Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La mossa del cavillo


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – È impossibile tradurre in qualunque lingua diversa dall’italiano quel che è appena successo ai vertici del nostro calcio, dove il presidente Giovanni Malagò è stato sostituito dal commissario Giovanni Malagò, il quale avrà il gravoso compito di indire al più presto l’elezione del nuovo presidente Giovanni Malagò. Il passaggio di consegne tra il Malagò passato-futuro e quello presente (avvenuto, immagino, nel Salone degli Specchi) dev’essere stato rapidissimo. Il tempo di una stretta di mano: la sinistra di Malagò avrà preso la destra di Malagò e insieme si saranno unite in un bell’applauso al genio italico.

Quando vuoi far fuori qualcuno, in Italia ti appigli al primo cavillo che passa. Ma poiché da noi i cavilli trottano sempre in coppia, se ne trova sempre un secondo in grado di bloccarne la corsa. In estrema sintesi: i nemici di Malagò, alcuni dei quali erano suoi amici, hanno agitato un vizietto di forma per invalidarne la nomina a presidente. Poi, preoccupati per le conseguenze e le possibili ritorsioni, si sono inventati una contromossa affinché tutto rimanesse com’era. D’altronde siamo la patria di Machiavelli e di Conte, che è riuscito a fare il premier con la Lega e subito dopo con il Pd senza toccare terra tra un’acrobazia e l’altra. Il Malagò uno e trino risponde persino a una logica di buon senso. All’italiana, s’intende. Aveva ragione Flaiano: in questo Paese la linea più breve tra due punti rimane l’arabesco.


Dal trauma alla vendetta, la legge del più forte di Netanyahu sfida il lume della ragione


Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni

Dal trauma alla vendetta, la legge del più forte di Netanyahu sfida il lume della ragione

(ANNA FOA – lastampa.it) – Tre anni dal 7 ottobre, la data che ha segnato una cesura radicale nella storia del conflitto israelo-palestinese e che ha dato inizio allo sterminio di oltre settantamila abitanti di Gaza, alla quasi totale distruzione della Striscia, all’aggressione crescente di esercito e coloni in Cisgiordania, volta a sbarazzarsi cacciandoli dei suoi abitanti palestinesi. Cosa è oggi Israele, come è oggi il Paese che celebra questo ricordo?

Diciamo, a scanso di equivoci, che l’attentato terroristico del 7 ottobre è stato subito – e così doveva essere – condannato universalmente, tranne che da frange marginali di estremisti, non ha trovato giustificazioni né sostegno.

È apparso fin dal primo momento un episodio mostruoso di crudeltà esibita proprio per scatenare la peggiore reazione degli israeliani, e non un, in qualche modo legittimo, atto di resistenza alla realtà dell’occupazione e dell’oppressione esercitata sui palestinesi da Israele.

Ma ben presto la solidarietà e la simpatia verso Israele, vittima del 7 ottobre, si è trasformata in una critica sempre più dura alla sua reazione contro Gaza, fino a diventare aperta ostilità man mano che cresceva a Gaza il numero dei morti sotto le macerie provocate da Israele. Le modalità di questa guerra asimmetrica ben si colgono nelle testimonianze dei soldati e degli ufficiali del film Naza.

Così come si coglie lo stato d’animo di chi organizza e mette in atto il massacro di civili innocenti, i “danni collaterali”: senso di essere nel giusto, di stare vendicando le vittime del 7 ottobre, di uccidere esseri inferiori. L’idea che l’unica legge sia quella del più forte, che Israele sia un’eccezione per cui non vale la legge internazionale, né quella della morale universale. Ma anche rimorso, risveglio doloroso dopo l’ubriacatura di sangue.

Per il governo israeliano, il peggiore in assoluto della sua storia, comunque sia andata la questione degli avvertimenti ricevuti, quello che è successo in questi tre anni è stato volto a impedire la nascita dello Stato palestinese, a creare la grande Israele voluta da Dio, a cambiare lo scacchiere mediorientale a suo favore. Per l’esercito, sotto la guida dei peggiori comandanti della sua storia, è stato realizzare la vendetta dei morti assassinati del 7 ottobre. E Hamas? Scompare quasi nell’identificazione con tutti i palestinesi, nella formula che “non ci sono innocenti a Gaza”.

Oggi coloro che hanno consentito, consapevolmente o meno, il 7 ottobre sono sui palchi delle commemorazioni a esaltare Israele e la sua guerra. Haaretz ce li descrive, tutti vicini, premier e ministri, compresa Sara Netanyahu, tutti colpevoli. Tra chi li ascolta si levano voci discordi, il padre di un ragazzo assassinato il 7 ottobre che accusa Bibi, il distacco dei famigliari degli ostaggi, che faranno una commemorazione da soli, senza il governo. L’isolamento del mondo, il boicottaggio, l’affiorare nella diaspora dell’antisemitismo. Intanto, si allargano le notizie sull’atteggiamento del governo, sul suo abbandono degli ostaggi, sulla volontà di estendere le guerre sempre di più.

E fra venti giorni questa Israele distrutta dal dolore, dalla paura e dalla colpa voterà. Ritroverà il lume della ragione, seguendo le strade più razionali della politica? È un Paese, come lo è – e lo era – Gaza, dove ci sono innocenti. Hanno il coraggio di opporsi, di gridare “Non in mio nome”, di essere protettive presenze contro coloni ed esercito in Cisgiordania, senza armi. Piangono anche loro i morti del 7 ottobre, e ne ricordano la terribile violenza, anche se il governo li considera sostenitori di Hamas.

E noi? Riusciremo a far sì che l’orrore del 7 ottobre non offuschi o addirittura cancelli quello, tanto più vasto, di Gaza? Lo ha detto bene David Grossman qualche mese fa in un’intervista, quando ha fatto sua l’etichetta di “genocidio”. È stato attaccato in Israele e i suoi libri sono stati dati alle fiamme. Eppure, sappiamo che è l’unica strada percorribile, che l’ingiustizia non cancella l’ingiustizia ma la moltiplica, che la vendetta è inutile e porta solo colpa e altre vendette. Ecco, sono passati tre anni.


L’inganno Nato che irretì Mosca


Il trattato del 1990, con la preclusione alla spinta a Est nell’ex blocco sovietico, è all’origine della conflittualità che si è sviluppata nei decenni successivi, fino alla guerra in Ucraina

L’inganno Nato che irretì Mosca

(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Nel mio nuovo libro, affronto le principali questioni relative all’espansione della Nato verso la Russia, coniugando la storia e la sociologia.

I primi due capitoli sono dedicati a Gorbaciov ; il terzo e il quarto sono a Eltsin; il quinto e il sesto a Putin. Ogni capitolo espone i fatti, affronta i nodi storiografici e presenta una tesi. La tesi che espongo nei primi due capitoli è che il punto di origine dei contrasti tra Mosca e la Nato, culminati in Ucraina il 24 febbraio 2022, risieda nella contraddizione tra il verbale allegato al Trattato sullo stato finale della Germania e l’articolo 5, paragrafo 3.

Ponendo gli articoli del Trattato “in dialogo” tra loro, mostro che il testo firmato a Mosca il 12 settembre 1990 spingeva la Nato in due direzioni opposte: una spinta a est, verso la Russia, rappresentata dal verbale allegato, e una controspinta a ovest, lontano dalla Russia, rappresentata dall’articolo 5. Questa contraddizione nel Trattato era tenuta sotto controllo dalla struttura bipolare della Guerra Fredda, ma poi è stata “liberata” dalla dissoluzione dell’Urss e dal passaggio a un mondo unipolare.

Scomparso il blocco sovietico, la Nato mise da parte le preoccupazioni per gli interessi di sicurezza del Cremlino, che aveva ostentato durante le trattative per la riunificazione della Germania, ponendo le condizioni necessarie, ancorché insufficienti, per lo scoppio di una guerra sul territorio europeo tra i successori dei difensori dell’articolo 5 e i successori dei sostenitori del verbale allegato. Non attribuisco una contraddizione letterale al Trattato sullo stato finale della Germania, bensì una contraddizione geopolitica che emerge dalla lettura congiunta delle sue disposizioni. Individuo un preciso punto di origine documentale e una specifica contraddizione interna al quadro giuridico concordato dai sovietici e dagli occidentali nel Trattato sullo stato finale della Germania.

Il compromesso raggiunto nella sera dell’11 settembre 1990 tra Genscher e Shevardnadze per superare la crisi diplomatica che impediva agli occidentali di firmare il Trattato non fu semplicemente ambiguo; fu costruito su due “concessioni” strategiche in conflitto tra loro. La prima concessione, favorevole alla delegazione sovietica, fu inclusa nell’articolo 5, con l’intenzione di precludere alla Nato l’opzione di espandersi a est. La seconda concessione, favorevole alla delegazione americana, fu inclusa nel verbale allegato, con l’intenzione di neutralizzare ogni preclusione legale all’espansione della Nato, nel caso in cui la Casa Bianca avesse deciso di allargare l’Alleanza Atlantica in Europa dell’Est.

[…]

Non sostengo che il Trattato sullo stato finale della Germania del 1990 sia la causa della guerra in Ucraina del 2022. Sostengo una tesi circoscritta: che lì si trovi l’origine di una dinamica conflittuale successivamente sviluppatasi. Non affermo che il Trattato è stato interpretato male dai contendenti, ma che il Trattato stesso conteneva due volontà politiche nemiche e inconciliabili. Il primo e il secondo capitolo affrontano anche la questione della promessa a Gorbaciov sulla non espansione della Nato a est: un tema strettamente connesso alla questione del verbale allegato.

La mia tesi è che Gorbaciov ricevette la chiara promessa che la Nato non si sarebbe espansa nei Paesi dell’Europa dell’Est. Per dimostrarlo, ricorro a due vie.

La prima è la via storica: compulsando i documenti desecretati dai governi coinvolti nelle trattative, mostro che la promessa riguardò non soltanto la Germania Est, ma tutta l’Europa dell’Est. Come mostro nel primo capitolo, Genscher, vicecancelliere e ministro degli Esteri della Germania Ovest, parlando con James Baker, il 2 febbraio 1990, e poi con Douglas Hurd, ministro degli Esteri britannico, il 6 febbraio 1990, precisò che le sue rassicurazioni diplomatiche sulla non espansione della Nato riguardavano tutti i Paesi dell’Europa dell’Est e non soltanto il territorio della Germania Est.

La seconda è la via sociologica: usando il concetto di “logica diplomatica”, mostro che era logico che la promessa a Gorbaciov riguardasse tutta l’Europa dell’Est. Definisco la logica diplomatica come l’insieme delle regole informali, delle aspettative, dei criteri di comportamento e dei presupposti strategici attraverso cui gli Stati interpretano gli interessi, le minacce, gli obblighi e i margini di azione nelle trattative internazionali in una determinata fase storica. Concepisco il linguaggio diplomatico come un comportamento osservabile che permette di inferire qualcosa sulla logica sottostante.

Nella mia impostazione, la logica diplomatica definisce:

1. i comportamenti verbali considerati “normali”;

2. gli interessi ritenuti prioritari;

3. le linee rosse dei governi;

4. le minacce percepite come gravi o esistenziali;

5. gli strumenti diplomatici ritenuti legittimi;

6. i compromessi considerati accettabili;

7. le dichiarazioni interpretate come segnali di amicizia o ostilità;

8. le alleanze considerate plausibili;

9. i rapporti di forza ritenuti insuperabili;

10. il calcolo costi/benefici associati alle dichiarazioni diplomatiche.

[…]

Ricorrendo a Durkheim, affermo che la logica diplomatica è un “fatto sociale”, vale a dire l’insieme dei modi di pensare, di agire e di sentire, esterni e coercitivi, diffusi nella comunità diplomatica internazionale. Collocando le rassicurazioni a Gorbaciov nella logica diplomatica del febbraio 1990, rendo evidente che non era un fatto logicamente “normale” assicurare al Cremlino che la Nato si sentiva libera di espandersi ovunque in Europa dell’Est, fatta eccezione per la sola Germania Est. Le relazioni internazionali tra l’Occidente e l’Unione Sovietica nel febbraio-maggio 1990 rendevano una rassicurazione così limitata “non-logica”. Chiarisco la mia tesi sulla promessa a Gorbaciov ricorrendo a un’ipotesi di scuola in chiave controfattuale basata sulla teoria delle azioni non-logiche di Vilfredo Pareto. Nel primo e nel secondo capitolo, usando soprattutto i verbali degli incontri diplomatici desecretati, mostro che, nei mesi delle trattative per la riunificazione della Germania, la possibilità che i Paesi dell’Europa dell’Est aderissero alla Nato fu oggetto di tensioni. Gorbaciov ha sostenuto che la questione non fu toccata da nessuno. In realtà, egli fu il primo a occuparsene, manifestando la sua preoccupazione alla controparte occidentale, ad esempio, nel suo incontro con Mitterrand del 25 maggio 1990 al Cremlino. Il primo e il secondo capitolo trattano dieci questioni principali sotto Gorbaciov; il terzo e il quarto affrontano otto questioni fondamentali sotto Eltsin; il quinto e il sesto si occupano di 14 questioni decisive sotto Putin. Nelle conclusioni, tocco quattro temi: 1) il Memorandum di Budapest del 1994 e le cause che hanno reso quel trattato obsoleto; 2) le promesse degli Stati nelle relazioni internazionali; 3) il senso di responsabilità dell’Unione europea nella decisione di espandere la Nato verso la Russia, con riferimento alla teoria del leader politico di Max Weber; 4) la capacità della Nato e dell’Ucraina di perseguire i propri fini con l’allargamento a est.


Pouf, panettoni, orologi a pendolo e dolcetti: quando nascondere la mazzetta diventa arte


Da Poggiolini ad Armao, antologia di trent’anni e più di “soprassoldo” da inguattare

Pouf, panettoni, orologi a pendolo e dolcetti: quando nascondere la mazzetta diventa arte

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – […] “Peggio di un politico sconfitto c’è solo un politico al verde”. La fantasia al potere giunse con questo epigramma per merito di Paul Taylor Powell, deputato democratico dell’Illinois, che conobbe negli anni 60 una stagione politica di alto livello, fu anche speaker della Camera, e conquistò una notorietà mondiale per l’attività di deposito e catalogazione delle tangenti. Le custodiva in scatole di scarpe e documentava il pragmatismo, l’efficienza del tangentista non perditempo.

[…]

Soluzioni perfette ma non fantastiche. L’eccellenza nella virtù del nascondimento la dobbiamo a Duilio Poggiolini, il satrapo della sanità italiana, rapace accentratore di ogni forma tangentizia. Elevò il pouf, quel sedile molle, quella presenza avvolgente in salotto come il contenitore prediletto per ospitare cct, titoli di Stato, tesori di varia natura. I finanzieri, giunti in casa del potente direttore del ministero della Sanità al tempo di Tangentopoli, scucirono, nel senso proprio del termine, questa poltrona mobile, imbottita di ogni forma di provvidenza terrena.

Il soldo, il soprassoldo, la tangente in oro o in banconote, o anche il monile. Il gioiello, l’orologio. Le forme della corruzione, quelle più veniali e le altre più interessanti e curiose (l’immobile di pregio in comodato d’uso, lo yacht, il giro lungo con le escort o al ristorante di grido per un’abbuffata senza fine) sono il principio e il destino del cosiddetto magna magna.

La cronaca di queste ore ci fa sapere che l’ex vicepresidente della Regione Siciliana e assessore all’economia, marito di Giusi Bartolozzi, fino a poco tempo zarina del ministero di Giustizia, conservava il soprassoldo in un orologio a pendolo. Così dicono le microspie degli inquirenti. Il pendolo, un po’ di qua e un po’ di là (Armao fu candidato a governatore della Sicilia da Calenda e Renzi, quando i due erano politicamente fifty fifty).

Riteniamo però che in questa speciale classifica della tangente nascosta meriti una citazione il sindaco di Sorrento Massimo Coppola che ripose ben 15mila euro nel panettone natalizio.

[…]

E la strenna, composta e riposta appassionatamente al fianco dei torroncini e delle altre leccornie natalizie, rappresenta la felicità dei percettori (una trentina) dei bonus che partivano dagli appaltatori dei grandi lavori per la linea ferroviaria ad alta capacità Napoli-Bari. Un precursore di tangentopoli, il geometra Adriano Zampini, preferiva distribuirli in scatole di cioccolatini. Dobbiamo alla felice intuizione di Lidia Pagani, compagna di Fabio Risi, al tempo consigliere regionale leghista in Lombardia, se le banconote finirono nel congelatore, accanto al pesce spada e alla fracosta di vitello. Gli inquirenti lasciarono il bottino al sole prima di iniziare la conta.

Ci vuole talento nei piani di accumulo così come in quelli di distruzione. Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità e capofila dei politici di Tangentopoli, bollì in un pentolone tutti i documenti che illustravano il cammino delle tangenti. Mario Chiesa, il papà di Mani pulite, propose la tangente subacquea: plastica impermeabile intorno alla mazzetta e poi lo sciacquone a vista del bagno.

Nulla di sporco, intendiamoci.


L’irruzione del presente


(di Michele Serra – repubblica.it) – Nello scintillio dei bitcoin, delle stock option, dei bond, dei Ceo, dei cento altri anglismi della nuova economia, la parola salario suona antica e quasi anacronistica. Viene dal latino salarium, in origine indicava la somma che si dava ai soldati per comperare il sale (allora prezioso), poi per esteso la paga in genere. Appare, ultimamente, in quasi ogni dibattito politico e nei titoli di giornale, e fa l’effetto di una permanenza otto-novecentesca che stride con il linguaggio dinamico e smart della nuova economia e delle nuove tecnologie.

Eppure nel mondo i salariati sono quasi tre miliardi, e in Italia diciannove milioni: la massa sterminata di lavoratori dipendenti la cui salute sociale dipende soprattutto da una busta paga. Di vario calibro e di difforme fortuna, i salariati sono saldamente nostri contemporanei.

La sensazione è che per parecchi anni se ne sia parlato abbastanza poco, di salari e salariati, e forse è per questo che tornare a parlarne con frequenza dà quasi l’idea di una ingombrante intrusione di un passato che non passa: e invece è una irruzione del presente. Di un presente messo da parte, omesso, che reclama la sua centralità non sulla base di un’ideologia, ma della realtà materiale.

Le tasse, i salari, i prezzi dei prodotti, il costo della vita, il potere d’acquisto, il rapporto capitale/lavoro, i modi e i luoghi della contrattazione: alla fine la politica sta tornando a parlarne come se quella fosse la sua lingua madre dimenticata. Non è una categoria otto-novecentesca, il salario. È ancora la misura principale (oggi gravemente sottodimensionata) del lavoro umano. Augurando a se stesso che i robot non sviluppino coscienza sindacale (chissà…), il capitale deve continuare a fare i conti, in tutti i sensi, con gli esseri umani.


Legge elettorale, un premierato in maschera


La nuova riforma nasce per tirare uno sgambetto al centrosinistra, mettendolo in difficoltà. E dalla frustrazione

Roma, 6 ottobre: l'aula della Camera durante il voto sulla legge elettorale

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Non è un voto, è un’ordalia. Un giudizio di Dio sul bene e sul male, che si proietta sul destino della legislatura, sulla futura carriera della premier, infine (e forse soprattutto) sulla pensione dei parlamentari. Sfumerebbe, se giovedì la Camera rifiutasse di timbrare la sesta legge elettorale degli ultimi trent’anni. Giacché a quel punto il finale è già stato scritto, anzi minacciato: dimissioni, crisi di governo, scioglimento anticipato delle assemblee legislative.

Ecco, c’è anzitutto un vizio di metodo in questa vicenda normativa. C’è un esercizio muscolare, c’è una forzatura, c’è un sopruso. Non solo verso l’opposizione, le cui ragioni sono rimaste inascoltate, mentre le regole del gioco andrebbero viceversa scritte di concerto fra tutti i giocatori. Anche nei confronti della stessa maggioranza, prima bacchettata («vigliacchetti e irresponsabili», quando a luglio venne respinto l’emendamento sulle preferenze), poi blindata con i voti di fiducia (che si esprimono a scrutinio palese, quindi chi sgarra va dietro la lavagna). «Sta’ attento a chi darai fiducia due volte», diceva García Márquez. In questo caso il governo Meloni l’ha chiesta per tre volte.

Insomma, una marcia a passo dell’oca, che tuttavia si veste d’amorosi sensi. «Mi ami, mi vuoi bene?» domanda il governo alle sue truppe cammellate. «Dimmelo di nuovo, dimmelo una volta, due, tre». Ma questa richiesta deriva da un moto di sfiducia verso la stessa maggioranza, altrimenti non avrebbe senso.

Difatti la questione di fiducia è un espediente tecnico per superare l’ostruzionismo delle opposizioni, di cui stavolta non c’è traccia. Oppure serve per serrare i ranghi d’una maggioranza risicata, mentre il gabinetto Meloni ha numeri larghi in Parlamento. Eppure esordì alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia nei suoi primi 18 mesi — un record. Evidentemente questo governo s’affida alla fiducia perché non ha uomini fidati.

Dopo di che il (cattivo) metodo si riflette anche sul merito della nuova legge elettorale. Perché anzitutto mette un bavaglio a noi elettori, ci impedisce d’esprimere una scelta consapevole. Restano, e anzi si moltiplicano, i listini bloccati. Restano le pluricandidature (cinque). E in molti casi non è possibile nemmeno conoscere in anticipo i nomi degli eleggibili, giacché i candidati in posizioni inferiori nel listino — che in teoria verrebbero selezionati con le preferenze — entreranno in Parlamento sulla base di calcoli complessi, legati ai resti e alle percentuali finali dei partiti.

Se c’entreranno, dato che soltanto i partiti maggiori potranno eleggere candidati oltre al capolista. Quanti? Bene che vada, il 10 per cento della rappresentanza. Mentre il Rosatellum — la legge in vigore dal 2017 — pur con tutti i suoi difetti assegna il 37 per cento dei seggi nei collegi uninominali, dove l’elettore sceglie una persona, oltre al simbolo d’un partito. Un arretramento, ma del resto al peggio non c’è fine.

In secondo luogo, si profila uno sbarramento — anzi, una montagna da scalare — per le forze politiche che intendano affacciarsi per la prima volta in Parlamento. E questo è forse il punto di più evidente incostituzionalità della nuova disciplina. Che moltiplica per quattro le sottoscrizioni necessarie a presentare la lista: da 1.500 a 6.000 per ciascun collegio.

Significa, su base nazionale, l’obbligo di raccogliere 450mila firme. E oltretutto senza la sottoscrizione online, ammessa invece per i referendum. Da qui un contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, che vieta le discriminazioni irragionevoli. Nonché con l’articolo 49, che attribuisce a tutti i cittadini il diritto di concorrere a determinare la politica nazionale.

C’è allora, in vista, già il secondo tempo di questa partita. Si giocherà davanti alla Consulta, mentre intanto si preparano i ricorsi, le carte bollate. Su vari fronti, non solo rispetto alle sottoscrizioni. È legittimo un premio di maggioranza che trasforma il 42 per cento dei consensi nel 55 per cento dei seggi?

Qual è la soglia oltre la quale in nome della governabilità si strangola il valore della rappresentanza? Ed è legittimo assegnare il premio su scala nazionale anche al Senato, che andrebbe viceversa eletto — dichiara l’articolo 57 della Costituzione — «a base regionale»? È infine legittima l’indicazione preventiva e obbligatoria del futuro premier da parte di ciascuna coalizione? O invece non lede — sia pure con una formuletta ipocrita — le prerogative del capo dello Stato?

Sì, l’ipocrisia. Non sarà incostituzionale, però è immorale. Difatti lo sappiamo tutti: la nuova legge elettorale nasce per tirare uno sgambetto al centrosinistra, mettendolo in difficoltà sulla scelta del leader e abrogando i collegi uninominali, dove la volta scorsa il centrodestra vinse a mani basse, ma solo perché dall’altro lato i partiti si presentarono divisi. E nasce dalla frustrazione per il naufragio del premierato, «la madre di tutte le riforme». Sicché entra in scena la zia: un premierato in maschera, con l’abito della legge elettorale.


Ci prendono per scemi


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Siccome la “guerra ibrida” esige qualche straccio di prova (per ora mai visto) per dichiarare la terza guerra mondiale, il nuovo ordine di scuderia è chiamarla “guerra ombra”. Che, essendo ombra, non si vede e non richiede neppure la fatica di dimostrarla. Rutte, il portaombrelli di Trump fresco di premio Pace di Vestfalia dalle mani di Merz, spiega come fare in caso di incidenti di matrice ignota: “Avete sentito il Comandante supremo alleato dire: ‘Ehi, quando potete, quando siete sicuri o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi’, come ha fatto oggi l’Estonia. Lo apprezzo”. Tipo quando i lituani lanciarono l’allarme droni russi, i caccia Nato si alzarono per abbatterli, poi si scoprì che erano uccelli. O quando Zelensky disse che due missili caduti in Polonia erano russi e invocò l’articolo 5 Nato, cioè la guerra mondiale, peccato che fossero ucraini. O quando il polacco Tusk accusò i droni russi di aver distrutto il tetto di una casa a Lublino, ma era stato un missile polacco. Uno si alza, grida “al russo al russo”, la notizia diventa “quasi sicura”, si dichiara guerra a Putin e poi, se qualcuno sopravvive, scopre che non era vero niente.

[…]

Ogni giorno questi pazzi criminali ci mettono alla prova, per vedere fin dove arriva la nostra creduloneria e può spingersi la loro propaganda. Ora è la vecchina ucraina che “disattiva un drone russo a mani nude” (forse parente di quella che nel 2022 abbatté un drone russo lanciando un barattolo di cetrioli o di pomodori dal balcone). Ora è il copilota jihadista dell’aereo FlyDubai che accoltella il comandante, ma viene prontamente ammanettato coi cavi degli auricolari (di acciaio inox o filo spinato, si presume) di un eroico passeggero. Ora sono i russi che in Ucraina combattono con le pale del 1869, le dita al posto delle baionette e gli homeless jacuti ubriachi a dorso di mulo, però ora invadono l’Europa almeno fino a Lisbona. E poi c’è Putin, che è contemporaneamente astutissimo perché trucca tutte le elezioni dell’orbe terracqueo vinte dai filo-russi e perse dagli anti-riarmisti; ma anche stupidissimo, perché ogni giorno semina attacchi ibridi, anzi “ombra” in tutta l’Ue portando acqua al mulino dei riarmisti russofobi. Ora, per dire, pianifica attacchi a Italia, Francia, Spagna in piena campagna elettorale, danneggiando i partiti che negano la minaccia russa; e intanto si danna l’anima per manipolare le elezioni a loro favore. E persino le primarie del Campo largo. I suoi hacker sono già pronti a votare in massa Conte, ma al Cremlino prende piede la corrente riformista che preferirebbe un trionfo di Gori o Ruffini o Maraio, così poi tutti si chiederebbero chi minchia siano Gori, Ruffini e Maraio. E nessuno ci capirebbe più niente. È il bello della “guerra ombra”: vale tutto.


Renzi, uno dei grandi misteri italiani


(Giancarlo Selmi) – La nuova giovinezza e centralità politica di Renzi, è uno dei grandi misteri italiani, insieme ai cantieri eterni e al motivo per cui nei talk show ci siano sempre le stesse dodici persone. Per i suoi amici rimasti nel PD, solo casualmente la parte peggiore del partito, per Schlein, per le leggendarie “stanze dei bottoni”, per molti scribacchini inspiegabilmente classificati a sinistra e per quasi tutto il palinsesto de La7, Renzi sembra essere tornato il cuore pulsante dell’alternativa a Meloni. Questo dopo aver contribuito all’elezione di La Russa alla presidenza del Senato e aver votato con la statista della Garbatella un centinaio di volte, incluso l’altro ieri.

Ma la coerenza, si sa, è populismo: la contraddizione, invece, se spiegata bene in televisione, diventa strategia. Visto che non riusciamo a togliercelo dalle palle, proverò almeno a togliermi la soddisfazione di prenderlo per il culo. Ho deciso quindi di scrivere una parodia de I promessi sposi, con protagonista Renzio Travagliato. Chiedo scusa a Manzoni in anticipo. In principio Renzio è un giovane ambizioso con un talento raro: dà del vecchio a chiunque sia nato prima di lui e del traditore a chiunque non gli abbia ancora dato ragione. Da bambino non giocava con la fionda: organizzava le primarie per decidere chi dovesse tenerla. Se vinceva un altro, gliela sottraeva in nome del rinnovamento. Dopo diventerà uno a cui non bisogna mai dare la spalla. O altra cosa.

Accanto a lui ci sarà Lucietta, promessa sposa di buon cuore e straordinaria capacità di sopportazione. Lo ha scelto tra un mugnaio con l’alito al pecorino, un notaio settantenne con tre denti e lui. Una scelta per esclusione: in amore, come in politica, l’inizio di quasi tutte le catastrofi. Incontreremo il Conte Innominato, uomo attento al bene comune e quindi naturale nemico di Renzio. Da questi tormentato, rovesciato e infine accusato di aver rovesciato sé stesso. Ci sarà Fra’ Cristoforo del Fatto, che predica contro il potere e viene odiato da Renzio con quella serenità che normalmente si riserva agli editoriali non concordati.

Ci sarà Enrichetto il Sereno, come Renzi di sinistra quanto lo possa essere il piede destro, ma preda ideale, e qui non c’è bisogno di aggiungere altro. Non mancheranno Don Salvinio, i Bravi della comunicazione, le monache dei talk show, gli Azzeccagarbugli pseudo-costituzionalisti e una processione di ministri, governatori, rottamati, responsabili e irresponsabili. Al posto della peste avremo il Covid, con quelli dell'”aprite tutto” al mattino e del “chiudete tutto” dopo il collegamento serale. Al posto del lazzaretto, i salotti televisivi. Al posto della Provvidenza, un nuovo partito personale dato al 2%, ma presentato come “l’unico vero centro del futuro”.

Sarà la storia degli ultimi quindici anni: governi nati per durare e caduti per responsabilità; alleanze impossibili diventate inevitabili con l’avvento di qualche dragone o prima delle elezioni; scissioni annunciate come atti d’amore; sconfitte elettorali celebrate come formidabili ripartenze. Il titolo ancora non c’è. Terrà però conto del fatto che il matrimonio fra la politica e i bisogni dei cittadini non s’ha da fare: è populismo. Di un accordo tecnico con tutti dentro, un Dragone a capo e il consueto inchino ai vecchi e nuovi padroni delle ferriere, invece, si può sempre discutere. E si deve fare. L’Italia s’ha da distruggere. E regalare divisa in lotti.

Vuole “riprendersi Itaca”. Che ganzo. Facile la previsione: oggi con Ulisse e Penelope… domani dalla parte dei Proci? Attendo prenotazioni e opinioni. Anche contrarie: Renzio ha già pronto un partitino per accoglierle.


Di Battista dà un esempio, i padroni non hanno pietà


(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Per quasi tutte le religioni e le tradizioni spirituali, avere fede significa confidare che ciò che accade sia rivolto a un bene superiore e imperscrutabile. I cristiani credono che nel dolore l’essere umano viva il sacrificio di Cristo sulla croce; per la Kabbalah, il Creatore sa cos’è giusto per noi, e le nostre vicende sono il frutto di scelte che abbiamo fatto prima di nascere; l’Islam considera il dolore uno strumento di purificazione spirituale; il buddismo, specie nelle versioni radicali dello Zen, si fonda sul principio che tutto è illusione e vacuità. Si può avere anche una fede laica: pensare che la vita, la morte e la malattia siano espressioni casuali e democratiche dell’essere al mondo.

La vicenda di Alessandro Di Battista, ex parlamentare del M5S, nostro amico e autore per il Fatto e PaperFirst, ha colpito tutte le persone perbene perché interroga la coscienza intorno al concetto più alto di giustizia: perché, in virtù di quale legge divina o biologica, un giovane uomo sano, onesto e generoso viene colpito da un grave malore, mentre anziani despoti che compiono stragi e genocidi vivono benissimo e senza neanche un raffreddore? Da qui deriva la rabbia che proviamo, insieme a una grande apprensione, dal 28 agosto scorso, giorno in cui Di Battista è stato ricoverato a Cuba, dove si trovava per documentare le dure condizioni di vita della popolazione a causa dell’embargo statunitense, sanzione che ha peggiorato anche la condizione degli ospedali (talvolta la sorte sa essere ferocemente precisa). Peraltro tutto è successo prima che Alessandro sciogliesse la riserva sull’ipotesi di rientrare in politica con la sua associazione Schierarsi, impedendogli di afferrare il kairós dei greci, il momento giusto, l’attimo opportuno. Tutto questo ha commosso chiunque abbia un’anima integra, quindi non le canaglie da tastiera, alcune delle quali – giornalisti filo-Nato, politici malvissuti, vippume vario – prima hanno accusato Alessandro di voler rientrare col volo di Stato (“Hai capito l’anti-casta?”), poi, siccome l’ha rifiutato, hanno insinuato che avesse inscenato il malore d’accordo con le cellule putinian-venezuelan-cubane per tornare in Italia da eroe e candidarsi alle elezioni (sono gli stessi che insultano i “grillini” dando loro dei complottisti e seguaci della teoria delle scie chimiche). È il noto atteggiamento razzista e classista dei media padronali nei confronti dei 5 Stelle (ricordate gli insulti alla Taverna perché non veniva dai Parioli?), che Alessandro ha subito anche dopo essere uscito dal M5S, rinunciando a ogni privilegio e senza chiedere niente in cambio, in seguito al sostegno di Grillo al governo Draghi. Non importa cosa dicesse e quanto avesse studiato le questioni geopolitiche: lui era “il Che Guevara di Roma nord”, lo “scappato di casa” colpevole di fare politica senza autorizzazioni dall’alto, come peraltro la Costituzione consente di fare a “tutti i cittadini”, non solo ai “migliori”. I quali migliori, poi, erano e sono i fossili di Pd e FI, i liberali draghiani (competenti per osmosi), i furbi, gli squali, i Renzi e i Calenda che sfornano libri pieni di patetiche autocelebrazioni e pensierini di desolante povertà politica. Di Battista, documentandosi con umiltà, ha dedicato gli anni recenti a denunciare con coraggio lo sterminio a Gaza e le violenze in Cisgiordania contro i palestinesi per mano di Israele; se aggiungiamo che è anche contro il riarmo e la folle non-soluzione di continuare a inviare armi all’Ucraina distrutta, si capisce perché con lui è lecito, ai piani alti di questa società corrotta, non avere pietà.

Ciò nondimeno, noi proviamo nei suoi confronti non pietà, ma una sconfinata ammirazione. Alla domanda di Giovanni Floris se intendesse “combattere” il tumore che l’ha colpito, Alessandro ha risposto nel più nobile e “politico” dei modi: non c’è niente da combattere, lui “sta lì” e si curerà, affidandosi a chi sa cosa fare. Ha rifiutato, quando avrebbe potuto cavalcare la sua vicenda facendo l’eroe, la logica del competitivismo, quella cultura della performance spietatamente darwiniana che pervade la società occidentale fin negli spazi più intimi del vivere: la malattia come debolezza, la prevalenza dell’ego, la trasformazione in intrattenimento social dello sgomento di ritrovarsi soli in un letto di terapia intensiva; ha scansato con delicato umorismo la retorica che ci vuole “guerrieri” negli infortuni, da cui uscire vincitori per volontà e determinazione, a dispetto di quelli che “non ce la fanno”; tra questi, milioni di incolpevoli bambini. Proprio ai bambini, soprattutto quelli palestinesi trucidati da Netanyahu, Alessandro ha dedicato libri, spettacoli teatrali e ogni suo pensiero, persino da Cuba, mentre apprendeva la sua diagnosi. Confidiamo che torni presto a lottare per una società più giusta e a sorridere come lui solo sa fare.


Francia in fiamme: le proteste degli studenti transalpini si allargano!


Francia, gli studenti tornano in piazza: scontri a Parigi e Strasburgo. Trump: “Colpa dell’Islam”. Nuove manifestazioni dopo quelle del fine settimana, degenerate in violenza. Mélenchon al corteo: “Quello che fate è incredibile”. Lecornu: “Sospese lezioni al liceo per organizzare momenti di democrazia interna”

(repubblica.it) – Al via i primi cortei studenteschi in diverse città di Francia, in attesa del corteo parigino previsto per il primo pomeriggio. A Lione, i giovani hanno invece già cominciato a marciare lungo il percorso della manifestazione con slogan del tipo: “L’Istruzione è una priorità nazionale, “Diritto a un avvenire”. La giornata è stata presentata come “l’atto III” della mobilitazione iniziata la scorsa settimana nella periferia di Parigi e poi diffusa in tutto il Paese, degenerando in scontri e violenze.

Secondo i media francesi, tensioni con le forze dell’ordine sono esplose in Place de la Nation, punti di arrivo del corteo partito da Place de la République. Petardi sono stati lanciati in direzione delle forze dell’ordine, scrive Le Parisien, aggiungendo che gli agenti hanno replicato con i gas lacrimogeni. In un video pubblicato sul sito internet di Le Parisien, si vedono uomini vestiti di nero e incappucciati, scagliare oggetti e fumogeni contro il muro di agenti. Alcuni di loro indossano elmetti e caschi.

Scontri sono stati registrati anche a Strasburgo. Le immagini mostrano agenti in tenuta antisommossa che respingono gli studenti e ne colpiscono alcuni. È l’ultima città in ordine di tempo in cui si sono registrate tensioni tra manifestanti e polizia, con dimostrazioni in corso oggi in tutto il paese.

A Parigi, il corteo è previsto in partenza da place de la République alle 14. Nelle altre città, secondo il ministero dell’Interno, già 86.000 persone in mattinata hanno manifestato, mentre le lezioni risultano sospese, in modo parziale o totale, in circa 900 istituti, un quarto del totale. A Lione ci sono già stati otto arresti dall’inizio della giornata, principalmente per vandalismo e trasporto di ordigni incendiari o fuochi d’artificio.

“Quello che state facendo è incredibile e non ve ne rendete conto”, ha detto rivolgendosi ai giovani Jean-Luc Mélenchon, leader di La France Insoumise, presente al corteo di protesta degli studenti a Parigi. “E’ il movimento giovanile più potente che si sia visto negli ultimi 50 anni e nessuno può dire che avete torto, perché avete ragione”, ha spiegato, come riportano i media francesi. “Siate prudenti”, ha poi aggiunto.

Sono 215 gli studenti feriti dall’inizio delle mobilitazioni studentesche in Francia a metà settembre: è quanto annunciato all’Assemblea Nazionale dal premier, Sébastien Lecornu. Rivolgendosi ai deputati, il capo del governo ha inoltre evocato il ferimento di “85 dipendenti dell’Istruzione pubblica”. Per Lecornu, si tratta del bilancio “più grave degli ultimi decenni per l’istruzione pubblica in termini di numero di dipendenti pubblici feriti”. Lecornu ha quindi denunciato una “banalizzazione della violenza” che “non è accettabile”. Sempre secondo il premier, sono invece 715 tra gendarmi e poliziotti i membri delle forze dell’ordine feriti durante le dimostrazioni. Molti di loro, ha detto, hanno anche subito insulti e intimidazioni.

Il premier francese ha annunciato la sospensione delle lezioni nei licei di Francia nel fine settimana per organizzare un “momento di democrazia interna” con gli studenti, tornati oggi a manifestare in tutto il Paese per chiedere maggiori risorse per le scuole. “A partire da domani mattina, da giovedì o venerdì, è prevista una completa sospensione delle normali attività didattiche per consentire ai dirigenti scolastici e a ogni preside di dedicare del tempo alla democrazia interna del liceo”, ha affermato il premier, rivolgendosi ai deputati all’Assemblée Nationale.

Nel tentativo di placare la protesta il ministero dell’Istruzione di Parigi ha avviato una consultazione pubblica nazionale aperta agli studenti. Da lunedì 5 a venerdì 23 ottobre, si legge in una nota diffusa dal ministero guidato da Edouard Géffray, gli studenti potranno recarsi sulla piattaforma Agora per “comunicare le loro difficoltà, le loro aspettative e e le loro proposte per migliorare la scuola”.

La piattaforma è aperta a tutti gli studenti ma al momento, apparentemente, anche chiunque voglia dare il suo contributo anonimo. Tra i quesiti formulati, “Quali sono oggi le principali difficoltà riscontrate a scuola?”, “Cosa dovrebbe, a vostro parere, cambiare o migliorare per imparare meglio e vivere una scuola migliore?”. Secondo il ministero, “i contributi raccolti saranno oggetto di una sintesi e di una presentazione nazionale a fine ottobre. Puntano ad alimentare il proseguimento del dialogo con gli studenti”, concludono a Parigi.

“Non smetteremo di mobilitarci sino a quando non ci saranno 10 miliardi sul tavolo”, ha detto ai microfoni di BFMTV la portavoce dell’Union Etudiante, Sabrine Kharbach, ricordando le rivendicazioni di liceali e studenti di Francia. Si chiede di poter “mangiare, dormire e disporre di insegnanti di filosofia nell’anno della maturità, è pur sempre il minimo indispensabile”, ha affermato, aggiungendo: “Chiediamo soprattutto, di smetterla con il disprezzo”.

E sul tema è intervenuto anche Trump. “Quanto che sta accadendo in Francia è nientemeno che un’immigrazione di massa fuori controllo. Non è una questione di scuole: si tratta dell’Islam che vuole prendere il sopravvento su un Paese un tempo grande”, ha detto il presidente americano sul suo social Truth.


Crolla il potere d’acquisto, le famiglie usano i risparmi


Secondo l’Istat il reddito disponibile sale molto meno rispetto alle spese per i consumi. I medici : «Spesa sanitaria insufficiente». Vertenza Ericsson, Meloni chiama l’ad e blocca i licenziamenti

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Le famiglie risparmiano sempre meno: devono spendere tutto per arrivare a fine mese. La cura Meloni–Giorgetti continua a nuocere agli italiani. Così il racconto governativo del paese dei balocchi finisce per infrangersi ancora una volta contro la dura realtà riportata dai numeri diffusi dall’Istat: meno potere d’acquisto e redditi erosi.

L’Italia, dopo quattro anni di destra al potere, è un Paese più povero e con una pressione fiscale a livelli altissimi. A dispetto del fatto di una presidente del Consiglio che continua a vantare di aver diminuito le tasse. Dopo i dati preoccupanti messi neri su bianco dal ministero dell’Economia nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), anche l’Istituto nazionale di statistica ha mostrato un quadro a tinte fosche.

Il governo taglia la sanità, ecco i segreti della manovra

Meno risparmio

L’impoverimento, prima di tutto. Nel secondo trimestre del 2026 «il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9 per cento» rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Un precipizio che si scontra con gli annunci sul sostegno al ceto medio.

E ancora: l’aumento del reddito disponibile è dello 0,4 per cento a fronte di consumi che crescono dell’1,7 per cento. «Il reddito disponibile delle famiglie ha segnato un aumento inferiore a quello della spesa per consumi finali», ha confermato l’Istat. Il risultato? La propensione al risparmio è scesa al 6,7 per cento: il calo è stato dell’1,2 per cento in confronto al trimestre precedente. Una fotografia degli affanni degli italiani.

«Le famiglie stanno intaccando i propri risparmi per sostenere le spese quotidiane. Non è un segnale di benessere, è il segnale di una difficoltà che il governo continua a non voler vedere», ha detto la deputata e vicepresidente del Pd, Chiara Gribaudo.

Una situazione che getta un’ulteriore ombra sulla prossima legge di Bilancio che Matteo Salvini su tutti vorrebbe espansiva. «Servono soldi per cantieri come questo, quindi una manovra deve essere fondata sul buon senso, ma anche sul coraggio, sulla visione, sull’investimento», ha detto il segretario della Lega.

I conti non tornano: all’Italia non basta un buon ragioniere

Vola la pressione fiscale

La pressione fiscale è un’altra nota dolente per la destra al potere. Nel secondo trimestre ha raggiunto la cifra del 43,5 per cento «in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente», si legge nella nota dell’istituto di statistica. Del resto, il Mef di Giancarlo Giorgetti ha ammesso che il dato resterà almeno al 43 per cento sia nel 2026 sia nel 2027, nonostante le continue promesse di taglio delle tasse.

«Un bel risultato per colei che voleva inserire in Costituzione il tetto alla pressione fiscale», ha ironizzato la capogruppo di Italia viva al Senato, Raffaella Paita, ricordando una vecchia promessa di Meloni (il limite costituzionale del 40 per cento alla pressione fiscale). Da qui l’affondo anche verso il ministro dell’Economia: «Giorgetti, quello “competente”, continua a massacrare gli italiani con le sue politiche».

A evidenziare la lontananza tra realtà e i fatti, è stato il deputato di Avs, Nicola Fratoianni: «Solo qualche giorno fa, in una trasmissione tv, un’esponente della destra con cui mi stavo confrontando insisteva a dire trionfante che con questo governo non si mettono le mani in tasca degli italiani. Ed ecco che oggi la magia della destra scompare davanti alla realtà».

Gli italiani non fanno la spesa. Ma Meloni pensa solo al voto

Sulla prospettiva della prossima manovra, resta poi il convitato della spesa sanitaria, che – come riportato da Domani – per il prossimo triennio scende al 6,3 per cento rispetto al Pil. Un dato lontanissimo dal 7,1 per cento dei paesi Ocse.Con il solito gioco di numeri, l’esecutivo rivendica l’incremento (in senso assoluto della spesa) fino a 160 miliardi di euro nel 2029. Senza però rapportarla al Prodotto interno lordo, che resta l’unico parametro concreto per valutare l’impegno dalla sanità.

Il segretario nazionale del sindacato dei medici Anaao Assomed, Pierino Di Silverio, intervistato dall’agenzia di stampa, AdnKronos, ha infatti ricordato: «I 160 miliardi previsti per il 2029 rappresentano più un titolo che una vera svolta. In rapporto al Pil, infatti, la spesa sanitaria resta inchiodata al 6,3 per cento fino al 2029, non lasciando margini sufficienti per affrontare la crisi del personale». Inoltre, «il testo non affronta direttamente il tema dei tetti di spesa per il personale, delle retribuzioni o della sicurezza negli ospedali». ha evidenziato Di Silverio.

Dalle pensioni al catasto, Meloni vuole flessibilità ma ignora le richieste Ue

Dal Movimento 5 stelle, la senatrice Vincenza Aloisio ha rimarcato: «Un’incidenza sul Pil così bassa certifica l’incapacità cronica di rispondere alle reali esigenze di cura dei cittadini, ponendosi in aperto contrasto persino con i moniti delle istituzioni internazionali».

Donna sola al comando

In mezzo al deserto del governo, Meloni ha dovuto affrontare un altro guaio che il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, non era riuscito a risolvere: la vertenza Ericsson. La premier ha chiamato l’amministratore delegato della società (che aveva annunciato 131 licenziamenti a Genova ndr) di fronte «alle strumentalizzazione politiche», hanno fatto sapere fonti di Palazzo Chigi.

Meloni telefona ed Ericsson ritira i licenziamenti. Ma la crisi del settore resta irrisolta

Un paradosso che sia intervenuta per questioni politiche e non per l’urgenza della vicenda. Tuttavia, «dall’interlocuzione è scaturita la decisione dell’azienda di ritirare la procedura, dando vita a una soluzione responsabile che consente di aprire una nuova fase di dialogo sulle prospettive industriali e occupazionali di Ericsson in Italia» hanno aggiunto dalla presidenza del Consiglio. Un salvataggio in extremis, che conferma un problema strutturale: la presidente del Consiglio deve occuparsi tutti i dossier più delicati. Mentre il paese arranca sempre di più.


Nulla garantisce che gli astenuti tornino a votare una sinistra che parla chiaro. Ma l’alternativa è già nota


Stavolta risparmiateci la maratona di Mentana con Giorgia che fa la V con la mano

Nulla garantisce che gli astenuti tornino a votare una sinistra che parla chiaro. Ma l’alternativa è già nota

(Luca Ciarrocca – ilfattoquotidiano.it) – La serata la conosciamo a memoria. Lo spoglio, le prime proiezioni, il telecomando che salta da una maratona all’altra, qualcuno in tv che promette di ripartire dalla sconfitta. Poi il lunedì, Meloni fa il suo video per i social come al solito efficace, La Russa, Donzelli e tutta la destra applaudono. Fra un anno, forse sette mesi, si vota e questo scenario è già in cottura. Elly Schlein e Giuseppe Conte si litigano il posto di capotavola di una coalizione che deve ancora decidere che menù offrire.

Il presidente dei Cinque Stelle, ammesso e non concesso che non voglia giocare la partita da solo, ha avvertito gli alleati: a un progetto “annacquato”, scritto per non scontentare banche, industria delle armi e Israele, lui non si presterà. Pure per Fausto Bertinotti il campo largo rischia la sconfitta, perché il centrosinistra ha abusato della pazienza dei propri elettori, all’orizzonte vede disaffezione e astensionismo piuttosto che un semplice spostamento di voti. Ha ragione, purtroppo.

La destra, con il partito di Vannacci, stravince. E ce la fa anche senza il generale ‘remigrazionista’. Avanti così e Meloni governerà fino al 2032. Quasi dieci anni: un bambino nato il giorno del suo giuramento starà finendo le elementari.

E la cura proposta dagli alleati che dovrebbero battere le destre si chiamerebbe primarie? Per Demopolis il 38 per cento degli elettori progressisti le ritiene inutili, e ha capito tutto. Per Alessandra Ghisleri, una sondaggista che ci azzecca, Conte stacca Schlein di 14 punti. Mesi di gazebo per stabilire quale dei due perderà contro Giorgia, e per mandare a casa offesa la metà sconfitta. Matteo Renzi ci mette la sindaca di Genova, Silvia Salis, prodotto di marketing politico doc, che sposterebbe tutto al centro e spingerebbe fuori il M5S. Il centro poi, con l’Europa attuale in cui tutti i maggiori paesi virano a destra, è follia pura.

Serve qualcuno che stia fuori da questa sgradevole rissa. Gualtieri? Bersani? Con i tempi populisti che viviamo, ci vuole di più. Meglio una persona con una storia tutta a sinistra, che conosca salari, sanità e fisco, cioè la vita quotidiana di tutti. Che in tv risponda con i numeri e si faccia capire alla prima frase. Esiste. Ha 44 anni, viene da Foligno, ha guidato i Giovani comunisti, è stata assessora, siede alla Camera dal 2022. Buca lo schermo molto meglio di Salis. Si chiama Elisabetta Piccolotti. Il suo partito, Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato l’unica proposta della stagione che si possa spiegare al bar. L’hanno chiamata “restituzione fiscale”: tassare lo 0,1 per cento dei più ricchi, sopra i 5,4 milioni di patrimonio, per alleggerire il restante 99,9. Una proposta di buon senso. E il restante 99,9 siamo noi.

Avs dovrà però chiudere la diarchia. A Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli va detto grazie: hanno tenuto insieme due partiti federandoli, hanno diviso con equilibrio candidature e seggi, hanno portato l’alleanza dal 3,6 per cento del 2022 al 6,8 delle europee, confermato anche la scorsa settimana da alcune rilevazioni. Quella formula non funziona più. Nel sondaggio di Ghisleri sulle primarie, Bonelli raccoglie il 2,4 per cento, Fratoianni lo 0,4. Perfino in Germania, dove verdi e socialdemocratici eleggono due presidenti, il candidato cancelliere è uno. Sulla scheda la gente cerca un nome, un volto, una voce e una storia politica per proporre un programma vero.

Che Piccolotti sia la moglie di Fratoianni importa qualcosa? No, anche se la destra lo ripeterà ogni giorno. La sua militanza precede il matrimonio. Poi ci sono i Cinque Stelle. Solo il 7,5 per cento dei loro elettori sceglie Schlein, e il 53,7 rifiuta con disprezzo i voti di Italia Viva. Su armi, Ucraina e Israele, Piccolotti e il suo partito sostengono da anni ciò che chiede Conte. La voterebbero? Per ora è un’ipotesi.

Resta il Pd, e qui fa male. Una federatrice di sinistra lo obbligherebbe a scegliere fra la propria gente e la sua ala destra: i riformisti ex Margherita e Renzi, che detta condizioni con il 2,2 per cento. Qualcuno sbatterebbe la porta, e la scissione costerebbe voti. Nessun dato garantisce che gli astenuti, il 36 per cento nel 2022, tornino alle urne per una sinistra che parla chiaro. È una scommessa. L’altra strada, in compenso, la conosciamo al decimale. È la serata di cui sopra. Stavolta risparmiateci la maratona di Mentana con Giorgia che fa la V con la mano.


Vannacci vs Cerno: “Ha gusti invertiti, spazi in tv uguali per tutti”


L’ex generale al direttore de il Giornale: “Si è inventato che Futuro Nazionale voglia proibire a chi ha gusti omosessuali di comparire in televisione”

Vannacci, attacco omofobo contro Cerno: “Ha gusti invertiti, spazi in tv uguali per tutti”

(repubblica.it) – Tommaso Cerno “si è inventato che Futuro Nazionale voglia proibire a chi ha gusti omosessuali di comparire in tv. Non so se chi ha gusti invertiti abbia il patentino per sparare corbellerie più grosse rispetto a chi ha i gusti che si inquadrano nella normalità, ma le regole in televisione saranno uguali per tutti: in fascia protetta, quando ci sono i bambini davanti allo schermo, la propaganda gender e omosessualista non deve poterla fare né chi ha gusti omosessuali né chi ha gusti eterosessuali”. Lo dice Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale, dopo le parole dello stesso Cerno riguardo alle posizioni di Fn sulle cosiddette fasce protette in tv.

“Cerno, che dichiara di avere una preferenza erotica per i maschietti, di spazio ne ha dappertutto – prosegue Vannacci – : ha fatto il senatore del partito democratico, è stato dirigente di Arcigay, oggi è direttore de Il Giornale e fa il guru del centrodestra, ha addirittura una trasmissione in Rai”.

Il leader di Fn aggiunge: “Ma di cosa si lamenta? A me, per esempio, son sempre piaciute le donne e ciò non mi ha garantito né una citazione eterna nella Commedia di Dante né il patentino di ‘sparare minchiate’, come dice lui, tantomeno sulla pelle dei bambini”.


Conte: Schlein non è disponibile a fare un passo indietro, affrettiamoci a fare le primarie


Conte, sui tempi delle primarie non possiamo rimanere nell’incertezza 

(ANSA) – “Quando si sceglie una via va perseguita, anche per chiarezza con l’elettorato, non c’è dubbio. Non è che possiamo rimanere lì a tempo indeterminato nella totale incertezza”. Lo ha detto il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte parlando con i giornalisti alla Camera e commentando l’ipotesi di primarie a inizio 2027, come prospettato dal Pd. “I tempi sono dettati dalla necessità di essere pronti e preparati”, aveva spiegato in precedenza. “Ne parleremo con gli alleati, stessa cosa sulle modalità e i tempi”.

(Da corriere.it) – «Con Schlein ci siamo incontrati anche altre volte. In un recentissimo incontro ho invitato Schlein a valutare, vista la preoccupazione per le primarie che c’è in parte dell’elettorato, un passo indietro di tutti i leader di partito per proporre una terza figura. Gualtieri? Non ho fatto nomi perché non c’è per lei questa disponibilità»: a parlare è il presidente M5S Giuseppe Conte a Coffee Break su La7.

«Credo sia abbastanza probabile che in primavera» ci siano le politiche, «motivo per cui dobbiamo affrettarci a fare le primarie», «noi siamo pronti a parlare di programma».  I tempi? «È una cosa da valutare con gli altri colleghi. Non possiamo arrivare a ridosso della campagna elettorale. Aspettiamo le altre forze politiche perché compongano la loro idea programmatica per confrontarci», ha aggiunto Conte. 

«L’Italia non deve smettere di aiutare l’Ucraina, sarebbe una totale follia sostenere le ragioni di Putin. Noi abbiamo detto dall’inizio che assolutamente questa è un’aggressione che viola il diritto internazionale, e per noi per restituire credibilità all’Italia e all’Unione Europea non ci devono essere dei doppi standard. Abbiamo condannato Putin e siamo favorevoli a sanzioni economiche e finanziarie» a Mosca «però attenzione, non vogliamo il doppio standard per quanto riguarda Netanyahu e tutti i responsabili di un genocidio».

 E ha precisato: «Pensate che l’Italia nei primi sei mesi del 2026 ha raddoppiato l’import delle armi da Israele rispetto ai primi sei mesi dell’anno scorso – prosegue l’ex premier – Quindi oggi Israele, nonostante il genocidio, è diventato il secondo partner per le armi. Questo è uno scandalo, lo vogliamo dire o no?

Cioè tutti questi che si strappano i capelli accusando in modo ignobile chi parla di una svolta negoziale e di indirizzare a soluzione un conflitto, quello russo-ucraino, dove non possiamo più tollerare un ulteriore escalation militare, perché non parlano anche del governo genocida» di Netanyahu «e non introducono lo stesso metro di rigore?».


Pd, Movimento e la folata socialista


(Tommaso Merlo) – Pd e presunto Movimento litigano mentre la Meloni ride sotto i baffi e pensa ai ritocchi per affrontare un altro giro di giostra. Conte vuole le primarie mentre il Pd no perché sa che le può perdere. Elly Schlein sarà anche una brava ragazza ma ha il carisma di una animatrice dell’oratorio e l’unica cosa che ha cambiato alla fine è il suo guardaroba. Con lei il Pd rischia di sprofondare sotto il 20 e per questo potrebbero giocarsi all’ultimo la carta Bonaccini, il presidente del partito che piace ai trombosauri e forse a qualche casalingua in più. Oppure la carta Salis che sicuramente batte Bonaccini sul piano estetico e in tempi di bolle mediatiche ed influencer politicanti non guasta. Già, Pd e presunto Movimento stanno litigando su chi comanda ma del resto non ha senso che il Pd accetti che sia Conte il leader del Campo Santo, il suo partito ha meno voti, è detestato dall’estrema destra pidina e la pensa diversamente su questioni vitali. Già, litigano anche sui contenuti e perfino sulla guerra con la Russia con le sue devastanti conseguenze sociali. Ci stiamo dissanguando per riarmarci fino ai denti mentre perfino fare la spesa e la benzina è diventato un lusso e questo per combattere la nostra fonte energetica nonché vicina di casa col rischio di una escalation mondiale nucleare. Autolesionismo schizofrenico sostenuto fermamente dal Pd, la filiale locale del clan guerrafondaio di Bruxelles. Anche sul genocidio del secolo Pd, presunto Movimento e cespugli rossastri hanno dimostrato diverse sensibilità. Il Pd annovera addirittura tra le sue fila dei sionisti nostrani che vogliono intimidire il dissenso con la fregnaccia dell’antisemitismo. Altro contenuto vitale perché con risvolti sulla sovranità politica italiana e sul rispetto dei valori costituzionali. E visto le abissali divergenze tra gli ospiti del Campo Santo, non si capisce perché diamine vogliano andare a governare insieme se non per ragioni di poltrone. Fingendo di andare d’accordo oggi per raccattarne e fingendo dopo per tenersele. Già, siamo alla solita accozzaglia partitocratica messa insieme a fini elettorali più che politici. Se perdono si divideranno il giorno dopo le elezioni e se vinceranno daranno vita a un governucolo stitico e anemico presto rimpiazzato da qualche salvifico tecnico. Ed è così che la politica si allontana dal popolo e perisce, quando i partiti mettono prima i loro interessi elettorali dei contenuti e dei cittadini. Quando nasce nei palazzi. Finora il Campo Santo non ha infatti acceso nessun entusiasmo. Di questo passo lascerà il governo del paese alle destre più becere della storia mentre il primo partito resterà quello dell’astensione per esasperazione. Alzando lo sguardo oltralpe invece, sono due i venti in circolazione ed entrambi radicali. Uno è quello nazionalista che soffia in Germania e che potrebbe vincere in Spagna, folate conservatrici frutto del declino economico unito alla trasformazione della società a causa dell’immigrazioni di massa. Paure a cui rispondono mettendo la retro. Frustrazioni a cui rispondono chiudendosi. Lo slogan comune è quello della remigrazione mentre in Inghilterra dibattono se gli inglesi veri siano solo quelli con la pelle bianca o meno. E dato che non c’è come la paura e l’odio per raccattare voti, l’Europa sarà presto più nera anche politicamente. Sempre meglio comunque dei burattini lobbistici anche perché questa destra perlomeno vuole la pace con la Russia e rigetta il giogo sionista. Poi c’è un altro vento che ha in Mamdani il suo esponente più illustre, un movimento che si definisce “socialista” e propone una politica sobria, focalizzata sui problemi concreti e che alla deriva oligarchica contrappone stato e giustizia sociale. Idee non nuove ma che stanno rifiorendo dal basso tra le macerie del turbocapitalismo americano. La differenza principale con quelli di destra è che i socialisti vedono la nuova società multietnica come una risorsa e non come un problema, come una realtà da cui partire per andare avanti e non indietro. Lo stesso Mamdani è un immigrato, un membro di una nuova società civile che invece di subire angherie e complessi dagli autoctoni, si rimbocca le maniche per dare una sistemata alla loro nuova e malconcia casa occidentale. Socialismo che punta sulla fiducia invece che sulla paura e sull’inclusione perché non si ferma al colore della pelle ma percepisce oltre il comune destino del cittadino e in generale dell’essere umano. Una politica umile e sensibile verso gli ultimi ma che ha il coraggio di affrontare i grandi mali del nostro tempo che sono la perdita di sovranità a favore dei potentati economici, la deriva consumistica dell’esistenza anche collettiva e l’autodistruzione ambientale e bellica. E se in Italia Vannacci sta tentando di sfruttare la brezza nazionalista, dall’altra parte persiste la bonaccia da quando il presunto Movimento ha deciso di mettersi la cravatta nel tentativo di accoppiarsi con Pd e cespugli rossastri. E se continueranno a litigare su chi comanda e sui contenuti, la Meloni concederà un facile bis. Quanto al partito dell’astensione per esasperazione che detiene la maggioranza assoluta, l’unica speranza e che anche da noi arrivi qualche benefica folata socialista.