
(Tommaso Merlo) – Avendo perso militarmente, gli americani passano ad affamare gli iraniani. Altra specialità imperiale, la punizione collettiva. Lo chiamano D-Day economico con D che però sta per il Demente che lo propone e cioè Trump. L’invasione di terra è rinviata per carenza di carne da macello, i bombardamenti per carenza di bombe e non gli restava che rispolverare un’altra chicca del repertorio, il dollaro come arma di distruzione di massa. La Cina ha già alzato il dito medio ed essendo il primo partner commerciale dell’Iran, è un inizio niente male per il D. Già, il modo con cui la Cina ragiona ed agisce dona speranza che tramontato il marciume occidentale possa tornare il sereno. Dall’Iran ha invece già riposto al D-day l’uomo forte Mohsen Rezaei che ha un Dottorato in Economia e parlando con degli analfabeti come Trump e il suo ministro balbuziente, è stato lapidario. Che vadano a farti fottere entrambi e chi parteciperà al boicottaggio verrà considerato un nemico a partire dagli sceicchi del Golfo che rischiano di tornare all’età della sabbia. Una reazione dura ma che va capita. Hanno vinto la guerra e Trump pretende la loro resa. Quel D dice che lo Stretto è aperto e poi lancia un D-Day per costringere l’Iran a riaprirlo. Un manicomio anche se c’è poco da ridere. L’Iran è perseguitato economicamente dagli Stati Uniti da mezzo secolo e pare che abbia previsto anche questa mossa. Ha acqua potabile e produce cibo a sufficienza e Rezaei fa sapere che stanno già passando ad una economia di guerra. Cuba docet, è sotto embargo da 65 anni perché anch’essa colpevole di pensarla diversamente e di non volersi inginocchiare all’impero, e figuriamoci se certi mezzucci funzionano con un paese come l’Iran immensamente più vasto nonché la quinta riserva energetica del mondo. Anche la Russia ha spernacchiato il Demente-Day e fatto sapere che anche attraverso il Mar Caspio continuerà a cooperare col suo alleato iraniano con cui combatte su fronti diversi lo stesso nemico a stelle e strisce. In questi giorni è venuto fuori anche un tentativo di corruzione della cricca di Trump, miliardi offerti ad un generale dell’esercito iraniano per tradire la Repubblica Islamica ma qui pare abbiano ricevuto come risposta delle sane risate in faccia. Corrompere governanti, aggredire illegalmente a suon di bombe, fomentare rivolte intestine ma anche sanzioni ed embarghi sono i mezzucci con cui l’impero americano ha infestato il mondo di odio e dolore al misero scopo di arricchirsi sempre più e sfogare la sua brama di potere. Il tutto infinocchiando le masse di teleconsumatori con panzane come l’esportazione della democrazia a suon di missili, la lotta al terrorismo facendolo e la pace sterminando. Il marciume occidentale è responsabile di milioni di morti dal dopoguerra ad oggi, sembrava inarrestabile ed invece stiamo assistendo al clamoroso e contemporaneo crollo sia militare che economico. Oramai anche a Washington ammettono la sconfitta strategica con l’Iran e molti analisti si aspettano una crisi tipo 1929. Un disastro economico e militare che ha però ragioni politiche, un modello delirante che prevede il predominio dell’economia sulla politica e quindi del mercato sullo stato e quindi dell’interesse privato su quello pubblico e quindi delle lobby sulle istituzioni e quindi dei soldi sui cittadini. Un egocaptalismo con bande di oligarchi che si sono comprati tutto, anche la politica e quindi la democrazia e con essa il futuro di milioni persone ridotte a consumatori anche di se stesse. Egoismo personale che si fa sociale che si fa politico con masse spronate a sudare nella giungla di mercato per accumulare soldi, potere, fama e lussi in vista di un benessere in realtà totalmente falso. Ed è Trump ad insegnarlo al mondo intero, quel D è arrivato in cima alla vetta capitalista, ha ottenendo tutto. Miliardi, notorietà globale e perfino la poltrona più potente del mondo eppure è visibilmente un uomo non solo malvagio ma tutt’altro che felice. Un uomo che ha speso la vita a sgomitare e fregare il prossimo per inseguire miraggi materiali sempre più prestigiosi per poi alla fine ritrovarsi alla sua età a trascinarsi miseramente da una messa in scena all’altra a dire bugie come un ragazzino circondato da ipocrisia e disprezzo. Un uomo sempre arrabbiato e teso che vive perseguitato da nemici più o meno immaginari ma anche dalla verità su chi è davvero, un uomo costretto a lodarsi da solo circondato da leccapiedi che si bevono le sue fregnacce finché gli conviene. Un uomo incapace di stare solo ed in pace anche solo per un istante perché in fuga permanente da se stesso e da scheletri e vuoto profondo. Egoismo personale che diventa sociale che diventa politico che diventa il marciume occidentale che ha infestato il mondo di odio e di dolore. Ma eccoci qui, all’ennesimo D-day. Un manicomio anche se c’è poco da ridere. Menomale che il modo in cui la Cina ragiona ed agisce dona speranza che possa tornare il sereno.
Mattarella: “Serve ultimare velocemente la ricostruzione”. Il 24 agosto del 2016 il sisma che causò 299 morti, 365 feriti e oltre 40 mila sfollati. Il capo dello Stato: “Una pagina drammatica della storia della Repubblica”.

(Valentina Romagnoli – lespresso.it) – Alle 3:36 del 24 agosto 2016 la terra tremò con una scossa di magnitudo 6.0 tra Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto, aprendo una sequenza sismica che nei mesi successivi colpì ampie zone di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Duecentonovantanove morti, 365 feriti e più di 40 mila sfollati è il bilancio di una delle tragedie più dolorose dell’Italia contemporanea. Dieci anni dopo, la ricostruzione è ancora lontana dal dirsi conclusa: secondo i dati aggiornati al 31 maggio 2026 diffusi dal Commissario straordinario alla Ricostruzione, sono ancora 8.759 i nuclei familiari assistiti, (contro gli oltre 14 mila di alcuni anni fa). Una parte consistente vive tuttora nelle Sae, le Soluzioni Abitative di Emergenza, le cosiddette “casette” – pensate in realtà per durare quattro anni e diventate, per molti, un’abitazione stabile da quasi un decennio. Gli altri percepiscono un contributo per l’autonoma sistemazione.
Sul fronte della ricostruzione privata, le domande di contributo hanno raggiunto quota 36.149, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro: i cantieri conclusi sono quasi 15 mila, ma oltre 8 mila risultano ancora aperti. Dal 2022 a oggi sono rientrate nelle proprie case 5.452 famiglie. Più indietro procede invece la ricostruzione pubblica: il report “Dieci anni dopo: i dati raccontano”, curato da ActionAid su dati aggiornati al 30 aprile 2026, segnala che su 3.667 interventi programmati per quasi 4,85 miliardi di euro il 66,3% non ha ancora visto l’apertura del cantiere e solo il 33,6% ha raggiunto la fase esecutiva o conclusiva. Nei 44 comuni più colpiti la situazione è ancora più critica, con circa sette interventi su dieci fermi prima dell’avvio dei lavori.
La posizione della politica
Sul piano istituzionale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito la notte del sisma una “pagina drammatica della storia della Repubblica”, ricordando come quella tragedia, di cui Amatrice è divenuta simbolo, resti un monito costante sulla necessità di rafforzare i meccanismi di prevenzione e intervento sui territori esposti al rischio sismico. Il capo dello Stato ha poi richiamato la complessità del percorso di risanamento, definendolo “un richiamo alla responsabilità collettiva di ripristinare quella normalità che è stata spezzata“, e ha sollecitato a portarlo a termine nel più breve tempo possibile.
Sui social, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha reso omaggio alle vittime, ricordando l’ora esatta della prima scossa e i mesi di sequenza sismica che sconvolsero il Centro Italia. Guardando ai dieci anni trascorsi, la premier ha rivendicato un cambio di rotta imputando ai governi precedenti i ritardi accumulati: “Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente”, ha scritto, sostenendo che i dati sui contributi liquidati per la ricostruzione privata e sulla ripresa degli investimenti pubblici testimonino ora una direzione diversa. Meloni ha citato tra i simboli della rinascita il restauro della Basilica di San Benedetto a Norcia, quasi completamente distrutta dalla scossa del 30 ottobre 2016, e ha promesso che l’impegno del governo non si fermerà finché non sarà vinta quella che ha definito la sfida della rinascita dell’Appennino centrale. La premier è attesa nel pomeriggio di oggi, 24 agosto, ad Amatrice per la cerimonia di commemorazione.
CARBURANTI: CODACONS, SCONTO ACCISE FINO AL 26/8 È COLOSSALE PRESA IN GIRO
(LaPresse) – “Si tratta di una colossale presa in giro degli italiani. Nonostante infatti i prezzi record raggiunti dalla benzina, il governo ha deciso di non adottare alcun provvedimento in favore dei 17 milioni di automobilisti proprietari di auto alimentate a verde e che quindi andranno incontro ad una maxi stangata in occasione del contro esodo estivo”.
Così il Codacons in merito al provvedimento varato ieri dal governo, che ha prorogato al 26 agosto lo sconto sulle accise per il gasolio.
“La proroga dello sconto solo sul gasolio e solo per la durata di appena due giorni è un provvedimento del tutto inadeguato, insufficiente e vergognoso che dimostra come l’esecutivo non abbia minimamente capito che i listini record dei carburanti rappresentano una emergenza nazionale che sta impoverendo giorno dopo giorno le tasche di milioni di famiglie”, sottolinea il Codacons, secondo cui la misura varata “servirà a poco e nulla e ancora una volta gli italiani pagheranno un conto salatissimo che avrà effetti sui bilanci e sui consumi delle famiglie”.
Codacons, in autostrada il gasolio supera il record storico del 2022
(ANSA) – In autostrada il prezzo medio del gasolio ha superato il record storico italiano raggiunto nel 2022. Lo afferma il Codacons dopo i dati diffusi oggi dal Mimit. Con una media di 2,204 euro al litro in autostrada il gasolio supera il record raggiunto nella settimana del 14 marzo 2022, quando un litro di diesel costava in media in Italia 2,154 euro al litro. – analizza l’associazione – Per la benzina invece la soglia dei 2 euro al litro è stata superata nel nostro Paese solo in otto occasioni, e precisamente a marzo, giugno e luglio 2022 e poi nel settembre del 2023.
E le brutte notizie per gli automobilisti italiani non sono finite: – avvisa il Codacons – a partire dal prossimo 27 agosto e senza nuovi interventi da parte del governo il gasolio volerà sulla rete ordinaria a una media di oltre 2,3 al litro, mentre in autostrada il prezzo medio salirà a 2,37 euro al litro, considerati i prezzi attuali dei carburanti. La mini proroga dello sconto sulle accise decisa ieri dal governo non risolverà affatto il problema dei prezzi dei carburanti e suona come una presa in giro degli italiani – attacca il Codacons – il taglio delle accise non solo deve essere prorogato ma deve essere esteso anche alla benzina considerati i nuovi prezzi record raggiunti alla pompa, mentre lo sconto sul gasolio deve essere incrementato perché è evidente che i 17 centesimi odierni non sono più sufficienti camminare la spesa per i rifornimenti.
SISMA 2016: MATTARELLA, ULTIMARE RISANAMENTO NEL PIÙ BREVE TEMPO POSSIBILE
(LaPresse) – “Il risanamento è un percorso, non privo di complessità, che richiede l’impegno di essere ultimato nel più breve tempo possibile ed è un richiamo alla responsabilità collettiva di ripristinare quella normalità che è stata spezzata nei territori colpiti da questa tragedia.
In questo giorno di memoria, mi unisco al dolore di coloro che hanno subito la perdita di familiari ed esprimo la mia vicinanza ai feriti e a quanti si sono ritrovati improvvisamente in condizioni di grande difficoltà”.
Così in una nota il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del decimo anniversario del sisma in Centro Italia.
MELONI RICORDA LE VITTIME DEL SISMA, L’APPENNINO CENTRALE RINASCERÀ
(ANSA) – ROMA, 24 AGO – “Non dimenticheremo mai la notte del 24 agosto 2016. Alle 3.36 la prima, terribile, scossa della drammatica sequenza sismica che per mesi ha sconvolto il Centro Italia, distruggendo interi borghi e colpendo un pezzo vastissimo del nostro territorio nazionale. Oggi rendiamo omaggio alla memoria delle 299 vittime del terremoto e torniamo a stringerci ai loro cari, in questa giornata di ricordo e commemorazione”.
Lo afferma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social. “In questi dieci anni sono state tante le difficoltà. Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente. Il Governo ha raccolto questa responsabilità e ha lavorato, con costanza e determinazione, affinché potesse concretizzarsi un deciso cambio di passo.
I dati – aggiunge la premier, che nel pomeriggio sarà ad Amatrice – testimoniano che la direzione è cambiata, sia per quanto riguarda i contributi concessi e già liquidati per la ricostruzione privata, sia per quello che concerne la ripresa degli investimenti per la ricostruzione pubblica, per troppo tempo rimasta bloccata”.
“In questo cammino sono tornati a splendere anche alcuni dei simboli più significativi e identitari del territorio. Come la Basilica di San Benedetto a Norcia, quasi completamente distrutta dalla scossa del 30 ottobre 2016. Altrettanto incessante – prosegue Meloni – l’impegno per sostenere la ripresa economica e sociale, essenziale per garantire che i borghi e le città colpiti dal terremoto possano continuare ad essere vivi e vitali. Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare.
E, per questo, non abbiamo intenzione di fermarci. Dando ancor più forza e continuità a quel grande lavoro di squadra che, in questi anni, ha visto protagonisti tutti i livelli istituzionali nazionali e locali, insieme al tessuto economico, sociale e produttivo e ha permesso di raggiungere risultati inizialmente impensabili. L’obiettivo – conclude – rimane comune e condiviso: vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale”.
SISMA 2016: BRAGA (PD), NON BASTA RICOSTRUIRE, ORA GARANTIRE FUTURO
(LaPresse) – “A dieci anni dal terremoto che colpì Amatrice e il Centro Italia, il nostro pensiero va alle vittime, ai loro familiari e alle comunità che hanno vissuto una ferita profondissima e mai rimarginabile. Grazie ai volontari, alla Protezione civile, alle donne e agli uomini che intervennero allora con generosità e coraggio.
Ma ricordare significa anche chiedersi cosa è accaduto e cosa deve accadere. Non serve la propaganda che ha troppo spesso guidato le scelte di questi ultimi anni: servono capacità di agire e sostegno vero alle comunità locali, non limitarsi a ricostruire gli edifici, ma ricostruire futuro. Rendere le aree interne attrattive per i giovani, con sanità di prossimità, scuole, trasporti, banda larga e opportunità di lavoro.
Il Partito Democratico continua ad essere in prima linea per assicurare servizi, infrastrutture e prospettive e scongiurare di ricostruire borghi vuoti. Ad Amatrice e in tutte le terre colpite dal sisma dobbiamo questo: memoria, responsabilità e futuro”. Così in una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei deputati.
Il leader di FI Antonio Tajani e Marco Osnato di FdI rilanciano l’ipotesi che riemerge puntualmente dal 2023 salvo inabissarsi in autunno quando occorre trovare le coperture. La misura è entrata anche nella delega fiscale del 2023, ma non se n’è fatto nulla

(diChiara Brusini – ilfattoquotidiano.it) – È il giorno della marmotta. Sempre quello stesso, identico giorno in cui la maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni con un colpo di reni si slancia verso la prossima legge di Bilancio. E, nel tentativo di convincere gli elettori che una qualche forma di taglio delle tasse è alle porte anche se la pressione fiscale è ai massimi dal 2014, recupera dai cassetti l’idea di alleggerire il carico sulle tredicesime. A questo giro la vecchia promessa è stata rispolverata da Antonio Tajani, grande aficionado, che vuol “detassarle fino al 100%”, e da Marco Osnato (Fratelli d’Italia), che con un occhio più attento alle coperture ha messo sul tavolo un’imposta sostitutiva del 10 o del 15% al posto dell’Irpef ordinaria per garantire “un risparmio netto in busta paga tra 200 e 500 euro“. Dati i precedenti, il consiglio è di non aspettare Godot col fiato sospeso.
La prima stagione della saga risale al 2023. Il 2 maggio il viceministro dell’economia con delega al fisco Maurizio Leo spiega che per i lavoratori dipendenti si può “pensare che una retribuzione straordinaria come ad esempio la tredicesima” venga assoggettata “ad una tassazione più bassa per mettere più soldi nelle tasche degli italiani nell’ultimo mese dell’anno”. A giugno l’intervento entra ufficialmente nella delega fiscale, che prevede l’introduzione di un’imposta sostitutiva agevolata sulle somme corrisposte a titolo di tredicesima, straordinari e premi di produttività. Il 12 luglio i deputati leghisti in commissione Finanze Alberto Bagnai, Laura Cavandoli, Giulio Centemero e Alberto Gusmeroli festeggiano il varo della riforma, citando la detassazione delle tredicesime tra “le novità su cui si è spesa la Lega”. Il 21 agosto Tajani indica proprio la misura tra le priorità della manovra. Il 18 settembre, davanti ai primi conti, Leo è costretto ad ammettere che trovare le risorse sarebbe stato “abbastanza complesso“, assicurando però che “nel 2024 si potrà mettere a terra”.
Nel 2024 nuovo capitolo, più breve. Con il decreto Primo maggio, il governo vara un bonus da 100 euro per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 28mila euro e almeno un figlio a carico. Leo spiega che è misura di sollievo temporanea perché l’obiettivo finale resta quello indicato dalla delega: la detassazione delle tredicesime. Ma in autunno la situazione è immutata e, ancora una volta, non se ne fa niente.
Si arriva così al 2025. L’8 settembre Tajani è certo che tra i diversi provvedimenti “si può pensare a una proposta un po’ azzardata, la detassazione della tredicesima”. Il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, il giorno dopo è possibilista: “Stiamo ragionando anche noi su questo, riteniamo che dopo il taglio del cuneo fiscale sulle buste paga dei dipendenti che guadagnano di meno ci siamo altre priorità: una è la detassazione degli incrementi di stipendio, vedremo se straordinari o tredicesime”. Alla fine, nella legge di Bilancio 2026 entra un’imposta sostitutiva del 15% sulle maggiorazioni per lavoro notturno e festivo e sugli straordinari, solo per i lavoratori con reddito fino a 40mila euro. La tredicesima deve attendere.
Il prossimo 29 agosto scade la delega fiscale e il capitolo tredicesime è rimasto inattuato. Ma la maggioranza, lungi dal chiudere la partita, rilancia. Del resto la misura ha un appeal politico evidente: arriva tutta insieme in busta paga e si può raccontare come un regalo di Natale anticipato. Per i finanziamenti dovrà però competere con le promesse già inserite nella lunga lista compilata in vista dalla manovra pre-elettorale: dall’allargamento del secondo scaglione Irpef attraverso l’estensione dell’aliquota del 33% ai redditi fino a 60mila euro lordi all’abolizione del bollo auto, altro sogno di Tajani, passando per un ulteriore ampliamento della flat tax per gli autonomi che secondo la Lega andrebbe affiancata in forma strutturale da una macchinosa flat tax incrementale per tutti. Anche stavolta potrebbe non essere la volta buona.
Il giudizio su Almirante divide, è normale, ma il passato equivoco conduce alla normalizzazione presente, a fronte di destre rossobrune impalatabili. L’esame disincantato ma non indisponente di Roger Cohen sul Nyt

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Meloni secondo il New York Times e Roger Cohen ha una cosa che non può dispiacere. Non è una fanatica. Non è specialmente bugiarda, al di là della ordinaria propaganda politica che è tratto comune a tutti con le sue forzature e sottovalutazioni. Valorizza la sua ascendenza politico-culturale, nella quale peraltro non è biograficamente immersa fino al collo, tutt’altro, valorizza l’essere parte di quella destra italiana che fu per lungo tempo fuori dell’arco costituzionale ma evidentemente aveva qualcosa da dire al di là della propria storia e protostoria. Il giudizio su Giorgio Almirante divide, normale che sia così, per via della sua aperta compromissione con il peggio della Repubblichina di Mussolini, il suo ennesimo disastro etico-politico, foriero di guerra civile, dopo l’assassinio di Matteotti, le leggi fascistissime, le leggi razziali e l’entrata proditoria in guerra a fianco di Hitler.
Bisogna anche riconoscere, alla luce della storia di Renzo De Felice e di altre acquisizioni decisive, che non tutti i critici e nemici ideologici del fascismo, eterno o no non ha importanza, avevano le carte in regola per il ruolo che si erano assunti. E l’esperienza di questo giornale, antifascista ma senza occhi foderati di prosciutto, capace di accettare, sollecitare e integrare firme e idee della destra “fognaria” da sempre esclusa dal salotto buono dell’informazione, e forte della sua esclusione programmatica di destra “guareschiana”, genuinamente ma non ossessivamente anticomunista, indica che il processo di legittimazione di quella frazione della storia originaria della nazione e della Repubblica aveva, per lo meno, un senso e una direzione di marcia non compromissoria verso il peggio del passato fascista, per certi aspetti l’aspetto di una svolta culturale liberatoria.
Cohen ha fatto benissimo a sottoporre Meloni a un esame scettico, disincantato, ma non indisponente. Ha colto il punto politico. Le destre impalatabili, brune e rossobrune, che non sostengono l’europeismo pro Ucraina, anzi militano per l’autocrate di Mosca, che se ne fottono dell’unità dell’occidente, della stabilità e dei conti pubblici, per non parlare del garantismo giuridico, e ne hanno di strada da fare per conformarsi a una cultura di governo e a una politica di stabilità mainstream, indicano l’esempio rassicurante del governo Meloni a elettorati tutt’altro che certi della loro fedeltà repubblicana. Marine Le Pen promette la costituzionalizzazione via referendum delle sue idee estremiste sull’immigrazione, e cerca nell’esperienza italiana uno scudo etico per far passare l’esatto opposto del suo significato. Meloni si presenta nei fatti come la svolta conservatrice che non piega le ginocchia di fronte all’arcigna e ostinata ribellione contro il welfare e le acquisizioni migliori della società aperta, senza rinunciare ai suoi caratteri migliori. E il primo vero, sebbene grottesco, esempio di destra risorgente in un ambito antisistema, è un cuneo per infilzarla, per colpirla, per imbruttirla politicamente, per condizionarla con parole d’ordine e tratti di vera impresentabilità etica e sociale, roba da far rimpiangere il woke messo da parte, scansato con alterigia e autoindulgenza, dalla sinistra ideologica dei pochi diritti e delle molte pene. Una professione di antifascismo in forma di abiura obbligata, invece che nelle modalità normali assunte dalle numerose dichiarazioni pubbliche e dai comportamenti di fatto del governo Meloni, ciò che una certa sinistra assembleare le richiede con inutile e goffa insistenza da anni, sarebbe la prova di un processo inveritiero, debole, dissimulatorio. Cohen nota che Meloni non ha visione, può essere che abbia ragione, può essere che sia un vantaggio weberiano (“chi vuole visioni vada al cinema”, diceva il professore) alla luce del quale la ragazza della Garbatella non è costretta a mascherarsi e rifiuta sistematicamente di farlo.
Il palinsesto degli Approfondimenti è stato blindato: resta aperta la questione del sostituto di Ranucci. A La7 potrebbero mancare le maratone mentre Mediaset spingerà sul palinsesto di Rete 4

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – In tempi di campagna elettorale, la migliore difesa è il talk. L’anno elettorale è il banco di prova per l’informazione televisiva, quella delle reti private come quella del servizio pubblico. Che dovrebbe essere equo e approfondito per definizione, ma anche per il European Media Freedom Act, entrato in vigore da poco più di un anno ma le cui indicazioni non sono ancora state accolte nella legge italiana, anche a costo di andare incontro a una procedura d’infrazione.
La sfida tra broadcaster che sta per iniziare sta già mettendo in luce l’annoso problema della governance di destra: fin dal suo insediamento come ad, e ancor prima quando era dg, Giampaolo Rossi ha tentato diverse strade per mettere in piedi un programma alternativo di informazione politica.
Dopo vari esperimenti dalle alterne fortune, il vero sogno di Rossi&co per il talk politico resta (ed è stato dal primo minuto) Nicola Porro. In seconda battuta, Paolo Del Debbio. Entrambi nomi ben saldi nella scuderia di Cologno Monzese. A conti fatti sembra infatti Mediaset ad aver approfittato di più degli ultimi tre anni di governance di destra della Rai: gli addii a viale Mazzini di inizio legislatura, da Lucia Annunziata a Fabio Fazio, hanno indebolito i palinsesti della tivù di stato. Alcuni sono finiti direttamente tra le braccia di Pier Silvio Berlusconi che – grazie a stipendi ben superiori a quelli che è in grado di garantire il servizio pubblico, raccontano a viale Mazzini – tiene saldamente legati a sé anche quei Porro e Del Debbio che Rossi tanto vorrebbe vedere su Rai2.
A viale Mazzini la stagione che inizia già caldissima con la vicenda Ranucci non ancora risolta su cui, per altro, Rossi si gioca il suo futuro dentro la Rai o qualche controllata (sulla lista dei desideri c’è RaiCinema). Sul suo destino incombe anche la riforma della governance, che i Fratelli d’Italia vorrebbero vedere andare a dama entro l’anno, in modo da blindare il servizio pubblico.

A destra imputano a Rossi di non essere ancora intervenuto cogliendo al volo la possibilità che gli si è offerta di rimuovere dalla conduzione di Report il giornalista. “Er tentenna” – nomignolo che l’ad si è guadagnato negli ultimi anni per aver tirato per le lunghe certe decisioni – in realtà starebbe cercando le sponde necessarie per non vedersi Ranucci rientrare dalla finestra, magari per decisione di un giudice, sostiene invece chi gli sta vicino.
La sostituzione del conduttore sarà un tema, per il resto la stagione della direzione guidata da Paolo Corsini è ormai impostata con la benedizione di palazzo Chigi. Parola d’ordine: niente prigionieri. Il palinsesto è stato blindato: il lunedì sera resta in mano a Massimo Giletti, che è riuscito a portare il suo Stato delle cose a buoni risultati la scorsa stagione e in queste settimane ha già annunciato una propria inchiesta su Ranucci. Martedì continuerà ad andare in onda Antonino Monteleone, altro grande (forse più per lo stipendio che per resa in termini di share) acquisto di Telemeloni. Il suo Filorosso in questa stagione estiva è stata l’unica trasmissione dell’approfondimento Rai in onda per raccontare la vicenda della bomba piazzata da Valter Lavitola. Dopo L’altra Italia, immaginato come l’anti-Piazzapulita chiuso alla terza puntata, e Storie di confine, seconda serata poi trasferita su Raiplay, Monteleone ha la sua prossima occasione per convincere i telespettatori.

Gli insuccessi del passato sono acqua passata: questa stagione, ragiona un dirigente, Monteleone continuerà ad andare in onda, con buona pace dello share. A presidiare il mercoledì sarà invece l’altro innesto meloniano dell’informazione Rai, Roberto Inciocchi: la sua Agorà ha mantenuto ascolti non stellari, ma stabili, e dopo lunghe insistenze dei dirigenti, che volevano portarlo a questo passo già un anno fa, passerà al serale.
Dovrebbe essere il suo il talk più “classico”, mentre Filorosso potrebbe insistere maggiormente sui servizi, come faceva all’inizio Far West di Salvo Sottile. Anche il giornalista siciliano si ritrova di fronte una sfida importante: eredita Ore 14. Due i fronti: mantenere lo share che Milo Infante era riuscito a guadagnarsi dopo anni di lavoro e non superare la linea rossa che trasformerebbe il programma di cronaca nera in un volano per Roberto Vannacci, che sulla (mancanza di) sicurezza sta costruendo le fondamenta della sua campagna elettorale. La mattina di Rai3 è appaltata ad Annalisa Bruchi (Agorà), considerata gradita a Forza Italia, e Giulia De Stefano, che alla governance meloniana non dispiace.
C’è ovviamente il sempiterno Bruno Vespa, fresco di rinnovo di contratto fino al 2028, che con i suoi Cinque minuti tra Tg1 e Affari tuoi è uno dei trait d’union più efficaci tra la comunicazione di palazzo Chigi e la televisione di stato. Resta saldo anche Marco Damilano, sempre più isolato sulle sue posizioni dai Rai3 classica, così come Linea notte, mentre su Rai2 Tg2post si rafforza progressivamente. A Rainews c’è l’incognita Federico Zurzolo: il direttore non è lontano dalla pensione e – seppure la casella è in mano a Forza Italia – potrebbero aprirsi spiragli incontrollati alla all news. Nel dubbio, la dirigenza tiene un occhio anche sugli ospiti delle trasmissioni: hai visto mai che qualcuno dalle poltroncine di via Teulada e Saxa Rubra possa incitare i conduttori a sfidare il controllo sulla linea editoriale.
Le prime serate d’informazione Rai sono una scommessa soprattutto per i nuovi programmi che dovranno guadagnarsi un seguito: al mercoledì Inciocchi non solo è insidiato da Bianca Berlinguer (ex Rai) su Rete4, ma anche da Carlo Conti su Rai1. Il martedì di Monteleone è tradizionalmente terreno di caccia di Giovanni Floris, che la scorsa stagione a La7 ha macinato ascolti a doppia cifra.

A proposito di La7: «Squadra che vince non si cambia» ha promesso Urbano Cairo alla presentazione dei palinsesti di rete a luglio scorso. Effettivamente, l’abitudine sta pagando: lunedì Corrado Augias, poi Dimartedì, giovedì Piazzapulita, venerdì e sabato a cavallo tra informazione e cultura Propaganda e In altre parole di Massimo Gramellini, domenica In onda di Marianna Aprile e Luca Telese contro Report. Alla mattina la concorrenza a Rai3 nel trittico Omnibus-Coffee Break-L’aria che tira.

Resta da vedere se a cambiare atteggiamento rispetto alla rete che negli ultimi anni ha fatto dell’informazione il suo marchio di fabbrica sarà il partito della presidente del Consiglio: Giorgia Meloni l’ha giurata a Corrado Formigli e da anni non accetta inviti dalla trasmissione d’inchiesta. A portarla sulla rete negli ultimi tempi, per un duello a distanza con Elly Schlein è riuscito soltanto Enrico Mentana. Intorno al direttore, il cui contratto è in scadenza – forse definitivamente – a dicembre, continuano a consumarsi voci incrociate che lo danno in uscita in direzione Cnn italiana a firma di Theodore Kyriakou, l’editore greco che comprando Repubblica ha dato uno scossone al mercato italiano. Certo, non sono chiari né la portata dell’incarico, né l’organizzazione pratica del lavoro a cui potrebbe soprintendere l’ultrasettantenne Mentana. C’è ancora chi a via Novaro è convinto si tratti di un gioco al rilancio simile a quello che il direttore ha provocato in altre occasioni con certi post criptici sui suoi canali social: «O si apre per tutti, o posso fare altro» ha detto negli ultimi giorni, accusando la rete di un orientamento eccessivo. A succedergli magari proprio Giovanni Floris, anche se sembra difficile che possa fare la gioia di Monteleone e traslocare dalla prima serata del martedì. Che comunque si fa affollata, vista la discesa in campo di Infante che, dopo essersi lasciato male con viale Mazzini, si è guadagnato l’incarico di sviluppare nuovi format. Quello che avrebbe chiesto invano alla tivù di stato. Nel frattempo, Verità nascoste il martedì su Rete4, programma che potrà spaziare dalla cronaca all’attualità, mentre Ore 11 è in partenza al mattino con il focus sulla cronaca nera.
Ma l’intero palinsesto di Rete4 sembra pronto ad accontentare un pubblico più spostato a destra di La7, anche se paradossalmente l’input “anti-trash” di Pier Silvio Berlusconi potrebbe produrre complessivamente un canale meno estremista. Anche se va tenuto a mente che, contrariamente alle opinioni di sua sorella, Pier Silvio vuole lasciare spazio sulle sue reti anche ai vannacciani, ma la direzione complessiva è un’altra. Certo, è stato Del Debbio a occuparsi per primo di Maranza, ma sia lui che Nicola Porro non raggiungono il populismo estremo di Mario Giordano che qualche anno fa, ai tempi del governo gialloverde, Rete4 proponeva in fascia quotidiana. Altri tempi, ora è una sera soltanto. E poi, Dieci minuti e Quattro di sera, non esattamente baluardi dell’estremismo.

La Rai, in ogni caso, si riserva l’ultimo colpo di scena per febbraio, quando andrà in onda il vero investimento economico e in termini di propaganda, non per forza politica ma sicuramente culturale: il Sanremo di Stefano De Martino.
“È il governo che sta violando le regole di Bruxelles”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Il costituzionalista Roberto Zaccaria, presidente della Rai dal 1998 al 2002, non si mostra stupito dalla mossa di Fratelli d’Italia: “Avevo subito detto che il vero obiettivo dell’offensiva contro Ranucci era Report”.
Come giudica la lettera di FdI alla commissione europea?
Siamo a un clamoroso capovolgimento delle cose. L’Italia non dà applicazione al Freedom Media Act, entrato in vigore ormai da un anno, e loro scrivono alla commissione contro un programma della televisione pubblica, facendo finta di dimenticare che il regolamento europeo tutela l’indipendenza dell’informazione dalla politica. Mentre è evidente che dal governo c’è un continuo tentativo di condizionamento: basti ricordare le dichiarazioni dei giorni scorsi contro Ranucci di Matteo Salvini e Ignazio La Russa.
Nella lettera, i meloniani citano alcuni numeri a riprova della presunta “faziosità” di Report: “Su 404 inchieste esaminate dall’insediamento di questo governo, il 43,5 per cento ha riguardato FdI e la sua leader”.
Queste cifre non significano niente. È naturale che un programma d’inchiesta debba occuparsi di chi è al potere. Per fare un esempio, durante la pandemia, la trasmissione si occupò molto dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza. Il punto resta un altro, ossia che il potere non vuole essere disturbato.
Obiezione: Ranucci non ha favorito questi attacchi frequentando in modo così assiduo Lavitola?
Un giornalista frequenta persone di tutti i tipi. Compresa gente come Lavitola, che peraltro ha sempre gravitato nell’ambito del centrodestra. E comunque ciò che conta è che finora nessuno ha dimostrato il fatto che questo rapporto abbia condizionato il contenuto di qualche servizio di Report. In questo caso, si porrebbe il tema. Ma questo può stabilirlo solo la magistratura, e finora non è accaduto.
Detto questo, ormai sembra scontato che a Ranucci toglieranno la conduzione del programma.
A me non sembra scontato. Ne farebbero un martire.
Non sembra una preoccupazione primaria, per FdI…
Io penso che chi amministra l’informazione pubblica debba sempre tutelare i giornalisti e chi fa inchieste. Questo è ciò che ho fatto da presidente della Rai.
Ha sentito Ranucci in questi giorni?
Mi ha mandato un messaggio dopo una mia intervista a Repubblica. Io non ho bisogno di sentire le persone che difendo, per prendere posizione.
A dieci anni dal sisma in Centro Italia la prevenzione resta un nodo irrisolto

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Sono passati dieci anni e Amatrice, come tanti altri paesi dell’Italia centrale colpiti dalla lunga sequenza sismica del 2016, sta ancora lottando per risorgere. Le immagini di quei giorni dovrebbero essere un monito per il futuro, perché il nostro è un Paese a rischio sismico elevato, ma è anche il territorio di normative antisismiche all’avanguardia non sempre applicate. L’Italia, rispetto ad altri Paesi sismici, ha una frequenza di eventi a magnitudo catastrofica più bassa, ma, per terremoti di media intensità, presenta sempre un conto molto salato nel numero di vittime, di danni al patrimonio edilizio, di conseguenze sociali post-sisma. Non siamo certamente il Paese dei grandi sismi, ma siamo sicuramente quello in cui molti terremoti fanno troppe vittime.
Perché non riusciamo a limitare i danni dei terremoti, visto che siamo certi che prima o poi accadranno? Cosa possiamo fare concretamente e culturalmente perché tutta questa distruzione resti solo un ricordo di errori passati? Un anniversario come questo serve non solo a ricordare chi non c’è più, ma anche a rammentare la nostra stupida inettitudine di fronte al rischio naturale, a renderci consapevoli di tutto quello che non abbiamo fatto. Sperando, un giorno, di essere capaci di farlo.
Il 24 agosto 2016, alle ore 3.36, con un terremoto di magnitudo 6.0 nei pressi di Amatrice, prende il via quella che l’Ingv definirà la sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso, che durerà fino alla fine dell’anno e interesserà 140 comuni e circa 600 mila persone. L’epicentro è tra Accumoli e Arquata del Tronto, due comuni distanti pochi chilometri tra Lazio e Marche. Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto vengono devastati. Pescara del Tronto, frazione di Arquata, viene praticamente rasa al suolo. Sotto le macerie restano 299 vittime: 237 ad Amatrice, 51 ad Arquata (quasi tutte nella frazione di Pescara) e 11 ad Accumoli. In sostanza il centro storico di Amatrice è interamente collassato. Era formato da edifici in muratura e non in cemento, sui quali spesso si è intervenuti nel tempo più con riparazioni che con veri e propri adeguamenti (4.333 edifici danneggiati su un totale di 5.500 – 5.700, secondo Istat, ovvero il 77,4%). Ma perché questo tipo di edifici crolla e soprattutto perché alcuni crollano e alcuni no?
Dove è stato possibile identificare un fattore che ha provocato il danneggiamento, per quasi un terzo delle case non in cemento armato, ma in muratura tradizionale, la causa della distruzione è stata la scarsa qualità della manifattura dell’edifico. Ma in altri casi si tratta anche di risparmio sui materiali o sugli interventi edilizi da parte di chi li ha realizzati. Un’altra ragione individuata è la commistione tra tecniche edilizie non conformi le une alle altre, elemento che determina delle discontinuità nella struttura degli edifici. Una casa in pietra in cui si instaurano elementi di cemento, ad esempio. E le discontinuità strutturali sono uno degli elementi più distruttivi in caso di evento sismico.
C’è poi un terzo elemento cruciale: i “nodi” degli edifici spesso non sono appropriati. Le connessioni tra le pareti di un edificio e tra i solai e le strutture portanti spesso non svolgono la loro funzione, né di supporto né di scarico dell’energia. Infine c’è la geologia, il cosiddetto effetto-sito: i terreni su cui era stato costruito l’antico centro storico di Amatrice sono terreni recenti dal punto di vista geologico, poco coerenti e suscettibili proprio di amplificare l’effetto delle onde sismiche.
Tutto questo non è una novità, ma in Italia si considera l’emergenza come la fase nella quale ovviare a tutti i problemi non affrontati in pianificazione e prevenzione. Rispetto ai fenomeni naturali, e in particolare ai terremoti, l’approccio del nostro Paese è puramente emergenziale. Abbiamo per fortuna una Protezione Civile tra le migliori al mondo e, paradossalmente, normative antisismiche, definite da oltre 50 anni, che prevederebbero un approccio attento ai rischi del patrimonio edilizio. Ma per quanto riguarda gli sforzi concreti verso la prevenzione, manca a livello strutturale la volontà di migliorare le condizioni del nostro Paese. Non è una questione solamente politica, è una questione culturale.
Perciò i terremoti degli ultimi 60 anni ci sono costati, tra assistenza e ricostruzione, 135 miliardi di euro, dei quali 50 miliardi solo per il terremoto dell’Irpinia (1980): non abbiamo accettato culturalmente di essere un Paese a rischio naturale elevato e contiamo più sul fato che sulla scienza. Così spendiamo oltre due miliardi di euro all’anno per gestire il post terremoto. Le stime per l’adeguamento sismico, che riguarderebbe 22 milioni di italiani, parlano di 5-7 miliardi di euro all’anno. Costerebbe di più, certo, ma negli ultimi 60 anni i morti dovuti al terremoto sono stati almeno 5 mila. Che costo possiamo dare a queste vittime? Che prezzo ha la vita?
In qualche luogo, per fortuna, questa lezione è stata appresa. Norcia è stata vittima di una seconda scossa nell’ottobre 2016, molto più devastante di quella di Amatrice (M 6,5 Richter), inoltre con l’ipocentro a bassa profondità proprio sotto la cittadina. Poteva essere un altro disastro, invece nessuna vittima, nessun ferito e danni circoscritti soprattutto al patrimonio monumentale. Perché dopo il terremoto del settembre 1979 la ricostruzione era stata fatta ad arte, non permettendo alcuna concessione ad appetiti speculativi e controllando maniacalmente spese e modalità di ristrutturazione. Norcia è l’esempio da seguire, Amatrice quello da ricordare con timore.
Dopo tutti i disastri di questi anni, oggi possiamo auspicare che il nostro Paese raggiunga una consapevolezza profonda del rischio cui siamo esposti e soprattutto a come siamo mal preparati ad affrontarlo. In particolare, che un giorno le nostre istituzioni propongano la redazione di un articolo zero della Costituzione, un articolo che viene prima della definizione democratica del Paese, prima ancora di stabilire a chi compete la sovranità. Un articolo zero che declami senza alcuna forma di ambiguità: l’Italia è un paese fondato su un terreno geologicamente instabile. È diritto e dovere del popolo avere una casa sicura, adatta ad affrontare (quasi) ogni evento naturale.
E dato che ci riempiamo spesso la bocca di buone intenzioni, che durante le commemorazioni diventano parole del tipo «non è il momento per le polemiche, adesso è solo il momento per il ricordo delle vittime», ora che sono passati dieci anni, è venuto il momento di passare ai fatti e comportarsi come scienza comanda.

(ANNA FOA – lastampa.it) – Le elezioni politiche in Israele si terranno, pare, il 27 ottobre prossimo. Poco più di due mesi, già segnati da un’intensa campagna elettorale. La domanda essenziale è se Israele riuscirà o meno a liberarsi di Netanyahu, e con lui del suo governo di fanatici razzisti e suprematisti. Ma anche il tipo di governo che uscirà fuori dalle elezioni, in caso di sconfitta di Bibi, non è ininfluente. È evidente che il peso dell’opposizione dei democratici di Yair Golan e dei partiti arabi sarà determinante sulle scelte politiche di un eventuale nuovo governo, qualunque esso sia. Qui contano i numeri dei seggi, conta chi andrà a votare, e se i palestinesi cittadini di Israele, più di due milioni, sceglieranno in massa la strada della battaglia elettorale o la considereranno inutile e preferiranno, disgraziatamente, limitare la loro partecipazione al voto. Di qui, la consapevolezza, diffusa nel Paese, del ruolo essenziale del voto palestinese e della necessità di arrivare ad accordi elettorali fra i partiti ebraici e quelli arabi.
In Israele i palestinesi cittadini (non quindi quelli dei territori occupati e nemmeno quelli di Gerusalemme Est, giuridicamente “residenti”), godono fin dalla nascita dello Stato dell’elettorato attivo e passivo. I principali partiti arabi sono quattro, solo due dei quali rappresentati in parlamento con 10 seggi complessivi. In alcune fasi della storia politica recente si sono presentati uniti, in altre separatamente. Pochi giorni fa, tre di loro, Hadash, Ta’al e Balad, hanno raggiunto un accordo per presentarsi in una lista congiunta alle elezioni.
Ma la vera novità di questi giorni è la formazione di liste unite arabo-ebraiche. Così il laburista Avraham Burg, già presidente della Knesset e già presidente ad interim dello Stato, arrivato negli ultimi dieci anni a sostenere posizioni di radicale opposizione al governo, si è candidato nelle liste del nuovo partito arabo-ebraico Makom lekulam (un posto per tutti) fondato dai due leader del movimento Standing together, Alon-Lee Green (ebreo) e Roula Daoud (palestinese con cittadinanza israeliana), una lista però a rischio di non superare la soglia di sbarramento elettorale del 3,25%.
E ancora, un’importante novità, in grado se realizzata di cambiare le carte in tavola per il voto di ottobre, legittimando il voto ai partiti arabi, è la possibile entrata nel partito arabo di Mansur Abbas Ra’am (un partito che ha appoggiato nel 2021 il governo di Bennet e di Lapid e che ha rotto ogni rapporto con i Fratelli Musulmani) di una personalità ebraica importante come Joav Segalovitz, già viceministro della Sicurezza, parlamentare del partito di Yair Lapid (Jesh Atid), che potrebbe in caso di sconfitta di Netanyahu sostituire Ben Gvir come ministro della Sicurezza nazionale. Si tratta di una strada, questa dell’alleanza con i partiti arabi, che trova forti resistenze anche nei partiti di opposizione a Netanyahu, e non solo quelli di destra, ma anche fra i democratici di Yair Golan e nel partito di centro di Gadi Eisenkot, dato per favorito nella competizione elettorale, che recentemente si è espresso, forse per ragioni elettorali, contro la creazione di uno Stato palestinese e la collaborazione con i partiti arabi. Come ha detto di lui lo scrittore israeliano Assaf Gavron nella bella intervista rilasciata a Fabiana Magrì e pubblicata ieri su questo giornale, «È onesto, non è corrotto, non pensa soltanto a se stesso e vuole davvero ricucire la società. Ma non voterò per lui perché ha dichiarato che non formerà un governo con i partiti arabi. Per me è assurdo: continuare a parlarne come se gli arabi non fossero politicamente legittimati non fa che rafforzare proprio quell’idea».
In un Paese in cui un ministro proclama apertamente il proposito di uccidere trenta o quaranta palestinesi al giorno perché non meritevoli di vivere, la scelta di Segalovitz, se portata avanti, rappresenterebbe il rifiuto più evidente e concreto del razzismo antiarabo di cui molta parte dei cittadini è partecipeo. Molta parte, ma non certo tutti.
L’avvio di formazioni miste ebraico-palestinesi non cambia soltanto i giochi elettorali, ma incide sul razzismo che ha contribuito in questi anni alla distruzione di Gaza e alimentato l’apartheid ormai dilagante in Cisgiordania. Cambiare paure e mentalità è più difficile ancora che cambiare governo. La collaborazione con gli arabi toglierebbe al razzismo l’alibi della paura.
I veri razzisti potrebbero infine essere contati e forse si scoprirebbe non solo che sono meno di quello che si pensa ma anche che possono essere sconfitti. Per ora alle elezioni, ma poi anche nella vita quotidiana, nelle scuole, nella cultura e nel dialogo. Sarebbe una sconfitta dell’odio e un vero avvio al processo di costruzione della pace.

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Viene amaramente da sorridere a rileggere, oggi, i verbali della riunione congiunta del Comitato tecnico-scientifico per l’archeologia, le belle arti e il paesaggio con il Comitato tecnico-scientifico per i musei e la valorizzazione nella quale, sei mesi fa, abbiamo dato parere unanimamente ed entusiasticamente positivo per l’acquisto pubblico della tavola di Antonello da Messina che oggi è esposta al Meeting di Comunione e Liberazione. In quella occasione discutemmo a lungo di quale fosse la destinazione migliore da suggerire al ministero. Leggo nel verbale che “il professor Montanari, preso atto delle difficoltà di tipo istituzionale che presenta una destinazione alla Sicilia autonoma, sottolinea che Capodimonte sarebbe la sede naturale, da un punto di vista storico-artistico. Ma avanza anche il suggerimento di considerare gli Uffizi, nella loro veste non di collezione medicea, ma in quella di grande museo nazionale per eccellenza, di museo che contiene la narrazione filata della vicenda artistica italiana al livello più alto, narrazione dove Antonello è rappresentato da un’opera importante ma in pessime condizioni”. E mi passa del tutto la voglia di sorridere. L’acquisto di questa opera straordinaria, benché fatto al pieno prezzo di mercato in vista di un’asta internazionale, era sacrosanto. Ma la nullità culturale di questo ministro della Cultura, il livello infimo di questo governo e l’eterna servile sottomissione dell’alta dirigenza ministeriale del Collegio romano riescono a trasformare anche la migliore delle idee in un clamoroso disastro etico e scientifico. Così che oggi, dopo il furto scellerato di Messina e il prestito abietto a Comunione e Liberazione, mi viene perfino da chiedermi se quella meravigliosa tavoletta non avrebbe avuto vita più sicura e dignitosa in un grande museo di un Paese civile: più civile di questo, se non altro. È un pensiero terrificante, me ne rendo conto. Ma devo dire che più passano gli anni più capisco il pessimismo disperato di Federico Zeri circa la possibilità che la decaduta e desolante Italia politica di oggi riesca a essere all’altezza della sua storia artistica vertiginosa.
[…]
Non appena l’Antonello è arrivato in Italia tutto è andato nel peggiore dei modi. Prima la decisione del ministro Giuli di destinarlo all’Aquila: cioè in un contesto storico e artistico che nulla ha che fare con Antonello. Una decisione ispirata a non so quale demagogia culturale ridotta a un livello circense, condizionata dagli equilibri politici abruzzesi: una cosa che nemmeno nella più spinta parodia avremmo potuto immaginare. E qua si deve porre un problema strutturale: come è possibile che sia il ministro a decidere in quale museo destinare un’opera d’arte? È una decisione ovviamente scientifica, come dimostra il fatto che il parere compete al comitato nel quale anche io siedo. Parere che Giuli ha bellamente ignorato, sostituendo alla scienza la politica: la peggiore politica. Poi, di male in peggio, l’opera è stata esibita al Senato della Repubblica, secondo una prassi orrendamente inaugurata dalla destra di governo con il crocifisso falsamente attribuito a Michelangelo (in quel caso fu a Montecitorio, Fini presidente). Le fotografie di Ignazio Benito La Russa accanto ad Antonello da Messina avrebbero fatto rivoltare lo stomaco perfino a Giuseppe Bottai: altro che Marcinelle, idealmente in quel momento gli hanno dato le spalle generazioni e generazioni di storici dell’arte e funzionari integerrimi di un patrimonio culturale non inteso come trofeo del potere, ma come strumento di liberazione collettiva dalle piccole logiche contingenti della vita italiana. Infine, l’apoteosi di questi giorni: l’opera esposta da sola – come una reliquia, un feticcio, un corpo santo – alla fiera di Comunione e Liberazione. Cioè regalata a quella parte del mondo cattolico che ha banchettato nel modo più incestuoso con la destra, in una deriva di potere, vantaggi personali, affari e torbidi intrecci, che per anni è riuscita calpestare insieme il Vangelo e la Costituzione. Un regalo culturalmente e costituzionalmente blasfemo. Perché il patrimonio storico e artistico della nazione è di tutte e tutti: cattolici (anche quelli che, come me, esecrano Cl…), musulmani, ebrei, valdesi, buddisti… e, vivaddio, laici, agnostici, atei. E dunque non può essere tolto da un museo (ancorché il museo sbagliato) per impreziosire manifestazioni religiose. E perché il patrimonio è appunto della nazione, non del governo pro tempore che dovrebbe servirla (e non servirsene): e dunque nessun governo può usare i capolavori comprati con i sudati soldi delle tasse degli italiani per stringere o rinforzare alleanze politiche. Se le cose vanno avanti così, rischia che il governo faccia ad Antonello ancora più danni dei ladri di Messina. Danni morali: e, se continua a mandarlo in giro in modo così dissennato, speriamo non anche danni materiali.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Testa (si fa per dire). “Da Travaglio parole inaccettabili su Falcone. Chiedo alla presidente dei Premi Internazionali Flaiano, Carla Tiboni, di valutare l’immediata revoca del premio assegnato a Marco Travaglio” (Guerino Testa, deputato FdI, 17.8). “Oggi il cretino è pieno di idee” (Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, 1973).
Che bel vedovo. “Cinque mesi dopo, la ‘maledizione del No’ ha colpito più i vincitori che i vinti” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 18.8). Tranquillo, ragioniere, hai perso: elabora il lutto e fattene una ragione.
[…]
Tangenti semoventi. “La corruzione sfiora Zelensky: indaga la sua fedelissima” (Repubblica, 20.8). “Corruzione, assedio a Zelensky” (Giornale, 20.8). Si sa com’è fatta questa corruzione: se ne va a zonzo da sola, sfiorando e assediando gente a caso.
Maestri di giornalismo/1. “Marco e Sigfrido, non nominate Falcone invano” (Attilio Bolzoni, Domani, 19.8). Se no?
Maestri di giornalismo/2. “Nell’era dei giornalisti-personaggio, che sistematicamente mettono se stessi davanti alle notizie, Bolzoni ricorda cos’è, davvero, questo mestiere. E perché non è per tutti” (Fabio Tonacci, Instagram, 19.8). Ma solo per gli iscritti all’Albo dei Tonacci.
Minolity Report. “Sigfrido? Verosimile che sapesse tutto. Il metodo Report? Quattro pesi e una misura. Mi ricorda Mani Pulite con Di Pietro” (Giovanni Minoli, Giornale, 18.8). Non ci sono più quei bei conduttori imparziali della Rai che facevano gli spot elettorali a Craxi col garofano all’occhiello.
Quartapalla. “Conte parla di redistribuzione? Visto il ripensamento sul woke, mi sarebbe piaciuto anche quello sulla più grande redistribuzione negativa della ricchezza degli ultimi trent’anni: il Superbonus” (Lia Quartapelle, deputata Pd dal 2013, Foglio, 22.8). Ma il Superbonus votato nel 2020 (governo Conte 2) e prorogato nel 2021 (governo Draghi) da tutti i parlamentari del Pd, inclusa la Quartapelle, o un altro?
Collusioni. “Noto il rapporto tossico tra certe toghe e Ranucci” (Felice Giuffré, membro laico del Csm in quota FdI, Giornale, 22.8). Vergogna: un giornalista colluso con la giustizia.
Poltrona. “Salvo Sottile: ‘Ranucci incollato alla sua poltrona. Un passo indietro per tutelare la Rai’” (Giornale, 17.8). “Sigfrido s’imbullona alla poltrona e sfida la Rai” (Libero, 20.8). Funziona così. Lavitola ti mette una bomba sotto casa, la destra vuole completare l’opera facendoti fuori dalla Rai e la colpa è tua perché non te ne vai da solo.
L’esperto. “Marco Travaglio è un pluripregiudicato” (Claudio Martelli, Foglio, 21.8). In effetti ho una multa da mille euro a Previti per un taglio redazionale a un mio articolo sull’Espresso. Martelli invece è stato condannato a 8 mesi definitivi per la maxitangente Enimont (500 milioni di lire da Carlo Sama in uno zainetto) e si è salvato per prescrizione in Cassazione dopo una condanna in primo grado e tre in appello risarcendo 800 milioni di lire nel processo per concorso nella bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano sulla megatangente Eni-P2 di 7 milioni di dollari al Psi sul conto svizzero “Protezione”. E ancora parla.
Ruttolini. “Oggi il pezzo del Travagliato in difesa di Ranucci è l’apoteosi dell’amichettismo: sei sempre santo anche di fronte all’evidenza se sei mio amico e indossi la mia stessa casacca. Zelensky invece è già al patibolo… Ricorda la ‘mandragata’ solo che lì era in palio una corsa all’ippodromo di Capannelle mentre nella testa della banda del buco la corsa era a Palazzo Chigi. Finirà a tarallucci e vino dando l’immagine di un paese che è passato dal Goldoni al rapper Vomito. Un rutto ci seppellirà” (Augusto Minzolini, X, 20.8). A parte il fatto che il film Febbre da cavallo è ambientato a Tor di Valle (non a Capannelle) e la “mandragata” si chiama “mandrakata”, per indossare la casacca di Minzolini bisogna almeno pagarsi 65 mila euro di spese personali con la carta di credito della Rai e meritarsi una condanna definitiva a 2 anni e mezzo per peculato.
Disinformato sui fatti. “Per dirne una, nel 2014 l’ex pm Ingroia, appena dimessosi dalla magistratura, guidò la lista Azione Civile alle elezioni europee alle elezioni europee, ottenendo il 3,3% dei voti” (Luigi Manconi, Repubblica, 22.8). Per dirne una, Azione Civile di Ingroia non si presentò alle Europee del 2014, ma confluì nella lista “L’altra Europa con Tsipras”, che ottenne il 4,03%. Si era invece presentata come Rivoluzione civile alle Politiche del 2013, ottenendo il 2,25% alla Camera e l’1.79 al Senato. Ne avesse azzeccata una.
Frequentazioni. “Con quelle frequentazioni, Ranucci non può paragonarsi a Falcone” (Chiara Colosimo, presidente FdI commissione Antimafia, Giornale, 19.8). Non ha neppure una foto languida con Luigi Ciavardini.
[…]
Mannaggia. “De Pasquale lascia la toga, resta il peso del caso Eni” (Tiziana Maiolo, Dubbio, 22.8). Infatti è stato assolto.
Ha stato Putin. “Per l’esplosione a Colleferro la pista del sabotaggio russo” (Repubblica, 17.8). “Crosetto: Colleferro? Non risulta intervento russo” (Sole 24 ore, 18.8). E pazienza, dài, è andata così.
Il titolo della settimana/1. “Sisto: ‘Tossicodipendenti in comunità: caro Gratteri, non è un indulto mascherato’” (Dubbio, 22.8). Infatti si vede benissimo a occhio nudo.
Il titolo della settimana/2. “Sondaggio promuove Salvini: il 93% degli elettori è con lui” (Libero, 20.8). Ma non dice quanti ne sono rimasti.
Il titolo della settimana/3. “Tajani: ‘La politica deve stare fuori dalle scelte delle banche’” (Messaggero, 21.8). A parte Mediolanum.
Il titolo della settimana/4. “Ranucci fa pure la vittima” (Verità, 20.8). Manco gli avessero fatto esplodere una bomba sotto casa.
(di Denis Grigorescu, Claudia Lee, Francesca Battaglia, Alfie Neville-Jones – the-sun.com) – Uno SPIETATO regime di sgherri del KGB ed eserciti privati potrebbe prendere il potere dopo la fine del regno di Vladimir Putin, hanno avvertito gli analisti militari.
Dopo decenni di controllo, è probabile che il dittatore lasci il caos dietro di sé, mentre diversi clan all’interno dell’élite del Cremlino «si faranno la guerra civile» in una spietata corsa al trono.
L’analista della guerra in Ucraina Jason Smart ha dichiarato a The Sun: «C’è un’altissima probabilità che scoppi una guerra civile tra i vertici dell’élite.
«Tra chi fa parte delle strutture dell’intelligence e chi appartiene all’esercito, e tra chi dispone dei propri eserciti privati e i veterani.
«Tutti questi diversi gruppi sono diametralmente opposti gli uni agli altri. Non lavoreranno insieme».
John Lough, primo rappresentante della Nato con sede a Mosca, ha affermato che la Russia sarà presto alla ricerca di nuovi leader, in un clima di crescente «aspettativa di cambiamento».
Ha dichiarato a The Sun: «Per un leader nella posizione di Putin, in qualsiasi sistema di questo tipo, è un momento pericoloso.
«Gli analisti ritengono che Putin stia cercando di trasferire il potere ai suoi fedelissimi, lasciandosi così spazio per occuparsi di responsabilità strategiche più ampie.
«Ma quasi certamente comincerà a perdere il controllo».
In attesa dietro le quinte c’è una spietata coalizione di funzionari dei servizi segreti ed eserciti privati, ha detto John.
Nonostante gli sforzi di Putin per controllare il proprio passaggio di potere, è improbabile che la transizione avvenga senza scosse.
Julian Waller, professore di studi russi alla George Washington University, ha dichiarato: «Non sappiamo come Putin uscirà di scena. Potrebbe morire improvvisamente, spegnersi a causa di una malattia o della vecchiaia, oppure potrebbe subire un colpo di Stato.
«Qualunque cosa accada, Putin ha insistito con estrema fermezza sulla necessità di impedire che venga designato un erede.
«Potrebbe diventare una minaccia, una fonte alternativa di potere, qualcuno attorno al quale le élite subordinate potrebbero stringersi.
«Quindi, al momento, non esiste un successore evidente: il campo è aperto».
E mentre Putin diventa «sempre più fuori dalla realtà», i clan dell’élite russa stanno valutando quale posto occupare nel regime post-Putin.
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha fatto schizzare alle stelle i costi della difesa del Paese, che nel 2025 hanno raggiunto 15,5 trilioni di rubli (£144 miliardi).
Di fronte al collasso economico, Putin si è rivolto ai miliardari russi affinché mantenessero a galla, con ingenti donazioni, un’economia devastata dalla guerra.
Ma le persone più vicine a Putin stanno silenziosamente trasferendo all’estero miliardi di dollari, rompendo i ranghi per prepararsi a una nuova Russia.
Anche i militari si stanno rivoltando contro il leader del Cremlino, sempre più disperato nel tentativo di sconfiggere l’Ucraina, spesso a spese delle proprie truppe.
Circa 1,2 milioni di soldati russi sono stati uccisi, feriti o risultano dispersi da quando Putin ha ordinato la sua invasione illegale dell’Ucraina oltre quattro anni fa.
E mentre Putin affronta perdite devastanti sul fronte, l’Ucraina ha portato la guerra del tiranno fin sulla soglia di casa sua.
Kyiv ha trascorso settimane a martellare i depositi petroliferi con droni all’avanguardia, prima di spostare il mirino su una serie di attacchi che hanno paralizzato la più grande piattaforma di e-commerce del regime.
Di fronte a una frustrazione crescente da ogni parte, Putin è sottoposto a una «pressione incredibile».
Jason ha dichiarato: «Deve mantenere soddisfatte le élite, coloro che sono a capo delle strutture di sicurezza.
«Ma sono proprio quelle persone quelle di cui dovrebbe avere più paura, perché possono agire per sostituirlo se decidono che non vale più la pena tenerlo al suo posto».
Secondo gli esperti, i successori più probabili di Putin saranno il Servizio di sicurezza federale (FSB) — l’ex KGB — oppure l’esercito.
Da quando è salito al potere, il leader del Cremlino si è affidato sempre più all’FSB per controllare le élite e la popolazione.
Dall’inizio del 2026, i poteri dei servizi di sicurezza sono stati ampliati drasticamente.
Secondo fonti citate da Bloomberg, l’élite russa teme che l’FSB stia «sfuggendo al controllo», mentre il presidente utilizza l’agenzia per mantenere il proprio potere.
L’esplosione di una bomba nell’esclusivo ristorante Balzi Rossi di Mosca il 1° agosto ha probabilmente consolidato la sua posizione, mentre il Cremlino era scosso dalla falla nella sicurezza, ha aggiunto la fonte.
Il tenente generale Igor Yerusalimov, 53 anni, alto comandante russo, sarebbe stato una delle cinque persone uccise nell’attacco che ha preso di mira la sontuosa festa del colonnello generale Alexander Chayko.
Quest’ultimo è rimasto illeso, ma la stampa russa ha riferito che sua figlia è rimasta ferita nell’esplosione.
Mentre le tensioni sul trasferimento del potere cominciano a divampare, la Russia deve prepararsi a un periodo di sanguinose lotte intestine, con diverse fazioni impegnate a contendersi il controllo.
Jason ha dichiarato: «Ci sono sempre più segnali del fatto che coloro che sono a capo dei servizi di intelligence comprendano di dover agire adesso per consolidare il potere.
«Per assicurarsi che nessun altro riesca a inserirsi e che siano loro a mantenere il controllo della Russia.
«Guardate cosa abbiamo visto nell’esercito russo. Negli ultimi anni sono stati arrestati circa 17 generali».
Dal 2024, numerosi vertici militari russi sono stati arrestati in casi sospetti di frode, corruzione e tangenti.
Jason ha dichiarato: «Chi è che dà loro la caccia? Chi li persegue? Ebbene, sono le persone provenienti dall’FSB.
«La storia russa ci dimostra che l’élite della Russia farà qualsiasi cosa per preservare il proprio clan e i suoi interessi».
Quando l’ex dittatore russo Joseph Stalin morì nel marzo 1953, i suoi principali vice formarono una tesa «leadership collettiva».
L’alleanza temporanea fu ferocemente brutale, alimentata da una lotta per il potere dalla posta in gioco altissima.
Ciascun membro era terrorizzato dall’idea che un altro potesse impadronirsi del controllo assoluto.
Nel giro di tre mesi, i vertici militari cospirarono contro il membro più temuto della coalizione, Lavrentiy Beria, che fu arrestato e giustiziato con un improvviso colpo di Stato.
Jason ha dichiarato: «Quando si prende il potere in una dittatura o dopo una dittatura, la fase più pericolosa è quella in cui le persone cercano di mettere in discussione la tua autorità.
«In questo momento ci sono diverse lotte di potere pronte a esplodere sulla questione di chi assumerà la guida della Russia».
Ma l’imminente lotta per il potere in Russia potrebbe anche tradursi in un improvviso cambiamento della politica estera.
Ha dichiarato: «Chiunque arrivi al potere dopo Putin dovrà fare i conti con un Paese lacerato, con un’élite pronta a scatenare una guerra civile contro le altre componenti dell’élite per consolidare il potere.
«Se tutti cercano di saccheggiare il Paese, se tutti cercano di estrometterti dal potere, allora hai bisogno di quei soldati.
«E ne hai bisogno a Mosca, non nel Donbas. Ti servono lì per poter proteggere il tuo regime.
«Chiunque arrivi al potere dopo Putin sarà con ogni probabilità disposto a sacrificare la guerra in Ucraina pur di conservare il proprio potere».
Sono rimasti in pochi i sinceri negazionisti climatici, infarciti di scemenze e ignoranti in assoluta buona fede.

(di Massimo Marino – eco-ecoblog.blogspot.com) – Resta ancora qualche imbroglione, che per scrivere qualcosa su un giornale destrorso fa finta di niente e non vede ne lo sterminio di anziani, ne boschi e foreste che bruciano, né le amate centrali nucleare fermate perché l’acqua è troppo calda e le meduse intasano i filtri degli impianti di raffreddamento, né i fiumi trasformati in paludi mefitiche, né le cime dei ghiacciai nude e spelacchiate. Figuriamoci se gli interessa che abbiamo superato i 430 ppm di CO2 ( quando ero un ragazzotto nel ’68 erano 320 ), oppure che come Italia abbiamo il penoso record nel mondo di auto per abitante ( circa 70 su 100 abitanti) ma entro alcuni anni avremo meno km di metropolitane per km2 del Bangladesh.
Niente da stupirsi se i padroni del mondo, (petrolio e gas, automotive, finanza, assicurazioni, armamenti, costruttori e cementificatori ) siano disposti a tutto pur di impedire, ancora per qualche decennio, di avviare una transizione planetaria che garantisca un futuro al pianeta nella seconda metà del secolo.
Alcuni anni fa mi convinsi che la battaglia culturale contro i negazionisti era solo una grande e inutile perdita di tempo, una trappola per sviare l’attenzione dai distruttori del pianeta che continuano a fare i loro sacrosanti maledetti affari e ci propongono una bella battaglia ideologica fra i realisti che difenderebbero l’economia e garantirebbero il lavoro ( oltre ai loro sacrosanti dividendi miliardari) e i catastrofisti dell’ambiente che propinerebbero irresponsabili ideologie ecologiste. Come sempre il modo migliore per arenare un serio terreno di scontro sociale, politico e culturale è quello di aggirare gli argomenti e le ragioni, inventare due poli e scatenare la battaglia delle curve da stadio o come quella fra i galli da combattimento che finisce con piume che svolazzano da tutte le parti mentre lo scommettitore se la svigna con il malloppo.
Otto anni fa la quindicenne Greta Thumberg, ragazzina anomala e irregolare, riuscì nel miracolo che nessun partito ne verde né di altro colore era stato in grado di fare, indicando all’attenzione del mondo e non solo alle giovani generazioni, la grave responsabilità che Istituzioni internazionali, Governi e Partiti avevano ( senza grandi differenze fra loro) nel permettere che una manciata di multinazionali e di autarchi straricchi e fuori di testa potessero trascinarci alla distruzione del pianeta e di tutti coloro che lo abitano nel giro di qualche decennio. Friday for Future e altre decine di sigle non tutte note e attendibili, con giovani leader nella scia di Greta, rilanciarono l’abc della protesta ambientalista, portarono milioni e milioni di persone in piazza in centinaia di manifestazioni e appuntamenti. L’onda verde coinvolse l’intero pianeta, dai paesi africani alle metropoli dell’occidente, dall’ONU alle COP. Nel 2022 Greta Thumberg pubblicò The Climate Book, un volume di 464 pagine contenente parecchi suoi interventi su diversi aspetti della crisi ambientale e varie decine di ottimi contributi dei principali esperti e scienziati di diverse zone del pianeta. Mi sembra umanamente il massimo che poteva fare e lo ha fatto con grande impegno.
La nostra casa è in fiamme … Non abbiamo un pianeta B … Come osate ? .. ( rivolto ai potenti del mondo e alle loro parole vuote ). Milioni di persone si riconobbero in queste rabbiose e sincere urla di protesta di una ragazzina. Ma il movimento non trovò gli interlocutori capaci di trasformare la protesta in concreti obiettivi in grado di combattere quelle istituzioni e quei gruppi di potere che facevano da muro per impedire una conversione planetaria dell’intero pianeta nel nuovo secolo che avanza. Dal 2022 i potenti che governano il mondo, con poche defezioni, capirono che non potevano permettere di essere messi da parte e si misero ad organizzare l’armata che attraverso tutti gli strumenti possibili ( media, contaballe, lobbisti, corruzione, repressione e violenza ) imponesse la loro sopravvivenza, almeno per qualche decina di anni, il tempo di arrivare miliardari e felici al camposanto, con un parola d’ordine semplice: va tutto bene così, non c’è nulla da cambiare, non ce ne andremo mai..
I consumi finali lordi di Energia nel 2025 in Europa (EU) sono stati pari a circa 115 Mtep ( milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) quasi costanti da alcuni anni e in lentissima discesa, almeno fino al 2030 nelle previsioni, rispetto ai 133 Mtep del 2010. Non è vero che i consumi energetici hanno continuato e continuano a salire, è solo un modo per ingarbugliare le carte che poi i numeri a consuntivo non avallano. Secondo il PNIEC del 2019 ( Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima ) tutti gli Stati europei dovrebbero definire propri obiettivi su 5 assi ( decarbonizzazione, efficienza energetica, sviluppo del mercato interno dell’energia, ricerca e innovazione, competitività). L’obiettivo finale al 2030 sarebbe prima di tutto quello di garantire per l’Europa il proprio contributo alla riduzione delle emissioni di climalteranti ( di fatto CO2 e metano compreso il carbone residuo) e di raggiungere circa il 40% di rinnovabili nella produzione energetica lorda totale ( corretto di recente al 42,5%) nel 2030. Poiché nel 2025 si è appena superato il 26% è praticamente impossibile che in meno di 5 anni si possa recuperare almeno in parte significativa i 16 pp ( punti percento) per mantenere l’impegno. Considerato che l’Europa sarebbe una delle aree del pianeta più virtuose, tanto più dopo la svolta nefasta data dalla seconda amministrazione Trump agli USA, gli effetti devastanti sul clima di almeno due guerre regionali di grande impatto, la evidente accelerazione della crisi climatica al di là delle previsioni in alcune aree come il bacino del mediterraneo e l’aumento esponenziale di incendi di grande dimensione nel centro-sud Europa, nell’ovest degli USA e in Brasile, in India e Tailandia, tutti gli obiettivi, più o meno validi ed efficaci, che ci siamo dati negli ultimi 30 anni , dalla COP1 di Berlino nel 1995 alla COP 30 di Belem del novembre 2025 sono andati in pezzi. Per quanto continuino a raccontarci la favola che i veri inquinatori sono Cina e India, dove in realtà i consumi pro capite sono molto più bassi di quelli altissimi degli USA seguita da vari paesi occidentali, gli eventi climatici degli ultimi tre mesi sono le avvisaglie di quanto ci aspetta non avendo fermato il modello energetico ereditato dal secolo scorso in tutto l’Occidente.
Mario Tozzi e Luca Mercalli ci hanno rovinato il ferragosto sostenendo che nel prossimo decennio rimpiangeremo il clima di questi tre mesi infernali. Lasciamo perdere i negazionisti e chiariamoci le idee sugli obiettivi che sono praticabili punto per punto, su chi sono i nostri veri nemici e come combatterli, come riportare la battaglia per il clima e la sopravvivenza del pianeta al centro dell’attenzione e dell’impegno.
Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il pessimo record dell’immobilismo sulle rinnovabili. Fermi al 48% di rinnovabili sul totale di produzione elettrica, pressoché un caso unico in Europa. Istallati solo 7,2 GW di nuove rinnovabili, con il fotovoltaico che ha un po’ compensato la crisi dell’idroelettrico in flessione per siccità e scarse piogge e l’eolico demonizzato da frange sociali minoritarie, più o meno spontanee, che non sapendo cosa è una centrale nucleare o a carbone o a olio combustibile sostengono che pale eoliche e campi fotovoltaici disturbano il paesaggio, l’agricoltura e il turismo. In Germania invece istallati 23 GW, in Spagna 11 GW , in Francia 8 GW. Per la verità viviamo nel più totale immobilismo energetico dal 2014-2015 quando i governi Letta e Renzi e fra gli altri l’intoccabile coppia De Scalzi-Scaroni alle aziende energetiche, scelsero tre strade mai cambiate dai sei governi succedutisi nei 10 anni successivi: privilegiare in toto le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, lasciare tutti gli spiragli aperti possibili sognando il ritorno al nucleare, mantenere ai margini lo sviluppo delle rinnovabili ( troppo convenienti per gli utenti finali e per migliaia di piccole e medie imprese e meno remunerative per le grandi aziende e per l’intera trafila di trasformazione e commercializzazione del settore fossile in piena intesa con l’automotive). Così mentre alcune decine di paesi si avviavano pur moderatamente sulla strada delle rinnovabili, fra il 2014 e il 2026 abbiamo perso il tempo prezioso che ci restava per cambiare il modello energetico dopo aver fermato con due referendum (1987 e 2011) la scelta costosa, pericolosa e fallimentare del nucleare. Nel 2014 su una domanda energetica totale di 79 TWh avevamo 27,1 TWh di rinnovabili. Nel 2026 prevediamo 79,9 TWh di domanda totale e 28,9 TWh di rinnovabili: praticamente immobili.
La conseguenza della mancata conversione è nota e riassumibile in pochi dati: nel 2025 abbiamo speso 53 miliardi all’estero per importazione di combustibili fossili: di recente per lo più GNL dagli USA e petrolio da Libia, Azerbaigian e Kazakistan oltre a una quota non definita ancora dalla Russia anche attraverso triangolazioni e navi più o meno fantasma.
Confesso che ho visto con perplessità la nascita e le prime azioni dei nuovi gruppi di ecologismo radicale tipo Exctinction Rebellion dal 2019 e la derivazione successiva di Ultima generazione dal 2021. Dopo 40 anni dalla nascita dell’ecologismo politico negli anni ‘80, la moltiplicazione di decine di sigle del campo ambientalista in tutto l’Occidente europeo, l’esperienza ( e i fallimenti) della presenza istituzionale a tutti i livelli dei Verdi, il contributo, alla fine tutto sommato dignitoso ma circoscritto, delle vecchie associazioni dell’ambientalismo da Greenpeace alla Legambiente, penso che i flash mob nonviolenti con l’imbrattamento di monumenti e fontane, la rottura di palle verso gli automobilisti con blocchi stradali o autostradali per ricordare che abbiamo un pianeta da salvare e che i negazionisti si sbagliano, non l’ho trovato un grande contributo di novità rispetto alla evidente crisi dei movimenti ambientalisti della precedente generazione. Un abisso comunque, sul terreno mediatico, rispetto al coraggioso impegno di Greta Thumberg dopo il quale ben altro dovevamo inventare. Anche questa fase storica mi sembra al termine e poiché “ il re è nudo” e ( aggiungerei ) sta andando a fuoco, quello che serve è precisare gli obiettivi, che oggi non sono per niente chiari, ed avere il coraggio di farli maturare con il consenso di una larga parte della società e delle generazioni che abitano il pianeta nella prima metà di questo secolo.
1) A partire dal 2027 con il nuovo governo, quasi irrilevante che sia di cdx o di csx, è necessario recuperare almeno parte del terreno perduto nelle nuove istallazioni di rinnovabili con l’obiettivo di 12-13 GW annui per 4 anni per un totale che a fine 2030 si avvicini ai 50GW e con un impegno economico di almeno 25 mld totali. Il recente decreto FER del governo di agosto, approvato dall’EU, prevede un totale di 37,15 GW e 23 mld di impegno. L‘obiettivo 50GW/25mld è assolutamente realistico e a mio parere dovrebbe essere uno dei 10 punti principali di una qualunque alleanza elettorale che voglia davvero promuovere il cambiamento del modello energetico e almeno moderare la crisi climatica. In particolare le nuove istallazioni, così come l’impegno di spesa dovrebbero essere suddivise in parti più o meno uguali fra Fotovoltaico di piccola taglia ( sui tetti delle abitazioni ), fotovoltaico a terra, eolico di grandi dimensioni in e off-shore. Diversi studi indicano che interventi di queste dimensioni hanno un impatto irrilevante sul consumo di suolo specie agricolo, in tutte le stime di gran lunga inferiore all’1%. Dubito che lo stesso decreto del governo del 6 agosto abbia davvero un futuro con governi simili a quello attuale o degli ultimi decenni. Un cambiamento non è prevedibile senza un rapido avvicendamento dei vertici dei quattro enti principali su cui il governo ha una qualche influenza ( ENI, ENEL, TERNA, ARERA) i cui esponenti vedono la conversione energetica con gli occhi rivolti al secolo scorso ( petrolio, gas e nucleare) e poco rivolti agli interessi futuri delle nuove generazioni e del clima. “ 50/25 “ potrebbe essere il fulcro dei futuri flash mob, oltre che un punto di programma elettorale, lasciando in pace questi poveretti che in qualche anfratto del Consiglio dei ministri, del Parlamento e dei Media sbandierano ancora il negazionismo climatico per farci perdere tempo e soddisfare le richieste delle lobby.
Restano aperti i problemi imposti dalla criminale arroganza ( la chiamano gentilmente “speculazione “), con la quale si impone a 60 milioni di utenti un “prezzo marginale” della bolletta energetica che di fatto corrisponde al prezzo più alto specie del mercato del gas estratto ( che viene in buona parte stabilito da un gruppo di finanzieri in Olanda e in Texas ) e che viene attribuito all’intero mercato elettrico anche se questo è ormai per almeno il 50% prodotto con le rinnovabili che hanno costi della metà o di due terzi minori della produzione termoelettrica. Insomma ci prendono per il culo e ci rubano anche un plus di soldi. La questione, solo apparentemente complessa, è semplice: Il governo deve imporre ai soggetti economici che il prezzo abbia un rapporto ragionevole e trasparente con l’origine e i costi reali di quanto prodotto. Insomma garantire un profitto e non attuare una rapina agli utenti imbelli. Va chiarito che tutto ciò nulla centra con le accise, l’unica tassa ( sacrosanta) che finanzia sanità, trasporti e istruzione pubblica, che anche i ricchi pagano e che nel caso del gasolio forse dovrebbe essere almeno simbolicamente aumentata, non diminuita per qualche settimana. Conseguentemente, considerato che non c’è alcuna scarsità di approvvigionamenti né di gas né di petrolio, ma al massimo di alcuni prodotti di raffinazione a basso costo, causata sull’intero pianeta solo dai bombardamenti degli impianti ( da parte di USA e Iran, e vicendevolmente da Russia e Ucraina ). Non c’è nessuna giustificazione per gli extraprofitti, tanto meno di aziende ( compreso l’automotive ) e banche, italiane o europee, che non hanno né problemi finanziari né di approvvigionamenti ma solo della quota di dividendi, sempre in crescita, stante anche il fatto che da Hormuz transita meno del 20% dei combustibili fossili.
2) Per quanto succeda spesso che anche sui media si confonda i consumi energetici totali con quelli elettrici, i trasporti e in particolare la mobilità urbana e aerea sono ancora pressoché totalmente attribuibili ai combustibili fossili ( gasolio, benzina, gpl e metano, kerosene). Circa il 95% nel mondo, almeno il 90-92 % in Italia ed Europa. In Italia il settore dei trasporti e della mobilità rappresenta circa il 33 % dei consumi finali di energia totali del Paese. Vuol dire circa 38 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) all’anno, praticamente il settore più energivoro in assoluto. Ad oggi la mobilità elettrica è pressoché irrilevante tanto più se, come ricordava ai suoi tempi l’AD della Fiat-Chrysler Sergio Marchionne, una gran parte delle batterie viene ancora caricata dalle produzioni termoelettriche e non da rinnovabili. Siamo un paese anomalo, con il record assoluto di auto per abitante di tutto il pianeta, quasi 70 auto ogni 100 abitanti, una follia. Si accompagna, come ovvio, all’altro record negativo: abbiamo la rete di metropolitane più miserabile del pianeta. Poco più di 250 km in totale. Per dare un idea la città di Madrid da sola ne ha 291 km. Germania, Gran Bretagna e Francia sono ben al di sopra dei 600 km. La Cina ha superato i 12mila km. Almeno il 90% di italiani non è mai salito su una metro e non ha molto chiara la abissale differenza con un autobus o un tram. Molti ambientalisti un po’ retrò ritengono che “ i mezzi pubblici e collettivi”, che non so perché andrebbero contrapposti all’auto, siano quei rottami tecnologici del secolo scorso, inquinanti, rumorosi, costosi, spesso anche scomodi e normalmente impantanati nel traffico urbano ( incroci, semafori, a volte strisce pedonali.. ) chiamati bus e tram, le cui versioni a metano ed elettriche, vanto di Sindaci che si riterrebbero di sinistra e non so perché ecologisti, a parte la manutenzione hanno costi da rapina e infatti sono costruiti, grazie anche ad un malinteso PNRR, per svuotare i bilanci dei Comuni. Ovviamente continueremo a usare le auto in tutti i casi e le situazioni in cui non possiamo farne a meno ma in tutte le occasioni ( rare) in cui si sono completate nuove tratte di metro gli utilizzatori reali sono stati 2 o 3 volte quelli che erano stati stimati ( vedi il caso della modesta linea 1 di Torino).
La caratteristica unica e dirompente delle metropolitane è il percorso dedicato ( cioè privo di incroci, semafori e attraversamenti pedonali ) ma anche la possibilità di carico di utenti consistente riducendo e rendendo più scorrevole il flusso di auto. Nelle grandi metropoli è indispensabile la costruzione di una rete ( che si estenda normalmente in quattro direzioni e che venga circoscritta da uno o due anelli in modo da risultare il sistema di spostamento più efficiente in tutte le direzioni ( come costi, come tempi, come inquinamento, come velocità, come stress, come socializzazione ). E’ mia opinione che l’uso delle metro va ben al di là di quello attuale: con poche eccezioni nei 140 Comuni italiani sopra i 50mila abitanti è utile e conveniente avere almeno una linea di metro ( cioè una linea dedicata, sotterra, sopraelevata o a raso )che attraversi il territorio da una parte all’altra, e almeno due linee incrociate nei 45 comuni sopra i 100mila abitanti. Sono necessari in Italia almeno 1000 km di metro nuovi per avviare seriamente la conversione della mobilità. Tutto il resto ( piedi, bici, monopattini, car sharing, car pooling, .. ), sono attività divertenti e salutari ma, specie in Italia, hanno un impatto insignificante sulla mobilità totale. La metro diffusa anche ai comuni medio-piccoli avvantaggerebbe all’incirca 22 mil di abitanti. Ipotizzando un costo di costruzione con grande approssimazione di 100-120 mld ( 100-120 mil/km) si tratta di 10-12 mld all’anno per 10 anni. Per chi ritenesse che io sia uno squilibrato o stia sognando ( “i soldi non ci sono” direbbe il divertente Cottarelli di turno ) ricordo che nel 2025 abbiamo speso 45 mld/anno per la spesa militare al 2 % del PIL secondo gli std NATO e che dovremmo raggiungere i 113 mld/anno ( 68 mld in più all’anno ) se volessimo arrivare al 5% del PIL come richiesto dal nostro boss di oltreatlantico.
Soltanto degli squilibrati ( oltre ai padroni dell’automotive ) possono pensare che entro il 2035 potremo ancora aumentare le auto e gli altri mezzi simili circolanti nel mondo dagli attuali 1,7 mld a 2,8 mld, a prescindere dalla lontana possibilità che 5-600 milioni siano del tutto o in parte elettriche (sono meno di 80 milioni oggi). In realtà ci stanno semplicemente prendendo in giro. La verità è che il secolo dell’auto come vettore e simbolo dominante della mobilità è quello passato e che abbiamo ancora una decina di anni per tentare di contenere il disastro in cui ci siamo cacciati.
Qualche parola per chi fosse preoccupato per il ridimensionamento del settore dell’auto. Gli occupati diretti nel settore automotive in Italia sono all’incirca 170 mila ( su 10 milioni di operai totali del settore privato) ai quali vanno aggiunti quasi altri 100mila indiretti. Nel 2000 gli addetti erano 500 mila e la loro drastica riduzione prima che al declino, già in corso, del settore è dovuta come è noto ai processi di automazione spinta. Degli attuali addetti nel corso del 2025 parecchie decine di migliaia hanno usufruito di periodi di Cassa Integrazione parziale o totale. Soltanto Stellantis nel 2025 ha usufruito di ammortizzatori sociali vari per circa 20mila dei 36 mila addetti (62% degli addetti). Fra il 2020 e il 2024 Stellantis ha ridotto gli addetti effettivi di circa 10mila unità da 37mila a 27mila. Invece il settore delle rinnovabili e quello modestissimo della mobilità alternativa all’auto si avvicina già alle 100 mila unità. Il rilancio delle rinnovabili e dei nuovi sistemi di mobilità come proposti in questo intervento come punto centrale di una alleanza di alternativa, richiederebbero nuovi addetti in numero notevolmente al di sopra di quelli oggi coinvolti dagli interventi di ammortizzatori sociali dell’ automotive ma sarebbero distribuiti in molte centinaia di aziende di piccola e media dimensione e impegnerebbero alla fine molto meno risorse. L’unico aspetto effettivamente negativo è che avremmo nel settore energetico e dell’automotive, una decina in meno di multimiliardari in Europa e nel mondo. Consiglierei agli amici di AVS e soprattutto del M5S, a cominciare da quelli al Parlamento Europeo fino alla Sardegna ( che a mio parere sono deragliati fuori strada e si sono smarriti ) di lasciar perdere le richieste di sostegno al settore automotive o di riduzione delle accise e chiedere con più impegno la semplificazione legislativa e burocratica utile al rilancio delle rinnovabili, della mobilità alternativa all’auto, oltre alla riconversione urbana e delle abitazioni con la tutela del verde esistente. Argomento che tratterò in un successivo intervento.
Melonellum: così un vecchio ricorso rischia di silurarlo. Il 29 ottobre l’udienza in Corte di Cassazione

(di Letizia Giostra – ilfattoquotidiano.it) – C’è una data da segnare sul calendario. Il prossimo 29 ottobre, infatti, la Corte di Cassazione dovrà esprimersi sull’attuale sistema di voto, il Rosatellum. Alcuni elettori hanno presentato ricorso sostenendo che ci siano al suo interno diversi elementi di incostituzionalità. Se i giudici dovessero dare ragione ai ricorrenti, potrebbero esserci effetti anche sulla legge elettorale in corso di discussione.
Il Comitato Iniziative Popolari, infatti, sostiene che alcune criticità accomunino tanto il Rosatellum quanto il Melonellum, a partire dalle forzature nell’approvazione dei due testi. Tradotto: se la Cassazione rimetterà il Rosatellum alla Corte Costituzionale, la stessa Consulta finirà per esprimersi anche sulle criticità denunciate riguardo la legge elettorale che il centrodestra vuole approvare a settembre. Le questioni già all’esame sul Rosatellum dimostrano quali potrebbero essere le possibili ricadute sul Melonellum, come evidenziate da Marco Ladu, professore associato di diritto costituzionale all’università eCampus. Si parte dalle diverse soglie di sbarramento, che potrebbero lasciare privi di rappresentanza milioni di elettori. E si continua “con la sede regionale del voto per il Senato, che viene superata a livello nazionale per la distribuzione dei seggi ma viene invece mantenuta per la loro specifica attribuzione ai partiti e ai candidati nelle varie circoscrizioni”. Per il premio di maggioranza il calcolo avverrebbe su base nazionale, per poi essere distribuito fra le Regioni a prescindere dall’esito. Il rischio? Che i seggi del premio potrebbero essere assegnati alla coalizione che in quel territorio ha perso. Spiega Ladu: “Nel ddl costituzionale sul premierato si era previsto di intervenire sull’articolo 57 della Costituzione proprio per rendere possibile l’attribuzione al Senato di un premio calcolato su base nazionale. Quella previsione equivaleva al riconoscimento che, a Costituzione invariata, un simile risultato non è consentito. Oggi il medesimo risultato si persegue con legge ordinaria”.
Ci sono anche gli svantaggi per i partiti outsider, obbligati a raccogliere firme su firme per la loro sopravvivenza. Ma ad essere escluse sono anche le formazioni con consensi elettorali superiori a quelli degli insider. Per il Comitato è una “discriminazione”, poiché non verrebbe rispettato l’indice di rappresentatività reale. Ma il nodo centrale resta l’impossibilità per l’elettore di scegliere liberamente chi dovrà rappresentarlo. Un’evidente difficoltà causata dalle liste bloccate, pluricandidature, listone nazionale del premio e dall’assenza del voto di preferenza. Anche l’emendamento sulle preferenze manterrebbe infatti i capilista bloccati. Il professore prosegue: “La sentenza della Consulta del 2014 non ha colpito le liste bloccate in quanto tali, ma la condizione dell’elettore posto nell’impossibilità di conoscere chi elegge. Nel Melonellum il meccanismo è replicato e dovrebbe essere reputato incostituzionale”. L’obbligo d’indicazione del candidato premier, invece, inciderebbe sul potere di nomina riservato al presidente Mattarella, mentre tra i profili sottoposti alla Cassazione contro il Rosatellum c’è la legittimità del procedimento, terminato con il ricorso alla questione di fiducia.