sapere umano, poi lo si trasferisce dentro sistemi automatici, poi si scopre che una parte di quel lavoro umano viene considerata superflua.”
Secondo un’analisi di Goldman Sachs, i licenziamenti guidati dall’intelligenza artificiale equivalgono a oltre 16.000 tagli netti mensili nel mercato del lavoro statunitense, con la perdita che ricade in modo sproporzionato sui lavoratori della Generazione Z e sulle posizioni entry-level. Ogni mese vengono eliminati circa 25.000 posti per effetto diretto della sostituzione automatizzata, mentre circa 9.000 nuove posizioni vengono create in compensazione. Cisco, nella stessa fase dei licenziamenti Meta, ha annunciato il taglio di quasi 4.000 dipendenti, dentro una ristrutturazione orientata proprio verso AI, sicurezza e nuove aree di crescita.
Cinquantasei miliardi in un trimestre e ottomila persone sbattute fuori dalle aziende sono il paradosso del nostro tempo. La questione centrale ormai riguarda il potere sui dati, da quanto tempo lo diciamo? Dobbiamo riprendere in mano il potere dei nostri dati, il potere sulle informazioni, sul sapere collettivo che ogni giorno consegniamo a queste piattaforme. Ogni giorno consegniamo pezzi di noi stessi a queste aziende, ogni volta che apriamo un’app, scriviamo un messaggio, guardiamo un video, lasciamo una traccia; tutto diventa addestramento, previsione, valore, quindi soldi.
Riprendere il controllo dei nostri dati significa riprendere una parte del controllo sul futuro del lavoro e sulla ricchezza che generiamo, perché se l’IA viene costruita con il sapere di tutti, i benefici non possono restare nelle mani di pochi…devono tornare a noi.
I giudici di Washington hanno così bloccato la sentenza del District of Columbia, in attesa di esaminare il ricorso nel merito

(ilfattoquotidiano.it) – Il 21 maggio il Dipartimento di Stato Usa aveva revocato le sanzioni nei confronti di Francesca Albanese, la Relatrice speciale delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati. All’origine della decisione, la sentenza del District di Columbia, che aveva accolto la richiesta di un’ingiunzione preliminare contro le sanzioni. Ma ora la Corte d’Appello federale di Washington ha temporaneamente concesso all’amministrazione Trump il potere di imporre nuovamente le sanzioni contro di lei, bloccando così la delibera precedente, in attesa di esaminare il ricorso nel merito. Il documento, diffuso sui social, mostra che Washington ora considera Albanese potenzialmente soggetta a un quadro sanzionatorio riferito a soggetti stranieri ritenuti ostili agli interessi americani.
“Con un’ordinanza emessa venerdì, un collegio di tre giudici della Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia ha sospeso un’ordinanza di un tribunale di grado inferiore che aveva bloccato le misure annunciate dal Segretario di Stato americano Marco Rubio il 9 luglio 2025 – si legge sul sito della ong filo-israeliana UN Watch, il cui direttore è Hillel Neuer – . La sentenza della corte d’appello consente a Washington di “attuare e far rispettare” la designazione di Albanese come cittadino straniero soggetto a sanzioni, mentre la corte esamina il ricorso d’urgenza presentato dal governo”.
Che cos’è Un Watch – Negli ultimi due anni, dall’inizio dei bombardamenti a Gaza e dell’intensificarsi delle condanne dell’Onu nei confronti di Israele, l’ong ha preso di mira sistematicamente non solo la relatrice Albanese, ma anche altri componenti delle Nazioni Unite che avevano espresso critiche nei confronti di Tel Aviv e l’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. A fondarla a Ginevra, nel 1993, fu l’avvocato e diplomatico americano Morris Abram, figura di spicco della comunità ebraica vicino alla destra radicale israeliana. Fu presidente dell’American Jewish Committee e della Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane. Un Watch oggi si presenta come un’organizzazione impegnata nel monitoraggio “delle prestazioni delle Nazioni Unite sulla base della propria carta”. La gran parte del suo lavoro è dedicata alla difesa di Israele. Nel 2022 il Times of Israel, giornale vicino all’esecutivo Netanyahu, non fa mistero della sua missione e la definisce “un importante gruppo di pressione pro-Israele presso le Nazioni Unite”. Espressione usata anche da altre testate come Afp, mentre per l’Economist è “un osservatorio filo-israeliano”.
Tra gli elettori di centrodestra gradimento oltre il 50%. È percepita come figura più competente che carismatica

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Da oltre trent’anni il nome Silvio Berlusconi continua a riaffacciarsi ciclicamente nel dibattito pubblico italiano. Cambiano le stagioni politiche, cambiano i leader del centrodestra, cambia perfino il linguaggio della politica, eppure l’ipotesi di un “altro Berlusconi” pronto a scendere in campo torna puntualmente a riemergere. Del resto, Silvio Berlusconi non ha mai abbandonato la scena pubblica italiana, mantenendo il proprio nome al centro della vita politica nazionale per oltre tre decenni. Negli anni diversi istituti di ricerca hanno testato notorietà, reputazione e spendibilità politica degli eredi della famiglia, in particolare di Marina e Pier Silvio Berlusconi.
Molti di questi sondaggi, però, non sono mai stati resi pubblici, contribuendo ad alimentare attorno al tema una dimensione più evocativa che realmente politica. Nelle ultime settimane, inoltre, il quadro si è fatto più fluido. Attorno a Marina Berlusconi si sono moltiplicati incontri, colloqui e indiscrezioni che coinvolgerebbero non soltanto dirigenti di Forza Italia, ma anche esponenti di altre aree del centrodestra – e non solo -, del mondo istituzionale ed economico. Alcuni contatti sono stati smentiti, altri ridimensionati, ma tutti hanno contribuito ad alimentare l’idea di un possibile ruolo pubblico della primogenita del Cavaliere.

È in questo contesto che i sondaggi diventano particolarmente interessanti, perché non misurano soltanto l’eventuale consenso verso Marina Berlusconi, ma cercano di capire che cosa rappresenti oggi il cognome Berlusconi nell’immaginario collettivo italiano. Non soltanto una leadership politica, ma un’idea di moderatismo, continuità e stabilità per una parte dell’elettorato di centrodestra. Il sondaggio di Only Numbers restituisce infatti un’immagine molto precisa: Marina Berlusconi viene percepita prima di tutto come imprenditrice e manager. Il 45,9% degli italiani la identifica soprattutto in questa dimensione, contro appena il 9,8% che la considera una figura politica sulle orme del padre.
Più interessante ancora è quel 30,7% che la colloca contemporaneamente in entrambe le sfere, imprenditoriale e politica. È proprio qui che emerge il dato forse più significativo. Marina Berlusconi appare come una figura competente, autorevole e “di sistema”, capace di raccogliere una reputazione trasversale che supera gli steccati tradizionali della politica. Più che una leader di partito nel senso classico, viene percepita come una figura di garanzia: continuità familiare, credibilità economica e stabilità. La lettura di Marina come figura competente, autorevole e “di sistema” attraversa maggioranza, opposizione e area degli Indecisi e non votanti, pur con accenti differenti. Nel centrodestra questa ambivalenza si accentua. Tra gli elettori di Forza Italia e della Lega prevale la lettura imprenditoriale del suo profilo (42,0% tra gli elettori FI e 58,1% tra quelli della Lega), ma resta comunque presente una quota significativa che ne riconosce anche una potenziale spendibilità politica. Nel centrosinistra, invece, Marina Berlusconi viene vista soprattutto come imprenditrice, sebbene tra gli elettori del Partito Democratico (49,6%) e di Azione (52,9%) emerga una percezione più equilibrata tra dimensione manageriale e politica. Il punto, però, è che questa reputazione non si traduce automaticamente in investitura politica. Alla domanda su una sua possibile guida di Forza Italia, i contrari (40,7%) prevalgono sui favorevoli (33,5%). Colpisce soprattutto il 25,8% di chi non esprime un’opinione: una quota molto alta per una figura così conosciuta. Marina Berlusconi è infatti un nome molto noto, ma resta al tempo stesso una personalità molto riservata, raramente esposta nel confronto politico quotidiano. Ed è probabilmente anche questa distanza dalla politica attiva a rendere il suo profilo ancora “aperto” nella percezione pubblica.
Nel centrodestra il consenso cresce sensibilmente. Tra gli elettori della coalizione il gradimento supera il 50,0%, mentre tra quelli di Forza Italia il 52,0% vedrebbe positivamente una sua leadership. Ancora più alto il dato della Lega, dove il consenso arriva al 65,1%. Più tiepido invece l’atteggiamento degli elettori di Fratelli d’Italia, dove i favorevoli si fermano al 45,4%. Ed è qui che emerge probabilmente il nodo politico più interessante. La leadership di Giorgia Meloni occupa già oggi lo spazio dominante del centrodestra. Un’eventuale discesa in campo di Marina Berlusconi verrebbe quindi percepita non come una semplice aggiunta, ma come un possibile riequilibrio interno agli assetti della coalizione. Ed è probabilmente proprio questo elemento a rendere più tiepido l’atteggiamento di una parte dell’elettorato vicino a Giorgia Meloni: non tanto una forma di ostilità personale, quanto piuttosto la consapevolezza che una Marina Berlusconi politicamente attiva potrebbe riaprire spazi nel centro moderato oggi in parte assorbiti dalla leadership meloniana. Anche sul piano elettorale il quadro resta diviso. Per il 36,2% degli italiani una leadership di Marina Berlusconi potrebbe rafforzare Forza Italia, mentre per il 36,4% non produrrebbe effetti significativi. Dietro questi numeri convivono due visioni opposte: da una parte chi vede nel cognome Berlusconi una risorsa ancora capace di mobilitare consenso; dall’altra chi ritiene che il berlusconismo non sia trasferibile per semplice eredità familiare. Tra gli elettori di Forza Italia, tuttavia, il 70,0% è convinto che il partito crescerebbe con Marina Berlusconi alla guida. Qui il nome Berlusconi continua a mantenere un valore identitario ed emotivo molto forte. Il punto decisivo, però, sembra essere un altro. Gli italiani attribuiscono a Marina Berlusconi soprattutto una capacità di rappresentanza più che di mobilitazione. La considerano credibile, competente e rassicurante, ma non necessariamente capace di trasformare queste qualità in consenso popolare di massa. È la differenza tra una figura istituzionale e una leader carismatica.
Per questo Marina Berlusconi appare oggi come una figura ad alta reputazione, ma – ancora – a bassa definizione politica. Il suo nome continua a evocare stabilità, competenza e continuità; meno chiaro è se riesca – come accadeva al padre, Silvio – a suscitare mobilitazione, identità e consenso. Il cognome Berlusconi conserva dunque un enorme capitale simbolico, tuttavia la sua traducibilità elettorale, non può essere considerata automatica.
“Un esecutivo progressista dovrà durare cinque anni, altrimenti se lo faranno da soli”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Certe voci – o per dirla come lui “il chiacchiericcio dei palazzi romani” – sono arrivate anche alle sue orecchie. Certi sussurri su manovre per sostituire il Movimento con Forza Italia nella coalizione progressista, o quantomeno di inserirla per contenere i 5 Stelle, li ha sentiti anche Giuseppe Conte. Così un venerdì sera, mentre presenta il suo libro Una nuova primavera nei Cantieri culturali di Palermo, il leader del M5S scandisce: “Lo dico stasera, anche se avrei voluto farlo più avanti. Per quanto ci riguarda, un governo progressista dovrà durare cinque anni. Se dovessero cominciare a parlare di rimpasti, rimpastini o inciuci se lo faranno da soli”. È la linea rossa di Conte, che ridice no “a governi di larghe intese”.
Frasi che richiamano quelle di un suo confidente, il dem Goffredo Bettini, che a Un giorno da pecora poche ore prima lo aveva detto drittissimo: “Il campo largo è un concetto che amo molto, avendolo coniato anni fa, ma non deve essere tanto largo da avere dentro anche dei cavalli di Troia. Cioè qualcuno potrebbe pensare di usare il campo largo per allargarlo fino a dialogare con Forza Italia e presagire una nuova operazione centrista”. Quella che forse non dispiacerebbe a Marina Berlusconi, ormai nel vivo del gioco politico. È lei, viene chiesto a Conte, la principale avversaria di Giorgia Meloni? L’ex premier non schiva la domanda: “Di certo non vuole un partito succube di Meloni, come ha detto anche nella sua ultima intervista. Anche se il principale problema del centrodestra sarà Roberto Vannacci, che crescerà, purtroppo, e di molto. Ci sono spazi da riempire a destra, e lo farà lui”. In sala quasi 300 persone, con parlamentari ed eletti siciliani nelle prime file. Qualcuno, a sentire parlare di una corrispondenza d’amorosi sensi tra un pezzo del Pd e FI, sorride, come a confermare. Ma è chiaro che in questa storia potrebbe avere un ruolo anche Matteo Renzi, ora vogliosissimo di marciare unito e compatto con Pd e Movimento. E anche se Bettini ha negato – “Matteo sta facendo un’opposizione molto forte” – certi precedenti storici non lasciano tranquilli i 5 Stelle.
Non a caso, pochi giorni fa, sul Fatto Chiara Appendino ha detto chiaramente di “non potersi fidare” del fu rottamatore, perché “ci tradirebbe subito dopo il voto”. E allora rieccoli, i sospetti sulle trame centriste. Ma Conte si fida di Renzi? L’avvocato la prende larga: “L’aspetto personale va distinto da quello politico: è chiaro come lui fece cadere il mio governo”. Però? “L’alternativa progressista si baserà su un programma condiviso. E un punto inderogabile sarà una seria legge sul conflitto di interessi”. Di cui l’italovivo non potrà essere entusiasta.

(ilfattoquotidiano.it) – Questa settimana, Matteo Renzi se l’è vista brutta: quando ormai pensava di aver dato fondo all’inventiva per mantenere altissimo il livello di presenze in tv e sui giornali, ecco il colpo d’ala. Grazie ai manifesti autarchici di Italia Viva che fanno il verso alla duciona ferroviaria Giorgia Meloni, Matteo ha incassato ospitate più belle e più eccitanti che pria. Non bastavano cinque interviste in una manciata di giorni: il salotto di Porta a Porta dall’amico Bruno Vespa, lo sgabello di Gerardo Greco a Omnibus, il trespolo nel podcast SuperNova con Alessandro Cattelan, l’intervista fissa al Foglio e persino al quotidiano T . L’italovivo ha ottenuto altri fiumi di inchiostro per la sua impresa di ardito. Il meglio però non è uscito dalla penna dei giornali, amici o finti nemici che siano, ma dalla sua: La Stampa gli ha riservato uno spazio da editoriale per smentire la smentita di Giorgia sulla censura che avrebbero subito i manifesti renziani. Meglio ancora il botta e risposta in prima pagina con il direttore di Libero, già ex capo ufficio stampa di Meloni a Chigi, Mario Sechi. Che lo rimprovera ma, sotto sotto, avercene nel centrodestra di Renzi. Il problema però è che poi non se lo prendono.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – “La storia mondiale vista da vicino: non si vede niente”. Così Robert Musil nel 1921, scontando nel suo Europa inerme la difficoltà di leggere la storia in diretta. Condizione che tutti condividiamo, insieme alla sensazione di trovarci in passaggio d’epoca, innescato dal tramonto a stelle e strisce. Ma ne siamo all’inizio, in mezzo o alla fine? E che cosa significa per noi italiani, di noi tanto incerti da nominarci europei? Sulle macerie della Grande Guerra quel genio austriaco constatava la bancarotta delle potenze europee, sanzionata un quarto di secolo dopo dalla partizione del continente fra russi e americani. E segnalava la crisi dei parametri che nei momenti alti dell’ordine occidentale permettevano di misurarne febbri, diagnosticarne guarigioni. E invece: “È come nuotare sott’acqua in un mare di realismo, trattenendo il respiro, ostinatamente, ancora un po’ più a lungo: semplicemente con il pericolo che il nuotatore non riemerga più”.
Oltre un secolo dopo, scrutando l’orizzonte continentale, colpisce l’attualità della lezione di Musil. È come se preferissimo non vedere. O vedere quel che vorremmo. Per esempio l’Europa. In Italia più che altrove nel gergo ufficiale come in quello mediatico — tacciamo dei bar — ogni discorso sull’Europa comincia con l’Europa. Ovvero ne sconta l’esistenza. Si cita il “progetto europeo” — se qualcuno l’ha letto, per favore ne diffonda il testo. Si invita l’Europa a prendere posizione su questa o quella emergenza. Participeremmo volentieri a questa campagna se qualcuno ci offrisse l’indirizzo pec dell’Europa, aggiornando l’appello di Kissinger che ne cercava il numero telefonico. Temiamo avesse ragione il grande storico anglo-neozelandese John Greville Agar Pocock quando osservava che “Europa è una parola usata per bloccare ogni pensiero critico su di essa”. Così rispondendo forse inconsciamente a Musil: per capirci è meglio guardarci dagli antipodi.
Altro virtuosismo nostrano: per noi italiani Europa è sinonimo di Unione Europea. Tradotto: 44=27. Inteso palindromo. Il numero degli Stati membri dell’Ue è agguagliato a quello degli Stati considerati europei dalle Nazioni Unite. Forse dovremmo porre il quesito a Voltaire redivivo, che s’immaginava nel Mare di Azov, poco a est della Crimea, a chiedersi dove finisse l’Europa e cominciasse l’Asia. Oggi non la migliore postazione per riproporsi il dilemma, restandovi da determinare per trattato dove cominci la Russia e finisca l’Ucraina.
Tanto premesso per azzardare uno sguardo libero sulla condizione della casa comunitaria. Di cui trascuriamo che fu parto indotto dall’egemone americano a europei vinti ma non convinti di amarsi. Ex imperi felicemente declassati per tre generazioni a paciosi semiprotettorati a stelle e strisce — noi italiani e tedeschi più di altri. Sotto il virtuale ombrello americano di cui scopriamo con orrore la latenza. O l’assenza. Ragion pratica vorrebbe che gli euroatlantici sedotti e abbandonati dall’impero americano impegnato a curare — accentuandolo — il male domestico, ne prendessero atto operativo. Verificando se le istituzioni comunitarie sono in grado di aiutarci a navigare questo mondo senza centro, oppure no. Incliniamo verso la seconda ipotesi.
Non si può chiedere troppo a un’istituzione tanto sui generis da definirsi “unione sempre più stretta”. Ossimoro: se dobbiamo avvicinarci sempre scontiamo di non unirci mai. Al di là della semantica, pur rivelatrice di un inconscio collettivo, constatiamo che di fronte alle crisi il primo riflesso degli eurosoci è correggere le regole del gioco perché non funzionano, anzi se attese aggravano la tabe che dovrebbero curare. Voluto riferimento ai vincoli fiscali, offesa al senso comune se omettessimo che a Bruxelles il senso comune è bandito.
Non abbiamo ricette precotte da vendere. Salvo l’impressione che l’Unione Europea abbia fatto il suo tempo, tanto da esasperare le divisioni anziché calmarle. Invece di sedare i nazionalismi li accentua. Presuppone unità di valori e interessi di fatto divergenti, che obbligherebbero a compromessi scaleni o alla presa d’atto della loro incomponibilità. Quindi a cercare nuove piste per assicurare pace e progresso a popoli in stress da incertezza permanente su quasi tutto. Vogliamo parlarne? Non è dolce naufragare in questo mare.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] In un recente articolo sul Fatto, Maria Rita Gismondo afferma che: “La scienza non possiede intenzioni proprie: è uno strumento”. Si intende qui la Scienza tecnologicamente applicata e non la conoscenza, perché questa è consustanziale all’uomo. Secondo Gismondo, la Tecnologia è in sé e per sé avalutativa, dipende cioè dal modo in cui viene applicata. La Tecnologia non è mai innocente, dipende dal modo in cui viene applicata, di questo si rende conto anche Gismondo quando afferma: “La Scienza ha dato all’uomo un potere che supera la sua capacità di gestirne pienamente le conseguenze”. Il fatto è che quando uno scienziato pone in essere un’innovazione che sembra utilissima non è in grado di valutarne le varianti che mette in circolo. È la questione fondamentale dell’ambiguità della Scienza tecnologicamente applicata, così ben centrata da Martin Heidegger in La questione della tecnica del 1953. Heidegger è stato l’ultimo vero filosofo occidentale, per non parlare dell’Italia, dove è impossibile considerare filosofo quel gonfio di Massimo Cacciari, chi abbia voglia e tempo di triturarsi le palle legga L’Angelo necessario. Più valido se mai è Gianni Vattimo col suo “pensiero liquido”. Ma comunque sono frattaglie, del resto l’Italia non è mai stata forte nel pensiero speculativo, in tanti secoli ha espresso solo Giambattista Vico coi suoi “corsi e ricorsi” che è una sorta di scimmiottatura anticipatoria e involontaria dell’“Eterno ritorno dell’identico” di nietzschiana memoria. L’italiano è stato grandissimo nell’estetica perché nasce fra cose belle, ma non è profondo. […] Mentre Michelangelo e Raffaello dipingevano le meraviglie che dipingevano, che erano il massimo della bellezza estetica, più o meno nello stesso periodo Hieronymus Bosch e Luca Cranach anticipavano Freud e la psicanalisi. La grande introspezione psicologica è nordica (si pensi anche al Settimo Sigillo di Bergman e a tutta la sua opera) mentre il nostro Sud, penso soprattutto a Napoli e alla sua casinistica e simpatica caciara, si distingue per un disinvolto tirare a campare (“Francia o Spagna purché se magna”, ma questo riguarda l’Italia intera). È ovvio che se tu vivi fra i ghiacciai nordici, fra pinguini e foche, hai molto più tempo per pensare. Da questa classificazione sfugge però Leonardo da Vinci che, col suo eclettismo – scienziato, filosofo, architetto, pittore, scultore, disegnatore, trattatista, scenografo, matematico, anatomista, botanico, musicista, geologo, ingegnere e progettista – non può essere inquadrato in nessuna di queste (in termini ippici è l’Hadol du Vivier della situazione). È la sorte di alcuni, pochissimi, geni dell’umanità, fra cui Nietzsche, filologo, filosofo, poeta, aforista, giornalista, polemista (“Sono nato postumo”).
[…] C’è però un’altra considerazione da fare: come osserva lo storico Carlo Maria Cipolla, la Tecnologia come risolve un problema ne pone altri dieci, ancora più complessi. Quindi la Tecnologia ci costringe ad avvitarci in un giro vizioso senza fine. Altro che essere indifferente.
Più cauti furono in questo senso gli antichi Greci. Attraverso i loro formidabili matematici, Pitagora e Filolao tra gli altri, e i loro filosofi, avrebbero potuto costruire, soprattutto i presocratici, Talete, Anassimandro, Anassimene, macchine molto simili alle nostre, ma ritenevano che l’hybris dell’uomo avrebbe provocato, lo dico nei loro termini, la phthonos theòn, cioè ‘l’invidia degli Dei’ e quindi l’inevitabile punizione. […]
Certo, nemmeno i Greci avrebbero potuto arrivare al digitale e all’Intelligenza Artificiale. E sarebbe stato solo un bene anche perché l’IA toglie all’umano una delle sue caratteristiche essenziali: l’intuizione. Per questo gli indigeni delle isole Andamane, non ancora civilizzate, per loro fortuna, si sono salvati durante il maremoto del 2004, mentre gli andemanensi “civilizzati” sono morti come in tutte le altre isole dell’arcipelago. C’è un aneddoto significativo: l’isola di Sumatra stava più o meno nell’epicentro del maremoto. A un certo punto il guardiano di un faro, provvidenzialmente alto, vede che tutti gli animali si misero a correre verso la collina, gli uccelli smisero di cinguettare. Lui guardò il mare e non capiva: in quel momento era calmissimo. Evidentemente gli animali, e con loro gli indigeni, avevano sentito per istinto che c’era qualcosa che non quadrava.
Nietzsche, filologo prima che filosofo, era contrario a Socrate e Platone perché, con la loro intelligenza lineare, molto simile a quella dell’Intelligenza Artificiale, avevano compresso e soffocato ciò che di più autentico c’è nell’essere umano, l’istinto, ed è la situazione in cui viviamo tutt’oggi.
Il modo più sbagliato per ricordare le stragi è semplificare la storia

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – La verità sulle stragi di Capaci e via d’Amelio non è nascosta. È frammentata in sentenze definitive, verbali dimenticati, depistaggi, omissioni, intuizioni investigative rimaste sospese. E forse il modo più sbagliato per ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a trentaquattro anni da Capaci, è proprio quello di semplificare quella storia. Ridurla a una guerra di mafia. A una semplice vendetta dei corleonesi. A una questione di appalti. Perché le stragi sono state molto di più: il punto più alto della strategia terroristico-eversiva con cui Cosa nostra tentò di piegare lo Stato mentre la prima Repubblica stava crollando.
Il 23 maggio 1992 non deflagra soltanto un tratto dell’autostrada. Esplode un equilibrio politico. Cinquecento chili di tritolo scavano un cratere nell’asfalto dove finiscono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani. Ma finiscono anche le residue illusioni di uno Stato convinto di poter convivere con la mafia dentro un equilibrio di reciproca convenienza. È in quel momento che Cosa nostra cambia linguaggio. Non parla più soltanto il dialetto della lupara. Parla il linguaggio del terrorismo. Poi le bombe del 1993 completano il quadro. Non sono delitti scollegati. Sono tappe di un’unica strategia di pressione e destabilizzazione. Lo raccontano le sentenze. Lo confermano i collaboratori di giustizia. Lo suggerisce perfino la cronologia politica di quei mesi: Tangentopoli, la dissoluzione dei partiti tradizionali, il vuoto di potere, la ricerca di nuovi referenti. Riina comprende che la violenza può diventare uno strumento di contrattazione politica. “Prima la guerra e poi la pace”, spiegano i collaboratori citando le sue parole. È una formula militare, ma anche politica.
Eppure, ogni volta che questa storia riaffiora, qualcuno prova a restringerla. A riportarla dentro un perimetro rassicurante. Il ritorno del dossier “mafia e appalti” rischia questo equivoco. Certo, gli appalti erano centrali. Falcone ripeteva che la mafia stava entrando nell’economia legale. Come raccontano le sentenze, Falcone e Borsellino non vengono uccisi solo perché disturbano gli affari. Vengono eliminati perché stanno scoperchiando le relazioni esterne della mafia. I suoi rapporti con pezzi della politica, dell’imprenditoria, degli apparati. È qui che la loro presenza diventa insopportabile.
Per questo la verità giudiziaria, pur avendo accertato le responsabilità mafiose, continua a lasciare aperta una domanda decisiva: chi c’era accanto a Cosa nostra? Le sentenze parlano di “convergenze di interessi” e di concorrenti esterni all’organizzazione mafiosa che potrebbero avere avuto un ruolo nell’ideazione e nell’esecuzione delle stragi. Falcone stesso, dopo il fallito attentato dell’Addaura, parlò di “menti raffinatissime”. E Borsellino comprese che dietro l’assassinio dell’amico esisteva un livello ulteriore.
La mafia continua a crescere nello stesso spazio opaco: dove il potere evita la trasparenza, la politica rinuncia al coraggio e troppi scelgono di non vedere finché conviene. È per questo che Capaci non è soltanto una strage del passato. Quel cratere sull’autostrada continua a parlare dell’Italia di oggi: dei rapporti irrisolti tra criminalità, affari, istituzioni e potere. E della difficoltà, mai davvero superata, di cercare fino in fondo tutta la verità su chi accompagnò quella stagione di bombe e sangue.
Nordio (ri)perde la testa “Io sono come Falcone, rischiai la vita con le Br”. Commemorazioni di Capaci: le dichiarazioni anti-mafia della destra che vuole leggi contro le inchieste. Mezzo governo alle cerimonie per il magistrato ucciso. Gli stessi che sostengono le riforme anti-indagini

(estr. di Antonella Mascali – ilfattoquotidiano.it) – […] Quest’anno più che mai, dal vivo o sui social, c’è stata una sfilata di coccodrilli di Stato pronti a ricordare le vittime della strage di Capaci, assicurando che per il governo e la sua maggioranza politica sono “un modello”. C’è però chi, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è andato oltre ogni immaginazione. Dopo la batosta referendaria si era inabissato, ieri è riemerso straparlando, paragonandosi a Giovanni Falcone: “Io mi sento magistrato, prima ancora che ministro, quindi questa giornata per me è particolarmente emozionante – ha detto parlando al neo Museo del Presente – Sia io che Giovanni Falcone abbiamo rischiato la vita: io quando indagavo sulle Brigate Rosse e lui sulla mafia. Purtroppo, lui ha sacrificato la vita per un ideale che è quello di tutti noi: salvaguardare lo Stato e la sicurezza dei cittadini”. Quindi per Nordio, lui è stato un pm alla pari di Falcone. Come se, da ministro, non avesse firmato la riforma che oltre ad aver cancellato l’abuso d’ufficio ha, per esempio, dato l’aiutino agli indagati a rischio arresto, prevedendo l’interrogatorio preventivo.
[…] Ieri, dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ai ministri Matteo Piantedosi, Guido Crosetto, Matteo Salvini e al presidente del Senato, Ignazio La Russa, è stato un susseguirsi di fiumi di parole in omaggio alle vittime, con garanzia che il loro “esempio” venga “seguito nella battaglia per la legalità”. Peccato che i fatti, gli unici a contare e a dividere chi è contro la mafia da chi lo è solo a parole, raccontano tutt’altro.
Questo è il governo che ha disarticolato le intercettazioni, strumenti fondamentali per le indagini anti-corruzione e antimafia; che non solo ha cancellato il reato di abuso d’ufficio, ma ha reso innocuo il traffico di influenze. Se ha fallito l’obiettivo di mettere la magistratura sotto il tacco della maggioranza di turno, è solo grazie all’affezione di gran parte degli italiani alla nostra Costituzione.
Per ricordare Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, sono arrivati a Palermo oltre a Nordio anche il ministro dell’Interno Piantedosi, quello della Cultura Alessandro Giuli e quello dello Sport, Andrea Abodi. Sui social, Giorgia Meloni, che ha pure firmato la (bocciata) riforma costituzionale, insieme a Nordio, nel ricordare le vittime di Capaci, ha scritto che è “dalla memoria e dalle nostre scelte quotidiane che possiamo costruire un futuro libero dalla paura e dall’indifferenza”. Anche la presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo, FdI, su Instagram, riferendosi alle vittime della strage, scrive: “Il vostro ricordo è rimasto e deve rimanere scolpito nella memoria di una nazione che crede nei valori della legalità”.
[…] La sua presidenza dell’Antimafia, proprio sulle stragi di Capaci e via D’Amelio sta conducendo un lavoro a senso unico, che ha come punti di riferimento gli ex ufficiali del Ros dei carabinieri, Mario Mori e Giuseppe De Donno, supportati da ripetute audizioni del procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, tutti uniti dalla tesi che le bombe del ’92 si devono all’inchiesta mafia e appalti, soprattutto la strage Borsellino. Contro questa linea, arriva l’attacco di Giuseppe Conte, da Palermo: “La Commissione Antimafia ha buttato al vento anni per fare la guerra a Roberto Scarpinato e Federico Cafiero de Raho. Torneremo al governo e recupereremo il tempo perduto”. I parlamentari M5S hanno scritto che il centrodestra “ha sequestrato” la Commissione “riducendola a una sua appendice indifferente alle ripetute grida di allarme della magistratura sulle gravi difficoltà create alle indagini dalla riforme sulle intercettazioni, e impedendo qualsiasi indagine sui depistaggi, su mandanti e complici esterni delle stragi del 1992-93”. Condivide Walter Verini, capogruppo del Partito democratico in Antimafia: “Onorare Falcone e Borsellino e le troppe vittime vuol dire non abbassare le soglie per gli affidamenti diretti delle opere e non ampliare subappalti; non colpire le intercettazioni; non indebolire i controlli, a partire da quelli della Corte dei Conti” né “tentare di limitare i motivi delle stragi all’inchiesta mafia-appalti, lasciando da parte i legami mafie-politica nazionale e ambienti dell’estremismo nero”.
A proposito di parole senza fatti, Nicola Fratoianni, Avs, ricorda, senza nominarla, che la premier Giorgia Meloni tempo fa ha definito le tasse “pizzo di Stato”.

(di MICHELE SERRA – repubblica.it) – La balordaggine dell’ “operazione Ufo” intrapresa dal ministro della Guerra americano, Pete Hegseth, per la serie “il popolo deve sapere”, è certificata dalla musica tambureggiante e melodrammatica che accompagna le esili tracce visive rese pubbliche. Potrebbero essere prodotte da un’astronave del pianeta Gnork piena di umanoidi con il naso a trombetta così come da un calabrone, da un aggeggio sperimentale di qualche centro di ricerche militare o civile, da un riverbero luminoso, da una foglia al vento, da una caccola rimasta appiccicata sull’obiettivo che riprende l’immagine.
Prepariamoci comunque a un’orgia di commenti emozionati, a un vero e proprio rinascimento ufologico: di tutte le dietrologie e i “non ce lo vogliono dire”, quella sugli Ufo è di gran lunga quella più a buon mercato, buona per grandi e piccini, per l’ingenuo credulone come per lo scafato complottista.
La scienza dice che c’è una forte probabilità che, in qualche galassia, possano essersi create le condizioni adatte ad altre forme di vita, alcune con il naso a trombetta, altre no. Ma ci sono zero rilievi scientifici a proposito di presenze aliene sulla Terra, e la distanza incolmabile tra i corpi celesti tende a escludere che gli anni luce possano essere percorsi, da casello a casello, da dischi volanti o razzi intergalattici.
Ma esiste una voglia irresistibile che queste presenze invece ci siano, minacciose se si è paranoici, salvifiche se si è religiosamente convinti che la salvezza arrivi dal cielo. L’alieno sadico di Mars Attacks! (capolavoro) e l’alieno amichevole di E.T. (capolavoro) sono grandi pezzi di cinema, ma Hollywood non basta: grazie al web e alla tecnologia, ormai ognuno è regista del suo film. E vede quello che vuole vedere, crede in quello che vuole credere.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Rompendo la monotonia delle commemorazioni di Capaci, Carlo Nordio è salito sul piedistallo delle vittime e si è paragonato a Falcone. Tipo i mitomani che ai matrimoni vorrebbero essere la sposa e ai funerali il morto. Testuale: “Io mi sento magistrato prima ancora che ministro, quindi questa giornata per me è particolarmente emozionante. Sia io che Giovanni Falcone abbiamo rischiato la vita: io quando […]
Cosa Nostra non aveva mai organizzato un attentato che dovesse distruggere un obiettivo in movimento ad oltre 130 km/h. Perché lo fece? Quel cratere è ancora un buco nero

(Davide Mattiello, Articolo21 Piemonte, Deputato Pd XVII Legislatura – ilfattoquotidiano.it) – L’ordinanza della gip di Caltanissetta, dottoressa Luparello, del 19 dicembre del 2025 è costruita attorno ad una domanda: come mai Salvatore Riina decide improvvisamente di richiamare la squadra di assassini che era arrivata a Roma il 24 febbraio 1992 con l’obiettivo di uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli e Maurizio Costanzo? La squadra venne fatta rientrare il 4 marzo e Riina in quel momento aveva già chiaro che l’attentato si sarebbe fatto soltanto contro Giovanni Falcone (salvi Martelli e Costanzo) e che sarebbe stato realizzato con ben altre modalità. La gip Luparello insiste: ciò che stupisce non è tanto che Riina si sia determinato a colpire Falcone a Palermo invece che a Roma, infatti era sempre stata questa la sua opzione preferita e pare, tra l’altro, che avesse già avuto rassicurazioni su una “blanda” reazione da parte dello Stato se così avesse fatto, a stupire sono piuttosto le modalità scelte.
Aggiungo io: Cosa Nostra non aveva mai organizzato un attentato che prevedesse di distruggere un obiettivo in movimento ad oltre 130 km/h. Di auto-bomba Cosa Nostra se ne intendeva eccome: dopo la strage di Ciaculli nel 1963 (auto ferma imbottita di esplosivo), così era stato massacrato Rocco Chinnici nel luglio del 1983, ma Chinnici stava uscendo da casa sua per salire in macchina e così sarà ucciso Paolo Borsellino il 19 Luglio 1992, che invece dall’auto era appena sceso per entrare in casa. Niente a che vedere con la difficoltà tecnica di Capaci.
Basti pensare che l’unica altra volta che Cosa Nostra provò a realizzare lo stesso “schema” ovvero colpire l’obiettivo in movimento, fallì clamorosamente: in via Fauro a Roma, circa un anno dopo, il 14 maggio 1993 e nonostante l’impiego di quasi un quintale di esplosivo contro Maurizio Costanzo (tornato nel mirino), che sopravvisse insieme a Maria De Filippi. Fallimento tanto più significativo ai fini del ragionamento, tenendo conto che la macchina sulla quale viaggiavano Costanzo e De Filippi, per le strade strette dei Parioli di Roma, non andava di certo alla velocità tenuta dal corteo di auto che trasportava Falcone. L’auto di Falcone sarebbe stata sulla verticale dell’esplosivo soltanto per una frazione di secondo: le probabilità di un insuccesso erano altissime. Poteva permetterselo Riina? No, per niente.
Riina aveva già subito uno smacco personale durissimo con l’esito infausto del maxiprocesso, che si era concluso il 30 gennaio di quel 1992 con la conferma definitiva delle condanne e soprattutto con la definitiva consacrazione in sentenza del “teorema Buscetta”. Riina aveva rassicurato fino all’ultimo i suoi su un possibile “aggiustamento” in Cassazione, ma poi aveva dovuto prendere atto della sconfitta “politica” e già nella riunione degli “auguri di Natale” dell’inizio dicembre 1991 aveva annunciato che era arrivato il tempo in cui ognuno si prendesse le proprie “responsabilità”, tanto chi aveva provocato quella sconfitta (Falcone e Borsellino in testa) quanto chi non aveva fatto nulla per impedirla (Andreotti/Lima) o peggio, dopo aver incassato i voti di Cosa Nostra, aveva girato le spalle all’associazione portandosi addirittura Falcone al Ministero (Martelli).
Mi pare di vederlo Riina, con il bicchiere degli “auguri” in mano, torvo in viso mentre scruta i commensali per cogliere anche il più piccolo disappunto, rispondere a chi gli domandava cosa sarebbe successo a Cosa Nostra dopo una tale opera di vendetta: “Ci prendiamo quello che viene”. Punto e tanti auguri! Un uomo così, con una leadership traballante, poteva permettersi di sbagliare l’attentato contro Falcone? Sarebbe stata la fine. La sua prima di tutto. Perché rischiare? Falcone a Roma, seduto in un ristorante, senza scorta, sarebbe stato un gioco da ragazzi. Salvatore Riina, questo è il convincimento della gip Luparello (e per quel che vale, pure il mio), deve avere avuto delle garanzie. Ci deve essere stato qualcuno in grado di rassicurare Riina sul successo dell’operazione: avrebbero abbattuto il bersaglio lanciato sull’autostrada.
Una operazione militare. E’ questa convinzione che sorregge da un lato il giudizio severo sulla pervicacia con la quale la Procura di Caltanissetta (e con essa la Commissione parlamentare anti mafia, guidata da Chiara Colosimo ed “ispirata” da Mori) insiste sulla pista “mafia-appalti” per spiegare la strage di Via D’Amelio e in gran parte anche quella di Capaci (“Severa miopia”, approccio “mistico e dogmatico”) e dall’altro la necessità di fare ogni sforzo per indagare quegli ambienti che potevano avere competenze “professionali” tali da rassicurare Riina sulla buona riuscita dell’attentato-senza-precedenti.
Di qui l’interesse per Gladio, per il centro “Scorpione” e per la morte di Li Causi, per le indagini di Falcone sul delitto Mattarella, per il possibile coinvolgimento dell’eversione neo fascista in quello ed in altri episodi, per il ruolo dei Servizi segreti (che entrano certamente in gioco), per il ruolo di Paolo Bellini, Antonino Gioè, Roberto Tempesta e Mario Mori, per le dichiarazioni di Alberto Lo Cicero e Maria Romeo su Stefano Delle Chiaie, Mariano Tullio Troia, Guido Lo Porto, Stefano Menicacci, per le sabbie mobili di Stato che ingoiarono la “nota Cavallo” e pure il verbale che certifica l’interesse di Borsellino su Lo Cicero, per il giudice Ugo Sisti, per il ruolo di Contrada, per la eventualità (un eufemismo!) che l’interrogatorio fatto da Falcone a Licio Gelli, come quello fatto da Borsellino a Gaspare Mutolo, fosse stato captato in tempo reale, per l’attentato all’Addaura (“le menti raffinatissime”), per Giovanni Aiello e l’omicidio di Nino Agostino…
Il cratere di Capaci, in vero, è ancora un buco nero che risucchia il futuro della Repubblica, condannandola al respiro corto di chi porta sulle spalle il peso di troppi ricatti.

(Elena Basile – lafionda.org) – La diplomazia potrebbe fallire nel Golfo Persico. L’ultima proposta statunitense chiede sostanzialmente la capitolazione iraniana, contraddetta dalla resistenza militare della leadership e di un popolo sceso in piazza in milioni contro gli attacchi stranieri, difendendo con i propri corpi le infrastrutture civili minacciate. Washington imporrebbe la rinuncia iraniana a ogni compensazione, il trasferimento dell’uranio arricchito negli USA e la possibilità per il Paese di avere una sola struttura nucleare operativa; in cambio rilascerebbe meno di un quarto degli assetti finanziari iraniani congelati e accetterebbe che il cessate il fuoco su tutti i fronti sia funzionale alla ripresa dei negoziati a Islamabad.
Difficile interpretare la proposta americana se non come un ultimatum prima dell’attacco. Il Presidente USA, in esternazioni pubbliche, reitera infatti la minaccia genocidaria a un popolo di quasi 90 milioni di abitanti: «Il tempo sta scadendo, si diano una mossa, altrimenti non rimarrà nulla di loro!». L’opinione pubblica non sembra scandalizzarsi. Le televisioni progressiste, di cui prendiamo ad esempio il programma su YouTube Piers Morgan Uncensored (di cui i talk show di TV7 sono un’ilare imitazione), continuano nell’opera di demonizzazione del Paese, gonfiando i numeri dei manifestanti uccisi, che variano da 12.000 a 20.000, a 30.000, a 40.000, senza mai raccontare la verità: e cioè che si è trattato, a gennaio scorso, di un tentativo di cambiamento di regime israelo-americano, che ha utilizzato ignari studenti e avanguardie armate per attacchi a municipalità, ambulanze e civili in strada, uccidendo centinaia di poliziotti iraniani. La repressione, in siffatto quadro, è un dovere dello Stato, che conserva il legittimo uso della forza. In Occidente non si sarebbe fatto altrimenti. Ricordiamo i 12.000 arresti di propalestinesi pacifici a Londra. Siamo costretti a ripetere ragionamenti razionali di fronte alla malafede che imperversa tra i politici e la loro classe di servizio. Si utilizza la retorica del liberal order per preparare il terreno all’aggressione israelo-americana. Essa dovrebbe avvenire con massicci bombardamenti a tappeto su civili e infrastrutture strategiche, mobilitando le comunità etniche opportunamente armate, come i curdi iracheni e i beluci, e ricorrendo al terrorismo sunnita e ai salafiti pakistani. Un attacco via terra, a cominciare dalle isole e con gli Emirati in prima fila, potrebbe completare il quadro. Secondo il professore Seyed M. Marandi, le rappresaglie dell’Iran all’attacco provocheranno enormi danni alle monarchie del Golfo, regimi che opprimono le donne, cancellano la libertà di opinione e schiavizzano la maggioranza della popolazione migrante. Si tratta infatti di monarchie vulnerabili. Se fossero colpiti gli impianti di desalinizzazione ed energetici, date le temperature raggiunte in questi mesi, la vita sarebbe insostenibile.
Durante il conflitto di febbraio, secondo molti analisti in grado di controllare i filmati che circolano in rete, gli iraniani sarebbero riusciti a colpire le basi americane e Israele in modo grave. Naturalmente le democrazie, fiore all’occhiello di giornali come il Corriere della Sera e Il Foglio, non hanno fatto trapelare notizie al riguardo. La propaganda israeliana domina gli apparati mediatici; come abbiamo visto, determina persino i risultati dell’Eurovision. Il regime criminale di Netanyahu, dopo il genocidio di Gaza, i crimini terroristici contro le leadership di Libano e Iran, dopo le violenze razziste in Cisgiordania e dopo aver spianato il Sud del Libano come Gaza, coinvolgerà Washington in una nuova guerra di sterminio contro l’Iran, con danni inimmaginabili anche all’economia mondiale. I Paesi europei sono atrofizzati, rilasciano dichiarazioni risibili, impongono sanzioni criminali alla vittima: l’Iran. Russia, Cina e i BRICS fanno quel che possono, poco, evitando un confronto diretto con l’Occidente e tenendo la barra alta esclusivamente per il loro interesse nazionale. Nessuno sembrerebbe fermare il criminale Netanyahu, che ha bisogno di una guerra permanente per sopravvivere politicamente. I suoi progetti, sostenuti dalla lobby americana di Israele, sarebbero assecondati da Trump e sostanzialmente dal Congresso. La finanza e le imprese di armi hanno tutto da guadagnare. Genocidio più, genocidio meno, cosa importa?
I difensori dei diritti delle donne, quelli che insorgevano contro l’obbligo del dressing code di una repubblica islamica (ignorando i diritti delle saudite e delle donne dei Paesi del Golfo), dove si sono rintanati? Nessuno vuole proteggere bimbi e donne dalla nuova aggressione annunciata? Le femministe divenute icone del liberal order non hanno nulla da dire nel caso di un nuovo massacro di bambine iraniane? In effetti poi crescono e si mettono il chador, come i bimbi di Gaza divengono terroristi: meglio eliminarli?