Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Stronzate costruite a tavolino


(Andrea Zhok) – La narrazione del Fronte Eurobellicista e degli organi di stampa a gettone sulle proteste in corso è la seguente:

1) Questa sarebbe la “rivolta dei maranza”.

Anche se la maggior parte di chi protesta sono Italiani in Italia, Francesi in Francia, Greci in Grecia, Albanesi in Albania, Spagnoli in Spagna, ecc. le uniche foto che circolano sono quelle dei maranza che saccheggiano i negozi. Per trovare dichiarazioni politiche, contestazioni del carovita, richieste di sostegno al welfare, ecc. bisogna setacciare il web. L’immagine che si vuole imporre è quella della rivolta degli ingrati del sistema, ospitati per puro spirito di carità, ed ora incapaci di accettare le leggi di chi li ospita.

2) Questo sarebbe un momento dello “scontro di civiltà”.

I maranza sono l’avanguardia degli islamici per la conquista del potere in Europa. Qui si fa appello alle (sacrosante) istanze di autopreservazione della popolazione locale rispetto a movimenti migratori incontrollati, incidentalmente, movimenti VOLUTI DAGLI STESSI CHE PROMUOVONO LA GUERRA.

Il quadretto è:

“Invasione della barbarie islamica fancazzista” VS “Cittadini virtuosi che alzano la serranda ogni mattino e sopportano eroicamente i sacrifici che la patria richiede”.

3) Abbiamo le mani legate, lasciateci mettere ordine.

L’apparato repressivo messo in campo negli ultimi anni sul piano giuridico, per limitare il diritto di sciopero, il diritto di manifestazione, il diritto di protestare in qualunque forma, viene ora presentato come un sistema timido, che soffre dei troppi lacci e lacciuoli, e non consente di tornare ai bei tempi in cui il generale Bava Beccaris usava l’artiglieria pesante su chi protestava contro il carovita (allora si trattava del prezzo del pane).

Qui qualche inflitrato strategico serve a giustificare la repressione.

Una semplice conclusione

Chi si beve questa pila di stronzate costruite a tavolino merita di restare in catene per tutta l’eternità.

E se ciò non accadrà, non accadrà solo grazie a quelli che, al posto loro, hanno disturbato il manovratore.


Trump insiste: “Dopo golfo e lago ci servono un fiume e un oceano”


IRONIA TRUMP, ‘PENSO DI AVER IL DIRITTO DI CORRERE DI NUOVO PER LA PRESIDENZA’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “Penso, ma non sono sicuro al 100%, di non poter correre di nuovo. Ma ci hanno ingannato la seconda volta e quindi penso di avere il diritto di correre di nuovo. Abbiamo vinto tre volte”. Lo ha detto scherzando Donald Trump nel corso di un comizio in Iowa riferendosi alla sua vittoria nel 2020. La costituzione americana prevede che un presidente non possa effettuare più di due mandati.

TRUMP, ‘ANDATE A VOTARE E I PROSSIMI DUE ANNI SARANNO MIGLIORI’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “L’età dell’oro è arrivata, ma dovete andare a votare per rendere i prossimi due anni migliori”. Lo ha detto Donald Trump lodando il movimento Maga. “E’ senza precedenti, nessuno ha mai visto una cosa del genere”, ha messo in evidenza.

TRUMP INSISTE, ‘DOPO GOLFO E LAGO CI SERVONO UN FIUME E UN OCEANO’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “Abbiamo un golfo e un lago. Stiamo cercando un fiume, mi piacerebbe l’Hudson ma non penso di farcela. Ci serve anche un oceano: pensate se l’Atlantico diventasse l’Oceano dell’America. Ho anche chiamato al riguardo l’amministratore delegato di Google”. Lo ha detto Donald Trump nel corso di un comizio in Iowa.


Al governo Meloni è rimasta solo la repressione


(Francesco Cancellato) – Quando non hai più niente da offrire, rimangono solo paura e repressione.

Un bel decreto sicurezza, l’ottavo, e gli ennesimi nuovi reati. E poi l’esercito, i lince, i droni nelle piazze. E ancora il carcere, la precettazione,i blocchi da smobilitare. Eccola qua, la risposta del governo Meloni alle istanze poste dai giovani e dagli autotrasportatori. Ma anche a chi chiede una casa a prezzi normali, o banalmente di trovare benzina ai distributori e cibo nei supermercati. In una parola: repressione.

È questo l’esito, nei fatti, di una settimana di proteste. Non si è mai parlato di scuola e di fondi all’istruzione, come chiedevano gli studenti. Non c’è stata nessuna risposta sul tema della casa, come chiedevano gli universitari accampati nelle tende. E per gli autotrasportatori, invece, sono stati stanziati 175 milioni, anzi no 105, dopo aver promesso un miliardo tre giorni fa e 400 milioni l’altro ieri. Praticamente, il nulla del nulla.

In compenso, criminalizzazione del dissenso come se piovesse, nella miglior tradizione della destra italiana. Fiumi di parole e inchiostro sugli undicenni da trattare come fossero adulti, sulla polizia che ha usato la mano troppo leggera e, giusto ieri, sulle carceri minorili da ampliare in vista di massicci arresti. I

l tutto condito dalla solita mano di paranoia da complotto internazionale, da accuse a casaccio a centri sociali e pro Pal, E razzismo, ovviamente, che sui giornali e nei talk show della destra si è acuito, anziché attenuarsi, quando si è scoperto che la stragrande maggioranza dei ragazzini fermati era di cittadinanza italiana: perché il problema non è l’integrazione, per loro, ma il colore del sangue. Se hai un nonno straniero, sei comunque straniero. Anche se sei italiano.

Va detto che anche se volesse fare altrimenti, il governo non potrebbe. Perché, banalmente, non ha i soldi per occuparsi di scuola, o di case, o di welfare giovanile, o di lotta al disagio delle periferie urbane, o di inflazione e di costo carburante. La legge di bilancio è la più povera di sempre e i soldi ci sono solo per comprare armi e investire nelle rinnovabili. E anche volessimo sfidare i mercati, beh, sono i mercati per ora che stanno sfidando noi: ieri lo spread ha toccato quota 125 e la Borsa di Milano è colata a picco.

Avete presente quelle mappe dove a un certo punto c’è una freccina con la frase “voi siete qui”? Ecco: noi siamo qui.


Tutte le omissioni di Giorgia: come il governo ha aiutato l’inflazione a tagliare i salari


Il disastro per il lavoro dipendente

Tutte le omissioni di Giorgia:  come il governo ha aiutato  l’inflazione a tagliare i salari

(di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – Il no al salario minimo, la spinta al rinnovo dei contratti arrivata in ritardo e ancora inefficace, gli aumenti per i dipendenti pubblici sotto l’inflazione e una rincorsa al taglio del cuneo fiscale che comunque non ha compensato le perdite. I trasportatori e gli agricoltori stanno bloccando il Sud Italia, colpiti dai prezzi di benzina e gasolio, ma in questi anni il governo Meloni non è riuscito a proteggere neppure il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti, penalizzati in quasi tutte le categorie.

Ogni dato a disposizione dice che in Italia i salari reali, lordi e netti, sono scesi. L’Istat l’ha mostrato il 12 ottobre: rispetto al 2021, le retribuzioni sono più basse del 9,3%. Sono cresciute in valore assoluto, ma più lentamente dei prezzi. La fiammata non è colpa del governo, dipende da fattori internazionali; la scarsa capacità di alleviarne gli effetti, invece, dipende anche dalla politica.

La risposta del governo ha avuto due fasi. Nel primo triennio l’unico strumento per aumentare gli stipendi è stato il fisco: decontribuzioni e sconti Irpef per far crescere il netto in busta, anche con una fiacca dinamica dei rinnovi contrattuali. Risultato: le buste paga effettive sono salite comunque meno dell’inflazione per buona parte dei lavoratori. Lo ha stabilito l’Inps analizzando i percentili di reddito di chi lavora full time tutto l’anno. Tra il 2019 e il 2025, l’indice dei prezzi al consumo (Ipca) è cresciuto del 20,5%: nel decimo percentile, i redditi da 23.780 euro lordi, la crescita delle retribuzioni nette è pari al 16,9%, vari punti sotto l’inflazione; nel ventesimo percentile, a quota 26.540 euro, la salita è stata del 16,8%. Malgrado buona parte delle risorse per il taglio al cuneo fiscale siano andate ai redditi medio-bassi, questo ha compensato solo parte delle perdite dovute al carovita.

C’è poi la beffa segnalata dall’Ufficio parlamentare di bilancio: l’aver impiegato tante risorse pubbliche per innalzare direttamente gli stipendi può aver indebolito i rinnovi contrattuali. In sostanza, visto che ci pensava lo Stato, le imprese hanno subito meno pressione nel far salire i salari con le proprie risorse.

Anche lo Stato, peraltro, è un datore di lavoro che non ha permesso ai suoi dipendenti di recuperare l’inflazione: nel triennio 2022-24 agli statali sono stati concessi aumenti del 6% a fronte di un aumento dei prezzi vicino al 17%. Nel triennio 2025-2027, il rinnovo ha portato in busta il 7,6% in più, percentuale che sembrava poco sopra l’inflazione prevista, ma ora rischia di non bastare per i nuovi rialzi. L’effetto combinato nel doppio rinnovo è comunque molto inferiore al carovita dei sei anni. Il privato si è adeguato. A parte metalmeccanici e bancari, tutti i grandi contratti del terziario sono stati rinnovati con aumenti sotto l’inflazione; il turismo ha perso più del 10% di salario reale, il commercio poco meno.

A fronte di questo disastro, le uniche norme per aiutare i rinnovi contrattuali sono arrivate negli ultimi mesi. Una è nel decreto sul “salario giusto” e impone alle imprese di adeguare gli stipendi solo dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti, con aumenti pari al 50% dell’inflazione (la norma non vale per settori stagionali e sanità privata). Un’altra norma è la detassazione degli aumenti derivanti dai contratti firmati tra il 2024 e il 2026: il ministero del Lavoro spiega che nella prima metà dell’anno ne hanno beneficiato 3,8 milioni di lavoratori e ora si lavora per estenderla ai contratti rinnovati nel 2027. Forse velocizzerà le trattative, ma rischia di tenere bassi gli aumenti lordi.


Medici e infermieri, le carte riservate: cosa serve per fermare la fuga dagli ospedali


Medici e infermieri, le carte riservate: cosa serve per fermare la fuga dagli ospedali

(di Simona Ravizza – corriere.it) – Fermare la fuga di medici e infermieri dagli ospedali pubblici è un problema che non può più essere rimandato. La gravità della situazione stavolta viene denunciata, attraverso documenti che Dataroom ha recuperato, proprio da chi ha la responsabilità di governare la Sanità: Regioni (unite in modo bipartisan) e Ministero della Salute. Il quadro che emerge, in vista della Legge di bilancio 2027, è drammatico.

Il problema lo conosciamo a memoria: gli ospedali pubblici faticano ad assumere medici e infermieri. Ma ora devono affrontarne un altro: trattenere chi già ci lavora. Quando qualcuno se ne va, le mansioni ricadono sui colleghi, i turni diventano più pesanti, si fa più fatica a garantire visite e interventi chirurgici e le liste d’attesa rischiano di allungarsi. Se ne vanno persone esperte, e i reparti perdono competenze che non si sostituiscono in poco tempo. Cerchiamo, allora, di capire che cosa serve per fermare questa fuga.

In quanti se ne vanno

Nel 2025, per la prima volta, le dimissioni dei medici ospedalieri hanno superato i pensionamenti: 3.767 contro 2.876 (qui). Significa che gli ospedali devono sostituire non soltanto chi va in pensione, ma anche chi decide di andarsene prima. La carenza si concentra soprattutto in alcune specialità. Nei Pronto soccorso ne mancano 3.500, il 38% del fabbisogno stimato, e il 35% delle borse di specializzazione resta vuoto. Gli anatomopatologi, in cinque anni, sono scesi da 1.500 a 1.100 e il 13% delle borse è vuoto (qui)
Lo stesso accade tra gli infermieri. Nel 2025 le dimissioni anticipate sono state circa 6 mila (qui pag. 59). In Lombardia 1.605; circa 800 in Toscana e altrettante in Veneto; circa 600 in Emilia-Romagna e in Piemonte; 345 in Campania. Circa 200 ciascuna in Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia e Sardegna; 80 in Umbria, 85 a Bolzano, 51 in Abruzzo, 29 in Valle d’Aosta e 16 in Basilicata. E in Italia mancano già oltre 80 mila infermieri: ne abbiamo 6,86 ogni mille abitanti, contro una media europea di 8,26. Anche se nessuno se ne andasse più, saremmo comunque sotto.

Quanto vanno aumentati gli stipendi

Come si ferma la fuga? Il governo Meloni dovrà decidere quanto destinare alla Sanità nella legge di Bilancio 2027. Un primo problema sono gli stipendi. Nel 2026 la busta paga di un medico del Servizio sanitario nazionale è di 70.489 euro lordi l’anno, 44.287 netti. È una cifra calcolata sui minimi contrattuali (comprese le indennità), non la retribuzione di tutti: anzianità e incarichi cambiano gli importi. Ma rispetto al 2019 un medico perde 584 euro netti annui di potere d’acquisto, anche tenendo conto delle riforme fiscali dei governi Draghi e Meloni. Vuol dire che con il suo stipendio compra meno. I conti sono stati eseguiti dagli economisti Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi dell’ Università di Ferrara.

Recuperare questi 584 euro, però, non basta a colmare il divario con l’Europa. In Germania, Francia, Austria e Olanda, nel 2025, le buste paga si aggirano tra 5 mila e oltre 6 mila euro netti al mese (qui). Un divario che rende più difficile trattenere chi può lavorare all’estero.
Per gli infermieri, nel 2026, il minimo contrattuale è di 31.917 euro lordi l’anno (indennità comprese), 25.044 netti. Anche loro hanno perso potere d’acquisto: 864 euro netti annui rispetto al 2019.

Una proposta su quanto aumentare le retribuzioni arriva, dunque, dalla Commissione Salute delle Regioni, sia di centrodestra sia di centrosinistra.

Per i quasi 110 mila medici del Ssn le Regioni chiedono un aumento di 10.122 euro lordi l’anno. Stanziamento richiesto per il 2027: 474 milioni di euro. Per due specialità particolarmente in difficoltà le Regioni chiedono di più: 15.183 euro lordi annui ai medici dei Pronto soccorso (costo 114 milioni l’anno) e agli anatomopatologi (23 milioni). C’è da tenere in considerazione, però, che dal 2026 i 10 mila medici di Pronto soccorso hanno a disposizione circa 6.500 euro lordi annui in più. Questo importo, secondo i conti dell’Agenzia per la rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (Aran) è il risultato di stanziamenti progressivi avvenuti dal 2023 in poi con il governo Meloni.
Per 277.138 infermieri l’aumento chiesto è di 8.778 euro lordi l’anno. Stanziamento: 1 miliardo e 111 milioni (Commissione Salute delle Regioni, proposta per la legge di Bilancio 2027, pp. 3-4). Dal 2026 anche i 20 mila infermieri di Pronto soccorso hanno a disposizione circa 7.500 euro lordi annui in più.

Quante assunzioni servono

Ma stipendi più alti, da soli, non riducono i carichi di lavoro: servono più colleghi. Un documento interno del ministero della Salute, guidato da Orazio Schillaci, propone per il 2027 mille assunzioni di medici nelle specialità più carenti e 6 mila infermieri, per 450 milioni di euro l’anno. Le priorità sono l’assistenza sul territorio e le liste d’attesa.
C’è però un ostacolo alle assunzioni: il tetto alla spesa per il personale. Per anni il limite è stato la spesa del 2004, ridotta dell’1,4%, al netto dei rinnovi contrattuali. Dal 2019 è più flessibile: considera anche la spesa del 2018 e consente alcuni aumenti. Ma resta legato ai conti di molti anni fa, non soltanto al personale che serve oggi. Le Regioni chiedono di superare questi vincoli storici e stabilire gli organici in base alle cure da garantire, rispettando gli equilibri di bilancio. Prima si conta chi serve, poi si pianifica come pagarlo.

Quanti soldi servono

Quanto costerebbe? Per il 2027, 474 milioni per gli aumenti ai medici, 1 miliardo e 111 milioni per quelli agli infermieri e 450 milioni per le assunzioni. Totale: 2 miliardi e 35 milioni di euro. Aggiungendo i 114 milioni per i Pronto soccorso e i 23 per gli anatomopatologi, si arriva a 2 miliardi e 172 milioni. Gli aumenti di stipendio non sono una spesa una tantum: serviranno finanziamenti anche nel 2028 e nel 2029.

Il ministero dell’Economia indica 3,4 miliardi di euro in più per la Sanità nel 2027, tra risorse già programmate e quelle riportate nel Documento programmatico di bilancio del 15 ottobre 2026. Secondo le Regioni e il ministero della Salute quei soldi servono solo a garantire le attività attuali, diventate più costose per l’inflazione. I soldi per bollette e forniture rincarate non sono soldi disponibili per nuovi stipendi e assunzioni. Che, quindi, restano da finanziare. E per trattenere medici e infermieri bisogna poi riconoscere davvero anche competenze ed esperienza.


Le cose come stanno


(di Michele Serra – repubblica.it) – Non smette di sbalordire la tenacia con la quale i governanti in carica negano questo o quell’aspetto della crisi italiana. Crisi economica, crisi anagrafica, crisi sociale, forse crisi di sistema. A che vale negarla? Che utilità ha, se non la puerile comodità di chiamarsi fuori? Perché non si riesce a udire, dal governo, una sola parola che sia analitica, non assolutoria, non dilatoria?

Non credo che l’opinione pubblica accoglierebbe con diffidenza o con riprovazione un governo che dicesse: «Abbiamo problemi gravi, ce li abbiamo da qualche decennio, si deve lavorare per risolverli ma senza illuderci che sia semplice. Potremmo scaricare la colpa su chi ci ha preceduti ma sarebbe una fuga dalle nostre responsabilità. Rimbocchiamoci le maniche».

Adulti che parlano ad adulti, sarebbe un passo in avanti e soprattutto un cambio di tonalità rispetto alla misera fanfara della propaganda, al «siamo bravi», «siamo i migliori» che entra da un orecchio ed esce dall’altro. Sarà il marketing d’accatto, sarà il livello mediocre dei protagonisti, è sempre più raro udire discorsi politici che catturino l’attenzione, e siano credibili, perché non hanno per solo scopo elogiare se stessi e infamare l’avversario (vale anche per l’opposizione).

Lo si è scritto infinite volte e dispiace davvero ripeterlo, ma il tono del discorso pubblico si è alzato, e il volume si è abbassato, soprattutto quando la politica è stata commissariata dai cosiddetti governi tecnici. Di Draghi e Monti, e delle loro squadre, si ricordano soprattutto l’assenza di quella retorica querula, e di quella aggressività inutile, che ammorbano la politica italiana. Non parlavano per accusare o assolvere, parlavano per dire come — secondo loro — stavano le cose.


Ragazzini e camionisti: una scintilla di ribellione che potrebbe coinvolgere anche l’Italia sul divano


Le analisi. Saraceno, della porta, barbera e niola. Ma ricolfi: “costruzione dei media”

Ragazzini e camionisti:  una scintilla di ribellione che potrebbe coinvolgere anche l’Italia sul divano

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – ]…] Chiara Saraceno vede avvicinarsi “la soglia”, il raggiungimento cioè del livello di sopportazione oltre il quale anche l’altra Italia, quella che sembra ancora seduta sul sofà di casa, inizierà a farsi sentire. Con Donatella Della Porta, studiosa dei movimenti sociali, arriviamo a prospettare il punto di rottura: un evento, un fatto, una scintilla. “Anche la ribellione fanciullesca senza arte né parte politica di queste ore può innescare la fiammata, essere la miccia per un autunno di proteste portate in piazza dal vento della crisi che spira ovunque”. Nessuno li ha visti arrivare i ragazzini delle periferie milanesi e lontano dal cuore delle lotte operaie sono i blocchi stradali degli autotrasportatori meridionali. Dalle parti di Luca Ricolfi, il sociologo che dà voce a quella porzione di società liberale e benpensante, il Paese è silente appunto perché sazio, e alla piazza preferisce ancora la poltrona di casa. Dice Ricolfi: “A me non pare che l’Italia si dica ‘ferita e in crisi’, questa sensazione è largamente costruita dai media. A mio parere non riguarda più del 20% dell’elettorato. Il resto è società ‘signorile di massa’, che tutto sommato – per ora – se la cava abbastanza bene e già pensa alle prossime vacanze. Eravamo un popolo di lavoratori, stiamo diventando – come il resto dell’Occidente – un popolo di turisti”.

[…]

È “il solito punto di vista di Ricolfi” per Chiara Saraceno. “Lui la chiama società signorile di massa, ma questa società vive una condizione di diseguaglianza così enorme, e la forbice così ampia che neanche ci si accorge più che un pezzo di essa si è inabissato. È talmente povero e scheletrico che ha paura di farsi vedere in piazza perché ha paura, la criminalizzazione è sistematica. A ogni protesta si reagisce con un decreto Sicurezza. Nessuno sforzo per capire le ragioni. L’indice puntato, la denuncia pronta. Ricordate cosa è stato fatto ai giovani ambientalisti che per avere spazio e visibilità denunciavano, attraverso modalità piuttosto estreme (sporcavano con una pittura biodegradabile luoghi e monumenti assai noti, ndr) la nostra indifferenza al clima che ci rovescia addosso un caldo insopportabile? Sono spariti alla nostra vista”. È il fatturato lordo della “politica securitaria”, segna con la penna rossa Donatella Della Porta, che alla Normale insegna e indaga queste pieghe della società. Nelle piazze, oltre alle devastazioni dei ragazzini di Milano, resistono le tende degli studenti. Della Porta: “In Francia la protesta rende di più, spilla soldi ai governi, fa cambiare i progetti di legge, le linee di finanziamento. La tenacia si paga in termini di coesione, ma viene ben remunerata”. In Italia “sembra che non succeda nulla, protesti e nulla cambia”, annota invece, delusa, Saraceno. Ma le piazze si gonfieranno di corpi e di cuori quando verrà erosa quella che l’economista torinese Filippo Barbera chiama “la riserva morale”. “Siamo un popolo di individualisti, un po’ anarchici e ci alleiamo solo quando non sarà possibile restare inermi”. Soglia o scintilla o riserva morale oppure, per dirla con l’antropologo Marino Niola, “apnea”. “L’Italia è in apnea, trascorre sott’acqua, nella bolla familiare in cui nuota, gran parte del proprio tempo. Gli italiani sono fatalisti ma realisti”, spiega Niola.

[…]

“Trovo parecchia negatività e un pessimismo non sempre al suo posto. Solo pochi mesi fa ci siamo destati da una giornata superba, la vittoria del No al referendum sulla giustizia”, ricorda Saraceno avvertendo: “Non vorrei che le cose straordinarie venissero subito rimosse. Gli italiani, giovani e vecchi, sanno quando scendere in piazza”. “Per la Costituzione, la magistratura, la legge: la novità di quel largo popolo ha dimostrato che la società nel profondo vive un sentimento di riscossa, non rinuncia a battersi. È successo con Gaza, ricorda?”. Esistono bisogni che rallentano l’indignazione. “Chi sta male in arnese, il portafoglio con pochi spiccioli in tasca, non scende in piazza anche perché lo sciopero è un costo che non può sopportare. Non ha la forza economica di protestare”, spiega Barbera. È l’Italia con la testa in giù, quella inabissata, quella che, secondo Saraceno, “ha smesso di protestare: penso a chi è senza casa. Non hanno più speranze e non hanno più futuro”. La protesta per adesso non si fa popolo e il popolo non si ritrova. Ecco Marino Niola: “Non c’è più una bandiera, uno slogan, qualcosa che accomuni, leghi, faccia sentire popolo come una volta. Si diceva compagni per definire una comunità di scopo. Compagno ha la sua radice in cum panis, ‘dividere il pane’”. Nell’attesa, la domanda resta: l’Italia è un Paese che soffre.


L’invidia delle pene


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Siccome non sa neppure cosa sia la sicurezza – cioè la certezza delle pene, che però non conviene a lorsignori – lo sgoverno continua a sfornare nuovi reati: 57 in quattro anni, più 60 aggravanti, in ben 8 decreti Sicurezza. E l’unica sicurezza che ha aumentato è quella del caos. Eppure nel centrosinistra c’è qualche genio (la spensierata Madia) che vorrebbe votare con questi dementi una legge “bipartisan” per vietare i social ai ragazzi sotto i 14 anni: ennesima grida manzoniana a effetto zero, salvo piantonarli e pedinarli a uno a uno per controllare che non usino i social di parenti o amici più grandi. Senza contare che solo un sadomasochista può associarsi in Parlamento a chi ha appena tentato di trasformare l’Italia in una succursale del Cile di Pinochet dando poteri d’indagine e di arresto ai militari e, col Guardagingilli Carletto Mezzolitro, promette “più carceri per minorenni” dopo i fiaschi collezionati su quelle per maggiorenni. Per fortuna siamo sempre a metà strada fra la tragedia e la farsa, fra l’horror e il cinepanettone. Basti pensare che l’ultimo reato della premiata ditta, punito fino a 5 anni di carcere, è la “partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche”, come se finora spaccare tutto in piazza fosse consentito o addirittura consigliato. Invece è già punito dalla notte dei tempi dall’art. 419 del Codice penale, e molto più severamente: fino a 15 anni per gli “atti di devastazione e saccheggio”, con aggravanti fino a 20 per le “pubbliche manifestazioni”. Quindi conviene il nuovo reato, non quello vecchio. E sorvoliamo su paradossi giuridici come il “fermo preventivo” (prima che tu faccia il reato già sanno che lo farai) e l’arresto in “flagranza differita” (ti prendono dopo, ma è come se fosse durante), perché sono materia psichiatrica. […]

Poi ci sono i vecchi reati spacchettati per farli sembrare nuovi. Tipo l’omicidio: nel menu à la carte sono entrati il femminicidio, l’omicidio colposo stradale, quello sul lavoro e quello nautico (ove mai qualcuno pensasse che in luoghi bagnati o umidi sia consentito). Quello stradale lo inventò Renzi, con pena massima di 18 anni: quasi quella dell’omicidio volontario. Così, se la vittima è ancora viva sull’asfalto, al pirata della strada conviene ammazzarla ripassandole sopra due volte per evitare che lo identifichi e lo denunci. Idem per la violenza sessuale: le pene massime sono così simili a quelle dell’omicidio che a qualche stupratore verrà il trip di ammazzare la donna per non esserne denunciato. Non male anche l’aggravante per tutti i reati se commessi in metropolitana, in stazione “o nelle immediate vicinanze”: così, nel caso, lo stupratore trascina la vittima a debita distanza. È l’ultimo modello della pena di morte: quella che i delinquenti li fa morire dal ridere.


Ma quando è successo che siamo diventati così?


(Gianvito Pipitone) – Allora: blocco dei tir rientrato e, da domani, sembra che si riparta con la consegna delle merci. Ok. Oggettivamente, pare una buona notizia, giusto? Eppure, perché mi sembra invece che non lo sia per niente

Non so cosa abbiano promesso alla categoria dei trasportatori che hanno – a ragione, infiltrazioni o meno – bloccato da una decina di giorni il flusso delle merci da e verso il Meridione. Mi auguro almeno qualcosa di serio e di strutturale; non la solita “mangiata di pasta” con cui spesso si è imparato a domare le folle disperate.

Spero poi che questi provvedimenti ad hoc per la categoria – sotto forma di ristori, crediti d’imposta, pagamenti forfettari e compagnia cantante – significhino anche una minore incidenza dei costi delle merci che finiscono a scaffale. Sennò, a spanne: non mi pare si sia risolto una beata mazza.

E che forse è arrivato – una buona volta – il momentum di andare/tornare in piazza. Ma stavolta tutti. Studenti, padri e madri di famiglia, operai e pensionati. E, sia detto per inciso: in maniera civile! Senza fare i furbetti e assaltare Foot Locker per divertimento …

Onestamente, non mi pare di aver visto in questi giorni grandi folle in piazza al Sud. A parte qualche liceo cittadino. Ma forse ero distratto io … In compenso, però, ho sentito molti, moltissimi, lamentarsi del blocco dei camion e degli scaffali vuoti. Il panico, signora mia …

Eppure, non mi pare che le famiglie se la passino un granché bene. Le città e i paesi sono piene di disperati che non arrivano alla terza settimana, che fanno la cernita delle bollette da pagare, che risparmiano sulle cose essenziali. Perfino sull’immondizia… Forse per questo alcuni la abbandonano agli angoli delle strade. Non vi risulta?

Ecco, se davvero è così invece, e nessuno – con l’eccezione di una piccola parte – è sceso a manifestare in piazza in questi giorni, a parte i trasportatori, significa che probabilmente si è persa un’occasione per far valere il proprio diritto alla dignità di cittadini.

L’impressione, in realtà, è che quaggiù da noi, non si protesta più perché, se protesti, sembri un poveraccio. Diciamolo … o, per parafrasare Fiorello: dicetevelo.

Protestare a Roma o Milano, o magari anche a Torino e Bologna è una cosa … ma nelle periferie dell’impero, dai! non è figo, non è cool. Anzi, diminuisce l’hype e, soprattutto, non è instagrammabile.

A meno che – attenzione! – non si scenda in piazza per spaccare tutto. Allora sì… Ma questo – che c’entra – è un altro paio di maniche. E poi non si dice! al limite si fa … meglio se incappucciati e a favore di camera.

Ma quando diavolo è successo che siamo diventati così?


Nordio: “Serve spedire dietro le sbarre i giovani violenti. Valutiamo di destinare carceri per adulti ai minori”


Il ministro: “Massicci arresti di minorenni. Pensiamo anche di ampliare gli istituti penitenziari giovanili”. Conte: “È meglio Nordio che vada a casa. Se parli così non sei un politico”

Nordio: “Serve spedire dietro le sbarre i giovani violenti. Valutiamo di destinare carceri per adulti ai minori”. Insorgono le opposizioni

(ilfattoquotidiano.it) – “Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta”, ha spiegato il ministro della Giustizia. Per questo, prosegue Carlo Nordio, si sta valutando se alcuni “settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere destinati ai minori”. L’ultima dichiarazione del Guardasigilli scatena le reazioni indignate di tutte le opposizioni. Per il Movimento 5 Stelle, queste dichiarazioni “nel migliore dei casi segnalano l’ennesima rincorsa a Roberto Vannacci da parte dell’esecutivo. Nel peggiore, la deriva cilena di questo governo”. Il leader, Giuseppe Conte, ha chiesto le dimissioni del ministro: “Se parli cosi allora non sei un politico, devi andare a casa”. Mentre per il Partito Democratico, “le parole di Nordio sono gravissime e svelano il vero progetto del governo di Giorgia Meloni: per un giovane che sbaglia la risposta non è recuperarlo, ma rinchiuderlo in una cella”.

Un’ospitata poco fortunata quella di Nordio a Start, su Sky Tg24. Prima la frase sulle possibili infiltrazioni mafiose nelle proteste degli autotrasportatori. Poi le dichiarazioni sui giovani: “Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti. E il sistema carcerario minorile in questo momento è effettivamente in sofferenza. Proprio ieri abbiamo fatto una riunione per cercare di risolvere questo problema, sia stanziando i pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri giovanili, sia eventualmente per trovare dei accordi in modo che dei settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori”, ha detto il ministro nel corso della trasmissione.

“C’è una generazione totalmente ai margini della società, incapace di immaginare un futuro tra affitti alle stelle, studentati di lusso e la casa che è diventata una utopia impossibile da raggiungere senza l’aiuto dei genitori. Ai nostri giovani Meloni nega il diritto alla casa, ma apre le porte delle carceri. Non c’è più nemmeno il pudore di fare certe dichiarazioni. Fermatevi finché siete in tempo”, critica Luca Pirondini, capogruppo M5s al Senato. Mentre la dem Michela Di Biase commenta: “Dopo aver progressivamente smantellato il sistema della giustizia minorile, ora si arriva persino a ipotizzare di destinare ai minori spazi delle carceri per adulti. Si cancellano così le differenze tra minori e maggiorenni, si calpesta il principio del superiore interesse del minore e si mettono in discussione decenni di conquiste giuridiche e convenzioni internazionali sull’altare del populismo penale. È una deriva pericolosissima, che stravolge la funzione rieducativa della giustizia minorile. Per questo governo il disagio giovanile non è più una questione sociale da affrontare, ma un’emergenza di ordine pubblico da reprimere. Non si investe nella scuola, nella prevenzione e nel recupero: si costruiscono nuove celle”.


La criminalizzazione degli autotrasportatori non basta


DECRETO, AI TIR 105 MILIONI, PER AGRICOLTURA E PESCA ALTRI 70 MILIONI

(ANSA) – Ammonta a 175 milioni di euro il pacchetto di aiuti per l’autotrasporto, l’agricoltura e la pesca varato oggi dal Consiglio dei ministri. Nel dettaglio, per combattere il caro gasolio sono destinati ulteriori 45,2 milioni di euro per il credito d’imposta già previsto per il periodo di spesa marzo-agosto 2026.

In questo modo l’agevolazione passa da 430 a circa 480 milioni, come annunciato dal viceministro Edoardo Rixi. Altri 60 milioni sono stanziati per le spese dal primo settembre al 5 ottobre. In totale, quindi, si tratta di 105,2 milioni per i Tir.

Per l’agricoltura vengono invece allocati 60 milioni di euro e per la pesca 10 milioni: in entrambi i casi come contributi a fondo perduto validi nel 2026.

CODACONS, CON DL AUTOTRASPORTO RINCARI GASOLIO TRASFERITI A CONSUMATORI

(ANSA) – La misura prevista dal decreto sull’autotrasporto approvato oggi dal Consiglio dei ministri “rischia di determinare rincari dei prezzi al dettaglio per l’88% della merce venduta nei negozi italiani”. Lo denuncia il Codacons, che esprime “perplessità” circa il provvedimento secondo cui i rincari del gasolio “saranno trasferiti” in parte ai committenti.

“Giusto aiutare gli autotrasportatori schiacciati dal caro-carburante, ma trasferire i rincari alla pompa sui committenti e quindi sulla filiera di distribuzione rischia di determinare un aumento generalizzato dei prezzi al dettaglio per quei prodotti, l’88% della merce venduta nei negozi e nei supermercati, che vengono trasportati su gomma in Italia”, spiega il Codacons.

“A pagare il conto della situazione potrebbero quindi essere i consumatori finali, sui quali verrebbero scaricati i maggiori costi di trasporto, con impatti negativi sull’inflazione”, avverte l’Associazione dei consumatori, invitando il governo a “vigilare con la massima attenzione e a prevedere strumenti volti ad evitare che il caro-gasolio venga pagato solo dai consumatori attraverso i listini al dettaglio”.

PROTESTE TIR, MELONI: NON TOLLERIAMO INTIMIDAZIONI, RISORSE IN ARRIVO

(Askanews) – “In alcune zone pochi soggetti continuano a bloccare le strade e non si fermano lì, minacciano chi vuole lavorare, tagliano le gomme ai camion dei colleghi, questa non è protesta, questa è intimidazione e l’intimidazione non la tolleriamo”. Lo afferma la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un video messaggio sui social dopo il varo del Cdm del decreto per il sostegno ad autotrasporto e agricoltura.

“E non lo dico solamente io, a chiedere di rimuovere questi blocchi – ha aggiunto – sono gli stessi autotrasportatori, i commercianti, gli agricoltori, i sindaci e le istituzioni di ogni colore politico perché a pagare come sempre non è il potente di turno, è la gente comune: il camionista che deve portare a casa lo stipendio, l’impresa che non riesce a consegnare, la famiglia che si trova a pagare di più”.

“Useremo tutti gli strumenti che la legge ci offre, comprese – così Meloni – le norme del decreto sicurezza che hanno reso reato il blocco stradale. Questo governo rispetta pienamente chi vuole manifestare, ascolta chi chiede aiuto nel rispetto delle regole, però abbiamo anche il dovere di far rispettare le leggi dello Stato e di non farci ricattare da chi usa la violenza come strumento di pressione. Chi vuole lavorare deve poterlo fare e lo Stato deve garantirlo”.

“Accordo con le associazioni dell’autotrasporto, risorse già in pagamento e nuove misure per agricoltori e pescatori approvate oggi in Consiglio dei ministri”, ha spiegato Meloni. “Non sono promesse quelle che sono state firmate, ma risorse”, ha aggiunto la premier nel video.

L’APPELLO DI LOLLOBRIGIDA, GLI AUTOTRASPORTATORI LASCINO PASSARE LE MERCI DAL SUD

(ANSA) – “Il mio invito, rivolto alla sensibilità di tutti gli autotrasportatori italiani che lavorano e hanno ottenuto risultati dal governo, è di lasciar passare le merci deperibili”, altrimenti “si danneggia persone che già sono in difficoltà”.

È l’appello lanciato dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca.

“Le mobilitazioni sono il sale della democrazia, vanno fatte, però secondo le regole, senza creare danno ad altri – ha osservato -. Il mio appello è affinché si permetta alle merci di arrivare dai nostri straordinari produttori del Sud Italia alla distribuzione, cioè di mettere in condizioni nostri cittadini di continuare a poterle comprare e a un prezzo accessibile”.

Il ministro ha evidenziato altrimenti il rischio che “il nostro mercato possa vedere sostituire le merci provenienti dalle regioni del Sud con altre da Europa, Spagna, Olanda, Francia e questo sarebbe un danno, non solo nel settore dell’ortofrutta, ma anche in quello lattiero caseario”.

Lollobrigida ha sottolineato anche un tema di “benessere animale”. “Se ci sono blocchi stradali e ci sono animali che viaggiano all’interno dei camion, quegli animali – ha detto – rischiano di perdere la vita all’interno dei mezzi stessi”.

PROTESTA TIR: MIT, 45,2 MLN DI CREDITO D’IMPOSTA SUL GASOLIO

(AGI) – Credito d’imposta sul gasolio e possibilità di sospendere i canoni di leasing dei veicoli. Il Consiglio dei ministri ha approvato nuove misure per affrontare le difficolta’ del settore dell’autotrasporto, con particolare attenzione alle piccole imprese e ai padroncini, maggiormente esposti all’aumento dei costi. Il provvedimento arriva al termine del lavoro portato avanti dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e dal viceministro Edoardo Rixi, attraverso il confronto con le associazioni di categoria.

Come spiega una nota del Mit sul fronte dei carburanti, vengono stanziati ulteriori 45,2 milioni di euro per il credito d’imposta sul gasolio, destinato alle spese sostenute da marzo ad agosto 2026. Le nuove risorse si aggiungono ai 21,2 milioni già previsti dal decreto sul bollo e sono integrate con ulteriori 60 mln per le spese dal 1 settembre al 5 ottobre.

E’ inoltre prevista la possibilita’ di sospendere fino al 31 marzo 2027 i canoni di leasing dei veicoli in scadenza tra novembre 2026 e marzo 2027, per alleggerire la pressione finanziaria sulle imprese.Particolare attenzione e’ riservata ai piccoli autotrasportatori, che rappresentano una componente essenziale della logistica italiana e dispongono spesso di margini ridotti per assorbire i rincari.

L’obiettivo è tutelare la continuità operativa delle imprese e salvaguardare il lavoro di chi garantisce ogni giorno la movimentazione delle merci, un servizio indispensabile per le filiere produttive e commerciali del Paese.

Con queste misure, il Governo interviene sulle difficolta’ legate al caro carburanti e sulla liquidita’ delle imprese, confermando l’impegno del ministro Salvini e del viceministro Rixi a individuare risposte concrete per un comparto strategico dell’economia nazionale.


Mortacci di Trump e di chi l’ha votato


(ANSA) – BRUXELLES, 22 OTT – Al 22 ottobre i prezzi del gas sulla piazza olandese Ttf hanno registrato un aumento del 177% dal febbraio 2026, data d’inizio del conflitto con l’Iran. E’ quanto emerge dai dati interni della Commissione europea, secondo cui il prezzo si attesta oggi a 89 euro/MWh.     

Il prezzo del petrolio è invece di 111 dollari Usa al barile, in rialzo del 54% rispetto al 27 febbraio. Secondo gli stessi dati, dal 2022, anno di inizio della guerra in Ucraina, il picco del prezzo del gas sul Ttf era stato raggiunto nell’agosto dello stesso anno, a 311 euro/MWh. Per il petrolio, invece, il massimo era stato toccato nel giugno 2022, a 122 dollari al barile.


Rampelli: “Aridatece il Pci”


CORTEI: RAMPELLI, “MISURE INUTILI? RIDATECI ‘GLORIOSO’ PCI, FURORE IDEOLOGICO SINISTRA ANNEBBIA REALTA”

(Adnkronos) – “Quando negli anni ’70 nei cortei della Cgil e del Pci si azzardavano a entrare i violenti dei Centri sociali e dei Collettivi intervenivano i Servizi d’ordine e le botte si sprecavano. Espulsi in pochi minuti e condanne senza ambiguità per l’estremismo.

Quando iniziò a prendere forma la lotta armata Berlinguer sostenne le leggi speciali del governo. Si chiamava senso dello Stato, sconosciuto agli attuali leader del Campo Fricchettone.

Di fronte al combinato disposto di una sinistra violenta ed eversiva e di una moltitudine di maranza, figli del permissivismo con cui hanno spalancato le porte all’immigrazione clandestina, criticano le misure eccezionali proposte dal Governo, ci si attarda in analisi sociologiche che avevano senso per evitare queste degenerazioni (cosa che gli competeva ieri e compete tuttora ai sindaci del Pd nelle grandi città), si giustificano di fatto violenze e saccheggi anteponendo la psicanalisi alla difesa delle città e dei lavoratori del commercio”.

E’ quanto scrive il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli sul sito http://www.fabiorampelli.it “Ci accusano di aver creato 51 nuovi reati, a loro dire, inutili che invece hanno esercitato la funzione di deterrenza nella necessaria sanzione di ogni illecito. Da sempre rubare è un reato eppure i ladri non sono scomparsi; non per questo si rinuncia alla certezza della punizione.

È lo Stato di diritto che funziona così. Tanto per puntualizzare…DL Cutro e successivi: crollo degli ingressi irregolari. DL Rave: i concerti non autorizzati sono stati eliminati e con loro sono stati azzerati incidenti, feriti e morti legati a tali eventi. DL Caivano: bonifica del degrado esistente, realizzazione di impianti sportivi, apertura di nuovi spazi sociali e culturali, sfratto dei camorristi dalle case popolari.

Zone Rosse ad alta pericolosità sociale presidiate h 24 dalle forze dell’ordine: diminuzione dei reati ad alta intensità criminale. Il VI municipio romano, per decenni primo nella graduatoria della pericolosità sociale ha perso da oltre un anno il suo triste primato”, rimarca l’esponente di Fdi.

“Trovo davvero sorprendente che a questi corifei si aggiungano l’Associazione nazionale dei Magistrati e l’Unione Camere penali che, manco fossero le terze Camere dello Stato, si permettono di sindacare le scelte di governo in nome del diritto, salvo tacere quando indulti e svuotacarceri hanno polverizzato la certezza della pena e la riforma Cartabia ha di fatto privato i cittadini dell’automatismo della giustizia di fronte a un reato predatorio subito.

Tutti zitti. Anzi, no, hanno perfino fatto passare per cinici giustizialisti coloro che difendevano il rispetto delle regole senza eccezioni, per chiunque. Non sono barzellette, non è l’atto di una commedia pirandelliana, è la realtà di una sinistra opportunista che in totale confusione vuole portare l’Italia verso il caos delle primavere arabe o verso la miseria di Cuba. Aridatece il Pci”, conclude Rampelli.


La scala dell’indignazione vede in cima le vetrine rotte, poi Garlasco. Silenzio sulle armi nucleari


In Italia è completamente saltato in aria il rapporto di interdipendenza tra informazione libera e democrazia

La scala dell’indignazione vede in cima le vetrine rotte, poi Garlasco. Silenzio sulle armi nucleari

(Luca Fazzi – ilfattoquotidino.it) – “Ci sono immagini che speravamo di non vedere mai nelle nostre comunità” è l’espressione di biasimo che in questi giorni più accomuna i politici di centro destra e di centro sinistra nel commentare i disordini sociali di Milano finiti sui media e sulle prime pagine dei giornali. I fotogrammi in discussione ritraggono sequenze di giovani incappucciati, bambini di dieci anni mascherati, giovani stranieri che si scatenano contro vetrine e forze dell’ordine e corrono in mezzo a lacrimogeni e fumo che sale dalle strade.

Sono immagini che turbano. Non solo perché ritraggono scene di violenza in strada che spaventano. Ma anche per il loro livello di selettività. Fino a un paio di giorni fa, gli scioperi che stanno sconvolgendo il meridione erano deliberatamente occultati. Pochissimi sanno che a Pisa ha sfilato un corteo di ambulanze delle pubbliche assistenze con le sirene accese per denunciare l’aumento dei costi del carburante che rischia di compromettere la continuità dei servizi del trasporto sanitario volontario, mentre in un trafiletto di un paio di agenzie di stampa l’opinione pubblica è stata informata che nelle isole Savlbard l’acqua di rubinetto non si può più bere a causa dello scioglimento del permafrost dovuto al riscaldamento globale che rilascia fortissime concentrazioni di metalli pesanti nell’acqua e sotto il quale giacciono 1700 miliardi di carbonio immagazzinato.

Una immagine che gira in questi giorni sui social media presenta una ‘scala dell’indignazione’ che fotografa con precisione l’importanza data dai media alle diverse notizie da comunicare all’opinione pubblica. In cima alla scala ci sono le vetrine rotte con maranza e ragazzini di dieci anni mascherati a contorno, per fare intenzionalmente risaltare, in contemporanea, la pericolosità e l’infantilismo che anima i nuovi movimenti. In seconda posizione sulla scala molto staccata dalla prima ci sono le notizie sul pericolo imminente di invasione della Russia. Seguono su un gradino sempre più marginale le notizie sull’omicidio di Garlasco e sullo sfruttamento degli animali negli allevamenti intensivi. Ormai derubricata in ultima posizione con la messa in disparte del dibattito sulla transizione green è la crisi climatica causata dalla mano criminale dell’uomo a cui giornali e televisioni da messi ormai invitano a farci l’abitudine investendo su condizionatori e assicurazioni contro di danni climatici.

La domanda più urgente da porsi in una società dove il controllo dell’informazione è ormai diventato un monopolio in mano a pochissimi gruppi economici e persone è come mai in prima pagina non è stata pubblicata la notizia che in tutte le città sono partiti cortei pacifici con migliaia di studenti a sostegno dei docenti che chiedono una retribuzione adeguata per il lavoro educativo svolto nel paese con gli stipendi per l’istruzione più bassi di Europa. Tra le notizie dei media è di mercoledì l’informazione che gli inquirenti hanno sequestrato documenti per ipotesi di corruzione sul ponte di Messina. Perché, oltre a intervistare Salvini per informare i cittadini sul nuovo decreto di fermo dei minorenni, non è stato chiesto al ministro di spiegare atti alla mano cosa sta accadendo nello Stretto: un’opera faraonica dal costo stimato di quasi 14 miliardi di euro che gli osservatori indipendenti sempre più dubitano sarà mai realizzata. E perché non si parla delle misure da adottare per affrontare la più grande contaminazione ambientale registrata dal dopoguerra in Italia: quella da PFAS l’’inquinante eterno’ di cui la metà della popolazione veneta presenta valori fuori media nel sangue?

Si può naturalmente seguire con interesse il dibattito in cui i vari politici Meloni, Renzi, Sala, Crosetto e chi più ne ha più ne metta, si prodigano nel rimarcare l’urgenza della repressione nei confronti dei balordi che hanno spaccato qualche vetrina in centro di Milano. L’immagine plastica che salta agli occhi in questi giorni però va detto con franchezza non sono i disordini milanesi, ma il fatto che in Italia è completamente saltato in aria il rapporto di interdipendenza tra informazione libera e democrazia. Ogni sistema che si possa dire democratico ha bisogno di uno spazio pubblico in cui discutere dei fatti, affinché i cittadini possano prendere posizione sia nell’esercizio del voto che nelle azioni da mettere in campo per partecipare alla vita civile del paese.

Nell’ultimo indice di Reporter senza Frontiere, la situazione in cui i cittadini vivono in una condizione informativa accettabile è passata dal 20% all’1% della popolazione mondiale del 2026, mentre l’Italia è scesa dalla 49° alla 56° posizione tra le nazioni con informazione sana.

Nell’esercitazione Nato Steadfast Noon 2026 iniziata il 13 ottobre in Italia sono stati impiegati aerei capaci di trasportare le nuove bombe nucleari a caduta libera nella versione B61-12 da 50 kilotoni (la bomba lanciata sulla popolazione inerme di Hiroshima aveva per dare una comparazione una potenza di 15 kilotoni). Diversi esperti di controllo degli armamenti sostengono che per precisione, capacità di penetrazione e flessibilità queste nuove bombe sono progettate non solo come deterrente, ma anche come strumento da primo attacco. Nessun approfondimento sul tema è recuperabile dall’informazione dei media dominanti. Quando i cittadini non sanno cosa accade, perché i media tacciono, o selezionano le informazioni per creare consenso e compiacere il potere e i grandi gruppi di interesse, la democrazia muore.


Vomero: scuole occupate, giovani senza spazi


Riaprire subito la biblioteca Benedetto Croce

Il Comitato Valori collinari, in piena continuità con i numerosi appelli già rivolti negli anni all’Amministrazione comunale partenopea denuncia con fermezza il permanere della chiusura della Biblioteca comunale “Benedetto Croce”, unica biblioteca pubblica del Vomero, chiusa al pubblico ormai da oltre sette anni.

La situazione è tanto più inaccettabile alla luce delle numerose occupazioni di scuole registrate nella città e della crescente domanda di luoghi sicuri, gratuiti e inclusivi dove i ragazzi possano studiare, incontrarsi, confrontarsi e partecipare alla vita culturale del quartiere. Una parrocchia della collina vomerese ha già dimostrato, organizzando lezioni gratuite, quanto sia concreto e urgente questo bisogno.

” Mentre i ragazzi cercano spazi per studiare e incontrarsi – dichiara Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari -, l’unica biblioteca pubblica del Vomero resta chiusa da oltre sette anni. È un paradosso che non possiamo più accettare “.

Da oltre due anni sono liberi, nel polifunzionale comunale di via Morghen, i locali destinati ad accogliere la biblioteca. Per il loro adeguamento sono state altresì stanziate risorse economiche. Eppure, a tutt’oggi non risulta che i lavori siano iniziati.

” Ci sono locali disponibili, fondi stanziati e una comunità che chiede cultura, studio e socialità – sottolinea Capodanno -. Eppure la biblioteca non riapre. Non si può continuare a rimandare: chiediamo all’Amministrazione comunale di rendere pubblici tempi, responsabilità e cronoprogramma dei lavori “.

La riapertura della Biblioteca “Benedetto Croce” non sarebbe soltanto il recupero di un servizio culturale. Significherebbe restituire al Vomero uno spazio pubblico dove studenti, famiglie, anziani e associazioni possano incontrarsi. Significherebbe offrire ai giovani un’alternativa concreta alla mancanza di luoghi di aggregazione. Significherebbe dimostrare che la cultura è un diritto e non un optional.

” Non chiediamo favori: chiediamo invece che venga restituito un importante servizio pubblico già esistente e peraltro con finanziamenti per l’adeguamento della nuova sede già disponibili  – conclude Capodanno – . La biblioteca Benedetto Croce deve riaprire in tempi rapidi. Ogni ulteriore rinvio è una scelta che penalizza i giovani ma anche l’intero quartiere collinare “.