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Figc, dopo il flop Mondiale ecco il finto rinnovamento del calcio con Malagò e il suo Circolo


L’ex presidente del Coni, accerchiato dal suo giro dell’Aniene, conquista la Figc spinto da un patto fra la Serie A (regista Marotta dell’Inter), i calciatori, gli allenatori e la gestione del suo predecessore Gravina. Obiettivo: staccare la massima categoria dal resto. Questioni di affari. Altro che Nazionali e settori giovanili

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Con Curaçao e Capo Verde ma senza l’Italia. Mentre il primo Mondiale a 48 squadre allieta i cinque continenti, i nostri dirigenti sportivi si affrontano nella competizione dove nessuno può batterci: la caccia alla poltrona. In queste ore si sta votando per la nuova Federcalcio con un chiaro favorito, Giovanni Malagò. L’ex presidente del Coni alla guida della Fondazione Milano Cortina procederà a nominare la sua nuova struttura di governo dopo che Gabriele Gravina è stato costretto a dimettersi per la terza eliminazione consecutiva della Nazionale dalla Coppa del Mondo 2026 a opera della Bosnia Erzegovina.

Il consenso di Malagò è basato su una geografia di alleanze inedita. Con lui si schiera la Lega di Serie A, a eccezione del declinante patron della Lazio e senatore forzista Claudio Lotito, parte della Serie B e della Serie C (Lega Pro), più gli allenatori dell’Aiac e i giocatori (Aic) che è un po’ come se la Cgil di Maurizio Landini facesse il giro del tavolo per schierarsi dalla stessa parte della Confindustria. Miracoli del Grande Unificatore. Persino gli avversari, come il ministro dello sport Andrea Abodi, riconoscono a Giovannino una capacità trasversale assoluta, espressa nella sua creatura di elezione, il Circolo canottieri Aniene di Roma di cui è tuttora presidente onorario e di cui lo stesso Abodi è socio. Oggi come ieri lo slogan è sempre lo stesso: andiamo a comandare, dureremo ben più di questo governo e siamo messi bene con qualunque maggioranza prossima ventura.

Malagò si percepisce e si racconta come un uomo estremamente generoso che condivide la fortuna che gli capita. La stessa retorica l’ha utilizzata per motivare la sua decisione improvvisa di candidarsi alla guida del malconcio pallone italiano: volevo andare a leggere il giornale sul mare di Sabaudia e invece mi tocca l’ennesima impresa. A L’Espresso risulta da più fonti che la sua candidatura fosse in discussione già prima dell’eliminazione della Nazionale per mano dei terribili bosniaci, a ridosso della semifinale di Bergamo contro l’Irlanda del Nord. All’inizio di marzo l’ex numero del Coni e membro del Cio era già il piano di riserva, e ne era consapevole, per affermare il dominio incontrastato della Serie A sulle altre categorie e per proteggere gli sfollati del lungo regno di Gravina. Il regista della solita restaurazione camuffata da rinnovamento non poteva che essere il dirigente più scafato e, in questo momento, più influente del calcio italiano: Beppe Marotta, il presidente dell’Inter. Affiancato dall’avvocato Angelo Capellini, Marotta ha creato la base per il consenso. Altro che cinque società che lo hanno avvicinato, come ricostruisce Malagò nelle interviste celebrative. Il nucleo della candidatura porta i colori nerazzurri dell’Inter e dell’Atalanta di Luca Percassi e poi si è allargato al Bologna di Claudio Fenucci e Luca Bergamini e al Sassuolo di Giovanni Carnevali, appena passato alla Juventus e considerato una sorta di Marotta minore. Si è unito anche il Napoli di Aurelio De Laurentiis, che vale il suo voto, e non è stato complicato convincere le proprietà straniere. Unica esclusa, come detto, la Lazio di Lotito che paga il suo oltranzismo nella causa Lega-Img, chiusa con una transazione da 300 milioni che saranno versati ai club a fine giugno.

Malagò rappresenta un crocevia di relazioni, un’area politica grigia destinata al governo dopo il voto del 2027, che va dalla Forza Italia di Gianni Letta e Marina Berlusconi al Pd. La Serie A vuole essere tutelata da questo esecutivo, per quanto possibile, ma soprattutto dal prossimo. Il presidente della Figc in pectore cerca la rivincita dopo la mancata proroga per un quarto mandato al Coni, respinto dalla resistenza di Giancarlo Giorgetti, di Abodi e di pochi altri. Altri avversari, per esempio il forzista Paolo Barelli sostenuto dal suo segretario di partito e consuocero Antonio Tajani, sono in rapido decadimento anche se nel mondo di Malagò non ci sono i nemici, ma i diversamente amici. Il buco da centinaia di milioni di euro delle Olimpiadi di Milano-Cortina pare non riguardare il Malagò presidente della Fondazione, sempre lesto a fiondarsi alle premiazioni dei medagliati e altrettanto lesto a dileguarsi quando fioccano guai invece di ori o argenti.

Un’immagine è più eloquente delle parole. La partita decisiva per lo sport più amato, in attesa da anni di una riforma salvifica, non era Italia-Bosnia. Per il futuro del calcio italiano travolto dalla crisi sportivo-finanziaria, dice già tutto la foto del Memorial Bottai 2025, vinto per la categoria Over 60 dal circolo Aniene 7-5. Prima dei tempi supplementari la finale era in parità sul 3-3 con gol di Malagò, Abodi e Mancini per l’Aniene. Un segnale per il prossimo ct dell’Italia? Di recente il Mancio è andato in visita pastorale nei locali della Samocar, la concessionaria di Malagò con affaccio su Villa Borghese. A suo vantaggio, c’è la richiesta economica inferiore a quella di Antonio Conte e la sua vittoria miracolosa all’Europeo post-pandemico (2021). A suo svantaggio, l’avere tagliato la corda da Coverciano verso le sabbie saudite nell’agosto 2023 dopo la seconda eliminazione mondiale, sulle ali di un contratto da 25 milioni netti l’anno.

Un anno dopo la vittoria nel Bottai Over 60, il partito anienista è destinato a svolgere un ruolo preminente nel nuovo asse di potere, come del resto fa da tempo. Il presidente attuale del circolo romano, Massimo Fabbricini, è il fratello di Roberto, già segretario generale del Coni con Malagò presidente. Roberto Fabbricini è stato commissario straordinario della Figc per nove mesi nel 2018 dopo l’uscita di Carlo Tavecchio seguita all’eliminazione dell’Italia dal Mondiale russo, la prima della sciagurata terna. Anche Giuseppe Chinè, capo della Procura federale è dell’Aniene.

Paradossalmente proprio la presenza crescente nel calcio professionistico di capitalisti stranieri, disinteressati a coccolare i virgulti delle rappresentative azzurre, ha aumentato il ruolo dei soci del circolo. Nella Lega di serie A dove si parla di nominare presidente della Juventus il diciannovenne Oceano Elkann e dove la dirigenza del Milan è sconosciuta al battaglione, è dato in ascesa Claudio Fenucci, ex dirigente dell’As Roma e attuale ad del Bologna canadese di Joey Saputo. Nel cda dei rossoblù emiliani c’è l’anienista Luca Bergamini, di professione avvocato con trascorsi da portiere nel futsal che gli sono valsi quattro scudetti e due coppe Italia. Appesi i guanti al chiodo, è arrivata la presidenza della divisione calcetto della Lnd dal 2021 al 2024 dopo un periodo di commissariamento per irregolarità gestionali. Bergamini è uno dei papabili al ruolo di segretario generale della Figc. A completare il tour del Grande raccordo anulare, è tornato in A Mauro Baldissoni, avvocato cresciuto nello studio Tonucci ed ex dirigente dell’As Roma di Tom Di Benedetto. Dallo scorso autunno Baldissoni è ad del neopromosso Monza ceduto dalla Fininvest al fondo Usa Beckett Layne Ventures.

La Serie A esprime il 18 per cento dei delegati per l’elezione del presidente federale. Per rafforzare il suo candidato – che manca dall’epoca di Calciopoli con Franco Carraro presidente e Marcello Lippi ct dei campioni del mondo 2006 – ha attirato a sé gli sfollati di Gravina, l’Aic di Umberto Calcagno (20 per cento), l’Aiac di Renzo Ulivieri (10 per cento) e la serie B di Paolo Bedin (6 per cento), la Lega guidata per quasi sette anni (2010-2017) da Abodi. I calciatori di Calcagno, che prima erano blanditi da Gravina, si sono consegnati alla Serie A per una ragione esistenziale: l’Aic deve aumentare i suoi introiti. E non è per niente risolta la vicenda che riguarda il trattamento di fine rapporto degli ex calciatori – platea di circa 60.000 atleti – che hanno versato l’1,5 per cento dello stipendio lordo più un altro 6 per cento a carico delle società per un tetto di ottomila euro al mese. Un gruppo di circa duecento ex giocatori, capitanati dal portiere Emiliano Viviano, ha chiesto di visionare i bilanci perché si temono ammanchi. Nel momento del bisogno la Lega di A – presidente Ezio Maria Simonelli, amministratore delegato Luigi De Siervo – si è fatta avanti per offrire soccorso. Nel 2025 è stato siglato un accordo quinquennale per destinare ai calciatori la metà del ricavato dalla vendita delle figurine (circa 3 milioni di euro annui). Dalla prossima stagione, e per un triennio almeno, l’evento Oscar del calcio sarà organizzato dalla Lega alla Scala di Milano con l’ambizione di tirare su qualche centinaio di migliaia di euro. In una logica di forza lavoro, la categoria allenatori segue i calciatori. In cambio dell’appoggio a Malagò, Gravina ha ottenuto la sua conferma con lauto compenso da vicepresidente dell’Uefa e un ruolo da protagonista per Giancarlo Viglione, l’avvocato che nel suo periodo ha gestito relazioni istituzionali e questioni giuridico-legislative. Un’altra immagine è eloquente. Alla finale di Coppa Italia Lazio-Inter del 13 maggio, il trio Calcagno-Ulivieri-Viglione camminavano già a braccetto sul tappetto rosso della tribuna autorità. Marotta & c. hanno poi indotto Bedin, da sempre legato ad Abodi, a confluire nel listone Malagò.

Il punto ora è: che mandato è stato affidato al futuro presidente? La Serie A ha consegnato un elenco della spesa e un messaggio molto netto: prima noi, poi il resto. E per resto si intende il calcio non di Serie A. Si vuole evitare che Abodi riformi la legge Melandri e tolga soldi alla prima serie per darli ai campionati inferiori o ai settori giovanili. Oggi il 10 per cento dei diritti televisivi domestici (circa 900 milioni di euro annui) va alla cosiddetta mutualità: 6 per cento per la B, 2 per la C, 1 per la D, 1 per la Figc. La A teme che Abodi possa aggiungere un altro 5 per cento, 45/50 milioni di euro a stagione. Inaccettabile, per loro. Semmai, il governo dovrebbe assistere la Serie A con sgravi fiscali e altri sussidi. Infine, la Serie A deve essere aiutata a creare valore, per esempio con le scommesse dopo la batosta del Decreto Dignità (governo Giuseppe Conte I) che ne vietò la pubblicità. Sull’aumento della percentuale che l’Erario dovrebbe girare ai club la battaglia finora è stata durissima. Tale rimarrà perché Giorgetti, ministro dell’economia in carica, ha già la grana degli extracosti olimpici da coprire e vede l’anienismo come il fumo negli occhi.

In calce a questa lista della spesa, c’è il progetto di sottrarre gli arbitri della massima serie all’associazione di categoria e magari fare lo stesso per i calciatori. L’obiettivo lampante è staccare la A dal lento e vecchio torpedone del calcio italiano o comunque farne la capofila dominante.

Come ogni governo, la nuova Figc avrà un’opposizione che fa riferimento a Giancarlo Abete, alla guida della Lnd. Numeri alla mano, potrebbe bloccare le delibere federali che richiedono un’approvazione con maggioranza qualificata. La Lega nazionale dilettanti non vale soltanto un terzo dei voti. Nel suo perimetro c’è il calcio a cinque o futsal. Ci sono discipline in crescita come il beach soccer e come il calcio femminile che con la Nazionale dovrà passare dai playoff per ottenere la qualificazione al Mondiale 2027.

Anche la Lega Pro non è compatta nel sostegno di Malagò, come non lo è la Lega di serie B. La seconda e la terza serie del calcio professionistico sono invischiate in una crisi finanziaria molto più grave e sistemica di quella della serie A sottolineata dallo stesso Abete: nessun club fra B e C è in utile, a differenza dei sette della A capaci di ottenere profitti. La B ha un deficit annuo di 350 milioni di euro e si regge grazie al cosiddetto paracadute cioè un fondo fino a 60 milioni di euro versato ai tre club retrocessi dalla A in base agli anni di permanenza nel torneo di vertice. La C perde più o meno la metà della serie B ma è meno interessata dal fenomeno delle proprietà straniere diffuse anche in seconda serie ed è affidata alla capacità finanziaria dei presidenti. Quando il mecenate locale stacca la spina, magari perché è stufo di perdere soldi o perché passa a miglior vita come il trapanese Andrea Bulgarella della Lucchese, di solito la squadra fallisce. L’esperimento delle seconde squadre iscritte, partito molto adagio nel 2018 con l’allora commissario straordinario Fabbricini coadiuvato da Billy Costacurta, è stato un flop. Dal prossimo torneo il presidente della Lega Matteo Marani introdurrà il salary cap, il tetto agli stipendi. Difficile che basti, come non è bastato passare da 120 club dei tempi di C1 e C2 ai sessanta attuali.

In serie B la Juve Stabia, arrivata ai playoff per la promozione in A nonostante il commissariamento per infiltrazioni camorristiche, ha rischiato di essere cancellata fino alla ricapitalizzazione per 7 milioni del nuovo proprietario Alfredo Guerri lo scorso 10 giugno, sei giorni prima del limite per iscriversi al nuovo campionato. Dopo le traversie del Trapani di Massimo Antonini e la scomparsa della Ternana, ultima di una lunghissima serie, ha avuto difficoltà a pagare gli stipendi il Cesena targato Usa. Nella Cremonese, retrocessa dal massimo campionato a fine stagione, il cavaliere Giovanni Arvedi ha investito 160 milioni di euro e cederà volentieri non appena l’advisor Deutsche bank gli porterà un compratore. Lo stesso vale per Urbano Cairo, contestato in pianta stabile dai tifosi del Torino, che ha chiesto a Bank of America di trovare un acquirente. Lo stesso Lotito ha dovuto smentire la cessione imminente della Lazio, per la disperazione dei tifosi biancocelesti. Insomma è tutto un vendi-vendi a prezzi d’occasione che nelle serie minori diventa una liquidazione. Mentre i giovani italiani sono abbandonati all’avidità dei procuratori e alla dittatura del passaggio indietro, la vulgata del nuovo potere calcistico è che ci salveranno le scommesse e gli stadi nuovi per l’Europeo del 2032. Per parafrasare lo sfottò del presidente Fifa Gianni Infantino, lì ci qualificheremo di sicuro. Siamo uno dei Paesi ospitanti.


Cosa c’è davvero in ballo tra Trump e Meloni: armi e soldi, altro che un selfie


(Francesco Cancellato – fanpage.it9 – È tutta una questione di armi e soldi. Quelli che Donald Trump vuole che l’Italia spenda. Quelli che Giorgia Meloni non ha (più) da spendere. In estrema sintesi, la lite tra il presidente americano e la premier italiana è tutta qua. Ed è una lite che avrà il suo showdown al vertice Nato del 6 e 7 luglio ad Ankara, in Turchia. Quando si tireranno le fila di ciò che fu deciso giusto un anno fa, nell’analogo vertice dell’Aja. In cui l’Italia si impegnò, come quasi tutti, a portare la propria spesa militare al 5% del prodotto interno lordo, quasi tre volte i livelli di oggi.

Sembra passato un secolo, ma non è nemmeno passato un anno. Allora, della guerra in Iran non c’era nemmeno l’ombra, Trump e Netanyahu erano due amiconi dell’Italia di Giorgia Meloni e la nostra premier era ancora il “ponte” tra il presidente Usa e i recalcitranti alleati europei. (…)

Oggi, le prospettive si sono ribaltate. Il governo ha sbagliato i conti e non è uscito dalla procedura d’infrazione. I soldi facili per le armi non ci sono più. E nel frattempo Trump ha attaccato l’Iran, mettendo in crisi l’economia italiana, una delle più esposte e vulnerabili alle crisi energetiche.

(…) Ecco perché Trump è arrabbiato con lei. Perché sa benissimo che la stessa Meloni che un anno fa era al suo fianco all’Aja, sarà la sua spina nel fianco ad Ankara. Che sarà lei, per necessità e opportunità, a guidare la fronda europea contro l’aumento delle spese militari. Spese militari europee che per Trump sono fondamentali sia per disimpegnarsi dalla difesa del fianco orientale del Vecchio Continente, sia per riequilibrare la bilancia commerciale con l’altra sponda dell’Atlantico.

Quella che da fuori sembra una lite, in realtà non è che una trattativa. Trump vuole che l’Italia e l’Europa spendano in armi, Meloni vuole rimangiarsi la promessa di un anno fa perché non ha più i soldi per farlo. Da qui al 7 luglio saranno botte da orbi, perché questo è l’unico modo che Trump conosce per spuntarla sulla controparte: mettere quanta più pressione possibile e minacciare oltre ogni misura. È quella mad man theory, la diplomazia del pazzo che tanto piaceva alla destra italiana fino a qualche mese fa. E che adesso le si è ritorta contro come un boomerang.


Bannon: “Ci saranno conseguenze, Meloni non è un’amica degli Usa mai stata pontiera tra noi e l’Ue”


L’ideologo Maga contro la premier: “Non la prendo più seriamente e nessuno in America lo fa”

Bannon: “Ci saranno conseguenze, Meloni non è un’amica degli Usa mai stata pontiera tra noi e l’Ue”

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – NEW YORK – «Ci saranno conseguenze». Suonano come un avvertimento, se non proprio una minaccia, le parole che Steve Bannon usa commentando con Repubblica lo scontro ormai aperto fra il presidente Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni.

L’ex consigliere e manager della prima campagna elettorale vinta dal capo della Casa Bianca era stato uno dei più grandi sostenitori di Meloni, partecipando anche alle conversazioni di Atreju. Poi però il rapporto si è incrinato, perché Bannon si è convinto che lei non facesse sul serio nella costruzione del progetto di una internazionale sovranista, che promuovesse le idee del movimento Maga in tutto il mondo, a partire dall’Europa. Teneva il piede in due scarpe, in altre parole, per cercare di essere percepita come la principale alleata e interlocutrice di Trump nel Vecchio Continente, senza però compromettere i rapporti con i colleghi degli altri paesi della Ue, di cui ha bisogno sul piano economico e politico: «Lei era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale. Ha giocato il gioco dell’Unione europea perché le servivano i soldi, e quello della Nato. Parla tanto dell’Ucraina, ma quando si tratta di mandare finanziamenti e truppe cambia la canzone. Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante, perché non ha risorse economiche e militari per sostenerlo. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa».

La contraddizione è emersa a partire dalle critiche a Trump per le mire sulla Groenlandia, inaccettabili per l’Italia perché mettevano gli Usa apertamente contro la Nato e gli altri alleati europei, e per lo stesso motivo è peggiorata con la guerra in Iran, ordinata dal capo della Casa Bianca senza neanche avvertirli: «Quando gli Stati Uniti — è il rimprovero di Bannon uguale a quello del presidente — hanno avuto bisogno di un alleato che si schierasse e sostenesse uno sforzo navale congiunto, per mantenere aperte le rotte di Hormuz, del Mar Rosso e di Suez, dove passano il petrolio e il gas diretti verso l’Europa, lei si è tirata indietro».

Ora che il contrasto è scoppiato in maniera pubblica e plateale, l’ex consigliere di Trump ci tiene a sottolineare che lui lo aveva previsto e annunciato: «Come ho detto ormai per anni, Meloni non è mai stata un ponte per il presidente verso l’Europa. Questa era una fantasia costruita da lei stessa». Sembra quasi di sentire le parole usate dal presidente Usa per accusarla di averlo pregato di fare un selfie al G7, al solo scopo elettorale di tornare ad essere percepita come una sua amica.

Però Bannon, che continua ad essere un punto di riferimento per il movimento Maga negli Stati Uniti, in particolare in vista delle elezioni midterm di novembre, si spinge anche oltre le critiche di Trump, chiarendo che a questo punto ricostruire il rapporto e salvaguardare l’alleanza fra i due paesi potrebbe diventare molto difficile, se non impossibile: «Le azioni nocive e dannose di Meloni contro l’America, durante un tempo di guerra, non verranno dimenticate presto». Bannon sembra quasi anticipare che la composizione di questo contrasto potrebbe risultare impossibile, fino a quando lei sarà a Palazzo Chigi, ma soffia sul fuoco spingendosi fino a prevedere effetti negativi per il paese: «Lei non è un’amica degli Stati Uniti e ci saranno conseguenze».


Il sondaggio su Vannacci: il centrodestra vince anche senza di lui


Un’alleanza potrebbe produrre più perdite che guadagni per tutti i partiti. Compreso Fn. E si rischierebbe la parità tra i due maggiori schieramenti

(Alba Romano – open.online) – Ma Roberto Vannacci è davvero decisivo alle prossime elezioni? Un sondaggio di Antonio Noto per Il Giornale dice che se ci si limita all’aritmetica allora Futuro Nazionale dovrebbe rafforzare la coalizione. Ma invece un’alleanza con il centrodestra potrebbe produrre più perdite che guadagni per tutti i partiti. Compreso Fn. E si rischierebbe la parità tra i due maggiori schieramenti. Il “liberi tutti”, spiega il sondaggista, risulterebbe invece come lo scenario più favorevole per la coalizione.

Il sondaggio su Vannacci e il centrodestra

Se Futuro Nazionale entrasse formalmente nella coalizione, il centrodestra e il campo largo si troverebbero sostanzialmente appaiati: 45% contro 45%. Se invece Vannacci corresse autonomamente, pur ottenendo un 6%, il centrodestra senza di lui salirebbe al 45,5%, mentre il campo largo si fermerebbe al 42%. Un vantaggio di 3,5 punti percentuali. Perché? Secondo Noto la presenza del generale nella coalizione produce una reazione negativa in una parte dell’elettorato moderato e centrista. Fratelli d’Italia scenderebbe dal 29% al 27%, Forza Italia dal 7,5% al 6,5%, mentre Noi Moderati dimezzerebbe dall’1,5% allo 0,5%. Infine, la Lega perderebbe mezzo punto percentuale: dal 6,5% al 6%.

Futuro Nazionale

Futuro Nazionale invece prenderebbe il 6% se corresse da solo, il 4% in coalizione con il centrodestra. Perdendo un terzo dei consensi. L’analisi mostra che in caso di alleanza tra Fn e il centrodestra una quota di elettori si sposterebbe verso le forze centriste e moderate. Crescerebbe infatti Azione, che passerebbe dal 2,5% al 3,5%, così anche il Partito Liberaldemocratico e Sud Chiama Nord. Aumenterebbero nei voti anche Progetto Civico e Italia Viva nell’area del campo largo. Si tratta di elettori che non si riconoscono nella prospettiva di una coalizione in cui il ruolo di Vannacci diventi strutturale.

L’affluenza

La presenza di Futuro Nazionale nel centrodestra determinerebbe anche una riduzione della partecipazione elettorale. L’affluenza stimata scenderebbe infatti dal 61% al 59%. Ma svuoterebbe il Movimento 5 Stelle, che scenderebbe dall’attuale 13% all’11,5%, perdendo un punto e mezzo. La conclusione di Noto è che l’ingresso di un soggetto che vale il 6% non necessariamente aumenta di quella percentuale il peso di una coalizione. Perché in politica 2 + 2 non fa mai 4. E a volte fa molto meno.


Keir Starmer annuncia le sue dimissioni


(ANSA) – LONDRA, 22 GIU – Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da leader del Partito laburista britannico e da primo ministro in un atteso discorso alla nazione davanti al numero 10 di Downing Street. L’uscita di scena Starmer, travolto dall’impopolarità e dal crollo di consensi anche all’interno del Labour, spiana la strada alla sua sostituzione con l’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham.

STARMER PARLA A BREVE A DOWNING STREET, ATTESE DIMISSIONI

(ANSA) – LONDRA, 22 GIU – Il premier britannico Keir Starmer parlerà a breve davanti al numero 10 di Downing Street. Lo riferisce Sky News, dopo che sono iniziati i preparativi per posizionare il podio del primo ministro. È atteso l’annuncio delle sue dimissioni e dei tempi del passaggio di consegne alla guida del Labour e del governo.


Oggi si recita a soggetto, la politica ridotta a un eterno talk show


Donald Trump lo sa che la politica è ormai nient’altro e ha dato spettacolo, come spesso gli accade. Ma il contesto stavolta sembrava apparecchiato apposta per il suo spettacolo. Dalla cena fastosa con Macron a Versailles alla lite con Giorgia Meloni

(Sergio Labate – editorialedomani.it) – Talk show. Donald Trump lo sa che la politica è ormai nient’altro e ha dato spettacolo, come spesso gli accade. Ma il contesto stavolta sembrava apparecchiato apposta per il suo spettacolo. I fasti di Versailles, gli incontri a favore di camera, la fine di un’altra guerra senza che la guerra sia finita, l’ombra dei cortigiani – Emmanuel Macron per primo e in modo esplicito – che non lo contraddicono e lo compiacciono. Il trionfo del populismo, si direbbe. Ma anche la rivelazione della sua essenza che ha contagiato tutte le forme della politica. Il populismo non è più una parte che si contende la scena politica ma è la scena stessa. Lo sfondo, la cornice, il set dove girare i reel.

È per questo che non mi sono scandalizzato più di tanto per i contenuti della telefonata di Trump. Per quanto perturbante e sgradevole essa sia, è in piena continuità con tutto ciò che l’ha preceduta e, non ne dubito, con tutto ciò che seguirà. Non è che una rappresentazione fedele dell’essenza del populismo: la riduzione della politica a una serie incessante di riti autocelebrativi.

Luigi XIV e Trump

Apparentemente nulla di nuovo, in fondo. La politica è sempre stata anche liturgia e Versailles sta lì a ricordarcelo. I palazzi servivano per far festa, per celebrare il proprio status. L’accoglienza di cui Macron è così fiero non è semplice galateo, ma è la politica come ritualità. Ma la differenza tra Luigi XIV e Trump è troppo facile da vedere (lo ha spiegato magnificamente Mariano Croce su queste pagine): per il primo la politica era esercizio effettivo del potere, per il secondo è solo celebrazione autoreferenziale di sé.

Non importa ciò che faccio – e infatti posso contraddirmi infinite volte – ma che possa farlo, che io possa fare tutto. Trump è travolto dal suo stesso populismo, non si accorge che è così interessato ad apparire potente da disinteressarsi degli effetti del suo potere. Ha barattato il proprio potere con la celebrazione narcisistica di se stesso: tutto ciò che accade è solo un pretesto per celebrarsi. Non c’è più nulla da festeggiare se non la festa stessa.

L’arte di «implorare»

Nessuno gli crede più: siamo dentro un talk show dove tutti non fanno che recitare. Ciò per cui Trump dileggia Meloni non sarebbe altro che ciò che Trump fa sempre: vendersi, falsificare il mondo, godere contemplando la propria potenza molto più che esercitandola. In fondo anche Trump non sa fare altro che «implorare»: un passaggio televisivo, un colpo di scena, una pubblicità alla propria potenza come merce da cui trarre profitto.

Per questo non importa se siano vere o meno le sue accuse, in ogni caso stanno dentro la trasformazione della politica in talk show, dove tutti implorano e usano il potere per una comparsata. Lo fa incessantemente l’uomo più potente del mondo, figuriamoci se non lo fanno i suoi cortigiani (nel senso letterale del termine, beninteso). Un potere così impegnato a celebrare se stesso da dimenticarsi di agire.
E sta qui la tragedia. Perché Trump non è affatto meno potente di Luigi XIV, è soltanto più irresponsabile: i suoi annunci hanno delle conseguenze tragiche delle quali sembra quasi non interessarsi più. Mentre noi siamo costretti a guardare ciò che il mercato della politica decide di farci guardare, qualcosa di reale accade. Mentre sprechiamo fiumi di parole per interpretare la ritualità autoreferenziale di Trump, i suoi annunci che si smentiscono quotidianamente, le fotografie recitate o reali, gli accordi di pace che non sono accordi di pace, intanto accade la vita oppressa di milioni di persone. Che è schiacciata dal peso insopportabile dell’irresponsabilità di coloro che li condannano a morte per l’ebbrezza di una fotografia o di un annuncio ostentato di fronte al mondo.

Le conseguenze reali

La guerra in Iran è finita, annuncia Trump, e che importa se abbandoniamo i poveri iraniani in uno stato di cose ancor più tragico di prima? Come è accaduto per Gaza, gli annunci di un accordo diventano la nostra agenda politica, mentre nell’ombra della realtà la gente continua a morire. La politica come talk show ha le sue luci della ribalta e noi ne siamo irresistibilmente attratti, forse non possiamo non esserlo.

Ma ha anche la sua ombra tragica: le vittime della storia che il potente produce senza nemmeno pensarci, quasi per pigrizia. Semplicemente non gli interessa più delle conseguenze reali delle sue decisioni, delle sue parole. Che molte persone muoiano o meno è ormai un dettaglio, un piccolo vizio di forma che tanto resta ai margini, nell’ombra appunto. Le luci della ribalta sono tutte per gli annunci, le feste, le foto, i riti. Fuori, nell’ombra dove abitano gli invisibili, ci sta la storia tragica che non si arresta, che produce vittime approfittando della nostra distrazione, delle nostre telefonate e delle nostre foto, implorate o meno che siano.


Donald e Giorgia: la lite è finta, ma le idee uguali


(di Raniero La Valle – ilfattoquotidiano.it) – Paradossalmente la telefonata con cui Trump ha buttato fuori dal campo la Meloni, è quella in cui maggiormente si manifesta l’affinità tra i due e la somiglianza tra l’idea della politica quale oggi è praticata in America e quella prevalente in Italia, se non la cifra comune tra l’una e l’altra delle politiche che tutte insieme stanno portando il mondo alla rovina. Come ha detto il celebre prof. Jeffrey Sachs nel suo recente discorso al Parlamento europeo sulla “Geopolitica della pace”, “il sistema politico americano è un sistema di immagini. È un sistema di manipolazione dei media ogni giorno. È un sistema di pubbliche relazioni. Si potrebbe avere un presidente che fondamentalmente non funziona e avere quella persona al potere per due anni che anche si candidi per la rielezione”, e continuare così, come era successo con Biden quando era già “fuori di testa”. È quello che fotografa il siparietto tra Trump e Giorgia Meloni. Questa pensa che un’istantanea con Trump da piazzare sul circuito mediatico la mostrerebbe come protagonista, Trump vorrebbe, per stare al suo linguaggio, che non gli rompesse le scatole, lei insiste e lui concede. Per Trump è solo una smorfia in più, per la presidente del Consiglio è il G7, è il successo della politica estera italiana, il proclama della riconciliazione tra Unione Europea e Stati Uniti. Con un buffetto sulla guancia tutto è passato: la guerra sui dazi, la diserzione europea nella guerra d’ordinanza contro l’Iran, fino al “fuck Europa” di ucraina memoria (parola di Victoria Nuland). Peccato che dietro ci sia la sostanza di politiche perverse.

Nello stesso giorno il Parlamento europeo ha pensato bene di approvare, con una maggioranza scandalosa che comprende perfino i “popolari europei”, un editto sulla pulizia etnica, in volgo detta oggi “remigrazione”, che consiste nell’istituzionalizzazione europea dell’idea che ci siano esseri umani, ivi compresi i bambini, che possono essere arrestati senza aver commesso alcun reato e deportati in celle di Paesi che non conoscono nemmeno, che non sono scelti da loro né sono i loro Paesi d’origine, una specie di pattumiera d’Europa in cui scaricare quelli che nel lessico della nuova politica italiana sono stati chiamati “carichi residui”.

Così la rassomiglianza tra Europa e Stati Uniti torna ad essere perfetta: nell’America di nuovo “grande” del MAGA vige la deportazione di massa, tanto che come racconta Marco Damilano nel bellissimo libro che ha scritto andando a indagare sulle origini americane di papa Leone, a San Bernardino, in California, le porte della cattedrale sono chiuse, si entra solo da una porticina secondaria, per salvare gli immigrati ispanici dalle irruzioni della polizia, la famigerata ICE trumpiana; in Europa si decide che gli stranieri colpiti da una decisione di rimpatrio, se non se ne vanno subito (o “immediatamente”) possono essere arrestati, così da prevenirne la fuga o il rischio per la sicurezza e potranno restare imprigionati fino a 24 e anche 30 mesi, per essere deportati in un Paese “terzo” che, per soldi, accetti di essere trasformato in prigione. In alternativa al “trattenimento”, gli intrusi non europei potranno eventualmente essere sottoposti a misure quali una garanzia finanziaria o il monitoraggio elettronico, ormai d’uso nella “società della sorveglianza”. Per attuare queste procedure le autorità potranno ricorrere a perquisizioni delle persone, delle abitazioni o di altri locali pertinenti, nonché al sequestro di effetti personali e dispositivi elettronici.

Anche questo pare sia un successo della politica estera meloniana, il nuovo “modello Italia”. Che vergogna. Per l’Europa è come arrivare nuda alla meta: spogliarsi della sua civiltà e della sua storia, così esaltata dai volenterosi che la armano per la prossima guerra con la Russia, prenotata per il 2030 (“ReArm Europe”). Vuol dire tornare a quella “hybris” delle origini, quando l’Europa si accorse di non essere la sola al mondo, e “scoprì” l’America, e quello che ancora non si chiamava “genocidio” lo fece con gli Indios, persuasa che non avessero un’anima: fu Francisco De Vitoria, dall’Università di Salamanca. che dovette spiegarle che l’anima ce l’avevano, Anche delle donne si dubitava, e forse lo si dubita ancora, se viene revocato il delitto di femminicidio, che alla lettera significa che uccidere una donna non è più un reato; potrebbe essere infatti un danno collaterale del diritto all’onore (Codice Rocco).

In Europa tornare ai tempi precedenti all’illuminismo, significa abrogare tutto un processo antropologico e giuridico che va dall’”habeas corpus”, che non si sa nemmeno cos’è, tanto è latino, al Cesare Beccaria “dei delitti e delle pene”, alle Costituzioni postbelliche delle Repubbliche democratiche.


Se il mondo cancella gli orrori di Gaza


Lontano dagli occhi del mondo si muore tra bombe, fame, sete e repressione

Il campo profughi palestinese di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza 

(ANNA FOA – lastampa.it) – Ci siamo dimenticati di Gaza e ci stiamo dimenticando del Libano, negli stessi momenti in cui l’esercito israeliano lo sta attaccando sempre più duramente. Non servono più anni o mesi a dimenticare, a mettere in secondo piano, a fare scomparire nell’indifferenza le tragedie più grandi. Le ricordiamo un attimo solo, e quando il televisore si spegne sulle immagini di morte e distruzione, queste smettono di essere reali.

E invece non c’è stato arresto alle distruzioni, il sangue continua ad essere sparso. In Libano, nonostante un’altalena di tregue e riprese, dall’inizio delle ostilità, ad oggi sono morti oltre tremila libanesi, molti dei quali civili, molti dei quali bambini. È di due giorni fa l’uccisione di un’intera famiglia, con due bambini piccoli. È morta colpita dal fuoco israeliano anche l’ambientalista di quasi ottant’anni Mona Khalil, che si è per anni occupata delle tartarughe marine. Un’altra terrorista? Come già a Gaza, l’esercito annuncia, anche se non sempre, di essere sul punto di bombardare e ordina l’evacuazione in tempi ristrettissimi. Questo è ciò che anche da noi alcuni definiscono come la prova che non esiste volontà genocidaria da parte del governo israeliano. Nell’ultima ripresa di bombardamenti, seguita due giorni fa all’uccisione da parte di Hezbollah di quattro soldati israeliani, il ministro della Difesa Katz ha dichiarato che ogni lacrima di una madre israeliana sarà pagata con le lacrime di mille madri libanesi. Tanto poco valgono le loro lacrime rispetto a quelle delle madri ebree? Tutto il Libano brucerà, ha aggiunto.

Intanto nelle tendopoli di Gaza, con intorno l’80% delle case distrutte, si continua a morire. Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato, solo diminuito, i bombardamenti, come non ha consentito che a una parte dei rifornimenti di entrare nella Striscia ad alleviare la fame dei suoi abitanti. Quasi mille palestinesi sono morti sotto le bombe israeliane dall’ottobre ad oggi e oltre 3.000 sono stati feriti, secondo la rivista israelo-palestinese di opposizione +972 Magazine, che cita fonti ufficiali palestinesi. Nelle ultime settimane, al resto si è aggiunta la carenza drammatica di acqua. Il che significa epidemie, in un contesto privo di strutture sanitarie.

La bella intervista sulle pagine recenti di questo giornale di Francesca Mannocchi ad un poeta e scrittore di Khan Younis, Muhammad al-Zaqzouq, ci svela dall’interno non solo la situazione concreta di Gaza, fra continui sfollamenti da una tendopoli all’altra, ma anche la disperazione dei suoi abitanti, la loro percezione del disastro che li ha sommersi. Emerge nell’intervista la consapevolezza, vera o meno che sia, che Gaza non potrà mai più risorgere. Che cosa succederà quando questa consapevolezza diventerà concreta disperazione di tutti?

Nel Libano, a cui i ministri di Netanyahu vorrebbero riservare la sorte di Gaza, la situazione è ancora lontana dall’essere quella della Striscia. Ma quanto a lungo, se non si metterà fine a questo massacro? I bombardamenti in Libano, accompagnati dall’allargamento delle zone occupate e dallo sfollamento forzato degli abitanti, (da 800.000 a un milione, secondo stime Onu) sono divenuti il mezzo con cui Netanyahu cerca di fermare le trattative diplomatiche tra Usa e Iran: l’Iran denuncia la violazione degli accordi e chiude Hormuz, Trump impone nuove tregue, subito violate. Ma il costo in termini di vite umane è altissimo. E nessuno nel mondo sembra curarsene.

Ma c’è un altro fronte anch’esso ignorato, quello della Cisgiordania occupata. E non solo per le continue aggressioni di coloni ed esercito. C’è anche il problema dei 150.000 lavoratori che dai territori si recavano ogni giorno a lavorare in Israele prima del 7 ottobre. Molti lavoratori rimasti disoccupati tentano di scavalcare illegalmente il muro. Prima del 7 ottobre – c’erano infatti restrizioni e divieti anche prima – venivano per lo più arrestati. Ora l’esercito spara e il numero di quanti muoiono per andare illegalmente a guadagnarsi il pane cresce ogni giorno. Il ministro Ben Gvir ha dichiarato che si tratta di un ottimo risultato.

Quando finirà questa immane rappresaglia che colpisce tutto un popolo per vendicare l’attentato, orrendo che sia, del 7 ottobre? O, meglio, per usarlo senza vergogna per raggiungere il progetto politico della “grande Israele”?


Riforma Corte Conti, nuovi miracolati: altri risarcimenti in fumo


Annullate due condanne all’ex sindaco di Terni, graziato pure l’autista di un generale

Riforma Corte Conti,  nuovi miracolati: altri risarcimenti in fumo

(di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – Si allunga l’elenco dei miracolati della riforma Foti, che apre un “buco” di quasi 400mila euro sui conti del Comune di Terni. In meno di una settimana, infatti, la sezione d’appello della Corte dei conti ha annullato due condanne rimediate in primo grado dall’ex sindaco Pd Leopoldo Di Girolamo (in carica dal 2009 al 2018) e altri, perché la riforma ideata dal ministro per gli Affari europei Tommaso Foti (FdI), e trasfusa nella legge numero 1 del 2026, ha rivisto in senso restrittivo la definizione di colpa grave punibile. In fumo 610mila euro di risarcimenti complessivi: 360mila euro, a metà con l’Università di Perugia, per “l’indebita concessione, in via diretta, ad operatore economico privato … di ingenti contributi pubblici a fondo perduto per la realizzazione del Polo di Biotecnologie in Terni”; più 250mila euro per crediti Tari non riscossi dal Comune.

Quanto alla prima delle due condanne i giudici d’appello hanno ritenuto senz’altro riscontrati: “il difetto dei presupposti legittimanti l’accesso ai suddetti contributi pubblici, nonché l’indebito affidamento al privato… di un immobile di proprietà pubblica”. Ma hanno dovuto prendere atto del fatto che “la natura… della trama amministrativo-negoziale… non consente di ricostruire, in capo agli appellanti, la gravità della colpa come ridisegnata dalla legge n. 1/2026”. Con le modifiche alla legge numero 20 del 1994 (“Disposizioni in materia di giurisdizione e controllo della Corte dei conti”).

Quanto alla seconda condanna, a Di Girolamo e al suo assessore al bilancio veniva contestato di “aver predisposto un contesto regolamentare di riferimento caotico ed equivoco” e di “non aver posto rimedio alla impasse venutasi a creare nella riscossione Tari”. E qui i giudici d’appello hanno sottolineato che la riforma Foti “introduce un criterio di tipizzazione più rigorosa” della colpa grave, per cui “non è sufficiente una generica negligenza o distrazione, ma la condotta deve implicare una violazione evidente e manifestamente ingiustificabile del quadro normativo”. Perciò hanno ritenuto che “non risulta raggiunta la prova”, sia della “condotta gravemente colposa”, che del “nesso causale” tra l’operato dei due e il presunto danno erariale.

Nei giorni scorsi, in ragione del nuovo perimetro – ristretto – della colpa grave punibile, anche un altro Comune, Giustino in Provincia di Trento, si era visto annullare un risarcimento da 19mila euro. Per i corsi di sci e snowboard per studenti di elementari e medie finanziati coi soldi dell’amministrazione. Per volontà dell’ex sindaco Joseph Masè. “Le ipotesi di esenzione da responsabilità sotto il profilo della gravità della colpa, previste dal novellato art. 1 della legge n. 20 del 1994, appaiono presenti nel caso di specie, con riferimento alla scusabilità ed al carattere non grave dell’inosservanza di regole”. Così nella sentenza della sezione d’appello della Corte dei conti.

Da gennaio, ad ogni modo, sono già numerosi gli amministratori e i dipendenti pubblici salvati dalla riforma della giustizia contabile. Come pure quelli che hanno goduto dello sconto di pena previsto per i danni “involontari” all’erario. Vale a dire provocati da condotte non dolose. Con la riduzione dei risarcimenti a carico dei condannati entro il limite di un terzo dell’ammontare del nocumento, o del doppio dello stipendio annuale percepito dal condannato.

Tra loro c’è l’autista dell’allora comandante del Centro di Alta formazione della difesa, che nel 2001 ha provocato un incidente con 4 morti sulla via del Mare, nella periferia di Roma. Mentre accompagnava il suo generale invadendo la corsia opposta di marcia per effettuare sorpassi “ad alta velocità” e col lampeggiante acceso “senza necessità”. Nel 2023 l’appuntato dei carabinieri Marco Lucioli era stato condannato a risarcire al Ministero della difesa 76mila euro, una parte di quanto versato ai familiari delle vittime dell’incidente: una donna coi suoi due bambini e un motociclista. Eppure all’inizio di maggio il caso è tornato davanti alla sezione d’appello della Corte dei conti che “nell’esercizio dello specifico potere intestato a questa Corte siccome rimodulato dalla novella di cui all’art. 1, comma 1-octies della legge n. 1 del 2026” ha applicato “una riduzione nella misura del 80% (…) con conseguente condanna del Lucioli all’importo di euro 15.244”.


Giochi del Mediterraneo: gli atleti stranieri dormono su una nave da crociera, gli italiani su un traghetto


(di Marco Bonarrigo e Milena Gabanelli – corriere.it) – Niente mondiali di calcio, ma ospiteremo i Giochi del Mediterraneo, in programma ogni quattro anni dal 1951: una miniolimpiade con 29 discipline e riservata agli Stati che si affacciano o sono prossimi al Mare Nostrum. A coordinarli e ad assegnarli alle nazioni che si candidano è un «clone» del Cio con sede ad Atene, il Comité International de Jeux Mediterraneéns, le cui competenze si sovrappongono anche a quelle del Comitato Olimpico Europeo, duplicando cariche politiche, incarichi dirigenziali, commissioni, e spese di gestione. 

L’edizione 2026, che si svolgerà dal 21 agosto al 3 settembre, è stata assegnata alla città di Taranto, unica candidata che ha risposto al bando.

A Taranto con amore

L’edizione 2026, che si svolgerà dal 21 agosto al 3 settembre, è stata assegnata alla città di Taranto, unica candidata che ha risposto al bando. I Giochi, un tempo onorati da leggende azzurre dello sport come Adolfo Consolini, Abdon Pamich, Livio Berruti, Sara Simeoni, Pietro Mennea o Novella Calligaris, oggi dal punto di vista agonistico sono un evento di secondo piano, schiacciati da campionati e tornei internazionali. 

Il Comitato Organizzatore è presieduto dall’ex judoka olimpionico pugliese Carlo Molfetta, privo di esperienze manageriali, ma a gestire tutto è il suo conterraneo Massimo Ferrarese, 64 anni, imprenditore nel settore edile, ex presidente di centrodestra della provincia di Brindisi che il governo Meloni ha nominato commissario straordinario. Ferrarese ha il compito di evitare un nuovo salasso per le casse dello Stato, considerando che le recentissime Olimpiadi di Milano-Cortina vantano un deficit stimato in 230 milioni per aumentati costi e 80 di minori introiti rispetto al piano finanziario che toccherà pagare allo Stato.

Il finanziamento pubblico iniziale di 150 milioni (stanziato dal governo Conte) è stato portato dal governo Meloni a 315 milioni (…)

Finanziamento da 350 milioni

Il finanziamento pubblico iniziale di 150 milioni (stanziato dal governo Conte) è stato portato dal governo Meloni a 315 milioni per completare le opere necessarie: 30 impianti sportivi da costruire ex novo o da rinnovare in diciannove comuni della provincia di Taranto. Altri 35 milioni li ha aggiunti la Regione Puglia per gli impianti esclusi dai fondi statali, cioè quelli di Manduria, Fragagnano, Avetrana e Faggiano. Ma nell’avvicinarsi all’evento, urgenze e imprevisti richiedono nuovi stanziamenti: il 16 giugno il Consiglio dei Ministri ha stanziato altri 15 milioni di euro per compensare il taglio di 8,5 milioni previsto dal Mef a fine maggio e non ancora attuato.
I fondi dei Giochi andrebbero utilizzati esclusivamente per costruire o rinnovare impianti sportivi di cui il territorio ha estremo bisogno. Invece serviranno anche a pagare operazioni di cosmetica edile e urbana, come l’applato da 5,5 milioni di euro per costruire uno spray park alimentato e dotato di spruzzi d’acqua che sospendono in volo una pallina da tennis in formato gigante del Centro Sportivo Magna Grecia di Taranto. Serviranno per le aree ospitalità riservate ai vip (quella dello stadio Iacovone di Taranto è costata oltre 200 mila euro), per i ritocchi alla viabilità stradale e alle aree portuali che dovrebbero invece essere finanziate da altri canali. 

Spese fuori controllo

In teoria a fare quadrare i conti c’è l’idea che, a fine Giochi, tutti i trenta impianti dovrebbero venire assegnati in gestione a privati con la formula del project financing, ma per ora le manifestazioni di interesse riguardano solo due o tre grandi stadi, per organizzarci concerti che garantiscono introiti elevati.
Il rischio di spese fuori controllo molto alte richiede il controllo meticoloso di ogni operazione di cui il Governo, con la nomina del commissario, ha preso il totale controllo.
Dal 1 aprile al 16 giugno scorso Ferrarese ha firmato oltre cento atti, tra autorizzazioni di spesa e liquidazione di pagamenti, che spaziano dal banale noleggio di una stampante da 170 euro all’appalto per la riqualificazione di un complesso sportivo del valore di sedici milioni di euro. Ferrarese opera in un contesto difficile ed è intervenuto più volte per far rispettare le procedure di appalto contro la politica locale e gli imprenditori che premono per procedure più agili, come l’affidamento diretto. Lo scorso aprile il Commissario ha dovuto sostituirsi come stazione appaltante al Comune di Torricella dopo un’inchiesta giudiziaria che ha portato agli arresti domiciliari l’ex vicesindaco Michele Franzoso per interferenze negli appalti dell’impianto per gare di tiro a segno. Nel giugno 2025 era stato dimezzato il finanziamento da quattro milioni al comune di Laterza per aver violato la convenzione di appalto della pista di atletica.

Tra le spese più controverse, quelle per gli alloggi degli atleti e dei tecnici.

Nave da crociera per gli atleti

Tra le spese più controverse, quelle per gli alloggi degli atleti e dei tecnici. Il piano originale prevedeva la costruzione di un villaggio atleti da riconvertire a fine Giochi in abitazioni popolari. Fallito il tentativo per i costi astronomici del progetto (circa 200 milioni), gli operatori locali hanno proposto di alloggiare a basso costo i seimila ospiti nelle strutture turistiche della zona, garantendo così l’unica ricaduta economica certa sul territorio dove l’alta stagione è brevissima. Proposta respinta dal Comitato Internazionale per un cavillo: il capitolato prevede che l’alloggio deve essere collocato nel territorio comunale di Taranto e non nell’hinterland.
Alla fine la decisione è stata quella di ospitare tecnici e atleti a bordo di due navi da crociera per l’astronomica cifra di 30 milioni di euro. La prima, la più costosa, è stata affittata dalla saudita Aroya Cruises, da poco uscita dallo stretto di Hormuz. Per quanto confortevole, la cabina di una nave non è il massimo per trascorrere due settimane alla vigilia delle gare, salvo per il presidente del Comité International a cui verrà assegnata la suite da 350 metri quadri. Per la seconda nave restano 13 milioni, ma il bando è andato deserto, e si ripiegherà su un grosso traghetto. Sappiamo che la procedura dovrebbe essere chiusa entro luglio e che il più modesto traghetto ospiterà gli atleti italiani

Latitano sponsor, spettatori e atleti

Al contrario delle Olimpiadi che, oltre agli imponenti fondi elargiti dal Cio, incassano importanti somme di denaro dagli sponsor e dalla vendita dei biglietti, qui le entrate di denaro da privati sono trascurabili. Gli sponsor latitano perché le tv sono poco interessate e l’esito della gara d’appalto per le dirette, che si svolgono tutte all’interno di palazzetti, non è stato reso noto. Non si può contare sul pubblico pagante proprio perché a partecipare saranno atleti di secondo o terzo livello, i soli liberi dagli impegni dei campionati concomitanti: tra la metà di agosto e settembre sono in pista per Europei e Mondiali atletica, canottaggio, ginnastica artistica e ritmica, nuoto e volley. Sta di fatto che al 20 giugno i biglietti non erano ancora in vendita. Per i Giochi di Pescara 2009 (i cui libri contabili sono finiti in tribunale) i ticket smerciati furono poche centinaia e gli spalti si presentavano sempre vuoti. A rendere poco attraenti i Giochi sono anche le adesioni ai tornei da poco sorteggiati: solo 8 squadre iscritte alla pallanuoto maschile, zero alla femminile, sette al calcio maschile e femminile, otto alla pallamano maschile e sei alla femminile, nove al volley, 12 al basket 3×3. Aderisce quindi da un quarto a meno di metà degli aventi diritto e alcune nazioni potrebbero dare forfait all’ultimo momento.

L’occasione persa

Il grosso investimento di denaro pubblico è stato giustificato come opportunità unica per rinnovare l’impiantistica locale e trasformare il tarantino in una meta turistica ambita, grazie alla visibilità delle gare. L’impatto turistico sarà invece limitato come la visibilità televisiva di gare. Con un Meridione d’Italia che dal punto di vista dell’impiantistica sportiva sta malissimo (0,8 impianti attivi ogni 1.000 abitanti, metà della media nazionale secondo l’ultimo rapporto di Sport e Salute), è giusto chiedersi se investire la stessa cifra in interventi ordinari su tutta la regione, e non attorno a una singola provincia, non sarebbe stata una scelta migliore. 


Ma mi faccia il piacere


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Titoli invecchiati male. “Il disgelo di Meloni con Donald: siamo sempre stati amici” (Corriere della sera, 17.6). “Giorgia-Donald, di nuovo amore. Riuscite le manovre di avvicinamento”. “L’audacia della donna in cravatta: stile, immagine e autorevolezza” (Libero, 17.6). “Meloni e Donald, ‘rapporto immutato’” (Giornale, 18.6). “Bene che tra Meloni e Trump sia tornato il sereno, ammesso […]


Trump e la “teoria del pazzo”: se non sanno cosa farai, saranno costretti a temerti


Lo scontro totale con Meloni è solo l’ultimo atto della strategia apparentemente “non sense” del presidente Usa. Da Zelensky a Macron, passando addirittura per Putin, tutti sono finiti nel mirino. Elogi e offese verso leader alleati e nemici si susseguono in continuazione: questo in diplomazia pesa tantissimo

Trump e la "teoria del pazzo": se non sanno cosa farai, saranno costretti a temerti

(di Elena Molinari, New York – avvenire.it) – Giorgia Meloni è in buona compagnia. Chiunque, nel primo anno e mezzo del secondo mandato di Donald Trump, si sia seduto al tavolo del presidente americano ha imparato la stessa lezione: la sfida non è conquistarne la stima, ma indovinare quanto durerà. Elogio e sgarbo, alla Casa Bianca di Trump, possono scambiarsi di posto nel giro di poche settimane. O di poche ore.

Il primo a capirlo è stato Volodymyr Zelensky. Il 19 febbraio 2025 Trump lo liquida come «un dittatore senza elezioni che farebbe meglio a sbrigarsi, o resterà senza Paese». Otto giorni dopo, nello Studio Ovale, a chi gli chiede se lo pensi ancora risponde con un’alzata di spalle: «L’ho detto io? Non posso credere di averlo detto. Prossima domanda».

Il voltafaccia funziona anche in direzione opposta. Vladimir Putin è stato per anni “l’amico” con cui Trump rivendicava un «ottimo rapporto». Finché, il 25 maggio 2025, dopo l’ennesima ondata di raid russi su Kiev, è arrivato lo strappo: «È diventato completamente pazzo», dice il tycoon. Due giorni più tardi, il rincaro: «Sta giocando col fuoco».

Parabola rovesciata con Xi Jinping. Il secondo mandato si era aperto con una guerra commerciale feroce, i dazi sulle merci cinesi spinti fino al 145% nell’aprile 2025. Sei mesi dopo, in Corea del Sud, Trump usciva dall’incontro con il leader cinese assegnandogli un voto fuori scala: «Da zero a dieci, gli do un dodici». Xi era improvvisamente diventato «un grande leader di un grande Paese».

Nemmeno gli alleati più stretti sono al riparo. Benjamin Netanyahu, che considera Trump «il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca», si è sentito dare del pazzo nel pieno della trattativa per chiudere la guerra con l’Iran. Già nel giugno 2025, esasperato dalle violazioni della tregua, il presidente aveva sbottato che israeliani e iraniani «non sanno cosa diavolo stiano facendo» — usando un’espressione molto più colorita —, dichiarandosi «davvero scontento di Israele». Narendra Modi, accolto a febbraio 2025 con un abbraccio e definito «un mio grande amico», pochi mesi dopo si è visto colpire da dazi fino al 50% e da una penalità per gli acquisti di petrolio russo, accompagnati da una battuta gelida: «Non mi piace ciò che sta facendo in questo momento».

Poi c’è Emmanuel Macron, che con Trump balla questo tango da quasi un decennio. Nel giugno 2025, al G7 in Canada Macron aveva detto che Trump rientrava a Washington per lavorare a un cessate il fuoco tra Israele e Iran; Trump lo ha subito smentito: «Il presidente Macron, in cerca di pubblicità, ha detto erroneamente che ho lasciato il G7 per tornare a lavorare a un “cessate il fuoco”. Sbagliato, come sempre!» Ad aprile 2026 il presidente americano lo dileggiava in pubblico, arrivando a ironizzare sul suo matrimonio e spingendo il francese a ribattere che certe uscite non erano «eleganti» e invitandolo a «essere serio». E pochi giorni fa, al G7, lo stesso Macron accompagnava un Trump radiante e cordiale a Versailles per firmare l’intesa che ha segnato la fine della guerra con l’Iran.

Lo stesso strappo ha investito la «relazione speciale» con Londra. Per mesi Trump e il premier laburista Keir Starmer avevano coltivato ottimi rapporti: a luglio 2025 il presidente lo aveva ospitato nel suo golf club in Scozia, ripetendo di amare il Regno Unito. Poi, quando Starmer ha esitato a concedere agli americani l’uso delle basi britanniche per i raid su Teheran, è arrivata la stoccata nello Studio Ovale: «Non è certo Winston Churchill quello con cui abbiamo a che fare».

Se la trama dunque è ormai nota, la spiegazione del suo perché dipende da chi la legge. Per gli ammiratori del presidente Usa l’imprevedibilità è frutto di un calcolo e tenere tutti sul chi vive è una forma di potere che costringe l’interlocutore a concedere per primo, impedendo a chiunque di dare per scontato l’appoggio di Washington. È la “teoria del pazzo” applicata alla diplomazia: se nessuno sa che cosa farai, tutti devono trattarti con cautela. Per i critici, invece, dietro le giravolte non c’è una strategia ma un temperamento fatto di reazioni a caldo, suscettibilità personale e il bisogno di avere sempre l’ultima parola che trasforma la politica estera in una questione di umore.

Infatti non è infido soltanto l’insulto, è infida anche la lode. Il leader ricoperto di complimenti oggi può ritrovarsi bersaglio domani, e nessuno dei due poli offre terreno sicuro. Da qui la corsa, soprattutto tra gli europei, a corteggiare il presidente con cerimonie su misura – da cene di gala a visite a castelli – fino a comunicati che ne celebrano la leadership, nella speranza di fissare per qualche giorno un momento volatile. È una logica transazionale portata alle estreme conseguenze: conta ciò che puoi offrire adesso, non ciò che ti era stato garantito ieri.

Qualunque sia la spiegazione, i leader mondiali devono amministrare l’incertezza. Alcuni puntano sull’adulazione, altri sulla pazienza. Ma tutti sanno che un comunicato congiunto, una stretta di mano o un elogio caloroso non garantiscono nulla sul giorno dopo.


Almasri condannato a 7 anni e 4 mesi dal Tribunale di Tripoli: “Ha violato i diritti dei detenuti”


Lo riportano i media libici. L’ex comandate è al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale

Almasri condannato a 7 anni e 4 mesi dal Tribunale di Tripoli: “Ha violato i diritti dei detenuti”

(di Alessia Candito – repubblica.it) – Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri ad una pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione per “aver violato i diritti dei detenuti”, secondo quanto riportano media libici.

Per l’ex comandante libico, al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale e responsabile delle operazioni e della sicurezza giudiziaria all’Istituto di riforma e riabilitazione principale di Tripoli, è stata disposta anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo.

Secondo quanto emerso nel procedimento, le autorità hanno ricevuto segnalazioni secondo cui detenuti della struttura sarebbero stati sottoposti a torture e a trattamenti crudeli e degradanti.


La gamba moderata del “campo largo” è un pollaio con troppi galli


Il Campo largo tra mosse, dispetti e attese: l’agitazione al centro, fuori dalla «foto dei 4». E Salis è alla finestra. Il rompicapo delle possibili alleanze: da Calenda e Renzi, a Onorato e Ruffini. Con la sindaca di Genova alla finestra

20 giu 2026

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Antefatto, sabato, luogo di mare. Preparazione di un articolo sul gran casino dei centristi, Campo largo che organizza pranzi troppo ristretti, con polemiche e annessi veleni. Appunti. Partire dalla foto scattata in quel ristorante di Roma (ricordarsi di scrivere che Conte sembra avere appena detto «Queste foto portano sfiga», con Fratoianni contento come uno che va dal dentista, Bonelli come uno che avrebbe voluto i fiori di zucca fritti invece del pesce bollito, mentre Elly Schlein da l’idea d’essere l’unica davvero entusiasta). Spiegare che di Renzi, al centro, non si fida nessuno. Ma che resta il più bravo di tutti a fare opposizione. E poi sottolineare bene che in quella foto, comunque, non manca solo lui. Gli assenti sono tanti. Fare l’elenco. Attenzione a non dimenticarsi del socialista, perché dovrebbe esserci pure un socialista, verificarne il nome esatto.

Adesso, seguitemi: è domenica e allora cerchiamo di rimettere insieme il racconto della settimana in cui s’è capito quanto i lavori al centro del Campo largo siano ancora molto indietro, al punto che quei quattro — per annunciare la decisione di preparare un programma di governo condiviso — decidono d’attovagliarsi da soli all’Hostaria Costanza, i tavoli infilati dentro i resti del Teatro di Pompeo, uno di quei posti dove i turisti entrano ed esclamano «Wonderful!», che poi è quello che abbiamo pensato anche tutti noi, quando li abbiamo visti seduti intorno a un tavolo triste, già sparecchiato, nemmeno un bicchiere, una bottiglia di vino, nemmeno una rassicurante faccia con cui prendere voti tra gli italiani moderati, senza i quali — è sicuro — le elezioni non si vincono.

Battuta di Carlo Calenda: «Renzi era sotto il tavolo?». Astio antico: ma l’assenza più rumorosa è quella di Renzi, non si discute. Porzioni di verità: intanto, è ingombrante. E poi spaventa. Come? Con il suo essere esperto e spregiudicato, di intelligenza politica psichedelica, più le note efferate capacità di manovra e inciucio, certo talvolta incline al tradimento, spavaldo e sicuro del suo talento assoluto (come segnalava Dagospia, «è forse l’unico che può vincere un duello televisivo contro il populismo dialettico di Giorgia Meloni»): è tutto questo che di Renzi, diciamo, atterrisce.

A fare richiesta esplicita di non volerlo seduto sembra sia stato Conte, poi subito assecondato dalla coppia Bonelli&Fratoianni (alla festa per i 125 anni della Fiom Emilia-Romagna, Fratoianni ha urlato tra gli applausi: «Mai più Jobs Act!»). Conte non solo ha sempre imputato a Renzi la fine del suo secondo governo, ma sa che Renzi è detestato dall’ideologo del Movimento, Marco Travaglio. Che, nel suo editoriale di mercoledì, su Il Fatto, ha paragonato il leader di Italia Viva a un parassita: «Organismi che vivono a spese degli altri esseri viventi, traendone nutrimento e protezione e arrecando loro un danno biologico». Conte rispetta Travaglio, forse lo teme, forse no, certo sa che è un attimo e Travaglio è capace, con quel sorriso che non è un sorriso, di mettere anche lui sulla sua personale Berkel.

Di Renzi, in verità, non si fida nemmeno Alessandro Onorato: che è stato individuato da Goffredo Bettini, gran stratega dem, come il leader giusto per guidare una solida area di centro. Con un identikit non qualsiasi — 41 anni, pieno di passione politica e di determinazione, un garbo raro, assessore capitolino ai Grande eventi, Sport, Turismo e Moda, vaga somiglianza con Tom Cruise, però Onorato è più alto e più piacione — l’altra settimana ha pure fondato il partito degli amministratori. Battesimo al Palacongressi dell’Eur. Si chiamerà: Progetto Civico Italia. Ma la storia sembra sia in evoluzione. Perché gira voce che Onorato stia pensando di stringere un’alleanza, chiamiamola così, con gli europeisti di Riccardo Magi e i socialisti di Enzo Maraio (controllato: si scrive proprio Maraio).

Li avete contati? Fino a questo punto del racconto, nella famosa foto, oltre ai leader di Pd, 5Stelle e Avs, ci sarebbero dovuti essere pure Renzi, Onorato, Magi e Maraio. Agli ultimi tre, andrebbe aggiunto anche Gaetano Manfredi, il sindaco di Napoli. Che è andato a benedire Onorato e che si tiene pronto. A cosa? Ad essere chiamato. Le opzioni di Manfredi sono almeno due. Clemente Mastella (ieri ha festeggiato i 50 anni dalla sua prima elezione in Parlamento: a quel pranzo romano avrebbe meritato il capotavola) è, da settimane, netto: «Per guidare il grande centro bisogna chiamare Gaetano. Che, dopo di me, è il più bravo». Manfredi, però, si tiene pronto anche per un’altra opzione: qualora servisse, sarebbe disponibile a farsi considerare come un simil Prodi (con il problema, non piccolo, che da Cassino in su, però, lo conoscono davvero in pochi).

Quest’ideuzza di finire a Palazzo Chigi sulla poltrona da premier non solletica comunque solo Manfredi: ma anche Silvia Salis (il succo del suo ragionamento è, più o meno, questo: «Io continuo a fare la sindaca di Genova. Se poi Schlein e Conte, primarie o non primarie, non dovessero mettersi d’accordo e vi servisse una premier di mediazione, eccomi, io ci sono»). Progetto ambizioso, ma legittimo (nuova, fresca, bionda, 40 anni portati magnificamente, determinata e furba di tre cotte: perché no?). Perché su La Repubblica, l’altro giorno, Dario Franceschini è tornato a chiederle un gesto di generosità, chiedendole di guidare invece quell’area composta da «civici, riformisti, moderati, con molte personalità e movimenti» (poi, siccome Franceschini è diabolico, tutti abbiamo pensato che l’intervista fosse in realtà un trucco per rimettere Salis sì, in pista: però quella più grande, che porta a Palazzo Chigi).

Dettaglio: la Salis è un vecchio progetto anche di Renzi. Solo che qui, al centro, i progetti sono tanti. Ti volti, e trovi una faccia possibile, un nome in corsa: come l’autorevole ex capo della polizia, Franco Gabrielli. Ma ci sono pure Vincenzo Spadafora con la sua «Primavera» e Luigi Marattin con i suoi «Liberaldemocratici», e poi, non so, ma magari ci sono anche le cinque parlamentari (Madia, Malpezzi, Picierno, Quartapelle, Gualmini), che giovedì prossimo si vedranno al teatro Franco Parenti di Milano, per ragionare di Ucraina ed Europa, sullo sfondo d’una nuova offerta politica di stampo moderato.

Sono una carovana, non mi sembra di aver dimenticato nessuno.
Cioè, no. Ecco, leggo sugli appunti: ricordare Ernesto Maria Ruffini. È sua la miglior battuta sulla famosa foto opportunity. Dice che gli ricorda l’inquadratura d’un film western di Sergio Leone, «in cui il primo piano man mano si allarga e rivela una scena più complessa e affollata».
Ma infatti: solo che vi manca un Clint Eastwood.

Dall’account Facebook di Luigi Marattin

Mi segnalano questo articolo del Corriere – che ringrazio per l’attenzione – in cui includono il sottoscritto e il Partito Liberaldemocratico nella nutrita galassia dei “centristi del Campo Largo”. Ringraziando ancora dell’attenzione, tanto più dovendosi ricordare così tanti nomi e sigle, ribadisco però per l’ennesima volta che il Partito Liberaldemocratico non è interessato a far parte del Campo Largo.

Per la ragione più semplice di tutte: dalla politica estera alla politica fiscale, dal mercato del lavoro alla spesa pubblica, dalla scuola al welfare, dalla sanità alle riforme istituzionali, la pensiamo in modo diverso. Noi con chi urla (e strappa l’applauso) gridando “mai più Jobs Act!”, per essere chiari, non ci possiamo stare.  Perché non sarebbe serio nei confronti degli elettori.


La schizofrenia al potere!


VANCE, ABBIAMO FATTO PROGRESSI NELLE ULTIME ORE, SPERIAMO DI FARNE ALTRI

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(ANSA) – “Abbiamo fatto progressi nelle ultime ore”. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance in Svizzera per i colloqui con l’Iran, augurandosi che ulteriori progressi possano essere fatti nelle prossime ore.

VANCE RINGRAZIA TRUMP, ‘NON VOGLIAMO TORNARE A FARE LE COSE ALLA VECCHIA MANIERA’

(ANSA) – “Voglio ringraziare Donald Trump perché ci ha messo nella condizione di trovare una soluzione per temi che stanno a cuore agli Stati Uniti e al resto del mondo. La questione ora è quanto altro possiamo ottenere in Medio Oriente”. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance in Svizzera, sottolineando che la “preferenza” degli Stati Uniti “non è tornare a fare le cose alla vecchia maniera”.

VANCE, ‘TRUMP CI HA CHIESTO DI VOLTARE PAGINA’

(ANSA) – Donald Trump ci ha chiesto di “voltare pagina”. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance in Svizzera, sottolineando che gli Stati Uniti sono disposti a trasformare i rapporti con l’Iran se quest’ultimo rinuncerà al nucleare.

TRUMP, POSSIAMO PRENDERCI HORMUZ SE NECESSARIO E IMPORRE PEDAGGI

(ANSA) – Se l’Iran non raggiungerà un accordo, riscuoteremo pedaggi nello Stretto di Hormuz. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox, senza escludere che gli Stati Uniti possano prendere il controllo dello Stretto. “Potremmo farlo, se necessario”, ha aggiunto sottolineando che gli Stati Uniti potrebbero diventare i ‘Guardian Angel’ dello Stretto e prendersi il 20% del petrolio.

TRUMP ALL’IRAN, SE CHIUDETE HORMUZ NON AVRETE PIÙ UN PAESE

(ANSA) – Donald Trump ha detto a Fox di aver parlato con gli iraniani nella notte, avvertendoli di non chiudere lo Stretto. “Se lo chiudete, non avrete più un Paese. Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese”, ha detto il presidente riferendo il suo messaggio a Teheran.

TRUMP, ‘DOPO LA SCADENZA DEI 60 GIORNI POSSO FARE QUELLO CHE VOGLIO IN IRAN’

(ANSA) – Il presidente iraniano “farebbe meglio a tirare dritto, altrimenti ci prenderemo il suo paese”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox, sottolineando che dopo i 60 giorni fissati per i colloqui può fare “tutto quello che vuole”.

TRUMP MINACCIA, ‘IRAN FERMI I SUOI PROXY IN LIBANO O COLPIREMO ANCORA’

(ANSA) – “L’Iran deve immediatamente fermare i suoi proxy ben pagati in Libano dal creare problemi. In caso contrario, colpiremo di nuovo l’Iran molto duramente, proprio come abbiamo fatto la scorsa settimana, ma con ancora maggiore forza”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth.