Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Conte: “Con le armi gli italiani non mangiano, orgogliosi di aver compattato le opposizioni sul no al riarmo”


Sull’Ucraina spiazzati da Trump, l’accordo con Putin è irresponsabile”. Il leader del M5s: “Recuperare i soldi dalle spese militari, dagli extraprofitti di banche e colossi energetici per investire su sanità e scuola. La guerra? Il modo migliore per sostenere Kiev è impegnarsi in un negoziato che nessuno vuole fare”

(di Manolo Lanaro – ilfattoquotidiano.it) – “Le spese sulle armi non producono crescita come detto da Bankitalia, l’Istat certifica che i salari sono crollati -9% e Meloni cosa fa? Prevede 14 miliardi e mezzo per le armi”. Così Giuseppe Conte arrivando alla tendopoli organizzata dagli studenti davanti a Montecitorio per protestare contro la crisi abitativa. “Attenzione, noi siamo veramente orgogliosi di aver compattato le opposizioni sul nostro no al riarmo – dice il leader del M5s -, perché con le armi gli italiani non mangiano, non si curano. La ricetta è presto chiara dobbiamo recuperare i soldi dal riarmo, dagli extraprofitti di banche e colossi energetici per investire nella sanità e nell’istruzione e per venire incontro a famiglie e imprese che sono in difficoltà per il caro vita e il caro bollette. Questo governo deve andare a casa”.

Poi sulla mozione di mercoledì l’ex premier afferma: “In queste ore stiamo lavorando anche per la risoluzione per domani e confido che anche sul conflitto in Ucraina possa compattare tutte le opposizioni” perché, osserva, “in Ucraina abbiamo sperimentato, ormai sono quattro anni e mezzo, la ricetta che ci è stata proposta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna e quella ricetta non ha funzionato perché abbiamo avuto solo morti e distruzioni e una prospettiva di una ricostruzione del paese che è in grandissima sofferenza, una ricostruzione di cui dovremmo farci carico noi. Peraltro adesso gli Stati Uniti ci hanno completamente spiazzato perché in modo irresponsabile Trump ha fatto un accordo con Putin e questo è irresponsabile perché Putin è l’aggressore, abbiamo sempre detto, noi siamo sempre stati per le sanzioni economiche e finanziarie, siamo per sostenere l’Ucraina però riteniamo che il modo migliore per sostenerla sia impegnarsi in un negoziato che qui nessuno vuol fare”. “L’Europa – conclude – deve essere coraggiosa, deve ridare centralità alla politica e quindi al dialogo, alla diplomazia anche in un contesto così difficile per difendere con le unghie e con i denti la popolazione ucraina”.


Salvini ha bisogno della sua bandierina: l’autonomia


(ANSA) – Il governo si appresta a varare oggi i disegni di legge con cui si completerà l’iter per l’Autonomia differenziata alle Regioni che ne hanno fatto richiesta, Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto.

All’ordine del giorno del Consiglio dei ministri convocato alle 19 ci sono infatti le intese definitive con le quattro Regioni, e appunto i ddl per l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di Autonomia, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. I disegni di legge dovranno poi passare all’esame del Parlamento

I disegni di legge, presentati dal ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli, prevedono l’attribuzione alle Regioni di “ulteriori forme e condizioni particolari di Autonomia” in una serie di materie, tutela della salute, coordinamento della finanza pubblica, protezione civile, professioni e previdenza complementare e integrativa. Secondo la legge il governo deve vararli in Consiglio dei ministri entro 45 giorni da quando le Regioni hanno trasmesso ciascuna la propria pre-intesa, che il Veneto ha approvato il 3 settembre, la Liguria il 9, la Lombardia il 10 e il Piemonte il 22.

Senato e Camera dovranno poi approvare i ddl a maggioranza assoluta. Dal palco della kermesse della Lega a Pontida, il 20 settembre Calderoli aveva annunciato che avrebbe portato “immediatamente in Consiglio dei ministri” i ddl con le intese definitive, chiedendo “un impegno, del nostro segretario e dei nostri alleati: gli stessi tempi usati per approvare alla svelta la legge elettorale vanno utilizzati anche per approvare l’Autonomia differenziata”. 


L’esercito entra nelle scuole di Emilia-Romagna e Toscana per spingere i ragazzi ad arruolarsi


(Valeria Casolaro – lindipendente.online) – Conferenze, incontri formativi, orientamento e visite guidate: anche quest’anno, con l’appoggio degli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali, l’Esercito prepara il proprio programma per formare i ragazzi all’interno delle scuole. La denuncia arriva dall’Osservatorio contro la Militarizzazione nelle Scuole: dopo la Toscana, anche l’Emilia-Romagna apre le porte ai militari per l’anno scolastico 2026-27. L’offerta formativa è strutturata e mirato a spingere sempre più giovani a valutare un futuro all’interno delle Forze Armate, tramite programmi differenti e specifici per ogni fascia d’età, in quello che l’Osservatorio ha definito un chiaro tentativo di reclutamento direttamente nelle scuole.

Il fine delle attività, come riporta il sito dell’Ufficio Scolastico Regionale (USR) dell’Emilia-Romagna, varia a seconda delle classi degli alunni: per il 1° e 2° anno delle scuole superiori, l’obiettivo è «divulgare» agli studenti le «modalità di ammissione e l’offerta formativa delle Scuole Militari di Napoli e Milano»; per quelli del 4° e 5° anno, mostrare le «offerte formative dell’Accademia Militare (corsi di laurea magistrale), della Scuola Sottufficiali (corsi di laurea)», nonché le «variegate opportunità di impiego nelle altre figure professionali della Forza Armata». La finalità generale, per ogni fascia d’età, è quella più ampia di spiegare «compiti e attività» dell’Esercito. Gli incontri, spiega l’USR, si svolgeranno nella forma di colloqui della durata di un’ora, durante i quali sarà dato particolare rilievo «all’interazione con i giovani e al racconto di esperienze personali sia sul territorio nazionale che all’estero».

Negli scorsi anni, l’Osservatorio aveva messo in luce l’esistenza di attività simili nelle scuole della Toscana, criticando USR e USP (l’Ufficio Scolastico Provinciale) per la «presenza costante» di Esercito e Forze dell’Ordine all’interno delle scuole. Una prassi che si ripete anche quest’anno, con l’implementazione di un progetto che include un’ampia gamma di attività mirate ad ampliare l’offerta formativa per gli studenti. Il fine: «favorire la conoscenza della storia, dei compiti istituzionali e delle professionalità presenti nell’Esercito italiano» attraverso conferenze e incontri dedicati (anche in via telematica), approfondimenti e interventi «di carattere storico, civico e culturale» e «visite guidate presso Comandi, Reparti e strutture dell’Esercito presenti nella Regione Toscana». Necessaria, ai fini della riuscita del programma, la collaborazione di presidi e docenti, cui viene chiesto di promuovere una «più ampia diffusione dell’iniziativa» e della relativa offerta formativa. Per coinvolgere anche i più piccoli, sin dalla scuola elementare, è previsto l’affiancamento di “genitori in divisa”, che dovranno «svolgere in prima persona l’azione di promozione» della Forza Armata – oltre alla «distribuzione di gadget» come quaderni e penne. Analoga la proposta per le scuole medie, mentre per le superiori si punta direttamente a fornire agli studenti le informazioni necessarie per «orientarli sulle opportunità professionali offerte dall’Esercito Italiano».

Secondo l’Osservatorio, i progetti puntano a «sfruttare biecamente la terribile disoccupazione giovanile» per «trasformare la Scuola in una specie di ufficio di collocamento dell’Esercito». Alle scuole, denuncia, viene chiesto di «fornire una riserva di ragazzi e ragazze da mandare in guerra» in un contesto globale di «folle corsa al riarmo» e «pericolo incombente di una guerra mondiale». Per contrastare la «massiccia campagna per l’arruolamento degli studenti e delle studentesse», l’Osservatorio chiede ai genitori di esonerare i figli dalle attività, ai giovani di non parteciparvi e ai docenti di non rendersi disponibili per queste proposte, sull’onda di una mobilitazione che, negli scorsi anni, ha portato a risultati importanti, con la cancellazione di numerosi eventi di questo genere previsti all’interno degli istituti.


Melonellum, Silvestri “Legge opportunistica, premio di maggioranza abnorme”


L’ex presidente della Consulta: “La riforma tenta di introdurre surrettiziamente il premierato. Al centrosinistra consiglio di puntare sui contenuti”

Melonellum, Silvestri “Legge opportunistica, premio di maggioranza abnorme”

(di Conchita Sannino – repubblica.it) – “Il difetto più grande di questa legge?”. Gaetano Silvestri, tra gli insigni costituzionalisti che hanno guidato la Consulta e formato generazioni di studenti, si sforza di non usare le parole del diritto. “Una legge davvero opportunistica. Che perpetua peraltro l’illusione che con artifizi giuridici si possa conformare, secondo le proprie convenienze, il sistema politico”.

E invece, presidente Silvestri: da cosa dipende la stabilità dei governi?

“La risposta è proprio nella durata del governo Meloni, che reca in sé, a me pare, una palese contraddizione. Questo esecutivo è la dimostrazione che la stabilità è frutto della politica, e non del sistema elettorale. Non di macchinosi marchingegni normativi, che si sovrappongono alla sovranità popolare”

Ottantadue anni e una fibra che gli consente studio e battaglie, già rettore dell’Università di Messina e membro del Csm, Silvestri tiene a una precisazione: “Non mi si chieda di sostituirmi al vaglio sereno e sacrosanto della Corte Costituzionale che, da quanto leggo, sarà investita da una serie di ricorsi. Quello che posso offrire è l’osservazione di un vecchio cittadino, oltre che giurista che si è interessato anche di questi aspetti”.

Se n’è occupato, eccome. Lei è stato presidente della Consulta quando è stato bocciato il Porcellum: con la motivazione, tra l’altro, che quel premio di maggioranza alterava il processo democratico, producendo una “eccessiva sovra-rappresentazione”. La legge elettorale di Meloni potrebbe inciampare nello stesso difetto, con il suo bottino abnorme e fisso di deputati e senatori?

“Deciderà, come dicevo, la Corte. Personalmente, ritengo che il 42% sia una soglia troppo bassa per attribuire un premio di 70 deputati e 35 senatori. E l’abnormità del premio di maggioranza è messa oggi in maggiore risalto rispetto all’impressionante aumento dell’astensionismo elettorale. Una distorsione del risultato del voto che comprime artificiosamente le scelte degli elettori”.

I costituzionalisti guidati da Roberto Zaccaria hanno presentato ieri i sei punti a rischio di illegittimità: c’è l’indicazione del futuro premier, il blocco dei capilista, il nodo della mancata alternanza di genere. Su quali, secondo lei, è più facile coinvolgere l’opinione pubblica?

“Trovo sano in effetti che sia nato un dibattito anche fuori dalla dialettica maggioranza-opposizione. Il blocco dei capilista si combina con la scarsa democraticità dei procedimenti interni dei partiti politici. Le preferenze plurime – ferma restando la preferibilità di una doppia preferenza di genere – favoriscono la formazione di gruppetti all’interno delle liste, che aumentano la frammentazione politico-rappresentativa e facilitano il controllo del voto, come l’esperienza del passato ha dimostrato. Se pensiamo poi al listone di 70 più 35 “eletti in blocco” su Camera e Senato, risulta chiaro che questa legge si trova in rotta di collisione con la giurisprudenza della Corte costituzionale”.

Anche l’obbligo delle 300mila firme per le nuove formazioni politiche costituisce un problema?

“Direi proprio di sì. Si tratta appunto di un altro ostacolo a quella pluralità di voci e idee, che è una ricchezza da amministrare e far fruttare, e non come un male da eliminare o esorcizzare”.

Non è legittimo che il legislatore voglia limitare il rischio dispersivo dei “cespugli”?

“Entro certi limiti, sì. Altrimenti il sistema politico si chiude in sé stesso e crea le condizioni di una stretta autoritaria, insieme alle premesse di conflitti politici e sociali molto aspri. Ma forse è proprio questo il punto…La democrazia pluralista della nostra Costituzione non è stata digerita da alcune forze politiche italiane, troppo sensibili all’ebbrezza del potere”.

La legge vuole infilare dalla finestra un surrogato di premierato che era impossibile far entrare dalla porta?

“Vorrebbe. Troverei più appropriato dire che tenta di introdurre surrettiziamente il premierato”.

Che effetto fa sentire il presidente La Russa che si è spinto a interpretare la firma del Capo dello Stato sulla legge elettorale come l’implicita conferma alla bontà dell’impianto? C’è chi fa notare che Mattarella ha asciugato i tempi per concedere più spazio alle istanze di chi solleva dubbi e all’esame della Consulta.

“Di La Russa non so. Ma io non mi permetto di fare ipotesi sulle intenzioni del Presidente della Repubblica”.

E del centrosinistra che sembra infilato nel tunnel delle primarie, cosa pensa? Da cittadino quale consiglio darebbe ai leader?

“Evitino di contribuire alla crescente personalizzazione della politica, a scapito dei contenuti ispirati ai princìpi costituzionali, dei quali dovrebbe invece essere valorizzata l’attitudine espansiva. Altrimenti questa legge sbagliata sarà l’alibi per un’opposizione politicamente inefficace, che può attribuire una propria eventuale sconfitta alle manipolazioni legislative e non alla propria inadeguatezza e frammentazione”.


Vomero: vent’anni di avvertimenti ignorati sulle bande di ragazzini


il Comitato Valori collinari chiede il mea culpa di chi ha amministrato Napoli

            Capodanno: “Il primo quartiere commerciale della città è stato trasformato in un fast food a cielo aperto, senza tutelare i 48mila residenti. La violenza di piazza Vanvitelli è la conseguenza di un modello di sviluppo mai corretto ”.

            Il Comitato Valori collinari denuncia con estrema durezza le responsabilità politiche che, negli ultimi vent’anni, hanno consentito la trasformazione del Vomero da quartiere residenziale e commerciale in un’area della movida fracassone e violenta senza adeguati equilibri, controlli e regole.

            Il Comitato ricorda che, agli inizi di questo secolo, il Vomero era il primo quartiere commerciale della città, con circa 1.600 attività ampiamente diversificate per settori merceologici e con una presenza contenuta dei pubblici esercizi. La maggior parte dei negozi chiudeva verso le 20:00: dopo quella ora, i residenti potevano passeggiare con tranquillità e riposare durante la notte.

            Oggi, invece, il cuore del quartiere è divenuto un unico fast food a cielo aperto, con la proliferazione incontrollata di bar, ristoranti, paninoteche, sfizioserie e locali di somministrazione, molti dei quali restano aperti fino a notte inoltrata, talvolta per l’intera giornata. Tavolini, sedie, gazebo e ombrelloni occupano i marciapiedi, riducendo gli spazi di passaggio e rendendo difficoltosa la vita quotidiana dei circa 48mila residenti del quartiere.

            “Non è una trasformazione naturale né inevitabile: è il risultato di scelte politiche, amministrative e urbanistiche che hanno privilegiato la rendita della movida rispetto alla qualità della vita di chi vive e lavora qui – afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -. I partiti che hanno amministrato Napoli in questi anni hanno lasciato crescere un fenomeno noto, documentato e ripetutamente denunciato. Ora devono fare il mea culpa per ciò che non hanno fatto per arginare il fenomeno “.

            Il Comitato richiama l’articolo pubblicato da L’Espresso il 22 settembre 2005, dal titolo in prima pagina “Napoli addio. Criminalità. Disoccupazione. Disagio giovanile. Viaggio nella città che non crede più nel futuro”. Nel reportage di sei pagine dell’inviato Leo Sisti, il Vomero era descritto tra le aree in cui bande di ragazzini, spesso con meno di quattordici anni, affollavano strade e piazze quartiere collinare, diventando padroni. Quell’inchiesta raccontava anche un episodio accaduto proprio in piazza Vanvitelli: un automobilista, dopo aver premuto il clacson per superare un bivacco di una dozzina di adolescenti, era stato tratto fuori dall’auto e selvaggiamente picchiato. Aveva riportato tre costole fratturate, una vertebra incrinata e gravi lesioni alla milza, che era stata successivamente asportata.

            “ Cosa è cambiato da allora? Nulla” – sottolinea Capodanno. Vent’anni dopo, i residenti continuano a vivere gli stessi problemi: gruppi che occupano le strade, risse, aggressioni, schiamazzi, degrado e un presidio insufficiente nelle ore notturne. L’ultimo episodio, con un padre aggredito mentre difendeva le figlie, dimostra che gli avvertimenti che si sono susseguiti da vent’anni a questa parte sono rimasti inascoltati “.

            La piazza dei residenti divenuta palcoscenico della movida. Piazza Vanvitelli e le strade limitrofe, in particolare via Scarlatti, via Luca Giordano e via Bernini, sono ormai percepite come il centro di un modello di aggregazione fondato quasi esclusivamente su bar, ristorazione e consumo notturno. La presenza di tavolini e sedie sugli spazi pedonali, insieme a folle e schiamazzi fino a tarda notte, ha ridotto progressivamente il diritto dei residenti a vivere il proprio quartiere.

            ” Non siamo contrari al commercio, alla ristorazione né al diritto dei giovani di incontrarsi – puntualizza Capodanno -.Siamo contrari a un modello che ha eliminato la diversificazione commerciale, invaso gli spazi pubblici, alterato gli orari di riposo e trasformato le strade in un unico grande locale all’aperto. Il Vomero non può essere gestito come una discoteca permanente “.

            Chi ha governato la Città deve rispondere. Il Comitato Valori collinari chiede che sindaci, assessori, consiglieri comunali, rappresentanti delle Municipalità e dirigenti che negli anni hanno gestito la città rispondano pubblicamente per l’assenza di una pianificazione stabile della distribuzione commerciale, la mancata tutela della diversificazione merceologica, la proliferazione non regolata dei pubblici esercizi, l’occupazione degli spazi pedonali, oltre alla scarsità e l’irregolarità dei controlli sugli orari, sui dehors e sulle attività di somministrazione, all’insufficiente presidio delle aree della movida nelle ore notturne e alla mancata prevenzione di un fenomeno di disagio giovanile e violenza segnalato da oltre vent’anni.

            ” Non chiediamo colpevoli simbolici né facili proclami – dichiara Capodanno. Chiediamo che chi ha avuto responsabilità di governo riconosca gli errori, spieghi perché non è stato intervenuto e assuma impegni verificabili ”.

            Il Comitato Valori collinari chiede al Comune, alla Municipalità 5, alla Prefettura e alla Questura un piano straordinario e strutturato per il Vomero, che comprenda un censimento aggiornato delle attività commerciali e di somministrazione, una verifica rigorosa di autorizzazioni, orari, dehors, occupazioni di suolo pubblico e rispetto delle norme igienico-sanitarie, la rimozione immediata delle occupazioni abusive dei marciapiedi e delle aree pedonali, il ripristino della piena percorribilità pedonale, una disciplina degli orari di chiusura e di somministrazione, applicata con continuità oltre a presidi visibili e coordinati nelle ore serali e notturne con un confronto periodico con residenti, commercianti e associazioni e un piano di riqualificazione commerciale che favorisca la diversificazione dei settori e la presenza di negozi utili alla vita quotidiana. Infine sollecita l’adozione di programmi di prevenzione e inclusione per i giovani, invece della sola gestione emergenziale dei fenomeni di disagio.

            ” Non possiamo più accettare che il Vomero venga trattato come una risorsa da sfruttare e i residenti come un fastidio da ignorare – conclude Capodanno. Il quartiere ha bisogno di un nuovo equilibrio: commercio sì, ma non a spese della residenza; vita sociale sì, ma non senza regole; movida sì, ma non trasformata in schiamazzi e risse. Chi amministra questa città deve finalmente assumersi le proprie responsabilità ”.


L’Italia si arma (con un taglio), perché alla Difesa non può bastare


Il “metti e togli” sul bilancio delle forze armate non aiuta la programmazione né a spendere bene. La nuova legge di Bilancio porta 14 miliardi in più, ma ne toglie 8 rispetto al previsto. Si cambia di nuovo, e sarà sempre più difficile rispettare gli impegni con la Nato

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Metti i soldi, togli i soldi; ancora metti i soldi, togli i soldi; di nuovo metti i soldi, togli i soldi. Un esercizio noioso, a tratti snervante, se non dannoso, che incentiva la propaganda e scoraggia la comprensione. Che poi «’sti soldi» per la difesa sono troppi o pochi? La risposta va sganciata subito per non sobillare una rivolta dopo vagonate di articoli, di annunci, di polemiche: né troppi né pochi, quelli di sempre. Cambiano i governi, non cambia il canovaccio. Variazioni minime, riconteggi, alchimie, e le solite baruffe per finire sui giornali. Come qui.

Tiriamo giù l’ultimo allarme mediatico diffuso dal partito delle armi: -8 miliardi di euro in due anni per la difesa. Accipicchia, non rischiamo mica l’invasione di visigoti e ostrogoti? Replica il partito senza armi: +14 miliardi di euro in due anni per la difesa. Due notizie opposte, nessuna notizia falsa. Strano, no? Dipende da ciò che è accaduto attorno a queste due notizie. Un paio di mesi di ricostruzione, di cronaca, non storica.

Alla foto ricordo del vertice Nato di Ankara in Turchia, il governo italiano si presentò con una banconota di notevole dimensione: per il biennio 2027 e 2028 in legge di Bilancio inseriamo 19 miliardi di euro per la difesa. Scusate, ci si interrogò presto: 19 miliardi di euro spalmati sul biennio o addirittura triennio come si è soliti fare oppure 19 miliardi nel 2027 e altri 19 nel 2028? Nel dibattito politico furono riversate le prime ipotesi: l’Italia può richiedere all’Unione Europea uno scostamento di bilancio di 1,5 punti di Prodotto interno lordo (Pil) – cioè oltre il deficit consentito – per finanziare l’energia e la difesa. Allora fu individuata la capienza di queste risorse; non una donazione caritatevole, ma debito pubblico, un classico: 36 miliardi per ciascun anno, in teoria 72 miliardi di euro per il biennio. Alle Camere il ministro Giancarlo Giorgetti, era inizio agosto, liberò il dibattito politico da equivoci e calcoli sbagliati: prendiamo 36 miliardi totali nel biennio e li distribuiamo in 14 per l’energia e 22 per la difesa. A settembre era già stagione di riflessione senza le illusioni estive, a ottobre la presa d’atto (o di coscienza): l’Italia rimane in procedura di infrazione europea per i conti; l’economia francese s’è ammalata; temiamo il contagio che ci ammazza; l’inflazione non rallenta; i tassi di interessi lievitano, la campagna elettorale s’avvicina; meglio la «prudenza» per dirla con Giorgetti. E la difesa si è ritrovata con 8 miliardi in meno o 14 miliardi in più, a seconda delle lenti (politiche) che montate per valutare queste notizie.

Per la Ragioneria dello Stato ci sono altri 14 miliardi di euro nel biennio (7+7) che corrispondono a 0,3 per cento di Pil per il 2027 e per il 2028. Circa 40 miliardi complessivi dal prossimo anno. Vai a capire se sono sufficienti a evitare aggressioni straniere oppure ci dobbiamo davvero preoccupare per la carenza di risorse. Nulla sappiamo di preciso perché da anni la spesa per la difesa, che è un tema serio, viene giudicata per obiettivi contabili, e non strategici. Per le apparenze, non per la sostanza. Un esempio facile. Per accontentare l’azionista di maggioranza Donald Trump, lo scorso anno la Nato del segretario generale Mark Rutte ha riconosciuto all’Italia di aver raggiunto l’obiettivo di spesa del 2 per cento del Pil, dopo una dozzina di anni di tentativi falliti dagli accordi di Newport (Galles). Per l’esattezza, la Nato ha attribuito a Roma il 2,09, l’equivalente di circa 47 miliardi di euro. Nel 2023 i miliardi erano 31,3, nel 2024 erano 33,4. Dove ha recuperato il governo Meloni quasi 14 miliardi di euro nel 2025? In gran parte dalla carta: nient’altro che una meticolosa revisione dei costi. Il rendiconto ufficiale per lo scorso anno, infatti, rileva 35,5 miliardi di euro per la difesa, di cui 9,6 per acquisto o rinnovo di materiale bellico con 7,7 effettivamente erogati. Poiché la revisione dei costi, per quanto meticolosa, ha un limite, per quest’anno la Nato ha assegnato all’Italia il 2,1 per cento, +0,01, e fa ridere solo a scriverlo. I miliardi teorici sono 48,3 stavolta, quelli reali si stimano fra 35 e 36.

Però la Nato va veloce e tenta di trascinarsi alleati esitanti come l’Italia – non è detto che sia un male – e per il 2035 ha fissato il traguardo al 5 per cento del Pil combinando il 3,5 per la difesa di base e l’1,5 per innovazione, infrastrutture, cibernetica, filiera industriale (sì, i criteri sono vaghi). Un impegno ad arrampicarsi a 150 miliardi di euro annui nel 2035.

La presidente Giorgia Meloni si è inserita nei calcoli laschi e, sempre per sorprendere gli alleati accorsi ad Ankara, ha lanciato un 2,8 per cento con la spinta di uno 0,71 per la «sicurezza».

Le buone intenzioni o le belle dichiarazioni non incidono nei rapporti Nato. Il Servizio Studi della Camera ne ha esaminati parecchi e così li ha riassunti: «Con il 2,10 per cento, l’Italia si colloca al 21° posto ex aequo con il Portogallo tra i 31 Alleati riportati nella tavola. Il valore resta inferiore di 0,43 punti rispetto alla media aggregata registrata dagli Alleati europei e dal Canada, pari al 2,53%». Compresi i trucchi per lo scorso anno, il vero balzo Roma l’ha fatto nel 2020 con il governo Conte II: «Per quanto riguarda l’Italia, la serie storica ricalcolata dalla Nato mostra un livello compreso tra l’1,06% e l’1,22% nel periodo 2014-2019, una crescita all’1,58% nel 2020, una successiva stabilizzazione intorno all’1,5%». La Nato non ha interesse a intromettersi negli equilibri politici italiani, e dunque fa sapere a L’Espresso: «Accogliamo con favore gli sforzi costanti compiuti da tutti gli Alleati, compresa l’Italia, per proseguire sulla strada volta a investire il 5 per cento del Pil. Per eventuali commenti sulle discussioni governative in materia di spesa, vi rimandiamo alle autorità italiane».

Sopravvissuti a questa selva di percentuali, si può affermare che il ministero della Difesa ha in concreto 7 miliardi per il 2027 e 7 miliardi per il 2028, e per il prossimo anno una quota è riservata a uscite già stabilite.

L’argomento che divide la politica è il riarmo. Ci sono due tipi di riarmo: il «supermercato» detestato dal ministro Giorgetti, cioè prendere roba da scaffali altrui, spesso americani; la pianificazione, cioè investire in ricerca e sviluppo, sottoscrivere programmi comuni, dotarsi di scaffali di proprietà con altri vicini europei. Un anno di ritardo, spiegano i generali, provoca un rinvio di due o tre per la pianificazione con il rischio che si prenoti oggi un prodotto che domani sarà vecchio.

L’Italia ha indirizzato molto alla voce pianificazione durante il governo Conte II, superando agevolmente la soglia minima Nato del 20 per cento della spesa totale, e poi ha mantenuto quel livello mentre gli alleati salivano ancora più su: «L’Italia destina il 24,45 per cento della spesa agli equipaggiamenti e alla relativa ricerca e sviluppo, valore superiore al parametro del 20%, ma collocato – scrive il Servizio Studi – al 29° posto tra i 31 Paesi. La mediana degli Alleati è pari al 33,98%. I valori più̀ elevati sono di Polonia (55,91), Albania (52,62), Lussemburgo (51,77) e Lituania (47,57)».

La riduzione di 8 miliardi di euro o l’incremento di 14 miliardi anziché 22 impone al governo di disfare scelte già fatte. Gli ordini per le fregate più moderne o i mezzi corazzati si possono posticipare e sfrangiare. Lo stesso può succedere per le fabbriche di droni o per le comunicazioni satellitari. Vanno decise le priorità. Il programma assieme a Regno Unito e Giappone per il caccia di sesta generazione Gcap, il «sistema di sistemi» che dovrà far sfruttare l’intelligenza artificiale e rappresenta un gioiello non da «supermercato», non si tocca invece. Confermati i suoi 8,8 miliardi di euro già approvati.

Questi sono i numeri ufficiali, e forse li possiamo prendere per buoni. Per un po’ di tempo. Fino al varo della legge di Bilancio. Una manciata di settimane, magari. Senza esagerare. La campagna elettorale agita tutti. Basta uno spavento, un sondaggio imprevisto, e si riparte in coro: metti i soldi, togli i soldi, metti i soldi, togli i soldi.


All’UniSannio il convegno “Sibilla de Afflicto, medica beneventana”


Per il ciclo di incontri “Medioevo al femminile”, l’Associazione Amici dei Musei e dei beni culturali del Sannio, con il patrocinio dell’Università degli Studi del Sannio, organizza a Benevento il convegno “Sibilla de Afflicto, medica beneventana”.

L’evento si terrà venerdì 16 ottobre, ore 17.00, presso la Sala dell’Assunta di Palazzo San Domenico, in Piazza Guerrazzi, 1.

A portare i saluti saranno la rettrice dell’UniSannio, Maria Moreno, ed il presidente dell’Associazione AMS, Rito Martignetti, mentre la relazione sarà tenuta dalla docente e storica Lucia Gangale, che già in passato si è dedicata ad approfondire l’affascinante biografia di questa donna del XIV secolo, tra l’altro proponendo il suo nome nell’inserimento nella toponomastica cittadina.


Manovra 2027, nuovo taglio Irpef per il ceto medio a rischio: governo preferisce la flat tax fino a 100mila euro


Il governo sta per approvare in Consiglio dei ministri il Dpb, il Documento programmatico di bilancio, che contiene lo scheletro della manovra e che sarà inviato a Bruxelles. Nel documento non ci sarà il dettaglio delle misure, ma nell’ultima riunione della maggioranza si è discusso degli interventi in cantiere: perde quota l’idea del nuovo taglio Irpef promesso per il ceto medio.

(di Annalisa Cangemi – fanpage.it) – Il nuovo taglio Irpef al ceto medio promesso dal governo rischia di saltare. Il vicepremier Antonio Tajani continua insistere sul punto, in vista della prossima legge di Bilancio, di cui oggi il Consiglio dei ministri esaminerà lo scheletro, approvando il Dpb, il Documento programmatico di bilancio, che sarà inviato a Bruxelles (per le misure vere e proprie bisognerà aspettare).

“In questa manovra troviamo 14 miliardi di flessibilità per quanto riguarda la sicurezza e l’energia”, ha detto ieri Tajani durante la trasmissione “10 minuti’ su Retequattro, riferendosi al primo ok incassato dall’Ue sull’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, che permette all’Italia di spendere in deroga al Patto di Stabilità quasi 29 miliardi per difesa e transizione energetica nel 2027 e 2028.

“Puntiamo moltissimo sulla flessibilità – ha aggiunto – e al prossimo consiglio europeo il presidente del consiglio insisterà a nome dell’Italia che venga concessa più flessibilità ai nostri conti perché c’è una inflazione galoppante provocata non da fatti interni ma esterni”. Meloni infatti spera di proseguire il negoziato con l’Ue, per ottenere maggiore flessibilità fiscale per contrastare l’inflazione, nonostante i ripetuti no giunti dalla Commissione.

Tajani ha indicato quindi tre interventi in vista della manovra: “Noi riteniamo che si debbano fare dei provvedimenti fiscali per ridurre la pressione fiscale sui giovani, quindi una sorta di no tax area sino a 30-35 anni; poi estendere a tutte le prime auto l’esenzione dal bollo, terza cosa, la riduzione ulteriore dell’Irpef, sino a 60 mila euro mentre ora è a 50 mila euro”. Ma quest’ultimo provvedimento, che consentirebbe di estendere la seconda aliquota Irpef al 33% alla fascia di reddito compresa tra 50.000 e 60.000 euro è ora in bilico. 

Dopo l’ultima riunione di maggioranza che si è tenuta ieri quest’ipotesi sembra meno probabile. Secondo quanto scrive anche il Sole 24 Ore, il governo in sostituzione di questo sostegno al ceto medio pensa a misure che possano sostenere alcune categorie in particolare: da una parte gli anziani e i fragili, per i quali si pensa a uno sconto per le prestazioni sanitarie non coperte dal Sistema sanitario nazionale; e dall’altra i giovani, con misure di sostegno alla natalità. Il rischio che salti il nuovo taglio Irpef non sarebbe legato a un problema di coperture: il costo è di 2,7 miliardi. Ma la possibilità che salti, scrive la Repubblica, è legata piuttosto al dubbio sulla reale efficacia dell’intervento, perché la platea calcolata sarebbe piuttosto contenuta: circa 3 milioni di beneficiari. E poi, in vista delle elezioni politiche, al governo serve dare una misura molto più tangibile al suo elettorato

Governo pensa alla flat tax fino a 100mila euro
Per questo riprende quota il progetto di sostenere le partite Iva: resta in piedi l’idea di portare da 85mila a 100mila euro il tetto di ricavi entro cui autonomi e piccole imprese possono accedere al regime forfettario (misura che era nel programma del centrodestra per le elezioni del 2022). In questo senso però diventa ancora più urgente la trattativa con Bruxelles, perché per attuare una misura simile (il governo ha già alzato l’asticella da 65mila euro a 85) bisogna intervenire sulle norme comunitarie. Il provvedimento accontenterebbe la Lega, che ieri lo ha inserito tra le priorità per la Finanziaria.

Al consiglio federale “abbiamo parlato innanzitutto degli italiani e dei problemi che gli italiani ci portano sul tavolo tutti i giorni, quindi le priorità della Lega per la prossima legge di bilancio fra 1000 difficoltà internazionali, l’età pensionabile da abbassare dai 67 anni previsti da Fornero ai 64 – volontariamente ovviamente – , l’innalzamento della Flat tax per le Partite Iva a 100mila euro e il contributo che le banche dovranno dare a tutto ciò”, ha detto il vicepremier Matteo Salvini parlando con i cronisti in via Bellerio, in linea con le dichiarazioni del ministro Giorgetti sul contributo che verrà probabilmente richiesto alle banche.

Fdi e Forza Italia sarebbero d’accordo sull’innalzamento della soglia per la flat tax per le per partite Iva, ma avrebbero bisogno anche loro di una misura bandiera da poter sventolare per la campagna elettorale. Ed è qui che tornano le misure per sostenere le spese sanitarie per i fragili, sotto forma di bonus o di sconto. L’ipotesi è che tale contributo venga destinato agli anziani sopra una certa soglia e alle famiglie con minori a carico per le prestazioni e i servizi del privato (costo stimato 40 miliardi). Fratelli d’Italia punta anche alla detassazione delle tredicesime: la misura però non sarebbe per tutti, ma solo per i redditi più bassi.


La nuova inchiesta del Times e la vita di lusso del capo del pallone a Miami


“Infantino ha ricevuto un secondo stipendio milionario tenuto segreto dalla Fifa”. Il quotidiano inglese rivela che il presidente della Fifa avrebbe percepito dalla società organizzatrice dei Mondiali 2026 milioni di euro di compensi aggiuntivi, mai dichiarati dalla Fifa. Sarebbe una palese violazione dello Statuto. Sullo sfondo, il lussuoso stile di vita in Florida, tra ville milionarie e affari immobiliari sospetti

“Infantino ha ricevuto un secondo stipendio milionario tenuto segreto dalla Fifa”: la nuova inchiesta del Times e la vita di lusso del capo del pallone a Miami

(diDaniele Fiori – ilfattoquotidiano.it) – Ufficialmente Gianni Infantino vive a Zugo, un piccolo paradiso fiscale della Svizzera, in una casa pagata dalla Fifa a pochi km dal quartier generale di Zurigo. Sempre ufficialmente, in base al rapporto annuale del 2024, Infantino percepisce in quanto presidente un compenso da 4,274 milioni di franchi svizzeri, tra stipendio e bonus si tratta di circa 4,6 milioni di euro. Nel 2023, dopo il Mondiale in Qatar, Infantino ha però trasferito la sua famiglia a Miami, in una lussuosa villa da 27 milioni di dollari di proprietà del miliardario Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google. Come ha fatto il presidente della Fifa a potersi permettere uno stile di vita da re nel cuore della Florida? Secondo la nuova inchiesta del quotidiano inglese The Times, Infantino ha percepito in questi ultimi anni un secondo stipendio, tenuto segreto dalla Fifa, che solo nel 2024 ha portato nelle sue tasche circa 1,5 milioni di euro. Se confermata, questa condotta sarebbe una palese violazione dello Statuto.

La rivelazione del Times rischia di compromettere ulteriormente la figura di Infantino, a pochi mesi dalle elezioni del nuovo presidente della Fifa, in programma il 18 marzo 2027. Il tempo per presentare altre candidature ormai sta scadendo: il termine ultimo è fissato per il prossimo 18 novembre e per ora non ci sono sfidanti all’orizzonte. Dopo i Mondiali in Nord America, però, il consenso che aveva permesso a Infantino di accumulare sempre più soldi e potere si è improvvisamente sfaldato. A scatenare il fronte anti-Infantino, che da tempo covava una possibile rivoluzione, è stato l’ultimo sfrontato progetto presentato dal capo mondiale del pallone: una nuova società, Fifa Forward Enterprise (FFE), incaricata di gestire i tornei della Fifa e vendere quote dei Mondiali ai privati. Nello specifico, a un fondo di cui fa parte Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner, genero di Donald Trump.

Il diabolico piano di Infantino è stato stroncato sul nascere, ma ha permesso ai suoi rivali di passare all’attacco: sono arrivate richieste di dimissioni (ignorate) da Uefa, Concacaf e confederazioni asiatiche. L’Uefa di Ceferin ha anche avanzato la richiesta di un’indagine penale contro Infantino per la sua gestione dei fondi Fifa. Ora però l’inchiesta del Times apre un nuovo potenziale fronte, che dimostrerebbe l’opacità nella gestione dei fondi da parte di Infantino. Il suo piano per la vendita dei Mondiali sarebbe infatti strettamente legato al suo stile di vita a Miami, circondato da miliardari e potenti, che l’avvocato svizzero ha dimostrato di apprezzare parecchio.

Il prestigioso quotidiano inglese ha infatti svelato il contenuto della dichiarazione finanziaria presentata all’Internal Revenue Service, l’agenzia delle entrate statunitense, dalla società costituita per organizzare i Mondiali, FWC2026 US Inc: da questo documento, risulta che Infantino nel 2024 ha ricevuto da questa società compensi per 1,76 milioni di dollari, circa 1,5 milioni di euro. Tra questi, ci sono 626.229 dollari classificati come “altri compensi soggetti a dichiarazione”. Secondo alcune fonti del Times, il capo della Fifa ha ricevuto cifre simili anche nei due anni successivi. Altri milioni di euro finiti che sarebbero finiti nelle sue tasche, ma mai dichiarati dalla Fifa nel suo rapporto annuale. L’articolo 43 dello statuto al paragrafo 13 recita chiaramente: “I compensi individuali del presidente della Fifa, dei membri del Consiglio e del segretario generale della Fifa devono essere resi pubblici“.

Miguel Maduro, ex presidente della commissione per la governance della Fifa, ha spiegato al Times: “Si tratta di una chiara violazione delle regole se riceve altre somme da società collegate alla Fifa e queste non vengono rese pubbliche. Lo statuto della Fifa impone un obbligo di piena trasparenza”. La Fifa nella sua replica al quotidiano inglese non ha infatti fornito una spiegazione puntuale: “Il compenso annuale del presidente della Fifa, così come gli altri benefici contrattuali, viene stabilito dalla sottocommissione per i compensi della Fifa”. E poi: “Questi benefici vengono comunicati alle autorità statunitensi in conformità con gli obblighi di dichiarazione”.

Prima del Mondiale 2026, Infantino ha vissuto con la famiglia a Miami in una villa sul lungomare, con piscina e molo privato: l’affitto costa decine di migliaia di dollari al mese. La sua residenza si trovava nelle Sunset Islands, una località blindata extralusso composta da quattro isole artificiali. Poi, nell’autunno 2025, Infantino si sarebbe trasferito in un’altra località esclusiva di Miami, dove abita anche David Beckham. Non ci sono conferme, ma il Times ha scoperto che a ottobre la società Shadi LLC ha acquistato un appartamento con cinque camere da letto e sei bagni per circa 7,6 milioni di euro. La Shadi LLC è stata costituita dallo studio legale Elias Law, che annovera la Fifa tra i propri clienti. L’appartamento apparteneva a Marc Anthony, nominato ambasciatore dei Mondiali per Miami quattro mesi prima della vendita. Il cantante ha venduto l’immobile a un prezzo inferiore di 2,4 milioni di dollari rispetto a quanto lo aveva pagato nel 2021. Un portavoce della Fifa ha commentato al Times: “Non è di alcun interesse pubblico sapere se il signor Infantino abbia acquistato proprietà immobiliari in qualsiasi parte del mondo”.


33ª Sagra della Castagna e del Pecorino Vitulanese, ufficializzato il programma artistico e musicale


Quattro giorni di musica, tradizioni, arte e sapori a Vitulano. Dal 29 ottobre al 1° novembre 2026 il borgo si trasforma in un palcoscenico diffuso, tra street band, gruppi popolari, artisti di strada, trekking, laboratori, mostre e appuntamenti enogastronomici.

Quattro giorni per lasciarsi conquistare dai sapori della tradizione, riscoprire la bellezza del territorio e vivere il borgo attraverso la musica, l’arte, la cultura e l’accoglienza della sua comunità. Dal 29 ottobre al 1° novembre 2026 torna la 33ª Sagra della Castagna e del Pecorino Vitulanese, appuntamento ormai profondamente legato all’identità di Vitulano, capace di rinnovare ogni anno il legame tra tradizioni, produzioni locali e partecipazione popolare. È ufficiale il programma artistico e musicale della manifestazione, che per quattro giorni animerà le vie e le piazze del centro storico con un calendario ricco di appuntamenti pensati per coinvolgere visitatori di tutte le età. La musica popolare incontrerà le sonorità delle street band e dei DJ set, gli artisti di strada accompagneranno il pubblico lungo il percorso della festa, mentre trekking, laboratori per bambini, presentazioni letterarie, mostre e dimostrazioni artigianali offriranno ulteriori occasioni per conoscere Vitulano e le sue tradizioni. Promossa dalla Pro Loco Camposauro APS, con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Vitulano, di UNPLI Benevento, delle associazioni territoriali e con il coinvolgimento di produttori, operatori gastronomici, artigiani e volontari, la Sagra si conferma un momento di incontro e valorizzazione delle risorse culturali, paesaggistiche ed enogastronomiche del territorio. Ad accompagnare il pubblico sarà un programma che intreccia intrattenimento e scoperta, trasformando il borgo in uno spazio da vivere e attraversare, dove ogni giornata propone nuove esperienze e ogni luogo diventa parte di un racconto collettivo. La manifestazione prenderà ufficialmente il via giovedì 29 ottobre alle ore 18:00, presso la Pinacoteca Comunale, con l’inaugurazione e il convegno di apertura. Da qui si entrerà nel vivo di un percorso che metterà subito al centro la musica e la partecipazione: alle ore 19:00, le sonorità popolari degli ASSURD si uniranno alle performance dell’artista di strada Davide Zarrella, dando vita a uno spettacolo itinerante tra le vie del borgo. Alle ore 20:00, presso Fontana Reale, spazio alla parola e alla memoria con il Poetry Slam “Poesia e Resilienza – Dal brigantaggio all’appartenenza”, un appuntamento dedicato al rapporto tra storia, identità e senso di comunità. La prima giornata si concluderà alle ore 22:00, in Piazza San Menna, con il DJ Set Night, per proseguire la festa anche nelle ore serali. La giornata di venerdì comincerà alle ore 10:00 con il trekking nei castagneti, a cura dell’ASD La Dormiente – Trekking Camposauro, con ritrovo in Piazza SS. Trinità. Un’occasione per immergersi nel paesaggio e conoscere da vicino uno degli ambienti più rappresentativi del territorio. Nel tardo pomeriggio, dalle ore 18:00, il centro storico tornerà ad animarsi con l’energia della street band Sussifunky, accompagnata dall’artista di strada Davide Zarrella. Musica e spettacolo si muoveranno lungo il percorso della Sagra, coinvolgendo il pubblico in un’atmosfera dinamica e festosa. Alle ore 19:30, la Chiesa di San Nicola, in Via Francesco Falluto, ospiterà la presentazione del libro di Camilla De Duonni, “Tocco Vecchio, sospese tra vita e silenzio”. A chiudere la serata, alle ore 22:00, sarà il DJ set di Stefano Supino DJ, in Via Bracanelli. Il sabato sarà una delle giornate più ricche della manifestazione, con un programma che accompagnerà il pubblico dalla mattina al pomeriggio, alternando natura, folklore, attività per bambini e valorizzazione delle produzioni locali. Alle ore 10:00 torna il trekking nei castagneti, con ritrovo in Piazza SS. Trinità. Dalle ore 11:00, il Gruppo Folk Sannita Fortuna Folianensis porterà nelle strade del borgo la tradizione folkloristica, mentre a Fontana Reale si svolgerà il laboratorio di poesia creativa per bambini, a cura di Michele Piramide. Alle ore 13:00, l’Orchestrina Sanamalocchio e Davide Zarrella animeranno il percorso con musica e spettacoli itineranti, accompagnando i visitatori tra le piazze e gli stand della festa. Il pomeriggio sarà dedicato anche alla scoperta e alla creatività: alle ore 15:00, presso la Pinacoteca Comunale, i più piccoli potranno partecipare al laboratorio ludico-educativo “Alla scoperta della castagna”, mentre presso lo Stand del Contadino si terrà lo show cooking a cura dei docenti dell’I.P.S.A.R. “Le Streghe” di Benevento, dedicato alla cucina e alla valorizzazione delle materie prime locali. Alle ore 16:00, in Piazza San Menna, l’Azienda Agricola Emme 5 di Mastrocinque Gianpasquale proporrà una dimostrazione artigianale della cagliata, offrendo al pubblico l’opportunità di avvicinarsi ai gesti e alle tecniche della tradizione casearia legata alla produzione del pecorino. L’ultima giornata della Sagra domenica 1 novembre si aprirà alle ore 10:00 con il trekking urbano a cura dell’ASD La Dormiente – Trekking Camposauro, con ritrovo in Piazza SS. Trinità, per proseguire la scoperta del paese e dei suoi luoghi caratteristici. Alle ore 11:00, le strade saranno attraversate dai ritmi e dalle percussioni della street band Pegaonda, mentre a Fontana Reale tornerà il laboratorio di poesia creativa per bambini, a cura di Michele Piramide. Alle ore 11:30, in Via Roma, l’Azienda Agricola Calabrese di Cosimo Calabrese proporrà una nuova dimostrazione artigianale della cagliata, raccontando da vicino una delle fasi fondamentali della lavorazione casearia. Nel pomeriggio, alle ore 14:00, sarà il gruppo popolare Popolo Vascio, insieme a Davide Zarrella, ad animare il borgo con musica e spettacoli itineranti. Alle ore 15:00, presso lo Stand del Contadino, i docenti dell’I.P.S.A.R. “Le Streghe” di Benevento torneranno protagonisti con uno show cooking dedicato alla tradizione gastronomica. Il programma culturale si concluderà alle ore 18:00, nella Chiesa di San Nicola, in Via Francesco Falluto, con l’incontro e l’intervista durante i quali Antonio Vassallo presenterà Yurgen. Durante tutti i giorni della manifestazione, la Sagra offrirà anche occasioni per incontrare l’arte e approfondire il patrimonio culturale locale. Presso Casa Turese, in Via Fuschi di Sopra, sarà visitabile la mostra “Vittorio Asteriti – Colore / Linea / Superfici”. La Chiesa di San Nicola ospiterà invece Casa Naima, libreria indipendente e spazio culturale, mentre presso la Congrega dei Nobili sarà aperto il Museo dei Marmi, a cura di Mariano Goglia. Tre luoghi che arricchiscono il percorso della manifestazione, invitando i visitatori a scoprire il borgo non soltanto attraverso i suoi sapori e i suoi spettacoli, ma anche attraverso le opere, i libri e le testimonianze della sua storia. Accanto al programma artistico e culturale, il cuore della Sagra resterà il percorso enogastronomico, con stand e mercatini dell’artigianato pronti ad accogliere i visitatori. Caldarroste, pecorino vitulanese, dolci artigianali a base di castagna, primi piatti tradizionali e vini del Sannio accompagneranno il pubblico in un viaggio tra i sapori autentici del territorio. Gli stand saranno aperti a pranzo e a cena, offrendo la possibilità di vivere la manifestazione durante l’intera giornata e di abbinare l’esperienza gastronomica agli spettacoli, alle attività culturali e alle passeggiate. La castagna e il pecorino diventano così il filo conduttore di una festa che racconta il lavoro della terra, i saperi tramandati nel tempo e il valore delle produzioni locali, mettendo in relazione gastronomia, paesaggio e identità. La 33ª Sagra della Castagna e del Pecorino Vitulanese si prepara dunque a trasformare il borgo in un luogo di incontro, dove musica, tradizione, cultura e gastronomia si fondono in un unico percorso. Dalle esibizioni itineranti alle passeggiate nei castagneti, dai laboratori per bambini alle dimostrazioni artigianali, ogni appuntamento contribuirà a raccontare un territorio vivo, capace di valorizzare le proprie radici e di condividerle con chi arriva per scoprirlo.


Roma, Teatro Trastevere: doppio progetto artistico a cura di Valentina Luporini, dal 21 al 25 ottobre 2026


Associazione Culturale Teatro Trastevere

presenta

Doppio Progetto Artistico a cura di Valentina Luporini

Dal 21 al 25 ottobre 2026

Basilico & altri rimedi – 21 e 22 ottobre ore 21

Gaber sotto le stelle – 23, 24 ottobre ore 21, e 25 ottobre ore 17:30

VALENTINA LUPORINI AL TEATRO TRASTEVERE CON DUE SPETTACOLI:

DALLA CREAZIONE CONTEMPORANEA ALL’EREDITÀ DEL TEATRO CANZONE

Arriva a Roma Valentina Luporini, attrice e drammaturga teatrale, figlia di Sandro Luporini, pittore e autore che, insieme a Giorgio Gaber, ha dato vita al Teatro Canzone. Il Teatro Trastevere ospiterà due spettacoli che raccontano due dimensioni del percorso artistico di Valentina: la creazione originale e il confronto con l’eredità teatrale e musicale della propria famiglia.

PRIMO APPUNTAMENTO:

Si parte il 21 e 22 ottobre con «Basilico & altri rimedi», la prima creazione teatrale di Valentina Luporini, un duo in scena con Cristiano Arsì, regia di Rose Marie Gatta, aiuto regia di Duccio Nobili. «Basilico & altri rimedi » racconta con ironia e profondità una storia d’amore dove la pianta di basilico diventa metafora della cura, dei legami e dei bagagli emotivi che ciascuno porta con sé.

SECONDO APPUNTAMENTO:

Il secondo appuntamento sarà dal 23 al 25 ottobre con «Gaber sotto le stelle», spettacolo nel quale Valentina Luporini si confronta direttamente con il repertorio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, portando in scena una nuova prospettiva sul Teatro Canzone, un dialogo tra una generazione e un patrimonio artistico che continua a interrogare il presente. Polistrumentista, Valentina cura gli arrangiamenti insieme a Diego Rodriguez: al cantautorato classico, chitarra e voce, si accostano sonorità provenienti da altri continenti, con percussioni brasiliane e musica elettronica. Lo spettacolo è inoltre interattivo, e il rapporto con il pubblico diventa parte della dimensione scenica.

Due spettacoli, dunque, che mostrano due direzioni complementari: la costruzione di un linguaggio proprio e il confronto con una grande eredità artistica familiare. Due modi di stare in scena e di interrogare il teatro, tra ciò che si eredita e ciò che si trasforma.

PRESS OFFICE del Teatro Trastevere

Vania Lai

vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE

Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: 13.00 intero e 10 ridotto

-prevista tessera associativa-

feriali ore 21.00 – festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it


La disumanizzazione è il vero problema


(Paolo Arigotti – lafionda.org) – Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che, con una certa approssimazione, potremmo definire una spirale inflattiva dell’analogia con i regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o, per meglio dire, nutre una profonda avversione per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere. Ma quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è il pericolo, a nostro avviso non infondato, che certi approcci comunicativi e parallelismi possano sortire un effetto contrario a quello desiderato.

Si può comprendere facilmente come il ricorso a una certa terminologia o il richiamo a orrendi crimini possano avere la finalità di sottolineare ed enfatizzare la portata di determinati fatti e circostanze, specie ove reiterati, oltre che di evidenziarne la gravità morale e suscitare la riprovazione sociale. Ma, sempre restando sul piano comunicativo, a nostro modesto avviso, un utilizzo troppo ricorrente e, in taluni casi, forse improprio potrebbe produrre alcune distorsioni che meritano di essere considerate.

Un primo profilo da prendere in esame riguarda il rischio della banalizzazione storica. Se tutto diventa fascismo (o nazismo, o altro ancora), allora nulla è veramente tale. Se ogni leader autoritario – e ce ne sono parecchi nel mondo, non tutti così vituperati come meriterebbero – viene fatto oggetto di una sorta di reductio ad Hitlerum, la figura che per molti (comprensibilmente) rappresenta il male incarnato cessa paradossalmente di rivestire questo ruolo. In altri termini, la memoria storica, per essere tale, deve rafforzarsi nel tempo, non indebolirsi. Il pericolo di un suo affievolimento, dovuto all’incapacità di mettere doverosamente in risalto una serie di differenze qualitative, o, peggio, al continuo ricorso a paragoni (o, se si preferisce, metafore) con eventi o periodi storici, rischia di far degenerare (e strumentalizzare) l’eccezione in polemica quotidiana.

Un secondo punto (e pericolo) che vorremmo riprendere è quello che potremmo qualificare come saturazione emotiva. L’inflazione morale dovuta alla legge dell’assuefazione, che domina la comunicazione politica, rischia di far perdere a un certo termine la forza evocativa che gli è propria, con il risultato, anche in questo caso paradossale, di portare nel tempo a una riduzione della capacità (auspicabile) di indignarsi e contrastare certi fenomeni, nel momento in cui si presentassero per davvero.

E poi c’è un terzo aspetto, che investe il piano culturale. Insistere nel ricorso o nell’evocazione del pericolo nazifascista (o di altro genere) rischia di ingenerare la convinzione, a nostro parere piuttosto diffusa, che quelle ideologie e quei regimi costituiscano una sorta di dinamica unica, irripetibile, quasi aliena rispetto alla normalità umana. Il che porta a dimenticare che, al di là del tiranno di turno, il vero pericolo era (ed è) costituito dalla possibilità che uomini ordinari partecipino a sistemi di oppressione, violenza e disumanizzazione. È lo scenario più oscuro e inquietante che il sociologo Zygmunt Bauman mise in risalto nel suo fondamentale Modernità e Olocausto, nel quale è l’uomo ordinario a trasformarsi in ingranaggio del sistema.

Sarebbe un gravissimo errore trascurare il fatto che la storia, o forse, per meglio dire, quella dei crimini e delle atrocità, non inizia e non termina con i regimi dittatoriali del XX secolo. Basterebbe volgere lo sguardo al passato per individuare crimini di analoga portata, come quelli che caratterizzarono la conquista del continente americano o di quello oceanico. Per non parlare di quelli commessi ai danni delle terre colonizzate dall’uomo bianco, supposto «portatore di civiltà». Se si volesse proporre un parallelismo storico, forse più efficace, questo potrebbe scaturire dall’amara constatazione che, pur nella diversità dei contesti e delle modalità, la crudeltà organizzata (e talvolta gratuita) non è monopolio di una singola ideologia o di una determinata epoca, ma attraversa passato e presente.

Letto in questi termini, il continuo riferimento al nazifascismo (e via dicendo) potrebbe addirittura sortire, sempre per paradosso, un effetto rassicurante. Se il male ha un volto ben identificato, storicamente concluso e universalmente condannato, allora possiamo convincerci che esso appartenga al passato o che possa essere confinato a un certo contesto. Al contrario, se si arriva alla conclusione che il problema risiede in alcune costanti della natura umana e delle organizzazioni sociali, allora la questione si fa molto più scomoda (e inquietante).

In tal senso, sarebbe forse più utile interrogarsi sui meccanismi ricorrenti che consentono agli esseri umani di trasformare altri esseri umani in oggetti. La costante è la disumanizzazione, che spesso precede (e poi giustifica) la violenza. Quasi mai si arriva direttamente all’esclusione sociale o alla repressione senza passare prima per una fase in cui il mondo viene diviso tra persone pienamente umane e altre considerate inferiori, nemiche e, come tali, sacrificabili.

Sul punto si innestano alcune riflessioni filosofiche particolarmente efficaci.

Hannah Arendt, parlando del processo a Eichmann ne La banalità del male, mise in evidenza come molte atrocità fossero state commesse da individui sorprendentemente ordinari, incapaci o non disposti a esercitare un pensiero critico autonomo. Il problema non dipende dall’esistenza di presunti «mostri», quanto dall’obbedienza cieca e dalla rinuncia al giudizio morale. Tra le citazioni più significative, quella secondo cui: «Il più grande male nel mondo è il male commesso da nessuno, cioè da esseri umani che rifiutano di essere persone», che evidenzia una certa tendenza umana a deresponsabilizzarsi all’interno di apparati burocratici, politici o ideologici.

Non meno importanti le riflessioni di Primo Levi, che mise in guardia contro l’illusione di una separazione netta tra buoni e cattivi e contro la tentazione di considerare la barbarie come patrimonio esclusivo di una categoria politica o nazionale. O quelle di Tzvetan Todorov, che, riflettendo sulle tragedie del Novecento, richiamò l’attenzione sul fatto che i barbari non sono necessariamente gli altri: la barbarie non è un corpo estraneo alla civiltà, bensì una possibilità sempre presente al suo interno.

A questo proposito, particolarmente efficaci sono le parole di Aleksandr Solženicyn: «La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni essere umano».

Ragionando sempre in prospettiva comunicativa, e senza nessuna volontà di sminuire la portata e l’efferatezza di tanti (troppi) crimini, forse sarebbe utile smetterla di andare a caccia del novello Hitler, per concentrarsi con maggiore attenzione sullo studio dei meccanismi che, in ogni tempo, hanno indotto degli esseri umani a non vedere nell’altro un proprio simile, con eguale dignità e sentimenti. Perché è a questo punto che possono sempre trovare linfa dinamiche come la volontà di dominio, la paura, l’avidità, il tribalismo, il conformismo e la ricerca del capro espiatorio, le stesse che scatenano guerre e altre efferatezze, magari presentate come azioni giuste o di difesa.

Una prospettiva meno rassicurante, ma forse più utile, perché sposta l’attenzione dai fantasmi del passato alle responsabilità del presente. E che potrebbe contribuire a porre fine a un’assurda pretesa di superiorità che, non considerando l’altro come vittima, finisce inevitabilmente per trasformare chi se ne fa portatore nel carnefice di turno, oltretutto giustificandolo.


La fine di Trump


(Tommaso Merlo) – Anche la tregua energetica tra Ucraina e Russia era la solita flatulenza social di Trump e i barili che dice comprerà da Putin bastano agli Stati Uniti giusto per qualche giorno. Per Trump si avvicina la fine ed è disperato, gli americani gradiscono molto di più la diarrea fulminante che quel presidente perfido, crudele e soprattutto dannatamente incapace. Continua del resto a prendere decisioni disastrose sia per il suo paese che per il mondo intero. E questo non solo perché è una persona profondamente incompetente e totalmente priva di buonsenso, ma anche senza l’umiltà che consente di ascoltare e quindi capire e quindi prendere decisioni sensate e nel caso non si rivelassero tali, correggerle. Un’ignoranza abissale che è anche frutto dell’arroganza. Davvero una lezione magistrale di cattiva leadership, di quei personaggi che non hanno né le conoscenze né la personalità adatta per comandare ma arrivano comunque immeritatamente in cima e combinano disastri. Trump è il classico capo non all’altezza che si nasconde alimentando caos e scaricando le colpe sugli altri, il classico capo che comanda con la paura, coi raggiri, con le bugie e si circonda di inetti in modo che nessuno gli possa fare ombra perché in fondo l’unica cosa che ha davvero a cuore è se stesso. Il classico capo che dà il cattivo esempio invece che quello buono alimentando un clima tossico in cui anche gli altri danno il peggio di sé invece che il meglio. Ogni giorno Trump posta ed esterna davanti alle telecamere spargendo parole intrise d’odio, falsità e perfino violenza. Ha perso ogni contatto con la realtà e quindi la verità e passerà alla storia per aver minacciato il genocidio del popolo iraniano anche dal palco dell’assemblea dell’ONU. Mostruosità passate in sordina perché ne spara talmente tante che ormai nessuno gli dà retta. E non c’è dubbio che sia un pagliaccio ma intanto è tornato alla Casa Biaca anche se pregiudicato, lui e il suo clan famigliare stanno accumulando miliardi tra una ruberia e l’altra, lo schifo Epstein che lo vede assoluto protagonista è insabbiato e dopo aver partecipato ad un genocidio e bombardato scuole e palestre piene di ragazze iraniane, sta cercando di distruggere la Corte Internazionale per farla franca insieme ai suoi complici sionisti. Trump è un ratto che riesce a galleggiare da decenni in certa fogna, il problema è che si crede un messia e pure ingiustamente bestemmiato e che non avendo intenzione di farsi crocifiggere, si è rimesso a far comizi. Secondo i sondaggi rischia infatti di perdere anche il senato oltre alla camera e questo non significa solo impeachment ma anche incriminazione e cioè sbarre e pigiamino arancione per la felicita’ del Creato. Di celebrolesi disposti ancora a votarlo ce ne sono ma non riescono nemmeno a riempirci i palazzetti di provincia e le sue fregnacce non bucano più. A fregarlo è la cruda realtà dei fatti. Gli unici che stanno godendosi la decantata età dell’oro sono i bulimici oligarchi a cui ha abbassato le tasse facendo macelleria sociale e permettendogli di saccheggiare le casse pubbliche, per tutti gli altri è un’età del letame ovino e caprino. Per la sua grottesca fissazione per i dazi e quella per la conquista del Nobel per la Pace bombardando, ha scatenato una crisi energetica senza precedenti distruggendo interi comparti come quello agricolo e ridotto sul lastrico la classe media oltre che mezzo mondo. Davvero impressionante i danni che è riuscito a combinare in soli due anni e dato che non ha speranza nelle urne, molti temono ricorra ai brogli dato che ha vietato gli osservatori internazionali. Davvero impressionante quanto sia marcio il sistema americano per permettere ad un farabutto del genere di arrivare per ben due volte alla Casa Bianca. Un sistema marcio che premia leader marci che gli permettono di prosperare, un sistema che seleziona i peggiori come se l’unico vero criterio fosse la complicità ai clan che compongono la mafia politica e lobbistica che controlla il gioco democratico. Ma la crisi economica e anche politica scatenata da Trump è tale d’aver risvegliato gli americani dal torpore egoistico e consumistico. Vogliono un cambiamento radicale, la fine della corruzione legalizzata della politica, la fine dell’oligarchia capitalistica e la fine del trumpismo che passerà alla storia come una delle truffe elettorali più clamorose. È risorto perfino il socialismo e la fine politica di Trump è solo questione di tempo. Davvero una lezione magistrale per le nostre democrazie ma anche per la nostra vita personale. Il mondo è pieno di Trump, di personaggi che accumulano ricchezze e potere e fama fregando il prossimo e che finiscono disprezzate e con dentro un inferno. Pessimi leader e pessime persone che vivono perseguitate da segreti e scheletri immondi, terrorizzate dalla verità su chi sono davvero e cioè persone incapaci, malvagie e nocive che per qualche irrisolto trauma infantile e per qualche delirio narcisistico, hanno speso il proprio fugace passaggio sul pianeta infestandolo per poi alla fine lasciarsi alle spalle solo tristi macerie.


Debito pubblico alle stelle: Giorgetti parla di prudenza, ma col nuovo documento programmatico si torna indietro


Con una crescita economica a zero, una spesa per interessi fuori controllo e un patto fiscale europeo che stringe, bisognerebbe avere il coraggio di dire agli italiani che la festa, se pur ci fosse stata, è finita

Debito pubblico alle stelle: Giorgetti parla di prudenza, ma col nuovo documento programmatico si torna indietro

(Mario Pomini – ilfattoquotidiano.it) – Con il Dpfp (Documento programmatico di finanza pubblica) prende avvio, anche formalmente, la sessione di bilancio che impegnerà, fino a Natale, il Parlamento. Il documento specifica il quadro generale delle risorse e degli impieghi che la legge di bilancio dovrà rispettare. Con il documento per il 2027 si torna all’antico, cioè a chiedere uno scostamento di bilancio, che altro non è che nuovo debito. Come in una sorta di gioco dell’oca si ritorna alla prima casella, quella da cui si era partiti a inizio legislatura.

In effetti, la prima finanziaria della premier Meloni per il 2023 aveva usufruito di uno scostamento di bilancio, cioè un extradeficit, gigantesco, del valore di 20 miliardi su un totale di 35 dell’intera manovra. Ma allora l’extradeficit non dava alcun problema, né formale e neppure sostanziale, perché era previsto dall’allineamento delle clausole europee dopo la pandemia. Il super debito del 2022 è stato dirottato, in maniera virtuosa, quasi tutto verso misure di contenimento della bolletta energetica per circa 18 miliardi, con contributi alle famiglie e imprese. Negli anni successivi il rubinetto del debito pubblico aggiuntivo si è gradulamente ridotto e poi chiuso, a causa delle nuove regole del Patto di stabilità negoziate anche da Giorgetti.

Ma evidentemente il vizio non è andato perduto e oggi il governo chiede di nuovo, come nel 2022, un extradeficit di circa 14 miliardi, autorizzato ancora dalla Commissione europea. Questi soldi verranno usati per comprare armi e servizi bellici (quasi sicuramente made in Usa) e per provvedimenti in campo energetico (ma non per calmierare le bollette come nel 2023). I nuovi soldi per le armi serviranno a poco nell’economia complessiva del bilancio, mentre i contributi energetici potranno liberare qualche miliardo già stanziato per altri provvedimenti fiscali all’orizzonte.

Giorgetti ha sottolineato il fatto che il Dpfp per il 2027 è improntato alla prudenza, virtù che oramai cita spesso come un amuleto provvidenziale. Ma di questa oculatezza contabile è difficile vederne traccia. Se guardiamo i dati proposti, il governo ha spinto il debito pubblico al valore più alto di sempre. In termini percentuali salirà nel 2027 al 138,5% del Pil, in termini assoluti sopra i 3.200 miliardi. Si tratta della quota più elevata mai raggiunta in tempi di pace dall’Unità d’Italia.

La conseguenza della montagna del debito accumulata alacremente anche dal duo Meloni-Giorgetti poi ha un effetto perverso, soprattutto in un periodo come l’attuale in cui il credito è scarso e costoso. In soli cinque anni la spesa per interessi è salita dagli 83 miliardi iniziali, collocandosi stabilmente sopra i 100 miliardi. Ecco un altro record sicuramente del governo Meloni.

I dati del deficit, il disavanzo annuale, ne escono abbondantemente, anche se legalmente, truccati. Il deficit è sotto il mitico valore del 3% senza la quota per le spese energetiche e militari, ma torna decisamente al di sopra se le consideriamo. Il disavanzo reale per il 2027 sarà del 3,4% e poi passerà al 3, 2% nell’anno successivo, anche se quello contabile per l’Europa sarà del 2,8% e del 2,6%. I conti saranno pure a posto formalmente per l’Europa, ma a pagare il nuovo debito saranno i contribuenti italiani.

In questo quadro abbastanza gramo per le finanze pubbliche, uno potrebbe pensare ad una pausa per le tentazioni demagogiche del ceto politico. In fondo, con un’inflazione che sta salendo verso il 5%, sarà già una bella grana adeguare le pensioni, la spesa per beni intermedi e i salari dei pubblici dipendenti per l’anno prossimo. Invece pare che i nostri leader si stiano baloccando con proposte del tutto fantasiose come un’ulteriore riduzione delle aliquote Irpef per l’ormai celebre ceto medio, o una mini flat tax per coloro che hanno meno di 35 anni, e chi più ne ha più ne metta. Qui però bisognerà trovare risorse vere, e quindi procedere con robusti tagli allo stato sociale sulla scia di quelli degli anni precedenti, senza contare l’effetto del drenaggio fiscale che aiuta, e non di poco, le entrate pubbliche.

Con una crescita economica che non c’è, con una spesa per interessi ormai fuori controllo, con un patto fiscale europeo che stringe, bisognerebbe avere il coraggio di dire agli italiani che la festa, se pur ci fosse stata, è finita e che la situazione è così seria da richiedere interventi correttivi urgenti. Invece si continua sulla scia dell’illusione fiscale del debito pubblico. Potremmo allora parlare di un governo di “scostati”, ma non con riferimento al deficit pubblico, ma con riferimento alla realtà dei fatti. Sono però un po’ pessimista perché a forza di scostamenti anche gli elettori si sono illusi che, comunque, prima o dopo qualcuno ci salverà dal disastro finanziario che si preannuncia, magari allentando i vincoli europei.

Per fortuna il ministro Giorgetti è sereno, tanto fra qualche mese toccherà a qualcun altro riparare ai guai che lui ha creato, anche se prudentemente.


Nella Tuscia c’è puzza soffritto d’interessi


Giuli premia Bolsena tra le capitali dell’arte: il consigliere è proprietario dell’hotel di lusso

Giuli premia Bolsena tra le capitali dell’arte: il consigliere è proprietario dell’hotel di lusso

(di Leonardo Bison – ilfattoquotidiano.it) – Bolsena e Civita di Bagnoregio saranno le capitali (o meglio la capitale, è un unico titolo diviso in due) italiane dell’arte contemporanea 2028. Lo ha annunciato ieri il ministro Alessandro Giuli, durante la cerimonia di proclamazione al ministero della Cultura. Dopo aver sconfitto Capri, Pozzuoli e addirittura Padova, le due cittadine della Tuscia (3.500 abitanti Bolsena, 3.200 Bagnoregio, di cui Civita è una frazione quasi disabitata) riceveranno 1 milione. Il merito, secondo quanto ha deciso la giuria, deriva da un programma artistico di alto livello e dalla capacità di dialogare con il paesaggio e lasciare un’eredità. Bisognerà crederci dato che, fin da quando nel 2014 l’allora ministro Franceschini inventò la capitale italiana della cultura – poi sdoppiata da Gennaro Sangiuliano con la sua versione per l’arte contemporanea – questi bandi, che assegnano un milione attraverso la scelta insindacabile di commissioni autonome nominate dal ministero, non prevedono graduatorie, punteggi e criteri verificabili.

Certo è che stavolta nella scelta c’è una coincidenza curiosa, trattandosi di centri così piccoli. Tra i consiglieri comunali di Bolsena (di opposizione) c’è Francesco Cozza Caposavi Vesmile, ultimo erede di un’antica famiglia nobiliare che nel suo palazzo del XVI secolo, storica residenza di famiglia, ha realizzato un hotel. “Un uomo del Rinascimento dei nostri giorni” lo definiva Forbes Italia nel 2023. Possibile, sta di fatto che Cozza Caposavi è attualmente consigliere del ministero della Cultura per l’integrazione dell’arte contemporanea con il patrimonio storico, incarico rinnovato al rialzo nel giugno scorso a 20mila euro l’anno, sostituendo il precedente, sempre firmato dal ministro Giuli nel dicembre 2024, che era invece a titolo gratuito. Non ci sono incompatibilità, dato che Cozza Caposavi non è nell’amministrazione di Bolsena e formalmente la commissione scelta dal ministro – per quattro quinti uguale a quella dell’anno prima – è autonoma. Dal ministero sottolineano che il consigliere non ha partecipato né all’ideazione né alla progettazione o alla realizzazione del progetto vincente. Certo come tutti gli albergatori, e come il sindaco di Forza Italia, sarà felice della scelta. Anche Civita peraltro – che il sindaco ha definito ieri “un paesino con quattordici persone residenti” – ha una sua storia nel tracciato politico italiano. Primo centro abitato in Europa a introdurre un biglietto d’ingresso, diede il nome a Civita, l’associazione e poi società voluta da Gianni Letta che, oltre ad aver contribuito a recuperare e promuovere il borgo, è anche diventata negli anni uno dei grandi operatori nella gestione dei servizi museali, quando nel 1993 venne data la gestione ai privati.

Come sempre dopo queste assegnazioni, la politica, secondo i politici, non c’entra nulla. Sono state premiate “l’eccellenza e la spinta innovativa di questi territori” assicura, tra gli altri, il presidente della Commissione cultura della Camera, Federico Mollicone, di Fratelli d’Italia.

(Ha collaborato Sara Frangini)