
(di Ettore Licheri * – ilfattoquotidiano.it) – In queste settimane c’è una comunità politica che si interroga su quale sia il metodo migliore per designare il proprio leader. Un tema complesso e delicato che rimanda ad uno dei nodi più antichi del pensiero occidentale: è davvero possibile coinvolgere i cittadini nelle decisioni pubbliche e renderli protagonisti delle scelte compiute nel loro interesse?
Jean-Jacques Rousseau nel suo Contratto sociale osservava che un popolo smette di essere libero quando delega interamente ad altri la formazione della propria volontà politica. Di medesimo avviso era anche Alexis de Tocqueville secondo cui la salute di un ordinamento democratico si misura dall’abitudine dei cittadini a partecipare alla vita pubblica quotidiana .
Riflessioni datate nel tempo, certo, ma mai così attuali. Assistiamo infatti ad un crescente astensionismo che sta minando alle radici la nostra democrazia. Esiste una massa crescente di cittadini che non si riconosce nell’attuale offerta politica e, per questo, sempre più esposta all’irruzione del leader di moda o del premier di turno. Non è difficile coglierne la ragione. La supremazia dell’economia sul diritto e sulla politica diventa ogni giorno più schiacciante e pervasiva. Ciò che è accaduto negli Stati Uniti con Donald Trump rivela quanto ormai sia stretta la saldatura tra i potentati economici, gli apparati tecnocratici e le élite dirigenti dei partiti. La stessa destra al governo in Italia, che un tempo si dichiarava sensibile ai bisogni delle fasce più povere, si è di fatto mostrata tanto spietata con i più deboli quanto servile e accondiscendente verso le gerarchie economiche e le burocrazie europee. Non deve perciò stupire che la politica non sia più vista come la chiave per risolvere i problemi del nostro tempo. Siamo così all’esito naturale di una rappresentanza che ha smesso di rappresentare.
Un processo di regressione democratica, forse irreversibile, ma che si può tentare di arrestare in un solo modo: restituendo concretezza al concetto di “uguaglianza politica” che la nostra Costituzione sancisce e che decenni di liberismo sfrenato e fallimentare hanno spazzato via. A tal fine però, è imprescindibile che la superficialità dell’attuale dibattito non riduca, come invece sta accadendo, il tema “primarie sì, primarie no” ad uno sterile gioco di espedienti o tatticismi. Le primarie non sono uno stratagemma ed il metodo con cui individuare chi guiderà la nascente comunità progressista, per essere democraticamente credibile, dovrà misurarsi con l’essenza più profonda della vita di una nazione: l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini.
C’è una rete di comitati, associazioni, movimenti studenteschi, che chiede di partecipare a pieno titolo alla difesa dei valori della Costituzione italiana, chiede di sfidare ogni forma di corporativismo e di politica classista, chiede di schierarsi contro quella politica cieca e opportunista che vorrebbe l’Europa trasformata in un’economia di guerra. Il popolo dei centomila, sceso a Roma in un caldo pomeriggio di un anno fa per inneggiare alla pace, ha dimostrato di essere più avanti di tanti esperti dirigenti politici. Con il referendum di marzo, molti giovani sono tornati al voto perché interpellati nelle loro coscienze. Gli appelli all’unità servono quindi a ben poco: si vincerà soltanto se si sarà capaci di includere questo patrimonio di forze oggettive in un progetto condiviso.
C’è un capitale di esperienze che reclama ascolto: è tempo di aprirci al nuovo progressismo sociale ripartendo dalla partecipazione attiva della cittadinanza che la nostra Costituzione riconosce e promuove come leva di crescita politica e civile. Da qui prenderà forma la nuova Alleanza per la Costituzione.
* Vice Presidente del Movimento 5 Stelle
Su Rai3 è tornato «Lo Stato delle Cose» con la consueta retorica ed enfasi sul suo ruolo da giornalista

(di Aldo Grasso – corriere.it) – È tornato «Lo Stato delle Cose» condotto da Massimo Giletti, sono tornate le sue grandi, eroiche inchieste: il caso Lavitola-Ranucci e Garlasco. Nonostante Michele Santoro (mai una parola contro Putin!) abbia sottolineato come «Report» e Ranucci siano una risorsa della Rai da difendere, Giletti ha pensato bene di gettare altro olio sul fuoco (Rai3).
Con la consueta retorica e l’enfasi sul proprio ruolo di giornalista, Giletti appartiene a quella categoria di conduttori televisivi che non si limitano a raccontare una storia: raccontano anche, e soprattutto, quanto sono bravi e coraggiosi a raccontarla. Il cronista finisce così dentro la cronaca, spesso davanti alla cronaca. Ogni dubbio viene esibito come un atto di coraggio, ogni domanda come una sfida al potere, ogni collegamento come un’incursione sul fronte.
La sua tv è un minestrone in cui Africa nera, cronaca nera, politica, dolore e complotti cuociono insieme, perché la gerarchia delle notizie conta meno della loro capacità di produrre reazione. Giletti non sembra chiedersi soltanto «che cosa è successo?», ma anche, e forse soprattutto, «che effetto fa se lo racconto così?».
È qui che nasce il cosiddetto «metodo Giletti»: gettare un sasso nello stagno e poi osservare, compiaciuto, le onde. Un’intercettazione, un testimone, un sospetto, una pagina di diario, una rivelazione annunciata, una pista laterale: tutto concorre a creare l’impressione che stia per accadere qualcosa di decisivo. Ma spesso l’inchiesta si arresta proprio sulla soglia della verifica. Il dubbio, da strumento dell’indagine, diventa il prodotto finale del racconto.
Giletti sembra vivere dentro una continua rappresentazione di sé: il cronista coraggioso, l’uomo che non si piega, quello che «va a vedere», che «mette le cose in fila», che ha «la schiena dritta». La postura, insomma, è diventata contenuto.
E così l’ostentazione del coraggio finisce per assomigliare più al narcisismo che alla forza d’animo. Il conduttore entra nella notizia, la occupa, la interpreta. Fino al paradosso finale: Giletti diventa il personaggio principale di ogni storia che dovrebbe raccontare.

(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Le leggi elettorali denunciano, fin dal loro nome, una scarsa propensione alla serietà da parte di chi le crea: Porcellum, Italicum, Rosatellum e adesso Stabilicum. Vi immaginate i padri costituenti che chiamano l’articolo 3 Egualitellum? Quando quel toscanaccio di spirito del professor Sartori, proprio su questo giornale, battezzò Minotauro la riforma semi-maggioritaria del 1993 per segnalarne la natura ibrida, vi affiancò il nome dell’autore, l’attuale presidente della Repubblica, con tanto di desinenza neutra in latino: Mattarellum. Ma il suo voleva essere un sorriso. Invece i politici hanno trasformato una battuta in una tendenza.
Un «um» dopo l’altro, siamo ormai alla deriva grottesca e involontariamente autoironica, perché la stabilità a cui allude l’ultimo latinorum del governo è smentita dalla realtà. L’Italia è l’unico posto al mondo dove la legge elettorale non è uno smoking di taglia media, sempre uguale a sé stesso nel tempo, chiunque lo indossi. Solo da noi si pretende di farne un abito stagionale, ma di sartoria, tagliato su misura per il corpo della maggioranza del momento. Il problema è che, mentre il sarto lo confeziona, quel corpo è già cambiato: il 42%, con cui lo Stabilicum consente a chi vince le elezioni di prendere il 55% dei seggi ed eleggersi il successore di Mattarella (senza «um») era stato pensato per un Salvini extralarge e un Vannacci slim. Ancor prima di uscire dalla sartoria, gli andrebbe dunque già rifatto l’orlo: il famoso Tagliaecucitellum.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Consiglieremmo a Conte e Schlein, impegnati nella costruzione del cosiddetto Campo largo per battere le destre, di volare un po’ più in alto per i prossimi mesi: è allucinante che due partiti che si dicono progressisti stiano litigando perché la segretaria del Pd ha pensato bene di non osteggiare l’emendamento di FdI alla legge elettorale che impone un’abnorme raccolta-firme ai movimenti privi di eletti in Parlamento, tra i quali incidentalmente la lista centrista Progetto civico, guidata dall’assertivo assessore di Roma Onorato e partorita dalla mente di Bettini per arginare Renzi e le altre frattaglie centriste. Onorato serve a captare i voti dei moderati, ci spiegano illuminati commentatori, come avrebbe dovuto fare il “magnete” Calenda ai tempi di Enrico Letta; e se invece si lasciassero i moderati al loro destino e si spingesse di più su soluzioni radicali, popolari e socialiste nel senso nobile del termine, al fine di riconquistare i voti di quel 50% di italiani che non vanno più a votare?
[…]
Prima che Conte e Schlein, coi relativi sostenitori, arrivino alle schioppettate di Winchester come nei saloon, ma anche solo per non darla vinta ai sedicenti riformisti di ogni risma, si accolgano le riflessioni che seguono come un contributo per fluidificare le operazioni. I due leader si mettano d’accordo su un programma di sei-sette punti imprescindibili, che suggeriamo di seguito.
1) Più fondi alla Sanità pubblica: assunzioni massive e aumento degli stipendi a personale medico e paramedico per ridurre le liste d’attesa; aumento dei posti letto; riforma dell’intramoenia (se fai il medico nel pubblico, lavori anche al pomeriggio nel pubblico; non ti fai pagare privatamente dai cittadini usando strumentazioni e locali pubblici); riforma del regime dei medici di famiglia, che devono essere dipendenti statali ben pagati e messi nelle condizioni di tornare a visitare i pazienti; istituzione di strutture ospedaliere light per le emergenze; controlli fiscali su strutture e specialisti privati.
2) Salario minimo, 12 euro l’ora per tutti i lavoratori. Abolizione del Jobs Act. Bonus alle imprese che assumono donne e giovani a tempo indeterminato.
3) Ripristino incondizionato del Reddito di cittadinanza, eliminato dal governo Meloni col consenso dei renziani disseminati nelle Istituzioni e sui media.
4) Lotta all’evasione fiscale: tassazione severa degli extraprofitti e dei proventi delle Big tech (noi saremmo anche per la patrimoniale per gli ultra-ricchi, ma vedano loro).
5) Ministero del Clima e della transizione ecologica (vera, non quella del “grillino” Cingolani): incentivi sulle energie rinnovabili per famiglie e imprese.
6) Ministero della Diplomazia e del Disarmo, che si occuperà di percorrere e costruire tutti i percorsi di pace possibili per favorire il dialogo tra le nazioni e la non-proliferazione bellica e nucleare. Ministero per l’IA e la tecno-etica, composto da scienziati, filosofi, linguisti e consulenti super-partes (se non si sa dove mettere le mani, si legga l’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV). Ministero per l’Immigrazione, che con l’Interno e il Lavoro gestirà i flussi e le procedure di “integrazione” dei migranti nel tessuto sociale e lavorativo italiano.
7) Annullamento dei contratti e dei lavori in essere per le grandi opere inutili e/o dannose, dal Ponte sullo Stretto al Tav Torino-Lione. Forti politiche di tipo keynesiano per assorbire la forza-lavoro disimpiegata.
[…] E i temi su cui i due leader non sono d’accordo? Facile: si fanno le primarie, la trovata che il Pd ha copiato ai dem americani. Con le primarie si decide il candidato premier, cioè colui o colei che dovrà sfidare il centrodestra alle elezioni. Saranno i cittadini a decidere qual è il programma più vicino al loro governo ideale. Ciò determina, e risolve, anche la posizione della coalizione in politica estera: se io voglio che a sfidare Meloni & Co. sia una coalizione contraria all’invio auto-lesionista di armi all’Ucraina, alle primarie voterò Conte; viceversa, se voglio che l’Italia continui a comprare armi dagli Usa per inviarle gratis a un paese belligerante che non appartiene né alla Ue né alla Nato, allora voterò Schlein. Come governeranno insieme i due partiti? Rispettando la volontà popolare (spoiler: solo il 18% degli italiani è favorevole all’invio di armi). E i “riformisti del Pd”, atlantisti-sionisti, che dissentono con l’ala pacifista del partito e tantopiù con Conte in merito alla partecipazione dell’Italia alle guerre della Nato e al riarmo europeo per 800 miliardi in vista di una guerra contro la Russia? Semplicissimo: lascino il Pd e vadano con Calenda, o si facciano un partito loro e lo chiamino “Movimento bellico-riformista”, e chiuso il discorso.
Suggeriamo anche di rinominare la coalizione sostituendo il trito e gazzettiero “Campo largo” con il più serio e popolare “Alleanza per la Costituzione”.
La polemica. Nei libretti di via Solferino prevale Fallaci (per questo i parenti del giornalista avevano detto di no alla ristampa degli articoli)

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] La censura più insidiosa è, come è noto, l’autocensura. Quella che spinge a tacere, rimuovere o dire il falso. Perfino a manipolare la propria stessa storia, per apparire più in sintonia con il presente (non importa quanto nero), e con il potere (ancora, non importa quanto nero). È questa la morale della scandalosa operazione editoriale del Corriere della Sera nei due libretti stampati per il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre: Oriana Fallaci, Tiziano Terzani: il confronto. Tanto scandalosa che la famiglia Terzani aveva disapprovato esplicitamente il senso dell’intera operazione, facendo ribadire per iscritto, in una ultima mail del 1º settembre, “il no degli eredi Terzani alla pubblicazione”. Incredibilmente, il Corriere ha deciso di passare come uno schiacciasassi sulla volontà dei legittimi rappresentanti dell’eredità letteraria del suo grande giornalista. I Terzani contestano, a ragione, il carattere manipolatorio dell’operazione: “Manca – scrivono – il primo articolo di Terzani del 15 settembre che iniziò il dibattito, e ciò distorce in maniera essenziale la prospettiva del dibattito stesso”. Il fine della distorsione è dare il posto d’onore a Oriana Fallaci, spingendo il lettore (come fa il “Corriere” di oggi) a identificarsi nel suo punto di vista, minorizzando invece quello di Terzani in un controcanto di risposta. Il libro si apre, appunto, con il famigerato editoriale di Fallaci (29 settembre 2001) su La rabbia e l’orgoglio come se prima non ci fosse stato nulla; nel titolo, Fallaci viene prima di Terzani, e anche l’imbarazzata prefazione del direttore di allora, Ferruccio de Bortoli, presenta gli articoli di Terzani come “risposte a La rabbia e l’orgoglio”. Ebbene, non fu così. Solo cinque giorni dopo l’11 settembre, mentre Bush già annunciava la crociata contro l’Islam, Terzani intervenne con straordinaria lucidità: proprio quella che viene negata al lettore del Corriere di oggi, che non deve nemmeno sospettare che idee tanto pacifiste, e tanto svincolate dalla retorica dell’Occidente-luce-del-mondo, ebbero un giorno posto su quella prima pagina. Terzani ruppe il suo lungo silenzio per dire che la tragedia dell’11 settembre non andava solo condannata, ma anche compresa: “Ciò non significa confondere le vittime con il boia, significa solo rendersi conto che, se vogliamo capire il mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme, e non solo dal nostro punto di vista”. Il che voleva dire che non si poteva guardare a quel bombardamento sull’America senza guardare anche a tutti i bombardamenti dell’America su paesi islamici: ancora una volta non per giustificare, ma per comprendere. E, una volta compreso, per rendersi conto che la reazione non avrebbe potuto essere un’azione compiuta da noi (occidentali) contro gli altri (l’islam): ma, al contrario, una profonda azione su noi stessi, un cambiamento, una rivoluzione. Così, Terzani proponeva di ribaltare la prospettiva: l’unica reazione sensata alla tragedia dell’11 settembre sarebbe stata non la guerra, ma la pace: “Questo è il momento di fare finalmente la pace, a cominciare da quella tra israeliani e palestinesi”. E aggiungeva: “Se davvero crediamo alla santità della vita, allora dobbiamo credere alla santità di tutte le vite”, perché “finché penseremo di avere il monopolio del bene, fino a che parleremo della nostra come della civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. “Più che rimuovere i terroristi – ragionava – sarebbe più saggio rimuovere le ragioni” che spingevano tanti giovani a immolare la loro vita suicidandosi in folli e mostruosi attentati suicidi. Terzani sapeva bene come sarebbe andata a finire: “E invece guerra sarà”. La guerra era di fatto già cominciata, nella testa e soprattutto nelle viscere dei commentatori occidentali: quelli italiani, seguendo un copione eterno, reagirono massacrando non le idee, ma la persona di Terzani, definito (come se fosse un’offesa!) un “profeta disarmato” da Mario Pirani su Repubblica, e addirittura “una persona dalla faccia orientalizzata” da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera. Gli attacchi a Terzani si moltiplicarono, culminando proprio nella sguaiata risposta che Oriana Fallaci pubblicò sul Corriere il 29 settembre con il titolo trash La rabbia e l’orgoglio: la più invasata e fanatica chiamata alle armi per una guerra di civiltà che difendesse i valori occidentali da una non-cultura, quella islamica, che secondo l’autrice meritava solo disprezzo. Una tirata a tratti esplicitamente razzista, in cui le moschee italiane venivano dette piene di “mascalzoni” in attesa di far saltare in aria la Cupola di San Pietro, e che legava oscenamente immigrazione e terrorismo, invocando la difesa dell’identità italiana: insomma un manifesto di quelle che già erano, e ancor’oggi sono, le più estreme posizioni delle più estreme destre occidentali, spesso neofasciste o neonaziste.
[…]
Oggi, venticinque anni dopo, paghiamo ancora il prezzo del fatto che prevalsero le idee di Fallaci, e non quelle di Terzani. Ed è tanto evidente che perfino un presidente americano purtroppo non certo sospettabile di ‘pacifismo’, Joe Biden, dopo il 7 ottobre 2023 ammonì inutilmente Netanyahu in questi termini: “Ma vi avverto: anche se sentite questa rabbia, non lasciatevi consumare da essa. Dopo l’11 settembre, negli Stati Uniti eravamo arrabbiati. E mentre cercavamo giustizia e l’abbiamo ottenuta, abbiamo anche commesso degli errori… La grande maggioranza dei palestinesi non è Hamas. Hamas non rappresenta il popolo palestinese”. Terzani lo aveva scritto non 22 anni, ma cinque giorni dopo l’11 settembre: “Dipende da quel che noi faremo, da come reagiremo a questa orribile provocazione, da come vedremo la nostra storia di ora nella scala della storia dell’umanità, il tipo di futuro che ci aspetta”. Il lucido realismo di questa visione fu allora giudicato inerme pacifismo, anzi quasi intelligenza col nemico e tradimento, mentre l’assatanata predica della crociata di Fallaci parve l’unica strada giusta: ma era il suicidio morale dell’Occidente, nelle cui conseguenze siamo oggi immersi fino al collo.
[…] Rispondendo, qui davvero, alla Fallaci, Terzani affermò con forza che “in questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace”. Per il blocco di interessi che il Corriere della Sera di oggi rappresenta, è invece ancora un crimine: al punto di truccare le carte, nascondendo quel primo, cruciale articolo di Terzani. Un articolo che oggi, su quelle pagine così in sintonia con i nazionalismi armati e le loro guerre, non uscirebbe mai.
Il leader 5 Stelle in tv insiste: “All’Italia serve una svolta in politica estera”. Alla kermesse Nova un voto della base per legittimare la linea su Kiev

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – Per dare forza ai punti programmatici del M5S da portare sul tavolo della coalizione di centrosinistra, durante la due giorni di Nova a Milano questo fine settimana, ci sarà anche una votazione della base. Una sorta di mandato, oppure più votazioni, punto per punto, non è stato ancora deciso nel dettaglio. Una legittimazione scontata sul piano degli esiti finali, anche perché i temi e le proposte messe nero su bianco saranno l’esito del percorso di ascolto e assemblee territoriali avviate a giugno e dove il 44 per cento dei partecipanti, in realtà, non era neanche iscritta al Movimento. Ma sarà un voto che politicamente servirà a Giuseppe Conte per rafforzarsi di fronte agli alleati.
Nel centrosinistra c’è molta attesa per capire quale sarà il punto di caduta sul tema degli aiuti all’Ucraina. Ieri l’ex presidente del Consiglio è tornato sull’argomento a Di Martedì: «C’è una escalation equamente distribuita da entrambe le parti. Noi dovremo cambiare completamente la nostra politica estera per restituire dignità all’Italia e all’Europa. Cosa stiamo mandando all’Ucraina se non abbiamo nemmeno i soldi per la università e l’istruzione? Le armi le abbiamo mandate, come abbiamo aiutato la popolazione ucraina? Se mandiamo le armi in che cosa caratterizziamo il nostro essere progressisti?». Aggiunge Conte: «Oggi ormai sta prevalendo la legge del più forte, non c’è più neppure un orizzonte di sicurezza e di pace, ma solo del riarmo che crea un’illusione di sicurezza perché ci sta facendo rotolare in guerra. Allora dico, fino ad adesso la vostra scommessa per la vittoria militare l’avete fatta, è fallita. Adesso dateci un mandato per cambiare». È una posizione sulla quale non c’è alcuna discussione interna, ampiamente condivisa. «L’invio di armi sta solo gettando benzina sul fuoco di un conflitto che miete vittime. Se gli italiani decideranno di dare fiducia al campo progressista, il campo progressista dovrà andare contro quello che sta facendo il governo sul riarmo», ribadisce il vicepresidente dei 5 Stelle, Michele Gubitosa, parlando al Giornale Radio. Ora resta da capire se porla a Pd e Avs come linea invalicabile o se c’è spazio per un terreno di confronto, mediazione.
Sabato pomeriggio il dibattito sul tema della pace sarà sviluppato dall’economista americano Jeffrey Sachs, dal giornalista Alberto Negri, dalla presidente del progressista Center for International Policy Nancy Okail, dalla storica Farian Sabahi e da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati (sulla sua possibile candidatura alle prossime Politiche si parla parecchio da tempo, sia nel Movimento che nei rossoverdi). Non si vuole appiattire il confronto sulle guerra in corso e sul come fermarle solo sul tema russo-ucraino, dove peraltro l’unico degli invitati con una posizione marcata sulla faccenda è Sachs, secondo il quale l’aggressione di Putin è stata provocata, pur non essendo giustificata, dalla politica statunitense di espansione della Nato.
L’appuntamento di Milano, come detto, avrà in contemporanea la consultazione degli iscritti, aperta in realtà sin da venerdì alle 14 per poi venire chiusa domenica, sempre alle 14. Il macro tema della convocazione è: «Cosa deve fare il governo della coalizione progressista nei prossimi cinque anni per migliorare concretamente la vita delle italiane e degli italiani. Proposte per il programma della coalizione progressista». Ora «siamo nella condizione di poter scrivere un programma che risponde a bisogni veri — è scritto nella presentazione del voto agli iscritti — e concretamente avvertiti da cittadini, famiglie, imprese. È questa grande partecipazione civica che ci garantisce il carattere autenticamente progressista del programma di governo».
Un segnale rassicurante per la coalizione è arrivato intanto ieri alla Camera, dove Pd, M5s e Avs hanno presentato una mozione per superare l’unanimità e il potere di veto nell’Ue e dare ai Ventisette più forza e rapidità nelle decisioni. Un atto di fiducia comune nell’Europa. Un segno di unità in politica estera.

(di Ilaria Proietti – ilfattoquotidiano.it) – La Rai ha deciso di mettere sotto processo Sigfrido Ranucci. Al giornalista che ha presentato ricorso contro la sua rimozione da Report è stato infatti notificato l’avvio di un procedimento disciplinare che potrebbe preludere al suo licenziamento. La mossa dell’azienda avviene alla vigilia del consiglio di amministrazione convocato per domani e, come detto, della controffensiva del team legale di Ranucci coordinato dall’avvocato Roberto De Vita che giusto ieri si è rivolto al Tribunale di Roma per chiedere il suo reintegro immediato alla guida della trasmissione d’inchiesta. Attraverso un ricorso in cui viene contestata la legittimità della decisione comunicata all’ex conduttore di Report lo scorso 28 agosto, ritenuta discriminatoria e innanzitutto immotivata: su questo fronte la decisione del giudice del lavoro è attesa al più tardi entro dieci giorni. Il ricorso in via d’urgenza di Ranucci è infatti giustificato da due scadenze: quella del 27 settembre, ossia il termine entro il quale la Rai gli ha chiesto di scegliere tra i tre incarichi prospettati dopo la rimozione e l’8 novembre ossia la data di avvio della nuova stagione di Report.
Il ricorso al Tribunale di Roma punta innanzitutto a ottenere la sospensione del termine assegnato a Ranucci per la scelta tra gli incarichi che gli sono stati prospettati al Tg3, a Rainews24 o come corrispondente dal Cairo che “non si avvicinano nemmeno lontanamente” in termini di “spessore e prestigio professionale” a Report. Ma il rischio, anzi la certezza, è che in assenza di un’opzione la Rai proceda autonomamente recando danno a Ranucci la cui “professionalità comprende in modo inscindibile la responsabilità autoriale di un programma d’inchiesta di primaria rilevanza, la conduzione televisiva stabile, la visibilità e il rapporto diretto con il pubblico. Le posizioni prospettate dalla Rai non conservano simultaneamente tali componenti qualificanti”. Insomma Ranucci punta a una sola opzione: essere reintegrato immediatamente a Report “in tempo utile per la prima puntata della nuova stagione”.
Anche e soprattutto in ragione di una rimozione illegittima perché “discriminatoria” e del tutto immotivata. “La Rai ha disposto l’immediata estromissione del dott. Ranucci richiamando una ‘obiettiva situazione di incompatibilità’”, “continue pressioni” e “percezioni di opacità, commistioni e interferenze”, ma – scrive il team dell’avvocato De Vita – l’azienda non ha indicato alcun fatto concreto già accertato che dia consistenza a tali formule né il nesso per il quale esse renderebbero necessaria proprio la rimozione”. Insomma la Rai avrebbe disposto la rimozione di Ranucci sulla base di (fumosi e generici) giudizi su una vicenda individuale, che – per finalità illecite – viene rovesciata nel suo significato per trasformare la vittima di censure politiche e poi di un attentato (la bomba in un presunto elemento causativo della situazione di “incompatibilità” che si sarebbe creata).
La risposta della Rai non si è fatta attendere: l’azienda ha avviato un procedimento disciplinare da cui Ranucci si dovrà difendere mentre chiede il reintegro a Report per via giudiziaria. A quanto apprende il Fatto neppure in questo procedimento viene fornita prova che Lavitola abbia interferito con il lavoro giornalistico della trasmissione d’inchiesta. Intanto, domani, Ranucci terrà banco in consiglio di amministrazione: i consiglieri Alessandro di Majo, Roberto Natale e Davide Di Pietro chiederanno conto all’ad Giampaolo Rossi della gestione del caso che rischia di esporre l’azienda a una maxi richiesta di risarcimento danni.

(estr. di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – […] Se volete spendere bene un’ora del vostro tempo, riguardatevi sul nostro sito o sul canale Youtube l’incontro alla festa del Fatto “Pane e bombe. L’Europa va alla guerra”, con Lucio Caracciolo, Gian Andrea Gaiani e Andrea Riccardi. Un breve tour nella follia di chi annuncia e prepara una guerra che non è in grado di vincere, ma neppure di combattere, dunque dovrebbe provarle tutte per evitarla con la diplomazia e la cooperazione: quella contro la Russia, prima potenza atomica mondiale, con 6.200 testate nucleari e missili ipersonici che nessuno può intercettare. Chi vaticina attacchi russi entro 2 o 3 anni, chi aumenta i letti negli ospedali e i loculi nei cimiteri, chi scava bunker, chi distribuisce manuali e kit da guerra atomica, chi mina i confini (Finlandia e Baltici), chi (in Spagna) fa scorte di carta igienica nel comprensibile timore di farsela sotto, chi (il governo svedese) annuncia che ogni notizia di una resa andrà considerata falsa (quindi Stoccolma non potrà mai arrendersi). Intanto i vertici militari e spionistici Nato fanno sapere a Politico che non risultano piani russi per attaccarci. Ergo dovremmo attaccare per primi, anche se la propaganda tenta di convincerci che saremmo i secondi perché Putin già ci attacca con la mitica “guerra ibrida” (che però fanno tutti da sempre).
[…]
I più bellicosi sono Baltici (10mila soldati in tre), Finlandia (17mila), Svezia (6mila) e Polonia, che almeno ha un esercito vero, ma non è solo anti-russa: è pure anti-ucraina, non avendo mai digerito lo scippo di Galizia e Volinia. In caso di guerra convenzionale, l’Italia rischierebbe non gli 86 caduti in vent’anni fra Afghanistan e Iraq, ma migliaia, senza contare i feriti e i prigionieri: perdite che nessuna società europea potrebbe sopportare per una settimana. Ma un attacco di Paesi Nato alla Russia, per le rispettive dottrine militari, innescherebbe una risposta nucleare che neppure Stati atomici come Francia e Uk potrebbero fronteggiare. E non c’è riarmo Ue né 5% di Pil alla Nato che possa colmare il gap: già oggi i paesi Ue spendono in difesa il triplo della Russia, ma hanno munizioni per 2 o 3 settimane, avendo per giunta svuotato gli arsenali per Kiev. Siccome poi la propaganda europea (Putin combatte con pale, tossici, ciechi e sordi, ma sta per invaderci) è meno credibile di quella russa (siamo il Paese più grande del mondo: perché dovremmo invadervi?), crescono fra gli europei i No al riarmo e alle armi a Kiev (in Italia i Sì sono rispettivamente il 28 e il 18%), figurarsi a un arruolamento: i politici che non vogliono chiudere bottega sanno cosa fare. Si spera che si avveri la profezia di Caracciolo: “Se entrassimo in guerra, non potrebbe durare più di qualche minuto: il tempo necessario per arrenderci”.
E’ stato depositato, a quanto apprende l’Adnkronos, il ricorso urgente al Tribunale del Lavoro di Roma con cui si chiede la revoca del provvedimento di rimozione e il reintegro. Il post del giornalista su Facebook: “Fai quel che devi, accada ciò che può”

(adnkronos.com) – E’ stato depositato questa mattina, a quanto apprende l’Adnkronos, il ricorso di Sigfrido Ranucci al Tribunale del Lavoro di Roma contro la rimozione dalla conduzione di Report decisa dalla Rai nelle scorse settimane. Si tratta di un ricorso ex art 700 cpc, un ricorso urgente con cui si chiede la revoca del provvedimento di rimozione e il reintegro.
Il collegio dei giuslavoristi, che rappresentano Ranucci, è composto dai professori Franco Focareta e Franco Scarpelli e dall’avvocato Stefano Rossi, che operano all’interno del più ampio team di legali dello Studio Devitalaw coordinato dal professor Roberto De Vita.
La carenza di motivazioni, l’inconsistenza giuridica dell’atto e il demansionamento. Sono questi i principali punti che il collegio di giuslavoristi che rappresenta Ranucci sottopone al Tribunale del Lavoro di Roma con il ricorso urgente contro la rimozione da Report decisa dalla Rai. Nelle quarantatré pagine di ricorso, che Adnkronos ha visionato, gli avvocati di Ranucci ripercorrendo la storia professionale del giornalista fino all’attentato dello scorso ottobre “strumentalizzato al fine di delegittimare la reputazione professionale di Sigfrido Ranucci e la trasmissione Report – scrivono i legali – mediante una campagna di denigrazione personale e professionale del Ranucci avvenuta con la diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni”, sottolineano come la rimozione dalla conduzione risulti “manifestamente carente di motivazione” anche con riferimento “agli obblighi di servizio pubblico e di tutela dell’indipendenza e autonomia del giornalismo d’inchiesta da parte dell’Azienda concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo”.
Per i professori Franco Focareta e Franco Scarpelli e l’avvocato Stefano Rossi, che operano insieme al professor Roberto De Vita, inoltre, “l’inconsistenza e la genericità della motivazione prospettata dall’Azienda, lette unitamente alla successione temporale delle pressioni e sollecitazioni politiche dirette a ottenere la rimozione di Ranucci” integrano “un quadro indiziario grave, preciso e convergente, idoneo, già nella presente sede cautelare, a fondare la presunzione dell’esistenza di un motivo discriminatorio”. Quanto poi alle “alternative” proposte dalla Rai a Ranucci, i giuslavoristi evidenziano come “i tre ruoli offerti a Ranucci rappresentano, tutti, una grave mortificazione professionale. Il ruolo di ‘TG3 Vicedirettore’ ad personam redazione Speciali e Podcast è sostanzialmente fittizio perché di fatto non esistono gli speciali” e “ancora peggio per la posizione ‘Rai News 24 Vicedirettore ad personam’ con delega alla redazione Approfondimenti e Inchieste: in questo contesto, ciascun giornalista conduce la sua inchiesta; quindi, non sussisterebbe alcun ruolo gerarchico o di responsabilità autoriale, con perdita della posizione di conduttore stabile”.
E sul ruolo di ‘corrispondente da Il Cairo’ “risulta del tutto eterogeno rispetto a quello di autore e conduttore di una trasmissione di inchiesta e approfondimenti, e comporterebbe – scrivono gli avvocati – la vanificazione di tutta la professionalità acquisita e affinata nella posizione di autore e conduttore di Report” e “il trasferimento al Cairo comporterebbe per il Ranucci rilevantissimi e prevedibili rischi per la sicurezza personale”. Sussiste, a detta degli avvocati di Ranucci, “il fumus della violazione del principio di equivalenza professionale e del diritto del ricorrente al ripristino delle mansioni precedentemente svolte”. Con il ricorso al Tribunale del Lavoro si chiede che “il giudice, accertata incidenter tantum e nei limiti propri della cognizione cautelare l’illegittimità della determinazione impugnata” sospenda “gli effetti, ordini alla Rai di riassegnare immediatamente Ranucci alle mansioni precedentemente svolte di autore e conduttore di Report, in tempo utile per la prima puntata della nuova stagione prevista per l’8 novembre 2026” e dichiari “in via provvisoria la nullità e comunque l’illegittimità del provvedimento della Rai del 28 agosto 2026″.
Ranucci ha commentato su Facebook la notizia del suo ricorso d’urgenza per chiedere alla Rai il reintegro alla conduzione di ‘Report’, pubblicando la foto del flash dell’Adnkronos che l’ha annunciato: “Il mio grande direttore Roberto Morrione, che mi ha insegnato a tenere la schiena dritta e ritenere completamente unico editore di riferimento il pubblico che paga il canone, diceva: ‘Fai quel che devi, accada ciò che può!'”.
La “legge truffa” del 1953 e il dibattito parlamentare più violento della storia d’Italia. Più di 70 anni fa si discuteva in Senato l’approvazione di una legge elettorale con corposo premio di maggioranza. L’aula, terreno di scontro ideologico, si trasformò per mesi in un ring di scontri anche fisici

(di Giulio Paroli – ilfattoquotidiano.it) – Morsi, pugni, lancio di oggetti che feriscono il Presidente del Senato (seconda carica più importante dello Stato). E poi un bel “Presidente, lei è un porco!” rivolto allo stesso Presidente del Senato da parte di un futuro Presidente della Repubblica. Era questa la politica nella Prima Repubblica. Non sempre, certo: ma in occasione della discussione parlamentare su quella che passerà alla storia come “legge truffa” l’aula fu trasformata in un ring.
In Senato è stata appena approvata la nuova legge elettorale, e tra gli scranni in protesta del Movimento 5 Stelle sono apparsi diversi cartelli con scritto “legge truffa“. Ma qualcuno si ricorda cos’era la “legge truffa”? E soprattutto gli scontri (il termine non è usato in modo figurativo) parlamentari che ne hanno preceduto l’approvazione?
Siamo nel 1953 e la Democrazia Cristiana ha visto erodere i propri consensi alle elezioni amministrative del 1951 e 52. Per il partito di centro, se i risultati dovessero confermarsi alle elezioni nazionali, il pericolo di doversi avvicinare ai partiti di destra o sinistra è concreto. Nasce allora l’idea di un premio di maggioranza sostanzioso da assegnare al partito capace di raggiungere il 50% +1 dei voti: chi ottiene la maggioranza assoluta alle urne ottiene circa il 65% dei seggi in parlamento.
Le opposizioni di sinistra, però, non ci stanno: per mesi portano avanti un dibattito parlamentare che entrerà negli annali per essere il più violento della storia italiana. In un primo momento PCI e PSI si affidano all’ostruzionismo: una quantità indeterminata di emendamenti, quattro questioni pregiudiziali di incostituzionalità (richieste formali con cui si cerca di bloccare una proposta di legge prima della discussione parlamentare per via di violazioni di norme costituzionali), il ricorso a cavilli burocratici dei regolamenti parlamentari per rallentare i dibattiti, e infine delle vere e proprie maratone oratorie – si ricorda un’arringa di 9 ore avvenuta il 23 marzo, con soli 10 minuti di sospensione concessi. È qui che nasce il termine “legge truffa”, anche se la paternità dell’espressione è ancora incerta: alcuni la attribuiscono a Piero Calamandrei, padre costituente e fondatore del Partito d’Azione, altri al parlamentare comunista Giancarlo Pajetta, altri ancora al socialista Pietro Nenni che in un intervento aveva parlato di “trucchi e truffe elettorali” necessari alla DC per governare.
Ma a un certo punto si inizia ad andare oltre le parole: dapprima con azioni di sabotaggio, con un deputato comunista che rovescia le urne contenenti le palline utili al voto, poi nelle aule di Senato e Camera iniziano a scoppiare delle vere e proprie risse. Intanto le manifestazioni arrivano anche in piazza, dove la polizia manganella: passa alla storia lo spettacolare ingresso in Parlamento del deputato comunista Pietro Ingrao sanguinante dopo essere stato coinvolto in uno di questi scontri di piazza.
Il culmine arriva nella Domenica delle Palme, 29 marzo 1953. Gli animi si scaldano sin da subito, con Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica allora senatore del PSI, che si rivolge al presidente del Senato dicendo: “Ruini, lei è un porco!”. Da lì la situazione precipita: Emilio Lussu, senatore della sinistra socialista, raggiunge il banco di Ugo La Malfa, parlamentare del partito repubblicano (PRI) nonché uno degli ideatori principali della nuova legge elettorale, e lo prende a schiaffi. Intanto un altro esponente del PRI Randolfo Pacciardi, vicepresidente del Consiglio, viene colpito al volto e la conseguente rottura degli occhiali gli provoca una brutta abrasione in viso. E ancora, il deputato comunista Ado Guido Di Mauro cerca di aggredire alle spalle il premier De Gasperi e finisce per mordere la mano di Achille Marazza, mite deputato DC.
L’apice della giornata però arriva quando il comunista Clarenzo Menotti sradica dal suo banco il leggìo e lo lancia contro il presidente del Senato Meuccio Ruini; il calamaio attaccato alla tavoletta colpisce e ferisce Ruini, che viene trascinato via dai commessi dell’aula, non prima di aver gridato: “La legge è approvata, la seduta è tolta, viva l’Italia!”. E al vicepresidente della Repubblica sarebbe potuto capitare addirittura qualcosa di peggio se il senatore del PCI Velio Spano, intento a lanciare contro Ruini una poltroncina, non fosse stato bloccato in tempo. L’immagine che meglio rappresenta la giornata è quella di Giulio Andreotti, deputato alla Camera e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che con un cestino sulla testa si protegge dal lancio di oggetti in aula.
Nonostante tutto, la legge alla fine viene approvata, e il presidente Einaudi la promulga il 31 marzo 1953. Tuttavia, alle successive elezioni del 7 e 8 giugno, la DC non raggiunge la quota di voti sufficiente ad ottenere il premio di maggioranza: si ferma al 49,85%. L’anno dopo la legge sarà abrogata.
Per i sondaggi il centrodestra vince solo con Vannacci in coalizione, la simulazione di Youtrend conta i possibili eletti nei due schieramenti. Se l’ex generale corre da solo al campo largo 221 deputati e 110 senatori, se vince l’attuale maggioranza delegazione cdx con 226 alla Camera e 117 al Senato

(Paolo Tomasi – lespresso.it) – Se oggi si andasse a votare con lo Stabilicum, dati dei sondaggi alla mano, Futuro Nazionale sarebbe decisivo per la vittoria – o la sconfitta – del centrodestra. Secondo la media ponderata delle rilevazioni sulle tendenze di voto, fatta da Supermedia Youtrend/Agi, Fratelli d’Italia sarebbe al 26,9% con il Partito eemocratico al 21. Dietro ai due partiti principali le altre forze politiche del campo largo e del centrodestra sono tutte intorno al 10%. Dal Movimento 5 stelle al 12,1% al 5,6% della Lega, passando per Futuro nazionale e Forza Italia, entrambi al 7,6% e Alleanza verdi-sinistra al 6,3%. Azione, Italia viva, +Europa e Noi moderati arrivano rispettivamente al 3,7%, 2,4%, 1,4% e 1%.
Componendo le varie coalizioni, con l’ex generale a fare corsa a sé, il centrosinistra la spunterebbe con il 43,2% contro il 41,1% dello schieramento guidato dal partito della premier – considerando i calendiani fuori da entrambe le alleanze. Una simulazione realizzata da Youtrend per Sky Tg24 si è occupata di tradurre le percentuali in seggi tenendo conto dei meccanismi della nuova legge elettorale. In caso di vittoria del campo progressista, al centrosinistra andrebbero 221 deputati e 110 senatori, con il centrodestra fermo a 139 e 69. Se la destra dovesse chiudere unita la campagna elettorale – ma le coalizioni, come noto, non sono quasi mai somme aritmetiche – arriverebbe intorno al 48% e avrebbe 226 seggi alla Camera (su 400) e 117 al Senato (su 205) con l’alleanza progressista a 157 e 74.
I sondaggi sono volubili, così come i calcoli dei leader politici ma, almeno in questo momento, la crescita nei consensi degli ultimi mesi dà alla “sporca dozzina” di Vannacci un peso politico che va al di là delle schede nell’urna. In attesa di capire se i continui attacchi fra lo schieramento di governo e Fn verranno archiviati sotto elezioni come semplici schermaglie, innocui giochi di sponda fra le varie anime della destra italiana per garantirsi una posizione migliore ai blocchi di partenza delle prossime politiche, diventa ancora più importante contare le forze in campo.
La matematica della nuova legge elettorale obbliga a cambiare le valutazioni dei leader e il premio di maggioranza rischia di complicare l’assunto. Con il Rosatellum all’ultima tornata, il 26% di Fratelli d’Italia aveva portato al partito della premier 119 deputati. Mentre oggi, con circa la stessa percentuale, potrebbero variare fra 91 in caso di sconfitta della coalizione – se Fn corresse da solo – e 125 in caso di vittoria. La spartizione dei 70 seggi della Camera e dei 35 del Senato che andrebbero alla coalizione vincente non basterebbe comunque a Forza Italia e Lega. L’emorragia dei consensi testimoniata dai sondaggi non verrebbe recuperata neanche in caso di vittoria del centrodestra unito. Alla Camera il partito guidato da Antonio Tajani passerebbe dai 45 deputati del 2022 a 35 o 26 – 35 con la coalizione vincente – mentre la Lega è quasi sicura di dimezzare i propri eletti che sarebbero solo 26 o 19 contro i 66 attuali. Dall’ingresso nelle liste del centrodestra Vannacci potrebbe guadagnare dal premio di maggioranza 10 deputati extra rispetto ai 25 di cui viene accreditato dalle proiezioni.
La situazione si replicherebbe al Senato – Forza Italia da 18 senatori a 19 o 13, Lega dai 29 di oggi a 13 e 10, con Fn accreditato di 19 senatori da alleata e 12 da sola – con la differenza che Fratelli d’Italia perderebbe comunque dei senatori in entrambi i casi. Solo tre, passando dai 66 del 2022 a 63 in caso di alleanza con Vannacci, ben 19 – con 44 eletti – in caso di corsa solitaria dell’ex generale e dei suoi.
Alla Camera il Pd crescerebbe sia con il centrosinistra ancora all’opposizione che se ci dovesse essere il cambio di governo. I deputati dem arriverebbero a 110 – ora sono 69 – in caso di vittoria, mentre sarebbero comunque 79 con il campo largo perdente. Al Senato potrebbe avere 55 eletti o passare dai 40 attuali a 37. Il M5s è accreditato di 62 deputati – più 10 rispetto alla delegazione di oggi a Montecitorio – o di 45, mentre i senatori potranno essere o 30 o 21 contro i 28 attuali. La crescita di Avs arriva direttamente dalle urne con Bonelli e Fratoianni che dovrebbero almeno raddoppiare i propri parlamentari, da 12 a 34 deputati con un centrosinistra al governo, a 25 se la coalizione sarà perdente, e da 4 senatori rispettivamente a 17 e 12.
Daniela Ranieri fa l’autopsia della politica italiana attraverso il linguaggio dei leader da Meloni a Mario Draghi. I politici parlano male perché non sanno parlare o perché devono impedirci di capire? Daniela Ranieri smonta “cabine di regia”, “resilienza”, “road map” e “agende”: il politichese non è fuffa. È potere. E i giornalisti? Spesso gli fanno da megafono

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – Ma davvero i politici parlano così male perché non sanno parlare, oppure parlano esattamente come devono parlare per non farci capire un cazzo? È più o meno la questione sottesa alle oltre 340 pagine di “Ma come parli?! Manuale di resistenza al linguaggio dei politici”, l’ultimo libro di Daniela Ranieri, giornalista del Fatto Quotidiano. Un po’ lunghino eh. Ma tornando a noi, la risposta, naturalmente, è la seconda. O almeno questa è la tesi dell’autrice. Le parole utilizzate dalla politica, anche quando sembrano non voler dire niente, spesso stanno facendo benissimo il loro lavoro. Diciamo che il grigio diluvio diplomatico della politica, almeno finché qualcuno – tipo Vannacci – non si inventerà un modo per abolire definitivamente il suffragio universale, sono obbligati a fare una cosa soltanto. Devono convincerci a votare per loro. E allora ecco che arriva la solita “cabina di regia”, dove bisogna “mettere a terra” i progetti, trovare un “punto di caduta”, intercettare “nuove energie”, mostrare “resilienza”, costruire una “road map”, rispettare il “timing” e possibilmente lanciare una “mission”. Non avete capito nulla? Perfetto. Allora vuol dire che sta funzionando.

Ranieri chiama in causa quella che Italo Calvino definiva già negli anni Sessanta l’antilingua. Un’antilingua che oggi però è totalmente dopata con tanto di master alla Bocconi e aperitivini in Porta Romana. Una mescolanza di burocratese, inglese aziendale, politichese e linguaggio da LinkedIn. Il risultato è che uno non “fa” più una cosa, ma la “mette a terra”, perché non si tratta di trovare un compromesso, ma di individuare un “punto di caduta”. Il risvolto pseudo animista è evidente nella liberazione di nuove “energie”. E se il tutto non vuol dire assolutamente un c**o allora probabilmente serve una task force. Ma “Ma come parli?!” è anche un libro cattivo. Perché Ranieri sostiene, in sostanza, che dietro la fuffa linguistica ci sia quasi sempre una scelta politica. Il linguaggio serve a togliere conflitto alle cose. A far sembrare inevitabile ciò che è invece discutibilissimo. A trasformare una scelta ideologica in una decisione tecnica. Vedi Mario Draghi. Il re taumaturgo della “competenza”, della “sobrietà”, dell’“alto profilo”, del “rigore” e della leggendaria “agenda Draghi”, oggetto misterioso di cui per anni tutti hanno parlato senza che fosse chiarissimo dove fosse custodito, forse insieme al Santo Graal e all’agenda rossa di Borsellino. Ranieri mette in fila le descrizioni che i giornali gli dedicarono all’arrivo a Palazzo Chigi. E la penna Bic, la Panda, il golf, i capelli con la riga, la fila al supermercato, la moglie che fa il sudoku, l’uomo “sobrio”, “umile”, “inafferrabile”, “rassicurante”, “fuoriclasse”, fino praticamente all’apparizione della Madonna. Poi c’è Giorgia Meloni, che non parla, ma combatte. Sempre. Anche quando governa. Anche dopo anni a Palazzo Chigi. C’è sempre un nemico, un complotto, una sinistra che mette i bastoni tra le ruote, un potere forte, un’ideologia, qualcuno che “tifa contro l’Italia”. C’è il “noi”, ma pure un “io” molto forte che protegge quel noi. C’è la donna della Garbatella, l’underdog, quella che non è ricattabile, quella che parla “pane al pane e vino al vino” anche se ormai è leader di calibro internazionale. Incidenti diplomatici con Trump a parte, linguisticamente all’opposizione anche mentre governa. Perché se il nemico scomparisse dovrebbe rispondere soltanto dei risultati. Molto più complicato. E la sinistra? Aiuto. Elly Schlein incarna proprio quello pseudo animismo intellettualoide di cui si accennava in precedenza. E vai di “dimensione universalistica”, “politiche di esternalizzazione”, “meccanismi di cooptazioni correntizie”, “energie più fresche”.

Eh? Che hai detto? Boh. Non importa. L’importante è vincere le primarie. Peccato che il vuoto del linguaggio, che è il modo in cui andrebbero trasmesse le idee, si traduca fondamentalmente nel vuoto della politica. Il vero male dell’Italia e che si può notare dalle percentuali altissime di astensionismo. Vannacci invece ha ben capito il meccanismo del linguaggio. Lo utilizza per creare il caos in una perpetua psy-op che solo un generale delle forze speciali sa applicare. Il bersaglio del libro, però – pensa te – non sono i politici, ma i giornalisti. Insomma, noi. Perché se Palazzo Chigi dice “cabina di regia” noi scriviamo “cabina di regia”. Se Bruxelles dice “resilienza” e allora diventiamo tutti resilienti. Se Draghi ha una “agenda” e nessuno domanda cosa ci sia scritto dentro, non stiamo raccontando il potere, ne stiamo parlando la lingua. Ok, ma questo che vuol dire? Per citare un vecchio adagio. E io che c**o ne so.
VANNACCI, PIÙ SALGONO SONDAGGI PIÙ CI ACCUSANO, NOI SIAMO DESTRA VERA
(ANSA) – “Ci stanno seguendo un po’ tutti, ci stanno accusando, ma ormai abbiamo capito il meccanismo come funziona: più salgono i sondaggi e più diventiamo estremisti, fascisti, razzisti, xenofobi”.
Lo ha detto Roberto Vannacci, eurodeputato e leader di Futuro nazionale, in videocollegamento con la sede del consiglio regionale lombardo dove è stato presentato il gruppo consiliare del partito, dopo l’adesione del consigliere Riccardo Vitari, fuoriuscito dalla Lega.
“Quindi io mi aspetto che fra un po’ mandino contro di noi i caschi blu dell’Onu, se i sondaggi continueranno a crescere con questa tendenza esponenziale – ha aggiunto l’ex generale -. Ma noi rappresentiamo invece una destra vera, una destra autentica e pura e una destra soprattutto che non è disposta a negoziare e ad annacquare quei principi che sono tipici della destra.
La difesa della patria, degli interessi nazionali, che non vuol dire razzismo, non vuol dire intendere che gli italiani siano superiori alle altre popolazioni di questa terra, ma vuol dire capire che noi abbiamo un dovere nei confronti della nostra patria e dei nostri concittadini e solo di loro”.
“Questo è quello che noi portiamo avanti e non siamo disposti a negoziare un bel niente, anzi andiamo avanti per la nostra strada – ha proseguito -. Siamo convinti che tanti italiani si aspettino da noi questo atteggiamento e soprattutto siamo convinti che molti cittadini vedano con grande piacere uno spiraglio di cambiamento”.
VANNACCI, NEL 2027 FUTURO NAZIONALE CAMBIERÀ LA POLITICA ITALIANA ED EUROPEA
(ANSA) – “Il 2027 sarà un un anno di grandissima importanza politica. Ci saranno le comunali e ci saranno anche le politiche, dove Futuro nazionale giocherà un ruolo da protagonista”.
Lo ha detto Roberto Vannacci, eurodeputato e leader di Futuro nazionale, in video collegamento con la sede del Consiglio regionale lombardo dove è stato presentato il gruppo consiliare del partito, dopo l’adesione del consigliere Riccardo Vitari, fuoriuscito dalla Lega. “Futuro nazionale sarà un vero protagonista, deputato a cambiare la politica italiana e la politica europea”, ha aggiunto.

(Tommaso Merlo) – Nei supermercati americani hanno messo le placche antitaccheggio sulle confezioni delle bistecche, la gente è al verde ma non vuole privarsi di nulla. Il timore delle autorità americane è che di questo passo dai furti si passi ai saccheggi di massa. Del resto non c’è come la fame per stimolare la partecipazione politica. Già, siamo all’apoteosi dell’idiozia capitalista che dalle periferie del mondo sta colpendo anche la testa del serpente e chissà che sia la volta buona che impariamo la lezione e costruiamo un mondo più intelligente. Alla Casa Bianca comanda una manciata di oligarchi senza cuore e cervello mentre la classe media sta scomparendo a favore di orde di senzatetto e zombie fentanyl. Non sta crollando un impero, ma un modello politico ed economico profondamente sbagliato. Un modello che lava il cervello alle nuove generazioni per farle lavorare come muli e consumare come asini in vista di un lunapark materialistico talmente vero che perfino i vincenti si ritrovano a sbevazzare e sniffare di tutto per colmare il vuoto che li opprime. Consumo ergo sum. Più soldi e potere e visibilità ho, più valgo. Più roba accumulo, più sono felice. Idiozia capitalistica di sistema che diventa individuale che diventa una fuga permanente dalla realtà e da se stessi. Un lunapark che delude in tempi di vacche magre, figuriamoci quando non si riesce a comprare nemmeno una fettina di vitello. Una vita di sacrifici per ritrovarsi con stipendi che a malapena riescono a pagare le bollette e riempire lo stomaco. Come da noi. La differenza è che da quelle parti li spingono ad indebitarsi fino al collo fin da studenti e quindi al primo temporale si ritrovano sull’orlo del baratro finanziario che in una giungla di mercato è anche esistenziale. Una vita a spendere soldi che non hanno ricorrendo a carte di credito che li spingono nelle grinfie degli strozzini legalizzati. A fare notizia è il prezzo della benzina ai massimi storici e quindi del trasporto delle merci ma anche delle persone visto che negli Stati Uniti l’auto serve anche per andare al cesso. Il pieno costa una fortuna, quasi come da noi e dal benzinaio va in scena il festival della bestemmia incarognita contro un sistema che usa e getta anche le persone. Quasi come da noi. Trump è riuscito nell’impresa di “fare l’America ancora povera”. Più che un presidente, un epocale colpo di grazia ad un sistema talmente marcio da credersi il migliore oltre che eterno. Gli ultimi sondaggi sono davvero impressionanti, Trump sta battendo ogni record ma in negativo confermandosi l’uomo più sentitamente schifato del pianeta. Ma quel perfido demente, non è il fattore scatenante, è solo un sintomo di un male più profondo che affligge tutto l’Occidente. Quella giungla di mercato in cui tutto è un business, anche la politica e la democrazia, anche la vita delle persone e il loro futuro. E’ infatti notizia di questi giorni che gli oligarchi americani stanno investendo fortune nell’intelligenza artificiale fottendosene di quella naturale. Deturpano ambiente e comunità locali per costruire mega data center e cioè immensi ecomostri che servono da materia grigia della fantomatica intelligenza artificiale con cui in nome del sempiterno ed illimitato profitto, colpiranno ulteriormente la classe media togliendogli i pochi lavori decenti rimasti. Una immensa bolla finanziaria ma che allarma molti guru e leader del pianeta. In un mondo tutto digitalizzato, i computer potrebbero decidere di mettersi a funzionare per i cazzi loro e rivoltarsi contro quei deficienti degli umani e sterminarli tutti, a sentir loro. Come se in fondo fossero umani anche i computer e come noi decidessero di mettersi a costruire armi micidiali e sterminare gli altri per brama di dominio o per qualche programma bellico inculcato strada facendo. Invece che per mano degli alieni o per autodistruzione quindi, la fine dell’umanità giungerebbe da computer che commetteranno genocidi e scateneranno guerre al posto nostro e contro di noi. Leader e guru dibattono mentre i superstiti della classe media si ritrovano in carne ed ossa a bestemmiare alla pompa di benzina e davanti agli scaffali del supermercato. Già, non sta crollando solo un impero, ma anche un modello politico ed economico assurdo e marcio i cui prodotti principali sono immensa ingiustizia sociale e superficialità materialista. Siamo all’apoteosi dell’idiozia capitalista che dalle periferie del mondo sta colpendo anche la testa del serpente. E chissà che sia la volta buona che impariamo la lezione e costruiamo un mondo più naturalmente intelligente. Del resto non c’è come la fame per stimolare la partecipazione politica.
La Lega è una polveriera. Correnti, veleni e sponde che cambiano di giorno in giorno stanno trasformando la vigilia di Pontida in una resa dei conti. Tre blocchi si contendono il partito: i governatori nordisti, i salviniani a oltranza e una zona grigia che per ora osserva, pronta a schierarsi quando converrà

(Marco Antonellis – lespresso.it) – La Lega è una polveriera. Correnti, veleni e sponde che cambiano di giorno in giorno stanno trasformando la vigilia di Pontida in una resa dei conti. Tre blocchi si contendono il partito: i governatori nordisti, i salviniani a oltranza e una zona grigia che per ora osserva, pronta a schierarsi quando converrà.
Il fronte dei territori è il più organizzato: governatori, ex ministri, un capogruppo cauto alla Camera e diversi ex leghisti che, pur avendo lasciato il partito, continuano a fare sponda con gli autonomisti attraverso comitati e iniziative parallele. Più della metà dei parlamentari, si racconta nei corridoi, non si riconoscerebbe più nella linea attuale, pur senza dirlo apertamente. Il punto di riferimento economico di quest’area resta il titolare del Mef, descritto da chi lo conosce come un uomo di solida cultura pragmatica, capace di dire le cose come stanno ma sempre nelle sedi opportune, mai in pubblico.
Sul fronte opposto si compattano gli irriducibili: un manipolo di deputati inflessibili e i fedelissimi storici del segretario, tra cui chi in queste settimane raccoglie consensi per una promozione a capogruppo al Senato, al posto di chi è ritenuto ormai troppo defilato dalla linea ufficiale. Restano ai margini, ma vicini più all’area economica che al leader, alcuni nomi considerati neutrali; mentre chi ha sempre giocato con tutte le componenti ha già rassicurato gli oltranzisti sulle modifiche allo statuto del partito.
Il countdown porta al 19 settembre, vigilia del raduno sul pratone di Pontida, con tanto di pellegrinaggio simbolico all’abbazia e una pianta d’ulivo da mettere a dimora come gesto dichiarato di riconciliazione. Pochi, però, ci credono davvero: l’aria che tira è quella di una resa dei conti, non di una pacificazione. Tra i veterani della prima ora c’è chi non usa mezzi termini: il comando solitario avrebbe fatto il suo tempo, e il rischio concreto è che tutto finisca per essere trascinato via insieme al leader. Nella migliore delle ipotesi, si dice in giro, sarà un flop, con i militanti storici che diserteranno la piazza; nella peggiore ci saranno fischi. E c’è già chi scommette che questa sarà l’ultima Pontida guidata da questo segretario. L’ultima di Salvini.