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Sondaggi politici: Vannacci ferma la sua corsa, Pd frena al 20,4%


La Supermedia Youtrend sulle intenzioni di voto degli italiani. FdI si conferma il primo partito

Sondaggi politici: Vannacci ferma la sua corsa, Pd frena al 20,4%

(di Giacomo Galanti – repubblica.it) – Sono almeno due i dati degni di nota nella Supermedia Youtrend dei sondaggi sulle intenzioni di voto. Il primo è il 20,4% del Pd, che costituisce un nuovo record negativo per il partito di Elly Schlein dalle Europee 2024. Il secondo dato, forse ancora più interessante, è il segno “=” a fianco dal 7,7% di Futuro Nazionale, il che sembra certificare come in questa fase la crescita, un tempo impetuosa, del partito di Roberto Vannacci si sia interrotta. L’ex generale che nelle suppletive a Reggio Calabria del 27 e 28 settembre, con il suo candidato, ha sfiorato l’11% dei voti.

Sul lato del centrodestra Fratelli d’Italia resta il primo partito con il 26,8%, guadagnando lo 0,2% rispetto all’ultima rilevazione. Cresce dello 0,1% la Lega attestandosi al 5,7%, mentre Forza Italia è stabile al 7,4%.

Nel centrosinistra, oltre al calo del Pd, anche Avs registra una piccola frenata (-0,1%) con un risultato del 6,3%. Sale invece dello 0,3% il Movimento 5 Stelle raggiungendo il 12,8%.

Questa, nel dettaglio, la Supermedia.

Liste:

FdI 26,8 (+0,2)

Pd 20,4 (-0,7)

M5S 12,8 (+0,3)

Futuro Nazionale 7,7 (=)

Forza Italia 7,4 (=)

Verdi/Sinistra 6,3 (-0,1)

Lega 5,7 (+0,1)

Azione 3,2 (-0,1)

Italia Viva 2,2 (-0,1)

+Europa 1,7 (+0,2)

Partito Liberal Democratico 1,3 (-0,1)

Noi Moderati 1,1 (=)

Coalizioni 2022

Centrodestra 41,1 (+0,4)

Centrosinistra 28,4 (-0,7)

M5S 12,8 (+0,3)

Terzo Polo 6,8 (-0,2)

Coalizioni 2026

Campo largo 43,4 (-0,5)

Centrodestra 41,1 (+0,4)

Futuro Nazionale 7,7 (=)

Centro 4,6 (-0,1)

NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (17 settembre 2026).

NOTA: La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 17 al 30 settembre, è stata effettuata il giorno 1 ottobre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti EMG (data di pubblicazione: 24 settembre), Eumetra (24 settembre), Ipsos (26 settembre), Noto (22 settembre), Only Numbers (18, 25 e 29 settembre), Piepoli (25 settembre), SWG (21 e 28 settembre) e Youtrend (24 settembre).


Forza Italia, faccia a faccia Tajani-Occhiuto nell’ufficio di Gianni Letta: l’irritazione del leader dopo le critiche del suo vice


Incontro teso in “campo neutro”. Il segretario ha messo in chiaro che non ha intenzione di essere logorato. Il governatore calabrese ha più volte detto in interviste e nel suo libro che il partito è “ingiallito” e dev’essere rinnovato

Forza Italia, faccia a faccia Tajani-Occhiuto nell’ufficio di Gianni Letta: l’irritazione del leader dopo le critiche del suo vice

(di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – Un faccia a faccia. Teso. Dopo gli ultimi attacchi del presidente della Regione Calabria sul partito “ingiallito” che pensa “solo alle tessere” e ai congressi “da prima Repubblica”. Giovedì mattina, prima del voto alla Camera sulla legge elettorale, il leader di Forza Italia Antonio Tajani ha voluto incontrare il governatore e vicesegretario azzurro Roberto Occhiuto per un chiarimento. I due, secondo quanto risulta al Fatto, si sarebbero incontrati nell’ufficio di Gianni Letta a largo del Nazareno. Padrone di casa che è per definizione uomo delle mediazioni e che fa pensare che, in quel contesto, potesse rappresentare la famiglia Berlusconi.

Non sono noti i contenuti del colloquio ma Tajani avrebbe voluto mettere in chiaro che non ha intenzione di essere logorato, tanto più dal suo vicesegretario. Occhiuto, infatti, mercoledì era a Roma per presentare il suo nuovo libro Il coraggio di governare in cui ha attaccato il leader azzurro: intervistato da David Parenzo, Occhiuto ha definito Forza Italia un partito “ingiallito” e da rinnovare. Nel suo libro ha anche definito “moscia” la comunicazione di Forza Italia e di tutto il centrodestra chiedendo un rinnovamento. Parole che non sono state prese bene dal segretario di Forza Italia che ha chiesto un chiarimento.

A colpire il leader è stata soprattutto la truppa di 24 parlamentari presenti mercoledì alla presentazione, tutti della minoranza e nessuno vicino a Tajani: tra questi i ministri Paolo Zangrillo e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ma anche Deborah Bergamini, Giorgio Mulè, Alessandro Cattaneo e Claudio Lotito. Presenti anche Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi.

Il tour di Occhiuto per presentare il libro è solo iniziato e il governatore della Calabria sembra intenzionato a costruire una corrente interna al partito. Magari spinto dalla famiglia Berlusconi. Ma Tajani non vuole una scalata interna, alla vigilia delle elezioni politiche.

Proprio mercoledì mattina, il governatore della Calabria era andato a Sky Tg 24 continuando ad attaccare il leader azzurro. Prima ha detto che si sarebbe “potuto risparmiare” le parole del ministro degli Esteri sulle gonne, chiedendo una “gestione più condivisa del partito”. Poi è stato a Un Giorno da Pecora per parlare auspicando una segreteria da 4-5 persone.


Emergenza incendi in Campania: LAV e Italia Nostra chiedono il blocco della caccia su tutto il territorio regionale


Gianfelice Fusco (LAV Benevento) e Davide Iannelli (Italia Nostra): “Dopo gli incendi, la fauna selvatica ha bisogno di protezione, non di ulteriore pressione”

BENEVENTO – La grave emergenza incendi che ha interessato numerose aree della Campania durante la stagione estiva impone, secondo LAV Benevento e Italia Nostra, una revisione immediata delle attuali condizioni di esercizio dell’attività venatoria.

Gianfelice Fusco, per LAV Benevento, e Davide Iannelli, per Italia Nostra, chiedono alla Regione Campania la sospensione temporanea dell’attività venatoria sull’intero territorio regionale, almeno fino a quando non sarà possibile effettuare una valutazione tecnico-scientifica aggiornata degli effetti degli incendi sulla fauna selvatica e sugli habitat.

Gli incendi non provocano soltanto la distruzione di boschi e vegetazione. Il passaggio del fuoco comporta la perdita di habitat, rifugi e fonti di alimentazione e può provocare la morte di numerosi animali selvatici. Gli esemplari sopravvissuti sono spesso costretti ad abbandonare le aree percorse dalle fiamme e a spostarsi verso territori rimasti indenni, alla ricerca di acqua, cibo e riparo.

Una situazione che può rendere la fauna particolarmente vulnerabile proprio nel momento in cui, secondo le associazioni, dovrebbe essere garantita la massima tranquillità possibile.

La stessa Regione Campania ha dichiarato, per il periodo compreso tra il 15 giugno e il 30 settembre 2026, lo stato di grave pericolosità per gli incendi boschivi, riconoscendo la particolare criticità della situazione e la necessità di adottare misure per la tutela del patrimonio forestale, della biodiversità e degli ecosistemi.

“Non è coerente chiedere a istituzioni, associazioni, volontari e cittadini di impegnarsi per salvare boschi e animali dagli incendi e, subito dopo, consentire che la fauna sopravvissuta venga sottoposta a un’ulteriore pressione derivante dall’attività venatoria”, dichiarano Gianfelice Fusco e Davide Iannelli.

Le associazioni richiamano inoltre l’articolo 19 della Legge 11 febbraio 1992, n. 157, che prevede la possibilità di vietare o ridurre la caccia per periodi prestabiliti in presenza di particolari condizioni ambientali, stagionali o climatiche, calamità o altre situazioni che possano incidere sulla consistenza della fauna selvatica.

Anche la Legge 21 novembre 2000, n. 353, in materia di incendi boschivi, prevede specifiche forme di tutela delle aree percorse dal fuoco, tra cui il divieto di esercizio dell’attività venatoria per dieci anni sui soprassuoli delle zone boscate percorse dagli incendi.

Secondo LAV Benevento e Italia Nostra, tuttavia, la sola tutela delle superfici direttamente percorse dal fuoco potrebbe non essere sufficiente. La fauna selvatica è infatti mobile e gli animali sopravvissuti possono concentrarsi nelle aree rimaste indenni o ai margini delle zone incendiate, diventando maggiormente esposti a ulteriori fattori di pressione.

La richiesta alla Regione

Per queste ragioni, LAV Benevento e Italia Nostra chiedono al Presidente della Regione Campania e all’Assessora competente di adottare con urgenza un provvedimento di sospensione temporanea dell’attività venatoria sull’intero territorio regionale.

Le associazioni chiedono inoltre che ogni eventuale decisione sulla ripresa della caccia venga assunta sulla base di dati scientifici aggiornati, attraverso il coinvolgimento di ISPRA e degli altri organismi tecnico-scientifici competenti, verificando preventivamente:

  • le condizioni delle popolazioni di fauna selvatica;
  • gli effetti degli incendi sugli habitat;
  • la disponibilità di acqua, cibo e rifugi;
  • le condizioni delle aree maggiormente interessate dagli incendi;
  • l’eventuale necessità di ulteriori misure di tutela.

“Chiediamo semplicemente che, davanti a una situazione ambientale eccezionale, venga applicato un principio di prudenza e che la decisione sulla caccia tenga conto delle condizioni reali in cui oggi si trova la fauna selvatica campana”, sottolineano Fusco e Iannelli.

La richiesta è dunque quella di fermare temporaneamente l’attività venatoria in Campania e procedere a una valutazione scientifica complessiva degli effetti degli incendi, prima di consentire la prosecuzione dell’attività.

LAV Benevento e Italia Nostra chiedono alla Regione Campania un intervento tempestivo e concreto a tutela della fauna selvatica, della biodiversità e del patrimonio naturale regionale.

GianfeliceFusco
LAV Benevento

Davide Iannelli
Italia Nostra


Flocco: “Fiume Sarno, dalla Regione un impegno concreto per accelerare risanamento e messa in sicurezza”


“Il risanamento del fiume Sarno è una delle grandi sfide ambientali della Campania. Oggi compiamo un passo importante, con l’approvazione di una risoluzione unitaria in Consiglio regionale che chiede di accelerare gli interventi e di trasformare le risorse e i progetti già disponibili in cantieri, opere e risultati concreti. L’unità raggiunta in Consiglio è un segnale importante: su una questione così rilevante siamo riusciti a fare un lavoro di sintesi, superando le appartenenze politiche e mettendo al centro l’interesse delle comunità e dei territori coinvolti”. Lo dichiara Salvatore Flocco, Presidente della Commissione Ambiente e consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, a margine della seduta dedicata al fiume Sarno.

“Parliamo di un programma complessivo di interventi che supera i 600 milioni di euro e che deve essere affrontato con una visione unitaria dell’intero bacino, dagli affluenti alla foce. La risoluzione approvata indica obiettivi precisi: accelerare progettazioni e cantieri, completare il programma di risanamento fognario-depurativo, proseguire con il dragaggio e con gli interventi sulle vasche di esondazione e laminazione, rafforzare la sorveglianza ambientale, rendere strutturale la manutenzione ordinaria del reticolo idraulico, con responsabilità chiare e risorse certe, superando la logica degli interventi in emergenza. Un’attenzione specifica viene inoltre riservata ai territori interessati dalle captazioni a uso potabile, a partire dal Comune di Sarno”.

“Ringrazio il presidente Roberto Fico e la Giunta regionale per l’attenzione e l’impegno su una questione che riguarda la salute, la sicurezza e la qualità della vita dei cittadini della nostra regione. Il nostro obiettivo deve essere ambizioso e insieme molto concreto: riconsegnare il Sarno alle comunità che vivono lungo il suo corso e all’intera Campania. Non più il simbolo di una ferita ambientale, ma un fiume risanato, sicuro e finalmente restituito al territorio. Il Consiglio regionale e la Commissione Ambiente continueranno a lavorare perché agli impegni assunti seguano tempi certi e risultati verificabili”, conclude Flocco.–

Mario Mosca

Responsabile comunicazione Movimento 5 Stelle

al Consiglio regionale della Campania

Nicola Arpaia

Addetto stampa


Napoli, 2 ottobre: festa nazionale dei nonni


Il Comitato Valori collinari chiede il ritorno  dei “nonni civici”

Festa dei nonni, il Comitato Valori collinari chiede il ritorno dei “nonni angeli” davanti alle scuole di Napoli. Il presidente del Comitato, Gennaro Capodanno: “Ripristinare i nonni civici significa garantire più sicurezza agli alunni e restituire un ruolo prezioso ai pensionati”.

            In occasione della festa dei nonni, il Comitato Valori collinari chiede al Comune di Napoli di ripristinare il servizio dei “nonni civici”, una figura che fino all’anno scolastico 2006/2007 assicurava un’importante presenza di controllo e assistenza all’esterno dei plessi scolastici cittadini.

            All’epoca erano 595 i pensionati impegnati davanti alle scuole di Napoli. Il loro compito era quello di vigilare sull’ingresso e sull’uscita degli alunni, favorire l’attraversamento in sicurezza, segnalare situazioni di pericolo e contribuire a mantenere l’ordine nelle immediate vicinanze degli istituti.

            Per il loro impegno quotidiano, la disponibilità e il rapporto instaurato con i bambini, gli stessi alunni li avevano ribattezzati affettuosamente “nonni angeli”: una definizione semplice ma significativa, che restituiva il valore di una presenza percepita come rassicurante e protettiva.

            ” In occasione della Festa dei nonni – dichiara Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari – riteniamo doveroso riportare l’attenzione su un’esperienza positiva che Napoli ha inspiegabilmente abbandonato. I 595 nonni civici svolgevano un servizio concreto, utile alle famiglie e alle scuole, garantendo una presenza riconoscibile nei momenti più delicati della giornata scolastica “.

            ” Non si trattava soltanto di sorvegliare gli attraversamenti – prosegue Capodanno – ma di creare una rete di attenzione e di solidarietà intorno ai bambini. I piccoli li avevano chiamati “nonni angeli” proprio perché li vedevano come figure amiche, capaci di proteggerli e di accompagnarli con discrezione all’ingresso e all’uscita da scuola “.

            Il Comitato sottolinea che il ripristino del servizio potrebbe rappresentare anche un’opportunità di partecipazione attiva per molti pensionati, valorizzandone l’esperienza, la disponibilità e il desiderio di continuare a svolgere un ruolo utile nella comunità.

            ” In una città nella quale gli organici della Polizia locale sono spesso insufficienti e davanti a molti plessi si registrano criticità legate al traffico, alla sosta selvaggia e alla sicurezza degli attraversamenti – sottolinea Capodanno – la presenza dei nonni civici potrebbe costituire un prezioso supporto, senza sostituire in alcun modo le competenze e i compiti della Polizia municipale “.

Il Comitato Valori collinari chiede pertanto all’amministrazione comunale partenopea di verificare la possibilità di ripristinare il servizio dei nonni civici predisponendo un progetto aggiornato, con formazione e coordinamento da parte del Comune, individuando le scuole con maggiori criticità per traffico e sicurezza, coinvolgendo istituti scolastici, famiglie e associazioni.

            ” Napoli – conclude Capodanno – non può permettersi di disperdere le esperienze che hanno dimostrato di funzionare. Restituire davanti alle scuole la figura dei nonni civici significherebbe offrire maggiore sicurezza ai bambini, sostegno alle famiglie e dignità a tanti pensionati disponibili a mettere il proprio tempo al servizio della collettività. Sarebbe un gesto concreto e il modo migliore per celebrare davvero la Festa dei nonni “.


Gaza rasa al suolo


(ANSA) – Nuove immagini di Google Maps rivelano la vasta portata della devastazione causata dalla guerra di tre anni a Gaza e la gravità della perdurante crisi umanitaria che colpisce i 2,3 milioni di abitanti del territorio: distruzioni di abitazioni, attività commerciali e luoghi di culto avvenute dopo il fragile cessate il fuoco. Lo riferisce il Guardian.   

Le immagini, scattate nel giugno di quest’anno, mostrano enormi accampamenti di tende che si estendono lungo gran parte della costa, spesso a pochi metri dal mare. Il porto principale di Gaza, un tempo animato e ora gravemente danneggiato e privo di pescherecci, è circondato da sistemazioni di fortuna.

Ogni spazio aperto disponibile a Gaza City è stipato di baracche, tende e capanne. Le riprese mostrano inoltre ingenti danni alle città settentrionali come Beit Lahiya e Beit Hanoun, nonché la distruzione di luoghi di culto come la moschea Istiqlal a Khan Younis. Quartieri importanti di Gaza City, come Jabaliya e Shuja’iya – presi di mira in ripetute offensive israeliane – appaiono ormai chiaramente inabitabili.

Distese di macerie sono inoltre visibili nel sud di Gaza, dove un’ampia fascia di territorio lungo il confine con l’Egitto sembra essere stata sgomberata dalle forze israeliane. La città di Rafah appare quasi interamente ridotta in macerie, mentre Tel al-Sultan è stata rasa al suolo.   

“La stima della quantità totale di macerie a Gaza è di 61 milioni di tonnellate. Si tratta di una quantità circa 20 volte superiore a quella generata in tutti i conflitti nel mondo negli ultimi 18 anni”, ha dichiarato Jaco Cilliers, rappresentante speciale del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) in Palestina.


Trump medita il golpetto


(ANSA) – Donald Trump non esclude il ricorso all’Insurrection Act o la proclamazione di un’emergenza nazionale in concomitanza con le elezioni di metà mandato di novembre. “Non prendo nessun impegno”, ha affermato il presidente americano in un’intervista a Time.

Secondo quanto riportato dalla rivista, consiglieri della Casa Bianca stanno già valutando come reagire nell’eventualità che i democratici riconquistino la Camera, il Senato o entrambi i rami del Congresso. 


Si avvicinano le primarie del campo largo, Conte: “Ero disponibile su un nome terzo, non hanno voluto”


Le primarie del centrosinistra non hanno ancora una data fissata, anche se ormai sembra che tutte le forze le considerino inevitabili. Giuseppe Conte ha agitato la corsa verso la sfida dicendo che sarebbe stato disponibile a scegliere un candidato terzo, senza primarie, ma “non c’è stata disponibilità” da parte degli alleati.

(di Luca Pons – fanpage.it) – La strada verso le primarie sembra ormai l’unica possibile per il centrosinistra, o campo largo, ma non per questo si prospetta semplice da percorrere. Ad agitare le acque è intervenuto Giuseppe Conte, già da tempo lanciato nella corsa alla leadership della coalizione: il presidente del Movimento 5 stelle ha detto che lui sarebbe stato disponibile a cercare un “nome terzo” rispetto ai leader di partito, ma che “non c’è stata disponibilità a valutare questa strada”. Un commento rivolto principalmente al Partito democratico.

Tra tensioni e distanze, non è ancora chiaro né come gli elettori potrebbero essere chiamati a scegliere il o la leader della coalizione (il Pd spinge per i gazebo, il M5s vuole anche la possibilità di votare online; i democratici preferiscono il doppio turno, i pentastellati il turno unico). Né, tantomeno, c’è una data. I retroscena che ipotizzavano di votare a novembre diventano sempre più improbabili con il tempo che passa, e ora c’è chi parla di aspettare gennaio. Con un’incognita pesantissima anche su quando si terranno le elezioni politiche: potrebbe essere già tra aprile e giugno.

La frecciatina di Conte al Pd: “Volevano Schlein o le primarie”
“Ho dichiarato sin dall’inizio la disponibilità a valutare insieme e a concordare un nome terzo”, ha detto Conte ai cronisti in Parlamento. “Perché, anche di fronte alla mia comunità, voglio rappresentare il tentativo di aver percorso tutte le strade per trovare una massima concordia”.

“Ovviamente”, ha proseguito l’ex premier, non si sarebbe trattato di “un nome qualsiasi”, non “una figura morbida, un compromesso al ribasso, ma una figura che sappia interpretare questo momento e la gravità e la crucialità delle sfide”. E, ancora, “un nome autenticamente progressista, un nome che deve garantire un cambio nella politica, se no non cambia il Paese”. Conte ha detto che non si riferiva a persone specifiche, ma che queste erano “le richieste minime andare a vincere con un progetto progressista”. In ogni caso, ha concluso, “non c’è stata disponibilità a valutare questa strada” da parte degli alleati, “e quindi oggi abbiamo di fronte le primarie. Non sono nella nostra tradizione, e non corrispondono a un’ambizione personale, ma non c’è altro modo”, dato che la “legge elettorale ci vincola a indicare una candidatura”.

Parole che possono suonare come un’accusa, pur velata, a chi ha la responsabilità di aver portato alle primarie. A parole, in tutti i partiti c’è stato chi si è detto disponibile a trovare un compromesso senza primarie. Già ieri, a L’aria che tira su La7, Conte aveva però chiarito: “Il Pd ci ha detto: o il partito più forte oppure le primarie, quindi andremo alle primarie”. E l’8 settembre, in un colloquio con la Stampa, aveva preso una posizione netta: “Per me non ci sono alternative” alle primarie, aveva detto. “Se accettassi di individuare il leader in un altro modo, i miei mi sputerebbero”.

Il Pd si prepara al voto, malumori nel campo largo
Insomma, il messaggio di Conte è piuttosto chiaro: è stato il Pd a volere le primarie, perché non è stato disposto a cercare un candidato comune. Quindi adesso si dovrà votare. Nonostante, tra gli alleati, non manchino i malumori. Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi-Sinistra, è stato critico parlando a Giornale radio: “Abbiamo davanti sei mesi di campagna elettorale e siamo ancora senza un candidato leader e un programma scritto. Noi siamo pronti: il 18 ottobre presenteremo a Roma le nostre tesi programmatiche. Schlein e Conte devono accelerare”. E ha aggiunto: “Avrei preferito un’intesa politica, perché le primarie rischiano di essere più divisive che unificanti”.

Martedì, Matteo Renzi ha detto pubblicamente – rispondendo a una domanda esplicita sul tema – ha detto che sosterrebbe anche Conte come candidato premier, se vincesse le primarie: “Poi, faccio di tutto perché non le vinca chi considero più lontano, ma se le vince governa lui, punto”.

Nel frattempo, nel Pd qualcosa si muove. Mercoledì si è svolta una riunione di segreteria da cui è emersa una linea ‘battagliera’: “Se saranno primarie siamo pronti, e pronti a vincerle”. A patto che, come accennato, si passi per i gazebo. Venerdì 2 ottobre è in programma la direzione del partito, un momento di confronto fondamentale per tirare le fila (o almeno, iniziare a farlo). Non è più un mistero che l’eurodeputato democratico Giorgio Gori stia valutando una candidatura in concorrenza con Schlein, Conte e gli altri; candidatura che, ha detto a Omnibus, “andrebbe a vantaggio del Pd, ma solo con doppio turno”. Venerdì potrebbe emergere una posizione più netta. Le tensioni, per il momento, non finiscono.


La Francia brucia!


PROTESTE STUDENTESCHE IN FRANCIA, GOVERNO ANNULLA VIAGGI DEI MINISTRI 

(ANSA) – Il governo ha deciso l’annullamento, almeno fino a lunedì, di tutti i viaggi e spostamenti previsti nell’agenda dei ministri nel clima sempre più teso per la protesta dei liceali.

Lo hanno detto fonti governative a BFM TV. Intanto, il ministro dell’Educazione, Edouard Geffray, ha denunciato violenze “di estrema gravità” ed ha chiesto che in caso di occupazione di istituti o di gravi danneggiamenti agli edifici, le lezioni si svolgano a distanza per poter andare avanti con i programmi “in totale sicurezza”. 

PROTESTE DEGLI STUDENTI IN FRANCIA, PRESIDE AGGREDITO E COSPARSO DI BENZINA A MARSIGLIA  

(Ansa) – Dinanzi alle proteste e ai blocchi degli studenti in Francia, il premier francese, Sébastien Lecornu, presiederà un vertice interminsiteriale di crisi alle ore 13 al ministero dell’Interno a Parigi.

Gli studenti in rivolta da diversi giorni ai quattro angoli del Paese reclamano la sostituzione dei professori assenti e più mezzi per l’istruzione pubblica. Partita dalle scuole, la protesta si sta estendendo da oggi anche ai campus universitari. La mobilitazione studentesca è stata segnata da tensioni e violenze in diverse città di Francia, tra cui Marsiglia.

Scontri a Pantin, alle porte di Parigi: il campus di Saint-Denis dell’Université Paris VIII, bloccato da questa mattina. A Nantes, riferiscono i media d’Oltralpe, il liceo Nelson Mandela è stato colpito da un incendio, a margine della mobilitazione dei giovani che reclamano più mezzi per l’Istruzione.

Interrotti i trasporti pubblici e le forze dell’ordine sono attualmente sul posto. Secondo alcuni testimoni citati da Le Figaro, la polizia avrebbe fatto uso di gas lacrimogeni per disperdere la folla. 

Dall’inizio delle proteste, 119 persone tra studenti e membri del personale hanno riportato ferite mentre sono 83 gli agenti feriti. L’Ispettorato di polizia è stato incaricato di svolgere tre indagini in seguito al ferimento di alcuni studenti.

Francia, tensione alle proteste degli studenti: “Un preside cosparso di benzina a Marsiglia”

Un altro dirigente scolastico ricoverato nel Pas-de-Calais per un razzo da mortaio che gli ha colpito l’orecchio. I manifestanti denunciano la mancanza di insegnanti, le classi sovraffollate, gli edifici degradati

(Anais Ginori – repubblica.it) – PARIGI — La protesta dei liceali francesi si allarga. Partita una settimana fa da alcuni istituti della banlieue parigina, la mobilitazione ha ormai raggiunto tutta la Francia fino a coinvolgere nelle ultime ore 356 licei, secondo gli ultimi dati diffusi dal ministro dell’Interno Laurent Nuñez. Il bilancio della sola giornata di ieri registra 625 persone fermate, 83 poliziotti e gendarmi feriti. Dall’inizio delle proteste, il ministero dell’Istruzione registra inoltre 119 feriti, tra cui 34 membri del personale scolastico. E per oggi il premier Sébastien Lecornu ha convocato una riunione interministeriale di crisi mentre il governo ha annullato i viaggi dei ministri fino a lunedì.

A Marsiglia in particolare la situazione si è fatta molto tesa in mattinata: la Région Paca (Provence Alpes Cote d’Azur) ha denunciato violenti incidenti davanti al Lycée Victor Hugo della città. Secondo l’autorità regionale, “il preside, il vice-preside, la segretaria generale e un altro responsabile dell’equipe scolastica sono stati aggrediti all’interno dell’istituto e cosparsi di benzina”. Sempre a Marsiglia, scrive Le Figaro, un camion dei pompieri è stato accerchiato e poi incendiato dagli studenti in rivolta davanti al Lycée Saint-Exupéry e la circolazione di autobus, tram e metropolitane è stata interrotta a causa di “atti vandalici e aggressioni ai conducenti” verificatisi in mattinata sulla rete a margine della manifestazioni. ram interrotti anche a Strasburgo mentre nel Pas-de-Calais, nel nord del Paese, un dirigente scolastico è rimasto ferito dal lancio di un razzo da mortaio per fuochi d’artificio oggi, durante i disordini studenteschi.

Francia, proteste degli studenti delle superiori per chiedere più fondi alla scuola

La protesta è cominciata con il malcontento per la mancanza di insegnanti, le classi sovraffollate, gli edifici degradati e la richiesta di maggiori risorse per la scuola pubblica. A cominciare sono stati gli studenti delle banlieue, in particolare a nord di Parigi verso Saint-Denis, denunciando differenze profonde tra gli istituti delle periferie e quelli del centro di Parigi. Ad allargare la mobilitazione sono state poi le immagini di scontri della polizia davanti ad alcune scuole, con un appello dei giovani a “contrastare la repressione” delle forze dell’ordine, mentre il ministro dell’Istruzione denuncia la presenza di black bloc all’interno del movimento. L’Igpn, la polizia interna che indaga sull’operato delle forze dell’ordine, ha aperto tre inchieste dopo il ferimento di studenti durante i blocchi nelle periferie di Parigi e a Tours. In quest’ultima città un giovane è stato ricoverato con una ferita alla testa che, secondo la procura, sarebbe «compatibile» con un colpo sparato da un Lbd, il controverso lanciatore di proiettili di gomma utilizzato dalla polizia francese.

«Capisco le angosce e talvolta la rabbia che può provare la nostra gioventù ma nessuno di questi dibattiti, nessuna di queste paure può legittimare la violenza» ha commento Emmanuel Macron, accusando poi implicitamente La France Insoumise di alimentare la contestazione. Lo scontro tra governo e sinistra radicale accompagna il movimento fin dai primi giorni. L’esecutivo sostiene che Jean-Luc Mélenchon strumentalizza la protesta, mentre gli Insoumis denunciano una repressione sproporzionata. “Gli Insoumis chiedono metodi di lotta non violenti” ha scritto su X Mélenchon dopo le parole di Macron. Il governo ora prova ora a disinnescare la protesta aprendo un canale diretto con gli studenti attraverso una «piattaforma di concertazione» attraverso la quale i liceali potranno esprimere «preoccupazioni» e «rivendicazioni». Seguirà un incontro nazionale, ancora senza data, durante il quale il ministero promette di fornire «risposte strutturate» e di rendere pubbliche sia le richieste ricevute sia le risposte dell’esecutivo.


Dite alla Meloni che c’è poco da esultare per i numeri dell’occupazione


LAVORO, ISTAT: AD AGOSTO DISOCCUPAZIONE SALE AL 6,2%, 

(Askanews) – Ad agosto il tasso di disoccupazione sale al 6,2% (+0,2 punti) e quello giovanile al 20,3% (+0,6 punti). La crescita delle persone in cerca di lavoro (+3,1%, pari a +48mila unità) coinvolge gli uomini, le donne e tutte le classi d’età.

E’ la stima preliminare diffusa dall’Istat. La diminuzione degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,2%, pari a -21mila unità) riguarda gli uomini e tutte le classi d’età ad eccezione dei 35-49enni tra i quali è in crescita; tra le donne invece l’inattività è sostanzialmente stabile. Il tasso di inattività cala al 32,7% (-0,1 punti). 

ISTAT, AD AGOSTO -5MILA OCCUPATI SUL MESE, +291MILA SULL’ANNO 

(Ansa) – Ad agosto 2026, su base mensile, gli occupati diminuiscono di 5mila unità su luglio e crescono di 291mila unità sull’anno. Lo rileva l’Istat sottolineando che crescono le persone in cerca di lavoro, con 48mila unità in più sul mese e 129mila in più sull’anno.

Gli occupati sono 24 milioni 352mila mentre i disoccupati sono 1 milione 591mila. Diminuiscono in modo consistente gli inattivi tra i 15 e i 64 anni con 21mila in meno sul mese e 381mila in meno sull’anno. Il tasso di occupazione scende al 63,0% (-0,1 punti sul mese) mentre il tasso di disoccupazione sale al 6,2% (+0,2 punti sul mese). (ANSA). 


Qui viene giù tutto!


LEO, PRUDENZA SUI CONTI O RISCHIAMO IL TRACOLLO COME IN GRECIA

(ANSA) – Non si può dire “disinteressiamoci alla tenuta dei conti pubblici e sforiamo, anche per iniziative lodevoli, non per sperperare i soldi”, invece “dobbiamo veramente essere prudenti perché nel momento in cui facciamo misure un po’ più disinvolte rischiamo un tracollo per lo Stato, ricordate cose è successo in Grecia tanti anni fa”.

Lo afferma il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, in un incontro con la giunta esecutiva dí Confartigianato. Leo sottolinea che altri Paesi che hanno fatto ampi sforamenti, “non hanno un debito pubblico come l’Italia” e “bisogna vedere le ricadute che hanno”.

SALVINI, CON L’INFLAZIONE CHE TORNA A IMPENNARE SERVE MANOVRA CORAGGIOSA

 (ANSA) – “In un momento complicato in cui l’inflazione torna a impennare devi fare una manovra importante, coraggiosa”. Lo ha detto il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini all’evento ‘Città nel Futuro 2030-2050’.

GIORGETTI, OVVIA RICHIESTA FLESSIBILITÀ, ORA DIFFICILE PER TUTTI RISPETTARE I TARGET

(ANSA) – La richiesta di flessibilità legata all’inflazione “era ovvia. Abbiamo fatto delle riflessioni” su una questione “puramente tecnica che però diventa di sostanza, cioè il sentiero della spesa è un sentiero di spesa nominale.

Noi lo stiamo rispettando, siamo tra i più bravi. Però il problema è che contiene un tasso di inflazione che è programmato all’epoca da parte della Commissione evidentemente molto inferiore rispetto a quello che si è verificato”.

Così il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, arrivando alla Camera. Con l’attuale tasso di inflazione “quel sentiero di spesa, posto che nel bilancio ci sono delle poste che sono indicizzate all’inflazione, diventa difficile da mantenere, ma non per noi, per tutti”.

GIORGETTI, INFLAZIONE ‘FATTORE RILEVANTE’, VEDIAMO COSA DIRÀ LA COMMISSIONE

(ANSA) – L’attuale tasso di inflazione “dovrebbe essere in qualche modo considerato tra i fattori esterni. I famosi relevant factor che ci sono scritti lì dovrebbero essere in questa circostanza valutati. E’ un discorso che con i colleghi abbiamo fatto, mi sono scambiato delle opinioni anche con gli altri. Vediamo cosa dirà la Commissione”.

Così il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti arrivando alla Camera risponde ai cronisti che gli chiedono della nuova richiesta di flessibilità annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni legata all’inflazione.

GIORGETTI, LA MANOVRA SARÀ SERIA. DIFFICILE? LEGGETE TUTTI I GIORNALI…

(ANSA) – La prossima manovra sarà “seria”. Lo ha ribadito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ai cronisti che in Transatlantico alla Camera gli chiedevano della legge di Bilancio in preparazione. A chi osserva che il viceministro Maurizio Leo ha parlato di manovra “difficile” si limita a rispondere che “io i giornali non li leggo, ma voi li leggete sempre…”.

UE: COMMISSIONE, ‘GIA’ DATA PIU’ FLESSIBILITA’ A STATI, NON ANCORA RICEVUTA LETTERA MELONI’

(Adnkronos) – “In realtà, abbiamo già concesso maggiore flessibilità agli Stati membri”. Lo dice la portavoce capo della Commissione Europea Paula Pinho rispondendo, durante il briefing con la stampa a Bruxelles, in merito alle richieste di maggiore flessibilità annunciate dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Il portavoce per l’Economia Balazs Ujvari conferma che “non abbiamo ancora ricevuto la lettera” della premier Giorgia Meloni in materia di flessibilità, “ma ovviamente terremo la situazione sotto controllo e vi informeremo se dovesse esserci qualche novità.

Passando alla questione della flessibilità energetica, c’è effettivamente un’iniziativa molto importante, sul tavolo fin dall’inizio dell’estate: abbiamo esteso l’ambito di applicazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, prevista inizialmente per la difesa, anche all’energia, proprio per offrire agli Stati membri margini di manovra fiscale necessari ad adottare misure di risposta alla crisi energetica che stiamo affrontando attualmente”.

L’iniziativa, ricorda Ujvari, “offre agli Stati membri la possibilità di discostarsi dal cosiddetto percorso della spesa netta per un importo complessivo pari allo 0,6% del Pil, nel periodo compreso tra il febbraio 2026 e la fine del 2028; si tratta quindi di un margine fiscale aggiuntivo di cui è possibile avvalersi, purché vengano espletate le relative procedure.

Finora abbiamo ricevuto indicazioni da due Stati membri intenzionati a muoversi in questa direzione. Uno di questi è l’Italia, da cui abbiamo ricevuto una richiesta di attivazione, arrivata un paio di settimane fa. La richiesta è attualmente al vaglio della Commissione”, conclude.


I poli che si attraggono


Dall’estrema sinistra all’estrema destra, c’è solo una ricetta per bucare lo schermo: spararla più grossa

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Di Marco Travaglio e delle sue posizioni si sa tutto. Figuriamoci a stupirsi. E però, se un alieno capitasse sulla Terra per errore e lo ascoltasse per la prima volta, ignaro della complessità della realtà che ci circonda da anni, non avrebbe esitazioni: Marco diventerebbe da subito il suo mito. Sicuro, documentato, definitivo, e anche colto. La sua capacità retorica, innegabile, in certi passaggi è ormai portata ai limiti della perfezione. Chi lo ascoltasse per la prima volta – e non avesse una propria idea sull’argomento o una griglia di competenze – sarebbe quantomeno abbindolato dalla puntuta assertività delle sue certezze, dalla sua postura, e dalla sprezzante confutazione che lui sa esercitare magistralmente contro ogni posizione diversa dalla sua.

Prendiamo ora un Vannacci nella sua ipotetica versione migliore: quella rilassata e amabile, se mai ne esiste una, non quella a cui ci ha abituati con il coltello fra i denti. E proviamo a seguire – pur con qualche fatica – il filo logico delle sue teorie, cercando di cogliere la struttura interna dei suoi ragionamenti. Anche qui, più di qualcuno, o molti, potrebbero intravedere – proprio come accade con un intervento di Travaglio – la stessa coerenza interna che porta a riconoscersi in una data argomentazione. Questo, sia chiaro, indipendentemente dal fatto che l’argomentazione sia giusta o sbagliata. Qui non si tratta di giudicare nel merito le tesi dei due retori. Si tratta di riconoscere il modello di comunicazione: un registro narrativo, il tratto assertivo, la scelta del vocabolario, l’inclinazione della voce, l’uso dell’ironia o forse del sarcasmo, e così via. In una parola: l’efficacia della comunicazione.

L’impressione, insomma, ad ascoltare Travaglio e Vannacci – così come decine/centinaia di proxy – è che entrambi padroneggino le argomentazioni proposte senza lasciare un minimo spazio al dubbio, e anzi attacchino con dovizia di particolari chi non dovesse condividere il loro percorso. Eppure, sono due figure diverse – chiunque lo potrebbe constatare – anche per il ruolo che ricoprono: uno fa il giornalista, a metà fra la star e il guru; l’altro l’aspirante politico. Ma il modello di comunicazione proposto – ripeto: non gli argomenti – si regge a grandi linee sulle stesse certezze statiche. Ed è paradossale scoprire che due figure così distanti per cultura, formazione, retroterra, frequentazioni, possano almeno condividere la chiave del loro successo.

Non serve certo chiarire come il vecchio pupillo di Indro Montanelli sia diverso – quasi opposto – rispetto al generale cresciuto negli ambienti militareschi, nelle caserme. Ma allora, che cos’è che li rende – nella percezione – così simili? Entrambi hanno un’idea della realtà già scritta – se non in un copione, in un canovaccio ben rimpolpato – che deve necessariamente combaciare con la propria opinione. Pena: non solo il ridimensionamento della loro aura, ma l’essenza stessa dei personaggi che incarnano.

Cosa non abbiamo capito noi, che loro invece hanno compreso appieno?

Hanno capito che la polarizzazione del dibattito – che segue quella della politica, sempre più estremizzata – richiede una scelta netta: quella di schierarsi a favore o contro una linea capace di costruire una visione del mondo coerente, stabile, rassicurante, che confermi e rafforzi i propri valori. Una volta poi scelto il campo di battaglia, basta selezionare i fatti che sostengono quella visione, scartando tutto il resto. E il gioco è fatto.

In questo, i due mattatori si rivelano – in modi e tempi diversi – campioni della polarizzazione.

Da lì, credo, si può partire per un discorso sulla comunicazione che tenga conto di almeno due approcci diversi: la visione statica e quella dinamica. La visione statica, che Travaglio e Vannacci (e molti altri comunicatori, politici, intellettuali) condividono, ha una sola tesi da dimostrare: quella già nota, fondata su una verità data per assodata. Chi la adotta pretende di sapere sempre come vanno le cose, chi le muove e perché debbano andare in un certo modo. Il loro strumento principale è la selettività delle informazioni: semplice come bere un bicchiere d’acqua. Basta scegliere e incardinare il discorso sui dati che confermano la loro tesi. E quando emergono incongruenze, ecco che si opera uno “switch” affidandosi – a tinte forti – a una massiccia dose d’ironia, ribaltando le carte come un prestigiatore con un colpo di mano. In questa visione, quella statica, non si perde mai. Perché chi ne usa gli strumenti non contempla mai una sconfitta. È il destino degli “statici”: quello di non poter mai tornare indietro. Per questo, nel tempo, non bisogna aspettarsi da questo tipo di comunicatori frenate né deviazioni, quasi mai ripensamenti e, ovviamente, nessuna ammissione di errore. Vi torna?

La visione dinamica è invece l’esatto opposto della statica. È critica, attraversata dai dubbi, sempre in movimento. Non osserva schemi rigidi: parte da ciò che c’è, si fa largo tra una miriade di variabili e spesso – se non sostenuta con una certa verve – finisce in un vicolo cieco. Perché il dubbio, o la prudenza, spesso impediscono la risolutezza nel giudizio e nell’agire. E qui sta la differenza principale fra le due visioni: gli statici cercano e trovano sempre conferme, convincendosi – quasi per statuto interno – di avere sempre ragione e di essere sempre dalla parte giusta; i dinamici, invece, partendo da concatenazioni farraginose, sono così impegnati a verificare che ogni dettaglio combaci con il tutto, da perdersi irrimediabilmente nel labirinto del dubbio.

Ovviamente, è una semplificazione. Ma rende l’idea di due modi opposti di stare nella comunicazione. Ognuno di noi può riconoscersi, nelle proprie occasioni pubbliche o nella vita vissuta, in una delle due squadre.

Per chi fa comunicazione o politica, però, una volta imboccata una visione è difficile tornare indietro: pena la coerenza di fronte all’elettore o al lettore. E forse è anche per questo che chi appartiene ai prudenti dinamici finisce per sposare il dubbio e l’incertezza, avanzando pochissimo; mentre chi applica la visione statica è costretto, ahimè, a spararla ogni volta un po’ più grossa, arrivando a mirabolanti voli pindarici per giustificare anche l’ingiustificabile. Perché quello è il campo che si è scelto.

C’è però un punto da chiarire. Qui non si giudica la buona o la cattiva fede di nessuno. Non dobbiamo pensare che Di Battista, quando parla di Israele o Cuba, menta a sé stesso o agli altri. Così come non dobbiamo pensare che Conte, per le sue posizioni sulla guerra in Ucraina, sia necessariamente amico di Putin o finanziato da Mosca. La questione è più sottile: si tratta di adattare ogni volta il modello scelto – in questo caso, il “no alla guerra” – a ogni singola circostanza. Si tratta, cioè, di far coincidere le proprie griglie con una realtà che, a volte, è più complessa di quanto si sia semplificato.

L’argomento “pacifismo” spiega perfettamente questa impasse.

Chiunque sano di mente non può che volere la pace. La pace, dunque, dovrebbe essere il principio guida di ogni popolo e di ogni Stato. Per gli statici, però, che applicano “a freddo” i principi alle situazioni, qualsiasi tentativo di difesa – anche il più legittimo, persino di fronte a un’aggressione – è da condannare. Per loro il pacifismo teorico viene prima di tutto. Anche prima delle bombe che cadono sulla testa. Difendersi, a loro dire, sarebbe l’inizio di una faida infinita, destinata a generare altre morti e ulteriore distruzione. E l’Ucraina? “Peggio per lei.” Per i pacifisti, nudi e crudi, la regola va applicata a freddo, sempre e comunque. Certo, bisognerebbe chiedere a questi pacifisti cosa ne sarebbe stata della democrazia in Italia senza i partigiani, costretti a combattere la guerra per la loro e la nostra libertà. Ma questa è un’obiezione fin troppo scontata. Quel che è certo è che il pacifismo è un valore che deve guidare la vita politica; senza che però questo significhi – fra le altre cose – una passiva accettazione delle “ragionevolissime condizioni di Putin”, come ho sentito ribadire recentemente da Ginevra Bompiani sul palco dell’evento Nova dei 5 Stelle.

Ed eccoci al capolinea: per gli statici, tutte le posizioni che non siano una resa incondizionata sono guerrafondaie. Lo si sente e lo si legge ovunque, attraverso i loro canali, da sinistra come da una certa destra interessata.

I dinamici, quelli possibilisti, magari pieni di occhiaie, brufoli e dubbi, verrebbero invece additati come la peste. Per molti, la pace non ha sfumature né deve portarsi strascichi. Così anche chi desidera una pace giusta, seria e duratura – ipotizzando congelamenti del fronte o compromessi ragionati – viene bollato come un perfetto guerrafondaio. Non si scappa. E non è una postura che riguarda solo Travaglio e Vannacci, di cui mi sono occupato all’inizio. Gli statici “per vocazione” sono ormai tanti: occupano un’area precisa del giornalismo italiano, alcuni grandi intellettuali di sinistra che stimo (dal filologo Luciano Canfora, allo storico Alessandro Barbero), professori universitari assurti al dibattito pubblico come nuovi maîtres à penser di un radicalismo sinistrorso, come Tomaso Montanari. Non solo nell’orbita del Movimento 5 Stelle o AVS, ma anche fra i dem del PD, o anche in ambienti woke della sinistra progressista.

Il meccanismo statico, in realtà, non ha bandiera. E soprattutto, può essere riempito di qualsiasi contenuto, persino del suo contrario: il bellicismo guerrafondaio. Quello, ad esempio, di una certa destra sovranista e interventista, abituata – per tornaconti personali – ad attribuire i mali del mondo all’immigrazione incontrollata, con i MAGA di Trump che – attraverso l’ICE – hanno dato rivoltanti esempi di “pulizia” del mondo dagli immigrati. Il dispositivo in fondo è sempre lo stesso: l’importante è dare l’idea di dominare l’argomento con la forza della ragione, mostrare di avere le idee chiare, farsi apprezzare per la coerenza – anche quando tutto rischia di sembrare ridicolo. Vedi la scuola Trump, per citare il caso più clamoroso. La sicurezza, il modo in cui si racconta, paga sempre in questi casi. Ed è davvero impressionante scoprire fin dove siano disposti a spingersi i loro difensori più accaniti. È anche per questo che molti politici o comunicatori costruiscono abilmente le loro fortune sugli atteggiamenti o sulle idee più radicali.

Molte ospitate televisive e molte copie di giornali, ad esempio, si reggono proprio sulle loro voci riconoscibili e sulle posture polarizzate. È più facile trovare spazio quando si è facilmente identificati da lettori e spettatori. Chi ha un dogma da difendere fa audience, indipendentemente da ciò che dice. Nella storia della televisione italiana ci sono stati comunicatori che, al di là delle loro posizioni estremiste, sono diventati icone – nel bene e nel male – dell’estremizzazione. Il professor Orsini, recentemente, con le sue nette posizioni pro Russia, è uno di questi esempi. E ad ascoltarlo, ammetto che spesso si finisce per credere davvero a ciò che sostiene: più che altro per la convinzione e la variegata narrativa che propone. È lì che scatta l’identificazione dello spettatore in cerca di una verità. Avere colpevoli chiari e fatti della storia ben ordinati è rassicurante. Rifugiarsi in tesi preconfezionate – meglio ancora se “alternative” – sembra quasi un sollievo.

E così, sui social incontrollati, attecchiscono anche le idee più bizzarre: Zelensky è un ebreo ladro, tutti gli ucraini sono nazisti, i russi vogliono “denazificare”, e così via. Chi invece cerca di argomentare, mettendo sul piatto il rigore della ricerca, la prova, l’evidenza dei fatti, instillando il dubbio su un procedimento o la fallacia di un’argomentazione, non solo è destinato a sgomitare per trovare spazio, ma spesso è costretto a soccombere di fronte a chi ha le carte in ordine e le risposte pronte da servire.

Ecco perché, in questi tempi incredibili, dove la narrazione vince sulla verità, bisognerebbe incoraggiare e lodare cronisti e intellettuali che applicano con rigore etico il dubbio metodico. I latini dicevano in medio stat virtus, e mai come oggi – in tempi così polarizzati, fatti di posizioni radicali – chi sceglie di stare al centro, non politico ma nell’equilibrio delle cose, con la mente aperta, sposando il dubbio come metodo e applicando correzioni quotidiane, pur trovandosi nella posizione più scomoda, è quello che riesce ad avere la visuale più aperta sulla realtà.

L’alieno dell’inizio, ascoltando Travaglio, avrebbe trovato il suo mito. Mentre magari, ascoltando uno che dice “forse mi sbaglio“, avrebbe annotato un’anomalia di sistema. E chissà, che, in un mondo sempre più in mano all’AI, non sia proprio questa la nuova frontiera dell’uomo: trovare il coraggio di ammettere di essere placidamente fallibile. E godere di questo privilegio.

PS: Ringrazio Ermanno Ferretti, le cui lezioni e i cui scritti hanno ispirato questo articolo


Stefania Nobile: “Quanto vi ha fatto rosicare? La cultura non è solo Michelangelo e Pirandello. Più sputate su di noi e più arriveremo in alto”


Stefania Nobile, finita insieme a Wanna Marchi al centro di numerose polemiche per una premiazione in Campidoglio, ha fatto un video su Instagram per rispondere.

“Quanto vi ha fatto rosicare? La cultura non è solo Michelangelo e Pirandello. Più sputate su di noi e più arriveremo in alto”: Stefania Nobile replica alle polemiche per la premiazione in Campidoglio

(ilfattoquotidiano.it) – Tornata protagonista delle cronache insieme alla madre Wanna Marchi per una particolare vicenda dei giorni scorsi, Stefania Nobile non ha potuto evitare di esprimere la propia opinione. La vicenda che la vede coinvolta è la premiazione avvenuta in Campidoglio lo scorso 23 settembre, dove insieme a Wanna Marchi ha ricevuto il Premio Internazionale della Cultura.

Nei giorni scorsi, quando la notizia era divenuta di pubblico dominio, sui social si erano scatenati i commenti, nella maggior parte dal tono indignato per il riconoscimento che era stato dato a Marchi e alla figlia. Nonostante sia stato successivamente chiarito che il premio non è riconducibile a un’iniziativa pubblica del comune di Roma, a permetterne lo svolgimento in Campidoglio è stato il consigliere comunale Davide Nanni, che aveva chiesto in concessione la Sala della Protomoteca.

“Mi assumo personalmente la responsabilità di aver richiesto, in qualità di consigliere comunale, la concessione della Protomoteca. Ovviamente non ero assolutamente a conoscenza della presenza di Wanna Marchi e Stefania Nobile tra le persone premiate. Se lo avessi saputo, chiaramente, non avrei mai sostenuto la richiesta di utilizzare la sala” aveva poi spiegato Nanni, una volta emersa la vicenda.

Nella giornata di martedì 29 settembre, però, Stefania Nobile, che già aveva risposto ad alcune critiche arrivate sui social, ha voluto fornire il proprio punto di vista tramite un video postato su Instagram.

“Quanto vi ha fatto rosicare”, ha esordito nel proprio video la figlia di Wanna Marchi. “La polemica dove sta? Perché sarebbe piaciuto a voi, perché non siete stati invitati, perché non rappresentate la cultura, perché non fate niente per entrare nella cultura? Anche perché ragazzi per molti di voi la cultura è Pirandello, l’arte è Michelangelo, ma non è così…” ha spiegato Stefania Nobile rivolgendosi ai propri follower, ma sopratutto a chi le aveva mosso numerose critiche.

“Vogliamo dire che ogni cosa bella che è accaduta nella vita di Wanna Marchi e Stefania Nobile voi avete cercato di screditarla?” ha poi proseguito la figlia di Marchi, indirizzando il messaggio chiaramente a chi segue senza alcuna stima nei suoi confronti le vicende che la riguardano. “Voi più parlate, più screditate, più sputate, più sparate sentenze e veleno e più Wanna Marchi e Stefania Nobile arriveranno in alto” ha continuato Nobile, che si è lanciata in un’utopistica previsione.

“Magari arriveremo davanti a un abito bianco, che non è quello delle spose, ma in una situazione meravigliosa, sempre a Roma. Chissà…” ha spiegato Stefania Nobile, con un’evidente allusione a un possibile incontro con il Papa. “Continuate a odiare: chi odia ingrassa, chi viene odiato dimagrisce. 52 chili, 63 anni tra pochi giorni e una grandissima voglia di vivere e di creare cultura” ha infine concluso Nobile.


Sondaggio, Conte è il favorito nelle primarie, ma la gente le teme: “Sono divisive”


Baldino, 5S: “terzo nome? lo potremmo valutare”

Sondaggio Demopolis, Conte è il favorito nelle primarie, ma la gente le teme: “Sono divisive”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Le primarie fanno paura, o comunque non piacciono. Ma se proprio si dovesse andare ai gazebo, il favorito sarebbe Giuseppe Conte. Mentre i possibili nomi del centro, da Alessandro Onorato a Ernesto Maria Ruffini, non sono praticamente percepiti. Semina sentenze interessanti, il sondaggio di Demopolis sulle opinioni degli elettori progressisti riguardo le primarie, realizzato per la trasmissione Otto e Mezzo. Perché innanzitutto conferma che gli elettori del campo largo la pensano in modo molto diverso tra loro sulla necessità o meno dei gazebo. E in generale, ribadisce che per Elly Schlein, pur essendo la leader del partito nettamente più forte a sinistra, le primarie sarebbero una sfida ad alto rischio. Principalmente, perché un pezzo dell’elettorato del Pd potrebbe anche optare per Conte. Così emerge dai numeri. E il primo racconta che per la maggior parte degli elettori del centrosinistra – il 51 per cento – le primarie “non sono necessarie”. Ergo, meglio scegliere il candidato per Palazzo Chigi con un accordo tra i partiti. Ipotesi remota, ad oggi, come anche in queste ore soffiavano fonti del Movimento: “Schlein non accetterebbe mai un terzo nome”. E Conte? Ormai attende le primarie. Ma guarda il gioco. E ieri a Un Giorno da Pecora lo ha fatto capire anche la vicepresidente del M5S Vittoria Baldino: “Io vorrei che il candidato fosse Conte, ma se non si potesse e si volesse valutare anche un terzo nome, saremmo disponibili a valutarlo. A me per esempio Pier Luigi Bersani piacerebbe molto, gli dobbiamo tanto”. Schermaglie, forse.

E comunque poi c’è un altro dato dal sondaggio, secondo cui “solo” il 42 per cento degli elettori progressisti pretendono i gazebo. E ovviamente la percentuale schizza verso l’alto tra l’elettorato del Movimento, con il 60 per cento che li ritiene necessari, a fronte dell’appena 33 tra i dem. E ancora: per il 53 per cento degli elettori progressisti le primarie rischiano “di indebolire e dividere” la coalizione. Ma se si tenessero comunque, chi vincerebbe? Tra chi vota a sinistra, le preferenze vanno per Conte, al 33 per cento, seguito a discreta distanza da Schlein (26) e dalla sindaca di Genova, Silvia Salis, al 20 per cento. Onorato e Ruffini invece dovrebbero spartirsi un modesto 5 per cento. Ma il sondaggio presenta anche altri due scenari. Il primo rivela che, nel caso votassero tutti i circa 12 milioni di elettori del centrosinistra, Conte sarebbe ancora davanti, ma con meno margine: il 44 per cento, a fronte del 40 della segretaria del Pd. Ma se la conta si limitasse a chi oggi andrebbe a votare ai gazebo – un milione e mezzo di persone – a farcela sarebbe Schlein con il 43 per cento, ovvero due punti in più rispetto all’ex premier. In sintesi, la partita sarebbe apertissima. Su questo puntano i 5Stelle, che in questa fase però, come raccontato ieri dal Fatto, non vogliono attaccare Schlein, vedendola già in difficoltà sul fronte interno.

La conferma indiretta l’ha data ieri lo stesso Conte a L’aria che tira, riservando parole concilianti ai dem: “Adesso il Pd ha importanti riunioni, e poi ci confronteremo. Noi siamo pronti, abbiamo un progetto e non vediamo l’ora di condividerlo rispettando i tempi del Pd e degli altri alleati”. Tradotto: aspettiamo che Schlein si copra le spalle. Poi si vedrà.


Il Dibba Club


(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Non condivido sempre quello che dice Di Battista, ma ho davvero apprezzato quello che ha detto a diMartedì, riguardo alla sua malattia. L’ironia dolente e umanissima con cui ha annunciato di essere entrato nel club di coloro che, visitati da un tumore, si chiedono «perché proprio a me?». Soprattutto la totale assenza di retorica, particolarmente toccante in un tribuno che fin qui la retorica l’aveva sempre maneggiata con perizia, ma senza risparmio. Avrebbe potuto descriversi come un eroe della resistenza al cancro, un guerriero in lotta contro l’invasore. Sarebbe stata una scelta molto comune, molto «social», ma anche molto avvilente per i malati che non guariscono e non per questo meritano di essere definiti dei deboli o dei perdenti. Invece Dibba ha riconosciuto la sua fragilità di fronte al mistero del male, auspicando che la forza assista non tanto lui, quanto i medici che lo hanno in cura. E non si è limitato a dirlo: guardandolo, si capiva che lo pensava sul serio.

Succede ormai così di rado di cogliere la sincerità nello sguardo di un essere umano: spesso sembriamo marionette mosse soltanto da orgogli e pregiudizi.

Nel momento più difficile della sua vita, il Peter Pan dei Cinque Stelle si sta rivelando, forse anche a sé stesso, un uomo. Era talmente sincero quando parlava della sua malattia da avermi trasmesso la convinzione che lo sia anche quando parla di tutte le altre cose, comprese quelle su cui magari non andiamo d’accordo.