I rapporti con Trump ai minimi storici, le nomine bloccate, la legge elettorale ferma. Palazzo Chigi non ha ancora trovato una strategia di rilancio, anche economico

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Altro che fase due. La ripartenza teorizzata da palazzo Chigi dopo la sconfitta referendaria è e rimane un miraggio e non per malavoglia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che però ormai si è arresa al fatto che i sommovimenti nello scenario internazionale siano una variabile impossibile da governare. Lo ha ripetuto a Federalberghi, ma lo aveva detto anche in aula durante le sue ultime comunicazioni al parlamento: «L’instabilità sta diventando la normalità». Con questo quadro in continuo cambiamento – ora lo stretto di Hormuz da cui passa anche il petrolio diretto in Italia è chiuso, domani chissà – e un Occidente sempre più spaesato davanti alle intemperanze del presidente di quella che dovrebbe esserne la nazione leader, Meloni sta facendo i conti con il fatto che ci siano troppe incognite a impedire la programmazione dell’ultimo anno di governo.
Tutto ciò che la premier può fare in questo momento è ragionare di breve periodo, cercando di risolvere i problemi più immediati: nelle prossime settimane sarà in Azerbaijan per tentare di aprire nuove strade di approvvigionamento dell’energia; ha deciso di essere a Parigi con i Volenterosi di Francia, Germania e Regno Unito per ragionare della situazione marittima e del conflitto in Iran. I suoi omologhi stranieri non saranno i suoi interlocutori preferiti – Emmanuel Macron in testa – ma offrono almeno la certezza di non essere bizzosi come l’ex amico Donald Trump, con cui tuttavia le diplomazie sotterranee sono attive per ricucire i rapporti. Proprio il fronte europeo appare, in questo momento, l’unico in cui Meloni può avere uno spazio di azione e con cui condivide almeno due convinzioni: la vicinanza con l’Ucraina e la non volontà di entrare in un conflitto militare in Medio Oriente.

Muoversi sul fronte interno è altrettanto complicato. Il dossier più preoccupante è quello economico: i numeri non mentono e l’impatto della crisi globale su famiglie e imprese nemmeno. Con una congiuntura negativa in più: a giugno 2026 si concluderà il Pnrr, che in questi anni ha iniettato nell’economia italiana una salutare dose di denaro per le riforme e gli investimenti, che ha avuto ricadute dirette su lavoro e occupazione. Chiuso quel rubinetto, bisognerà riabituarsi alla normalità.
Impossibile è anche fare promesse in vista dell’ultima finanziaria di legislatura, che avrebbe dovuto essere più generosa grazie agli sforzi compiuti in passato e che invece sarà rigida come e più delle precedenti. Con una parola che aleggia sul ministero dell’Economia, pronunciata dal Fondo monetario internazionale: «Recessione».
L’Fmi ha richiamato in particolare l’Italia sull’«imprudente» misura del taglio delle accise e la risposta di Giorgetti è stata la sintesi perfetta del dualismo che attanaglia il governo: «Tecnicamente la critica ha un senso, ma la politica fa anche altre valutazioni». Così ragiona anche palazzo Chigi, alla ricerca di un modo per rilanciarsi. I pessimisti, infatti, ricordano che quando si comincia a perdere è difficile fermarsi e in questo momento la maggioranza appare sempre solida nei numeri, meno nelle idee. E non vale solo per Meloni. Fratelli d’Italia è stata costretta ad archiviare la grande stagione delle riforme: saltata quella della giustizia, non ci sono speranze per il premierato. L’unica in piedi – e anche la meno popolare – è quella della legge elettorale, che però ha già fatto emergere l’altra grande incognita di questa fase: il rapporto con gli alleati, a loro volta irrequieti.
La Lega è reduce da un weekend negativo, con la manifestazione di Milano per la “remigrazione” con i Patrioti europei che ha registrato un flop di partecipazione, con piazza Duomo tristemente vuota. Forse la piazza era troppo grande, forse il tema in questo momento non tocca nemmeno l’elettorato leghista. Di certo la rincorsa agli estremismi (la remigrazione è uno dei cavalli di battaglia del movimento del generale Roberto Vannacci) non sta portando bene al partito di Matteo Salvini, sempre più in crisi di consenso interno. Non va meglio dentro Forza Italia, dove è in corso una riorganizzazione traumatica, con un conflitto sull’asse Roma-Milano e la famiglia Berlusconi sempre più decisa a correggere la rotta, anche a costo di azzoppare la leadership di Antonio Tajani.
Così la conflittualità tra le tre teste della maggioranza è silenziosa, ma emerge su ogni dossier: sulle nomine per esempio, dove il leghista Federico Freni alla Consob è bloccato dagli azzurri, che a loro volta non riescono a nominare la presidente della Rai. Anche il rimpasto dei sottosegretari è stato più aggrovigliato che mai, con poltrone ancora vacanti a causa del mancato accordo.
Tutta questa tensione grava proprio sulla legge elettorale: FdI è decisa ad approvarla ma la formulazione attuale non giova ai due alleati, che hanno già annunciato battaglia per le modifiche. L’incognita è se davvero si arriverà all’approvazione entro il voto, ma soprattutto quando sarà questo voto: difficilmente prima dell’aprile 2027 in cui i parlamentari matureranno la pensione, ma il logoramento di un governo che in apparenza ha perso la bussola delle grandi ambizioni è già in atto. Meloni ha detto che «non sono qui per galleggiare», ma in questa fase non sembra avere altra scelta.
Vi è mai stato nella storia recente un momento più tragico di questo?

(Alessandro Di Battista) – “Israele piaccia o meno, ha dimostrato di essere un grande alleato. Sono coraggiosi, audaci, leali e intelligenti, a differenza di altri che hanno mostrato la loro vera natura in un momento di conflitto e stress”. L’ha detto oggi Trump.
Significativo quel “che piaccia o meno”. Evidentemente Trump si rende conto che miliardi di persone al mondo hanno compreso la verità su Israele e che le porcherie della Coalizione Epstein (USA+Israele) suscitano un’indignazione senza precedenti.
Trump è in enorme difficoltà. Si è probabilmente giocato la vittoria alle Midterm Elections, le elezioni che si tengono in USA ogni 4 anni (due anni dopo quelle presidenziali) e che servono a rinnovare tutti i seggi della Camera dei rappresentanti nonché un terzo di quelli del Senato. Questo significa che il Partito Repubblicano potrebbe presto perdere la maggioranza al Congresso. Non solo. La sua stessa base, gli influencer che per anni l’hanno osannato, oggi lo criticano ferocemente.
Il tutto per una sudditanza rispetto a Israele che non fa onore alla cosiddetta “più grande democrazia al mondo” (in realtà la più grande democrazia al mondo è l’India) e che mostra chiaramente quanto la storia degli Stati Uniti come il più potente Paese al mondo sia, per l’appunto, ormai una storiella.
Qui su Scomode Verità abbiamo dato ampio risalto alle prese di posizione di Tucker Carlson, giornalista, presentatore TV, influencer tra i più conosciuti di tutti gli Stati Uniti.
Carlson, tra l’altro, per anni è stato un sostenitore di Israele. Banalmente oggi ha visto la realtà e ha avuto il coraggio di prenderne atto e di cambiare posizione. Chiede a gran voce il distacco degli USA dallo Stato genocida, mostra prove dei crimini sionisti, intervista personaggi scomodi come Joe Kent, l’ormai ex direttore del Centro antiterrorismo USA che si è dimesso per protesta contro la guerra in Iran. Per tutto questo e per il successo dei suoi podcast (su X Tucker Carlson ha oltre 17 milioni di follower, su Instagram 6,3 milioni) è stato inserito dal governo di Israele nella lista dei 10 peggiori antisemiti dell’anno.
Ebbene, alcuni giorni fa Carlson ha detto questo: “Perché Trump o qualsiasi altro presidente sono incapaci di dire NO a Israele? Abbiamo il diritto di saperlo. Non è vero che ubbidiscono a Israele perché amano Israele in quanto Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente. Se fosse davvero così significherebbe che i nostri leader politici sono più stupidi di quello che immaginiamo. Ma non è così. I nostri leader capiscono perfettamente quanto questo atteggiamento sia negativo per gli Stati Uniti.
E ci potete credere o meno, ma ci sono molte persone alla Casa Bianca che si prendono cura degli Stati Uniti, persone di potere alla Casa Bianca. Non sono tutti zombie che eseguono gli ordini di Bibi e che si rendono perfettamente conto di dove stiamo andando a finire: stiamo andando verso un attacco nucleare di Israele contro l’Iran. È ovvio! E sarebbe un disastro storico mondiale, e terribile chiaramente anche per l’economia americana, per i cittadini americani, per non parlare degli americani che moriranno se questo diventa una guerra terrestre.
Quindi ci sono persone che lavorano duramente cercando di ottenere una pace, siamo arrivati al punto dove siamo solo perché ci sono persone che stanno provando a porre fine a tutto questo, perché è una brutta storia! Ma tutte queste persone sono state attaccate, sminuite, il nostro Paese è stato sminuito da Israele. E quando tutto questo sarà finito ogni singolo americano vorrà sapere perché questo piccolo Paese ha così tanto controllo sul nostro governo. È accettabile? Joe Kent ha detto senza mezzi termini quando si è dimesso, e per inciso il giorno in cui si è dimesso lui aveva il “nulla osta” di sicurezza di più alto livello.
Hanno cercato di dirvi “era una talpa” ed “era sotto indagine” per questo, ma non era vero. L’hanno ammesso, non era vero. Non era sotto indagine dell’FBI, falso! E sapete per l’appunto che non era sotto indagine perché ha mantenuto il nulla osta di sicurezza fino al giorno in cui ha lasciato l’edificio. Dunque non c’è alcuna informazione di intelligence nel governo degli Stati Uniti che Joe Kent non abbia potuto vedere. Era una delle persone più informate al mondo e la sua conclusione è che vi sia stato qualcosa di strano in tutta questa storia!”.
Uno dei più importanti giornalisti USA ci dice cose clamorose e in Italia praticamente nessuno riporta le sue parole.
Ci dice che gli americani hanno il diritto di sapere perché nessun presidente USA ha il coraggio di dire NO allo Stato genocida di Israele. Ci dice che teme che Israele (soprattutto in un momento in cui l’Iran sembra essere uscito vittorioso dalle guerre e il governo iraniano è senz’altro molto più forte di prima nonostante le perdite in seno al regime) possa utilizzare la bomba nucleare. Ci dice che Joe Kent, uno degli uomini più informati al mondo, un uomo che aveva accesso a tutte le informazioni di intelligence, ritiene che vi sia qualcosa di molto ma molto strano dietro l’oscena sudditanza di Washington rispetto a Tel Aviv. Ci dice tutto questo e a me vengono i brividi.
Oggi è Netanyahu il reale presidente degli Stati Uniti. Il Paese teoricamente più potente al mondo, un Paese che vanta basi militari in Italia e l’esercito più grande al mondo, è sotto ricatto di un criminale e assassino di bambini come Netanyahu, oltretutto un ricercato internazionale per crimini contro l’umanità.
Vi è mai stato nella storia recente un momento più tragico di questo?

(di Marcello Veneziani) – Ora che abbiamo scoperto per la prima volta nella storia dell’umanità l’altra faccia della luna, siamo contenti, abbiamo accresciuto le nostre conoscenze o addirittura scoperto la verità nascosta delle cose? L’impresa spaziale Artemis II è stata una boccata d’ossigeno nei giorni dell’odio, della guerra e di folli annunci di annientare civiltà millenarie come quella persiana. Guardare altrove, vedere altri mondi e altri modi di conquistare e riprendere un discorso interrotto più di mezzo secolo fa, quando eravamo convinti che a fine millennio o nei nostri giorni avremmo abitato la Luna e Marte e trasferito colonie di terrestri nello spazio. Il futuro invece restò solo un desiderio del passato, tornammo coi piedi per terra. La tecnologia fece passi da gigante ma nel piccolo: non conquistammo luoghi remoti dalla terra ma scoprimmo i prodigi del Pc e degli smartphone, e i prodigi inquietanti dell’Intelligenza Artificiale. Non conquistammo il lontano ma rivoluzionammo il vicino.
Perciò ci ha colpito questa ripresa delle avventure nello spazio, proprio laddove fu interrotta, tanti anni fa: dalla luna, la più vicina meta per le nostre gite nello spazio. Che si dice sia nata in un parto cosmico gemellare con la Terra, in seguito a un trauma prodotto dall’urto con un misterioso corpo celeste, Theia. Ma la madre morì nel parto e restarono come orfani sperduti nello spazio un pianeta che poi ebbe vita e un più piccolo astro grigio ma lucente per via del sole, il padre che da lontano lo illumina.
L’impressione che oggi ci coglie è inversa rispetto a quella della fine degli anni sessanta: allora vedendo i primi cosmonauti sulla luna pensavamo di popolare l’astro argenteo e renderlo quasi simile alla terra. Oggi il primo pensiero che ci sovviene vedendo la Luna nel suo lato oscuro, è che la Terra rischia di tornare spettrale e disabitata di vita come lei. Difatti, sono circolate in tutto il mondo le immagini della Terra vista dalle spalle dell’astro, che tramonta come una luna, piccola e nuda, svestita di ogni traccia di civiltà e di vita. Quasi un presagio.
La luna, dicono i precisini, si allontana di quasi 4 centimetri l’anno, ci vogliono miliardi d’anni per parlare di abbandono. I quattro esploratori sulla navicella Orion hanno solo ripreso confidenza con lo spazio e con la prima significativa oasi, senza toccare il suolo lunare. Non c’è paragone tra le speranze e i sogni che accesero i mitici precursori discesi sulla luna che passeggiarono, piantarono bandierine, in un clima sospeso tra realtà e fantasia, tra mito, magia e scienza, mistero e rivelazione. Fu un momento di fiducia dell’umanità in sé stessa e nel futuro; anzi, fu l’ultimo momento di fiducia alimentato dalla scienza che accomunò le genti, soprattutto in Occidente. Poi cominciò la discesa, il disincanto, la crisi energetica e di tutto il resto, gli stop alle imprese spaziali, la denatalità e ancora guerre e poi guerre.
Ma resta della loro impresa un flebile risveglio di tutti i pensieri sulla luna che abbiamo accumulato nella poesia, nella letteratura e nella filosofia. Scorrono come in un rapido trailer del cammino umano, le primitive invocazioni alla luna, i primi accenni lunari nei miti, nelle religioni e nelle tradizioni; le civiltà che la raccontarono come una figura materna accanto al Padre Sole; poi la madre si scoprì figlia, ancella, o più modestamente riflesso del sole.
Poi venne la luna dei romantici, di Leopardi e di Beethoven, la luna delle canzoni languide o l’astro oltraggiato da Marinetti. Vennero persino i negazionisti della luna, Ennio Flaiano, Antonio Delfini e Gaio Fratini per i quali la luna non esiste, è solo un fuoco fatuo, un gioco di riflessi, un abbaglio, uno specchio per le allodole… E vennero gli apocalittici che tentarono l’estrema difesa della luna, come Guido Ceronetti, rispetto alla profanazione degli astronauti. O le preoccupate considerazioni dei filosofi Martin Heidegger e Gunther Anders, a proposito di quel dominio della tecnica che stava esautorando l’uomo e il suo pensiero proprio mentre dava l’impressione di potenziarlo e di dotarlo di più formidabili mezzi. Heidegger seguì terrorizzato lo sbarco sulla luna, Anders notò che con la conquista della luna la terra diventò piccola, provinciale, relativa. I più languidi si dissociarono dal trionfalismo che accompagnò la discesa sulla luna di Armstrong e di Aldrin, e preferirono l’incanto poetico del terzo astronauta, Collins, che mentre i suoi colleghi passeggiavano sulla luna, restò a bordo a tenere il filo con la terra e la navicella. Amarono in lui, come Gozzano, la luna che non colse, pur essendo lì, a due passi.
Di recente sono emersi dall’epoca delle imprese lunari alcuni appunti di un pensatore lunatico in disparte, Andrea Emo, raccolti da Massimo Donà a Raffaella Toffolo col titolo Paesaggi dell’anima (ed. Scibboleth). Emo definisce la luna astro defunto, presenza spettrale che emana la luce della morte, memoria inargentata del sole. La luna per lui è una purissima morte nei cieli. In realtà ognuno proietta nella luna quel che è nella sua mente. Come nell’Orlando furioso il senno dell’uomo è finito sulla luna. Riusciranno gli astronauti futuri nell’impresa del paladino Astolfo e di San Giovanni Evangelista, di recuperare il senno umano perduto sulla luna? Almeno il senno di Trump…
Trump, dall’Iran grave violazione ma la pace ci sarà

(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – L’Iran ha commesso una “grave violazione” del cessate il fuoco, ma un accordo di pace ci sarà. Lo ha detto Donald Trump a Abc. “Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive. Accadrà”, ha osservato.
Trump, ‘basta fare il bravo ragazzo’ con l’Iran
(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – “No more Mr Nice Guy”, basta fare il bravo ragazzo. Donald Trump parla a se stesso nel lungo post sull’Iran pubblicato sul social Truth. Lo fa per spiegare che finora è stato “bravo” ma se Teheran non accetterà l’accordo “equo e ragionevole” degli Stati Uniti allora smetterà di essere ‘Mr Nice Guy” e distruggerà le centrali elettriche e i ponti del paese.
Trump, ‘l’Iran ha l’ultima possibilità’
(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – L’Iran ha l’ultima possibilità. Lo ha detto Donald Trump a Fox, sottolineando che dovrebbe diffondere oggi una lettera agli iraniani nella quale spiegherà “cosa è a rischio se non ci sarà un accordo”.
Trump, i miei negoziatori vanno a Islamabad, domani le trattative
(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – I negoziatori americani “stanno andando a Islamabad, in Pakistan. Saranno lì domani per le trattative”. Lo annuncia Donald Trump sul suo social Truth.
Trump, a Iran offriamo accordo equo, accettino o distruggeremo centrali e ponti
(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – “Stiamo offrendo un accordo molto equo e ragionevole; spero che lo accettino. Se non lo faranno, distruggeremo ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.
Trump, nelle trattative in Pakistan coinvolto anche Kushner
(ANSA) – NEW YORK, 19 APR – Nelle trattative in Pakistan sarà coinvolto anche Jared Kushner. Lo ha detto Donald Trump al New York Post, tornando a non escludere la possibilità di un suo viaggio a Islamabad qualora fosse raggiunto un accordo. “Dobbiamo vedere cosa succede domani”, ha spiegato.
Iran: Teheran, ‘blocco’ Usa è illegale e criminale, viola cessate fuoco
(LaPresse) – “Il cosiddetto ‘blocco’ imposto dagli Stati Uniti ai porti e alle coste iraniane non solo viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan, ma è anche illegale e criminale. Viola l’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite e costituisce un atto di aggressione ai sensi dell’articolo 3(c) della Risoluzione 3314 (1974) dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che include esplicitamente il blocco dei porti o delle coste di uno Stato tra tali atti”.
Lo scrive su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei. “Inoltre, infliggendo deliberatamente una punizione collettiva alla popolazione iraniana, si configura come crimine di guerra e crimine contro l’umanità”, aggiunge.
Lo storico spiega le ragioni per cui con Elena Basile ha scritto una lettera aperta contro il clima di caccia alle streghe avviato da Picierno e Calenda

(ilfattoquotidiano.it) – “Quella lettera aperta è solo un resoconto molto sommario: se avessimo dovuto aggiungere tutto quello che è accaduto a me a partire da novembre, sarebbe diventato un libro di una dozzina di pagine”. Sono le parole pronunciate a Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, da Angelo d’Orsi, storico della filosofia e già professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.
D’Orsi, tra le voci più critiche verso la politica estera occidentale e la gestione del conflitto in Ucraina, insieme all’ex ambasciatrice Elena Basile ha firmato nei giorni scorsi una lettera aperta in cui denunciano un clima di caccia alle streghe nei confronti di intellettuali e figure pubbliche che osano ascoltare “le voci dell’altra parte” sui temi della guerra in Ucraina, di Gaza e della politica internazionale.
Lo storico spiega che l’ultimo episodio ad aver convinto lui e Basile a intervenire pubblicamente è stata la lettera inviata lo scorso 13 aprile da Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo ed esponente di spicco del Pd, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro degli Esteri Tajani e al ministro dell’Interno Piantedosi. Nella missiva, Picierno chiede divieti e sanzioni contro chi partecipa a eventi considerati legati alla propaganda russa, come il festival di documentari “Il tempo dei nostri eroi”, tenutosi a Bologna l’11 e il 12 aprile 2026 con la partecipazione di RT-Doc.
D’Orsi sottolinea: “Picierno ha creduto bene di chiedere in qualche modo un’azione repressiva nei confronti miei, della Basile e di quanti si permettono di tentare di ascoltare le voci dell’altra parte, cosa che a quanto pare è impossibile. A queste pressioni si è aggiunto il sostegno del senatore Carlo Calenda, nonostante appartenga a una forza politica diversa”.
Lo storico torinese elenca una serie di attacchi personali subiti a partire da novembre: accuse di essere ‘al soldo di Putin’, di fare propaganda putiniana, di prendere soldi da Mosca. “Sono argomenti che vengono usati verso tutti coloro che cercano di ragionare con la propria testa – puntualizza – Sono stato anche sbeffeggiato per aver visitato Mosca. Non sapevo che fosse proibito uscire dall’Italia. Ho un passaporto, pago la tassa regolarmente e posso andare dove voglio. Sono stato qualche tempo fa negli Stati Uniti, quindi posso bene andare anche nella Federazione Russa”.
D’Orsi ricorda poi lo sketch televisivo di Luca e Paolo che hanno preso in giro lui e Basile, e gli articoli del Foglio che rilanciano le accuse. “A un certo punto ci siamo stufati e abbiamo fatto questo comunicato. Io e Basile ci siamo difesi”, afferma.
Particolarmente duro è il giudizio sul leader di Azione: “Se l’onorevole Picierno è più prudente nelle forme, Calenda forse non sa molto controllare le sue ire”. D’Orsi rivela di aver presentato querela contro il leader di Azione: l’atto di citazione conterrebbe una quindicina di pagine di insulti, tra cui ‘schifosissimo’, ‘fascista’, ‘al soldo di Putin’, ‘indegno’ e la richiesta di cacciarlo dall’università.
Lo storico ricorda inoltre che lo stesso Calenda, quando era ministro dello Sviluppo Economico nel 2016, ha partecipato al Forum Economico di San Pietroburgo con centinaia di imprenditori italiani, sostenendo la necessità di mantenere ottime relazioni con la Russia nonostante le sanzioni seguite all’annessione della Crimea. “Hanno cambiato idea – commenta seccamente d’Orsi, che poi invita pubblicamente Picierno a un confronto pubblico – Il problema è che loro non sono in grado di farlo, francamente, perché non hanno argomenti”.
E cita, infine, la querelle tra l’economista americano Jeffrey Sachs e lo stesso senatore di Azione: “Calenda passa subito all’insulto, abbiamo visto come ha insultato Jeffrey Sachs, che comunque è un’autorità internazionale. Gli ha dato addirittura del cretino e dell’ignorante”.
Milano, destra divisa sul candidato sindaco. La Russa rilancia Lupi: “Serve un politico”. Congresso regionale di Noi moderati. Forza Italia insiste per un civico, ma è scontro con il Carroccio. Fontana: “Fare in fretta”

(di Alessandra Corica – milano.repubblica.it) – «Io voglio un politico, lo dico apertamente: un politico posso sceglierlo sapendo cosa scelgo. Un civico o è così bravo e noto che il nome brilla da subito, oppure è un salto nel buio». Ignazio La Russa infiamma la corsa a destra per la candidatura a sindaco di Milano. «O troviamo Batman o Nembo Kid», scherza. Prima di rilanciare la sua prima scelta: «Ogni volta che fanno il nome di Maurizio Lupi dicono che l’ha detto La Russa: è vero».
Il contesto è proprio il congresso regionale di Noi Moderati, la formazione più piccola del centrodestra che sulla scelta del profilo giusto per Milano si sta avvitando da tempo. La Russa ieri ha rimesso sul tavolo il nome di Lupi, come già fatto oltre un anno fa. Lui, il numero uno dei centristi di governo, non si sottrae: «Tutti siamo a disposizione, lo sono io, è a disposizione Matteo Salvini, lo è Ignazio La Russa. Unico criterio è conoscere la città, non imporre dall’alto, valorizzare, ascoltare. Credo che il centrodestra qui a Milano abbia una classe dirigente, una classe politica, in grado finalmente di rimettersi in gioco».

Parole non casuali. Perché da mesi a Milano è in atto un braccio di ferro tra FdI che vorrebbe puntare su un profilo politico, e Forza Italia che invece vorrebbe scommettere su un civico, e allargare l’alleanza ad Azione, «il centrodestra è il punto di partenza, ma dobbiamo attrarre anche i delusi del Pd, non Vannacci», la linea del coordinatore lombardo Alessandro Sorte. Da capire, allora, quale strada voglia percorrere la Lega: Salvini da mesi ripete di vagliare candidature, ancora la settimana scorsa raccontava che «stiamo incontrando diverse persone e in diversi si mettono a disposizione, alcuni dei quali anche dal mondo delle imprese, del lavoro, della produzione, senza tessere di partito in tasca». Tutta un’altra idea, però, quella annunciata ieri a Milano dal segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, «noi siamo per il primato della politica», mentre il governatore Attilio Fontana ribadiva che «è una scelta da fare con la massima urgenza».
Un cambio di linea, insomma, che sembrerebbe tutto interno ai salviniani. E chissà che la ragione non sia da ricercarsi anche nelle tensioni degli ultimi giorni con gli azzurri, in buona parte freddi rispetto all’evento di ieri in piazza Duomo messo in piedi dalla Lega sulla remigration. Con l’organizzazione anche di un contro sit-in (poco partecipato) dedicato agli immigrati di seconda generazione all’Arco della Pace: l’evento è stato lanciato da alcuni militanti locali azzurri. E nonostante il partito milanese se ne sia distanziato (e qui entrano in gioco le crepe interne a Forza Italia, che in Lombardia ribolle in attesa di un eventuale congresso), i vertici regionali lo hanno sostenuto, come gli eurodeputati Letizia Moratti e Massimiliano Salini, e la neo capogruppo al Senato Stefania Craxi. Con buona pace dell’alleanza con la Lega.
Lo rende noto Sigfrido Ranucci su Facebook: «Manderemo in onda il servizio, quello che dice, e come lo dice, è di interesse pubblico»

(Alba Romano – open.online) – Paolo Zampolli ha diffidato la trasmissione Report dal mandare in onda la sua intervista sul caso Epstein, in programma domani, domenica 19 aprile. A renderlo noto è stato Sigfrido Ranucci su Facebook: «L’inviato speciale di Trump ci ha diffidati dal mandare in onda il servizio su Epstein e Melania Trump che lo riguarda», scrive Ranucci. Ma cosa contiene l’inchiesta? Secondo le anticipazioni del programma, i giornalisti della tramissione Rai hanno raccolto in Brasile la testimonianza esclusiva di Amanda Ungaro, ex compagna di Zampolli, che avrebbe parlato per la prima volta dei presunti legami tra l’imprenditore italiano, il presidente degli Stati Uniti, la First Lady e il finanziere pedofilo.
Ungaro sostiene che il ruolo di Zampolli sia diverso da quello ufficiale: «Il suo rapporto con Trump passa attraverso Melania», afferma l’ex modella, che dopo il divorzio è stata espulsa dagli Stati Uniti dall’Ice. Accuse respinte dall’imprenditore, che le definisce una «vendetta personale». Secondo il racconto della donna, Zampolli si sarebbe a lungo presentato come il “cupido” della coppia presidenziale, sostenendo di aver fatto incontrare Melania e Trump. «Ora però nei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia si legge che fu Epstein a farlo», accusa l’intervistata. Sempre secondo Ungaro, tra Melania e l’imprenditore esisterebbe un accordo per garantirsi il suo silenzio: «C’è un patto tra loro, ne sono certa al cento per cento – dichiara la donna -. Melania ha un interesse a tenere stretto Paolo perché ha paura che lui possa dire o rivelare circostanze compromettenti».
Nel post, Ranucci riferisce che il legale di Zampolli sostiene l’irrilevanza della presenza del nome del suo assistito nei cosiddetti Epstein files e definisce infondate le dichiarazioni di Ungaro, aggiungendo che il passaggio sulle «donne brasiliane» – tra cui «Avete sentito che le donne brasiliane fanno i casini a tutti?» e altri insulti – sarebbe stato pronunciato «off the record». «Zampolli compare negli Epstein files decine di volte e per sua stessa ammissione ha avuto a che fare con Epstein. Ci ha ricevuti a casa sua dopo essere stato informato per iscritto dei temi dell’intervista – prosegue Ranucci -. Ha risposto per più di un’ora alle nostre domande e addirittura, rispetto al passaggio a margine dell’intervista in cui parla delle “donne brasiliane”, la telecamera è stata riaccesa dopo una sua esplicita richiesta. Zampolli non è un privato cittadino, è l’inviato del Presidente degli Stati Uniti per le partnership globali, e quello che dice, e come lo dice, è di interesse pubblico». Per tutti questi motivi, Report «mandarà in onda il servizio», conclude il giornalista.
ZELENSKY, ‘OGNI DOLLARO PER IL PETROLIO RUSSO FINANZIA LA GUERRA’

(ANSA) – ROMA, 19 APR – “Ogni dollaro speso per il petrolio russo è denaro per la guerra”. Lo scrive su X il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky.
“Il continuo allentamento delle sanzioni contro la Russia non rispecchia la reale situazione bellica né quella diplomatica – aggiunge – e alimenta l’illusione della leadership russa di poter continuare la guerra. Solo questa settimana, i russi hanno lanciato oltre 2.360 droni d’attacco, più di 1.320 bombe aeree guidate e quasi 60 missili di vario tipo contro le nostre città e comunità”.
“Più di 110 petroliere della flotta ombra di Mosca sono attualmente in mare. A bordo ci sono oltre 12 milioni di tonnellate di petrolio russo che, grazie all’allentamento delle sanzioni, possono essere nuovamente vendute senza conseguenze. Si tratta di 10 miliardi di dollari, una risorsa che viene convertita direttamente in nuovi attacchi contro l’Ucraina”.
“Ecco perché è fondamentale fermare le petroliere russe, impedendo loro di consegnare petrolio ai porti. Le esportazioni di petrolio dell’aggressore devono diminuire e le sanzioni a lungo termine contro l’Ucraina continuano a contribuire a questo obiettivo. Sono grato a ciascuno dei nostri soldati per la loro precisione – conclude Zelensky – e ringrazio tutti i partner che stanno contribuendo ad aumentare la pressione sulla Russia in questa guerra”.

(adnkronos.com) – Donald Trump punta sull’uso di Lsd e altre sostanze psichdeliche per curare la salute mentale. “Stiamo prendendo questa decisione, un passo deciso, per affrontare uno dei più urgenti problemi di salute pubblica che affronta il nostro Paese, la crisi della salute mentale”,
Ha spiegato il predidente firmando alla Casa Bianca un ordine per rafforzare la ricerca federale, con l’obiettivo di rendere queste sostanze, il cui uso rimarrà illegale negli Stati Uniti, accessibili in ambiti teraupetici controllati, con una particolare attenzione ai militari e reduci che soffrono di Ptsd, lo stress post traumatico.
“L’ordine garantirà che le persone che soffrono di sintomi debilitanti, possano finalmente avere la possibilità di riprendere la propria vita e condurla in modo più felice”, ha detto ancora il presidente, spiegando che la misura “accellererà drasisticamente” l’accesso a queste cure che se “saranno così buone come la gente dice, avranno un grande impatto”.
Trump ha fatto il suo annuncio affiancato da Robert Kennedy jr, il ministro della Sanità, e il popolare podcaster Joe Rogan, fautore della misura che secondo alcuni dei partecipanti all’incontro segna una svolta alla “guerra alla droga” avviata dall’amministrazione Nixon quasi 60 anni fa.
“La proibizione della medicina psichedelica in America è finita”, ha detto Bryan Hubbard, sostenitore dell’accesso all’ibogaina, un alcaloide psicoattivo estratto dalla corteccia di una pianta africana, usato tradizionalmente in Agrica per trattare tossicodipendenze, illegale negli Usa, ma in vendita in Messico.
L’ordine di Trump stanzia 50 milioni di dollari per la ricerca sulla ibogaina e renderà possibile ‘clinical trials’ per questa ed altre sostanze che hanno effetti allucinogeni e sono illegali negli Usa.
Una mossa che alcuni esperti ritengono rischiosa: secondo Kevin Sabetr, che è stato il consigliere della Casa Bianca su questioni relative alla droga per tre amministrazioni, l’ordine potrà mandare “il messaggio sbagliato”, incoraggiando una ricerca affrettata e potenzialmente pericolosa.
“La gente deve capire che vi sono poche prove, se non nessuna, che la maggioranza di queste droghe possano alleviare le condizioni di cui parlano”, ha dichiarato al Washington Post.
A riprova della loro efficacia oggi alla Casa Bianca sono stati presentati ex militari che hanno testimoniato il loro impegno ad aiutare reduci a recarsi nei Paesi dove possono ottenere le sostanze psichedeliche per aiutarli a fronteggiare i propri problemi mentali.
“Per me e per il presidente è preoccupante che centinaia, anzi migliaia di reduci debbano andare in Messico o altrove per sperimentare interventi che promettono grandi risultati”, ha detto Kennedy.

COSA BISOGNA SAPERE SUGLI PSICHEDELICI
Gli psichedelici non sono tutti uguali. Esistono molecole naturali e semi-sintetiche. Tra le naturali troviamo la psilocibina, presente nei funghi allucinogeni, e la Dmt, un composto presente in alcune piante e anche nel corpo umano. Tra le semi-sintetiche ci sono Lsd e Mdma, usate in studi clinici per depressione, disturbo post-traumatico da stress (Ptsd), dipendenze e disturbi ossessivi;
Non creano dipendenza. La psilocibina ha un potenziale di dipendenza bassissimo, persino inferiore a quello della caffeina, si legge nel focus dell’Associazione Coscioni. Anche gli altri psichedelici classici presentano generalmente un basso rischio di abuso;
Benefici terapeutici in poche sedute. In un contesto protetto e specifico per la somministrazione di questi medicinali, con l’assistenza di professionisti competenti in psicoterapia che accompagnino il percorso, è possibile registrare “effetti significativi in un numero ridotto di sessioni, spesso superiori a quelli dei farmaci tradizionali, verso cui molte persone sviluppano resistenza”, evidenziano gli autori del focus;
Ptsd: cos’è e come si cura. Il disturbo post-traumatico da stress colpisce chi ha vissuto eventi traumatici e può causare ansia, incubi, flashback e depressione. Studi clinici mostrano che la somministrazione controllata di Mdma, in contesti psicoterapeutici adeguati, può ridurre questi sintomi in maniera significativa;
Depressione e disturbi resistenti. Circa la metà dei pazienti con depressione e altri disturbi psichiatrici non risponde ai trattamenti tradizionali. Nei Paesi dove sono possibili – come Svizzera, Usa, Regno Unito e Australia – le terapie psichedeliche offrono nuove possibilità a chi oggi non ha alternative efficaci.
Studi scientifici in crescita. Per la psilocibina sono già stati pubblicati studi di fase II e III sulla depressione resistente al trattamento, mostrando miglioramenti significativi. Dati promettenti arrivano anche su Dmt, Mdma e Lsd nei disturbi post-traumatici, nelle dipendenze e nell’ansia da fine vita. In alcuni Paesi sono in corso sperimentazioni cliniche per arrivare alla registrazione di molecole psichedeliche come veri e propri farmaci, segnalano gli esperti;
La Convenzione delle Nazioni Unite del 1971. E’ il documento internazionale che disciplina anche le molecole psichedeliche: le elenca in specifiche tabelle per regolarne l’uso e favorirne l’accesso per fini medico-scientifici. Tutte le altre condotte non riconducibili a tali finalità sono passibili di sanzioni penali o amministrative;
Cosa è possibile fare in Italia. In Italia non esistono proibizioni esplicite relative alle terapie psichedeliche. Esse potrebbero rientrare nelle terapie del dolore previste dalla normativa sulle cure palliative (2010), osservano gli esperti dell’Associazione Coscioni.
Inoltre, grazie alle leggi sull’uso compassionevole, i farmaci sperimentali destinati a persone con malattie gravi o resistenti ai trattamenti già disponibili possono essere prescritti da personale medico che si assume la responsabilità della somministrazione (legge Di Bella del 1996);
La prima sperimentazione clinica italiana su un essere umano con uno psichedelico è avvenuta a Chieti a inizio febbraio: un paziente è stato trattato con psilocibina per depressione resistente. L’accesso avviene su autorizzazione medica, con protocolli rigorosi e supervisione terapeutica, nel rispetto delle normative italiane
“Prima del M5S votavo De Mita e i radicali. Da piccolo papà mi portò da Padre Pio, a Roma facevo lavoretti”. L’intervista al leader del Movimento 5 Stelle: «A Roma ero uno studente squattrinato, facevo lavoretti. Una madre mi scrisse che grazie al reddito di cittadinanza potè comprare una bistecca ai suoi figli. Mi commosse»

(di Aldo Cazzullo – corriere.it) – Giuseppe Conte, qual è il suo primo ricordo?
«L’ospedale: a quattro anni mi ruppi il femore. Ma ho anche un ricordo bello: un compleanno, tre candeline, mia sorella Maria Pia, mia mamma e mio papà che si abbracciano felici».
Cosa faceva suo padre?
«Segretario comunale a Volturara Appula, il paese di mia mamma. Lì si conobbero. Lui era di Cerignola, il paese di Giuseppe Di Vittorio. I miei genitori erano gli unici nelle loro famiglie ad aver studiato, papà l’unico di nove figli. Vivevano in poche stanze. Un’immagine che mi è tornata in mente al tempo del Covid».
Come mai?
«Pensando a mio padre mi sono immedesimato nelle tante famiglie che dovevano condividere piccoli spazi, con i ragazzi che seguivano le lezioni dai computer poggiati sulla lavatrice del bagno… Il pensiero dei privilegi di chi disponeva di ville e terrazze, e della sofferenza di chi impazziva senza avere nessuno sfogo, mi ha commosso, talora fino al pianto».
Suo padre si trasferì a San Giovanni Rotondo.
«E non si mosse più, per devozione a padre Pio. Era un suo figlio spirituale, andava a chiedergli consiglio per le scelte importanti della vita».
Anche lei ha conosciuto padre Pio?
«Sì, papà mi portò da lui. Ero bambino, ma me lo ricordo benissimo. E ricordo la tristezza che piombò sulla nostra casa quando poco dopo sapemmo della sua morte».
Prega padre Pio?
«Più da piccolo. Ora cerco una raccomandazione diretta».
Crede in Dio?
«Credo nel mistero, nel nostro Dio cristiano. Tutto questo che viviamo viene sempre più indagato dalla scienza, ma non può risolversi per via immanente».
Sua mamma cosa faceva?
«La maestra elementare. Era orfana di padre, andò da uno zio a Lecce per studiare. A 19 anni ebbe il primo incarico in una scuola di campagna, si alzava all’alba per prendere il pullman, poi faceva due chilometri a piedi in un bosco. Nonna Clotilde era preoccupatissima: “Lillina, stai attenta!”. Ma lei era così orgogliosa di essere autonoma… Ho sempre sentito il fascino dell’insegnamento. Il mio mito era Wittgenstein, che lascia Cambridge per andare a insegnare ai bambini di un paesino sperduto tra le montagne austriache».
Nel suo libro, «Una nuova primavera», lei si racconta come studente con pochi soldi a Roma.
«Squattrinato, sì. Ma oggi una famiglia come la mia, con stipendi da statali, non potrebbe più mantenere due figli all’università. I miei mi mandavano un vaglia con i soldi calcolati al centesimo. Chiesi qualcosa in più, mi risposero: sei a Roma per studiare, non per divertirti. Per ripicca dissi che avrei fatto da solo. Mi sono ricordato di quell’impuntatura giovanile nella trattativa con Angela Merkel».
Cosa c’entra la Merkel?
«All’inizio della pandemia escluse di fare debito comune dicendo: usate il Mes. Le risposi che piuttosto di usare il Mes avremmo fatto da soli. Finimmo con il portare a casa 209 miliardi».
Come si mantenne da solo all’università?
«Con vari lavoretti. Soprattutto all’inizio davo lezioni di diritto ad altri studenti. Poi feci il correttore di bozze. Ancora adesso, se in un testo c’è un refuso, lo becco subito».
Nel suo libro lei dice di non aver votato Movimento 5 Stelle fino al 2018. Prima cosa votava?
«Non avevo un partito di riferimento. Guardai con interesse all’esperienza demitiana, alla sinistra Dc, quando candidò indipendenti di sinistra: Scoppola, Lipari, Ossicini. Ho votato anche radicale».
Come sono ora i suoi rapporti con Grillo?
«Dopo gli insulti che mi ha rivolto, non ci sono più rapporti. Anche se per me resta il fondatore. Una figura storica, con grandi meriti».
Lei scrive che Casaleggio aveva inserito nel M5S valori di destra.
«Oggi il Movimento si è dato, anche attraverso Nova, una Carta dei principi e dei valori che definisce più nitidamente la nostra identità. Che è un’identità progressista. Combattiamo per attuare il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione: mettere tutti in condizione di essere protagonisti della vita economica e sociale del Paese. Vogliamo contrastare disuguaglianze e iniquità, mai così profonde nella storia umana, anziché consolidare lo strapotere dei gruppi imprenditoriali dominanti, dei poteri finanziari, dei fondi di investimento, del nuovo capitalismo della sorveglianza digitale».
Siete pronti a un’alleanza organica con il Pd?
«Nova ci vincola a una concezione dell’alleanza dinamica, non statica. L’alleanza non è un prerequisito; è un mezzo per combattere le nostre battaglie accanto a chi condivide con noi un programma nero su bianco».
Quindi non è scontato che Pd e M5S si presentino insieme alle prossime elezioni?
«Con loro in questa legislatura abbiamo condiviso le basi di un programma comune. Siamo già a buon punto».
E lei ha aperto alle primarie di coalizione.
«Mi sono reso disponibile perché ho visto nel referendum una gran voglia di partecipare. Le primarie non sono nella nostra tradizione. Mi sono convinto che possano essere il modo più efficace per trovare l’interprete migliore, ma solo dopo aver condiviso il programma. Il vincitore delle primarie sarà colui che dovrà attuare il programma. Un percorso che va costruito con intelligenza, per compattare lo schieramento progressista anziché dividerlo».
Nel programma di governo ci saranno nuove tasse? La patrimoniale?
«No. Non dobbiamo aumentare la tassazione. Al contrario, dobbiamo alleggerire il peso fiscale e burocratico su chi apre una saracinesca, su chi tiene in piedi una fabbrica. La vera ricchezza da tassare è quella di chi sta seduto dietro una scrivania a spostare masse enormi di denaro. Dobbiamo aiutare l’economia reale, e colpire l’economia finanziaria che si arricchisce parassitariamente».
C’è posto per Renzi nell’alleanza?
«C’è posto per chi genuinamente condividerà il programma e offrirà garanzie di affidabilità per attuarlo. Non ne voglio fare questioni personali. La politica non deve vivere sui personalismi ma su processi politici chiari, limpidi, condivisi».
Chi ha fatto cadere il suo governo? Renzi?
«Renzi è molto abile a intestarsi svolte e soluzioni. Ma è evidente che la mia caduta è dovuta ad ambienti finanziari interni e stranieri, che non mi hanno considerato una garanzia ai loro occhi per gestire l’incredibile massa di risorse finanziarie che abbiamo ottenuto in Europa. Draghi non ha certo aspettato Renzi. Mi risulta da varie fonti che Draghi si fosse mosso in proprio per chiedere un cambio di governo ben prima che avvenisse».
Quali fonti?
«Ad esempio D’Alema. Credo che Renzi sia stato tra gli ultimi ad arrendersi al governo tecnico; perché sa che con un governo tecnico i politici contano ancora meno».
Trump aveva simpatia per lei.
«Una simpatia che ho sfruttato per ottenere per il mio Paese, non per dare il sangue, come ingenuamente sin qui ha fatto Giorgia Meloni. Uno dei suoi grandi fallimenti».
Cos’è andato a fare a pranzo con Zampolli?
«Ho ricevuto una lettera su carta intestata: l’inviato speciale di Trump, in visita ufficiale a Roma, desiderava incontrarmi. Ho ritenuto opportuno l’incontro per pregare Zampolli di riferire a Trump che stava accumulando errori su errori, a dispetto dei “signorsì” della Meloni, che l’hanno incoraggiato anziché frenarlo».
Com’è il rapporto con Elly Schlein?
«Rispetto reciproco, nella consapevolezza che rappresentiamo due forze politiche differenti, ma possiamo costruire un solido programma che ci consenta di rimediare ai fallimenti di Meloni e di governare per cinque anni».
E Silvia Salis?
«L’abbiamo appoggiata come sindaco di Genova perché è risultata la candidata migliore in una situazione complicata; ma non posso dire di averne una conoscenza approfondita».
Le cito quattro provvedimenti contestati dei suoi governi. I decreti Sicurezza. Una cosa di destra. Altro che progressista.
«Era un governo di compromesso. Nato dal rifiuto del Pd a collaborare, e dalla necessità di dare un governo al Paese. Tutte le più importanti riforme sono state quelle volute dal Movimento. Alla Lega abbiamo concesso i decreti Sicurezza, che nella versione originaria avevano vari profili di incostituzionalità, cui abbiamo ovviato con un lavoro attento e con il contributo del Quirinale».
Il 110. Un salasso enorme.
«Un provvedimento pensato per dare una forte spinta alla ripresa dopo la pandemia: un euro investito in edilizia ha un ritorno minimo di un euro e 50. Il provvedimento fu poi attuato dal governo Draghi e all’inizio proseguito dal governo Meloni. Ministri che ne hanno usufruito personalmente per le loro abitazioni parlano di un costo. È stato un investimento».
Troppo oneroso.
«Quando avremo la possibilità di tirare le somme in modo onesto, vedremo che un euro investito ha avuto un ritorno molto superiore a un euro e 50, a beneficio della collettività e delle casse dello Stato. Un euro speso in armi ha un ritorno ben inferiore a 0,50 centesimi».
Il reddito di cittadinanza. Nel libro lei racconta di non aver seguito l’invito di Casalino a raggiungere Di Maio sul balcone.
«Non l’ho fatto perché un premier non esce sul balcone. Ma le potrei far leggere lettere che ho ricevuto e mi hanno commosso fino alle lacrime. Un padre mi raccontava di aver potuto finalmente comprare un paio di occhiali. Una madre aveva potuto dare per la prima volta una bistecca ai figli. L’Italia però è così: se in un budget che sfiora i mille miliardi ne trovi otto per la sopravvivenza dei poveri, ti saltano addosso e appena possono ti mandano a casa. Se consenti a banche e assicurazioni di continuare ad arricchirsi, fai tutti felici e contenti».
Cambierebbe qualcosa nella gestione della pandemia? Farebbe la zona rossa nelle valli bergamasche?
«Sono questioni che anche la magistratura ha vagliato con attenzione e archiviato. Posso dire di aver operato con grande scrupolo e senso di responsabilità, sostenuto dai consigli degli esperti. Con il senno di poi si continua a dire tutto e anche di più. Di una cosa sono sicuro: vedendo come sono maldestri — non riescono neppure ad adottare il piano pandemico —, se fosse toccato all’attuale governo mi sarei spaventato per la mia salute e per quella della mia famiglia e dei miei compatrioti».
Lei firmò la Via della Seta con la Cina.
«Io firmai la Via della Seta dopo aver costretto i cinesi ad accettare principi che mai avevano sottoscritto prima — parità di condizioni, sostenibilità ambientale e finanziaria —, senza mettere in discussione l’alleanza con gli Usa, anzi rassicurandoli che era un passaggio necessario per aprire ai nostri imprenditori un mercato più ampio. Oggi con gli errori di Trump gli Usa sono poco affidabili, e rischiano di fare apparire la Cina addirittura più ragionevole. Un bel paradosso».
Lei è considerato filorusso, non solidale con l’Ucraina.
«Da subito ho condannato l’aggressione di Putin, sono stato favorevole alle sanzioni e lo sono tuttora. Ma la propaganda distorcente che mi ha calunniato trascura i quattro anni di fallimenti di coloro che hanno scommesso sulla sconfitta militare della Russia, sul cambio di regime, sul crollo dell’economia russa; anziché investire sulla diplomazia, e raggiungere un accordo oggi tanto più necessario, perché dobbiamo tornare in prospettiva a comprare gas russo».
La prima riserva mondiale di petrolio è in America Latina, con il Venezuela che ha quasi il diciotto per cento del totale. Subito dopo c’è l’Arabia Saudita con il sedici per cento. La risposta è nelle rocce

(di Maurizio Stefanini – ilfoglio.it) – Come le vicende legate al blocco dello Stretto di Hormuz stanno drammaticamente ricordando oggi a tutti, metà delle riserve mondiali di petrolio convenzionale e il 40 per cento del gas si trovano sotto appena il tre per cento della superficie terrestre. Facendo un attimo i conti, la prima riserva mondiale di petrolio è in America Latina: il Venezuela, con il 17,9 per cento del totale, concentrato principalmente nella cintura dell’Orinoco.
Metà delle riserve mondiali di petrolio convenzionale e il 40 per cento del gas si trovano sotto appena il tre per cento della superficie terrestre
Ma si tratta prevalentemente di greggio pesante ed extrapesante, con alta viscosità e consistenza simile alla melassa. Difficile da estrarre, trasportare e raffinare, e richiedente tecnologie complesse e diluenti. Per questo, con la mancanza di investimenti e manutenzione da parte della società di stato Pdvsa durante gli anni del chavismo, la produzione era crollata del 90 per cento, e si è ripresa solo con l’arrivo di società straniere. Ma seconda, col 16,1, è l’Arabia Saudita. Quarto, dopo il terzo posto del Canada al 10,6, l’Iran, col 9,1. Quinto l’Iraq, pure con una percentuale del 9,1, ma con un quantitativo di barili minore (143,1 miliardi contro 151,2). Sesto il Kuwait, con il 6,1. Settimi gli Emirati Arabi Uniti, con il 5,9. Poi, dopo il 5,3 della Russia, il 2,9 della Libia, il 2,3 della Nigeria, l’1,9 degli Stati Uniti e l’1,8 del Kazakistan, tredicesimo è il Qatar, con l’1,5. Quanto al gas naturale, dopo la Russia col 24,39 per cento abbiamo l’Iran con il 17,09 e il Qatar con il 12,40. Quarti gli Stati Uniti con il 4,65, si torna nel Golfo con il 4,38 dell’Arabia Saudita. E dopo il 3,83 del Turkmenistan c’è il 3,11 degli Emirati Arabi Uniti. Il servizio geologico degli Stati Uniti ha stimato nel 2012 che vi sono nella regione più di 86 miliardi di barili di petrolio greggio, e 9,5 mila miliardi di metri cubi di gas.
Sembra che il primo sfruttamento industriale del petrolio sia stato fatto in Birmania nel XVIII secolo, una raffineria fu fatta dai russi in Azerbaigian nel 1837 in un sito dove esisteva un pozzo scavato a mano già nel 1593, e l’industria petrolifera moderna inizia quando il 27 agosto 1859 nei pressi di Titusville, in Pennsylvania, Edwin Drake apre il primo pozzo petrolifero redditizio del mondo. Oggi gli idrocarburi sono considerati dagli ecologisti una iattura e sono tacciati di aver provocato il cambiamento climatico, ma in realtà l’introduzione nell’industria di lubrificanti a base di petrolio al posto di quelli di grasso e olio di cetacei ha all’inizio proprio un effetto positivo per l’ambiente, dal momento che pone un brusco freno a quella caccia alle balene che con la Rivoluzione Industriale era diventata forsennata. Anche la lampada a petrolio nel 1846 è inventata per sostituire quella a olio di balena. Ma la vera èra del petrolio inizia quando Winston Churchill, dal 24 ottobre 1911 Primo Lord dell’Ammiragliato, decide di rispondere alla sfida lanciata dal sempre maggior rafforzamento della marina imperiale tedesca disponendo che la Royal Navy sostituisca il carbone con il petrolio come combustibile. E dal marzo 1912 inizia ad annunciare alla Camera dei Comuni la messa in linea di nuove navi che vanno a nafta.
Churchill, dal 1911 Primo Lord dell’Ammiragliato, dispone che la Royal Navy sostituisca il carbone con il petrolio. La Grande guerra gli darà ragione
Non solo ammiragli tradizionalisti e la potente lobby del carbone fecero resistenza. Anche i marinai protestarono che sulle navi a carbone faceva più caldo. Ma la Grande Guerra presto confermò come la nafta generava più energia per unità di peso, il che significava navi più veloci, e anche che era meno costoso. Occupava meno spazio, liberando spazio per armi o rifornimenti. Era più pulito: all’epoca certe preoccupazioni ecologiste non c’erano, ma è noto che il 10 giugno 1918 fu proprio il fumo nero a tradire nella notte le navi a carbone della flotta austro-ungarica che provava a forzare lo sbarramento del Canale di Otranto: segnalandole ai due Mas di Luigi Rizzo che poterono così silurare e affondare la corazzata Santo Stefano. E, soprattutto, poteva essere rifornito più rapidamente, poiché non richiedeva il lavoro manuale di eserciti di fuochisti neri di fuliggine a caricare tonnellate di carbone nelle stive.
Invece della catena di stazioni per il rifornimento del carbone che le potenze marittime avevano cercato di creare nel pianeta durante il XIX secolo e da cui erano nate molte colonie, compresa la nostra Eritrea, adesso basta qualche petroliera. “La ballata del mare salato”, prima storia di Corto Maltese, racconta anche dell’immane sforzo dei tedeschi per creare basi di rifornimento di carbone nel Pacifico all’inizio della Prima Guerra Mondiale. E dalle navi l’effetto petrolifero si proiettò su tutti gli altri mezzi di trasporto, anche se, dopo che tutti i possibili utilizzi furono considerati, il sorpasso definitivo del petrolio sul carbone come combustibile più usato avviene solo negli anni Cinquanta del XX secolo.
Il Regno Unito, però, di miniere di carbone ne aveva in casa in abbondanza. Il petrolio bisognava invece procurarselo, e il 17 giugno del 1914 Churchill chiede infatti alla Camera dei Comuni di approvare l’acquisto da parte del governo di una quota del 51 per cento delle azioni della Anglo-Persian Oil Company, e in aggiunta la prima utilizzazione di tutto il petrolio prodotto nei pozzi della compagnia. Con questa acquisizione, e a un costo di poco superiore a due milioni di sterline, la Royal Navy si sarebbe assicurata tutto il petrolio necessario per “alimentare le navi da guerra senza dipendere da qualche compagnia privata o governo straniero”. Fondata nell’aprile 1909 in seguito alla scoperta di un vasto giacimento petrolifero a Masjed-e Soleyman, nell’allora Persia, questa prima compagnia petrolifera in medio oriente mutò il nome in Anglo-Iranian Oil Company quando nel 1935 anche la Persia divenne Iran. Nazionalizzata nel 1951 da Mohammad Mossadeq col nuovo nome di National Iranian Oil Company (Nioc), restò di stato anche dopo che la Cia ebbe rovesciato il primo ministro nazionalista e restaurato lo Scià. Ma la parte fuori dall’Iran si ristrutturò come British Petroleum (Bp), e con altre compagnie creò la holding che continuò a cooperare con la Nioc fino a quando la rivoluzione del 1979 non pose fine a ogni tipo di collaborazione di questo genere.
Ovvio che da Churchill in poi il petrolio è entrato nella geopolitica e nelle guerre. Ma nel Golfo Persico, in medio oriente e anche nei dintorni il petrolio era conosciuto da prima. Sembra che Babilonia fosse circondata da strade già fatte di asfalto, e vari popoli dell’antichità utilizzavano i giacimenti di petrolio superficiali per produrre medicinali con funzioni lenitive e lassative, fabbricare bitume o alimentare le lampade. Lo stesso culto del fuoco come manifestazione divina purificatrice nacque da zone dove il petrolio e il gas naturale emergevano spontaneamente, creando fiamme perenni che venivano venerate dagli zoroastriani. Il Tempio Ateshgah a Baku, in Azerbaigian, è una testimonianza storica di questo culto. Anche Marco Polo nel Milione racconta di una montagna al confine tra Armenia e Georgia dove è “una fontana, ove surge tanto olio e in tanta abbondanza che 100 navi se ne caricherebboro a la volta. Ma non è buono a mangiare, ma sì da ardere, e buono da rogna e d’altre cose; e per tutta quella contrada non s’arde altr’olio”.
Ma già nell’Iliade Omero narra di un “fuoco perenne” lanciato dai troiani contro le navi greche, forse anticipatore di quel “fuoco greco” che i bizantini preparavano con petrolio, olio, zolfo, resina e salnitro, che non potendo essere spento dall’acqua si rivelò un’arma decisiva per fermare la prima avanzata islamica. In compenso, i musulmani introdussero il petrolio in occidente, soprattutto come medicinale. Alcune fonti a cielo aperto, come il santuario della “Madonna dell’olio” di Blufi a Palermo o la pure siciliana Petralia in Sicilia, divennero noti centri termali. La stessa parola petrolio, da latino petroleum “olio di roccia”, è spesso attribuita al mineralogista tedesco Georg Bauer, che la adottò nel suo trattato del 1546 “De Natura Fossilium”. Ma ci sono evidenze che era stato coniato cinque secoli prima dal filosofo e scienziato persiano Avicenna.
Quanto al gas naturale o metano, nell’antica Grecia le fiamme di gas del monte Chimera fecero nascere la leggenda del mostro omonimo, ma il primo utilizzo risale al V secolo a.C., in Cina: portato con condotte di bambù per far bollire l’acqua salata ed estrarre il sale. In epoca moderna il primo pozzo commerciale di gas naturale è scavato da William Hart nello stato di New York nel 1821, e nel 1858 è creata la prima società per il suo sfruttamento, ma l’utilizzo continua ad essere soprattutto locale fino all’inizio del XX secolo, quando iniziano a essere costruiti gasdotti a lunga distanza. Nel 1925 i tedeschi Franz Fischer e Hans Tropsch mettono a punto la tecnica per trasformare il gas naturale in carburante liquido, poi utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale da una Germania dove il petrolio scarseggiava. Ma in linea generale il gas naturale ha iniziato a essere importante da quando hanno iniziato ad aumentare i prezzi del petrolio.
Ma così torniamo appunto alla grande domanda. Come mai il Golfo Persico ha più petrolio e gas di qualsiasi altro posto sulla Terra? “In qualità di geologo petrolifero che ha studiato la zona, rimango ancora stupito dall’enorme estensione dei suoi giacimenti di idrocarburi”, spiega ad esempio Scott L. Montgomery, Docente di Studi Internazionali, Università di Washington, in un recente saggio sul tema scritto per “The Conversation”. “Ad esempio, intorno al Golfo Persico si trovano oltre 30 giacimenti supergiganti, ciascuno contenente cinque miliardi di barili o più di petrolio greggio. E i pozzi della regione producono da due a cinque volte più petrolio al giorno rispetto ai migliori pozzi del Mare del Nord e della Russia”. Ma come spiega, la geoscienza moderna ha identificato diversi fattori chiave nelle rocce che rendono una regione particolarmente ricca di petrolio, inclusa la sua capacità di generare e trattenere idrocarburi. E nella regione del Golfo Persico, tutti questi fattori sono a livelli ottimali, o quasi. Già negli anni 50 e 60, in un periodo di rapida espansione dell’esplorazione di petrolio e gas, divenne chiaro che nessun’altra regione del pianeta avrebbe avuto una tale abbondanza. Sono state scoperte altre aree con enormi volumi di petrolio e gas, come la Siberia occidentale in Russia e, più recentemente, il bacino del Permiano negli Stati Uniti, ma nessuna è paragonabile alla grandezza delle riserve nel Golfo Persico, né all’alto rendimento con cui petrolio e gas possono essere prodotti in questa regione.
La grandezza delle riserve nel Golfo Persico, e l’alto rendimento con cui petrolio e gas possono essere prodotti nella regione non hanno eguali
Questo perché la regione del Golfo Persico si trova nel punto in cui da 35 milioni di anni si scontrano la placca tettonica araba a sud-est e quella eurasiatica a est e nord. Gli strati rocciosi sono stati così piegati e fratturati e, a livelli più profondi, trasformati da calore e pressione considerevoli. Vero che alcune caratteristiche geologiche sono molto diverse tra i due lati del Golfo. Sul versante iraniano c’è infatti la catena montuosa Zagros, che si estende per 1.800 chilometri dal Golfo di Oman fino al confine con la Turchia. Parte del grande sistema alpino-himalayano, è costituita da rocce altamente piegate e fratturate, create negli ultimi 60 milioni di anni dalle collisioni di Africa, Arabia e India con l’Eurasia. La forma degli Zagros riflette direttamente le pieghe dovute alle enormi forze tettoniche in gioco, che hanno orientamento “a salsiccia” in direzione nord-ovest/sud-est. Al contrario, sulla costa del Golfo Persico non si è invece verificato alcun tipo di flessione e frattura. Ma le forze di compressione della collisione hanno deformato una piattaforma rigida di roccia profonda e dura, nota come “basamento cristallino”, creando vaste strutture a cupola di enormi dimensioni, estese per decine e persino centinaia di chilometri quadrati.
In mezzo, sotto il Golfo Persico si trova invece un bacino ricco di sedimenti erosi dal sollevamento dei Monti Zagros, che nelle sue zone più profonde è stato sottoposto alle alte temperature e pressioni necessarie per la generazione di petrolio e gas. Entrambi hanno in effetti origine organica: materiali come lo zooplancton marino e il fitoplancton, dopo la loro morte si sono depositati sul fondale marino unendosi ad altri sedimenti come scisti, calcare ricco di fango e altre rocce che successivamente sono state esposte a temperature e pressioni elevate. Quando le rocce sono composte per almeno il due per cento da materiale organico, sono considerate di alta qualità per la produzione di petrolio e gas. E la regione del Golfo ha appunto un numero particolarmente elevato di strati di queste rocce madri, alcune delle quali sono particolarmente spesse, abbondanti e ricche di sostanza organica. Queste forze in gioco hanno creato campi di greggio come Ghawar: il più grande al mondo, con un potenziale da oltre 70 milioni di barili. Vicino c’è il South Pars-North Dome, condiviso tra Iran e Qatar, che invece potrà produrre 46 miliardi di metri cubi di gas. Ma ciò senza considerare le nuove tecniche delle trivellazioni orizzontali e del fracking, che sperimentate negli Usa dagli inizi di questo millennio potrebbero aumentare la resa ulteriormente, e di parecchio.
La roccia serbatoio principale nella zona sono i calcari, la cui porosità è dovuta a cause sia meccaniche che chimiche: fratturazione, carsismo e in parte erosione. Anch’essa gioca un ruolo chiave per poter ospitare gli idrocarburi, creando cavità e canali in cui petrolio e gas si possono infilare. Grazie a queste proprietà, nei calcari del Golfo, derivanti da antichi fondali marini sconfinati, si creano giacimenti immensi, vasti anche più di migliaia di chilometri quadrati, tutti interconnessi. Per lo stesso principio in Italia, i calcari sono i principali acquiferi. In realtà, anche da noi un po’ di petrolio c’è: in Basilicata la Val d’Agri. E c’è gas in Pianura Padana e nell’Adriatico. Ma, appunto, a est dell’Appennino. Nel Tirreno è invece avvenuto l’opposto che gli Zagros: non compressione ma estensione dovuta a decompressione partita 30 milioni di anni fa. Ciò ha favorito l’attività vulcanica nell’ovest del paese. Semplificando, ci spiega il geologo, “si può dire che il vulcanesimo ha cotto l’eventuale petrolio che poteva essere contenuto nella zona tirrenica e le fratture di decompressione hanno permesso al gas ed altri residui di disperdersi in superficie”.
In Italia il “vulcanesimo” ha cotto l’eventuale petrolio della zona tirrenica. Ma a Lardarello nel 1913 nacque la prima centrale geotermica al mondo
Ci aggiunge però che in teoria ciò non sarebbe uno svantaggio per la produzione di energia. Lo testimonia quella che a Lardarello fu nel 1913 la prima centrale geotermica al mondo, e le ricerche che si stanno facendo per realizzarne altre nell’Alto Lazio e in Campania. Il geotermico, essendo disponibile 24 ore per 365 giorni l’anno, già ora copre il due per cento del fabbisogno energetico nazionale, ma con opportuni investimenti potrebbe arrivare oltre il 10, aiutandoci a sostituire il petrolio bloccato a Hormuz. Se non ci si mettono di mezzo i Nimby…
Il sì al gas russo spacca il Paese. Oltre il 50% vede il rapporto con gli Stati Uniti come un rischio

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – C’è un dato che, più di tutti, racconta il tempo che stiamo vivendo: quasi un italiano su due (47,8%), secondo i sondaggi di Only Numbers, ha già iniziato a risparmiare sui consumi energetici. Non è una scelta ideologica, né il segnale di una improvvisa svolta ecologista collettiva, ma una necessità concreta. Ancora una volta è il portafoglio, prima ancora della politica, a dettare le priorità. La guerra in Medio Oriente, lontana geograficamente ma ormai vicinissima nelle sue conseguenze, sta producendo effetti immediati e tangibili: bollette più care, incertezza diffusa, nuove paure… E come spesso accade nei momenti di pressione economica, sono le famiglie – e in particolare le donne (48,6%) come emerge dal sondaggio – a farsi carico per prime dell’adattamento quotidiano.
Ridurre, ottimizzare, rinunciare: una gestione silenziosa che racconta più di molte dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, questo sforzo non pesa allo stesso modo su tutti. Per alcuni significa riorganizzare i consumi, per altri rinunciare a ciò che era già essenziale. È qui che la crisi energetica smette di essere solo un tema economico e diventa una questione sociale, che amplifica disuguaglianze già esistenti. Sotto la superficie dei comportamenti individuali si muove una frattura politica e culturale sempre più evidente. Il 41,5% degli italiani si dice favorevole a rimuovere le sanzioni alla Russia pur di tornare a un’energia più accessibile. È un dato che non può essere liquidato come semplice nostalgia del passato o cinismo economico, è, invece, il segnale di un disagio reale, che mette in discussione l’equilibrio tra principi geopolitici e sostenibilità sociale.
L’Italia, su questo, si divide nettamente. Da una parte un centrosinistra che difende la linea delle sanzioni come scelta di campo etica e strategica (54,1%); dall’altra un centrodestra (54,3%), con aperture significative anche dal Movimento 5 Stelle (44,7%), più disposti a rimettere in discussione quei vincoli in nome di una maggiore tutela interna.
Non è solo uno scontro tra schieramenti, ma il riflesso di due diverse idee di priorità nazionale. A complicare ulteriormente il quadro c’è il rapporto con gli Stati Uniti e, in particolare, con il suo presidente Donald Trump. Più della metà degli italiani percepisce questo legame come un rischio, segno di una fiducia tutt’altro che consolidata nei confronti dell’alleato storico. E quando l’80,1% dell’opinione pubblica ritiene che sia stato superato ogni limite, la politica estera smette di essere materia per specialisti e diventa sentimento diffuso. Eppure, in uno scenario attraversato da tensioni, paure e divisioni, emerge un elemento apparentemente controcorrente: il desiderio di stabilità. La fiducia nella presidente del Consiglio e nel suo partito non registra scosse significative, come se, in una fase di incertezza globale, una parte compatta del Paese preferisse ancorarsi a un punto fermo piuttosto che avventurarsi nell’ignoto.
Anche le opposizioni, del resto, non mostrano variazioni rilevanti. È forse questa la chiave di lettura più interessante: gli italiani stanno cambiando comportamenti, opinioni e priorità, ma non cercano necessariamente una rottura. Piuttosto, sembrano chiedere protezione, gradualità, rassicurazione. Domandano risposte concrete più che battaglie simboliche, stabilità più che scosse. Il rischio, altrimenti, è quello di trovarsi di fronte a un Paese bloccato: non solo nella percezione dei cittadini, ma nella realtà quotidiana. Ce ne accorgiamo alla pompa di benzina o mentre facciamo la spesa nel nostro negozio di fiducia, ci scopriamo più poveri, e sempre meno capaci di pianificare il futuro. Ed è proprio qui che si gioca la sfida per la politica: intercettare fino in fondo questa domanda diffusa, prima che si trasformi in disillusione. Continuare a leggere il Paese attraverso categorie che da oltre trent’anni strutturano il dibattito in centrodestra e centrosinistra, atlantismo e sovranismo, rischia di non essere più adeguato.
Perché mentre il confronto pubblico resta spesso astratto, nelle case degli italiani accade altro: si spegne una luce in più, si abbassa il termostato, si rinvia una spesa. Piccoli gesti, apparentemente marginali, che raccontano però una realtà molto concreta. È lì, in quella quotidianità silenziosa, che si misura davvero lo stato di salute della nazione. C’è però un rischio ancora più profondo, meno visibile, ma forse più insidioso: che questa capacità di adattamento si trasformi in assuefazione. Che il ridurre, il rinunciare, il rimandare diventino la normalità accettata, e non più una fase da superare. Perché un Paese che si abitua a restringere i propri orizzonti è un Paese che, lentamente, smette di immaginare il futuro.
Nel labirinto libanese delle guerre degli altri tutti indicano il Partito di Dio

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Chi ha ucciso il sergente Florian Montorio, Casco blu francese impegnato, fidando un po’ troppo in un fragile cessate il fuoco, a sminare una strada che porta a un posto di controllo del contingente Onu nel Sud del Libano, la piccola armata più indifesa del mondo? L’indagine su un delitto è sempre complicata soprattutto quando il fatto accade in una zona di guerra. Ancor più quando è in Libano. Perché il capitolo libanese del confronto tra Israele (e il suo alleato americano) e l’Iran è un sacco colmo di tragedie e di domande: è una guerra di annessione territoriale per il Grande Israele? Una guerra per la crisi mediorientale? Una guerra geopolitica con l’asse della resistenza sciita sbrindellato ma non vinto? O una guerra civile, religiosa, sociale, di poveri contro ricchi? O tutto questo insieme? In Libano corre la decorrelazione radicale, a ciascuno la sua Storia, due mondi in cui uno continua in quanto l’altro si estenua. Hezbollah ne è la sintesi: gruppo terrorista confessionale ma non solo, gli altri gruppi di kamikaze dell’epoca sono scomparsi e loro sono ancora lì, poi partito poi esercito poi potere e contropotere, missili e la tv Al-Manar, guerra asimmetrica e valle della Bekaa, i riti del martirio e i giochi di corridoio levantini in parlamento, welfare dei poveri e braccio armato – armatissimo – dell’Iran sul Mediterraneo ma anche l’unica forza libanese in un Paese di indifesi in grado di umiliare l’onnipotente aggressore israeliano. Hezbollah ha inventato il “made in” della rivoluzione islamica. Intorno, nel calderone, bolle un movimento frenetico che rimescolando i vecchi pezzi, sbattendo con forza le une contro le altre le molecole politiche e confessionali tradizionali scindendole, separandole, facendole deflagrare come per una catalisi, crea molecole imprevedibili. E travolge i libanesi. Sì i libanesi: uomini destituiti, uomini decaduti, uomini di troppo. Fantasmi tra rovine senza scampo che tornano a ogni nuovo capitolo della tragedia a ricordarci i nostri debiti non saldati.
Questo perché il Libano è un teatro delle ombre, in cui da decenni, dal secolo scorso, da quando è diventato il fragile palcoscenico di tutte le crisi del vicino Oriente, lì si combattono guerre che non gli appartengono. Ecco: è un labirinto in cui coloro che si addentrano baldanzosi finiscono per restarne prigionieri, la Siria, Israele l’Iran, gli Stati Uniti, l’Onu, la Francia, i palestinesi… Il labirinto è uno spazio di enigma dove tutte le trame si ingarbugliano, di cui è facile superare le porte ma difficile uscirne a meno che qualcuno non fornisca il filo da riavvolgere passo dopo passo. Complice, alleato, traditore? Chissà. E anche in questo caso: tra il mostro da uccidere e l’eroe liberatore, chi è sicuro che i due non si scambino le parti, che siano a loro volta colpevole e innocente? Un labirinto come le guerre libanesi non comincia e non finisce, tutt’al più fa finta di cominciare e di finire.
Torniamo all’agguato di ieri. Chi ha ucciso il sergente Montorio e ferito alcuni suoi commilitoni? Il presidente francese Macron non ha dubbi: «Tutto lascia pensare» che a organizzare l’attacco ai soldati della pace siano stati i miliziani di Hezbollah, il Partito di Dio, l’alleato dell’Iran. Anche le Nazioni Unite, sempre cautissime, tremebonde, volpine, per una volta azzardano, anche se usano le tradizionali formule pilatesche: «L’attacco è da attribuire a un soggetto non statale» e tra parentesi spunta il nome Hezbollah. Ahi! La situazione nella guerra di Hormuz è incandescente, tutto si lega e collega, si rischia la catastrofe a mala pena interrotta. Niente paura. Il povero Casco blu ucciso resterà una notizia di cinque righe. Come le altre centinaia di morti nell’inutile, impotente missione libanese.
Lo dimostra il formulario paradossale, al limite del grottesco usato dopo l’attacco di ieri. Il presidente francese ingiunge al presidente libanese Aoun «l’arresto immediato dei colpevoli». Aoun affannato e partecipativo aggettiva il sì come segue: «Ho dato istruzioni agli organi competenti per una indagine immediata sull’incidente». Anche la missione Onu invoca «un’indagine».
L’indagine… gli organi competenti… gli arresti: uno Stato che non esiste, il cui esercito dovrebbe nientemeno che disarmare il vero esercito libanese, quello di Hezbollah; che dovrebbe impedire a Israele di considerare il suo territorio come un poligono dove far piazza pulita di civili e villaggi, e annuncia sghignazzando annessioni. E un contingente di pace che non può sparare ma solo, appunto, condurre indagini…
Si ricorra dunque all’antico metodo degli investigatori: a chi giova il delitto? E qui il teatro delle ombre dilaga, capovolge, depista. Hezbollah, il grande accusato, è l’assassino che più sarebbe danneggiato dalla fine del cessate il fuoco. Perché proprio la tregua è il grande successo, suo e del suo alleato padrone l’Iran: aver costretto, resistendo, gli Stati Uniti a obbligare Israele a non fare qualcosa, a continuare almeno la micidiale guerra libanese. È per certi aspetti una svolta che mette a nudo la precarietà della «vittoria» di Netanyahu. Hezbollah ha forse una strategia divergente da quella degli Ayatollah, punta alla guerra infinita? Impossibile. Il gruppo libanese è strutturato sulla base di ferree gerarchie, militari e teologiche, non c’è spazio per dissidenze che indeboliscono. Si obbedisce, si combatte e se necessario si muore. È questa obbedienza che gli ha permesso di tener testa a Israele. Senza l’Iran dei Pasdaran e degli Ayatollah non può continuare a esistere, i loro destini sono collegati; e in questa fase Teheran vuole andare a vedere le carte di Trump a Karachi.
Resta così un altro indiziato: Israele, che ha più volte colpito intenzionalmente i Caschi blu che ostacolano le sue strategie annientatrici non fosse altro come testimoni. La tregua per Netanyahu è un disastro, ha bisogno che la resa dei conti con l’Iran e Hezbollah non finisca perché «c’è ancora molto lavoro da fare». C’è il rischio che la morte del sergente paracadutista francese resti l’ennesimo delitto perfetto. La guerra è davvero tutto ciò che non si capisce.

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Programma! Programma! Programma! Un solo grido, un solo allarme agita la tribuna stampa del Campo largo. Che risuona un po’ come il “Guerra! Guerra! Guerra!” nella “Guerra lampo dei fratelli Marx”, con Groucho che ne farebbe volentieri a meno e invoca l’armiamoci e partite. Lungi da noi qualsiasi accostamento tra i Marx e le firme di “Repubblica” (molto meno divertenti), colpisce però la tenace costanza con cui esse firme chiedono, anzi pretendono, che Schlein, Conte, Fratoianni&Bonelli, e perfino lo schivo Magi, si impegnino, senza frapporre indugio alcuno, nella stesura di un progetto. Anzi, del Progetto. Dopo Concita De Gregorio con il suo apprezzato “basta parlare di primarie vi voglio all’opra intenti”, e l’incisivo “Datevi una mossa!” di Michele Serra, scende in campo Massimo Giannini […] con un fiammeggiante appello ai liberi e forti. Ingiustamente sovrastato da un titolo eccitante come una secchiata di bromuro: “Per la sinistra è il tempo delle idee”. Malgrado il palese sabotaggio, Giannini è implacabile nel deplorare l’indolenza, l’inerzia e se vogliamo la poltroneria dei cari leader, riluttanti a uscire dal solito tran tran. Che, infatti, “stanno lì a marcarsi l’un l’altro tra la presentazione di un libro e la convocazione di una segreteria, a inseguire i retroscena dei giornali o i fruscii dei palazzi romani, a presidiare i rispettivi terreni ognuno con una sua “campagna di ascolto”.
[…]
Un quadro agghiacciante a cui ci permettiamo di osservare come l’altra attività precipua dell’opposizione consista nella richiesta martellante al governo di “venire a riferire in Parlamento”, naturalmente “subito”. Oltre, un giorno sì e l’altro pure, invocare le dimissioni di questo o quel ministro, fino a esaurimento delle scorte. I guai arrivano nel fatale elenco sul cosa fare dove Giannini si limita all’essenziale : “Le cinque o dieci riforme fondamentali che vareranno su un fisco sfasciato, una sanità a corto di risorse, una scuola immiserita dai tagli draconiani, un reddito delle famiglie falcidiato dall’inflazione e dal fiscal drag, un’emergenza energetica destinata a durare e a infiammare bollette e carburanti, una crisi industriale da 100 tavoli aperti e 120.000 lavoratori a rischio, una giustizia civile inefficace, una politica estera eccetera eccetera”. “Eh, la Madonna”, per dirla con Renato Pozzetto (o con Totò: poi dice che uno si butta all’opposizione). Il fatto è che il famoso “programma”, soprattutto nel centrosinistra (a destra scrivono qualunque cosa, tanto poi non se ne ricorda nessuno), è foriero di gestazioni infinite che alla fine producono un testo agile come un volume della Treccani. Avvenne con il secondo governo Prodi che affondò, insieme al librone e a un plotone di partiti e partitini, causa maltempo e le problematiche di casa Mastella.
[…] Quanto a noi, molto meno autorevoli dei fratelli Marx, ci permettiamo di suggerire due o tre soluzioni. La più indolore: perdere le elezioni e restare tranquillamente all’opposizione. E se proprio si ama il pericolo, attendere che il governo Meloni si auto-estingua logorato dai mille problemi di cui sopra. Nel caso, si raccomanda di adottare la tecnica dell’opossum (che per evitare guai si finge morto) poiché a destra pensano a tutto loro (come con il Sì al referendum). Abbiamo, infine, la variante Groucho: “Scavare trincee? Non abbiamo tempo per scavare trincee! Compriamole già fatte”. Come i programmi.

(di Michele Serra – repubblica.it) – È possibile che qualcosa ci sia sfuggito, in questo affastellarsi di dichiarazioni, dispacci, bombe, mine, riunioni di dignitari colate a picco, petroliere immobili ma ancora a galla, ultimatum via social che smentiscono quanto appena detto.
Ma Hormuz è aperto o chiuso? La guerra è ancora in corso? La tregua prelude alla pace o è solo una breve interruzione delle ostilità? Il regime di Teheran (obiettivo dichiarato dell’attacco) è più forte o più debole? L’Iran avrà o non avrà il suo nucleare? Chi ha vinto davvero, visto che tutti dicono di avere vinto? Chi ha perso, visto che nessuno ammette di avere perso?
Bisognerebbe inventare un neologismo che indichi la condizione di caos permanente nella quale un «manipolo di tiranni», dice il Papa, ci ha condotti (L’Osservatore romano traduce elegantemente: manipolo di dominatori). Vale il nuovo disordine mondiale al posto del vecchio ordine mondiale, e questo lo avevamo capito. Ma la condizione di guerra diffusa, mai dichiarata e mai conclusa, senza un inizio e senza una fine, come chiamarla?
Fu Putin, quando coniò l’eufemismo «operazione militare speciale» pur di non dire “guerra contro l’Ucraina”, a dare per primo il segnale che la vecchia antitesi guerra/pace appartiene al passato. Il rapimento di Maduro prevedeva l’uso delle armi, e la violazione della sovranità di un altro Paese, ma gli Usa non sono in guerra con il Venezuela. Né assomiglierebbe alla pace l’allentamento della morsa di Israele sul Libano.
Forse l’obiettivo è fare della violenza militare, dei bombardamenti, del massacro di civili nelle loro case, non una grave emergenza (la guerra!) ma una presenza endemica. Le bombe e i carrarmati come i parlamenti e le diplomazie: normali attori politici.