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Un applauso che spegne l’alternativa


Se l’alternativa a Meloni passa da un partito in cui la applaudono, allora Giorgia può dormire sonni tranquilli

Un applauso che spegne l’alternativa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Sono numeri che, messi insieme, fanno impressione. Oltre 2,1 famiglie in povertà assoluta (5,4 milioni di individui). Altre 2,8 milioni in povertà relativa (8,7 milioni di persone). La fotografia dell’Istat è impietosa: 14,1 milioni di italiani se la passano male o malissimo. L’altro pezzo del mosaico lo aggiunge l’Inps: un esercito di 4,5 milioni di pensionati percepisce un assegno previdenziale inferiore ai mille euro al mese.

Un applauso che spegne l’alternativa

È l’eredità del governo più longevo della storia repubblicana che si prepara con la prossima manovra, a giudicare dalle anticipazioni di stampa, ad aggravare, se possibile, la situazione. A fronte di una legge di Bilancio stimata intorno ai 23,5 miliardi, finanziata in parte con i proventi delle tasse – a proposito, le banche dopo anni di extraprofitti e la farsa del contributo volontario, si sono già chiamate fuori chiarendo di aver già dato – e in parte con ulteriori tagli, che dovrebbe destinare alla Difesa quasi il doppio delle risorse previste per la Sanità. Numeri che, se confermati, basterebbero da soli a scatenare l’indignazione popolare e a far salire sulle barricate l’intero schieramento delle opposizioni parlamentari. Ma il condizionale è d’obbligo.

Non più tardi di mercoledì scorso, del resto, tra i banchi del Pd, il partito di maggioranza relativa del campo progressista che l’opposizione dovrebbe guidarla, la cosiddetta minoranza dem si spellava le mani ad applaudire il discorso di Meloni. In particolare il passaggio sul sostegno militare all’Ucraina contro lo spauracchio della fantomatica invasione dell’Europa per mano della Russia. Vale a dire il principale motivo addotto dal governo per giustificare la scelta di indebitarci per il riarmo, cui fa seguito una Manovra che investe in polvere da sparo più che in penicillina. Una mistificazione che nel Pd c’è chi, evidentemente, è disposto a sottoscrivere anziché avversarla.

E poi, a sinistra, c’è chi non si spiega come mai, nonostante tutto, FdI resti comunque in alto nei sondaggi. Se l’alternativa a Meloni passa da un partito in cui c’è chi pensa di emularla in politica estera, allora Giorgia può dormire sonni tranquilli. Con qualunque legge elettorale.


Volodymyr Zelensky: “Se cade l’Ucraina, cade l’Europa”


UCRAINA: ZELENSKY, ‘SE CADIAMO 20 MLN PROFUGHI IN UE’

(Adnkronos) – “Che succede, se cadiamo? Verranno non so quanti, 20 milioni di ucraini verranno in Europa”. Lo prevede il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in conferenza stampa a Bruxelles. “Perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori – continua – per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”.

Il presidente russo Vladimir Putin, aggiunge: “dice di volere l’est dell’Ucraina, dice di volere il Donbass. E allora perché l’invasione è iniziata con l’attacco a Kiev, la capitale? Un Paese non esiste senza capitale. Ci vuole annichilire, ci vuole distruggere, non rispetta la nostra sovranità né la nostra integrità territoriale”, perché “pensa davvero che non siamo una nazione, né un Paese.

I russi, ricorda, “sono venuti sulla nostra terra per ammazzarci” e, per uno come Putin, “non è mai abbastanza. E poi? Entro quali confini si manterrà? Sta già testando i droni sui Paesi” europei. “Sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, conclude.

ZELENSKY ALL’UE, ‘LA GUERRA NEL 2027 COSTERÀ 155 MILIARDI, NE CHIEDO 70 A VOI’

(ANSA) – “L’anno prossimo la guerra costerà 155 miliardi di euro. E abbiamo bisogno di almeno altri 70 miliardi di euro da parte vostra: per la difesa, per le armi e per la nostra resilienza. Si tratta di una cifra realistica. E vi chiedo di trovare questo sostegno. Ci aiuterà a tenere a bada la Russia”. Lo ha detto Volodymyr Zelensky nel corso del discorso rivolto ai leader europei al vertice Ue.

“Crediamo che questa guerra finirà il prima possibile. Ma Putin intende restare in scena ancora a lungo. Sta costruendo una Russia che assomiglia alla Corea del Nord, dove i bambini vengono educati fin dalla più tenera età alla guerra e a morire per il loro leader. Quindi la Russia non smetterà di essere pericolosa”, ha spiegato.

“Ed è proprio la nostra forza, quella ucraina, il nostro esercito e le nostre tecnologie a contribuire a garantire anche la sicurezza europea, la vostra sicurezza. Queste garanzie di sicurezza non trovano ancora riscontro, a nostro avviso, nel vostro bilancio a partire dal 2028. Prendiamo la questione sul serio. Cerchiamo di definire esattamente in che modo le capacità di difesa dell’Ucraina debbano essere incluse in quel bilancio”.

ZELENSKY, ‘L’EUROPA HA I PATRIOT NECESSARI PER FARCI SUPERARE L’INVERNO’

(ANSA) –  L’Europa ha il numero di intercettori Patriot “necessario per permetterci di superare l’inverno”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in conferenza stampa al Consiglio Europeo. “Allo stesso tempo, procederemo con il progetto Freja per arrivare alla nostra difesa missilistica, ce la faremo: se ora ci uniamo tutti e l’Europa ci sostiene il futuro sarà più facile”.

“Le mie controparti europee hanno ricevuto i requisiti minimi da parte mia. Nessuno sta dicendo che useremo due missili, due intercettori per abbattere un missile russo, come si fa normalmente, no: stiamo parlando del minimo indispensabile delle cose di cui abbiamo bisogno”, ha precisato. “Gli europei ci sosterranno? Sì. Con quali numeri? Non lo so per ora, ma so alcune cose su alcuni Paesi”.

ZELENSKY, ‘RINGRAZIO L’UE E I LEADER EUROPEI PER IL SOSTEGNO, VERI LEADER’

(ANSA) – “Sono felice di essere qui, sono davvero grato per l’enorme sostegno che riceviamo dal Consiglio dell’Ue, dalla Commissione e dai leader europei, veri leader, che sono stati al nostri fianco fin dall’inizio della guerra”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky arrivando al Consiglio Europeo.

ZELENSKY, ‘TEMA FONDAMENTALE È IL FABBISOGNO FINANZIARIO PER IL 2027’

(ANSA) –  “Dobbiamo discutere (del fabbisogno finanziario, ndr) non solo per il 2026, ma anche per il 2027. Si tratta di una tema fondamentale e sono grato al nostro Parlamento e al nostro Governo: hanno svolto un ottimo lavoro, nonostante gli attacchi così massicci, sono riusciti a trovare il modo di approvare importanti riforme”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky arrivando al Consiglio Europeo.

Secondo Zelensky, le altre questioni “cruciali” in agenda sono “le esigenze energetiche” e la “difesa aerea”. “Vogliamo porre fine a questa guerra il più rapidamente possibile ma al momento non vediamo alcun segnale da parte russa che indichi che siano pronti a porre fine a questa guerra”, ha ribadito. (ANSA).

ZELENSKY, ‘SERVE LEADERSHIP EUROPEA PER PROTEGGERCI DAL TERRORE RUSSO’

(ANSA) –  “È necessaria una leadership europea per garantire che la vita dei cittadini sia adeguatamente protetta da questo terrore russo”. Lo afferma Volodymyr Zelensky dopo il bilaterale con Costa e von der Leyen.

“Apprezziamo che tutto ciò su cui concordiamo venga attuato tempestivamente. Oggi abbiamo discusso di ulteriori aiuti, innanzitutto per le nostre esigenze in materia di energia e difesa aerea. Abbiamo parlato del sostegno alla nostra resilienza finanziaria, anche per il prossimo anno, e abbiamo coordinato il nostro lavoro sul percorso di integrazione europea. È importante che questa settimana siano stati avviati nuovi gruppi di negoziazione. Stiamo lavorando per avviare i restanti due entro la fine dell’anno”, ha aggiunto.

Zelensky, su X, ha informato del bilancio di vittime odierno, dopo gli attacchi di droni russi a Kharkiv e Rivne.

ZELENSKY, ‘LAVORIAMO CON LA FRANCIA PER CAPACITÀ SATELLITARE AGGIUNTIVA’

(ANSA) – “Non c’è un pieno sostituto per Starlink ma lavoriamo con vari Paesi, come la Francia, per avere capacità addizionali”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in conferenza stampa al Consiglio Europeo.

ZELENSKY, ‘CRITICHE? DA EUROPEI RICEVUTO SOLO SOSTEGNO, SERVE DIGNITÀ’

(ANSA) – “Dagli europei ho ricevuto solo sostegno, comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in conferenza stampa al Consiglio Europeo. “L’accordo Russia-Usa sul diesel è stato una sorpresa per tutti, avremmo dovuto saperlo. Io difendo l’Ucraina e il mio popolo, ne abbiamo il diritto e in guerra è molto importante preservare la dignità”, ha aggiunto. Per quanto riguarda il rapporto con Trump, ‘ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

ZELENSKY, ‘PAGO PER CROLLO DELLA POPOLARITÀ DI TRUMP?’ IN RISPOSTA UN SORRISO

(ANSA) – Lei crede che sia il capo espiatorio per il calo della popolarità di Trump in America in vista delle midterm? La domanda arriva al termine della conferenza stampa di Zelensky al Consiglio Europeo. Il presidente ucraino resta silenzioso per diversi secondi, scuro in volto. Poi si illumina in un sorriso, che suscita le risa dei giornalisti. “Questa è la mia risposta”, conclude poi.

ZELENSKY, ‘NON USIAMO STARLINK PER ATTACCARE MOSCA, MA PER DIFENDERE I CIVILI’

(ANSA) – “Non usiamo Starlink per attaccare la Russia. Stavamo utilizzando Starlink per intercettare i droni a reazione che stanno attaccando i nostri civili e le nostre infrastrutture e uccidendo le nostre famiglie.

Stavamo utilizzando speciali intercettori che si muovevano ad alta velocità, droni intercettori che si spostavano grazie a Starlink”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in conferenza stampa a margine del Vertice Ue spiegando che il sistema “non è stato disattivato, ma i limiti di velocità sono stati ridotti”. Un ripristino, uttavia, “è previsto”, ha sottolineato.

ZELENSKY, ‘DALL’EUROPA PASSI PER AVERE UN FORMATO DIPLOMATICO COI RUSSI’

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(ANSA) – “Credo che l’Europa stia facendo certi passi per avere un proprio percorso che rappresenti i nostri interessi, ovviamente prima di tutto, e in modo da poter trovare un certo formato per parlare con i russi.

Penso che tutto questo accadrà, assolutamente. Non significa che escluderemo qualcuno da questi processi, ma vedo, e persino negli Stati Uniti vedo certe cose che si stanno muovendo in parallelo. A noi piacerebbe molto avere una serie di questi percorsi in modo da poter avere l’opportunità di approcciare una soluzione pacifica, una soluzione pacifica per questa guerra”. Lo ha detto Volodymyr Zelensky a Bruxelles.

ZELENSKY, ‘PUTIN CAPIRÀ SOLO CON LA PRESSIONE USA, SARÀ IL POPOLO A DECIDERE’

(ANSA) –  “Ci sono tantissime persone di buon cuore in America che desiderano sinceramente che il male sia sconfitto e che l’Ucraina rimanga forte. Sono proprio questi cuori che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto nel D-Day, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa.

Cuori che vogliono essere alleati, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E alla fine dei conti, sarà il popolo americano ad avere l’ultima parola”. Lo ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intervenendo al vertice europeo a Bruxelles. “Putin – ha aggiunto – ascolterà l’America se questa lo metterà davvero sotto pressione e gli chiarirà una cosa: o sceglie la pace o non riceverà più fondi per la sua guerra”.

CREMLINO, ‘CONCORDIAMO CON TRUMP, ZELENSKY NON SI ASSUME RESPONSABILITÀ PER LA PACE’

(ANSA) – La Russia è “pienamente d’accordo con il presidente Trump” sul fatto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “non vuole assumersi la responsabilità e intraprendere una strada per la risoluzione pacifica” del conflitto. Lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, citato dall’agenzia Interfax.


Manovra, ai magistrati fino a 100mila euro a testa tra arretrati e aumenti di stipendi


Le risorse sono nel fondo sentenze da 1,9 miliardi, contemplato dal Documento programmatico di bilancio

Manovra, ai magistrati fino a 100mila euro a testa tra arretrati e aumenti di stipendi

(di Emma Bonotti – repubblica.it) – MILANO – C’è un dettaglio nelle tabelle del Documento programmatico di bilancio che potrebbe far felici 11mila magistrati italiani. Un comma che, con l’approvazione della legge di bilancio 2027, porterà mediamente nelle loro buste paga quasi 100mila euro in più.

Il nodo degli aumenti salariali

A fare i calcoli è Il Sole 24 Ore. Tutto nasce da un contenzioso legale e dal meccanismo alla base dei trattamenti economici. I magistrati fanno parte del personale in regime di diritto pubblico e come tali hanno diritto a un aggiornamento delle loro retribuzioni ogni tre anni, in linea con gli aumenti ricevuti dalle categorie di lavoratori contrattualizzate nel pubblico impiego.

All’inizio del decennio qualcosa in questo meccanismo si è incrinato. Ne è nata una battaglia legale, conclusa dal Consiglio di Stato che ha bocciato su più fronti il sistema utilizzato fino ad allora dall’Istat per calcolare gli aumenti delle buste paga dei non contrattualizzati. La base di calcolo, hanno scritto i magistrati amministrativi, non comprendeva erroneamente alcune indennità, non considerava le Autorità indipendenti e soprattutto, utilizzando la media ponderata invece di quella semplice, ha enfatizzato il peso di comparti della pubblica amministrazione più ampi nel numero di dipendenti ma meno retribuiti, come la scuola e gli enti territoriali.

Come si arriva a 100mila euro

Da qui la necessità di un adeguamento. Come? Attraverso la legge di bilancio. Come l’anno scorso, infatti, nel programma dei conti inviato a Bruxelles è contemplato un fondo sentenze da 1,9 miliardi. Da qui verranno pescati i 970 milioni per le toghe. Un numero che per lo Stato si traduce in costi lordi per oltre 70mila euro a testa come arretrati una tantum e in circa 20mila euro l’anno di retribuzione. Le cifre più robuste saranno indirizzate ai 10.638 magistrati che erano già in servizio nel 2018, ma la novità toccherà in modo diverso l’intera categoria. La somma però potrebbe non bastare. In bilico, precisa il quotidiano, restano ancora gli aumenti 2024-2026, gonfiati anche dall’effetto trascinamento delle decisioni già prese sui trienni precedenti.


Renzi sì o Renzi no


(Gioacchino Musumeci) – Senza Renzi si perdono le elezioni? Può darsi, oppure può darsi che senza Renzi la sinistra sia più credibile. La storia di Renzi al potere fa a botte con la sinistra popolare.

Ad un certo punto, nonostante lo sforzo incredibile che noto in alcuni format, non è possibile ipotizzare Matteo Renzi e i centristi parte integrante della coalizione di sinistra. “Centrosinistra” è un’ mbiguità semantica che non porta consenso.

Occorre più sinistra ed è già faticoso sostenere che lo sia il PD. A me pare tanto un tentacolo delle democrazia cristiana che comunque un’ala di sinistra ce l’aveva pure. Esiste ancora nel Pd, ma è oscurata dal potere mediatico dei riformisti, i quali, in una coalizione di sinistra, farebbero più danni della grandine.

La Schlein ha sostenuto che guardare il centro ha portato solo sconfitte. Verissimo. A tal punto che oggi i precetti della sinistra storica sono rigettati e derubricati a sinistra radicale. Ma finché il Pd è una specie di prateria delle scorribande riformiste, non c’è troppo da sperare in cambiamenti reali.

Il Movimento dal canto suo non si definisce sinistra ma progressista. Insomma la sinistra dove sta? 😀

Nelle intenzioni programmatiche che è già qualcosa.

Qual è il problema mediatico: dover convincere che senza centrini si perde la competizione elettorale. Per conto mio invece la questione è se per vincere sia necessario incorporare Matteo Renzi e + Europa, che appena si ventila di tassare extraprofitti o le Big tech suonano le fanfare dell’agguato stalinista alla democrazia o il de profundis dell’impresa.

Per non parlare poi del tema Israele che con quello dell’Ucraina, su cui si ragiona, può far crollare un’impalcatura politica precarizzata dal servilismo atlantico dei centrini. Questi come i destrini, non possono ammettere l’ovvio: Israele andrebbe sanzionato. Come si fa normalmente con qualsiasi governo canaglia. I centrini sono colti apparentemente. Ma rifiutano la cultura democratica, quella che consentirebbe di ammettere che se 500 accademici specialisti di genocidio definiscono lo scenario di Gaza “genocidio”, la politica italiana e la sinistra più di tutti, deve tenerne conto e rifiutare di minimizzare una catastrofe umanitaria secondo un protocollo ideologico stantio e ipocrita.

Se ci si porta dentro la coalizione forze politiche imprigionate nel dogma dell’infallibilità israeliana, non si fa che aprire la porta a meteore della destra moderata, forse. E neanche tanto se ci si schiera a favore di Israele oggi.

In termini di governance futura questo è un problema serissimo e mette in dubbio la coesione interna di chi si candida a governare. Le meteore, è noto, possono far saltare il banco come accadde nel nel Dicembre 2020, quando Renzi provocò il crollo del secondo governo Conte. Fu il principio della triste deriva antidemocratica che si è trasformata nel buco nero delle ambizioni popolari.

E non intendo antidemocratica tecnicamente. E’ un fatto costituzionale: gli italiani sono sempre più lontani dalla vita dignitosa che la Repubblica dovrebbe garantire, il paese è sempre più disuguale. L’informazione è disturbante: potata da ciò che mette il diritto dei popoli al centro del dibattito a meno che questo diritto non serva interessi di lobby capaci di imporre una agenda politica. Non è complotto, è potere finanziario che condiziona governi. Quindi se il diritto riguarda l’Ucraina, garantisce miliardi all’industria bellica e conforta il primato occidentale, dibattito e informazione si concentrano sull’aggressione e le sofferenze del popolo aggredito. Le politiche sanzionatorie si moltiplicano.

Se il diritto riguarda la Palestina e le aggressioni di Israele, l’informazione nazionale e più in generale europea, si concentrano quasi esclusivamente solo sul diritto di Israele. Ogni critica dunque dev’essere preceduta dalla proposizione salvifica e ineludibile sul diritto all’esistenza di Israele su cui sostanzialmente nessuno opina. E ciò avviene mentre i civili palestinesi cadono come mosche. La percezione della doppia morale è nitida e il popolo reagisce precipitando la reputazione di Israele ai minimi storici. E non lo fa per populismo o ignoranza, accade per empatia trasversale e l’idea incrollabile che il diritto possa produrre finalmente giustizia. Principi etici fondamentali che attualmente sul piano politico sono i pesantemente ignorati. E Anzi, quando un istituzione prova ad applicare il diritto, assistiamo alla parte più triste della farsa: il potere sanziona chi segue il principio della giustizia uguale per tutti.

Ora se questo non è chiaro nella coalizione che si dichiara alternativa all’oggi, perché l’ elettore dovrebbe manifestarle fiducia. Se per me la democrazia non è una funzione passiva dell’euroatlantismo e della finanza speculativa, non accetto una composizione di governo dove il diritto discende da alleanze geopolitiche o dagli indici della borsa.

Perciò se la questione è Renzi si, Renzi no, rispondo no. E aggiungo che Conte non dovrebbe chiedere alla Shlein garanzie su Renzi. Una volta dentro non esiste modo legale di obbligarlo a rispettare i patti e la Schlein non è la sua baby sitter, né la sua curatrice politica. Conte qui è troppo possibilista, su Renzi esiste solo un opzione utile: NO. Se la coalizione ce lo mette dentro, non mi turerò il naso. E non farò della ragione di stato la base dei miei principi etici. Non sono politicamente negoziabili.


No Meloni Day, studenti in piazza in tutta Italia contro il governo: “Facciamo come in Francia”


40 piazze e centinaia di migliaia di studenti mobilitati in tutta Italia per il No Meloni Day, la manifestazione nazionale contro le politiche del governo sulla scuola; cortei a Roma, Milano, Torino, Genova e tante altre città. I manifestanti chiedono più fondi per l’istruzione, il ritiro del decreto Scuola e meno spese militari. Non sono mancati disordini e tensioni con la polizia. Valditara: “è un aggressione alle istituzioni”

(di Michelangelo Mecchia – fanpage.it) – 40 piazze, centinaia di migliaia di studenti in sciopero e uno “tsunami di occupazioni” per il No Meloni Day, la manifestazione nazionale contro il governo e “la scuola-caserma”. Sono i numeri e le parole d’ordine diffuse dall’Opposizione studentesca d’alternativa (Osa), che ha lanciato la mobilitazione, anche se poi in ogni città nel corteo sono confluite sigle e frazioni diverse della sinistra movimentista.

Gli studenti protestano per la condizione degli edifici scolastici, il carovita e l’aumento delle spese militari; in una formula, le piazze chiedono più soldi per la scuola e meno per le armi. Osa vuole anche il ritiro del decreto del ministro Valditara, che fissa un tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi.

La mobilitazione, secondo una mappatura di fonti e cronache locali, avrebbe coinvolto almeno 15 città: Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Genova, Padova, Mestre, Treviso, Vicenza, Cagliari, Bari, Siracusa, Legnano e Parabiago. Però è nata oltre confine, nelle banlieue di Parigi e a Puerta del Sol, il cuore di Madrid. Perché nelle piazze italiane, tra cori contro Roberto Vannacci e disordini con la polizia, si grida anche “Facciamo come in Francia”.

Valditara: “Minaccia, petardi e bombe carte sono un aggressione alle istituzioni”
“Questa non è espressione democratica del dissenso, né difesa della scuola”, ha detto oggi il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, “ma aggressione alle istituzioni e teppismo politico”. Secondo il ministero, i manifestanti che si sono adunati davanti alla sede avrebbero minacciato Giorgia Meloni e Valditara, gettato petardi e ferito agenti con pietre e bottiglie di vetro.

No Meloni Day a Roma, gli studenti arrivano davanti al ministero dell’Istruzione
Per arrivare al ministero gli studenti hanno attraversato il centro storico, manifestando per le strade della capitale. A Roma il corteo è partito intorno alle 9:30 di oggi dalla stazione della metro di Cavour. La folla ha sfilato lungo Via dei Fori Imperiali: un fiume in piena, con il Colosseo sullo sfondo. I promotori parlano di 20mila partecipanti: tra loro c’erano anche studenti del Cavour, del Virgilio, del Newton e dell’Enzo Rossi, istituti scolastici che nei giorni scorsi sono stati occupati. Durante la traversata sono state bruciate le bandiere degli Stati Uniti d’America e di Israele; in via Marmorata alcuni manifestanti a volto coperto hanno rovesciato cassonetti sulla carreggiata e lanciato petardi.

Intorno a mezzogiorno, come da programma, il corteo ha raggiunto il ministero dell’Istruzione. Davanti alla sede, che si affaccia su Viale Trastevere, si erano schierati poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa; qualcuno ha lanciato petardi contro l’edificio. “Valditara esci dal palazzo” e “vogliamo più aule, non più bombe”, ha gridato la folla; l’obiettivo di Osa era ottenere un incontro con il ministro.

A Milano il corteo contro il tetto al numero degli studenti stranieri
“A scuola nessuno è solo” è lo slogan che ha portato migliaia di studenti a riempire le piazze di Milano. I manifestanti hanno contestato soprattutto le nuove regole sull’inserimento degli alunni stranieri nelle classi. Tra le altre rivendicazioni, anche trasporti meno costosi e l’introduzione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Il corteo è partito da largo Cairoli e ha attraversato piazza della Scala; sono partiti cori contro il sindaco Giuseppe Sala, poi la folla si è mossa verso la Prefettura, dove alcuni manifestanti hanno messo in atto un’azione dimostrativa, bruciando cartelli e striscioni.

Gli studenti del collettivo Caravaggio hanno denunciato i costi eccessivi dei libri di testo e criticato la scelta del governo di intervenire sulla presenza degli alunni stranieri, anziché sui problemi economici e strutturali degli istituti: “Fuori i razzisti dalle scuole”. Si sono viste tante bandiere palestinesi e striscioni contro il riarmo.

Torino, bruciato un carro armato di cartone: uova contro la polizia
La manifestazione di oggi a Torino è il punto di arrivo di una serie di mobilitazioni che si sono protratte per due settimane e hanno coinvolto numerosi istituti scolastici. Migliaia di studenti sono partiti da scuole diverse, confluendo in piazza XVIII Dicembre: “Dieci, cento, mille occupazioni”, “Giorgia Meloni devi andartene”.

Prima che il corteo si mettesse in movimento, alcuni manifestanti hanno imbrattato di vernice rossa immagini della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Giuseppe Valditara e Guido Crosetto e della segretaria del Pd Elly Schlein. Davanti alla sede dell’Ufficio scolastico regionale, in corso Vittorio Emanuele II, sono state lanciate uova contro gli agenti di polizia schierati in tenuta antisommossa. Poco dopo gli studenti hanno dato fuoco a un carro armato di cartone, per contestare le spese militari: “Noi la guerra non la paghiamo”.

Giorni fa alcuni gruppi di giovani a volto coperto avevano danneggiato diversi istituti scolastici: giovedì un diciassettenne è stato arrestato e un carabiniere è rimasto ferito. Il ministro Valditara aveva dichiarato che chi distrugge dovrebbe essere tenuto a risarcire i danni. Anche il sindaco progressista di Torino Stefano Lo Russo aveva chiesto agli studenti, attraverso un appello pubblico, di isolare i violenti: gli scontri rischiano di spostare l’attenzione dai problemi della scuola.

A Verona incendiati cinque cassonetti davanti a una scuola
Davanti all’istituto statale Giorgi, a Verona, un gruppo di studenti ha incendiato cinque cassonetti e un monopattino, dopo aver lanciato dei petardi. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e la polizia. Però si tratterebbe di un’azione separata rispetto al No Meloni Day, perché sarebbe stata organizzata per protestare contro alcuni provvedimenti disciplinari adottati dalla dirigenza dopo una serie di risse avvenute nell’istituto. Il Fatto Quotidiano riferisce che dieci studenti sono stati fermati dalla Questura.

Le altre manifestazioni da Bologna a Firenze, Venezia e Cagliari
A Bologna, gli studenti hanno organizzato blocchi davanti a diversi licei prima di raggiungere l’Ufficio scolastico regionale. Un altro gruppo ha dato vita a un corteo non autorizzato diretto verso la stazione ferroviaria, dove ci sono stati momenti di tensione con la polizia, tra lanci di bottiglie e fumogeni.

A Firenze oltre duemila studenti di almeno quindici scuole superiori si sono ritrovati in piazza San Marco. Tra gli striscioni esposti, “Qui nessuno è straniero” e “Se ci togliete il futuro, noi vi blocchiamo il presente”.

A Venezia il corteo ha raggiunto e bloccato la sede dell’Ufficio scolastico regionale. A Padova gli studenti sono scesi in piazza dopo le perquisizioni eseguite il giorno precedente nei confronti di alcuni minorenni sospettati di preparare disordini. A Treviso, circa 300 ragazzi hanno attraversato il centro cittadino con la manifestazione Generazione Fuoriclasse, chiedendo interventi sugli edifici scolastici, più sostegno psicologico e trasporti migliori. Alcuni studenti del liceo Canova hanno scavalcato le recinzioni per unirsi al corteo, sostenendo che le uscite fossero state chiuse. A Vicenza gli studenti hanno protestato soprattutto contro i disservizi dei trasporti pubblici.

A Genova Osa ha organizzato un corteo partito da piazza De Ferrari, con lo striscione “Soldi alla scuola non alla guerra”. A Cagliari circa 600 ragazzi si sono radunati in piazza Garibaldi per raggiungere il Consiglio regionale, chiedendo interventi contro il degrado degli edifici scolastici. Cortei documentati anche a Bari e Siracusa.

Il collettivo Osa ha già annunciato l’intenzione di partecipare allo sciopero generale del 30 ottobre, indetto dal sindacato Usb, per unire le rivendicazioni degli studenti a quelle dei lavoratori.


L’avanzo del nuovo


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Martedì sera, a poche ore dalla scadenza della delega, il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare il nuovo Codice della strada. Il termine per la scadenza della legge delega al governo cadeva l’indomani, mercoledì 14 ottobre ed era già stato allungato due volte, da dodici mesi a diciotto e poi a ventidue, con una legge in vigore dal 2 ottobre. Il governo ha dunque rispettato, di misura, una scadenza che il Parlamento gli aveva spostato undici giorni prima. Ora il testo passerà per il Consiglio di Stato, per la Conferenza unificata e per le commissioni parlamentari, e si prevede, con prudenza e in assenza di decadenze improvvise dovute a scadenze elettorali anticipate, che entri in vigore il primo gennaio 2028.

A chi guida da qualche decennio sembra che, da qualche tempo a questa parte, il codice cambi ogni legislatura. Sono andato a controllare e la sensazione pecca di ottimismo. Nell’elenco delle modifiche riportato dal testo consolidato, dalla fine del 2006 all’aprile scorso si contano settantasette tra leggi, decreti-legge e decreti legislativi, calcolando il decreto e la sua legge di conversione come un atto solo. Fa quasi quattro l’anno, uno ogni tre mesi. Ci sono poi quattordici sentenze della Corte costituzionale e undici decreti ministeriali, in buona parte aggiornamenti delle multe. Molti interventi sono ritocchi di una riga dentro una legge di bilancio, un decreto di proroga dei termini, un provvedimento su immigrazione o semplificazione. Il codice viene cambiato anche da chi sta parlando d’altro, e ancora in aprile l’ha toccato la conversione di un decreto sulla sicurezza pubblica, sulle forze di polizia e sulla protezione internazionale.

Nessuno si è tirato indietro. Nel 2007 il governo Prodi varò il decreto che impone di smettere di servire alcolici dopo le due di notte, norma aggiunta dalla Camera in corso di conversione e criticata da senatori della maggioranza e dell’opposizione. Quei senatori dovettero votarla così com’era, perché ogni correzione avrebbe fatto decadere il decreto. Dopo Prodi vennero Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, i due governi Conte, Draghi e Meloni, e ciascuno lasciò la sua firma sul codice insieme all’annuncio che da quel giorno si sarebbe viaggiato più sicuri.

Si cambia, e si cambia molto, perché cambiare è l’unica cosa a portata di mano. Altrove il ritmo è più lento. In Germania e in Austria una modifica ogni uno o due anni, in Belgio un codice del 1975 ritoccato più di cento volte e ormai da sostituire. Da noi quasi quattro l’anno, con un’ansia di novità che somiglia alla premura di chi vuole mostrare qualcosa. Una norma si scrive in una settimana e si presenta in conferenza stampa, mentre un viadotto richiede soldi, progetti e anni. Sulle arterie nazionali metà dei ponti e oltre il settanta per cento delle gallerie sono stati costruiti prima degli anni Ottanta. Nel 2025 due viadotti della Firenze-Pisa-Livorno hanno avuto bisogno di lavori di somma urgenza dopo un’ispezione che ne aveva trovato fratturati gli appoggi. I trecentocinquanta milioni per le strade provinciali, tagliati da un decreto, il ministero annunciò di restituirli solo dopo le proteste delle Province. La Sardegna ha stanziato soltanto in questi giorni, per la prima volta, fondi per la manutenzione ordinaria di seimila chilometri di provinciali. Nel 2025 gli incidenti sono cresciuti del 2,2 per cento e i feriti dell’1,7, mentre i morti sono calati del 5,3, e dimezzarli entro il 2030, come chiede l’Europa, resta un traguardo lontano.

Sulla novità, come su ogni cosa, vigila la grancassa. Già all’indomani dell’approvazione circolava una decina di pezzi intitolati «tutte le novità» o «cosa cambia», con le multe in vetrina, mentre il ministero attribuiva alla riforma dell’anno scorso una diminuzione di incidenti e vittime che i dati Aci-Istat sul 2025 confermano solo per le seconde. Nell’agosto del 2025 il ministro parlava già di nuovo codice a proposito della legge del 2024, e quello di oggi, per la stessa ragione, non sarà l’ultimo.

Spesso a muovere la mano è il fatto di cronaca. L’omicidio stradale nasce a Firenze dopo la morte di Lorenzo Guarnieri, ucciso da un guidatore ubriaco, con una raccolta di firme il cui primo firmatario fu l’allora sindaco Matteo Renzi. Divenne legge nel marzo del 2016, quando Renzi governava da due anni. Un anno e mezzo dopo, uno dei promotori raccontò di aver parlato a parecchie decine di studenti di giurisprudenza e di aver scoperto che quasi tutti ignoravano le pene previste. Si legifera per il caso del giorno e poi non si insegna niente a nessuno.

In Italia, lo sappiamo tutti, per guidare esiste un esame che si sostiene una volta sola, a diciotto anni, con trenta domande a risposta vera o falsa in venti minuti. Per rinnovare la patente basta poi la visita medica, che accerta i requisiti fisici e psichici e mai la conoscenza delle regole. Intanto le regole cambiano ogni tre mesi e noi guidiamo ogni giorno su un programma che nessuno ha più ripassato. Le multe, in compenso, arrivano con la puntualità dei voti. Il nuovo codice dispensa persino dal portarsi dietro patente e libretto, che le forze dell’ordine verificheranno per via telematica. L’unico documento che attesta un esame fatto una volta sola resterà negli archivi informatici.

Nel 2023 il ministro Salvini ripeteva che il codice aspettava da trentun anni di essere rinnovato, come se nel frattempo nessuno l’avesse toccato. Chi ha contato ha trovato centocinquanta provvedimenti di modifica, compreso un decreto del primo governo Conte, nel quale lui sedeva da ministro dell’Interno. Nel 2024 è arrivata la stretta su alcol, droghe, telefonino e monopattini. Nel 2026 arriva il codice nuovo, che abbassa le multe. Quella da ventisei euro scende a venticinque, da quarantadue si passa a quaranta, da ottantatré e ottantasette a ottanta. Per una rivoluzione ci si poteva spingere oltre il singolo euro.

Il testo di base, preparato ai primi di agosto, prevedeva la posta elettronica certificata obbligatoria per chi ha la patente o possiede un’auto. Per i guidatori oltre gli ottantacinque anni prevedeva limitazioni automatiche, cioè zero alcol, niente autostrada e non più di cento chilometri da casa. Dopo le rivelazioni di una rivista del settore il ministro annunciò di averle tolte, e nello schema approvato martedì non ci sono. Il codice nuovo nasce così già corretto, come vuole la tradizione del vecchio.

Quello del 1992 porta ancora sul frontespizio il titolo di Nuovo codice della strada. Chi verrà dopo dovrà trovare un altro aggettivo. Perché dal 2006, ogni mattina in Italia, un governo si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del codice della strada. Il codice, invece, sa soltanto che prima o poi lo cambieranno di nuovo.


Elena Basile: “Ucraina, l’Europa della guerra e le ambiguità di Trump”


(Elena Basile – lafionda.org) – È un po’ di tempo che non riesco a occuparmi dei conflitti in corso in Europa e in Medio Oriente, in quanto ho voluto privilegiare lo spazio mediatico e il controllo della narrativa, il soft power, che ha oggi un ruolo essenziale nell’orientamento della politica interna e internazionale.

Gli storici che dovranno un giorno soffermarsi sulla guerra suicida europea, sullo sterminio del popolo ucraino, come sul genocidio palestinese, sottolineeranno le responsabilità dei giornalisti e degli accademici che sono riusciti a normalizzare la guerra e a penetrare nel DNA delle persone con una retorica sottoculturale che emula quella del ventennio fascista.

I conflitti, del resto, evolvono lentamente: i dettagli cambiano, ma non il quadro di fondo.

Nella guerra russo-ucraina, la postura guerrafondaia europea non è evoluta ed è stata caratterizzata da un’aggressività maggiore, sia nelle esternazioni dei politici che nella guerra per procura. La ricerca di un pretesto, di una colpa da addossare a Mosca, ha raggiunto toni carnevaleschi. La strategia terrorista occidentale, prima delle elezioni della Duma, era basata sull’intimidazione della popolazione civile, mirando alle raffinerie e alla logistica civile, nel tentativo delirante di far sollevare la popolazione russa contro Putin e, comunque, di influenzare le elezioni politiche. Sappiamo che la società civile russa si è invece compattata e ha rafforzato il partito di governo. La risposta di Mosca, annunciata come deterrenza in diverse occasioni dai vertici del Cremlino, è stata brutale. La Russia ha smesso di autovincolarsi nel rispetto del sangue fraterno ucraino e ha bombardato pesantemente i porti, i ponti e le infrastrutture civili, con un numero elevato di vittime collaterali.

Malgrado i circa 200 miliardi ricevuti dall’Europa, a spese del contribuente, dello Stato sociale e, nel complesso, delle nostre economie, l’Ucraina è uno Stato fallito, senza elezioni né democrazia, senza partiti di opposizione e libertà di culto, senza libertà individuali e linguistiche. Ha perso un terzo della popolazione. Le cifre dei morti e dei feriti, dei giovani amputati la cui vita è cambiata per sempre, saranno conosciute in un futuro lontano, quando le colpevoli élite ucraine ed europee non saranno più al potere. I russi hanno partecipato a una guerra per loro esistenziale, a cui li ha costretti l’espansionismo aggressivo della NATO e la cancellazione del diritto internazionale (ingerenza negli affari interni di un altro Stato, autodeterminazione dei popoli, diritti linguistici e indivisibilità della sicurezza). Il popolo ucraino è stato utilizzato in modo cinico e spietato da una leadership nazionale corrotta e neonazista e dalle élite occidentali in una guerra per procura contro la Russia e in difesa degli interessi neocon statunitensi.

Secondo molti analisti, la guerra potrà concludersi con il collasso di Kiev, che non ha una difesa aerea adeguata ed è alla mercé dei bombardamenti di Mosca. La crisi economica e sociale, gli scandali che hanno colpito i governanti e la mobilitazione brutale hanno reso sempre più fragile il rapporto tra società civile ed élite. La variabile indipendente è data dai droni, di facile produzione, nella quale Kiev si è specializzata.

I bombardamenti dei porti di Odessa e la mancanza di uno sbocco al mare, il crollo di raffinerie, ponti e altre infrastrutture civili lasceranno sopravvivere uno Stato disfunzionale.

Washington sembra ricorrentemente riconoscere la sconfitta delle politiche neoconservatrici, per poi fare nuovamente marcia indietro di fronte alle intimidazioni del cosiddetto Stato profondo americano, a cui si genuflettono le marionette politiche europee che vediamo all’opera. Oggi, forse per convenienze elettorali, Trump è riuscito a concepire una nuova possibile mediazione basata sulla ricostruzione dell’Ucraina con BlackRock e la Banca Mondiale, quindi non con i fondi russi sequestrati, minaccia latente mai rimossa; su un cessate il fuoco basato sull’attuale linea dei combattimenti e su un conflitto congelato; su un patto energetico tra Russia, Ucraina ed Europa sotto la supervisione statunitense; sulle garanzie di sicurezza, riassumibili nell’estensione dell’art. 5 del Trattato NATO all’Ucraina, che di fatto sigillerebbe la situazione attuale, garantendo l’aiuto da parte della NATO con armi e intelligence e protraendone l’esistenza in caso di ripresa delle ostilità.

La Russia potrebbe vedere di buon occhio l’accordo economico ed energetico, condizione preliminare per la sospensione delle sanzioni. Dubito che voglia congelare un conflitto e dare all’Ucraina la possibilità di inventare una false flag, un pretesto per ricominciare la guerra con l’aiuto legittimo dei Paesi NATO. La prima preoccupazione di Mosca è annullare la minaccia rappresentata da un’Ucraina fantoccio dell’Occidente, piattaforma di assalto contro la Russia.

La neutralità dell’Ucraina, la fine della leadership di Zelensky e la fine delle sanzioni rappresentano, insieme a un compromesso sui territori che tenga conto della situazione sul campo militare, le opzioni russe. La possibilità che Trump costringa Zelensky a dimettersi e che i negoziati comincino con un nuovo governo ucraino potrebbe convincere Putin a essere più disponibile.

Da parte europea, dei Democratici USA e di Zelensky non mi sembra ci si stia preparando a un passo indietro. Credo che, purtroppo, l’iniziativa non porti a reali conseguenze e sia utilizzata da Trump per ragioni elettorali.


Le proteste e le notizie dal fronte iraniano


(Tommaso Merlo) – Stanno divampando le proteste anche da noi, era ora. Cittadini finiti sul lastrico e tutti coloro che non ce la fanno più a sopportare stipendi da fame e furti di futuro. E proprio nel momento migliore, quando i governanti s’apprestano ad elemosinare consenso per tenersi le poltrone spacciandosi come illuminati statisti quando sono anni che si occupano di beghe di palazzo, che buttano via miliardi in armi e che negano complicità nel genocidio e servitù americana. Proveranno a lavarsene le mani e anche a negare le vere ragioni di una catastrofe economica che potrebbe essere solo all’inizio, l’aggressione illegale all’Iran che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz e quindi una carenza senza precedenti di petrolio e gas. E questo senza nessun motivo se non la circonvenzione d’incapace di quel demente di Trump per mano della mafia sionista che dopo decenni ha coronato il sogno di sfruttare quei fessi degli americani anche per distruggere l’Iran. Ma hanno fatto i conti senza l’oste, senza quella civiltà persiana che non ha nessuna intenzione di venire spazzata via ed anzi si preparava da decenni ad una guerra che riteneva inevitabile. Dopo mesi di bombardamenti e stragi di civili, l’Iran rimane irremovibile nel controllare lo Stretto e nel pretendere che Trump applichi il Memorandum. Il problema è che narcisismo patologico e padroni sionisti non glielo permettono e dato che le manipolazioni del mercato e le riserve strategiche di petrolio stanno finendo e dato che i sondaggi per lui sono drammatici, secondo alcuni analisti Trump potrebbe ricorrere ad una mossa disperata attaccando di nuovo. A confermarlo sarebbe il posizionamento di bombardieri e munizioni nella regione e lo stesso Trump che preannuncia la “madre di tutte le bombe” che perlomeno non è atomica. Ma anche il suo padrone Netanyahu rischia di perdere le elezioni e di piombare in un baratro anche giudiziario e questo aumenta le probabilità di una escalation. Davvero bizzarra come sincronicità, gettati insieme nella fogna della storia dai loro stessi popoli dopo una vita di squallide trame e sangue innocente. Secondo alcuni analisti potrebbero attaccare per primi i sionisti seguiti a ruota dai servi a stelle e strisce, la solita punizione collettiva con nel mirino infrastrutture civili nella pia illusione che gli iraniani si ribellino contro Teheran. Peccato che le notizie che emergono sono diametralmente opposte. Gli iraniani sono uniti e mobilitati come non mai, vogliono lo scontro per vendicarsi degli atti terroristici subiti e per porre fine a mezzo secolo di persecuzione e se la prendono coi loro governanti perché ritenuti troppo molli e inclini alla diplomazia. Ed anche per questo la contromossa iraniana potrebbe sorprendere. Non attendere cioè il colpo e poi reagire come in passato, ma un attacco preventivo con tre obiettivi principali: le infrastrutture civili degli emirati complici, navi e quello che rimane della presenza americana nell’area e dulcis in fundo il regime sionista e il tutto con inediti bolidi ipersonici, nuovi droni Made in Russia e satelliti cinesi. E a differenza del passato, questa volta Teheran potrebbe continuare finché non avrà ottenuto una vittoria definitiva con la resa degli aggressori e il rispetto del nuovo status quo. Lo hanno ripetuto mille volte. Vogliono lo Stretto e la fine del terrorismo economico americano nei loro confronti, vogliono che lo sceriffo a stelle e strisce lasci la regione per sempre e la fine di ogni ostilità in Libano e Palestina. Con le buone o con le cattive. Non solo sopravvivenza dunque, ma una nuova Asia Occidentale che rispecchi l’egemonia iraniana. Il buonsenso ma anche i rari analisti militari che non hanno venduto l’anima al diavolo, ritengono che la via di uscita più intelligente per Trump sia la resa ma ego e padroni sionisti non ne vogliono sentire parlare e solo un collasso finanziario o anche politico interno potrebbe convincerlo a cedere. E mentre il mondo intero accende ceri per l’implosione dell’impero, quel despota di Bin Salam passa da un bunker all’altro e dorme abbracciato alle sue guardie del corpo terrorizzato di raccogliere quello che seminato. L’Arabia Saudita e tutti gli emirati rischiano di fare la fine di tutto ciò che si costruisce sulla sabbia mentre gli Houthi si stanno liberando da anni di persecuzione e minacciano di imporre un pedaggio sullo stretto Stretto di Bab el-Mandeb aumentando così i rischi di una catastrofe economica e quindi politica preludio di una escalation militare mondiale. I cittadini protestano un po’ ovunque, i governi nascondono la testa sotto la sabbia un po’ ovunque e si teme una pericolosa escalation un po’ ovunque. Eppure la soluzione sarebbe così semplice. Trattare i palestinesi come tutti gli altri esseri umani concedendogli il diritto di autodeterminarsi e trattare il sionismo come tutte le altre ideologie del secolo scorso e cioè sradicarlo in modo che anche in Asia Occidentale possa prevalere il buonsenso dopo decenni di interferenze, squallide trame e sangue innocente.


Nel fantastico mondo di Giorgia…


(Dott. Paolo Caruso) – La forte bagarre registrata in Parlamento durante le comunicazioni della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che al Consiglio Europeo vista la crisi finanziaria del Paese va con il cappello in mano a chiedere flessibilità, ha riacceso un duro scontro sulla politica interna ed estera tra la premier e le opposizioni, Partito Democratico (PD), AVS e Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte. La tensione in Aula al Senato è stata talmente alta da richiedere più volte l’intervento del Presidente di Palazzo Madama, Ignazio La Russa, a causa dei cori di protesta dell’opposizione. Infatti al grido di “Basta” “Basta” hanno interrotto più volte il discorso della premier. I temi centrali del dibattito, suddivisi tra politica estera e interna, testimoniano la profonda distanza tra la maggioranza e le forze di minoranza. La Politica Estera è uno di punti più caldi dello scontro tra le opposte fazioni, tra le posizioni del Governo Meloni e quelle delle Opposizioni diverse in merito alla guerra in Ucraina. Ribadita da parte della Premier la linea di assoluta fermezza dell’ Italia e dell’Unione Europea contro le provocazioni di Vladimir Putin. Ancora una volta la Meloni si è rivelata “pesciaiola” e spogliandosi del ruolo istituzionale ha criticato con i metodi a Lei più congeniali le divisioni del cosiddetto “campo largo”. Giuseppe Conte di contro ha attaccato duramente la linea bellicista, affermando che “gli Stati Uniti fanno affari d’oro mentre noi rischiamo una guerra mondiale in casa”. La Pontiera mancata delle due sponde d’oltre oceano, l’ ancella sciocca del Tycoon, ha definito “molto rischiosa” la scelta di Donald Trump sul gasolio e le intese sul gas russo, rivendicando per l’Italia una propria indipendenza e una mancanza di subalternità nei confronti degli alleati. Se non fosse per la drammaticità del momento ci sarebbe da ridere. Le opposizioni hanno storicamente contestato l’incertezza e la subalternità dell’esecutivo italiano nei confronti delle dinamiche commerciali degli Stati Uniti. Anche se per quanto riguarda il sostegno indiscriminato e il ricorso agli armamenti all’ Ucraina il gruppo dei Riformisti PD e Calenda hanno condiviso il discorso della Premier. In questa maniera le Opposizioni hanno evidenziato la frattura che attraversa parte del PD con le truppe renziane, i cosiddetti Riformisti, e i ” fiori di Calendula”. Poi forse con una punta d’ orgoglio non hanno votato con la destra meloniana ma hanno deciso per protesta di non partecipare al voto. Bontà loro! La Premier ha continuato inoltre il suo intervento difendendo la gestione dei conti pubblici e gli investimenti, rigettando le accuse di tagli strutturali al fondo sanitario. ridotti in verità ad appena 2,5 miliardi quasi la metà della spesa per le armi. Una sanità quella della Meloni sempre più derelitta e in mano ai privati, Angelucci docet. PD, M5S e AVS accusano il governo di provocare gravi ripercussioni al Welfare, alla sanità pubblica e al potere d’acquisto delle famiglie, con tagli nascosti dai calcoli sul PIL. Non poteva mancare la difesa delle riforme della maggioranza, tra l’ altro discutibili, e la forte critica alle misure bandiera del passato dell’ opposizione come il Superbonus di Giuseppe Conte, che a dire il vero dopo sei mesi dal battesimo con la caduta del Conte 2 fu prorogato dal governo successivo con il plauso di tutti i partiti. Dai leader della minoranza si sono levate accuse a Giorgia, di avere reazioni infantili di fronte alle critiche, scaricando come al solito le colpe sui governi precedenti anziché assumersi le proprie responsabilità e dare risposte concrete sul costo della vita. Al termine dell’infuocata seduta, il Senato ha approvato le risoluzioni della maggioranza di centrodestra con 104 voti favorevoli mentre le opposizioni hanno deciso per protesta e per un minimo di orgoglio di non partecipare al voto.


Società Operaia di Mutuo Soccorso di Sant’Agata de’ Goti, un fine settimana di cultura e partecipazione: 15 nuovi soci, Gianfranco Paglia socio onorario e una donazione storica


Dopo il successo del concerto “Il Bel Canto per la Pace”, l’assemblea di domenica scorsa ha segnato un nuovo momento importante per la Società Operaia di Mutuo Soccorso, tra nuovi ingressi, riconoscimenti e iniziative per valorizzare la memoria cittadina.

La Società Operaia di Mutuo Soccorso di Sant’Agata de’ Goti ETS ha aperto le proprie iniziative sabato 10 ottobre con il concerto “Il Bel Canto per la Pace”, per poi proseguire domenica 11 ottobre con una partecipata assemblea, iniziata sulla scia dell’entusiasmo della serata precedente.

Il concerto, ospitato nel Duomo di Santa Maria Assunta, ha visto esibirsi il soprano Diletta Maria Di Cosimo, il tenore Giuseppe Galante, il baritono Hosung Lee, il maestro Guido D’Angelo al pianoforte e il maestro Simone Alaimo alla direzione corale, con la partecipazione del Coro di Benevento “OrzelleAlaimo” Incanto. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Arkadia e con il patrocinio morale del Comune di Sant’Agata de’ Goti, ha affidato alla musica un messaggio di pace e fratellanza.

L’assemblea di domenica si è aperta con la presentazione del nuovo Consiglio direttivo e ha visto il giuramento di quindici nuovi soci, molti dei quali giovani. Un risultato significativo per il sodalizio, che trova nella partecipazione delle nuove generazioni un’opportunità per rinnovare la propria attività e tramandare i valori mutualistici.

La giornata ha rappresentato anche un momento significativo per la vita associativa, con il passaggio della fascia al presidente Antonio Piscitelli e alla vicepresidente Elisabetta Cotugno, prima donna a ricoprire questo ruolo nella storia della SOMS. Alla cerimonia hanno partecipato il Sindaco Giovannina Piccoli e il Vicesindaco Alfonso Ciervo, ai quali l’associazione ha rivolto un ringraziamento per la presenza e la vicinanza dimostrate.

Momento centrale dell’assemblea è stato il conferimento della qualifica di socio onorario al Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, in riconoscimento del suo coraggio, del senso del dovere e dell’impegno civile.

La nomina valorizza anche la sua testimonianza a favore dell’inclusione e della dignità della persona, già condivisa con gli studenti nell’ambito dell’incontro “Valori e Disabilità”, organizzato presso l’Istituto di Istruzione Superiore “A. M. de’ Liguori” in collaborazione con la SOMS. Un’occasione di sensibilizzazione nella quale la sua esperienza personale ha trasmesso un messaggio di forza, resilienza e speranza.

Tra le iniziative di maggiore rilievo figura la donazione di una riproduzione della mappa storica di Sant’Agata de’ Goti del 1853, resa possibile grazie all’interessamento di Agata De Rosa, componente del Consiglio Direttivo della Società Operaia, e alla generosità dei coniugi Giuseppe Riccio e Mariarosaria Gargiulo.

L’originale è custodito presso l’Archivio storico dell’Istituto Geografico Militare di Firenze e rappresenta una preziosa testimonianza cartografica per approfondire la conoscenza dell’evoluzione del territorio cittadino.

La Società Operaia ha espresso gratitudine ai donatori per un gesto che arricchisce il patrimonio storico e documentale del sodalizio. È già in corso la ricerca di una collocazione adeguata, in uno spazio accessibile a tutta la cittadinanza, affinché la mappa possa essere ammirata da cittadini, studenti e studiosi e diventare uno strumento condiviso di conoscenza della storia locale.

La giornata è stata arricchita anche dalla donazione della bandiera dell’Unione Europea da parte del socio dott. Pasquale D’Alessandro, un gesto dal valore simbolico che richiama i principi di unità, cooperazione e appartenenza europea.

Nel corso delle iniziative sono stati premiati con attestati di merito Antonio Andreocci, Alessandro Lubrano, Carmine Di Caprio, Luigi Iannotta, Carmine Buffolino, Gerardo Perillo e Domenico Barricelli, per l’impegno civico, la cura e la valorizzazione del verde e degli spazi comuni e l’attenzione alle attività dedicate al bene comune.

Un riconoscimento è stato conferito anche a Franco Formicola, referente della società Herakem, per la disponibilità e il contributo offerti alla realizzazione dell’Infiorata del Corpus Domini, a sostegno della tutela delle tradizioni cittadine.

“La partecipazione di queste due giornate rappresenta un segnale incoraggiante per la nostra associazione – ha dichiarato il presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso, Antonio Piscitelli –. L’entusiasmo seguito al concerto di sabato ha accompagnato un’assemblea ricca di significato, con quindici nuovi soci, il conferimento della qualifica di socio onorario al Tenente Colonnello Gianfranco Paglia e la valorizzazione dell’impegno di tanti cittadini.

Desidero esprimere una particolare gratitudine ai coniugi Giuseppe Riccio e Mariarosaria Gargiulo, con il prezioso interessamento di Agata De Rosa, per la donazione della mappa storica. Il nostro obiettivo – continua Piscitelli – è individuare uno spazio nel quale renderla fruibile a tutta la città, perché la memoria del territorio è un patrimonio comune. Ringraziamo inoltre il socio dott. Pasquale D’Alessandro per il dono della bandiera dell’Unione Europea.

Un ringraziamento va anche all’Amministrazione comunale, al Sindaco e al Vicesindaco per la loro presenza e partecipazione in occasione del passaggio della fascia al presidente e alla vicepresidente, un momento importante per la nostra associazione, che segna la continuità della tradizione mutualistica e l’avvio di una nuova fase del nostro percorso. Grazie, infine, a tutti coloro che contribuiscono con il proprio lavoro e la propria disponibilità, alla crescita culturale e sociale non solo del nostro sodalizio ma della nostra città tutta”

Il presidente e il Consiglio direttivo ringraziano sentitamente gli artisti e i collaboratori del concerto, i nuovi soci, il Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, l’Amministrazione comunale, il Sindaco e il Vicesindaco, Agata De Rosa, Giuseppe Riccio e Mariarosaria Gargiulo, il dott. Pasquale D’Alessandro, Franco Formicola e tutti i destinatari degli attestati di merito.

Un ringraziamento particolare va anche a Michele Di Nuzzo, fotografo, per aver documentato entrambe le giornate, conservandone, attraverso le immagini, i momenti più significativi.

Le iniziative confermano la volontà della Società Operaia di Mutuo Soccorso di proseguire il proprio percorso coniugando tradizione e rinnovamento, promozione culturale e partecipazione, con uno sguardo rivolto alle nuove generazioni e all’intera comunità santagatese.


Napoli: alla Settimana internazionale della ricerca la lectio magistralis di Massimo Cacciari sul rapporto Intelligenza artificiale e intelligenza umana


L’Intelligenza artificiale e il suo rapporto con l’intelligenza umana, il ruolo del ‘logos’ e del cervello umano sono stati i temi della lectio magistralis che il professore Massimo Cacciari ha tenuto oggi all’Università degli Studi di Napoli Federico II. L’appuntamento, svoltosi nell’aula magna ‘Gaetano Salvatore’ della Scuola di Medicina e Chirurgia della Federico II, è stato organizzato dall’Ufficio Formazione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II in partnership con la SIR – Settimana internazionale della ricerca, manifestazione alla sua XX edizione che ha avuto come tema centrale ‘La matrice del vivente e l’avvenire della coscienza’.

“L’Intelligenza artificiale è una straordinaria conquista dell’intelligenza umana, ma più di altre rivoluzioni tecniche può comportare modifiche sostanziali antropologiche che non è detto che siano negative – ha detto il professore Cacciari -. Il problema dell’Intelligenza artificiale è usarla e non esserne usati ed è una questione critico-filosofica che dovrebbe essere presente a chiunque: l’IA non è un mezzo, non è uno strumento, è qualcosa che modifica radicalmente le nostre vite, i comportamenti. Non è una tecnica tradizionale, è una vera rivoluzione culturale”. Per Cacciari “l’IA può portare alla morte del discorso se si valuta il logos solo su ciò che è calcolabile, dimostrabile e tecnicamente risolvibile. Bisogna capire se a noi basta questa dimensione dell’intelligenza o se invece intendiamo coltivare anche una dimensione politica, critica, storica che sono cose che non si risolvono con l’IA né con un semplice rifiuto dell’IA”. A Cacciari è stato conferito il premio ‘Maestri del pensiero’. Ieri a Vittorino Andreoli, che ha tenuto una lectio nella sezione di lavoro ‘Elogio del cervello umano, elogio dell’umanesimo’, ha ricevuto il premio SIR per le Scienze Cliniche.

Ogni anno, infatti, la Settimana internazionale della ricerca assegna riconoscimenti a studiosi che hanno contribuito in modo significativo all’avanzamento della conoscenza.

“Cacciari, tra i massimi filosofi nazionali e internazionali, ha rappresentato con la sua riflessione teoretica, ma anche con la prassi e con le sue azioni, un connubio straordinario fra scienze della cura, scienze mediche e scienze umane – ha detto il rettore dell’Ateneo, Andrea Mazzucchi -. Credo sia fondamentale che l’Ateneo dedichi attenzione alla ricerca che è un nostro dato costitutivo e trovare un segmento temporale, come la Settimana internazionale della ricerca, che enfatizzi il ruolo della ricerca non solo nella sua produzione, ma anche come ricerca capace di farsi motore di innovazione è un’occasione importante”.

Nell’ambito della SIR, che si è sviluppata in 24 appuntamenti, sono stati affrontati questioni riguardanti terapie geniche, neuroprotesi, interfacce cervello-computer, psicofarmaci di precisione e algoritmi a supporto della diagnosi e delle decisioni terapeutiche che rendono sempre più sottile il confine tra terapia e potenziamento e tra corpo biologico e dispositivo.

“L’Azienda ospedaliera universitaria ha per sua missione la ricerca, la formazione, l’innovazione oltre che naturalmente l’assistenza – ha sottolineato il direttore generale dell’AOU Federico II, Elvira Bianco – una manifestazione come la Settimana internazionale della ricerca ci dà l’opportunità di avere l’interpretazione e la visione anche di altre professionalità quali psicologi, psichiatri e filosofi e questo ci deve essere di monito perché la medicina sta cambiando e noi dobbiamo uscire dal guscio della medicina tradizionale e iniziare ad approcciarci verso la medicina innovativa, ma mantenendo sempre la coscienza di medici”.

La Settimana internazionale della ricerca è stata ideata nel 2006 da Nelson Mauro Maldonato, professore di psicopatologia clinica alla Federico II e direttore scientifico dell’iniziativa, ed ha l’obiettivo di collegare le realtà scientifiche del Mezzogiorno ai circuiti della ricerca internazionale, ed è stata insignita nel 2018 della Medaglia del Presidente della Repubblica.

“La Settimana internazionale è stata pensato fin dall’inizio come un arcipelago di voci, di identità, di narrazioni e di racconto sulla scienza e la ricerca – ha spiegato Maldonado – lo scopo principale è stato portare a contatto diretto gli studenti con gli studiosi. Mi sembra che sia stata un’idea feconda perché molti di quelli che erano studenti ora formano persone, creando così un circolo virtuoso”.

dott.ssa Maria Esposito
Capo Ufficio Stampa Rettorato
Università degli Studi di Napoli Federico II


l governo presenta la manovra a Bruxelles: alle armi il doppio dei soldi della sanità


Il Ministro dell�economia Giancarlo Giorgetti, Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione delle Comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 ottobre. Camera dei Deputati, Roma Mercoled� 22 Ottobre 2025. (foto Mauro Scrobogna / LaPresse)

Minister of economy Giancarlo Giorgetti, Prime Minister Giorgia Meloni on the occasion of the Prime Minister’s Communications in view of the European Council of 23 and 24 October. Chamber of Deputies, Wednesday O

(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Ventitré miliardi e mezzo di euro per il 2027: è questo il valore della manovra di bilancio in preparazione da parte del governo Meloni. Ieri, il governo ha inviato a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio (DPB), che contiene le tabelle con le risorse previste per i diversi interventi della prossima legge di Bilancio. Nel complesso, la manovra destinerà circa 4,5 miliardi di euro alla difesa, contro i 2,4 miliardi previsti per la sanità. La voce relativa alla difesa è la seconda più onerosa, dopo quella destinata al sostegno delle famiglie e alla spesa sociale, pari a circa 5 miliardi di euro. Per finanziare gli interventi, il governo farà ricorso a misure a carico del settore finanziario, alla revisione della spesa dei ministeri e a interventi in materia di giochi. Dei 23,5 miliardi di euro complessivi, tuttavia, la quota maggiore sarà finanziata attraverso un maggiore indebitamento, reso possibile dall’attivazione della clausola di salvaguardia concessa dall’Unione Europea per finanziare le misure in materia di energia e riarmo.

Il DPB è stato pubblicato ieri, due giorni dopo la sua approvazione in Parlamento. Il documento illustra le principali misure previste dalla legge di Bilancio, gli obiettivi di finanza pubblica e il loro impatto sui conti pubblici, indicando le voci di spesa e le risorse destinate a finanziarle. Va rimarcato che il DPB non indica l’intera spesa pubblica: il documento presenta, piuttosto, le misure aggiuntive introdotte dal governo con la legge di Bilancio per l’anno successivo. Il valore complessivo delle misure previste per il 2027 è di circa 23,52 miliardi di euro. Considerando alcune delle principali voci di spesa e un PIL nominale stimato in circa 2.400 miliardi di euro, le risorse corrispondono allo 0,21% del PIL per le politiche per la famiglia e la spesa sociale, allo 0,10% per la sanità, allo 0,14% per il sostegno alle imprese, allo 0,13% per le infrastrutture, allo 0,01% per gli enti territoriali e allo 0,19% per la difesa. Tradotto in termini assoluti, si tratta di circa 5 miliardi di euro per le politiche per la famiglia e la spesa sociale, 2,4 miliardi per la sanità, 3,36 miliardi per il sostegno alle imprese, 3,12 miliardi per le infrastrutture, 240 milioni per gli enti territoriali e 4,56 miliardi per la difesa.

Per quanto riguarda le coperture finanziarie, le tabelle del DPB indicano che circa 5 miliardi di euro (lo 0,21% del PIL) proverrebbero da misure a carico del settore finanziario, 1,2 miliardi (lo 0,05%) dalla revisione della spesa dei ministeri e 720 milioni (lo 0,03%) da misure in materia di giochi. Il documento riporta inoltre la voce «altre entrate e coperture», per un valore di 1,68 miliardi di euro (lo 0,07% del PIL), di cui 480 milioni (lo 0,02%) derivanti da misure una tantum, e quella relativa ad «altre spese e coperture», che ammonta a ulteriori 1,68 miliardi di euro. Si tratta di un totale di circa 10,76 miliardi di euro, 12,76 miliardi di euro in meno rispetto alle voci di spesa. Tali risorse saranno reperite attraverso un maggiore indebitamento: a inizio mese, infatti, la Commissione Europea ha autorizzato l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, un meccanismo che consente agli Stati membri di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare le spese per la difesa, entro i limiti e le condizioni previsti a livello europeo. Per l’Italia, il governo ha indicato un margine potenziale di circa 29 miliardi di euro nel biennio 2027-2028, che intende destinare per metà alla difesa e per metà alla sicurezza energetica.


Il Sud si ribella: la realtà che non si vuole vedere né far vedere


La mobilitazione “L’Italia scende in piazza”, promossa contro il caro carburante e la crisi del settore agricolo dal Movimento popolare nazionale insieme a Popolo di Calabria, Movimento territorio e agricoltura, Gda Associazione Tutela Agricoltori, Gruppo agricoltori del Crotonese e Comitati riuniti agricoli – Cittadini italiani, Cosenza, 28 settembre 2026. ANSA/LUIGI SALSINI

(lafionda.org) – Da settimane agricoltori, allevatori, olivicoltori, pescatori e autotrasportatori sono in mobilitazione contro il caro carburanti e l’aumento dei costi di produzione. Dalla Sicilia alla Calabria, dalla Puglia al Lazio, si susseguono presìdi, cortei e blocchi stradali. Tra il Gargano e il Foggiano, nel Cosentino e nel Catanzarese, si segnalano difficoltà nell’approvvigionamento dei supermercati e lunghe code ai distributori di carburante. Al centro della protesta ci sono condizioni economiche divenute insostenibili per un intero mondo produttivo: l’aumento dei prezzi del gasolio e delle materie prime, i compensi agricoli spesso insufficienti persino a coprire le spese, la concorrenza delle importazioni sottoposte a standard differenti. A pesare è anche il divario tra i prezzi riconosciuti ai produttori e quelli pagati dai consumatori, insieme al potere contrattuale degli intermediari e della grande distribuzione organizzata, che tende a scaricare sui primi una parte sproporzionata dei costi e dei rischi d’impresa. Una situazione che mette in difficoltà interi settori produttivi e si ripercuote, attraverso i rincari, anche sui consumatori. Da qui la richiesta di interventi urgenti sul costo dei carburanti, di misure a sostegno delle attività produttive e di risposte istituzionali concrete.

E la mobilitazione non si ferma, anzi si allarga. Dal 16 al 20 ottobre è previsto un fermo di cinque giorni degli autotrasportatori aderenti alle organizzazioni promotrici in Calabria e Sicilia, mentre in altre regioni del Mezzogiorno proseguono presìdi e proteste. Sul piano nazionale, le associazioni del settore chiedono interventi urgenti e prospettano un’estensione della mobilitazione in assenza di risposte adeguate. Dai presìdi emerge la difficoltà crescente di continuare a lavorare: agricoltori schiacciati dall’aumento dei costi e da prezzi di vendita sempre meno remunerativi, imprese di trasporto che non dispongono più della liquidità necessaria a mantenere in circolazione i mezzi, pescatori e piccoli produttori che vedono erodersi ogni margine di guadagno. Particolarmente difficile è la condizione dei piccoli autotrasportatori, spesso impossibilitati a trasferire sui committenti l’aumento dei costi del carburante, a fronte di tariffe che non tengono il passo con i rincari. A questo quadro si affianca la vertenza dei lavoratori dell’ex Ilva di Taranto e dell’indotto, che chiedono garanzie occupazionali e un piano industriale credibile, capace di coniugare continuità produttiva, risanamento ambientale e tutela del lavoro. Sono mobilitazioni differenti, ma attraversate da una medesima questione di fondo: la possibilità, per chi lavora e produce, di continuare a vivere dignitosamente del proprio lavoro.

Eppure, nel grande circo politico-mediatico nazionale, queste proteste, pur non essendo passate completamente sotto silenzio, ricevono un’attenzione del tutto insufficiente rispetto alla loro portata. Il dibattito pubblico si consuma in una baruffa sterile e inconcludente, che aggira le questioni fondamentali del Paese o le affronta soltanto in superficie, mentre il disagio di questi lavoratori e delle loro comunità resta ai margini. È la consueta operazione di rimozione della realtà quando questa risulta sgradita: non occorre censurarla apertamente, basta relegarla sullo sfondo, fino a renderla politicamente quasi invisibile.

È il paradosso di un Paese che celebra il Made in Italy, ma lascia impoverire chi materialmente lo produce. Da una parte, la retorica governativa del «Made in Italietta»; dall’altra, un’opposizione parlamentare distante dalle ragioni profonde di queste mobilitazioni. Il riflesso di una classe dirigente inadempiente e subalterna, incapace di assumere i bisogni, gli interessi e le aspirazioni profonde delle classi lavoratrici come vincolo interno della propria azione politica. Si misura qui la distanza, sempre più evidente, tra le domande che emergono dalla società, attraversando interi territori, settori produttivi e vasti strati sociali, e un sistema politico-istituzionale che non sa raccoglierle, rappresentarle e tradurle in indirizzo politico.

Sullo sfondo, le contraddizioni di un modello economico e sociale che espone le produzioni nazionali alla concorrenza globale senza adeguate garanzie a tutela del lavoro e delle produzioni nazionali, mentre i vincoli europei e sovranazionali ostacolano una politica orientata alla piena e buona occupazione e alla tutela delle capacità produttive del Paese. A tutto questo si aggiungono gli effetti delle guerre e delle politiche di escalation militare sui mercati energetici e sui costi di produzione, mentre la corsa al riarmo sottrae risorse agli investimenti produttivi, allo sviluppo dei territori e al welfare.

Nel Mezzogiorno, tutto ciò si innesta su fragilità strutturali mai superate: carenze infrastrutturali, difficoltà di accesso al credito, disoccupazione, spopolamento, impoverimento del tessuto produttivo e progressivo indebolimento dei servizi pubblici essenziali. Un quadro già segnato da profonde diseguaglianze territoriali, che l’attuazione dell’autonomia differenziata rischia di aggravare ulteriormente, anziché contribuire a superare.

Non è soltanto una protesta di categoria. È una grande questione sociale, nazionale e popolare, che riguarda la dignità del lavoro, la sopravvivenza delle economie locali, la tenuta dei legami sociali e il futuro del Mezzogiorno.

Piena solidarietà dunque a chi si mobilita e lotta per difendere il proprio lavoro, la propria terra e il futuro delle proprie comunità.


Troppe leccate: corriere in tilt


(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Accortosi che inspiegabilmente la riabilitazione di Matteo Renzi non dà i frutti sperati (resta il leader meno gradito di tutti, dietro a due bocconcini come Lupi e Magi), il Corriere ha cambiato strategia: elogiarne le qualità politiche, ma con nonchalance, senza dare nell’occhio, anzi, fingendosi pure scocciati che di questo Renzi si parli un po’ troppo.

Il cortocircuito si è concretizzato negli ultimi giorni. Come noto, mentre il leader di Iv applaude Meloni in Senato tenta anche di dare le carte per una lista centrista del cosiddetto Campo largo. Un qualsiasi marziano si metterebbe a ridere, ma qui la cosa non solo viene presa molto seriamente, ma è pure caldeggiata dalle migliori firme. Per assecondare il piano, l’altro giorno Massimo Gramellini ha scritto sul Corriere che Renzi ha stufato, se ne parla troppo: “A sinistra parlano più di Renzi che di bollette, più di Renzi che di Putin”. A scandalizzarlo c’è il fatto che i 5Stelle “vogliono garanzie perché non si fidano”, vai a sapere il motivo. C’è solo un problema: per settimane il Corriere e La7, che condividono la proprietà, hanno gonfiato Renzi dedicandogli pezzi e interviste e accreditandolo di una centralità persino eccessiva. Non più tardi di quattro giorni fa, ritrattone-colloquio a firma Tommaso Labate: “Renzi, centrista barricadero sotto attacco: ma io li sfido tutti, vediamo se hanno i voti”. Martedì invece era ospite da Giovanni Floris, dove in un mese, da quando è ripartito il programma, è stato già tre volte. Coi lettori del Corriere Renzi non si faceva vivo addirittura da un paio di settimane, un’enormità, quando il quotidiano si era premurato di pubblicare una pagina di anticipazione del suo libro.

Nel frattempo si era trovato il modo di parlare di lui in varie maniere, compresa un’intervista a Corrado Augias. Domanda: qual è il politico più simile a Machiavelli? Ma certo: “Matteo è uno dei politici che più si avvicinano a quel modello di stratega intelligente, lucidissimo, pronto a fare i calcoli giusti. Ama la pace ma non disdegna né la guerra né le azioni spregiudicate per raggiungere un disegno che per lui è giusto e utile per il Paese”. Ecco sì, perché il lettore potrebbe fraintendere, Machiavelli in senso buono: “Renzi ha sempre agito nell’interesse generale, quello che ha rovinato è stato un ego gigantesco. Se si togliesse un po’ di quella sbruffoneria da toscanaccio, diventerebbe il miglior politico in circolazione”. Certo, e la vera piaga di Palermo è il traffico.


Conte vuole un patto: su liste e ruoli i partiti devono trattare con il candidato premier


Conte vuole un patto: su liste  e ruoli i partiti devono trattare con il candidato premier

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – L’avvocato le chiede ancora, le garanzie. E non parla solo di Matteo Renzi, il fu rottamatore che – come raccontato dal Fatto – non vuole in ruoli di governo, tanto da provocare la reazione del capo di Italia Viva a DiMartedì: “Di fare il ministro non me ne frega niente”. Giuseppe Conte vuole anche altro, vuole di più. Ossia che il vincitore delle primarie non venga sabotato subito dopo dai partiti. Ergo, il candidato a Palazzo Chigi dovrebbe poter discutere con tutta la coalizione della composizione dei gruppi parlamentari, ragionando sulle candidature e il loro taglio politico. Intendeva anche questo, l’ex premier, quando ieri al convegno Insieme per il futuro di Roma e del Lazio ha detto: “Credo che un progetto progressista non possa essere un insieme di sigle ma debba essere coerente: bisogna trovare meccanismi per garantire una legislatura quinquennale”. Altrimenti “dureremo un quarto d’ora” ribadisce un 5Stelle di peso. Serve ordine, insomma. Nella composizione delle liste, con il centro che ad oggi è un magma, e nella definizione dei pesi e dei ruoli parlamentari. Prima però bisognerebbe vincerle, le elezioni. E prima ancora va costruito un programma di governo condiviso. Non semplice. E non è solo questione di Ucraina, su cui ieri l’ex premier ha tenuto la sua linea – “Rimaniamo assolutamente convinti che la strada non sia l’escalation militare, serve una svolta negoziale” – pur riconoscendo che i progressisti “hanno fatto un passo avanti” con le astensioni incrociate sulle rispettive risoluzioni alla Camera , per poi rivelare che lui ha il nome di un negoziatore ideale, ma non lo fa “per non bruciarlo”.

Il punto resta anche la patrimoniale, a cui Conte è contrarissimo, nonostante anche una parte del suo partito – con Chiara Appendino in prima fila – la invochi. “Vorrei uscire dal quadro ideologico. Quando è stata fatta in Europa non ha mai funzionato” teorizza. “Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni lo sanno?” gli viene chiesto, visto che i rossoverdi ne sono antichi sostenitori. E lui: “Glielo diremo, ma porterò tutta la documentazione. Non sono ideologico in questo momento”. Bonelli e Fratoianni però rispondono a stretto giro: “Caro Giuseppe, anche noi non siamo per nulla ideologici e porteremo al tavolo della discussione materiali e studi che dimostrano come le obiezioni più frequenti, a cominciare dalla fuga dei capitali, siano largamente infondate”. Replica dietro a cui c’è anche il fastidio di Avs per “la tendenza di Giuseppe a intestarsi tutto, ultimamente” come spiega un rossoverde. In questo clima, Renzi (ri)giura di essere indispensabile: “Tutti i sondaggi dicono che il centrosinistra è avanti di un soffio e che il voto di Iv fa la differenza. Per anni tutti a ironizzare sul nostro 2,5 per cento e poi scopriamo che è proprio quello che serve per vincere”. E a sostegno, rilancia sui social la supermedia sui sondaggi di YouTrend. A margine, le scorie degli applausi della destra del Pd a Meloni, mercoledì. Così se il dem Filippo Sensi promette che “il governo progressista manderà armi per davvero all’Ucraina”, il 5Stelle Francesco Silvestri gli risponde così: “Gliele può portare Sensi, personalmente”. Buon campo largo.