Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Una destra sorda ai figli scomodi


Il vertice di FdI ha recitato il suo rosario fatto di anti-islamismo, filo-americanismo e sostegno incondizionato a Israele. Ma nella base del partito ci sono anche “putiniani”, “filo-palestinesi” e nemici del liberismo

Una destra sorda ai figli scomodi

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] Fenix 26. All’ombra di questo titolo suggestivo si è tenuto all’Eur di Roma, tra il 16 e il 20 settembre, la festa della Gioventù Nazionale, oggi organismo giovanile dei “Fratelli d’Italia” dotato di una indipendenza istituzionale.

[…] C’è un messaggio per certi versi fin troppo palese (ma che proprio per questo può apparire ingannevole) e per altri addirittura – involontariamente? – ironico nel fatto che questo evento, che ha riempito il Laghetto dell’Eur di dibattiti, stand e concerti sotto l’insegna “Il tempo del coraggio” abbia scelto come scenario proprio il quartiere architettonicamente e urbanisticamente prestigioso che il regime aveva concepito, alla fine degli anni Trenta, come monumento marmoreo a se stesso. Non perché quella scenografia dica alcunché di necessario sulle idee dei ragazzi che vi hanno partecipato: ché anzi il rischio maggiore, discorrendo di queste cose, è quello dell’anacronismo, dell’analogia forzata, del ricalco meccanico di un passato su un presente che ha regole, istituzioni e limiti costituzionali del tutto diversi. Ma perché la questione vera, quella che merita di essere posta senza infingimenti, riguarda non la memoria dei luoghi bensì la fisionomia culturale di una “destra giovanile” alcuni settori della quale con la memoria del fascismo mantengono una memoria ambigua e non del tutto adeguatamente storicizzata: il che costituisce ancor oggi un problema per se stessa e per chiunque voglia esserne a qualunque titolo interlocutore.

A un panel dell’evento, tenutosi nella serata del 17 scorso, ho preso parte anch’io, sia pure in una situazione “di fortuna” e con l’aiuto di un mezzo audiovisivo abbastanza rozzo. La situazione lo imponeva: ma non volevo tirarmi indietro. So bene perché mi chiamano, in questi casi: nell’ovvia e fatale dinamica intellettuale ed esistenziale dell’esistere che mi ha condotto ai miei attuali ottantasei anni ho più volte mutato idea su cose, persone e avvenimenti, ma posso con la massima modestia sinceramente vantarmi di non aver mai “cambiato Idea”. Ero fino dall’adolescenza affascinato da due cose: un cattolicesimo tradizionalista ed europeista trasmessomi dal mio Maestro Attilio Mordini, germanista e terziario francescano, e un socialismo di marca non marxista bensì soreliana e sindacalistico-rivoluzionaria che avevo ereditato da parte della mia famiglia ed esponente della quale era il fiorentino Berto Ricci, animatore della bella rivista L’Universale e membro di quel gruppo della sinistra “fascista-frondista” che, come Drieu la Rochelle in Francia e i fratelli Strasser in Germania, sognavano la convergenza tra il socialismo e i movimenti a carattere nazionale e sociale. Oggi, lontano da quel bagaglio di miti e di utopie, continuo a sperare nel futuro di un’Europa che riesca a darsi finalmente vere istituzioni politiche all’insegna di un confederativismo coerente con il suo complesso passato e con l’eredità delle “patrie” in essa viventi e che come tale possa giocare un ruolo importante su una via – fino a oggi intentata – della mediazione tra il blocco “capitalistico-occidentalista” che è ancora (fino a quando?) soggetto all’egemonia statunitense e il nuovo mondo delle potenze alternative che senz’aver fino a oggi trovato una loro chiave d’espressione politica, si vanno raccogliendo attorno al gruppo ancora magmatico qualificato dall’acronimo BRICS.

[…]

Sapevo benissimo che le mie parole sarebbero state sgradite da molti. Ma so altresì che posizioni del genere sono molto presenti, specie al livello giovanile, nella base dei Fratelli d’Italia, che tuttavia, nelle loro espressioni di vertice e in gran parte dei loro quadri, restano aderenti a un invecchiato e disseccato liberismo e fedeli all’atlantismo ormai agli sgoccioli (follie trumpiste a parte). Eppure quei dirigenti dovranno pur affrontare una buona volta i tantissimi loro seguaci tanto indocili da proclamarsi magari (orrore!) “putiniani” oppure (raccapriccio!) “filopalestinesi”.

Che una tradizione politica abbia bisogno di dibattere, e di dibattere davvero, è cosa sacrosanta; e va riconosciuto che Fenix un tentativo di confronto lo mette in scena, con panel che ospitano un rappresentante del Congresso mondiale uiguro accanto a un deputato di Italia Viva, o con quel faccia a faccia dal titolo eloquente – “Senza filtri, senza infiltrati” – tra Giovanni Donzelli e Francesco Cancellato, direttore di quella Fanpage che nel giugno del 2024, con l’inchiesta “Gioventù meloniana”, aveva documentato saluti romani, cori nostalgici e frasi antisemite dentro l’organizzazione. Il punto, però, è che il dibattito così concepito somiglia più a una liturgia dell’apertura che a una pratica del dissenso: le voci convocate sono selezionate, addomesticate, funzionali al racconto che di sé il movimento vuole offrire; e restano ai margini, o del tutto assenti, proprio quelle che segnerebbero una divergenza interna reale. Eppure le vicende della cosiddetta “estrema destra” italiana ed europea sono state spesso attraversate da crisi febbrili di crescita e di mutamento. Vale la pena, a questo proposito, tornare con la memoria per esempio a un’altra stagione di gioventù di destra, quella dei Campi Hobbit che tra il 1977 e il 1981 raccolsero i ragazzi orbitanti intorno al Movimento Sociale eppure sensibili al richiamo Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist, in Italia rappresentato da Marco Tarchi, che proponeva un’operazione culturalmente ambiziosa e politicamente eretica, intessuta di suggestioni antiliberali e anti-borghesi, di diffidenza verso l’Occidente mercantile e atlantico, di attenzione ai popoli e alle differenze contro l’omologazione. Era, a suo modo, un pensiero incendiario; e proprio per questo fu presto sospinto ai margini del partito.

[…]

Di quella tensione movimentista sopravvivono oggi soltanto frammenti. Anzi, assistiamo a un rovesciamento abbastanza malinconico: una dirigenza che recita compunta il suo rosario fatto di anti-islamismo, filoamericanismo e sostegno pressoché incondizionato a Israele. È il rovesciamento puntuale di quella vecchia sensibilità terzomondista e anti-atlantica: là dove i padri diffidavano dell’America e del liberalismo, i figli ne hanno fatto la propria bussola. Contrariamente a quel che di solito si dice, certi ex-giovani che coltivavano impulsi incendiari da vecchi si sono fatti pompieri. È la parabola di chi rivendica il coraggio della rottura e poi si accomoda, con zelo persino maggiore degli antichi conservatori, nella conservazione dell’esistente. Sono lontani i tempi della “Lettera ai fratelli in camicia nera” nel 1936, firmata da Palmiro Togliatti e da altri esponenti comunisti, che prospettava – sia pure a sua volta tra ambiguità e contraddizioni – differenti e non impossibili soluzioni di convergenza.

Ecco perché il vero coraggio, per una gioventù che coraggiosa pur si proclama, non consisterebbe nel ripetere con maggior foga le parole d’ordine del proprio ceto dirigente, bensì nell’ospitare davvero – non per finta, non “senza infiltrati” ma con qualche autentico eretico in sala – le voci che quel ceto mettono in imbarazzo; giacché una tradizione politica si misura non da come celebra i propri padri nobili, ma da quanto sa tollerare i propri figli scomodi.


Armare gli aggrediti


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Il sempre acuto Goffredo Buccini, sul Corriere, denuncia il “doppio standard dell’Occidente” che “usa due pesi e due misure sull’Ucraina e su Gaza”. Si dirà: sfido io, sono quattro anni e mezzo che riempiamo di armi e miliardi l’Ucraina aggredita, accogliamo 4,5 milioni di profughi (il 10% della popolazione, salvo i maschi in età di leva che riconsegniamo gentilmente a Zelensky per mandarli […]


Giorgia è ormai fuori controllo: prende per i fondelli la gente peggio di un Trump


Meloni, non leggo le parole di Mattarella come contestazione, vuole superare ghetti

(ANSA) – ROMA, 22 SET – “Non credo che il Presidente della Repubblica abbia paura delle classi ghetto: ho letto questa interpetazione prevalente” che ha letto le sue parole “per contestare l’iniziativa del governo ma personalmente non la leggo così, perché il presidente della Repubblica dice che la scuola deve superare i ghetti, non creare ghetti” e in questa direzione va la volontà di creare “classi più equilibrate”.

Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Cinque minuti, in onda questa sera su Rai1 precisando che il tetto del 30% riguarda i ragazzi stranieri “che non parlano la nostra lingua”.

Meloni,Mattarella da ministro redigeva circolari sul tetto agli stranieri in classe

(ANSA) – “Quando il presidente della Repubblica era ministro dell’Istruzione redigeva circolari che invitavano a non concentrare ragazzi stranieri nella stessa classe, è una misura di buonsenso. Mi pare sia giusto portarla avanti”. 

Meloni, molto dispiaciuta sul deficit, avevamo fatto 30…

(ANSA) – – “Sono dispiaciuta, abbiamo fatto un lavoro molto complesso che ci ha portato a ridurre il deficit dall’8,1 al 3,08. Quindi il classico hai fatto 30, eri molto vicino al 31. Stare sotto il 3% ci avrebbe consentito di uscire dall’infrazione in anticipo”. 

Meloni, Schlein mia interlocutrice naturale come indicano i cittadini

(ANSA) – “Che io pensi a Elly Schlein come mia interlocutrice naturale certo che lo può pensare, la democrazia ha regole più semplici di quanto si possa pensare, è leader del principale partito di opposizione, io rispetto l’interlocutore che i cittadini scelgono”. 

Meloni, non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo

(ANSA) –  Il dato sul deficit “mi rammarica anche perché nella stessa giornata in cui l’Istat dice che siamo a 3,08 dice anche che rivede le stime della crescita del 2024. E’ accaduto ogni anno che dopo un anno sono state riviste in crescita, non so se l’Istat sottostima italiani o il governo e questo mi dispiace, non vorrei che succedesse anche fra tre anni”. 

Meloni, sinistra strumentale regioni sul bollo, non aderiscano e lo facciano pagare

(ANSA) –  “Le regioni sanno benissimo che la misura che costa 2,4 miliardi non viene pagata dalle regioni, che vengono rimborsate dallo stato. Mi pare che le critiche che stanno arrivando da diversi presidenti particolarmente di partiti dell’opposizione siano strumentali, ho sentito anche accuse abbastanza gravi, ‘la Meloni deve cambiare la campagna elettorale’, lo dicono dal Movimento e ancora stiamo pagando i miliardi di bonus edilizi di Conte, questo mi fa sorridere. E’ falso, niente verrà tagliato dalla sanità regionale. I presidenti della sinistra possono sempre decidere di non aderire, non ricevere i contributi e far pagare il bollo”. 

Meloni, Vannacci rilancia accuse a me della propaganda russa, chiarisca

(ANSA) – – Vannacci cavallo di troia della Russia? “Non ho elementi per sostenere una cosa del genere, non la sostengo. Ma alcune pagine rilanciate da Vannacci hanno usato argomenti proprio della più vergognosa propaganda russa contro di me, di avere una relazione col presidente ucraina o di fare uso di droghe. Quando ho trovato questi contenuti mi sono interrogata.

Credo che sia legittimo aspettarsi da uno che si definisce patriota parole molto chiare. Accuse così infamanti contro chi rappresenta l’Italia sono accuse di fronte a cui un patriota alza la testa. Finora è rimasto in silenzio”.

Meloni, sul burqa norme di buonsenso, nulla a che fare con la discriminazione

(ANSA) –  – Le norme sul burqa a scuola “sono di buonsenso, servono anche per un fatto di sicurezza, devo segnalare a chi oggi si sta stracciando le vesti che provvedimenti simili esistono anche in paesi a maggioranza islamica. Mi pare una misura di buonsenso che non ha a che fare con la discriminazione”.


Scuola, Meloni attacca Mattarella: “Da ministro redigeva circolari sul tetto a stranieri in classe”


“Via burqa? Norma buonsenso no discriminazione”

Scuola, Meloni attacca Mattarella: “Da ministro redigeva circolari sul tetto a stranieri in classe”

(repubblica.it) – “Non credo che il Presidente della Repubblica abbia paura delle classi ghetto, nel senso che io chiaramente ho letto questa interpretazione delle parole di ieri del presidente della Repubblica che erano delle parole per contestare l’iniziativa del governo” sulla limitazioni degli studenti stranieri in classe, “ma personalmente non la leggo così. Non la leggo così perché il presidente della Repubblica, per l’appunto, dice che la scuola deve non creare ghetti”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ospite a ‘Cinque Minuti’ in onda questa sera su Rai1.

“Ora, il ghetto è chiaramente molto più semplice se tu prendi un bambino straniero che non parla la nostra lingua e lo metti in una classe dove la prevalenza degli studenti non parla la nostra lingua. Questo è il ghetto. Mentre creare una distribuzione più equa delle classi, delle classi più equilibrate, serve proprio a impedire un ghetto. Il presidente della Repubblica parla di superare le incomunicabilità e qual è la base per superare l’incomunicabilità? È la lingua. Tant’è che noi parliamo, appunto, di una migliore distribuzione dei ragazzi stranieri che non parlano la nostra lingua. E, tra l’altro, voglio dire, oggi lo hanno scritto diversi quotidiani, il presidente della Repubblica quando era ministro dell’Istruzione, redigeva circolari che, più o meno anche lì invitavano a non concentrare i ragazzi stranieri nella stessa classe, ma perché è una misura di buon senso. E io quindi, mi pare che sia giusto, buon senso”, conclude la premier.

“Sono norme di buonsenso che servono anche per un fatto di sicurezza”, provvedimenti “simili che vietano di presentarsi con il volto coperto esistono in mezza Europa e in molti Stati islamici”. Così la premier sulla proposta del divieto del burqa a scuola. “Molti opinionisti del mondo islamico leggono questa misura” che “non ha nulla a che fare con la misura della discriminazione”, afferma la presidente del Consiglio a ‘Porta a porta’.


Guardia Sanframondi: Domenica 27 settembre 4° edizione di “GustaGuardia”


     Domenica 27 settembre p.v. è in programma la 4° edizione di “GustaGuardia”, promossa dalla Casa di Bacco, con il patrocinio del comune di Guardia Sanfamondi, per  trasformare il cuore antico di Wardia in una sorta di “vetrina” dove ogni fine mese, chiunque voglia può fare shopping delle eccellenze enogastronomiche e artigianali del territorio.

     Una grande scommessa, un atto di coraggio e di sfida per contrastare lo spopolamento del nostro territorio. Per riuscire è necessario l’impegno convergente degli imprenditori e delle istituzioni, uniti per costruire il nostro futuro.

      La manifestazione si terrà dalle ore 18.00 in Piazza Castello e  sarà arricchita dal convegno “Viticoltura tra clima e mercato. Carbon Farming, redditività e futuro del vigneto sannita” che vedrà la partecipazione del sindaco di Guardia Sanframondi, Raffaele Di Lonardo e di Fiorenza Ceniccola, vicesindaca ed amministratrice della Casa di Bacco. Con loro, il giornalista e divulgatore  della cultura vitivinicola sannita Pasquale Carlo e del giornalista e Wine&food Blog Luciano Pignataro a cui sarà consegnato il “Premio Bacco”  istituito 12 anni orsono dalla Casa di Bacco per  omaggiare e ringraziare le personalità che si sono particolarmente impegnate nella diffusione della cultura enologica ed enogastronomica. Inoltre, la serata sarà  allietata dalla musica di “Antonio”, dai balli del gruppo folcloristico “La Wuardia bella” e resa indimenticabile dalla magia di “Magic Victor”.

Amedeo Ceniccola

Responsabile Comitato GustaGuardia


Il governo del fumo negli occhi


RGS, NEL 2029 IN PENSIONE DI VECCHIAIA A 67 ANNI E SEI MESI 

(ANSA) – Nel 2029 si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni e mezzo mentre nel 2031 si dovranno aspettare i 67 anni e 8 mesi: è quanto si legge nelle stime della Rgs “Le tendenze di medio lungo periodo del sistemo pensionistico e socio sanitario. 

Per andare in pensione anticipata indipendentemente dall’età si dovranno avere 43 anni e quattro mesi di contributi nel 2029 e 43 anni e 6 mesi di contributi nel 2031 (un anno in meno per le donne).

Nel 2027 si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni e un mese di età e nel 2028 con 67 anni e tre mesi. Per l’anticipata saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi nel 2027 e 43 anni e un mese nel 2028. 

VERSO TAGLIO DEL CANONE RAI ‘SE SI TROVANO ALTRI FONDI’, EMENDAMENTO AL SENATO 

(ANSA) – Torna la possibilità di un taglio del canone Rai, che verrebbe compensato da fondi pubblici però da reperire. A proporlo è un emendamento alla riforma della Rai, in discussione al Senato, presentato dai relatori (entrambi di FI, Claudio Fazzone e Roberto Rosso).

Da mesi la riforma è all’esame della commissione Ambiente che si occupa anche di telecomunicazioni. Nel testo si chiede di prevedere, in aggiunta al pagamento del canone, “altre forme di finanziamento pubblico”. L’emendamento dovrebbe essere votato domani in commissione. 


Fratelli d’Italia, il partito pensa ai numeri


Con il nuovo sistema elettorale i seggi ritenuti sicuri si stimano intorno a 135, contro i 185 parlamentari attualmente in carica

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Oltre quattro anni di governo, e la premier torna a vestire i panni di leader di partito. Il confine tra Palazzo Chigi e Fratelli d’Italia si assottiglia a vista d’occhio: meno vertici internazionali, più sopralluoghi nei territori, come quello a sorpresa a Policoro dopo il maltempo che ha colpito la costa materana. Territorio, cronaca, consenso: gli ingredienti di una macchina che assomiglia sempre più a una campagna elettorale, anche se il voto resta formalmente lontano.

Dentro il partito, però, il vero pensiero è tutto sui numeri. Con il nuovo sistema elettorale i seggi ritenuti sicuri per FdI si stimano intorno a 135, contro i 185 parlamentari attualmente in carica. Un divario che, con gli attuali rapporti di forza, lascia fuori dai calcoli buona parte degli eletti, proprio mentre la concorrenza interna si allarga a sindaci, amministratori locali ed esponenti di governo in cerca di un seggio.

In questo contesto prende forma un lavoro di valutazione informale sui parlamentari uscenti, basato su presenza in Aula, radicamento territoriale e risultati ottenuti localmente. Ogni tappa del tour della premier, da Vercelli ad Amatrice, diventa così anche un banco di prova per gli eletti sotto osservazione, in un clima in cui pochi nomi circolano apertamente ma molti se ne discutono nei corridoi.

Sul fronte Vannacci, la linea resta quella della cautela reciproca: nessun attacco diretto, ma nemmeno segnali di disponibilità, come mostrato dall’assenza di un videomessaggio della premier all’apertura del Forum di Cernobbio, proprio nell’edizione che ha visto il generale tra gli invitati. Una scelta letta, negli ambienti di maggioranza, come indicativa di quanto il fenomeno venga seguito con attenzione crescente.

Sullo sfondo resta comunque la data del voto: la maggioranza parla di una legislatura che arriverà sino a fine mandato, ma cresce, riservatamente, l’ipotesi di un election day in primavera, qualora la manovra di bilancio non riuscisse a produrre i margini sperati.


Sinistra e blocco storico popolare


(Giulio Di Donato – lafionda.org) – Le elezioni di Berlino consegnano un quadro politico interessante soprattutto per ciò che si muove a sinistra della socialdemocrazia. Da una parte, la forte avanzata della Linke; dall’altra, il risultato del Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), che sfiora la soglia del 5% senza riuscire a entrare nel Parlamento regionale. Sullo sfondo c’è la pesante flessione della SPD, che ottiene però risultati ottimi in Meclemburgo-Pomerania Anteriore.

Per il BSW si tratta di un passaggio particolarmente significativo. Nato con l’ambizione di ricostruire un rapporto con quei settori popolari progressivamente allontanatisi dalla sinistra e in parte confluiti verso l’AfD, il partito di Sahra Wagenknecht si trova oggi a fare i conti con risultati meno brillanti rispetto alla fase iniziale della sua esperienza.

Sfiorare il 5% alla prima prova elettorale non è male, ma, se poi non entri in Parlamento, non si può certo parlare di un risultato positivo. Fra le ragioni del calo del BSW rispetto alle Europee pesa probabilmente anche l’accordo di governo in Turingia (dove il partito aveva ottenuto circa il 15%) con SPD e CDU, fortemente voluto dal gruppo dirigente locale, che in seguito ha abbandonato il partito.

Il punto, però, al di là di tutto, è un altro. Guardando al voto di Berlino, il BSW non sembra riuscire né a recuperare l’elettorato in uscita dalla SPD né a contendere in maniera significativa quote di elettorato popolare all’AfD. L’elettorato in uscita dalla socialdemocrazia pare dirigersi soprattutto verso la Linke, che, al netto di una campagna elettorale sicuramente efficace (e dalla quale ci sarà senz’altro da imparare), si è avvantaggiata del tracollo della SPD, reduce dall’esperienza di malgoverno berlinese in coalizione con la CDU.

Laddove la SPD tiene così come negli altri Land orientali, la Linke tende invece a rimanere decisamente più bassa o ad arretrare. Un po’ come accade in Italia nel rapporto fra AVS e PD: le due forze si contendono in larga misura lo stesso bacino di elettorato tradizionale, ben radicato nelle grandi metropoli globali, che per vari motivi rimane invece indifferente alla proposta politico-culturale di Sahra Wagenknecht. La conseguenza è che, pur conservando margini di consenso non irrilevanti, il BSW appare oggi in una fase di relativo stallo, con un deficit di spinta propulsiva.

Sarebbe interessante capire, a questo proposito, se nel frattempo si sia prodotta una dialettica un minimo promettente all’interno della SPD, visti i buoni risultati in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, oppure se prevalga una stagnazione stagnante analoga a quella del PD italiano e dei socialisti francesi.

Come sempre, toccherà verificare attentamente la composizione socio-territoriale del voto. La domanda fondamentale è se in Germania le forze eredi del movimento operaio organizzato siano finalmente riuscite, almeno in parte, a riconnettersi con il loro blocco sociale di riferimento oppure se questo continui a essere, in misura crescente, consegnato alle destre radicali.

È questo, in fondo, il problema decisivo. Finché non riesci a costruire un consenso maggioritario fra i ceti medi e popolari, avrai sempre perso, soprattutto se finisci per rappresentare settori sociali diversi da quelli che pretendi di rappresentare.

Si dirà, proiettando sull’Italia il modello della campagna elettorale della Linke a Berlino: concentrarsi sui temi sociali, incrociandoli con le urgenze del momento maggiormente avvertite, premia e consente di uscire dal recinto dei ceti medio-alti riflessivi e urbanizzati. Certamente è vero. Ma, se la questione fosse interamente riducibile a questo, una forza come Potere al Popolo avrebbe percentuali molto più alte dello zero virgola qualcosa.

Il problema, allora, riguarda anche il modo in cui si costruisce un discorso politico capace di parlare al proprio blocco storico. Certamente la gerarchia dei temi e la cornice di senso non possono essere gli stessi delle destre, pena il rischio di restarne subalterni e di smarrire la capacità di rimarcare elementi di differenza forti e riconoscibili. Ma ciò non significa rimuovere o trascurare le questioni che comunque interessano settori importanti del mondo popolare e che oggi contribuiscono a spingerli verso destra.

Chi scrive conserva ancora il ricordo delle sezioni dei grandi partiti di massa, nelle quali la politica non incontrava soltanto chi viveva ai margini, in alto o in basso, ma anche quella vasta medietà nazionale-popolare che costituiva il tessuto ordinario della società. Sapeva cioè appassionarsi e interessarsi alle vicende dell’uomo comune, alla sua vita quotidiana, alle sue aspirazioni, alle sue paure e alle sue contraddizioni, anziché restringere progressivamente il proprio bacino ai cosiddetti «circoli dei garantiti», ai pochi ideologizzati o ai seguaci di single issues.

Per dirla con Franco Cassano, politica e ricerca non si fanno soltanto a tavolino o in biblioteca, ma si portano ovunque: occorre avere «un’attrazione autentica anche per ciò che è medio e piace a tutti, sentire il fascino della normalità». La raffinatezza intellettuale e politica che disprezza la normalità si rivela poco più che imitazione esteriore o pedanteria.

Oggi, al contrario, troppi luoghi della militanza critica sembrano assumere la forma di spazi quasi catacombali, di circoli elitari o di nicchie di iperpoliticizzati, nei quali proprio quella dimensione nazionale-popolare, quando pure è presente, viene guardata con estraneità e indifferenza, se non con una malcelata ostilità. Si produce così un singolare rovesciamento del rapporto aristotelico tra medietà e democrazia.

Occorre allora tornare a prendere sul serio le questioni che questa parte della società concretamente avverte come rilevanti, anche quando sono spinose e urticanti. Insomma, non puoi mettere immigrazione e sicurezza al primo posto, ma non puoi neppure ignorarle o continuare a trattarle con aristocraticismo perbenista: occorre inquadrarle certamente in maniera più ampia e diversa, senza però disperderne gli elementi innegabili di verità. Mentre collochi al centro la questione sociale e l’opposizione alle politiche di guerra, devi cioè far intendere che anche su quei temi hai posizioni di buon senso, declinate secondo un paradigma che non sia di ispirazione liberal-globalista. Lo stesso vale per la questione ecologica, che va affrontata in forme razionali, sostenibili e aperte alle ragioni della democrazia e del progresso sociale diffuso.

Assumere un punto di vista critico verso il liberal-globalismo significa saper ragionare anche in termini di grandezze collettive, oltre che individuali; significa governare i cambiamenti in forme compatibili con le esigenze della coesione sociale e della tenuta delle relazioni comunitarie; significa, infine, contestare quel soggettivismo astratto e quel costruttivismo radicale che, pur richiamandosi alla contingenza del tutto, finiscono, per altra via, per reintrodurre una logica essenzialistica, procedendo per assolutizzazioni, schematismi rigidi, automatismi e mostrificazioni selettive (spesso funzionali alla conservazione del sistema così com’è).

Anche il multiculturalismo andrebbe ripensato in questa prospettiva. Certamente, le identità collettive non vanno concepite come essenze immutabili, cristallizzate una volta per tutte e da preservare a ogni costo da qualsiasi forma di contaminazione: sono realtà storiche, in movimento, che si trasformano attraverso l’incontro, il conflitto e l’interazione. Al tempo stesso, le differenze non vanno riconosciute soltanto a titolo di pluralismo degli individui: vanno riconosciute e valorizzate anche a titolo di pluralismo delle culture, delle forme di vita e delle identità collettive.

Il mondo è un pluriverso, abitato dalle differenze. Si tratta di distinguerle e apprezzarle senza trasformare le distinzioni e i criteri che le definiscono in muri eterni e invalicabili. È bello distinguere, nella varietà dei rispettivi tratti identificanti, un cinese da un indiano, per poi riconoscere entrambi come asiatici e, ancora, riconoscere l’Asia come parte, dai contorni necessariamente sfumati, di un universale inteso come ciò che è comune a tutti in quanto appartenenti alla stessa specie umana. Le differenze, insomma, non vanno né svalorizzate né assolutizzate: possono essere riconosciute senza stabilire gerarchie tra popoli e culture e senza perdere di vista ciò che accomuna gli esseri umani in quanto tali. Vale qui quanto osservava Norberto Bobbio: quando si tratta del riconoscimento e dell’attribuzione dei diritti civili e sociali, gli uomini vanno considerati più uguali che diversi.

Eloquente, in tal senso, è la battaglia del popolo palestinese, che si riconosce come tale in virtù del legame con un determinato territorio e con specifiche tradizioni comunitarie. Qui in Europa, alla luce delle tragedie del secolo scorso, tendiamo invece a scorgere dietro ogni richiamo all’ethnos soprattutto il volto biologista della discriminazione razziale, più che la sua dimensione storico-culturale. Da qui il sospetto verso tutto ciò che rimanda a eredità, continuità e radicamento; e per questo motivo il discorso viene curvato unilateralmente sul lato del per sé, piuttosto che su quello dell’in sé, sottovalutando altresì la resistenza di ciò che non si lascia completamente assorbire da un’operazione volontaristico-egemonica, per quanto avanzata: perché proiettato nei tempi lunghi della storia o perché iscritto nelle radici antropologiche della condizione umana. Parliamo di quel sostrato condizionante di sedimentazioni di senso, disposte su più livelli di profondità, che resta in evoluzione e modificabile, ma non eliminabile né ricreabile ex novo per via puramente volontaristica: strati storico-culturali sovrapposti, «sopravvivenze arcaiche», «elementi del passato conservati e integrati», per dirla con Antonio Gramsci, che continuano ad agire nell’ambito delle fedi, delle credenze e delle abitudini consolidate.

Se prima, con Bobbio, abbiamo valorizzato il principio dell’eguaglianza, il problema del riconoscimento delle differenze conduce invece alla dimensione oggettiva, e non soltanto soggettiva, della dialettica del riconoscimento, che è fatta di conflitto, ma anche di reciprocità. Si apre qui lo spazio per una via diversa tanto dall’assimilazionismo forzato — peraltro sempre più vuoto, in assenza di un orizzonte vitale di senso nel quale integrare l’altro — quanto da un multiculturalismo liberale ridotto alla semplice sommatoria degli individui-monadi. Potremmo definirla, seguendo in qualche modo Charles Taylor, la via di un multiculturalismo comunitario, nel quale l’identità ospitante sia capace di rigenerarsi anche attraverso il rapporto con le diverse comunità insediatesi, oltre la logica del ghetto, dell’atomizzazione individualistica e dei conflitti tribali.

Si tratta, dunque, di sottrarsi a una falsa alternativa: da una parte, il pulviscolo dell’individuo isolato e ripiegato su se stesso; dall’altra, comunità chiuse, immobili e reciprocamente impermeabili. Il pluralismo, da questo punto di vista, è pluralismo di persone e comunità, di libertà individuali e appartenenze collettive, chiamate a convivere e a trasformarsi reciprocamente dentro uno spazio comune, nel quale permanga tuttavia quel grado di «omogeneità relativa» che autori diversi, come Robert A. Dahl ed Ernst-Wolfgang Böckenförde, hanno variamente considerato una condizione favorevole al buon funzionamento della democrazia, nel senso più alto e compiuto del termine.

Detto questo, posto che non esistono modelli perfetti validi ovunque, l’analisi deve necessariamente tenere conto delle specificità storiche dei singoli Paesi: gli effetti prodotti nei contesti degli Stati protagonisti del colonialismo moderno e contemporaneo, quali gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna, non possono certo essere analizzati secondo gli stessi parametri applicabili a Paesi caratterizzati da percorsi storici, collocazioni geografiche e dinamiche migratorie differenti.

L’uomo del nostro tempo oscilla, ad ogni modo, tra forti istanze di autonomia e un altrettanto forte bisogno di protezione, ovvero di una rete di significati e appartenenze cui riferire la propria esistenza. Questa oscillazione emerge in istanze spesso contraddittorie: tra la paura di essere liberi e l’insofferenza di essere obbligati, tra il bisogno di dire «ci sono, considerate anche me» e la spinta alla sottrazione e alla riottosità, tra il desiderio di uscire dall’anonimato e quello di rifugiarsi in mondi sotterranei e appartati.

La sfida, allora, come già si è scritto, è quella di consentire una piena fioritura della libertà, della pari dignità sociale e dei legami comunitari, oltre la dimensione dell’homo economicus, dell’homo narcissus e di una mobilitazione passiva che assume ormai anche tratti bellicisti, in opposizione alla cultura dello scarto e dell’autoaffermazione fine a se stessa.

Perché, oltre alcune fasce delle grandi metropoli globali, esiste un pezzo di società che vive sulla propria pelle il disorientamento prodotto dalla dissoluzione dei legami sociali e si sente sovrastato da trasformazioni che ne accrescono il senso di impotenza, insicurezza e irrilevanza: la gentrificazione, l’impatto dell’immigrazione oltre certi ritmi e certe soglie, la devastazione ambientale e territoriale, lo spopolamento e la crisi demografica, la perdita di servizi e di luoghi di socialità, in un contesto più generale di inaridimento delle energie vitali e dei potenziali di senso originari, segnato dalla cosiddetta «crisi del rappresentato» accentuata dalle nuove frontiere dello sviluppo tecnologico e digitale.

È su questo terreno che può prodursi anche un incontro di tipo nuovo con le tradizioni del pensiero religioso, cattoliche ma non soltanto: non relegandole alla sola dimensione privata, come una delle tante opzioni disponibili nel pantheon delle preferenze individuali, ma riconoscendo loro la legittima pretesa di intervenire nello spazio pubblico e di concorrere alla definizione dell’orizzonte comune. Ben venga allora un «grido dell’anima» che faccia scandalo, perché osa mettere in discussione le logiche del mondo così com’è, contro il cinismo degli scettici e l’ipocrisia dei moralisti senza morale: invocando pace e principio di speranza mentre tutto sembra lavorare per il «sistema della guerra»; alimentando slanci di futuro, aperture verso l’alto e un’eccedenza di senso a cui attingere, contro l’immanenza assoluta e nichilista che tutto mercifica, spettacolarizza, oggettivizza e livella; appellandosi infine al sacro come sfera da erigere in difesa di ciò che non può essere sacrificato a scopi di utilitas, vanitas et potentia.

L’ethos democratico, del resto, non si sorregge da sé, ma poggia su presupposti in larga misura prepolitici e metapolitici. Come è stato fatto notare, l’esperienza della democrazia in Europa deve molto all’incontro e alla commistione tra l’eredità classica e quella cristiana. Recidere completamente il rapporto con questo fondo comune significa rischiare di consumare progressivamente parte delle fondamenta sulle quali la stessa democrazia si è edificata.

Rivelatrice dei limiti del dibattito su questi temi è stata la discussione — rapidamente interrottasi e mai veramente decollata oltre la dimensione della chiacchiera pubblica — sull’identità storico-culturale dell’Europa, alla cui base vi sono certamente le radici giudaico-cristiane e il loro rapporto con quelle rinascimentali e illuministiche, ma anche l’intreccio tra mondo greco-latino e mondo germanico, senza naturalmente dimenticare l’apporto del mondo arabo.

In questa prospettiva, si può difendere il crocifisso nelle scuole e il presepe nelle città e, al tempo stesso, fornire un pubblico riconoscimento alla celebrazione del Ramadan.

Su queste basi potrebbe prendere forma un nuovo umanesimo, frutto di una nuova alleanza tra un pensiero laico di ispirazione socialista, privo oggi di propulsione ideale, e le grandi culture religiose, con particolare riguardo, nel contesto italiano ed europeo, alla tradizione cristiana.

Anche perché l’espulsione della dimensione religiosa dallo spazio pubblico non determina in alcun modo la scomparsa del fattore religioso, che oggi riemerge in forme anche surrettizie e, proprio per questo, più subdole: nelle contrapposizioni manichee, nelle attese fallaci di salvezza, nelle ansie apocalittiche, nella logica del capro espiatorio, nei riti del consumo, nelle promesse di un aldilà collocato alle porte della società dello spettacolo, nelle false idolatrie.

Sono i segnali di una crisi che non è più soltanto etico-politica o materiale, ma anche e soprattutto antropologica e, in senso lato, spirituale; una crisi che, proprio per questo, per essere adeguatamente indagata richiede il contributo delle più alte esperienze del pensiero, della fede e della creatività.

Se proprio vogliamo assumere come principale la dialettica tra destre radicali e un fronte neosocialista, popolare e democratico, quest’ultimo dovrebbe incorporare le ragioni dell’universale determinato contro quelle del particolarismo gretto e asfittico. A patto, però, che le forze eredi del movimento operaio e del popolarismo cristiano abbandonino definitivamente la via dell’universalismo astratto e quella del suprematismo etico e intellettualistico, recuperando senso storico-dialettico, realismo critico e capacità di visione. Si delineerebbe così una contesa a tre: tra politica dell’investitura plebiscitaria e del risentimento, dispotismo centrista liberal-tecnocratico e umanesimo popolare incentrato su pace, sovranità democratica e giustizia sociale.

Non si tratta, in definitiva, di assumere la gerarchia del discorso delle destre, ma di comprendere le ragioni materiali e spirituali per cui una parte consistente del mondo popolare che storicamente guardava a sinistra oggi non lo fa più. Una politica progressista che voglia tornare a rappresentare i ceti medi e popolari non può limitarsi a dire loro quali dovrebbero essere i problemi di cui preoccuparsi: deve misurarsi anche con quelli che essi concretamente percepiscono come tali, senza negare, come fanno molti a sinistra, l’esistenza stessa dei problemi che le persone comuni, soprattutto quelle più in difficoltà, avvertono come prioritari.

L’errore, commentava Gramsci, è credere «che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato». Come ben sapeva Mario Tronti, «bisogna stare giù in basso» e ben piantati nella realtà, affinché un nuovo discorso egemonico possa finalmente «dirsi alla sua altezza».

Sono queste forse le questioni che il risultato tedesco pone al BSW e, più in generale, a tutte quelle esperienze che cercano di ristabilire una connessione, anche sentimentale, con le aspirazioni e i bisogni dei nuovi e vecchi ceti popolari.


Telemeloni ha in canna un’altra mancetta elettorale: dopo il bollo, tocca al canone


Dopo il bollo, tocca al canone: il governo vuole ridurlo e legare a sé il finanziamento della Rai. Ancora un colpo all’indipendenza del servizio pubblico: tra gli emendamenti dei relatori al testo della riforma Rai in discussione al Senato, la proposta (condivisa anche da FI e FdI) di ridurre il canone Rai. Il finanziamento viene comunque garantito «con altre forme», il che prevede l’assegnazione anno per anno di fondi da parte del governo

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – La vittima prediletta della campagna elettorale sono le tasse “odiate”. La settimana scorsa è stata la volta del bollo auto, ora è il turno del canone Rai. La maggioranza, che ha ripreso in mano martedì il testo di riforma della governance, ha proposto per mano dei relatori un emendamento che prevede la possibilità di una «eventuale variazione negativa». Il taglio, si legge ancora negli emendamenti proposti dalla destra, «è condizionata al reperimento di altre corrispondenti forme compensative di finanziamento pubblico da riconoscere alla società concessionaria». Tradotto: il taglio del canone va compensato con fondi pubblici da reperire altrove. 

Si tratta di uno spostamento della posizione della maggioranza e anche di uno sbilanciamento dei fondi assegnati al servizio pubblico. Tradizionalmente, a spingere per il taglio del canone è sempre stata la Lega, che però aveva incontrato un limite nelle norme previste dall’European Media Freedom Act, in cui si prevede che i mezzi a disposizione del broadcaster devono rimanere stabili. Forza Italia, dal canto suo, è interessata a mantenere la Rai parzialmente fuori dal mercato pubblicitario, in modo da non creare ulteriore concorrenza a Mediaset. Fratelli d’Italia, invece, ha bisogno di mantenere mezzi stabili per finanziare la tv di stato: in apparenza, un conflitto insanabile, che però la destra ha aggirato con uno stratagemma che accontenta tutti. 

Il taglio del canone può essere infatti materiale da rivendere in campagna elettorale, sulla falsariga dell’abolizione della “tassa odiosa” del bolla auto: la Lega avrebbe uno scalpo da esibire, ma la seconda parte della norma, quella che prevede la compensazione dei fondi in altra forma, soddisfa contemporaneamente FI e FdI. Prevedere l’assegnazione dei soldi da parte del governo aumenta infatti la dipendenza della tv di stato dai voleri dell’esecutivo di turno ed evita contemporaneamente un accesso più profondo nel mercato pubblicitario che foraggia Mediaset. 

Rai, La Russa verso le nomine d’ufficio delle opposizioni in Vigilanza. La sinistra: «Trattiamo sulla riforma della governance»

Indipendenza

Si pone evidentemente una questione di indipendenza, motivo per cui tradizionalmente i fondi per le emittenti pubbliche sono garantiti da una tassa di scopo come può essere il canone. Interrompere questa prassi significa riscrivere i rapporti tra potere e televisione di stato, già compromessi dall’assetto legislativo attuale, incompatibile con quanto prevede il regolamento europeo. 

A contestare la proposta i consiglieri d’amministrazione vicini all’opposizione: «Si prospetta un meccanismo nel quale l’ammontare del canone può essere ridotto di anno in anno, affidando la relativa compensazione a successive decisioni pubbliche: si rischia così di rendere il finanziamento della Rai più esposto alla discrezionalità politica e alle esigenze contingenti della finanza pubblica (come è successo con il taglio a sorpresa di 10 milioni di euro nell’ultima Legge di Bilancio). Si continua a volere dunque una Rai al guinzaglio» scrivono in una nota Roberto Natale, Alessandro di Majo e Davide Di Pietro. 

Con la riforma Rai, Telemeloni è per sempre

Si riparte da qui nella discussione della legge che, paradossalmente, dovrebbe recepire proprio l’Emfa. La destra cerca l’accelerazione: oltre a essere argomento spendibile in campagna elettorale, chiudere la riforma significherebbe azzerare il consiglio d’amministrazione attuale e formarne uno nuovo che garantirebbe alla destra il governo della Rai almeno per una parte della prossima legislatura. Un piatto ghiotto soprattutto per la Lega, a rischio di non portare più a casa un consigliere d’amminsitrazione. 


Il re è nudo…


(Dott. Paolo Caruso) – Hans Andersen quando raccontò la favola del “Re nudo”, non immaginava, nel secolo XIX, di anticipare la vicenda di due secoli dopo. L’imperatore vanitoso, si lasciò ingannare dai due imbroglioni che gli vendettero l’abito più bello. Ma era invisibile e guai a dirlo. Tutti, a vedere passare il re con quel abito inesistente, dovevano farne l’elogio, pena la morte. La voce innocente di un bambino, ignaro delle conseguenze, al vederlo pavoneggiarsi in corteo, gridò: “Il re è nudo!”. Con Trump la realtà supera la fantasia. Chi gli grida, anche in Patria, che è nudo, cioè fallito come uomo e soprattutto come presidente di una Nazione che millantava ai suoi di rendere grande, viene cacciato e messo al bando. Così è capitato ieri alle tre Testate giornalistiche tra le più importanti degli USA che lo avrebbero seguito a New York al palazzo di cristallo dell’ ONU per la conferenza internazionale. Vede in loro i “grilli parlanti” e, alla stregua di Pinocchio, anziché ascoltarne i consigli, li spiccica al muro con una martellata. “Passerà”, è il motivo consolatorio di quanti sono defraudati, da lui e dalla sua corte, della dignità e della libertà. Ma due anni di tempo dati alle decisioni di un insano di mente, come è stato dichiarato dai migliori specialisti della materia, sono pesanti e imprevedibili. Non ha mai sensi di colpa, perciò non si mette mai in discussione. Guarda con disprezzo chi prova a correggerne l’indirizzo e si incarta in continue situazioni che sono pericolose per il Mondo, non per lui, che trova sempre l’escamotage economico per arricchirsi con le disgrazie altrui, da lui provocate, come i dazi, e gli obblighi di comprare da lui armi e gas liquido, a prezzi imposti e non concorrenziali. La nostra Premier da pontiera fallita e da serva sciocca ne paga il prezzo economico. Né vanno sottovalutate le sue voglie fameliche di disturbo delle sovranità delle altre nazioni, come ha mostrato con il Venezuela, e pretendeva di fare con il Canada e la Groenlandia. Ci ha ridotto in povertà con l’aumento del petrolio. Causata dalle sue scellerate imprese belliche. “Adda passà a nuttata”. Ci ripetiamo a mantra. Ma la notte è ancora troppo lunga. In due anni può fare qualunque cosa, perché agisce di istinto e convinto che nessuno lo possa limitare. Non ha il “bon ton” che si richiede in ogni diplomazia. Ha solo moltiplicato le guerre, e da illuso “aspirante a premio Nobel per la pace”. Beffardo! I suoi della “Silicon Valley” che lo hanno eletto, per fare MAGA, ossia grande, l’America, se hanno dignità, devono ricredersi e non dargli ancora fiducia. Il mondo è in fiamme, anche a causa sua, perché egli rappresenta l’America, mentre promette bombe per l’Iran. Ma la situazione gli è sfuggita di mano a Hormuz, e nei Paesi Arabi che non si sentono a sufficienza protetti. Ora in pericolo è anche Suez minacciato dagli Houthi, ribelli yemeniti filo iraniani, che condizionano le rotte commerciali nel mar Rosso. Segnerebbe la fine del commercio del Mediterraneo. Chi semina vento del resto raccoglie tempesta! Putin gongola, Trump ha il dente avvelenato contro l’ Unione europea, Xi Jinping sornione accresce l’ interesse per Taiwan, Netanyahu continua le sue scorribande tra Gaza e Libano, infatti sa bene che fino a quando ci sarà il Tycoon le sbarre del carcere le vedrà solo dall’ esterno, cioè dalla parte sbagliata. A novembre in USA, sempre se il Tycoon non le bloccherà, ci saranno le elezioni di metà mandato (Midterm election). Le teme per il calo di popolarità e ricorre al solo mezzo, che è l’unico dio in cui crede: il dollaro. Ne promette cinquemila a chi lo farà vincere. In Italia sarebbe reato, perché dichiarato voto di scambio. Ma per lui non c’è legge. Ha risuscitato l’assolutismo di Luigi XIV del XVII secolo: “La legge sono io”, e con la maleducazione che non gli difetta, ruberebbe ad Alberto Sordi la parte del marchese Del Grillo, per dire: “Io sono io, e voi non siete un “c……zo”.


Sangiuliano incendia i social con foto di donna velata a Porta Nolana: “Pericolo islamizzazione”


L’ex ministro pubblica sul suo profilo Facebook l’immagine di una donna con il velo integrale a Napoli e parla di “minaccia all’identità nazionale”. Il post arriva mentre il governo discute nuove norme su burqa e niqab a scuola

Sangiuliano incendia i social con foto di donna velata a Porta Nolana: “Pericolo islamizzazione”

(di Pasquale Raicaldo – repubblica.it) – Una fotografia scattata domenica scorsa in via Porta Nolana, a Napoli. Nell’immagine una donna musulmana con il capo e il volto quasi interamente coperti, mentre cammina lungo la strada. L’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, oggi coordinatore campano di Fratelli d’Italia e capogruppo del partito in Consiglio regionale, la pubblica sulla propria pagina Facebook con parole forti: “Ecco il pericolo islamizzazione. Questa foto è stata scattata nel centro di Napoli, a poca distanza dall’Università Federico II, simbolo della nostra storia. Non possiamo accettare questa oppressione, è una minaccia all’identità nazionale”.

Il post ha raccolto centinaia di commenti, molti dei quali prendono fortemente le distanze dalle parole di Sangiuliano e ne condannano duramente i toni e il contenuto. Il post di Sangiuliano arriva, peraltro, in un momento in cui il tema dell’integrazione è entrato con forza nell’agenda politica nazionale: il governo sta discutendo nuove misure che riguardano anche burqa e niqab nelle scuole e la presenza degli studenti stranieri nelle classi. Pochi giorni fa lo stesso Sangiuliano aveva presentato in Campania, insieme al fronte del centrodestra, una proposta di legge per la tutela dell’identità dei centri storici, con restrizioni espressamente rivolte anche alla vendita di kebab.


Bindi a Conte: “Ucraina? Non puoi rappresentare solo il M5s se vuoi essere l’interprete di tutta la coalizione”


L’ex ministra richiama il leader del M5s: “Dal centrosinistra mi aspetto serietà, non propaganda”

“La politica è nata per unire, non è nata per separare. Se tu sei un potenziale interprete di tutta la coalizione, non puoi presentarti come rappresentante di una parte soltanto“. Rosy Bindi bacchetta Giuseppe Conte e, all’indomani della chiusura di Nova, mette in discussione l’impostazione scelta dal presidente del M5s in vista del confronto con il resto del centrosinistra. Ospite di Tagadà, su La7, l’ex ministra avverte Conte: chi punta a candidarsi alle primarie e a guidare l’intera coalizione non può limitarsi a difendere il mandato ricevuto dalla propria base, ma deve dimostrare fin da subito di saper costruire una sintesi con le altre forze politiche.

Bindi parte proprio dalle parole pronunciate da Conte a Nova, la manifestazione con cui il M5s ha concluso a Milano il percorso partecipativo avviato nei mesi precedenti per definire le proprie proposte programmatiche. È proprio la fermezza marmorea con cui il leader pentastellato ha rivendicato il mandato ricevuto a suscitare le perplessità di Bindi: “Ascoltando il discorso di Conte mi sono chiesta: ha intenzione di non candidarsi più alle primarie, dopo averle richieste a gran voce? Perché, se ti candidi alle primarie, devi dimostrare che sei in grado di fare sintesi dentro la coalizione. Se invece si partecipa alle primarie ciascuno con il proprio programma e con i propri punti irrinunciabili, è evidente che chiunque venga eletto non sarà in grado di rappresentare tutta la coalizione“.

Bindi non contesta al Movimento il diritto di definire una propria piattaforma politica: £In quella sede io capisco che dovevano elaborare il programma dei Cinque Stelle, ma il capo di quel partito, che ambisce a diventare il capo di tutta la coalizione e poi addirittura del Paese, è chiaro che non può presentarsi con un programma di parte. Deve essere in grado di dimostrare che, pur accogliendo le proposte del suo partito, è in grado di fare sintesi con le altre forze politiche».
E aggiunge: “Capisco che Elly continua a ripetere che tanto troveremo il punto d’accordo, ma se Conte ha intenzione di candidarsi alle primarie deve essere in grado di dimostrare che non rappresenta solo il M5S e che è in grado di fare sintesi con una coalizione un po’ più complessa del M5s, perché c’è un Pd che ha una certa posizione sull’Ucraina“.

Quando la conduttrice Tiziana Panella sintetizza il punto chiedendo se Conte, anziché porre il mandato ricevuto come un aut aut, debba riconoscere che un eventuale candidato di coalizione è chiamato a tenere conto delle istanze di tutti, Bindi va oltre e spiega che avrebbe voluto ascoltare questo messaggio già dal palco di Nova, rivolto direttamente alla comunità pentastellata.
Poi l’affondo finale: “La propaganda la lasciamo alla destra, perché ce ne ha data in abbondanza, ci avanzerà per i prossimi decenni, e io mi aspetto dal centrosinistra quella serietà che io vedo essere assente, naturalmente, in questo momento nella vita politica italiana”.


Francia, la benzina troppo cara risveglia il fantasma dei gilet gialli


(di Giampiero Maggio – lastampa.it) -«Essence trop chère, le peuple est en colère». Benzina troppo cara, il popolo è arrabbiato. Lo slogan è tornato sulle strade francesi e inevitabilmente risveglia il fantasma dei gilet gialli.

Non siamo ancora alla rivolta nazionale del 2018, ma la fiammata dei carburanti sta producendo una miscela sempre più difficile da controllare: proteste, depositi petroliferi bloccati, pompe vandalizzate, code davanti ai distributori meno cari e stazioni che rimangono senza uno o più carburanti. Il numero che fotografa meglio la crisi è quello scritto sui totem delle stazioni di servizio.

Domenica 20 settembre il gasolio ha raggiunto in Francia una media di 2,4097 euro al litro, nuovo record, calcolata dall’AFP sui prezzi comunicati da oltre 8.700 distributori al portale ufficiale del governo.

Due giorni prima era già stato superato il precedente massimo di aprile. Anche la benzina corre. Il 18 settembre il SP95-E10 viaggiava intorno a 2,17 euro al litro, sopra il precedente picco del 2022. 

E dietro le medie nazionali si nascondono punte molto più pesanti: oltre 700 distributori vendevano il diesel a più di 2,50 euro, circa 70 superavano 2,70 e alcune decine sfioravano o oltrepassavano 2,80 euro. Per una famiglia che riempie un serbatoio da 50 litri significa spendere circa 120 euro per un pieno di diesel al prezzo medio nazionale.

Ed è soprattutto nella Francia periferica, rurale e dei pendolari che il rincaro diventa una questione sociale: dove non esiste un’alternativa alla macchina, andare al lavoro costa ogni settimana di più.

Nel Nord c’è chi ormai mette nel serbatoio soltanto un terzo del pieno, sperando che nel frattempo i prezzi scendano. A Marcq-en-Barœul si sono formate file davanti a una stazione TotalEnergies dove il diesel era venduto al prezzo calmierato di 2,25 euro, mentre benzina 95 e 98 risultavano esaurite. A pochi chilometri, a Tourcoing, un Esso Express vendeva il gasolio a 2,46 euro e le pompe erano quasi deserte.

La tensione è già tracimata oltre la semplice protesta. Nel fine settimana del 12 e 13 settembre alcuni distributori vicino a Douai sono stati vandalizzati. A Lallaing sono stati distrutti schermi delle pompe e sul distributore è comparsa in rosso la scritta «Voleurs», ladri.

A Pecquencourt sono stati danneggiati display e circuiti elettrici. Ma il fronte più caldo è stato quello dei pescatori. A Fos-sur-Mer decine di manifestanti hanno bloccato l’accesso a un deposito petrolifero strategico. […]

Le proteste si sono allargate lungo la costa mediterranea. A Frontignan i pescatori hanno impedito ai camion cisterna di entrare nel deposito petrolifero; a Nizza una decina di imbarcazioni ha ostruito per alcune ore l’ingresso del porto. I blocchi sono stati successivamente sospesi durante il confronto con il governo. […]

E intanto alle pompe si aggiunge un secondo problema: l’approvvigionamento. Il 20 settembre il 15% delle stazioni francesi risultava privo di almeno un tipo di carburante; il 21 settembre la quota era salita attorno al 16%. Nei Pays de la Loire si arrivava al 20%, con percentuali ancora superiori in alcuni dipartimenti.

Il governo, però, invita a non confondere queste rotture di stock con una penuria nazionale. Circa nove stazioni in difficoltà su dieci appartengono infatti alla rete TotalEnergies, dove il prezzo è stato plafonato a 1,99 euro per la benzina e 2,25 per il diesel. […]

Parigi sottolinea inoltre che non è stato necessario intaccare i tre mesi di scorte strategiche del Paese. La fotografia ufficiale resta comunque impressionante. Il governo segue quotidianamente l’approvvigionamento di circa 9.900 distributori e il sistema pubblico registra prezzi, chiusure e rotture di stock comunicate dai gestori. 

Anche dall’altra parte della pompa cresce però la paura. I distributori indipendenti sostengono di non avere spazio sufficiente per assorbire l’aumento. Francis Pousse, presidente della branca stazioni di servizio di Mobilians, indica per gli indipendenti prezzi del diesel nell’ordine di 2,50-2,55 euro, mentre la grande distribuzione riesce generalmente a stare 10-15 centesimi più in basso.

Prezzi vicini ai tre euro, precisa Pousse, sono invece «un abuso», anche in autostrada. Il problema è che la crisi dei prezzi sta mettendo in difficoltà gli stessi benzinai.

Mobilians segnala per molte stazioni tradizionali riduzioni dei volumi venduti tra il 20 e il 40% e stima che fra 100 e 150 distributori indipendenti siano oggi potenzialmente in difficoltà, soprattutto nelle aree rurali. A Mercy-le-Bas, in Meurthe-et-Moselle, una commerciante ha scelto una forma di protesta estrema: esaurite le scorte, ha deciso di non ordinare altro carburante.

Parigi ha finora preferito gli interventi mirati a un taglio generalizzato delle imposte. Per agricoltori e altri settori maggiormente colpiti sono stati prorogati gli aiuti; per la sola agricoltura l’intervento previsto per settembre e ottobre vale 15 centesimi al litro, con un costo stimato di 55 milioni di euro al mese.

Ma la pressione politica aumenta insieme al prezzo scritto sulle pompe. La Francia ha già conosciuto, con i gilet gialli, quanto rapidamente una protesta nata dal costo dei carburanti possa trasformarsi in una rivolta molto più vasta sul potere d’acquisto. Per ora il paragone deve fermarsi qui: non c’è una nuova insurrezione nazionale dei gilet gialli.

Ci sono però tutti gli ingredienti che preoccupano l’Eliseo: prezzi record, lavoratori che bloccano depositi e porti, distributori vandalizzati, stazioni senza carburante, commercianti che minacciano di spegnere le pompe e automobilisti costretti a inseguire da una città all’altra qualche centesimo di risparmio.


Trump, “l’America è tornata, è più forte che mai”


(ANSA) – NEW YORK, 22 SET – “L’America è tornata ed è più forte che mai”. Lo ha detto Donald Trump all’Onu. “Il futuro è splendente”, ha aggiunto il presidente americano.

“Devo decidere se annientere l’Iran o fare un accordo. E se li devo annientare li annienterò rapidamente”, ha aggiunto Trump. “Ma sono convinto che faranno l’accordo dopo le elezioni”, ha aggiunto.

TRUMP DENUNCIA, CUBA PER ANNI SI È COORDINATA CON ANTIFA E RETI COMUNISTE NEGLI USA

(ANSA) – NEW YORK, 22 SET – “Il regime cubano ha trascorso decenni a coordinarsi con la sinistra radicale e le reti comuniste qui negli Stati Uniti. Come documentato dal Dipartimento di Stato, ha coltivato legami con gruppi sovversivi e radicali quali il Partito Comunista degli Stati Uniti, Antifa e i Democratic Socialists of America”. Lo denuncia Donald Trump all’Onu, in base agli estratti del suo discorso diffusi dalla Casa Bianca.

TRUMP, PRONTI A USARE LA FORZA NELL’EMISFERO OCCIDENTALE PER TUTERLARCI

(ANSA) – NEW YORK, 22 SET – “Gli Stati Uniti non permetteranno più che minacce all’America mettano radici in alcuna parte dell’emisfero occidentale. E, se necessario, impiegheremo la nostra potenza militare per tutelare gli interessi nazionali vitali degli Stati Uniti”. Lo ha detto Donald Trump all’Assemblea generale dell’Onu, in base agli estratti del suo discorso diffusi dalla Casa Bianca.

“I cartelli sono l’Isis dell’emisfero occidentale. Sono nemici in guerra contro la civiltà, che utilizzano omicidi, stupri, torture ed estorsioni come strumenti di terrore”, ha messo in evidenza.

TRUMP, HO REALIZZATO LA PACE, FORZA USATA PER RENDERE USA I PIÙ POTENTI AL MONDO

(ANSA) – NEW YORK, 22 SET – “Mentre altri parlavano, io ho agito. Mentre altri parlavano di pace, io l’ho realizzata. Mentre altri ignoravano le minacce, io le ho affrontate. Mentre altri parlavano di coraggio, l’America lo ha dimostrato. Mentre altri promettevano forza, io l’ho usata per rendere l’America il Paese più potente del mondo”. Lo afferma Donald Trump all’Onu, in base agli estratti del suo discorso diffusi dalla Casa Bianca.

TRUMP, MESSAGGIO A PUTIN? ‘METTERE FINE ALLA GUERRA’

(ANSA) – NEW YORK, 22 SET – “Mettere fine alla guerra”. E’ la risposta di Donald Trump a chi gli chiedeva quale fosse il suo messaggio per Vladimir Putin, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg.

TRUMP, ‘IRAN NON PIÙ BULLO, MIO IMPEGNO INCROLLABILE CONTRO LORO ARMA NUCLEARE’

(ANSA) – NEW YORK, 22 SET – “Due anni fa il nostro Paese era morto. Ora siamo nell’età dell’oro. Abbiamo agito con decisione per risolvere i problemi del mondo”, fra questi il “fanatico regime dell’Iran. Erano i bulli del Medio Oriente ma ora non lo sono più.

Da quando mi sono insediato il mio impegno è stata incrollabile nel non far avere” a Teheran l’arma nucleare. Lo ha detto Donald Trump all’Assemblea generale dell’Onu. Fra i tanti presenti in sala ad ascoltarlo ci sono la first lady Melania Trump, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent, l’ambasciatore americano all’Onu Mike Waltz e la capa di gabinetto Susie Wiles.

TRUMP, ‘SONO CONVINTO CHE L’IRAN FARÀ L’ACCORDO DOPO LE MIDTERM’

(ANSA) – WASHINGTON, 22 SET – “Sono convinto che l’Iran farà l’accordo dopo le elezioni” di medio termine. Lo ha detto Donald Trump all’Onu suscitando l’applauso dell’Assemblea Generale quando ha ribadito che Teheran “non avrà mai l’arma nucleare”.

TRUMP, INVIERÒ SUBITO MASSICCIA PRESENZA MILITARE IN GROENLANDIA, COSTRUIREMO 2 BASI

(ANSA) – WASHINGTON, 22 SET – Dopo l’accordo con Danimarca e Groenlandia “invieremo subito una massiccia presenza militare” sull’isola. Lo ha detto Donald Trump all’Onu definendo l’intesa, che sarà firmata tra poco al Palazzo di Vetro, “straordinaria”. Gli Stati Uniti “cominceranno a sviluppare una significativa presenza militare costruendo due basi militari di grande importanza”, ha annunciato. 


Contrordine camerati, si torna a destra!


(dagospia.com) – Contrordine camerati, si torna a destra! L’irresistibile ascesa di Roberto Vannacci sta possedendo come un incubo gli otoliti di Giorgia Meloni.

Di certo l’Evita Peron del Colle Oppio non poteva prevedere l’exploit dell’ex parà della Folgore di riuscire a fondare un partito ai primi di giugno 2026 e dopo appena 30 giorni balzare prepotentemente nei sondaggi al 6%,  sgretolando la Lega di Salvini come un giochino della Lego.

Cannibalizzato il Carroccio, ben alimentato dallla galassia MAGA, Vannacci ha cominciato a  erodere i consensi di Fratelli d’Italia e a imbarcare i parlamentari che affidano a Futuro Nazionale la speranza di essere rieletti nel 2027  (l’ultimo, il forzista siculo Calderone). Se a Montecitorio Futuro Nazionale conta ben 9 deputati, gli ultimi sondaggi lo rilevano all’8%. 

Numeri che hanno pesantemente sovvertito, fino al punto di accendere l'”allarme rosso”, l’ultima riforma rimasta in mano alla Ducetta dopo il flop del premierato, giustizia e autonomia: la nuova legge elettorale dotata di un premio di maggioranza decisamente fuori dalla ragione democratica (70 deputati e 35 senatori per la coalizione che raggiunga il 42%).

Ma se i numeri di Vannacci venissero confermati dalle urne alle politiche del 2027, il traguardo del 42% diventerebbe una chimera che si potrebbe trasformare in un boomerang per l’Armata Branca-Meloni, issando a Palazzo Chigi un centrosinistra miracolato dal Campolargo.   

Che l’Underdog sia particolarmente agitata si è intuito chiaramente dal suo intervento a Fenix, la kermesse dei fratellini d’Italia, in cui ha annunciato il divieto di burqa e hijab a scuola e il numero limitato di stranieri nelle classi. E’ vero, manca una legge anti-kebab, ma date tempo al tempo ed arriverà pure questa.

Un cambio di rotta per la fu Draghetta, che in una volta sbarcata al governo con il suo manipolo di camerati ha cercato di barcamenarsi inventandosi prima “pontiera” tra l’Unione Europea e Trump, poi flirtando con Ursula von der Leyen e il centrismo del Partito Popolare Europeo, infine mollando, una volta sconfitto, il filo-putiniano Orban  per aggrapparsi alla giacchetta del cancelliere tedesco Merz.

Un camaleontismo senza limitismo che non poteva non lasciare spazio libero alla sua destra nel quale si è infilato come uno squalo l’ex generale, che ha ripescato e propagandato lo stesso programma populista-sovranista che ci ha inflitto Giorgia Meloni quando sedeva nei banchi dell’opposizione.

La Statista della Sgarbatella, che avrà tanti difetti ma di certo sa annusare l’aria che tira, ha una priorità: riposizionarsi a destra e riacciufare quello zoccolo post-fascio che oggi preferisce l’originale al taraccato, lo zucchero al dietor, la postura da gerarca di Robertino alle smorfie e alle battute romanesche di Giorgia.

Un riposizionamento che va condotto con la massima urgenza, vedi l’atteso cambio dello staff della comunicazione che si apprende a fare, con l’uscita di scena del suo social manager Longobardi e le voci ricorrenti su Gian Marco Chiocci come suo portavoce.

Anche perché, agli occhi della Fiamma Magica, il sistema di potere democristiano dell’Unione Europa sta scricchiolando. Il vento di destra soffia in Francia, dove Martine Le Pen è data favorita per il voto per l’Eliseo del prossimo aprile, e in Spagna, dove il socialista Pedro Sanchez rischia seriamente di dover lasciare alla poltrona nelle elezioni nel 2027, in caso di un’alleanza tra i popolari e i neofranchisti di Vox di Pedro Abalscal per creare un esecutivo.

Uno scenario in cui Meloni aggiunge la Germania flagellata dai para-nazi di Afd: se il cancelliere Friedrich Merz fosse costretto a rassegnare le dimissioni,  molti esponenti del partito cristiano-democratico tedesco (Cdu) sarebbero già pronti a governare insieme all’Afd.

E a quel punto, in caso di una netta svolta a destra in Europa, la Ducetta avrebbe gioco facile ad “aprire” a un’alleanza con Roberto Vannacci, costringendo così Lega e Forza Italia a ingoiare l’amaro boccone di Futuro Nazionale per poter restare al governo.

Ecco perché, in barba alle mille voci di voto anticipato, alla “Premier Duracell” conviene provare a portare a termine la legislatura fino alla scadenza naturale, a ottobre 2027, quando sarà chiaro l’assetto delle forze in campo nell’Unione Europea e magari, ciò che oggi è bollato come una follia (imbarcare il post fascio Vannacci), diventerebbe una abile mossa per riprendere potere a Bruxelles.