Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Alla Camera il Pd solleva il caso Cannella: “Fare luce sui fondi per il film del sottosegretario”


Da vicesindaco di Palermo ha ottenuto un finanziamento da 600 mila euro per un progetto cinematografico

Alla Camera il Pd solleva il caso Cannella: “Fare luce sui fondi per il film del sottosegretario”

(di Miriam Di Peri – repubblica.it) – “Diamo il benvenuto in Aula al sottosegretario Cannella di cui abbiamo appreso dalla stampa una certa capacità nel reperire risorse, riuscendo da vicesindaco di Palermo a finanziare per 600.000 euro un progetto cinematografico denominato ‘Tf45’ di cui è coautore. Chiederemo conto in altre sedi di questa situazione, perché è fondamentale comprendere quali siano i criteri con cui vengono assegnate le risorse pubbliche in Italia”. Lo afferma il deputato del Pd Andrea Casu, in un passaggio del suo intervento nel corso della seduta fiume della Camera sul decreto sicurezza.

Casu fa riferimento ad un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa dal titolo ‘Il film del sottosegretario Fdi alla Cultura finanziato dal ministero con 600mila euro’.

Nell’articolo si parla di un romanzo scritto dal neo sottosegretario alla Cultura dal titolo ‘Task force 45-scacco al califfo’, una storia di eroismo in formato thriller che racconta l’operazione di una elite delle forze amrate italiane contro il network terroristico di Al Qaeda, Isis e talebani in Afghanistan.

Il romanzo è diventato la sceneggiatura di un film finito sul tavolo della commissione che valuta le opere da finanziare. Il deputato dem ha inoltre definito “una ferita politicamente molto grave” la mancata assegnazione di fondi al film su Giulio Regeni. “Tuttavia – ha poi proseguito tornado sul tema della sicurezza – oggi siamo qui per discutere di sicurezza e proprio per questo servono risorse per la sicurezza dei cittadini. Servirebbero le risorse per far scorrere la graduatoria dei 2.700 vice ispettori e realizzare tutte le assunzioni necessarie delle forze dell’ordine”.


Siamo un paese di evasori, che si regge su pochi tar-tassati


(di Giovanni Parente e Marco Mobili – Il Sole 24 Ore) – Effetto nuove assunzioni sulle dichiarazioni dei redditi 2025. Rispetto all’anno precedente (dichiarazioni 2024 anno d’imposta 2023) i redditi dichiarati hanno raggiunto i 1.100 miliardi (1.076,3 per l’esattezza) con un aumento del 4,7% (ossia 48,6 miliardi in più) sull’anno precedente e il trend crescente riguarda anche il valore medio che si attesta sui 25.820 euro (+4%).

Il tutto in uno scenario macroeconomico che ha visto una crescita del Pil del 2,8% in termini nominali e dello 0,8% in termini reali […]

Ma l’effetto crescente arriva anche dall’aumento dei soggetti che dichiarano un reddito da lavoro dipendente (oltre 348.000 soggetti in più rispetto al 2023, +1,5%), così come del reddito dichiarato (+5,6%).

Secondo i dati pubblicati ieri dal Dipartimento delle Finanze, infatti, il numero di soggetti con contratto a tempo indeterminato (17,9 milioni) è cresciuto dell’1,6% rispetto al 2023 (con un reddito medio di 27.676 euro, +4,0% rispetto al 2023), mentre i soggetti che hanno esclusivamente contratti a tempo determinato (6,2 milioni) sono aumentati dell’1,1% rispetto al 2023 (con un reddito medio di 11.375 euro, +3,9% rispetto al 2023).

Sul fronte pensioni il reddito dichiarato ammonta a 325,5 miliardi di euro, con un lieve incremento del numero di soggetti (28.937 soggetti in più rispetto al 2023, +0,2%) e un incremento dell’ammontare del reddito da pensione complessivo del 5,5 per cento.

Ciò che emerge ancora una volta dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi Irpef è che l’84,6% della regina delle imposte italiane è pagata da dipendenti e pensionati. E, scandagliando tra i redditi dichiarati emerge anche che un euro su tre (poco più del 32% dei contribuenti) di Irpef la versa il cosiddetto ceto medio che dichiara al Fisco tra i 35mila e i 70mila euro.

 Si assottiglia invece l’Irpef dichiarata dai super ricchi. I soggetti con imposta netta valorizzata e un reddito complessivo maggiore di 300mila euro (0,2% dei contribuenti) dichiarano il 6,6% dell’imposta netta totale mentre nel 2023 era il 7,1 per cento. In ogni caso solo il 3,3% dichiara oltre i 75mila euro.

C’è poi una buona fetta di contribuenti che l’Irpef proprio non la paga. Come spiegano dalle Finanze «oltre 8,7 milioni di soggetti dichiarano un’imposta netta pari a zero, si tratta di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle fasce di esonero dagli obblighi dichiarativi, di contribuenti le cui detrazioni azzerano l’imposta lorda, oppure di soggetti che dichiarano unicamente redditi soggetti a tassazione sostitutiva».

Ma il numero cresce ancora. Considerando anche quelli per cui l’imposta netta è interamente compensata dal trattamento integrativo e bonus tredicesima, i soggetti che di fatto non versano Irpef sono oltre 11,3 milioni.

Le vie di fuga dall’Irpef non finiscono qui. Tra le più battute negli ultimi anni c’è quella dei forfettari o più nota come Flat Tax. Anche nell’anno d’imposta 2024 la platea di contribuenti che hanno optato per la tassa piatta è cresciuta del 3,3% contando oltre 2 milioni di adesioni. 


Gioia Sannitica celebra “Non Solo Parco”: il 30 aprile il concerto di Luca Rossi


Il progetto Non Solo Parco entra nella sua fase più significativa, quella della celebrazione dei traguardi raggiunti, e lo fa con un evento capace di unire musica, tradizione e comunità. Il prossimo 30 aprile, il borgo ospiterà il concerto di Luca Rossi, tra i più autorevoli interpreti della musica popolare del Sud Italia. Sarà una serata pensata per condividere un momento autentico, fatto di suoni antichi e atmosfere coinvolgenti, in cui cittadini e visitatori potranno immergersi nella cultura e nelle radici del territorio. L’appuntamento rappresenta anche un’anticipazione della chiusura di un percorso ricco di iniziative che hanno contribuito a raccontare e valorizzare Gioia Sannitica, mettendo al centro luoghi, storie e identità locali. Il concerto rientra nell’ “Iniziativa 8 – Bande al Borgo”, una delle azioni del progetto Non Solo Parco, realizzato grazie alla collaborazione tra partner pubblici e privati, provenienti dal mondo della ricerca, delle imprese e delle professioni. Un ruolo centrale è stato svolto dal Comune di Gioia Sannitica e dal sindaco Giuseppe Gaetano, che ha sostenuto il progetto sin dall’inizio. L’iniziativa è finanziata dal Ministero della Cultura e mira alla rigenerazione e valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale, con l’obiettivo di contrastare lo spopolamento e favorire una nuova vitalità sociale ed economica del territorio. Protagonista della serata sarà Luca Rossi, artista che da anni porta la sua tammorra sui palchi di tutto il mondo, da Roma a Parigi, da Berlino a New York, fino a città come Dakar, Tangeri e Bangkok. Considerato uno dei maggiori esponenti della tradizione musicale del Sud, Rossi ha collaborato con importanti nomi della scena internazionale, contribuendo a diffondere i suoni della cultura mediterranea ben oltre i confini nazionali. Lo spettacolo, dal titolo “Preghiera e festa”, accompagnerà il pubblico in un percorso musicale che parte da un’antica preghiera in lingua napoletana per trasformarsi progressivamente in una festa collettiva, tra ritmi incalzanti e melodie popolari. Sul palco, insieme a lui, una formazione di musicisti che hanno segnato la storia del folk meridionale: Michele Signore, Pasquale Ziccardi, Giovanni Parillo, Alessio Ianniello, Emilio Di Donato e Carletto Di Gennaro. Un appuntamento da non perdere per gli amanti della musica delle radici e per chi desidera riscoprire il valore delle comunità e delle tradizioni locali, in un contesto che guarda al futuro senza dimenticare la propria identità. Per informazioni è possibile consultare i canali ufficiali del progetto Non Solo Parco e del Comune di Gioia Sannitica. https://www.gioiasannitica.eu/services/; https://www.facebook.com/profile.php?id=61561148793915; https://www.instagram.com/nonsoloparco/?igsh=cmkyM2VmdTJmazlw&utm_source=qr#; https://borghi.cultura.gov.it/cantiere/?id=77


Parco Nazionale del Matese, ASOIM e WWF Italia : “Fermate la prova per cani da ferma al Lago Matese. A rischio specie protette e habitat”


Parco Nazionale del Matese, ASOIM (Associazione Studi Ornitologici Italia Meridionale) e WWF Italia : “Fermate la prova per cani da ferma al Lago Matese. A rischio specie protette e habitat “

Un appello urgente è stato inviato all’Ente Parco Nazionale del Matese e ai Carabinieri Forestali da parte di ASOIM (Associazione Studi Ornitologici Italia Meridionale) e WWF Italia per chiedere l’immediata inibizione di una manifestazione cinofila programmata per il prossimo 3 maggio.

L’evento, pubblicizzato sui social network come una “prova sperimentale di monitoraggio del Beccaccino con cane da ferma”, è organizzato dall’Associazione Libera Caccia in collaborazione con l’U.R.C.A.. Le associazioni ambientaliste denunciano che tale attività si svolgerebbe in un’area di altissimo pregio naturalistico e in un periodo estremamente delicato per la fauna.

Le criticità rilevate

Secondo quanto esposto nel documento inviato alle autorità, la manifestazione comporterebbe gravi rischi e potenziali violazioni normative:

  • Disturbo alla riproduzione: L’attività si svolgerebbe in pieno periodo riproduttivo, arrecando disturbo a specie che nidificano al suolo, come la Quaglia (Coturnix voturnix), la cui popolazione nel casertano è già in forte calo.
  • Specie protette a rischio: Sulle rive del Lago Matese nidificano specie acquatiche rare inserite nell’Allegato 1 della Direttiva “Uccelli”, tra cui il Tarabusino, l’Airone rosso e la Moretta tabaccata.
  • Violazioni di legge: Le associazioni richiamano il divieto di disturbo della fauna selvatica sancito dalla Direttiva Uccelli, dalla Legge Quadro sulle Aree Protette (394/1991) e dalla legge 157/1992 sulla tutela della fauna omeoterma.
  • L’area è protetta dalla Rete Natura 2000 (ZPS e ZSC) e ospita habitat comunitari tutelati (Habitat 3150). Qualsiasi attività di questo tipo necessiterebbe di una  VIncA.

Il Presidente dell’ASOIM, Maurizio Fraissinet, e il Direttore Affari Legali del WWF Italia, Dante Caserta, hanno chiesto un intervento risolutivo per inibire l’evento ed evitare danni irreversibili al patrimonio naturale del Parco.

Le associazioni segnalano inoltre l’uso improprio di un logo riconducibile al Parco Nazionale sulla locandina dell’evento, chiedendo chiarezza sulla posizione dell’Ente rispetto a un’iniziativa che appare in netto contrasto con le finalità di conservazione dell’area protetta.

ASOIM / WWF Italia


Sanità, Petrillo (Lega): “Il San Pio è al collasso, rilanciare Cerreto Sannita”


Il cronico sovraffollamento del Pronto Soccorso del San Pio al centro della riflessione di Imma Petrillo, Responsabile del Dipartimento “Volontariato e Associazioni” in seno al Coordinamento provinciale della Lega Benevento. “Barelle nei corridoi e attese infinite non sono più tollerabili. È una questione di dignità per i pazienti e per il personale medico, ormai allo stremo,” dichiara Petrillo.

Secondo l’esponente leghista, il San Pio è vittima di una centralizzazione eccessiva. La soluzione risiede in una visione di rete che valorizzi presidi periferici come l’Ospedale di Cerreto Sannita. “Cerreto non è un costo da tagliare, ma una risorsa per la Valle Telesina e il Matese. Se potenziato, fungerebbe da filtro naturale per i codici minori, permettendo al San Pio di concentrarsi sulle emergenze gravi.”

Per Petrillo è paradossale che i residenti di Comuni limitrofi “debbano congestionare il capoluogo nonostante la vicinanza di un presidio moderno”. “Il tempo della burocrazia deve finire – la conclusione – Chiediamo che la politica regionale riconosca Cerreto Sannita come terapia per l’affanno della Sanità beneventana. Il diritto alla salute va garantito con servizi efficienti e vicini ai cittadini.”


I nuovi fascisti della remigrazione


Gennaro Sangiuliano fautore della remigrazione

(di Michela Ponzani – repubblica.it) – “Il meticcio è il frutto degenere di una nefasta mescolanza”, una “creatura dell’imbastardimento”, una “piaga” capace di corrompere, una minaccia mortale per una “sana stirpe italica”. Stavolta non serve scomodare Benito Mussolini o le leggi del 1938 per sentir parlare di teorie sulla purezza della razza. Alla vigilia del 25 aprile, festa della nostra Liberazione, l’estrema destra dei suprematisti bianchi, patrioti della Remigrazione, delizierà la Repubblica italiana con un incontro a Napoli, per illustrare un progetto di deportazione di massa su base etnico-razziale. Casa Pound, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, Brescia ai Bresciani hanno le idee ben chiare: “è in atto un piano per sostituire i bianchi con individui di altre etnie”. E allora bisogna dare il via a espulsioni di massa degli immigrati irregolari, anche se di seconda e terza generazione. Poco importa che abbiano un permesso di soggiorno, parlino il dialetto meglio dei nostri nonni, lavorino in pace e presentino documenti regolari: semplicemente “non sono assimilabili alla cultura nazionale”, come ci ricorda il generalissimo Roberto Vannacci. D’altra parte “il sangue italiano, è il sangue italiano”, e se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere quando Salvatore Ferrara (Rete dei patrioti) parla di agevolazioni per il ritorno degli italo-discendenti. La patria è nel sangue che porti nelle vene non nella convivenza civile del paese che abiti. E dunque, va da sé che una persona nata e cresciuta in Brasile (che magari l’Italia non sa neppure indicarla sul mappamondo, ma ha pur sempre nonni italiani), sia più italiana rispetto a un ragazzo di origine tunisina, arrivato nel Belpaese da bambino.

Certo, ai nazifascisti del nuovo millennio ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordare che quella Patria chiamata Repubblica, in cui tutti possono permettersi il lusso di esprimere liberamente il proprio pensiero (persino soffiando sul vento dell’odio o portando in parlamento, proposte di legge razziste e xenofobe) ci è costata vent’anni di lotta antifascista. Senza contare quel principio di uguaglianza riconosciuto dall’art. 3 della nostra Costituzione, “senza distinzione di razza”.

E chissà che direbbe oggi Giorgio Marincola, il partigiano italo-somalo medaglia d’oro al valor militare nella Resistenza, ucciso da una colonna di SS in ritirata, nel maggio 1945, a pochi giorni della fine della guerra. “Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica…Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo. Per questo combatto gli oppressori”. Così aveva risposto ai nazisti che lo avevano massacrato di botte, sotto tortura.

“Sei la vergogna della razza” gli avevano ripetuto per tutti gli anni d’infanzia, e probabilmente Martin Sellner, leader austriaco della remigrazione (già allontanato dal territorio tedesco come soggetto pericoloso), glielo direbbe ancora. Ma, attenzione, non bisogna dare sempre la colpa al cattivo tedesco. Il “bravo italiano” può fare sempre la sua parte, specie quando si tratta di difendere la nazione di sangue e di stirpe, cara alla comunità di destino dell’estrema destra. Cosa dire, altrimenti, dell’ex ministro della cultura Gennaro Sangiuliano che, tra un’impresa fiumana e l’altra, presenzierà per il partito di Fdl al Gran consiglio per la Riconquista della pura razza italiana?

Qualcuno potrebbe dire si tratti di cattivo gusto, in fondo parlare di deportazione mentre il mondo assiste all’orrore della guerra d’aggressione, con i civili massacrati, senza acqua e senza degna sepoltura, rischia di accendere il fuoco di una pedagogia tossica, con l’effetto di iniettare veleno nel corpo di una democrazia già abbastanza fragile. Certo non siamo a livello degli Stati Uniti, con i ministri che si fanno tatuare sul braccio “Dio è con noi”, e in fondo nessuno tra i nostri esponenti di governo sembra avere davvero voglia di invocare la guerra come strumento della benedizione divina (siamo pur sempre il paese del Papa). Ma se le “migrazioni missive” sono deleterie per le nazioni e i popoli, perché in grado di compromettere l’identità nazionale (come si legge nel disegno di legge sulla Remigrazione), allora bisognerà frenare anche sui ricongiungimenti famigliari. E perché no: archiviata la battaglia contro i “giudici che remano contro” il governo, limitando i trasferimenti coatti in Albania, perché non concedere un premio in mazzette a quegli avvocati che, invece di difendere il loro diritto d’asilo, convincono i migranti a tornarsene a casa?

Siamo però pur sempre alla vigilia del 25 aprile e allora alla presidente del Consiglio, un po’ in affanno su immigrazione e sicurezza, forse si può suggerire una buona lettura, direttamente dalle carte di Tina Anselmi, partigiana combattente, amica di Aldo Moro, prima ministra della Repubblica, presidente della Commissione sulla Loggia massonica P2, sempre dalla parte delle donne e dei senza diritti. “La politica non è il potere a qualunque prezzo. E la democrazia non è solo libere elezioni, o progresso economico. La democrazia è giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. È tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. È pace”.


Il selfie di Meloni col pentito: la Rai vuole punire “Report”


Negato il pagamento all’inviato Mottola, accusato di aver anticipato in un articolo sul “Fatto” la foto del mafioso e della premier

Il selfie di Meloni col pentito: la Rai vuole punire “Report”

(di Gianluca Roselli – ilfattoquotidiano.it) – Nessun pagamento ricevuto da Giorgio Mottola per il servizio realizzato per Report sui rapporti di FdI con alcuni esponenti del clan di Michele Senese, e in particolare Gioacchino Amico, con tanto di selfie insieme a Giorgia Meloni. Il servizio dell’inviato del programma di Sigfrido Ranucci è andato in onda domenica 12 aprile, ma per quel lavoro il cronista si è visto bloccare il contratto di pagamento da parte dell’azienda. Il motivo è da ricondurre al fatto che Mottola ha anticipato i contenuti del servizio in un articolo per il Fatto Quotidiano pubblicato martedì 7 aprile. “Il pentito e la foto con Meloni. ‘Si accreditò per conto di FdI’”, il titolo del pezzo in cui si racconta come Gioacchino Amico, uomo dei Senese, abbia cercato di accreditarsi all’interno di FdI. A colpire, naturalmente, è il selfie di Amico con Meloni, che diventa subito la notizia della settimana. Nell’articolo per il Fatto si specifica che Giorgio Mottola è “inviato di Report, Rai”. Ora però la tv pubblica blocca il compenso al giornalista.

Sui pagamenti funziona così. Come free lance, qualche giorno prima della messa in onda di un servizio, il giornalista viene contattato dall’ufficio contratti per stipulare un compenso, che oltretutto va a coprire le spese sostenute fino a quel momento, tutte a carico dell’inviato. Pattuito il compenso e stipulato il contratto, il servizio va in onda. Questa volta, però, nessuno ha chiamato Mottola per accordarsi sul compenso e il servizio è stato trasmesso senza intesa economica preliminare. Una cosa mai accaduta.

Ma perché? Mottola chiede spiegazioni, ma l’azienda non risponde. Poi in via informale si viene a sapere che la Rai si è attaccata a una clausola del contratto, la 1.5, in cui si dice che “il collaboratore s’impegna a non utilizzare, nell’ambito della sua attività sulla carta stampata o di scrittore, elementi e/o dati e/o argomenti direttamente connessi con quanto trattato nei programmi”. Insomma, Mottola non avrebbe dovuto scrivere quell’articolo sul Fatto. Peccato, però, che anticipazioni sul Fatto ne siano state realizzate diverse dallo stesso Mottola (di recente sul caso Equalize), ma pure da altri inviati di Report, come Luca Bertazzoni e Giulia Innocenzi, senza che la Rai avesse nulla da obiettare. Anche perché un’altra clausola del contratto, la 5.1, obbliga il collaboratore a partecipare a eventi di promozione degli stessi contenuti Rai. E dunque un’anteprima su un quotidiano di un’inchiesta di Report non rientra forse in questa fattispecie?

La questione sembra pretestuosa e pare riguardare invece il contenuto del servizio. Per cui la stessa Giorgia Meloni s’infuriò, con un post su X in cui si è scagliata contro “la redazione unica composta dal Fatto, Repubblica, Fanpage e Report”. Nelle stesse ore c’è anche un duro post contro Report postato da Esperia, il giornale web di Pietro Dettori (ex comunicazione 5 Stelle) che, come raccontato da Fanpage, riceve addirittura un like dal direttore dell’approfondimento Rai, Paolo Corsini. Il quale, interpellato dal Fatto sul blocco del compenso, spiega: “Io non ho sollevato obiezioni al contenuto del servizio, per me non c’era alcun problema e infatti è andato regolarmente in onda. Sul blocco del contratto è intervenuto l’ufficio del personale e l’ufficio legale…”. In serata arriva poi anche una nota dell’azienda in cui si smentisce che “il mancato pagamento del collaboratore Mottola sia dovuto a valutazioni editoriali relative al contenuto di un’inchiesta, come erroneamente riportato da alcuni organi di stampa”, ribadendo però che “sono in corso verifiche su una possibile violazione degli obblighi contrattuali”.

Dunque, l’azienda sta verificando eventuali violazioni dovute all’anticipazione al Fatto, con contenuti su cui Corsini non sarebbe stato messo a conoscenza. Ma fonti interne fanno sapere che comunque “il servizio verrà pagato”. Sulla vicenda vogliono però veder chiaro i 5 Stelle, che annunciano un’interrogazione in Vigilanza Rai. “È una vicenda molto grave, bisogna fare chiarezza”, interviene in serata la presidente della commissione, Barbara Floridia. E Report continua a essere sotto attacco, dalla maggioranza di centrodestra e da dentro la Rai, che quest’anno ha tagliato quattro puntate al programma di Ranucci.


Il business delle armi trasforma il Pentagono in una House of Cards


Il ministro cacciato è stato uno dei finanziatori del tycoon. In gioco le nuove navi più armate e più grandi di sempre

Il business delle armi trasforma il Pentagono in una House of Cards

(di Gianluca Di Feo – ilfattoquotidiano.it) – Il mantra di Pete Hegseth è la «letalità»: vuole che i militari americani siano determinati a fare strage dei nemici. Ha cambiato il nome del ministero, passato da Difesa a Guerra, e ora applica questa vocazione da killer nell’eliminare uno dopo l’altro i suoi avversari. L’ex ufficiale della Guardia Nazionale e commentatore tv si considera un warrior, un combattente: i suoi modi brutali continuano a fare breccia nel cuore di Trump, che non solo gli perdona tutto ma gli concede sempre più potere. Dietro lo stile tanto arrogante quanto naif, però, si sta rivelando un astuto maestro delle trame: quasi un emulo di Frankie Underwood, solo che invece di “House of Cards” ha trasformato il Pentagono in “House of Bombs”, un campo più minato dello Stretto di Hormuz.

Tutti pensavano che nel suo mirino ci fosse Dan Driscoll, il sottosegretario con delega all’Esercito: un amico di lunga data di JD Vance, con cui condivide il percorso di vita dai ranger all’università. Invece si è scagliato contro la preda più grossa: il sottosegretario all’Us Navy John Phelan, quasi un alter-ego di Trump. Per capirci: Phelan è un miliardario della Florida, con una biondissima moglie celebre come cheerlady dei Dallas Cowboys e insieme hanno raccolto milioni per la campagna elettorale del presidente. Di più: abita di fronte a Mar-a-Lago, dove ha sempre trovato le porte aperte. «È uno degli uomini d’affari di maggior successo del Paese – ha detto Trump -. Ed ha accettato forse la più grande riduzione di stipendio della storia. Ma lo ha scelto perché vuole rifondare la nostra Marina».

A fine 2025 Phelan ha messo a segno un colpo che sembrava il ko di Hegseth, dato per traballante da quando ha scatenato un fallimentare conflitto contro gli Houthi scambiando informazioni segrete in una chat dove c’era persino un giornalista: ha presentato direttamente al presidente il piano per costruire le nuove battleship, le navi più armate e più grandi di sempre, ovviamente battezzate “classe Trump”. Le foto della conferenza stampa mostrano come il ministro scavalcato non abbia fatto neppure buon viso a cattivo gioco. E assieme al suo fidato vice Stephen Feinberg – un magnate di Wall Street con la passione per l’intelligence e i mercenari – abbia iniziato a fargli il vuoto intorno. Prima ha cacciato il capo di gabinetto di Phelan, accusandolo di intromettersi in altri dipartimenti. Poi gli ha messo alle calcagna un numero due temibile: Hung Cao, un veterano dell’ Iraq e dell’Afghanistan specializzato nel disinnescare ordigni ma altrettanto abile nel neutralizzare cariche politiche. Hanno sfilato al sottosegretario deleghe importanti come quella per i sottomarini nucleari e soprattutto non hanno perso occasione per metterlo in cattiva luce, ritraendolo come incapace di accelerare la crescita di una flotta troppo piccola per le ambizioni della Casa Bianca. Una pressione che ha spinto Phelan a compiere un passo falso, ipotizzando la scorsa settimana il ricorso a cantieri stranieri per varare più in fretta fregate e corazzate. Qualcosa che il governo dell’America First non può tollerare.

Quel programma vale 65,8 miliardi di dollari. Fanno gola alle realtà emergenti dell’industria degli armamenti che non vogliono navi tradizionali ma sottomarini hi tech, droni naviganti, apparati di intelligenza artificiale e strumenti cyber: la rivoluzione professata da aziende come Andurill e Palantir di Peter Thiel, sempre più influenti sulle scelte del Pentagono.

Ma c’è un’altra sfida che Hegseth, che si è tatuato il grido dei crociati “Dio lo vuole”, e i suoi paladini portano avanti in maniera spietata: una battaglia culturale per purificare le forze armate dalle idee woke. Donne, afroamericani, omosessuali e chiunque li protegga viene fatto fuori inesorabilmente.

Le epurazioni di ammiragli e generali non allineati sono all’ordine del giorno e hanno causato lo scontro con il sottosegretario vanciano Driscoll, che si è schierato con il capo di Stato maggiore dell’Us Army Randy George nel tutelare la promozione di alcuni colonnelli invisi al boss. Il ministro ha rimosso George nel mezzo dei bombardamenti sull’Iran: invece di sconfiggere i pasdaran, ha pensato solo al trionfo nella guerra interna.


Meloni e Salvini fermano il riarmo in vista del voto: e ora chi lo dice a Trump?


Governo. Il titolare della Difesa silente, chiesta la deroga solo sulle bollette

Meloni e Salvini fermano il riarmo in vista del voto: “Ora la priorità è l’energia”. Ma si teme la reazione di Trump

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Mentre sale lo scalone di Palazzo Madama, il ministro degli Esteri si mostra cauto sulle spese militari: “Faremo una riflessione politica – dice al Fatto – perché quello che sta succedendo nel mondo è sotto gli occhi di tutti. Casomai chiedetelo a Conte e al suo Superbonus…”. Poche ore dopo, da Nicosia, dove si riunisce con i 27 per il Consiglio europeo informale, Giorgia Meloni risponde così ai cronisti che le chiedono se l’Italia chiederà a Bruxelles l’attivazione della clausola per sforare il deficit sulle spese militari: “Non è una priorità, dobbiamo dare risposte ai cittadini”. La premier in testa ha solo un obiettivo: le spese energetiche. Sa che questa è la sfida dei prossimi mesi. Durante la riunione con gli omologhi europei spinge per sospendere il Patto di Stabilità contro le posizioni dei “frugali” del Nord: “Serve coraggio, apertura ed efficienza”, dice proponendo di scorporare le spese che sono aumentate dopo la guerra in Iran. E ai giornalisti apre anche allo scostamento di bilancio in solitaria se le sue richieste non venissero accettate: “Non escludiamo niente”.

Ma tra le preoccupazioni principali del governo c’è proprio una frase che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha scritto ieri nell’introduzione al Documento di Finanza Pubblica parlando dello scenario economico prodotto dalla crisi in Medio Oriente: “Sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la difesa”. Insomma, difficilmente il governo rispetterà i patti previsti e firmati al vertice Nato dell’Aja del giugno 2025 quando, di fronte a Donald Trump, gli alleati si impegnarono ad aumentare la spesa militare pura fino al 3,5% del Pil fino al 2035.

Il governo italiano – oltre al piano Safe da 15 miliardi – si era impegnato ad aumentare la spesa dello 0,15% nel 2026 e 0,2 nel 2027, pari circa a 4 miliardi l’anno. I primi stanziamenti dovevano essere decisi in queste settimane, ma la guerra in Medio Oriente ha cambiato tutto. E ora, nell’esecutivo, sia Meloni sia Matteo Salvini frenano. Fonti leghiste vicine al segretario fanno sapere che l’unico scostamento possibile sarà sulle spese energetiche e che il governo non può permettersi di aumentare le spese militari nell’anno elettorale: “Poi i cittadini ci vengono a prendere coi forconi”. Stesso timore che ha la presidente del Consiglio: nell’anno che porta alle elezioni politiche, il governo non può permettersi di aumentare le spese militari. “La nostra priorità è dare risposte ai cittadini”, ha detto ieri.

Chi non parla è il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che negli ultimi mesi ha chiesto a più riprese l’aumento dei fondi per la Difesa sia per rispettare i patti con gli alleati atlantici ed europei, sia per garantire i fondi al settore che viene da anni di tagli (non ci sono nemmeno i fondi per la manutenzione e il carburante, lamentano i sindacati militari).

Mercoledì Giorgetti ha fatto capire in conferenza stampa che a breve ci sarà una riunione per prendere una decisione politica ma, a ieri sera, non era convocato alcun vertice.

Lo stop del governo all’aumento delle spese militari, però, ha una controindicazione che sta provocando timori tra Palazzo Chigi e la Farnesina: se il presidente americano Donald Trump verrà a sapere che l’Italia non vuole rispettare i patti firmati in sede Nato quale sarà la reazione pubblica? Il commander-in-chief nei giorni scorsi ha già aspramente criticato la premier per il mancato “aiuto” sulla guerra in Iran e sul diniego per l’utilizzo della base di Sigonella. Attacchi a cui Meloni non ha risposto direttamente, ma che a Palazzo Chigi sono stati visti anche con favore, sperando in una ripresa nei sondaggi. Ma lo scontro, spiegano fonti qualificate di governo, non potrà proseguire a lungo e soprattutto i vertici internazionali del G7 a Evian a giugno e della Nato ad Ankara a luglio sarebbero serviti proprio per provare a ricucire col presidente americano. Al summit dell’alleanza atlantica si presenteranno Meloni, Tajani e Crosetto e non è chiaro cosa l’Italia porterà in dote se, a un anno dalla firma dell’accordo, la spesa resterà ferma all’1,61%.


L’amico americano


(di Michele Serra – repubblica.it) – L’idea canaglia di ripescare l’Italia ai mondiali di calcio in America, estromettendo l’Iran per demeriti politici, riflette una visione della vita che lascia a bocca aperta. Per arrivare a formularla bisogna, in ordine sparso: ignorare l’importanza delle regole; disprezzare il merito e anteporgli l’espediente, il trucco, il colpo di mano (a Bologna si dice: la bazza); pensare che lo sport, come tutto il resto, può essere manomesso a vantaggio dei propri comodi. Infine, e soprattutto: bisogna non avere alcuna idea dell’impatto che le proprie parole e i propri comportamenti hanno sugli altri. Il concetto stesso di “reputazione” non ha spazio, costretto a lasciare il posto al perenne compiacimento di sé.

Che a ventilare questa proposta sconcia, forse ritenendo di arruffianarsi “gli amici italiani”, sia il cosiddetto “consigliere di Trump per l’Italia”, signor Zampolli, conferma che da quella lobby di affaristi che giocano alla politica possiamo solo aspettarci il peggio. Nessuno scrupolo, nessuna remora. Ma soprattutto: una conoscenza molto approssimativa del mondo. Se Zampolli fosse uomo di mondo, avrebbe previsto l’espressione di disgusto e di dileggio con la quale “gli amici italiani”, direi al completo, hanno accolto questa sua sortita. A partire dal governo: “un’idea vergognosa” secondo Giorgetti, “ci si qualifica sul campo” secondo il ministro dello Sport Abodi. Non credo esista un uomo di sport, compreso l’ultimo e il più sprovveduto dei tifosi, che accetterebbe l’umiliazione di un ripescaggio che ha il sapore dell’elemosina politica. E dunque, a ben vedere, dell’offesa. Zampolli: go home.


Campo largo, oggi Conte davanti a Schlein per le primarie: il risultato dell’ultimo sondaggio di “Only Numbers”


Il presidente del M5S sarebbe in vantaggio con il 36,9% dei voti sulla segretaria del Pd, che si attesterebbe al 32.5%. E anche nella corsa a sei vincerebbe il leader pentastellato

Campo largo, oggi Conte davanti a Schlein per le primarie: il risultato dell’ultimo sondaggio di “Only Numbers”

(ilfattoquotidiano.it) – Se si votasse oggi per le primarie, secondo gli elettori del campo largo, Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 stelle, sarebbe in vantaggio con il 36,9% dei voti sulla segretaria del Pd Elly Schlein, che si attesterebbe al 32,5%. È quanto emerge da un sondaggio dell’istituto ‘Only Numbers‘ di Alessandra Ghisleri per ‘Porta a Porta’, effettuato il 22 aprile, sulle intenzioni di voto degli italiani. In generale, sempre per gli elettori della eventuale coalizione di centrosinistra, nella corsa a sei a vincere sarebbe Giuseppe Conte con il 33,5%, Elly Schlein per il 23,2%, Pierluigi Bersani per il 13%, Matteo Renzi per il 6,2%, Angelo Bonelli per il 3,6% e Nicola Fratoianni per lo 0,8% degli intervistati.

Per quanto riguarda i partiti, Fratelli d’Italia guadagna l’1,5% rispetto all’ultima rilevazione dello scorso 7 aprile, e si attesta al 28,8, seguito dal Pd al 22,5% (+0,2%). Il Movimento 5 Stelle, invece, guadagna mezzo punto attestandosi al 12,2%. Forza Italia è all’8,6% e cede lo 0,2%, stabile la Lega all’8,3%. Stabile anche Alleanza Verdi al 6,5%, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci è al 3,6% (+0,2%), Azione è al 3% (-0,2%) e Italia Viva al 2,5 % (+0,1%). Infine +Europa è all’1,7% e cede lo 0,2% mentre Noi Moderati è allo 0,8%(+0,1%). Il centrodestra raggiunge il 46,5% e sale dell’1,4%. il campo largo senza Azione, invece, è al 45,4 % in crescita dello 0,6% (+0,6%). Gli astenuti-indecisi si attestano al 44,9% (in crescita dello 0,2% rispetto all’ultima rilevazione).


Nel caso di Donald Trump “è necessaria una valutazione clinica urgente, ora più che mai”


(ANSA) – MILANO, 23 APR – I medici dovrebbero astenersi dal formulare diagnosi sulla salute mentale di un capo di Stato basandosi sulle sue dichiarazioni pubbliche o sulle notizie riportate dalla stampa, ma nel caso di Donald Trump “è necessaria una valutazione clinica urgente, ora più che mai”.

E’ quanto affermano, in un articolo sul British Medical Journal, il neurologo britannico David Nicholl del Sandwell Health Campus e l’esperta di cure primarie Trish Greenhalgh dell’Università di Oxford.    

“I capi di Stato hanno diritto alla riservatezza riguardo alle proprie questioni di salute. Tuttavia – scrivono i due autori dell’articolo- le decisioni prese da un capo di Stato a volte hanno conseguenze di vita o di morte per milioni di persone. Gli standard professionali vietano ai medici di commentare lo stato di salute di una figura pubblica. Ma i recenti eventi in tutto il mondo sollevano la questione: tale divieto dovrebbe essere assoluto?”.    

Nel caso del presidente statunitense, osservazioni recenti su linguaggio, coerenza e comportamento hanno alimentato interrogativi su un possibile declino cognitivo. Alcuni commentatori hanno ipotizzato condizioni neurodegenerative, ma Nicholl e Greenhalgh mettono in guardia: stabilire una diagnosi clinica richiede test approfonditi, valutazioni neuropsicologiche e indagini strumentali, elementi non disponibili attraverso fonti pubbliche.

Allo stesso tempo, però, i due esperti distinguono tra formulare una diagnosi clinica ed esprimere preoccupazioni più ampie, basate su evidenze cliniche. Fanno notare che già nel 2016 psichiatri di alto livello, pur astenendosi esplicitamente da una diagnosi, avevano sollevato dubbi sull’idoneità mentale di Donald Trump a ricoprire la carica di presidente e avevano chiesto una valutazione medica imparziale. In linea con quella presa di posizione, anche Nicholl e Greenhalgh concordano sul fatto che tale valutazione rimanga un’azione necessaria.


La politica ha perso la parola


Una democrazia senza voce. E il declino della parola si riflette nell’incapacità di prendere decisioni efficaci e coraggiose

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – «Non potendo mobilitare più soldati, Churchill mobilitò la lingua inglese e la mandò in battaglia contro Hitler». Non si sa bene chi l’abbia detto (spesso la frase è attribuita a John Kennedy) ma di sicuro è un’evocazione efficace non solo delle straordinarie capacità oratorie del grande primo ministro inglese ma di qualcosa di più importante: del valore che ha nella politica dei regimi democratici la parola, il discorso. Beninteso però se si tratta della parola detta — impugnando al massimo un foglietto di appunti da sbirciare ogni tanto o magari imparata a memoria — non già della parola detta solo in apparenza ma in realtà letta quasi parola per parola, gettando disperatamente l’occhio ogni pochi secondi su un testo scritto.
Perché nella democrazia è così importante la parola? Perché il discorso è il momento per eccellenza nel quale chi rappresenta il popolo si sottopone in modo diretto al giudizio di questo, comunica oltre le proprie idee qualcosa di più importante: la propria personalità, il proprio modo d’essere; manifesta la propria autenticità, e dunque la reale sincerità delle proprie posizioni, ovvero ne tradisce il carattere spurio. Anche la postura, il gesto, il tono della voce di chi parla dicono moltissimo, e anche da questo chi assiste a un discorso si accorge subito se chi ha di fronte sa di che cosa sta parlando, se ci crede davvero.

Ma in Italia di tutto ciò non si vede neppure l’ombra: e se ne dà la colpa al fatto che ormai la comunicazione politica avviene quasi esclusivamente in televisione. C’è televisione e televisione però, e il punto sta nel come le trasmissioni vengono condotte. Ad esempio, obbligare gli esponenti politici a interventi al massimo di due-tre minuti produce per ciò stesso quello che vediamo ogni sera: una serie di filastrocche sincopate fatte di stereotipi, brevi discorsi gergali, quasi sempre aggressivamente assertivi. Tanto più che il conduttore o conduttrice italiano tipo adotta in genere uno di questi due comportamenti che non fanno che peggiorare le cose: o lascia parlare a macchinetta l’oratore, consegnandolo al suo destino di compiaciuto quanto superfluo manichino ventriloquo, ovvero lo interrompe assalendolo brutalmente, di fatto quasi sempre impedendogli di continuare. Rarissimo infatti nelle nostre tv è il caso in cui chi conduce la trasmissione chieda invece al suo ospite, ad esempio, che cosa farebbe lui al posto dei suoi avversari, o con quali risorse finanzierebbe le innumerevoli cose da fare che egli ha appena enumerato, ovvero che obietti ma con qualche dato alle presunte mirabilie compiute dal governo appena elencate dal sostenitore di questo presente in studio.

Ma come sempre il cattivo esempio viene dall’alto: in questo caso dal Parlamento. Costituito in maggioranza da eletti ignoti ai propri elettori ma cooptati dalle rispettive segreterie di partito, titolari di percorsi scolastici approssimativi, perlopiù con scarsa padronanza della lingua italiana in specie della sintassi e con un eloquio dal lessico desolante e dal forte accento dialettale, non è certo su di essi che la vita politica del Paese può contare per un’adeguata dimensione retorico-discorsiva. E del resto molto opportunamente nel nostro Parlamento a dispetto del suo nome non si parla, ma perlopiù si legge. E anche questo si fa male: in genere cercando di inzeppare vorticosamente quante più parole possibili nel tempo a disposizione.

La democrazia italiana insomma rimane una democrazia incapace di parlare. Incapacità che è parte di quella sua incapacità più sostanziale aggravatasi col tempo di cui parlava qualche giorno fa Angelo Panebianco da queste colonne: l’incapacità di prendere decisioni forti, incisive, quelle che cambiano la vita delle persone; la paura di avere coraggio di cui anche il governo della destra si mostra come tutti gli altri prigioniero e che da sempre è la via maestra che conduce al declino storico di un Paese. Al nostro declino.

Al Paese e ai cittadini non si parla con le interviste o con i finti libri confezionati a pagamento nelle stanze delle case editrici; e la puntuale rissa serale negli studi televisivi italiani è solo la triste parodia di un reale dibattito politico. La grandezza dei propositi, l’importanza delle decisioni hanno bisogno delle parole per dirlo. Se mancano queste, se una classe politica conosce solo la dimensione del battibecco parlamentare, della voce alzata in modo stentoreo alla fine dell’«intervento» nell’aula di Montecitorio solo per strappare l’applauso, allora vuol dire che quella classe politica non ha sostanzialmente nulla da dire, non ha idee, e che perciò non sa neppure che cosa fare. Da tempo, da troppo tempo, gli italiani hanno il fondato sospetto che le cose stiano proprio così.


Dall’emendamento di Delmastro alle parole di Meloni, quando Fratelli d’Italia elogiava il Superbonus


Nel 2020 Delmastro rivendicava, dall’opposizione, l’impegno affinché il governo Conte II non toccasse la misura. La leader di Fratelli d’Italia, nel 2022, rilanciava: «Siamo pronti a tutelare i diritti del superbonus». Mai è stata dichiarata guerra al bonus oggi definito sciagurato

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – «Ho presentato un emendamento in cui chiedo al governo di prorogare il Superbonus 110 per cento sino al 2025. Fratelli d’Italia dalla parte di imprese e famiglie!». Il post (con tanto di foto personale), datato 27 novembre 2020, porta la firma Andrea Delmastro, all’epoca deputato di Fratelli d’Italia all’opposizione del Conte II. 

Sulla propria pagina social annunciava, quindi, una proposta ad hoc per dare seguito alla misura introdotta dall’esecutivo. Per la serie: chi lo ha introdotto, non pensi di toglierlo. Con la sottolineatura della bontà della stessa per famiglie e aziende. Un modo per mettere in guardia l’esecutivo da eventuali ripensamenti.

Anche sul Superbonus, dunque, il partito Giorgia Meloni ha fatto un’inversione a U: ieri, giovedì 22 aprile, la presidente del Consiglio lo ha definito «la sciagurata misura della sinistra e del Conte II» che non avrebbe consentito di far scendere sotto il 3 per cento il rapporto deficit/Pil. Lasciando l’Italia in procedura di infrazione.

Peccato che la presa di posizione rinneghi dichiarazioni ed emendamenti, che portano la sua firma oltre che quella di dirigenti di spicco di FdI. 

Il video di Meloni per il Superbonus

Quella di Delmastro non era infatti una fuga solitaria. Anzi: nel tempo Fratelli d’Italia ha sempre perorato la causa del Superbonus. Anche attraverso la sua leader. «Siamo pronti a tutelare i diritti del superbonus e a migliorare le agevolazioni edilizie», scriveva Meloni, nel settembre 2022, sul sito personale, postando un video-elogio al Superbonus: «È una misura nata con intenti lodevoli. Rinnovare il nostro patrimonio edilizio in funzione della transizione ecologica».

Da lì partiva la critica alle successive modifiche fatte alla norma. Ma nessun anatema scagliato verso la presunta “devasta conti pubblici”. 

C’era al contrario il riconoscimento all’iniziativa avviata dal governo Conte II e la rivendicazione del suo partito di voler essere vicino alle famiglie e alle imprese. Proprio come faceva Delmastro due anni prima. Solo alla fine di quel video, Meloni parlava di voler conservare l’impianto del bonus, con il ritocco per portarlo all’80 per cento. 

Donzelli per il bonus

La galleria di posizioni pro-Superbonus è del resto lunga. Agli atti c’è una dichiarazione dal responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, rilasciata nel novembre 2021, alla trasmissione Rai Agorà, e rilanciata dal sito del partito: «Fratelli d’Italia è favorevole al mantenimento del Superbonus, ma è un provvedimento che va sicuramente migliorato così come vanno semplificate le procedure per accedervi. Mettere tetti, limiti e cavilli scoraggia le persone, rendendo la misura accessibile solo a una minoranza di tecnici e caparbi». Un endorsement alla misura.

Insomma, nonostante fosse all’opposizione, Fratelli d’Italia non hai manifestato dubbi sul Superbonus. Agli atti non ci sono barricate e ostruzionismo parlamentare, bensì emendamenti per proroghe e salvaguardia della misura. Oggi diventata capro espiatorio perfetto per l’auto-assoluzione sui conti pubblici.


Silvia Salis e l’operazione riformista: come nasce e chi c’è dietro all’ascesa politica e mediatica della sindaca di Genova


Il marito regista della Leopolda, il comunicatore di Renzi, Malagò in tribuna. Chi lavora per la sindaca di Genova e per quale progetto

Silvia Salis e l’operazione riformista: come nasce e chi c’è dietro all’ascesa politica e mediatica della sindaca di Genova come anti-Meloni

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornaleit) – Quattro anni al Coni sotto Giovanni Malagò, un marito che ha girato i video della Leopolda di Renzi per tre edizioni, un comunicatore già portavoce dello stesso Renzi. E adesso il titolo di “anti-Meloni” su Bloomberg come se fosse nato spontaneamente dai sampietrini del porto vecchio. Silvia Salis è sindaca di Genova da meno di un anno e già proiettata verso Palazzo Chigi.

All’interno del Pd, in molti la raccontano così: un’operazione riformista. L’area che non ha mai digerito la stagione Schlein avrebbe trovato il suo contenitore. Giovane, mediatica, senza tessera, capace di far ballare la sinistra sulla techno di Charlotte De Witte e di comparire su Bloomberg nello stesso fine settimana.

Fausto Brizzi, marito di Salis, ha firmato i filmati della Leopolda 2012 per Renzi. Nel 2025 ha curato la comunicazione della campagna genovese della moglie. Il regista di “Notte prima degli esami” è il collegamento ideale tra la stagione renziana e il progetto Salis. Il Palazzo Ducale di Genova, partecipato dal Comune che lei guida, lo ha celebrato a febbraio scorso nella Sala del Maggior Consiglio. Sull’opportunità dell’evento era nata una polemica sollevata dai rilievi di Ferruccio Sansa e della Lega: Palazzo Ducale ha risposto chiarendo che i costi, inferiori a tremila euro, erano coperti da uno sponsor privato.

LA MACCHINA

A costruire l’immagine pubblica di Salis c’è Marco Agnoletti, portavoce di Renzi negli anni d’oro: Comune di Firenze, Nazareno, Palazzo Chigi. Da settembre gestisce la comunicazione della sindaca con un metodo preciso: sottrazione. Meno esposizione, immagine costruita con la pazienza di una campagna politica lunga.

Renzi ha già scelto. “Io voterei Silvia Salis”, ha dichiarato a La7. La sintesi è leggibile: l’ex premier spinge, il suo ex portavoce gestisce la comunicazione, il marito della sindaca ha girato la Leopolda. Chi vuole può non chiamarla operazione. Dovrebbe però spiegare con quale altro nome si chiama.

IL COPIONE DEL FEDERATORE

Salis ha detto no alle primarie, “tecnicamente sbagliate”. Poi, nell’intervista a Bloomberg del 10 aprile, ha aggiunto: “Di fronte a una richiesta unitaria non posso dire che non la prenderei in considerazione, sarebbe una bugia”. Il lessico è quello del federatore: figura che non si candida ma è disponibile, che respinge la corsa senza escluderla.

Il Pd è spaccato. Chiara Braga (Pd), capogruppo alla Camera: “Non mi pare che questo sia il tempo di federatori o di personalità esterne al perimetro dei partiti”. Dario Franceschini (Pd) invece la definisce “uno dei leader di primo piano dei prossimi anni”. Due posizioni incompatibili dentro lo stesso partito.

IL FOGLIO E LA CONTRADDIZIONE PALESTINA

Il quotidiano diretto da Claudio Cerasa le ha dedicato un ritratto ammirato. Lo stesso Foglio che non ha mai avuto tenerezze verso chi usa la parola “genocidio” per Gaza. Salis quella parola l’ha rivendicata, e alle manifestazioni pro-Palestina a Genova c’era. Eppure Il Foglio la celebra.

Sansa aveva posto la domanda: perché quella stampa che prima corteggiava Toti adesso punta su di lei? La risposta che circola è quella del contenitore: figura abbastanza nuova da non portare il peso del vecchio centrosinistra, abbastanza affidabile per un campo largo moderato che include Renzi e un pezzo di establishment che con Schlein non ha mai trovato pace.

Malagò non è sfondo ma struttura. Salis è diventata vicepresidente vicaria del Coni nel 2021 sotto la sua presidenza: “Silvia è una persona alla quale sono molto affezionato”, ha dichiarato. Il Comune di Genova gli ha poi conferito un Premio Internazionale dello Sport alle celebrazioni colombiane. Il cerchio si chiude: il mentore ottiene un’onorificenza dall’istituzione che il suo ex vice adesso governa. La questione era stata sollevata. È rimasta senza risposta.

L’operazione è costruita con intelligenza. La domanda che un centrosinistra credibile dovrebbe porsi è: per chi?