
TRUMP, ‘L’OPERAZIONE MILITARE IN IRAN STA ANDANDO MOLTO BENE’
(ANSA) – “L’operazione militare, o chiamatela come vi pare, in Iran sta andando molto bene”. Lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca ribadendo che Teheran “non avrà mai l’arma nucleare”.
TRUMP, IL PETROLIO SCENDERÀ IN MANIERA SIGNIFICATIVA QUANDO LA GUERRA SARÀ FINITA
(ANSA) – Donald Trump ha ribadito che il prezzo della benzina negli Stati Uniti scenderà in maniera significativa una volta finita la guerra contro l’Iran. “Pensavano che il petrolio sarebbe stato 300 dollari al barile e invece è a 100 e credo stia scendendo. E penso che scenderà in maniera sostanziale quando questa cosa sarà finita”, ha aggiunto il presidente americano
TRUMP INSISTE, ‘L’IRAN NON HA PIÙ LA MARINA NÉ L’AERONAUTICA’‘
(ANSA) – Donald Trump ha ribadito che l’Iran “non ha una marina, non ha un’aeronautica”. In un intervento alla Casa Bianca il presidente americano ha insistito che il regime di Teheran “non ha radar. Non ha assolutamente nulla”.
TRUMP, ‘I SONDAGGI SULLA GUERRA IN IRAN SONO FALSI’
(ANSA) – Donald Trump ha accusato i sondaggi che danno la maggior parte degli americani contrari alla guerra in Iran “falsi”.
TRUMP, SENZA DI ME CI SAREBBE LA TERZA GUERRA MONDIALE
(ANSA) – “Se al posto mio ci fosse la persona sbagliata ci sarebbe la terza guerra mondiale”. Lo ha detto Donald Trump parlando della guerra in Iran.
TRUMP, ‘NON POSSO DIRVI SE LA TREGUA SIA ANCORA IN VIGORE’
(ANSA) – Donald Trump si è rifiutato di dire se il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran sia ancora in vigore, dopo che entrambe le parti hanno rivendicato uno scambio di colpi nello Stretto di Hormuz.
Ospite del programma “The Hugh Hewitt Show”, al presidente degli Stati Uniti è stato chiesto se la tregua fosse “finita” e se gli attacchi sarebbero ripresi. “Beh, non posso dirvelo”, ha risposto Trump aggiungendo che “se rispondessi a questa domanda, direste che quest’uomo non è abbastanza intelligente per essere presidente”. Lo riporta Sky News.

(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] L’incantamento generale, tanto colpevole quanto scellerato, attorno a Silvia Salis è l’ennesimo suicidio del centrosinistra (vero e presunto). Il leader del campo progressista non può che essere uno tra Schlein, Conte o Fratoianni (Bonelli come leader non esiste e lo dimostra ogni giorno, tipo quando va a fare il Pannella da discount nei podcast). Oppure un nome esterno, deciso però collettivamente, non certo imposto dai soliti ciucci che partorirono 13 anni fa quella gigantesca belinata della mossa Renzi e che ora – assieme ovviamente allo stesso Renzi – vogliono propinarci quest’ennesima variante di trojan horse politico da inoculare nel centrosinistra, al solo scopo di disinnescarlo. Puntare su Silvia Salis come “nuova Prodi” è folle. E fa ridere i polli l’impegno spasmodico che grandi e piccini stanno spendendo per farci accettare questa novella Rosa Luxemburg.
[…] Chi è ’sta Salis? Com’è anche solo possibile pensare di appaltare un ruolo così delicato a un’emerita sconosciuta della politica? Davvero c’è gente (seria) che pensa che una novellina come la Salis possa essere la leader di un campo balcanizzato come il centrosinistra? Ma scherziamo o cosa?
Genova per lei. Salis è stata eletta come sindaca di Genova. Ecco: faccia (bene) la sindaca. Genova non è un taxi e gli elettori meritano rispetto.
Chiacchiere e distintivo. Salis è brava mediaticamente perché riceve interviste oltremodo accomodanti: l’antifascismo, il femminismo, la lotta sacrosanta a quei sottosviluppati degli hater… Benissimo. Poi però bisognerebbe valutare concretamente il suo agire politico. E lì casca l’asino: a Genova sta facendo poco, e quel poco è spesso di impostazione renziana. Del resto, come ha raccontato il Fatto, prima di candidarsi col centrosinistra, la Salis aveva ipotizzato di candidarsi con la parte opposta, dove infatti sono in tanti a stimarla (da Calenda a Marina Berlusconi, che giustamente la adora come il padre adorava Renzi. Ops).
[…] Frignate furbine. Quando viene criticata, Salis parte con la frignata furbina tirando fuori le solite rispostine in stile “Boschi 2014”: Mi attaccano perché donna, perché mi vesto bene, bla bla bla”. Ma de che? La criticano (neanche tanto) perché non ha dimostrato ancora nulla politicamente e perché di sinistra non ha niente. Salis può spendere 8mila euro in scarpe e 7 miliardi in occhiali da sole. Chi se ne frega! Non è quello il punto: il problema è politico, mica formale.
[…]
Elly stai serena. Salis non è mai convincente quando dice di non volersi candidare su scala nazionale. Ricorda Berlusconi che negava di scendere in campo, ma che aveva già preparato tutto da anni, e Renzi, che disse “Enrico sta sereno” e poi lo incenerì un nanosecondo dopo.
Super Vicky Mood. Salis è terribilmente perfettina. Mai un’uscita fuori posto, mai una sbavatura, mai uno slancio emotivo che non paia calcolato. È tutto studiatissimo nella sua comunicazione: una gigantesca galleria di dichiarazioni-slogan e photo opportunity, dalla ridente Salis-maratoneta alla Salis-fetish coi piedi bene in mostra. Non pare mai sincera e sembra sempre robotica, compresa quell’espressività statica da Alberto Tomba in Alex l’Ariete e quella vocina monocorde da Super Vicky. Un po’ di passione no?
[…] Investitura divina. Salis non pretende solo di guidare il centrosinistra (al di là delle negazioni in tivù), ma non vuole nemmeno passare dalle primarie. Praticamente un’investitura divina. Anche meno Silvia, eh.
La gattoparda. Salis ha una chiara funzione politica: tutelare il sistema di potere. Con lei rientrano Renzi e Calenda (ciao core), con lei si ammazzano sinistra e cambiamento, con lei si cambia tutto per non cambiare una mazza. Ma davvero ogni volta dobbiamo nascere incendiari per poi morire pompieri, o peggio ancora tardo-renziani?
Finita la competizione nel governo per chi è più nelle grazie del presidente

(Flavia Perina – lastampa.it) – Chissà quanto avranno frugato in giro gli staff di Donald Trump per trovare le ultime parole al miele rivolte da Matteo Salvini al loro capo. Sono dovuti risalire al febbraio scorso, a una conversazione con il sito ultra-Maga Breitbart decisamente datata, prima dell’attacco al Golfo, prima del caro benzina, prima dei super-dazi sulle auto, prima dell’offensiva contro il Papa, e hanno dovuto pure aggiustarla un po’ trasformando il recente comizio sovranista di Milano, che in Italia ha fatto notizia anche per la mancanza di ogni diretto riferimento a Trump, in una testimonianza d’amicizia per il presidentissimo.
In altri tempi, in altre circostanze, quando il consenso della destra per Trump volava tra il 62 per cento di FdI e il 64 della Lega, l’aperto endorsement del Presidente Usa avrebbe suscitato invidie e innescato una gara di blandizie verso Washington, soprattutto alla vigilia dello sbarco a Roma di un pezzo grosso come il segretario di Stato Marco Rubio. Ora persino il diretto interessato, Salvini, precisa che quell’intervista risale a tre mesi fa: certo, l’attenzione del leader «della più grande democrazia del mondo» gli fa piacere, ma non modifica la posizione «assolutamente equilibrata» con cui lui e il governo guardano alle guerre in corso e dunque all’azione americana.
Il tentativo di corteggiamento del capo leghista risponde a una logica evidente. Dopo aver perso la quinta colonna rappresentata da Viktor Orban il mondo Maga ha bisogno di nuovi referenti in Europa ed è ovvio che vada a cercarseli tra gli entusiasti della prima ora, un club di cui il centrodestra italiano fa senz’altro parte. Lusingare Salvini, l’uomo che il giorno dopo l’election Day si presentò in Parlamento vestito come Trump, sfidando l’ironia dei comici che lo rappresentarono come il cosplayer del neo-presidente, forse era anche un modo per riaccendere le passioni sopite dei conservatori di casa nostra e tornare ai bei tempi in cui si gareggiava per il favore della Casa Bianca.

Ma il feeling con l’America non risulta più elemento di competizione nel governo di Roma. Non porta consenso, non porta voti, anzi alimenta preoccupazioni e genera quote di dissenso vicine all’ottanta per cento anche tra l’elettorato più fedele. Giorgia Meloni ne ha preso atto quando ha dettato le sue dichiarazioni in difesa di Papa Leone, ma anche Salvini negli ultimi mesi è passato dal fervore alla prudenza («Il Nobel per la Pace? Vediamo come andrà in Iran»), dalla prudenza all’ironia («Mettersi nei panni di Gesù non aiuta la pace»), dall’ironia alla distanza («Trump fa i suoi interessi che non coincidono con i nostri»). I suoi ripetuti annunci di imminenti viaggi negli Stati Uniti si sono interrotti da un pezzo. I cappellini Maga sono spariti dai suoi social, insieme alle iperboli con cui commentava ogni parola di Trump. Insomma, anche lui ha compiuto un personale strappo da una consonanza ideologica che creava più problemi che vantaggi.
La giornata di ieri conferma che non basterà qualche complimento per suscitare un ritorno di fiamma. Non c’è solo la circospetta reazione del capo leghista alle adulazioni della Casa Bianca ma vanno tenute in conto anche le parole di Giorgia Meloni al vertice della comunità politica europea, dove la premier non ha avuto difficoltà a dissociarsi dalle affermazioni di Trump sul disimpegno americano dalla Nato e a ribadire che «alcune cose dette» sulla renitenza italiana non sono corrette, perché in Afghanistan e in Iraq abbiamo fatto la nostra parte anche se non c’erano interessi nazionali in gioco. Ora non resta che vedere se questo nuovo atteggiamento reggerà alla prova del confronto diretto con Marco Rubio e con la sua missione del disgelo. Certo, se l’intenzione del mondo trumpiano era di usare le parole di Salvini per provocare crisi di gelosia a destra, non è andata benissimo.

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] La guerra per distruggere il programma nucleare dell’Iran è diventata la guerra per riaprire lo Stretto di Hormuz. Dal punto di vista dell’Iran, la guerra deve concludersi con l’arretramento dell’Occidente in Medio Oriente. Un esito di questo tipo serve all’Iran nel presente e nel futuro. Nel presente, gli serve per dire: “Ci avete attaccato e la vostra posizione geopolitica è peggiorata”. Nel futuro, gli serve a scoraggiare l’Occidente da nuovi attacchi. In quest’ottica, il balzello sulle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz diventa decisivo perché è il simbolo dell’arretramento occidentale. La tassa è la manifestazione della sovranità dello Stato. Ogni volta che un cittadino italiano paga le tasse, compie un gesto di sottomissione nei confronti dello Stato. Il pagamento delle tasse, fatta eccezione per pochi cittadini illuminati, avviene per paura della punizione. La gran parte dei cittadini paga le tasse per paura di essere punita dallo Stato. Pochi cittadini pagano le tasse con gioia. Tutti gli altri le pagano nella rabbia o nello scontento. E se l’Iran non ottenesse ciò che chiede? Avrebbe comunque bloccato il dialogo sul nucleare per dirimere questioni che, prima della guerra, non erano in discussione. Il ministero degli Esteri dell’Iran se ne fregia: “Il programma nucleare non è oggetto della trattativa. La priorità è Hormuz”.
[…] L’Iran perderà 170 milioni di dollari al giorno quando avrà raggiunto la sua capacità massima di stoccaggio, ha scritto su X il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent. L’Unione europea, invece, perde 500 milioni di euro al giorno: “In soli 60 giorni di conflitto – ha detto Ursula von der Leyen in sessione plenaria al Parlamento europeo – la nostra spesa per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. Stiamo perdendo quasi 500 milioni di euro al giorno”. Tutto questo riduce la capacità dell’Unione europea di sorreggere lo sforzo bellico dell’Ucraina nel lungo periodo. Trump deve strappare urgentemente un accordo sul nucleare, ma il suo problema è il termine di paragone. Ha bisogno che l’accordo sia migliore di quello raggiunto da Obama. Ed è davvero difficile, data la situazione che si è creata, immaginare che ci riesca. Tutto sommato, la guerra ha avuto almeno un effetto positivo sul rapporto tra l’Italia e la verità storica. Scoppiata la guerra in Ucraina, abbiamo sentito dire che le democrazie occidentali sono moralmente superiori alle dittature perché rispettano il diritto internazionale. Gaza ha reso evidente che […] era una menzogna. Alla distruzione di Gaza, Trump ha aggiunto il rapimento di Maduro e il bombardamento dell’Iran: entrambi in violazione del diritto internazionale. È interessante: una società può essere libera e vivere nella menzogna. D’altra parte, chi è libero di parlare è libero anche di mentire. Il capo dell’esercito israeliano ha appena riconosciuto pubblicamente che i suoi soldati hanno compiuto saccheggi indicibili nelle case dei libanesi costretti a fuggire. I soldati israeliani hanno rubato divani, quadri, tappeti, televisori, motociclette. […] Nel frattempo, Giorgia Meloni si è opposta di nuovo alle sanzioni europee contro Israele dopo essere entrata nel board di Trump insieme a Netanyahu. È la conferma che il mio Gaza-Meloni (2025), tanto inviso a Fratelli d’Italia, diceva la verità: Meloni, Crosetto e Tajani hanno costituito un blocco nell’Unione europea per garantire l’impunità a Netanyahu, affinché possa sterminare i palestinesi senza impedimenti. La documentazione storica ci consegna questa verità inesorabile: le democrazie occidentali sono capaci delle stesse nefandezze delle dittature.

(di Michele Serra – repubblica.it) – L’idea che il Canada possa entrare nell’Unione Europea poteva essere definita, fino a poco tempo fa, molto stravagante. Oggi, dopo avere letto l’articolo di Daniele Castellani Perelli su questo giornale, capisco che può essere entusiasmante. Per una ragione, lo ammetto, puerile: se Trump vuole prendersi la Groenlandia, noi ci prendiamo il Canada (vuoi mettere?). Ma anche per una ragione molto più seria. L’alleanza tra paesi democratici minacciati dal dispotismo e dal militarismo di Russia e Stati Uniti, o semplicemente contrari — anche quando non direttamente minacciati — alla prepotenza dei più forti, al disprezzo per la democrazia, i diritti umani e l’integrità territoriale che Putin e Trump hanno messo in campo, potrebbe essere già adesso un’esigenza concreta e una carta da giocare.
Molti di noi hanno accolto con sollievo e ammirazione più di un discorso del premier canadese Carney (ieri in Armenia ospite di un vertice della Comunità europea). Se possiamo permetterci di definirli discorsi “europei” come scala di valori, è anche per demerito di Trump, che ha trascinato gli Stati Uniti in territori ideologici e culturali infradiciati dal suprematismo bianco, dal fanatismo religioso, dall’idolatria del denaro. Se in questo momento qualche canadese sta pensando (e i sondaggi lo confermano) “L’Europa, perché no?”, è per le stesse ragioni per le quali un europeo sta pensando “il Canada, perché no?”. Il defunto Occidente potrebbe riorganizzarsi su basi nuove. Meno geografiche e belliche, più ideali ed etiche. E soprattutto, nel momento in cui Dio viene usato, a Mosca e Washington, come una clava: più laiche.

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] Nell’analisi della politica internazionale si distinguono elementi di carattere strutturale e fattori contingenti. Nelle guerre dell’Occidente contro Russia e Iran giocano un ruolo decisivo dinamiche geopolitiche ed economiche di lungo periodo: l’esigenza del capitale finanziario, intrappolato nel debito, di confrontarsi con le potenze in surplus economico, appropriandosi delle materie prime e delle terre rare essenziali allo sviluppo tecnologico. In questo quadro, colpire i principali alleati di Pechino e ricorrere a una guerra permanente risponde a un obiettivo strategico statunitense: indebolire il rivale sistemico, la Cina.
[…] Gli elementi contingenti che permettono a questa strategia di lungo periodo di essere portata avanti sono rappresentati dalla corruzione delle classi dirigenti europee e dalla coppia criminale Trump-Netanyahu. A prescindere dalla teatralità volgare delle marionette politiche che ogni giorno grazie all’eco mediatica dobbiamo sopportare, è bene comprendere che il progetto di salvare l’impero finanziario americano e di militarizzare il dollaro è condiviso dai poteri radicati negli Usa come in Europa. Rifiutare la mediazione con Mosca sin dal Vertice di Bucarest del 2008, trasformare l’economia europea in economia a debito di guerra con pesanti interventi statali, sono finalità dei grandi fondi, delle burocrazie, dell’intelligence e degli apparati mediatici che con le lobby della finanza convivono.
[…] I fattori contingenti hanno tuttavia una loro rilevanza innegabile. Le poche opportunità di negoziato con l’Iran sono rese vane dal carattere instabile di Trump, dalla sua incompetenza in materia internazionale. Il progetto di grande Israele, da anni presente nell’ideologia del partito Likud, è facilitato da una leadership senza scrupoli che sarebbe in grado di mettere in conto un armageddon pur di raggiungere i traguardi messianici. Personaggi come la Von der Leyen e la Kallas, dato il loro incolto fanatismo, possono meglio gestire la destabilizzazione della frontiera orientale dell’Europa e la guerra permanente con la Russia. Essenziale è il ruolo dei media che fabbricano nemici e ideologie in grado di trasformare il comune sentire delle persone, anche della classe illuminata, progressista, dei giovani bocconiani. A volte sacche di resistenza alla propaganda si trovano nei ceti sociali meno abbienti. Un ragazzo dalla buona istruzione e grande moralità civica, ripeterà che un milione di ucraini muoiono per la libertà contro l’aggressore, mentre un tassista mostrerà un maggiore scetticismo. Il negoziato tra Iran e Usa, sul quale stanno esercitando una buona influenza la Russia e la Cina, è appeso a un filo. L’Iran sa che i costi, in caso di ripresa della guerra, saranno enormi. La classe Epstein non ha scrupoli nel bombardare a tappeto e sulle infrastrutture civili essenziali. Esilarante è notare al riguardo che la Commissione europea continua a legittimare le sanzioni a Teheran, invocando i supposti crimini contro il popolo iraniano. Siamo di fronte a due Stati terroristi, Israele e gli Usa, che minacciano la fine di un popolo di 90 milioni di abitanti e la lady tedesca ripete il catechismo liberale senza batter ciglio.
[…]
L’ipocrisia come l’idiozia umana non hanno limiti. La saggia diplomazia iraniana per evitare lutti e distruzione deve dare una via di uscita all’impero, ma non può tradire le sue istanze esistenziali: evitare che tra breve si riprenda la guerra, approfittando di una maggiore debolezza iraniana dovuta alle sanzioni. Il problema è dato dalla volontà israelo-americana di annientare l’Iran, di non accontentarsi di un nuovo accordo sul nucleare. Come cercavo di spiegare ai giovani iraniani, incontrati lo scorso gennaio e alla borghesia laica e desiderosa di standard occidentali, che speravano nella liberazione da parte di Netanyahu e volevano essere come l’Arabia saudita, servi dell’America ma ricchi, l’Iran potrebbe sopravvivere solo grazie al governo fantoccio dello Scià, arricchendo una classe borghese corrotta e massacrando il popolo. Chissà la Von der Leyen cosa vuol fare delle centinaia di persone scese in piazza, malgrado i bombardamenti, a sostenere il governo e a proteggere col loro corpo i ponti e altre infrastrutture?
[…] Israele vuole la guerra malgrado tutto, la vuole Netanyahu braccato dalla galera, ma la cerca anche l’opinione pubblica messianica. Non riesco a comprendere come ci possa essere una sinistra per Israele che ha la pretesa di difendere i valori della Liberazione. Cos’ha uno Stato basato sulla supremazia etnica e sull’apartheid, che viola sistematicamente il diritto internazionale, in comune con i valori costituzionali del 25 Aprile? La mediazione converrebbe ai popoli israeliano e americano per evitare il prezzo dell’escalation, ma il sionismo cristiano ha scelto diversamente. Del resto se le fonti energetiche del Mo venissero meno, l’Impero rimarrebbe uno dei pochi produttori di energia.
Due degli attivisti sono ancora nelle carcere israeliane: sono stati arrestati mentre si trovavano su una nave battente bandiera italiana. Il presidente del Senato: “Se hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato è il massimo a cui aspirare”

(lespresso.it) – “Manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico, se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato… É il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare”. È quanto ha detto il presidente del Senato Ignazio La Russa in riferimento al fermo degli attivisti della Global Sumud Flotilla. 22 barche dirette a Gaza a scopo umanitario sono state intercettate e abbordate da parte di Israele in acque internazionali, al largo di Creta. Due degli attivisti su nave battente bandiera italiana, Thiago de Avila e Saif Abukeshek, sono ancora in carcere. Sul caso indaga la procura di Roma.
“Quando ci sono eccessi da parte di paesi, anche lo stesso Israele, allora fa bene l’Italia a protestare, ma questo non mi fa cambiare idea sulla natura di questa protesta – ha aggiunto La Russa – che può provocare anche reazioni giuste e legittime ma non mi fa mutare il parere che siano iniziative a scarso rischio per i partecipanti e ad alta visibilità”. L’occasione per l’intervento è stata la presentazione a Milano del libro scritto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dalla giornalista Annalisa Chirico, “Dalla parte delle divise”. Piantedosi stesso è intervenuto sul caso, dichiarando che iniziative come quelle della Flotilla hanno “poco l’obiettivo di portare veramente aiuti, comunque irrisori rispetto a quelli che abbiamo dato come governo italiano”. Il ministro ha sottolineato che “finire in carcere un rischio minimo non lo è mai, è sempre un rischio importante” e che Meloni è stata “molto eloquente rispetto a quella che è la posizione del governo italiano sulla necessità di salvaguardare l’incolumità delle persone che hanno fatto questa iniziativa. Il governo italiano sta comunque presidiando – ha concluso – quello che sta avvenendo in Israele in qualche modo”.
Nel frattempo la procura di Roma indaga per sequestro di persona. Già due giorni fa il team legale della Flotilla aveva presentato un ricorso urgente alla Cedu contro Roma, sostenendo che le autorità italiano fossero state informate “tempestivamente del rischio concreto e imminente”, senza tuttavia attivare interventi efficaci per impedire o interrompere quanto stava accadendo.

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – A forza di ossequiarlo e di ripetere “Signorsì!” ad ogni richiesta senza battere ciglio, capita di ritrovarsi il presunto alleato come padre padrone. Con l’asticella delle pretese che finisce per alzarsi sempre di più. Una regola che non ammette eccezioni: è successo all’Unione Europea quando la presidente (si fa per dire) della Commissione Ue, Ursula von der Leyen ha subito senza fare un plissé i dazi imposti da Donald Trump (che ora minaccia di innalzarli) senza nessuna contropartita; poi è toccato alla Nato, sdraiata di fronte all’ordine di elevare al 5% del Pil la spesa militare dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica; per non parlare dell’Italia di Giorgia Meloni, fino a qualche settimana fa considerata la più fedele estimatrice del presidente Usa – al punto da inviare il ministro degli Esteri Tajani, immortalato con il cappellino (Maga) in mano, alla convention che ha tenuto a battesimo quella galleria degli orrori di autocrati e dittatori sotto le insegne del Board of Peace – e poi caduta in disgrazia per aver osato difendere Papa Leone XIV dagli insulti del numero uno della Casa Bianca. Hai voglia ora a cercare di smarcarsi, peraltro più con le parole che nei fatti, da un alleato divenuto sempre più ingombrante e causa principale dell’inesorabile, per quanto lenta, emorragia di consensi che dalla disfatta referendaria in poi ha segnato l’esecutivo sedicente sovranista guidato da Meloni. Che mentre prova ad invertire il trend propinando all’elettorato la nuova narrazione di un governo in grado persino di dire qualche No all’alleato-padrone, dopo essersi lasciato dettare fino a poco più di un mese fa l’agenda della politica estera italiana – dal rapimento di Maduro in Venezuela (“legittima difesa), ai silenzi sullo sterminio di Gaza (bloccando in Europa lo stop al trattato tra Ue e Israele) fino alla folle guerra scatenata in Iran (“non condivido né condanno”) – prova ora nei fatti a ricucire i rapporti con la missione del ministro Crosetto negli Stati Uniti e l’annuncio di un imminente incontro con l’anima neocon dell’amministrazione Trump, Marco Rubio. Un copione più volte reiterato nella condotta di una premier che, dall’inizio del suo mandato, ha sempre camminato sul filo sottile che separa la propaganda dalla realtà. Che prima o poi presenta sempre il conto.
Dopo le frasi sulle presunte visite del ministro in Uruguay nel ranch di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, pronunciate a È sempre Cartabianca, il Guardasigilli era pronto a querelare il giornalista di Rai3 che nel caso, aveva precisato, avrebbe affrontato le spese da solo, senza la protezione della rete. Il dietrofront del ministro. Che ora pretende le scuse anche dalla conduttrice di Rete4

(Enrica Riera e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha intenzione di “perdonare” il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. A quanto risulta a Domani l’ex magistrato non intraprenderà più, al contrario di quanto annunciato ieri, l’azione legale nei confronti del giornalista che, nel corso del programma di Rete4 È sempre Cartabianca, di Bianca Berlinguer, aveva riferito di presunte visite del Guardasigilli al ranch in Uruguay di Nicole Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani. Ha infatti apprezzato le scuse del giornalista, e salvo sorprese non adirà a cause per risarcimento danni.

«Sono stato accusato di aver dato una notizia non verificata. Che cosa ho detto? Ho detto: “Siamo sulle tracce di una testimonianza raccolta in queste ore dove una fonte ci ha detto di aver visto Nordio i primi giorni di marzo in Uruguay e di averlo visto nel ranch di Cipriani. Stiamo verificando una pista e quindi la prendiamo col beneficio dell’inventario. Ora, sicuramente sono caduto in un eccesso, mi copro il capo di cenere. Tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto: “Stiamo verificando una notizia”, che è una cosa un po’ diversa», ha detto Ranucci nella sua trasmissione in onda domenica 3 maggio, scusandosi e informando che, «davanti all’eventuale denuncia del ministro della Giustizia», avrebbe «rinunciato a esporre l’azienda, che gestisce soldi pubblici, a eventuali rischi, affrontando il giudizio» a sue «spese».
Ora il rischio paventato non esiste più. Questa storia si dovrebbe chiudere. Fatta eccezione per un altro aspetto: Nordio si riserverebbe, apprende sempre Domani, di agire legalmente contro Mediaset e Berlinguer. A meno che anche la giornalista non si scusi domani in trasmissione, prendendo a modello Ranucci.

(di Amy Kazmin – Financial Times) – In quanto a guerre culturali, poche superano quella del Teatro La Fenice di Venezia, dove l’orchestra si è ribellata per mesi contro la nuova direttrice musicale, apparentemente scelta per la sua affinità politica con la premier Giorgia Meloni.
La disputa è giunta di recente al culmine quando Beatrice Venezi ha dichiarato a un giornale argentino che l’orchestra stessa era un covo di nepotismo «dove le posizioni vengono praticamente tramandate di padre in figlio». Nel giro di pochi giorni è stata licenziata per aver denigrato il prestigioso teatro.
Sebbene la risoluzione del contratto di Venezi abbia calato il sipario su quella vicenda, il conflitto è stato solo uno di una serie di controversie che hanno ostacolato il tentativo del governo di destra di Meloni di imprimere il proprio marchio sulla vita culturale italiana.
«Sembrano inciampare da un errore all’altro», ha dichiarato Marianna Griffini, autrice di The Politics of Memory in the Italian Populist Radical Right. «Ciò a cui fanno riferimento in termini culturali è Il Signore degli Anelli. Come si traduce poi questa ossessione per Il Signore degli Anelli nella definizione delle politiche?»
Da quando ha preso il potere alla fine del 2022, Meloni ha spinto affinché il governo eserciti un’influenza più forte su istituzioni culturali prestigiose come teatri e musei, che aveva lamentato essere stati dominati «dalla sinistra».
Sebbene su scala più modesta, le sue mosse riecheggiano le guerre culturali condotte da Donald Trump, mentre il presidente degli Stati Uniti cerca di rimodellare istituzioni artistiche come il Kennedy Centre per adattarle ai suoi gusti.
Il governo Meloni è «in una battaglia per nominare i propri uomini — per dimostrare di avere buoni intellettuali o artisti di destra», ha affermato Andrea Mammone, professore di politica alla Sapienza.
Andrea Estero, presidente dell’Associazione nazionale dei critici musicali e direttore della rivista mensile Classic Voice, ha dichiarato che la presidente del Consiglio e i suoi alleati «ritengono la cultura strategica» e hanno l’impulso a «centralizzare il controllo della cultura in generale».
Tuttavia molte nomine si sono rivelate controproducenti, generando controversie e perfino battaglie legali, lasciando teatri d’opera e musei in subbuglio e creando notevoli imbarazzi per Meloni.
«È evidente che esiste una fondamentale mancanza di competenze professionali in queste nomine motivate politicamente», ha detto un operatore del settore artistico che ha chiesto di restare anonimo. «Se si mette qualcuno senza esperienza alla guida di una grande istituzione culturale, le cose vanno male.»
La Biennale di Venezia, la prestigiosa fiera internazionale d’arte, si apre questa settimana tra le proteste nell’Unione europea per la decisione di consentire il ritorno della Russia nonostante la guerra in corso in Ucraina. Il padiglione è curato da due figlie di importanti collaboratori del presidente russo Vladimir Putin.
Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco — nominato dal governo Meloni nel 2024 — ha resistito alle pressioni, anche da Roma, per fare marcia indietro sulla partecipazione della Russia.
Bruxelles ha tagliato 2 milioni di euro di finanziamenti agli organizzatori della Biennale a causa della partecipazione di Mosca. Ma Buttafuoco ha mantenuto la sua posizione, citando il desiderio di opporsi a «qualsiasi forma di esclusione o censura» e definendo la fiera un «luogo di apertura, dialogo e libertà artistica».
Tale è l’imbarazzo per Meloni, che sostiene fermamente l’Ucraina, che il suo ministro della Cultura, Alessandro Giuli, diserterà l’inaugurazione. La giuria internazionale incaricata di selezionare i vincitori dei premi artistici della fiera si è dimessa venerdì.
«È una guerra culturale interna», ha affermato Griffini a proposito dello stallo. «Stanno affrontando tensioni tra i loro stessi intellettuali di estrema destra e le necessità più pragmatiche imposte dall’esercizio del governo.»
Quando si tratta dei propri gusti estetici, Meloni e i suoi alleati politici si orientano decisamente verso la cultura popolare — con una forte enfasi sul pop.
Nel 2023, il governo ha organizzato una mostra alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea dedicata allo scrittore britannico JRR Tolkien e alla sua saga fantasy Il Signore degli Anelli — da tempo fonte di ispirazione per l’estrema destra italiana. Tra gli oggetti esposti figuravano un flipper, costumi tratti dal film, copertine dei libri e opere dei fan.
L’opera lirica è un altro ambito centrale, essendo un genere nato in Italia e diffusosi in tutta Europa. Ma Estero ha affermato che Roma vuole che i teatri d’opera italiani privilegino una manciata di popolari «best-seller» del «repertorio tradizionale italiano», piuttosto che sperimentare ed evolversi come cultura viva.
«Si concentrano molto sulla tradizione — compositori tradizionali — Verdi, Bellini, Puccini e così via», ha detto. «La loro strategia è concentrarsi su una sorta di museo di questa eredità: questi grandi compositori di queste grandi opere.»
Poco dopo essere arrivato al potere, il governo ha imposto un nuovo limite massimo di età di 70 anni per qualsiasi cittadino straniero alla guida di una delle 13 fondazioni lirico-sinfoniche statali italiane. Ha utilizzato la nuova norma come pretesto per rimuovere il celebre direttore francese Stéphane Lissner dal Teatro San Carlo di Napoli, dove aveva ottenuto riconoscimenti per le sue messe in scena innovative e per l’ingaggio di grandi star.
Lissner — che in precedenza aveva diretto la Scala di Milano e l’Opéra di Parigi — ha contestato con successo la sua estromissione in tribunale. Quando l’anno scorso ha lasciato definitivamente al termine del suo contratto quinquennale, si è lamentato di «troppa politica nel teatro».
I pubblici ministeri stanno ora indagando su Lissner, sul suo team e sulle star dell’opera da loro ingaggiate per accuse secondo cui i cantanti sarebbero stati pagati eccessivamente in violazione delle norme italiane. Lissner e il suo team hanno dichiarato di non poter commentare mentre l’indagine è in corso.
Il tenore tedesco Jonas Kaufmann ha dichiarato di essere rimasto «sorpreso» nell’apprendere dai media italiani di essere sotto inchiesta. «È corretto che l’assegnazione di fondi pubblici sia attentamente esaminata», ha affermato in una dichiarazione, aggiungendo: «Ho adempiuto pienamente ai miei obblighi contrattuali».
A Venezia, La Fenice dovrà cercare un nuovo direttore musicale, mentre Venezi si definisce vittima di una «campagna d’odio».
Estero afferma che il processo della sua nomina è stato così insolito da rendere impossibile per i musicisti accettarlo: «È stata una nomina politica per un incarico che non può tollerare nomine politiche», ha detto. «Le scelte artistiche devono essere fatte per ragioni musicali.»

(Adnkronos) – Il conduttore di Report Sigfrido Ranucci ”spesso inventa. E se vuole mi quereli”. Lo ha detto il presidente del Senato Ignazio LA RUSSA alla presentazione ‘L’impronta. LA lezione di Garlasco e LA fiducia degli italiani nella giustizia’, di Giancarla Rondinelli, edito da Rubbettino.
A una domanda sulla possibilità di non divulgare il nome dei magistrati che coordinano le indagini per evitare un’eccessiva personalizzazione,
LA seconda carica dello Stato ha risposto: ”Ci fu una proposta di schermare i nomi dei magistrati ai tempi di Berlusconi. Io non l’ho mai trovata salvifica. Sono quelle cose teoriche. Già mi vedo Ranucci che ne trova tre al posto di uno e altrimenti inventa, perché Ranucci spesso inventa. Se vuole mi quereli”. (Alb/Adnkronos)
CALCIO: LA RUSSA, ‘SCUDETTO INTER TROPPO FACILE’
(Adnkronos) – Per l’Inter vincere lo scudetto ”è stato troppo facile. Erano scarsi gli avversari”. Lo ha detto con una battuta il presidente del Senato Ignazio LA RUSSA, tifoso nerazzurro, alla presentazione del libro ‘L’impronta. LA lezione di Garlasco e LA fiducia degli italiani nella giustizia’, di Giancarla Rondinelli (Rubbettino) a Milano.
La Russa, alla fine non ci sarà un colpevole per Garlasco
(ANSA) – Nel caso di Garlasco “mi sono fatto l’opinione che alla fine non ci sarà un colpevole”: ne è convinto il presidente del Senato Ignazio La Russa che sta partecipando a Milano alla presentazione del libro ‘L’impronta’ di Giancarla Rondinelli di cui ha curato la prefazione.
Cinque processi per Alberto Stasi, ora l’inchiesta su Andrea Sempio ma “se non venti, ci vorranno altri quindici anni e io non ci sarò più ma ricordatevi le mie previsioni”. “Stasi se l’ottima procuratore Nanni deciderà di far partire la revisione, lo manderà a casa. Se non parte no”, ha osservato. E ora nel caso di Sempio “la ricostruzione del dolo d’impeto a un rifiuto sensuale così a occhio troverà difficoltà ad andare oltre il ragionevole dubbio”. In questa occasione ‘l’ottimo lavoro che avete fatto – ha detto riferendosi ai media – ha fatto nascere molti dubbi”, però in generale “mi fido più di una sentenza che di una ricostruzione giornalistica’.
Tre indagati, tutti associabili al movimento del sindaco Mastella e a una kermesse di partito poco prima delle elezioni regionali, alla quale parteciparono in massa dirigenti e dipendenti comunali. L’ex capo di Gabinetto Gennaro Santamaria, oggi in carcere per estorsione, fittò il teatro come “organizzatore di Noi di Centro” e ringraziò le dirigenti comunali ora indagate nel suo fascicolo

(diVincenzo Iurillo – ilfattoquotidiano.it) – Se Forza Italia era (ed è) il partito-azienda della famiglia Berlusconi, Noi di Centro si staglia come una sorta di partito-municipio di Benevento della famiglia Mastella. Colpa dei recenti grattacapi giudiziari di Gennaro Santamaria, e delle sue buste trovate a casa piene di centinaia di migliaia di euro di presunte tangenti. Infatti tra i dettagli dei ricordi della campagna elettorale regionale per Pellegrino Mastella (figlio dell’ex ministro poi eletto consigliere), e gli atti dell’inchiesta sulle mazzette intascate dall’ex capo di Gabinetto del sindaco Clemente Mastella, emergono incroci che vanno nella direzione del partito-municipio.
A cominciare dal ruolo dell’ex dirigente municipale Santamaria, militante Ndc ed organizzatore di eventi elettorali del movimento mastelliano, durante i quali proiettava slide di ringraziamenti per Antonella Moretti e Maria Antonella Matticoli, rispettivamente dirigente e funzionaria del settore Urbanistica. I nomi delle due nuove indagate dell’inchiesta che fa tremare Palazzo Mosti, sede del municipio beneventano.
E’ il 17 novembre 2025, si vota la domenica successiva, ed al Teatro De La Salle di Benevento va in scena una potente kermesse di NdC. C’è da pompare le candidature di Pellegrino Mastella e di Giovanna Razzano, oggi assessore comunale alle Finanze, subentrata alla Serluca promossa assessore nella giunta regionale di Roberto Fico.
Razzano all’epoca era presidente del Nucleo di Valutazione del Comune di Benevento, organo competente a valutare la performance dei dirigenti comunali, e ad attestare l’assolvimento degli obblighi di trasparenza del Comune. Nonché Amministratore della Multiservice che gestisce il depuratore dell’ASI di Ponte Valentino. L’evento è infiocchettato da uno di quei dirigenti: Gennaro Santamaria, per l’appunto. Ci mette la firma sulla locandina. “Sarei lieto se partecipassi all’evento da me organizzato”, con aperitivo al termine. E’ lui a bonificare i 500 euro per l’affitto del teatro, chiesto in qualità di “organizzatore di Noi di Centro”. E’ lui a condurre, a introdurre, a presentare.
Sul palco siede anche Maurizio Perlingieri, dirigente di ruolo del Comune di Benevento del settore Ambiente, Patrimonio, Mobilità, Energia, Servizi Cimiteriali, Protezione Civile. La platea pullula di dipendenti comunali, confusi e mischiati tra mastelliani di breve e lungo corso. Al comizio partecipa anche Clemente Mastella, in triplice veste: sindaco, padre del candidato, leader del partito che lo schiera. Nel suo riferimento Mastella fa riferimento ‘a tutte le persone che ho fatto assumere’. L’ex ministro di Giustizia gioca in casa e vince facile: è un successone, che si tradurrà in un pieno di voti per il figlio Pellegrino.
La propaganda si è perfezionata anche sui social dove Santamaria ha pubblicato un video riassuntivo dell’evento. Tra le varie slide coi nomi dei candidati e dei promotori politici di Ndc, al secondo 50 compaiono i nomi di Moretti e Matticoli sopra al simbolo di partito (nella foto). Santamaria le ringrazia per aver aiutato l’organizzazione. Cinque mesi dopo, c’è un nuovo filo che collega Santamaria, Moretti e Matticola, ed è quello delle indagini per concussione ai danni di un geometra che lamentava ostracismo e pratiche bloccate al Comune.
Santamaria è in carcere, le dirigenti indagate, Mastella è estraneo all’inchiesta. Il 7 maggio avverrà il conferimento dell’incarico per la perizia sui cellulari di Moretti e Matticola. Mentre il video del 17 novembre torna virale tra le chat degli oppositori del leader centrista. Una loro interrogazione – primo firmatario Francesco Farese – vorrebbe far discutere in consiglio l’accaduto: “Il sindaco Mastella sapeva che Santamaria ne era organizzatore? Ha verificato se per diffondere gli inviti ai dipendenti comunali ha utilizzato anche canali istituzionali o database dell’Ente”? E’ trascorso più di un mese e non è stata messa all’ordine del giorno.
Tutti parlano di gas e petrolio, ma nessuno sembra interessarsi del blocco dei fertlizzanti legato allo stretto di Hormuz e alla guerra tra Usa e Iran che potrebbe trascinare decine di milioni di persone sotto la soglia della fame estrema entro pochi mesi.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Quando si tratta di Hormuz e della guerra tra Usa e Iran, c’è una crisi di cui nessuno parla, che rischia di essere la più pesante di tutte.
Non è quella del petrolio, e nemmeno quella del gas: è la crisi dei fertilizzanti.
Dal “collo di bottiglia” di Hormuz, chiuso dal blocco iraniano in risposta all’attacco americano, e contro-chiuso dal blocco americano in risposta al blocco iraniano, passa un terzo dei fertilizzanti azotati come urea e ammoniaca utilizzati dall’agricoltura mondiale.
L’effetto domino lo potete immaginare da soli. Scarsità vuol dire aumento dei costi di produzione, che vuol dire aumento dei prezzi. Se a questo aggiungete il riscaldamento globale e l’effetto di un fenomeno climatico come El Nino – cioè , l’anomalo e periodico riscaldamento delle acque superficiali nell’Oceano Pacifico -, capirete perché il rischio di una carestia globale è davanti ai nostri occhi.
Allo stesso modo, non ci vuole un genio per capire quali possano essere gli effetti di una carestia globale. In Paesi ricchi come i nostri, nell’aumento del carovita alimentare, che ovviamente colpisce le tasche di chi ha meno soldi.
In Paesi poveri e instabili, invece, gli effetti possono essere devastanti. Non si parla di aumento dei prezzi, ma di scarsità di cibo. Che porta con sé – ce lo dice la Storia – tensioni sociali, ribellioni che possono sfociare in rivolte e guerre civili, col loro carico di sfollati e di profughi di guerra.
In un mondo normale, questa sarebbe la questione più seria di tutte, la prima emergenza da affrontare. Un mondo come il nostro, sovrappopolato, in cui già 630 milioni di persone soffrono la fame – quasi una su dieci – non può permettersi una carestia globale che, sono parole del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, potrebbe trascinare quasi 50 milioni di persone sotto la soglia della fame estrema.
E a ben vedere, pure un Paese come l’Italia, anche solo perché ossessionato dalla pressione migratoria che arriva dall’Africa, dovrebbe porre la questione con forza a Trump e Netanyahu, o anche solo al segretario di Stato Marco Rubio, che tra qualche giorno atterrerà a Roma per incontrare il Papa e, forse, Giorgia Meloni.
Che tutto questo passi in cavalleria, che nessuno ne parli, che non ci sia né una strategia, né la benché minima idea di come venirne a capo, è sintomatico della situazione in cui ci troviamo: in un mondo governato da apprendisti stregoni che non solo non hanno la più pallida idea di come affrontare il caos che hanno generato, ma che a fatica ne sono consapevoli.
E quest’ultima, forse, è la cosa più preoccupante di tutte.

(di Luca Monticelli – la Stampa) – Viviamo in un Paese che si sgretola sotto i piedi, che frana a ogni pioggia, ma quando l’Europa ha offerto la più grande dote finanziaria della storia repubblicana, l’Italia ha scelto di non proteggersi.
Il 94,5% dei comuni è esposto a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Eppure […] il Paese ha preferito non usare davvero l’unico strumento che avrebbe potuto cambiare le cose: il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
[…] Anche per quel che riguarda il territorio, non c’è stata una visione di lungo periodo. Le associazioni ambientaliste, infatti, hanno denunciato come il piano sia stato usato poco e male sulla prevenzione, privilegiando interventi emergenziali.
Su 190 miliardi di fondi europei, solo poco più di 2 miliardi sono stati destinati direttamente al dissesto idrogeologico. Una cifra minima, quasi simbolica, se confrontata con l’enormità del problema e con i costi che ogni anno l’Italia sostiene per riparare i danni. Secondo uno studio dell’Ance, negli ultimi quindici anni la spesa per i danni da dissesto è triplicata, passando da 1 miliardo a 3,3 miliardi l’anno.
E se si sommano terremoti, incendi, mareggiate e siccità, il conto sale a 12 miliardi l’anno. […] Il Pnrr avrebbe potuto invertire questa logica. Invece no. Le misure del piano dedicate al dissesto sono essenzialmente due: 500 milioni per un sistema avanzato di monitoraggio e previsione; 1,49 miliardi per interventi contro alluvioni e frane, di cui 290 milioni per Emilia-Romagna, Toscana e Marche e 1,2 miliardi per aree colpite da calamità.
Totale: 1,99 miliardi. Anche includendo qualche voce accessoria, si resta poco sopra i 2 miliardi. Una cifra irrisoria se confrontata con i 5,3 miliardi programmati dallo Stato dal 2010 al 2023 per il dissesto, soldi che però avanzano lentamente, tra ritardi e frammentazione amministrativa. L’Associazione dei costruttori denuncia che su 21,6 miliardi stanziati negli ultimi 15 anni, solo il 20% dei cantieri risulta concluso: «Di 24mila interventi finanziati per 19 miliardi, risultano conclusi cantieri solo per 3,9 miliardi».
Questo è il paradosso italiano: pochi fondi e spesi male. La governance è un labirinto: almeno 13 soggetti coinvolti nella gestione del rischio idrogeologico, dai ministeri alle regioni, dalle Autorità di bacino ai consorzi di bonifica. […] Non sorprende che il 29% degli interventi è ancora da avviare, mentre solo il 21% risulta concluso.
Il Pnrr avrebbe potuto imporre un modello diverso: tempi certi, responsabilità chiare, monitoraggio digitale. Invece, proprio la misura più strutturale — 6 miliardi per la resilienza dei territori e l’efficienza energetica dei comuni — è stata eliminata in una delle rimodulazioni. Un taglio che ha privato l’Italia di un capitolo che avrebbe potuto finanziare opere diffuse di prevenzione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nel solo 2026, nei primi tre mesi, lo Stato ha già dovuto stanziare 1,2 miliardi per far fronte alle emergenze del Centro-Sud, tra il ciclone Harry e le frane di Niscemi e del Molise. Una cifra che supera i 933 milioni previsti dalla legge di bilancio per tutte le emergenze dell’anno.
[…] L’Italia ha scelto di destinare al rischio idrogeologico appena l’1% del Piano. E oggi, mentre frane e alluvioni continuano a colpire un territorio fragile, il governo si trova a cercare fondi che non ha perché i margini del bilancio sono sempre più stretti.
Nei giorni scorsi l’Ance ha riproposto al governo un piano contro il dissesto che punta su cinque azioni: adattare città e territori ai cambiamenti climatici; una cabina di regia unica per accelerare i progetti; usare il metodo Pnrr con tempi certi e gare; investire in digitalizzazione; garantire fondi stabili per superare la gestione delle emergenze.

(ANSA) – MILANO, 04 MAG – Una ventina di persone del comitato per il diritto all’abitare del quartiere San Siro di Milano ha contestato stamani il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, atteso per un sopralluogo in un cantiere Aler in piazzale Selinunte.
I presenti hanno esposto cartelli con scritto ‘Salvini vai a lavorare’, ‘casa per tutti, razzismi per nessuno’, ‘Lega ladrona San Siro non perdona’ e ‘più case meno passerelle’, intonando slogan come ‘assegnare le case vuote’ e ‘fuori i fascisti della città’. Salvini, arrivando al cantiere, ha guardato i contestatori e li ha salutati ironizzando: ‘Peace and love’.