Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Vanno fermati


(Giancarlo Selmi) – Se le notizie che vengono dagli USA e riportate dal Washington Post venissero confermate, Trump starebbe preparando un provvedimento per imporre lo stato di emergenza e tendente a modificare le regole in vista delle elezioni di “midterm”. Si tratterebbe di una vera e propria sospensione, a suo favore, della democrazia americana.

I sondaggi sono molto sgradevoli per Trump e se si realizzassero nelle urne, il tycoon si troverebbe contro la Camera (sicura), ma forse anche il Senato. Con la spada di Damocle degli Epstein files, un eventuale “impeachment” non è ipotesi peregrina. Per evitare il rischio, secondo le rivelazioni del WP, Trump sarebbe disposto ad attuare un vero e proprio golpe. Questo avviene mentre in Italia si sta parlando di modifiche costituzionali e cambio della legge elettorale.

Trump è la versione americana e più importante della Meloni, la pensano nella stessa maniera, parlano la stessa lingua, amano l’autoritarismo, non hanno rispetto degli oppositori e di chi la pensa in maniera diversa. Entrambi odiano i giudici, entrambi pensano che la investitura popolare li autorizzi a fare ciò che vogliono. Per loro la Costituzione è un fastidioso orpello, la magistratura è un ostacolo e va ridimensionata e punita.

La modifica costituzionale richiesta con il referendum non c’entra nulla con la separazione delle carriere, neppure con il miglioramento della giustizia, ma obbedisce esclusivamente alla esigenza di “normalizzazione” dei magistrati. A quelle modifiche, se vincesse il sì, seguirebbero altri interventi, già promessi. La polizia giudiziaria rimessa agli ordini del governo, per esempio. Oggi si è parlato di un elenco dei reati prioritari, decisi dal parlamento, ergo dal governo, da sottoporre ai magistrati. Immaginate dove finirebbero le indagini sulla corruzione.

Modifiche che si aggiungerebbero a quelle che riguardano il CSM. Difficile non accorgersi che si tratti di un piano atto a restringere l’autonomia e la capacità di controllo dei giudici. L’aggiunta della modifica della legge elettorale per evitare i colleghi uninominali, è organica a una visione autocratica della politica. Sanno che li perderebbero tutti perché, questa volta, non sarebbero agevolati dalle decisioni assurde di Letta. Vogliono imporre un premio di maggioranza per le coalizioni in un ambito puramente proporzionale. Vogliono l’indicazione del candidato premier. In pratica il cambio delle regole del gioco a partita già iniziata.

Il cinismo con cui stanno gestendo il potere è ormai assolutamente evidente. Meloni insieme alla sua compagnia di guitti e mascherine, sono pericolosi per la democrazia di questo Paese, tanto quanto Trump lo sia per quella americana. Hanno gli stessi obiettivi. Vanno fermati.


Primum vivere


Primum vivere: visti i sondaggi che danno ormai il No al referendum in vantaggio le destre puntano alla riforma della legge elettorale

Primum vivere

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Primum vivere, deinde philosophari. Tralasciando la filosofia, non è certo l’istinto di sopravvivenza che manca a questo governo. Dopo l’autogol sulla vicenda Rogoredo, del resto, la macchina della propaganda si è rimessa subito in moto. E il bersaglio, in barba all’appello del Quirinale ad abbassare i toni, è sempre lo stesso: i magistrati. Si comincia dalle bordate contro la giudice Silvia Albano, rea di aver detto (intervistata dal Fatto Quotidiano) un’ovvietà sui Cpr in Albania: “Non mi risulta che i Cpr in Italia siano sovraffollati, non mi spiego questo accanimento che rischia di provocare uno scontro istituzionale con la magistratura alla quale toccherà garantire il rispetto della legge, compresa la normativa dell’Unione europea…”.

Si prosegue con la Procura di Roma, che ieri, come annunciato dalla destinataria del provvedimento ha notificato l’avviso di conclusione indagini (l’atto che di solito precede la richiesta di rinvio a giudizio), alla capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, in relazione alla vicenda Almasri. Tra dichiarazioni di rinnovata fiducia e di stupore “per la tempistica”, cioè a poche settimane dal referendum, come se – a proposito di autonomia e indipendenza delle toghe – le inchieste giudiziarie dovessero sottostare all’agenda della politica, da destra è ripartito il fuoco di fila contro i magistrati e la giustizia a orologeria.

Insomma, il copione non cambia. Ma visti i sondaggi che danno ormai il No in vantaggio e il timore che il 22-23 marzo possa arrivare la prima vera spallata al governo, tra una polemica e l’altra, tramite i capigruppo di maggioranza, è arrivata in Parlamento (come anticipato da Giulio Cavalli su La Notizia) la riforma della legge elettorale proporzionale, con sbarramento al 3%, premio di maggioranza per la coalizione che supera il 40% ed eventuale ballottaggio tra gli schieramenti più votati purché abbiano ottenuto almeno il 35% dei consensi se nessuno ha raggiunto il 40.

Una legge bollata dalle opposizioni come “irricevibile”, ma che il governo Meloni aveva fretta di presentare: dovesse andar male il referendum, meglio avere un Piano B per evitare brutte sorprese alle prossime politiche. Riscrivendo le regole del gioco a proprio vantaggio. Con machiavellico philosophari.


Legge elettorale, la destra confeziona un’altra «porcata»


Dopo la «porcata» di Calderoli adesso siamo a quella di Donzelli and co. Nel segreto di conciliaboli notturni la maggioranza confeziona a sua misura una legge elettorale che solo con molto understatement si può definire vergognosa

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – La destra non perde il vizio. Dopo la «porcata» di Roberto Calderoli adesso siamo a quella di Giovanni Donzelli and co. Nel segreto di conciliaboli notturni la maggioranza confeziona a sua misura una legge elettorale che solo con molto understatement si può definire vergognosa.

L’ipotesi di concordare con l’opposizione una norma condivisa che rifletta dei criteri oggettivi – e ce ne sono, se qualcuno avesse la pazienza e il buon senso di leggere qualche testo di politologi illustri – le forze di governo sono andate spedite a cercare di raggranellare qualche seggio in più per la loro maggioranza incerta.

La paura di Giorgia Meloni e alleati è soprattutto quella di dover mettere la faccia di qualche candidato di fronte gli elettori. Poiché di presentabili ce sono decisamente pochini da quelle parti, il primo obiettivo del disegno di legge è quello di evitare un giudizio diretto sul candidato. Per questo sono stati eliminati i collegi uninominali. Inoltre è stato riproposto quell’obbrobrio del premio di maggioranza, una misura che distorce la logica della rappresentanza.

Ad aggravare lo sfregio il bonus che assicura la maggioranza dei seggi scatterebbe qualora una coalizione superi almeno il 40 per cento. In sostanza con il 40 per cento e spiccioli è garantito almeno il 55 per cento dei seggi. Anche un bambino capisce l’enormità dello strafalcione democratico.

La ridefinizione dei collegi

Ma lo sfregio maggiore che viene introdotto riguarda la ridefinizione dei collegi. Un tempo vi erano regole molto precise e una commissione tecnica incaricata di valutare eventuali modifiche nella dimensione e nella configurazione dei collegi.

Quello che emerge mostra ancora una volta la sintonia del nostro governo con l’America trumpiana. Negli Stati Uniti vige, da sempre per la verità, la brutta pratica di ridisegnare i collegi a beneficio del partito che è al potere nello stato (le norme elettorali non sono federali ma statali).

Ed è quello che i repubblicani hanno iniziato a fare in Texas e in altri stati da loro dominati, provocando proteste clamorose come l’abbandono dell’assemblea statale dei congressmen democratici e addirittura loro “emigrazione” in altro stato per evitare la repressione di repubblicani. Poi i democratici della California stanno tendendo la pariglia. Le brutte pratiche allignano facilmente.

Norme ad personam

Da tanti, troppi anni si assiste a questa fiera delle imbecillità elettorali. Non solo siamo il paese che in pochi anni ha cambiato quattro leggi elettorali (di cui una dichiarata parzialmente incostituzionale a posteriori!), laddove in tutti i paesi di democrazia consolidata (fatto salvo il cambio di regime in Francia tra IV e V Repubblica), non si è mai cambiato nulla di sostantivo.

Senza voler poi scomodare la regina delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna che continua da secoli con il suo first-past-the-post: chi arriva primo in un collegio è eletto. Punto e basta. Infine, o per prima cosa, le legge elettorali non si cambiano in base sondaggi. Addirittura c’è chi giustifica il nuovo sistema additando il rischio che le coalizioni abbiano gli stessi voti! Quindi, a ogni tornata elettorale, il governo guarderà i fondi del caffè e sceglierà un nuovo sistema di voto.

Non c’è modo di convincere i legislatori che quello che allontana dalle urne i cittadini è anche l’impressione che le norme siano fatte a uso e consumo di una parte. E di fronte a questa sensazione, monta la tentazione di tirarsi fuori dal gioco.

Alzare la voce

Di fronte a questo ulteriore sfregio speriamo che l’opposizione alzi la voce, contrariamente ai troppi silenzi degli ultimi tempi. Dopo che la destra ha sparato ad alzo zero contro il procuratore generale di Napoli, Nicola Grattieri, per le sue inopportune considerazioni su chi vota Si al referendum, non si è sentito nemmeno un belato da sinistra quando il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha equiparato i sostenitori dal No a sodali di Vladimir Putin. Non è bel viatico per il necessario, indispensabile, duro confronto sulla legge elettorale (per non dire del decreto Sicurezza). La voce va alzata, eccome, quando si maltrattano le regole del gioco.


Iran, perché la guerra sarebbe un salto nel buio per Washington


L’illusione di una replica venezuelana

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – L’idea che gli Stati Uniti possano colpire l’Iran con la stessa rapidità e brutalità con cui hanno condotto l’operazione in Venezuela appartiene più alla propaganda che alla strategia. Il paragone evocato da Trump serve a costruire un’immagine di forza immediata, ma si scontra con una realtà molto diversa: l’Iran non è Caracas, né sul piano militare, né su quello politico, né su quello geografico. Dietro la retorica della rapidità si nasconde infatti un problema essenziale: un’azione contro Teheran non sarebbe un blitz chirurgico, ma l’ingresso in un teatro di guerra ad alta densità strategica, capace di trasformare un’offensiva limitata in un conflitto regionale lungo e costoso.

Il riposizionamento della portaerei Gerald Ford accanto alla Abraham Lincoln mostra proprio questo. Se davvero il Pentagono avesse avuto la possibilità di colpire in modo immediato e risolutivo, non avrebbe avuto bisogno di rafforzare così vistosamente il dispositivo. Il fatto stesso che Washington stia ancora accumulando mezzi dimostra che la Casa Bianca sa bene di non trovarsi davanti a un’operazione semplice.

Il primo ostacolo è militare

Sul piano strettamente strategico, l’Iran dispone di ciò che rende ogni attacco americano potenzialmente disastroso: profondità, capacità missilistiche, strumenti asimmetrici e una rete di attori alleati o affiliati in tutta la regione. Non serve a Teheran vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti; le basta moltiplicare i fronti, disperdere la minaccia, alzare il costo umano e materiale dell’intervento.

Qui sta il primo errore di chi immagina un’operazione rapida. L’Iran non è un bersaglio inerme. Il suo arsenale di missili balistici, droni e sistemi antinave gli consente di minacciare non solo le basi americane nel Golfo, ma anche infrastrutture e installazioni molto più lontane, coinvolgendo potenzialmente Israele, la penisola arabica e perfino i punti nevralgici della presenza occidentale nel Mediterraneo allargato. Le recenti esercitazioni nello Stretto di Hormuz e i test di nuovi sistemi antiaerei navali indicano una linea precisa: costruire una capacità di interdizione e di saturazione che renda ogni attacco americano più rischioso del previsto.

La strategia iraniana, del resto, è nota: non rispondere in modo lineare, ma diffondere l’instabilità su più teatri contemporaneamente. Questo significa che anche un’azione limitata contro obiettivi nucleari o contro la leadership potrebbe provocare una rappresaglia multilivello, capace di investire rotte marittime, città alleate di Washington, basi militari e traffico energetico.

Gli alleati americani non vogliono pagare il prezzo della guerra

La seconda fragilità americana riguarda il consenso regionale. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, pur strettissimi partner di Washington, hanno già fatto capire di non voler offrire il proprio spazio aereo per un attacco. È un segnale politicamente pesante: gli alleati più esposti alla rappresaglia iraniana vogliono evitare di essere trasformati in piattaforme di guerra.

Questo dato rivela un limite strutturale della strategia americana. Gli Stati Uniti possono schierare mezzi e minacce, ma non controllano automaticamente la disponibilità dei partner regionali ad assumersi il rischio di una guerra aperta. E se il dispositivo militare americano deve operare senza piena copertura logistica, politica e aerea da parte degli alleati del Golfo, la sua efficacia si riduce mentre i margini di vulnerabilità aumentano.

Anche Israele, in questo quadro, rappresenta un punto sensibile. Le sue difese antimissile restano avanzate, ma il consumo crescente di intercettori dopo anni di guerra e di tensioni su più fronti ne riduce la capacità di assorbire un attacco iraniano prolungato. Questo significa che, per Teheran, il semplice rischio di colpire il sistema di difesa israeliano e di aprire una nuova ondata di pressione su Tel Aviv può diventare già una forma di deterrenza indiretta verso Washington.

Il secondo ostacolo è politico: il regime iraniano non è il Venezuela

L’errore più grossolano, però, è pensare che la Repubblica Islamica possa essere decapitata con un colpo di mano. In Venezuela, gli Stati Uniti hanno agito contro un vertice politico fortemente personalizzato. In Iran, invece, il potere non si esaurisce in una figura o in una coppia di figure: è una struttura ideologica, istituzionale, militare e clericale sedimentata in quasi mezzo secolo.

La Guida Suprema rappresenta il vertice del sistema, ma non è l’intero sistema. Attorno a lei si muove una rete di apparati, Guardie Rivoluzionarie, fondazioni, centri religiosi, élite militari e politiche che garantiscono continuità anche in caso di shock. In altre parole, colpire la testa non significa necessariamente far crollare il corpo. Potrebbe invece produrre l’effetto opposto: compattare l’apparato, radicalizzare la risposta e trasformare l’intervento esterno nel fattore di ricomposizione di un regime oggi sì sotto pressione, ma ancora in grado di mobilitare coercizione e consenso ideologico.

Le proteste universitarie dimostrano che esiste un malessere interno reale, ma è proprio qui che Washington rischia di sbagliare i calcoli. Un attacco straniero potrebbe indebolire l’opposizione civile e restituire al potere iraniano l’argomento più efficace: quello della difesa nazionale contro l’aggressione esterna.

Il terzo ostacolo è geografico, e dunque geoeconomico

La geografia pesa quanto le armi. Teheran è lontana dalla costa, protetta da una profondità territoriale che rende più complessa qualsiasi operazione di decapitazione politica o di cattura fisica della leadership. Non si tratta soltanto di colpire: si tratta di raggiungere, mantenere il controllo, gestire il tempo operativo. Ed è qui che il paragone con Caracas diventa quasi ridicolo.

Ma la vera centralità della geografia iraniana è un’altra: Hormuz. Chi controlla o minaccia quello stretto tocca uno dei punti vitali dell’economia mondiale. Un’eventuale chiusura o anche solo una paralisi parziale del traffico marittimo produrrebbe un effetto immediato su petrolio, gas, assicurazioni, noli e fiducia dei mercati. È vero che anche l’Iran subirebbe danni enormi da una simile scelta, ma il punto non è la convenienza di lungo periodo: il punto è la capacità di usare il danno come arma di pressione strategica.

Per Washington, questo significa una cosa semplice: qualsiasi attacco all’Iran non si misurerebbe solo in missili lanciati o obiettivi distrutti, ma anche in shock energetico globale. E in un momento in cui l’equilibrio internazionale è già fragile, un’esplosione dei prezzi dell’energia colpirebbe alleati europei, economie asiatiche e lo stesso sistema occidentale.

Teheran gioca su due tavoli: deterrenza e diplomazia

La forza dell’Iran, in questa fase, sta proprio nella capacità di combinare minaccia e negoziato. Mentre rafforza le esercitazioni e alza il tono, Teheran intensifica il lavoro diplomatico all’Onu, con Mosca, con Riad, con Il Cairo. Non è semplice diplomazia di facciata: è il tentativo di costruire una cornice politica e legale che faccia apparire Washington come il responsabile di un’eventuale escalation.

Questo lavoro serve a due scopi. Primo: ampliare il costo diplomatico di un attacco americano. Secondo: mostrare che l’Iran non rifiuta in assoluto il negoziato, ma vuole spostare il confronto su un terreno dove possa guadagnare tempo e legittimità. Anche l’apertura sul piano economico, con l’idea di possibili forme di cooperazione energetica e industriale, va letta così: non come vera apertura strutturale agli Stati Uniti, ma come tentativo di parlare il linguaggio degli interessi per rendere più difficile a Trump giustificare una guerra.

Lo scenario economico: la tentazione americana e il muro della realtà

L’Iran, come il Venezuela, esercita una forte attrazione sul capitale energetico americano. Le sue riserve, la resilienza mostrata sotto sanzioni, la relativa tenuta infrastrutturale rispetto al disastro venezuelano alimentano nell’industria petrolifera statunitense una tentazione evidente: entrare un giorno in un mercato enorme e strategico, magari dopo una normalizzazione o un cambio di assetto.

Ma qui si scontra la fantasia economica con la realtà geopolitica. Le sanzioni stratificate da decenni, l’ostilità politica reciproca, il quadro normativo iraniano e la diffidenza dell’apparato teocratico rendono quasi impossibile immaginare, almeno nel breve periodo, un’integrazione vera delle aziende americane in Iran. In sostanza, l’argomento degli affari può avere una funzione tattica nei negoziati, ma non basta a rimuovere il blocco strutturale.

Il vero rischio per Washington

Il punto finale è che un attacco all’Iran non sarebbe solo più complesso dell’operazione in Venezuela: sarebbe di natura completamente diversa. Non un raid per cambiare un vertice politico, ma un possibile innesco di guerra regionale, con costi militari, diplomatici ed economici elevatissimi.

La Casa Bianca può ancora credere che la pressione estrema costringerà Teheran a cedere. Ma più il dispositivo militare si rafforza e più il linguaggio si fa ultimativo, più aumenta il rischio di un errore di calcolo. Ed è proprio questo il nodo centrale: in Iran, a differenza del Venezuela, la forza non garantisce la rapidità. Può invece accelerare una spirale che nessuno, nemmeno Washington, sarebbe poi davvero in grado di controllare.


Legge elettorale, testo centrodestra depositato in Parlamento. Schlein: “Per noi inaccettabile”


Previsti l’attribuzione di un premio di maggioranza e un turno di ballottaggio. Non previste le preferenze. Obbligo indicare il nome del premier con il programma. Renzi: “Giorgia, sicura non ci siano temi più importanti?”

Elly Schlein

(di Stefano Baldolini – repubblica.it) – Il testo di riforma della legge elettorale elaborato dal centrodestra dopo un lungo vertice è stato depositato in Parlamento. È un sistema proporzionale con premio di governabilità, “per stabilità e pluralismo”, rivendica la maggioranza. Di tutt’altro avviso le opposizioni. Così com’è, “è irricevibile”, protesta il Pd.

Il testo depositato dal centrodestra in Parlamento

Il provvedimento, sottoscritto dai capigruppo del centrodestra, consta di 3 articoli più gli allegati.

Prevede un sistema proporzionale basato su collegi plurinominali, l’eliminazione dei collegi uninominali (salvo eccezioni per le minoranze linguistiche) e l’introduzione di un premio di governabilità con eventuale ballottaggio.

L’articolato prevede l’attribuzione di un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione che raggiunga il 40% dei voti; in caso di mancato raggiungimento della soglia, è previsto un turno di ballottaggio tra i due soggetti più votati, a condizione che abbiano conseguito almeno il 35% dei consensi.

Per scegliere i candidati in lista non è previsto il ricorso alle preferenze.

La proposta inoltre prevede “l’indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica fatte salve le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica”.

“Ciascuna coalizione – spiega il centrodestra in un comunicato – dovrà depositare unitamente al programma anche un unico nome da proporre al presidente della Repubblica come incaricato alla presidenza del Consiglio”.

Ecco il testo

Scarica il documentohttps://static.gedidigital.it/download/pdf/repubblica/2026/politica/def_26022026_rev_elettorale.pdf

Critiche le opposizioni

“Questa accelerazione è il frutto della preoccupazione per l’esito referendario”. Lo ha detto la segretaria Pd Elly Schlein a margine di un evento a Roma parlando di legge elettorale. “La fretta e la paura di perdere non sono buone consigliere”. Dalle indiscrezioni il testo pare “molto distorsivo della rappresentanza”. Ha “degli elementi che sarebbero per noi inaccettabili”.

Per Schlein si tratta di “un testo che può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti, quindi da questo punto di vista rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica”.

“Mentre in Italia la produzione industriale continua a scendere e il carrello della spesa a salire, mentre l’insicurezza dilaga nelle strade, il governo non ha nulla altro da fare che parlare di legge elettorale. Che nel merito, più che uno Stabilicum, è un Italicum ma senza le preferenze. Giorgia, sicura che non ci siano temi più importanti da affrontare per i cittadini?”. Lo dichiara l’ex premier e leader di Italia viva, Matteo Renzi.

Stessa linea dal Movimento 5 stelle: “Hanno fatto notte per trovare l’accordo sulla legge elettorale. Danno l’anima per le riforme per salvare i politici dalle inchieste. Continuano però a chiudere gli occhi davanti a lavoratori sfruttati e sottopagati”, è l’affondo di Giuseppe Conte.

“Questa legge è piena di schifezze, ma è necessario che tutte le opposizioni e i cittadini si oppongano con intransigenza perché, altrimenti, con questa legge si smonta ancora di più la democrazia parlamentare”. Così il segretario di +Europa, Riccardo Magi.

La replica della maggioranza

L’intervento” di riforma delle legge elettorale “si inserisce in una fisiologica attività di revisione normativa, finalizzata a valorizzare l’assetto complessivo del sistema e a renderlo maggiormente capace di esprimere maggioranze parlamentari riconoscibili e stabili, nel rispetto del pluralismo politico”.

È quanto si legge nella premessa del testo presentato dal centrodestra alla Camera e al Senato, in cui si sottolinea che “la scelta di un sistema proporzionale integrato da un correttivo di governabilità predeterminato dà seguito alle indicazioni delineate dalla Corte” Costituzionale “mirando a coniugare pluralismo politico e stabilità istituzionale nel rispetto dei principi costituzionali”


Washingon Post: Trump dichiarerà emergenza per influenzare elezioni di midterm


Una bozza di ordine esecutivo conterrebbe le basi per dichiarare un’emergenza nazionale, che darebbe al presidente poteri straordinari sul voto

Foto IPP/Kenny Holston - Pool Via Cnp/CNP via ZUMA Press Wire Washington 24/02/2026 discorso sullo Stato del' Unione del presidente degli Stati Uniti USA - Italy Photo Press - discorso del presidente degli Stati Uniti USA Donald Trump sullo Stato dell' Unione

(ilsole24ore.com) – Secondo il Washington Post, il presidente americano Donald Trump avrebbe un piano per dichiarare lo stato di emergenza, influenzando così lo scoglio delle elezioni di metà mandato previste quest’anno, che potrebbero indebolirlo.

Il possibile ordine esecutivo

Il quotidiano americano riferisce di un gruppo di attivisti pro-Trump, che dicono di essere in coordinamento con la Casa Bianca, i quali stanno facendo circolare una bozza di ordine esecutivo con cui il presidente intende consolidare il suo potere. Il documento conterrebbe affermazioni su presunte interferenze cinesi nelle elezioni del 2020, che costituirebbero la base per dichiarare un’emergenza nazionale con cui Trump otterrebbe poteri straordinari. La Casa Bianca ha rifiutato di elaborare sui piani di Trump.

Cosa succederebbe con l’emergenza

Secondo Peter Ticktin, un avvocato della Florida che sostiene la bozza di ordine esecutivo citato dal Washington Post, l’emergenza darebbe al presidente il potere di vietare le schede per posta e le macchine per il voto, in quanto possibili vettori di interferenza straniera.

Trump sta facendo pressione sui Repubblicani perché approvino una legge che impone una prova della propria cittadinanza per registrarsi come elettori e un documento d’identità per esprimere il voto. La misura, chiamata Save Act, è passata alla Camera ma affronta ostacoli al Senato, dove i leader Repubblicani hanno respinto la richiesta del presidente di cambiare le regole per far avanzare la legislazione. Trump ha detto che se il disegno di legge fallisce, agirà unilateralmente per imporre i cambiamenti per le elezioni di metà mandato.


La Rai ha acquisito i diritti esclusivi per trasmettere in chiaro 35 partite della Coppa del Mondo 2026


(adnkronos.it) – La Rai ha acquisito i diritti esclusivi in chiaro per 35 partite della Coppa del Mondo Fifa 2026, incluse l’apertura, le partite dell’Italia, le semifinali e la finale, più i diritti radiofonici non esclusivi di tutte le gare. Trasmetterà almeno 32 partite su Rai 1 e offrirà highlights e clip di tutte le partite su programmi, notiziari e social.

LA NOTA UFFICIALE

“A seguito della procedura di gara per l’assegnazione in Italia dei diritti audiovisivi della Coppa del Mondo Fifa 2026 – si legge nella nota ufficiale di viale Mazzini -, la Rai si è aggiudicata i diritti esclusivi di trasmissione multipiattaforma in chiaro di una selezione di 35 incontri, che includono la partita d’apertura, tutte le partite della Nazionale italiana, le semifinali e la finale, oltre ai diritti radiofonici non esclusivi di tutte le gare della competizione.

“Ai fini della massima esposizione in Italia della Coppa del Mondo Fifa 2026, Rai garantirà un’ampia copertura del torneo, mediante la trasmissione di almeno 32 partite su Rai 1 e l’offerta di highlights e clip di tutti gli incontri della competizione in ogni notiziario, programma e contenitore sportivo (inclusi gli account ufficiali Rai sui social media)”.


Guardia Sanframondi, Rinascita Guardiese: A proposito di rimodulazione delle tariffe…


Accadde oggi: 26 febbraio 2000

L’associazione “RINASCITA GUARDIESE” continua la pubblicazione di  documenti  inerenti la storia guardiese per coltivare la memoria e … progettare il futuro partendo dal passato.

La rimodulazione delle tariffe per le certificazioni adottate dall’Amministrazione per far quadrare i conti viene strumentalizzata dal gruppo “Per Guardia” per gettare fango sul Sindaco Ceniccola.

Sala biblioteca-Casa Comunale

Mantenere l’equilibrio economico-finanziario del bilancio diventa molto difficile per la situazione oggettivamente deficitaria dell’Ente e l’Amministrazione è costretta a rimodulare anche le tariffe per le certificazioni e il gruppo consiliare di minoranza scatena una vergognosa campagna di stampa arrivando ad accusare il Sindaco Ceniccola di voler “torchiare” i cittadini  e di fare una   “politica degli sperperi”.

Fono-registrazione del discorso pronunciato  dal Sindaco Ceniccola nel Consiglio Comunale svoltosi in data 26 febbraio 2000

      Signori Consiglieri,

non mi ha mai interessato la polemica personale e sono stato sempre contrario ad atteggiamenti autoreferenziali però, in questa occasione, sono costretto a fare violenza a me stesso perché nel volantino diffuso dai consiglieri della lista “Per Guardia” vi sono falsità che superano il limite della decenza. Non possiamo accettare le accuse false del gruppo “Per Guardia” tendenti a far apparire l’Amministrazione  “lassiva e spendacciona” con il malcelato intento di farla apparire come responsabile della situazione deficitaria dell’Ente. Si tratta di falsità miserevoli e chi  afferma ciò: mente sapendo di mentire! E sono pronto a lanciare una sfida  per vedere se c’è qualcuno disposto a raccoglierla. Se qualche consigliere comunale ritiene  che i debiti che abbiamo riconosciuto in questi 6 mesi di governo della nostra comunità e cioè:

  •  97 milioni di lire dati alla famiglia Brod (a seguito di una sentenza emessa dal Tribunale e passata in giudicato) per l’atto di esproprio, effettuato nel 1981, dei terreni in via Campopiano non eseguito nei termini previsti dalla Legge  e che oggi ci costringe a pagare a peso d’oro un terreno che 20 anni orsono  valeva poco o niente;
  •  100 milioni di lire versati alla ditta “Fremondo costruzioni” di Foschini Giovanni a seguito di una sentenza esecutiva emessa negli anni scorsi dal Tribunale di Benevento;
  •  500 milioni di lire pagati alle tre ex cuoche (e relativi avvocati) a seguito di sentenze emesse dal Giudice e passate in giudicato

 … se qualche consigliere pensa che siano “un atto lassivo e non dovuto”  lo invito a presentare una denuncia alla Procura Generale della Corte dei Conti ed io sono pronto a pagare con il mio portafoglio se il Giudice dovesse attestare che gli atti assunti non siano stati a tutela e salvaguardia esclusivamente degli interessi di questo Ente che ho l’onore di rappresentare. Però, mi auguro che qualcuno si impegni pubblicamente a fare altrettanto se la Corte dei Conti dovesse confermare la correttezza del nostro operato.

 Alzi la mano chi è pronto a raccogliere la sfida!

   Bene … prendo atto che nessuno ha il coraggio di assumersi le proprie responsabilità rispetto alle accuse false e calunniose  lanciate verso l’Amministrazione comunale.

    Infine, per quanto riguarda le  “torchiature” che questa Amministrazione starebbe facendo sulla comunità guardiese, posso affermare a voce alta che trattasi di un’altra menzogna  grande come una casa. La verità indiscutibile è che l’unica “torchiatura” è stata messa in atto nei confronti di noi stessi perché, per la prima volta nella storia di questo Ente, nel bilancio comunale alla voce “Indennità di carica al Sindaco” -che la Legge stabilisce nel limite di lire 5.440.000 al mese- appare la cifra di 0 (zero) lire e alla voce “Costo degli organi Istituzionali” appare la cifra di 0 (zero) lire.

    La qualcosa sta a significare che i cittadini guardiesi non spenderanno una lira per avere il Sindaco, gli assessori e i consigliere impegnati per dare un futuro di speranza a questa nostra comunità. Questa è l’unica e vera “torchiatura” che ci siamo auto-imposti. Inoltre, un’altra “torchiatura” è stata effettuata  sulla pelle del Segretario Generale, dott. Ennio Moro, a cui ho chiesto di esercitare anche la funzione di Direttore senza alcuna retribuzione (contrariamente a quello che avveniva prima della mia elezione alla guida di questa comunità) e voglio approfittare di questa occasione per ringraziarlo pubblicamente per questo grande senso di generosità verso la comunità guardiese.

  Un’altra “torchiatura” è stata fatta nei confronti della maggioranza consiliare che ha dovuto rinunciare a qualsiasi iniziativa prevista nel programma elettorale presentato ai cittadini-elettori per poter chiudere il bilancio in pareggio. Tutto ciò per non voler ricorrere a quella che viene definita “finanza creativa” che finisce per scaricare su quelli che verranno il peso finanziario delle spese effettuate e dei debiti accumulati, così come hanno fatto gli amministratori che ci hanno preceduto.  Infine, per quanto riguarda l’aumento delle tariffe relative alle certificazioni è doveroso ricordare che queste potrebbero incidere per circa 10-15 milioni di lire e sicuramente in futuro saranno ridotte attraverso una migliore valorizzazione del patrimonio comunale che fino ad oggi non era stato nemmeno inventariato.

Alla faccia della buona amministrazione!!!

P.S. Per amore di verità, è doveroso ricordare che il Sindaco Ceniccola è stato l’unico nella storia di Guardia Sanframondi che ha rinunciato a percepire lo stipendio per dimostrare con i fatti di essere a servizio della comunità guardiese. Gli amministratori che lo hanno sostituito alla guida del Comune non hanno esitato ad incassare l’indennità di carica e ad aumentare le tasse al massimo consentito dalla Legge; nel contempo,   la “Wardia Bella” conosciuta nel passato come la “piccola America”  è diventata un “Comune Marginale” senza prospettiva di futuro nel breve e lungo periodo. Alla faccia del buongoverno!!!

E nel rileggere, a distanza di 26 anni, queste false accuse, nasce spontanea una domanda:

  • I nostri “bravi” governanti che cosa non hanno fatto per far fuori civilmente e politicamente il Sindaco Amedeo Ceniccola che aveva avviato, per davvero, la rinascita della comunità guardiese?

RINASCITA GUARDIESE


Social e democrazia: come i meme e i fact-check influenzano il dibattito referendario


(Mario Catania – lindipendente.online) – Nelle ultime settimane, pagine di fact-checking e politica, hanno condiviso foto, meme e post sul referendum sulla giustizia, in vista del voto di marzo. L’avvicinarsi della data del voto sta portando a una forte accelerazione dei contenuti social nel dibattito istituzionale, mentre anche i partiti e i politici di riferimento sfornano meme alla ricerca di consenso.

Gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su una riforma costituzionale che interviene sull’assetto della magistratura, modificando sette articoli della Costituzione. Il cuore del quesito riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la riorganizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che verrebbe sdoppiato in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pm – con nuove modalità di composizione e selezione dei membri. I sostenitori del  ritengono che la riforma rafforzi l’imparzialità del giudice, chiarisca la distinzione tra chi accusa e chi giudica e renda il CSM più trasparente ed efficiente. I fautori del No temono invece una frammentazione dell’ordine giudiziario, un indebolimento dell’obbligatorietà dell’azione penale e un possibile squilibrio nei rapporti tra poteri dello Stato, a danno della magistratura e in favore della politica. La scelta, dunque, non incide sui singoli processi né modifica le sentenze in corso; non accorcia automaticamente i tempi della giustizia e non colma le carenze di organico o di risorse. Interviene invece sull’architettura costituzionale del sistema, ridefinendo i rapporti interni alla magistratura e tra questa e gli altri poteri dello Stato.

Referendum: un risultato in bilico

All’inizio della campagna referendaria il fronte del  sembrava largamente favorito, con alcuni sondaggi di fine gennaio che lo collocavano anche oltre il 60 % delle intenzioni di voto contro una minoranza di sostenitori del No. Tuttavia, con il passare delle settimane quel vantaggio si è progressivamente eroso: rilevazioni di febbraio mostravano risultati sempre più vicini tra le due posizioni, fino a un sostanziale pareggio su alcuni istituti. Negli ultimi sondaggi, a circa un mese dal voto, diverse rilevazioni indicano addirittura un sorpasso del No sul Sì, con il fronte contrario alla riforma in vantaggio di qualche punto percentuale anche al netto degli indecisi.

Ecco perché nell’ultimo periodo la propaganda di entrambe le parti si è intensificata. A destra riflettono se una nuova campagna con la premier protagonista, che si è già espressa in prima persona in diverse occasioni, possa essere un vantaggio, oppure no. L’esposizione esagerata della presidente del consiglio, infatti, potrebbe trasformarsi in un boomerang, perché rischierebbe di mobilitare più il dissenso, rispetto a chi è favorevole alla riforma. E quindi la scelta, almeno fino ad oggi, è stata quella di sfornare post su post sui social network. No tutti, però, sono riusciti nell’intento.

Dalla cronaca alla propaganda

referendum

Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte da un fatto di cronaca capace di suscitare indignazione, lo si enfatizza o lo si distorce, si individua un bersaglio – il “nemico” – e si propone la riforma come risposta esemplare e punitiva. Lo slogan è efficace, come ad esempio: “Chi sbaglia non paga, solo 15 condanne per i magistrati in 15 anni”. Ma c’è un però, anzi, due. Punto uno: l’analisi sul numero dei procedimenti disciplinari mostra che negli ultimi anni si contano decine di sentenze di condanna disciplinare emesse dal CSM; sul lato referenudm, invece, bisogna far notare che la riforma non introduce affatto la responsabilità civile diretta dei magistrati, che viene evocata come soluzione senza essere realmente prevista. E i commenti sotto a questo tipo no mancano di farlo notare.

Il caso principe è diventato quello del poliziotto nel caso di Rogoredo, che, stando alle ricostruzioni iniziali, ha sparato uccidendo Abderrahim Mansouri – ragazzo marocchino con precedenti per spaccio – per legittima difesa e viene indagato da un magistrato. L’apertura di un fascicolo, in casi come questo, è un atto dovuto, ed è una garanzia per tutti, anche per l’operatore, perché consente di ricostruire i fatti. L’occasione però per la destra è troppo ghiotta, e a Rogoredo si scapicolla la stessa Meloni, con tanto di video tra i blindati delle forze dell’ordine. Internet e le televisioni sono invase da dichiarazioni si solidarietà (Salvini, Sardone, Bignami) sul povero poliziotto che, nel fare il suo dovere, viene persino indagato. Com’è andata a finire lo sappiamo: le indagini stanno infatti raccontando un’altra storia; la pistola, finta, trovata accanto al cadavere sarebbe stata messa lì proprio dalle forze dell’ordine e il poliziotto è accusato di aver ucciso il ragazzo (omicidio volontario), non di essersi difeso. E quindi il tentativo di soffiare sulla vicenda mettendo in cattiva luce l’operato della magistratura, si è rivelato un enorme autogol, che, tra l’altro, mette in luce tutte le criticità che deriverebbero dall’introduzione dello scudo penale per le forze dell’ordine, proposto più volte da questa maggioranza.

Altro caso riguarda lo youtuber Ale Della Giusta, seguito da milioni di persone, che aveva raccontato in un video di aver subito l’occupazione della propria casa, mostrando la consulenza di un avvocato – che nel disclaimer viene indicato anche come sindaco di Fratelli d’Italia – e inscenando perfino una denuncia in caserma, culminata con l’apparizione di un cartello per il Sì al referendum sulla giustizia. Il video ha superato in poche ore centinaia di migliaia di visualizzazioni e il messaggio è chiaro: servirebbe la riforma per “difendersi”. Solo dopo emerge che non c’era stata alcuna occupazione, né denuncia: era una messinscena costruita per “sensibilizzare” – o meglio orientare – l’opinione pubblica. Arrivano le scuse, ma a posteriori. La vicenda solleva un nodo serio: l’uso della fiction travestita da cronaca, in un clima referendario, altera il dibattito pubblico e confonde deliberatamente informazione e propaganda. Senza contare che, sull’occupazione abusiva delle abitazioni, tema su cui il governo ha di recente introdotto una nuova legge, il referendum non c’entra nulla.

Altro episodio emblematico è quello del tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire con 700 euro un cittadino algerino trasferito nel Cpr di Gjadër, in Albania, ritenendo che il trasferimento fosse avvenuto senza le garanzie procedurali previste dalla legge. La sentenza non riguarda i precedenti penali dell’uomo né mette in discussione la possibilità di espulsione, ma accerta la violazione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione e dalla Cedu per l’assenza di un atto formale adeguato e di motivazioni corrette. Il giudice ha quindi riconosciuto un danno non patrimoniale per lesione della libertà personale, applicando le norme vigenti: l’errore, secondo la ricostruzione, è imputabile al ministero dell’Interno.
La vicenda è stata però trasformata in un caso politico: Giorgia Meloni ha citato il risarcimento come esempio di una magistratura che ostacolerebbe la linea del governo sui migranti, inserendo il tema nel dibattito sul referendum sulla giustizia. In realtà, la sentenza non introduce nuovi diritti né blocca le espulsioni, ma ribadisce che anche nelle politiche migratorie lo Stato deve rispettare procedure e tutele previste dall’ordinamento.

Infine il caso della Sea Watch. Nel giugno 2019 Carola Rackete, comandante dell’imbarcazione, entrò a Lampedusa con 42 migranti dopo due settimane in mare, forzando il divieto imposto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Durante l’attracco urtò una motovedetta della Guardia di Finanza, fu arrestata per resistenza a nave da guerra ma il Gip la liberò, riconoscendo il dovere di soccorso. Le accuse penali sono poi cadute. Sul piano civile, dopo il dissequestro la nave restò ferma per mesi per un provvedimento amministrativo ritenuto illegittimo. Il Tribunale civile di Palermo ha quindi condannato lo Stato a risarcire l’ONG con circa 76 mila euro per i danni subiti. La sentenza ha riacceso lo scontro politico: per la destra è una decisione assurda, per i giudici è semplice applicazione delle norme sulla responsabilità della pubblica amministrazione. Il caso è diventato simbolo del conflitto tra chiusura dei porti e obblighi di soccorso previsti dal diritto internazionale del mare.
Fratelli d’Italia a questo punto ha lanciato un post sui social, scrivendo che: “Il giudice che condanna lo Stato ha scritto un libro contro il referendum”, accompagnato da una foto del presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, insinuando che sia personalmente responsabile della sentenza e facendo intendere che ciò dimostrerebbe una sua presunta faziosità in vista del referendum sulla giustizia, citando anche il fatto che Morosini ha scritto un libro critico sulla riforma costituzionale oggetto di referendum. Tuttavia, la sentenza del 11 febbraio è stata firmata da Maura Cannella, magistrata della terza sezione civile del tribunale, non da Morosini, e non esiste alcun legame giuridico tra quel provvedimento e le opinioni espresse nel libro.

Il richiamo del Presidente della Repubblica

A richiamare tutti alla misura è stato Sergio Mattarella che, nella sua veste di presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura, intervenendo al plenum del CSM ha invitato ad abbassare i toni e a evitare contrapposizioni che rischiano di incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Un monito netto, rivolto tanto alla politica quanto alla magistratura, per riportare il confronto entro i confini della correttezza costituzionale.

Ma la campagna referendaria sembra andare in direzione opposta. I casi di cronaca continuano a essere trasformati in armi retoriche, i social amplificano indignazione e slogan, e il dibattito si sposta sempre più dal merito della riforma allo scontro tra schieramenti. Se l’appello del Capo dello Stato era un tentativo di raffreddare il clima, finora è rimasto inascoltato. E il rischio è che, più che sulla struttura della giustizia, il voto sancirà le sorti dello scontro politico in atto.


Board of Death. Fenomenologia della fine dello Stato moderno


(Silvano Poli – lafionda.org) – “Che cos’è il genio?” si domandava M. Monicelli in quel capolavoro di cinismo che è “Amici Miei – Atto II”. La sua risposta era un anti-socratico elenco: «è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione». La recente inaugurazione del Board of Peace trumpiano ha invece voluto rispondere a questa domanda offrendoci una spiegazione paradossale, ossia mostrandoci il contrario del genio. La contemporaneità occidentale ha dovuto imparare a fare conti con il marketing politico e con il suo arrogante e scadente sensazionalismo. Questo processo sembrava aver visto il suo apogeo con l’attuale presidenza Trump. Recentemente, tuttavia, l’immondo ha iniziato a strisciare fuori dalla forma per incarnarsi nella sostanza, prima con i dazi e ora con la creazione, nientemeno, di istituzioni ad hoc. Vedere il Presidente dell’Argentina, J. Milei, inaugurare la prima seduta della creazione trumpiana deputata a riportare la pace in una zona di guerra afferrando il microfono per intonare “Burning Love” di Elvis, trascinando con sé il primo ministro ungherese Orban è qualcosa che neppure la mente più sadica avrebbe potuto immaginare; o che lo stomaco più resistente potrebbe sopportare.

Due punti vanno chiariti. In primo luogo, Milei è il presidente di un Paese in crisi cronica che è riuscito a rendere questa crisi emblematica. Il suo talento nel rendersi ridicolo è ormai un tratto proverbiale. Lo dimostrato l’irrilevanza del suo intervento al recente a World Economic Forum (Davos) che nemmeno i suoi “amici” hanno avuto il coraggio di ascoltare. In secondo luogo, sul piano sostanziale conta altro: la sua riforma del lavoro, già passata in Congresso e in attesa del Senato, è un ritorno alla prima industrializzazione per compressione di diritti, salario e stabilità. E la reazione sociale – più che opposizione, una passività contraddistinta da risentimento verso i pochi che staranno peggio degli argentini -meriterebbe un’analisi psicoanalitica che qui non è possibile fornire. la situazione argentina ci riporta alla mente la crudele lezione adorniana per cui non esistono soggetti naturalmente portatori d’istanze emancipatorie: si chiamino essi operai, classe lavoratrice, studenti, ceti colti ecc. Tuttavia, ai nostri scopi, ci serve notare che il piano della destra neoliberista negli ultimi due anni è stato quello di procedere al secondo movimento di eradicazione: dopo il discorso pubblico, il linguaggio e il senso comune, è stato il tempo dei diritti sociali. Lo stato sociale, sistemi di tassazione progressiva, i diritti basilari dell’uomo nel contesto del lavoro: credevamo che una dottrina di matrice economica si sarebbe fermata qui. Invece, adesso sembra essere il tempo di una nuova mossa, non più contri i diritti sociali di matrice novecentesca, ma alla stessa concezione di cittadino e, dunque, alle istituzioni della cittadinanza.

Questa di per sé non è una scoperta sconvolgente. Che il neoliberismo sia incompatibile con la democrazia lo scopriamo ogni giorno di più. Questa è, inoltre, la tesi che il filosofo sloveno S. Žižek ha voluto sancire con la creazione del neologismo “fascismo liberale” nel suo ultimo lavoro. Ma se sul ramo economico tutto questo è ormai un tratto strutturale del nostro mondo – che continuiamo ad accettare passivamente – il terzo movimento, quello inaugurato attraverso la prima seduta del “Board of Peace”, si configura come un tradimento senza precedenti: dopo i lavoratori, l’attacco del neoliberismo è diretto verso la stessa borghesia che ha creato il liberalismo. Lo stadio ultimo di un sistema “uroborico” come il capitalismo non può che essere il cannibalismo filiale. Nonostante l’incessante blaterare degli ultimi 30 anni, “governance” è sempre stato inteso come un neologismo “cool” per un superficiale cambio di mentalità. L’alleggerimento delle forme di governo e di decisione era rappresentato come un obbiettivo in fieri, e governance era la parola magica che serviva a far capire che i tempi erano cambiati, mentre parte del processo si svolgeva con la solita indolenza. Tuttavia, bisognava far arrivare il messaggio che dalla rigidità burocratica del vecchio government dello stato europeo otto e novecentesco, si andava verso la nuova versione, più dinamica, con assemblee pletoriche che coinvolgessero privati, terzo settore ecc. Insomma, una trasformazione dello Stato, “da imprenditore a regolatore”, e del processo, ma all’interno della stessa struttura latente.

Ma per un sistema che non conosce fine né fini la stabilità è sempre una condizione momentanea. Così, anche le forme di gestione del potere si trasformano in palline su un piano inclinato ed una volta avviata la discesa non si torna indietro. La menzogna alla quale abbiamo voluto credere è l’evidenza che la torsione neoliberale e finanziaria del capitalismo avrebbe sempre avuto bisogno dello Stato per sopravvivere; la fallacia logica sottostante era che avrebbe avuto bisogno di QUESTA forma di Stato. Invece, la piovrizzazione della Stato, l’espropriazione dei commons e del risparmio privato erano solo la prima parte; divorata la carne grassa, non resta che dedicarsi alla carcassa. L’equivoco di comodo, come rivela la politica internazionale ed anche il livello domestico – vedi il caso dell’ICE – è che il potere si muova ancora dentro cornici di regole, procedure, competenze e controlli che sono il portato della modernità statuale. In breve, viviamo nell’illusione che il mondo, sebbene cinico e mercatista, resti governato da quella forma che M. Weber definiva dominio legale-razionale. L’ordine nato dalle guerre di religione e dalle rivoluzioni del XVIII secolo si era lasciato alle spalle la simbiosi tra monarca e Stato, con il comando progressivamente delegato all’ufficio e non alla persona; un modello di decisione prodotte e validate da una catena di legalità e responsabilità scritta, non dall’arbitrio di un principe unto del Signore.

Si tratta di un processo di tutela dall’arbitrio del potere che, in seno alla cultura europea, trova i suoi natali nell’espansione socioeconomica del Basso Medioevo e viene sancita da dichiarazioni come la Magna Carta. Non è stato il popolo, plebe o lavoratori, ma la nascente borghesia a informare la trasformazione dello Stato da personalistico a giuridico. Divisione dei poteri, certezza del diritto, stabilità delle norme, rotazione delle cariche (sorteggiate o elettive), competitività degli uffici, soprattutto diplomatici ecc. Sono tutte istanze di quella borghesia progressivamente elevata a classe egemone che sono state obbligatoriamente accolte dagli Stati premoderni e poi assolutisti. Non è un caso che nel gergo comune sino a poco tempo fa molti di questi impieghi fossero definiti come “professioni liberali” o “professioni borghesi”. Nata come dottrina delle libertà e della tutela dell’arbitrio del potere durante il violento regime di Cromwell nell’Inghilterra dell’1600, il liberalismo moderno è sempre stato indissolubilmente incarnato dalla borghesia. Ansiosa di godere delle proprie ricchezze, accumulate con i commerci e con gli affari, la borghesia europea ci mise poco a comprendere che il diritto di sangue dell’ancien regime ne avrebbe ostacolato l’ascesa. Razionalismo, empirismo, rivoluzioni scientifiche e secolarizzazione contribuirono a rendere evidente l’inefficienza e la barbarie del modello quasi “tribalistico” di gestione del potere di matrice romano-germanica che aveva contraddistinto i secoli dell’Alto Medioevo e poi della prima modernità. La rilevanza del fattore economico fece il resto e rese evidente che senza l’appoggio della nuova classe sociale lo Stato aveva le mani legate. Così, da quasi tre secoli, la nostra storia è re-interpretata come una cavalcata di progresso avviata dall’Europa a seguito dell’ascesa di una classe – la borghesia appunto – che con le sue convinzioni politico-economiche ha dato i natali ai due grandi successi del mondo: lo Stato moderno e il capitalismo.

Tuttavia, come un Caino geloso, il secondo sembra ormai pronto ad uccidere il primo. La nascita della Board of Peace segna la fine simbolica e materiale del presupposto politico della storia europea: un passo indietro che incarna tutte le aporie generate dal nostro mondo. Non tanto perché è un’istituzione “in più” nello scenario già affollato della governance globale. Ma perché porta a compimento quella trasformazione che in Occidente cova da alcuni anni è che tutti fanno finta di non vedere: il passaggio dalla sovranità come regola alla sovranità come concessione; dalla legalità come sistema impersonale alla legalità come ornamento di decisioni personalistiche. In breve, non solo la morte dello Stato sovrano, ma anche della sua natura moderna. Non intendo occuparmi del cd. “obiettivo ufficiale” del Board – la ricostruzione e gestione di fondi per Gaza – né della diplomazia-spettacolo che accompagna ogni nuovo “grande piano” globale. Il punto, infatti, è lo statuto, o, meglio, la sua statualità: un presidente a vita con diritto di veto scelto su base patrimoniale, membership per invito, accesso condizionato a contributi enormi, inesistenza dei confini fra pubblico e privato, e una retorica di sostituzione implicita del multilateralismo classico. Questa forma ha un nome molto diverso da quello adoperato in ambito giornalistico.

L’idealtipo weberiano del sultanismo racchiude infatti tutte le caratteristiche dei nostri giorni: una degenerazione interna del patrimonialismo in cui il potere non è più vincolato né da procedure impersonali né da tradizioni stabili, e tende a diventare comando personale, arbitrio, “grazia”. In un ordine sultanistico, l’obbedienza non è resa all’ufficio ma al signore; la regola non è un limite, ma un materiale flessibile che4 può essere piegata, sospesa e riscritta a seconda del rapporto personale col centro. In maniera non troppo sorprendente, oggi il sultanismo non rappresenta una nostalgia del passato recente, ma un perfetto ibrido moderno: una personalizzazione del comando resa possibile dalla finanziarizzazione e dalla legittimazione politica per meriti economici affiancata dalla svalutazione della politica e dello Stato. Una posizione diametralmente opposta a quella della destra conservatrice negli ultimi secoli, che del culto dello Stato ha saputo farne un caposaldo.

Ancora una volta, Trump, attraversa la sua creatura, rompe violentemente la bolla in cui fingiamo di fluttuare e ci mostra l’o-sceno del Reale. Un mondo in cui legittimità politica non passa più da trattati, norme, parlamenti, organismi multilaterali ecc., ma dall’adesione a una visione economistica del successo economico personale come garanzia di giustezza. È un cambio di paradigma rispetto alla tradizione avviata nel 1789 in cui la legge scritta viene di nuovo scalzata dalla legge della moneta. Nella politica estera queste implicazioni risultano ancora più evidenti. Dal concerto delle Grandi potenze e poi dalla comunità internazionale si torna al localismo, ad una catena di accordi selettivi che devono essere di vantaggio per le diverse compagnie dei proprietari. Chi entra, chi esce, chi è “amico”, chi è “utile”, chi merita un posto al tavolo si decide su inviti, per eccezioni e deroghe: così l’istituzione non neutralizza l’arbitrio, ma lo statualizza. Il neo-sultanismo non è, dunque, “anti-moderno”, ma rappresenta l’evoluzione di tutte le tendenze del neoliberismo: è lo spazio perfetto per la celebrazione del dettame tatcheriano “la Società non esiste”. Infatti, se la politica moderna muore, muoiono anche le sue maschere. Se il parlamento viene sostituito dalla corte, con i suoi inviti, favori, punizioni, accessi selettivi ecc., allora si trasformano anche i cittadini. Non più soggetti sociali, titolare di diritti che possono far valere, bensì individui in cerca protezione, in guerra per un ingresso o un’eccezione. La cittadinanza si trasforma in clientela, la legalità in reputazione e la sovranità un orpello per un certo gruppo.

In questo senso sono possibile almeno due critiche, una di ordine continentale, l’altra peculiarmente italiana. Per quanto concerne la prima, si può formulare la più banale delle obiezioni: l’Europa e l’Occidente hanno sempre avuto zone di arbitrio, come colonialismo e stati d’eccezione. Se questo è oggettivamente vero, in passato era anche possibile sperare che, nonostante queste eccezioni, il portato positivo dello Stato moderno aveva finito per prevalere su tutta la storia della sua negazione anche al di fuori del Vecchio Continente. Il secondo ‘900 ed i suoi decenni di lotte di anticoloniali, con tutte le loro idiosincrasie, sono lì a testimoniarlo. Invece di disseminare eccezioni, ora l’ordine legale-razionale perde la sua radice originale e si ritrova superato da un modello di personalizzazione e monetizzazione esplicita che ha tratti moderni e premoderni. Il problema, infatti, non è la presenza dell’arbitrio – come prima – ma la sua istituzionalizzazione come metodo. In secondo luogo, come per ogni crisi che si rispetti, la condizione dell’Italia è particolarmente grave. Nel nostro caso, il problema è, ancora una volta, la cancerogena tradizione giuridica del Belpaese e la diffusa, nonché ostentata, ignoranza politologica. In un Paese come l’Italia, in cui da secoli la destrutturazione dello Stato per mezzo dell’azzeccagarbugli forense di turno è uno modello di vita, constatare la gravità della situazione è praticamente impossibile. Dopotutto, per noi il passaggio dal “governo delle regole” al “governo della relazione”, dai “diritti” alle “concessioni” e, per certi versi, dalla “Stato” all’“apparato proprietario” è qualcosa di perfettamente coerente.

È proprio grazie ai pervasivi danni operati da questa mentalità servile che il governo italiano può permettersi di sperperare il proprio tempo ad ignorare gli effetti concreti e a proclamarsi re degli azzeccagarbugli del Foro. Incuranti del portato reale e dei rapporti di potere, si passa il tempo a cincischiare sui possibili cavilli, sulle virgole di alcuni articoli costituzionali, sulle straordinarie possibilità che la legge statuale concede per partecipazione al banchetto che mette fine allo Stato moderno. Prodigi dell’antinomia del giuridichese e perfetto esempio dell’estrazione di rendita che è la speculazione giuridica che abbiamo anche voluto innalzare a professione di prestigio. D’altronde, senza politica il diritto non è mai stato altro che una scadente gara di poesia per mediocrissimi poeti. Trump e il suo Board of Peace sono la perfetta dimostrazione di come non sia necessario andare contro una legge quando è possibile creare politicamente sedi parallele; aree alternative in cui il diritto non è smentito ma solo differito, trasformato in mera ratifica o in linguaggio di legittimazione formalista.

Il Board of Peace di Trump risponde alla nostra domanda inziale e ci aiuta a comprendere cosa è il contrario del genio: non l’idiozia, ma l’efficienza dell’indecenza. A dispetto delle carnevalate, non si tratta più di improvvisazione, ma di metodo. Il karaoke prima del vertice non è una parentesi ridicola, ma un’immagine eidetica, la foto di famiglia del nuovo ordine. Se accettiamo che la pace e la ricostruzione prima, la sovranità e perfino la cittadinanza dopo diventino una questione di invito, un gettone per una quota d’ingresso, allora non stiamo “adattando” o “ampliando” le istituzioni della modernità: le stiamo archiviando. Ma se la regola dell’horror vacui è vera, quando archivi lo Stato non resta il vuoto: resta solo un padrone.


Referendum, in platea (a favore del sì) c’è Previti: “Si realizza il sogno di Berlusconi”


Arianna Meloni: “Occasione storica”. La Russa: “Con Giorgia siamo solo a metà dell’opera, ne vedremo delle belle”. Obiettivo Quirinale?

(di Manolo Lanaro – ilfattoquotidiano.it) – Presentazione dell’ultimo libro di Italo Bocchino, ’Giorgia la figlia del popolo’, in grande stile, ieri sera, alla Galleria Alberto Sordi di Roma. Ministri del governo Meloni e molti personaggi della destra di oggi e di ieri. Da Gianfranco Fini, a Francesca Pascale, da Domenico Gramazio fino a Giuseppe Scopelliti e sul palco il presidente del Senato Ignazio La Russa e la sorella della presidente del Consiglio e capo della segretaria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia, Arianna Meloni.
Il Presidente del Senato sul referendum costituzionale del prossimo 22 e 23 marzo prossimi auspica un dibattito sulla riforma “spiegata nel modo più semplice possibile perché questo consente di mandare a votare più gente possibile”. Speranza, forse, dettata da quanto riportato da molti sondaggi ovvero che un’elevata partecipazione favorirebbe il sì e invece una partecipazione bassa consentirebbe al no di prevalere nelle urne. Meno diplomatica Meloni. La sorella di Giorgia Meloni parla di “occasione storica per una riforma attesa dagli italiani da decine di anni” e lamenta un dibattito inquinato da un’ideologia contro Giorgia Meloni. In platea Cesare Previti ex ministro della Difesa e avvocato storico di Fininvest e ministro della Difesa nel primo governo Berlusconi. Condannato in via definitiva per per corruzione. Disegno berlusconiano di riforma della magistratura che si potrebbe realizzare? “Decisamente sì, penso proprio di sì” e sul voto commenta “è un voto che dovrebbe essere totalmente apolitico. Ne va dell’interesse vitale di tutti gli italiani”.


La politica, la flatulenza social e la tabula


(Tommaso Merlo) – Con tutti i soldi che guadagnano, ci si aspetterebbe che i politici almeno si informino prima di aprire bocca e darle fiato. Come nel caso del poliziotto infedele. Prima attendi i fatti e poi se proprio utile alla collettività, allora esterni. Così eviti di fare figuracce e di scatenare inutili cagnare. E a maggior ragione se hai un ruolo governativo perché rappresenti tutti i cittadini e non solo i tuoi follower. Ma la febbre tifoide ha infettato sia elettori che eletti e i politicanti si sono ridotti ad influencer che si precipitano scompostamente su ogni bolla mediatica. Un po’ perché in perenne crisi d’astinenza da potere ed attenzione, un po’ per manipolare i fatti in modo da portare acqua al proprio mulino partitico. Non analisi e ragionamento, ma flatulenza social. E dato che imperversa la campagna referendaria, ogni occasione è buona per gettare fango sulla magistratura e dimostrare che bisogna votare come vogliono loro in modo da metterla a cuccia. È così. Se gli conviene intervengono anche sulle beghe di cortile, altrimenti fanno spallucce. Perfino su eventi storici drammatici come il genocidio, passano dal silenzio assordante alle scoreggine propagandistiche filo sioniste arrivate ormai ben oltre i limiti del ridicolo. Nessuna analisi o ragionamento , nessuna visione e presa di posizione italiana, ma solo guinzaglio e museruola americani anche a costo di calpestare la nostra Costituzione e tutta l’eredità valoriale del dopoguerra. Siamo una portaerei americana di stanza nel Mediterraneo in attesa che il Pentagono ci annunci l’inizio della Terza Guerra Mondiale e in quale trincea ci dobbiamo infilare. Al momento il focolaio più attivo è quello iraniano, un conflitto assurdo e potenzialmente devastante perché lambisce la Cina. Sul trono dell’impero americano è arrivato un tipaccio inetto da far rimpiangere Caligola che ha trascinato il mondo nel caos, eppure la colonia italica continua ad inginocchiarsi ossequiosa a prescindere. Su Gaza faccia e pure cuore girati dall’altra parte, sull’Iran servile mutismo mentre sull’Ucraina logorroica propaganda Nato. Con politicanti e media mainstream che da quattro anni buttano benzina sul fuoco oltre che un sacco di soldi mentre da noi si trasportano i cuori col frigo termico da spiaggia e per una visita medica bisogna sperare di sopravvivere abbastanza a lungo oppure vendere i mobili di casa e ripiegare sul privato mentre dopo due gocce si allaga tutto. Sono quattro anni che a Roma echeggiano i deliri bellici dei tecnocrati europei col risultato che l’Ucraina è un immenso cimitero mentre noi comuni mortali paghiamo con astronomiche bollette il masochistico scontro con la Russia. Tutti a galleggiare in una crisi permanente che nessuno ha il coraggio di chiamare declino. Tantomeno a Roma dove imperversa la flatulenza social e nessuno muove un dito. Certo, atavica sudditanza al padrone straniero, campanilismo degenerato in consumismo anche di se stessi, incaprettamento del casinò finanziario globale, ma anche classi dirigenti che se davvero rispecchiano la società italiana, allora siamo messi davvero malissimo e l’unica salvezza è un ricambio integrale di dimensioni epocali. Tabula rasa e spazio ai giovani e ai ghettizzati dal sistema perché troppo liberi e di valore oppure a tutti coloro che volontariamente si sono tenuti lontani da certa cloaca partitocratica. Potere al primo partito politico italiano, quello dell’astensione per disperazione. È questa la vera priorità italiana, dalla febbre tifoide che ha infettato elettori ed eletti, bisogna tornare ad una democrazia sana con cittadini e loro rappresentanti che svolgono i rispettivi ruoli in modo perlomeno sensato. Non realtà virtuale ma quella fuori dalla finestra con concetti rivoluzionari come onestà anche intellettuale, modestia ed empatia soprattutto verso i più deboli. Non politica come egoistica carriera e privilegio, ma sacrificio disinteressato verso la collettività. Nessuno pretende che a Roma arrivino dei geni e degli illuminati, ma perlomeno persone serie e genuine e con un bagaglio anche personale adeguato al gravoso compito. Non influencer che si precipitano scompostamente su ogni bolla mediatica per raccattare like, ma persone che si precipitano sui problemi e non si muovono finché non li risolvono. Non servi di qualche indecente Caligola o peggio ancora di chi lo ricatta, ma persone al servizio esclusivo della propria comunità. Non flatulenze social ma analisi, ragionamenti e una visione di paese. Ma per fortuna le attuali classi dirigenti non rispecchiano l’intera società italiana e l’unica speranza è un ricambio generazionale integrale di dimensioni epocali. Tabula rasa e potere al primo partito politico italiano, quello dell’astensione per disperazione.


La droga e quelle vite dimenticate


(di Michele Serra – repubblica.it) – Che fine hanno fatto i drogati? Nell’accezione civilizzata del termine, i tossicodipendenti? Se ne parla molto poco, o addirittura affatto. Sono quasi spariti dalla scena mediatica, che pure di droga si occupa accanitamente, per evidenti necessità di cronaca. Vedi la recente, impressionante guerriglia messicana; vedi la pretestuosa deposizione manu militari di Maduro, travestita da “lotta al narcotraffico”. La droga come agente primario della geopolitica, dell’economia e del crimine.

Ma la droga dei drogati? Le centinaia di milioni di consumatori, la carne da cannone di questa guerra e al tempo stesso il suo motore economico: quanti sono, come stanno, a quali speranze di uscirne possono ancora aggrapparsi? Sono una fetta importante dell’umanità. Approssimativamente, molte decine di milioni di esseri umani la cui vita è catturata, o distrutta, dalla dipendenza da sostanze naturali o sintetiche — ultimamente: soprattutto sintetiche.

Continuano a occuparsene, nella quotidianità, medici, psichiatri, personale sanitario, assistenti sociali, preti, comunità, famiglie che si ostinano a trattare la questione della droga come una questione di salute pubblica, prima di tutto. Come una lotta per salvare vite, per liberare vite (il contrario di dipendenza è: indipendenza). Come una epidemia epocale, dalle mille sfaccettature, che certo non arretra perché questa o quella cosca criminale prevale, perché questo o quel governo muta di una virgola le sue leggi. In ogni angolo del mondo, per nostra fortuna (di tutti: non solo dei drogati) ci sono persone che si occupano professionalmente delle tossicodipendenze, che si dannano per trovare — chiamiamolo così — un vaccino che le debelli, o perlomeno riesca ad arginarle.

Non così la politica e i media. La droga non è più trattata come una emergenza sanitaria mondiale. È trattata quasi esclusivamente come una questione di ordine pubblico; e come una questione di potere. Avete forse sentito Trump spendere mezza parola sul fatto che l’America (dunque: gli americani, i suoi concittadini!) sono il primo mercato mondiale per il consumo di droghe? Sotto tiro era l’offerta, l’odiosa offerta dei narcos. Ma la domanda? La moltitudine di persone che si trascinano nelle strade, nei parcheggi, nei locali degli States alla ricerca di una dose? Esiste una parola anche per loro? Esiste un pensiero anche per loro? Esiste una politica anche per loro, investimenti, progettazione, lavoro, solidarietà?

La mia generazione è cresciuta dentro un rovente, appassionante dibattito politico, culturale, terapeutico sulle droghe e sui drogati. Pensate solo a San Patrignano, alla interminabile discussione sui modi bruschi, la costrizione, la reclusione come forma di soccorso; sulla sostanziale inutilità di quel metodo e al tempo stesso sul disperato ricorso a quel metodo come ultima spiaggia: quasi ogni persona della mia generazione conosceva famiglie coinvolte. Quasi ogni persona della mia generazione prese parte a quel dibattito, sostanzialmente riassumibile nella scelta tra proibizionismo e antiproibizionismo. I drogati, il loro corpo, le loro vite, erano l’oggetto di quel dibattito. La loro reclusione, la loro liberazione, la loro salute fisica e psichica erano l’oggetto di quel dibattito. Gli esseri umani erano l’oggetto di quel dibattito.

E ora? Ora è come se la questione fosse “normalizzata”. Assorbita. Data per scontata. Infine: cancellata. Drogarsi è diventato un consumo, non più un azzardo, non più una sfida davanti alle porte dell’Ade. Non sono più le rockstar e gli artisti maledetti, è il popolo la star di questo massacro silenzioso. È il camionista, la commessa, l’impiegato, la manager. Le cronache, e fior di docufiction, ci hanno abituati a immaginare le droghe — specialmente la cocaina — come un arredo dei tempi. Il vassoio di polvere bianca tal quale il vassoio di caviale (costa anche meno). Che la nevrosi molesta di molti nevrotici molesti, che il superomismo tronfio di molti superomisti tronfi possano discendere dall’abuso di sostanze, non è più una domanda all’ordine del giorno. Nella versione minimale della questione: che l’isterismo e l’istinto di prevaricazione nel traffico di Milano o di Roma siano figli anche della cocaina, comune come la pizza, come il kebab, qualcuno ha ancora voglia di chiederselo?

Chiedersi come stanno i drogati. Mettersi dalla parte dei drogati: sarebbe un segno forte, urgente di resistenza umana che non accetta la morte della politica, la sua incapacità di rimettere le persone al centro della scena. Anche perché le droghe hanno una storia culturale importante, e questa storia ce l’abbiamo sotto gli occhi grazie al fentanyl, che ha tutta l’aria di essere l’ultima delle droghe, l’arma definitiva. Come ha scritto Roberto Saviano su questo giornale: il fentanyl “è la droga finale, la sostanza di un’umanità che non vuole più vivere ma soltanto cessare di sentire. È questo che la nuova generazione di capitalismo morente produce come desiderio collettivo: l’anestesia invece dell’utopia”. (E torna in mente il Cantico dei drogati di De André: “Ho licenziato Dio/ gettato via un amore/ per costruirmi il vuoto/ nell’anima e nel cuore”.)

È importante ricominciare a parlare dei drogati. Dei grotteschi, cafonissimi boss del narcotraffico sappiamo anche troppo, sembrano gli attori di una fiction sulle loro vite. Tali e quali. Ma le loro vittime, ingiustamente, non hanno più nome nel cartellone del megashow “Droga”. Proviamo a ridarglielo. Proviamo a dire che la vita dell’ultimo dei morti per fentanyl in un sobborgo americano vale tanto quanto la vita di uno dei bulli inanellati che si sono arricchiti sulla sua morte. O tanto quanto la vita di Trump. O tanto quanto la nostra vita di sani e di salvati. Parlare dei drogati: non sarebbe un modo per ricominciare per davvero a parlare di politica?


Scaricano letame sull’ufficio di Giulia Bongiorno, la protesta di “Non una di meno”: “Senza consenso è stupro”


La senatrice della Lega è relatrice del ddl stupri che ha fatto infuriare anche le opposizioni. Annunciato un doppio corteo a marzo

(Alba Romano – open.online) – Le attiviste di Non una di meno hanno scaricato un carico di letame di fronte all’ufficio milanese di Giulia Bongiorno, senatrice della Lega e relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, oggetto di numerose critiche da parte dei movimenti femministi e delle opposizioni. «Il ddl Bongiorno – scrivono in una nota le attiviste – modifica l’articolo 609 bis del Codice penale intervenendo sulla definizione di violenza sessuale».

La protesta contro il ddl sulla violenza sessuale

Nel mirino delle attiviste di Non una di meno c’è soprattutto un passaggio del ddl, già molto criticato anche dalle opposizioni. «La proposta – continuano le attiviste – elimina il riferimento al consenso e lo sostituisce con il concetto di dissenso, o meglio, di “volontà contraria”. Questa scelta non è neutrale: cambia il modo in cui si guarda ai fatti e a chi li subisce. Se la legge parla di consenso, la domanda è se vi fosse un sì libero, esplicito e consapevole; se parla di dissenso, la questione diventa se la persona abbia detto no in modo sufficientemente chiaro. Il peso si sposta così su chi denuncia».

Doppio corteo a marzo

Nel comunicato di Non una di meno, che si riferisce erroneamente a Bongiorno definendola «ministra», viene ribadita anche la richiesta di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole «per imparare a prevenire la violenza, comunicare e riconoscere il consenso entusiasta». Dopodiché, le attiviste rilanciano i cortei dell’8 e 9 marzo. Quest’ultimo giorno, in particolare, ci sarà il corteo studentesco e lo sciopero degli studenti.


Sull’Ucraina qualcosa si muove, ma non i negoziati


ATTACCO AEREO SU KIEV CON MISSILI E DRONI

(ANSA) – Un attacco aereo è stato lanciato nella notte su Kiev da parte delle forze armate russe. Missili balistici e droni sono segnalati sopra la città e sono state udite delle esplosioni. I cittadini sono stati invitati a recarsi nei rifugi. Attacchi simili sono in corso anche su Zaporizhia e Kharkiv.

L’attacco su Zaporizhia ha provocato un morto e otto feriti. Lo scrive su Telegram Ivan Fedorov, capo dell’Amministrazione militare regionale (Ova) di Zaporizhzhia, facendo un primo bilancio dell’attacco notturno lanciato sull’Ucraina dalle forze armate russe.

ZELENSKY, MOSCA HA LANCIATO 420 DRONI E 39 MISSILI NELLA NOTTE

(ANSA-AFP) – La Russia ha lanciato 420 droni e 39 missili contro l’Ucraina nella notte. LO ha affermato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Negli attacchi sono state danneggiate infrastrutture energetiche, poche ore prima dell’incontro tra funzionari ucraini e statunitensi a Ginevra per i colloqui.

“Ieri sera, la Russia ha nuovamente dichiarato guerra alle infrastrutture critiche e agli edifici residenziali ordinari”, ha detto Zelensky, aggiungendo che decine di persone sono rimaste ferite in attacchi in otto regioni, con infrastrutture prese di mira in diverse aree, anche fuori Kiev.

ORBAN SCRIVE A ZELENSKY, ‘RIAPRA SUBITO L’OLEODOTTO DRUZHBA’

(ANSA) – In una lettera aperta al presidente ucraino Volodymyr Zelensky pubblicata su X, il primo ministro ungherese Viktor Orban chiede di “riaprire immediatamente l’oleodotto dell’Amicizia” e di “astenersi da ulteriori attacchi alla sicurezza energetica dell’Ungheria”.

“Per quattro anni – scrive il premier – non è stato in grado di accettare la posizione del governo sovrano ungherese e del popolo ungherese riguardo alla guerra tra Russia e Ucraina. Per quattro anni ha lavorato per costringere l’Ungheria a entrare nella guerra tra il suo Paese e la Russia. In questo periodo, ha ricevuto il sostegno di Bruxelles e si è assicurato l’appoggio dell’opposizione ungherese”.

“Vediamo anche che lei, Bruxelles e l’opposizione ungherese state coordinando gli sforzi per portare al potere in Ungheria un governo filo-ucraino. Negli ultimi giorni avete bloccato l’oleodotto “Amicizia”, ;;fondamentale per l’approvvigionamento energetico dell’Ungheria” prosegue ancora Orban, bollando come “contrarie agli interessi” nazionali le azioni di Zelensky perché “mettono a rischio la sicurezza e l’accessibilità dell’approvvigionamento energetico delle famiglie ungheresi”.

“La invito – conclude – a cambiare la sua politica anti-ungherese! Noi, il popolo ungherese, non siamo responsabili della situazione in cui si trova l’Ucraina. Siamo solidali con il popolo ucraino, ma non desideriamo partecipare alla guerra. Non vogliamo finanziare lo sforzo bellico e non vogliamo pagare di più per l’energia”.