
(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Torino, Milano, Lecce, Cagliari, Firenze: sono solo alcune delle decine di piazze convocate oggi in tutta Italia. Il grido è lo stesso: «antisionismo non è antisemitismo». Mentre in Commissione Affari costituzionali della Camera riprendeva l’iter del ddl n. 1004, centinaia di persone hanno dato vita a un presidio partecipato in piazza Montecitorio. Ribattezzata ddl Antisemitismo, la proposta presentata dal leghista Massimiliano Romeo gode di un sostegno bipartisan, coinvolgendo diversi pezzi della maggioranza e dell’opposizione. A marzo ha incassato il sì del Senato e ora i sostenitori puntano a farla diventare legge. L’obiettivo è contrastare gli atti di antisemitismo. Per farlo, viene proposto di adottare la definizione che ne dà l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA). Le critiche verso Israele sono qui equiparate a posizioni antisemite, creando il pretesto ottimale per reprimere attivismo, dissenso e dibattito pubblico sulle politiche di Tel Aviv. «È un decreto incostituzionale, puzza di incostituzionalità perché viola chiaramente il diritto alla libertà di espressione» ha dichiarato Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
Cartelli, striscioni e bandiere della Palestina hanno inaugurato il primo appuntamento della mobilitazione odierna. In centinaia sono accorsi a Roma, in piazza Montecitorio, posizionandosi dietro uno striscione eloquente: «No ddl Antisemitismo». «Difendiamo il diritto di critica. Sempre» e «Solidarietà alla popolazione palestinese» sono alcune delle scritte mostrate in piazza, mentre alla Camera riprendeva, dopo la pausa estiva, l’esame in Commissione Affari costituzionali. In questi minuti è atteso l’inizio delle altre 45 manifestazioni organizzate in tutta Italia: da Venezia a Palermo, passando per Torino, Cagliari e Firenze. Più di 250 le sigle promotrici, tra cui il ramo italiano della Global Sumud Flotilla (GSF), protagonista delle ultime missioni umanitarie dirette a Gaza e fermate illegalmente dall’esercito israeliano. Insieme alla Rete Liberi di Lottare — nata contro i decreti sicurezza — la delegazione italiana della GSF ha tracciato i confini ideologici della protesta odierna: «Per la libertà di espressione. Per il diritto al dissenso. Per la libertà accademica e di stampa. Per la solidarietà al popolo palestinese. Contro l’occupazione, l’apartheid e il genocidio». Al Senato, oltre al favore della maggioranza, il ddl Romeo ha incassato il consenso di diverse forze dell’opposizione: da Azione a Italia Viva, passando per alcuni pezzi del Partito Democratico.
L’approvazione del ddl n. 1004 alzerebbe di parecchio il livello della repressione che in questi ultimi tre anni si è abbattuta sul movimento solidale con la Palestina, limitando di fatto le critiche contro lo Stato di Israele e le sue politiche. Nella definizione elaborata dall’IHRA, vengono citati quali atti antisemiti le critiche all’esistenza di Israele, l’equiparazione della sua condotta a quella nazista o l’applicazione di «due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico». Lo scorso anno, un rapporto del Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) ha elencato 877 episodi recenti di antisemitismo prendendo proprio la definizione dell’IHRA come riferimento. Tra di essi figurano un murales con la scritta «Palestina libera»; un adesivo dove l’acronimo RAI veniva storpiato in Radio Televisione Israeliana; una scritta fuori da una scuola elementare che recitava «In Palestina i coetanei di tuo figlio muoiono sotto le bombe»; altri adesivi che invitavano a boicottare i prodotti israeliani. «L’incorporazione della definizione di antisemitismo dell’IHRA nella legislazione nazionale rischia di soffocare il dibattito pubblico, la libertà accademica e l’azione della società civile, dando priorità alle relazioni politiche con lo stato d’Israele rispetto alla giustizia e limitando la capacità di chiamare le autorità israeliane a rispondere di crimini di diritto internazionale da esse commessi», ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.
La differenza tra antisemitismo e antisionismo è uno degli argomenti cardini affrontati nel nostro primo libro: Palestina Papers. Se l’antisemitismo ha a che fare con il «pregiudizio, la paura o l’odio verso gli ebrei», l’antisionismo è invece l’opinione di chi rifiuta il sionismo, l’ideologia su cui si fonda lo Stato di Israele. Secondo la narrazione sionista, gli ebrei sarebbero «un popolo senza terra che è andato ad abitare una terra senza popolo». Tuttavia, a inizio Novecento, la Palestina era abitata da circa 800 mila persone: 700mila arabi-musulmani, circa 80mila cristiani e 20mila ebrei — in una convivenza pacifica stravolta poi dall’ascesa del sionismo. Diversi intellettuali ebrei sono antisionisti, come Ilan Pappé, secondo cui quest’ideologia è oggi agli sgoccioli. Nel suo ultimo libro, La fine di Israele (Fazi Editore, 2025), confuta l’idea dei “due popoli, due Stati”, auspicando invece la nascita di «uno Stato palestinese democratico e decolonizzato, con il ritorno dei rifugiati, la coesistenza di ebrei e palestinesi come cittadini con pari diritti e la guarigione delle ferite del passato». Un desiderio che, con l’approvazione del ddl Romeo, sarebbe in Italia perseguito.

(Tommaso Merlo) – Quello schifo di Netanyahu non solo sapeva del 7 ottobre, ma lo ha voluto e atteso con ansia. Netanyahu ha versato milioni di dollari ad Hamas attraverso il Qatar con lo scopo di rafforzare questa versione più intransigente della resistenza palestinese allo scopo di dividerla da quella più moderata della Cisgiordania. Notizie che si sapevano da anni ma che il mainstream censurava a conferma di come i cosiddetti complottisti sono in realtà gli unici veri giornalisti in circolazione. Quello schifo di Netanyahu ed i suoi complici avevano ridotto Gaza in un immenso campo di concentramento a cielo aperto, da anni controllavano perfino le proteine che entravano, figuriamoci le armi. E da anni bombardavano con regolarità la Striscia e perseguitavano psicologicamente la popolazione. Ma invece di arrendersi e scappare, le donne palestinesi hanno continuato testardamente a sfornare generazioni di combattenti per la libertà e la giustizia. Quando finalmente la versione più vomitevole del sionismo guidata da Nethanyahu ha preso il potere a Tel Aviv, volevano una scusa per far degenerare la situazione e coronare finalmente il sogno della pulizia etnica a Gaza. Un bel 7 ottobre e cioè un attacco militare frutto della disperazione e della rabbia da spacciare al mondo come terrorismo disumano e ingiustificato a dimostrazione dell’inciviltà palestinese e quindi dell’impossibilità di trovare un compromesso politico per colpa loro. La solita malata manipolazione propagandistica sionista. Probabilmente quello schifo di Netanyahu sapeva del 7 ottobre ben prima che gli telefonasse lo sceicco degli emirati, e comunque si è fregato le mani ed ha atteso con ansia per la storica occasione per rompere gli indugi e scatenare uno storico genocidio che nella testa sionista doc vaga da quando sono sbarcati dall’Europa dell’Est. La fatidica mattina poi, quello schifo di Netanyahu ha lasciato che Hamas agisse indisturbata per ore. Israele è un paese altamente militarizzato e pattugliato al centimetro quadrato soprattutto in zone sensibili come quella del confine con Gaza. E quando dopo ore sono arrivati i soldati israeliani sul posto, si sono messi a sparare a centinaia dei loro compatrioti. Forse dottrina Annibal per evitare che venissero rapiti ma forse anche per alzare la tragica contabilità e quindi la leva propagandistica. Quanto ai bambini decapitati e bruciati vivi e altri orrori, si sono rivelate tutte balle che la diabolica propaganda sionista ha inventato e ripetuto fino alla noia per rincarare la dose. In modo da infangare i palestinesi e avere mani libere per lo sterminio di massa che hanno lanciato pochi giorni dopo, come se non aspettassero altro e fossero pronti da tempo. Il resto è storia, un genocidio che loro stessi hanno annunciato di voler commettere e una pulizia etnica che non è ancora riuscita solo perché l’Egitto a blindato il confine a sud di Gaza e nessun paese ha accettato l’ignobile deportazione di massa che vorrebbero a Tel Aviv. Il resto è storia, decine di migliaia di bambi e donne intenzionalmente presi di mira e sterminati perché futuro di un popolo che invece il sionismo vuole archiviare nel passato. Le verità sul 7 ottobre sono emerse anche in Israele e potrebbero costare a quello schifo di Netanyahu la poltrona di premier e quindi anche le porte della galera sia per vecchi scandali di corruzione sia per tradimento del suo paese. E non sarebbe davvero niente male come karma, invece che finire in una cella all’Aia e magari venire alla fine celebrato come un martire come Ratko Mladić, venire condannato come giuda dal suo popolo eletto e quindi passare alla storia come infame manipolatore guerrafondaio che invece di realizzare la Grande Israele ha trascinato il progetto coloniale fino ad uno spaventoso baratro. Ma inutile farsi illusioni, più probabile che la mafia sionista americana gli metta a disposizione un jet per la fuga e una mega villa in Florida anche per paura che apra bocca e crolli il sistema Epstein. Quello schifo di Netanyahu è infatti uno dei padrini più potenti e potrebbe far finire nella fogna della storia intere classi dirigenti occidentali. Nel frattempo alcuni paesi tra cui Spagna ma anche Francia ed Inghilterra, dopo decenni di vuoti proclami, hanno lanciato un blocco commerciale contro i terroristi israeliani della Cisgiordania che negli ultimi mesi hanno accelerato la pulizia etnica di quel versante dei territori occupati col supporto del governo criminale di Netanyahu alla disperata ricerca di consenso. Meglio tardi che mai anche se è tutto lo stato terrorista di Israele che doveva essere boicottato fin dalla prima bambina dilaniata. Tra questi paesi comunque non c’è l’Italia e nemmeno Germania e Stati Uniti, il trio dei paesi più infestati dalla mafia sionista. Dalla complicità nel genocidio di Gaza siamo a quella della pulizia etnica in Cisgiordania sputando per l’ennesima volta sui valori della nostra Costituzione. L’ennesima conferma che la vera emergenza italiana e l’indecenza delle classi dirigenti che fanno perfino vergognare di essere italiani.
Il boss di cosa nostra Giovanni Brusca (uomo libero dopo aver scontato la sua pena) è intervenuto oggi come testimone durante il processo in corso a Firenze nei confronti di Salvatore Baiardo. Brusca ha parlato di Silvio Berlusconi, di Messina Denaro e dei fratelli Graviano. Ecco quello che ha rivelato.

(di Giorgia Venturini – fanpage.it) – Il boss di cosa nostra Giovanni Brusca, dal 2025 uomo libero per aver scontato tutta la sua pena di 25 anni di carcere, oggi è intervenuto come testimone in video collegamento da una località protetta durante il processo in corso a Firenze nei confronti di Salvatore Baiardo, l’ex gelataio di Omegna (Novara), che si sta difendendo dall’accusa di calunnia contro il conduttore tv Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cerasa, Giancarlo Ricca. Baiardo è già stato condannato per aver favorito i boss mafiosi Graviano ed è anche accusato di favoreggiamento aggravato a favore di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Durante l’udienza il pm Leopoldo De Gregorio gli ha chiesto di parlare dei rapporti tra cosa nostra e politica. Ecco quello che il boss ha detto: “Volevamo dare colpa delle stragi alla sinistra per aiutare il Cav. Ci avrebbe dovuto dare una mano, altrimenti avremmo messo altre bombe”. Nel dettaglio ha chiarito che dopo gli attentati della mafia del 1992 e del 1993 “nelle discussioni con Bagarella (fa riferimento a Leoluca Bagarella, erede e cognato di Totò Riina) dicevamo di usarli come strumento politico, come se fossero suggeriti dalla sinistra, in modo tale” da agevolare “Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica”, “eravamo nel 1994”.
Brusca poi conferma che per arrivare a Berlusconi il contatto era con Vittorio Mangano, ovvero lo stalliere dell’imprenditore di Arcore. Il boss al pm ha spiegato che con Mangano c’è stato “un incontro per dargli l’incarico”. Per poi aggiungere che “Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano”.
Ma non si fermarono a semplici incontri e parole: “Gli mandammo anche una minaccia velata”, cioè “che se non ci avesse dato una mano, avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà”, ha detto Giovanni Brusca confermando il metodo mafioso. Nel suo collegamento Brusca ha però anche detto “di non sapere nulla di rapporti economici e patrimoniali di Berlusconi antecedenti al 1993”, così come è venuto a sapere tardi degli investimenti di Berlusconi con altri soggetti.
E c’è molto di più: Brusca durante l’udienza ha precisato che dopo l’arresto di Bagarella, avvenuto il 24 giugno del 1995, i boss di cosa nostra si erano incontrati e durante quella ‘riunione’ Matteo Messina Denaro, capo mafioso del Trapanese, “disse che Giuseppe Graviano (insieme al fratello Filippo capi mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio) aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. E’ la prima volta che io sento di questo contatto con Berlusconi”. Precisando che “io sono appassionato di orologi e l’argomento mi è venuto facile crederlo. Il discorso c’è stato quando ci siamo messi a parlare dei nostri orologi”.
Che Giuseppe Graviano avesse incontrato Berlusconi lo ha confermato lui stesso anche di recente, quando si è reso disponibile di parlare con i procuratori di Caltanissetta. Lo scorso 12 agosto l’avvocato di Giuseppe Graviano, il legale Antonio Sanvito, ha inviato una lettera al giudice per le indagini preliminari Santi Bologna di Caltanissetta in merito al procedimento penale a carico dell’ex senatore Marcello Dell’Utri inerenti alle stragi di mafia. Nello scritto, girato a Fanpage.it dall’avvocato, si legge che già durante il processo sulla “‘Ndrangheta stragista” Graviano nel 2020 dichiarò di aver incontrato “personalmente Silvio Berlusconi in più occasioni. Il primo incontro avvenne all’hotel Quark di Milano, alla presenza del nonno Quartararo Filippo e del cugino Graviano Salvatore, che li presentò. Un altro incontro avvenne in una data successiva che Graviano non ha precisato. In un altro incontro — che Graviano colloca nel dicembre 1993, a Milano Tre — si discusse della formalizzazione dei rapporti economici in essere: erano presenti Graviano e il cugino Salvatore, mentre Berlusconi aveva con sé altre persone che non furono presentate. L’incontro del dicembre 1993 incluse anche una cena”.
E ora è anche Giovanni Brusca a parlare davanti a un magistrato dell’incontro tra Graviano e Berlusconi. Al boss è stato chiesto se i Graviano si fossero allontanati da Palermo dopo l’attentato a Borsellino e lui ha risposto così: “Non lo so. Fino alla strage di Capaci li ho visti, li ho visti fino a due, tre sere prima prima dall’attentato a Borsellino”. Su dove fossero i Graviano “ho saputo da Messina Denaro che erano al nord, che si erano divertiti, che facevano la bella vita”. Dopotutto, “Messina Denaro al nord era stato ospite dei fratelli Graviano, si parlava di ville affittate al nord”.
L’attenzione di Brusca era anche su Balduccio Di Maggio, era un altro boss uscito dalla Sicilia. Lo voleva rintracciare, “ma dopo aver individuato dove era facemmo un viaggio a vuoto, non lo potevamo colpire. A Borgomanero aveva un amico”. Ovvero “un gelataio ci fece sapere dove si trovava”, spiega Brusca. E il gelataio è assimilabile alla figura di Baiardo tanto che la presidente del collegio Anna Favi gli ha chiesto chiarimenti: “Non sapevo nulla chi era questo soggetto, l’ho saputo dopo. Sapevo solo che Di Maggio era amico di uno di Borgomanero, era da quelle parti”.
E nel caso di eventuali rapporti politici? Brusca ha citato l’imprenditore palermitano Gianni Jenna. Ha parlato di “un progetto politico per costituire un partito politico, Sicilia Libera, nel 1993-1994. Aderii inizialmente a questo progetto ma dopo che mandai due miei soggetti di fiducia a informarsi, tutti e due mi hanno dato notizie negative e decisi di ritirarmi”. E secondo Brusca, in questo partito era entrato Giuseppe Graviano. Anche se “poi Bagarella non mi disse più nulla”.
(di Mario Giordano – La Verità) – Hanno provato ad alzare la voce. Hanno minacciato querele, denunce, hanno vagheggiato di «mandanti politici», e hanno provato a mettere sotto silenzio la notizia anticipata dalla Verità.
Ma ora gli amministratori del Friuli-Venezia Giulia che a maggio hanno speso oltre 3 milioni di euro (per l’esattezza 3.110.961 euro) per il concerto di Andrea Bocelli, in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario del terremoto del 1976, dovranno rispondere agli inquirenti.
E vediamo se saranno ancora così arroganti. O se dovranno piegarsi a spiegare le procedure seguite, come, a voler essere trasparenti e intelligenti, avrebbero dovuto fare fin dal primo momento.
Ve l’avevamo anticipato, infatti, ed è accaduto: l’esposto preparato in Friuli è arrivato a Roma all’Anac, l’Autorità anticorruzione, che in data 7 settembre, come da documenti in nostra mano, ha registrato l’atto e aperto un fascicolo. Ma non è tutto.
Lo stesso esposto è stato inviato anche alla Procura regionale della Corte dei Conti, che a sua volta ha aperto un altro fascicolo, chiedendo alla Guardia di finanza di indagare. Nel mirino dei magistrati contabili c’è l’eventuale sperpero di denaro pubblico, con conseguente danno erariale, a causa di quella assegnazione che avvenne con procedura negoziale e senza bando.
Spendere oltre 3 milioni di euro (tutti a carico dei contribuenti) per un concerto in memoria di una tragedia, è già di per sé discutibile, al di là del successo dell’iniziativa. […] Ma ancor più ha colpito il fatto, rivelato dalla Verità, che a vincere l’appalto milionario (ripetiamolo: assegnato con procedura negoziale e senza bando) è stata la Fvg Live, una società amministrata da Luca Tosolini, che è socio (in altre società) di Giovanni Riccardi, figlio dell’assessore alla Protezione civile, Riccardo Riccardi.
Cioè, guarda caso, proprio di colui che ha istituito il Comitato per il cinquantennale del terremoto. La Fvg Live è stata scelta perché offriva, in esclusiva, le prestazioni di Bocelli, ma a essa sono state assegnate (sempre con procedura negoziale e senza gara) anche tutte le attività organizzative e tecniche (palco, tribune, pavimentazioni, camerini, eccetera) che alla fine sono risultate la parte preponderante della spesa.
Tutto corretto? Tutto normale? E come mai la Fvg Live scriveva nella proposta (9 marzo 2026) che la parte tecnica e organizzativa sarebbe stata «non scindibile né negoziabile»? E come aveva fatto due mesi prima (16 gennaio 2026) il Comitato per il cinquantennale a stanziare la cifra esatta che Fvg Live propone due mesi dopo (9 marzo 2026)?
Insomma: è stato tutto corretto? E si poteva risparmiare su quell’appalto? L’assessore Riccardi si è difeso finora dicendo che lui non c’entra nulla con l’assegnazione alla Fvg Live. Si tratta, evidentemente, di una difesa assai debole.
È vero che l’appalto viene formalizzato il 13 marzo 2026 dalla direzione attività produttive e turismo, dipendente da un altro assessore, Stefano Bini, come avevamo correttamente scritto sulla Verità del 30 agosto scorso. Ma è anche vero che questa direzione era stata incaricata di occuparsi di questa vicenda solo tre giorni prima (10 marzo 2026) e proprio con un decreto della Protezione civile, dunque dell’assessore Riccardi.
Ed è altrettanto vero che la scelta di Bocelli (e di conseguenza della Fvg Live) è stata fatta nella riunione del Comitato per il cinquantennale del 16 gennaio 2026, dunque sotto la responsabilità dell’assessore Riccardi. Come fa a dire che non c’entra nulla? L’assessore Riccardi, per altro, dovrà probabilmente rispondere su altre spese relative al cinquantennale del terremoto.
Secondo quanto riportato dal Piccolo di Trieste, infatti, «La Procura della Corte dei Conti del Friuli-Venezia Giulia ha inserito nel fascicolo, oltre alla spesa per il concerto di Bocelli, una serie di altri finanziamenti concessi dalla Regione, sempre senza gara».
Per esempio, potrebbero esserci finiti i 160.000 euro (134.800 euro più Iva) spesi per la creazione di un sito Internet ad hoc (appalto vinto da Interlaced Srl) oppure i quasi 300.000 (239.250 euro più Iva) spesi per la messa celebrata il 3 maggio alla Caserma Goi Pantanali di Gemona.
In effetti: davvero era necessario un nuovo sito Internet per celebrare le vittime del terremoto? Non bastavano quelli istituzionali? E davvero una messa per ricordare i morti può costare 300.000 euro? Quest’ultima notizia siamo sicuri che non farà piacere ai tanti sacerdoti friulani che ogni giorno stanno vicino ai poveri e neppure al cardinale Matteo Zuppi, che quella messa da 300.000 euro l’ha celebrata.
Per altro: l’appalto della messa sapete chi l’ha vinto? Guarda caso: la Fvg Live, sempre lei, quella di proprietà del socio del figlio dell’assessore Riccardi.
Il quale assessore per questo appalto (come per quello del sito Internet) ha gestito direttamente la procedura, in quanto responsabile della Protezione civile. Riuscirà a dire anche stavolta che non c’entra nulla? Aspettiamo con ansia. Nel frattempo lo invitiamo a andare a rileggere gli inviti a quella Santa messa di commemorazione dei defunti, organizzata dalla Fvg Live per 300.000 euro. Si parla di «due ingressi omaggio» in offerta (l’ingresso omaggio, per la messa…), ci si raccomanda di «presentarsi ai controlli con il biglietto», tenendo «il codice a barre rivolto verso l’alto» e alla fine di tutto, in maiuscolo, c’è stampato un allegro: «Auguriamo buon divertimento!». Evidentemente alla Fvg Live non sanno distinguere l’eucaristia da un concerto pop. Oppure si divertono alle spalle di 1.000 morti sotto le macerie.
(Riccardo Chiaberge – dagospia.com) – Oriana Fallaci è stata santificata dalla destra. E non se lo merita, lei figlia di un antifascista e staffetta partigiana. Ma non si merita nemmeno la damnatio memoriae della sinistra.
Martedì prossimo, 15 settembre, ricorrono i vent’anni dalla morte, e si annunciano celebrazioni bipartisan, tra cui una grande mostra a Palazzo Reale a Milano (a novembre), un convegno nella sua Firenze, sotto l’egida della rossa regione Toscana, una nuova biografia di Riccardo Nencini e riedizioni delle sue opere. Speriamo che Elly Schlein prenda la palla al balzo per fare pace con una donna coraggiosa e una gloria nazionale. Un’eretica senza etichette.
A me è capitato proprio ora di ripescare un libro di Fallaci del 1970, “Quel giorno sulla Luna” (Rizzoli Bur), che riprende le corrispondenze da Houston e dalla base di Cape Kennedy tra giugno e luglio del 1969: l’impresa spaziale di Apollo 11, il primo storico passo dell’uomo sulla superficie lunare. Un evento che ogni boomer ricorda come uno sballo in IMAX, più eccitante di un film di Nolan, anche se la tv era ancora in bianco e nero.
Ma Oriana non era il tipo da farsi abbindolare dalla scenografia hollywoodiana della “più grande avventura del secolo”. Dei tecnici della Nasa che lavorano al lancio, scrive: «Non ti aspettare da essi un’intelligenza pari alla responsabilità che hanno, o una visione nuova della vita».
Sono dei borghesi di provincia, dei conformisti, quasi dei Maga, dei trumpiani ante litteram.
Si sa come la pensano: «La guerra in Vietnam è una guerra santa, il marxismo una parolaccia, Che Guevara era un fuorilegge, i negri (sic) sono individui da non frequentare.
Del resto alla Nasa non c’è un solo negro, tutti gli impiegati sono rigorosamente bianchi e gran parte degli astronauti sono biondi con gli occhi azzurri». Dei tanto osannati eroi dello spazio non si salva nessuno.
Nemmeno Neil Armstrong, il mitico comandante della missione, che Fallaci liquida così: «Un tipo freddo, calcolatore…tra i 52 astronauti americani è colui che più di ogni altro possiede le virtù del robot. Vale a dire assenza di passioni, ordine e legge, controllo, nessuna fantasia…Niente lo interessa fuorché volare, conoscere le macchine che servono a volare. Niente lo seduce fuorché la tecnica necessaria ad andare sulla luna, e la luna stessa non è che uno strumento per applicare quella tecnica».
Armstrong ha combattuto in Corea, «settantotto missioni di combattimento», dice orgoglioso. Ma parla solo di quando l’artiglieria nordcoreana lo ha colpito e come ha fatto a salvarsi. «La guerra per lui era stata un’esperienza tecnica, un’occasione preziosa per volare, e il fatto di aver rasato al suolo interi villaggi, città, ucciso Dio sa quanta gente, non lo toccava per nulla».
«Se l’umanità del futuro sarà un esercito disciplinato di creature asettiche, cervelli elettronici, Neil Armstrong è già il futuro». Non scambiamo Fallaci per una Cassandra, o per il divino Otelma. Eppure dalla Houston degli anni Sessanta la grande giornalista sembra intravedere il mondo che verrà, il mondo della tecnologia trionfante e fine a sé stessa: «un mondo di automi ordinati nella ricerca del successo».
Il mondo dei Musk e dei Thiel, che pensano di salvare l’Occidente liberando l’AI da ogni vincolo etico e buttando la democrazia nella spazzatura. La tecnologia al servizio di Trump, di Putin e degli altri autocrati che vogliono privarci delle nostre libertà. Potrà pure essere usata come un santino dalla destra, Oriana, ma con la tecnodestra fa proprio a pugni
Mentre dodici Paesi scelgono di colpire il commercio con gli insediamenti illegali di Netanyahu, il governo Meloni si chiama fuori

(di Raffaella Malito – lanotiziagiornale.it) – Mentre dodici Paesi scelgono di colpire il commercio con gli insediamenti illegali israeliani nei territori palestinesi occupati, il governo Meloni resta fuori dalla storia. Non si aggiunge al gruppo. E quando il diritto internazionale viene piegato dalla forza, il silenzio non è equilibrio: è una precisa scelta politica. La svolta arriva da Londra. Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia confermano l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o sostenere misure europee contro il commercio dei beni prodotti negli insediamenti israeliani. È un passo parziale rispetto alla tragedia di Gaza e alla violenza dei coloni. Ma è un passo, e rende più vistosa l’assenza dell’Italia. Israele ha reagito con durezza.
Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito “scandalose e false” le accuse britanniche e annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme, l’espulsione dei rappresentanti del Regno Unito dal centro di coordinamento del Board of Peace a Kiryat Gat e della forza “British support team” a Ramallah, che addestra le forze dell’Autorità palestinese, oltre al divieto di ingresso per dodici funzionari di Londra, tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn. Londra ha scelto di pagare un prezzo diplomatico. Roma, ancora una volta, ha scelto di non pagarne nessuno.
Per mesi, in Europa, sulle sanzioni a Israele ha prevalso lo stallo. La Commissione aveva messo sul tavolo licenze di importazione, dazi punitivi e divieto di commercializzazione dei prodotti delle colonie. Ma al Consiglio Affari Esteri e nelle riunioni dei rappresentanti permanenti i numeri non sono mai arrivati. A frenare sono stati anche Paesi come Germania e Italia. Roma ha preferito la “preoccupazione”, l’alibi della complessità.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha interpretato la Farnesina come una diplomazia del rinvio. Quando serviva un passo in avanti, ha preferito un mezzo passo indietro. Quando l’Europa discuteva misure concrete, l’Italia si è rifugiata nella cautela. Quando Benjamin Netanyahu alzava il livello dello scontro, Roma abbassava il tono. Non è realismo. È subordinazione politica a una linea decisa a Palazzo Chigi: non rompere mai con Israele, non isolare mai Netanyahu. Un passaggio che l’amicizia con Donald Trump rendeva ancora più stringente per Giorgia Meloni e di conseguenza per Tajani.
Così altri Paesi occupano lo spazio che l’Italia avrebbe potuto presidiare. Londra si muove, Parigi firma, Madrid e Dublino spingono, i Paesi nordici scelgono misure concrete. L’Italia resta a guardare. E si consuma il paradosso: un governo che rivendica centralità nel Mediterraneo si ritrova marginale sulla crisi più decisiva del Medio Oriente. Il richiamo ad Haaretz rende il quadro più pesante. Secondo il quotidiano israeliano, il 23 settembre 2023 Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito Netanyahu che Yahya Sinwar preparava un “terremoto” contro Israele. Netanyahu nega. Ma se la ricostruzione fosse confermata, il problema prima del 7 ottobre diventerebbe ancora più grave: non solo un fallimento degli apparati, ma un allarme arrivato al vertice e non trasformato in decisione. C’è chi dice che Netanyahu avrebbe deciso di sacrificare migliaia di israeliani per pianificare il genocidio.
Gaza è stata devastata, la Cisgiordania è soffocata dagli insediamenti, la soluzione a due Stati viene demolita ogni giorno sul terreno. Eppure il governo italiano continua a comportarsi come se bastasse pronunciare parole umanitarie per assolvere alla propria responsabilità. Non basta. Meloni e Tajani hanno scelto di non disturbare Netanyahu. Hanno lasciato che la linea italiana coincidesse con l’attesa, con il rinvio, con la speranza che fossero altri a esporsi. Ora altri si sono esposti davvero. E l’Italia non c’è. Se gli insediamenti sono illegali, il commercio con quegli insediamenti non può essere trattato come una normale relazione economica. Chi continua a farlo sceglie di rendere ordinaria l’occupazione. La prima pagina di oggi è tutta qui: dodici Paesi decidono di muoversi, Israele reagisce con ritorsioni, l’Italia resta ferma. Non è cautela. È immobilismo. E sull’immobilismo resta impressa una parola sola: complicità.

(Alessio Mannino – lafionda.org) – Piccolo vademecum per uscire vivi dall’alluvione di analisi sul trionfo di Alternative für Deutschland nel Land di Sassonia-Anhalt.
Campagnuolo: «Il miglioramento della qualità dell’aria è un dato positivo, ma aria e alimenti sono matrici differenti. Occorre tutelare contemporaneamente salute pubblica, agricoltori, allevatori e produzioni della Valle Caudina».

Dopo le numerose notizie, dichiarazioni e considerazioni circolate in questi giorni in merito al rogo verificatosi nell’area industriale di Airola e alle possibili conseguenze sulle produzioni agricole del territorio, il Dr. Evangelista Campagnuolo, professionista nel settore della sicurezza, igiene e diritto alimentare, interviene per richiamare l’attenzione sulla necessità di distinguere i dati relativi alla qualità dell’aria dalla valutazione della sicurezza delle matrici alimentari.
«I risultati dei monitoraggi atmosferici successivi all’incendio rappresentano certamente un elemento incoraggiante – sottolinea Campagnuolo – ma è necessario chiarire un principio fondamentale: aria e alimenti non sono la stessa cosa. Il rientro dei valori atmosferici non può essere automaticamente interpretato come un risultato analitico riferito a ortaggi, frutta, terreni, foraggi o produzioni di origine animale».
Durante un incendio di natura industriale, infatti, particolato e sostanze originate dai processi di combustione possono essere trasportati dalla nube e successivamente depositarsi sul terreno e sulle superfici vegetali. La valutazione dell’eventuale ricaduta deve pertanto tenere conto della tipologia delle sostanze coinvolte, della direzione e dispersione dei fumi, delle condizioni meteorologiche e delle caratteristiche delle produzioni presenti nelle aree interessate.
Particolare attenzione, sotto il profilo tecnico, meritano contaminanti persistenti quali diossine e PCB diossina-simili, che presentano caratteristiche di persistenza ambientale e lipofilia e che, qualora presenti in quantità significative, possono entrare nella catena alimentare.
«Questo – precisa Campagnuolo – non significa affermare che i prodotti agricoli della Valle Caudina siano contaminati. Una simile affermazione, in assenza di risultati analitici specifici, sarebbe scientificamente scorretta e potrebbe determinare un danno ingiustificato alle aziende agricole e zootecniche del territorio. Ma lo stesso rigore deve essere utilizzato nel senso opposto: un dato relativo alla qualità dell’aria non deve essere trasformato automaticamente in una certificazione sulla sicurezza delle produzioni alimentari».
Da qui la necessità, nelle aree che le autorità competenti dovessero individuare come effettivamente interessate dalla ricaduta dei fumi, di valutare l’opportunità di campionamenti mirati sulle matrici maggiormente esposte, quali suolo, vegetali, ortaggi, foraggi e pascoli e, laddove tecnicamente necessario, sulle produzioni zootecniche come latte e uova.
«La sicurezza alimentare – continua Campagnuolo – si fonda su un principio molto semplice: campionare, analizzare e valutare i risultati. Non servono né allarmismi né rassicurazioni prive di un adeguato supporto analitico».
L’attenzione deve essere rivolta contemporaneamente alla tutela della salute pubblica e alla salvaguardia del comparto agricolo e zootecnico della Valle Caudina.
«I nostri agricoltori e allevatori non possono subire un danno economico e d’immagine provocato dalla diffusione indiscriminata dell’idea che i prodotti del territorio siano contaminati, se questa affermazione non è sostenuta da evidenze scientifiche. Allo stesso tempo i cittadini hanno diritto a informazioni chiare e verificabili».
«La posizione più responsabile – conclude Campagnuolo – è quindi una sola: né allarmismo, né rassicurazioni affrettate. Prima i controlli, poi parlano i risultati. È così che si tutelano insieme salute, agricoltura e territorio».

Si chiude con un bilancio estremamente positivo la 51ª edizione di Vinestate, che dal 3 al 6 settembre ha trasformato ancora una volta Torrecuso nella capitale del vino e delle eccellenze del territorio. Quattro giornate intense, partecipate e ricche di appuntamenti, nelle quali il borgo ha accolto appassionati, visitatori, produttori, operatori del settore e rappresentanti delle istituzioni, confermando Vinestate come uno degli appuntamenti più importanti per la promozione del patrimonio vitivinicolo, culturale ed enogastronomico del Sannio. Il vino è stato, come sempre, il grande protagonista della manifestazione, ma attorno ad esso si è sviluppato un racconto più ampio e articolato: quello di un territorio che ha scelto di presentarsi attraverso le proprie produzioni, la propria storia, la cultura, l’arte, la gastronomia, la musica e la capacità di guardare al futuro. Ad aprire la 51ª edizione di Vinestate è stata l’inaugurazione del Museo Enologico di arte contemporanea, ospitato negli spazi di Palazzo Caracciolo Cito, accompagnata dalla visita alla mostra “Cosmogonie – Mito e Materia”. Un avvio dal forte valore simbolico, che ha immediatamente messo in evidenza una delle caratteristiche distintive di questa edizione: il dialogo tra il mondo del vino e le diverse espressioni della cultura. All’interno di Vinestate si è svolta la rassegna letteraria “Letture in sorsi” a cura dei Borghi della Lettura, un’iniziativa nata nel 2024 da un’idea dei co-referenti territoriali Antonio Sauchella e Loredana Orsillo e per l’anno 2026 ha previsto, nella suggestiva Piazza Sant’Erasmo, alcune dedicate a libri e temi differenti: Nel segno del Noir il giornalista Salvo Falcone ha dialogato con Annamaria Venere, autrice del romanzo Sete nera ,romanzo ambientato nella Bari di fine anni Ottanta tra tensioni sociali, potere economico e criminalità organizzata e Nel segno dell’evoluzione: Loredana Orsillo (Referente Borghi della Lettura di Torrecuso) ha dialogato con Antonino Russo, autore di ‘Cortocircuito evolutivo. Tra Fake News e Distorsioni cognitive, riflessione sui meccanismi cognitivi che rendono l’uomo vulnerabile alla disinformazione’.
Nel corso di Vinestate le strade del borgo sono diventate un grande luogo di incontro e di scoperta. Le cantine hanno raccontato il Sannio attraverso i loro vini, accompagnando i visitatori in un percorso fatto di degustazioni, profumi, sapori e storie. Accanto alle produzioni vitivinicole, spazio alla gastronomia del territorio,alle cene con vini in abbinamento e alle eccellenze agroalimentari e artigianali del Taburno. Grande attenzione è stata dedicata anche al confronto e all’approfondimento. Il vino non è stato soltanto degustazione e convivialità, ma occasione per riflettere sul suo valore economico, culturale e identitario, sulle sfide della tutela e della promozione e sulle prospettive future di un comparto strategico per l’intero territorio. Tra i momenti centrali dell’edizione 2026, il confronto sul tema del valore del vino e il convegno “Il Sannio in rotta verso l’America’s Cup Napoli 2027”, che ha portato a Torrecuso rappresentanti delle istituzioni e del mondo vitivinicolo, universitario e imprenditoriale. Un appuntamento che ha rafforzato la visione di un Sannio capace di cogliere le grandi opportunità offerte dagli eventi internazionali per promuovere le proprie eccellenze e costruire nuove connessioni tra territori, turismo, cultura ed economia. Tra i momenti più significativi di Vinestate 2026 anche il gemellaggio tra la Pro Loco di Torrecuso e la Pro Loco Pieve Castionese (Belluno), un incontro dal forte valore simbolico che ha unito due comunità e due territori nel segno della condivisione, dello scambio e della valorizzazione delle rispettive identità. Un’occasione per rafforzare il dialogo tra realtà diverse, ma accomunate dalla stessa volontà di promuovere tradizioni, cultura, enogastronomia e accoglienza, ponendo le basi per future collaborazioni e nuovi percorsi comuni. Proprio il richiamo all’America’s Cup Napoli 2027 ha rappresentato uno dei fili conduttori di Vinestate 2026, con lo sguardo rivolto a una sfida che va oltre i confini della singola manifestazione e che chiama il territorio a prepararsi, a fare rete e a presentarsi con una proposta sempre più riconoscibile e competitiva.
Non sono mancati i momenti dedicati alla musica che hanno animato le serate e contribuito a creare un’atmosfera di festa. Vinestate ha così confermato la propria capacità di parlare a pubblici diversi, unendo gli appassionati del vino alle famiglie, ai giovani e ai visitatori attratti dalla possibilità di vivere il borgo attraverso un’esperienza completa.
Un’edizione che ha visto protagoniste le 19 cantine partecipanti, insieme alle associazioni, agli operatori, agli artisti, agli chef, ai produttori e a quanti hanno contribuito a costruire un programma capace di intrecciare tradizione e innovazione.
“Si chiude un’edizione di Vinestate che ci lascia grande soddisfazione e, soprattutto, tanta fiducia per il futuro – dichiara il sindaco di Torrecuso, Angelino Iannella -. In questi quattro giorni abbiamo visto il nostro paese vivere, animarsi e raccontarsi. Abbiamo visto tante persone arrivare a Torrecuso per degustare i nostri vini, conoscere le nostre aziende, le nostre tradizioni e le bellezze del nostro territorio in un’atmosfera serena. Ed è proprio questo il significato più importante di Vinestate: creare occasioni per valorizzare la nostra identità e trasformarla in opportunità di crescita. Il vino è il filo conduttore di questa manifestazione – prosegue Iannella – ma Vinestate ci ricorda ogni anno che attorno al vino c’è un intero territorio. Ci sono le imprese, le famiglie, la storia, la cultura, il paesaggio, la gastronomia e il lavoro di tante persone. Questa edizione ha raccontato tutto questo con grande intensità, aprendosi anche a nuove prospettive e guardando alle grandi opportunità che il futuro ci pone davanti, a partire dalla rotta verso l’America’s Cup Napoli 2027”. Il primo cittadino ha poi voluto rivolgere un ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita della manifestazione. “Desidero ringraziare, prima di tutto, le nostre aziende vitivinicole, che sono il cuore e le protagoniste di Vinestate. A loro va la nostra gratitudine per il lavoro quotidiano che svolgono e per la capacità di rappresentare, attraverso le loro produzioni, il nome di Torrecuso anche oltre i confini del nostro territorio. Un ringraziamento sentito va al Comitato Vinestate, a tutte le associazioni coinvolte, agli enti e alle istituzioni, agli operatori, agli artisti, agli ospiti, ai relatori, agli espositori, agli chef, agli sponsor, agli organi di informaizoni che hanno ‘raccontato’ Vinestate e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo importante appuntamento. Ringrazio inoltre tutte le forze dell’ordine e quanti hanno lavorato, spesso dietro le quinte, per garantire l’organizzazione, l’accoglienza e la sicurezza della manifestazione. Un grazie speciale – conclude il sindaco Angelino Iannella – va ai cittadini di Torrecuso, che anche quest’anno hanno accolto Vinestate con entusiasmo e partecipazione, e naturalmente ai tantissimi visitatori che hanno scelto di trascorrere con noi queste giornate. Vinestate è una festa della comunità e il risultato raggiunto è il risultato del lavoro di tutti. È questa collaborazione, questa capacità di fare squadra e di credere nel nostro territorio che ci permette di guardare avanti con fiducia e di continuare a costruire, insieme, il futuro di Torrecuso e delle sue eccellenze”. Si chiude così la 51esima edizione di Vinestate, con il calore di quattro giornate intense e con la consapevolezza di aver rafforzato ancora una volta il legame tra il vino e il territorio. L’appuntamento guarda già al futuro, con l’obiettivo di consolidare il percorso avviato e continuare a far crescere una manifestazione che, dopo cinquantuno edizioni, conserva intatta la propria identità ma sa rinnovarsi, accogliere nuove sfide e immaginare nuove rotte. Perché a Torrecuso il vino continua a essere molto più di un prodotto: è cultura, lavoro, memoria, accoglienza e futuro.

(di Gianluca Roselli – ilfattoquotidiano.it) – L’applauso arriva generoso e convinto, quando quasi alle otto di sera Sigfrido Ranucci sale sul palco di Visionaria 2026, festival nel quartiere romano della Garbatella. Dove l’ex conduttore di Report è nato e cresciuto. “Devo tanto a questo quartiere e alla sua gente. La Garbatella mi ha insegnato ad essere ‘garbato’, ma fermo”, esordisce il giornalista. È la sua prima uscita pubblica a Roma, dopo la rimozione alla conduzione di Report. Sta portando il suo ultimo libro – Il ritorno della casta – in giro per il Paese e ovunque viene accolto da migliaia di persone. E un migliaio sono pure alla Villetta Social Lab, luogo iconico della sinistra romana e del rione: in platea anche l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio e il presidente del Municipio Amedeo Ciaccheri. Ranucci parte subito sul suo tema forte. “Non hanno paura che io mi candidi in politica, ma temono invece che sia il conduttore di Report. Questo racconta quanto è importante la libertà di stampa e quanto sia in pericolo nel nostro Paese. Questo governo sta facendo di tutto per limitarla, semmai sono per la libertà di manipolazione…”, dice. “Candidarmi? Non ci penso. Poi se proprio mi cacciano dalla Rai…”, aggiunge sorridendo a chi glielo chiede. Lo dice a mo’ di battuta, anche se è solo di due giorni fa un sondaggio di Swg: il 7% degli intervistati giudica positivamente un suo impegno politico. “È stata una sorpresa, visto che non ho annunciato alcuna candidatura e non sto facendo campagna elettorale…”, il suo commento.
È la prima volta a Roma da ex conduttore di Report, dicevamo, e le persone lo fermano, lo abbracciano, vogliono manifestargli solidarietà, dirgli una parola di incoraggiamento e farsi un selfie. Parla di informazione libera, Ranucci, che è “un diritto delle persone e un valore imprescindibile della democrazia”. Poi attacca i social, parla della tecno-destra, delle big tech e del loro grado di manipolazione mondiale, in tutti i Paesi, compresa l’Italia. Racconta episodi su Peter Thiel, Jeff Bezos, Elon Musk. Non attacca direttamente la Rai, nei cui confronti mantiene una buona dose di diplomazia. Ma ogni sua parola sulla riduzione della libertà di stampa e sulle pressioni del governo fanno pensare a Viale Mazzini. “Sigfrido, tra un anno dove ti troveremo?”, chiede la conduttrice. “Sempre qui, in mezzo alle persone, tra di voi. Specialmente dalla parte dei più deboli, degli indifesi, dei disabili e di chi sta in carcere…”, risponde il giornalista. A qualche malizioso viene in mente un carcerato che lui ben conosce: Valter Lavitola. Che due giorni fa ha fornito l’ennesima versione sull’attentato. “Io devo giustificare le mie frequentazioni? A me una bomba sotto casa l’hanno messa. Però chi nella maggioranza ha frequentato mafiosi, criminali di vario genere e anche terroristi neri con sentenze passate in giudicato non deve giustificare nulla? Per loro va bene tutto?”, attacca il giornalista. “Meloni dice di temere che mi abbiano reso un martire, ma non le importa nulla del fatto che mi abbiano ucciso pubblicamente, questo è il suo concetto di democrazia…” Ancora applausi. Domenica sarà alla Versiliana, alla festa del Fatto Quotidiano.
Assemblea del Pd a ottobre per prolungare il mandato della segretaria. In cambio il partito vuole un direttorio sulle candidature: la durata qui si paga in seggi. Si affaccia l’ombra di Gori

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Sono democratici o caporali? Il Pd chiederà una contropartita per allungare la longevità di Elly Schlein. Esiste un passaggio strettissimo che Schlein, con calcolo, ha trascurato, e che rischia di costarle caro. Il 12 settembre il suo mandato da segreteria scade e il congresso, per statuto, si indice in automatico. Il 13, a Reggio Emilia, alla Festa dell’Unità, Schlein sarà costretta ad annunciare la convocazione di un’assemblea nazionale a ottobre (si parla del 10). Non è una proroghetta, per nulla. I dirigenti, in cambio del loro voto, puntano a un direttorio sulle candidature. La durata qui si paga in seggi.
Attenti, il Congresso del Pd non è meno importante delle primarie di coalizione e non è meno importante del malessere di Conte. Non è meno importante della ricerca di un terzo uomo per sfidare Meloni perché da questo congresso passa l’agibilità di Schlein. I dirigenti che non si fidano, e che cercano la ricandidatura, faranno pesare questa proroga necessaria. E’ chiaro che Schlein debba essere prorogata come segretaria, ma prorogarla per sei mesi è ben diverso dal prorogarla per un anno. Se il voto slitta a fine legislatura, Schlein rimarrebbe segretaria fino all’ottobre 2027. Si può fare tutto, e si farà, con i commi, ma in mezzo ai commi si cela il diavolo. Lo statuto del Pd è composto da 55 articoli. Il congresso a scadenza naturale viene indetto dal presidente, in questo caso Stefano Bonaccini. Non si scappa. Lo statuto recita che entro sei mesi bisogna convocare il congresso. Per permettere lo slittamento occorre una norma transitoria. Come avviene questo passaggio? Si convoca l’Assemblea del Pd, quella stessa assemblea dove già un anno fa, alla chetichella, si provò a inserire il comma della proroga, ma inutilmente. E’ da ben sei mesi che si parla di questo congresso e il primo a sollevare la questione è stato Michele Anzaldi. La scadenza adesso è arrivata e Schlein con calcolo è rimasta in silenzio. Lo ha fatto perché vuole vedere chi oserà sfidarla, chi si permetterà di dire in chiaro che questa modifica non si possa fare. Trascura la natura di un partito che si avvicina alle elezioni e che si ripara dietro questa carta scritta dai padri del Pd, dallo storico Vassallo, una carta rigida, e che nel Pd non si parla in chiaro. Si sussurra. Non solo si deve convocare l’Assemblea ma deve essere in presenza e prima ancora si deve aggiornare la lista dei membri, procedere alle surroghe. Per modificare lo statuto serve la maggioranza assoluta degli aventi diritto. E’ sempre lo stesso statuto che apre strade ignote. Chi lo dice che la segretaria deve essere la sola candidata alle primarie di coalizione? Schlein sta girando l’Italia perché cerca la garanzia che sia lei la candidata alle primarie. A Martina Franca, e lo ha raccontato il Tolkien delle Puglie, Michele De Feudis, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Schlein si è fatta incoronare da Emiliano e Decaro (quel Decaro che aveva cercato l’intesa con Silvia Salis) e che ora dice: “Elly, sei la nostra guida e candidata”.
In teoria, a eventuali primarie di coalizione, il Pd potrebbe esprimere oltre alla candidatura della segretaria anche altre candidature. Il nome che si fa è quello di Giorgio Gori. Schlein può forse impedirlo? Il Pd non è il carrozzone di Vannacci, dove si espelle e si emenda, se la caponata è rimasta sullo stomaco. Il congresso deve farsi e serve anche un notaio e in Assemblea ci deve essere anche un parlamentare che deve farsi promotore: “Chiedo che lo statuto…”. Anche figurativamente ha una sua rilevanza. E’ un passaggio politico autentico e i dirigenti vogliono che venga negoziata così: un direttorio ristretto di capi corrente per gestire le prossime candidature, evitare la notte delle scope nelle liste. Il 13, a Reggio Emilia, la notizia, l’atteso acquisto dell’Unità, può trasformarsi in quest’assemblea, uno scambio, l’adagio sbardelliano: “A Elly, che t’è serve”.

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] La delusione di aver letto anche domenica l’editoriale di Ezio Mauro – che non si è trasformato in dottor Jekyll, ma è rimasto mister Hyde come tutta la settimana – a proposito dei valori della democrazia salvati dall’Europa con la guerra contro la Russia, mi spinge a tornare su argomenti ostici per i cantori del “liberal order”.
Due immobiliaristi statunitensi fanno la spola tra Washington, Mosca e Kiev per dare inizio a un dialogo sulle possibilità di mediazione. Due imprenditori, legati da amicizia e parentela con il famigerato presidente Trump, danno uno schiaffo morale alla diplomazia europea, sepolta negli uffici a contemplare, sudata e sgomenta, le veline dell’intelligence se non gli editoriali di Mauro-mister Hyde. Intanto dopo 5 anni di guerra, secondo le agenzie ucraine, vi sono un milione di vittime, cifre non chiare di feriti e amputati, la distruzione delle infrastrutture militari, energetiche, logistiche e civili, la perdita di un terzo se non di metà della popolazione ucraina. Crimini certamente a opera dei russi, in una escalation fortemente voluta dall’Europa “democratica”, allineata a un progetto neoconservatore Usa che risale al 1997, di erosione del potere russo attraverso il buco nero dell’Ucraina.
[…]
Quali probabilità di riuscita presenta la missione degli immobiliaristi Kushner e Witkoff? Julian Assange, detenuto politico dell’Occidente “democratico”, poi liberato sotto condizione di rinunciare al progetto Wikileaks, aveva spiegato nel 2011 che le guerre occidentali non avevano veri e propri obiettivi strategici in quanto erano in sé stesse e nella propria autoalimentazione lo strumento per riciclare il denaro dei contribuenti nelle industrie di guerra e nelle élite transnazionali. In Ucraina come in Medio Oriente siamo in presenza di guerre di attrito che lo “Stato profondo” statunitense vuole continuare.
La missione di Kushner e Witkoff serve in un momento pre-elettorale a una narrativa favorevole al Trump, anomalia isolazionista, che resta sotto ricatto delle lobby della finanza, delle armi e di Israele. La Russia non rinuncerà ad alcuni obiettivi esistenziali, che si riducono all’annullamento della minaccia della Nato attraverso lo stato fantoccio e militarizzato dell’Ucraina: territorio del Donbass, zona smilitarizzata garantita da truppe internazionali, neutralità, Odessa. Una mediazione potrebbe esserci se l’Europa rinunciasse ai suoi propositi militaristi e ammettesse il fallimento della strategia che ha perseguito lo smembramento della Federazione russa e l’accaparramento delle materie prime e risorse energetiche al fine di dare ossigeno al capitale finanziario. Sarebbe necessario abbandonare la postura bellicistica del nuovo fascismo (ma Monti è rimasto al 1945?), revocare le sanzioni e tornare a negoziati su una architettura di sicurezza in Europa.
Le élite hanno capito che l’Ucraina non potrà riconquistare i territori perduti, ma considerano che il sacrificio umano possa ancora continuare. Oltre agli uomini l’intenzione è di arruolare anche le donne al fronte, perché alcuni obiettivi tattici devono essere consolidati: la distruzione dell’economia tedesca ed europea, il suo vassallaggio e la fine di ogni autonomia strategica. Mi aspetto un editoriale di mister Hyde su come Kiev sia democratica perché rispetta negli eserciti l’uguaglianza di genere; e uno di Monti su come l’Europa antifascista, in un bagno di sangue, riscoprirà la propria unità, la difesa in un unico esercito e il voto a maggioranza. Peccato che il 5% del Pil serva a comprare armi statunitensi e che nell’attuale Europa delle Patrie la difesa comune e il voto a maggioranza siano finalizzati solo a farne il braccio armato europeo della Nato, perseguendo gli interessi del dollaro e non dei popoli europei.
[…]
Siamo in cattiva compagnia. I movimenti di destra estrema, filosionisti, che utilizzano gli immigrati come capro espiatorio, razzisti, si oppongono oggi alla guerra in Ucraina. E hanno raccolto il malcontento popolare creato da austerità, neoliberismo, propaganda atlantista e wokismo. Le due destre al potere (la maggioranza Ursula) ne sono ugualmente responsabili.
Non sottovaluterei le tendenze verso l’autoritarismo europeo: il “cordone sanitario” contro il dissenso di estrema destra e di sinistra, quella vera. In Italia esse sono rappresentate da personaggi (non riusciamo a prenderli sul serio) come Picierno e Calenda, che vogliono salvare la democrazia mandando nei gulag i dissenzienti, in primis Angelo d’Orsi, la sottoscritta e il Fatto quotidiano. Il liberalismo, nei momenti di rischio di sconfitta, è spesso ricorso alla violenza autocratica. Hitler è stato sostenuto dai grandi gruppi industriali e dai liberali. Non dimentichiamolo.

(di Michele Serra – repubblica.it) – «Nessun dogma, nessuna religione è superiore alle leggi della Repubblica»: così la ministra per la Parità del governo francese, Aurore Bergé, ha commentato il penoso cedimento dei gestori della Tour Eiffel alla richiesta di una delegazione indù che, visitando la torre, ha preteso di non avere contatti con personale femminile, ed è stata incredibilmente accontentata. Il personale della torre è sceso in sciopero per protesta, incontrando un vasto e giustificato consenso politico.
È una notizia che ne contiene due. La prima è che non esiste un monopolio dell’Islam, nella misoginia: anche altre religioni, altre credenze, temono la parità di genere come il demonio.
La seconda è che l’unico rimedio, non solo politicamente parlando, anche tecnicamente, è la République: ovvero un insieme di regole di convivenza e di rispetto reciproco che trascende, con la forza delle sue convinzioni liberali e ugualitarie, le singole credenze religiose e ideologiche. Puoi essere cristiano, musulmano, agnostico, ateo, pastafariano, quello che ti pare: ma non puoi permetterti di imporre la tua morale e i tuoi tabù alla società intera.
La società (e la Repubblica che la rappresenta) è molto di più delle sue singole componenti. È, per definizione, plurale e dunque obbligata alla tolleranza: intollerante, per necessità, solo con gli intolleranti. Non solo gli indù: chiunque pretenda che la propria religione costringa altri a piegarsi alle sue regole. Vale anche per il crocifisso nelle scuole e nei locali pubblici.
Varianti e aumento prezzi pari al 70% dei contratti. L’ad Salini scrive al governo: “Intervenga o i cantieri a rischio”

(di Carlo Di Foggia e Andrea Moizo – ilfattoquotidiano.it) – Due settimane fa Matteo Salvini ha lanciato un appello accorato per uno scostamento di bilancio. “Servono 20 miliardi”, ha detto il ministro delle Infrastrutture parlando di “grandi cantieri a rischio”. Quel che non si sapeva è che la cifra non l’ha quantificata il suo ministero ma il colosso delle costruzioni Webuild in un’allarmata lettera inviata al governo a fine luglio. Sette pagine – riservate e firmate dall’ad Pietro Salini – che prefigurano uno scenario fosco. Salini parla di “situazione non più sostenibile” e chiede al governo di coprire ingenti extra-costi o scatterà “la ridefinizione dei programmi di produzione e dei livelli di attività dei cantieri, la ridefinizione degli impegni verso la filiera dei fornitori e subappaltatori e l’avvio delle procedure (…) per l’accesso agli ammortizzatori sociali”. L’oggetto sono i contratti che Webuild (come azionista di maggioranza dei consorzi di costruzione) ha con Rfi, controllata di Ferrovie dello Stato: 18 grandi opere per un importo di 30 miliardi, dal Terzo Valico di Genova alla Verona-Padova fino alla Palermo-Catania. Appalti – scrive Salini – che stanno causando alla società una “situazione di grave squilibrio economico-finanziario”.
Il cahier de doléances è variegato. Il manager spiega che la società avanza crediti per 800 milioni e soprattutto, da capofila dei consorzi, “riserve” (le varianti che fanno salire i costi degli appalti) per “circa 22 miliardi, di cui 13 per oneri già sostenuti”. Parliamo del 70% del valore dei contratti, una cifra abnorme. Il manager se la prende col meccanismo previsto dal nuovo codice degli appalti che affida ai Collegi consultivi tecnici (Cct) le controversie tra appaltante e appaltatore. Quando il costruttore reclama una variante la pratica finisce a questi organi (dove siedono le due parti e una figura terza) che decidono se ha ragione o no. Per Salini hanno tempi lunghi e “la qualità di alcune determinazioni è tale da non orientare la condotta delle parti”. Cioè, se ne deduce, non accolgono tutte le richieste di Webuild e “il contenzioso si accumula”. Salini si duole anche del fatto che il governo non ha prorogato lo stop all’obbligo di restituire gli anticipi del 30% sugli appalti Pnrr versati da Rfi. La proroga è saltata dal decreto Infrastrutture “in ragione dell’orientamento del ministero dell’Economia”, cioè del ministro leghista Giancarlo Giorgetti.
E veniamo alle soluzioni. Salini vorrebbe che venissero riconosciute riserve per “6-7 miliardi”, semplicemente sulla base del fatto che storicamente le varianti sono riconosciute dai Cct per il 29% degli “importi in discussione (i 22 mld di cui sopra, ndr)”. Altri 10-12 miliardi, invece, riguardano “risorse addizionali necessarie per portare a termine le opere” dovute “alla revisione dei prezzi e alle lavorazioni effettivamente necessarie al completamento” (3 miliardi per il Terzo Valico, altrettanti per la Palermo-Catania e la circonvallazione di Trento, la Vicenza-Padova eccetera). In teoria queste ultime dovrebbero rientrare, almeno in parte, nella posta precedente (le riserve) e invece il manager sembra sommarle.
Per l’uomo che guida l’azienda che dovrebbe costruire il Ponte sullo Stretto, serve realizzare “un’operazione verità che faccia emergere i valori reali dei contratti”. Un suo vecchio cavallo di battaglia: inflazione (“revisione dei prezzi rispetto a prezzari di gara talora molto remoti”) e revisioni progettuali anche per responsabilità dell’appaltatore (“le quantità di lavorazioni che l’avanzamento della progettazione e l’esecuzione hanno reso necessarie”) non devono essere a suo carico. Come dire: i profitti a noi, il rischio d’impresa al committente. Mr Webuild avanza anche proposte legislative: “Adeguamento degli importi”, “estensione dell’anticipo del 10% delle riserve anche ad appalti non Pnrr”, “sospensione del recupero delle anticipazioni”, “copertura economica delle opere per le quali sussiste condivisione in ordine al maggior costo”, “modifiche alla disciplina dei Cct” che consentano “di disporne la decadenza”. Insomma, a Webuild servono questi 20 miliardi, o quantomeno “il fabbisogno di cassa immediato”, 2,1 miliardi, finanziabile “con una rimodulazione che sposti nel tempo opere non in corso”: così “più si lavora, più si aggrava la posizione finanziaria”.
Salini si dice fiducioso “che entro la prima settimana di agosto possano essere assunte le decisioni necessarie” altrimenti si rischiano ripercussioni per la filiera (la lettera ricorda che ci sono “migliaia di imprese” che danno lavoro a “22 mila addetti”). Sarebbe, spiega il manager, “un esito privo di vincitori”. Siamo a settembre, ma Webuild è ferma davanti al bancomat.
A Palazzo Chigi si temono falsi passi alla Camera con il voto segreto. I leader di FI e Lega non riescono a fornire garanzie

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – La tattica scelta da Palazzo Chigi si può condensare in un’espressione: deterrenza. Nelle ultime ore, la partita della legge elettorale è tornata con prepotenza a occupare pensieri e angosce di Giorgia Meloni. La preoccupazione, che ciclicamente si manifesta e che adesso è tornata a superare il livello di guardia, si concentra su un passaggio delicato, forse l’ultimo davvero rimasto lungo il cammino che conduce alla riforma: il voto finale della Camera. Conta segreta, dunque incontrollabile. Bersaglio perfetto dei franchi tiratori. Casus belli ideale per una crisi a quel punto inevitabile.
E dunque, ecco cosa si registra nel cuore della maggioranza. Da qualche giorno, ai vertici dell’esecutivo è giunto un nuovo alert: settori di Forza Italia e della Lega starebbero pianificando un’imboscata. Nessuno dei due vicepremier è in grado di fornire garanzie che non accada. Sulla carta, bastano una trentina di dissidenti. Abbastanza per spingere la presidente del Consiglio a far sapere ai partner di governo che uno scenario del genere avrebbe un solo sbocco: urne immediate. Entro fine gennaio. Stringendo al massimo i tempi per la legge di bilancio. Certo, la gestione della crisi sarebbe di competenza del Colle. Ma i meloniani si dicono convinti che nessuno, neanche nel Pd, accetterebbe anche solo un paio di mesi in più per un esecutivo che traghetti il Paese alle urne.
Ripartiamo dalla deterrenza: la minaccia politica serve proprio a scoraggiare gli alleati tentati dallo strappo. E farlo sapere aiuta a rendere l’eventuale “tradimento” meno probabile. Ma resta un dato incontrollabile: è il panico a guidare le truppe di Antonio Tajani e Matteo Salvini, in queste ore.
Sommovimenti interni ai gruppi fanno tremare azzurri e leghisti. Al Senato, Stefania Craxi continua a consigliare prudenza, ma senza esagerare: lì il voto è palese e nessuno vuole lasciare impronte visibili. A Montecitorio invece, dove la legge dovrà tornare per l’ultimo passaggio, l’esecutivo porrà quasi certamente la questione di fiducia. Ciononostante, resta uno snodo ineludibile: il voto finale. Quello è a scrutinio segreto. E i numeri fotografano l’enorme rischio che corre il centrodestra: FI ha 52 deputati, il Carroccio 57, Noi moderati 8. In tutto, un bacino di 115 parlamentari. A questi vanno aggiunti eventuali franchi tiratori meloniani: di certo quelli preoccupati dalla reintroduzione delle preferenze potrebbero scagliarsi contro la riforma.
Un incubo che da mesi allarma il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami. Da ormai molte settimane ha spiegato, numeri alla mano, tutte le incognite ai massimi dirigenti del partito. Ecco perché, avvertita del rischio, Meloni ha ribadito ai due vicepremier cosa accadrebbe di fronte a una clamorosa bocciatura dell’unica riforma ancora in piedi: crisi immediata, dimissioni e il governo uscente a gestire una legge di bilancio a quel punto da varare in tempi brevissimi. Quindi, urne a fine gennaio.
Un’opzione delicata. E con delle ripercussioni non banali sul futuro dei deputati e senatori in carica, a quel punto costretti a rinunciare alla pensione che maturerebbe infatti soltanto un paio di mesi dopo. Ancora una volta, deterrenza. Da Palazzo Chigi agitano anche un’altra conseguenza possibile: una corsa solitaria di FdI per “punire” gli alleati capaci di affossare la legge elettorale. Quest’ultima arma, però, non sarà in realtà utilizzata. Anche perché nessuno potrebbe mai provare con certezza quale settore dell’emiciclo sia realmente responsabile dell’imboscata. Ci sarà dunque una nuova coalizione con meloniani, azzurri e leghisti, senza Futuro nazionale. Semmai, Meloni farà scontare lo sgarbo agli alleati limitando al massimo i candidati concessi per l’uninominale. Sondaggi alla mano, il 70% di quei nomi sarà espressione di FdI.
Si voterebbe con il Rosatellum, in questo scenario emergenziale. Con un effetto probabile, tra gli altri: l’eventuale vittoria del centrosinistra sarebbe assai più risicata rispetto a quella possibile con un sistema di voto che preveda il premio di maggioranza. Urne ultra-accelerate a fine gennaio, inoltre, metterebbero in crisi il centrosinistra, ancora indietro nel percorso di selezione del candidato premier. Alla fine, da un incidente politico potrebbero anche derivare effetti non del tutto sconvenienti per la presidente del Consiglio.