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Meloni contro il partito del pareggio: dietro la crociata della premier c’è la sua sopravvivenza politica


Senza bipolarismo la presidente del Consiglio perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a palazzo Chigi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Giorgia Meloni boccia il proporzionale e difende il bipolarismo. Ma dietro la battaglia contro il “partito del pareggio” si nasconde una partita di potere che riguarda il suo futuro politico.

A leggere le dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni combatte il “partito del pareggio” per una nobile causa: garantire stabilità, evitare governi deboli, impedire il ritorno delle larghe intese e delle maggioranze assemblate nei corridoi del Palazzo. Ma dietro la versione ufficiale, nei palazzi romani circola una lettura molto meno istituzionale e molto più politica.

La premier sa perfettamente che il bipolarismo è stato il motore della sua ascesa e continua a essere la migliore assicurazione sul suo futuro. Per questo a Palazzo Chigi il dibattito sulla legge elettorale viene osservato con estrema attenzione. Perché dietro una discussione apparentemente tecnica si nasconde una questione molto più concreta: chi governerà l’Italia nei prossimi anni e soprattutto chi avrà ancora la possibilità di tornare a Palazzo Chigi.

Le cronache raccontano di una Meloni impegnata a bloccare sul nascere qualsiasi tentazione di riaprire il dossier elettorale. Una linea che ha una spiegazione molto semplice. Il bipolarismo conviene alla leader di Fratelli d’Italia molto più di quanto convenga al sistema. Finché esiste una competizione tra due schieramenti contrapposti, Meloni resta il punto di riferimento inevitabile del centrodestra. Nessuno degli alleati può davvero insidiarne la leadership. Nessuno può presentarsi come alternativa credibile alla guida della coalizione. Senza il bipolarismo, invece, cambierebbe tutto.

In uno scenario del genere Fratelli d’Italia potrebbe persino restare il primo partito italiano senza avere la certezza di esprimere il presidente del Consiglio. Ed è qui che si trova il vero nodo politico. Per anni la leader di Fratelli d’Italia ha costruito il proprio consenso presentandosi come alternativa ai giochi di Palazzo. Ma il paradosso è che proprio il ritorno della politica parlamentare potrebbe ridimensionarne il peso.

Forza Italia potrebbe trattare autonomamente. La Lega potrebbe tornare a giocare una partita propria. Potrebbero nascere aggregazioni centriste capaci di diventare decisive. Potrebbero emergere figure considerate più rassicuranti per Bruxelles, per il Quirinale o per determinati ambienti economici. In altre parole, Meloni smetterebbe di essere indispensabile. Ecco perché da via della Scrofa leggono la battaglia contro il “partito del pareggio” come qualcosa di molto diverso da una semplice disputa istituzionale.

Nei corridoi parlamentari la sintesi viene affidata a una battuta tanto brutale quanto efficace. Per Meloni è “bipolarismo o morte“. Morte politica, naturalmente. Perché il sistema che l’ha portata a Palazzo Chigi è lo stesso che potrebbe consentirle di restarci o di tornarci domani. Per questo la premier non vuole sentire parlare di “pareggio”. Non perché tema l’instabilità del Paese. Ma perché senza bipolarismo perderebbe la leadership del centrodestra e con esso la possibilità di tornare a Palazzo Chigi. Dietro la crociata contro il “pareggio”, dunque, c’è una domanda che a Palazzo Chigi preferiscono non pronunciare ad alta voce: senza il bipolarismo, Giorgia Meloni avrebbe ancora la strada spianata verso Palazzo Chigi oppure diventerebbe una leader come tante?


Meloni, al voto! Bonelli: “Vuole le urne a novembre”


La Lega pensa a una “scossa” e Conte non vuole le primarie con l’obolo. Aria di elezioni per erodere il consenso di Vannacci. I governatori leghisti vogliono un “gesto potente” e si preparano altre uscite: Furgiuele della Lega: “Basta con le targhe di Matteotti, né partigiano, né democristiano. Vannacci meglio di Calenda”. A sinistra nodo primarie con il M5s che le vuole senza la donazione di due euro

Immagine di Meloni, al voto! Bonelli: "Vuole le urne a novembre". La Lega pensa a una "scossa" e Conte non vuole le primarie con l'obolo

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Roma. La differenza: Meloni prepara le elezioni e il Pd i gettoni (per le primarie). O si va in guerra contro la Russia, che lancia droni in Romania, o alle urne. Ascoltate Angelo Bonelli: “Ho questa idea: Meloni vuole andare al voto ora, presto, a novembre”. Si sta deteriorando lo scenario. Si ragiona al nord, all’interno della Lega, di dare un “segnale potente”, che può essere la richiesta di istituzionalizzare la doppia Lega, fino all’impensabile: un congresso straordinario per una svolta. Vannacci fa organizzare cene a Roma e continua il suo ratto Lega. All’ultima ha partecipato Angelo Bof mentre Domenico Furgiuele, altro leghista, dice ora al Foglio: “Io non voglio morire né da partigiano, né da democristiano. Tra Calenda e Vannacci sceglierò sempre Vannacci. Matteotti? La Camera è diventata un museo, si scoperchiano solo targhe”.

Questo è Furgiuele, il Ferragamo della Lega, il deputato che ha portato la Remigrazione alla Camera, un altro puntato da Vannacci: “Io non voglio morire da partigiano. A me tutte queste targhe che si scoperchiano, come quella di Matteotti, non piacciono. A me scoperchiare targhe non appassiona. Sento che a Vigevano è stato nominato Centinaio come commissario Lega, ebbene, perché questa nomina di Centinaio?”. Vannacci ha promesso che prima della sua San Sepolcro, a Roma, la prima assemblea nazionale di Futuro Nazionale, il numero dei parlamentari raddoppierà. Edoardo Ziello, il vice generale, sta dicendo che dopo il 2 giugno ci “sarà il botto e altri leghisti faranno il loro ingresso in FN”. Sono attesi per questa settimana almeno tre nuovi ingressi: Bof e i due ex leghisti passati in Forza Italia, Pierro e Bergamini. Sono deputati agganciati da Ziello. Li invita a cena, a via dei Coronari, e i leghisti camminano rasente i muri per non farsi vedere. Quando gli viene chiesto, rispondono come Pietro: “Tradire, io? Mai farei questo a Matteo”. Salvini è consapevole che serve accelerare prima che Vannacci eroda consenso. I leghisti hanno delle proiezioni da brividi. Se passa la nuova legge elettorale, si potrebbero avere venti deputati Lega alla Camera. C’è qualcosa di strano anche nella richiesta di Vannacci, uno che è digiuno di legge elettorale (a una riunione avrebbe chiesto come funzionasse con il premio). Sta dicendo di concentrarsi solo sulla Camera e di lasciare perdere il Senato perché il Btp di Vannacci è il tempo. La sua scommessa è che fra un anno il consenso non potrà che aumentare. Strappare senatori potrebbe mettere a rischio il governo e Vannacci non lo vuole: è il primo ad augurare lunga salute al governo Meloni. Dice Bonelli: “Sono arcisicuro che la Corte costituzionale boccerà la nuova legge elettorale, ma Meloni sta accelerando per aggirare la bocciatura. Mi sto convincendo, lo ripeto, che Meloni voglia portarci al voto, ora”. Bonelli pensa addirittura novembre, in maggioranza ritengono aprile, maggio. E’ la destra che fa l’agenda della sinistra. Il Pd si augura che la Lega possa alla fine provocare l’incidente sulle preferenze e mandare a monte tutto mentre Salvini vuole, e lo chiede, che la legge passi senza scherzi. Perché? Il partito di Salvini è vulnerabile. Tra Milano, Venezia, Trieste corre l’idea che è necessario intervenire subito, pensare a un’operazione decorosa per contenere questo declino, un’operazione che permetta a Salvini di restare il nome nobile del partito ma con una formula nuova. Da anni si discute di questi tentativi, ma ora c’è Vannacci fuori dalla Lega che fa campagna contro la Lega. Sia Zaia, Fedriga sia Attilio Fontana sono convinti che Vannacci sia “un fenomeno” e difficilmente si esaurirà. Nessuno ha ancora il coraggio di pronunciare la parola anche perché sembra aberrante, ma si sussurra: si teme il “sorpasso” di Vannacci sulla Lega. Se restasse la vecchia legge elettorale, la Lega potrebbe ottenere un numero maggiore di parlamentari ma sembra quasi che Salvini si accontenti di un reparto scelto di leali. Bonelli, ancora: “Meloni avrà il problema della legge di Bilancio, del Safe. Se la legge verrà approvata una cosa è certa: la sinistra sarà pronta”. Le priamrie le chiede ufficialmente Giuseppe Conte, che ora dichiara: “Ormai da tempo si parla di primarie, a questo punto possono essere una soluzione”. Sono necessarie anche per Elly Schlein che teme il tavolo fra leader, la trappola. La contesa riguarda il numero dei candidati alle primarie, il voto online, il doppio turno e, attenzione, l’obolo, il gettone. Le primarie vengono costruite dalla macchina organizzativa del Pd. C’è un aspetto di cui si è parlato pochissimo ma che non è gradito a Conte. Alle ultime primarie chi ha votato, ha versato due euro. E’ più facile che versi un elettore del Pd che uno del M5s. E’ un’idea avvalorata dal M5s, che fa sapere di “non gradire elementi che ostacolano la partecipazione”. L’obolo è un ostacolo. Il doppio turno dipende invece dal numero dei candidati. Secondo Calenda, i candidati, alla fine, saranno quattro (occhio a Gori e Renzi), e Calenda, che usa malizia, si chiede: il candidato di Renzi appoggerà al secondo turno Schlein o Conte? Calenda propende per il secondo. La Russia minaccia i nostri sonni, quelli della destra li minaccia Vannacci. Furgiuele è contro le targhe ma i vannacciani sono per le lapidi. A Modena, il suo Futuro Nazionale ha fatto un post con la tomba della Lega e la frase: “Lega Modena, 1991-2026. Si è spenta oggi dopo aver scelto la moderazione, la distanza dalla sua gente e l’irrilevanza politica”. Salvini lo chiamava “generale”, ma era il cassamortaro.


Meloni e i sette lamenti capitali


Per Giorgia Meloni la colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni.

Meloni e i sette lamenti capitali

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Alla Nuvola di Roma, il 26 maggioGiorgia Meloni ha chiamato l’Unione europea “gigante burocratico” e le ha addossato i guai dell’economia. È il suo registro fisso: la sventura arriva sempre da fuori. Ma vale davvero la pena contarle a una a una, perché in fila smettono di somigliare alla sfortuna.

I vincoli del Patto di stabilità? Legano tutti e ventisette. Con le stesse regole la Spagna corre al 2,1% e l’Italia striscia allo 0,5%, ultima dell’Unione: quattro volte più lenta a parità di catene, certifica la Commissione europea.

Le guerre? Lo shock energetico mediorientale ha tagliato la crescita dell’intera eurozona allo 0,9%. Pandemia, inflazione e conflitti li hanno governati tutti e ventisette: la “sfortuna” di Meloni è il calendario di mezzo continente quindi, non una maledizione personale.

L’ETS che gonfia le bollette “in modo asimmetrico”? La stessa Commissione lega l’asimmetria al mix nazionale di gas, e l’Italia ne è il caso estremo per scelte sue lunghe trent’anni.

I giudici che frenano l’Albania, “spazi che non gli competono”? Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione ai magistrati italiani: lo impone una direttiva che vincola, di nuovo, tutti e ventisette.

Il modello Albania sabotato dalle toghe? Ottantatré rimpatri in tre anni, centri quasi vuoti, 74,2 milioni solo per costruirli e altri 71,4 milioni nella Manovra 2026 per il triennio, 29,7 nel solo 2026, mentre il calo degli sbarchi viene dalle partenze tunisine, non dalle gabbie oltre Adriatico.

I soldi che “ci sono solo per la difesa”? L’Italia è il primo beneficiario del PNRR con 194,4 miliardi, il piano più ricco del continente, e all’Italia che chiede nuove deroghe Bruxelles ha risposto di spendere prima quelli già stanziati.

La crescita ferma per le crisi? L’Istat certifica vent’anni di stagnazione, con il prodotto reale poco sopra i livelli di allora. La sfortuna è cominciata molto prima delle guerre, anzi molto prima di lei.

Sono sette lamenti ma sono anche sette specchi. La colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni. E quando la disgrazia ti casca addosso ogni volta dallo stesso punto, smette di chiamarsi sfortuna. Forse è qualcosa di più simile a un indirizzo politico. Ci pensi, presidente Meloni.


L’Italia, il parco giochi dei ricconi stranieri


(ANSA) – PALERMO, 29 MAG – In occasione dei festeggiamenti per il matrimonio della popstar internazionale Dua Lipa, che ha scelto tra le location delle nozze con Callum Turner anche Villa Valguarnera a Bagheria (Palermo), scatteranno limitazioni al traffico e divieti di sosta soprattutto nell’area della piazza antistante la storica dimora settecentesca. I provvedimenti saranno in vigore da lunedì 1 giugno sino all’8 giugno.   

Secondo quanto si apprende nella gestione della sicurezza non sarà coinvolta la polizia municipale: l’organizzazione si affiderà a personale di security privata. La cantante, stando alle indiscrezioni, sarebbe rimasta particolarmente affascinata dalle numerose ville storiche di Bagheria e potrebbe trascorrere alcune notti proprio a Villa Valguarnera, approfittando di questi giorni anche per visitare le altre bellezze del territorio. I festeggiamenti della coppia coinvolgeranno il centro storico di Palermo nel prossimo weekend.


Sta per succedere qualcosa a Cuba?


INCONTRO TRA ALTI UFFICIALI MILITARI DI USA E CUBA A GUANTANAMO BAY

Southcom su X: ‘Per un breve scambio su questioni di sicurezza operativa’

(ANSA) – WASHINGTON, 29 MAG – Alti ufficiali militari americani e cubani si sono incontrati venerdì a Guantanamo Bay, la base statunitense sull’isola caraibica, nel mezzo delle relazioni tese tra Washington e L’Avana dopo la minacciata “presa di controllo” minacciata dal presidente Donald Trump.

Il generale statunitense Francis Donovan ha incontrato il generale cubano Roberto Legra Sotolongo “per un breve scambio su questioni di sicurezza operativa”, ha dichiarato il Comando Sud militare degli Stati Uniti (Southcom) in un post su X, accompagnato da una fotografia dell’incontro.

Il comandante del Southcom, il generale Francis L. Donovan, ha incontrato il generale di corpo d’esercito, il generale Roberto Legrá Sotolongo, primo vice ministro del Capo di Stato maggiore generale e altri alti dirigenti dell’esercito cubano presso “il perimetro della stazione navale di Guantánamo Bay, a Cuba, per un breve scambio su questioni di sicurezza operativa”.   

Il generale Donovan ha inoltre condotto “una valutazione della sicurezza perimetrale della base navale e ha discusso con gli ufficiali della base la protezione della forza, la sicurezza dei membri del servizio e delle loro famiglie e la prontezza operativa”. La base navale di Guantanamo Bay “è un hub operativo e logistico vitale che supporta gli sforzi militari statunitensi per contrastare le minacce alla sicurezza, alla stabilità e alla democrazia nel nostro emisfero”.   

Donovan, in base a un altro post sempre corredato da foto, “ha ispezionato personalmente tutti gli aspetti della situazione di sicurezza della stazione navale di Guantanamo Bay, conducendo una valutazione completa della sicurezza perimetrale, discutendo la protezione delle truppe, la prontezza operativa e le misure per garantire l’incolumità dei membri del servizio, delle loro famiglie e della forza congiunta di stanza presso l’installazione con i funzionari della base”.

CUBA, INCONTRO TRA IMPRENDITORE USA E IL NIPOTE DI RAÚL CASTRO

Colloquio all’Avana alimenta ipotesi di disgelo tra Washington e l’isola

(ANSA) – L’AVANA, 29 MAG – Un incontro all’Avana tra l’imprenditore statunitense e candidato repubblicano al Congresso Vic Mellor e Raul Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’ex presidente cubano Raúl Castro, ha alimentato speculazioni su possibili aperture nei rapporti tra Cuba e Stati Uniti.

Mellor ha dichiarato all’Afp di aver discusso per diverse ore con Rodríguez Castro delle prospettive economiche dell’isola e delle opportunità di cooperazione con imprese statunitensi. Colonnello del ministero dell’Interno, Rodríguez Castro viene indicato da alcuni media statunitensi come una figura influente nei contatti informali tra L’Avana e Washington.

L’incontro avviene in una fase di forte tensione bilaterale, segnata dal rafforzamento delle sanzioni statunitensi e dall’incriminazione di Raúl Castro da parte della giustizia Usa per l’abbattimento nel 1996 di due aerei dell’organizzazione Brothers to the Rescue in cui morirono quattro persone. Mellor ha sostenuto che Cuba possiede grandi potenzialità nei settori del turismo, delle risorse minerarie e dei servizi e che, in caso di allentamento delle sanzioni, numerose aziende Usa sarebbero pronte a investire sull’isola.

CUBA, LA CANADESE BLUE DIAMOND LASCIA L’ISOLA E CHIUDE LE OPERAZIONI

La catena gestiva 62 hotel, pesano crisi turistica e carenze croniche

(ANSA) – L’AVANA, 29 MAG – La catena alberghiera canadese Blue Diamond Resorts ha annunciato la cessazione immediata delle proprie attività a Cuba, dove amministrava 62 hotel nei principali poli turistici dell’isola caraibica. La decisione, comunicata alle agenzie di viaggio partner, rappresenta uno dei più significativi disimpegni stranieri dal settore turistico cubano negli ultimi anni.

In una nota, la società ha attribuito la scelta al perdurare delle difficoltà operative e al deterioramento delle condizioni di mercato. Tra i fattori indicati figurano la riduzione dei collegamenti aerei, la carenza di carburante, elettricità, acqua e forniture essenziali, oltre ai problemi logistici e infrastrutturali che colpiscono il comparto turistico. Blue Diamond, controllata dal gruppo canadese Sunwing Travel Group, ha inoltre segnalato il calo della domanda internazionale e l’impossibilità di mantenere standard di servizio adeguati.


Fondi bancomat, dalle sagre ai corsi fantasma: i mille rivoli delle risorse di coesione


I fondi che finiscono per coprire i buchi dei bilanci regionali

Fondi bancomat, dalle sagre ai corsi fantasma: i mille rivoli delle risorse di coesione

(Paolo Baroni – lastampa.it) – La sagra della patata, quella della castagna, del cinghiale, del prosciutto e poi dei funghi, la festa del caciocavallo podolico, la sagra dello scazzatiello e la rassegna della zampogna, sino ad arrivare alla festa del fagiolo quarantino e della patata di Volturara Irpina, provincia di Avellino che per l’acquisto di beni e servizi mette in conto oltre 153.000 euro di spesa. Altre sagre hanno richieste più basse, alcune anche di poche migliaia di euro, ma intanto il conto si ingrossa. Con la scusa della promozione turistica le Regioni italiane, quelle del Nord come quelle del Sud, finiscono col finanziare anche programmi tv, mentre è un dato assodato che molto spesso le risorse del Fondo sociale europeo destinate alla formazione sfociano in truffe belle e buone. Corsi fantasma, ruberie, insomma. Secondo la Procura europea (Eppo), solo per restare al 2024 ben 458 nuove inchieste, quasi un quinto di tutte quelle aperte dalla Procura europea, hanno interessato il nostro Paese con un danno stimato in circa 3,5 miliardi di euro.

Quando si parla di fondi di coesione, risorse che mettono assieme finanziamenti comunitari e finanziamenti nazionali, a favore innanzitutto delle regioni meno sviluppate del Sud e di quelle «in transizione» del Centro con una quota minore assegnata anche alle altre regioni più sviluppate, sono due i problemi che emergono: il primo è quello dell’estrema polverizzazione dei progetti gestiti dalle tante amministrazioni locali che, spesso in assenza di altri fondi, si aggrappano alle risorse messe a disposizione alla Ue; e l’altro, in parte collegato al primo è il ritardo di fatto cronico con cui l’Italia riesce a spendere questi fondi. E per questa ragione, visto che il tesoretto è lì, spesso inutilizzato per mesi, se non per anni, i fondi di coesione vengono utilizzati come un bancomat, copyright delle Regioni che in questi giorni protestano per l’ennesimo scippo che si profila.

«Quella dei fondi di coesione – spiega il direttore della Svimez Luca Bianchi – è una politica importante perché in questi anni ha consentito di compensare la carenza di fondi nazionali soprattutto verso il Sud. Ma presenta anche dei problemi, soprattutto in termini di capacità di spesa, perché fatichiamo a spendere questi fondi. Un po’ per la complessità dei meccanismi e un po’ perché si tratta di una spesa molto frammentata, molto regionalizzata e risponde spesso ad esigenze troppo localistiche. Gli obiettivi sono spesso troppo generici, poco mirati e questo aumenta il rischio di disperdere i fondi o comunque di distoglierli. C’è un po’ di tutto dentro e forse c’è troppo».

Solo per restare al bilancio di lungo termine della Ue riferito al 2021-2027 l’Italia nel complesso ha a disposizione ben 73,93 miliardi di euro ripartiti in 4 differenti fondi: il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), 43,53 miliardi in tutto, (26,34 forniti dalla Ue il resto dal governo nazionale) destinati allo sviluppo urbano sostenibile, alla competitività e alla creazione di posti di lavoro nelle piccole e medi imprese; il Fondo sociale europeo plus (Fse+), 14,81 miliardi di quota europea e 13,4 di quota nazionale destinati a formazione, istruzione, inclusione sociale e lotta alla povertà; il Fondo per una transizione giusta (Jtf) a sostegno ai territori che devono far fronte a gravi sfide socio-economiche legate alla transizione verso la neutralità climatica (1,21 miliardi di quota Ue e 0,18 di fondi nazionali) e infine il Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (981,69 milioni di euro in tutto di cui 518,22 garantiti dall’Europa).

In tutto sono 62 i programmi finanziati: 11 sono gestiti al livello nazionale, 38 fanno capo alle Regioni e 10 sono classificati «interregionali». Stando al monitoraggio della Ragioneria dello Stato aggiornato al 28 febbraio, su 73,93 miliardi totali sono appena 28,2 quelli che risultano «impegnati», mentre i pagamenti si fermano a quota 10,91 miliardi di euro. In termini di impegni l’avanzamento complessivo è arrivato al 38,1% mentre se si guardano i soli pagamenti si scende al 14,76%. Il Jft, come le aree a cui sarebbe destinati questi fondi (Taranto ed il Sulcis), è fermo ad un misero 2,11% dei pagamenti, il Fers è al 12,99%, il Feampa al 16,08 ed il Fondo sociale europeo al 17,99%.

Non sorprende quindi più di tanto anche negli ultimi tempi, non senza polemiche da parte delle opposizioni, si sia attinto ai fondi di coesione ad esempio per finanziare il Ponte sullo Stretto, ipotizzando di togliere 3,8 miliardi a Calabria e Sicilia, o per finanziare la Difesa con 248 milioni sottratti a Sicilia (199 milioni), Calabria (14,8), Basilicata (13,7), Abruzzo (11,2), Lombardia (7,5) e Molise (1,9).

Adesso si pensa di attingere a questo tesoretto per far fronte al caro energia, «ma così si snatura completamente uno strumento pensato per ridurre le diseguaglianze strutturali, non certo per fare interventi di tipo congiunturale», segnala Bianchi. «Adesso – aggiunge – non bisogna aver paura di una profonda riforma della coesione, ed in questo senso occorre prendere esempio dal Pnrr che al Sud ha avuto risultati migliori di altre politiche ed essere attenti ai risultati, passando da un sistema incentrato sui rimborsi che arrivano a fronte di una certificazione di spesa a rimborsi legati al conseguimento di precisi risultati prefissati. Questa è una riforma necessaria – conclude il direttore della Svimez – sempre che la coesione ci sia ancora perché la realizzazione un fondo unico che propone la Ue lo mette a rischio tanto più a fronte delle continue emergenze».


Calenda scorda il passato putiniano


(ilfattoquotidiano.it) – È empiricamente provato: non esiste materia dello scibile politico su cui Calenda non si sia contraddetto. Il suo problema però è che è sempre molto severo con chi non la pensa come lui, esponendosi agli sberleffi di chi gli ricorda le sue posizioni passate (o future). L’ultimo caso è l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Calenda ha preso a dare dei putiniani a tutti, soprattutto Lega e M5S (Conte è “l’avvocato del popolo russo”), annunciando senza timore di smentita che “l’Ucraina deve entrare nella Ue con corsia preferenziale perché ha difeso l’Europa”. Peccato che 4 anni fa, a guerra già scoppiata, Calenda fosse pure lui putiniano, arrivando persino a contraddire sua maestà Mario Draghi: “Ha sbagliato, l’Ucraina non ha nessuna delle condizioni che le consentono di entrare nel processo di ammissione nell’Ue. E poi se continuiamo ad allargare non costruiremo mai un’Europa forte, l’abbiamo visto col clamoroso errore dell’allargamento a Est”. Diceva Roberto Ruffilli: ormai siamo tutti troppo vecchi per essere coerenti. Ma in questo Calenda è un enfant prodige.


Droni, la rivoluzione dei cieli: è la più ingiusta delle guerre


Il velivolo armato sposta il conflitto a metà strada tra guerra e operazione di polizia, la trasforma in caccia all’uomo e trasforma il nemico in selvaggina. Questa forma di violenza telecomandata cancella il faccia a faccia e perfino la percezione diretta degli obiettivi da colpire. Ed espone la società civile a rischi inediti

(Raffaele Simone – editorialedomani.it) – L’imporsi dei droni come arma riapre un capitolo di riflessione trascurato, che potremmo chiamare filosofia della guerra. Nella modernità – quando ha visto la luce un enorme numero di nuove armi – questa riflessione ha avuto diversi capitoli importanti. In Réflexions sur la guerre (“Riflessioni sulla guerra”), un saggio del 1933, Simone Weil osservò che la guerra e le armi non sono strumenti neutri, ma vanno analizzati come i mezzi di produzione di una fabbrica.

Infatti, il tipo di armamento utilizzato influisce sull’organizzazione sociale: un armamento che richiede gestione centralizzata, forte specializzazione tecnica e grandi apparati industriali si correla a uno Stato burocratico, oppressivo e militarizzato. Inoltre, nella guerra moderna l’arma cessa di essere un prolungamento del braccio del soldato. È il soldato, all’inverso, a essere subordinato a un complesso meccanismo di addestramento e di distruzione, perdendo ogni autonomia decisionale e morale (come l’operaio con la catena di montaggio).

Dominio delle macchine

Uno scrupolo analogo aveva agitato Georges Bernanos, il famoso scrittore cattolico, che, nel saggio La France contre les robots (“La Francia contro i robot”, 1947), in cui attaccava in toto il crescente predominio delle macchine, sottolineava l’elemento di orrore che la guerra aerea contiene in sé: il pilota – osservava – può annientare migliaia di persone senza neanche vederne le sagome, e soprattutto senza che la sua coscienza ne esca in alcun modo turbata. «Un gentleman» notava ironicamente «può portare a termine la sua missione senza lordarsi né i polsini della camicia né l’immaginazione».

Questa linea di pensiero si approfondisce in Carl Schmitt, che la riprese in più scritti, soprattutto nell’imponente Il nomos della Terra (1950). Schmitt nota che la guerra aerea introduce nuove dimensioni, perché compie una Raumrevolution (“rivoluzione spaziale”). A differenza della guerra per terra e mare, che è «orizzontale», quella aerea è «verticale». Quindi «non ha più né teatro né spettatori», perché non si sviluppa più «in un confronto orizzontale», ma si svolge in un’asimmetria insuperabile: «Chi sta sopra» domina incontrastato «chi sta sotto», e chi sta sotto non è più un nemico alla pari, ma un «delinquente» che deve essere annientato.

La guerra per droni introduce una variante cruciale in quest’ordine di ragionamenti. “Chi sta sopra” non è più un pilota, anzi non esiste neppure. A manovrare il drone è infatti un operatore (che potrebbe non essere un militare e neanche un essere umano), a chissà quale distanza, che non vede fisicamente il suo obiettivo. Ad avviare questa riflessione è stato il filosofo francese Grégoire Chamayou, autore di un denso libro dal titolo Teoria del drone (Théorie du drone, edizioni La Fabrique), che, essendo uscito nel 2013, ben prima delle guerre che oggi allarmano il mondo, possiamo ben definire profetico.

Analizzando (nello spirito di Weil sopra menzionato) le implicazioni etiche e sociali dell’uso di quell’arma, allora ancora poco nota e pochissimo usata, Chamayou si chiede infatti: quali sono gli effetti del drone e del suo uso sulla situazione di guerra, e soprattutto sul rapporto con il nemico? Più in profondità, quali relazioni sociali prefigura, che tipo di dominio lascia intravvedere? Il drone, secondo Chamayou, è strumento di una violenza a distanza, che permette di vedere senza esser visti, toccare senza esser toccati, togliere vite senza rischiare la propria. Questa forma di violenza telecomandata, che cancella il faccia a faccia e perfino la percezione diretta del proprio obiettivo, obbliga a ripensare concetti apparentemente evidenti: avremo combattenti senza combattimento e zone di conflitto in cui le parti sono a distanza ignota. Il fatto di eliminare del tutto la simmetria nell’esposizione alla violenza modifica anche i principi convenzionali dell’ethos militare, tradizionalmente basato sul coraggio e lo spirito di sacrificio.

Per questo, il drone mette in discussione la nozione stessa di “guerra”: il drone sposta la guerra a metà strada tra guerra e operazione di polizia, la trasforma in caccia all’uomo così come trasforma il nemico in selvaggina. Per questo Chamayou segnala che la diffusione dei droni espone anche la società civile a rischi inediti. Come potrà un movimento pacifista manifestare per protesta, se corre il rischio di trovarsi di fronte a una truppa di robot programmati per annientarlo? Cosa sarà dello spirito militare, visto che gli operatori dei droni non si espongono e che combattono manovrando un joystick, come in un gioco elettronico? Per queste specificità, la guerra di droni è soggetta a valutazioni opposte. Per alcuni, il drone è l’arma dei vili, che praticamente non corrono rischi. I suoi sostenitori lo considerano invece un’arma altamente etica, visto che evita lo scontro e limita le perdite a una parte sola.

Come che sia, a me pare che la guerra per droni abbia anche un importante risvolto cognitivo (o più propriamente semiotico). Essa, infatti, continua e estende ad in un campo nuovo una fortissima tendenza della modernità digitale: favorisce la perdita del senso della realtà e l’impulso a scambiare il vero col falso, confermando l’acutissima profezia lanciata nel 1992 da Guy Debord (in La società dello spettacolo) secondo cui «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso».

Quei “puntini” di Welles

L’obiettivo della guerra per droni è un essere umano oppure solo una manciata di pixel che si muovono sul display del suo operatore? L’uso di droni avrò risonanze emotive in chi li manovra? Questi, infatti, somiglia a Henry Lime (il personaggio interpretato da Orson Welles nel Terzo uomo di Carol Reed, 1949), che, salito su un vagone della ruota del Prater di Vienna col suo amico Rollo Martins (che lo accusa di aver provocato la morte di tanta gente spacciando penicillina avariata), gli mostra dall’alto quei «puntini» che sono le persone laggiù, così lontane: «Guarda laggiù. Sentiresti pietà se uno di quei ‘puntini’ si fermasse per sempre?».

La guerra per droni fa un passo avanti anche rispetto a questa terribile situazione: i “puntini” di Henry Lime ormai non sono più neanche persone che si vedono da lontano, sono solo pixel su un display.


Stefano Patuanelli: “Il Melonellum viola la Carta. E le primarie si devono fare”


“Renzi? Lo conosciamo, neppure io mi fido. Ma non si fa politica personalizzando”

“Il Melonellum viola la Carta. E le primarie si devono fare”

(di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it) – Secondo Stefano Patuanelli, vicepresidente dei Cinque Stelle, non c’è da fare drammi per le Amministrative: “Non aver vinto a Venezia è sicuramente negativo, visti anche i presupposti. Ma gli altri dati raccontano che il campo progressista ha raggiunto i risultati che si era prefissato. Insomma, io questa grande vittoria del centrodestra non la vedo”.

Il M5S però è andato male. Vi state rassegnando ai risultati negativi nelle Comunali?

La rassegnazione non fa parte del nostro modo di fare politica. Dopodiché prendiamo atto che sui territori non siamo ancora capaci di essere attrattivi.

Perché?

C’è un tema sicuramente di riconoscibilità dei candidati, visto che parliamo di preferenze. Ma va anche ricordato che noi non facciamo parte di gruppi di potere e contrastiamo ogni logica clientelare. Ed è importante notare che ci sono stati risultati negativi sia dove siamo andati da soli sia in coalizione. La teoria secondo cui prendiamo di più correndo in solitudine è falsa.

Sembra che metà della base del M5S a Venezia abbia votato per il candidato di centrodestra, Venturini.

Non so come facciano a fare questi calcoli. Mi sembra un dato decisamente sovrastimato, tenendo conto anche dei nostri risultati nelle scorse tornate.

Sul Fatto Goffredo Bettini ha sostenuto che, se rimanesse l’attuale legge elettorale, ogni partito “dovrebbe andare con il proprio leader alle urne” e quindi che le primarie non dovrebbero svolgersi. Condivide?

Allora, per me il punto principale su cui dobbiamo concentrarci ora è costruire un programma condiviso per la coalizione. È necessario e urgente. Dopodiché una leadership andrà espressa. E io non vedo alternative alle primarie, a prescindere dalla legge elettorale.

A proposito: le destre si voteranno da sole lo Stabilicum e voi opposizioni resterete fuori da ogni trattativa?

Mi sembra abbastanza probabile. Stanno forzando.

Confessi: a voi e al Pd questa legge farebbe comunque comodo, perché darebbe un vincitore certo.

Non vedo quale sarebbe l’utilità di questo provvedimento per noi, e comunque io vorrei una legge che non fosse incostituzionale, e questa per vari aspetti lo è, innanzitutto perché comprime i poteri del presidente della Repubblica. Ma c’è un altro punto importante.

Prego.

Questa legge, per come è concepita, rafforzerebbe ancora di più il governo, che di potere ne ha già troppo. Mentre noi abbiamo estremo bisogno di tornare a rafforzare il Parlamento, visto che rimaniamo comunque una democrazia parlamentare.

Chiara Appendino ha fatto muro a Matteo Renzi: “Non posso fidarmi di lui, dopo il voto tradirebbe”. Ha torto?

Io penso che non si possa fare politica personalizzando e coi i veti. Neppure io mi fido ciecamente di lui, conosciamo i suoi colpi di testa: ma se costruisco un progetto per il Paese non devo guardare ai nomi.

Fermo restando che dovrà farsi votare per essere determinante…

(Sorride, ndr) Quello lo decideranno i cittadini.

Avete detto no all’ingresso dell’Ucraina nella Ue, come la Lega. Torna l’asse gialloverde?

Bisogna essere razionali, perché l’Ucraina è un paese in guerra e semi-distrutto. Il primo obiettivo è riportare la pace e poi ricostruirla. Piuttosto, l’Unione europea si concentri nel trovare un mediatore che lavori per arrivare a una tregua.

Ma far entrare in Ue Kiev sarebbe un segnale importante, no?

C’è anche un problema economico, in particolare sul tema agricolo, che mi sta molto a cuore (è stato ministro delle Politiche agricole nel governo Draghi, ndr). Vista la sua capacità agricola, l’Ucraina assorbirebbe una parte rilevante dei Pac (i contributi finanziati dalla Ue per le politiche del settore, ndr), togliendoli agli paesi europei, compresa l’Italia. Bisogna tenere conto di questi fattori.


Il Nobel Giorgio Parisi: “Rischio nucleare? Io sono ottimista, ma temo l’instabilità”


Il libro di Rovelli, la Bomba, l’intelligenza artificiale: parla lo scienziato

Parisi nucleare

(di Iacopo Gori – corriere.it) – Professor Parisi, siamo sull’orlo di una guerra nucleare?

«Io ho l’impressione che no, non lo siamo, però abbiamo un comportamento molto a rischio» dice Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021 per i suoi studi sui sistemi complessi. «Ci sono due tipi di armi nucleari: le strategiche e le altre. Le nucleari strategiche possono andare dagli Stati Uniti alla Russia e viceversa. Per la loro riduzione c’è stato il trattato Start. Ci sono poi i missili a raggio intermedio (più di 500 km). Un missile a raggio intermedio, installato, per esempio, in Ucraina, può raggiungere Mosca in pochi minuti, il che rende l’intera situazione instabile: le decisioni devono essere prese in tempi brevissimi. Nel 1987 era stato firmato il trattato INF per l’eliminazione di tutti i missili a medio raggio. Lo Start è non è stato rinnovato e l’INF è stato denunciato. Non stiamo più in un mondo bilaterale, bisogna passare a un mondo multilaterale con l’ingresso della Cina tra le potenze atomiche. Si sta muovendo verso un’espansione dell’armamento nucleare. Le cose potrebbero peggiorare velocemente in una maniera imprevista».

L’Occidente ha delle colpe?

«Sì, le ha. Una volta che l’Unione Sovietica era scomparsa dalla faccia della terra, si è pensato che il problema fosse risolto e non si è spinto nella direzione di fare nuovi trattati. Il problema è che la situazione politica è enormemente instabile. Si è smesso di andare nella direzione di un maggiore disarmamento e si è scivolati nella direzione opposta».

Lei è un premio Nobel: qual è il ruolo degli scienziati? Cosa possono fare gli scienziati?

«Dobbiamo prendere esempio da quello che hanno fatto nel passato. Ci sono due iniziative importanti. Una sono le conferenze di Pugwash nel 1957, fondamentali per mettere assieme scienziati, politici e militari di tutto il mondo a discutere di accordi condivisi, controllabili e verificabili dalla controparte (come i test atomici sotterranei). L’altra istituzione fondamentale è stata l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica). Ha il compito, fra gli altri, di monitorare la presenza di elementi radioattivi e di accorgersi di qualunque violazione dei trattati. Purtroppo, l’Aiea non viene ascoltata sempre dai politici: al tempo delle crisi in Iraq aveva detto che non c’era nessuna evidenza che Baghdad stesse facendo bombe atomiche, però gli Stati Uniti non l’hanno voluta seguire». 

Lei ha detto che gli scienziati non possono essere neutrali. Che vuol dire?

«No. Io ho detto che la tecnologia non è neutrale. Quando viene sviluppato uno strumento tecnologico, questo comporta inevitabilmente una serie di scelte e valori delle persone che lo hanno costruito. Gli scienziati hanno, in maniera diretta o indiretta, una responsabilità, diciamo, collettiva: la tecnologia moderna si basa sulla scienza e la scienza è fatta da scienziati, e questi hanno una responsabilità, spesso estremamente indiretta, su tutto ciò che la tecnologia moderna fa. Gli scienziati devono cercare di capire com’è fatta la tecnologia, quali sono i valori, quali sono le cose che porta dentro e poi discutere con il pubblico, con i politici, in modo di far crescere la consapevolezza di tutti su questi problemi».

Il professor Carlo Rovelli ha scritto un libro che si intitola “La cattiva coscienza dei fisici“. E’ d’accordo con questo titolo?

«Non so se qualcuno si ricorda ancora dell’iprite, un gas asfissiante, un’arma chimica usata a Ypres nelle Fiandre dai tedeschi e che ha ucciso qualche migliaio di persone. Questo è avvenuto nel 1917. Nonostante la costruzione dell’iprite abbia comportato il lavoro di sei futuri premi Nobel, gli scienziati non si sono mai molto preoccupati del futuro delle armi chimiche. Trenta anni dopo, gli scienziati hanno contribuito a fare la bomba atomica, che era molto più dannosa per l’umanità. Ma dal 1955 in poi, a partire dal manifesto Einstein-Russell, con la fondazione di Pugwash, con tantissime altre attività, gli scienziati hanno iniziato a cercare di controllare quello che è uscito dal loro lavoro. Quindi più che di cattiva coscienza o di responsabilità, io parlerei forse più di quanto i fisici siano stati successivamente responsabili verso l’umanità, nel senso di prendersi sulle spalle questa responsabilità e agire di conseguenza. Poi i titoli spesso non catturano completamente il contenuto di un libro».

Secondo lei Enrico Fermi ha avuto coscienza di quello che stava succedendo? O da grande scienziato quale è stato, ha più pensato alla ricerca?

«Il periodo era completamente diverso. Bisogna tener conto che quando hanno cominciato a fare l’atomica, i tedeschi stavano vincendo la guerra: era la massima espansione dell’Asse. Dobbiamo tenere conto che, mentre Fermi stava facendo la bomba atomica, suo suocero fu deportato a Auschwitz, dove morì in una camera a gas.
Inoltre la mia impressione è che il momento preciso in cui si è arrivati alla bomba atomica è stato il peggiore possibile. Se la bomba atomica fosse arrivata un anno prima, la guerra mondiale sarebbe finita un anno prima. Avremmo avuto milioni di ebrei salvati, non uccisi nei campi di concentramento, non avremmo avuto le rappresaglie contro i partigiani in Italia, non ci sarebbero stati altri milioni di uomini morti nei combattimenti atroci dell’ultimo anno, non avremmo avuto la Germania completamente devastata dai bombardamenti convenzionali, non avremmo avuto Dresda, non avremmo avuto Magonza. Quindi se fossero arrivati prima, gli scienziati sarebbero stati dei salvatori, se fossero arrivati dopo, a guerra finita, non sarebbero stati corresponsabili delle stragi di Hiroshima e Nagasaki: sono arrivati a guerra quasi finita. Non sono stati fortunati, tutti siamo stati sfortunati. Impossibile prevedere tutto ciò nel 1942, e poi la storia non si fa con i se». 

Gli scienziati vanno troppo a braccetto con il potere o dovrebbero essere più staccati dal potere politico?

«Questo è un problema. Gli “scienziati” non sono qualcosa di omogeneo: ci sono alcuni che vanno in una direzione e altri nell’altra: è chiaro che la scienza non può essere assolutamente indipendente, cioè svincolata dal potere. Per andare avanti ha bisogno che i paesi decidano di finanziarla. Una cosa è essere finanziati dai governi ed una cosa è criticare i governi.
Mi ricordo che verso l’81-82, quando c’era la crisi degli Euromissili, io con altri amici abbiamo raccolto un migliaio di firme di fisici contro l’installazione e li abbiamo portati al presidente della Repubblica Pertini. Un periodo in cui ci sono state anche tante manifestazioni nelle piazze: ho trovato con molto piacere una foto del giovanissimo futuro Papa Leone XIV, accanto a una scritta “Agostiniani per la pace” in una manifestazione contro gli Euromissili».

Quindi gli scienziati devono scendere in piazza per la pace?

«Devono scendere in piazza come tutti i cittadini. Se scendono solo gli scienziati non cambia molto. E la pace non è solo il non uso di armi atomiche. È il non uso anche dell’economia delle sanzioni per strangolare le nazioni come sta avvenendo adesso verso Cuba nella quasi totale indifferenza. La pace significa non solo non fare guerre con le armi, ma anche non fare guerre economiche e non mettersi in una situazione di tensione economica che poi tende a sfociare nella guerra. La pace vuol dire anche ridurre le diseguaglianze: sono queste che portano alle tensioni. La pace consiste anche nell’integrare le minoranze dentro il Paese».

Per il suo impegno scientifico sociale e politico, il prossimo 6 giugno il professor Parisi riceverà a Roma in Campidoglio il Premio Ducci per la Pace 2026 Intitolato quest’anno “Dalla Scienza alla Pace”

Il Doomsday Clock dice che mancano 85 secondi alla catastrofe nucleare. L’intelligenza artificiale ci può aiutare?

«No, perché l’ultima cosa al mondo che bisogna fare è far controllare le armi nucleari dall’intelligenza artificiale. Il problema è fare accordi politici. Evitare che queste cose così gravi diventino occasioni in cui si mostri solo la forza del leader, il machismo. Bisogna parlare, abbassare i toni e sedersi intorno al tavolo. Un esempio semplice: da molti anni si parla di un trattato molto semplice, almeno a parole, in cui i singoli stati nucleari si impegnano a non usare le bombe atomiche per la prima volta. La Russia, però, dichiara che se è attaccata con armi convenzionali, potrà rispondere con bombe atomiche. Gli Stati Uniti, la Francia e l’Inghilterra hanno la stessa posizione. Gli unici a dichiarare di essere disponibili a firmare il trattato sono la Cina l’India. Qui non si tratta di intelligenza artificiale, si tratta di buonsenso».

Ci potrebbe aiutare di più l’intelligenza umana?

«Si, sicuramente l’intelligenza umana. Servono dei trattati. È vero che si possono violare, ma almeno un trattato firmato rende la situazione più stabile. Quindi, già firmare i trattati cambia le cose, però, se i governi non vogliono firmarli, siamo nei guai anche noi».

Lei è più ottimista o pessimista?

«Io tendo a essere abbastanza ottimista. Il futuro dipenderà molto dall’evoluzione della situazione interna negli Stati Uniti, come prima cosa, e anche in Europa, Sarebbe fondamentale chiudere questa guerra in Ucraina in maniera soddisfacente, sistemare le altre crisi. Tutte queste situazioni critiche in Ucraina, in Medio Oriente, stanno rimettendo le armi nucleari al centro della politica, e questo è male, quando invece dovremmo andare, come previsto dal trattato di non proliferazione, verso colloqui in buona fede per la loro eliminazione».


Avete notizie del campo largo?


(di Michele Serra – repubblica.it) – I sondaggi politici che misurano, quasi giorno dopo giorno, il divario tra centrodestra e campo largo, hanno qualcosa di surreale. Uno dei duellanti, il campo largo, molto semplicemente non esiste. È una supposizione alla quale non ha fatto seguito niente di chiaro e di significativo, se non qualche generoso tentativo di alleanza locale.

Come è composto il campo largo? Ha un programma, un percorso, è stata fissata una data nella quale, salvo altri impegni impellenti, i leader possono incontrarsi e cominciare a scambiarsi un po’ di idee sul da farsi? Al di là di lodevoli quanto fantomatiche intenzioni di “ascoltare cosa dicono i giovani attivisti e il mondo associativo” (è mai esistito un partito di sinistra, nella storia, che abbia annunciato di non avere la benché minima intenzione di ascoltare cosa dicono i giovani e il mondo associativo?), qualcuno sta lavorando concretamente a quel programma, sta prendendo appunti, sta leggendo documenti, sta scambiando opinioni con i pari grado degli altri partiti? Se questo sta accadendo, sarebbe bene comunicarlo agli elettori potenziali: che per il momento non hanno notizie, e magari gradirebbero sapere come diavolo si presenteranno al voto politico, le opposizioni. Si sa solo, per adesso, che intendono partecipare.

Si fa notare che il centrodestra non ha alcun programma comune e che i suoi componenti sono divisi su molte cose, per esempio la politica estera. Ma sono molto differenti i due corpi elettorali, quello di centrosinistra più critico, più esigente. Meno facile da accontentare. A desta basta un “no all’immigrazione” che a sinistra deve diventare, necessariamente, “come governare l’immigrazione e lavorare per l’integrazione”. È più difficile. Dunque ci vuole più tempo per capire il da farsi: e il tempo stringe.


Legge elettorale, Gubitosa (M5S): “Riforma su misura, non ci sono le condizioni per trattare”


Intervista al vicepresidente dei 5 stelle che boccia il nuovo sistema di voto

Legge elettorale, Gubitosa (M5S): “Riforma su misura, non ci sono le condizioni per trattare”

(di Gabriella Cerami – repubblica.it) – La legge elettorale è «politicamente sbagliata nel merito e anche nei tempi, visto che arriva a fine legislatura e in un momento in cui il Paese deve affrontare ben altre emergenze». Il vicepresidente del M5S, Michele Gubitosa, boccia la riforma e rifiuta l’invito della maggioranza a trattare.

Perché neanche un tentativo di dialogo con i partiti di governo?

«Non ci sono le condizioni, visto che in commissione è arrivato un testo palesemente blindato, con un impianto per noi non sostenibile».

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In che modo pensate di agire?

«Non ci si limiterà a dire che politicamente non siamo d’accordo. Troveremo il modo e lo strumento per fare le nostre proposte in Parlamento».

Sarà una proposta dell’intero campo largo con emendamenti comuni?

«Non è escluso, ma non abbiamo ancora avuto modo di discuterne perché la maggioranza ci ha buttato addosso una legge elettorale con una accelerazione che hanno voluto imprimere dopo che sono usciti sconfitti dal referendum sulla giustizia».

E come M5S cosa contestate di questa legge?

«È una legge che allontana ancora di più gli eletti dagli elettori. Ed è palese il tentativo della maggioranza di provare a rimanere arroccati al potere ora che stanno perdendo consensi».

Dunque, quali saranno le vostre proposte di modifiche?

«Cercheremo di garantire sia la governabilità sia il rispetto dell’intenzione del voto del cittadino, senza pensare a chi potrebbe trarne beneficio guardando i sondaggi».

E il premio di maggioranza?

«È indecente il listino dei 105 parlamentari super nominati, 70 seggi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama. E poi è troppo alto. Il fatto che in questa versione di legge si sia alzata la soglia per il premio dal 40 a 42% non basta. È positivo invece che abbiano tolto il ballottaggio».

Se la maggioranza presenterà un emendamento sulle preferenze lo voterete?

«Noi siamo sempre stati a favore delle preferenze, ma l’impianto della legge è completamente sbagliato. Aggiungendo o togliendo un elemento, il nostro giudizio complessivo non cambia».

Come sceglierete il candidato premier della coalizione, che avete l’obbligo di indicare?

«Prima vengono i temi, dopo che si trova una convergenza sui temi, si parlerà del candidato premier e a quel punto le primarie potrebbero essere la strada giusta».


I rindronati


(Di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it) – Se non fosse una cosa terribilmente seria, sembrerebbe uno scherzo. Da giorni piovono sulle tre Repubbliche baltiche droni ucraini, forse destinati in Russia e deviati dalle barriere elettromagnetiche russe, o più probabilmente lanciati dagli ucraini da basi segrete gentilmente offerte dai tre governi (quello lettone è caduto per questo). Ma Ue e Nato al seguito di […]


Criminali di guerra che all’Eurocamera si sentono a casa


L’organizzazione Idsf, costituita da ex membri delle forze di sicurezza israeliane, può entrare liberamente al Parlamento europeo e tutelare gli interessi militari di Tel Aviv

(Gabriele Nunziati – lespresso.it) – Ci sono anche loro al “Mickey Mouse”, il bar del Parlamento europeo. Lo chiamano così perché lo schienale e i braccioli tondeggianti delle sedie ricordano la testa del personaggio di Walt Disney. È anche noto per essere il bar preferito da eurodeputati e lobbisti per un caffè informale. È per questo che qui può capitare di imbattersi in loro: i rappresentanti dell’Idsf, l’Israel defense and security forum. Gran parte dell’organizzazione è costituita da ex membri delle forze di sicurezza israeliane, provenienti da IdfMossadShin Bet e polizia. Il loro obiettivo, come esplicitato sul loro sito, è di promuovere un’agenda politica che tuteli gli interessi militari di Tel Aviv. L’Idsf risulta iscritto nel registro di trasparenza dell’Ue. Tuttavia, l’anno scorso, un’inchiesta di Follow the Money aveva rivelato come le attività di lobby dell’organizzazione fossero iniziate prima della loro registrazione e come alcuni degli incontri tra i rappresentanti dell’Idsf e membri del Parlamento europeo si fossero svolti in violazione dei criteri di trasparenza. Ne è un esempio l’incontro, non dichiarato, tra l’eurodeputata del Pd, Pina Picierno, e il presidente e fondatore dell’Idsf, Amir Avivi, un ex generale di alto rango dell’Idf oggi in pensione.

Nei suoi interventi Avivi si dichiara contrario all’esistenza di uno Stato palestinese e a favore degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. «La creazione di uno Stato palestinese in Giudea e Samaria (ovvero in Cisgiordania) costituirebbe una minaccia per la sicurezza nazionale di Israele», si legge a chiare lettere sul sito dell’Idsf. «Soprattutto, la Giudea e la Samaria, e in particolare Gerusalemme, sono il cuore del motivo per cui il popolo ebraico è tornato nella propria patria, come sancito dal diritto internazionale. Senza di esse, il popolo ebraico non può sopravvivere». I loro interessi a Bruxelles vengono portati avanti anche con l’aiuto di una società di consulenza con sede a Milano, la B&K Agency, guidata dall’italiano Luca Bertoletti e l’ucraina Julia Kril.

A gennaio di quest’anno il massacro di manifestanti compiuto dal regime iraniano ha sconvolto il mondo. Davanti a tali atrocità, il 12 gennaio, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha reagito vietando l’accesso ai locali dell’Eurocamera ai rappresentanti della Repubblica islamica. La decisione di Metsola, per quanto condivisibile, fa cadere la maschera dietro cui le istituzioni europee si nascondono. Quando interrogate sulla loro inazione nei confronti di Israele, molto spesso la risposta è che per poter agire serve il consenso degli Stati membri. In molti casi ciò è vero, ma non in tutti, come mostra questa vicenda. Un funzionario molto vicino alla presidente ha confermato a L’Espresso che Metsola ha effettivamente il potere di decidere a chi impedire l’accesso. Tuttavia, la fonte, che ha tutto l’interesse a proteggere l’immagine della numero uno del Parlamento, afferma che a livello pratico la decisione viene presa previa consultazione informale con i presidenti dei gruppi politici. La sostanza però non cambia: il potere di decidere lo ha Metsola. Le forze di sicurezza israeliane sono state inserite dall’Onu nella cosiddetta lista della vergogna, ovvero un elenco degli attori statali e non statali che hanno commesso gravi crimini contro i minori. Nella prima categoria, insieme al braccio armato di Tel Aviv, ci sono gli eserciti di Russia, Myanmar, Sudan, Sud Sudan, Congo, Siria e Somalia. In particolare, le forze israeliane vengono accusate di uccidere e mutilare bambini e di attacchi contro scuole e ospedali. Che sia per mancanza di coraggio politico o per assenza di volontà, rimane il fatto che ancora oggi rappresentanti di forze armate accusate di crimini così atroci possono entrare nel Parlamento per portare avanti i propri interessi.   


L’Italia è destinata all’estinzione


 (di Edoardo Secchi – lefigaro.fr) – Per la prima volta dall’Unità d’Italia, il Paese conta più cittadini all’estero (6,4 milioni) che stranieri regolarmente residenti sul proprio territorio. Questo sorpasso, avvenuto nel 2025, non ha nulla a che vedere con la congiuntura economica né con la crisi migratoria: segnala l’esaurimento demografico di una nazione che esporta proprio ciò che dovrebbe trattenere.

Il vecchio paradigma «povertà/emigrazione» è stato definitivamente sostituito da una dinamica più profonda e strutturale: il binomio capitale umano altamente qualificato/opportunità globali.

Questo storico sorpasso non è una semplice statistica: chi lascia l’Italia appartiene spesso alla fascia d’età in cui si formano le famiglie. L’esodo non svuota soltanto le casse dello Stato, ma consuma il suo futuro demografico e produttivo, mentre il fenomeno continua a essere percepito come transitorio nonostante il suo carattere ormai strutturale.

Ogni anno il Paese perde una popolazione equivalente a quella di città come Avignone o La Rochelle. Tra il 2011 e il 2024, 486.000 giovani italiani sotto i 34 anni sono emigrati verso le principali economie avanzate — Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Spagna — contro appena 55.000 giovani stranieri qualificati entrati in Italia: un rapporto di 9 a 1.

Una quota crescente di questi emigrati è composta da laureati e profili altamente qualificati. Il Paese non perde semplicemente dei giovani: trasferisce all’estero la propria futura classe dirigente.

Ogni laureato che parte rappresenta un investimento senza ritorno per l’economia nazionale.

L’Italia forma talenti grazie alle imposte dei contribuenti per poi cederne la produttività e il gettito fiscale ad altri Paesi. Il rapporto del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) quantifica questa emorragia: 159,5 miliardi di euro di capitale umano usciti dall’Italia tra il 2011 e il 2024, pari al 7,5% del PIL cumulato nello stesso periodo. Questo squilibrio migratorio colloca l’Italia in una situazione unica in Europa, caratterizzata da una doppia asimmetria che minaccia la qualità stessa del suo capitale produttivo.

L’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine.

La prima asimmetria è il divario con i partner europei. Mentre la Germania attira 400.000 lavoratori qualificati all’anno e la Francia ne accoglie 80.000, l’Italia ne riceve appena 4.200 annualmente — un rapporto di 1 a 100 rispetto a Berlino, di 1 a 20 rispetto a Parigi. Ma il vero divario non è quantitativo: è qualitativo.

I Paesi dell’Europa del Nord attraggono i talenti globali trattenendo al tempo stesso i propri. L’Italia subisce una doppia emorragia: perde i propri laureati e non attira i loro equivalenti stranieri. Il saldo netto è devastante: per ogni ingegnere, medico o ricercatore che arriva, nove se ne vanno. Questa asimmetria non riflette un deficit di competitività salariale — le differenze con Francia o Spagna sono minime — ma un deficit di fiducia nel futuro del Paese.

La seconda asimmetria è la sostituzione produttiva regressiva. L’Italia non si limita a perdere talenti senza sostituirli: opera una sostituzione qualitativa inversa.

Il sistema economico italiano perde strutturalmente profili altamente qualificati, mentre viene alimentato da flussi migratori complessivamente meno istruiti e concentrati in settori a bassa e media qualificazione. Ne deriva un deterioramento continuo della qualità del capitale produttivo: gli ingegneri partiti per Monaco o Londra vengono sostituiti da manodopera impiegata nell’agricoltura, nella logistica o nei servizi alla persona. Questa dinamica non implica alcun giudizio sul valore delle persone, ma una constatazione economica ineludibile: l’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività, indebolendo la propria capacità di generare innovazione, brevetti e crescita nel medio termine.

Queste due asimmetrie — geografica e qualitativa — si rafforzano reciprocamente. Non segnalano una crisi passeggera, bensì una trasformazione strutturale del posizionamento economico italiano: uno slittamento progressivo verso un’economia di servizi di base e di subfornitura industriale, mentre i suoi vicini europei consolidano il proprio vantaggio tecnologico grazie ai talenti che l’Italia ha formato ma non è stata capace di trattenere.

L’Italia non sa valorizzare i propri giovani. Il nuovo esodo italiano non è una fuga dalla povertà, ma una scelta consapevole. Le nuove generazioni si spostano con pragmatismo verso contesti globalizzati, dove la crescita non è più una promessa ma un’opportunità concreta che il loro Paese non riesce a offrire.

L’Italia soffre di un cortocircuito generazionale: la sua classe dirigente, la cui età media è di 64 anni, blocca di fatto il ricambio delle élite. In questo contesto, l’emigrazione diventa la risposta razionale: i giovani rifiutano di sprecare i loro anni più preziosi aspettando un’opportunità che spesso non arriva mai, in un sistema che seleziona in base all’anzianità e protegge per appartenenza, non per merito. Questo squilibrio si riflette in un mercato del lavoro dominato da piccole imprese con scarsa capacità di crescita dimensionale e bassa intensità innovativa, associato a una cultura imprenditoriale ancora fortemente familiare, che limita la mobilità sociale e riduce le prospettive di avanzamento professionale.

Le conseguenze non riguardano soltanto chi parte, ma anche chi resta. Precarietà del lavoro, salari insufficienti e assenza di prospettive rendono la costituzione di una famiglia un progetto spesso rinviato a tempo indeterminato.

Un indicatore particolarmente significativo riguarda la componente femminile: negli ultimi vent’anni, la presenza delle donne italiane all’estero è aumentata del 116%, a un ritmo superiore a quello degli uomini. Le donne italiane emigrano sempre più spesso da sole, altamente qualificate, e costruiscono all’estero i propri percorsi familiari e professionali.

Ogni bambino nato a Londra, Berlino o Parigi da una madre italiana rappresenta un capitale umano formato in Italia e perduto per il Paese: un investimento demografico senza ritorno. […]

Circa 600.000 giovani partiti negli ultimi quindici anni — laureati, dirigenti e imprenditori affermati in hub come la Silicon Valley, New York, Londra o Hong Kong — rappresentano una riserva di competenze che l’Italia non è ancora riuscita a mobilitare.

Le stime convergono: il loro ritorno massiccio genererebbe incrementi di produttività dal 20 al 30% per le imprese che li accoglierebbero e un potenziale aumento del PIL dell’1,5% annuo grazie a nuovi brevetti, start-up e reti internazionali. Ma questi benefici si materializzeranno a una sola condizione: che l’Italia si doti di politiche serie […]e che sia pronta a mettere in discussione proprio quelle strutture di potere che hanno spinto questi talenti a partire. Senza questa rottura, gli scenari ottimistici resteranno ciò che sono: proiezioni prive di radicamento nella realtà.

Trasformare questa perdita in un attivo strategico è possibile — gli strumenti esistono, gli esempi stranieri abbondano. Ciò che manca non è la conoscenza del problema, ma la volontà politica di affrontarlo. Una classe dirigente la cui età media supera i 64 anni, che riduce gli incentivi al rientro dei talenti, invia un messaggio inequivocabile ai giovani: andatevene, qui non siete attesi. L’Italia non soffre di una carenza di giovani. Soffre di una carenza di visione strategica per il proprio futuro.