Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Caro carburante, la rivolta dei pescatori in Francia spaventa: strade e porti bloccati


Alta tensione in diversi porti francesi, per la protesta dei pescatori.

(tg.la7.it) – Pescatori francesi in rivolta contro il caro-carburante nel paese il crescente peso delle normative europee. Da diversi giorni, stanno mettendo a ferro e fuoco la costa sud con blocchi ai depositi petroliferi e agli scali portuali. 

La situazione

L’epicentro della mobilitazione si trova a Frontignan, nel dipartimento dell’Hérault, dove tra i 150 e i 200 manifestanti hanno sbarrato gli accessi a una raffineria a partire dalle tre del mattino, incendiando pallet e impedendo il transito delle autocisterne. Situazione tesa anche in mare: piccole imbarcazioni e pescherecci stanno paralizzando l’accesso ai porti di Nizza, Sète, Grau-du-Roi e Port-la-Nouvelle, con possibili estensioni delle proteste verso Marsiglia e Tolone.

Le richieste dei lavoratori

I rappresentanti dei lavoratori descrivono l’azione come “simbolica”, ma avvertono che la categoria è ormai allo stremo e non intende cedere. Tra le rivendicazioni principali figurano: la riduzione del prezzo del gasolio: i pescatori denunciano di “lavorare in perdita” e chiedono aiuti concreti sul costo dell’energia.

Revisione delle norme UE: contestati gli stringenti standard europei, con striscioni che accusano le direttive comunitarie di affondare il settore. L’aumento dei sussidi. Sebbene il premier Sébastien Lecornu abbia ipotizzato la proroga degli aiuti fino al 31 dicembre con un incremento del contributo statale da 25 a 35 centesimi al litro, molte istituzioni locali e sindacati spingono per un intervento più deciso. Il sindaco di Nizza, schieratosi al fianco dei manifestanti, ha parlato di “legittima rabbia” sollecitando uno sconto di 50 centesimi al litro.

La preoccupazione per il ritorno dei “gilet gialli”

La tensione resta alta in vista dell’incontro cruciale a Parigi tra la il ministro della Pesca, Catherine Chabaud, e le delegazioni dei lavoratori guidate dal rappresentante Ange Natoli. L’esito del tavolo istituzionale determinerà il proseguimento o il rientro dello sciopero.

Il braccio di ferro con il governo preoccupato per un’eventuale onda di contagio sociale su scala nazionale a otto mesi dalle elezioni presidenziali. L’ombra di una nuova stagione di mobilitazioni in stile Gilet Gialli fa tremare Parigi, mentre sui social network circolano già i primi appelli per una grande protesta nazionale il prossimo 17 ottobre.

In serata l’annuncio del ritiro della protesta

In serata rientra la protesta dei pescatori francesi contro il caro carburanti. Dopo quasi una settimana di
mobilitazioni hanno annunciato la revoca dei blocchi al porto di Nizza e a un deposito petrolifero a Frontignan.

La svolta sul fronte dei blocchi è arrivata al termine di un incontro di oltre sei ore a Parigi con la ministra responsabile della Pesca, Catherine Chabaud. I pescatori del Mediterraneo, si ”sono impegnati a revocarli”, ha annunciato la ministra, promettendo che gli aiuti concessi ai pescatori ”seguiranno le variazioni del corso dei carburanti”.

Quella di stasera però sembra solo una tregua. Nel Paese infatti serpeggia il malcontento e si temono proteste pesanti visti gli appelli alle manifestazioni che sono veicolati dal web.


“Diamo lo scudo ai ministri”. L’ultima trovata della destra


Sulle chat l’idea: stesse garanzie di deputati e senatori

“Diamo lo scudo ai ministri”. L’ultima trovata della destra

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Una richiesta di integrazione alla Procura di Milano per capire se alcune chat di parlamentari siano state acquisite relativamente al periodo precedente al mandato. Ma soprattutto una proposta: allargare l’immunità parlamentare non solo agli eletti, ma anche ai ministri non parlamentari.

È questo l’esito delle due sedute delle Giunte per le autorizzazioni e immunità di Senato e Camera, che si sono riunite tra martedì e mercoledì sulla richiesta dei magistrati milanesi di utilizzare le chat tra l’ex direttore generale del Tesoro, Marcello Sala, e 9 parlamentari nell’inchiesta sulla scalata di Mps a Mediobanca. Le due Giunte, a cui è arrivata la richiesta, si stanno uniformando. Tra gli eletti ci sono i ministri Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, i sottosegretari Edoardo Rixi, Federico Freni, Maurizio Leo, Giovanbattista Fazzolari e i parlamentari Massimiliano Romeo, Giulio Centemero e Antonio Misiani.

[…]

Né Sala né i parlamentari sono indagati, ma i magistrati sostenevano che le chat servano per verificare se effettivamente Sala avesse parlato coi 9 parlamentari e per non danneggiare le indagini. Nella richiesta, inoltre, i pm milanesi hanno chiesto l’acquisizione delle chat di un ministro non parlamentare – Guido Crosetto – con Sala. Crosetto al Fatto ad agosto aveva spiegato: “Essendo ministro, mi sembra normale parlare col direttore generale del Tesoro: ma non ci ho mai parlato di Mps”.

L’indicazione della maggioranza è quella di dichiarare la richiesta “inammissibile” spiegando che i magistrati hanno tutti gli elementi per capire se le chat siano tra Sala e i parlamentari.

Ma nella seduta di martedì della Giunta del Senato, il relatore di Forza Italia Adriano Paroli è andato oltre. Si è soffermato su due punti. Il primo riguarda proprio Crosetto. Il relatore azzurro spiega che dagli atti non emerge “alcun reato a suo carico, né ministeriale né comune”, come per tutti gli altri parlamentari coinvolti: “Ma se il ministro Crosetto non è coinvolto, verosimilmente non sussiste alcun reato ministeriale, in quanto la qualifica soggettiva di ministro certamente non è sufficiente, ma è in ogni caso necessaria. Sarebbe infatti un paradosso logico e giuridico configurare un reato ministeriale che non coinvolga alcun ministro”, ha detto Paroli. Dunque, non configurandosi un reato ministeriale, Crosetto in teoria non sarebbe protetto dalle guarentigie dei colleghi. E quindi, che fare? Per il relatore di Forza Italia bisogna cogliere l’occasione per rivedere la legge costituzionale del 1989 che regola l’immunità dei parlamentari. Come? Garantendo le stesse tutele ai ministri non parlamentari (oggi coperti solo per i reati ministeriali) rispetto ai parlamentari. Così facendo, le Camere sarebbero chiamate a esprimersi in caso di arresti, perquisizioni, intercettazioni anche per i reati non ministeriali dei ministri non eletti. Una proposta che ha trovato d’accordo il meloniano Sergio Rastrelli e il renziano Ivan Scalfarotto che ha motivato questa possibile ulteriore guarentigia che servirebbe anche a tutelare la “sicurezza delle comunicazioni di un ministro”. Paroli in aggiunta ha ricordato il precedente con cui la Consulta nel 2013 ordinò la distruzione delle intercettazioni tra l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Nicola Mancino “evidenziando la necessità di tutelare la riservatezza del presidente della Repubblica, funzionale all’esercizio delle proprie attribuzioni”.

[…]

La maggioranza si è anche espressa per chiedere alla procura i nomi dei senatori per cui sono state acquisite le comunicazioni precedenti al mandato parlamentare. La destra sarebbe contraria perché ritiene che le guarentigie valgano sempre: basta che l’eletto sia in carica.


Giorgia come B., è una a ferita a democrazia e Costituzione


(di Alfiero Grandi – ilfattoquotidiano.it) – La legge per il ritorno del nucleare in Italia porta indietro le lancette dell’orologio a quando ci provò Berlusconi e fu travolto nel 2011 dal referendum che cancellò la legge. Meloni e Pichetto sono convinti di fare meglio di Berlusconi, ma stanno infliggendo una ferita alla democrazia e alla Costituzione. I cittadini hanno detto no eppure la destra al governo – la stessa che vorrebbe fare votare dal popolo il capo del governo – schiera la maggioranza parlamentare, ottenuta con una legge elettorale che gli ha regalato il 15% dei parlamentari, contro il voto popolare dei referendum del 1987 e del 2011. Così si apre una frattura tra voto dei cittadini e voto parlamentare. È un incentivo all’astensione. La Corte costituzionale ha chiarito i limiti cui il Parlamento deve attenersi su un argomento bocciato dal voto popolare, vedi sentenza 199/2012.

Il nucleare da fusione sarebbe stato possibile perché non è stato bocciato dai referendum. Si vuole insistere? Chiediamo alla Corte costituzionale se è lecito tornare su un argomento bocciato dal voto popolare. Questo Parlamento non ha mai avuto un mandato per questo. Schierare il Parlamento contro il voto popolare è una ferita per la democrazia e contro la Costituzione, che mette in equilibrio democrazia diretta e delegata.

Il governo che non sa cosa fare per fermare l’esplosione dei prezzi dei prodotti petroliferi, provocata in gran parte dall’amico Trump che sta sfasciando tutto, compresa la nostra economia. Per questo il governo cerca di vendere il nucleare come soluzione ma è costretto ad ammettere che prima di 10-15 anni non arriverà.

In realtà questo governo non ha aiutato le rinnovabili e ha bloccato l’eolico off shore che, dati Terna, potrebbe realizzare energia elettrica in 2-3 anni più del nucleare.

Organi di informazione dicono che Newcleo, startup che dovrebbe costruire gli Smr (piccoli reattori) di cui si parla molto ma di cui non esiste un prototipo verificabile, si sta quotando a New York, nella speranza di ottenere i miliardi necessari per partire con gli Smr, in attesa degli Amr che finora sono solo progetti e che funzionerebbero con modalità che i francesi hanno già abbandonato. Miracolo a Milano?

Colpisce la coincidenza dei tempi tra la legge italiana e la quotazione in Borsa di Newcleo, un aiutino agli amichetti?


Il sangue nelle vene (e i neuroni evaporati) della Schlein


(Alessio Mannino – lafionda.org) – “Sono l’unica leader italiana che ha sangue ebraico, siamo andati con mio padre a cercare i parenti a Leopoli, ma dal punto di vista giuridico questo ddl non sta in piedi”. Se mai a qualcuno fosse rimasto mezzo dubbio sull’intelligenza di Elly Schlein, dopo questa dichiarazione speriamo se lo sia tolto. Non parlo di intelligenza politica, ma di intelligenza tout court. L’analisi semantica della frase, del resto, lo dimostra infallibilmente.

L’enormità sta subito nelle prime parole. La segretaria del Partito Democratico sembra tutta giuliva nel sottolineare di essere l’unica leader ad avere antenati ebrei (fra l’altro a Leopoli, cioè in Ucraina, il che non guasta, per chi ha votato tutti i pacchetti di aiuti a Zelensky). L’intenzione, evidente, è rivendicare un’appartenenza, sia pur parziale, all’ebraismo in quanto caratteristica positiva. Il che, in sé e per sé, non rileva: ognuno ha il proprio albero genealogico, fine. Ma nel farlo utilizza un’espressione, “sangue ebraico”, che dovrebbe far sobbalzare sulla sedia le tollerantissime comunità ebraiche di qualunque luogo e orientamento, visto che, come ognun sa, non esiste un gene, una razza ebraica. Questa era esattamente la tesi dei nazisti fatta propria, in sostanza, anche dai fascisti italiani, quanto meno a partire dal Manifesto della Razza del 1938. Niente male, per chi si professa anti-razzista, ricorrere a terminologie razziste.

Si dirà che le sarà scappato, che l’inconscio a volte fa brutti scherzi. Ma una leader, per giunta nel momento stesso in cui si autoqualifica come tale, non può fare di questi scivoloni. Perché, sotto il profilo logico, sarebbe come, per un liberal-democratico, sbandierare ai quattro venti di voler difendere la libertà d’opinione o religione per chiunque, universalmente, e poi affermare che chi non è liberale e democratico deve diventarlo, con le buone o con le cattive. Cioè rivelandosi, in pratica, un fascista (che è quanto normalmente avviene, fra parentesi, nel nostro liberalissimo e democraticissimo Occidente con i popoli e culture altre, almeno stando a sentire i suoi paladini sempre pronti alla crociata).

La seconda buccia di cane allegramente pestata dalla geniale Schlein è nell’aggettivo “giuridico”. È sotto questo aspetto, infatti, che motiva la strombazzata svolta, che staremo a vedere quanto svolta sarà, sull’ignobile ddl antisemitismo proposto dal centrodestra (e condiviso da parte del centrosinistra, destra Pd inclusa). Qui il ragionamento si fa politico, e perciò, lo diciamo subito, opinabile. Si può essere contrari o favorevoli, a una legge che adotta una definizione di odio anti-ebraico estensiva al punto da rischiare di far intasare i tribunali con denunce contro chi, invece, legittimamente critica, in modo anche aspro, Israele e le sue malefatte, specialmente quelle compiute sulla pelle dei palestinesi. Quel che non è opinabile è riconoscere che il piano di discussione non è giuridico, non riguarda il codice, le pandette e i cavilli giurisprudenziali, ma è, appunto, politico. Arcipolitico. Perché la libertà di espressione non può e non deve essere affare di giudici e avvocati, i quali dovrebbero occuparsi, al massimo, di reati quali ingiuria, diffamazione e calunnia. La libertà di dire quel che si pensa è la precondizione stessa del fare politica in una società che si pretende libera (e difatti, dal codice penale andrebbero divelti tutti i reati d’opinione, senza eccezione, come la legge Mancino). È, insomma, la cosa più politica che ci sia.

Ora, è chiaro che la poverella, dovendo districarsi giornalmente in quel ginepraio di correnti l’un contro l’altra armata che è il Pd, è costretta a dosare mediante bilancino ogni uscita, che per altro distilla col contagocce. Senza contare la pressione che patisce, povera stella, per la nettezza (ci vuol poco) che caratterizza le posizioni di Giuseppe Conte e dei 5 Stelle, anche su Israele. Si capisce, pertanto, come mai l’improvvida cerchi di ridimensionare il no al ddl anti-israelismo a una questione da legulei. Ma questi, con rispetto parlando, son casi suoi.

Quel che a noi preme è rimarcare la pochezza davvero demenziale di chi ancora, nonostante tutto, nonostante compromessi, giravolte, ambiguità, nonostante una scoperta, acclarata, perfetta funzionalità al sistema di potere interno e internazionale, passa per “opposizione”. Un’opposizione che non sa neppure non dico avere una linea, ma neppure usare parole appropriate per mascherare di non averla. D’Alema, al confronto, era Bismarck. Ma come Bismarck e tutti gli epigoni di Bismark, con la loro realpolitik lanciata senza freni fino a mangiarsi il senso stesso della propria parte politica, anche un sofisticatissimo buggeratore. D’altronde, se oggi gli eredi di gran parte del Pci e della sinistra Dc si ritrovano una nullità come la Schlein alla loro guida, lo si deve proprio a fini dicitori come D’Alema. “Non c’è via di scampo, quasi quasi mi faccio uno shampoo” (Gaber).


Vannacci sfida i Berlusconi: Roscioli c’è, ma non si vede


Il Generale cerca a Reggio la sua Sassonia e sfotte in piazza il candidato romano caro ai B.: “Volete uno di voi o Barabba?”

Vannacci sfida i Berlusconi: Roscioli c’è, ma non si vede

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – L’ardito atterra nella città del Boia chi molla e avanza tra gli “avanguardisti” raccolti a corona in piazza Duomo, “davanti al simbolo della cristianità”, ricorda il camerata apripista. Il generale è qui, per chiedere: “Volete voi uno di Reggio o Barabba?”.

In piazza discutono su chi sia Barabba mentre Roberto Vannacci chiude la magnifica esperienza elettorale di Futuro nazionale qui, nella città dei moti del 1970 guidati dalla destra missina, nella terra più nera che ci sia. Una rivolta contro lo Stato centrale finita dopo mesi di scontri nel sangue. “Finirà come in Sassonia”, annuncia lui.

Nelle elezioni suppletive di domenica Futuro Nazionale propone Mimmo Giannetta, un medico timido e mite, politico di professione, che sembra uscito da un convegno dell’Udc. In effetti il candidato avanguardista fino alla primavera scorsa era un liberale, capogruppo in Consiglio regionale di Forza Italia.

Poi “il traditore”, come l’ha chiamato Roberto Occhiuto, è passato con Vannacci perché il nuovo dominus della città, Francesco Cannizzaro, a cui spettava il diritto di scegliersi il sostituto alla Camera (il neo eletto sindaco era deputato uscente), ha voluto accontentare Marina Berlusconi e ha chiamato il tesoriere del partito, il romano Fabio Roscioli. “Il candidato in contumacia”, lo sfottono in città perché Roscioli non s’è visto e magari si affaccerà per i ringraziamenti, lunedì sera. Il sindaco Cannizzaro ha spiegato: “È il mio sostituto, rimane in Parlamento per cinque sei mesi e basta. L’ho scelto perché serve qualcuno che mi dia una mano”. In quanto ad autostima Cannizzaro non difetta. “È uno che si sbraccia, che suda, che s’accalora ma che vuole tutti a scodinzolare”, dice Vannacci.

Reggio Calabria è una città che piange. I giovani sono fuggiti, le case vuote e sbriciolate, azzannate dall’incuria. “Case troppo grandi per famiglie troppo piccole”, dice Demetrio Carlizzi, sindaco agli inizi del duemila. Reggio è una città che si sta svuotando, che mostra i blocchi di cemento già provato dall’età, le strade bucate e l’idea che bisogna fuggire.

“Il più bel chilometro d’Italia”, decretò Gabriele D’Annunzio. È il lungomare sul quale si affacciava Salvatore Quasimodo, assunto come geometra del Genio civile. È la via, bendata da un circuito da maestose magnolie, che apre la città alla Sicilia e dà a Reggio una luce strabiliante e la modella, la muove, la ricolloca dentro il mare dello Stretto, nella fantasmagorica posizione di vivere tra Scilla e Cariddi.

Lunedì sapremo se Reggio Calabria sarà la Sassonia di Vannacci, ma è certo che il candidato di Futuro nazionale rompe ben bene le uova nel paniere del centrodestra, che qui è fortissimo. È Forza Italia il partito leader, con Fratelli d’Italia che segue a ruota. La misura della consistenza della destra radicale è stimata sopra al dieci per cento, ma non oltre il quindici per cento. “Non credo alle favole, noi saremo i primi”, dice Cannizzaro, il sindaco portavoce del candidato inesistente, nel senso che c’è ma non si vede.

Fabio Roscioli è il tesoriere di Marina Berlusconi, è l’uomo che conta, nel senso proprio del termine. Entrate e uscite, ricavi e spese e soprattutto fa il punto sulla situazione debitoria nei confronti della famiglia di B. il fondatore.

“Io conosco Reggio Calabria, palmo a palmo posso indicare vicoli e piazze”, Frank Benedetto, cardiologo e grande tessitore di voti è il candidato del campo largo, la scelta del centrosinistra è una indicazione conservativa. Un nome della sanità pubblica, della società affluente.

“In famiglia c’è sempre qualcuno che ha problemi di cuore. E in ogni famiglia c’è sempre qualcuno che conosce il cardiologo dell’ospedale, il primario sempre disponibile”.

La sbandata per Vannacci esiste anche se la piazza che lo accoglie non è pienissima e anzi si conta anche una robusta selezione di fischietti, giovanissimi armati di matite e cartoni contro le ultime uscite pubbliche del generale.

Vannacci con il capello appena tinto e l’ardimento di un soldato che non ha paura, “abbiamo la forza, la capacità, le competenze” avanza tra gli applausi: “Tutti ci temono: i giornali, le tv, gli altri partiti”. Vuol dire che siamo forti.

I reggini si accostano e guardano. “Qua si dice che si va al forno che caccia il fumo”, spiega Raimondo, cittadino in cerca di un partito. Il fornaio di successo è quello col forno acceso e Vannacci è il politico che ha il vento a favore, è la novità.

“Non ascoltatelo, Reggio ha un cuore grande così e saremo noi gli interpreti della rivoluzione”, dice il sindaco sempre interpretando Roscioli, il candidato assente.

“Lui è Barabba”, avverte Vannacci, generalissimo, applaudito e festante.

“Il centrosinistra sarà la sorpresa”, garantisce Benedetto, “mi chiamo Frank, eh!”.

Riggiu, chiù ti viu chiù mi affliggi.


Gentiloni salva l’europa con le ricette di Draghi


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] “L’Europa lontana, assente, impotente, muta. L’Europa incapace di imporre la pace in Ucraina. L’Europa che non la smette di adulare Trump”. Un bel tricolon, cioè una serie di 3 frasi (di cui la prima con ben 4 aggettivi), fondato su un’anafora per dare enfasi (“L’Europa” ripetuto a inizio frase), apre il libro Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea (Rizzoli) firmato da Paolo Gentiloni, ex premier ed ex commissario europeo, oggi presidente di quel ramo della Banca Europea per gli Investimenti fuori dalla Ue. Gli tocca sfoderare tutte le armi della retorica per scaldare i cuori e farci amare l’Europa, intesa non come Continente ma come Unione fondata su un Parlamento che però non conta niente, e infatti i suoi araldi ne usano a tonnellate, di retorica; vedi l’ultima fatica del sommo europeista Mario Draghi, dal titolo Competere o sparire (Rizzoli), basato su una fallacia del falso dilemma tipo il famoso “la pace o i condizionatori”, dopo la lettura viene la tentazione di rispondere: sparire.

[…]

La trama gentiloniana è avvincente, ed è la stessa dello spy-action di Draghi: “Siamo sotto assedio, per la minaccia di Putin e l’abbandono di Trump”. Dobbiamo recuperare l’“orgoglio europeista”. Per farlo, Gentiloni, già autore nel 2018 de La sfida impopulista, manuale per battere le destre sovraniste (infatti nel 2022 trionfò Meloni), impersona l’anti-europeista grullo: “Questa Unione Europea ossessionata dalla transizione verde e che si ostina a volerci privare del gas russo. Questa Europa col feticcio della concorrenza e il tabù del debito pubblico” (qui ricorda il Verdone di Acqua e sapone che si fingeva prete: “Questo Cristo che s’immola. Questo Cristo che si sacrifica…”). E prosegue, provocatorio: “Ora vuole addirittura costringerci a spendere per la difesa. Provvedessero i tedeschi”: capito la strategia? Profanare la sacra Unione con una raffica di luoghi comuni (“È un mostro di burocrazia, va fermato”), riducendo a macchietta chiunque dubiti della bontà del riarmo deciso dalla Commissione (ma in realtà ispirato dallo Spirito Santo), per poi squadernare le pregevolezze della suddetta Unione. Quali? Beh, “una sanità pubblica gratuita e di ottimo livello”. Vero: dev’esser per questo che quando ha governato il partito di Gentiloni, nella persona di Renzi, la Sanità è stata definanziata più che da tutti gli altri governi; per questo, anche, alcuni governatori Pd, come Zingaretti nel Lazio, hanno dato un pacco di soldi agli ospedali privati tagliando posti letto pubblici per uscire dal commissariamento. Conti in ordine: il primo comandamento del neoliberismo che ha eroso il welfare. Peraltro Germania, Francia, Belgio e Austria hanno un sistema di assicurazioni private o semi-private obbligatorie.

Bando alle ciance: “Le ingiustizie dilagano ovunque, ma il modello europeo riesce almeno ad attenuarle perché si avvantaggia di tassazione progressiva”, scrive Gentiloni. Vero: peccato per quelle maledette flat tax che negano la nostra Costituzione, come quella per i super-ricchi di soli 100mila euro forfettari l’anno, innalzata a 200mila da Meloni! Chi l’ha fatta? Renzi; ma in quel governo Gentiloni era solo ministro degli Affari esteri, praticamente un consulente pro bono. “Ecco, queste sono le voci di chi dall’Europa vorrebbe tutto, a condizione che non possa fare nulla. La mia è una voce fuori dal coro”. Ecco, quando uno pensa a Gentiloni pensa proprio alla voce fuori dal coro, critica, coraggiosa, anticonformista. Infatti anche lui offre l’obolo al semidio che ha salvato l’euro, ripetendo la parola-chiave per accreditarsi presso il potere vero: “federalismo pragmatico”, il Fidelio già pronunciato da Schlein nell’intervista rilasciata al Foglio per ingraziarsi l’establishment, che dovrebbe significare una federazione di Stati con chi ci sta, con una Difesa unica, aperta anche a Ucraina e Regno Unito. E poi bisogna ritrovare “il grido fondativo dell’unione tra europei”: “Mai più la guerra!” (continuando a riarmarsi, certo) a cui sono seguiti “decenni” di pace; possono confermarlo i cittadini di Belgrado, a cui abbiamo impartito la lezione a forza di bombe griffate Nato per 78 giorni a partire dal 24 marzo 1999.

[…]

Insomma: Gentiloni ha un sacco di idee (fosse stato al governo italiano o almeno alla Commissione Ue!) e il suo “tosto pamphlet” (Repubblica) è la continuazione del libro di Draghi con altri mezzi: lì il pericolo era “l’ostilità di Putin”, qui è direttamente “l’espansionismo di Putin”. Ecco perché tanta retorica: “ci vuole più Europa” vuol dire che, visti i bei risultati della vecchia politica di tagli alla spesa pubblica, ora devono farci ingoiare il riarmo e altre armi all’Ucraina, dandosi pure arie da padri della Patria. Scommettiamo che il prossimo candidato dei Buoni alla presidenza della Repubblica, contro qualche nostalgico del Fascio littorio, sarà uno dei due eroici autori.


California dreaming


(di Michele Serra – repubblica.it) – La California — uno degli Stati dai redditi più diseguali nei già molto diseguali Stati Uniti — sottoporrà a referendum la proposta di una tassa del 5 per cento, una tantum, sui patrimoni superiori al miliardo di dollari. Come ha spiegato Walter Galbiati su questo giornale, la tassazione media su questa ristretta cerchia di patrimoni mastodontici (negli ultimi dieci anni triplicati di valore) è stata fin qui dell’1,4 per cento.

Avete letto bene, la virgola è al posto giusto. Gli stipendi e i redditi da lavoro sono tassati almeno dieci volte tanto, per avere un’idea di che cosa si sta dicendo quando si dice «hanno vinto i ricchi» (cito il titolo dell’illuminante pamphlet di Riccardo Staglianò).

Ma l’aspetto più sbalorditivo, forse, è un altro. Se questa legge di iniziativa popolare dovesse vincere il referendum ed entrare in vigore, sarebbe la prima volta nel mondo. Nessun governo di nessun Paese a economia di mercato ha mai pensato di cercare i soldi per il welfare là dove i soldi si accumulano, e lievitano a dismisura, protetti da un sonno fiscale inspiegabile. O spiegabile solo con la complicità politica della destra e l’impotenza politica della sinistra.

Non so se anche altrove, come in Italia, valga l’assurda idea che la parola “patrimoniale” terrorizzi, chissà perché, le masse degli elettori, che invece con ogni evidenza, in larghissima maggioranza, da una ristabilita proporzionalità fiscale trarrebbero solo vantaggi.

Certo avvilisce l’inerzia, lunga almeno tre decenni, grazie alla quale la ricchezza è diventata un potere smisurato, in grado di determinare le sorti del mondo indisturbata, incontrollata. Potere giudiziario, potere legislativo, potere esecutivo sono ormai la forma di una sostanza mutata strutturalmente: è il potere finanziario il più potente e il più autonomo. Conta di più un miliardario di un premier.


Prima il non-programma


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Ieri, proprio nel giorno del nostro 17° compleanno, mi è capitato di scompisciarmi leggendo il Fatto. Cosa che di solito mi accade con i giornaloni. L’articolo è quello di Wanda Marra sulla caccia al tesoro in cerca del programma del Pd. Wanda ovviamente non c’entra, come sempre è stata brava: lo sghignazzo nasce dalle risposte che ha ricevuto dai piani alti del Pd, una via di mezzo fra una gag di Corrado Guzzanti e un film dei Monty Python. Il punto di partenza è il mantra della “testardamente unitaria” Elly Schlein ogni volta che le chiedono delle primarie: “Prima il programma e poi i nomi”. E la gente pensa: ammazza che volpe, questa avrà il programma in tasca e sfida gli altri partiti a darsene uno. Invece domenica i 5Stelle hanno votato il loro, mentre quello del Pd non risulta. Ma cos’è il genio? “È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione” (Amici miei atto II). E al Nazareno i geni si sprecano. Quindi, alla domanda su dove sia il programma, o quando verrà deciso, votato e diffuso, rispondono così: “Il programma è l’intervento di Schlein alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia e si trova sul sito del Pd”. Il che è vero: c’è il discorso di 110 minuti e c’è il testo in “versione integrale”, per collezionisti, consta di 11.551 parole e 72.714 caratteri. Brevi (si fa per dire) cenni sull’universo, una lunga lista di bei sogni, ma nulla che somigli vagamente a un programma: che richiede precisione, dati, cifre e coperture. Tant’è che ha fatto più notizia una frase netta e comprensibile di Virginia Libero. Anche perché non siamo la Cina, che segue piani ventennali e cinquantennali. In Italia è grasso che cola se hai cinque anni interi per fare dieci o venti cose.

[…]

In 11.551 parole, “riarmo” ricorre una sola volta, per denunciare “la pericolosa corsa al riarmo nazionale di 27 eserciti ancora scoordinati tra loro”, peraltro decisa dalla Commissione Ue sostenuta dal Pd. Quindi, se è pericolosa, il Pd annullerà l’impegno preso anche col suo voto? Mistero. E il riarmo Nato al 5% del Pil (100 miliardi l’anno dal 2035)? Mai citato, anzi mai citata la Nato. E l’Ucraina? “Ha subìto un’aggressione criminale da Putin” e “non è accettabile che si riscrivano i confini con le armi”, non sia mai, ergo “chiediamo all’Ue un’iniziativa diplomatica e politica, che fin qui è mancata, per contribuire a una pace giusta, che non è la resa alle ragioni dell’aggressore”. E sia chiaro, “basta doppi standard insopportabili”: sanzioniamo pure Israele, anche se Gaza non è mai citata. E l’aggressione di Usa e Israele all’Iran? Nemmeno una parola, a parte l’esecrazione per “il brutale regime teocratico di Teheran”. Quindi lì i doppi standard insopportabili vanno benissimo. Anni fa Grillo inventò il non-statuto dei 5Stelle. Ora abbiamo il non-programma del Pd.


Nucleare, via libera alla legge. Calenda a favore, dal resto dell’opposizione piovono critiche


Approvato un testo blindato: 81 voti favorevoli, tra cui quelli di Azione, 51 i contrari e 7 astenuti. Il ministro: “Alcuni decreti attuativi riguarderanno il deposito dei rifiuti radioattivi”

Nucleare, via libera alla legge. Pichetto: “Giornata storica”. Calenda è con lui, dal resto dell’opposizione piovono critiche

(di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano.it) – Sulla carta è la fine di un’era e l’inizio (o il ritorno) a un’altra, quella dell’energia nucleare. L’ultima centrale è stata chiusa definitivamente il 1° luglio 1990, quando è terminata l’attività del reattore di Trino Vercellese, in Piemonte, anche se lì la produzione di energia elettrica si era già fermata, pochi mesi prima del referendum sul nucleare del novembre 1987. Ed ora, a circa quarant’anni da quei fatti, il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge sul nucleare, che conferisce al Governo Meloni il compito di definire il quadro normativo per tutto il settore entro dodici mesi. Dopo aver respinto le questioni pregiudiziali presentate da Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra e Partito Democratico, Palazzo Madama ha chiuso il voto sugli emendamenti dell’opposizione, senza approvare alcuna modifica al testo e confermando l’impianto blindato del provvedimento. Prima le dichiarazioni di voto dei gruppi, poi l’esito finale: 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. Maggioranza compatta, Azione ha votato a favore, Italia Viva si è astenuta e Pd, M5S e Avs contro. Per i partiti di maggioranza la legge è la svolta, ma le domande delle opposizioni sono rimaste tutte lì, senza alcuna risposta. Anche quelle di chi, convinto sostenitore del nucleare, avrebbe voluto un’accelerazione maggiore.

Le reazioni della maggioranza

“Una scelta coraggiosa e di buon senso” l’ha definita sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, parlando – in termini di benefici – di “meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali che abbiamo pagato in bolletta”. U”na battaglia che la Lega porta avanti da anni. Dalle parole ai fatti!” Ha scritto su X il leader della Lega, Matteo Salvini, citato durante le dichiarazioni di voto dal senatore del Carroccio, Manfredi Potenti (“con straordinaria lungimiranza ha portato avanti questo tema decisivo”). Per il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, è “una giornata storica per l’Italia. Il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, renderà l’Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo”. Prossimo obiettivo: “Redigere i decreti attuativi per applicare concretamente la legge. Lo faremo, di sicuro, entro fine anno”. E alcuni decreti attuativi, ha anticipato, riguarderanno anche il deposito dei rifiuti radioattivi. Ma, durante le dichiarazioni di voto, sono venute fuori le spaccature. Tra chi, come Pichetto, ritiene il testo un passo storico, chi – pur essendo favorevole allo sviluppo dell’energia dell’atomo – pensa che la legge delega sia uno strumento troppo debole o troppo vago per una materia tanto impattante e chi si è dichiarato fino alla fine contrario al ritorno al nucleare.

Le parole di Pichetto: “Prime centrali dal 2033”

Il provvedimento dà al governo la delega per emanare decreti che disciplinino la materia, e definisce i campi d’intervento: costruzione ed esercizio delle centrali, produzione di idrogeno tramite energia nucleare, gestione del combustibile esaurito e sicurezza, istituzione degli organi di controllo. Per il ministro dell’Ambiente “il nucleare non è un ritorno al passato: è una tecnologia vincente, che integrata con le rinnovabili può dare straordinari risultati per la nostra sicurezza energetica, verso la neutralità al 2050”. Qual è il piano? Lo spiega Pichetto al punto stampa, dopo l’ok alla legge: “Integrare il mix energetico nazionale, aumentare molto le rinnovabili come fotovoltaico, eolico, geotermico, idroelettrico, e poi integrarlo con il nuovo nucleare. A fianco con l’accompagnamento che scenderà nei prossimi decenni del termoelettrico. Questo significa dare all’Italia la quantità di energia che serve e – aggiunge – già oggi noi siamo carenti di 50 miliardi di kilowattora”. Poi, però, secondo le stime riportate dal ministro, l’efficientamento energetico dei fabbricati, i data center, portano gli analisti a indicare una necessità di almeno 100-150 terawattora in più dal 2040. Quando le prime centrali? “Una stima che faccio in base agli elementi che ho a disposizione, degli esperti dell’impresa e del settore, è verso il 2033-34. Questi sono i tempi che sono previsti”.

Calenda (Azione): “Facciamo e facciamolo rapidamente”

Il primo a parlare, durante le dichiarazioni di voto, è stato il segretario di Azione, Carlo Calenda. “La strada del nucleare fu abbandonata una prima volta sotto pressioni delle lobby dell’olio combustibile, che portarono alla costruzione di centrali a olio combustibile, la materia più inquinante che si possa immaginare e oggi ovviamente fuori corso” ha ricordato. E ancora: “I consumi elettrici a lungo periodo di questo Paese raddoppieranno e non abbiamo considerato fino in fondo l’impatto dei data center”. Le possibilità? O gas e rinnovabili (“che ci espone all’andamento del prezzo del gas e agli effetti delle crisi geopolitiche”) o rinnovabili e nucleare. Quest’ultimo mix costa la metà”. E poi l’esempio: “Prendiamo 4 reattori da 1,4 gigawatt. Producono 45 terawatt all’anno per 60 anni e occupano 200 ettari. Per farlo con fotovoltaico a inseguimento (che segue il movimento del sole durante la giornata, ndr) devi andare su 60mila ettari, con l’eolico ci vogliono 200mila ettari”. Un calcolo che, però, non tiene conto del fatto che non c’è alcun obbligo di consumare suolo, se si possono coprire tetti, capannoni e aree dismesse. Ma Calenda non ha dubbi: “Voglio un’Italia grande potenza industriale e senza il nucleare questo non sarà. Quindi facciamolo e facciamolo rapidamente”.

Le domande delle opposizioni rimaste senza risposta

Davanti a queste affermazioni, il resto dell’opposizione si è scatenata. “Quello che il governo presenta come l’inizio di una nuova stagione energetica è, nei fatti, una delega vastissima che rinvia a domani le decisioni essenziali. Mancano i costi, mancano i tempi, mancano le coperture e manca una valutazione compiuta delle tecnologie disponibili. Al Parlamento si chiede, quindi, un voto al buio” ha dichiarato il senatore e segretario del Partito Democratico, Nicola Irto. E ancora: “Chi metterà i soldi? Le imprese private, i contribuenti o le famiglie attraverso le bollette? Nel testo non c’è una risposta”. Poi il cenno all’eredità del passato. “Il governo ci propone il nucleare del futuro quando non è riuscito a risolvere i problemi del nucleare del passato” commenta Luigi Neve, senatore M5S, riferendosi al fatto che lo smantellamento degli impianti non è concluso e che il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi non è stato ancora realizzato. Ricco di domande senza risposta anche l’intervento del capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra del Senato Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama che parla di “gigantesca distrazione di massa. Quale beneficio avrebbe il ritorno al nucleare? “Nessuno. Centrali e tecnologie non sono ancora disponibili, nel frattempo continueremo a bruciare gas e a dipendere dalle importazioni e gli italiani a pagare sempre bollette altissime. Tutta questa propaganda sul nucleare è esattamente il modo per prolungare la dipendenza dalle fonti fossili. Il governo vuole trasformare l’Italia in un hub del gas senza avere il gas, e in una potenza nucleare senza avere l’uranio”.

Se il testo non accontenta parte dei sostenitori del nucleare

Ma la legge delega non ha accontentato neppure tutti i sostenitori dell’energia dell’atomo. Ne ha spiegato le ragioni la senatrice di Italia Viva-Casa Riformista, Silvia Fregolent. “Siamo favorevoli al nucleare, proprio per questo non possiamo far finta che questa legge risolva qualcosa. Dopo quattro anni del governo più longevo della Repubblica – ha detto – mi sarei aspettata di discutere del primo reattore da costruire, non di una legge delega che butta la palla avanti di altri dieci anni. Sul nucleare il governo Meloni, ancora una volta, decide di non decidere”. Il gruppo aveva presentato alcuni emendamenti: “Confronto preventivo con i territori, un’autorità con personale e autonomia, chiarezza sulle tecnologie sulle quali investire e una soluzione seria per i rifiuti radioattivi. Sono stati bocciati tutti. Ci hanno approvato gli ordini del giorno, ma sappiamo bene che un ordine del giorno non si nega a nessuno. Ma non si racconti agli italiani che questa legge farà scendere le bollette: prima che arrivino i decreti e si costruisca davvero una centrale passeranno anni”.


Sanità in “bolletta”


(Dott. Paolo Caruso) – Ancora una beffa per i cittadini, infatti oltre alla mancata riduzione delle accise sbandierata a gran voce dalla Meloni e all’ aumento costante dei prezzi dei carburanti, ora il governo prende in giro gli italiani con la mancetta elettorale legata alla sospensione per il 2027 del bollo auto sotto gli 80 kw e delle moto, aumentando da subito (21 settembre 2026) i Ticket Sanitari, in quanto in vigore il nuovo tariffario nazionale per la specialistica ambulatoriale e la protesica. Questo aggiornamento ha introdotto un rincaro medio delle tariffe stimato intorno al 5,8% su oltre 600 prestazioni sanitarie. Sebbene da un lato l’adeguamento tariffario miri a includere nel SSN prestazioni precedentemente accessibili solo privatamente, le associazioni dei consumatori segnalano il rischio concreto di un aggravio economico insostenibile per le famiglie e le fasce sociali più deboli. Il tutto è passato sotto il silenzio assordante di parte dei media asserviti al Potere, coperto dall’ euforia canora meloniana del “ciao bollo ciao……” L’aumento dei ticket si inserisce in un contesto già di per sé critico in cui le liste d’attesa rimangono estremamente lunghe. Tra le cause principali il Sotto finanziamento. Infatti secondo i dati della Fondazione GIMBE l’ Italia destina alla sanità pubblica circa il 6,2% del PIL, a fronte di una media europea del 7,1%, posizionandosi all’ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite. Inoltre la carenza cronica di medici e infermieri, legata al famigerato numero chiuso e non programmato, unita a carichi di lavoro logoranti, spinge molti professionisti verso il settore privato o l’estero, riducendo la capacità operativa degli ospedali pubblici. La combinazione di costi più elevati e tempi d’attesa biblici poi fa il resto costringendo un numero crescente di cittadini a rivolgersi al privato o, nei casi peggiori, a rinunciare del tutto alle prestazioni mediche essenziali. La Politicizzazione e la Gestione Clientelare delle Aziende Sanitarie Locali (ASL) e delle Aziende Ospedaliere evidenzia come la nomina dei Direttori Generali sia fortemente influenzata dalla politica regionale, e questo legame rischia di subordinare l’efficienza manageriae il merito a logiche di consenso o di appartenenza partitica, ostacolando una programmazione sanitaria di lungo termine e una gestione trasparente delle risorse e delle assunzioni. Questi tre fattori: Sotto finanziamento del Ssn con ridotta spesa sanitaria pubblica pro capite, Carenza cronica di medici e infermieri, causa principale delle lunghe liste d’ attesa, Incapacità gestionale e politicizzata delle aziende sanitarie pubbliche, delineano una crisi strutturale profonda del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) accentuata da dinamiche economiche e da una volontà dell’ attuale governo di spingere il sistema salute verso il Privato. Altro che “bollo ciao” …


S.T.R.E.E.T.S. la rete di università enti di ricerca e cultura torna nelle piazze di Campania e Lazio Meridionale


Venerdì 25 settembre ricercatrici e ricercatori incontrano cittadini e studenti in dieci città.
E con “La Notte oltre la Notte” il dialogo con le scuole continua durante e dopo la Notte.

Università, enti di ricerca, istituzioni scientifiche e realtà culturali insieme per portare la ricerca nelle piazze di Campania e Lazio Meridionale. È questa la forza di S.T.R.E.E.T.S., una rete che da quasi un decennio costruisce occasioni di incontro fra ricercatrici, ricercatori, cittadini e studenti e che torna protagonista della Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori, venerdì 25 settembre 2026.

Alla cordata partecipano l’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, l’Università di Napoli L’Orientale, l’Università degli Studi di Salerno, l’Università degli Studi del Sannio, i numerosi Istituti del CNR campani partecipanti alla rete CREO, Le Nuvole ICC, l’Università degli Studi di Napoli Parthenope, INAF – Osservatorio Astronomico di Capodimonte, INGV – Osservatorio Vesuviano, INFN – Sezione di Napoli e CIRA – Centro Italiano per le Ricerche Aerospaziali, cui si aggiungono l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa e la Stazione Zoologica Anton Dohrn. Una comunità di competenze scientifiche, umanistiche e culturali che condivide da quasi dieci anni un obiettivo: avvicinare la ricerca alle persone e raccontare il ruolo che la conoscenza ha nella vita quotidiana e nello sviluppo dei territori.

Il 25 settembre S.T.R.E.E.T.S. sarà presente a Napoli, Caserta, Cassino, Gaeta, Pico, Portici, Avellino, Benevento, Frigento e Rocca di Cave, trasformando piazze e luoghi della cultura in spazi di incontro con la ricerca. La programmazione si svolge come evento associato all’iniziativa MSCA and Citizens dell’Unione Europea, nell’ambito delle azioni Marie Skłodowska-Curie HORIZON-MSCA-2025-CITIZENS-01 European Researchers Night. Un programma diffuso e multidisciplinare, rivolto a tutte e tutti, nel quale talk interattivi, laboratori, performance teatrali e musicali diventano strumenti per raccontare la ricerca attraverso linguaggi diversi e partecipativi.

Al centro ci sono le ricercatrici e i ricercatori, chiamati a condividere il proprio lavoro non soltanto attraverso parole e numeri, ma attraverso esperienze, storie, dimostrazioni e occasioni di confronto. Il gioco, la cultura pop, la creatività e le arti entrano così nella divulgazione scientifica, con una particolare attenzione alle nuove generazioni. L’obiettivo è portare la ricerca dove le persone si incontrano, fuori dai laboratori e dentro gli spazi della vita quotidiana. Perché la ricerca riguarda tutti: dalle tecnologie che utilizziamo alle trasformazioni dell’ambiente, dalla salute al patrimonio culturale, dalle grandi domande sul futuro alle tante soluzioni che nascono nei territori.

È questa la sfida di S.T.R.E.E.T.S.: progettare attività che sappiano informare, incuriosire e far sperimentare, mettendo il pubblico nelle condizioni di partecipare in prima persona. Un modo di comunicare la scienza che fa dialogare discipline, linguaggi e generazioni e che costruisce un crocevia fra ricerca, cittadinanza e patrimonio.

Per S.T.R.E.E.T.S. la Notte non si esaurisce nella serata del 25 settembre, diversi i post eventi come il «seminario di costruzione di pace» a Veroli (26 settembre) o il RELhub laboratorio diffuso di rigenerazione urbana a Frosinone (ottobre) e Scienza in Piazza a Salerno (ottobre). Inoltre il percorso “La Notte oltre la Notte” porta la proposta S.T.R.E.E.T.S. anche nelle scuole, costruendo occasioni di dialogo fra ricercatrici, ricercatori, insegnanti e studenti durante e dopo la Notte, perché la relazione tra ricerca e scuola non può esaurirsi in un solo incontro. La piazza diventa così il punto di partenza di un dialogo che con i format didattici innovativi di Researchers@School prosegue negli istituti scolastici nel corso dell’intero anno scolastico.

L’evento è promosso con il patrocinio del Ministero dell’Università e della Ricerca. Tutte le attività sono gratuite e ad accesso libero. Il programma completo è disponibile su www.nottedeiricercatori-streets.it. Aggiornamenti e contenuti sono disponibili alle pagine social @nottedeiricercatori-streets su Facebook e Instagram.

Ingresso libero, partecipazione gratuita_INFO www.nottedeiricercatori-streets.it

Manuela Urciuoli

comunicazione e stampa


La paura di Vannacci è più forte persino del rispetto per Mattarella: Meloni è su un crinale pericoloso


(di Adriano Biondi – fanpage.it) – Ci risiamo, verrebbe da dire. La strategia è sempre la stessa: distrarre l’opinione pubblica con argomenti di scarsissima rilevanza, per impedire che il dibattito si concentri sulle vere questioni che angosciano il governo e la maggioranza. Una tecnica che Giorgia Meloni ha mutuato dagli Usa, dove i Maga hanno perfezionato e affinato teorie che da tempo circolavano nel campo della comunicazione politica, inserendoci quel tocco di situazionismo che tanto piace a noi italiani. L’elenco sarebbe lungo, ma mi piace citare uno degli esempi più surreali, peraltro arrivato in apertura di legislatura: il decreto Rave. Ve lo ricordate quel periodo, no? Quando telegiornali e giornali, non solo di area, dedicavano servizi e paginate a quella che veniva presentata come una vera emergenza nazionale, in grado di mettere a rischio il futuro dei nostri ragazzi e la sicurezza dei centri abitati, in campagna e in città. Ovvero, la presenza di queste ordine di decine, anzi centinaia, oddio forse decine di migliaia, di barbari che calavano nelle nostre vite quotidiane a colpi di (discutibilissima, peraltro) musica techno e feste in luoghi vilmente sottratti alla collettività. Quel decreto, varato mentre la maggioranza ragionava su una delle manovre più flosce degli ultimi decenni, dopo aver promesso la rivoluzione in campagna elettorale, e di cui non restano che sparute tracce (e, del resto, cosa avremmo potuto aspettarci?), è servito per testare un modello poi replicato con una costanza invidiabile, al motto di: quando siamo in difficoltà, parliamo del nulla e gli italiani ci seguiranno.

È esattamente quello che sta accadendo in questi giorni, con una complessità ulteriore, di cui parleremo più avanti. La fotografia più chiara ce la regala direttamente la presidente del Consiglio: nel giorno in cui l’Istat conferma dati che non permetteranno all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, complicando in modo tremendo la stesura della prossima legge di bilancio, Meloni rilascia un’intervista (si fa per dire) a Bruno Vespa in cui non parla mai direttamente della questione, preferendo dedicare ampio spazio al dibattito sugli studenti stranieri nelle classi, ai fotomontaggi contro di lei comparsi su pagine social a caso e così via.

Parliamoci chiaro, la mancata uscita dalla procedura di infrazione è una mazzata. Per il governo, per le ambizioni della maggioranza e finanche per i cittadini, considerando che non è mai una buona notizia quando si riducono i margini di manovra per il reperimento di risorse economiche. Lo è soprattutto considerando a cosa sarebbe servita questa maggiore flessibilità. Uscire dalla procedura sarebbe servito a escludere l’extradeficit per le spese su transizione ecologica e sicurezza/riarmo dai calcoli sui saldi di finanza pubblica. Giorgetti aveva parlato di circa 14 miliardi su energia e 22 sulla difesa, che ora, chiaramente se confermati, peserebbero sui bilanci al punto da impedire l’uscita dalla procedura anche per il prossimo anno.

In tal senso, il problema esiste eccome, tant’è che ci sono interlocuzioni in corso con la Commissione Europea. Lo spiega bene Il Sole 24 Ore:

“Ieri la Commissione ha spiegato per bocca di un portavoce che «la questione presenta diverse sfaccettature». La prima riguarda l’entità dell’extra-deficit attivabile. L’ultimo documento di finanza pubblica prevede per l’Italia un disavanzo del 2,8% nel 2027 e del 2,5% nel 2028. Nei prossimi due anni, quindi, la deroga potrebbe essere attivata per 7 decimali cumulati di Pil (17 miliardi in tutto) senza sforare il tetto del 3%: tenendosi aperta la via verso l’uscita dalla procedura ad aprile, che libererebbe lo spazio integrale della clausola. Nel Governo non manca chi ipotizza un negoziato con la Ue sulla possibilità di attivare comunque tutta la deroga scomputando dai calcoli il deficit aggiuntivo: ma non al Mef. I calcoli aggiornati in arrivo con il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) potrebbero poi offrire qualche spazio aggiuntivo”

Insomma, diciamo che la questione ha enorme rilevanza e si riflette anche negli equilibri interni alla coalizione. Perché è noto che sulle spese per la difesa (in generale, sull’intero blocco “riarmo”) ci sono posizioni diverse e un atteggiamento molto critico di larga parte dell’elettorato di riferimento, su cui pure sta lavorando il generale Vannacci. In altre parole, con la flessibilità il problema sarebbe stato convincere gli alleati a sobbarcarsi il rischio di una scelta impopolare e potenzialmente in grado di aiutare la campagna elettorale di Vannacci (e non solo, considerando che anche parte dell’opposizione è sul fronte del no all’aumento delle spese militari). Adesso, invece, si tratta di negoziare con l’Europa per ottenere risorse da destinare comunque a quell’ambito, di non rispettare accordi già presi con i nostri partner (e considerati fondamentali per la sicurezza e per il peso del nostro Paese sul piano internazionale), oppure di farlo con risorse proprie. Un rebus complicatissimo, che rischia di sfilacciare ancora di più la maggioranza e di mandare in archivio l’idea di usare la prossima legge di bilancio come un trampolino per la lunga campagna elettorale per le Politiche del 2027.

Insomma, meglio, molto meglio, cambiare argomento e provare a portare il dibattito pubblico su un altro piano. Che poi è quello prediletto da Meloni e dai suoi, soprattutto adesso che c’è la necessità di rintuzzare l’aggressività di Futuro Nazionale, addirittura all’8% secondo alcuni sondaggi. Il tema scelto, a mio avviso anche piuttosto casualmente, è quello del tetto agli studenti stranieri nelle classi italiane (nel merito vi invito a leggere qui e qui). Come da canovaccio, la materia è di quelle sensibili e la strategia per maneggiarla è sempre la stessa: si prende un fatto vero (la necessità di gestire il fenomeno della crescita degli studenti stranieri), lo si banalizza ed estremizza, lo si dà in pasto all’opinione pubblica proponendo risposte qualunquiste o del tutto inapplicabili. Nel caso specifico, peraltro, come vi racconta la nostra Annalisa Cangemi, solo due anni prima Fratelli d’Italia aveva stoppato una proposta simile della Lega, ritenendo che si “scontrava contro un limite invalicabile: la realtà dei fatti”. Ora, con Vannacci alle costole, tutto fa gioco: persino picchiare duro su immigrazione e integrazione, aumentando lo stigma su tutti gli studenti stranieri, malgrado la proposta riguardi poche migliaia di essi. Creare, fomentare, certamente non gestire, una presunta emergenza, sperando di ricavarne un tornaconto elettorale. 

Una simile campagna ha delle conseguenze. In primo luogo sul clima che si respira nelle aule scolastiche e sul modo in cui viene percepita la presenza di persone di origine straniera nelle nostre città, soprattutto nelle periferie. Usare in questo modo un tema complesso e delicato, intossicare per ragioni squisitamente speculative il discorso pubblico sulle nuove generazioni di studenti, deve essere sembrato davvero troppo al presidente della Repubblica. Il quale, badate bene, non è in astratto contrario alla problematizzazione della questione, come spiegano fonti del Quirinale, purché “serva a favorire integrazione e multiculturalità”. Il modo in cui rischiava di svilupparsi il dibattito e, non in subordine, la modalità con la quale il governo aveva intenzione di imporre la soglia del 30% (la sola idea di farlo per decreto appare un’abnormità agli esperti in materia, considerando l’insussistenza palese dei presupposti di necessità e urgenza), hanno spinto Mattarella a intervenire per delimitare il campo e provare a riportare la discussione in binari di decenza minima. Personalmente, il suo statement lo tradurrei con un lapidario: lasciate fuori gli studenti dalla campagna elettorale, l’integrazione è un percorso tortuoso e ogni intervento sulla scuola deve andare nella direzione di favorirla, non creando ghetti o alimentando insofferenza e distanze.

In un simile contesto, Giorgia Meloni doveva scegliere. Se, come scrivono alcuni analisti, indossare l’elmetto o il vestito da statista. La pressione di Vannacci e l’opportunità di creare un diversivo, evidentemente, si sono rivelate tentazioni irresistibili, al punto da spingerla addirittura ad affondare il colpo, con una mossa ai limiti del rispetto istituzionale. Rinfacciare al Capo dello Stato di aver caldeggiato in passato un provvedimento simile a quello che ora starebbe criticando non è soltanto uno sgarbo sul piano dell’etichetta e un problema per i rapporti tra Chigi e il Colle. È prima di tutto una manipolazione della realtà, perché è evidente a tutti che le intenzioni di Mattarella fossero sideralmente lontane da quelle di Valditara e che il contesto della circolare del 1990 fosse radicalmente diverso da quello attuale. Nulla di nuovo, direte voi, si tratta della tecnica di controllo del dibattito pubblico della destra di cui abbiamo parlato spesso. Che non ci si fermi neanche di fronte al Capo dello Stato, è la vera novità di queste ore. Ed è un crinale davvero pericoloso, che ci fa essere preoccupati per i mesi a venire. Se la maggioranza è così disperata da non curarsi neanche della decenza istituzionale, beh, ci aspettano tempi bui. Ancora più bui.


Meloni e la circolare sugli studenti stranieri del Mattarella-ministro


Una mossa preventiva più che un attacco frontale. Da giorni, ai piani alti del governo, gira una circolare del 26 luglio 1990 firmata dall’attuale Capo di Stato, che invitava a non superare i cinque alunni per classe dello stesso gruppo linguistico. Così l’esecutivo mette la mani avanti

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Tirare fuori dal cassetto un documento vecchio di trentasei anni non è mai un gesto neutro, in politica. E quando quel documento porta la firma di chi oggi siede al Colle, il sospetto che si tratti di una mossa preventiva più che di un attacco frontale diventa quasi inevitabile. Da giorni, ai piani alti del governo, gira una circolare del 26 luglio 1990 firmata dall’allora ministro dell’Istruzione Sergio Mattarella, che invitava a non superare i cinque alunni per classe dello stesso gruppo linguistico. Il testo è stato prima fatto girare via chat tra parlamentari e giornalisti, poi tirato fuori in tv, in prima persona, dalla Premier.

La lettura più immediata, quella che le opposizioni hanno subito cavalcato, è che la Premier abbia voluto tirare per la giacca il capo dello Stato per assicurarsi il via libera alla legge. Ma c’è una lettura più fredda, e forse più realistica, che circola proprio tra chi segue da vicino i rapporti tra Palazzo Chigi e il Quirinale: non è un’aggressione, è un’assicurazione. Prima ancora di sapere come reagirà il Colle al decreto sul tetto agli studenti stranieri, il governo si premunisce mostrando che l’idea non è un’invenzione della destra sovranista, ma qualcosa che pure il Mattarella ministro aveva ritenuto ragionevole. Tradotto: se poi il testo dovesse arrivare stiracchiato o corretto, nessuno potrà dire che l’impostazione di fondo era peregrina.

Dietro la mossa, secondo questa lettura, c’è un timore molto concreto: che il Presidente, ricevuto il decreto, non si limiti alla moral suasion silenziosa a cui ha abituato in undici anni di mandato, ma decida di far sentire il suo peso fino a rallentare o correggere sostanzialmente il provvedimento se non addirittura a bocciarlo. Mettere le mani avanti, in questo senso, significa costruire un argine politico prima ancora che istituzionale: rendere più difficile, per il Colle, bocciare qualcosa che assomiglia troppo a un precedente firmato dallo stesso Presidente. Un modo elegante per dire: caro Presidente, lei per primo ci aveva pensato.

Il problema, per chi ha costruito questa strategia, è che al Quirinale la differenza tra i due testi viene sottolineata con precisione chirurgica. Una cosa è una circolare, che resta indicazione amministrativa priva di sanzioni; un’altra è una legge, fonte di diritto vincolante per tutti, che per questo «deve essere ben ponderata». Il paragone, insomma, regge fino a un certo punto: mostrare la coerenza di fondo con un ministro di trentasei anni fa non basta a blindare un provvedimento che ha tutt’altro peso giuridico. E il precedente della circolare Gelmini del 2010, mai davvero attuata proprio per l’aritmetica impossibile nelle zone a maggiore concentrazione di stranieri, è lì a ricordare che le buone intenzioni non sempre sopravvivono all’impatto con la realtà delle classi.
Il capo dello Stato, va detto, non ha raccolto la sfida sul terreno dello scontro diretto: undici anni di presidenza gli hanno insegnato a non giocare a ping pong con chi abita Palazzo Chigi. Ma dal Colle non arrivano nemmeno endorsement. Trapela piuttosto la convinzione che cambiamenti così rilevanti per il sistema scolastico non vadano varati in corsa, a ridosso dell’anno già iniziato e per giunta con lo strumento del decreto. Sullo sfondo restano le domande pratiche che nessuno, finora, ha sciolto: una classe che sfora il tetto va davvero sdoppiata anche senza insegnanti e spazi adeguati? E i corsi di lingua per i genitori che non parlano italiano sono un’ipotesi realistica o solo un buon proposito da comunicato stampa?

Alla fine, la mossa della vecchia circolare dice più sulla strategia difensiva del governo che sulla sostanza del provvedimento. Mettere le mani avanti citando Mattarella significa ammettere, implicitamente, che la partita sulla controfirma non è affatto scontata. E se davvero la premier non temesse un secco altolà del Colle (fino alla bocciatura), difficilmente si sarebbe presa la briga di scomodare un documento di trentasei anni fa per costruirsi un alibi politico. Il testo, ora, è nelle mani dei giuristi del Quirinale. E lì, più che nei salotti tv, si deciderà se la mossa preventiva avrà funzionato.


Giorgia Meloni dà i numeri


(dagospia.com) – Giorgia Meloni sta dando i numeri perché, nel momento cruciale della legislatura, alla vigilia di una durissima campagna elettorale, i conti non tornano per il governo.

La certificazione dell’Istat del 3,1% nel rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo, appena sopra alla soglia necessaria per poter uscire dalla procedura d’infrazione, è un boccone che non è andato giù alla Ducetta, come si è visto nella sua intemerata da Bruno Vespa a “Cinque minuti”: “Il dato sul deficit mi rammarica anche perché nella stessa giornata in cui l’Istat dice che siamo al 3,08% dice anche che rivedrà le stime della crescita. E’ accaduto ogni anno che, dopo un anno, che l’Istat abbia rivisto le stime in crescita. Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo e questo mi dispiace…”.

Secondo credibili indiscrezioni, il ministero del Tesoro, evidentemente in seguito a interlocuzioni con l’Istituto di statistica, aveva prospettato un 2,9% per il deficit, salvo poi trovarsi davanti a una brutta sorpresa: il dato ufficiale è stato superiore di un misero 0,1% oltre il fatidico 3%. Uno “sporco decimale” che ha smentito clamorosamente la narrazione del governo dell’economia a gonfie vele.

Una cifra dietro cui sembra celarsi una decisione politica: in tempi di “finanza creativa”, ragionano i Fratellini d’Italia, un modo per far tornare i conti con uno 0,1 o 0,2% in meno non dovrebbe essere impossibile. E invece non è andata così e avrà un “effetto zavorra” sulle future scelte economiche del governo.

Tanto che nella maggioranza si è già scatenato il panico. Matteo Salvini ha sparato subito: “È surreale che si debba dipendere da logiche dello zero virgola. Solo per non bloccare i cantieri, serve uno scostamento di bilancio di 8 miliardi”. La replica di Forza Italia è stata immediata: “Serve prudenza di bilancio”. L’intervento netto di Fratelli d’Italia (“Lo scostamento di bilancio ora non è la cosa da fare”) denuncia una tensione all’interno della maggioranza.

La premier con gli otoliti in subbuglio, non ha puntato il dito solo contro l’Istat ma se l’è presa con il famigerato deep state ostile (“C’è chi lavora contro l’Italia per colpirci”).

Nell’attacco all’istituto di statistica, la smemorata della Garbatella dimentica che proprio il suo governo, a causa delle faide interne, per un anno non è stato in grado di indicare il nuovo presidente dell’Istat, dopo la scadenza del mandato di Gian Carlo Blangiardo (che Salvini avrebbe voluto prorogare).

Alla tolda di comando è salito come presidente facente funzione (in qualità di membro anziano del consiglio), Francesco Maria Chelli, che in quel lasso di tempo ha potuto gestire solo l’ordinaria amministrazione. Per inerzia, Chelli è stato poi confermato alla presidenza con pieni poteri. 

Il centrodestra recrimina, sbraita e denuncia il più classico sgambetto del deep state che, secondo la narrazione vittimista meloniana, vuole ostacolare a tutti costi il governo dei patrioti, impedendogli la prevista manovra espansiva a fini elettorali.

Al di là delle suggestioni politiche, è indubbio che il deep state che tiene le redini dello Stato (e dunque dei conti pubblici), dalla Ragioneria Generale alla Corte dei Conti fino alla Consulta, ha come punto di riferimento il Quirinale. 

L’attacco sguaiato e scomposto della Ducetta a Sergio Mattarella sugli alunni stranieri a scuola rientra in quell’insofferenza mai sopita che il governo ha più volte manifestato verso Sergio Mattarella. 

Il presidente, da parte della “Fiamma magica” della Ducetta, è stato vissuto come “ostile”. Da qui i vari attacchi al Colle da parte dei meloniani e dei giornali amici (“la Verità” e Bignami attaccarono il Colle per le presunte trame di “scossone” al governo Meloni erroneamente attribuite al consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani).

Il “Corriere della Sera”, da sempre attento a dare spazio alle “ragioni” della premier, riporta, con un articolo a firma di Francesco Verderami, lo sfogo della Meloni: “l’Istat in quattro anni ha sbagliato tutte le previsioni”. E ancora: “Abbiamo risparmiato tutto quello che altri hanno sperperato, ma il risultato ci viene negato da chi lavora contro l’Italia per colpire noi”. Il solito riflesso da Underdog, o meglio da Calimero, di una premier che vede ombre dappertutto.

Ma la presidente del Consiglio, che con i numeri fa fatica ma di propaganda se ne intende, fa finta di non sapere che sono ormai quattro anni che è al potere.

E che il governo più longevo della storia repubblicana ha avuto tempo e modo di intervenire in maniera più decisa sull’economia del paese, se avesse voluto.

Senza dimenticare che la “patata bollente” dei conti pubblici, prima di finire alla Statista della Sgarbatella, era passata sotto le forbicione del governo Draghi, che aveva messo una toppa depotenziando a più riprese il Superbonus grillino scassaconti.

Nel più classico scenario da tempesta perfetta, allo psicodramma del deficit sopra il 3% si è affiancato l’evidente fastidio di Bruxelles per la scelta del governo di utilizzare i “risparmi” dei fondi Pnrr, destinati a riforme strutturali e grandi opere per il rilancio del paese, per l’ennesima mancetta elettorale, ovvero la sospensione di un anno del bollo auto.

Se da un lato il deep state italiano è accusato di zavorrare il governo, il deep state europeo di certo non è più così disponibile a dare una mano all’armata Branca-Meloni. Soprattutto nel momento in cui le destre, anche estreme, stanno avanzando pericolosamente in tutto il continente, dalle svastichelle di Afd in Germania a Marine Le Pen in Francia, fino a Vox in Spagna.

In questo contesto, in cui l’onda nera rischia di travolgere l’Unione europea, appare politicamente comprensibile che la presidente della Commissione Ue, e Ursula von der Leyen, e il commissario Valdis Dombrovskis siano più riottosi a tendere una mano a Giorgia Meloni, ormai entrata in campagna elettorale.

Come scrive oggi “la Stampa”, “La Commissione europea è pronta a tendere la mano al governo italiano per rendere possibile l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi nella prossima primavera”. Tradotto: per la manovra finanziaria di dicembre 2026, zero carbonella.

E comunque la mano tesa di Bruxelles non sarà automatica. Come precisa ancora “la Stampa”: “Dipenderà certamente dal valore del deficit 2026, che l’anno prossimo dovrà essere verificato a consuntivo. Ma dipenderà anche da un’interpretazione del regolamento che l’esecutivo europeo si appresta ad effettuare con un approccio ‘flessibile’, come filtra da Palazzo Berlaymont”. Dunque, dipenderà da una decisione politica della Commissione europea. E per Giorgia non lascia ben sperare…


Ai  Musei nazionali del Vomero le giornate europee del Patrimonio


Visite guidate e iniziative speciali il 26 e 27 settembre e aperture straordinarie serali il sabato con concerti a 1 euro

Napoli, 23 settembre 2026 – Sabato 26 e domenica 27 settembre ritorna l’appuntamento con le GEP Giornate Europee del Patrimonio con il coordinamento del Ministero della Cultura che quest’anno hanno come tema “Proteggere il patrimonio. Rinnovare, resistere, reinventare”. Nelle due giornate sono previste visite guidate e altre iniziative nei musei e nei luoghi della cultura presenti su tutto il territorio nazionale e, il sabato sera, sono in programma aperture straordinarie serali con ingresso al costo simbolico di 1 euro.

Musei nazionali del Vomero propongono un’offerta differenziata nei tre musei con eventi diurni e concerti serali sabato 26 settembre:

In Villa Floridiana il sabato mattina è dedicato ai più piccoli con Una fiaba al museo, un progetto di promozione della lettura nella prima infanzia che si rivolge a bambine e bambini da 0 a 6 anni, Maktaba, la biblioteca che cresce con te. L’evento inizia alle 11.00, è gratuito, ma la prenotazione è obbligatoria sul canale WhatsApp al numero 366 1509122, fino ad esaurimento posti.

La sera, con l’apertura straordinaria dalle ore 19.30 alle 23.30 e ingresso al costo di 1 euro, il parco cambia ritmo con l’iniziativa: “A piedi nudi nel parco”. Alle ore 20.30 inizierà il concerto della Pamina C. Swing Quintetta, sulle tracce del jazz manouche, attraversa gli anni Trenta e Quaranta: la chanson française si veste di swing, fino a una digressione d’oltreoceano sull’eco dei trii vocali femminili. Cinque musicisti animeranno l’atmosfera per il pubblico grazie alla social dance: un gruppo di ballerini della Swing Tonic che si muoveranno spontaneamente sulla musica della band.

Alla Certosa di San Martino stesso orari di apertura serale sabato con ingresso a 1 euro e alle 20.30,  la possibilità di assistere al concerto jazz Zack Alderman, nel Chiostro dei procuratori eseguito da Giulio Martino Rocco Zaccagnino quartetto. Il repertorio, teso ad esaltare le potenzialità timbriche degli strumenti acustici dei componenti, prevede brani composti in gran parte dal virtuoso fisarmonicista Rocco Zaccagnino e da Hermeto Pascoal e Michel Legrand, e contenuti nell’omonimo lavoro discografico.     

Domenica mattina due visite guidate (ore 10,30 e 12,00) al cantiere aperto del Cimitero dei Certosini, illustreranno il restauro per scoprire da vicino attività, tecniche e ricerca dedicate alla cura del patrimonio a cura di Annalisa Arcara e in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti.  

Alle 11,00 , invece, una visita guidata La Sezione  Navale,  appena riaperta al pubblico con il  nuovo allestimento,  ospiterà. È preferibile prenotare  le visite  guidate all’indirizzo  mn-vomero.eventi@cultura.gov.it

Al Castel Sant’Elmo, sabato sera, il costo del biglietto di ingresso per accedere al Pessoa Luna Park è di 1 euro, fino alla chiusura della biglietteria prevista per le ore 23.30.

Domenica, invece,  dalle 10.30 alle 11.30, sarà possibile prenotare una visita guidata a cura dei servizi educativi dei Musei nazionali del Vomero dal titolo Memorie di resistenza e spazi reinventatii” accompagnerà i partecipanti attraverso il fossato e il panoramico percorso pedonale fino alla Piazza d’Armi, con la possibilità di visitare il Museo Novecento a Napoli e approfondire il rapporto tra osservazione astronomica e misurazione del tempo.

Infatti, sulla Piazza d’Armi della fortezza (dalle 10,30 alle 13,30) saranno proposti incontri liberi con l’astronomia dal titolo: “Sole, ombre e tempo”. Un viaggio tra architettura, arte e astronomia organizzati in collaborazione con l’Unione Astrofili Napoletani, grazie ai quali i visitatori potranno osservare il sole, la fotosfera e le macchie solari attraverso un telescopio dotato di filtri professionali di sicurezza e conoscere diversi strumenti gnomonici, tra cui orologi solari, cerchi di Ipparco e meridiane. Il pubblico sarà inoltre coinvolto direttamente nell’utilizzo di un orologio solare azimutale analemmatico, con il supporto di materiali divulgativi ed esplicativi.


I biglietti sono acquistabili su www.MuseiItaliani.it  o presso le biglietterie dei musei, fino a esaurimento posti.

Diana Kühne

Musei nazionali del Vomero Mail: diana.kuhne@cultura.gov.it