Il M5S attende segnali sul tavolo del campo largo e sulle primarie

(estr. di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – […] Giuseppe Conte entra nella buvette di Montecitorio con il sorriso di chi è di ottimo umore. Ordina caffè e distribuisce battute, mentre i cronisti gli chiedono del tavolo prossimo venturo sul programma del campo largo, ancora senza data. L’avvocato posa la tazzina e risponde: “Noi siamo pronti, aspettiamo gli alleati. Non possiamo mica riunirci da soli…”. Sorride ancora, Conte. E i suoi ci tengono a precisarlo: “Non voleva polemizzare con nessuno”. Ma da qualche ora tutto il Movimento lo ripete, e senza sorrisi: dov’è il Pd? O meglio, quando ci sarà modo e tempo di confrontarsi sulle proposte di governo e anche – o soprattutto – sulle regole per le primarie, non ancora ufficiali, ma in apparenza inevitabili?
Lo chiede il M5S che i compiti a casa, fanno notare, li ha già fatti, facendo votare agli iscritti i 20 punti di programma di Nova, la scorsa settimana. Non a caso nel pomeriggio lo stesso Conte lo ribadisce con un video sui social: “Le proposte votate non finiranno in un cassetto, ma verranno trasformate in testi da presentare in occasione della prossima legge di Bilancio”. Idee come l’estensione della no tax area e sistemi per tutelare meglio autonomi, piccoli imprenditori e artigiani, fino a un fondo perequativo con i soldi della sanità privata per ridurre le liste di attesa negli ospedali pubblici. Un’altra via per ribadire che i 5 Stelle hanno una loro rotta: pronta. Sono i dem, è il sottotesto, a essere ancora arenati per i loro problemi interni. “Vogliono imporre a Schlein un direttorio sulle liste per le Politiche” sussurra un big del Movimento.
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Convinto che “Elly avrebbe fatto meglio a fare un congresso, chiarendo i rapporti di forza”. Invece il congresso dem verrà posticipato. Ma nell’attesa, il tavolo e le primarie? “Il tempo è poco” sbuffano i 5 Stelle. Ovviamente lo pensa anche Conte, che ai cronisti lo dice dritto: “Non mi sembra improbabile che la maggioranza si frantumi nei voti segreti sulla legge elettorale”. Ovvero che non superi le colonne d’Ercole della legislatura, in vista per la prossima settimana. L’avvocato ne parla con l’aria di chi pregusta sorprese: “Se franassero sarebbe un fatto politico rilevantissimo”. Ossia, per il governo sarebbe molto difficile tirare avanti. Gli chiedono se non potrebbe essere Giorgia Meloni a cercare l’incidente. Ma Conte è scettico: “Andare al voto dopo che gli fosse saltata l’unica riforma della legislatura? Non sarebbe la condizione migliore”. Poi, pungolato sulla premier che è andata alla Fashion Week a Milano invece che all’Assemblea delle Nazioni Unite, morde: “Mancare un appuntamento dell’Onu in questo momento e in questo contesto geopolitico è stato molto grave”. Saluti. Dietro le quinte, prosegue il lavorìo del M5S per salvare Alessandro Onorato, il centrista che la nuova norma sulla raccolta delle firme – 6mila per ogni collegio – terrebbe di fatto fuori dal Parlamento. Conte, che lo vuole dentro il centrosinistra per contenere Matteo Renzi, ripete ai suoi che “una soluzione si troverà”.
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Ma bisogna fare in fretta, cioè prima dell’approvazione della legge elettorale, da qui a pochi giorni. La prima via resta formare una componente politica con tre deputati, con annesso un simbolo di una forza politica presentatasi alle scorse Politiche. Ma nelle ultime ore, studiando i regolamenti parlamentari, il Movimento avrebbe scoperto che può bastare un senatore, che rappresenti il simbolo di una forza politica in corsa anche alle scorse Regionali. Ergo, Onorato e la sua lista, Progetto Civico, potrebbero presentarsi alle prossime Politiche con il simbolo del Psi di Enzo Maraio, formazione assolutamente affine a Conte. A patto di raccogliere le firme previste dal vecchio Rosatellum, però di quantità decisamente inferiore (1.500-2.000 a collegio). Così vorrebbe l’avvocato che va di fretta e non lo nasconde.

(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – La “guerra ibrida” è quando un Paese ne attacca un altro senza lasciare impronte per confonderlo, indebolirlo, sviarlo e destabilizzarlo: un mix di spionaggio, propaganda, disinformazione, ricatti, corruzioni, attentati, sabotaggi, provocazioni sotto falsa bandiera, interferenze elettorali ecc. La praticano tutti: Usa, paesi Nato e Ue, Israele, Ucraina&C. da una parte; Cina, Russia, Iran&C. dall’altra. […]
Nella bozza arrivata oggi in Consiglio dei ministri entra una misura mai emersa: nei casi di gravi difficoltà linguistiche che ostacolano il percorso scolastico, i genitori potranno essere indirizzati a corsi gratuiti di italiano. Se si sottraggono, il testo prevede il collocamento del minore fuori dal nucleo familiare

(ilfattoquotidiano.it) – Un tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi, con redistribuzione tra istituti vicini quando il limite non è rispettabile. Ma non solo. Nella bozza del decreto sulla scuola arrivata oggi in Consiglio dei ministri entra anche un’altra misura, finora mai emersa: nei casi di gravi difficoltà linguistiche che ostacolano il percorso scolastico di un minore, i genitori potranno essere indirizzati a corsi gratuiti di italiano. Ma soprattutto, se la famiglia si sottrae al percorso di sostegno previsto dai servizi sociali, il decreto prevede anche il collocamento del minore fuori dal nucleo familiare. Inoltre, il testo conferma il divieto, emerso nei giorni scorsi, di entrare a scuola con il volto coperto, sanzionato con multe da 200 a mille euro.
Come già annunciato nei giorni scorsi dalla premier Giorgia Meloni, il decreto contiene un tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi prime della scuola primaria, media e superiore. Il limite, dal 2027/2028, riguarda alla primaria gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori gli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale di istruzione. Se il limite non potrà essere rispettato, gli uffici scolastici territoriali, d’intesa con i dirigenti, dovranno adottare misure per distribuire gli alunni tra le scuole vicine, tenendo conto del principio di prossimità e delle esigenze familiari. Previsto, inoltre, un fondo da 3,4 milioni nel 2027 e 14,1 milioni annui dal 2028 per il potenziamento delle competenze linguistiche in italiano nelle scuole che non riescano a rispettare il tetto.
Il testo impone il divieto di partecipare alle attività curriculari ed extracurriculari delle scuole, nonché agli incontri scuola-famiglia, con il volto coperto, salvo specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza. Il divieto riguarda qualsiasi modalità che non consenta il riconoscimento del volto, compresi i veli integrali indossati nella cultura islamica, come il burqa o il niqab. Per la violazione è prevista una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro. Se la violazione è commessa da un minore, salvo che il fatto costituisca reato, la sanzione si applica al genitore. L’accertamento della violazione spetta al dirigente scolastico, mentre l’autorità competente per far pagare la sanzione è il prefetto.
La bozza del decreto prevede corsi gratuiti di alfabetizzazione e apprendimento dell’italiano per i genitori stranieri nei casi in cui persistenti barriere linguistiche ostacolino l’integrazione scolastica e il percorso educativo dei figli. La scuola dovrà segnalare i casi ai servizi sociali territoriali, che potranno definire un progetto personalizzato di sostegno che preveda la frequenza di corsi presso i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) e l’obiettivo di conseguire una certificazione almeno di livello A2. Sono esclusi dagli adempimenti i genitori con gravi limitazioni della capacità di apprendimento linguistico dovute all’età, a patologie o disabilità, certificate da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale.
Nel testo è stato inserito anche un provvedimento mai emerso nei giorni scorsi, collegato al punto precedente. La bozza spiega che se il nucleo familiare decide di sottrarsi al sostegno offerto dallo Stato per superare le difficoltà linguistiche, può essere previsto “il collocamento del minore fuori dalla famiglia“. “La scuola – si legge ancora – deve segnalare ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche” di chi esercita “la responsabilità genitoriale ostacolano l’integrazione scolastica“.
BOZZA DECRETO SCUOLA, TETTO 30% STRANIERI NELLE CLASSI PRIME
(ANSA) – Nella scuola primaria “il numero degli alunni con cittadinanza non italiana e che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia” non deve superare il 30% del totale in ciascuna classe prima.
Nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, il tetto del 30% nelle classi prime riguarda gli “studenti con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo, per almeno tre anni scolastici, il sistema nazionale di istruzione”. Lo prevede la bozza del decreto legge atteso in Consiglio dei ministri con diverse misure in materia di scuola.
BOZZA DL SCUOLA, MINORE VIA DA FAMIGLIA SE GENITORI NON STUDIANO ITALIANO
(ANSA) – Nel caso di gravi difficoltà linguistiche del minore deve essere supportato il nucleo familiare ma se questo si sottrae può essere previsto il collocamento del minore fuori dalla famiglia. Lo prevede la bozza del testo sul tetto del 30% degli stranieri a scuola.
“La scuola deve segnalare ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche” di chi esercita “la responsabilità genitoriale ostacolano l’integrazione scolastica”. In questi casi vengono previsti corsi gratuiti di lingua italiana. In caso di mancata osservanza si attua il collocamento fuori famiglia (art 1, com 2, legge 19 luglio 1991, n. 21).
BOZZA DECRETO SCUOLA, 17,5 MILIONI PER POTENZIARE LE COMPETENZE LINGUISTICHE
(ANSA)- Il decreto legge sulla scuola stanzia circa 17,5 milioni di euro per le istituzioni scolastiche in cui non sia possibile assicurare il rispetto del tetto del 30% di alunni stranieri in classe. Lo si legge nella bozza del provvedimento atteso in Consiglio dei ministri.
Nello stato di previsione del Ministero dell’istruzione e del merito, prevede la bozza, è istituito un fondo, con una dotazione di 3,4 milioni di euro per il 2027 e 14.139.760 euro a decorrere dal 2028: le risorse servono “per il finanziamento di attività extracurricolari finalizzate al potenziamento delle competenze linguistiche di base nella lingua italiana, da ripartire tra le medesime istituzioni scolastiche con decreto del Ministro dell’istruzione e del merito”.
Queste attività, viene specificato, “possono essere realizzate attraverso il potenziamento dell’organico dei docenti”, o con “accordi con i Centri provinciali di istruzione per gli adulti” o “con gli Enti del terzo settore e con gli attori istituzionali presenti nel territorio”.
SCUOLA: BOZZA DL, MULTE FINO A 1000 EURO PER BURQA
(LaPresse) – “E’ fatto divieto di partecipare alle attività curriculari e extracurriculari delle istituzioni scolastiche e a quelle previste nell’ambito dei rapporti Scuola famiglia con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto.
La violazione di cui al comma 4 è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 200 euro a 1.000 euro”. Lo si legge nella bozza del dl Scuola in discussione in Consiglio dei ministri. “Salvo che il fatto costituisca reato, quando la violazione è commessa da un minore la sanzione amministrativa pecuniaria si applica anche all’esercente la responsabilità genitoriale”, si legge ancora nella bozza.
SCUOLA: BOZZA DL, ISTITUTI TECNICI DIVENTANO ‘LICEI TECNOLOGICI’
(Adnkronos) – Gli istituti tecnici assumono la denominazione di “licei tecnologici” e gli istituti professionali quella di “licei professionali”.
È quanto prevede la bozza del decreto legge sulla scuola atteso oggi in Consiglio dei ministri, che interviene anche sul monte ore dei percorsi degli istituti tecnici nell’ambito della riforma collegata al Pnrr. La modifica delle denominazioni si applicherà alle relative disposizioni e agli indirizzi di studio.
IL CDM APPROVA IL DECRETO LEGGE IN MATERIA DI SCUOLA
(ANSA) – Il Consiglio dei ministri, a quanto si apprende, ha approvato il decreto legge in materia di scuola che comprende, tra l’altro, il tetto agli alunni stranieri nelle classi e il divieto di indossare burqa e niqab.
Quello che emerge è un negazionismo climatico o, più spesso, una sottovalutazione ostinata degli effetti dei combustibili fossili

(Mario Agostinelli – ilfattoquotidiano.it) – Dopo l’estate più calda di sempre, il Governo Meloni accelera con un decreto legge: petrolio e gas, prima di tutto. E lo chiama semplificazione. Lo vende come sicurezza energetica. Ma la sostanza è un’altra: è un regalo alle lobby fossili, con un doppio danno per gli italiani.
Perché questa corsa agli idrocarburi non riduce significativamente la dipendenza dalle importazioni. La prolunga. E lo fa senza alcun vantaggio energetico concreto all’orizzonte. Nel frattempo, la direzione scelta smentisce la comunità scientifica e contraddice gli impegni climatici europei e internazionali. Non solo: entra in tensione con i principi richiamati dall’articolo 9 e dall’articolo 41 della Costituzione. Non protegge il bene collettivo quando irrigidisce un modello che aumenta, invece di diminuire, la vulnerabilità energetica e alimenta la crisi climatica.
C’è poi il nodo dei costi, che non viene sciolto. L’intervento pubblico sul gas non abbassa davvero la bolletta: lo Stato agisce come acquirente, dentro logiche di mercato, senza dare una garanzia reale alle tasche dei cittadini. Risultato prevedibile: trasferimento di valore verso le compagnie fossili. Alla faccia della sicurezza.
Sul piano procedurale, la misura accelera le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione. Le Regioni hanno 45 giorni, poi si proroga, si rinegozia, si rimbalza. E se non bastasse, può scattare il commissario ad acta e il potere sostitutivo in caso di inerzia. Tradotto: non è semplificazione. È imposizione dall’alto.
E soprattutto: l’Italia non è il Texas. Le risorse qui disponibili sono troppo limitate per trasformare nuove estrazioni in indipendenza energetica. Quasi tutto il gas e il petrolio che consumiamo arriva dall’estero. Quindi, più produzione nazionale in quantità necessariamente limitate non abbatte i prezzi internazionali. Non protegge davvero dalle future ondate di crisi. In pratica, è un’operazione soprattutto elettorale: utile a ingraziarsi le lobby fossili, non a mettere al sicuro il Paese.
La vera sicurezza energetica ha una sola strada: azzerare petrolio, carbone e gas, e accelerare rinnovabili, efficienza ed elettrificazione. Con una retorica nazionalista cui Meloni è molto affezionata, si compensa con slogan o con quantità marginali una mancanza di strategia: “Occorre – dice la premier – essere patrioti e difendere l’interesse nazionale” poiché “vogliamo andare avanti sull’aumento della produzione nazionale di petrolio e gas perché non ha molto senso comprare all’estero questa energia, quando possiamo produrla anche qui in Italia”.
E ancora: “Ai professionisti del no, che già annunciano barricate, voglio dire una cosa molto semplice: andremo avanti, fino in fondo”. Occorre rispondere che, nei fatti, nucleare e fossili non sono né utili né tempestivi. Il nucleare ha tempi lunghi e nodi ambientali e strutturali ancora aperti. Gas e petrolio, invece, pesano sul clima adesso e hanno una parabola di durata esigua.
Una risposta credibile “qui e ora” dovrebbe puntare su rinnovabili, accumuli e reti flessibili. Eppure, dopo un’estate estrema, un’accelerazione vera in questa direzione non si vede.
Quello che emerge è un negazionismo climatico o, più spesso, una sottovalutazione ostinata degli effetti dei combustibili fossili. Non significa solo più caldo e più stress ambientale. Significa anche più conflitti armati. La critica è netta: alimentare gas e petrolio è coerente con l’aumento delle emergenze, non con la loro soluzione.
Poi c’è la contraddizione nelle scelte concrete di questo governo: freno sull’efficientamento degli edifici e sull’elettrificazione dei trasporti, con l’attenzione che resta troppo legata al motore termico e all’auto individuale. E mentre energia e geopolitica vengono piegate a un collage petrolio-gas-nucleare, collegato all’espansione delle guerre e ai piani di riarmo, le rinnovabili finiscono trattate come un corpo estraneo, anziché recuperate su un piano narrativo dal basso, come interesse locale e architettura diffusa fondata su un equilibrio tra fotovoltaico ed eolico, batterie, accumuli, mobilità elettrica, risparmio energetico.
Sottovalutare la crisi climatica significa ignorare che anche un aumento piccolo della temperatura pesa sulla produttività e mette milioni di lavoratori in condizioni termiche pericolose. Incendi e siccità non sono eventi eccezionali: diventano frequenti. E sul piano internazionale l’Italia dovrebbe spingere per la fuoriuscita dai fossili – come ricordato anche dalla Conferenza Internazionale di Santa Marta – per influenzare le decisioni nella prossima COP.
In definitiva, il Governo Meloni semplifica e accelera sui fossili invece di investire subito nella transizione. Usa scorciatoie sulle autorizzazioni e affida la comunicazione a narrazioni – nazionalismo, nucleare, indipendenza più retorica che reale – che non rispettano la velocità della crisi energetica e climatica. E così sostiene un modello infrastrutturale che proroga la dipendenza da gas e petrolio anche oltre il 2050, mentre i dati dicono una cosa sola: il costo del ritardo cresce ogni giorno.

(di Marcello Veneziani) – Popolo italiano corri alle armi: si prepara un anno, o un semestre se si va a votare prima, all’ombra del Generale, per marciare con lui o contro di lui. Il sasso nello stagno della politica italiana, la Variabile impazzita o rinsavita, secondo i punti di vista, è lui, il fattore V, al secolo Vannacci, Roberto Vannacci. Non c’è contesa politica, provvedimento governativo, opposizione al governo, che non sia riferita a lui, anzi a Lui. Perfino il tasso di astensione dipende dalla forza di attrazione che potrà avere Vannacci sugli scontenti. Partiamo dai numeri, poi ragioniamo sulla realtà. In termini aritmetici il problema di partenza è il seguente, lo capiscono anche i bambini delle elementari: la Meloni sembra non avere rivali sul campo, torreggia su tutti, alleati e oppositori, pur non essendo un gigante. Però siccome i numeri sono impietosi e l’alchimia elettorale è misteriosa, il risultato che si prospetta o che almeno prospettano i mass media sull’onda di alcune ricerche, ribalta la percezione precedente: il centro-sinistra è in vantaggio rispetto al centro destra, e di alcuni punti, addirittura è oltre il 42 per cento, che fu indicata come la soglia oltre cui scatta il premio di maggioranza. La coalizione governativa, invece, è al di sotto, nonostante il partito della Meloni, da solo, sia il primo partito quanto a voti. Sono i miracoli e gli illusionismi dell’urna.
Le due coalizioni sono asimmetriche, anzi diciamo pure, mostruose, due brutti scherzi della natura: la coalizione di destra è tutta testa senza corpo, ovvero tutta Meloni e poi il Nulla o poco più. La sinistra è invece tutto corpo senza testa, tanti tentacoli ma nessun leader riconosciuto dagli altri leader. Macrocefalo il primo, Acefalo il secondo.
L’unica variabile rispetto a questo schema aritmetico-cefalico è il fattore Vannacci. Se si dovesse alleare alla coalizione governativa perderebbe metà del suo appeal sugli scontenti e susciterebbe crisi di rigetto e maldipancia negli alleati; ma ribalterebbe il risultato e porterebbe la destra a rivincere il confronto elettorale. Certo, sarebbe una mezza sconfessione per la Meloni e un mezzo tradimento per tutti gli altri, Vannacci incluso. Però, se non lo fanno e se non intervengono nel frattempo fattori dirompenti in grado di ribaltare lo scenario, è l’unica soluzione per tornare al governo.
Dall’altra parte, a sinistra, è evidente il loro doppio gioco e si assiste a una ridicola schizofrenia: contano che il Generale porti via le truppe elettorali al centro-destra e dunque consenta alla sinistra di vincere. E mentre gli danno una pacca sulle spalle d’incoraggiamento, con l’altra mano lo pugnalano perché sostiene l’Esatto Contrario che tiene unito lo schieramento di sinistra, è la rappresentazione perfetta del Nemico.
Nell’attesa che si sciolgano questi nodi, il governo Meloni dopo quattro anni di moderatismo e stasi, niente riforme e tanta cautela per galleggiare, si mobilita all’ultimo giro prima delle elezioni per togliere voti al Generale e s’inventa ogni tipo di provvedimento per dimostrare che loro sono sempre quelli che si presentarono così prima del ’22 sui temi della sicurezza, migranti e patriottismo. Più mance, bonus, aiuti a destra e manca: il metodo Trump, il metodo Berlusconi, il metodo Lauro, secondo i punti di vista. È l’antica carta demagogica della destra che però ha sempre fatto presa sulla gente e che a volte adottarono anche i furbi di sinistra (Do you remember Renzi?).
Ma tutto ruota intorno all’ombra minacciosa del Generale dietro la Collina, per dirla con Francesco De Gregori: sia i provvedimenti governativi che le argomentazioni per attaccarli sono concepiti pensando a Lui. E ancora più minacciosa si avverte l’ombra di Vannacci in politica estera perché i due schieramenti sono spaccati sul tema del riarmo e dell’Ucraina: a destra Salvini non vuole il riarmo e non vuole dare armi all’Ucraina, come Vannacci; nello schieramento opposto Conte e i 5Stelle sono dello stesso avviso e trascinano anche gli alleati minori e i giovani del Pd, lasciando con l’elmetto solo il Pd. Curiosamente invece con le armi in mano, agitando la bandiera ucraina, anzi dell’Unione ucraina europea, rimangono la Meloni e la Schlein che restano le interlocutrici preferite per l’Europa, le ali della Von Der Leyen. O se preferite il Quintetto, con la Metsola e Lagarde; il coro delle Zelensky girl, direbbero i loro sardonici rivali.
Insomma, anche in politica estera Vannacci spacca gli schieramenti; ma in questo campo, e solo in questo, la Meloni non lo insegue, se non attenuando l’impeto militaresco ma senza uscire dal campo zelenskiano. E oscilla come un pendolo rispetto ai zigzag di Trump. L’accusa a Vannacci e a chiunque non voglia il riarmo e critichi l’assurda posa bellicista dell’Europa è di lavorare per lo Zar di tutte le Russie, Putin. Se non intervengono nuovi fattori o non si fabbricheranno nuovi pacchi, passeremo i prossimi mesi in questo modo; saranno mesi votati a Vannacci e a contrastare il suo passo.
Fin qui la descrizione, ora sorge la domanda: e tu cosa suggerisci? Esclusa l’ipotesi che le coalizioni si possano sciogliere e riformare mettendo insieme da una parte gli unionisti zelenskiani e dall’altro i neutralisti antieuropei, resta in piedi solo l’ipotesi intorno a cui ruota tutta la situazione presente: quel matrimonio, piaccia o non piaccia, s’ha da fare, se la Meloni vuole darsi un futuro nazionale, cioè rivincere le elezioni. Non c’è bisogno di essere di destra-destra per sostenere che dal punto di vista meloniano l’unica soluzione resta allearsi con Vannacci; basta essere pratici e far di conto, anzi basta essere berlusconiani. La carta vincente di Berlusconi fu proprio quella, mettere insieme cani e gatti, ossia per tradurla oggi, Tajani in gonna lunga e Vannacci in boxer da combattimento. Berlusconi non si poneva problemi di coerenza o ideologici, era un commerciante e un imprenditore, si alleava con chi gli permetteva di vincere, metteva insieme Bossi e Fini, anzi di più: metteva insieme i nemici del Sistema, della Prima Repubblica, del Pentapartito, coi reduci del Sistema, i sopravvissuti della Prima Repubblica e del Pentapartito. Sapeva che tutto è fumo e ciccia, non verità e sostanza. E in ogni caso, ogni rivoluzione e controrivoluzione sarebbe stata apparente: alla fine quel che conta è stare al governo oppure no.
Siccome finora non mi è parso di vedere grandi slanci ideali per realizzare sul piano pratico i progetti sbandierati per una vita, e ogni cosa si fa solo per acchiappare i topi e i voti e non per la gloria nella storia, penso che sarà inevitabile quell’alleanza. A meno che avvenga qualcosa che sconvolga i pronostici, che sgonfi il fenomeno Vannacci, che ridia carica all’alleanza Meloni o che sopraggiunga dai cieli l’Alieno a guidare il Campo sinistro. Anche i servizi segreti, probabilmente, sono all’opera per modificare gli scenari… Molti sperano che qualcosa succeda, e intanto fingono e fanno pretattica. Salvo poi adeguarsi alla forza delle cose quando si avvicinerà la chiamata della sorte. Insomma Vannacci, al di là dei suoi meriti e delle sue colpe, del suo spessore e del suo effettivo valore, è oggi l’asse intorno a cui gira la politica, meloni inclusi. Come sempre tocca all’ultimo arrivato aprire o chiudere la porta.
SONDAGGI: YOUTREND,51% DEGLI ELETTORI CENTRODESTRA FAVOREVOLE A VANNACCI IN COALIZIONE
(ANSA) – ROMA, 24 SET – Fra gli elettori di centrodestra e di Futuro Nazionale il 51% è favorevole all’ingresso del partito di Vannacci nella coalizione con FdI, FI, Lega e Noi Moderati. Il 31% è contrario e il 18% non si esprime.
E’ quanto emerge da un sondaggio di Youtrend per SkyTg24. Nel dettaglio il 59% degli elettori di FdI è favorevole all’idea di allargare il centrodestra a Vannacci (i contrari sono il 29% e il 12% non sa), lo è il 56% di quelli di Futuro Nazionale (mentre i contrari sono il 28% e il 16% non sa), mentre fra gli elettori di FI, Lega e Nm prevalgono i contrari (40%, contro il 30% di favorevoli e il 30% di indecisi), pur con una base campionaria ridotta.
Dei contrari – secondo la rilevazione – il 18% confermerebbe comunque il proprio voto, mentre il 13% cambierebbe voto o si asterrebbe. La quota di chi cambierebbe voto o si asterrebbe è del 12% fra gli elettori di FdI, e sale al 18% fra quelli di Lega, Forza Italia e Noi Moderati, dove una parte rilevante dell’elettorato si mostra contraria all’alleanza.
Si tratta – secondo l’istituto – di circa 1,8 milioni di elettori che potrebbero spostarsi soprattutto verso l’astensione in caso di alleanza allargata a FnV. Il sondaggio è stato svolto con metodologia CAWI tra il 18 e il 22 settembre 2026 su un campione di 810 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, indagati per quote di genere ed età incrociate, stratificate per titolo di studio e ripartizione ISTAT di residenza. Il margine d’errore è del ±3,4% con un intervallo di confidenza del 95%.

L’iniziativa promossa sul territorio dall’associazione Arcobaleno Marco Iagulli ODV aderisce alla campagna nazionale della FIAGOP per il Settembre d’Oro.
Il Tempio di Nettuno a Paestum si illumina d’oro per richiamare l’attenzione sui tumori pediatrici e sulla necessità di sostenere la ricerca. L’iniziativa è stata promossa sul territorio dall’associazione Arcobaleno Marco Iagulli ODV nell’ambito del Settembre d’Oro, la campagna internazionale di sensibilizzazione che in Italia vede impegnate la FIAGOP e le associazioni aderenti dal 21 al 28 settembre.
La luce dorata su uno dei monumenti più conosciuti della provincia di Salerno è un invito a fermarsi e a guardare una realtà che riguarda ogni anno circa 2.500 bambini e adolescenti in Italia. Grazie ai progressi della ricerca e delle cure, circa l’80% può guarire. Per gli altri, la ricerca di terapie efficaci resta una necessità urgente.
«Vedere il Tempio di Nettuno illuminato d’oro significa portare davanti agli occhi di tutti i bambini e i ragazzi che affrontano una malattia oncologica, insieme alle loro famiglie – dichiara Tiziana Iervolino, presidente dell’associazione Arcobaleno Marco Iagulli ODV –. Dietro ogni percorso di cura ci sono persone che hanno bisogno di sostegno, ma anche di una ricerca capace di offrire nuove possibilità. Vogliamo che questa luce diventi attenzione concreta e continui a brillare anche quando i riflettori sul tempio si spegneranno».
La campagna “Accendi d’Oro, Accendi la Speranza 2026” coinvolge 33 associazioni aderenti alla FIAGOP in tutta Italia. Monumenti e luoghi simbolici illuminati di luce dorata diventano, per una settimana, il segno visibile di un impegno comune: dare priorità alla ricerca oncologica pediatrica e non lasciare soli i piccoli pazienti e le loro famiglie.
“Lirica al Teatro Romano”, domenica in scena “La Traviata”

BENEVENTO– Sarà “La Traviata” di Giuseppe Verdi a chiudere la sesta edizione della rassegna “Lirica al Teatro Romano di Benevento 2026”. L’opera, sarà proposta domenica 27 settembre alle 20.30, in un’unica serata, nell’area archeologica cittadina.
La presentazione dell’appuntamento si è svolta questa mattina a Palazzo Paolo V. La manifestazione, inizialmente progettata su due produzioni, è stata rimodulata per concentrare le risorse su un solo spettacolo, mantenendo comunque un cast e un impianto artistico di rilievo.
Ad aprire la conferenza stampa è stato il direttore artistico Ferdinando Creta, che ha spiegato le ragioni della scelta: «Abbiamo preferito concentrare le energie su un titolo capace di garantire un adeguato livello artistico, evitando che le difficoltà finanziarie interrompessero un percorso ormai riconoscibile».
La presenza dell’opera di Verdi si collega alle Giornate Europee del Patrimonio 2026 e alle iniziative dedicate ai 125 anni dalla morte del compositore. La rassegna punta così a rafforzare il rapporto tra il Teatro Romano e la vita culturale della città.
«La musica può restituire centralità a un luogo storico, mettendo in dialogo la memoria della città con il pubblico contemporaneo», ha aggiunto Creta, che ha ricordato anche il maestro Leonardo Quadrini e il rapporto costruito nel tempo con Benevento.
A dirigere l’Orchestra Internazionale della Campania sarà il maestro direttore e concertatore Veaceslav Quadrini Ceaicovschi. Alla produzione prenderanno parte anche il Coro G. Verdi di Roma, il Coro Opera Festival Bitonto e il Balletto Cotroneo Danza, con le coreografie di Saveria Cotroneo.
La regia sarà firmata da Alessio Rizzitiello. Il progetto scenico prevede un coinvolgimento diretto del Teatro Romano, che non verrà utilizzato come semplice sfondo, ma diventerà parte integrante dello spettacolo.
L’intera area archeologica sarà interessata dall’allestimento, con una lettura contemporanea capace di conservare la struttura drammaturgica dell’opera e, nello stesso tempo, di valorizzare gli spazi monumentali.
L’iniziativa è promossa e finanziata dalla Regione Campania, con il sostegno del Ministero della Cultura, della Direzione Generale Musei e di Scabec.
Il direttore del Teatro Romano, Giacomo Franzese, ha illustrato il coinvolgimento della struttura nella coproduzione: «La collaborazione comporta un impegno organizzativo diretto e una quota di responsabilità nella gestione complessiva della serata». Franzese ha inoltre sottolineato il lavoro svolto dagli operatori coinvolti nell’organizzazione.
Alla conferenza ha partecipato anche l’assessore alla Cultura del Comune di Benevento, Antonella Tartaglia Polcini. L’amministrazione intende lavorare alla stabilizzazione dell’appuntamento, programmando con maggiore anticipo le future edizioni.
«Un’opera come La Traviata consente di valorizzare il Teatro Romano non soltanto come testimonianza del passato, ma come luogo capace di ospitare nuovi processi culturali», ha dichiarato l’assessore.
L’appuntamento di domenica 27 settembre rappresenta quindi un nuovo momento di incontro tra tutela del patrimonio, musica dal vivo e valorizzazione culturale del Teatro Romano di Benevento

(di Massimo Marino – eco-ecoblog.blogspot.com) – Quando leggo dichiarazioni e interviste di PFratin che dicono sia il ministro dell’Ambiente ( pro o contro ?) sono sempre in dubbio se strapparmi i (pochi) capelli rimasti per la disperazione o farmi una sonora risata ( non succede spesso). La domanda è sempre la stessa: ma sa, capisce di che parla, è consapevole o inconsapevole delle balle che racconta ?
” il nucleare non è un ritorno al passato: è una tecnologia vincente, che integrata con le rinnovabili può dare straordinari risultati per la nostra sicurezza energetica, verso la neutralità al 2050″
Il progetto sarebbe di riempire l’Italia di parecchie decine di centrali nucleari di taglia non piccola, per capirsi più di quella di Trino Vercellese di 50 anni fa, della quale ancora dobbiamo capire dove mettere le scorie, per avere entro il 2050 ( quando probabilmente né io ne PFratin avremo il piacere di vedere quanto sono costate ) un 10-11% di elettrico da nucleare, cioè per contribuire al 10-11% dei consumi elettrici che da 50 anni i filo nuc ( e ovviamente PFratin perchè così gli suggeriscono ) stimano in costante e forte crescita: Tranne essere smentiti da 50 anni ( i consumi, stazionari, tendono da 15 anni a scendere lentamente ).
Quando, un po’ più giovane e inesperto di oggi partecipavo ai dibattiti sul referendum del 1987 c’era sempre un ingegnere dell’Enel che dichiarava le rinnovabili ( all’epoca le alternative ) roba da figli dei fiori sognatori e il nucleare oltre che sicuro, il più pulito ed economicamente conveniente e le previsioni di consumi energetici in progressivo e forte aumento nei decenni futuri. Al referendum 21 milioni di italiani ( contro 5 ) si dichiararono contro l’ingegnere aprendo la possibilità di transizione alle rinnovabili, all’efficienza e al risparmio, che oggi si tenta ancora di ostacolare.
Oggi è realistico aumentare di 50 GW la potenza elettrica da rinnovabili entro il 2030 con dei costi di gran lunga minori. Si stima un terzo fingendo di dimenticare il decommissioning delle centrali nucleari, disperazione di tutti i paesi che si sono infilati nel tunnel nucleare 40 anni fa e malgrado le lobby sempre pronte all’assalto dei bilanci pubblici, vorrebbero uscirne. La Cina lo ha capito 20 anni prima dell’Occidente. Al referendum del 1987 l’attuale PD con altro nome era per il nucleare fino ad un mese prima del voto. Nelle ultime settimane licenziò il proprio responsabile nazionale sull’Energia ( né io ne credo i libri di storia ne ricordano più il nome ) e capovolse la propria posizione. Come si dice: meglio tardi che mai.
Oggi al Senato Azione di Calenda ha votato a favore del decreto e Italia Viva di Renzi si è astenuta ( cioè pur non essendo determinante ha ammiccato alle lobby: contate su di noi ). E tutti i giorni media di vario colore tentano di convincerci che i due sono indispensabili al campo … per (non) vincere.
Come per la TAV e per il Ponte ciò che conta è infilare il paese in opere grandi per i costi ma inutili o dannose per i conti pubblici e il futuro del paese. Per la verità finirle davvero non importa a nessuno.
Politica con la testa rivolta al passato e ai suoi rimasugli senili sopravvissuti, indifferente al futuro e alle nuove generazioni.
Della TAV, del Ponte, del Nucleare in realtà non gli frega nulla, l’importante è partecipare allo scippo delle risorse pubbliche. Finché si può.

(Tommaso Merlo) – Continuano le false bandiere russofobe, vogliono alzare la tensione per giustificare un immondo riarmo in pieno declino e preparare le masse alla terza guerra mondiale. Alla mega lobby della guerra che nell’ombra comanda politicanti e media mainstream, non gliene frega nulla della volontà popolare e nemmeno del massacro degli ucraini, vuole la testa di Putin, vuole gas e petrolio russo e piazzare mega basi militari alle spalle di Pechino. Una strategia di lungo periodo iniziata col crollo del muro nel 1989 e che procede al di là dei pagliacci che man mano governano a Washington o nelle colonie europee. Comanda la bulimica lobby della guerra che si è impossessata di quella associazione a delinquere di stampo bellico che è la Nato fondata a scopo difensivo e divenuta cretinamente offensiva. Reduce da disastri in giro per il mondo, la Nato è passata al dossier Ucraina su cui stava tramando da anni. Infiltrandola, armandola e manovrandola per calpestare l’ultima linea rossa del Cremlino. I poveri ucraini sono i classici utili idioti della storia, sono stati sacrificati dall’Occidente per i propri deliri espansionistici da guerra fredda ed ovviamente per ingrassare il mega business della morte e della distruzione. Ma certe schifezze alle masse non si possono certo raccontare perché potrebbero scatenare pericolose ribellioni. Ed ecco a cosa servono i burattini politici e mediatici mainstream, a raccontare la tragedia dell’Ucraina dal 2022 e dipingere Putin come Gengis Khan in modo che continuino ad abbassare la testa o girarla dall’altra parte mentre lorsignori insanguinano il mondo. Pensavano che bastasse piazzare il solito governo fantoccio a Kiev e scatenare una guerra per procura ed invece le cose si sono complicate perché la Russia si è rimessa seppur controvoglia la mimetica e la tempra non gli manca. Le notizie dal fronte vere sono rare e terrificanti, mentre Zelensky gironzola per il mondo col cappello in mano e in uno stato sempre più confusionale, l’Ucraina sta demograficamente e materialmente scomparendo. E a proposito delle celebri interferenze elettorali, i droni ucraini a matrice occidentale hanno colpito Mosca ad urne aperte con l’unico risultato di rafforzare la leadership di Putin. Se a comandare fosse la politica e non la lobby della guerra e se tale politica avesse spessore morale e lungimiranza, ammetterebbe il tragico errore e correrebbe ai ripari negoziando la pace. Ma visto che politicanti e media sono burattini e la lobby è bulimica, rischiamo una escalation mondiale. I soldi li hanno trovati indebitando le future generazioni e le armi le stanno producendo convertendo le industrie fallite, quello che gli manca è l’essenziale consenso popolare. Nonostante infatti siamo in pieno videogioco dronistico e missilistico, servono ancora esseri umani in carne ed ossa che vadano a crepare in prima linea o restino a casa a sostenere i governi guerrafondai. Il problema è che a seguito della drammatica seconda guerra mondiale e decenni di crescita anche a livello di consapevolezze, i popoli occidentali sono essenzialmente pacifisti e non hanno nessuna intenzione di buttar via la loro unica vita o quella dei loro figli per qualche giurassica minchiata patriottica o per i deliri delle élite più schifate della storia o addirittura per gli interessi immondi della lobby della morte e della distruzione. Il sistema deve quindi riuscire a riportare la guerra nella testa e nel cuore dei cittadini e per questo la propaganda è più cruciale che mai. Non solo attraverso media mainstream camuffati da testate giornalistiche, ma anche in famiglia e nelle scuole e sui posti di lavoro in modo che le masse tornino a credere che la guerra sia una opzione sensata e addirittura la migliore soluzione possibile, se non l’unica. La solita forbice. Da una parte la paura di qualche disgrazia fasulla, dall’altra l’odio verso qualche nemico immaginario. E chi osa opporsi alla guerra rischia una brutta fine in modo da compattare i greggi di teleconsumatori. Dall’imbrattare i pacifisti come filo putiniani e discriminare i russi alle varie manifestazioni pubbliche, passeranno a prendersela con tutti coloro che si oppongono politicamente alla terza guerra mondiale additandoli come traditori ed infami disertori. In Inghilterra hanno già proposto pubblicamente di arrestare tutti gli oppositori della guerra contro la Russia mentre il dissenso è sempre più ghettizzato e si parla apertamente come del resto negli Stati Uniti, di ritorno alla leva obbligatoria. Per evitare la catastrofe, la speranza è che Putin raggiunga una vittoria decisiva il prima possibile in modo da dare il tempo ai popoli europei di sbarazzarsi per tempo delle élite politiche e mediatiche che ci hanno tradito e trascinato fino a questo baratro. E una volta riconquistata le democrazia, fare i conti con la lobby della guerra che opera dietro le quinte. Sta già succedendo in Germania dove il guerrafondaio Merz è rimasto solo e presto i suoi deliri bellici finiranno nella spazzatura della storia. Deve succedere anche a Bruxelles e ai vertici dei paesi membri della Nato in modo che quella criminogena organizzazione venga smantellata. I popoli vogliono la pace, vogliono tornare al buonsenso e alla diplomazia, vogliono una politica che rispecchi le nuove consapevolezze e li guidi verso il futuro invece che ricadere nelle pagine più buie del passato. E dato che in democrazia è il popolo ad essere sovrano, deve essere rispettata la sua volontà.
Alta tensione in diversi porti francesi, per la protesta dei pescatori.

(tg.la7.it) – Pescatori francesi in rivolta contro il caro-carburante nel paese il crescente peso delle normative europee. Da diversi giorni, stanno mettendo a ferro e fuoco la costa sud con blocchi ai depositi petroliferi e agli scali portuali.
L’epicentro della mobilitazione si trova a Frontignan, nel dipartimento dell’Hérault, dove tra i 150 e i 200 manifestanti hanno sbarrato gli accessi a una raffineria a partire dalle tre del mattino, incendiando pallet e impedendo il transito delle autocisterne. Situazione tesa anche in mare: piccole imbarcazioni e pescherecci stanno paralizzando l’accesso ai porti di Nizza, Sète, Grau-du-Roi e Port-la-Nouvelle, con possibili estensioni delle proteste verso Marsiglia e Tolone.
I rappresentanti dei lavoratori descrivono l’azione come “simbolica”, ma avvertono che la categoria è ormai allo stremo e non intende cedere. Tra le rivendicazioni principali figurano: la riduzione del prezzo del gasolio: i pescatori denunciano di “lavorare in perdita” e chiedono aiuti concreti sul costo dell’energia.
Revisione delle norme UE: contestati gli stringenti standard europei, con striscioni che accusano le direttive comunitarie di affondare il settore. L’aumento dei sussidi. Sebbene il premier Sébastien Lecornu abbia ipotizzato la proroga degli aiuti fino al 31 dicembre con un incremento del contributo statale da 25 a 35 centesimi al litro, molte istituzioni locali e sindacati spingono per un intervento più deciso. Il sindaco di Nizza, schieratosi al fianco dei manifestanti, ha parlato di “legittima rabbia” sollecitando uno sconto di 50 centesimi al litro.
La tensione resta alta in vista dell’incontro cruciale a Parigi tra la il ministro della Pesca, Catherine Chabaud, e le delegazioni dei lavoratori guidate dal rappresentante Ange Natoli. L’esito del tavolo istituzionale determinerà il proseguimento o il rientro dello sciopero.
Il braccio di ferro con il governo preoccupato per un’eventuale onda di contagio sociale su scala nazionale a otto mesi dalle elezioni presidenziali. L’ombra di una nuova stagione di mobilitazioni in stile Gilet Gialli fa tremare Parigi, mentre sui social network circolano già i primi appelli per una grande protesta nazionale il prossimo 17 ottobre.
In serata rientra la protesta dei pescatori francesi contro il caro carburanti. Dopo quasi una settimana di
mobilitazioni hanno annunciato la revoca dei blocchi al porto di Nizza e a un deposito petrolifero a Frontignan.
La svolta sul fronte dei blocchi è arrivata al termine di un incontro di oltre sei ore a Parigi con la ministra responsabile della Pesca, Catherine Chabaud. I pescatori del Mediterraneo, si ”sono impegnati a revocarli”, ha annunciato la ministra, promettendo che gli aiuti concessi ai pescatori ”seguiranno le variazioni del corso dei carburanti”.
Quella di stasera però sembra solo una tregua. Nel Paese infatti serpeggia il malcontento e si temono proteste pesanti visti gli appelli alle manifestazioni che sono veicolati dal web.
Sulle chat l’idea: stesse garanzie di deputati e senatori

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Una richiesta di integrazione alla Procura di Milano per capire se alcune chat di parlamentari siano state acquisite relativamente al periodo precedente al mandato. Ma soprattutto una proposta: allargare l’immunità parlamentare non solo agli eletti, ma anche ai ministri non parlamentari.
È questo l’esito delle due sedute delle Giunte per le autorizzazioni e immunità di Senato e Camera, che si sono riunite tra martedì e mercoledì sulla richiesta dei magistrati milanesi di utilizzare le chat tra l’ex direttore generale del Tesoro, Marcello Sala, e 9 parlamentari nell’inchiesta sulla scalata di Mps a Mediobanca. Le due Giunte, a cui è arrivata la richiesta, si stanno uniformando. Tra gli eletti ci sono i ministri Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, i sottosegretari Edoardo Rixi, Federico Freni, Maurizio Leo, Giovanbattista Fazzolari e i parlamentari Massimiliano Romeo, Giulio Centemero e Antonio Misiani.
[…]
Né Sala né i parlamentari sono indagati, ma i magistrati sostenevano che le chat servano per verificare se effettivamente Sala avesse parlato coi 9 parlamentari e per non danneggiare le indagini. Nella richiesta, inoltre, i pm milanesi hanno chiesto l’acquisizione delle chat di un ministro non parlamentare – Guido Crosetto – con Sala. Crosetto al Fatto ad agosto aveva spiegato: “Essendo ministro, mi sembra normale parlare col direttore generale del Tesoro: ma non ci ho mai parlato di Mps”.
L’indicazione della maggioranza è quella di dichiarare la richiesta “inammissibile” spiegando che i magistrati hanno tutti gli elementi per capire se le chat siano tra Sala e i parlamentari.
Ma nella seduta di martedì della Giunta del Senato, il relatore di Forza Italia Adriano Paroli è andato oltre. Si è soffermato su due punti. Il primo riguarda proprio Crosetto. Il relatore azzurro spiega che dagli atti non emerge “alcun reato a suo carico, né ministeriale né comune”, come per tutti gli altri parlamentari coinvolti: “Ma se il ministro Crosetto non è coinvolto, verosimilmente non sussiste alcun reato ministeriale, in quanto la qualifica soggettiva di ministro certamente non è sufficiente, ma è in ogni caso necessaria. Sarebbe infatti un paradosso logico e giuridico configurare un reato ministeriale che non coinvolga alcun ministro”, ha detto Paroli. Dunque, non configurandosi un reato ministeriale, Crosetto in teoria non sarebbe protetto dalle guarentigie dei colleghi. E quindi, che fare? Per il relatore di Forza Italia bisogna cogliere l’occasione per rivedere la legge costituzionale del 1989 che regola l’immunità dei parlamentari. Come? Garantendo le stesse tutele ai ministri non parlamentari (oggi coperti solo per i reati ministeriali) rispetto ai parlamentari. Così facendo, le Camere sarebbero chiamate a esprimersi in caso di arresti, perquisizioni, intercettazioni anche per i reati non ministeriali dei ministri non eletti. Una proposta che ha trovato d’accordo il meloniano Sergio Rastrelli e il renziano Ivan Scalfarotto che ha motivato questa possibile ulteriore guarentigia che servirebbe anche a tutelare la “sicurezza delle comunicazioni di un ministro”. Paroli in aggiunta ha ricordato il precedente con cui la Consulta nel 2013 ordinò la distruzione delle intercettazioni tra l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Nicola Mancino “evidenziando la necessità di tutelare la riservatezza del presidente della Repubblica, funzionale all’esercizio delle proprie attribuzioni”.
[…]
La maggioranza si è anche espressa per chiedere alla procura i nomi dei senatori per cui sono state acquisite le comunicazioni precedenti al mandato parlamentare. La destra sarebbe contraria perché ritiene che le guarentigie valgano sempre: basta che l’eletto sia in carica.

(di Alfiero Grandi – ilfattoquotidiano.it) – La legge per il ritorno del nucleare in Italia porta indietro le lancette dell’orologio a quando ci provò Berlusconi e fu travolto nel 2011 dal referendum che cancellò la legge. Meloni e Pichetto sono convinti di fare meglio di Berlusconi, ma stanno infliggendo una ferita alla democrazia e alla Costituzione. I cittadini hanno detto no eppure la destra al governo – la stessa che vorrebbe fare votare dal popolo il capo del governo – schiera la maggioranza parlamentare, ottenuta con una legge elettorale che gli ha regalato il 15% dei parlamentari, contro il voto popolare dei referendum del 1987 e del 2011. Così si apre una frattura tra voto dei cittadini e voto parlamentare. È un incentivo all’astensione. La Corte costituzionale ha chiarito i limiti cui il Parlamento deve attenersi su un argomento bocciato dal voto popolare, vedi sentenza 199/2012.
Il nucleare da fusione sarebbe stato possibile perché non è stato bocciato dai referendum. Si vuole insistere? Chiediamo alla Corte costituzionale se è lecito tornare su un argomento bocciato dal voto popolare. Questo Parlamento non ha mai avuto un mandato per questo. Schierare il Parlamento contro il voto popolare è una ferita per la democrazia e contro la Costituzione, che mette in equilibrio democrazia diretta e delegata.
Il governo che non sa cosa fare per fermare l’esplosione dei prezzi dei prodotti petroliferi, provocata in gran parte dall’amico Trump che sta sfasciando tutto, compresa la nostra economia. Per questo il governo cerca di vendere il nucleare come soluzione ma è costretto ad ammettere che prima di 10-15 anni non arriverà.
In realtà questo governo non ha aiutato le rinnovabili e ha bloccato l’eolico off shore che, dati Terna, potrebbe realizzare energia elettrica in 2-3 anni più del nucleare.
Organi di informazione dicono che Newcleo, startup che dovrebbe costruire gli Smr (piccoli reattori) di cui si parla molto ma di cui non esiste un prototipo verificabile, si sta quotando a New York, nella speranza di ottenere i miliardi necessari per partire con gli Smr, in attesa degli Amr che finora sono solo progetti e che funzionerebbero con modalità che i francesi hanno già abbandonato. Miracolo a Milano?
Colpisce la coincidenza dei tempi tra la legge italiana e la quotazione in Borsa di Newcleo, un aiutino agli amichetti?

(Alessio Mannino – lafionda.org) – “Sono l’unica leader italiana che ha sangue ebraico, siamo andati con mio padre a cercare i parenti a Leopoli, ma dal punto di vista giuridico questo ddl non sta in piedi”. Se mai a qualcuno fosse rimasto mezzo dubbio sull’intelligenza di Elly Schlein, dopo questa dichiarazione speriamo se lo sia tolto. Non parlo di intelligenza politica, ma di intelligenza tout court. L’analisi semantica della frase, del resto, lo dimostra infallibilmente.
L’enormità sta subito nelle prime parole. La segretaria del Partito Democratico sembra tutta giuliva nel sottolineare di essere l’unica leader ad avere antenati ebrei (fra l’altro a Leopoli, cioè in Ucraina, il che non guasta, per chi ha votato tutti i pacchetti di aiuti a Zelensky). L’intenzione, evidente, è rivendicare un’appartenenza, sia pur parziale, all’ebraismo in quanto caratteristica positiva. Il che, in sé e per sé, non rileva: ognuno ha il proprio albero genealogico, fine. Ma nel farlo utilizza un’espressione, “sangue ebraico”, che dovrebbe far sobbalzare sulla sedia le tollerantissime comunità ebraiche di qualunque luogo e orientamento, visto che, come ognun sa, non esiste un gene, una razza ebraica. Questa era esattamente la tesi dei nazisti fatta propria, in sostanza, anche dai fascisti italiani, quanto meno a partire dal Manifesto della Razza del 1938. Niente male, per chi si professa anti-razzista, ricorrere a terminologie razziste.
Si dirà che le sarà scappato, che l’inconscio a volte fa brutti scherzi. Ma una leader, per giunta nel momento stesso in cui si autoqualifica come tale, non può fare di questi scivoloni. Perché, sotto il profilo logico, sarebbe come, per un liberal-democratico, sbandierare ai quattro venti di voler difendere la libertà d’opinione o religione per chiunque, universalmente, e poi affermare che chi non è liberale e democratico deve diventarlo, con le buone o con le cattive. Cioè rivelandosi, in pratica, un fascista (che è quanto normalmente avviene, fra parentesi, nel nostro liberalissimo e democraticissimo Occidente con i popoli e culture altre, almeno stando a sentire i suoi paladini sempre pronti alla crociata).
La seconda buccia di cane allegramente pestata dalla geniale Schlein è nell’aggettivo “giuridico”. È sotto questo aspetto, infatti, che motiva la strombazzata svolta, che staremo a vedere quanto svolta sarà, sull’ignobile ddl antisemitismo proposto dal centrodestra (e condiviso da parte del centrosinistra, destra Pd inclusa). Qui il ragionamento si fa politico, e perciò, lo diciamo subito, opinabile. Si può essere contrari o favorevoli, a una legge che adotta una definizione di odio anti-ebraico estensiva al punto da rischiare di far intasare i tribunali con denunce contro chi, invece, legittimamente critica, in modo anche aspro, Israele e le sue malefatte, specialmente quelle compiute sulla pelle dei palestinesi. Quel che non è opinabile è riconoscere che il piano di discussione non è giuridico, non riguarda il codice, le pandette e i cavilli giurisprudenziali, ma è, appunto, politico. Arcipolitico. Perché la libertà di espressione non può e non deve essere affare di giudici e avvocati, i quali dovrebbero occuparsi, al massimo, di reati quali ingiuria, diffamazione e calunnia. La libertà di dire quel che si pensa è la precondizione stessa del fare politica in una società che si pretende libera (e difatti, dal codice penale andrebbero divelti tutti i reati d’opinione, senza eccezione, come la legge Mancino). È, insomma, la cosa più politica che ci sia.
Ora, è chiaro che la poverella, dovendo districarsi giornalmente in quel ginepraio di correnti l’un contro l’altra armata che è il Pd, è costretta a dosare mediante bilancino ogni uscita, che per altro distilla col contagocce. Senza contare la pressione che patisce, povera stella, per la nettezza (ci vuol poco) che caratterizza le posizioni di Giuseppe Conte e dei 5 Stelle, anche su Israele. Si capisce, pertanto, come mai l’improvvida cerchi di ridimensionare il no al ddl anti-israelismo a una questione da legulei. Ma questi, con rispetto parlando, son casi suoi.
Quel che a noi preme è rimarcare la pochezza davvero demenziale di chi ancora, nonostante tutto, nonostante compromessi, giravolte, ambiguità, nonostante una scoperta, acclarata, perfetta funzionalità al sistema di potere interno e internazionale, passa per “opposizione”. Un’opposizione che non sa neppure non dico avere una linea, ma neppure usare parole appropriate per mascherare di non averla. D’Alema, al confronto, era Bismarck. Ma come Bismarck e tutti gli epigoni di Bismark, con la loro realpolitik lanciata senza freni fino a mangiarsi il senso stesso della propria parte politica, anche un sofisticatissimo buggeratore. D’altronde, se oggi gli eredi di gran parte del Pci e della sinistra Dc si ritrovano una nullità come la Schlein alla loro guida, lo si deve proprio a fini dicitori come D’Alema. “Non c’è via di scampo, quasi quasi mi faccio uno shampoo” (Gaber).
Il Generale cerca a Reggio la sua Sassonia e sfotte in piazza il candidato romano caro ai B.: “Volete uno di voi o Barabba?”

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – L’ardito atterra nella città del Boia chi molla e avanza tra gli “avanguardisti” raccolti a corona in piazza Duomo, “davanti al simbolo della cristianità”, ricorda il camerata apripista. Il generale è qui, per chiedere: “Volete voi uno di Reggio o Barabba?”.
In piazza discutono su chi sia Barabba mentre Roberto Vannacci chiude la magnifica esperienza elettorale di Futuro nazionale qui, nella città dei moti del 1970 guidati dalla destra missina, nella terra più nera che ci sia. Una rivolta contro lo Stato centrale finita dopo mesi di scontri nel sangue. “Finirà come in Sassonia”, annuncia lui.
Nelle elezioni suppletive di domenica Futuro Nazionale propone Mimmo Giannetta, un medico timido e mite, politico di professione, che sembra uscito da un convegno dell’Udc. In effetti il candidato avanguardista fino alla primavera scorsa era un liberale, capogruppo in Consiglio regionale di Forza Italia.
Poi “il traditore”, come l’ha chiamato Roberto Occhiuto, è passato con Vannacci perché il nuovo dominus della città, Francesco Cannizzaro, a cui spettava il diritto di scegliersi il sostituto alla Camera (il neo eletto sindaco era deputato uscente), ha voluto accontentare Marina Berlusconi e ha chiamato il tesoriere del partito, il romano Fabio Roscioli. “Il candidato in contumacia”, lo sfottono in città perché Roscioli non s’è visto e magari si affaccerà per i ringraziamenti, lunedì sera. Il sindaco Cannizzaro ha spiegato: “È il mio sostituto, rimane in Parlamento per cinque sei mesi e basta. L’ho scelto perché serve qualcuno che mi dia una mano”. In quanto ad autostima Cannizzaro non difetta. “È uno che si sbraccia, che suda, che s’accalora ma che vuole tutti a scodinzolare”, dice Vannacci.
Reggio Calabria è una città che piange. I giovani sono fuggiti, le case vuote e sbriciolate, azzannate dall’incuria. “Case troppo grandi per famiglie troppo piccole”, dice Demetrio Carlizzi, sindaco agli inizi del duemila. Reggio è una città che si sta svuotando, che mostra i blocchi di cemento già provato dall’età, le strade bucate e l’idea che bisogna fuggire.
“Il più bel chilometro d’Italia”, decretò Gabriele D’Annunzio. È il lungomare sul quale si affacciava Salvatore Quasimodo, assunto come geometra del Genio civile. È la via, bendata da un circuito da maestose magnolie, che apre la città alla Sicilia e dà a Reggio una luce strabiliante e la modella, la muove, la ricolloca dentro il mare dello Stretto, nella fantasmagorica posizione di vivere tra Scilla e Cariddi.
Lunedì sapremo se Reggio Calabria sarà la Sassonia di Vannacci, ma è certo che il candidato di Futuro nazionale rompe ben bene le uova nel paniere del centrodestra, che qui è fortissimo. È Forza Italia il partito leader, con Fratelli d’Italia che segue a ruota. La misura della consistenza della destra radicale è stimata sopra al dieci per cento, ma non oltre il quindici per cento. “Non credo alle favole, noi saremo i primi”, dice Cannizzaro, il sindaco portavoce del candidato inesistente, nel senso che c’è ma non si vede.
Fabio Roscioli è il tesoriere di Marina Berlusconi, è l’uomo che conta, nel senso proprio del termine. Entrate e uscite, ricavi e spese e soprattutto fa il punto sulla situazione debitoria nei confronti della famiglia di B. il fondatore.
“Io conosco Reggio Calabria, palmo a palmo posso indicare vicoli e piazze”, Frank Benedetto, cardiologo e grande tessitore di voti è il candidato del campo largo, la scelta del centrosinistra è una indicazione conservativa. Un nome della sanità pubblica, della società affluente.
“In famiglia c’è sempre qualcuno che ha problemi di cuore. E in ogni famiglia c’è sempre qualcuno che conosce il cardiologo dell’ospedale, il primario sempre disponibile”.
La sbandata per Vannacci esiste anche se la piazza che lo accoglie non è pienissima e anzi si conta anche una robusta selezione di fischietti, giovanissimi armati di matite e cartoni contro le ultime uscite pubbliche del generale.
Vannacci con il capello appena tinto e l’ardimento di un soldato che non ha paura, “abbiamo la forza, la capacità, le competenze” avanza tra gli applausi: “Tutti ci temono: i giornali, le tv, gli altri partiti”. Vuol dire che siamo forti.
I reggini si accostano e guardano. “Qua si dice che si va al forno che caccia il fumo”, spiega Raimondo, cittadino in cerca di un partito. Il fornaio di successo è quello col forno acceso e Vannacci è il politico che ha il vento a favore, è la novità.
“Non ascoltatelo, Reggio ha un cuore grande così e saremo noi gli interpreti della rivoluzione”, dice il sindaco sempre interpretando Roscioli, il candidato assente.
“Lui è Barabba”, avverte Vannacci, generalissimo, applaudito e festante.
“Il centrosinistra sarà la sorpresa”, garantisce Benedetto, “mi chiamo Frank, eh!”.
Riggiu, chiù ti viu chiù mi affliggi.