Dall’uso malevolo dell’intelligenza artificiale al rischio di un conflitto atomico, passando per pandemie e crisi climatica: una nuova Commissione di The Lancet analizza i 17 pericoli globali per la salute e la sopravvivenza umana entro il 2100. E avverte: siamo ancora in tempo per intervenire

(di30science per Il Fatto – ilfattoquotidino.it) – Dall’uso malevolo dell‘Intelligenza artificiale al rischio mai del tutto sradicato di un conflitto nucleare: sono le due principali minacce della storia recente dotate di un diretto e spaventoso potenziale d’estinzione per la specie umana. Attorno ad esse orbita però un’intera costellazione di altri quindici rischi globali che compongono la lista delle 17 minacce catastrofiche identificate dalla nuova Commissione di The Lancet, presentata al World Health Summit 2026 di Berlino.
Il quadro tracciato dagli esperti insieme all’Institute for Health Metrics and Evaluation della University of Washington mappa i rischi per la salute e la sopravvivenza in 204 paesi e territori da qui al 2100. “Lo studio – commenta Richard Horton, direttore generale di The Lancet – propone un cambio concettuale radicale nel modo in cui pensiamo alle minacce future per la sopravvivenza umana”. L’esperto invita a superare l’approccio ai singoli problemi per affrontare “un paesaggio di pericoli molto più ampio e complesso che richiede un’azione coordinata”.
Tra le grandi sfide individuate figurano emergenze ambientali come il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico, insidie biologiche come le pandemie naturali e la resistenza agli antibiotici, e patologie legate agli stili di vita come l’obesità, l’ipertensione, il fumo, l’abuso di alcol, il disagio mentale e un invecchiamento non in salute. A completare il quadro sono le fratture sociali ed economiche: dalle guerre convenzionali alla malnutrizione infantile, fino alla disuguaglianza di reddito, ai deficit di istruzione e al calo degli aiuti internazionali destinati alla sanità nei paesi in via di sviluppo.
Per ciascuna minaccia, la Commissione ha calcolato il divario tra il migliore e il peggiore scenario futuro misurando gli anni di vita sana persi a causa di disabilità o morti premature evitabili. I numeri mostrano come l’azione preventiva possa fare la differenza. Prevenire il rischio di un uso ostile dell’IA potrebbe risparmiare all’umanità 10,4 miliardi di anni di vita sana, mentre scongiurare un conflitto atomico eviterebbe 133 milioni di decessi diretti. Sul fronte climatico, contenere il riscaldamento globale entro 1,8 gradi anziché lasciarlo salire a 4,4 eviterebbe la perdita di 1,89 miliardi di anni di vita sana. Ancora più imponente è l’impatto della disuguaglianza economica, capace di causare entro il secolo un danno alla salute equivalente a 25 pandemie di Covid-19, pari a 13,8 miliardi di anni di salute persi.
L’impatto di questi scenari colpirà con maggiore durezza i contesti marginalizzati. Basti pensare che l’Africa subsahariana rischia di sopportare circa il 70% del peso complessivo legato al crollo dei finanziamenti internazionali per la salute. “Gli eventi globali recenti – dichiara la co-presidente della Commissione Natalia Kanem – ci mostrano con quanta rapidità la stabilità possa cedere il passo alla crisi e quanto sia costoso rispondere solo dopo che il disastro è avvenuto”.
Il messaggio di fondo degli studiosi rimane tuttavia ancorato alla possibilità di cambiare rotta. Christopher Murray, co-presidente della Commissione e direttore dell’IHME, osserva che “il dato più eclatante non è solo la scala di queste minacce, ma il fatto che l’umanità conserva ancora la capacità di agire“. Murray ricorda che «tutte e diciassette le minacce sono interconnesse, ed è per questo che devono essere affrontate insieme e non in modo isolato”.
Per tradurre l’allarme in pratica, la Commissione lancia una strategia in tre mosse: costruire e finanziare sistemi sanitari pronti alla prevenzione con équipe dedicate all’analisi dei rischi, accelerare gli investimenti in innovazioni di rottura come nuovi vaccini, antibiotici e terapie contro l’obesità, e istituire un monitoraggio costante e indipendente per aggiornare le evidenze scientifiche. La posta in gioco è la stabilità del pianeta: coordinare i ministeri della salute con quelli della finanza e della sicurezza rappresenta l’unico percorso concreto per proteggere le generazioni future.
LINK ALLO STUDIO: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(26)01989-6/abstract

(Roberto D’Alimonte – Il Sole 24 Ore) – E così siamo arrivati al settimo cambiamento del sistema elettorale a partire dal 1993. Sono cinque i sistemi elettorali introdotti dai partiti, due sono quelli decisi dalla Consulta con le sue sentenze del 2014 e del 2017.
Tutte le riforme, dalla Mattarella alla Meloni passando per la Calderoli, la Renzi e la Rosato, hanno introdotto sistemi misti. Con le decisioni della Consulta la Calderoli e la Renzi sono diventati sistemi proporzionali.
I cinque sistemi approvati in Parlamento sono divisi in due categorie. La Mattarella e la Rosato erano un misto fatto di collegi uninominali maggioritari e di liste proporzionali. Gli altri tre sistemi si caratterizzavano per la combinazione di liste proporzionali e premio di maggioranza.
Tutti e cinque questi sistemi hanno una caratteristica in comune: hanno indotto la maggior parte dei partiti a formare coalizioni pre elettorali. E questo è il tratto distintivo della Seconda Repubblica.
Il sistema elettorale appena approvato è però diverso da tutti gli altri. Infatti non è un sistema, ma è la combinazione di due sistemi. Il nocciolo della riforma Meloni è molto semplice: se la coalizione con più voti supera la soglia del 42% ottiene un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato che le consente di avere una maggioranza assoluta variabile tra il 52% e il 56%.
Ma se nessuna coalizione arriva al 42%, tutti i seggi vengono assegnati con il proporzionale. Da un punto di vista sistemico questa è la caratteristica importante del nuovo sistema elettorale.
L’indicazione obbligatoria del candidato premier, l’entità del premio, i capilista bloccati, la soglia del 3% per ottenere seggi, il numero di firme per presentare una lista sono aspetti rilevanti, ma non decisivi.
Quello che veramente conta è il fatto che questo sistema può funzionare sia come sistema maggioritario che come sistema proporzionale. Questa è la novità. Quindi la sera delle elezioni sapremo se gli elettori avranno eletto un governo oppure se saranno i partiti a decidere quale governo si farà dopo il voto.
Per molti questo non è un problema. Per il sottoscritto lo è. A meno che i sondaggi non ci diano una fotografia del tutto sbagliata della forza relativa dei partiti, mettere insieme una maggioranza di governo che abbia il 50% dei seggi più uno in una situazione in cui nessuna coalizione è arrivata al 42% dei voti sarà una impresa.
Basta fare delle addizioni semplicissime per rendersi conto che le maggioranze aritmeticamente possibili sarebbero molto frammentate e molto eterogenee. Sarebbe meno frammentata una maggioranza che vedesse insieme Pd e Fdi, ma sarebbe veramente fattibile un governo del genere?
I cultori del proporzionale non si rendono conto che il vantaggio del maggioritario è quello di abbassare la soglia dei voti necessari per arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi.
E questo facilita la formazione di governi che nel nostro paese saranno comunque sempre frammentati ed eterogenei, ma meno di quanto lo sarebbero senza l’aiuto della distorsione maggioritaria.
E allora cosa succederà nel 2027? Il sistema funzionerà da maggioritario o da proporzionale? Non lo sappiamo. Dipenderà dalle decisioni degli attori in gioco. Dipenderà soprattutto da due fattori: la composizione del centro-destra, con o senza Vannacci, e la sommabilità degli elettorati di Pd e M5s una volta scelto il leader della coalizione.
Oggi i sondaggi ci dicono che senza Vannacci il centro-destra è sotto la soglia del 42%, mentre il centro-sinistra con Renzi sta di poco sopra. Ma sono numeri che vanno presi con le pinze. Sono troppe le variabili in gioco per poter fare previsioni attendibili ora.
Sono tante le decisioni che i protagonisti dovranno prendere da qui al voto e c’è una campagna elettorale di mezzo. Con questo sistema può succedere di tutto. Anche che Conte e Vannacci decidano di correre da soli per far saltare il banco e puntare sul proporzionale.
L’unica cosa certa è che esiste il rischio concreto che dopo essere stato negli ultimi quattro anni il paese più stabile d’Europa potremmo tornare ad essere l’esatto contrario. Altro che Stabilicum! Tutto ciò perché non si è voluto il ballottaggio. E adesso godiamoci lo spettacolo.

(Tommaso Merlo) – Più la sconfitta dell’Europa con la Russia sarà devastante, più impedirà ai responsabili di riciclarsi e favorirà un sacrosanto cambiamento radicale. Devono saltare i governi complici che si sono rifiutati di fare il loro lavoro e cioè di negoziare con Mosca insistendo ad inviare soldi ed armi a Kiev anche quando era evidente la drammaticità della situazione sul campo e sono emersi immondi scandali di corruzione. Incapaci o venduti non importa, devono risponderne e levarsi dai piedi. Poi c’è la Commissione Europea finita anch’essa in balia della mafia bellica, le scene agghiaccianti di personaggi urticanti come la Von der Leyen e la Kallas che fanno a gara a chi è la più guerrafondaia, non si devono più ripetere. Non è questa l’Europa che avevano in mente i fondatori e nemmeno chi ha creduto al progetto continentale. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un baraccone burocratico che ci spolpa ingiustamente, che ci sottrae ulteriore sovranità e che addirittura ci trascina in guerra senza nemmeno uno straccio di perché. O l’Europa è espressione dei popoli e garanzia di pace oppure meglio farne a meno o limitarla ad una associazione commerciale e monetaria. Poi c’è la Nato diventata la principale minaccia alla nostra sopravvivenza e che va soppressa per reiterato fallimento politico e militare. E al più presto, prima che riesca a scatenare la terza guerra mondiale. Dobbiamo investire nella pace e non nella guerra e con la Russia dobbiamo convivere pacificamente nel reciproco interesse. Ricostruire un rapporto sano è possibile perché i russi sanno dell’enorme fossato che separa i popoli europei dalle loro classi deficienti. La russofobia è una infezione che colpisce principalmente arrivisti e conformisti elitari, greggi di inglesi in crisi di astinenza coloniale e ignare vittime della propaganda di sistema camuffata da informazione. I popoli europei vogliono la pace e una politica che si occupi piuttosto della loro qualità della vita in caduta libera. Non dovrebbe mancare molto prima che la bandiera bianca sventoli su Kiev ma affinché certe tragedie non si ripetono mai più, dovrà presto sventolare anche su Bruxelles. Poi ci sono gli Stati Uniti e più la sconfitta con l’Iran sarà devastante più la loro becera egemonia finirà dove merita e cioè tra i liquami della storia. Da leader del mondo libero sono diventati uno stato canaglia per colpa di una morsa micidiale. Da una parte un capitalismo fuori controllo che si è comprato anche il cuore e il cervello delle persone e dall’altra il fascismo pseudo religioso, tutta quella melma di bigotti e fanatici che si riempiono la bocca di scempiaggini bibliche pretendendo di agire in nome di Dio salvo poi farlo in nome di satana. L’arrivo di gentaglia miliardaria come Trump e Musk alla Casa Bianca non è certo un caso ma il risultato di un processo di depravazione culturale e quindi sociale e quindi democratica che ha sostanzialmente rimpiazzato la società col mercato, i cittadini coi dollari e le classi dirigenti con una manica di malfattori oligarchici. È notizia di questi giorni che il capo del Pentagono Hegseth vuole trasmettere in diretta streaming la fucilazione di un condannato a morte oggi in sedia a rotelle. Hegseth è un alcolizzato messo lì perché sbaciucchiava alla grande il deretano di Trump quando lavorava come conduttore televisivo. Scene barbariche da fine impero e personaggi squallidi ideali per guidare la disfatta. Dopo decenni a spargere sangue e caos prendendosela coi più deboli, gli Stati Uniti stanno sbattendo il grugno contro la ferrea resistenza iraniana mentre il mondo intero sogna la fine della loro delirante egemonia e l’inizio di una sensata era multipolare. Che un paese ricco pretenda di imporre con la forza delle armi e dei ricatti finanziari la propria volontà a casa d’altri, non è giusto e non funziona. E ancora meno se quel paese egemone è talmente corrotto da poter essere scalato e sfruttato da qualsiasi mafia lobbistica. Tipo lo stato profondo con le sue guerre permanenti, tipo i potentati economici con le loro guerre petrolifere, tipo il sionismo col suo delirante progetto coloniale. Non è giusto, non funziona ed è pericolosissimo. A pensarlo per primi sono i cittadini americani che da anni chiedono pace e una politica che si occupi della loro qualità della vita in caduta libera. È quindi lecito essere ottimisti. La sconfitta contemporanea di Europa e Stati Uniti non è mai stata così possibile e prossima, la speranza è che sia talmente devastante da impedire ai responsabili politici di riciclarsi e al contrario favorire un sacrosanto cambiamento radicale in nome della pace e di una democrazia sana.
Residenti esasperati: “Ronde civiche” e un sit-in di protesta

Il Comitato Valori collinari chiede un presidio effettivo e continuativo nelle ore notturne. Capodanno: “Residenti esasperati e arrabbiati. Si annuncia un sit-in e cresce l’idea delle ronde civiche, nel pieno rispetto della legge”.
Il Comitato Valori collinari esprime profonda indignazione e solidarietà al padre aggredito nella notte tra sabato 10 e domenica 11 ottobre, dopo essere intervenuto in difesa delle due figlie, coinvolte in una lite con un gruppo di giovani nell’area di piazza Vanvitelli e via Bernini.
Secondo quanto riportato dalla stampa, l’uomo, un cinquantenne, sarebbe stato circondato e picchiato. Durante l’aggressione è finito a terra e una gamba è stata schiacciata da un camion per la raccolta dei rifiuti in transito. Ricoverato al Cardarelli, è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Anche una delle figlie ha riportato lesioni: dopo il ricovero dovrà portare il collare per un mese. Le ricostruzioni giornalistiche riferiscono inoltre che alcuni minori sarebbero stati identificati e denunciati.
“ Ci troviamo di fronte a un episodio di una gravità sconvolgente, che ha colpito una famiglia e l’intera comunità del Vomero – afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. Un padre è intervenuto per proteggere le figlie e si è ritrovato vittima di una violenza brutale. Alla famiglia va la nostra piena solidarietà e l’augurio di una pronta e completa guarigione “.
Il Comitato denuncia con forza la distanza tra gli annunci di rafforzamento dei controlli e la percezione di sicurezza vissuta dai residenti. Secondo quanto riferito da alcuni presenti e dai familiari delle vittime, all’ora dell’episodio non sarebbe stato visibile un presidio delle forze dell’ordine nella piazza. Saranno gli accertamenti delle autorità a chiarire con precisione la dinamica e la presenza dei servizi di vigilanza; resta però, per i cittadini, una domanda urgente: quale tutela concreta è garantita nelle ore serali e notturne in un’area già individuata come particolarmente esposta?
Piazza Vanvitelli era stata inserita nella zona rossa del Vomero dopo il grave accoltellamento di un sedicenne avvenuto l’8 settembre scorso. Il provvedimento riguarda anche altre strade e piazze della municipalità collinare e prevede controlli rafforzati e misure di allontanamento nei casi stabiliti.
” Dopo l’accoltellamento del ragazzo di sedici anni – sottolinea Capodanno -, avevamo chiesto risposte urgenti e l’istituzione della zona rossa. Quel provvedimento è stato adottato, ma episodi, come quello avvenuto, ora impongono una verifica immediata della sua efficacia. Non basta tracciare un perimetro o annunciare controlli: occorrono pattuglie riconoscibili, coordinate e presenti nei punti critici, soprattutto nei fine settimana e nelle ore di maggiore affluenza ”.
“ Sia chiaro – puntualizza Capodanno -, non intendiamo sostituirci alle forze dell’ordine né alimentare allarmismi. Ma sarebbe irresponsabile ignorare l’esasperazione e la rabbia dei residenti, che da tempo chiedono interventi adeguati per contrastare aggressioni, risse e violenze. La sicurezza non può essere affidata alla speranza che, proprio nel momento critico, passi una pattuglia ”.
Di fronte al ripetersi di questi episodi, tra i residenti si sta facendo strada anche l’ipotesi di promuovere osservatori volontari, comunemente chiamati “ronde civiche”. Il Comitato sottolinea che ogni eventuale iniziativa dovrà svolgersi esclusivamente nel quadro previsto dalla legge: le associazioni di cittadini non armati possono collaborare, previa intesa con il Prefetto e secondo le procedure stabilite, segnalando alle forze di polizia situazioni potenzialmente pericolose. Non possono sostituirsi alle forze dell’ordine né intervenire direttamente nelle situazioni di violenza.
“ Quando i cittadini percepiscono un vuoto di presidio, è comprensibile che cerchino forme di partecipazione e di attenzione al territorio – dichiara Capodanno -. L’eventuale ricorso agli osservatori volontari va però affrontato con serietà, nel rispetto della normativa e in raccordo con Comune e Prefettura. Nessuna improvvisazione, nessuna giustizia fai-da-te: il compito di prevenire e reprimere i reati spetta alle istituzioni e alle forze di polizia ”.
Il Comitato Valori collinari annuncia anche un sit-in di protesta da concordare con altre associazioni e comitati del territorio, per denunciare la grave situazione relativa all’ordine e alla sicurezza pubblica nel quartiere e l’insufficienza, a giudizio dei residenti, dei provvedimenti finora percepiti sul territorio. La data, il luogo e le modalità saranno comunicati non appena definiti.
“ Il sit-in sarà un’iniziativa civile e pacifica per dare voce a famiglie, residenti e operatori del quartiere – spiega Capodanno -. Chiederemo un piano operativo chiaro: presidi effettivi nelle ore notturne, pattugliamenti coordinati, controlli nei luoghi di aggregazione giovanile e una presenza capace di intervenire tempestivamente. Servono inoltre un confronto stabile con i residenti e una verifica pubblica dei risultati “.
Il Comitato chiede al Prefetto, al Questore e al Sindaco di Napoli la convocazione urgente di un confronto dedicato alla sicurezza del Vomero e di rendere note le misure di presidio previste per piazza Vanvitelli e per le altre aree interessate dalla zona rossa.
“ Non accetteremo che l’ennesima aggressione venga archiviata come un fatto isolato – conclude Capodanno -. La violenza di un branco contro chi difende le proprie figlie è un campanello d’allarme che non può essere ignorato. I cittadini sono giustamente esasperati e arrabbiati: chiedono risposte democratiche, verificabili e immediate. Il Vomero e i vomeresi hanno diritto a vivere le proprie strade senza paura ”.
L’ex leader M5s e ora rappresentante Ue per il Persico si presenta nella sua veste istituzionale: “Spero in due schieramenti competitivi alle elezioni, così vincerà il migliore”

(ilfattoquotidiano.it) – Abbracci, risate e battute con Matteo Renzi. Critiche alla politica estera del Movimento Cinque Stelle e anche un apprezzamento per la leadership di Giorgia Meloni. Il palco giusto per presentarsi nella maniera più istituzionale possibile, nella sua nuova veste, è stato quello della Festa del Foglio, a Firenze. Nei saloni di Palazzo Vecchio, Luigi Di Maio, tanto per iniziare, scherza con uno dei suoi ex più acerrimi nemici. “Arabia viva”, lo pungola Renzi ricordando quando lo “massacrava” per le sue posizioni politiche. “Più lo faceva, più crescevo”, ribatte sorridendo l’ex ministro degli Esteri e ora rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo davanti alle telecamere dei The Journalai.
Ora, a giudicare dall’intervento di Di Maio, le loro idee sembrano collimare assai di più. Tanto per iniziare sulla postura nei confronti di Kiev: “La vera questione è su quello che il M5s pensa legittimamente – io non lo condivido e io me ne sono andato soprattutto per questo – sull’Ucraina e la politica estera dell’Italia. Questo argomento è dirimente per gli elettori e per le interazioni che questa forza politica ha col centrosinistra”. Secondo l’ex vicepremier, la posizione del M5S sulla guerra sarà importante soprattutto nei rapporti con il centrosinistra: “Ci sono esponenti del Partito Democratico che la pensano esattamente come me sull’Ucraina e sul fatto che vada sostenuta”. Perfino in vista della prossima contesa elettorale, l’ex leader dei Cinque Stelle sembra voler mantenere equidistanza tra i due poli. Si augura, certo, un accordo nel campo largo, ma la motivazione è questa: “Credo che tutti quanti noi dobbiamo augurarci una campagna elettorale nella quale gli schieramenti siano competitivi, in modo tale che possa vincere il migliore. Se si parte azzoppati poi vincono gli altri forse più per demerito altrui che per merito proprio”.
Del resto, il rappresentante speciale dell’Ue ha parole al miele anche per la presidente del Consiglio: la presenza di Meloni al vertice del consiglio di cooperazione del Golfo è “uno degli eventi più sottovalutati della politica estera italiana, era l’unica invitata di tutto il mondo”. Nel Golfo, ha rimarcato, “la leadership dell’Italia è molto apprezzata”. E “Meloni ha compreso profondamente il valore delle relazioni personali con i leader, che in politica estera sono sempre molto importanti”, oltre a guidare un governo “stabile”. Insomma: “Ci sono tutti i presupposti per giocare un ruolo”, anche perché l’Italia “non agisce solo con il soft power ma è stata capace anche di dispiegare strumenti militari di difesa per quei Paesi”.
La politica estera è un pallino di Di Maio, soprattutto se guarda al campo largo e alle distanze ancora esistenti: “Se un governo va al primo Consiglio dell’Unione europea e c’è da votare il nuovo pacchetto di finanziamento all’Ucraina che include anche lo stanziamento militare quel ministro o quel leader cosa vota? Pone il veto, vota a favore o esce dalla stanza? Il vero tema è questo. Su queste cose cadono i governi e noi ci condanniamo di nuovo all’instabilità di governo. Se c’è un diritto che deve essere tutelato in vista delle prossime elezioni è creare coalizioni che siano stabili”.
Tg3 o altro, riunione con i legali: oggi la risposta attesa in rai

(di Lucia Darieti – ilfattoquotidiano.it) – Non vuole replicare, anche se alla fine una battuta, al vetriolo, la concede. Per rispondere a Corrado Formigli che da ultimo sul Corriere della Sera lo ha accusato di aver fatto degli errori. “Si informi prima di parlare: anche l’intelligenza artificiale se digiti ‘Ranucci ha preso le distanze da Lavitola’ dà una risposta. Preferisco l’intelligenza artificiale alla stupidità naturale: non do lezioni di moralità a nessuno, io”, dice Sigfrido Ranucci, in giro per Bologna (dove ha fatto tappa il suo spettacolo “Diario di un trapezista”) dove ha appena letto l’intervista del conduttore di Piazza Pulita. E si capisce che le frasi che gli ha dedicato Formigli aggiungono amarezza ad amarezza, anche perché di quei giudizi espressi dal collega ne ha persino tenuto conto il Tribunale del Lavoro che, almeno in sede cautelare, gli ha negato il rientro a Report. Dove vorrebbe tornare, ma chissà. Di certo non il prossimo 8 ottobre quando inizierà la nuova stagione, la prima senza di lui.
“Sulla mia squadra? Rispondo come Milena Gabanelli: lunga vita a Report”. Che non è ancora il passato per lui, anche se il suo futuro immediato va deciso entro la mezzanotte: entro oggi la Rai si aspetta che Ranucci comunichi qual è la scelta tra le tre alternative di collocazione che l’azienda gli ha proposto dopo averlo rimosso dalla sua trasmissione (Tg3, Rainews o corrispondente dal Cairo). E anche per questo passerà la giornata con i suoi legali per parlare delle prossime mosse. Niente candidatura, però, assicura. “Voglio continuare a fare il giornalista anche se ho ricevuto diverse offerte per presentarmi alle Politiche. Ma penso di poter dare ancora un contributo nel mio campo: è il lavoro che voglio fare e che ho sempre sognato di fare nella vita”. Dove è persino scontato dirlo. Anche se più che altro sono le telecamere a occuparsi di lui. Quelle, per inciso, della Rai. “Ancora una troupe Rai davanti la mia abitazione, con obiettivo della telecamera puntato verso le finestr:, sarebbe vietato. Il giornalista Rotella, che per Filo Rosso mi ha perseguitato tutta l’estate durante gli spettacoli e ora da Giletti”, denuncia su Fb allegando alcune fotografie, che commenta. “Provo una grande amarezza e disagio a vedere il trattamento che sta riservando l’azienda che ho onorato per 35 anni, non a me, ma soprattutto alla mia famiglia, vittima di un attentato e della restrizione della libertà, che ora sta vivendo momenti di angoscia”. La giornata riserva anche qualche altra sorpresa, ma questa volta a Report: ieri sono fioccati i commenti dopo la pubblicazione di un post con cui sono state rilanciate le parole della nuova co-conduttrice Claudia Di Pasquale. Queste: “Il giornalismo d’inchiesta rischia di essere una sorta di specie in via di estinzione”.
Apriti cielo: la pagina social di Report è stata presa d’assalto dagli utenti e gli interventi sono quasi tutti dello stesso segno. C’è chi rinfaccia la mancata difesa di Ranucci, chi il rischio depotenziamento del programma e delle inchieste. Chi rinfaccia alla squadra il “tradimento”: avrebbero fatto il gioco dei “potenti” che hanno giubilato Ranucci e dunque non vedranno più la trasmissione. L’obiezione di coscienza passa anche dai tasti del telecomando.
I decreti sulle accise, il tetto Eni e la vertenza Ericsson: gli interventi della premier salvano la faccia al governo. Ma il Paese ha bisogno di qualcosa di più

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – C’è un’Italia che si dichiara liberista, che giura sul mercato, sulla concorrenza e sul “non toccare le imprese”. E c’è l’Italia reale, dove la presidente del Consiglio fa un “decretino”.
Poi chiama al telefono un paio di manager e la realtà si adegua. Non è corporativismo post-fascista, non è socialismo sovietico, non è peronismo sud-americano: è qualcosa di più italiano, più subdolo ma più efficace sul piano del consenso a breve. Si chiama “dirigismo gentile”, moral suasion con il numero di cellulare. E Giorgia Meloni — dopo aver fatto carne di porco nel risiko bancario, mettendo mani e piedi nel piatto — lo pratica adesso con crescente disinvoltura. In campagna elettorale senza un euro in cassa, la Sciamana deve affinare i metodi.
Prendiamo le accise. Il governo taglia, sospende, riduce lo sconto, rinvia, ricalibra. Un meccanismo che dovrebbe essere tecnico e neutrale, la tassa sui carburanti, diventa così una leva politica maneggevole: non si abolisce (come da nota e antica promessa, immortalata solennemente in un video davanti a una pompa di benzina), ma si alza e si abbassa secondo l’urgenza, il calendario e il bisogno di raccontare una battaglia contro il caro-vita. Il risultato è ibrido: gli automobilisti apprezzano la mancetta, ma le misure-tampone non risolvono nulla. Sedici provvedimenti in sei mesi, costo 2,2 miliardi: tutto inutile. Appena lo sconto sul diesel si riduce, il gasolio torna a salire e il governo deve inventare un altro modo per dire agli italiani: “Tranquilli, ci siamo noi”. E qui entra in scena l’Eni, con il tetto ai prezzi: 2,19 euro al litro per il gasolio, 1,99 per la benzina, 17 centesimi sotto le medie di mercato. Una decisione spacciata come autonoma, ma che arriva dopo settimane e mesi di colloquio fitto tra la premier e Claudio Descalzi, l’ad con cui Meloni ha costruito un rapporto personale cementato dai viaggi in Africa e dal Piano Mattei. Qui non c’è un decreto che impone il prezzo, non c’è una commissione che fissa i margini: c’è la telefonata, la relazione, la comprensione reciproca tra politica e impresa pubblica. Eni fissa il tetto, Palazzo Chigi ringrazia per il «lodevole atto di attenzione all’Italia», che produce anche un effetto-traino sulle altre compagnie. È un modello che funziona, nello short-termism che ci caratterizza. Ma solleva domande inquietanti. Non è una forma di concorrenza sleale? Come fa il resto del mercato, fatto di piccoli esercizi indipendenti privi di una filiera lunga, a reggere gli sconti di prezzo decisi dai colossi del settore? Poi, quel mancato ricavo autoimposto non è comunque un danno per le casse dell’Eni, Spa quotata in Borsa, come potrebbe eccepire un azionista in assemblea? E in ogni caso, è l’Eni che supplisce alle carenze del governo o è il governo che dovrebbe indicare strategie industriali alle grandi partecipate dello Stato?
Infine Ericsson, il caso più recente ed eloquente: 131 licenziamenti a Genova, una vertenza che diventa politica, la sindaca Salis che incontra i lavoratori e scrive tre lettere ai ministri. Anche qui, Meloni prende il telefono, chiama l’ad Andrea Missori e l’azienda ritira i licenziamenti. Dall’unica merchant bank in cui si parla romano respingono le critiche, parlando di «strumentalizzazioni politiche». Ma la sostanza è che la premier è intervenuta personalmente, e l’azienda ha cambiato decisione. Non è nazionalizzazione, non è politica industriale: è colbertismo chirurgico. Si salva la vertenza, si salva il consenso, si salva la faccia. Ma di nuovo, le domande fioccano. Chi paga, se dietro al ritiro dei licenziamenti c’è anche la cassa integrazione? In che modo questa pezza a colori risolve i guai del settore telecomunicazioni, se si lenisce il sintomo ma non si cura la malattia? E da tutte le altre crisi industriali si esce con due chiacchiere via smartphone? Questi tre casi lo confermano: la Sorella d’Italia non è né liberista né dirigista, non è né Thatcher né Mitterrand. È un’ambigua “arci-italiana”: applica relazioni personali e pressioni circostanziali, che producono risultati concreti ma estemporanei e prescindono dal Parlamento, dalla trasparenza, dalle regole. Usa lo Stato come strumento e preferisce la relazione personale alla norma erga omnes, la toppa congiunturale alla riforma strutturale. E per un po’ funziona, almeno nell’immaginario collettivo. Il problema è se questo “interventismo a bassa intensità”, fatto di eccezioni e di invasioni di campo mirate, sia sostenibile nel luglio periodo. O se in futuro questo Paese avrà bisogno di qualcosa di più serio e più solido di una telefonata tra amici.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Coraggio, fatti ammazzare. “Meglio farsi ammazzare combattendo al fronte che lasciarsi massacrare, vecchi e donne compresi, come a Bucha. Gli ucraini sembrano pensarla cosi. Che fessi. Per fortuna c’è Marco Travaglio che si preoccupa di loro” (Antonio Carioti del Corriere della sera, X, 7.10). Ma infatti: a proposito, tu quando parti?
Villa Arzilla Certosa. “Confalonieri, Letta e Dell’Utri. Gli amici storici e la famiglia a tavola nel nome di Silvio a Villa Certosa per i 90 anni dalla nascita” (Corriere della sera, 30.9). Stavolta niente mignotte. Peccato.
Un po’ Clint un po’ Ettore. “La Leopolda, la festa del ritorno a Itaca, in questa Firenze che è ancora la ‘Renzi School of stratagemma’, il ‘credeteci e candidatevi’ senza garanzia, la polizza che per Clint Eastwood si chiede soltanto quando si acquista un tostapane. Si fa chiamare ‘Kraken’… ma questo ultimo Renzi somiglia a Ettore, il vinto vincitore che ad Achille, ai tanti Conte che non lo desiderano, risponde: ‘Io non fuggo più davanti a te, il cuore mi spinge’. Sembra di ascoltarlo sotto le mure di Troia, in fiamme, il campo largo, quando, insieme a suoi Deifobo, le capogruppo Boschi e Paita, acclamata con la sua gonna spavalda, sfida gli Dei, i numeri, per quel romantico sogno…” (Carmelo Caruso, Foglio, 5.10). Lo portano via.
[…]
Il lancio. “‘Non devo dare garanzie ai 5Stelle’. Renzi reagisce e lancia Calabresi” (Corriere della sera, 4.10). Ancora provvisoria la stima dei danni.
I veri problemi. “Renzi ha sempre agito nell’interesse generale?”. “Sì, quello che lo ha rovinato è un ego gigantesco. Se si togliesse un po’ di quella sbruffoneria da toscanaccio, diventerebbe il miglior politico in circolazione” (Corrado Augias al Corriere della sera, 2.10). Ecco perchè sta al 2%: per il caratteraccio e per la toscanità: come non averci pensato prima?
L’esperto. “Fenomenologia di uno vale uno. In Italia solo i 5stelle votano online” (Francesco Merlo, Repubblica, 6.10). Infatti le primarie del Pd vinte da Schlein nel 2023 si svolsero anche online “per dare uno strumento in più contro l’astensionismo”, disse lei stessa ad Avvenire. L’ha ricordato Rep il 5.10: “E non fu l’unica volta. La consultazione digitale entrò anche nelle primarie per scegliere i candidati (Pd, ndr) a Roma, Torino e Bologna”. Delle due l’una: o Merlo non legge il suo giornale, o non lo capisce.
Memento Mori. “Mario Mori: ‘Scarpinato deve dimettersi dall’Antimafia’” (Giornale, 5.10). Quello che trattava con la mafia vuole cacciare quello che la combatteva.
Voi chi. “Ugo Volli: ‘Israele combatte per noi’” (Riformista, 30.9). E parlare per te?
L’arcangelo Gabrielli. “Ho deciso di impegnarmi sena chiedere garanzie. Accompagnerò il progetto di Ruffini. Avrei potuto aspettare qualche incarico da un governo, ma è più importante costruire una nuova idea di Paese” (Franco Gabrielli, Corriere della sera, 2.10). Così magari gli danno qualche incarico di governo.
Prontotaxi. “Tabacci: ‘A 80 anni porto Ruffini in Parlamento’” (Repubblica, 9.10). E chi sei, Uber?
[…]
Super partes. “Augias e Fubini, un aiuto per capire il passato e il futuro. Serata molto densa a La7” (Aldo Grasso, Corriere della sera, 7.10). E niente, malgrado lavorino entrambi per il suo stesso editore, gli sono piaciuti un sacco.
Altruisti. “Se avessimo potuto scegliere in base al nostro interesse, a noi sarebbe convenuto che Ranucci fosse rimasto alla conduzione di Report” (Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario FdI alla Presidenza del Consiglio, Foglio, 8.10). Ah ecco, l’hanno epurato per noi.
Urge pallottoliere. “Perché è falso dire che le tasse sono aumentate” (Alessandro Sallusti, Libero, 6.10). In effetti passare in quattro anni dal 41,2 al 43,5% del Pil è un bel taglio.
State sereni. “Renzi invita i centristi. Ma delle sue offerte non si fida nessuno” (Domani, 6.9). Strano, un tipo così affidabile.
Lo storico. “D’Alema non fa i conti con la storia” (Fabrizio Cicchitto, Riformista, 7.10). Ma ora la tessera P2 numero 2232 gliela insegna.
Il vizio di votare. “L’anno elettorale che rischia di disfare l’Unione Europea” (Nathalie Tocci, Stampa, 7.10). Tipo uccidere un uomo morto.
L’ombra. “L’ombra di ingerenze Usa per Bolsonaro” (Repubblica, 4.10). Gli americani che ingeriscono in un’elezione? Impossibile, mai successo.
Er Moviola/1. “‘Conte dovrò fare i conti con la realtà. L’Italia non può sottrarsi al sostegno a Kiev, non può fare come Orbàn’, ha detto Paolo Gentiloni” (Dubbio, 3.10). Se no?
Er Moviola/2. “Gentiloni: al centro serve un alchimista” (Repubblica, 3.10). A lui un esorcista.
Fate la carità. “Draghi: per la crescita servono il mercato unico e 100 miliardi nell’AI” (Corriere della sera, 2.10). Aspetta che accendo subito un mutuo.
Due gocce d’acqua. “Dal Colle lezioni di grazia. Mattarella cancella parzialmente la condanna al gioielliere che nel 2008 uccise due rapinatori. Il detenuto, malato, s’è detto pentito e la pena è stata in parte scontata. Nessun’analogia con Roggero” (Repubblica, 8.10). Invece è identico alla Minetti.
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Il titolo della settimana/1. “Scarpinato attacca la Colosimo, ma nemmeno il Pd lo difende più” (Verità, 7.10). Ed è la sua fortuna.
Il titolo della settimana/2. “Malagò commissario della Federcalcio già pensa al voto: ‘Chiusa una vicenda triste’” (Repubblica, 7.10). Con una soluzione comica.
Il titolo della settimana/3. “Il capo degli 007 tedeschi spiava per i russi” (Giornale, 7.10). Era per l’Azerbaigian, ma tanto è sempre nei paraggi.
Il titolo della settimana/4. “Stabilicum: il voto torna agli italiani” (Giornale, 9.10). Prima invece votavano gli svizzeri.
I leader del campo largo alla festa di Fanpage. Il presidente del M5S sulla presenza in coalizione dell’ex premier: “Prima il programma poi le primarie, se no diventa uno sfascio”. La segretaria dem: “Gazebo divisivi? Sono una grande occasione di partecipazione”

(repubblica.it) – “Non ho chiesto a Renzi garanzie, le garanzie le deve dare a noi” chi lo ritiene “indispensabile” nell’alleanza. Questa la posizione di Giuseppe Conte sul leader di Italia viva. “È una presenza quella di Renzi che mi depotenzia sul piano elettorale perché la mia comunità dovunque vada la soffre per questo chiedo garanzie a Schlein di costruire paletti in modo che domani sia nella posizione di non fare danni”, dice il presidente del Movimento 5 Stelle.
Oggi il campo largo si è spostato al festival di Fanpage all’Acquario di Roma, ieri era alla festa del Manifesto e prima ancora del Foglio. “Io non metto veti personali, però ho chiesto garanzie a chi in questo momento ritiene che Renzi sia essenziale per questo progetto politico, per la coalizione, le ho chieste al partito che in questo momento lo ritiene indispensabile”, precisa Conte. La risposta di Schlein è stata velocissima. “C’è un’unica garanzia che sento di dover dare agli elettori. Non rifaremo mai più l’errore di dividerci e il favore alle destre di consegnare loro la vittoria. Sappiamo che abbiamo la responsabilità insieme di non permettere gli stessi errori – dice durante il suo intervento alla festa di Fanpage – L’altra cosa che ci chiede la nostra gente oltre all’unità è la coerenza del progetto. Il lavoro sul programma non parte adesso ma è partito oltre tre anni fa quando insieme abbiamo firmato la proposta unitaria per il salario minimo”, prosegue la segretaria del Pd.
La festa di Fanpage diventa un’occasione per discutere ancora di primarie e legge elettorale. “Non è pensabile fare le primarie senza prima un programma comune, se no diventa uno sfascio totale”, dice il leader del M5S dopo l’accelerazione arrivata ieri durante l’evento al teatro Palladium di Roma per la festa del Manifesto. “È urgente sedersi attorno a un tavolo, con un confronto serio in un paio di settimane si chiude”, ha detto indicando dunque il timing sul programma. E adesso aggiunge che un incontro tra alleati del centrosinistra, sul programma, tra 15 giorni, “è assolutamente passaggio preliminare” perché è “impensabile affrontare le primarie senza definire i tratti essenziali del programma”. Ammette: “Ci sono delle differenze, ma dobbiamo e possiamo ritrovarci per decidere quali sono le prospettive, le riforme essenziali per restituire. Abbiamo già lavorato, non partiamo da zero. E quindi dobbiamo guardare ai passi avanti fatti, ai progetti in comune”. Quali riforme essenziali avviare su salari, energia, banche, colossi industriali. Su questi “temi dirimenti”, evidenzia il leader 5 Stelle, “dobbiamo avere chiari obiettivi, e allora possiamo aggiungere alla coalizione l’aggettivo ‘progressista’ e ci stiamo tutti”.
Dal ‘Rumore Festival’ di Fanpage, osserva: “Guardiamo la realtà, è la prima volta che andiamo insieme” alle politiche. “Queste primarie compatteranno o faranno ancora più litigare? – prosegue – Io sono dentro questo progetto e sono certo che nessuno, tra i miei amici Schlein e gli altri che fanno parte del campo progressista, le imposterà guardandoci come nemici o avversari, se no sarebbe una follia”. Parla di primarie anche la leader del Pd: “Sono uno strumento, non sono buone o cattive dipende da come le fai, io ho fatto le primarie, le ho vinte e dal giorno dopo ho lavorato con Bonaccini e insieme abbiamo costruito un’unità. Io credo possano essere una grande occasione di partecipazione”. Quattro anni fa “non c’era un campo largo ma un campo di macerie e l’obiettivo era ricostruire l’unità del partito e della coalizione. Noi non vogliamo costruire una alleanza contro i nostri avversari ma per il Paese”, aggiungendo di essere contenta per “queste occasioni di confronto, anche quella di ieri, emerge proprio la promessa dell’unità e del non ricommettere gli errori che nel 2022 hanno portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi”.
Sulla proposta avanzata giorni fa di un terzo nome come candidato leader del centrosinistra, “il tema direi che è chiuso”, taglia corto invece l’ex premier. “Non voglio alimentare un dibattito” su una proposta che, osserva, “qualcuno non ha colto”. Pensava a un terzo nome moderato per evitare le primarie del centrosinistra? “Ma quale moderato!”, commenta ora ribadendo che “devo fare un programma che deve cambiare il Paese”. “Da parte mia era solo il tentativo di rispondere a una preoccupazione sulle primarie e valutare eventualmente se c’era una persona”. Un’idea, questa la sua chiosa, “non certo per paura delle primarie ma per vedere di contribuire al successo del progetto” della coalizione.
Nicola Fratoianni di Avs ribadisce la posizione del suo partito: “Non è che chi vince comanda, prima si fa il programma, non di 600 pagine, e poi si fanno le primarie”. Anche sull’Ucraina osserva che “bisogna discutere di come avanzare una proposta che entri nel merito. Non ci sono filo putianini tra noi”, dice anche lui presente alla festa di Fanpage aggiungendo tra l’altro “ci accusano tutti i giorni di essere antisemiti perché condanniamo Netanyhau”.

(Fabrizio Russo – lafionda.org) – Ecco l’ennesimo paradosso della politica internazionale che manda in frantumi le certezze del clero politico-mediatico nostrano. L’indiscrezione su un accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin relativo alle forniture di benzina e diesel offre un piccolo ma eloquente compendio della geopolitica contemporanea: un concentrato di pragmatismo americano, disinvoltura russa e, immancabilmente, miopia strategica europea. Proviamo a ricostruirne il significato, al di là delle rappresentazioni di comodo.
1. Il pallottoliere e la realtà: volumi modesti, significato politico rilevante
Dal punto di vista strettamente quantitativo, l’intesa annunciata sulle forniture di prodotti petroliferi raffinati russi verso gli Stati Uniti potrebbe apparire quasi irrilevante. Parliamo di volumi che, rapportati agli enormi consumi energetici dell’economia americana, rappresentano una goccia nel mare: una frazione trascurabile delle centinaia di milioni di galloni consumati quotidianamente negli Stati Uniti. Ma fermarsi al dato contabile significherebbe trascurare la dimensione propriamente politica della vicenda.
La portata dell’accordo è infatti essenzialmente politica e simbolica. Per la Casa Bianca, rappresenta un modo per segnalare che anche il regime sanzionatorio può essere subordinato alle esigenze dell’interesse nazionale e per inviare un messaggio ai mercati energetici. Per il Cremlino, costituisce invece l’occasione per mostrare i limiti del proprio isolamento internazionale e ribadire che persino l’Occidente a trazione trumpiana è disposto a negoziare quando il costo dell’energia rischia di tradursi in una perdita di consenso interno.
2. Il pragmatismo trumpiano e l’inettitudine dei mandarini di Bruxelles
Mentre Washington applica senza particolari scrupoli il principio fondamentale della Realpolitik — perseguire l’interesse nazionale, subordinare la retorica alle convenienze concrete, trattare persino con il “demonio” se questo può contribuire a ridurre di qualche centesimo il prezzo del carburante per gli automobilisti dell’Ohio —, l’Unione Europea resta a guardare, esclusa dai principali tavoli negoziali.
Le autorità europee confermano così tutti i limiti di un ceto burocratico privo di un’autonoma visione strategica, incapace di leggere le trasformazioni degli equilibri energetici mondiali e costretto a ricorrere al gas naturale liquefatto americano a prezzi elevatissimi, dopo aver sacrificato importanti settori dell’industria tedesca e italiana sull’altare di politiche sanzionatorie dagli effetti largamente autolesionistici. Trump negozia con l’avversario storico per alleggerire la pressione economica sui propri elettori; la Commissione europea continua invece a recitare la parte del vaso di terracotta, persuaso di poter competere ad armi pari con i vasi di ferro.
3. Il catechismo politico-mediatico e la manipolazione del consenso
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto i palazzi della burocrazia comunitaria. Investe anche il sistema politico-mediatico che, da anni, propone all’opinione pubblica europea, e in particolare a quella italiana, una rappresentazione della geopolitica fondata su contrapposizioni morali elementari: i “buoni” contro i “cattivi”, le “democrazie” contro le “autocrazie”, l’Ucraina “aggredita” la cui difesa giustificherebbe qualsiasi sacrificio economico e sociale, fino all’impoverimento delle famiglie e alla deindustrializzazione del Paese.
Mentre le grandi potenze continuano a negoziare, anche sottobanco, per tutelare i propri interessi strategici ed energetici, da noi si insiste nel rivendicare una presunta superiorità morale dell’Occidente, quasi che questa potesse dispensare dall’analisi dei rapporti di forza e dalla valutazione delle conseguenze concrete delle decisioni politiche.
È il risultato di un catechismo etico-politico che pretende di sostituire alla complessità delle relazioni internazionali le categorie proprie di un codice d’onore cavalleresco, quando non addirittura le regole di un’assemblea di condominio. Una rappresentazione semplificata e moralistica che finisce per oscurare gli interessi effettivamente in gioco, sottraendo al giudizio dei cittadini gli elementi necessari per valutare le scelte compiute in loro nome.
Conclusioni: la fabbrica del consenso e la circonvenzione dei cittadini
Di fronte a uno scenario in cui le grandi potenze continuano a contendersi e a spartirsi mercati, risorse e sfere d’influenza, emerge con particolare evidenza la responsabilità di classi dirigenti europee che, anziché rappresentare e tutelare gli interessi dei propri cittadini, sembrano soprattutto preoccupate di giustificare scelte delle quali sono proprio questi ultimi a sopportare le conseguenze.
Il problema non risiede, dunque, in una presunta incapacità degli elettori di comprendere la realtà, bensì nella sistematica deformazione dei termini del dibattito pubblico, attraverso una narrazione che sostituisce l’analisi politica con la contrapposizione morale, restringendo gli spazi di un confronto democratico realmente consapevole.
Più che di incapacità di intendere e di volere dei cittadini, si dovrebbe allora parlare di una sorta di circonvenzione politica ai loro danni: un meccanismo alimentato da classi dirigenti ciniche e da un sistema dell’informazione che continua a dispensare certezze morali mentre altrove si negoziano interessi e si contabilizzano profitti.
Resta da chiedersi se la narrazione politico-mediatica nostrana riuscirà a giustificare anche questa mossa sull’asse Washington-Mosca, o se assisteremo finalmente a un risveglio del realismo politico. Temo, ancora una volta, la comica finale…
Un nuovo libro analizza la questione che ha coinvolto il giornalista d’inchiesta e il meccanismo di delegittimazione di chi controlla il potere

(di Domenico Cannizzaro – ilfattoquotidiano.it) – “REPORT, SPORCARE LA VITTIMA – Sigfrido Ranucci e il potere che non sopporta di essere osservato”. È questo il titolo del nuovo libro di Marco Milioni e Gianluca Prestigiacomo, che come si ben percepisce dalla titolazione, affronta il caso Ranucci ma da un’altra prospettiva: la vittima che viene “sporcata“. Prendendo le mosse dall’attentato subìto da Ranucci e dagli sviluppi giudiziari e mediatici che hanno successivamente investito il giornalista e la trasmissione Report, fino alla decisione della Rai di sostituirlo alla conduzione del programma, i due autori si interrogano su un fenomeno che attraversa la storia italiana e investe direttamente la qualità della vita democratica: il processo attraverso il quale chi esercita una funzione di controllo sui poteri politici, economici e istituzionali può diventare a sua volta oggetto di una progressiva delegittimazione.
L’espressione “sporcare la vittima” è usata per indicare un meccanismo nel quale l’attenzione pubblica si sposta gradualmente dall’aggressione alla persona che l’ha subita. Le sue frequentazioni, le fragilità, le relazioni personali e le eventuali contraddizioni – ricordano gli autori – vengono isolate e ricomposte all’interno di una narrazione capace di modificarne la percezione pubblica, fino a rendere la vittima stessa destinataria di sospetti. Attraverso il confronto con vicende differenti della storia italiana, Milioni e Prestigiacomo analizzano le forme che tale processo può assumere, senza presupporre necessariamente l’esistenza di una “regia” comune o sovrapporre responsabilità e contesti storici diversi. La vicenda Ranucci acquista così un significato che supera il destino professionale del singolo giornalista. La questione investe il rapporto tra informazione e potere, tra testate e fruitori del sistema dell’informazione, in ragione delle pressioni esercitate sulle redazioni.
In altre parole, rimane drammaticamente aperto il problema dell’autonomia del servizio pubblico radiotelevisivo e del giornalismo in genere. Milioni e Prestigiacomo affrontano questi temi distinguendo la critica professionale dalla delegittimazione personale, nella convinzione che la difesa della libertà di stampa non possa tradursi nell’attribuzione di una presunta “infallibilità” di chi esercita il mestiere di giornalista. La verifica delle fonti, il rispetto della verità sostanziale dei fatti e la responsabilità per gli eventuali errori rimangono princìpi irrinunciabili.
Proprio lo stesso Ranucci, ieri, nel videomessaggio inviato al Rumore Festival, organizzato da Fanpage a Roma, ha detto: “Dobbiamo essere più partecipi nel difendere il nostro diritto a essere informati, nel tutelare la stampa accreditata, nel fare scelte consapevoli e non consentire a nessuno di farci essere infelici. Dal 2000 – ha ricordato Ranucci nel messaggio, registrato in una pausa delle prove del suo spettacolo Diario di un trapezista a Bologna e privo di riferimento alla sua vicenda e alla rimozione dalla conduzione di Report – l’informazione a livello mondiale è stata colonizzata dai social, dalle piattaforme“.
E ancora: “Qualche giorno fa l’istituto di ricerca della Reuters ha certificato che per la prima volta nella storia dell’umanità la maggior parte mondo si informa attraverso i social, il web, e questo è il punto di non ritorno: ci deve far preoccupare il fatto che venga scelto come punto centrale dell’informazione una sorta di bibliotecario ubriaco, perché spesso la notizia che sta più in alto non è quella vera, ma la più cliccabile“. Nel web “vedo una massa di contenuti che viene dalla Silicon Valley e non ha nulla a che vedere con il nostro mondo, ma parla di divieto di diritti alla parità di genere, di politiche contro l’immigrazione, di negazione del cambiamento climatico e punta a far implodere l’Europa”, ha sottolineato.
Al tempo stesso però gli autori sostengono che ogni contestazione deve essere sostenuta da elementi concreti e verificabili, evitando che il sospetto reputazionale possa sostituire l’accertamento di una responsabilità. Gli autori avanzano alcune proposte di riforma del sistema dell’informazione, tra le quali nuovi strumenti di sostegno al giornalismo indipendente e l’adozione di uno “Statuto di garanzia del giornalismo d’inchiesta” capace di tutelare l’autonomia editoriale, la continuità delle redazioni, la riservatezza delle fonti e la sicurezza professionale di chi svolge attività investigativa. Nella prefazione, il consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Gianluca Amadori evidenzia l’ampiezza della prospettiva adottata dai due autori: la vicenda di Report offre l’occasione per esaminare le molteplici forme di pressione che possono investire il giornalismo, senza rinunciare all’equilibrio necessario tra libertà di informazione, tutela della reputazione, garantismo e presunzione di innocenza.
Lerner: “Putin e Trump pacifisti? Una caricatura”. Il confronto sul Nove. Ospiti di Sommi, i due giornalisti commentano l’intesa tra Stati Uniti e Russia sulle forniture di gasolio, temporaneamente esentate dalle sanzioni americane

(ilfattoquotidiano.it) – “Per me è sempre una buona notizia quando le grandi potenze si parlano e non si sparano“. Marco Travaglio commenta così ad Accordi & Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi il sabato sul Nove, l’intesa tra Putin e Trump sulle forniture di gasolio, esentate dalle sanzioni statunitensi fino ad aprile per contenere i prezzi dell’energia. “Non so voi dove pensate di essere, ma io so di essere in mezzo tra due potenze atomiche che potrebbero scatenare la terza guerra mondiale. Il fatto che si parlino per me è rassicurante. E il fatto che si scambino energia trovo che sia il minimo indispensabile da fare in una situazione come questa”, continua il direttore del Fatto Quotidiano, che critica le scelte energetiche europee: “Continuiamo a far finta di rifiutare l’energia dalle autocrazie. Da chi la compriamo? Dall’Azerbaigian, un Paese che il Parlamento europeo ha definito artefice di una pulizia etnica ai danni di un popolo che ha subito un genocidio, cioè gli armeni”.
Di tutt’altro avviso Gad Lerner, che contesta la rappresentazione di Putin e Trump come “due pacifisti che si vedono in Alaska e che poi si telefonano e fanno accordi commerciali sul gasolio” contrapposti a “un’Europa guerrafondaia”. “Questa è una caricatura alla quale non mi adattavo un anno e mezzo fa, quando si sono visti in Alaska, e ancor meno mi adatto dopo che Trump ha fatto quello che ha fatto in Venezuela e ha scatenato una guerra contro l’Iran”, replica il giornalista. Che richiama anche il conflitto in Ucraina: “Putin continua imperterrito la sua guerra con l’Ucraina, che risponde anche sostenuta da armi occidentali? Non c’è dubbio, ma vorrei vedere chi al posto suo non risponderebbe”. E conclude: “Per cui questa idea dell’accordo di pace tra Putin e Trump, del quale noi avremmo dovuto beneficiare… Speravo che in questa sede fosse superata”.

(Tommaso Merlo) – Trump ha incolpato Zelensky perché scarseggia il diesel, ma dovrebbe guardarsi allo specchio se ancora vi riesce. Il lunapark occidentale è rimasto a secco perché i sionisti hanno spinto Trump ad aggradire illegalmente l’Iran. Ed invece di trionfare, se lo sono preso in quel posto. E non riescendo ad ammetterlo, siamo piombati in un baratro tale che Trump è passato dalle sanzioni alla Russia ad elemosinare qualche barile a Putin. Esempio cristallino della superiore civiltà occidentale, i propri sporchi interessi senza nessun ritegno. Ma del resto la strategia iraniana sta funzionando alla grande checché ne dica il circo mainstream, a venire strangolato economicamente questa volta è il panciuto sceriffo americano e i suoi sguatteri europei. Col risultato che Trump alle elezioni di medio termine rischia di fare la fine di un immigrato clandestino, deportato a malo modo in un campo di concentramento ecuadoregno e fatto marcire in una gabbia. Atro che scarica barile, i droni ucraini che colpiscono le raffinerie russe servono giusto a fare foto per la propaganda della Nato e sfogare la bile della banda Zelensky oramai alla canna del gas. Pare che a Kiev non si possa andare neanche più di corpo serenamente perché sono esplose anche le fogne e il sindaco della città ha suggerito ai suoi cittadini che non l’hanno ancora capito da soli che è ora di fare armi e bagagli dato che la vittoria è rinviata a data da destinarsi. La vera ragione della crisi energetica è lo Stretto di Hormuz da cui non esce una goccia di oro nero senza il permesso dei nuovi padroni dell’Asia Occidentale che risiedono a Teheran e che stanno anche riscuotendo lauti dazi con cui sbarcano il lunario in attesa di una escalation che danno per scontata. Il picco della crisi energetica era stato finora rinviato con le manipolazioni del mercato della banda Trump, attingendo alle riserve strategiche e grazie all’Arabia Saudita di Bin Salam con le sue condotte verso il Mar Rosso che aggirano lo Stretto. Condotte poi avvolte da colonne di denso fumo nero come raffinerie e perfino aeroporti per opera degli Houthi dello Yemen, gli stessi che Trump si vantava di aver gloriosamente sconfitto. La loro colpa è la solita, essere alleati con l’Iran e pro Palestina e a massacrarli per conto terzi ci stava pensando da anni Bin Salam ma si sa, coi soldi compri armi e mercenari ma non certo una buona ragione per morire. Davvero tempi duri per la Coalizione Epstein, di questo passo Bin Salam rischia di venire trattato come lui ha sempre trattato i suoi oppositori, fatto a pezzi. Ma la vita è così, coi soldi puoi comprare roba ma non certo qualità umane e Bin Salam è un rinomato idiota con un ego tossico disposto a tutto per il potere. Cosa ci faccia un contingente italiano in quel regime oscurantista in mano a quel personaggio squallido, è uno dei misteri della malapolitica italiota. Pare che Bin Salam sia addirittura al verde e se decidesse di vendere i titoli di stato americani prima che diventino del tutto spazzatura, potrebbe allargare le voragini borsistiche. Ed è anche per questo che Trump potrebbe decidere d’intervenire in soccorso del sodale saudita con cui condivide da sempre la passione per soldi, potere e soprattutto per le ragazzine. Del resto se crolla il Salam, crolla un pilastro del colonialismo petrolifero e gassoso nonché del doppiogiochismo politico a fini sionisti nel Golfo. Ed è per questo che molti analisti danno per scontata una nuova escalation ed hanno già registrato movimenti anomali di cacciabombardieri tra le basi superstiti della regione. Esigenze energetiche ma anche elettorali, Ad essere in difficoltà non sono solo Trump e il Salam ma anche il loro padrone, quell’orco latitante del premier israeliano che rischia di venire linciato dal suo stesso popolo e vorrebbe una escalation per rilanciarsi come l’Erode più sanguinario in modo da recuperare nei sondaggi o perfino rinviare le elezioni. Trump ha detto che se ne parla eventualmente dopo il voto, ma quello che gli esce dalla bocca oramai vale meno di quello che gli esce dal fondoschiena e dato che la Coalizione Epstein deve rimanere unita con le buone e con le cattive, tutto è possibile. L’intenzione sarebbe quella di dar fondo agli arsenali colpendo obiettivi civili iraniani, ormai un classico della superiore civiltà occidentale e magari pure Pickaxe Mountain con una bomba nucleare tattica un po’ come colpo di scena finale utile a far finta di aver vinto e un po’ nella pia illusone che i Pasdaran calino le braghe dalla paura. Ma se davvero osassero, l’Iran coglierebbe l’occasione per provare anche preventivamente a finire il lavoro, cacciando definitivamente il morente impero americano dal Golfo Persico, consolidando il controllo su Hormuz ed imponendo ad un nuovo assetto regionale che includa la fine dei conflitti in Palestina e Libano. La soluzione più intelligente per tutti sarebbe la resa occidentale e l’accettazione del nuovo status quo, ma con certa gentaglia al potere e con la morsa sionista su Washington, il timore è che a meno di catastrofi economiche, l’unica soluzione sia sul campo di battaglia con rischi nel tempo di escalation mondiale.
RANUCCI, ‘CONTINUERÒ A BATTERMI, MI SENTO GIOVANE PER LA PENSIONE’

(ANSA) – BOLOGNA, 10 OTT – “Se non ci sarà proprio la possibilità di fare il giornalista, qualche altra cosa, ma sempre per l’impegno civile, sempre a difesa dei più fragili e dei più deboli, me la inventerò. Mi sento giovane per la pensione”. Lo ha detto Sigfrido Ranucci, rispondendo a una domanda sulla possibilità di lavorare fuori dalla Rai, a margine del suo spettacolo “Diario di un trapezista” al teatro Duse di Bologna.
“Ho sempre fatto il mio lavoro credendo in quello che faccio, mi sento un giornalista nella pelle”, ha sottolineato. Un impegno per il quale, ha aggiunto, ha fatto soffrire anche le persone vicine e i familiari, sottraendo “energie, risorse, libertà”. “Continuerò a battermi per questo”, ha assicurato.
Il giornalista ha ribadito il rispetto per la decisione del Tribunale di Roma che ha respinto la sua istanza di reintegro alla guida di Report. “Rispettare la legalità, rispettare i magistrati non è come indossare una maglietta e togliertela quando fa comodo, quindi uno deve rispettarli sempre”, ha affermato, ricordando di essersi battuto per la loro indipendenza anche durante il referendum. Quanto ai tre incarichi alternativi, prospettatigli dai vertici di viale Mazzini, la vicedirezione di Rainews o Rai3 o il ruolo di corrispondente dal Cairo, Ranucci ha spiegato: “Abbiamo tempo fino a lunedì, mi consulto anche con i legali e vedremo quali saranno le strade più opportune”.
RANUCCI, ‘I COLLEGHI DI REPORT POTEVANO MANDARE UN MESSAGGIO UN PO’ PRIMA’
(ANSA) – BOLOGNA, 10 OTT – “Magari potevano mandare un messaggio un po’ prima, in maniera anche forte”. Così Sigfrido Ranucci, a margine del suo spettacolo “Diario di un trapezista” al teatro Duse di Bologna, ha commentato la nota con cui oggi la squadra di Report ha dichiarato di non averlo mai sfiduciato né di averne chiesto la rimozione.
La presa di posizione arriva all’indomani dell’ordinanza del Tribunale di Roma che ha respinto l’istanza del giornalista per il reintegro alla guida del programma. Ranucci ha sottolineato come i giornalisti che guidava fino a qualche mese fa abbiano preso posizione “oggi perché si sono resi conto che nell’ordinanza il giudice aveva rigettato il ricorso, motivandolo, attingendo a una serie di dichiarazioni degli amici. Perché non ho avuto solo Lavitola come amico, ho avuto pure Santoro che ha detto che avrei dovuto abbandonare Report, Formigli, anche Saviano.
Devo dire però che sono state tutte dichiarazioni drogate da un fatto – ha proseguito – : ci sono stati 3.500 articoli falsi che hanno condizionato le opinioni delle persone, il cosiddetto rumore mediatico, che è stato poi alla base anche della decisione del giudice”. Per Ranucci “è passato il concetto che si può rimuovere un giornalista in base al rumore mediatico, poco importa se sia vero o falso, io credo che non sia giusto questo”, ha concluso.
TRUMP, SONO POPOLARE, HO VINTO TRE ELEZIONI

(ANSA) – NEW YORK, 10 OTT – “Sono popolare. Cnn ha appena fatto un sondgagio che rivela che ho il 99% delle preferenze nel partito repubblicano. Ho vinto tre elezioni”. Lo ha detto Donald Trump a Clarksville, in Tennessee, insistendo sul fatto di aver vinto anche nel 2020, ma i democratici hanno “imbrogliato”. Definendosi popolare, il presidente Usa risponde ai sondaggi che lo vedono in calo.
TRUMP ATTACCA IL CANDIDATO DEM EL-SAYED, È UN JIHADISTA, NON LO VOGLIO AL CONGRESSO
(ANSA) – NEW YORK, 10 OTT – Il presidente Usa, Donald Trump, attacca il candidato democratico al Senato in Michigan Abdul El-Sayed. “E’ un jihaidista, non lo voglio al Congresso”, ha detto durante un comizio a Clarksville, in Tennessee.
TRUMP, DOPO IL GOLFO E IL LAGO D’AMERICA CI SERVE UN OCEANO, DOVREMMO PRENDERCELO
(ANSA) – NEW YORK, 10 OTT – “Abbiamo il Golfo d’America, il lago d’America, ora qualcuno dice che abbiamo bisogno di un fiume o di un oceano. Possiamo guardare al Pacifico o all’Atlantico, potremmo chiamarlo oceano Trump o oceano d’America. Dovremmo farlo prima della fine del mandato”. Lo ha detto Donald Trump nel corso di un comizio a Clarksville, in Tennessee.