Harvard? Confindustria? Il Nord produttivo? No, la classe dirigente del generalissimo e della destra-destra arriva dal penitenziario

(di Michele Masneri – ilfoglio.it) – A chi le primarie? A voi. La ricerca dei candidati e la creazione di una classe politica non sono mai una passeggiata. A New York il nipote di Kennedy è appena stato bocciato per il seggio alla Camera. E pure da noi a sinistra non sanno che fare. Correre insieme? Buttarsi al centro? Ma non nel centro storico (lì arriva subito l’accusa: troppo Ztl). Buttarsi di sotto? A destra pare più semplice. A destra-destra soprattutto. Il processo di cooptazione è facilitato. Guardate il general Vannacci. Primarie? Macchè. Società civile? Ma mi faccia il piacere. I “club” (da pronunciare: clöb)? Magari come Silvione nel 1994? Le scuole di partito come una volta? Acqua, acqua. Meglio puntare su Rebibbia.
La destra-destra del General Vannacci ha già la sua accademia, il bacino, la sua costituency; Non Harvard, non Confindustria, e nemmeno Colle Oppio. No, tutti a Rebibbia! Non intendendo il quartiere romano, feudo del guru di sinistra Zerocalcare. Ma proprio il carcere. Infatti dal penitenziario romano è appena uscito Gianni Alemanno, incensato, intervistato, lodato, riabilitato e asciugato nel fisico, acclamato come un oracolo dal popolo vannaccista dei prodi patrioti. Pronto a correre col generalissimo. La sua testa di ponte. Il suo fiore all’occhiello e via con altre metafore abusate. Si può dire? Diciamolo: la destra riparta dal gabbio. E certo conterà pure che fu forse il peggior sindaco da quando esiste Roma, insieme alla Raggi, che però non ha mai conosciuto la detenzione. E questo conta, appunto, essere stati cattivi amministratori, ma non basta. E’ il carcere il valore aggiunto, il plus (da pronunciare: plàs). Forse ricollegandosi astutamente a tutto un immaginario local, le canzoni della mala, le Mantellate, “Er canto der carcerato” di Claudio Villa, quel “non è romano chi non ha salito lo scalino” (inteso di Regina Coeli, altro clöb che potrebbe fornire prestigiosi candidati); Vannacci va sul sicuro. Non la calza in faccia dei dibattiti del Cav. ma proprio il passamontagna. Aggiungiamo una spruzzatina di quel profumo vero o presunto di Mafia capitale (ma pure nel seminale “Caterina va in città” di Virzì, l’analisi più giusta della politica romana e nazionale che ci sia mai stata negli ultimi decenni, c’era un deputato di destra-destra che diceva “aho, me so fatto er gabbio”).
Del resto anche il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, ha conosciuto le patrie galere con una giovanile condanna per spaccio, e pure il papà di Giorgia Meloni fu condannato per narcotraffico laggiù in Ispagna. Poi alcuni si sono riabilitati, è importante, questa è la funzione originaria del penitenziario, e son diventati esperti di questione carceraria, dopo le esperienze sul campo. E qui non si vuole scherzare sulla seria questione del sovraffollamento carcerario. E non mancano certo gli ex detenuti passati alla politica, internazionalmente, storicamente, ma di solito si tratta di reati giovanili, o di reati politici. Alemanno come un Nelson Mandela del Grande Raccordo Anulare?
Che poi Rebibbia non è solo la grande accademia della destra-destra ma pure il suo bacino di voto. L’ex sindaco, che ha tenuto un pregevole diario dal carcere, oggi assicura: son tutti di destra, i carcerati di Rebibbia. Ha dichiarato anche che “dentro”, ha trovato “molta empatia”, ma il dato importante è l’altro. Son tutti di destra, dentro. Non si sa se di destra semplice o di destra-destra. Ci saranno anche lì le correnti. Ma lo saranno, di destra o di destra-destra, anche gli stranieri, quelli che Vannacci vorrebbe remigrare, e che secondo l’Istat costituiscono il 31,5 per cento dei carcerati?
In quel caso, camerati, dietrofront. Non si remigra più. Piuttosto se magna. All’uscita da Rebibbia, come ha raccontato il nostro Salvatore Merlo, dopo le dichiarazioni, Alemanno è andato a cenare con Vannacci e un manipolo di camerati in un ristorante a Roma Nord (invece di andare alla bisteccheria di Delmastro, che è pure più vicina). Ristorante sardo, specializzato nel porceddu. Comunque, tra quello stormire di camicie bianche attillate da maschioni di mezza età e i porceddu c’erano pure il leggendario Antonio Maria Rinaldi già candidato al Campidoglio e il deputato Pozzolo (speriamo disarmato, e non alla guida), e il pasto si è svolto tra celebrazioni con tanto di “a noi!”, e una specie di preghiera laica, “La lode a Dio, la spada al Re, il cuore alla dama e l’onore a me”, “codice etico dei cavalieri medievali recitato da un giovane attivista di Futuro nazionale”, riportano i giornali (boh. Mai sentito. Ma qui più che l’etica c’è la cotica, parrebbe). E forse ci voleva un inno più adatto, tipo piuttosto “Er canto d’aa malavita” di Gabriella Ferri (“amore amore manname ’na pagnotta che er vitto d’er Coeli nun m’abbasta!”). Manname un porceddu! Deluso chi da una destra securitaria si aspettava che cooptasse poliziotti, servitori dello stato, prefetti magari fascistoni, questori nostalgici, pescando magari nel nord più conservatore. Alla conquista del tessuto produttivo. Cernobbio, a noi? Macché. Rebibbia a voi. Il galeotto romano, con la tuta a strisce e la palla al piede, ecco l’homus vannacciano. Magari anche con “kit del candidato”, qui con arance, lima, mascherina da banda Bassotti. Più che una destra “Law and order”, per restare alle serie tv, quella del generalissimo è una destra “Romanzo criminale” (è già da capire, in un giochino estivo stupidino, chi sia Er Freddo, e chi Er Dandi – potrebbe essere Vannacci, con le sue vestagliette. Ma in un altro giochino, e manuale di conversazione, se dei vicini di ombrellone vi accuseranno di essere “sinistra Ztl”, rispondete prontamente e senza incertezze: meglio della “destra Rebibbia”, come in un dialogo da film di Virzì, anche se il candidato galeotto neanche uno sceneggiatore se lo poteva immaginare, neanche romano, vabbè.
(di Amy Kazmin – Financial Times) – Giorgia Meloni sta portando avanti una riforma del sistema elettorale italiano che i partiti di opposizione hanno denunciato come un tentativo «autoritario» di assicurarsi la vittoria nelle elezioni politiche del prossimo anno.
Alla vigilia del dibattito parlamentare previsto per venerdì, la presidente del Consiglio ha affermato che le modifiche garantiranno un governo stabile dopo anni di turbolenze politiche che hanno afflitto l’Italia prima del suo arrivo al potere.
«Oggi siamo considerati un’ancora di stabilità in Europa; ieri eravamo un’Italia instabile in un’Europa più stabile», ha dichiarato Meloni martedì durante un forum pubblico. «Di certo non voglio che l’Italia torni a essere instabile.»
Al centro della proposta del governo vi è un sistema di rappresentanza proporzionale, con l’introduzione di un premio di maggioranza in seggi aggiuntivi che sarà assegnato alla coalizione politica che otterrà il maggior numero di voti, consentendole di governare anche se non raggiungerà la maggioranza assoluta.
Per beneficiare del premio, pari fino al 17,5% dei seggi in Parlamento, i partiti dovranno presentarsi con un programma comune e concordare un candidato alla presidenza del Consiglio: un richiamo al progetto, poi abbandonato da Meloni, di modificare la Costituzione repubblicana nata dopo il fascismo introducendo l’elezione diretta del presidente del Consiglio.
La coalizione vincente dovrà raggiungere una soglia minima del 42% dei voti per ottenere il «premio di maggioranza»; in caso contrario, i seggi aggiuntivi saranno distribuiti in modo proporzionale.
«È una legge proporzionale: chi prende più voti governa», ha sostenuto Meloni. «Ma dà a chi prende più voti la possibilità di avere una maggioranza per governare cinque anni. Questo dovrebbe essere qualcosa su cui tutti possiamo essere d’accordo, soprattutto la sinistra.»
Lorenzo Castellani, politologo della Luiss di Roma, ha affermato che la riforma del sistema elettorale voluta da Meloni riflette una certa preoccupazione riguardo alle sue prospettive di rielezione nel voto del prossimo anno, che potrebbe tenersi già ad aprile.
Nel 2022 la coalizione di centrodestra guidata da Meloni ottenne una netta vittoria su un’opposizione profondamente divisa. Ora, però, il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e altri partiti di opposizione, che hanno fatto fronte comune per ostacolare il suo tentativo di riformare il sistema della giustizia, puntano a condurre una campagna elettorale unitaria.
«Cambiare una legge elettorale è sempre un segnale di debolezza», ha detto Castellani. «Se devi cambiare le regole per vincere, significa che non ti senti così sicuro di poter vincere un’elezione.»
I partiti di opposizione hanno promesso di bloccare la riforma. «Non permetteremo che questa legge elettorale venga approvata», ha dichiarato martedì Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, aggiungendo che alcuni aspetti della legge sono «chiaramente incostituzionali».
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L’obbligo per le coalizioni elettorali di indicare in anticipo il proprio candidato alla presidenza del Consiglio creerà inoltre difficoltà all’interno dello schieramento di centrosinistra, dove sia Schlein sia il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte aspirano a guidare la coalizione.
Il disegno di legge renderebbe inoltre più difficile per i partiti minori presentarsi alle elezioni, imponendo loro di raccogliere 500.000 firme: una disposizione ampiamente considerata come diretta contro l’ex generale Roberto Vannacci e il suo nascente movimento di estrema destra, Futuro Nazionale.
Vannacci, che all’inizio di quest’anno ha lasciato la Lega del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, ha raccolto consensi tra gli elettori di destra delusi dalla coalizione guidata da Meloni.
Edoardo Ziello, ex deputato della Lega passato a Futuro Nazionale, ha definito «assurdo» il requisito relativo alle firme proposto dalla riforma, ma ha affermato che ciò non fermerà la crescita del movimento.
Il tycoon: “Questa tariffa avrà la precedenza su qualsiasi accordo commerciale stipulato con il Paese in questione, che sia già attivo, firmato o meno”

(ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump torna all’attacco contro le web tax europee e alza ulteriormente il livello dello scontro. Se nel febbraio 2025 aveva definito le imposte sui servizi digitali applicate da Italia, Francia, Spagna e altri Paesi una forma di “estorsione” nei confronti delle aziende americane, promettendo ritorsioni e riaprendo le indagini commerciali avviate durante il suo primo mandato, ora passa a una minaccia diretta: “Qualsiasi Paese” che introdurrà una digital tax sulle società statunitensi sarà colpito da dazi del 100% su tutte le esportazioni verso gli Stati Uniti.
L’avvertimento è contenuto in un messaggio pubblicato su Truth Social, nel quale il presidente americano sostiene che “numerosi Paesi europei” stanno valutando l’introduzione di una tassa sui servizi digitali a carico delle imprese Usa. “Alcuni di questi Paesi sono ormai prossimi a tale decisione” e “qualora decidessero di procedere, il dazio del 100% scatterà immediatamente”. Non solo: “Questa tariffa avrà la precedenza su qualsiasi accordo commerciale stipulato con il Paese in questione, che sia già attivo, firmato o meno”.
Interessante capire come risponderà il governo Meloni. L’Italia lo scorso anno ha ricavato dalla web tax 637 milioni di euro. Nell’aprile 2025, dopo un incontro alla Casa Bianca tra Meloni e Trump, Roma si era impegnata a promuovere “un ambiente non discriminatorio in termini di tassazione dei servizi digitali”, formula interpretata come un’apertura a una revisione dell’imposta. Che non è finora arrivata. Nelle ultime settimane, come è noto, i rapporti bilaterali si sono fatti più tesi visti gli attacchi diretti del tycoon all’Italia e alla premier.
L’affondo trumpiano è un’ulteriore escalation rispetto alla linea già tracciata nei primi mesi del suo secondo mandato. La Casa Bianca aveva accusato i governi stranieri di voler “tassare il successo delle aziende americane” e aveva incaricato lo U.S. Trade Representative di riaprire le indagini sulle digital tax adottate da Austria, Francia, Italia, Spagna, Regno Unito, Turchia e India. Le investigazioni, avviate durante il primo mandato di Trump, erano state congelate nel 2021 per lasciare spazio ai negoziati Ocse sulla riforma della tassazione internazionale delle multinazionali. Con il sostanziale naufragio del primo pilastro dell’accordo e il ritiro degli Stati Uniti da quel percorso, Washington sembra ora pronta a utilizzare la leva commerciale come strumento di pressione contro i Paesi che continuano ad applicare imposte sui servizi digitali.
(dagospia.com) – Gran parte dei sondaggisti lo danno per certo: l’irruzione sulla scena politica di Roberto Vannacci e della sua “sporca dozzina”, altrimenti detta “Futuro Nazionale”, non è un fuoco di paglia, non è una caricatura, non è un mero fenomeno di passaggio destinato a ballare una sola estate: è qui per restare.
Se va avanti così, guadagnando 1 punto ogni 15 giorni, come rilevano i dati di SWG del 22 giugno e quelli di Agi/Youtrend di oggi, a settembre “Futuro Nazionale” sotterrerà non solo la Lega, sprofondata al 5-6%, ma anche Forza Italia, galleggiante al 7-8%.
A quel punto, con i due alleati in stato comatoso, riuscirà Giorgia Meloni, col 28% circa di FdI, ad ottenere il 42% dei consensi, come vuole la riforma della legge elettorale targata centrodestra?
Lo “Stabilucum”, che va in aula per la presentazione degli emendamenti (in primis sulle preferenze), prevede infatti un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (fino a un tetto di 220 eletti alla Camera e 113 al Senato) alla coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei consensi.
Nel caso che il boom di Vannacci proceda oltre l’estate, di pari passo con l’emorragia di voti di Lega e Forza Italia, il premio di maggioranza proposto dalla nuova legge elettorale rischia di trasformarsi in un boomerang per l’Armata Branca-Meloni, a tutto vantaggio del campo dei miracoli del centrosinistra.
Dunque, che diavolo fare per ritornare di nuovo a combinare guai a Palazzo Chigi?
Intanto, nessuno sa quando si andrà a votare: elezioni anticipate ad aprile, come si vocifera, oppure alla scadenza della legislatura ad ottobre 2027?
Ipotizzare poi le possibili mosse di Giorgia Meloni, non è una fatica sprecata, è inutile: fin dal giorno in cui si è installata a Palazzo Chigi, la Statista della Sgarbatella si è sempre contraddistinta per le sue giravolte e piroette, volteggi e capriole, preferendo alla strategia (la visione generale), la tattica ballerina (l’opportunismo del giorno per giorno) pur di raggiungere un obiettivo immediato, perché “del doman non v’è certezza”.
Quindi, ammesso e non concesso che Vannacci cavalchi un’onda lunga e raggiunga nei sondaggi autunnali il 7-8%, possiamo solo tratteggiare qualche ipotesi.
Primo scenario: per mettere al sicuro la vittoria, Meloni imbarca nel terzetto della coalizione anche l’ultra-destra sovranista e filo-putiniana di Futuro Nazionale.
In tal caso, l’uscita dalla coalizione di Forza Italia in modalità Marina B., per esplicita incompatibilità con il “mondo al contrario”, omofobo e razzista, di Vannacci, viene data più che probabile.
Oltre ad aver rifilato una staffilata a Tajani (“In Europa ha votato a favore per dare altri soldi all’Ue”), l’ex parà ha sistemato per le feste la Regina di Arcore, Marina Berlusconi, rea di aver dichiarato che “escludere Vannacci dal centrodestra non sarebbe una grande perdita”; anzi, un’opportunità per liberare la coalizione da “pericolosi estremismi”.
Calzato l’elmetto, Robertino è partito alla carica. Dopo aver descritto Forza Italia come un partito “eterodiretto dal denaro e dall’editoria”, accusandolo di strizzare l’occhio a posizioni di sinistra, l’ha infilzata alla Travaglio: “Non capisco perché parli a nome di Forza Italia quando non svolge un ruolo politico“.
Anche se Forza Italia ha ribadito totale chiusura verso il generale, la Ducetta azzoppata è invece convinta di riuscire ad ammorbidire l’estremismo senza limitismo di Vannacci, mantenendo così il partito fondato da Silvio Berlusconi nella maggioranza.
Su tale progetto di aggregazione, è interessante quanto rilevano gli analisti di SWG sul fenomeno di Futuro Nazionale: “Tra i sostenitori della maggioranza di governo, 1 su 3 apprezza la figura del Generale e lo interpreta come un valore aggiunto per lo schieramento guidato da Meloni.
A convincere è soprattutto la sua capacità di esprimersi in modo diretto, senza badare alla diplomazia”.
E aggiunge: “La maggioranza del popolo del centrodestra però è critica nei confronti di FN, in quanto non ne condivide le idee o lo ritiene poco credibile. Gran parte, inoltre, lo considera un mero fenomeno di passaggio”.
Occorre anche considerare come l’aggregazione di Futuro Nazionale in versione dietor, addolcita da poltrone ministeriali e da commissioni, verrebbe valutata dai democristiani del Partito Popolare Europeo, attualmente alla guida della commissione presieduta da Ursula von der Leyen.
Anche perché, dopo lo scazzo da pescivendoli con Trump, l’unica alternativa rimasta a “Gigiorgia” rimane quella di spostarsi al centro, ritornando con la cenere in testa a sedersi al tavolo di Merz e Macron (vedi il bilaterale col presidente francese ad Antibes, incontro che in passato, per non trasformarlo in un ring, si accordarono per rinviarlo).
Secondo scenario: a ‘sto Vannacci conviene scodinzolare alla corte della Meloni, cassando la sua retorica della minoranza eroica che gli fa dire: “Noi rappresentiamo lo scarto, la feccia e siamo orgogliosi di esserlo.
In parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e ne siamo fierissimi”?
Finora la leva per la sua irresistibile ascesa è stata quella di rinfacciare alla Meloni il tradimento delle promesse elettorali del 2022 e la deriva moderata del suo esecutivo, a partire da sicurezza e immigrazione fino alle posizioni sulle spese militari, posizionandosi come alternativa a quella che definisce una “destra slavata’’.
Infatti, l’ex generale della Folgore raccoglie consensi soprattutto dagli elettori di destra delusi dai quattro anni di occupazione di posti di potere dei Camerati d’Italia (il grande balzo di FdI avvenne quando fu l’unico partito all’opposizione del governo Draghi).
Terzo scenario: una volta festeggiato il 22 ottobre 2026 il quarto anniversario dal giuramento ufficiale al Quirinale avvenuto nel 2022, incassato l’agognato record di permanenza a Palazzo Chigi, “Gigiorgia” potrebbe anche trovarsi con un Salvini sempre più dissanguato da Vannacci che, per non tirare le cuoia, getta la spugna e molla il governo, e a quel punto Meloni si dimette.
Ma checché ne dica Bloomberg, dimissioni non vuol dire andare automaticamente a elezioni: il potere di sciogliere il parlamento è nelle mani sante di Sergio Mattarella che, secondo quanto prevede la Costituzione, deve procedere alle consultazioni dei partiti per individuare una nuova maggioranza.
Se la quadra di un accordo di governo non si trova, solo a quel punto Mattarella scioglie le Camere e apre la campagna elettorale.
A quel punto, la tela del bipolarismo con l’irruzione di Vannacci si è ingarbugliata e, come abbiamo visto, tutto può succedere: se Futuro Nazionale decide di entra nella coalizione, c’è il rischio che esca Forza Italia; se la Lega, dopo aver determinato la caduta del governo, ritorna sui suoi passi, Giorgia Meloni non può ripresentarsi a candidato premier di una alleanza tale e quale a quella precedente.
Dov’è la coerenza? si chiederebbe il buon Mattarella, e con un bel comunicato dal Colle sistemerebbe l’Underdog mettendola nelle condizioni di non essere più credibile…
Roba da overdose di Xanax? Aveva già capito tutto colui che fece scolpire in greco questa frase su un marmetto del Palatino: “A Roma ho scoperto che la via diritta è un labirinto…”.

(Dott. Paolo Caruso) – La Giorgia nazionale mentre il mondo va a pezzi e l’ economia italiana affonda sempre più si dedica al Melonellum frutto del lavoro suo e dei fratelli ancora in corso di maturazione dalla buccia scura tipo prugna e dai semi da cui si estrae un liquido vischioso che ricorda l’ olio di ricino. Il Melonellum sarà offerto agli italiani in sostituzione del Rosatellum, un prodotto più delicato dal colore rosato, che in altra stagione aveva a sua volta sostituito il cosiddetto porcellum dalla scorza ruvida e verde prodotto dalle terre padane. Insomma tutti frutti di stagioni diverse (politiche). Il bugiardellum etichettato Meloni invece da quattro anni viene servito agli italiani, quale amaro da bere tutto d’ un fiato per attenuarne il retrogusto. L’ amaro bugiardellum ci ha portato nel fantastico mondo di Giorgia e il Melonellum ci aprirà le porte di Melonilandia dove i ricchi saranno sempre più ricchi e gli altri si attaccheranno al tram…… Infatti agli annunci roboanti di interventi sulla sanità pubblica, sulla scuola e sul trasporto pubblico è seguito il deserto delle manovre finanziare. La riduzione delle tasse non è stata fatta anzi la pressione fiscale è salita al 42,8%. La tanto vituperata legge Fornero è stata mantenuta con un inasprimento dei parametri per il pensionamento anticipato. Il salario minimo è di là da venire sostituito da misure di contrasto al lavoro povero e incentivi fiscali alle assunzioni. A fronte del record storico sul tasso di occupazione rivendicato dall’ Esecutivo ci sta un aumento dei lavoratori poveri, la precarietà e il calo del potere d’ acquisto dei salari. Tassa sugli extra profitti bancari non pervenuta. E i tre pilastri dell’ azione di governo quali la riduzione progressiva delle accise sui carburanti, il blocco navale e la gestione dei flussi migranti, e il piano sicurezza sono rimasti al palo, solo specchietti per le allodole. Anche il piano casa, e il piano carceri comprensivo dell’ ampliamento degli organici restano tra gli annunci rimasti in sospeso. La riforma della magistratura bocciata senza appello dai cittadini e la riforma del premierato rimasta chiusa in qualche cassetto della Premier sono i capolavori di questa destra di governo. Lo stesso sostegno alla natalità è stato un flop. È di questi giorni lo scontro tra le forze di opposizione e il governo Meloni su quanto affermato dal segretario generale della NATO Mark Rutte, sui 500 aerei statunitensi decollati dalle basi italiane in operazione di appoggio alle forze presenti nel golfo e sempre negato dalla Premier italiana e dal ministro Crosetto. Un’ altra menzogna tra le tante da chiarire urgentemente per la sua gravità ( proteste del governo iraniano e ripercussioni ) con una interrogazione parlamentare alla Premier. La narrazione meloniana di beatificazione del suo governo sembra essersi esaurita a un anno dalla consultazione elettorale, infatti i dati ufficiali di enti come l’ ISTAT dimostrano la discrepanza esistente tra la propaganda della destra e la realtà dei fatti.

(Tommaso Merlo) – Se Putin bombarda Bruxelles, i cittadini europei scendono in strada a festeggiare. Quel verminaio tecnocratico ci sta spolpando per una guerra suicida. La Commissione Europea è la più grande truffa politica della storia continentale e la Nato la più grande minaccia per i cittadini del vecchio continente. Decenni di guerre a vanvera in gran parte perse senza che nessuno ne abbia risposto, silenziosa complicità nel genocidio del secolo e la chicca di una guerra suicida per conto terzi col nostro vicino strategico. Miliardi e miliardi in fumo mentre i cittadini europei lottano per arrivare a fine mese e con l’unico risultato di aver ridotto l’Ucraina in un immenso cimitero, aver fatto schizzare le bollette alle stelle ed aver spinto Mosca tra le braccia di Pechino accelerando il declino occidentale. E anche se non frega niente a nessuno, sono intorno ai due milioni finora i soldati morti e dispersi su entrambi i fronti. Davvero, certi politicanti meriterebbero di venire studiati dalle nuove generazioni in modo che capiscano i livelli squallidi che può raggiungere l’essere umano per una poltrona e come sia la consapevolezza personale l’unica via d’uscita dall’autodistruzione planetaria. Nelle ultime settimane, i guerrafondai europei con la pellaccia altrui, hanno alzato la cresta perché droni e missili ucraini sono arrivati fino alle raffinerie di Mosca e in Crimea e pensano di aver trovato la ricetta magica per costringere i russi a cedere. Un Europa al verde, senza un esercito e nemmeno cittadini disposti a buttar via la loro vita, avrebbe cioè pescato il jolly con quei marchingegni volanti ed esplosivi a buon mercato. Pie illusioni politicanti. In un mondo ridotto a sanguinario videogioco, servono ancora uomini in carne ed ossa che vanno a piantare la bandiera. Come stanno facendo i russi. Cruda realtà bellica. Gli esperti militari seri e cioè non quelli che scrivono per le newsletter mainstream della Nato, riportano che sul campo di battaglia la Russia continua ad avanzare. Lo fa lentamente perché non vuole perdere vite inutilmente e perché droni e missili hanno complicato lo scenario. Prevedono che la Russia annetterà gli ultimi brandelli di oblast entro l’estate con scontro decisivo a Sloviansk e Kramatorsk e magari si prendono anche Odessa e Kirkiv che considerano storicamente russe. A quel punto i russi potrebbero fermarsi e trattare, ma non certo coi reggenti di Kiev che considerano terroristi. Fin qui niente di nuovo, quello che fa temere il peggio è che droni e missili ucraini hanno colpito anche scuole e civili riaccendendo le polemiche a Mosca. Checché ne dicano le newsletter mainstream della Nato, Putin è considerato un moderato a Mosca ed i falchi lo accusano di procedere col freno a mano tirato in Ucraina e di permettere a quegli idioti degli europei di farla fuori dal vaso. Droni e missili ucraini e loro componenti, sono prodotti in fabbriche europee e paesi russofobi come l’Inghilterra guidano quelle operazioni aeree telecomandate. Putin ha già reagito incrementando gli attacchi su Kiev e gli esperti prevedono una spallata estiva, ma il timore è per il non detto. Se Mosca non arriva presto ad una vittoria sul campo, potrebbe cedere ai falchi che sostengono da tempo la necessità di colpire l’Europa a partire dalle fabbriche di droni e missili con armi convenzionali e in una prima fase limitarsi all’uso di ordigni atomici tattici solo in Ucraina. Per la Russia quella in Ucraina è una guerra contro tutto l’Occidente e più temporeggia peggio è. Gli Stati Uniti oggi hanno arsenali e tasche vuote ed un presidente barzelletta, mentre l’Europa è militarmente nana e politicamente talmente conciata che se Putin bombarda Bruxelles, i cittadini continentali scendono in strada a festeggiare. Si rischia quindi una escalation che potrebbe sfuggire di mano e il cui drammatico esito è noto. Per la Russia la guerra contro l’intero Occidente in Ucraina è esistenziale e piuttosto di capitolare, Mosca non esiterà un’istante a ricorrere al suo immenso arsenale nucleare con conseguenze inimmaginabili. E tutto questo per una guerra suicida, del tutto evitabile e contro la volontà popolare. Davvero, certi politicanti meriterebbero di venire studiati dalle nuove generazioni in modo che capiscano i livelli squallidi che può raggiungere l’essere umano per una poltrona e come sia la consapevolezza personale l’unica via d’uscita dall’autodistruzione planetaria.
Paper First non sarà a Più Libri Più Liberi, la fiera dell’editoria indipendente che da quest’anno ha scelto di chiedere un certificato di antifascismo alle case editrici che vogliono partecipare all’evento (che riceve anche fondi pubblici). Dovevano combattere i fasci, finiscono per combattere i libri e le inchieste dei giornalisti

(Riccardo Canaletti – mowmag.com) – Vi ricordate la notizia del patentino antifascista alla fiera Più Libri Più Liberi? La soluzione burocratica e illiberale proposta per evitare che editori fascisti partecipassero all’evento dell’editoria indipendente a Roma a fine anno? L’autocertificazione per essere veramente democratici secondo intellettualoni e istituzioni culturali? Dopo il caos creato sembrava che l’Aie si fosse ripresa, facendo un passo indietro e riflettendo bene su ciò che avrebbe fatto. Non è stato così. I moduli sono arrivati alle case editrici, anche a quella del Fatto Quotidiano, Paper First. La società editrice dietro al quotidiano di Travaglio, Seif, non firmerà la certificazione di antifascismo e non perché siano tutti fascisti, ma perché, facendo i giornalisti, sanno che la censura fa sempre schifo, anche quando a farla i “buoni” della storia. La pretesa pretesca di creare un perimetro morale oltre il quale qualcosa diventa inaccettabile può aver senso in svariati contesti, non quando si parla di cultura. La cultura che pone dei vincoli semplicemente diventa altro: politica soprattutto. Per lo stesso motivo, l’incredibile suscettibilità di chi crede di essere nel giusto, scrittori e autori in tutta Europa vengono cancellati e perseguitati, colpevoli di non avere le idee che piacciono a chi comanda.
Nel caso specifico, il punto non è tanto dichiararsi dalla parte della Costituzione e antifascisti, ma il fatto stesso di doversi dichiarare qualcosa, di dover fare “coming out”. 1) Se serve dichiarare cosa si è e ciò in cui si crede, allora vuol dire che il proprio lavoro editoriale non ha assolutamente alcun valore. È il catalogo che dovrebbe parlare per noi. Dunque chiedere a un editore di autocertificarsi significa chiedergli di ammettere che il proprio lavoro è privo di senso. 2) Chiedere una certificazione di antifascismo e democraticità significa non essere democratici. Immaginiamo un bazar, la metafora è del filosofo Giulio Giorello, in cui si possono trovare varie cose, alcune delle quali potrebbero non piacerci. Non dovremmo rompere la merce che non ci piace, fin tanto che quella merce non fa del male a nessuno. Il principio è semplice: si combattono gli eserciti, i partiti, non i libri. Comunque bene così, le case editrici non fasciste iniziano a non andare a Più Libri Più Liberi, siete contenti? Dovevate combattere l’ondata nera e finirete con una fiera piena di editori fasci che firmeranno mentendo la vostra autocertificazione. Un successo.

(di Marcello Veneziani) – Almeno sul piano della comunicazione e dell’immagine, è andato bene a Giorgia Meloni lo scontro con Donald Trump. Non c’è dubbio, ne è uscita alla grande, nonostante sia partita ammaccata e ha dato vita a un’imprevista settimana tricolore. Primo, perché scontrarsi con Trump, considerato psicopatico, ti dà punteggio a prescindere, è sempre un titolo a favore. Secondo, perché lui era l’aggressore e lei la vittima, conciliante in origine; per giunta lui così grande e grosso, lei così piccola e donna. Terzo, perché lei ne è uscita come una che non si nasconde, parla in faccia ai super-potenti, difende la sovranità nazionale e la dignità italiana e sua personale, non si lascia intimorire. Evviva. Da tempo nutriamo sfiducia nell’azione reale del governo Meloni al di là dei proclami; ma quando una vicenda si conclude a suo favore bisogna avere l’onestà di riconoscerlo e pure di gioire. E lo dico in particolare agli oppositori antigovernativi che invece si ostinano a non vedere ciò che vedono gli italiani: non hanno saputo stringersi compatti intorno alla premier italiana contro il bullismo. Aveva ragione la Meloni nella sua replica a Trump a dire che apparire al suo fianco non le fa guadagnare popolarità ma al contrario gliela fa perdere, come stava accadendo quando si è schierata con lui e con Netanyahu. E che fosse partita al suo fianco non era una colpa, ma una giusta scelta; ma dopo le disastrose scelte e minacce di Trump, era più che giusto ritirarsi.
Questo, almeno, è stato l’esito apparente dello scontro tra i due, e in mancanza di altre versioni, non ritenendo credibile la versione di Trump, ci atteniamo all’apparenza. Non sappiamo se fosse vero o meno il malevolo retroscena che ha raccontato Trump, sulla Meloni che gli chiede di farsi ritrarre insieme per mostrare al mondo che è stato superato il conflitto tra due personalità forti, dotate di carattere, come aveva spiegato la Meloni. Ma detta da uno come Trump, così poco attendibile e così pieno del suo Ego esagerato, nessuno gli ha creduto o ha dato peso alla sua indiscrezione. Quindi godiamoci, una volta almeno, sul piano della comunicazione e dell’immagine, l’Italian pride meloniano. Questo piccolo episodio mi ha ricordato una pagina del libro Cuore, quando un piccolo e povero patriota, imbarcato clandestinamente su un piroscafo, e nascosto pietosamente dai viaggiatori, sentì che sparlavano dell’Italia e allora proruppe dicendo: “non voglio elemosine da chi insulta la mia patria” . Quello scatto di fierezza patriottica rendeva fieri a loro volta i lettori accorati dell’opera di Edmondo de Amicis di quel tempo. La Meloni sembra rinverdire questa pagina “edificante” di orgoglio italiano. Evviva, ancora evviva.
Qualcuno dirà: ma poi oltre le apparenze, come vanno realmente le cose, ci abbiamo davvero guadagnato o no, ci saranno conseguenze per quello scontro? Ma la politica, cari amici, è fatta ormai in larga parte di apparenze, è il regno della superficie, di ciò che viene inscenato. Non c’è sostanza di fatti o contenuto di idee, tutto si risolve in faccine, twittate e whatsappate, e nei titoli ossequiosi dei tg e dei media. Il politico è un fingitore, parafrasando Pessoa… Contano i sondaggi e le percezioni, mica la realtà e la verità dei fatti. Accontentatevi, gente, di ciò che accade in superficie, pattinate pure voi sul ghiaccio, senza pensare se poi si dovesse rompere. La Meloni esce bene da uno scontro col Bullo, il Pitbull, il Gran Cagnone americano, e dunque viva l’Italia e viva la Meloni.
Quando si vogliono un po’ eccitare gli spalti, qualche bandiera sventolata e qualche scia di frecce tricolori, cori alpini e inno nazionale ci stanno sempre bene. È anche un modo, per restare nella metafora sportiva, per mandare il pallone in tribuna e guadagnare tempo e respiro in momenti di difficoltà. Un po’ più ridicolo il patriottismo di certi ormai attempati attendenti e servitori di lungo corso della politica nostrana, che indossando ancora, pur da ministri in carica, la livrea pluridecennale della Casa, proclamano con grottesca fierezza: non siamo servi di nessuno…
A dir la verità sarebbe bello dar ragione alla Meloni e dire che non solo lei ma anche l’Italia “non ha mai implorato nessuno”. Noi coltiviamo da una vita l’amor patrio ma dobbiamo purtroppo ammettere che troppe volte, invece, l’Italia, o meglio gli italiani, hanno implorato davanti agli stranieri, ai dominatori, ai padroni e ai potenti di turno, e non solo per salvarsi la pelle. Già in tempi antichi, nel settimo secolo, il re dei longobardi Liutprando notava che gli italiani hanno una specialità: non sono mai servi di un solo padrone ma sempre di due, in modo da destreggiarsi ricorrendo ora all’uno ora all’altro, giostrando e barcamenandosi come poi faranno tra due forni, esercitando l’arte della diplomazia o proteggendosi dietro le spalle dell’uno dalle minacce dell’altro. In questo doppio gioco siamo riusciti a sopravvivere alle dominazioni e campare a lungo, ma abbiamo tardato secoli per diventare uno stato e una nazione e per conquistare una dignità politica. La nostra duttile intelligenza che sconfina nella furbizia e rasenta la viltà per opportunismo personale…
Tornando invece ai nostri giorni, al di là dello spettacolare duello tra Meloni e Trump, resta il problema dei rapporti tesi con gli Stati Uniti, la difficoltà di ricucire e il timore di un’eventuale ritorsione di Trump; resta il problema della nostra collocazione internazionale, e di un’Italia che passa dalla padella americana alla brace union-europeista e zelenskiana (già, la versione aggiornata del teorema di Liutprando). E restano i problemi sostanziali, energetici, strategici, militari per il nostro Paese.
In realtà viviamo un’epoca in cui le collocazioni politiche sono davvero imbarazzanti. Se la sinistra al potere è Sanchez con i suoi mille scandali, a partire dal Venerato Zapatero, o il fallimento britannico di Sturmer e dei laburisti, la destra al potere fra Trump e Netanyahu ti fa passare la voglia di definirti conservatore. E la salvezza non è certo nel centro dei Macron, Merz e delle Von Der Leyen, o peggio nei leggendari “tecnici”. O nei prodotti dell’IA, come Silvia Salis.
Insomma, in questo scenario abbiamo solo un’alternativa: o superare le etichette e le superfici e guardare solo la realtà ma questa posizione ti porta ad allontanarti dai governi e dalla politica e starne alla larga, fuori o contro; oppure accontentarsi dell’apparenza, della superficie, e agitare le bandierine, sperando che la realtà non ci faccia risvegliare troppo bruscamente. Battiam battiam le mani, Viva l’Italia.
Per quanto riguarda le coalizioni, il campo progressista è primo con il 44,5%. Ma anche questa volta fondamentale diventa il posizionamento del partito di Vannacci

(ilfattoquotidiano.it) – Continua l’avanzata nei sondaggi di Futuro nazionale di Roberto Vannacci a scapito del centrodestra, che tocca il peggior dato da inizio legislatura. Fratelli d’Italia, Forza Italia (ma anche Partito democratico) segnano il loro peggior dato dalle scorse Europee e Alleanza Verdi-Sinistra supera la Lega di Matteo Salvini. Sono questi i dati principale che vengono fuori dalla nuova analisi della Supermedia Agi/Youtrend, una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, che include le indagini statistiche realizzate dall’11 al 24 giugno.
Mezzo punto percentuale in meno rispetto all’11 giugno per il partito di Giorgia Meloni che si attesta al 27,8%. Stesso crollo anche per il Carroccio che scivola al 6,2%. Futuro Nazionale fa registrare un nuovo balzo, di quasi un punto (0,9% per l’esattezza) in due settimane, raggiungendo il 5,3%. Un quadro che presenta quindi un travaso di voti verso il partito del generale. Il Pd è stabile al 21,4% mentre il Movimento 5 stelle al 12,8% segna un -0,1%. Stabile anche Forza Italia all’8%, mentre Avs, con il 6,6% (+0,1), scavalca la Lega. A chiudere il quadro Azione al 3,2% (guadagnando 0,3 punti percentuali in due settimane), Italia Viva al 2,3% (-0,1), +Europa stabile all’1,4% e Noi moderati all’1,1% (-0,1). Novità per la Supermedia è il debutto del Partito Liberal Democratico (Pld) di Luigi Marattin, che – pur non essendo rilevato da tutti gli istituti del ‘paniere’ – viene stimato all’1,4%, ponendolo a pari merito con +Europa.
Per quanto riguarda la Supermedia Coalizioni, il campo progressista è primo con il 44,5% (ma perde lo 0,2% rispetto a due settimane fa), segue il centrodestra al 43,2% (segnano un -1%). Anche questa volta fondamentale diventa il posizionamento del partito di Vannacci, ma anche Azione potrebbe mutare il quadro delle coalizioni. I sondaggi presi in considerazione da Supermedia sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 19 giugno), Eumetra (18 giugno), Piepoli (18 giugno), SWG (15 e 22 giugno), Tecnè (13 e 20 giugno) e Youtrend (18 giugno).
La storica portavoce di Meloni e l’Erodoto di Giuseppe Conte convoleranno a nozze sabato. Invitati ovviamente la premier e mezzo Palazzo Chigi. Attesa per Travaglio

(ilfoglio.it) – Altro che Dua Lipa. Il matrimonio dell’anno (e bipartisan) è quello fra Giovanna Ianniello, storica portavoce di Meloni (per 15 anni) e Luca De Carolis, l’Erodoto di Giuseppe Conte, firma del Fatto quotidiano. Si sposano a Roma, sabato, alle 11, in parrocchia, in zona centro, super centro. Invitati, ovviamente la presidenta Meloni, mezzo Palazzo Chigi. Sogno proibito di qualche invitato: vedere alla consolle Marco Travaglio cantare agli sposi “I migliori anni (e Meloni) della nostra vita”. Auguri! Sposi d’Italia.
CONTE, ‘IO ANCORA ALIENO DA QUESTA POLITICA SENZA ETICA CHE PROTEGGE I PROPRI’

Leader M5s intervistato a Fano dal direttore dell’ANSA Contu
“È un certo modo di fare politica che mi fa sentire alieno. Io sono in una forza politica dove sono convinto di impegnarmi perché ci tagliamo gli stipendi per progetti utili ai cittadini. In questi anni abbiamo restituito 100milioni di euro”.
Lo ha detto l’ex premier Giuseppe Conte, leader del M5S, questa sera a Fano, in occasione di Passaggi Festival, intervistato dal direttore dell’ANSA, Luigi Contu. “Per noi la politica non è business, non ci facciamo finanziare da gruppi imprenditoriali per cui magari fai poi si fanno emendamenti di legge. – ha aggiunto Conte – Sono alieno a questa politica senza etica pubblica che protegge i propri”.
CONTE, ‘SENZA PARTECIPAZIONE LA DEMOCRAZIA È A RISCHIO’
L’ex premier a Fano, “con progetto Nova 16.500 persone portate a fare proposte”
(ANSA) – FANO, 25 GIU – “Credo che la democrazia non sia un bene conquistato una volta per tutte ma un progetto che va realizzato e può essere realizzato solo con impegno di tutti, dalla partecipazione alla vigilanza dei cittadini”. Lo ha detto l’ex premier Giuseppe Conte, leader del M5s, questa sera a Fano, in occasioni di Passaggi Festival, intervistato dal direttore dell’ANSA, Luigi Contu.
“Il rischio è altrimenti – ha aggiunto – che autocrazie sembrino più affascinante. Il 72% della popolazione vive sotto regimi autocratici e liberali. Nella nostra democrazia qualcuno si sta convincendo che regime dove si parla di premierato, principio di decisionismo e autorità più centrata possa essere una soluzione migliore. Noi invece abbiamo una democrazia che è progetto da migliorare con la partecipazione delle persone, – ha affermato Conte – come stiamo facendo con il progetto Nova che ha portato 16.500 persone a fare proposte che elaboreremo sempre con i cittadini”.
CONTE (M5S), ‘NON SIAMO DI SINISTRA MA PROGRESSISTI’
L’ex premier a Fano, “conservatore che diventa reazionario va respinto con fermezza”
(ANSA) – FANO, 25 GIU – “Il Movimento non può definirsi di sinistra perché forza giovane mentre ci sono partiti che interpretano questa storia. Quando dico che non siamo di sinistra lo faccio nel rispetto di quella storia, a torto o a ragione. Va detto che la sinistra anche qui in Italia con il Dio mercato si è ubriacata abbandonando battaglie storiche della sinistra”. Così l’ex premier Giuseppe Conte, leader del M5S, questa sera a Fano, in occasioni di Passaggi Festival.
“Noi ora ci siamo collocati in modo chiaro e irreversibile nell’area progressista, che fotografa meglio la situazione italiana e di altri Paesi. – ha sottolineato Conte – L’opposto nostro sono i conservatori. Rispetto le politiche conservatrici che hanno loro dignità, ma quando il conservatore diventa reazionario va contrastato con fermezza e chiarezza”.
CONTE, ‘TRUMP? NON SPOSO MAGA MA MIGA, MAKE ITALY GREAT AGAIN’
Il leader M5s, “presidente Usa mi ha espresso simpatia, l’ho sfruttata per il mio Paese”
(ANSA) – FANO, 25 GIU – “Trump ha espresso da subito simpatia nei miei confronti quando mi sono insediato, definendomi outsider della politica come lui. Simpatia che io ho sfruttato per il mio Paese e gli ho detto ‘mi devi aiutare’, perché lui si sente gratificato da questo. Da lì nata la sua attenzione nei miei confronti”. Lo ha raccontato a Fano l’ex premier Giuseppe Conte, leader del M5s, intervistato dal direttore dell’ANSA, Luigi Contu, nell’ambito di Passaggi Festival.
“Il Trump di oggi è difficile da affrontare, perché si è radicalizzato. – ha affermato Conte – Oggi è stato sbagliato pensare che siccome è di destra, lui come il nostro Governo attuale, allora abbiamo le autostrade. Siamo andati lì per gratificarlo ma ci ha chiesto lui soldi ed armi. Meloni per il pensiero dell’affinità ideologica si è sentita coccolata ma senza nulla in cambio. – ha attaccato il leader M5s – Per la sua fedeltà al mondo Maga siamo diventati l’unico Paese che ha definito l’attacco in Venezuela come operazione di legittima difesa, abbiamo assecondato ciò che è successo a Gaza”.
“La politica estera non si fa per affinità ideologica ma va fatta per difendere interessi nazionali. – ha proseguito Conte -. Io Trump l’ho scontentato più volte, come con l’accordo per la via della seta. Io gli ho detto che se avessero garantito lo stesso ritorno commerciale avrei strappato l’accordo con la Cina. Amicizia deve essere rispetto reciproco. Non sposo Maga ma Miga, Make Italy Great Again”.
CONTE, ‘PER TRUMP IN IRAN È STATO UN FALLIMENTO TOTALE’
L’ex premier, ‘sulla Libia mi aveva invitato a prendermi il petrolio”
(ANSA) – FANO, 25 GIU – “Trump sulla Libia mi aveva invitato, quando ero premier, ad andare a prendermi il petrolio, letteralmente. Come ha fatto lui con il Venezuela e come ha provato a fare con l’Iran. Lì però non ci è riuscito perché per lui è stato un fallimento totale”. Lo ha detto l’ex premier Giuseppe Conte, leader del M5S, questa sera a Fano, in occasioni di Passaggi Festival.
“L’attacco in Iran degli Usa e di Israele è illegale rispetto al diritto internazionale e non giustificabile come ritorsione”, ha detto ancora Conte, mentre la “transizione democratica in Iran è impossibile perché non interessa a nessuna delle forze in gioco: questo era chiaro da principio”.
“I veri motivi sono il petrolio e il gas – ha attaccato – Inoltre non hanno nemmeno il nucleare ma solo l’uranio impoverito. Per questo non possiamo supportare questa guerra, perché è anticostituzionale. Ma se il Governo fa partire gli aerei Usa dalle nostre basi – ha concluso – allora questo Governo ha contribuito ad alimentare questa guerra”.
CONTE, ‘ALLEANZE? VEDIAMO A SETTEMBRE MA CHIEDIAMO COERENZA’
Leader M5s, ‘non possiamo chiedere il voto e poi trovarci con chi chiede il rimpasto’
(ANSA) – PESARO, 25 GIU – “Con le forze progressiste ci rivediamo a settembre per fare un progetto condiviso con visione di cinque anni, non che crolli prima. Da inizio legislatura abbiamo lavorato con Avs a tanti progetti: a volte si sono aggiunte forze politiche e altre no ma c’è un nucleo di misure già condivise”. Lo ha detto il leader M5s Giuseppe Conte a Fano in occasione di Passaggi Festival, intervistato dal direttore dell’ANSA Luigi Contu.
“A settembre sarà tempo di fare un progetto serio e coerente. – ha aggiunto – Poi ci apriremo ad altri ma devono essere coerenti. Non possiamo chiedere il voto ai cittadini per poi trovarci con chi chiede il rimpasto o altri ruoli. Il M5s partirà con un impegno preciso e chi lo tradisce si assumerà le sue responsabilità ma noi non ci saremo a quel punto”.
CONTE, ‘VANNACCI? UN INGANNO FAR PENSARE CHE LA REMIGRAZIONE SIA UNA SOLUZIONE’
“Crea un problema al governo ma con lo sguardo lungo non c’è nulla per cui gioire”
(ANSA) – FANO, 25 GIU – “Se guardo le cose con respiro corto, qualcuno nel campo progressista potrebbe gioire perché Vannacci sta creando al Governo un gran problema. Ma se ti guardi intorno, ad esempio in Germania, vedi che partiti con rigurgiti neonazisti sono al 27%, crescono in Inghilterra e in Francia. Per cui non c’è nulla per cui gioire perché ho uno sguardo lungo”. Lo ha detto l’ex premier Giuseppe Conte, leader del M5s, a Fano per Passaggi Festival, intervistato dal direttore dell’ANSA, Luigi Contu.
“A me – ha detto ancora Conte – non interessano i punti o la polemica politica ma le traiettorie per far cambiare il Paese. Sentire parlare di remigrazione dopo che questo Governo ha illuso cittadini con il blocco navale, che è inganno elettorale perchè inapplicabile e anticostituzionale, è un inganno ancora più grande.
Se in Italia ci sono immigrati senza lavoro, senza integrazione o permesso di soggiorno, è ovvio che sia un problema sociale serio. Non si deve fingere che non esista, ma far pensare che la remigrazione sia la soluzione, significa ingannare i cittadini”.
“Il problema immigrazione – ha sottolineato i leader M5s – va affrontato attraverso la gestione dei flussi migratori, a partire dall’incremento dei corridoi umanitari per non lasciare le persone in mano ai trafficanti. Altra soluzione è fare accordi con Paesi di transito e investire su progetti di integrazione, – ha concluso – piuttosto che buttare 800 milioni in Albania per centri vuoti”.
Usa: media, Trump userà per la prima volta il nuovo Air Force One il 1 luglio

(LaPresse) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump volerà per la prima volta con il nuovo Air Force One, donato dal Qatar, il prossimo 1 luglio.
Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando fonti della Casa Bianca. Il viaggio del presidente è previsto in Nord Dakota nell’ambito di una cerimonia per i 250 anni dell’indipendenza americana.
Usa: Trump ad agricoltori, Iran nuovo mercato
(AGI) – New York, 26 giu. – Il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato un messaggio agli agricoltori americani, dichiarando che “adesso abbiamo un nuovo mercato: l’Iran”.
L’annuncio arriva dopo le proteste e i malumori manifestati dagli agricoltori americani, che hanno lamentato un calo degli affari negli ultimi mesi. Il presidente e’ intervenuto a una cena per gli agricoltori nel Giardino delle rose della Casa Bianca.
Usa: Trump, presto acquistero’ grano, soia e mais da Iran
(AGI) – New York, 26 giu. – Il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “acquisteranno presto grano, soia e mais dagli agricoltori americani” utilizzando i beni iraniani congelati in base alle sanzioni statunitensi. Lo ha dichiarato il presidente intervenendo a una cena per gli agricoltori nel Giardino delle rose della Casa Bianca.
Trump assicura, ‘lo Stretto di Hormuz è aperto’
(ANSA) – Lo Stretto di Hormuz “è aperto”: ieri sono transitati 19 milioni di barili di petrolio; “i prezzi del greggio stanno crollando e i mercati azionari salgono”.
Lo ha detto il presidente americano Donald Trump alla Casa Bianca, nel corso di una cena per gli agricoltori Usa. Trump ha quindi assicurato che gli Stati Uniti aiuteranno il Venezuela, “colpito da un terribile terremoto”.
Usa: Trump, “comunisti stanno facendo la loro mossa, sono pronto”
(Agenzia_Nova) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato i “comunisti” che “stanno finalmente facendo la loro mossa. Li ho aspettati e sono preparato per questo da molto tempo”. “E’ facile essere un comunista, tutto cio’ che devi fare e’ dire: ‘Ti daro’ tutto’, ma questo significa che lo stai togliendo agli altri che se lo sono guadagnato”, ha aggiunto Trump su Truth Social, evidenziando come “In migliaia di anni, quell’ideologia non ha mai funzionato una volta. Il gioco e’ iniziato”.
Domani ha raccolto le testimonianze inedite dei migranti rinchiusi nel centro in Albania. «Muore la civiltà», dicono gli avvocati. Meno di 100 ristretti nella struttura costata milioni

(Nello Trocchia – editorialedomani.it) – «Ho sempre lavorato, in fabbrica, in campagna, ho fatto saldature, ho raccolto l’uva, fagioli, pomodori, poi è scaduto il mio permesso di soggiorno, il mio avvocato non ha fatto ricorso e sono rimasto senza documenti. Io non ho mai fatto reati eppure sono qui». A parlare è Mohamed, nome di fantasia, rinchiuso nel centro di Gjadër, l’infernale struttura voluta dal governo Meloni in Albania con quasi un miliardo speso in cinque anni. È qui che sorge il Cpr, al cui interno è stato ricavato un piccolo carcere quasi sempre vuoto.
Domani ha ascoltato il suo racconto raccolto dagli avvocati, Debora Piazza e Marco Romagnoli, che hanno deciso di entrare nel Cpr e farsi testimoni di un’assenza, il diritto alla difesa.
«Quando le persone non hanno la possibilità di essere difese muore la civiltà giuridica. Costruire questi centri fuori dal nostro paese significa rendere impraticabile il nostro lavoro, noi siamo venuti a trovare i nostri assistiti e non saremo rimborsati. Il rimborso scatta unicamente con le udienze di convalida. Il migrante solitamente è difeso da un avvocato d’ufficio e chi si carica spese e viaggio?», raccontano.
Aereo all’alba, arrivo a Tirana, noleggio dell’auto, viaggio verso il centro, attesa in mezzo al vuoto che circonda il Cpr per attendere l’orario di visita. Le telecamere seguono ogni passo e controllano ogni angolo della struttura.
«Abbiamo deciso di venire qui dopo aver partecipato all’udienza presso la Corte di giustizia dell’Unione europea proprio per discutere in merito alla illegittimità di questi centri. Il mio assistito, che adesso è uscito, aveva fatto ricorso per chiedere l’asilo politico e il giudice di Roma aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale davanti alla Corte europea proprio per vagliare la legittimità di queste strutture, la decisione è attesa nelle prossime settimane».
Nel Cpr ci sono, in questo momento, meno di cento persone. Tra queste c’è Mohamed: «Io ho paura che mi rimandino in Pakistan. Qui è come stare in carcere senza aver fatto niente, sopra c’è una rete. Che faccio tutto il giorno? Io dormo, quando esco cammino, ma poco poco. Altri prendono farmaci, sonniferi e dormono», racconta.
Piazza e Romagnoli si soffermano sul racconto di Mohamed: «Per anni è stato sfruttato dal sistema Italia, ha lavorato ovunque e ora si trova in un vero e proprio carcere senza motivo. Usati fin quando servono e poi buttati in questi centri che sono veramente raccapriccianti e orribili». Un centro che incrocia sprechi, difesa solo formale e disumanità.
Un altro migrante, loro assistito, è rinchiuso e qualche settimana fa ha tentato di farla finita con una corda. «Lo seguiamo da molto tempo. Oggi siamo rimasti sconvolti quando abbiamo saputo del suo tentativo di ammazzarsi, al telefono non aveva detto nulla. Da qui c’è un problema di comunicazione».
Mentre conversavano con il loro assistito, l’uomo racconta la stanza. «Viviamo in quattro, abbiamo doccia e bagno. I letti sono a castello. Cosa faccio tutto il giorno? Sembriamo i cani, sopra di noi c’è la rete, siamo in gabbia». E il cibo? «Peggio del carcere. Peggio».
Per chi ha i soldi c’è la possibilità di comprare prodotti, quello che in carcere si chiama sopravvitto, con prezzi che restano inaccessibili per le scarse o nulle finanze degli ospiti del centro. «Se ho soldi io posso comprare senza problemi cibo di buona qualità, ma costa e così si accetta quello che ci danno», spiega il migrante.
Ovviamente i racconti si incrociano con le fragilità di chi abita questo centro, di chi avrebbe bisogno di cura e assistenza. «Abbiamo incontrato almeno due migranti con disturbi mentali, difficoltà di ragionamento, persone che non dovrebbe essere rinchiuse qui, ma curate. Anche le comunicazioni sono difficili per l’assenza di interpreti in grado di tradurre tutte le lingue parlate dai reclusi oltre al fatto che i cellulari vengono requisiti e possono conversare con gli avvocati solo con il telefono del centro», concludono i due legali.
Proprio questo è un punto sostanziale per il futuro del progetto targato governo Meloni. Mentre in patria Edi Rama, primo ministro albanese, deve fare i conti con l’oceanica protesta contro il mega resort voluto dai Trump, anche sull’accordo con l’Italia arrivano segni di cedimento.
Per primo era stato il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha a Euractiv a dire: «Non ci sarà alcuna proroga perché saremo membri dell’Ue», prima di una parziale marcia indietro. Ma il futuro dei Cpr è legato in particolare alla decisione della Corte di giustizia dell’Ue, che dovrà chiarire se il trattenimento in un centro localizzato in uno Stato terzo consenta di rispettare le garanzie procedurali previste dal diritto dell’Unione.
Nicholas Emiliou, avvocato generale presso la Corte, ha spiegato che, in linea di principio, nulla vieta a uno Stato membro di istituire un centro per i rimpatri fuori dal proprio territorio, ma solo a condizione che siano effettivamente assicurate le tutele previste per le persone trattenute. Quali? Informazione comprensibile, assistenza legale e linguistica, accesso al giudice, riesame tempestivo del trattenimento, assistenza sanitaria e contatti con l’esterno. Il viaggio degli avvocati, le testimonianze inedite dei reclusi, così come le denunce di associazioni e parlamentari, raccontano il contrario.
La guerra ha fatto riemergere antiche fratture, finora seppellite. Un pericolo per tutti

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Il terreno è minato, zeppo di insidie. Ecco tutto. A percorrerlo fino in fondo, siamo sinceri, si rischia un’accusa oggi senza remissione da parte degli amanuensi del fatto compiuto: collaborazionista… usi gli argomenti del nemico… Purtroppo il passato ha la maestà di un macigno, è un parlante fidecommisso e bisogna scegliere a cosa siamo di fronte: una simmetria dei crimini o l’asimmetria della memoria?
In Europa centrale non è un dibattito filosofico, è la palude della Storia che talora non si può aggirare. Se ne è attraversati e si ritorna come si ritorna da un viaggio che ci ha trasfigurati. È sufficiente una parola un anniversario una arroganza per bruciare e confondere cuori e menti. Le colpe, i delitti tornano a essere carnali.
Allora: Polonia e Ucraina, i massacri di civili polacchi da parte dei nazionalisti ucraini, sotto lo sguardo benevolo dei nazisti, in Volinia tra il 1942 e il 1944. Non nascondiamoci : si è usata la parola tremenda, genocidio, anzi il parlamento polacco li ha fissati così nella sua Storia, immortale, scolastica, intangibile. Eppure… Dal 2022 da quando Putin , ennesima reincarnazione dell’orso russo bulemico e invasore, si è riaffacciato cannoneggiando in Europa centrale, tutto sembrava risolto nella fratellanza.
Nessuno più dei polacchi è stato al fianco di Kiev, capitanando e incalzando, con i Baltici, il fronte dei Decisi: Mosca deve capitolare! Con Mosca, Mosca degli zar e dei soviet e degli oligarchi, hanno infiniti conti da saldare dall’epoca delle prime Spartizioni. Correva il lato oscuro dell’età dei lumi, la zarina si dilettava di cinguettare filosoficamente Voltaire e Diderot ma quando bisognava tagliare a pezzi terre e genti era meno illuminista di Stalin.
Il nemico era alle porte, la nuova Ucraina indipendente resisteva. Tutto diventava possibile, perfino il meglio di fronte a quella evidente necessità: aiutare l’aggredito, perché dopo forse… a Varsavia fu una trepida euforia. Uno sguardo ammirato , una ardente giustificazione, un modo di vivere: noi e loro, noi con loro contro l’Altro. Tutto era possibile, perfino il meglio.
Nessun armadio pericoloso era stato aperto, nessuna carta era stata giocata se non quella di resistere insieme. Poi ecco arrivare da una parte e dall’altra… Chi? Quasi tutti. I tribuni del recupero: i piccoli corvi, i grandi avvoltoi della Storia, della memoria e degli eroi, senza cui, pensano, le folle, le masse troppo innocenti non possono fare nulla.
Zelensky, gran maestro di comunicazione, proprio lui, ha commesso un errore, usato quella parola, eroi, e l’ha saldata al battesimo di una attuale unità militare: gli eroi della “Armata insurrezionale ucraina”, che si battè contro la dominazione sovietica a fianco di Hitler, e che si macchiò dei massacri della popolazione polacca e ebraica in Volinia e nell’est della Galizia. Come quegli uomini fossero diventati improvvisamente innocenti degli spettri della Volinia. Dal sacco di quel sanguinoso e convulso passato sono venuti fuori i villaggi distrutti, sessanta, centomila civili massacrati, e nomi, uno dei comandanti che fiancheggiavano le SS Andriy Melniyk, e Bandera: anticomunista, patriota, nazista, martire? Il guaio è che forse era tutto questo insieme… Si popola, frettolosamente, un pantheon di eroi che dovrebbe unire, in questo duro passo, gli ucraini attorno alla storia dell’indipendentismo, dargli una datazione lunga, illudendosi che, come per una catalisi o un big bang si coprano le pagine buie, e si santifichino anche uomini di troppo.
Ma basta l’essere vittime oggi per santificare i propri aguzzini di ieri? È il guaio di una identità liquida di un popolo sommerso da sempre da est e da ovest da invasioni (come la Polonia!), zeppa di estremi, di glorie e di carogne, Breznev, gli eroi ucraini di Stalingrado e Bandera il collaborazionista, che, ricordo, era venerato già nella convulsa piazza rivoluzionaria di Maidan. Ma nessuno allora ci fece caso. Bisognerebbe lavorare di ago e filo per evitare l’avaria del negativo. Perché infine arriva l’urto, la collisione, lo scontro delle memorie. Ma scrivere la Storia a quattro mani è difficile. Forse impossibile.
Per i polacchi gli eroi della Upa sono dei genocidi filo nazisti che l’Ucraina rifiuta di rinnegare. Anzi. I loro morti sono un vissuto nominabile e prezioso. È ben più di una asimmetria della memoria. Perché si confonde inevitabilmente con la storia scritta dai russi, sovietici e putiniani, che vi traggono succose, per loro, ragioni di propaganda.
Ecco, lo dicevamo: i nazisti ucraini! Putin sorride. Non solo perché Zelensky ha perso una medaglia. Gli ucraini replicano che fu solo un episodio, doloroso, di una guerra polacco ucraina e si assolvono con il carattere simmetrico dell’orrore: ovvero le rappresaglie della Armata dell’interno polacca, che combatteva contro i tedeschi, che si vendicò sugli ucraini con diecimila morti. I nostri morti. I loro morti. Non sono uguali. I nostri contano i loro no.
Nel 2016 fu un film a riaprire le cicatrici, fece rivivere sullo schermo i lazzari di questa lunga morte, “Wolyn”, del regista polacco Smarzowsky. Ricostruzione accurata che fu accolta in Polonia trionfalmente ma causò anche aggressioni nei confronti di immigrati ucraini. Kiev parlò di «propaganda antiucraina» e vietò il film per ragioni di ordine pubblico. Nella Storia i morti sono esigenti. Chiedono di non essere dimenticati, spesso comandano le azioni dei vivi.
A differenza dell’Occidente, malgrado la burocrazia e la corruzione esistenti, la strategia del governo ha come fine evidente l’interesse nazionale e quello del popolo russo

(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – Al fine di essere in linea con la fama di filo-putiniana, ho deciso di recarmi a Mosca per la prima volta.
[…] La diffamazione non è dovuta all’accostamento alla personalità del presidente della Federazione russa, le cui qualità politiche, culturali e morali sono paragonabili se non superiori a quelle dei leader occidentali. La calunnia è relativa al mancato riconoscimento dell’onestà intellettuale con la quale esercito il ruolo di analista. Se avessi voluto agire nel mio interesse, mi sarebbe bastato sorridere nella trasmissione di Lilli Gruber a Paolo Mieli invece di dirgli, senza ambiguità diplomatiche mai troppo costruttive, che utilizza argomenti sottoculturali in difesa di Israele: oggi sarei piena di incarichi e prebende, i miei libri di narrativa probabilmente arriverebbero nelle librerie.
Mi sono recata in Russia non per avere contatti con la leadership (come fanno tanti politici e analisti europei in Ucraina, inseguendo l’élite del Paese) ma per poter discutere con la società civile. Ho segnalato la mia presenza all’ambasciatore italiano che, dopo una prima risposta cortese, si è guardato bene dal parlarmi. In effetti, non so se Tajani abbia dato istruzioni al riguardo, ma nei miei contatti con alcune ambasciate, soprattutto con quella di Bruxelles, sono costretta a sopportare diverse discriminazioni rispetto ai miei colleghi uomini, stesso grado. Secondo la Costituzione italiana, nulla vieta a un’ex ambasciatrice, che per non creare imbarazzi si è auto-penalizzata andando in pensione anzitempo, di esprimere idee contrarie al mainstream. La barbarie purtroppo imperversa e va denunciata pubblicamente. I diplomatici hanno giurato sulla Costituzione e non sul potere politico contingente.
[…] Dopo dieci giorni di soggiorno a Mosca, mi limito a descrivere fattori oggettivi, evidenti, direi banali che chiunque può constatare. È una città splendida, con un piano urbanistico funzionale ed estetico La pulizia delle strade, il restauro dei palazzi e dei monumenti, i servizi sono eccellenti. Che un Paese in guerra possa eccellere negli investimenti nei beni comuni moscoviti, costruendo ogni giorno una nuova linea della metropolitana, mi sembra encomiabile.
Ho tenuto una conferenza all’Università delle Relazioni internazionali e diplomatiche (Mgimo), nella quale si formano i futuri diplomatici, e oltre alla preparazione dei dottorandi e dei professori, ho potuto constatare la conoscenza delle lingue europee, l’amore per l’Europa verso la quale molti si proiettano. Come mi è stato detto scherzosamente, si tratta di un rapporto abusivo. L’Ue è nei panni del macho che picchia la moglie eternamente innamorata. Il Dipartimento universitario per le relazioni con l’Europa riceveva un tempo fondi europei. I presidenti della Commissione erano di casa. Ancora si può ammirare la foto di Romano Prodi. I docenti non riescono a comprendere il suicidio europeo, la russofobia imperante.
Ho avuto modo di parlare con diverse generazioni di imprenditori italiani, da quelli che vivono in Russia da oltre un trentennio ai più giovani, da quelli autonomi o che hanno lavorato per imprese private, a coloro che hanno costruito la loro carriera nelle holding statali. Il giudizio è stato unanime. Il Paese, anche all’interno, ha servizi ottimi e il quadro economico, malgrado le difficoltà, regge. Si tratta di una comunità di italiani preparata, professionale, patriottica, che ha fornito con la sua presenza in Russia un valore aggiunto importante all’economia italiana. La loro esperienza andrebbe compresa. I loro consigli ascoltati.
[…] La capacità della Russia di resistere alla guerra economica iniziata con le sanzioni occidentali nel 2014 e alla guerra sul campo è dovuta alla nascita dei Brics e all’organizzazione del Sud globale intorno alla Cina. Nel 2014 il Cremlino sgomento, dopo il colpo di Stato a Kiev, annette la Crimea ed è consapevole di come il progetto di conciliare la sovranità russa con l’inserimento del Paese nella governance economica internazionale sia fallito. Nel 2014 Mosca firma con Pechino un trattato da 400 miliardi di dollari per interscambio energetico e costruzione delle relative infrastrutture. La solidarietà dei Brics, che non hanno aderito alle sanzioni, ha permesso a Mosca di contraddire le previsioni di tanti stimati leader occidentali circa la fine del governo di Putin in pochi mesi. L’interscambio nel 2020 ammontava a 140 miliardi di dollari, nel 2024 a 240 miliardi e, dopo una temporanea flessione nel 2025, ha ripreso a crescere significativamente nel 2026. Se è vero che la Russia vende prodotti energetici e armi importando tecnologia, non si può parlare di dipendenza economica, ma di strategia essenziale allo sviluppo. Gli scambi avvengono in moneta locale. Gli investimenti attuali sono di 18 trilioni di rubli. Come sostiene Igor Shuvalov, presidente della società di sviluppo statale Veb.Rf, la Cina è essenziale per il raggiungimento russo della leadership tecnologica e per la costruzione di infrastrutture essenziali allo sviluppo e all’interscambio. L’avanzamento tecnologico russo si vede già nell’informatizzazione della sanità, anni luce avanti all’Italia. Il pagamento con i cellulari tramite riconoscimento facciale è dovunque, nei fornitissimi supermercati come in metropolitana. Consiglierei a Roberto Gualtieri di visitare Mosca. Imparare dal suo omologo russo potrebbe portare benefici ai romani.
Il popolo russo ha un carattere anarchico e al contempo coeso, patriottico, religioso e fatalista, romantico, irrazionale. Se non ci fossero state le sanzioni, il Paese avrebbe continuato il trend di dipendenza dall’Occidente. Oggi l’economia, malgrado il Paese sia in guerra, si diversifica. Nel settore agro-alimentare, grazie al know how italiano, nascono prodotti russi. Formaggi e salumi, per esempio: il parmigiano prodotto a Mosca è ottimo. I vini sono eccellenti. La produzione è ancora piccola, ma siamo solo agli inizi. Quindi tutto bene? No, esistono tanti problemi economici e di carattere strutturale. Il rallentamento della crescita all’1,1% del Pil, l’inflazione all’8% annuale, i tassi d’interesse alti, al 15% praticato dalla Banca centrale (ma più penalizzante è quello secondario) che gravano sul debito e frenano la domanda globale sono fattori preoccupanti. La direttrice della Banca centrale, Elvira Nabiulina, in carica dal 2013, tecnocrate stimata internazionalmente, ha saputo con un’abile politica monetaria salvare la tenuta del rublo nel quadro tragico dell’economia colpita dalle sanzioni. Oggi tuttavia comincia a esser criticata per l’austerità che penalizza la crescita e le imprese. La Russia ha solo il 18% del Pil di debito e una bilancia commerciale che continua a registrare un surplus importante, dovuto soprattutto all’esportazione di risorse energetiche. La tassazione delle società è al 25%, delle imprese autonome al 15%. Rispetto al lassismo fiscale precedente, un progresso.
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Il coefficiente di Gini che misura le disuguaglianze è simile in Russia e in Italia. Dato l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra dal 2022 a oggi (+15%), il livello delle pensioni (300 euro), degli stipendi medi (1.500 euro), le difficoltà economiche pesano sulle classi lavoratrici e sul ceto medio impoverito. C’è un’arte di arrangiarsi come a Napoli. Molti arrotondano lo stipendio con altri lavori. Le pensioni statali sono integrate da un sistema di fondi privati. La società russa è neoliberista, la ricchezza si concentra in poche mani come in Occidente. Gli oligarchi hanno una certa influenza nella gestione dell’amministrazione pubblica. Esiste tuttavia un’ambizione della politica e Putin è riuscito a impersonarla emarginando i miliardari, liberi di accrescere il potere economico, ma non di snaturare gli obiettivi della società russa. A differenza dell’Occidente, malgrado la burocrazia e la corruzione esistenti, la strategia del governo nel complesso mira al raggiungimento di finalità nell’interesse nazionale e del popolo russo. Non direi che attualmente questo accada in Europa.