
(Michele Manfrin – lindipendente.online) – L’attuale escalation bellica che coinvolge l’Iran ha senz’altro un sapore amaro per Pechino. Per la Cina, l’Iran non è solo un partner commerciale, ma un alleato geopolitico importante nel quadro del grande scontro tra Occidente e “sud globale”. Integrato ufficialmente nei BRICS e snodo cruciale della Belt and Road Initiative (BRI), l’Iran rappresenta per Xi Jinping il principale bastione anti-egemonico in una regione storicamente dominata da Washington. Mentre Teheran porta avanti la sua strategia di guerra asimmetrica di saturazione, tanto militare quanto economica, Pechino vede il conflitto come una minaccia per i suoi piani economici che necessitano di stabilità energetica e mercati aperti.
I rapporti tra Cina e Iran sono molto buoni e dal 2016 i due Paesi hanno elevato la propria collaborazione al rango di partnership strategica globale. Come riportato da Reuters, la Cina, primo importatore mondiale di greggio, lo scorso hanno ha acquistato quasi il 90% di tutto il petrolio iraniano esportato. Si tratta di 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, su un totale di 10,27 milioni di barili che importa via mare al giorno. Questo significa che la Cina ha acquistato dall’Iran il 13,4% del totale di greggio importato via mare. Numeri significativi, seppur gestibili per un gigante come la Cina. Oltre le rotte marittime del greggio e di varie altre sostanze chimiche che rientrano nel progetto BRI, ci sono anche le rotte terrestri, come il treno merci che collega Yiwu, importante hub commerciale nella provincia cinese dello Zhejiang, con Qom, in Iran. Il treno attraversa l’Asia centrale prima di raggiungere l’Iran dopo un viaggio lungo 4.000 chilometri.
Questa tratta ferroviaria permette di compiere in 15 giorni un viaggio che ne richiederebbe 40 con le rotte marittime. Questo corridoio permette alla Cina, e anche all’Iran, di aggirare lo Stretto di Malacca. Quest’ultimo, collo di bottiglia marittimo che collega l’Oceano Indiano al Pacifico, è da decenni il tallone d’Achille della Cina. Attraverso questo passaggio transita circa l’80% delle importazioni di petrolio cinese via mare e il 60% del suo commercio marittimo totale, rendendo Pechino vulnerabile a un potenziale blocco navale da parte degli Stati Uniti o dei loro alleati. Nonostante il corridoio terrestre, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha causato la paralisi del commercio di gas, greggio e della logistica in generale del Golfo Persico, dovrebbe risultare molto svantaggiosa per la Cina.
Oltretutto la navigazione nello Stretto non sarebbe completamente interrotta. Seppur ridotto ai minimi termini, secondo quanto riferito dal South China Morning, le navi legate alla Cina avrebbero via libera al passaggio. Tanto che diverse navi avrebbero cambiato i loro dati di tracciamento per tentare il transito. La cosa certa è che la chiusura di Hormuz fa male alla Cina ma ancor di più all’Occidente, Europa in particolare. Tuttavia, la sfida per Xi Jinping non è solo logistica o energetica, ma profondamente politica. L’accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni firmato nel 2021, che prevede investimenti cinesi in Iran per decine di miliardi di dollari in settori chiave come telecomunicazioni, porti e ferrovie, rischia di vedere gli investimenti cinesi vanificati dal cadere delle bombe e dei missili. Le infrastrutture possono dunque essere distrutte ancora prima che vengano completate.
C’è poi la questione del delicatissimo equilibrio con le monarchie del Golfo, in primis l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Paesi, pur essendo rivali storici dell’Iran, sono diventati partner economici vitali per Pechino. Il commercio bilaterale della Cina con il Consiglio di cooperazione del Golfo e l’Iran è stato di oltre 300 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento del 48% rispetto al 2019. Un appoggio troppo esplicito a Teheran potrebbe alienare le monarchie del Golfo, spingendole nuovamente, e in modo definitivo, tra le braccia del sistema di sicurezza americano, proprio mentre Pechino stava cercando di scalfirne l’egemonia. Proprio in quest’ottica, nel 2023, la Cina aveva mediato il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran, col fine di pacificare la regione a spese dei piani statunitensi e israeliani (che hanno in mente il loro piano di “pace”).
Insomma, la Cina si trova in una posizione scomoda. La sua politica della non interferenza rimane al momento ferrea e si concentra invece sulla diplomazia. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, intervistato nel programma statunitense NBC Nightly News ha comunque detto che Russia e Cina stanno dando il proprio supporto, anche se meno visibile. E visti i danni prodotti dalla controffensiva iraniana, potremmo dedurre un supporto nel lavoro d’intelligence.

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La conversazione tra Glenn e John Mearsheimer ruota attorno a una tesi netta: Washington può ancora infliggere distruzione, ma non sa più come trasformare la forza militare in un risultato politico. Da qui nasce il cuore del ragionamento: una guerra iniziata nella convinzione di imporre una resa rapida si sta convertendo in un conflitto di logoramento in cui l’Iran conserva capacità di risposta, margini di escalation e soprattutto il potere di rendere insostenibile il prezzo della guerra per gli Stati Uniti, per Israele e per l’economia mondiale. Mearsheimer non si limita a dire che la campagna stia andando male; sostiene che, sul piano strategico, il danno è già stato fatto, perché manca una via d’uscita credibile e manca una vittoria decisiva da imporre.
La trappola dell’escalation
Il primo punto della discussione è brutalmente semplice: la guerra non sta andando come Trump sperava, e questo non sorprende, perché Trump era stato avvertito prima di imboccare questa strada. Secondo Mearsheimer, persino in ambienti mediatici americani e israeliani si comincia a riconoscere che l’Iran non sta collassando e non ha alcuna intenzione di arrendersi. Da qui la domanda decisiva: se il tempo gioca a favore di Teheran, perché gli Stati Uniti hanno scelto questa strada? La risposta è che Trump, a giudizio di Mearsheimer, vorrebbe già uscire dal conflitto, ma non sa come farlo, perché nessuno è in grado di raccontare una storia plausibile sulla fine della guerra.
Qui Mearsheimer introduce una distinzione fondamentale. Se gli Stati Uniti avessero ottenuto una vittoria totale, simile a quella contro la Germania nazista o il Giappone imperiale, la guerra sarebbe già finita: il vincitore imporrebbe le condizioni al vinto. Ma non è questo il caso. Non c’è stata alcuna vittoria decisiva. L’Iran mantiene mezzi, volontà e incentivo a proseguire il conflitto trasformandolo in una guerra di logoramento. Il problema per Washington, quindi, non è solo militare ma politico: come convincere l’Iran a fermarsi, se l’Iran sa di poter ancora colpire e se ritiene che fermarsi ora significherebbe solo concedere agli Stati Uniti il tempo per tornare all’attacco tra qualche mese?
Mearsheimer insiste su un altro errore di percezione dell’amministrazione americana: l’idea che americani e israeliani siano gli unici protagonisti del gioco, quelli che decidono quando la guerra comincia, quando finisce e a quali condizioni debba chiudersi. Ma, osserva, il mondo reale non funziona così. Anche gli iraniani hanno voce in capitolo. E proprio da questa sottovalutazione dell’autonomia strategica iraniana nasce la trappola: Washington credeva nella dominanza dell’escalation, cioè nella capacità di controllare tempi, gradini e limiti dell’intensificazione, ma ha scoperto che anche Teheran può salire la scala dell’escalation e farlo in modi estremamente dolorosi.
La vulnerabilità del Golfo
È su questo terreno che la discussione diventa più concreta. Mearsheimer spiega che, se gli Stati Uniti e Israele intensificano i bombardamenti e colpiscono infrastrutture critiche in Iran, l’Iran può rispondere colpendo infrastrutture critiche negli Stati del Golfo e in Israele. E può farlo con relativa facilità, perché dispone di numerosi missili balistici e droni, molti dei quali altamente precisi, e perché opera in un ambiente pieno di obiettivi vulnerabili. La sua non è una minaccia astratta: è una leva materiale, immediata, credibile.
Il passaggio più impressionante riguarda gli Stati del Golfo. Mearsheimer li definisce straordinariamente vulnerabili. Le loro infrastrutture petrolifere sono concentrate in pochi grandi siti, facili da individuare e da colpire. Ma soprattutto esiste un secondo insieme di bersagli ancora più sensibile: gli impianti di desalinizzazione. La discussione entra nel dettaglio e ricorda che Riyadh dipenderebbe per il 90 per cento dell’acqua da un singolo impianto chiave; l’Arabia Saudita nel complesso ricaverebbe circa il 70 per cento della sua acqua dagli impianti di desalinizzazione, il Kuwait il 90 per cento e l’Oman il 76 per cento. In altre parole, colpire quegli impianti significa colpire la sopravvivenza quotidiana di interi paesi. Senza acqua non si vive, e Mearsheimer lo dice nel modo più brutale: si possono devastare questi Stati, si può colpire Abu Dhabi, si può distruggere l’infrastruttura che li tiene in piedi.
Da qui deriva la sua formula più dura: l’Iran dispone, in sostanza, di una capacità di distruzione assicurata nei confronti del Golfo. Non nel senso nucleare classico, ma nel senso di poter arrecare danni così profondi da mettere in crisi l’intera architettura regionale. Per questo Mearsheimer ritiene fallace l’idea americana di dominare l’escalation. Se i siti petroliferi e gli impianti di desalinizzazione del Golfo possono essere distrutti con relativa facilità, non sono gli Stati Uniti a detenere il pieno controllo dell’escalation: anche l’Iran ha una mano forte da giocare, e questa mano tocca il cuore dell’economia mondiale.
Il limite della sola potenza aerea
Un altro asse centrale del ragionamento riguarda la storia della guerra aerea. Mearsheimer si prende il tempo di ricostruire un lungo retroterra teorico. Ricorda che prima della Prima guerra mondiale le guerre non avevano una dimensione aerea autonoma; poi, negli anni Venti e Trenta, si sviluppò l’idea che il bombardamento strategico potesse vincere una guerra da solo, colpendo il territorio nemico, la sua economia, la sua popolazione e le sue forze armate senza bisogno di decisive operazioni terrestri. Ma la storia, dice, ha smentito questa illusione. La Seconda guerra mondiale e tutte le guerre successive hanno mostrato i limiti reali della sola potenza aerea.
La conclusione è inequivocabile: i bombardamenti strategici possono essere molto utili, ma non vincono da soli una guerra contro un avversario formidabile. Mearsheimer ricorda il caso dell’Iraq nel 2003: gli Stati Uniti aprirono con la campagna aerea, con lo “shock and awe”, ma per ottenere il cambio di regime e una vittoria decisiva dovettero comunque impiegare forze terrestri. Nel caso iraniano, invece, non ci sono forze di terra, e Trump non vuole metterle. Dunque tutta la scommessa americana si riduce all’idea che si possa vincere solo con i bombardamenti. Per Mearsheimer questa non è una strategia: è una fantasia.
Il discorso si fa ancora più netto quando Mearsheimer afferma che gli Stati Uniti e Israele potranno certamente infliggere all’Iran una quantità immensa di distruzione, ma ciò non significa che piegheranno il paese. I precedenti storici mostrano che popolazioni e Stati possono sopportare punizioni devastanti e continuare a combattere. Cita la Seconda guerra mondiale, la Corea, il Vietnam. Inoltre, aggiunge, non sarà possibile eliminare tutti i missili balistici e tutti i droni iraniani: Teheran continuerà a lanciare attacchi contro Israele, contro gli Stati del Golfo e contro le risorse militari americane. Dunque la sola potenza aerea non produrrà, salvo miracoli, una vittoria decisiva. E Mearsheimer, esplicitamente, dice di non credere ai miracoli.
Un errore politico prima ancora che militare
La discussione poi si sposta sulle responsabilità della decisione americana. Qui Mearsheimer è molto preciso: l’amministrazione era stata avvertita prima della guerra da almeno due fonti interne di grande peso. La prima era il generale Keane, figura molto vicina a Trump, richiamato dal pensionamento e promosso a capo dei capi di stato maggiore. Keane aveva detto chiaramente al presidente che non esisteva un’opzione militare praticabile. La seconda era il Consiglio nazionale d’intelligence, che aveva prodotto uno studio secondo cui era improbabile ottenere un rapido cambio di regime e una fine veloce del conflitto. Due segnali, dice Mearsheimer, che lampeggiavano davanti al presidente come luci arancioni se non rosse. Trump li ha ignorati.
Non solo. Esisteva già un precedente immediato: la guerra di dodici giorni del giugno precedente tra Israele e Stati Uniti da una parte e Iran dall’altra. In quel caso, ricorda Mearsheimer, furono americani e israeliani a voler chiudere il conflitto, non gli iraniani. La strategia di decapitazione non aveva funzionato allora e non c’era stato alcun dominio dell’escalation. Questo avrebbe dovuto bastare per capire che l’idea era sbagliata. Invece Trump si è lasciato trascinare di nuovo.
Su questo entra in scena Netanyahu. Mearsheimer sostiene che il premier israeliano abbia alimentato l’illusione di una vittoria rapida e quasi magica. Netanyahu avrebbe ripetuto per anni che il regime iraniano era vulnerabile, che bastava colpirlo duramente, mostrare coraggio e perseguire il cambio di regime perché crollasse, lasciando il posto a leader più moderati e sottomessi agli Stati Uniti e a Israele. Ogni presidente prima di Trump, incluso Biden, aveva evitato quella trappola. Trump invece, secondo Mearsheimer, vi è caduto, convinto dalla promessa di una vittoria rapida e decisiva che non si è materializzata.
La critica si allarga poi al modo in cui Trump ragiona. Mearsheimer dice apertamente che il presidente ha nella testa immagini prive di rapporto con la realtà. Porta esempi molto concreti: l’affermazione che l’Iran avrebbe solo armi imprecise, quando invece dispone di missili balistici e droni altamente precisi; la dichiarazione assurda secondo cui l’Iran avrebbe missili Tomahawk; la convinzione di aver cancellato la capacità nucleare iraniana, quando invece, nella discussione, si sostiene che l’uranio arricchito al 60 per cento sarebbe rimasto intatto anche dopo i bombardamenti dei siti nucleari. Tutto questo, per Mearsheimer, mostra un problema più grave della menzogna: la possibilità che Trump creda davvero a cose false.
La credibilità americana e la razionalità dell’avversario
Uno dei passaggi più interessanti della conversazione è quello in cui Glenn introduce il tema della menzogna e della propaganda, richiamando anche il libro di Mearsheimer sulla menzogna nella politica internazionale. Mearsheimer sviluppa qui una tesi controintuitiva: gli Stati mentono meno agli altri Stati di quanto mentano alle proprie opinioni pubbliche, perché la menzogna è efficace solo se chi la ascolta ritiene possibile che tu stia dicendo la verità. Se diventi un bugiardo seriale, la menzogna perde valore come strumento. Ed è per questo, aggiunge, che nelle democrazie liberali si possono vedere più menzogne rivolte al pubblico che nelle autocrazie.
Quando il discorso si concentra su Trump, però, la questione si complica. Mearsheimer dice che in molti casi Trump non mente neppure nel senso classico del termine, perché sembra credere davvero a ciò che dice, anche quando quelle affermazioni hanno poco o nulla a che fare con la realtà. Questo, afferma, è ancora più inquietante. In altri casi mente apertamente, ma le sue menzogne risultano inefficaci proprio perché tutti sanno che mente. Ne deriva un doppio danno: nessun vero vantaggio strategico e, in più, un’erosione della credibilità americana. La discussione cita persino il caso dell’attacco alla scuola femminile in cui sarebbero morte 160 ragazze, alcune tra gli otto e i dieci anni, e il caotico rimpallo di versioni sull’origine dell’attacco, prima attribuito a un missile iraniano e poi associato addirittura a un Tomahawk. Per Glenn e Mearsheimer, episodi del genere spingono la crisi di credibilità degli Stati Uniti a un livello nuovo.
In parallelo, Mearsheimer capovolge la rappresentazione dominante dell’avversario. L’Iran, dice, va considerato razionale e capace di pensiero strategico. Lo stesso vale per la Russia e per Putin, pur senza doverne condividere le scelte. Ridurre questi attori a caricature irrazionali significa costruire piani militari su basi false. E proprio qui, a suo giudizio, l’Occidente mostra la sua debolezza: di fronte a rivali intelligenti e freddi, esibisce una classe politica che troppo spesso non sembra capire le basi della strategia.
Russia, Cina e l’allargamento strategico del conflitto
La parte successiva della discussione allarga lo sguardo. Glenn chiede quale ruolo stiano giocando Russia e Cina e in che modo la guerra contro l’Iran influenzi il fronte ucraino. Mearsheimer risponde che per Mosca questa guerra è una notizia eccellente. Gli Stati Uniti stanno consumando risorse preziose che altrimenti potrebbero essere usate in Europa o comprate dagli europei per l’Ucraina. Sistemi come i Patriot e i THAAD vengono impiegati in Medio Oriente, e parte di essi viene addirittura spostata dall’Asia orientale verso il Golfo, indebolendo così sia il sostegno a Kiev sia la deterrenza verso la Cina.
Anche sul piano economico la Russia, secondo Mearsheimer, trae beneficio dal conflitto. Se il flusso di petrolio e gas dal Golfo si riduce, cresce automaticamente la domanda di petrolio e gas russi. Nella discussione si cita già il caso dell’India, che soffrendo per le interruzioni nel Golfo riceverebbe dagli Stati Uniti maggiore tolleranza per aumentare gli acquisti di greggio russo. Dunque, ciò che doveva danneggiare gli avversari dell’Occidente finisce per rafforzare uno di essi.
Quanto all’assistenza a Teheran, Mearsheimer è prudente ma molto chiaro nella sostanza. Ritiene abbastanza evidente che i russi stiano fornendo intelligence agli iraniani e che questo aiuto renda più efficace la condotta della guerra da parte di Teheran e più difficile la difesa americana e israeliana contro i missili balistici iraniani. Non esclude neppure aiuti energetici o militari più consistenti, così come non esclude un sostegno cinese. L’argomento di fondo è semplice: Russia e Cina hanno un forte interesse a vedere gli Stati Uniti subire una sconfitta umiliante in Medio Oriente. E quando un attore ha un interesse così forte, difficilmente resta fermo a guardare.
L’Europa nella posizione del vassallo
L’ultimo blocco della conversazione è forse il più duro sul piano politico. Glenn chiede come interpretare la posizione europea, il sostegno retorico dell’Unione, il ruolo di Merz, dei britannici, di Macron e le conseguenze economiche per il continente. Mearsheimer risponde che, se la guerra si intensificasse e si realizzassero gli scenari peggiori evocati all’inizio della discussione, per l’Europa le conseguenze economiche sarebbero catastrofiche. Le élite europee lo capiscono benissimo e avrebbero voluto che questa guerra non iniziasse mai, perché non porta alcun beneficio al continente.
Eppure, continua, gli europei fanno come quasi sempre ciò che gli americani vogliono. Non condannano apertamente Stati Uniti e Israele per l’aggressione e per l’assassinio del leader di un paese straniero; si allineano, salvo eccezioni come la Spagna. Il motivo, secondo Mearsheimer, è la paura che gli Stati Uniti riducano la loro presenza militare in Europa o lascino il continente a sé stesso. Per tenere in piedi la NATO e mantenere l’impegno americano, le élite europee scelgono la sottomissione. È una formula che lui rende con un’immagine brutale: “leccare gli stivali” dell’America e, in questo caso, del presidente Trump.
La sua conclusione è che l’Europa non conta quasi nulla nell’equilibrio reale di questa guerra. Forse può aiutare ai margini, ma non può influenzare in modo sostanziale il rapporto di forze tra Iran, Stati Uniti e Israele. Nel frattempo, però, i suoi interessi vengono ignorati. Trump guarda all’Europa con disprezzo, dice Mearsheimer, e non c’è alcuna ragione di pensare che si preoccupi del danno subito dagli europei. Anzi, se quel danno indebolisse élite europee che lui non stima, potrebbe persino considerarlo un fatto positivo.
Mearsheimer spinge poi il ragionamento oltre. Sostiene che sarebbe nell’interesse europeo seguire il modello spagnolo, opporsi con durezza a Washington, diversificare i rapporti con Cina, India, Russia e altri attori e usare questa diversificazione come leva negoziale verso gli Stati Uniti. La sua idea è che una dipendenza asimmetrica distrugga ogni autonomia: se l’Europa dipende quasi totalmente dagli Stati Uniti, mentre per gli Stati Uniti l’Europa non è poi così decisiva, allora Washington avrà sempre il potere di pressione. Per salvare anche il rapporto transatlantico, dice paradossalmente, servirebbe più equilibrio e meno subordinazione. Altrimenti l’Europa continuerà a scegliere il peggio dei due mondi: obbedire agli Stati Uniti e pagarne i costi.
La sconfitta prima della fine
La tesi finale della discussione è dunque limpida. Gli Stati Uniti non hanno perso perché incapaci di bombardare o di distruggere. Hanno perso perché hanno aperto un conflitto senza poter raccontare una fine plausibile, confidando in una vittoria rapida che non c’è stata, ignorando avvertimenti interni, sopravvalutando il potere della sola aviazione, sottovalutando la razionalità dell’avversario e aprendo uno spazio in cui l’Iran può colpire il Golfo, destabilizzare l’energia mondiale, logorare Israele, favorire la Russia, alleggerire la pressione sulla Cina e aggravare la crisi europea. La superiorità militare americana resta enorme, ma non coincide più con una superiorità strategica. Ed è qui, in questo divorzio tra forza e risultato, che Mearsheimer colloca la vera sconfitta: non alla fine della guerra, ma nel momento in cui una grande potenza continua a combattere senza sapere come trasformare la guerra in vittoria.
Emirati, già persi 15 mld di energia: lusso, turismo, immobili sono ko

((di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) ) – Quindici miliardi di entrate dalle fonti fossili già andate in fumo nelle ultime due settimane, decine e decine di introiti mancanti nel turismo e nei viaggi. Senza dimenticare la prospettiva di tensioni a lungo termine sulle rotte marittime e di perdite ingenti sul fronte immobiliare, del lusso e degli investimenti. A 14 giorni dall’inizio del conflitto scatenato da Israele e Usa contro l’Iran, al rosso del sangue nel Golfo Persico si somma anche il rosso dei bilanci di centinaia di aziende. Con la prospettiva concreta che un certo tipo di hype su Dubai, Abu Dhabi e sulle altre metropoli degli Emirati Arabi Uniti sia persa per sempre.
I conti della guerra in corso
non sono facili da fare, anche perché le monarchie nascondono la situazione reale con un ferreo controllo di media e social network. Ma dalle società di analisi finanziaria e dai dati commerciali la realtà traspare in tutta la sua cruda evidenza. Le previsioni di crescita del Pil per i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, che comprendono gli Emirati Arabi, sono state drasticamente ridotte, con una diminuzione stimata di circa l’1,8%, portando la crescita al 2,6% nel 2026 rispetto alle stime precedenti. Se però la guerra dovesse prolungarsi la frenata potrebbe tramutarsi in recessione. Secondo il Financial Times, dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran i produttori di petrolio del Golfo hanno perso circa 15,1 miliardi di dollari di entrate energetiche, con milioni di barili di greggio bloccati dalla chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, dove ogni giorno in tempo di pace transitano petrolio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto per circa 1,2 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita, in quanto maggiore esportatore, ha subito le perdite maggiori, con un mancato guadagno stimato in 4,5 miliardi. Pure Kuwait e Qatar sono fortemente esposti, ma possono contare su ingenti fondi sovrani per attutire l’impatto a breve termine. L’impatto è compensato solo parzialmente dall’aumento dei prezzi del greggio.
Negli Emirati anche il settore turistico e quello dei trasporti aerei stanno subendo un durissimo colpo. La chiusura dello spazio aereo ha già causato la cancellazione di circa 40mila voli. Nel 2026 sono già previsti cali sino al 27% degli arrivi internazionali, con potenziali perdite per il turismo tra i 34 e i 56 miliardi di dollari. Impatti che riguardano anche il lusso, un mercato che nel Golfo vale tra 50 e 70 miliardi di dollari l’anno, il 5% del totale globale. Si stima che il conflitto potrebbe dimezzare le vendite regionali. Così da inizio marzo le azioni del comparto hanno perso il 10% circa.
Quanto al settore immobiliare e agli investimenti, Dubai e gli Emirati stanno vivendo il crollo dei prezzi immobiliari più duro da oltre un decennio: sinora i costi sono calati del 20% per la fuga di capitali esteri e le preoccupazioni per la sicurezza che hanno smontato l’immagine di “porto sicuro”. Ma la guerra porta anche altre uscite. Gli Emirati stanno sostenendo spese massicce per la difesa aerea, con stime che indicano costi tra 1,31 e 2,61 miliardi di dollari per la gestione del conflitto, una cifra molto superiore a quella spesa per l’invio di droni. Numeri che andranno ricalcolati quanto più la guerra durerà.
Confronto tra giuristi sulla carta “inattuata”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] La Costituzione inattuata, in tempi di Carta sotto attacco. Se ne parla in un convegno all’Università Sapienza di Roma che parte da un libro, La Costituzione inattuata, un commentario articolo per articolo, edito da Giuffrè, ma che sfocia per forza di cose nella stretta attualità. Ci sono voluti tre anni per mettere assieme i testi degli 86 autori che ragionano di tutte le norme poco o talvolta per nulla applicate della Carta.
[…]
Eppure sembrano pensati e scritti pochi giorni fa, sulla spinta di una fase politica fatta di referendum “per togliere di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione” (Giusi Bartolozzi dixit), di premierato, leggi elettorali e altre, presunte riforme. Lo stato delle cose lo riassume dal microfono Michele Ainis, ordinario di Diritto pubblico all’Università Roma Tre: “In Italia sembra esserci un virus riformatore. Negli Stati Uniti la Costituzione ha due secoli e mezzo, parla ancora degli indiani d’America, ma non l’hanno mai toccata. Da noi invece ogni presidente del Consiglio si mette un cappello da Napoleone e prova a riformarla. Ma di solito va a sbattere…”. La platea sorride.
[…]
L’ex presidente della Corte costituzionale – e del Consiglio di Stato – Giancarlo Coraggio prende il soprabito, si alza dal tavolo dei relatori e se ne va. Pochi minuti prima, aveva lamentato: “Nel dibattito sul referendum non si parla mai dei sette articoli della Carta toccati dalla riforma”. Il voto del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere è più di un convitato di pietra, nel convegno dove ricostruzioni storiche e tecnicismi non possono celare le urgenze del mondo di fuori. A metterle in fila è Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale proprio alla Sapienza: “I nodi stanno venendo al pettine, tra referendum e riforme come il premierato e l’autonomia differenziata. Se tutto questo passasse, come faremmo a dire che è la stessa Carta di cui abbiamo scritto nel libro?”. Il punto è “politico”, come gli fa notare anche la moderatrice, la giornalista Marianna Aprile. E Azzariti non si sottrae: “Ora il tema è contenere questo contesto, non la Carta. Siamo in una fase regressiva, iniziata diversi anni fa. Nella Costituzione originaria non si faceva cenno a ordine e sicurezza, termini introdotti dalla riforma del Titolo V del 2001, un monumento di insipienza giuridica”. Voluto dall’allora centrosinistra.
Ma in tempi come questi, cosa si fa? “L’Italia è piena di rabbia, ma dipende da noi, dai popoli attuare la Carta e dare corpo ai diritti”, sostiene il costituzionalista. Francesco Bilancia, anche lui ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza, è secco: “La Carta è anche un limite al potere, ma alcuni sono soliti bollarla come un freno. Siamo all’inversione del senso della Costituzione”. Oggi, in Italia.

Nei giorni scorsi, su richiesta degli operai forestali della Comunità Montana Titerno Alto Tammaro, si è tenuto un incontro con i sindaci del territorio per affrontare la gravissima situazione che stanno vivendo i lavoratori del comparto: da ben 7 mesi senza stipendi. Gli operai hanno chiesto alle fasce tricolori di fare fronte comune e di intervenire con forza presso la Regione affinché vengano sbloccati immediatamente i fondi necessari al pagamento degli stipendi. “Non si tratta più di una semplice richiesta, – hanno affermato gli operai – ma di una vera emergenza sociale che coinvolge decine di famiglie. I sindaci che ringraziamo hanno manifestato la loro disponibilità a fare squadra e ad avviare un’azione condivisa per sollecitare la Regione a intervenire nel più breve tempo possibile”. Sembra che orientativamente i fondi potrebbero arrivare entro il mese di giugno . Questo significherebbe arrivare a dieci mesi senza stipendio. Una situazione che i lavoratori definiscono inaccettabile e insostenibile. “Non possiamo continuare così. Nessun lavoratore può restare per mesi senza percepire il proprio salario”, affermano gli operai – “Per questo motivo chiediamo con forza una mobilitazione istituzionale immediata, che coinvolga amministrazioni locali, rappresentanti regionali e tutte le istituzioni competenti, affinché venga data una risposta concreta e rapida a una vertenza che non può più essere rinviata. Il nostro lavoro che viene svolto quotidianamente è fondamentale per la tutela del territorio, la prevenzione del dissesto idrogeologico e la salvaguardia dell’ambiente. Proprio per questo, – concludono – chiediamo rispetto, dignità e il diritto a ricevere regolarmente lo stipendio”
Ex disoccupato, ex fuori corso, ora anche professore onorario al King’s College London. Da grillino disse: «Abbiamo abolito la povertà». Sì, la sua

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – In assenza di smentite, la notizia è da considerarsi vera: Luigi Di Maio, il nostro mitico Giggino, è stato nominato professore onorario presso il dipartimento di Defence studies del King’s College London. Lo so che può apparirvi incredibile. Ma temo che ogni stupore sia fuori luogo. L’hanno chiamato Zelig, Bel Ami, Forrest Gump.
Di Maio, in realtà, è solo Di Maio. Un esemplare unico. Spaventoso, però unico. La prima volta che ci parlai fu al telefono. Beppe Grillo e Casaleggio avevano da poco inoculato il tremendo virus dell’ “Uno vale uno” nelle vene del Paese e Giggino, a 26 anni, ex disoccupato, ex fuoricorso, ex steward allo stadio San Paolo di Napoli, era diventato vice-presidente della Camera.
Subito già nel ruolo, parlava con la scaltrezza di un vecchio politico. Non diceva niente, ma lo diceva magnificamente. L’inizio di una carriera mostruosa. Sul nulla. Mentre il suo compare dell’epoca, Alessandro Di Battista, dopo essere uscito dal Parlamento, aver fallito come falegname, barman e scrittore, ora va in giro a raccattare ospitate tivù, Giggino – un governo dopo l’altro, abbracciando prima la Lega, poi il Pd, poi tutti – è stato capo del M5S, vice-premier, ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro e persino ministro degli Esteri.
Persino, perché sembra si facesse aiutare da tre interpreti: per il francese, il tedesco e l’inglese. Forse un po’ d’inglese, ora, l’ha imparato. Me lo ricordo che, a malapena, diceva yes, please, Manchester City. Arrampicatore determinato e furbissimo. Sempre in ghingheri, sbarbato, l’aria di uno che dice cose serie. Anche quando collocava Pinochet in Venezuela. Chiamava “Ping” il presidente cinese Xi Jinping.
Oppure da Fazio chiedeva l’impeachment per Mattarella, salvo – sei mesi dopo – definirlo «l’angelo custode del governo». Si lascia andare solo una volta. La sera che s’affaccia al balcone di Palazzo Chigi e urla alla folla: «Abbiamo abolito la povertà!». Intendeva la sua.
Fuori dalla politica, Giggino diventa Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico a 12 mila euro (netti) al mese. Gira con la scorta di un sultano. Chiaro che, a uno così, il King’s College non poteva rinunciare. E che noi ci ostiniamo a far fuggire all’estero le nostre menti migliori […]

(di Michele Brambilla – Il Secolo XIX) – Questa è la storia delle pressioni che Marco Bucci (A quale titolo? Con quale diritto?) ha esercitato sul Secolo XIX. Vado per punti in ordine cronologico.
– Marco Bucci ha cominciato a esercitare pressioni sulla mia direzione quando era ancora sindaco, e prima ancora che io cominciassi, e prima ancora che tra noi due ci fosse alcun contatto (io e Bucci non ci conoscevamo).
Infatti nei mesi di agosto e settembre del 2024 Bucci ha più volte detto in pubblico, rivolgendosi a giornalisti del Secolo XIX, che sarebbe presto arrivato un direttore che “li avrebbe messi in riga” dopo il modo in cui il Secolo aveva seguito l’inchiesta della Procura della Repubblica sul governatore Giovanni Toti.
In un’occasione disse a un giornalista del Secolo che avrebbe parlato con lo stesso giornale solo dopo il mio arrivo: “A quel punto sì che faremo tante interviste”. La circostanza è provata da un editoriale pubblicato sul Secolo XIX dall’allora direttrice Stefania Aloia, che denunciava il disprezzo per la democrazia e per la libertà di stampa dell’allora sindaco Bucci.
– Quando sono arrivato (29 settembre 2024) dopo i primi incontri di cortesia, Bucci ha cominciato a lamentarsi per alcuni articoli (qui sotto le mie chat con Bucci su whatsapp).
– Ho sempre cercato di fare un giornale il più equilibrato possibile, come è nella mia storia giornalistica (20 anni al Corriere della Sera, sei a La Stampa, e poi direzioni di giornali non schierati: La Provincia di Como, la Gazzetta di Parma, il Quotidiano Nazionale, il Resto del Carlino) e come mi aveva raccomandato a Ginevra il mio editore, il signor Gianluigi Aponte, il giorno della mia assunzione: “Faccia un giornale apolitico, apartitico, dia voce a tutti e non si faccia tirare la giacca da nessuno”.
Ho annunciato l’equidistanza del giornale nell’editoriale di ingresso e in quelli all’inizio delle due campagne elettorali, per le regionali e per le comunali, in pieno accordo con il mio editore.
– I primi contatti con Marco Bucci, allora sindaco, sono stati cordiali. Lui mi disse subito che il Secolo era fazioso, di sinistra, schierato con la Procura della Repubblica. Io gli risposi che avrei fatto un giornale imparziale e lo invitai a segnalarmi eventuali errori o squilibri. Lui cominciò presto a mandarmi messaggi di lamentela su alcuni articoli.
– Durante la campagna per le elezioni comunali della primavera 2025 Bucci ha cominciato a intensificare le pressioni facendo preparare dal suo staff una serie di dossier tesi a dimostrare che il Secolo era schierato con il centrosinistra.
Questi dossier, e non semplici rassegne stampa, riportavano alcuni articoli del Secolo XIX seguiti da commenti negativi e da informazioni del tutto false: venivano inviati da Bucci al presidente di Blue Media, editrice del Secolo, Pierfrancesco Vago, che me li girava solo per conoscenza, senza mai dire di favorire alcuno.
– A un certo punto (13 maggio 2025) Bucci ha inviato a Vago anche le istruzioni su come fare il giornale in campagna elettorale e Vago me le ha inoltrate. È un foglio che si intitola “Risposta del governatore Bucci”: lo ripubblico e pubblico anche lo screenshot che dimostra l’inoltro, contemporaneo a quello di uno di questi dossier preparati dallo staff di comunicazione di Bucci.
– Ho interrotto i rapporti con Bucci, protestando per il suo comportamento, l’8 maggio 2025, come risulta dalla chat tra me e lui su whatsapp.
– In ottobre Pierfrancesco Vago mi ha chiesto un incontro chiarificatore con Bucci, avvenuto in Regione il giorno 9. Gli ho risposto via mail che ritenevo irrituale che l’incontro si svolgesse in Regione . Alla fine ho accettato quella sede solo per il grande rispetto che ho nei confronti del signor Vago, persona educata, onesta, perbene, che mi ha sempre trattato in modo impeccabile.
– In quell’incontro ho ripetuto a Bucci quello che gli avevo sempre detto: che mi era stato dato mandato di fare un giornale super partes, e gli avevo chiesto che se avesse visto qualche errore, inesattezza o faziosità, avrebbe dovuto segnalarmela (in modo da permettermi di verificare ed eventualmente correggere, come faccio con chiunque) invece che far preparare questi dossier.
– Dossier che erano confezionati a cadenza regolare. Prova ne sia che, come pubblichiamo in queste pagine, ce n’è uno che parte da settembre, quindi in un tempo in cui Bucci ed io non avevamo rapporti. Altro che concordati con me.
– Ma anche dopo quel 9 ottobre Bucci ha continuato a inviare a Vago questi dossier sul Secolo per dimostrare che il giornale è fazioso e contro di lui (risulta dalle chat tra Vago, che mi inoltrava le lamentele di Bucci, e me). Bucci contesta perfino la mia presenza alla festa di compleanno della sindaca Salis, dove c’era mezza città: quindi non potevano certo essere dossier concordati con me! Addirittura lo staff di Bucci contesta la qualità delle fotografie pubblicate, sostenendo che in un servizio sull’Ilva quella del governatore era sfuocata e quella di Silvia Salis più nitida; che lui era ritratto a capo chino, e lei “orgogliosa” a testa alta. Lascio al lettore giudicare il livello culturale, intellettuale e politico di simili osservazioni. Per “provare” che stiamo con la sinistra, l’ufficio comunicazione di Bucci stigmatizza perfino il fatto che un giornalista del Secolo, Emanuele Capone, dice “brava la mia sindaca!” commentando sui social un video in cui Silvia Salis canta con i Pinguini Tattici Nucleari. Sto scherzando? Purtroppo no.
– Il 22 novembre Bucci ha inviato anche a me uno di questi dossier, e gli ho risposto in modo chiaro che si trattava di ricostruzioni inaccettabili (vedi chat tra me e Bucci).
– Da quel momento Bucci ha ripreso a inviare i dossier al mio editore, che me li inoltrava. Ho sempre risposto al mio editore che non accettavo le interferenze del presidente della Regione. Tutto questo è riscontrabile nella chat integrale tra me e Bucci, che ho anche allegato all’Ordine dei Giornalisti e che è agli atti dell’inchiesta.
– All’inizio di dicembre 2025 Bucci scrive al mio editore che il Secolo non deve dare spazio a “quelli del Pd”, i quali sono “cretini totali”, e che invece il giornale dovrebbe denunciare il Pd “come il partito delle tasse”.
– Le pressioni dell’ufficio stampa della Regione sono diventate di dominio pubblico a Genova, anche perché non riguardavano solo il Secolo, e l’Ordine dei Giornalisti della Liguria in gennaio ha aperto un’inchiesta sui giornalisti che compongono l’ufficio comunicazioni del governatore.
– Il 14 gennaio 2026 Federico Casabella, capo dello staff di Bucci, ha fatto mettere a verbale all’Ordine dei Giornalisti che i dossier sui giornalisti del Secolo, a quanto gli risultava, erano stati concordati tra Bucci e me. Una palese menzogna, che ho potuto dimostrare all’Ordine dei Giornalisti in quattro punti:
– 1) il fatto che questi dossier sono sempre stati inviati al mio editore, e non a me, salvo l’ultimo di settembre-ottobre-novembre, inviato a entrambi a fine anno.
– 2) il fatto che in questi dossier si critica il mio operato: ad esempio quando si chiede all’editore di farmi cambiare linea per le elezioni comunali o si stigmatizza la mia presenza alla festa di compleanno della sindaca Silvia Salis. È del tutto evidente che simili affermazioni non possono essere state concordate con me.
– 3) Il fatto che in tutte le chat su whatsapp tra me e Bucci e tra me e Vago è sempre evidente la mia protesta per tali dossier e tali indebite ingerenze.
– 4) Il fatto che l’11 giugno 2025 ho scritto un editoriale in prima pagina e ospitato a pagina 10 una serie comunicati di protesta contro il comportamento di Bucci il quale, a un evento pubblico e davanti alle telecamere, aveva detto “quelli del Secolo devono darsi una regolata”. È evidente che tra noi due c’era un duro contrasto, non un accordo.
– Il 27 febbraio scorso l’Ordine dei Giornalisti mi ha prosciolto dall’accusa di aver concordato i dossier con Bucci, accusa che ha ritenuto del tutto falsa, alla luce della documentazione che ho prodotto.
– Voglio infine aggiungere che faccio questo lavoro da mezzo secolo e ho diretto cinque quotidiani, ma mai ho visto una cosa del genere. Bucci non ha fatto solo pressioni: si è comportato come se avesse un chissà quale diritto sul Secolo XIX. Un conto sono le normali osservazioni o lamentele dei politici (quelle esistono ovunque e da sempre), un altro conto è un presidente di Regione che manda all’editore l’elenco degli articoli da pubblicare in campagna elettorale. A che titolo?
– I dossier preparati dall’Ufficio Stampa della Regione, su richiesta di Bucci, riportano solo alcuni articoli, senza mai menzionare quelli in cui, invece, è Bucci stesso o comunque il centrodestra a parlare. Si tratta insomma di estrapolazioni, come la raccolta del Secolo può facilmente dimostrare.
– Molte affermazioni a commento di queste “rassegne stampa”-dossier sono assolutamente false. Ad esempio vien scritto, nelle istruzioni che Bucci pretende di dare al giornale per la campagna elettorale per le comunali, che il Secolo ha intervistato solo politici nazionali di centrosinistra, e nessuno di centrodestra. Ma a quella data (12 maggio 2025), come si può agevolmente documentare, il Secolo aveva intervistato molti più esponenti nazionali di centrodestra (quasi il doppio) che di centrosinistra.
– Sono a Genova da un anno e mezzo e con nessun altro politico ho avuto problemi. Anche nel centrodestra, non c’è nessuno che mi abbia mai manifestato lamentele per una faziosità del giornale.
– È infine del tutto evidente che la dichiarazione di Casabella, secondo il quale io sarei stato d’accordo con Bucci nel confezionare e inviarmi dossier sui miei giornalisti, è di una gravità assoluta e comporta un ingente danno reputazionale. La mia redazione avrebbe avuto ben diritto di sfiduciarmi e avrei subito pesanti (ma soprattutto infamanti) sanzioni disciplinari, credo anche la radiazione dall’Albo. Quindi sono stato costretto a tutelarmi presentando alla Procura della Repubblica di Genova una querela per diffamazione contro il portavoce Casabella e chiunque altro abbia eventualmente contribuito a convincerlo dell’esistenza di quell’accordo.
– Mercoledì 11 marzo il governatore Marco Bucci e il suo portavoce Federico Casabella hanno indetto una conferenza stampa in Regione ribadendo la menzogna di un mio accordo nella preparazione dei dossier, chiamati da loro “normali rassegne stampa”. Due giornalisti hanno chiesto conto del vademecum mandato al mio editore per la campagna elettorale 2025 ed entrambi hanno risposto di non sapere di che cosa si trattasse, di non aver mai visto quel foglio, e quindi – tantomeno – di non averlo mai inviato ad alcuno.
– Giovedì 12 ho scritto che Bucci mente e ho indicato la data, l’ora, il minuto e il secondo in cui quel vademecum è stato inviato al mio presidente Vago.
– A quel punto Bucci, con un comunicato diffuso anche dall’Ansa, ha rettificato, dicendo che se quel documento è intitolato “Risposta del governatore Bucci” significa che qualcuno glielo aveva chiesto, e quindi che non era nato di sua iniziativa. Bucci si è dunque smentito da solo.
– Lo stesso giorno (12 marzo) Bucci mi ha chiesto il permesso di pubblicare le chat tra noi due. Gli ho risposto che non avevo alcun problema (infatti le pubblico qui integrali) ma, a quel punto, bisognava pubblicare tutte le chat, anche i messaggi che lui mandava al mio editore, e di depositare tutto alla Procura della Repubblica. Gli ho scritto: “Ci stai?”. Marco Bucci non mi ha risposto, ha eluso l’opzione-Procura e nella tarda serata di venerdì 13 ha diffuso, senza il mio permesso, le chat tra noi due.
– Ecco perché ho reagito pubblicando anche i messaggi che il mio presidente mi ha inoltrato, sbugiardando Bucci – tra l’altro – sul vademecum elettorale.
– “Reagito” è la parola chiave. Nulla, in questa vicenda, è stato frutto di una mia iniziativa.
– Ho reagito alla prepotenza e all’arroganza di dossier pieni di falsità, che accusavano i giornalisti del Secolo. Ho difeso i miei colleghi, la mia testata, la sua storia di 140 anni di indipendenza.
– Ho reagito quando ho saputo dall’Ordine dei Giornalisti che Federico Casabella aveva affermato che quei dossier erano stati concordati con me.
– Ho reagito quando Bucci ha detto in conferenza stampa di non aver mai inviato nulla al mio editore.
– Ho reagito quando Bucci ha affermato – in una conferenza stampa ripresa in diretta da Primocanale e da TeleNord, quindi tutto documentato – di non sapere nulla del vademecum elettorale sulle comunali 2025.
– Ho reagito quando ha diffuso le chat tra me e lui (io non avevo mai pubblicato sue frasi delle chat, solo due mie proteste).
– Ecco, questa è la storia di uno di noi, anzi di loro. Una storia voluta da Bucci e il suo staff, non certo da me, che ho sempre respinto le sue pressioni anche grazie al mio editore Pierfrancesco Vago, che mi ha sempre solo riferito di queste pretese di Bucci, senza mai impormi nulla, anzi sempre ribadendomi di “tenere la barra dritta per un giornale imparziale ed equilibrato”.
– Ora, al di là di tutto questo, il vero punto è: a quale titolo Marco Bucci segnalava gli articoli a lui sgraditi e suggeriva correttivi? Con quale diritto? Io, ripeto, ho fatto un giornale credo imparziale. Ma se anche avessi voluto farlo di sinistra, o di destra, nessun politico avrebbe avuto il diritto di eccepire. Solo l’editore può dire a un direttore: così non va bene. Non certo alcun altro. Marco Bucci, così come nessun altro politico, non ha alcun diritto di interferire nella linea di un giornale.
– Ultimissima. Con quale denaro è stato pagato questo lavoro di dossieraggio nei confronti del Secolo (e, a quanto sembra, anche di altre testate)? Con denaro della Regione, cioè pubblico, cioè dei contribuenti?

(di Teresa Scarale – ilsole24ore.com) – È di David Gilmour la chitarra più cara di sempre: 14,5 milioni dollari da Christie’s nella serata del 12 marzo 2026. Una pioggia di record – 23 – si è abbattuta sul Rockefeller Center durante la prima delle tre vendite dal vivo dedicate alla «collezione di chitarre più grande al mondo», la Jim Irsay Collection: tutti i 44 lotti sono stati venduti (white glove sale), con una rivalutazione media quasi quadruplicata (378%), per un totale di oltre 84 milioni di dollari, commissioni incluse (84.091.350 dollari).
Il già chitarrista e compositore dei Pink Floyd scalza così dalla vetta del podio Kurt Cobain, fino a ieri sera detentore del record per lo strumento musicale non classico più costoso della storia (Martin D 18-E, 6,01 milioni dollari nel 2020 da Julien’s, attualmente nella collezione personale dell’imprenditore Peter Freedman).
Una curiosità: la “Black Strat” era già stata la numero uno nel 2019, quando Irsay la acquistò da Christie’s per 3,97 milioni dollari. È la stessa suonata in «The Dark Side of the Moon», «Wish You Were Here», «Animals» e «The Wall».
[…] E il secondo lotto più costoso? È stata la Doug Irwin «Tiger» di Jerry Garcia, aggiudicata alla bellezza di 11.560.000 dollari. “Lotto dopo lotto sentivamo di stare facendo la storia” ha dichiarato il presidente di Christie’s Americhe Julien Pradels in finale di seduta. “La vendita Irsay ha reso giustizia all’acume del collezionista e ai pezzi di portata monumentale che è stato capace di mettere insieme, oggetti iconici che raccontano la storia della nostra cultura e del nostro tempo”.
Tecnologia e potenza. Peter Thiel, un tecnocrate che sostiene uno stato autoritario, sta preparando segretamente tre giorni di conferenze sull’Anticristo, mentre in Vaticano cresce l’inquietudine.

(Francesco Olivo, Roma. Corrispondente – lavanguardia.com) – Per chi afferma di voler combattere l’Anticristo, Roma dovrebbe essere una tappa quasi obbligata. Tuttavia, la missione di Peter Thiel nella città del Papa sta suscitando scalpore ancor prima di iniziare. Il fondatore della società di analisi dati e sorveglianza Palantir, miliardario vicino a Trump , figura di spicco tra i tecno-oligarchi della destra globale e stretto collaboratore del vicepresidente statunitense J.D. Vance, terrà tre giorni di conferenze nella capitale italiana per diffondere la sua tesi, secondo cui “democrazia e libertà non sono più compatibili”. La notizia, pubblicata la scorsa settimana dal quotidiano La Stampa , rimane avvolta nel mistero, in linea con il profilo del personaggio pubblico. Le date sono note – 15-18 marzo – ma poco altro. Come è avvenuto negli Stati Uniti e successivamente a Tokyo e Londra, l’accesso alle conferenze è solo su invito. La sede esatta viene annunciata poco prima dell’inizio, i telefoni vengono confiscati all’ingresso e i partecipanti devono firmare un accordo di riservatezza.
Le prime indiscrezioni indicavano come possibile sede la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum), un’istituzione direttamente collegata al Vaticano e gestita dall’ordine domenicano. Un convegno sull’Anticristo che di fatto invoca l’abolizione della democrazia in un’università della Santa Sede?
Non si tratta solo di una provocazione teologica: è l’arrivo, nel cuore della cristianità, di uno dei principali ideologi del potere tecnologico globale.
L’ipotesi non sarebbe stata accolta con favore in Vaticano. Leone XIV, il papa americano – che secondo alcuni documenti trapelati clandestinamente è stato anche bersaglio di duri attacchi da parte di Thiel in queste conferenze – avrebbe accolto la notizia con disagio. Dopo giorni di silenzio pubblico e di un certo caos interno, si è persino parlato dell’intervento del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Infine, l’università ha smentito: “L’evento non rientra nelle nostre attività”.
Un altro elemento emerso negli ultimi giorni è che l’organizzazione – compresa la gestione degli inviti – è nelle mani dell’Associazione Culturale Vincenzo Gioberti, una piccola organizzazione ultraconservatrice lombarda. Ai giornalisti che hanno sollevato la questione e ai (pochi) politici che si sono mostrati interessati, l’associazione ha inviato questo messaggio: “Ci incontreremo nella Valle di Giosafat”, un riferimento biblico al luogo del Giudizio Universale. Le minacce apocalittiche degli ultras lombardi, tuttavia, non chiariscono chi abbia portato Thiel in Italia e gettano un’ombra su possibili legami con l’estrema destra britannica.
La questione fondamentale rimane la stessa: cosa ci fa Thiel a Roma? Affari o politica? Il deputato del Partito Democratico Andrea Casu ha presentato un’interrogazione parlamentare indirizzata a tutti i ministri del governo di Giorgia Meloni. “Non è venuto a Roma per una vacanza o un semplice viaggio d’affari”, ha spiegato Casu a La Vanguardia . Pertanto, ha concluso il deputato: “Incontrerà la Meloni o qualche ministro? E inoltre: le pubbliche amministrazioni vogliono firmare contratti con Palantir?”.
Nella sua biografia, *L’anima oscura della Silicon Valley * (pubblicata da Fuoriscena), il giornalista Luca Ciarrocca sottolinea come Palantir mantenga da anni contratti con il Ministero della Difesa, il Ministero della Pubblica Amministrazione e diversi importanti ospedali, mentre la sua relazione con i servizi segreti è considerata “plausibile”. Accordi simili esistono anche in altri Paesi, come Germania e Regno Unito, oltre che negli Stati Uniti, dove l’azienda collabora con numerose istituzioni, tra cui la controversa Immigration and Customs Enforcement (ICE). Tuttavia, alcuni hanno respinto l’idea. In Svizzera, dopo un intenso dibattito pubblico, il governo ha deciso di non avvalersi dei servizi di Palantir.
In un’intervista a La Vanguardia , Ciarrocca, il cui saggio si concentra sulla posizione ideologica di Thiel, esorta i lettori a “non farsi distrarre: è un visionario, ma si occupa anche di marketing. Lui stesso ha affermato che se avesse organizzato conferenze sulla burocrazia, non avrebbe suscitato la stessa reazione emotiva di parlare dell’Anticristo. È molto più colto e sofisticato di altri tecnocrati, come Musk o Zuckerberg”.
Con un affare di questa portata, non sorprenderebbe se Thiel incontrasse un membro del governo , come già accaduto in Giappone, dove ha incontrato il nuovo Primo Ministro conservatore, Sanae Takaichi. Per Meloni, tuttavia, l’ospite potrebbe rivelarsi scomodo, soprattutto in questa fase di caos geopolitico. Non è il momento per l’Anticristo.
(Di Nicole Winfield – apnews.com) . ROMA (AP) — Uno degli eventi più ambiti nei dintorni del Vaticano in questi giorni è un ciclo di quattro conferenze sull’Anticristo tenute dal miliardario della Silicon Valley Peter Thiel.
La conferenza a cui si accede solo su invito, che si terrà a Roma da domenica a mercoledì, si è rivelata talmente controversa che le università cattoliche inizialmente associate ad essa hanno tutte negato qualsiasi coinvolgimento ufficiale.
Thiel è cofondatore di PayPal e di Palantir, la società di data mining che ha supportato l’amministrazione Trump nella sua campagna per l’espulsione dei migranti. Tra i primi finanziatori della carriera politica del vicepresidente JD Vance, Thiel è anche profondamente interessato al concetto apocalittico dell’Anticristo e ne ha scritto e tenuto conferenze in passato.
«I cristiani hanno dibattuto su queste profezie per millenni. Chi era l’Anticristo? Quando sarebbe arrivato? Cosa avrebbe predicato?», si chiedeva in un saggio pubblicato a novembre sulla rivista cattolica First Things.
La discussione sull’Anticristo condotta da un miliardario del settore tecnologico a due passi dal Vaticano si è rivelata controversa.
Inizialmente, le lezioni avrebbero dovuto tenersi presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, l’università domenicana di Roma nota colloquialmente come Angelicum. Oggi è soprattutto conosciuta come il luogo in cui un giovane sacerdote di nome Robert Prevost, ora Papa Leone XIV, scrisse la sua tesi di dottorato in diritto canonico.Storie correlate
Ma quando nei media italiani iniziarono a circolare voci su presunte lezioni segrete sull’Anticristo tenute da Thiel nell’alma mater del papa, l’Angelicum prese le distanze:
“Desideriamo chiarire che questo evento non è organizzato dall’Università, non si terrà all’Angelicum e non rientra in nessuna delle nostre iniziative istituzionali”, ha dichiarato l’università in un comunicato sul proprio sito web.
Secondo un comunicato stampa relativo all’evento, visionato dall’Associated Press, le conferenze sono state “organizzate congiuntamente” da un’organizzazione italiana, l’Associazione Culturale Vincenzo Gioberti, e dal Cluny Institute della Catholic University of America di Washington.
Il gruppo Gioberti, che si definisce un’associazione culturale dedicata al rinnovamento della cultura politica italiana, ha confermato il proprio coinvolgimento. L’associazione, che prende il nome da un sacerdote-filosofo cattolico italiano del XIX secolo, ha dichiarato in una nota di credere nella promozione di ricerche e incontri “basati sulla grande tradizione del pensiero classico e cristiano. Crediamo che questo patrimonio sia fondamentale per affrontare la crisi che travolge l’Occidente contemporaneo”.
Ma la CUA ha preso le distanze.
“La Catholic University of America non sponsorizzerà né ospiterà alcun evento con Peter Thiel questo mese a Roma”, ha dichiarato un portavoce dell’università all’Associated Press. “Il Cluny Project è un’iniziativa indipendente nata all’interno dell’università.”
Il Cluny Institute è una nuova iniziativa della CUA volta a riunire personalità di spicco del mondo accademico, religioso e tecnologico. Nel 2023, la CUA ha ospitato Thiel nel suo campus di Washington per una conferenza su René Girard, l’accademico francese.
Thiel è noto per la sua ossessione per l’Anticristo – termine biblico usato per descrivere chi si oppone o nega Cristo – e per Armageddon – la battaglia finale biblica tra il bene e il male. Thiel parla di questi concetti in termini di scelte che l’umanità si trova ad affrontare per fronteggiare i rischi esistenziali del mondo odierno.
Le conferenze di Roma sembrano seguire lo schema di un ciclo di quattro conferenze che ha tenuto a San Francisco lo scorso settembre. Alcuni degli inviti che circolano a Roma, ad esempio, riprendono la descrizione dell’evento di San Francisco.
«Il suo intervento si baserà su scienza e tecnologia e tratterà la teologia, la storia, la letteratura e la politica dell’Anticristo. Tra i pensatori religiosi a cui Peter si ispirerà figurano René Girard, Francis Bacon, Jonathan Swift, Carl Schmitt e John Henry Newman», si legge in un invito.
Thiel, co-fondatore di PayPal nel 1998, e altri imprenditori di quell’epoca facevano parte di un gruppo soprannominato “PayPal Mafia”, tra cui l’amministratore delegato di Tesla Elon Musk, l’amministratore delegato di Yelp Jeremy Stoppelman e i co-fondatori di YouTube Chad Hurley e Steve Chen.
Dopo la vendita di PayPal a eBay nel 2002 per 1,5 miliardi di dollari, Thiel ha fondato il fondo speculativo Clarium Capital Management e ha contribuito al lancio di Palantir Technologies, che recentemente ha siglato un accordo con l’ agenzia statunitense per l’immigrazione e le dogane (ICE) per semplificare il processo di identificazione e deportazione delle persone prese di mira dall’agenzia.
Thiel è stato un consigliere chiave e un importante finanziatore del presidente statunitense Donald Trump durante il suo primo mandato e ha mantenuto alcuni legami con la Casa Bianca. Palantir è anche uno dei finanziatori del progetto della sala da ballo della Casa Bianca e David Sacks, che ha lavorato con Thiel in PayPal, è anche presidente del Consiglio dei consulenti del Presidente per la scienza e la tecnologia.
Thiel è anche noto per la sua vicinanza a Vance. Ha investito milioni di dollari nella sua campagna elettorale per le primarie del Senato, che ha portato Trump a nominarlo suo vice e poi vicepresidente. Alcuni considerano Thiel un mentore per Vance, convertito al cattolicesimo e figura di spicco della politica statunitense in questo campo.
La giustificazione teologica di Vance per la stretta dell’amministrazione Trump sull’immigrazione, basata su un antico concetto cristiano dell’ordine dell’amore, ha ricevuto una clamorosa smentita da Papa Francesco poco prima della sua morte.
Pochi mesi prima della sua elezione a papa, Prevost condivise sul suo account ormai inattivo su X un articolo di una pubblicazione cattolica con il titolo: “JD Vance si sbaglia: Gesù non ci chiede di stilare una classifica del nostro amore per gli altri”.
Vance ha partecipato all’insediamento di Leo e in seguito è stato ricevuto in udienza, durante la quale gli ha consegnato una lettera di Trump che invitava Leo a fargli visita.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Forse un giorno ci diranno che era un esperimento. Una specie di stress test: per quanto tempo la democrazia più importante del mondo può reggere un Presidente che parla come Cetto La Qualunque? La solennità drammatica della guerra – di ogni guerra, persino di questa fatta di armi, vittime e macerie invisibili – ha reso ancora più stridente il tono cialtronesco con cui Trump si rivolge all’umanità.
Ecco alcune perle che ha messo in fila nelle ultime 24 ore: «Guardate cosa succederà a questi pazzi bastardi: li sto uccidendo ed è un grande onore per me farlo». «Il regime sta per cadere». «Il regime cadrà, ma forse non subito». «Stanno per arrendersi, ma poiché abbiamo fatto fuori tutti i loro leader, non c’è nessuno che possa annunciare la resa». «Potremmo fargli cose terribili, ma siamo buoni». «La prossima settimana colpiremo duro». «Putin li sta un po’ aiutando, d’altronde anche noi stiamo un po’ aiutando l’Ucraina, è giusto così». «Le navi tirino fuori le palle e attraversino lo stretto di Hormuz!»
E con la civettuola immagine di una petroliera che esibisce gli attributi possiamo congedarci dal sommo conferenziere, almeno per oggi.
Considerando che quell’altro fanfarone del suo ministro, Pete Hegseth, ha appena paragonato i capi nemici a un branco di topi, mai avrei immaginato di aspettare con impazienza le dichiarazioni di Netanyahu per sentire finalmente qualcuno parlare della guerra come se fosse una guerra.

(Tommaso Merlo) – Il baraccone mainstream è con gli americani, i popoli del pianeta coi persiani e sognano la sconfitta storica del sionismo e la liberazione del popolo palestinese. Un sogno mai così possibile perché un conto è radere al suolo dal cielo, un conto la vittoria strategica. I sionisti massacrano Gaza e il Libano da decenni, hanno distrutto, occupato ed ucciso civili ma i loro nemici sono ancora lì e non hanno ottenuto nulla se non sdegno planetario. E figurarsi con un paese grande come l’Europa dell’est con risorse naturali e storia da vendere. Americani e sionisti pensavano ad un blitz venezuelano ed invece rischiano un calvario vietnamita e pure la decolonizzazione. Ma meglio tenere i piedi per terra. I persiani si trovano di fronte quello che rimane l’esercito più imponente del mondo affiancato da quello sionista specializzato in stermini di massa. E tutto dipenderà dal punto di rottura. A Washington come a Teheran. Le spese militari americane hanno raggiunto il triliardo di dollari annuo mentre gli iraniani sono reduci da decenni di embargo e attacchi anche monetari. Ma invece di scoraggiarsi, si sono messi a studiare e sgobbare per fronteggiare una aggressione che si aspettavano. Armamenti ma anche strategia. È cronaca. Mentre Trump improvvisa e fa il gradasso, l’Iran ha già previsto le mosse dei suoi aggressori. Americani e sionisti sono bravi a far soldi con le guerre, non a vincerle. E più che guerra permanente, siamo al bombardamento permanente con l’intelligenza artificiale alla barra di comando. Più comodo, redditizio e che riduce al massimo le bare di ritorno e quindi non scombussola i telespettatori. Anche perché quando sguinzagliano i soldati in carne ed ossa come in Iraq o Afghanistan, finisce con epiche figuracce. Davvero tanti ma. Tipo il fattore cervello e quello della panza. Mentre i persiani si scervellavano e sudavano, gli americani mangiavano cibo spazzatura davanti a film spazzatura ed eleggevano un comandate in capo spazzatura. Tipo il fattore tempo, altro che blitz di un weekend e annuncio trionfale dopo la partita di golf. I tempi si allungano e in guerra il tempo è un’arma davvero micidiale. Trump vive alla giornata e incombono le elezioni, Israele è alla canna del gas mentre la civiltà persiana è lì da 3000 anni ed è intenzionata a fare almeno il bis. C’è poi il fattore munizioni, a furia di bombardare il Creato americani e quindi sionisti sono rimasti a corto. E se non bastasse, i loro missili intercettori costano uno sproposito e se fermano ogni tanto qualche missile balistico, quelli ipersonici non li vedono neanche passare. C’è poi il fattore psicologico, un conto è essere aggressori illegali che combattono per uno stipendio o per qualche lavaggio del cervello adolescenziale, un conto la legittima difesa per la propria sopravvivenza. Fattore motivazionale che diventa politico. Americani e sionisti speravano nelle rivolte, ma il dissenso politico verso un governo viene dopo lo spirito nazionale e ancora dopo l’istinto di sopravvivenza come civiltà persiana. Fattore arroganza che aggrava quello ignoranza. Col paradosso di piazze iraniane piene anche sotto le bombe mentre i giovani cominciano a capire perché i loro padri e nonni hanno fondato la Repubblica islamica. E se non bastasse, c’è pure il fattore militare. I persiani hanno capito la nuova era missilistica in largo anticipo e si sono buttati a capofitto aiutati dalle nuove tecnologie che hanno ridotto il gap tra ricchi e poveri. La chiamano guerra asimmetrica. L’Iran non ha un Pentagono ma centri di comando decentralizzati e indipendenti, come diversi paesi in guerra contro lo stesso nemico e se uno crolla gli altri vanno avanti. E non ha basi militari sotto al cielo, ma sottoterra insieme ad immensi arsenali e fabbriche e quartieri a prova di bomba. Non hanno sfidato cioè la superiore aviazione dei nemici, ma l’hanno aggirata. Mentre americani e sionisti bombardano a tappeto e si pavoneggiano su carrarmati e portaerei da secolo scorso, i persiani hanno bolidi missilistici in grado di ridurli in rottami oltre che droni inarrestabili che con due lire possono produrre a nastro mandando in fumo miliardi. Con lanciatori mobili che appaiono e poi scompaiono in profondità. Non hanno nemmeno una marina tradizionale, ma droni subacquei e delle specie di motoscafi velocissimi che sparano missili micidiali in corsa. Roba mai vista e al Pentagono sono esterrefatti oltre che fatti e anche se facessero la minchiata di ricostruire le basi militari del Golfo, verrebbero rase al suolo il giorno dopo, e se volessero sbarcare in Iran non si capisce dove e come. Anche lo Stretto appare inespugnabile e rimane questa l’arma più micidiale contro l’impero occidentale ormai devoto giusto al dio danaro. Col paradosso che un giorno potremmo addirittura dover ringraziare l’Iran per la fine epocale del consumismo esistenziale. Americani e sionisti pensavano ad un blitz venezuelano ed invece rischiano un calvario vietnamita. Ma meglio rimanere coi piedi per terra. Tutto dipenderà dal punto di rottura. A Washington come a Teheran. Di certo il baraccone mainstream è con gli americani, mentre i popoli del pianeta coi persiani e sognano la sconfitta storica del sionismo e la liberazione del popolo palestinese. Un sogno mai così possibile. La decolonizzazione e l’inizio di un nuovo paradigma di tolleranza, solidarietà e pace.
La vicenda della “famiglia del bosco” ha suscitato reazioni emotive diametralmente opposte: c’è chi pensa che sia disumano separare i figli dai genitori, altri che ritengono che sia corretto che i figli, ma in definitiva non solo loro, seguano un percorso conforme alle regole e ai costumi della società.

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] La vicenda della “famiglia del bosco” ha suscitato reazioni emotive diametralmente opposte: c’è chi pensa che sia disumano separare i figli dai genitori, altri che ritengono che sia corretto che i figli, ma in definitiva non solo loro, seguano un percorso conforme alle regole e ai costumi della società.
In realtà la questione è ben più profonda e va al di là di queste risposte emotive, nonché della propaganda sul referendum che nulla c’entra con questo caso . Non ci si è resi conto che la decisione del Tribunale dei minori dell’Aquila ci porta diritto e di filato allo Stato etico di hegeliana memoria che è alla base di ogni totalitarismo. Hegel, mal interpretando, col suo ottimismo ottocentesco, la dialettica di Eraclito, afferma ci sia una “sintesi di tutte le sintesi” che è appunto lo Stato o la Società che nel pensiero di Hegel sono la stessa cosa. Lo Stato, ovvero la Società sono i veri padroni della vita dei singoli anche nelle loro attività più intime. Detta in altri termini: la Dea Ragione, idola del tutto moderna, è il nuovo Dio. In realtà, cercando di approfondire ancor più questa complessa questione, alle origini di tutto c’è la Razionalità illuminista che si sovrappone a ogni cosa, sentimenti, amori, piccoli atti della vita quotidiana.
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In un formidabile passaggio de I Fratelli Karamazov Dostoevskij pone il problema centrale dell’Autorità e della Libertà, cioè su quale delle due sia preferibile puntare, se si sceglie l’Autorità, cioè Dio, secondo il discorso dello scrittore russo, tutto diventa più facile, tutto corre secondo le regole predisposte. Se si sceglie la Libertà, cioè se si accetta che non esista né Autorità né Dio, allora si genera lo straziante grido di Ivan Karamazov: “Se tutto è assurdo allora tutto è permesso”. È qui che l’uomo viene posto davanti a un paradosso e a uno sforzo estremo: tutto è assurdo, ma bisogna comportarsi come se non tutto fosse permesso, altrimenti si dà via libera a ogni sorta di violenza, anche la più atroce.
Comunque è da quel dì che lo Stato, o la Società, il che come dicevo, fa lo stesso, continuano a porre limiti alla libertà individuale: divieto di fumare, divieto di bere, alcol si intende, divieto di farsi del male da soli secondo le proprie inclinazioni. È il tema di ciò che ho chiamato il “terrorismo diagnostico” secondo il quale ciascuno di noi dovrebbe fare almeno sei controlli clinici l’anno, dovremmo vivere da malati anche se siamo sani, dovremmo vivere da vecchi anche se ancora giovani. Ma lo si vuol capire una volta per tutte che è vivere che ci fa morire? Ciò si lega a un altro tema fondamentale della società moderna: il rifiuto della morte.
La vera e forse unica libertà è quella di essere se stessi. È quella impersonata da Lucio Sergio Catilina che va fino in fondo alla sua storia anche se sa, lucidamente, che in fondo a questa storia c’è solo la sua morte. Affermare questo in una società di pavidi, di mollaccioni, di azzeccagarbugli, di truffatori di se stessi, e non parlo solo degli uomini politici, priva di ogni generosità, sembra una bestemmia. Ma è la verità. Una verità che contempla il sacrificio di sé, fino alle estreme conseguenze, come fu per Catilina o, più modernamente, per Ernesto Che Guevara. In fondo anche l’individualismo più estremo, come quello di Catilina o del Che, non esclude, ma anzi rafforza, la generosità verso gli altri. “Ho assunto, come mio costume, la causa generale dei disgraziati” (Catilina in un famoso discorso fatto ai congiurati). Purtroppo la società di oggi è fatta di individui alla Cicerone, vile e imbelle, ma che finirà per vincere la partita. È la società di Donald Trump.

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Della tragedia umanitaria causata dalle bombe teniamo ogni giorno l’oscena contabilità. Della bancarotta etico-morale decretata dagli Imperi che risorgono abbiamo già detto tutto. Della “liquidazione coatta” del diritto internazionale decisa dai nuovi architetti del caos abbiamo ragionato più volte. Ancora una volta, restano da valutare “le conseguenze economiche della guerra”. Mai John Maynard Keynes avrebbe immaginato che l’esausta Europa sarebbe stata costretta a ripescare con tanta frequenza il titolo di quel suo profetico saggio del 1919, col quale previde il secondo conflitto mondiale ragionando sugli effetti devastanti dei costi di riparazione inflitti alla Germania dopo il primo. Da allora tutto è cambiato, tranne questo: la guerra è un grosso affare per alcuni, ma una rovina per tutti. Secondo Politico, finora la terza guerra del Golfo è costata all’America circa un miliardo di dollari al giorno. Il think tank Csic ha stimato 3,7 miliardi solo nelle prime cento ore di attacchi all’Iran, di cui 3,1 miliardi per le munizioni,359 milioni per la sostituzione dei mezzi distrutti e 196 milioni per le operazioni militari. Interpellato dal New York Times, lo storico dell’energia Daniele Yergin sostiene che siamo davanti alla più grande crisi della storia in termini di produzione del petrolio. Col greggio a 100-150 dollari al barile, e il gas naturale a 60-80 megawattora, l’Ispi non esclude uno shock energetico paragonabile a quello del 1973.
Preda dei rispettivi deliri di onnipotenza, Trump e Netanyahu hanno sottovalutato l’Iran e l’uso geo-strategico che i Guardiani della rivoluzione stanno facendo della leva energetica, a scapito dell’economia globale. Il blocco dello stretto di Hormuz e i missili lanciati contro le petro-monarchie del Golfo fanno lucrare un po’ di extra-profitti allo sceriffo di Washington e allo zar di Mosca: l’America è a un passo dall’autosufficienza energetica e può continuare a vendere il suo Gnl a peso d’oro, la Russia può ricominciare a piazzare a prezzi folli i suoi 150 milioni di barili di petrolio stivati sulle navi in giro per gli oceani e sperare persino di riaprire al più presto i rubinetti del gas sotto embargo dopo l’invasione dell’Ucraina (solo a marzo, stima il Financial Times, il Cremlino potrebbe incassare un “tesoretto” tra i 3,3 e i 4,9 miliardi di dollari, col quale finanziare serenamente “l’operazione militare speciale” contro Kiev). Ma è un calcolo di corto respiro: se va avanti così, l’impatto dell’offensiva “asimmetrica” di Teheran è e sarà rovinoso per tutti. La chiusura dei pozzi e l’impennata dei prezzi azzera le forniture a Cina e India, affonda l’Europa e affama l’Italia in bolletta. Pechino può reggere, con 4/500 milioni di barili di riserve strategiche che le consentono un’autonomia superiore ai 200 giorni. Germania e Francia resistono, con poco più di 100 milioni di barili. Il Belpaese, manco a dirlo, è molto più a rischio, con i suoi 12 milioni di tonnellate/equivalenti petrolio di scorta, cui corrisponde un’autonomia di 90 giorni.
E qui arriviamo alle solite, dolenti note. È arrivata un’altra guerra, e noi non abbiamo niente da metterci. Meloni in Parlamento può anche provare a smorzare i toni, vestendo almeno per un’oretta i panni curiali della “donna di Stato” e dismettendo quelli triviali dell’agit-prop di Colle Oppio. Può anche fingere di chiedere una mano all’opposizione, dopo averla presa a calci sui denti per quasi quattro anni, bollando i suoi leader di volta in volta come comunisti, terroristi, disfattisti, giustizialisti, immigrazionisti, filo-capitalisti. Il risultato non cambia. Siamo in piena emergenza, ma la affrontiamo con un’economia stagnante e senza un soldo in cassa. Come sono lontani i bei tempi da Sorella d’Italia libera e irresponsabile, che in cima alle barricate infuocate dalla Fiamma faceva il pieno dal benzinaio promettendo l’abolizione totale delle accise. Oggi, con un pil che langue intorno allo zero virgola e una pressione fiscale che vola al 43,1 per cento (record degli ultimi quindici anni), il governo non è in grado nemmeno di varare il pannicello caldo delle “accise mobili” sui carburanti, ridotte grazie al maggior gettito Iva generato dall’aumento di prezzo. E nel frattempo il “decretino” di un mese fa, con il bonus una tantum da 10 euro al mese per le bollette delle famiglie più povere, è già morto e sepolto insieme all’ayatollah Khamenei. Commuove l’eroica resistenza del ministro Urso, che nella sua tragicomica “neo-lingua” immortalata da Maurizio Crozza prova a spiegare al question-time del Senato che la colpa fu dell’“apposito” Draghi, che quel pastrocchio del tributo su benzina e gasolio deciso due anni fa dai patrioti non fu “aumento” ma solo “allineamento”, che sui prezzi alla pompa noi stiamo come sempre molto meglio dei sudici francesi e dei mangia-crauti tedeschi. Una volta tanto è stato fin troppo tenero Matteo Renzi, che ha infilzato con una certa umana pietas l’ennesimo ministro “suo malgrado”, spedito davanti alle Camere come un Nordio o un Tajani qualsiasi, a spiegare l’inspiegabile e difendere l’indifendibile.
È stata certamente sfortunata, l’underdog, a ritrovarsi nel mezzo di una crisi planetaria di questa portata. Ma ha la colpa enorme di non averla prevista, e addirittura di esserne stata in qualche modo complice, baciando l’anello al commander in chief di Mar-a-Lago. E poi di aver costruito intorno al Paese una finta “bolla cognitiva”, nella quale tutto ciò che lei e i suoi imbarazzanti camerati del sotto-governo stavano facendo aveva il segno del miracolo e il respiro della Storia. Il tutto, poi, ridotto a una bugia (l’impetuoso aumento dell’occupazione, dovuto non alla creazione di nuovi posti ma della permanenza al lavoro di ultra-55enni inchiodati dalla riforma Fornero) e a un’eresia (il glorioso boom della Borsa, che la Giorgia di un’altra epoca avrebbe scagliato contro i poteri forti come conferma della congiura giudeo-pluto-massonica di Soros e dei suoi accoliti). Oggi, complice questo sanguinoso e costoso disordine mondiale di cui siamo sl tempo stesso soggetto ed oggetto, il capitale un po’ farlocco di consenso costruito con la propaganda esasperata e la manomissione sistematica dei fatti appare già dilapidato. Ancora una volta, come successe anche al Cavaliere, la fragile economia tricolore presenta il conto. E al contrario di quel che accadde all’Unto del Signore, nel pieno della “poli-crisi” appassisce persino il fiore all’occhiello dello spread, forse l’unico merito di questa coalizione sgangherata: con un disavanzo pubblico che ha sfondato ugualmente il 3% sul pil, nonostante l’ultima mediocrissima manovra d’autunno, resteremo in procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e dunque non avremo sconti di sorta, né per le misure ordinarie né per quelle straordinarie (vedi il proibitivo impegno di innalzare al 5% la spesa militare al 5%, sempre per far contento paparino Donald).

Semmai servisse ancora un’altra prova, il fiato corto della presidente del Consiglio lo certifica il drastico cambio di registro nello storytelling referendario, ormai chiaramente virato sulla portata politica della sfida e apertamente tagliato sull’imperativo categorico di punire i magistrati, prima che con le loro sentenze disgraziate diano in pasto la nazione ai criminali, ai pedofili, agli stupratori, ai rapinatori. L’ultima, forsennata fuga nell’iperuranio ideologico, tra le villette di Garlasco e le casette nel bosco, i centri in Albania e i cantanti di Sanremo. Con la speranza, forse sempre più flebile, di non andare a sbattere contro la realtà, il prossimo 22 marzo.

(di MICHELE SERRA repubblica.it) – Il petrolio potrà anche essere rimpiazzato da altre fonti di energia. L’acqua no, l’acqua è la condizione stessa della vita, potervi accedere oppure no equivale a sopravvivere e prosperare, o diventare polvere e scomparire. La rete idrica di Gaza è stata uno dei primi obiettivi degli israeliani per annichilire i palestinesi. Le immagini della distruzione di un pozzo agricolo in Cisgiordania, coperto di cemento per impedirne il ripristino, è stata (almeno per me) una delle sequenze visive più strazianti, più feroci della sopraffazione dei coloni invasori ai danni dei contadini e dei pastori indigeni.
Dai giganteschi desalinizzatori di acqua marina sulle rive del Golfo Persico dipende l’esistenza dei ricchi Stati della penisola arabica e per questo quegli impianti, assai vulnerabili, sono obiettivi militari di prima grandezza. (Lo spiega molto bene, nella sua newsletter True Blue, Cristina Sivieri Tagliabue). Assetare e affamare la popolazione civile potrebbe diventare, o è già diventata, pratica corrente delle guerre moderne, che come è ampiamente documentato si differenziano da quelle classiche per il coinvolgimento sempre più esteso dei civili (bambini compresi). I civili, lungo i secoli, dovettero temere razzie, violenze e stupri, ma solo al passaggio degli eserciti. O fame e sete solo durante gli assedi. Oggi la presenza materiale degli eserciti è appena un aspetto del potere di distruzione della guerra, e forse non il più micidiale. Colpire i pozzi, o avvelenarli. Colpire i popoli, dunque, non più solo gli eserciti. La guerra moderna è genocida per potenza tecnologica e, viene da dire, per vocazione culturale.
Il presidente del Senato definisce «poco paludato» il suo stile. Dopo che in aula ha appellato un senatore come “coglione” non rendendosi conto di avere il microfono aperto, è però lecito chiedersi se faccia anche questo «borbottio» parte del suo repertorio anti-palude

(Alice Valeria Oliveri – editorialedomani.it) – «Poco paludato». È questa la definizione che Ignazio Benito Maria La Russa ha dato del suo stile. Curiosa la scelta della metafora palustre, visto che gli abitanti di Paternò, sua città natale, in dialetto siciliano vengono chiamati “larùnchi”, cioè rane; sarà piuttosto un rimando a certe bonifiche pontine.
Probabile che l’intenzione della seconda carica dello Stato, durante la seduta dello scorso 5 marzo, non fosse quella di smuovere le acque parlamentari con il suo proverbiale aplomb – «la mediazione è sempre stata la cifra politica del mio comportamento», diceva in versione agnellino-zen sullo sgabello di Belve, addolcito dall’atmosfera ferina dello studio.
Eppure, quel microfono aperto non udibile in sala ma ben riconoscibile a posteriori, a mo’ di fuorionda di Striscia, ha lasciato che sfuggisse una gemma preziosa da incastonare al repertorio larussiano: «Chi è quel coglione che continua a urlare?», chiede. È Antonio Nicita del Pd, scopriamo.

Sarà un «borbottio» (questa la parola che ha usato in sua difesa) poco istituzionale? Sarà un affronto al ruolo di presidente del Senato? Un comportamento inadeguato? O sarà semplicemente una delle innumerevoli, e neanche così sorprendenti, uscite che si aggiunge alla vasta collezione di espedienti anti-palude di La Russa, che qualcuno ha soprannominato “La Rissa” per via di certe sue antiche e mai abbandonate passioni tumultuose.
Dai cimeli fascisti agli slogan coniati in diretta – «siamo tutti eredi del duce» disse da Myrta Merlino – passando per i calci ai giornalisti e gli inviti galanti a «tapparsi la bocca con un turacciolo», quel frammento goliardico non è una caduta di stile, semmai una conferma della sua tanto riconoscibile quanto democratica impronta dialettica. Para-citando Jessica Rabbit, La Russa non è cattivo, è che lo eleggono così.