
(di Marcello Veneziani) – Venezia è il posto giusto per celebrare la tragedia e il carnevale, la città più fascinosa e tenebrosa del mondo, che odora di mare e di decadenza, di maschere e di tristezza. Morte a Venezia, se volete andare sull’ovvio letterario-cinematografico, tra Thomas Mann e Luchino Visconti. O variante mortifera, la tragedia di Anonimo Veneziano, nel suo cammino a ritroso dal film di Enrico Maria Salerno al libro di Giuseppe Berto. Ad accompagnare la tragica storia, la musica di Alessandro e Benedetto Marcello. O l’accorato Aznavour di Com’è triste Venezia. Due anni dopo quell’immagine si fece realtà col funerale in gondola di Ezra Pound. Presagi simbolici.
A Venezia sono state combattute nei mesi scorsi due guerre d’indipendenza: una ancora in corso, alla Biennale con Pietrangelo Buttafuoco che nel nome dell’universalità dell’arte come zona franca rispetto ai conflitti, aveva riammesso i russi nel loro padiglione e dunque nella rassegna (salvo poi interdire i premi a Russia e Israele). Una guerra logorante, con il ministro amico che diventa nemico, su mandato del governo amico che diventa nemico, a sua volta su mandato dell’Europa e del suo socio onorario Zelenskij. Alla fine l’autonomia della Biennale è stato l’alibi per condannare senza intervenire, anche se i fondali di Venezia sono ancora agitati pesantemente di pressioni sub lagunari, incursioni sottomarine di ogni tipo. La Biennale è autonoma, non possiamo farci nulla, però magari se Buttafuoco si dimettesse… È autonoma la Biennale ma noi gli togliamo i soldi, dice la coraggiosa UE col consenso della coraggiosa Italia finto-sovranista. Soldi alle armi, basta con l’arte…
È autonomo, non possiamo farci niente, è la stessa parola usata dal governo anche nell’altra guerra d’indipendenza, perduta l’altro giorno, da Beatrice Venezi, nominata col plauso del governo e defenestrata, prima di insediarsi, col plauso del governo. Lo ha deciso il Sovrintendente ma come dice in falsetto il ministro, pure lui è autonomo (tié). Come ricorderete, la Venezi era stata nominata alla guida dell’orchestra della Fenice ed era oggetto di linciaggio da diversi mesi. Non entriamo nel merito della nomina, non abbiamo i titoli per giudicare, dicemmo allora e diciamo ancora; può darsi che il modo di nominarla sia stato scorretto, ma in questo caso a dimettersi avrebbe dovuto essere colui che l’ha malamente nominata, e invece ora è lui stesso, il Sovrintendente, a licenziare la Venezi. Notammo agli inizi solo una cosa: che da giovane promessa di talento, la Venezi diventò di colpo abusiva, incapace, inadeguata dopo si era schierata a favore del governo Meloni, accettando un incarico ministeriale. Ora, come se volesse lei stessa liberarsi dal linciaggio e dalla graticola al suo avvento sul podio, ha svelato il nepotismo degli orchestrali, con i posti che si tramandano di padre in figlio. Guai a dirlo, sei licenziata. Cioè finalmente libera. In effetti, quando la situazione s’incattivì, era difficile trovare una via d’uscita: se ti dimetti dai ragione a loro, se non lo fai ti renderanno la vita impossibile. Meglio sperare in un incidente e poi dire che è impossibile lavorare, mi boicottano, me ne vado. Ma la provvidenziale polemica a distanza ha prevenuto l’agonia, e lei è stata licenziata col plauso dello stesso governo che l’aveva voluta. Si chiude la storia grottesca, tutti felicemente scontenti, giustizia è sfatta.
Resta però di queste due vicende e di una serie di altri fatti e misfatti, nomine e tagli, schermaglie e dimissioni di ministri, giri di sottosegretari, e tante tante polemiche, un solo, preciso responso: l’incompatibilità tra cultura e potere e in particolare tra governo meloniano e cultura. Dove arriva il potere la cultura arretra, perde, si infogna. Dove arriva il potere la qualità, il merito, il talento vengono negati o rinnegati, e così la libertà, la dignità, la coerenza, i valori e i valorosi. Il governo Meloni nella cultura come la fa sbaglia, sbaglia sempre, anche quando non sbaglia (è raro ma succede).
Ma facciamo un passo avanti, lasciamo da parte protagonisti e antagonisti, comparse e registi, figuranti e servi, e addentriamoci nel tema di fondo.
Sul piano politico, imperversa da anni una disarticolata ma persistente egemonia ideologica in molti ambiti culturali, legata a piccole, livorose sette di sinistra: egemonia non di contenuti ma di contenitori, non di idee ma di veti, non di intelligenze ma di satrapie e giannizzeri. E dall’altra parte, assistiamo al fallimento vistoso di una contro-egemonia culturale governativa, che dicono di destra ma che è più corretto ormai definire solo meloniana perché non ci sono connotazioni culturali, ideali di alcun tipo ma solo affiliazioni, calcoli e vincoli tribali. Un fallimento su tutte le ruote: nella scelta degli uomini, nella difesa dei medesimi, nel comportamento di molti dei nominati, nella loro propensione a compiacere gli avversari per garantirsi la sopravvivenza; nell’assenza di strategia, di contenuti e di profilo culturale. Un disastro su tutta la linea. Conoscendo l’ignoranza, l’incompetenza, l’incapacità di sostenere una linea, una nomina, una decorosa coerenza, ripeto il consiglio dato tempo fa: fate come i democristiani, lasciate il campo, non è cosa vostra, occupatevi dei margini, delle bucce, non della polpa, mai dei contenuti e dei criteri di selezione. Non nominate nessuno invano, perché di solito sbagliate, e poi non siete in grado di difenderlo né di adottare una strategia culturale; anzi, i primi a farli pentire di aver accettato e magari richiesto la nomina, sono proprio coloro che li hanno nominati. Il disastro si estende dalla cultura alla comunicazione, include la Rai.
La risacca riporta a riva rottami, detriti, immondizie, arrampicatori. Plebe in alto e plebe in basso, direbbe Zarathustra. La politica ormai da tempo si è separata dalle idee, dalla storia, dal futuro e gestisce solo il presente occupandosi solo della propria durata al potere, perciò farebbe bene a ignorare la cultura, starne alla larga e non sbarcare a Venezia ma fermarsi a Mestre. Cosa dovrebbe fare invece la cultura, cioè gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali, a partire da quelli ancora targati? Starne alla larga pure loro. Se decidi di sporcarti pur di incidere, fare qualcosa, lasciare un segno, stai sicuro che il segno non te lo fanno lasciare, e ti resta solo lo sporco. Allora cosa puoi fare? Metterti all’opera, dimostra lì il tuo talento e la tua voglia operosa, anche perché di quel che fai nel tuo campo ne rispondi solo tu, non puoi accampare pretesti o alibi. Se sei scrittore scrivi, se sei pensatore pensi, se sei artista dipingi, reciti, suoni. Mi rendo conto che è un po’ più difficile per un direttore d’orchestra mettersi in proprio e fare orchestra e coro da solo. Ma in generale realizzate le vostre opere, lasciate stare i posti di comando. E se vi imbattete nel potere? Non fate come Platone, Aristotele, Virgilio, Seneca, non mettetevi al suo servizio. Fate piuttosto come Diogene che davanti ad Alessandro Magno che si parava davanti a lui, chiedendogli cosa potesse fare per lui, rispose semplicemente “Scostati dal sole”. Levati di mezzo per non dire peggio, non farmi ombra, non intrometterti tra me e la luce, lascia che la mia libertà, povera ma ricca, non venga adombrata da te e dal potere. Passate al bosco, come Jünger, navigate in mare, scegliete l’aria aperta, la luce, il mondo, la natura. Il potere non è cosa vostra, e solo in ciò che realizzerete nel vostro campo “si parrà la vostra nobiltate” (si misurerà il vostro talento). Alla larga.
La segretaria del sindacato unitario dei giornalisti ha ricordato che quelli vivi “attendono da anni un provvedimento sull’equo compenso, la cancellazione del carcere per la diffamazione e una norma contro le querele temerarie”

(ilfattoquotidiano.it) – Solo tre giorni fa Reporters Sans Frontières ha annunciato che l’Italia è ulteriormente scesa nella classifica internazionale della libertà di stampa, scivolando al 56esimo posto dal 49esimo del 2025. Non proprio di buon auspicio per festeggiare la Giornata mondiale ad hoc, che cade il 3 maggio e da quest’anno in Italia è anche Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. La maggioranza che sostiene il governo Meloni ostenta emozione e commozione per i reporter “uccisi dalle mafie, dal terrorismo, dalla criminalità, dalla guerra, da chi voleva spegnere una voce libera”.
La stessa premier il 29 aprile, giorno del via libera del Senato al ddl che istituisce la giornata, ha reso omaggio a “uomini e donne che hanno messo la propria passione e la propria professionalità al servizio di tutti noi e che tutti noi abbiamo il dovere di onorare”. Salvo, il giorno dopo, sbottare contro un giornalista reo di averle fatto una domanda sul caso Minetti invece di chiederle del piano casa come da suoi desiderata. Risposta aggressiva subito censurata dall’Usigrai, che ha fatto notare come “non sia accettabile che un’alta ‘carica dello stato’ definisca una domanda ‘campata in aria’” e l’atteggiamento d’insofferenza verso i giornalisti sia “diventato preoccupante”.
Il sindacato unitario dei giornalisti italiani, Fnsi, ha apprezzato l’istituzione della giornata ma la segretaria Alessandra Costante ha ricordato che “i giornalisti vivi attendono da anni un provvedimento sull’equo compenso, la cancellazione del carcere per la diffamazione e una norma contro le querele temerarie“. Oggi costante ha aggiunto: “Ci sono tanti altri modi per uccidere la libertà di stampa. E l’Italia, purtroppo, con la sua 56/a posizione (in costante caduta libera), lo sa bene: minacce, intimidazioni, querele bavaglio, liti temerarie, carcere in caso di condanna per diffamazione. Manca ancora il recepimento del Media Freedom Act, che tutela i cronisti e le loro fonti oltreché la televisione pubblica dalla pervasività della politica” E poi lo sfruttamento economico: lavoratori autonomi, circa il 60% della forza lavoro oggi, che hanno retribuzioni vergognose, non degne di un paese civile. Ma anche l’impoverimento della professione per via del mancato rinnovo del contratto Fieg (scaduto da 10 anni) – fa notare ancora la segretaria Fnsi – parla di libertà di stampa in pericolo e del tentativo degli editori di limitare tutti quegli istituti contrattuali posti a tutela dell’indipendenza dei giornalisti da qualsiasi influenza esterna, ma anche interna alle redazioni. Dignità dell’informazione significa difendere tutti i diritti, dei giornalisti di oggi e di quelli di domani”.
“Giustissimo celebrare i caduti, ma la scelta della data è un errore – ha commentato dal canto suo il presidente della Federazione della stampa, Vittorio di Trapani -. Il messaggio che passa è che la libertà di stampa da celebrare è quella dei giornalisti uccisi e quella rivendicata dai giornalisti vivi la oltraggiamo”.
Secondo quanto appreso dal Foglio da fonti qualificate del ministero della Giustizia, il ministro sarebbe pronto a promuovere un’azione risarcitoria in sede civile contro Ranucci per le dichiarazioni rese a Rete 4 sulla presenza di Nordio al ranch di Cipriani, compagno di Minetti, in Uruguay. La Rai sarebbe intenzionata a non fornire alcuna tutela legale al giornalista

(di Ermes Antonucci – ilfoglio.it) – Secondo quanto appreso dal Foglio da fonti qualificate del ministero della Giustizia, il ministro Carlo Nordio sarebbe pronto a promuovere nei prossimi giorni un’azione risarcitoria in sede civile nei confronti di Sigfrido Ranucci, per le dichiarazioni rilasciate dal conduttore di Report al programma “È sempre Cartabianca”, su Rete 4, sulla possibile presenza del ministro nel ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Nell’istanza di risarcimento si farà riferimento al danno alla reputazione e all’immagine del Guardasigilli prodotto dalla diffusione di notizie non ancora verificate, in violazione del Codice deontologico dei giornalisti italiani, che prevede l’obbligo per i giornalisti di verificare l’attendibilità delle informazioni raccolte prima di diffonderle. Le somme eventualmente ottenute all’esito dell’azione risarcitoria saranno devolute in beneficenza.
Era stato peraltro lo stesso Ranucci ad ammettere di aver diffuso una notizia non ancora verificata. “Una nostra fonte avrebbe visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay a marzo. Se fosse vero, è una notizia. Stiamo verificando”, ha affermato martedì scorso il conduttore di Report ospite del programma di Bianca Berlinguer. Il riferimento è alla vicenda della grazia concessa a Nicole Minetti, compagna di Cipriani. Ranucci ha lasciato intendere che Nordio, mentre seguiva la pratica da trasmettere al Quirinale per chiedere la grazia per Nicole Minetti, sarebbe andato nel “ranch” dove Minetti vive con Giuseppe Cipriani. Pochi minuti dopo il ministro Nordio è intervenuto telefonicamente in diretta per smentire la ricostruzione ipotizzata dal conduttore di Report. “I primi di marzo di quest’anno ero impegnato in campagna elettorale per il referendum”, ha spiegato.
Un viaggio in Uruguay, località in cui Cipriani e Minetti vivono, risale a un anno fa. In quell’occasione, tuttavia, il ministro ha riferito di non avere incontrato l’ex consigliera graziata da Mattarella e il suo compagno: “Sono stato in Uruguay e in Argentina per una breve missione ufficiale per accordi governativi, non ricordo se l’anno scorso o due anni fa. Ma escludo in via assoluta di avere mai incontrato questi signori o di essere mai entrato nei loro ranch, case o abitazioni. Non so da dove escano queste follie inventate di sana pianta”.
In seguito alle dichiarazioni rilasciate a “E’ sempre Cartabianca”, come anticipato dal Foglio, la Rai ha inviato una lettera di richiamo a Ranucci. Nella lettera di richiamo, firmata dal direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, si contesta a Ranucci di non aver rispettato “i principi di correttezza dell’informazione, verifica delle fonti e tutela della reputazione dei soggetti coinvolti, a maggior ragione quando si tratta di esponenti istituzionali”. Regole che valgono anche quando un dipendente è ospite di altre emittenti. Corsini ha contestato, come alcune dichiarazioni, “anche formalmente smentite in diretta dal diretto interessato”, “per le modalità approssimative con cui sono state formulate”, rischino di esporre Ranucci e l’azienda “a possibili conseguenze, quantomeno sul piano reputazionale”. Infine Ranucci avrebbe violato la liberatoria della Rai che gli aveva concesso di parlare esclusivamente del suo libro.
La Rai appare intenzionata, anche se nella lettera non si fa menzione di questo aspetto, a non fornire alcuna tutela legale, proprio perché ritiene che non siano stati rispettati i principi di correttezza che devono seguire i dipendenti del servizio pubblico. Dunque Ranucci, se venisse condannato a risarcire Nordio, sarebbe costretto a pagare di tasca sua.

(di Flavia Landolfi e Giuseppe Latour – Il Sole 24 Ore) – Tempi stretti per liberare gli immobili, corsia accelerata sugli sfratti e una stretta sulle occupazioni senza titolo. È questo il perimetro del disegno di legge approvato giovedì scorso dal Consiglio dei ministri che accompagna il Piano casa messo a punto dal governo […]
È uno dei dossier più caldi sul tavolo dell’esecutivo, ma anche uno dei più delicati per l’esigenza di bilanciare i diritti dei proprietari con quelli degli inquilini.
Sotto accusa la difficoltà, spesso cronica, di rientrare in possesso degli immobili: tempi lunghi, procedure complicate e una serie di passaggi e di termini che non di rado rendono la restituzione un’Odissea. È qui che prova a intervenire il Ddl con un impianto che punta a comprimere i tempi.
L’obiettivo dichiarato è «rendere più rapida ed efficace la restituzione degli immobili», tenendo conto del fatto che «tali beni costituiscono, in un gran numero di casi, uno strumento essenziale per assicurare al proprietario i mezzi di sussistenza, tanto più nell’ipotesi, non infrequente, in cui l’acquisto dell’immobile poi locato sia stato effettuato attraverso l’accensione di finanziamenti», spiega la relazione.
Il cuore della riforma è nella riscrittura del Codice di procedura civile. In generale, viene superata in varie situazioni l’udienza di convalida davanti al giudice, per guadagnare tempo: il proprietario potrà chiedere direttamente un ordine di rilascio. […]
E nello stesso modo dell’ordinaria ingiunzione di pagamento, il decreto arriva entro quindici giorni, in caso di contratto ancora non scaduto, e dispone la liberazione dell’immobile senza ulteriori passaggi, a decorrere dalla data di scadenza.
Se il contratto è già scaduto (e quindi si ricade nell’ipotesi di sfratto), il giudice fissa il rilascio entro un termine tra 30 e 60 giorni, lasciando un margine di flessibilità per le esigenze delle parti. Scatta poi una leva economica: su richiesta del locatore, può essere riconosciuta una somma pari all’1% del canone mensile per ogni giorno di ritardo. […]
[…] Sulle occupazioni abusive, il Ddl introduce una corsia super veloce per il rilascio: non si passerà più dal giudice. In presenza di occupazione senza alcun titolo, il proprietario potrà avviare l’esecuzione forzata anche sulla base di atti notarili che attestano il diritto di proprietà. In sostanza, questo potrà avvenire senza la necessità di ulteriori passaggi per ottenere un titolo esecutivo.
La norma si applica ai casi di occupazione arbitraria, restando esclusi quelli in cui esisteva un titolo poi dichiarato invalido. Restano, in fase di esecuzione, le tutele per i più deboli.
L’ufficiale giudiziario può differire l’esecuzione dello sfratto una sola volta, e fino a 180 giorni, «se la parte esecutata ha compiuto i settantacinque anni di età o è persona con disabilità grave o è malata terminale».
Stretta anche sulle notifiche: lo sfratto potrà andare avanti anche se l’inquilino è irreperibile, evitando che l’assenza blocchi la procedura, ferma restando la possibilità di opposizione se il destinatario dimostra di non aver avuto conoscenza dell’atto.
Il Ddl imprime un giro di vite anche sulla morosità: si riducono sia le occasioni per sanare il debito, che scendono da tre a due in quattro anni, sia i tempi concessi dal giudice per mettersi in regola, dimezzati fino a 45 giorni (60 nei casi più gravi). C’è poi la spinta alla digitalizzazione.
[…] Interventi sui quali arriva la soddisfazione del presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «La scelta di intervenire per rendere certi e rapidi i tempi degli sfratti fa giustizia di decenni di demagogia con la quale i diritti dei proprietari sono stati messi in secondo piano. Maggiori garanzie per il rilascio degli immobili aprono la strada a un ampliamento dell’offerta di case».

(di Marcello Veneziani) – Gabriele d’Annunzio a Fiume era un’occasione ghiotta per costruire un film attraente: un poeta rivoluzionario e guerriero conosciuto in tutto il mondo, un’impresa folle ed epica, una gioventù di combattenti e reduci della prima guerra mondiale, un gruppo di personalità eccentriche al seguito, tra eroi, artisti, letterati, sindacalisti, donne e qualche frate. Fiume fu una festa dionisiaca non priva di trasgressioni anche erotiche e orgiastiche, intorno a una mitica Costituzione e alla leggendaria reggenza dannunziana del Carnaro. Tutti gli ingredienti per fare un film d’eccezione all’altezza del poeta e della sua storia. Poi invece ti esce un film dal titolo bello e promettente, Alla festa della rivoluzione, ma dall’esito un po’ torvo e modesto, pur ispirato da un buon testo di Claudia Salaris; con un d’Annunzio un po’ woke, molto di sinistra, tra forzature e soliti ingredienti, fascismo e antifascismo, buoni e cattivi. Non è il primo film dedicato a D’Annunzio che delude le aspettative, non riesce a restituire la smagliante ebbrezza del poeta e della sua vita inimitabile, leggendaria, carica di eccessi. Eppure D’Annunzio si presta al teatro e al cinema, di cui è stato pure autore e sceneggiatore ai tempi del muto. E sparisce al cinema l’essenza poetica e civile di d’Annunzio, il suo messaggio politico e ideale.
Chi è stato Gabriele d’Annunzio sul piano civile? Fu l’ultimo dei conservatori dell’800 e il primo dei rivoluzionari del ‘900. Eletto in Parlamento con la destra, andò poi nei banchi della sinistra (“vado verso la vita”); ma quel passaggio gli fu fatale, non fu poi rieletto. Ma in quel percorso aveva già maturato l’idea di una politica eroica ed estetica, in cui la moltitudine e l’aristocrazia, la tradizione e la rivoluzione, la nazione e la giustizia sociale si sarebbero incontrate nella sintesi ardita e creativa dell’artista-politico e militare. Erano quelle le basi della rivoluzione conservatrice. L’interventismo fu per lui l’occasione per rendere la poesia totale, visione che si fa azione, letteratura che si fa storia, e che nel nome della nazione mobilita il popolo in un’impresa grandiosa di redenzione. Quella stessa ispirazione produrrà dopo la guerra l’avventura di Fiume, l’incontro tra radicalismo e tradizione, tra sindacalismo rivoluzionario e nazionalismo dei reduci. E tra la guerra e l’impresa fiumana d’Annunzio dà vita a una liturgia politica e combattentistica, tiene a battesimo una ricca ritualità nutrita di simboli e di miti, che impregna i suoi gesti e i suoi discorsi “alati”. La vita come opera d’arte passa così dalla solitudine dell’eroe, del poeta, dell’artista superuomo, alla moltitudine e ai combattenti legionari. Non si comprende d’Annunzio senza Nietzsche, il nazionalismo francese, la passione italiana e guerriera, il mondo classico, lo spiritualismo eroico di ascendenza cristiano-pagana. Estraneo fu invece a ogni cultura socialista e marxista, liberale, pacifista e progressista. Il suo nazionalismo arcitaliano collima, seppure in altre forme e altri linguaggi, con quello di Papini e Prezzolini, di Malaparte e Mussolini. Ma prima di loro, Alfredo Oriani e sul versante poetico Giovanni Pascoli e Giosuè Carducci avevano già prefigurato quel riscatto d’Italia, conciliando nazionalismo e socialismo, con forti ascendenze imperiali e militari. Non fu solo d’Annunzio, o Marinetti e Papini, a elogiare la guerra e a eccitare gli animi nel nome della Patria e del Popolo. Per certi versi era la linea di Francesco Crispi opposta a Giolitti. Una linea per così dire di sinistra nazionale, mediterranea, interventista, risorgimentale, garibaldina. Che poi incontrava quella nazionalista venuta da destra.
Dalla loro sintesi nacque il fascismo. Con il fascismo e con il Duce il Vate ebbe un rapporto tormentato, sin dalla sua fondazione e dalla vicenda fiumana. A chi sottolinea che d’Annunzio non fu mai fascista, io osservo che il rapporto è inverso. Non fu d’Annunzio a essere fascista, fu il fascismo a essere dannunziano, a ispirarsi a lui nello stile e nel linguaggio, negli atteggiamenti e nei riferimenti alla sua visione; esteta armato e oratore che parla ai militi e alle folle e porta per così dire Zarathustra dai monti alle masse. Non capiremmo il fascismo senza d’Annunzio; mentre non vale l’inverso, perché d’Annunzio precede il fascismo, anche anagraficamente: abitò per metà esatta nell’ottocento e per l’altra metà della sua vita nel novecento, è di vent’anni più grande di Mussolini e quando il fascismo va al potere ha già quasi sessant’anni, gran parte della sua opera e della sua fama, sono già noti in tutto il mondo. Del resto fu enfant prodige, assurto agli onori della letteratura quando non aveva vent’anni, ancora nel pieno dell’Ottocento. Col fascismo l’ultimo suo capolavoro non fu un’opera ma il Vittoriale sul Garda, un monumento al suo stile prima che una sontuosa dimora: i capolavori erano già stati scritti prima che il fascismo apparisse e poi andasse al potere, l’arco della sua poesia era già compiuto, resta solo la ricchezza di una testimonianza, il carteggio e gli ultimi scritti. Non ha dunque molto senso insistere sull’antifascismo di d’Annunzio, che riguardò semmai alcuni suoi adepti, come quelli di Alleanza Nazionale, un movimento dannunziano sorto nel 1930. Lui restò l’Inimitabile, nonostante i tanti imitatori. E visti certi film, l’Intraducibile, nel cinema di oggi.

(Dott. Paolo Caruso) – Europa, batti un colpo… Se ci sei, non puoi consentire a Netanyahu di imperversare in lungo e largo sul “Mare nostrum”. Il Mediterraneo non è un lago di proprietà di Israele, per cui si possa arrogare il diritto, a distanza di migliaia di chilometri dalle sue coste e in piena area internazionale, di bloccare la flotilla e carcerare chi salpava da Corfù per portare aiuti umanitari a Gaza. A chi spetta bloccare l’usurpatore, se non all’Europa? Perché non hai la schiena dritta e fronteggi qualunque prepotente calpesta “i diritti internazionali” in casa nostra? Europa, dove sei? Latitante su tutto il fronte sei diventata zimbello del Tycoon a stelle e strisce che dall’ oggi al domani, con toni sempre più sprezzanti, ti impone dazi al 25% sulle esportazioni di auto e camion, minacciandoti anche di ridurre le forze militari statunitensi nelle basi presenti in Germania, Italia e Spagna. Dal fronte russo, il compare di Trump, lo Zar Putin si sente autorizzato a screditarti, ritenendoti il ventre molle della politica internazionale. In quattro anni di guerra russo ucraina non sei riuscita, come sarebbe stato logico aspettarsi, a intavolare uno straccio di negoziato. Le tue “donnine” al comando, von der Leyen e Kallas non riescono a spogliarsi dei panni di “serve sciocche” dell’ ingombrante ex alleato americano. Anche al tuo interno, i vari Vannacci, gli Orban dell’ ultimo minuto e in generale tutti i Sovranisti, tramano intenzionati, come “cavalli di Troia”, a disgregarti. Quale potenza, confrontati alla pari con le altre Nazioni assumendo la schiena dritta e portando avanti quei valori che hanno fatto grande l’ Unione, mostrando se necessario anche i muscoli a dimostrazione che non hai paura di quelli altrui. Tempo fa, in una trasmissione televisiva, era sufficiente, a chi prendeva il telefono per rispondere, dire: “Europa, Europa!”, e magicamente si guadagnavano milioni. Oggi siamo disperatamente ridotti a gridare: “Europa, Europa, se ci sei, batti un colpo!”
Flotilla, se Israele rifiuta ogni etica e trasforma gli altri in nemici. In tutta questa vicenda, ciò che colpisce è la violazione di ogni legge, non solo del diritto internazionale.

(Anna Foa – lastampa.it) – La vicenda della Global Sumud Flotilla resta molto inquietante, anche dopo lo sbarco a Creta degli attivisti sequestrati da Israele in acque internazionali. Innanzitutto, non tutti sono stati rilasciati, due di loro, fra gli organizzatori, sono stati trasportati in Israele sotto l’accusa di essere legati ad organizzazioni terroristiche e di aver compiuto attività illegali. Si tratta di un brasiliano, Thiago Avila, e di un palestinese con nazionalità spagnola, Saif Abu Keshek. Il loro arresto sembra mirare a rendere credibili le accuse del governo israeliano alla Flotilla di essere legata ad Hamas. Il fatto che la Flotilla sia carica di rifornimenti, e non di armi, non sembra ai loro occhi significativo. È una protesta politica pacifica, volta a rompere il blocco illegale della Striscia, ma questo basta a renderla un pericolo per Israele.
Ma l’arresto di questi due attivisti e la loro deportazione in Israele suscita molte preoccupazioni perché le condizioni dei presunti “terroristi” nelle carceri di Israele sono secondo tutte le testimonianze caratterizzate da violenze di ogni tipo, tanto è vero che sessanta degli attivisti sbarcati a Creta sono scesi in sciopero della fame per ottenerne il rilascio e che una richiesta di intervenire è stata rivolta da due deputati italiani al governo, dal momento che uno dei due è stato sequestrato su una nave che batteva bandiera italiana.
Le preoccupazioni per la loro sorte sono rese più gravi dal fatto che nella notte trascorsa sulla nave israeliana che li trasportava a Creta gli attivisti sono stati sottoposti, come testimoniano molti di loro, a pesanti violenze. Le foto ci mostrano persone con il naso rotto e gli occhi pesti, e i racconti confermano questo trattamento. Ci sono precedenti ancora più gravi. Nel 2010 la Freedom Flotilla I fu abbordata, sempre in acque internazionali, con 9 morti fra gli attivisti, tutti turchi meno un americano. E sappiamo che violenze e umiliazioni non sono mancate neanche nell’ottobre scorso nel trattamento riservato agli attivisti della Flotilla portati in Israele.
Resta il fatto che l’aggressione è avvenuta in acque internazionali, in un luogo distante 600 miglia da Gaza, e che gli attivisti sulle 22 navi aggredite sono stati “rapiti”, non arrestati. Il ministro israeliano della Difesa, Katz, ha dichiarato che la legge israeliana lo autorizza. C’è da stupirsi che la legislazione di Israele consenta esplicitamente atti considerati come “pirateria” dal diritto internazionale, dal diritto dei paesi implicati, e dal diritto del mare.
Quanto al fatto che i rapiti non sono stati portati in Israele e di là espulsi, ma rilasciati a Creta, dentro l’Unione europea, è dovuto alle pressioni di Italia e Germania. Meloni ha dichiarato di non capire a cosa serva la Flotilla, ma ha condannato l’aggressione in acque internazionali e il governo si è attivato per il loro rilascio a Creta.
In tutta questa vicenda, ciò che colpisce è la violazione di ogni legge, non solo del diritto internazionale. Sembra che Israele sia spinta da una sua volontà di autodistruzione e di rifiuto di ogni norma etica a mostrare ovunque la sua forza, a dimostrare di poter agire in ogni parte senza remore di nessun tipo. Certamente, in tutto questo gioca un ruolo importante la volontà di non consentire che la vicenda della Flotilla contribuisse ad innescare una spinta contro la politica del governo israeliano, come è successo con le grandi manifestazioni del settembre scorso in molta parte del mondo. Ma c’è di più. C’è una volontà di isolamento, di chiusura totale verso gli altri, considerati tutti nemici, antisemiti. I ripetuti atti contro i cristiani, dal vandalismo del crocefisso all’aggressione fisica di suore, come nell’episodio avvenuto nei giorni scorsi a Gerusalemme e documentato in un video, lo dimostrano. La pirateria è un reato gravissimo, il pestaggio di prigionieri indifesi anche. Chiunque non si rallegri di questa deriva dello Stato ebraico, ma pensi ancora ad Israele come ad un Paese percorso da forti resistenze alla politica del suo governo e quindi ancora in grado di essere salvato dall’autodistruzione, dovrebbe fare quanto è in suo potere per alzare alta la voce a denunciare vicende come questa. Una fra tante, meno grave delle decine di migliaia dei morti di Gaza, certo, ma indice di un precipitare sempre più veloce del clima politico dello Stato ebraico.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Crescita asfittica e riforme al palo, ma il governo Meloni è il secondo più longevo del dopoguerra”, come titola “La Repubblica”. Il secondo più longevo, accipicchia, pur se inzeppato di ministri inadeguati ma sicuramente dotati di “spocchia” (Meloni dixit), quando non travolti da scandali e scandaletti anche a luci rosse, infestato da fazioni in lotta e dispettucci à gogo. Un governo che resta persistente benché guidato da una premier che l’opposizione (politica e mediatica) accusa di tutto un po’: inclinazioni autocratiche, continuità col fascismo e, perfino, di mostrarsi eccessivamente nervosa nei rapporti con la stampa, segno di un progressivo logoramento anche psicologico. Nei talk antipatizzanti, dove si sommano le tante, troppe smarronate della destra sembra ogni volta di assistere a un conto alla rovescia dall’esito infausto già scritto. Come se i segnali di disgregazione interna non potessero che preludere a un “qui viene giù tutto”, inevitabile. Eppure, tutto ’sto disastro resiste da ben 1.288 giorni, appena quattro mesi o giù di lì dal record di 1.412 giorni in carica del secondo governo Berlusconi.
[…] Da qui sorge una domanda spontanea, anzi due o tre, che rivolgiamo (sommessamente) a Elly Schlein, Giuseppe Conte (auguri per una pronta guarigione), al duo Bonelli & Fratoianni e a tutti coloro che considerano il governo Meloni come una iattura, tra i peggiori se non addirittura il peggiore del dopoguerra, brutto sporco e cattivo. Come è stato possibile che una simile mostruosità politica potesse iscriversi nel Guinness dei primati? È sufficiente chiamare in causa l’eterno cinismo della destra che, pur in disaccordo su tutto, riesce a cementarsi in un blocco duraturo di potere? E, se così fosse, come mai i virtuosi governi di centrosinistra (vedi il Prodi Uno e il Prodi Due) tendono invece a implodere abbastanza rapidamente, con pirotecnici scazzi? Quanto all’accusa lanciata verso Meloni di aver combinato, in tutto questo tempo, poco e niente (Schlein), non rischia di essere rovesciata nel suo esatto contrario: malgrado il fallimento denunciato, come è possibile che trascorsi quasi quattro anni i sondaggi continuino a segnalare la maggioranza di centrodestra poco al di sotto, o alla pari, con gli avversari di centrosinistra? Insomma, miei cari leader, al di là delle vostre sacrosante denunce, chi scrive resta convinto che nessuno di voi possa sinceramente augurarsi l’improvviso collasso del governo Meloni, e ciò per forza di cose. Un’eventualità che, perdonate la franchezza, farebbe trovare il fronte progressista o campo largo che dir si voglia nelle classiche brache di tela. […] Senza ancora un leader, senza un programma, privo di un’idea di futuro, è sufficiente lanciare ogni giorno improperi contro la parte avversa per costruire un’alleanza che duri? Senza contare, mancando ancora quasi un anno e mezzo alla fine della legislatura, che nell’interregno si potrebbe fare strada l’ipotesi di un ennesimo esecutivo tecnico che, la storia insegna, costituisce un efficace ricostituente soprattutto per le destre. Ragion per cui, e caso abbastanza curioso, è possibile che la longevità dell’attuale governo non si debba tanto alle qualità che questo governo non possiede, bensì alla assoluta necessità, che avete voi, che resti in piedi?
Dalla guerra in Iran agli alleati Nato, gli Stati Uniti di Donald Trump si comportano come emuli del pirata dei Caraibi

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Siamo pirati!», ridacchia Trump e si felicita con se stesso perché le sue navi da guerra sequestrano greggio abbordando petroliere nelle acque di Hormuz. Abituati al funambolismo del comandante in capo delle Forze armate Usa potremmo classificare anche questa tra le sue fatue sparate. Sbaglieremmo.
In due parole, The Donald coglie il punto: gli Stati Uniti d’America si comportano da emuli di Barbanera, il pirata dei Caraibi. Solo che, a differenza del leggendario schiumatore settecentesco dell’Atlantico settentrionale, il suo plagiario dovrebbe guidare la massima potenza del pianeta. Il condizionale esprime dubbi sia sulla guida sia sulla potenza.
Negli ultimi giorni Trump ha dato sfogo alla rabbia contro gli “alleati” (virgolette d’obbligo) atlantici, vili e scrocconi, che non lo soccorrono nell’avventura di Hormuz. Disco rotto, non fosse per l’annuncio di rappresaglie operative contro la Germania. Della quale talvolta si trascura che in quanto grande sconfitta nella seconda guerra mondiale gode della presenza delle più importanti basi militari americane in Europa.
Washington le ha sempre considerate perno della proiezione nel nostro continente. Ma ieri (sabato 2 maggio) un alto dirigente del Pentagono ha annunciato che entro sei mesi, massimo un anno, gli Stati Uniti ritireranno 5mila dei 35mila soldati schierati nella Bundesrepublik. Mossa analoga a quella da Trump già annunciata nel primo mandato, poi boicottata dallo Stato profondo come molte altre sue bizzarrie.
È possibile, anzi probabile, che anche stavolta l’annuncio del parziale ritiro resti lettera morta. Perché questa mossa sarebbe un autogol. Tanto che ai vertici delle Forze armate Usa cresce l’insofferenza per il pirata. Via pittoresco ministro della Guerra Hegseth la Casa Bianca sta purgando i vertici del Pentagono. Conta la presunta lealtà al presidente. Il merito viene dopo, se viene. Scontro sordo dalle conseguenze incalcolabili, essendo tra l’altro in gioco il governo delle armi strategiche.

Nel caso tedesco, intervengono anche antipatie e simpatie di Trump. Forse per le origini bavaresi, lui detesta la Germania. E non ama gli sia ricordata la terra degli avi paterni. Quando il cancelliere Merz venne per la prima volta a trovarlo nello studio ovale Trump ne accolse con visibile fastidio il regalo: il certificato di nascita del nonno Friedrich, nato nel 1869 a Bad Dürkheim. Nulla in confronto al trattamento riservato ad Angela Merkel, cui aveva rifiutato di stringere la mano.
All’opposto, Trump e i suoi manifestano trasporto per i vertici russi — non sempre ricambiato. La punizione della Germania è anche un gesto di attenzione nei confronti di Putin. Ora che svoltando di 180 gradi rispetto al recente passato Berlino si offre avanguardia dei “volenterosi” decisi a tenere la Russia sotto pressione via resistenza ucraina, Trump non perde occasione per dimostrare comprensione al Cremlino.
Ad esempio cancellando l’annunciato spiegamento in Germania del sistema missilistico ipersonico Dark Eagle quale risposta agli Iskander e agli Oreshnik russi. E ordinando di piazzare un colonnello dell’Esercito nella catena di comando della Bundeswehr quale vicecapo della divisione operativa. Per collaborare con l’alto comando germanico, dicono. Per controllarlo, di fatto.
Washington non apprezza la proclamata intenzione tedesca di ergersi potenza convenzionale e tecnologica numero 1 in Europa entro il 2039. Trump è contro la Nato perché come è ridotta oggi non gli serve. Non per abbandonare gli europei a se stessi. Magari ai cinesi.
Le generazioni passano, ma il riflesso germanofobo all’origine del Patto Atlantico, tra le cui missioni spiccava quella di «tenere i tedeschi sotto», è ancora attivo in America e non solo. A Washington condiviso da due correnti opposte: quella che vorrebbe recuperare la Russia in funzione anti-cinese e quella che vorrebbe finire di liquidarla via Ucraina ma teme che la Germania, dopo aver legittimato il suo riarmo in funzione antirussa, ci si metta d’accordo. Ipotesi concreta se l’Afd, il partito neonazionalista in buona parte filorusso oggi in testa nelle intenzioni di voto, salisse al governo nei prossimi anni.
Può la rappresaglia anti-tedesca anticipare analoga misura contro l’Italia della «deludente» Meloni? Da Barbanera aspettiamoci di tutto. Persino che alle parole seguano fatti.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Nessuno (probabilmente nemmeno Trump) sa quanti soldati americani Trump vorrà ritirare dall’Europa (Germania e Italia in pole position). Avverando il vecchio sogno degli animosi cortei che, mezzo secolo fa, volevano buttare a mare le basi americane: è possibile che ci si buttino da sole, e chi l’avrebbe mai detto.
Ma se l’Europa volesse cogliere la palla al balzo, non c’è momento più adatto di questo per pensare non solo alla famosa “difesa comune”: ma con quali mezzi, con quali fini e spendendo quanti soldi. Tenendo presenti, se possibile, due cose: la prima è che “riarmo” e “difesa” non vogliono dire la stessa cosa. La forza di dissuasione delle armi, soprattutto ultimamente, sembrerebbe funzionare al contrario: più armi ci sono, più si fanno guerre.
La seconda è che la spesa militare europea è molto alta, attorno ai quattrocento miliardi all’anno, ma spezzettata e dispersiva, Stato per Stato, governo per governo. Anche un inesperto di strategia militare è autorizzato a immaginare che unendo e coordinando gli sforzi si potrebbero spendere meno soldi, e meglio.
Quanto ai fini, bisognerebbe che per un eventuale esercito europeo fosse lecito difendersi e vietato aggredire. Un esercito che per statuto difenda i propri cittadini, ma sia impedito ad aggredire altri Paesi, sarebbe meno duro da digerire anche per le forze di pace, associazioni e partiti. E soprattutto le nuove generazioni, che aspettano dalla politica, almeno ogni tanto, un segno di novità.
Impossibile sognare uniformi arcobaleno (suona come un ossimoro). Ma soldati che hanno come (fragile) compito il mantenimento della pace ce ne sono già adesso, e sono i caschi blu.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – L’altra sera a Otto e mezzo si parlava del pareggio alle prossime elezioni, che imporrebbe un’alternativa secca al centrosinistra: o appoggiare una legge ipermaggioritaria tipo Melonellum, con un mega-premio alla coalizione che arriva prima; o subire il “porcaio”, cioè l’ammucchiata centrista in cantiere nei retrobottega del potere con la rivergination di B. e famiglia […]
Chi è Paula White-Cain, la telepredicatrice cooptata da Trump alla Casa Bianca. Passato difficile, opache fortune e accondiscendenza assoluta al presidente

Donatella Mulvoni Manuela Cavalieri – lespresso.it) – Quando Trump la vede per la prima volta in tv, all’inizio degli anni Duemila, è una telepredicatrice bionda e magnetica. Ha un passato difficile e una straordinaria capacità di andare dritto al cuore della gente con il suo show. La invita alla Trump Tower. È l’inizio di un’amicizia che la porterà fin dentro la Casa Bianca. Oggi la pastora Paula White-Cain lavora nella West Wing e coordina il White house faith office, a pochi passi dallo Studio ovale. «L’imprenditore la accostava ad Oprah Winfrey, una persona con un’impresa mediatica di grande successo e una storia personale forte», ci dice Molly Worthen, autrice di Spellbound (“sotto incantesimo”), sull’uso del carisma per mobilitare le masse.
Prima di diventare la consigliera spirituale del commander-in-chief, era una «ragazza incasinata del Mississippi», come si è raccontata. Un’infanzia segnata da papà suicida, mamma alcolizzata e abusi, in un contesto di disagio e povertà. Madre teenager, si converte nel 1984 e, dopo un primo matrimonio fallito, sposa il pastore pentecostale Randy White. Con lui fonda nel 1991 una chiesa a Tampa, in Florida, che cresce rapidamente. Un rapporto del Senato pubblicato nel 2011 farà luce sui fondi esentasse che la coppia avrebbe utilizzato per jet privato, stipendi d’oro a familiari e case. Dopo un nuovo divorzio, nel 2011 diventa responsabile del New destiny christian center poi City of destiny in Florida, incarico che lascia nel 2019, passando la guida al figlio e alla nuora.
Oggi, a 60 anni, si definisce sul suo sito «riformatrice culturale, pioniera spirituale e una delle voci cristiane più influenti del XXI secolo». Perpetuamente sorridente ed estremamente grintosa, raggiunge ogni settimana milioni di persone in tutto il mondo con i programmi tv disseminati anche sui social. È milionaria (si parla di un patrimonio personale di almeno cinque milioni di dollari) ed è sposata dal 2015, in terze nozze, con il musicista Jonathan Cain, storico membro dei Journey.
Tra chirurgia estetica e abiti griffati, è stata più volte tacciata di eresia per un ministero vicino al “prosperity gospel”, che sollecita aggressivamente donazioni. Celebre l’offerta di «sette benedizioni soprannaturali» con un versamento minimo di mille dollari. «Ha costruito una presenza mediatica che combina una forma di auto-aiuto spirituale con uno stile di vita materialmente attraente, in cui benedizione materiale e spirituale sono strettamente connesse», spiega Molly Worthen. Principi con cui Donald Trump va a braccetto. Paula ripaga la fiducia con una lealtà assoluta. Opporsi al presidente, ha intimato, «sarebbe come dire no a Dio». Non stupisce che poi il tycoon abbia postato una foto di se stesso in sembianze messianiche.
Sta trasformando il Faith office in un’arma , denuncia a L’Espresso la reverenda Jennifer Butler, a guida della stessa istituzione durante l’amministrazione Obama (quando si chiamava White house council on faith and neighborhood partnerships). «Era uno spazio di dialogo interreligioso e plurale. Ma anche George W. Bush (che lo istituì ufficialmente nel 2001) coinvolse un’ampia gamma di orientamenti. Oggi è la scelta di una sola fede in una versione conservatrice, di destra che, dal mio punto di vista di pastora, non riflette nemmeno i veri insegnamenti del cristianesimo». I governi precedenti, ricorda, lavoravano altresì per attuare programmi concreti sul territorio. «Aiutare poveri, senzatetto, immigrati, affrontare l’Hiv/Aids. Invece la prima cosa che questa amministrazione ha fatto è stata tagliare tutti i fondi e smantellare Usaid (l’agenzia governativa per la gestione degli aiuti umanitari)».
Non la impensierisce l’accesso della religione allo Studio ovale, ma l’uso per legittimare il potere. «Obama aveva una fede autentica. Ricordo quando cantò Amazing grace al funerale (del reverendo nero ucciso da un suprematista con altri 8 fedeli a Charleston nel 2015). Un gesto di umiltà, in quel momento incarnava una sorta di pastore della nazione e lo faceva in modo inclusivo». Insomma, uno scenario molto diverso da quello dei ministri di culto che pregano per la guerra in Iran degli Usa al fianco di Israele. D’altra parte, White-Cain e il suo circolo interpretano le tensioni in Medio Oriente in chiave escatologica. Trump è al potere per compiere una missione. Lo confermerebbe anche il fatto di essere sopravvissuto a tre attentati, compreso l’ultimo durante la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca all’Hilton di Washington.
Il profilo personale passa in secondo piano: contano i risultati. Con la nomina di tre giudici conservatori, Trump ha consegnato alla Corte suprema la maggioranza che ha rovesciato Roe v. Wade, cancellando il diritto federale all’aborto (decisione che, secondo White-Cain, ha posto fine a ciò che definisce «l’assassinio brutale di milioni di bambini» in cinquant’anni). A questo si aggiungono la difesa della libertà religiosa e una linea dura contro cultura woke, politiche di genere, istanze della giustizia sociale e immigrazione illegale.
Un ragionamento che però trova voci importanti di dissenso all’interno del mondo evangelico. «La Chiesa deve rinunciare alla propria capacità di dire la verità al potere in cambio di ottenere alcuni risultati politici? Quanto deve essere stretta la relazione tra la Chiesa e qualsiasi governo, incluso questo?». Se lo chiede Amos Yong, il più importante teologo pentecostale vivente, professore al Fuller theological seminary. «Nell’Antico Testamento i profeti agivano come coscienza della comunità e anche della teocrazia, quando operavano accanto ai re o persino contro di loro», ci dice. «Nel nostro contesto la situazione è ancora più problematica, considerando che esistono ampie evidenze sul fatto che almeno alcune delle azioni di questa amministrazione siano moralmente, legalmente o politicamente discutibili». Paula White-Cain, chiarisce, non appartiene al pentecostalesimo classico, ma al più fluido universo carismatico. Quella a cui afferisce è la New apostolic reformation, in cui confluiscono gruppi che promuovono l’idea di un’influenza cristiana diretta nella società, dalla politica ai media tra gli altri ambiti. «Incidere e impegnarsi non significa ignorare l’evidente disonestà o le illegalità in cui l’amministrazione potrebbe essere coinvolta», avverte.
In autunno uscirà il nuovo lavoro di Yong, “Trump and the politics of prayer: inside the spiritual world of his faith advisory team”, che offre un’analisi teologica e antropologica dell’ecosistema religioso dei sostenitori evangelici e carismatici del presidente. Il saggio ricostruisce le chiamate alla preghiera promosse dai consiglieri spirituali dopo le elezioni del 2020. Momenti di forte mobilitazione in cui leader e fedeli reagirono a una sconfitta ritenuta ingiusta, invocando un intervento divino. Yong mostra come questa dimensione spirituale si sia intrecciata con i tentativi di impedire la certificazione del voto, contribuendo al clima che portò all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. «Mettiamo in evidenza il ruolo della retorica della paura, ma anche delle ansie reali di molti credenti». Il timore di perdere identità e capacità di difendere le proprie posizioni morali ha spinto molti a tollerare comportamenti altrimenti inaccettabili. «Se un’amministrazione restituisce quei diritti, questo finisce per pesare più di ogni altra considerazione. E così prevale la spinta a difenderli, evitando qualsiasi scelta che possa mettere a rischio un rapporto così stretto con il potere». Dinamica che, osserva, continua a produrre effetti oggi, con il ritorno di molti di quei protagonisti nella nuova amministrazione Trump.
In vista delle prossime elezioni si muove il “partito del pareggio”, una rete che punta a lasciare il Paese senza maggioranza e aprire così la strada a un nuovo governo di larghe intese. Il ruolo chiave è di Marina Berlusconi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Altro che unità del centrodestra. Dietro le dichiarazioni ufficiali si muove una strategia molto più sottile: impedire che alle prossime elezioni ci sia un vincitore netto. È il cuore del cosiddetto “partito del pareggio”, una rete trasversale che punta a lasciare il Paese senza maggioranza e aprire così la strada a un nuovo governo di larghe intese. In questo schema, il ruolo chiave lo gioca Marina Berlusconi. Sempre più centrale nelle scelte di Forza Italia, la primogenita del Cavaliere lavora a un riposizionamento del partito: meno ancorato al centrodestra sovranista, più vicino a un’area moderata, europeista e dialogante con il Pd. Nel Pd, intanto, si consuma una partita parallela. I “padri nobili” non credono fino in fondo nella leadership di Elly Schlein e frenano su primarie e legge elettorale. Senza un sistema maggioritario, infatti, tutto torna negoziabile dopo il voto.
Ed è proprio qui che le strategie si incrociano. Forza Italia diventerebbe l’ago della bilancia in un Parlamento senza maggioranze. Un ruolo che consentirebbe ai berlusconiani di trattare da posizione di forza con l’ala moderata dem, lasciando ai margini sia i sovranisti sia le componenti più radicali del centrosinistra.
Se il pareggio si concretizzasse, Giorgia Meloni ed Elly Schlein resterebbero fuori dai giochi. Toccherebbe al Quirinale gestire la crisi e favorire la nascita di un governo “europeo”, sostenuto da una maggioranza trasversale.
Ma il vero obiettivo è un altro: la partita del Colle. Con un Parlamento senza vincitori, eleggere il successore di Sergio Mattarella diventerebbe un’operazione politica. E il nome che circola con più insistenza è quello di Mario Draghi.
La partita è appena iniziata. Ma una cosa è chiara: più che vincere, questa volta conta arrivare in equilibrio. Per poi decidere tutto dopo.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online/) – Una volta c’erano 5 miliardi di euro che la Chiesa cattolica doveva allo Stato italiano. Riguardavano i mancati pagamenti dell’ICI, la vecchia tassa sugli immobili sostituita poi dall’IMU. A stabilire il risarcimento è stata la Corte di Giustizia dell’Unione europea nel 2018, ma da allora l’Italia si è mostrata disinteressata alla riscossione, unendo con un filo rosso le varie maggioranze succedutesi a Palazzo Chigi. Nel 2024 il governo Meloni ha approvato il decreto Salva infrazioni, prevedendo deroghe e sconti che hanno ridotto sensibilmente la quota dovuta. Secondo le stime, i rimborsi dovuti oscillerebbero oggi tra i 200 e i 500 milioni di euro. A quanto pare, però, l’Italia non ha ancora voglia di battere cassa: il governo Meloni ha appena prorogato di altri sei mesi la scadenza dei pagamenti.
L’imposta comunale sugli immobili (ICI) è stata una tassa in vigore in Italia dal 1993 al 2011, quando l’imposta municipale unica (IMU) l’ha sostituita. Oggi la Chiesa cattolica versa l’IMU allo Stato italiano per gli immobili che generano profitto, come nel caso degli alberghi. Per tutte le strutture prive della vocazione economica — chiese, oratori, mense e così via — la Chiesa cattolica è esentata dal pagare la tassa municipale. È stato così per diverso tempo anche con l’ICI, fino al 2006, quando il governo guidato da Silvio Berlusconi decise di estendere l’esenzione anche agli immobili commerciali. Poi nel 2011, con l’introduzione dell’IMU, il vecchio regime economico è stato ripristinato. Nel frattempo — come stabilito dalla Corte di Giustizia dell’UE — la Chiesa cattolica aveva generato dei profitti impropri, in contrasto con la normativa europea sugli aiuti di Stato che vieta le differenziazioni fiscali tra rivali commerciali. Secondo le stime, l’Italia avrebbe dovuto incassare circa 5 miliardi di euro ma dal 2018 è venuta meno la volontà politica.
Dopo anni di disinteresse trasversale all’arco politico italiano, la Commissione europea ha sollecitato il nostro Paese ad adeguarsi e a raccogliere quanti più soldi persi. Così nel 2024 il governo Meloni ha varato il decreto Salva infrazioni, per provare a districare la matassa ed evitare nuove sanzioni provenienti da Bruxelles. Sono stati cancellati tutti i debiti inferiori ai 50mila euro — il che ha escluso la maggior parte degli enti religiosi coinvolti — mentre per quelli superiori ai 100mila euro è stata data la possibilità della rateizzazione. Contestualmente sono state disposte le regole per il recupero delle risorse, con gli enti religiosi invitati a presentare i dati fiscali degli ultimi vent’anni all’Agenzia delle Entrate. Viste le scadenze strette, il governo ha optato per un rinvio, prolungato nuovamente a fine marzo. La data ultima per la conciliazione con lo Stato italiano è quindi fissata, almeno per il momento, al 30 settembre. Solo dopo si potrà avere contezza di quanto resta, alla luce degli sconti, di quei 5 milioni iniziali che la Chiesa cattolica doveva all’Italia.
Fino a un anno fa lodava Trump, le regole europee, difendeva Netanyahu e irrideva la Flotilla. Oggi fa l’esatto opposto. No, nessun sosia. Semplicemente, pessimi sondaggi e tanta paura di perdere le prossime elezioni.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Immaginate di esservi presi una vacanza lunga un anno dall’attualità.
Aprite i giornali, e in un giorno solo, leggete che il governo ha condannato Israele per l’assalto in acque internazionali alle navi della Global Sumud Flotilla che portavano aiuti a Gaza, ha chiesto all’Unione Europea lo stop al patto di stabilità e ha litigato con Donald Trump al punto tale che lo stesso Trump ha minacciato di ritirare le truppe americane dall’Italia.
Ammettetelo: pensereste che è cambiato il governo, che Meloni, Salvini e Tajani sono finiti all’opposizione, che evidentemente ci sono state elezioni anticipate.
E invece no.
A prendersela con Israele è lo stesso governo che irrideva la Flotilla solo pochi mesi fa, difendendo Netanyahu a spada tratta, dicendo che era una missione umanitaria che rischiava di “compromettere la pace”, parlando di diritto internazionale che conta fino a un certo punto, rifiutandosi persino di pagare il biglietto di ritorno ai militanti, a i giornalisti e ai parlamentari rapiti da Israele.
A prendersela con l’Unione Europea e col nuovo patto di stabilità e crescita è lo stesso governo che ha firmato quel patto poco più di due anni fa, con una nota che lodava le “regole meno rigide”, i “meccanismi innovativi”, l’approccio “migliorativo rispetto al passato”.
A prendersela con gli Usa e con Trump, infine, è lo stesso governo che, meno di un anno fa, si è impegnato al vertice Nato dell’Aja ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL, che ha sostenuto Trump dal giorno uno della sua elezione, in tutti i suoi dazi, le sue cacce al migrante, i suoi omicidi agli attivisti politici, i suoi attacchi militari a Paesi terzi – guerre che bontà sua, Giorgia Meloni è riuscita a definire come “difensive”.
Ora, delle due una.
O chi stava al governo fino pochi mesi fa è stato sostituito da sosia perfetti, replicanti con le medesime sembianze e il pensiero opposto.
Oppure chi sta a Palazzo Chigi oggi ha preso gli ultimi quattro anni e li ha buttati nella pattumiera, iniziando a dire e fare l’esatto contrario di quel che ha detto e fatto fino a pochi mesi fa.
Poi cambi pagina e sullo stesso giornale vedi che sei elettori su dieci non considerano più Israele e Usa come degli alleati, che non ci sono soldi per la legge di bilancio elettorale perché hanno sbagliato i conti e che il centrosinistra è avanti nei sondaggi, anche con Vannacci dentro la coalizione di destra.
E allora capisci che non ci sono sosia, replicanti, magie e folgorazioni sulla via di Damasco. Ma che, semplicemente, Meloni & co stanno semplicemente provandole tutte per non andare a casa alle prossime elezioni. Arrivando persino a fare finta di essere all’opposizione di se stessi.
Solo gli stupidi non cambiano mai idea del resto.
A meno che non si tratti di perdere la poltrona.