
(di Marcello Veneziani) – L’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran è stata una violazione del diritto internazionale. Lo ha detto perfino Guido Crosetto che non mi pare un indomito nemico delle armi, degli Usa e dell’Occidente. La giustificazione di Donald Trump è ancora più preoccupante, soprattutto per l’avvenire: «Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente». Non sono un cieco devoto del diritto internazionale, conosco le ipocrisie e le viltà che si nascondono sotto la sua veste e so quanti crimini sono stati compiuti in suo nome ma una dichiarazione del genere pronunciata dall’uomo più potente (e prepotente) della terra fa oggettivamente temere il peggio: se chi detiene il massimo potere non riconosce alcun limite esterno a se stesso, sia esso una norma internazionale, un consesso sovrano o una tradizione a cui attenersi, e reputa che a decidere sia solo lui che poi ne risponderà alla sua morale e alla sua testa, siamo esposti a ogni rischio e a ogni sbalzo d’umore. Morale autarchica, mente autoreferenziale, affermazione da autocrate. Tutto è nelle mani sue e della sua volontà di supremazia e di onnipotenza; individuo assoluto con potere assoluto di intervenire in ogni parte del mondo lui decida di farlo, destituire a piacimento capi di stato, veri o presunti tiranni e criminali, lasciandone altri a lui simpatici, ora per fare gli interessi americani, ora per tutelare l’umanità; e pretesa più volte dichiarata, di decidere lui chi mettere al suo posto, a prescindere dai popoli e dai diretti interessati. Per essere un leader populista, il popolo sovrano non viene considerato neanche di striscio. Della stessa opinione è Netanyahu a giudicare dalle decisioni unilaterali e a suo dire preventive di attaccare tutti i paesi limitrofi, senza alcuna giustificazione tratta dal diritto internazionale o senza considerare l’ordine mondiale. Come dicono alcuni psicopatici: “mi guardava storto, perciò l’ho ucciso prima che lo facesse lui”. A differenza di molti osservatori progressisti, non ho alcuna pregiudiziale nei confronti di Trump, anzi; ma la realtà dei fatti impone di trarre quelle conclusioni, anche perché è in gioco il futuro di tutti.
Ho trovato inquietante e per altri versi grottesca, quella catena pseudomistica nello studio Ovale della Casa Bianca, già teatro di altre nefaste performance, con quel gruppo di pastori evangelisti in preghiera attorno a Trump, come se fosse un Santone o un Capo Spirituale (ma non è lo stesso amico di Epstein e quanto pesano quei dossier sulle sue decisioni?). E dire che i fondamentalisti religiosi dovrebbero essere quelli abbattuti a Teheran… Per carità, non attribuiamo ogni fanatismo alla religione. C’è religione e religione: nella storia della cristianità c’è Sant’Agostino e San Tommaso o sul piano pratico c’è San Francesco e San Benedetto e ci sono i fanatici che hanno massacrato e perseguitato nel nome della fede, gli inquisitori, i simoniaci e infine i cristiani delle sette pseudo-evangeliche… Anche nel mondo islamico ci sono i fanatici e i terroristi e ci sono i Sufi e i dervisci.
Preoccupa questo Dio nazionalista che vuole la guerra e tifa per il suo popolo eletto (sia esso Israele, lo Stato Islamico o gli Stati Uniti). Sconcerta quell’immagine di pastori evangelici che toccano il messia Trump in una preghiera di Stato, invocando un Dio a stelle-e-strisce che benedice le guerre e le incursioni aeree, anche quando colpiscono scuole di bambini. Mi pare la caricatura di un rito sacro, quella che si chiama controiniziazione; qualcosa come una seduta spiritica e una grottesca imitazione a contrario di una cerimonia religiosa. Vedo poco Cristo, e un odore sulfureo d’Anticristo in quelle parole e in quelle immagini, in quel Dio Bomba che risolve in quel modo drastico ogni “peccata mundi”, assumendo come universale e oggettivo il punto di vista di un potente della terra.
Già l’Anticristo. Domenica prossima, come ha già scritto La Verità, verrà a Roma a tenere incontri all’Angelicum, Peter Thiel, imprenditore e intellettuale, fondatore di PayPal e Palantir, mentore di Vance, sostenitore di Trump e teologo di un tecno-spiritualismo elitario, che potremmo definire tecno-gnosi. Lessi qualche tempo fa il suo libretto Il movimento straussiano pubblicato lo scorso anno da Liberilibri (ma è un saggio di quasi vent’anni fa). Thiel ha buone letture: Leo Strauss, René Girard, Carl Schmitt, e perfino Tolkien. E ha capito tre cose di non poco conto: innanzitutto, la sfida che si sta aprendo nel mondo è prima di tutto spirituale, che lui legge con un risvolto apocalittico e con toni che evocano Armageddon e l’Anticristo. In secondo luogo, occorre aprirsi al futuro e ai suoi possibili scenari, confrontarsi in modo pregiudicato con le nuove tecnologie; osare, scompaginare i campi, non restare chiusi nel recinto prudente e ottuso dell’oggi. Infine, o meglio nel mezzo, bisogna liquidare l’ideologia woke, il suo intreccio liberal e radical, nefasto al mondo. In chiave macropolitica il tema di Thiel è superare la democrazia e ridefinire la libertà, affidarsi a un’élite di titani per cambiare il mondo attraverso la tecnologia. Il sottofondo tematico è la religione ripensata con l’AI. Insomma il pensiero di Thiel è una teologia tecno-politica. In un libro appena pubblicato, Critica della ragione digitale (ed. Castelvecchi), Eugenio Mazzarella dedica molte pagine finali del suo saggio a Thiel, al suo tecno-spiritualismo a sfondo teologico. E alle sue applicazioni, a quel che viene definita “la giusta miscela di violenza e di pace” esercitata da coloro ai quali, scrive Thiel, «toccherebbe il terribile potere che è legato a una centralizzazione economica e tecnica estesa a tutto il mondo».
L’Intelligenza Artificiale, il silicio dei chips, è considerato da Thiels “l’Anticristo della nostra epoca”; ma diventa alla fine il rimedio, il Kathéchon, la salvezza del mondo a partire dall’Occidente dall’Apocalissi, se è nelle mani di questi Oltreuomini o Superuomini. Insomma, l’Anticristo ha due facce. È come mutare il veleno in farmaco. Tutto questo, come su altri versanti sostiene Elon Musk, conduce a uno scenario transumano, animato da una fede entusiasta nella tecnica e nei suoi prodigiosi sviluppi. Non ha torto Mazzarella a vedere in questa manipolazione l’uso degli esseri umani da parte di altri esseri umani speciali, che potremmo definire nietzscheanamente la Razza dei Signori, tramite l’Intelligenza Artificiale. La risposta del filosofo italiano all’escatologia inquietante del tecnognostico Thiels è affidarsi alla triade rivoluzionaria della modernità: libertà, uguaglianza, fraternità. Io invece direi innanzitutto lasciamo stare l’Anticristo nelle due versioni, malefica e salvifica; poi rispondiamo con l’intelligenza critica, la libertà responsabile e l’umanesimo incardinato sulla civiltà e sulla tradizione. Ma ogni discorso di principio è insufficiente, non può risolversi solo in un ordine teorico, ci sono forze in campo e soggetti in azione, occorre rispondere a quelli. Rispetto a questo scenario non basta sfilarsi dicendo: non condivido e non condanno, non ho elementi per giudicare… Quando la partita coinvolge l’umanità, limitarsi a campare può essere comprensibile per i singoli sudditi inermi, non per chi deve guidare i popoli e gli Stati. Certo, con realismo, con prudenza, misurando le proprie forze, cercando sponde; ma ci sono punti fermi e beni non negoziabili. Lasciamo stare l’Anticristo ma non laviamoci le mani davanti a Cristo in croce.
Nel dibattito in Parlamento, Giorgia Meloni ancora una volta non riesce a condannare la guerra di Usa e Israele all’Iran. Ma le bombe su Teheran rischiano di mandare al tappeto proprio la nostra economia. Forse è il caso di smetterla di dire sempre sì a Donald Trump.

(di Francesco Cancellato – fanpage.it) – Sapete cos’è la sindrome di Stoccolma, no? Quella condizione psicologica in cui le vittime finiscono per provare affetto verso il proprio carnefice.
Ecco, forse dopo questa guerra finiremo per ribattezzarla sindrome di Roma, o sindrome di Giorgia Meloni, per definire il livello di subalternità e sostegno acritico del nostro governo, nei confronti di chi, come Donald Trump, ha iniziato una guerra con l’Iran che rischia di fare malissimo alla nostra economia.
Perché mentre la presidente del consiglio, alla Camera e al Senato, per non dire mezza parola contro Trump, deve arrampicarsi sugli specchi delle “contromanovre” dell’Italia, mentre sostiene senza opporre alcuna critica sia il Board of Peace sia questa guerra a Teheran, altrove si fanno i conti di quanto potrebbe costarci questo scherzetto. E non sono belle notizie.
Secondo Oxford Economics, in uno studio ripreso dal Financial Times, l’Italia è uno tra i grandi Paesi che pagheranno un’eventualecrisi energetica molto più degli altri, a causa della nostra dipendenza endemica dal petrolio e dal gas altrui, acuita dal fatto che ormai da anni gli investimenti sulle energie rinnovabili sono al palo, anche perché chi sta al governo li ha liquidati – forse un pochino improvvidamente – come “follie green”.
Prezzi dell’energia che crescono, vuol dire anche aumento dei prezzi e del costo della vita, in un contesto in cui il potere d’acquisto delle famiglie che si stava riprendendo a fatica dopo anni passati a dover fare i conti con un’altra crisi energetica, legata a un’altra guerra e ai combustibili fossili da cui dipendiamo.
Aumento del carovita vuol dire anche calo dei consumi interni. Rimarrebbero le esportazioni, ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole, c’è quella piccola incognita chiamata “dazi di Trump”.
Tocca alla mano pubblica sostenere l’economia? Forse no. Perché proprio quest’anno, il 31 agosto per la precisione, devono terminare tutti i lavori legati al Pnrr, il cui impatto è stimato attorno al punto percentuale di prodotti interno lordo. E perché – grazie Trump, di nuovo – ci toccherà investire in armi (americane) quel po’ di denaro che raggranelleremo dalle entrate fiscali, che difficilmente aumenteranno.
Tutto questo condurrà l’Italia in recessione? Difficile dirlo ora, ma il futuro cui dovremmo lavorare è quello di una crisi che si risolve in fretta, con lo stretto di Hormuz che si sblocca definitivamente e con una pacificazione complessiva del quadro internazionale, che faccia ripartire l’economia.
Ecco: magari, visto che siamo così amici di Trump e così abili a contromanovrare, non sarebbe male dirglielo, fargli capire che questa guerra rischia di non liberare i giovani e le donne iraniane e di mandare la nostra economia al tappeto. In un mondo di “cattive opzioni” come le chiama Giorgia Meloni, la peggiore è fare come Sal Da Vinci e dire sempre sì a Donald Trump.

(di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – Difficile capire se le teorie apocalittiche di Peter Thiel siano funzionali al ruolo crescente che la sua Palantir sta avendo nel nuovo “complesso militar-digitale” o se quest’ultimo ne sia semplicemente la prosecuzione. “L’Anticristo” di Thiel, del resto, assomiglia a quei fattori – ambientalismo, diritto internazionale, regole – che minano la supremazia dell’imperialismo nordamericano e dei suoi privilegi visti come doni divini. In ogni caso è sulle conseguenze materiali di questa nuova potenza industriale che occorre focalizzarsi. Parliamo di un’azienda che dal 2021 al 2025 ha visto il titolo passare da 23 a 152 dollari ad azione, un fatturato cresciuto a oltre 4 miliardi di dollari e un utile netto nel 2025 di 1,6 miliardi che si appresta a essere raddoppiato nel 2026.
Grazie anche a una tecnologia utilizzata per la guerra, come dimostra il rapporto redatto lo scorso luglio da Francesca Albanese, relatrice Onu per i territori occupati palestinesi. “Mentre leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana dell’occupazione illegale, dell’apartheid e ora del genocidio” si legge in un testo che chiede al “settore privato, compresi i suoi dirigenti” di rispondere dei danni provocati dall’adozione di strumenti di analisi e predittività, la specialità Palantir.
Il rapporto si sofferma in particolare sui sistemi di intelligenza artificiale Lavender, Gospel e Where’s Daddy, in grado di trattare i dati e produrre “liste di obiettivi con un uso duplice dell’intelligenza artificiale”. La collaborazione di Palantir con Israele risale al 2023 e la società ha fornito tecnologie “di polizia predittiva e infrastrutture per la difesa di base”. Nel 2024, poi, Palantir ha annunciato un nuovo partenariato strategico con Israele organizzando la riunione del suo consiglio di amministrazione a Tel Aviv “in segno di solidarietà”. E quando il suo direttore generale ha dovuto rispondere delle accuse di aver ucciso dei palestinesi di Gaza, ha ammesso: “È vero, erano per lo più terroristi”. Elementi, a giudizio di Albanese, “rivelatori della conoscenza da parte dei dirigenti dell’azienda dell’uso illegale della forza da parte di Israele e del fatto che non fanno nulla per prevenire questo particolare uso”.
Il ruolo delle aziende a tecnologia digitale nella guerra è ormai una costante tanto da dispiegare un “complesso militar-digitale” in cui i rapporti tra le aziende Big Tech e i governi diventano sempre più reciprocamente dipendenti. Come nota Dario Guarascio nel suo Imperialismo digitale (Laterza, 2026), tra le immagini che fotografano questa nuova realtà c’è la cena di Trump con gli amministratori delegati delle grandi aziende digitali – Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft, ma anche le più nuove come Nvidia, Oracle e Palantir. Le cose non sono sempre lisce visto il conflitto che ha visto contrapposti lo stesso Trump e la società Anthropic, rifiutatasi di offrire i suoi servizi di data per operazioni di guerra e prontamente sostituita da Open Ai, la società ideatrice di ChatGpt. E proprio contro quest’ultimo si è attivato un boicottaggio popolare chiamato QuitGpt che ha già raggiunto un milione di persone disponibili a chiudere i propri rapporti con l’IA più nota al mondo.
Il ministro: “Se vince il sì una nuova riforma e mai più casi Garlasco”. Sulla capo di gabinetto: “Dimissioni? Lei fedele”. Pd, Avs e 5S: non può restare

(di Conchita Sannino – repubblica.it) – Brava. Anzi, «estremamente laboriosa». E soprattutto: «fedele». Non si sa bene a chi, a cosa. È per questo, comunque, che Carlo Nordio considera inutile insistere con il tema dimissioni: «il caso è chiuso». Non si tocca Giusi Bartolozzi, dice il ministro della giustizia riferendosi alla sua capa di gabinetto, travolta dalle polemiche sui magistrati come «plotoni d’esecuzione», sulla magistratura come categoria «di cui ci liberiamo con un bel sì».
Le dimissioni, spiega Nordio, «si chiedono per ragioni molto più serie», quelle parole sono state «una voce dal sen fuggita». Concede insomma che la “zarina” di via Arenula abbia straparlato, ma «dovrebbe bastare» che l’abbiano risolta internamente. Un caso del Palazzo. «Abbiamo già fatto un comunicato dove davamo atto di questo errore, la stessa dottoressa ha ammesso di avere sbagliato e si è detta molto rammaricata, la cosa dovrebbe finire qui», precisa il titolare di via Arenula.

E quali sarebbero le cose serie, ministro, si chiede la deputata dem Debora Serracchiani. «Forse la liberazione di un criminale libico torturatore e seviziatore di bambini riaccompagnato con un volo di stato? Ma davvero la fedeltà giustifica tutto?». Incalzano pentastellati e Avs, non si molla la presa sulla capa di gabinetto che ha suscitato l’ira della premier e le preoccupazioni della maggioranza. «Nordio deve rendere conto di quelle parole», attacca Carla Auriemma, dal M5s. E Nicola Fratoianni: «Togliere di torno i magistrati, come dice Bartolozzi. Controllare in modo maniacale e fare dossieraggi sui giornalisti scomodi come ha fatto lo staff di Bucci a Genova». Al Senato Matteo Renzi rincara: «In questo Paese di intoccabili ci sono il Papa e la capo di gabinetto di Nordio».
Solo più tardi, quando è inseguito fino in strada dalla pattuglia di giornalisti – che chiedono a chi sarebbe fedele Bartolozzi, alla ricostruzione del caso Almasri, a quale patto? – il ministro si ferma e risponde secco: «La fedeltà come serietà nel lavoro, e lealtà».

È un’altra giornata di tensione alle stelle che si consuma sul referendum. Cominciata alla Camera, finisce per Nordio all’Adriano, il cinema romano di piazza Cavour gremito di studenti universitari, muniti di cartelli dov’è stampato un grande sì, tutti pronti a issarlo all’arrivo di Nordio in platea.
«Guarda che bello spettacolo, ministro», gli fa Hoara Borselli. Ed è a loro che il Guardasigilli regala pillole pro-riforma, quando la giornalista gli mette sul piatto le polemiche su Nicola Gratteri. Lui finge di smorzare e attacca: «Tendo a pensare anche lì che siano voci da dal sen fuggite. Però un procuratore ha un potere immenso che nessun altro ha: non ce l’ha neanche il premier né il papa. Può mandarvi in prigione, può vulnerare il vostro onore» e allo stesso tempo, «è anche l’unico che è irresponsabile, a guardare le statistiche. I magistrati sono l’unica categoria al mondo le cui valutazioni dicono che al 99 per cento sono tutti bravissimi, perfetti, geniali». Il ministro annuncia anche una possibile riforma del codice di procedura penale se vince il sì e tira in ballo Garlasco: «Ritengo che casi Garlasco non ce ne dovrebbero più essere: perché noi attueremo il processo accusatorio».
Forte il pressing del fronte governativo del sì sulla meglio gioventù. Idea che invece a Napoli, proprio ieri, finisce male. Centinaia di allievi degli ultimi anni degli istituti superiori, invitati con i rispettivi docenti, a Castel Capuano si dicono «ingannati» da un invito che prometteva un «evento formativo sul referendum: posizioni giuridiche». «Invece siamo arrivati e c’erano solo il sottosegretario Ostellari, il senatore Cantalamessa e solo esponenti del sì». I ragazzi gridano «censura, censura», gli stessi docenti si dicono presi in giro. E parte il tamtam su social, viene avvertita anche l’Anm, al grido di «Meno male che la scuola ha ancora gli anticorpi».

(Tommaso Merlo) – I sionisti avevano promesso a Trump una guerra lampo ed invece lo hanno trascinato nella loro eterna scia di sangue da cui non sa come uscirne. Di questo passo il cambio di regime avverrà a Washington invece che a Teheran mentre il regime di Tel Avi finirà sotto le macerie tra il giubilo dei popoli del mondo che hanno capito chi è la vera minaccia del pianeta. Non qualche infedele col turbante o qualche perseguitato palestinese, ma i deliri ideologici suprematisti da secolo scorso che animano i sionisti israeliani e americani che si sono comprati la Casa Bianca al metro quadro. Trump è incaprettato. Tradito dai fantasmi del suo passato, tradito dai neuroni del suo cervello e tradito anche dal suo ego tossico che lo ha spinto verso la presidenza quando non sarebbe in grado di governare nemmeno i cessi pubblici. Aveva ragione sua madre quando disse che era un idiota privo di ogni buonsenso e doveva stare alla larga dalla politica. Ma milioni di cittadini americani hanno preferito dare retta alle loro budella e agli spot elettorali permettendogli di fare addirittura il bis. Ed eccoci qui, in un delirio planetario. Tra stermini di civili ed un caos sempre più inquietante. Trump stava riuscendo a svignarsela dalla complicità nel genocidio del secolo, ma con l’Iran potrebbe averla fatta fuori dal vaso o meglio dal pannolone segnando la sua ignominiosa fine. Dovevano salvare gli iraniani e adesso li massacrano radendo al suolo ospedali, scuole, condomini e perfino la sede della croce rossa senza nemmeno la panzana che negli scantinati si nasconda chissà chi. Un po’ deficienza artificiale, un po’ che è tutto sottoterra e non sanno cosa colpire. Dovevano fermare l’atomica e hanno ammazzato il leader che non la voleva con tanto di nipotina di pochi mesi. Dovevano fermare i missili ed invece ci sono finite sotto perfino le loro basi militari che sembrano isolati di Gaza. Davvero un delirio. Trump doveva portare la pace nel mondo e pretendeva pure il Nobel ed invece Attila gli fa una pippa. E non ci sono dubbi, Trump incarna plasticamente tutti i mali che affliggono l’occidente, quell’egoismo vera fonte di ogni male. Davvero una grande opportunità di crescita per tutti. I cittadini americani intanto sono esasperati poveracci, vi sono addirittura leader di destra che invitano a votare in massa dall’altra parte per fermare il supplizio alle elezioni di medio termine. Il piano è che non lo votino nemmeno i piccioni più gnucchi e che gli ultimi due anni li passi chiuso nella sua cameretta a scrollare a raffica sommerso dai sensi di colpa fino a che il Padreterno si deciderà che il castigo può bastare. Dalla parte di Trump erano rimasti gli oligarchi impasticcati e gli sciacalli di Wall Street, ma con la disastrosa chiusura dello Stretto di Hormuz, se lo incontrano a qualche galà lo prendono a pedate. L’Occidente rischia una crisi tale da consegnare la supremazia alla Cina su un piatto d’argento in largo anticipo. Serve una svolta ma i falchi sionisti vogliono che Trump sganci fino all’ultimo missile mentre perfino la deficienza artificiale non sa cosa colpire e prova ribrezzo ad ammazzare civili. Il problema è poi che i persiani non hanno solo un cervellone ma pure gli attributi e non hanno nessuna intenzione di accontentare gente che li affama e li diffama da decenni e adesso si è messa pure a sterminarli. Trump ha abboccato alla panzana della guerra lampo e non sa come uscirne mentre i persiani non hanno nessuna fretta. Lo loro montagne sono farcite di bolidi inediti, droni inarrestabili e resilienza da vendere. Ma i falchi insistono, vogliono che Trump sguinzagli l’intero esercito americano contro Teheran fregandosene dei rischi da terza guerra mondiale e pure di quelli di un altro Vietnam. Per fortuna a Washington vola anche qualche rara colomba che sta supplicando Trump di dichiarare vittoria ad cazzum di canem e tornare ad occuparsi dei tendaggi del nuovo salone da ballo. Un bel casino davvero anche perché dopo ben due pugnalate alle spalle a trattative in corso, la parola del presidente americano vale molto meno di zero. Gli iraniani hanno dichiarato che la fine della guerra la vogliono decidere loro e che nulla potrà tornare come prima. Vogliono un nuovo status quo nella regione, con gli sceicchi del Golfo rimasti in mutande che la devono smettere di tramare coi sionisti alle loro spalle e se proprio vogliono dei guardiani per le loro sodome e gomorre, allora li dovranno pescare tra i Brics. Gli iraniani vogliono poi essere liberi di esistere e difendersi come più gli aggrada e l’unico interrogativo è cosa pretenderanno in Palestina. Se si acconteranno cioè di distruggere l’attuale regime sionista oppure se si spingeranno a pretendere la liberazione del popolo palestinese e fino a che punto. Stravolgimenti epocali che potrebbero portare ad una conferenza internazionale con Cina e Russia sedute a capotavola per sancire la nascita di una nuova era con epicentro molto più ad est. Stravolgimenti salutari. Con la fine ignominiosa di Trump e del sionismo e con clamorosi cambi di regime ma nel delirante Occidente in modo che il mondo possa tornare perlomeno al buonsenso.

(Dott. Paolo Caruso) – Solo il dolore di questi giorni della gente di Teheran sotto le bombe e nell’atmosfera asfissiante e mefitica di bitume basterebbe a farci capire veramente quanto sia criminale l’azione bellica portata avanti dai due alleati “democratici” Trump e Netanyahu che al pari dei Pasdaran, i feroci guardiani della rivoluzione islamica, infieriscono sulla popolazione civile provocando vittime innocenti. I 180 bambini uccisi da un missile americano che ha colpito la loro scuola nel primo giorno di conflitto gettano al vento la loro giovinezza e gridano al mondo “PERCHÉ”? In Iran dal 1979, dall’ avvento della Repubblica islamica, è negato fortemente il dissenso, infatti il diritto di parlare e l’ opporsi al regime teocratico degli Ayatollah viene perseguito ferocemente. Oggi però con il bombardamento dei pozzi petroliferi e l’ alto inquinamento dell’ aria viene meno per gli israeliani anche il diritto a respirare e di vivere. Il mondo sembra impazzito, troppi conflitti insanguinano le nazioni e l’ ONU non è in grado più di fronteggiare tali sciagure. La stessa Europa si trova impantanata da quattro anni in una guerra tra Ucraina e Russia che ha provocato oltre morte e distruzione tra i contendenti, una grave recessione economica nel vecchio Continente. Mentre il popolo è in una situazione di forte confusione e paura per una eventuale escalation del conflitto, e preoccupato per il carovita, con i prezzi delle fonti energetiche schizzati alle stelle, anche a causa delle speculazioni non controllate, la Premier Meloni dopo dieci giorni di silenzio, con l’ ambiguità che la contraddistingue, si è presentata nelle aule parlamentari da “serva sciocca”. È mancato il ” j’ accuse ” contro l’ alleato americano. Il suo pensiero è rivolto al prossimo Referendum, imposto e voluto nel modo più strano. Il suo governo infatti che, in Parlamento non ha voluto ascoltare e accogliere dalle opposizioni nessun emendamento, ora chiede il voto referendario anche all’uomo della strada, legittimato a non comprendere quasi nulla, perché col suo “Sì” approvi una legge unilateralmente imposta. Un modo strano di concepire la democrazia.Trump, Putin, Netanyahu, Orban e in qualche modo la nostra Meloni con i suoi strilli da piazza e le leggi del suo governo approvate con un contraddittorio parlamentare puramente formale rappresentano oggi le autocrazie del terzo millennio. I primi tre consapevoli della propria forza muovono le fila, seguendo il profumo dei soldi e l’ interesse a rafforzare il potere. Da miliardari impongono i prezzi alle pompe di benzina e alle filiere conseguenti. Tutto aumentato di prezzo ma senza i veri valori che fanno la dignità umana. L’uomo di oggi più insicuro e disorientato è tentato dal “si salvi chi può”. Amaro ricordarlo!
L’esito delle amministrative influenza l’elezione del presidente alla Provincia

(di Anna Liberatore – ilmattino.it) – Sono appena dieci i Comuni sanniti che andranno al voto il 24 e 25 maggio per rinnovare le proprie amministrazioni, ma l’esito che restituiranno le urne sarà, in qualche caso, di una certa importanza per l’appuntamento elettorale dell’autunno: l’elezione del presidente della Provincia. Vediamo perché.
Il mandato del vertice della Rocca dei Rettori, Nino Lombardi, porta la scadenza del 28 luglio cosa che, considerata la pausa estiva, porterà a spostare le operazioni tra fine settembre ed inizio ottobre. Si tratta di una elezione di secondo livello, voteranno cioè solo sindaci e consiglieri comunali. Mentre potranno essere candidati solo i primi cittadini della provincia il cui incarico non scada prima di diciotto mesi dalla data di svolgimento delle elezioni. Chi vincerà? Chi prenderà il maggior numero di voti ponderati?
Le realtà che andranno al voto in primavera sono Calvi, Campoli del Monte Taburno, Castelfranco in Miscano, Castelpoto, Foiano di Valfortore, Guardia Sanframondi, Paduli, Reino, Sant’Agata de’ Goti e Telese Terme. Ora, tra queste, Sant’Agata de’ Goti, Telese Terme, Guardia Sanframondi e Paduli hanno un peso specifico rilevante. Prendiamo in riferimento gli indici ponderati utilizzati nelle recenti elezioni per il rinnovo del consiglio provinciale. Il voto di Sant’Agata (fascia rossa) vale 267, quello di Telese (fascia grigia) 224 e quello di Guardia e Paduli (109). Tutti gli altri sette Comuni sono da 56 voti ponderati (fascia azzurra). E’ chiaro che da chi vincerà le elezioni in questi centri dipenderanno i relativi voti ponderati. Parentesi: al momento per la presidenza è certa solo la candidatura dell’uscente Lombardi, blindato dal suo leader Clemente Mastella, le altre forze sono in fase interlocutoria.
Ma torniamo alle Amministrative. La battaglia più feroce si terrà nel saticulano. Le indiscrezioni parlano per ora di almeno due candidati: Giovanna Piccoli, attuale sindaco facente funzioni dopo la fuoriuscita di Salvatore Riccio e già alla guida della cittadina, e Carmine Valentino, recentemente rinominato consigliere provinciale con il Pd. «Non ho escluso nulla a priori – spiega l’amministratore dem – Sto lavorando con metodo e responsabilità per contribuire, insieme a tanti altri, a costruire e offrire alla città una prospettiva solida: una compagine amministrativa fatta di donne e uomini, giovani e meno giovani, animati da buona volontà, competenze e accomunati da una visione condivisa». La posta in gioco spingerà anche il centrodestra a ragionare per schierare in campo un proprio candidato, o almeno questa è l’intenzione del federatore del ‘campo alternativo’, il senatore meloniano Domenico Matera.
A Telese Terme, a parte una (molto) probabile ricandidatura del sindaco uscente Giovanni Caporaso, circolano i nomi del già vicesindaco Franco Bozzi (avrebbe lanciato una pagina social che ha chiamato Appunti per Telese) e di Carmine Covelli, già assessore e consigliere comunale con Pasquale Carofano. Meno definito il quadro a Guardia Sanframondi. Qui i ben informati danno per assodata la ri-discesa in campo del sindaco uscente Raffaele Di Lonardo, ma lui frena gli animi (“è tutto da decidere”, dice). Nessuna notizia per il fronte che attualmente è all’opposizione e che fa riferimento a Floriano Pasa, ex sindaco della cittadina dei riti settennali. A Paduli ha ufficializzato la propria discesa in campo l’avvocato Daniele Bonavita.
Dovrà vedersela con Domenico Vessichelli, sindaco uscente che si ripropone con la stessa squadra che lo sostiene al momento e Rocco Pietro Vessichelli attuale capo dell’opposizione. Per il resto, dicevamo, gli altri sono Comuni di fascia azzurra con voto ponderato 56. A Foiano è certo che il primo cittadino in carica Giuseppe Ruggiero si ripresenterà per guidare il paese per i prossimi cinque anni. E così anche Armando Rocco a Calvi. Poi, dopo maggio le forze politiche dovranno ricontare i voti ponderati in base ai nuovi e vecchi equilibri. Nota a margine: dopo aver votato per la Lega alle elezioni provinciali, il consigliere comunale Gerardo Giorgione pare sia a un passo dall’aderire al partito.

(di Veronica Tomassini – ilfattoquotidiano.it) – Ricordo, quando ero una ragazzina, il medesimo terrore. Ora si trattava di Gheddafi ora di Suddam Hussein. Allora era un terrore perfezionato dalla più profonda ignoranza, nel senso: credevamo che i nemici avessero davvero un nome ufficiale e dichiarato. Sigonella a pochi chilometri, accanto il polo industriale che fumava dalle torrette una molteplicità di veleni. I caccia sulla nostra testa.
Lo stesso frastuono pauroso, un clangore che detonava in tutti i cieli, frantumandoli, potevo udirlo in ogni guerra forgiata dal nemico, Bosnia, ex Jugoslavia, Kosovo. I caccia sulla testa. Oggi dico: sono sempre loro, gli sceriffi del mondo. Agitano gli specchietti. Noi siamo allodole intronate. E le torrette fumano ancora, da Sigonella partono o atterrano i caccia e a volte li chiamano droni. Siracusa sfonda la sola uscita sulle rive malate di un polo petrolchimico. Basterebbe intercettare quello. Sarebbe una pioggia di morte, il demone invisibile: acido solforico, etilene, mercurio, zampillano tra le varie possibilità.
Mi domando con quale sapienza si sia concepita una base americana accanto a un detonatore chimico, quale perversione abbia convinto l’architetto della stupidità belligerante. Faremmo la fine del topo, se un giorno si decidesse una vera ripercussione sugli alleati “moderati”, quelli che improvvisano disegni di difesa, pregni di molti se e di navi militari previdenti.
Gli alleati sono buoni, come gli sceriffi del mondo. Aiutano a importare qualcosa, contriti per la sorte di tutti. Per questo partono i caccia o li chiamano droni e sembra già un per sempre nefasto. Gli sceriffi del mondo motteggiano inni di distruzione, la loro personale eiaculazione sui nemici. Tutto il resto è un terrore supino, la fine del topo.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – A Marghera un’azienda californiana ha appena licenziato in blocco i suoi 37 dipendenti altamente qualificati per sostituirli con un programma di intelligenza artificiale. È la prima volta che succede in Italia e tutto lascia immaginare che sia la prima di tante volte.
Confindustria e sindacati hanno appreso la notizia da un comunicato asettico, scritto probabilmente dalla stessa macchina che ha tolto il posto ai lavoratori, in cui la Investcloud afferma di non trovare più conveniente tenere aperti i suoi uffici in ogni parte del globo, dal momento che con l’AI può farsene bastare uno solo.
Ci siamo, dunque. Anche da noi l’intelligenza artificiale comincia a licenziare quella umana. E la rapidità, e l’assenza di regole, con cui lo sta facendo si scontra con la lentezza delle istituzioni europee (Draghi si sgola inascoltato da mesi) e il rifiuto della maggioranza delle persone, me compreso, di comprendere le dimensioni del cambiamento.
Tanti mestieri e impieghi che abbiamo conosciuto finiranno in poco tempo. Ne nasceranno di nuovi? Verranno ancora versati degli stipendi? Con quali soldi sarà alimentata la fabbrica del consumismo? E che cosa faremo durante il giorno, oltre a scrollare il telefono?
Forse qualcuno si era egoisticamente illuso che questi problemi avrebbero riguardato la prossima generazione. Invece i 37 laureati di Marghera mandati a casa da una macchina sono qui a dirci che la campana sta suonando per noi. E non tra dieci o cinque anni. Adesso.
Il richiamo all’unità della presidente del Consiglio si riduce a un appello formale

(Flavia Perina – lastampa.it) – Come sarebbe stato il dibattito sulla crisi del Golfo e sul prossimo Consiglio europeo senza l’incombenza del referendum, senza le mattane di certi governisti di rango, senza la condanna social dei vecchi video di FdI sulle accise da abolire che tornano a girare in rete? Di sicuro migliore. Probabilmente concluso da un voto a larga maggioranza. Perché Giorgia Meloni sa per esperienza, e lo dice, che «ci sono momenti nella storia nei quali bisogna andare oltre» le proprie posizioni, ma il contesto anche oggi, anche qui, anche in questa storia di guerra e di enormi rischi economici per i Paesi e per le persone, impone il copione del muro contro muro. Anche se non funziona più, anche se si dovrebbe o vorrebbe far altro.
Così il confronto parlamentare si è risolto nel più classico vorrei ma non posso. Meloni in apertura è assai cauta. Evita di citare il nome di Donald Trump. Si riferisce costantemente all’Europa per spiegare le iniziative militari prese (il sostegno a Cipro), le intese trovate (con Francia, Germania e Gran Bretagna nel formato A4), le cose per ora impossibili (le accise mobili sui carburanti) e quelle per cui si combatte (lo stop del sistema europeo delle quote di emissione). Rivolge un appello formale all’unità alle opposizioni. Ma più di questo non può fare senza mettere a rischio il modello del bipolarismo muscolare che resta il bene-rifugio suo e di Elly Schlein, soprattutto alla vigilia di un voto referendario che si fonda sulla mobilitazione delle curve. Spingersi più avanti significa rischiare di sembrare un’altra: una che la dà vinta all’opposizione, una intimidita dagli strilli sul caso Nordio, sul caso Bartolozzi, sui giudici, sul modello trumpiano di gestione della pace e della guerra.
E così il tavolo dell’unità in politica estera viene annunciato, ma da domani, dopo il voto, non prima come sarebbe stato logico: probabilmente non si aprirà mai. La polemica sulla magistratura che libera delinquenti è riaperta, anche se non c’entra nulla con la guerra. E il discorso della premier offre un facile appiglio alle sinistre per rifiutare il dialogo: il “no” al superamento dei diritto di veto in Europa, lo strumento che Victor Orban sta usando per tenere in scacco l’Unione. «O con Orban o con l’Europa» rispondono quelli, come era logico prevedere, e la partita finisce lì: anche dall’altra parte, probabilmente, si è tirato un sospiro di sollievo. Sarebbe stato un problema non da poco assumersi la responsabilità di una scelta condivisa sulle misure per arginare gli effetti del conflitto.
Ancora una volta l’emancipazione del centrodestra dal vecchio modello sovranista, dalle suggestioni Maga, dalle relazioni disinvolte con l’anti-europeismo di Steve Bannon e compagnia, si ferma sulla soglia di una possibile svolta, trafitto dalle circostanze. Stavolta il freno è il test sulla giustizia, gestito con scarsa accortezza fin dall’inizio e trasformato dalle sinistre prima in un supremo test politico e poi in uno scontro fulminante sugli uomini e le donne di Meloni, la loro capacità di gestire non solo la campagna elettorale ma soprattutto il dopo-voto in caso di vittoria del sì, quando dovranno scrivere le regole delle future carriere separate. Ogni appeasement, in questa situazione, è vietato dalle regole del pugilato più che da quelle della politica: il nemico bisogna menarlo, non abbracciarlo.
E tuttavia si deve dire che Giorgia Meloni ha gestito questo dovere parlamentare in una modalità diversa dal solito, non più la capa barricadera di un governo all’attacco ma una leader sinceramente preoccupata e appena sferzante in replica, quando ha ricordato a Cinque Stelle e Pd il loro inchino all’America che assassinava il leader iracheno Soleimani o bombardava la Serbia. Mentre parlava, il rullo delle notizie snocciolava una nuova agenda del caos: Trump si proclamava arbitro unico della guerra («Finirà quando lo vorrò io»), l’Iran minacciava di mandare il petrolio a duecento dollari al barile, e poi l’attacco a due navi nello stretto di Hormuz, e la conferma delle responsabilità Usa nella strage di bambine nella scuola di Minab. In altri tempi, altre crisi, altri analoghi disastri, sarebbero state le Camere a farsi carico dell’unità nazionale indispensabile a mettere l’Italia in sicurezza. E se le Camere non fossero state in grado, sarebbe toccato ad accordi di salvezza nazionale. Ma quelle vecchie logiche sono state stracciate, demonizzate, irrise per troppo tempo in nome del decisionismo del leader e del suo rapporto diretto con il popolo. Chiedersi “come sarebbe stato se” serve solo a capire la trappola in cui ci siamo cacciati.

(di Michele Serra – repubblica.it) – “La guerra finirà nel momento in cui lo decido io”, ha detto testualmente Donald Trump. I meno giovani hanno un sobbalzo: il copyright della frase è di Giucas Casella, il mago di Domenica in ai tempi di Baudo. Intimava al pubblico di intrecciare le dita delle mani e poi aggiungeva, autorevole, categorico: “potrete sciogliere le mani solo quando lo dico io! Quando lo dico io!”. Il “quando lo dico io” di Giucas divenne, per anni, uno dei più frequentati “meme” (che ancora non si chiamavano meme) del linguaggio pop e della satira italiana. Faceva molto ridere l’idea che qualcuno, con sguardo spiritato, potesse intimare agli altri come e quando obbedire alla sua volontà superiore. Ma si trattava di un illusionista, e di un segmento minore della società dello spettacolo. Non del presidente degli Stati Uniti.
Pur essendo entrambi personaggi televisivi, è improbabile che Giucas Casella sia tra gli ispiratori di Trump. Non hanno fatto gli stessi studi (quelli di Giucas sono sicuramente più qualificati). Li accomuna, però, l’intenzione di far credere di essere muniti di una sorta di superpotere in virtù del quale il solo atteggiamento plausibile è la sottomissione: la meraviglia e l’applauso. Il vantaggio di Giucas è che si rivolgeva a un pubblico domestico e bonario: disposto, anche ridendo, a stare al gioco. Lo svantaggio di Donald è che il suo pubblico è il mondo. E il mondo applaude, o non applaude, quando lo dice lui, non quando lo dice Donald.
Nessun membro del governo ha incontrato i delegati del Media Freedom Rapid Response in Italia per un’ispezione

(di Andrea Sparaciari – lanotiziagiornale.it) – La riforma dell’emittente pubblica Rai e la sua conformità il Regolamento europeo sulla libertà dei media (Emfa); il recepimento della direttiva Ue Anti-Slapp e la riforma in materia di diffamazione; aggressioni, minacce digitali e l’uso della sorveglianza contro i giornalisti, con riferimento al caso del tojan Paragon; la concentrazione del mercato dei media, con particolare attenzione alla vendita del gruppo Gedi e la sua compatibilità con l’Emfa.
Sono le quattro macro-aree cha ha preso in esame l’ultimo rapporto di monitoraggio Media Freedom Rapid Response (Mfrr), presentato lunedì a Roma, a conclusione della quarta missione informativa in Italia di una sua delegazione, per valutare i principali sviluppi che influenzano la libertà di stampa e dei Media nel nostro Paese e sollecitare l’attuazione di riforme cruciali.
I membri Mfrr hanno dato conto degli incontri avuti, come quello con la presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza della Rai, Barbara Floridia, ma, soprattutto, di quelli che non hanno avuto, visto che non sono stati ricevuti da alcun esponente del governo italiano, nonostante le richieste inoltrate.
Nell’ultimo rapporto di monitoraggio Mfrr ha documentato 118 violazioni della libertà di stampa in Italia nel 2025. I casi registrati includono aggressioni fisiche, molestie legali, gravi casi di spionaggio informatico e l’attentato al giornalista Rai, Sigfrido Ranucci. Questa tendenza – dicono gli esponenti di Mfrr – segnala l’esistenza di minacce strutturali alla sicurezza dei giornalisti, all’indipendenza editoriale e al pluralismo dei media in Italia.
Nell’operazione di vendita del Gruppo Gedi, ovvero dei quotidiani la Repubblica e La Stampa, oltre alle altre testate che tra carta stampata ed emittenti fanno capo allo stesso gruppo editoriale, alla compagnia greca Antenna, “occorre la massima trasparenza in fatto di occupazione e di pluralismo”, si legge nel report.
Tra i temi principali della missione in Italia c’era infatti anche la concentrazione del mercato dei Media e la sua compatibilità con l’European Media Freedom Act. Secondo Mfrr la portata di questa operazione di mercato “è qualcosa di rivoluzionario nel panorama dei media” e la proposta venuta dal corpo redazionale di Repubblica circa la separazione tra la gestione editoriale e quella corporate, secondo Mfrr, è una “la soluzione percorribile”, anzi “per l’articolo 22 dell’Emfa dovrebbe esserci proprio questo tipo di operazione, e quindi si potrebbe valutare se è opportuno sostenere questa dichiarazione e questo progetto di indipendenza della redazione”. Secondo gli estensori del rapporto “l’indipendenza della redazione è vitale per il pluralismo e la libertà dei media in Italia”.
Una parte consistente del report è stato dedicato alla Rai perché da agosto 2025 sono scaduti i termini previsti per il recepimento della direttiva del Media Freedom Act, che impone una governance indipendente dalla politica per il servizio pubblico. Tanto che l’Italia è a rischio di apertura di una preceduta di infrazione da parte di Bruxelles e Roma ha già ricevuto una lettera di richiamo.
Altro fronte caldo è il recepimento della direttiva sulle querele temerarie da parte dell’Italia, che per ora è limitata alle cause trasnfrontaliere. Secondo Sielke Kelkner dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, in Italia “c’è un ricorso sistematico da parte delle figure pubbliche di alto livello alle azioni temerarie per mettere a tacere qualunque forma di critica, non solo dei giornalisti e delle inchieste, ma anche critiche che vengono appunto da parte di intellettuali”.
L’esempio riportato – ma è solo l’ultimo in ordine di tempo – la minaccia di querela del presidente del Senato Ignazio La Russa al rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari. Ma è stato ricordato anche il caso dello stand-up comedian romano Daniele Fabbri, querelato dalla premier Giorgia Meloni.
Il tycoon immaginava che bastasse fare “bau” alla teocrazia di Teheran perché si arrendesse e lui potesse porre l’ennesima tacca alla sua immaginaria collezioni di paci. Non è così, anche perché l’Iran ha dimostrato di sapere resistere. Poi c’è un altro problema: è il premier israeliano, che vuole continuare la battaglia fino a rovesciare il regime

(Gigi Riva – editorialedomani.it) – La guerra non è un pranzo di gala, signor Trump. Viene voglia di parafrasare Mao Zedong nell’osservare l’ennesima prova di superficialità, faciloneria e dilettantismo con cui il presidente degli Stati Uniti si sta impantanando in una guerra troppo seria per lasciarla fare ai politici, e qui la parafrasi riguarda il francese Clemenceau che invece di “politici” metteva “generali”.
Come un bambino irresponsabile che gioca con una palla chiamata mondo, Donald Trump ha spedito due portaerei nel Golfo, con il corredo di caccia bombardieri e soldati (spesa iniziale, oltre 600 milioni di dollari), immaginando che bastasse fare “bau” alla teocrazia di Teheran perché questa alzasse le braccia, si arrendesse e lui potesse porre l’ennesima tacca alla sua immaginaria collezioni di paci da presentare al consesso della Storia, ai giurati del Nobel norvegese, o in alternativa a un bravo psicanalista.

Ma esattamente come per il suo sodale Vladimir Putin in Ucraina, non è riuscito al tycoon il cesareo “Veni, vidi, vici” perché l’Iran non è il Venezuela, la sua reazione è più robusta del previsto e sta provocando danni, il regime ha una struttura collaudata e in grado di ricostruire le catene di comando azzoppate. Insomma, resiste. Costringendo Washington a inviare una terza portaerei, e il comandante in capo come un “bateau ivre”, un battello ubriaco, ad oscillare qua e là con dichiarazioni ondivaghe, «sarà lunga», «no abbiamo quasi vinto», «vogliamo il cambio di regime», «no basta che scelgano una Guida Suprema a noi gradita», «siamo qui per il nucleare», «siamo qui per i missili balistici». E il problema è che qualcuno continua a prenderlo sul serio.
Al contrario di alcuni turibolanti leader occidentali, chi comincia ad averne abbastanza sono i suoi elettori americani, quelli che hanno visto alzarsi il prezzo della benzina fino a 4 dollari al gallone (era 3,46), con la prospettiva di toccare i 5. Un incubo per famiglie alle prese con l’inflazione e che lo avevano votato per la promesse di pensare “prima” all’America, di non avventurarsi in guerre esterne (se fosse permesso un emoticon in un editoriale qui ci vorrebbe la faccina che ride, ride amaro, fino alle lacrime).

I sondaggi dicono che la maggioranza della popolazione negli States è contraria al conflitto così come è (56 per cento), e figurarsi per l’invio di truppe evocato spesso anche se ipotesi assai improbabile, pollice verso del 74 per cento.
Con il consenso in declino e le elezioni di midterm sullo sfondo, Trump ha una voglia matta di tirarsi fuori dal guaio mediorientale magari proclamando una vittoria purchessia. Ed ecco profilarsi dunque, sempre più netta, la divaricazione degli intenti con il suo alleato principe.
L’orizzonte di Benjamin Netanyahu è infatti completamente diverso. Non tale da prefigurare una rottura tra due personaggi che sono destinati comunque a trovare un accordo e hanno una identica visione del mondo: non per caso Bibi è stato spesso definito con ironia in Israele come «un leader del partito repubblicano americano».

È almeno dal 2012, quando all’Assemblea generale delle Nazioni unite a New York disegnò una bomba atomica bambinesca per far vedere quanto Teheran era vicino ad averla, che considera l’Iran una minaccia esistenziale per Israele, da eliminare a tutti i costi. Ha rallentato la corsa al nucleare del nemico con una serie di attentati contro gli ingegneri responsabili del progetto, ha sempre criticato i tentativi di trattativa.
Non vedeva l’ora di menare le mani. L’ora è giunta e non vuole farsi sfuggire l’occasione del regolamento di conti con gli ayatollah. Il suo obiettivo è chiaro: continuare la battaglia fino a rovesciare il regime e, soprattutto, mettere le mani sull’uranio arricchito che potrebbe essere utilizzato per confezionare gli ordigni e che viene tenuto nascosto in luoghi sicuri nella pancia di una montagna.
Solo così potrebbe cantare vittoria e presentarsi all’appuntamento legislativo previsto alla lunga per l’anno prossimo, con la prospettiva di primeggiare. Da quando è cominciato il conflitto, nelle intenzioni di voto il suo partito è cresciuto di quattro seggi, da 27 a 31. Riassunto. Per Netanyahu finché c’è guerra c’è speranza. Per Trump se finisce la guerra c’è speranza. Il destino di una fetta di mondo è sequestrato dagli interessi di due persone.
Giorgia Meloni è intervenuta poco fa al Senato in vista della riunione del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026.

(Alessandro Di Battista) – Giorgia Meloni è intervenuta poco fa al Senato in vista della riunione del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026. Leggete bene questi tre passaggi sulla guerra in Iran scatenata dai suoi alleati statunitensi e israeliani.
Prima dà la colpa ai russi: “Siamo di fronte a una evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali e al venir meno di un ordine mondiale condiviso. Si tratta di un processo in corso da tempo, ma che ha avuto un punto di svolta ben preciso, ovvero l’anomalia dell’invasione di una nazione vicina da parte di un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e cioè proprio di quell’organismo che del diritto internazionale dovrebbe essere il primo garante”.
Poi attribuisce la responsabilità della guerra in Iran addirittura agli attacchi del 7 ottobre: “L’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026, ma quella del 7 ottobre 2023”.
E infine, attraverso queste giustificazioni, ammette che israeliani e statunitensi hanno violato il diritto internazionale: “È in questo contesto di crisi del sistema internazionale nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano. Un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte”.
In sostanza il ragionamento è questo: dato che i russi hanno invaso l’Ucraina nel 2022 e dato che ci sono stati gli attacchi del 7 ottobre, dimenticando occupazioni e uccisioni quotidiane per decenni in Palestina, questo in qualche modo giustifica gli Stati Uniti a bombardare l’Iran e Israele a uccidere decine di migliaia di persone a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Iran.
“Non essendo stati parte diretta dei negoziati non abbiamo gli elementi per avvalorare con certezza ma neanche per smentire le affermazioni degli Stati Uniti sull’indisponibilita’ dell’Iran a chiudere un accordo”, dice Giorgia Meloni. Quindi nel 2022 per la donna, madre e cristiana c’era un aggredito e un aggressore. Nel 2026, invece, “non abbiamo elementi”.
Leggete poi cosa dice sul Libano: “Abbiamo assistito nuovamente alla decisione scellerata di Hezbollah di trascinare l’incolpevole popolo libanese in una nuova guerra contro Israele. Ho sentito il primo ministro Netanyahu al quale ho ribadito la contrarietà dell’Italia a qualunque escalation, fermo restando il diritto di Israele a rispondere agli attacchi di Hezbollah“.
Giorgia Meloni finge di non sapere che lo Stato terrorista ha violato ripetutamente, dal 2024 a oggi, l’accordo che era stato raggiunto per un cessate il fuoco. Del resto esattamente come hanno fatto ripetutamente a Gaza. Ricordo che dal 2 marzo a oggi i terroristi israeliani in Libano hanno ucciso 83 bambini e 254 sono stati feriti. Negli ultimi due anni i terroristi israeliani hanno ammazzato 329 bambini in Libano (fonte Unicef). Giorgia Meloni finge di non sapere che i terroristi israeliani uccidono per il gusto di uccidere. Proprio in queste ore hanno ammazzato 48 persone per recuperare la salma di un pilota israeliano, Ron Arad, disperso nel 1986.
Poi la donna, madre e cristiana parla della strage delle bambine a Minab in Iran e dice questo: “A nome del governo esprimo ferma condanna per la strage delle bambine avvenuta nella scuola di Minab, nel sud dell’Iran, la solidarietà ai familiari delle giovanissime vittime e la richiesta che si accertino rapidamente le responsabilità di questa tragedia”.
Avete capito cosa fa? Condanna ma finge di non conoscere i responsabili. Giorgia Meloni sa benissimo che Donald Trump ha mentito al mondo sapendo di mentire quando ha negato le responsabilità degli USA sull’ennesima scuola bombardata dagli USA. Giorgia Meloni sa benissimo che ci sono le prove sulla responsabilità USA. Giorgia Meloni sa benissimo che ci sono video che dimostrano che sono stati missili Tomahawk a colpire l’area della scuola. Giorgia Meloni sa benissimo che i BGM-109 Tomahawk sono missili USA della Raytheon Company, la più grande fabbrica di missili al mondo. Ma come potrebbe la donna, madre e cristiana condannare gli Stati Uniti guidati dall’uomo a cui le stessa vorrebbe dare il Premio Nobel per la pace?
La Presidente del Consiglio, nonostante abbia provato in tutti i modi a giustificare USA e Israele, ha ammesso che i suoi alleati hanno violato il diritto internazionale. Certo, sul diritto internazionale ci sarebbe da ricordarle che gli statunitensi non hanno violato il diritto internazionale soltanto adesso, ma lo hanno violato con un’operazione terroristica in Venezuela (hanno ucciso decine di persone) e lo stanno violando ancora adesso soffocando letteralmente Cuba. Ci sarebbe da ricordarle che Israele viola da decenni il diritto internazionale e che mentre il suo Ministro degli esteri diceva che “Israele non ha compiuto crimini di guerra”, Israele realizzava un genocidio (ancora in corso).
Detto questo, considerando che sia la Presidente del Consiglio sia il Ministro della Difesa hanno ammesso che statunitensi e israeliani hanno violato il diritto internazionale — anche se evitano scientemente parole come “aggressore” e “aggredito” — ci sarebbe da aspettarsi che facciano qualcosa.
Uno Stato che riconosce che un proprio “alleato” (o forse sarebbe più corretto dire padrone) sta violando le regole dovrebbe reagire. Per quanto tempo ci hanno raccontato che abbiamo smesso di acquistare gas russo, sostituendolo con il GNL statunitense, perché la Russia nel 2022 aveva “violato il diritto internazionale”? Vi ricordate la retorica dei “sacrifici” in nome della difesa dell’Occidente? Bene. Adesso che finalmente Meloni e Crosetto riconoscono che gli Stati Uniti e Israele hanno violato il diritto internazionale, che facciamo?
Smettiamo di comprare il GNL statunitense?
Smettiamo di comprare armi dagli Stati Uniti?
Smettiamo di fare affari con lo Stato terrorista di Israele?
Prendiamo in considerazione l’idea che sia un abominio consentire ai terroristi dell’IDF di venire in Italia a fare i cosiddetti “periodi di decompressione”?
Applichiamo 19 pacchetti di sanzioni contro gli Stati Uniti e altri 19 contro Israele?
Congeliamo i beni statunitensi e israeliani per finanziare la ricostruzione del Libano, di Gaza e dell’Iran?
Oppure tutto quello che si intende fare è pronunciare qualche parolina — peraltro con enorme ritardo? Queste sono le domande che dovrebbero essere poste alla Meloni. E su questo dovrebbe rispondere.
Forse la risposta più semplice sarebbe anche la più logica: dato che gli Stati Uniti e Israele violano il diritto internazionale, invece di comprare il gas che costa di più e che inquina di più, torniamo a comprare quello che costa meno e che inquina meno.
Anche perché, come ha detto una fantastica Milena Gabanelli alcuni giorni fa a Mentana, al TgLa7: “Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi con gli americani”.
REFERENDUM: NORDIO “DIMISSIONI BARTOLOZZI? SI CHIEDONO PER RAGIONI PIÙ SERIE”

(ITALPRESS) – Quelle di Giusi Bartolozzi sono “osservazioni che magari in un colloquio informale, nella vivacità del momento, vanno oltre quello che è il significato che uno vorrebbe dare alle espressioni”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ospite a “Realpolitik” in onda questa sera su Rete4.
“Come si può pensare che una magistrata, che per altro dipende da un ministro della Giustizia che è stato magistrato per 40 anni, voglia di fatto eliminare la magistratura o considerarla un plotone di esecuzione? Siamo in una campagna elettorale molto accesa e si è detto tutto il contrario di tutto. Giustamente il capo dello Stato ha detto di abbassare i toni e io ho cercato di farlo dal primo momento, ma purtroppo non sempre questi toni si abbassano”, ha aggiunto.
SENATO: SCUSE LA RUSSA A NICITA, EPITETO ERA BORBOTTIO RIVOLTO A ME STESSO**
(Adnkronos) – Roma. “Il presidente La Russa ha cercato telefonicamente il senatore Nicita, senza mai trovarlo. Ha parlato con il capogruppo del partito democratico Boccia, al quale, in attesa di poter parlare con il senatore ha presentato le sue scuse. Il presidente si è detto dispiaciuto, non ricorda l’evento specifico e nemmeno se l’epiteto fosse rivolto realmente al senatore Nicita, comunque gli chiede scusa, se così è stato interpretato.
Quello del presidente era un borbottio rivolto a se stesso, che purtroppo è stato intercettato dal microfono rimasto aperto. Il presidente La Russa ha sempre avuto un ottimo rapporto con il senatore siciliano Nicita, con il quale condivide alcune amicizie”. Lo sottolinea il portavoce del presidente del Senato, Emiliano Arrigo.
TAJANI AI CRONISTI: ANCHE IO SONO GIORNALISTA, PERCHÉ NON MI CHIEDETE DI GRATTERI?
(Agenzia Vista) – “Il capo di gabinetto ha detto cose che io non condivido. Ma è molto grave perché lui può esercitare un potere e reprimere qualcuno, utilizzare il proprio potere. Mi mette paura una dichiarazione del genere. o faccio le domande anche a voi, sono giornalista pure io. Ma perché non domandate nulla sul caso Gratteri?”, così il ministro degli esteri Antonio Tajani a margine delle comunicazioni di Giorgia Meloni al Senato sulla situazione in Medio Oriente.