Alex Zanardi è morto, addio al campione dell’impossibile. Aveva 59 anni. Zanardi è stato un supereroe dei nostri tempi: pilota di F1 e poi di Formula Cart, un incidente gli portò via le gambe. Divenne allora un campione paralimpico di handbike con 4 ori paralimpici e 12 mondiali. Poi un nuovo incidente stradale lo fece sparire dalle scene, fino ad ora

(di Daniele Sparisci – corriere.it) – Addio a un supereroe. Alex Zanardi è morto, dal 2020 le condizioni sulla sua salute erano state tenute riservate dopo il terribile incidente in handbike. Avrebbe compiuto 60 anni il 23 ottobre. A dare la notizia la famiglia e Obiettivo 3, l’associazione benefica degli atleti disabili ideata proprio da Zanardi.
Lo piange il mondo dello sport, quello dei motori dove era stato protagonista prima e anche dopo del primo incidente, che gli aveva portato via le gambe nel 2001 sul circuito tedesco del Lausitzring durante una gara della Formula Cart. Rischiò la vita, fu salvato dai medici e dalla sua incredibile forza di volontà, da un’autoironia commovente. Come quando, anni dopo, al volante di macchine adattate per guidare soltanto con l’uso delle mani raccontava: «Ragazzi, ho il piede pesante».
Battute e sorrisi che lasciano un vuoto incolmabile.
Alex era nato a Bologna. Un talento precoce sui kart, a Castel Maggiorescopre il fascino della velocità e dei motori che lo porta in Formula 3000 e poi in Formula 1. All’inizio degli anni 90 incontra Daniela, la donna che gli è stata accanto fino all’ultimo, che lo ha protetto e sostenuto, che ha dato spazio ai suoi sogni.
Il debutto in F1 alla corte di Eddie Jordan nel 1991, poi la Minardi e la Lotus. Passaggi difficili in una categoria che non fa sconti, dove il manico non basta e servono sponsor ed entrature. Anni a lottare per i punti, uscite e ritorni fino al capitolo finale con la Williams nel 1999, avaro di soddisfazioni.
Alex non si arrende mai ed era già andato alla conquista dell’America: «Zanna» diventa «The Italian Legend». Nella IndyCar (allora si chiamava Cart) conquista titoli e gloria, alcuni sorpassi come quello a Laguna Seca restano nella memoria collettiva degli americani e non solo. Trofei, ospitate nelle principali emittenti Usa, fino al maledetto schianto del 2001 in Germania.
Alex Tagliani se lo ritrovò davanti, lo colpì a oltre 300 km/h. Uno choc, immagini che lo tormenteranno a lungo. Fino a quando non incontra Zanardi con le protesi che gli fa: «Sai qual è il vantaggio delle mie nuove gambe? Sono più alto».
Pur di tornare a correre Alex immagina e fa realizzare comandi speciali, si sottopone a 15 operazioni, riesce persino a vincere gare, la Bmw lo sceglie come testimonial capace di spostare il limite del possibile.
Ma i motori non bastano più, vuole lasciare il segno nello sport paralimpico ed è un segno indelebile. Ai Giochi di Londra nel 2012 con l’handbike conquista due ori e un argento. Quattro anni dopo altri due titoli e un secondo posto, dopo aver dominato i campionati iridati in ogni parte del mondo.
Alex è un mito, un esempio per milioni di persone. Non solo le sue imprese sportive, ma le sue ricerche nell’ambito dei materiali per protesi e carrozzine contribuiscono al miglioramento di chi è in condizioni di mobilità ridotta. Organizza maratone benefiche, spinge tantissimi disabili a praticare sport.
Poi di nuovo il buio: il 19 giugno del 2020, sulle colline sopra Pienza, nel senese, il drammatico urto contro un camion, lui in handbike. Il quadro è gravissimo: traumi multipli e fratture alla faccia, passa un mese in coma, viene sottoposto ad altre operazioni. Resiste ancora una volta, ma il decorso è lungo e complicato. Dopo più di un anno torna a casa dove è assistito da medici e dalla famiglia.
Notizie poche, solo silenzio. L’unica scelte per custodire il sorriso di un angelo che mancherà a tutti.

(Tommaso Merlo) – Lo stato terrorista di Israele si accanisce ancora una volta contro la flottiglia calpestando ogni legge. E grazie alla mafia sionista internazionale agisce nella totale impunità e con la sostanziale complicità politica e mediatica del marcio sistema occidentale. Con classi dirigenti sempre più ridicole che si nascondono dietro a qualche frasetta strafatta ma non muovono un dito né per alleviare le immani sofferenze dei palestinesi né per girare pagina storica in quella Terra Maledetta. I sionisti considerano Gaza già loro e se non sono riusciti ancora a ripulirla etnicamente, è solo perché non hanno trovato altri posti dove deportare i palestinesi o scuse per sterminarli tutti. L’unica cosa che può fermarli è il fallimento storico del loro progetto coloniale, la fine di Israele e lo sradicamento di una indegna ideologia da secolo scorso deragliata oltre la decenza. L’unica soluzione è ripartire dal 1948 con un nuovo percorso democratico rispettoso dei diritti umani che porti alla nascita di una Repubblica laica in cui tutti i cittadini di quella Terra Maledetta abbiano pari dignità a prescindere da ogni origine e credenza. Con Gerusalemme capitale libera dell’umanità intera o non ostaggio di qualche setta, una città emblema della convivenza pacifica e di spiritualità autentiche che migliorano l’umanità invece di dilaniarla. E non c’è tempo da perdere. Di questo passo il mondo intero rischia di diventare come quella Terra Maledetta, con gli Stati Uniti che infestati di sionismo non solo agiscono al servizio di Israele ma con le stesse modalità e dopo aver sovvenzionato gli stermini a Gaza e in Libano, si sono messi in prima persona ad ammazzare civili e bombardare scuole ed ospedali in Iran. Gli stessi schemi, lo stesso schifo politico e morale. Deumanizzando nemici immaginari per giustificare ogni violazione del diritto internazionale ed imporre con la violenza bruta la propria volontà di dominio. E con noi servi europei inermi quando di questo passo rischiamo di fare tutti la fine dei palestinesi. Tra muri mentali, becero fanatismo, odio viscerale ed egoismo esistenziale di coloro che hanno il potere di fare qualcosa ma mettono prima la propria carriera perfino delle tragedie che affliggono l’umanità. Un sistema talmente marcio che per ricordare al mondo che a Gaza si vive tra liquami, infezioni e ronzii di droni omicidi, dei cittadini devono salire su delle barche e rischiare la vita in mare. E quando lo stato terrorista di Israele li aggredisce, le classi dirigenti balbettano per paura che la mafia sionista internazionale li prenda di mira facendogli perdere la poltrona. Menomale che il vento sta cambiando, grazie a Gaza i popoli del mondo hanno compreso cosa sia davvero il sionismo e giudicando l’albero dai suoi frutti, detestano Israele e auspicano una nuova era. Ed è solo questione di tempo. Quando i cittadini su quelle barche prenderanno il posto delle indegne classi dirigenti che sguazzano nei palazzi, si compirà una svolta democratica da noi come in quella Terra Maledetta. Uno spartiacque. Perché non ci sono ragioni al mondo per ammazzare nessuno, non ci sono ragioni al mondo per genocidi ed apartheid ed ideologie da secolo scorso che portano tutte allo stesso sanguinario risultato. Perdonali perché non sanno quello che fanno e cioè perché sono vittime di una inconsapevolezza di se stessi e della vita tale, da non rendersi conto di quello che combinano. Una inconsapevolezza tale che trascorrono il tempo e le energie che gli sono concesse sul pianeta, per perseguitare, per uccidere, per distruggere invece che per fare l’unica cosa che dona senso alla vita e cioè amare. In quella terra maledetta come ovunque, la politica è una conseguenza e non la causa dei mali che affliggono la nostra vita come il mondo intero. Già, la causa principale non è la malignità, è l’inconsapevolezza. Non sappiamo da dove veniamo e dove finiremo, non sappiamo nemmeno cosa sia questa vita e spendere il tempo e le energie che ci sono concesse per roba che ci lasceremo alle spalle, per invenzioni spacciate come vitali e per credenze spacciate come verità assolute, è pura e semplice pazzia di cui la guerra è il suo frutto più devastante. Pazzia omicida collettiva. E la soluzione non è tifare per uno o per l’altro, ma evolvere come persone in modo da non farsi travolgere più da certi deliri ed impegnarsi piuttosto a costruire un mondo più saggio in cui tutti sono liberi di interpretare il misterioso viaggio della vita come meglio credono senza dare fastidio a nessuno. Lasciandosi alle spalle una scia amorevole e non di sangue e dolore. E grazie a Gaza e a cittadini imbarcati su qualche flottiglia, il vento sta cambiando. Sono crollati decenni di propaganda e traballa il marcio sistema occidentale finito in mano a classi dirigenti che da Washington fino ai servi europei sono vittime della mafia lobbistica internazionale di cui il sionismo è uno dei fuori all’occhiello. Uno spartiacque. Ma non c’è tempo da perdere. Il mondo rischia di diventare come quella Terra Maledetta e tutti noi di fare tutti la fine dei palestinesi. Va liberata Gerusalemme da ogni delirio ideologico ed aperta una nuova era di democrazia, diritti umani e pace per tutti.
L’organizzazione del lavoro condiziona inoltre la solidarietà tra lavoratori e l’efficacia della loro azione politica collettiva: senza stabilità non vi è organizzazione, e senza organizzazione non vi è contropotere. Il problema del precariato, per non parlare dello sviluppo di tecnologie sostitutive quali l’intelligenza artificiale, non è dunque solo un problema di giustizia sociale, ma riguarda l’indebolimento dei contropoteri

(Chiara Cordelli – editorialedomani.it) – Il Primo maggio non è solamente la festa dei lavoratori e la celebrazione dei diritti conquistati dal movimento operaio: la giornata di otto ore, il diritto di sciopero, le ferie pagate, la tutela della salute. È anche la festa della democrazia, o meglio del lavoro quale fondamento e condizione necessaria di essa. Dovrebbe dunque essere il momento per ricordare — a chi ci governa in primis — che perché il lavoro sia effettivamente condizione di democrazia non basta che i cittadini non rischino la vita lavorando, né che vengano pagati il giusto. Occorre anche che il loro lavoro sia stabile, che ne favorisca lo sviluppo di capacità critiche e partecipative, e che non li subordini all’arbitrio dei datori di lavoro.

Affermando che «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», i padri costituenti intendevano dire che la Repubblica non si fonda sulla ricchezza, sulla nascita nobile, sulla religione o sulla forza militare. I cittadini hanno pari dignità in quanto persone che contribuiscono attivamente alla vita collettiva, che lo facciano attraverso lavori manuali, di cura o intellettuali. Il lavoro è riconosciuto al tempo stesso come diritto e come dovere civico. Affermarlo come fondamento democratico significa dunque riconoscerlo come strumento di eguaglianza contro il privilegio, di dignità personale e di riproduzione socioeconomica della società.
Ma vi sono anche altre ragioni per le quali il lavoro è parte centrale di un sistema democratico.
La prima riguarda il legame tra qualità del lavoro e sviluppo di capacità e virtù civiche: un lavoratore schiacciato dalla precarietà od obbligato a svolgere funzioni ripetitive e puramente meccaniche difficilmente sarà un cittadino attivo e consapevole. Le capacità di cooperare e partecipare alle decisioni collettive si sviluppano soprattutto al lavoro. È quindi essenziale che in una società democratica esistano forme di democrazia economica, grazie alle quali i lavoratori possano partecipare a decisioni importanti concernenti le proprie condizioni di lavoro all’interno dei loro contesti occupazionali.
Come scrisse John Stuart Mill, uno dei padri del liberalismo, la forma di associazione a cui l’umanità dovrebbe aspirare non è quella che esiste tra un datore di lavoro capo o padrone e lavoratori privi di voce a esso subordinati, bensì «l’associazione degli stessi lavoratori su basi di uguaglianza», un’associazione all’interno della quale i lavoratori possano lavorare «sotto la guida di dirigenti da loro stessi eletti e revocabili» o, potremmo aggiungere noi, quantomeno abbiano voce in capitolo nelle decisioni prese da tali dirigenti. Mill descrisse inoltre l’impresa cooperativa come la trasformazione dell’attività lavorativa «in una scuola delle simpatie sociali e dell’intelligenza pratica», entrambe qualità essenziali per una democrazia liberale.

L’organizzazione del lavoro condiziona inoltre la solidarietà tra lavoratori e l’efficacia della loro azione politica collettiva: senza stabilità non vi è organizzazione, e senza organizzazione non vi è contropotere. Il problema del precariato, per non parlare dello sviluppo di tecnologie sostitutive quali l’intelligenza artificiale, non è dunque solo un problema di giustizia sociale, ma riguarda l’indebolimento dei contropoteri necessari alla salute democratica. A chi è al potere il precariato conviene.
Infine vi è il ruolo che il lavoro gioca nella formazione di un popolo non asservito: lavoratori dipendenti dall’arbitrio dei propri datori di lavoro non sono cittadini liberi, e una democrazia di cittadini non liberi è una falsa democrazia. Anche qui, perché il potere dei datori di lavoro non venga esercitato in modo arbitrario, è necessario che i lavoratori stessi abbiano voce in capitolo all’interno delle loro aziende e imprese. Ossia è necessaria la democratizzazione del lavoro stesso.

In un paese dove ancora si dibatte sull’opportunità di un salario minimo, dove la precarietà cresce e dove molti italiani — giovani in testa — emigrano per mancanza di opportunità, parlare di democrazia economica — ossia democrazia all’interno delle imprese — sembrerebbe un lusso che solo chi filosofeggia può permettersi. Non dobbiamo però dimenticare che l’Italia, grazie soprattutto alle cooperative dell’Emilia-Romagna, è stata terreno sperimentale per una organizzazione del lavoro più umana, solidaristica e democratica. Faremmo dunque bene, in questo Primo maggio come in quelli a venire, a costruire su tali esempi e a pretendere che chi ci governa faccia altrettanto.
FdI: «Trucco retorico indegno». Lo storico attacca la premier durante il Concertone: «Il duce? Una fonte d’ispirazione». Poi il j’accuse contro Salvini e le immagini dei migranti

(di Claudio Bozza – corriere.it) – «Da Benito a Giorgia c’è un lungo filo diretto, un lungo filo nero, nerissimo. Si chiama fascismo». L’intervento di Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, sul palco delle celebrazioni per il Primo Maggio a Taranto, scatenano una bufera. A tarda sera, quando il Concertone era alle ultime battute, lo storico ha mostrato sul maxi schermo alle sue spalle un collage in cui un manifesto elettorale di Giorgia Meloni viene accostato a una prima pagina della Domenica del Corriere con il ritratto di Benito Mussolini.
«Il volto del potere. Eccolo qua, il volto del potere. Com’è bello, sereno, rassicurante. La storia ci insegna che quando il potere rappresenta se stesso mente sempre – è l’intemerata del professore -. La verità e il potere sono nemici intimi, diceva Hannah Arendt. Allora questo ritratto dobbiamo contestarlo, smontarlo, ne dobbiamo svelare la vera natura. Dobbiamo dire la verità su questo potere che si presenta bello, forte, cristiano, materno, italiano». E poi il montaggio video: «Le immagini ci parlano, il loro codice ci parla. Come sono costruite queste immagini? Eccole! Dimmi chi sono i tuoi modelli e ti dirò chi sei».
A ruota, nel mirino è finito il leader della Lega. Sul maxischermo è infatti apparso un collage di foto di migranti, realizzato da alcuni studenti, che riproduce il volto di Matteo Salvini. «E lui lo riconoscete? Questo ritratto del vicepremier lo hanno fatto degli studenti di un liceo artistico di Pisa», ha detto Montanari, rivolgendosi al pubblico. «Il volto pubblico del capo della Lega è una costruzione attenta e studiata, fatta di selfie con sorrisi a 32 denti, alternati a esibizioni di rosari, bagni nella Nutella, bacioni mescolati a minacce e felpe che si trasformano in divise. Ma se lo guardiamo da vicino, questo ritratto svela la verità: i ragazzi di Pisa hanno incollato 400 fotografie che ritraggono altri corpi – ha continuato il rettore dell’Università per stranieri di Siena -: quelli dei migranti in mare respinti, morenti, uccisi. Il corpo del capo è il corpo di un consenso costruito attraverso l’odio e la paura, attraverso la sofferenza inflitta a corpi fragili, sorvegliati e puniti».
L’intervento di Montanari è stato contestato dal deputato di Fratelli d’Italia, Dario Iaia, presidente provinciale del partito a Taranto, per il quale «l’accostamento tra Giorgia Meloni e Benito Mussolini è propaganda scadente. Mettere sullo stesso piano una dittatura e un governo democraticamente eletto è un trucco retorico indegno, utile solo a fare rumore e a drogare il dibattito pubblico. Se si vuole criticare la Meloni, lo si faccia sui fatti, sulle scelte politiche, sui risultati. Utilizzare la musica ed il tema del lavoro per fare populismo – ha concluso – é semplicemente vergognoso».
Trump ordina il ritiro di 5mila soldati Usa dalla Germania: nuovo strappo con gli alleati Nato dopo il «rifiuto» sull’Iran. «E una volta finito lì prenderò il controllo di Cuba». La decisione degli Stati Uniti riporta il livello di truppe Usa in Europa ai livelli precedenti alla guerra in Ucraina

(corriere.it) – Consumando un nuovo, pesante strappo nelle relazioni con gli alleati della Nato, gli Stati Uniti hanno deciso di ritirare circa 5.000 soldati dalla Germania nei prossimi 6-12 mesi, riportando il livello delle truppe americane in Europa a livelli precedenti la guerra in Ucraina.
«E dopo aver portato a termine l’operazione in Iran», ha detto il presidente Usa Donald Trump, «prenderò il controllo di Cuba»
L’annuncio del ritiro delle truppe è stato dato nella giornata di venerdì dal Pentagono, dopo l’ordine arrivato da Trump. La decisione giunge a seguito dei pesanti scontri verbali tra il leader Usa e il cancelliere tedesco Friedrich Merz in merito alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran.
All’inizio di questa settimana Trump aveva minacciato di ritirare alcune truppe da Berlino dopo che Merz aveva affermato che gli Stati Uniti erano stati «umiliati» dalla leadership iraniana, e aveva criticato la «evidente mancanza di una strategia» da parte di Washington per uscire dal conflitto.
Nella giornata di ieri, Trump ha ribadito di essere «molto insoddisfatto» anche da Italia e Spagna – tra i Paesi che hanno, a suo dire, rifiutato di aiutare gli Stati Uniti nella guerra all’Iran.
La Germania ospita diverse installazioni militari statunitensi, tra cui i quartier generali dei comandi per l’Europa e l’Africa, la base aerea di Ramstein e un centro medico a Landstuhl, dove sono stati curati i feriti delle guerre in Afghanistan e in Iraq. Nel Paese sono inoltre stazionati missili nucleari statunitensi.
Il numero di soldati che lasceranno la Germania rappresenterebbe il 14% dei 36.000 membri delle forze armate americane che vi sono stazionati.
Trump aveva formulato una minaccia simile nel suo primo mandato, affermando che avrebbe ritirato circa 9.500 dei circa 34.500 soldati statunitensi allora stazionati in Germania, ma non avviò mai il processo e il presidente democratico Joe Biden bloccò formalmente il ritiro previsto subito dopo il suo insediamento nel 2021.
Gli alleati americani nella Nato si sono preparati a un ritiro delle truppe statunitensi fin dall’insediamento di Trump, dal momento che Washington ha avvertito che in futuro l’Europa dovrà occuparsi della propria sicurezza, compresa quella dell’Ucraina.
A seconda delle operazioni, delle esercitazioni e delle rotazioni delle truppe, in Europa sono solitamente stazionati tra gli 80.000 e i 100.000 militari statunitensi.
In ottobre, gli Stati Uniti hanno confermato che avrebbero ridotto la loro presenza di truppe ai confini della Nato con l’Ucraina. La mossa di tagliare 1.500-3.000 soldati è avvenuta con un breve preavviso e ha turbato la Romania, alleata della Nato, dove l’organizzazione militare gestisce una base aerea.
Il Parlamento europeo: inaccettabile. Il presidente americano: se produrranno automobili e camion in stabilimenti degli Stati Uniti, non ci sarà nessun dazio

(lastampa.it) – Donald Trump alza i dazi per le auto europee al 25%. «Sono lieto di annunciare che, in considerazione del fatto che l’Unione Europea non sta rispettando il nostro accordo commerciale, pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi applicati all’Unione Europea su automobili e autocarri in ingresso negli Stati Uniti. Il dazio sarà innalzato al 25%», ha detto il presidente sul suo social Truth. «Se produrranno automobili e camion in stabilimenti negli Stati Uniti, non ci sarà nessun dazio», ha scritto ancora.
La scorsa estate i due partner avevano raggiunto un accordo commerciale, mettendo fine ai continui tira e molla seguiti al Liberation Day, la giornata in cui una lunga lista di Paesi colpiti da dazi aveva modificato gli equilibri economici globali. In particolare, sulle autovetture europee l’Unione Europea era riuscita a ottenere un dazio limitato al 15%, rispetto al 27,5% inizialmente minacciato da Washington. Questo risultato era stato possibile solo accettando una tariffa “zero” sui beni industriali statunitensi e introducendo garanzie di accesso preferenziale al mercato per diversi prodotti agricoli e ittici provenienti dagli Stati Uniti, come la carne di montone e la soia.
Ora però Trump cambia nuovamente le carte in tavola, continuando a favorire le aziende che spostano la produzione negli Stati Uniti. In un post ha ribadito che «chi produrrà auto e camion negli stabilimenti americani non sarà soggetto ad alcun dazio». Ha inoltre sottolineato come siano già in costruzione numerosi impianti produttivi, con investimenti superiori ai 100 miliardi di dollari, definendoli un record storico per il settore. Secondo Trump, queste nuove fabbriche, con lavoratori americani, apriranno a breve, segnando un momento senza precedenti per l’industria automobilistica negli Stati Uniti.
«Il piano di Trump di imporre dazi del 25% sulle auto dell’Ue è inaccettabile» e dimostra che gli Stati Uniti sono un partner «inaffidabile». Lo afferma il presidente della commissione commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange. «Il Parlamento europeo continua a rispettare l’accordo siglato in Scozia, lavorando per finalizzare la legislazione. Mentre l’Ue mantiene gli impegni, la controparte statunitense continua a non rispettarli», sottolinea il tedesco in un post su X, aggiungendo che «l’Ue deve ora mantenere chiarezza e fermezza».

(AGI) – In attesa degli sviluppi giudiziari dell’aggressione a una suora francese avvenuta martedi’ a Gerusalemme, la comunita’ cattolica a cui appartiene la religiosa ha ringraziato “le persone venute in aiuto durante l’attacco, i diplomatici, gli accademici e tutti coloro che hanno offerto sostegno”.
“La piaga dell’odio e’ una sfida comune”, ha scritto su X padre Olivier Poquillon, direttore della Scuola francese di ricerca biblica e archeologica di Gerusalemme, di cui e’ ricercatrice la suora. La polizia israeliana ha annunciato mercoledi’ scorso l’arresto di un uomo sospettato di aver aggredito la suora, vicino alla Tomba di Re Davide sul Monte Sion a Gerusalemme, in un contesto di crescente violenza contro i cristiani in Israele e nei Territori palestinesi.
“Il sospettato, un uomo di 36 anni, e’ stato identificato e successivamente arrestato dalla polizia”, si legge in un comunicato, in cui si aggiunge che le forze dell’ordine considerano con “estrema serieta’” qualsiasi atto di violenza “motivato da potenziali intenti razzisti e diretto contro membri del clero”.
Contattata dall’Afp, la polizia si e’ rifiutata di rivelare la nazionalita’ del sospettato, ma ha precisato che l’arresto e’ avvenuto “con l’accusa di aggressione, e tutti i possibili moventi sono al vaglio”. Un filmato diffuso dalla polizia mostra lividi sul lato destro del volto della religiosa, 48 anni, di cui non sono state diffuse le generalita’.
Padre Olivier Poquillon ha fatto sapere che la suora non desidera rilasciare dichiarazioni pubbliche. “Ieri pomeriggio ha sentito qualcuno avvicinarsi da dietro e scaraventarla con tutta la sua forza a terra contro una roccia”, ha detto Poquillon, descrivendo il giorno dopo l’aggressione.
“Mentre la sorella era a terra, l’uomo ha iniziato a prenderla a calci ripetutamente”, ha aggiunto. L’aggressione e’ avvenuta di fronte al Cenacolo, un edificio sul Monte Sion a Gerusalemme considerato sacro sia dai cristiani che dagli ebrei, questi ultimi lo ritengono il luogo di sepoltura del re Davide, figura biblica. Martedi’, Poquillon aveva denunciato un'”aggressione gratuita” in una dichiarazione pubblicata su X, che e’ stata rilanciata dal Consolato francese a Gerusalemme che ha condannato “con forza” quanto accaduto.
Il ministero degli Esteri israeliano ha parlato di “atto vergognoso” in una dichiarazione pubblicata su X e ha affermato che Israele rimane impegnato “a salvaguardare la liberta’ di religione e la liberta’ di culto per tutte le fedi”. La Facolta’ di Scienze umanistiche dell’Universita’ ebraica di Gerusalemme ha espresso in una dichiarazione “profondo shock e condanna” per l’attacco, deplorandone la crescente frequenza.
“Non si tratta di un episodio isolato, ma di parte di un preoccupante schema di crescente ostilita’ verso la comunita’ cristiana e i suoi simboli”, ha ammesso la Facolta’. Una fonte diplomatica europea a Gerusalemme ha inoltre osservato che l’aggressione “e’ avvenuta in un contesto in cui gli atti anticristiani sono diventati comuni, con insulti e sputi da parte di estremisti (ebraici) contro il clero in abiti religiosi su base quotidiana”.
All’inizio di aprile, l’esercito ha rimosso due soldati dal servizio di combattimento dopo che questi avevano vandalizzato una statua di Gesu’ in un villaggio del Libano meridionale, un atto che ha suscitato un’ampia condanna.

(Gioacchino Musumeci) – Beatrice Venezi è balzata agli onori della cronaca per l’interruzione dei rapporti col teatro la Fenice.
Essere stata scaricata ha provocato una reazione esilarante per non dire paradossale e un po’ triste.
La sindrome da Calimero bastonato che affligge la Venezi, è piena di contraddizioni.
Sostiene di essere una donna che si è fatta da sé, senza un cognome altisonante, e senza una tessera politica.
Questo, a suo dire, le impedisce di ricevere gli allori che merita.
Allora la domanda da porre alla Venezi è semplice: perché si è prestata alla destra e non ha lesinato di farsi ritrarre sorridente in compagnia della premier? Perché lei dava immagine, loro davano incarichi. Poi lei ha smesso di dare immagine (anzi, l’ha data negativa), loro hanno smesso di dare incarichi. Fine.
Dopo mesi trascorsi a sostenere che la nomina alla Fenice non fosse politica, la Venezi conferma che lo era: si lamenta per la mancata protezione politica.
Se la nomina non era politica, perché il governo avrebbe dovuto fare quadrato per difendere un direttore d’orchestra?
La Venezi a dire il vero vorrebbe sembrare ingenua, ma ha fatto male i calcoli. La politica è un ingranaggio e se ci metti le mani, te le mangia. E’ tra le ragioni più consistenti per cui evitarla caldamente. Ma la foto sotto mostra che la Venezi non ha evitato, è entrata dentro dalla porta principale.
La verità è che Calimera Venezi si è prestata a un meccanismo in cui si utili in base ai voti che si spostano. Il controllo dei voti, quantifica il potere. E la Venezi ha dimostrato che non sposta consenso, al massimo attrae antipatia. Perciò eccole il biglietto di sola andata verso l’oblio transnazionale.
E’ pure divertente che la Venezi, nel descriversi donna senza cognome e appartenenze politiche utili, abbia improvvisamente scoperto la realtà di quasi tutti. Coloro che non possono agitare bacchette alle convention di forze politiche rampanti. Persone che lavorano senza ricorrere a scorciatoie.
Inutile dire “ Mi sono fatta da sola” e poi protestare per il mancato sostegno della destra perché allora l’unica cosa che ti sei fatta, è del male da sola. Chi si è fatto da solo, e le è riconosciuto quel che vale, non ha bisogno di ritrarsi con la premier. Riceve proposte tali che davanti al diniego di un’ orchestra sorriderà.
Ma la Venezi non sembra disposta a imparare. Pensa di impugnare un precontratto stipulato con la Fenice in cui compare solo la sua firma, nemmeno quella di Colabianchi che l’ha nominata e poi rigettata.
Essenzialmente il direttore non è stato mai assunto, ne discende che non è mai stato licenziato perché non esiste un contratto che attesti la sua assunzione.
Da punto di vista giuridico la Venezi non ne caverà un ragno dal buco perché sta impugnando l’aria fritta che forse ce l’ha contro di lei. Probabilmente si aspetta un risarcimento che con ogni probabilità non otterrà. E anzi deve prestare attenzione perché se racconti che i ruoli nell’orchestra passano da padre in figlio sei tu quella che diffama l’immagine dell’orchestra che ti ha detto “no grazie”.
Il “ No grazie” che la Venezi dovrebbe offrire ai media avvoltoi che per avere un click in più la intervisteranno finché la polpa non sarà stata del tutto erosa dalla carcassa. Perciò domani sentiremo la Venezi piangere perché è stata usata come carne da macello dai giornali.
Impari anche a dire di no. La vita le sorriderà di più.

(Stefano Rossi) – La c.d. famiglia nel bosco ha smosso tante emozioni e diviso tutti noi.
Ora c’è la perizia della dott.ssa Simona Ceccoli, psichiatra presso la Casa Di Cura Villa Letizia, nominata dal Tribunale per i minorenni de L’Aquila, secondo la quale, i genitori Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, “hanno tratti di personalità che potrebbero incidere sulle capacità genitoriali in funzione dei bisogni evolutivi dei minori”.
Potrebbero.
Pertanto, sempre secondo la responsabile della qualità di una casa di cura, i figli presenterebbero “un’immaturità neuropsicologica”.
Chissà perché mi torna in mente l’intervista che l’ingegnere Carlo De Benedetti ha rilasciato ad Aldo Cazzullo di recente.
Doverosa premessa per i più giovani.
Carlo De Benedetti e Gianni Agnelli sono stati due imprenditori tra i più importanti ed influenti dell’Italia negli anni ’80 e ’90. Gianni Agnelli fu presidente della Fiat quando era la fabbrica più grande ed importante d’Europa, e lui l’uomo più potente del nostro Paese. Rifiutò la nomina a presidente del Consiglio da parte di Giovanni Spadolini.
Dunque, raccontando alcuni episodi, De Benedetti ricordava di essere a colloquio con Gianni Agnelli a Villar Perosa, quando la figlia entrò nello studio rapata a zero.
Il padre, sorpreso, chiese il motivo. La risposta fu “Almeno ti sei accorto di me”.
Il figlio maschio si suicidò lanciandosi da un cavalcavia ed erano noti i rapporti tesi con il padre sempre assente ed impegnato nel lavoro.
Ecco, se dovessimo mai essere sottoposti a visite psichiatriche, credo che buona parte delle famiglie rimaste unite, verrebbe sparigliata come carte da gioco sul tavolo verde.
La cosa peggiore che ci può capitare è quella di trovare una persona che, per farci del bene, ci distrugge la vita.
Guardia Sanframondi, appuntamento a lunedì 4 maggio in Villa Comunale: squadra, visione e programma per il futuro

Lunedì 4 maggio, alle 19:30, presso la Villa Comunale di Guardia Sanframondi, sarà ufficialmente presentata alla cittadinanza la lista ‘Guardia Comune Orizzonte’, guidata dal candidato sindaco Giovanni Ceniccola. L’incontro pubblico rappresenterà il primo momento di confronto diretto con la comunità.
L’incontro sarà moderato dalla giornalista Barbara Serafini, che introdurrà il candidato alla carica di primo cittadino e l’intera compagine in corsa per il Consiglio Comunale: Vincenzo Del Rosso, Morena Di Lonardo, Giulia Falato, Michele Foschini, Barbara Garofano, Edvige Garofano, Innocenzo Pengue, Luigi Pengue, Leopoldo Rossi, Elena Sanzari, Michele Sanzari, Antonello Sebastianelli.
Al termine della presentazione è previsto un intrattenimento con Niky, accompagnato da un buffet.
La lista si propone come una sintesi tra continuità e rinnovamento, con l’obiettivo di offrire una prospettiva concreta di rilancio per Guardia Sanframondi. Una compagine che integra esperienza e nuove candidature, espressione di un tessuto civico che intende tornare protagonista attraverso partecipazione, ascolto e condivisione.
“Un progetto che nasce da un forte senso di appartenenza e dalla volontà di non assistere passivamente alle difficoltà del territorio – comunica il candidato Ceniccola – Guardia deve recuperare slancio, credibilità e capacità di costruire opportunità”
“Abbiamo dato vita a una squadra equilibrata, che unisce competenze e nuove energie, con un obiettivo chiaro: rimettere al centro i cittadini e affrontare con concretezza le criticità quotidiane”.
E come il logo della lista suggerisce, il sole che illumina i tetti e i filari del paese è accompagnato da tre figure stilizzate, a richiamare i valori fondanti del progetto: comunità, partecipazione e solidarietà civica, a rappresentare una presenza costante accanto ai cittadini.
Conclude Ceniccola: “Guardia non può aspettare e quel sole all’orizzonte rappresenta una nuova possibilità, un punto di ripartenza. È da qui che intendiamo ricostruire fiducia e prospettive per il paese: perché la fiducia riparte da qui!”

In occasione della Festa dei Lavoratori, la lista “Radici e Futuro”, con il candidato sindaco Carmine Valentino, rilancia con forza la propria visione di sviluppo fondata sul lavoro, sulla valorizzazione delle risorse locali e sul protagonismo della comunità di Sant’ Agata dè Goti. “Oggi celebriamo chi, quotidianamente, tiene viva la nostra città: commercianti, artigiani, imprese locali e agricoltori rappresentano il cuore pulsante della nostra economia”, dichiara la squadra di Carmine Valentino. Il programma pone al centro azioni concrete per contrastare la desertificazione del centro storico, attraverso incentivi fiscali, semplificazione burocratica e riduzione dei costi per chi investe. “Vogliamo riportare vita, attività e opportunità nei nostri vicoli, sostenendo chi ha il coraggio di credere nel territorio”, aggiungono i candidati. Ampio spazio è dedicato anche alla valorizzazione delle eccellenze agricole locali: “Difenderemo e promuoveremo il nostro oro giallo e rosso – olio e vino – insieme alle mele annurche, attraverso strategie strutturate di promozione e tutela dei prezzi. Allo stesso tempo, sosterremo colture innovative come la feijoa e rafforzeremo la filiera corta, per trattenere valore e reddito sul territorio”. Tra i punti qualificanti del programma, anche il recupero degli usi civici come diritto collettivo: “Garantire pascolo, semina e legnatico significa fare giustizia sociale e assicurare un presidio concreto del territorio”. Particolare attenzione è rivolta ai giovani e al lavoro del futuro: “Restare a Sant’Agata deve essere una scelta, non un sacrificio. Trasformeremo l’area industriale in un polo per start-up e agroindustria, creando connessioni con le università campane e intercettando fondi europei. La nostra città può diventare un nodo strategico tra gli interporti di Nola, Marcianise, Caserta e il Sannio beneventano”.“Investire in chi già produce e offrire spazio ai talenti significa costruire una comunità che non subisce il presente, ma lo governa con competenza e visione”, conclude la squadra di Carmine Valentino. “Insieme, riaccendiamo l’orgoglio del fare per restituire a Sant’Agata il posto che merita. Per una Sant’Agata protagonista.”

“I giovani non devono scegliere tra il proprio futuro e la propria terra. Servono opportunità concrete, merito e valorizzazione delle competenze”.
“Il lavoro è oggi la vera emergenza del Sud, delle aree interne e, nel nostro piccolo, anche di Guardia Sanframondi. Non bastano più gli auguri di rito: servono scelte coraggiose e azioni concrete”. Lo dichiara Fiorenza Ceniccola, candidata al consiglio comunale di Guardia Sanframondi nella lista Insieme per Guardia con Raffaele Di Lonardo Sindaco, in occasione del Primo Maggio, Festa del Lavoro.
“Troppi giovani sono costretti a scegliere tra le proprie radici e un biglietto di sola andata. Restare non deve essere un atto di sacrificio, ma una possibilità reale. E questa possibilità si costruisce con politiche serie che premino davvero il merito e le competenze”, aggiunge Ceniccola.
“La mia candidatura nasce dall’urgenza di trasformare Guardia in un luogo di opportunità concrete, dove chi ha talento possa trovare spazio senza essere costretto a partire. Per farlo, però, bisogna passare dagli slogan ai fatti”.
“Attivare uno Sportello Lavoro e Impresa comunale, fisico e digitale, che faccia da ponte tra cittadini, imprese e opportunità. Un punto di riferimento stabile per accedere ai bandi regionali, nazionali ed europei, con assistenza gratuita nella progettazione e nell’avvio di nuove attività.
Costruire una vera rete tra scuola e territorio, superando l’alternanza scuola-lavoro formale e spesso inefficace. Inserire gli studenti in percorsi strutturati, con tutor, obiettivi chiari e competenze certificate, creando un collegamento diretto con il mondo del lavoro locale. L’attivazione di borse lavoro e incentivi alle assunzioni, utilizzando le risorse disponibili, per sostenere l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e favorire il rientro di competenze sul territorio.

Fondamentale è anche la valorizzazione delle risorse locali: agricoltura, artigianato e turismo devono tornare a essere leve di sviluppo. Attraverso bandi mirati, promozione e strumenti di rete, vogliamo rafforzare queste filiere e renderle realmente sostenibili. Intendiamo recuperare spazi pubblici inutilizzati per creare luoghi di lavoro condiviso, laboratori e opportunità per professionisti e giovani che vogliono restare o tornare”.
“Queste sono azioni concrete, misurabili e realizzabili, che mettono al centro una visione chiara: fare di Guardia Sanframondi un paese dove restare sia una scelta possibile e dignitosa”.
“Buon Primo Maggio a chi ogni giorno lavora, resiste e crede nel futuro di questa comunità. Riprendiamoci il diritto di costruirlo qui”, conclude Ceniccola.

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Questosecondo e più grave atto di pirateria è una miccia accesa dentro l’Europa e l’Italia è in prima fila per aver saggiato già, con gli scontri del 25 aprile, a quale livello di crisi sia giunta la coesistenza con la comunità ebraica.
Questo secondio atto totalmente illegale, sul quale finalmente il nostro esecutivo pare prendere posizione, è ancora più grave perchè giunge, come una bomba ad orologeria, alla vigilia del 1 maggio, dentro il catino già infuocato di una manifestazione, pensiamo al palco del San Giovanni, dentro cui ogni provocazione può divenire la scintilla per atti di violenza.
Perciò quella di Netanyahu è molto più che un esercizio di pirateria, molto oltre il germe banditesco. Illustra la dimensione ormai nettamente criminogena del governo di Tel Aviv.
Aver anticipato l’intercettazione della Flotilla al largo di Creta, territorio europeo, dunque a centinaia di miglia dalle coste di Gaza, significa anzitutto aver voluto anticipare la produzione della crisi.
E’ un dito nell’occhio europeo, finora assai premuroso nei confronti di Israele al quale lo legano solide relazioni commerciali e un interscambio militare di tutto rispetto. L’assoluta accondiscendenza, la voglia di confermare un’amicizia al di sotto di ogni decenza, ci porta adesso a fare i conti con la capacità destabilizzante di Nethanyahu. Che da oggi entra, con le sue retate e i suoi fucili, non solo nelle case delle ventiquattro famiglie di italiani finora arrestati (temiamo che il conto nelle prossime ore possa salire), ma porta in ebollizione il conflitto politico interno e diviene un’altra buccia di banana sotto le suole delle scarpe di Giorgia Meloni che sembra essersi accorta della pericolosità dell’alleato – come sempre più spesso le capita – fuori tempo massimo.

(estr. di Pasquale Tridico – ilfattoquotidiano.it) – […] Il decreto Lavoro del governo Meloni si presenta come una risposta al problema del lavoro povero, ma è solo un’operazione di facciata. Dietro la formula del “salario giusto” c’è solo retorica e nessuna svolta normativa. Ci sono incentivi e bonus già esistenti che vengono prorogati e ora condizionati a una formula incerta quale il “salario giusto” che rischia addirittura di ridurre quegli incentivi e renderne meno oggettiva l’applicazione, più arbitraria e selettiva. Del resto, ai lavoratori di quei bonus non va un centesimo perché si tratta di esoneri per le imprese.
[…] Esiste una direttiva europea sui salari minimi, esiste l’art 36 della Costituzione che ha una portata più forte della retorica del “salario giusto”, ed esiste la contrattazione collettiva, ma si continua a non affrontare il nodo centrale: l’assenza di una tutela salariale minima legale e indicizzata all’inflazione contro il lavoro povero, realmente efficace per permettere una vita dignitosa a tutti i lavoratori. La strategia dell’esecutivo punta apparentemente a valorizzare i contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi” (Cpr). Ma senza un criterio certo per stabilire quali siano davvero questi contratti e senza una soglia salariale chiara, il rischio è che la risposta al lavoro povero resti solo sulla carta. In un mercato del lavoro frammentato, con incertezza nell’identificare i datori di lavoro rappresentativi oltre che i sindacati dei lavoratori, con perimetri incerti tra i diversi settori, tra industria, artigianato, forme cooperative, e segnato da contratti pirata, part-time involontario, lavoro a termine e precarietà, affidarsi soltanto alla contrattazione collettiva significa lasciare irrisolto il problema della povertà lavorativa.
Infatti, il punto più delicato riguarda proprio il rapporto tra il decreto e l’articolo 36 della Costituzione. Il governo sembra voler blindare per legge i minimi contrattuali dei Cpr, ma la giurisprudenza della Cassazione e le diverse sentenze dei tribunali nel 2023 hanno chiarito che nessun contratto collettivo può impedire al giudice di verificare se la retribuzione sia davvero sufficiente e proporzionata. In altre parole, il decreto non può cancellare il controllo giudiziario sulla dignità della paga, anche se per legge si chiama “salario giusto”. Ad esempio, ‘giusto’ non era il Ccnl della Vigilanza con salario a 5 euro che il Tribunale di Milano ha disapplicato, pur essendo Cpr.
A rendere ancora più debole l’impianto del provvedimento è la scelta di sostituire il salario minimo con il concetto di “trattamento economico complessivo”. È una formula più opaca, che mescola paga base, indennità, premi e altre voci accessorie, senza garantire una soglia chiara e comprensibile di retribuzione oraria. C’è bisogno di una scelta molto più coraggiosa ed efficace: fissare un vero limite alla povertà salariale, non lasciando spazio a interpretazioni e aggiramenti. La realtà economica italiana rende questa cautela ancora meno giustificabile. Secondo i dati Ocse, l’Italia è l’unica grande economia avanzata in cui i redditi da lavoro non hanno tenuto il passo dell’inflazione post-Covid: a inizio 2025, il potere d’acquisto dei salari reali risultava ancora inferiore dell’8% rispetto al 2021, in un contesto di lungo periodo già drammatico caratterizzato dalla peggiore dinamica salariale tra le economie avanzate negli ultimi 30 anni. E secondo l’Ocse, il salario minimo, che esiste in quasi tutti i paesi dell’Ue, ha protetto i lavoratori a salario più basso dall’inflazione. Il confronto europeo è impietoso. Restare l’unico grande paese Ue privo di un salario minimo legale non è un segno di autonomia sindacale, ma di debolezza di un sistema che, senza tutele minime, si presta a un dumping salariale diffuso.
[…]
L’Italia continua a rinviare una decisione strutturale, nascondendosi dietro la retorica della contrattazione collettiva. Ma senza una legge sulla rappresentanza, senza controlli efficaci e senza minimi certi, la contrattazione da sola non basta a proteggere i lavoratori più deboli. Il governo preferisce quindi puntare su bonus temporanei, proroghe di incentivi e formule linguistiche rassicuranti. Ma il problema non si risolve con un lessico nuovo: servono scelte chiare. Una legge sulla rappresentanza, un salario minimo legale indicizzato all’inflazione e il contrasto ai contratti pirata sarebbero stati strumenti più coerenti per affrontare davvero il lavoro povero. […]
La direttiva Ue sui salari minimi adeguati chiede proprio di rafforzare la protezione dei lavoratori e la qualità della contrattazione, non di sostituire tutele concrete con formule generiche. Questo decreto cerca di chiudere la partita del salario minimo senza risolvere la povertà di chi lavora, sperando che la propaganda basti a coprire l’assenza di una visione economica.
60mila abitazioni da ristrutturare, il resto lo fa un fondo Cdp-Emirati in 10 anni…

(di Carlo Di Foggia – ilfattoquotidiano.it) – L’obiettivo-slogan lo ribadisce Giorgia Meloni nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri: “Centomila nuovi alloggi in dieci anni”. In realtà, di certo, diciamo così, ci sono 60mila vecchie “case popolari” – non nuovi alloggi, ma ristrutturazioni di abitazioni oggi inagibili – il resto è affidato a un po’ di recupero del patrimonio pubblico e agli affari immobiliari privati incentivati dallo Stato in cambio di una quota da affittare o da vendere a prezzi un po’ inferiori a quelli di mercato, opportunamente declinati negli inglesismi oggi di moda: Social Housing (fasce in difficoltà moderata), il più lucroso Affordable Housing (ceto medio vero) etc. La cornice legislativa si completa con le solite semplificazioni per i passaggi urbanistici, commissari straordinario e (ma coi tempi lunghi di un disegno di legge) sfratti più veloci.
Eccolo il “Piano casa” che il governo annuncia da un paio d’anni e approvato ieri in Cdm con un decreto non ancora chiuso, che ieri ha fatto già litigare due ministri. Matteo Salvini voleva escludere le Sovrintendenze sui vincoli urbanistici, specie nei centri storici, fermato dal titolare dei Beni culturali, Alessandro Giuli (“è incostituzionale”). Per ora niente pieni poteri al ministero del leghista, ma i poteri degli enti potrebbero essere limitati, sulla falsariga di quanto fatto nel Pnrr per gli studentati.
Breve premessa. L’Italia non vede un grande piano di edilizia residenziale pubblica dagli anni 60 e infatti è l’unica categoria di alloggi che scarseggia: è sotto la media Ocse – il 6% del patrimonio abitativo, contro oltre il 10% – e vede circa 750mila alloggi costruiti, di cui 650mila assegnati e il resto inagibile per mancanza di manutenzione od occupato abusivamente.
In questo scenario si inserisce il “piano” di Meloni&Salvini, in sostanza una goccia nel mare, che conta su “tre pilastri”. Il primo prevede di ristrutturare 60mila alloggi Epr e riassegnarli “in tutte le Regioni”, spiega Salvini, che però cita solo i “17mila nella mia Lombardia”. Il ministro delle Infrastrutture promette: “Saranno pronti in un anno”. Una quota andrà anche a nuovi alloggi, non quantificati. Qui ci sono 1,7 miliardi a disposizione, di cui uno dalle leggi di Bilancio, ai quali si potrebbero aggiungere “oltre 4 miliardi”, dice Meloni, oggi inseriti nei programmi di “rigenerazione urbana” dei comuni, da assegnare con decreti di Palazzo Chigi (e qui toccherà al commissario).
Il secondo pilastro, il più fumoso, prevede di accorpare tutte le risorse dei piani di “housing sociale”, soprattutto recupero di immobili pubblici, in un fondo gestito da Invimit, la società immobiliare del ministero dell’Economia. A disposizione ci sono “solo” 100 milioni per far partire il fondo, il resto arriverebbe dai Fondi di coesione se Bruxelles darà l’ok (“fino a 3,6 miliardi”, spiega il ministro degli Affari Ue, Tommaso Foti).
Infine c’è il terzo pilastro, l’affare per i privati. Funzionerà così: lo Stato nomina un commissario che concede una corsia preferenziale per investimenti oltre il miliardo, a patto che il 70% degli alloggi venga venduto o affittato con uno sconto del 33% rispetto al mercato. Chi lo farà? Qui la forma è bizzarra perché Palazzo Chigi sta mettendo in piedi un fondo immobiliare con la pubblica Cassa depositi e prestiti e il fondo sovrano degli Emirati arabi, Mubadala Investment. Si parte con 1 miliardo, Cdp mette 420 milioni, ma della partita faranno parte anche Poste e le casse di previdenza invitate dal governo, azionista della prima e vigilante delle seconde. Problema: il fondo sarà lussemburghese e affidato a una società privata di manager fuorusciti da Hines Italia, colosso attivo in grandi speculazioni immobiliari a Milano e Roma, con in testa l’ex responsabile Mario Abbadessa.