Selezione Quotidiana di Articoli Vari

L’esercito con poteri di polizia: siamo oltre la “bulimia punitiva”


(di Silvia Truzzi – ilfattoquotidiano.it) – La creatività penale dei Fratelli di Giorgia non ha né limite né pudore . In quattro anni hanno inventato una ventina di nuovi reati, alcuni inutili, altri controproducenti rispetto al fine che si promettevano, altri ancora gravemente lesivi delle più elementari libertà costituzionali: la disobbedienza civile è diventata reato, le rivendicazioni sindacali pure. Dal decreto Rave del 2022, passando per il decreto Cutro e i decreti Sicurezza dell’anno scorso, fino all’ultima mostruosità di martedì, il governo Meloni passerà alla storia per una pericolosissima ossessione securitaria che non guarda in faccia ai profili di merito (come hanno osservato magistrati e avvocati, l’apparato normativo che esce dai decreti Sicurezza mal si concilia con i principi costituzionali di offensività, tassatività, ragionevolezza e proporzionalità) né a quelli di forma perché il decreto è diventato sistematica fonte del diritto penale. E con modalità che di fatto hanno cambiato la Costituzione: sia per i decreti dell’anno scorso che per il più recente, esistevano già disegni di legge in Parlamento. Così il governo scippa al Parlamento la funzione che la Costituzione e qualche secolo di dottrina gli conferiscono, ovvero quella legislativa. Qualcuno sostiene che la “bulimia punitiva” questa volta sia giustificata dalle violenze dello scorso weekend, ma a parte l’ovvia considerazione che la legge penale non può essere retroattiva (articoli 25 Costituzione, 2 Codice penale, 7 Cedu), non ci si era mai spinti a ipotizzare di dare all’esercito per le strade poteri di polizia giudiziaria. Il presidente della Repubblica ha respinto al mittente la proposta, ma come ha spiegato ieri su Repubblica Franco Gabrielli, è gravissimo anche solo il fatto che ci abbiano pensato: “Questo Paese ha faticosamente costruito un sistema che distingue le responsabilità civili della sicurezza pubblica da quelle militari della difesa contro le minacce esterne. Un argine fondamentale per una democrazia liberale”.

A Milano saranno inviati 500 parà della Folgore e mezzo governo li avrebbe voluti in strada ad arrestare gente: pare che il ministro Crosetto sia rimasto deluso dalla bocciatura del Colle (“Dovete spiegarmi cosa farà l’esercito a questo punto”). Il capo delle forze armate è il presidente della Repubblica e non il ministro della Difesa a cui però spettano le funzioni di direzione politica e amministrativa dell’esercito e a cui, per esempio, risponde il capo di Stato maggiore. Non è affatto confortante l’idea che Crosetto pensi seriamente di mandare i parà della Folgore – che non hanno alcuna formazione in materia di ordine pubblico – ad arrestare gente a Milano: come ha detto Gabrielli, “quando si apre un varco del genere è difficile richiuderlo”. Non evocheremo i colonnelli (o i generali), la Grecia, la Spagna, il Cile: però attenzione perché stiamo attraversando una mutazione esecutivizzante della nostra democrazia (non solo per l’abuso cronico dei decreti, ma anche per una generale marginalizzazione del Parlamento e il tentativo di ridurre il capo dello Stato a un notaio, come la nuova legge elettorale dimostra). Se a questo quadro si aggiungono trovate pericolose (e potenzialmente eversive) come il conferimento di poteri straordinari all’esercito, la situazione può facilmente scappare di mano. Nel 2005, commentando il pacchetto Sicurezza dell’epoca (il decreto Pisanu in tema di terrorismo internazionale), Stefano Rodotà ricordò che ai tempi della Legge Reale “l’estensione del fermo di polizia fu almeno accompagnata dall’obbligo del ministro dell’Interno di presentare periodiche relazioni al Parlamento sull’uso di quello strumento”. Non è stata la legge Reale a sconfiggere il terrorismo interno, ma occhio perché ha continuato a fare danni anche molto tempo dopo l’emergenza durante la quale era stata approvata. Fin qui.


Anche i ricchi pensano


(di Michele Serra – repubblica.it) – Per dirla come al bar: quanto costerebbe, a un ricco, una tassa patrimoniale, e quanto gli costerebbe pagarsi i vigilantes che lo proteggono? E a parte i conti in tasca (vuoi scommettere che costerebbe di meno la patrimoniale?), che futuro sognano, i ricchi? Quanto Welfare e quanto filo spinato, considerando che il primo è il contrario del secondo?

Le tasse servono per pagare più scuole, più insegnanti, più poliziotti, affidando allo Stato, alla collettività, il compito di educare, assistere, quando occorre reprimere. Si chiama stato sociale ed è una soluzione di tipo europeo — fino a che l’Europa esisterà in quanto tale, con buona pace di Putin e di Trump. L’altra soluzione è di tipo sudamericano: privatizzare la sicurezza, privatizzare tutto. Quartieri bunker e guardie armate alla porta. Il “chi va là” come condizione quotidiana, e magari qualcuno è così stupido che lo considera pure uno status symbol, vivere blindato.

Se fossi un ricco, mi porrei la domanda. Farei come quella combriccola di miliardari americani che hanno fondato l’associazione “Tax the rich”. Sono arcistufi di fare beneficenza: vogliono pagare più tasse. Sono più intelligenti dei loro pari grado. Sanno che una società più equilibrata, meno difforme socialmente, è la migliore garanzia per il futuro di tutti. E anche per la sicurezza di tutti.

In mezzo a tanti appelli (giustificati) ai ragazzini delle periferie, “pensate a quello che fate”, vale la pena un appello simmetrico da rivolgere agli straricchi: pensate a quello che fate. Se il capitalismo ha ancora un cervello, lo adoperi. Se invece è solo una sequenza di algoritmi, il guaio è grosso.


La grancassa dei decreti


Il governo Meloni promette sicurezza ma la sua azione normativa genera insicurezza. E usa la repressione giacché non sa fare prevenzione

Roma, 20 ottobre: Giorgia Meloni firma il decreto cortei

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Non è vero che i giornali non li legge più nessuno. Li leggono a palazzo Chigi, dal primo all’ultimo rigo. E dopo averli letti, decretano. Sarà per questo che si chiamano decreti legge: perché il governo legge le cronache del giorno, e le trasforma in un decreto.

D’altronde cominciò così l’avventura di questo esecutivo. Ottobre 2022: migliaia di giovani, italiani e stranieri, si radunano all’interno d’un capannone abbandonato a Cittanova (nei pressi di Modena), in occasione del fine settimana di Halloween. È un rave party, che manda in tilt il traffico stradale e diventa immediatamente una notizia. Sicché il governo Meloni battezza il primo decreto legge della sua (lunga) serie, introducendo uno specifico reato per punire l’invasione di terreni o di edifici. E quante volte è stato applicato il nuovo reato in quattro anni? Zero, zero tagliato. Ma che importa, ciò che conta è cavalcare la notizia, rigirarla a tuo vantaggio, gonfiare i muscoli dinanzi agli elettori.

No, non è un governo: è un edicolante. Che ha continuato a vendere carta stampata con il decreto Cutro (marzo 2023), inasprendo le pene contro gli scafisti e imprimendo una stretta alla gestione dei flussi migratori. Anche in quel caso, una notizia normativa per reagire a una notizia di cronaca: il naufragio d’un caicco davanti alla spiaggia calabrese di Cutro, che provocò 94 vittime fra i migranti che erano a bordo.

Oppure, altro episodio: il decreto Caivano, di pochi mesi dopo. Lo stupro di due cugine adolescenti da parte di altri adolescenti, la reazione inorridita dell’opinione pubblica, il decreto che introduce sanzioni contro i minorenni. Stravolgendo il sistema di giustizia minorile e sopprimendo in molti casi l’istituto della messa alla prova, uno strumento cardine per la rieducazione e il reinserimento sociale dei minorenni accusati di reati.

Milano, 18 ottobre: scontri in piazza del Duomo

Sicché adesso ci risiamo. Scendono in piazza gli studenti, protestando contro le condizioni della scuola italiana. A Milano e altrove, gruppi di teenager s’abbandonano a violenze, disordini, saccheggi. Una minoranza, rispetto alla gran massa della popolazione studentesca; ma questo comportamento criminale oscura le buone ragioni della protesta. L’esecutivo reagisce, come sempre, con un tic: l’ennesimo decreto. Trasformando il disagio giovanile in una questione d’ordine pubblico. E spingendosi a progettare una soluzione cilena, con i soldati autorizzati a compiere arresti nelle strade.

Non passa, Mattarella dice niet. Ma nel decreto cortei s’affaccia una nuova figura di reato: la «partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche», punita con cinque anni di galera. Viene introdotta una sfilza d’aggravanti. I minori fra i 14 e i 18 anni diventano perseguibili senza alcuna attenuante legata alla loro età. Infine, per sovrapprezzo, scatta l’arresto in «flagranza differita» e il fermo preventivo di 24 ore per i minorenni.

Domanda: ma prima di quest’ultima addizione al codice penale le manifestazioni violente erano lecite? La violenza veniva punita nelle case e premiata nelle strade? Vietata a 19 anni e consentita a 17? No, evidentemente. Così come è evidente il populismo — nella sua accezione deteriore — che sorregge queste iniziative normative.

Il capo dello Stato aveva chiesto al governo di non legiferare sull’onda dei fatti d’attualità, per quanto gravi e biasimevoli. Nulla da fare, anche perché le elezioni s’avvicinano, e bisogna accattivarsi gli elettori. Sennonché di quattrini per mance e regali ce n’è pochi, mentre confezionare l’ennesimo reato è gratis. Niente cassa, solo grancassa.

Tuttavia non è vero, non è affatto vero, che in questi casi manca un conto da pagare. Paga la certezza del diritto, paga la dignità della legislazione. «Le caratteristiche distintive della legge sono la generalità e la durata illimitata», stabiliva la Costituzione girondina del 1793.

Ma se le leggi si moltiplicano, se divengono pignole come atti notarili, se infine durano il tempo d’un fiammifero, nessuno potrà mai conoscerle, e dunque rispettarle. Nemmeno i giudici, con 35mila figure di reato in circolo nel nostro generoso ordinamento, cui s’aggiungono a settimane alterne nuovi delitti e nuove pene.

Servirebbe la memoria di Pico della Mirandola per tenerne il conto. E servirebbe un astrofisico per districarsi nella galassia del codice penale, dove — per dirne una — negli ultimi anni il delitto di omicidio si è smembrato nell’omicidio stradale, nel femminicidio, nell’omicidio nautico, cui sta per aggiungersi l’omicidio sul lavoro.

Da qui un doppio paradosso. Uno: il governo Meloni promette maggiore sicurezza, ma la sua azione normativa genera maggiore insicurezza. Nei rapporti giuridici, e perciò nella vita sociale.

Due: usa la repressione, giacché non ha saputo fare prevenzione. Ma pure la repressione dei decreti sicurezza fa cilecca, altrimenti non sarebbe necessario snocciolarli uno dopo l’altro. Sicché ogni nuovo decreto certifica il fallimento del decreto precedente. Contenti loro, scontenti noi.


Il dépliant di Silvia Salis che si vede solo leader


(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Abbiamo la sensazione, ma potremmo sbagliare, che l’establishment stia tentando in tutti i modi di lanciare Silvia Salis dall’amministrazione di Genova, città di cui è sindaca, alla ribalta nazionale. In una settimana abbiamo contato: una copertina su 7, settimanale del Corriere, con speciale di 5 pagine (“Il centrosinistra non ama la vittoria, io sì”); un’ospitata da Fazio (“È una rockstar!”); endorsement velati sui giornali padronali (“Capito Silvia Salis quanto piace, quanto funziona?”, Corriere); dichiarazioni ultimative di Salis su Campo largo e leadership; anticipazioni del libro di Salis sui quotidiani.

[…]

Ecco, il libro: il titolo È già domani (Feltrinelli) richiama il film campione d’incassi C’è ancora domani di Paola Cortellesi, e il contenuto ricorda Open, il best-seller di Andrè Agassi e del premio Pulitzer J.R. Moehringer: qui mentori inflessibili sono il papà (“Non ti puoi permettere di essere una cretina”) e l’allenatore. Così funziona il marketing: prendi quello che ha funzionato negli anni scorsi e riempi la scocca con stoffa tua.

Chi si aspetta un manifesto politico resta deluso: c’è la sicurezza, che ovviamente “non è né di destra né di sinistra: è di tutti” (dove l’abbiamo già sentita? Ah, sì: da Alessandro Onorato; forse perché condividono lo stesso spin doctor, Marco Agnoletto, già spin doctor di Renzi?); ci sono buone idee per città funzionanti (biblioteche, centri sportivi e per anziani, etc.); ma il libro, in buon italiano, è in definitiva un dépliant autopromozionale.

Lo storytelling, arma impropria del renzismo dannunziano, vi è applicato con mirabile diligenza: il papà comunista, la fecondazione assistita (“Per me è importante parlarne, così come ha fatto la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez”), il figlio col cognome della madre. Come ormai anche i muri sanno, Salis è stata martellista olimpica, da cui: disciplina, fatica, sacrificio. Non siamo alle vette insuperate di Quella tosta. Chi è, dove arriverà Maria Elena Boschi (2015), dedicato alla “giaguara” del turbo-renzismo, ma l’operazione è simile. Certo i renzismi non mancano, tipo il “ministero del Futuro” (noi, si sa, preferiremmo piani quinquennali) e l’iperliberista “capitale umano” (Salis è contro i lavori precari: dev’esser per questo che ha votato per Renzi, quello del Jobs Act).

La metafora sportiva giustifica, e ammorba, tutto il libro: “Quando penso al destino di una società mi torna in mente un campo di atletica all’alba”. Chi meglio di lei può incarnare la “resilienza”, che nella politica pop ha sostituito la più impegnativa e umana resistenza? “La politica è entrata nella mia vita, senza bussare, sotto forma di domanda. ‘Cosa succede fuori dal campo sportivo, oltre quel perimetro in cui le regole sono chiare, in cui il merito è riconosciuto da inappellabili centimetri e secondi?’”. Un po’ inverosimile: piuttosto, la pubalgia le blocca la carriera. Qui inizia la sua seconda vita: Malagò la nomina a 35 anni vicepresidente del Coni.

[…] A un certo punto Salis capisce che non è aria di diventare presidente al posto di Malagò, e lì la politica bussa eccome, nella persona di Roberta Pinotti, ex ministra della Difesa del Pd: “Mi disse: ‘Qui a Genova abbiamo grandi problemi per trovare il candidato sindaco. Lo so che tu in questo momento vorresti diventare presidentessa del Coni, però ci sarebbe veramente bisogno di una persona come te per mettere tutti d’accordo’”, chissà perché. Al che Silvia si ricorda che da piccola non voleva fare l’atleta, bensì, indovinate un po’? “Alle elementari… quando mi chiedevano che cosa volessi fare da grande, rispondevo: ‘La sindaca di Genova’”. La competizione morde: “Vi faccio vedere che quella responsabilità che non ritenete opportuno affidare a una giovane donna per un ente come il Coni… io la vado a prendere altrove. E vi dimostro che posso irrompere in una città governata da anni dalla destra, senza aver mai fatto una campagna elettorale in vita mia, e vincere” (Dio benedica tanto agonismo; noi andremmo subito a farci controllare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress). Pone un’unica condizione: essere appoggiata da tutti quelli non palesemente di destra (persino da Renzi). E vince. L’unica competizione a cui Salis non vuole partecipare sono le primarie: vuol essere acclamata. “Manca un leader riconosciuto del centrosinistra… Quello per il quale di solito non serve la certificazione di un voto, ma di un carisma insindacabile, che per definizione è ‘la capacità personale di esercitare un forte ascendente, fascino e influenza sugli altri… Voi riconoscete queste caratteristiche in qualcuno dei volti della politica di oggi?”.

Ergo, M5S e Pd dovrebbero saltare le primarie per incoronarla candidata premier (non ministra dello Sport: se l’ha fatto Luca Lotti, può ben farlo lei), invece di far scegliere i cittadini tra una segretaria di partito e un due volte presidente del Consiglio.

La differenza tra neoliberismo e progressismo popolare riguarda la percezione di sé come centro del mondo o del bene collettivo come orizzonte: nel Pd non riescono a trovare nessuno per fare il sindaco e il candidato premier, così lo propongono a Salis, e ciò per Salis è il segno di quanto valga lei, non di come stia messo male il Pd. Ma davvero il centrosinistra ha bisogno di sedurre (“condurre a sé”) il popolo, invece di andare verso di esso e migliorare la sua condizione?


Una nuova Yalta


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] “Stiamo andando verso la fine della guerra”. Stavolta non lo dice Trump o Zelensky per ragioni elettorali: lo dice Putin, che mente come gli altri, ma di solito misura un po’ più le parole, anche perché il consenso non è un suo problema. Sarà vero? Lo capiremo presto, ma l’impressione è che qualcosa si muova. Come nella primavera del 2022 coi negoziati di Istanbul subito dopo l’invasione, quando sia Mosca sia Kiev ostentavano ottimismo e si lodavano a vicenda per la buona volontà. Poi su quel tavolo, che doveva ancora sciogliere un paio di nodi belli spessi, calò il veto anglo-americano. Ora a riannodare i fili alla luce del sole sono i mediatori di Trump e sotto traccia quelli del Papa, con le telefonate a Putin e a Zelensky e le missioni a Mosca dei cardinali Gallagher e Zuppi. La Ue, al solito, non tocca palla, ma questo è un bene: non ha ancora neppure un mediatore e in quattro anni e più ha fatto solo danni. Però i Paesi che contano – Francia, Germania e Regno Unito – erano al tavolo di Witkoff e Kushner a Miami e hanno digerito il loro piano. Che Trump ha imposto a Zelensky con la minaccia di levargli l’intelligence satellitare e di non vendere più agli europei le armi che poi gli regalano. E che è la cosa meno misteriosa e più prevedibile del mondo.

[…]

La Russia si tiene quello che ha preso e qualcosa che sta per prendersi, garantendo l’integrità del restante 79% di Ucraina. Kiev non entra nella Nato (nell’Ue si vedrà, ma tira brutta aria). Le sanzioni a Mosca vengono annullate progressivamente. Gli asset russi sequestrati dall’Ue vengono in parte restituiti ai legittimi proprietari e in parte investiti in affari comuni fra Mosca, Ucraina e chi altri ci sta. Kiev riduce l’esercito e l’industria militare. Per metterla al riparo da eventuali nuovi attacchi, Usa e Ue inventeranno qualcosa di simile all’articolo 5 Nato, per quel che vale e per chi vi aderirà (pacche sulle spalle e belle parole). Un segreto di Pulcinella che, se e quando sarà firmato, imporrà una domanda agghiacciante: quanti morti e rovine in Ucraina e disastri economici in Europa si sarebbero evitati siglandolo uno, due, tre, quattro anni fa? Tutti sapevano da subito che sarebbe finita così. Ma molti – soprattutto nell’Ue e a Kiev – hanno preferito credere alla loro propaganda per salvare la faccia e la poltrona. In ogni caso, neppure un’intesa finalmente firmata e il silenzio delle armi basterebbero a risolvere il problema. L’Est Europa è una polveriera dalla fine della Guerra fredda, a cui purtroppo non seguì una pace almeno tiepida. Serve una nuova conferenza tipo Helsinki 1975, che risolva tutte le questioni di sicurezza aperte: per tutti, anche per la Russia. Possibilmente preceduta da una nuova Yalta fra gli Usa, la Cina, la Russia e – ove mai esistesse – la Ue.


Farsi qualche domanda


(Giancarlo Selmi) – Sabato e domenica a Milano abbiamo visto vetrine sfondate, negozi saccheggiati, cassonetti in fiamme. Ragazzini. Molti minorenni, alcuni di appena 12 anni. Lo dico subito, così non ci sono equivoci: niente giustifica i saccheggi e la violenza. Ma condannare non basta. Chi governa ha il dovere di chiedersi perché.

Perché dietro quella rabbia non ci sono mandanti né burattinai: c’è una generazione cresciuta ai margini, esclusa dal “mondo di sopra”, che guarda le vetrine del centro come si guarda un mondo a cui non si appartiene. E nessuno, in questi anni, se n’è occupato davvero.

Questo governo lancia allarmi sicurezza uno dietro l’altro e risponde sempre allo stesso modo: un decreto sicurezza dopo l’altro. Sette provvedimenti dal 2022 a oggi. Quasi sessanta nuovi reati e altrettante aggravanti, molti per comportamenti che erano già puniti. Risultato? I problemi non si risolvono, si aggravano ogni volta di più. Perché la violenza e il disagio non si cancellano aggiungendo articoli al codice penale.

Governano da quattro anni, ma è sempre colpa di qualcun altro: dell’opposizione, dei sindaci, della sinistra, dei social. Eppure al governo ci sono loro. Le scelte sulla scuola, sul lavoro, sui salari, sulle periferie, sul costo della vita sono loro. Abbiamo due ministri dell’interno al prezzo di uno, come le offerte dei supermercati, i risultati sarebbero indegni per uno solo.

E intanto c’è un’altra storia che nessuno racconta. Mentre i telegiornali mostrano in loop cento ragazzini e una vetrina rotta, migliaia di persone (lavoratori, studenti, pensionati, famiglie) hanno riempito le piazze di tante città in modo del tutto pacifico. Contro il carovita, contro una vita diventata impossibile da sostenere. Di loro non parla nessuno. Anzi, in tv si manda in onda chi spiega che gli studenti scioperano per saltare un giorno di scuola, o perché qualcuno gli ha fatto il lavaggio del cervello.

Un governo che si rispetti non alimenta la frattura tra due Italie che non si parlano più. La ricuce. Investe su scuola, lavoro, quartieri, opportunità. Riduce le disuguaglianze invece di allargarle. È l’unica strada perché quello che abbiamo visto a Milano non si ripeta e non diventi normalità.

Farsi domande non è giustificare. È governare.


Caos Milano: la responsabilità è solo della Destra


I più giovani hanno provato in tutti i modi a dire la loro: al referendum sulla giustizia, all’esame di Stato, nelle proteste pro Palestina, sui social, nelle loro aule ma non è bastato. Nessuno li ha presi sul serio

Caos Milano: la responsabilità è solo della Destra

(Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – Si chiama schizofrenia sociale ed è il risultato di un governo di Destra che dal 2022 risponde ad ogni problema con la punizione, la forza, la disciplina, l’arroganza del potere. Ciò che è accaduto in questi giorni a Milano altro non è che la prevedibile risposta a chi da quattro anni prova a zittire tutti. Ve lo ricordate il contrasto ai rave party? E il Decreto Caivano? Le norme più stringenti contro le occupazioni abusive? I metal detector nelle scuole? Il voto in condotta? L’introduzione del reato di “blocco stradale”? L’inasprimento delle pene per la criminalità minorile? Il divieto dell’uso degli smartphone in classe fino alla terza media? L’esame orale obbligatorio alla maturità? L’articolo undici ter del codice di comportamento disciplinare per i dipendenti dello Stato che impedisce di pubblicare sui social contenuti, commenti o espressioni che possano ledere il prestigio, il decoro o l’immagine dell’amministrazione di appartenenza? Le ispezioni di Valditara?

L’elenco è lungo e a questa lista va aggiunto l’aumento delle disuguaglianze economiche oltre al fatto che alcuni studi universitari basati sulle metriche Istat hanno isolato una categoria sociale in forte aumento in Italia: i “cittadini scontenti” (disgruntled). Si tratta di italiani che, a differenza del passato, partecipano attivamente alla vita sociale (votano, fanno volontariato, si informa), ma nutrono una profonda e radicata sfiducia negli altri e nello Stato.

Questo contrasto genera un atteggiamento cinico. Proprio i più giovani hanno provato in tutti i modi a dire la loro: al referendum sulla giustizia, all’esame di Stato, in occasione delle proteste sulla guerra tra Israele e Palestina, sui social, nelle loro aule ma non è bastato. Nessuno li ha presi davvero sul serio. Risultato? Il cortocircuito di un Paese: giovani (pacifici) contro altri giovani (violenti); adulti contro i ragazzi; adolescenti migranti contro compagni italiani e viceversa; politici che si accusano a vicenda; insegnanti contro i poliziotti; poliziotti contro i ragazzini e quest’ultimi in guerra con i primi.

Non è un caso nemmeno che il tutto sia avvenuto a Milano: una città edonista dove si respira l’individualismo e dove si toccano con mano le differenze sociali solo camminando per la strada. Inutile ora cercare di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Troppo tardi. Scriveva Sartre: “Che cosa vi aspettavate quando si sciolse il bavaglio che aveva reso mute le loro bocche? Che cantassero le vostre lodi’”.


Caro carburante, la protesta si spacca nel Foggiano: i tir arretrano ma non tutti. E a scuola puniscono gli studenti in piazza


Dopo oltre dieci giorni di mobilitazione, presidi alleggeriti davanti ai caselli. A Canosa un dirigente scolastico minaccia ricadute sul voto di condotta per chi ha scioperato

Caro carburante, la protesta si spacca nel Foggiano: i tir arretrano ma non tutti. E a scuola puniscono gli studenti in piazza

(di Andrea Gisoldi – ilfattoquotidiano.it) – La pioggia lava l’asfalto, ma non la rabbia. Davanti ai caselli autostradali del Foggiano, dove la protesta contro il caro carburante e il costo della vita è partita tra le prime in Italia, dopo oltre dieci giorni il fronte comincia a mostrare le prime crepe. I presidi di Candela, Poggio Imperiale, Foggia e Cerignola si alleggeriscono, qualcuno viene smontato, altri restano pronti a riaccendersi. Ma la domanda, tra camionisti e agricoltori, è sempre la stessa: quanto si può resistere senza lavorare e senza rimetterci anche i soldi per tornare a farlo? Nicandro Vigilante, portavoce degli autotrasportatori del presidio del Gargano, al casello di Poggio Imperiale, rivendica la scelta di abbassare momentaneamente i toni: “Noi vogliamo dare un segnale tangibile al ministro Salvini, perché abbiamo apprezzato il suo sforzo a riceverci. Ci ha garantito che ci sarà un altro tavolo tecnico il giorno 27 e, come segno di collaborazione, abbiamo pensato di rimuovere i presidi. Ci sono un po’ di focolai che non sono coordinati con noi, ma la maggior parte ha rimosso i presidi”.

Una linea che non convince Vincenzo Pinnelli, portavoce del presidio di Cerignola Est, dove la protesta continua, seppure con un alleggerimento. “Se oggi non si vedono presidi è solo perché piove, ma nessuno sta andando a lavorare. Magari non li vedi in piazza adesso, non li vedi al casello, li vedi più tardi. La gente, pure se non è al presidio, non va comunque a lavorare, bloccando le forniture”. Pinnelli che solo qualche giorno fa aveva contestato anche Gianni Alemanno, non usa giri di parole: “Non è che possiamo andare a lavorare in queste condizioni, non abbiamo i soldi per poterlo fare. Come lo devo spiegare? Per andare a lavorare devo scaricare il gasolio agricolo che oggi è venduto a 1,45 euro. E l’autotrasportatore deve mettere il gasolio a 2,40 euro. È cambiato qualcosa da ieri a oggi? Io non li vedo tutti questi cambiamenti e quindi resto a casa”. Il calendario, adesso, ha una data cerchiata in rosso: il 27 ottobre, quando è atteso un nuovo confronto con il governo.

“I presidi magicamente possono apparire anche da domani. Il caos non è dato dal presidio, ma quando manca il prodotto negli scaffali. Fra un po’ ne mancheranno tanti”, avverte Pinnelli, che invita a “restare uniti e manifestare pacificamente e civilmente per tutelare i nostri diritti”. E aggiunge: “Nel rispetto delle leggi, il diritto a manifestare resta sacrosanto e non intendiamo indietreggiare di un solo millimetro”. Sul versante agricolo, intanto, la mobilitazione rallenta senza spegnersi. Al presidio di Candela, Mauro Di Santo guarda all’incontro previsto per giovedì alle 15.30 al Masaf, con il sottosegretario Patrizio Giacomo La Pietra. “Vogliamo certezze sulle tempistiche del gasolio agricolo e sui fertilizzanti, date certe che garantiscano la semina. Altrimenti andassero loro a seminare e il grano se lo possono tranquillamente comprare dal Canada e dalla Turchia, tanto sono già abituati, perché lo fanno ogni anno. Basta vedere i documenti doganali”.

E mentre camionisti e agricoltori cercano di capire se il governo passerà dalle parole ai fatti, la protesta ha coinvolto anche gli studenti. In Puglia ragazzi sono scesi in piazza accanto a trattori e tir, rivendicando il diritto a un futuro meno precario. Ma a Canosa, al liceo di Scienze umane e Scientifico “Fermi-Einaudi”, l’assenza collettiva del 17 ottobre ha avuto un seguito inatteso: una comunicazione del dirigente scolastico pubblicata nella bacheca virtuale, con un richiamo alla frequenza e alle responsabilità educative. La lettera richiama espressamente “le possibili ricadute sul voto di comportamento”, ricordando che la valutazione incide sul percorso scolastico e, nel triennio, sull’attribuzione del credito. Una conseguenza che ha fatto infuriare alcune famiglie. “E cosa insegnano a fare educazione civica a scuola se poi negano i diritti costituzionali? È un enorme controsenso. Ma poi perché continuare a minacciare i ragazzi che rivendicano il loro futuro?”, protesta una mamma. Intanto il ministro Matteo Salvini ha annunciato l’avvio dei pagamenti a 32mila aziende di autotrasporto, duemila al giorno, mentre ha condannato gli atti intimidatori contro i camion.


Sui blocchi il governo scherza con il fuoco


CARBURANTI: URSO, ‘PROTESTE SOSPESE, VIMINALE PROCEDE CON IDENTIFICAZIONI’

(Adnkronos) – “Le misure predisposte ieri sono state giudicate favorevolmente dalle associazioni e ogni forma di protesta è stata sospesa. Rimangono sul campo dei presidi o blocchi sporadici dei quali le stesse associazioni degli autotrasportatori hanno richiesto ufficialmente la rimozione, ritenendo ingiustificabile continuare a bloccare il paese dopo la riapertura del dialogo considerata positiva”.

Lo dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo URSO, rispondendo in question time. “Il Viminale – aggiunge – riferisce che si sta procedendo alle identificazioni anche ai fini di rimuovere i presidi. Impedire il passaggio dei soli camion lasciando transitare le auto configura infatti un blocco stradale con conseguenze penali anche detentive”.

POLIZIA IDENTIFICA MANIFESTANTI, NEL CASERTANO, VERSO RIMOZIONE PRESIDI

(ANSA) –  E’ in corso nei punti del Casertano dove sono i presidi degli autotrasportatori un’operazione della Polizia di Stato tesa all’identificazione dei manifestanti in vista della graduale liberazione delle aree. Al momento sarebbero stati rimossi i presidi posti nei pressi delle autostrade, mentre all’interno, in particolare nelle aree industriali e nelle zone interportuali, i presidi permangono. Difficoltà ci sono perchè diversi camion hanno le ruote bucate, per cui non possono muoversi; circostanze che vedono alcuni autotrasportatori come vittime, costretti a restare ai presidi pur volendo riprendere la marcia.

Vincenzo Parisi, rappresentante degli autotrasportatori, conferma «che sono stati liberati i presidi di Caserta e Salerno (Mercato San Severino), per permettere il ripristino della normale circolazione sulle autostrade. Ma camion insieme ai trattori si sono spostati allo svincolo di Pontecagnano (autostrada Salerno-Reggio Calabria)».

FRANCESCO LOLLOBRIDIGA: “CI SONO EVIDENTI INFILTRAZIONI CRIMINALI NEI BLOCCHI DEI TIR”

(di Alfonso Raimo – huffingtonpost.it) – “I blocchi sono illegali perché violano le norme in vigore e danneggiano consumatori e imprese. Abbiamo evidenze che alcuni dei protagonisti hanno precedenti penali. Il rischio di infiltrazioni criminali è reale”. Il ministro delle politiche agricole Francesco Lollobrigida auspica la rimozione in tempi brevi dei blocchi stradali da parte degli autotrasportatori.

Ministro, i blocchi verranno rimossi?

Non è competenza mia. Io mi limito a segnalare quali sono i danni al sistema economico. Voglio dire in primis che non c’è nessuna saldatura tra autotrasportatori e agricoltori. Le sigle dell’autotrasporto sono contro i blocchi. Gli agricoltori dicono all’unanimità che gli agricoltori sono danneggiati.

Eppure i blocchi continuano. Ci sono segnalazioni da molte zone del sud di carenze di beni nei supermercati.

Riepiloghiamo: le sigle rappresentative del trasporto chiedono l’interruzione dei blocchi stradali. Tutte le associazioni agricole chiedono di mettere fine ai blocchi. Federalimentari chiede l’interruzione.

Il motivo lo capisce chiunque e noi siamo vicini agli operatori. C’è il rischio che ci sia oltre alla carenza dei beni, il rialzo dei prezzi e anche un cambio di fornitori, perchè se non arrivano beni dal sud Italia, al nord li faranno arrivare da altre parti, magari dalla Francia o dalla Spagna.

Torniamo ai blocchi. Cosa si fa?

Siamo in presenza di blocchi irregolari illegittimi in contrasto con le norme vigenti che già non si potrebbero fare e che in più danneggiano altri operatori economici. Ma per fortuna mi risulta che si stia sbloccando la gran parte della Calabria, della Puglia e della Sicilia. Ora bisogna mettere in sicurezza la A1. Perché l’Italia è una nazione stretta, c’è imbuto della A1. Se c’è un blocco su quella non passano le merci.

Avete timori di infiltrazioni criminali?

Non è un timore, ci sono dei casi evidenti, visibili. Questo signore qui – il ministro mostra una schermata di un appello a tutta pagina perché gli autotrasportatori si uniscano alla lotta, ndr – questo signore qui compra un’intera pagina di giornale, in Calabria. Quella famiglia nel vibese è la prima famiglia e non perché ha tanti figli…

Oppure l’agricoltore che sui social piangeva. Basta vedere il curriculum vitae di questo signore: arrestato il 9 febbraio del 2000 dai carabinieri. Deferito per truffa e danneggiamento, per truffa e ricettazione nel 2018 misure cautelari nel 2019, ancora ricettazione. Non abbiamo timori di infiltrazioni. C’è sicuramente un rischio di infiltrazione criminale. Dopo di che, noi ascolteremo le istanze di tutti ma ci sono le associazioni di rappresentanza con le quali ciascuno può parlare. Quel che sappiamo è che ad oggi i blocchi illegali stanno danneggiando agricoltori e consumatori.


Le Monde: Giorgia Meloni è riuscita a “vendersi” come una donna del popolo, anche dopo 4 anni di potere


GOVERNO: “LE MONDE”, MELONI HA COSTRUITO PROPRIA LEGGENDA POLITICA ATTRAVERSO RACCONTO PERSONALE

(Agenzia_Nova) – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha messo il proprio “racconto personale al servizio di un’ascesa politica senza precedenti”. Lo scrive il quotidiano francese “Le Monde”, che analizza la “mitologia” costruita attorno alla figura della premier italiana, alla vigilia del quarto anniversario del suo insediamento al governo.

Secondo il giornale, Meloni e’ “l’unica esponente politica italiana ad aver scritto, come Silvio Berlusconi prima di lei, la propria leggenda: un racconto intessuto di battaglie, simboli ed episodi esemplari, in cui un’eroina svantaggiata ha affrontato venti contrari”.

Il quotidiano sottolinea come la presidente del Consiglio abbia “saputo tracciare la propria strada”, facendo della narrazione della propria esperienza personale un elemento centrale della sua ascesa politica.

GIORGIA MELONI, UNA STORIA PERSONALE AL SERVIZIO DI UN’ASCESA POLITICA SENZA PRECEDENTI.

(di Allan Kaval – Le Monde) – Roma, 1982. Due sorelle si inventano delle storie. Costruiscono una capanna nella loro cameretta e la riempiono di giocattoli e bambole. «Ci vuole la luce», si dicono. La maggiore, 7 anni, trova — non si sa dove — una candela; la minore, 5 anni, la accende. Ma si stancano presto e preferiscono andare in salotto a guardare i cartoni animati.

All’improvviso si sente un boato enorme. La fiamma lasciata incustodita incendia la capanna, la cameretta e, ben presto, devasta l’intero appartamento. Nel giro di pochi minuti, le due bambine si ritrovano in strada, con la madre single e una borsa riempita in fretta. Il padre — un comunista — le ha abbandonate da anni per andare a godersi la bella vita alle Canarie. Sono sole, di fronte alla città. Bisogna ricominciare tutto da capo.

Giorgia Meloni ha raccontato spesso l’incendio nel corso della carriera che l’ha portata alla guida del governo italiano, portando al potere per la prima volta la famiglia postfascista. Ancora più spesso lo ha ripetuto Arianna, la sorella maggiore, sua vice nel partito di estrema destra Fratelli d’Italia.

Una storia incoerente e inverosimile, smontata dai giornalisti dei quotidiani Domani e La Repubblica, che hanno intervistato i vicini e raccontato che la madre delle sorelle Meloni aveva venduto l’appartamento nel 1984, realizzando una forte plusvalenza.

La storia delle sorelle piromani destinate a prendere in mano il Paese fa comunque parte della mitologia di Giorgia Meloni. Unica presidente del Consiglio ad aver raggiunto una tale longevità — giovedì 22 ottobre celebrerà il quarto anniversario del suo arrivo al potere —, è anche l’unica leader politica italiana ad aver scritto, come Silvio Berlusconi prima di lei, la propria leggenda: un racconto intessuto di battaglie, simboli e fatti esemplari, in cui un’eroina svantaggiata si è trovata ad affrontare venti contrari.

Questa passione per la narrazione forse le viene dalla famiglia. Accanto ai suoi affari immobiliari — di cui Giorgia Meloni non parla mai —, la madre ha scritto decine di romanzi rosa. Quanto al ramo paterno — che non evoca mai —, è popolato da attori, costumisti e scenografi… Giorgia Meloni ha quindi dato corpo alla sua saga personale con l’autobiografia *Io sono Giorgia*, pubblicata nel 2021 (Rizzoli). Venduto in 170.000 copie, il libro ha accompagnato la sua ascesa al potere. Il racconto dell’incendio ne costituisce il primo episodio. Il secondo — ancora più decisivo — si svolge dieci anni dopo.

Nel 1992 l’incendio si è propagato in tutta Italia. Il mondo politico è devastato da uno scandalo di corruzione tentacolare. La mafia conduce una guerriglia contro lo Stato, assassina giudici, piazza bombe. A Roma, Giorgia Meloni vuole impegnarsi per il suo Paese e si rivolge all’unico partito risparmiato dalle fiamme: il Movimento sociale italiano (MSI), fondato nel 1946 dai sopravvissuti all’ultima e sanguinosa incarnazione del fascismo, la Repubblica di Salò (1943-1945), uno Stato fantoccio sotto il dominio nazista.

La scena fondativa è ambientata davanti alla ormai celebre «porta blindata della sezione del Fronte della gioventù [nel quartiere] della Garbatella», dove una fragile Giorgia Meloni, quindicenne, bussa e trova presto una «seconda famiglia», più maschile. Fabio Rampelli lo assicura dal suo ufficio di vicepresidente della Camera dei deputati, dove ci accoglie con cordialità e, a tratti, nostalgia: «Non è finzione. È andata davvero così».

Possiamo credergli. Fabio Rampelli, di diciassette anni più grande di lei, è stato infatti l’incontro più importante della carriera di Giorgia Meloni. Nel 1992 anima una delle sezioni romane del Fronte della gioventù, quella di Colle Oppio, che ha sede nei pressi del Colosseo e dove lei formerà la guardia pretoriana che oggi le sta intorno, di cui la sorella Arianna è una colonna portante.

Anche qui i luoghi raccontano favole. Scavato nella roccia umida, il quartier generale del clan dei Gabbiani — così si erano ribattezzati Giorgia Meloni e i suoi compagni di militanza — sorge sulle rovine della Domus Aurea, un tempo dimora di Nerone, l’imperatore piromane a cui la scrittrice francese Hélène Frappat ha dato il nome della protagonista di un romanzo percorso dalle fiamme e ispirato a Giorgia Meloni (*Nerona*, Actes Sud, 2025). Dopo la guerra il locale era servito anche da rifugio per gli italiani sfollati dall’attuale Croazia, cacciati dai partigiani comunisti di Tito: una memoria dolorosa, coltivata dai neofascisti.

Secondo la leggenda, Colle Oppio sarebbe stata la prima sezione romana dei neofascisti dell’MSI, nel 1946. Ma «quando sono arrivato, nel 1980, la sezione era considerata maledetta. Era stata quella di Stefano Recchioni, uno dei nostri 23 militanti uccisi dall’estrema sinistra negli anni Settanta», racconta Fabio Rampelli, che ne fece il trampolino di lancio per un progetto politico singolare.

A Colle Oppio si suona il corno per rendere omaggio ai martiri. Ma, senza dimenticarla, si vuole voltare pagina rispetto a quel decennio violento, segnato da scontri politici armati, manovre opache e attentati mortali. Si festeggia e soprattutto si legge, in particolare letteratura fantastica, con “Il Signore degli Anelli” (1954) del britannico J. R. R. Tolkien come opera di riferimento, il libro prediletto di Giorgia Meloni.

Il testo offre una fonte d’ispirazione militante senza pari: la potenza epica di una lotta contro il male assoluto, condotta da un piccolo gruppo di combattenti eterogeneo ma unito, una comunità in cui si riconoscono i Gabbiani di Fabio Rampelli, chiamati così in omaggio a un altro romanzo, “Il gabbiano Jonathan Livingston” (1970), dell’americano Richard Bach.

La Roma degli anni Novanta, divisa in quartieri di destra e di sinistra, è la loro Terra di Mezzo. Nel 1993 vi affiggono i manifesti della campagna del loro leader, Fabio Rampelli, candidato alle elezioni comunali, con lo slogan «La rabbia e l’amore». «Sono stato il primo a parlare d’amore in politica», sostiene. All’epoca la giovane Giorgia Meloni è un’ammiratrice dichiarata di Benito Mussolini. Ma Fabio Rampelli si propone di trasformare «l’antropologia del militante italiano di destra».

Alludendo alla sua testa calva e al fisico atletico, Fabio Rampelli scherza: «Se mi dai del fascista, ci metto due ore a convincerti del contrario. Se dai della fascista a una giovane donna come Giorgia, ti rendi ridicolo da solo. Mettere una come lei alla guida del nostro partito avrebbe cambiato tutto. Nessuno aveva mai visto niente del genere. Così ho puntato tutto su di lei».

Già nel 1998 Giorgia Meloni viene eletta, a 21 anni, nel consiglio della provincia di Roma. Nel 2004, insieme ai Gabbiani, assume il controllo del movimento giovanile del partito e attira l’attenzione del presidente Gianfranco Fini, che nel 1995 ha sciolto l’MSI per fondare Alleanza nazionale e vuole allontanarsi dal passato neofascista per confluire nella destra tradizionale. Ventidue anni dopo anche lui ricorda con precisione Giorgia Meloni. «Mi sono fatto portare la registrazione del suo discorso del 2004. Era notevole», racconta, ancora ammirato, al bar di un grande albergo vicino alla Camera dei deputati. Poi aggiunge: «Giorgia era la prima della classe. Lavorava moltissimo, ma aveva sempre paura di non essere all’altezza. Demagogia, propaganda… sì. Ma conosceva i dossier».

È così che già nel 2006 Gianfranco Fini, ex delfino del gerarca fascista Giorgio Almirante, nomina la sua pupilla vicepresidente della Camera dei deputati, nella speranza di scavalcare i suoi luogotenenti troppo ambiziosi.

Chi avrebbe avuto il coraggio di contestare il suo posto a una donna di 29 anni, appena diventata la più giovane deputata nella storia della Repubblica italiana, senza rendersi ridicolo? Due anni dopo, a capo del ministero della Gioventù nel governo di Silvio Berlusconi, batterà il record di precocità per un ministro.

Pur riconoscente, Giorgia Meloni saprà comunque tracciare la propria strada. Constatata la «differenza antropologica» che la separa dai sostenitori dell’uomo d’affari Silvio Berlusconi, i quali si annettono e dominano senza spartirla la sua famiglia politica, l’erede dei «martiri» neofascisti degli anni Settanta e dell’epopea dei Gabbiani rompe nel 2012 con l’MSI di un tempo. Fonda così il suo partito, Fratelli d’Italia.

Saranno solo una manciata, sotto la galleria Alberto Sordi, vicino alla colonna Traiana, nel freddo romano di un 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, ad annunciarne la nascita. Alle elezioni del 2013 il partito otterrà appena il 2% dei voti. Ma il suo logo ha riacceso la fiamma tricolore, il simbolo dell’MSI che Gianfranco Fini aveva bandito nel 1995 e a cui si è ispirato, in Francia, il Front national, diventato Rassemblement national.

I portici sotto i quali Giorgia Meloni ha aperto questo nuovo capitolo si trovano a pochi passi da Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio. Le ci vorranno meno di dieci anni per varcarne il portone, il 23 ottobre 2022. La sera della vittoria, la sorella Arianna scriverà su Facebook: «Ti accompagnerò sul Monte Fato per gettare quell’anello nel fuoco, come Sam con Frodo, sapendo che non sarà la mia storia a essere raccontata, ma la tua, com’è giusto che sia». La fiamma, sempre.


Il ministro Urso sui camionisti: “La polizia li sta identificando. Blocchi illegali, previsto il carcere”


L’annuncio del ministro durante una risposta al Question Time alla Camera: “Significativo che le associazioni chiedano di far rimuovere i blocchi”

“Il Viminale riferisce che si sta procedendo alle identificazioni, anche ai fini di rimuovere i presidi”. Così il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato davanti alla Camera, durante un question time, sulla mossa del ministero dell’Interno che intende passare alla linea dura, evidentemente, contro gli autotrasportatori che stanno bloccando le grandi arterie di diverse regioni del Sud.

“Impedire il passaggio dei soli camion, lasciando transitare le automobili, configura comunque un blocco stradale, con conseguenze penali anche detentive”, ha ricordato il ministro facendo riferimento alle nuove norme di legge introdotte in uno dei sette decreti Sicurezza varati dal governo. “È importante, credo che sia significativo e emblematico, che le stesse associazioni dei trasportatori ci chiedono, chiedono al ministero degli Interni, di far rimuovere i blocchi”.


Piazza ibrida


Il governo ha già trovato la soluzione. L’ennesimo e inutile decreto sicurezza. Reprimere il dissenso anziché comprenderne le ragioni

Piazza ibrida

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Il popolo è contrario? E che sarà mai signora mia! D’altra parte, per citare il ministro della Difesa Crosetto, al governo sanno perfettamente che “la maggioranza dell’opinione pubblica” – “influenzata anche dall’esterno” – “è contro gli aiuti all’Ucraina”. Ma dopo 12 pacchetti di aiuti, assicura ai microfoni della Bbc infilandosi l’elmetto, “entro la fine dell’anno, probabilmente, riusciremo a farne un altro”. Anche perché, chiude la questione Crosetto caricando il moschetto, “non si può cedere all’opinione pubblica quando tu pensi che l’opinione pubblica stia sbagliando”.

Piazza ibrida

Ma non finisce qui. In piena trance da riarmo per respingere l’imminente invasione russa, il ministro estrae la pistola fumante. La prova definitiva che demolisce le convinzioni di oltre l’80% del popolo (bue) italiano contrario agli aiuti militari all’Ucraina (Ixè, settembre 2026). “I fatti di Milano e di altre parti del Paese sono una cosa profondamente diversa da ciò che abbiamo vissuto in altre epoche – sentenzia Crosetto -. Il frutto, il punto di arrivo di una guerra ibrida che qualcuno (chi?) sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, come quello dei social, TikTok o YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e reagisca”.

E quel “qualcuno” di cui parla il ministro sembra tanto il solito Putin. E noi cretini, che pensavamo che dietro le proteste studentesche e degli autotrasportatori degli ultimi giorni ci fossero trent’anni di neoliberismo sfrenato, a base di privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge, che ha ingigantito le diseguaglianze. Concentrando un potere sconfinato nelle mani di una ristretta cerchia di oligarchi con la complicità di classi politiche talmente cieche da restarne esse stesse schiacciate e subordinate.

Ma niente paura. Trovato il colpevole, incastrato da Crosetto, il governo Meloni ha già trovato la soluzione. L’ennesimo e inutile decreto sicurezza. Reprimere il dissenso, del resto, è più facile che comprenderne le ragioni. Intanto Putin se la ride.


Il decreto sicurezza di un paese civile


(Tommaso Merlo) – La sicurezza non si ottiene con la repressione, si ottiene con una società sana e una politica all’altezza. I deboli e gli incapaci ricorrono alla forza, i forti ricorrono all’intelligenza. La sicurezza di un paese si ottiene con la giustizia sociale, quando nessuno rimane indietro. Quando tutti vivono decentemente e non esiste eccessiva disparità. E dato come siamo messi oggi, prima o poi i disordini dovevano iniziare. Oggi con gli stipendi dei poveri cristi ci compri a malapena un paio di scarpe per ricchi mentre con le pensioni nemmeno i calzini. Col balzo dell’inflazione per colpa delle guerre suicide, l’ingiustizia sociale ha raggiunto livelli tragici. Milioni di cittadini sono sprofondati nella povertà nera, la classe media deve risparmiare per sopravvivere e una cerchia sempre più ristretta vive nel lusso e nello spreco. Frustrazione economica con persone che dopo una vita di sacrifici non riescono nemmeno a vivere sereni e sono preoccupati per figli e nipoti messi ancora peggio di loro. Frustrazione economica che è anche politica perché a furia di sprechi, di inetti al governo e suicidi di massa come quelli bellici, nazioni come quella italiana o anche francese sono talmente malmesse che hanno cominciato ad intaccare i diritti fondamentali per fare cassa. Tagliando perfino educazione e sanità ma contemporaneamente indebitandosi per produrre marchingegni di sterminio per ingrassare la lobby della guerra che ci vuole trascinare verso la terza guerra mondiale. Uno schifo che resterà nei libri di storia e che segnerà per sempre queste classi dirigenti. È stata questa la miccia delle sacrosante proteste di queste settimane in tutta Europa. Frustrazione politica che è anche sociale. Oramai siamo al punto che i ricchi si possono curare mentre i poveri si lasciano morire in casa. Che i ricchi accedono a formazione e percorsi professionali di qualità mentre i poveri finiscono schiavizzati mentre le periferie delle città sono sempre più ridotte a ghetti esistenziali. Una frustrazione anche psicologica perché viviamo nell’era consumistica in cui le nuove generazioni vengono perseguitate dalla pubblicità fin dalla tenera età. Fin da bambini imparano i nomi delle marche e vengono spronati a desiderare oggetti nell’illusione che da essi dipenda il loro benessere e perfino la loro identità con di piu’ che e’ sinonimo di meglio. Schemi mentali che molti si portano dietro per tutta la vita e che sono un boomerang politico in tempi di crisi come questa. Perché il sistema pompa le masse ad accumulare ma solo una minima parte ci riesce e il resto rimanendo deluso s’imbestialisce. Paesi ridotti ad aziende, società ridotte a mercato e cittadini ridotti a consumatori spronati ad inseguire miraggi materiali. Una corsa verso il nulla che delude sia i presunti perdenti che spaccano le vetrine sia i presunti vincenti che entrano dalla porta con la carta di credito del paparino. E questo dato che il vero benessere non si compra da nessuna parte e quindi di sera si ritrovano entrambi sullo stesso marciapiedi a fumarsi porcherie per farsela passare. Ma se le masse capissero il grande inganno consumistico, crollerebbe l’intero sistema che si fonda sul profitto come panacea di ogni male anche esistenziale e sulla crescita economica infinita anche a costo di sterminarci a vicenda e bruciare il pianeta. Deliri che in paesi come l’Italia raggiungono livelli tragicomici, siamo un paese sempre più povero ma specializzato nel produrre beni extralusso utili giusto a trastullare il narcisismo patologico di una minuscola nicchia di ricconi mentre gran parte del pianeta è alla fame e gli italici faticano a sbarcare il lunario. Il famoso genio italiano che ha venduto l’anima al diavolo iper capitalista. Frustrazione economica, sociale e psicologica che la politica dovrebbe prima capire e poi affrontare con serietà. È del resto questo il lavoro per cui è profumatamente pagata, sporcarsi le mani per risolvere i problemi dei poveri cristi e migliorarne la qualità della vita. E nel caso si rivelasse incapace, sarebbe buona igiene democratica che si levasse dai piedi. Ed invece una volta impoltroniti non li smuovi più e anche per questo siamo alle rivolte di massa, perché il mondo corre mentre nei palazzi del potere si respira la solita aria stantia che sa di ipocrisie partitiche, egoismo carrieristico e muffa ideologica. Già, la sicurezza di un paese nasce nei palazzi del potere e non per le strade. Nasce da una politica all’altezza che capendo le problematiche del suo tempo prova umilmente a risolverle, nasce da una politica credibile e rispettata e quindi seguita. Una politica che non specula sulle divisioni ma serve la comunità nazionale nel suo insieme. Una politica non faziosa, non miope e non autoreferenziale che ha come orizzonte una visione comune di lungo periodo e non la prossima poltronata. Altro che violenza, il malessere va curato e non represso. I deboli e gli incapaci ricorrono alla forza, i forti ricorrono all’intelligenza perché la sicurezza si ottiene con una società sana e una politica all’altezza.


La cagnara dei bambini


Impressiona vedere botte con la polizia in nome non della libertà ma della caccia alle Adidas (sempre meglio comunque che scendere in piazza per Hamas). Ma farsi terrorizzare della guerra civile infantile anche no, grazie

Immagine di La cagnara dei bambini

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Vago ricordo di Trainspotting, un film di trent’anni fa appena restaurato e riciclato, eroina, individualismo, consumi, gioco, violenza, Irvine Welsh, e se è per questo non ricordo quasi più niente di Arancia meccanica, più indietro di mezzo secolo, tranne Kubrick, Burgess, ovvio, gioco violenza giovanile grottesco colto eccetera. Società liquida, esiti infantili. Nel quadrilatero della moda è stato un balletto, alla ricerca della scarpa perduta. Finché non si affermerà la verità fantozziana che la bella scarpa, la scarpa sportiva, la superscarpa aerodinamica è una boiata pazzesca, bè, non se ne esce. La vetrina che luccica è un invito ai casseurs.

Meglio le Mephisto, le scarpe dell’operaio tedesco di quinto livello, roba solida. Comunque il municipio di Limoges, sopravvissuto a due guerre nel Novecento, è bruciato in due ore, un lavoro da professionisti, roba molto ben organizzata, a nove chilometri c’è un supercentrosociale, una Zad, zone à défendre, zona da difendere, quelle comunità rurali di sinistra radicale dove l’ozio, che è il padre dei vizi, sa suggerire modi incendiari per passare il tempo, e non solo agli adolescenti.

Comunque da noi il solo Langone invoca (qui, ieri) il manganello sulla cagnara dei bambini, in Francia, per parlare della grande crisi europea che tanto interessa Cacciari, si sono spaventati e hanno proceduto a un paio di centinaia di incarcerazioni, e i commentatori delle all news sottolineano stupiti che “non sono fermi di una notte, sono proprio ammanettamenti, sentenze dopo processi per direttissima, e mesi e mesi di galera, sovraffollatissima per di più”, a carico di maggiorenni beccati a scassare e saccheggiare tutto lo scassabile e il saccheggiabile, reazione penale durissima per la prima volta, altro che quadrilatero della moda con fila in questura, in Fatebenefratelli, dei genitori al ritiro dei pupi, “gli spaccherei io la testa a quel deficiente”. Com’era quella storia della tragedia e della farsa? Io non mi preoccuperei più di tanto.

Esplosivi sì, quei ragazzini, ma consumatori forti, coperti dalle assicurazioni, in una città, Milano, terrorizzata dalla guerra civile infantile, ma quando sei sempre alla ricerca di eventi, quando proclami davanti al Covid che non ti fermi mai, quando ti comporti da bauscia, ecco che gli eventi ti vengono gentilmente a cercare e arriva un poco di movida. Solo, non tirate in ballo il carovita, se non volete far ridere. Non mandate i carri armati e i soldati, se non volete peggiorare le cose. Compiacetevi del fatto che finalmente una serie di manifestazioni violente sono fatte per indossare, per farsi vedere su Tik Tok (e il Cav. aggiungeva genialmente Tak), non per la Palestina immaginaria, non al seguito delle bandiere di Hamas, viva la faccia del quadrilatero, un valore commerciale e morale più serio e meno esposto alla vergogna dell’antisemitismo, almeno si spera.

Certo fa impressione, tanti anni dopo il Sessantotto, che invece di fare a botte con la polizia, magari per la libertà e la vita delle iraniane e degli iraniani, tutto si risolva con la caccia all’Adidas. Nostalgia di Capanna? Questo no, per carità. Ma non bombardate il bosco verticale. Lasciate che il quadrilatero, se necessario, chiuda bottega per qualche ora, finché i genitori si saranno andati a ripigliare i bambini, soggetti inediti in cagnara, come ha ricordato Mattarella. Statevene un po’ tranquilli, la situazione sarà anche grave, ma.


Uva e carote aumentano del 400%, protestano anche gli agricoltori: “I prezzi crescono ma noi veniamo pagati una miseria”


Mentre al sud continuano i blocchi stradali a Roma la Cia protesta da giorni davanti a Montecitorio. “La Grande Distribuzione Organizzata e l’industria scaricano i costi sull’anello più debole, costringendo gli agricoltori a lavorare sottocosto”. Intervista a Cristiano Fini Presidente nazionale di Cia – Agricoltori Italiani.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – Un chilo di carote pagato 28 centesimi nei campi viene rivenduto in media a 1,46 euro al supermercato; l’uva da tavola passa da 58 centesimi a circa tre euro al chilo, con ricarichi che superano il 400%. Le zucchine, pagate ai contadini 1,05 euro al chilo, vengono rivendute a 2,82 euro (+168%) e la lattuga romana passa da 1,68 a 3,48 euro (+107%). Sono i dati che la Cia-Agricoltori Italiani sta portando da una settimana a questa parte nelle proteste davanti al Parlamento con la mobilitazione nazionale “I conti non tornano”. Mentre nel sud Italia montano le contestazioni e i trattori sono arrivati a bloccare le strade, la Cia ha scelto di optare per un presidio a Montecitorio: una via istituzionale per non danneggiare con lo stop dei tir le merci deperibili degli stessi produttori e chiamare la politica e la Grande Distribuzione Organizzata alle proprie responsabilità.

Il principale bersaglio della mobilitazione romana sono le distorsioni commerciali e il peso contrattuale della GDO. Nel meccanismo attuale, la grande distribuzione tutela le proprie rese facendo pagare il prezzo più alto all’anello più debole della catena, l’agricoltore, costretto a subire prezzi di vendita in picchiata a fronte di spese vive raddoppiate, a partire dal gasolio agricolo. Il risultato è che chi fa la spesa pensa che il caro-vita arricchisca chi coltiva la terra, ignorando che nei campi i listini crollano fino al 50%. Fanpage.it ne ha parlato con il presidente della Cia, Cristiano Fini.

Presidente Fini, partiamo dalle proteste al Sud. Molti agricoltori stanno bloccando strade e caselli contro il caro gasolio. La Cia sostiene queste mobilitazioni?


Condividiamo in pieno i problemi alla base della protesta, perché le difficoltà di chi attua i blocchi sono le medesime dei nostri agricoltori. Tuttavia, bloccare l’entrata e l’uscita delle merci deperibili crea un danno enorme anzitutto proprio ai produttori: sui camion fermi ci sono i prodotti del nostro lavoro. Per questo la Cia ha scelto di manifestare a Montecitorio: vogliamo sensibilizzare le istituzioni e chiamare al confronto la Grande Distribuzione e l’industria di trasformazione per trovare soluzioni. Riteniamo più opportune mobilitazioni che evitino disagi a chi lavora la terra. Auspichiamo che la situazione rientri con risposte certe: l’agricoltura è l’unico comparto che vede calare i prezzi dei propri prodotti, mentre gli altri settori, davanti ai rincari energetici, hanno alzato i listini. È una situazione insostenibile che capirebbe anche un bambino.

C’è la percezione che le proteste tradizionali siano inascoltate e che serva alzare lo scontro.

Ma non dovrebbe funzionare così. Manifestazioni e proteste dovrebbero servire a sensibilizzare e a ottenere risposte, cosa che per ora non avviene. Altri hanno scelto strade differenti, manifestando senza bandiere; noi andremo avanti con la nostra mobilitazione lungo la via che reputiamo più seria e opportuna.

I dati che avete portato a Montecitorio mostrano rincari impressionanti dal produttore al carrello della spesa: le carote passano da 0,28 a 1,46 euro al chilo (+421%), l’uva da tavola da 0,58 a 2,99 euro (+416%), le melanzane registrano un +344%. Chi trattiene questi margini se sia chi raccoglie la terra sia chi fa la spesa ci sta rimettendo?

Vengono trattenuti da tutti gli attori della filiera, tranne consumatori e produttori agricoli. Sebbene industria e grande distribuzione organizzata (GDO) debbano far quadrare i bilanci, non è accettabile che gli unici a non poter fare bilancio siano gli agricoltori. La GDO pensa a sé e l’industria scarica sull’agricoltura, che non può rivalersi su nessuno e subisce costi alle stelle e prezzi in picchiata. È un’anomalia mai vista prima: l’olio extravergine è al -50% rispetto a un anno fa, il latte al -24%, l’ortofrutta perde tra il 15% e il 30%, fino al tracollo di riso e cereali. L’agricoltura è vitale per produrre cibo, tutelare l’ambiente e presidiare le aree rurali. Non può essere abbandonata: pretendiamo accordi di filiera equi, che garantiscano soddisfazione economica anche a noi.

Spesso però l’opinione pubblica associa i rincari al supermercato a chi coltiva i campi.

È un errore diffuso: quando salgono i prezzi allo scaffale, la gente dà la colpa agli agricoltori. In pochi sanno che la realtà è opposta e che a chi produce viene pagato molto meno il prezzo del proprio prodotto.

L’agricoltura sembra l’unico settore che non attira i giovani. Come si inverte la rotta?

Un giovane sceglie l’agricoltura solo se intravede una prospettiva di reddito; se manca il guadagno, cerca legittimamente altre strade. Ma questo è un allarme per tutti: senza giovani non c’è futuro economico per il comparto e si abbandonano i territori. La mancata coltivazione genera dissesto idrogeologico e spopolamento delle aree interne e più fragili del Paese. È un problema che tocca il futuro della società.

Sul fronte energetico, l’impennata del gasolio agricolo si è arrestata?

No, il gasolio agricolo si mantiene tra 1,50 e 1,60 euro al litro, esattamente il doppio rispetto a un anno fa. Alcune Regioni sono intervenute, ma molte no. Serve un intervento nazionale: chiediamo il credito d’imposta del 20% sul gasolio per uniformare il sistema Paese. Misure regionali a macchia di leopardo sono poco lungimiranti di fronte a una crisi prolungata. Il credito d’imposta è una misura temporanea necessaria nell’immediato, ma serve una politica energetica strutturale vicina a imprese e cittadini.

Dal Governo avete ricevuto rassicurazioni in tal senso?

Ad oggi nessuna rassicurazione. Continueremo a lavorare e a manifestare affinché questo avvenga, perché è un sostegno indispensabile per la sopravvivenza delle aziende.

Si parla di congelare la Pac post-2027 a meno di 300 miliardi. Può spiegare cos’è e cosa rischia l’Europa?

La Pac è la Politica Agricola Comune, la più antica varata a livello europeo, ed è nata proprio per garantire la sicurezza alimentare al continente, dare stabilità ai mercati evitando oscillazioni dei prezzi e compensare gli agricoltori per i compensi che venivano, e vengono tuttora, corrisposti troppo bassi. Per queste ragioni deve continuare a esistere più forte di prima, ed è evidente che non possiamo accettare la proposta della Commissione di luglio dello scorso anno, ribadita dall’ultima negoziazione della presidenza irlandese, che da un lato taglia il 20% delle risorse e dall’altro la butta dentro a un fondo unico insieme a tante altre politiche, togliendole quella specificità che l’ha sempre caratterizzata. Noi continueremo a combattere a livello europeo perché le promesse di Ursula von der Leyen, rimaste purtroppo solo a parole e mai scritte, vengano davvero messe nero su bianco, anche perché oggi c’è la grave responsabilità dei Paesi cosiddetti frugali che hanno preteso di rivedere il bilancio comunitario 2028-2035 per destinare più risorse a difesa, armamenti e intelligenza artificiale, tagliando su comparti tradizionali come l’agricoltura e i fondi di coesione. Andremo avanti con la nostra battaglia finché agli agricoltori non torneranno le risorse di prima, e con tanto di adeguamento all’inflazione.

Questo fondo unico prefigura una rinazionalizzazione degli aiuti?

È evidente che inserire tutto dentro a un fondo unico vada proprio verso la rinazionalizzazione, ed è esattamente per questo che la contestiamo e la combattiamo. Non possiamo certo parlare di Europa unita se poi non siamo conseguenti e diamo ai singoli Stati la libertà di scegliere e decidere dove e come allocare le risorse, perché la Pac nasce proprio come politica di indirizzo per guidare il settore a livello europeo. Se lasciamo che ogni governo faccia per conto proprio si innesca inevitabilmente una competizione interna e una concorrenza sleale tra gli agricoltori degli stessi Paesi membri, cosa che non possiamo assolutamente accettare. La competizione l’Unione Europea deve farla e averla verso l’esterno, confrontandosi con gli altri continenti e con le altre realtà globali, non certo al proprio interno.