Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Ranucci chiede reintegro in conduzione in tempo utile per la prima puntata


E’ stato depositato, a quanto apprende l’Adnkronos, il ricorso urgente al Tribunale del Lavoro di Roma con cui si chiede la revoca del provvedimento di rimozione e il reintegro. Il post del giornalista su Facebook: “Fai quel che devi, accada ciò che può”

Sigfrido Ranucci - (Fotogramma/Ipa)

(adnkronos.com) – E’ stato depositato questa mattina, a quanto apprende l’Adnkronos, il ricorso di Sigfrido Ranucci al Tribunale del Lavoro di Roma contro la rimozione dalla conduzione di Report decisa dalla Rai nelle scorse settimane. Si tratta di un ricorso ex art 700 cpc, un ricorso urgente con cui si chiede la revoca del provvedimento di rimozione e il reintegro.

Il collegio dei giuslavoristi, che rappresentano Ranucci, è composto dai professori Franco Focareta e Franco Scarpelli e dall’avvocato Stefano Rossi, che operano all’interno del più ampio team di legali dello Studio Devitalaw coordinato dal professor Roberto De Vita.

Giornalista chiede reintegro in conduzione in tempo utile per la prima puntata di Report

La carenza di motivazioni, l’inconsistenza giuridica dell’atto e il demansionamento. Sono questi i principali punti che il collegio di giuslavoristi che rappresenta Ranucci sottopone al Tribunale del Lavoro di Roma con il ricorso urgente contro la rimozione da Report decisa dalla Rai. Nelle quarantatré pagine di ricorso, che Adnkronos ha visionato, gli avvocati di Ranucci ripercorrendo la storia professionale del giornalista fino all’attentato dello scorso ottobre “strumentalizzato al fine di delegittimare la reputazione professionale di Sigfrido Ranucci e la trasmissione Report – scrivono i legali – mediante una campagna di denigrazione personale e professionale del Ranucci avvenuta con la diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni”, sottolineano come la rimozione dalla conduzione risulti “manifestamente carente di motivazione” anche con riferimento “agli obblighi di servizio pubblico e di tutela dell’indipendenza e autonomia del giornalismo d’inchiesta da parte dell’Azienda concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo”.

Per i professori Franco Focareta e Franco Scarpelli e l’avvocato Stefano Rossi, che operano insieme al professor Roberto De Vita, inoltre, “l’inconsistenza e la genericità della motivazione prospettata dall’Azienda, lette unitamente alla successione temporale delle pressioni e sollecitazioni politiche dirette a ottenere la rimozione di Ranucci” integrano “un quadro indiziario grave, preciso e convergente, idoneo, già nella presente sede cautelare, a fondare la presunzione dell’esistenza di un motivo discriminatorio”. Quanto poi alle “alternative” proposte dalla Rai a Ranucci, i giuslavoristi evidenziano come “i tre ruoli offerti a Ranucci rappresentano, tutti, una grave mortificazione professionale. Il ruolo di ‘TG3 Vicedirettore’ ad personam redazione Speciali e Podcast è sostanzialmente fittizio perché di fatto non esistono gli speciali” e “ancora peggio per la posizione ‘Rai News 24 Vicedirettore ad personam’ con delega alla redazione Approfondimenti e Inchieste: in questo contesto, ciascun giornalista conduce la sua inchiesta; quindi, non sussisterebbe alcun ruolo gerarchico o di responsabilità autoriale, con perdita della posizione di conduttore stabile”.

E sul ruolo di ‘corrispondente da Il Cairo’ “risulta del tutto eterogeno rispetto a quello di autore e conduttore di una trasmissione di inchiesta e approfondimenti, e comporterebbe – scrivono gli avvocati – la vanificazione di tutta la professionalità acquisita e affinata nella posizione di autore e conduttore di Report” e “il trasferimento al Cairo comporterebbe per il Ranucci rilevantissimi e prevedibili rischi per la sicurezza personale”. Sussiste, a detta degli avvocati di Ranucci, “il fumus della violazione del principio di equivalenza professionale e del diritto del ricorrente al ripristino delle mansioni precedentemente svolte”. Con il ricorso al Tribunale del Lavoro si chiede che “il giudice, accertata incidenter tantum e nei limiti propri della cognizione cautelare l’illegittimità della determinazione impugnata” sospenda “gli effetti, ordini alla Rai di riassegnare immediatamente Ranucci alle mansioni precedentemente svolte di autore e conduttore di Report, in tempo utile per la prima puntata della nuova stagione prevista per l’8 novembre 2026” e dichiari “in via provvisoria la nullità e comunque l’illegittimità del provvedimento della Rai del 28 agosto 2026″.

Il post su Facebook: “Fai quel che devi, accada ciò che può”

Ranucci ha commentato su Facebook la notizia del suo ricorso d’urgenza per chiedere alla Rai il reintegro alla conduzione di ‘Report’, pubblicando la foto del flash dell’Adnkronos che l’ha annunciato: “Il mio grande direttore Roberto Morrione, che mi ha insegnato a tenere la schiena dritta e ritenere completamente unico editore di riferimento il pubblico che paga il canone, diceva: ‘Fai quel che devi, accada ciò che può!'”.


Morsi, pugni, lanci di oggetti contro il Presidente del Senato (del 1953)


La “legge truffa” del 1953 e il dibattito parlamentare più violento della storia d’Italia. Più di 70 anni fa si discuteva in Senato l’approvazione di una legge elettorale con corposo premio di maggioranza. L’aula, terreno di scontro ideologico, si trasformò per mesi in un ring di scontri anche fisici

Morsi, pugni, lanci di oggetti contro il Presidente del Senato: la “legge truffa” del 1953 e il dibattito parlamentare più violento della storia d’Italia

(di Giulio Paroli – ilfattoquotidiano.it) – Morsipugnilancio di oggetti che feriscono il Presidente del Senato (seconda carica più importante dello Stato). E poi un bel “Presidente, lei è un porco!” rivolto allo stesso Presidente del Senato da parte di un futuro Presidente della Repubblica. Era questa la politica nella Prima Repubblica. Non sempre, certo: ma in occasione della discussione parlamentare su quella che passerà alla storia come “legge truffa” l’aula fu trasformata in un ring.

In Senato è stata appena approvata la nuova legge elettorale, e tra gli scranni in protesta del Movimento 5 Stelle sono apparsi diversi cartelli con scritto “legge truffa“. Ma qualcuno si ricorda cos’era la “legge truffa”? E soprattutto gli scontri (il termine non è usato in modo figurativo) parlamentari che ne hanno preceduto l’approvazione?

Siamo nel 1953 e la Democrazia Cristiana ha visto erodere i propri consensi alle elezioni amministrative del 1951 e 52. Per il partito di centro, se i risultati dovessero confermarsi alle elezioni nazionali, il pericolo di doversi avvicinare ai partiti di destra o sinistra è concreto. Nasce allora l’idea di un premio di maggioranza sostanzioso da assegnare al partito capace di raggiungere il 50% +1 dei voti: chi ottiene la maggioranza assoluta alle urne ottiene circa il 65% dei seggi in parlamento.

Le opposizioni di sinistra, però, non ci stanno: per mesi portano avanti un dibattito parlamentare che entrerà negli annali per essere il più violento della storia italiana. In un primo momento PCI e PSI si affidano all’ostruzionismo: una quantità indeterminata di emendamenti, quattro questioni pregiudiziali di incostituzionalità (richieste formali con cui si cerca di bloccare una proposta di legge prima della discussione parlamentare per via di violazioni di norme costituzionali), il ricorso a cavilli burocratici dei regolamenti parlamentari per rallentare i dibattiti, e infine delle vere e proprie maratone oratorie – si ricorda un’arringa di 9 ore avvenuta il 23 marzo, con soli 10 minuti di sospensione concessi. È qui che nasce il termine “legge truffa”, anche se la paternità dell’espressione è ancora incerta: alcuni la attribuiscono a Piero Calamandrei, padre costituente e fondatore del Partito d’Azione, altri al parlamentare comunista Giancarlo Pajetta, altri ancora al socialista Pietro Nenni che in un intervento aveva parlato di “trucchi e truffe elettorali” necessari alla DC per governare.

Ma a un certo punto si inizia ad andare oltre le parole: dapprima con azioni di sabotaggio, con un deputato comunista che rovescia le urne contenenti le palline utili al voto, poi nelle aule di Senato e Camera iniziano a scoppiare delle vere e proprie risse. Intanto le manifestazioni arrivano anche in piazza, dove la polizia manganella: passa alla storia lo spettacolare ingresso in Parlamento del deputato comunista Pietro Ingrao sanguinante dopo essere stato coinvolto in uno di questi scontri di piazza.

Il culmine arriva nella Domenica delle Palme, 29 marzo 1953. Gli animi si scaldano sin da subito, con Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica allora senatore del PSI, che si rivolge al presidente del Senato dicendo: “Ruini, lei è un porco!”. Da lì la situazione precipita: Emilio Lussu, senatore della sinistra socialista, raggiunge il banco di Ugo La Malfa, parlamentare del partito repubblicano (PRI) nonché uno degli ideatori principali della nuova legge elettorale, e lo prende a schiaffi. Intanto un altro esponente del PRI Randolfo Pacciardi, vicepresidente del Consiglio, viene colpito al volto e la conseguente rottura degli occhiali gli provoca una brutta abrasione in viso. E ancora, il deputato comunista Ado Guido Di Mauro cerca di aggredire alle spalle il premier De Gasperi e finisce per mordere la mano di Achille Marazza, mite deputato DC.

L’apice della giornata però arriva quando il comunista Clarenzo Menotti sradica dal suo banco il leggìo e lo lancia contro il presidente del Senato Meuccio Ruini; il calamaio attaccato alla tavoletta colpisce e ferisce Ruini, che viene trascinato via dai commessi dell’aula, non prima di aver gridato: “La legge è approvata, la seduta è tolta, viva l’Italia!”. E al vicepresidente della Repubblica sarebbe potuto capitare addirittura qualcosa di peggio se il senatore del PCI Velio Spano, intento a lanciare contro Ruini una poltroncina, non fosse stato bloccato in tempo. L’immagine che meglio rappresenta la giornata è quella di Giulio Andreotti, deputato alla Camera e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che con un cestino sulla testa si protegge dal lancio di oggetti in aula.

Nonostante tutto, la legge alla fine viene approvata, e il presidente Einaudi la promulga il 31 marzo 1953. Tuttavia, alle successive elezioni del 7 e 8 giugno, la DC non raggiunge la quota di voti sufficiente ad ottenere il premio di maggioranza: si ferma al 49,85%. L’anno dopo la legge sarà abrogata.


Con la nuova legge elettorale, per vincere il centrodestra ha bisogno di Vannacci


Per i sondaggi il centrodestra vince solo con Vannacci in coalizione, la simulazione di Youtrend conta i possibili eletti nei due schieramenti. Se l’ex generale corre da solo al campo largo 221 deputati e 110 senatori, se vince l’attuale maggioranza delegazione cdx con 226 alla Camera e 117 al Senato

(Paolo Tomasi – lespresso.it) – Se oggi si andasse a votare con lo Stabilicum, dati dei sondaggi alla mano, Futuro Nazionale sarebbe decisivo per la vittoria – o la sconfitta – del centrodestra. Secondo la media ponderata delle rilevazioni sulle tendenze di voto, fatta da Supermedia Youtrend/Agi, Fratelli d’Italia sarebbe al 26,9%  con il Partito eemocratico al 21. Dietro ai due partiti principali le altre forze politiche del campo largo e del centrodestra sono tutte intorno al 10%. Dal Movimento 5 stelle al 12,1% al 5,6% della Lega, passando per Futuro nazionale Forza Italia, entrambi al 7,6% e Alleanza verdi-sinistra al 6,3%AzioneItalia viva+Europa e Noi moderati arrivano rispettivamente al 3,7%, 2,4%, 1,4% 1%.

Componendo le varie coalizioni, con l’ex generale a fare corsa a sé, il centrosinistra la spunterebbe con il 43,2% contro il 41,1% dello schieramento guidato dal partito della premier – considerando i calendiani fuori da entrambe le alleanze. Una simulazione realizzata da Youtrend per Sky Tg24 si è occupata di tradurre le percentuali in seggi tenendo conto dei meccanismi della nuova legge elettorale. In caso di vittoria del campo progressista, al centrosinistra andrebbero 221 deputati e 110 senatori, con il centrodestra fermo a 139 69Se la destra dovesse chiudere unita la campagna elettorale – ma le coalizioni, come noto, non sono quasi mai somme aritmetiche – arriverebbe intorno al 48% e avrebbe 226 seggi alla Camera (su 400) e 117 al Senato (su 205) con l’alleanza progressista a 157 e 74.

I sondaggi sono volubili, così come i calcoli dei leader politici ma, almeno in questo momento, la crescita nei consensi degli ultimi mesi dà alla “sporca dozzina” di Vannacci un peso politico che va al di là delle schede nell’urna. In attesa di capire se i continui attacchi fra lo schieramento di governo e Fn verranno archiviati sotto elezioni come semplici schermaglie, innocui giochi di sponda fra le varie anime della destra italiana per garantirsi una posizione migliore ai blocchi di partenza delle prossime politiche, diventa ancora più importante contare le forze in campo.

La matematica della nuova legge elettorale obbliga a cambiare le valutazioni dei leader e il premio di maggioranza rischia di complicare l’assunto. Con il Rosatellum all’ultima tornata, il 26% di Fratelli d’Italia aveva portato al partito della premier 119 deputati. Mentre oggi, con circa la stessa percentuale, potrebbero variare fra 91 in caso di sconfitta della coalizione – se Fn corresse da solo – e 125 in caso di vittoria. La spartizione dei 70 seggi della Camera e dei 35 del Senato che andrebbero alla coalizione vincente non basterebbe comunque a Forza Italia e Lega. L’emorragia dei consensi testimoniata dai sondaggi non verrebbe recuperata neanche in caso di vittoria del centrodestra unito. Alla Camera il partito guidato da Antonio Tajani passerebbe dai 45 deputati del 2022 a 35 o 26 – 35 con la coalizione vincente – mentre la Lega è quasi sicura di dimezzare i propri eletti che sarebbero solo 26 o 19 contro i 66 attuali. Dall’ingresso nelle liste del centrodestra Vannacci potrebbe guadagnare dal premio di maggioranza 10 deputati extra rispetto ai 25 di cui viene accreditato dalle proiezioni.

La situazione si replicherebbe al Senato – Forza Italia da 18 senatori a 19 o 13, Lega dai 29 di oggi a 13 e 10, con Fn accreditato di 19 senatori da alleata e 12 da sola – con la differenza che Fratelli d’Italia perderebbe comunque dei senatori in entrambi i casi. Solo tre, passando dai 66 del 2022 a 63 in caso di alleanza con Vannacci, ben 19 – con 44 eletti – in caso di corsa solitaria dell’ex generale e dei suoi.

Alla Camera il Pd crescerebbe sia con il centrosinistra ancora all’opposizione che se ci dovesse essere il cambio di governo. I deputati dem arriverebbero a 110 – ora sono 69 – in caso di vittoria, mentre sarebbero comunque 79 con il campo largo perdente. Al Senato potrebbe avere 55 eletti o passare dai 40 attuali a 37. Il M5s è accreditato di 62 deputati – più 10 rispetto alla delegazione di oggi a Montecitorio – di 45, mentre i senatori potranno essere o 30 o 21 contro i 28 attuali. La crescita di Avs arriva direttamente dalle urne con Bonelli Fratoianni che dovrebbero almeno raddoppiare i propri parlamentari, da 12 a 34 deputati con un centrosinistra al governo, a 25 se la coalizione sarà perdente, e da 4 senatori rispettivamente a 17 e 12.


Ma come parli?


Daniela Ranieri fa l’autopsia della politica italiana attraverso il linguaggio dei leader da Meloni a Mario Draghi. I politici parlano male perché non sanno parlare o perché devono impedirci di capire? Daniela Ranieri smonta “cabine di regia”, “resilienza”, “road map” e “agende”: il politichese non è fuffa. È potere. E i giornalisti? Spesso gli fanno da megafono

Ma come parli? Daniela Ranieri fa l’autopsia della politica italiana attraverso il linguaggio dei leader da Meloni a Mario Draghi

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – Ma davvero i politici parlano così male perché non sanno parlare, oppure parlano esattamente come devono parlare per non farci capire un cazzo? È più o meno la questione sottesa alle oltre 340 pagine di “Ma come parli?! Manuale di resistenza al linguaggio dei politici”, l’ultimo libro di Daniela Ranieri, giornalista del Fatto Quotidiano. Un po’ lunghino eh. Ma tornando a noi, la risposta, naturalmente, è la seconda. O almeno questa è la tesi dell’autrice. Le parole utilizzate dalla politica, anche quando sembrano non voler dire niente, spesso stanno facendo benissimo il loro lavoro. Diciamo che il grigio diluvio diplomatico della politica, almeno finché qualcuno – tipo Vannacci – non si inventerà un modo per abolire definitivamente il suffragio universale, sono obbligati a fare una cosa soltanto. Devono convincerci a votare per loro. E allora ecco che arriva la solita “cabina di regia”, dove bisogna “mettere a terra” i progetti, trovare un “punto di caduta”, intercettare “nuove energie”, mostrare “resilienza”, costruire una “road map”, rispettare il “timing” e possibilmente lanciare una “mission”. Non avete capito nulla? Perfetto. Allora vuol dire che sta funzionando.

Mario Draghi Ansa

Ranieri chiama in causa quella che Italo Calvino definiva già negli anni Sessanta l’antilingua. Un’antilingua che oggi però è totalmente dopata con tanto di master alla Bocconi e aperitivini in Porta Romana. Una mescolanza di burocratese, inglese aziendale, politichese e linguaggio da LinkedIn. Il risultato è che uno non “fa” più una cosa, ma la “mette a terra”, perché non si tratta di trovare un compromesso, ma di individuare un “punto di caduta”. Il risvolto pseudo animista è evidente nella liberazione di nuove “energie”. E se il tutto non vuol dire assolutamente un c**o allora probabilmente serve una task force. Ma “Ma come parli?!” è anche un libro cattivo. Perché Ranieri sostiene, in sostanza, che dietro la fuffa linguistica ci sia quasi sempre una scelta politica. Il linguaggio serve a togliere conflitto alle cose. A far sembrare inevitabile ciò che è invece discutibilissimo. A trasformare una scelta ideologica in una decisione tecnica. Vedi Mario Draghi. Il re taumaturgo della “competenza”, della “sobrietà”, dell’“alto profilo”, del “rigore” e della leggendaria “agenda Draghi”, oggetto misterioso di cui per anni tutti hanno parlato senza che fosse chiarissimo dove fosse custodito, forse insieme al Santo Graal e all’agenda rossa di Borsellino. Ranieri mette in fila le descrizioni che i giornali gli dedicarono all’arrivo a Palazzo Chigi. E la penna Bic, la Panda, il golf, i capelli con la riga, la fila al supermercato, la moglie che fa il sudoku, l’uomo “sobrio”, “umile”, “inafferrabile”, “rassicurante”, “fuoriclasse”, fino praticamente all’apparizione della Madonna. Poi c’è Giorgia Meloni, che non parla, ma combatte. Sempre. Anche quando governa. Anche dopo anni a Palazzo Chigi. C’è sempre un nemico, un complotto, una sinistra che mette i bastoni tra le ruote, un potere forte, un’ideologia, qualcuno che “tifa contro l’Italia”. C’è il “noi”, ma pure un “io” molto forte che protegge quel noi. C’è la donna della Garbatella, l’underdog, quella che non è ricattabile, quella che parla “pane al pane e vino al vino” anche se ormai è leader di calibro internazionale. Incidenti diplomatici con Trump a parte, linguisticamente all’opposizione anche mentre governa. Perché se il nemico scomparisse dovrebbe rispondere soltanto dei risultati. Molto più complicato. E la sinistra? Aiuto. Elly Schlein incarna proprio quello pseudo animismo intellettualoide di cui si accennava in precedenza. E vai di “dimensione universalistica”, “politiche di esternalizzazione”, “meccanismi di cooptazioni correntizie”, “energie più fresche”.

Elly Schlein Ansa

Eh? Che hai detto? Boh. Non importa. L’importante è vincere le primarie. Peccato che il vuoto del linguaggio, che è il modo in cui andrebbero trasmesse le idee, si traduca fondamentalmente nel vuoto della politica. Il vero male dell’Italia e che si può notare dalle percentuali altissime di astensionismo. Vannacci invece ha ben capito il meccanismo del linguaggio. Lo utilizza per creare il caos in una perpetua psy-op che solo un generale delle forze speciali sa applicare. Il bersaglio del libro, però – pensa te – non sono i politici, ma i giornalisti. Insomma, noi. Perché se Palazzo Chigi dice “cabina di regia” noi scriviamo “cabina di regia”. Se Bruxelles dice “resilienza” e allora diventiamo tutti resilienti. Se Draghi ha una “agenda” e nessuno domanda cosa ci sia scritto dentro, non stiamo raccontando il potere, ne stiamo parlando la lingua. Ok, ma questo che vuol dire? Per citare un vecchio adagio. E io che c**o ne so.


Vannacci infilza il centrodestra: “Ci stanno seguendo un po’ tutti…”


VANNACCI, PIÙ SALGONO SONDAGGI PIÙ CI ACCUSANO, NOI SIAMO DESTRA VERA

(ANSA) – “Ci stanno seguendo un po’ tutti, ci stanno accusando, ma ormai abbiamo capito il meccanismo come funziona: più salgono i sondaggi e più diventiamo estremisti, fascisti, razzisti, xenofobi”.

Lo ha detto Roberto Vannacci, eurodeputato e leader di Futuro nazionale, in videocollegamento con la sede del consiglio regionale lombardo dove è stato presentato il gruppo consiliare del partito, dopo l’adesione del consigliere Riccardo Vitari, fuoriuscito dalla Lega.

“Quindi io mi aspetto che fra un po’ mandino contro di noi i caschi blu dell’Onu, se i sondaggi continueranno a crescere con questa tendenza esponenziale – ha aggiunto l’ex generale -. Ma noi rappresentiamo invece una destra vera, una destra autentica e pura e una destra soprattutto che non è disposta a negoziare e ad annacquare quei principi che sono tipici della destra.

La difesa della patria, degli interessi nazionali, che non vuol dire razzismo, non vuol dire intendere che gli italiani siano superiori alle altre popolazioni di questa terra, ma vuol dire capire che noi abbiamo un dovere nei confronti della nostra patria e dei nostri concittadini e solo di loro”.

“Questo è quello che noi portiamo avanti e non siamo disposti a negoziare un bel niente, anzi andiamo avanti per la nostra strada – ha proseguito -. Siamo convinti che tanti italiani si aspettino da noi questo atteggiamento e soprattutto siamo convinti che molti cittadini vedano con grande piacere uno spiraglio di cambiamento”.

VANNACCI, NEL 2027 FUTURO NAZIONALE CAMBIERÀ LA POLITICA ITALIANA ED EUROPEA 

(ANSA) – “Il 2027 sarà un un anno di grandissima importanza politica. Ci saranno le comunali e ci saranno anche le politiche, dove Futuro nazionale giocherà un ruolo da protagonista”.

Lo ha detto Roberto Vannacci, eurodeputato e leader di Futuro nazionale, in video collegamento con la sede del Consiglio regionale lombardo dove è stato presentato il gruppo consiliare del partito, dopo l’adesione del consigliere Riccardo Vitari, fuoriuscito dalla Lega. “Futuro nazionale sarà un vero protagonista, deputato a cambiare la politica italiana e la politica europea”, ha aggiunto.


Il prezzo della benzina e della deficienza naturale


(Tommaso Merlo) – Nei supermercati americani hanno messo le placche antitaccheggio sulle confezioni delle bistecche, la gente è al verde ma non vuole privarsi di nulla. Il timore delle autorità americane è che di questo passo dai furti si passi ai saccheggi di massa. Del resto non c’è come la fame per stimolare la partecipazione politica. Già, siamo all’apoteosi dell’idiozia capitalista che dalle periferie del mondo sta colpendo anche la testa del serpente e chissà che sia la volta buona che impariamo la lezione e costruiamo un mondo più intelligente. Alla Casa Bianca comanda una manciata di oligarchi senza cuore e cervello mentre la classe media sta scomparendo a favore di orde di senzatetto e zombie fentanyl. Non sta crollando un impero, ma un modello politico ed economico profondamente sbagliato. Un modello che lava il cervello alle nuove generazioni per farle lavorare come muli e consumare come asini in vista di un lunapark materialistico talmente vero che perfino i vincenti si ritrovano a sbevazzare e sniffare di tutto per colmare il vuoto che li opprime. Consumo ergo sum. Più soldi e potere e visibilità ho, più valgo. Più roba accumulo, più sono felice. Idiozia capitalistica di sistema che diventa individuale che diventa una fuga permanente dalla realtà e da se stessi. Un lunapark che delude in tempi di vacche magre, figuriamoci quando non si riesce a comprare nemmeno una fettina di vitello. Una vita di sacrifici per ritrovarsi con stipendi che a malapena riescono a pagare le bollette e riempire lo stomaco. Come da noi. La differenza è che da quelle parti li spingono ad indebitarsi fino al collo fin da studenti e quindi al primo temporale si ritrovano sull’orlo del baratro finanziario che in una giungla di mercato è anche esistenziale. Una vita a spendere soldi che non hanno ricorrendo a carte di credito che li spingono nelle grinfie degli strozzini legalizzati. A fare notizia è il prezzo della benzina ai massimi storici e quindi del trasporto delle merci ma anche delle persone visto che negli Stati Uniti l’auto serve anche per andare al cesso. Il pieno costa una fortuna, quasi come da noi e dal benzinaio va in scena il festival della bestemmia incarognita contro un sistema che usa e getta anche le persone. Quasi come da noi. Trump è riuscito nell’impresa di “fare l’America ancora povera”. Più che un presidente, un epocale colpo di grazia ad un sistema talmente marcio da credersi il migliore oltre che eterno. Gli ultimi sondaggi sono davvero impressionanti, Trump sta battendo ogni record ma in negativo confermandosi l’uomo più sentitamente schifato del pianeta. Ma quel perfido demente, non è il fattore scatenante, è solo un sintomo di un male più profondo che affligge tutto l’Occidente. Quella giungla di mercato in cui tutto è un business, anche la politica e la democrazia, anche la vita delle persone e il loro futuro. E’ infatti notizia di questi giorni che gli oligarchi americani stanno investendo fortune nell’intelligenza artificiale fottendosene di quella naturale. Deturpano ambiente e comunità locali per costruire mega data center e cioè immensi ecomostri che servono da materia grigia della fantomatica intelligenza artificiale con cui in nome del sempiterno ed illimitato profitto, colpiranno ulteriormente la classe media togliendogli i pochi lavori decenti rimasti. Una immensa bolla finanziaria ma che allarma molti guru e leader del pianeta. In un mondo tutto digitalizzato, i computer potrebbero decidere di mettersi a funzionare per i cazzi loro e rivoltarsi contro quei deficienti degli umani e sterminarli tutti, a sentir loro. Come se in fondo fossero umani anche i computer e come noi decidessero di mettersi a costruire armi micidiali e sterminare gli altri per brama di dominio o per qualche programma bellico inculcato strada facendo. Invece che per mano degli alieni o per autodistruzione quindi, la fine dell’umanità giungerebbe da computer che commetteranno genocidi e scateneranno guerre al posto nostro e contro di noi. Leader e guru dibattono mentre i superstiti della classe media si ritrovano in carne ed ossa a bestemmiare alla pompa di benzina e davanti agli scaffali del supermercato. Già, non sta crollando solo un impero, ma anche un modello politico ed economico assurdo e marcio i cui prodotti principali sono immensa ingiustizia sociale e superficialità materialista. Siamo all’apoteosi dell’idiozia capitalista che dalle periferie del mondo sta colpendo anche la testa del serpente. E chissà che sia la volta buona che impariamo la lezione e costruiamo un mondo più naturalmente intelligente. Del resto non c’è come la fame per stimolare la partecipazione politica.


La resa dei conti sul prato di Pontida


La Lega è una polveriera. Correnti, veleni e sponde che cambiano di giorno in giorno stanno trasformando la vigilia di Pontida in una resa dei conti. Tre blocchi si contendono il partito: i governatori nordisti, i salviniani a oltranza e una zona grigia che per ora osserva, pronta a schierarsi quando converrà

(Marco Antonellis – lespresso.it) – La Lega è una polveriera. Correnti, veleni e sponde che cambiano di giorno in giorno stanno trasformando la vigilia di Pontida in una resa dei conti. Tre blocchi si contendono il partito: i governatori nordisti, i salviniani a oltranza e una zona grigia che per ora osserva, pronta a schierarsi quando converrà.

Il fronte dei territori è il più organizzato: governatori, ex ministri, un capogruppo cauto alla Camera e diversi ex leghisti che, pur avendo lasciato il partito, continuano a fare sponda con gli autonomisti attraverso comitati e iniziative parallele. Più della metà dei parlamentari, si racconta nei corridoi, non si riconoscerebbe più nella linea attuale, pur senza dirlo apertamente. Il punto di riferimento economico di quest’area resta il titolare del Mef, descritto da chi lo conosce come un uomo di solida cultura pragmatica, capace di dire le cose come stanno ma sempre nelle sedi opportune, mai in pubblico.

Sul fronte opposto si compattano gli irriducibili: un manipolo di deputati inflessibili e i fedelissimi storici del segretario, tra cui chi in queste settimane raccoglie consensi per una promozione a capogruppo al Senato, al posto di chi è ritenuto ormai troppo defilato dalla linea ufficiale. Restano ai margini, ma vicini più all’area economica che al leader, alcuni nomi considerati neutrali; mentre chi ha sempre giocato con tutte le componenti ha già rassicurato gli oltranzisti sulle modifiche allo statuto del partito.

Il countdown porta al 19 settembre, vigilia del raduno sul pratone di Pontida, con tanto di pellegrinaggio simbolico all’abbazia e una pianta d’ulivo da mettere a dimora come gesto dichiarato di riconciliazione. Pochi, però, ci credono davvero: l’aria che tira è quella di una resa dei conti, non di una pacificazione. Tra i veterani della prima ora c’è chi non usa mezzi termini: il comando solitario avrebbe fatto il suo tempo, e il rischio concreto è che tutto finisca per essere trascinato via insieme al leader. Nella migliore delle ipotesi, si dice in giro, sarà un flop, con i militanti storici che diserteranno la piazza; nella peggiore ci saranno fischi. E c’è già chi scommette che questa sarà l’ultima Pontida guidata da questo segretario. L’ultima di Salvini.


Come funziona lo «Stabilicum», la nuova legge elettorale


Premio di maggioranza, capilista bloccati, indicazione del premier e preferenze. Il Senato ha approvato la nuova legge elettorale, detta «Stabilicum»: ora il testo deve tornare alla Camera, per ricevere anche lì il via libera. Ecco che cosa cambia rispetto alle regole attuali

Legge elettorale: premio di maggioranza, capilista bloccati, indicazione del premier e preferenze. Ecco le novità dello Stabilicum

(di Carlotta De Leo – corriere.it) – Via i collegi uninominali, arriva il proporzionale con premio di maggioranza alla lista o coalizione che incassa almeno il 42% dei voti. 
Lo «Stabilicum» (ribattezzato dalle opposizioni  «Melonellum») approvato in Senato è un sistema misto – ovvero un proporzionale corretto da un premio di maggioranza, (pari a 70 deputati e 35 senatori) che scatta solo se a toccare quota 42% di voti sia la stessa lista o coalizione in entrambi i due rami del Parlamento. 

Durante l’esame in Senato sono state apportate alcune modifiche al testo che dovrà tornare alla Camera (la discussione generale è fissata per il 28 settembre).  La  novità più significativa è l’introduzione delle preferenze, anche se non «pure».  Aumentato il numero delle firme da raccogliere per i partiti non presenti in Parlamento.  Ecco le novità

L’importanza del 42%

Spariscono i collegi uninominali del Rosatellum. La riforma targata centrodestra è un sistema proporzionale con premio di maggioranza, che scatta se la lista o la coalizione incassano almeno il 42% dei voti. Se nessuna lista ottiene il 42% o se l’esito del voto assegna due maggioranze diverse tra Camera e Senato, il premio non si attribuisce e per la ripartizione dei seggi vale il proporzionale puro. In tal caso, nessuno dei candidati delle liste circoscrizionali del premio viene eletto.

Preferenze e capilista bloccati

 Nel corso dell’esame al Senato è stata modificata la modalità di elezione dei candidati nei collegi plurinominali. Le liste non saranno più bloccate ma composte da un capolista bloccato e da un elenco di sei candidati tra i quali gli elettori potranno scegliere con le crocette fino a tre preferenze. Per l’attribuzione del premio invece i partiti dovranno presentare liste a livello circoscrizionale, che in caso di coalizione di liste saranno le stesse per tutta la coalizione. La composizione del cosiddetto “listone”, che entra in blocco in caso di vittoria del premio di maggioranza, è demandata ad accordi interni alle coalizioni.

L’alternanza di genere

Abolita l’alternanza di genere per i capilista prevista invece dalla legge elettorale attuale, il Rosatellum. È prevista solo un’alternanza formale: i candidati, compreso il capolista, sono collocati secondo un ordine alternato di genere. Ma, non essendo le liste bloccate, si tratta di un ritocco che non garantisce quote di genere perché l’elezione avviene comunque in ordine di preferenze ottenute. Stessa natura formale anche per l’altra disposizione che prevede che nel complesso delle candidature presentate da ogni lista, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%.

Le pluricandidature

Il candidato nelle liste circoscrizionali presentate per l’attribuzione del premio di governabilità deve candidarsi nella posizione di capolista in almeno uno dei collegi plurinominali. Possibili le pluricandidature con il limite massimo di cinque candidature di collegio. 

Il premio di maggioranza

E’ fisso, cioè consiste in un numero predeterminato di seggi – 70 alla Camera e 35 al Senato – assegnato, in entrambe le Camere, alla lista o coalizione di liste vincitrice che abbia ottenuto almeno il 42 per cento dei voti in ciascuna della due Camere. In assenza di tali presupposti – anche solo in una Camera – il premio non viene assegnato in nessuna delle due Camere e anche i seggi del premio vengono ripartiti in maniera proporzionale. 

Le soglie di sbarramento

 È del 10% per le coalizioni di liste e del 3% per le liste singole o coalizzate, salvo il ripescaggio, per ogni coalizione di liste, del «miglior perdente». Al Senato le soglie restano calcolate su base nazionale, ma è prevista una deroga per le liste che abbiano superato il 20% almeno in una regione. 

Eliminata la norma anti-cespugli

È stata eliminata la cosiddetta norma «anti-cespugli» inserita alla Camera, che aveva l’obiettivo di limitare la frammentazione e le cosiddette «liste civetta»: è stata abolita la soglia del 3% per poter concorre alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione. Dunque, anche i voti espressi a favore delle liste collegate che non superano lo sbarramento del 3% saranno conteggiati ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza.  

Il candidato premier

 Le forze politiche devono indicare, nel programma elettorale che depositano, il nome e il cognome del candidato a Presidente del Consiglio dei ministri, nel rispetto delle prerogative spettanti al Presidente della Repubblica e del divieto di vincolo di mandato parlamentare. Il nome non compare sulla scheda elettorale.  La mancata indicazione del nominativo produce, come già previsto per la mancata presentazione del programma, l’inammissibilità delle liste.

Il voto dei fuori sede (e dei care giver)

È istituito l’elenco degli elettori fuori sede ammessi a votare nel comune di temporaneo domicilio per le elezioni della Camera e del Senato, per il Parlamento europeo e per i referendum. Entro il 31 dicembre di ciascun anno gli elettori fuori sede per motivi di studio e di lavoro possono chiedere l’iscrizione nell’elenco se la durata della permanenza prevista in quest’ultimo è di almeno 9 mesi. Durante l’esame al Senato il voto per i fuori sede è stato esteso anche ai caregiver familiari. 

Il voto all’estero

Vengono ridotte le attuali 8 circoscrizioni complessive: alla Camera saranno solo due (Europa e extra Ue) e diventa una sola la circoscrizione per il Senato. Nonostante l’ampiezza delle nuove circoscrizioni,  rimane immutato il numero di almeno 500 firme previste dalla legge Tremaglia per ciascuna delle ripartizioni in cui è suddivisa la circoscrizione Estero.

La raccolta delle firme

Previsto l’esonero dalla raccolta delle firme per chi abbia un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere ma purché costituito entro il 31 dicembre 2025. Dell’esonero non usufruiranno i partiti che hanno una componente nel Misto in almeno un ramo del Parlamento, come Futuro Nazionale e +Europa, che dovranno raccogliere almeno 1.500 firme. Mentre è stato aumentato notevolmente il numero di sottoscrizioni da raccogliere per i partiti non presenti in Parlamento, come ad esempio i centristi di Progetto civico: per loro il numero sale da 1.500 a 6.000 per collegio. Numeri dimezzati se la legislatura termina anticipatamente.


Telese Terme, il 18 settembre apre Sacro Graal: oltre 10.000 volumi per raccontare la cultura del vino


ENTROPIA apre Sacro Graal alla comunità

Il 18 settembre a Telese Terme il primo appuntamento pubblico di Semi Antichi del Sapere.

Un progetto già in costruzione con oltre 10.000 volumi, un fondo etnografico in crescita e una nuova idea di cultura da condividere.

Venerdì 18 settembre Semi Antichi del Sapere apre le proprie porte con ENTROPIA, il primo di una serie di incontri che accompagneranno le fasi iniziali di Sacro Graal – Vinum et Convivium, il progetto culturale e di ricerca che la cooperativa sta costruendo a Telese Terme.

È la prima apertura di un percorso cresciuto finora soprattutto dietro le quinte.

Un anno fatto di ricerca, acquisizioni, catalogazione, progettazione, relazioni e molto lavoro quotidiano. Oggi quel lavoro comincia a diventare un patrimonio da conoscere, utilizzare e condividere. ENTROPIA non vuole essere semplicemente un evento. È il momento in cui Semi Antichi del Sapere sceglie di aprirsi definitivamente alla comunità.

CHI SIAMO

Semi Antichi del Sapere è una cooperativa sociale e impresa culturale nata dall’incontro di competenze diverse e da una convinzione molto semplice: custodire un patrimonio non basta. Bisogna studiarlo, renderlo accessibile e permettergli di continuare a produrre conoscenza.

La cooperativa è composta da tre soci: Christian Colella, presidente e responsabile dell’area progettuale e digitale; Federica Sanzari, vicepresidente e responsabile dell’identità visiva e della comunicazione; Alessandra Colella, consigliera, studentessa di Scienze Politiche e futura curatrice del patrimonio librario e museale. Una realtà giovane, a prevalenza femminile, che nel suo primo anno di attività ha già costruito rapporti professionali continuativi, una prima comunità di tesserati e una rete di relazioni con musei, fondazioni, associazioni, imprese ed enti del territorio che stanno accompagnando e sostenendo la crescita del progetto.

Semi Antichi del Sapere è iscritta al RUNTS, è presente nell’Anagrafe delle biblioteche italiane dell’ICCU con il proprio codice ISIL ed è tra gli enti che possono essere sostenuti attraverso il 5×1000.

Sono elementi amministrativi, ma raccontano soprattutto una scelta: dare a un’idea culturale una struttura capace di durare.

SACRO GRAAL – VINUM ET CONVIVIUM

Il progetto più importante di questa prima fase è Sacro Graal – Vinum et Convivium.

Non è soltanto una biblioteca o un museo, né l’ennesimo progetto costruito intorno al vino come prodotto da vendere. Sacro Graal è un centro di ricerca, documentazione e partecipazione dedicato al vino, alla convivialità, alle tradizioni rurali e alla memoria dei territori. Il progetto unisce patrimonio librario, cultura materiale, ricerca, catalogazione e strumenti digitali. In meno di un anno il patrimonio ha già superato i 10.000 volumi, mentre il fondo etnografico continua a crescere con centinaia di oggetti e testimonianze, progressivamente studiati, inventariati, fotografati, catalogati e digitalizzati.

Accanto agli spazi fisici sta prendendo forma anche un’infrastruttura digitale pensata per rendere questo patrimonio consultabile e vivo nel tempo.

Libri e oggetti, quindi, non come elementi immobili da esporre, ma come punti di partenza.

PERCHÉ VINUM ET CONVIVIUM

Per Semi Antichi del Sapere il vino è prima di tutto un documento culturale.

Dentro una bottiglia, una vite, un utensile agricolo, una ricetta, un libro o il racconto di una famiglia possono convivere geografia, lavoro, migrazioni, paesaggio, agricoltura, economia, ritualità e relazioni umane. È da questa prospettiva che nasce Vinum et Convivium.

Togliere il vino e il cibo dalla sola dimensione commerciale per restituirli alla storia delle persone e dei territori. Significa studiare una vite secolare, ricostruire la storia di un oggetto contadino, conservare un testo dimenticato, attraversare un territorio, ascoltare una testimonianza o scegliere un vino non per il suo posizionamento commerciale, ma per la storia che è capace di raccontare. Sacro Graal vuole mettere insieme queste tracce e creare connessioni tra discipline, generazioni e luoghi diversi.

PERCHÉ ENTROPIA

Tutto ciò che esiste porta in sé il cambiamento. Cambiano i paesaggi. Cambiano le comunità. Cambiano gli oggetti, i gesti, le abitudini e il modo in cui trasmettiamo ciò che sappiamo.

Abbiamo scelto la parola ENTROPIA come metafora di questa trasformazione.

Ogni cambiamento può produrre dispersione e perdita, oppure può diventare occasione per costruire nuova conoscenza. La cultura è il modo in cui scegliamo di orientare quella trasformazione. ENTROPIA nasce da qui ed è per questo il primo capitolo del percorso pubblico di Sacro Graal. Non inaugura qualcosa di concluso. Al contrario, apre qualcosa che ha appena cominciato a trasformarsi.

IL 18 SETTEMBRE APRIAMO LE PORTE

Venerdì 18 settembre, dalle ore 20.00, negli spazi di Semi Antichi del Sapere in Via San Giovanni 36 a Telese Terme, gli ospiti saranno accompagnati alla scoperta del patrimonio librario e del fondo etnografico, attraversando alcuni dei contenuti e degli strumenti che stanno dando forma a Sacro Graal.

Il percorso si concluderà con un momento di convivialità coerente con la ricerca di Vinum et Convivium, nel quale anche il vino diventerà occasione di racconto, incontro e scoperta.

Ma il significato più importante della serata viene dopo.

Con ENTROPIA le porte non si aprono soltanto per una sera.

Semi Antichi del Sapere entra in una nuova fase nella quale biblioteca, patrimonio etnografico, ricerca e attività culturali saranno progressivamente messi a disposizione della propria comunità di tesserati.

ENTRARE A FARNE PARTE

Con l’apertura di Sacro Graal prende quindi nuovo impulso anche il tesseramento a Semi Antichi del Sapere. Tesserarsi non significa soltanto sostenere un progetto culturale.

Significa poter entrare nei suoi spazi, conoscere e consultare il patrimonio, partecipare alle attività e agli incontri e, soprattutto, contribuire nel tempo alla sua crescita.

Perché una biblioteca può crescere grazie a un libro. Un museo attraverso un oggetto. Un archivio attraverso una fotografia. Una ricerca attraverso un ricordo, una storia o una competenza che qualcuno decide di condividere. Sacro Graal è già un progetto molto avanzato, ma non vuole essere un progetto già finito. Dopo un primo anno trascorso soprattutto a costruire, catalogare, progettare e creare relazioni, è arrivato il momento di fare entrare altre persone.

ENTROPIA è quella soglia.

Per informazioni e contatti stampa:
info@semiantichidelsapere.it


Cara Europa, il conto prima o poi arriva


Si può fingere di ignorare l’avanzata dell’estrema destra, tentando di disinnescarla come Meloni con la legge elettorale. Ma il conto prima o poi arriva

Cara Europa, il conto prima o poi arriva

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Sarebbe anche umanamente comprensibile la tenacia con la quale una classe politica europea completamente screditata tenti disperatamente di salvare la faccia se non fosse che l’abbia già persa da tempo. Come la scommessa di sconfiggere la Russia sul campo di battaglia. Non c’è quindi da stupirsi più di tanto se, mentre si ipotizzano vertici di pace a tre Putin-Zelensky-Trump, lorsignori perseverino nella follia del riarmo e nel sostegno incondizionato – ma soprattutto senza rendicontazione, che tra uno scandalo e un cesso d’oro sarebbe il minimo sindacale – alla causa di Kiev.

E nemmeno il voto di protesta in Sassonia, che ha consegnato una valanga di voti all’estrema destra dell’Afd sembra scalfire gli ineffabili leader europei. Che anzi si ostinano a recitare lo stesso copione che, di qui alle prossime elezioni Europee e nazionali, rischia di tradursi nel più vasto suicidio politico che la storia del continente ricordi. Ovviamente, l’idea che la Russia possa invadere l’Ue è una contraddizione in termini: il Paese più vasto del mondo, con 150 milioni di abitanti e risorse naturali smisurate quale interesse dovrebbe trarre dall’occupazione di un continente almeno tre volte tanto per abitanti e ad alta dipendenza dalle materie prime altrui?

Sempre che le scellerate politiche di riarmo perseguite dalla stessa unione europea, nata sulle ceneri della seconda guerra mondiale affinché lo scempio della più grande tragedia del novecento non dovesse più ripetersi, finiscano per rivelarsi un rischio esistenziale per la Russia. Che, giova ricordarlo, detiene ancora oggi il più grande arsenale nucleare del mondo in grado di cancellare l’intero continente nel giro di pochi minuti. E non c’è da sorprendersi se, di fronte al saccheggio del welfare e dello stato sociale dei leader europei per drenare miliardi da destinare all’Ucraina e al riarmo, crescano i consensi dell’estrema destra, come del resto sta accadendo in Germania con l’Afd, in Francia con Le Pen e in Italia con il partito di Vannacci.

Un’avanzata su larga scala che dovrebbe spaventare i nostri sgovernanti molto più della fantomatica invasione bolscevica di Putin. Certo, poi si può sempre fare come Meloni: fingere di ignorare il problema, tentando di disinnescarlo con una legge elettorale su misura. Ma il conto da pagare prima o poi arriva. Sempre.


Le dimissioni? Sono roba del secolo scorso: i politici di oggi sono senza vergogna


(di Amanda Taub – nytimes.com) – Lo scandalo è stato il tema politico dell’estate. Max Miller, deputato repubblicano al Congresso, è stato accusato dalla sua ex moglie di aver aggredito fisicamente lei e la loro figlia piccola. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano al Senato, era stato in precedenza incriminato per reati gravi di frode finanziaria e sottoposto a impeachment per una serie di accuse che comprendevano corruzione, inadempienza ai propri doveri, ostruzione della giustizia e abuso della fiducia pubblica.

Graham Platner, candidato democratico al Senato nel Maine, è stato perseguitato per mesi da una serie crescente di accuse relative a comportamenti scorretti tenuti in passato, culminate nella denuncia di una sua ex fidanzata, che ha dichiarato che Platner l’aveva stuprata diversi anni fa. (Tutti hanno negato le accuse mosse contro di loro. Il processo di impeachment di Paxton si è concluso con un’assoluzione e lui ha raggiunto un accordo per evitare un processo penale, pagando 300.000 dollari senza ammettere alcun illecito.)

Tra questi politici, Platner si distingue. È l’unico ad aver subito conseguenze politiche significative: ha abbandonato la sua campagna elettorale. Miller prosegue la sua campagna per la rielezione. Paxton ha vinto le recenti primarie, sconfiggendo John Cornyn, senatore di lungo corso decisamente meno segnato dagli scandali. A quanto pare, gli scandali stanno perdendo il loro potere.

Di fronte a questa litania di scandali, si potrebbe essere tentati di disperarsi per la morte della vergogna nella vita americana. Nel 2015, Ezra Klein definì la spudoratezza di Donald Trump il suo «superpotere», perché si rifiutava di cedere di un millimetro quando veniva messo di fronte a esempi delle sue dichiarazioni politicamente scorrette.

Sebbene Trump non abbia messo alla prova la teoria da lui formulata secondo cui avrebbe potuto «mettersi in mezzo alla Fifth Avenue e sparare a qualcuno» senza perdere alcun elettore, le sue fortune politiche sono rimaste solide anche dopo essere stato sottoposto due volte a impeachment, essere stato riconosciuto civilmente responsabile di abuso sessuale e aver accresciuto il proprio patrimonio di miliardi di dollari mentre era in carica.

Ma sebbene nell’era Trump siano stati versati fiumi d’inchiostro sul tema della spudoratezza, si tratta di un fenomeno globale, non soltanto americano. È difficile capire come la spudoratezza americana possa essere responsabile, per esempio, della permanenza in carica del primo ministro socialista spagnolo nonostante un’ondata di scandali che ha investito la sua amministrazione e la sua famiglia.

In realtà, le ricerche di scienza politica suggeriscono che il problema non sia la morte della vergogna, né qualcosa di peculiare degli Stati Uniti. In tutto il mondo, gli studi mostrano che la polarizzazione partitica sta provocando il venir meno della reazione a catena attraverso la quale, un tempo, i comportamenti scorretti portavano a delle conseguenze.

Il politologo Theodore Lowi definisce lo scandalo come «corruzione rivelata» — una violazione di codici morali o giuridici, portata alla luce perché sia sottoposta alla condanna pubblica. In passato, gli scandali comportavano sempre la minaccia che la rivelazione dell’illecito provocasse una reazione dell’opinione pubblica, che a sua volta avrebbe prodotto qualche forma di punizione. Ma oggi il legame tra rivelazione e reazione sembra spesso essersi spezzato.

Questo ha serie implicazioni per la responsabilità politica. Quella reazione a catena era tradizionalmente uno dei modi attraverso cui norme e regole venivano fatte rispettare nelle democrazie. Se il potere dello scandalo scompare, ci ritroviamo allora in un circolo vizioso nel quale le violazioni morali o giuridiche non producono conseguenze, il che mina la fiducia nel governo e nelle istituzioni pubbliche, ampliando a sua volta la polarizzazione e consentendo ulteriore corruzione, ulteriori abusi e violazioni della legge. È un ciclo difficile da spezzare.

Di norma, ci si aspetta che la notizia di un comportamento scandalosamente illecito susciti indignazione tra gli elettori. Questo, a sua volta, crea incentivi per le élite politiche: l’opposizione cercherà di usare lo scandalo come un’arma per ottenere un vantaggio, mentre il partito del responsabile cercherà di prendere le distanze dallo scandalo e da chi lo ha provocato. Se l’interesse dell’opinione pubblica per lo scandalo rimane alto, entrambi i partiti hanno un incentivo a spingere il responsabile alle dimissioni e, forse, a imporre anche altre sanzioni.

Il panorama di oggi appare molto diverso. «Oggi esiste un copione che prima non esisteva», ha affermato Brandon Rottinghaus, politologo della University of Houston che studia gli scandali politici negli Stati Uniti. «Il motivo per cui i politici resistono invece di dimettersi è che, sempre più spesso, in un sistema polarizzato questa strategia funziona». Negli Stati Uniti e in molti altri Paesi, la distanza ideologica — e, in molti casi, culturale — tra sinistra e destra è aumentata.

Numerosi studi hanno rilevato che le convinzioni politiche stanno diventando la base di un’identità personale complessiva, con qualsiasi cosa, da ciò che si indossa a ciò che si mangia, associata alle proprie posizioni politiche. E la «polarizzazione affettiva», per cui le persone provano sentimenti positivi verso i membri del proprio schieramento ma un’intensa ostilità verso gli avversari, può trasformare i disaccordi in profonde fratture emotive.

Questa polarizzazione, affermano gli esperti, sta neutralizzando il potere dello scandalo. Oggi gli elettori hanno meno probabilità di indignarsi per ciò che fanno i politici del proprio schieramento e meno probabilità di abbandonarli se questo rischia di offrire un vantaggio ai loro nemici. Senza la minaccia di una reazione negativa degli elettori, le élite politiche hanno pochi incentivi a imporre dimissioni, impeachment o altre conseguenze.

Sebbene gli scandali portino talvolta a punizioni, ciò è diventato più raro e la soglia è molto più alta. Una ragione è che, quando la politica è polarizzata, tende a esserlo anche l’informazione, affermano i ricercatori. I mezzi d’informazione di parte spesso minimizzano le accuse di comportamenti scorretti riguardanti politici ideologicamente affini e possono presentarle come complotti dell’opposizione.

«In un sistema mediatico parallelo, con organi d’informazione di parte simili a strumenti di propaganda, diventa molto improbabile che gli elettori ricevano informazioni chiare e credibili sia sui politici del proprio schieramento (dove la mancata copertura è lo schema più probabile), sia su quelli dell’altro schieramento (dove diventano possibili l’eccessiva interpretazione di piccoli incidenti e, talvolta, accuse infondate)», ha dichiarato via e-mail Veronika Patkos, ricercatrice senior presso il Center for Social Sciences di Budapest che studia la polarizzazione in Europa.

La Spagna ha un sistema politico multipartitico, ma negli ultimi decenni la polarizzazione tra sinistra e destra è aumentata nettamente, ha affermato Mariano Torcal, politologo spagnolo e autore di «From Voters to Hooligans: Political Polarization in Spain». Oggi, ha detto, gli elettori si comportano come tifosi sportivi irriducibili, sostenendo il proprio schieramento nella buona e nella cattiva sorte. «Tendono a esonerare i leader dalle loro responsabilità e a dire: “Questa è una campagna di manipolazione, orchestrata dai media”», ha affermato Torcal.

Spesso, ha osservato, in questo c’è un fondo di verità. Gli organi d’informazione di parte hanno un incentivo a trattare persino comportamenti scorretti di lieve entità commessi dall’altro schieramento come un grande scandalo, il che può produrre un effetto da «al lupo, al lupo», inducendo gli elettori a presumere che tutti gli scandali siano soltanto narrazioni costruite dai media di parte.

In effetti, in ambienti mediatici fortemente polarizzati, gli scandali possono persino aiutare i politici. «Portano loro attenzione», ha affermato Rottinghaus. «Offrono loro la possibilità di reagire contro i “poteri costituiti” e di dire che sono loro a essere sotto attacco da parte di questi misteriosi avversari».

Ha indicato come esempio la vittoriosa campagna di Paxton nelle primarie in Texas. «Ha usato gli scandali che gli sono stati attribuiti, o che sono derivati dai suoi problemi etici, dicendo che si tratta soltanto di questa caccia alle streghe di parte e che ogni attacco contro di lui è un attacco a ciò che rappresenta».

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha analogamente sfruttato un caso di corruzione che coinvolge sua moglie, Begoña Gómez. Sánchez ha descritto le accuse come una caccia alle streghe della destra e i suoi sostenitori sperano che quello che percepiscono come un eccesso da parte di un giudice politicamente motivato possa mobilitare gli elettori di sinistra, il cui entusiasmo è stato smorzato dagli scandali dannosi legati ad alti funzionari del suo Partito socialista. Ha definito gli organi d’informazione che si occupano degli scandali della moglie «nemici della democrazia» e ha lasciato intendere che facciano parte di un oscuro complotto.

I populisti di estrema destra, che costruiscono le proprie carriere facendo appello a uno degli estremi di un elettorato polarizzato, si sono dimostrati particolarmente abili nell’utilizzare questo copione. La leader dell’estrema destra francese Marine Le Pen, condannata per appropriazione indebita e interdetta per cinque anni dalla possibilità di candidarsi a cariche pubbliche, ha definito le accuse contro di lei una «caccia alle streghe» e ha sostenuto che un «sistema» di giudici dello Stato profondo e politici stesse complottando contro di lei e i suoi sostenitori. Recenti sondaggi d’opinione suggeriscono che potrebbe vincere le prossime elezioni presidenziali nonostante la condanna.

E Nigel Farage, leader del partito populista britannico di destra Reform U.K., ha sostenuto che le accuse di illeciti finanziari contro di lui e il suo partito siano un «complotto dell’establishment» concepito per impedirgli di diventare primo ministro. La difesa sembra aver fatto presa sugli elettori: un sondaggio del mese scorso indicava che il suo partito avrebbe probabilmente vinto le prossime elezioni con un margine ristretto.

Quando una nazione è profondamente divisa, per gli elettori è più facile perdonare le trasgressioni dei singoli politici pur di mantenere la supremazia politica, ha affermato Tamar Hermann, ricercatrice dell’opinione pubblica presso l’Israel Democracy Institute. Anche se gli elettori «sono molto arrabbiati per questo o quello scandalo», ciò può passare in secondo piano rispetto alla preoccupazione di consentire all’altro schieramento di conquistare il potere, ha detto.

In Israele, il primo ministro Benjamin Netanyahu è sotto processo da oltre cinque anni con accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia. Ha sostenuto che il procedimento penale contro di lui fosse politicamente motivato e che soltanto lui fosse in grado di affrontare i nemici di Israele e impedire la nascita di uno Stato palestinese.

Con l’approfondirsi della polarizzazione, che ha aumentato la distanza — e la sfiducia — tra gli schieramenti politici, gli elettori si sono convinti che la posta in gioco politica fosse troppo alta per estromettere Netanyahu, ha affermato Iddo Porat, professore al College of Law and Business di Ramat Gan, in Israele, che studia la polarizzazione partitica.

Quando il legame tra scandali e conseguenze comincia a spezzarsi, le implicazioni per la democrazia possono essere gravi. In circostanze normali, gli scandali sono una leva essenziale per garantire la responsabilità politica, e persino il rinnovamento.

«Come un incendio boschivo fa germogliare e rinnova un terreno, gli scandali politici possono aiutare l’opinione pubblica e i media a rafforzare la responsabilità, rinnovare la fiducia nel governo e concentrare l’attenzione sulle principali questioni che destano preoccupazione», ha scritto Rottinghaus in «Scandal: Why Politicians Survive Controversy in a Partisan Era». Negli Stati Uniti, osserva, il Watergate «corresse il sistema in molteplici modi», favorendo l’approvazione di leggi che limitarono il potere presidenziale e ampliarono la supervisione del Congresso.

Ma quando prende il sopravvento la logica della polarizzazione, quella leva non funziona più. Uno studio di cui Patkos è stata coautrice ha rilevato che, in 28 Paesi europei, la responsabilità democratica si è indebolita con l’aumentare della polarizzazione. L’effetto sembra essere particolarmente forte quando si tratta di episodi che appaiono di lieve entità o in qualche modo ambigui, ha affermato.

«Uno schieramento comincia a pensare: “Ho sempre saputo che queste persone non sono affidabili”, mentre l’altro pensa: “Andiamo, non è niente, non c’è alcun motivo per ritirare la fiducia”», ha detto.

Questo potrebbe incoraggiare ulteriori comportamenti scorretti. In uno studio del 2014, Andrew Eggers, politologo della University of Chicago, ha rilevato che i membri del Parlamento britannico avevano maggiori probabilità di commettere illeciti finanziari nei collegi fortemente partigiani e contesi — il che suggerisce che sapessero che agli elettori importava più della vittoria del proprio partito che di punire l’uso improprio di fondi pubblici.

Consentire a chi commette illeciti di conservare il potere incoraggia ulteriori comportamenti scorretti, che erodono ancora di più la fiducia degli elettori e ampliano la polarizzazione, mentre mezzi d’informazione di parte richiamano l’attenzione sul fatto che il partito avversario riesca a farla franca nonostante comportamenti scandalosi.

L’ampliarsi di questa polarizzazione rende ancora più difficile imporre conseguenze per nuovi scandali. È un devastante circolo vizioso. E a ogni nuovo giro, il sistema diventa più debole.


Conte: le primarie si faranno indipendentemente dalla legge elettorale!


(dagospia.com) – Contrordine, compagni, le primarie si faranno, indipendentemente dalla legge elettorale! Conte ha dato un aut aut agli alleati del Campo largo mettendo i gazebo come “condicio sine qua non” per essere nell’alleanza con il Pd.

Alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, Elly Schlein ha raccolto la sfida di Peppiniello, che smania dalla voglia di “pesarsi” nei consensi, dicendo di essere “sicura di vincere e che non prende in considerazione altre ipotesi”.

Gong, fuori i secondi, abbia inizio la contesa!

Ma le primarie, un format di importazione americana che negli Usa porta all’individuazione del miglior candidato attraverso un percorso che alla fine unisce il partito, in Italia fa prevalere divisioni lasciando una coda di veleni che mettono a repentaglio “le secondarie”.

In pratica, c’è il rischio che se vince Schlein, i pentastellati non la votino. E i riformisti dem in caso di vittoria del filo-Putin Conte cosa faranno? 

Elly

Non è l’unico problema.

Un’altra questione “divisiva” riguarda le regole delle primarie. Saranno aperte o chiuse? Chiunque potrà votare o verranno riservate ai soli iscritti? Saranno anche online o bisognerà andare al gazebo? E poi, ancora, ci sarà un solo turno o sarà previsto un ballottaggio? Un ginepraio, peggio della legge elettorale.

Le primarie sono diventate un problema per Elly all’interno del partito al punto che la segretaria con una fidanzata e tre passaporti non ha potuto concedere l’endorsement a Mario Calabresi, sceso in campo per diventare sindaco di Milano, perché ha paura di perdere i voti di Pierfrancesco Majorino, uomo forte del Pd milanese, anche lui in corsa per Palazzo Marino.

Un’altra grana per la segretaria Pd con l’eskimo è rappresentata dal fatto che Giuseppe Conte continua a drenare voti al Pd cavalcando in modo spregiudicato il tema Ucraina. Il leader M5s dice no all’invio di armi all’Ucraina.

Una posizione che trova d’accordo, secondo alcune rilevazioni il 30% degli iscritti dem e si traduce in una emorragia di voti come testimonia il sondaggio dell’istituto Piepoli che dà un punto in meno al 


Ranucci deposita ricorso urgente contro rimozione da Report


(Adnkronos) – È stato depositato questa mattina, a quanto apprende l’Adnkronos, il ricorso di Sigfrido Ranucci al Tribunale del Lavoro di Roma contro la rimozione dalla conduzione di Report decisa dalla Rai nelle scorse settimane.

Si tratta di un ricorso ex art 700 cpc, un ricorso urgente con cui si chiede la revoca del provvedimento di rimozione e il reintegro. Il collegio dei giuslavoristi, che rappresentano Ranucci, è composto dai professori Franco Focareta e Franco Scarpelli e dall’avvocato Stefano Rossi, che operano all’interno del più ampio team di legali dello Studio Devitalaw coordinato dal professor Roberto De Vita.

RANUCCI: GIORNALISTA CHIEDE REINTEGRO IN CONDUZIONE IN TEMPO UTILE PER PRIMA PUNTATA REPORT

(Adnkronos) – La carenza di motivazioni, l’inconsistenza giuridica dell’atto e il demansionamento. Sono questi i principali punti che il collegio di giuslavoristi che rappresenta Sigfrido Ranucci sottopone al Tribunale del Lavoro di Roma con il ricorso urgente, depositato questa mattina, contro la rimozione da Report decisa dalla Rai. Nelle quarantatré pagine di ricorso, che Adnkronos ha visionato,

gli avvocati di Ranucci ripercorrendo la storia professionale del giornalista fino all’attentato dello scorso ottobre ”strumentalizzato al fine di delegittimare la reputazione professionale di Sigfrido Ranucci e la trasmissione Report – scrivono i legali – mediante una campagna di denigrazione personale e professionale del Ranucci avvenuta con la diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni”, sottolineano come la rimozione dalla conduzione risulti ”manifestamente carente di motivazione” anche con riferimento ”agli obblighi di servizio pubblico e di tutela dell’indipendenza e autonomia del giornalismo d’inchiesta da parte dell’Azienda concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo”.

Per i professori Franco Focareta e Franco Scarpelli e l’avvocato Stefano Rossi, che operano insieme al professor Roberto De Vita, inoltre, ”l’inconsistenza e la genericità della motivazione prospettata dall’Azienda, lette unitamente alla successione temporale delle pressioni e sollecitazioni politiche dirette a ottenere la rimozione di Ranucci” integrano ”un quadro indiziario grave, preciso e convergente, idoneo, già nella presente sede cautelare, a fondare la presunzione dell’esistenza di un motivo discriminatorio”.

Quanto poi alle ”alternative” proposte dalla Rai a Ranucci, i giuslavoristi evidenziano come ”i tre ruoli offerti a Ranucci rappresentano, tutti, una grave mortificazione professionale. Il ruolo di ‘TG3 Vicedirettore’ ad personam redazione Speciali e Podcast è sostanzialmente fittizio perché di fatto non esistono gli speciali” e

”ancora peggio per la posizione ‘Rai News 24 Vicedirettore ad personam’ con delega alla redazione Approfondimenti e Inchieste: in questo contesto, ciascun giornalista conduce la sua inchiesta; quindi, non sussisterebbe alcun ruolo gerarchico o di responsabilità autoriale, con perdita della posizione di conduttore stabile”.

E sul ruolo di ‘corrispondente da Il Cairo’ ”risulta del tutto eterogeno rispetto a quello di autore e conduttore di una trasmissione di inchiesta e approfondimenti, e comporterebbe – scrivono gli avvocati – la vanificazione di tutta la professionalità acquisita e affinata nella posizione di autore e conduttore di Report” e ”il trasferimento al Cairo comporterebbe per il Ranucci rilevantissimi e prevedibili rischi per la sicurezza personale”.

Sussiste, a detta degli avvocati di Ranucci, ”il fumus della violazione del principio di equivalenza professionale e del diritto del ricorrente al ripristino delle mansioni precedentemente svolte”. Con il ricorso al Tribunale del Lavoro si chiede che ”il giudice, accertata incidenter tantum e nei limiti propri della cognizione cautelare l’illegittimità della determinazione impugnata”

sospenda ”gli effetti, ordini alla Rai di riassegnare immediatamente Ranucci alle mansioni precedentemente svolte di autore e conduttore di Report, in tempo utile per la prima puntata della nuova stagione prevista per l’8 novembre 2026” e dichiari ”in via provvisoria la nullità e comunque l’illegittimità del provvedimento della Rai del 28 agosto 2026″.


La maggioranza incassa un sì per tirare a campare


VIA LIBERA DEL SENATO ALLA LEGGE ELETTORALE CON 113 SI’

(ANSA) –  – L’Aula del Senato ha approvato la riforma della legge elettorale con 113 voti a favore, 71 contrari e 2 astenuti. Il testo, arrivato dalla Camera, è stato modificato da Palazzo Madama e torna, dunque, in terza lettura a Montecitorio. 

L. ELETTORALE, CARTELLI OPPOSIZIONI IN AULA SENATO: NO A LEGGE TRUFFA

(Askanews) – Protesta delle opposizioni in aula al Senato. Al termine delle dichiarazioni di voto finale sulla legge elettorale, i senatori delle opposizioni hanno esposto cartelli con la scritta “No alla legge truffa”. 


Sicurezza in agricoltura, Campagnuolo (Avanti Insieme): “Servono più risorse e meno burocrazia…”


«La sicurezza in agricoltura non può essere affidata soltanto alla buona volontà degli imprenditori. Servono politiche più forti, risorse adeguate e strumenti semplici per consentire anche alle piccole aziende del Sannio di ammodernare mezzi e attrezzature».

Lo dichiara Evangelista Campagnuolo, Presidente del Movimento Civico Avanti Insieme, in occasione della scadenza del 15 settembre 2026 del bando ISMEA dedicato agli interventi di ammodernamento e miglioramento della sicurezza dei trattori agricoli e forestali.

La misura, promossa nell’ambito della collaborazione tra Ministero dell’Agricoltura, INAIL, CREA e ISMEA, dispone di una dotazione complessiva di 10 milioni di euro ed è destinata alle micro, piccole e medie imprese agricole, agroindustriali e agromeccaniche. Il contributo può coprire fino all’80% delle spese ammissibili, entro il limite massimo di 2.000 euro per impresa.

«È un segnale positivo, ma bisogna anche avere il coraggio di dire che 2.000 euro, in molti casi, rappresentano un sostegno limitato rispetto ai costi reali che un’azienda deve affrontare per mettere in sicurezza un mezzo agricolo datato. Se vogliamo davvero ridurre gli incidenti sul lavoro, dobbiamo rendere la prevenzione economicamente sostenibile».

Tra gli interventi finanziabili rientrano dispositivi contro il ribaltamento, sistemi di segnalazione per cinture di sicurezza e freno di stazionamento, telecamere, sensori e indicatori di pendenza. Si tratta di strumenti particolarmente importanti nei territori collinari e interni, dove il rischio legato all’utilizzo dei trattori può essere ancora più elevato.

«Nel Sannio l’agricoltura è fatta soprattutto di piccole aziende, spesso a conduzione familiare, che lavorano in condizioni difficili e con margini economici ridotti. A queste imprese non possiamo continuare a chiedere investimenti senza accompagnarli con incentivi veri, procedure snelle e tempi certi».

Campagnuolo richiama anche il tema più generale della sicurezza sul lavoro.

«Ogni volta che si verifica un incidente si parla di prevenzione, ma la prevenzione deve essere costruita prima. Significa formazione, controlli, informazione e soprattutto possibilità concreta di adeguare macchinari e attrezzature. La sicurezza non deve diventare un costo insostenibile, ma un investimento sostenuto dalle istituzioni».

«Come Avanti Insieme continueremo a portare avanti una linea chiara: più tutela per chi lavora, più sostegno alle imprese agricole e meno burocrazia. Le aree interne non hanno bisogno di slogan, ma di politiche capaci di tradursi in strumenti concreti».

Campagnuolo conclude: «Un agricoltore non deve scegliere tra investire nella propria azienda e investire nella propria sicurezza. Lo Stato e la Regione devono fare di più perché proteggere chi lavora significa difendere anche l’economia, le famiglie e il futuro delle nostre aree interne.»