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Tira una brutta aria per Salvini


I tir ripartono senza certezze: Salvini porta i flop al congresso. Il vicepremier va all’assise di partito «di lotta e di governo» dopo la rottura con i camionisti. La vittoria annunciata è già monca. Intanto per il governo nuova mano tesa dell’Europa: verso il sì a maggiore flessibilità sull’energia

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Da un lato la realtà: gli scaffali ancora vuoti nei supermercati nel Sud, a causa dei blocchi organizzati dagli autotrasportatori contro il caro gasolio. Dall’altro la propaganda: Matteo Salvini, responsabile del dossier trasporti, ha pensato di confezionare un video – diffuso venerdì mattina insieme a Silvia Sardone – per “pubblicizzare” la pulizia dei muri di una scuola di Milano, imbrattati con scritte contro le forze dell’ordine. Un’immagine stridente.

Trasporti elettorali, Salvini a caccia di sponsor per l’evento del ministero

Anche perché negli stessi minuti, i camionisti hanno annunciato la fine della protesta anche in Campania, ultima roccaforte della mobilitazione contro il governo. E c’era altro di cui occuparsi. La decisione dei manifestanti è assunta dopo il consiglio dei ministri ad hoc voluto da Giorgia Meloni e la stretta securitaria con la minaccia di precettazione. Poco più di 100 milioni di euro per tamponare e rinviare il problema. Poche le certezze.

Salvini ha comunque ripreso fiato sul tema. «I rifornimenti sono ripartiti, vuol dire carburante e frutta e verdura che tornano ai supermercati. Sta tornando l’alimentazione del carburante, anche in Campania. Si rischiavano problemi anche per le ambulanze», ha annunciato il ministro delle Infrastrutture. Nelle prossime ore, quindi, i beni di prima necessità saranno di nuovo a disposizione.

Manovra in alto mare, è sfida sulla sanità. E sui tir Salvini fa il gioco delle tre carte

Tra Eni ed Europa

Per il futuro, invece, la speranza del governo è rivolta verso la Commissione europea per ottenere un maggior margine di spesa per l’energia, dopo l’attivazione della clausola di salvaguardia da 14 miliardi di euro in due anni. «Abbiamo avuto proficue discussioni con l’Italia, in particolare su come utilizzare al meglio tale spazio di manovra fiscale aggiuntivo per quanto concerne le misure in ambito energetico», hanno fatto sapere da Bruxelles. La trattativa prosegue con l’Ue – sempre descritta dai leghisti come un orco cattivo – sta dimostrando comprensione rispetto alle richieste italiane sull’uso di quelle risorse. I paletti non dovrebbero essere così rigidi garantendo misure a impatto immediato da inserire già nella prossima manovra. Sul fronte del carburante, invece, l’Eni ha confermato la misura del «price cap fino a fine anno», ha riferito la società guidata da Claudio Descalzi. Nessun rincaro. Ma, hanno aggiunto dal colosso energetico, «monitoreremo le dinamiche di mercato e di prezzo, nonché le forniture effettivamente disponibili in rapporto alla nostra struttura logistica, per valutarlo nel corso del periodo». Fonti di Palazzo Chigi hanno poi confermato che nel corso del bilaterale tra Meloni e l’Emiro del Kuwait «è emersa la disponibilità kuwaitiana di prorogare il price cap su benzina e gasolio».

Ai tir poche risorse e in ritardo: Meloni tampona l’emergenza

In ogni caso il congresso della Lega, in programma in questo fine settimana all’Allianz MiCo di Milano, arriva nel momento peggiore della parabola politica di Salvini. Il problema non è nemmeno il fronte dei nordisti, capeggiati dai presidenti di Regione del Nord, soprattutto il lombardo Attilio Fontana, che hanno trovato nel senatore “giorgettiano”, Massimo Garavaglia, il loro nome da schierare all’assise interna. Il vero guaio per Salvini è un altro e affonda le radici nel paese reale: il fronte dei meridionalisti, intesi come gli autotrasportatori e degli agricoltori scesi in strada – anzi in autostrada – per protestare.

Vittoria dimezzata

Il vicepremier si prepara, certo, a essere rieletto domani alla guida della Lega con lo slogan scelto «di lotta e di governo», che suona come un avviso agli alleati. A cominciare dalla presidente del Consiglio Meloni, in vista dell’ultima legge di Bilancio. Non sarà un rafforzamento come sperato al momento dell’annuncio. Il successo matura, infatti, al culmine della settimana di proteste degli autotrasportatori nel Mezzogiorno, che hanno spaccato il paese. Con un’annotazione tutt’altro che secondaria: anche una categoria storicamente affine alla destra, non certo tacciabile di “comunismo”, ha bocciato l’operato del governo Meloni.

Per il Nord scende in campo Garavaglia, è lui l’anti Salvini al congresso della Lega

L’emergenza-blocchi che ha indebolito ulteriormente l’immagine di Salvini: sui social, nelle conversazioni carpite ai presidi, è stato indicato come il principale responsabile. Non mancano ragioni per avvalorare questo ragionamento. Le difficoltà dell’autotrasporto sono state denunciate al ministero di Salvini fin da maggio, anche quando il governo sfornava decreti costosi sul taglio alle accise per tutti. Tranne che per chi con il gasolio deve percorrere lunghi tragitti: i camionisti. Gli ormai ben 480 milioni di euro di credito di imposta bloccati hanno a loro volta bloccato un paese.

L’unica risposta giunta dal vicepremier è stata quella che tirava in ballo le presunte colpe dell’Europa. Anche se i fondi sono rimasti bloccati per cause che non riguardano affatto Bruxelles. «Il governo non è in grado di costruire risposte strutturali per un comparto, quello dell’autotrasporto, così importante per tutte le attività economiche nel nostro paese, continuando nella propaganda si blocca il Mezzogiorno e con il Mezzogiorno l’intero Paese, e si mette a rischio la crescita già debole e il lavoro», ha osservato il senatore del Partito democratico, Daniele Manca. Salvini ha fiutato l’ariaccia: ha seguito i primi incontri di inizio settimana con le delegazioni dei camionisti per cercare una soluzione. Poi, dinanzi allo stallo nelle trattative e all’annuncio del prosieguo delle proteste, ha lasciato il compito nelle mani del suo vice al ministero dei Trasporti, Edoardo Rixi. Il vicepremier si è rifugiato a Milano per l’organizzazione del congresso.

Un guasto manda in tilt gli aeroporti italiani. Voli cancellati, nuovo disastro di Salvini

Ma questo altro flop ha fatto seguito a tanti altri, come il problema negli aeroporti della scorsa settimana, con i voli bloccati per mezza giornata, e la “calda estate” dei treni. Senza dimenticare le promesse sul Ponte sullo Stretto. Tanti proclami e nessun risultato. I camionisti ne sanno qualcosa.


Il sabato della generazione ignota


I ragazzi pagano il prezzo più alto alla crisi. Dalla Francia alla Spagna, ma da noi di più. Cos’hanno fatto la Sorella d’Italia e i suoi Fratelli, per tutti questi “invisibili”? Solo la faccia feroce

Milano, 23 ottobre: militari presidiano piazza del Duomo

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Sarà un altro “sabato nero”? Vedremo di nuovo Milano a ferro e fuoco, e magari anche Roma, Torino, Bologna? Dall’ennesimo autunno del nostro scontento risuonano echi lontani da anni ’70, quando i nostri fine settimana erano funestati dagli scontri di piazza, rossi contro neri, cariche della celere e lacrimogeni, molotov e P38. La rabbia è la stessa, le ragioni sono diverse.

A quei tempi i giovani sognavano la rivoluzione, in questi si ribellano all’emarginazione. Allora combattevano per abbattere «il sistema», oggi sfasciano tutto per entrarci. Allora lottavano per un mondo diverso e scrivevano sui muri «sii realista, chiedi l’impossibile». Oggi non hanno un posto nel mondo e gridano «voi non ci fate sognare, noi non vi faremo dormire».

Milano, 17 ottobre: scontri in piazza del Duomo

Il primo errore che non dovremmo fare è ingabbiarli in un solo stereotipo. Nel magma della gioventù che schiuma di collera c’è di tutto. Ci sono migliaia di non violenti, che sfilano pacifici nei cortei per rivendicare il diritto allo studio e al lavoro, case accessibili e città vivibili. Ci sono migliaia di “seconde generazioni”, che reclamano politiche di integrazione. E poi ci sono tutti gli altri, incazzati e trasformati loro malgrado negli “utili idioti” dei poteri costituiti. Ci sono i black bloc e i centri sociali, che cavalcano qualunque protesta per trasformarla in guerriglia urbana.

E poi sì, ci sono i piccoli vandali che sfondano le vetrine e scappano con le scarpe Nike, le tute Adidas, i giubbotti Champions: all’apparenza, nichilisti teppistelli di strada, liberi dai fantasmi del comunismo e agiti solo dal demone del consumismo. Ci sono i bambini casseur risucchiati dalla bolla internettiana, che fanno i balletti davanti ai ghisa gridando «più ritmo meno algoritmo» e saltano sulle auto della polizia con la maschera di Spiderman solo per postare “l’evento” su TikTok: all’apparenza, nullisti digitali convocati dalle chat di Telegram che cinguettano «Foot Locker arriviamo». In questa notte della Repubblica, non tutti gli incappucciati sono neri.

Milano, 23 ottobre: un negozio protegge le vetrine con pannelli di compensato

Il secondo errore che non dovremmo fare è quello di guardare l’elefante (gli atti violenti) senza vedere la stanza (l’ambiente in cui si consumano). Michele Serra scrive che la guerra tra proletari e borghesi l’hanno vinta le sneakers. È vero. Ma forse è ancora più vero quello che sostiene Warren Buffett, quando dice «non è vero che la lotta di classe è finita, è che l’abbiamo vinta noi». Il problema è il dominio incontrastato del modello capitalista, la «società della prestazione neoliberale» descritta da Byung-Chul Han, dove vige il tutti contro tutti e dove ai perdenti resta solo l’odio. Rifiuti della società e vittime dei social, dove crepano di shitstorm e di shaming.

Il problema è che per molti di quegli adolescenti le sneakers sono l’unico oggetto che li fa identificare con qualcosa, la sola chiave d’accesso a un ecosistema condiviso. E questo chiama certamente in causa i valori intorno ai quali stiamo de-costruendo le nostre società, le nostre famiglie, le nostre aziende, i nostri Stati.

La violenza va condannata sempre, ma ci siamo immersi tutti fino al collo. E non ha torto Irene Montero, quando all’Europarlamento dice «vi indignate per un cassonetto bruciato e poi costringete gli studenti a studiare nelle baracche, autorizzate sfratti ogni giorno e spendete soldi della sanità e delle pensioni per la guerra e il riarmo».

Il terzo errore che non dovremmo fare è quello di trattare tutti i ribelli allo stesso modo. Esattamente quello che fanno le destre al governo. L’opposto di quanto aveva chiesto Mattarella, che aveva detto «i giovani sono una grande questione sociale», a loro non si può rispondere «con indifferenza o meschina sottovalutazione». E invece la reazione di Palazzo Chigi, più che al Quirinale, pare ispirata a una junta cilena.

La risposta di Meloni è un altro decreto-sicurezza, l’ottavo, che sancisce l’imputabilità degli under 18 e aggiunge al codice penale il 58esimo nuovo reato introdotto in questa folle legislatura, quello di «partecipazione violenta a una manifestazione». Law and order all’acqua pazza, pugno duro in stile Thatcher di Colle Oppio.

La risposta di Salvini sono i parà e i blindati Lince intorno al Duomo: come a Londonderry nel giorno del Bloody Sunday o a Nassirya durante la guerra in Iraq. La risposta di La Russa, il peggiore dei cattivi maestri, è l’attacco a chi critica la violenza e poi aggiunge un “ma”: proprio lui, che nel ’73 giusto a Milano guidava il corteo del Fuan dal quale partì la bomba a mano che uccise l’agente Marino.

La risposta di Nordio è «più carceri minorili», che già scoppiano con 1.200 ragazzi detenuti per colpa del criminogeno decreto Caivano del 2023. Eccola, la soluzione della «questione giovanile» richiesta dal presidente della Repubblica: galera per tutti, così impareranno ad affinare il crimine, a subire altra esclusione, a coltivare nuovo risentimento. Nessuna emergenza sociale, solo urgenza di ordine pubblico. Nessuno stato di disagio, solo Stato di Polizia. Non abbiamo sospeso la democrazia con i Nar e le Br, siamo pronti a farlo per i maranza.

Generazione Zeta, Generazione Gaza e oggi Generazione Ignota. Non li hanno visti arrivare, si dice. La verità è che non li hanno mai voluti vedere. Da quattro anni, con in petto la medaglia di latta della longevità, raccontano un’Italia che non c’è, più ricca e più giusta. Ma da mesi e mesi la stagnazione morde e il rancore cova sotto la cenere.

I ragazzi pagano il prezzo più alto alla crisi. Dalla Francia alla Spagna, ma da noi di più. Due milioni di Neet, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Un milione di Hikikomori, adolescenti tra i 14 e i 19 anni che vivono rinchiusi a casa, non parlano nemmeno con i genitori e dialogano solo sullo smartphone. Due milioni e mezzo di alunni nati qui ma figli di genitori stranieri, più italiani di noi, ai quali neghiamo la cittadinanza. Centomila laureati che negli ultimi cinque anni hanno lasciato il Paese, e non ritorneranno più.

Cos’hanno fatto la Sorella d’Italia e i suoi Fratelli, per tutti questi “invisibili”? Solo la faccia feroce, come oggi. Solo manganello, come il 23 febbraio 2024 a Pisa, quando i liceali pro Pal furono pestati a sangue dalle forze dell’ordine.

Ma il dente del risentimento giovanile duole anche a sinistra. E non da oggi, come testimonia Massimo D’Alema nel suo Eravamo comunisti, diario dei tormenti di un Pci sospeso tra gli anatemi di Bufalini che diceva «sono anni che si civetta con l’estremismo», e Berlinguer che rispondeva «è vero, noi questi giovani a volte non li capiamo, a volte fanno cose per noi inaccettabili: però sono figli nostri…».

Cos’hanno fatto e faranno, i leader del campo largo, per raccogliere l’immenso deposito di civismo custodito nelle urne del referendum sulla giustizia, che ha visto in coda ai seggi quasi 3 milioni di giovani indignati per Gaza e innamorati della Costituzione?

Per tutti, a destra e a sinistra, vale la lezione di Gramsci, che il 3 aprile 1917 scriveva ai «politici inetti»: «Perché si provveda adeguatamente ai bisogni degli uomini, è necessario rappresentarsi le loro sofferenze, le tristezze della vita che sono costretti a vivere… Ma loro ignorano la realtà, ignorano l’Italia in quanto è costituita di uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo… Sono solo retori pieni di sentimentalismo. Non sanno rappresentarsi il dolore degli altri». Era vero un secolo fa, e forse è ancora più vero oggi.


Schierando i soldati lo Stato ha perso


Uomini dell’esercito nelle piazze rappresentano la più grave denuncia di un potere che non funziona, di leggi inservibili, di strutture inefficienti, di soluzioni politiche inadatte

Schierando i soldati lo Stato ha perso

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Tra le misure di repressione dei vandalismi minorili di Milano, ma non solo, si riesuma l’Esercito.

[…] Ormai ci siamo abituati ed è giusto che sia così. Se c’è la guerra bisogna farla con mezzi adeguati. Se la guerra non c’è, bisogna che queste forze armate facciano “qualcosa”. Se siamo di fronte a una cosiddetta guerra ibrida eterodiretta, bisogna chiarire chi è il nemico; se è un fenomeno diretto dall’interno bisogna denunciare il mandante; se è il sintomo di un disagio sociale bisogna affrontarlo con i mezzi giusti. Niente di difficile. La cosa peggiore è tirare in ballo la guerra ibrida eterodiretta in casa, per giustificare la guerra altrove, per armarsi: allora bisogna iniziare a far capire che il futuro è la guerra e non la sicurezza. Se poi il ricorso all’esercito è solo un’ammuina per far vedere che le forze armate must do something “devono fare qualcosa”, allora stiamo sereni: dal 1991 in poi ci è stato chiesto di far questo. Abbiamo sostenuto e partecipato a tutte le guerre simmetriche e asimmetriche, ibride e bastarde facendo finta di garantire la sicurezza. Abbiamo scaricato letame, accatastato rifiuti, pattugliato le strade ferrate e asfaltate, in nome della sicurezza sociale. Abbiamo affiancato le forze dell’ordine nella guerra al terrorismo e non chiedevamo nemmeno chi erano i terroristi; nella lotta alla criminalità organizzata sempre senza chiedere spiegazioni. Quando c’è di mezzo la sicurezza della gente non si fanno domande: “Usi obbedir tacendo”. “Duri, ma puri”, dicevamo. Non abbiamo chiesto spiegazioni nemmeno quando, passata l’emergenza, si è cominciato a chiarire che fra i mandanti del crimine c’erano anche quelli che ci mandavano a combatterlo. Erano emergenze, si diceva, cose transitorie, cose eccezionali. Gli interventi all’estero iniziati negli anni 70-90 sono ancora in atto e in nome della pace non si è avuto un minuto di pace. All’interno, le grandi emergenze non sono mai finite. L’operazione “Vespri siciliani” che doveva finire in 6 mesi, è durata 6 anni. La cosiddetta “Strade sicure” è iniziata nel 2008 e impegna ancora oggi circa 7.000 militari. “Cosa vuoi che siano 7.000 nullafacenti su 130.000 professionisti in armi?”. È l’obiezione di chi ha in mente solo l’obiezione e non l’impegno. Ogni intervento prolungato all’estero ha comportato lo stesso impegno delle “Strade sicure”. Per quei 4 uomini alla stazione sono stati impiegati a rotazione 58 reggimenti, inizialmente in 38 città e poi in 58 province. Più della metà dei reggimenti schierati alla frontiera durante la Prima grande guerra.

I disordini nelle piazze preoccupano tutti. A ragione. Ma non sono sicuro che tutti abbiano capito cosa vuol dire ricorrere all’esercito. Non è solo una questione di poteri attribuiti ai militari. Ai militari non vengono riconosciute le funzioni di polizia giudiziaria (Pg). Il presidente della Repubblica non lo concede. I militari avranno qualche funzione di agenti di pubblica sicurezza (Ps). Vecchia questione affrontata per i “Vespri siciliani” quando né i ministri, né il governo e nemmeno i carabinieri volevano che ai soldati fosse riconosciuta tale funzione minima. Ci pensò lo stesso capo della polizia a sostenere il capo di stato maggiore dell’Esercito nella richiesta di “norme chiare sulle funzioni dei militari”. Fu concordata l’attribuzione di alcune funzioni di agente di Pubblica sicurezza: identificazione e ispezione di “sospetti” criminali, detenzione di armi o in caso di flagranza di reato. Gli atti esecutivi dovevano esser avallati dalle forze di polizia. E con quel criterio stiamo ancora andando avanti. La differenza tra le due funzioni, Ps e Pg, non è banale, eppure sembra che non la conosca nessuno. L’agente di Ps opera in materia di prevenzione del reato, quello di Pg in caso di reato già commesso. L’accertamento del reato è il primo dovere dell’agente di Pg, ma la Pg non è un corpo speciale, bensì una funzione esercitata sotto il mandato e controllo non del ministero della Difesa né di quello dell’Interno, ma della magistratura e in particolare della Procura. I principi e i compiti delle forze armate sono stabiliti dalla Costituzione e dal Codice dell’Ordinamento militare (2010) che, per quanto riguarda l’ordine pubblico, stabilisce: “Le Forze armate concorrono alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgono compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità e urgenza”. È stato in tali frangenti che i militari son stati utili pur avendo esercitato temporaneamente le funzioni di agenti di Pubblica sicurezza e non di Polizia giudiziaria.

[…]

In tali casi e con tali limitate funzioni il militare può intervenire per prevenire un reato (come la devastazione o l’aggressione), può fermare il malintenzionato, identificarlo, può bloccarlo senza aspettare l’ordine di nessuno, può difendere sé stesso o un commilitone o un passante indifeso, può inseguire e bloccare qualcuno che sta per commettere o sta commettendo un reato. La funzione di “bella statuina” è proprio il contrario di quello che i militari imparano per questo tipo di servizio. Servono davvero le funzioni di Pg per intervenire? Servono nuove norme? Serve la facoltà di sparare sui manifestanti? Correndo il rischio di colpire chi non c’entra o tuo figlio? Serve sparare proiettili di gomma? Prima d’approvare una norma simile vorrei che fossero sottoposti a un tiro da 20 metri tutti quelli che lo propongono e i ministri che devono approvarlo.

Ma siamo così sicuri che gravità e urgenza siano i veri motivi di queste elucubrazioni? Ho l’impressione che, come in alcuni episodi del passato, l’esercito interviene non in caso di gravità e urgenza ma la situazione è urgente e grave perché interviene l’esercito. Periodicamente, basta un disordine qualsiasi perché la politica estera denunci minacce esterne, quella interna pretenda nuove strette sociali e provvedimenti urgenti mentre le forze armate chiedono più armi e quelle di polizia chiedono aumenti di paga, di personale, di risorse e di facoltà, immunità e impunità. A Milano è emerso un grave problema sociale, trasformarlo in una questione di piazza significa allontanarsi dalla comprensione e approfittarne per qualche interesse. Da sempre le “emergenze” servono anche ad allentare i controlli sugli stessi organi dello Stato. Nella questione dei cosiddetti poteri di Pg ai militari c’è anche un pizzico di gelosia e di convenienza. La partecipazione dei militari all’ordine pubblico prevede una apposita indennità che grava sul ministero dell’Interno, la funzione di Polizia giudiziaria prevede status e trattamento economico diversi. Estenderlo ai militari significa rinunciare all’ampliamento degli organici per le forze di polizia. Cose di bottega, ma reali. La discussione non è nel merito, ma sul fatto che i militari non abbiano sufficiente professionalità per svolgere le funzioni di Ps e Pg. I nostri militari all’estero svolgono tali funzioni autorizzati da un laconico “ai fini della sicurezza possono usare qualsiasi mezzo”. Non hanno mai provocato una strage. In Italia, la qualifica di agente/ufficiale di Pubblica sicurezza e quella di Polizia giudiziaria si sommano quando sono attribuite a tutte le forze di polizia, da quelle territoriali a quelle mobili, in ordine pubblico. Per virtù dello Spirito Santo un agente di Ps con scudo e manganello passa dalla funzione di prevenzione del reato a quella di repressione. Cosa sappia o possa fare un carabiniere, poliziotto o finanziere del battaglione mobile inviato allo stadio o in piazza più di un veterano dell’esercito è un mistero. E se anche fosse non ci vorrebbe molto a sostituire il cartellino con le regole d’ingaggio in 5 lingue, con un foglietto e tre regole, in italiano. In ogni caso, grazie no. Non servono funzioni di Pg per adempiere al compito istituzionale di concorrere alla salvaguardia dello Stato né per intervenire in casi di straordinaria necessità e urgenza.

Si legge che i militari in piazza saranno senza poteri. Occorre non banalizzare l’intervento militare. Né tirare per la giacchetta i generali perché mandino più soldati e magari proprio quelli dalla “faccia feroce”. Si dimentica un dettaglio: un esercito in piazza non ha bisogno del potere di sparare sulla folla per essere già una sconfitta dello Stato. I soldati in piazza sono la più grave denuncia d’un potere che non funziona, di leggi inservibili, di strutture inefficienti, di soluzioni politiche inadatte. C’è chi vede nei militari in piazza l’anteprima di un ritorno alla dittatura. Forse no, ma è l’anteprima del disfacimento morale e politico di un Sistema.


Le lobby non arretrano: la Pace è ancora lontana


(estr. di Elena Basile – ilfattoquotidiano.it) – […] I conflitti evolvono lentamente, i dettagli cambiano ma non il quadro di fondo. Nella guerra russo-ucraina la postura guerrafondaia europea è stata caratterizzata da un’aggressività maggiore sia nelle esternazioni dei politici sia nella guerra per procura. La ricerca di una false flag, di una colpa da addossare a Mosca per un’entrata diretta in campo della Nato, ha raggiunto toni carnevaleschi. La strategia terrorista occidentale, prima delle elezioni della Duma, era basata sull’intimidazione della popolazione civile, mirando alle raffinerie, alla logistica civile, nel tentativo delirante di far sollevare la popolazione russa contro Putin e comunque di influenzare le elezioni politiche.

[…] La società civile russa si è invece compattata, ha rafforzato il partito di governo. La risposta di Mosca, annunciata come deterrenza in diverse occasioni dai vertici del Cremlino, è stata brutale. La Russia ha smesso di autovincolarsi nel rispetto del sangue fraterno ucraino e ha bombardato pesantemente i porti, i ponti, le infrastrutture civili con un numero alto di vittime collaterali. Malgrado i circa 200 miliardi ricevuti dall’Europa a spese dello Stato sociale, l’Ucraina è uno Stato fallito, senza elezioni né democrazia, senza partiti di opposizione e libertà di culto, senza libertà individuali e linguistiche. Ha perso un terzo della popolazione. Le cifre dei morti e dei feriti, di giovani amputati la cui vita è cambiata per sempre, saranno conosciute in un futuro lontano quando le colpevoli élite ucraine ed europee non saranno al potere. I russi hanno partecipato a una guerra per loro esistenziale a cui li ha costretti l’espansionismo aggressivo della Nato. Prima della violazione russa delle frontiere ucraine nel 2022, i paesi Nato avevano trasgredito i seguenti principi onusiani e Osce: la non ingerenza negli affari interni di un altro Stato, l’autodeterminazione dei popoli, i diritti linguistici delle minoranze e l’indivisibilità della sicurezza. Il popolo ucraino è stato utilizzato in modo spietato da una leadership nazionale corrotta e dalle élite occidentali in una guerra per procura contro la Russia, una guerra coloniale come quella contro l’Iran.

Il conflitto potrà concludersi con il collasso di Kiev che non ha una difesa aerea adeguata ed è alla mercé dei bombardamenti di Mosca. La crisi economica e sociale, gli scandali che hanno colpito i governanti, la mobilitazione brutale hanno reso sempre più fragile il rapporto tra società civile ed élite. La variabile indipendente è data dai droni, di facile produzione nella quale Kiev si è specializzata. I bombardamenti dei porti di Odessa e la mancanza di sbocco al mare lasceranno sopravvivere uno Stato disfunzionale. Washington sembra riconoscere in modo ricorrente la sconfitta delle politiche neoconservatrici e poi farsi indietro nuovamente, di fronte alle intimidazioni del cosiddetto Stato profondo americano a cui si genuflettono le marionette politiche europee. Oggi, per convenienze elettorali, Trump è riuscito a concepire una nuova possibile mediazione basata sulla ricostruzione dell’Ucraina con BlackRock e la Banca Mondiale, (non con i fondi russi sequestrati); su un cessate il fuoco basato sull’attuale linea dei combattimenti e un conflitto congelato; sul patto energetico tra Russia, Ucraina e Europa sotto la supervisione statunitense; sulle garanzie di sicurezza riassumibili con l’estensione dell’art. 5 del trattato Nato all’Ucraina. Si sigillerebbe la situazione attuale, di aiuto da parte della Nato con armi e intelligence in caso di ripresa delle ostilità.

[…]

La Russia potrebbe vedere di buon occhio l’accordo economico ed energetico, condizione preliminare per la sospensione delle sanzioni. Dubito che voglia congelare un conflitto e dare all’Ucraina la possibilità di inventare un pretesto per ricominciare la guerra con l’aiuto legittimo dei paesi Nato. La prima preoccupazione di Mosca è annullare la minaccia rappresentata da un’Ucraina fantoccio dell’Occidente, piattaforma di assalto contro la Russia. Neutralità dell’Ucraina, fine della leadership di Zelensky e fine delle sanzioni rappresentano insieme a un compromesso sui territori, che tenga conto della situazione sul campo militare, le opzioni russe. Trump utilizza tattiche per modificare la percezione degli elettori, ma non sfida lo Stato profondo. Se Washington volesse, la guerra in Ucraina cesserebbe immediatamente. Zelensky non è un soggetto politico, ma l’espressione dei poteri finanziari che governano uno sfortunato popolo. Da parte europea, dei Dem Usa e delle lobby non sembra ci si stia preparando a un passo indietro. A riprova, le signore, politiche o giornaliste, sdoganate in tv, digiune di analisi internazionale, citano il New York Times come la bibbia, per convincerci che Kiev sta vincendo. Credo che purtroppo l’iniziativa di pace non porti a reali conseguenze e sia utilizzata da Trump per ragioni elettorali.


Dalla parte di Fouad


(di Michele Serra – repubblica.it) – È comodo e gratificante, sui giornali e in tivù, dichiararsi «dalla parte dei ragazzi». Lo fanno in tanti e ci sono solide ragioni per farlo. L’emarginazione sociale di alcuni; la mancanza di occasioni per quasi tutti; il semi-abbandono della scuola pubblica, degli edifici e degli insegnanti; l’ottusità dei governi (non solo quest’ultimo) che si accorgono di loro solo quando spaccano le vetrine.

Bisognerebbe però fare un piccolo sforzo supplementare, che è quello di non annacquare gli umori del momento, umori forti, in un generico e stucchevole plauso. I giovani non sono tutti uguali. Sono, proprio come gli adulti, persone diverse.

A parte che ci sono anche quelli di destra, anche quelli ricchi, anche i fascisti che vorrebbero travestirsi da gendarmi per menare i riottosi, specie se i riottosi hanno la pelle scura; ci sono differenze, di postura e di coscienza di sé, anche tra chi scende nelle strade.

Molti lo fanno per la stessa precisa ragione per la quale si fanno le rivoluzioni o più umilmente si fa politica: cambiare lo stato delle cose. Qualcuno, più debole, lo fa rimanendo schiacciato dentro lo stato delle cose, percorrendo come via di riscatto il saccheggio — così mi vesto anche io come i ricchi.

La critica del consumismo è stata fino alla fine del Novecento un punto di forza dei movimenti giovanili — fino a No Logo: contro i marchi perché contro le multinazionali. Nel nuovo evo degli influencer, il marchio ha stravinto.

A Piazza Pulita il giovane Fouad, vent’anni, barista, italiano di seconda generazione, famiglia operaia, otto persone in un trilocale, lo ha detto benissimo: non condanno la rabbia disorganizzata, per molti è l’unico modo di farsi sentire. Ma bisogna politicizzarla, se no non serve. Stare con Fouad non vuol dire «stare con i giovani». Vuol dire stare con Fouad.


Troppo garantisti


(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Più vediamo all’opera i “garantisti”, più siamo fieri della nomea di “giustizialisti”. L’altro giorno il pelo superfluo che si ritirò dalla politica nel 2016 ha scritto che, se ricordo il centinaio di motivi validi per stargli alla larga, è perché sogno “un Parlamento senza garantisti”. Gli sblocco un ricordo. Nel 2015, quando lui sgovernava, la Finanza fece una bella retata al Comune di Sanremo: 35 arrestati e 196 indagati. Fra i primi c’era il vigile Alberto Muraglia, addetto ai controlli al mercato, ripreso da una telecamera a strisciare il badge in mutande. Spiegò che si svegliava ogni mattina alle 5 e non mancava mai al lavoro, ma a volte scendeva a timbrare in déshabillé prima o dopo aver lavorato, visto che abitava dentro il mercato. Ma il premier garantista emise la sentenza a favore di telecamera: “Questa è gente da licenziare in 48 ore”. E, siccome è pure “riformista”, varò un dl Madia ad hoc: “Decreto cattivo, ma giusto. Non sono fannulloni, ma truffatori. A Sanremo c’era chi timbrava in mutande. Serve il pugno di ferro: chi si comporta così va licenziato entro 48 ore”. Ovviamente senza processo, come da manuale del garantismo riformista. Arrestato e licenziato, Muraglia si mise a riparare elettrodomestici per mantenere la famiglia. Fino al 2020, quando il gup lo assolse e lo reintegrò. Nel 2024 la Cassazione ribadì che era innocente e condannò il Comune a rimborsargli 227mila euro di arretrati. Fortuna che aveva incontrato un premier garantista.

[…]

Ora abbiamo il turbogarantista Nordio che invoca “massicci arresti di giovani”. E ben tre Commissioni parlamentari d’inchiesta della destra garantista. Quella sul Covid processa Conte, Speranza, Arcuri e altri putribondi incensurati, colpevoli di essere stati assolti dai giudici. L’Antimafia processa per le stragi Scarpinato e altri ex pm che indagavano sulle stragi mentre la presidente Colosimo si faceva le foto mano nella mano con uno stragista di Bologna. E quella sulla morte di David Rossi accusa il banchiere Mussari e una vecchia gloria del calcio fiorentino in base a due supertestimoni di provata fede: Saverio Giampà, imprenditore calabrese con una sfilza di condanne per droga, usura, estorsione e violenza sessuale, ma pur calunnia e false dichiarazioni; e William Correa, un escort brasiliano detenuto per l’omicidio di una prostituta, condannato anche per calunnia e già ritenuto inattendibile su Rossi (accusò alle Iene i pm sui famosi festini a luci rosse). Per interrogare Correa in cella senza avvocato, alcuni parlamentari si sono finti suoi parenti. Poi han fatto i nomi dei due “colpevoli” senza uno straccio di verbale o capo d’imputazione. Così i due non possono difendersi. Però sono stati fortunati: potevano imbattersi in una Commissione giustizialista.


Giorgia avrebbe annunciato ai “fratellini” della fiamma: si vota a maggio!


(dagospia.com) – Mira che emiro! Giorgia d’Arabia torna nel Golfo persico per la tredicesima volta in quattro anni, per una visita lampo in Kuwait.

Il viaggio ha un doppio livello di significato: il primo è una sorta di “ringraziamento” al paese arabo per aver abbassato il prezzo della benzina nelle stazioni Q8 (di loro proprietà), aderendo ai prezzi calmierati lanciati da Eni.

Il secondo punto del blitz dell’Underdog della Garbatella, dato lo stallo della guerra Usa-Iran-Israele, è cercare di ottenere rassicurazioni su futuri approvvigionamenti energetici, greggio e investimenti incrociati.

Prima di decollare, Giorgia Meloni, che ha spedito Guido Crosetto in Ungheria (ha evitato di andarci lei, visti i suoi trascorsi con Viktor Orban, sconfitto ad aprile dal moderato Peter Magyar), si è confidata con i suoi “fratellini” annunciando che, salvo clamorosi colpi di scena, la sua intenzione è votare a maggio.

Nella cofana bionda della Ducetta, tale convinzione sarebbe maturata grazie a due fattori principali. Intanto, è convinta che la galoppata di Vannacci sembra essersi arrestata.

Secondo la “Thatcher della Garbatella”, lo sgonfiamento di Futuro Nazionale è tutto merito dell’attitudine securitaria del governo, una svolta impressa e “favorita” nelle ultime ore dagli scontri e dalle devastazioni dei maranzelli milanesi.

In quest’ottica, Meloni si starebbe muovendo anche su Milano, dove nelle ultime ore sembrerebbe più propensa a candidare come sindaco del centrodestra l’amazzone leghista Silvia Sardone, una pasionaria anti-Islam che potrebbe raccattare più consenso di Matteo Perego, sottosegretario alla Difesa in quota Forza Italia, considerato troppo moderato…

Questa frenata dell’ex generale, sarebbe bene sfruttarla il prima possibile.

Anche perché a ottobre Vannacci potrebbe essere “aiutato” a rimettere in moto il vortice dei consensi grazie alle varie elezioni politiche che si terranno in Europa , a partire da quella più importante per il futuro del Vecchio Continente, il voto presidenziale francese.

Se, come probabile, Marine Le Pen arrivasse all’Eliseo, la propaganda russa portata avanti (anche) da Roberto Vannacci potrebbe trovare nuova linfa (la valchiria d’oltralpe ha già detto che una volta eletta toglierà le sanzioni e comprerebbe il gas russo).

Votando a maggio, invece, non ci sarebbe il tempo tecnico per un “effetto” traino degli altri paesi europei chiamati alle urbe (Germania, Polonia, Grecia) sul voto in italia.

C’è anche un’altra ragione per anticipare le elezioni a maggio. Giorgia Meloni, una volpona della politica molto connessa con il “sentiment” del Paese, non ha intenzione di trascinare gli italiani al voto in estate, quando tutti sono in vacanza o restano a casa incazzati perché non possono permettersi le ferie.

Un elettorato distratto che vota con il portafogli vuoto non può che portare problemi. Ancora peggio, sarebbe convocare elezioni subito dopo l’estate, con il conto in banca in rosso e le rate del fisco o del mutuo che arrivano puntuali, e con una finanziaria alle porte.

A rinfocolare l’ottimismo dei Meloni d’Italia, ci pensano anche alcuni sondaggi riservati, che alimenterebbero i sogni di gloria della Ducetta: il suo pugno di ferro sulla sicurezza, con le scene da fine del mondo arrivate da Milano che hanno fatto il giro di social e Tg, funziona e potrebbe aiutare il suo partito ad arrivare al 29% (almeno, questo le dicono).

MELONI IN KUWAIT, FOCUS SU ENERGIA, INVESTIMENTI E CRISI INTERNAZIONALI

(ANSA) – Le crisi internazionali, i dossier legati ad energia, infrastrutture critiche, catene di approvvigionamento e distribuzione alternative, grandi corridoi regionali e intercontinentali, sono tra i temi al centro della visita lampo di oggi della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Kuwait, in occasione della quale sarà adottato il Piano d’Azione 2027-2030 per individuare le priorità comuni e orientare la cooperazione nei diversi settori, mentre sul versante della sicurezza verrà definito un memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia nazionale kuwaitiana.

Sarà anche firmata un’intesa tra Ice e Kuwait Direct Investment Promotion Authority per “far crescere gli investimenti in entrambe le direzioni”.

Si tratta, sottolineano fonti italiane, della tredicesima visita nelle nazioni del Golfo di Meloni, che così diventa il primo presidente del Consiglio italiano ad avere visitato tutte e sei le nazioni del Consiglio di cooperazione del Golfo nel corso di un mandato di governo.

Un “primato”, rimarcano le stesse fonti, che “dà la misura dell’attenzione dedicata dall’Italia a una regione decisiva per la sicurezza, l’energia e gli equilibri economici globali”, ed è “un impegno di lungo termine riconosciuto anche dall’invito a partecipare al Vertice del Gcc di Manama del dicembre 2025”.

La premier (partita dopo aver partecipato a un evento a San Patrignano), viene spiegato, ha raccolto invito rivolto da tempo dall’emiro Misha’al Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah, e al bilaterale parteciperanno anche il principe ereditario Sabah Al-Khalid Al-Sabah, e il primo ministro Ahmad Al-Abdullah Al-Ahmad Al-Sabah.

L’incontro avviene a un mese dalla scelta di calmierare il prezzo del carburante di Q8, la presenza più riconoscibile degli investimenti kuwaitiani in Italia (che spaziano da turismo a immobiliare, dall’alta tecnologia all’energia) con 3.000 punti vendita e investimenti nella raffinazione e nella produzione di biocarburanti, anche in partnership con Eni.

I due Paesi, notano ancora fonti italiane, condividono un rapporto particolarmente radicato, a partire dalla partecipazione dell’Italia alla liberazione del Kuwait dopo l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein. Su questa fiducia, viene spiegato, si è sviluppata una relazione economica di lungo periodo.

Il confronto con l’emiro, spiegano fonti italiane, guarderà in particolare alle esigenze rese più urgenti dalle crisi regionali: infrastrutture critiche più resilienti, catene di approvvigionamento e distribuzione alternative, grandi corridoi regionali e intercontinentali. Ambiti nei quali, viene osservato, capitali kuwaitiani e capacità industriali italiane possono concorrere a ridurre le vulnerabilità comuni e creare nuove opportunità di crescita.

La difesa resta un pilastro del rapporto bilaterale. La visita, rimarcano fonti italiane, darà ulteriore impulso a questa collaborazione anche grazie all’Accordo di cooperazione nel settore della difesa entrato in vigore lo scorso 12 ottobre. Il colloquio consentirà, infine, un confronto sulle principali crisi regionali e sulla sicurezza delle rotte da cui dipendono le economie europee e del Golfo. Al centro Iran, Yemen e libertà di navigazione, insieme ai rapporti tra Unione europea e Consiglio di cooperazione del Golfo, alla questione israelo-palestinese e al Libano.


Usigrai contro Bruno Vespa


“Sabrina Brizzola apostrofata e interrotta più volte in modo aggressivo. Ci piacerebbe che questo piglio venisse riservato anche ai potenti”. Durante Porta a Porta il conduttore ha invitato Sabrina Brizzola dell’Unione degli universitari a “studiare” e “documentarsi” prima di intervenire. Il sindacato dei giornalisti Rai accusa Vespa di averla interrotta più volte con un atteggiamento “aggressivo e paternalistico”

“Sabrina Brizzola apostrofata e interrotta più volte in modo aggressivo. Ci piacerebbe che questo piglio venisse riservato anche ai potenti”: Usigrai contro Bruno Vespa

(di Giuseppe Candela – ilfattoquotidiano.it) – Il filmato in poche ore viene rilanciato sui social, a finire nel mirino è ancora una volta Bruno Vespa: “Quando parlate voi giovani, per favore, documentatevi prima. Questo lavoro è fatto anche di studio, capisce? Quindi quando venite qui, venite preparati, dovete studiare, sennò dite delle sciocchezze che non vi giovano“, ha detto il conduttore rivolgendosi a Sabrina Brizzola, 24enne coordinatrice dell’Unione degli universitari, mentre quest’ultima nel corso della sua ospitata a “Porta a Porta” stava parlando del tasso di abbandono scolastico “molto alto in Italia”.

“Visto che lei è informata, la prego di vedersi le statistiche”, ha aggiunto il padrone di casa dopo aver più volte chiesto a Brizzola – visibilmente innervosito – di non essere interrotto: “C’è il massimo recupero storico di abbandono scolastico. Noi siamo con un anno di anticipo rispetto ai target dell’Unione europea”. “Posso rispondere? L’Italia è l’unico paese in Europa che non copre tutte le borse di studio degli studenti universitari. Questo è un dato che se qualcuno vuole confutarmi sono contenta di ascoltare. Le borse di studio non vengono coperte, le università vengono definanziate“, ha aggiunto la coordinatrice dell’Unione degli universitari.

Alla pioggia di critiche social, si è aggiunta nelle scorse ore una nota dell’Usigrai, sindacato che rappresenta i giornalisti dell’azienda pubblica: “Ancora una edificante pagina di Servizio Pubblico da parte del conduttore con contratto da artista Bruno Vespa. Ci chiediamo se sia ulteriormente tollerabile che in uno studio della Rai si assista ad un comportamento tra l’aggressivo e il paternalistico (pensavamo di non essere più nell’epoca dei romanzi di Jane Austen!) come quello tenuto nei confronti di Sabrina Brizzola coordinatrice dell’Udu, Unione degli Universitari, che nella puntata del 20 ottobre non ha potuto terminare il proprio ragionamento apostrofata e interrotta più volte in modo aggressivo da Vespa. Ci piacerebbe che un tale piglio da grande mattatore televisivo venisse riservato anche ai potenti di turno nei confronti dei quali invece Vespa mostra solitamente un’invidiabile pacatezza”. Da segnalare, inoltre, che l’account X di Bruno Vespa risulta sospeso. Non è chiaro se la sospensione sia legata a quanto accaduto o se avvenuta in precedenza.


ENI triplica i guadagni, +202%


Il governo non sa ancora se alzare le tasse al settore energetico in Manovra. Nel 2026, ENI ha registrato finora un utile netto da 7,6 miliardi: un aumento del 202% rispetto allo stesso periodo del 2025. Uno dei motivi principali è il caro energia. Il governo, alle prese con la Manovra, ora valuta di prolungare l’aumento dell’IRAP per altri due anni.

(di Luca Pons – fanpage.it) – Il gruppo ENI, finora nel 2026, ha guadagnato 7,6 miliardi di euro. Si tratta di un aumento del 202% rispetto allo stesso periodo del 2025. È uno dei segnali della fase che attraversano le aziende del settore energetico quest’anno: il caro carburanti e il caro bollette, nel complesso, pesano sulle famiglie e aumentano gli incassi delle imprese.

Anche per questo il governo Meloni, che deve stendere la sua ultima legge di bilancio in una situazione in cui i fondi scarseggiano, sta valutando di prolungare l’aumento dell’IRAP deciso lo scorso anno: si tratterebbe di alzare l’imposta del 2% anche negli anni 2028 e 2029, oppure aumentarla ulteriormente nel 2026 e 2027, quando c’è già un incremento del 2% in vigore. Le aziende energetiche, però, hanno già alzato la voce per opporsi.

Il bilancio di ENI finora nel 2026
Secondo quanto comunicato da ENI, nel terzo trimestre del 2026 l’utile netto adjusted – ovvero i guadagni al netto di tutte le spese e anche delle spese e delle entrate una tantum straordinarie – è stato di 2,8 miliardi di euro. L’anno scorso, negli stessi mesi, fu di 1,2 miliardi di euro. Un incremento del 125%. Non solo: l’utile netto (questa volta tenendo conto anche di spese e entrate una tantum) per il 2026 finora è stato di 7,6 miliardi; contro i 2,5 miliardi del 2025, è un aumento del 202%. L’importo, insomma, è più che triplicato.

Il debito è ai “minimi storici”, si legge nel comunicato, e le prospettive per il 2026 “migliorano ulteriormente”. Per questo, gli azionisti saranno ricompensati a dicembre con un dividendo straordinario (cioè una distribuzione dei guadagni realizzati) che varrà 46 centesimi ad azione, per una somma complessiva da 1,3 miliardi di euro. Inoltre, ci sarà un aumento del programma di buyback (l’operazione con cui un’azienda si ricompra una parte delle sue azione, pagando quindi chi le possiede al momento) portandolo a 3,8 miliardi di euro in tutto.

L’amministratore delegato, Claudio Descalzi, ha commentato: “Gli eccellenti risultati conseguiti nel terzo trimestre derivano dalla forza del nostro modello operativo e dai selettivi investimenti nel nostro portafoglio ampiamente diversificato di asset competitivi”, dicendo che l’azienda continuerà ad assicurare ai clienti “forniture energetiche sostenibili, sicure e sempre più decarbonizzate”, per quanto la scoperta e l’estrazione di idrocarburi sia aumentata.

Il governo valuta un aumento delle imposte con la Manovra 2027
Non è una sorpresa che le aziende energetiche vedano un forte aumento degli utili, visti i rincari causati dallo scoppio della guerra in Iran. Anche per questo il governo Meloni, che nella prossima legge di bilancio dovrà affrontare il caro energia con delle risorse molto limitate (al netto delle trattative in corso con l’Europa), sta valutando un aumento delle tasse.

L’ipotesi in lavorazione sarebbe quella di prolungare un aumento dell’IRAP del 2% (dal 3,9% al 5,9%) anche per il 2028 e il 2029. La mossa arriva anche perché il contributo dalle banche, su cui l’esecutivo punta parecchio, si sta rivelando più complicato del previsto. Carlo Messina, di Intesa Sanpaolo, ha dichiarato pubblicamente di essere sorpreso e ha spinto, appunto, ad allargare eventualmente la misura a tutte le grandi aziende “con un dibattito trasparente”. Rinunciare a quei fondi, al momento, non è un’opzione per il governo: la legge di bilancio ha già poche risorse a disposizione.

Le aziende contrarie, Bonelli (Avs): “Serve una tassa straordinaria”
Elettricità Futura, l’associazione aderente a Confindustria che riunisce produttori, distributori e fornitori di energia ha già contestato la possibile misura, però, Ieri il presidente Salvatore Pinto ha dichiarato: “Siamo preoccupati, se si confermasse tale scelta si colpirebbe il maggior investitore industriale del Paese”. E ha concluso: “Ricordiamo che il nostro settore è pronto a investire nei prossimi dieci anni 200 miliardi con evidenti benefici per famiglie e imprese, ma a patto che ce ne siano le giuste condizioni. E nuove tasse non sono condizioni favorevoli agli investimenti”.

Dalla politica, però, la spinta arriva. Anche dalle opposizioni. Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi-Sinistra, ha sottolineato la situazione di ENI: “Questi profitti nascono dalla crisi energetica e dall’aumento del prezzo del petrolio. Sono soldi usciti dalle tasche degli italiani alla pompa di benzina e in bolletta. Mentre l’Italia diventa più povera, il governo Meloni consente l’arricchimento delle società energetiche ai danni degli italiani”. E ha chiesto: “Va introdotta una tassa straordinaria sui profitti delle società energetiche, con i proventi destinati a ridurre le bollette delle famiglie con redditi bassi e medi e i costi energetici delle piccole imprese, e a finanziare la transizione verso l’elettrico e le rinnovabili”. Il governo Meloni, ha concluso Bonelli, “è responsabile della crisi sociale perché ha scelto di stare dalla parte dei petrolieri invece che da quella degli italiani: ha usato i soldi pubblici per tamponare l’emergenza, invece di far pagare chi si è arricchito, e continua a tenere il Paese legato a gas e petrolio, che sono la causa del caro energia”.


In tutta Italia ci sono oltre cento scuole e università occupate


(Alberto Biondi – lindipendente.online) – Nelle ultime tre settimane gli studenti italiani hanno dato vita alla più estesa ondata di occupazioni scolastiche e universitarie degli ultimi anni. Da Torino a Palermo, passando per Roma, Firenze, Bologna e Napoli, licei, istituti tecnici e sedi universitarie sono stati presi in mano da chi li frequenta, per chiedere edifici sicuri, più fondi all’istruzione e meno alle armi, e per opporsi al tetto agli alunni stranieri voluto dal governo. Un fenomeno che sui grandi media trova spazio soprattutto quando un corteo degenera in scontri, mentre la sua reale dimensione resta in ombra.

Un conteggio esatto non esiste. Tuttavia, sommando i casi documentati dalla stampa nelle principali città si superano già le 60 scuole, a cui vanno aggiunti gli atenei e gli istituti dei centri minori, per un totale che con ogni probabilità supera il centinaio. Il punto di partenza è stato Torino, dove il 5 ottobre sono stati occupati il liceo Regina Margherita e l’istituto Carlo Ignazio Giulio. Nel giro di dieci giorni le scuole superiori occupate in città erano diventate una ventina, con altri istituti in agitazione nella cintura, da Moncalieri a Chieri. A Roma, dopo il Cavour e il Newton, solo tra il 19 e il 20 ottobre sono stati occupati otto istituti, dal Plinio al Morgagni, dal Montessori al Rossellini, il cui collettivo denuncia aule allagate e bagni inagibili e una scuola «diventata una caserma dove arrivare con un ritardo di cinque minuti a scuola può provocare sanzionamenti, così come l’alzare la testa portando il dissenso tra le mura scolastiche». A Firenze gli istituti occupati sono arrivati a 14 tra città e area metropolitana, con studenti che promettono: «Andremo avanti finché non ci ascolterete».

La mappa non si ferma alle grandi città del Centro-Nord. A Napoli, dopo il liceo Tito Lucrezio Caro, occupato anche contro il progetto di un CPR (i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, dove vengono trattenuti i migranti in attesa di espulsione) a Castel Volturno, sono stati occupati l’Umberto, il Mercalli, il Sannazaro e il Genovesi e la protesta ha raggiunto l’università, con Palazzo Giusso dell’Orientale e due sedi della Federico II occupate contro il carovita. A Bologna dopo il liceo Laura Bassi è toccato al liceo scientifico Copernico, mentre il Rosa Luxemburg è stato occupato e il Minghetti bloccato. A Milano il corteo del 16 ottobre si è concluso con l’occupazione dell’ex obitorio di via Francesco Sforza, edificio vuoto destinato all’Università Statale, mentre a Genova le scuole occupate sono state tre. In Sicilia, a Palermo gli studenti dei licei Umberto I e Vittorio Emanuele II dormono a scuola e resteranno fino a venerdì, mentre altri cinque istituti sono in stato di agitazione. A Catania gli studenti del liceo Boggio Lera hanno avviato l’autogestione, cioè la gestione diretta delle attività didattiche, per spezzare quello che chiamano un «immobilismo storico giunto al limite».

Le rivendicazioni sono omogenee da un capo all’altro del Paese. Al primo posto c’è l’edilizia scolastica, con infiltrazioni, riscaldamento guasto e piani interi dichiarati inagibili. Subito dopo la richiesta di spostare risorse dalla spesa militare alla scuola, riassunta nello slogan «più soldi per la scuola e meno per le armi» che a Firenze diventa la proposta concreta di trasferire 10 miliardi all’istruzione pubblica. Ovunque si contesta il decreto del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che rende vincolante il limite del 30% di alunni che non parlano bene l’italiano in ogni classe, con il trasferimento degli altri in scuole vicine. Poi il carovita, la cosiddetta «scuola-caserma», cioè regolamenti disciplinari sempre più rigidi e il nuovo voto in condotta che può costare la bocciatura, lo stop ai percorsi di formazione scuola-lavoro e l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva in classe. Tra gli universitari, l’Unione degli Universitari ha piantato le tende davanti a una decina di atenei chiedendo, tra l’altro, 4 miliardi per alloggi pubblici, in un Paese in cui mancano 236.000 posti letto per studenti.

Le occupazioni sono la parte più visibile di una mobilitazione più ampia, che si ispira apertamente alla rivolta delle scuole francesi («facciamo come in Francia» è lo slogan più diffuso) e si inserisce in un’ondata di proteste giovanili che sta attraversando molti Paesi del mondo. Il 16 ottobre lo sciopero studentesco convocato da OSA, Cambiare Rotta, Rete degli Studenti Medi e Fridays for Future ha portato in piazza migliaia di giovani in decine di città, da Roma – dove la questura ha contato 5.000 persone e gli organizzatori 20.000 – a Bari e Cagliari, mentre OSA rivendica 400.000 partecipanti in tutta Italia. La risposta delle istituzioni si è concentrata sull’ordine pubblico e sulla repressione. A Milano, dopo gli scontri del 17 ottobre, i fermati sono stati oltre 200, quasi tutti minorenni. Gli studenti, intanto, guardano avanti: per questo sabato 24 ottobre sono previsti cortei in almeno otto città, mentre il 30 ottobre aderiranno allo sciopero generale proclamato dall’USB e il 20 novembre torneranno in piazza per lo sciopero studentesco europeo contro la guerra, lo stesso giorno in cui la CGIL ha convocato il proprio sciopero generale.


Le infiltrazioni d’ignoranza


(Stefano Rossi) – Sui disordini nelle manifestazioni a Milano.

Il ministro della Difesa Crosetto al Defense Procurement Forum a Roma: “I fatti di Milano e di altre parti d’Italia sono profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche e sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube senza che l’Occidente se ne renda conto ed in qualche modo reagisca”.

Sui disordini dovuti allo sciopero dei trasportatori.

Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida: “I blocchi sono illegali perché violano le norme in vigore e danneggiano consumatori e imprese. Abbiamo evidenze che alcuni dei protagonisti hanno precedenti penali. Il rischio di infiltrazioni criminali è reale”.

Dichiarazioni avulse dalla realtà e dal disagio che opprimono molte categorie di lavoratori e studenti. Facile tirare in ballo Russia, Cina e criminalità senza uno straccio di prove!

Sono poi quelli che, in Consiglio dei ministri, hanno votato alcune norme del tutto inutili e fuorvianti come quelle che, se un minore danneggia dei beni altrui, pagheranno i genitori. Pazzesco ricordare che, almeno dal 1942, ci sono già norme che prevedono questo!

Sono poi quelli che avrebbero deciso di estendere, in favore dei militari, le funzioni della polizia giudiziaria. Dimenticando, o meglio, senza sapere che, quelle funzioni sono gradate nei ruoli di agente e ufficiale di polizia giudiziaria per polizia, carabinieri, finanza e polizie municipali e vengono svolte solo dopo aver superato mesi di corsi e studi.

In questi uffici ci sono funzionari, dirigenti e ufficiali che sono, o sono stati, ufficiali di P.G., i quali, alla bisogna, possono sempre dare consigli e ordini proprio nello svolgimento di quelle funzioni ai sottoposti.

Ora, immaginiamo un caporal maggiore con quelle funzioni che dovrebbe procedere ad una perquisizione nell’ipotesi di sospettare di trovare arnesi da scasso dentro una macchina. Può procedere preventivamente o deve attendere l’ordine del procuratore? In caso di dubbio non potrà avere consigli dal suo capitano o maggiore, i quali, per definizione, non hanno mai svolto quelle funzioni.

Senza contare la follia di un esercito senza le funzioni di polizia giudiziaria, ma con 500 militari, di basso grado che, invece, godono di quelle funzioni.

L’idea malsana, guarda caso, era di Matteo Salvini. E ho detto tutto.

Ancora una volta, è dovuto intervenire Mattarella a ricordare, a questi cialtroni, che non era il caso di estendere le funzioni di P.G. ai militari.

Chiude questa mesta rassegna di incompetenza, il compito che si è voluto dare un certo Bruno Vespa. Dall’alto dei suoi 82 anni, ha pensato bene di chiamare nella sua trasmissione la 24enne,  Sabrina Brizzola, che dorme in una tenda a Piazza del Popolo a Roma. Lei è la rappresentante dell’Unione degli Universitari che svolge un ruolo che da fastidio a questo governo e Vespa non poteva perdere questa occasione.

Mentre lei parlava di un diritto allo studio negato per le alte tasse universitarie e altro, lui è intervenuto duro: “La prego di vedersi le statistiche, c’è il massimo recupero storico di abbandono scolastico. Abbiamo un anno di anticipo rispetto ai target dell’Unione Europea. Quando parlate, voi giovani, documentatevi prima”.

Tutto vero, ma che c’entra con il diritto allo studio di chi non abbandona le scuole, anzi, vuole iscriversi all’università?

Vedo un mondo di boomer del tutto arroccati nei loro palazzi sempre in difesa, pronti ad attaccare al minimo segnale di stress senza voler capire, comprendere, senza alcun confronto con i giovani.


Guardia Sanframondi: Premio Bacco 2026 a Luciano Pignataro


 E’ in nome di Bacco che domenica 27 settembre u.s. in occasione della 4° edizione di “GustaGuardia” svoltasi in piazza Castello  è stato premiato il famoso giornalista e Wine&food Blog Luciano Pignataro a cui è stato conferito il “Premio Bacco”  (rappresentato da un’opera in ceramica realizzata ad hoc dal maestro d’arte Pietro Marcuccio)  per  “l’impegno profuso in questi anni nella  diffusione della cultura enoica”.

Il premio è stato ideato 10 anni orsono dalla “Casa di Bacco” per promuovere la cultura del vino (intesa come bere responsabile) e come antidoto in contrapposizione alla cultura dominante (specie fra i giovani) dei cocktail,  dei superalcolici e della droga che appaiono sempre più diffusi e rappresentano la vera causa di tanti fenomeni di devianza sociale.

Il senso del premio sta proprio nel mix di impegno appassionato e convinto per il cosiddetto nettare degli dei e carriere importanti. Merito e riconoscimento. Un modo per esaltare le eccellenze del Paese impegnate nel difendere un’identità non solo territoriale ma anche culturale.

Inoltre, la  cerimonia di premiazione è stata arricchita dal convegno “Viticoltura tra clima e mercato. Carbon Farming, redditività e futuro del vigneto sannita” che ha visto la partecipazione del sindaco di Guardia Sanframondi, Raffaele Di Lonardo e di Fiorenza Ceniccola, vicesindaca ed amministratrice della Casa di Bacco. Con loro, oltre a Luciano Pignataro anche il giornalista e divulgatore  della cultura vitivinicola sannita Pasquale Carlo.     

Infine, la serata è stata deliziata dalla “braciata” gentilmente offerta da “Macellerie Maddaloni” che ha messo in funzione, per la prima volta, l’originale braciere ideato dalla Casa di Bacco; è stata allietata dalla musica di “Antonio”  e resa indimenticabile da “Magic Victor” che ha incantato il folto pubblico presente con le sue performance magiche.

Il prossimo appuntamento di GustaGuardia è fissato per sabato 31 ottobre p.v. e sarà caratterizzato dalla presentazione del libro:

“La Scuola Filosofica Sannita” di Giancristiano Desiderio.

La Casa di Bacco


Stronzate costruite a tavolino


(Andrea Zhok) – La narrazione del Fronte Eurobellicista e degli organi di stampa a gettone sulle proteste in corso è la seguente:

1) Questa sarebbe la “rivolta dei maranza”.

Anche se la maggior parte di chi protesta sono Italiani in Italia, Francesi in Francia, Greci in Grecia, Albanesi in Albania, Spagnoli in Spagna, ecc. le uniche foto che circolano sono quelle dei maranza che saccheggiano i negozi. Per trovare dichiarazioni politiche, contestazioni del carovita, richieste di sostegno al welfare, ecc. bisogna setacciare il web. L’immagine che si vuole imporre è quella della rivolta degli ingrati del sistema, ospitati per puro spirito di carità, ed ora incapaci di accettare le leggi di chi li ospita.

2) Questo sarebbe un momento dello “scontro di civiltà”.

I maranza sono l’avanguardia degli islamici per la conquista del potere in Europa. Qui si fa appello alle (sacrosante) istanze di autopreservazione della popolazione locale rispetto a movimenti migratori incontrollati, incidentalmente, movimenti VOLUTI DAGLI STESSI CHE PROMUOVONO LA GUERRA.

Il quadretto è:

“Invasione della barbarie islamica fancazzista” VS “Cittadini virtuosi che alzano la serranda ogni mattino e sopportano eroicamente i sacrifici che la patria richiede”.

3) Abbiamo le mani legate, lasciateci mettere ordine.

L’apparato repressivo messo in campo negli ultimi anni sul piano giuridico, per limitare il diritto di sciopero, il diritto di manifestazione, il diritto di protestare in qualunque forma, viene ora presentato come un sistema timido, che soffre dei troppi lacci e lacciuoli, e non consente di tornare ai bei tempi in cui il generale Bava Beccaris usava l’artiglieria pesante su chi protestava contro il carovita (allora si trattava del prezzo del pane).

Qui qualche inflitrato strategico serve a giustificare la repressione.

Una semplice conclusione

Chi si beve questa pila di stronzate costruite a tavolino merita di restare in catene per tutta l’eternità.

E se ciò non accadrà, non accadrà solo grazie a quelli che, al posto loro, hanno disturbato il manovratore.


Trump insiste: “Dopo golfo e lago ci servono un fiume e un oceano”


IRONIA TRUMP, ‘PENSO DI AVER IL DIRITTO DI CORRERE DI NUOVO PER LA PRESIDENZA’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “Penso, ma non sono sicuro al 100%, di non poter correre di nuovo. Ma ci hanno ingannato la seconda volta e quindi penso di avere il diritto di correre di nuovo. Abbiamo vinto tre volte”. Lo ha detto scherzando Donald Trump nel corso di un comizio in Iowa riferendosi alla sua vittoria nel 2020. La costituzione americana prevede che un presidente non possa effettuare più di due mandati.

TRUMP, ‘ANDATE A VOTARE E I PROSSIMI DUE ANNI SARANNO MIGLIORI’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “L’età dell’oro è arrivata, ma dovete andare a votare per rendere i prossimi due anni migliori”. Lo ha detto Donald Trump lodando il movimento Maga. “E’ senza precedenti, nessuno ha mai visto una cosa del genere”, ha messo in evidenza.

TRUMP INSISTE, ‘DOPO GOLFO E LAGO CI SERVONO UN FIUME E UN OCEANO’

(ANSA) – NEW YORK, 22 OTT – “Abbiamo un golfo e un lago. Stiamo cercando un fiume, mi piacerebbe l’Hudson ma non penso di farcela. Ci serve anche un oceano: pensate se l’Atlantico diventasse l’Oceano dell’America. Ho anche chiamato al riguardo l’amministratore delegato di Google”. Lo ha detto Donald Trump nel corso di un comizio in Iowa.