Selezione Quotidiana di Articoli Vari

La fila dietro Besostri


(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Le leggi elettorali le scrivono i partiti, e le scrivono per sé. E su questo non credo si possano avere dubbi di sorta. Non esiste conflitto d’interessi più limpido di un Parlamento che stabilisce con quali regole verrà rieletto. La Costituzione ha previsto un arbitro, la Corte costituzionale, ma ha dimenticato di lasciare una porta aperta a chi vota. Per vent’anni a quella porta ha bussato soprattutto un uomo, con il codice sotto il braccio e una pazienza da certosino.

Felice Besostri veniva dalla politica: sindaco socialista di Borgo San Giovanni negli anni Ottanta, senatore dei Democratici di Sinistra dal 1996 al 2001. Poi scelse di tornare al diritto per fare politica. Nel 2008 provò la scorciatoia e si presentò alla Consulta come componente del corpo elettorale, per sollevare un conflitto tra poteri dello Stato. La Corte rispose che un cittadino solo non è un potere dello Stato. Restava la via lunga.

Nel novembre 2009 l’avvocato Aldo Bozzi e altri ventisette elettori depositarono a Milano un ricorso per lesione del diritto di voto, e Besostri era tra i legali. Tribunale e Corte d’appello dissero di no. La Cassazione si decise il 17 maggio 2013, dopo otto anni di Porcellum e tre elezioni, e il 4 dicembre la Consulta cancellò il premio di maggioranza senza soglia e le liste bloccate. Il Parlamento eletto con quelle regole rimase al suo posto, perché la Corte volle salvare la continuità delle istituzioni. Il cittadino aveva ottenuto una vittoria a danno già fatto.

Con l’esperienza cambiò metodo. Contro l’Italicum presentò ventidue ricorsi in giro per il Paese prima della sua entrata in azione, convinto che non si potesse aspettare altri sei anni una Cassazione. Cinque tribunali, Messina, Torino, Trieste, Genova e Perugia, rimisero gli atti alla Consulta, che il 25 gennaio 2017 annullò il ballottaggio e la facoltà dei capilista di scegliersi il collegio, lasciando in piedi il premio al quaranta per cento. Il risultato più importante stava altrove: la Corte ammise che una legge si potesse contestare quando era già in vigore ma non ancora applicata. Quella legge, scritta dal governo Renzi, non fu mai usata.

Poi la porta si è stretta. Sul Rosatellum, nel dicembre 2017, la Consulta dichiarò inammissibili quattro conflitti di attribuzione, tre presentati da parlamentari legati al Movimento 5 Stelle e uno dal Codacons con un cittadino e un senatore. Besostri commentò che i giudici sembravano dispiaciuti di non poter entrare nel merito. I ricorsi d’urgenza nei tribunali furono respinti, e i loro promotori denunciarono che così il sistema di giustizia costituzionale restava una zona franca, affidata alla discrezione del Parlamento: prima del voto non si può agire, dopo non serve più. Lui lamentava anche un ostacolo più prosaico, cioè che i ricorsi vanno presentati nei ventisei capoluoghi di corte d’appello e non nei centoventi tribunali ordinari.

Besostri è morto a Milano il 6 gennaio 2024, a settantanove anni. Nel novembre precedente aveva presentato con Riccardo Magi un ricorso alla Cedu contro il Rosatellum. La causa dei legali messinesi Palumbo e Pruiti Ciarello è arrivata in Cassazione, che il 27 ottobre 2025 ha rinviato chiedendo una relazione al Massimario, e a luglio 2026 non si era ancora pronunciata. Intanto il Rosatellum è stato sostituito, senza che a quanto risulta la Consulta abbia mai potuto esaminarlo.

Oggi la scena si ripete in grande. Il 26 ottobre sono previsti trenta ricorsi in tutte le corti d’appello, con novantanove avvocati volontari, promossi dalla Rete per un voto libero e uguale insieme a Pd, M5S, Avs, Italia Viva e Più Europa. Contestano il premio di settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato, la soglia del quarantadue per cento da raggiungere in entrambe le Camere, le seimila firme per collegio richieste ai partiti senza rappresentanza, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le norme sulla parità di genere. Sperano nelle udienze a metà gennaio e in una sentenza della Consulta tra marzo e giugno, e Stefano Passigli propone di chiedere a Mattarella che le Camere non vengano sciolte prima.

Il metodo è quello: molti tribunali, molti giudici, una sentenza prima del voto. L’ha messo a punto un cittadino e la Consulta l’ha riconosciuto. Adesso lo adottano forze politiche che avevano il Parlamento a disposizione, e al tavolo siede anche il Pd, il partito del governo che scrisse l’Italicum. Può darsi che manchino i numeri, può darsi che servano a poter dire agli elettori di averci provato. Il banco di prova si vedrà quando queste stesse forze torneranno maggioranza e toccherà a loro scrivere le regole.

Il 26 ottobre, davanti alle cancellerie, ci sarà la fila dietro l’avvocato che ne ha tracciato il percorso, anche se in testa lui non può esserci. Se guarda dall’alto, vedrà politici che depositano carte per ottenere da un giudice ciò che avrebbero potuto decidere in Parlamento. Un cittadino ha dovuto dimostrare due volte che le regole del voto si possono mettere in discussione davanti alla Corte costituzionale. A chi le regole le scrive converrebbe scriverle in modo che di ricorsi non ci sia bisogno. Ma questo non è dato, in nessuna delle repubbliche italiane esistenti o sognate.


Benevento: riunione circoli territoriali Pd Sannio


Il Partito Democratico mette al centro la partecipazione, il protagonismo delle iscritte e degli iscritti, la forza dei territori.


La Riunione di ieri sera, 13 ottobre, promossa dalla Segreteria Provinciale è stata un momento di confronto vero, vivo, caratterizzato da una forte volontà di politica e di cambiamento.
Una sala piena, interventi appassionati, idee e proposte concrete.
Circoli aperti, radicati, capaci di ascoltare e organizzare le energie migliori delle nostre Comunità.
È emersa con forza la necessità di un partito più coraggioso, più riconoscibile nelle battaglie per i diritti, il lavoro, le aree interne e la giustizia sociale.
Rafforzare il partito sui territori significa costruire partecipazione reale e continua. Solo così possiamo essere utile strumento per chi non si rassegna alle disuguaglianze, sociali e territoriali, e chiede una politica capace di cambiare davvero le cose.
La Riunione è stata anche l’occasione per presentare due importati Documenti: il primo sull’Agricoltura Sannita, una dettagliata sintesi tecnico-economica del comparto con relative criticità/potenzialità, il secondo per il Diritto alla Salute per la Sanità Pubblica, la proposta che il partito intende mettere in campo e su cui intende impegnarsi per difendere e rilanciare una sanità pubblica universalistica.
Quindi, si è discusso dell’annunciato ricorso della Regione Campania davanti alla Corte Costituzionale contro il federalismo fiscale regionale varato dal governo Meloni.
Il cuore della questione è questo: dal 2027 lo Stato smetterà di trasferire una serie di somme legate a servizi da finanziare, a cominciare dal fondo per il trasporto pubblico locale, e la sostituisce con una quota dell’Irpef, l’imposta sul reddito, riferita al territorio. Non cambia nulla per i contribuenti, che pagano la stessa imposta di prima: cambia il canale con cui i soldi arrivano alla Regione. Il punto è che l’Irpef dipende da quanto dichiarano i residenti, mentre i trasferimenti di oggi, no. Una regione con una base imponibile più fragile, come la Campania, incasserà meno, a parità di servizi da garantire. Qualche settimana fa era stato il nostro vice presidente, Mario Casillo, a lanciare l’allarme per il comparto trasporti cui si aggiungono tagli in altri settori, dalla quota non sanitaria della compartecipazione Iva, ai libri di testo gratuiti sino al fondo per il diritto allo studio. 

In sostanza, dopo la sonora bocciatura dello scorso anno da parte della Corte, il governo più antimeridionalista della storia, sotto ricatto politico della Lega, sta cercando di fare rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta: l’autonomia differenziata!La Riunione è poi proseguita tracciando l’agenda dei prossimi appuntamenti autunnali. D’intesa con il partito nazionale e regionale, è già fissato per la terza settimana di novembre un’iniziativa sulla violenza sulle donne che vedrà presenti una serie di personalità del nostro partito, tra cui la senatrice Valeria Valente.
Successivamente, la Segretaria, Filomena Marcantonio, ha confermato l’impegno assunto dalla Segretaria nazionale, Elly Schlein, di farci visita nel Sannio. Appena fissata la data sulla presenza di Elly partiremo con la macchina organizzativa.
In chiusura, il Presidente Vito Fusco, ricordando di procedere fattivamente con la Campagna di Adesioni (Tesseramento) al partito, ha aggiornato la riunione con i responsabili dei Circoli rimarcando l’opportunità di attivare incontri tematici sui territori perché è necessario e doveroso trasformare questa energia positiva in impegno quotidiano, organizzazione e lotta politica.


Fiorenza Ceniccola: “La legge sulla sfiducia ai sindaci va cambiata: la democrazia non può essere ostaggio di pochi”


Esprimo la mia piena solidarietà, umana e politica, al sindaco di Airola, Vincenzo Falzarano, sfiduciato nei giorni scorsi. Una vicenda che ripropone con forza la necessità di riflettere sul rispetto della volontà popolare e sulla stabilità delle amministrazioni locali.

Senza entrare nel merito delle ragioni che hanno determinato la caduta dell’amministrazione, non possiamo ignorare che sette consiglieri comunali, tre di maggioranza e quattro di opposizione, hanno posto fine al mandato di un sindaco eletto direttamente da oltre mille cittadini, aprendo la strada al commissariamento del Comune.

È questo il paradosso dell’elezione diretta: i cittadini scelgono il sindaco, ma pochi consiglieri possono interromperne anticipatamente il mandato. Una situazione che rischia di svuotare di significato il voto e di tradire la fiducia degli elettori.

Il caso di Airola non è isolato. Anche a Sant’Agata de’ Goti, la sindaca Giovannina Piccoli terminò anticipatamente il proprio mandato dopo circa un anno dall’elezione, a seguito delle dimissioni di consiglieri comunali. Episodi che pongono una domanda fondamentale, quale valore attribuiamo alla volontà popolare se il mandato elettorale può essere interrotto senza tornare alle urne?

Ritengo, pertanto, non più rinviabile una riforma della normativa che disciplina l’elezione diretta del sindaco. Occorre superare gli attuali meccanismi della mozione di sfiducia e delle dimissioni congiunte, prevedendo la possibilità per il sindaco in carica di surrogare i consiglieri dimissionari attingendo alle liste elettorali, fino al loro esaurimento. Una proposta volta a impedire che contrapposizioni politiche e accordi di circostanza possano compromettere la continuità amministrativa e vanificare la scelta compiuta dai cittadini.

Il controllo sugli amministratori è doveroso, ma non può trasformarsi in un mezzo per cancellare il risultato elettorale. Occorre garantire un equilibrio tra la responsabilità degli eletti, la stabilità amministrativa e il rispetto della volontà dei cittadini.

La democrazia non si esaurisce nel voto, impone di rispettarne il risultato. La volontà della maggioranza dei cittadini non può essere ostaggio del dissenso politico di pochi.


Santanchè, l’udienza preliminare sulla truffa all’INPS slitta di quattro mesi grazie al ricorso del Senato


L’udienza preliminare nel caso della presunta truffa all’INPS, di cui è accusata l’ex ministra Daniela Santanchè, è rinviata al 3 febbraio 2027. L’appuntamento è slittato di circa quattro mesi per attendere una decisione della Corte costituzionale, chiamata in causa dal Senato questa estate.

(di Luca Pons – fanpage.it) – Si allungano ancora una volta i tempi nel caso della presunta truffa all’INPS di cui è accusata l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè. L’udienza preliminare è iniziata quasi esattamente due anni fa, il 9 ottobre 2024, ma oggi è stata rinviata nuovamente al 3 febbraio 2027.

Il motivo è che è necessario attendere una decisione della Corte costituzionale, richiesta dal Senato, che settembre dello scorso anno aveva presentato un ricorso sostenendo che la Procura di Milano non avrebbe dovuto usare nelle indagini mail e registrazioni audio che coinvolgevano direttamente Santanchè. I giudici della Consulta tratteranno la questione a partire dal 4 novembre.

Il caso della presunta truffa all’INPS
La vicenda è quella, tra i vari casi giudiziari che coinvolgono l’ex ministra, più spinosa sul piano politico. Secondo l’accusa, durante la pandemia da Covid-19 due società – Visibilia Editore e Concessionaria – avrebbero chiesto la Cassa integrazione in deroga, una misura che il governo aveva previsto per le imprese in difficoltà. Ma, anche dopo aver ottenuto i fondi, le società avrebbero continuato a far lavorare i propri 13 dipendenti.

Nel complesso, tra maggio del 2020 e febbraio del 2022, sarebbero stati incassati illegalmente 126mila euro di fondi pubblici. Daniela Santanchè, all’epoca non ancora ministra, sarebbe stata a conoscenza di questo meccanismo fraudolento, sempre secondo la Procura. Insieme a lei, i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio anche per il compagno Dimitri Kunz.

Il caso era emerso nel 2023, e le indagini degli inquirenti di Milano avevano portato alla richiesta di rinvio a giudizio nel maggio del 2024. A ottobre l’udienza preliminare aveva avuto il via, ma nei mesi successivi erano intervenuti una serie di ritardi e rinvii.

Nel frattempo sono andati avanti gli altri procedimenti legali che riguardano l’ex ministra. A luglio si sono chiuse le indagini per bancarotta, falso in bilancio e truffa allo Stato e a breve è attesa la richiesta di rinvio a giudizio. Sono coinvolte sedici persone, tra cui anche Santanché e l’ex compagno Canio Mazzaro. Domani, invece, ripartirà il processo per il presunto falso in bilancio su Visibilia.

Perché l’udienza preliminare slitta fino a febbraio 2027
Il motivo del rinvio dell’udienza preliminare per la presunta truffa all’Inps è che, a settembre del 2025, il Senato aveva deciso di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. In sostanza, il centrodestra sostiene che la Procura di Milano non avrebbe dovuto usare, nel corso delle indagini, alcune mail inviate da Santanchè e registrazioni audio di conversazioni in cui era presente. Avrebbe dovuto, invece, chiedere l’autorizzazione al Senato. La linea degli inquirenti, invece, è che non ci siano problemi perché questi atti non erano stati raccolti con intercettazioni: li aveva fatti avere alla Procura direttamente un dipendente di Visibilia.

Fin da ottobre 2025, quindi, l’udienza preliminare è stata rinviata. A giugno di quest’anno, poi, la Corte costituzionale ha ammesso il ricorso del Senato. Ovvero, ha stabilito che è una questione che va effettivamente trattata dalla Corte. L’udienza sul tema è prevista per il 4 novembre. Se la Consulta darà ragione al Senato, la Procura milanese dovrà chiedere a Palazzo Madama di poter utilizzare gli atti in questione – andando probabilmente incontro a un ‘no’ della maggioranza di centrodestra. Se invece la Corte respingerà il ricorso, si potrà proseguire con l’udienza preliminare. Per questo, la giudice Tiziana Gueli ha rinviato fino al 3 febbraio, per avere la ragionevole certezza che, a quel punto, la sentenza sia arrivata.


“Una Passeggiata di salute”: a Benevento un appuntamento con la prevenzione, il benessere e la solidarietà


Sabato 17 ottobre, alle ore 10.30, appuntamento nella Villa Comunale di Benevento per l’iniziativa promossa dalla LILT di Benevento, con il patrocinio del Comune e la collaborazione dell’associazione Culture e Letture APS.

BENEVENTO. Camminare insieme per promuovere la salute, diffondere la cultura della prevenzione e rafforzare il senso di comunità. È questo lo spirito di “Una Passeggiata di salute”, l’iniziativa organizzata dalla LILT, Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, Associazione Provinciale di Benevento, in programma sabato 17 ottobre 2026, alle ore 10.30, presso la Villa Comunale di Benevento. La manifestazione si inserisce nell’ambito delle attività promosse sul territorio per la campagna nazionale “LILT for Women-Nastro Rosa 2026”, dedicata alla sensibilizzazione sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce del tumore al seno. Un impegno che, nel mese di ottobre, si traduce in iniziative di informazione e partecipazione, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’importanza di prendersi cura della propria salute. L’evento, realizzato con il patrocinio del Comune di Benevento e in collaborazione con Culture e Letture APS-Associazione Culturale Benevento (presieduta dalla dott.ssa Elide Apice), vuole coinvolgere cittadini, famiglie e persone di tutte le età in un momento di condivisione all’aria aperta, valorizzando il movimento come alleato del benessere e la partecipazione collettiva come strumento per promuovere stili di vita sani. «La prevenzione oncologica non si esaurisce negli ambulatori e nei controlli medici, ma comincia ogni giorno attraverso le scelte che compiamo e la consapevolezza con cui ci prendiamo cura di noi stessi», dichiara il dott. Antonio Febbraro, presidente della LILT di Benevento e oncologo. «Con questa passeggiata vogliamo trasmettere un messaggio semplice ma fondamentale: la salute è un bene prezioso e condiviso, che va tutelato attraverso comportamenti corretti, attività fisica, attenzione ai segnali del nostro corpo e adesione ai programmi di prevenzione e diagnosi precoce. Iniziative come questa ci permettono di portare la cultura della prevenzione fuori dagli ambulatori e di renderla sempre più vicina alle persone». La scelta di inserire l’appuntamento nel calendario delle iniziative legate al Nastro Rosa sottolinea, in particolare, l’importanza di sensibilizzare le donne sulla prevenzione del tumore alla mammella e sull’opportunità di rivolgersi ai professionisti sanitari per i controlli appropriati alla propria situazione. «La campagna Nastro Rosa ci ricorda che informazione e prevenzione devono procedere insieme», prosegue il presidente Febbraro. «È importante superare timori e rinvii, acquisire maggiore consapevolezza del proprio corpo e affidarsi ai percorsi di controllo indicati dai professionisti. Ma è altrettanto importante costruire una comunità capace di sostenere e accompagnare le persone in questo percorso. Per questo rivolgo un invito a tutta la cittadinanza a partecipare: ogni passo compiuto insieme è anche un’occasione per ribadire il valore della salute e della solidarietà». La LILT di Benevento rinnova così il proprio impegno nella promozione della prevenzione oncologica, attraverso attività di sensibilizzazione e occasioni di incontro con il territorio, nella convinzione che la diffusione di una corretta cultura della salute rappresenti uno strumento essenziale nella lotta contro i tumori. L’appuntamento è fissato per sabato 17 ottobre alle ore 10.30, alla Villa Comunale di Benevento. Il punto d’incontro sarà presso la Cassa Armonica. La LILT di Benevento invita tutta la cittadinanza a prendere parte all’iniziativa: un’occasione per camminare insieme, condividere un messaggio di salute e sostenere concretamente la cultura della prevenzione.


Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga


(Mario Catania – lindipendente.online) – Nella notte tra martedì e mercoledì, nel Foggiano, i tir sono rimasti dov’erano da domenica 11 ottobre: ai caselli di Poggio Imperiale e di Cerignola, sulla Statale 17 all’altezza di Lucera, nelle aree di servizio lungo la 16. Accanto a loro agricoltori con i loro trattori, olivicoltori, ambulanti e armatori, uniti contro il prezzo del gasolio, che dal 6 ottobre ha perso anche l’ultimo sconto fiscale e alla pompa viaggia intorno ai 2,25 euro al litro. La Capitanata è oggi il cuore di una mobilitazione nata a fine settembre tra Calabria e Sicilia, arrivata in Puglia, Basilicata e con i primi episodi in Campania, e che ha già toccato l’A14 e l’A2.

Il momento più duro è stato lunedì, quando la Prefettura di Campobasso ha chiuso in via cautelativa l’A14 tra Termoli e Poggio Imperiale, con mezzi pesanti in sosta e materiali sulla carreggiata. Il tratto è stato riaperto all’ora di pranzo, ma il casello di Poggio Imperiale è ancora presidiato. A Brindisi un autoarticolato messo di traverso sulla tangenziale, all’altezza dello svincolo per Bozzano, ha fermato a intermittenza la circolazione anche dopo l’incontro tra una delegazione di camionisti e il prefetto Guido Aprea. «Lo Stato deve vedere che se si ferma il trasporto si ferma il mondo», ha evidenziato la portavoce Cinzia Turco, titolare di un’impresa di trasporti.

In Calabria i trattori occupano da giorni lo svincolo di Falerna, nel Lametino, e l’accesso all’A2 dalla Statale 18. A Castrovillari una cinquantina di trattori e una ventina di camion sono fermi sullo snodo di contrada Bianchino. A inizio ottobre, a Pizzo, un uomo seduto sull’asfalto dello svincolo autostradale, in lacrime davanti alle forze dell’ordine, era diventato l’immagine di tutta la protesta.

La stessa quantità di gasolio che prima costava circa millecinquecento euro oggi ne costa duemilacinquecento: mille euro in più ogni quattro giorni di lavoro, spiegano i camionisti brindisini, mentre in Sicilia gli autotrasportatori stimano perdite tra settecento e novecento euro al giorno per ogni mezzo. Le richieste vanno da un tetto al prezzo del gasolio riservato alla categoria a pedaggi più bassi, passando per i costi minimi di sicurezza per arrivare allo sblocco immediato dei crediti d’imposta. Gli agricoltori aggiungono concimi, energia e la concorrenza di prodotti importati da Paesi dove lavoro e controlli costano meno. Ridurre tutto al caro benzina, ha scritto il comitato nato tra Cassano, Castrovillari, Cerchiara e Firmo, significa «non aver capito nulla».

Le risposte del governo sono ritenute insufficienti, perché il taglio delle accise è scaduto e il decreto annunciato sulle accise mobili in Gazzetta Ufficiale non si è mai visto. Le associazioni di categoria avevano chiesto un incontro urgente già il primo ottobre e Salvatore Bella, alla guida degli autotrasportatori siciliani, racconta di aver chiesto un incontro a Salvini e al viceministro Rixi senza ricevere risposta. Nel frattempo Eni ha applicato uno sconto del venti per cento anche al gasolio agricolo e per la pesca venduto all’ingrosso, fuori dalla rete dei distributori, lasciando però fuori i camionisti.

Martedì undici sigle nazionali dell’autotrasporto hanno scritto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi denunciando che, tra Foggia e Brindisi, alcuni autisti che non aderivano alla protesta sarebbero stati costretti a entrare nelle aree di servizio e lì trattenuti da mezzi messi di traverso. Chiedono più forze dell’ordine sulle strade e una risposta entro ventiquattro ore, ma, nella stessa lettera, sono concordi nel definire esorbitante il costo del gasolio.

E nel frattempo le proteste aumentano: oggi la CIA ha portato gli agricoltori davanti a Montecitorio, mentre dal 16 al 20 ottobre si fermeranno gli autotrasportatori siciliani, con i camion nei piazzali e i semirimorchi immobili nei porti, oltre a quelli calabresi, con blocchi parziali lungo la Statale 18. Dal 21 il Movimento Popolare Nazionale annuncia un’azione congiunta con il trasporto, il 22 tocca ai pescatori, il 27 si torna in piazza a Roma.

Sullo sfondo c’è lo Stretto di Hormuz, dove il traffico petrolifero arranca da quando, a fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e mentre il governo ragiona su accise, crediti d’imposta e possibili tavoli tecnici, nei piazzali di Brindisi e Foggia il ragionamento è molto semplice: le singole misure non bastano, serve un intervento strutturale per cambiare la situazione.


Russia- Ucraina: guerra o pace?


UCRAINA: SINDACO MOSCA, 493 DRONI LANCIATI CONTRO LA CITTÀ NELLA NOTTE  

(LaPresse) – Il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin ha riferito che nella notte tra ieri e oggi, sono stati lanciati 493 droni verso l’area della capitale, e 180 sono stati abbattuti mentre si avvicinavano alla città. Lo riporta l’agenzia russa Interfax. 

2 – MOSCA, ‘MASSICCIO RAID’ SU IMPIANTI INDUSTRIALI E STRUTTURA ELETTRICA IN UCRAINA’  

(ANSA) – Il ministero della Difesa di Mosca ha confermato un “massiccio attacco” con missili e droni la scorsa notte sull’Ucraina, precisando che sono stati colpiti impianti industriali, infrastrutture di comunicazione ed energetiche a Kiev e nelle regioni della capitale e di Kharkiv. Il dicastero, citato dalla Tass, precisa che tra l’altro sono stati colpiti lo stabilimento KSM Protek vicino a Kiev, una sottostazione elettrica nell’area di Vyshhorodaid, una stazione radar ST-68 e un centro logistico. (ANSA).  

(adnkronos.com) – Stati Uniti e Paesi europei si stanno “lentamente avvicinando” a una proposta di pace per l’Ucraina che prevede garanzie di sicurezza per Kiev, un piano di ricostruzione economica, il reinserimento della Russia nei mercati energetici europei e un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte.

È quanto rivela l’editorialista del Washington Post David Ignatius, citando un funzionario americano a conoscenza dei negoziati, secondo cui l’obiettivo è offrire a entrambe le parti vantaggi economici e strategici in cambio di concessioni territoriali.

“Dobbiamo ampliare il problema e la soluzione per aiutare entrambe le parti a capire quale sarebbe la situazione nel dopoguerra, e poi fare concessioni”, ha spiegato la fonte. Il piano è stato discusso venerdì scorso in Florida, durante un incontro di sei ore organizzato dagli inviati americani Jared Kushner e Steve Witkoff, con la partecipazione di rappresentanti ucraini, britannici, francesi e tedeschi. I negoziati rischiano tuttavia di essere compromessi dalle tensioni tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, dopo la decisione americana di sospendere per sei mesi alcune sanzioni sul diesel russo e la minaccia di interrompere il sostegno dell’intelligence statunitense a Kiev.

Secondo la ricostruzione di Ignatius, il piano si articola in quattro punti. Il primo riguarda la ricostruzione dell’Ucraina, con il coinvolgimento della Banca Mondiale e di BlackRock per finanziare il ripristino delle infrastrutture, sostenere le famiglie dei soldati caduti o feriti e rilanciare l’economia. Il secondo prevede garanzie di sicurezza da parte di Stati Uniti e Paesi europei, con l’impegno a intervenire militarmente in caso di una nuova aggressione russa, secondo un meccanismo che il funzionario americano paragona all’articolo 5 della Nato.

Anche Mosca potrebbe ottenere accordi con l’Europa per rispondere alle proprie esigenze di sicurezza. Il terzo punto punta all’integrazione economica ed energetica tra Russia, Ucraina ed Europa, anche attraverso un possibile gasdotto o oleodotto per trasportare energia russa verso i mercati europei, con profitti condivisi tra Kiev e Mosca. L’intesa definirebbe inoltre tempi e modalità per la revoca delle sanzioni contro la Russia. Il quarto e più controverso punto prevede un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte, lasciando sotto il controllo russo i territori occupati, compresa parte del Donbass.

A ostacolare l’iniziativa resta soprattutto lo scontro sugli attacchi ucraini alle raffinerie russe, che Trump vorrebbe interrompere come condizione per proseguire i negoziati. Secondo il funzionario americano, Kushner e Witkoff hanno nuovamente chiesto a Kiev di sospendere i bombardamenti durante l’incontro in Florida, avvertendo che in caso contrario Washington avrebbe proceduto con l’accordo sul diesel. Zelensky si è opposto, considerando gli attacchi una leva negoziale importante.

“È evidente che la capacità degli ucraini di colpire le raffinerie sta avendo un impatto sull’economia russa. Ha aumentato il potere negoziale di Zelensky”, ha osservato un diplomatico europeo citato dal Post. “Se Zelensky accetta di fermare gli attacchi alle raffinerie, riprendiamo il nostro impegno e andiamo a Mosca”, ha spiegato invece il funzionario americano. Nonostante le tensioni, gli alleati europei intendono proseguire il percorso diplomatico, pur nutrendo dubbi sulla disponibilità del Cremlino a un compromesso. “Putin non sembra prendere sul serio la pace”, ha avvertito il diplomatico europeo.

La Russia: “A conoscenza del piano dal Washington Post”

Il Cremlino intanto sostiene di aver appreso dell’esistenza di un piano di pace per l’Ucraina soltanto dal Washington Post: “Abbiamo letto la notizia, ma non ne siamo stati informati”, ha affermato il portavoce, Dmitry Peskov.


La mafia bellica e la pace


(Tommaso Merlo) – I popoli sono per la pace, i politicanti per la guerra perché la mafia bellica impone la sua volontà su quella popolare. La mafia bellica è composta da mega produttori di armi e cioè di marchingegni per ammazzare altri esseri umani e radere al suolo città. Uno dei business più redditizi e parassitari perché i clienti sono le nazioni che con qualche scusa commissionano armamenti sempre più devastanti e costosi prendendo i soldi dalle tasche dei poveri cristi che faticano ad arrivare a fine mese. Ricchi e potenti scatenano guerre ed i poveri cristi le pagano sia in contanti che con la vita propria o quella dei loro cari. La mafia bellica si compone poi di sciacalli finanziari che ad ogni escalation investono sull’indotto della morte sapendo che le azioni voleranno alle stelle insieme ai loro profitti. E quando cesseranno i massacri, passeranno ad investire sulla ricostruzione. Mega profitti sporchi di sangue e sempre più globali e quindi potenti che esercitano una enorme influenza sugli altri membri della mafia bellica, la politica e l’informazione. La politica ha il compito di trovare qualche scusa per scatenare guerre oppure sposare quelle che gli suggeriscono e a quel punto infinocchiare le masse. Devono cioè convincerle che ricorre alla violenza e quindi alla guerra è inevitabile e indispensabile. Politicanti e istituzioni che pretendono la pace tra i cittadini e condannano e puniscono ogni forma di violenza salvo poi ricorre con fierezza alla violenza e quindi alla guerra con le altre nazioni anche senza veri motivi e nel caso dell’Occidente anche calpestando le proprie costituzioni e il diritto internazionale e senza ovviamente che mai nessuno risponda dei crimini di guerra e delle disfatte. Il compito della politica è coprire tale immonda ipocrisia e fare in modo che la guerra permanente continui tenendo a bada le masse mentre gli svuota le tasche. Per riuscirci i trucchi sono sempre gli stessi, demonizzare qualche nemico immaginario, esasperare minacce inesistenti ed alimentare odio e paura riempendosi la bocca con panzane di ogni risma e grotteschi doppi standard. Tipo buttando benzina sul fuoco con la Russia e girando la faccia dall’altra parte davanti ad un genocidio. Una manipolazione della narrazione pubblica che richiede il supporto di un altro elemento della mafia bellica, la stampa o meglio la propaganda. Il suo compito è fare da megafono a chi comanda. Molti media sono stati direttamente comprati dalla mafia bellica per far prima mentre altri si adeguano a delle linee politiche decise a tavolino diventando così mera propaganda. L’unica linea del vero giornalismo dovrebbe infatti essere la coscienza di chi lo fa e l’unica rotta da seguire la ricerca della verità. Solo chi è totalmente libero fa giornalismo, gli altri fanno comunicazione per conto di chi li paga. E se la guerra non è stata ancora ripudiata e la pace non è ancora diventata normalità, è propio perché la corruzione della politica e della stampa impediscono una essenziale maturazione personale e collettiva. La pace è infatti una scelta di fondo frutto della propria evoluzione. La guerra è il modo infantile e barbaro con cui persone e popoli affrontano le controversie. Persone e popoli maturi e consapevoli dialogano e ragionano e in caso di contrasti insanabili ricorrono alle leggi ed alle istituzioni preposte e la lotta rimane sempre a livello civile. Quanto al mantra della sicurezza con cui la mafia bellica manipola le masse da sempre, noi siamo sicuri quando viviamo in un sistema anche socialmente giusto e funzionante e quando sviluppiamo rapporti con chi ci circonda, non quando ci barrichiamo in casa e ci armiamo fino ai denti in attesa di regolare i conti da soli con qualche uomo nero. Ed era questo il solco delle Nazioni Unite emerso a seguito del secondo conflitto mondiale che è stato progressivamente tradito dal guerrafondaio ed ipocrita Occidente. Aggressioni illegali, grottesche crociate e la depravazione bellica arrivata al punto da partorire la guerra preventiva e cioè aggredire il vicino al solo sospetto ci possa nuocere. Mafia bellica nel suo momento d’oro con lo sceriffo americano e noi sguatteri europei al seguito ad insanguinare il mondo per portare pace e democrazia o meglio per ingrassare le pance e i conti correnti dei mafiosi dell’indotto della morte e della distruzione e dei loro burattini politici e mediatici. Una guerra permanente il cui tragico epilogo è l’autodistruzione. L’unica speranza è che i politicanti sono per la guerra ma i popoli per la pace e grazie alla democrazia prima o poi emergeranno leader che si opporranno alla mafia bellica e combatteranno per la pace. Pace frutto di una scelta di fondo e coronamento della nostra evoluzione personale e collettiva che ci porta a ripudiare ogni forma di violenza tra persone come tra nazioni.


Scemi di guerra


Trump e Putin saranno anche pazzi, come dice qualcuno. Ma è sempre meglio che passare per scemi di guerra come noi europei.

Scemi di guerra

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Ricapitolando: dopo un ventennio di espansione indisturbata della Nato ad est – Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nel 1999; Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004; Croazia e Albania nel 2009; Montenegro nel 2017; Macedonia nel 2020 e Finlandia nel 2023 – gli Stati Uniti (Joe Biden presidente), hanno “abbaiato”, citando Papa Francesco, un po’ troppo vicino alle porte della Russia.

Scemi di guerra

La reazione di Putin è nota: dopo otto anni di guerra civile in Donbass (dove gli aggrediti erano le popolazioni a maggioranza russofona), temendo l’incorporazione nell’Alleanza Atlantica pure dell’Ucraina (tradotto: missili nucleari Nato a due ore da Mosca), nel 2022 hanno dato inizio all’invasione dell’ex repubblica sovietica. L’Europa, trascinata in una guerra per procura dall’alleato americano (Biden), durante questi oltre quattro anni di conflitto, ha sostenuto la resistenza di Kiev sborsando oltre 330 miliardi di euro (dato aggiornato a fine 2025) e varando 22 pacchetti di sanzioni contro Mosca che hanno fatto più male all’Ue che alla Russia. Dalla quale abbiamo rinunciato ad acquistare gas a buon mercato per comprarlo (liquefatto) ad almeno il triplo del prezzo dagli Usa. Che hanno lucrato sul conflitto, prima con Biden e poi con Trump, vendendo ai Paesi Nato le armi che continuiamo ad inviare all’Ucraina. Fino ad impegnarci (su pressione dello stesso Trump) a destinare il 5% del Pil in spese militari.

Dopo aver fatto schizzare alle stelle i prezzi dei carburanti, per effetto della guerra scatenata contro l’Iran e la conseguente chiusura di Hormuz, Trump che già da tempo aveva lasciato sola l’Europa a pagare il conto del conflitto ucraino, ha chiuso un accordo con Putin, che prevede la revoca delle sanzioni alla Russia e l’import di gasolio prodotto nella Federazione. Quindi i Paesi Ue comprano (tramite Nato) dagli Usa, nostri alleati, armi da inviare in Ucraina, con i cui proventi gli Usa pagano il diesel acquistato dalla Russia, nostra nemica. Rimuovendo le sanzioni a Mosca che Bruxelles continua a sfornare come se non ci fosse un domani. Trump e Putin saranno pure dei pazzi, come sostiene più di qualcuno. Ma è sempre meglio che passare per scemi di guerra come noi europei.


Elon Musk, il bancomat di Donald Trump


MUSK HA SPESO 276 MILIONI DI DOLLARI NELLE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE PER AIUTARE I REPUBBLICANI A MANTENERE IL CONTROLLO DEL CONGRESSO.

(Dawn Kopecki – Reuters) – Elon Musk ha speso finora circa 366 milioni di dollari nel ciclo elettorale di metà mandato statunitense del 2026, di cui 276 milioni da luglio per aiutare i repubblicani a mantenere il controllo del Congresso, anche se le possibilità dei democratici di riconquistare la Camera e il Senato degli Stati Uniti sono migliorate.

Secondo i registri dei finanziamenti elettorali, la generosità di Musk, già riportata dal “New York Times”, rende probabilmente l’uomo più ricco del mondo il maggiore finanziatore politico delle elezioni di quest’anno.

Per Musk la posta in gioco è alta, dato che i democratici alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti hanno chiesto indagini sui suoi contratti governativi come CEO della società aerospaziale SpaceX, nonché sul suo operato alla guida del Dipartimento per l’Efficienza Governativa sotto la presidenza di Donald Trump.

Ecco una ripartizione delle sue spese politiche, confermata da un portavoce del suo super PAC America PAC.

• Musk ha speso finora 366 milioni di dollari in questo ciclo elettorale, iniziato il 1° gennaio 2025.

• Almeno 276 milioni di dollari sono stati finora destinati a gruppi repubblicani e al suo stesso super PAC da luglio. Dei 276 milioni di dollari di donazioni del terzo trimestre:

• 158 milioni di dollari sono stati destinati al Senate Leadership Fund, il super PAC creato per aiutare a eleggere i repubblicani al Senato e allineato con il leader della maggioranza al Senato John Thune, un repubblicano del South Dakota.

• 20 milioni di dollari sono stati destinati al Congressional Leadership Fund, il super PAC creato per i repubblicani della Camera e allineato con il presidente della Camera Mike Johnson, un repubblicano della Louisiana.

• 76 milioni di dollari sono stati destinati all’America PAC di Musk.

• 10 milioni di dollari sono stati destinati al Lone Star Liberty PAC, che sostiene la candidatura al Senato degli Stati Uniti in Texas del procuratore generale repubblicano dello stato, Ken Paxton, dove i recenti sondaggi lo vedono in una situazione di parità con il democratico James Talarico.

• 10 milioni di dollari sono stati destinati all’Associazione dei Governatori Repubblicani.

• Due milioni di dollari sono stati destinati all’Associazione dei procuratori generali repubblicani.

• America PAC sta aiutando i candidati repubblicani in sette stati chiave e in quasi una trentina di elezioni per la Camera dei Rappresentanti.

• Le nuove donazioni saranno rese pubbliche quando molti super PAC saranno tenuti a divulgare le proprie spese del terzo trimestre giovedì.

• Secondo quanto riportato dal New York Times, Musk ha anche donato ulteriori somme di denaro tramite gruppi che non rivelano l’identità dei propri donatori.

• Circa 90 milioni di dollari spesi in questo ciclo elettorale hanno finanziato attività svolte nelle elezioni precedenti o sostenuto altre iniziative, tra cui un candidato non eletto alla Corte Suprema del Wisconsin e un controverso programma che prevedeva il pagamento di 1 milione di dollari agli elettori registrati che avevano firmato una petizione a sostegno della libertà di parola e del diritto al possesso di armi, secondo un portavoce di America PAC.

• Musk ha speso circa 290 milioni di dollari durante l’ultimo elezione presidenziale, in cui Trump ha vinto le elezioni presidenziali contro l’ex vicepresidente Kamala Harris.

TRUMP LOTTA PER SALVARE IL SENATO – UN VOTO IN UNA ZONA RURALE DELL’IOWA POTREBBE DETERMINARNE IL DESTINO

(James Politi a Des Moines e Alex Rogers a Washington per Financial Times) – Fermandosi a pranzo a fine settembre al pub di Polk City, proprio nel cuore dell’Iowa, Mike Pearson, un giornalista di 42 anni che lavora per la comunità agricola, afferma che il clima politico nello stato del Midwest sta cambiando rapidamente.

“Lavoro con molti agricoltori e a febbraio avrei detto che i Repubblicani avevano la vittoria in tasca in Iowa”, afferma. “C’era un’enfasi enorme, fino a metà estate.”

Ma dopo che i prezzi del diesel sono schizzati a oltre 6 dollari al gallone nello stato a seguito della guerra con l’Iran, Pearson ha iniziato a percepire una certa diffidenza nei confronti di Donald Trump e del suo partito, proprio alla vigilia delle elezioni di medio termine di novembre. Persino, dice, tra gli agricoltori che credono “nel profondo del loro cuore” che il presidente sia “dalla loro parte”.

“Gli ultimi tre mesi hanno iniziato a far aprire gli occhi a molte persone”, aggiunge.

“L’entusiasmo che alcuni democratici e la sinistra provano per alcune potenziali vittorie in Iowa non credo sia infondato”.

Una diffusa sconfitta dei Repubblicani alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, compresa la cruciale sfida per un seggio al Senato degli Stati Uniti in Iowa, rappresenterebbe una condanna senza appello del tumultuoso secondo mandato del presidente.


La grande truffa dei piani europei


I soldi sono meno di quelli annunciati, da sempre, ma non è solo questo. A Bruxelles manca un piano strategico: cosa produrre? Per chi? E allora meglio il bluff sui conti

La grande truffa dei piani europei

(di Pino Arlacchi – ilfattoquotidiano.it) – “Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma.

Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni sugli investimenti cinesi. Ma sono strumenti difensivi. Rallentano l’emorragia, non curano il malato. Alla domanda su che cosa l’Europa intenda produrre fra dieci anni, la risposta è il silenzio, o un nuovo acronimo. La verità è che l’Unione non ha alcuna visione del suo futuro. Non ha un progetto industriale. La sua leadership, mai così scadente, ha il suo peso nella spiegazione, ma se si vuole capire occorre guardare alla natura stessa dell’Unione, che è un debole regolatore che pretende di essere un governo sovranazionale. L’Unione non può spendere, perché il suo bilancio proviene da un punto del Pil di ciascuno dei suoi membri. Non può decidere, perché ogni scelta strategica richiede una maggioranza qualificata che non esiste. Da questa impotenza congenita nasce il bluff come metodo di governo. Quando non si possono mobilitare risorse, si annunciano cifre.

La serie comincia a Barcellona nel 2002, quando i capi di governo proclamarono che entro il 2010 l’Europa sarebbe diventata “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, con una spesa in ricerca al 3% del Pil. Il 2010 passò, e si spostò l’obiettivo al 2020. Oggi la spesa europea in ricerca resta poco sopra il 2,2%, mentre la Cina sfiora il 2,7%. Nel 2014 Jean-Claude Juncker presentò un piano di investimenti da 315 miliardi. I soldi veri erano 21 miliardi. Il resto sarebbe venuto da un effetto leva di quindici volte. Quando i conti non tornarono, l’obiettivo fu alzato a 500 miliardi, poi dichiarato raggiunto. Qualcuno ricorda oggi il Piano Juncker? Nel 2020 toccò a Ursula von der Leyen, appena scaricata a Bruxelles dal governo tedesco, con il Green Deal e il suo trilione verde, almeno 1.000 miliardi in un decennio. Metà proveniva dal bilancio ordinario rietichettato come spesa climatica. Il resto da prestiti della Banca europea per gli investimenti e da investimenti privati immaginari. Che fine ha fatto il trilione? Nessuno lo sa. La Commissione non ha mai pubblicato un consuntivo, e dal 2025 smonta essa stessa il Green Deal con i pacchetti “Omnibus”. Nel 2025 è arrivato il Clean Industrial Deal, con la promessa di 100 miliardi per la manifattura pulita. Nel frattempo Northvolt falliva e i pannelli solari installati in Europa continuavano a venire dalla Cina.

C’è un’eccezione, e onestà vuole che la si riconosca. Next Generation EU, varato nel 2020 in emergenza Covid-19, non era un bluff. l’Unione si indebitò per 750 miliardi rompendo il tabù tedesco e olandese sul debito comune. Ma i soldi non finanziavano progetti europei. Finanziavano 27 piani nazionali, scritti secondo le priorità elettorali di ciascun governo e sostitutivi della spesa pubblica ordinaria. Il più grande sforzo finanziario della storia dell’Unione non ha prodotto un solo campione capace di competere con BYD o CATL. Il tabù rotto nel 2020 è stato rapidamente ricucito. Next Generation EU dimostra che l’Europa, quando ha paura, trova il denaro, ma non sa trasformarlo in un progetto.

Nel settembre 2024 Mario Draghi consegnò il suo rapporto sulla competitività. La diagnosi era dura. Rivoluzione digitale perduta, energia due o tre volte più cara che negli Stati Uniti, imprese innovative che emigrano oltre Atlantico. Per evitare una “lenta agonia” servirebbero 750-800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, il 4,4-4,7% del Pil, più del doppio del Piano Marshall. La cifra è stata la prima a sparire. Restano 567 raccomandazioni, per lo più di manutenzione dell’esistente. Il rapporto dice che l’Europa deve scegliere, e poi non indica quali filiere ricostruire, quali abbandonare, chi debba coordinare. E il Fondo europeo per la competitività, che dovrebbe finanziare l’agenda Draghi, è proprio la voce che i governi stanno tagliando. Restano poco più di 60 miliardi l’anno, meno di un decimo di quanto chiedeva Draghi.

Poi è arrivato il riarmo: ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030. Altri 800 miliardi. L’industria bellica come succedaneo dell’industria civile perduta. Ma i soldi che l’Unione raccoglie davvero sono 150, i prestiti SAFE, che finiscono nel debito di chi li riceve. Gli altri 650 non esistono. Sono una stima di quanto gli Stati potrebbero spendere sforando il Patto di stabilità. Un permesso di indebitarsi, non un finanziamento. La Germania ha rinunciato ai prestiti SAFE. Non c’è pianificazione comune, non c’è un’agenzia degli acquisti, e una parte cospicua della spesa prende la strada degli Stati Uniti, perché comprare americano è il pedaggio di sempre. Il moltiplicatore della spesa militare, com’è noto, è inferiore a quello degli investimenti civili. E le catene di fornitura delle tecnologie che oggi decidono le guerre, cioè droni, sensori ed elettronica, passano per la Cina. La parola d’ordine riarmo, inoltre, verrà sepolta dalla rivolta dei popoli europei contro una minaccia russa inesistente, creata per pura incapacità di affrontare le reali minacce, tutte interne all’Ue. Il prossimo bluff è già pronto: la ricostruzione dell’Ucraina. L’ultima stima la valuta in oltre 500 miliardi nel decennio, quasi tre volte il Pil ucraino. Si sente già il lessico: il “più grande cantiere d’Europa”, il “nuovo Piano Marshall”. Ma per il 2026 Kiev ha indicato priorità per appena 15 miliardi di dollari e ne ha trovati meno di un decimo di quanto servirebbe in un anno. È la leva di Juncker che ritorna. Il prestito garantito dalle riserve russe congelate in Belgio si è arenato davanti al no belga, e il ripiego da 90 miliardi si è aggiunto al debito comune. Il progetto Ucraina detiene però un vantaggio politico decisivo. Sposta il grande progetto europeo fuori dall’Europa, esonerando l’imbelle leadership europea dal compiere le scelte dolorose che una politica industriale interna richiederebbe.

Per quarant’anni la Commissione ha concepito la propria missione come lo smantellamento delle politiche industriali nazionali in nome della concorrenza, senza mai costruire un sostituto europeo. Su questo vuoto si è innestato il modello tedesco: compressione della domanda interna, moderazione salariale, pareggio di bilancio come dogma, crescita affidata alle esportazioni. Il modello ha funzionato finché la Cina comprava macchinari tedeschi e gli Stati Uniti assorbivano gli avanzi europei. Oggi la Cina quei macchinari li produce da sé, gli Usa alzano i dazi, e l’Europa si ritrova con una domanda interna depressa da 15 anni di austerità. Nel 2015 Pechino pubblicò Made in China 2025, con dieci settori in cui raggiungere la frontiera tecnologica. Dieci anni dopo domina la produzione mondiale di auto elettriche, batterie, pannelli solari, treni ad alta velocità e navi. I piani cinesi hanno obiettivi, scadenze, responsabili e risorse dedicate. La politica commerciale europea verso la Cina, per quanto si faccia più dura, resta una ritirata ordinata. Dazi, quote, clausole Made in Europe proteggono per qualche anno ciò che esiste senza creare ciò che manca. Senza un progetto industriale servono soltanto a rendere più lento un declino che sembra inarrestabile.


Il Melonellum ignora (non a caso) l’astensionismo


L’astensionismo non scompare cancellandolo dal denominatore. La nuova legge elettorale fa proprio questo. Rischia di trasformare un nano in gigante, e lo chiama a «comandare», com’è stato detto in aula con ingiustificata fierezza. Ma l’aritmetica dei seggi non restituisce, da sola, i cittadini perduti per strada

(Andrea Pugiotto – editorialedomani.it) – La sovranità popolare usa due schede: con quella elettorale sceglie i rappresentanti; con quella referendaria cancella una legge. Su entrambe, da tempo, pesa un terzo incomodo: chi alle urne non va. L’astensionismo è l’elefante nella stanza della democrazia. E l’attuale maggioranza lo cavalca strumentalmente.

È accaduto nell’ultima tornata referendaria in tema di lavoro e cittadinanza, finita nel nulla. La Costituzione esige la partecipazione della maggioranza degli aventi diritto: sotto il quorum, anche un sì plebiscitario non produce effetti. Dal 1997, salvo nel 2011, i votanti non hanno più superato quella soglia. Nel giugno 2025 è accaduto di nuovo, con le destre a invitare gli elettori a restare a casa. Il non voto strutturale è un’arma in più per sabotare la democrazia diretta, senza dover convincere gli elettori a votare no.

Melonellum, partono i ricorsi: la carica di politici e cittadini

Elezioni politiche

Alle elezioni politiche il quorum non c’è. Ma l’astensione pesa, anche quando le regole fingono il contrario. Come fa la nuova legge elettorale che gira intorno al pachiderma, ignorandolo. Eppure, la differenza fra votanti ed elettori non è un gioco di percentuali: rivela quanta parte del Paese si riconosce in chi ha la maggioranza dei seggi.

Diamo i numeri. Nelle elezioni del 2022 votò appena il 63,91 per cento degli aventi diritto: oltre uno su tre disertò le urne. La coalizione che oggi governa raccolse circa il 44 per cento dei voti validi: quasi un elettore su quattro, considerando anche gli aventi diritto all’estero. Maggioranza in Parlamento, minoranza nel Paese.

La nuova legge accentua il divario. Attribuisce 70 deputati e 35 senatori in premio alla coalizione che raggiungerà, in entrambe le Camere, il 42 per cento dei voti validi. Supponiamo – ottimisticamente – un’affluenza al 60 per cento, con schede quasi tutte valide. Quella soglia premiante equivarrà a circa il 25 per cento degli aventi diritto: a varcarla, basterà il voto di un elettore su quattro. Più che un premio di governabilità, dunque, un enorme regalo a una minoranza: fino a 220 deputati (su 400) e 113 senatori (su 200), più i seggi conquistati nella circoscrizione estero (fino a 8 alla Camera, 4 al Senato). Lo giustificano in nome della stabilità, elevata a bene in sé. È un’idea che viene da lontano: «Durare! Vedete, è tutto qui. Chi dura, ha sempre ragione» (Margherita Sarfatti, Dux, Mondadori, 2026).

Il nodo delle garanzie

Se una minoranza nel Paese dispone di una simile maggioranza in Parlamento, il problema investe anche le garanzie. Come già accade per le presidenze delle Camere, potrà più agevolmente “catturare” il Quirinale (dal quarto scrutinio) e la componente laica del Csm (dal terzo). Lambirà pericolosamente i voti necessari a eleggere cinque giudici costituzionali (dal quarto scrutinio). Determinerà i vertici di diverse Autorità indipendenti. Con l’abracadabra della moltiplicazione dei seggi, strepiti pure l’opposizione: a tacitarla basterà il pugno battuto sul tavolo della conta.

In breve, il mix esplosivo tra astensionismo e premio trasformerà una volontà minoritaria e parziale in generale, dandole una legittimazione che non è sua fino in fondo.

A rimedio, non bastano le norme ora introdotte per agevolare il voto di talune categorie di elettori fuorisede. Né serve rimproverare chi si astiene: l’articolo 48 Cost. definisce il voto un «dovere civico», ma lo vuole «libero». Non sanziona chi rinuncia a esercitarlo. Il non voto può esprimere sfiducia, estraneità, protesta; può avere altre cause. Va interpretato politicamente. Nel frattempo però le regole elettorali dovrebbero assumerlo come un dato, a evitare esiti sproporzionati.

La Corte costituzionale ha già detto che la stabilità del governo non può sacrificare oltremisura la rappresentatività del Parlamento. Ha sì precisato che calcolare la soglia del premio sui voti validi espressi o sugli aventi diritto è una scelta politica. Ma ha anche riconosciuto il rischio di un’«esigua rappresentatività reale» in periodi di forte astensione alle urne (sentenza n. 35/2017).

Resta, dunque, una domanda di fondo per la Consulta: qual è il grado di distorsione della rappresentanza, prodotto in concreto dalla fusione tra astensionismo strutturale e premio in seggi, che la Costituzione può tollerare? L’astensionismo non scompare cancellandolo dal denominatore. La nuova legge elettorale fa proprio questo. Rischia di trasformare un nano in gigante, e lo chiama a «comandare», com’è stato detto in aula con ingiustificata fierezza. Ma l’aritmetica dei seggi non restituisce, da sola, i cittadini perduti per strada.


L’orrore si trasmette in diretta streaming come una telenovela


(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […]Quando nel 1984 durante un comizio Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano, si accasciò sul palco colpito da un ictus devastante, la Rai troncò le trasmissioni. Il momento della morte è il più intimo della vita di un uomo, tanto che i malati terminali al momento del dunque si voltano verso il muro. Non vogliono essere visti. Ma quando, solo vent’anni dopo, il calciatore ungherese Miklos Feher si afflosciò lentamente sul terreno di gioco, allargando le braccia in segno di resa, tutte le televisioni del mondo si accanirono su quell’immagine.[…]

Adesso il governo americano, Donald Trump più che J.D. Vance che, cattolico, ha espresso qualche perplessità, ha deciso non solo di rendere pubblica l’esecuzione della pena di morte a carico di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood in Texas, dove uccise 13 persone e ne ferì 31, ma di trasmetterla in diretta streaming. Quasi fosse una telenovela. E si può facilmente immaginare che con l’apporto dei social e dell’Intelligenza artificiale o ‘Super Intelligenza’, come la chiama il presidente Trump, la trasmissione di questo orrore diventerà virale, cioè mondiale.

Berlinguer era un politico sensibile che incarnava la speranza di milioni di uomini. Ma è bastato che qualche centimetro della sua carne più segreta cedesse e non era più nulla. Evidentemente non reggeva la responsabilità che pesava sulle sue spalle.

C’è una grande contraddizione in questo mondo pieno di contraddizioni: da una parte si eliminano tutti i segni del lutto, il fiocco nero al portone dell’inquilino deceduto, il libro di condoglianze in portineria che i coinquilini potevano firmare, magari aggiungendo qualche parola di conforto per i familiari. Dall’altra si riduce la morte a una telenovela.

[…]

C’è una consolazione seppur magra: l’esecuzione avverrà per fucilazione, come ai vecchi tempi e non con la sedia elettrica o per iniezione. Probabilmente anche gli americani sono rimasti scioccati dalla vicenda di Christa Pike, sopravvissuta a due iniezioni letali, in Tennessee. Con la fucilazione il condannato può far sentire per l’ultima volta la sua voce e urlare, per esempio: “Viva l’Italia” come hanno fatto molti partigiani e molti fascisti. Era poi norma che uno dei fucilatori, se il prigioniero non fosse morto subito, gli desse il “colpo di grazia”. Ma quelli erano altri tempi, più civili, in cui si rispettava il condannato a morte e in un certo senso anche il nemico. Oggi, con le cosiddette guerre ibride non c’è più, se non in rari casi, lo scontro fra uomini contro uomini, ma fra macchine contro macchine.

Quello che accade nella guerra russo-ucraina con gli FP-5 Flamingo, per esempio, missili balistici usati in particolare dagli ucraini per colpire infrastrutture e impianti militari in profondità nel territorio russo.

E ciò che accade in Palestina dove gli israeliani colpiscono in particolare ospedali, pretendendo che si rifugino i ‘terroristi’ di Hamas.

Ma con questo la guerra non perde solo la sua estetica, ma anche la sua etica. Questo è il Progresso. Si inventano armi sempre più letali e i protagonisti non sono più, o quasi più, i combattenti sul campo, ma quelli che io chiamo gl’ingegneri dell’assassinio.

Se ci si vuole distrarre da questi orrori si vada a rivedere il Mestiere delle armi di Ermanno Olmi.


Neanche il martedì


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Quando Giorgetti li ha salutati, i dodici deputati di maggioranza e opposizione dispersi nel vasto emiciclo di Montecitorio lo hanno ricambiato con un applauso. Per scaldarsi, forse. O sentirsi meno soli. Il ministro era lì per parlare dei soldi di tutti, cioè della ragione storica per cui i parlamenti sono nati. E invece i rappresentanti del popolo non c’erano. Giorgetti aveva proposto di incontrarli lunedì, ma lo hanno guardato storto. Il lunedì la Camera solidarizza con i barbieri. Allora ha rilanciato: facciamo martedì? Sul martedì possiamo ragionare, gli hanno risposto, non immaginandosi che per lui, da buon lumbard, la giornata lavorativa cominciasse alle 9 del mattino (al più tardi). Ma stiamo scherzando? I deputati sono persone riflessive, hanno bisogno del loro tempo per carburare. Di solito si affacciano alla buvette il martedì pomeriggio per annusare l’aria, lavorano pancia a terra tutto il mercoledì e il giovedì dopo pranzo cominciano a prepararsi per il week-end.

In questa constatazione non c’è ombra di qualunquismo. Sappiamo che negli altri giorni della settimana i parlamentari fanno tante cose utili ai cittadini. Partecipano a convegni, raduni, feste patronali. Ricevono clienti e lobbisti. Preparano dichiarazioni solenni. E scrivono: messaggini e libri, tanti libri. Molti più di quanti ne leggano. Dovrebbero solo smettere di lamentarsi dell’astensionismo degli elettori, dal momento che è diretta conseguenza di quello degli eletti. 


Adolescenti e genere, i conflitti ideologici non aiutano


Sif Magazine

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – La disforia di genere, il non sentirsi a posto nel genere assegnato alla nascita in base alla conformazione sessuata del proprio corpo, è una esperienza di sofferenza, non una ideologia. Ideologia piuttosto è etichettarla come, vuoi un capriccio, una pretesa inaccettabile di scegliersi il proprio genere, vuoi la manifestazione di una patologia psichica. Riconoscere la necessità di sostenere e accompagnare bambini e adolescenti che manifestano seri segnali di questa sofferenza non c’entra né con la cultura woke né con la cosiddetta ideologia gender che, secondo Lucetta Scaraffia nel suo intervento pubblicato nei giorni scorsi su queste pagine, ne starebbe alla base.

Una ideologia, per altro, tutta inventata da chi la critica, che scambia l’argomentazione che i ruoli, capacità, caratteristiche psico-sociali attribuite al maschile e al femminile sono socialmente e storicamente determinati, quindi contestabili e mutevoli, con la pretesa di poter scegliere a quale genere appartenere, decidere se essere maschi o femmina.

Mi verrebbe da dire che proprio una visione rigidamente dicotomica dei modelli di genere, che non ne riconosce la contestualizzazione storico-culturale e la possibilità di varianti sul modo di essere maschi e femmine, può indurre a considerare comportamenti di bambine/i e adolescenti non conformi alle aspettative socioculturali, vuoi come deviazioni da correggere anche coercitivamente, vuoi come segnali univoci di disforia di genere, quando invece sono solo, appunto, sperimentazioni e variazioni.

L’infanzia e l’adolescenza, infatti, sono età non solo di apprendimento, ma di sperimentazione. Ne può far parte anche l’attraversamento di confini di genere sentiti come troppo esclusivi ed escludenti, salvo poi trovare un proprio equilibrio. Ma in alcuni casi si tratta di qualcosa di diverso: è l’esperienza interiore di una radicale incongruenza tra sé e il sesso assegnato in base al corpo, che, se non riconosciuta e accompagnata a essere risolta (non necessariamente per via chirurgica), mina alla radice la stessa formazione di una identità personale integra.

Proprio per la complessità delle dimensioni coinvolte nella formazione della identità di genere, tra corpo, psiche, norme sociali, e la non sempre e immediatamente chiara distinzione, specie nell’infanzia e adolescenza, tra varianza, sperimentazione e invece esperienza di una radicale incongruenza tra sesso di nascita e ciò che ci si sente essere, spostare la questione del cosa fare rispetto a bambini e adolescenti che manifestano una disforia di genere sul piano di un conflitto ideologico, come fa Scaraffia, non aiuta né a comprenderlo, né a trovare le modalità più adatte, e più rispettose della salute fisica e mentale, per accompagnarlo.

È vero che, nonostante i progressi compiuti in questi ultimi anni, si sa ancora relativamente poco dei meccanismi alla base della disforia di genere e più in generale sui meccanismi implicati nella formazione e costruzione dell’identità di genere. Così come è vero che, come spesso succede, la medicina può offrire scorciatoie rischiose, se non precedute e accompagnate da ascolto e osservazione paziente, sostegno psicologico non patologizzante (anche agli adulti di riferimento), per consentire a chi è ancora in formazione e in età dello sviluppo e manifesta incertezze e disagio rispetto alla propria identità di genere di evitare etichettamenti e forzature in una direzione o nell’altra.

È su questo terreno, come garantire tempo e sostegno, che si colloca la questione dell’età in cui collocare eventualmente i primi, reversibili, interventi medici. Una questione seria e delicata, su cui non si dovrebbe parlare con leggerezza, attribuendo a genitori e medici superficialità e sventatezza. Che cosa e quando sia più opportuno fare per alleviare una sofferenza seria nei bambini e adolescenti senza provocare danni collaterali è un dibattito aperto e non riguarda la divisione tra destra e sinistra.

Evocare conflitti ideologici più o meno inventati ostacola un confronto che porti a pratiche fondate su conoscenze e ricerche validate e soggette a continua verifica e aiuti i genitori a prendere decisioni informate.