
(Estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Antonio Tajani, che sembra preso dalla strada come gli attori di Rossellini e messo a recitare il ruolo di ministro degli Esteri in un’epoca di quasi guerra mondiale, quando dice che qualcosa è “inaccettabile” vuol dire che può continuare benissimo ad accettarla.
[…] A ottobre 2024, in occasione degli attacchi dei soldati israeliani contro le basi Unifil in Libano, tuonò: “È inaccettabile quello che sta accadendo”, per poi precisare: “Aspettiamo che facciano l’inchiesta e, visto che ci sono prove inequivocabili che sono stati i soldati israeliani a sparare contro le basi (qui si confonde, ndr), questa mattina c’è stato un altro incidente inaccettabile (e due, ndr) in una base in cui c’erano anche una settantina di soldati italiani”. Poi, esausto, rimarcò il concetto con un sinonimo: “Ritengo sia inammissibile”. Intervistato dal Tg1 a maggio 2025 nel cortile di casa per commentare i colpi sparati a Jenin in Cisgiordania dalle forze israeliane contro diplomatici europei, tra i quali un viceconsole italiano, scolpì: “È un errore inaccettabile”. Poi, forse temendo di essere stato troppo ultimativo, ammorbidì: “Le scuse vanno bene, però non si può sparare quando ci sono dei diplomatici”, altrimenti sì, ben venga. Poi ci ripensò: “Gli avvertimenti con le armi sono veramente inaccettabili”. Parlando al Senato a settembre 2025 non fece sconti a nessuno: “Voglio essere chiaro: quello che accade nella Striscia è sempre più inaccettabile”. Per questo motivo l’Italia ha delegittimato la Cpi che ha spiccato un mandato di cattura per Netanyahu e il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha votato contro le tregue umanitarie e rafforzato i rapporti militari con Tel Aviv col pretesto del dual use o di consegne nate da accordi precedenti al 7 ottobre 2023, data a partire dalla quale il tetragono Tajani sostiene di aver smesso di inviare armi all’Idf per sparare in testa ai bambini.
[…]
A gennaio di quest’anno, quando due carabinieri italiani in missione diplomatica in Cisgiordania sono stati fermati e minacciati col fucile puntato da un soldato israeliano, Tajani dovettero tenerlo fermo in tre: “Inaccettabile quanto accaduto ai carabinieri!”, infatti dopo non successe niente. E quando gli israeliani vietarono al cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, di entrare a Gaza per la Domenica delle Palme, per poco Antonio non salì su un elicottero dalla Farnesina a Gerusalemme: “È inaccettabile avergli impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro”; e, per far capire che non scherzava, espresse “sdegno”. Per Tajani sono inaccettabili anche i bombardamenti sui civili in Libano da parte di Israele, che infatti li sta continuando in tutt’agio. “Inaccettabile” e financo “esecrabile” è stato il comportamento dell’altrimenti irreprensibile ministro Ben-Gvir, che umiliò gli attivisti della Flotilla privati dei loro diritti e catturati in acque internazionali (secondo Antonio “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”: poi vale il Deuteronomio). Ora che lo stesso Ben-Gvir, ricevuta la notizia di esser indagato dalla Procura di Roma per torture e sequestro, ha detto: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte” (dev’essere la famosa, sottilissima ironia yiddish), Tajani non ci ha visto più: “Non ho parole per commentare ciò che ha detto Ben-Gvir”; anzi, una ce l’ha (indovinate quale?), perché quelle parole “non sono degne di un ministro”, mentre lo è sterminare donne e bambini, sparare sulle ambulanze, eliminare medici, reporter e giornalisti. Tajani ricorda sempre più il Totò che prende le botte da un tizio che lo crede Pasquale: forse vuole vedere dove ’sto stupido di Netanyahu vuole arrivare. Inaccettabili saranno anche i voli Tel Aviv-Cagliari che portano soldati israeliani a scaricare lo stress nel Paese delle ciabatte, ospiti dei resort in Sardegna; ma aspettiamo la dichiarazione ufficiale per accettarli definitivamente.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Alle liti temerarie di B., Previti, Dell’Utri, Renzi e famiglie eravamo abituati. Ma non ci era mai capitato che un personaggio ricco e potente come Cipriani jr., con agganci in mezzo mondo, ci chiedesse 250 milioni di dollari perché “il Fatto deve chiudere”. E non era mai capitato ad alcun giornale italiano. Oltre ai messaggi di solidarietà dei lettori, inversamente proporzionali a quelli dei “colleghi”, il miglior […]
I nordisti di Zaia rivogliono la Lega. Il leader leghista sempre più solo, in pochi lo hanno difeso: così ha deciso di rinviare le decisioni. Aumenta il rischio rottura. I seguaci del Doge, che ironizza sui salviniani, spingono per il cambio di segretario. Ma si teme il contraccolpo sul governo

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Matteo Salvini è all’angolo, ma resiste. Non si sa per quanto riuscirà a farlo. Lo descrivono come amareggiato e anche stanco. Intanto si chiude nel fortino, prendendo ancora qualche giorno di tempo. Al consiglio federale di mercoledì 10 giugno, nella sala Salvadori alla Camera, non c’è stata alcuna nomina.
La riunione è stata aggiornata alla prossima settimana. A quel punto ci saranno le nomine e la riorganizzazione annunciata. Ammesso che basti a convincere l’ala nordista, capeggiata da Luca Zaia. La spinta sarebbe quella di un cambio radicale.
Il ritorno della voce del Nord per tornare alle origini, ripulendo l’immagine sovranista. Il siluramento del segretario aprirebbe un ulteriore quesito: Salvini resterebbe vicepremier? Sarebbe complicato dopo la “sfiducia interna”. Per questo si valuta una mediazione, proposta soprattutto dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon.
Anche perché l’unico punto che ha messo tutti d’accordo nella Lega è la volontà di andare avanti con il governo Meloni. Le contorsioni interne non dovranno avere ricadute sulla tenuta dell’esecutivo. Una crisi causata dalla Lega sarebbe una sciagura e l’ennesimo regalo a Roberto Vannacci. Indipendentemente dalla leadership.

Nel confronto Salvini è stato affiancato da pochi fedelissimi, come i sovranisti Alberto Bagnai e Claudio Borghi, il senatore Roberto Marti, e la mente economica del salvinismo, l’ex sottosegretario Armando Siri, che hanno cercato di perorare la sua causa, ricordando i risultati raccolti in questi anni. I pochi mohicani vicini al segretario. Il resto della Lega guarda già al futuro. L’ala nordista non contempla la leadership futura dell’attuale segretario. Senza un cambio di passo celere, il rischio è quello di arrivare a una rottura totale già nelle prossime settimane se il vicepremier dovesse irrigidirsi ulteriormente. Una delle vicesegretarie, Silvia Sardone, ha spiegato: «Non c’è stata nessuna nomina, sono rimaste quelle. Nulla esclude possano esserci in futuro, al momento non è stato detto nulla a riguardo».
«Ha ascoltato con attenzione gli interventi. È determinato a rafforzare sempre di più la Lega, valorizzando il grande impegno degli amministratori (apprezzati in tutti i territori) all’interno del partito», è stata la nota ufficiale del partito.
Zaia, all’uscita dalla riunione, ha detto: «Non esistono due Leghe e non sono mai esistite. La Lega è una sola». Poi ha risposto con un paragone: «Quando hanno chiesto a Carducci bambino di scrivere un tema su sua mamma ha scritto mia madre è mia madre».
Dietro la diplomazia dei comunicati e i richiami poetici delle dichiarazioni stampa, c’è la realtà tesa della riunione di mercoledì a Montecitorio. Al consiglio federale sono «volati i piatti», racconta una fonte interna per descrivere il clima con una metafora colorita. Salvini si è sottoposto al processo previsto. La sfilata di critiche lascia poco spazio all’immaginazione sul futuro. Molto dura è stata l’ala nordista di Zaia.

L’allontanamento dall’identità originaria, legata al territorio, è stato il punto sottolineato a più riprese. Zaia ha trovato due validi appoggi nei governatori del Nord, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. Anche il capogruppo del Senato, Massimiliano Romeo, è stato ruvido. Del resto, è lo stesso che aveva sfidato il leader leghista sul congresso in Lombardia: Romeo ha costretto al ritiro il candidato salviniano al ruolo di segretario regionale, il deputato Luca Toccalini.
Addirittura il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha presentato il conto dei malumori che accumula da mesi. È stato spesso lasciato solo di fronte all’emorragia di deputati attratti da Vannacci.
Sardone ha comunque escluso un suo passaggio a Futuro nazionale: «Sono cavolate», ha detto. Uno dei pochi a cercare la mediazione è stato il vicesegretario del partito Durigon, uomo forte al Centro-Sud: ha invitato a trovare un punto di caduta per tenere insieme il partito e pensare al rilancio in vista delle elezioni.
La sua prospettiva è complicata: rischia di vedere andare via il blocco della classe dirigente meridionale che ha reclutato negli anni. La sirene vannacciane sono attraenti per molti. Esemplare è il caso del deputato calabrese, Domenico Furgiuele. La soluzione proposta da Durigon è quella di un passaggio soft al modello delle “due Leghe”, seguendo l’esempio della Csu/Cdu in Germania.
Il consigliere del vicepremier Siri ha difeso a spada tratta il leader. Ha criticato lo scarso impegno alle Europee del 2024, quelle che hanno consacrato Vannacci, puntando anche il dito contro la partecipazione al governo Draghi nella scorsa legislatura. Raccontano che Zaia abbia replicato: «Fai il teologo». Schermaglie che contribuiscono a comprendere il clima del consiglio federale più complicato dell’epoca salviniana. Che è sempre di più avviata al crepuscolo.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno approvato «nuove sanzioni contro i responsabili dell’intensificarsi delle attività di insediamento e della violenza in Cisgiordania», vietando l’ingresso sul proprio territorio a 25 coloni israeliani. Ad annunciarlo è il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot. Parigi ha esteso il divieto anche al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, esponente di spicco del governo Netanyahu. Nelle scorse settimane, a seguito del trattamento degradante riservato all’equipaggio della Flotilla, la Francia aveva negato l’ingresso anche al ministro-colono Itamar Ben-Gvir. In quell’occasione, così come nelle ultime ore, l’Italia si è limitata a esprimere un disappunto verbale, non partecipando alle timide sanzioni occidentali.
«Di fronte all’aggravarsi della situazione in Cisgiordania, noi, ministri degli Affari esteri di Australia, Canada, Francia, Norvegia e Regno Unito, abbiamo agito insieme per mettere in atto sanzioni e altre misure affinché i coloni estremisti rendano conto delle terribili violenze che commettono contro i civili palestinesi». Così si legge nella dichiarazione congiunta pubblicata dal ministero degli Esteri francese. Seguendo la scia di quanto fatto di recente in sede europea, viene riproposta una distinzione interna ai coloni, nonostante a essere intrinsecamente violento, oltre che illegale, è il fenomeno in sé. La sola presenza dei coloni implica infatti l’espulsione dei palestinesi dalle loro terre, sottratte con la forza.
Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno dunque deciso di vietare l’ingresso a «quattro responsabili di organizzazioni di coloni e 21 coloni violenti», come dichiarato da Barrot. Un messaggio politico, più che economico, diretto a Tel Aviv. I Paesi si dicono infatti «pronti a prendere ulteriori misure se il governo israeliano non agirà rapidamente per porre rimedio alla situazione sul campo». L’esecutivo guidato da Netanyahu ha però reagito con durezza, sostenendo che «la vera essenza di questi provvedimenti è il tentativo di imporre una posizione politica riguardo al diritto degli ebrei di vivere nella Terra d’Israele». Il Regno Unito prova ad alzare il livello delle sanzioni, avvicinandosi ai blocchi commerciali invocati in questi due anni e mezzo dalla società civile. «Se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali», ha detto la ministra degli Esteri Yvette Cooper in Parlamento.
In Italia continuano gli attacchi a distanza tra il capo della Farnesina Antonio Tajani e il ministro-colono israeliano Ben-Gvir. Dopo aver appreso la notizia delle indagini a suo carico avviate dalla Procura di Roma, Ben Gvir ha detto che «il Paese dello Stivale è diventato quello delle ciabatte». Tajani le ha definite «parole inaccettabili e indegne», ma comunque non sufficienti a far aggregare l’Italia ai sei Paesi occidentali che hanno sanzionato timidamente Israele. Non sono bastati neanche le violenze inferte agli equipaggi della Flotilla e i crimini commessi in Palestina.
Il consiglio federale del Carroccio alla Camera è andato avanti per oltre tre ore. «E’ andato bene, quando parlo di Lega sono sempre felice» ha chiosato il segretario alla fine del vertice.

(di Andrea Gagliardi – ilsole24ore.com) – Chi si aspettava che il consiglio federale della Lega convocato oggi in presenza alla Camera partorisse decisioni sul futuro del partito è rimasto deluso. E’ stato un “federale” interlocutorio a livello operativo. Che non si è limitato però all’approvazione del bilancio. E’ stata l’occasione per far emergere il malcontento che cova nel partito per il calo di consensi, drenati soprattutto dal generale Vannacci e per iniziare a ragionare sull’idea di partito federale modello della Csu-Cdu tedesca sponsorizzato da Luca Zaia. Nessuna nomina. Quella dello stesso Zaia a vicesegretario è rimasta in standby. Primo a intervenire è stato Matteo Salvini, che avrebbe chiesto di ripartire “da squadra, organizzazione e temi”. Laconico il segretario alla fine del vertice. «E’ andato bene, quando parlo di Lega sono sempre felice» ha chiosato il segretario alla fine del vertice.
Nella nota ufficiale diffusa alla fine dell’incontro, che suona come un’apertura ai governatori presenti, si legge che Matteo Salvini ascoltato «con attenzione» gli interventi nel consiglio federale. Ed «è determinato a rafforzare sempre di più la Lega, valorizzando il grande impegno degli amministratori (apprezzati in tutti i territori) all’interno del partito».
Più loquace Zaia. A chi gli chiedeva se nella riunione fosse stato affrontato il progetto di un partito che torni a rappresentare il Nord del Paese, in riferimento all’ipotesi di una costola del Carroccio sul modello della Csu in Germania. Ma ha aggiunto che «non esistono due Leghe e non sono mai esistite. La Lega è una sola. Quando hanno chiesto a Carducci bambino di scrivere un tema su sua mamma ha scritto “mia madre è mia madre”». «Abbiamo fatto un bellissimo federale, – ha spiegato ancora – tutti hanno potuto esporre le proprie idee e penso che sia stato costruttivo visto e considerato che moltissimi interventi sono stati in linea con l’idea di essere vicini ai cittadini. E si va in questa direzione, poi ci rincontreremo ancora. Più identità c’è e più consenso c’è».
Non è mancata una stoccata al generale Vannacci. A chi chiedeva se nella riunione fosse mancato l’ex vicesegretario Roberto Vannacci, Zaia ha risposto: «Noi non viviamo di nostalgie». L’ex governatore, venuto di persona a Roma per partecipare al “federale”, ha fattio capire senza mezzi termini che non accetterebbe di fare il vice di Salvini senza poteri relai. Nella prospettiva di un impegno maggiore nel Carroccio, Zaia, che può vantare un rapporto personale con Marina Berlusconi ed è fautore di una destra liberale attenta ai diritti civili (a partire dal fine vita), chiede non solo una riforma del partito in chiave federalista ma anche un cambio di passo politico: una Lega meno ideologica e più pragmatica, più sensibile alle istanze del Nord. No alla remigrazione sponsorizzata da Vannacci insomma. E più “sindacato del territorio”, a tutela di partite Iva e Pmi.
La riunione è andata avanti per oltre tre ore, senza interruzioni. Con il segretario Matteo Salvini e i vice hanno partecipato i ministri del partito, i capigruppo parlamentari, i governatori Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Alberto Stefani. I ministri Valditara e Calderoli hanno lasciato la sala Salvadori per partecipare alle 12 al consiglio dei ministri, rientrando poi alla Camera per la prosecuzione dei lavori.
La tecnologia “flash charging” consente di caricare le auto elettriche in pochissimi minuti

(di Biagio Simonetta – ilsole24ore.com) – Da sempre, i tempi di ricarica rappresentano uno dei maggiori ostacoli per chi valuta l’acquisto di un’auto elettrica. Certo, esistono colonnine molto rapide, ormai. E vetture con batterie tecnologicamente evolute (come quelle a 800 volt montata su alcune auto come la Ioniq 5 di Hyundai, che si ricaricano molto più in fretta rispetto alle altre).
Eppure, il tempi di ricarica rimangono il tallone d’Achille (almeno psicologico) del settore. Per questo la corsa a costruire infrastrutture sempre più performanti non si arresta. Per questo il gigante cinese BYD ha stanziato quasi 2 miliardi di euro per costruire, in Europa, una rete dedicata alla ricarica ultrarapida. L’obiettivo, del quale in realtà si parla già da un anno, è accompagnare la diffusione della tecnologia “flash charging” (ne avevamo scritto qui) che consente di recuperare centinaia di chilometri di autonomia in pochi minuti, e rafforzare la propria posizione in un mercato europeo sempre più strategico.
Il gruppo cinese prevede di installare 3.000 punti di ricarica in Europa entro il 2027. Ogni stazione richiederà un investimento di circa 580 mila euro. Un progetto che di fatto segue il piano annunciato in Cina, dove BYD intende realizzare 20.000 punti di ricarica ultrarapida entro la fine del 2026.
«La priorità è costruire una rete infrastrutturale molto forte», ha dichiarato Stella Li, vicepresidente esecutiva e responsabile delle attività internazionali del gruppo, durante l’inaugurazione della prima stazione flash charging nel Regno Unito.
La tecnologia rappresenta uno dei principali elementi della strategia europea di BYD. Le nuove stazioni raggiungono una potenza di 1.500 kW, ben superiore ai circa 500 kW dei più recenti Supercharger Tesla. Secondo l’azienda, i modelli compatibili possono recuperare fino a 400 chilometri di autonomia in circa cinque minuti.
Chiaramente, non tutti i veicoli elettrici saranno compatibili. Tecnicamente per sfruttare la ricarica da 1.500 kW c’è bisogno di auto con architettura a 1.000 volt. Inoltre, alcuni test in Cina – dove la tecnologia è già stata sviluppata – hanno riscontrato diverse vicissitudini.
Va detto che il piano ricalca in parte la strategia seguita da Tesla negli anni passati: non limitarsi a vendere automobili ma sviluppare direttamente l’infrastruttura necessaria per sostenerne l’utilizzo. BYD sostiene inoltre che le nuove stazioni non dovrebbero gravare eccessivamente sulle reti elettriche locali grazie all’impiego di sistemi di accumulo che vengono ricaricati nelle ore notturne. Le “flash charging” di BYD, infatti, usano infatti una tecnologia diversa dalle colonnine tradizionali. Non prelevano dalla rete istantaneamente 1.500 KW, ma ricaricano (a una potenza più bassa) costantemente delle superbatterie che, a loro volta, vengono poi utilizzate per le ricariche delle auto.
L’obiettivo è chiaro: se BYD riuscirà a portare su larga scala in Europa tempi vicini a quelli di un rifornimento tradizionale, potrebbe ottenere un vantaggio competitivo significativo nei confronti sia dei costruttori europei sia degli altri produttori cinesi presenti sul continente.
Sarà il caso di prepararsi ad interpellare la Corte costituzionale, se la legge sul nucleare dovesse passare, prima ancora che per tutte le ragioni di sicurezza e di convenienza economica, per ribadire il rispetto della volontà dei cittadini

(di Grazia Pagnotta – ilfattoquotidiano.it) – Incostituzionalità per i due referendum che non vengono rispettati, e scelta di una legge delega. Ossia mancanza di riguardo per la democrazia. E’ anche questo la faccenda dell’ostinazione del governo sul nucleare civile, non solo una questione di scienza, di energia e di economia (di cui abbiamo già scritto diverse volte).
Per il governo, supportato dalla lobby internazionale del nucleare alla ricerca di finanziamenti che si sta rivelando potente, il nucleare che propone non è “tecnologicamente comparabile” con quello oggetto dei referendum, ma gli scienziati ci dicono invece che lo è. Perché medesima è la tecnologia della fissione, ossia la rottura di un atomo mediante bombardamento di elettroni, con conseguente rilascio di calore con cui produrre il vapore da mandare nella turbina (altra cosa è la fusione da cui siamo ancora lontani, data dall’unificazione forzata di 2 atomi). Il governo per sostenere la costituzionalità del suo operato si rifà ad una sentenza della Corte costituzionale relativa ai servizi pubblici locali (n. 199/2012) che parla di “circostanze di fatto” mutate, ma queste se si parla di fissione non possono essere considerate cambiate.
E poi ci si chiede perché abbia voluto scegliere la forzatura di una legge delega che toglie spazio al Parlamento, giacché una volta approvata la legge il voto delle Camere sui successivi decreti attuativi non è vincolante per le decisioni dell’esecutivo? La scelta di non impiegare le buone maniere dell’operare istituzionale su una materia così importante e delicata si è vista nuovamente nelle scorse settimane quando ha deciso di procedere con il cosiddetto “canguro”, cioè il voto in blocco di tutti gli emendamenti per oltrepassare la fase della discussione.
Ma in tal complessivo brutto comportamento è accaduto anche di peggio, a cui purtroppo la stampa non ha dato adeguatamente rilievo: il governo ha svelato di tenere alla possibilità di operare anche sul nucleare militare. Lo ha fatto respingendo l’emendamento Bonelli-Ghira (Avs) che chiedeva di inserire la frase “limitare l’uso del nucleare ai soli scopi civili nella ricerca e nella produzione dell’energia”.
L’interesse per l’atomo militare è una vera novità, poiché l’Italia in entrambe le due fasi della sua storia del nucleare civile (la prima dall’inizio degli anni ’50 alla nazionalizzazione dell’energia elettrica nel 1962, la seconda dallo shock petrolifero del 1973 al referendum del 1987) fu interessata esclusivamente alla produzione di elettricità. Ma spieghiamo meglio in cosa consiste la contiguità dei nucleari civile e militare. L’uranio che si impiega nel nucleo del reattore, dopo essere stato adoperato ripetutamente non è più utilizzabile poiché nella fissione si generano residui che una volta accumulatisi impediscono il corretto svolgersi della reazione a catena; contiene ancora però una quantità di elementi utilizzabili, tra cui e il plutonio che si usa per le armi. E’ per questa ragione che la Francia che è una potenza atomica ha tante centrali nucleari. Non esistono però soltanto la bomba atomica e la bomba H (le cui esplosioni si generano rispettivamente l’una con la fissione e l’altra con la fusione) ma anche le armi all’uranio impoverito che tanto abbiamo sentito nominare nelle guerre della ex Jugoslavia e del Golfo e la cui costruzione è ovviamente più semplice.
Il governo ha dunque in mente di fare dell’Italia un produttore di armamenti nucleari? Che abbia a cuore il settore delle armi è evidente, innanzitutto per la presenza di un suo esponente a capo di un ministero, ma anche per un’altra decisione fortemente fuori luogo perché non vi è alcun elemento a favore, ossia l’allargamento della caccia.
E’ proprio il caso di dire: quanta opacità. Sarà il caso di prepararsi ad interpellare la Corte costituzionale, se la legge sul nucleare dovesse passare, prima ancora che per tutte le ragioni di sicurezza e di convenienza economica, per ribadire il rispetto della volontà dei cittadini e l’inappropriatezza delle forzature che restringono il confronto parlamentare. E poi sicuramente gli italiani non vogliono essere produttori di armi nucleari, per di più nello scenario di guerra attuale.

“Esprimo piena solidarietà agli agricoltori campani, oggi in piazza davanti alla Prefettura di Napoli con il supporto di Coldiretti, e condivido con forza le ragioni della loro mobilitazione contro le speculazioni che stanno colpendo olio extravergine d’oliva e grano, due pilastri della nostra agricoltura e della Dieta Mediterranea”. Lo dichiara Raffaele Aveta, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle e Presidente della Commissione Agricoltura del Consiglio regionale della Campania.
“Non è accettabile – prosegue Aveta – che i produttori delle nostre straordinarie materie prime vengano pagati sotto i costi di produzione, mentre i cittadini continuano a trovare sugli scaffali prezzi altissimi. Questo meccanismo schiaccia gli agricoltori, mette a rischio intere filiere produttive e colpisce i consumatori. Quando il grano viene pagato pochi centesimi al chilo e il prezzo finale di pane e pasta resta elevato, siamo davanti a una distorsione che va affrontata con decisione”.
“Serve un intervento immediato del Governo per rafforzare i controlli, contrastare le frodi sull’origine dei prodotti e fermare l’import selvaggio che danneggia il vero Made in Italy agroalimentare. Le nuove tecnologie possono e devono essere utilizzate per garantire tracciabilità, trasparenza e prove certe contro chi altera il mercato”.
“Proprio su questi temi – ricorda Aveta – abbiamo lavorato in Commissione Agricoltura, portando poi all’approvazione dell’Aula una risoluzione per la tutela del Made in Italy agroalimentare, con l’obiettivo di chiedere regole più chiare sull’origine dei prodotti, maggiore trasparenza per i consumatori e strumenti più efficaci a difesa delle filiere campane e nazionali”.
“Come Commissione Agricoltura – conclude Aveta – continueremo a stare al fianco degli agricoltori campani. Difendere olio, grano e produzioni di qualità significa difendere il reddito delle imprese agricole, la salute dei cittadini, la legalità dei mercati e l’identità stessa dei nostri territori”.–
Mario Mosca
Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle
al Consiglio regionale della Campania
tel. 3384807316
Nicola Arpaia
Addetto stampa

L’emergenza cinghiali nella provincia di Benevento ha ormai superato ogni livello di tollerabilità. Non siamo più di fronte a una semplice problematica legata alla fauna selvatica, ma a una vera e propria emergenza che coinvolge agricoltura, sicurezza pubblica, viabilità e tutela delle aree interne.
Nel Sannio la presenza dei cinghiali continua a crescere in maniera incontrollata, provocando danni ingenti alle coltivazioni, mettendo a rischio il lavoro degli agricoltori e aumentando il numero di incidenti sulle strade provinciali e comunali. Le segnalazioni provenienti dai territori sono sempre più frequenti e riguardano ormai anche i centri abitati.
Secondo le stime fornite in sede istituzionale, nella provincia di Benevento sarebbero presenti circa 22.000 esemplari, una consistenza che rende evidente la necessità di interventi straordinari e coordinati.
A pagare il prezzo più alto sono gli agricoltori, costretti a fare i conti con raccolti compromessi, produzioni distrutte e costi sempre maggiori per la protezione delle colture. Le organizzazioni agricole denunciano da tempo una situazione ormai fuori controllo che rischia di mettere in ginocchio intere aziende.
Occorre passare dalle parole ai fatti.
È necessario rafforzare i piani di contenimento, accelerare le procedure di controllo della fauna selvatica, garantire risarcimenti rapidi alle aziende danneggiate e attivare un monitoraggio costante delle aree maggiormente esposte. Allo stesso tempo bisogna coinvolgere maggiormente gli enti locali, le associazioni agricole e tutti i soggetti competenti per costruire una strategia efficace e duratura.
Difendere l’agricoltura significa difendere l’economia del nostro territorio. Difendere la sicurezza delle strade significa tutelare cittadini e famiglie.
Il Sannio e le sue aree interne non possono continuare ad affrontare da sole una problematica che richiede risposte immediate, risorse adeguate e una visione chiara per il futuro.
L’emergenza cinghiali non può più essere rinviata: servono interventi concreti, prima che i danni diventino irreversibili.
(Gian Antonio Stella – corriere.it) – Ve lo immaginate, sulle rive di una delle riserve marine più belle e protette (teoricamente) del pianeta, un albergone di 4.350 metri quadri pari a un edificio di due piani, largo a ogni lato 47 metri cioè molto più dell’imponente facciata del Pantheon? E tutto a dispetto delle regole che da anni vietano di costruire nel paradiso della Sardegna a meno di 300 metri dal mare?
Eppure il progetto, bocciato dal Comune (la legge è legge), dal ministero della Cultura, dalla Soprintendenza e dalla Regione autonoma, è stato giovedì risuscitato dal Consiglio dei ministri. Che, senza mai nominare (pudore?) il luogo adibito a essere stravolto, un magico promontorio tra acque blu, concede un’anonima «variante urbanistica per convertire un’abitazione e l’area limitrofa in un’area/struttura ricettiva». Una spolverina burocratica utile a offuscare la speculazione edilizia varata con la copertura della Zes (Zona economica speciale) che permette a un’area territoriale del Sud di ottenere iter amministrativi semplificati e autorizzazioni più rapide. A prescindere dalla volontà degli abitanti.
Al centro degli appetiti c’è il promontorio di Cala Finanza, in faccia alle isole di Tavolara e Molara, stuprato tre anni fa dalla costruzione del gigantesco capannone deluxe tirato su «provvisoriamente», con tanto di discoteca e torri per gli altoparlanti, per le nozze degli eredi di due nababbi sauditi spacciati inizialmente, per convincere gli enti locali («ci raccomandiamo la privacy…») come parenti (falso) del re di Giordania. Capannone poi rimosso grazie alla protesta degli ambientalisti e ai dubbi sollevati anche dal Corriere : guai se fosse finita come troppe volte in passato col «provvisorio» manufatto dimenticato lì in eterno.
Dubbi mal riposti?
Fatto è, pensa la coincidenza, che dopo quella prova generale Cala Finanza è finita diritta nel mirino di un gruppo turistico brasiliano fondato nel 1902 a San Paulo dall’italiano Vittorio Fasano. Gruppo che dal 2007, grazie alla partnership con la Jhsf di José Auriemo Neto, erede di un altro immigrato italiano, è riuscito in pochi anni a edificare hotel di lusso a Rio de Janeiro e New York, Londra e Cascais, Punta del Este e Miami…
Un impero immobiliare di cui fa parte perfino l’unico hotel del Sudamerica, il Boa Vista Village Surf Club a Porto Feliz, dotato di una spropositata piscina dove vengono generate artificialmente onde simil-oceaniche…
Va da sé che Neto, finito mesi fa sul Corriere, dove Mario Gerevini raccontava come avesse comprato per 52 milioni uno dei più prestigiosi edifici di Milano, il Palazzo Taverna Medici del Vascello (dando la disdetta perfino a un inquilino come Adriano Galliani), non era tipo da esordire in Italia con un investimento, diciamo, sobrio.
Anzi. E il progetto italo-paulista per il promontorio davanti a Tavolara gronda grandeur, scusate il méli-mélo, come un caco a novembre.
Vada come vada, una cosa è certa: il caso, spiegano la Regione autonoma e gli ambientalisti, a partire dal Gruppo intervento giuridico, non è chiuso: «Sarà battaglia ricorso dopo ricorso al Tar, al Consiglio di Stato, in Cassazione, fino alla Consulta e alla Corte Europea…». Perché, dicono, «l’assalto a Cala Finanza è il grimaldello per scardinare la legge che tutela le coste sarde e non solo». Resta una curiosità: chi c’è dietro questi volenterosi cementificatori deluxe che si propongono di «abbellire» una delle coste più belle dell’universo?
Le sorprese non sono finite…
Sospeso per il caso molestie Karim Khan, procuratore dell’Aia: cosa cambia per le inchieste su Gaza

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – L’indagine delle Nazioni Unite ha riscontrato prove di contatti non consensuali con l’assistente nel suo ufficio, nella sua residenza privata e durante un viaggio di lavoro. L’indagine è ancora in corso, ma intanto la sua leadership è contestata dai suoi uomini. La Cpi – impegnata nelle inchieste contro i leader israeliani per i crimini nella Striscia – era ormai paralizzata, ma Khan era l’uomo del mandato d’arresto per Netanyahu.
C’è un momento, nelle istituzioni, in cui il problema non è più stabilire se un uomo sia colpevole o innocente. Il problema diventa capire se quell’uomo possa ancora restare al suo posto senza trascinare con sé l’ente che rappresenta. È il punto in cui si trova oggi la Corte penale internazionale. E quell’uomo si chiama Karim Khan, il procuratore capo della Corte dell’Aia, il magistrato che ha chiesto il mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Khan è stato sospeso con effetto immediato dal bureau dell’assemblea degli Stati parte perché accusato di molestie.
Una decisione senza precedenti nella storia della Corte. Non una condanna, ma qualcosa che, dentro il lessico prudente delle organizzazioni internazionali, pesa quasi quanto un commissariamento politico. Il procuratore è al centro di accuse di molestie e condotta sessuale inappropriata nei confronti di una collaboratrice. Accuse che lui respinge integralmente. Ma che hanno prodotto un effetto devastante: paralizzare la Corte. L’indagine dell’Office of Internal Oversight Services delle Nazioni Unite, secondo i documenti esaminati dagli Stati membri, ha raccolto elementi relativi a “contatti sessuali non consensuali” avvenuti nell’ufficio del procuratore, nella sua abitazione privata e durante missioni internazionali. Non una sentenza. Non un processo penale. Ma una base fattuale sufficiente perché il Bureau decidesse di sospenderlo.

Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto una storia di potere, sesso e diritto internazionale. Perché il caso Khan si divide in due piani che ormai si sovrappongono continuamente. Da una parte le accuse personali. Dall’altra la guerra di Gaza. La formula scelta dall’assemblea è chirurgica. La sospensione, spiegano, «non è indicativa dell’esito finale». E tuttavia il procuratore viene fermato. Le sue funzioni congelate. Il procedimento disciplinare deferito all’assemblea plenaria dei Paesi membri. Significa che la Corte che dovrebbe giudicare genocidi, deportazioni, torture e pulizie etniche si ritrova improvvisamente costretta a giudicare se stessa.
Karim Khan, 56 anni, barrister britannico, curriculum costruito nei tribunali internazionali del Ruanda, dell’ex Jugoslavia, della Sierra Leone, dell’Iraq di Daesh, era arrivato all’Aia nel 2021 con una promessa: restituire credibilità a un’istituzione accusata da anni di lentezza, selettività politica e impotenza. Il magistrato cosmopolita capace di parlare insieme il linguaggio del diritto e quello della diplomazia internazionale. L’uomo che avrebbe dovuto rendere la Corte meno burocratica e più aggressiva. Più temuta.
In questa storia le cronologie contano. Nell’aprile del 2024, secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori Onu, la collaboratrice racconta ai vertici dell’Office of the Prosecutor di non riuscire più a sostenere la pressione. Pochi giorni dopo, Thomas Lynch, uno dei più stretti collaboratori americani di Khan, affronta il procuratore nella sua abitazione. Secondo le ricostruzioni pubblicate dal Wall Street Journal, Khan avrebbe risposto: “Dovrò dimettermi. Ma penseranno che stia scappando dalla Palestina”. È il punto in cui le due storie si intrecciano. Perché meno di tre settimane dopo quelle contestazioni interne Khan annuncia la richiesta di mandati d’arresto contro Netanyahu, Gallant e i vertici di Hamas. Una decisione storica. La prima volta che la Corte penale internazionale prende di mira il leader eletto di un alleato occidentale. Una scelta che rompe definitivamente il rapporto con Washington e apre una crisi diplomatica globale. Da quel momento tutto precipita.
Gli ambienti vicini a Khan sostengono che le accuse sono parte di una campagna orchestrata per fermare le indagini su Gaza e proteggere Israele. Il procuratore denuncia tentativi di delegittimazione, pressioni, operazioni d’intelligence. Entrano in scena perfino ipotesi di dossieraggi privati, società investigative, presunti interessi qatarioti, sospetti sul Mossad. Una guerra opaca combattuta attorno alla Corte più fragile del mondo. Fragile perché priva di esercito. Priva di polizia. Priva perfino della certezza che i suoi mandati vengano eseguiti. Un esempio è la vicenda di Almasri con l’Italia.
Esiste però un’altra lettura, molto più semplice e molto più brutale. Ed è quella che attraversa l’Office of the Prosecutor. Un gruppo di funzionari della Corte scrive un paio di mesi fa una lettera anonima alla Fédération internationale pour les droits humains. Non contestano soltanto i fatti. Contestano la leadership. Parlano di “cultura della paura”. Di timore di ritorsioni. Di impossibilità a lavorare. La frase centrale è devastante: «La questione non è il livello di prova, ma la fiducia, la leadership, la possibilità stessa che l’ufficio funzioni». È il cuore della crisi. Perché il panel di tre giudici incaricato di valutare il materiale raccolto dall’Onu conclude che le prove non superano lo standard del “ragionevole dubbio”. Ma aggiunge anche che questo non smentisce definitivamente le accuse. E allora resta sospesa una domanda politica prima ancora che giudiziaria: può continuare a guidare la Corte un procuratore rispetto al quale una parte significativa del suo stesso ufficio dichiara di non avere più fiducia?
Nel frattempo, la giustizia internazionale resta bloccata, anche se le indagini su Gaza vanno avanti. Quelle sull’Ucraina restano appese a equilibri geopolitici sempre più instabili. Gli Stati Uniti sanzionano Khan. L’Ungheria rifiuta di eseguire il mandato contro Netanyahu. Paesi africani si schierano in sua difesa. Altri chiedono che venga rimosso. La verità è che il caso Karim Khan sta mostrando qualcosa che la Corte penale internazionale ha sempre cercato di nascondere: la sua dipendenza dalla politica. La Cpi nasce per processare il potere assoluto. Ma sopravvive soltanto dentro i rapporti di forza tra gli Stati. E adesso quel meccanismo si è rotto. La Corte che voleva giudicare i crimini del mondo si scopre incapace di separare il diritto dalla geopolitica, le accuse personali dalla guerra, la tutela delle vittime dalla sopravvivenza della propria leadership. E così resta ferma, sospesa, in una zona grigia dove ogni decisione appare contemporaneamente giuridica, diplomatica e morale.
TRUMP, ‘L’IRAN HA IMPIEGATO TROPPO TEMPO PER UN ACCORDO, NE PAGHERÀ IL PREZZO’

(ANSA) – “L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Hanno impiegato troppo tempo per negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo”.
Lo ha scritto su Truth il presidente Usa Donald Trump, dando seguito alla risposta militare statunitense per l’abbattimento di un elicottero americano sopra lo Stretto di Hormuz, rivendicato dalla Repubblica Islamica.
“L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto”, ha concluso l’inquilino della Casa Bianca.
TRUMP, VICINO ALL’ORDINARE NUOVI ATTACCHI ALL’IRAN
(ANSA) – Donald Trump è vicino all’ordinare nuovi attacchi contro l’Iran. Lo ha detto lo stesso presidente a Fox. Trump ha detto a Fox di essere “vicino a ordinare nuovi attacchi contro centrali elettriche e ponti iraniani” e ha accusato l’Iran di “prendere di giro gli Stati Uniti” con le trattative che stanno registrando scarsi progressi.
“Potrei continuare”, ha spiegato riferendosi agli attacchi. “Avevano la possibilità di firmare un accordo e sopravvivere”, ha aggiunto.
Il presidente quindi ha offerto nuovi dettaglio sul drone iraniano che ha colpito l’elicottero: “si è incastrato fra i due piloti”, era in fiamme ma non è esploso. Trump ha definito la sopravvivenza dei due piloti un “miracolo”.
TRUMP ATTACCA I MEDIA, ‘IL BLOCCO USA IN IRAN EFFICACE, È MURO D’ACCIAIO’
(ANSA) – Il blocco americano in Iran è “efficace, è il blocco di maggior successo nella storia navale. Nulla passa se non lo vogliamo. E’ un muro di acciaio. I media però rifiutano di dirlo”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth, sottolineando che grazie al blocco “l’Iran non sta facendo alcun affare, non paga i militari né le bollette e si sta rapidamente trasformando in uno stato fallito! Sia lodato Allah”.
FT, ‘DEBACLE IN IRAN STA TRASFORMANDO TRUMP IN CARTER’
(ANSA) – La debacle in Iran sta trasformando Donald Trump in Jimmy Carter. Teheran è infatti l’unica cosa che due presidenti così distanti fra di loro hanno in comune. Lo riporta il Financial Times, ricordando come la crisi degli ostaggi ha definito la presidenza Carter così come i teocrati iraniani stanno definendo quella di Trump.
Il presidente potrebbe ancora scappare alla trappola Iran in tre mosse: Trump potrebbe infatti dimostrare di avere il veto su Israele minacciandolo di fermare gli aiuti militari, potrebbe schierare nelle trattative un livello di competenza pari a quello iraniano per discutere i dettagli finché necessario, e potrebbe comunicare in modo coerente. “Ma gli manca la pazienza”, osserva il Financial Times.
Meloni all’assemblea di Confcommercio: ‘L’Italia non è la Repubblica delle banane, le regole si rispettano’

(ansa.it) – Auditorium della Conciliazione a Roma ospita l’Assemblea Generale di Confcommercio.
L’appuntamento si è aperto con la relazione del presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, seguita dall’intervento della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
“Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole, come ricordava il presidente Sangalli non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita” ha detto la presidente del Consiglio nel suo intervento all’assemblea, sottolineando le misure varate dal governo contro le attività ‘apri e chiudi
“Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio”, ha poi aggiunto Meloni. “Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici” ha aggiunto.
“Noi abbiamo un’emergenza che si chiama giovani generazioni, la capacità di offrire maggiori e ulteriori opportunità alle energie migliori che abbiamo, e dall’altra parte la necessità di ribaltare l’emergenza demografica, una dei più grandi problemi economici”, ha continuato la premier nel suo intervento all’assemblea.
Confcommercio è “una delle colonne del sistema Italia, uno dei motori più identitari e dinamici dell’economia della nostra nazione”, ha commentato. “Come ricordava il presidente Sangalli – ha aggiunto – siete una forza di popolo, che nasce dal basso”.
L’Italia si trova in una “realtà internazionale sempre più difficile e sfidante che richiede il coraggio di compiere scelte non facili”. Lo afferma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio inviato all’assemblea di Confcommercio, sottolineando come “il tessuto produttivo-imprenditoriale italiano è di fronte a complessità che richiedono autentico dialogo tra istituzioni e società, per promuovere un modello di sviluppo coerente con criteri di sostenibilità sociale e ambientale”.
“Responsabilità particolari – secondo il capo dello Stato – interpellano le parti sociali, alle quali compete in primis, nel dialogo contrattuale, la regolazione del mercato del lavoro, per contribuire, aderendo al dettato costituzionale, all’affermazione della coesione sociale, con la eliminazione di quelle distorsioni e pratiche che si traducono in arretramenti degli standard di tutela per i lavoratori”.
Intesa con Vannacci, Meloni ora frena. FdI: “Meno fairplay”. La crescita di Fn nei sondaggi spinge la destra a rivedere la strategia delle alleanze

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Gli ultimi sondaggi hanno lasciato tutti senza parole. Stroncando una strategia decisa da Giorgia Meloni e Matteo Salvini subito dopo l’addio di Roberto Vannacci dalla Lega: ignorare il generale, questa la linea, non confliggere con lui in modo da evitare che un atteggiamento oppositivo alimenti il consenso di Futuro nazionale. Ecco: era tutto sbagliato, o quantomeno decisamente rivedibile. Le ultime rilevazioni riservate che circolano ai vertici di Fdi e del Carroccio suggeriscono infatti che gli elettori di centrodestra, e non solo dunque i quadri dirigenti, abbiano la sensazione che il leader di estrema destra sia parte di una coalizione, o comunque non ostile alla premier. Ed è proprio di questa ambiguità che si nutre Vannacci per erodere punti percentuali. Da qui la decisione: qualcosa deve cambiare. Meno fair play. Voglia di far capire che quel voto non è “utile”, che anzi potrebbe aiutare la sinistra. E soprattutto spazio ai dubbi, che in queste ore sono prima di tutto di Giorgia Meloni: per la leader è difficile costruire un’alleanza con Fn, questo trapela da ambienti meloniani di massimo livello, assai improbabile legarsi a lui in vista delle politiche.
Sono dilemmi che agitano l’intero centrodestra. E su cui deve inevitabilmente riflettere la presidente del Consiglio, perché gli scossoni generati da Vannacci finiscono per destrutturare la Lega e, di conseguenza, danneggiare il governo. Il consigliere politico forse più stretto di Meloni, Giovanbattista Fazzolari, del generale non vuole sentire parlare: troppo filorusso per poter essere considerato un alleato praticabile. «La nostra generazione di quarantenni e cinquantenni – confidava ieri in Transatlantico l’influente responsabile del programma Fdi, Francesco Filini, a un collega meloniano – quella che ha militato nel Fronte della gioventù e poi in Alleanza nazionale fino a fondare Fratelli d’Italia e a governare il Paese, non ha praticamente niente a che vedere con tutto questo». Né con Vannacci, né con la filosofia del generale al comando.
Anche a via della Scrofa e nei gruppi parlamentari iniziano a pensarla così. A ridosso della scissione, anche Ignazio La Russa, sempre ascoltato dalla premier, aveva tracciato la strada: restiamo vaghi, in modo tale che anche la sinistra tema un’alleanza dell’ultimo minuto ed eviti di alimentare il fenomeno Vannacci. Il quadro sembra velocemente mutato. E Meloni è costretta a ragionare su un dato strutturale: almeno due alleati vivono con profondo disagio l’opzione di un patto con Vannacci. Non piace a Marina Berlusconi, non può ovviamente piacere a Matteo Salvini, che rischia la leadership a causa di Futuro nazionale. E anche Fratelli d’Italia inizia a soffrire il “nemico a destra”, che non vota la fiducia all’esecutivo, non sostiene alcun provvedimento e picchia duro sull’attuale coalizione di governo. “È uscito non dalla Lega – ricordava ieri Claudio Durigon, che ambisce a controllare il Carroccio nel centrosud – ma dall’intero centrodestra. Difficile in questo modo costruire qualcosa”. Poi, certo, c’è Salvini che non può esagerare pubblicamente nello scontro, perché sa che fette di classe dirigente non aspettano altro per peggiorare l’emorragia di parlamentari convinti di lasciare i gruppi: «Se Vannacci è ben accetto? Io non chiudo mai niente a nessuno. Oggi c’è un centrodestra che governa in Italia e c’è qualcuno che quasi quotidianamente polemizza con il governo. È chiaro che se attacchi il governo e poi cambi idea…». Tattica, appunto, ma una sostanziale porta in faccia al potenziale partner.
Le percentuali di Fn, incredibile ma vero, sono destinate anche a influenzare le scadenze elettorali. «Quando ci sarà la legge elettorale rifletteremo sulla data – diceva ieri Giovanni Donzelli – ma sicuramente sarà il 2027: che sia giugno oppure ottobre dipende da tanti fattori». Uno di questi, anche se il capo dell’organizzazione Fdi non lo ammetterebbe, è proprio la parabola di Vannacci nei sondaggi.
Dal 9 al 13 giugno attività gratuite per vivere e prendersi cura degli spazi rigenerati dal progetto TAM, la cultura è un fiume.

Dal 9 al 13 giugno 2026 Morcone ospita TAM Flowing Forward, evento satellite del Festival del New European Bauhaus, promosso dalla Commissione Europea per raccontare esperienze, progetti e pratiche capaci di costruire comunità più belle, sostenibili e inclusive. L’iniziativa si inserisce nel percorso di TAM, la cultura è un fiume, progetto di rigenerazione culturale, sociale ed economica promosso dal Comune di Morcone nell’ambito del PNRR – Attrattività dei Borghi, con l’obiettivo di attivare nuovi usi degli spazi, nuove relazioni tra comunità e territorio e nuove forme di cura del patrimonio materiale e immateriale.
Il titolo scelto, Flowing Forward, richiama l’immagine del fluire del fiume: un movimento, quello delle sue acque, che attraversa i luoghi, li connette, li trasforma e continua a generare possibilità. La settimana di eventi nasce infatti come momento di restituzione pubblica delle molte azioni che stanno per volgere al termine, ma anche come occasione per riflettere insieme sull’eredità del progetto TAM e sulle condizioni necessarie perché i processi avviati possano proseguire nel tempo.
Per cinque giorni Morcone diventerà un laboratorio aperto, con attività diffuse tra spazi molto amati dalla Comunità di Morcone: la Villa Comunale Tommaso Lombardi con il Forno di Comunità nello Chalet del Parco dello Scoiattolo e i viali alberati trasformati in percorsi artistici di racconti e performance, l’ex cinema Vittoria, oggi Casa del Cinema Ambientale e dei Territori, il Rural Lab presso la Loggia Universitas e la Fiera di Morcone.
Tra le attività in programma, dal 9 al 13 giugno, il Forno di Comunità ospiterà le prove di panificazione con Riccardo Pastore e Michela Tufo, con sfornate quotidiane alle ore 12.00 e alle ore 18.00. Sempre dal 9 al 13 giugno, presso la Fiera di Morcone, sarà aperto uno dei cantieri delle residenze per designer, In Rural Residence, con Davide Tagliabue, dedicato alla costruzione di un Apiario olistico: una struttura mobile pensata per conoscere le api come custodi di biodiversità e per riflettere sul legame tra salute degli ecosistemi, benessere delle persone e futuro dei territori.
Giovedì 11 giugno, alle ore 20.30, presso Radici Vini e Libri – Enoteca Libreria, si terrà la presentazione del romanzo “L’invenzione del rosso” di Valerio Cruciani, mentre venerdì 12 giugno, alle ore 18.00, in Villa Comunale, sono in programma le letture in movimento tratte da “Immersioni. Manuale per ritrovare i tuoi passi (a Morcone e altrove)”, la pubblicazione che racconta l’anima immateriale del progetto e il rapporto tra scoperta, paesaggio e memoria dei luoghi. A seguire, alle ore 19.00, il Forno di Comunità ospiterà la cerimonia di premiazione della prima edizione del Concorso Letterario MemoriVe.
Sabato 13 giugno, alle ore 15.30, al Forno di Comunità, sarà presentato MUKRE – Multi-layered Kit for Rural Ecologies, piattaforma collaborativa realizzata da Federico Angeloni e Matteo Clementi. L’incontro vedrà la restituzione pubblica della residenza per designer dedicata alla mappatura del metabolismo territoriale locale e proseguirà con un workshop aperto a tutti sull’eredità del progetto TAM e sulle prospettive per il futuro. Alle ore 20.00, in Villa Comunale, chiuderà la settimana “Memoriae Marginis. Il racconto dell’acqua”, reading teatrale di e con Salvatore Arena e Massimo Barilla, con musiche originali di Luigi Polimeni, a cura di Mana Chuma Teatro.
TAM Flowing Forward chiama a raccolta la comunità nata intorno a TAM e traduce in una dimensione locale i principi del New European Bauhaus: qualità dell’esperienza, sostenibilità, inclusione, partecipazione, relazione tra natura e cultura. Non una semplice rassegna di appuntamenti, ma giorni per abitare intensamente Morcone e dedicare tempo, idee ed energie per immaginarne il futuro. Tutti i giovani e diversamente giovani sono invitati a contribuire anche solo qualche ora per la consegna del pane, per gli allestimenti degli spazi e soprattutto per prendersi cura degli spazi rigenerati dal progetto TAM.
Tutti gli eventi sono gratuiti e ad accesso libero. Il programma dettagliato è disponibile sui canali social di TAM
Per informazioni sugli eventi satellite del Festival NEB: https://ec.europa.eu/assets/jrc/NEB/satellite-events/index.html
Per informazioni stampa e dettagli: info@tam-morcone.it – http://www.tam-morcone.it
Ufficio Stampa TAM