Il leader di Forza Italia risponde così a una cittadina che chiedeva “più sicurezza nelle borgate”. E punta il dito contro i magistrati: “Dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza”

(ilfattoquotidiano.it) – Dimentica in un colpo solo i principi del diritto italiano e anche di essere il vicepremier del governo più longevo della Repubblica, da quasi 4 anni. Il ministro Antonio Tajani sveste i panni del moderato, mette da parte il garantismo e attacca i magistrati parlando di sicurezza: “Serve molta più rigidità da parte della magistratura” sulla convalida degli arresti, dice il leader di Forza Italia che chiede “a tutti i magistrati che decidono sugli arresti di dare segnali che garantiscano ai cittadini che i ceffi non possano agire impuniti”. E cita, addirittura, Mao Zedong: “Colpirne uno per educarne cento credo che serva”, aggiunge il vicepremier dicendo di credere “che alcuni magistrati debbano mettersi una mano sulla coscienza“. Dichiarazioni che provocano l’immediata reazione e le critiche non solo dell’Associazione nazionale magistrati ma anche degli avvocati penalisti: “Una logica contraria a ogni Stato di diritto”, ribattono.
Le esternazioni del ministro degli Esteri avvengono nel corso di un botta e risposta con una cittadina in occasione della visita questa mattina al “Villaggio della legalità” a Roma. La signora dice all’indirizzo del leader azzurro che “nelle borgate” c’è “bisogno di più sicurezza“. Risponde con cosa può fare il Governo? No, Tajani lancia la palla in tribuna. Nel replicare, fa l’esempio delle forze dell’ordine che arrestano un malvivente “a mezzanotte meno cinque”, poi “finiscono il turno, ma devono stare tutta la notte in caserma a fare il verbale. La mattina dopo vanno in tribunale e il magistrato lo rimette in libertà”. Così “dopo aver fatto 24 ore” di fila, “la mattina dopo si vedono quello che gli sorride in faccia e poi lo ritrovano di nuovo che spaccia. Questo non va bene”, insiste il ministro che vuole punizioni esemplari.
Parole che “lasciano esterrefatti perché danno spazio a una logica contraria a ogni Stato di diritto”, replica la Giunta esecutiva centrale dell’Anm in una nota. “La giurisdizione non è e non può mai essere intesa come un’arbitrario strumento di governo: il suo compito è quello di tutelare le garanzie e i diritti dei cittadini”, ricorda l’associazione sottolineando che “i magistrati devono semplicemente applicare la legge”. La sicurezza “non si garantisce scaricandone la responsabilità sulla magistratura”, si legge ancora nella nota. “La giustizia non è e non può essere uno strumento di intimidazione nei confronti di nessuno”, ribatte ancora l’Anm.
Sulla stessa linea anche gli avvocati. “L’idea di pene e di provvedimenti esemplari non dovrebbe avere casa in uno Stato di diritto“, dichiara il presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, Francesco Petrelli. “La giurisdizione – aggiunge – non è e non può mai essere intesa come un’arbitrario strumento di governo: il suo compito è quello di tutelare le garanzie e i diritti dei cittadini”. Petrelli, infine, ricorda a Tajani che “proprio perché la sicurezza è necessaria per ogni democrazia è anche necessario che sia perseguita nel rispetto dei principi della Costituzione“.
Tajani replica su X: “Non ho mai chiesto di disapplicare la legge, ma al contrario di applicarla in pieno. E ho chiesto ai magistrati di mettersi una mano sulla coscienza ogni volta che scelgono di rilasciare chi è stato colto sul fatto e, una volta libero, è pronto a reiterare il reato. La percezione di impunità aiuta solo i malviventi. Invocare lo Stato di diritto con gli arrestati in flagranza è quindi strumentale. Lo Stato di diritto prevede che nessun innocente debba finire in carcere. Non che gli arrestati in flagranza possano tornare a delinquere il giorno dopo”. Poiché il diritto internazionale vale “fino a un certo punto“, come disse il ministro qualche tempo fa per giustificare l’assalto della Marina israeliana alle barche della Flotilla in acque internazionali, evidentemente il concetto è estendibile: la legge conta, sì, ma fino a un certo punto.

(Riccardo Ongaro – lindipendente.online) – Mercoledì 30 settembre più di cento sale italiane proietteranno in contemporanea The Bibi Files, il documentario della regista americana Alexis Bloom costruito sui filmati trapelati degli interrogatori di polizia a Benjamin Netanyahu nell’ambito dell’inchiesta per corruzione, frode e abuso di fiducia che lo vede a processo dal 2020. L’uscita cade a meno di un mese dalle elezioni legislative israeliane previste per il 27 ottobre. Nel settembre 2024, poche ore prima dell’anteprima al festival di Toronto, Netanyahu chiese al tribunale distrettuale di Gerusalemme un’ingiunzione d’urgenza contro il film e contro il giornalista Raviv Drucker, sostenendo che violasse la legge israeliana sulla riservatezza degli interrogatori.
Il tribunale respinse la richiesta, ritenendola tardiva e difficile da applicare a una proiezione estera. Il divieto tuttora in vigore in Israele deriva da quella legge. Le registrazioni, oltre mille ore secondo i realizzatori, sono arrivate nel 2023 al produttore Alex Gibney (premio Oscar per il documentario Taxi to the Dark Side) tramite Signal, l’app di messaggistica criptata, da una fonte anonima. Risalgono agli interrogatori del 2016-2018 a Netanyahu, alla moglie Sara, al figlio Yair e ad altri personaggi coinvolti nelle indagini.
Il premier è imputato in tre fascicoli: nel Caso 1000 avrebbe ricevuto dal produttore cinematografico Arnon Milchan e dal miliardario australiano James Packer regali per circa 700.000 shekel, la valuta israeliana (185-200.000 euro secondo le stime); nel Caso 2000 avrebbe negoziato con l’editore Arnon Mozes, del quotidiano Yedioth Ahronoth, una copertura favorevole in cambio di una legge contro un giornale rivale; nel Caso 4000, il più grave perché include un’accusa di corruzione, avrebbe concesso favori regolatori al gruppo di telecomunicazioni Bezeq in cambio di un trattamento positivo sul sito di news Walla, di proprietà della stessa azienda. Netanyahu nega tutto e parla di «caccia alle streghe». Ha concluso la deposizione il 24 giugno dopo 98 udienze, e il processo prosegue ora con i testimoni della difesa. La richiesta di grazia presentata a Isaac Herzog, il presidente israeliano, il 30 novembre 2025 non è stata finora concessa: il presidente punta prima a una mediazione su un patteggiamento.
Il 29 settembre il film sarà proiettato anche al Parlamento europeo, su iniziativa della delegazione italiana del Movimento 5 Stelle. L’elenco delle sale cinematografiche che in tutta Italia proietteranno il documentario sono consultabili a questo link.

(dagospia.com) – A che gioco sta giocando Giorgia Meloni? La domanda non è affatto maliziosa, ma scaturisce dall’attuale situazione politica, nella quale evidentemente la premier si trova inaspettatamente in una situazione di difficoltà, tra la crisi energetica che colpisce i cittadini, una maggioranza ormai in pezzi e un Vannacci che continua a erodere consensi al centrodestra.
Ecco quindi che il voto segreto alla Camera sulla pasticciata legge elettorale, tra due settimane, è diventato un crocevia per questa legislatura. Nell’ultimo Consiglio dei ministri la Statista della Sgarbatella ha tuonato davanti a tutti i presenti: “Se salta la legge elettorale, ci saranno conseguenze”. Tradotto: se Montecitorio dovesse impallinare il Melonellum, lei salirebbe di corsa al Quirinale per presentare le sue dimissioni e andare al voto anticipato.
Una minaccia o una speranza? È questo il quesito. Perché appare ormai chiaro che l’ex Underdog smania per andare alle urne, per diversi motivi. Per prima cosa prenderebbe in contropiede il Campo largo, che oltre a non avere uno straccio di programma, non ha neanche un leader, come effetto del braccio di ferro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Meloni sa poi benissimo che i prossimi mesi saranno complicatissimi per il Paese a livello economico, tra crisi energetica, aumento dell’inflazione e incapacità del governo di trovare misure per rilanciare la crescita del paese, e con il deficit rimasto sopra il 3,1% che ha impedito l’uscita dalla procedura d’infrazione, complicando i piani per la prossima manovra.
Senza dimenticare che, con l’“onda nera” che avanza in Europa, anche a Bruxelles l’aria è cambiata per l’armata Branca-Meloni. La Commissione europea sta cercando in tutti i modi di parare i colpi e di certo non sarà più disposta a tendere una mano ai patrioti italiani o chiudere un occhio sui conti traballanti del duo Meloni-Giorgetti.
Andare al voto il prima possibile, nell’arco di pochi mesi, vorrebbe dire bloccare l’ascesa di Roberto Vannacci, la vera spina nel fianco di questa maggioranza, che ha cannibalizzato la Lega e sorpassato Forza Italia.
L’ex generale sta giocando la stessa partita che aveva giocato la Ducetta prima del voto del 2022, quando stando all’opposizione, senza alcuna responsabilità di governo, a colpi di propaganda spicciola si è conquistata consenso e voti sparando alzo zero su chi doveva tenere in piedi la baracca.
Ecco perché, un incidente alla Camera, con qualche franco tiratore tra la maggioranza, non sarebbe un dramma per la premier, a differenza di quanto fatto trapelare ai giornali. Come scrive Francesco Bei su “Repubblica”: “Perché rischiare una lotteria con le preferenze alla Camera?
Il deputato di maggioranza, uno di quelli che viene guardato a vista perché già sospettato di aver contribuito all’imboscata di metà luglio, mette in fila i ragionamenti che si fanno a tavola nei ristoranti intorno a Montecitorio: “Meloni il voto anticipato lo vuole comunque. Perché, se aspetta ancora, la benzina arriva a 4 euro al litro e Vannacci sale oltre il 10%. L’ultima remora che aveva era la procedura di infrazione, ma dato che non ne siamo usciti, tanto vale votare il prima possibile. Ai primi di febbraio”.
Mettendo in fila i puntini, c’è poi un altro aspetto da considerare: nella primavera 2027 andranno al voto una serie di comuni governati dal centrosinistra: Da Roma a Milano fino a Torino. E andare al voto anticipato per le Politiche all’inizio del prossimo anno vorrebbe dire per il centrodestra evitare l’effetto traino con le comunali.
Ecco quindi che un “incidente” alla Camera sulla legge elettorale sarebbe l’occasione ideale per Giorgia Meloni per far saltare il banco e tentare l’all-in, nella speranza di poter rimanere imbullonata a Palazzo Chigi,

(Tommaso Merlo) – Se Trump avesse ancora qualche neurone sano, accetterebbe la proposta iraniana e cioè la resa sostanziale in cambio dell’apertura dello Stretto di Hormuz e di qualche contentino da postare sui social nella sua cameretta. Il diesel scarseggia e quindi è schizzato alle stelle anche negli Stati Uniti dove funziona tutto a gasolio: gli aerei, i treni, i macchinari delle fabbriche, i trattori e i camion che rimpinzano supermercati sempre più vuoti e costosi. Dai contadini ai consumatori sono tutti disperati e perfino gli sciacalli di Wall Street cominciano a preoccuparsi mentre gli elettori non vedono l’ora aprano le urne per mettere la crocetta su chiunque non sia dalla parte di quell’immane disgrazia presidenziale. Trump va impicciato e incriminato il prima possibile e per il bene dell’umanità. Certo, arrendersi non è facile per nessuno e per un narcisista quasi impossibile, ma dietro a questa assurda crisi globale c’è un nodo strategico che va ben oltre le bizze di un vecchio demente. Ma stiamo ai fatti. Il terrorismo militare contro l’Iran non ha funzionato, se americani e sionisti vogliono conquistare Teheran ci devono andare con le loro gambe e gli iraniani li attendono con ansia. Bombardare a casaccio dal cielo non ha fatto che fortificare la Repubblica Islamica. Rimasti a corto di munizioni e opzioni, i geni di turno alla Casa Bianca sono passati al terrorismo economico col blocco navale ed inasprendo le sanzioni con cui perseguitano l’Iran da mezzo secolo. Punizioni collettive anch’esse un boomerang per un popolo che lotta per la sopravvivenza. Al recente appello di Teheran per la formazione di un esercito di un milione di volontari, hanno risposto in oltre trenta milioni. Con poi la Cina e la Russia alle spalle, lo strangolamento economico è la solita trumpata. Poi c’è il terrorismo mediatico che l’Iran subisce da quando ha osato rigettare il giogo coloniale alla fine degli anni settanta. Da allora viene infamato dal mainstream come sponsor del terrorismo ma in realtà non è affatto così. Innanzitutto è una Repubblica e non un regime totalitario e anche assai sofisticata mentre l’Occidente non esita a schierarsi con regimi oscurantisti come l’Arabia Saudita per i propri interessi. Quanto ai tristemente noti gruppi terroristici di matrice islamica che hanno colpito anche in Occidente, sono sunniti mentre l’Iran è sciita. La vera unica colpa dell’Iran è quella di essere dalla parte del popolo palestinese e di sostenere i movimenti di resistenza anti sionista marchiati anch’essi come terroristi. Tipo gli Hezbollah in Libano ed Hamas in Palestina che però sono in realtà partiti politici. Hezbollah ha avuto per anni anche dei ministri a Beirut mentre Hamas ha vinto regolari elezioni nel 2006, partiti che hanno anche un braccio armato per combattere quella che chiamano resistenza. La cruda verità è che la guerra è sempre terroristica chiunque la faccia e la violenza va sempre condannata chiunque la faccia. Additare come terroristi solo i nemici degli americani e dei sionisti e quindi di noi sguatteri europei, è una ipocrisia che soprattutto dopo Gaza fa ridere i polli. E sempre stando ai fatti, nonostante l’Iran abbia subito una aggressione illegale, ha reagito facendo attenzione ai civili anche israeliani e combattuto nel rispetto del diritto internazionale mentre americani e sionisti hanno raso al suolo scuole e palestre piene di studentesse oltre che ospedali ed università in Iran come in Palestina e in Libano facendo stragi di innocenti. Ma tornando ai neuroni malmessi di Trump. Se gli Stati Uniti avessero la potenza militare per piegare la Repubblica Islamica e aprire lo Stretto di Hormuz, lo avrebbero già fatto. Secondo i brandelli di stampa libera americana, quella con l’Iran è una sconfitta peggiore di quella col Vietnam per le sue implicazioni economiche e geopolitiche. E ormai il mondo intero si domanda come sia possibile che Trump insista con una guerra persa e costosissima sia per i bilanci statali sull’orlo della bancarotta che politicamente. I cittadini americani non vogliono più combattere guerre a vanvera ma che la politica si occupi delle loro grane. Ora, anche facendo finta che i sionisti non abbiamo una cineteca intera sulle porcherie di Trump con le ragazzine, c’è un nodo strategico da considerare. A seguito del genocidio a Gaza, i cittadini americani vogliono anche tagliare ogni legame con Israele smettendola di buttar via immense risorse e di venire trascinati nei loro deliri bellici. I sionisti sanno di essere all’ultima spiaggia. Non avranno mai più il Congresso in tasca e Trump è l’ultimo loro burattino alla Casa Bianca. Un nodo strategico di sistema che va ben oltre le bizze di un vecchio demente. A risultare decisivi potrebbero essere i dollari invece che le armi. Il terrorismo economico si sta rivelando un clamoroso boomerang. La chiusura di Hormuz e il gasolio alle stelle sta alimentando una crisi tale che potrebbe costringere gli americani a scegliere tra la propria sopravvivenza o quella sionista. E anche se i politicanti corrotti e ricattati di Washington mettessero prima Israele, un crollo economico impedirebbe materialmente agli americani di eseguire gli ordini sionisti. Tante incognite e una sola certezza, Trump va impicciato e incriminato il prima possibile e per il bene dell’umanità.

(Dott. Paolo Caruso) – All’ONU il Premier Spagnolo fu portatore di concetti chiari che solo i ciechi della politica planetaria potevano non vedere. Fu in effetti il matador. Pedro Sanchez parlò come i veri grandi della Storia. Sembrava di ascoltare John Kennedy quando il 26 giugno 1963 tenne il suo discorso a Berlino davanti alla Porta di Brandeburgo, per una Europa e un Mondo libero. Parve di riascoltare il “sogno” di Martin Luther King, raccontato a Washington il 28 agosto 1963. Pedro Sanchez navigava sulla stessa frequenza, usando, nel suo discorso, carota e bastone. Ridesto’ gli ideali sopiti, che avevano motivato, nel secondo dopoguerra, la nascita dell’ONU, perché non ci fossero più guerre, e ogni cosa avesse soluzione col dialogo e con la forza della diplomazia e dell’incontro. Ma quello spirito purtroppo non lo si vede più, né lui né gli uomini che dovrebbero portarlo avanti. Sempre più gli uomini di questo secolo stanno trasformando opportunità di crescita tra i popoli, in occasioni per dividersi e vedere nemici ovunque. Dov’è lo spirito dei grandi Statisti che raccolsero i cocci di quel che restava dalle ceneri dell’evento più tragico del XX secolo? Ignoranti della Storia, e in disprezzo degli aneliti di pace dei popoli, si sono riaccesi gli odi resi di difficile spegnimento. Sono stati violati e calpestati i diritti delle Nazioni. A Gaza continua la “mattanza”, si uccide con criminale irresponsabilità da renderne conto dinanzi alla Storia, gente inerme e bambini. Un vero genocidio sotto gli occhi colpevoli del mondo intero. Se ne dovrà rendere conto dinanzi alla Storia. Israele dimentico del suo recente passato ad Auschwitz, oggi conosce la sola legge del “piglia tutto”. Senza rispetto per la vita dei Palestinesi. Netanyahu impunito, da fratello politico dell’altro gaglioffo a stelle e strisce, il vero irresponsabile del momento per il ruolo di presidente degli USA, Trump, agisce liberamente nella sua azione occupatoria e genocida. L’ avido Tycoon pretende addirittura di meritare il Nobel per la pace, assecondato dalla nostra “Caciottara”. Intanto bombarda, per compiacere Netanyahu, l’Iran, uccidendo in una sola volta oltre duecento bambini d’asilo. Si fa solo ciò che conviene ad Israele. Perciò, adelante Pedro… dinanzi ai Signori delle Nazioni hai risollevato le sorti decadute della dignità umana. Hai parlato da grande Statista. Almeno in questa Europa inerte e senz’anima, sempre più bellicista che vive le mode del momento cioè la rincorsa agli armamenti lasciandosi condurre da ” tribuni opportunisti” sei apparso come faro laico nel buio dei nostri tempi, a ricordarci quel che aveva già dettato papa Leone: “Prima dei confini, ci sono gli uomini”. Hai provato a farci rialzare dalla melma egoistica in cui viviamo, a risvegliare la speranza, opacizzata dai Vannacci, Salvini, Meloni, Tajani… che, sull’onda degli altri colleghi europei xenofobi, si fanno propaganda elettorale dando la caccia allo straniero immigrato, visto come il solo male della Unione Europea, da cavalcare in campagna elettorale. Ritornando a casa nostra, i problemi italiani, soprattutto del carovita, vengono artatamente camuffati al grido “non passa lo straniero!”. Motivo risuonato recentemente nel raduno della Lega a Pontida. Contro l’immigrato è di moda accentuare le difformità culturali, soffermandosi sull’abbigliamento e sulla scarsa padronanza della lingua italiana. Tutto questo serve alla Meloni, ormai a fine mandato, per distrarre i cittadini dai problemi reali del Paese. Bravo Sanchez ! Mi compiaccio di te, che tra le cacofonie di “bombarde e cornacchie” , hai fatto sentire melodie di pace e di moderazione, unica speranza di sopravvivenza per questo Pianeta.

(di Marcello Veneziani) – Se ho capito bene, l’umanità finirà nel giro di tre anni e tre mesi. Cioè entro la fine del 2029. Salvo ritenere che il decennio in corso si concluda l’anno dopo, il 2030. Ma converrete che la differenza, rispetto alla catastrofe annunziata, è davvero una virgola, un minimo dettaglio. Chi è la fonte di questa previsione o predizione? Non è un invasato mago in cerca di pubblicità o un influencer che vuole massimizzare il numero dei suoi followers ma uno scienziato, un ricercatore britannico, Jacob Coxon, a proposito dell’Intelligenza Artificiale, su cui lavora da anni. Entro questo decennio se non fermeremo l’IA ci sarà la fine dell’umanità. Certo, anche tra i ricercatori ci sono degli stravaganti, degli esagerati, dei maniaco-depressi. Ma la terribile previsione del ricercatore di Anthropic non è un caso isolato, è solo la punta più avanzata di una convinzione catastrofica che coinvolge molti operatori e manager impegnati nei progetti sull’IA. Non teologi, non esorcisti, non filosofi, non poeti e profeti, ma operatori ed esperti di quel mondo. Fece scalpore un documento firmato da 350 scienziati, manager ed esperti dell’IA, guidati da Sam Altman, fondatore e Ceo di Open AI sulla necessità di frenare, se non di fermare, l’IA. Uguale denuncia ha fatto di recente il Ceo di Anthropic, Dario Amodei. Perfino l’ONU si è mobilitata su questa denuncia. L’incredulità, unita a un filo d’ironia ci aiuta a vivere e a non cadere nel terrore di queste previsioni. Però non si può nemmeno far finta di niente, qualcosa al fondo della denuncia ci dev’essere e qualcosa bisogna fare. Oppure non ci resta che sposare, sulla scia di Trump o di Xi Jinping, l’ottimismo e ritenere che i benefici saranno superiori ai malefici dell’IA. O nutrire il sospetto che dietro queste denunce ci sia il timore di un collasso finanziario delle aziende tech per essersi troppo esposte nella scommessa dell’IA e ora cercano protezioni.
Proviamo allora a ragionarci su, non da scienziati e operatori dell’IA, ma in base al contesto e alle reali condizioni in cui ci troviamo. Da dove viene il pericolo, innanzitutto? Viene dalla velocità con cui si propagano gli effetti e i balzi in avanti della tecnologia, a cui la nostra mente, i nostri mezzi e le nostre strutture pubbliche non stanno al passo.
A essere più precisi il pericolo viene dal divario, dal gap, tra la rapidità espansiva della corsa tecnologica e la nostra andatura umana, sociale, mentale, più riflessiva, non priva di pause e indugi. I risultati corrono più veloci della capacità di capire e metabolizzare le conseguenze, di suggerire limiti e rimedi, criteri di regolamentazione.
In secondo luogo il pericolo viene dalla mobilità del punto in cui avvengono questi cambiamenti: non è un luogo ben preciso da monitorare e sorvegliare ma ci sono troppi laboratori in giro per il mondo; se riesci a controllarne uno te ne sfuggono altri, e non tutti sono alla luce del sole. Se metti sotto controllo un progetto rischioso negli States o in Europa, non lo hai fermato in Cina, in Russia o in Corea. E se non lo fai tu, lo fanno gli altri, si avvantaggiano del tuo stop. Nessuno vuol fare il primo passo nel disarmo dell’IA, per usare un’espressione dell’enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, sull’Intelligenza artificiale. E in questa gara, per ragioni di unità di comando, brevità della filiera, rapidità delle decisioni e maggior cinismo, sono avvantaggiati i regimi autocratici, totalitari, rispetto alle democrazie dei diritti e ai regimi “liberali”. Ma la stessa cosa vale in tema di pubblico e privato: gli “scrupoli” del pubblico, che deve dar conto a cittadini, popoli e rappresentanti, non sono condivisi dal privato, che deve dar conto dei profitti e delle performance e non ha preoccupazioni etiche, sociali, politiche. Anzi, quando propongono che anche per l’IA vi siano trattati di non proliferazione, come quelli sul nucleare, si dimentica quella differenza essenziale: la bomba atomica riguarda gli stati, l’IA riguarda anche i privati e coinvolge nell’uso quotidiano miliardi di uomini. Se il potenziale distruttivo dell’energia nucleare è nelle mani dello stato, a differenza del consumo energetico che invece riguarda tutti, il potenziale distruttivo dell’IA passa anche dall’uso privato. E questo la rende più difficile da controllare.
Non c’è trasparenza globale sulla ricerca nell’IA, non c’è un arbitro o un garante super partes e non c’è un potere sovraordinato e universale in grado di fermare o modificare i percorsi e gli abusi dell’IA. E non c’è il comune riconoscimento di limiti e norme; differiscono i criteri di giudizio, le culture, le sensibilità, le finalità. Non ci sono le condizioni preliminari per un accordo di base, non c’è concordanza di vedute circa i vantaggi e i danni dell’IA, i pericoli e le opportunità. Non resta che negoziare tra i governi accordi multilaterali, col sottinteso non solo della loro reale osservanza e del reciproco controllo ma anche della possibilità effettiva dei governi di poter esercitare il controllo dell’IA anche nel settore privato nei rispettivi Paesi. E limitare l’uso dell’IA negli utenti.
Insomma, ci aspettiamo dall’IA grandi risultati sul piano della ricerca, della salute e delle condizioni generali di vita e temiamo gravi pericoli sul piano della sicurezza, delle armi e del lavoro. Ma quando si arriva a denunciare un’imminente distruzione dell’umanità, c’è il rischio che si passi dall’inerzia al panico senza passare dall’operosità concreta.
La minoranza del partito in assemblea a Prato. Gori: “L’unità va bene ma non a ogni costo”. Quartapelle: “Il M5s non può infliggerci tutte le sue politiche, dal giustizialismo alle mistificazioni sulla politica estera”. E parla di posizioni “estremizzate” dalla leadership dem

(ilfattoquotidiano.it) – L’invio di armi all’Ucraina “non è trattabile“. E’ il centro dell’intervento di Giorgio Gori, europarlamentare, esponente della corrente cosiddetta riformista del Partito democratico e possibile candidato alle primarie di coalizione di centrosinistra, ammesso che si faranno. “Abbiamo ascoltato e letto le proposte del M5s” e “alcune sono del tutto inaccettabili”, come lo stop al sostegno dell’Ucraina. “Poco importa se Conte le ha presentate come non negoziabili, il Pd non può permettersi di subire l’egemonia di un partito che ha la metà dei suoi voti“. Dunque l’invio di armi a Kiev “non è trattabile“. Gori ha parlato all’assemblea della corrente di minoranza del partito, a Prato. “L’unità va bene ma non a ogni costo, non se il prezzo è la rinuncia dei valori del Pd“, ha aggiunto, parlando anche della legge contro l’antisemitismo.
All’assemblea dei riformisti – che si intitola “Cambiare!” – Conte sembra diventato il bersaglio preferito. “Conte non può infliggerci tutte le politiche del M5s – dice dal palco la parlamentare Lia Quartapelle -: dal giustizialismo spinto alle mistificazioni sulla politica estera e le questioni strategiche. Lo sa anche lui che sono slogan, quando è stato al governo ha fatto in modo diverso anche sulla difesa. Sono, tra l’altro, slogan di poca efficacia visto che alla prova dei fatti, cioè alle elezioni, non hanno avuto quel gran successo”. Proprio sul M5s Quartapelle ha ricordato che poi “si finisce a fare politiche come il 110% che lasciano una voragine nei conti pubblici“, senza peraltro ricordare che il superbonus fu approvato da un governo di cui il Pd faceva parte e che all’epoca non aveva Schlein alla guida. Che invece ora diventa il secondo obiettivo del ragionamento. “Vogliamo che il Pd faccia il Pd – ha aggiunto ancora la deputata milanese -. Siamo preoccupati, c’è una tendenza nella maggioranza del partito a estremizzare le posizioni. Le primarie sono l’occasione per un rapporto nuovo e democratico. Vogliamo primarie di popolo, fatte di persona e tra le persone”. E ancora Graziano Delrio, ex ministro delle stagioni renziane: dice che “è un modo sbagliato per sedersi al tavolo” “quello di porre dei veti nei confronti degli altri” ed è una frase che a questo punto potrebbe ben valere per Gori. “Sono le cose che desideri fare e che proponi al Paese che definiscono il perimetro dell’alleanza, non le simpatie personali – dice -. Non mi interessa se Conte è simpatico o antipatico, mi interessa che su alcune questioni, una volta al governo” si possa avere “le idee chiare”.
Quasi in contemporanea, a Roma, a margine di un convegno, aveva parlato proprio il leader M5s Giuseppe Conte, il quale aveva fatto riferimento a un confronto necessario: “Noi abbiamo finito il nostro percorso, lasciamo che ciascuna forza faccia il suo percorso” ha detto. “Ma è certo che dobbiamo vederci e confrontarci – aggiunge – e confido che troveremo assolutamente delle soluzioni unitarie, coraggiose e all’altezza delle sfide dei nostri tempi”. “Noi stiamo rotolando nella guerra – sottolinea l’ex premier – e ci stiamo arrivando, dico la verità, giorno per giorno, passo dopo passo, senza una reale consapevolezza, senza una riflessione ampia, teorica, che guardi alla situazione complessiva di questo disordine ormai mondiale che sta trionfando”.
“Definiremo le modalità di un percorso che spero partecipato”, ha detto la segretaria Pd Elly Schlein, anche per i punti “su cui ancora dobbiamo discutere e trovare l’accordo”, come le armi all’Ucraina. In questi giorni il dialogo pare faticoso. I leader di Pd, M5s e Avs non si fanno vedere insieme dalla festa di Avs, l’8 settembre. La prossima occasione potrebbe essere lunedì, al cinema Adriano a Roma, per la proiezione del documentario Naza organizzata da M5s e Avs. Con invito alla leader democratica.
L’embargo soffoca l’isola, senza energia e cibo Intanto a Miami si disegnano i piani per il post-castrismo: un grande banchetto immobiliare

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – Le riunioni avvengono in genere a bordo di lussuose piscine nei quartieri più esclusivi di Miami, dove mentre i cubani di L’Avana rovistano tra i sacchi dell’immondizia per trovare qualcosa da mangiare, i loro parenti, amici o rivali che hanno fatto fortuna negli Stati Uniti preparano i piani per prendere il controllo dell’isola.
È il crepuscolo della rivoluzione castrista visto dall’altra parte del Mar dei Caraibi, come lo ha rivelato il Wall Street Journal. Personaggi tipo l’ottantaduenne Juan Omar Sixto, ex coltivatore di tabacco e capo della neonata Cuban American National Chamber of Commerce, o Jorge Mas, figlio dello storico fondatore della Cuban National American Foundation, che si preparano a cogliere una rivincita cullata per oltre sessant’anni e tramandata di generazione in generazione.
Il punto di partenza è la promessa fatta da Donald Trump, secondo cui dopo il Venezuela, «Cuba è il prossimo». Adesso il presidente è distratto dall’Iran, e suo malgrado dall’Ucraina, ma nel frattempo ha messo in moto la macchina per far cadere il regime castrista, possibilmente evitando l’intervento militare ma puntando sul soffocamento economico.

Gli effetti li ha descritti nei dettagli Joy Gordon, professoressa di Social Ethics alla Loyola University di Chicago. L’embargo esiste dai tempi di Kennedy e del fallimentare sbarco alla Baia dei Porci, ma Trump e il segretario di Stato di origini cubane Marco Rubio lo hanno spinto oltre i limiti della sopravvivenza. In particolare attraverso gli Executive Order 14380 e 14404, oltre alle liste nere degli Specially Designated Nationals. In questa maniera non solo hanno bloccato tutte le forniture di petrolio, ma hanno chiuso anche i canali per condurre qualsiasi altra transazione. Per fare un esempio, Bnp Paribas ha beccato una multa da circa 9 miliardi di dollari per le operazioni con L’Avana, oltre alla parziale esclusione dal sistema della Federal Reserve.
Prima del nuovo blocco, Cuba consumava 100.000 barili di petrolio al giorno, che coprivano solo il 65% dei suoi bisogni basilari. Il 40% era prodotto sull’isola, il 30% importato dal Venezuela e il 20% dal Messico. Ora è rimasta senza carburante per le centrali elettriche, che non significa solo i blackout continui, ma ospedali paralizzati, frigoriferi spenti, mancanza di cibo e medicine. Gli aratri trainati dai buoi sono tornati a lavorare i campi, mentre la Cina ha aiutato la costruzione di 49 strutture per generare energia solare, che forniscono oltre 1.000 megawatt alla griglia nazionale. La benzina è arrivata a 40 dollari il gallone, l’olio per cucinare è diventato un lusso, la produzione di beni alimentari è crollata del 60% e 3 milioni di abitanti su 9 non hanno più l’acqua corrente nelle case.
Il settore minerario è stato strangolato, calando dai 790 milioni di esportazioni di nichelio nel 2021 agli 89 milioni del 2024. Le compagnie marittime straniere Cma Cgm e Hapg Lloyd sono state costrette a smettere le consegne sull’isola, per evitare le sanzioni americane, mentre chiunque attracchi nel porto di Mariel rischia poi di essere perseguito dagli Usa. Le famiglie spendono tra il 60 e l’80% del loro magro reddito in cibo, considerata la soglia dell’insicurezza alimentare cronica, peggiorata dal fatto che l’80% dei generi deve essere importato. La compagnia Gaesa guidata dai militari che gestiva il turismo e altri settori strategici è stata sanzionata, e ogni volta che L’Avana si inventa qualcosa per aggirare le sanzioni e continuare gli scambi internazionali, le nuove entità vengono bloccate attraverso le liste nere SDN, come è successo con Enetec, Gemar, Gecomex, Alimport, Orbit, che processa le preziose rimesse dei parenti dall’estero grazie a cui sopravvivono molte famiglie. Il dipartimento di Stato si vanta dell’impegno a consegnare aiuti per 100 milioni di dollari attraverso la Chiesa cattolica, ma sono decisamente lontani dal coprire tutte le necessità.
Ben Rhodes, il consigliere di Obama che aveva negoziato in segreto dentro le mura del Vaticano la normalizzazione dei rapporti, sosteneva che gli Usa non dovevano fare molto per controllare Cuba, perché l’isola già gli apparteneva, in quanto quasi tutto il comprabile era stato comprato dai cubani americani, attraverso i loro familiari rimasti indietro a cui mandavano i capitali per acquistare beni.
Ma a Trump e Rubio questo non basta più. Vogliono il cambio di regime e giustificano il soffocamento di L’Avana come una legittima risposta alla repressione della dissidenza politica, la cleptocrazia, il sostegno del terrorismo e delle trame internazionali comuniste. L’isola rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale e quindi può essere colpita come un nemico.
I cubani della Florida si sono convinti che la fine del castrismo è solo questione di tempo, fine anno, massimo il prossimo. Tutto gli era stato tolto dalla rivoluzione, e tutto hanno il diritto di riprendere. Quindi stanno già preparando il sistema legale con cui rimpiazzare il regime, che prevede un governo provvisorio, due anni per tenere le elezioni e 90 miliardi di dollari di investimenti per ricostruire tutto, dalle infrastrutture al turismo.
Di questi, 8 miliardi andrebbero all’architetto Willy Bermello, progettista della library presidenziale di Trump a Miami, per rimodellare gli otto aeroporti principali. Poi ci sono gli edifici storici che cadono a pezzi a L’Avana o Santiago, e le spiagge non sviluppate con alberghi di lusso da una ventina di piani. L’intera operazione viene presentata a Trump come una straordinaria opportunità immobiliare, per lui e i suoi amici, puntando su un linguaggio che suona facile alle sue orecchie.
Se il regime cadrà, questi progetti potranno scattare immediatamente, convincendo la popolazione che c’è solo da guadagnare nel cambiamento. Se invece non cadesse, verrebbe perduta l’ultima opportunità di redimere l’isola, e pazienza per chi ha pagato l’esperimento con la fame.
Continua la crescita di consensi di Futuro Nazionale mentre il Partito democratico finisce sotto la soglia del 20%. Le stime e le simulazioni del sondaggio realizzato da Ipsos Doxa

(ilfattoquotidiano.it) – Il partito di Giorgia Meloni rimane stabile 26,4% ma gli alleati di governo continuano a perdere terreno a vantaggio della crescita di consensi di Futuro Nazionale. Sul fronte delle opposizioni, invece, cala il Partito democratico e il quadro in vista delle Politiche del 2027 è tutt’altro che scontato: al momento, neppure un’alleanza tra il centrodestra e Roberto Vannacci garantirebbe una vittoria certa alla coalizione. È questo il quadro che viene fuori dal sondaggio realizzato da Ipsos Doxa per il Corriera della Sera, analizzati dal sondaggista e presidente dell’istituto Nando Pagnoncelli.
Alla stabilità di Fratelli d’Italia, che si conferma primo partito, fa da contraltare il calo di consensi della Lega al 4,7% (- 0,4% rispetto a fine luglio) e quello di Forza Italia stimata al 7,3% con una perdita di un punto percentuale in due mesi. Nel centrosinistra il Partito Democratico finisce sotto la soglia del 20%, stimato al 19,5% con una diminuzione di 0,6 punti percentuali, mentre rimangono stabili il Movimento 5 stelle (al 14,5%) e Alleanza Verdi-Sinistra (al 6,3%). Chiudono il quadro Azione al 3% (-0,1%), Italia viva al 2,1% (-0,2%) e Noi Moderati all’1% (+0,1). Da segnalare la crescita di +Europa (al 2,1%, +0,7%) che potrebbe essere legata all’emozione suscitata dalla recente scomparsa di Emma Bonino. Diminuisce di 2,1 punti percentuali anche il partito del “non voto” (al 40,5%).
Prosegue intanto la scalata nei sondaggi di Futuro Nazionale, stimato oggi all’8,8% con un incremento dell’1,7% negli ultimi due mesi. Anche in questa rilevazione il posizionamento del partito di Vannacci alla Politiche viene considerato determinante per assegnare il premio di maggioranza con la nuova legge elettorale (il Melonellum pronto per essere votato alla Camera in terza lettura). Senza Fn nel centrodestra, con queste stime, sarebbe il campo progressista (allargato a renziani e +Europa) a prevalere con il 43,9% dei consensi, contro l’attuale coalizione di governo ferma al 38,7% e in calo di oltre un punto. Coalizioni che raccoglierebbero meno della somma esatta delle stime di ciascun partito (che sono rispettivamente 44,5% e 39,4%). Come spiega Pagnoncelli, infatti, “come abbiamo già visto in altri momenti la somma aritmetica non sempre corrisponde al risultato ipotizzabile, quando a confrontarsi siano non solo i singoli partiti ma anche le coalizioni strutturate“. Con la nuova legge elettorale, pertanto, così scatterebbe il premio di maggioranza al centrosinistra che otterrebbe 219 seggi alla Camera e e 109 al Senato, contro i 130 deputati e i 64 senatori della destra (oltre i 30 deputati e i 15 senatori vannacciani).
Al contrario, se Vannacci decidesse di correre in coalizione con il centrodestra, è questa la coalizione che otterrebbe la maggioranza (con 222 seggi a Montecitorio e 110 a Palazzo Madama, contro i 154 deputati e 76 senatori del campo progressista). Ma “la presenza di Vannacci al momento per questi flussi di voto non garantisce di per sé la vittoria vista la stretta vicinanza delle due coalizioni”, sottolinea Pagnoncelli. Proprio perché, secondo le attuali stime, il centrodestra allargato arriverebbe al 45,7% mentre l’alleanza progressista al 45,2%. In questo caso, insieme a Vannacci, la coalizione di destra perderebbe circa il 2,5% rispetto alla somma aritmetica dei partiti, mentre il campo largo otterrebbe qualche voto in più rispetto. La destra comunque vincerebbe ma solo di misura. Pochi decimali di distacco che, al momento, non possono però offrire solide garanzie.
(di Enzo D’Errico – il Corriere della Sera) – Per il momento è soltanto una pallida tentazione. Che però, già lunedì sera, potrebbe diventare un desiderio tenace. Molto dipenderà dal risultato delle «suppletive» in Calabria.
Ed è per questo che gli «scontenti» del centrodestra, più di altri, punteranno lo sguardo su quello che mesi fa sembrava un banale avvicendamento di fine legislatura e che invece, adesso, rischia di accelerare il voto nazionale.
Forse a gennaio o al massimo in primavera. Le carte sul tavolo sono identiche a quelle che gli italiani, probabilmente, si troveranno di fronte quando torneranno alle urne: il centrodestra, il fronte progressista e la variabile Vannacci, al suo primo test elettorale. È la fotocopia, al contrario, di ciò che accadde nel 2022, quando la sinistra divisa fu sconfitta nonostante avesse ottenuto la maggioranza in voti assoluti.
Ebbene, immaginiamo che la compagine del generale — guidata da Domenico Giannetta (ex capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale), uno che porta in dote un ricco corredo di preferenze — impedisca il successo di Fabio Roscioli (candidato della maggioranza di governo) e, di fatto, assegni la vittoria a Frank Benedetto (alfiere del centrosinistra), pensate davvero che la variegata pattuglia di riottosi insabbiata nella maggioranza di governo si lascerebbe sfuggire l’occasione per sgambettare la nuova legge elettorale, approfittando del voto segreto?
Il pericolo è ben chiaro a Giorgia Meloni che da giorni, infatti, prova a serrare le fila della coalizione, dove in tanti temono che un buon risultato di Vannacci (dall’8 per cento in su) sia il preludio a un’ascesa che, con il passare dei mesi, diventerebbe irrefrenabile.
Ma non basta, perché l’eventuale ingresso in Parlamento di un Futuro Nazionale con percentuali a due cifre metterebbe a repentaglio un bel po’ di seggi oggi considerati sicuri. […]
Per questo la premier, abituata a fiutare il pericolo, sta martellando sulla necessità di non mollare gli ormeggi e di assicurare l’approvazione del nuovo dispositivo di voto, convinta che un insuccesso (ennesima riforma bocciata o accantonata) sarebbe un pessimo biglietto da visita, destinato irrimediabilmente a incidere sulla sfida decisiva. A conti fatti: se Roscioli conquistasse il seggio, ci sarebbe di che festeggiare. Ma gli occhi resterebbero incollati sulla prova del generale.
[…] La presidente del Consiglio conta ancora su un largo consenso personale e i sondaggi confermano, di settimana in settimana, le ottime percentuali di Fratelli d’Italia, che ormai è da quattro anni il primo partito italiano. Rimanere a cuocere sulla graticola di Vannacci significherebbe esporsi al pericolo di depauperare un patrimonio politico che oggi è pressoché intatto.
Ma è altrettanto consapevole che presentarsi all’elettorato con un’ulteriore disfatta sulle riforme sarebbe rischioso, nonostante questo la aiuterebbe a scrollarsi finalmente di dosso le scorie post-fasciste che albergavano nel partito per cercare così di costruire una destra liberale più europeista e meno sovranista.
Quella che si gioca domani, insomma, è una sfida che rasenta l’azzardo. Per tutti. Dunque, lunedì sera, riflettori accesi sulla Calabria: lì, infatti, potrebbe andare in scena il primo atto del nostro futuro prossimo.
L’esito delle suppletive a Reggio darà il polso di quanto Vannacci ruberà al centrodestra. I partiti minori sanno che i rieletti saranno solo i capolista e la corsa è partita

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Il fuggi fuggi è già cominciato, sia alla Camera che al Senato. A fare eccezione saranno le prossime, dal 28 settembre all’8 ottobre, in cui a Montecitorio dovrebbe essere discussa e approvata in via definitiva la legge elettorale voluta da Giorgia Meloni: quello sarà il passaggio definitivo, ma il liberi tutti che è già nell’aria.
Il Melonellum ha costretto i parlamentari che aspirano alla rielezione a interrogarsi sul futuro. Due sono le variabili: la prima è la vicinanza ai rispettivi leader. Con una legge elettorale a capilista bloccati, chi li sceglie ha in mano i nomi degli unici con una buona possibilità di essere eletti. L’alternativa è passare per le forche caudine delle preferenze che però faranno scattare seggi solo per i partiti maggiori, dunque per azzurri e leghisti il posto da capolista è l’unica vera garanzia. Il secondo livello è quello territoriale: chi non può contare su un nume tutelare politico, sa di doversi appellare al gradimento del collegio e del ras locale.
Anche in quest’ottica le suppletive di Reggio Calabria di domani e lunedì saranno significative, in test anticipato di ciò che potrà accadere col Melonellum. Il candidato di centrodestra nel collegio uninominale (che sparirà, ma non cambieranno le dinamiche) è il romanissimo Fabio Roscioli di Forza Italia, benedetto dalla vicinanza con i Berlusconi e sotto l’ala protettrice del sindaco della città calabrese, Francesco Cannizzaro.
Basta dare un’occhiata ai suoi social per vedere che il primo cittadino – forte dei suoi sessantamila voti – si è caricato la campagna di Roscioli, tanto da essersi scontrato a distanza con Roberto Vannacci, che ha candidato l’ex azzurro e consigliere regionale, Mimmo Giannetta. L’esito reggino darà agli aspiranti parlamentari di Lega e FI il polso di quanto Futuro nazionale potrà sabotare i loro sogni di elezione, sottraendo voti ai rispettivi partiti.

Sotto il vincolo di anonimato, a parlare sono soprattutto le donne di centrodestra, che rischiano di essere le più penalizzate dalla nuova legge elettorale. Una parlamentare di FI spiega che sarà «lotta senza quartiere» per procurarsi un posto da capolista: il segretario Antonio Tajani avrebbe garantito equi livelli di rappresentanza anche senza quote, ma «quando si tratta di un posto bloccato, nessuno guarda in faccia nessuno» e ora l’interrogativo è capire le ripartizioni. Quanti posti saranno appannaggio della famiglia Berlusconi e quanti del vicepremier? La lista dei ricandidati è lunga: c’è la ministra Elisabetta Casellati, che vuole un posto nel suo Veneto dopo essersi adattata alla Basilicata; c’è l’interrogativo sui due influenti ex capigruppo Maurizio Gasparri e Paolo Barelli, veterani dell’aula ma oggetto di critiche interne.
Per blindarli, Tajani dovrà rinunciare a qualcun altro. E poi c’è il posto considerato certo di Marta Fascina, l’ex compagna del Cavaliere e garante di un gruppo di giovani come Tullio Ferrante e Stefano Benigni.
Nella Lega il panico serpeggia soprattutto tra gli eletti del Sud, dove la presa del partito è sempre più debole e il rischio di venir fagocitati dal tornado Vannacci è altissimo. «Siamo tutti appesi al congresso che stabilità i rapporti di forza e chi farà le liste», è la sintesi. Intanto, meglio prenotare i treni di ritorno nei rispettivi collegi ogni fine settimana e presidiare feste e sagre, in attesa della finanziaria in cui tentare di incassare piccole o grandi elargizioni da rivendicare in campagna elettorale.
Lo zerbino. Marina, per umiliarlo, ogni tanto lo convoca in azienda a Cologno Monzese, per ordinargli di cambiare i capigruppo di Camera e Senato, di sistemarle l’avvocato a Reggio Calabria o di salvare Mediolanum

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Non ci crederete, ma tutte le muffe che seguono sono farina del suo sacco: “Sceglietevi una donna affidabile, poco appariscente, con le gonne lunghe, e che non vi metta i cornetti”; “Se arrivano i droni, non affacciatevi alla finestra”; “Se la discoteca brucia, uscite”; “Il diritto internazionale conta, ma solo fino a un certo punto”; “Basta missili, basta droni, basta bomba atomica”; “Alla guerra preferisco la pace”; “Berlusconi ci sta guardando da lassù, in streaming”; “L’utero non è un forno per le patate arrosto”. Alè!
[…] Transitando dalla banalità solenne all’idiozia conclamata, Tajani Antonio, ministro degli Esteri della Repubblica, si consegna agli storici non come testimone di un’epoca, ma come uno dei suoi migliori passatempo. A cominciare dal volto trasognato con cui quelle banalità pronuncia con gravità di tono e lentezza di dizione, dimostrandosi perfettamente inconsapevole della sciocchezza che ci consegna. Così come quando si esibisce sul palco, credendo di ballare e invece ballonzola, ma il suo occhio socchiuso dalla soddisfazione ci dice che neanche lo sospetta.
La sua carriera politica incredibilmente lunga – quarant’anni passati a nostre spese – costituisce un primato e la sua aggravante. Dove l’abbiamo trovato uno così? E come mai nessuno dei reverendi corpi istituzionali che lo hanno avuto in custodia è mai riuscito a disattivarlo, risparmiando a lui il pubblico ludibrio e a noi le sue fanfaluche? E perché il Tg2 lo intervista ogni giorno? E come mai altrettanto fanno i giornali di carta e di cartone, senza mai scoppiargli a ridere in faccia? È reale Tajani? È un manga?
A onor del vero sappiamo dove e quando nacque: romano, classe 1953, babbo soldato, mamma insegnante, monarchico al liceo Tasso, tanto unico da prendere botte dai rossi e dai neri. Giornalista parlamentare di scarso rendimento. Berlusconiano dall’apparizione di Silvio B. che lo ingaggia come suo personale porta soprabito nei comizi del 1994. Al primo giro lo candida sindaco di Roma. Antonio va così male che Berlusconi lo spedisce a Bruxelles, garantendogli uno stipendio e insieme provando a dimenticarsene. Lì resta per la bellezza di una ventina d’anni, dove cresce nell’ombra, come fanno le piante sui pianerottoli. Ogni tanto s’affaccia nelle cronache, pronunciando frasi che non possono essere contraddette, tipo: “La nostra Europa non è quella dei burocrati”. Oppure: “La nostra Europa non è quella del razzismo”. O ancora: “In Medio Oriente la situazione è complicata” e “con la Russia dobbiamo evitare l’escalation”.
[…]
Bene, bravo. Peccato per quelle volte che invece di starsene quieto al banco, ci mette del suo, spiegandoci che l’Europa nasce alle Termopili, “dove i Greci respinsero i Persiani”, ignaro che accadde l’esatto opposto. E si inventa, in pura sollecitazione lisergica, che la bandiera d’Europa è azzurra in omaggio al manto della Madonna, mentre le dodici stelle sono le dodici tribù di Israele. A proposito delle quali, ci informò d’aver incontrato non re Salomone, ma Netanyahu in persona che gli fece fare una scoperta sensazionale: “Ho parlato alcuni minuti con Netanyahu del problema dell’immigrazione e lui mi ha fatto notare che l’Italia è circondata da tre mari”.
Lasciata Bruxelles, torna a fare capolino nella bella politica romana. Combina talmente niente che Berlusconi, nel suo declino finale, lo impone ministro degli Esteri per fare un dispetto alla detestata Giorgia Meloni. L’Underdog abbozza, tanto gli esteri li fa lei. Le iene del corpo diplomatico commentano la nomina: “Da merluzzo è diventato delfino”. Lui fa spallucce, incaricandosi di coadiuvare l’incarico con perle di geopolitica: “In Medio Oriente la situazione è complicata – dice –, ma noi non dobbiamo demordere”. “Noi lavoriamo per la pace”. “Il generale Almasri rimpatriato? Forse bisognerebbe aprire un’inchiesta sulla Corte Penale Internazionale”. Qualche ora prima della “Guerra dei dodici giorni”, Antonio prevede calma piatta in Medio Oriente. E aggiunge che l’America di Trump mai avrebbe bombardato i siti nucleari degli ayatollah. Tranquilli, diceva. E Israele? “Non ci risulta che Israele abbia intenzione di attaccare Teheran”.
Dopo la dipartita del Capo, anno 2023, Tajani affida le proprie briglie alle mani smaltate della Marescialla di Arcore che ha ereditato dal babbo la Mondadori prelevata con Previti, l’argenteria di casa e in ultimo il partito che ha proprio Tajani segretario. Marina lo regge e non lo regge. Per umiliarlo, ogni tanto lo convoca in azienda, a Cologno Monzese, per impartirgli l’ordine di cambiare i capigruppo di Camera e Senato, candidare il sindaco di Reggio Calabria, meglio se uno degli avvocati di famiglia, difendere le banche dalle sovrattasse, specie se le banche si chiamano Mediolanum. Tajani accorre. Obbedisce. Bimbo era, bimbo rimane, anche se oggi ha compiuto 73 anni, abita l’aria rarefatta della Farnesina, frequenta la giostra dei summit in grisaglia e ha persino una scorta d’alti guerrieri che ce lo conserva intatto.
Non sapendo che fare, qualche volta si avventura tra i numeri dell’Economia. Lo scorso luglio ha annunciato che voleva tagliare l’Irpef al ceto medio “dal 35 al 33 per cento”, ignorando che il suo governo lo aveva già fatto a gennaio: “È stato un lapsus”, s’è scusato. Mentre l’anno prima aveva dichiarato che era imminente una manovra correttiva di bilancio, apriti cielo, uno tsunami evocato come fosse un bicchier d’acqua, con Palazzo Chigi per qualche ora nel panico, mentre inondava di smentite le agenzie.
[…] Il mejo finimondo, Antonio lo scatena quando parla di donne. È o non è il peggiore allievo del Figantropo? E dunque davanti ai militanti di Forza Italia, si impanca da patriarca mediterraneo, pronunciando consigli matrimoniali buoni per i tempi dei Savoia: “A mio figlio direi di scegliersi una donna che non abbia avuto molti fidanzati”. “Con le gonne non troppo corte”. “Seria, affidabile”. “Che preserva la famiglia” e “non ti mette i cornetti”. Una prolusione “da cavernicolo”, come direbbe la Marescialla. Che ha fatto imbufalire le donne, vergognare gli uomini, spiazzare gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, che neanche prevedevano di ridere così tanto davanti alla Stupidità Naturale.
I sovranismi hanno buon gioco a incanalare i fiumi dell’odio e a spacciare ai popoli spaesati scorciatoie mentali che sembrano dare sbocco alle crisi. A questo servono i decreti razzisti di Meloni, le penose linee del Piave di Salvini e le vergognose remigrazioni di Vannacci

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – L’uso politico dello “straniero” è il cardine emotivo intorno al quale ruota la propaganda elettorale di tutte le destre nazionali e internazionali. Domenica 20 settembre, in Italia e in Europa, abbiamo assistito a un’impennata semantica che rivela un’evidente convergenza ideologica. A Fenix, Meloni ha annunciato il suo editto sulla difesa della razza nelle scuole, urlando «non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza, non si può fare!».
A Pontida, Salvini è salito sul palco sovrastato dal motto «non passa lo straniero», e ha tuonato «il vero pericolo per i nostri figli non è la Russia ma l’Islam» mentre la folla dal pratone strillava di rimando «né sostituzione né sottomissione».
A Orvieto, Vannacci ha rilanciato la «remigrazione come punto cardine del programma di Futuro Nazionale», senza arretrare di un millimetro sulla follia eugenetica delle classi separate per migranti e disabili.
In Meclemburgo-Pomerania, dopo il trionfo di due settimane prima in Sassonia-Anhalt, il partito neonazista ha rotto gli argini con un piano che prevede l’utilizzo dell’esercito e l’uso delle armi per espellere e deportare migranti e richiedenti asilo, mentre a Berlino il cancelliere-fantasma Merz ha scaricato sui migranti le colpe del degrado nelle città tedesche. Ad Amsterdam, il turbo-populista Wilders ha accusato i «nuovi entrati» del dissesto abitativo che assilla le città olandesi.
Volendo, potremmo anche aggiungere che a Mosca, alle elezioni-farsa per il rinnovo della Duma, ha rifatto il pieno il partito di Putin, che fa entrare gli immigrati solo per trasformarli in carne da cannone sul fronte ucraino. E che a Washington la milizia para-militare di Trump ha appena festeggiato il record di 50mila ispanici arrestati in un solo mese. Ma non divaghiamo con le autocrazie globali. Restiamo alle democrazie europee, dove la marea nera dell’etno-nazionalismo e della radicalizzazione xenofoba sta diventando la leva principale per la raccolta del consenso.

E restiamo all’Italia dove Giorgia e Matteo, come topolini al seguito del generale-pifferaio, hanno piazzato il secondo colpo di un’ordalia elettorale che promette di trascinare il Paese nell’abisso morale. Dopo l’abolizione del bollo auto, arriva il tetto del 30% alla presenza di studenti stranieri nelle classi. Un decreto-legge che, al di là dei tecnicismi, riflette un’impronta “valoriale” chiarissima: il razzismo, barattato per un pugno di voti con la vita dei bambini.
A cos’altro serve fissare nella bozza originaria una soglia che riguarda meno di mille classi su 366mila, buttare nello stesso calderone tutti i 600mila figli di migranti ma nati in Italia e quindi italiani più di noi anche se non cittadini come noi, imporre il trasferimento coatto in altri quartieri o Comuni degli studenti fuori-tetto, obbligare i genitori a studiare l’italiano e togliergli addirittura i figli se non adempiono all’obbligo?
Ora si sospira di sollievo, perché gli uffici del Quirinale sono riusciti a ridurre il danno con la solita moral suasion, convincendo gli azzeccagarbugli di palazzo Chigi a introdurre deroghe e ad espungere dal testo le sue parti più odiose. E dunque grazie, presidente Mattarella. Ma che magra consolazione: se la versione finale pare meno ripugnante, il messaggio che passa rimane agghiacciante, perché sa ancora tanto di apartheid.
Nessuno toglierà la potestà genitoriale alla madre filippina che fa la badante 20 ore su 24 o al padre cingalese che si spacca la schiena sui campi o nei cantieri. Ma se non riusciranno a seguire i corsi di italiano, pagheranno comunque una multa fino a 1.000 euro: per loro, lo stipendio di un mese. Così imparano a servire il Belpaese.
La ratio della norma è palese: il cattivismo puro di una coalizione cinica e irresponsabile, che pure sui banchi tratta gli “stranieri” come figli di un dio minore e trasforma in un campo di battaglia la scuola libera e uguale, aperta e inclusiva sancita dalla Costituzione e sognata da Calamandrei e da don Milani, il prete di Barbiana che diceva se per qualsiasi motivo lasciate un bambino senza istruzione buttate in cielo un passerotto senza ali.
Anche i presupposti del decreto-legge sono lapalissiani, peccato solo non abbiano nulla a che vedere col diritto: non conta l’emergenza dell’edilizia scolastica in rovina, dei prof di lingua e di sostegno che mancano e degli stipendi da fame che prendono, ma “la necessità” che vuol dire elezioni e “l’urgenza” che vuol dire Vannacci.
Questo è il nuovo spirito del tempo. Una volta, con Bill Clinton, avremmo detto «it’s the economy, stupid». Oggi, nonostante le bollette, la benzina e il carrello della spesa fuori controllo, l’economia non è più sufficiente a mobilitare i cittadini-elettori.
I sondaggi confermano che l’immigrazione è la priorità, reale o percepita che sia. La livida retorica sciovinista dei patrioti al comando attinge alle paure profonde, persino irrazionali: vellicando il “corpo sociale” sempre più in basso, non parla più alla pancia ma all’intestino del Paese. La testa è ormai lontana, perché possa elaborare le banali evidenze filtrate dalla ragione umana.
Quelle magnificamente riassunte da Stefano Massini nel suo monologo a Piazza pulita, quando il selvaggio «Bingo Bongo» ricorda al suprematista bianco che lo vuole cacciare «se io me ne vado, poi ad asfaltare le strade, a raccogliere i pomodori, a fare il muratore, il facchino, il badante ci vai tu». Lo straniero come minaccia esistenziale, per i confini e per le tradizioni. La “patria-nazione” come naturale «comunità di destino», fondata sul sangue e sul suolo. E dunque la certezza che tutto ciò che le è “estraneo” le è nemico, “nemico opportuno”, anzi necessario per plasmare l’identità perduta.
L’aveva capito già nel 1995 Eric Hobsbawm, quando nel Secolo breve scriveva che gli attriti delle migrazioni «saranno un fattore determinante della politica mondiale dei prossimi decenni». Oggi Anton Jäger, autore di Iperpolitica, osserva giustamente che le politiche contro i migranti sono così attraenti perché colmano il buco nero nel cuore dell’identità dell’Europa, ormai non più capace di capire cos’è e che cosa vuole. Non è più sede di imperi globali, né potenza egemone né guida culturale del pianeta. Semplice spazio economico, con due guerre alle porte di casa e tante crisi dentro, dalla sicurezza al welfare.
Per quanto nobile, l’europeismo civico è un antidoto troppo debole contro questi malanni. Qui invece i sovranismi hanno buon gioco a evocare simboli, appartenenze, promesse, a incanalare i fiumi dell’odio e a spacciare ai popoli spaesati scorciatoie mentali che sembrano dare sbocco a quelle crisi. A questo servono i decreti razzisti di Meloni e le penose linee del Piave di Salvini, le vergognose remigrazioni di Vannacci e le scandalose inchieste sui medici impegnati nei Cpr-lager.
Sospesa sullo sfondo, resta solo un’ultima domanda: di fronte a tanta macelleria etico-politica, cosa oppone oggi il famoso “campo largo”, i cui i leader continuano a lottare nel fango delle primarie e del programma? Se davvero vuole tornare al governo, alla sinistra che persevera nei suoi errori non basta più condannare la destra per i suoi orrori.

(estr. di Marco Grasso – ilfattoquotidiano.it) – […] Ci sono voluti i bambini per mettere a nudo il governo. Tutto accade alla scuola Daneo, nota per l’impegno sull’integrazione e i progetti multiculturali nel centro storico di Genova. Alunni e famiglie appendono uno striscione di protesta contro il nuovo decreto del governo, che vorrebbe imporre un tetto nelle classi ai figli delle famiglie di origini non italiane: “Qui nessuno è straniero”. Rimane appeso poche ore, dal pomeriggio di giovedì alle prime ore della mattina di ieri, quando va in scena uno zelante e muscolare intervento di due poliziotti, che rimuovono e strappano lo striscione. Poliziotti in borghese che reprimono il dissenso di bambini delle elementari, “colpevoli”, se così si può dire, di aver criticato il governo. Basta poco per capire che l’intervento è destinato a diventare un caso, soprattutto in un quartiere che soffre di ben altri problemi, dal degrado allo spaccio. E la prima a capirlo è la leader più lesta del centrosinistra: a fine mattinata davanti alla scuola compare la sindaca Silvia Salis, accompagnata da tutto lo staff comunicativo.
[…]
Silvia Salis porta solidarietà alla scuola e alle famiglie, dice le parole che ogni elettore di centrosinistra vorrebbe sentire. E lo fa a favore di camera, come era già accaduto in occasione del primo giorno di scuola del figlio, diventato uno spot a favore della scuola pubblica. La stories viene rilanciata quasi immediatamente e in poche ore diventa virale: “Ho chiesto chiarimenti, la dinamica dell’intervento non è chiara e difficile da giustificare. Questo gesto ha spaventato i bambini, che ora vogliono scrivere al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica e del Consiglio. Nella loro semplicità vogliono dire che non sono d’accordo sulle misure che sta prendendo il governo. A Roma parlano di un Paese che non esiste, il Paese vero è questo”. Il sostegno di Silvia Salis dà coraggio alle famiglie, che rimettono lo striscione al suo posto. La storia diventa un boomerang. Altre scuole della città, dal convitto Colombo alla Don Milani, espongono striscioni simili, come messaggio di solidarietà. La questura fa retromarcia e in un comunicato parla di “errore di valutazione”.
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La vicenda è però interessante anche in chiave politica e dice più di quanto sembri sui tormenti che attraversano il campo largo. Dopo un’iniziale sovraesposizione, da tempo Silvia Salis si è inabissata, ripetendo voler continuare a fare la sindaca e di non aver alcuna intenzione di candidarsi. Ma casi come questo la accreditano come una leader che riesce a fiutare il sentimento popolare del suo elettorato e a concludere cose in una mattinata che al Pd richiederebbero un mese di discussioni. Lo scontro fra Elly Schlein e Giuseppe Conte rischia di favorire le chance di un terzo nome. A inizio ottobre sono pronti il libro autobiografico di Salis e una tournée italiana. Una posizione perfetta, quella della non candidata, per candidarsi. Corsi e ricorsi: la prima volta che Salis cedette a dirsi disponibile a fare l’antiMeloni era stato all’indomani del successo del concerto di Charlotte de Witte, lo scorso aprile. Il 2 ottobre arriverà a Genova Novah, altra star della techno-music, anche lei giovane e belga. Sintonizzarsi e accendere i telefoni.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Voi che mi leggete, uno per uno: indossate per caso abiti prodotti da marchi «vicini a Israele»? La mia risposta, immagino molto simile alla vostra, è: non ne ho la minima idea. Non ci avevo mai pensato. E nel caso fosse un’omissione, non averci mai pensato, è una delle tante nelle quali incorriamo più o meno tutti. Confesso di ignorare gli orientamenti politici di chi produce il 99 per cento dei beni che mi circondano.
Certo, si deve fare attenzione. Ci sono scelte le cui conseguenze sono dirette, e palesi: esempio classico, e ormai tendenza diffusa, è non investire in azioni dell’industria bellica. O in azioni di aziende molto inquinanti.
Capisco anche i boicottaggi dei prodotti chiaramente riferibili a un Paese il cui governo si macchi di crimini, o sia palesemente ostile alla convivenza: è il caso dei milioni di canadesi che non comprano più americano. O di chi, per solidarietà con i palestinesi, non acquista beni prodotti in Israele.
Più difficile con i prodotti russi: a parte i colbacchi e le matrioske, non si saprebbe davvero che cosa boicottare. Ed è materialmente impossibile con i prodotti cinesi, ormai dilaganti per quantità e per il rapporto qualità/prezzo.
L’incertezza stessa della materia “coerenza”, specie in rapporto alla domanda “che cosa mi metto?”, suggerirebbe rispetto e delicatezza nel rinfacciare agli altri ciò che ciascuno di noi spesso non è in grado di fare. Mi riferisco, per esempio, a quelli che polemizzano con Francesca Albanese perché «indossa abiti di marchi vicini a Israele».
Fatto cento il lavoro di Albanese per Gaza, quanto può valere il fatto che indossi un pullover non prodotto da filopalestinesi? Zero virgola zero uno? L’etica è una cosa seria, la micro-etica adoperata dai correttori della vita altrui è una parodia dell’etica, nonché una perdita di tempo.