
(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Cominciamo dai numeri. Il No ha ottenuto 14,5 milioni di consensi, il Sì 12,6. Il totale dei votanti è di 27,1 milioni. Alle politiche del 2022, invece, i partecipanti al voto erano stati 29 milioni: 2 in più. L’alta affluenza va dunque considerata in relazione ai referendum precedenti. Infatti, nel 2025, sui temi della precarietà e della cittadinanza, i votanti sono stati 13,3 milioni.
Con tutta evidenza, la presenza del quorum è stata la causa che ha costretto i due schieramenti a sbattersi per vincere. Motivo per cui questo limite andrebbe abrogato anche per i referendum non costituzionali.
L’analisi di classe del voto è invece assai più problematica. Anche in questo caso si registrano spaccature nette a seconda del lavoro, dell’istruzione e della collocazione territoriale, così come accade alle politiche sia sul versante di chi vota sia di chi si astiene. Questo, in realtà, è il vero problema politico per qualsiasi opzione alternativa.
L’altro dato con cui confrontarsi è il risultato delle politiche del ’22. In quelle elezioni il centrosinistra e il M5S hanno totalizzato 11,6 milioni di voti contro i 12,6 milioni del centrodestra.
Ciò premesso, proviamo a trarre qualche conclusione matematica.
Proviamo ora a tirare qualche conclusione politica.
a. Il campo largo non può affatto affermare di essere in ripresa. I voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste sulle questioni interne e internazionali. Viste le posizioni espresse recentemente da Conte, questo vale anche per il M5S.
b. Sul versante opposto, il centrodestra ha gli stessi problemi, data la difficoltà a sganciarsi dal posizionamento internazionale, nonostante questo comporti pesanti negatività. Inoltre, dei punti fondamentali che tenevano insieme il centrodestra — autonomia differenziata e controriforma della magistratura — sono stati bocciati. Rimane solo il premierato: portarlo avanti potrebbe essere un’ultima occasione, ma è anche un altro azzardo. Giorgia, poi, non potrà più fare campagna sulle narrazioni della tornata precedente. E ciò non è di poco conto, visto il peggioramento della situazione economica e sociale.
c. L’unica variabile è il cambio della legge elettorale. Ma anche questa è assai ardua da far digerire ora, con l’aggravante che il premio di maggioranza pone seri dubbi di legittimità.
d. Tutto ciò parrebbe significare che le elezioni politiche sono, di fatto, in bilico. La distanza fra “il polo di qua e il polo di là” non è molta, anche se il maggioritario può dilatarla o ridurla in termini di eletti, a seconda della distribuzione dei voti nei collegi uninominali. In buona sostanza, si tratta di un confronto fra due debolezze strutturali.
e. Comunque, a prescindere da chi vincerà, già sappiamo che forse cambieranno gli attori ma non la commedia.
f. Infine, rimangono milioni di cittadini orfani di proposte politiche convincenti. Milioni di persone che hanno votato Giorgia ma sono state di nuovo illuse e disilluse. Sul versante opposto, a parte l’invotabile PD, optare per AVS piuttosto che per il M5S non è nemmeno il meno peggio: è semplicemente inutile.
g. Ci sarebbe la possibilità di una posizione antiliberista che combini attuazione della Costituzione e sganciamento dell’Italia dagli organismi internazionali, cogliendo e forzando le opportunità che la contingenza propone per avvicinarsi agli obiettivi di neutralità e indipendenza. Obiettivi che si stagliano come fondamentali, conditio sine qua non per perseguire l’interesse nazionale popolare e rilanciare la democrazia.
Anche in questo caso il campo è largo, ma vuoto di soggetti protagonisti. Ahimè, noi.
Il grande attivismo della capa della Segreteria di FdI per la campagna referendaria non ha portato voti. Il caos in Sicilia, Delmastro, il pasticcio Piantedosi, le nomine. Ma nonostante disfatte resta intoccabile

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – È l’intoccabile per antonomasia, la figura più vicina per il rapporto strettissimo di parentela con la presidente del Consiglio. Arianna Meloni è la Sorella d’Italia, che con la vittoria alle politiche del 2022 è uscita dal cono d’ombra di militante-dirigente locale per diventare la guida di Fratelli d’Italia. A celebrare l’investitura ufficiale è stata l’assegnazione del ruolo di capo della Segreteria politica. Da una Meloni all’altra. Nemmeno la sconfitta al referendum, per cui si è strenuamente battuta, ha scalfito la sua immagine, né è stata sfiorata da polemiche. Fosse in un altro partito, a trazione meno familiare, dovrebbe fare un primo bilancio. Ma a via della Scrofa è meglio evitare di proporre il discorso. Altrimenti più che un rendiconto si dovrebbe aprire una resa dei conti. Mettendo in discussione l’operato di Arianna Meloni. Impossibile.
Intanto tutto intorno vengono sacrificati dirigenti. Il primo è stato quello dell’ex sottosegretario della Giustizia, Andrea Delmastro, arrostito nell’affaire-bisteccheria, seguito da Daniela Santanchè, che ha salutato – non proprio in punta di piedi – la poltrona di ministra del Turismo. Altri vengono messi un po’ in discussione, come il responsabile organizzazione, Giovanni Donzelli. La più grande delle sorelle Meloni continua a godere dell’aura di infallibilità per eredità familiare. Per lei sono pronte a spalancarsi le porte del Parlamento, al prossimo giro.
L’ultima vicenda di gestione discutibile di Fratelli d’Italia ha provocato problemi al governo: a innescare la rivelazione della giornalista Claudia Conte, sulla «relazione» con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, è stata una domanda di Marco Gaetani, volto e voce di Radio Atreju, il vivaio meloniano. Dimostrando che la segreteria politica fatica a tenere sotto controllo addirittura i giovani, fedelissimi alla linea di Fratelli d’Italia. Con conseguenze imprevedibili. Tanto che il povero Gaetani è stato convocato dai vertici del partito, come hanno rivelato alcuni retroscena, per una ramanzina. Ma ormai il pasticcio era compiuto.

Arianna Meloni ha avuto il grande merito di essere una delle dirigenti più presenti nella campagna referendaria. Da Sassari a Pescara, dalla sua città natia Roma fino a Milano, è stata una trottola: nessuno si è speso tanto. Un’attività per portare a casa la vittoria del Sì da intestare al partito, soprattutto alla sorella, e per spianare la strada alle altre riforme care a casa Meloni. È stata proprio la capa Segreteria di FdI a continuare a battere il tasto del premierato, spiegando anche durante la campagna per il referendum sulla Giustizia, che sarebbe stato il prossimo passo per cambiare la Costituzione. Favorendo – secondo i rumors del Transatlantico – la tesi delle opposizioni di una sovrapposizione delle riforme. Prima i magistrati, poi la forma di governo.
Un assist alla campagna del No, secondo i ragionamenti di Lega e Forza Italia.
La missione è dunque fallita: i selfie, i comizi e i video social non hanno spostato i voti necessari. La svolta pop non è stata un trionfo, anzi è arrivato il segnale che qualcosa non ha funzionato nella mobilitazione del proprio elettorato. L’evidenza arriva dall’analisi dei flussi elettorali. La stima è che tra bocciatura della riforma e astensione, circa il 15 per cento degli elettori meloniani ha voltato le spalle a FdI. La responsabilità, però, non è stata attribuita ai vertici, l’addebito è arrivato sul conto di Santanchè.
Non c’è solo la vicenda referendaria, che ha provocato sconquassi nel governo. Con un’onda lunga che ancora non si è fermata. La capa della Segreteria di Fratelli d’Italia ha gestito in maniera “leggera” le dinamiche locali.
Da mesi, per esempio, il partito in Sicilia è una polveriera. Nemmeno la fuoriuscita di Manlio Messina, ex vicecapogruppo alla Camera e a lungo riferimento meloniano nell’isola, ha fatto scattare l’allarme sulla situazione, che ha continuato a deteriorarsi. Fino a determinare una guerra per bande. I vertici nazionali, in testa Arianna Meloni, hanno lasciato correre, lasciando solo Messina. Solo la débâcle referendaria ha riacceso i riflettori sull’isola, mettendo sotto osservazione il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno (uomo di fiducia di Ignazio La Russa), e l’assessora Elvira Amata. Comunque vada, alla fine, ci saranno molte macerie politiche intorno ai meloniani.
In Lombardia il clima non è tanto più tranquillo. Ha lasciato strascichi il siluramento dell’assessora regionale al Turismo, Barbara Mazzali, per far posto a Debora Massari, proprio su impulso della sorella della premier. Il “dimissionamento” di Santanchè, da sempre sodale di La Russa, non contribuirà a portare il sereno. E di conseguenza potrà complicare la partita per il candidato alla presidenza della Regione.
Nel Lazio, storico feudo di FdI, il cortocircuito familistico è raddoppiato: la separazione sentimentale tra Francesco Lollobrigida e Arianna Meloni ha avuto ripercussioni sui rapporti nel partito. I fedelissimi del ministro dell’Agricoltura hanno iniziato a muoversi in contrapposizione con il corpaccione di Fratelli d’Italia, creando attriti nella giunta presieduta da Francesco Rocca.

E se non ha brillato sulla gestione del partito, la capa Segreteria di FdI non può rivendicare le scelte dei ministri. Il marchio è impresso sul profilo di Orazio Schillaci, ministro della Salute (tecnico in quota FdI), che oggi sarebbe una delle vittime di un eventuale rimpasto al pari del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, individuato come sostituto di Gennaro Sangiuliano. Ma con risultati non soddisfacenti, secondo i rumors di via della Scrofa, e le veline provenienti da Palazzo Chigi.
Anche sui manager la strategia della sorella della premier è stata al centro di discussioni. La scelta di puntare su Fabio Tagliaferri alla guida di Ales, società in house del ministero della Cultura, ha provocato molte polemiche per il curriculum poco solido in materia culturale del dirigente laziale di FdI. Così come il caso di Cinecittà, dove è approdata come amministratrice delegata, Manuela Cacciamani, la manager che oggi rivendica il rilancio della società, ma che per mesi è stata al centro di tensioni nella società di via Tuscolana.
In questi mesi, Arianna Meloni è stata anche al centro del caso Garante. Nel pieno della tensione tra l’Authority e Report, ha pensato bene di conversare con Agostino Ghiglia, componente del collegio, addirittura nella sede del partito. Da via della Scrofa la versione ha sempre puntato a minimizzare: «È stato un breve incontro in cui si sono scambiati convenevoli». Ma senza sollevare alcun appunto sull’inopportunità di quella visita di Ghiglia.
Del resto fin dagli esordi sulla ribalta nazionale, non sono mancati errori. Il primo risale a qualche tempo fa, quando Arianna Meloni ha sponsorizzato, convincendo la sorella a puntarci, Enrico Michetti come candidato sindaco a Roma alle elezioni del 2021, sfidando le perplessità degli alleati. L’esito è stato noto: il Campidoglio è stato consegnato a Roberto Gualtieri, quando il centrodestra era dato come favorito. Un indizio di una aspirante leader, che altrove sarebbe messa in discussione.
Ma dentro Fratelli d’Italia si tappano la bocca pur non di farsi sfuggire anche un solo sibilo critico contro Arianna Meloni. In un partito a trazione familiare, il cognome è uno scudo. Basterà a proteggersi dalle bufere continue?
Con tutti i leader candidati in vantaggio il presidente M5s. Nel campo largo il 23% vuole un federatore

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Una buona maggioranza degli italiani, quasi 2 su 3 (61,9%), non desidera oggi elezioni anticipate. Tra le file della maggioranza questa indicazione registra forti polarizzazioni, soprattutto in Forza Italia (90,2%) e Fratelli d’Italia (92,7%), dove la percentuale supera il tetto del 90%. Anche tra le opposizioni emerge una certa reticenza ad “andare alle urne”, come si dice in gergo, non così marcata come tra i partiti di governo ma comunque significativa.
Sulle barricate del centro sinistra è come se convivessero due spinte opposte: da un lato il desiderio di replicare al più presto il sapore della vittoria appena assaggiato con il risultato referendario, dall’altro il timore di cadere in un possibile tranello elettorale. Solo il partito di Giuseppe Conte esce allo scoperto su possibili elezioni anticipate, differenziandosi dagli altri con 1 elettore su 2 (52%) che desidererebbe esprimere propria partecipazione politica al più presto. Un dato interessante riguarda anche coloro che vengono classificati tra gli “indecisi”, dove il 23,8% di chi oggi non esprime un orientamento politico si dichiara pronto a tornare alle urne, forse galvanizzato proprio dal voto referendario e dalla sua capacità di mobilitazione.

A questo punto, il centrosinistra è chiamato a sciogliere il nodo della leadership. L’ipotesi di un “federatore” esterno ai partiti viene chiaramente accantonata (23%), mentre prevale nettamente – con il 62,6% delle preferenze – l’idea di individuare un leader interno alla coalizione. Se oggi si votasse per le primarie, con tutti i leader in campo, gli elettori del centrosinistra indicherebbero Giuseppe Conte come candidato premier del “campo largo” con il 30,3% dei consensi, seguito da Elly Schlein al 28%.
Tuttavia, in un ipotetico ballottaggio tra i due, sarebbe Schlein a prevalere, ottenendo il 40% delle preferenze tra l’insieme degli elettori delle opposizioni. Nel dettaglio, le scelte convergerebbero sulla segretaria del Partito democratico grazie al sostegno del 58% degli elettori del suo partito e di Italia Viva, a cui si aggiungerebbe circa un elettore su quattro di Alleanza Verdi e Sinistra. Conte, invece, oltre al consenso del proprio partito, raccoglierebbe la quota maggioritaria proprio dell’elettorato di Alleanza Verdi e Sinistra. Si tratta, naturalmente, di una fotografia del momento, destinata a mutare rapidamente. Le variabili sono molte tra cui possiamo elencare l’errore – forse di tempistica – di aver aperto troppo presto il dibattito sulle primarie, quando ancora si consolidava la vittoria del No al referendum. A ciò si aggiungono la difficoltà di costruire un programma realmente condiviso tra gli alleati del cosiddetto “campo largo” e, soprattutto, la necessità di intercettare quel consenso fluido e trasversale rappresentato da chi ha votato No senza riconoscersi – almeno per ora – pienamente in un partito.
Qui si inserisce una riflessione più ampia dove il voto referendario sembra aver espresso non solo una posizione su uno specifico quesito, ma un sentimento diffuso di insoddisfazione e distanza dalla politica organizzata. Un dissenso che non è ancora proposta, ma che potrebbe diventarlo. Chi saprà tradurre questa energia in una visione credibile e in politiche concrete avrà un vantaggio competitivo decisivo, e questo vale per tutti: opposizioni e forze di governo.
Il momento, tuttavia, non appare favorevole a elezioni anticipate. Non lo è per chi governa, ma non lo è nemmeno per chi aspira a governare. Il contesto internazionale è instabile, segnato da conflitti percepiti come lontani dagli interessi immediati dei cittadini e da una comunicazione globale spesso disordinata e contraddittoria. In questo scenario, l’elettorato sembra privilegiare la prudenza rispetto all’azzardo.
Resta poi un ultimo elemento, forse il più sottovalutato: la geografia sociale del voto. I dati del referendum mostrano una correlazione significativa con le aree in cui il reddito di cittadinanza ha avuto maggiore diffusione. Non è solo una coincidenza statistica, ma potrebbe essere il segnale di una frattura economica e territoriale che continua a orientare il comportamento elettorale. Ignorarla significherebbe non comprendere fino in fondo le dinamiche profonde del Paese. La politica, oggi, si trova di fronte a un bivio: inseguire il consenso nel breve periodo o ricostruire un rapporto più solido e duraturo con una società sempre più frammentata e diffidente. Le elezioni, quando arriveranno, saranno solo l’esito finale di questo processo, perché la vera partita si gioca da adesso in poi.
“Questa legge elettorale le destre dovranno farsela da sole”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli chiedi di primarie e dintorni, e il vicepresidente dei 5Stelle Stefano Patuanelli scuote la testa: “Fatico davvero a capire la dinamica di certe notizie. Per mesi dal Pd hanno detto di volerle, e ora che ne parliamo noi…”.
Secondo Romano Prodi Giuseppe Conte ha sbagliato ad aprire ai gazebo: “Non capisco la mossa, farle ora significa litigare”.
Come le dicevo prima, dopo mesi che parlavano di primarie nel Pd, abbiamo semplicemente detto che faremo un programma del Movimento costruendolo nel modo più partecipato possibile, tramite la nostra costituente, e che lo porteremo al tavolo con le altre forze progressiste per costruire un programma condiviso. Solo dopo saremo disponibili alle primarie per individuare la persona che interpreti un progetto condiviso da tutti i progressisti.
[…]
Conte ne ha parlato nel giorno del referendum. Forse non è piaciuta la tempistica, no?
Ne ha parlato perché dopo quella vittoria era il momento di dare un segnale di responsabilità, nonché di unità. Per mesi ci hanno accusato di voler mettere il bastone tra le ruote alla costruzione di un’alternativa, e abbiamo ribadito che non è così.
Nel Pd hanno paura che vinca Conte?
Non c’è ragione di averla, chiunque vinca.
Quindi, le primarie sono necessarie?
A mio parere sì. Sono la via più logica per scegliere il candidato a Palazzo Chigi.
Parte dei dem rimprovera a Conte l’incontro con l’emissario di Trump, Zampolli.
C’è una parte dei riformisti che continua a non volere il M5S, come è noto. Dopodiché si sono incontrati in un luogo pubblico, su richiesta di Zampolli. Punto.
Le primarie andrebbero fatte anche se non cambiasse la legge elettorale?
Assolutamente sì, non vedo alcuna correlazione.
Dopodiché le destre vorrebbero nuove regole per le elezioni.
Il fatto che il giorno dopo il referendum abbiano calendarizzato in commissione la legge elettorale conferma quanto Giorgia Meloni sia confusa e inadeguata in questa fase. Il Paese attraversa un momento difficilissimo tra guerre, inflazione e mancata crescita, e per loro la priorità è questa legge. Se la facessero da soli. Ormai sono sconnessi dalla realtà. Piuttosto, ci chiamino a discutere di salario minimo, Transizione 4.0, energia o di sanità, vere priorità.
[…]
Dal caso Delmastro alla vicenda Conte-Piantedosi, nel governo accade di tutto. È resa dei conti?
In Parlamento vedo facce molto tese. Finora Meloni era riuscita a coprire tutti i problemi nella maggioranza, ma ora non ci riesce più. Sta venendo fuori la realtà dei fatti, a partire dalla mediocrità dei suoi ministri, primo tra tutti il cosiddetto ministro alle Imprese Adolfo Urso. In giro per l’Italia tutti si lamentano di lui.
La premier esclude il voto anticipato. Le crede?
Arrivare a fine legislatura non sarà facile. Ma per ora le elezioni anticipate non mi sembrano probabili, anche se la situazione sul piano economico si sta facendo gravissima.
Il ministro dell’Economia Giorgetti vorrebbe una deroga alla regola che impone di non andare oltre il 3 per cento nel rapporto deficit/Pil, ma la Ue non ci sente. Se si sforasse il tetto, cosa accadrebbe?
Ricordo che questo patto di stabilità lo ha firmato proprio Giorgetti, anche se disse di averlo fatto a malincuore. Premesso questo, se dovesse essere superata la quota del 3 per cento il governo non saprebbe dove trovare i 13 miliardi per le spese militari, viste le condizioni dei conti.
Il contesto internazionale non aiuta.
Le guerre c’entrano poco o nulla. La Spagna nel 2026 crescerà di oltre il 3 per cento e noi siamo fermi, per l’incapacità di questo governo di costruire una seria politica economica. Stiamo pagando la loro miopia, dato che il limitie è stato sforato prima del conflitto, nonostante la pioggia di tasse che hanno imposto.
L’Italia e altri Paesi hanno scritto alla commissione Ue, invocando una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. Ma FI ribatte che “l’obiettivo non deve essere quello di colpire le imprese”.
Avevano promesso una tassa anche sugli extraprofitti delle banche, epoi hanno fatto marcia indietro. Non sono affidabili. E comunque è già tardi, per muoversi.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Il governo Meloni non ha colpe dirette nei funesti contraccolpi economici della guerra di Trump e Netanyahu; ha qualche responsabilità, magari, nel non avere rimediato nemmeno in piccola misura al costante affanno dell’economia italiana, ben precedente questa guerra e questo governo.
La sua vera colpa, gigantesca, è avere parlato a un Paese invecchiato e smarrito senza alcuna gravità e serietà, nessun rispetto della realtà (i numeri accidenti, sono pur sempre numeri!), con i toni lieti e puerili del racconto edificante e della propaganda autocelebrativa.
Non l’avessero fatto, il giudizio su Meloni e la sua pattuglia di improvvisatori sarebbe ugualmente negativo, ma più rispettoso, per la serie: ce l’hanno messa tutta, po’racci, ma non erano in grado di farcela. Così, invece, quando sarà il momento dei bilanci sarà inevitabile rinfacciare a questo governo il suo stonato trionfalismo.
Cedere alla tentazione della propaganda è un grave difetto di tutti o quasi i governanti — le eccezioni esistono. Ma quella di Meloni è stata, fino a qui, gravemente offensiva nei confronti di un popolo che, con tutti i suoi difetti e i suoi problemi, non è stupido. Sappiamo di non essere una società in rovina, ma neppure in buona salute. Perché non parlarci come si parla agli adulti?
Lo sventolio incessante e non sempre congruo del tricolore, l’accusa automatica di antipatriottismo rivolta a qualunque osservazione critica, l’imbarazzante codazzo di militanti travestiti da giornalisti il cui unico obiettivo è inzuccherare i problemi e glorificare «Giorgia»: tutto questo non era obbligatorio. Non serve al Paese e danneggia per primo il governo, il cui unico organo efficiente e in perenne attività, a giudicare dal coro ormai inudibile della propaganda, sono le tonsille.
Buona Pasqua a tutti (a bassa voce).
Siamo per geografia la migliore piattaforma logistica capace di connettere Asia, Africa, Europa e Americhe, ma preferiamo non saperlo. Concentrare tutte le risorse, militari incluse, a protezione di questa priorità è l’obiettivo più urgente visto il proliferare delle guerre presso gli Stretti

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Nella scorsa “deviazione” ci siamo impegnati a proporre qualche idea su come l’Italia potrebbe reagire alla crisi del sistema euroatlantico. Inutile girarci intorno: d’ora in avanti la nostra sicurezza dipende da noi. E dalla capacità di usare non disinteressate risorse altrui per la nostra sicurezza nazionale. Roba da far tremare i polsi ai decisori nostrani, sdraiati per ottant’anni sotto l’ombrellone a stelle e strisce.
Premessa: se qualche potenza ci attacca oggi, ma anche domani, possiamo solo negoziare i termini della resa sperando nel suo buon cuore (non la spontanea disposizione di un aggressore). Quel che facciamo da adesso avrà effetto tra anni, forse decenni. Ma se non cominciamo ora siamo finiti. Conseguenza di aver straperso l’ultima guerra mondiale, con ciò atterrando nell’impero americano. Soggiorno tutto sommato piacevole, ma che ci coglie scoperti mentre lo zio d’America è impegnato a salvare se stesso.
La respirazione artificiale con i polmoni d’Oltre Atlantico ci ha bloccato mente e spirito. La priorità della nostra sicurezza non è militare. È culturale. Una scorciatoia militarista sarebbe ridicola prima che nefanda. Senza bussola politica e consenso democratico abbiamo perso in partenza.
Possiamo e dobbiamo migliorare la qualità delle nostre Forze armate, nei modesti limiti consentiti a un paese indebitato fino al collo con un’età mediana prossima al mezzo secolo. Ma l’Italia la difendono o non la difendono gli italiani. Nessuna nazione degna del nome ha mai delegato la sua protezione ai suoi (non tanto) giovani soldati e ai loro armamenti. Tanto più se lo strumento militare è infiacchito dalla riluttanza a impiegarlo al servizio di una strategia. Nessuno ci teme e nessuno pensa di mettersi nella nostra scia, perché non c’è.
Di norma le Forze armate servono per dissuadere o premere in vista di interessi nazionali primari. Oppure servono ad altri, per i loro interessi. La sistematica destabilizzazione del nostro intorno geografico, dai Balcani al Nord Africa, compiuto dopo la fine della guerra fredda con il nostro contributo armato, grida vendetta. Ne stiamo pagando il conto.
Qui tocchiamo il punto di Archimede della nostra sicurezza nazionale: l’accesso alle rotte commerciali globali, indispensabile per rifornirci delle materie prime e segnatamente dell’energia che non abbiamo, poi per esportare ciò che produciamo.
Questo è il nostro interesse esistenziale. A differenza delle grandi potenze mondiali e delle maggiori potenze europee non abbiamo accesso diretto all’Oceano Mondo. Con la guerra di Hormuz risultano inagibili o pericolosi tutti gli Stretti che connettono il Medioceano — il Mediterraneo come connettore tra Atlantico e Indo-Pacifico — al grande largo. Sola eccezione Gibilterra.
Come volgere questa necessità in strategia? Sul piano interno con una operazione culturale, pedagogica. Diffondendo capillarmente (dalle scuole elementari!) la cultura della marittimità. Della necessità di un tessuto portuale e infrastrutturale capace di sfruttare la nostra centralità medioceanica. Siamo per geografia la migliore piattaforma logistica capace di connettere Asia, Africa, Europa e Americhe, ma preferiamo non saperlo.
Concentrare tutte le risorse, militari incluse, a protezione di questa priorità è obiettivo tanto più urgente visto il proliferare delle guerre presso gli Stretti medioceanici, a cominciare da Suez e Bab al-Mandab. Prevenendo la destabilizzazione del canale di Sicilia, prima stazione della nostra proiezione oceanica.
Tutto questo non possiamo farlo da soli. Stante il grado di liquefazione della Nato e dell’Unione Europea, non ci resta che adeguarci al menù del giorno — temiamo anche dei prossimi anni: scegliamo nella mischia chi può darci una mano e scartiamo chi non può o non vuole darcela. Tema che impegnerebbe diverse deviazioni.
Per il solo gusto della discussione, fermo che un rapporto pur ridotto con l’America è obbligatorio, due difficili ma possibili partner: Francia e Turchia. La prima in quanto storica potenza mediterranea con cui i rapporti possono — debbono — solo migliorare. La seconda perché il suo espansionismo marittimo la porta a ridosso dei passaggi medioceanici decisivi, fino a piazzarsi fronte alla Sicilia. Francesi e turchi non si vogliono bene ma non hanno interesse a scontrarsi tra loro né con noi. Proviamo a chiudere questo triangolo?
A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda […]

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda ai fan di Meloni, che sono ancora tanti anche se non sono mai stati la maggioranza come lei millanta(va) (è stata votata dal 26% del 63% degli elettori, quindi ha sempre avuto semmai il 14% dei consensi degli italiani), fanno fatica pure loro a trovare qualcosina di cui attribuirle il merito. La cosiddetta Autonomia differenziata (in realtà secessione delle Regioni ricche) le è stata smontata dalla Corte Costituzionale; la riforma della Giustizia […] è stata seppellita dalla proterva vanità dell’asserito ministro Nordio e dagli affari del suo viceministro Delmastro con la figlia teenager di un prestanome della mafia romana, oltre che da 15 milioni di italiani; l’abolizione dell’abuso d’ufficio è stata censurata dal Parlamento europeo, che obbliga l’Italia a ripristinarlo immantinente. L’unica misura rimasta in vigore è il primo decreto legge (dotato di carattere d’urgenza), del novembre 2022: firmato dal Cupido dell’Interno Piantedosi, si proponeva di sgominare il crimine che si annida nei rave, laddove sarebbero bastate le leggi vigenti (il Testo unico di pubblica sicurezza e il Codice penale). Infatti l’altro giorno, ancora stordito dai postumi dell’incidente referendario e dai fumi della bisteccheria Delmastro-Caroccia, l’apparato di comunicazione del governo ha diramato il successo dell’operazione con cui è stato fermato un rave abusivo in provincia di Torino, con sequestro di impianti di amplificazione talmente ingenti che potevano benissimo esser destinati a una serenata prematrimoniale o a un karaoke di Pasquetta. L’immigrazione? Nei primi due anni di governo gli sbarchi sono triplicati; poi hanno cominciato a calare, ma solo perché, secondo il database dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), sono aumentate le morti in mare. Nel 2025 nel Mediterraneo centrale i morti sono stati 1.873; nei primi 40 giorni del 2026, ciò che ha fatto esultare Meloni in un video celebrativo, sono stati 484. Secondo Ispi, il rapporto tra chi si imbarca da Tunisia o Libia e chi muore è del 16%. Eppure Piantedosi glielo aveva detto, dopo il naufragio di Cutro, nel marzo 2023 (94 morti): “Non dovete partire! Io sono stato educato alla responsabilità, di non chiedermi io cosa mi posso aspettare dal luogo e dal Paese in cui vivo!”, tutto ciò mentre si decomponevano i corpi di 35 bambini affogati. Meloni, ricevendo i superstiti e i parenti dei defunti, aveva chiesto loro: “Non conoscevate i rischi della traversata?”; loro niente: hanno continuato a mettersi in mare. […] Poiché colpevolizzare i genitori di bambini affogati non ha funzionato e Giorgia non è riuscita ad acciuffare “gli scafisti per tutto il globo terracqueo” come promesso, il governo ha puntato tutto sugli accordi con l’Albania per “esternalizzare” gli sbarchi. È finita la pacchia: l’Italia, che aveva promesso circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno, detiene attualmente nel centro di Gjadër la bellezza di 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni li buttiamo nei costi per i viaggi, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro in Italia, a botte di 80 mila euro a rientro, perché vulnerabili o minorenni. Di molti di loro, i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti.
[…]
E le tasse, che Giorgia chiamò “pizzo di Stato”? Aumentate per tutti, tranne che per i milionari (che pagano solo 200 mila euro l’anno). Reddito di cittadinanza abolito, con grande gioia di “riformisti” e renzian-calendiani. Risultato: 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, il 9,8% dei residenti. La Sanità pubblica? Giorgia si è sgolata da Vespa per decantare i molti soldi messi sulla Sanità in termini assoluti, quando ormai anche i bambini sanno che i fondi si calcolano in rapporto al Pil e all’inflazione. Intanto aumentano petrolio e gas a causa delle guerre altrui che il governo sta stupidamente continuando a foraggiare, si bloccano i salari e diminuisce il potere d’acquisto. L’ultima genialata: per tagliare le accise […] sui carburanti per 20 giorni, incidentalmente a cavallo del referendum miseramente fallito, sono serviti 550 milioni, di cui 80 sono stati presi dalla Sanità; ma tranquilli: dal 7 aprile i prezzi della benzina torneranno a salire, mentre alla Sanità mancheranno 80 milioni. C’è da dire che Meloni ha un fiuto infallibile per le alleanze: ha puntato tutto su Trump e Netanyahu, un pericoloso alienato e un genocida messianico, entrambi dotati di atomica, che stanno portando l’umanità sull’orlo della distruzione.
La premier: «La situazione è grave, se peggiora il rischio è non avere abbastanza energia». Ma in quattro aeroporti italiani scattano limitazioni sul gasolio. Lega: riaprire al gas russo

(Enrica Riera editorialedomani.it) – Nelle ore in cui la presidente del Consiglio si muoveva verso le tappe finali del viaggio nei paesi del Golfo, in Italia rimbalzava la notizia di quattro aeroporti a corto di carburante, a causa della guerra in corso. E così l’obiettivo del viaggio annunciato da Meloni, «preservare le riserve energetiche», mostra ancora di più una certa disperazione politica, oltre che il bisogno di fuggire da guai e scandali di casa propria. La premier è consapevole della gravità del momento: prezzi alle stelle, gasolio scarso per i voli e crisi dalla quale è sempre più difficile uscire. Conseguenze che derivano dalle scelte del suo “alleato” americano. E così è volata negli Emirati muovendosi tra Arabia Saudita e Qatar.
La trasferta di Meloni, organizzata secondo fonti di Chigi sotto la supervisione dell’ad di Eni Claudio Descalzi, sembra rispondere alla necessità primaria: trovare una soluzione tampone al rischio di rimanere a secco di materie prime. Noi possiamo dare in cambio la sicurezza militare e investimenti nei paesi arabi, promettendo forniture e ribadendo quelli che sono gli investimenti previsti da Eni. In queste condizioni passano quasi in secondo piano gli imbarazzi provocate dalle vicende giudiziarie e non dei suoi fedelissimi: dall’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove fino al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Sullo sfondo poi c’è la ferita, ancora aperta, dei risultati fallimentari del referendum costituzionale di fine marzo.
«In Patria come nelle missioni internazionali, il nostro lavoro ha una bussola precisa, difendere l’interesse nazionale. Questa non è stata una visita simbolica, vogliamo costruire relazioni solide», ha dichiarato, a fine tour sui social, la presidente, turbata come chi sa di non avere la situazione sotto controllo. A tal punto da dire: «Se la situazione peggiora si può arrivare a non avere tutta l’energia che è necessaria anche in Italia». «Essere acriticamente subalterni a Trump ci sta causando solo danni: lui si deve fermare e questa guerra illegale deve finire, il governo lo deve dire con chiarezza», il commento della segretaria del Pd Elly Schlein.

Ma torniamo al viaggio. Dopo l’incontro a Gedda, in Arabia Saudita, col principe ereditario e primo ministro Mohammed bin Salman, la presidente del Consiglio oggi ha fatto tappa anche a Doha dove è stata ricevuta dall’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani. Subito dopo è ripartita per Al Ain negli Emirati Arabi Uniti, terza e ultima tappa del viaggio nel Golfo Persico (la tappa in Kuwait sarebbe saltata per motivi di sicurezza). Qui ha incontrato il presidente Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan.
Nel corso delle visite Meloni ha ringraziato per il «sostegno ricevuto per il rimpatrio dei cittadini italiani presenti negli Emirati all’inizio del conflitto», ha parlato della «necessità di assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz» e ha appunto «assicurato la disponibilità dell’Italia» a «contribuire alla riabilitazione delle infrastrutture energetiche» dei paesi emiratini. Ma nel mentre prometteva e garantiva, in Italia deflagrava una notizia da ritenere conseguenza diretta del conflitto in Iran scatenato dall’«amico» Donald Trump e dal presidente israeliano: come detto negli aeroporti di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia sono entrate in vigore le prime restrizioni sulla fornitura di carburante per l’aviazione.
Tradotto: è stata comunicata l’attivazione di un regime di razionamento carburante che rimarrà operativo fino al 9 aprile. I voli sono dunque a rischio, sebbene il gruppo Save, che gestisce tre scali in Veneto, abbia sdrammatizzato la situazione, assicurando che non si tratta di limitazioni significative. Da parte sua Ryanair ha dichiarato, al pari di Lufthansa, che «se la guerra continua», ci saranno seri «rischi per le forniture tra maggio e giugno». Inoltre «dopo Pasqua – ha aggiunto Ryanair – le compagnie aeree alzeranno i prezzi», proprio a causa dell’aumento «dei costi della benzina raddoppiati nel mese di marzo». Da qui l’invito a clienti e passeggeri a «prenotare i propri voli (e le vacanze) il prima possibile».

Davanti a scenari di questo tipo, pertanto, l’opposizione ha puntato il dito contro Meloni. E l’accusa di andare «dai signori del petrolio, invece di sostenere le imprese italiane. Un governo che blocca 1.700 impianti di energie rinnovabili, che potrebbero rendere l’Italia autonoma dal punto di vista energetico e abbassare il costo dell’energia, non può dare lezioni a nessuno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un paese più povero e senza risposte», ha detto il parlamentare di Avs Angelo Bonelli. «Critiche da divano», aveva detto Meloni, replicando a chi dava contro a lei e all’esecutivo. Esecutivo che, tramite il ministro Giancarlo Giorgetti – tra coloro che hanno chiesto una misura per tassare gli extraprofitti delle società energetiche –, aveva paventato nei giorni scorsi anche un altro effetto della guerra in Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz: l’ipotesi del prezzo del diesel a tre euro. Per ovviare al problema la Lega ha chiesto all’«Europa di riconsiderare le forniture di petrolio e gas dalla Russia».
«Il governo è intervenuto con misure tampone che entrano in contraddizione con altre scelte come i tagli al Pnrr e a Transizione 5.0 – ha denunciato la parlamentare del Pd Chiara Braga – In tutto questo Istat e Bankitalia segnalano una pressione fiscale senza precedenti e il mancato rientro dalla procedura d’infrazione che ci porterà anche quest’anno a una manovra di bilancio senza respiro. Servirebbe che il governo si occupasse di questi problemi». Su Palazzo Chigi, così, si aggirano diversi spettri: quelli degli scandali. E anche di serbatoi vuoti, prezzi alle stelle e case fredde.

(di Marcello Veneziani) – L’Anazionale. Se vogliamo capire cosa è successo e cosa succede ormai da tanti anni all’Italia degli Azzurri, partiamo dal ridefinire il nome. Il nome più consono è Anazionale, non nel senso romanesco né con grevi allusioni anali, ma Anazionale con l’alfa privativo davanti, per indicare qualcosa che manca, come si dice apolitico chi non ha una posizione politica, anonimo o afono chi è senza un nome o senza voce. Dopo l’ultima sventura degli Azzurri con la Bosnia, e dopo l’ennesima esclusione dai campionati mondiali, è scattata subito la corsa al colpevole, al capro espiatorio. Ma quando poi vedi la sequenza dei fallimenti lungo gli anni, con responsabili sempre diversi, ti accorgi che sicuramente ci sono specifiche carenze e insufficienze a livello personale, per le quali è giusto che qualcuno poi risponda; ma il difetto è nel manico, è alle fonti. E allora se proprio vogliamo trovare il colpevole ve ne indico uno che per definizione è Innocente: il Bambino. Il colpevole è lui, a’ criatura, come dicono a sud, o el puteo, come dicono in veneto (e si potrebbe continuare nelle declinazioni locali). Perché il bambino è un disertore: diserta sin da piccolo la scuola dell’obbligo in cui nasce la passione del calcio, quel corso di teoria e prassi del calcio che si riassumeva ai tempi miei in due attività. In primis il gioco incessante al pallone per strada, nelle piazze, e per i più fortunati nei campetti di calcio. Ore di gioco, impazienza di uscire dopo i compiti o addirittura prima, taluni durante, pur di giocare; la caccia al pallone, la facile ricerca di complici e di sfidanti, la contesa coi vigili urbani che volevano impedirci di giocare negli spazi pubblici, le sfide senza quartiere, nel senso che i quartieri diventavano uno sfondo muto delle nostre partite. E poi le ginocchia ferite e gli indumenti impataccati, decorazioni sul campo al valor sportivo. Una passione che non vi dico. Ma oltre la prassi c’era anche la teoria e il culto del calcio. Ossia il corso di formazione, eccitazione e culto figurativo, estetico e feticistico che era l’album di figurine Papini. Era quello il nostro universo iconico, come oggi si dice, le immaginette venerabili, come quelle dei santi e le nostre devozioni per alcuni calciatori prediletti o più introvabili; e il fervore della ricerca, il consumismo elementare delle bustine da acquistare, la primordiale scoperta del mercato tramite lo scambio delle figurine davanti alle edicole, i primi conati di socialità e di interclassismo per i bambini per strada.
Voi dite, ma che c’entra con l’Anazionale? C’entra, eccome se c’entra. Era da quel fervore che nascevano i talenti del calcio; quel fervore alimentato poi con i quotidiani sportivi, con Tutto il calcio minuto per minuto alla radio e la Domenica sportiva in tv (sono così antico che la seguivo quando la conduceva il mitico Enzo Tortora). Scusa Ameri, a te Ciotti, e sullo sfondo Bortoluzzi dallo studio. E in tv da Carosio a Martellini, fino a Pizzul, forse l’ultimo della dinastia.
Il calcio nasceva come un fiore selvatico sul cemento, non c’era bisogno di scuole o educazione, nasceva spontaneamente, per contagio, emulazione, ereditarietà, agonismo ed esuberanza fisica. Poi i privilegiati andavano allo stadio a vedere la squadra locale o lo squadrone di serie A. Ma il culmine per tutti, il Rito per eccellenza, in cui le Parti si riconoscevano nel Tutto, era la Nazionale, sintesi a priori di ogni differenza, direbbe Kant.
Intendiamoci, anche noi da bambini fummo traumatizzati da un’esclusione. Ricordo ancora come se fosse ieri quando da bambino patì l’esclusione della Nazionale nel mondiale del 1966 ad opera della Corea, che diventò poi un modo di dire, un nome per evocare un’infamia, la Caporetto del calcio.
Ma ricordo anche la sollevazione di popolo contro quella nazionale, quel Commissario tecnico (Fabbri); la rabbia, gli ortaggi, l’onta per l’orgoglio patrio ferito, che riaffiorava in quelle sconfitte. E poi con gli anni la gioventù mundial, la riscoperta del tricolore grazie alla vittoria del 1982, dopo trentaquattro anni dalla celebre doppietta della Nazionale di Vittorio Pozzo ai mondiali, nel ’34 e nel ’38 (meglio tacere, epoca fascista).
Ora il calcio non alleva più i nostri bambini, non è più la prima palestra di vita e passione collettiva; si va in piscina, in palestra, a sciare, ora è esploso il tennis. Gli sport più seguiti sono individuali, ma non è un caso. È la nostra società che si è fatta più individualista, meno sociale; anche se individualisti siamo sempre stati e i social vanno oggi per la maggiore. Ma l’individualismo d’indole cresceva nella coralità, nella comunità famigliare, nella comitiva. E quella socialità era fatta di vita, di strada, di corpi, di passeggio, non da remoto e da smartphone. Se cercate un colpevole prendetevela col solito telefonino, con quell’intreccio di solitario e globale che caratterizza il nostro essere al mondo tramite quel totem portatile.
Certo, si può anche sfidare il fatalismo, cercare di andare controcorrente, e proporre – come sento in giro – nuove scuole di formazione dei ragazzini al calcio. Ma se non si coltiva il calcio da bambini non ha senso poi prendersela con la conseguenza, gonfiata dall’aspetto mercenario e commerciale del calcio, vale a dire lo shopping di calciatori dal resto del mondo. Non so se sia possibile a colpi di leggi, scuole e campagne promozionali contrastare la tendenza che sembra irreversibile allo scemare del calcio. Ma si può pure tentare. O in alternativa prendere atto che il calcio è finito, fu la passione del novecento e poco oltre.
Restano alcuni problemi preliminari, che sono da un verso psicologici e culturali e dall’altro strutturali. Per rianimare la passione del calcio e poi reclutare nuovi talenti bisogna riaccendere almeno tre ingredienti di base. Il primo è vivere di più insieme, fare comitiva (non solo branco o clan rancoroso), vivere la dimensione corale dello sport, recuperare la naturale socievolezza che permetteva il formarsi spontaneo di squadre e di sfidanti. Il secondo è riattivare il gusto e la passione del marchio italiano; quel made in Italy che sta scomparendo in ogni settore, ormai colonizzato da marchi stranieri o reso apolide, transnazionale. Se non conta più il made in Italy e il calcio dei club è pieno di stranieri, poi non lamentatevi del calcio italiano. Infine, terzo ingrediente, è saper non solo formare ma anche selezionare i migliori: la società sembra voltare le spalle a questo criterio elementare, dal mondo del lavoro alla politica. Non nascono classi dirigenti e non si riconoscono e premiano i migliori, se non in ambiti spontanei, in alcuni risvolti del mercato e della ricerca, di solito lontani dai centri in cui dovrebbe avvenire: le scuole, le università, i centri di prima formazione.
In un paese come il nostro che non si vuole bene, che sente l’amor patrio come un peso e una vergogna, che detesta tutto ciò che è nazionale e dall’altra parte sfugge a tutto ciò che esige dovere, sacrificio, responsabilità, riconoscimento dei talenti e delle gerarchie fondate sulla capacità e sul merito, da dove pensate che possa rinascere una fioritura del calcio? Il problema non è un presidente o un meccanismo burocratico, ma a monte, e a me pare quasi insormontabile. Intanto, se vi basta, consolatevi col dire che non ha perso l’Italia degli Azzurri, ha perso l’Anazionale.
In Versilia l’ultima spiaggia di Santanchè. Il compagno dell’ex ministra apre un nuovo stabilimento in Versilia: «I locali sono la nostra passione. Visibilia? Vorrei parlare ma non posso»

(Niccolò Zancan – lastampa.it) – MARINA DI PIETRASANTA. Stanno studiando il menù. Fra gli antipasti: «Plateau di crudo di mare con selezione di pescato, crostacei e maionese in accompagnamento. 55 euro». Ritorno al primo amore. A questa spiaggia di sabbia fine, da cui si vede benissimo il tramonto. Ritorno a quelle concessioni balneari ancora saldamente nelle mani dei vecchi proprietari. «Qui metteremo il sushi bar, là ci sarà la palestra completa Technogym» dice Dimitri Kunz d’Asburgo, compagno dell’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè. Quando aprirete? «Il 25 aprile o il primo maggio», risponde. Ma poi, forse rendendosi conto che non sono due giorni qualunque, aggiunge: «Insomma, l’idea è di aprire la spiaggia alla fine di aprile e dare tutti i servizi alla fine di maggio. Per la pratica della paesaggistica semplificata, che permette una piccola ristrutturazione, servono 50 giorni. Ma noi siamo ottimisti di natura. Ce la faremo». Stretta di mano con i futuri clienti, che si congratulano per il progetto. Sole a perpendicolo e il mare laggiù, luccicante, al fondo della spiaggia ancora sgombra di quelle tende che sono quasi un marchio di fabbrica. Erano i bagni «Felice» di Pietrasanta. Ma stanno per diventare il «Tala Beach Versilia», che già qualcuno chiama il nuovo «Twiga».
«No, il Twiga c’è ancora, ed è un locale strepitoso», dice sempre Dimitri Kunz. «Certo, siamo noi gli inventori di quel business model. Qui cercheremo di essere più sobri, più legati al territorio, faremo sistema con la Versilia». Lui è uno dei cinque soci che ha comprato il nuovo stabilimento. Chi sono gli altri quattro? «Per adesso, non lo dico. Fra poco tutto sarà consultabile. Dico soltanto che non è della partita Andrey Alexandrovich Toporov, che invece è mio socio per il locale di Cortina». Nei giorni scorsi, il Fatto Quotidiano aveva scritto di come il vecchio proprietario dei bagni Felice fosse furibondo, perché ancora in attesa dei soldi pattuiti. Ma se c’è stata qualche incomprensione, ora è sanata. Perché eccolo, Mario Mallegni, in posa per la fotografia: «Lavoro qui da 46 anni e ne ho appena compiuti 84. Sicché era venuto il momento di cedere l’attività. Sono sicuro che faranno un ottimo lavoro». «Il target» dichiarato è arrivare a fatturare 5 milioni di euro all’anno entro il 2032. La caparra già versata per l’acquisto è di 800 mila euro. Venditore e acquirente non vogliono specificare il prezzo dell’affare, con rogito la prossima settimana. Ma si aggirerebbe intorno ai 3 milioni di euro. E l’ex ministra dov’è? «A casa, questa sera abbiamo amici a cena». Possiamo parlarci? «Grazie, ma non rilascio dichiarazioni», risponde lei.
Qui, dunque, trascorre i giorni più amari Daniela Santanché. Dove c’è il vecchio Twiga ceduto da Flavio Briatore a Leonardo Del Vecchio e di cui lei stessa aveva dovuto cedere le sue quote per il conflitto di interessi con il ruolo di ministra. Ma davanti al nuovo Tala Beach, appena comprato dal suo compagno Dimitri Kunz. Se non è un ritorno al passato questo, poco ci manca. «Quella di un certo tipo di locali è sempre stata la nostra passione», dice il compagno della «pitonessa». Lui la chiama «Daniela». «Daniela non è socia nel nuovo locale. E quindi non ci sarebbe stato alcun problema, anche se fosse ancora ministra». Però, certo, si potrebbe obiettare che una ministra al Turismo ha un certo peso nell’indirizzare le decisioni che riguardano anche locali come questo. Qui lo chiamano «segmento luxury della balneazione», parlano di «clientela premium». Metti il caso del Twiga: da 14 a 18 mila euro, a seconda della distanza dal mare, per una tenda stagionale sulla spiaggia. Costo giornaliero a agosto: 600 euro per due lettini. E quanto costa la concessione annuale, ovvero il prezzo dovuto allo Stato? 17.619 euro in totale, meno di una sola tenda.
«Ma non dipende da noi», dice Dimitri Kunz. «Anzi, dovete scriverlo che siamo imprenditori coraggiosi, investiamo in uno stabilimento balneare non sapendo quello che succederà nei prossimi anni». Altre chicche dal menù: tartare di ricciola e guacamole, 28 euro.

Le dimissioni della ministra Santanché sono state chieste dalla premier Meloni subito dopo la sconfitta nel referendum per la giustizia. Ma il motivo sono i suoi guai giudiziari. È già a processo a Milano per il presunto falso in bilancio relativo al gruppo Visibilia, e presto si chiuderà l’inchiesta per bancarotta fraudolenta legata a tre società del gruppo Bioera-Ki Group. Così, adesso, è circondata da nuove bellezze e da vecchi fallimenti.
Celebre il suo spot «welcome to meraviglia» con la Venere di Botticelli trasformata in influencer. Riassunta in una frase, forse «la pitonessa» potrebbe essere questa: «Voi non volete combattere la povertà, volete combattere la ricchezza». Salvo che per i suoi tredici dipendenti – non proprio ricchissimi – avrebbe chiesto e ottenuto indebitamente la cassa integrazione in deroga, «a sostegno delle imprese colpite dagli effetti della pandemia». «Ah, quanto avrei voglia di raccontare tutto di questa storia, quanto…», dice Dimitri Kunz. «Purtroppo non posso, ma sarei la persona più felice del mondo se solo potessi dire come stanno veramente le cose».
Meglio pensare agli affari. È una terra magica, sotto questo punto di vista, la Versilia. Come dimenticare quando a gennaio del 2023 proprio Kunz accompagnato dall’avvocatessa Laura Di Cicco, moglie del presidente del Senato Ignazio La Russa, comprarono la casa appartenuta al sociologo Francesco Alberoni per 2,45 milioni di euro. Per rivenderla un’ora dopo a un milione in più. «Graet deal», direbbero quelli della clientela premium. Eppure, quando il sole tramonta non esiste un posto più dolce di questo.
Negli Usa i giovani tornano in massa alla religione. Ma dietro al risveglio dello spirito si nasconde qualcosa di più inquietante: un nuovo dio, una nuova religione tecnocratica che sfrutta l’anima per parlare di dati, efficienza e dominio sull’altro, a discapito di democrazia e libertà.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Alle porte di questa Pasqua martoriata da guerre, odio e terrore per il futuro, mentre il mondo continua a fare a cannonate, arriva dall’America una piccola notizia su cui vale la pena soffermarsi. Quest’anno le diocesi americane hanno registrato il maggior numero di conversioni al cattolicesimo degli ultimi quindici anni. Da Detroit a Washington fino al Texas profondo, l’aumento di fedeli è incoraggiante per la Chiesa di Roma: oltre il 50% in più rispetto agli anni precedenti. Ma il dato che colpisce davvero non è il numero. È l’anagrafe: la fascia 18-35, quella identificata come la più esposta a isolamento, ansia e depressione nell’era digitale.
Che le persone cerchino risposte più grandi di loro nei momenti bui di paura e smarrimento non è una notizia. Lo è, forse, la scala del fenomeno. Ma soprattutto la domanda che si porta dietro: di che cosa è sintomo, esattamente, questo ritorno alla religione in un paese – gli Usa, ma per esteso tutto l’Occidente – che non sa più in cosa credere? Per tentare di capirlo bisogna, come sempre quando si tocca qualcosa di complesso, partire da lontano.
Possiamo intanto leggere questo ritorno alla “metafisica” non tanto come un ritorno alla spiritualità in senso consolatorio – o almeno non solo – ma a una dimensione semplicemente più aristotelica: oltre il reale, verso ciò che non è razionale, che sta oltre la fisica. Una riapertura del varco verso tutto ciò che non torna più nei conti con la ragione. E così, dopo anni di intellettualismo laico e materialista in cui l’aspetto dogmatico della religione era stato messo in secondo piano a vantaggio della razionalità, della scienza, della tecnica, della misurabilità, ecco di nuovo l’uomo aprirsi a forme che pensava di aver filosoficamente lasciato alle spalle. E così, dopo che Nietzsche ci aveva già abbondantemente informati che Dio era morto, oggi non solo sembra essere più vivo che mai, ma comincia ad assumere forme che non avremmo mai osato immaginare.
Sì, perché oggi sta succedendo un matrimonio strano e un po’ paradossale fra due mondi che fino a ieri si presentavano come opposti: da una parte la scienza e la tecnologia, dall’altra religione e spiritualità. Due linguaggi che una volta faticavano a stare insieme nella stessa frase oggi si ritrovano nello stesso concetto, o nello stesso thread sui social.
Per capire come ci siamo arrivati bisogna scavare un po’ sotto la crosta. Per anni questo “mood” è sembrato un fiume sotterraneo: una vena carsica che scorreva sotto traccia, intima, nascosta, spesso agendo a livello di gruppi chiusi, comunità, a volte anche sette che per pudore – o per difesa dallo stigma – si tenevano ai margini e usavano il silenzio come scudo di protezione.
Oggi, invece, grazie o per colpa di quello che qualcuno chiama impropriamente “free speech” alla Elon Musk, è possibile mettere in scena ciò che prima era solo impensabile, o al massimo sussurrato. Non la “religione ortodossa”, quella ufficiale della Chiesa, che a dirla tutta continua ad avere una presa modesta per il percorso molto accidentato e faticoso che propone; quanto piuttosto una religione su misura, che tiene conto dei nuovi “angeli e demoni” del firmamento.
E non parlo del “sottosopra” di Stranger Things. Qui si tratta di nuove interpretazioni della religione che scartano dai sentieri battuti e si inabissano verso percorsi alternativi con radici profonde, che si intrecciano con movimenti oscuri, eversivi, di pensiero laterale, che puzzano di odio nei confronti della democrazia, della libertà e, si potrebbe dire, dell’intera umanità.
Una costellazione di idee che usa il linguaggio della “liberazione dell’anima” per proporre, in realtà, nuove forme di dominio sulle persone. Tutto quello che – con estrema sintesi – intuiamo faccia capo al trumpismo dominante, che ne rappresenta oggi il veicolo più potente – e forse anche la parte più grottesca: tutti noi abbiamo sotto gli occhi le preghiere collettive del tycoon nello Studio Ovale. A dir poco imbarazzante.
Su questi temi esistono ormai diversi blog eccellenti, anche su Substack. Uno fra tutti segnalo “Lazarus”, dove analisi rigorose vanno di pari passo con una lettura disillusa di questi fenomeni complessi, senza indulgere né al complottismo né all’ingenuità.
La verità, guardando questo quadro, è che la religione nel senso in cui la intendiamo noi – parrocchia, sacramenti, catechismo – c’entra sempre meno. C’entra piuttosto un pensiero laterale distorto che usa le strutture ricettive della religione, le vie della spiritualità, per innescarsi sottopelle negli individui frastornati dall’era digitale e incapaci di credere a se stessi più di quanto credano alle macchine. La religione come infrastruttura emotiva su cui installare un altro software. Certo, tutto questo sembra pazzesco, ma a ben pensarci, è esattamente questo che sta accadendo nella testa di molti.
È difficile fare una mappa in un articolo solo e distinguere i vari aspetti di questa nuova religione tecnocratica, che ha smesso di mettere l’uomo al centro del progetto e ha assunto l’AI come oggetto di studio privilegiato, e non solo: come unico essere su cui investire per, paradossalmente, “migliorare” l’uomo e, chissà, magari sostituirlo un giorno.
Perché i termini della questione, oggi, sono esattamente questi. Pur senza il permesso di Kant – il filosofo più razionalista di tutti – che, pur provandoci allo stremo, non era riuscito a dimostrare l’esistenza di Dio, questi nuovi guru della Silycon Valley non sembrano andare troppo per il sottile. Per loro non è più il caso di farsi troppe domande sull’Uomo, che in quanto tale è fallibile e non merita altro tempo. Le scienze sociali, la psicologia, la filosofia, la sociologia sono scienze imperfette. Troppo lente, troppo incerte, troppo umane e pertanto fallibili.
Quello che loro cercano è invece una nuova divinità: la “macchina”, declinata nelle varie forme dell’intelligenza artificiale. Riesumando quasi e declinandolo in maniera diversa, per quanto sempre in maniera muscolare, uno dei capisaldi del futurismo di Marinetti: il culto della macchina, del dinamismo e della velocità senza freni.
Ci risiamo. Il pensiero di Nick Land, padre dell’accelerazionismo e teorico del “tecnocapitalismo”, è in questo senso una sorta di palestra per i seguaci di questa nuova religione: l’idea che capitalismo e tecnologia si fondano in un’unica forza autonoma, destinata a superare l’uomo, visto più come ostacolo – un impiccio – che come fine ultimo.
Appena tre o quattro anni fa, quando eravamo ancora nel periodo di incubazione dell’AI, le muovevamo le nostre prime critiche. Adesso che l’AI è entrata nel pantheon di ognuno di noi – nei telefoni, nei motori di ricerca, nei processi decisionali delle aziende e degli Stati – non possiamo che esserne ancora più preoccupati.
Ee ecco perché la nuova religione che nasce nella Silicon Valley per mano di un pugno di nerd arricchitisi sulle prime startup tecnologiche, e che si formano su testi molto controversi, merita adesso tutta la nostra attenzione. Non c’è più tempo per sottovalutarla.
In questo vasto ecosistema, i teorici del tecno capitalismo – da Land a Peter Thiel, Curtis Yarvin, Alex Karp – hanno fornito un lessico e una grammatica al potere delle piattaforme. Thiel, cofondatore di PayPal e finanziatore di Palantir e Anduril, è uno degli architetti di un capitalismo digitale che non ha più bisogno di regole né di concorrenza vera, ma di zone franche in cui sperimentare nuove forme di controllo e sorveglianza. Un Leviatano cui affidare la gestione delle cose terrene. Curtis Yarvin, blogger neoreazionario, ha da parte sua teorizzato apertamente l’inadeguatezza della democrazia e la necessità di un modello di “corporazione sovrana”: un potere concentrato su pochi, tecnicamente efficiente, che parla la lingua meccanica delle startup e sogna l’ordine dei vecchi imperi. Non a caso non parla di presidenti o premier, ma di monarchi/ceo alla guida di stati sovrani. Alex Karp, alla guida di Palantir, incarna invece la versione operativa di questo immaginario: software di sorveglianza, analisi predittiva, infrastrutture digitali che si insinuano nei gangli degli Stati e delle guerre contemporanee. Mentre in mezzo, troviamo una costellazione di investitori e ideologi che vedono nell’AI non uno strumento da regolare, ma una forza quasi naturale da lasciar correre, libera di esprimersi per conto suo.
No, non è più il momento di rimandare il giudizio. Perché il sistema che questi signori tecno-capitalisti hanno ormai impiantato sulla terra è molto più pervasivo di quanto sembri, e sulla scorta dell’allarme che questo stesso sistema sta generando, dovremmo – ciascuno di noi e, in primis, la politica – avere ben chiari i rischi di lasciare mani libere, senza regole, a questi nuovi Signori della Terra, freddi e senza scrupoli, per le sorti dell’umanità.
Per anni abbiamo – a ragione – liquidato, parlando di complottismo e deridendo le narrazioni da forum notturno che avevano per protagonisti i terrapiattisti, i no vax, i rettiliani. Ebbene, qui non c’è nulla di tutto questo. Quello che sta succedendo ora, esiste e accade in piena luce, non nella tana del Bianconiglio. La tecnologia è cioè sul punto di sostituire l’uomo e i suoi errori, l’uomo e le sue scelte: non solo di indirizzare gusto, pensiero, etica e morale, ma con il rischio ultimo di svuotare l’uomo dell’unica differenza che lo distingua da ogni altro essere sulla terra: la sua anima, che è intelletto, interiorità, capacità di contraddirsi e di cambiare idea.
Ecco perché la notizia di un riavvicinamento alla religione cattolica, in questi tempi bui, fa pensare. Da un lato potrebbe essere la risposta dell’uomo impaurito di fronte a tutto ciò: un tentativo di tornare a un luogo in cui il senso non viene né calcolato né deciso da un algoritmo. Dall’altro, la religione – per certi aspetti di fanatismo intrinseco, per la sua struttura gerarchica, per la sua capacità di mobilitare identità – potrebbe paradossalmente diventare uno dei mezzi privilegiati per veicolare le nuove narrazioni: la versione ripulita, moralizzata, del nuovo mondo in dipendenza dalle macchine.
È qui che il cerchio si chiude: la metafisica che ritorna non è solo quella di Aristotele o dei Padri della Chiesa, ma quella di una nuova teologia politica delle piattaforme, che usa il linguaggio della salvezza per parlare di efficienza e del linguaggio dell’anima per parlare di dati.
E al centro di questo intreccio potrebbe emergere una figura politica ben riconoscibile: adulto convertito al cattolicesimo, portamento rigido, austero, carisma quasi messianico. Un profilo che rimanda a più di un protagonista della scena americana, ma che oggi converge soprattutto su JD Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti e numero due dell’amministrazione Trump.
Per tutto quello di cui abbiamo argomentato, non si finisce mai di ripetere che il mondo ha bisogno, prima di ieri, di regole certe sull’utilizzo dell’AI, a tutela dell’uomo stesso, e della sua sopravvivenza; anche a scapito di frenare i flussi delle big tech e di azzoppare la crescita dell’economia dei bilanci degli stati. Perché se è vero che l’uomo, oggi, torna a cercare Dio, è altrettanto vero che qualcuno sta già lavorando perché, quando lo troverà, abbia probabilmente la forma di una macchina veloce e dinamica. Ma senza più né cuore né anima.
Buona Pasqua a tutti.
Scattano le prime restrizioni per i carburanti per gli aerei

(ANSA) – BOLOGNA, 04 APR – Sono scattate, all’aeroporto di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia le prime limitazioni di carburante per i voli.
Air Bp Italia, uno dei principali operatori ha infatti emesso un ‘Notam’, ovvero un bollettino aereonautico rivolto alle compagnie aeree, per informarle che per i prossimi giorni, fino al 9 aprile, nei quattro aeroporti ci saranno delle limitazioni per il carburante.
La priorità nel rifornimento, ha spiegato la società che fa parte del colosso britannico Bp, sarà data ai voli ambulanza, ai voli di Stato e ai voli con durata superiore a 3 ore. Per tutti gli altri ci sarà una distribuzione contingentata.
Bistecche, autogol e Cupido: i 15 giorni della Grande Frana. L’affare Delmastro e il No alla riforma hanno dato il via all’implosione a destra: tra dimissioni, veleni interni e figuracce

(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Sono i periodi più vivaci e divertenti di ogni ciclo di potere: quelli in cui la solennità scivola nella farsa. Stavolta il piano inclinato, per il governo Meloni, è iniziato con le bistecche. Un’implosione a tappe consumata tra patti notarili imbarazzanti, rovesci popolari e inopportune frecce di Cupido. Ecco il diario di bordo di due settimane da manicomio politico.
18 Marzo Bistecca galeotta
Tutto comincia con lo scoop di Alberto Nerazzini sul Fatto. Si scopre che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si è dato alla ristorazione. Il problema è con chi: tra i soci della srl “Le 5 Forchette” (destinata a gestire la “Bisteccheria d’Italia” a Roma) c’è una diciannovenne, Miriam Caroccia. Chi è? La figlia di Mauro Caroccia, condannato per essere il prestanome del clan di camorra dei Senese. Fiuto per gli affari e per le frequentazioni opportune.
20 Marzo Leggero, anzi leggerissimo
Finalmente parla Giorgia Meloni. La premier decide di sfidare le leggi della gravità politica e della decenza istituzionale facendo scudo al suo braccio destro: “Delmastro è stato leggero, ma da qui a connivente…”. La colpa, ça va sans dire, è dei giornalisti: Giorgia evoca lo scoop a orologeria, una “manina”. Il ragionamento è questo: “Oh, sono gli ultimi giorni di campagna elettorale, tiriamo fuori la cosa peggiore che abbiamo contro il governo”. Ma la premier è tranquilla: “Gli italiani valuteranno”.
22/23 marzo Gli italiani alla fine valutano…
Mentre la destra è scossa da vicende di carne frollata e parentele scomode, l’Italia vota sulla riforma-bandiera della Giustizia. Il responso è una disfatta senza appello: il No vince con il 53%. Un avviso di sfratto morale: le crepe si allargano.
24 Marzo Il repulisti
La risposta della destra arriva con le dimissioni “spintanee” di Delmastro e Bartolozzi (pure lei tra gli alfieri involontari della rimonta del No. Nordio resta al suo posto (e il giorno dopo si fa impallinare durante il più imbarazzante question time della Camera a memoria di anni). Meloni, in trance agonistica, fa sapere di aver chiesto anche le dimissioni di Daniela Santanchè “per sensibilità istituzionale”. Ma la Pitonessa prova a resistere: la presidente del Consiglio sembra non riuscire più nemmeno a governare i suoi.
25 Marzo Daniela garibaldina
Infine Santanchè si arrende, ma lo fa nei suoi termini: con una lettera a Giorgia intrisa di fiele. Usa l’ironica citazione garibaldina “Obbedisco”, ma poi va a ruota libera: “Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”. Traduzione: io pago per tutti, mentre voi fate finta di essere immacolati.
30 Marzo Chiorino e effetto domino
Il bubbone della Bisteccheria continua a spurgare fango: rassegna le dimissioni anche Elena Chiorino, assessora in Piemonte (ovviamente di FdI), anche lei socia delle “5 forchette”.
31 Marzo L’italia chiamò
Il palazzo trema, il calcio dà il colpo di grazia all’umore nazionale. A Zenica, l’Italia perde contro la Bosnia ed è di nuovo fuori dai Mondiali. Inevitabili, il giorno dopo, le dimissioni di Gabriele Gravina, in ottimi rapporti col governo (in Figc erano stati assunti i figli di Tajani e Piantedosi).
1 aprile Rosa Viminale
Mentre Mauro Caroccia regala alla Dda un interrogatorio da film di Monicelli (“Delmastro ci ha fatto beneficenza, ci ha aiutato perché in quel momento ero incensurato”) arriva l’ennesima svolta narrativa. La spumeggiante giornalista Claudia Conte ammette candidamente a Money.it quello che nei salotti romani sospettavano pure i sampietrini, la sua relazione con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi (sposato e con figli). I malpensanti iniziano a fare la conta di incarichi, consulenze e passerelle pubbliche collezionate dalla rampante professionista negli ultimi anni: è un nuovo caso Boccia. Con straordinario tempismo, esce fuori la Lega: “Se c’è un rimpasto, il Viminale va a Salvini”. Lo scherzo continua.

La proposta lanciata dal comitato civico Comunità di Destino di istituire un Forum Permanente per far partecipare i guardiesi alla gestione della cosa pubblica non può non essere accolta con vivo interesse e però, non possiamo non ricordare che da ben 25 anni nella Carta Statuaria dell’Ente è già ben codificata agli articoli 44 bis e 44 ter la costituzione della “CONSULTA DELLE ASSOCIAZIONI” e l’elezione del “SINDACO e CONSIGLIO JUNIOR” per poter dare a tutti la possibilità di essere co-protagonisti delle decisioni che attengono alla vita comunitaria.
A tal proposito, vale la pena far conoscere ai componenti del comitato civico l’intervento pronunciato dal Sindaco Amedeo Ceniccola in data 22 maggio 2001 in occasione dell’insediamento del primo Consiglio Comunale e Sindaco junior del Sannio e della Campania, Luigi De Nicola:
“Cari ragazzi e ragazze,
oggi è un giorno importante per la nostra comunità. Oggi è un giorno “speciale” che sicuramente rimarrà negli annali della storia guardiese e consentitemi di rivolgere a voi tutti il più sincero augurio di buon lavoro in questo giorno in cui si insediano ufficialmente il primo Sindaco junior e il primo Consiglio Comunale delle Ragazze e dei Ragazzi della provincia di Benevento. E sono convinto che nei prossimi mesi, nei prossimi anni, tante altre amministrazioni sapranno emulare e replicare la nostra iniziativa che, in poche parole, tende a favorire una reale forma di educazione-azione alla cittadinanza e a facilitare la comunicazione adulto-ragazzo, avvicinando i primi alle problematiche giovanili e i secondi ad una partecipazione attiva alla vita politica e sociale del paese. Una nuova istituzione comunitaria fortemente voluta dall’Amministrazione che ho l’onore di guidare e che, fin dal primo momento, ha guardato con interesse all’iniziativa inserendola nella Carta Statuaria dell’Ente dopo aver approvato il Regolamento che dovrà disciplinare le attività di questa nuova istituzione comunale. Si tratta di un’esperienza istituzionale unica nel Sannio che pone la nostra comunità ancora una volta alla ribalta come uno dei pochi comuni in Campania che con i fatti concreti riesce a prestare la dovuta attenzione all’educazione civica dei giovani. Con questa iniziativa vi stiamo offrendo la possibilità di sperimentare i diritti e i doveri di ogni buon cittadino, in modo da avere ben chiaro il senso del rispetto per la legalità. In poche parole, a mio avviso, si tratta di un’iniziativa di grande impatto sociale che serve a gettare le basi di altre azioni che possano coinvolgere a più livelli i giovani per frenare quei fenomeni di disagio sociale che purtroppo molto spesso abbiamo dovuto registrare anche nella nostra comunità. L’art.1 del Regolamento del Consiglio Comunale junior composto da: Falato Bellisario Vincenzo, Colangelo Pasquale, Maiorani Elda, Cerbo Antonio, Abate Fausto, Labagnara Rosa, Pacelli Nicola, Corbo Pasquale, Varrella Paolo, Assini Maria, Iacobucci Filomena e Vecchiariello Salvatore) sancisce un principio di grande significato politico e sociale: “si intende dare ai giovani e meno giovani la concreta possibilità di contribuire a risolvere i problemi riguardanti la nostra comunità”. Questa è la principale motivazione che mi ha ispirato, ci ha spinto a far nascere questa nuova istituzione, che merita veramente di decollare. Inoltre, in un momento in cui si nota un diffuso allontanamento del mondo giovanile dalla vita politica, si avverte ancor di più la necessità di far partecipare i giovani ad una esperienza diretta di vita democratica. Anche sotto questo profilo è importante il Consiglio Comunale junior, che può essere di valido stimolo per formare gli amministratori del domani. E sono convinto che voi tutti assieme al sindaco Luigi De Nicola in futuro sarete alla guida della nostra comunità. Con questo augurio sincero io vi ringrazio dal profondo del cuore e vi auguro buon lavoro. Naturalmente, come tutte le novità, il decollo non sarà facile. Ci saranno momenti difficili che, sono convinto, verranno superati con quella forza e quella determinazione che sono una prerogativa esclusiva dei giovani. Non bisogna fermarsi innanzi ai primi ostacoli ma bisogna sempre andare avanti. E sono certo che a noi, consiglieri senior, voi giovani darete motivazioni nuove per andare avanti e completare quella “rivoluzione” politico-amministrativa che abbiamo avviato con il voto del giugno 1999. Da parte mia, assicuro fin da questo momento la massima collaborazione e siatene certi: terrò ben presente le proposte che ci farete giungere non solo sulle materie che il Regolamento ha delegato al Consiglio Comunale junior ma su tutte le problematiche che interessano e affliggono la vita di questa nostra cittadina. Grazie a tutti e … buon lavoro”.
P.S. Per dovere di cronaca non possiamo non ricordare che i governanti subentrati al Sindaco Ceniccola, in preda ad una vera e propria furia distruttiva, non hanno esitato ad affossare anche questa straordinaria iniziativa finalizzata a coinvolgere i giovani nella gestione amministrativa della comunità e, dopo 25 anni, una domanda nasce spontanea:
– Per quale motivo è stata dimenticata questa straordinaria figura istituzionale (prevista nella Carta Statuaria dell’Ente) che aveva fatto di Guardia Sanframondi un esempio virtuoso da emulare nel Sannio e in Campania?
Infine, non possiamo nascondere un senso di sconforto nel dover constatare che il sindaco Di Lonardo si è ben guardato dal recuperare questa straordinaria iniziativa assieme alla Consulta delle associazioni (a costo zero) pur avendole riportate nel programma elettorale sotto la voce:
“PROGETTI COERENTI DI RAPIDA ATTUAZIONE”.
Se non ci fosse da piangere …
RINASCITA GUARDIESE
La maggioranza si riscopre compatta nel tentativo di archiviare il caso Piantedosi, ovviamente usando la solita narrazione vittimista. Ma il problema del governo resta e si chiama credibilità. Che è sempre meno.

(di Adriano Biondi – fanpage.it) – Parliamoci chiaro, ci sono tante cose che non quadrano nella vicenda che vede coinvolto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la giornalista Claudia Conte. Il modo in cui la notizia si è imposta all’opinione pubblica è certamente singolare: un siparietto concordato, in uno spazio giornalistico gestito da uno degli speaker di Radio Atreju, noto finora per le interviste militanti, sempre al servizio della vulgata del cerchio magico di Fratelli d’Italia. In tal senso, quello che ci viene chiesto è un esercizio di fiducia: credere che si sia trattato di un colpo giornalistico fortuito o quasi e non di qualcosa di diverso. Riportare cioè la discussione nel campo del “privato che diventa pubblico per qualche ragione esclusivamente privata”, facendo finta di bersi la ricostruzione secondo cui un militante fedelissimo e vicinissimo alla causa si possa prestare senza battere ciglio a creare un caso in grado di mettere in difficoltà il governo di cui Fratelli d’Italia è azionista di maggioranza.
Dall’entourage di Piantedosi non hanno dubbi sul fatto che la questione sia esattamente in questi termini. Non solo, il ministro fa sapere che non intende in alcun modo dimettersi e non esclude di dare mandato ai propri legali di tutelare la propria onorabilità e reputazione nel caso in cui qualcuno osasse accostare gli incarichi e i lavori di Conte a presunti favori ottenuti grazie alla sua frequentazione. Un avvertimento che dal Viminale hanno ritenuto necessario, considerando le tante ricostruzioni giornalistiche di questi giorni (qui il nostro lavoro) e le ancor più numerose partecipazioni della giornalista a convegni, conferenze, trasmissioni televisive e via discorrendo. Insomma, un lavoro su due fronti, quello politico e quello comunicativo, per rimarcare il messaggio di fondo: non è e non sarà un nuovo caso Sangiuliano.
Per quel che sappiamo finora, le cose potrebbero stare esattamente così. O comunque, dal lato politico potrebbe essere interesse di tutti convincersi e convincere che le cose stiano esattamente in questo modo. Cioè, che non ci sia stato alcun complotto, alcuna macchinazione volta a infangare Piantedosi per poi creare l’incidente per la crisi di governo. Che, soprattutto, non si sia trattato di un regolamento di conti interno alla maggioranza e che Giorgia Meloni non debba aggiungere anche il caso Piantedosi alla lunga serie di inciampi capitati dopo o in conseguenza del referendum. Certo, hanno fatto tutto da soli, come sottolinea il direttore Cancellato.