Nel pomeriggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato La Russa e Fontana: “Nelle ultime tre Legislature ne sono state approvate trentasei, di cui venti nel corso di questa Legislatura”

(ilfattoquotidiano.it) – C’è la Giornata nazionale degli alberi, quella del mare e della cultura marinara, quella degli abiti storici e persino quella della Meraviglia. Fratelli d’Italia, intanto, propone anche la Giornata nazionale del panettone, il 24 luglio, in piena estate. Il calendario della Repubblica italiana è ormai sempre più affollato: le Giornate nazionali e le solennità civili non festive istituite per legge sono arrivate a quota 51, tanto che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato oggi Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana – rispettivamente presidente del Senato e della Camera – invitandoli a contenere la proliferazione delle ricorrenze e a individuare criteri più omogenei per la loro istituzione.
Il problema alla base è cche la loro moltiplicazione finisca per indebolirne il significato. Il Parlamento ha istituito 36 nuove giornate nelle ultime tre legislature, venti delle quali nell’attuale. Una crescita che ha spinto il capo dello Stato a sollecitare una riflessione sull’opportunità di continuare ad aggiungere ricorrenze al calendario nazionale senza una linea comune. Le Giornate nazionali sono occasioni istituite per legge per commemorare eventi storici, ricordare vittime, valorizzare patrimoni culturali o sensibilizzare l’opinione pubblica su determinati temi. Non sono, però, festività: non comportano quindi un giorno di vacanza per i cittadini, anche se scuole, università e amministrazioni pubbliche spesso sono chiamate a organizzare incontri, cerimonie e iniziative dedicate.
Nell’elenco delle ricorrenze già approvate convivono commemorazioni dal forte valore storico e civile e giornate dedicate ad ambiti più specifici. Tra le prime figurano il Giorno della Memoria, il 27 gennaio, dedicato alle vittime della Shoah, il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, per le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata, e la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il 9 maggio. Ci sono poi la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di coronavirus, il 18 marzo, quella dedicata alle vittime dei disastri ambientali e industriali, con particolare riferimento al Vajont, e il Giorno della Libertà, il 9 novembre, che ricorda la caduta del Muro di Berlino.
Accanto a queste ricorrenze trovano spazio iniziative dedicate alla cultura, all’ambiente e alle tradizioni. Il 21 novembre si celebra la Giornata nazionale degli alberi, l’11 aprile quella del mare e della cultura marinara, il 21 febbraio la Giornata nazionale del Braille e il 24 ottobre quella dello spettacolo. Il 5 febbraio è invece dedicato alla prevenzione dello spreco alimentare. Tra le ricorrenze più recenti figurano la Giornata nazionale della Meraviglia, fissata all’11 ottobre, e la Giornata nazionale del riciclo della carta, prevista per il 18 settembre. Nell’elenco rientrano anche il Giorno del dono e la Giornata nazionale degli abiti storici, a testimonianza di un calendario che si è progressivamente esteso a settori molto diversi della vita sociale e culturale.
Una delle prime tappe di questo percorso risale al 1977, quando fu istituita la solennità civile del 4 ottobre, dedicata a San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena, patroni d’Italia. Dal 2026, in seguito a una legge approvata nel 2025, il 4 ottobre è tornato a essere anche una festività nazionale. Se le 51 ricorrenze già istituite non bastassero, nelle commissioni parlamentari sono in discussione numerose altre proposte. Tra quelle più curiose c’è appunto la Giornata nazionale del panettone italiano, promossa da Fratelli d’Italia e prevista per il 24 luglio, quando il dolce simbolo del Natale sarebbe celebrato in piena estate.
Il Movimento 5 Stelle ha invece avanzato proposte per una Giornata nazionale dell’ecospiritualità, mentre la Lega punta a valorizzare dialetti e lingue locali. Tra le iniziative presentate figurano anche giornate dedicate al silenzio, alla ristorazione, al patrimonio caseario italiano, alla gentilezza e alle botteghe storiche. L’elenco comprende inoltre proposte per celebrare la sartoria tradizionale italiana, gli antichi mestieri, la cultura motociclistica, il diritto al divertimento in sicurezza, la salute e il benessere nelle città, il consumo consapevole dei prodotti di qualità e l’educazione ai sentimenti. Non mancano iniziative sulla cittadinanza digitale, sul merito pubblico e sulla figura del formatore. Per la scrittura a mano, infine, è stata proposta persino una settimana nazionale.
Si tratta, per ora, di progetti non ancora approvati, il cui iter potrebbe risentire del richiamo del presidente della Repubblica. Il monito di Mattarella punta infatti a riportare ordine in un sistema nel quale le ricorrenze si sono moltiplicate nel corso degli anni senza una cornice uniforme.

(Raffaele Pengue) – Da giorni arrivano sui social segnalazioni di proteste e mobilitazioni che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori e operatori di altri settori produttivi. Al centro della rabbia c’è un problema concreto: il costo del carburante, insieme all’aumento delle spese di gestione, che rende sempre più difficile mandare avanti un’attività economica. Per chi lavora con un trattore o un camion, il gasolio non è un lusso da cui si possa prescindere: è uno strumento indispensabile per produrre, trasportare e garantire servizi.
Diverse regioni del Sud sono attraversate dall’inizio di ottobre da un’ondata di proteste, eppure molti cittadini, scorrendo i social, hanno la netta sensazione che il Paese ufficiale non ne parli. Mentre circolano video, testimonianze e appelli, non trovano un riscontro altrettanto visibile nei principali telegiornali e sulle testate nazionali. Perché notizie che riguardano il costo della vita, il lavoro e la circolazione delle merci sembrano avere uno spazio limitato rispetto alla loro importanza? La domanda è legittima e va presa sul serio. Ma bisogna chiamare le cose con il loro nome: non siamo davanti a un muro di silenzio, siamo davanti a una notizia che fatica a diventare «la» notizia. La differenza non è sottile, e capirla è l’unico modo per capire che cosa non funziona.
Primo motivo: una protesta senza bandiera. I grandi scioperi hanno una sigla, una data, un portavoce, una piattaforma. Questa mobilitazione è un mosaico: presidi spontanei in Campania e Puglia, scioperi di categoria in Calabria e Basilicata, iniziative dei pescatori, sit-in a Roma. Per una redazione, un fenomeno senza un volto e senza un unico appuntamento è più difficile da titolare. Si racconta il singolo blocco, quasi mai il quadro d’insieme, ed è proprio questo che manca al lettore.
Secondo motivo: la logica delle notizie. I media tendono a premiare ciò che si vede e coinvolge subito tutti: lo scaffale vuoto, l’autostrada chiusa, il distributore senza benzina. Finché il disagio resta locale, la protesta viene trattata come cronaca territoriale. Quando arriverà alle tavole e alle pompe di tutta Italia, diventerà improvvisamente «emergenza nazionale». È il difetto di un’informazione che arriva dopo, a effetti ormai ingestibili, invece di spiegare prima le cause.
Terzo motivo: la distanza geografica e sociale. Le redazioni principali sono lontane dai presìdi di Cerignola, di Avellino, di Pizzo o di Vieste. Le voci che raccontano per prime sono quelle locali: testate regionali, emittenti di territorio, agenzie. Spesso fanno un buon lavoro, ma restano confinate nel proprio bacino. Il Mezzogiorno è raccontato con abbondanza quando ci sono tragedie o scandali, con molta meno attenzione quando c’è un’economia che chiede ascolto.
Quarto motivo: un’agenda affollata e numeri non sempre enormi. Conta anche la realtà dei numeri. A Cosenza, per esempio, la manifestazione nazionale ha portato in piazza poco più di trecento persone, meno di quante ne attendessero gli organizzatori. Una redazione che deve scegliere tra mille temi tende a dare meno rilievo a ciò che non appare, a prima vista, di dimensioni nazionali. Si può discutere se sia un criterio giusto, ma non è un complotto.
Quinto motivo, forse il più scomodo: ci siamo abituati al caro-vita. Il prezzo dell’energia è entrato da anni nel nostro paesaggio. Quando una crisi diventa cronica, perde il carattere di notizia e diventa sfondo. Lo shock non c’è più, e la cronaca si adegua.
Detto questo, sarebbe sbagliato assolvere tutti. Un sistema informativo che lascia ai social il ruolo di principale megafono di un malessere economico ha un problema di credibilità. Sui social un video autentico può mostrare un blocco reale senza provare che accada ovunque, e le lacrime di un camionista a un casello, per quanto vere e commoventi, non sono un’inchiesta. Servono giornalisti che vadano sul posto, che quantifichino le adesioni, che interroghino anche il governo, che spieghino quanto pesano accise, margini e costi della filiera. E servono risposte politiche misurabili, non appelli generici: tra le richieste dei manifestanti — camionisti e agricoltori — ci sono un tetto al prezzo del gasolio per la categoria e pedaggi più bassi. Misure parziali, che meritano di essere discusse in pubblico.
C’è poi una responsabilità che riguarda noi, lettori e spettatori. Dire «non ne parla nessuno» è comodo e a volte falso. Conviene cercare, confrontare le fonti, distinguere la cronaca locale dall’approfondimento nazionale e pretendere di più dove davvero manca. Chi sostiene che esista una regia del silenzio dovrebbe portare le prove. Chi invece dice che va tutto bene dovrebbe spiegare perché tanta gente fatichi a sentirsi raccontata.
Il rischio, in fondo, è doppio. Da un lato, che una parte del mondo produttivo si convinca di dover bloccare una strada per essere ascoltata. Dall’altro, che il resto del Paese scopra tardi un problema che i fatti stavano mostrando da settimane.
L’Italia che coltiva e trasporta non chiede applausi. Chiede che il suo lavoro conservi un senso economico e che la sua voce, anche quando non fa rumore, venga raccontata per quello che è: una questione nazionale.
(LaPresse) – “Il Presidente Trump ha negoziato con successo un altro grande accordo per fornire al mercato globale enormi quantità di diesel e abbassare i prezzi”. E’ quanto affermato a Repubblica da un portavoce della Casa Bianca in merito alle dichiarazioni della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che aveva definito “una scelta molto rischiosa” l’intesa sul diesel russo annunciata dal presidente americano Donald Trump in seguito a una telefonata con il leader del Cremlino, Vladimir Putin.
“Abbassare i prezzi per i grandi agricoltori, camionisti e famiglie americane rimane una priorità assoluta, mentre il Presidente esorta contemporaneamente entrambe le parti del conflitto Russia-Ucraina a fermare gli attacchi contro le raffinerie, che stanno aumentando i costi e danneggiando i consumatori americani”, ha aggiunto ancora al quotidiano il portavoce Taylor Rogers.
Accadde oggi: 15 ottobre2001
L’associazione Rinascita Guardiese continua la pubblicazionedi documenti inerenti la storia guardiese per coltivare la memoria e … progettare il futuro partendo dal passato
Il Comitato Italiano per l’UNICEF conferisce al Sindaco Amedeo Ceniccola il titolo di “Difensore dei Bambini”. Un prestigioso riconoscimento conferito per tutte le iniziative intraprese a favore dei giovanie, in particolare, per l’istituzione del primo Consiglio Comunale dei Ragazzi nel Sannio.
Sala convegni-Castello dei Sanframondo

Nel corso di una suggestiva manifestazione il Dott. Amedeo Ceniccola, Sindaco di Guardia Sanframondi, viene proclamato dall’UNICEF: “Difensore dei Bambini”.
Fono-registrazione del discorso pronunciato 15 ottobre 2001
“Care ragazze e cari ragazzi,
consentitemi di rivolgere, innanzitutto, un caloroso saluto di benvenuto agli ospiti che stamattina ci onorano della loro presenza: il dott. Giorgio Nista, Assessore Provinciale alle Politiche Sociali, il professore Franco Nocella, presidente della organizzazione non governativa Feder-Mediterraneo, la professoressa Carmen Maffeo, presidente del comitato provinciale dell’UNICEF e l’on. Adriana Buffardi, assessore regionale alle Politiche Sociali. Non posso nascondere che sono sinceramente commosso per questo prestigioso riconoscimento e per le parole di apprezzamento che laprofessoressa Carmen Maffeo ha voluto rivolgere alla mia persona. Un prestigioso riconoscimento mai conferito prima ad altro Sindaco del Sannio. Sono lusingato per questo riconoscimento che vuol essere uno stimolo a costruire una nuova coscienza sociale fondata, in primo luogo, sulla partecipazione la più ampia possibile alla vita amministrativa della nostra comunità. A tal proposito, consentitemi diricordare quello che è stato già fatto nel corso di questi 2 annie 4 mesi dall’Amministrazione che ho l’onore di rappresentaree voglio cogliere l’occasione per ribadire l’impegno di voler continuare ad operare nella direzione già tracciata con l’elezione del primo Sindaco junior di Guardia Sanframondi e della provincia sannita, avvenuta lo scorso mese di aprile, e che ha visto il giovane Luigi De Nicola, vincitore di un’accesa competizione elettorale. E mi piace ricordare che assieme al Sindaco De Nicola è stato eletto anche il primo Consiglio Comunale junior di Guardia Sanframondi (e del Sannio)composto da: Falato Bellisario Vincenzo, Colangelo Pasquale, Maiorani Elda, Cerbo Antonio, Abate Fausto, LabagnaraRosa, Pacelli Nicola, Corbo Pasquale, Varrella Paolo, AssiniMaria, Iacobucci Filomena e Vecchiariello Salvatore. Oggiassieme al Sindaco junior, Luigi De Nicola, diamo ufficialmente inizio ai lavori di questo nuovo consesso civicoche rappresenta il primo, vero momento di aggregazione e di aggancio che si sia mai tentato di realizzare, in questa nostra provincia, tra l’amministrazione comunale e la cosiddetta società civile per tentare di ridurre il gap da sempre esistente tra istituzioni e cittadini. Questo prestigioso riconoscimento che l’UNICEF ha voluto conferirmi mi stimola a profondere un maggior impegno a favore delle nuove generazionipromuovendo il loro diritto-dovere a partecipare a pieno titolo alla vita amministrativa della nostra comunità. Oggi assumo ben volentieri questo impegno perché da sempre in cima alla mia scala di valori c’è stata la promozione culturale e civile dei giovani nella convinzione che, in tal modo, si migliorino per davvero le loro opportunità di vita e di lavoro. Ho ascoltato con molta attenzione le problematiche e le richieste che questa mattina sono state illustrate e devo dire che possono ben costituire uno straordinario programma di governo per iprossimi anni. Per farla breve, prometto pubblicamente e solennemente che farò tutto il possibile per non deludere le vostre aspettative e però, devo anche dire che mi spiace che nessuno abbia ricordato gli impegni che sono stati già onorati e realizzati dall’Amministrazione comunale. Mi riferisco, in particolare, alla palestra della scuola media “Sebastiano Guidi”, che versava in condizioni vergognose e da voi indicata, nei mesi scorsi, come una priorità assoluta da risolvere.Ebbene, abbiamo fatto i cosiddetti “salti mortali” e da qualche mese abbiamo permesso ad ognuno di voi di poter ritornare in quel luogo che prima del nostro straordinario intervento di manutenzione era inagibile e ridotto ad un vero e proprio ricettacolo di immondizia all’interno della scuola.Un’autentica vergogna! Oggi, a distanza di 5 mesi, possiamodire con grande soddisfazione che la scuola media “S. Guidi” ha ritrovato, dopo tanti anni, la sua bella e funzionale palestra. Non chiedo alcun ringraziamento però, mi fa piacere che nel rosario delle doglianze che stamani avete sciorinato questo “grande e grave problema” da voi ricordato, circa 1 anno addietro, non è più riportato ed io sono qui, semplicemente, per dire: buon studio e buona attività fisica perché come dicevano i nostri nonni: “Mens sana in corpore sano”. Inoltre, non posso non ricordare che in questi mesi siamo riusciti a sistemare, finalmente, anche il campo sportivo “S. Filippo Neri” e il campo di calcetto adiacente la scuola media “S. Guidi” che, da tanti anni,versavano in stato di completo abbandono. Abbiamo stimolato la nascita della “Scuola calcio” e finanziato l’iscrizione al campionato di III categoria per i ragazzi più grandi. E oggi, con grande soddisfazione, possiamo dire che circa 100 ragazzi svolgono una regolare attività calcistica nel nostro paese. Tale attività sportiva da circa 10 anni era stata completamente abbandonata per mancanza di adeguate strutture e mai nessuno si era preoccupato di stimolare la pratica dello sport come antidoto ai tanti fenomeni di devianza sociale. So bene che ci sono ancora tanti problemi da risolvere, purtroppo, ci vuole tempo e … denaro per far fronte ai tanti che caratterizzano il nostro paese. Dico questo non per sottrarmi alle mie responsabilità, bensì, per ricordare che quando si amministra la cosa pubblica si deve, purtroppo, fare i conticon quella che è la situazione finanziaria. E purtroppo, la situazione finanziaria che abbiamo ereditato è oggettivamente deficitaria e ci ha costretto a rinunciare a tanti progetti che avevamo in animo di promuovere per favorire la rinascita di questa nostra comunità. Ricordo, per dovere di cronaca, che nei giorni successivi alla mia elezione c’era la fila di cittadiniche chiedevano il pagamento di servizi e/o beni forniti e mai pagati dall’Ente. E non fatemi ricordare le vergognosecondizioni della cosiddetta “stanza del Sindaco”. Le poltrone e la scrivania erano talmente malridotte che ho dovuto portare una scrivania e qualche poltroncina dal mio studio medico per dare un po’ di dignità alla stanza del primo cittadino di Guardia Sanframondi e soltanto nell’anno 2000 si è potuto comprare una nuova scrivania e alcune poltrone. Nel frattempo, però, è doveroso ricordare che centinaia di nuove sedie, banchi e armadietti sono stati consegnati per la scuolamedia ed elementare e, finalmente, abbiamo potuto portare al macero il vecchio mobilio. Piccole cose, sì è vero, si tratta di piccole cose ma, la dicono lunga sullo stato di degrado che regnava sovrano in questo nostro paese. C’è tanto lavoro ancora da fare ed io sono qui ad assumere l’impegno solenne di utilizzare ogni mia energia per trasformare in realtà viva e palpitante il progetto UNICEF e le promesse fatte in campagna elettorale. Grazie a voi tutti per la presenza e, in particolare, grazie alla presidente Carmen Maffeo per questo prestigioso riconoscimento che onora la nobile e laboriosa comunità guardiese. Grazie dal profondo del cuore”.
P.S. Per amore di verità, è necessario ricordare che i governanti subentrati al Sindaco Ceniccola non hanno esitato ad affossare anche il progetto “Sindaco Junior” che nel corso degli anni è stato emulato e realizzato da tanti altri comuni del Sannio e della Campania. Inoltre, mentre l’Unicef “glorificava” il Sindaco Ceniccola gli oppositori consiliari del gruppo “PER GUARDIA” non avevano alcuna remora a metterlo in croce scagliandogli addosso le accuse più infamanti e, per dovere di cronaca, non possiamo non pubblicare una raccolta (incompleta) di tutte lefalse accuse scagliate contro il Sindaco Ceniccola nel corso di circa 2 anni per farlo fuori civilmente e politicamente:
2. Il sindaco Ceniccola mortifica i ragazzi delle scuole elementari.
3. Il sindaco Ceniccola vuole avvelenare i bambini che mangiano nella mensa scolastica.
4.
Il sindaco Ceniccola ha annientato le manifestazioni pensate da gruppi di volenterosi cittadini
per favorire l’esecuzione di manifestazioni della sua Pro Loco.
5.
Il sindaco Ceniccola è un trasformista.
6.
Il sindaco Ceniccola ha peggiorato l’igiene
della nostra cittadina.
7.
Il sindaco Ceniccola ha rovinato la viabilità.
campestre e urbana.
8.
Il sindaco Ceniccola non ha chiesto né ottenuto finanziamenti.
9.
Il sindaco Ceniccola ha bisticciato con tutti
anche con i comuni vicini.
10.
Il sindaco Ceniccola ha fatto spendere in un anno, per avvocati e cause, al comune di Guardia 200 milioni di lire.
11.
Il sindaco Ceniccola alza le tasse
per affamare i cittadini guardiesi.
12.
Il sindaco Ceniccola ha messo in ridicolo il nostro paese su tutta la stampa nazionale.
13.
Il sindaco Ceniccola fa una politica sconsiderata.
14.
Il sindaco Ceniccola ha compromesso la vita sociale della nostra cittadina.
15.
Il sindaco Ceniccola agisce per delirio di onnipotenza.
16.
Il sindaco Ceniccola racconta bugie in merito
ai finanziamenti di opere pubbliche.
17.
Il sindaco Ceniccola gestisce la cosa pubblica
nella più totale illegalità.
18.
Il sindaco Ceniccola ha fatto sparire
le farfalle dell’avv. Parente.
19.
Il sindaco Ceniccola si è fatto il parcheggio privato (gratis)
di fianco al municipio.
20.
Il sindaco Ceniccola fa festa spendendo decine di milioni
per spumanti mentre il paese muore di fame.
21.
Il sindaco Ceniccola spende decine di milioni
per manifestazioni ridicole; mentre il paese è sporco
con cumuli di immondizia altissima.
22.
Il sindaco Ceniccola ha inculcato nella macchina organizzativa del comune la mentalità del tutto è possibile
anche in contrasto con le leggi.
23.
Il sindaco Ceniccola ha ridotto il consiglio comunale
in un consesso di provocatori.
24.
Il sindaco Ceniccola è incapace di rilanciare una politica attenta nei confronti delle fasce deboli.
25.
Il sindaco Ceniccola è capace di migliorare
solamente i propri interessi.
26.
Il sindaco Ceniccola è un bastiancontrario.
27.
Il sindaco Ceniccola ha messo in atto una gestione amministrativa drammatica.
28.
Il sindaco Ceniccola provoca uno sciupio di occasioni per la comunità guardiese.
29.
Il sindaco Ceniccola si vuole appropriare della fontana del Popolo dopo aver rubato la fontana in piazza Condotto.
30.
Il sindaco Ceniccola è inattivo e immobile.
31.
Il sindaco Ceniccola è inadeguato
per risolvere i problemi di Guardia.
32.
Il sindaco Ceniccola è affetto da protagonismo.
33.
Il sindaco Ceniccola è affetto da rampantismo.
34.
Il sindaco Ceniccola ha fatto cadere il nostro paese
sempre più in basso.
35.
Il sindaco Ceniccola è un presunto medico che invece di chiudersi nel suo studio disturba la quiete pubblica.
36.
Il sindaco Ceniccola aumenta le tasse
per farsi pubblicità con i soldi dei guardiesi.
37.
Il sindaco Ceniccola la domenica mattina
non si fa mai vedere davanti al bar
per parlare con i guardiesi.
38.
Il sindaco Ceniccola provoca più guai e malanni
della peste bubbonica.
39.
Il sindaco Ceniccola ci fa vergognare
con le sue manifestazioni ridicole
puntualmente disertate dai cittadini.
40.
Il sindaco Ceniccola impedisce, ad ogni costo,
l’esecuzione di manifestazioni
che lui non ha immaginato e pensato.
41.
Il sindaco Ceniccola è un burattinaio
che tiene in pugno una compagine
di nani e di ballerine.
42.
Il sindaco Ceniccola vuole continuare ad amministrare
per arricchirsi a spese dei guardiesi.
43.
Il sindaco Ceniccola è il pataccaro di Guardia.
44.
Il sindaco Ceniccola ha trasformato Guardia
nel parlamento nazionale.
45.
A causa del sindaco Ceniccola il nostro paese appare
sempre più abbandonato.
46.
Il sindaco Ceniccola ha bisticciato
con centinaia di cittadini guardiesi.
47.
Il sindaco Ceniccola ha fatto tagliare i pini collocati
all’ingresso del cimitero perchè non ha rispetto per i morti.
48.
Il sindaco Ceniccola se ne frega degli interessi dei guardiesi.
49.
Il sindaco Ceniccola è un delinquente
e fra qualche settimana sarà arrestato.
50.
Il sindaco Ceniccola è amico dei camorristi
e vuol portare la camorra a Guardia Sanframondi.
51.
Il sindaco Ceniccola ha la fedina penale
nera come il carbone.
52.
Il sindaco Ceniccola è un dittatore prepotente ed arrogante.
53.
Il sindaco Ceniccola vuole far scappare i giovani da Guardia per poter comandare indisturbato.
54.
Il sindaco Ceniccola si è disinteressato della grandinata
che ha danneggiato diversi vigneti.
55.
Il sindaco Ceniccola sta facendo vivere alla nostra cittadina uno dei momenti più bui degli ultimi trent’anni.
56.
Il sindaco Ceniccola attua una politica personalistica
che sta inculcando una cultura del trasformismo, dell’affievolimento delle idee e delle convinzioni di ciascuno.
57.
Il sindaco Ceniccola svolge
un’attività amministrativa poco attenta.
58.
Il sindaco Ceniccola fonda la propria forza
sul rancore e non nella proposta
e nell’azione amministrativa.
59.
Il sindaco Ceniccola svolge un’attività amministrativa
poco lungimirante.
60.
Il sindaco Ceniccola incarna una fase amministrativa
caotica e fallimentare.
61.
Il sindaco Ceniccola con le sue “imprese” espone il paese
alla derisione in tutta la provincia.
62.
Il sindaco Ceniccola è un venditore di patacche
che ha isolato e danneggiato la nostra comunità.
63.
Il sindaco Ceniccola è affetto da trasformismo.
64.
Il sindaco Ceniccola ha sperperato il denaro pubblico
e si è abbandonato a spese pazze.
65.
La gestione amministrativa del sindaco Ceniccola
è stata drammatica.
66.
Il sindaco Ceniccola è stato rinviato a giudizio per la nomina di alcuni tecnici-amici (un’accusa trasformata in volantino e distribuito nelle case quando il Giudice aveva già prosciolto il Sindaco Ceniccola da qualsiasi addebito).
In conclusione, affidiamo ai cittadini il compito di emettere l’ardua sentenza nei confronti di chi nel corso degli anni non ha mai fatto un gesto di autocritica e non ha mai avuto la forza e la sensibilità morale e civile di chiedere scusa al Sindaco Ceniccola (l’unico Sindaco che non è costato una lira ai guardiesi avendo rinunciato a riscuotere lo stipendio di ben 5milioni400mila lire al mese previsto dalla Legge per dimostrare con i fatti di voler essere a servizio della comunità).
RINASCITA GUARDIESE
(di Paul Krugman) – A metà marzo del 1945 persino Adolf Hitler sapeva che la guerra era perduta. Le forze sovietiche si trovavano a meno di 45 miglia da Berlino. Gli americani avevano attraversato il Reno e stavano procedendo a grandi passi verso l’accerchiamento dei difensori tedeschi rimasti. Ma Hitler non credeva di aver fallito. Credeva che fosse stato il popolo tedesco a tradirlo.
Così, il 19 marzo emanò il «Decreto sulle demolizioni nel territorio del Reich», passato alla storia come Nerobefehl o decreto Nerone. Ordinava di distruggere le infrastrutture tedesche, ufficialmente per impedirne l’uso agli Alleati, ma lo scopo evidente era punire il suo stesso Paese.
Per fortuna Albert Speer e altri funzionari nazisti non eseguirono l’ordine, anche se a quanto pare non dissero a Hitler che cosa stava — o non stava — accadendo.
Perché racconto questa storia? Ovviamente perché sto pensando a quello che succederà dopo le elezioni di metà mandato.
Tutti gli indizi indicano che i repubblicani siano avviati verso una sconfitta clamorosa in elezioni che Trump ha trasformato deliberatamente in un referendum su se stesso: «MAGA, fate finta che io sia sulla scheda elettorale». E allora che cosa farà quando gli americani mostreranno che cosa pensano davvero di lui?
Ovviamente sosterrà che le elezioni sono state truccate e cercherà di ribaltarne il risultato. Ma se non dovesse riuscirci, che cosa succederà?
Perdere il Congresso limiterà il potere di Trump, ma non lo eliminerà affatto. Soprattutto, conserverà un’enorme capacità di infliggere danni all’America, per non parlare dei suoi alleati.
Negli ultimi giorni, secondo il presidente Zelenskyy, l’Ucraina non ha ricevuto dall’Occidente alcun avvertimento sui previsti attacchi missilistici russi. Potrebbe trattarsi di problemi tecnici. Ma chi esclude la possibilità che Trump stia cercando di punire l’Ucraina perché ha osato negare la vittoria al suo amico Vladimir Putin deve aver dormito per tutti gli ultimi due anni.
In patria, i funzionari di Trump hanno improvvisamente abbattuto centinaia di alberi in un campo da golf pubblico a Washington. Trump da tempo vuole rifare quel campo a proprio gusto, ma con l’attuale clima politico è improbabile che ci riesca; in ogni caso, non c’era alcun bisogno di affrettarne la distruzione. È stato quasi certamente un atto di ripicca, un deliberato atto vandalico, compiuto proprio perché Trump sa che non riuscirà a ottenere ciò che vuole.
[…]
Si pensi al Kennedy Center, un simbolo nazionale che Trump sta distruggendo perché non può metterci sopra il proprio nome: un modello di ciò che, purtroppo, rischia di accadere all’America nei prossimi due anni.
I democratici possono fermare la prossima stagione di distruzione? Purtroppo, una maggioranza faziosa e corrotta della Corte Suprema, appellandosi alla teoria dell’«esecutivo unitario», ha attribuito a Trump un’enorme quantità di potere senza freni, soprattutto perché è circondato da subordinati […] disposti, anzi ansiosi, di violare la legge.
Inoltre, Trump ha il sostegno di oligarchi dotati di risorse immense, che continueranno ad alimentare il suo attacco alla democrazia anche se i loro miliardi di spesa politica non basteranno a comprare questa elezione.
Una cosa che i democratici possono fare, però, è chiarire che chiunque aiuti e favorisca il «neronismo» di Trump potrà e dovrà essere chiamato a rispondere fino in fondo, nel pieno rispetto della legge. A questo punto, chiunque dica qualcosa come «Dovremmo guardare avanti, non indietro» rende molto meno probabile che ci sia qualcosa verso cui guardare avanti.
LE PEN, ‘LA FRANCIA NON PUÒ PIÙ FINANZIARE L’UCRAINA’

(ANSA) – “Noi non possiamo più finanziare l’Ucraina. La Francia non è in una situazione di bilancio tale da poter fornire un aiuto finanziario all’Ucraina, bisogna essere onesti”. Lo ha detto la leader del Rassemblement National Marine Le Pen, candidata alle prossime elezioni presidenziali francesi, nella conferenza stampa a Bruxelles dopo la riunione dei Patrioti in vista del Consiglio europeo. Le Pen ha inoltre difeso la contrarietà alle sanzioni dell’Unione europea alla Russia espressa all’inizio della guerra in Ucraina.
LE PEN, ‘COMMISSIONE UE TORNI A SVOLGERE RUOLO DI SEGRETARIATO PER LE NAZIONI’
(ANSA) – “È giunto il momento della grande scelta democratica. È un momento che l’Europa non viveva da decenni”. Lo ha detto la leader del Rassemblement National Marine Le Pen, candidata alle prossime elezioni presidenziali francesi, nella conferenza stampa a Bruxelles citando le prossime elezioni a partire da quelle di novermbre in Spagna, e a seguire gli appuntamenti elettoriali in Francia, Polonia e Italia.
Le Pen ha affermato che la “Commissione europea non fa che oltrepassare le proprie prerogative” e ha aggiunto: “deve tornare a ricoprire un ruolo di segretariato al servizio delle nazioni”. “Solo i governi hanno l’autorità o la legittimità democratica, le istituzioni europee devono accompagnare ma non hanno alcuna autorità sui governi”, ha proseguito. “La Commissione europea – ha aggiunto Le Pen nella conferenza stampa a Bruxelles – deve abbandonare un certo numero di programmi contrari alle sue competenze, come la sanità o la sicurezza interna. La Francia non accetterà più che eserciti competenze diplomatiche, e ancor meno militari o di intelligence, come sembra voler fare”.
LE PEN, ‘BILANCIO UE SIA CHIUSO DOPO LE ELEZIONI DEL 2027’
(ANSA) – “Mi sembra del tutto legittimo che questo Qfp non venga chiuso prima che si siano svolte tutte e quattro le elezioni, in Francia, Polonia, Spagna e Italia, perché è chiaro che l’intenzione della Commissione è quella di andare oltre la volontà democraticamente espressa dal popolo di questi quattro grandi Paesi, il che non è possibile”.
Lo ha detto la leader del Rassemblement National Marine Le Pen, candidata alle prossime elezioni presidenziali francesi, nella conferenza stampa a Bruxelles dopo la riunione dei Patrioti in vista del Consiglio europeo a proposito del prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea (Qfp). Chiudere il bilancio pluriennale dell’Unione europea prima delle elezioni del 2027 “sarebbe uno scandalo democratico, sarebbe un bilancio illegittimo”, ha aggiunto Le Pen al termine della conferenza stampa a Bruxelles.
LE PEN AL FT, ‘DAREMO BATTAGLIA A BRUXELLES SU BILANCIO, MENO POTERI ALL’UE’
(ANSA) – La leader di Rassemblement National Marine Le Pen si prepara allo scontro con l’Ue qualora venisse eletta presidente il prossimo anno, promettendo una “prova di forza” sul bilancio e sui poteri del blocco, e mettendo in discussione la permanenza degli attuali vertici.
In un’intervista al Financial Times, la favorita alle presidenziali di aprile ha riconosciuto che il suo principale “vincolo esterno” è rappresentato dal “debito gigantesco, enorme… che potrebbe diventare incontrollabile”, ma si è detta determinata ad attuare le proprie politiche sia a livello nazionale che europeo.
Le Pen vede nella sua potenziale vittoria alle elezioni del prossimo anno – unita ai possibili successi delle sue controparti nazionaliste in Spagna, Italia e Polonia – l’inizio di un cambiamento radicale per l’Ue, che includerebbe un indebolimento della Commissione Europea e ha messo in dubbio la possibilità che Ursula von der Leyen possa restare alla guida della Commissione fino alla scadenza del suo mandato nel 2029, dato che “non gode più della fiducia di molti governi dell’Ue”.
Le Pen si recherà oggi a Bruxelles per contestare quello che ha definito un tentativo “profondamente criticabile” di siglare l’intesa sul bilancio pluriennale. “Di fatto, credo che ciò riveli il disprezzo della Commissione per i processi democratici in Europa”, ha dichiarato. Ha riconosciuto che il suo obiettivo di ridurre drasticamente il contributo della Francia al bilancio Ue non sarà facile da raggiungere. Ha riconosciuto che il suo obiettivo di ridurre drasticamente il contributo della Francia al bilancio Ue non sarà facile da raggiungere.
Le Pen ha dichiarato di voler vedere la Banca Centrale Europea finanziare massicci investimenti in debito per priorità quali la transizione energetica e la difesa, sostenendo che la BCE non sia un “dinosauro fossilizzato”. Auspica un ritorno di competenze dall’UE agli Stati membri, invertendo quella che considera una tendenza della Commissione ad “appropriarsi di competenze” in materia di diplomazia e difesa.
Il picchetto degli operai davanti alla raffineria Eni e i blocchi degli agricoltori mettono in ginocchio le due regioni: centinaia di distributori espongono i cartelli “benzina esaurita”. A rischio i supermercati

(di Andrea Tundo – ilfattoquotidiano.it) – Quattro giorni di blocchi degli operai dell’Ilva davanti alla raffineria Eni di Taranto e autotrasportatori in sciopero insieme agli agricoltori hanno ridotto la disponibilità di carburante in ampie zone di Puglia e Calabria, dove si segnalano lunghe code anche notturne davanti alle stazioni di servizio che, in molti casi, hanno completamente esaurito le scorte di benzina e diesel. Le proteste, in entrambi i casi rivolte contro il governo Meloni, stanno gettando nel caos la mobilità urbana e creando non poche difficoltà agli automobilisti. La situazione è particolarmente critica nelle province salentine, a Foggia, nel Cosentino e nel Catanzarese.
L’emergenza è nata in seguito al combinato disposto di due proteste, quella degli operai dell’Ilva – arrivata oggi al quarto giorno – che da lunedì presidiano la statale jonica 106 bloccando i varchi della raffineria Eni e quella del mondo agricolo e olivicolo, insieme agli autotrasportatori. I primi sono in sciopero dopo la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria che costringerà nei prossimi mesi a un uso quasi totale della cassa integrazione e chiedono al governo di intervenire con norme specifiche legate a prepensionamenti e riconoscimento della legge sull’amianto. Agricoltori e autotrasportatori, che da giorni bloccano i caselli autostradali nel Foggiano e da venerdì manifesteranno anche in Calabria, hanno deciso di scendere in strada contro il caro carburante che pesa sui bilanci di aziende e imprese.
Nel corso dei giorni sono via via cresciuti i disagi con le pompe di benzina che hanno iniziato ad affiggere i cartelli “carburante esaurito”. Un numero aumentato di ora in ora e che ormai coinvolge la maggior parte delle stazioni di servizio di diverse compagnie, non solo quelle di Enilive. La stragrande maggioranza dei distributori ha ormai esaurito benzina e diesel nel Cosentino. Mercoledì a Catanzaro era rimasto un solo distributore attivo e si è creata una fila chilometrica, mentre nel Foggiano iniziano a registrarsi disagi anche nelle consegne delle merci nei supermercati tra il blocco dei tir e la carenza di gasolio. A Brindisi, giovedì notte, si segnalavano file interminabili e alcuni cittadini riferiscono di impiegato fino a due ore per un rifornimento. Una situazione complicata dalla psicosi scatenatasi tra i cittadini che, dopo i primi giorni, hanno iniziato a prendere d’assalto le stazioni di servizio per fare il pieno e mettersi al riparo da possibili, ulteriori e ancora più gravi carenze di carburante. Decine le segnalazioni di file interminabili di auto incolonnate in attesa del proprio turno.
La crisi logistica che sta interessando la rete di distribuzione, legata alle difficoltà nelle consegne e alle ripercussioni sul comparto, si scontra ora con la tensione sociale sul territorio. Venerdì la situazione dovrebbe complicarsi ulteriormente in Calabria, dove sono previsti presidi e mobilitazioni da parte degli agricoltori e degli operatori del settore a Rende, a Montalto Uffugo, sullo Ionio e sul Tirreno cosentino. Una protesta che si preannuncia fortemente partecipata e che intende richiamare con forza l’attenzione del governo sulle criticità ormai croniche che da mesi mettono in ginocchio l’intera filiera, dal costo insostenibile del gasolio fino alla profonda crisi di mercato.

(Tommaso Merlo) – Capitali come Roma contano sempre meno perché il vero potere è altrove. I cittadini vengono illusi in campagna elettorale e poi i politicanti ubbidiscono a chi comanda davvero dietro le quinte. Gran parte della nostra sovranità l’abbiamo persa per ragioni economiche, paesi indebitati fino al collo come l’Italia sono in mano agli strozzini del casinò finanziario globale. Se qualcuno a Roma si mettesse a spendere e spandere, qualche sciacallo di New York comincerebbe a speculare sul nostro fallimento. Eppure nessun politicante parla di ripagare l’abnorme debito pubblico perché richiederebbe strategie emergenziali di lungo periodo e sacrifici che non rendono in campagna elettorale e così ogni anno buttiamo via circa cento miliardi di interessi invece di usarli per migliorare il nostro paese. E così a Roma bisticciano con gli spiccioli e tagliano stato sociale e diritti per far cassa con pure la beffa che i debiti continuano ad aumentare e con essi la nostra prigionia. Poi c’è il furto di sovranità politica e qui i ladri sono molteplici. Innanzitutto l’impero americano, l’Italia è una portaerei americana di stanza nel Mediterraneo e pure nucleare. Siamo la colonia europea più servile e ruffiana sia per nostra indole sia per la qualità sempre più imbarazzante dei leader che partoriamo, gente che si prostra quando va in pellegrinaggio alla Casa Bianca e che in inglese sa dire solo “yes”. E dato che in America comandano i sionisti, siamo succubi pure di loro facendo bestemmiare nella tomba i nostri padri costituenti. Già, oltre alla spazzatura hollywoodiana e alimentare, dall’altra sponda dell’oceano è sbarcata pure la mafia lobbistica, gruppi economici e ideologici che entrano nei palazzi del potere politico e mediatico dalle porte sul retro e si siedono a capotavola a dettare l’agenda alla faccia dei fessi che ancora si prendono la briga di andare a votare ed informarsi. Sulla carta il potere appartiene al popolo ma in realtà appartiene a chi ha i soldi per comprarsi perfino la democrazia. Altri ladri di sovranità sono le istituzioni internazionali tipo la Nato, il braccio armato del decadente impero americano che trascina da decenni le meschine colonie europee in guerre che hanno il solo scopo di svuotare gli arsenali e riempirli di nuovo in modo da far ingrassare a dismisura la lobby della morte e della distruzione. Il tutto fottendosene altamente dei cittadini europei ma anche americani che vorrebbero la pace e che i loro soldi fossero spesi in modo più intelligente tipo per costruire un mondo migliore invece che per distruggerlo. Altro ladro di sovranità è la Commissione Europea nata per servire i popoli del continente e finita per servire il verminaio lobbistico di Bruxelles che ha il duplice scopo di farsi scrivere leggi e regolamenti favorevoli ed abbuffarsi di appalti. Un parcheggio di politicanti trombati e di ideali infranti infestato di inverecondi parassiti e guerrafondai. Ma c’è anche un livello più profondo. I cittadini hanno perso sovranità per mano di un ladro invisibile, l’ego dei politicanti che si arrapa solo con gli affaracci propri. La politica offre soldi, potere, visibilità e status sociale ed attira quindi il peggio della società. La politica è poi rapidissima come ascensore sociale e in paesi come il nostro non richiede nessuna particolare qualità o merito, basta sbaciucchiare il deretano del boss giusto al momento giusto e al massimo portare voti. Conta la lingua e non cuore e cervello e tantomeno attributi. Politicanti che una volta accomodati diventano un tutt’uno con la poltrona e invece di sputare sangue per risolvere le grane dei poveri cristi, s’ammalano di viltà conformistica e s’imborghesiscono. Vestendosi da carnevale altolocato, ricorrendo a qualche ritocchino e mettendosi a parlare una lingua astrusa stando attentissimi a non infastidire troppo il sistema in modo da riuscire a riciclarsi all’infinito. Certo, per riconquistare un minimo di sovranità aiuterebbe una migliore qualità della politica. Promettere a vanvera in campagna elettorale dovrebbe diventare un reato punibile con l’incandidabilità e i politicanti vanno selezionati, valutati e pure pagati come tutti i comuni mortali. Aiuterebbe ma non basta. E la sovranità non è nemmeno questione di rigurgiti nazionalistici da secolo scorso che alla lunga hanno portato solo alla guerra. La sovranità è una questione democratica di fondo che verrà riconquistata quando il potere politico tornerà ad appartenere solo ed esclusivamente al suo legittimo sovrano e cioè al popolo.
Ucraina, Ue, preferenza nazionale: il fossato che c’è tra le due destre. La prima sostiene Kyiv e coopera con Bruxelles, mentre la seconda vuole fermare gli aiuti e archiviare le sanzioni alla Russia. Contrasti

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – A sentire la prima in Parlamento, ieri, e a leggere la seconda, sempre ieri, in un colloquio con il Financial Times, bisogna dire che Giorgia e Marine sono veramente due persone diverse che più diverse non potrebbero essere. Meloni come Le Pen è sempre stata all’opposizione, un’opposizione di sistema, spesso anche gridata, mossa da mitologie di una destra fantasy in Italia, più Tolkien che Mussolini, quanto Le Pen, anche lei fuori dall’arco costituzionale, era corriva all’ideologia francese, come la chiamò Bernard-Henri Levy in un famoso e controverso pamphlet, da sempre venata di nazionalfascismo e di inquieto spirito reazionario, il peccato originale, oltre a xenofobia e antisemitismo, del Fronte Nazionale del padre di Marine, da lei espulso dal nuovo Rassemblement National per i suoi vizietti fascistoidi e razzisti. Anche Marine ha fatto di tutto per legittimarsi come possibile presidente della Quinta Repubblica, con scarso successo tra gli intellettuali e le classi colte che fanno centro sul ruolo trainante di Parigi, con esito pieno e oggi luccicante tra le classi popolari e la piccola borghesia della famosa Francia profonda, la France d’en bas. Ora siamo al dunque. La diversità è sotto gli occhi di tutti.
Meloni viene da quattro anni di governo canonico, può piacere o no, può sollecitare reazioni ideologiche e avversioni automatiche o no, ma ha governato senza scarti né forzature, senza gravare il bilancio di nuovo debito oltre il limite del consentito, mai o quasi mai in lite demagogica con i mercati e in lotta con la globalizzazione democratica e liberale, in sintonia con l’Europa di Bruxelles, dove ha una voce autonoma eppure anche capacità di ascolto e cooperazione. Giorgia ha il vezzo di dire “nazione” invece che “paese”, all’anglosassone, per un impasto di orgoglio e di furbizia che non ha provocato sconquassi, ha aiutato il sistema a migliorarsi nella finalmente compiuta alternanza estesa a tutto l’arco delle forze che appartengono alla storia repubblicana e costituzionale. Tutto questo Meloni lo ha realizzato, malgrado tic, automatismi destrorsi e spinte in contrario, con due leve: la politica estera e di sicurezza, cioè l’appoggio all’Ucraina di Zelensky che resiste alla Russia di Putin e alla sua aggressione, l’obiettivo dell’unità dell’occidente in tempi calamitosamente trumpiani, e una politica dell’immigrazione controllata che ha dato frutti controversi, se vogliamo, ma non è stata brandita come un aspetto equivoco dell’identità nazionale, bensì governata nel concerto europeo e con discreto successo mainstream, da Londra a Copenhagen.
Marine Le Pen vuole la guida della Francia con altre idee in testa, per certi versi opposte a quelle della destra italiana, alleata d’altra parte con un partito centrista che fu all’origine della stessa coalizione di centrodestra, il partito di Berlusconi che molto fece per riordinare e modificare il sistema politico italiano senza traumi, pur nella folle incomprensione e avversione dei suoi molti nemici. Parlando con il Financial Times, Marine diceva giusto ieri che con la sua eventuale vittoria nelle presidenziali della prossima primavera il sostegno all’Ucraina cesserà, perché la Francia non se lo può permettere; che le sanzioni saranno superate, che la pace energetica con un paese in guerra d’aggressione contro gli europei democratici dovrà necessariamente instaurarsi: insomma bandiera bianca sul fronte orientale. Inoltre un punto qualificante della piattaforma del partito di Le Pen e Bardella è la preferenza nazionale, cioè un criterio di erogazione dei servizi pubblici che abolisce il senso della cittadinanza eguale e soffia sul fuoco dell’intolleranza verso lo straniero e l’immigrato. Sono cose che possono piacere o dispiacere, certo sono sbandieramenti per i quali Marine conta su Santiago Abascal e Giorgia Meloni, sperando che una svolta lepenista in Francia condizioni anche Italia e Spagna in un processo di indebolimento dell’Unione europea.
A sentire Meloni ieri alla Camera si aveva la felice impressione che una eventuale Marine vittoriosa a Parigi potrebbe fortunatamente finire delusa dalla destra italiana.
I precedenti dei comunicatori dei ministri Piantedosi e Salvini già passati a Leonardo e all’Enav. E in vista del voto del 2027 movimenti anche tra i deputati: dopo Bagnai all’Antitrust, Matone in corsa per l’Anac

(di Antonio Fraschilla – repubblica.it) – Sembra ormai un percorso segnato. Per i portavoce e comunicatori del governo Meloni sono pronti posti di pregio nelle controllate di Stato. E in vista dell’anno elettorale si susseguono “traslochi” e rumors su prossimi trasferimenti. Su quest’ultimo fronte, quello dei rumors appunto, nei corridoi del colosso del petrolio Eni si dà per centro l’arrivo del portavoce dei portavoce per un ruolo nella comunicazione: Fabrizio Alfano, che ha seguito come un’ombra la premier Meloni in questi anni.
Per Alfano il percorso sarebbe già stato delineato anche se, da Palazzo Chigi, assicurano che non “lascerà assolutamente” Giorgia Meloni prima della fine della legislatura. Alfano ha lavorato per anni all’Agi, l’agenzia di stampa controllata dall’Eni, e l’attuale management della partecipata di Stato, di fresca riconferma meloniana, sarebbe ben felice di accoglierlo.
Alfano insomma nel 2027 dovrebbe approdare all’Eni, altri suoi colleghi si sono mossi invece prima. Il portavoce del ministro Matteo Piantedosi, Franceso Kamel, il primo novembre prenderà servizio in un altro colosso di Stato, Leonardo, con il ruolo di direttore degli Affari istituzionali. Lo storico portavoce del vicepremier e ministro delle Infrastrutture e trasporti Matteo Salvini, Matteo Pandini, è approdato e ha già preso servizio alla guida della comunicazione dell’Enav, l’Ente nazionale del volo che fa capo al Ministero dell’Economia dove siede il leghista Giancarlo Giorgetti. Il portavoce del sottosegretario Edoardo Rixi, anche lui leghista e anche lui ai Trasporti, Giuseppe Maria Sciortino è andato invece all’Ansfisa, l’Agenzia nazionale sulla sicurezza nel trasporto ferroviario. In molti casi sono stati svolti selezioni e colloqui, per carità. Ma a fine legislatura, ormai con la data di scadenza all’orizzonte, i movimenti dai gabinetti e dagli staff alle controllate si susseguono.
E i movimenti non riguardano solo i comunicatori: Francesco Lucianò, ex capo della segreteria tecnica di Matteo Salvini, è risultato allievo dirigente vincitore del percorso selettivo della Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Il deputato della Lega Alberto Bagnai è andato all’Antitrust, e per l’Anav gira il nome di Simonetta Matone, magistrata e deputata della Lega.
Lo stesso Alfano replica: “Parlare di un mio “trasferimento, arrivo o approdo” in Eni è del tutto fuorviante. Faccio infatti già parte del gruppo Eni da anni, attualmente in aspettativa per lo svolgimento del mio incarico istituzionale. Non esiste alcun piano, progetto né accordo per un mio futuro inserimento o per l’assunzione di ruoli di primo piano nella comunicazione del gruppo Eni”.
Per famiglie e spesa sociale stanziati 5 miliardi. Il governo rinvia la definizione delle misure all’esito delle trattative con l’Ue sui margini di flessibilità per le spese militari

(ilfattoquotidiano.it) – Una manovra da circa 23,5 miliardi di euro nel 2027, con coperture che arriveranno anche dal settore finanziario, dai tagli ai ministeri e dai giochi. È quanto emerge dal Documento programmatico di bilancio (Dpb) 2027 trasmesso dall’Italia alla Commissione europea nella notte, che conferma il ricorso alla clausola di salvaguardia nazionale per finanziare maggiori spese per la difesa e la sicurezza energetica.
Secondo le tabelle sono previsti: cinque miliardi per famiglie e spesa sociale, 4,5 per la difesa e solo 2,4 per la sanità. Su questo, solo ieri Giorgia Meloni ha responto le critiche nelle comunicazioni al Senato: “Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola. Se non li spendessimo per la difesa non potremmo spenderli in altro”, ha dichiarato. Due giorni fa, era stato l’Ufficio parlamentare di bilancio a lanciare un allarme sulle conseguenze che l’aumento della spesa per la difesa avrà sui conti pubblici negli anni successivi.
In materia di infrastrutture, sempre secondo le tabelle, si prevedono oltre 3 miliardi, che diventano 3,7 nel 2028 e un miliardo nel 2029. Come già anticipato, il settore finanziario garantirà alla manovra un contributo dello 0,21% del Pil, pari a circa 5 miliardi di euro. Il settore assicurerà contributi anche nei due anni successivi, pari a circa 3 miliardi nel 2028 e oltre a 2 miliardi nel 2029.
Il deficit è previsto al 3,4% del Pil nel 2027 e al 3,2% nel 2028, dopo il rientro sotto il 3% atteso quest’anno. Il documento, approvato martedì dal consiglio dei ministri, conferma gli obiettivi programmatici del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) e anticipa elementi della manovra. “La definizione puntuale degli interventi”, si legge nel testo, “che confluiranno nel disegno di legge di bilancio di prossima presentazione al Parlamento terrà conto degli esiti delle interlocuzioni in corso con le Autorità europee finalizzate alla migliore definizione del perimetro di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia”.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Non bastavano i problemi in seno al campo largo, ancora privo di un programma a meno di un anno dalle elezioni. A mettere a dura prova la segreteria Schlein è ora la discussione interna al Partito Democratico sul Ddl Antisemitismo, proposto dal leghista Massimiliano Romeo e in attesa di approvazione alla Camera, dopo il primo sì incassato al Senato. A Palazzo Madama Elly Schlein aveva optato per la linea dell’astensione, lasciando l’onere del voto contrario agli alleati del M5S e AVS, che insieme a una vasta rete composta da accademici e ong denunciano la natura liberticida della legge. L’indirizzo della segreteria è stato boicottato da 6 senatori dem, tra cui Graziano Delrio, firmatario di una proposta analoga assorbita dal Ddl Romeo, a cui hanno espresso il proprio voto favorevole. Ora, nel tentativo di ricompattarsi per evitare una nuova spaccatura a Montecitorio, i dirigenti del PD hanno lavorato per ottenere il rinvio del voto in aula, trovando l’assenso della maggioranza che dal canto suo potrà contingentare i tempi dell’esame e scavalcare le richieste delle opposizioni.
Astensioni, voti contrari (per ora solo annunciati) e favorevoli, aule abbandonate: in pochi mesi il Partito Democratico ha percorso tutte le strade possibili, cambiando più volte itinerario, di fronte all’esame del Ddl Antisemitismo. Il provvedimento adotta la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), contestata a livello internazionale perché equipara all’antisemitismo le critiche alle politiche del governo d’Israele, attaccando di fatto la libertà di espressione. La misura ha comunque trovato un centrodestra compatto, passando a marzo in Senato con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Tra questi, i 6 senatori dem: Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa, che hanno ignorato la direttiva dell’astensione proveniente dal Nazareno. Non proprio la vetrina ideale per un partito impegnato nelle trattative sugli equilibri politici del campo largo, ancora alla ricerca di un leader condiviso da tutte le forze.
Elly Schlein non vuole cedere così facilmente lo scettro a Giuseppe Conte, volto del M5S post-Grillo; così è corsa ai ripari, per ricompattare il partito e rilanciare l’immagine della sua leadership. In vista del voto in Commissione Affari costituzionali della Camera, è stata adottata la nuova linea sul Ddl Antisemitismo: il voto contrario. Sembrava fatta, poi è arrivato l’aut aut di Emanuele Fiano, che ha minacciato di uscire dal partito in caso di opposizione alla proposta di legge. A un possibile effetto domino si è aggiunto l’invito della senatrice a vita Liliana Segre a ripensare la posizione sul ddl. Lo psicodramma ha così ripreso a serpeggiare, portando i deputati dem ad abbandonare l’aula prima del voto in Commissione.
Ieri, all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, avrebbe dovuto figurare anche il Ddl Antisemitismo. Ma a seguito di un accordo raggiunto tra i capigruppo, la discussione è slittata a novembre. A guadagnarne è sia il PD, che dovrà continuare i suoi lavori di mediazione interna, sia la maggioranza, che con il cambio di calendarizzazione potrà contingentare i tempi dell’esame, limitando interventi e modifiche.
Che il Partito Democratico abbia ereditato quella divisione in correnti tipica dei partiti-massa della prima repubblica non è un mistero. Così come non è un mistero che queste divisioni comportino evidenti spaccature su temi politici rilevanti, a partire dai rapporti con Israele. Quello del Ddl Antisemitismo non è un caso isolato. Nel PD c’è chi parla di genocidio a Gaza, e chi lo nega. Chi chiede sanzioni nei confronti di Tel Aviv e chi si oppone, perché le inquadra come una punizione collettiva, nonostante il pieno appoggio alle sanzioni verso Mosca per l’invasione dell’Ucraina, configurando il doppiopesismo europeo. L’invio di armi a Kiev è un altro argomento scottante in casa Nazareno, registrando tensioni tra la base e la dirigenza. Un punto che tiene in scacco il campo largo, ancora orfano di un programma a meno di un anno dalle elezioni.
Gli Usa, dopo aver fomentato la guerra in Ucraina, hanno lasciato l’Europa sola a pagare il conto. Chi l’avrebbe mai detto?

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Stupisce lo stupore dei nostri, si fa per dire, leader europei di fronte all’accordo siglato fra Trump e Putin per la fornitura di gasolio dalla Russia agli Stati Uniti. Le intenzioni del presidente Usa erano del resto chiarissime. E ben prima del suo secondo insediamento alla Casa Bianca, avendo più volte annunciato in campagna elettorale il disimpegno dal fronte ucraino, aperto dal suo predecessore Biden.
L’intesa che ieri, in parlamento, la premier Giorgia Meloni ha definito “molto rischiosa” – il massimo della critica che l’ormai ex pontiera tra Usa e Ue, finita sulla lavagna dei cattivi del tycoon, è riuscita a proferire – non è che la logica conclusione delle dichiarazioni a più riprese fatte da Trump. Che aveva, peraltro, ampiamente ribadito anche nell’incontro di Anchorage, in Alaska, dove aveva ricevuto Putin con il tappeto rosso. L’accordo tra Russia e Stati Uniti sul gasolio è, d’altra parte, il degno epilogo del trattamento che l’Europa, ben conoscendo il personaggio, si è lasciata infliggere senza battere ciglio: dai dazi sulle importazioni dall’Eurozona fino al 5% del Pil in spese militari per tutti i Paesi Ue membri della Nato (ad eccezione della Spagna).
Dopo il 22esimo pacchetto di sanzioni alla Russia, intanto, ieri Bruxelles ha erogato altri 2,86 miliardi di euro all’Ucraina, come tranche del prestito da 90 miliardi destinati all’acquisto di armi per proseguire una guerra della quale gli Usa, nostro principale alleato (in teoria) e primo azionista della Nato (di fatto), dopo averla fomentata, ci hanno lasciati a pagare il conto. Chi l’avrebbe mai detto?
Le cancellerie europee si sono rifiutate di assecondare le richieste di Washington, ma la mossa dimostra la volontà dell’amministrazione Usa di spingere il presidente ucraino al tavolo accettando le richieste di Putin

(ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump vuole portare Russia e Ucraina al tavolo dei negoziati prima delle elezioni di midterm e per farlo ha deciso di sacrificare Kiev. Dalla telefonata con Vladimir Putin, l’amministrazione americana ha dato il via a un’azione di boicottaggio della difesa ucraina che, come ammesso anche dai vertici dell’esecutivo guidato da Volodymyr Zelensky, rischia di farla capitolare. Così, dopo il depotenziamento del sistema Starshield, la versione militare e governativa della rete satellitare Starlink che permette ai soldati di intercettare gli attacchi russi in cielo e in terra, è emerso che da Washington sono state fatte pressioni sull’Unione europea affinché sbloccasse alcuni asset sovrani russi congelati. Una mossa che, insieme al ripristino dell’export di gasolio di Mosca verso gli Stati Uniti, punta a dare nuovo ossigeno alle casse russe per sostenere il conflitto. Ma i Paesi Ue hanno rifiutato.
La proposta consisteva nel trasferire gli asset scongelati in un veicolo finanziario sotto la supervisione di Washington, nel tentativo di rilanciare i negoziati di pace, scrive il Financial Times secondo cui l’idea è emersa nel corso della riunione della scorsa settimana a Miami fra i negoziatori americani, ucraini e i funzionari di Francia, Germania, Regno Unito, Unione europea e Nato.
Che l’obiettivo sia convincere Zelensky ad accettare le pretese di Putin o favorirne una sua cacciata lo ribadisce anche Elon Musk. Il fondatore di SpaceX ha specificato nelle scorse ore che la rete militare Starshield è indipendente da quella civile Starlink e che la prima è interamente controllata dall’esercito Usa e non dalla sua azienda. Ciò non toglie che lui stesso da giorni è tornato a fare pressione affinché il presidente ucraino lasci il proprio incarico: “Questo massacro continuerà. È ora che Zelensky se ne vada“, ha scritto su X.
Anche il leader ucraino è consapevole del fatto che senza il supporto americano il suo esercito è destinato a capitolare. Lui stesso, in un’intervista al giornalista britannico Piers Morgan, ha accettato per la prima volta di parlare di un suo successore per replicare al tentativo di Trump di costringerlo a lasciare l’incarico. “Quando sono diventato presidente, la Crimea e parte del Donbass erano già occupate – ha detto – E c’era un altro presidente, il presidente Trump dovrebbe saperlo, c’era un altro presidente sulla mia poltrona. E poi c’era l’ATO, l’operazione antiterrorismo, che è durata a lungo. Davvero a lungo. Fino all’invasione su vasta scala. Questo significa che la mia rimozione, ovviamente una decisione del nostro popolo, non di Trump, non di Musk o di qualcun altro. Intendo dire che la mia rimozione non cambierà la situazione. Sono sicuro che il nuovo uomo o la nuova donna (presidente, ndr) difenderà il nostro Paese perché questa è la nostra casa, come si può fare altrimenti?”.
Fino al momento in cui sarà costretto ad abbandonare l’incarico, quindi, Zelensky non arretrerà di un centimetro riguardo alla lotta contro l’invasore russo. E l’ultimo annuncio in campo militare fa capire che anche l’ipotesi di una tregua energetica in vista dell’inverno è ormai considerata da Kiev una falsa speranza. Così, ha detto in un’intervista al Financial Times, l’Ucraina “riprenderà gli attacchi alle raffinerie petrolifere russe“, cosa che non solo penalizza l’export di greggio della Russia ma fa anche imbestialire Trump che spera in consegne rapide e senza troppi ostacoli.
TRUMP, ‘CHI FA TRAPELARE INFORMAZIONI RISERVATE DEVE ESSERE FUCILATO’

(ANSA) – WASHINGTON, 14 OTT – “Chi fa trapelare informazioni riservate deve essere fucilato”. Lo ha detto Donald Trump ad un comizio in Arizona. Il presidente si è poi rivolto ai media presenti e ha detto: “Loro sono come quelli che fanno trapelare le notizie”.
TRUMP, ‘SONO IL NUMERO UNO SU TIKTOK, TAYLOR SWIFT È SOLO 19ESIMA’
(ANSA) – WASHINGTON, 14 OTT – “Ho guadagnato 72 miliardi di dollari su TikTok! Sapete chi è il numero uno su TikTok? Trump. Sono io il numero uno”. Lo ha detto Donald Trump durante un comizio in Arizona. “Taylor Swift è diciannovesima. Hanno appena pubblicato le classifiche”, ha aggiunto il presidente americano attaccando la popstar come aveva già fatto durante la campagna presidenziale del 2024.
TRUMP, ‘LA GROENLANDIA ERA DELLA DANIMARCA MA ORA È NOSTRA’
(ANSA) – WASHINGTON, 14 OTT – Donald Trump rivendica che la Groenlandia appartiene agli Stati Uniti. Durante un comizio in Arizona il presidente ha detto che l’isola “apparteneva alla Danimarca ma ora si è aggiunta al nostro bel piatto. Il nostro piatto si ingrandisce continuamente, pensate anche al Venezuela”.
TRUMP ATTACCA LA GOVERNATRICE DEM DELL’ARIZONA, ‘È STUPIDA’
(ANSA) – WASHINGTON, 14 OTT – “Katie Hobbes è stupida, proprio stupida. Io posso dirlo perché frequento persone molto intelligenti come Elon Musk”. Lo ha detto Donald Trump ad un comizio in Arizona attaccando l’attuale governatrice democratica dello Stato. Il presidente ha poi ribadito di “fare finta che sulla scheda ci sia il suo nome” alle prossime elezioni di midterm. “Quando ci sono io i repubblicani prendono il 40% in più”, ha detto.