
(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – “Lo dico senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del Gip di non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram ‘Movimento 17 ottobre’ che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali”. Parola di Giorgia Meloni. Anche noi lo diciamo senza mezzi termini: o la Meloni […]
(dagospia.com) – I cosiddetti “ribelli leghisti” ormai sono un genere cinematografico. Comico. Scalpitano, fanno trapelare, brigano, ma nel momento della verità si dimostrano sempre dei “caghetta”. Il congresso straordinario della Lega, che si è svolto nel weekend a Milano, è l’ultimo, lampante esempio.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha mandato avanti il suo fedelissimo Massimo Garavaglia, presidente della Commissione finanze del Senato ed ex ministro del Turismo, che ha ottenuto 146 voti su 465 (il 24% dei consensi).
Garavaglia non era solo il candidato di Giorgetti, ma anche di tutto il fronte nordista (lo sostenevano anche i “lumbard” Attilio Fontana e Massimiliano Romeo).
L’ex governatore del Veneto, Luca Zaia si è presentato, ha fatto da lontano ciao-ciao con la manina a Garavaglia e si è lasciato chiamare in causa da Durigon per un ruolo nella nuova segreteria politica (massimo nove membri nominati dal segretario). Ma, pavido come sempre, non ha affondato il colpo. Il suo “collega” Massimiliano Fedriga non si è nemmeno presentato, con la scusa della cresima del figlio.
Attilio Fontana ha firmato per Garavaglia e ha rivendicato di aver visto accolte le istanze del territorio, ma nulla più. Alla fine Matteo Salvini ha ottenuto la sua vittoria, che gli permetterà un controllo ancora più stretto del partito.
Oltre alle piccole beghe interne, la notizia più rilevante del congresso leghista è stata la frase del segretario sull’Ucraina: “Al prossimo consiglio dei ministri chiederò lo stop agli aiuti a Kiev”. Una frase poi corretta, dopo una telefonata furiosa di Giorgia Meloni.
Il prossimo pacchetto di aiuti dovrà essere votato presto: l’autorizzazione alle forniture scade a fine 2026 e servirà un nuovo atto parlamentare per il 2027. L’Italia è tra i contributori più bassi sul piano bilaterale militare (stime IAI e Kiel collocano gli aiuti militari diretti intorno ai 3-4 miliardi, con il Paese spesso in fondo alle classifiche).
Nella Lega la maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari, sul piano pragmatico di governo, è più vicina alla linea di continuità che allo stop secco. Salvini però ha usato il congresso per titillare la base e inseguire quello spara-putinate di Roberto Vannacci, che l’ha superato a destra.
Ma la percezione è comune un po’ a tutti i partiti: la popolazione italiana, in maggioranza, è scettica sugli aiuti all’Ucraina e ha in forte antipatia Zelensky.
Dimenticando la storia, peraltro: se durante la seconda guerra mondiale i cittadini americani si fossero opposti ad aiutare militarmente (anche al costo di migliaia di morti) il nostro Paese, il fascismo non sarebbe mai caduto.
Ma evidentemente l’esperienza non insegna. E così, anche la gran parte dell’elettorato Pd è contraria a fornire aiuti all’Ucraina (soprattutto i vetero-comunisti, rimasti ancora fedeli all’Unione sovietica che ha foraggiato il Pci per mezzo secolo).
In Fratelli d’Italia la leadership (Meloni-Crosetto e Fazzolari, sposato con una donna ucraina) tiene la linea atlantista, ma anche lì la base è più fredda. Il Movimento 5 Stelle è nettamente contrario.
Sondaggi recenti (Eumetra settembre 2026: 61% no alle armi; Ixè: solo 18% per il sostegno militare «finché necessario») mostrano una netta maggioranza contraria.
Crosetto stesso, in un’intervista alla BBC, ha ammesso che «la maggioranza dell’opinione pubblica è contro». È passata la narrazione dei «cessi d’oro» e degli sprechi a Kiev, mentre in Italia si discute di sanità, liste d’attesa e priorità domestiche. Ed è su questo scollamento che si gioca tutta la propaganda “pacifista” by Conte-Travaglio.
L’ex premier: “Meloni voleva giudici indipendenti dai pm? Ora che una giudice dà torto all’accusa, dovrebbe festeggiare”

(ilfattoquotidiano.it) – “Fatico a prendere sul serio Meloni. Il capo di un governo che ha le autostrade bloccate dai camionisti, i contadini in rivolta, i ragazzi per strada, anche con atti violenti, è in grado di rispondere soltanto in termini di sicurezza, botte, arresti preventivi, criminalizzazione”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal presidente della Fondazione Italianieuropei Massimo D’Alema, che stigmatizza duramente la presidente del Consiglio per le sue dichiarazioni contro la gip di Milano Tiziana Landoni, “rea” di non aver convalidato il fermo di Youssef Siher e di averne disposto la liberazione.
Per l’ex presidente del Consiglio la reazione di Meloni è il sintomo di un governo incapace di comprendere le proteste che attraversano il Paese: “Siccome non vuole ammettere il suo fallimento, che è sotto gli occhi di tutti, ci deve essere qualcuno cattivo che organizza queste cose”.
D’Alema sottolinea anche la contraddizione tra l’attacco alla giudice e la riforma costituzionale della giustizia voluta dall’esecutivo: “Meloni ha promosso una riforma costituzionale, su cui c’è un referendum, sulla base del seguente assunto: bisogna separare le carriere, altrimenti i giudici fanno tutto quello che chiedono i pubblici ministeri. Perché i giudici, secondo Meloni, non sono indipendenti dai pubblici ministeri”.
Poi la stoccata: “Adesso che abbiamo una giudice che si dimostra non solo indipendente dal pubblico ministero, ma che gli dà torto, Meloni dovrebbe festeggiare come garantista“. L’ex ministro degli Esteri denuncia quindi la scelta del governo di affrontare le tensioni sociali esclusivamente come un problema di ordine pubblico, individuando di volta in volta presunti responsabili delle mobilitazioni per evitare di confrontarsi con le ragioni della protesta: “Tutto questo è il segno di una caduta della politica, della sua capacità di comprendere il Paese, di una trasformazione della politica in una logica di polizia. È molto preoccupante, per i giudici e per tutti i cittadini”.
Una possibilità che era già prevista dal Codice della strada, ma non c’erano ancora le norme attuative, e oggi rilanciata dalla premier in conferenza stampa

(ilfattoquotidiano.it) – La targa personalizzata. Ecco una delle novità inserite nella legge di Bilancio approvata dal Consiglio dei ministri. Il governo è così tanto a caccia di risorse che punta anche sulle targhe di auto e moto: poter scegliere lettere e numeri per la propria automobile costerà 600 euro. “Ci si potrà più o meno sbizzarrire come si ritiene, ovviamente sostenendo un costo. E qualcosa mi dice che la creatività degli italiani qui potrebbe farsi valere”, annuncia Meloni in conferenza stampa. Una possibilità che era già prevista dal Codice della strada, ma non c’erano ancora le norme attuative, e oggi rilanciata dalla premier. Contro questa e le altre “pseudo–misure, che non affrontano in alcun modo gli enormi problemi del Paese”, si scaglia l’opposizione: la presidente del Consiglio “sappia che gli italiani hanno già scelto la loro targa e dice ‘Meloni vattene‘”, ribatte Francesco Silvestri, deputato del Movimento 5 stelle.
Per le due targhe dell’auto (anteriore e posteriore) dovranno essere versati 500 euro al Poligrafico dello Stato e una maggiorazione del 20% – pari a 100 euro – al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Prezzo inferiore per le moto: in questo caso, l’unica targa personalizzata avrà un costo totale di 360 euro. Chi sceglie la targa personalizzata non paga il contrassegno tradizionale che oggi (compreso nelle spese di immatricolazione e messa su strada) ha un costo di 41,78 euro.
Attualmente la sequenza è quella di due lettere, tre numeri e, infine, due lettere. Ma in futuro potrebbe cambiare lo schema. Ovviamente saranno escluse combinazioni di lettere e numeri offensive o ambigue e non si potranno avere targhe uguali. Così il governo si affida alla “creatività” degli italiani per provare a fare un po’ di cassa.
(Immagine generata con l’Ai)
(di Marcello Veneziani) – C’è un solo leader politico su piazza che può contendere il posto a Giorgia Meloni. Viene dal Pd ma non è Elly Schlein. È a cavallo tra il centro e la sinistra ma non è Romano Prodi o prodotti derivati. È stato già a Palazzo Chigi ma non è Giuseppe Conte. È Matteo Renzi.
[…] è l’unico che può tenere testa alla Meloni e contenderle il potere, viene anche lui dalla militanza politica e non è stato catapultato ai vertici del governo o del partito ma ci è arrivato sgomitando lui; ha forte personalità, conosce bene la politica, è brillante ed è l’unico che nel nanismo politico del nostro presente ha qualcosa di machiavellico perlomeno nell’astuzia cinica e nel piglio.
Ma come tutti sanno, Renzi ha un nemico implacabile che gli tiene testa: sé stesso. È riuscito a farsi odiare da tutti, a sinistra e a destra, al centro e in periferia, con quell’unanimità che di solito si riserva agli eroi e ai benemeriti.
In tanti diffidano di lui, in tutti i versanti, sanno che da un momento all’altro ti si rivolta contro, ti fa andare fuori strada, ti tira il pacco; non puoi mai fidarti di lui. Enrico Letta non si è più ripreso dalla serendipity di Renzi.
È dura averlo come nemico ma è più dura averlo come amico. Questa percezione non ce l’hanno solo i politici, non ce l’ha solo il povero Calenda, la sinistra intera, i 5 stelle, gli alleati verdi e rossi e il centrodestra intero; ma ce l’ha la gente, ce l’hanno gli elettori.
Quando è stato al governo, piaccia o meno, ci ha saputo fare, a mio parere non è stato male, se lo paragoniamo ai predecessori e ai successori; aveva capacità decisionale, sapeva cosa fare, chi mettere ai posti di comando, come procedere alla svelta. Però la sua egolatria gli impedì di vedere i rischi del suo protagonismo, come l’errore sciagurato e famoso di personalizzare il referendum che gli costò il governo. […]
In effetti c’è poco da fidarsi, capisco che per lui è difficile capeggiare il centrosinistra avendo la testa e il cuore altrove, e non è un caso che l’unico suo vero sponsor negli anni scorsi fosse Silvio Berlusconi che lo vide come il suo erede, una specie di PierMatteo o meglio di MatteoSilvio.
Invece sbucò la Meloni e Berlusconi si trovò con un merluzzone in mano, portavoce della Real Casa, che poi diventò il suo erede politico. Ma se avesse potuto scegliere a tutto campo, il suo erede ideale sarebbe stato Renzi, o forse Gori che veniva dalle sue aziende. E Renzi fondò un partito analogo al suo già nel nome italico, sostituendo solo Forza con Viva. Capisco che a un cittadino veramente di sinistra sia insostenibile votare Renzi.
Lui ha avuto in mano il potere come nessuno, forse nemmeno la Meloni, ma per poco tempo. Infatti renzizzò tutto quel che gli capitava davanti, Rai inclusa, decise lui di mandare Mattarella al Quirinale, poi di riciclare Conte col Pd, dopo il governo con la Lega, facendo nascere il governo giallorosso e poi di silurarlo e di metterci al suo posto Drago Draghi a Palazzo Chigi. Giusto il tempo per riprendere quota e ritornare lui, mandando magari Draghi al Quirinale.
Ma Renzi non riprese quota, anzi la perse ulteriormente. E al Quirinale rimase Mattarella. Oggi sarebbe l’antagonista più efficace della Meloni, il più adatto a coprire un’area vasta, dai moderati ai progressisti e dal centrodestra alla sinistra.
Ma non lo vuole nessuno del campo largo, e non solo. E la gente non si fida della matteologia renziana. L’altro grosso errore che fece prima di imbarcarsi e naufragare col referendum fu quello di non fondare al momento giusto, come aveva annunciato, il Partito della Nazione, raccogliendo l’eredità di Berlusconi, Forza Italia, di una certa destra decisionista che aveva visto di buon occhio Craxi e non aveva più Fini e An, e la sinistra euro-occidentale, non antagonista.
Non ebbe il coraggio di farsi trasversale, tornò a sinistra dove lo detestavano e il risultato fu che lo disprezzarono ancora di più come un intruso e anche quando si avvalsero dei suoi intrighi e stratagemmi, lo subirono come un corpo estraneo da maneggiare con cautela e da espellere appena possibile.
In mancanza di Renzi oggi ci troviamo, come sosteniamo ormai da tempo, in una situazione paradossale, che si può definire asimmetrica, tra la destra macrocefala, tutto capo e nient’altro, e la sinistra acefala, tante gambe o zampe ma nessuna testa al comando.
Renzi sarebbe il capo più adatto, ma la sua sola apparizione produce la cefalea a grappolo dei soci fondatori e affiliati, con forti crisi di rigetto. Anche questa circostanza concorre a fare la fortuna della Meloni, senza rivali e senza concorrenti interni, con una sola spina nel fianco, il generale Vannacci, che tra scissioni indotte o defezioni veraci, silenzio-stampa e campagne di annunci che è in caduta libera, stanno cercando di tamponare e debellare.
Se non fosse ad alto rischio esplosivo, sarebbe spettacolare una manovra renziana di conversione al fronte opposto, meloniano, con partecipazione al prossimo governo. Creerebbe scompiglio su ambo i versanti. Lui resta almeno tra i presenti l’unica variabile rispetto al campo destro che produce solo meloni e al campo largo che è senza frutti.
Ogni tanto Renzi cerca di introdursi sotto mentite spoglie, travestito nelle stanze di potere; di recente ha assunto le fattezze leggiadre di una dea, Silvia Salis, per usarla come Cavallo di Troia e varcare le porte Scee di Palazzo Chigi.
Renzi gira minaccioso intorno alle mura di cinta e se fossi la Meloni & C., ma anche Schlein, Conte e i Gracchi Bonelli-Fratoianni, per non dire di Calenda, non dormirei sonni tranquilli anche se gira attorno solo con la sua biga. Renzi è ancora giovane, ha le chele per afferrare prede e governi, serpeggia come un cobra sibilante e secerne un liquido letale, velenoso a chi gli si accosta.
CORTEI: VERTICI TRIBUNALE MILANO, CRITICHE IRRICEVIBILI, VERGOGNA RIGUARDA ALTRO
(LaPresse) – “Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo, ricoprenti anche cariche istituzionali rilasciate all’esito della decisione della giudice del Tribunale di Milano, sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza – reale o mascherata – degli istituti giuridici di uno Stato di diritto”.
È quanto si legge in una nota del presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, e della presidente della Sezine gip/gup Vincenza Maccora, in relazione alle dichiarazioni rilasciate in seguito alla decisione della gip Tiziana Landoni che ha rimesso in libertà Youssef Siher, fermato lo scorso sabato in quanto amministratore del profilo Instagram e delle chat Telegram del Movimento 17 ottobre. “La vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione”, scrivono i vertici degli Uffici giudiziari milanesi.
MELONI, ‘NESSUN ATTACCO AI MAGISTRATI, HO DIFESO IL LAVORO DELLO STATO’
(ANSA) – “Ho visto le risposte che sono arrivate dall’associazione nazionale magistrati. Dico una cosa semplice: non vedo quello che ho detto come un attacco, lo vedo come una difesa.
Con una difesa del lavoro che conosco di tutti i servitori dello Stato che hanno lavorato con enorme dedizione per evitare che si ripetesse quello che avevamo visto il 17 di ottobre. E non si è ripetuto, e mi dispiace che quel lavoro venga vanificato”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni, in conferenza stampa al termine del Cdm, replicando alle critiche dell’Anm per le sue dichiarazioni sul caso Youssef Siher.
“Quindi non credo che dirlo sia scomposto, come ho letto. Mi pare che scomposto sia altro, francamente. Tipo dire ‘chi non salta la Meloni è’. E non sono i miei toni e non sono i miei metodi, ma ho il dovere di difendere un lavoro che ho visto fare in questo fine settimana da tanta gente, perché vogliamo difendere le persone perbene dalla violenza, dalla devastazione, dalla distruzione, da quello che abbiamo visto. Questo è quello che ho detto ed è quello che ribadisco”, ha aggiunto.
Sulla carta il meccanismo della legge elettorale è lineare. Il problema è se nessuno taglia il traguardo del 42 per cento, il premio evapora e si torna a un proporzionale puro. A guadagnarci sarebbero i partiti rimasti fuori dalle alleanze. E c’è chi, nei salotti romani, già sogna la riedizione di una grande coalizione

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Il Melonellum è legge, ma a festeggiare non c’è nessuno, nemmeno chi l’ha voluto. «Abbiamo sudato per una legge che forse non ci servirà», sospira un veterano della maggioranza. Sulla carta il meccanismo è lineare. La coalizione che supera il 42% sia alla Camera sia al Senato incassa il bonus: 70 deputati e 35 senatori in più, fino a sfiorare il 55% dei seggi.
Il problema è se nessuno taglia il traguardo, il premio evapora e si torna a un proporzionale puro. «Con i sondaggi di oggi, il 42 non lo vede nessuno – ammette un parlamentare di centrosinistra – e quelli di centrodestra fanno finta di non guardarli». Le due coalizioni, infatti, viaggiano appaiate e nessuna si stacca con continuità dalla soglia.Nel partito della premier per un periodo si è ragionato su un emendamento ritoccato al ribasso, con il 41% come traguardo meno proibitivo. «Un punto in meno ci avrebbe fatto dormire meglio», confida un big del partito. Il ritocco, però, è rimasto nel cassetto.
A far cambiare idea è stata la lettura attenta della giurisprudenza costituzionale in materia elettorale, ricordata alla maggioranza con garbo istituzionale dal Quirinale. Il rischio concreto non era la censura di qualche comma, ma la bocciatura dell’intero impianto. «Meglio una soglia alta che una legge a pezzi», il ragionamento che ha chiuso la discussione. Così il 42% è rimasto, con tutta la sua incognita.Se il premio salta, la scena cambia di colpo. Nessuna coalizione, nemmeno la prima arrivata, avrebbe i numeri per governare da sola. A guadagnarci sarebbero i partiti rimasti fuori dalle alleanze al momento del voto, da Roberto Vannacci a Carlo Calenda, improvvisamente corteggiati da chi oggi li guarda da lontano. «Nel proporzionale chi ha pochi voti conta quanto chi ne ha tanti, se i numeri tornano», spiega un navigato regista di Transatlantico.
C’è chi, nei salotti romani, già sogna la riedizione di una grande coalizione. «Se non scatta il premio, qualcuno tirerà fuori il vecchio schema delle larghe intese», sorride un osservatore di lungo corso. Per le due leader, però, è uno scenario da brividi. Chi ha costruito la propria narrazione sul “chi vince governa” si ritroverebbe a trattare ogni virgola con chi era rimasto ai margini».

(Alberto Biondi – lindipendente.online) – Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha firmato un’ordinanza che impone di rinviare a un’altra data lo sciopero generale proclamato dall’Unione Sindacale di Base (USB) per venerdì 30 ottobre, in tutti i trasporti, per la vicinanza al 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti. A chiedere la precettazione era stata il 22 ottobre la Commissione di garanzia sugli scioperi, l’autorità che vigila sulle astensioni nei servizi pubblici essenziali, evocando un «gravissimo nocumento» per chi visita i cimiteri. L’USB ha risposto che si tratta di «un ordine sbagliato e illegittimo, al quale disobbediamo», confermando lo stop per l’intera giornata. Secondo l’ordinanza, i lavoratori che aderiranno rischiano multe da 500 a 1.000 euro, il sindacato fino a 50.000 euro.
Lo sciopero, a cui aderiscono anche CUB, SUR e USI-CIT, riguarda tutte le categorie pubbliche e private, dalla scuola alla sanità agli uffici pubblici, ed è indetto «contro l’economia di guerra imposta dal Governo Meloni» e contro «il carovita che sta strangolando la popolazione». Il sindacato chiede aumenti salariali, il ritorno della scala mobile, il blocco dei prezzi dei beni essenziali e il taglio dell’IVA sui consumi di base, ricordando che in Italia 5,4 milioni di persone vivono in povertà assoluta e che dal 2021 i salari reali hanno perso il 9,4% del potere d’acquisto. Sono previste manifestazioni in oltre quaranta città e, lo stesso giorno, incroceranno le braccia i portuali di più di 100 scali in 17 Paesi contro il traffico di armi.
Il divieto poggia sulla franchigia, il periodo in cui nei servizi essenziali non si può scioperare, che per i defunti dura un’intera settimana, dal 30 ottobre al 5 novembre, anche se quest’anno l’1 novembre è domenica e non c’è alcun ponte. Sommando tutte le franchigie, tra Natale, Pasqua, estate ed elezioni, nel trasporto aereo si superano i 90 giorni, circa tre mesi l’anno. Il sistema è già stato segnalato dal Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa che, su ricorso dell’USB, ha stabilito che «vietare lo sciopero in determinati periodi rende inefficace il diritto di sciopero» e riconosciuto una violazione della Carta sociale europea. La decisione però, non è vincolante.
Anzi, la stretta potrebbe aumentare. A giugno, la Commissione ha annunciato di voler rendere più stringenti le regole per proclamare scioperi generali, allineandosi alle politiche del governo. Il Garante sostiene che lo sciopero generale verrebbe ormai «declinato da alcune organizzazioni sindacali alla stregua di un mezzo ordinario di dissenso politico», accusando i sindacati di usarlo «come strumento di visibilità mediatica e di proselitismo» alla ricerca di «un riflesso di cronaca o di una presenza formale nei calendari delle vertenze». Per Salvini non è la prima volta: nel 2024 il TAR aveva bocciato per due volte le sue precettazioni.
Centotrenta segnalazioni di eccessi in pochi giorni: sono quelle ricevute dal team legale che monitora i cortei. E poi le lettere dei genitori i cui ragazzi sono stati fermati e portati in questura. Ma gli studenti dicono: “Noi in piazza ci saremo”

(Alessia Candito – repubblica.it) – Quasi cento segnalazioni con oltre 130 persone coinvolte. Minorenni trattenuti per ore senza possibilità di avvertire i genitori, ragazzi fermati lontani dai cortei, persino al parco mentre giocavano a basket o ping pong, scaldacollo, adesivi, kit medici che diventano «materiale da utilizzare per gli scontri e atti di vandalismo previsti in data odierna». Da dieci giorni i telefoni di operatori e avvocati volontari dell’Hub for defenders, team messo insieme da oltre venti associazioni, fra cui Arci, A Sud, Giuristi democratici, Amnesty International, non smettono un minuto di squillare. Dalla sua nascita, un anno fa, fino a inizio ottobre ha raccolto 110 segnalazioni. Negli ultimi dieci giorni, oltre 130. E si tratta solo di una delle reti che ha avviato un monitoraggio attorno a quello che succede nelle piazze.
«La cosa che più colpisce — spiega l’avvocato Gilberto Pagani, di Legal team, una delle sigle dell’Hub — è la profilazione razziale». Il caso più eclatante, quello di un turista britannico. «Lui, mulatto, è stato trattenuto per 23 ore, i suoi amici no», spiega il legale. Che avverte: «è stato costruito un apparato legislativo per giustificare la repressione».
E molti sono stati travolti. Le prime telefonate sono arrivate all’Hub il 17-18, quando a Milano, dopo caos e vandalismi in piazza Duomo, in tutta la città quasi 300 persone, fra cui 220 minorenni sono state portate in questura, 174 fermate, a decine denunciate. Ma il numero di contatti si è moltiplicato nell’ultimo weekend quando in tutta Italia 4.292 persone sono state identificate, 371 fermate, fra cui 110 minorenni.
«Molti sono stati filmati o fotografati con i documenti in mano, dove vengono conservati questi dati, per quanto, da chi?», chiede Paolo Fior, attivista milanese. «Mio figlio Gabriele è stato fermato mentre si dirigeva alla manifestazione, perquisito e portato via, tenuto più di nove ore in questura senza avvisarci, per cosa? Per 16 mascherine chirurgiche nello zaino», racconta Tiziana, una delle mamme che si è rivolta all’Hub. Molte condividono compulsivamente sui social i vademecum che le associazioni stanno facendo girare. «Se sei un minore, i tuoi genitori devono essere avvertiti», spiega quello dell’Hub. «Accertati sempre di ciò che è scritto nel verbale», raccomanda Antigone.
Commentano ragazzi e genitori. Preoccupati. Arrabbiati. «Abbiamo il dovere di ricordare alle autorità che il loro ruolo non è quello di intimidire, spaventare o traumatizzare dei minorenni perché rimangano chiusi in casa anziché prendere parte alle manifestazioni, ma quello di proteggerli», scrivono madri e padri degli alunni del liceo Albertelli di Roma. Sabato, molti dei ragazzi sono stati fermati e trattenuti per ore. Lo stesso è successo all’Amaldi. Al Giordano Bruno, gli agenti hanno portato in commissariato gli studenti che stavano occupando. «Come far capire — chiedono i genitori — che non devono temere la polizia, dopo i comportamenti violenti di molti agenti?».
Una ragazza, colpita in pieno da un idrante, che rischia di perdere un occhio a Bologna, il 22enne Diego Sanna, manganellato mentre andava al lavoro, il medico volontario con il volto pieno di sangue, l’auto civetta bianca della questura di Torino — denuncia Marco Grimaldi di Avs in un’interrogazione al ministro Piantedosi — «che urta diverse persone e ne mette in pericolo tante» nella piazza gremita di manifestanti. Immagini e storie diventate virali, «ma non casi isolati», raccontano i team sanitari di diverse città.
«In questo clima repressivo — dice Niccolò, studente di un liceo romano — un po’ di timore della polizia, di quello che può succedere c’è, ma la voglia di lottare è più forte». Venerdì, nel giorno dello sciopero generale proclamato da Usb, anche gli studenti saranno in piazza. Manifestazioni su cui l’allerta del Viminale rimane massima: «Non è finita — dice il ministro Piantedosi — dobbiamo mantenere alta l’attenzione anche nei prossimi fine settimana».

(ANSA) – MILANO, 28 OTT – I messaggi diffusi via Telegram da Youssef Siher avrebbero avuto lo scopo “di promuovere la formazione di una coscienza collettiva” e non di “arrecare un grave danno allo Stato” né “di intimidire la popolazione (…) suscitando nella società nel suo complesso un turbamento profondo e perdurante”. Così la gip di Milano, Tiziana Landoni, nel provvedimento con cui, rigettando la richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere proposta dalla Procura, ha rimesso in libertà il ricercatore 30enne che era a San Vittore dalla notte di sabato scorso in qualità di amministratore del ‘Movimento 17 ottobre’.
‘Siher ha evocato disobbedienza civile, non ha incitato a violenza’
(ANSA) – MILANO, 28 OTT – Con i contenuti pubblicati sulla chat Telegram “Movimento 17 ottobre” Youssef Siher ha espresso “modalità di protesta” contro le “attuali politiche governative”, oltre ad “evocare azioni di ‘disobbedienza civile'”, ma che non “si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminonosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali, capaci di sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone”.
Lo scrive la gip di Milano Tiziana Landoni, che ha disposto la liberazione del ricercatore 30enne non riconoscendo i “gravi indizi di colpevolezza” sui reati a lui contestati. Nelle 37 pagine del provvedimento la giudice, accogliendo, in sostanza, la linea dei legali Ciccarone e Abu Sharar, spiega che “gli elementi investigativi sino ad ora raccolti” non consentono di ravvisare “allo stato, e fatti salvi successivi approfondimenti di indagine, gravi indizi di colpevolezza a carico di Siher”.
In particolare, per quanto riguarda i reati contestati di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, in relazione a quei canali social su Telegram e Instagram, la giudice, citando ampia giurisprudenza e anche sentenze della Corte costituzionale, chiarisce che, affinché si configuri un’istigazione, le “manifestazioni del pensiero” devono integrare “un comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione dei delitti”.
Altrimenti, se non è così, sarebbe compressa la “libera espressione delle proprie opinioni” in contrasto con la Costituzione. Per la gip, i contenuti postati dal 30enne, finiti nel mirino delle indagini, sono certamente “affermazioni di critica rivolta allo Stato, all’attuale Governo e ai media, connotate da toni aspri ed espressioni volgari” e con una “ferma presa di posizione dinnanzi a politiche non condivise e ritenute dannose per il futuro dell’Italia”.
Ciò, si legge, “sfocia in una generica ‘dichiarazione di guerra’ ad un ‘presente infame'”, ma non “nei confronti delle istituzioni dello Stato” e non è “accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti del genere”. Con quel messaggio sulla “guerra” al “presente”, spiega la giudice, e dai contenuti della chat emerge “piuttosto” la “ferma volontà” di Siher di “avviare una stabile forma di protesta a fronte di problematiche socio-economiche che, secondo il suo pensiero, non trovano risposta nelle attuali politiche governative”.
Gip Milano, ‘vademecum pubblicato da Siher non era uno strumento offensivo’
(ANSA) – Quel “vademecum” per la “difesa in piazza”, intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione del 2011” della primavera araba, pubblicato da Youssef Siher il 22 ottobre nel gruppo Telegram “Movimento 17 ottobre”, non conteneva “riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni contro le forze dell’ordine, né istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni”. Anzi “tali indicazioni sono riportate in un file” integrale, trovato nel suo notebook, ma “non risultano essere state” pubblicate in quella chat con migliaia di iscritti dal ricercatore 30enne.
Lo spiega la gip di Milano Tiziana Landoni nell’ordinanza con cui ha scarcerato l’esponente dei Giovani palestinesi. Tra l’altro, chiarisce ancora la giudice analizzando i vari messaggi nel gruppo, Siher “non risulta aver caldeggiato o in qualche modo sostenuto i comportamenti violenti menzionati” da altri utenti, che parlavano di azioni violente da compiere “a danno di banche, edifici pubblici, ripetitori Rai”. La giudice dà conto di tutti i contenuti di quel “vademecum” chiarendo che non incitavano ad azioni offensive, ma erano in sostanza difensivi e anzi “dinnanzi a comportamenti” da parte delle forze dell’ordine “i manifestanti erano sollecitati a non rispondere con azioni violente”.
Come gli inviti ad “arretrare” o a “restare fermi e calmi” in caso di lancio di lacrimogeni. Siher non ha mai “prospettato l’attuazione di azioni violente”, ma si è “di fatto limitato a promuovere una mobilitazione collettiva, ‘consapevole’, di protesta” contro il governo. Tutti i vari messaggi ormai noti, poi, per organizzare le manifestazioni nelle piazze italiane, con i vari punti di concentramento, con tanto di cancellazioni di “gruppi Signal”, servivano “ad ostacolare l’identificazione dei partecipanti” probabilmente “a fronte di programmate manifestazioni non autorizzate o ancora per prevenire interventi volti ad impedire, in generale, il dispiegarsi di proteste comunque pacifiche”.
Gip Milano, Siher non voleva rendersi irreperibile nè sottrarsi ad indagini
(ANSA) – MILANO, 28 OTT – Non aveva alcun intento di “sottrarsi alle investigazioni a suo carico” di cui “non risulta (…) ne fosse a conoscenza” e di “rendersi irreperibile” , Youssef Siher, il ricercatore trentenne tornato libero oggi dopo essere stato fermato sabato notte per essere l’amminsitratore del canale Telegram ‘Movimento 17 ottobre’ da lui aperto dopo la due giorni di disordini a Milano. Così la gip di Milano, Tiziana Landoni, nel suo provvedimento di rigetto della richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare proposta dalla Procura.
La giudice nel ritenere l’insussitenza del pericolo di fuga, ha ricostruito le ore precedenti alla perquisizione e al fermo di Shier e della moglie, indagata a piede libero. I quali la sera prima dalla loro abitazione fuori Milano, si erano recati in zona Corvetto da un’amica. E a riprova che non c’era alcuna intenzione di sfuggire alle indagini, la giudice Landoni ha osservato che “tra l’altro, nella stessa richiesta di convalida di fermo si ipotizza che Siher si fosse recato nella casa dell’amica, in vista della manifestazione organizzata il giorno seguente”.
Inoltre la gip passa in rassegna anche il presunto “atteggiamento non collaborativo assunto dall’indagato nel corso della perquisizione e ispezione a suo carico” che si sarebbe sostanziato dall’ “essersi rifiutato di indicare agli operanti le credenziali di accesso al proprio cellulare”.
“Si ritiene – prosegue il provvedimento – che tale comportamento (tra l’altro neppure inusuale) costituisca un dato di per sé neutro e non possa reputarsi sintomatico della volontà (…) di darsi alla fuga”.
Era parso chiaro a chiunque avesse voluto approfondire la storia e il curriculum di questo ragazzo che il rilievo delle accuse appariva platealmente difettoso di prove. L’Italia è ancora uno Stato di diritto e questa è una buona notizia

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – L’Italia è ancora uno Stato di diritto. E questa è una buona notizia. La cattiva notizia è invece la mostrificazione a cui è stato sottoposto Youssef Siher attraverso una campagna di stampa massiccia e larghissima, dove tv di Stato, giornali e mille altre gazzette social hanno compiuto un’operazione di discredito, impiccando questo trentenne bresciano all’albero della colpa assoluta. Descritto fin dal primo minuto come la “mente” dei disordini, il regista degli spaccavetrine, il capo dei vandali, l’agente del “terrore”, il capocellula islamista infiltrato tra i violenti di strada, capace di generare un’attività di sobillazione cruenta, un pianificatore degli atti predatori visti a Milano e previsti chissà in quante altre città.
Non sappiamo di lui molto, non conosciamo le sue idee né siamo in grado di escludere eventuali responsabilità che la magistratura dovesse in futuro attribuirgli (provando con accuratezza però i rilievi). Ciò che però pareva incredibile era di addebitargli un tale cumulo di colpe da farlo apparire lontano da quel che è. La gogna mediatica lo ha così compresso nella sua identità familiare, figlio di marocchini residenti in Italia, e dunque esibito come un giovane “maranza” ma già cattivo maestro, il sapientino dei ragazzi della seconda generazione, gli immigrati che fomentano le coscienze, trasformando gli adolescenti, ingenui e giovanissimi, in vettori di un nuovo protagonismo del terrore.
Era parso chiaro a chiunque avesse voluto approfondire la storia e il curriculum di questo ragazzo, poliglotta, laureato in scienze politiche e in scienze della comunicazione, studente eccellente, stagista tra noi al Fatto Quotidiano qualche anno fa e poi all’Ispi, che il rilievo delle accuse appariva platealmente difettoso di prove, di fatti, di eventi, di luoghi. Il fermo è parso più come una costruzione della cornice securitaria che come un atto di necessaria repressione. La procura di Milano adesso ha davanti questa decisione del gip che sovverte la sua impostazione e la pialla radicalmente. È questa, come detto, la prima, unica ma decisiva buona notizia. Speriamo che il governo capisca che il conflitto sociale, il disagio, la contestazione giovanile non si affronta con il manganello in mano.

“Il Consiglio regionale della Campania ha approvato oggi la nostra mozione a tutela del sistema portuale campano, un patrimonio strategico per l’economia del Mezzogiorno che non può essere sacrificato sull’altare della centralizzazione voluta dal Governo. Chiediamo alla Giunta regionale di assumere una posizione chiara contro una riforma che rischia di sottrarre autonomia ai territori, indebolire la governance pubblica dei porti e penalizzare imprese e lavoratori”. Lo dichiara Gennaro Saiello, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Consiglio regionale della Campania e primo firmatario della mozione approvata oggi in Aula.
“Il disegno di legge di riforma della portualità nazionale punta a concentrare a livello centrale funzioni e decisioni che oggi coinvolgono direttamente le Autorità di Sistema Portuale e le Regioni. Non possiamo accettare che il futuro dei porti di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia venga deciso senza un adeguato coinvolgimento dei territori e delle parti sociali”.
“Con la mozione impegniamo la Giunta a portare la voce della Campania in Conferenza Stato-Regioni, chiedere al Governo una revisione del provvedimento e salvaguardare le risorse destinate agli investimenti portuali. Prevediamo inoltre l’istituzione di un tavolo permanente regionale e una particolare attenzione alla tutela dell’occupazione, della sicurezza e dei contratti di settore. Modernizzare il sistema portuale non può significare accentrare. La Campania deve poter continuare a decidere sul futuro delle proprie infrastrutture strategiche, difendendo il lavoro, le imprese e il valore pubblico dei suoi porti”, conclude Saiello.–
Mario Mosca
Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle
al Consiglio regionale della Campania
Nicola Arpaia
Addetto stampa

(Dott. Paolo Caruso) – Il potere dell’ arroganza trova nella politica e in molti Rappresentanti delle Istituzioni un livello tale da ferire lo stesso concetto di democrazia, infatti si cerca di soffocare con le minacce e le querele il libero pensiero. In particolare oggi con questa destra meloniana si avverte sempre più la volontà intimidatoria nei confronti di intellettuali e giornalisti ma anche di semplici cittadini con l’ uso spropositato della querela come strumento per limitare la libertà di espressione. Proprio in questi giorni il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha minacciato di querelare per diffamazione la storica e docente universitaria Michela Ponzani a causa di alcune dichiarazioni da lei espresse durante la trasmissione televisiva Otto e mezzo su LA7. Al centro della controversia ci sono i fatti storici del cosiddetto “giovedì nero di Milano” del 12 aprile 1973, un tragico episodio della cronaca politica italiana degli anni di piombo. La professoressa Michela Ponzani, commentando la dura posizione del governo in merito alle manifestazioni studentesche di questi giorni, ha voluto riportare indietro dietro l’ orologio del tempo ricordando in tv la presenza di Ignazio La Russa (all’epoca leader del Fronte della Gioventù) tra gli organizzatori della manifestazione neofascista del MSI a Milano nel 1973, corteo che era stato vietato dalla Prefettura e durante il quale l’agente di polizia Antonio Marino fu ucciso dal lancio di una bomba a mano. Il Presidente del Senato tramite il suo portavoce ha sottolineato come il La Russa abbia un “certificato penale intonso” ovvero pulito (la sua posizione giudiziaria per quell’evento fu archiviata) e ha annunciato azioni legali contro chiunque associ direttamente il suo nome alla morte del poliziotto. La replica di Michela Ponzani ospite nuovamente a Otto e mezzo il 26 ottobre 2026, non si è fatta attendere, la storica infatti ha rifiutato di scusarsi, affermando di non avergli mai attribuito responsabilità penali per l’omicidio ma solo la responsabilità politica ed oggettiva di aver organizzato un corteo vietato. Ha difeso l’autonomia della ricerca scientifica dichiarando: “Gli storici nelle democrazie non hanno il compito di celebrare il potere, ma di smontare le narrazioni di comodo”. La docente ha richiamato l’Articolo 3 della Costituzione, ribadendo: “Non siamo più sudditi, siamo cittadini. Io sono uguale al Presidente La Russa”. Ha inoltre definito la mossa di una seconda carica dello Stato che querela una professoressa come “una pagina non bella per la democrazia”. A Lei sono arrivati attestati di solidarietà da parte del mondo della cultura, del giornalismo e di molti parlamentari dell’ Opposizione che vedono nella minaccia di una azione legale una potenziale intimidazione verso la libertà d’ opinione e nello specifico anche un tentativo di stravolgimento della verità storica degli anni di piombo. Il quadro risulta oltremodo sconfortante quando in un Paese democratico la Seconda Carica dello Stato minaccia di portare in giudizio un Cittadino per semplice libertà d’ opinione, in questo caso tra l’altro documentata. Scriveva Piero Calamandrei che “la libertà è come l’ aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.
Primo confronto istituzionale con l’assessore alle Politiche Sociali Paola De Roberto. L’associazione punta su welfare generativo, inclusione sociale, contrasto alle povertà educative e valorizzazione del territorio.

SALERNO – Una nuova realtà associativa entra a far parte del panorama del Terzo Settore salernitano. È nata ufficialmente l’Associazione di Promozione Sociale “Radici Solidali”, iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS), con l’obiettivo di promuovere interventi innovativi nel campo del welfare, dell’inclusione sociale, dell’educazione, della tutela ambientale e della valorizzazione del territorio.
Tra i primi passi compiuti dalla neoassociazione figura l’avvio di un dialogo istituzionale con l’Amministrazione Comunale di Salerno e, in particolare, con l’assessore alle Politiche Sociali Paola De Roberto, nell’ottica di costruire percorsi di collaborazione e sinergie capaci di rispondere in maniera concreta ai bisogni emergenti della comunità.
La nascita di Radici Solidali rappresenta una novità significativa nel tessuto associativo locale perché propone un modello di intervento fondato non soltanto sull’assistenza alle persone fragili, ma soprattutto sulla partecipazione attiva dei cittadini, sulla creazione di reti territoriali e sulla costruzione di opportunità durature di inclusione e crescita sociale.
L’associazione opererà in numerosi ambiti di interesse generale: dal sostegno alle fasce vulnerabili della popolazione all’accoglienza e integrazione dei migranti, dal contrasto alla dispersione scolastica ai progetti contro la povertà educativa, fino alle iniziative dedicate alla sostenibilità ambientale, all’agricoltura sociale, al turismo inclusivo, alla tutela degli animali, alla promozione della legalità e all’inserimento lavorativo di persone in condizioni di fragilità.
Particolare attenzione sarà riservata alla costruzione di una “comunità educante e solidale”, capace di contrastare l’isolamento sociale e relazionale che negli ultimi anni si è accentuato a causa delle difficoltà economiche, delle trasformazioni sociali e delle conseguenze del periodo post-pandemico.
«Radici Solidali nasce dall’esperienza diretta maturata sul territorio e dalla consapevolezza che oggi non bastano più interventi esclusivamente assistenziali», dichiara Armando Pistolese, presidente e anima dell’associazione. «Vogliamo costruire un modello di welfare generativo che metta al centro le persone, le relazioni e le risorse della comunità. Il nostro obiettivo è creare opportunità, favorire l’inclusione e valorizzare le energie positive già presenti sul territorio. Per questo abbiamo avviato sin da subito un confronto con le istituzioni cittadine, convinti che soltanto attraverso la collaborazione tra pubblico, Terzo Settore e cittadini sia possibile dare risposte efficaci alle nuove fragilità sociali».
Nei prossimi mesi Radici Solidali sarà impegnata nell’attivazione di sportelli di ascolto, laboratori sociali, attività di volontariato e percorsi di partecipazione civica, con l’obiettivo di coinvolgere giovani, famiglie, anziani e tutte le persone che desiderano contribuire attivamente alla crescita sociale della città.
La nuova associazione si candida così a diventare un punto di riferimento per la promozione della solidarietà, della cittadinanza attiva e dell’innovazione sociale nel territorio salernitano, facendo delle proprie radici un motore di sviluppo e coesione per il futuro.
Il Sud e i laureati che vanno via
dal 4 al 6 novembre alla Mostra d’Oltremare di Napoli
XXVII edizione di OrientaSud, il Salone delle Opportunità
con il Rapporto Università 2026
*Berriola: “La professionalità si costruisce dentro e fuori dalle aule. L’orientamento può cambiare la vita delle persone”

Napoli – Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso, nel saldo dei trasferimenti verso il Centro-Nord e l’estero, 150mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. Un impoverimento di competenze che si accompagna alle difficoltà dei percorsi formativi: secondo Istat, nel 2024 aveva un titolo di istruzione terziaria il 25,9% dei giovani meridionali di 25-34 anni, contro il 34,5% del Nord. Nello stesso anno, l’abbandono precoce degli studi riguardava il 12,4% dei 18-24enni del Mezzogiorno, mentre il 23,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non lavorava e non era inserito in percorsi di istruzione o formazione. Sono numeri che riportano al centro delle politiche per il Sud una questione concreta: come accompagnare i giovani nelle scelte, valorizzarne le capacità e creare le condizioni perché possano costruire il proprio futuro, anche nei territori in cui sono cresciuti.
Da questa esigenza riparte OrientaSud – Il Salone delle Opportunità, in programma dal 4 al 6 novembre alla Mostra d’Oltremare di Napoli.
Il Rapporto Università 2026: conoscere gli atenei per scegliere consapevolmente
Al centro della mattinata inaugurale, mercoledì 4 novembre dalle ore 9.30 in Sala Italia, sarà la presentazione del Rapporto Università 2026 della Fondazione Italia Education, frutto del lavoro del Comitato Tecnico Scientifico presieduto dal professor Stefano Ubertini. Il Rapporto analizza le scelte universitarie, l’andamento degli studi, la mobilità tra atenei, i cambi di percorso, gli abbandoni e il conseguimento del titolo. Uno strumento per leggere il sistema universitario e comprendere quali fattori incidano sulle decisioni degli studenti e sulla possibilità di portarle a termine.
Tra gli elementi centrali, l’IQA, Indice Qualitativo di Attrattività degli Atenei, che considera apertura internazionale, capacità di attrarre studenti, rapporto con il territorio, profilo istituzionale, accessibilità economica, specializzazione ed esiti. I confronti riguardano gli atenei non telematici inclusi nell’analisi e avvengono all’interno di fasce e tipologie omogenee: l’indice offre una lettura dell’attrattività, senza rappresentare una valutazione assoluta della qualità complessiva di un’università.
Il programma inaugurale prevede, insieme a Mariano Berriola, presidente di OrientaSud e direttore del Corriere Università e Lavoro, gli interventi di Luigi Sbarra, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per il Sud; Danilo Giovanni Festa, capo dipartimento al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Donata Vianelli, coordinatrice della Commissione Orientamento della CRUI. La presentazione del Rapporto si svolgerà alla presenza dei rettori campani.
Berriola: “Studiare è fondamentale, ma la professionalità si costruisce ogni giorno”
“Dobbiamo spiegare bene ai nostri giovani quanto sia importante studiare e che la professionalità si costruisce dentro e fuori dalle aule. A OrientaSud offriremo informazioni corrette, un’adeguata formazione orientativa e aiuteremo i ragazzi a trovare motivazioni attraverso scelte coerenti con le loro attitudini, le loro abilità e il loro modo di essere. In questo l’orientamento diventa centrale: noi di OrientaSud conosciamo bene l’impatto che può avere sulla vita delle persone”, dichiara Mariano Berriola.
Dopo il voto in Israele e negli Stati Uniti: la geopolitica spiegata ai giovani
Il 6 novembre alle ore 12, in Sala Musica, “Capire il mondo che cambia: la geopolitica spiegata ai giovani” offrirà strumenti per interpretare gli equilibri internazionali e le loro conseguenze sulla vita quotidiana. L’appuntamento si terrà dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre e le elezioni statunitensi di metà mandato del 3 novembre. Un’occasione per interrogarsi su che cosa cambia per l’Italia e per il Mediterrane, tra conflitti, alleanze, energia, tecnologia e migrazioni, e su come questi processi influenzino studio, lavoro e cittadinanza.
Interverranno Emiliano Errico, giornalista RAI; Massimiliano Lenzi, giornalista, scrittore e autore; Barbara Schiavulli, giornalista e inviata di guerra. Il confronto aiuterà anche a riconoscere fonti affidabili e a orientarsi in un’informazione internazionale sempre più complessa.
Dai corsi di laurea alle professioni: capire che cosa si studia e dove può portare
I workshop della Fondazione Italia Education accompagneranno i visitatori nella conoscenza dei percorsi universitari, collegando materie di studio, modalità di accesso, competenze e sbocchi occupazionali.
Il programma attraversa le principali aree formative. L’obiettivo è aiutare i ragazzi a comprendere il contenuto delle professioni e a mettere in relazione interessi personali, studi e prospettive di lavoro. A questi appuntamenti si affiancheranno le presentazioni e gli incontri con gli atenei e le accademie, tra cui L’Orientale, Università della Campania Luigi Vanvitelli, Suor Orsola Benincasa, Luiss e NABA.
Il lavoro al centro, con il Ministero e gli enti pubblici
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, insieme a Ispettorato Nazionale del Lavoro, INAPP e INPS, sarà presente con uno spazio informativo e un calendario di appuntamenti nei tre giorni. Il 4 novembre l’attenzione sarà rivolta alle regole dei rapporti di lavoro, alla salute e sicurezza e al riconoscimento del lavoro regolare: strumenti essenziali per affrontare una prima esperienza in azienda conoscendo diritti, responsabilità e rischi.
Il 5 novembre si parlerà di EQF ed Europass, per comprendere e presentare qualificazioni e competenze anche in ambito europeo; delle opportunità del Piano Integrato Autoimpiego, con Invitalia; e del percorso “Insieme per il tuo futuro”, a cura dell’INPS. Alle ore 11 del 5 novembre, Inarcassa proporrà inoltre “Progetta la tua professione. Dai forma al tuo futuro”: un confronto sul passaggio dalla laurea alla libera professione, tra competenze, autonomia e previdenza.
Giustizia, opportunità e diritto di scegliere
Il 4 novembre alle ore 11 l’incontro “Il diritto di scegliere il proprio futuro” porterà al Salone Paola Brunese, presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli; Maria Rosaria Covelli, presidente della Corte d’Appello di Napoli; e Stefano Ubertini, presidente del Comitato Tecnico Scientifico della Fondazione Italia Education.
La mattinata inaugurale ospiterà inoltre la premiazione dell’XI edizione di “Città e lavoro: le mie idee”, il concorso promosso da OrientaSud e dall’Ordine dei Giornalisti della Campania per dare voce alle proposte dei giovani sul lavoro e sulle città come luoghi di espressione e socializzazione.
La partecipazione è gratuita, previa registrazione. Programma in aggiornamento – Informazioni, iscrizioni e programma aggiornato su www.orientasud.it.
Ufficio stampa – Marco Vesperini