Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Referendum sulla giustizia: un salvacondotto per i potenti, politici inclusi


(Giancarlo Selmi) – Mi astengo dal commentare le dichiarazioni di Salvini, perché le conoscete tutti e farlo equivarrebbe a sparare sulla croce rossa. Non posso astenermi però, dal commentare ciò che disse quello che ai compleanni si vestiva da nazista, tale Galeazzo Bignami che, per inciso e per dignità di cronaca, è il capogruppo di FdI, quindi non un passante. Dopo l’omicidio di Rogoredo, era il 29 gennaio, tal Bignami a “Diritto e rovescio” disse: “Questo si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara, ahimè lo uccide, e la magistratura lo indaga per omicidio volontario”.

Proseguì: “Io da avvocato dico che questo non è giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare sì al referendum”. Il solito attacco alla Magistratura e il solito demente aggancio di qualunque cosa agli esiti del Referendum. Meloni non mancò di fare la stessa cosa quando, riferendosi alla, secondo lei, esigenza primaria del Paese di avere una Magistratura che non ostacola, si riferì, fra le altre cose, ai fatti di Rogoredo. Rispondendo a Bignami e a Meloni: sì, è giustizia quella che indaga sullo spacciatore e sul poliziotto che lo uccide.

È giustizia quella che indaga sul ladro di galline e sul sottosegretario. È proprio così che vogliamo la giustizia ed è l’opposto di quella che vogliono Bignami e la sua capa. Comunque avevano ragione entrambi: dopo il sì al referendum questa indagine sul poliziotto corrotto, non ci sarebbe. Una persona ammazzata perché non intendeva pagare il pizzo e il poliziotto corrotto starebbe tranquillo. Anzi di più, se Mattarella li avesse lasciati fare, a quel bandito poliziotto, gli avrebbero concesso un meraviglioso “scudo penale”.

Dare a chi ha il potere di un’arma e di una divisa, la possibilità di usare divisa e arma come crede, senza il timore della legge, è una cambiale in bianco che una società civile, una democrazia liberale non può permettersi. Tanto quanto non possa permettersi di togliere alla Magistratura indipendenza e possibilità di indagare sia sul pusher che sul poliziotto. Ma, soprattutto, sul potere economico e politico. È proprio questo quello che stanno perseguendo con la loro schiforma: ottenere un salvacondotto per i potenti, politici inclusi. Per le cose che faranno o che hanno già fatto.

Sanno che una Magistratura indipendente rappresenta un pericolo. Per loro non per i cittadini. Perché vogliono essere esenti da indagini. Perché vogliono il potere assoluto. Perché vogliono stravolgere la Costituzione modificandone sette articoli. Mi chiedo: perché un cittadino dovrebbe avere paura dei magistrati e non avere paura di un poliziotto corrotto o stupido autorizzato a maltrattare o addirittura sparare chi non si allinea? Io non delinquo, non ho scheletri nell’armadio, perché dovrei avere paura dei magistrati? Meno indipendenza per la Magistratura e libertà assoluta alla polizia? Ma stiamo scherzando?

FERMIAMOLI. VOTIAMO NO.


Propaganda boomerang su Rogoredo


Dichiarazioni affrettate, con imbarazzate ritirate, compresa quella di Meloni smentite dalle indagini sul delitto di Rogoredo

Propaganda boomerang su Rogoredo

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Lui, il vice premier Matteo Salvini, stava con il poliziotto di Rogoredo senza se e senza ma. Il suo partito, la Lega, ha perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia che i magistrati brutti e cattivi avevano osato indagare per fare chiarezza sulle anomalie relative alla morte del pusher 28enne Abderrahim Mansouri. E neppure il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, le aveva mandate a dire: “Questo si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara, ahimè lo uccide, e la magistratura lo indaga per omicidio volontario”. Per questi motivi – sentenzia, da “avvocato” – “dico che questo non è giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare sì al referendum”.

Dichiarazioni affrettate – con imbarazzate ritirate, compresa quella della premier Giorgia Meloni smentite clamorosamente dalle indagini che hanno portato all’arresto dell’agente con l’accusa di omicidio volontario. Ovviamente il caso di Rogoredo, cavalcato strumentalmente per spingere la separazione delle carriere dei magistrati, con il referendum non ha nulla a che vedere. Anche se è bastato al governo per introdurre in fretta e furia nell’ultimo pacchetto sicurezza uno scudo penale – su misura per le forze dell’ordine e poi esteso a tutti i cittadini in seguito all’intervento del Capo dello Stato – di cui proprio la vicenda di Rogoredo ha messo in evidenza tutti i suoi limiti.

Una vicenda che, invece, c’entrerebbe eccome con il seguito che, in caso di vittoria dei Sì al prossimo referendum, il governo ha in mente di dare alla riforma Nordio. E non è un’ipotesi di chi scrive, ma il disegno pubblicamente dichiarato dal vice premier Antonio Tajani: “Non basta la separazione delle carriere, non bastano i due Csm. Serve completare. Penso alla responsabilità civile dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se sia giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati, discutiamone, parliamone”. Parole che legittimano una domanda: con la polizia giudiziaria sottratta al controllo della magistratura e affidata a quello del governo avremmo mai scoperto la verità sul delitto di Rogoredo? Un altro motivo per votare no al referendum del 22-23 marzo.

“Lui sparò senza paura e i suoi colleghi temevano uccidesse anche loro”

Cinturrino mise la pistola finta. Ha colpito Mansouri mentre stava scappando. Sull’arma solo il Dna dell’agente

“Lui sparò senza paura  e i suoi colleghi temevano uccidesse anche loro”

(di Davide Milosa – ilfattoquotidiano.it) – È stata una messinscena orchestrata dall’assistente capo del commissariato Mecenate Carmelo Cinturrino, 41 anni, siciliano di nascita, e dalla quale, scrive la Procura di Milano, emerge “un quadro allarmante sulle potenzialità criminali dell’indagato”. Il 26 gennaio lui ha ucciso volontariamente il 28enne marocchino Abderrahim Zack Mansouri nel boschetto di Rogoredo con un solo colpo “mirando alla sagoma” e “sparando con coscienza e volontà”. Particolare “indicativo dell’assenza di uno stato emotivo di paura”. E sempre lui ha tentato di sviare le indagini mentendo e facendo pressione sui colleghi perché sostenessero l’ipotesi di una legittima difesa che non è mai esistita. Non ancora a fuoco il movente che però rientra nell’ipotesi investigativa (non contestata) delle sue relazioni borderline con gli spacciatori e delle minacce allo stesso Zack. In questo milieu tra il quartiere Corvetto e il boschetto, il poliziotto, che si faceva chiamare “Luca”, secondo testimonianze da verificare, chiedeva mazzette in droga e denaro a chi voleva spacciare in tranquillità.

A spiegare la personalità di Cinturrino è la richiesta di convalida dei pm inviata ieri al gip dopo il fermo dell’indagato (perquisita anche la compagna non indagata) che oggi sarà interrogato a San Vittore. Qui al pericolo di fuga si aggiunge il rischio di reiterazione (poteva uccidere ancora) e l’inquinamento delle prove. Tanto che gli altri quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione nel verbale del 16 febbraio rivelano il timore che Cinturrino “già attivatosi più volte per raccomandare che la versione della legittima difesa venisse sostenuta senza esitazioni, possa aggredirli e far loro del male”. E ancora: “È una persona pericolosa che incute timore (…). Una persona aggressiva e violenta, usa a percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche con un martello”, trovato nelle perquisizioni di ieri. E se la richiesta allarga le esigenze cautelari tratteggiando una personalità “allarmante”, il fermo eseguito ieri mette in ordine i fatti. Quella pistola prima di tutto, riproduzione di una Beretta 92, che il presunto pusher avrebbe puntato contro al poliziotto, secondo i pm è stata messa dallo stesso Cinturrino dopo il colpo, un solo sparo da oltre 20 metri. Il suo Dna è ovunque su quell’arma, mentre è assente quello di Zack, il quale il 26 gennaio quando vede Cinturrino estrarre la sua pistola (vera) tenta una fuga vana. Sì, perché viene colpito alla tempia destra mentre sta scappando verso il bosco. Del tutto irrilevante, secondo i pm, il fatto che Mansouri avesse in mano un sasso. Un sasso non una pistola. Così, secondo i pm, sono andate le cose. Così le conferma l’agente Davide P., oggi indagato, che dopo lo sparo esegue l’ordine di Cinturrino: andare in commissariato, prendere lo zaino e tornare. Passano 15 minuti, lo sparo è delle 17:33, Davide P. si ripresenta in via Impastato 15 minuti dopo. Lo spiegherà il 16 febbraio, ribaltando le sue prime dichiarazioni: “Cinturrino ha aperto il cofano e ha prelevato qualcosa dalla borsa; aveva qualcosa in una mano, un oggetto nero (…). Cinturrino è tornato di corsa verso Mansouri (…). Io sono tornato verso il corpo e solo in quell’occasione ho visto che vicino alla mano destra c’era una pistola”. E che la vittima non avesse l’arma, lo confermano gli altri agenti che erano nel bosco a cercare la droga.

Il grande lavoro investigativo della Squadra Mobile e della Procura di Milano ha poi avuto un aiuto cruciale: la testimonianza oculare (poi riscontrata) di un giovane afghano. Per lui Zack non era armato, aveva in mano il telefono e dopo essere stato colpito è caduto di faccia. Il corpo sarà girato dallo stesso Cinturrino che ieri il capo della polizia Vittorio Pisani ha definito “un delinquente e un ex poliziotto”. “Un criminale” a tal punto noto che Davide P. mentre stava tornando verso l’auto per andare in commissariato ha avuto paura che il collega gli sparasse. Gli altri due agenti confermano: “Addirittura ci ha detto di aver avuto paura che mentre correva il collega potesse sparargli”. Una condotta “tanto violenta” da mettere in pericolo “i testimoni e gli altri frequentatori del bosco”. Eppure la storia non sembra finita. Domande restano aperte. Su tutte una: perché i colleghi poliziotti che ben conoscevano “il quadro allarmante dei metodi di intervento di Carmelo Cinturrino” non hanno segnalato?


“GustaGuardia”, dove l’eccellenza trova la sua casa


C’è un momento in cui le idee smettono di essere parole e iniziano a diventare fatti. E’ esattamente ciò che sta accadendo a Guardia Sanframondi con il progetto “GustaGuardia” lanciato il 18 gennaio u.s. dall’ex sindaco Amedeo Ceniccola.

     La presentazione ufficiale del progetto e del sito www.gustaguardia.it  è programmata per sabato 28 marzo alle ore 18 nella “Casa di Bacco” in piazza Castello a Guardia Sanframondi.

     E’un primo passo concreto dentro un percorso più ampio, strutturato, ambizioso e nasce con un’idea semplice e potente: valorizzare l’identità guardiese attraverso il gusto, la cultura, la memoria.

   Di fronte ad una realtà caratterizzata da un progressivo declino, esistono due strade: rassegnarsi oppure cercare di costruire un futuro nuovo. “GustaGardia” nasce dalla volontà di costruire  un futuro nuovo guardando al passato con l’obiettivo di far rivivere la “Wardia Bella”  che nel corso degli ultimi decenni è scivolata nell’elenco dei cosiddetti “Comuni Marginali” senza alcuna prospettiva di sviluppo nel breve e lungo periodo.

      “GustaGuardia” supera il marketing territoriale di facciata. Non vende un’immagine: costruisce un progetto di comunità, fondato sulla partecipazione, sulla qualità, sulla cura del territorio.

      L’obiettivo non è il turismo fine a sé stesso, ma la rigenerazione sociale ed economica: lavoro, appartenenza, futuro per i giovani.

      Un paese che si prende cura di sé diventa naturalmente attrattivo. Recuperare gli immobili inutilizzati, rivitalizzare il centro storico, sostenere artigiani e produttori: è esattamente ciò che questo modello permette di fare, rispondendo alla domanda di un turismo lento, autentico e sostenibile. Guardia possiede un patrimonio unico: il centro storico, una produzione enogastronomica di qualità e i Riti Penitenziali dell’Assunta.

    “GustaGuardia” vuol trasformare questa ricchezza in cultura viva, continua, generativa. In poche parole, vogliamo far diventare il cuore antico di Guardia la vetrina delle eccellenze enogastronomiche del territorio per deliziare il palato dei buongustai. Il concept è semplice: offrire ai produttori di eccellenze un luogo che rispecchia il territorio in cui si insedia, dove incontrare la domanda delle diverse tipologie di potenziali clienti (dal turismo enogastronomico a quello culturale o artistico) potendo contare su spazi di vendita con due moduli, logistica e supporto per l’online. Insomma, si tratta probabilmente del primo esempio di piccola distribuzione organizzata. Per gli ordini si potrà utilizzare anche la piattaforma internet.

      Guardia può scegliere di non rassegnarsi a rimanere nell’elenco dei Comuni Marginali. Può scegliere di non diventare un paese che vive solo di ricordi. Può scegliere di partire dalle sue radici per costruire futuro.

Costruiamo insieme una Guardia da gustare, orgogliosa e capace di futuro.

Fiorenza Ceniccola

Amministratrice “La Casa di Bacco”


Prof Schettini, polemica sui metodi d’insegnamento. Ma studenti lo difendono: “Fa amare la fisica”


Il docente influencer della “Fisica che ci piace” replica alle accuse anonime di un ex studente (“Voti in più per i like”) con nomi e cognomi dei suoi ragazzi dell’Iss Luigi dell’Erba di Castellana Grotte che raccontano una realtà ben diversa

Prof Schettini, polemica sui metodi d’insegnamento. Ma studenti lo difendono: “Fa amare la fisica”

(di Erika Cuscito – repubblica.it) – Sono giorni complicati per Vincenzo Schettini. Dopo le polemiche sulla difesa della cultura a pagamento, il professore influencer da 3,4 milioni di follower si è trovato a dover affrontare le accuse di un ex studente dell’anno scolastico 2018-2019. Il giovane, che ha scelto di rimanere anonimo, ha dichiarato in un’intervista a Mow che il prof della “Fisica che ci piace” non solo avrebbe girato molti video YouTube con l’aiuto della classe, ma che se gli alunni avessero seguito le dirette e interagito con i video pubblicati (emoji, commenti e visualizzazioni) sarebbero stati premiati nella valutazione scolastica. Un like, un voto. Secondo l’ex studente, inoltre, nel caso in cui qualcuno in classe avesse avuto bisogno di chiarimenti su qualche argomento, avrebbe dovuto aspettare di rivederlo online. “Mi sembrava di perdere tempo e non imparare granché – ha dichiarato a Mow – Altri erano felici dei metodi applicati perché con l’escamotage del mezzo voto in più garantito quando commentavano le live del Prof, dovevano studiare di meno ottenendo comunque buoni risultati”.

Ma la replica di Schettini non si è fatta attendere: il docente ha pubblicato il parere di altri studenti dell’Iss Luigi dell’Erba di Castellana Grotte, che hanno voluto dire la loro, con nome e cognome. “Come ben sapete – ha scritto il prof sui social – in questi anni ho cercato di dar forma a un metodo personale di insegnamento. E nel cammino ho affiancato le lezioni in classe alle lezioni online, credendo fermamente che lo studio online possa essere uno strumento importante per far acquisire metodo a casa. E in questi anni ne ho avuto la riprova”.

E ha proseguito: “Mi sono ritrovato ad essere descritto, da una dichiarazione anonima, come l’insegnante che non sono, senza che la cosa sia stata minimamente verificata, senza aver contattato la dirigente scolastica, senza aver chiamato per un confronto. Insomma questa è la rete. Ecco quello che i miei studenti – con nome e cognome – pensano di me”.

Nel post social poi si leggono le dichiarazioni di studenti – attuali e passati – che non solo hanno difeso i suoi metodi didattici, “visti come una grande novità che potesse finalmente creare un flusso positivo nello studio di una materia ostica come la fisica”, ma hanno criticato aspramente la scelta di pubblicare le dichiarazioni senza un contraddittorio. “Noi ci mettiamo la faccia facendoci portavoce degli studenti che abbiamo rappresentato – aggiungono – per dire che da sempre il prof Schettini ha dimostrato di essere uno che invoglia gli studenti a studiare, ad appassionarsi alla fisica e soprattutto un prof che ama il suo mestiere di insegnante”.


“Board of Peace”: il consiglio di guerra travestito da tavolo della pace


(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Chiamarlo “Board of Peace” è già un capolavoro di comicità involontaria: un’etichetta da convegno aziendale appiccicata sopra una sceneggiata geopolitica, con un capo banda che distribuisce patenti di virtù e minacce di punizione. La pace, in questo copione, è come il dessert nel menù: si declama, non si serve. Intanto si contano i morti a Gaza, si discute di “due popoli e due Stati” come si discute di diete dopo una cena di trenta portate, e soprattutto si prepara l’altro piatto forte: l’ennesima resa dei conti nel Golfo, con l’Iran nel mirino e il petrolio come termometro del mondo.

Il punto non è sedersi a un tavolo. Il punto è a quale tavolo ti fanno sedere e con quale postura: schiena dritta o testa bassa. Qui la postura è chiara. Trump, senza fronzoli, detta la linea: chi non è al tavolo “fa il furbo”. Traduzione: chi non firma in bianco, paga. Ed ecco il “consiglio di pace” diventare un dispositivo di obbedienza: una liturgia dell’allineamento, con i fedeli chiamati a ratificare decisioni prese altrove, su Gaza oggi e su Teheran domani. La novità non è l’imperialismo, che non l’ha inventato Trump. La novità è lo stile: non più il predicozzo morale con tanto di lacrime umanitarie, ma il ricatto in diretta. È il potere che smette di truccarsi.

Italia “osservatrice”: la sottomissione in prova generale

Poi c’è la parte comica, che da noi diventa sempre una tragedia amministrativa: l’Italia che partecipa “da osservatore”. Come quelli che vanno al corso di autodifesa e si presentano in ciabatte, però pretendono il diploma. Se la linea è davvero questa, perché osservatori e non membri? Perché l’ambiguità è la nostra seconda lingua: partecipiamo per non dispiacere, ma restiamo sulla soglia per poter dire, domani, che “noi in realtà…”. È il solito gioco: stare dentro e fuori, come i ragazzini che buttano il sasso e poi nascondono la mano.

E intanto, sul piano politico, la sostanza è una sola: aderire anche solo come spettatori significa legittimare un club con un capo che si attribuisce diritto di veto su tutto e pretende che gli altri ratifichino. È una limitazione di sovranità, ma non nel senso alto e costituzionale delle scelte condivise tra pari. È una limitazione di sovranità in regime di gerarchia: uno comanda, gli altri applaudono e spiegano ai propri elettori che è “nell’interesse nazionale”.

Gaza, la pace e il popolo mancante

La pace “per Gaza” è il paravento perfetto. Perché la pace, se davvero la vuoi, ti obbliga a dire cosa succede dopo: istituzioni, confini, sicurezza, risorse, ricostruzione, diritti. Qui invece la pace è un cartello pubblicitario: bello da fotografare, inutile da abitare. E mentre si recita la formula “due popoli e due Stati”, la realtà corre in direzione opposta: leggi, misure, fatti compiuti che rendono lo Stato palestinese una parola sempre più simbolica, sempre meno geopolitica.

Il punto non è solo l’assenza di un progetto per i palestinesi. Il punto è che la questione palestinese viene usata come moneta di scambio dentro un disegno più grande: stabilizzare l’asimmetria regionale, consolidare la superiorità militare di Israele, tenere l’Iran sotto pressione e costringere gli alleati arabi a restare agganciati al sistema di sicurezza americano. Pace, sì: ma come sinonimo di “ordine”, cioè immobilità sotto tutela.

L’Iran e il Golfo: quando la “pace” diventa preludio

Il Board nasce mentre rimbalzano voci, segnali, posture da escalation. E qui l’ipocrisia è quasi didattica: si convoca il tavolo della pace mentre si parla di ultimatum e di “dieci giorni” per chiudere una partita con Teheran. Non è diplomazia, è countdown.

E se davvero lo scontro prende quota, il teatro non è solo l’Iran: è il Golfo. Rotte, colli di bottiglia, assicurazioni marittime, prezzi energetici. Lì passa una fetta enorme dell’equilibrio globale: basta un sussulto e la geopolitica diventa inflazione, la strategia diventa bolletta, la retorica diventa recessione. Le monarchie del Golfo lo sanno: sono ricche, ma fragili. Hanno patrimoni, ma anche paura. Per loro ogni scintilla è rischio sistemico.

Il nuovo colonialismo: spartirsi il mondo senza più fingere

Qui si arriva al cuore: il Board non è una conferenza di pace, è un modello di governo internazionale a comando unico. Un ritorno, senza nostalgia ma con metodo, alla logica ottocentesca delle zone d’influenza: si decide tra pochi, si distribuiscono compiti, si impongono fedeltà. E se serve, si “mettono in riga” i governi: non sempre rovesciandoli, spesso strangolandoli economicamente, selezionando chi merita ossigeno e chi deve restare in apnea.

È un sistema che piace anche ai rivali di Washington quando conviene: perché la spartizione, a differenza del diritto internazionale, è un linguaggio che tutti capiscono. Il problema è che, quando la politica diventa spartizione, la guerra non è l’eccezione: è una funzione.

Conclusione: un club per la pace che vive di guerra

Alla fine, il “Board of Peace” è l’ennesimo esempio di geopolitica come marketing: chiamare pace ciò che serve a gestire la guerra. Un’architettura di controllo costruita con due materiali: l’obbedienza degli alleati e la pressione sugli avversari. Gaza è la vetrina morale. L’Iran è il bersaglio strategico. L’Europa, come spesso accade, è la comparsa ben vestita che paga il biglietto e ringrazia per l’invito.

E l’Italia? È lì, a fare “l’osservatrice”, cioè a partecipare alla sottomissione con il pudore di chi non vuole farsi vedere in foto troppo da vicino. Ma in questi club funziona sempre allo stesso modo: prima osservi, poi firmi. E quando firmi, non lo chiami vassallaggio. Lo chiami realismo. E speri che nessuno ti chieda quanto costa.


Allora, Luigi Di Maio è professore? Dipende da che cosa si intende


In Italia ‘professore universitario’ rimanda a un inquadramento, a un rapporto di lavoro con l’ateneo. Nel Regno Unito, invece, l’espressione ‘Honorary Professor’ indica un’altra nomina

Allora, Luigi Di Maio è professore? Dipende da che cosa si intende

(di Giuseppe Pignataro * – ilfattoquotidiano.it) – Nel linguaggio pubblico ci sono parole che non funzionano come semplici aggettivi: sono ‘contratti’ impliciti. ‘Professore’ è una di queste. Evoca studio, selezione, responsabilità didattica e scientifica. Per questo, usarla in modo approssimativo non è un peccato veniale: è un corto circuito semantico che genera aspettative sbagliate e discussioni inutili.

Allora: Luigi Di Maio è professore? Dipende da che cosa intendiamo. Il 20 febbraio 2026 diversi media hanno riportato la sua nomina al King’s College London come ‘professore onorario’. E la fonte più semplice, in questi casi, è sempre quella ufficiale: nella pagina del King’s College London a lui dedicata compare ‘Mr Luigi Di Maio’ e, come ruolo, ‘Honorary Professor’ nel Defence Studies Department.

Qui nasce la confusione: in Italia ‘professore universitario’ rimanda (anche giuridicamente) a un inquadramento, a procedure di reclutamento e a un rapporto di lavoro con l’ateneo. Nel Regno Unito, invece, l’espressione ‘Honorary Professor’ indica una nomina onoraria: un riconoscimento attribuito a persone esterne che collaborano con l’università e contribuiscono alle sue attività (può essere legato ad attività di insegnamento, ricerca, consulenza, iniziative pubbliche), senza che ciò coincida con una ‘cattedra’ o con un posto accademico strutturato, né con ciò che in Italia intendiamo quando diciamo ‘professore universitario’ come status, reclutamento e carriera. In altre parole: chiamarlo ‘professore’ senza aggettivo è una traduzione incompleta; chiamarlo ‘professore onorario’ è, semplicemente, corretto.

Lo chiariscono bene le policy universitarie britanniche. University College London, ad esempio, definisce l’honorary appointment come un accordo volontario per collaborare e contribuire ai programmi accademici, specificando che tali incarichi non ricevono remunerazione. Anche King’s, in proprie procedure interne (in ambito clinico), descrive le honorary appointments come incarichi non retribuiti conferiti a chi contribuisce alle attività accademiche. E l’Università di Edimburgo distingue in modo esplicito: l’’Honorary Professor’ è un titolo di cortesia e non una established o personal chair (cioè non una cattedra accademica in senso tecnico).

Che cosa significa, in pratica? Che chiamare qualcuno ‘professore’ senza aggettivi, quando l’unica qualifica disponibile è ‘Honorary Professor’, è una traduzione incompleta. Non è un dettaglio: l’aggettivo (onorario) è la parte informativa del titolo. Toglierlo cambia la sostanza, come se ‘consulente’ diventasse ‘dirigente’ o ‘ospite’ diventasse ‘titolare’.

Perché allora l’equivoco si diffonde così facilmente? Perché viviamo nell’epoca della scorciatoia: una parola breve al posto di una descrizione esatta. Ma il linguaggio pubblico non è neutro. Attribuire un titolo è attribuire una forma di autorità: è un ‘atto’ prima ancora che una frase. Se togliamo ‘onorario’, cambiamo categoria. E cambiare categoria, in una società che già fatica a distinguere competenze e reputazioni, non è un dettaglio.

C’è infine un tema di fiducia collettiva: i titoli sono moneta simbolica. Se tutto diventa ‘professore’, allora niente lo è davvero. Si svaluta doppio: da un lato il riconoscimento onorario (che ha senso proprio perché è diverso), dall’altro la docenza ordinaria (che vive di regole, valutazioni, continuità).

La soluzione non è il dileggio, né la pedanteria: è una disciplina gentile. Dire il nome intero delle cose. Dunque: Luigi Di Maio è Honorary Professor al King’s College London, cioè professore onorario. La precisione non irrigidisce il discorso: lo rende più libero, perché lo sottrae al rumore e lo riporta ai fatti.

*Professore Associato di Politica Economica – Università di Bologna


L’Italia candida Maurizio Martina alla guida della Fao


(adnkronos.com) – L’Italia “ha deciso di candidare Maurizio Martina alla guida della Fao”. Lo annuncia a Bruxelles, a margine del Consiglio Ue, il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il governo italiano, aggiunge il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, ha sostenuto l’ex segretario del Pd “come vicedirettore della Fao in questi anni”.

“E’ stato il primo vicedirettore italiano – continua Lollobrigida – e il governo guidato da Giorgia Meloni, con il ministro degli Esteri Tajani, hanno sostenuto la candidatura di Maurizio Martina”.

Anche se Martina, aggiunge, ha “una storia politica differente dalla nostra, abbiamo ritenuto che l’Italia meritasse di avere quel ruolo e che possa meritare ancor di più, di avere un ruolo di guida di un’organizzazione internazionale di livello che ha la sede a Roma”. Nella Fao “il collega, essendo stato ministro dell’Agricoltura anche lui prima di me, potrà rappresentare al meglio l’interesse generale di un’organizzazione che deve affrontare temi legati alla sicurezza alimentare, con particolare riferimento all’agricoltura”.

“La candidatura di Maurizio Martina alla guida della Fao è una scelta per noi ideale: si tratta di una figura di grande spessore e autorevolezza”, dicono Maria Elena Boschi e Raffaella Paita, capogruppo di Italia Viva alla Camera e al Senato.

“Abbiamo avuto modo di apprezzare le capacità di Martina da ministro dell’Agricoltura del governo Renzi e anche nel fondamentale contributo da lui dato nell’organizzazione dell’Expo di Milano. Italia Viva assicura pieno sostegno alla sua candidatura”, concludono.


Banca Mondiale, per la ricostruzione dell’Ucraina servono 588 miliardi


(ANSA-AFP) – KIEV, 23 FEB – L’Ucraina ha bisogno di 588 miliardi di dollari per la ricostruzione, una cifra quasi tre volte superiore alla produzione economica annuale del Paese: lo ha dichiarato la Banca Mondiale in un rapporto pubblicato congiuntamente con il governo ucraino, Onu e Commissione Ue.   

Più di una casa su sette in Ucraina è stata danneggiata o distrutta a causa della guerra, si legge nel rapporto. I costi di ricostruzione sono stati più elevati nel settore dei trasporti, con una stima di 96 miliardi di dollari, seguito dai settori energetico e abitativo, con circa 90 miliardi di dollari ciascuno.

“Le esigenze di ripresa e ricostruzione continuano a crescere e sono ora stimate a 587,7 miliardi di dollari in un orizzonte temporale di 10 anni, equivalenti a quasi tre volte il PIL ucraino del 2025”, si legge nel rapporto. La cifra è stata calcolata sulla base di una valutazione dei danni causati fino al 31 dicembre 2025. Da allora, la Russia ha lanciato attacchi più devastanti alla rete energetica ucraina, che hanno completamente distrutto alcune centrali elettriche.

Le regioni di Donetsk e Kharkiv, in prima linea, avranno bisogno dei maggiori investimenti, mentre la capitale Kiev necessiterà di oltre 15 miliardi di dollari per riprendersi.   Gli alleati occidentali di Kiev hanno promesso centinaia di miliardi di dollari in aiuti all’Ucraina da quando la Russia ha invaso il Paese nel febbraio 2022, ma Kiev ne utilizza la maggior parte per lo sforzo bellico e per mantenere a galla la propria economia.


Più il tempo passa, più cresce il fronte del “No” al referendum della giustizia


(Comunicato stampa “Ixè”) – I femminicidi sono un’emergenza nazionale per il 52% degli italiani (65% tra le donne). Sul piano continentale, prevale la richiesta di un rafforzamento dell’UE, con il 36% a favore degli Stati Uniti d’Europa. In ambito internazionale, Russia e USA sono percepiti come le principali minacce all’ordine mondiale e alla pace.

La fiducia nel Governo Meloni scende sale 36%, quella nella Magistratura si attesta al 51%, con un recupero di 6 punti rispetto al 2025. Nelle intenzioni di voto, il quadro di generale stabilità registrato negli ultimi mesi viene scombussolato dal discreto esordio del partito di Vannacci (2,7%) e dalla conseguente flessione della Lega (6,2%).

Rispetto al referendum, il 46% dei cittadini risulta intenzionato ad andare a votare. Gli orientamenti di voto, pur scontando un ancora elevato tasso di indecisione, segnalano il sorpasso del NO (forchetta 51,3-54,3%) sul SÌ (45,7-48.7%).


La battaglia per l’Iran ha il profilo di una soglia storica decisiva


(Andrea Zhok) – La battaglia per l’Iran è ancora sospesa, ma essa ha il profilo di una soglia storica decisiva.

Israele sta esercitando tutta la pressione di cui è capace sull’amministrazione americana per portare l’attacco. Il fatto che una guerra totale difficilmente lascerebbe Israele intoccato non sembra preoccupare né Nethanyahu né gli israeliani, che, sondaggi alla mano, sono maggioritariamente a favore di un conflitto.

Trump ha peraltro accumulato un potenziale bellico del tutto fuori dall’ordinario, francamente sproporzionato per un bluff.

E tuttavia l’attacco, da quanto si evince da più voci, è stato già rinviato due volte.

E le ragioni di questi rinvii sono abbastanza chiare.

Negli ultimi mesi numerosi aerei cargo sono arrivati in Iran dalla Russia e dalla Cina. Che si tratti di consegne straordinarie di armamenti è un segreto di Pulcinella.

La Cina, peraltro, sembra che stia mettendo direttamente a disposizione il proprio sistema di rilevamento aerospaziale, con alcune proprie navi inviate nel golfo Persico, rendendo così virtualmente capace l’Iran di rilevare anche la tecnologia stealth americana.

Per quanto nessuno possa dubitare della superiorità militare del duo USA-Israele, la questione è quanti danni può fare l’Iran e per quanto tempo. Non è affatto certo che gli israelo-americani siano in grado di sostenere danni rilevanti senza essere costretti ad addivenire a miti consigli (come già avvenuto nella “guerra dei 12 giorni”).

Il punto di fondo è che la battaglia per l’Iran è la battaglia decisiva per il confronto tra blocco israelo-americano (con gli europei a fare i lacché di supporto) e le aspirazioni dell’emergente mondo multipolare.

Un Iran ridotto all’obbedienza significa per la Cina la fine delle sue prospettive di espansione commerciale ed egemonica. Senza il petrolio iraniano e senza un alleato in medio oriente la Cina si vede rinchiusa in un ruolo di potenza regionale, ruolo peraltro già mantenuto a fatica, con alle porte Giappone, Filippine e Taiwan, tutti sotto egemonia americana.

La Cina si ritrova oggi in una posizone che ricorda per qualche verso la Germania alle soglie della guerra mondiale: ha superato sul piano produttivo e tecnologico il suo grande competitore internazionale (l’Inghilterra per la Germania, gli Usa per la Cina), ma la sua posizione geografica e la mancanza di risorse interne la rende condizionata dall’avversario nelle sue capacità espansive. L’estensione del controllo militare (le colonie inglesi per la Germania, le basi americane per la Cina) miaccia concretamente i propri commerci internazionali e rifornimenti di materie prime.

Nel 1914 la Germania scelse la guerra per togliersi dall’impaccio,e mal gliene incolse.

La Cina, per tradizione aliena da avventurismi bellici, non ha nessuna intenzione di farsi coinvolgere direttamente in un confronto con gli USA, e tuttavia, dopo il colpo americano in Venezuela, non può continuare ad abbozzare, perdendo alleanze.

Se gli USA non attaccano nei prossimi mesi, arriveremo alla campagna elettorale per le elezioni di mid-term, e un conflitto con perdite significative sarebbe una pietra tombale per la presidenza Trump. Peraltro anche ritirarsi senza aver concluso un accordo vantaggioso – le proposte americane all’Iran finora equivalevano ad una richiesta di capitolazione – getterebbe un’ombra sul potere americano.

Dunque tutto fa pensare che l’attacco sia irrinunciabile, con una soglia temporale collocata entro l’estate.

Ma se l’attacco ha luogo, la partita che si giocherà sarà senza esclusione di colpi, con il probabile coinvolgimento di altri paesi del Golfo (Dubai è nel mirino iraniano) e con la possibilità di “incidenti” diretti tra Cina e USA (la Russia non può permettersi un’esposizione eccessiva per la perdurante grana ucraina).

Questa fase storica ha inaugurato un confronto di tipo inedito, senza più alcun infingimento, senza perifrasi, senza tentativi di giustificazione. L’attività di sostanziale pirateria avviata dalla marina americana (e in parte anche europea) nei confronti degli approvvigionamenti navali da e per la Russia chiarisce il livello dello scontro.

Oramai la questione è solo una pura e semplice questione di forza, e le alternative in gioco sono l’imporsi globale dell’imperialismo israelo-americano o l’imporsi di un nuovo multipolarismo, imperniato su Cina e Russia.

Il balletto americano che non sa decidersi se deve bombardare l’Iran per liberare gli iraniani oppressi o per difendere la potenza atomica di Israele dall’inesistente atomica iraniana, è emblematico di quanto oramai non ci si sforzi neppure più a dar a bere alla plebe la solita sbobba giustificativa moraleggiante.

(Naturalmente con l’eccezione della stampa europea che, sprezzante del ridicolo, continua a presentare l’aggressione del T-Rex israelo-americano agli altri dinosauri mondiali come una crociata per la giustizia e la moralità.)


La legge che toglie soldi alla sanità per regalarli a Big Pharma e farmacie


Big Pharma e farmacie, la legge che li fa guadagnare a spese di tutti

(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – La Sanità è sottofinanziata, ma il governo ha trovato il modo di mandare la spesa per i farmaci fuori controllo. Nei primi 9 mesi del 2025 abbiamo speso 18,42 miliardi di euro, superando di 2,85 miliardi il limite fissato (qui). Gli addetti ai lavori la spiegano così: è colpa dei nuovi farmaci costosi e dell’invecchiamento della popolazione, un problema comune ad altri Paesi con un sistema sanitario pubblico. Ma siamo sicuri che lo Stato stia spendendo i nostri soldi con la dovuta attenzione? Perché se si spende male da una parte, mancano poi risorse dall’altra. Una quota rilevante della spesa pubblica per la salute è proprio destinata ai farmaci: il 15,3% del Fondo sanitario nazionale. È quindi cruciale analizzare le decisioni di chi governa questo settore. Ad avere la delega al servizio farmaceutico è il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, figura di spicco di Fratelli d’Italia e farmacista (qui). Vediamo cosa sta succedendo.

Il nuovo sistema di remunerazione delle farmacie

Prendiamo gli oltre 7.000 farmaci di fascia A, quelli che possiamo ritirare in farmacia con prescrizione medica e che sono gratuiti per gli esenti o si paga un ticket fino a 4 euro. Tra gennaio e settembre 2025 questi farmaci sono costati allo Stato 6,425 miliardi di euro, il 3,2% in più rispetto al 2024. Eppure il consumo è aumentato solo dello 0,2% e i prezzi al pubblico sono rimasti invariati. Allora la domanda è: se le confezioni sono rimaste quasi le stesse perché lo Stato spende 194 milioni di euro in più? (qui).
Da marzo 2024 il governo, per mano del sottosegretario Gemmato, ha modificato il sistema con cui vengono pagate le farmacie. La nuova modalità di remunerazione è stata prevista dalla Legge Finanziaria 2024, comma 225 (qui). Per capire cosa comporta questo cambiamento occorre andare a vedere i margini che il Servizio sanitario nazionale riconosce a chi produce il farmaco, a chi lo porta nelle farmacie e a chi lo vende al cittadino. È un sistema complesso fatto di percentuali, quote fisse, sconti e formule matematiche che stabiliscono quando l’Iva va scorporata e quando va aggiunta. Nei grafici in pagina viene rappresentato il meccanismo, che invece qui semplifichiamo per renderlo più comprensibile. Come vedremo il diavolo si nasconde nei dettagli.
Fino al 2024 le farmacie ricevevano il 30,35% del prezzo al pubblico, con sconti che variavano a seconda del prezzo, come stabiliva la legge 662 del 1996 e successive modifiche (art. 1, comma 40 qui e art. 11 comma 6 qui). Il 66,65% andava al produttore del farmaco e il 3% al grossista che lo distribuisce.
Con la riforma la farmacia riceve il 6% del prezzo del farmaco più una quota fissa che varia da 55 centesimi a 2,50 euro a confezione, a seconda del prezzo del farmaco e del tipo di farmacia (comma 225 qui). Vediamo come cambia il guadagno analizzando tre farmaci con prezzi differenti, e prendendo come riferimento una farmacia con più di 300 mila euro di fatturato e ubicata in una città. 

Tre esempi concreti

Una confezione di acido acetilsalicilico, un comune antinfiammatorio, costa 1,41 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava il 30,35% più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: cioè 50 centesimiOra il 6% più 55 centesimi più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: cioè 93 centesimi. Un guadagno dell’86% in più per la farmacia, con un aumento di costo per lo Stato del 31%.
Una confezione di Anastrozolo, farmaco contro la recidiva del tumore al seno, costa 35,80 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava il 30,35% più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: cioè 12,69 euro. Ora il 6% più 2,50 euro più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: cioè 7,89 euro. Il 38% in meno per la farmacia, e un calo di costo per lo Stato del 14%.
Una confezione di Teriparatide, farmaco per l’osteoporosi, costa 308,51 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava 26,10 euro, ora 21,26 euro. Il 19% in meno per la farmacia, con un costo per lo Stato in calo del 2%. Tutti i calcoli sono con Iva.
In pratica: più è basso il prezzo del farmaco, e più alto è il margine per la farmacia. Ma è proprio in questa fascia che rientrano le grosse quantità: infatti in Italia il prezzo medio di un farmaco rimborsato è di 9,42 euro. Ed è su questa tipologia che il nuovo sistema riconosce un margine maggiore. Un giochino che in 9 mesi ci è costato i 194 milioni di euro in più. A questo va aggiunto il peso di un’altra riforma. 

Cambia il canale di distribuzione

Tra maggio 2024 e luglio 2025, 251 farmaci antidiabetici hanno cambiato canale di distribuzione, come prevede la Legge Finanziaria 2024 al comma 224 (qui). Fino a quel momento venivano acquistati dalle Regioni tramite gare pubbliche, poi distribuiti dagli ospedali, ma anche dalle farmacie per conto delle Asl. In questo secondo caso, al farmacista si pagava solo il servizio di consegna con un rimborso fisso a confezione che cambiava da Regione a Regione: da 4,15 euro dell’Emilia Romagna ai 5,7 della Sicilia, ai 10,38 del Lazio (Rapporto OsMed 2024 qui tabella 2.3.6). Ora è l’Agenzia del farmaco (Aifa) a trattare il prezzo e la farmacia compra e vende direttamente. Anche qui vediamo le ricadute con un esempio. 

Il caso delle gliflozine

Il prezzo al pubblico delle glifozine (farmaci antidiabetici) è di 65,62 euro, come da comunicazione Aifa alle Regioni il 17 febbraio. Le Regioni come il Lazio che prima davano alle farmacie 10,38 euro a confezione ora ne pagano 6,69, mentre quelle virtuose come l’Emilia-Romagna hanno dovuto passare dai 4,15 euro a 6,69 poiché questa è la nuova quota fissa che tutte le regioni devono versare.
Entra poi ex-novo il grossista, a cui vanno 2,40 euro a confezione. L’industria farmaceutica invece perde 1,43 euro a confezione (da 28,20 a 26,77 euro), ma è una perdita solo apparente perché ne recupera 3,94 euro che prima doveva restituire allo Stato come payback. Considerando i due sconti importanti che Aifa ha ottenuto, uno del 28,56% e un ulteriore 7%, contrattati con le aziende farmaceutiche per tentare di limitare l’esplosione della spesa con il passaggio alla vendita in farmacia, il guadagno annuo aggiuntivo per l’industria è stimato sui 38,55 milioni di euro. La perdita complessiva per lo Stato, solo per le gliflozine, è di 70,6 milioni di euro all’anno.
Questi calcoli sono fatti in base all’algoritmo presentato dal direttore tecnico-scientifico di Aifa, Pierluigi Russo; la proiezione è invece in base alla vendita di 3,84 milioni di confezioni tra settembre e novembre 2025, come risulta dai documenti di Aifa.

Chi ci guadagna davvero

I cittadini hanno quello che avevano prima. Si potrebbe obiettare che non è vero perché al cittadino viene offerto un servizio in più, cioè quello di ritirare il medicinale nella farmacia sotto casa, invece di andarlo a prendere in ospedale. Ma questo ragionamento trascura un fatto: già prima i cittadini potevano ritirare il farmaco in farmacia attraverso il sistema della distribuzione per conto. Se questo sistema non era abbastanza diffuso, si sarebbe potuto chiedere alle Regioni di estenderlo e rafforzarlo, anziché sostituirlo con un meccanismo che fa esplodere la spesa farmaceutica. Se a questo aggiungiamo la modifica al sistema di retribuzione, la somma finale è all’incirca di 270 milioni di euro l’anno in maggiori guadagni per farmacie, grossisti e industria.

(…) il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che doveva calcolare l’impatto della legge sulla spesa, l’ha bollinata in Finanziaria senza alzare nemmeno un sopracciglio.

La versione ufficiale

Il sottosegretario Gemmato ha dichiarato che con queste modifiche si risparmia. L’Aifa sostiene la stessa linea con dichiarazioni ufficiali di questo tenore: «L’Agenzia ha avviato e concluso la rinegoziazione con le quattro aziende produttrici delle gliflozine, che ha portato a un’importante riduzione dei prezzi, con la stipula di nuovi contratti vincolati al patto di riservatezza, sempre vigente in Italia come in altri Paesi d’Europa. La scontistica ottenuta, unita al risparmio dei non indifferenti costi di gestione degli acquisti centralizzati e della distribuzione dei medicinali da parte delle Regioni, lasciano prevedere al momento un risparmio sulla base dei costi medi nazionali» (qui). Chi avrebbe dovuto battere un colpo, ma non ha fiatato, è la Commissione scientifica ed economica del farmaco, nominata con decreto del Ministro della Salute e composta da 10 membri tra cui il direttore tecnico-scientifico di Aifa, il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, 4 membri designati dal ministro della Salute, un membro designato dal Mef e 3 dalla Conferenza Stato-Regioni. Invece il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che doveva calcolare l’impatto della legge sulla spesa, l’ha bollinata in Finanziaria senza alzare nemmeno un sopracciglio.

dataroom@corriere.it


Referendum Giustizia, il procuratore nazionale antimafia Melillo: “L’obiettivo di questa riforma è poter condizionare le indagini delicate”


Intervento. Il procuratore nazionale antimafia: “Vedo il rischio su mafie, corruzione, finanza opaca e grandi frodi fiscali”

Referendum Giustizia, il procuratore nazionale antimafia Melillo: “L’obiettivo di questa riforma è poter condizionare le indagini delicate”

(estr. di Liana Milella – ilfattoquotidiano.it) – […] La separazione delle carriere? “Una riforma chiusa a ogni confronto parlamentare”. Cercando “gli immediati vantaggi delle prove di forza”. Ignorando che “la Costituzione è un bene comune che deve riflettere un necessario pluralismo”. Soprattutto con una vittima già designata: il futuro pubblico ministero, su cui non incombe solo la riforma, ma “gli espliciti annunci di nuove leggi volte a ridurre le sue prerogative processuali sul cruciale versante dei rapporti con la polizia giudiziaria”.

[…] Giovanni Melillo, Gianni per tutti i colleghi, sceglie una domenica mattina per distruggere, in poco più di due cartelle, spirito e contenuto della riforma che il Guardasigilli Carlo Nordio vende agli italiani come la panacea per la giustizia e che invece, per il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ne segnerà la tombale catastrofe. Un’intervista istituzionale e tecnica al contempo, affidata alla rivista giuridica Giustizia insieme, che certo non nasconde la sua propensione per un netto No al futuro referendum.

Da un ufficio come il suo, in quotidiano contatto con le procure di tutt’Italia, Melillo già vede “le pressioni politico mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate”, in particolare quelle “sugli accidentati terreni della corruzione politico-amministrativa e dei mercati d’impresa, del riciclaggio delle ricchezze mafiose, della finanza opaca e delle grandi frodi fiscali”. Siamo di nuovo di fronte al tentativo, che fu già di Berlusconi allora premier, di azzerare con una raffica di leggi, le inchieste contro l’apparato di potere politico ed economico. E sarà un gioco facile perché “il rischio di un progressivo indebolimento del ruolo processuale e della stessa immagine del pm” è già in atto. Due Csm deboli, composti da magistrati sorteggiati, non avranno di certo la forza di reggere e fare da scudo.

Le sei risposte ad altrettante domande sono un profondo allarme per il futuro della giurisdizione. A partire da una legge, “per di più riferita all’ordinamento della Repubblica”, chiusa a qualsiasi emendamento, portata in piazza con una campagna referendaria che Melillo vede segnata “da acrimonia e palesi tentativi di strumentalizzazione politica”, in cui si manifesta l’intenzione “di chi apertamente rivendica la necessità di riduzione dei poteri di controllo e di garanzia propri della giurisdizione e in particolare dei poteri di direzione delle indagini del pubblico ministero”.

[…] Sì, certo, Gianni Melillo, pm prima a Napoli e poi procuratore di quella città, oggi al vertice dell’ufficio creato da Giovanni Falcone, con cui aveva fondato la corrente del Movimento Giustizia (una di quelle che Nordio etichetta come “paramafiose”), è in grande allarme per il destino del pm. Lo preoccupa “il rischio di un progressivo indebolimento del suo ruolo processuale e della sua immagine”. Per questo la riforma Nordio è “impossibile da condividere”, gestita con un metodo che “appare contraddire la stessa natura di un’architettura costituzionale delicata e preziosa per tutti”. Invece di “ricercare il dialogo”, si sono visti solo “gli immediati vantaggi delle prove di forza”, alla faccia di una Costituzione intesa come “bene comune che deve armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta”.

Una riforma che merita “un giudizio negativo” per le soluzioni “largamente inadeguate e forzate” per il Csm, che prefigurano “contraddizioni e criticità assai gravi”. Melillo vede “neanche troppo in lontananza ulteriori profili di rischio per la sorte della condizione spirituale della magistratura, per lo statuto identitario del magistrato”. A preoccuparlo sono quei due futuri Csm, composti da magistrati sorteggiati, che produrranno “inevitabili processi di ripiegamento burocratico e micro corporativo delle visioni e delle prassi organizzative”. Si apre la via alla “deresponsabilizzazione istituzionale”.


La corruzione preoccupa. Ma le istituzioni fanno poco per combatterla sul serio


Le mappe. L’allarme per le mazzette è ancora alto e per un italiano su tre sono contrastate soltanto a parole, senza azioni incisive. Dopo Tangentopoli per affrontare il fenomeno la giustizia non basta: serve il coinvolgimento delle nuove generazioni

La corruzione preoccupa. Ma le istituzioni fanno poco per combatterla sul serio

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – La corruzione in Italia, secondo i cittadini, continua a essere un problema serio. Anzi, “fra i più seri” del Paese. Lo pensa una larga maggioranza delle persone intervistate nel sondaggio condotto da LaPolis (Università di Urbino, con Avviso Pubblico): il 57%.

Si tratta di un dato in lieve calo rispetto a quello rilevato un anno fa. Ma sempre ampio. Molto ampio. Un altro terzo di persone (33%) ritiene che il problema esista, ma ve ne siano di più gravi. Nel complesso, quindi, la corruzione incombe sui pensieri di tutta la società. Come una minaccia continua.

D’altronde, Tangentopoli è rimasta nella nostra memoria. Parte della nostra storia. E non è possibile dimenticarla. Perché riemerge di continuo, attraverso episodi che richiamano la presenza diffusa delle mafie e della criminalità. Dovunque.

La resistenza delle persone

Con il rischio, che abbiamo evocato in altre occasioni, di “normalizzare” il fenomeno. Di trattare, quindi, la corruzione come un fenomeno “normale”. Che, per questo, viene “dato per scontato”. Anche perché non è condiviso. Al contrario. Nonostante nella “storia” del Paese vi siano tante “storie” drammatiche, ma esemplari. Perché richiamano e rivendicano la resistenza di molte persone di fronte a queste azioni. E ai soggetti coinvolti.

Tuttavia, l’impegno personale è importante ma insufficiente di fronte a una minaccia tanto drammatica e “resistente”. Che non può venire fermata e sconfitta senza il concorso e l’intervento delle istituzioni politiche. Della politica.

Più formale che reale

Tuttavia, solo una componente ridotta della società, il 13% (del campione), ritiene l’azione della politica, al proposito, adeguata. E convincente. Mentre il 37% pensa che l’attenzione, al riguardo, non sia sostenuta dai fatti. E l’impegno sia più “formale” che “reale”. Espresso da parole a cui non seguono azioni coerenti. Ed efficaci.

L’impressione prevalente, nel sondaggio di LaPolis con Avviso Pubblico, dunque, è che la corruzione costituisca effettivamente un problema. Inquietante. Al quale, però, non si danno risposte adeguate. Per diversi motivi. Perché preoccupa, ma, comunque, anche per questo, si preferisce evitare di affrontarlo in modo aperto e diretto.

Le radici

Mentre per ottenere risultati efficaci occorrono strategie di lungo periodo. Che rafforzino il ruolo della magistratura e delle forze di polizia. Inoltre, è necessario agire in modo “radicale”. Cioè, partendo dalle “radici”. Dai valori, che vengono proposti e affermati attraverso la formazione delle nuove generazioni. Ma la questione “fondamentale”, come abbiamo già suggerito, è il coinvolgimento dei cittadini. Per contrastare la corruzione alle “fondamenta”.

Occorre, per questo, operare affinché la “corruzione” non sia “data per scontata”. Ma venga considerata un problema. Serio. Oltre gli interessi di coloro che la esercitano per il proprio profitto. Perché si tratta di un limite per tutti. Per la grande maggioranza dei cittadini che opera, agisce e vive in modo onesto. E rinforza, in questo modo, la nostra società. La nostra vita.


Perché una guerra nucleare è un pericolo sopravvalutato e (forse) irrealistico


(Alberto Canciani – lindipendente.online) – Coloro che prestano fede nella Bibbia possono leggere come la stirpe umana sia nata, all’origine, dall’omicidio di Abele da parte del fratello Caino (Genesi 4,8). Possono, inoltre, leggere in che modo l’allora migrante popolo di Israele sterminò i popoli nativi della cosiddetta “Terra promessa” (Libro dei Numeri 21, 1-3 e Numeri 21, 21-35 e Numeri 31 tutto e poi altri), mascherando, con pretesti religiosi, la loro bramosia di accaparrarsi le risorse di altri. Nel seguito dei Libri, è evidenziata, molto spesso, la violenza, fisica e/o psicologica, dei “molti” contro i “pochi”. 

Vedendo come gli Israeliani di adesso trattano i Palestinesi di Gaza, viene da considerare che la Storia si ripete, ma con maggiore cattiveria e con tecnologie innovative. Molte volte, tuttavia, ho pensato che la Storia non sia “maestra di vita”. Se fosse così, Hitler non avrebbe invaso la Russia alle soglie dell’inverno come fece, sbagliando, anche Napoleone. Tuttavia, molte volte, l’attuale innovazione sociale ci porta a vedere nuovi significati del nostro passato. In effetti, potremmo considerare che le guerre e le rivoluzioni sociali possano apparire non più eventi a sé stanti, ma parti costituenti della vita di tutti i popoli, spesso con vantaggi e svantaggi non corrispondenti ai relativi successi, o insuccessi, sul campo. 

I peccati originali sono pragmatici

Gli attuali problemi mondiali, tra cui le continue guerre, derivano spesso da una miriade di cause ed effetti tra loro strettamente correlati che originano confusione o disinteresse in chi li subisce. Quasi mai questi problemi sono considerati nel loro insieme integrato o ridotti a dimensioni più semplici e comprensibili. Le teorie che tentano di spiegarli sono parziali, spesso “di parte”, e vengono modificate di continuo, forse, per far sì che non siano capite. Per comprendere meglio l’attuale stato di guerra continua, al posto delle inefficaci dichiarazioni di “pace”, di “civiltà” e di “democrazia”, bisogna chiedersi «a chi maggiormente conviene» fare una certa cosa e «per quale ragione» è stata fatta, ma senza partire dai risultati ottenuti, i quali sono, per loro natura, “di parte”. 

Una possibile risposta è che un conflitto con armi  convenzionali e in zone lontane dagli interessi delle grandi Potenze potrebbe avere, in prevalenza, la giustificazione di “svecchiare” gli arsenali militari delle stesse Potenze, producendo danni limitati e mediaticamente dimenticabili. Di contro, un conflitto nucleare causato da una importante parte geo-politica mondiale non avrebbe alcun senso pratico, poiché la risposta immediata della controparte sarebbe quella di estendere il conflitto al mondo intero. L’ultima parola contro l’intera Specie Umana non l’avrebbe dunque un Governo, ma solamente le radiazioni mortali causate dalla catastrofe nucleare

Un eventuale conflitto nucleare mondiale potrebbe, infatti, significare: 

  1. La perdita di molti milioni di attuali clienti commerciali (“clienti”, non persone …);
  2. Il crollo totale e subitaneo delle risorse e dell’economia mondiali;
  3. L’effettiva inutilità, nel medio periodo, di ogni tentativo di ricostruzione; 
  4. L’effettiva inconsistenza di un qualunque vincitore. 

A chi gioverebbe, dunque, un eventuale conflitto nucleare esteso a tutto il mondo? Al momento, a nessuno

Per argomentare che un conflitto nucleare mondiale non avrebbe una sostanziale utilità pratica e che non porterebbe vantaggi ad alcuno, accenno solamente a 3 argomenti sostanzialmente tecnici. 

Primo: la complessità del Teatro Militare Spaziale

Fino alla metà degli anni ’80, il predominio dello spazio spettò sostanzialmente agli USA e all’URSS, i quali spesero miliardi di dollari nella corsa spaziale. Furono anche gli anni di quello straordinario, ma costosissimo, sviluppo tecnologico che meritò all’Inghilterra, alla Francia, alla Germania e all’Italia il primato dello sviluppo dei sistemi più innovativi nel campo delle telecomunicazioni, dell’osservazione della Terra, della navigazione satellitare e dei lanciatori di classe media.  

Successivamente alla prima guerra del Golfo, dopo il 1990, i Sistemi Spaziali hanno trovato nuovi e crescenti ruoli nel supporto alle varie forme di guerra convenzionale, fornendo rilevanti vantaggi operativi e tattici ai Militari. Le risorse spaziali sono, infatti, fondamentali in molte operazioni militari tra cui gli allarmi missilistici, la geo-localizzazione, l’identificazione dei bersagli ed il rilevamento delle attività avversarie. Ogni attività militare, difensiva o aggressiva, nucleare o convenzionale, è impensabile senza il supporto dei Sistemi Spaziali. L’occupazione dello Spazio a fini militari è divenuta poi ancora più preponderante all’inizio degli anni 2000, con l’avvento della cosiddetta guerra al terrorismo. Sono state coniate, allora, le parole “tecnologie duali”, quelle tecnologie che possono soddisfare sia i bisogni civili che quelli militari, adottando un’ambivalenza dettata dall’interesse economico o strategico.  

Una replica dello Sputnik 1,  il primo satellite artificiale mandato in orbita intorno alla Terra: la replica è conservata nel Museo Nazionale dell’Aria e dello Spazio.

L’uso “duale” dei Sistemi Spaziali può fare diventare “bersagli” gli obiettivi, i “vettori” diventano missili intercontinentali e il “carico utile” diventa esplosivo mortale. I molti e non-chiari problemi mondiali degli ultimi anni hanno, inoltre, permesso l’ulteriore moltiplicazione delle spese militari, nonché le speculazioni delle società finanziarie, le quali si sono sviluppate attorno al pretesto della ricerca di una sedicente maggiore sicurezza internazionale e di una maggiore estensione della democrazia. La finanza mondiale deve molto al “terrorismo”, dovrebbe ringraziarlo per questo enorme giro  di denaro che si dimostra molto più rilevante di quello del traffico della droga, della prostituzione e delle tecnologie innovative. 

Tuttavia, la crescente militarizzazione dello spazio è in parte ostacolata dai Trattati internazionali i quali, essendo scomodi, sono quasi sempre disattesi o modificati in maniera unilaterale. La tendenza a ritrattare gli accordi internazionali deriva dal fatto che lo Spazio, a differenza del territorio, non presenta limiti, se non quelli economici, per lo sviluppo dei relativi programmi e delle tecnologie sempre più complesse.  

Agli inizi degli anni 2000 ci fu un profondo mutamento tecnologico e finanziario nello sviluppo dei lanciatori e dei satelliti, dovuto essenzialmente alla diversa concezione della loro affidabilità operativa. Prima di allora, i lanciatori e i satelliti costavano molto, erano pochi, avevano dimensioni più grandi, erano costretti in orbite più alte e ospitavano quasi il doppio degli apparati elettronici e delle protezioni meccaniche necessari al funzionamento, un’opportuna ridondanza operativa calcolata perché questi continuassero a funzionare normalmente anche in caso di eventuali guasti. Grazie anche all’avvento delle più performanti tecnologie “duali” e militari, prodotte in larga serie e quindi più economiche, si passò alle costellazioni di molti satelliti, di dimensioni più piccole e posizionati a quote orbitali più basse (dai 100 ai 2000 Km invece che dai 10.000 ai 36.000 Km), soppiantando la filosofia operativa del “singolo satellite” con quella del “sistema operativo di molti satelliti”. Tutto questo ha mutato non solo il concetto stesso di affidabilità, ma anche i costi delle Assicurazioni spaziali e della Finanza spaziale, determinando una loro drastica riduzione che ha a sua volta favorito il proliferare incontrollato delle flotte spaziali e dell’occupazione orbitale.  

Secondo: la complessità delle Strutture di Comando e di Controllo delle armi spaziali

Nelle operazioni militari di una qualunque Parte, la conoscenza non contaminata delle informazioni ha sempre svolto un ruolo fondamentale per il successo delle missioni. Un’efficace operatività dei Sistemi Spaziali Militari, soprattutto quelli nucleari, richiede necessariamente una o più specifiche Strutture di Comando e di Controllo. Tuttavia, qualsiasi componente di queste strutture è vulnerabile agli attacchi della controparte, che vanno dalle vulnerabilità fisiche dei siti di terra alla cosiddetta guerra elettronica (EW), che possono interrompere o deteriorare le connessioni tra il segmento spaziale e gli operatori. L’insieme di tutti questi strumenti, applicazioni, servizi e funzioni è stato tradizionalmente sintetizzato nell’acronimo C3I2 ovvero: “Comunicazione, Comando, Controllo, Informazione e Intelligence”. Negli ultimi anni la sigla C3I2 si è arricchita di altri termini tra cui: Computer, Collaborazione, Interoperabilità, Informatica, Sorveglianza e Nucleare, parole a cui corrispondono Sistemi d’arma che devono necessariamente essere interoperabili fra loro, ma che implicano un loro sistema autonomo di comando e controllo che complica la loro affidabilità operativa. 

Tutte queste Strutture prevedono un insieme di variabili dipendenti molto complesse che crescono in funzione del relativo numero dei satelliti operativi. La logistica e l’elettronica che le compongono, per esempio, sono particolarmente complesse perché ogni Rete Satellitare operativa richiede almeno due identiche Strutture dedicate, situate in posti lontani tra loro e in ridondanza operativa per la loro necessità di sicurezza e di sopravvivenza ad un attacco della controparte. Questo implica necessariamente un’ulteriore connessione informatica, che a sua volta è soggetta alle contromisure di una eventuale guerra elettronica. Si consideri, infatti, che, per motivi di massima sicurezza contro eventuali attacchi del “nemico”, ogni Struttura Militare di Comando e Controllo deve essere duplicata e la seconda deve essere pronta a subentrare completamente ed in pochissimi secondi alla Struttura gemella eventualmente distrutta. 

Ma in quale luogo si possono allocare queste Strutture di comando e controllo in modo tale che non si sappia dove siano, al fine di minimizzare un eventuale attacco nucleare distruttivo della controparte? In quale sede logistica si possono far vivere le decine di persone addette a queste Strutture senza far sapere chi esse siano e cosa facciano? Chi potrà garantire l’assoluta impenetrabilità delle informazioni, sia volontaria che involontaria, in ingresso ed in uscita? Quanto si devono pagare gli “addetti ai lavori” al fine di proteggersi dalla fuga intenzionale di notizie classificate?  

Come risulta evidente, la complessità tecnologica, logistica e finanziaria di queste Strutture di Comando e di Controllo è di gran lunga superiore a quella degli stessi Sistemi Satellitari Militari. Ricordiamoci, tuttavia, che tanto maggiore è la complessità dei Sistemi d’arma, tanto minore è la loro affidabilità operativa in termini di reazione alla minaccia. 

Proprio dalla complessità e dagli enormi costi di sviluppo e di gestione di questi capolavori tecnologici, logistici e finanziari di cui i militari sono giustamente fieri, si può trarre l’ipotesi che un qualunque conflitto nucleare che li possa distruggere sia effettivamente poco probabile. Un conflitto nucleare mondiale genererebbe solamente un mucchio di perdenti morti e di vincitori destinati, prima o poi, a morire a loro volta, oltre che a un mucchio di macerie contaminate dalle radiazioni per moltissimi anni. I militari non potrebbero più ottenere le ingenti sovvenzioni nazionali e neanche potrebbero utilizzare più i loro costosissimi apparati, una volta che questi verrebbero distrutti o contaminati. Nessun avversario avrebbe alcuna possibilità di azzerare l’intero arsenale nucleare dell’altro e/o di sfuggire ad un apocalittico attacco di rappresaglia. Il senso pratico, oggi, di una tale resistenza sarebbe solamente quello di morire per ultimi

Terzo: l’enorme giro economico finanziario mondiale dovuto alle Multinazionali e alle loro collegate

Oggi la Cina detiene l’effettiva proprietà di almeno un quarto degli asset degli USA e volendo potrebbe mettere in seria difficoltà l’economia a stelle e strisce

Fino alla fine degli anni 1990, gli USA si sono posti come i principali artefici di questo giro. Oggi, invece, lo scenario vede una pluralità di concorrenti e si caratterizza per un fortissimo contrasto mondiale, esteriormente militare, mediatico e sociopolitico, ma che, nella sostanza, è economico e finanziario. Ne sono protagonisti due grandi blocchi contrapposti: l’uno, quello Occidentale, è forse in declino, ma è apparentemente coeso. L’altro, quello Orientale, è in ascesa, ma presenta una notevole discordanza di interessi.  

Il vero obiettivo di questo contrasto è quello di gestire le rimanenti risorse del pianeta, determinando il predominio assoluto dello schieramento che risulterà vincitore. Questo contrasto si avvale anche delle attuali innovazioni tecnologiche: una su tutte è il WEB, quel nuovo modello mondiale civile di comando, controllo e informazione (ma chi lo gestisce veramente…?) che sembra stia progressivamente sostituendo la tradizionale istituzione politica e sociale delle singole Nazioni.  

Oggi, la fittissima rete delle Multinazionali e delle loro controllate non proviene più da una sola Potenza egemone, ma da tutti i gruppi nazionali più importanti, cosa che consente a questi ultimi di sfruttare le ricchezze di un qualunque Paese senza lederne, almeno in apparenza, l’integrità sociopolitica. Un esempio eclatante è la Cina, la quale detiene l’effettiva proprietà di almeno un quarto degli asset degli USA e che, volendo, potrebbe mettere in seria difficoltà l’economia a stelle e strisce. Questa evenienza, però, non conviene ad alcuno! La rete delle Multinazionali apporta ingenti capitali ai Centri di Ricerca, alle Università, alle Fondazioni, alle Associazioni Sociali, ai Consumatori e, soprattutto, al mondo politico ed è praticamente impossibile da disarticolare. Sotto questo punto di vista, l’espansione del settore privato può sostituire efficacemente le tradizionali guerre di conquista territoriale. 

Le immense risorse gestite dalle Multinazionali servono anche ad alimentare, diversificandoli, numerosi settori strategici delle attività umane: la colonizzazione dello Spazio, le applicazioni delle nuove biotecnologie, lo sviluppo delle mutazioni genetiche e delle eventuali pandemie, le applicazioni dell’industria del divertimento e dell’informazione, lo sviluppo del militare e degli armamenti, lo sviluppo della IA, lo sfruttamento delle risorse energetiche e delle scienze in generale.  In definitiva, i destini di tutti gli Stati e di tutte le persone dipenderanno da chi vincerà questa contesa, il cui successo è molto più efficace e conveniente rispetto alla tanto paventata distruzione nucleare. 

Quindi, se la probabilità del rischio di un conflitto nucleare mondiale risulta sostanzialmente bassa, allora perché ci si preoccupa tanto? E, ancora, perché i Media ed i relativi Profeti lo pubblicizzano tanto e lo danno quasi per inevitabile? La risposta è molto articolata ed implica molteplici competenze, a meno che la convenienza economica non sia il principale motore di coloro che manovrano le leve del potere mondiale.  

Lascio ad ogni Lettore la cura di trarre le proprie conclusioni. Tuttavia vorrei che gli uomini e le donne di cattiva volontà (quelli di buona volontà sono inutili proprio perché sono già buoni…) meditassero sulla foto seguente, non perché c’è la firma di un Papa, ma per la sua sostanza, e perché i nostri figli o i nostri nipoti non abbiano a soffrire un dramma del genere.


Beppe Severgnini si sente Prevert: ora sì che gli americani ci rispettano


(ilfattoquotidiano.it) – “Il sole splende sopra Milano, il cielo prova la primavera”. Sul Corriere della Sera Beppe Severgnini si sente Prevert: lo spirito olimpico gli fa sprizzare poesia in ogni molecola di cellulosa. C’è un dato politico, nei Giochi di Cortina, infilato nella melassa aulica del Corsera: “Il Monte Rosa brilla tra i grattacieli che alcuni criticano, ma tutti fotografano”. Traduciamo: follie, inchieste, storture e intollerabili disuguaglianze del modello Milano sono perdonate, sommerse da una manciata di medaglie. È vero – si legge – che “per un giudizio complessivo (…) bisogna capire quanto abbiamo speso” e “quanto si riveleranno utili le novantotto grandi opere accelerate dai Giochi”. Guardando al passato, una mezza idea ce l’abbiamo. Ma in fondo che ci frega? Severgnini è estatico: abbiamo fatto bella figura con gli americani, i cinesi e anche gli ostici norvegesi. “Una volta ancora, noi italiani siamo riusciti a trasformare una crisi in una festa: nessuno ci batte in questo sport (…). Scandinavi reduci dall’hockey a Santa Giulia; americani di ritorno dal pattinaggio di velocità a Rho; asiatici entusiasti del pattinaggio di figura ad Assago; europei saliti a Cortina, a Bormio, a Livigno; le tribune internazionali del biathlon; gli stranieri che hanno seguito i Giochi in televisione: tutti contenti e un po’ stupiti”. Beppe non ha alcun dubbio: “Queste sono le occasioni per cambiare la percezione dell’Italia nel mondo”. Bastano due piste lisce e un po’ di Brignone, siamo tornati una potenza. Il finale è amaro, il fanciullino s’imbatte in un presagio di realtà: spenta la fiamma olimpica, “riprenderà il rumore delle armi”. Non aveva smesso, “ma noi, per quindici giorni, ci siamo illusi di non doverlo sentire mai più”.