Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Sulla guerra, trumpiani e “democratici” pari sono


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Credo che la demistificazione del cosiddetto liberal order sia essenziale alla lotta dei popoli europei affinché una nuova classe dirigente e un nuovo blocco sociale ed economico possa ritornare alla politica mirata ai beni comuni, ai diritti umani, alla democrazia e all’uguaglianza sociale. L’elettorato progressista è manipolato dalla propaganda “neoliberal”. Senza di esso è impossibile la costruzione di un’istanza politica unitaria alla quale potrebbe aderire il dissenso, emerso nella mobilitazione della società civile e mascherato nel non voto. Cerchiamo quindi di capire come assiomi contraddittori, che un tempo avrebbero portato alla bocciatura di un allievo di 13 anni, siano recitati senza provocare grandi sorprese.

“È necessario salvare la democrazia censurando i media stranieri e costituendo uffici contro la disinformazione”. Chi decide quale sia la disinformazione?, chiederebbe il professore allo sprovveduto allievo. “Per costruire la pace bisogna fornire armi ai paesi aggrediti”. Quanti sono nel mondo i Paesi aggrediti? Se forniamo armi a Cuba e al Venezuela, all’Iran e al Libano, ai palestinesi etc. siamo sicuri di non incentivare la guerra? “L’Occidente combatte per la democrazia ucraina”. L’Occidente? Lo stesso che è complice di un genocidio a Gaza, si preoccupa della democrazia in Ucraina e in Iran? Sarebbe come credere che un genitore che violenta la figlia a casa sia un maestro di scuola eccezionale. Continuiamo a domandarci sgomenti come si è arrivati all’accettazione generalizzata di simili paradossi. Ebbene la confusione regna indisturbata.

[…] L’universalismo dei diritti umani, come accennavo nel mio intervento con Buttafuoco e Rovelli alla festa del Fatto, è stato un fattore costituente della modernità occidentale. Il nostro percorso storico e culturale ci ha portato dal cristianesimo (tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio) attraverso il liberalismo di John Locke (l’opposizione di un individuo astorico e astratto al potere) e la Rivoluzione francese, fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 alla quale hanno aderito tanti Paesi dell’Onu, che avevano una Storia differente da quella occidentale. Per rispondere al desiderio dei popoli oppressi dalle dittature (pensate agli antifascisti italiani e agli antinazisti tedeschi che anelavano a essere liberati dalle potenze straniere) si sarebbe dovuti pervenire a una architettura sovranazionale, all’utopia di un potere neutro e imparziale che avesse fatto rispettare, anche con la forza, i diritti umani nella scacchiera internazionale.

Ebbene gli Stati Uniti, forti del loro eccezionalismo, egemone benevolo per antonomasia, nel 1991, restati unica potenza sulla scena internazionale, si sono autonominati gendarme morale e il liberal order è divenuto l’ideologia dell’unipolarismo di Washington a cui l’Ue, con i suoi doppi standard e il suo normativismo, ha dato un aiuto fondamentale. Il potere egemonico di Washington comincia a morire verso il 2006-2008 (nascita dei Brics, discorso di Putin alla conferenza di Monaco, crisi economica internazionale) e ha perso oggi con Trump ogni autorevolezza. È difeso dalle strategie belliche e dalla militarizzazione del dollaro. La retorica tuttavia sopravvive. Sul Corriere, Antonio Polito ci informa che le guerre non sono contrarie all’articolo 11 della Costituzione in quanto in esso si prevedono cessioni di sovranità a organizzazioni internazionali che lavorano per la pace. Chi può dubitare che la Nato non sia uno strumento di pace e di diffusione della democrazia? Ci sarebbe da ridere se un pensiero così debole non fosse moltiplicato per mille su tutti i media mainstream tanto da contribuire alla trasformazione antropologica di una società civile divenuta analfabeta e passiva.

[…]

Del resto lo stesso giornalista si domandava in tv se dovessimo credere al ritorno delle sfere di influenza, permettendo a Mosca di porre un veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Infatti se la Cina stabilisse basi nucleari in Messico, chi si permetterebbe di obiettare? C’è una coerenza in questo delirio: l’Occidente e la Nato sono l’unico mondo possibile, incarnano il multilateralismo, si arrogano il titolo di Comunità internazionale. La Storia è cancellata, i conflitti divengono opposizioni etico-religiose tra il bene (noi) e il male (loro). Perché mi interesso ai moribondi cantori del liberal order, sono rimasta da sola a leggere i loro editoriali? Essi si guardano bene dal rispondere al contraddittorio. Il problema non è certo Polito! Lui tuttavia contribuisce al pensiero unico che si insinua nelle case e plasma le menti, fabbricando il consenso necessario alle élite che ci governano. La trappola è credere che Obama oppure Monti e Gentiloni rappresentino un’alternativa a Trump. Il liberal order è riuscito a creare questa perniciosa illusione, utile al massacro delle vittime e alla fine di una vera cultura democratica.


Chi avvelena i pozzi


(Di Marco Travaglio – ilfttoquotidiano.it) – Come il sabotaggio russo all’aereo della Von der Leyen, che non era né un sabotaggio né russo. Come l’attentato russo all’aereo di Zelensky, che non era un attentato perché il drone è caduto a 160 km e non era russo perché – secondo i nostri Servizi citati dal Corriere – “si trattava di un drone ucraino”. Come il drone russo che spiava la fabbrica di elicotteri di Leonardo a Vergiate e non era né un drone né russo, ma […]


Volo blu, mi piaci tu!


In volo di Stato per il galà col jet set dell’alta moda: Roma-Milano e ritorno in quattro ore per Meloni. Disertata l’assemblea Onu

In volo  di Stato per il  galà  col jet set dell’alta moda: Roma-Milano e ritorno  in quattro ore per Meloni

(di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – Le opposizioni l’hanno presa di mira per aver disertato l’assemblea delle Nazioni Unite, a New York. Ma alla fine su un aereo di Stato ci è salita lo stesso. Per partecipare alla Dinner Gala di apertura della settimana della moda a Milano.

Ha preso a macinare miglia di volo come mai prima Giorgia Meloni. Proprio mentre il dibattito politico va assumendo i toni della campagna elettorale. E non tanto per missioni all’estero, come nei primi 4 anni da premier, ma per trasferte nazionali che fanno parlare di “campagna elettorale” itinerante i suoi detrattori. Incluso un recordman di voli blu come Matteo Renzi, che è anche l’ultimo inquilino di Palazzo Chigi a essere atterrato a Milano per la Fashion Week. Giusto 10 anni fa, di ritorno dall’assemblea annuale dell’Onu, e nel pieno di un’altra campagna elettorale, quella sul referendum costituzionale, che ha poi segnato in negativo la sua carriera politica. Tanto che coi fotografi scherzò dicendo di avere “la faccia da jet lag”.

Secondo Flightradar24 e Flightaware, siti che tracciano in tempo reale i voli di tutto il mondo, mercoledì 23 settembre la premier è salita alle 18.58 su uno dei Gulfstream VC-650A presidenziali di base a Ciampino. Lì dove ha fatto ritorno quattro ore e 21 minuti più tardi, alle 23.19.

Nel mezzo: l’accoglienza a Palazzo Reale da parte del sindaco di Milano, Beppe Sala; le foto di rito; e la cena stellata (terrina di melanzane con caprino e salsa al basilico, paccheri e cannoncini riempiti al momento) al tavolo con la leggendaria ex direttrice di Vogue America, Anne Wintour, l’ambasciatore statunitense in Italia, Tilman Fertitta, e alcune delle firme più note della moda mondiale.

Se si guardano le ultime due settimane, però, sono tre i voli nazionali compiuti dalla premier, in aggiunta a una trasferta giornaliera in Norvegia, giovedì 17 settembre.

Alle 13:36 di venerdì 18 settembre, in particolare, Meloni è salita su un altro Gulfstream diretta a Brescia per le celebrazioni dei 500 anni della Beretta. Con ritorno a Roma quattro ore dopo, alle 17:46. E la settimana precedente lo stesso Gulfstream, alle 10:09 dell’11 settembre, l’ha accompagnata a Novara, per l’inaugurazione della seconda edizione di Risò, il Festival Internazionale del Riso, nell’Abbazia di Sant’Andrea di Vercelli. Con ritorno a Roma alle 17:45.

Tornando indietro nel tempo per trovare un altro volo “nazionale” della premier bisogna arrivare al 13 luglio, quando ha fatto “scalo” a Palermo per lo svelamento, al Museo del Presente, della Fiat Croma su cui viaggiavano Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo il 23 maggio del 1992. L’indomani, infatti, Meloni ha proseguito il suo viaggio per Doha. A leggere i registri degli ultimi tre anni, a ogni modo, appare evidente l’utilizzo prevalente degli aerei blu per le trasferte all’estero da parte della premier. Anche se per ragioni di sicurezza, e per non sottrarre un minuto alle incombenze di Palazzo Chigi, avrebbe avuto diritto a usufruirne – e non l’ha fatto – persino per gli spostamenti privati.

Proprio per questo l’inversione di rotta di questi ultimi giorni spicca ancora di più. A maggior ragione dopo le rivelazioni del Fatto sulla strategia elaborata in vista del voto, a base di tv, comizi e presenza costante sul territorio.

A settembre dell’anno scorso, per esempio, su Flightradar24 risulta un unico trasferimento aereo all’interno del territorio nazionale. Un Roma-Bolzano il 18 settembre per partecipare alla cerimonia di abbattimento del diaframma nel cunicolo esplorativo della Galleria di base del Brennero, al confine con l’Austria.

Due gli “scali” nazionali della premier, invece, registrati a settembre 2024: il primo a Milano, andando a Parigi; e il secondo a Catania, andando verso New York per l’assemblea dell’Onu.

“Esserci fisicamente penso che sia un modo bello di dire grazie al settore per quello che fa per la nostra economia”. Così Meloni mercoledì sera ha voluto “giustificare” la sua presenza in una Milano affollata di superstar.

Per un contesto di quel tipo, con tanti protagonisti del jet set internazionale, si è presentata con uno smoking nero, molto apprezzato, dello stesso stilista scelto in diverse occasioni da Agnese Renzi. E il mezzo di trasporto non poteva essere da meno.


C’era una volta il bullo della Casa Bianca!


(dagospia.com) – Vi ricordate il Bullo della Casa Bianca? È solo un ricordo sbiadito. La visita ufficiale di Xi Jinping a Washington ci restituisce l’immagine di un Donald Trump nei panni di un questuante, con il cappello in mano.

Con i consensi a picco a quaranta giorni dalle elezioni Midterm e un indice di gradimento sceso al 26% e con il prezzo del petrolio salito vertiginosamente per la guerra nel Golfo in cui si è infilato, il tycoon aveva un disperato bisogno che il collega asiatico gli concedesse qualcosa, per poter sbandierare davanti all’opinione pubblica americana almeno un piccolo successo. Ma non è andata così.

Trump ha chiesto a Xi di fermare, o almeno limitare, gli aiuti al regime iraniano, dal momento che Pechino fornisce armamenti e strumenti a Teheran per portare avanti la sua guerra, oltre a essere il principale acquirente del greggio iraniano.

Il Caligola di Mar-a-Lago ha messo sul tavolo anche i temi del commercio di chip, dei dazi, delle terre rare. In cambio il presidente cinese, ben consapevole di avere il coltello dalla parte del manico, ha nicchiato. E ha posto come condizione irrinunciabile per intavolare qualsiasi trattativa che gli Stati Uniti interrompano ogni aiuto militare o economico a Taiwan, il boccone che il Dragone vuole papparsi.

Come se non bastasse, Trump ha subito anche la beffa dalla stessa Cnn che ha “bandito”, insieme alle altre emittenti sgradite. L’emittente infatti ha dato la massima rilevanza mediatica alle dichiarazioni di Melania Trump che, alla vigilia dell’arrivo del leader cinese, ha dichiarato: “Ho avuto un’infanzia molto bella crescendo sotto il comunismo in Slovenia”. Un’uscita che conferma come l’ex modella ormai si muova in piena libertà, quasi provando piacere nel recare danno al suo ingombrante consorte.


L’aeroporto di Malpensa dedicato ufficialmente a Silvio Berlusconi


Castelli (Sea), ‘giornata significativa per un luogo simbolo di Milano’

(ANSA) – FERNO, 25 SET – Da oggi l’aeroporto di Malpensa è dedicato a Silvio Berlusconi. Lo ricorda una targa posta all’ingresso della stazione ferroviaria del Terminal 1. Presenti alla cerimonia, tra gli altri, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il vicepresidente del Consiglio e ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il presidente della Regoone Lombardia Attilio Fontana.

Il vicepresidente del consiglio e ministro degli Esteri, nonché presidente di Forza Italia Antonio Tajani è intervenuto con un video da New York, dove si è recato per l’assemblea generale delle Nazioni Unite. “Per Sea – ha detto la presidente Micaela Castelli aprendo la cerimonia – questa è una giornata significativa che coinvolge un luogo simbolo di Milano e della Lombardia”.

A suo dire l’aeroporto milanese “è una delle grandi porte internazionali del nostro paese, un aeroporto che racconta ogni giorno la vocazione di questo territorio ad aprirsi, a crescere e a costruire relazioni con il mondo”. “Anche il segno di questa intitolazione – ha sottolineato – doveva essere all’altezza del suo valore istituzionale e dell’identità del luogo che l’accoglie.

Abbiamo scelto essenzialità ed eleganza, i tratti di una Milano e di una Lombardia che hanno fatto della capacità di intraprendere, di innovare e di guardare al mondo una parte della propria identità e dentro questa storia possiamo tutti riconoscere il senso dell’intitolazione che celebriamo oggi”.

Marina Berlusconi, orgogliosa, il nome di mio padre il migliore per Malpensa

(ANSA) – MILANO, 25 SET – “La consapevolezza che l’aeroporto Milano-Malpensa Silvio Berlusconi accoglierà ogni giorno migliaia di viaggiatori provenienti da tutto il mondo mi riempie di orgoglio e di emozione. Che nome migliore potrebbe avere, un ponte così, se non quello di Silvio Berlusconi?”.

Così Marina Berlusconi, interpellata dall’ANSA, nel giorno dell’intitolazione dello scalo milanese all’ex premier ricordando come fosse “un uomo che ha sempre cercato il dialogo con tutti”. “Mio padre ha trascorso la vita guardando avanti e lontano – aggiunge -. Mi piace pensare che, da oggi, il suo nome darà il benvenuto a chi giunge da altri Paesi e accompagnerà chi decolla verso nuove destinazioni”.

“Malpensa è un crocevia dove Milano e l’Italia incontrano il mondo. È uno spazio di lavoro e scambi, di partenze e ritorni, un ponte tra Paesi, dove ogni giorno si annullano le distanze e si valicano i confini – osserva Marina Berlusconi -. Che nome migliore potrebbe avere, un ponte così, se non quello di Silvio Berlusconi? Un uomo che ha sempre cercato il dialogo con tutti, che ha creduto nei contatti umani, nella forza dei legami e, soprattutto, che ha trasformato in realtà idee impossibili”.

Paolo Berlusconi, ‘legare Malpensa a Silvio è il suo miglior ricordo’

(ANSA) – FERNO, 25 SET – Intitolare l’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi è il “miglior ricordo” che si possa fare di lui. Lo afferma il fratello Paolo che ricorda come “Silvio amava l’Italia e tutto quello che ha fatto lo ha fatto per il bene di quella che definiva ‘la mia patria’”. “Oggi Silvio non c’è più – commenta Paolo Berlusconi – ma è presente in tutte le sue realizzazioni urbanistiche, politiche e imprenditoriali”. “Oggi Silvio è anche qui – incalza – ‘la nostra patria è l’Italia diceva ma il nostro futuro è l’Europa’, allora quale miglior contributo alla memoria di Silvio che dare il suo nome alla porta d’accesso all’Europa e al mondo?”.

P. Berlusconi, il sostegno della famiglia a Forza Italia non è in discussione

(ANSA) – FERNO, 25 SET – Il sostegno della famiglia Berlusconi a Forza Italia non è in discussione nonostante le indiscrezioni di stampa che “sono balle”. Lo afferma Paolo Berlusconi a margine dell’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa al fratello Silvio. “Sono balle che si leggono su certi giornali – afferma – non esiste”. “Chi mette in discussione il sostegno a Forza Italia sa di mentire – incalza – consapevole di mentire, come molte volte si leggono delle cose che sono assolutamente illeggibili su certi giornali”.

P. Berlusconi, ‘Tajani erede di Silvio, aprirà ai giovani’

(ANSA) – FERNO, 25 SET – Antonio Tajani, vicepresidente del consiglio, ministro degli esteri e presidente di Forza Italia “ha ricevuto direttamente il testimone da Silvio” ed è consapevole di dover aprire il partito ai giovani.

Lo ricorda il fratello Paolo Berlusconi a margine dell’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa all’ex-presidente del consiglio e fondatore di Forza Italia. Secondo Paolo Berlusconi il partito “grazie ad Antonio ha vissuto il suo momento delicato del trapasso”. “Antonio – argomenta – ha ricevuto da Silvio il testimone da portare avanti. Io ricordo sempre con affetto tutte le telefonate che Silvio faceva ad Antonio.

‘Antonio, ho sentito le tue interviste – diceva – e non avrei cambiato una parola”. “Quindi – prosegue – grande apprezzamento ad Antonio”. “Oggi – sottolinea – credo che sia giusto che Antonio condivida il nostro movimento anche con le forze più giovani e lui ne è assolutamente consapevole”. “Quindi – conclude – attendiamo con fiducia che questo lavoro di Antonio porti i suoi frutti”.

Salvini a Sala, ‘dispiaciuto per gli assenti, Berlusconi univa’

(ANSA) – FERNO, 25 SET – Il vicepresidente del consiglio e ministro dei Trasporti Matteo Salvini esprime “un minimo di dispiacere per gli assenti” alla celebrazione dell’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi. Un’allusione, quella di Salvini, al sindaco di Milano Giuseppe Sala, assente nel giorno dell’intitolazione.

Dal palco della cerimonia davanti all’ingresso della stazione spiega che “questa non è una giornata politica e ricordiamo Berlusconi come uno dei più grandi imprenditori italiani”. “Berlusconi e Bossi”, di cui si celebrano a distanza di pochi giorni i compleanni, “sono due persone lontane – sottolinea Salvini – ma anche molto vicine”. “Abbiamo vissuto ricorsi e controricorsi – incalza Salvini – ma poi siamo arrivati alla giornata di oggi”.

“In questo momento – argomenta il vicepremier – servirebbe lo spirito di unione di Silvio Berlusconi”. “Ricordo la stretta di mano nel 2022 tra Berlusconi, Putin e Bush – chiarisce – in un momento in cui servono pontieri e in cui anche i media commettono le loro imprudenze”. Secondo Salvini “è un momento in cui occorre equilibrio, nervi saldi e riavvicinare le parti in conflitto e Silvio Berlusconi era un maestro assoluto che ci lascia l’obbligo e il dovere di dialogare con tutti per lasciare ai nostri figli un futuro di pace e non di guerra”.

“L’amore vince sempre sull’invida e sull’odio – conclude – l’invida passa sempre, l’amore resta e da domani sarà ancora più bello atterrare all’aeroporto di Malpensa dedicato Silvio Berlusconi, che mi farà sentire Milano e la Lombardia ancora di più casa mia”.

Tajani, ‘scelta molto sigificativa dedicare Malpensa a Silvio Berlusconi’

(ANSA) – FERNO, 25 SET – La scelta di dedicare l’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi è “molto felice”. Lo afferma il vicepresidente del consiglio e ministro degli esteri Antonio Tajani che ricorda Silvio Berlusconi da New York nel giorno della cerimonia di intitolazione dello scalo.

“Nel ricoprire oggi il ruolo di ministro degli esteri al quale proprio lui mi ha proposto alla nascita di questo governo nel rappresentare in questi giorni l’Italia alle Nazioni Unite – afferma in un videomessaggio – io sento di stare in qualche modo continuando il suo lavoro e per me questo è un grande onore”.

“Una politica estera la sua nella quale la pace, l’Europa, e l’alleanza Atlantica sono sempre stati i pilastri fondativi”. “Il presidente Berlusconi – prosegue – è uno degli statisti che hanno fatto la storia del nostro paese, ha cambiato i termini il linguaggio del confronto politico, ma è stato anche uno degli italiani più conosciuti nel mondo”.

“Per questo – sottolinea – considero davvero molto significativo e una scelta molto felice che sia dedicato a lui proprio l’aeroporto di Malpensa”. “Una delle porte dell’Italia sul mondo – spiega – e allo stesso tempo un luogo d’accesso alla sua città alla sua regione”.

Ronzulli, ‘Forza Italia un po’ ferma, serve una riflessione’

(ANSA) – FERNO, 25 SET – Forza Italia è “un po’ ferma” e ha bisogno di “una riflessione” per risalire nei consensi. Lo afferma la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli a margine dell’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi. “In questo momento siamo un po’ fermi a essere sinceri – ammette – siamo fermi tra il 7 e il 7,5%”.

“Qualcuno – argomenta – dice che abbiamo fatto questa legge elettorale per favorire il centrodestra, ma, numeri alla mano, oggi il centrodestra non è vincente, nonostante il grande lavoro di questo governo e la grande leadership del presidente Meloni che continua a mantenere il consenso”.

“Facendo un’analisi sincera – prosegue – gli alleati in questo momento hanno bisogno di una svolta, parlo per il mio partito non per quello degli altri”. “Per vincere le elezioni il prossimo anno – conclude – bisogna risalire nei consensi e per farlo serve una riflessione”.

Sala, ho lottato contro l’aeroporto a Berlusconi, dovevo esserci con un sorriso?

(ANSA) – MILANO, 25 SET – “Sento qualcuno lamentarsi della mia assenza – a dire il vero non si cita il mio nome, ma la sostanza è quella – all’intitolazione di Malpensa a Silvio Berlusconi”. Lo scrive in una nota il sindaco Giuseppe Sala che chiarisce di aver “lottato contro questa decisione, cosa avrei dovuto fare?

Essere presente, con un finto sorriso? Oppure essere presente e ribadire i miei distinguo? Sono un uomo coerente e cerco di ricordarmene ogni giorno. Segnalo che nello stesso momento ero, con la fascia di sindaco Metropolitano, a Inveruno per inaugurare una piazza a Piersanti Mattarella. Ho preferito essere lì”.

Majorino (Pd), intitolazione Malpensa a Berlusconi una brutta pagina ‘Mi auguro che in futuro la targa col nome si possa rimuovere’

(ANSA) – MILANO, 25 SET – “La targa con il nome Silvio Berlusconi, che ufficializza l’intitolazione dell’aeroporto, svelata oggi al Terminal 1, è davvero una brutta pagina. Mi auguro che in futuro la si possa rimuovere”. Così il capogruppo del Pd in Consiglio regionale e componente della segreteria nazionale Pierfrancesco Majorino sull’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi.


Di male in greggio


Carburanti: Eni, da 28/9 tetto prezzi 2,19 euro/l per il gasolio e 1,99 benzina (RCO)

Price cap per un mese, possibile estensione fino a fine anno  (Il Sole 24 Ore Radiocor) – Roma, 25 set – Eni ha fissato un limite massimo (price cap) al prezzo dei carburanti commercializzati da Enilive pari a 2,19 euro al litro per il gasolio e a 1,99 euro al litro per la benzina (circa 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi attuali). Lo comunica Eni in una nota, spiegando che il price cap è correlato all’agevolazione fiscale sulle accise in vigore e sarà applicato a partire dal 28 settembre, per una durata iniziale di 30 giorni, con possibilità di estensione fino alla fine dell’anno in funzione dell’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. 

(Estratto dell’articolo da today.it) – Ultimo weekend di settembre porta dei rincari. Da domani, sabato 26, sono prevedibili rialzi sul prezzo del diesel perché, come sancisce il decreto di dieci giorni fa, si dimezza lo sconto sulle accise. Per il Codacons un pieno di gasolio “arriverà a costare 3 euro in più su strade e autostrade” e il governo convoca le società operanti nel settore della raffinazione, ma il vertice sarà l’8 ottobre.

[…] Oggi, 25 settembre, secondo i dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti il prezzo medio in modalità “self service” lungo la rete stradale è di 2,154 euro al litro per la benzina e 2,338 euro al litro per il gasolio, gli stessi livelli di ieri. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,247 euro al litro per la benzina (in lieve rialzo rispetto ai 2,245 euro di ieri) e 2,421 euro al litro per il gasolio (da 2,419 di ieri).

Lo sconto in vigore oggi sulle accise del diesel è attualmente pari (comprensivo dell’Iva) a 12,2 centesimi al litro. Per effetto dell’ultimo decreto legge su accise e bollo auto, da domani e fino al 5 ottobre però calerà a 6,1 centesimi. 

Il Codacons tira le somme: “Il dimezzamento del taglio delle accise porterà un pieno di gasolio a costare 3 euro in più su strade e autostrade, indipendentemente dall’andamento dei listini alla pompa”.

E spiega che “l’aliquota di accisa sul gasolio impiegato come carburante è salita a 572,90 euro per 1.000 litri dal 18 al 25 settembre 2026, e subirà un nuovo aumento a 622,90 euro per 1.000 litri da domani 26 settembre e fino al 5 ottobre 2026. Lo sconto fiscale da 12,2 centesimi di euro al litro attualmente in vigore sarà quindi dimezzato a partire da domani, con il taglio sul prezzo alla pompa che, considerata anche l’Iva, scenderà a 6,1 centesimi.

Per gli automobilisti si tratta di un aumento netto da 3,05 euro a pieno, ma se si considera l’effetto dell’intero decreto scattato il 18 settembre, l’impatto è da 5,45 euro in più a pieno. Dal 6 ottobre gli automobilisti dovranno poi dire addio allo sconto delle accise predeterminato, perché da tale data scatterà il meccanismo delle accise mobili”.

Intanto il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, e quello dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, hanno convocato per giovedì 8 ottobre le società operanti nel settore della raffinazione e della produzione di beni e prodotti derivati.

Lo scopo è quello di valutare insieme “come possano aumentare la produzione dei principali prodotti per mitigare gli effetti dell’attuale scenario internazionale sull’approvvigionamento del Paese”. […]


“La sicurezza e la vigilanza nel Parco Naturale del Taburno restano un’utopia”. L’associazione ‘Italia Verde’ denuncia lo stato di abbandono del Taburno


Negli anni scorsi, dopo aver appreso dalla stampa degli eclatanti risultati ottenuti nell’ambito della tutela e della vigilanza del Parco, una delegazione dell’Associazione Italia Verde, insieme ad alcuni rappresentanti dell’ANPANA, si recò direttamente sul territorio per verificare la situazione.

Da quella esperienza scaturì una nota dal titolo “La sicurezza e la vigilanza nei parchi naturali: luci ed ombre”, ripresa successivamente da diverse testate giornalistiche. A distanza di tempo, l’Associazione è tornata sul territorio per verificare nuovamente lo stato dei luoghi.

“La prima domenica di settembre, allo spuntar del sole – dichiara Filomeno Bovino, Presidente nazionale dell’Associazione Italia Verde – una nostra delegazione ha percorso il versante del Taburno, riscontrando una quantità imprecisata di rifiuti abbandonati nei luoghi più impensati. Abbiamo inoltre incontrato numerosi cittadini che, avvicinandosi alle nostre guardie volontarie, hanno manifestato tutto il loro malcontento per una situazione che appare paradossale: un territorio di straordinaria bellezza naturalistica, ma allo stesso tempo profondamente trascurato”. La situazione è stata nuovamente verificata quindici giorni dopo, quando gli agenti volontari di vigilanza sono tornati sul versante del Taburno, ancora una volta nelle prime ore della domenica.

“Abbiamo trovato ancora una notevole quantità di rifiuti – prosegue Bovino –. Questa volta molti erano raccolti all’interno di grandi sacchi neri, ma diversi erano stati divelti dagli animali, con conseguente dispersione dei materiali nell’ambiente”. Particolare attenzione è stata rivolta alla collocazione dei rifiuti. “I nostri volontari hanno constatato che numerosi sacchi erano stati depositati proprio sotto i cartelli che vietano lo scarico dei rifiuti, installati dall’Ente Parco. È una circostanza che dovrebbe far riflettere sull’effettiva capacità di far rispettare i divieti”. La situazione, secondo l’Associazione, appare ancora più evidente in alcune aree di particolare pregio.

“In un pianoro, nonostante la presenza di un cartello che vietava lo scarico dei rifiuti, il transito dei veicoli e altre attività – racconta il Presidente di Italia Verde – abbiamo trovato, oltre ai consueti rifiuti, diverse automobili addentrate sui prati e persone intente a bivaccare”. Da qui le domande di Filomeno Bovino che rivolge alle istituzioni competenti. “Che senso hanno dei divieti se poi non esiste una presenza costante di personale preposto a farli rispettare? Possiamo continuare a demandare tutto alle forze dell’ordine, già chiamate a fronteggiare numerose emergenze e alle prese con organici spesso insufficienti? E soprattutto: è possibile che gli enti parco, laddove la normativa consente loro di dotarsi di propri organi di sorveglianza, non adottino misure adeguate?”. L’Associazione pone inoltre l’attenzione sulle differenze riscontrate tra i diversi versanti del Parco.

“I nostri volontari hanno rilevato una situazione differente sul versante di Vitulano, dove non si riscontrano rifiuti abbandonati con la stessa frequenza e dove, in più occasioni, sono state osservate aree opportunamente delimitate con reti, nelle quali è possibile depositare i sacchi dei rifiuti impedendo agli animali di disperderli nell’ambiente. Anche la presenza di automobili al di fuori delle aree consentite sembra essere maggiormente contenuta. Perché non adottare soluzioni analoghe anche sul versante del Taburno?” Per Italia Verde il problema non riguarda soltanto il decoro, ma la stessa concezione della tutela ambientale. “Chi percorre la strada interna al Parco del Taburno – afferma Bovino – rimane certamente colpito dalla bellezza dei luoghi e dalla possibilità di fruire di aree immerse nella natura. Ma, contemporaneamente, si trova davanti a uno stato di abbandono che rischia di trasformare questi territori in una sorta di terra di nessuno. E da terra di nessuno a terra di tutti il passo è breve. Le generazioni passate erano gelose del proprio territorio: esistevano un forte senso di appartenenza e un autentico amore per l’ambiente. Oggi, invece, troppo spesso assistiamo all’insensibilità e alla mancanza di rispetto verso un patrimonio che appartiene a tutti”. Infine, l’Associazione Italia Verde richiama l’attenzione sul tema degli incendi boschivi, anche alla luce dei gravi danni subiti dal territorio. “Non possiamo non ricordare il devastante incendio che ha distrutto una parte significativa dei boschi del Parco del Taburno. La domanda è inevitabile: era davvero così difficile realizzare adeguate opere di prevenzione e difesa dagli incendi? Era così difficile garantire un minimo di sorveglianza delle aree boschive? Secondo noi – conclude il presidente Bovino – la risposta è no. La tutela di un Parco non può limitarsi all’installazione di cartelli di divieto. Servono controlli, presenza sul territorio, prevenzione, manutenzione e responsabilità. Un’area naturale protetta deve essere realmente protetta. Altrimenti, la sicurezza e la vigilanza nel Parco naturale restano soltanto un’utopia”.


Napoli, villa Floridiana: lavori a rilento e cittadini esasperati


Ancora troppe aree ingabbiate. Tempietto ionico imbrattato

            ” Dal sopralluogo effettuato in questi giorni, dopo la pausa estiva, si è potuto constatare che i lavori per la riqualificazione non sono ancora ripresi mentre purtroppo  restano ancora irrisolti molti dei problemi presenti nel parco della villa Floridiana “. A intervenire nuovamente sulle vicende dell’antico parco borbonico è Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori, che è sceso in campo più volte, pure con la creazione di una pagina sul social network Facebook, che conta oltre 5.000 iscritti e con il lancio di una petizione online, al fine di ripristinare la piena fruibilità del parco borbonico, all’interno del quale si trova anche il museo delle arti decorative Duca di Martina.

            ” Passeggiando lungo i viali – puntualizza Capodanno – si continua a osservare la presenza di numerose transenne che, dal 2011, quindi da ben quindici anni, limitano l’acceso ancora a circa il 40% dei poco più dei sette ettari occupati dal parco borbonico. Al riguardo peraltro non si osservano lavori in corso, nonostante che sono ancora disponibili i finanziamenti erogati dal Ministero della Cultura per i lavori di manutenzione straordinaria da realizzare all’interno del giardino storico al fine di restituirlo integralmente alla fruizione dei frequentatori “.

            ” Inoltre – sottolinea Capodanno – resta il problema di attrezzare idoneamente, in diverse zone del parco, delle aree giochi per  bambini. Allo stato c’è solo un’aiuola, peraltro brulla, posta nei pressi del giardino delle camelie, dove sono collocati uno scivolo, un’altalena e due cavallucci, davvero pochi per i tanti bambini accompagnati che frequentano il parco. Al riguardo rilancio la proposta di utilizzare anche gli immobili presenti all’interno della villa, alcuni dei quali già liberi da persone e cose, per creare pure una ludoteca, sempre per i bambini, oltre ad alcuni spazi per manifestazioni, esposizioni e incontri. Inoltre il pardo è ancora privo di servizi igienici presenti solo nel museo “.

            ” In pessime condizioni versa anche il tempietto ionico – sottolinea Capodanno -. Un padiglione bianco a pianta centrale che, collocato al margine estremo del giardino a terrazza, consente, attraverso le sue colonne, di ammirare alcune splendide vedute del capoluogo partenopeo. Allo stato risulta totalmente imbrattato, sia lungo il muretto che sulle sovrastanti colonne con scritte e con disegni “.

            Al riguardo Capodanno lancia un nuovo appello al ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e  alla direzione del polo museale “Musei nazionali del Vomero”, del cui patrimonio fa parte la villa Floridiana, affinché vengano date risposte operative a tutti i problemi evidenziati, con particolare riguardo all’eliminazione, in tempi rapidi, di tutte le barriere metalliche, ancora presente in gran numero lungo i viali del parco vomerese.


Napoli, Musei del Vomero aperta la sezione navale alla Certosa di San Martino


La sezione navale, dalle navi borboniche agli yacht volanti

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Riaperta la Sezione Navale alla Certosa di San Martino con il nuovo allestimento in concomitanza con le regate preliminari degli AC40. All’interno anche una postazione interattiva di gaming: Rotta su Napoli

Napoli, 25 settembre 2026 – È stato inaugurato oggi, alla Certosa di San Martino, uno dei tre Musei del Vomero, il nuovo allestimento della Sezione Navale dove sono esposte imbarcazioni settecentesche.

La riapertura delle sale, adiacenti alla terrazza del Belvedere che si affacciata sul Golfo di Napoli, coincide con la fase preliminare della Louis Vuitton Cup 38a America’s Cup, consentendo di creare un collegamento virtuale tra le imbarcazioni borboniche e gli avveniristici e veloci AC 40.

Ad illustrare il progetto sono stati il prof. Massimo Osanna, Capo del Dipartimento per le Attività culturali del Ministero della Cultura e la direttrice dei Musei Nazionali del Vomero, Almerinda Padricelli.

“La riapertura della Sezione navale restituisce al pubblico uno dei nuclei storici del Museo di San Martino e rinnova la capacità dell’istituto di raccontare Napoli mettendo in relazione le raccolte con il contesto urbano e il Golfo. – ha dichiarato il prof. Massimo Osanna – Il nuovo allestimento permette di riconoscere nelle imbarcazioni i saperi della cantieristica, il lavoro e l’organizzazione degli equipaggi, la lunga vicenda del legame di Napoli con il mare; gli strumenti digitali e il gioco interattivo ampliano le modalità di accesso a questi contenuti, rivolgendosi a pubblici diversi. La posizione stessa della Certosa rende tutto ciò immediatamente percepibile: dalle sale e dalle terrazze, quanto è custodito all’interno offre strumenti per comprendere il paesaggio circostante, ricollocando gli oggetti nel loro orizzonte territoriale e storico. È questa capacità di tenere insieme collezioni, luoghi e paesaggio a fare di San Martino un osservatorio privilegiato sulla storia di Napoli”.

Le settecentesche navi borboniche custodite nella sezione navale della Certosa di San Martino sono testimoni del cambiamento della marina napoletana e sono nuovamente visibili al pubblico grazie al nuovo allestimento proposto dalla direttrice dei musei del Vomero, Almerinda Padricelli con la collaborazione di Brunella Velardi, referente della Certosa di San Martino e la consulenza scientifica di Pierangelo Campodonico Dirigente Istituzione Mu.MA – Musei del Mare e delle Migrazioni, offre nuove proposte per la visita, dove tecnologie e contenuti permettono a ciascuno di scegliere come orientarsi, esplorare, comprendere e vivere l’esperienza culturale.

“Abbiamo pensato ad un riallestimento snello e accessibile che colleghi il passato, con le sue magnifiche imbarcazioni, al presente, attraverso il gaming che coinvolga le giovani generazioni e volgendo uno sguardo al futuro grazie al dialogo visivo con le avveniristiche imbarcazioni impegnate nella fase preliminare della Louis Vuitton Cup 38a America’s Cup – afferma la direttrice Padricelli – Una formula espositiva che mi piacerebbe adottare per tutte le sezioni espositive dei nostri tre musei adottando un linguaggio contemporaneo che possa raccontare oggi il nostro passato guardando al futuro”

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Il progetto, realizzato in tempi record dall’architetto Lucia Anna Iovieno ben si adatta a quello degli yacht volanti che stanno sfrecciando il Golfo di Napoli in questi giorni. Un lavoro che ha messo in evidenza non solo le imbarcazioni, ma anche tutti gli altri oggetti e le opere in esposizione:

“Ogni pezzo di questa sezione è eccezionale e il progetto ha cercato di esaltarne l’unicità lavorando su pochi ed essenziali elementi. I basamenti portano le opere al centro dello spazio o offrono punti di vista inconsueti: lo specchio d’acqua in cui si riflette la Lancia di Umberto I, il parapetto sagomato ad onda da cui il caicco emerge con la prua sollevata. Nuovi colori lasciano risaltare le opere e un’illuminazione puntuale ne rivela i dettagli”. 

Una lettura del passato attraverso un linguaggio contemporaneo, volto ad avvicinare sempre più i visitatori ai musei, è quanto si ritrova nel piano ammezzato della sezione, attraverso l’installazione di una postazione interattiva di gaming.

Rotta su Napoli è il nome di un videogame ideato e realizzato da ETT, un simulatore di battaglie navali nel Golfo di Napoli ambientate in tre diverse epoche.

“Il pubblico che oggi entra in un luogo della cultura chiede strumenti che lo aiutino a capire e orientarsi nelle collezioni, stabilendo un rapporto personale con ciò che incontra – come ha affermato l’amministratore delegato di ETT, Giuseppe Guerrisi – Da qui la scelta di un’esperienza di gioco collaborativo, ideata soprattutto per i giovani e pensata per rendere più accessibili le informazioni. In questo modo, abbiamo creato nuove possibilità di conoscenza, mantenendo al centro l’affidabilità dei contenuti. Per ETT innovare significa, infatti, trovare forme nuove per raccontare il patrimonio, rispettando la complessità”.

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Un tuffo nella storia con riproduzioni di antiche barche che risponderanno ai comandi dei giocatori (da uno a nove per partita) secondo le modalità di movimento con le quali erano costruite. Un allestimento accessibile anche a bambini e a persone con disabilità motoria con postazioni dalle quali si possono animare le imbarcazioni scelte dai concorrenti.

Nei saloni inaugurati nel 1889 sono esposte imbarcazioni settecentesche che ripercorrono oltre un secolo di storia navale napoletana con le tre imbarcazioni principali:

–      la Lancia Reale a 24 remi di Carlo di Borbone (metà del XVIII secolo, scafo di 20 mt)

–      la Lancia Reale a 14 remi di Umberto I di Savoia (1889, scafo di 14 mt)

 costruite nell’antico Arsenale napoletano,

–      il sontuoso Caicco da parata con 6 remi, donato dal sultano Selim III a Ferdinando IV di Borbone (seconda metà del XVIII secolo, scafo di 11,40 mt).

Lungo il percorso di visita si possono ammirare anche modelli in scala di fregate, corvette e cannoniere realizzate dalle maestranze napoletane, stabiesi e veneziane, oltre a dipinti di battaglie e vari di navi, polene e armi dell’epoca.

La nuova esposizione consentirà a breve di approfondire la visita con informazioni e notizie attraverso un QR code disponibile per ogni imbarcazione, manufatto o dipinto per raccontarne l’origine e la storia.

In occasione dell’inaugurazione delle sale ri-allestite sono stati riaperti anche il primo e secondo terrazzamento della Certosa, recentemente recuperati, fino alla terrazza della Magnolia. Così il museo rende fruibile anche una parte di giardino che offre ulteriori spazi verdi, come gli altri siti del Vomero, oltre a quello del Fossato di Castel Sant’Elmo, per la prima volta aperto al pubblico questa estate e allo storico polmone verde del Parco della Floridiana.

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Diana Kühne

Musei nazionali del Vomero Mail: diana.kuhne@cultura.gov.it


I deliri di Netanyahu mentre parla da solo davanti all’Onu


(Dario Lucisano – lindipendente.online) – Al suo arrivo, la platea dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si è svuotata: dalla presidenza sono arrivate ripetute richieste di ordine, mentre decine di delegazioni hanno abbandonato l’aula in segno di protesta contro Benjamin Netanyahu, lasciandolo a parlare davanti a una distesa di sedie vuote. Nel contenuto, il discorso del premier israeliano ha riproposto argomenti già sentiti: Netanyahu ha accusato l’opinione pubblica internazionale di essere manipolata e ha minimizzato le violenze dei coloni, un «gruppetto di giovani delinquenti che vanno in giro a lanciare pietre». Israele starebbe invece combattendo una guerra su sette fronti per il bene dell’umanità intera, compresi i «codardi» che hanno lasciato l’aula per non ascoltarlo: le capacità nucleari dell’Iran sono state distrutte, Hezbollah è stato smantellato, mentre il presidente turco Erdoğan «vuole diventare il sovrano di Gerusalemme». Mentre dentro il Palazzo di Vetro i diplomatici disertavano il discorso di una persona accusata di crimini contro l’umanità, fuori la società civile contestava la sua presenza a New York, in una protesta che ha visto decine di arresti.

Il discorso di Netanyahu all’ONU è iniziato con un invito ad andarsene rivolto alle decine di diplomatici «codardi morali» che, mentre il premier si avvicinava al podio per parlare, hanno deciso di lasciare l’aula. Le parole sono ormai quelle a cui ci ha abituati: accuse contro nemici vecchi e nuovi, riferimenti al presunto antisemitismo nel mondo e continui richiami a un esercito israeliano presentato come paladino del bene, impegnato in una guerra per il destino dell’umanità. Da tre anni, sostiene Netanyahu, Israele combatte su sette fronti: «Hamas, Hezbollah, gli Houthi, l’Iran, le milizie in Iraq, le milizie in Siria, i terroristi palestinesi in Giudea e Samaria. Insieme ai nostri grandi amici americani, abbiamo annientato l’esercito, la marina, l’aeronautica e le strutture nucleari dell’Iran. Israele ha colpito duramente Hamas, abbiamo sbaragliato Hezbollah». Ora Erdogan, il «numero uno» tra i «peggiori», accusa Israele, tramando con il fine nascosto di conquistare Gerusalemme. Il mondo, tuttavia, preferirebbe concentrarsi «su un gruppetto di giovani delinquenti – circa 150 persone – che vanno in giro a lanciare pietre o ad abbattere ulivi»: i coloni. Il genocidio palestinese non esiste, la distruzione della Striscia nemmeno, così come non esisterebbero i ripetuti crimini contro l’umanità di cui Israele è accusato.

Mentre dentro il Palazzo di Vetro Netanyahu parlava davanti a una platea semivuota, fuori, per le strade di diverse aree di New York, migliaia di persone protestavano contro la presenza del premier israeliano in città. Secondo la stampa statunitense, almeno un centinaio di manifestanti sarebbero stati arrestati. Tra questi anche diverse celebrità, tra cui l’attrice Susan Sarandon, che stava marciando a pochi isolati dalla sede delle Nazioni Unite in un corteo organizzato da Voce Ebraica per la Pace. A nulla sono valsi, insomma, gli appelli del sindaco Zohran Mamdani che, mesi fa, aveva ipotizzato l’arresto del premier Netanyahu in ottemperanza al mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale. La possibilità di procedere all’arresto si sarebbe tuttavia rivelata impraticabile alla luce dell’ordinamento giuridico statunitense, come ammesso dallo stesso Mamdani in un video pubblicato su X: la città di New York non avrebbe l’autorità per dare seguito al provvedimento, ma «il governo federale sì», spiegava Mamdani, invitando Trump «a rispondere alla CPI».

Avere un mandato, tuttavia, non significa necessariamente essere tenuti a rispettarlo: gli Stati Uniti non sono uno Stato membro della CPI e non hanno alcun obbligo di dare esecuzione ai mandati d’arresto emessi dall’organismo. L’amministrazione Trump, infatti, non ha dato seguito alle accuse rivolte a Netanyahu e ha consentito al premier israeliano di partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un trattamento diametralmente opposto a quello riservato al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, sul quale, a differenza di Netanyahu, non pende alcun mandato d’arresto internazionale: l’amministrazione statunitense gli ha negato il visto necessario per entrare negli Stati Uniti, costringendolo a partecipare all’Assemblea da remoto e a intervenire attraverso un videomessaggio preregistrato.


Per una nuova Helsinki: pace, neutralità e sicurezza reciproca


Ucraina: la pace oltre l’«armi sì, armi no»

(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) –Dunque, armi sì o no? È tempo di uscire da questa gabbia schematica, che alimenta divisioni ed equivoci. E offre alla destra l’occasione di rimarcare divisioni ben più ampie di quelle che la destra stessa di governo ha al proprio interno. Messa nei termini di un’alternativa secca, la questione è posta male. Ed è tale da bloccare ogni sintesi programmatica. Lo segnalavano di recente due articoli su Rinascita, di Giorgio La Malfa e Simone Oggionni, tuttavia di taglio ancora metodologico. Mentre invece occorre entrare nel merito e segnalare l’impasse dei due leader e della loro attuale impostazione.

E infatti sbagliano tanto Schlein, che proclama una dedizione incondizionata alla causa ucraina, quanto Conte, che, sull’onda di Nova, pare chiudere a ogni supporto difensivo a quel che resta dell’Ucraina non russa. Ovvero ben l’80 per cento, al netto del Donbass, pressoché del tutto in mano russa, salvo la zona fortificata nord-occidentale di esso.

Ebbene, l’auspicata soluzione diplomatica non può che essere coreana. Ovvero: spartizione lungo la linea del fuoco attuale, con garanzie reciproche e una fascia smilitarizzata presidiata non da truppe europee, bensì da forze multinazionali con mandato ONU.

Quindi, al quesito in questione, «armi sì oppure no?», la risposta non può che essere: armi condizionate a una linea rossa. Cioè che Kiev accetti tregua e spartizione e, soprattutto, rinunci a eurotruppe in Ucraina da parte dell’UE.

Altra condizionalità sono le elezioni. Ovvero che si ripristini la democrazia a Kiev e che si svolgano regolari elezioni, perché Zelensky è in arbitraria prorogatio.

E a Putin? A Putin va chiesto lo stop ai bombardamenti e lo stop sulla linea del fuoco, con il reciproco valevole per Kiev. E la rinuncia al Donbass non occupato, che divenga altresì fascia smilitarizzata con truppe ONU e osservatori OSCE, mentre le piccole enclavi ucraine dentro il Donbass vanno sgombrate, così come debbono essere demilitarizzate le zone a ridosso di Sumy.

Kramatorsk, Zaporizhzhia — salvo la centrale — e Bakhmut resterebbero a Kiev. Laddove Sloviansk, Kostiantynivka, Bakhmut e Dnipro — inviolate fortezze armate — resterebbero ucraine. Così come Odessa — non a caso non occupata — e la navigazione sul Dnipro, sbocco al mare per entrambi i contendenti. Il tutto dentro una conferenza di pace multilaterale, che assicuri reciprocamente la Russia e l’Europa, con l’Ucraina nell’UE ma fuori dall’euro-NATO e dal suo complesso militare-industriale. Senza appalti e joint venture. E con un esercito congruo e un ombrello euro-esterno a difesa, che scatti solo a precise condizioni e senza voto a maggioranza nell’UE. E, in più, con l’avallo dell’Assemblea generale dell’ONU.

In conclusione, basta con l’inconcludente «armi sì, armi no», «vedremo» oppure «giammai». Messa così, lo abbiamo detto, la questione resta irrisolvibile. Talché, viceversa, va detto: armi entro certi limiti e a certe condizioni. Ma soprattutto la tregua e la spartizione vanno firmate nel quadro di una conferenza di pace multinazionale che statuisca i termini di una nuova Yalta, con l’Ucraina neutrale benché membro dell’UE e non della NATO. Ne conseguono anche il no al ReArm von der Leyen, lo stop ai bombardamenti russi e il no all’euro-NATO come involucro militare-industriale della nazione ucraina. E infine il no ai volenterosi armati nel Paese e la fine delle sanzioni antirusse, con l’uso degli asset russi per la ricostruzione, al quale già la Russia si è dichiarata disponibile.

Insomma: pace, neutralità, no all’Europa-civiltà, basta isterie alla Calenda-Picierno dentro e fuori il PD. E superamento del diniego assoluto alle armi difensive per Kiev, purché essa accetti la spartizione, la sua neutralità e il quadro di convivenza e sicurezza reciproca con la Russia, dentro una nuova Helsinki del terzo millennio.

È con questa altezza strategica che il campo largo deve ragionare e parlare all’Europa e all’Italia. Con un grande appello alla pace continentale: no euro-NATO, no guerra perpetua di Putin. E allora anche le primarie e il programma, di per sé oggi divisivi al riguardo, potrebbero diventare un momento di passione e di battaglia comune. In grado di delineare un altro ordine del mondo, un’altra Europa, non matrigna e bellicosa, che stritola i popoli con rigore e armamenti. E capace di strappare la bandiera della pace alla destra che se ne è impossessata.


Le Nazioni Unite e il problema psichiatrico


(Tommaso Merlo) – A quell’orco latitante di Netanyahu è stato concesso ancora il palco delle Nazioni Unite mentre al presidente palestinese hanno negato il visto e si è collegato in videochiamata. Unica consolazione, l’immensa sala si è nuovamente svuotata all’ingresso di quel mostro genocida che dovrebbe marcire in galera invece di pontificare. Ha osato blaterare di aver prevenuto un genocidio invece di averlo commesso e ripetuto che l’esercito israeliano è il più morale del mondo e non una banda di terroristi che ha intenzionalmente preso di mira donne e bambini come dimostrato dall’ONU. Fuori dal Palazzo di Vetro una New York mobilitata per la presenza dell’immondo scarafaggio, il sindaco Mamdani lo avrebbe voluto arrestare ma non ne ha l’autorità e il resto delle istituzioni americane sono corrotte dalla mafia sionista fino al midollo osseo. La Casa Bianca ha appena autorizzato la fornitura gratuita ad Israele di altri 2,8 miliardi di dollari in armi, un pacchetto che include 40.000 bombe ad alta potenza. Soldi pubblici dati ad uno stato canaglia e genocida mentre colleziona crimini di guerra e mentre i cittadini americani sono sull’orlo della bancarotta. Un livello di corruzione politica e morale che finirà nei libri di storia ma anche di psichiatria. I sionisti e i loro schiavi americani sono anche impegnati a distruggere il Tribunale Internazionale in modo da farla franca quando non resterà più nemmeno un palestinese oppure quando il mondo civile e sano di mente riuscirà a fermarli. Quell’immensa aula vuota e quel palazzo assediato da manifestanti imbestialiti nonché i cittadini che da ogni angolo del globo hanno ignorato disgustati quell’orco dalle mani sporche di sangue, fa ben sperare in una nuova era in cui ai palestinesi verranno garantiti i diritti umani come a tutti i popoli del pianeta e in cui il sionismo verrà bandito come ideologia criminale indegna del mondo civile. Nella vita del resto contano i fatti e non le chiacchiere, chi è Netanyahu e cosa sia il sionismo si è capito a Gaza dopo decenni di corruzione mediatica e politica che ha permesso agli aggressori di spacciarsi da vittime drenando risorse e collezionando crimini nella totale impunità. I popoli del mondo intero hanno capito ma il cambiamento non si è ancora concretizzato perché la mafia sionista controlla ancora le posizioni chiave. E’ solo questione di tempo, per il sionismo e tutti i suoi complici. A partire da Trump che ha anch’esso delirato dal palco dell’ONU lodandosi da solo visto che non lo fa nessuno. Acido, stanco, intontito e con anch’esso le mani sporche di sangue innocente. Anche per lui più un problema psichiatrico che politico. Trump blatera di una America fiorente quando in realtà è morente e si autocelebra come grande presidente quando perfino gran parte dei suoi elettori hanno capito come dietro tutto quel nauseabondo narcisismo si nasconda una persona debole, malvagia, profondamente incompetente ed un pessimo leader. La demenza senile galoppante ha solo aggravato un quadro psichiatrico compromesso fin dai tempi in cui il giovane rampollo newyorkese cercava di curare i suoi traumi infantili sguazzando nell’alta società. Sta andando a rotoli il suo corpo e la sua mente, sta andando a rotoli il suo paese e il mondo intero ma Trump bandisce la stampa mainstream colpevole di crepare il bunker psichico in cui si è rifugiato. Un quadro talmente desolante da far sembrare il presidente iraniano magari non un gigante ma perlomeno una persona sana di mente. Dal palco ha mostrato le foto delle ragazzine delle scuole e delle palestre sterminate dalle bombe americane ed israeliane ed ha ribadito come il suo paese sia vittima di una aggressione illegale perpetrata calpestando le istituzioni e il diritto internazionale che l’ONU dovrebbe garantire e questo con la scusa di una bomba atomica che non hanno e non vogliono mentre gli aggressori sionisti le detengono illegalmente e l’Occidente non fa una piega. Esempi palesi di geopsichiatria mentre la stitichezza di Hormuz prosegue e dopo aver perso la faccia, l’Occidente rischia di rimanere anche a stomaco vuoto. Sul palco sono saliti anche i leader europei ma non li ha cagati nessuno, per decenni hanno predicano democrazia e diritti umani per poi ridursi a complici del genocidio del secolo. Menomale che anche i popoli europei hanno capito ed è solo questione di tempo. L’Italia invece all’ONU non era presente, la Meloni ha preferito la settimana della moda. Si vede che sta pensando a rinnovare il guardaroba in vista del bis. Incombono del resto le elezioni e per tutti i poltronari nostrani è una fase molto delicata. Devono convincere gli elettori superstiti di aver fatto un ottimo lavoro anche se l’Italia sta estinguendosi non è certo colpa loro e in ogni caso non c’è di meglio in circolazione. Quanto alla politica internazionale si sa, l’Italia conta meno di zero e si vede che si sono stancati di fingere che non sia così. L’Italia vota quello che vuole il burattino di turno alla Casa Bianca e i loro padroni sionisti a prescindere da chi vince le elezioni. Più che un problema politico, un problema psichiatrico ma di chi si ostina a votare le stesse classi deficienti aspettandosi risultati diversi.


Guardia Sanframondi punta a diventare la capitale italiana dei riti popolari


(Raffaele Pengue) – C’è un paese del Sannio che, ogni sette anni, si trasforma in un immenso teatro a cielo aperto: Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento, dove i Riti Settennali coinvolgono l’intera comunità in una delle più intense manifestazioni di devozione popolare d’Italia. Da questa radice profonda nasce ora un’idea più ambiziosa: fare del piccolo borgo campano il punto d’incontro annuale delle tante “Italie rituali”: quelle fatte di processioni, pellegrinaggi, feste patronali, danze e musiche tradizionali che ogni territorio custodisce e tramanda a modo proprio.

Il progetto si chiama Festival della Ritualità e la sua ambizione, dichiarata già nel titolo, è chiara: non un semplice festival folkloristico tra i tanti, ma un laboratorio permanente di conoscenza e valorizzazione del patrimonio culturale immateriale italiano, capace di mettere in rete Comuni, Pro Loco, confraternite, università e operatori turistici attorno a un’unica domanda: perché le comunità continuano, ancora oggi, a custodire i propri riti?

L’ipotesi di programma prevede un appuntamento principale nel periodo estivo, preceduto da un lungo lavoro di preparazione e seguito da un anno di produzione di contenuti, documentari e iniziative. Al centro, un confronto sulla ritualità nella società contemporanea, durante il quale ogni Comune italiano partecipante presenterà la propria tradizione attraverso documentari e incontri con autori e registi; le serate saranno invece dedicate a musica e danze popolari nel centro storico.

Attorno a queste giornate centrali nascerà un Villaggio della Ritualità nel centro storico, con spazi dedicati ai territori partecipanti, un’area per la proiezione continua di documentari, dimostrazioni di artigianato, musica e un’area gastronomica pensata non come semplice spazio di ristorazione, ma come ulteriore tassello del racconto culturale dei territori.

Il valore aggiunto del progetto, sottolineano i promotori, sta proprio nella sua origine: non un tema scelto a tavolino, ma un’iniziativa che nasce da una tradizione — quella dei Riti Settennali — profondamente radicata nel territorio. «Da una comunità nasce un incontro tra comunità. Da un rito nasce un viaggio attraverso l’Italia», si legge nel documento di presentazione.

Resta da definire chi vorrà collaborare concretamente al Festival, quale sarà la data della prima edizione e quali Comuni ed enti nazionali risponderanno all’appello. Ma l’idea di fondo — trasformare un rito locale, come i nostri Riti Settennali, in un’occasione di incontro nazionale tra le tante Italie che ancora si riconoscono nelle proprie tradizioni — punta a intercettare un interesse che va ben oltre i confini del Sannio.

Il Festival della Ritualità, quindi, nasce come un progetto aperto e partecipativo. Per questo l’invito è rivolto all’amministrazione comunale e a tutti coloro che condividono l’idea di mettere in rete esperienze, competenze e comunità: Comuni, Pro Loco, confraternite, associazioni culturali, studiosi, università, operatori turistici, artisti, artigiani, realtà del terzo settore e singoli cittadini.

Chiunque fosse interessato a collaborare, partecipare o contribuire alla costruzione dell’iniziativa può scrivere un messaggio, una e-mail. A ciascuno sarà inviato via e-mail un opuscolo/dossier di presentazione del Festival di oltre trenta pagine, con le finalità del progetto, le modalità di partecipazione e le prime ipotesi organizzative.

Perché se l’obiettivo è costruire il primo Festival della Ritualità a Guardia Sanframondi, il primo passo non può che essere quello di cominciare a conoscersi, raccontarsi e camminare insieme.


Chi decide la guerra in Europa?


Superare il veto può rafforzare l’Unione, ma sulla difesa apre una questione decisiva: quale sovranità trasferire e con quali garanzie democratiche.

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(Rita Bruschi – rivistarinascita.it) – In un recente articolo su La Fionda, Bruno Gravagnuolo ha sollevato un problema politico serio, che si aggancia a una delle grandi questioni dell’integrazione europea.

Se vogliamo una politica estera europea davvero comune, dobbiamo prima costruire una sovranità politica europea oppure possiamo costruirla progressivamente attraverso decisioni intergovernative?

Il suo intervento prende le mosse dalla Mozione 1-00602 «Mozione in materia di superamento del diritto di veto nelle decisioni delle istituzioni dell’Unione europea», del 15 settembre scorso, a firma De Luca, Scerra, Grimaldi e altri, la cui discussione è stata peraltro rinviata.

Il problema dell’unanimità in Ue ha acquistato sempre più spazio sui tavoli politici, tanto che il 1° settembre scorso 11 Paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Spagna e Svezia) hanno avanzato una serie di proposte per superare le decisioni di politica estera bloccate con il diritto di veto.

La lettera degli undici ministri degli Esteri alla commissaria Kallas è focalizzata sulle decisioni di geopolitica, esteri e difesa, e si basa su cinque principi chiave, quali il maggiore ricorso all’astensione costruttiva, l’eliminazione dei collegamenti ostruzionistici, la richiesta di obiezioni tempestive e motivate, una maggiore attivazione della «clausola passerella», il rispetto della sincera cooperazione.

Riprende dunque l’utilizzo di meccanismi già previsti dall’ordinamento europeo, che offrono una via intermedia per impedire che uno Stato blocchi gli altri senza costringerlo a condividere una scelta.

Il veto realizza un principio consensuale, per il quale sulle questioni considerate esistenzialmente sensibili nessuno Stato può essere costretto ad aderire. La maggioranza qualificata realizza invece un principio maggioritario, per il quale una decisione collettiva può vincolare anche chi ha votato contro.

Il punto non è stabilire se l’unanimità sia, in astratto, un buon sistema decisionale; bensì capire se sia opportuno eliminarla oggi, proprio nelle materie in cui gli Stati membri hanno scelto di conservarla (guerra, sicurezza, imposizione fiscale). E soprattutto se sia possibile farlo senza aver prima rafforzato le condizioni democratiche e costituzionali che renderebbero legittimo un ulteriore trasferimento di potere decisionale al livello europeo.

La vera domanda democratica, ben oltre lo schema «sovranità contro Europa», è infatti: «Quale livello di governo deve decidere quale questione?».

L’Ue è un ordinamento sui generis, con elementi sovranazionali e intergovernativi. Se si riduce il potere di veto nazionale, senza aumentare al contempo il ruolo del Parlamento europeo e gli strumenti di controllo democratico, si può produrre una trasformazione dell’equilibrio istituzionale senza un corrispondente rafforzamento della rappresentanza sovranazionale.

La questione racchiude un reale problema di costruzione costituzionale, poiché la politica estera e di sicurezza comune è molto meno parlamentarizzata rispetto alle politiche soggette alla procedura legislativa ordinaria. E non si dovrebbe poter cambiare solo il meccanismo decisionale senza interrogarsi sulla legittimazione del potere che si sta trasferendo.

La documentazione politica del M5S mostra peraltro che il superamento del veto e una maggiore integrazione europea nel campo della difesa non sono temi comparsi improvvisamente. Erano già presenti nel programma per le elezioni politiche del 2022, nel dossier politico europeo del 2024, nei Report tematici di Nova 2026 sul tema «Difesa europea ed esercito comune: quale futuro per la sicurezza dell’Europa», e nella precedente Mozione 1-00569, presentata da Filippo Scerra il 6 maggio e modificata il 30 giugno 2026, che collegava capacità fiscale europea, debito comune, investimenti comuni e difesa comune europea, attraverso capacità condivise ed economie di scala.

Nella 1-00602 il «campo largo», con maggior ambizione sul piano istituzionale, afferma che politica estera, difesa e sicurezza devono passare dalla logica dell’unanimità a quella della maggioranza qualificata, all’interno di un rafforzamento del Parlamento europeo e della procedura legislativa ordinaria, «nel quadro di una riforma democratica dei Trattati», rivelandosi così un testo più “federalizzante” di quanto potesse sembrare a tutta prima.

Ad esempio, la Mozione richiama le cooperazioni rafforzate, istituto che consente a un gruppo di almeno nove Stati di procedere insieme, in determinate condizioni, lasciando aperta la partecipazione successiva agli altri – e questo modula una diversa concezione dell’integrazione, secondo cui non necessariamente tutti devono procedere allo stesso ritmo.

Inoltre, la Mozione vorrebbe attribuire più potere al Parlamento europeo, compreso un generale potere autonomo di iniziativa legislativa, di cui nel quadro istituzionale odierno il Parlamento europeo non dispone, ma il testo poi non affronta davvero la ridefinizione dell’equilibrio fra Parlamento, Commissione, Consiglio, Stati nazionali, che sarebbe una delle conseguenze costituzionali più importanti della riforma proposta.

E non possiamo non chiederci, se l’Ue acquistasse più potere di tassare, spendere, indebitarsi, decidere sulla politica estera e sulla difesa, quale meccanismo di responsabilità democratica debba accompagnare questo trasferimento di potere.

Attualmente circa l’80% della legislazione dell’Ue è adottata attraverso la maggioranza qualificata. L’unanimità rimane concentrata in alcune materie quali la politica estera e di sicurezza comune, l’adesione all’Ue, il quadro finanziario pluriennale, l’armonizzazione di determinate imposte e alcune materie sociali e di giustizia.

Il vero confine, dunque, non passa fra un’Ue che decide all’unanimità e una che decide a maggioranza, ma passa fra le materie nelle quali gli Stati hanno già accettato di essere vincolati da decisioni maggioritarie e quelle nelle quali hanno conservato un potere di veto.

È chiaro che l’estensione della maggioranza a materie sensibili solleva un problema di legittimazione e di protezione delle minoranze, poiché occorre rafforzare la rappresentatività e le compensazioni del sistema in cui quella maggioranza esercita il proprio potere.

La Mozione è configurata come un testo di indirizzo politico e appare più simile a una narrazione generale sull’Europa che dovrebbe essere che a un programma operativo di trasformazione dell’Ue, perché promuove una trasformazione che potrebbe avere questa portata, ma non stabilisce i necessari contrappesi e non distingue a sufficienza le decisioni politico-diplomatiche da quelle militari, come vedremo.

Alcuni obiettivi possono essere perseguiti immediatamente utilizzando le competenze e gli strumenti dei Trattati vigenti; altri richiedono l’attivazione delle passerelle o di cooperazioni rafforzate; gli obiettivi di trasformazione strutturale dell’assetto istituzionale richiedono invece una revisione dei Trattati.

Il punto 1 propone di eliminare il veto per permettere all’Europa di agire e sembra pensare al superamento dell’unanimità soprattutto come riforma della struttura decisionale europea, come se il problema fosse soprattutto «decidere più velocemente», un problema di efficienza istituzionale.

Ma la questione vera è che, quando si entra nel tema della politica estera e della guerra – e la Mozione non distingue abbastanza tra questi due settori –, l’unanimità non cambia semplicemente natura, cambia il tipo di potere che viene esercitato. E la regola decisionale non può essere separata dalla natura del potere che quella regola consente di esercitare.

L’eliminazione del veto nella difesa potrebbe rendere necessario precisare proprio quali decisioni non possono essere prese senza il consenso dello Stato che deve materialmente mettere a disposizione i propri militari. Soprattutto, chi dispone della legittimazione a vincolare uno Stato membro a una decisione che possa richiedere l’impiego delle sue forze armate e, nei casi estremi, l’ingresso in un conflitto che comporti un confronto diretto con una potenza nucleare?

È qui che la questione del voto non può più essere separata da quella della responsabilità politica sull’uso della forza.

Il punto 2 chiede il rafforzamento del Parlamento europeo, il diritto di iniziativa legislativa, l’estensione della co-decisione, una maggiore partecipazione dei cittadini.

Tutto questo riguarda soprattutto la democrazia legislativa, ma una situazione bellica richiede qualcosa di diverso, la risposta alla domanda cruciale: «Chi controlla democraticamente l’uso della forza europea?».

Perché è evidente che, se si trasferisce la decisione sulla guerra dal livello nazionale a quello europeo, bisogna aver costruito una competenza europea chiarissima, una catena di comando, un bilancio, forze disponibili, regole d’ingaggio, controllo parlamentare, responsabilità politica, controllo giudiziario, rapporto con la NATO, rapporto con le Costituzioni degli Stati membri.

Altrimenti si rischierebbe di avere la maggioranza necessaria per decidere, ma non l’assetto istituzionale necessario per esercitare democraticamente quella decisione.

Il punto 3 offre in realtà una possibile alternativa meno rischiosa al salto contenuto nei punti 1 e 2. Cooperazioni rafforzate, PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente), acquisti comuni, capacità industriali comuni e integrazione differenziata consentono di costruire de facto una capacità europea di difesa tra gli Stati disponibili, senza dover prima decidere che una maggioranza possa vincolare tutti gli altri sulle decisioni militari.

Il diritto Ue prevede già questa architettura differenziata. L’art. 31 TUE regola infatti specifiche eccezioni all’unanimità, mentre esclude le passerelle dalle decisioni con implicazioni militari o di difesa. L’art. 42(6) TUE considera che gli Stati che soddisfano criteri militari più elevati e assumono impegni più vincolanti possano instaurare una cooperazione strutturata permanente. Questo permette di costruire capacità reali prima di decidere se trasferire ulteriori poteri politici a livello europeo.

E non si può certo trascurare che l’Ue negli ultimi anni abbia fatto un salto molto concreto sulla difesa.

La Commissione parla oggi esplicitamente di una vera e propria Defence Union, di «prontezza» entro il 2030 (capacità, produzione, mobilità militare, approvvigionamenti e investimenti) e di risposta anche a conflitti ad alta intensità.

Il piano Readiness 2030/ReArm Europe mira a mobilitare circa 800 miliardi di euro di maggiore spesa per la difesa e comprende, tra l’altro, uno strumento SAFE da 150 miliardi di euro per prestiti destinati agli investimenti nella difesa, finanziati mediante emissione di obbligazioni Ue. Il 18 giugno 2026 il Consiglio europeo ha infine qualificato la guerra russa contro l’Ucraina come «una sfida esistenziale per l’Unione europea».

Quindi il contesto è di fatto molto diverso da quello di una normale discussione sulla governance europea. Il problema oggi non è più soltanto se vogliamo una maggiore integrazione europea, ma 1) quale struttura politica e costituzionale deve avere l’Europa se vuole possedere una capacità autonoma di deterrenza e di difesa, e 2) quanto potere decisionale vogliamo trasferire all’Europa proprio mentre sta costruendo strumenti finanziari, industriali e di coordinamento che aumentano concretamente le sue capacità di difesa – ma la Mozione unitaria non si pone a questo livello, non sembra essere stata costruita realmente attorno a queste domande.

La Mozione assume particolare interesse anche alla luce delle divergenze che, su diversi aspetti della politica internazionale, attraversano PD, M5S e AVS.

Da questo punto di vista, essa può essere letta anche come uno spazio politico di ricomposizione, il prodotto di un compromesso consapevole fra tre concezioni diverse dell’Europa – per il PD più integrazione politica e federale; per M5S più Europa come alternativa alla logica del riarmo nazionale e della dipendenza dalle singole strategie statali; per AVS più Europa sociale, diplomatica, ambientalista e multilaterale.

Il superamento del veto è uno dei pochi concetti che permette di tenere insieme queste tre impostazioni, un «minimo comun denominatore».

Ma una formula sufficientemente vaga da consentire la convergenza di posizioni politiche diverse può essere insufficiente quando si parla di trasferimento di potere su decisioni concrete e irreversibili.

Se l’ambiguità è gestibile in materia fiscale, di mercato interno, di energia, lo è già meno in politica estera, e ancor meno in materia militare, perché l’invio di armi, la missione militare, l’impiego diretto delle forze, il conflitto armato non sono gradini della stessa scala.

Sono lasciate implicite troppe domande importanti: se il superamento del veto riguardi anche decisioni militari; se il Parlamento europeo debba avere un ruolo nell’autorizzazione dell’uso della forza; se un governo nazionale possa essere vincolato contro la propria volontà; se il Parlamento italiano conservi un potere autonomo sull’impiego delle Forze armate; se la maggioranza qualificata riguardi soltanto la posizione diplomatica dell’Ue oppure anche l’azione militare.

In definitiva, il punto davvero delicato non è «più o meno Europa», ma quale sovranità trasferire, su quali decisioni e con quali garanzie democratiche, soprattutto quando entra in gioco l’uso della forza.

E il problema potrebbe non essere che i tre partiti non abbiano visto il precipizio, ma che abbiano deciso di non discutere in quella sede quanto ci si debba avvicinare al precipizio, perché è esattamente la questione sulla quale non sono d’accordo.

Ma quando le decisioni da prendere possono significare mandare uomini e donne in guerra, il dibattito sul veto finisce e comincia, sul serio, quello sulla natura politica dell’Europa che vogliamo costruire.

Dato che l’ordinamento europeo non contiene una procedura attraverso cui una maggioranza degli Stati possa unilateralmente togliere agli Stati stessi il diritto di veto che i Trattati riconoscono loro, Gravagnuolo indica, come unica alternativa democratica a una trasformazione determinata dai rapporti di forza o da circostanze eccezionali, una vera e propria rifondazione costituzionale dell’Europa, un’Assemblea incaricata di elaborare una nuova Costituzione europea, fondata direttamente sulla sovranità dei cittadini.

Ciò a cui stiamo assistendo – aumentare l’integrazione europea senza modificare radicalmente la natura dell’Unione – è quasi un esperimento politico. Ma la guerra rende più visibile il limite del modello, poiché quando una crisi impone decisioni rapide può anche prevalere un processo pragmatico, ma proprio la crescita delle capacità comuni mette in luce la distanza tra ciò che l’Europa è chiamata a fare e ciò che l’attuale struttura istituzionale le consente di decidere.

Si può avere un mercato unico, una moneta senza un governo politico pienamente federale, una politica commerciale comune; ma quando arriva una minaccia militare grave, le domande diventano molto più dure.

Chi decide se l’Europa entra in guerra? Chi decide quanto spendere per difendersi? Chi decide quali armi produrre? Chi decide quali rischi assumere? Chi decide se sostenere militarmente un Paese aggredito?

E, soprattutto, chi ha il diritto democratico di prendere queste decisioni a nome degli europei?

L’Ue attuale risponde a queste domande attraverso una combinazione di governi nazionali, Consiglio europeo, Consiglio dell’Ue, Commissione, Parlamento europeo, NATO e strumenti intergovernativi. Ma non attraverso un unico potere politico europeo.

È chiaro che una trasformazione federale europea significherebbe la nascita di un nuovo grande soggetto geopolitico, destinato a ridefinire i rapporti tra Stati europei, Stati Uniti, NATO e altre potenze.

Se il federalismo europeo è davvero destinato a diventare, da ideale, una necessità politica, non può però nascere dalla semplice accelerazione imposta dalla guerra, che non dovrà mai essere il criterio attraverso cui ridefinire le regole della democrazia europea.

L’Europa di cui abbiamo bisogno deve saper diventare una potenza politica senza rinunciare ai principi sui quali è nata – lo Stato di diritto, la libertà, la solidarietà, il rispetto della persona e la ricerca della pace.

Un’Europa di pace deve saper costruire la propria sicurezza senza trasformare l’emergenza in una scorciatoia costituzionale; parlare con una voce comune senza smarrire il controllo democratico su ciò che quella voce decide di dire e, soprattutto, di fare; restituire ai cittadini europei la consapevolezza di essere essi stessi il fondamento della sovranità.

Costruire una capacità politica fondata sulla pace è la sfida forse più alta, e inderogabile, che la crisi attuale consegna all’Europa.


Luciano Canfora: “Il paragone Resistenza-Kiev gronda di bugie e propaganda”


“In Ucraina diamo armi a un Paese che col suo esercito combatte un conflitto contro un altro”

Luciano Canfora: “Il paragone Resistenza-Kiev  gronda di bugie e propaganda”

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – Luciano Canfora, è in auge la tesi per cui in nome della Resistenza italiana non possiamo non sostenere militarmente l’Ucraina, che sta facendo un’analoga resistenza.

Di fronte a un concetto simile, la mia reazione mi costringe a citare il grande Leopardi: non so se il riso o la pietà prevale. È una tesi che gronda malafede, eppure viene riproposta di continuo.

Una delle argomentazioni è che gli Alleati sostennero la Resistenza con le loro armi.

Una volta ero con Mieli in televisione e mi disse la stessa cosa. Gli ricordai che a fine 1944, il comandante inglese Alexander diede un duro colpo alla Resistenza, non solo negando le armi, ma chiedendo di limitare le operazioni. Senza contare che anche quando le armi arrivavano, attraverso i famosi aviolanci, gli Alleati non volevano che finissero alle formazioni comuniste.

Dunque la Resistenza ebbe uno sviluppo separato dal supporto degli Alleati?

La Resistenza italiana fu mal sopportata non solo dal re, ma anche dagli anglo-americani, i quali avrebbero preferito conservare la monarchia e impedire che il faticoso ottenimento dello status di co-belligeranti diventasse una carta troppo buona da giocare al momento dei trattati di pace. Gli Alleati boicottarono il tentativo di trasformare il CLN nella base di un governo nazionale. La Resistenza era guardata con attenzione. Oggi invece abbiamo 27 Paesi europei e gli Usa (in modo intermittente a seconda di chi governa) che conducono una guerra alla Russia attraverso l’utilizzo dell’Ucraina, dopo che fallì il processo di smembramento della Federazione russa iniziato con Eltsin.

C’è una specificità ideologica della Resistenza italiana?

Certamente, perché esiste la specificità del contesto del nazifascismo. Tanto è vero che da decenni esiste una disputa ridicola intorno alla parola fascismo, al concetto di neofascismo e così via. Il fascismo è stato tante cose diverse nel corso di quei 20 anni, ma bisogna guardarsi da ogni analogia ingannevole, mentre invece oggi si tende a riproporre quei concetti a sproposito.

Non abbiamo, noi democrazie, un obbligo morale contro i regimi e le loro violazioni del diritto internazionale?

Ah, certamente: possiamo iniziare dal Sud Sudan, poi intervenire militarmente contro Israele e pure contro gli Stati Uniti. La malafede consiste nell’isolare un singolo caso, manipolarne le ragioni profonde e dire che si tratta di una questione morale. Non funziona così.

La sproporzione delle forze in campo però rimanda al concetto di Resistenza?

Ma i Paesi europei stanno mandando quattrini a non finire senza sapere neanche che fine facciano. Le stesse armi circolano poi in un commercio illegale. Gli oligarchi ucraini si stanno rimpannucciando a spese dei nostri stupidi governi che svenano i propri Paesi per “morire per Danzica”. Si stimano 10 milioni di ucraini scappati in Europa dall’inizio della guerra e ospitati nei vari Paesi: benissimo, ma perché quando arrivano 50 disgraziati su un barchino casca il mondo come se fosse un’invasione?

La scarsa fiducia nel governo ucraino è un elemento che pesa sul suo giudizio?

La corruzione regna sovrana. Si immagina Parri che rubacchia o si rivende le armi della Resistenza? La Resistenza italiana era fatta di piccole formazioni spontanee, clandestine, mentre da una parte c’era un regno amico degli Alleati e dall’altra una Repubblica sociale gestita dai fascisti. In Ucraina non stiamo dando armi a una resistenza, ma a un Paese che col suo esercito combatte una guerra con un altro. E con un esito molto diverso dalla fine della Seconda guerra mondiale.

In che senso?

Mi prenderò come sempre del putiniano, ma con questo prolungare il conflitto il pericolo è di andare verso il peggio, invece che mettere fine alla guerra.

Prima ha accennato alla spontaneità: fu un elemento caratterizzante della Liberazione?

Certo, perché rende la Resistenza una lotta di popolo. In Ucraina non è così.

L’articolo 11 della Costituzione si concilia con gli aiuti militari?

Purtroppo l’articolo 11 è bellissimo, ma da decenni è messo da parte. Da quando siamo entrati nella Nato, nel 1949, siamo vincolati a un’Alleanza che consente di aggirare la Costituzione, perché ogni conflitto viene presentato come difensivo, ogni intervento giustificato con qualche minaccia del nemico. Perciò quando si discute di queste cose è complicato, perché le carte sono truccate. Devo dire però che metterla in termini storiografici è un’operazione da palati fini, nel senso che il momento propagandistico, anche nel giornalismo, impone una censura di guerra e non esita a ricorrere alla malafede.