Andrebbero aperte le ostilità contro Usa e Israele, a iniziare da misure politiche, denunce penali, sanzioni economiche, riduzione degli scambi. E un cambio di fornitori per energia e armamenti. La riunione straordinaria del Consiglio Supremo di Difesa ha chiarito ufficialmente e con l’avallo del presidente della Repubblica ciò che il governo aveva già dichiarato sulla posizione italiana nei riguardi della guerra in Iran. […]

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] La riunione straordinaria del Consiglio Supremo di Difesa ha chiarito ufficialmente e con l’avallo del presidente della Repubblica ciò che il governo aveva già dichiarato sulla posizione italiana nei riguardi della guerra in Iran.
Ha anche riaffermato la continuità del nostro impegno nelle missioni all’estero e in particolare per quelle che coinvolgono gli alleati Nato e quelle dirette dall’Onu. Confermato il sostegno alla guerra ucraina, l’applicazione di nuove sanzioni contro la Russia e la disponibilità italiana a concedere l’uso delle basi americane e Nato sul nostro territorio in caso che Usa o Nato ritengano di usarle. È stata una riunione importante e con il corretto tempismo: ora le linee guida sono chiare e non rimane che seguirle. Certo, i problemi non si risolvono con le linee guida ma almeno non si sprecano risorse, tempo ed energie nelle discussioni e nelle zuffe tra posizioni diverse.
[…]
Volendo cavillare si potrebbe osservare che la situazione è grave, ma non sorprendente. Da giugno sappiamo che Israele e Usa avrebbero ripreso le ostilità contro l’Iran e che Teheran si sarebbe difesa bloccando lo Stretto di Hormuz. Il precedente Consiglio Supremo aveva già chiaro quanto si stava profilando e che essendo già sull’orlo dell’abisso ogni “passo avanti” ci avrebbe inghiottito. Si potrebbe dire che la dichiarazione di non essere e di non voler entrare in guerra è una giusta posizione, ma di scarso valore pratico: non dipende da noi essere o non essere in guerra e a meno di dichiarazioni formali drastiche e risoluzioni coerenti, lasciamo all’avversario il compito di stabilire se per lui siamo o non siamo una minaccia. Abbiamo già fatto molti passi per essere considerati in guerra: abbiamo truppe schierate ai confini iraniani impegnate nell’addestramento di elementi nemici acerrimi dell’Iran che da decenni si addestrano a combattere contro gli iraniani, a fare da fanterie per i nemici dell’Iran, a fomentare rivolte e destabilizzazioni in Iran e ai suoi confini. Siamo alleati e fornitori di armi per i loro nemici a partire da Israele e la stessa Ucraina; ospitiamo basi e strutture militari che sono attive nella guerra in corso. Il fatto di essere parte di un’alleanza o di una coalizione non ci esenta dall’essere considerati corresponsabili della guerra. Anche sulla questione delle basi la posizione è chiara ma ininfluente. Trump ha detto che a prescindere da cosa possano obiettare i vari paesi ospitanti, quando lui ne avrà bisogno le userà, se non l’ha già fatto. Fra l’altro, sull’impiego di certe basi in Italia non esiste nemmeno il vincolo dell’autorizzazione e non c’è alcuna intenzione di opporsi. Sull’impegno comune della Nato, la questione è più delicata di quanto non appaia. L’Iran è stato aggredito da un paese Nato, anzi il maggior paese dell’alleanza, il quale ha esposto gli altri alleati al rischio di esser considerati belligeranti.
[…] Rischio che ora è una realtà perfino preannunciata. A causa di tale aggressione, la Nato non ha più titolo a invocare l’articolo 5 del trattato per la difesa collettiva. La Turchia è il paese membro più vicino al teatro iraniano e la Nato non può legalmente intervenire. La Gran Bretagna, che sembrava fare il pesce in barile, in realtà nella sua base di Cipro, territorio sovrano della Gran Bretagna, ha ospitato e rifornito aerei israeliani e/o americani prima, durante e dopo gli attacchi su Teheran. Il solito Rutte e i suoi attendenti gallonati fanno la voce potente dichiarando che la Nato sta efficacemente difendendo il fianco Sud. Può dire quel che vuole, ma non farlo. Quasi tutti i paesi bellicisti del nordatlantico ignorano cosa sia il fianco Sud e non vogliono sapere che cosa veramente sta accadendo. Si ancorano al sostegno a Israele, alla servitù nei confronti americani e alla becera fobia antirussa per imporre al resto dell’alleanza e d’Europa la loro miope visione strategica. L’Ue è più attenta alle promesse fatte all’Ucraina, non mantenute e neppure mantenibili, che ai rischi reali e alle conseguenze globali non solo economiche ma geostrategiche della guerra a Sud. L’aggressione israelo-americana all’Iran ha tolto la legittimità giuridica dell’azione armata a tutti i paesi Nato. Probabilmente anche questo è ininfluente perché Israele e gli Usa hanno dimostrato e perfino dichiarato di “fottersene” del diritto internazionale. Tuttavia c’è ancora il resto del mondo che tenta di salvaguardare una parvenza di legalità, e comunque per la Nato basta che un solo paese sia contrario per rendere impossibile qualsiasi azione di natura offensiva, e di difesa preventiva, come adesso va di moda chiamare l’aggressione armata. Il sostegno alle nostre missioni all’estero non è solo opportuno, ma è doveroso e dovrebbe esser la priorità assoluta. Sono le più esposte alle rappresaglie sulle quali si potrà solo piangere magari con la solita ipocrisia retorica di considerarle “inaccettabili, irricevibili, proditorie, vili, barbare, immorali e terroriste”. Le missioni gestite dall’Onu dovrebbero essere in cima alla lista di quelle da proteggere. Non tanto e non solo perché le più esposte, ma perché le più dense di significato morale e le meno dotate in termini di armamenti, con regole d’ingaggio specifiche per la difesa personale, con limitazioni d’impiego che lasciano alla discrezione dei peggiori e più sanguinari regimi la decisione di rispettare o ignorare quel basco azzurro che dovrebbe essere la deterrenza più forte e che invece si trasforma nel bersaglio più facile da colpire. La missione in Libano è da mezzo secolo esempio della vergogna collettiva: la presenza delle truppe Onu in condizioni ambigue e ambivalenti, tesa a salvaguardare più gli interessi d’Israele che quelli del Libano o di altri paesi, non è mai riuscita a impedire le violazioni di entrambe le parti ed è stata costretta a ignorarle. L’illusione che una linea sulla mappa potesse garantire la separazione ed evitare il conflitto si è dissolta di fronte alla realtà di progetti improntati all’odio e alla vendetta reciproca. Il Libano è destinato per l’ennesima volta a subire un’aggressione. Non gliene frega niente a nessuno, ma chi ci perde veramente è la cosiddetta comunità internazionale e il suo ferreo Diritto, tanto ferreo da squagliarsi ogni volta che Israele e Usa si muovono.
[…]
La guerra contro l’Iran sta già impartendo una lezione fondamentale agli Usa e al mondo: le basi avanzate della proiezione militare statunitense non sono più gli avamposti della potenza, ma gli ostaggi più isolati e indifesi. Tutte le basi americane del Golfo hanno attirato la reazione iraniana e gli Usa si sono limitati a ritirarle senza spendere un drone per difendere chi le ospita. Le nostre missioni all’estero sono nelle stesse condizioni: ostaggi affidati al buon cuore altrui. Non bisogna scappare dalle situazioni di crisi. Per i militari seri, morire è più dignitoso che scappare, ma non devono essere messi nelle condizioni di decidere loro se morire o fuggire. E questo è compito e responsabilità della politica. Ora più che mai è necessaria la revisione delle missioni alla luce non tanto dei rischi, ma dei principi e degli interessi da difendere perché – altra lezione di questa guerra – da almeno 60 anni non è più vero che i nostri principi e interessi coincidono con quelli americani o israeliani.
[…] L’unico vero interesse pratico e nazionale è la cooperazione internazionale, è l’apertura di canali piuttosto che l’erezione di muri materiali e metaforici, significa accettare la competizione per sfruttarne la capacità di stimolo e rifiutare la logica dello scontro e dell’isolamento. Dalla revisione potrebbero anche venir fuori altre alternative al supino e complice allineamento alle guerre altrui. Se proprio si volesse la guerra per la guerra, la guerra per il profitto e la guerra per la sopraffazione si potrebbero scegliere meglio gli obiettivi. E se si volesse la guerra per la pace si potrebbe notare che secondo l’attuale modello della geopolitica militarizzata e l’economia dei “danni di guerra”, le uniche minacce alla pace vengono proprio da questo Israele e da questi Stati Uniti. Dichiarare guerra a essi, cominciando da misure politiche, denunce penali, sanzioni economiche, riduzione degli scambi, cambio di fornitori per l’energia e gli armamenti: in pratica adottando gli stessi metodi che oggi dobbiamo subire, potrebbe raccogliere molti consensi nazionali e internazionali, se non altro nei comizi elettorali. Quanto durerebbe una tal cosa? Quanto durerebbe il nostro amato e dispersivo dibattito democratico? Poco, ma proprio per questo è necessario riflettere. O no?
Altro che pontiera con gli Usa. Meloni continua a fare l’equilibrista con Trump sull’Iran. Ma la vera guerra che la preoccupa è il referendum

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Ci si è messo, domenica, pure il meteo che l’ha costretta a disertare le Paralimpiadi di Cortina, dove Giorgia Meloni era attesa alla cerimonia di chiusura. Un diversivo per tenersi alla larga per un giorno dai guai che continuano a moltiplicarsi.
La guerra in Iran scatenata da Trump, trascinato da Netanyahu in un conflitto che non promette bene neppure per gli Stati Uniti; il nostro contingente in Libano tra il fuoco incrociato di Israele e Hezbollah; i prezzi dell’energia e dei carburanti fuori controllo, sui quali il governo continua a rinviare; il rifiuto delle opposizioni a collaborare per gestire il momento più buio del suo mandato. Così ieri la presidente del Consiglio ha scelto il salotto tv, di certo non ostile, di Quarta Repubblica per il suo genere letterario preferito: un rassicurante monologo in vista del referendum che deciderà le sorti della riforma del Csm vergata dal ministro Nordio, ma non quelle del governo.
“Non lego il mio destino all’esito del referendum, perché la riforma della giustizia per me è una cosa super importante, dopodiché è una delle 400, 500, 600, 1000 cose che abbiamo fatto in questi quattro anni”, ha avvertito Meloni. Che a due settimane dall’inizio, non ha ancora idea di come attenuare gli effetti nefasti della guerra all’Iran sulla nostra economia.
La sedicente pontiera con gli Usa appare, del resto, sempre di più una spericolata equilibrista. Intervenire ad Hormuz, come pretende Trump, “vorrebbe dire fare un passo avanti verso il coinvolgimento” nel conflitto, ha ammesso la premier. Aprendo invece al rafforzamento della missione Aspides nel Mar Rosso su cui la strada in Europa è già tutta in salita. Fumo negli occhi, come quello che rimprovera alle opposizioni di alzare sul referendum.
Secondo voi, per quale motivo un parlamentare della Repubblica arriva addirittura a dire pubblicamente una cosa del genere?

(Alessandro Di Battista) – Ciao a tutti! Tra pochi giorni saremo chiamati ad andare a votare sul referendum sulla magistratura. Come sapete mi sono esposto moltissimo per il No. L’ho fatto attraverso i miei canali e con l’Associazione che ho fondato, che si chiama Schierarsi: un’associazione di cittadini attivi che prende posizioni scomode.
Come vedete Meloni e i suoi stanno provando in ogni modo a vincere questo referendum. Avete sentito cos’ha detto il deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia durante un’iniziativa per il Sì?
Leggete: “Utilizzate anche il solito sistema clientelare: ‘non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti’. Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia”.
Queste parole fanno ribrezzo. Ricordate le fritture di pesce di De Luca? Ecco, siamo esattamente nello stesso campo di gioco. A questo punto la Presidente del Consiglio dovrebbe chiarire a quale “solito sistema clientelare” si riferisce un parlamentare della Repubblica eletto nel suo stesso partito. E dovrebbe spiegare se questo stesso “solito sistema clientelare” sia stato utilizzato in altre occasioni. Alle elezioni comunali? A quelle regionali? O a quelle politiche?
Secondo voi, per quale motivo un parlamentare della Repubblica arriva addirittura a dire pubblicamente una cosa del genere? Perché lo fa pur sapendo cosa rischia? Perché questa è per loro una battaglia vitale: sono disposti a tutto pur di mettere sotto scacco la magistratura.
Io credo che, onestamente, basterebbe rileggere quella frase per votare No. Ma se avete dubbi sull’andare a votare ricordatevi che quando si vota sulla Costituzione, chi pensa di fare un torto al sistema non andando a votare sta facendo il favore più grande proprio al sistema. I partiti politici un voto controllato ce l’hanno. E chi non va a votare fa il gioco di chi quel voto controllato ce l’ha. Meno persone vanno a votare, più quel voto controllato, clientelare, pesa sull’esito finale. E che utilizzino sistemi clientelari per spingere le persone a votare a questo referendum ora lo dicono direttamente i parlamentari di Fratelli d’Italia.
Comprendo tutti coloro che in questi anni si sono astenuti. Basti pensare a quante volte in questi anni è stata violata la Costituzione italiana. Nella Costituzione, per esempio, c’è scritto chiaramente che l’Italia ripudia la guerra. Costoro che oggi sono al Governo non sono stati neppure in grado di ripudiare un genocidio. Ma proprio per questo non possiamo consentire a chi ha detto che il diritto internazionale vale fino a un certo punto, a chi ha strumentalizzato dopo trenta secondi la vicenda di Rogoredo e non ha detto una parola sui carabinieri italiani inginocchiati e umiliati dall’IDF, a chi ha stretto la mano di Netanyahu in pieno genocidio, di cambiare la Costituzione e la giustizia in Italia!
La presidente del Consiglio chiude all’ipotesi di mandare la Marina per riaprire il passaggio commerciale: “Le nostre basi nel Golfo il mio primo problema”

(ilfattoquotidiano.it) – L’Italia non manderà le sue navi militari nello Stretto di Hormuz. Perché ora significherebbe “fare un passo verso il coinvolgimento” nella guerra in Iran. Dopo un fine settimana di silenzio sulla crisi nel Golfo, Giorgia Meloni parla in tv e mantiene la linea – che è anche quella dell’Unione europea – già espressa pochi giorni fa in Parlamento: l’Italia non entra e non entrerà in guerra. Un concetto che già aveva espresso il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e che trova la piena sintonia anche di Matteo Salvini.
Non cita mai Donald Trump, con cui – stando alle comunicazioni ufficiali – non ci sono stati contatti dall’inizio della nuova guerra nel Golfo. Il presidente degli Usa, lunedì, aveva chiesto un intervento dei partner europei per riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma quella di Meloni è chiaramente una risposta alla richiesta arrivata da Washington, anche con toni minacciosi. E la premier spiega che sono “le nostre basi nel Golfo il mio primo problema”. Nelle stesse ore in cui parla, arrivano le notizie di altri “detriti” che hanno colpito la base Unifil di Shama nel sud del Libano, a guida italiana, dopo l’attacco a Erbil e quello nel fine settimana alla base in Kuwait che, per il sottosegretario alla Presidenza con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano, è stato “un atto di intimidazione al pari dei colpi riservati dall’Iran agli altri paesi del Golfo”.
I militari “sono stati ridotti e sono rimasti quelli strettamente necessari a far camminare missioni” ricorda Meloni, sottolineando che si tratta di missioni “importanti, contro il terrorismo, internazionali”. I contingenti rimangono, pure “in forma ridotta”, aveva spiegato anche il titolare della Farnesina, per “mantenere fede agli impegni presi”. Ma “intervenire” a Hormuz, scandisce la premier, “significa oggettivamente fare un passo in avanti” verso quel conflitto che gli italiani temono e a cui l’Italia, come chiarito anche dal Consiglio supremo di difesa, non può – e non vuole – partecipare.
Sono ore complesse per l’esecutivo, la premier – che oggi non ha lavorato da Palazzo Chigi – si mantiene in stretto contatto con Tajani e con il ministro della Difesa Guido Crosetto. E con i partner internazionali, inclusi i leader di Canada, Francia, Gran Bretagna e Germania con cui a firmato una dichiarazione di “profonda preoccupazione” per l’escalation in Libano, chiedendo alle parti di cercare la via negoziale perché “un’offensiva di terra israeliana di rilievo” avrebbe “conseguenze umanitarie devastanti”. Lavoriamo “per fare in modo che la guerra possa terminare e possa tornare la diplomazia”, dice dopo che già nei giorni scorsi aveva proposto agli alleati del G7 “un confronto con il Consiglio di cooperazione del Golfo”.

Lupo: «Sei mesi fa hai sparlato di me». Agnello: «Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato». Lupo: «Allora fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie» Fedro (Il lupo e l’agnello)
(Andrea Malaguti – lastampa.it) Questa volta non è servita neppure una scusa, solo un cumulo di balle, per mettere il pianeta in ginocchio, strangolare lo stretto di Hormuz, sconvolgere le vie del petrolio, del gas e del cibo, spaventare le Borse, mandare la benzina alle stelle, arricchire il Cremlino e innervosire Pechino. Donald J. Trump gioca a dadi con le vite di miliardi di persone senza spiegarne il motivo, senza una strategia comprensibile o un obiettivo dichiarato. Forse perché è il più forte. Forse perché è sotto ricatto. «Il presidente destabilizza il mondo», scrive il Washington Post. Difficile non essere d’accordo, mentre navi e aerei carichi di soldati si dirigono verso il Golfo e proseguono i raid sull’isola di Kharg, snodo chiave della distribuzione energetica globale.
Perché The Donald attacca il regime sanguinario degli Ayatollah? La risposta cambia a seconda delle fisime, dell’umore, dei capricci quotidiani dell’instabile Tirannosauro americano. Un giorno giura di volere annientare l’arsenale nucleare iraniano.
Anzi, di averlo annichilito per sempre. Il giorno dopo scopre che la Guida Suprema gli nasconde alcuni siti e dunque la pagherà. Poi annuncia che il problema sono i missili a lunga gittata. «Minacciano la madrepatria e faranno a pezzi l’Europa». Quindi, indifferente al declino della sua credibilità, insiste con la violenza incivile di Teheran, i droni, l’aviazione, le donne velate, le torture nel carcere di Evin, le impiccagioni per strada, le portaerei in assetto di guerra, la minaccia a Israele, in una litania incongrua e senza fine di motivi immotivati. Esattamente come il lupo di Fedro che incontra l’Agnello al fiume: «Sei mesi fa hai sparlato di me». «Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato». «Allora fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie». Duemila anni più tardi, siamo ancora lì.
E anche se la teocrazia iraniana è tutto fuorché un agnello, la domanda rimane: perché l’uomo più potente della Terra ci infila in questo drammatico vicolo cieco? In mancanza di una cartella psichiatrica che spazzi via ogni alternativa, le ipotesi sono almeno tre. La prima: ha sottovalutato la capacità di resistenza degli iraniani, che, sostenuti dai russi, dimostrano una sorprendente facilità nel colpire i paesi del Golfo. E addirittura bucano a più riprese l’Iron Dome israeliano. Circostanza sgradevole che lo spinge a inviare cinquemila marines in Medio Oriente. Se li dovesse utilizzare sul campo, unica, lontana, possibilità di provocare un cambio di regime, dovrebbe preoccuparsi di due conflitti: quello con i pasdaran e quello casalingo con gli ultranazionalisti-isolazionisti Maga. Non è così che immaginavano di far tornare grande l’America i seguaci di JD Vance. Il prezzo del dominio doveva essere, al massimo, la vita degli altri.
La seconda: non è la Casa Bianca a guidare la guerra, ma Gerusalemme. Per Netanyahu è una questione di sopravvivenza. La sua capacità di influenzare, se non addirittura di costringere Trump ad agire, fa riflettere. Facile pensare agli Epstein files, ai milioni di pagine occultate all’opinione pubblica, con ignobili squarci su abusi di minori, ma certamente non al Mossad e ai servizi di spionaggio russi. Fantapolitica?
La terza: dopo il Venezuela, attacca la spietata Repubblica Islamica per tagliare ai cinesi i rifornimenti di petrolio e trattare con Xi Jinping in posizione di forza. Mossa inutile e azzardata, se in queste ore, con il conflitto che gli scivola tra le dita come un’anguilla, è costretto a chiedere aiuto anche a Pechino per controllare Hormuz.
La gestione della crisi da parte della Casa Bianca è indigeribile sia nella forma, sia nella sostanza. Dopo che il Segretario di Stato, Peter Hegseth, ha spiegato che «Mojtaba Khamenei è sfigurato e i leader iraniani sono sotto terra come topi», il suo Comandante in capo, in piena sindrome di Tourette, ha rinforzato la tendenza alla dozzinale esondazione linguistica: «Le navi tirino fuori le palle e attraversino Hormuz». Invitando migliaia di marinai a rischiare la propria esistenza per il suo machismo d’accatto. Nemmeno il più cinico degli armatori può immaginare di seguirlo in questa follia. Tanto più che l’Itf, sindacato che rappresenta 20 milioni di lavoratori del mare, chiarisce che nessun contratto prevede l’autolesionismo. Osservazione banale e necessaria in presenza di una retorica greve, improvvisata e sciocca, seminata con disinvoltura.
Una dittatura feroce come quella degli Ayatollah, capace di reprimere nel sangue la rivolta interna, accumulando pile di cadaveri per le strade, non ha problemi a scommettere sulla fine dell’inferno rinchiusa in un bunker, lasciando che a pagare siano i civili. Ma Washington quale prezzo è disposto a pagare e a far pagare a tutti noi?
Il massacro degli innocenti, così come è successo a Gaza, non si traduce in immagini, ma solo in numeri, perché la stampa libera è tagliata fuori. Di fronte a questo videogame da incubo, siamo ciechi. E in definitiva sordi. Rappresentazione amara del collasso delle democrazie liberali, destinate a sparire nel buio. L’orrore si ripete, invisibile eppure tangibile, i volti sono immaginari, i decessi reali. E i bambini sono i bersagli prescelti del sacrificio. Un rapporto dell’Unicef, pubblicato mercoledì, racconta che, dall’inizio del conflitto, le vittime in età scolare, catalogate come «danni collaterali», sono state più di mille, tra morti e feriti. Non interessa a nessuno.
L’irascibile Donald Trump produce un nuovo disastro. Lo spettro della crisi petrolifera del 1973 incombe. Ricordate le domeniche a piedi, l’austerity, il riscaldamento a rischio, l’inflazione alle stelle? Un’instabilità costata anni di disordine economico che oggi può ripetersi, trascinata dalla più grave alterazione dei mercati energetici dell’ultimo mezzo secolo. L’imperialismo di Putin ha per lo meno un obiettivo: territori e accesso al mare. Ma l’attacco americano al regime, che obiettivo ha, al netto della coprolalia trumpiana («Guardate cosa succede a queste squilibrate canaglie. Hanno ucciso persone innocenti in tutto il mondo e ora io, come 47° presidente degli Stati Uniti d’America, sto uccidendo loro. Che grande onore è farlo»)? Un’attitudine manicomiale.
Siamo entrati in un’era erratica e imprevedibile. L’infantile confusione a stelle e strisce restituisce ossigeno a Mosca, complicando la guerra in Ucraina. L’India, sollevata dal peso dei dazi, riprende l’acquisto di energia russa arricchendo il Cremlino, destinatario di un tesoretto imprevisto da 150 milioni di dollari al giorno a sostegno dell’industria bellica.
E l’Italia? L’Europa? Paralizzate. Bisognerebbe scolpire a Palazzo Berlaymont il pressante invito pronunciato dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, all’Assiom Forex di Venezia, tre settimane fa: «Imparate a decidere». Parlava di Roma, di Strasburgo e di Bruxelles, lente e titubanti di fronte alla sfida imposta dallo stravolgimento globale, disperatamente aggrappate alle salvifiche cooperazioni rinforzate. Con la Germania indebolita, in questa fase muscolare in cui i missili contano più del rigore nei conti, inglesi e francesi giocano una partita loro, forti dell’arsenale nucleare e di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’Italia si barcamena. Fatica. Balbetta. Dopo aver rivendicato un ruolo da pontiere, nell’ingenua convinzione che Parigi e Berlino accettassero di farsi rappresentare da noi, continuiamo a litigare, ossessionati dal referendum sulla giustizia e dalla legge elettorale, fingendo che la tossica polvere internazionale si possa nascondere sotto il tappeto.
Le prossime chiamate alle urne potrebbero persino peggiorare lo scenario. Bardella in Francia, l’Afd in Germania, Vox in Spagna, Vlaams Belang in Belgio e la già affermata destra in Italia, autorizzerebbero il recupero di controproducenti egoismi nazionali, in una fase in cui bisognerebbe smettere di guardarsi l’ombelico. Nessuno sarà così pazzo da minare l’Unione alla radice, ma è improbabile che si individui un orizzonte strategico largo. Come sempre ci affidiamo allo stellone, al lieto fine inaspettato, al bambinesco «io speriamo che me la cavo», incapaci di rivendicare un principio d’ordine a lungo termine, schiacciati da una polverizzazione degli equilibri che fa rimpiangere persino la Guerra Fredda, quando le grandi potenze utilizzavano almeno un telefono rosso per parlare. Qualche sera fa, Oscar Farinetti mi diceva: ma tu sei sicuro che in questo caos planetario non ci sia un pakistano fuori controllo che fa partire la Bomba? Gli ho detto inquieto: ma dai, figurati. Ma, con i marines impiegati a Hormuz, mi è rimasto il dubbio. Poi, nella notte di ieri, chiuso nel suo universo parallelo, il Caro Presidente Trump, ha spiegato al mondo che «l’Iran è definitivamente sconfitto». Dunque, perché preoccuparsi se il lupo rassicura gli agnelli?
TRUMP, ‘BASTA UNA PAROLA E DISTRUGGO IMPIANTI PETROLIFERI IRANIANI’

(ANSA) – WASHINGTON, 16 MAR – “Basta una parola e distruggo anche gli impianti petroliferi dell’Iran”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca. “Con l’obiettivo di una futura ricostruzione di quel Paese non voglio farlo, ma le cose possono cambiare”, ha aggiunto.
“La campagna militare è continuata a pieno ritmo negli ultimi giorni. L’equipaggiamento antiaereo iraniano è decimato. Abbiamo colpito più di 7.000 obiettivi in ;;tutto l’Iran”, ha detto Trump sottolineando che all’Iran “sono rimasti pochi missili”.
TRUMP, ‘LA CAMPAGNA CONTRO L’IRAN CONTINUA, REGIME DISTRUTTO’
(ANSA) – WASHINGTON, 16 MAR – “La campagna contro l’Iran continua in piena forza”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca, ribadendo che il regime di Teheran è stato “distrutto” (ANSA). Ansa: link blockchain-info GUE 17:21 16-03-2026
TRUMP, ‘L’IRAN USA LO STRETTO DI HORMUZ COME UN’ARMA’
(ANSA) – WASHINGTON, 16 MAR – “L’Iran usa lo stretto di Hormuz come un’arma”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca. (ANSA). Ansa: link blockchain-info GUE 17:27 16-03-2026
TRUMP, CHI DIPENDE DA HORMUZ AIUTI, ALCUNI PAESI NON SONO ENTUSIASTI
(ANSA) – NEW YORK, 16 MAR – “Incoraggiamo i paesi le cui economie dipendono dallo Stretto di Hormuz ad aiutarci. Alcuni paesi non sono entusiasti di aiutarci. E il livello di entusiasmo per me è importante”. Lo ha detto Donald Trump.
TRUMP, ‘PREZZI DEL PETROLIO CALERANNO QUANDO LA GUERRA FINIRÀ’
(ANSA) – NEW YORK, 16 MAR – I prezzi del petrolio “crolleranno come un sasso” non appena la guerra sarà finita. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Pbs senza sbilanciarsi sui tempi della fine della guerra.
“Appena sarà finita, non credo ci vorrà molto”, ha messo in evidenza Trump. Pur mantenendosi volatili, le quotazioni del petrolio sono in calo dopo che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha riferito che gli Stati Uniti stanno consentendo alle petroliere iraniane di transitare per lo Stretto di Hormuz
Iran, Trump: “Una parola e oleodotti su isola di Kharg saranno distrutti. Hormuz? Credo che Francia aiuterà”
(adnkronos.com) “Una sola semplice parola” e la rete di oleodotti sull’isola di Kharg, strategica per l’export dell’Iran, sarà “distrutta”. Questa la nuova minaccia a Teheran del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, secondo cui gli Usa avrebbero colpito più di settimila obiettivi in tutto il Paese dall’inizio dell’operazione militare lo scorso 28 febbraio e distrutto 100 imbarcazioni.
La campagna militare statunitense “è proseguita a pieno ritmo negli ultimi giorni”, ha affermato, sostenendo che “le capacità militari dell’Iran sono state letteralmente annientate, l’aeronautica non esiste più, la marina non esiste più, molte navi sono state affondate”.
Trump ha aggiunto che “abbiamo ottenuto una riduzione del 90% nei lanci di missili balistici e una riduzione del 95% negli attacchi con droni”. Inoltre, ha proseguito, gli Stati Uniti hanno distrutto più di 30 navi posamine e che la capacità dei droni iraniani si sta “riducendo quasi a zero”.
L’Iran è una “tigre di carta”, ha continuato parlando alla Casa Bianca e minimizzando la minaccia proveniente dalla Repubblica islamica. “Quella con cui abbiamo a che fare ora è una tigre di carta”, ha detto Trump aggiungendo che “non era una tigre di carta due settimane fa”.
A proposito della coalizione che Washington vorrebbe creare per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, “numerosi Paesi mi hanno detto che sono in arrivo. Alcuni sono molto entusiasti, altri meno. Alcuni sono Paesi che abbiamo aiutato per moltissimi anni. Li abbiamo protetti da terribili minacce esterne, eppure non si sono mostrati così entusiasti. E il livello di entusiasmo è importante per me” (…)
Alla domanda su un eventuale ruolo della Francia, il tycoon ha replicato “penso che aiuterà” e confermato di aver avuto ieri un colloquio telefonico con Emmanual Macron. “Su una scala da 0 a 10, lui è stato da 8. Non la perfezione, ma è la Francia, non ci aspettiamo la perfezione”, ha detto il capo della Casa Bianca.
Trump si è poi detto “molto sorpreso” che il Regno Unito non voglia partecipare alla guerra contro l’Iran.
Ecco perché non fare i nomi degli arrestati, cosa dice il codice deontologico. Potrebbe essere trasmesso alla procura di Venezia il fascicolo che vede indagati un giornalista 48enne, ex vicedirettore di un telegiornale nazionale, e una professoressa di liceo

(adnkronos.com) – Potrebbe essere trasmesso alla procura di Venezia, competente per i reati distrettuali, il fascicolo che vede indagati un giornalista 48enne, ex vicedirettore di un telegiornale nazionale, e la professoressa di liceo 52enne di Treviso accusati di concorso di violenza sessuale nei confronti di minori, pornografia minorile, detenzione e accesso a materiale pornografico. I nomi dei due, finiti al centro di un’inchiesta avviata a Roma e coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri con i carabinieri del Nucleo investigativo, non vengono resi noti per tutelare il più possibile l’identità dei minori coinvolti nei fatti, ora al vaglio dell’autorità giudiziaria.
A far partire le indagini era stata infatti la denuncia presentata dall’ex compagno della donna, dopo che la figlia aveva raccontato di aver trovato sul pc della madre una chat in cui venivano scambiate foto e messaggi a sfondo sessuale che ritraevano minori, tra i quali anche lei e i suoi due cuginetti di 5 e 8 anni. Proprio nell’interesse supremo dei giovanissimi e dei bambini, il Codice deontologico dei giornalisti prevede, nelle vicende “che coinvolgono persone minorenni, sia in qualità di protagonisti che di vittime o testimoni”, di non diffondere dati personali e “ogni altra circostanza ed elemento che possano, anche indirettamente, consentire la loro identificazione, avendo cura di evitare sensazionalismi e qualsiasi forma di speculazione. La necessità di tutela è finalizzata ad impedire che l’informazione possa incidere sull’armonico sviluppo della loro personalità, turbare il loro equilibrio psico-fisico e influenzare negativamente la loro crescita”.
La Carta di Treviso, documento che punta proprio a proteggere i minori quando sono oggetto di informazione, ricorda che “va garantito l’anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca” e va anche “evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione” come ad esempio “le generalità dei genitori”, “l’indirizzo” o “la scuola”.
Provo un certo disagio nel sapere che l’Italia, grazie alla sua dirigenza politica, è tenuta in così poco conto da un alleato

(di Rosamaria Fumarola – ilfattoquotidiano.it) – Esiste un momento nel quale il riconoscimento dell’altro mette in discussione tutto ciò che si è. Succede quando si è ritenuto di adottare una strategia che garantisse la vittoria attraverso un assoluto asservimento all’altro. Persino nelle dinamiche dei rapporti esclusivamente privati e che, per questa loro natura, non producono conseguenze che riguardano la sfera pubblica, una simile scelta è fallimentare e porta alla rottura della relazione.
Le ragioni che sottendono all’adozione di una strategia tanto perdente non vanno lette però con occhio garantista, perché rivelano sempre il tentativo di fare il meglio per sé e per la propria conservazione. Don Abbondio sapeva bene di essere un vaso di coccio tra vasi di ferro e cercava di tutelarsi come meglio poteva, ma non certo spinto dalla carità che il suo ruolo gli imponeva. Manzoni non a caso gli fa dire la celebre frase: “Il coraggio uno se non ce l’ha, mica se lo può dare” ed è dunque noto che lo scrittore non intendesse farne un campione di moralità. È questa la ragione per la quale il lettore dei Promessi sposi prenda istintivamente le distanze dalla condotta del pavido curato.
In molti hanno provato qualcosa di simile valutando l’atteggiamento di totale assoggettamento dimostrato da Giorgia Meloni nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Per alcuni ciò era motivato dalla condivisione di un progetto politico analogo, per altri dal tentativo di non perdere la protezione di uno storico alleato. Ovviamente la scelta di assoggettarsi, che Trump in più di un’occasione ha dimostrato di apprezzare (anche perché non gli costa nulla, né a nulla lo impegna) è stata venduta dalla propaganda meloniana in termini trionfalistici, come la prova di un rapporto privilegiato che avrebbe sempre protetto il nostro paese. Il ruolo che in autonomia la presidente ha creduto di ritagliarsi mi ricorda tanto una battuta ironica di un amico che da ragazzi, se qualcuno gli confidava di essersi fidanzato, rispondeva: “Ma lei lo sa?”.
Ecco, io credo che Trump non sapesse di aver assunto un impegno fondamentale per il futuro degli Usa e dell’Italia con Giorgia Meloni. Forse ad interpretare male sono stati gli italiani, che non hanno compreso che il ruolo di “pontiera” tra America e belpaese significava semplicemente non condannare in nessun caso e per nessuna ragione la politica del tycoon e che da questo avremmo ricavato grandi benefici. Da pochi giorni abbiamo tutti la certezza che nessun beneficio, nemmeno quello che consiste nella cortesia di avvisare un alleato che si sta per intraprendere una guerra, ci sarebbe stato accordato.
Provo un certo disagio nel sapere che l’Italia, grazie alla sua dirigenza politica, è tenuta in così poco conto da un alleato. Maggiore disagio mi procura tuttavia la condotta tenuta da una premier incapace di valutare quali fossero le reali intenzioni e il programma dell’inquilino della Casa Bianca e che ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza nella gestione delle relazioni nella politica internazionale. Per sovrappiù l’elogio da parte di Trump della nostra presidente del Consiglio non consola, per la semplice ragione che alle parole non seguono i fatti: nella concretezza siamo messi al margine di qualunque decisione e persino della semplice informazione.
Eppure, in difesa di un rapporto che non esiste più, il nostro governo non condanna l’attacco di Israele e Usa all’Iran, ponendosi in una condizione di neutralità che ci impedisce di essere credibili. Abbiamo ben poco da brandire, allo stato attuale, contro una temperie che favorisce i guerrafondai. Eppure lo spagnolo Sanchez ha dimostrato che la condanna può essere un segnale forte e che riesce, se non ad intimorire, quantomeno ad infastidire coloro dai quali si intende prendere le distanze. Spiace tuttavia dover ammettere che il nostro governo sembra ispirato, più che a Sanchez, alla statura morale di Don Abbondio e a quel suo “il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare”.
I “contractor” avevano il compito di accompagnare i cecchini italiani ed europei fino a Sarajevo, dove poi potevano sparare ai civili assediati. Come spiegato a Fanpage.it dalla criminologa Martina Radice, “il Francese” era uno di loro. Intervista a Martina Radice Criminologa

(di Enrico Spaccini – fanpage.it) – “Durante l’assedio di Sarajevo, c’erano persone che venivano pagate 4 milioni di lire ogni volta che accompagnavano i cecchini nelle zone di guerra. Si chiamavano contractor: loro conoscevano tutto dei clienti, i quali al contrario non sapevano nemmeno il nome del proprio accompagnatore. Una volta era Michele, un’altra Francesco o anche Luis”. A parlare a Fanpage.it è Martina Radice, la criminologa che insieme al giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni lavora nell’inchiesta sui “safari umani” di Sarajevo che ha portato all’apertura di un’indagine della Procura di Milano. “Siamo riusciti a trovare quattro contractor, ma solo uno ha accettato di parlare con noi”, ha spiegato Radice: “Non ha voluto dirci come ci chiama perché vuole tutelarsi, dato che è coinvolto anche lui, per questo motivo lo abbiamo soprannominato ‘il Francese‘. Quello che ci ha raccontato è stato confermato anche da altri testimoni e ora è tutto nelle mani del pm che indaga”.
Il ruolo dei contractor e la “testa” dell’organizzazione
Secondo quanto emerso finora, tra il 1992 e il 1996, quando la città di Sarajevo era assediata dalle truppe jugoslave e serbo-bosniache, persone provenienti dai Paesi occidentali avrebbero pagato ingenti somme di denaro per poter sparare ai civili inermi. Il ruolo di soggetti come “il Francese” era centrale per la riuscita di quelli che poi hanno preso il nome di “safari umani”. I contractor, infatti, si occupavano di accompagnare fisicamente i “clienti” nelle zone di guerra. Li accoglieva a Milano, a Trieste e in altre zone del Triveneto, e organizzava il viaggio. “Ci ha raccontato che sono stati ‘tradotti’, come dice lui, in tutto 230 italiani”, ha ricordato Radice: “Non è un numero approssimativo, ma quello giusto, uno più o uno meno. Ha detto che lui stesso avrebbe accompagnato persone importanti come un neurochirurgo, un imprenditore italiano molto famoso e in genere soggetti dall’alta disponibilità economica”.
Le persone che potevano essere interessate ai “safari umani” venivano a conoscenza di questi viaggi attraverso il passaparola, in contesti anche simili alle feste private. “Era l’organizzazione a stabilire a chi poteva essere proposto, non il contrario. Era un modo per tutelare chi comandava tutto, ma anche i clienti”, ha detto Radice: “Una volta che il candidato accettava, le comunicazioni avvenivano tramite email e telefoni satellitari con frasi in codice. Quando il viaggio era pronto, il messaggio era: ‘Ci sono cervi per gli arcieri‘. I cervi erano i civili, gli arcieri erano i cecchini”.
I clienti pagavano gli spostamenti, il vitto e l’alloggio, e i loro soldi andavano all’organizzazione, la quale poi ricompensava i contractor con 4 milioni di lire per ciascun accompagnamento. “Il Francese ha detto di aver accettato di parlare con noi non perché si sente in colpa, ma perché vuole togliersi ‘sassolini dalle scarpe’. Probabilmente ha ancora crediti con l’organizzazione che non gli ha pagato tutto e ora dice queste cose per vendetta”, ha affermato la criminologa: “Alla testa di tutto c’era proprio questa organizzazione, che però ancora è avvolta nel mistero. Trovare chi comanda è compito del pm”.
I bossoli usati come trofei di caccia
Una volta raggiunta la postazione, i turisti cecchini avevano sei ore di tempo per sparare. “Le prede più ambite erano i bambini e le ragazzine, mentre gli anziani venivano uccisi perché considerati inutili per l’economia”, ha spiegato Radice: “La logica era: ‘Se passi davanti al mio mirino, muori'”. Quando i clienti venivano accompagnati nella zona di guerra attorno Sarajevo, venivano perquisiti ed erano costretti a lasciare dietro di sé cellulari, macchine fotografiche e tutto ciò che poteva mettere in pericolo l’organizzazione. “L’unico ricordo effettivo di quell’attività di cecchinaggio che potevano portarsi a casa erano i bossoli”, ha raccontato ancora la criminologa: “Erano un trofeo”.
C’erano due modi per trasformare il bossolo in trofeo e in genere variava a seconda del contractor. C’è chi incideva tacche con un coltello: una tacca indicava che la vittima era uno o più bambini, o ragazzine; due tacche erano per le donne, anziane e mature; tre tacche per gli uomini. Altri, invece, usavano i colori. Come illustrato da “il Francese”, se il bossolo veniva colorato di azzurro o rosa vuol dire che aveva ucciso un bambino o una bambina; se rosso allora era stato ucciso un uomo; se rosso e verde era un uomo militare. Per le donne si usava il giallo, per le donne militari il giallo e il verde, mentre il nero e l’azzurro per gli anziani e il nero e rosa per le anziane.
“Diversi testimoni ci hanno raccontato di come queste persone alla fine della caccia erano felici, adrenaliniche, non avevano alcun ripensamento”, ha concluso la criminologa: “Sono comportamenti che indicano una psicopatia d’élite e una perfetta lucidità. C’è un’alta probabilità che abbiano conservato ancora i bossoli come trofei di caccia, non se ne libererebbero per nessun motivo”.

(dagospia.com) – Urge davvero uno bravo per Giorgia Meloni. Dimenticate la Ducetta di ieri, la Regina di Coattonia, l’Underdog che con due occhiatacce e quattro sarcasmi ti sistemava per le feste. Oggi, la Poverina si ritrova in mezzo a mille tensioni e conflitti, alle prese con buriane internazionali e faide interne.
A livello geopolitico la Camaleonte di Colle Oppio colei che doveva far da “pontiera” tra gli Stati Uniti di Trump e l’Europa di Ursula von der Leyen è finita a far la “portiera” del Bundestag del cancelliere Merz, ultima forza economico e militare europea a cui attaccarsi per non finire nel girone del’inaffidabilità e quindi dell’irrelevanza.
La guerra in Iran, sovrapponendosi a quella in Ucraina, sta amplificando le distanze tra gli Stati Uniti e l’Ue, da un punto di vista di metodo (bombardamenti contro sanzioni e diplomazia/intelligence) ma anche di merito.
Ed è l’Europa, come al solito, a ritrovarsi come vaso di coccio tra Usa e l’asse Cina/Russia/Iran, e di conseguenza a pagare il prezzo più alto dal punt di vista economico.
Anche Giorgia Meloni, dopo aver abbracciato con mille piroette il Far West politico di Trump, si è resa conto che l’instabilità mentale e l’amoralità affaristica del Caligola della Casa Bianca non permette più mediazioni.
Quando ha tentato di trattare con i partner europei per trovare una via di uscita dal blocco dello Stretto di Hormuz da contrapporre al Trumpone (che anche oggi è tornato a minacciare la Nato: “Ci sarà un futuro molto negativo se non interverranno”), il marito di Melania l’ha subito messa in difficoltà.
In un colloquio telefonico con la corrispondente dagli Usa del “Corriere della Sera”, Viviana Mazza, Trump ha detto: “Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica”. Un modo per sputtanarla con i Macron e i Merz, gli Starmer e i Sanchez.
La premier ha sperato di salvarsi attaccandosi alla giacchetta del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Ma la Melona ha fatto male i conti: prima il violento pronunciamento di Merz contro il mondo MAGA alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e poi, di fronte alla guerra Usa-Israele all’Iran, il Cancelliere ha cominciato a ridefinire la linea tedesca in una chiave più pragmatica, avvicinandosi a Emmanuel Macron e a Keir Starmer.
Questa mattina, alla richiesta di Trump di coinvolgere nel suo fallimento iraniano i paesi europei, Merz ha fatto dire al suo portavoce: “Questa non è una guerra della Nato e non ha nulla a che fare con la Nato”.
Anche di fronte alla decisione di Trump di revocare le sanzioni alla Russia (al momento, ha varato una deroga agli acquisti di greggio russo all’India, ma non esclude di allentare l’embargo in generale), la reazione di Merz è stata una ferma condanna, sulla stessa linea di Macron e della Commissione europea (soprattutto dell’Alto rappresentante per la politica estera, l’estone Kaja Kallas).
Se si isola dal gruppo di testa dell’Unione, a Giorgia Meloni restano solo i putiniani per convinzione e per lucro, come l’ungherese Viktor Orban e lo slovacco Robert Fico, e quelli per interesse, come il premier conservatore belga Bart De Weder, che ieri ha aperto alla normalizzazione dei rapporti con la Russia per “recuperare l’accesso all’energia a basso costo”.
La posizione di De Weder non è una novità: il Belgio, tramite la società Euroclear, detiene la maggior parte dei soldi russi congelati in Ue: a dicembre, insieme proprio a Giorgia Meloni, fu lui a impedire l’utilizzo dei beni di Mosca sequestrati in Europa.
Che farà Giorgia Meloni di fronte a questo dilemma? Tenere il piede in due staffe è sempre più complicato, anche per ragioni interne.
Non passa giorno che Matteo Salvini e la Lega, a loro volta in difficoltà per la concorrenza a destra del turbo-putiniano Roberto Vannacci, non prendano posizione a favore della riapertura di un canale con Mosca.
La maggioranza di governo di fatto è spaccata: il segretario del Carroccio è sempre più schiacciato sulle posizioni di Trump e Putin rappresenta un problema politico enorme: non solo si pone in contrapposizione con la linea del Quirinale, ma soprattutto con l’esecutivo stesso.
Agli scazzi con Salvini, non basta Tajani col tovagliolo sul braccio: si aggiunge la distanza siderale con Marina Berlusconi, che a febbraio, intervistata dal “Corriere della Sera”, aveva tuonato contro il tycoon: “Sono sempre più preoccupata. Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà”.
“Melonia Trump”, inoltre, si sta accorgendo che mantenere sotto schiaffo la coalizione di governo, formata dal suo “maggiordomo ciociaro” di Forza Italia, e dal poco che resta del Tovarish della Lega, Matteo Salvini, è una passeggiata di salute rispetto alla governance sempre più turbolenta che attraversa il suo partito.
Come ai tempi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, gran contenitori di correnti con posizioni diverse, anche Fratelli d’Italia, diventato partito di massa, si ritrova infatti attraversato e destabilizzato da una guerriglia intestina fatta di colpi bassi, ripicche e sputtanamenti, intrighi e complotti.
Alle tensioni ideologiche (lo zoccolo giustizialista post-missino non riesce a trovare l’entusiasmo per recarsi alle urne a votare “Sì” alla riforma della giustizia), si sommano gli scontri tra le correnti di Via della Scrofa (Lollobrigida, Rampelli, La Russa, Mollicone) e la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi (Fazzolari e Mantovano) per la partita delle nomine delle società di Stato e la riforma elettorale che fa fuori le preferenze.
Una parabola prevedibile, considerando che siamo davanti a un partito-miracolo: al suo esordio alle politiche del 2013 non arrivò al 2% e dopo cinque anni, nel 2018, raggiunse il 4,3% (contro il 14% di Forza Italia e il 17,4% della Lega). Più che un incremento di voti, un’autentica esplosione di consensi che ha issato, per la prima volta nella storia repubblicana, una donna sulla poltrona di premier.
Una volta intronizzata a Palazzo Chigi, l’ex “gabbianella” di Colle Oppio, pur travolta tra salamelecchi e baci della pantofola dei tanti che sgomitavano per salire sul carro del vincitore, è stata costretta a prendere atto che la classe dirigente del partito era insufficiente, inadeguata e spesso impresentabile.
E quella manciata di politici, esponenti e manager della Fiamma che si salvavano, dopo trent’anni passati reietti e a digiuno ai margini della cuccagna del potere, erano ignari dei mille artifici e giochi di potere che serpeggiano, e avvelenano i pozzi, nei Palazzi romani.
Diffidente di tutti coloro che non hanno le loro radici nella destra del Movimento Sociale e del Fronte della Gioventù, o perlomeno in quella Alleanza Nazionale che Fini annacquò a Fiuggi, la “Melona” ha sempre governato il partito concentrando tutto il potere nelle sue manine.
Una volta a capo di un governo di coalizione dove brilla il suo nemico più intimo, quel rompicazzi in servizio permanente ed effettivo di Matteo Salvini, malgrado la sua cocciutaggine da secchiona e la dipendenza patologica al lavoro politico, gli otoliti del suo sistema nervoso hanno iniziato ad andare in tilt.
E anche se non emergerà mai pubblicamente, esiste e sta montando una tensione latente anche tra sorelle: sono molti i punti d’attrito tra Giorgia e Arianna Meloni, in quanto espressioni della linea di governo di Palazzo Chigi una, e del partito di via della Scrofa l’altra.
Scazzi, sgambetti, veleni che si inseriscono nella crescita abnorme dei potentati del partito: grazie al potere, leaderini locali hanno coltivato la loro ubriacatura di posti e prebende, e hanno iniziato a sbroccare.
Rotti i ponti con l’antico demiurgo Fabio Rampelli, sostituito da Donzelli e Lollobrigida, dal 2023 la governance di via della Scrofa è passata da una sorella all’altra.
Ma pur contando due anni di più, Arianna è sempre rimasta nell’ombra di Giorgia: nel 2000 era solo una dipendente della Regione Lazio e la compagna di ‘’Lollo’’, nomignolato lo “Stallone di Subiaco”.
Benché negli ultimi tempi sia partita una campagna mediatica fitta di interviste e apparizioni pubbliche, che Arianna non possieda la “cazzimma” del potere, fatta di scaltrezza e determinazione e abilità oratoria che si trasforma in leadership, se n’è dovuta accorgere amaramente la secondogenita.
E finora Arianna, dal 24 agosto 2023 capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia, non ne ha azzeccata una: dalla Sicilia (caso Cannata) alla Lombardia (dove non tocca palla con Ignazio La Russa), passando per il fattaccio Ghiglia-Ranucci, per finire a Cinecittà con la nomina della Cacciamani.
Le tensioni sulla gestione del potere che ieri vedevano contrapposte le varie anime di Piazza del Gesù, sede del partito, e i democristiani al governo di Palazzo Chigi, oggi si ripropongono tra via della Scrofa e la “Fiamma magica” intronizzata a Palazzo Chigi.
Non è un caso che al tavolo per il rinnovo dei vertici di numerose partecipate statali, con oltre 100 nomine in ballo tra cui spiccano i colossi quotati come Leonardo, Eni, Enel, Poste Italiane, Mps, Enav e Terna, per conto del primo partito della maggioranza, ci siano Francesco Lollobrigida in “quota partito” (grazie a una vigorosa dote di voti, storicamente rappresenta una forte base di consenso per FdI) e il sottosegretario Richelieu di Lady Giorgia, Giovanbattista Fazzolari, in “quota Governo”.
Molti analisti dei Palazzi del potere dimenticano che la tornata di nomine va considerata strategica non solo per gli equilibri del governo ma anche per gli equilibri interni dei partiti della maggioranza. E tra Lollo e Fazzo c’è fibrillazione sulle nomine e riconferme dei vertici dei colossi pubblici, da Eni a Enel, da Terna a Leonardo.
Una fibrillazione che coinvolge tutti i dossier, non solo le nomine (ad esempio Giuseppina Di Foggia e Flavio Cattaneo, rispettivametne ad di Terna e di Enel, sono difesi dal partito, mentre Fazzolari avrebbe in mente altri nomi), ma si allarga a ogni campo.
Si veda il caso Biennale, dove Fazzolari e Mantovano, una volta messo il guinzaglio al ministro della Cultura Alessandro Giuli, caro ad Arianna, lo hanno lanciato all’inseguimento del ribelle veneziano Buttafuoco, caro al cuore di Giorgia.
O il ruolo di Italo Bocchino, inviso a Giorgia e a Fazzolari nonostante i suoi salamelecchi e peana televisivi, mentre la sorella, come Ignazio La Russa, è più aperturista (al punto da aver partecipato sorridente e compiaciuta alla presentazione del libro dell’Italo tascabile e multi-tasking).
Altri esempi di scazzo sull’asse Scrofa-Chigi: il caso Sangiuliano (Arianna l’ha protetto e spinto a candidarsi in Campania, in barba alla “Fiamma Magica”); il duplex Nordio-Bartolozzi (il Governo li deve proteggere, gli esponenti del partito rumoreggiano contro la Zarina del ministero della Giustizia: “Deve tenere a freno la lingua”).
Oggi il caso Cirielli: a Giovanbattista Fazzolari, sposato con una donna ucraina e su posizioni intransigenti contro la Russia, di certo non può aver fatto piacere la notizia dell’incontro del viceministro degli Esteri con l’ambasciatore russo in Italia, Aleksej Paramonov.
Nella guerra sotto-traccia in Fratelli d’Italia ha un ruolo di primo piano anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa: in Lombardia, dove ‘Gnazio e il fratello Romano se la comandano, è partito da tempo il killeraggio contro Carlo Fidanza, l’eurodeputato su cui Giorgia e Arianna avevano puntato come candidato in Regione nel 2028 (La Russa, che già aveva tirato fuori dal cilindro il nome di Maurizio Lupi come candidato sindaco a Milano, vorrebbe invece Alessio Butti).
L’ala La Russa-Santanchè sgomita anche in tv: ospite fissa nei talk di Paolo Del Debbio c’è Grazia Di Maggio, 30enne di bella presenza, pupilla della seconda carica dello Stato.
Anche sulla linea politica, i contrasti non mancano. Il siculo-meneghino, che ha sempre goduto di un ottimo rapporto con la Procura di Milano, non ha nascosto la propria contrarietà alla riforma della giustizia: “E’ giusta la separazione, ma forse il gioco non valeva la candela… L’esito del Referendum avrà conseguenze politiche ma non avrà conseguenze drastiche, come con Renzi. Del resto se dovessero vincere i Sì i leader di opposizione si dimetterebbero? Nessuno chiederà a Conte o a Schlein di dimettersi”.
E qualche giorno fa ha di fatto smentito la retorica sulla mala-giustizia, sostenendo: “Meno casi Garlasco? Non è l’obiettivo della riforma” (ma era stata la stessa Meloni a sfruttare l’omicidio di Chiara Poggi per la campagna elettorale).
Anche la regia del Governo Meloni al piano di Lovaglio-Caltagirone-Milleri per la scalata Mps-Mediobanca, obiettivo il forziere d’Italia di Assicurazioni Generali, non ha mai fatto girare la testa a La Russa, che non è mai stato trafitto dalle affinità elettive scoppiate tra la Fiamma Magica di Palazzo Chigi e l’imprenditore Caltagirone. (Del resto, il padre di ‘Gnazio ha guidato uno studio legale legatissimo a Salvatore Ligresti e al patron del mondo economico e finanziario italico che era incarnato da Enrico Cuccia con la sua Mediobanca)
Con questo triplo accerchiamento (Trump, Salvini-Tajani-Berlusconi, il partito), Giorgia Meloni si incupisce, e sta scemando la verve coatto-popolaresca in. modalità “Io so’ una di voi” che l’ha fatta giganteggiare per tre anni e mezzo rispetto alla verbosa e arzigolata opposizione di Schlein e Conte. Lo si è visto giovedì 12 marzo, al primo e unico comizio per il “Sì” della premier: lo sguardo basso, il discorso senza mordente, il vigore coatto d’un tempo perduto.
Come scrive Lorenzo Castellani su “Domani”: “Sembra che la presidente del Consiglio preferisca gestire una sconfitta su cui ha messo poco la faccia che prendersi dei rischi per cercare di vincere la partita. L’atteggiamento è difensivo e probabilmente si lega alla situazione internazionale. La guerra all’Iran ha ridotto molto la portata mediatica del referendum e ha aperto a una difficile situazione sia diplomatica sia economica.
I leader sono terrorizzati da un’opinione pubblica che, anche a destra, non vuole sentire parlare di guerre e men che meno è disposta a pagarne il conto, anche in forma indiretta.
Dall’altro lato, però, Meloni sì è impegnata a essere una alleata affidabile di Trump e quindi non può sfilarsi del tutto dal sostenere l’azione americana, come testimonia l’invio di qualche arma nel Golfo.
Mentre è incastrato in questa strettoia tra interni ed esteri, il governo si ritroverà a breve a fronteggiare una situazione economica peggiore del previsto. […]
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
A quel punto il rapporto tra promesse e realtà sarebbe radicalmente capovolto: il governo non potrebbe abbassare le tasse o garantire nuovi sussidi nell’anno elettorale e probabilmente sarebbe costretto a concentrare le risorse sul contrasto alla crescita dei costi energetici, sul finanziamento del debito pubblico e si ritroverebbe a dover aumentare il prelievo fiscale”.
Sì perché, mentre in Italia ci trastulliamo con il Csm e l’Alta corte, le sparate della “Zarina” Bartolozzi e il padiglione russo di Buttafuoco, il mondo sta andando gambe all’aria: Giorgia Meloni si sta rendendo conto che lo scenario è uan polveriera e le ripercussioni potrebbero esserle fatali.
Ad esempio, insieme al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva fatto affidamento sull’uscita dalla procedura di infrazione nel 2026, ma chiudere con un deficit inferiore al 3%, con l’aria che tira, rischia di diventare impossibile. Se così fosse, per l’Italia, che dal prossimo anno non avrà più i fondi del Pnrr a sostenere la propria economia, si chiuderanno le porte dei prestiti agevolati “Safe” della difesa.
Il Tesoro sta cercando di trattare con l’Eurostat un aggiustamento e una ridefinizione delle statistiche, ma niente è scontato. Al punto che l’autoritaria Giorgia Meloni, che è sempre andata dritta come un treno, fregandosene dei partiti d’opposizione, ha improvvisamente cambiato strategia, e l’altro giorno ha telefonato a Elly Schlein, Giuseppe Conte e agli altri per tentare di aprire una sorta di gabinetto di guerra sull’Iran.
Ricevendo, prevedibilmente, una serie di no: dopo tre anni e mezzo passati a chiudere ogni porta al dibattito civile, non è questo il momento di andare in soccorso della Ducetta, e questo lo capisce anche un’opposizione incapace come quella che si ritrova questo disgraziato Paese…
Ps. Ciliegina sulla torta, ad aggravare la situazione ci sono anche gli attacchi iraniani ai contingenti italiani all’estero, a Erbil (Iraq) e in Kuwait. Una questione delicatissima da gestire per Giorgia Meloni: l’Italia è un paese che la guerra non vuole vederla nemmeno in televisione. È un attimo che la “madre” Meloni si ritrovi il “partito delle mamme” dei nostri militari a incatenarsi a Palazzo Chigi per il rimpatrio dei loro figli…

(Michele Manfrin – lindipendente.online) – Una minaccia più letale dei missili balistici e più destabilizzante delle fluttuazioni del prezzo del greggio sta emergendo con prepotenza nello scenario mediorientale, più nello specifico nel Golfo Persico. Stiamo parlando di acqua potabile. Nonostante l’immensa ricchezza dovuta ai giacimenti di gas e petrolio, senza l’acqua potabile i Paesi del Golfo non potrebbero esistere come li conosciamo oggi. La vera vulnerabilità strategica della regione risiede nella sua dipendenza assoluta dalla tecnologia di desalinizzazione dell’acqua, necessaria per la sopravvivenza di milioni di persone che vivono nelle metropoli del Golfo. L’Iran ha accusato Stati Uniti e Israele di aver varcato una soglia pericolosa con l’attacco ad un suo impianto di desalinizzazione. Il Bahrein dice di essere stato colpito da Teheran in egual misura.
Successivamente, il Bahrain ha accusato formalmente l’Iran di aver condotto operazioni di sabotaggio contro le proprie strutture di potabilizzazione, un atto che ha provocato razionamenti severi in diverse aree dell’arcipelago. Se queste accuse venissero confermate, significherebbe che la guerra ha già oltrepassato la soglia della distruzione materiale ed economica per entrare in quella della minaccia esistenziale stessa. Le nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain e Oman, hanno costruito la ricchezza dei propri regni, prima che con il petrolio, con un sistema di desalinizzazione e potabilizzazione dell’acqua. Senza questi impianti non esiste tutto il resto. In una regione quasi priva di fonti idriche permanenti, la sopravvivenza di oltre 100 milioni di persone è legata a doppio filo a circa 450 impianti di desalinizzazione. Queste cattedrali tecnologiche trasformano l’acqua salata del mare in acqua che si può bere, ma rappresentano oggi il più critico dei punti della sicurezza regionale.
La concentrazione di queste infrastrutture lungo le coste del Golfo le rende bersagli statici di estrema vulnerabilità. A differenza dei pozzi petroliferi, che possono essere ripristinati o le cui scorte possono essere compensate da riserve strategiche globali, un impianto di desalinizzazione distrutto non ha sostituti immediati. Se il petrolio genera ricchezza, l’acqua garantisce l’esistenza stessa dello Stato. Senza di essa, il contratto sociale tra i regnanti e la popolazione si dissolve in pochi giorni. Anche per questo, oltre agli impianti di desalinizzazione, gli Stati del Golfo spendono molto in geoingegneria, tramite l’“inseminazione delle nuvole”, per aumentare il volume di acqua a disposizione.
Il caso più emblematico di questa fragilità è rappresentato da Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. Situato sulla costa orientale saudita c’è l’impianto di Jubail, uno dei complessi di desalinizzazione più grandi al mondo e funge da polmone idrico principale per la capitale, situata nel cuore del deserto. Secondo un rapporto della CIA del 2010, un blocco totale o la distruzione di Jubail forzerebbe l’evacuazione di massa di Riyadh, una metropoli di oltre 7 milioni di abitanti, entro una settimana.
Non esiste un piano di contingenza realistico per trasportare acqua potabile sufficiente per una popolazione di tali dimensioni in un ambiente iper-arido. In questo contesto, l’acqua non è più solo una risorsa, ma una “bomba atomica” che, se attivata, non contamina il terreno con le radiazioni ma lo rende comunque inabitabile (o insostenibile per un così alto numero di persone).
Il caso del padiglione russo a Venezia e il gelo tra il ministro e il presidente della Biennale, adesso su fronti opposti

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Contraddizioni – per una volta! – in seno alla destra, ammesso che tale categoria novecentesca sia sufficiente a giustificare la buriana levatasi attorno alla Biennale di Venezia; e non sia invece l’intima essenza del potere, questa entità per sua natura diabolica, ad aver scatenato la lite fra il presidente della fondazione Buttafuoco e il ministro della Cultura Giuli a proposito della partecipazione russa. Per quanto profonda, con l’arietta tifosa e pettegola che fermenta su ogni controversia all’italiana, la tenzone ha mantenuto per ora un certo inusuale riserbo da parte dei protagonisti, ciò che ha agevolato il muto, grato e furbesco sbigottimento fra Palazzo Chigi e via della Scrofa, dove purtroppo ancora non si è capito chi sta con chi.

Tutto lascia immaginare che si sia rotta, se non un’amicizia fraterna, certo un’intensa colleganza (al Foglio), oltre che una reciproca stima. E tuttavia, considerata la vastità del caso, se è prematuro trarne una lezione, qualcosa si può cercare di spiegare. Per cui, grosso modo, Buttafuoco insegue da sempre un sogno di libertà.

L’arte al di sopra di tutto e di tutti, figurarsi delle convenienze e delle appartenenze che i ruoli impongono e le aspettative pretendono. Come ogni sogno che si rispetti, tale scomoda convinzione alberga benissimo nell’animo suo, molto meno nel tran tran dell’istituzione che guida. Sull’animo di Buttafuoco, anzi di Pietrangelo, non si è in condizione di essere troppo oggettivi per ragioni di antica curiosità, poi di amicizia e frequentazione, pure allargata. Sin da quando, era il 1992, sul Secolo d’Italia, direzione Gasparri, non iniziarono ad apparire dei formidabili articoli a firma Dragonera (personaggio del Rinaldo in campo televisivo).

In prosa ricercata ed efficace, tra il barocco e il lirico, lo sboccato e il camaleontico, era irresistibile chiedersi non solo chi fosse a cantare la negritudine tribale e Marina Ripa di Meana, Krishna e i travestiti nella Milano da bere, un finto Machiavelli e le dame velate dell’Opus Dei; ma era uno spasso anche chiedersi come ciò poteva essere accolto dai torvi lettori legge-e-ordine del quotidiano di un partito – allora sì – neofascista.

E insomma: si trattava di un giovanissimo libraio ammiratore di Carmelo Bene, Longanesi e Cyrano che dotato di bretelle, studi filosofici e sfolgorante attitudine teatrale, viveva ad Agira, nel cuore del cuore della Sicilia, a tal punto sale del mondo da potersi permettere una sorta di auto-precauzione: «Tinitimi ca sugno pazzu!».
Nota bene: in uno di quei pezzi, come per indicare qualcosa di impossibile – oh potenza della sorte e un po’ pure degli archivi – Buttafuoco scriveva, 34 anni orsono: «Quando saremo padroni d’Italia».
Nel caso specifico sognava di intitolare piazze a Volponi e teatri a Dario Fo. Ma ripensando al padiglione della Russia alla Biennale, e a quel che potrebbe accadere se, come annunciato nell’intervista a Repubblica, intendesse davvero riservare uno spazio agli ayatollah iraniani, ecco, l’impressione è che sulla sua strada abbia trovato uno che si sente molto più padrone d’Italia e che non aspettava altro per dimostrarlo.
Ora, sull’animo di Giuli si è molto meno preparati. Rapporti cordiali, da colleghi, vicini di casa e proprietari di cani, qualche incontro casuale. Anche le sue origini suscitano più recente curiosità, tra Roma arcaica, tifoseria militante, paganesimo e vagabondaggio post-evoliano, esoterismo solare; secondo Franco Cardini la figura di riferimento di Giuli è Arturo Reghini, alchimista e matematico pitagorico.
Spiace qui dispensare giudizi a vista, ma tale impegnativo e misteriosofico armamentario non è che si combini così bene con l’imperativo di occhiuta e burocratica sorveglianza che da ministro si è ardentemente assegnato, vedi i verbali da consegnare “entro il termine fissato”, le modalità di allestimento, le compatibilità, eccetera. È possibile che la rivalità covasse da tempo. Con beneficio d’inventario e sempre tirando a indovinare, è anche possibile che Giuli, che qualche vano sforzo in quella direzione ha fatto, patisse il consenso generalizzato e senza polemiche dell’ex collega a Venezia e, ancora di più e non da ieri, l’ammirazione da parte della sinistra. In questi casi i sentimenti meno confessabili s’intrecciano con il discorso pubblico; ma a maggior ragione, essendo amici, o buoni conoscenti, o ex colleghi, o quel che è, se si facevano prima un colpo di telefono era meglio per tutti. La destra, o quel che ne rimane, resta complicata, la vita ancora di più.
STARMER, GB PROTEGGERÀ I SUOI INTERESSI MA NON ENTRA IN UN VASTO CONFLITTO

(ANSA) – LONDRA, 16 MAR – “Vogliamo vedere questa guerra finire al più presto possibile”. Lo ha detto il premier britannico Keir Starmer aggiornando il Paese sulla situazione in Medio Oriente innescata dall’attacco di Usa e Israele all’Iran. Starmer ha insistito che il Regno intende muoversi “difendendo gli interessi nazionali” e “proteggendo gli alleati”, ma “non entrerà in una guerra a vasto raggio”.
Ha poi riconosciuto agli Usa di aver fortemente indebolito l’apparato militare “dello spaventoso regime” iraniano, sottolineando la necessità ora di garantire per il futuro che Teheran non porti avanti progetti militari e non “continui a minacciare” i vicini.
PORTAVOCE MERZ, LA GUERRA IN IRAN NON HA NULLA A CHE FARE CON NATO
(ANSA) – BERLINO, 16 MAR – “Questa non è una guerra della Nato e non ha nulla a che fare con la Nato”. Lo ha detto il portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius, rispondendo a una domanda dei giornalisti a Berlino, sulle minacce di Donald Trump alla Nato. “Abbiamo preso atto della posizione del presidente degli Usa”, ha aggiunto
SALVINI, ‘NAVI MILITARI A HORMUZ? L’ITALIA NON È IN GUERRA CON NESSUNO’

(ANSA) – MILANO, 16 MAR – L’Italia “non è in guerra contro nessuno e l’invio di navi militari in uno scenario di conflitto significherebbe entrarci”. Così il vice premier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a margine di un sopralluogo tecnico a Milano, circa le ipotesi di una missione per scortare le navi mercantili nello stretto di Hormuz.
“Non siamo in guerra contro nessuno – aggiunge – e non voglio pensare l’Italia in guerra contro qualcuno. Se mandi una nave militare in uno scenario di guerra entri in guerra. Mi sembra che il presidente del Consiglio su questo sia stato molto chiaro”.
Solo gregari alla lezione del tecno-profeta Thiel: “Donald qui piace poco”. I big della destra disertano l’incontro a Roma a Palazzo Taverna con il fondatore di Palantir. Il guru: “Siamo alla seconda guerra fredda”

(di Lorenzo De Cicco e di Iacopo Scaramuzzi – repubblica.it) – ROMA – Più che l’arrembaggio della tecno-destra, la minaccia è la palpebra calante. Ti aspetti i ministri, ci sono i portaborse. Dici: all’uscita saranno estasiati dalla lectio, invece è la sagra dello sbadiglio. Domenica, Palazzo Taverna, tra piazza Navona e Castel Sant’Angelo, dove abitavano gli Orsini e ora si organizzano convegni. Capienza massima: 165 posti. Attorno alle tre di pomeriggio, un centinaio di invitati varca il portone. Solo chi è in lista, tipo Piper, ma con meno allegria. L’oratore è il miliardario Peter Thiel, creatore di Paypal e poi di Palantir, colosso dei big data in affari pure col governo israeliano, anche per la sciagurata guerra a Gaza, che oggi discetta di religione e Anticristo. Gran finanziatore di Trump, ovvio.
Da giorni, dopo la prima anticipazione della Stampa, il sottobosco politico e imprenditoriale favoleggia: chi ci sarà? Dietro al Colosseo appare un’inquietante striscione di «benvenuto», altri organizzano un flash mob di protesta. Ma alla fine chi c’è? La destra si tiene alla larga, anche perché il Vaticano non è in linea con le teorie di Thiel, anzi. S’intravede l’assistente di Marco Osnato di FdI. Per la Lega, il «responsabile esteri dei Giovani», Davide Quadri. E uno storico collaboratore di Lorenzo Fontana, Cristiano Cerasani, convinto che pure le bizze del clima siano colpa di Satana. Il volto più conosciuto è Daniele Capezzone, direttore del Tempo. C’è un suo predecessore, Roberto Arditti. Un paio di volti Rai, Oliviero Bergamini e Barbara Carfagna. Imprenditori? Paolo Messa e il finanziere Guido Maria Brera. Lo storico Giovanni Orsina. Antonio Zanardi Landi, ambasciatore dell’Ordine di Malta presso la Santa Sede. Alberto Mingardi dell’istituto Bruno Leoni. Spunta persino un ex 5 Stelle, Pietro Dettori. Insomma, nomi così. C’è da capire la delusione dei fotografi. O almeno il ridimensionamento delle aspettative. Il grosso sono ragazzi con l’abito buono, del giro delle confessioni romane, tendenza neo-con. Parecchi seminaristi del North American College, più uno sparuto numero di preti americani e studenti di quell’Angelicum, dove all’inizio si era pensato di tenere il seminario.
Thiel appare dietro a un leggio, rischiarato da luci soffuse. Parla due ore scarse. Dice subito che «Trump qui non va di moda, ma io non sono d’accordo». Forse per la latitanza dei big di FdI e Carroccio. Sostiene che oggi, più che la terza guerra mondiale, siamo nel mezzo «di una seconda guerra fredda». Biasima la «pace ingiusta» tra Cina e Usa. Fa un mucchio di citazioni, da Benedetto XVI a Robert Hugh Benson, autore di “Lord of the World”, a Vladimir Solovev che ha scritto “Il racconto dell’Anticristo”. Sull’intelligenza artificiale, la sua specialità, sembra accorciare le distanze con Leone XIV, che chiede paletti: «Bisogna stare attenti – è in sintesi il ragionamento che riportano più presenti – non è la soluzione di tutti i mali, ma non va demonizzata». I democratici americani, profetizza Thiel, nel ‘28 saranno contro. Si salta da un argomento all’altro. Mostra il video di un’esplosione nucleare, chiedendosi che sarebbe capitato al mondo se fosse avvenuta in una città degli States. Critica il nucleare per le armi, sì, ma rilancia quello civile, per contrastare «la dipendenza dalle energie fossili». Poi chiede ai governi di investire contro la de-natalità, pallino di Elon Musk.
Molti si aspettano una qualche rivelazione sull’Anticristo. Ma lui dice solo: «Ne ho paura, la conoscenza va aumentata». Rivelazioni rimandate: «Parlerò l’ultimo giorno». Perché ci sono altri tre seminari nei prossimi tre giorni, tutti obbligatori per gli iscritti, anche se qualcuno già ieri azzardava la mossa, tentando di sfilarsi: «Magari passo domani, ma poi ho avuto un imprevisto». Lo spazio per il blocco “domande e risposte” era di 30 minuti. Ma dura un quarto d’ora. Si fanno avanti quelli dell’Hoover Institution, think thank legato alla Stanford University, dove Thiel ha studiato, che organizzano le sue conferenze in giro per il mondo. Visto il tenore della discussione, diversi ospiti sull’uscio, alla fine, si chiedono: ma perché tanta segretezza? Ridacchiano per alcune leggende circolate alla vigilia, come la penale da 10mila euro (o 20, o 25) per chi avesse violato il riserbo. Pure i cellulari restano perlopiù nelle tasche degli invitati, nessuno li sequestra. L’unico appello del miliardario è una citazione di Daniele, 12:4: «Tieni nascoste queste parole».
Finito il convegno, si va a messa, alla vicina Trinità dei Pellegrini, gestita dalla Fraternità sacerdotale San Pietro, gruppo tradizionalista che, a differenza dei lefebvriani, non ha però mai rotto con la Santa Sede. Messa in latino, ça va sans dire. Celebra don Brice Meissonnier, come vuole il messale antico, ad orientem (cioè “spalle al popolo”). Per i seminaristi domani è stata fissata una cena riservata, organizzata dal Cluny Institute, e intitolata “Seeing Like a State, Seeing Like a Church”, lo sguardo dello Stato, lo sguardo della Chiesa. Probabile riferimento a un testo della cultura libertaria alla quale Thiel si rifà, contro la pianificazione statale il politically correct nella Chiesa. Ultima sorpresa: alla messa, Thiel non c’è. E nessuno lo cita. A Roma spesso va così: si annuncia l’Apocalisse e resta solo la liturgia.
L’ex ministro e “Doge” del Veneto: “Servono i fagioli per la campagna elettorale, presi soldi. Patteggiai costretto dalla mia parte politica”

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] Giancarlo Galan vive in una casa nel bosco.
Io da solo, nel bosco sopra Vicenza.
Il doge di Venezia, il politico potente e opprimente, il berlusconiano affluente, spaccone e un po’ sprecone.
Rifiuto questo giudizio. Mai opprimente, semmai ottimista, volitivo, felice. Voi di sinistra sempre apocalittici e disperanti, uffa!
Ha sgovernato.
Se vogliamo proprio spaccare il capello in quattro nei quindici anni di presidenza del Veneto avrei potuto fare di più, essere più efficiente.
Lei era indomabile, lussurioso, gaudente, bruciava soldi.
Fregnacce.
Da ministro della Cultura, la intervistai. Disse: vorrei morire affogato nell’Amarone. Una frase da gradasso.
Erano altri tempi, oggi non bevo più. Ma mi vede, mi sente?
[…]
Ma se l’è meritato, direi.
Oggi Galan è un povero cristo senza soldi: non ha pensione, non ha vitalizio, non ha niente. Vive grazie all’aiuto di suo fratello Alessandro.
Fratello compassionevole.
E di qualche amico.
Quanto le serve al mese?
Poco: un migliaio di euro, a volte di più. Consumo veramente l’indispensabile.
Cosa compra?
Ho i vestiti di quando ero benestante. Compro quel che serve per mangiare e bado ai prezzi. Quel che costa di meno, dalla frutta in giù. Grazie a mio fratello ho l’auto.
Altri tempi quando con l’autista sfrecciava.
Sono povero veramente, non ho più niente.
Vero, i giudici le hanno tolto tutto.
Tutto.
Ricordiamo il perchè: Galan si è fatto corrompere.
La mia segretaria ha preso i soldi, non io.
Lei è un angioletto?
Non sono angioletto però ripeto: mi hanno obbligato a patteggiare.
Chi l’ha obbligata? I giudici cattivi?
Non solo i giudici, qualcuno che stava dalla mia parte.
Comunque per lei due anni e 10 mesi di reclusione più due milioni e seicentomila euro di pena pecuniaria. Al netto di altre richieste di restituzione.
Mi hanno obbligato le dico!
Patteggiare significa ammettere la propria responsabilità. Le hanno addebitato la corruzione, oltre al resto. E confiscato tutto.
Obbligato.
Viveva nel villone dorato, amava i ristoranti stellati, le campagne elettorali ricchissime.
Servono i fagioli per fare la campagna elettorale, presi soldi.
C’era chi pagava.
Sì, c’era chi mi aiutava finanziariamente.
Adesso invece neanche un presente.
Le dico una cosa: a Natale non si è visto un regalo, un pensierino. Zero spaccato.
Lei si aspettava regali?
Dico: dalle stelle alle stalle.
Nella casa nel bosco.
Ho l’alimentazione a gas ma per risparmiare metto il termostato a 14 gradi.
Vede la tv?
Non voglio vedere nessuno.
Neanche la Meloni?
Era mia compagna di sedia al consiglio dei ministri. Non la facevo così brava.
[…]
E Zaia, il suo successore in Veneto?
Cosa ha fatto per il Veneto? Niente. Adesso fa il presidente ombra di questo bravo e intelligente ragazzo eletto (Alberto Stefani, 33 anni, leghista, ndr).
Galan, il potente esagerato.
La vita cambia gli uomini. Adesso mangio poco, ho il diabete (il vino non mi piace più, per dire).
La politica nemmeno le piace più.
Assolutamente no.
Va a votare al referendum sui giudici?
Assolutamente Sì.
Sì?
E allora cosa?