
(Andrea Zhok) – Questa notte è stato raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di quattordici giorni tra USA e Iran.
Le condizioni di questo accordo sono piuttosto sorprendenti e questo lascia pensare che si tratti di un accordo instabile.
Dell’accordo esistono come sempre due versioni, con retoriche differenti.
La versione americana è: l’Iran è stato costretto ad accettare un cessate il fuoco dagli attacchi di ieri (tra i più pesanti della guerra); la condizione tassativa che viene posta per il mantenimento del cessate il fuoco è l’apertura dello stretto di Hormuz. Quanto alle condizioni per trasformare la tregua in una pace, Trump riferisce che i 10 punti proposti dall’Iran sono una buona base negoziale su cui lavorare.
La versione iraniana è, naturalmente, alquanto diversa: gli USA e Israele sarebbero stati costretti dalla vigorosa difesa iraniana a pervenire obtorto collo ad un accordo che rappresenterebbe una chiara sconfitta. E la ragione a sostegno di questa versione sarebbe l’accettazione da parte americana dei 10 punti della proposta iraniana.
Ora, se guardiamo a questi 10 punti, se questi fossero il punto di caduta finale di un accordo di pace, sarebbe difficile dare torto all’interpretazione iraniana. Tali punti infatti recitano:
1- Gli Stati Uniti si impegnano in maniera fondata a garantire l’assenza di aggressione futura.
2- L’Iran manterrà il controllo sullo Stretto di Hormuz
3- Si riconosce la possibilità di arricchimento dell’uranio
4- Si revocano tutte le sanzioni primarie
5- Si revocano tutte le sanzioni secondarie
6- Si annullano tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
7- Si annullano tutte le risoluzioni del Board of Governors USA (scongelamento fondi iraniani)
8- Verrà pagato un risarcimento all’Iran per i danni subiti
9- Tutte le forze combattenti statunitensi dalla regione devono essere ritirate
10- La guerra dev’essere fermata su tutti i fronti, compresa la lotta contro la resistenza islamica del Libano.
Ora, è abbastanza chiaro che se questi punti fossero accettati pienamente, si potrebbe parlare letteralmente di una capitolazione della coalizione Epstein.
L’espressione usata da Trump, di essere una base su cui si può lavorare (workable) è sufficientemente ambigua da consentire molte varianti.
Si potrebbe dire che questo sarebbe un esito troppo bello per essere vero, e che ci dev’essere qualcosa dietro.
Si è saputo che dietro le quinte la Cina ha spinto per il raggiungimento di questo esito negoziale, e dal punto di vista cinese si può ben capire sia l’interesse sia la capacità di spingere l’Iran su posizioni conciliatorie.
Quanto a Israele, sembra aver cercato fino alla fine di remare contro l’accordo. Nelle prime ore c’è stato anche un interessante siparietto dove Netanyahu ha dapprima sostenuto che l’accordo non includeva il fronte del Libano, salvo venir ricondotto alla moderazione da una comunicazione del Primo Ministro del Pakistan, che affermava che il Libano era incluso.
Ora, che prospettiva emerge da questo quadro?
Nell’immediato c’è un sollievo collettivo per la rapida discesa del prezzo del petrolio, attestatosi a 95 dollari al barile dai 110 dollari di ieri.
Che gli USA possano accettare integralmente quei 10 punti mi sento di escluderlo.
Anche l’accettazione della metà di essi sarebbe un trionfo per l’Iran.
D’altro canto, non credo che la dirigenza iraniana né possa né voglia accettare un accordo troppo chiaramente al ribasso, dopo gli enormi sacrifici fatti.
Dunque nei prossimi giorni ci si muoverà lungo un crinale assai sottile e la possibilità che il conflitto si reinneschi è altissima.
La mia personale impressione è che qui ci sia un unico attore, non comparso in prima persona sulla scena, che ha la capacità di condurre questa tregua nel porto sicuro di una pace duratura, ed è la Cina. La Cina ha un chiaro interesse alla preservazione della sovranità iraniana, e ha i mezzi per spingere sia gli USA sia l’Iran ad accettare condizioni indigeste. Rispetto all’Iran, la Cina è il maggior partner commerciale e la maggiore forza capace di aiutare nella ricostruzione. Rispetto agli USA, la Cina ha la capacità di minacciare credibilmente un rafforzamento delle capacità iraniane, sia militari che di resistenza economica nel lungo periodo (nel caso di una ripresa del conflitto).
Detto questo, basterà un soffio di vento, un gesto inconsulto perché l’intera regione riprenda immediatamente fuoco.
La sconfitta della Nazionale contro la Bosnia non è addebitabile a Gattuso e alla squadra che ha messo in campo. Se per la terza volta non andiamo ai Mondiali evidentemente c’è un problema più ampio, strutturale.[…]

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] La sconfitta della Nazionale contro la Bosnia non è addebitabile a Gattuso e alla squadra che ha messo in campo. Se per la terza volta non andiamo ai Mondiali evidentemente c’è un problema più ampio, strutturale.
Innanzitutto i vivai, non produciamo più giovani. Il Barcellona, attualmente la più forte squadra europea insieme al Liverpool, manda in campo due 17enni, Lamine Yamal e il meno noto centrale di difesa, Pau Cubarsí. Gavi ha poco più di vent’anni, certo c’è poi Robert Lewandowski, ma bisogna anche saper acquistare senza andare a prendere improbabili giocatori da Paesi che calcisticamente non hanno mai prodotto nulla, pagandoli profumatamente, non per interessi della squadra ma per quelli economici della società zeppa di dirigenti e con allenatori che, Gattuso a parte, sembrano dei manager di un’industria farmaceutica (ah, la nostalgia di Trapattoni che era di Cusano Milanino che fischiava, proprio alla milanese, con due dita). Anche le squadre di Serie B hanno almeno quattro o cinque giocatori stranieri per cui per i giovani italiani è difficile inserirsi. Anche i proprietari delle squadre principali sono stranieri: l’Inter è di proprietà del fondo statunitense Oaktree Capital Management, il Milan del fondo americano RedBird Capital Partners – nostalgia addirittura di Berlusconi, che era un delinquente ma perlomeno italiano. È naturale quindi che anche i giocatori perdano il senso di un’identità.
[…] Inoltre c’è un altro fatto, a mio avviso, determinante: noi ragazzi giocavamo a calcio ovunque, anche sulla strada, perché in una Milano – parlo di Milano ma è solo un esempio – non ancora congestionata dal traffico automobilistico questo era possibile.
Detto questo è comunque inammissibile che un Paese come l’Italia di quasi 60 milioni di abitanti si sia fatto battere dalla Bosnia, che di abitanti ne ha poco più di 3 milioni. È come se l’Ucraina, in una guerra vera, di cui il calcio è solo una metafora, battesse la Russia o, per meglio dire, la vecchia, cara e sempre rimpianta Unione Sovietica.
[…]
La Bosnia in campo internazionale non ha mai espresso nulla, non ci sono squadre bosniache competitive in qualcuna delle tante competizioni europee e i suoi campi, come abbiamo visto l’altro giorno allo stadio Bilino Polje di Zenica, sono a livello non dico di una società di A o di B italiane, ma al massimo di un campionato di Eccellenza.
Le Isole Fær Øer, che pur appartenendo alla Danimarca hanno una loro Nazionale e una popolazione di 56 mila abitanti, sono andate a un pelo dal qualificarsi. E tutti i suoi giocatori sono dei dilettanti, ci sono operai, dirigenti, commercianti che, quando possono, vanno ad allenarsi. Ed è proprio questa dimensione che noi italiani dovremmo recuperare, non solo nel calcio ma chissà, forse, anche in politica (Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione).
Il figlio del co-fondatore del M5S: «Al referendum sulla giustizia ho votato Sì»

(di Emanuele Buzzi – corriere.it) – Davide Casaleggio, lei ha votato al referendum?
«Sì. Sono un sostenitore della partecipazione al voto se porta a una conseguenza certa».
E cosa ha votato?
«Per la separazione delle carriere e il sorteggio pur non condividendo tutta la riforma, in coerenza con il programma di governo del M5S del 2018. Il sorteggio è uno strumento potente e sottovalutato: lo estenderei alle Authority, per sottrarle al poltronificio della politica. In altri Paesi le assemblee sorteggiate stanno producendo risultati concreti».
Cosa pensa dell’alta partecipazione giovanile al voto?
«I giovani votano quando sentono che la posta in gioco li riguarda. Chi oggi ha vent’anni vivrà l’intera transizione dell’Intelligenza artificiale. Dovrebbe essere coinvolta per elaborare una proposta politica per questa sfida».
Che giudizio dà del governo Meloni?
«Nel mio campo, quello dell’innovazione, ha avuto un buon avvio sulla governance dell’Ai ma poi si è fermato. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa ma investe in intelligenza artificiale una frazione di Francia e Germania. Stiamo discutendo di centrali a carbone mentre i milioni di posti di lavoro verranno trasformati dall’automazione nel prossimo decennio. Nel libro che uscirà a giugno mappo questi scenari con dati italiani».
E come valuta il progetto del Campo largo?
«Il Campo largo lo vedo sempre più stretto».
Giuseppe Conte si è candidato per la leadership della coalizione progressista.
«L’ho sempre detto che sarebbe un ottimo leader per il Pd».
Intanto Beppe Grillo rivendica nome e simbolo del M5S.
«Penso che il miglior modo di rispettare la storia del Movimento sia chiarire che si tratta di una grandiosa avventura con valori che oggi non esistono più. C’è una sentenza del Tribunale di Genova che chiarisce che il logo non è di proprietà dell’attuale associazione».
E il Movimento?
«Cambiare nome e simbolo può essere un atto di chiarezza, non di debolezza».
Tra pochi giorni cade il decennale della morte di suo padre Gianroberto. Ci sono persone che hanno la sua capacità di visione?
«Ci sono persone nel settore privato con visione straordinaria. Ma pochi hanno il coraggio di sacrificare quello che costruiscono nel privato per metterlo al servizio del pubblico. Mio padre lo fece quando non era conveniente farlo».
Qual è l’eredità di suo padre?
«La consapevolezza che ogni modello di società può essere cambiato, persino quello partitico».
In alcuni progetti, come Gaia, suo padre aveva previsto lo scontro tra autarchie e democrazie.
«Sì, con vent’anni di anticipo. Lo vediamo in tempo reale: regimi che usano la tecnologia per controllare e democrazie che faticano a usarla per includere. Sabato 11 aprile, nel bosco di Gianroberto nei pressi di Ivrea, si terrà la decima edizione di Sum per ricordarlo. Il tema è l’umanesimo tecnologico: come mettere l’uomo al centro della rivoluzione digitale. Deporremo 141 lastre con i suoi aforismi. È un luogo fisico per un pensiero che resta attuale».
Tra i lasciti di suo padre c’è anche il blog.
«Lo stiamo trasformando. Il blog farà un passaggio di stato con il progetto Avalon: l’intelligenza artificiale analizza i suoi scritti, la sua visione, e genera ogni settimana un post che collega il suo pensiero ai fatti di oggi. È un modo per dimostrare che la tecnologia può preservare un patrimonio intellettuale rendendolo vivo».
Eurospin, la più grande e florida catena di discount italiana, ha deciso di chiedere ai fornitori — aziende agricole e dell’industria alimentare — di abbassare i costi per tamponare «l’impatto del conflitto Usa-Iran». Più che una richiesta si tratta di un obbligo, una misura unilaterale. Ma questa scelta ha un effetto preciso: sposta ancora una volta il peso dei costi su chi sta all’inizio della filiera, sull’anello più debole. Senza intaccare i propri profitti in crescita

(Fabio Ciconte – editorialedomani.it) – Fare la spesa costa sempre di più. È un dato che percepiamo tutti quando andiamo al supermercato. Basta guardare uno scontrino: è aumentato del 25 per cento negli ultimi cinque anni. È una percentuale enorme, soprattutto se consideriamo che nello stesso periodo i salari sono rimasti fermi (e bassi). E oggi la preoccupazione è che questa nuova guerra possa far aumentare ancora quei prezzi. È una preoccupazione che riguarda la nostra vita quotidiana ma anche quella delle catene della grande distribuzione organizzata (Gdo), per non perdere clienti, fanno di tutto per tenere i prezzi bassi. Soprattutto i discount, che sul prezzo basso costruiscono il loro modello.
Ma a spese di chi? Come è possibile tenere bassi i prezzi quando tutti i costi di produzione sono aumentati? È dentro questa domanda che si inserisce il caso Eurospin.
In questi anni, nostro malgrado, abbiamo imparato a capire perché mangiare costa sempre di più: prima la pandemia, poi l’aumento dei costi energetici, poi la guerra. Tutti fattori reali, che hanno inciso su trasporti, fertilizzanti, logistica. Di fronte a questo aumento facciamo di tutto per spendere meno. Si cambiano abitudini, si riducono alcune categorie di prodotti, si scelgono sempre di più i discount. Non è un caso che queste catene stiano crescendo: intercettano un bisogno reale, quello di contenere una spesa che pesa sempre di più sui bilanci familiari.
Ecco perché i supermercati fanno di tutto per tenere i prezzi bassi. Ma, dicevamo, a spese di chi? Eurospin, la più grande e florida catena di discount italiana, ha deciso di farlo chiedendo ai propri fornitori — aziende agricole e dell’industria alimentare — di abbassare i costi. Secondo quanto riportato da Alimentando, testata di settore, Eurospin avrebbe inviato una lettera ai propri fornitori chiedendo un contributo del 3 per cento per tamponare «l’impatto del conflitto Usa-Iran sui costi di trasporto».
Più che una richiesta si tratta di un obbligo, una misura unilaterale imposta ai fornitori. Ma questa scelta ha un effetto preciso: sposta ancora una volta il peso dei costi su chi sta all’inizio della filiera. Cioè su chi quei costi li ha già assorbiti negli ultimi anni. In molti, a partire dalle associazioni di categoria e da Filiera Italia, si sono giustamente affrettati a denunciare questa come una pratica commerciale sleale. Ed effettivamente ci sono tutti i margini perché lo sia.
In questi anni la Gdo si è trovata stretta tra due fuochi: aumentare i prezzi al consumo riconoscendo ai produttori l’aumento dei costi — in alcuni casi superiore al 30 per cento — oppure rilanciare sconti e promozioni per non perdere clienti già alle prese con bollette più alte. Eurospin ha scelto la seconda strada. Uno potrebbe persino sostenere che sia una scelta comprensibile, se non fosse per un particolare non proprio irrilevante: mentre chiedeva un contributo ai fornitori già in difficoltà, negli stessi anni Eurospin ha aumentato notevolmente i propri profitti.

Secondo l’Osservatorio dell’area studi di Mediobanca, è tra le insegne più redditizie della grande distribuzione e ha accumulato circa 1,9 miliardi di euro di utili in sei anni. Non solo: negli stessi anni le catene dei supermercati hanno distribuito dividendi per 1,3 miliardi. E i dati Mediobanca mostrano anche un altro elemento: i discount sono oggi il segmento più redditizio della grande distribuzione, con margini operativi significativamente più alti rispetto agli altri operatori. Questo significa che, mentre i prezzi salivano, i margini non si sono ridotti. Anzi, sono rimasti elevati.
La globalizzazione ci ha abituati a una formula molto semplice: privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Significa che quando le cose vanno bene i profitti restano alle aziende, mentre quando i costi aumentano vengono scaricati sugli altri: lavoratori, fornitori, a volte anche sul pubblico. Non è la prima volta che emergono dinamiche di questo tipo. Tanto che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, qualche settimana fa, ha avviato un’indagine conoscitiva proprio sul ruolo della grande distribuzione nella filiera agroalimentare. L’obiettivo è chiaro: capire come si distribuisce il valore lungo la filiera e come si formano i prezzi finali.
Gli agricoltori in questi anni hanno visto ridursi ulteriormente i margini e molti hanno mollato. Nel frattempo, i consumatori continuano a pagare di più. Ma quell’aumento non si traduce in una migliore distribuzione del valore. Ed è proprio su questo squilibrio che si concentra l’indagine: sul potere contrattuale della grande distribuzione e sulla sua capacità di influenzare sia i prezzi a scaffale sia la remunerazione di chi produce.

Per questo la guerra va vista anche alla cassa di un supermercato. Non solo nei prezzi, ma nel modo in cui quei prezzi vengono costruiti. Ed è esattamente qui che dovrebbe aprirsi una discussione pubblica, partendo col capovolgere la domanda. Se i costi aumentano, perché devono pagarli sempre gli stessi? Se i fornitori sono obbligati a contribuire con un 3 per cento, perché non chiedere invece alla grande distribuzione di fare lo stesso? Perché il governo non interviene chiedendo alle catene della Gdo di farsi carico di una parte degli extracosti, ad esempio attraverso una tassazione mirata su quei dividendi distribuiti in questi anni? Sarebbe un modo semplice per riequilibrare una filiera che oggi scarica i costi sempre sugli anelli più deboli.
IRAN: MEDIA TEHERAN, CIVILI FORMANO CATENE UMANE INTORNO A SITI ENERGETICI

(LaPresse) – I media statali iraniani hanno diffuso immagini che mostrerebbero civili intenti a formare “catene umane” attorno a siti potenzialmente a rischio di attacco da parte delle forze israeliane e statunitensi.
Una risposta alle dichiarazioni dei funzionari iraniani che hanno invitato i giovani di tutto il paese a formare catene umane per proteggere le centrali elettriche. Catene umane sono segnalate attorno a siti chiave, tra cui il ponte secolare di Dezful e la centrale elettrica Shahid Rajaee a Qazvin.
Nelle foto pubblicate dall’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Fars si vedono piccoli gruppi di persone in piedi fuori dai siti, riunite nel tentativo di dissuadere le forze israeliane e statunitensi dall’attaccare le aree chiave.
LA MINACCIA APERTAMENTE “GENOCIDA” DI TRUMP SCATENA IL PANICO GLOBALE: “L’ESERCITO DEVE RIBELLARSI”
(Alexander Willis – rawstory.com) – È scoppiato il panico globale dopo che il presidente Donald Trump ha minacciato di distruggere l’intera civiltà iraniana entro martedì sera, suscitando incredulità e richieste di fermarlo da parte di critici di tutto il mondo.
In un inquietante messaggio diffuso sui social media , Trump ha affermato che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, riferendosi alla scadenza che aveva imposto a Teheran di revocare le restrizioni sullo stretto di Hormuz entro le 20. L’amministrazione Trump e Teheran stanno negoziando, tramite mediatori, le condizioni per porre fine al conflitto, ma tali sforzi sono in una fase di stallo .
“Davvero uno degli uomini più orgogliosamente malvagi di tutti i tempi”, ha scritto martedì Krystal Ball, conduttrice di podcast progressista ed ex candidata democratica al Congresso, in un post sui social media di X. “I militari devono ribellarsi. In un paese sano di mente verrebbe rimosso immediatamente. Questa è follia.”
A metà marzo, Trump ha minacciato di distruggere le centrali elettriche iraniane entro 48 ore se non fossero state revocate le restrizioni al transito delle navi filoamericane attraverso lo Stretto di Hormuz, un canale di navigazione cruciale attraverso il quale transita il 20% del commercio mondiale di petrolio.
Alla fine, ha prorogato più volte la scadenza, intensificando nel contempo le minacce di colpire le infrastrutture civili, inclusi gli impianti di depurazione e i ponti iraniani, azioni che probabilmente costituirebbero crimini di guerra . E martedì, Trump ha lanciato forse la sua minaccia più sinistra, promettendo di annientare un’intera civiltà, una minaccia che, secondo i critici, presenta una sorprendente somiglianza con la definizione di genocidio delle Nazioni Unite .
“Questo è letteralmente un genocidio”, ha affermato l’influencer progressista Brian Krassenstein, scrivendo in un post sui social media ai suoi quasi un milione di follower su X. “Che diavolo gli prende? Vi avevo avvertito tutti su quest’uomo. “Sta per sterminare 90 milioni di persone”, ha affermato il giornalista indipendente Ethan Levins, scrivendo in un post sui social media rivolto agli oltre 122.000 follower di X.
L’ex conduttore di MSNBC Mehdi Hasan ha descritto le minacce di Trump come “i deliri di un maniaco omicida e sociopatico”, e il giornalista britannico Owen Jones teme che Trump stesse “chiaramente minacciando di usare armi nucleari contro l’Iran”.
“Deve essere rimosso dalla carica di Presidente per prevenire una catastrofe dalla quale la nostra specie non si riprenderà mai”, ha avvertito Jones, scrivendo in un post sui social media.
Leggendo i discorsi dei leader di FdI emerge chiaramente una traditio che porta fino al fascismo storico. È una genealogia ideologica che riguarda tutto: dal ruolo della donna nella società alla scuola allo Stato, come esplorato nel saggio La continuità del male (Feltrinelli 2026)

(Tomaso Montanari – editorialedomani.it) – Non avrei mai pensato di scrivere un libro del genere ( ovvero La continuità del male, Feltrinelli). In primo luogo, perché non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a vivere in un paese governato da persone con idee del genere. E in secondo luogo perché sono uno storico dell’arte, e finora i miei libri hanno tutti un legame più o meno evidente con la disciplina che studio. Questa volta no, questa volta è un libro diverso. Non che il nesso non ci sia, ma affonda le sue radici in uno strato più remoto della mia formazione.
Quando avevo diciannove anni, l’ultimo anno del liceo, lessi un libro che decise una buona parte del mio futuro: L’apologia della storia, o mestiere di storico, di Marc Bloch. Storico tra i più visionari e influenti del Novecento, perse la cattedra alla Sorbona in quanto ebreo, e dovette entrare in clandestinità nel 1942. Membro della Resistenza, fu catturato dalla Gestapo di Klaus Barbie l’8 marzo del 1944 e, dopo mesi di torture, fucilato il 16 giugno.
«Papà spiegami allora a che serve la storia»: la domanda che apre quel lucidissimo testamento mi folgorò. Mentre cercavo di dare un senso alla mia vita attraverso lo studio, arrivava una risposta chiara, decisiva: il metodo critico della storia, quello che insegna a leggere le fonti, metterle in relazione, interpretarle e farle parlare è «una tecnica» che apre «una nuova via verso il vero, e perciò verso il giusto». È «l’arte di dirigere utilmente il dubbio», che smonta la propaganda del potere leggendo i testi, confrontandoli denudandoli e costringendoli a dire “la verità”. È il metodo del dubbio, l’attrezzo che scardina ogni totalitarismo, la pratica intellettuale del dissenso.
Di fronte al nazismo e al genocidio degli ebrei, la risposta di Bloch è quella di una generazione che, in Italia, decide di porre la cultura a difesa della libertà a caro prezzo riconquistata: il primo comma dell’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca») progetta uno Stato fondato non sulla segretezza e la credulità, ma sulla ricerca della verità, sulla diffusione capillare del metodo critico, sul dissenso addirittura.
Il vaccino delle democrazie che rinascono dalla resistenza è il pensiero critico: un vaccino contro nuovi fascismi. Bloch scrive che quel pensiero critico era particolarmente necessario nella sua epoca, «più che mai esposta alle tossine della menzogna della falsa diceria». Parole non meno vere oggi, al tempo della post-verità, della crisi profonda delle democrazie, dell’intelligenza artificiale e di un nuovo controllo sistematico dell’informazione da parte del potere.

Così, quando Fratelli d’Italia è diventato il primo partito della parte di paese che va a votare, e dunque il perno del governo della Repubblica, mi sono chiesto quali fossero davvero le idee della sua leader, della sua classe dirigente: quale la visione del mondo, al di là della propaganda, e quale il progetto di società.
Il dibattito pubblico sul loro essere, o meno, fascisti era posto in termini che non mi convincevano: perché astratti (“la storia non si ripete” contro “la storia si ripete”), troppo inchiodati all’eterno presente della cronaca (“sono solo dei cialtroni”), apologetici (“Meloni ha introiettato i valori moderati”), troppo militanti (“basta guardarli per capire che sono fascisti”), troppo politicisti (è, o non è, un’estrema destra..) o non perfettamente a fuoco (i ragionamenti basati sull’estensione a Fratelli d’Italia di ciò che via via si apprendeva dalle inchieste, ottime e fondamentali, sui neofascismi dichiarati).
Quel che mi pareva mancasse, almeno in una versione sistematica, era un’analisi non di ciò che questa destra al governo nasconde, ma di ciò che dice apertamente di sé stessa e del mondo, di ciò che scrive, di ciò che proclama a voce alta. E così ho tolto un po’ di tempo alla lettura delle fonti storiche del mio Seicento figurativo, e mi sono messo a leggere distesamente i libri e i discorsi di Giorgia Meloni, e i testi programmatici fondamentali di Fratelli d’Italia. E a cercarne le radici, tracciando una genealogia dimostrabile: una continuità di idee, e insieme una ininterrotta trasmissione personale.
Una vera e propria “traditio”, cioè un passaggio di mano in mano, di generazione in generazione: una linea che ho chiamato “la continuità del male” perché porta diritta al pensiero del fascismo storico in Italia e in Germania. Una continuità che riguarda tutto: dal ruolo della donna nella società al conflitto sociale, dalla scuola al rapporto tra i poteri dello Stato.

Ma il nucleo ardente di questa ideologia, o forse meglio mitologia, riguarda l’idea di nazione, l’identità, la razza. Sì, la razza. Quando l’ex cognato, e ancora ministro, di Giorgia Meloni Francesco Lollobrigida parlò di «sostituzione etnica», una diffusa levata di scudi indusse i vari portavoce dell’estrema destra ad assicurare che era un banale incidente terminologico, che non si sarebbe più ripetuto.
La realtà è un’altra: Giorgia Meloni crede che l’umanità si divida (sul piano fisico) in razze, lo ha detto in un libro. È esattamente la stessa cosa che dice Roberto Vannacci quando nota che Paola Egonu sarà anche italiana, ma non ha i tratti somatici “italiani”. Siamo in un campo minato ideologico, ma è proprio qua che nasce l’idea che una razza bianca europea cristiana incapace di perpetuarsi attraverso le nascite venga sostituita (con una regia più o meno occulta da parte di poteri internazionali – leggi “ebraici”) con neri islamici.
Le varie genealogie che ancorano questa aberrante idea al presente sono fallaci: è dimostrabile che essa nasce invece nel ventennio fascista, tra Italia e Germania, e che lo stesso Mussolini ebbe un ruolo centrale nel propalarla, attraverso libri che oggi vengono ossessivamente ripubblicati da case editrici organiche a questa estrema destra. Idee vecchie di un secolo, che oggi conoscono una nuova giovinezza, in un contesto internazionale in cui è il presidente americano Donald Trump a gerarchizzare razzialmente il mondo attraverso le guerre – e il suo paese attraverso la deportazione e il terrore dell’Ice.

E anche quando queste idee assumono forme apparentemente nuove, dissimulanti, è tuttavia possibile dimostrarne una genealogia nel fascismo storico. Per esempio: perché Giorgia Meloni si fa fotografare in posa sorridente davanti alla copertina del febbraio 2022 di Magnete (il tabloid di Gioventù nazionale distribuito nelle scuole), nella quale lei stessa è disegnata come un oplita spartano? E perché le scuole giovanili di Fratelli d’Italia si chiamano “agoghé”, come quelle degli antichi spartani?
Nei suoi libri, Meloni esalta l’eroismo degli spartani che alle Termopili si immolano contro l’invasione persiana, accodandosi al credo “nativista” di tutte le estreme destre mondiali: al punto che il “lambda” (la lettera greca iniziale dell’altro nome degli spartani, i Lacedemoni) è stato censito nel più importante repertorio americano dei simboli di odio. Si potrebbe pensare che almeno questo sia un mito neofascista, cioè creato nel Dopoguerra.
In effetti Maurice Bardèche – cognato del fascista e collaborazionista filonazista Robert Brasillach – pubblica nel 1969 Sparte et les sudistes. Ristampato nel 1994, e nel 2019, quell’elogio di Sparta venne tradotto in Italia già nel 1970, dalle Edizioni del Borghese, con il titolo Fasciscmo70. Sparta e i sudisti, e quindi viene riproposto nel 2013 (ultima ristampa nel giugno 2025) dalle Edizioni di Ar di Franco Freda, con il non equivoco titolo Fascisti si nasce. Sparta e i sudisti.
Ma, anche qua, la miccia è più lunga: il mito del modello spartano presso l’estrema destra europea inizia con un articolo del maestro di Bardèche, Maurice Barrès, del 1906, che esalta la capacità spartana di costruire una «razza dominante»: e da lì si diffonde soprattutto in Germania, fino a incontrare l’entusiasmo di Adolf Hitler in persona, che definisce con entusiasmo Sparta «il primo Stato razzista». Ecco dove affonda le radici l’immaginario delle “agoghé” di Fratelli d’Italia. Ed ecco come si dimostra la continuità del male.


Sabato 18 aprile dalle 19 alle 20, Tomaso Montanari presenterà il suo libro La continuità del male. Perché la destra è ancora fascista, nell’ambito della FESTA DELLA RESISTENZA presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, insieme a Cathy La Torre, avvocata e attivista, e Ira Rubini di Radio Popolare.
A Roma, il 22 aprile, alle ore 19:00, lo presenterà a Palazzo San Lorenzo con Pablo Trincia. L’autore sarà poi presente al Salone del libro di Torino venerdì 15 maggio alle 18.15, Sala Viola

(Giorgia Audiello – lindipendente.online) – La guerra tra l’Iran e l’asse israelo-statunitense, con le sue ricadute sulla produzione e i prezzi del petrolio e la destabilizzazione di tutta l’area mediorientale, potrebbe indebolire il sistema del petrodollaro come non era mai avvenuto prima d’ora. Lo riportano diverse analisi specializzate, tra cui quella del media economico-finanziario statunitense Bloomberg e una relazione della Deutsche Bank. Secondo Bloomberg, questo meccanismo che ha visto per più di cinquant’anni gli USA garantire la stabilità e la sicurezza in Medio Oriente in cambio dell’acquisto dei titoli del Tesoro americano da parte dei Paesi del Golfo si sarebbe addirittura «interrotto». Ciò significa che è in corso un cambiamento significativo a livello degli assetti economico-finanziari internazionali che va di pari passo con lo sconvolgimento degli equilibri geopolitici, causato in primis dalla guerra in Ucraina e incrementato ora rapidamente dalle azioni del presidente statunitense Donald Trump.
Il sistema dei petrodollari nacque nel 1974, quando Henry Kissinger, allora Segretario di Stato della presidenza Nixon, stipulò un accordo con l’Arabia Saudita con l’obiettivo di tenere alta la domanda di dollari: gli USA avrebbero fornito ai sauditi armi e protezione militare dei campi petroliferi da eventuali attacchi esterni, compresa la protezione dalla vicina Israele. In cambio, la monarchia dei Saud avrebbe dovuto rispettare due condizioni: vendere la produzione di petrolio accettando esclusivamente dollari e reinvestire i proventi della vendita in titoli di stato americani. In questo modo, gli Stati Uniti si sarebbero garantiti tre fondamentali vantaggi economico-finanziari: il mantenimento di un’alta domanda artificiale di dollari a livello internazionale, funzionale all’apprezzamento del dollaro, la giustificazione per stampare una grande quantità di cartamoneta da parte della Fed e la possibilità di finanziare facilmente il debito pubblico americano, dato che l’enorme quantità di dollari in circolazione veniva reinvestito in titoli del Tesoro statunitensi: quest’ultimo meccanismo venne ribattezzato “il riciclaggio dei petrodollari” da Kissinger.
Questo funzionamento sta progressivamente venendo meno e, se già prima dell’inizio della guerra in Iran aveva mostrato diverse crepe, dopo il 28 febbraio scorso la crisi di tale sistema si è acuita: da una parte, gli Stati del Golfo hanno complessivamente tagliato la loro produzione di greggio di almeno dieci milioni di barili al giorno a marzo; dall’altra, sia gli Stati arabi esportato che gli Stati importatori hanno cominciato a vendere i loro titoli del Tesoro USA. Infatti, il prezzo del petrolio in dollari ha superato i 100 dollari al barile, mentre le valute nazionali si indeboliscono rispetto al biglietto verde. Questo ha spinto le banche centrali a vendere i titoli USA per limitare il deprezzamento delle divise nazionali. Secondo i dati riferiti da Bloomberg, dal 28 febbraio scorso le banche centrali hanno venduto titoli statunitensi per cinque settimane consecutive: le riserve della Federal Reserve Bank di New York sono così diminuite di circa 82 miliardi di dollari, attestandosi a 2.700 miliardi di dollari, il livello più basso dal 2012.
Già in precedenza erano accaduti episodi simili, ad esempio con la crisi del Covid-19 nel 2020, durante la prima fase della guerra in Ucraina o con lo scoppio della campagna militare israeliana a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Ma la situazione era rientrata in fretta. La guerra in Iran, invece, segna una differenza fondamentale rispetto agli altri eventi geopolitici: mentre, infatti, le crisi del petrolio innescate da precedenti eventi portavano ad un aumento dei prezzi dell’energia aumentando i guadagni per i Paesi produttori – e incrementando così il sistema dei petrodollari ossia il reinvestimento in titoli americani – questa volta gli Stati del Golfo non possono estrarre e esportare il greggio, per via della chiusura dello strategico Stretto di Hormutz. A gennaio Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti detenevano complessivamente circa 300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi, ma ora a causa del calo delle entrate petrolifere e per via dei massicci investimenti nel settore della difesa, stanno rivedendo gli impegni di investimento presi con Washington solo pochi mesi fa, interrompendo anche il cosiddetto “riciclaggio dei petrodollari”. Ne deriva che entrambi i cardini del meccanismo sono interrotti: il guadagno in dollari dalla vendita di petrolio e il reinvestimento in titoli del Tesoro USA.
Inoltre, già prima della crisi mediorientale il funzionamento del meccanismo finanziario escogitato da Kissinger si era parzialmente indebolito per via di tre importanti fattori: i principali importatori di petrolio non sono più gli Stati Uniti – che sono loro stessi diventati i principali esportatori di GNL (gas naturale liquefatto) – bensì i Paesi asiatici, con la Cina in testa; il meccanismo del pagamento esclusivo di petrolio in dollari è stato eroso dall’affermazione dei pagamenti in valute locali e soprattutto dal cosiddetto petroyuan: secondo diverse fonti, tra cui il report della Deutsche Bank citato in apertura, i dati del primo trimestre 2026 mostrano che gli scambi di petrolio non in dollari, principalmente in yuan, rappresentano ormai oltre il 20% del volume globale, in forte aumento rispetto al 12% di inizio 2025. Infine, terzo elemento fondamentale, gli Stati Uniti sarebbero sempre meno in grado di garantire la sicurezza dei Paesi del Golfo. Il quadro non delinea un brusco e totale crollo del petrodollaro, ma una sua progressiva erosione che può determinare un cambiamento senza precedenti nel sistema monetario globale.

(ANSA) – MILANO, 07 APR – Anche la Casa Bianca ha postato sui social la prima foto scattata dal lato nascosto della Luna dalla missione Artemis II: mostra la Terra che tramonta dietro l’orizzonte lunare. L’immagine è stata ripresa durante lo storico sorvolo delle scorse ore, così come l’altra immagine mozzafiato che mostra invece l’eclissi vista dalla navetta Orion, pubblicata sempre da Nasa e Casa Bianca.
L’immagine destinata a diventare il simbolo della missione Artemis II (e già scelta dalla Nasa per i suoi profili social) è la foto della Terra che tramonta dietro l’orizzonte lunare, il cosiddetto ‘Earthset’, una vista simile ma diversa rispetto alla storica immagine della Terra che sorge sull’orizzonte lunare (‘Earthrise’) scattata dalla missione Apollo 8.
“L’umanità, dall’altro lato. Prima foto dal lato nascosto della Luna. Scattata da Orion mentre la Terra si immergeva oltre l’orizzonte lunare”, si legge nel post della Casa Bianca. L’altra immagine mostra la Luna vista da Orion mentre eclissa il Sole. “Eclissi totale, oltre la Terra. Dall’orbita lunare, la Luna eclissa il Sole, rivelando uno spettacolo che pochi nella storia dell’umanità hanno mai potuto ammirare”, commenta la Casa Bianca.

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – “Grazie Carlo”. Firmato, Carlo Calenda. Come Adone contemplava il proprio bellissimo volto in specchi e corsi d’acqua, il leader di Azione osserva e plaude ai propri post su Facebook. Per carità, sarà stato un mero errore, una semplice disattenzione. Ma suscita comunque un sorriso constatare come Calenda abbia scritto “grazie Carlo” sotto un suo post in cui infieriva contro avversari politici (poi cancellato, pare). È legittimo e giusto, in fondo, ringraziarsi per lo sforzo di tenere alta la bandiera dei liberali in Italia. Anche se, guardando il quadro delle prossime Amministrative, “Carlo” risulta alleato un po’ ovunque con il centrodestra: partendo da Venezia, la più importante delle città che andranno al voto a fine maggio.
Tradotto: nella laguna Azione andrà a braccetto anche con la Lega, cioè quel partito che il suo fondatore accusa a scadenza oraria di essere filo-Putin. Ma del resto in politica bisogna essere elastici, avrà pensato il senatore. Proprio lui, che rimprovera ogni quarto d’ora a Giuseppe Conte di aver governato prima con la Lega e poi con il Pd. “Conte è concavo e convesso, pronto a dire tutto e il suo contrario a seconda delle convenienze”, mordeva giorni fa Calenda sui social. Fustigatore. La versione forse più congeniale all’ex europarlamentare del Pd, già creatura politica di Matteo Renzi, poi nemico acerrimo del medesimo Renzi, quindi suo alleato nelle Politiche del 2022 dopo aver stracciato in una notte il patto elettorale con il segretario dem Enrico Letta, infine di nuovo avversario del fu rottamatore. L’anno scorso, al congresso di Azione in un piccolo teatro a Roma, seppe far ridere forte in platea Giorgia Meloni e il suo fido Giovanni Donzelli. Infierì talmente sui progressisti, il moderato, che per la premier fu semplicissimo andare in scia dal microfono: “Dopo il suo intervento porterò io un po’ di moderazione”. E tutti a ridere. È liberale ma vivace, Calenda. E a naso teme la noia, ergo detesta stare fermo. I suoi social straripano di immagini di sue gite culturali (tutte di ottimo livello, va riconosciuto). Ma non solo di monumenti e quadri vive l’uomo. Così il 29 marzo il fu ministro ha postato su Facebook una foto anche poetica: “Primo bagno”. In acqua, in una lieve penombra, c’è proprio lui, nuotatore ardimentoso. E sia chiaro, prendiamo le distanze dall’utente che sotto il post ha vergato un commento più che discolo: “Mai uno squalo quando serve”. Più politica, ma anche meno lussureggiante, un’altra osservazione: “Questo è il secondo bagno, il primo lo hai preso con il referendum”.

Cioè quella campagna per la separazione delle carriere in cui Calenda stava di nuovo dalla parte delle destre. E comunque Carlo è financo fantino, come testimonia sempre su Facebook apposita foto del liberale sopra un quadrupede, risalente allo scorso sabato. Sotto, una media di un utente su tre si congratula: “Finalmente ti sei dato all’ippica”. Un po’ scontato. Si può fare di più, e infatti ecco che arriva il commento che fa la differenza: “A Carlè, almeno Bocelli impennava… Daje un po’”. Dopodiché, e questo rincresce, in certi commenti affiora una punta di acredine che, anche in questo caso, non ci trova concordi. Per esempio: “E poi ti arrabbi se dicono che sei dei Parioli”. Però il flusso è copioso quanto simpatico. Verrebbe da scrivere, grazie agli utenti. E invece no. Meglio (ri)scrivere ciò che è giusto: “Grazie Carlo”. Di tutto.

(Dott. Paolo Caruso) – Spaventa che i più attivi aeroporti in Italia saranno a breve a corto di kerosene. L’economia mondiale è terribilmente in crisi, e da noi si avverte ancora di più trascinando in alto i prezzi dei prodotti della spesa, vittime delle speculazioni e responsabili del carovita. Se la guerra non finisce, Hormuz sarà la strettoia che farà affogare il mondo e impiccherà particolarmente l’ economia italiana. Homo faber fortunae suae, dicevano i latini, “Chi semina vento, raccoglie tempesta”, il detto dei nostri nonni. È un adagio tanto vero quanto attuale. Trump ne sa qualcosa, infatti colpevole di avere scatenato l’inferno e di volere la totale distruzione dell’Iran riducendolo all’ età della pietra, si trova a doverne subire la tempesta di missili. Non si capisce dove voglia arrivare. Agisce in maniera schizofrenica e scriteriata. Nessuno si fida di quel che dice. La tragedia per il mondo sta nel fatto che il Tycoon agisce avventatamente e vuole che gli altri si accodino alle sue follie. Il “Nobel della pace” del resto può aspettare. I pareri dei suoi consiglieri bellici restano perlopiù inascoltati infatti giurano di avergli sconsigliato da subito l’attacco all’Iran. Probabilmente aveva solo obblighi verso il “compare di merende” israeliano, che quella guerra la sognava e la preparava da tempo. Il regime teocratico degli ayatollah è tra i più abominevoli e disumani che esistano sulla faccia della terra, ma non sarà di sicuro una guerra a poterlo distruggere in quanto strutturato in maniera piramidale da non consentire vuoti del potere esercitato nel modo più crudele e con l’aggravante religiosa “in nome di Allah”. Trump ora minaccia di abbandonare la NATO, che reputa non rappresentativa degli interessi americani disprezzandone l’ istituzione, non avendola neppure consultata prima dell’attacco. Ora minaccia, esplode, ringhia. I suoi ultimatum lasciano il tempo che trovano. Vuole la distruzione totale dei nemici, e anche degli Europei a lui infedeli perché non l’hanno seguito nella forsennata corsa alla guerra, che ora strozza le economie dell’intero Pianeta. La sua sedicente madre spirituale, la pastora protestante, lo paragona a Gesù Cristo ingiuriato ingiustamente. Mi chiedo quale Vangelo conosce la suddetta? Intanto cresce sempre più il prezzo del petrolio e del gas russo, e a Putin si rivolge il “suo” amico Trump con Orban e Fico. Cosa ci si aspetta da questo mondo di pazzi, discontinui e antitetici a se stessi? Intanto in Italia il caro gasolio che inspiegabilmente ha superato il prezzo della benzina mette in difficoltà i “padroncini”dei tir e dei camion trasportatori di merci, che minacciano azioni sindacali con scioperi prolungati in grado di mettere in ginocchio l’ economia dell’ intero Paese e la vita degli italiani. Da qualche giorno gli aerei per le difficoltà ad approvvigionarsi di carburante rischiano di rimanere a terra sulle piste degli aeroporti italiani (Milano Linate, Venezia, Treviso, Pescara, Brindisi e Reggio Calabria sono già in crisi). Un grazie dunque va a Trump, a Netanyahu, e a Putin che sono all’origine dell’attuale disastro dell’umanità. Intanto la ” Giorgia nazionale ” che non controlla più il caro carburante legato anche alle speculazioni, ha deciso di favorire il lavoro smart working. Si spera che, aldilà della solita propaganda di governo, la “questua carburanti” avviata dalla Meloni con il recente viaggio nei Paesi del Golfo possa dare risultati positivi. Ma…… si dice che “Dio vede e provvede”.
Mobili e buoni pasto, il “taglio” di Brunetta costa altri 2 milioni. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro del lavoro ritocca già il documento approvato a ottobre: più soldi per manutenzione, mobili e per le spese di personale. La replica: «Spesa comunque inferiore al bilancio 2025»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Mobili, arredi, comunicazione, buoni pasto e tecnologica. Al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, presieduto dall’ex ministro Renato Brunetta, è già tempo di aggiornare la lista delle spese, messe in conto per l’intero 2026. La variazione di bilancio ammonta a 2 milioni di euro, portando lo stanziamento a 12,1 milioni di euro rispetto ai 10,1 milioni iniziali.
Il 23 ottobre scorso il Cnel aveva approvato il bilancio previsionale con i relativi esborsi previsti per i singoli capitoli di spesa. Tre mesi dopo, nell’assemblea del 28 gennaio, sono state approvate varie modifiche. Nella determina c’è un ritocco alla spesa di 100mila euro in «pubblicità, comunicazione e relazioni istituzionali», capitolo che è sempre stato a cuore all’ex ministro.
Altri 130mila euro sono aggiunti per la «manutenzione ordinaria di immobili» e per quella straordinaria. Ma non solo: il Cnel ha aggiornato la spesa, di altri 20mila euro per i buoni pasto (per un esborso di 140mila euro per questa voce), e 5mila per la voce «mobili e arredi per ufficio, anche per alloggi e pertinenze»; stessa cifra per «impianti e attrezzature».
E ancora: in totale 40mila euro vanno via per i servizi di stampa e rilegatura e quelli per la biblioteca. Cresce nel complesso di 160mila euro la previsione di spesa per hardware (40mila euro) e Ict (120mila euro). L’incremento più corposo riguarda, però, il personale con 800mila euro aggiuntivi tra competenze e Irap.
Il Cnel, contattato da Domani, respinge «qualsiasi affermazione» su «un aumento di spese gestionali e amministrative rispetto all’anno precedente», rivendicando una spending review. In confronto al 2025, da Villa Lubin sostengono che per «quanto riguarda il capitolo pubblicità, comunicazione e relazioni istituzionali lo stanziamento a valere sul bilancio 2026, comprensivo della citata variazione, è pari a 227mila euro, a fronte dei 240mila euro previsti nel 2025. Completano il quadro i risparmi sui costi per mobili e arredi da ufficio (-20mila euro) e per impianti e attrezzature (-12mila euro)». In ogni caso il documento conferma il ritocco al rialzo di 2 milioni rispetto al bilancio di previsione varato solo tre mesi prima.
I vertici del Consiglio non beneficeranno di alcun incremento, dopo che Domani aveva rivelato la delibera per adeguare la remunerazione in seguito alla sentenza sul tetto ai manager della Pa. Fa sapere il Cnel: «La decisione di non dare corso a quanto disposto dalla sentenza della Corte costituzionale è stata assunta dall’ufficio di presidenza nella seduta dello scorso 13 novembre. Nulla è mutato relativamente all’importo delle indennità».
Prenotare subito o aspettare: il dilemma degli italiani per l’estate dei voli a rischio. I vettori consigliano di acquistare per evitare altri rincari, cauti i consumatori. Così le vacanze diventano un rebus per le famiglie

(di Rosaria Amato, di Massimo Ferraro – repubblica.it) – ROMA – Le conseguenze sul trasporto aereo della guerra in Iran e del blocco del Golfo Persico sono arrivate in Europa. A dircelo non sono solo i bollettini di sette scali italiani che segnalano una carenza di jet fuel, il cui prezzo è raddoppiato nell’ultimo mese. Ma anche i flussi turistici che si stanno rimodulando, la prudenza dei vacanzieri con le prenotazioni, l’innalzamento delle tariffe dei biglietti aerei e l’ipotesi di tagliare una parte dei voli se le forniture di carburante non torneranno ai livelli ordinari. Mentre consumatori e vettori cercano di capire come muoversi per limitare gli extra-costi, il tempo stringe per organizzare le ferie e acquistare i voli.
Le compagne aeree
Scorte di carburante per diversi mesi e assicurazione sul prezzo: ITA Airways per il momento riesce a tenere al riparo i viaggiatori dagli aumenti. Per quanto, dipende però dalla durata del conflitto. D’altra parte Lufthansa, che controlla ITA al 41%, nel suo scenario peggiore prevede di lasciare a terra circa il 5,4% della sua flotta, 40 su 737 aerei. E di ritoccare le sue tariffe. Politica già attuata da Air France-Klm, che a metà marzo ha applicato aumenti di 50 euro per i voli a lungo raggio in economy. Il vettore low cost easyJet pensa a un rialzo dalla fine dell’estate, mentre studia un taglio dei voli sulle rotte servite più volte al giorno. Come già fatto da SAS, che ha soppresso centinaia di decolli, diventati un migliaio da aprile. Ryanair stima un calo delle forniture da fine maggio, valutando di ridurre le partenze del 5-10% tra giugno e agosto e di aumentare il prezzo dei biglietti del 4% circa. Invitando i consumatori ad acquistare subito, per evitare ulteriori rincari.
I consumatori
Più prudenti le associazioni dei consumatori. «Rischioso prenotare già da ora, troppe incognite sull’estate – spiega Massimiliano Dona, presidente di Unc – speriamo che la crisi non darà un pretesto alla politica per derogare alle tutele Ue e introdurre voucher “speciali” al posto dei rimborsi e risarcimenti in caso di cancellazione», come avvenuto in periodo Covid. «Noi consigliamo di optare per il rimborso del volo in caso di cancellazione, perché in un momento di incertezza come questo è difficile sapere se la riprotezione o il voucher saranno spendibili», spiega Federconsumatori.
Le protezioni
D’altra parte adesso, grazie alla nuova direttiva Ue sui pacchetti turistici, appena entrata in vigore, in caso di cancellazioni, i viaggiatori non dovranno più accontentarsi del voucher o della riprotezione, ma potranno pretendere il rimborso. Per chi acquista invece biglietti aerei in autonomia rimangono valide le norme in vigore da oltre 20 anni (e in fase di revisione): in caso di cancellazione si ha diritto al rimborso o a un volo alternativo. Se la cancellazione arriva a ridosso del volo spetta anche un risarcimento, a meno che l’annullamento non sia dovuto a circostanze eccezionali.
Prime cancellazioni
Ma intanto arrivano le prime cancellazioni. «Nel turismo organizzato assicuriamo tutto, ma c’è già stato un calo dei flussi», ammette Gian Mario Pileri, presidente Fiavet. «Per ora non siamo ancora ai livelli drammatici del Covid, si fermano al 35% delle prenotazioni», rileva Marco Celani, presidente di Aigab (Associazione gestori affitti brevi). Ad annullare il soggiorno in Italia sono soprattutto i turisti dal Medio ed Estremo Oriente. Se si guarda invece alle destinazioni, «resistono le prenotazioni sul lago di Como o in Costiera, si cancellano quelle nelle città d’arte, come Roma», aggiunge Celani. In genere si evitano prenotazioni a lungo raggio, meglio per ora limitarsi alle tre/quattro settimane. Gli operatori puntano più sugli italiani e sui vicini di casa, come francesi e tedeschi. Con la preoccupazione che, dato che i costi del carburante rimarranno alti a lungo, se l’estate dovesse essere troppo calda «molte famiglie del Nord Europa che viaggiano in auto si accontenteranno del Mar Baltico piuttosto che venire in Italia».

(ANSA) – “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.
Trump, stanotte potrebbe anche accadere qualcosa di meraviglioso
(ANSA) – Dopo aver scritto che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita.
Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà”, Trump nel suo post su Truth ha aggiunto che “tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale – in cui prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate – forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario, chissà”.
“Lo scopriremo stanotte: sarà uno dei momenti più importanti nella lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte giungeranno finalmente al termine”, ha aggiunto.
Qatar, ‘guerra in Medio Oriente vicina al punto di non ritorno‘
(ANSA-AFP) – Il Qatar ha avvertito che la guerra in Medio Oriente è vicina a una soglia oltre la quale non sarà più controllabile, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fissato una scadenza per la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran.
“Dal 2023 avvertiamo che un’escalation incontrollata ci porterà in una situazione incontrollabile e siamo molto vicini a quel punto. Per questo motivo abbiamo esortato tutte le parti a trovare una soluzione per porre fine a questa guerra prima che sia troppo tardi”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari.
Vance, ‘molti negoziati prima della scadenza dell’ultimatum all’Iran’
(ANSA) – Ci saranno “molti negoziati” prima della scadenza dell’ultimatum all’Iran. Lo ha detto il vicepresidente americano JD Vance in conferenza stampa con il premier ungherese Viktor Orban a Budapest.
“Non credo che la notizia dell’isola di Kharg rappresenti un cambiamento di strategia o un cambiamento di posizione da parte del presidente” Trump, ha aggiunto.
Vance, ‘Stati Uniti e Ungheria baluardo della civiltà occidentale’
(ANSA) – Quello che Stati Uniti e Ungheria rappresentano “insieme, sotto la leadership di Viktor e del presidente Trump, è la difesa della civiltà occidentale”. Lo ha detto il vicepresidente americano JD Vance in conferenza stampa con il premier ungherese Viktor Orban a Budapest.
“La difesa dell’idea che i bambini debbano andare a scuola per essere educati, non indottrinati, la difesa del diritto delle famiglie europee e americane a vivere dignitosamente, a potersi muovere, a potersi permettere di riscaldare e raffreddare le proprie case, la difesa del fatto che le nostre società si fondano su una civiltà e su valori cristiani che animano tutto, dalla libertà di espressione allo stato di diritto, fino al rispetto delle minoranze e alla tutela dei più vulnerabili”, ha evidenziato Vance.
“Ci sono molte cose che uniscono Stati Uniti e Ungheria. Purtroppo, sono state poche le persone disposte a difendere questi valori. Viktor Orban è una rara eccezione e anche per questo sono qui”, ha aggiunto.
Vance, ‘obiettivi militari della guerra con l’Iran raggiunti, a breve finirà’
(ANSA) – “Gli obiettivi militari degli Stati Uniti sono stati raggiunti. Ciò significa, come ha detto il presidente, che a breve questa guerra si concluderà. E credo che la natura della conclusione dipenda in ultima analisi dagli iraniani”. Lo ha detto il vicepresidente americano JD Vance in conferenza stampa con il premier ungherese Viktor Orban a Budapest.
Fox, ‘a Kharg nel mirino bunker, stazioni radar e deposito munizioni’
(ANSA) – L’attacco americano sull’isola di Kharg aveva come obiettivi bunker, stazioni radar e un deposito di munizioni. Lo riporta Fox citando alcune fonti.
Altri asset militari sull’isola di Kharg sono stati colpiti, mentre i moli di attracco, più strettamente legati alle attività petrolifere, non sono stati presi di mira intenzionalmente: sarebbero stati però distrutti nel caso in cui gli iraniani avessero aperto il fuoco, secondo quanto riferito a Fox News da un alto funzionario statunitense.
Frana in Molise: chiuse la linea ferroviaria e la A14 tra Termoli e Vasto. Riattivato lo smottamento nel Petacciato. L’autostrada è stata bloccata in via precauzionale in entrambe le direzioni. Interrotta anche la linea dei treni Bari-Pescara tra Termoli e Montenero

(Valentina Romagnoli – lespresso.it) – Il Mezzogiorno continua a sgretolarsi. In Molise si è riattivata una frana storica del territorio del Petacciato, sulla costa tra Vasto e Termoli. La riattivazione è dovuta all’ondata di maltempo abbattutasi sul litorale molisano in questi ultimi giorni, e che ha portato al crollo del ponte sul Trigno sulla statale 87.
Il tratto dell’autostrada A14 tra Vasto sud e Termoli in entrambe le direzioni risulta chiuso in via precauzionale. Secondo quanto riporta l’Ansa, ci sarebbero dei danni sulla carreggiata e sono in corso delle ispezioni per verificarne l’entità.
Alle 16 di oggi, martedì 7 aprile, il capo dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha convocato a Roma il comitato operativo per fare il punto sulle misure da adottare. Le criticità stanno comportando importanti ripercussioni sull’abitato, sul traffico ferroviario e sulla viabilità della dorsale adriatica.
Il sistema di monitoraggio
Sarebbe stata l’attivazione del sistema di monitoraggio, appositamente installato in corrispondenza del fronte franoso di Petacciato, a far scattare la chiusura, in via precauzionale, dell’autostrada A14. Si tratta di un fronte franoso ben noto, considerato uno dei più grandi d’Europa. Nel marzo 2015 uno smottamento in corrispondenza del km 462,400 produsse una ferita molto profonda: l’asfalto si spezzò provocando un dislivello di almeno una quindicina di centimetri e producendo uno scalino. Nell’area è quindi da tempo attivo un sistema di monitoraggio, composto da una duplice tipologia di sensori: una sull’infrastruttura, che monitora il “comportamento” della carreggiata, l’altra sul terreno, per monitorarne il movimento. Il sistema di prevenzione è quindi entrato in funzione al riattivarsi della frana e, lanciato l’alert, è stata subito diposta la chiusura del tratto. Già chiuso dai giorni scorsi anche lo stesso tratto della strada statale 16 a causa del crollo del ponte sul Trigno, tanto che era stato dato il via libera al pedaggio gratuito per garantire i collegamenti tra Abruzzo e Molise. In ginocchio, a questo punto, la viabilità tra le due regioni.
La viabilità
Attualmente, nel tratto interessato, il traffico sull’autostrada è bloccato in entrambe le direzioni e si registrano 3 km di coda in direzione Pescara e 1 km di coda in direzione Bari, 2 km di coda nel tratto compreso tra Vasto nord e Vasto sud in direzione Bari e 1 km di coda nel tratto compreso tra Poggio Imperiale e Termoli in direzione Pescara, per le uscite obbligatorie. In alternativa, a chi viaggia verso Bari, dopo l’uscita obbligatoria a Vasto sud, si consiglia di percorrere la SS650 Trignina, seguire le indicazioni per Isernia/Campobasso e successivamente per Termoli, con rientro in A14 a Termoli. Per chi viaggia verso Pescara, dopo l’uscita obbligatoria a Termoli, si consiglia di percorrere la SS650 Trignina, seguire le indicazioni per Vasto, con rientro in A14 a Vasto sud. Per le lunghe percorrenze in direzione Bari, si consiglia di percorrere la A1 Milano-Napoli in direzione Napoli, immettersi sulla A16 Napoli-Canosa in direzione Canosa e proseguire verso Bari. Per le lunghe percorrenze da Bari, si consiglia di percorrere la A16 Napoli-Canosa in direzione Napoli, immettersi sulla A1 Milano-Napoli in direzione Roma e proseguire lungo la A1.
I tecnici sono al lavoro per verificare la stabilità delle infrastrutture e del terreno e valutare eventuali interventi necessari per la riapertura, mentre proseguono monitoraggi e controlli della zona interessata dalla smottamento. Sul posto, sono attesi i geologi che valuteranno lo stato della frana.

(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Le infrazioni accertate da autovelox tarati e non necessariamente omologati sono valide. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 7374 del 27 marzo 2026, cambiando rotta rispetto alle pronunce precedenti che invece subordinavano la validità delle multe all’omologazione. L’approvazione ministeriale dell’apparecchio, anche senza gli esami approfonditi propri dell’omologazione, fornisce dunque validità alle multe, a patto che l’autovelox venga tarato ogni anno. Si chiude così un cerchio aperto da un’automobilista sanzionata a Pescara nel 2021, a causa del superamento dei limiti di velocità. Inizialmente il Giudice di Pace aveva annullato le due multe, vista la mancata omologazione dell’autovelox Velocar Red&Speed Evo. Poi il ribaltamento in appello e ora anche in Cassazione.
Ci sono voluti 5 anni per chiudere definitivamente il caso dell’automobilista multata a Pescara per eccesso di velocità. Dopo l’accoglimento del Giudice di Pace, che lamentava una carenza di formalità, la sentenza è stata ribaltata in appello, dove è stato dato risalto più alla sostanza che alla forma. L’approvazione del dispositivo da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), insieme a una taratura regolare, rendono dunque valide le multe, a quanto pare anche senza l’omologazione del dispositivo di rilevamento. Una posizione che lo stesso MIT aveva adottato nel 2025, rispondendo all’ultimo intervento della Cassazione in materia, risalente all’anno precedente. In quel caso, gli ermellini avevano bocciato gli autovelox non omologati, spalancando la strada ai ricorsi.
Oggi, chiudendo il caso pescarese, la Cassazione torna sui propri passi. Per quanto riguarda le prove che le amministrazioni devono mostrare a sostegno dell’affidabilità tecnica degli autovelox, basta infatti il certificato di verifica periodica di funzionamento. Nel caso dell’automobilista ricorrente, i verbali erano stati elevati il 10 e il 12 aprile 2021, mentre l’ultima verifica effettuata dal Comune di Pescara all’autovelox risaliva al 21 dicembre 2020, meno di un anno prima. Il ricorso è stato così definito infondato. Sorridono le amministrazioni di tutta Italia che in questi mesi erano rimaste col fiato sospeso a causa dei tanti autovelox autorizzati ma non omologati presenti sul territorio italiano.