
(Gioacchino Musumeci) – Giorgia Meloni imbarazzante. E’ definita capace e ma credo sia solo protocollo. Politicamente non lo è perché ha fallito su tutti i fronti.
Riforma a parte, senza dimenticare l’autonomia differenziata rimasta sul groppone dei leghisti, i temi storici della destra sono le sconfitte peggiori. Tre anni e mezzo di nulla.
Immigrazione, sicurezza, tasse, accise, stagnazione economica, inflazione e recessione. Ciascuno di questi argomenti per la Meloni si risolve in un disastro epocale.
Spesso le affermazioni della premier sono veri e propri boomerang. Esempi di antilogica clamorosi . Martedì, all’indomani della cocente sconfitta referendaria ha sostenuto “Da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga”.
La frase è illuminante: mentre indicava magistrati perennemente impuniti, la premier copriva i suoi affinché non pagassero le loro malefatte. Una vergogna totale..
Siccome Meloni s’ è stufata, da questo momento pagano tutti – chiacchiere naturalmente – Tranne lei. La prima che effettivamente dovrebbe dimettersi dopo essersi intestata un referendum fallimentare che manco Renzi ai suoi tempi ha sbattuto il grugno in quel modo.
Ma tutto questo solleva un tema spinoso per i suoi avversari. Il centro sinistra infatti è chiamato a risolvere i problemi che la destra ha saputo solo amplificare e non a sopravvivere all’ombra del masochismo meloniano.
La domanda quindi è: la coalizione di centro sinistra ha un programma condiviso? Perché quello delle singole forze politiche non conta dato che si governa insieme. La coalizione di centro sinistra saprà intercettare i giovani? Solo a loro si deve la sconfitta di Giorgia Meloni che a dir la verità si è scavata la fossa da sola. Ha letteralmente ignorato ogni problema di coloro che rappresentano il futuro del Paese.
Se i giovani non saranno coinvolti, Conte, Schlein e tutti gli altri non hanno speranze. Quindi economia e mercato del lavoro saranno topici. La coalizione di Centro Sinistra saprà rinunciare all’opulenza e gli sprechi pubblici per abbassare finalmente tasse e accise. Saprà emanciparsi da Usa e Israele o vedremo l’Italia satellite di sempre. La coalizione saprà riaprire i rapporti con l’oriente cancellati da Draghi e Meloni? Saprà smantellare l’orientamento belligerante dalla Ue e riportarla a multilateralismo e pacifismo fondativi?
Lo vedremo.
Nel frattempo che sostiene che il voto referendario non avesse valenza politica può anche darsi pace e dire meno balle. Dopo il disastro perfino Gasparri s’è dovuto dimettere. Il referendum ha provocato un terremoto di natura squisitamente politica perché gli impuniti del governo, per lo meno quelli mediaticamente esposti, sono caduti ma troppo tardi.
Decapitare oggi Del Mastro, Santanché, Bartolozzi, equivale ad ammettere che “ieri” l’opposizione aveva ragione. Ma non è stata ascoltata perché il profilo etico e giudiziario di ministri e sottosegretari per Giorgia Meloni è irrilevante.
La premier sosterrà che le dimissioni mostrano che il governo ascolta il popolo. Invece no, il governo si comporta come un bambino beccato con le mani sulla marmellata. Prima la mangia e poi chiede perdono. Ma può continuare a governare chi ha necessità di essere educato dal popolo che pretende di rappresentare? Anche no.
La propaganda politica ha un prezzo. Il governo Meloni ha appena cominciato a pagarlo.
Il capogruppo sfiduciato da 14 senatori: al suo posto Craxi. Letta e Arcore guidano la rivolta contro il leader. Che chiama la primogenita e congela la sostituzione alla Camera

(estr. Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] A metà pomeriggio, al Teatro dei Servi, a pochi passi da Fontana di Trevi, il partito Fininvest siede in prima fila per ascoltare Gianni Letta che elogia la “rivoluzione gentile”: ci sono Cristina Rossello (avvocata dei Berlusconi) e i deputati berlusconiani Ugo Cappellacci e Rita Dalla Chiesa. Negli stessi istanti, pochi metri più in là, a Palazzo Madama, si consuma il colpo di mano “gentile” ordinato da Arcore. Dopo i tre dimissionari di Fratelli d’Italia, anche in Forza Italia arriva la prima vittima politica del referendum sulla Giustizia: il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. “Mi sono dimesso, passiamo al punto due: il mio successore…”, dice con freddezza, intorno alle 16, Gasparri riunendo i senatori azzurri. Non c’è bisogno nemmeno di un voto: al suo posto va Stefania Craxi.
[…]
La raccolta firme per sfiduciarlo era iniziata tre settimane fa: materialmente da Claudio Lotito (“Io? Non c’entro una mazza, io non conto un cazzo…” si schernisce entrando in ascensore a Palazzo Madama), su ispirazione di Marina Berlusconi (che ufficialmente smentisce) e con l’appoggio di Gianni Letta e del tesoriere Fabio Roscioli. La primogenita del fondatore di Forza Italia da mesi chiedeva “rinnovamento” nelle facce del partito e ha coordinato il colpo di mano per far fuori Gasparri. Due settimane fa, nella sua casa milanese, Marina aveva incontrato Craxi e le aveva detto di andare avanti. “Sono stufa”, andava ripetendo Marina Berlusconi.
Furore che è aumentato dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia che, per Marina Berlusconi, significa il tradimento della storica battaglia del padre. Così, martedì, come anticipato da Repubblica, era stata completata la raccolta firme di 16 senatori – tra cui i due ministri Paolo Zangrillo e Maria Elisabetta Casellati – presentata ieri mattina per sfiduciare il capogruppo. Gasparri e Tajani hanno provato per qualche ora a fare resistenza cercando di rinviare la decisione a mercoledì, ma non c’è stato niente da fare.
Il leader di Forza Italia, però, non ci sta. Sa che, oltre a Gasparri, rischia di saltare anche il suo fedelissimo Paolo Barelli, capogruppo alla Camera. Si parla di raccolte firme e dell’ipotesi che a succedergli sia uno tra Deborah Bergamini e Giorgio Mulè, spinto dalla famiglia Berlusconi dopo le performance televisive in campagna referendaria. Ma questo, per Tajani, è troppo. Così, di buon mattino, il leader alza il telefono e chiama Marina Berlusconi con toni minacciosi: va bene Gasparri ma se salta anche Barelli me ne vado, è il senso delle parole del vicepremier che lo racconta anche ai suoi fedelissimi nel partito. Risultato: tutto congelato a Montecitorio, se ne riparla più avanti. Anche perchè, alla Camera, la partita è più difficile: servirebbero 28 firme.
A pesare sul colpo di mano nei confronti di Gasparri non c’è solo la volontà di Marina Berlusconi di rinnovare il partito ma anche alcune faide interne al gruppo: il presidente dei senatori contestava a Craxi le spese eccessive per la scuola politica di formazione a Viterbo, mentre Zangrillo e Casellati si sono opposti all’idea di andare avanti coi congressi regionali. A questo si aggiunge il carattere “spinoso” e da “accentratore” di Gasparri che non piaceva a molti.
[…]
Nel pomeriggio, il putsch si consuma rapidamente. Gasparri si dimette e Tajani lo ringrazia con un post pubblico. La riunione dei senatori è breve e indolore. Silenzio iniziale. La nuova capogruppo Craxi scherza: “Ragazzi su, non è un funerale. Siamo adulti, questo è un avvicendamento naturale”. Gasparri (che andrà a presiedere la commissione Esteri) dice poche parole: “Mi sono dimesso, ora passiamo a decidere la mia successione. Chi si propone?”. La ministra Anna Maria Bernini fa il nome di Craxi, nemmeno si vota. Nel suo breve discorso la nuova capogruppo chiede “unità”. Dopo pochi minuti, da Arcore arriva una nota che suona come rivendicazione: quella di sfiduciare Gasparri è una “iniziativa parlamentare” ma la famiglia Berlusconi fa sapere di sostenere “una sempre maggior apertura” della classe dirigente con la “grande stima per Craxi”. Resta, invece, “immutata stima” nei confronti di Tajani. Si vedrà per quanto.
Dopo sette anni di chiusura finalmente arrivano i fondi per riaprirla

Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della circoscrizione Vomero che, dal 2019 e nel corso dei lunghi sette anni di chiusura dell’unica biblioteca comunale presente al Vomero, la biblioteca “Benedetto Croce, in via De Mura, ha più volte lanciato appelli all’amministrazione comunale per la riapertura dell’importante presidio culturale, anche con una petizione online, esprime soddisfazione per un primo traguardo raggiunto: lo stanziamento da parte della Giunta comunale di 322mila euro, per la riqualificazione e l’ammodernamento dell’importante struttura.
“ Nell’antichità – sottolinea Capodanno – , le biblioteche, luoghi di cultura e di sapere oltre che di aggregazione sociale, venivano collocate nei palazzi reali o in enormi luminose strutture. Nel ventunesimo secolo una struttura del genere, come nel caso della biblioteca “Benedetto Croce”, è stata invece posta nei locali interrati del plesso scolastico Luigi Vanvitelli, locali nei quali fu trasferita dalla sede originaria, al piano terra del polifunzionale comunale di via Morghen “.
“ Quando ero presidente della circoscrizione, negli anni ’80 – ricorda Capodanno -, intrapresi una vera e propria battaglia per trasferire la biblioteca Croce nella nuova sede della circoscrizione, in una palazzina strappata all’utilizzo originario, fissato dall’allora sindaco-commissario Valenzi, a silos multipiano per parcheggi. Successivamente i locali della biblioteca vennero inopinatamente destinati a sede di una delle tante fondazioni che sono state create nel capoluogo partenopeo. Da qui scaturì il trasferimento nella sede di via De Mura. Eppure il Vomero, con i suoi oltre 40mila residenti, avrebbe sicuramente bisogno di più di un luogo pubblico per fare cultura anche come punti d’incontro e di aggregazione, dopo la chiusura di diverse librerie, come Guida e Loffredo, e di numerose sale cinematografiche “.
” Peraltro – puntualizza Capodanno – lo stanziamento dei fondi necessari costituisce solo un primo anche se significativo passo. Adesso bisognerà mettere in moto la lenta quanto farraginosa macchina amministrativa per individuare la ditta che dovrà eseguire i lavori, presumibilmente a seguito di una gara d’appalto, e successivamente per i tempi necessari per effettuare i lavori, anche verificando lo stato nel quale si trovano i circa 14mila volumi custoditi all’interno dei locali, dopo tanti anni di chiusura “.
” L’auspicio è che si faccia presto e bene – conclude Capodanno -. I vomeresi, in particolare i giovani, attendono da troppo tempo che la biblioteca Croce venga restituita alla piena fruibilità, con la riattivazione anche dei diversi servizi offerti prima della chiusura tra i quali la lettura di quotidiani e riviste, e i servizi di consulenza a disposizione degli utenti oltre alle ripresa delle attività con seminari e laboratori “.
10, 100, 1000 Piazze per la Pace
Tessitura di Pace dall’esperienza delle donne.
Insieme mani, fili per tessere pace e futuro.

Come in molte piazze d’Italia anche a Benevento sabato 28 marzo si terrà nei Giardini del Teatro Mulino Pacifico in via Appio Claudio n. 17, dalle ore 16 alle 20, la manifestazione “10, 100, 1000 Piazze per la Pace” – mani unite per tessere la Pace.
L’evento è organizzato in collaborazione con Solot Compagnia Stabile, Culture e Letture Aps, Libreria Barbarossa, Tanto per Gioco, Consulta delle donne Comune di Benevento, Artemide Aps, Comitato Pari Opportunità – Ordine Avvocati di Benevento, Centro Studi Carmen Castiello.
Migliaia di donne d’Italia lavoreranno alacremente per tessere manufatti da poter esporre alla manifestazione conclusiva che si terrà a Roma il 20 giugno. L’esposizione, realizzata attraverso i lavori a uncinetto, con stoffe cucite tra loro, in lana o in cotone, saranno il manifesto di un movimento nato per ottenere la pace.
Si cuciranno insieme tutti i manufatti per costruire un vero tappeto di pace. Ogni pezzo racconterà il desiderio di un futuro senza sofferenze e uccisioni.
Come racconta il manifesto della giornata: tessere, cucire o rammendare sono gesti che richiedono pazienza, competenza e cura. Fanno parte dell’esperienza storica delle donne, sempre attente ai legami vitali per l’essere umano. Esporre i lavori al pubblico ha un significato importantissimo: significa opporre alla logica della guerra la pratica della relazione, della riparazione e responsabilità verso il mondo.
Tutti possono partecipare per opporsi alla guerra e alla sua normalizzazione. Perché trasformare il lavoro realizzato attraverso le mani di migliaia di donne, è sicuramente costruzione collettiva del futuro, volta a mantenere aperto uno spazio di pensiero produttivo.
Partecipare è facile! Si potrà portare con sé un semplice pezzo di stoffa, sciarpa o nastro, ma anche fili, aghi o pennarelli per tessuti.
La mobilitazione converge con l’iniziativa Stop ReArm Europe che si oppone al piano dell’Unione Europea di spendere 800 miliardi di euro in armi. I fondi saranno tolti alle spese sociali, alla salute, all’educazione, al lavoro, alla costruzione della pace, alla cooperazione internazionale, alla transizione giusta e alla giustizia climatica.
A cura del comitato organizzatore:
Solot Compagnia Stabile, Culture e Letture Aps, Libreria Barbarossa,
Tanto per Gioco, Consulta delle donne Comune di Benevento, Artemide Aps,
Comitato Pari Opportunità – Ordine Avvocati di Benevento, Centro Studi Carmen Castiello

(Marcello Veneziani) – In quattro frasi, probabilmente copiate, il tredicenne che ha aggredito la sua insegnante a Bergamo, sintetizza perfettamente la malattia del nostro tempo e dei ragazzi più esposti. “Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico e non sono un imitatore di un precedente attacco scolastico. Voglio essere riconosciuto per andare contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre alla mia. La vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, ma che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che vendicarsi”. Ecco il manifesto ideologico dell’odio o dell’io. Aggiungete a tutto questo la percezione d’impunità: sono minore, non possono farmi niente. In particolare sottolineo: il disprezzo di vivere nella realtà, il considerarsi Unico, come scriveva il pensatore dell’anarchia Max Stirner, il progetto di emergere andando contro la norma e le regole, vendicandosi del mondo. E poi la regola regina per l’Ego: Conto solo io e la mia vita, non gli altri e la loro vita, che vivono come topi. Ritenete che sia il manifesto di un isolato invasato o non vi viene il dubbio che sia la sintesi esplicita di un modo di vivere e di s-ragionare tipico della nostra epoca, frutto di solipsismo, egocentrismo ed egoismo, narcisismo patologico? Scoprite quanta dose di questa follia si nasconde in voi, intorno a voi.
Io cioè Tutto, il Mondo cioè Nulla.

(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Probabilmente fra vent’anni, quando (e se) gli storici della comunicazione e della politica italiana riprenderanno in mano questa settimana di marzo 2026, la chiameranno così: la settimana delle lettere. Perché le quattro lettere di cui stiamo parlando, in questo preciso momento della nostra storia, hanno detto tutto quello che c’era da dire sulla dissoluzione del linguaggio pubblico italiano, sulla morte della sincerità non mediata, sulla conquista definitiva della forma sul contenuto. E soprattutto, sulla scoperta inquietante che persino un ragazzino di tredici anni in crisi ha imparato quella che dovrebbe essere una lezione riservata ai tecnici della comunicazione: come trasformare il caos in messaggio coerente.
Penso a cosa accadrà fra vent’anni quando gli studenti di una facoltà di scienze della comunicazione rileggeranno questi quattro testi. Leggeranno la lettera di dimissioni della ministra Santanchè e riconosceranno tutti i tratti della comunicazione ministeriale di un certo livello: il dosaggio delle responsabilità, la lealtà finale al capo, l’uso della forma istituzionale come scudo. La sua lettera di dimissioni a Meloni ha quella struttura che si riconosce subito: ogni paragrafo scorre nel suo alveo prestabilito, come se fosse stato discusso prima con un consulente di comunicazione. C’è l’osservazione istituzionale sulla “sensibilità”, il richiamo al dovere, la virata finale verso la lealtà personale. Non c’è l’inciampo della sincerità grezza, non c’è il momento in cui la rabbia morde la sintassi e la rende scabra, autentica. È una dimissione scritta come se fosse un comunicato stampa. Leggeranno la lettera del sottosegretario Delmastro e vedranno esattamente la stessa struttura, replicata, perfezionata addirittura: la confessione controllata, l’ammissione della colpa trasformata in gesto di responsabilità, quella frase che sembra quasi nobile pur essendo, in realtà, solo ben costruita. Leggeranno il manifesto del ragazzino di Trescore e si chiederanno: “Quando è che abbiamo insegnato a un adolescente in disperazione a scrivere come se fosse un consulente di comunicazione?” E infine leggeranno la lettera della professoressa Mocchi, quella dettata con la voce ancora flebile, quella scritta senza filtri, e capiranno che quella è l’unica che non può essere insegnata, l’unica che non può essere costruita, perché è l’unica che viene dal luogo dove il linguaggio non serve a nulla, dove basta essere vivi per avere qualcosa da dire.
Ma il vero significato storico di questa settimana non sta in quattro lettere. Sta nel fatto che abbiamo cominciato a vedere un problema che non avevamo mai formalmente riconosciuto: il problema dell’alleanza fra il linguaggio del potere e il linguaggio della disperazione. Perché qui succede qualcosa di radicale. Non è che il potere abbia insegnato a questo ragazzino come comunicare — il potere non sa nemmeno che questo ragazzino esiste, finché non fa qualcosa di terribile. È che il ragazzino ha imparato, guardando il mondo dei grandi, che l’unico modo di essere ascoltato è (forse) attraverso un gesto eclatante messo comunicativamente nella forma giusta. E, probabilmente, al netto delle paure per un influenza “esterna” via social paventata da genitori e dalle forze dell’ordine che stanno indagando, si è semplicemente fatto ad aiutare da una IA, magari sotto forma di app sullo smartphone che anche tradotto in inglese più o meno perfetto le sue farneticazioni.
Qui sta la tragedia vera della settimana delle lettere. Non è che ci sia un’app di intelligenza artificiale che aiuta tutti a scrivere bene — il problema è che è diventato così normale ricorrere a qualcosa di esterno per “migliorare” la propria comunicazione che persino un adolescente in crisi non riesce a immaginare un’alternativa. Non riesce a gridare il suo dolore così com’è, rotto, disarticolato, vero. Deve prima trasformarlo. Deve prima renderlo coerente. Deve prima farsi capire attraverso la forma, come ha imparato guardando gli adulti fare la stessa cosa.
E la professoressa Mocchi, invece, grida dal suo letto con la voce flebile. Non sa di stare facendo la cosa giusta. Non sa che la sua mancanza di struttura è precisamente quello che la rende vera, credibile, memorabile. Non sa che fra vent’anni gli studenti di quella facoltà di scienze della comunicazione leggeranno la sua lettera e capiranno come un messaggio vero suona quando non è stato passato attraverso nessun filtro, quando non è stato dosato da nessun consulente, quando è semplicemente il suono di una voce umana che ha passato il tempo nel dolore e sta cercando di raccontarlo.
Questa è la settimana che cambierà il modo in cui comprendiamo il rapporto fra potere e comunicazione in Italia. Perché finora pensavamo che il problema fosse il fatto che i politici mentono, che costruiscono storie false, che usano il linguaggio per nascondere la realtà. Ma questa settimana ci mostra un problema molto più profondo: il fatto che il linguaggio stesso è diventato il vero territorio di battaglia. Che non importa se stai dimettendoti perché hai fallito, se stai confessando una colpa che non è poi così grave, o se stai tentando di uccidere la tua insegnante — quello che importa è come lo dici. E abbiamo insegnato a tutti, dal ministro al ragazzino di tredici anni, che il grido non conta se non è ben costruito.
Fra vent’anni gli storici diranno che la settimana delle lettere è stata il momento in cui abbiamo capito che il vero potere non è nel contenuto dei messaggi. È nella loro forma. Che il vero scandalo non è che le app scrivono al posto nostro, ma che ormai scriviamo come se fossimo app. Che persino un ragazzino disperato ha imparato a pensare come una macchina, a strutturare il caos come se fosse un programmatore che deve risolvere un problema. E mentre tre persone — una ministra, un sottosegretario, un adolescente — affidano la propria sincerità a filtri invisibili, una sola persona ancora osa dire la verità della sua voce, con i tremolii, con la fragilità, senza la garanzia che qualcuno la capirà bene.
Ecco cosa resterà della settimana delle lettere negli annali della cronaca italiana: non il fatto che una ministra si è dimessa, non il fatto che un sottosegretario ha confessato, non il fatto che un ragazzino ha tentato un omicidio. Resterà il momento preciso in cui abbiamo visto chiaramente che il linguaggio ha vinto sulla realtà. Che la forma ha divorato il contenuto. Che persino la disperazione, per essere credibile, deve passare attraverso la geometria. E che l’unica voce ancora vera, l’unica che ancora suona autentica, è quella di una donna che grida dal suo letto di ospedale senza sapere di stare facendo la cosa più importante: semplicemente, umilmente, sinceramente essere se stessa.
Questa settimana sarà ricordata come il momento in cui l’Italia ha realizzato, guardando quattro lettere, che il vero problema non era più come comunicare la realtà. Il vero problema era che la realtà era stata completamente sostituita dalla forma di come la comunichiamo. E nessuno, finora, se n’era neanche accorto.
Lagarde della Bce parla di crisi energetica che durerà anni. E Moody’s dice che la recessione Usa è sempre più probabile, mentre Trump non sa più come uscire dal pantano irananiano in cui si è cacciato. Eccolo, il mondo che piaceva alle destre. Sicuri che sia stata la scelta migliore?

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Se volete sapere cosa ci aspetta nel futuro prossimo forse dovremmo ascoltare quel che ha detto ieri la presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde all’Economist, a proposito della guerra in Iran, della chiusura dello stretto di Hormuz e del rischio di una crisi energetica: “Siamo davanti a un vero shock, che probabilmente va oltre quello che immaginiamo al momento”.
Ha aggiunto anche che i mercati “forse sono troppo ottimisti e determinati a restare ottimisti, nella speranza che si verifichi uno scenario positivo e si torni alla normalità in un tempo relativamente breve”. E se vi state chiedendo cosa intende riguardo ai tempi relativamente brevi, Lagarde spiega che “gran parte delle persone parlano di anni e in nessun caso ci si riuscirà nel giro di qualche mese”.
Bene, ora ricordatevi un po’ chi ci ha regalato questo bel capolavoro, dopo averci messo dazi alle merci, fatto indebitare per comprare le (sue) armi e, già che c’era, provocato una bella crisi energetica – che era giusto quel che ci mancava – per il gusto di attaccare l’Iran assieme al suo amico Benjamin Netanyahu.
Esatto, quello stresso Donald Trump di cui ci pavoneggiavamo di essere i migliori amici, dopo un paio di vertici e un paio di apprezzamenti a Giorgia Meloni, mentre stava facendo di tutto per rovinare la nostra economia, manco lo stesse facendo apposta.
Nel frattempo l’agenzia di rating Moody’s ha stimato al 50% le probabilità di una recessione americana. E se dovesse accadere, è probabile che i tentativi di Trump di sabotare le economie europee, compresa la nostra, per spingere il proprio mercato interno, si farebbero fortissime. Anche perché se dovessero aumentare i prezzi, la Federal Reserve non potrebbe aumentare i tassi d’interesse per spingere la crescita economica.
Ecco quel che attende il nostro governo di patrioti, insomma: un mondo in cui altri patrioti ci hanno regalato guerre e crisi economiche, facendo strame di ogni forma di cooperazione tra Stati, dalla Onu alla Nato, fino al tentativo sempre più evidente di far saltare l’Unione Europea, sabotando ogni possibile alternativa a gas e petrolio, da cui siamo sempre più dipendenti mentre diventano sempre più scarsi e inaccessibili, tanto da costringere Giorgia Meloni a volare in Algeria a mendicare altro gas liquido, comprandolo a carissimo prezzo.
Non è una questione di destra o sinistra: prendere coscienza che questa sbornia nazionalista e trumpiana ci ha solo portato guai è il primo modo di prendere atto della realtà. Che è, a sua volta, il primo modo per uscire dai guai. E iniziare a ricostruire dalle macerie che ci hanno lasciato, senza accumularne altre.

(fanpage.it) – Sul perché la famiglia Berlusconi dovrebbe sostenere ancora questo governo, ma soprattutto questo progetto politico, ci sono molte domande. Non è un mistero che Pier Silvio Berlusconi, figlio del Cavaliere e soprattutto presidente della holding che gestisce, tra le varie emittenti europee, anche e soprattutto Mediaset – che è stata il bacino elettorale prima della Lega di Matteo Salvini e poi di Fratelli d’Italia e quindi di Giorgia Meloni – Pier Silvio Berlusconi, dicevamo, vuole scendere in politica. Questa non è, appunto, una novità: ogni anno prova a fare un passetto, ma in questo momento il campo della destra è monopolizzato dalla leadership di Giorgia Meloni.
Quando perdi il consenso si dissolve
E su questo, ovviamente, la famiglia Berlusconi sta facendo un ragionamento. Perché fin quando sei forte, fin quando vinci, questo vale sempre nella politica, tutti stanno con te; ma nel momento in cui inizi a perdere (basta una sconfitta magari piccola alle regionali e poi una più grande a un referendum costituzionale) inizi a perdere dei pezzi. A quel punto chi ti stava vicino perché eri forte, inizia a riorganizzarsi.
E in questa riorganizzazione passa una dimissione che sembra, ed è sicuramente, figlia di equilibri interni a Forza Italia, ma che ha e avrà ripercussioni anche sull’assetto della maggioranza e del governo: ovvero Maurizio Gasparri. Parliamo di una delle figure più storiche di questa destra. Ricordo che Maurizio Gasparri non viene da una destra liberale, almeno nella sua storia: è stato un militante e un dirigente del Movimento Sociale Italiano, poi di Alleanza Nazionale (quella di Gianfranco Fini, quella della fiamma tricolore sul simbolo) che poi ad un certo punto è diventata Popolo della Libertà insieme a Silvio Berlusconi. Alcuni, come Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, hanno fondato Fratelli d’Italia; lui è rimasto nel PdL e poi, nel momento in cui Forza Italia è tornata come forza politica, è diventato uno dei più importanti dirigenti proprio di Forza Italia.
Stefania Craxi e la continuità con il Cavaliere
Al suo posto come capogruppo al Senato, quindi un ruolo importante, è stata nominata Stefania Craxi, figlia di Bettino, vicinissima alla famiglia Berlusconi e soprattutto con un background politico non indifferente sulla politica estera. Questo visto che il segretario del partito, Antonio Tajani, anche lui da tempo è messo in discussione ed è il Ministro degli Esteri, un Ministro degli Esteri che ha fatto tantissime gaffe negli ultimi mesi.
Insomma, il messaggio è chiaro e lo hanno detto anche loro: c’è bisogno di un rinnovamento della classe dirigente all’interno di Forza Italia. Meloni inizia ad avere difficoltà, e lo abbiamo visto con le dimissioni dei suoi dirigenti all’interno del governo, Delmastro e Santanchè, entrambi di Fratelli d’Italia; ma attorno a lei, insomma, le cose non vanno tanto bene. Salvini viene fischiato a Pontida nel giorno della commemorazione di Umberto Bossi e, appunto, dentro Forza Italia è iniziata la resa dei conti.

(estr. di Marco Palombi – ilfattoquotidiano.it) – […] A Milano, e s’intende quella delle sciure più intellettuali e della meglio boiserie del centro, ne sono convinti tutti: Marina Elvira B. si è fatta fare i sondaggi e si prepara a scendere in campo per il Paese che ama, come già il papà. D’altra parte Sergio Mattarella due anni fa l’ha nominata pure Cavaliere del Lavoro: non le manca niente per far sì che la storia, manifestatasi una prima volta come Silvio, si ripeta come Marina. È in questo contesto che la “figlia di” – ed esserlo è stato il suo lavoro d’una vita – ha invocato un cambio nel partito che ha ereditato (insieme ai fratelli) e alla fine il recalcitrante mezzadro Antonio Tajani l’ha accontentata. Ci vuole aria nuova: via Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato, dentro la giovine e frizzante Stefania Craxi, “figlia di”.
[…]
Il vento nuovo è spirato subito dall’Alpi alle Piramidi. “Non è più rinviabile l’accoglimento, pieno e incondizionato, dell’appello lanciato da Marina Berlusconi”, s’è infervorato dalla Sicilia un tale Salvo Tomarchio, consigliere regionale: pare sia ora di issare “la bandiera liberale e riformista”. Lo diciamo sin d’ora, ancorché in conflitto d’interessi (e questo dovrebbe rendere la cosa meglio comprensibile dentro Forza Italia): vederla guidare il partito ereditario per noi sarebbe un sogno che s’avvera.
[…] C’è un’unica grande difficoltà: siamo certi che la figlia primogenita del fu B. parli, molti testimoni lo assicurano, ma lo fa raramente in pubblico e ancor meno a braccio. Non vogliamo attribuire la cosa a scarsa vivacità intellettuale, come pure sembrò fare Umberto Eco quando – all’epoca dell’uscita da Bompiani – così descrisse l’incontro tra Elisabetta Sgarbi e la capa di Mondadori: “Qualunque cosa le avesse detto, non avrebbe capito”. In realtà Marina è portata al silenzio e all’ascolto, ama riflettere a lungo prima di parlare e questo, essendo nata nel 1966, ci dice che non è persona frettolosa. Ora però, per il bene del Paese, dovrà buttarsi senza rete nel dibattito pubblico e concedere finalmente agli italiani il bene di ascoltare la sua voce e conoscere il suo pensiero. Che poi, anche non avesse granché da dire, come leader di FI ha un grande vantaggio: verrebbe dopo Tajani…
C’è un nome che ha scatenato l’ira funesta della presidente del Consiglio quando ha scoperto le improvvide avventure societarie di uno dei suoi uomini più fidati

(Nello Trocchia – editorialedomani.it) – C’è un nome che ha fatto insorgere Giorgia Meloni. Quel nome ha scatenato l’ira funesta della presidente del Consiglio quando ha scoperto le improvvide avventure societarie di uno dei suoi uomini più fidati: Andrea Delmastro Delle Vedove. Il sottosegretario non solo ha aperto una società mentre era impegnato al governo del paese, non solo si è messo in affari con una ragazzina di 18 anni senza un controllo su Google, ma ha associato il suo nome alla testa di legno di un boss che evoca vecchi fantasmi. Un ragionamento, quello balzato in testa alla presidente del Consiglio, che spiega la rottura definitiva del rapporto fiduciario con Delmastro Delle Vedove, un tempo fedelissimo e suo avvocato.

Un fedelissimo che lei si era ostinata a difendere nonostante i disastri combinati dalle informazioni riservate spifferate all’amico deputato fino alla notte brava di Capodanno con l’onorevole pistolero con seguito di ambulanza e ferito (per fortuna lieve).
Qual è il nome impronunciabile, la kryptonite per Meloni? È quello di Michele Senese, uno dei re di Roma, capo della camorra nella capitale, condannato in via definitiva a metà febbraio. Stesso processo, con condanna per intestazione fittizia di beni aggravata dall’aver agevolato la malavita, nel quale è finito anche Mauro Caroccia, l’oste amico di Delmastro, che gestiva prima il locale della malavita e poi quello del sottosegretario alla Giustizia.
Nome, quello del boss di camorra padrone di Roma, che richiama una vecchia storia, apparsa sui giornali un paio di anni fa. Una storia dolorosa perché Meloni con la parabola criminale del padre non c’entra nulla, lei che ha scelto la strada nobile della politica.

Una vicenda tirata fuori inizialmente da un giornale delle Baleari che aveva pubblicato, poco dopo l’insediamento a palazzo Chigi, un articolo sulla condanna del padre ripreso dalle testate italiane. Un racconto che anche Anna Paratore, madre della presidente, ha fatto suo, ma sul quale sono emersi enormi dubbi quando Domani, nel 2023, ha rivelato che Paratore ha fatto affari per anni con Raffaele Matano, mentre lo stesso era contemporaneamente azionista dell’impresa amministrata dal padre della presidente.
Meloni ha sempre raccontato di aver interrotto i rapporti con il papà nel 1988, otto anni prima che Francesco Meloni (scomparso nel 2012) venisse condannato a nove anni per traffico di hashish da un tribunale spagnolo.

Cosa c’entra Senese? Nel gennaio 2024 è Report a raccogliere le dichiarazioni di un ex collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella, uno che nella vita ne ha dette e fatte di ogni genere, nell’ultima fase interviste, libri, diventato famoso come agente provocatore.
La sua frase iconica: «La monnezza è oro dotto’ e la politica è una monnezza», in riferimento al traffico illecito di rifiuti nel quale lui è stato coinvolto e dal quale è uscito diventando utilissima gola profonda delle procure. Meloni padre, stando al racconto di Perrella, sarebbe stato un corriere della droga per conto proprio di Michele Senese per ragioni di debiti. A bordo di un veliero. Di certo c’è la conoscenza acclarata tra l’ex collaboratore e il boss. Quando emerse la notizia, Domani ne parlò proprio con Perrella che datava l’incontro tra la fine anni Ottanta e l’inizio del nuovo decennio. Alla domanda se l’avesse visto, rispondeva così: «Una sola volta, poi l’ho riconosciuto in fotografia di recente». Come fa a ricordarsi di lui a distanza di tre decenni, avendolo visto da lontano? «Non da lontano, da sei, sette metri. Ricordo perché ho memoria, era un tipo un poco strano, quando vedi una persona te la ricordi. Lui faceva il traffico Italia, Marocco, Spagna. Aveva debiti e si mise a disposizione dei Senese».

Un lampo, un ricordo improvviso, a tratti sfocato. Il tutto a distanza di anni. Delmastro Delle Vedove è riuscito a imbarcarsi proprio l’imprenditore al soldo di quel boss che evoca vecchi fantasmi. Un errore imperdonabile che ha minato la credibilità delle istituzioni.

Sabato 28 marzo 2026 alle 20:30 torna Earth Hour – L’Ora della Terra, la più grande mobilitazione globale per il clima e la natura promossa dal WWF, quest’anno alla sua ventesima ricorrenza, che coincide con il 60mo compleanno del WWF Italia . Un momento simbolico che unisce persone, città, istituzioni e imprese in ogni parte del mondo in un gesto semplice ma potentissimo: spegnere le luci per un’ora per accendere l’attenzione sulla crisi climatica e il futuro del Pianeta.
Nata a Sydney nel 2007, Earth Hour è cresciuta fino a diventare un evento planetario che nel 2025 ha coinvolto quasi 200 Paesi e oltre 2 miliardi di persone, con lo spegnimento simbolico delle luci di monumenti iconici, strade, piazze ed edifici pubblici e privati. Anche quest’anno l’Italia parteciperà con spegnimenti e iniziative locali, confermando l’impegno diffuso della società civile e delle municipalità.
Come è ormai tradizione , dalla 10.00 del mattino Radio Prima Rete Stereo di Caserta , 95.00 MHz , trasmetterà la maratona radiofonica condotta dal Delegato WWF Campana Raffaele Lauria e da un gruppo di giovani volontari del WWF Campania. Durante la trasmissione verranno intervistate personalità del mondo della scuola, dell’imprenditoria, del volontariato e della politica locale, per contribuire ad approfondire i tanti aspetti legati al tema dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale e della protezione della Natura e per raccontare come ognuno può contribuire, con il proprio impegno, a difendere la vita sulla Terra .
L’evento centrale della Provincia di Caserta si svolgerà presso l’IC De Filippo Viviani di San Nicola la Strada, che ospita la prima Aula Natura della nostra provincia.
Alle 20.30 si spegneranno le luci della scuola e si accenderà il simbolico 60+, mentre nella penombra i gruppi musicali della scuola daranno vita ad un Concerto per la Terra.
Il programma della serata sarà davvero ricco, verranno suonati brani significativi della musica internazionale che richiamano l’impegno per la protezione della Natura , saranno lette poesie a tema scritte da studenti , si svolgerà un saggio motorio mentre chiuderà la serata un coro poliglotta. Protagonisti della serata saranno quindi gli studenti dell’Istituto , dai più piccoli della Scuola Materna ai ragazzi delle terze medie. Un grazie particolare ai Volontari della Protezione Civile di San Nicola la Strada che garantiranno la sicurezza dell’evento. Un ringraziamento va al DS e a tutti i docenti della Scuola che da diversi mesi si stanno impegnando nella preparazione della manifestazione , al personale non docente che ha permesso l’apertura della scuola di sabato sera ed ai volontari del WWF Caserta che non si sono risparmiati per la buona riuscite di Earth Hour 2026.
Alle 20.30 spegniamo tutti simbolicamente la luce per accendere il cambiamento. Insieme è possibile.
Per il Panda Team del WWF Caserta
Dr. Renato Perillo
Presidente WWF Caserta OA ETS
Bacchettoni ma accorti, alla sbarra ma col rispetto delle istituzioni, col Piano Marshall tennero in piedi il Paese restando nel multilateralismo. Esprimendo pure gente di valore

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Uno slogan del Sessantotto recitava: “Pagherete caro, pagherete tutto”. Io l’ho trasformato in: “Rimpiangerete caro, rimpiangerete tutto”. Anche la vecchia cara e troppo dimenticata ‘balena bianca’ come la chiamava Gianpaolo Pansa. Eh sì, la Dc, La Democrazia Cristiana, intendo quella che va da De Gasperi alla generazione dei Fanfani e dei Forlani e che trova oggi un prolungamento in Pier Ferdinando Casini, l’eterno Pier Ferdi, che a mio avviso sarà il prossimo Presidente della Repubblica, ne ha l’età, 70 anni, il bell’aspetto e non è mai stato implicato in affari loschi. L’unico neo in quella vecchia Dc è rappresentato da Giovanni Gronchi (lo scandalo dei “Gronchi rosa”).
[…] La Democrazia cristiana seppe tenere in piedi col consenso (tutti, o quasi, votavano Dc ma non lo dicevano perché se ne vergognavano, un po’ come accadrà dopo con Berlusconi, per lo meno il primo Berlusconi) l’intero Paese.
Nel periodo post bellico la Dc, partito egemone, fu certamente aiutata dal Piano Marshall ma gli americani non sarebbero stati altrettanto generosi se, in periodo di guerra fredda, al potere in Italia ci fossero stati i comunisti, quelli veri, molto ben organizzati che tallonavano a breve distanza la ‘balena bianca’. È vero che il Piano Marshall c’è costato la sudditanza agli americani, ma allora era inevitabile, necessaria a differenza di oggi, vero Ms. Giorgia?
La Dc nei suoi anni migliori, quelli di Ettore Bernabei, fu importante, anche se oggi sembra incredibile dirlo, sul piano culturale. Era una tv ‘di regista’ quella, monopolista perché aveva il controllo dell’unica rete allora esistente, Rai 1. Però era un dirigismo intelligente e colto. Bernabei cercò innanzitutto di unificare l’Italia dei dialetti a un buon italiano, c’erano addirittura venature ‘puriste’ in quella televisione, niente a che vedere con la sguaiataggine dei talk di oggi. Bernabei portò in prima serata lo “sceneggiato all’italiana”, che non era solo Il mulino del Po di Bacchelli, ma erano anche, e forse soprattutto, i grandi russi, a cominciare da Dostoevskij. Vidi allora una straordinaria interpretazione di Luigi Vannucchi nella parte del principe Stavrogin ne I Demoni di Dostoevskij (sia detto di passata: Stavrogin interpreta al meglio l’animo russo). Bernabei si permise di dare alle otto di sera Il settimo sigillo di Bergman. La mia segretaria, lavoravo allora alla Pirelli, lo prese per un noir. Ma ci stava anche quello insieme alla profonda introspezione psicologica abituale dei film di Bergman. Insomma era un po’ basica l’interpretazione della mia segretaria, ma intanto si era cuccata Bergman, uno dei massimi registi, insieme a Kurosawa, di tutti i tempi come riconobbe Woody Allen che non era proprio l’ultimo arrivato (“Tutte le volte che ho cercato di mettermi all’altezza di Bergman o di Kurosawa ho fallito”, intervista a La Repubblica in morte appunto di Bergman). Dal 1968 al 1974 furono dati, spesso in prima serata, seicento concerti di musica classica o sinfonica.
[…]
La Dc naturalmente, essendo il partito al potere, in modo quasi egemone, a parte le frattaglie del partito repubblicano di Ugo La Malfa e di quello liberale di Giovanni Malagodi, era attaccata da tutte le parti. Ma si rivelò una formidabile incassatrice: non rispondeva ai colpi. Cosa che faceva impazzire Montanelli perché ogni stoccata risultava inutile. Una volta che ero da lui al Giornale ad un certo punto prese dalla scrivania un’immaginetta con una cornice d’argento di quelle che di solito si tengono in omaggio alla moglie, alla Madonna o a qualche santo e me la fece vedere. “Con questo ci sarebbe stato gusto”, mi disse con la voce cavernosa che gli era venuta da vecchio. La orientò meglio e io vidi emergere l’inconfondibile figura di Iosif Vissarionovič Džugašvili, cioè Giuseppe Stalin. “Con questo ci sarebbe stato gusto”, ripeté Indro, “sì”, risposi, ma la tua ribellione sarebbe durata poco perché ti avrebbe fatto immediatamente fucilare. La Dc ovviamente non fucilava nessuno, incassava, nella peggiore delle ipotesi dribblava. Nel dopoguerra molti grandi registi, da Visconti a Rosi, erano comunisti e quindi indigesti alla Democrazia cristiana. Allora interveniva Andreotti, il divo Giulio, un vero illusionista alla Iniesta che faceva sparire il problema e i film passavano.
Ma forse il più importante merito della Dc è stato il suo rapporto con la Giustizia. Lasciamo pur perdere, perché è un dettaglio, che non ho mai avuto querele dai democristiani, ne ho avute un’infinità dai socialisti, dai comunisti, ma non dai democristiani. Come dicevo incassavano senza rispondere.
[…]
Però il fatto più importante è un altro. Andreotti e in misura minore Forlani, “il coniglio mannaro”, hanno avuto un’infinità di procedimenti penali ma si sono sempre difesi all’interno del processo e non dicendosi vittime di chissà quali complotti politici, perché una classe dirigente consapevole d’esser tale non delegittima le Istituzioni, perché sono le sue Istituzioni, e dall’anarchia, anche giuridica, ha solo la pelle. Dopo è venuto il “diritto berlusconiano” per cui qualsiasi politico, o imprenditore, si ritiene vittima di un qualche complotto, in genere della Magistratura “politicizzata”.
Insomma la Democrazia cristiana, la ‘balena bianca’, è stata la sola classe dirigente, pur coi suoi tanti difetti, degna di essere e di definirsi tale, fra i difetti c’è da mettere un certo bacchettonismo. La parola “uccello” non si poteva dire in tv (e quando l’ingenuo Mike Bongiorno disse “Signora Longari, lei mi è caduta sull’uccello” è successo un mezzo scandalo). Ma la volta in cui la Democrazia cristiana perse la sua abituale tolleranza fu con Mistero buffo di Dario Fo e Franca Rame, per cui i due artisti subirono un lungo embargo.
Poi sono venuti dei quaquaraquà di destra soprattutto, ma anche di sinistra, per cui oggi siamo obbligati a sentire come una grande vittoria quella del No al recente referendum.
Un’ultima annotazione. Andreotti, quando era ministro degli Esteri, fece una politica di appeasement con i Paesi mediorientali di cui beneficiamo ancora oggi, una politica allora difficile perché eravamo pur sempre sotto il controllo degli americani.

(Flavia Perina – lastampa.it) – L’addio forzoso di Maurizio Gasparri alla presidenza dei senatori di Forza Italia è la quarta sciabolata politica in quarantott’ore che si abbatte sulla maggioranza di centrodestra: colpisce il diretto interessato ma anche il segretario del partito, Antonio Tajani, che da oltre un anno resisteva alla richiesta di Marina Berlusconi di portare facce nuove alla guida dei gruppi, in tv, sui social.
La sconfitta elettorale ha offerto l’occasione per procedere all’avvicendamento con l’arma un po’ subdola della raccolta di firme, e se nel caso di Giorgia Meloni con Andrea Delmastro e Daniela Santanchè ci si può chiedere «perché non è stato fatto prima», nel campo forzista la domanda funziona meno: la famiglia Berlusconi aveva provato più volte «a farlo prima» per via diretta ma non ci era mai riuscita.
Per paradosso, tutti i personaggi al centro della tempesta provengono in qualche modo dal percorso della destra italiana. Maurizio Gasparri ne è stato importante dirigente e potente colonnello prima di scegliere l’adesione a Forza Italia e il giovanissimo Tajani, ex monarchico dichiarato, si è fatto le ossa nei raduni e nei cortei della destra giovanile. L’idea che hanno tutti condiviso è che basti un capo forte per fare il risultato, un Berlusconi (ieri) o una Meloni (oggi) per vincere comunque, e che alle classi dirigenti di partito tocchi il facile ruolo di diffondere la voce del capo, difendere la sua azione, attaccare i nemici che il capo via via indica, mentre tutto il resto (comprese le bisteccherie e gli sfondoni televisivi) è peccato veniale compensato dalla fedeltà.
La stessa convinzione ha portato l’intero centrodestra a pasticciare con il referendum e poi a invocare la discesa in campo della premier, persuadendosi che la partita fosse vinta perché lei negli ultimi giorni «ci aveva messo la faccia» quasi quotidianamente, un po’ difendendo il merito della riforma, un po’ galvanizzando le tifoserie con l’attacco ai giudici che salvano clandestini e dividono le famiglie.
Non è servito, non è bastato. E il responso delle urne è durissimo soprattutto perché rivela il voltafaccia di pezzi importanti del consenso conquistato nel 2022: al Sud una quota tra il 10 e il 30 per cento degli elettori della maggioranza ha scelto il No, con un atto di infedeltà politica che fa tremare. I sondaggi politici già registrano lo scivolone nel consenso. Cosa succederà tra un anno, quando si voterà per le Politiche? Come riconquistare i voti in fuga?
Il redde rationem in corso all’interno di FdI e di Forza Italia è figlio di questi interrogativi ma soprattutto di un sentimento di autentica paura: paura di perdere al prossimo giro, paura che si ripeta su scala nazionale un fenomeno ben noto alla destra a livello cittadino e regionale, la difficoltà di ottenere il bis per i suoi uomini (chiedere a Nello Musumeci in Sicilia, a Christian Solinas in Sardegna, ma anche in tempi più antichi a Gianni Alemanno e Francesco Storace a Roma e nel Lazio).
Paura, anche, che il referendum segni la fine del modello fideistico in cui la destra è cresciuta: il potere assoluto della leadership nella mobilitazione degli elettorati. Ma queste paure non vengono spiegate, e a quattro giorni dal voto non ci sono ancora, da nessuna parte, una compiuta analisi del voto e un esame oggettivo degli errori commessi. Anche per questo il redde rationem assomiglia troppo alla ricerca di una serie di capri espiatori per risultare un atto di ripartenza. Con il rischio di aumentare la percezione di un centrodestra nel caos, che corre a impugnare la sciabola per evitare di ragionare su se stesso.
“Cosa c’entra. Daniela con la sconfitta nel referendum? Ora Meloni si voti a Sant’Antonio”

(estr. diTommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – […] Grandi sono confusione e disappunto tra gli azionisti della destra meloniana. Impossibile non chiedere a Vittorio Feltri un commento, una scintilla, una battuta per orientarsi in questo momento di difficoltà. “Ma che cazzo me ne frega a me”, è il primo, prevedibile, sobrio commento del decano del giornalismo conservatore, ormai un riflesso pavloviano.
Direttore, dica qualcosa. Dica una cosa di destra, una cosa qualsiasi.
Ma che vuole da me, la vittoria del No non porta proprio a niente. Conte e Schlein si comportano come se fossero a un tiro di schioppo da Palazzo Chigi, ma la verità è che tutto rimane come prima. Chissenefrega. Certo, se volessimo parlare di giustizia a livello tecnico, ci sarebbe qualcosa da dire, a me magistrati e giudici non stanno simpatici, fermo restando che speriamo sempre di non finire a giudizio. Ma nei fatti, diciamocelo, non cambia un cazzo.
[…]
Però lo deve riconoscere: la lettera di Santanchè non è niente male. Alcuni passaggi sono pirotecnici. E nella sostanza non si può dire che abbia proprio torto, l’ex ministra: cosa c’entra lei con la sconfitta nel referendum?
Condivido. È un fatto certo che la Santanchè sia una furbacchiona. Naturalmente, quando dovevano cacciarla per motivi legati alle sue vicende economiche e giudiziarie, è stata difesa e ha ben goduto di questo beneficio, senza dire una parola. Detto ciò, ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata.
Santanché ha scritto, peraltro, che pagasempre il conto per sé e anche per gli altri. Quando avete cenato assieme, ha offerto anche a lei?
A cena ho sempre pagato io, è una cosa a cui sono purtroppo abituato.
Come si spiega il repulisti post-voto di Meloni? Ha perso lucidità?
È una reazione scomposta, un mutamento talmente improvviso e inatteso che non riesco neanche a commentarlo.
[…]
La premier sembra aver perso l’aura, come fu già per Renzi dopo il referendum. Possibile che i cicli del consenso siano così brevi e volatili?
È una giusta osservazione. Renzi volava, prima di perdere quell’elezione, poi per gli italiani è diventato un mezzo pirla. E tuttora rimane un coglioncione agli occhi di molti. La verità è che la gente è fatta così, cambia idea ogni cinque minuti: siamo in un mondo di imbecilli.
Cosa deve fare ora Giorgia per raddrizzare la rotta?
Votarsi a Sant’Antonio.
E a livello politico?
Non c’è niente di politico, sarebbe anche ridicolo pensare che la possano far fuori dopo averla trattata come la Madonna. Non riesco a immaginare un futuro agro per la ragazza.
Eppure, che imbarazzo per Delmastro e le sue bistecche paramafiose.
Davvero. Ma come gli è venuto in mente?Ci sono anche persone intelligenti che fanno cose cretine.
E la zarina Bartolozzi? Lotta ancora insieme a noi?
Non posso dare neanche un parere, non la conosco. Tutta questa storia della giustizia è una gran rottura di coglioni.
Hanno dato la sveglia al Paese ricordando l’importanza di una Costituzione venuta fuori dalle sofferenze di una guerra atroce, dopo vent’anni di un regime fascista

(di Dacia Maraini – corriere.it) – Qualche parola sul sorprendente esito del referendum. Gli amici erano pessimisti, pensavano che il Paese fosse ormai insensibile alle ragioni della democrazia. Che la nuova proposta di un governo internazionale di ricchissimi tecnocrati che comanda su un popolo di sudditi fosse riuscita ad affascinare i giovani persi nel gorgo dei social.
E invece proprio i giovani hanno dato la sveglia al Paese ricordando l’importanza di una Costituzione venuta fuori dalle sofferenze di una guerra atroce, dopo vent’anni di un regime fascista che aveva eliminato il voto, la parola libera, la stampa autonoma, la magistratura indipendente e si era alleata con il più orrido e perverso regime basato sul razzismo e la violenza. Hanno ricordato al Paese che l’autonomia della magistratura non va limitata, ricordando i tanti giudici, i giornalisti, i carabinieri e i poliziotti morti per combattere un male nazionale come la mafia che tanti danni ha fatto al Paese.
Sorprendente il risultato che certamente è dovuto alla stampa libera di un Paese ancora democratico, al giudizio di tanti artisti e intellettuali che sono stati amati dal pubblico non perché occupavano dei posti ma perché capaci di suscitare emozioni estetiche ed etiche. E aggiungerei per merito di una scuola, che per quanto maltrattata e disautorata, continua a portare nelle aule buoni insegnanti.
Importante e nuova è stata la scelta di una Presidente del Consiglio donna. La prima volta nella storia di un Paese portato alla misoginia. Ma poi le persone vanno giudicate per le scelte che fanno e la intelligente Giorgia Meloni ha tradito la sua intelligenza politica comportandosi come se fosse sempre all’opposizione, con toni militareschi e poco inclini al confronto.
Inutile dire che si era capito subito il carattere politico del referendum. La parte tecnica infatti è talmente complessa e interna alle complicate dinamiche dell’intero corpo legale da risultare incomprensibile ai più. Ma le trombonate di Trump, la sua arroganza, la sua cinica avidità e l’amicizia che la nostra presidente ha mostrato nei suoi riguardi hanno creato disagio e insofferenza. E poi, andando sulle scelte, davvero vogliamo tornare indietro? Davvero vogliamo avversare l’Europa, la libertà di movimento, i diritti civili in nome della formula Dio, Patria e Famiglia a cui poi nessuno tiene fede?
Ascoltiamo i giovani per una volta, con la loro richiesta di lavoro, di libertà di parola e di movimento, con il loro attaccamento alle conquiste civili che sono le sole capaci di farci affrontare e controllare le difficili e pericolose nuove tecnologie.