Selezione Quotidiana di Articoli Vari

Putin fa cose


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – A leggere i media che la sanno lunga, nei tre mesi estivi Putin è riuscito in una serie di misfatti che uno normale faticherebbe a perpetrare in 30 anni (anche perché intanto devasta l’Ucraina e avanza in quel che resta del Donbass). L’ultima è stata truccare il referendum islandese sull’Ue (Riotta su Rep: “Spot e notizie false sui social: l’ombra lunga del Cremlino sul trionfo dei No”). Ma questo è niente. Ha […]


Il governo dei record


Venerdì il governo Meloni stabilirà il record di durata con 1.413 giorni in carica. Ma sono altri primati a preoccupare di più

Il governo dei record

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Comandare e durare. Da venerdì, con 1.413 giorni, quello guidato da Giorgia Meloni diventerà il governo più longevo nella storia della Repubblica italiana. Strappando lo scettro al secondo esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi (2001-2005). Un record che la presidente del Consiglio si appresta a festeggiare in pompa magna. Del resto, un altro po’ di carbonella gratuita per rinfocolare la caldaia della propaganda, peraltro mai sopita dal suo insediamento a Palazzo Chigi, è una manna dal cielo per la premier in uno dei momenti più complicati del suo mandato. Un’occasione imperdibile, insomma, per nascondere, dietro il paravento del primato di durata, il reale stato di un Paese che oggi sta decisamente peggio dopo quasi quattro anni di cura sovranista.  

Tutti i record (negativi) del governo

Il governo che prometteva di non mettere le mani nelle tasche degli italiani ha portato la pressione fiscale al 43,1%, ai massimi da oltre dieci anni. Un altro record che, ça va sans dire, Meloni si guarda bene dal rivendicare. Nel triennio completo del suo mandato, dal 2023 al 2025, l’Italia ha messo in fila tre anni consecutivi di calo della produzione industriale (dati Istat) e, stando alle previsioni Ue, nel biennio 2026-2027 rischia di scivolare all’ultimo posto in Europa per la crescita economica (Pil stimato allo 0,5-0,6%).

Segno che, oltre a quello di durata, i primati messi in fila da Meloni si sprecano. Durante il suo governo, le retribuzioni reali dei dipendenti del settore privato sono crollate del 6,6% rispetto al 1990. Come se non bastasse, tornando alle imprese più recenti, è tornata a mordere anche l’inflazione, che ad agosto è salita al 3,3%, il dato più alto da quasi tre anni (dati Istat di ieri). Intanto, di salario minimo neanche a parlarne. Come pure di tassare gli extraprofitti dei colossi bancari ed energetici.

Insomma, un disastro che il governo si limita ad ignorare. Le priorità del momento, del resto, sono impellenti: fare fuori Ranucci da Reportsospendere Schengen con la Spagna dopo la crisi di Ceuta che in un mese ha fruttato la bellezza di 31 persone respinte su 500mila controllate e 180mila identificate; accelerare su una legge elettorale su misura che consenta alle destre di disinnescare il partito di Vannacci e imbullonarsi alla poltrona. Non c’è che dire, proprio un bel record da celebrare.


L’Italia cresce, sorride, riparte…


(Giancarlo Selmi) – Dall’insediamento di Giorgia Meloni a oggi, il carrello della spesa sarebbe aumentato del 31%. Se questo dato è corretto e lo è, non è una statistica astratta: è il conto alla cassa, è il pieno, è la bolletta, è ciò che resta dello stipendio a fine mese. Eppure la narrazione è sempre la stessa: l’Italia cresce, sorride, riparte. Perfino i numeri perdono significato e diventano interpretabili secondo convenienza. La matematica trasformata in filosofia spicciola.

Peccato che i salari non siano aumentati del 31%. Quel rincaro, quindi, ha divorato il potere d’acquisto delle famiglie. Altro che propaganda televisiva: milioni di italiani fanno i conti con prezzi sempre più alti e stipendi che restano indietro. La benzina e soprattutto il diesel costano come vino buono. Chi, come me, percorre migliaia di chilometri al mese lo sente sulla propria pelle. Il petrolio può scendere, ma alla pompa il prezzo sembra sempre quello di un’emergenza permanente. Raffinerie e aziende energetiche consolidano utili miliardari; alle famiglie restano i sacrifici.

E il governo? Non colpisce davvero gli extraprofitti, non stronca la speculazione, non protegge chi sta pagando il prezzo della cupidigia di pochi. Con i potenti è prudente. Con gli italiani in difficoltà, molto meno. Poi ci sono le persone fragili, i disabili, le famiglie lasciate sole. Una famiglia intera, padre, madre e figlia disabile, si suicidano perché lasciati soli. Una tragedia che dovrebbe scuotere un Paese intero e non se ne parla. Risorse che, nell’accorpamento dei fondi per la disabilità, si sono perse per strada. E sull’inflazione il copione è pronto: è colpa di chi c’era prima. Ormai è un tormentone.

Intanto il governo lavora. Eccome se lavora. Lavora sulla Rai. Sulla normalizzazione del servizio pubblico. Sul depotenziamento di Report. Sull’emarginazione delle voci critiche. Sulla legge elettorale. Mentre una parte crescente del Paese si impoverisce, loro pensano a imbullonarsi alle poltrone e a consolidare potere e privilegi. Gli italiani fanno la spesa con la calcolatrice. Loro fanno propaganda con il megafono. Loro ballano, si divertono. E Bocchino canta: “Sono un ragazzo fortunato.”

Lui, loro. Gli italiani molto meno.


Grazie a Trump, il mondo va verso la de-americanizzazione


(dagospia.com) – La frattura tra i BRICS, che unisce gli stati più influente del mondo extra-occidentale (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e gli Stati Uniti è sempre più profonda.

Le bombe, i razzi e i dazi di Donald Trump hanno creato una voragine, sono saltati tutti i paradigmi politici ed economici, trasformando gli Usa, un tempo sommo sceriffo degli equilibri mondiali, in agente del caos.

La demenza politica del Trumpone ha oltrepassato il punto di non ritorno da compiere il miracolo di ribaltare agli occhi del mondo l’immagine di un regime totalitario come la Cina e trasformando di Xi Jinping in un leader “affidabile” alle democrazie occidentali.

A Bishkek, in Kirghizistan, il summit di Xi Jinping e Vladimir Putin e Narendra Modi, nell’ambito del vertice in corso dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, lo Sco, che riunisce dieci stati dell’Eurasia (una sorta di antipasto del vertice dei BRICS che si terrà a Nuova Delhi tra due settimane), avrà di sicuro fatto stra-incazzare il “deragliato mentale” che farnetica nella Sala Ovale della Casa Bianca.

Se l’incontro tra Putin e il presidente cinese è stato al bacio, rinnovando l’amicizia “porofonda” e l’alleanza “senza limiti” fra i due paesi, sulla questione di sostenere l’Iran, sotto schiaffo delle sanzioni americane, non c’è stato una completa convergenza.

Xi Jinping e Vladimir Putin si sono già esposti, foraggiando Teheran di armamenti, intelligence e denaro. Ma l’India che farà? Narendra Modi conserva legami economici molto stretti con gli Stati Uniti (primo partner commerciale) e teme la vendetta di Trump.

Con il Pakistan musulmano che si avvicina a Teheran, Modi avrà il coraggio di prendere posizione a favore dei pasdaran? Intanto, ha incontrato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Domani, si vedrà…

Ma il piatto forte del triangolare, già squadernato in passato, ma questa volta più fumante del solito, è arrivato con il progetto di dar vita a una “moneta unica” dei BRICS, per ridurre il dollaro a carta straccia.

Il “verdone” è infatti la valuta dominante nel sistema finanziario globale e viene utilizzato in oltre l’80% delle transazioni commerciali e in più della metà dei pagamenti internazionali delle materie prime, come il petrolio.

Inoltre, gran parte del debito pubblico e privato mondiale è emesso e denominato in dollari, rappresentando circa il 56%-60% delle riserve valutarie ufficiali detenute a livello globale.

Se i cinque stati più influenti e potenti del mondo extra-occidentale creassero una moneta unica, con il debito pubblico americano che vola a livelli mai visti (40mila miliardi di dollari) per il bigliettone verde sarebbe la mazzata finale: sancirebbe la fine del dominio valutario a stelle e strisce, già fortemente compromesso dalle “daziate” a pene di segugio del tycoon.

Sul progetto di “moneta unica”, che trova d’accordo Russia, India, Brasile e Sudafrica, le uniche “perplessità” arrivano dal quinto e più importante socio dei BRICS, la Cina. Che farà Xi Jinping: metterà in cantina la moneta nazionale, lo Yuan, pur consapevole che la potenza di fuoco della sua economia lo metterebbe al vertice dei BRICS?

Nel frattempo, Xi guarda già alla sua prossima visita negli Stati Uniti per il vertice del 24 settembre alla Casa Bianca. dove mira ad arrivare con un capitale politico rafforzato dai summit di SCO e BRICS (in agenda il 12 e 13 settembre a Nuova Delhi). 


Report, Iovene: “Dialogo riprende solo se ritirano nomina dei conduttori. Potremmo uscire in blocco”


(repubblica.it) – Bernardo Iovene, storico inviato di Report, al termine dell’incontro con il direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini fa il punto con i giornalisti: “Non è stata una riunione, è un incontro che abbiamo fatto separatamente io e Giulio (Valesini)”. Corsini “ha preso atto della nostra posizione, ha cercato di capire se c’erano dei margini di apertura da parte nostra, ha cercato di spiegarci il suo progetto, che noi abbiamo già visto”. Iovene ha spiegato che il suo “mandato, tra virgolette, degli inviati esterni era quello di ribadire questa posizione”, mentre quella degli interni è stata ribadita da Giulio Valesini.

Nessuna apertura, al momento, a soluzioni alternative sulla conduzione, compresa l’ipotesi dell’inserimento di una terza persona. “Il dialogo riprende se c’è il ritiro oppure la rinuncia da parte dei due nominati, altrimenti non c’è dialogo”, sottolinea. Resta inoltre sul tavolo la possibilità che la squadra lasci in blocco il programma. Sul possibile sciopero, Iovene ha precisato che riguarda i giornalisti interni, mentre gli esterni, non potendo scioperare, possono decidere di lasciare. Alla domanda se sia confermata la possibilità che la squadra se ne vada in blocco, Iovene ammette: “Sì, è confermata, certo”. Domani è prevista una riunione con tutti gli inviati, interni ed esterni, e con la produzione di Report.


Campania Wine, domani (2 settembre) conferenza stampa di presentazione a Palazzo Santa Lucia


CAMPANIA WINE 2026: DOMANI MERCOLEDI 2 SETTEMBRE
A PALAZZO SANTA LUCIA CONFERENZA STAMPA
DI PRESENTAZIONE 
DELLA TERZA EDIZIONE

Domani alle ore 10.30, nella Sala De Sanctis della Regione Campania,
la presentazione dell’evento dedicato al vino campano, in programma a Napoli il 6 e 7 settembre. Consorzi di tutela, Regione Campania
e Comune di Napoli insieme per illustrare programma
e novità dell’edizione 2026
NAPOLI – Sarà presentata domani mercoledì 2 settembre 2026, alle ore 10.30, presso la Sala De Sanctis di Palazzo Santa Lucia a Napoli, la terza edizione di CAMPANIA.WINE, la manifestazione dedicata alla promozione e alla valorizzazione del patrimonio vitivinicolo regionale, in programma nel capoluogo campano domenica 6 e lunedì 7 settembre.

La conferenza stampa sarà l’occasione per illustrare il programma e le novità dell’edizione 2026 e, più in generale, per fare il punto su un progetto che punta a costruire un racconto unitario del vino campano, mettendo insieme territori, denominazioni, produttori e istituzioni.

All’incontro con la stampa sono previsti gli interventi di un rappresentante dei Consorzi di tutela dei vini campani, dell’assessora al Turismo e alle Attività produttive del Comune di Napoli Teresa Armato, dell’assessore alle Attività produttive e allo Sviluppo economico della Regione Campania Fulvio Bonavitacola, dell’assessore al Turismo, Promozione del territorio e Transizione digitale della Regione Campania Vincenzo Maraio e dell’assessora all’Agricoltura della Regione Campania Maria Carmela Serluca.

Giunta alla sua terza edizione, Campania Wine rappresenta un importante momento di promozione unitaria del comparto vitivinicolo regionale, grazie all’aggregazione dei cinque principali Consorzi di tutela della Campania: Sannio Consorzio Tutela Vini, Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, Vitica – Consorzio Tutela Vini Caserta e Vita Salernum Vites – Consorzio Tutela Vini Salernitani. L’iniziativa è realizzata dai Consorzi di Tutela con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania e il Comune di Napoli e coinvolge l’intero patrimonio enologico regionale, dalle pendici del Vesuvio ai Campi Flegrei, dal Sannio all’Irpinia, dalla provincia di Caserta fino al Cilento e alla Costiera Amalfitana.La manifestazione avrà quest’anno come scenario alcuni dei luoghi più rappresentativi del centro di Napoli. Cuore dell’evento saranno la Galleria Umberto I, che ospiterà il grande percorso di degustazione aperto al pubblico, e il MUSAP – Museo Artistico Politecnico, sede delle masterclass e degli incontri di approfondimento.

Per due giorni produttori, giornalisti, buyer, operatori e appassionati potranno conoscere da vicino le eccellenze vitivinicole campane attraverso degustazioni guidate, incontri con le aziende e momenti di confronto dedicati al settore. Le masterclass, organizzate in collaborazione con AIS Campania, saranno articolate in appuntamenti riservati ai professionisti del settore e sessioni dedicate ai winelover, con percorsi di degustazione sui vini spumanti, bianchi, rosati e rossi della regione.Tra gli appuntamenti di maggiore rilievo figura il Campania Wine Forum, in programma lunedì 7 settembre, dedicato al tema “Enoturismo 4.0 in Campania: Territorio, Ospitalità e Innovazione”, momento di confronto tra istituzioni, operatori e protagonisti del settore sulle prospettive dell’enoturismo regionale.

Accanto alle attività di degustazione, Campania Wine dedicherà ampio spazio anche all’ospitalità e alla promozione territoriale attraverso Lunch Experience, showcooking e momenti di networking riservati alla stampa e agli operatori, con l’obiettivo di raccontare la Campania non solo attraverso il vino, ma anche attraverso la gastronomia, l’accoglienza e il patrimonio culturale. Nel corso della conferenza stampa del 2 settembre saranno illustrati nel dettaglio il calendario degli appuntamenti, le iniziative dedicate a stampa e operatori e le attività rivolte al pubblico.

Per tutte le informazioni gli aggiornamenti è possibile visitare il sito www.campania.wine  

UFFICIO STAMPA

Campania.Wine

Miriade & Partners


Report, Procaccianti: FdI contento per i nuovi conduttori. A rischio inchieste di politica pre-voto


L’inviato della trasmissione d’inchiesta contro la scelta della Rai di affidare il programma a Piervincenzi e Presutti

Report, Procaccianti: FdI contento per i nuovi conduttori. A rischio inchieste di politica pre-voto

(di Conchita Sannino – repubblica.it) – “C’è Sigfrido, c’è la sua battaglia che condivido e che secondo me lo vedrà vincente in Tribunale. Poi c’è la battaglia per non perdere quello che abbiamo costruito con Report, tutti, grazie al nostro lavoro e all’autonomia con cui potevamo muoverci. Una storia così non si svende e non si calpesta».

Danilo Procaccianti, giornalista d’inchiesta da oltre un ventennio, uno degli inviati (esterni) di Report, compie 49 anni oggi. E ricorderà sempre questo compleanno. «È un’estate di m… Se il mandato era distruggere Report, ci stanno riuscendo alla grande, ma si assumeranno le loro responsabilità».

Danilo Procaccianti, dubbio preliminare. Lei si è occupato del Ponte Morandi, della strage di Brandizzo, del Ponte sullo Stretto. Ha mai incontrato Lavitola? O è stato al suo ristorante, con o senza input di Ranucci?

«Mai. Mai conosciuto o incrociato. Io amo dire che per Report faccio quelle cose noiose, tipiche da servizio pubblico: la scuola, i morti sul lavoro…».

Né ha avuto sentore che in qualche inchiesta Lavitola abbia potuto veicolare idee, contenuti?

«Mai. Funziona così. Andavo da Ranucci: per me c’è questa storia che merita, e gliela spiego. Lui mi fa le sue domande, e mi dice: ok lavoraci, ci vediamo tra 3 o 4 mesi, con l’inchiesta chiusa. Massima libertà, e protezione da condizionamenti esterni».

Lei è uno del gruppo di inviati che ha minacciato di lasciare Report. Davvero metterete in gioco tutto, nell’incontro di domani?

«Ad oggi assolutamente sì. Se l’azienda non toglie di mezzo quei due nomi, per noi è una proposta irricevibile».

Quei due nomi, cioè Presutti e Piervincenzi. Perché no?

«Nel merito e nel metodo, scelta inaccettabile…».

Qui mi dirà: nulla di personale.

«Infatti, mica è un problema tra noi e loro. Lui non lo conosco proprio, lei è una collega giovane. Hanno entrambi poca esperienza. Al netto dei doppi giochi…».

È vero che Presutti prima ha chiesto una nota di solidarietà a Ranucci, poi ha chiuso l’accordo con Telemeloni?

«Una circostanza provata dai fatti. È sparita per giorni. Poi è ricomparsa come neo- conduttrice»

E questo cosa prova? Voi stessi avevate accettato l’idea di proporre nuovi conduttori, Mottola e Valesini.

«Ci era stata data come decisione già assunta la rimozione di Ranucci. Che secondo me, voglio specificarlo, fa benissimo a fare il ricorso, non c’è motivo per togliere Sigfrido di lì, al netto dei suoi errori. Al netto di essersi fidato di un personaggio pessimo, manipolatore come Lavitola. Il punto è un altro. Ci vogliono spalle d’acciaio per resistere alle pressioni che arrivano da tutti i lati. Ranucci ce lo ha sempre garantito. Ora FdI è uscito con un comunicato di plauso alla nomina dei nuovi conduttori. Chiedo: dopo l’apprezzamento dei meloniani, le faremo le inchieste sulla politica? E se ci capita FdI, ci andiamo o è vietato? Noi vogliamo fare di tutto per non rinunciare a Report, nell’anno di campagna elettorale, in cui il Palazzo vuole in assoluto meno rompicoglioni in giro. Ma non è così che possiamo ripartire”.

Eppure sulla solidarietà a Ranucci vi siete anche divisi. Lei è il giornalista che in chat ha posto il tema delle presunte molestie attribuite a Ranucci, ci sono state fratture.

“Mi spiace, ma sulle chat interne non confermo e non smentisco perché non voglio prestarmi al gioco al massacro o alle divisioni tra noi. Già siamo investiti dal fango e dagli insulti dei giornali della destra”

Ma ha chiesto attenzione su quel versante del rapporto con le colleghe. Non era legittimo?

“Se vuole, le do il mio pensiero più correttamente. Le molestie sono un argomento molto serio. Se ci sono denunce penali, qualcuno valuterà la loro fondatezza: e se si rivelano tali, sono inaccettabili sempre. Ma visto che ci sono stati audit interni a carico di Ranucci che hanno concluso per l’insussistenza, visto che i giornali di destra usano queste storie per la melma con cui vogliono attaccarci, e visto che non avevamo neanche la versione di Ranucci, ci siamo posti anche il rischio che fossero racconti strumentalmente lanciati nell’arena”.

Prima era Ranucci a dire sì o no a un’inchiesta. Oggi saranno Presutti e Piervicenzi, o chi altri?

“Proprio questo è un altro punto dirimente. Se loro due vogliono fare anche la direzione e avere l’ultima parola, non mi pare abbiano il profilo giusto. Se devono solo condurre, allora perché non altri, con più storia televisiva? Perché non la Marcuzzi, con il rispetto che si deve a qualunque professionista, o un buon attore?”

Ranucci ha appena fatto sapere che c’è un pugno di imprenditori disposti a mettere soldi per sostenere i giornalisti come lei che dovessero decidere di voltare le spalle alla Rai. Chi sono, e perché lo fanno?

“Non li conosco ancora i nomi. Ma non sono così sorpreso. Tantissima gente ci vuole bene. Però, facciamo un passo alla volta”.


Ma che bella estate!


Tra l’escalation dei conflitti in Ucraina e in Iran, i carburanti che corrono, le priorità dell’estate sono la legge elettorale e Ranucci

Ma che bella estate!

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – In quest’ultimo scorcio di un’estate che sembra non voler finire mai, non sono solo le temperature sub sahariane ad arroventare il clima. Mentre è in corso una doppia escalation delle guerre in corso in Ucraina, con la Russia che ha decisamente alzato il tiro per completare la conquista del Donbass, e all’Iran, su cui è tornata ad abbattersi tutta la potenza di fuoco Usa, sembrano ben altre le priorità del governo italiano.

La bella estate di Meloni & C.

In cima alla lista c’è la legge elettorale. Di fronte al dilagare del partito di Vannacci, l’ultima idea targata Meloni per disinnescare Futuro Nazionale, è il ricorso al ballottaggio se due coalizioni superano il 40% dei voti. Intanto i prezzi dei carburanti continuano a correre, mangiandosi di proroga in proroga il taglietto delle accise. Non sembra preoccupare più di tanto l’ineffabile governo sovranista neppure la nefasta previsione di FederPetroli: l’aggravarsi della crisi nello Stretto di Hormuz potrebbe spingere, nei prossimi mesi, il gasolio a sfiorare i 3 euro al litro, (altro che sconto di 17 centesimi!).

Tra le pratiche estive sbrigate con successo c’è del resto l’epurazione di Ranucci dalla guida di Report. Per la serie, come punire la vittima di un attentato per l’amicizia – per quanto inopportuna – con Lavitola, presunto mandante della bomba che nell’ottobre scorso esplose davanti l’abitazione del giornalista Rai. E pazienza se l’inchiesta abbia escluso ogni coinvolgimento di Ranucci nella preparazione e nell’esecuzione del piano dinamitardo. Con le destre funziona così: garantisti con gli amici (Delmastro e Santanchè docent), decisamente meno con i nemici. Che nel caso in questione sarebbe, di fatto, la libera stampa.

Il resto lo fa la solita propaganda. Ieri il governo Meloni, che ha appena prorogato la sospensione del trattato di Schengen verso la Spagna, ha diffuso con toni trionfanti i risultati ottenuti “dal 1° al 31 agosto, a seguito del ripristino dei controlli alle frontiere aeree e marittime” con il Paese iberico. Tenetevi forte: “Quasi 500 mila persone sono state controllate attraverso la consultazione delle ‘liste passeggeri’; oltre 180 mila persone, provenienti dalla Spagna, sono state identificate al momento in cui stavano facendo ingresso in Italia”. Uno sforzo immane ma con quali esiti? “Sono stati adottati 31 provvedimenti di respingimento alla frontiera, tra i quali 8 nei confronti di cittadini marocchini; 6 persone sono state tratte in arresto”. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.


La legge elettorale dal moto perpetuo: cambia giornalmente a seconda di sondaggi e umori


La legge elettorale dal moto perpetuo: cambia giornalmente a seconda di sondaggi e umori | il commento

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Nasce la legge oraria, definibile anche come la legge del moto continuo. La legge elettorale subisce infatti le influenze quotidiane dei sondaggi e con essi sempre nuove opportunità. Perciò di giorno in giorno si trasforma, si traveste, si rinnova. Partita dall’idea del maggioritario puro, ma questo un affare di un’era fa, poi del proporzionale puro, e siamo a qualche messe fa, poi del proporzionale corretto, e qui arriviamo a qualche settimana fa, poi del proporzionale ammorbidito con un tocco di maggioritario fragrante ma a turno unico. Si è giunti, ma qui siamo alle ultimissime, infine al doppio turno, con previsioni di una soglia del 42, del 40 o addirittura del 38 per cento da parte di uno dei due schieramenti in competizione che escluderebbe (forse, chissà?) il secondo turno.

La specialità della legge elettorale non sta dunque nella capacità di fornire al sistema delle regole del gioco, ma quello di un mutamento continuo delle medesime regole. È questa, possiamo dire, una legge del moto perpetuo, un continuo cambio a seconda del pericolo avvistato. La maggioranza ha scelto di seguire la stella di Vannacci e acquisirlo alla propria corte senza però darlo a vedere. È il doppio turno appena sfornato, un modo per fregare l’opposizione e ingoiare i voti di Vannacci. Che al primo turno sarebbe contro, mentre al secondo farebbe il favore di essere a favore. I voti lasciati liberi da Futuro nazionale andrebbero di conserva verso lo schieramento di centro destra.

Ma qui la novità: la Lega si tira fuori e abbatte la proposta considerandola un attacco fratricida alla sua esistenza. Con Vannacci premiato e Salvini distrutto. Ecco la novità politica di questa legge: finora la maggioranza si adoperava per garantirsi un futuro a spese dell’opposizione, e si cuciva una legge fatta apposta per far vincere chi la scrive e far perdere chi la subisce. Invece adesso la maggioranza, non giudicando evidentemente abbastanza performante e pericoloso il campo largo, si concentra sulla adattabilità della sua maggioranza al nuovo life style: c’è un alleato ormai quasi inservibile come la Lega di Salvini e un cavallo vincente, quello del generalissimo Roberto Vannacci. Da qui la legge oraria, o anche di moto perpetuo.


Si chieda Bonaccini perché ignoranti e poveracci votano Meloni e non il suo Pd


Da Sordi ai salotti sconnessi dalla realtà. Si possono scorgere due archetipi che descrivono bene la superbia fatale del centrosinistra

Si chieda Bonaccini perché ignoranti e poveracci votano Meloni e non il suo Pd

(di Davide Trotta* – ilfattoquotidiano.it) – Di recente mi sono imbattuto nella replica di un celebre film con protagonista Alberto Sordi nei panni di Otello Celletti, Il Vigile, che conosco a memoria in ogni sua battuta. Ma per un attimo ho pensato di essermene inventata una: possibile che sia stata brutalmente tagliata o, per meglio dire, censurata? Nella versione originale del film, in seguito all’ennesimo rifiuto di un lavoro trovatogli, questa volta come facchino, e di una sfuriata di suo cognato che gli impone di cominciare finalmente a lavorare, Celletti si rivolge al figlio con fare rassegnato – ma ironico nell’immensa recitazione di Sordi – chiedendogli se fosse contento di avere un papà facchino. Ecco di queste parole più nessuna traccia. Che la scure della cultura woke si sia abbattuta implacabile anche su un grande capolavoro del nostro cinema?

Al tempo dell’imperatore Tiberio ogni sospiro era sufficiente per cadere nel sospetto di tramare contro l’imperatore e beccarsi una sacrosanta accusa di lesa maestà. In maniera non dissimile oggi basta una parola equivocata per meritare il terribile stigma di fascista. Col rischio che in questa scalmanata caccia alle streghe, a forza di vedere fascismo ovunque, si perdano di vista fenomeni di fascismo autentico, ove davvero si ripresentassero. L’altro rischio è che, a forza di evocare un po’ a caso lo spauracchio del fascismo, si inizi e finisca per competere con gli originali. Amputare una battuta da un film come quella citata non appare segnale incoraggiante.

A questo punto sorge spontaneo domandarsi a quale cultura Bonaccini facesse riferimento qualche giorno fa quando ha liquidato milioni di italiani che hanno votato il centrodestra, stigmatizzandoli sostanzialmente come ignoranti e indigenti. A tacere del qualunquismo sotteso a quest’affermazione, Bonaccini, nel delegittimare un’imponente quota di italiani, mostra di lasciarsi possedere dallo spirito di Berlusconi, quando in un’occasione additò gli italiani votanti a sinistra come “coglioni”. A ulteriore conferma di come certi spettri che si avrebbe la pretesa di combattere, in realtà si annidino segretamente in ognuno.

Semmai Bonaccini e la sua parte politica dovrebbero interrogarsi su come mai tanti ignoranti e poveracci votino Meloni e non loro. Pena il rischio di diventare come quegli studenti che, anziché accettare il voto negativo del prof, si rifugiano nella tenace convinzione di essere dei geni incompresi e che il prof. sia un ignorante incapace di comprenderne le potenzialità inespresse. Certo, la sinistra ormai da tempo rivendica un primato culturale e morale che però fatica a conciliarsi con la realtà: ricordo qualche settimana fa il giovane Paolo Romano, lanciato dalla compagine piddina in orbita su tutti i talk show, ruminare un improbabile “vivette” su Rete4; difficile non cadere dalla sedia di fronte alle contorsioni verbali di Shlein, in competizione con l’oracolo di Delfi nel tentativo di essere interpretata.

Ma alle spalle si possono scorgere due archetipi che descrivono bene la superbia fatale del centrosinistra: Achille Occhetto e la sua corazzata tragicamente affondata da Berlusconi novello politico, che i sondaggi davano perdente senza possibilità d’appello; e Valter Veltroni che in un’altra campagna elettorale rovente si limitava ad alludere in punta di fioretto a Berlusconi chiamandolo “il principale personaggio dello schieramento opposto”. E difatti il principale personaggio vinse anche in quell’occasione.

Insomma, fare politica implica pragmatismo, mettere le mani dentro i cessi più sporchi nel tentativo di farli puliti, non ultimo saper parlare la lingua del popolo senza retorica e senza i veli opprimenti di una cultura woke che evidentemente a molti italiani non piace: non perché siano razzisti o fascisti, anzi proprio perché non lo sono, hanno altro cui pensare: misure concrete in risposta a problemi veri. Ma fino a quando ci sarà qualcuno che quasi non si degna neppure di scendere in campo a raccogliere i voti, perché chiuso in salotti sconnessi dalla realtà, allora Bonaccini dovrà rassegnarsi a vedere l’onda di italiani ignoranti e poveracci, che votano centrodestra, esorbitare sempre più irrimediabilmente.

Da ultimo l’affermazione di Bonaccini, che la balistica si periterà di studiare per l’effetto boomerang che può provocare in sede elettorale, tradisce una concezione titolocratica, marcatamente classista, sprezzante dei ceti subalterni, nella convinzione che una scelta politica saggia derivi più da un titolo di studio asettico che da una visione critica della realtà e dalle risposte che una classe dirigente sa offrire dinanzi alle criticità. Inutile tagliare, se mai è stata tagliata come è parso a me, la battuta del facchino, quando su quello stesso facchino in fin dei conti grava il pregiudizio di un titolo di studio mancante, magari ampiamente compensato da una saggezza di vita che nessun titolo potrà mai restituire.

*docente


Auguri di lunga vita a nonna Giorgia Meloni


(Riccardo Chiaberge – dagospia.com) – Nonna Giorgia festeggia venerdì a Bari il suo record di longevità, e Dio sa quanto vorremmo essere lì, tra le luminarie del porto, a brindare con lei e Arianna e Lollo e tutti i fratelli, cugini e cognati.

Formidabile vecchietta! Dopo quattro anni a Palazzo Chigi, fa ancora pesi e manubri col personal trainer Fabrizio. E riesce perfino ad arrampicarsi sulle macerie di Amatrice e far credere a tutti di averla ricostruita.

Anche noi, cittadini di questo sciagurato paese, siamo dei campioni di longevità. La nostra aspettativa di vita non ha fatto che crescere in questi ottant’anni di governi antifascisti, nonostante gli sforzi dei bolscevichi al potere che volevano farci vivere come in Russia col cesso sul balcone.

Sì, c’è stata la battuta d’arresto del Covid, ma dopo siamo risaliti addirittura al primo posto in Europa nel 2024, a pari merito con la Svezia e, spiace dirlo, la Spagna di “Perro” Sanchez che importa clandestini e blocca i turisti italiani negli aeroporti: 84,1 anni, ben al di sopra della media Ue di 81,7. E abbiamo un bel plotone di centenari. Meglio di noi nel mondo fanno Monaco, San Marino, Hong Kong e Giappone.

L’America trumpiana, invece, arranca al 62mo posto: i sudditi di King Donald vivono quattro anni in meno degli italiani e solo tre più degli iraniani, ottantesimi in classifica.

Anche sulla mortalità infantile abbiamo fatto progressi enormi: 2,7 su mille bambini nel 2023, uno tra i valori più bassi a livello globale (nei primi anni del dopoguerra eravamo a quota 50 per mille).

Piano però a festeggiare, perché adesso rischiamo di fare marcia indietro. Una bambina è morta a Palermo di difterite, malattia che non vedevamo da trent’anni.

Dilagano i casi di morbillo, più di 600 solo nei primi mesi del ‘26, e il morbillo non è una passeggiata, può degenerare in polmonite o encefalite e mandare all’altro mondo. Tutto perché uno zoccolo duro di genitori si ostina a non vaccinare i propri figli. E la Sicilia è l’ultima della classe, con l’85% di copertura.

Per correre ai ripari, la giunta regionale di destra istituirà una task force. Task? La parola non suona benissimo, specie in quel contesto, più che ai vaccini fa pensare alle tasche dei cittadini.

Del resto ci sono troppi amici dei novax nelle file della maggioranza, a cominciare da Lucio Malan, capogruppo al Senato di Fratelli d’Italia, e dal suo collega leghista Claudio Borghi, ma anche in parte dell’opposizione, vedi Cinquestelle.

Troppi kennediani, non nel senso del Kennedy ucciso a Dallas, ma di quel Robert Jr. che si ingozza di hamburger tra gli stucchi dorati di Mar a Lago e vorrebbe sbattere in galera Anthony Fauci, uno scienziato che ha salvato milioni di vite.

Non a caso, per guidare la direzione emergenze pandemiche (in pratica il Fauci de noantri), si fa il nome di un dentista del giro di Colle Oppio.

E allora perché non Heather Parisi o Carlo Freccero? Ma sì, tanto la difterite ci fa un baffo, è solo colpa degli immigrati, che si sa portano le malattie, e pure la siccità e le ondate di calore.

A proposito: come ha ricordato Aldo Cazzullo, migliaia di anziani sono morti quest’estate per il caldo anomalo in Europa.

Ma qui da noi, guai a parlare di cambiamento climatico, sono ubbie dei sinistrati, di Ursula e dei pasdaran del Green Deal.

Questo è il “clima” che si respira nell’Italia di Giorgia, dove i media “mainstream” sono ormai, tranne poche eccezioni, “Melon stream”.

Tolto di mezzo Report (anche grazie al suicidio professionale del suo conduttore), l’egemonia culturale è bell’e fatta. Presto cambieranno anche la Costituzione. Art. 11-bis: l’Italia ripudia il cambiamento climatico.

E se non moriremo per i virus, o per il caldo, o sotto un ghiacciaio che crolla come in Nepal, ci penseranno i droni o i missili russi.

Il nostro scudo contraereo è un colabrodo, andrebbe potenziato urgentemente, ma Giorgia nicchia, glissa, fa la gnorri, teme la fronda putiniana di Vannacci e Salvini, e non vuole regalare voti al disarmista Giuseppe Conte.

Forse al posto delle batterie antimissili ci darà dei generatori, come agli ucraini. Più generatori per tutti. Perciò auguri di lunga vita a nonna Giorgia: ma possibilmente lontano da Palazzo Chigi, anche se quei geni dell’opposizione fanno di tutto per lasciarcela. Ogni giorno in più che passa là dentro rischia di toglierne qualcuno a noi.


Ranucci pubblica un post durissimo contro Daniele Piervincenzi e Giulia Presutti


(primaonline.it) – “Caro Daniele, ti sei lamentato sul Domani perché ho definito mediocre la scelta di affidare a te e a Giulia Presutti la conduzione di Report. Confermo, e specifico: mediocre non è la vostra professionalità, che non metto in discussione, mediocre è la scelta di mettervi alla guida del programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana”.

Inizia così il lungo post con cui Sigfrido Ranucci replica alle dichiarazioni rilasciate al quotidiano ‘Domani’ da Daniele Piervincenzi , nuovo conduttore del programma insieme a Giulia Presutti. L’ex conduttore contesta l’esperienza di Piervincenzi nel programma: “Un servizio realizzato per Report — peraltro mai andato in onda, e da me risistemato un paio di volte — non fa di nessuno un conduttore.

Del resto la tua precedente conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019 segnò performance dal 2,4% al 3,8%”. E menziona anche un episodio specifico: “È vero, come mi hai fatto notare, che hai realizzato a quattro mani un’inchiesta in Congo sul caso dell’ diplomatico ucciso in Congo, Attanasio.

L’ho accettata perché me l’hai chiesta tu, perché avevi bisogno di lavorare, e perché ho ancora la romantica abitudine di dare una mano a chi me la chiede. Una scelta che, guarda caso, ha creato attriti anche con Giulia Presutti, che voleva occuparsi della stessa storia. Ma tu lo sai meglio di chiunque altro: quel lavoro rientrava nei Lab, i contributi che stanno fuori da Report, non dentro”.

E, sempre su Piervincenzi, Ranucci aggiunge: “Mi hai scritto che comprendi il mio stato psicologico, e che per questo mi perdoni per le critiche. Ti risparmio la fatica: non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango, il cui unico scopo era delegittimare me, la mia storia, le persone che mi sono vicine e Report stesso, insieme a tutti i professionisti che l’hanno reso grande.

Un’operazione che ha raggiunto il suo scopo, visto che sono stato rimosso perché sarebbe venuta meno la mia credibilità. Dunque sono fuori, ma essendo stato per 20 anni dentro Report, ed avendo partecipato alla sua storia, credo di aver diritto ad esternare una mia opinione”.

La Rai, continua l’ex conduttore di ‘Report’, “ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto.

Non la capacità di dirigere un programma di prima serata di 160 minuti di inchieste. Io sono entrato in Rai trentasei anni fa, come assistente ai programmi. Poi programmista regista, redattore al Tg3, quindi a Rainews24, inviato nei Balcani. Nel 2001 a New York, per gli attentati alle Torri Gemelle. Nel 2003sono stato in Iraq. Nel 2005 a Sumatra, a documentare la tragedia dello tsunami. Sono arrivato a Report dopo un lungo percorso nel 2006, dopo aver realizzato scoop nazionali — come l’intervista smarrita di Paolo Borsellino — e uno scoop internazionale, quello sull’uso delle armi chimiche a Falluja, in Iraq, da parte degli americani. Un’inchiesta che per la prima volta nella storia ha portato il nome della Rai nel mondo”.

Da allora, ricorda, “per dieci anni, sono stato coautore di Milena Gabanelli, ho respirato la sua stessa aria. Ho imparato da lei il rigore, la lealtà, la dedizione al servizio pubblico. Ho imparato come si resiste alle pressioni della politica, difendendo il lavoro dei colleghi invece di scaricarlo.

Ho passato dieci anni lunghi anni accanto a lei in studio, a guardare come si scrive un testo, come si impara a memoria, dove si interviene dentro le inchieste altrui con rispetto ma anche con decisione quando si pensa al bene del prodotto, ma anche come si costruisce una grafica. In quel ruolo ho imparato, e tanto anche da quella generazione di inviati storici, a selezionare e a far crescere una squadra”.

“Una squadra di giornalisti straordinari”, scrive Ranucci. “Ruvidi, anche un po’ stronzi — non hanno mai fatto sconti a nessuno, tantomeno a me, come raccontano le cronache di questi giorni — ma sempre leali con il pubblico. Ed è per questo che voglio loro ancora un gran bene, e cerco di difendere la loro storia.

Come sono grato a tutte le persone della produzione, professioniste straordinarie che avrebbero da insegnare il mestiere a molti giornalisti e conduttori alle prime armi. E’ stato un percorso lungo. Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né ho avuto la passione per il rugby.

Ma alla fine di sedici anni di Rai, passati in ruoli diversi, non sono stato calato dall’ alto, ma sono stato accettato da un gruppo perché scelto da Milena Gabanelli, l’unica persona in grado di capire davvero cosa servisse a Report. Una scelta basata esclusivamente sul merito e rispettata anche dai vertici della Rai. Il merito non fa rumore quando arriva. Fa rumore solo quando qualcuno prova a scavalcarlo”.

Quanto a Giulia Presutti, dice: “Ha realizzato, con nota insofferenza, dei Lab. Mai un’inchiesta principale. Sono stato il primo a credere nelle sue qualità. Ma dopo un paio di anni se n’era andata per guadagnare di più. Poi l’ ho accolta a braccia aperte, quando mi ha chiesto di ritornare perché aveva bisogno di sentirsi protetta da un programma importante.

Era reduce da un periodo personale difficile. Ora però quel programma che generosamente l’ha protetta rischia di distruggerlo. Pur sapendo da settimane che sarebbe stata la nuova conduttrice di Report ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi — anche quelli più vicini — tenendo nascosto l’ accordo che aveva già chiuso.

Giulia sa bene di averla fatta grossa: da quando la notizia è uscita, non mi ha risposto più al telefono. Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità. Se la cava meglio con opportunismo e furbizia. Ma la questione ora è un’altra. Come si può pensare, al di là del merito, che possa essere il volto credibile di una squadra di fuoriclasse ai quali ha mentito per settimane? Una frattura insanabile. In questa vicenda la grande assente è la gratitudine. Non ferisce chi non ti deve nulla. Ferisce chi ti doveva tutto e ha scelto di non ricordarlo”.

Infine, Ranucci chiude con una riflessione: “È umano, per un giornalista, desiderare di condurre il programma più importante della televisione italiana. È disumano pensare di farlo senza averlo meritato, camminando indifferenti sulle sue macerie. E’ disumano mortificare le professionalità straordinarie che da trent’anni lo hanno reso grande anche rischiando la propria incolumità. Per questo non posso non tornare al concetto di mediocrità che tanto vi ha irritato. Non è mediocre chi non ce l’ha fatta. È mediocre chi ce l’ha fatta senza essersela guadagnata”.


Alessandro Di Battista


(Tommaso Merlo) – Se ci fossero più Di Battista, l’Italia sarebbe un paese migliore. Idealisti, persone ancora capaci di indignarsi e col coraggio di battersi per le proprie convinzioni. Non pecore ma cittadini e con la forza di procedere controvento e di scontrarsi coi luoghi comuni e coi potenti. Non parole ma fatti o meglio libri, reportage, spettacoli teatrali e una intensa presenza mediatica social e non solo. Tra i pilastri Di Battista, c’è certamente la verità e soprattutto se “scomoda”. Verità storica sui grandi fatti del nostro tempo e in particolare sulle guerre che hanno insanguinano il mondo da decenni. Una battaglia contro le “manipolazioni semantiche” e quelle di una stampa mainstream sempre più grottescamente venduta oltre che democraticamente dannosa. Un lavoro al limite tra giornalismo e politica che fa parte del passato e si spera del futuro di Alessandro Di Battista. Anche qui parlano i fatti. Prima le mega piazze movimentiste da protagonista seguite da cinque anni di opposizione spesi più sul tetto di Palazzo Chigi che dentro ma a buona ragione e con ottimi risultati visto la valanga di voti che ha portato il Movimento al governo contro ogni previsione e potentato. Ma Di Battista non era tra i candidati. Fece campagna elettorale ma rinunciò ad uno scranno certo restituendo la buonauscita fino all’ultimo euro come promesso. Fatti e indizi che la pasta non era certo quella della pecora e tantomeno arrivista. La vita di palazzo a Di Battista stava stretta e voleva continuare a viaggiare e scrivere, a rischiare per inseguire e realizzare i suoi sogni. Parole sue e un bell’esempio per i giovani. Il nome di Di Battista riemerse per una poltrona ministeriale e poi come possibile nuovo capo politico di un Movimento già in crisi. Ma estraneo ai giochi di potere, alla fine Di Battista subì il destino delle persone coerenti, libere e pure col difetto di non avere peli sulla lingua. I risultati sono noti, la fine repentina della breve ma intensa stagione movimentista trattata dal sistema peggio della mafia ma che alla fine implose a seguito di diverse sbandate culminate col suicidio draghiano. E se il nome di molti protagonisti di quella stagione è finito nel dimenticatoio o su qualche triste poltroncina, quello di Alessanro Di Battista è invece riesploso come autore e protagonista atipico del dibattito politico nazionale. Libri, reportage, articoli, spettacoli teatrali e militanza mediatica social e non solo. Una intensissima attività in cui spicca da sempre anche il tema dei popoli oppressi e dell’ingiustizia politica e sociale. Popoli dell’America Latina ma anche dell’Africa che aveva conosciuto da cooperante ma fra tutti il martoriato popolo palestinese. E non ci sono dubbi. La voce italiana più potente e limpida contro il genocidio palestinese, è quella di Alessandro Di Battista che fin dai primi massacri di civili a Gaza ed incessantemente da anni oramai è impegnato per far emergere la tragica verità e per smuovere le inette e complici classi deficienti del nostro paese. Poi ci sono i modi. Di Battista non è mai finito nel ghetto dei violenti o degli odiatori in quanto non lo è. I suoi toni anche se duri e schietti, la sua indignazione anche se profonda, rimangono sempre nell’ambito democratico e della non violenza anche solo verbale. E anche per questo è riuscito nel tempo a raccogliere un imponente seguito affermandosi come una delle voci più originali e credibili del dibattito pubblico. Al punto che un po’ da tutte le parti hanno cominciato a spronarlo a riscendere in campo con la sua Associazione Schierarsi per colmare un immenso vuoto politico. Addirittura metà della popolazione non segue e non vota più perché disgustata da una minestra perennemente riscaldata. E non ci sono dubbi. Nel deserto italico, Alessandro Di Battista è sicuramente un dei pochi che avrebbe i numeri per tentare l’impresa. Né sinistra e nemmeno destra ma dalla parte delle idee giuste e buone di casaleggia memoria e fieramente anti sistema. Sembrava fossimo alla vigilia di un clamoroso ritorno quanto la tremenda notizia del malore ha attraversato l’oceano. Tanti dubbi e poche certezze, come quella che se ci fossero più Di Battista, l’Italia sarebbe un paese dannatamente migliore. E speriamo possa tornare presto. In questo deserto di odio e conformismo, in questo deserto di mediocrità e indifferenza, una delle lezioni più belle e importanti di Alessandro Di Battista è proprio il suo idealismo. La voglia di approfondire oltre le apparenze, l’impegno sociale serio e costante, il coraggio anche politico, la coerenza, il disinteresse. Non pecore ma cittadini, non arrivisti ma idealisti con ancora la forza di indignarsi e di combattere per i propri ideali. Per il futuro dei propri figli ma anche di quello degli altri, per il bene dei più deboli e contro i potenti, per un mondo migliore.


E vai col liscio!


USA: CORTE SUPREMA DA’ VIA LIBERA A COSTRUZIONE SALA DA BALLO DI TRUMP

(Adnkronos) – La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che la costruzione di una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca voluta da Donald Trump può procedere. Con una sentenza di 5 voti a 4, i giudici hanno accolto la richiesta d’urgenza dell’amministrazione Trump, bloccando le sentenze dei tribunali inferiori che avrebbero interrotto la costruzione di una parte fuori terra del progetto.

Il National Trust for Historic Preservation aveva presentato ricorso, sostenendo che il presidente non avesse l’autorità unilaterale per procedere con la costruzione. Trump aveva demolito la storica ala est della residenza presidenziale lo scorso autunno per iniziare la costruzione della sala da ballo.

USA: TRUMP, BENE DECISIONE CORTE SUPREMA SU BALLROOM, SARÀ ORGOGLIO PER PAESE

(LaPresse) – Donald Trump si dice “lieto” della decisione della Corte Suprema che ha autorizzato la continuazione dei lavori della nuova Ballroom della Casa Bianca. “Stiamo vivendo l’Età dell’Oro americana e questo edificio sarà uno dei più grandiosi mai costruiti a Washington, D.C. Una volta completato nell’estate del 2028, il magnifico Complesso Militare/Sala da Ballo sarà motivo di grande orgoglio per l’intero Paese”, scrive il presidente su Truth.


Decapitare “Sig”. La lunga battaglia di Meloni e soci


I plotoni della destra

Decapitare “Sig”. La lunga battaglia di Meloni e soci

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Decapitare Sigfrido Ranucci è vecchia storia. Giorgia Meloni cominciò per tempo, anno 2019, definendo Report “spazzatura giornalistica”. Decine di attacchi seguirono per le inchieste su Fratelli d’Italia, i suoi ministri, i suoi canali social, i suoi legami internazionali. Tutti mattoni utili all’atto finale: “L’editto Meloni”, il “lodo anti-Report”, con cui la Rai, in data 28 agosto 2026, sgombera Sigfrido Ranucci dalla conduzione della trasmissione. Infilandosi in un pasticcio politico, legale, deontologico che finirà per avvelenare quel che resta (restava) del suo ruolo di servizio pubblico. Proprio all’esordio della campagna elettorale, dove la destra si gioca l’osso del collo, spezzando quello di Report.

[…] Ai tempi dell’addio di Fabio Fazio – maggio 2023 – Ignazio La Russa aveva babbiato in pubblico il contrario di quel che pensava: “Sinceramende mi dispiace, è stata una sua scelta professionale, ma non credo che Fazio lo troveremo all’angolo di una strada a chiedere un tozzo di pane, hi hi hi!”.

Era il consuntivo di una battaglia vinta. Perché a forza di sputazzi, conti in tasca, dispetti e altre carinerie dell’intera destra, Fazio aveva detto addio alla Rai, dopo quarant’anni di buoni ascolti e cattivissime invidie. La Russa con quei tre sorrisi a incoronare il suo eloquio da padrone della Rai, nascondeva in pubblico il cruccio vero che rimproverò ai suoi camerati, durante una riunione a porte chiuse celebrata in quegli stessi giorni: “Avete sbagliato bersaglio! Non ce ne frega niende di Fabio Fazio. È Ranucci che dovevate mandare via dalla Rai. È lui che ci attacca con le sue inchieste. Ranucci, non Fazio!”.

[…]

Il rimprovero allignò. Fece proseliti. Coltivò frustrazioni, alimentò furori. Rese coraggiosi persino gli esitanti, armandoli di querele temerarie. Nei tre anni successivi non mancò domenica che Report venisse arroventata da insulti, attacchi, minacce, carte giudiziarie. A febbraio 2026 Ranucci dichiara che sono 224 le querele e gli atti di citazione indirizzati a lui e alla trasmissione. In testa sempre Ignazio, detto anche “La Seconda Carica dello Stato” che nell’ottobre di quello stesso anno definisce Report “Calunniatori schifosi, calunniatori seriali”. Poi s’avanza Gasparri esibendo una carota, scettro del roditore, per accusare Ranucci “di svolgere attività denigratoria delle personalità politiche non gradite” e di essere “l’Hamas della tv”. Seguono gli attacchi e le querele di tutto il partito Fratelli d’Italia per un’inchiesta sul padre di Arianna e Giorgia Meloni, trafficante di droga in Spagna nei primi anni 90 per conto del clan Senese, lo stesso clan che appena ieri ha sfiorato l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, pescato nelle cucine della Bisteccheria.

A gennaio 2025 la Rai di Giampaolo Rossi vara “il lodo anti-Report”, ogni inchiesta deve passare il vaglio di una struttura editoriale che si aggiunge alla responsabilità del conduttore. A giugno sempre la Rai cancella quattro puntate di Report nel nuovo palinsesto. A luglio il sottosegretario Fazzolari querela Report per l’inchiesta “All’armi siam banchieri!”, che indaga il ruolo di Palazzo Chigi nel Risiko bancario. La richiesta è di 100mila euro “per danni reputazionali”, dettaglio persino comico, considerato che Fazzolari è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al “rapporto con i media”: e dunque la reputazione di chi?

Maneggiando identica lagnanza, querela anche Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni. E poi a cascata seguono le querele della famiglia La Russa e figli, del ministro Daniela Santanchè, ancora da Gasparri, dal ministro Giorgetti, sua moglie e sua cognata, dal ministro Urso e dalla sottosegretaria Isabella Rauti, dalla famiglia Berlusconi e persino dalla muta Marta Fascina.

Sempre più saldi si sentono i plotoni della destra quando salta fuori la spericolata amicizia di Ranucci con Valter Lavitola, il faccendiere che muove spazzatura da una trentina d’anni al servizio di Berlusconi, prima interrogato e poi arrestato dai magistrati che indagano, dallo scorso ottobre, sulla bomba esplosa davanti a casa Ranucci. Ora esultano. Ci sono riusciti usando il miserabile tritolo della insinuazione, il discredito che precede, accompagna e segue Lavitola. Fratelli d’Italia presenta un esposto. Salvini non aspetta né giudici né verifiche. L’11 agosto detta direttamente il palinsesto del servizio pubblico: finché non sarà fatta chiarezza, dice, “il denaro pubblico degli italiani non dovrà più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”. Non sta parlando dei 49 milioni di euro che la Lega ha imboscato, ma proprio di Report che fino a oggi, tra assoluzioni e archiviazioni, non ha mai perso una causa.

[…]

Basta e avanza la poderosa campagna di stampa che impiega “2800 articoli” per trasformare la vittima dell’attentato nel colpevole “di oscuri intrecci” che non la giustizia, ma la politica si incarica di condannare e sanzionare, secondo la nuova diagonale del potere che aggiorna il calibro della censura. E insegna ai giornalisti che restano se valga oppure no la pena di fare una certa inchiesta, infilare il naso nel patrimonio di un ministro, negli affari di un sottosegretario, nelle amicizie di un presidente, nel ruolo del Garante della privacy o nella nuova villa di Giorgia Meloni. A loro l’editto non deve spiegare niente. Hanno visto, hanno capito. È questo il velenoso tornaconto della nuova censura: non impedire a un giornalista di parlare, ma fare in modo che tutti imparino quando conviene tacere.