
(di Simona Brandolini – corriere.it) – Il primo effetto, dopo la sconfitta referendaria, sono dimissioni a catena. Non solo quelle, di cui nelle ultime ore si parlava, del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Ma anche della capa di Gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi. Sarebbe a rischio, invece, la ministra del Turismo, Daniela Santanché che sta provando a resistere al pressing. La decisione presa da Giorgia Meloni arriva al termine di riunioni andate avanti per tutta la mattina che avevano come obiettivo di dare una risposta forte dopo il risultato del voto popolare sulla riforma della giustizia.
Di fatti arriva una nota di Palazzo Chigi che chiarisce la posizione della premier: «Il presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione.». Poi aggiunge: «Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanché».
«Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio»: così Delmastro dopo la notizia della sua uscita dal governo.
«Questioni di opportunità politica», spiegano fonti di Fratelli d’Italia. Bartolozzi era al centro di un polverone per aver detto durante un’intervista alla tv siciliana Telecolor: «Se vince il sì ci liberemo dei magistrati. Sono un plotone di esecuzione». Poi Delmastro. Il sottosegretario è, da giorni, al centro del caso della «Bisteccheria d’Italia», di cui è stato socio con la figlia diciottenne di Mauro Caroccia, condannato a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni del clan guidato Michele Senese, soprannominato ‘o pazzo. Quanto alla ministra è finita sotto inchiesta per gli affari e i debiti della sua società Visibilia e per la cassintegrazione chiesta durante il Covid. In queste ore sarebbero in corso contatti per farle lasciare l’incarico. Ma non è detto che vada in questo modo. O almeno non subito.
Intanto arrivano anche le prime dichiarazioni delle opposizioni. «Le dimissioni arrivate oggi rappresentano un atto tardivo ma doveroso sotto il profilo del rispetto del diritto e delle istituzioni. Il fatto che siano
intervenute solo dopo il referendum costituisce un elemento politico evidente: è la conferma della spregiudicatezza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che per mere opportunità legate al voto ha scelto di trattenere un gesto che, alla luce dei fatti, non era più rinviabile. Siamo di fronte a un comportamento grave, che dimostra ancora una volta come questa maggioranza consideri le istituzioni strumenti da piegare a esigenze di parte. Chi mette quantomeno in imbarazzo le istituzioni non può continuare a ricoprire incarichi pubblici, tanto più se si tratta di ruoli estremamente delicati che richiedono rigore, equilibrio e senso dello Stato». Dichiara Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico. E il leader Avs Angelo Bonelli: «Sono stati gli italiani, con il loro voto, a mandare a casa Delmastro e Bartolozzi. Giorgia Meloni in questi mesi ha difeso gli impuniti: un sottosegretario condannato per rivelazione di segreti d’ufficio che ha continuato a esercitare le sue funzioni e che, non soddisfatto, apriva società con persone legate alla camorra. Se non ci fosse stata la valanga di No, Delmastro e Bartolozzi sarebbero ancora al loro posto. Altro che “non ha fatto nulla di scorretto”: Delmastro è stato condannato per rivelazione di segreti d’ufficio e ha fatto società con soggetti legati alla camorra. Ora aspettiamo le dimissioni della ministra Santanché, rinviata a giudizio per truffa ai danni dello Stato». Il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia chiede: «Nel giro di mezz’ora, assistiamo a due dimissioni. Cosa è cambiato? L’esito del referendum ha spaventato il governo? Ci sono fatti che non conosciamo? È intervenuta la presidente del Consiglio? Il ministro della giustizia ha cambiato idea? A questo punto è urgente e necessario che Nordio venga in aula a spiegare al Parlamento e al Paese».
BONELLI, ITALIANI MANDANO A CASA DELMASTRO E BARTOLOZZI. ORA TOCCA A SANTANCHÈ
(ANSA) – ROMA, 24 MAR – “Sono stati gli italiani, con il loro voto, a mandare a casa Delmastro e Bartolozzi. Giorgia Meloni in questi mesi ha difeso gli impuniti: un sottosegretario condannato per rivelazione di segreti d’ufficio che ha continuato a esercitare le sue funzioni e che, non soddisfatto, apriva società con persone legate alla camorra.
Se non ci fosse stata la valanga di No, Delmastro e Bartolozzi sarebbero ancora al loro posto. Altro che “non ha fatto nulla di scorretto”: Delmastro è stato condannato per rivelazione di segreti d’ufficio e ha fatto società con soggetti legati alla camorra. Ora aspettiamo le dimissioni della ministra Santanchè, rinviata a giudizio per truffa ai danni dello Stato”. Così Angelo Bonelli, deputato AVS e co-portavoce di Europa Verde.
PEDULLÀ (M5S), ‘DIMISSIONI DI DELMASTRO E BARTOLOZZI DOVUTE, ORA SANTANCHÉ’
(ANSA) – “Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi sono doverose e dovute, un grande successo del Movimento 5 stelle che ha condotto con impegno la campagna referendaria contro la ‘schiforma’ Nordio.
Adesso aspettiamo anche le dimissioni della ministra Santanché”. Lo ha detto l’eurodeputato del Movimento 5 stelle Gaetano Pedullà, in un punto stampa a margine dell’evento al Parlamento europeo ‘Einstein Telescope in Europe’ e commentando le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del ministro Nordio Giusi Bartolozzi.
La sconfitta al referendum sulla giustizia non è che l’antipasto di una fase politica molto complicata per la premier e il suo governo: da qui alle elezioni politiche del 2027 ci sarà parecchio da ballare.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – “Sorridi, domani andrà peggio”, dice la prima legge di Murphy. E quindi, a Giorgia Meloni e ai suoi consigliamo un risveglio di grasse risate, nonostante la cocente sconfitta al referendum costituzionale sulla giustizia. Perché il terremoto politico del voto del 22-23 marzo, per quanto faccia male, non è che la prima scossa del terremoto, o le prime gocce di una tempesta che rischia di abbattersi sull’esecutivo e di stravolgere i piani di quella che fino a ieri sembrava una marcia trionfale verso le elezioni politiche del 2027.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché Giorgia Meloni ora deve venire a capo del mostro a tre teste che l’ha sconfitta al referendum: giovani, grandi città e Mezzogiorno. Una triade che non ha visto arrivare, perché, signora mia, “i giovani sono pochi e non votano più”, “la sinistra non esce dalle ZTL”, e “il sud assistenziale tiene famiglia ed è sempre seduto sul carro del vincitore”. Strike, tre luoghi comuni cancellati da una croce color grafite su scheda verde.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché adesso Giorgia Meloni ha da affrontare l’ira funesta della famiglia Berlusconi, azionisti di maggioranza di Mediaset e di Forza Italia, che le hanno consegnato nelle mani la riforma prediletta del compianto papà, il sogno di Silvio. E lei l’ha mandato in frantumi, bruciando 24 punti di vantaggio in poco meno di tre mesi: “Supponente, prepotente, arrogante e offensiva”, la definì Berlusconi in un appunto rubato dalle telecamere del Senato durante le trattative per la nascita del governo, nel 2022. “Non sono ricattabile”; risposte lei. Chissà se la pensano così anche gli eredi di Sua Emittenza, ora.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché all’improvviso ti sei svegliata e bella ciao, pure il contesto internazionale sembra d’un tratto cambiato. Donald Trump non sa che pesci pigliare in Iran e rischia di prendere una scoppola epocale alle elezioni di mid term del prossimo autunno. E prima di lui, il prossimo 12 aprile, Viktor Orban rischia di andare a casa dopo quattordici anni al potere in Ungheria. In un colpo, Meloni rischia di vedere cadere entrambi i numi tutelari della sua ascesa politica. Nel frattempo il gradimento del governo italiano segna 32%, roba che nemmeno Matteo Renzi nel 2016, dopo aver perso il suo, di referendum costituzionale.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché le previsioni meteo annunciano la tempesta perfetta della combo stagnazione più inflazione. In una parola stagflazione, il mostro finale di qualunque governo che sogna la rielezione. Un mostro finale – il karma sa essere veramente crudele – scatenato dalla furia epica di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, i due leader che Meloni ha sostenuto senza se e senza ma, come Salvini col poliziotto di Rogoredo, e che adesso, con l’attacco all’Iran e la relativa chiusura dello Stretto di Hormuz, stanno riuscendo nell’impresa di farci cascare addosso una crisi energetica e una crisi della produzione, assieme.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché ci si mette pure lo spread, ora. Che per quattro anni se n’era stato bello e buono, alimentando la favola di Giorgia l’incantatrice dei mercati. E che proprio ora ha deciso di tornare a fare capolino sopra quota 100. Un po’ per le suddette crisi, un po’ perché tra gli analisti si fa largo l’ipotesi che per Meloni la parabola possa aver imboccato una traiettoria calante. E se lo spread sale, la grande cornucopia della manovra elettorale dell’autunno 2026 diventa un po’ meno grande. E il sogno di distribuire ricchi premi e cotillon giusto pochi mesi prima del voto, un po’ più sogno e meno realtà.
Sorridi, domani andrà peggio. Perché in tutto questo rimangono appesi tutti i problemi che c’erano fino a ieri. Che fare di Delmastro e della sua società con la bisteccheria di una sconosciuta diciottenne figlia di un prestanome di mafia? Che fare con Santanché i suoi guai con giustizia e fisco? Che fare con Nordio e Bortolozzi e i disastri combinati dal caso Almasri in poi?
Sorridi, domani andrà peggio. Perché improvvisamente l’armata Brancaleone del campo largo di Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e Renzi sembra essere diventata un avversario serio, in grado di contendere le prossime elezioni alla gioiosa macchina da guerra della destra al governo. Il tempo dirà se davvero siamo al punto di volta di un ciclo politico nuovo, o se è solo il sogno di una notte d’inizio primavera per un campo progressista che vive per complicarsi la vita soprattutto quando vince.
Sorridi, Meloni: perché forse lo storico autolesionismo della sinistra Italiana è l’unico motivo valido, ora come ora, per farlo davvero.
I segreti di Almasri, l’attacco ai giudici, le foto al ristorante: ascesa e caduta di Bartolozzi. Dalla toga alla stanza dei bottoni di via Arenula: il percorso di Giusi Bartolozzi tra potere, polemiche e legami politici

(Irene Famà – lastampa.it) – ROMA. Un capo di gabinetto al di sopra di ogni sfiducia. Nonostante la bufera e un’inchiesta giudiziaria, nonostante le frasi sguaiate in tv e nelle auliche aule dei palazzi di giustizia della Capitale, nonostante i colleghi che fuggono dal suo fare «accentratore» e «senza rispetto». L’ascesa di Giusi Bartolozzi, che i fatti – fino alla drammatica riunione per l’addio – descrivevano come «intoccabile» a dispetto di ogni accusa e scivolone, inizia con indosso la toga. La stessa toga che ha definito un «plotone di esecuzione», causa di ogni male possibile. Giudice prima del tribunale di Gela, sua città natale, poi del tribunale di Palermo, nel 2013 passa alla Corte di appello di Roma. Nel 2018 lascia la toga e si avvicina alla politica: Silvio Berlusconi la candida capolista alla Camera nel collegio di Agrigento e lei entra in Parlamento con Forza Italia.
Si distingue per il voto favorevole alla legge contro l’omotransfobia di Alessandro Zan; nel 2021 si scontra con i forzisti sulla riforma del processo penale. Lascia Forza Italia, entra nel gruppo misto e contesta duramente le scelte dell’allora governo Draghi. È a quel punto che si avvicina ad alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e, in particolare, raccontano, ad Andrea Delmastro. Nel 2022 il ministro Carlo Nordio la vuole come vice capo di gabinetto. Sopra di lei Alberto Rizzi che, ricorda chi c’era, non riesce a contrastarla e le lascia il posto, andando via sbattendo la porta. E nei corridoi di via Arenula c’è chi mormora: «È lei il vero ministro».
Per anni Bartolozzi sa e può tutto, o quasi. Mette parola su ogni incombenza, ogni documento, ogni decisione. E così, secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, è stato anche per il caso Almasri. Il generale libico, arrestato su mandato internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, poneva delle questioni di opportunità: bisognava decidere in fretta come procedere senza intaccare i rapporti con la Libia. Sono giorni concitati quelli tra il 18 e il 21 gennaio 2025, in cui si susseguono chiamate e riunioni riservatissime. Il ministro Nordio è più che altro fuori città ed è il numero due di via Arenula a telefonare, scrivere, discorrere.
Il generale Almasri viene rimpatriato velocemente con un volo di Stato, la polemica politica esplode, scatta una serie di denunce incrociate. Il tribunale dei ministri indaga il Guardasigilli, il ministro dell’Interno Piantedosi e il sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano. E Bartolozzi viene chiamata a testimoniare. Ai giudici dice di «sentire il ministro Nordio quaranta volte al giorno», ma di avergli nascosto uno dei documenti chiave. Un esempio tra le diverse dichiarazioni che i magistrati giudicano «inattendibili, anzi mendaci».
Se per Piantedosi, Nordio e Mantovano non è stata data l’autorizzazione a procedere, per Bartolozzi la questione è differente: membro «laico», non ha diritto all’immunità. Anche se i «suoi» ci provano a fargliela ottenere.
Nel frattempo, lei tira dritto. Ed è il senatore Pd Walter Verini a sollevare un quesito «perlomeno di opportunità» che, a parer suo, «sfiora il conflitto d’interessi». La numero due di via Arenula è difesa dall’avvocata e senatrice Giulia Bongiorno. Verini riflette: «Penso sia inopportuno che Bongiorno, presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama, difenda il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, la quale, tra l’altro, sta lavorando per dilazionare i tempi e non essere giudicata». La legge lo consente, è vero. Ma Verini trova quantomeno inappropriato «che la presidente della commissione Giustizia assista legalmente un altro esponente di un organo del sistema istituzionale». Il senatore dem aveva già avanzato delle perplessità quando l’avvocata Bongiorno aveva assistito i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano proprio nel caso Almasri.
Le immagini di Bartolozzi che, durante un dibattito televisivo sul referendum, urla contro i magistrati e si pone come perseguitata dalle toghe sono diventate virali, creando non pochi imbarazzi e l’ira di Palazzo Chigi. Eppure, mormoravano in via Arenula, nessuno ha preso provvedimenti. «Impossibile costringerla alle dimissioni a due settimane dal voto», era la tesi più accreditata. Ora però il voto c’è stato. Riforma bocciata, e l’aggravante delle foto con Delmastro nel ristorante del prestanome del clan Senese, Mauro Caroccia. È l’ora dell’addio.
Solo un anno fa i magistrati capitolini avevano archiviato le accuse di peculato e rivelazione di segreto nei confronti dell’ex ministro. Oggi un nuovo guaio giudiziario in cui è parte offesa Maria Rosaria Boccia, i legali di Sangiuliano: «Non abbiamo ricevuto avviso di garanzia»

(Stefano Iannaccone ed Enrica Riera – editorialedomani.it) – L’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, è indagato per stalking a Roma in un procedimento in cui Maria Rosaria Boccia è parte offesa. Per lo stesso reato, oltre che per lesioni, diffamazione, interferenze illecite nella vita privata e false attestazioni nel curriculum, l’imprenditrice di Pompei andrà a processo dopo la decisione di febbraio del gup di Roma.

A Boccia, nelle scorse settimane è stato anche notificato un avviso di conclusione delle indagini dai magistrati capitolini: in questo caso i pm di piazzale Clodio le contestano di aver diffuso e rivelato informazioni relative alla vita privata dell’ex ministro della Cultura, oggi consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Campania, e la moglie tramite l’audio di una loro conversazione. In questo filone è indagato anche un giornalista di una testata campana, anche lui ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini.
Solo lo scorso anno, invece, i pm di Roma avevano archiviato le accuse di peculato e rivelazione del segreto d’ufficio mosse nei confronti dell’ex ministro, nei cui confronti ora pende un nuovo problema giudiziario, partito proprio da una denuncia di Boccia. L’accusa, come detto, è di stalking. Da quanto trapela Sangiuliano non avrebbe ricevuto alcun avviso di garanzia.
Versione poi confermata dai legali dell’ex ministro: «Non c’è alcun avviso di garanzia. È trascorso oltre un anno dalla denuncia e non ci è stato notificato alcun atto. I rapporti tra il dottor Sangiuliano e la signora Boccia sono stati ampiamente esaminati dalla Procura di Roma e dal Gup dello stesso tribunale che hanno concluso per il rinvio a giudizio, con inizio del processo il 6 ottobre. Premesso che dopo le dimissioni da ministro il dottor Sangiuliano non ha avuto più alcun tipo di rapporto (né telefonico, né epistolare, né tantomeno personale) con la signora Boccia, i fatti sono quelli già ampiamente esaminati dalla Procura e giuridicamente non esiste lo stalking reciproco. Ci attiveremo immediatamente affinché la diffusione di notizie tendenziose, che a nostro avviso configura ulteriori atti di persecuzione, sia vagliata dall’autorità giudiziaria», hanno dichiarato gli avvocati di Gennaro Sangiuliano, Silverio Sica e Giuseppe Pepe.
Sottosegretario: ho commesso una leggerezza. Il passo indietro dopo il caso della Bisteccheria, in affari con Miriam Caroccia, figlia del condannato come prestanome del clan Senese

(repubblica.it) – Terremoto giustizia. Si dimettono Andrea Delmastro, il sottosegretario alla giustizia, e la capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi. Il primo per gli affari con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia condannato come prestanome del clan Senese. “Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio”, dichiara Delmastro.
Dentro Fratelli d’Italia, dopo che sono state pubblicate un paio di foto che ritraggono Delmastro insieme a Mauro Caroccia, presente anche la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, si temono altre rivelazioni. Soprattutto perché il sottosegretario è atteso in commissione Antimafia.
Non solo. Mercoledì alla Camera è in programma anche un question time al quale il ministro Carlo Nordio dovrà rispondere relazionando sul caso.
La pena è scesa sotto i tre anni ed è venuta meno l’interdizione dai pubblici uffici, le confische sono state cancellate perché parte dei soldi era stata restituita. La Cassazione: “Accertata la materialità dei fatti”

(ilfattoquotidiano.it) – C’è una parola che torna, riletta oggi, con una certa ironia della storia: “ladrona”. Era il marchio di fabbrica della Lega delle origini, quella di Umberto Bossi morto il 19 marzo scorso, scagliata contro Roma e contro l’uso distorto dei soldi pubblici. Oggi, a distanza di anni, il partito ha mandato in Parlamento un suo ex tesoriere condannato in via definitiva proprio per peculato. Il protagonista è Alberto Di Rubba, eletto alla Camera nel collegio di Rovigo per sedersi sulla poltrona lasciata libera dal presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani.
Una vittoria che lui stesso rivendica con toni da campagna elettorale appena conclusa: “È una grande vittoria, che mi rende orgoglioso e profondamente grato. Voglio ringraziare gli elettori che hanno scelto di darmi fiducia … In queste settimane qualcuno – ha dichiarato il leghista – ha scelto la polemica e gli attacchi personali, noi abbiamo scelto i fatti, le proposte e la presenza. Sono soddisfatto del risultato ottenuto e del fatto che questo modo di fare politica abbia prevalso. Poter continuare il lavoro iniziato in queste settimane è per me un onore e una responsabilità ancora più grande. Il mio impegno sarà quello di portare le istanze del Polesine nelle istituzioni con serietà, presenza e determinazione”.
Parole che scorrono lisce, come se attorno non ci fosse nulla. Ma attorno, invece, c’è una sentenza definitiva. Nelle motivazioni della Cassazione, si legge che deve “ritenersi pienamente accertata la materialità del fatto”. I giudici hanno “riconosciuto l’esistenza di un accordo collusivo” tra Di Rubba e altri protagonisti della vicenda per “pilotare la procedura di selezione dell’immobile di Cormano” e “appropriarsi, tramite consulenze fittizie e retrocessioni di denaro, di parte dei fondi pubblici erogati da Regione Lombardia”. Dentro quelle righe c’è tutta la storia: un capannone, una fondazione pubblica, la Lombardia Film Commission, e un flusso di denaro che – secondo i giudici – avevano preso una direzione precisa. La stessa Corte parla di “piena sussistenza del delitto di peculato”. La pena è scesa sotto i tre anni ed è venuta meno l’interdizione dai pubblici uffici, confische cancellate perché parte dei soldi era stata restituita, “a titolo di parziale restituzione del profitto lucrato in favore della Fondazione”.
È in questo spazio – tra una condanna definitiva e una pena che non impedisce la candidatura- che si inserisce la scelta politica. Matteo Salvini lo candida, il partito lo sostiene, il collegio blindato lo elegge. Di Rubba aveva continuano a respingere tutto, parlando di “peculato senza danno”, promettendo battaglia contro quella che definiva una gogna.

La Costituzione va difesa e non modificata per alterarne gli equilibri fondamentali, è questo il messaggio che emerge dal risultato del Referendum sulla Giustizia.
La netta affermazione del NO conferma la volontà dei cittadini di respingere una riforma percepita come un indebolimento dei principi costituzionali e del sistema dei contrappesi; i cittadini hanno ribadito che l’Indipendenza della magistratura non è negoziabile.
L’alta affluenza alle urne, circa il 60% anche a Telese Terme, indica che la difesa dei valori costituzionali e democratici devono essere la stella polare di qualsiasi forza che si presenti all’elettorato e che le forzature non pagano in termini di consenso e credibilità.
Il voto ha evidenziato una partecipazione consapevole e trasversale, che ha coinvolto ampi settori della società civile. In particolare, è emersa con forza la sensibilità dei giovani che non hanno dimenticato le restrizioni del Governo finalizzate a limitare il diritto alle manifestazioni di piazza e all’esercizio del voto come nel caso della mancata introduzione di adeguate facilitazioni per i fuori sede. Il risultato rappresenta dunque una significativa affermazione della società civile, che ha saputo esprimersi al di là delle appartenenze politiche.
A Telese Terme, abbiamo raggiunto un risultato politico significativo, il No ha ottenuto il 54,77%, contro il 45,23% del SÌ, con più di un punto percentuale superiore al dato nazionale e con uno scarto di circa dieci punti.
Il Partito Democratico di Telese Terme insieme al Comitato territoriale della Valle Telesina “Società civile per il NO ha presidiato efficacemente il territorio creando una rete informativa efficiente ed efficace.
Alla luce di questo esito, il Partito Democratico di Telese Terme rinnova il proprio impegno a rafforzare il dialogo con la comunità locale, promuovere la partecipazione democratica e costruire un’alternativa amministrativa fondata su trasparenza, legalità e rispetto delle istituzioni. Apriamo le porte a chi vuole partecipare, a chi ha idee, a chi crede che la politica debba essere uno spazio condiviso e non un luogo chiuso nella consapevolezza che solo insieme possiamo continuare a costruire, partendo da quanto è stato fatto e quanto ancora c’è da fare, un futuro migliore per Telese Terme , per la Campania e per l’Italia.
Il Segretario Giuseppe Di Mezza

(di Sissi Bellomo – ilsole24ore.com) – Gli spiragli di trattativa con l’Iran riaperti da Donald Trump sono stati accolti con sollievo dai mercati: le Borse hanno subito girato in positivo, il petrolio Brent è scivolato di circa il 10%, intorno a 95 dollari al barile, mentre il gas al Ttf ha ripiegato a 56 euro per Megawattora (-5,4%). Ma le speranze non cancellano i rischi.
Anche se lo Stretto di Hormuz tornasse sicuro da domani – ipotesi che non ha alcuna possibilità di avverarsi – la frattura che si è creata nelle catene di rifornimento non sarebbe automaticamente risanata.
[…]
Finora le carenze erano in larga parte virtuali, considerato che i tempi di trasporto marittimo si misurano in settimane. Ma ai primi di aprile arriveranno a destinazione le ultime navi passate da Hormuz prima della guerra. Quando queste avranno scaricato in porto, dal Golfo Persico non arriverà più nulla: come minimo per 20-30 giorni (nel caso dell’Europa) dopo la ripresa delle spedizioni.
Il problema riguarda qualsiasi fornitura dal Golfo. Nel caso del Gnl ad esempio, ci sono ancora sei metaniere cariche in viaggio dal Qatar verso l’Europa (seguendo la rotta più lunga, dal Capo di Buona Speranza) e una sola che si sta dirigendo in Asia, scrive l’Ft citando dati di Affinity: tutte arriveranno a destinazione entro il 10 aprile. Poi i flussi di gas qatarino saranno davvero azzerati. Sostituirlo non sarà facile, né economico.
Lo stesso vale per il petrolio greggio che arrivava dal Golfo Persico: solo una minima parte dell’export (da Arabia Saudita ed Emirati) ha potuto essere deviata su rotte che bypassano Hormuz. Restano dunque interrotti flussi per circa 8 milioni di barili al giorno, stima Kpler, oltre metà di quanto passava di solito dallo Stretto.
Non c’è modo di sostituirli del tutto: i rilasci di scorte sono un rimedio provvisorio e se non si torna alla normalità bisogna che i consumi si riducano.
Jp Morgan segnala che la distruzione di domanda è cominciata a livello globale, in parte per effetto dei rincari e in parte perché in alcune aree del mondo si registrano già «acute carenze»: consumare è impossibile, osservano gli analisti della banca, «semplicemente perché i prodotti non sono disponibili» . E come si diceva la situazione nel breve non potrà che peggiorare.
Dopo oltre tre settimane di guerra – e almeno 40 impianti energetici in 9 Paesi dell’area che secondo l’Aie sono stati «danneggiati o gravemente danneggiati» – i problemi più seri ed immediati riguardano i derivati degli idrocarburi: una lunga serie di prodotti chimici e di carburanti di cui i Paesi del Golfo Persico sono diventati esportatori rilevanti e scarsamente sostituibili, soprattutto per i Paesi che sono molto dipendenti dall’estero e che hanno imposto sanzioni contro la Russia, escludendo così un potenziale grande fornitore alternativo.
L’allarme oggi riguarda l’intera filiera petrolchimica (compresi i fertilizzanti e lo zolfo), con impatti ovunque nel mondo. Ma le difficoltà non sono ovunque le stesse. E a soffrire in modo particolare sono l’Europa e parte dell’Asia, regioni in cui il settore si è fortemente indebolito negli ultimi anni a causa di costi produttivi troppo elevati, che impediscono di competere con i fornitori low cost: la Cina e in misura crescente anche gli Usa e per l’appunto i Paesi del Golfo Persico, che hanno risalito la filiera, dotandosi di enormi impianti dedicati all’export.
[…]
I prezzi delle sostanze chimiche di base – tra cui l’etilene, impiegato nelle materie plastiche più utilizzate al mondo – stanno aumentando al ritmo più rapido dal 2007, avverte Icis: rincari intorno al 40% nel giro di un paio di settimane, sulla scia della chiusura di numerosi impianti di produzione, non solo nel Golfo Persico ma anche in Asia, dove molti Paesi ricevono oltre il 50% della nafta proprio attraverso lo Stretto di Hormuz.
È un effetto valanga: i danni con il passare del tempo si ingrossano. La società stima che a marzo la capacità globale di produzione di etilene si sia ridotta di 500mila tonnellate l’anno, il prossimo mese l’ammanco rischia di raddoppiare.
«Da aprile in avanti l’Europa rischia una potenziale carenza di importazioni», avverte Icis, segnalando che si è già scatenato il «panic buying», ordini dettati dal panico, «poiché gli acquirenti temono che possano essere introdotte ulteriori restrizioni alle forniture».
La Cina ha già sospeso le esportazioni di carburanti e, in un secondo momento, di fertilizzanti. Hanno limitato l’export anche altri Paesi asiatici, nel caso della Corea del Sud relativamente ai polimeri.

(ANSA) – “Il matrimonio cristiano è monogamico” e la Chiesa non può accettare nessuna forma di poligamia. E’ quanto si legge in un documento del Sinodo dei vescovi che rilancia una nota del Secam, l’organismo che riunisce le conferenze episcopali dell’Africa, continente dove la poligamia è più diffusa. Già lo scorso novembre il Vaticano era intervenuto per ribadire il suo ‘no’ alla poligamia con una nota del Dicastero per la Dottrina della Fede.
“Il documento ribadisce con fermezza la dottrina della Chiesa: il matrimonio cristiano – si legge nel dossier del Sinodo – è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale. Sul piano pastorale, il Secam esclude ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico”.
Il Vaticano spiega che “non si tratta di esclusione o stigmatizzazione, bensì di un accompagnamento paziente e rispettoso, ispirato alla misericordia di Cristo. La dignità della donna è posta al centro di questa pastorale”.
LUNA, LA NASA SOSPENDE IL PROGETTO PER LA STAZIONE ORBITANTE GATEWAY

(ANSA) – MILANO, 24 MAR – La Nasa intende sospendere il progetto per la realizzazione della stazione spaziale Gateway nell’orbita lunare per concentrarsi sulla costruzione di una base lunare e raggiungere l’obiettivo di “una presenza umana duratura sulla Luna”.
E’ quanto emerge dall’evento ‘Ignition’ organizzato dall’agenzia spaziale statunitense per annunciare una serie di iniziative volte a “realizzare la Politica Spaziale Nazionale del presidente Donald J. Trump e promuovere la leadership americana nello spazio”.
“Nell’ambito di questa strategia – dice la Nasa in una nota – l’agenzia intende sospendere il Gateway nella sua forma attuale e concentrarsi sulle infrastrutture che consentano operazioni di superficie sostenute. Nonostante le difficoltà riscontrate con alcune apparecchiature esistenti, l’agenzia riutilizzerà le attrezzature idonee e sfrutterà gli impegni dei partner internazionali per supportare questi obiettivi”.
La Nasa ha anche annunciato un approccio graduale alla costruzione di una base lunare. Nella prima fase, volta a “costruire, testare, imparare”, aumenterà il ritmo delle attività lunari, inviando rover, strumenti e dimostratori tecnologici: sono previsti fino a 30 atterraggi robotici a partire dal 2027 per velocizzare la consegna di scienza e tecnologia sulla superficie lunare.
Nella seconda fase punterà sulla creazione delle prime infrastrutture semi-abitabili e su una logistica regolare. Nella terza fase, la Nasa fornirà le infrastrutture più pesanti necessarie per una presenza umana continua sulla Luna: “ciò includerà gli Habitat Multiuso dell’Agenzia Spaziale Italiana”.
NASA, ENTRO IL 2028 IL PRIMO VEICOLO A PROPULSIONE NUCLEARE VERSO MARTE
(ANSA) – MILANO, 24 MAR – La Nasa intende lanciare entro il 2028, verso Marte, il primo veicolo spaziale interplanetario a propulsione nucleare: si chiamerà Space Reactor-1 Freedom e porterà sul pianeta dei droni elicottero simili a Ingenuity che continueranno a esplorarlo.
È quanto emerge dall’evento ‘Ignition’ organizzato dall’agenzia spaziale statunitense per annunciare una serie di iniziative volte a “realizzare la Politica Spaziale Nazionale del Presidente Donald J. Trump”. Lo Space Reactor-1 Freedom dimostrerà “la propulsione elettrica nucleare avanzata nello spazio profondo”, dice la Nasa in una nota.
“La propulsione elettrica nucleare offre una straordinaria capacità di trasporto di massa efficiente nello spazio profondo e consente missioni ad alta potenza oltre Giove, dove i pannelli solari non sono efficaci.
Quando SR-1 Freedom raggiungerà Marte, rilascerà il carico utile Skyfall, composto da elicotteri simili a Ingenuity, per continuare l’esplorazione del Pianeta Rosso. La SR-1 Freedom creerà un patrimonio di hardware nucleare per il volo, stabilirà precedenti normativi e di lancio e attiverà la base industriale per i futuri sistemi di energia a fissione per la propulsione, le missioni di superficie e le missioni di lunga durata.
La Nasa e il suo partner, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, sbloccheranno le capacità necessarie per l’esplorazione prolungata oltre la Luna e per i futuri viaggi su Marte e nel sistema solare esterno”.
L’obiettivo è quello di una “presenza umana duratura” sul satellite, alimentata da un reattore nucleare. Ma i continui cambi di programma rischiano di far perdere agli Usa la gara con la Cina

(di Elena Dusi – repubblica.it) – Ancora un cambio di programma per la missione Artemis. Il progetto con cui la Nasa intende riportare l’uomo sulla Luna perde un pezzo – la stazione orbitante Gateway – e si concentra sulla realizzazione di una base permanente sulla superficie del satellite, che costerà circa 20 miliardi di dollari in un lasso di tempo di sette anni.
I lanci per realizzare la base lunare partiranno dal 2027. L’amministratore dell’Agenzia spaziale americana Jared Isaacman ha annunciato oggi la revisione del percorso per riportare gli esseri umani sulla superficie del satellite, dopo la fine del programma Apollo nel 1972.
“La Nasa è impegnata a raggiungere il quasi-impossibile una volta ancora” ha detto Isaacman a Washington senza risparmiare sull’enfasi. “Puntiamo a tornare sulla Luna prima della fine del mandato del presidente Trump, costruire una base, stabilire una presenza permanente e fare tutto ciò che serve per assicurare la leadership americana nello spazio”.
Inizialmente il progetto prevedeva una stazione spaziale in orbita permanente attorno alla Luna: il Gateway. Da lì gli astronauti avrebbero compiuto l’ultima tappa scendendo sulla superficie del satellite tramite un lander: una navicella capace di compiere le delicate manovre di allunaggio. In un futuro indeterminato il Gateway avrebbe anche potuto essere una base di lancio per le missioni verso Marte. Per raggiungere il pianeta rosso la Nasa ha annunciato la progettazione di un razzo a propulsione nucleare che dovrebbe iniziare a volare nel 2028, lo Space Reactor-1 Freedom.
“L’Agenzia intende sospendere il Gateway nella sua forma attuale e concentrarsi sulle infrastrutture che consentano operazioni di superficie sostenute” si legge nel comunicato appena pubblicato.

La costruzione della base inizierà nel 2027, con l’invio di rover (robot con le ruote in grado di spostarsi in modo autonomo) e strumenti per “costruire, testare, imparare”. Serviranno circa 30 allunaggi – per il momento senza il coinvolgimento di astronauti – per costruire gli elementi basilari della stazione lunare.
Le prime infrastrutture semi-abitabili verranno realizzate in una seconda fase. L’energia e il calore per gli astronauti saranno forniti da un piccolo reattore nucleare. Un rover giapponese pressurizzato permetterà agli astronauti di spostarsi sulla superficie per l’assemblaggio delle infrastrutture.
Nella terza fase la base diventerà finalmente ospitale, grazie anche “agli habitat multiuso dell’Agenzia Spaziale Italiana”. La nostra Asi ha infatti l’incarico di realizzare gli spazi dove abiteranno e lavoreranno gli astronauti.
La decisione di oggi non coinvolge il lancio di Artemis II, previsto tra il primo e il 6 aprile. Il razzo è già sulla rampa di lancio. Porterà 4 astronauti attorno alla Luna in una missione di dieci giorni che non prevede allunaggi.

Il progetto della base lunare richiederà molto più tempo e la Nasa ha già stravolto varie volte il suo programma. Gli Stati Uniti sentono la competizione con la Cina, che ha annunciato la sua intenzione di atterrare sul polo sud lunare entro il 2030, dove è stata avvistata acqua allo stato di ghiaccio, e sta procedendo con un programma molto più snello (e scarno di dettagli) rispetto a quello americano.
Uno dei problemi del cambio di programma riguarda proprio il Gateway, che era in uno stadio avanzato di realizzazione. La costruzione era stata affidata a due aziende private americane, Northrop Grumman e Vantor. “Sarà una sfida, ma riconvertiremo le strutture realizzate per supportare le operazioni di superficie” ha spiegato Isaacman.
Un rapporto dell’ispettore generale della Nasa però ha stimato che l’intero programma Artemis sia costato 93 miliardi di dollari fino al 2025. Per l’attuale guerra in Iran il presidente Trump ha chiesto al Congresso 200 miliardi di dollari.
Voto trasferibile per la coalizione? I dubbi degli esperti. Almeno 4-5 milioni di elettori del No non sono riconducibili ai partiti che lo sostenevano. L’analisi dei sondaggisti

(di Salvatore Frequente – ilfattoquotidiano.it) – C’è un dato assoluto chiaro. Il No alla riforma della giustizia ha ottenuto oltre 15 milioni di voti, staccando di quasi 2 milioni i favorevoli. Gli italiani che si sono espressi contrari al referendum sono pertanto quasi 5 milioni e mezzo in più rispetto a quelli che alle Europee del 2024 hanno votato per Partito democratico, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistri, i tre partiti che hanno sostenuto il No. Confrontando il dato con quello delle Politiche del 2022, il fronte del No ha ottenuto 3,9 milioni di voti in più rispetto a quelli ottenuti dalle liste che lo sostenevano.
Secondo le analisi di Youtrend “almeno 4-5 milioni di elettori del No non sono riconducibili ai partiti che lo sostenevano”. I voti per il Sì, d’altro canto, sono 2,4 milioni in meno rispetto a quelli ottenuti dal centrodestra e da Italia-Viva, Azione e +Europa rispetto alle Politiche e circa 400mila in meno rispetto alle scorse Europee.
Nella tornata referendaria, infatti, il fronte di No resta compatto mentre quello del Sì perde pezzi. “Pd, M5s e Avs hanno tenuto oltre l’80% del proprio elettorato“, sottolinea Youtrend, mentre “il fronte del Sì ha registrato defezioni più significative: Forza Italia mostra un tasso di caduta non trascurabile verso il No, leggibile come segnale di un elettorato moderato e urbano che ha voluto esprimere un freno“. Per quanto riguarda Azione, Italia Viva e +Europa “risultano sostanzialmente spaccate, con il No prevalente tra gli elettori di IV e +Europa”, viene aggiunto.
Anche per l’Istituto Cattaneo, gli elettori di Pd, M5s e Avs “hanno votato in maniera piuttosto compatta seguendo la posizione prevalente nel proprio campo. La quota del ‘voto divergente‘ è minima sia da una parte sia dall’altra”. L’istituto segnala però un’eccezione significativa: “Nelle città del Sud una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del centrosinistra”. “Il voto al Sud sembra insomma avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici“, si legge nell’analisi dell’Istituto Cattaneo.
Ma questi milioni di voti in più per il No rispetto ai partiti possono essere considerati come potenzialmente trasferibili alla coalizione del campo progressita? È un quesito che i sondaggisti si sono posti, sollevando molti dubbi. “Le elezioni suppletive tenute lo stesso giorno in due collegi veneti confermano che il voto referendario non si converte automaticamente in consenso partitico: circa 30.000 elettori che hanno scelto il No non hanno votato centrosinistra sulla scheda delle suppletive. Votare No è facile, ha una forza sintetica e binaria. Tradurlo in adesione a una coalizione è un’altra questione”, sottolinea Youtrend.
“È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione di future elezioni politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso la linea politica delle opposizioni, le elezioni politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo ad una maggioranza relativa dei seggi”, spiega l’Istituto Cattaneo sul referendum.
Infine c’è da considerare i flussi dell’affluenza rispetto ai partiti. Se gli elettori di Pd e Avs (ma anche Azione e Italia Viva), secondo le stime, hanno partecipato in massa al voto, quelli del centrodestra si sono astenuti tra il 12 e il 15% rispetto alle Politiche. Quota simile a quella degli elettori del M5s: in questo caso va considerato che la partecipazione al referendum è stata in una misura significativamente superiore rispetto alle Europee del 2024. Secondo l’Istituto Cattaneo, “se il tasso di partecipazione al voto referendario dell’elettorato di centrodestra fosse stato pari al tasso di partecipazione dell’elettorato di centrosinistra il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più“.

(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Dopo mesi di annunci e indiscrezioni, ora è ufficiale: il gruppo mediatico GEDI, che controlla i quotidiani Repubblica e La Stampa, è stato venduto. Come preannunciato da un contratto preliminare sancito all’inizio del mese, La Stampa verrà venduta al gruppo editoriale italiano SAE, proprietario di diverse testate locali. Repubblica e gli altri rami di GEDI, invece, sono stati ceduti al gruppo Antenna, azienda greca di proprietà della famiglia Kyriakou, attiva nel settore dei media, delle navi, della finanza e degli immobili. Dal punto di vista economico, per il gruppo guidato da John Elkann si tratta di un fallimento: dopo anni di perdite, GEDI è stata praticamente svenduta.
Nello specifico, la holding della famiglia Agnelli-Elkann Exor ha perfezionato la cessione del 100% del capitale di GEDI al gruppo greco Antenna, controllato dalla famiglia Kyriakou, in un’operazione che segna l’uscita definitiva della dinastia torinese dall’editoria italiana dopo un secolo. L’accordo, che diventa effettivo immediatamente, include il quotidiano La Repubblica, le radio Deejay, Capital e m2o, HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria Manzoni. Il quotidiano La Stampa – storicamente legato alla famiglia – verrà invece girato nei prossimi mesi dai greci al gruppo SAE, che pubblica testate come Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara.
Nel contratto non sono previste garanzie occupazionali né indicazioni sul collocamento politico-editoriale, le due richieste avanzate dai giornalisti durante le mobilitazioni dei mesi scorsi in vista della chiusura dell’operazioni. Alla guida del quotidiano fondato da Scalfari resterà per ora Mario Orfeo, mentre Mirja Cartia d’Asero assume il ruolo di amministratore delegato del gruppo. Nel frattempo, la nuova proprietà ha promesso «nuove e significative risorse per ampliare la diffusione di Repubblica e valorizzare il lavoro, più volte premiato, dei suoi numerosi e talentuosi giornalisti», oltre a voler sviluppare un hub radiofonico nel Mediterraneo. Antenna, che è presieduta dal magnate greco Thodòris Kyriakou – che non ha mai fatto mistero della sua collocazione politica a destra e della sua vicinanza a Donald Trump – ha inoltre assicurato di voler «mantenere l’indipendenza editoriale di tutte le testate giornalistiche, preservando identità, credibilità e pluralismo di ciascun marchio».
Verso metà dicembre, in seguito all’annuncio ufficiale dell’avvio delle trattative per la vendita dell’intero gruppo GEDI, il comitato di redazione di Repubblica aveva lanciato lo stato di agitazione, mentre La Stampa aveva indetto una assemblea permanente. Già in quei giorni i portali online dei due quotidiani non erano stati aggiornati per protesta contro l’azienda. Due mesi dopo, sempre per protesta contro le trattative per la vendita del gruppo GEDI da parte di Exor, il comitato di redazione di Repubblica ha poi deciso di incrociare le braccia: il giornale non è uscito in edicola martedì 10 febbraio né mercoledì 11 febbraio.
Leggendo la vicenda in maniera più ampia, è opportuno ricordare come negli anni in cui Stellantis (di cui Exor è principale azionista) ha ridotto progressivamente la sua presenza in Italia, con dati fallimentari su produzione e occupazione – il gruppo GEDI abbia rappresentato per la famiglia Agnelli-Elkann uno strumento di influenza sul dibattito pubblico, come sovente evidenziato da sindacati e osservatori critici. La cessione de La Stampa, che appartiene alla dinastia torinese da ben 100 anni, recide l’ultimo legame con Torino. Una città che, da sede di un gruppo che nel suo momento di massima espansione dava lavoro a circa 60mila persone nel solo stabilimento di Mirafiori, oggi vede l’indotto automobilistico ridimensionato in modo radicale, con i lavoratori del settore in gran parte in cassa integrazione o in contratti di solidarietà.
Tra gli sconfitti anche il Polo Rai-Set e alcuni dei più accreditati opinionisti che avevano rigorosamente previsto la vittoria del Sì. Chiederanno scusa?

(Beppe Giulietti – ilfattoquotidiano.it) – Milioni di grazie, tra questi in prima linea il Fatto, a quanti hanno davvero speso ogni energia per la vittoria del No e per la tutela della Costituzione antifascista. Sarebbe, tuttavia, ingeneroso dimenticare il ruolo della presidente Meloni, del sottosegretario Mantovano, del ministro Nordio, della signora Bartolozzi, del sottosegretario Delmastro… solo per citarne solo alcuni.
La presidente del Consiglio ha deciso, come Renzi a suo tempo, di scendere in campo e di chiedere un voto sul governo. Ora dovrebbe seguire le orme di Renzi che, dopo la sconfitta, decise di salutare. Il ministro Nordio, con la fedelissima Bartolozzi, hanno evocato complotti, plotoni di esecuzioni, magistrati paramafiosi. Che Dio ce li conservi per le prossime elezioni politiche. Mantovano ci aveva spiegato che i cattolici avrebbero votato tutti Sì, non lo ha ascoltato neppure il cardinal Zuppi. Il presidente del Senato La Russa ci aveva spiegato che ci sarebbe stato un problema politico solo in caso di superamento della soglia del 50%, attendiamo sue nuove.
Tra gli sconfitti anche il Polo Rai-Set e alcuni dei più accreditati opinionisti che avevano rigorosamente previsto la vittoria del Sì. Chiederanno scusa? Cosa dirà Marina Berlusconi che, dopo aver esortato ad abbassare i toni, ha finto di non vedere le fucilate sparate dalle reti di famiglia? Cosa diranno da Telemeloni dopo aver scientemente delegittimato il servizio pubblico? Dopo Garlasco e le case nel bosco ci parleranno anche di Delmastro? Che dire della Autorità di garanzia delle comunicazioni che non è riuscita neppure ad imporre le misure di riequilibrio che aveva deciso?
Il referendum è stato vinto, nonostante i tentativi di broglio politico e mediatico. Le opposizioni, politiche e sociali, non si illudano, questi brogli saranno sempre più forti. Questo è il momento per alzare la voce, a cominciare da una iniziativa davanti alla sede della vigilanza, per porre fine all’ostruzionismo di maggioranza che ha scelto di imbavagliare la commissione di indirizzo, per impedire alla presidente – espressa dalle opposizioni – di svolgere il proprio ruolo.
Se non bastasse, sarà il caso di occupare l’aula, l’impegno per il ripristino della legalità e della Costituzione deve ripartire dal No agli abusi, ai bavagli, alle prepotenze.
Era la battaglia simbolo del Cavaliere, ma il segretario ha fallito. E rilancia le ambizioni di chi vuole cambiare il partito, in primis Roberto Occhiuto

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – ROMA – Un sogno tramontato. L’esito della consultazione referendaria non vale neanche una dichiarazione pubblica per Antonio Tajani. Il segretario di Forza Italia, dopo la certezza del risultato, affida il suo pensiero a una nota in cui spiega che «per il governo non cambia nulla». Il leader degli azzurri cerca di allontanare i fantasmi di elezioni anticipate e regolamenti di conti interni. E guarda al 2027: «Gli italiani decideranno se abbiamo lavorato bene o male. E di sicuro troveranno ancora una volta insieme Forza Italia con le altre forze del centrodestra». Nel merito, aggiunge, «la riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo, e non rinunceremo mai a occuparcene. Durante la campagna per il voto tutti hanno riconosciuto che questa necessità esiste, pur dividendosi sulle soluzioni».
Dopotutto il provvedimento aveva un valore particolare per Forza Italia. Un’occasione di realizzare il “grande sogno” di Silvio Berlusconi. Domenica, intercettata al seggio, sua figlia Marina aveva parlato della possibilità di dedicare un’eventuale vittoria del Sì a suo padre. Aggiungendo che «è questione di esercitare un voto oggi per poter dare un contributo positivo al futuro di questo paese. È un’occasione quella di oggi che non possiamo farci sfuggire, la dedica è agli italiani, sperando che prevalga il Sì per un’Italia civile democratica e moderna».

Non è andata così. E di sicuro la cosa non ha fatto piacere alla presidente di Fininvest e a suo fratello Pier Silvio. Che già avevano mostrato una certa insofferenza nei confronti di Tajani.
Eppure Forza Italia ci ha creduto fino all’ultimo. E il partito ha addirittura aperto la sala stampa a Montecitorio in attesa del risultato. Man mano che procedeva lo spoglio, però, i parlamentari, più che festeggiare, hanno dovuto trovare modi sempre più eleborati per spiegare la sconfitta. «I referendum confermativi storicamente vedono la vittoria dei No», ha detto il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. Mentre la sottosegretaria Matilde Siracusano è arrivata addirittura a parlare di «elettori abbindolati da una campagna di terrorismo».
Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, a capo del comitato per il Sì, dopo settimane di campagna, si è affrettato a spiegare che «non è una sconfitta di Forza Italia. Sono stati messi sul tappeto temi che non c’entravano nulla con il referendum, abbiamo la consapevolezza di aver fatto quello che andava fatto». In ogni caso, per evitare problemi con gli alleati, ha aggiunto: «Non muoviamo alcun rimprovero agli amici della maggioranza».
A guardare i dati elaborati nel corso del pomeriggio dal consorzio Opinio per la Rai, non sembra un messaggio casuale: il 18 per cento degli elettori di Forza Italia avrebbe votato No. Poca disciplina di partito o l’effetto di una politicizzazione inevitabile?
Certo è che, quantomeno nel corso dell’ultimo mese, il merito è finito in secondo piano e il referendum si è trasformato in un voto su Giorgia Meloni. A quel punto sono anche tornati a galla i malumori di FI nei confronti degli alleati di FdI, che in parte hanno sposato la riforma sulla separazione delle carriere soltanto per utilizzarla come trampolino di lancio per il premierato. Peraltro in opposizione alla storica linea giustizialista degli eredi di Giorgio Almirante.

Resta da vedere su quali temi possa puntare adesso Forza Italia per avere un asset da usare nella campagna per le elezioni politiche. Di certo, la famiglia Berlusconi ha, da oggi in poi, un motivo in più per chiedere un rinnovamento del partito.
A mettere il dito nella piaga è Francesca Pascale, ex compagna delm Cavaliere: «Mi dispiace moltissimo perché nel simbolo di Forza Italia c’è scritto “Berlusconi presidente” e quel cognome o si onora e si rispetta oppure si mette il cognome di chi rappresenta quel partito. Quindi, se Tajani è così forte all’interno di Forza Italia, se è stato così bravo a fare il tesseramento – cosa che Berlusconi non amava, non amava il partito delle tessere – se è così forte metta il suo cognome e vediamo quanti voti riesce ancora a prendere Forza Italia. Per me non ha mai avuto la leadership».
E ancora: «C’è una comunità che non si sente rappresentata. Non voglio puntare il dito contro gli altri ma purtroppo i partiti sono chiusi e mi dispiace fortemente che Forza Italia continui a essere un partito chiuso. Molti ci provano, Occhiuto ad esempio, ad avanzare e a scalare il partito, a immaginare di dare un aspetto diverso e più progressista, però si fa fatica».
Un assist al presidente della Calabria, che ha promesso di non volersi candidare al congresso pre elezioni di inizio 2027 e che non ha certo brillato in questa tornata referendaria (nella sua regione il No ha superato il 57 per cento). Ma la sua posizione, ora, acquisisce tutto un altro peso.
Nordio, ‘la posizione di Bartolozzi non è in discussione’

(ANSA) – “No, assolutamente”. Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24 risponde in merito alla domanda se fosse in discussione la posizione della capo di gabinetto del ministero Giusi Bartolozzi, alla luce dei risultati del referendum. “Per quanto riguarda le osservazioni fatte sia dagli appartenenti del mio ministero, sia di altri della nostra coalizione, credo che bilanciando le osservazioni sopra le righe fatte dai nostri e fatte dai loro, la situazione algebrica sia equivalente. Quindi non credo che questo eccesso di polemica, della quale ho sempre tenuto di tenermi lontano, abbia influito più di tanto”, ha aggiunto Nordio.
Nordio, la riforma ha il mio nome, mi assumo la responsabilità politica – ‘Se vi sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei’
(ANSA) – “Questa è una riforma che porta il mio nome e me ne assumo quindi la responsabilità politica. Se vi sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei”. Così i ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24 in merito al risultato del referendum.
Nordio, ‘Anm farà forte pressione, diventa soggetto politico anomalo’
(ANSA) – “Purtroppo ora l’intervento della magistratura associata e sindacalizzata sarà quello di una forte pressione politica. È una vittoria dell’Anm, parliamoci chiaro. Questo darà all’Anm un potere contrattuale che sarà aumentato e di cui farà i conti anche la sinistra perché prima o poi andranno anche loro al governo. Inoltre nella coalizione ci sarà una controversia intestina per attribuirsi la vittoria. E dovranno fare i conti con l’Anm, la vera vincitrice, che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi”. Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24.
Nordio, sono sicuro che Delmastro chiarirà la sua vicenda ‘Tutto posso pensare di lui tranne che abbia contiguità, simpatie o conoscenze mafiose’
(ANSA) “Sono certo che il sottosegretario Delmastro riuscirà a chiarire. Se sei a cena in un ristorante non puoi chiedere la carta di identità del proprietario. Ho stretto tante mani in questa campagna referendaria, non vorrei che un giorno uscisse che sono abbracciato con un mafioso. Sulla società, non conosco nemmeno quali siano i suoi termini perché fino a ieri mi sono occupato solo del referendum.
Sicuramente la vicenda sarà chiarita, ho letto che anche l’Antimafia se ne occuperà. Conoscendo Delmastro tutto posso pensare di lui, magari qualche eccesso nella comunicazione, ma certamente non che abbia contiguità, simpatie o conoscenze mafiose. Lui è più fermo e io anche più garantista”. Così i ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24.
Nordio, ‘escludo ritorsioni giudiziarie su chi ha patrocinato la riforma’
(ANSA) – “Escludo categoricamente ritorsioni in senso tecnico, cioè che la magistratura invii informazioni di garanzia, atti o provvedimenti giudiziari nei confronti di chi ha patrocinato questa riforma. Lo dico da ex magistrato che conosce i suoi colleghi. Sarebbe sacrilego strumentalizzare l’enorme potere della magistratura per infierire sui vinti in questo momento. Questo lo escludo e direi che è una concezione quasi irrealistica”. Così i ministro della Giustizia Carlo Nordio a Sky Tg24.