In Italia, nonostante gli stipendi dei docenti sotto la media, nessuno scende più in piazza perché ha paura del “sistema”, che potrebbe punirlo indirettamente rendendo la vita professionale difficile

(Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – Perché gli studenti italiani non scendono in piazza? Perché come i ragazzi francesi non protestano? Qual è la differenza tra la Francia e l’Italia? Solo il fatto che Oltralpe sono abituati a manifestare mentre nel nostro Paese non si sciopera più, non si vota più, non si alza più la voce?
A vedere i dati elettorali non sembrerebbe che sia questo il “casus belli”: al di là delle Europee 2024 dove in Italia l’affluenza è stata inferiore al 50% (circa il 49,6%), segnando un netto calo rispetto al 2019 e confermando il primato dell’astensionismo, alle politiche i numeri non si distanziano più di tanto. In Francia al primo turno (10 aprile 2022) l’astensione ufficiale è stata del 26,31%; nel secondo turno è salita al 28,01% mentre in Italia nel 2022 si è attestata al 36,1%.
Penso piuttosto che nel nostro Paese la democrazia negli ultimi anni sia stata smantellata, picconata. Le fotografie dei ragazzi francesi scesi in piazza circondati dai loro professori che li proteggevano sono immagini eloquenti: in Italia, nonostante gli stipendi dei docenti siano sotto la media, nessuno scende più in piazza perché ha paura. Di chi? Delle manganellate?
No! Ha timore del “sistema”, di chi potrebbe punirlo indirettamente rendendo la vita professionale difficile. Questo Governo, nel luglio 2023, ha introdotto nel codice di comportamento disciplinare questo articolo: “Il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale”. E’ il bavaglio alla bocca. Da giornalista ho spesso a che fare con dirigenti che mi rivelano alcune cose ma aggiungono: “La prego non metta il mio nome”, oppure “Non ci sentiamo tutelati”. Presidi e docenti che sono terrorizzate dalle ispezioni ministeriali, dai provvedimenti disciplinari.
E se non scendono in piazza i padri come possono farlo i loro figli? Sono tanti gli esempi in cui i nostri studenti sono stati zittiti, puniti. Non sto parlando delle autogestioni ma di altro. Nel 2024 un ragazzo di Modena è stato sospeso solo per aver criticato la preside in un’intervista.
Negli ultimi anni, in particolare tra il 2025 e il 2026, diversi studenti italiani hanno messo in atto forme di protesta eclatanti durante l’esame di Maturità, rifiutandosi di sostenere il colloquio orale o chiedendo di abbassare il proprio voto per contestare un sistema scolastico percepito come troppo competitivo e basato solo sui numeri. Azioni rese impossibili introducendo disposizioni per sanzionare o bocciare chi sceglie di non completare il colloquio d’esame.
Risultato? La conseguenza è una sola, riassunta in cinque parole: chi me lo fa fare?

(ANSA) -“Per quello di cui si sa oggi del campo largo è più pericoloso del centrodestra: quello che ha detto Conte” nel programma “vale 120 miliardi di deficit” e così “zompa il banco” e inoltre “porta l’Italia fuori dalla traiettoria della nato Europea”, “Conte alla guida del campo largo è pericolosissimo: per la collocazione internazionale, tenuta dell’Italia e dei suoi conti pubblici”. Lo ha detto il leader di Azione Carlo Calenda a ‘L’aria che tira’. “Non ha niente di progressista Conte – ha detto in un altro passaggio Calenda citando, tra l’altro, il governo gialloverde – è semplicemente un populista ‘ndo cojo cojo”.
Calenda, Meloni dovrebbe convocare opposizioni e spiegare minaccia internazionale
(ANSA) – “La mia domanda a Meloni e anche all’opposizione è può convocare i segretari dei partiti di opposizione e fargli sapere il tipo di minaccia” che c’è dal conflitto russo-ucraino e dalla situazione internazionale. “Non è possibile parlare di legge elettorale o chi guida il campo largo”, ha osservato mentre c’è questa situazione, servirebbe questa convocazione “con l’obbligo della segretezza ma sapendo che forse Conte non continua sulla propaganda pro russa se sa che c’è una minaccia”.
Lo ha detto il leader di Azione Carlo Calenda a ‘L’aria che tira’. “Noi – ha osservato Calenda – siamo un po’ sonnambuli parliamo di cose che non hanno a che fare con una situazione di tensione che la Russia sta aumentando”. Questa situazione “imporrebbe una grande responsabilità degli attori politici e capire che siamo in una situazione di estrema fragilità”. “Abbiamo chiesto a Crosetto di venire in Aula a riferire su Colleferro, sullo stato di prontezza delle difese italiane ma se la situazione è grave” e noi “non possiamo andare avanti pensando che davvero il problema è la legge elettorale o le beghe un po’ indegne del campo largo”.
Sospeso per dieci giorni, magari mentre Report registra le prime puntate. Questa decisione, premessa del licenziamento, garantirà ai vertici Rai l’approvazione della norma bavaglio

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – Il Fatto ci ha informato che i vertici di Telemeloni hanno sospeso per dieci giorni Sigfrido Ranucci. Le motivazioni non sono note, i dieci giorni saranno decisi dai capi, magari in occasione della registrazione delle prime puntate di Report.
Guardacaso la decisione è stata comunicata alla vigilia della decisione del giudice del Lavoro in seguito alla richiesta di reintegro presentata dai legali di Ranucci. Forse sperano di poter interferire con la decisione del giudice che, tuttavia, grazie al risultato del referendum non è ancora tra i dipendenti dell’esecutivo.
A questo proposito segnaliamo che il direttore dell’approfondimento Rai, Paolo Corsini, ha voluto manifestare le sue certezze sulla prossima sentenza che, a suo giudizio, non potrà che essere sfavorevole a Sigfrido. State pure certi che questa decisione, premessa del licenziamento, garantirà ai vertici della tv pubblica l’approvazione della norma bavaglio già in discussione e che blinderà per altri quattro anni gli attuali dirigenti.
Del resto la richiesta esplicita di cacciare Ranucci ê arrivata dai vari La Russa, Salvini, decine di parlamentari della destra. Lo avevano già fatto quando avevano chiesto e ottenuto la testa di Roberto Saviano e non solo… Tutte le invettive sono precedenti alla vicenda Lavitola e tutte collegate alle inchieste sulla trattativa Stato mafia, su Falcone e Borsellino, sulla strage di Bologna, sulle famiglie La Russa e Santanché, sulla autorità per la privacy.
Per comprendere la gravita di quanto accaduto basterà ricordare che Telemeloni ha sospeso Ranucci, ma non ha mai risposto neppure alla domanda di tre consiglieri – Natale, Di Maio, di Pietro – in relazione a tutte le violazioni del codice etico accumulate in questi anni. All’interno della Rai una manina ha fatto uscire i compensi taroccati di Report, ma non ha voluto, invece, rendere noti i compensi di quei collaboratori, protagonisti di clamorosi flop, e che hanno utilizzato i canali pubblici per denigrare una trasmissione di successo della Rai.
Evidentemente la sensibilità etica si manifesta a giorni alterni, a seconda dei casi e delle opportunità politiche.
Sigfrido Ranucci può piacere o meno, non tutte le sue parole e le sue scelte debbono per forza essere condivise. Chi, tuttavia, finge di non sapere che la sua testa è stata chiesta e ottenuta dal governo, in violazione del Media freedom act, e oggi tace è oggettivamente un complice.
Il sondaggio Ipsos Doxa vede Futuro Nazionale sfiorare il 9%, fotografando una crescita costante. Forza Italia perde un punto e scende al 7,3% mentre la Lega ormai è al 4,7%. FdI è ancora il primo partito con il 26,4%, ma senza Vannacci il centrodestra si ferma al 39,4%, contro il 44,5% del campo largo.

(di Michelangelo Mecchia – fanpage.it) – Vannacci sfiora il 9%: Futuro Nazionale consolida il sorpasso su Forza Italia e si conferma come seconda forza politica della destra, dietro a Fratelli d’Italia che ancora raccoglie il 26,4%. Gli azzurri scendono al 7,3%, mentre la Lega scivola al 4,7%: senza il generale la coalizione guidata da Giorgia Meloni è ferma al 39,4%.
In questo scenario, delineato da Ipsos Doxa in un sondaggio per il Corriere della Sera, sarebbe il campo largo a vincere le politiche: Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra insieme valgono il 40,3%, e con Italia Viva e +Europa arrivano al 44,5%, dunque oltre la soglia prevista dallo Stabilicum – la legge elettorale oggi in discussione alla Camera – per far scattare il premio di maggioranza.
Vannacci sale all’8,8%, Forza Italia e Lega perdono terreno
Il movimento più significativo lo registra Futuro Nazionale: +1,7% rispetto all’ultima rilevazione dell’istituto. Con l’8,8% Vannacci supera nettamente Forza Italia (7,3%) e allunga ancora di più sulla Lega (4,7%). Entrambi i partiti hanno perso consensi: un punto percentuale gli azzurri, 0,4 il Carroccio. Fratelli d’Italia resta stabilmente 26,4%, perché è sceso solo di un decimale, ma il centrodestra nel suo complesso è calato di 1,4%. I dati non consentono di stabilire da quali partiti arrivino i singoli elettori di Vannacci, perché l’indagine non ricostruisce i flussi di voto, ma il saldo è compatibile con un forte riassestamento all’interno dell’area di destra più che con una sua contrazione complessiva.
La rilevazione precede di pochi giorni il primo vero test elettorale di Futuro Nazionale. Alle suppletive di Reggio Calabria del 27 e 28 settembre il candidato vannacciano Domenico Giannetta ha ottenuto il 10,94%, mentre il candidato del centrodestra Fabio Roscioli ha vinto con il 51,02%. Dopo il voto Vannacci ha sostenuto che il suo partito ormai è “indispensabile” al centrodestra per vincere. Però il generale continua a preparare la corsa solitaria: il 2 ottobre ha annunciato che sta preparando “i dieci provvedimenti” che approverebbe nei primi cento di giorni di governo. Inoltre, ha ribadito che se il centrodestra continuerà a considerare Fn incompatibile con la coalizione, il suo partito può benissimo “andare avanti da solo”.
Il campo largo è avanti al centrodestra e può vincere il premio di maggioranza
Il Partito democratico scende di sei decimi e viene stimato al 19,5%, mentre il Movimento 5 Stelle resta stabile al 14,5%. Il distacco tra i due principali partiti dell’opposizione in questa rilevazione Ipsos è di cinque punti. Alleanza Verdi e Sinistra non si muove ed è al 6,3%. Complessivamente le tre forze arrivano al 40,3%, quasi un punto sopra il centrodestra senza Vannacci.
I numeri arrivano mentre il confronto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte sulla guida della coalizione si è nuovamente irrigidito. Alla direzione del Pd del 2 ottobre Schlein ha rivendicato il ruolo dei democratici come prima forza dell’opposizione. Nella definizione di un programma comune si dovrà tenere conti dei rapporti di forza all’interno della coalizione, perché non è vero che “uno vale uno”. Conte ha replicato rilanciando le primarie come metodo per decidere il candidato premier. Anche Angelo Bonelli ha criticato il discorso della segretaria dem, sostenendo che nel confronto politico non possa prevalere semplicemente “la forza dei numeri”.
Il centrosinistra è avanti ma non riuscirebbe a raggiungere il 42%, la soglia prevista dallo Stabilicum per vincere il premio di maggioranza, che consiste in 70 deputati e 35 senatori; il blocco progressista deve allargarsi a Italia Viva e +Europa, che valgono entrambe il 2,1%. Secondo il sondaggio però nelle ultime settimane si sono mosse in direzioni opposte, dato che Renzi ha perso due decimi mentre il partito fondato da Emma Bonino ne ha guadagnati sette (l’aumento più consistente dopo quello di Vannacci). Con anche le forze liberali a bordo il campo largo staccherebbe il centrodestra tradizionale di oltre cinque punti e vincerebbe il premio di governabilità.
Azione invece resta al di fuori dei due blocchi ed è stimata al 3%, un decimo in meno rispetto a luglio. Carlo Calenda ha ribadito nei giorni scorsi di voler ricostruire uno spazio autonomo di centro e si è detto convinto che Vannacci, alla fine, non entrerà nella coalizione guidata da Meloni.
Cosa succederebbe con la nuova legge elettorale
L’indagine simula le elezioni applicando lo Stabilicum: converte le percentuali in seggi (che in concreto è ciò che fa una legge elettorale). Se Vannacci corresse da solo il campo largo otterrebbe 219 seggi alla Camera, contro i 130 del centrodestra e i 30 di Futuro Nazionale. Al Senato il rapporto sarebbe 109 seggi per il campo largo, 64 per il centrodestra e 15 per Fn.
Invece con Vannacci alleato di Meloni, Tajani e Salvini il risultato si ribalterebbe: 222 deputati al centrodestra contro 154 al campo largo, mentre al Senato il rapporto diventerebbe 110 a 76.
Infine, rimane molto consistente l’area del non voto. Astensionisti, indecisi, schede bianche e nulle vengono stimati complessivamente al 40,5%, anche se la quota scende di 2,1 punti rispetto alla precedente rilevazione Ipsos.
Parte la campagna elettorale e, tra bonus e bolli e tante promesse, partono le spese pazze, ma la situazione geopolitica impone prudenza, così l’esecutivo si prepara alla legge di Bilancio togliendo 8 miliardi alla Difesa

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Questo è un articolo capovolto. Un po’ come le cronache politiche. L’inizio è la fine: che titolo poggiamo su questo testo? S’era pensato a un classico «destra e mancia» per descrivere le ultime strategie del governo Meloni; «destra», perché si insegue col fiatone di quattro anni di legislatura il leprotto generale Roberto Vannacci, sempre più tornito dai sondaggi istantanei; «mancia», perché con una mano si allunga sornioni una paghetta ai cittadini/elettori e con l’altra si sovraccarica la spesa pubblica che ricade sui medesimi già sballottati da picchi di inflazione e di pressione fiscale (42,9 per cento nel 2025).
Per non abbattervi a colpi di noia così da non arrivare svegli alla fine dopo aver affrontato vigili l’inizio, s’è pensato a una rivisitazione con «I cavalieri della Mancia» per raccontare – con una dose contenuta di ironia – le peripezie di Giorgia Meloni e dei suoi fedeli scudieri Antonio Tajani e Matteo Salvini; «cavalieri» con uniformi miste, perché si preparano ad assaltare le elezioni armati di pensioni anticipate, di tasse piatte, di proclami tondi e di soppressioni a caso: «Confida nel tempo, Sancho, che spesso offre soluzioni dolci a difficoltà molto amare».
Se capiamo il metodo intuiamo ciò che ci aspetta da qui al giorno del voto. (E lo sappiamo che da un pezzo avete già controllato il libretto di circolazione). Un paio di settimane fa – era mercoledì 16 settembre – le solite fonti ben informate hanno fatto trapelare alle agenzie di stampa che il Consiglio dei ministri già riunito stava per adottare un provvedimento per sospendere il bollo per auto e moto. Il tempo di apparecchiare la conferenza stampa – ricordate don Chisciotte? – e la presidente Meloni ha offerto una soluzione dolce (paghi di meno per una proprietà) a una difficoltà amara (paghi di più la benzina per la stessa proprietà): «Altri parlano di patrimoniale, noi le togliamo», voilà, ha detto la maga di Palazzo Chigi.
Meloni ha battuto sul tempo il fedele scudiero Salvini che per etichetta, è pur sempre il ministro dei Trasporti, un merito e due parole se le voleva prendere. Nient’affatto, la competizione è forte fra i cavalieri e Salvini forte non lo è più.
Sbrigato l’annuncio mediatico che ha provocato la solita carrellata di reazioni, la pratica è stata scaricata al ministero del Tesoro che, con la Ragioneria dello Stato e il ministro Giancarlo Giorgetti, fa da argine alle idee più bislacche scaraventate sui giornali da cavalieri e scudieri e persino da «spingitori di spingitori di cavalieri», per citare Corrado Guzzanti.
Per la sospensione annuale del bollo – che riguarda auto di media e piccola cilindrata e moto di ogni tipo per circa 2,36 miliardi di euro – il Tesoro potrebbe utilizzare 1,4 miliardi di risparmi sui prestiti europei per il Pnrr. Per rendere strutturale la misura, e cioè 2,36 miliardi a salire, pure a Giorgetti è chiesta una magia non banale. Come, lo scopriremo in legge di Bilancio.
La sintesi la fa il professor Giuseppe Pisauro, già rettore della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze e già presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio: «Il bollo è un buon esempio del modo in cui si sta costruendo la prossima legge di Bilancio. È un’imposta certamente impopolare, non priva di una sua logica: colpisce il possesso dell’auto e varia con la potenza del veicolo. È difficile invece trovare una particolare giustificazione economica per abolirla fino alla soglia degli 80 kw. La giustificazione sembra soprattutto politica: eliminare una tassa molto visibile per una platea molto ampia di contribuenti. Il costo è nell’ordine di un paio di miliardi e il tema diventa come finanziarlo. Normalmente la politica di bilancio dovrebbe funzionare al contrario: si stabiliscono le priorità, si verifica quali risorse sono disponibili e si scelgono le misure».
Il bollo di Meloni non ha soddisfatto Salvini. Il giorno dopo il ministro ha rilanciato: datemi otto miliardi, subito, per non fermare i cantieri. Nessuno gli ha risposto. Allora i leghisti, rimasti a corto di comunicati, hanno schierato un gruppetto di senatori pronti a conquistare un lembo di consenso con la riforma Rai. E ci sono riusciti. I leghisti hanno presentato in Commissione un emendamento identico ai relatori forzisti e, dopo la scontata approvazione, hanno celebrato l’eterna promessa che però tale resta: «L’abolizione del canone è più vicina!». Come ha ben spiegato Pagella Politica, la proposta leghista prevede la possibilità di ridurre il canone a patto che lo Stato elargisca risorse equivalenti – togli un euro, metti un euro – per il servizio pubblico. Il precedente è assai fresco, e soprattutto esemplare: due anni fa il canone fu sforbiciato da 90 a 70 euro nel mentre si licenziava un fondo di 430 milioni a Rai.
Non sappiamo di preciso il rango di Francesco Lollobrigida, ma il ministro dell’Agricoltura è anch’egli un assiduo frequentatore delle Mancia. Fra il bollo di Meloni e i cantieri di Salvini, Lollobrigida si è inserito con la “carta dedicata a te”. Si tratta di un contributo diretto di 500 euro, introdotto tre anni fa, per acquistare alimenti con una tessera emessa da Poste Italiane in collaborazione con Inps che individua i beneficiari: famiglie residenti in Italia con Isee non superiore a 15.000 euro, coppia con almeno un minore a carico, non percettori di altri sussidi statali. La carta è finanziata stabilmente da tre anni con circa 500 milioni di euro e, anche se raggiunge soltanto 1,17 milioni di famiglie su 2,9 milioni con Isee basso, porta sollievo e con esso del cibo, e non va criticata con inutili pregiudizi politici. Per non andare troppo oltre negli archivi, è sufficiente menzionare i governi Conte II e Draghi che affidarono i bonus spesa ai Comuni per contrastare l’aumento dei prezzi. Concessa la buona fede, non si può non notare che Lollobrigida ha trasformato la carta da annuale a biennale con una strana ricaduta in calendario: 500 euro accreditati a novembre, 500 euro ad aprile quando – che coincidenza! – probabilmente il voto sarà nei paraggi.
Al Tesoro si preparano a resistere ai cavalieri della Mancia che puntano la legge di Bilancio con le spade sguainate, e un menù già ricco nel fodero: pensioni anticipate a 64 anni; 13esime detassate a Natale; taglietti per le imposte della classe media. Il professor Pisauro ne ha viste molte, e non si sorprende: «Ogni governo vuole poter mostrare la tassa che ha abolito, l’aliquota che ha ridotto, la categoria alla quale ha concesso un beneficio. Preso isolatamente, ciascun intervento può avere le sue giustificazioni. Ma il sistema fiscale va guardato nel suo complesso. Se il gettito necessario a finanziare la spesa pubblica rimane grosso modo lo stesso, ciò che viene tolto da una parte deve prima o poi riapparire da qualche altra: sotto forma di altre imposte, minori agevolazioni, maggiore deficit o minore spesa. A forza di interventi selettivi si perde qualsiasi disegno complessivo dell’Irpef, che diventa una somma di aliquote, detrazioni, bonus e trattamenti differenziati per categorie».
Affrontati bonus al ritmo di uno a bimestre, il Mef non si spaventa del menù né per il bollo di Meloni o i cantieri di Salvini o la carta di Lollobrigida. Il presupposto è unico: conti in ordine.
Ad agosto il governo ha ottenuto dall’Unione Europea il nullaosta per lo scostamento di bilancio dell’1,5 per cento di Prodotto interno lordo, ovvero circa 36 miliardi di euro da stanziare nel triennio per sicurezza energetica (14,4) e investimenti per la Difesa (22). Non sono né prestiti né donazioni: altro debito pubblico, semplice, in purezza. E con l’Italia, per uno zero virgola di Pil, rimasta sotto procedura di infrazione europea per troppo deficit.
Con i tassi di interesse che crescono e la campagna elettorale che incede, il Tesoro deve riflettere come, e se, usare questi 36 miliardi di euro. Per la sicurezza energetica si cercherà di sfruttare lo spazio a disposizione, per la Difesa chissà. Sborsare decine di miliardi in armi porta voti? Gli impegni con la Nato sono chiari, più volte confermati e la Difesa attende trepidante questi 22 miliardi; però nulla di valido ieri sarà valido domani se non si esprimono cavalieri e scudieri uniti. E infatti, dopo una plenaria, al momento cavalieri e scudieri uniti hanno tranciato i 22 miliardi per la Difesa (-8) così da pareggiare i 14 miliardi per l’energia.
Decidere presto cosa fare aiuta a farlo meglio. Chiosa il professor Pisauro: «La questione non è se ci si possa permettere il bollo, un nuovo taglio dell’Irpef o una singola misura per una determinata categoria. È se esista una gerarchia delle priorità. Se ogni nuova proposta politicamente attraente viene aggiunta a quelle già annunciate e solo dopo si cerca il modo di finanziarla, il rischio è che la legge di Bilancio torni a essere il luogo nel quale si tenta di far quadrare, a posteriori, una somma di promesse, non sempre giustificate». A volte il vento quelle promesse le porta via. E lì nella Mancia di vento ce n’è parecchio. Purtroppo i mulini siamo noi.

“Con l’approvazione del DEFR 2027-2029 la Campania fissa le priorità dei prossimi anni. Come Movimento 5 Stelle abbiamo lavorato perché dentro questa programmazione trovassero maggiore spazio i temi che consideriamo decisivi: sanità pubblica, contrasto alla povertà, lavoro, aree interne, ambiente e sostegno alle fasce più fragili”, dichiarano i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle Gennaro Saiello, Raffaele Aveta, Salvatore Flocco, Luca Trapanese ed Elena Vignati.
“Abbiamo rafforzato l’attenzione sul contrasto alle liste d’attesa e sull’assistenza territoriale, sul sostegno al reddito e ai caregiver, sul lavoro stabile e sicuro e sul contrasto al caporalato, sulla tutela dell’ambiente e dell’agricoltura. E ancora: giovani, diritto all’abitare, sicurezza del territorio, risorsa idrica e contrasto allo spopolamento”.
Priorità richiamate anche in Aula dal capogruppo Gennaro Saiello nel corso del suo intervento sul Documento di economia e finanza regionale.
“Adesso viene la parte più importante: trasformare questi indirizzi negli atti e nelle politiche della Regione e verificarne concretamente i risultati. Le risorse pubbliche devono tradursi in servizi migliori, più opportunità e risposte concrete per cittadini e territori. È su questo che continueremo a lavorare, perché la programmazione abbia effetti reali sulla vita delle persone”, concludono.

È stato un successo straordinario il concerto che domenica 4 ottobre ha portato per la prima volta in Polonia “Ponti Sonori – Global Musical Journeys”, il progetto internazionale dell’Accademia di Santa Sofia. Oltre 500 persone hanno gremito la Basilica di Santa Edvige a Trzebnica, in una serata che ha entusiasmato il pubblico dal primo all’ultimo minuto. Il concerto si è aperto con il Divertimento in Re maggiore K. 136 di Mozart, eseguito dall’Orchestra Accademia di Santa Sofia, che ha creato fin dalle prime note un clima di grande attenzione. Nella seconda parte, il soprano polacco Dominika Zamara e il mezzosoprano italiano Marcella Parziale, direttrice artistica dell’Accademia, sono state protagoniste dello Stabat Mater di Pergolesi. Con un’interpretazione intensa, le due soliste hanno conquistato la basilica: gli applausi a scena aperta si sono ripetuti più volte e, al termine, il pubblico ha chiesto a gran voce un bis. Particolarmente apprezzata la performance di Marcella Parziale, la cui voce e presenza scenica hanno ricevuto il caloroso riconoscimento del pubblico e l’attenzione della televisione e della stampa polacca, che hanno dedicato ampio spazio all’evento. La tappa di Trzebnica rappresenta un nuovo e significativo passo di “Ponti Sonori – Global Musical Journeys”, progetto nato per creare, attraverso la musica, occasioni di incontro e collaborazione tra artisti e realtà culturali di Paesi diversi. Il viaggio prosegue così il suo percorso internazionale, rafforzando la rete di relazioni artistiche e culturali che ne è il cuore.
Al Quartiere Militare Borbonico una serata dedicata al grande artista con Lucio Allocca, Domenico Pinelli e ospiti del mondo del teatro e della cultura

CASAGIOVE – Venerdì 9 ottobre 2026, alle ore 19:30, presso il Quartiere Militare Borbonico di Casagiove, sarà inaugurata ufficialmente la Sala Teatro Peppino De Filippo, spazio culturale gestito dall’Associazione Artistica 30Allora APS.
Dopo oltre un anno di lavoro, cura e interventi che hanno consentito di completare la sala in ogni suo aspetto, compresi gli spazi destinati ai camerini, il teatro è oggi pronto per essere presentato ufficialmente alla città.
La scelta di intitolare la sala a Peppino De Filippo nasce da un legame particolare con il luogo: proprio nel Quartiere Militare Borbonico l’artista svolse il proprio servizio militare. Un filo della memoria che l’associazione ha voluto recuperare, trasformandolo nel nome di uno spazio destinato al teatro, alla formazione, agli incontri e alla cultura.
Alla serata interverrà Lucio Allocca, attore che ha avuto modo di lavorare con Peppino De Filippo e che porterà una preziosa testimonianza legata alla sua figura artistica e umana. Sarà presente inoltre Domenico Pinelli, che ha interpretato Peppino De Filippo nel film I De Filippo, diretto da Sergio Rubini.
Alla cerimonia sono stati invitati rappresentanti delle istituzioni e numerosi esponenti del mondo del teatro, della cultura e dell’informazione, insieme ad artisti e operatori del settore che contribuiranno a impreziosire un appuntamento pensato in una dimensione semplice e conviviale.
L’inaugurazione rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato con l’affidamento degli spazi all’Associazione Artistica 30Allora APS, avvenuto attraverso una manifestazione d’interesse del Comune di Casagiove, al quale l’associazione rivolge il proprio ringraziamento per aver reso possibile la crescita di questa nuova realtà culturale.
«Questa sala è la casa della nostra associazione e appartiene idealmente a tutti coloro che hanno contribuito a farla nascere e a farla vivere – sottolinea il presidente di 30Allora APS, Vincenzo Russo –. Ognuno ha lasciato qualcosa: lavoro, tempo, idee, presenza. Ora possiamo finalmente presentarla nella sua forma completa, con la speranza che negli anni possa riempirsi di spettacoli, artisti, giovani, pubblico e soprattutto di nuove storie da raccontare».
La serata sarà anche un’occasione per ricordare Peppino De Filippo e raccontare il legame tra la sua storia e il Quartiere Militare Borbonico, aprendo simbolicamente una nuova pagina per uno spazio che vuole diventare un punto di riferimento per le attività teatrali e culturali del territorio.
INAUGURAZIONE SALA TEATRO PEPPINO DE FILIPPO
Venerdì 9 ottobre 2026 – ore 19:30
Quartiere Militare Borbonico – Casagiove
Ingresso su prenotazione, fino ad esaurimento posti
WhatsApp: 351 327 7689
Ufficio comunicazione / contatti
Associazione Artistica 30Allora APS
Presidente: Vincenzo Russo
Spettacolo ufficiale di apertura della Stagione 2026/27 FACCIAMO STORIE
Dal 16 al 18 ottobre
in scena Mariella Rotondaro e Josko Conte
Regia di Mariella Rotondaro
Ogni serata sarà preceduta da un opening artistico di circa 30 minuti

Lo spettacolo:
Quando un incontro diventa un’occasione per guardarsi dentro. Un belvedere è, per definizione, un luogo dal quale osservare ciò che ci circonda. Ma cosa succede quando, invece di guardare soltanto il panorama, ci si ferma a guardare sé stessi e gli altri?È da questa dimensione sospesa che prende vita Il Belvedere, testo di Aldo Nicolaj, portato in scena da Mariella Rotondaro e Josko Conte, con la regia di Mariella Rotondaro. Una commedia breve, ironica e profondamente umana, nella quale due personaggi si incontrano e, attraverso un dialogo apparentemente semplice, finiscono per rivelare molto più di quanto avessero intenzione di raccontare.
Tra battute, silenzi e piccoli rovesciamenti, il testo accompagna lo spettatore dentro una relazione fatta di contrasti, fragilità e inattese affinità. Il Belvedere appartiene alla produzione delle “pillole” teatrali di Aldo Nicolaj, testi caratterizzati da una durata contenuta – intorno ai 45 minuti – e da una scrittura capace di concentrare in uno spazio narrativo essenziale personaggi, situazioni e riflessioni. Una forma breve che non rinuncia alla profondità e che trova proprio nella sintesi un dei suoi punti di forza.
Note di regia:
«Ho scelto di affrontare Il Belvedere partendo dalla sua apparente semplicità. Due personaggi, un luogo e un dialogo: pochi elementi che, nelle mani di Aldo Nicolaj, diventano sufficienti per raccontare qualcosa di molto più grande. La mia regia vuole lasciare spazio agli interpreti e alla parola, senza sovrastrutture. Il ritmo, le pause, gli sguardi e i silenzi diventano parte integrante del racconto, accompagnando lo spettatore in un continuo passaggio tra il sorriso e una riflessione più intima. Mi interessa soprattutto il rapporto che si crea tra i due personaggi: ciò che dicono, ciò che scelgono di non dire e quello che, quasi involontariamente, finiscono per rivelare. Il belvedere diventa così un’occasione per cambiare prospettiva sulle proprie relazioni e sulla propria vita.»
PRESS OFFICE del Teatro Trastevere
Vania Lai vanialai1975@gmail.com
TEATRO TRASTEVERE
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Biglietti: 13.00 intero e 10 ridotto
-prevista tessera associativa-
feriali ore 20:30 – festivi ore 17:00
Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847
Il capogruppo meloniano al Senato apre a elezioni politiche anticipate in primavera: “A settembre c’è poco tempo per la campagna, poi c’è la legge di Bilancio”

(ilfattoquotidiano.it) – “Potrebbe esserci l’esigenza di votare a maggio e potrebbe avere senso farlo insieme alle Comunali“. Ospite di Un giorno da pecora su Rai Radio 1, il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan apre per la prima volta in modo esplicito all’idea di elezioni politiche anticipate rispetto alla scadenza naturale della legislatura, in programma a settembre. “Il difetto per il voto a settembre è che hai poco tempo per la campagna elettorale, e poi c’è da fare la legge di bilancio che è molto delicata come cosa”, dice Malan. Da qui la suggestione di un election day in primavera, quando gli elettori di alcune grandi città, a partire da Roma e Milano, saranno chiamati a rinnovare il sindaco e i consigli comunali. E alla domanda dei conduttori Giorgio Lauro e Nancy Brilli su un eventuale “effetto traino” in favore dei progressisti, storicamente favoriti alle amministrative, il dirigente di FdI minimizza: “In tutto il mondo il centrosinistra va meglio nei grandi centri, mentre i conservatori e i moderati vanno meglio nei centri più piccoli e addirittura, diciamo così, nelle campagne“, risponde.
Malan ostenta ottimismo anche sulla legge elettorale, che questa settimana affronterà tre voti di fiducia e un voto segreto finale alla Camera, dopo l’incidente di luglio sulle preferenze al Senato. “I voti di fiducia è come se fossero già fatti, bisogna sempre però rispettare le procedure. E il voto segreto non c’è ragione perché vada diversamente da quello sulle pregiudiziali”, da cui la maggioranza è uscita indenne giovedì scorso. Alla domanda sull’ipotesi di una bocciatura della legge a scrutinio segreto nel voto finale, il capogruppo ribadisce la linea della premier Giorgia Meloni, che ha parlato agli alleati di “conseguenze inevitabili”: “Il presidente Meloni ha detto che è come un voto di fiducia. Se su un voto di fiducia perdi, il governo si dimette”. L’ipotesi la spaventa? “No, perché non succederà. È un’ipotesi di scuola, una cosa assolutamente impensabile“, risponde.
Abolire il bollo auto fu una promessa anche di Berlusconi. Sui cadeaux anche la sinistra non è da meno. Di solito non premiano. Ad eccezione degli 80 euro di Renzi e di mamma Dc

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Ci si può giurare: da qui allo scioglimento delle Camere chissà quante se ne vedranno. Giorgia Meloni annuncia «l’abolizione» del bollo auto? Ecco allora spuntare un emendamento targato Forza Italia per «abolire» la seconda tassa più odiata: il canone Rai. Con l’aria che tira nei conti pubblici la speranza che passi sono pari a zero. Ma l’importante è provarci.
L’abolizione del bollo auto, però abolizione vera a differenza di questa roba qua, la promette Silvio Berlusconi a sorpresa 32 ore prima delle elezioni del 2008. Il bollo auto, poi, non lo abolirà: risparmiando pure, a differenza di Giorgia Meloni, un bel po’ di soldi. È come se il Cavaliere fosse a conoscenza di una specie di maledizione. Quella per cui il governo che pensa di vincere le elezioni distribuendo prima del voto regalini anziché vane e mirabolanti promesse che non manterrà, di solito le perde. Infatti lui quelle elezioni le vince alla grande.
E le vince anche a dispetto dei bonus distribuiti dal secondo governo di Romano Prodi, che alla vigilia delle Politiche del 2008 approva inutilmente l’abolizione del canone Rai per chi ha oltre 75 anni di età e meno di 516 euro al mese di reddito.
Berlusconi conosce la materia. È stato già scottato due anni prima, quando nel tentativo di risalire i sondaggi che a fine 2005 lo vedono soccombere contro Prodi, prima dà una sforbiciatina alle tasse (subito compensata con aumenti a gogò di balzelli vari), poi sfodera in extremis il bonus di mille euro per i neonati. E una proroga di sei mesi per gli sfratti. Tutto inutile.
Qualche volta, invece, può sembrare che funzioni. Bisogna però essere dei fuoriclasse, come l’attuale sindaco di Salerno ed ex presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Nel 2020 sono previste le elezioni regionali e De Luca corre per un secondo mandato. Cinque anni prima ha prevalso sul centrodestra con il 41 per cento dei consensi, e la situazione ora non è facile anche perché infuria la pandemia. Ed è proprio qui che il presidente della Regione ha un colpo di genio. Con la motivazione di alleviare le sofferenze dei pensionati, aumenta le pensioni di 170 mila anziani cittadini campani a mille euro netti al mese, utilizzando le risorse del Fondo sociale europeo. Per soli due mesi: maggio e giugno. Ma si vota a settembre, e gli elettori lo riconfermano alla guida della Regione. Stavolta con quasi il 70 per cento.
E il colpo di genio di Matteo Renzi? Lui ha sempre respinto le maldicenze secondo cui il suo Pd stravince le Europee del 2014 grazie alla manovra degli 80 euro in busta paga che le ha precedute. Ma che fra le due cose esista un minimo di relazione causa-effetto è difficile negarlo. Le vicende successive dimostreranno che forse si è trattato soltanto di un caso fortunato. L’eccezione che conferma la regola, insomma.
Infatti il 22 ottobre 2016 il governo Renzi vara la rottamazione delle cartelle fiscali e il 4 dicembre seguente perde clamorosamente il referendum costituzionale. Un anno dopo incombono le elezioni politiche: il governo Gentiloni allora raddoppia, con la rottamazione bis. Contro la promessa del reddito di cittadinanza però non c’è partita. E il Movimento 5 stelle travolge ogni resistenza.
Eppure qualche lezione la storia l’aveva già data. Corre l’anno 1953 e la Democrazia cristiana punta a fare cappotto con una legge elettorale che garantisce 380 seggi alla Camere al partito che supera il 50 per cento. Così prima delle elezioni inonda la Gazzetta ufficiale di marchette: dalla tredicesima per i portieri all’aumento degli assegni familiari per i lavoratori agricoli, fino a un maxi finanziamento a Napoli, equivalente a 1,2 miliardi di euro attuali. Ma al dunque la Dc si ferma al 40 per cento, e al Senato non ci arriva nemmeno: il calo più forte proprio al Sud, in Campania.
Nel 1976 la Dc ha il fiato del Pci di Enrico Berlinguer sul collo. E le prova tutte per bloccare la crescita dei comunisti. Il 29 aprile, due giorni prima dello scioglimento delle Camere, fa passare una legge che adegua alle dinamiche delle retribuzioni le pensioni degli statali e dei ferrovieri. Ma alle elezioni di giugno il Pci cresce dal 27 per cento a quasi il 35.
Niente, però, in confronto al patatrac del centrosinistra nel 2001. Umberto Bossi e Berlusconi hanno fatto la pace e siglato un patto di ferro: i sondaggi li promuovono e i segnali concreti sono preoccupanti per la sinistra. Le elezioni regionali del 2000 sono andate malissimo, causando le dimissioni di Massimo D’Alema da palazzo Chigi. Per ribaltare il pronostico non c’è che mettere mano al portafoglio, con la detassazione integrale delle tredicesime. Un regalone da 10 mila miliardi di lire, 8 miliardi e mezzo di euro 2026. Quattro volte il taglio del bollo auto del governo Meloni. Soldi elettoralmente buttati dalla finestra.
Non bastasse, il centrosinistra avrebbe studiato anche un modo per disinnescare la Lega al Nord. È la riforma del titolo V della Costituzione che dà enormi e confusi poteri alle Regioni, con il risultato di moltiplicare la burocrazia e i conflitti istituzionali, aumentando a dismisura la spesa pubblica e frenando la crescita. La riforma passa a maggioranza con il voto contrario dei leghisti, ma poi il referendum confermativo farà il pieno proprio al Nord. Una beffa, che avrebbe dovuto anche qui servire di lezione. Impossibile raggiungere sul suo terreno una lepre più veloce. E Giorgia Meloni, che ormai ha dalla sua una certa esperienza, non può ignorarlo. Eppure insegue, e la lepre si allontana ancora. Dovrebbe sapere che imporre ora un tetto agli alunni stranieri nelle classi scolastiche, nel banale tentativo di frenare la corsa dell’ex generale Roberto Vannacci, rischia di essere addirittura controproducente.
L’azienda non ha comunicato per quali specifici giorni sarà effettivo il provvedimento. Né ha ritenuto di dover fare una discovery sugli elementi alla base della decisione

(ilfattoquotidiano.it) – La Rai ha comminato una sospensione di 10 giorni nei confronti di Sigfrido Ranucci. L’azienda non ha comunicato però per quali specifici giorni sarà effettivo il provvedimento. Né ha ritenuto di dover fare una discovery sugli elementi alla base della decisione. In mattinata contro il giornalista era già arrivata la staffilata del direttore dell’Approfondimento Rai Paolo Corsini: “Ranucci reintegrato alla conduzione di Report? Speriamo non accada, non pensiamo possa accadere, è ucronia. Io quello che dovevo fare l’ho fatto”.
Una dichiarazione che, secondo il Movimento 5 Stelle, dimostra una “sfrontatezza senza limiti” da parte del dirigente Rai. “Corsini ha giurato fedeltà alla causa. Lo ha ammesso lui stesso: è un militante di Fratelli d’Italia. Ma questo non gli consente di augurarsi pubblicamente che Sigfrido Ranucci non venga reintegrato alla guida di Report“, hanno commentato, prendendo posizione, alcuni esponenti M5s in commissione di vigilanza Rai.
“Un’uscita del genere, in scia a ciò che ha detto nelle settimane scorse Ignazio La Russa a cui il militante Corsini è evidentemente obbediente, è indegna di qualsiasi ruolo che richieda un minimo di imparzialità, posto che in Rai ne esista ancora – proseguono gli esponenti del Movimento – . Ormai a TeleMeloni vige una totale, sfacciata impunità. Il vero vangelo citato da Corsini è quello secondo Matteo Salvini: sputa veleno contro Ranucci proprio mentre presenta l’ennesimo mega-flop della stagione, sponsorizzando quel Tommaso Cerno che nessuno guarda, incubatore di fake news contro Ranucci. Anche questa sarebbe una questione da sottoporre al comitato etico, o le regole valgono solo quando si tratta di fare fuori Ranucci?”.
Il commento del direttore dell’Approfondimento Rai era arrivato, infatti, a margine della conferenza stampa indetta a Milano per il lancio del programma 2 di picche, condotto da Cerno, che dal 5 ottobre torna a occupare una striscia quotidiana di tre minuti, dalle 14, su Rai 2. In questa occasione Corsini, parlando della possibilità che il Tribunale del lavoro di Roma decida per il reintegro di Ranucci alla conduzione di Report, ha dichiarato di “sperare che questo non accada”: “Stiamo lavorando serenamente, pensiamo di essere nel giusto e di avere fatto tutto quello che doveva essere fatto, correttamente”, ha concluso il dirigente.
Matteo Salvini arriverà al congresso straordinario della Lega senza avversari, con una partita che sembra già scritta.

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Matteo Salvini arriverà al congresso straordinario della Lega senza avversari, con una partita che sembra già scritta. E questo nei corridoi del Carroccio, alimenta malumori e sospetti: se il risultato è scontato, a cosa serve davvero convocare le assise? Per i fedelissimi serve a ricompattare il partito intorno al segretario. Per i critici: a certificare i rapporti di forza già esistenti.
Il nodo sono i delegati. Se, come previsto, saranno sostanzialmente gli stessi del congresso di Firenze, circa 900 tra eletti e nominati, per Salvini la strada verso la conferma sarebbe in discesa. Da qui la scelta di non presentare una candidatura alternativa e di spostare eventualmente la battaglia sul terreno delle mozioni e delle richieste del Nord.
Massimiliano Romeo, che nelle ultime settimane non ha nascosto le proprie critiche, ha usato una parola destinata a restare: «Trappolone». La sua posizione di capogruppo al Senato non sembra, almeno per ora, immediatamente in discussione. Ma sullo sfondo c’è la partita delle prossime candidature alle Politiche. E qui entra in scena Claudio Durigon. Il sottosegretario al Lavoro è oggi uno degli uomini più vicini a Salvini. Il suo ruolo è quello del garante del segretario, soprattutto in una fase in cui il fronte settentrionale chiede maggiore spazio e una discussione meno centrata sulla leadership.
Non è un dettaglio secondario. Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti, assieme a Luca Zaia, osservano la partita con attenzione e condividono, almeno sul piano politico, diverse delle perplessità sollevate da Romeo. Il vecchio asse Nord non sembra intenzionato a sparire dietro una riconferma congressuale. Così il paradosso è servito: un congresso convocato per blindare la leadership rischia di diventare il luogo in cui si misura quanto quella leadership abbia ancora bisogno di essere blindata. Salvini può ottenere la conferma ed anzi rafforzarsi ulteriormente. Ma la vera partita, dentro la Lega, comincerà il giorno dopo.

(Elena Basile – lafionda.org) – Nel momento in cui lo Stato di Israele rivela in streaming il genocidio del popolo palestinese compiuto a Gaza e i crimini di apartheid e tortura in Cisgiordania (dove non è mai stato presente il terrorismo di Hamas), la politica europea e italiana si preoccupa di rafforzare la condanna dell’antisemitismo.
La comunità ebraica si sente associata ai crimini commessi da Israele e certificati dal principale tribunale internazionale delle Nazioni Unite? In effetti, i tedeschi sono stati associati ai crimini nazisti e hanno chiesto perdono per la Shoah, ripulendo l’immagine della Germania e prendendo le distanze dalla loro storia. Come mai gli ebrei non sentono l’urgenza di fare altrettanto? Essi, che hanno patito un genocidio, dovrebbero, ancora più di altri popoli, sentire solidarietà per le vittime palestinesi.
Vi sono tante personalità ebraiche che stigmatizzano le politiche neonaziste israeliane. Hannah Arendt denunciò negli anni Settanta la destra israeliana di Begin e Shamir, prefigurando il destino storico di sopraffazione e violenza contenuto nell’interpretazione di destra del sionismo, il cui referente è Vladimir Žabotinskij.
Attualmente Ilan Pappé, Gideon Levy, Moni Ovadia e Norman Finkelstein paragonano la disumanizzazione subita dagli ebrei a opera dei nazisti a quella sopportata dai palestinesi a opera degli israeliani.
Secondo l’IHRA, organizzazione nata nel 1998 per mantenere viva la memoria dell’Olocausto, questi grandi intellettuali ebrei sarebbero antisemiti. La definizione di antisemitismo dell’IHRA, a cui si riferisce il DDL discusso in Parlamento in questi giorni, è estensiva e include alcuni esempi esplicativi per meglio comprenderla. Secondo l’IHRA, coloro che paragonano l’operato nazista e quello israeliano sono antisemiti.
Luciano Canfora è antisemita? Vorrei che l’intellighenzia liberale, moderata, democristiana e socialista si esprimesse in modo netto.
La signora Schlein, che si commuove giustamente nel racconto della storia della sua famiglia ebraica, non vuole stigmatizzare il genocidio palestinese? Perché non capire che la memoria dell’Olocausto può essere tenuta in vita grazie alla condanna di crimini analoghi contro le nuove vittime di oggi?
Come il giurista Domenico Gallo ha illustrato varie volte, la normativa europea, la Costituzione italiana e la legislazione vigente sono munite di tutti gli anticorpi contro il razzismo e l’incitamento all’odio. La pretesa che le comunità ebraiche abbiano bisogno, nel 2026, di una tutela ad hoc è confutabile.
Appare invece evidente l’ambiguità di una posizione europea e italiana che non ha sanzionato lo Stato terrorista israeliano, ne ha assicurato l’impunità, malgrado le atroci violazioni del diritto internazionale e umanitario, e, con una normativa singolare, ne protegge i crimini, intimidendo e reprimendo le giuste e antifasciste critiche al suo operato, proiettando la famigerata accusa di antisemitismo contro l’intellighenzia ebraica e non, e contro la società civile incline a condannare Tel Aviv.
Dopo il libro del 2006 di Mearsheimer e Walt sull’influenza della lobby di Israele (composta dagli evangelici, dai sionisti cristiani e da potenti associazioni come l’AIPAC) sulla politica americana, è stato pubblicato un nuovo saggio di E. Clifton e I. Lustick, che illustra come i finanziamenti della lobby di Israele siano oggi mirati al controllo della narrativa, in altre parole all’alimentazione della propaganda israeliana su scala internazionale.
La confusione tra antisemitismo e critiche ai crimini israeliani è uno strumento essenziale per la repressione del dissenso pro-Palestina e per il ripristino di un’immagine irrealistica di Israele, unica democrazia del Medio Oriente. L’élite sionista, sin dalle origini dello Stato di Israele, ha avuto a disposizione strumenti diplomatici e finanziari che hanno permesso la cancellazione della Nakba e costruito l’alibi in base al quale Tel Aviv non può essere sanzionato in quanto lotta per il suo diritto a esistere.
La seconda carica dello Stato non ha avuto remore a ricorrere alla stessa retorica per assicurare l’impunità israeliana. Di fatto, la destra di Begin e Shamir negli anni Settanta, e del Likud negli anni Ottanta, ha negato la nascita di uno Stato palestinese.
Liliana Segre ha difeso il DDL sull’antisemitismo, affermando che esso non colpisce la critica a Israele. Dopo 10.000 morti a Gaza, mi rivolsi ingenuamente alla senatrice chiedendole — a lei che aveva svolto un’egregia opera di testimonianza contro il nazismo — di aiutare le battaglie di verità a favore delle vittime palestinesi e di riconoscere nel trattamento israeliano dei palestinesi la stessa logica disumana adottata dai nazisti contro gli ebrei.
Ebbi come risposta un’infamante querela per antisemitismo. Ne seguì un linciaggio mediatico non degno di una democrazia.
Il DDL potrà fornire uno strumento normativo per la persecuzione del pensiero libero.