(Agenzia_Nova) – L’opposizione italiana cerca di costruire un fronte comune contro la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in vista delle prossime elezioni, ma resta divisa sulla leadership e su temi cruciali come il sostegno all’Ucraina.
E’ quanto scrive in un editoriale il quotidiano “Financial Times”. Giuseppe Conte punta a guidare il “campo largo” e propone un cambio della politica estera, compreso un ridimensionamento del sostegno a Kiev e un riavvicinamento a Mosca: “Dobbiamo cambiare tutto, a cominciare dalla politica estera”.
Elly Schlein rivendica invece la leadership in quanto segretaria del Pd, partito che nei sondaggi raccoglie circa il doppio dei consensi del Movimento 5 Stelle. Secondo il politologo Daniele Albertazzi, ripreso dal quotidiano, i due partiti finiranno per allearsi perche’ “l’unica possibilita’ che hanno di battere Meloni e’ riunirsi”, ma resta da capire se la proposta sara’ credibile agli occhi degli elettori.
Il quotidiano osserva che, a quasi quattro anni dall’insediamento, Meloni deve fare i conti con crescita debole, pressione sui salari reali e un sondaggio in cui emerge che il 53 per cento degli italiani ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata.
A destra, inoltre, la premier e’ sotto pressione per l’ascesa di Roberto Vannacci e del suo nuovo partito Futuro Nazionale. La riforma elettorale promossa dal governo, in attesa dell’approvazione definitiva, premierebbe la maggiore alleanza pre-elettorale con seggi aggiuntivi, spingendo le opposizioni a convergere su un candidato premier e un programma comuni.
Schlein vuole definire prima la piattaforma e poi scegliere il candidato attraverso le primarie, mentre Conte preferisce individuare prima il leader ed e’ determinato a passare dalle primarie.
Tra i possibili alleati figurano anche Italia Viva di Matteo Renzi e Alleanza Verdi e Sinistra. Secondo lo storico Lorenzo Castellani, ripreso dal quotidiano, la possibile intesa appare per ora “un cartello elettorale, non una vera coalizione” e, in caso di vittoria, “il rischio di instabilita’ e’ elevato”.
La deputata Pd, Lia Quartapelle, avverte infine che il proprio partito e il M5s non possono affrontare insieme le elezioni senza chiarire la propria posizione sull’Europa e sull’Ucraina: “Non possiamo presentarci insieme a una campagna elettorale se prima non chiariamo questo punto”. “Giorgia Meloni e’ logorata”, conclude, “se facciamo i compiti, se ci comportiamo bene e se restiamo concentrati, possiamo vincere”.
Il Papa scomunica il riarmo. E richiama al rispetto del diritto internazionale. Applicato contro Putin, ignorato con Trump e Natanyahu

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Brutte notizie per il partito transnazionale europeo della guerra. Se qualcuno pensava che con la morte di Papa Francesco – che aveva apertamente rimproverato alla Nato (ergo all’Occidente) di essere “andata ad abbaiare alle porte della Russia” – le bordate contro il conflitto mondiale “a pezzi” sarebbero cessate, da ieri farebbe bene a ricredersi. Non è stato, del resto, più tenero, l’intervento del successore di Bergoglio, Leone XIV contro il riarmo europeo.
A Metz, davanti al presidente francese Emmanuel Macron, alla testa insieme a Germania e Gran Bretagna del blocco dei volenterosi del fine guerra mai in Ucraina, il Pontefice ha messo il dito nella piaga. “Bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo”, ha avvertito. Ed ha aggiunto: “Bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo sforzi creativi per promuovere la pace mondiale o se stiamo semplicemente cercando di arginare l’emorragia della guerra e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire”.
Parole alle quali, in Italia, non solo il governo ma anche il Pd, in veste di principale partito dell’opposizione, dovrebbe tenere a mente in vista della segreteria di domani e della direzione di venerdì. A cominciare dalla leader Elly Schlein, che continua a barcamenarsi come può per tenere insieme le diverse anime del partito e frenare la spinta bellicista della minoranza riformista.
Ma c’è un altro passaggio del discorso di Leone XIV che dovrebbe far riflettere, dal primo all’ultimo, i leader europei, a cominciare dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Quello sul diritto internazionale e il multilateralismo, che, ricorda il Papa, “sottolineano l’eguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto”.
Lo stesso diritto internazionale che, per citare un autorevole ministro italiano, vale fino a un certo punto. Applicato alla lettera con la pluri-sanzionata Russia di Putin che invade l’Ucraina. Ma trattato come carta straccia nelle guerre illegali di Usa e Israele della premiata ditta Trump-Netanyahu dai cosiddetti leader europei.
Controlli affidati al Viminale

((di Alessandro Mantovani – ilfattoquotidiano.it) – L’antisemitismo è già punito in Italia dal cosiddetto decreto Mancino – 122 del 1993, convertito in legge n. 205 del 1993 – per la prevenzione e la repressione dei crimini d’odio, della discriminazione e della violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Il ddl in discussione alla Camera e già approvato al Senato, all’art. 1 comma 2, stabilisce che, “considerata l’unicità storica del fenomeno e delle sue conseguenze, è adottata la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – Ihra) il 26 maggio 2016, ivi inclusi i relativi indicatori, necessari ai fini dell’applicazione della legge medesima”.
Questa la definizione: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette contro individui ebrei o non ebrei e/o contro le loro proprietà, istituzioni comunitarie e luoghi di culto”. È accompagnata da una serie di undici esempi pratici – sette dei quali sono riferiti a Israele e al conflitto israelo-palestinese, non agli ebrei – per aiutare a identificare comportamenti antisemiti. Tra questi troviamo formulazioni ovvie come “l’incitamento all’odio o alla violenza contro gli ebrei” o “la negazione della Shoah”, ma anche altre, molto più discutibili, come “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista”. O anche “tracciare paragoni tra l’attuale politica israeliana e quella dei nazisti”. La questione dell’autodeterminazione è delicata: potrebbe rientrare nella definizione dell’Ihra il semplice auspicio a uno Stato binazionale nel territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, o l’uso di un termine come “apartheid” che presuppone il razzismo. E potrebbe essere considerato vietato anche l’uso di espressioni come “campo di concentramento” a proposito del trattamento inflitto dalle forze militari israeliane ai palestinesi.
Esiste un’altra definizione di antisemitismo, detta di Gerusalemme e firmata nel 2021 da centinaia di accademici contro le ambiguità delle formulazioni di cui sopra: “L’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o contro le persone o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”. Anche qui si fanno esempi concreti, 15 in tutto, meno centrati sulla questione israelo-palestinese. Gli ultimi 4 sono definizioni di quanto non può essere di per sé considerato antisemita: “la critica a Israele come Stato”, “l’antisionismo”, “il boicottaggio” ossia le campagne e il movimento di “boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (Bds) contro lo Stato di Israele, purché basate su motivazioni politiche e di diritti umani e non sull’odio verso le persone ebraiche.
Non solo: autorevoli giuristi ritengono che quando la definizione adottata per legge sarà quella dell’Ihra sarà possibile – per un privato, una comunità ebraica, un organo di polizia e anche un pubblico ministero – utilizzarla come presupposto dell’azione penale ai sensi del decreto Mancino già in vigore.
Il ddl in discussione assegna al ministero dell’Interno e alle forze di polizia il compito di monitorare l’antisemitismo così come definito per via normativa. Prevedono altresì specifici monitoraggi per le scuole e per le università. È bene sottolineare quanto avvenuto in Paesi come la Germania e il Regno Unito, dove la definizione Ihra è stata adottata per via amministrativa, senza neanche bisogno di nuove leggi: sono stati aperti centinaia di procedimenti amministrativi contro docenti e studenti per le loro dichiarazioni e i loro scritti contro le politiche di Israele e a favore dei palestinesi, alcuni professori sono stati perfino licenziati, un gran numero di manifestazioni e conferenze è stato annullato o vietato preventivamente. In molti casi il successivo intervento dei giudici ha annullato i provvedimenti o rimosso le conseguenze più pesanti, ma l’azione amministrativa funziona benissimo come deterrente. In Germania è stato bloccato e sciolto dalla polizia il Congresso Palestinese a Berlino nel 2024, è stato messo al bando il movimento Bds, è stato vietato l’ingresso nel Paese e perfino il collegamento da remoto o sono state annullate conferenze all’ex ministro greco Yanis Varoufakis, alla relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese e alla filosofa ebrea statunitense Nancy Fraser.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Putin ha stravinto le elezioni per la Duma. La grande stampa italiana ha inventato molte teorie assurde sulla guerra in Ucraina. La più assurda è la “teoria dell’odio russo per la Russia”. Questa teoria richiede uno studio attento, poiché fornisce una misura precisa dell’incapacità di analisi della classe dirigente italiana e del suo fallimento quale guida nazionale.
La teoria dell’odio russo per la Russia, come propongo di chiamarla, è un’interpretazione etnocentrica, radicata nel senso di onnipotenza, che genera frustrazioni non compensate. Siccome nessuno è onnipotente, chiunque creda di esserlo sbatte contro amare delusioni.
[…]
Il 24 febbraio 2022, la grande stampa italiana ha iniziato a vaneggiare: “L’Ucraina vincerà la guerra, certamente!”, “Zelensky sta vincendo a Bakhmut!”, “La Russia andrà in bancarotta”, “La Russia ha un esercito di cartone”. Secondo la teoria dell’odio dei russi per i russi, la guerra in Ucraina avrebbe causato il rovesciamento di Putin, poiché i russi erano schierati con la Nato. Un’idea così assurda sarebbe sufficiente a decretare la morte di qualunque classe dirigente, ma il vertice politico è talmente fallito e corrotto che siamo andati oltre.
Per compensare la frustrazione, la grande stampa italiana – che è un’emanazione sistemica, non autonoma, del vertice su indicato – è andata oltre. In un miscuglio di squallore intellettuale, miopia geopolitica e incapacità di analisi, abbiamo assistito al passaggio dalla “teoria dell’odio dei russi per la Russia” alla “teoria dell’odio dei generali russi per Putin”, secondo cui i generali di Mosca lavoravano al rovesciamento di Putin.
Una frustrazione non compensata è una condizione psicologica penosa in cui l’individuo non riesce a bilanciare il mancato conseguimento di un obiettivo onnipotente con un obiettivo alternativo. E così Giorgia Meloni, ricorrendo alla disinformazione, ha dichiarato che l’Ucraina ha vinto la guerra perché il suo obiettivo non era sconfiggere la Russia, bensì resistere.
Scoppiata la guerra in Ucraina, questa rubrica aveva previsto che il tentativo della Nato di sconfiggere la Russia avrebbe smisuratamente aumentato i consensi a Putin.
Il successo di Putin al voto per la Duma, che ha superato tutti i record precedenti, conferma la correttezza di tale previsione. Tuttavia, la classe dirigente italiana ha elaborato immediatamente una spiegazione ad hoc per nascondere la propria mediocrità.
[…]
Ecco perché sentiamo dire: “Putin non ha consensi, la Russia è una dittatura!”. La teoria dell’odio russo verso la Russia è assurda. I russi odiano la Nato, non la Russia. I russi odiano i vari Gentiloni, Draghi, Von der Leyen, Rutte. È ovvio che sia così: quale popolo amerebbe chi opera per precipitarlo nella miseria e nella sconfitta?
Siccome i russi amano la Russia, sostengono la decisione di Putin di invadere l’Ucraina per impedire alla Nato di piazzarsi in quel Paese.
Per la grande stampa italiana, forse, è giunto il momento di passare dalla fase della pubertà a quella della maturità. Questo suggerisce, in forme decisamente umilianti, il voto in Russia del 18 settembre 2026.
Le mosse di Eni e Ip non sono gratis. Le pagheremo in termini di tasse non riscosse, che scongiurerebbero i soliti tagli lineari in materia di servizi, benessere, vita decente. Di salute, dacché esistono esempi virtuosi di Paesi che consumano meglio pagando meno. E di credibilità della classe politica che pure si riempie la bocca col libero mercato

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Sembra impossibile anche a me ma pare abbia vinto il capitalismo.
Oggi lo conosciamo nella sua variante più aggressiva, quello degli oligarchi che dettano l’agenda mondiale. Degli (im)prenditori che si sono fatti politica e aeroporti alla memoria. Ma alle sue origini, si distingueva per una caratteristica ormai quasi caduta in disuso: la legge di mercato. Grossomodo, domanda e offerta. Con una sottotrama un tempo diffusa, utile a preservare il sistema: il consumatore, per consumare, doveva poterselo permettere. Altrimenti… un esempio declinato sull’oggi: se la benzina diventasse bene di lusso, sempre meno raggiungibile, persino i giganti del petrolio potrebbero scontare qualche difficoltà. Passando, non che sia decisivo, anche per grassatori e affamatori di popolo.

Facciamo allora un caso di scuola, un’ipotesi del tutto campata per aria: il prezioso liquido viaggia verso i 2,30 nella versione benzina e verso i 2,50 per il diesel millesimato. Contestualmente, il governo pensa a una tassa sugli extraprofitti e lancia appelli al senso di responsabilità. A quel punto, l’azienda più importante del Paese decide di mettere un tetto, anzi due: 1,99 e 2,25. La tassa è allontanata, il marchio ne trae giovamento, i concorrenti finiscono davanti a un bivio: inseguire al ribasso oppure accettare la contrazione degli introiti.
Accolgo la considerazione: non è un’ipotesi, è una notizia. Verissimo. Da oggi, in Italia. Falsissimo. Già nel 2023, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, TotalEnergies, la più grande catena transalpina di distributori, applicò il tetto. A luglio del 2026 l’ha rifatto. Attualmente, il calmiere è attivo. Con esiti pratici visibili. Attraversando nei giorni scorsi la Francia, ho potuto contare personalmente i punti di rifornimento Total presi d’assalto. Le file sono ovunque. Pur se riforniti quotidianamente, spesso finiscono il carburante e chiudono anzitempo la giornata incappucciando le pistole con buffi “preservativi” rossi. Anche in autostrada: questo perché, a differenza che in Italia, la forbice tra i prezzi intra ed extra casello non arriva alle vette da inchiesta penale che tocca dalle nostre parti.
Al momento, gli avversari non hanno ancora reagito. Ma la tassa sugli extraprofitti è finita in un limbo. Forse perché da quelle parti non esiste un Salvini talmente disperato da proporre, rovistando nei bassifondi del populismo, una legge che avrebbe realmente qualcosa di popolare. Nel senso buono.

L’esperienza francese può aiutarci a capire peso e impatto della mossa dello sconto Eni assai voluto da Palazzo Chigi, in vigore da lunedì. Insieme a un altro dato: nei primi sei mesi dell’anno, il gruppo a controllo pubblico ha fatturato oltre 42 miliardi di euro. Ne ha guadagnati quattro. Il tetto ai prezzi porterebbe a un teorico mancato incasso di circa 100 milioni al mese, se rapportato al volume d’affari attuale. Anche fosse prorogato fino a fine anno, i milioni diventano 300. Seicento, se vogliamo coprire la campagna elettorale immaginata da Meloni.
Poco, rispetto allo scampato pericolo sugli extraprofitti. Pochissimo, contando l’extraincasso che deriverà dal prezzo improvvisamente competitivo e dal conseguente assalto alle pompe. Anche qui in senso buono. In gloria di Meloni, cui Descalzi, l’attuale manager a sei zampe, deve la riconferma. Giammai qualche bollino elettorale da restituire.
Rispetto alla Francia c’è un’altra differenza: Eni non è il primo marchio italiano nei petroli. Il primo marchio italiano, non è italiano. Si chiama Ip, Italiana petroli, ma la proprietà è in Azerbaigian. A maggio scorso, il governo Meloni ha permesso che un asset decisivo per la nostra indipendenza energetica, l’ex Api, quella del cavallo che corre, che aveva incorporato anche il marchio TotalErg, passasse dalle mani dei fondatori (i Brachetti-Peretti) a quelli di una dittatura ereditaria post-sovietica.
Socar, che controlla Ip, è una creatura statale che funge da bancomat per il regime di Ilham Aliyev e nel 2011, quando fu stilata una classifica sulla trasparenza di 44 compagnie petrolifere, arrivò 44esima. Ha già fatto sapere che seguirà Eni e applicherà a sua volta riduzioni, gradualmente, in base alle diverse esigenze. Si ricordano degli amici, sempre gradualmente, in base alle diverse esigenze. Intanto, Meloni preme sul Qatar. Altro giro, altro regime, altra esigenza. Qualcosa si restituirà.

Intanto, lo sconto elettorale l’abbiamo già pagato e continueremo a pagarlo. In termini di tasse non riscosse, che scongiurerebbero i soliti tagli lineari in materia di servizi, benessere, vita decente. Di salute, dacché esistono esempi virtuosi di Paesi che consumano meglio pagando meno – la Spagna – grazie a quella che il retequattrismo ha fatto passare per “ossessione green”. E di credibilità della classe politica che pure si riempie la bocca col libero mercato.
Ricordare lo spot con cui Meloni garantiva il taglio delle accise è come sparare sulla Croce rossa. Ma è fattuale: per riempire il serbatoio di un’ambulanza servono quasi 200 euro anche con lo sconto. Perché le ambulanze vanno a carburante, mica a chiacchiere. E le chiacchiere, a un certo punto, stanno a zero. Anzi, azero. E un pochetto pure a Descalzi. E, forse, a Q8.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] “Emanuele Fiano, se il Pd voterà no al ddl antisemitismo per l’approvazione definitiva alla Camera l’8 ottobre, lei lascerà davvero il partito al quale appartiene da una vita?”. È l’inizio della sedutissima e strappalacrime intervista del Corriere della Sera al mitologico Emanuele Fiano, che da par suo esprime contrizione e sdegno – con approccio lievissimamente teatrale – in merito alla decisione del Pd di votare contro l’orrendo “ddl antisemitismo”. Fiano, con tono solenne e definitivo, risponde così: “È il mio orientamento. Ho ragionato e sofferto: non è un atto d’impeto. È una constatazione intellettuale, politica ed emotiva. Lo farei a cuor pesante”. Parole forti. E soprattutto irrinunciabili.
[…]
L’intervista va avanti, con il cronista del Corriere della Sera che usa a sua volta toni costantemente e comicamente contriti, quasi che chiunque voti “no” al decreto indegno sia da considerarsi un novello Goebbels, Himmler o Göring. Fiano aggiunge dramma al dramma, contestualizzando in maniera appena appena enfatica il momento in cui ha saputo della decisione di Elly Schlein: “Ero in visita a Birkenau. Faccio parte dell’esecutivo del Comitato internazionale Auschwitz. Ero, parola d’onore, davanti alle rovine del forno crematorio numero 4, dove ci fu la rivolta del Sonderkommando, da parte di 600 ebrei coraggiosi. Mi squilla il cellulare: il Pd aveva appena concluso la sua riunione del gruppo alla Camera, decidendo di votare no. Sono rimasto annichilito”. Povera stella!
Di questo dialogo, oltre alla teatralità totalmente inutile e all’approccio tipicamente frignone che caratterizza ogni agire del tenero Fiano, colpisce – ma non stupisce – un altro aspetto: l’autostima smisurata di questi esimi statisti. Pensateci: ma se anche Fiano decidesse di andare via dal Pd (magari!!!!!), cosa gliene fregherebbe al mondo reale? Esiste anche solo una persona interessata alle ubbie di Fiano? La sola idea che Fiano pensi che gli italiani si struggano di fronte ai suoi struggimenti politicanti, e che al tempo stesso talk show e giornaloni la ritengano una notizia, dà la misura di questo paese. Sia come sia, vogliamo però partecipare a questa finzione scenica secondo cui quello che fa politicamente Fiano sia davvero degno del benché minimo interesse. Stiamo allora al gioco, aggiungendo alla lista altri cinque personaggi che – se se ne andassero pure loro dal Pd – farebbero un regalo al mondo (o anche solo al campo largo). Il loro abbandono libererebbe il partito da quelle insopportabili zavorre pseudo-riformiste che non solo non portano mezzo voto, ma appesantiscono pure drammaticamente ogni possibile slancio del pachidermico Pd verso una politica più progressista, radicale, democratica, innovativa e dunque realmente alternativa alla pessima destra di governo che ci ritroviamo.
[…]
Ecco chi dovrebbe andarsene con Fiano: Filippo Sensi, Lia Quartapelle, Lorenzo Guerini, Piero Fassino, Graziano Delrio. E siamo buoni, per ora, nel fermarci solo a loro. Ci si potrebbe a questo punto chiedere dove tali cime dovrebbero andare, una volta consumato l’agognato (da noi) strappo. La risposta è semplice: Renzi li accoglierebbe a braccia aperte, e del resto questi qua sono e saranno sempre colpevolmente renziani. Se poi queste meraviglie volessero consegnarsi alla leggenda, potrebbero approdare ad Azione, sempre prodiga nel raccattare gli “scarti” (con rispetto parlando) politici altrui. Oppure, ed è ciò che consigliamo tanto a Fiano quanto agli altri, il loro approdo naturale sarebbe a fianco di Pina “Dolce Forno” Picierno. La quale, dopo aver incarnato il peggio del peggio del Pd, ha avuto se non altro il (tardivo) coraggio di abbracciare ciò che merita: ovvero quel pulviscolo sionista e guerrafondaio che si finge di centrosinistra, ma è in realtà un centrodestra malamente camuffato. Una sorta di “Partito MP”, ovvero Partito Molinari-Parenzo, dove – ne siamo certi – l’eterno piangina Fiano si troverebbe benissimo.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Immagino l’automobilista in coda al distributore di benzina che accende la radio per ingannare l’attesa. Apprende che a 10 (dieci) anni dalla morte di Giulio Regeni, la Corte d’Assise ha condannato tre agenti dei servizi egiziani per il sequestro e le torture, ma non per l’assassinio. Poi viene a sapere che, a 13 (tredici) anni dal «suicidio» di David Rossi, una perizia ridà slancio alla tesi secondo cui il manager di Monte Paschi fu fatto penzolare da due persone prima di cadere dalla finestra. Subito dopo ascolta le ultime, ma forse già penultime, sul caso Garlasco: per i nuovi inquirenti, nel 2007 i Ris di Parma sapevano che Stasi era innocente, ma nascosero la prova che avrebbe potuto scagionarlo. Mentre l’automobilista pensa a quanti anni sono passati da allora (diciannove), la radio lo informa che un uomo è stato appena indagato per concorso nell’omicidio del calciatore Bergamini avvenuto nel 1989: 37 (trentasette) anni fa. A quel punto, se non ha già spento la radio, scopre che le autorità francesi — dopo essersi prese il loro tempo, ci mancherebbe — sono disposte a inviare in Italia la documentazione sulla strage di Ustica di 46 (quarantasei) anni prima.
Magari ognuna di queste notizie contiene una svolta clamorosa che consentirà di illuminare zone oscure, risarcire innocenti, stanare colpevoli. Però temo che all’automobilista in coda al distributore, oltre al mal di testa, sarà aumentata anche la sfiducia nelle istituzioni. Speriamo sia riuscito almeno a fare il pieno.

(di Michele Serra – repubblica.it) – Si raccontano balle per varie ragioni. Per esempio, perché si ha interesse a nascondere le proprie responsabilità. Perché si ha bisogno di vantare meriti che non si hanno. Perché si vuole colpire qualcuno diffamandolo. Perché solo attraverso la truffa si può sperare di prevalere. Eccetera.
Ciascuna di queste ragioni evidenzia che il ballista, 99 volte su cento, è un soggetto debole. Bara perché non potrebbe mai vincere giocando pulito. Se avesse dalla sua la forza della ragione, o l’evidenza delle sue qualità reali, non avrebbe nessuna necessità di raccontare balle. Questo fa pensare che il primato della Russia nelle fake news, ormai certificato da decine di studi, rapporti, dossier, dipenda dalla impossibilità della propaganda russa di far valere (in economia, in politica estera, in politica interna) qualche aspetto esemplare. Qualche risultato ammirevole.
Levato il nazionalismo bellicoso, fondato sul mito della Grande Russia e non esportabile se non in punta di cannone, quali meriti riconoscibili può vantare Putin dopo trent’anni di potere assoluto? Le disuguaglianze sociali fanno impallidire quelle del peggiore dei paesi occidentali, l’economia è gracile (tranne l’industria bellica) nonostante le grandi ricchezze naturali, la libertà d’espressione è vicina allo zero: cos’altro potrebbe esportare, l’oligarchia al potere a Mosca, se non le balle?
È vero, avvelenare i pozzi, nell’epoca della comunicazione digitale di massa, non è difficile. Bastano un po’ di hacker di regime e il gioco è fatto. Il danno è inferto. I pozzi possono anche essere bonificati, esiste il debunking, che è un po’ la contraerea della guerra digitale, ma rimangono, come i buchi delle bombe sulle facciate delle case, i danni da disinformazione. Ma essere al primo posto nel mondo solo nella categoria “balle”, a lungo andare, non rischia di mortificare il morale delle truppe?
La difesa d’ufficio del vicepremier: “Siamo solo al primo grado e non è stato giudicato il Paese ma solo tre persone”

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – ROMA – Adesso tocca al governo. Perché dopo quasi undici anni di silenzi, depistaggi, carte negate e uomini fatti sparire, nei rapporti tra Italia ed Egitto da ieri c’è qualcosa che prima non c’era: una sentenza. È questo il punto che cambia tutto. Finora l’Italia ha potuto tenere insieme la richiesta di verità e giustizia per Regeni e la progressiva ricostruzione dei rapporti con Abdel Fattah Al-Sisi. Adesso farlo diventa molto più complicato. Perché l’Egitto non è più innocente. La giustizia italiana ha stabilito che uomini dei suoi apparati hanno sequestrato un cittadino italiano ed europeo, poi torturato e ucciso. E l’Italia non può più comportarsi come se questo accertamento non esistesse.
La strada, così stretta, è ben chiara al governo. Tanto che ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si è affrettato a dire che «non è stato condannato l’Egitto ma sono state condannate tre persone. Vedremo poi quello che succederà in secondo e terzo grado». Una difesa d’ufficio che mette in chiaro la difficoltà dell’esecutivo Meloni.
La prima conseguenza riguarda naturalmente i tre condannati. Se la sentenza diventerà definitiva, Roma dovrà chiederne l’esecuzione allo stesso Paese che per anni non ha consentito nemmeno di notificare gli atti agli imputati. Ma non c’è soltanto questo. Il processo ha dato nomi e responsabilità al sequestro, non alle torture e all’omicidio. Restano gli uomini che hanno avuto Giulio nelle loro mani, quelli che lo hanno interrogato, torturato e ucciso. Restano documenti, informazioni, nomi e cognomi che il Cairo non ha consegnato in quasi undici anni. Ed è anche questo che l’Italia dovrà tornare a chiedere.
Poi ci sono i soldi. Palazzo Chigi si è costituito parte civile e l’Avvocatura dello Stato ha chiesto due milioni di euro di risarcimento, oltre a una provvisionale immediatamente esecutiva di almeno 500 mila euro. La tesi sostenuta dall’Italia è che con il sequestro e la morte di Regeni sia stato leso anche il diritto-dovere della Repubblica di proteggere la vita e l’incolumità dei propri cittadini all’estero, oltre al prestigio dello Stato. Quella richiesta adesso non può scomparire. La condanna di uomini della National Security apre inevitabilmente anche il capitolo della responsabilità dello Stato egiziano per i danni provocati dai propri apparati. L’Italia ha quantificato quel danno e ne ha chiesto il ristoro: arrivati a questo punto non può far finta che quella richiesta non sia mai esistita. Anche il conto, dunque, entra nei rapporti tra Roma e il Cairo.
Ed è qui che la questione diventa delicatissima. Perché nel frattempo quei rapporti sono tornati fortissimi. Appena qualche settimana fa Antonio Tajani è stato ricevuto dal presidente Al-Sisi. Energia, migranti, sicurezza e Mediterraneo hanno riportato l’Egitto al centro della politica estera italiana. Sui media vicini al regime il caso Regeni veniva ormai sostanzialmente raccontato come un incidente appartenente al passato.
Prima che tutto questo accada, però, c’è un passaggio. E potrebbe diventare il primo vero problema per il Cairo. I tre condannati possono infatti appellare la sentenza. Ma per farlo devono compiere ciò che fino a questo momento non hanno mai fatto: farsi trovare. Secondo alcuni, anche alla luce del precedente del ricorso davanti alla Consulta, l’impugnazione potrebbe essere presentata dai difensori d’ufficio. Ma non è affatto scontato. Ed è un punto decisivo.
Per quasi undici anni l’Egitto non ha comunicato all’Italia nemmeno gli indirizzi degli imputati, tanto che proprio l’impossibilità di notificare gli atti aveva bloccato il processo fino all’intervento della Corte costituzionale. Adesso i tre dovrebbero improvvisamente diventare raggiungibili per chiedere alla stessa giustizia italiana di cancellare la loro condanna. Dovrebbero entrare, per la prima volta, dentro un procedimento che fino a questo momento hanno ignorato, anche perché in Egitto l’indagine parallela sulla loro posizione era stata archiviata.
Se invece non impugneranno e la condanna diventerà definitiva, partirà un mandato di cattura internazionale che renderebbe di fatto impossibile per i tre muoversi dall’Egitto. E metterebbe ulteriormente in difficoltà anche il governo del Cairo. Perché per anni il muro egiziano ha permesso di tenere tutto sospeso: gli imputati introvabili, le responsabilità negate, i rapporti diplomatici che intanto tornavano alla normalità. La sentenza rompe questo equilibrio. L’Egitto non è più innocente. E l’Italia, da ieri, non può più fare finta che lo sia.
Il politico lancia l’allarme. L’intelligence spiega lo scenario. Il generale lo conferma. Il giornale lo illumina E il talk convoca l’esperto. Così il pericolo penetra nell’opinione pubblica

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Dopo il planetario terrorismo islamico che ci assediava di minuto in minuto, di casa in casa, ora è di grande attualità e di massima ridondanza la guerra ibrida che ha un vantaggio formidabile sulle guerre normali.
Può cominciare senza cominciare, essere combattuta senza combattenti, dichiarata senza dichiarazione e soprattutto scoperta ogni mattina aprendo il giornale. Un drone sbaglia strada? Guerra ibrida. Un aeroporto chiude? Guerra ibrida. Un hacker entra dove non dovrebbe? Guerra ibrida. Un partito sgradito prende troppi voti? Guerra ibrida. Un treno accumula ritardo? Guerra ibrida anche quella, persino al netto di Salvini.
[…]
Naturalmente la guerra ibrida esiste. La Nato – che la usa dai tempi della Guerra fredda, esattamente quanto la Russia di ieri e di oggi – la definisce come combinazione coordinata di strumenti militari e non militari: disinformazione, sabotaggi, interferenze politiche, spionaggio, operazioni clandestine al punto che è sempre arduo attribuirne la regia. Ma una cosa è dire che Mosca utilizza sabotaggi e cyber-war – com’è risultato in alcune circostanziate – un’altra è trasformare ogni anomalia europea in una trappola putiniana, per gridare al riarmo. Giustificarlo. Pretenderlo. Finanziarlo.
Un intero genere giornalistico ci va a nozze. Dal 2022 abbiamo letto che Putin avrebbe attaccato la Nato entro tre anni. Poi quattro. Ora entro il 2030. Meglio di tutti il sergente Calenda che un mese fa ha previsto l’attacco “in autunno”, cioè ora, boom!
Gli allarmi arrivano dall’Ucraina combattente. E dai baltici che hanno ragioni storiche piuttosto solide per temere Mosca. Approdano ai network, ai giornali, alla Rete senza attendere conferme. L’ultimo viene dalla Cia, no anzi dal governo lituano, che ha incaricato El Mundo di svelarci che Mosca prepara attacchi a Francia, Spagna, Italia. Una bufala, smentita da tutti il giorno dopo, ma che ha funzionato benissimo il giorno prima.
Peccato che nessuna delle nostre vedette d’inchiostro abbia fatto, in premessa, la domanda più urgente: perché mai Putin dovrebbe attaccare Francia, Spagna, Italia? Quale sarebbe il movente? Quale il bottino? Quali le possibilità di vittoria?
La Nato conta 32 Paesi e nel 2025 ha speso in armi 1.581 miliardi di dollari, il 55 per cento dell’intera spesa militare mondiale. 559 miliardi li hanno spesi i soli membri europei dell’Alleanza, 954 gli Stati Uniti. E la Russia? 190 miliardi, otto volte di meno. Ha senso immaginare che senza riuscire a vincere nelle limitate regioni del Donbass, la Russia dovrebbe avventurarsi ad attaccare i 27 eserciti d’Europa?
Eppure. Se lo scenario non ha senso, l’allarme ne ha moltissimo, visto che mentre la guerra futura slitta sul calendario, la nostra spesa vuole correre al presente. Bruxelles ha fretta di difenderci stanziando 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni. E le opinioni pubbliche riluttanti hanno bisogno di essere convinte a colpi di minaccia. Guai ai pacifisti. Guai ai disertori. Guai agli smidollati che parlano di pace, fosse anche il Papa, sempre lodato, sempre ignorato, sempre considerato “il marziano a Roma”. Mentre i cronisti diventati strateghi, i politici in conto spese, gli amministratori delegati delle fabbriche di armi, loro sì che s’intendono di geopolitica.
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Non occorre immaginare una riunione segreta di ministri, generali, direttori di giornale, Ursula von der Leyen, Kaja Kallas e fabbricanti di missili che decidono il titolo di domani. La macchina della paura funziona senza il bisogno di complotti, in automatico. Il politico lancia l’allarme. L’intelligence spiega lo scenario. Il generale lo conferma. Il giornale lo illumina. Il talk show convoca l’esperto. L’esperto amplifica il pericolo. Il pericolo penetra nell’opinione pubblica che lo assorbe, possibilmente senza farsi troppe domande sulla spesa prevista. Senza chiedersi a cosa si dovrà rinunciare, visto che i bilanci degli Stati non sono il miracolo dei pani e dei Leopard. E per difendere quale società futura se sanità, scuola, salari, benessere, coesione sociale, dovranno diventare le vittime collaterali del “prontissimo riarmo”?
Il potere multiuso della parola “ibrida” rilanciata oggi è identico al successo mediatico che hanno avuto le parole “terrorismo islamico” appena ieri. Il pericolo e il sangue versato erano reali. Ma la sua ossessiva rappresentazione occidentale era smisuratamente più vasta della sua distribuzione geografica. I data center hanno censito 48.035 attentati islamisti dal 1979 al maggio 2021 e almeno 210.138 i morti. Ma il 91,7 per cento delle vittime era nei Paesi musulmani. L’Europa ha avuto 789 morti in 42 anni. Gli Stati Uniti: 3.121, quasi tutti concentrati in un solo giorno, l’11 settembre 2001. Eppure noi occidentali abbiamo vissuto dentro l’autorappresentazione dell’assedio e delle sue conseguenze: riduzione dei diritti, intercettazioni, leggi speciali, metal detector, liquidi sequestrati negli aeroporti, scarpe tolte, cestini trasparenti, telecamere, terroristi dietro a ogni trolley. E poi film, serial, libri, paranoia. Oltre naturalmente alle bombe e agli stermini delle guerre vere, dichiarate per la “nostra sicurezza nazionale”, ma dislocate in Iraq, Afghanistan, Siria, Iran, Libia, Libano, Somalia, Yemen.
Il terrorismo islamista uccideva nella stragrande maggioranza musulmani, ma la sua camera dell’eco risuonava da noi. Ora il vecchio mostro è in declino. Ne abbiamo uno più moderno, europeo, tecnologico e soprattutto elastico. La guerra ibrida non ha neanche bisogno del morto. Le basta un server spento. Un drone visto male nella nebbia.
Il punto non è assolvere Putin. Ma rendersi conto che la guerra ibrida corre sempre nei due sensi, anche se noi illuminiamo solo quella allestita dai nostri nemici – Russia, Cina, Iran, Corea del Nord – cancellando quella che predisponiamo a specchio, con i medesimi strumenti tecnologici, economici, militari, informativi. Saperlo non assolve Mosca di un solo carro armato entrato in Ucraina. Ma svela l’inganno di quelli che non vedono l’ora di svuotare le buone ragioni dei granai per riempirli di missili, munizioni e tuoni di ibride bugie.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Problema: la Rai, su ordine dei suoi mandanti al governo, caccia il suo vicedirettore Sigfrido Ranucci da Report – il programma che dirige e conduce da nove anni e in cui lavora da venti – dopo che ha subìto con la sua famiglia un attentato esplosivo dinanzi a casa sua. Tutti sanno che il provvedimento, oltreché vergognoso, è fuorilegge, perché viola il contratto, il diritto del lavoro, la Costituzione italiana e il Media Freedom Act europeo. L’ha ammesso anche la Rai, attivando il Comitato Etico per scoprire eventuali condizionamenti della sua amicizia con Valter Lavitola, indagato come mandante della bomba, sul programma senza trovarne neppure l’ombra. Infatti Ranucci fa ricorso d’urgenza contro la Rai al Tribunale civile per annullare la rimozione e ora si attende entro 10 giorni la decisione del giudice Donatella Casari, da poco nominata presidente della sezione Lavoro. Nessuno sa quale sarà, a parte i politici di destra che hanno ordinato la cacciata di Ranucci e hanno la coscienza talmente sporca da sapere che Ranucci sia vittima di un sopruso illegittimo e dunque non potrà che essere reintegrato. Che fare?
[…]
Soluzione: scatenare una guerra preventiva sui loro giornali e dei loro trombettieri in Rai contro la giudice Casari per anticiparne il verdetto e affermare che, se reintegrerà Ranucci nel posto che gli spetta, non sarà perché Ranucci ha ragione e la Rai e i suoi padroni hanno torto, ma perché è una toga rossa politicizzata al servizio della sinistra. Anzi, è stata scelta apposta per occuparsi del caso Report proprio perché si sa come la pensa. La prova? Nella sua carriera, la Casari fece parte del collegio del Tribunale dei ministri che accolse la richiesta di archiviazione della Procura su Conte e Speranza per una serie di scombiccherate denunce sul Covid; e anche del collegio del Tribunale dei ministri che chiese al Parlamento di processare Nordio, Piantedosi e Mantovano per un fatto indiscutibile: aver violato l’ordine d’arresto della Cpi per il criminale Almasri, liberandolo e riconsegnandolo a Tripoli sull’aereo di Stato. Non a caso – scrivono i camerieri del governo – la Spectre guidata dal presidente del Tribunale l’ha scelta per la causa Ranucci-Rai. Il guaio è che i giudici del Tribunale dei ministri vengono estratti a sorte fra tutti quelli del distretto, quindi nessuno decise che la Casari seguisse i casi Covid e Almasri: ci capitò per caso. E i processi sono assegnati a questo o quel giudice da “tabelle” predeterminate in base alla cronologia e ai carichi di lavoro, del tutto automatiche e casuali, vigenti da anni sempre uguali, senz’alcuna discrezionalità per il presidente. Quindi chi sta orchestrando questa guerra preventiva alla Casari non è solo un mascalzone: è pure un somaro.
Wanna Marchi e Stefania Nobile hanno ricevuto il Premio Internazionale della Cultura in Campidoglio per i loro libri. Il riconoscimento anni dopo la bufera giudiziaria

(di Sofia Biagini – cinemaserietv.it) – Wanna Marchi e Stefania Nobile sono state premiate in Campidoglio per i loro libri: madre e figlia hanno infatti ricevuto il P.I.C. – Premio Internazionale della Cultura durante la seconda edizione della manifestazione, che si è svolta il 23 settembre nella Sala della Protomoteca a Roma. Marchi è stata premiata per il libro La verità è che io cucino così, mentre Nobile ha ottenuto il riconoscimento per Vendere cara la pelle.
La cerimonia ha riunito oltre duecento ospiti e ha coinvolto personalità provenienti da diversi ambiti, dalla letteratura all’arte, passando per spettacolo, impegno sociale e istituzioni. La manifestazione è stata ideata dall’editore Alessandro Gian Maria Ferri insieme al presidente Silvestro Mucillo, mentre a condurre la seconda edizione sono stati Paola Delli Colli e lo stesso Ferri. Ad aprire l’appuntamento è stato il consigliere comunale Dario Nanni. Nel corso della serata sono stati assegnati riconoscimenti appartenenti a tre diverse categorie: P.I.C. – Premio Internazionale della Cultura, Voce Attiva della Cultura e Testimone della Cultura. Wanna Marchi e Stefania Nobile figurano entrambe nell’elenco dei premiati con il P.I.C., insieme ad autori e personalità come Gianfranco Sciscione, Maurizio Sorge, Lele Sarallo e Leonzio Borea.
Per Wanna Marchi il riconoscimento è arrivato grazie a La verità è che io cucino così. Qui non si pesa niente: l’unica misura è l’amore, il libro pubblicato nel 2026 nel quale l’ex regina delle televendite – coinvolta in controversie giudiziarie – racconta un lato decisamente diverso della propria vita. Si tratta di un volume dedicato alla cucina di casa e alle ricette preparate nel corso degli anni, costruito attorno a un approccio istintivo ai fornelli, senza bilance e quantità rigidamente stabilite.

Diverso il libro per il quale è stata premiata Stefania Nobile. Vendere cara la pelle ripercorre la sua storia personale e il rapporto con la madre, tornando anche sugli anni che hanno trasformato Wanna Marchi e sua figlia in due dei personaggi più discussi della televisione italiana. Una vicenda segnata prima dal successo delle televendite e poi dalle inchieste giudiziarie che portarono entrambe in carcere.
Il riconoscimento arriva quindi a distanza di oltre vent’anni dal caso giudiziario che segnò definitivamente la loro immagine pubblica. Nel 2009 la Cassazione confermò le condanne definitive nei confronti di Marchi e Nobile nell’ambito della vicenda legata alle televendite di numeri del lotto e prodotti esoterici. Una storia tornata al centro dell’attenzione anche nel 2022 grazie a Wanna, la docuserie Netflix in quattro episodi dedicata alla loro ascesa e caduta.
Il P.I.C. nasce invece con l’obiettivo dichiarato di riconoscere persone e progetti capaci di contribuire alla cultura nelle sue diverse espressioni. Durante l’edizione 2026 sono stati nominati anche tre nuovi Ambasciatori della Cultura, Gabriele Mazzi, Daniela Vassallo e Massimo Marzi, mentre altri riconoscimenti sono stati assegnati nelle categorie Voce Attiva della Cultura e Testimone della Cultura.
Il fondatore del Movimento 5 stelle, come anticipato dal Foglio, sarà nella capitale per alcuni giorni all’hotel Forum con l’obiettivo di incontrare diversi ex e continuare l’offensiva anti Conte

(di Gianluca De Rosa – ilfoglio.it) – Come anticipato dal Foglio nelle scorse settimane l’offensiva anti Conte di Beppe Grillo passa anche da un nuovo soggiorno a Roma. Dopo l’ospitata al podcast di Fedez, che molti hanno considerato nonostante i toni combattivi la rinuncia a tornare in campo, il comico ha pubblicato una foto sorridente per sottolineare: “Io non ho finito con la politica, sono sfinito dalla politica”. Adesso il fondatore del M5s torna a Roma per almeno un paio di giorni durante i quali, all’hotel Forum, incontrerà i pochi ex parlamentari e dirigenti del M5s che gli sono rimasti vicini. Intanto, come primo appuntamento, Grillo si è recato al ricevimento dell’ambasciata cinese. La passione per Pechino, d’altronde, è una sua vecchia fissa.
Alessandro Di Battista tornerà in tv domani durante la trasmissione Di Martedì: è la prima volta da ospite dopo il malore a Cuba.

(di Dario Conti – lanotiziagiornale.it) – Alessandro Di Battista ritorna in tv. Dopo il videomessaggio inviato la scorsa settimana, domani – martedì 29 settembre – l’ex deputato dei 5 Stelle sarà di nuovo ospite di Giovanni Floris a Di Martedì, su La7. Un ritorno attesissimo dopo il malore che l’ha colpito a Cuba e il successivo rientro in Italia, con ricovero al Policlinico Gemelli.
Di Battista sarà quindi tra gli ospiti della trasmissione di La7 e potrebbe anche raccontare, come lui stesso aveva preannunciato nel video della scorsa settimana, qualcosa in più di quello che gli è successo a Cuba e di quali sono le sue condizioni ora. Ma, sicuramente, Di Battista tornerà in televisione anche e soprattutto per tornare a commentare e analizzare i temi di attualità e di politica, come ha sempre fatto nei precedenti mesi.
Un ritorno, per quanto possibile, alla normalità, che sicuramente verrà accolto molto positivamente dai tanti che si sono preoccupati per le sue condizioni di salute. Di Battista si è mostrato per la prima volta in tv, dopo il malore, in un contributo video andato in onda proprio durante Di Martedì. Il primo messaggio pubblico, a parte quelli sui suoi social, dopo il malore del 28 agosto, l’operazione d’urgenza a Cuba e il successivo rientro in Italia il 12 settembre. Di Battista oggi ha commentato un post di Andrea Scanzi, ironizzando sull’errore del Corriere della Sera che aveva pubblicato una card in cui si parlava della morte dell’ex deputato pentastellato: “Speriamo bene”, ha scritto sotto il post del giornalista lo stesso Di Battista.
La puntata di domani di Di Martedì si concentrerà sulle analisi della situazione di maggioranza e opposizione in vista delle prossime elezioni. Ma non mancheranno discussioni sul caro carburanti, sul consenso del governo, sulle elezioni suppletive della Camera e Reggio Calabria e sui conflitti internazionali.

(Roberto Saviano) – Da oggi la benzina alle pompe IP costa meno. Lo ha deciso Socar, compagnia petrolifera di Stato azera, che a maggio ha comprato Italiana Petroli. Meloni ha ringraziato.
Prima di dire grazie, ascoltate chi su Socar aveva acceso la luce anni fa. Si chiamava Daphne Caruana Galizia. L’hanno uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017. Si chiedeva perché, nel 2013, la nuova centrale a gas di Malta finisse in mano a Socar. Un’isola europea legata al petrolio del regime azero, che Foreign Policy, in un articolo da lei ripubblicato, chiamava «Corruptistan». Si chiedeva chi ci fosse davvero dietro Socar, sapendo che fino al 2012 metà della sua holding di trading, registrata a Malta, era di due offshore. Guardava i ministri maltesi volare a Baku e i funzionari Socar atterrare a Malta, accolti in pista dalle limousine.
Secondo JAMnews, piattaforma di informazione sul Caucaso, Socar comprava gas da Shell per circa 113 milioni di dollari e lo rivendeva a Electrogas per circa 153. Times of Malta, scrive che quel gas veniva rivenduto a prezzi più alti, con un sovrapprezzo sulle bollette. Socar ha risposto che la gara era stata «equa e aperta».
Nel 2025, scrive il Times of Malta, un’inchiesta della magistratura maltese ha raccomandato di incriminare Socar Trading: secondo gli inquirenti avrebbe corrotto un ex ministro dell’energia e un ex capo di gabinetto del governo per far passare l’affare Electrogas, di cui era socia e fornitrice. I due sono imputati e si dichiarano non colpevoli. Socar non è tra gli imputati e non ha condanne. Sempre la medesima inchiesta del Times of Malta scrive che la 17 Black, società di Dubai di Yorgen Fenech, doveva far arrivare le tangenti dell’affare a esponenti del governo. Di questo si occupava Daphne prima di morire.
Fenech è imputato per corruzione e si dichiara non colpevole. Il 2 settembre è stato assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Daphne, anche se lo accusava l’intermediario tra il mandante e il killer. Evidentemente la giuria maltese non lo ha ritenuto attendibile.
Ma le domande di Daphne sono ancora tutte lì, inevase. E oggi arrivano fino ai nostri distributori.