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Sud Italia, si allarga la protesta: dopo agricoltori e camionisti si fermano anche i fornai


(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Si amplia e si intensifica la protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori nel Sud Italia, che ora coinvolge anche un’ulteriore categoria. A Cosenza, infatti, è stata avviata negli ultimi giorni da circa 870 fornai la serrata dei panifici contro rincari delle materie prime e pressioni della grande distribuzione, che oggi li vedrà ancora con le braccia incrociate. Le mobilitazioni congiunte, nel frattempo, continuano a paralizzare le arterie meridionali, con chiusure e code sull’A1 Milano-Napoli e sull’A30 Caserta-Salerno, tir bloccati al varco Bausan del porto di Napoli e traffico merci in difficoltà. Gli effetti si vedono nei supermercati di Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Lazio e Molise, con scaffali vuoti o semivuoti di freschi, carne e latticini. Aumenta anche il numero dei distributori di carburante rimasti a secco, con lunghe code in quelli ancora aperti.

Il fronte dei fornai si è aperto il 16 ottobre, data non casuale: è la Giornata mondiale del pane fresco e artigianale. Nel Cosentino i panifici coinvolti nelle mobilitazioni sono tutte piccole imprese a conduzione familiare; a trascinare gli altri alla serrata è stata un’avanguardia di trentuno artigiani, accampati sulla statale 106 al fianco dei camionisti. Lo stop era inizialmente previsto per due giorni, ma si è deciso di proseguire la protesta. Dietro la “rivolta del pane” ci sono conti salatissimi: i fornai denunciano che dal primo novembre il pane passerà da 3 euro al chilo a 3,80: la farina costa 10 euro in più al quintale rispetto a metà settembre, il gas 70 centesimi in più al litro, carta e plastica fino al 50 per cento in più. Il vero pane artigianale richiede più manodopera, ma trovare personale è sempre più difficile, dunque si chiedono agevolazioni contributive per le assunzioni. La protesta è anche contro la grande distribuzione. I supermercati, secondo i panificatori, pretendono metà dell’aumento di 80 centesimi sul pane, altrimenti non acquistano.

Sul fronte dei trasporti, la mobilitazione partita da Puglia e Calabria si è allargata a tutto il Sud, fino a un presidio a Roma davanti a Termini. I tir hanno bloccato caselli e arterie tra A1, A2, A14, A18 e A30, ostacolato ingressi autostradali a Palermo e Potenza, le statali 18 e 100 e il varco Bausan del porto di Napoli. Ci sono presidi a Termoli, Campobasso e Bari; a Scalea studenti e insegnanti hanno espresso solidarietà. In diversi supermercati di Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Calabria gli scaffali sono vuoti, con problemi anche per mangimi e carburanti. Il 92% delle merci italiane viaggia su strada, oltre un miliardo di tonnellate l’anno, e il fermo coinvolge molte filiere. Gli agricoltori denunciano prezzi riconosciuti alla produzione troppo bassi rispetto ai costi, mentre i blocchi stanno mettendo in difficoltà anche il ritiro e la consegna di latte, ortofrutta e altri prodotti deperibili. Al nodo del caro gasolio si aggiungono assicurazioni e materie prime care dopo la pandemia. Un numero sempre maggiore di distributori, nel frattempo, resta a secco in molte Regioni.

Decisivo sarà ora il confronto con il governo. Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il viceministro Edoardo Rixi hanno incontrato oggi in prefettura a Milano le associazioni nazionali; nel pomeriggio il capo del dicastero di via Nomentana vedrà anche i gruppi spontanei. L’appuntamento è stato anticipato dal 27 ottobre. «Abbiamo sbloccato circa un miliardo di euro: 480 milioni per quanto riguarda tutte le domande che sono arrivate fino ad agosto e poi mettiamo nuove risorse su settembre-ottobre, però il credito d’imposta sarà ovviamente nel ’27», ha dichiarato il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi in seguito al tavolo con gli autotrasportatori. «Da oggi – ha aggiunto Rixi – iniziamo a erogare i contributi sui 430, che ora sono diventati 480 milioni circa, per azzerare tutte le domande che sono pervenute fino al 30 di agosto, che è l’ultima finestra che è stata aperta».


Vomero,via Scarlatti: l’isola pedonale da riqualificare


Realizzata 27 anni fa, presenta numerose buche e avvallamenti

“ A oltre un quarto di secolo dalla nascita, dal momento che vide la luce alla fine del lontano 1999, l’isola pedonale di via Scarlatti, nel quartiere Vomero, necessità oramai di urgenti quanto improcrastinabili interventi di riqualificazione – afferma Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione -. Gli oltre cinque lustri, da quando fu realizzata, li dimostra tutti, anche per la mancanza, specialmente negli ultimi tempi, d’idonea quanto costante manutenzione “.

“ In verità di “pedonale” quest’isola ha davvero poco, con varchi perennemente aperti – prosegue Capodanno -. Peraltro sono tantissimi gli automezzi che circolano  a tutte le ore del giorno e della notte, trai quali gli autocarri per il carico e lo scarico delle merci. A risentirne è anche il basolato con il quale sono stati realizzate alcune decorazioni, visto che non è stato previsto un apposito percorso per i mezzi autorizzati, così come avviene in altre città per le zone destinate a isole pedonali “.

“ Sempre per le note carenze, alle rotture e ai guasti procurati sulla pavimentazione, si è rimediato sovente con l’oramai standardizzata colata di cemento o di bitume – continua  Capodanno – con risultati davvero orripilanti pure dal punto di vista estetico “.

“ Numerosi gli avvallamenti e le buche presenti, che rappresentano un pericolo per i pedoni, causando non poche cadute, sovente alla ribalta delle cronache – sottolinea Capodanno –. Tra l’altro i cubetti di porfido hanno perso la sigillatura tra di loro, realizzata molto tempo addietro con malta di cemento. Di conseguenza basta che ne salti uno perché vengano poi portati via anche i limitrofi in una catena senza fine “.

“ Non va meglio per l’arredo urbano – puntualizza Capodanno – visto che in questi anni sono sparite diverse panchine, mai più ripristinate mentre altre hanno bisogno di manutenzione. Tanti invece gli ombrelloni, i tavolini e le sedie dei numerosi dehors e gazebo, che affollano l’isola, senza un progetto unitario che cerchi quantomeno di armonizzarli, in considerazione dell’importanza della storica strada vomerese “.

Sulla situazione di degrado dell’isola pedonale di via Scarlatti, Capodanno richiama, ancora una volta, l’attenzione dell’amministrazione comunale partenopea, segnatamente dell’assessore alle strade, Cosenza e dell’assessore al decoro urbano, Lieto, per gli immediati e non più differibili provvedimenti del caso.


Campagnuolo (Avanti Insieme): “Servono risposte immediate e una strategia di sviluppo per il Sud”


SUD, CAMPAGNUOLO (AVANTI INSIEME): «CAMION FERMI, SUPERMERCATI CON GLI SCAFFALI VUOTI E FABBRICHE BLOCCATE. IL MEZZOGIORNO NON PUÒ CONTINUARE A PAGARE IL PREZZO DELLE EMERGENZE»

«Il caso Rummo a Benevento è il simbolo di una crisi che coinvolge lavoratori, famiglie e imprese. Servono risposte immediate e una strategia di sviluppo per il Sud».

«Le immagini dei camion fermi sulle autostrade, degli scaffali vuoti in diversi supermercati e delle aziende in difficoltà devono far riflettere seriamente su quanto sta accadendo nel nostro Paese.

Non siamo davanti soltanto a una protesta di categoria. La mobilitazione degli autotrasportatori contro il caro carburanti sta producendo conseguenze concrete sulla vita quotidiana dei cittadini e sull’economia del Mezzogiorno.

In Campania si registrano difficoltà nei rifornimenti dei supermercati, soprattutto per i prodotti freschi. Le famiglie temono ulteriori carenze, mentre agricoltori, commercianti e imprese devono fare i conti con merci bloccate, consegne ritardate e possibili perdite economiche.

Il caso del pastificio Rummo di Benevento è emblematico.

Un’eccellenza dell’agroalimentare italiano, conosciuta e apprezzata anche sui mercati internazionali, costretta a interrompere la produzione per il mancato arrivo delle materie prime.

Quando un’azienda come Rummo si ferma, non è soltanto un problema industriale. È un segnale che riguarda un intero territorio, i suoi lavoratori, i fornitori, le famiglie e l’economia locale.

È paradossale che un territorio capace di esprimere eccellenze produttive riconosciute nel mondo debba fare i conti con difficoltà che impediscono persino la normale continuità delle attività.

Comprendiamo le ragioni degli autotrasportatori, che affrontano costi del carburante sempre più pesanti e margini economici ridotti. La sostenibilità economica del loro lavoro è una questione che riguarda l’intero sistema produttivo.

Allo stesso tempo, è necessario tutelare i cittadini e le imprese che stanno subendo le conseguenze dei blocchi.

Quando si fermano i camion, non si ferma soltanto il trasporto: rischiano di fermarsi le fabbriche, si interrompono le forniture, si svuotano gli scaffali e si mette a rischio il lavoro di intere comunità.

Questa situazione richiede responsabilità, dialogo e soluzioni concrete.

Le risorse annunciate per sostenere il settore dell’autotrasporto rappresentano un segnale importante. È fondamentale che gli interventi siano attuati con tempi certi e che il confronto tra istituzioni e rappresentanze del settore consenta di individuare soluzioni durature.

Occorre garantire la continuità delle forniture essenziali, a partire dai prodotti alimentari e dai medicinali, e prestare particolare attenzione alle aziende agricole e alle imprese che rischiano di subire danni economici.

Non è accettabile che il lavoro di un agricoltore vada perduto nei campi mentre nei supermercati mancano i prodotti che quello stesso agricoltore potrebbe fornire.

Ma questa vicenda impone anche una riflessione più profonda sul futuro del Mezzogiorno.

Il Sannio, la Valle Caudina e le aree interne conoscono bene le difficoltà di chi fa impresa in territori dove collegamenti insufficienti, costi energetici e carenze infrastrutturali rendono ogni attività più complicata.

Non possiamo limitarci ad affrontare le emergenze senza intervenire sulle fragilità che le rendono così pesanti.

Il Sud ha bisogno di infrastrutture moderne, collegamenti efficienti, una logistica competitiva, politiche energetiche sostenibili e condizioni che permettano alle imprese di crescere e creare occupazione.

Non chiediamo privilegi per il Mezzogiorno. Chiediamo condizioni eque per lavorare, produrre, competere e costruire futuro.

È necessario rafforzare la collaborazione tra istituzioni, imprese e rappresentanze dei lavoratori, affinché le difficoltà di una categoria non si trasformino in un danno per l’intera collettività.

Dietro ogni camion fermo c’è un lavoratore. Dietro ogni fabbrica bloccata ci sono famiglie. Dietro ogni scaffale vuoto c’è una filiera economica che incontra difficoltà.

E dietro ogni giovane che lascia il Sud c’è spesso la mancanza di opportunità che il territorio dovrebbe essere messo nelle condizioni di offrire.

Il Mezzogiorno non può essere ricordato soltanto quando le autostrade si bloccano, le aziende si fermano o gli scaffali si svuotano.

Serve una visione nazionale che riconosca il valore economico, produttivo e sociale del Sud e delle sue aree interne.

Il Sud non chiede assistenza. Chiede rispetto, opportunità e la possibilità di camminare con le proprie gambe.

Perché un Mezzogiorno che cresce, produce e lavora non rappresenta soltanto una conquista per i suoi cittadini, ma una straordinaria opportunità per l’intero Paese».


Caro Garavaglia… Salvini ti fa la rappresaglia!


Salvini è una firma. Telefona agli eurodeputati e boicotta la candidatura di Garavaglia che non molla. A Garavaglia mancano poche firme per sfidare il leader al congresso della Lega. Il vicepremier potrebbe raccoglierle personalmente tra gli eurodeputati e trasformare una candidatura scomoda in una prova di generosità. Perché un congresso sia una festa, bisogna anche lasciare spazio al rivale

Immagine di Salvini è una firma. Telefona agli eurodeputati e boicotta la candidatura di Garavaglia che non molla

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Che grande gesto sarebbe, questo bel gesto di Salvini? “Caro Garavaglia, le firme te le procuro io”. La Lega ha finalmente trovato un Massimo Decimo Garavaglia. E’ Garavaglia che ha deciso di sfidare Salvini al Congresso straordinario. A Garavaglia mancano adesso solo cinque firme. Gli stanno facendo Lega bruciata. Salvini le raccoglie personalmente tra gli eurodeputati. Un capitano può avere paura di un gladiatore con la Bic al posto della spada?

Se Salvini vuole passare per gigante, rendere questo congresso straordinario, che si tiene a Milano, sabato e domenica, la grande festa della Lega, non può che fare questa azione nobile. Per statuto occorrono 80 firme per candidarsi e correre, sfidare Salvini. Inutile dire che a Salvini basta telefonare ai parlamentari e ricordare: attento che se firmi per Garavaglia, alla prossima legislatura non torni in Parlamento. E’ altrettanto inutile dire che la Lega perderà buona parte dei suoi senatori e deputati. Se ne salveranno forse 20 alla Camera e al Senato ancora meno. Gli facciamo i migliori auguri ma diciamo anche che è questa l’ora del coraggio.

All’inizio, quando Garavaglia ha annunciato al Foglio la candidatura per goliardia, in Lega hanno tutti sorriso. Sono passati i giorni e il sentimento è cambiato. Le prime parole dei salviniani sono state di irrisione: “Ma dove va?”. Garavaglia non si è perso d’animo, come l’eroe di Cervantes, e continua a cercare firme anche contro i mulini a vento, hidalghissimo. Erano trenta firme, poi quaranta e adesso sono 75. E’ a un passo dal traguardo e a chi lo incita dice: “Non mollo, sono fiducioso”. E’ come quegli italiani, alla De Gasperi, che sentono il peso di andare contro corrente perché direbbe De Gasperi, “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Ha contro una struttura che negli anni ha preso la forma di Salvini.

I delegati che dovrebbero firmare per Garavaglia hanno solo debiti di gratitudine verso un leader che ha tante colpe, anche quella di aver miracolato ingrati, deejay senza arte e parte. La missione di Garavaglia è due volte più difficile. Al Senato deve vedersela contro Andrea Paganella, oggi senatore, ma ex capo di segreteria di Salvini, uno che sta raccogliendo firme per conto del vicepremier. Un altro che le raccoglie è ovviamente Claudio Durigon, il segretarione della Lega. E’ normale, più che normale. E’ inedito invece, questo sì, che un leader impegnato contro i maranza, lo sciopero dei tir, il caro gasolio, abbia il tempo di telefonare a Bruxelles e chiedere, personalmente, agli europarlamentari di firmare per lui.

Garavaglia non ha incarichi da promettere o da togliere a mogli e mariti. Salvini ha dalla sua l’arma della ricandidatura. Abbiamo già scritto che i numeri finali sono dalla parte di Salvini e allora perché ostacolare, intimorire per far mancare le firme a Garavaglia? Salvini ha paura di Garavaglia o del voto segreto? Senza un altro candidato non serve il voto, ma basta l’alzata di mano, come è accaduto due giorni fa all’assemblea del Pd con Bonaccini che apriva e chiudeva le votazioni. Chi lo ha visto assicura: Bonaccini sembrava il vigile urbano a piazza Venezia che dice: forza, svelti! Ecco, se a Milano manca il candidato sarà la solita Duma, quella già vista un anno fa a Firenze, con tutti gli ingrati che urlano “Matteo, Matteo”, e poi all’orecchio profetizzare: “Sprofonderemo al tre per cento. E’ finita, la Lega è finita”.

E’ stato Garavaglia a rendere vero un congresso patacca. Salvini, e crediamoci, lo vuole “vero”, ripete che “deve essere una festa”. Non possono essere le firme a rovinarla. Il Pd per favorire la partecipazione di Schlein alle primarie ha addirittura cambiato lo statuto. Qui bastano solo cinque firme e la garanzia che si vota nel segreto dell’urna. La mossa del congresso anticipato è stata un’abile mossa di Salvini. Ma il capolavoro, la grandezza dei forti è sempre la generosità. Nei romanzi dell’ottocento i veri romantici, i trascinatori, chi non aveva paura della sorte, permettevano al rivale di scegliere l’arma del duello. Qui basta una Bic. Salvini offra le firme che mancano a Garavaglia. Potrebbe perdere venti delegati, financo venti voti, ma questo nobile gesto sarebbe moltiplicato per cento anche da chi lo insolentisce, da chi lo definisce un Papeetino. A Garavaglia mancano cinque firme per correre e a Salvini solo cinque per meritarsi il vero titolo di segretario.


Le emissioni di anidride carbonica (CO2) in Antartide, sono aumentate di oltre 5 volte


(ANSA) – ROMA, 20 OTT – Le emissioni di anidride carbonica (CO2) in Antartide, sono aumentate di oltre 5 volte fra il 2020 e il 2025. E’ quanto emerge dallo studio che ha analizzato il carbonio geologico e idrogeologico emesso dal permafrost, condotto da un team di ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e delle Università di Otago e Waikato (Nuova Zelanda) nella Taylor Valley, una delle principali aree libere dai ghiacci delle McMurdo Dry Valleys (continente antartico).

La ricerca, pubblicata sulla rivista Global Biogeochemical Cycles, indica l’esistenza di un meccanismo di rilascio ancora scarsamente rappresentato nelle attuali ricostruzioni del ciclo del carbonio alle alte latitudini. Un risultato, rilevano Cnr e Ingv, che conferma il valore della ricerca italiana in Antartide e l’importanza di programmi di lungo periodo.

A segnalare il marcato aumento del degassamento del suolo le analisi molecolari e isotopiche di anidride carbonica e metano condotte nel 2020, nel 2023 e nel 2025.

“Il flusso medio di CO2 – sottolinea Livio Ruggiero, geochimico dell’Istituto di Geoscienze del Cnr e associato di ricerca presso l’Ingv, – è passato da 1,73 grammi per metro quadrato al giorno nel 2020 a 9,49 nel 2025, con un incremento di circa 5,5 volte. Nello stesso periodo, il valore massimo misurato è cresciuto da 11,36 a 72,99 grammi per metro quadrato al giorno”.

I cambiamenti più marcati sono stati registrati in specifiche aree della Taylor Valley, la cui struttura sotterranea, particolarmente complessa, comprende uno strato di permafrost non uniforme, sacche d’acqua ad alta concentrazione salina e una fitta rete geologica e idrica.

“Dati alla mano – continua Ruggero – emerge che il permafrost antartico può essere attraversato da carbonio proveniente da sistemi molto più profondi”. Per i ricercatori la firma isotopica, cioè ‘l’impronta digitale’ chimica che rivela l’origine del carbonio, rappresenta uno degli elementi chiave del lavoro.

“I risultati dimostrano che una quota importante del carbonio rilevato nel suolo – sottolinea Alessandra Sciarra, dell’Ingv – non è prodotta da microbi o vegetazione in superficie, ma ha un’origine geologica profonda”. “Questo studio – conclude Fabio Florindo, presidente dell’INGV e coautore dello studio – mostra quanto sia essenziale osservare l’Antartide come un sistema integrato, nel quale atmosfera, criosfera, idrosfera e geosfera interagiscono tra loro”


L’Italia rischia di restare senza cibo e acqua!


BLOCCO DEI TIR, IN CAMPANIA VUOTI SCAFFALI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE

(ANSA) – NAPOLI, 20 OTT – In attesa dell’incontro a Milano fissato per le 15 di oggi tra il Ministro dei Trasporti Matteo Salvini e i rappresentanti degli autotrasportatori, prosegue la protesta su strada dei tir contro caro-carburante e caro-vita.

Tra le province di Caserta e Napoli manifestanti hanno mantenuto i presidi fissi all’esterno dei caselli autostradali di Nola, sull’A30 Caserta-Salerno, e sull’A1 Milano-Napoli all’altezza dei caselli di Caserta Sud, Santa Maria Capua Vetere e Caianello, nella zona degli Interporti di Nola e di Maddaloni-Marcianise, estendendo la protesta anche sull’asse mediano Acerra-Afragola.

È stata invece abbandonata la modalità dei tir lumaca in autostrada, che tanti disagi aveva provocato ieri mattina. Intanto sono sempre più vuoti tra Caserta e Napoli gli scaffali soprattutto dei supermercati delle aziende della Grande Distruzione, che per gli approvvigionamenti dipendono dai depositi ubicati in particolare nelle aree industriali del Casertano (Carinaro-Teverola), dove tutto è fermo per la protesta, mentre i minimarket e piccoli alimentari, che si riforniscono da produttori locali, stanno in parte compensando queste criticità.

PROTESTA TIR, NEI SUPERMERCATI A COSENZA SCAFFALI PRODOTTI FRESCHI VUOTI

(ANSA) – COSENZA, 20 OTT – Iniziano a registrarsi i primi disagi a Cosenza per gli effetti dello sciopero e dei blocchi stradali attuati dagli autotrasportatori. Negli esercizi commerciali e nei supermercati della città si nota una progressiva carenza dei prodotti freschi, con scaffali vuoti nei reparti dedicati a frutta, verdura e in particolare per il latte fresco, il cui approvvigionamento risente direttamente del fermo delle consegne quotidiane.

Nessun problema, al momento, viene segnalato per i beni a lunga conservazione e per i generi alimentari primari scatolati, grazie alle scorte di magazzino precedentemente accumulate dai distributori, che stanno consentendo di soddisfare regolarmente la domanda dei consumatori. L’attenzione resta tuttavia alta sull’evoluzione della protesta, in attesa di sviluppi sul fronte della viabilità e delle forniture agroalimentari regionali.

TRA GLI SCAFFALI VUOTI IN SICILIA “QUI CI SONO I PANETTONI MA MANCANO LATTE E CARNE” 

(di Francesco Patanè – repubblica.it) -I fantasmi della Lidl vagano spaesati per le corsie. I turisti si mischiano con gli abitanti dei rioni popolari, in questo pomeriggio di acquisti improvvisamente negati nel supermercato di via Roma, cuore di Palermo. Il discount è affollato come sempre, ma stavolta c’è più gente che merce. Gli scaffali sono vuoti, le confezioni di cartone abbandonate. La spesa, oggi, è un miraggio per chi cerca prezzi convenienti: sono scomparse frutta, verdura, carne. Manca anche l’acqua minerale.

Nella Sicilia stretta nella morsa dei tir fermi per il caro-carburante, le grandi strutture di vendita sono state le primi ad andare in sofferenza per gli approvvigionamenti.

«D’accordo che qui i prodotti sono convenienti e che ci arrangiamo a prenderli nei cartoni, ma entrare e non trovare nemmeno un pomodoro o una mela è stato un problema – racconta Giovanni Filetto – Già domenica era tutto vuoto. Ho due bambini piccoli, siamo alla terza settimana del mese e ho i soldi contati. Se sgarro andando nei supermercati di prima fascia, non arrivo a fine mese».

A cinquecento metri dal discount gli autotrasportatori bloccano tutti i camion, anche quelli che pareva potessero viaggiare per consegnare frutta e verdura.

Da ieri si fa sul serio, chi prova a forzare il blocco viene fermato con le buone o con le cattive. La frangia oltranzista dei camionisti ha tagliato le gomme a due rimorchi, giusto per mettere in chiaro le proprie intenzioni.

«Spero si accordino subito e che si torni alla normalità», dice Laura Cacciatore, in coda alle casse con due confezioni da tre di Simmenthal e un pacco di pane di segale. «Erano le ultime sullo scaffale – continua – Non mangio mai la carne in scatola, ma non c’era più nemmeno un taglio di quella fresca nei frigoriferi». Dietro di lei una signora guarda la carne, l’ha mancata per pochi secondi e si deve accontentare di piselli e ceci. Anche quelli, rigorosamente in scatola.

Addio prodotti freschi. I formaggi rimasti sono quelli più particolari: i tirolesi, che a Palermo non sono proprio un must.

I blocchi stradali dei tir, la mancanza di carburante nelle stazioni di servizio, persino le difficoltà del trasporto pubblico non sono mai stati argomenti da discount. Ieri però, in via Roma, nel centro storico di Palermo, nella Lidl frequentata da chi fa fatica ad arrivare a fine mese, improvvisamente sono diventati temi di cui non si può fare a meno di parlare. I clienti stanno dalla parte dei camionisti anche perché sanno bene che il caro-carburanti tocca anche loro, si trasforma in caro bollette.

«Vorrei che chi ci governa venisse qui – dice Antonio Erminio indicando una pila di panettoni – C’è qualcosa che non va se negli scaffali ci sono già i dolci natalizi ma non c’è il latte fresco o una retina di arance. Ci pensa? In Sicilia non ci sono arance in vendita».


Roma, Teatro Trastevere: “Il malato immaginario”, una riscrittura di Molière di Alice Bellantoni


Associazione Culturale Teatro Trastevere

presenta

Dal 30 ottobre al 1° novembre

IL MALATO IMMAGINARIO

Una riscrittura di Molière di Alice Bellantoni

in scena

Andrea Senesi, Camilla Scatigni, Anna Alivernini,

Valentina Bandera, Guido Gerardi e Mattia Aquilani

Regia di Alice Bellantoni

“Tra qualche anno non potremo credere di aver vissuto tutto questo” è il pensiero che sta alla base di questa riscrittura della commedia molieriana. Nel pieno delirio del lockdown del 2020 il bisogno spasmodico di avere anche solo un’illusione di controllo sulla propria vita ha portato la maggior parte di noi ad aggrapparsi ciecamente alla valanga di informazioni che il web, unico contatto con l’esterno, ci vomitava addosso. Basta molto poco per modernizzare il vecchio ipocondriaco in un boomer germofobico. Se nel ‘600 il cialtrone che si approfittava delle sue paure era un medico, oggi è un giornalista freelance con una connessione troppo buona per le fandonie che scrive. E se il rapporto soffocante che il protagonista ha con la figlia passava per volerla a tutti i costi sposare ad un partito conveniente, oggi si incastra nel rifiuto della sua omosessualità. La posta in gioco, però, resta quell’umanissimo bisogno di respiro che ci viene crudelmente negato quando ci ingabbiamo in rigidità mentali, ipocrisie e maschere che nemmeno noi sappiamo di esserci costruiti addosso.

La regia, di impianto povero, mette al centro i corpi degli attori che si meccanizzano come burattini per esplorare le stratificazioni della “performance sociale” che i personaggi mettono in scena, volenti o nolenti. La domanda è: se arriviamo a distruggere chi amiamo per provare un po’ di sollievo, allora dov’è la nostra umanità? Qual è il confine tra ciò che siamo davvero e ciò che mostriamo agli altri? Se una pandemia globale ci strappa dalle mani il primato di padroni del mondo, tutto il nostro fragile sistema di valori risulta posticcio, e rende tristemente evidente quanto siamo piccoli e mediocri.

PRESS OFFICE del Teatro Trastevere: Vania Lai vanialai1975@gmail.com

TEATRO TRASTEVERE Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma

Biglietti: 13.00 intero e 10 ridotto-prevista tessera associativa

feriali ore 21:00– festivi ore 17:30

Prenotazioni: 06 5814004 – 328 3546847

info@teatrotrastevere.it https://www.teatrotrastevere.it/


La sinistra che si scusa sempre


(Gioacchino Musumeci) – Quando non si hanno palle per dire come stanno le cose, ci si scusa. Ci si scusa sempre. Anche davanti a chi non si scuserebbe e non si scuserà mai. Anche davanti a chi ci ride in faccia.

Ci si deve scusare per fare bella figura, il politicamente corretto stantio, il protocollo istituzionale obbliga a condannare le violenze.

Certo, capisco. Bravi.

Si, anche io condannerei le violenze ma solo per un secondo. Il tempo necessario per concentrarmi su chi è davvero responsabile non di vetrine sfasciate, ma di un paese in malora dove esistono città in cui le vetrine nemmeno ci sono più perché le serrande degli esercizi sono abbassate da un pezzo. E questi luoghi deserti si trovano al Sud di cui non si parla, se non per disprezzare il più delle volte.

Si, non bisognerebbe sfasciare vetrine o incendiare automobili. Bisognerebbe essere sempre brave persone, condanno tutti i violenti che hanno rotto vetrine.

Bene, l’ho detto. Applauso grazie.

E allora dai, giù pesantemente contro i manifestanti. Giù protocolli soffocanti e deludenti. Copriamo il disastro con un manto di scuse perfettamente ordinate. Perché non conta quale ragione spinga migliaia persone a scendere in piazza. Conta raccontare la violenza, spesso pianificata, provocata apposta, per delegittimare in toto la protesta. E a cosa servono le violenze, chi ci guadagna, qual è la risposta istituzionale: non rimediare alle cause, risolvere il problema strutturale. La risposta è un provvedimento più stringente contro la lamentela popolare. Ma il problema resta invariato. Il malessere permane.

Ma sapete cosa c’è? Mi sono stancato di essere moderato. Perché dovrei in fondo.

Certe retoriche me le aspetto dalla destra. È normale che la destra non tolleri il dissenso. È normale che chi non riesce a condannare un esercito che rade al suolo tutto ciò che incontra, trovi il coraggio di condannare solo una vetrina rotta. La destra fa il suo mestiere. Il problema è un altro.

Soprattutto ora. Perché tutto ciò che accade è la prova tangibile del fallimento di un governo terrificante. Una melassa disgustosa di sciocchi servili. Ma dall’altra parte chi c’è? C’è una sinistra che non sa fare la sinistra, che si vergogna di dire sono di “sinistra”. Che teme di essere radicale, e ci sarebbe bisogno invece di una sinistra radicale, chiara, che non fa sconti a nessuno e che non teme di dire “ serve una patrimoniale ORA.”

In compenso abbiamo una sinistra che teme il giudizio. Soccombe ai Sallusti, ai Cerno, ai Sechi: i custodi dell’ordine mediatico che dettano l’agenda e stabiliscono chi è presentabile e chi no. Così questa sinistra pallida, pronta a disperdersi su primarie da fare o non fare, raccoglie “ nei palazzi” le istanze dei cittadini. Ma poi non succede nulla. Nulla di nulla.

Mentre ai cittadini accade tutto ciò che non dovrebbe accadere a cominciare dal non poter usare i mezzi agricoli perché non si hanno soldi per il carburante. Queste persone vedono la loro esistenza andare in malora nel più sconcertante silenzio istituzionale. Quindi che dovrebbero fare…Stare muti e subire. Al Sud non hanno rotto vetrine ma li ascolterete? No. Non lo farete. Prometterete che lo farete.

E allora il popolo, stanco, fa da sé. E quando fa da sé può farlo anche rabbiosamente. Senza freni. Perché il popolo se ne frega altamente del politicamente corretto, non ci sfama la famiglia. Perché la violenza maggiore, quella più schifosa, è cancellare le prospettive di vita dignitosa alle nuove generazioni. A ragazzi che per un lavoro di merda guadagnano 4 soldi a malapena. E si sentono dire con disprezzo ‘ringrazia che lavori’ da un sistema che ha insegnato a milioni di persone a chinare la testa, e che chiama realismo quella che è soltanto rassegnazione.

E allora continuate a scusarvi. Non vi crederanno.

Non chiedete fiducia.

Non ve la daranno.


La ribellione al marciume di sistema


I soldi che servirebbero per gli italiani in difficoltà sono finiti nelle tasche della banda Zelensky, dei guerrafondai di Bruxelles e dei produttori di armi di sterminio. I politicanti italiani hanno buttato via miliardi per la guerra contro la Russia, lo hanno fatto contro la volontà popolare, spremendo casse pubbliche già allo stremo e trascurando servizi e diritti. E adesso che hanno clamorosamente perso e che anche per l’altra disfatta nel Golfo, è scoppiata una gravissima crisi energetica e quindi economica, fanno spallucce provando addirittura a mentire e scaricare le colpe. Un marciume di sistema che parte da dentro, dal modo di pensare e quindi di agire dei politicanti. Se avessero un minimo di coscienza e magari pure pulita, i politicanti si vergognerebbero di uscire di casa, chiederebbero umilmente scusa e si dedicherebbero ad altro per evitare di fare ulteriori danni alla collettività. Ed invece se ne fottono e si preparano all’ennesima carnevalata elettorale sicuri che ad attenderli dopo questa tempesta, ci sarà un’altra onorevole poltrona. Un marciume morale ma anche pecuniario. Qualsiasi cosa succeda, il politicante s’intasca comunque il suo mega stipendio così come privilegi e vitalizi e pensioni. E anche quando le crisi sono colpa sua. E anche quando tutti gli altri cittadini sono alla fame. Gli onorevoli non si accorgono neanche del carovita e i decani arricchiti hanno magari pure la servitù che va a fargli la spesa e gli autisti gli fanno il pieno. Marciume di sistema che parte da dentro e si concretizza fuori, con politicanti disastrosi immuni alle loro colpe ed una insopportabile ingiustizia sociale spacciata come normalità. Dopo tanti anni a sguazzare nel torbido e con un paese allo stremo, i politicanti sanno benissimo di essere il problema e non la soluzione, ormai oltre metà del paese è talmente disgustato che non vota e non si informa più. Eppure niente. Continuano a fare spallucce e candidarsi all’infinito perché in fondo del paese non gliene frega nulla o comunque molto meno di se stessi e quindi di soldi, potere, visibilità e status sociale che quella carriera gli garantisce senza nessun merito e senza dover rispondere mai dei risultati raggiunti. Marciume esistenziale e professionale. Politica anch’essa infestata dalla pandemia egoistica è finita ostaggio di una manica di arrivisti senza scrupoli. La speranza è che questa crisi devastante rappresenti un punto di svolta perché energetica e quindi economica e sociale e con responsabilità politiche precisi e palesi. E con cause che vanno ben oltre i circhi partitocratici nazionali rendendo difficile per i politicanti nascondersi dietro al dito medio e riciclarsi come nulla fosse. I cittadini hanno cominciato a ribellarsi in tutto l’Occidente, stanno sfogando il loro malessere per un declino infinito e una politica sempre più bugiarda e tossica che gli ruba futuro. Ma affinché si generi cambiamento politico, dalla protesta si deve passare alla proposta e la speranza è che nascano nuovi movimenti e partiti che sfidino il sistema da fuori. Quando un sistema marcisce non è infatti riformabile ma va rimpiazzato. Se provi a cambiarlo da dentro marcisci pure te. Lo dimostrano decenni in cui si alternano governi anche ideologicamente opposti e poi non cambia nulla se non in peggio. Succede perché la politica non è più genuina espressione popolare e una volta nei palazzi serve se stessa e chi comanda davvero dietro le quinte. Come oggi, con popoli occidentali impoveriti che vogliono la pace e i politicanti che li derubano per fare la guerra. Quando un sistema è marcio va rivoluzionato e gli unici che possono riuscirci sono i cittadini dato che il vero cambiamento avviene solo dal basso e mai dai palazzi dove sguazzando privilegiati che non hanno nessun interesse a cambiare un sistema che li ha premiati. E se persiste questo sistema marcio è perché molti cittadini continuano a stare al gioco, a votare gli stessi personaggi e partiti senza valutare oggettivamente il loro operato ed illudendosi che le stesse ricette diano torte differenti e che la soluzione sia battere qualche nemico. Molti si fanno poi ancora infinocchiare dalla propaganda camuffata da giornalismo e si perdono in realtà parallele confezionate ad arte dal sistema per sopravvivere. Quando un sistema è marcio, se ti fai coinvolgere marcisci pure te. Serve un nuovo modo di fare politica e quindi nuove persone con un diverso modo di pensare e di agire. Serve una politica che torni ad essere sacrificio verso la collettività e non privilegio parassitario ed elitario, una politica di fatti e non pubblicità ingannevole, una politica umile, onesta e responsabile. La speranza è che a seguito di questa devastante crisi nascano nuovi movimenti che sfidino il sistema da fuori perche’ dalla protesta si deve passare alla proposta per generare vero cambiamento.

Tommaso Merlo


Dopo le proteste, nel governo è iniziata la solita gara a chi propone le leggi più dure


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – La maggioranza sfrutta il clamore degli scontri di piazza degli ultimi giorni per accelerare con una nuova stretta sulla sicurezza. Dopo un vertice tenutosi ieri, il Consiglio dei Ministri è stato convocato per oggi pomeriggio per discutere un decreto urgente sull’ordine pubblico. La Lega spinge per estendere il fermo preventivo ai minorenni, introdurre divieti di aggregazione e prevedere l’arresto differito per i danneggiamenti di gruppo, chiedendo più libertà d’azione con taser e idranti. Il sottosegretario all’Interno Molteni propone fino a 10mila militari su strade e stazioni e ipotizza di inserire i reati contro le forze di polizia tra le cause ostative alla cittadinanza. FdI invoca la «tolleranza zero», puntando all’estensione del reato di associazione a delinquere per gli «sfascisti» che trasformano i cortei in «guerriglia urbana».  Nel giro di poche ore, la risposta dell’esecutivo alle mobilitazioni del fine settimana si è trasformata in un’asta al rialzo di proposte repressive, culminata nel primo provvedimento emergenziale, varato dal ministro Crosetto, che ha annunciato l’invio di 500 militari dell’Esercito a Milano.

La risposta del governo alle proteste che hanno attraversato Milano lo scorso fine settimana segue uno schema ormai ricorrente nella prassi politica dell’esecutivo Meloni: prima la condanna dei disordini e la richiesta alle opposizioni di prendere le distanze dalle violenze; poi lo sfruttamento dell’ondata di sdegno per rilanciare una nuova stretta repressiva, tra misure emergenziali e decreti sicurezza. Nel caso delle proteste milanesi siamo ormai giunti alla seconda fase, caratterizzata dalla consueta gara al rialzo tra i partiti di governo, impegnati a contendersi il primato della proposta più repressiva. Guido Crosetto, esponente di FdI, chiede di «identificare tutti gli autori delle violenze e imporre loro di pagare i danni»; Antonio Tajani invoca una «previdenza dedicata» e chiede più agenti sul posto; il ministro della Difesa rilancia annunciando l’invio di 500 militari dell’Esercito a Milano che potranno agire con le facoltà proprie della polizia; i militari dovrebbero rimanere in città per tre mesi. Matteo Salvini e il sottosegretario leghista Nicola Molteni, dal canto loro, alzano ulteriormente la posta, rispolverando il disegno di legge anti-maranza e l’estensione del principio del «chi rompe paga» per attribuire agli organizzatori delle manifestazioni la responsabilità economica per i danni provocati durante i cortei.

Dopo il vertice sulla sicurezza di ieri, al di là dell’invio di militari a Milano, sono circolate più dichiarazioni che provvedimenti concreti. Il governo, tuttavia, sembra intenzionato a intervenire rapidamente: per oggi è previsto un Consiglio dei ministri dedicato alla sicurezza, con l’obiettivo di accelerare sia sulla proposta di legge anti-maranza sia sull’annuale decreto sicurezza. Di entrambi, tuttavia, non sembrano ancora circolare bozze. Come spiegato dal sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, la prima iniziativa punta a estendere ai minorenni alcune misure già introdotte con i precedenti decreti sicurezza. Tra queste figurerebbero il fermo preventivo e il potenziamento dell’avviso orale e degli ammonimenti del questore, con l’obiettivo di imporre divieti di aggregazione in occasione di manifestazioni violente o episodi di «movida» caratterizzati da disordini anche ai minori. Molteni ha inoltre annunciato l’intenzione della Lega di presentare una proposta per includere i reati commessi contro le forze dell’ordine tra le cause che impediscono di ottenere la cittadinanza. Parallelamente, l’esecutivo starebbe valutando l’introduzione di una nuova fattispecie di danneggiamento aggravato, destinata a punire con la reclusione fino a cinque anni e una multa di 15mila euro chi commette danneggiamenti in gruppi di almeno cinque persone.


I tir del Sud spaccano l’Italia: il caro gasolio piega i “piccoli”


Le piccole imprese dell’autotrasporto nel Meridione sono le più colpite dal caro gasolio. La premier si barrica nel vertice di Palazzo Chigi per studiare le misure della manovra

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il governo è confuso, con poche risorse e ancora meno idee. E la rivolta dei piccoli autotrasportatori e agricoltori smaschera la propaganda della destra. Le immagini contrastano: da un lato Giorgia Meloni che convoca un vertice del governo a Palazzo Chigi, insieme ai vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e al leader di Noi moderati, Maurizio Lupi, con lo scopo di definire i contenuti della legge di Bilancio. Dall’altro il paese reale, stremato: agricoltori, allevatori e camionisti in piazza a protestare.

Gli italiani non fanno la spesa. Ma Meloni pensa solo al voto

Protesta al Sud

Da Caserta a Palermo, passando per Campobasso e per molte altre province del Sud, la mobilitazione è nata spontanea in risposta all’inazione dell’esecutivo verso i problemi che trasversalmente interessano varie categorie. Soprattutto il Mezzogiorno, che nella narrazione meloniana è il nuovo Bengodi, chiede un intervento.

Gli scioperi dei tir sono stati proclamati dai piccoli autotrasportatori meridionali. Il motivo geografico della protesta riguarda le ridotte dimensioni delle imprese, spesso ditte individuali, che già in condizioni normali fanno i conti con margini risicati, talvolta il 2-3 per cento sulle commesse. I committenti sono per lo più aziende agricole, pure queste di piccole dimensioni, che non consentono ricavi importanti. In Sicilia, a questa dinamica, si somma una questione ulteriore: l’intermodalità. Il sistema degli Ets, “la tassa” aggiuntiva prevista dall’Ue, riguarda i rincari che le compagnie di navigazione applicano sui biglietti dei collegamenti marittimi per il trasporto dei camion verso il continente. Fatto sta che, di fronte ai pesanti rincari di gasolio, gli utili degli autotrasportatori sono stati erosi. Saldando la protesta tra agricoltori e camionisti.

Taxi, camion e trattori: Meloni tradisce gli amici col caro gasolio

Ci sarebbe uno strumento di legge per contrastare il problema: il cosiddetto fuel surcharge, il meccanismo che nei contratti con gli autotrasportatori consentirebbe di compensare eventuali aumenti del carburante. Il problema, tuttavia, è che questa clausola non viene applicata in molti casi. In particolare negli accordi tra piccole aziende. «Al Meridione ce l’ha solo il 4 per cento, perché lavorano in mano alle agenzie, quindi per loro è un problema serio», ha spiegato Roberto Tegas, presidente di Confartigianato Trasporti Toscana. Differente è la condizione al Centro-Nord dove operano molte grandi aziende, che riescono – almeno per il momento – ad assorbire il caro gasolio, in virtù di commesse più importanti di settori industriali più remunerativi. Perciò non hanno aderito alla mobilitazione, garantendo il trasporto delle merci su gomma.

L’esperienza sul campo spiega bene come il fuel surcharge non sia sufficiente. «La misura presenta delle lacune che non consentono di ribaltare interamente e correttamente sul committente il maggior prezzo del carburante», ha detto, in un’intervista al giornale di settore, Uomini e trasporti, Anna Katia Caputo, legale rappresentante della Tir Service di Caputo, azienda operante in Basilicata. Servono, insomma, risorse immediate. Altrimenti gli scioperi continueranno. Dando l’ennesima prova di un’Italia a due velocità. Una che cammina, l’altra che si ferma per protesta.

Protesta degli autotrasportatori, i blocchi in autostrada arrivano a Frosinone

Code e scaffali

Intanto sono già una realtà le code che sull’autostrada A1, nel tratto compreso tra il bivio con il raccordo Caserta Sud e Santa Maria Capua Vetere verso Roma, hanno raggiunto gli 8 km di lunghezza. Ma non sono fatti isolati: disagi alla circolazione per i blocchi sono stati registrati al casello di Avellino Est. Anche in Puglia, nel Foggiano soprattutto, e in Sicilia vanno avanti manifestazioni di dissenso. Disagi per gli automobilisti, certo. Ma anche il rischio di non garantire l’approvvigionamento dei beni di prima necessità.

Lo spettro degli scaffali vuoti nei supermercati sta prendendo sempre più forma. «Nei supermercati di Napoli e in Campania entro un paio di giorni nessun prodotto fresco. I prodotti non arrivano più da venerdì», ha avvertito il presidente di Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo. Eppure non sono mancati gli avvertimenti a Meloni nei mesi scorsi. Alle promesse non hanno fatto seguito i fatti.

Per il Nord scende in campo Garavaglia, è lui l’anti Salvini al congresso della Lega

Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha parlato di «due incontri» con i rappresentanti degli autotrasportatori nelle prossime ore. «Cercheremo di fare tutto il possibile sbloccando fondi già esistenti e rallentati per motivi burocratici e mettendo altri soldi», ha detto il vicepremier leghista. Come se non sapesse la situazione. Il tentativo arriva già fuori tempo massimo: da maggio i camionisti hanno chiesto vanamente delle risposte.

Non ci sono solo gli agricoltori e gli autotrasportatori a riportare il governo alla realtà. La situazione dell’ex Ilva è un altro pezzo nel puzzle del malcontento che monta nel paese. I lavoratori dello stabilimento di Cornigliano hanno occupato l’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova dopo l’incontro in prefettura. «Il tavolo è a Palazzo Chigi con il sottosegretario Mantovano, la questione è di rilevanza strategica nazionale. Fino ad allora non ci muoviamo. Dormiamo qua», ha fatto sapere il delegato Fiom, Armando Palombo. Cartoline che condizionano la scrittura della legge di Bilancio. Un bagno di paese reale per la favolistica propaganda di Meloni.


L’ Europa in fiamme…


(Dott. Paolo Caruso) – L’ Europa è in fiamme… e Trump ne attribuisce la colpa agli immigrati, suo chiodo fisso. Mai a sé stesso per avere avidamente sovvertito i difficili equilibri del mondo. Egli è la principale causa del caro vita, per la guerra forsennata e unilaterale dichiarata all’Iran, senza preparazione e per favorire il suo compare israeliano. A lui si deve la colpa della chiusura dello Stretto di Hormuz conseguenza della mancanza di petrolio, fondamentale per l’ economia dell’Occidente. Disprezza gli immigrati proprio quelli che negli USA lo hanno votato incoscientemente, soprattutto quelli hispànici. Come allocchi infatti hanno abboccato ai suoi specchietti da “Eldorado” facile e per tutti. L’ Europa grazie all’ incapacità dei suoi Rappresentanti, soprattutto dalla dabbenaggine delle tre Biondone al comando, è avviata verso una mortificante politica economica restrittiva. La mancanza di prospettive e l’ appiattimento su Zelensky senza una seria e iniziale forma di negoziato ci condanna inevitabilmente a Harakiri. Le Democrazie europee hanno poco da lamentarsi quando l’ economia di guerra ha messo ai margini della politica il Welfare, la Scuola, l’ Universita’, la Sanità pubblica. Infatti la Francia è irriconoscibile, il Paese della rivoluzione francese è attraversato da gravi rivolte studentesche con la richiesta pressante di una scuola vivibile, di Università accessibili economicamente ai fuori sede. La Le Pen giubila, ritenendo già sua la Presidenza prossima all’Eliseo. Confortata dai sondaggi è convinta che la sua Destra governerà la Francia aumentando così la.macchia nera della restaurazione in Europa. Ma “se Sparta piange, Atene non ride”. Venendo ai fatti di casa nostra e a quel che succede a Milano, a Torino, a Bologna… e in tanti altri piccoli e grandi capoluoghi d’Italia. Gli Studenti infatti si sono riversati nelle piazze e chiedono a gran voce il rispetto dei loro diritti, il diritto allo studio con prezzi dei libri calmierati, alloggi a prezzi accessibili nelle sedi universitarie, una vera riforma della scuola. I camionisti per il caro gasolio hanno bloccato porti e importanti vie di collegamento azzerando la distribuzione delle merci. Gli agricoltori sul piede di guerra presidiano con i trattori le strade nazionali e come i camionisti accusano il governo Meloni di parlare a sproposito e di non incidere nel prezzo dei carburanti. Si lamentano di non potere sottostare ai prezzi esorbitanti e delle difficoltà a mantenere funzionali le loro attività. Infatti le spese denunciate superano i guadagni. Gli scaffali dei supermercati nel frattempo piangono, e la gente si accaparra avidamente quel che vi resta ancora… Non si sa mai! Gli agricoltori non ritengono utile coltivare la terra, perché i loro prodotti venduti da loro a basso costo, nella filiera raggiungono i mercati a prezzi elevati. L’economia implode perché sbagliate sono le politiche di guerra. Al “muro contro muro”, andava da subito usata la diplomazia. Ma dopo la demenza di Biden, il restante si rivelò colpa del dottor Stranamore, con dazi e nuove guerre. Trump ha fatto da cerino per incendiare la polveriera. Ha favorito, con facile millanteria dichiarata, le oligarchie plutocratiche a continuare la loro opera rapace di arricchimento. Il governo delle Destre, dagli USA all’ Europa, questo può garantire. Per l’inflazione, l’accesso ai supermercati fa impallidire le massaie. La rivolta sarà sbagliata nei modi come violenza spregiudicata ed esecrabile, come appare alla televisione, ma comunque è sempre un grido disperato. Sora Giorgia non è accettabile che racconti ulteriori balle agli Italiani quando l’economia florida non c’è. Il suo e quello dei suoi peones è solo un sogno, che lei vorrebbe rendere credibile agli italiani per assicurarsi la rielezione. Ci piacerebbe farlo nostro questo sogno, ma il suo malgoverno e le difficoltà internazionali legate alle follie di Trump non depongono bene. I giovani chiedono a gran voce che venga garantito il futuro. Ma oggi né il suo “amico” Trump né l’ attuale governo della UE sempre più bellicista, né tanto meno Lei con le sue innumerevoli falsità siete in grado di assicurarlo. Attribuire la colpa agli altri e ai governi precedenti dopo quattro anni di scelte scellerate non è credibile. Del resto il famoso detto “Noi siamo noi, e voi chi siete?” è sempre attuale e vale anche per Lei, che vedo correre con il cappello in mano in Europa, quando ormai “la pacchia è finita”. Potrà mai rassicurare il Popolo italiano ?


La guerra globale costa, a Donald Trump, ma pure a noi


Il bilancio del Pentagono per il 2026 si sta chiudendo con un’assegnazione ufficiale di 1.010 miliardi di dollari rispetto ai 903 previsti. Ma il problema sono il debito e le strutture industriali

La guerra globale costa,a Donald Trump, ma pure a noi

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Aveva i suoi motivi Pete Hegseth quando andò da Trump per farsi firmare il decreto che sanciva l’adozione del nome di Dipartimento della Guerra.

[…] Era il 5 settembre 2025 e i primi nove mesi di possesso del Pentagono avevano confermato la sua sensazione che la struttura di vertice delle Forze armate statunitensi mancasse di mordente. Nonostante gli show di bullismo del suo predecessore Austin, anche al Pentagono tirava la stessa aria euforica del Dipartimento di Stato: birra e chitarra rock con quattro amici al pub di Kiev. Vinceremo e chi perde paga le consumazioni. Bisognava segnalare al mondo, ma soprattutto alle forze armate stesse, che la musica doveva cambiare. Anche Trump aveva le “sue” ragioni per firmare il decreto: stavano girando pochi soldi attorno al supporto all’Ucraina. Entrambi pregustavano e pretendevano i dividendi della guerra. Il decreto era di fatto un maquillage. Il nome ufficiale Dipartimento della Difesa non cambiava. Ci sarebbe voluta una legge del Congresso per ottenerlo. Si consentiva semplicemente, come denominazione secondaria, l’uso dei nomi “storici” e motivazionali dei defunti Department of War e Secretary of War. La parola “guerra” doveva fare il miracolo di svegliare i vertici militari, motivare il personale, agevolare le procedure di reclutamento e finanziamento delle forniture belliche e lanciare un messaggio di forza e determinazione al mondo. L’obiettivo dichiarato era segnalare la prontezza offensiva e la massima letalità strategica degli Stati Uniti nello scenario geopolitico globale. Occorreva abbandonare il politically correct indotto dal titolo Dipartimento della Difesa e resuscitare l’orgoglio nazionale dei tempi delle guerre mondiali, quando ancora vigeva il vecchio nome adottato fin dal 1789. La nuova retorica ha avuto un effetto immediato sui diretti interessati, Hegseth e Trump, e qualche piccolo ritardo di comprensione in tutti i sottoposti. Mentre i due si lanciavano in dichiarazioni belliciste palesemente discriminatorie nei confronti di tutti, americani e alleati, qualche generale e ammiraglio faceva notare che le avventure costavano e consumavano più di quanto potesse essere ripianato. La preoccupazione di dove prendere i soldi per continuare a sostenere Israele e l’Ucraina era mitigata dal fatto che qualcun altro avrebbe dovuto sborsarli. Altrettanto timide erano le preoccupazioni sui consumi imposti dalla guerra. Tutto sommato se gli europei pagavano per l’Europa, il Giappone per il Giappone, la Corea per la Corea e così via erano in molti ad assicurare che i soldi per la guerra entrassero in un solo Paese. Bastava avere fermezza e un pizzico di spavalderia. Che hanno quasi funzionato. Fino alla esuberante avventura contro l’Iran che ha posto in evidenza i limiti della tracotanza. Hegseth e Trump hanno dovuto sottostare alle pretese d’Israele e ricorrere a misure drastiche nei confronti dei non allineati. “Almeno 24 generali e ammiragli sono stati rimossi o costretti al pensionamento dall’inizio del secondo mandato” (The Guardian del 3 maggio 2026). In America, paradossalmente, per ogni non allineato che lascia viene rimesso in servizio uno che dice di sì (yesman) o addirittura un fanatico propagandista, come succede per la squadra di attempati colonnelli assoldati da Hegseth per la propaganda anti-russa. Negli Usa il danno alla coesione interna è gravissimo. La struttura militare statunitense si regge sul mito del “comandante”. Lui sa cosa è giusto e come fare. Lui parla con Dio. Di questo mito godono anche i presidenti in quanto comandanti in capo. Al livello dei soldati il mito arriva al comandante di squadra o plotone, un sergente maggiore. Lui è Dio. Nella guerra in Iraq, il capo dell’Esercito, generale Eric Shinseki, non era d’accordo col Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld sul livello di forza da impiegare. L’ostico falco non voleva mandare più di 50mila uomini, al massimo 70mila. Era una passeggiata e sarebbe finita presto. Shinseki riteneva che sarebbero stati necessari almeno 200mila uomini (la metà dell’esercito) e diversi anni. Al di sotto di questi requisiti i rischi di lasciarci la pelle aumentavano per tutti. Rumsfeld non acconsentì e chiese le sue dimissioni. Era di origine giapponese, aveva combattuto in Vietnam e due decorazioni Purple Heart testimoniavano le ferite in combattimento. Non fece storie né sceneggiate televisive né passò in politica. Competente, garbato e riservato, teneva ai suoi uomini, ognuno di essi era parte della sicurezza di tutti. Andò a salutarli nei teatri operativi. Venne in Kosovo e prendemmo un caffè assieme. A Bondsteel lo aspettavano 4mila uomini in armi, soldati e contractor. Uscendo dal mio ufficio trovammo la piccola folla dei soldati americani in servizio al comando di Kfor. Volevano salutarlo. Alcuni soltanto vederlo. Toccarlo. Molti sorridevano altri piangevano. Nessun generale in servizio accettò di prendere il suo posto. Rumsfeld fu costretto a richiamare uno dalla pensione. Che obbedì. Dopo pochi mesi in Iraq si rinforzò il contingente fino a 200mila uomini. Non era una passeggiata e sarebbe durata sette anni.

[…]

La guerra contro l’Iran è vista male da molti americani. Gli stessi combattenti sono frustrati e stanchi, ma il giro di soldi auspicato è stato ottenuto. Il rischio è che sia un giro a vuoto. I costi della guerra sono aumentati, ma le condizioni di sicurezza globali sono peggiorate. La percezione della minaccia militare russa e di quella cinese, nonostante le capriole di Trump, è ancora l’incubo del Pentagono e di quasi tutti i politici americani. È anche la speranza che il grande conflitto tra Stati Uniti e Cina-Russia o soltanto Cina riesca a rimettere in moto la produzione bellica che, come in Europa, dovrebbe salvare l’economia occidentale. La retorica della preparazione al conflitto imminente è ormai bipartisan mentre la logica dei conflitti in corso tende all’inasprimento. Il Medio Oriente bullizzato da Israele è sotto continuo attacco. Il traffico marittimo bloccato. I paesi del Golfo nel panico. I soldi sembrano non bastare mai. Il bilancio 2026 del Pentagono si sta chiudendo con un’assegnazione ufficiale di 1.010 miliardi di dollari rispetto ai 903 previsti. Si è superato il “Trilione dell’arroganza bellica”. In sette mesi, per il conflitto con l’Iran, il Pentagono ha speso oltre 95 miliardi mentre il costo complessivo per la nazione è stato di 265. Hegseth ha dovuto rincorrere il Congresso per farsi assegnare fondi immediatamente spendibili per il ripianamento delle scorte di munizioni e missili. Durante l’operazione Epic Fury sono stati lanciati oltre 1000 missili Tomahawk di cui 850 nelle prime settimane. Se i soldi ci sono (a debito) mancano però le capacità industriali. Il maxi-contratto di 23 miliardi per sette anni a partire dal 2027, con la Raytheon prevede l’espansione della produzione di missili dai 60 all’anno (dato storico) a 1000. I primi missili di questa commessa entreranno in servizio solo a marzo 2030. Le assegnazioni per il 2027 richieste da Hegseth/Trump sono di oltre 1.500 miliardi di dollari. Di questi: 1.154 per le spese discrezionali e 350 di finanziamenti obbligatori aggiuntivi. Rispetto al 2026 si tratta di 94 miliardi in più per gli armamenti, 75 in più per Ricerca e sviluppo e 48 in più per le operazioni e la manutenzione. I 350 miliardi aggiuntivi proposti, con procedura legislativa speciale, sarebbero destinati, tra l’altro, alla capacità industriale della difesa, alle tecnologie avanzate, ai droni e all’IA. Sono cifre stratosferiche eppure alcune analisi di settore indipendenti provano che in realtà il trilione riportato nei resoconti del Pentagono era già stato superato nel 2025. La fame di denaro colpisce gli Usa in maniera macroscopica. Il debito pubblico ha superato i 40mila miliardi (126% del Pil, stima Fmi) e gli interessi assommano a 1.000 miliardi l’anno. Al Pentagono non si preoccupano di questo. Il 70% del debito è detenuto da soggetti interni (fondi pensione, banche, Federal Reserve, assicurazioni) e questi non ne reclameranno la restituzione finché il Tesoro paga gli interessi. Ma il debito è come la guerra: è una macchina che continua a marciare e consumare finché c’è fiducia. E la guerra che Hegseth e Trump hanno voluto evocare e scatenare si è mangiata tutta la fiducia che il mondo aveva negli Stati Uniti. E che gli americani avevano nel governo. Di questo passo, dopo un secolo, ogni venerdì potrebbe essere quello Nero.


Giuseppe Conte: “Il Paese è in ginocchio. A Elly Schlein dico: subito il programma. E gazebo il prima possibile”


Il leader M5S: le primarie non siano una conta tra leader di partito

Giuseppe Conte:

(di Monica Guerzoni – corriere.it) – Presidente Giuseppe Conte, il campo progressista non ha ancora un programma ed Elly Schlein già si candida a Palazzo Chigi. Se lo aspettava, o è rimasto spiazzato?
«Elly Schlein è stata chiara sin dall’inizio, la sua è una pretesa legittima. Adesso però, dopo questo chiarimento interno, dico al Pd che il programma va fatto subito, perché in questi 4 anni all’opposizione abbiamo già lavorato insieme».

Lei accelera, la segretaria invece prende tempo.
«Abbiamo già una base. Negli scorsi mesi ciascuna forza di opposizione ha avuto tutto il tempo per elaborare proposte più specifiche, adesso di fronte a una rabbia sociale che monta e non trova risposte dal governo, abbiamo la responsabilità di presentare noi il nostro programma. Subito. Siamo pronti e non c’è motivo di rimandare».

Schlein è pronta, «con o senza primarie». È una sfida a Meloni, o a lei?
«Il percorso è delineato. Faremo le primarie, ma dovremo avere cura che non siano una conta tra leader di partito, quanto piuttosto il metodo più ampio e democratico per individuare chi andrà a vincere contro Meloni».

Chi ha più chance tra Conte e Schlein?
«Decideranno gli elettori».

C’è ancora chi pensa che lei, se dovesse capire di non poter vincere le primarie, finirà per rompere.
«Il M5S ha dimostrato di sapere costruire processi politici, assumendosi piena responsabilità di rapporti generosi e leali con i suoi alleati».

I suoi paletti per i gazebo?
«Non possono essere primarie di partito, devono essere ampie e partecipate e a tal fine favorirò la nascita di comitati per dare la possibilità a forze civiche e sociali, ma anche a liberi cittadini e giovani che hanno votato al referendum e che sono privi di riferimenti, di sentirsi protagonisti di questo processo, di questa “Alleanza per la Costituzione”. L’obiettivo è allargare la base di consenso».

A proposito, Meloni ha imbarcato Cateno De Luca e il centrodestra è passato in vantaggio nei sondaggi. Non è ora di aprire a Renzi?
«Mi chiedete ogni giorno dei nomi. Chiedetemi invece come si costruisce un progetto affidabile e duraturo per far ripartire il Paese».

Per Silvia Salis la sinistra non ha una leadership riconosciuta e i gazebo rischiano di essere «una guerra civile». È stato un errore discutere di formule per mesi?
«Tutto questo appartiene al passato e lo dico io per primo. Non dobbiamo offrire nessun vantaggio a Meloni, che è già in campagna elettorale. Con un Paese in ginocchio dobbiamo subito presentare il nostro programma e individuare quanto prima il leader».

Schlein vorrebbe fare le primarie in primavera, il più tardi possibile. E lei?
«Il prima possibile. Dobbiamo sbrigarci col programma in modo da consentire alla coalizione di contrapporre a Meloni una voce chiara e unica. Famiglie e imprese non possono attendere, serve un’alternativa».

E se finisse con un duello tra due donne?
«Per andare a vincere ci vuole un candidato, o una candidata, capace di convincere la maggioranza del Paese che porteremo l’Italia nuovamente a crescere e che ci batteremo per combattere le diseguaglianze offrendo soluzioni concrete alle imprese che chiudono, al ceto medio in difficoltà, ai giovani che hanno perso ogni speranza».

Prima dovete mettervi d’accordo sul destino dell’Ucraina. Il sindaco di Torino regalerebbe a lei e a Schlein un viaggio a Kiev.
«Sono fiducioso che troveremo un accordo anche su questo punto. Nessuno può mettere in discussione la nostra determinazione a sostenere la popolazione ucraina».

Qualche dubbio, con il suo no alle armi, lo ha sollevato. Non pensa?
«Gli ucraini li possiamo aiutare più efficacemente battendoci per loro a un tavolo negoziale, piuttosto che alimentando un’escalation militare che provoca morti e distruzione».

Condanna «senza ambiguità» le violenze di Milano, come chiede Meloni?
«Le devastazioni nel cuore di Milano sono assolutamente inaccettabili, io le ho condannate subito. Ma tocca al governo garantire l’ordine pubblico e la sicurezza di cittadini e negozianti».

Pensa anche lei, come Sala, che i poliziotti fossero pochi? O ha ragione il ministro Piantedosi, che accusa la sinistra «radical chic»?
«A tutt’oggi mancano ventimila tra carabinieri e poliziotti. La sicurezza richiede adeguati investimenti, che il governo non ha fatto».

Serve un nuovo decreto, con l’arresto differito e il reato di devastazione?
«È solo un’illusione pensare che la soluzione possa essere varare nuovi decretini per ogni nuovo episodio di violenza».

Dietro i disordini c’è una regia occulta? La Russia?
«Al di là di facinorosi che vogliono sfogare la rabbia con le mani, sta saltando il patto generazionale che ha garantito la pace sociale. Le nuove generazioni vedono il futuro sempre più incerto e nessuna garanzia di poter migliorare la propria condizione rispetto ai propri genitori. Si è interrotto l’ascensore sociale».

I soldi in cassa sono pochi. Pensa che l’ultima manovra di Meloni e Giorgetti potrà placare la rabbia sociale?
«Abbiamo un Paese in ginocchio, che si sta infiammando per le difficoltà economiche accumulate in questi quattro anni. La situazione sta diventando esplosiva».

Non penserà che sia tutta colpa del governo?
«Sono rimasto sorpreso dai record enunciati da Meloni mentre crollava la produzione industriale, i salari reali precipitavano ed esplodevano l’inflazione, il caro carburante, il caro bollette. Siamo in piena emergenza, pianificare una spesa aggiuntiva di 14,5 miliardi per le armi è una follia».
La rabbia dei giovani può saldarsi con quella degli autotrasportatori al Sud?
«Da Nord partono le marce degli studenti esasperati perché tra caro affitti e aumento delle tasse non vedono garantito il diritto allo studio. E c’è tutto il Sud che si sta bloccando perché agricoltori, pescatori e autotrasportatori incrociano le braccia esasperati».

C’è la guerra, il prezzo dei carburanti è alle stelle.
«Io ho affrontato un’emergenza come la pandemia. Un’onda improvvisa che ha travolto il pianeta. Fummo coraggiosi, disponendo ad esempio il blocco dei licenziamenti, mentre questi non fanno nulla e spendono per le armi. È ottusità».


Vannacci va giù, sale Bignami: è ancora presto per esultare


(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Futuro Nazionale, o per meglio dire Trapassato Remoto, ovvero il cosiddetto partito di Vannacci, si è di colpo inchiodato nei consensi. Stando a tutti i sondaggi, nelle ultime settimane ha avuto una notevole flessione. Arrivato poco sotto il 10%, è sceso attorno al 7% a seconda dei vari sondaggi consultati, siano essi quelli di Noto, Swg o Ghisleri. La supermedia YouTrend/Agi del 15 ottobre, come ottimamente raccontato da Tommaso Rodano due giorni fa su queste pagine, lo dà al 7,2%: mezzo punto in meno in due settimane. Perché tutto questo è successo? È una buona notizia e si può già festeggiare o l’inquietudine resta tutta? Qualche considerazione.

[…]

1. Vannacci scende perché, esauriti i tristi e grevi cavalli di battaglia su remigrazione, confini e sicurezza, non c’è più nulla. Vannacci parla per slogan, ma non sa assolutamente nulla su economia, politica estera e tutto ciò che bisogna sapere per anche solo ipotizzare di guidare un Paese.

2. Vannacci parla solo e soltanto a un elettorato di estrema destra. Insistendo su temi xenofobi, omofobi, razzisti e (s)fascisti, può conquistare tutto ciò che sta a destra di Lega e Fratelli d’Italia, ma si preclude tutto il resto dell’elettorato italiano.

3. Avere delle fiammate di consenso è relativamente facile. Consolidare il voto è enormemente più complesso. Ed è proprio qui che esplode tutta la smisurata pochezza politica di Vannacci.

4. La classe dirigente di Vannacci è quasi sempre improponibile. È vero che tutti i partiti, nessuno escluso, sono pieni di casi umani e/o soggetti politici diversamente stimabili, ma in Trapassato Remoto probabilmente si esagera. E per quanto delusi e disposti a tutto, a un certo punto persino l’elettore medio italiano si disamora, se si trova costretto a votare certa gente.

5. Più ci si avvicina al voto e più prende forza il cosiddetto voto utile. L’elettore medio perde cioè voglia nel “disperdere” il voto e sceglie destra-centro o centrosinistra. E dunque uno come Vannacci un po’ si sgonfia.

6. Vannacci ha cominciato a scendere perché, per tamponarne la crescita, Lega e Fratelli d’Italia hanno cominciato a dire le stesse cose che diceva Vannacci, però probabilmente un po’ meglio. Le due forze di governo hanno cioè smesso di rispondere dialetticamente punto su punto a Vannacci, facendo il suo gioco, ma hanno spostato la loro politica (o anche solo la loro narrazione) ancora più a destra. E in questi casi l’elettore medio preferisce sempre scegliere l’originale che non il derivato. E qui il derivato, peraltro di pessima qualità politica, è proprio Vannacci, che come contenuti è una sorta di Donzelli urlante e “ruttante” (con rispetto parlando), che fa il ganassa al bar di fronte a una platea che per un po’ lo sopporta, sì, ma alla fine gli offre una sambuca con la mosca e lo manda a quel paese.

Questi sei punti parrebbero indurre all’ottimismo, ma ci sono almeno due elementi non poco inquietanti. Il primo è che questo rallentamento può essere provvisorio e non definitivo. E in ogni caso Vannacci, al suo “minimo storico”, sta comunque attorno al 7%, ovvero più o meno alla pari o addirittura sopra Forza Italia, Lega e Avs. Una cifra che resta spaventosa, tenendo conto della pochezza smisurata del soggetto (e del suo partito). L’altro elemento è che se Vannacci scende, Meloni e Salvini salgono (o tengono). E lo fanno spingendosi ancora più a destra. Quindi il calo di Vannacci coincide con una svolta ulteriormente a destra delle forze di governo, che in questo modo si rafforzano (sic). Ecco: esultare perché Vannacci scende ma sale al contempo Bignami, mi pare una forma di perversione che sarebbe bene non avere. È ancora presto, molto presto, per esultare e non abbassare la guardia.