Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Conte, paletti da primarie “Il M5S non si assoggetta”


L’ex premier all’evento del 5Stelle Tridico in Calabria: “La nostra gente è matura: accetterà l’esito di un processo democratico, ma non scelte dall’alto”

Conte, paletti da primarie “Il M5S non si assoggetta”

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Inviato a Cerisano (Cosenza). Nella saletta lontana dalle telecamere, l’avvocato arringa una trentina di sindaci venuti da tutta la Calabria: “Attraversiamo un momento non facile, servono mani salde”. Cioè le sue, quelle di Giuseppe Conte. Eccolo, il leader del Movimento, in piena campagna per le primarie. Per lui ormai inevitabili, come ribadisce al Fatto in un’altra sala di Palazzo Sersale a Cerisano, tremila abitanti a 40 chilometri da Cosenza: “Si sta formando una coalizione di cui facciamo parte anche noi Cinque Stelle. Ci siamo arrivati dopo un grande percorso sul piano dell’identità e del posizionamento politico: chiedere al M5S come alle altre forze politiche di assoggettarci alla pur legittima pretesa della segretaria del Pd di rappresentare tutti non ha una logica, e poi non ci rende competitivi”. E perché? “Se parteciperà a un processo la nostra comunità ne rispetterà l’esito: ma non accetterà scelte di carattere egemonico”.

[…] La linea di Conte, a margine dell’evento organizzato a Cerisano dal capodelegazione del M5S in Europa, Pasquale Tridico, dal titolo “Può l’Europa crescere senza le periferie? Il caso del Sud d’Italia”. Per discuterne arrivano europarlamentari di vari partiti, dai dem Sandro Ruotolo e Lucia Annunziata – “ma io sono indipendente” ricorda subito lei – a Mimmo Lucano (tuttora sindaco di Riace) e Leoluca Orlando, eletti con Avs. Ovviamente, presenti tanti 5Stelle: dall’europarlamentare Gaetano Pedullà ai deputati Anna Laura Orrico e Riccardo Tucci, fino alla consigliera regionale Elisa Scutellà. Ma il centro della giornata sono i sindaci, da ascoltare e convincere. Accanto a quelli di Cosenza, Catanzaro e Corigliano-Rossano – tutti di centrosinistra – tanti primi cittadini di piccoli Comuni. Parlano dei disagi “delle aree interne”, delle strade dissestate e della sanità insufficiente. Aspettano le risposte di Conte, che prima, in collegamento con L’Aria che tira, ribadisce lo scetticismo sulle interferenze russe sulle elezioni in Ue: “Mi sembra che ci sia stato un allarme gettato in modo un po’ frettoloso”. Poi racconta la sua verità ai sindaci: “Riducono i fondi di coesione per comprare armi, e così il Sud non può crescere”. Nel Palazzo, restaurato anche con i soldi del Pnrr contiano, annuiscono.

Tridico, già candidato alla presidenza della Regione, è il tramite. Organizza l’incontro a porte chiuse, dove l’ex premier ripete: “Vi prometto fondi per sanità e servizi, e non per le armi”. E sono applausi. Poi tutti a pranzo, in mezzo a chiese e altarini a San Francesco da Paola. È anche qui che Conte cercherà voti per i gazebo. Ma le primarie non rischiano di lasciare macerie, gli chiede ancora il Fatto? Lui scuote la testa: “Dipende da come le impostiamo. Non sceglieremo il leader di un partito, ma chi dovrà rappresentare il Paese. Se la gente dovesse ritenere Schlein più adatta a farlo, la nostra comunità lo accetterà: l’ho detto anche alla festa dell’Unità di Genova, giovedì sera”. Sicuro? “Sicurissimo, la nostra è gente matura”. Poco più tardi il dem Ruotolo, antico fautore dell’alleanza giallorosa, sottoscrive: “Questa coalizione governa da tempo comuni e regioni, i 5Stelle sono maturati e voterebbero nelle Politiche anche se la candidata fosse Schlein: siamo in una fase nuova”. Ma anche Annunziata dice la sua sulle primarie: “Penso che dovremmo accompagnarle con due o tre grandi eventi sui temi. Ormai non ci sono più luoghi dove discutere”.

[…]

Certo , anche Conte si raccomanda con il cronista: “Lo ricordi che i programmi vengono prima di tutto, compresi i discorsi sul leader”. Però di quello parlano tutti, anche nella calura di Cerisano, mentre dal microfono l’ex premier attacca il governo che celebra il record di durata a Bari: “Meloni dovrebbe festeggiare assieme a fondi d’investimento, colossi energetici e industrie militari”. Presidente, ma cosa farà l’esecutivo da qui alle urne? Pausa, sorrisetto: “Prometteranno di tutto, ma come pensano che qualcuno gli creda se in quattro anni non hanno fatto nulla?”. Oggi Conte sarà alla festa dem di Bologna, domani a quella dei Giovani democratici a Pesaro, con Matteo Ricci. Vuole fare breccia nel corpaccione del Pd, nel nome di quella che ha definito Alleanza per la costituzione. Per abbattere steccati, e prendersi tutto.


Grazie, Carletto


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Dobbiamo ringraziare Calenda. Non ridete, non è uno scherzo. Non essendo fra i politici più svegli, il liderino di Azione ha il pregio di dire pubblicamente ciò che quelli che contano si dicono in privato. L’altro giorno, con grave sprezzo del ridicolo, ha chiesto di “attivare la nostra proposta di ‘scudo democratico’” per “rafforzare i poteri di indagine dei servizi di sicurezza e la vigilanza social” sui […]


Il risparmio delle Camere non si vede: i parlamentari sono meno ma i fondi (stellari) restano uguali


Nonostante le minori spese per i seggi ridotti di un terzo, i bilanci ottengono dal Tesoro le stesse cifre: 943 milioni l’anno per Montecitorio, 505 milioni per il Senato

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Sono magie della politica. Non è vero che il taglio del 36,5 per cento del numero dei parlamentari non abbia prodotto alcun risparmio. Ma per mantenere le Camere gli italiani spendono sempre gli stessi soldi. Tanti, troppi. Ed è un fenomeno che assai difficilmente si potrebbe definire normale.

È sufficiente dare un’occhiata ai bilanci della Camera e del Senato: da anni le amministrazioni di Montecitorio e palazzo Madama, nonostante le minori spese per gli onorevoli (il cui numero, come detto, è stato ridotto di ben oltre un terzo) continuano a chiedere al Tesoro sempre le medesime cifre di prima per mandare avanti la baracca. Senza che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, per le ragioni che verranno spiegate, possano rifiutarsi di accogliere quelle richieste.

E che cifre: 943 milioni l’anno per la Camera dei deputati, 505 milioni per il Senato. Per un totale di un miliardo 448 milioni. Vi chiederete come sia possibile che gli eventuali risparmi non si riflettano con la necessaria evidenza sul bilancio dello Stato, ed è una domanda pertinente. Lo è tanto più riascoltando le promesse di mirabolanti risparmi per i cittadini fatte dai sostenitori del referendum costituzionale che ha certificato il taglio voluto dal Movimento 5 stelle e assecondato da molte altre forze politiche.

Come però appare pertinente anche la risposta: i soldi in più non vengono buttati, ma si mettono da parte. Ma di quanti denari si sta parlando? Il bilancio 2026 della Camera, approvato a metà giugno, dice al proposito qualcosa di interessante. La voce che interessa si chiama «avanzo di amministrazione», e raggiunge quest’anno per la sola assemblea di Montecitorio una cifra impressionante: poco meno di mezzo miliardo. Per l’esattezza, 496,7 milioni di euro. Ed è in crescita continua. Basta dire che nel solo anno 2025, dice il documento contabile della Camera, questo «avanzo di amministrazione» è aumentato di ben 68,1 milioni. Quanto al Senato, il bilancio non dichiara l’ammontare dell’avanzo: sappiamo però che all’inizio del 2025 c’erano in cassa più di 50 milioni. Un viatico niente male per le spese dello scorso anno, e che si è andato ad aggiungere alla dotazione annuale.

I questori, che hanno il compito di sovrintendere alla corretta gestione delle risorse fornite dai contribuenti, continuano a rivendicare successi straordinari nella riduzione dei costi, senza che questo si rifletta sui conti pubblici. Se non per il mancato adeguamento all’inflazione. Come mettono nero su bianco i questori del Senato nel bilancio del 2025, rimarcando che il solo adeguamento alle dinamiche inflazionistiche avrebbe fatto lievitare la dotazione della Camera alta a 650 milioni.

Talvolta si ricorre pure a qualche (involontario?) gioco delle tre carte. Come quando, nel bilancio di previsione del 2026 dell’assemblea di Montecitorio, i questori scrivono che «una comparazione di più lungo periodo evidenzia quanto sia stato significativo il contenimento della spesa per il personale».

Sottolineando con le cifre come le progressioni degli stipendi siano state messe così giudiziosamente sotto controllo da evidenziare un calo del 22,81 per cento del monte stipendi dei dipendenti rispetto al 2013. Senza però dire che nel 2013 il numero del personale a tempo indeterminato della Camera raggiungeva 1.494, cioè il 25,7 per cento in più dei 1.188 dichiarati a luglio del 2026 nel sito della medesima Camera alla voce «trasparenza». Il che metterebbe in luce una evoluzione quasi contraria rispetto a quella sbandierata con tanto orgoglio.

Del resto, se è vero che alla Camera con 230 deputati in meno anche la spesa per le indennità degli onorevoli è risultata ovviamente inferiore a prima del 2023, il problema resta quella conosciuta con il termine tecnico di «autodichìa». Ovvero, il sistema che regola il funzionamento degli organi costituzionali impedendo qualunque interferenza esterna sulle regole che gli stessi organi costituzionali confezionano in completa autonomia per sé stessi. A cominciare proprio dalla gestione economica: ed è questa la ragione per cui il ministero dell’Economia non ha il potere di ridurre di propria iniziativa la dotazione finanziaria richiesta ogni anno dalle Camere. Regole diverse che non riguardano soltanto il trattamento economico e i privilegi tuttora esistenti a vantaggio dei rappresentanti eletti dai cittadini, ma anche il funzionamento della macchina.

Per dirne una, i bilanci delle Camere non possono venire sottoposti a controlli esterni: la Corte dei conti, per capirci, non può metterci becco. E se questo principio può essere effettivamente considerato una garanzia di indipendenza, la sua estensione agli apparati non strettamente politici si presta ovviamente a molte osservazioni. Gli stipendi del personale, per esempio, e le disposizioni interne alle Camere che regolano lo sviluppo delle retribuzioni. Se dividiamo per il numero dei dipendenti in servizio la somma stanziata dalla Camera in bilancio necessaria a retribuire il personale (207,3 milioni), si ottiene un importo medio superiore a 174 mila euro lordo l’anno pro-capite, quattro o cinque volte superiore alla media delle retribuzioni del pubblico impiego. E il dato medio va letteralmente in orbita a palazzo Madama, dove i 584 dipendenti (situazione al primo gennaio 2026) si spartiranno, dice il bilancio, 127 milioni: 218 mila euro pro-capite. Chiaramente il personale della Camera e del Senato risulta altamente specializzato, con compensi proporzionati alla qualità e alla responsabilità del lavoro e delle funzioni. Ma resta il fatto che quell’importo medio, grazie a dinamiche contrattuali senza alcun raffronto nel settore statale, è ben superiore perfino alla media della dirigenza del pubblico impiego.

Poi ci sono le pensioni, la palla al piede delle Camere. Ecco la voce che fa lievitare senza soluzione di continuità le spese delle Camere, anche perché il Parlamento italiano, a differenza di altri Parlamenti di democrazie occidentali, paga sui propri bilanci non soltanto i vitalizi degli ex onorevoli. Ma anche le pensioni degli ex dipendenti. E queste, sempre per il principio dell’«autodichìa», seguono regole che i comuni mortali pensionati pubblici dell’Inps possono soltanto invidiare. Nei prossimi due anni la spesa nel bilancio della Camera per le pensioni degli ex dipendenti è prevista salire da 341 a 357 milioni di euro, mentre l’impegno finanziario per i vitalizi degli ex onorevoli crescerà da 130 a 137 milioni. Con un incremento complessivo di 23 milioni, da 471 a 494 milioni, che porterebbe gli oneri a vario titolo previdenziali sul bilancio di Montecitorio a superare di slancio la metà del budget. Obiettivo che peraltro al Senato è stato già abbondantemente raggiunto. Dal 2025 la somma dei vitalizi pagati a palazzo Madama più le pensioni dei dipendenti ha sfondato senza ostacoli quota 254 milioni.

E qui, più che una questione economica, è una faccenda di equità. Una faccenda molto seria, soprattutto in una fase storica che mette a dura prova la sostenibilità del normale sistema previdenziale. Per questa ragione sarebbe necessaria una profonda riflessione sulla sopravvivenza di determinati privilegi, assolutamente distanti dalla realtà pensionistica italiana, in capo a una categoria circoscritta di dipendenti statali. Toccherebbe alla politica. O no?


“Malagò non era tesserato Figc”: la sua presidenza potrebbe già finire


Il procuratore federale Chiné chiude le indagini: Malagò non era iscritto alla Figc, però può continuare e chiede l’archiviazione. Al Coni però, dopo aver sollevato il caso, non saranno d’accordo e la decadenza, per mancato rispetto dello Statuto, pare scontata. Così si rischia di azzerare e annullare tutto. Compresa la scelta di Mancini ct

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Ci ha impiegato oltre quaranta pagine, farcite ci citazioni, rimandi, postille, e però lo ha ammesso pure il procuratore federale Giuseppe Chiné: il candidato Giovanni Malagò non era un tesserato quando s’è tenuto il voto per la presidenza della Federcalcio. Insomma Malagò era sprovvisto di un requisito ineludibile per concorre alla massima carica del calcio italiano come scolpito nell’articolo 29 dello Statuto e dai principi informatori del Coni.

Una svista o un cavillo, a ogni modo una regola inevasa, che dovrebbe invalidare l’elezione di Malagò a presidente e, di conseguenza, annullare tutti i documenti e tutti i contratti firmati. Compresi quelli, per fare un esempio, che hanno riportato Roberto Mancini in Nazionale. Circa due mesi e mezzo cancellati, per ricominciare daccapo, ancora una volta dopo una figuraccia, l’ennesima, ugualmente mondiale. L’indagine di Chiné, sollecitata da Ugo Taucer, procuratore generale dello Sport nonché già consulente del sottosegretario Alfredo Mantovano, secondo quanto apprende L’Espresso, sarà depositata al Coni a inizio settimana. Attenzione a un punto fondamentale: nel corposo documento Chiné conferma l’inesistenza di una tessera a nome Giovanni Malagò, ma propone l’archiviazione del caso richiamandosi a una prassi (cosa ben diversa da una regola): in passato, nessuno ha controllato se il candidato, poi eletto, fosse realmente un iscritto. Un’interpretazione che ricalca la giustificazione ufficiale della Figc e cioè che comunque, statuti e principi messi di lato, la candidatura di Malagò era «idonea». Improbabile che il procuratore Taucer accolga questa interpretazione. È stato lo stesso Taucer a sollecitare la Figc a verificare l’iscrizione di Malagò traendo spunto da un ricorso dell’ex calciatore laziale e avvocato Renato Mele

Sarà la giunta del Coni, regno di Malagò per una dozzina di anni, a valutare definitivamente la questione e, se le regole valgono ancora in zona Foro Italico, a sancirne la decadenza. Come a dire: abbiamo scherzato, ci siamo sbagliati. Tanto ormai far ridere è la competizione preferita del calcio italiano.  


UE: chi sei?


(Umberto Vincenti – lafionda.org) – Il recente voto islandese, che ha negato l’accesso all’UE da parte dell’Islanda, può essere analizzato da vari punti vista. Su Il fatto quotidiano Stefano Fassina lo ha ricondotto essenzialmente all’indisponibilità degli islandesi a rinunciare a una parte significativa della propria sovranità nazionale, con tutto il corredo connesso di storia, cultura e tradizioni. Su La Fionda ne aveva già scritto Giulio Di Donato, lodando indirettamente la scelta degli islandesi nel quadro di una critica alle ulteriori spinte in senso sovranazionale. Istanze di cambiamento come il passaggio dal principio unanimistico a quello maggioritario sono infatti funzionali, tra l’altro, a consegnare a Bruxelles le decisioni sulla politica estera e sulla sicurezza nei ventisette Stati dell’Unione. Nel complesso il voto di domenica è stata un’ottima occasione per criticare il vincolo esterno, ma senza che si siano introdotte particolari novità. D’altra parte, in Italia molti credono che l’UE sia quella che ci salverà dalla perdizione e allora si battono perché riesca a conquistare prerogative sempre maggiori (e, in effetti, negli ultimi abbiamo assistito al suo notevole rafforzamento).

 Tuttavia, da noi i fautori dell’UE sono essi stessi i figli della nostra storia nazionale: una storia intrisa di mille divisioni ataviche, una storia di scarsa o nessuna identità comune, una storia anche levantina connotata com’è da inaffidabilità provata, ma anche da scarsa autonomia e inveterata disposizione a rimettersi al governo forestiero. Sotto vi è la convinzione che, come in passato, da soli non ce la possiamo fare. Una storia un po’ diversa da quella della Francia, della Spagna, della Germania, ma anche dell’Olanda, della Svezia o della Danimarca. Questo è il nostro DNA. Anche il governo Meloni non ha poi variato molto: una Presidente del Consiglio, nei fatti, europeista e molto filo-americana. Come ammettere che abbiamo bisogno di chi è più forte di noi. E, del resto, chi vuole più di tutti l’abolizione dell’unanimità? Guarda caso, gli Stati più forti: Francia e Germania. È la politica atavica delle tradizionali potenze europee che semplicemente si ricicla sotto una nuova forma.

 In sede internazionale contano ancor oggi solo o quasi i rapporti di forza: prendiamone atto e prendiamo pure atto che non siamo i più forti e se non lo siamo è anche colpa nostra, oltre che di chi ci governa e di chi ci ha governato. Questa è la premessa per capire perché siamo costretti a stare in Europa contando assai poco. E anche perché, non riuscendo ad alzare la testa, ci proclamiamo, come Paese, convintamente europeisti, anche se magari tanti non avvertono, o non riescono a vedere, i grandi vantaggi derivanti a noi da questa UE.

 Sulla questione della richiesta dell’unanimità però la questione non è affatto politica, ma tecnica (anche se la tecnica corrisponde all’utile del più forte). L’UE fatica a decidere e, ancor più, ad essere e dimostrarsi unita. Potrebbe forse essere diversamente non essendoci un filo storico-culturale che unisca i ventisette? Si vuole imbarcare anche l’Ucraina, però; e si vuole, al contempo, favorire l’unificazione. Un progetto politicamente così irrazionale che ci fa dubitare dell’intelligenza degli uomini e delle donne di Bruxelles. Non si può volere e, allo stesso tempo, non volere. Ma tornando all’unanimità si capisce che da Bruxelles (la burocrazia corporata), da Parigi, da Berlino si spinga per le decisioni a maggioranza: tecnicamente c’è un’istituzione sovranazionale di cui tutti a parole sostengono che debba fare di più. Allora, tecnicamente, è congruo abrogare l’unanimità. Anche qui non si può volere l’Europa e volere più Europa e poi non volere le deliberazioni a maggioranza.

 La confusione regna sovrana. Occorre mettere ordine. Trattandosi di sovranità nazionali, cioè di appartenenze dei singoli popoli europei, è a questi che si deve chiedere che vogliono fare. Non si può decidere su quel che è altrui senza quest’ultimo, cioè senza il titolare: principio fondante dello stato di diritto. Ciò che tocca tutti deve essere deciso da tutti, qualcuno se lo ricorderà, credo. Gli Irlandesi se lo sono ricordato, per esempio. Ma se lo erano ricordato anche gli Inglesi (Brexit) e anche i Francesi (quando respinsero il progetto di costituzione europea). In Italia ce lo siamo proprio dimenticati: lo abbiamo appena detto, questa è la nostra tradizione nazionale.


La festa del governo Meloni e lo stallo


(Tommaso Merlo) – Il governo Meloni festeggia gli oltre 1400 giorni di poltronaggine governativa. E ne hanno ben donde. Altri anni di mega stipendi e viaggi in giro per il mondo tra tappeti rossi e galà a fingersi statisti nonostante la realtà dimostri una totale assenza di idee, di slancio, di capacità, di sapienza, di merito, di visione politica. Il governo più inutile della storia repubblicana frutto di classi insipienti che sono la vera condanna del nostro paese. Davvero una grande festa. Dalle ville romane passeranno presto a quelle sulla costa che si godranno nei loro vestiti di sartoria con frittura mista e bollicine gelate ad attenderli ad ogni tramonto. Evviva. Poi certo, milioni di italiani sono alla fame e non si curano nemmeno più, ma alla fine chissenefrega. Nella vita c’è chi vince e chi no. E poi il governo Meloni ha ben altre priorità che occuparsi di quei perdenti e pure un po’ sfigati che sono i poveri ed i fragili e cioè oramai la stragrande maggioranza degli italiani. Priorità tipo nascondere l’inettitudine cavalcando bolle mediatiche a sfondo patriottico. Tipo nascondere la complicità nel genocidio del secolo e il vassallaggio a chi comanda davvero oltralpe ma senza buttare il sovranismo nell’umido. Tipo sottrarre miliardi ai nostri figli e nipoti per riarmarsi in vista della terza guerra mondiale contro la Russia fregandosene della volontà popolare e per la felicità della bulimica lobby della guerra. Tipo negare la montagna di promesse non mantenute e riuscire comunque a riciclarsi per il prossimo giro di giostra. Facendo reggere i sondaggi ungendo i propri tifosi e sperando che la metà di cittadini spariti dai radar rimanga dov’è. Tipo spacciare tale deprimente e pericoloso stallo politico come normalità democratica. Se l’Italia sta letteralmente scomparendo a livello demografico, a livello politico è di fatto già scomparsa visto che all’estero non esistiamo mentre a casa nostra siamo vittime degli stessi problemi strutturali da decenni con la politica che ha smesso addirittura di parlare come se desse per scontato di non poterci fare nulla. Prima promettono la luna a vanvera, poi si piazzano su qualche poltrona strapagata e nonostante non combinino una beata mazza di nulla, non fanno una piega. Ed anzi, continuano a ricandidarsi per tutta la vita. Come se anche la droga del potere e dei soldi e dello status desse sempre meno assuefazione costringendoli a recitare i loro personaggi pubblici fino ad un passo della fossa fottendosene delle macerie che li circondano. Se stessi first. In passato fallivano ma almeno ci provavano a risolvere i problemi, oggi siamo al punto che non si capisce cosa diamine facciano dalla mattina alla sera se non godersi l’alta società romana in attesa della carnevalata elettorale successiva. Più che politica, comunicazione. Più che dei leader degli influencer del nulla poltronistico che invece di ragionare scrollano e invece di discutere postano frasettine d’asilo nido per autocelebrare la propria immagine o denigrare quella altrui. Più che personalità politiche, profili social. Più che cittadini, followers e più che partiti delle agenzie di marketing con lo scopo di convincere i residui consumatori di propaganda elettorale e panzane assortite a mantenere l’appetito. Siamo al trionfo storico della mediocrità elitaria, dell’ipocrisia istituzionale e dell’inconsistenza politica. Siamo ad un deprimente e pericoloso stallo spacciato alle masse come normalità democratica e senza reali alternative. Un quadro aggravato da sfide politiche globali che trapassano i confini fottendosene dei patrioti de noialtri e di un contesto internazionale sempre più turbolento e complesso. Per tenere il passo e magari riuscire pure a dire la nostra, a Roma servirebbe il meglio delle teste ma anche dei cuori che il nostro paese è in grado di esprimere in ogni settore. Ed invece il marciume è tale che le persone di valore si tengono lontano dalla cloaca politica e molti giovani qualificati scappano all’estero. Un suicidio generazionale aggravato da una politica che premia coloro che garantiscono al sistema di sopravvivere. Più sei scarso ma utile più sali e una volta accomodato non ti smuove più nessuno perché più sali e meno devi rispondere dei risultati. Un suicido meritocratico. L’importante è ungere il boss giusto al momento giusto e una volta unito alla cordata vincente, non mollare la presa. Un suicido politico frutto dell’egoismo viscerale e cioè di arrivisti che mettono prima se stessi, la propria cricca, il proprio partito, la propria carriera e quel potere che apre le porte all’alta società. Un suicidio nazionale. Già, davvero una grande festa quella del governo Meloni. Altri 1400 giorni di poltronaggine governativa tra mega stipendi e viaggi in giro per il mondo tra tappeti rossi e galà a fingersi statisti nonostante il nostro paese stia letteralmente scomparendo senza che nessuno muova un dito e tantomeno il governo più inutile della storia repubblicana.


Meloni apre la corsa per il bis: “La stabilità è la prima grande riforma. Non ho mollato e non mollerò mai”


La premier rivendica i risultati del Governo più longevo e traccia il programma dell’ultimo miglio

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’evento per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, Bari, Venerdì 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)  Italian PM Giorgia Meloni celebrates the longest-serving government of the Italian Republic, Bari, Friday, September 4, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse) LAPRESSE

I punti chiave

(di Manuela Perrone – ilsole24ore.com) – «Un Governo più stabile non è più forza un Governo più capace, è semplicemente un Governo che ha avuto più tempo degli altri per essere giudicato. Il giudizio arriva da voi e dai milioni di elettori che ci chiedono di non mollare, con un consenso più alto di quello che avevamo». Sulle note di Rino Gaetano “Il cielo è sempre più blu” Giorgia Meloni sale sul palco di Bari, allestito al porto nel nuovo terminal crociere, accolta dagli applausi scroscianti del suo “popolo” che la ha attesa sotto il sole cocente. Quasi un’ora di discorso davanti al mare al tramonto, tra tricolori e bandiere di Fdi, che parte dalla rivendicazione dei risultati più importanti del suo Esecutivo – il primo guidato da una donna – e arriva al programma dell’ultimo miglio. Con una promessa: «Non ho mollato e non mollerò mai».

«La stabilità è la prima grande riforma»

Il concetto chiave è chiaro, una risposta a chi accusa la premier di aver portato a casa zero riforme: «La stabilità è la prima grande riforma regalata alla nazione». L’affondo alla sinistra arriva subito. «Questo giorno dimostra che le uniche coalizioni che possono dare risposte sono quelle che si costruiscono non contro qualcosa, ma per costruire delle idee». Perché la stabilità «è uno scudo: abbiamo protetto i risparmi degli italiani, quando tanti speravano nella tempesta finanziaria per mandare a casa questo Governo, abbiamo ridotto il deficit e abbiamo rimesso l’Italia sulla strada dell’uscita dalla procedura di infrazione».

Avanti con legge elettorale, basta con i «ribaltoni»

Subito anche il riferimento alla necessità della nuova legge elettorale: la stabilità è la ragione per cui «proponiamo che alle prossime elezioni i cittadini possano scegliere il programma, la coalizione e il candidato premier. Significa niente ribaltoni e niente compromessi sulla pelle degli italiani».

 «Stabilità condizione per mantenere gli impegni»

Il record di longevità del Governo – 1.413 giorni, uno in più del Berlusconi 2 – «è un dato che accolgo con gratitudine e responsabilità», aveva scritto al mattino sui social. «Perché la stabilità non è un record da esibire, ma la condizione che consente a una nazione di programmare, di decidere, mantenere gli impegni e farsi rispettare».

I messaggi dei leader internazionali

Concetto che ribadisce nel rispondere ai tanti messaggi di congratulazioni piovuti dai leader internazionali, dalla giapponese Sanae Takaichi all’indiano Narendra Modi, dall’emiratino Mohamed bin Zayed al belga Bart de Wever, fino al segretario della Nato, Mark Rutte, al quale consegna la consapevolezza «che la nostra stabilità e la nostra credibilità sono un patrimonio importante», non solo per l’Italia «ma per tutti i nostri partner e i nostri alleati».

Fitto: «Stabilità grandissimo risultato politico»

Prima della premier e degli alleati, hanno preso la parola soltanto Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute e coordinatore di Fdi in Puglia, e Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione Ue, a testimonianza dell’europeismo pragmatico che ha segnato i quattro anni di Governo. «Credibilità, concretezza e fattibilità collegati alla stabilità hanno rappresentato un’occasione unica», ha sottolineato, ricordando il cambio di marcia a Bruxelles sulle politiche sull’acqua, sulla casa e sull’energia.

Otto testimonianze, dalla sanità all’agricoltura

Tra gli interventi di Gemmato e Fitto hanno sfilato otto cittadini comuni come “testimonial” – un piccolo imprenditore pugliese, una specializzanda in medicina di emergenza-urgenza, una docente di lettere in Emilia, un’ingegnere proprietaria di un allevamento in Sardegna, uno skipper che fa educazione a bordo di una barca a vela confiscata alla criminalità, uno studente barese di medicina, un’infermiera in servizio in Puglia e il Carabiniere Luciano Masini, che sparò e uccise un 23enne egiziano la notte di Capodanno e poi finì indagato per omicidio colposo. I volti scelti a simbolo di un’era che Meloni spera di non chiudere.

Le parole di Lupi, Tajani e Salvini

Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, è stato l’unico alleato in presenza. «Non siamo qui per autocelebrazione – ha detto – ma per capire cosa ha prodotto il Governo più stabile della storia della Repubblica: risposte concretissime a un cambiamento che l’Italia da tanti anni attendeva». Lupi ha difeso la nuova legge elettorale, proprio all’insegna della stabilità: «Battaglia di democrazia vera».

Il numero uno della Lega, Matteo Salvini, in un collegamento da un Autogrill in Toscana spesso interrotto da problemi di connessione, ha omaggiato i «giganti» Silvio Berlusconi e Umberto Bossi e colto l’0ccasione per bordate all’Europa e alla sinistra («Non permetteremo che siano messe le mani sulle case, e sulle seconde case»). «Lunga vita ai segretari dei partiti dell’opposizione che ci consentono di continuare il nostro lavoro». Alta velocità, piano casa, nuovo Codice della strada nel novero dei risultati rivendicati. Concludendo su quelli che ritiene i «valori del centrodestra»: la famiglia tradizionale («La mamma sia la mamma, il papà il papà») e la lotta alla droga e all’immigrazione irregolare.

Scontato il tributo a Berlusconi anche da parte del leader di Forza Italia. «Dal 1994 siamo una coalizione dove prevalgono i principi di lealtà, correttezza e amicizia nei confronti degli elettori», ha osservato il vicepremier Antonio Tajani. «Siamo sempre gli stessi. Non cambiano idee e valori. Il fondamentale si chiama libertà». Il titolare della Farnesina è tornato a rilanciare la battaglia della riduzione delle tasse e a suonare il de profundis del centrosinistra: «È morto, è rimasta solo la sinistra. Il centrodestra è la casa dei moderati».


Sondaggi politici, il 53% degli italiani boccia il governo Meloni: “Si va nella direzione sbagliata”


Secondo la rilevazione Youtrend per Sky Tg24, per il 59% contano i risultati e non la durata. I giovani sono i più critici. Dalla politica estera alla sanità, nessun dossier promosso. Confermato il sorpasso di Futuro nazionale su Forza Italia. 4,3 punti dividono FdI dal Pd

Sondaggi politici, il 53% degli italiani boccia il governo Meloni: “Si va nella direzione sbagliata”

(di Valeria Forgnone – repubblica.it) – È il giorno dei festeggiamenti del governo Meloni a Bari per il record di “longevità”. Ma rispetto alle aspettative di quattro anni fa, quando l’esecutivo si è insediato nell’ottobre 2022, secondo il sondaggio di Youtrend per Sky TG24, alla domanda se l’Italia sia andata nella direzione giusta o sbagliata, il 53% risponde “direzione sbagliata” e il 31% “direzione giusta”, con il 16% di indecisi. Il giudizio ricalca le differenze politiche (97% “direzione giusta” fra gli elettori FdI, 88% “direzione sbagliata” fra quelli Pd) mentre gli elettori di Futuro Nazionale si dividono (57% “direzione giusta”, 41% “direzione sbagliata”). Il segmento più critico è quello dei 18-34enni (60% “direzione sbagliata”), quello meno critico gli over 50 (44% “direzione sbagliata” fra i 50-64enni).

Non solo. Il 39% degli italiani giudica il lavoro del governo peggiore di quanto si aspettasse, il 26% in linea con le attese, l’11% migliore; il 17% dichiara di non avere avuto aspettative particolari e il 7% non si esprime. Dalla rilevazione emerge anche che fra gli elettori FdI il 38% ritiene che il governo abbia fatto meglio del previsto e il 49% in linea; fra quelli di Futuro Nazionale prevale invece la delusione, con il 47% che indica “peggio di quanto mi aspettavo” (base campionaria ridotta).

Intenzioni di voto

Anche il sondaggio di Youtrend per Sky TG24 conferma il sorpasso di Futuro Nazionale su Forza Italia, segna il M5S in recupero, mentre cala l’area del non voto. Fratelli d’Italia si conferma primo partito al 26,5% (+0,1% rispetto al 22 luglio). Il Partito democratico sale al 22,2% (+0,3%) e il distacco fra i due si attesta a 4,3 punti. Il Movimento 5 Stelle registra la crescita più consistente della rilevazione e risale al 12,6% (+1,1%), recuperando il terreno perso nelle ultime settimane di luglio.

Cosa succede invece nel centrodestra? Nella coalizione si compie il sorpasso che le rilevazioni di luglio avevano preannunciato: Futuro Nazionale di Roberto Vannacci sale al 7,9% (+0,3%) e supera Forza Italia, che scende al 7,1% (-0,8%), diventando la quarta forza nazionale. La Lega arretra al 4,4% (-0,5%) e Noi Moderati è allo 0,9% (+0,1%). La maggioranza di governo (FdI, FI, Lega, NM) si ferma al 38,9% (-1,1%); includendo Futuro Nazionale, l’intera area di centrodestra vale il 46,8%.

A sinistra Alleanza Verdi-Sinistra scende al 5,8% (-1%). Il campo Largo (Pd, M5S, Avs) si attesta complessivamente al 40,6%, sopra la maggioranza di governo di quasi due punti ma sotto il centrodestra allargato a Fv.

Nell’area centrista Azione sale al 3,9% (+0,2%), Italia Viva al 2,4% (+0,3%), mentre +Europa scende all’1,6% (-0,3%); il Partito Liberaldemocratico è all’1,3% e la lista Ora all’1,1%. L’area degli indecisi e astenuti torna a calare sensibilmente, al 33,6% (-4,4%), riassorbendo buona parte del calo di affluenza registrato a fine luglio.

Giudizio sul governo per temi

Promossa (relativamente) la politica estera, bocciature più pesanti su energia, sanità e tasse. Su nessuno dei nove temi proposti i giudizi positivi raggiungono la maggioranza. Il tema in cui il governo ottiene il risultato migliore è la politica estera e il ruolo internazionale dell’Italia (33% positivi, 52% negativi, 15% non sa), seguita da immigrazione (27% positivi, 63% negativi) ed economia e crescita (26%-63%). Su lavoro e salari (24%-65%), sicurezza (24%-68%) e giustizia (22%-67%) i positivi sono poco sopra un quinto. Le bocciature più nette riguardano i temi che toccano direttamente il portafoglio: sanità (20% positivi, 72% negativi), tasse (18%-72%) e soprattutto costo dell’energia e delle bollette, dove i positivi si fermano al 16% contro il 76% di negativi (49% “molto negativo”).

Le crepe raggiungono anche l’elettorato di governo. Fra gli elettori FdI il consenso è altissimo su immigrazione (84%), politica estera (84%) ed economia (79%), ma scende al 57% sulle tasse e sull’energia i negativi (49%) superano i positivi (41%). Fra gli elettori di FI, Lega e Noi Moderati i positivi sono maggioritari su politica estera (81%), economia, lavoro, immigrazione e sanità, mentre su tasse (43%-57%) ed energia (37%-62%) prevalgono i negativi. Fra gli elettori di Futuro Nazionale il giudizio è negativo su tutti i temi tranne la politica estera (47%-51%, quasi in parità), con punte di bocciatura sulla sanità (80% negativi) e sull’energia (65%) (basi campionarie ridotte).

Governo più longevo della Repubblica: per il 59% contano i risultati non la durata

Di fronte al record di longevità del governo Meloni, che supera il secondo governo Berlusconi, il 59% degli italiani ritiene che la durata in sé non conti e che contino i risultati ottenuti, mentre il 30% giudica positivo il fatto che un governo duri a lungo dopo tanti anni di instabilità; l’11% non si esprime. L’apprezzamento per la stabilità è un tratto quasi esclusivo dell’elettorato FdI (90%). Fra gli elettori di FI, Lega e Noi Moderati le due opinioni si dividono (50% stabilità, 39% risultati), mentre fra quelli di Futuro Nazionale prevale la lettura “contano i risultati” (46% contro 36%). Nel campo largo la stabilità in sé non è considerata un valore da circa 9 elettori su 10 (86% Pd, 91% M5S).


“Poliziotti fra i dirigenti di Vannacci”: un nuovo caso per Fn, esposto in Procura


L’avvocato Fiumefreddo, presidente del Movimento “Fronte antifascista”, invia un dossier ai pm di Roma. La magistratura militare sta già indagando sulla presenza di componenti delle Forze armate nel movimento di Vannacci

Roberto Vannacci

(di Jerry Italia – repubblica.it) – Si va dal poliziotto indicato come vicepresidente di un circolo di Futuro nazionale, al dirigente sindacale della Polizia che ha organizzato un incontro pubblico con Roberto Vannacci. Una casistica che, secondo la rete civica Fronte antifascista, conta ormai numerosi casi in tutta Italia. È da questa mappa di episodi che prende forma l’integrazione dell’esposto presentato alla Procura di Roma dall’avvocato di Catania Antonio Fiumefreddo, coordinatore nazionale del Fronte antifascista. La richiesta è dettagliata: verificare se tra iscritti, dirigenti, coordinatori territoriali e attivisti di Futuro nazionale vi siano appartenenti in servizio alla Polizia di Stato o agli altri corpi di polizia a ordinamento civile. Per legge i poliziotti e i militari possono iscriversi a un partito politico ma non possono assumere cariche direttive né incarichi organizzativi al suo interno.

Uno dei casi citati nelle ricostruzioni del Fronte antifascista riguarda un referente dell’area campana legata a Vannacci che, annunciando l’adesione a Futuro nazionale, indicò come proprio vicepresidente un agente della Polizia di Stato. Un altro episodio riguarda un dirigente del principale sindacato di polizia a Torino, già alla guida di un team collegato al precedente movimento politico di Vannacci e definito dalla stampa come vicino al generale. Nel maggio scorso lo stesso sindacato organizzò un convegno con Vannacci dedicato, tra gli altri temi, a remigrazione, certezza della pena e tutela delle forze dell’ordine.

E ancora: tra Ragusa e Siracusa, un ex sovrintendente capo della Polizia di Stato, ormai in pensione, è stato indicato dalla stampa come promotore di un comitato e tra i partecipanti all’assemblea costituente di Futuro nazionale dello scorso giugno. Sono episodi pubblici che il Fronte antifascista mette in fila e sui quali chiede accertamenti. Perché il punto, per Fiumefreddo, non è stabilire quali idee politiche possano avere gli uomini in divisa.

Il confine è un altro: se l’eventuale partecipazione politica di un appartenente alle forze dell’ordine resti nell’ambito delle libertà individuali oppure se si trasformi nell’assunzione di incarichi, attività organizzative o esposizione pubblica incompatibili con i doveri di imparzialità, correttezza e neutralità. E soprattutto se la qualifica, il grado, l’uniforme o l’esperienza professionale vengano utilizzati per dare maggiore forza a un progetto politico.

«Il nostro non è un sospetto», insiste l’avvocato. Il Fronte antifascista sostiene di avere raccolto una quantità significativa di materiale pubblico: post, fotografie, video, comunicati, interviste e immagini pubblicate sui social. Una sorta di archivio dal quale, secondo l’organizzazione, emergerebbero ulteriori situazioni da verificare.

La vicenda si intreccia con gli accertamenti preliminari avviati dalla Procura militare di Roma sulla possibile presenza di appartenenti alle Forze armate nella struttura organizzativa di Futuro nazionale, dopo una segnalazione del sindacato dei militari. L’esposto del Fronte antifascista riguarda invece le forze di polizia a ordinamento civile. «Non voglio fare allarmismo – sottolinea Fiumefreddo – oggi non esiste alcuna verità accertata che autorizzi a parlare di un possibile rischio di colpo di Stato. Eppure, alcuni segnali meritano di essere osservati con attenzione».

La preoccupazione nasce soprattutto dalla possibile sovrapposizione tra ambienti politici che evocano l’intervento dei militari e un eventuale coinvolgimento organizzato di appartenenti alle forze dell’ordine. Una presenza politica strutturata di uomini in divisa, «molto particolare» che, secondo l’avvocato, deve essere accertata ed eventualmente fermata. «Meglio prevenire che curare», è la sintesi di Fiumefreddo.


Trump vuole trasformare la Casa Bianca in stile Casamonica!


(ANSA) – NEW YORK, 04 SET – Donald Trump vuole rifare il look della Casa Bianca e di Washington per lasciare un segno che nessuno, neanche i democratici, potranno cancellare. “Nessuno” mi farà un monumento “una volta che me ne sarò andato, Nessuno lo farà”, ha detto al New York Magazine spiegando il perché della sua spinta a cambiare la Casa Bianca e la capitale americana, dove a breve inizieranno i lavori per la costruzione del suo tanto voluto arco.     

“La fretta di completare i lavori” della sala da ballo, una delle sue opere di punta, “durante questo mandato è fondamentale perché si tratta di qualcosa che per i democratici sarebbe eliminare o smantellare. Una volta costruita, tutti sapranno per sempre che è stata realizzata da Donald Trump”, ha detto un funzionario della Casa Bianca al New York Magazine.


Praesentia fa tappa nel Cilento: ad Ascea (Sa) un viaggio nel turismo della dieta mediterrane


“PRAESENTIA” FA TAPPA NEL CILENTO:

AD ASCEA (SALERNO) UN VIAGGIO NEL TURISMO

DELLA DIETA MEDITERRANEA

Martedì 8 settembre la terza tappa di
“Praesentia. Gusto di Campania Divina”:
una giornata tra archeologia, cultura, sapori e tradizioni
per raccontare il Cilento
attraverso uno dei suoi patrimoni più universali

ASCEA (SA) – Sarà dedicata a “Il Cilento e il turismo della Dieta Mediterranea” la terza tappa di “Praesentia. Gusto di Campania Divina – Viaggio alla scoperta della cultura enogastronomica della Campania”, in programma martedì 8 settembre ad Ascea, presso la Fondazione Alario.

Promosso dall’Assessorato al Turismo della Regione Campania, coordinato dalla Direzione Generale per le politiche culturali e il turismo della Regione Campania e attuato dall’Agenzia Regionale Campania Turismo, Praesentia è un percorso in otto tappe che attraversa la regione da giugno a dicembre, mettendo in dialogo cultura, turismo ed enogastronomia e scegliendo, per ciascun territorio, alcuni degli elementi più rappresentativi della sua identità.

Quella di Ascea sarà una tappa particolarmente simbolica. Il viaggio prenderà infatti il via con la visita al Parco Archeologico di Velia, guidata dalla direttrice del Parco Archeologico di Paestum e Velia Tiziana D’Angelo, per poi proseguire alla Fondazione Alario con il momento istituzionale e l’approfondimento dedicato al rapporto tra Cilento, Dieta Mediterranea e turismo.

Un legame che affonda le proprie radici nella storia millenaria di questo territorio: dall’antica Elea, patria della scuola filosofica di Parmenide e Zenone, fino a Pioppi, dove nel Novecento Ancel Keys condusse i suoi studi sugli stili alimentari delle popolazioni mediterranee. Un percorso culminato nel 2010 con il riconoscimento della Dieta Mediterranea quale Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO.

A fare gli onori di casa sarà il sindaco di Ascea Stefano Sansone. Interverranno Stefano Pisani, sindaco di Pollica e coordinatore Piccoli Comuni di ANCI Campania, e Giuseppe Coccorullo, presidente del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Le conclusioni saranno affidate all’assessore al Turismo, alla Promozione del territorio e alla Transizione digitale della Regione Campania Vincenzo Maraio. Al centro dell’incontro la relazione “Il Cilento e il turismo della Dieta Mediterranea”, introdotta da Rosanna Romano, direttore generale per le Politiche Culturali e il Turismo della Regione Campania, e affidata alla professoressa Elisabetta Moro, dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e Federico II di Napoli, curatrice scientifica di Praesentia.

Il racconto passerà quindi dalla riflessione all’esperienza attraverso lo show cooking condotto dal giornalista Luciano Pignataro, con gli chef Franca Feola, della Locanda Le Tre Sorelle, che presenterà lo Sciusciello con asparagini selvatici e le Polpettine di alici con salsa di pomodoro, e Marco Cefalo, della Scuola di Alta Formazione Gastronomica In Cibum, che presenterà due piatti, Fichi del Cilento appassiti e Fusilloni di grano duro con misticanza dell’Agro Nocerino Sarnese, aceto balsamico al fico bianco e formaggio alle mandorle. Il dessert sarà affidato ad Antonello Aliberti della Pasticceria Aliberti di Casal Velino, che presenterà la Torta nuziale con mandorle, agrumi e naspro.

La giornata sarà arricchita dalle testimonianze delle “Praesentiae” del territorio e dalla musica de La Posteggia, con i maestri Francesco Formicola e Tommaso Immediata, per completare un racconto del Cilento nel quale archeologia, paesaggio, cucina, musica e tradizioni diventano parti di un’unica esperienza di viaggio.

“Praesentia. Gusto di Campania Divina – Viaggio alla scoperta della cultura enogastronomica della Campania” è un intervento cofinanziato dallo Stato Italiano, nell’ambito del FUNT di parte corrente 2025, e dalla Regione Campania.

NOTA PER LA STAMPA:

I giornalisti locali interessati potranno partecipare, fino a esaurimento dei posti disponibili, accreditandosi nella sezione “Giornalisti” del sito www.praesentia2026campania.it

Ufficio Stampa press@ediguida.com


Presidente Commissione Ambiente, Flocco: “Calo dei roghi in Campania segnale importante”


“Ora controlli strutturali e presidio costante”

“Il calo di oltre il 26% dei roghi di rifiuti registrato ad agosto nella Terra dei Fuochi è un segnale importante, che conferma quanto un’azione coordinata e capillare di controllo del territorio possa produrre risultati concreti”. Lo dichiara Salvatore Flocco, presidente della Commissione Ambiente del Consiglio regionale della Campania.

“Circa 3.700 controlli tra le province di Napoli e Caserta, insieme a sequestri, denunce e sanzioni per circa 270mila euro, restituiscono la dimensione di un’attività intensa che ha colpito sversamenti, trasporto illecito e gestione abusiva dei rifiuti. È particolarmente significativo anche il ricorso alle telecamere e alla Control room interforze, che consente di individuare più rapidamente gli illeciti e intervenire in modo tempestivo”.

“Un ringraziamento va ai prefetti di Napoli e Caserta, Michele di Bari e Lucia Volpe, per il lavoro di coordinamento, alle forze impegnate nei controlli e ai Vigili del fuoco, che continuano a svolgere un ruolo fondamentale sul territorio. Un dato positivo che va nella direzione dell’impegno condiviso nei mesi scorsi tra il presidente Roberto Fico e il Corpo dei Vigili del fuoco per ridurre il fenomeno dei roghi e rafforzare l’azione di prevenzione e contrasto sul territorio. Questi risultati incoraggiano, ma non autorizzano ad abbassare la guardia. Il passo successivo deve essere rendere strutturale questo livello di presidio. La Terra dei Fuochi ha bisogno di una presenza costante dello Stato e di un impegno continuo sul fronte della tutela ambientale e della salute dei cittadini”.–

Mario Mosca

Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle

al Consiglio regionale della Campania

Nicola Arpaia

Addetto stampa


Dal Reddito di Cittadinanza al … Reddito di Contadinanza


     Per la vendemmia 2026 è suonata la campana e da qualche giorno si incominciano a portare le preziose uve nelle cantine per la vinificazione. Una buona vendemmia  la definiscono gli enologi. E questo fa aumentare ancor di più la rabbia dei nostri viticoltori che, ormai, non riescono a recuperare nemmeno le spese sopportate per coltivare i nostri preziosi vitigni  DOC e IGT. Le uve prodotte dai pregiati vitigni autoctoni lo scorso anno  sono state pagate ai vignaioli circa 30-40 centesimi di Euro/Kg. E le previsioni per questa nuova vendemmia si preannunciano ancor più angoscianti.

     Da giovane amministratrice di un piccolo borgo che possiamo, senza alcun dubbio, definire una delle “maggiori capitali del vino d’Italia” di fronte a questo scenario di crisi che interessa migliaia e migliaia di famiglie sono qui per dire a voce alta al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che la Politica non può stare a guardare,  bensì ha l’obbligo di assumere un’iniziativa forte per fronteggiare una situazione che diventa sempre più insostenibile.

     La Regione a cui è stata demandata la politica agricola e che programma e gestisce le iniziative per lo sviluppo e la tutela del mondo produttivo rurale non può rimanere inerte e deve intervenire con immediatezza per definire un accordo di filiera che funzioni come un vero e proprio “contratto di trasparenza” sul modello francese. A tal fine, è necessario interessare anche il Governo per insediare, al più presto, un vero e proprio comitato di sorveglianza al fine di rilevare eventuali anomalie e distorsioni nell’andamento dei prezzi  e dar vita anche in Campania ad un’agricoltura “contrattualizzata” al fine di garantire un reddito accettabile ai nostri vignaioli e a tutti i nostri agricoltori.

     Per farla breve, l’aumento del carburante, dei costi energetici, dei concimi e degli antiparassitari ha ulteriormente eroso la redditività per i nostri vitivinicoltori e, in genere, per tutti gli addetti nel settore agroalimentare e, per questo motivo,  a nostro avviso, ci vuole un provvedimento “ad hoc” (sulla falsariga del Decreto approvato in data 02/09/2005 dal Governo  Berlusconi con il quale furono  codificati gli accordi di filiera come via d’uscita alla crisi vitivinicola e stanziati 80 milioni di euro  per dare un concreto aiuto ai viticoltori del Sud) che potremmo chiamare “Reddito di Contadinanza”: un assegno mensile tra 600 e 1000 euro ( a seconda della dimensione aziendale e dei componenti del nucleo familiare) per fermare la fuga dai campi e riaffermare in modo concreto il ruolo strategico dell’agricoltura nel nostro Paese.

Cara Presidente Meloni, gli agricoltori aspettano fiduciosi …

Fiorenza Ceniccola

Vice Sindaco  – Guardia Sanframondi


Lo spettacolo “Tanti galli a cantare” al De Rosa di Frattamaggiore


Martedì a Frattamaggiore in scena lo spettacolo “Tanti galli a cantare” di Achille Campanile che torna al De Rosa con i Laboratori di Teatro Vivo “il Caleidoscopio”

Martedì 8 settembre 2026, ore 20.00

Teatro De Rosa, Via Lupoli – Frattamaggiore (NA)

Martedì 8 settembre 2026, alle ore 20.00, al Teatro De Rosa di Frattamaggiore, i giovani attori dei Laboratori di Teatro Vivo “il Caleidoscopio” portano in scena Tanti galli a cantare, libero adattamento di Centocinquanta, la gallina canta di Achille Campanile, a cura di Carmela Barbato, per la regia di Carmela Barbato e Nico D’Agostino. Dopo la precedente esperienza con Il Povero Piero, “il Caleidoscopio” torna alla scrittura di Campanile e alla sua comicità sottile e corrosiva. Dietro il gioco dell’assurdo affiora la critica a una borghesia prigioniera delle convenzioni, delle apparenze e dei rituali della rispettabilità. Una scelta coerente con il percorso de “il Caleidoscopio”, che da oltre venticinque anni concepisce il laboratorio teatrale non soltanto come luogo di formazione, ma come spazio di crescita, confronto e impegno civile. Cambiano autori, linguaggi e forme sceniche, resta la volontà di affidare al teatro uno sguardo critico sulla realtà.

«Campanile usa il paradosso per mettere a nudo una società aggrappata alle convenzioni e alle apparenze – afferma Carmela Barbato –. Si ride, ma quella risata apre uno sguardo critico sulla realtà: ed è qui che ritroviamo il senso del nostro fare teatro». Il lavoro registico ha privilegiato la parola, il ritmo, l’ascolto e soprattutto la misura. «Con Campanile non bisogna inseguire la risata – sottolinea Nico D’Agostino –. La comicità è già nella scrittura: nasce dalla precisione dei tempi, delle pause e delle relazioni tra gli attori». Nell’adattamento lo stesso Campanile diventa presenza scenica: entra nella propria commedia e assiste, sempre più insofferente, a personaggi che sembrano sottrarsi al suo controllo e prendersi più spazio del previsto. Un gioco metateatrale che accompagna lo spettacolo fino al suo imprevedibile epilogo.

Questi gli interpreti in ordine d’apparizione: Agostino Dell’Aversano, Roberta Di Tella, Salvatore Caputo, Mario Di Palma, Marika Caputo, Gian Domenico Pezzella, Bartolo Pezzella, Nicoletta Garofalo, Martina Iorio, Andrea Barbato, Davide Esposito, Luca Lo Masto, Nicola Di Matteo, Maria Gabriella Daliento, Francesco Scognamiglio, Leonardo Papa.

Direzione organizzativa: Raffaella e Loredana De Rosa; Costumi: Atelier “Le Fate”; Allestimento scenico: S.A.C.S. – Villaricca (NA); Scelte musicali e costumistiche di Carmela Barbato.

Un ringraziamento speciale a EventArt – Sant’Arpino e allo Staff organizzativo. 


Vinestate entra nel vivo: Torrecuso capitale del vino e meta per gli enoturisti


Entra nel vivo la 51ª edizione di Vinestate, la manifestazione che fino al 6 settembre trasforma il meraviglioso borgo di Torrecuso in una grande vetrina del vino, della cultura e delle tradizioni del territorio. Un appuntamento che, anno dopo anno, ha assunto un’importanza sempre maggiore per l’intero comprensorio del Taburno, contribuendo a consolidare l’immagine di Torrecuso come meta di riferimento per gli enoturisti alla ricerca di esperienze legate al vino, alla gastronomia, alla storia e alla bellezza dei borghi sanniti. Qui il vino non è soltanto un prodotto da degustare, ma diventa il filo conduttore di un racconto più ampio, capace di mettere insieme identità, paesaggio, cultura e tradizione. Vinestate rappresenta così una delle occasioni più importanti per far conoscere al pubblico il patrimonio vitivinicolo di Torrecuso e del Sannio, attirando visitatori e appassionati e offrendo loro la possibilità di scoprire, insieme alle etichette, anche il territorio che le produce.

La giornata di oggi, venerdì 4 settembre, propone un programma particolarmente ricco. Si parte alle 10.30 con la tavola rotonda promossa dall’Associazione Aglianico del Taburno, “Il valore del vino. Tutela, territorio, identità e responsabilità: la nuova sfida per il patrimonio vitivinicolo campano”. Un confronto dedicato al futuro del comparto e alle responsabilità che accompagnano la valorizzazione delle produzioni campane. Ad aprire i lavori saranno il sindaco di Torrecuso Angelino Iannella, il presidente dell’Associazione Aglianico del Taburno Mino Falluto e il presidente del GAL Taburno Carmine Fusco. Interverranno Carmine Coletta, presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini, Angelo Marino, presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali della Provincia di Benevento, e Salvatore Schiavone, direttore ICQRF Campania e Molise. Al centro del dibattito ci saranno la tutela delle denominazioni, il rapporto tra territorio e produzione, il futuro della viticoltura e le nuove norme sui controlli e sulle responsabilità degli operatori. A moderare sarà il giornalista Vittorio Vallone.

La mattinata proseguirà con la presentazione del libro “Trionfi & Cavalli” di Salvatore Schiavone, aggiungendo una dimensione culturale alla riflessione sul mondo del vino e sul patrimonio agroalimentare.

Nel pomeriggio Torrecuso tornerà ad animarsi con l’apertura, alle 18, delle cantine e degli spazi espositivi. Sempre alle 18, in Piazza A. Mellusi, presso la Bottega di Mast’Orazio, è in programma il laboratorio per bambini “La seconda vita della carta”, curato da ATO Rifiuti Benevento. Alle 18.30 spazio alla visita guidata al Museo Enologico di Arte Contemporanea, mentre alle 19, in Piazza Sant’Erasmo, torna “Letture in sorsi, nel segno del Noir”, con Salvo Falcone e l’autrice Annamaria Venere. Dalle 19.30 saranno aperti gli stand gastronomici.

La serata proseguirà tra gusto e musica. Alle 20, nella Sala Affreschi di Palazzo Caracciolo-Cito, è prevista la cena con vini in abbinamento organizzata dall’Associazione Aglianico del Taburno e da Assosommelier. A fare da colonna sonora alla notte saranno Ilo Band, Carlo e Antonio Duo, Salamone, Groupe de Rue Zanzibar e Sax Mike.

A rendere protagonista Vinestate saranno naturalmente le numerose realtà del comparto vitivinicolo presenti, con un’offerta che racconta la ricchezza e la varietà della produzione locale. Cantine e produttori accompagneranno i visitatori in un vero e proprio viaggio tra etichette, profumi e sapori, offrendo agli enoturisti l’opportunità di conoscere da vicino il volto produttivo del territorio: Cantina Cocchiaro, Cantina del Taburno, Fattoria La Rivolta, Fontanavecchia, Cantine Iannella, Cantine Iorio, Il Poggio Vini, La Fortezza, Santiquaranta, Serra degli Ilici, Terre d’Aglianico, Terre dell’Eremo, Cantine Tora, Torre dei Chiusi, Torre Varano, Viticoltori San Martino, Cav. Mennato Falluto, Cooperativa Sociale “Social LaB76” e lo stand del Sannio Consorzio Tutela Vini.

È proprio questa la forza di Vinestate: aver saputo trasformare il vino in uno strumento di promozione complessiva di Torrecuso. La manifestazione porta il pubblico nel borgo, lo avvicina alle cantine e alle eccellenze gastronomiche, ma soprattutto lo invita a fermarsi, conoscere e vivere il territorio. Un patrimonio che comprende il vino, ma anche il paesaggio del Taburno, la storia, l’arte, la cultura e le tradizioni. In questo senso Vinestate rappresenta per Torrecuso molto più di una festa: è una vetrina turistica ed enogastronomica, un appuntamento capace di generare attenzione e di rafforzare la vocazione enoturistica del paese. Un percorso che proseguirà fino a domenica sera, quando a chiudere il lungo weekend sarà il tradizionale incendio del Castello, ultimo spettacolare atto di una manifestazione che continua a raccontare Torrecuso attraverso il suo bene più prezioso: il legame profondo tra la terra, la vite e la comunità.